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Full text of "Rodiana : comedia stupenda e ridicolosissima piena d'argutissimi moti e in varie lingue recitata"

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BIBLIOTECA VENETA 



ANDREA CALMO 

RODIANA 

COMEDIA STUPENDA E RIDICOLOSISSIMA 

PIENA D'ARGUTISSIMI MOTI E IN VARIE 

LINGUE RECITATA 



TESTO CRITICO, TRADOTTO E ANNOTATO, 

A CURA DI 

PIERMARIO VESCOVO 




ENORE . PADOVA 



MCMLXXXV 



BIBLIOTECA VENETA 

diretta da 
Giorgio Padoan 



Edita sotto gli auspici del 
Centro Interuniversitario di Studi Veneti 



ANDREA CALMO 



RODIANA 



COMEDIA STUPENDA E RIDICOLOSISSIMA 

PIENA D'ARGUTISSIMI MOTI E IN VARIE 

LINGUE RECITATA 



TESTO CRITICO, TRADOTTO E ANfNOTATO, 

A CURA DI 

PIERMARIO VESCOVO 




EDITRICE ANTENORE 
MCMLXXXV 



PADOVA 



Questo volume esce con il contributo della Regione Veneto. 



Tutti i diritti riservati 

COPYRIGHT BY EDITRICE ANTENORE • PADOVA 
PRINTED IN ITALY 






SOMMARIO 



full 



Introduzione i 

Nota al testo 24 

RODIANA 50 

Glossario 227 

Bibliografia 263 



(Questo libro è una prosecuzione e una messa a punto della mia tesi 
di laurea, discussa presso l'Università di Venezia nell'a.a. 1^82-8}: 
un ringraziamento particolare va al prof. Giorgio Padoan, che ha guidato 
il lavoro nelle varie fasi della sua realizzazione e che ne ha promosso la 
pubblicazione. Un importante ausilio da allora a oggi, specialmente in 
direzione filologica, devo anche al prof. Gino Belloni. 

Davanti a molte difficoltà è stato per me fondamentale potermi giovare 
dell'esperienza e della cortesia del prof. Giovan Battista Pellegrini e 
del prof. Manlio Cortelazzo, che si sono prodigati in una vera e propria 
revisione linguistica, ricca di suggerimenti, spunti e proposte. 

Un sentito ringraziamento va alla prof. Lucia Lazzerini, che ha messo 
a mia disposizione la sua grande competenza in materia. 

Devo inoltre segnalare il profitto tratto dalla consultazione della test 
di laurea di Vincenzo Russo dedicata al Travaglia di Andrea Calmo {Uni- 
versità di Trieste, a.a. ic)Gy66, relatore il prof. G.B. Pellegrini) e dai 
colloqui con gli amici Fabio Sartor, Paolo Mazzinghi e Sannen Nunziale. 
Ha aiutato economicamente lo sviluppo del lavoro il Premio Teatrale 
Este, assegnato alla mia tesi di laurea nel ig8^- 

Non è stato per me senza importanza, specie per l'incremento dei miei 
interessi, l'aver fatto parte per alcuni anni del Teatro a l'Avogaria di 
Venezia: dedico il libro alla memoria di Giovanni Poli, al senso del suo 
lavoro e all'immagine di quello che fu il suo teatro, che ora purtroppo è 
rimasto di nessuno. Doveroso mi sembra aggiungere il nome di Giovanni 
Perelda, collaboratore di Poli per molti anni e prosecutore della sua 
lezione per il quadriennio che ha visto gli ultimi apporti vitali all'esi- 
stenza dell' Avo garia; con lui, infine, vorrei ricordare, anche se non posso 
nominarli uno per uno, tutti gli amici che hanno condiviso le nostre 
esperienze. 



INTRODUZIONE 



Paradossalmente l'unica commedia di Andrea Calmo giuntaci già 
completa dell'indicazione di data (e grazie all'autore in persona) 
risulta essere proprio la Rodiana, apparsa a stampa nel 15^3 sotto 
il nome del « famosissimo Ruzzante » e poi così più volte ristam- 
pata. Nota è la rivendicazione della paternità del titolo da parte del 
Calmo, tre anni dopo, nella dedicatoria del Travaglia al conte Otta- 
viano Vimercati; si fa in essa riferimento a un debito da pagare, nel 
ritardo dell'invio di un testo « sotto la fedel prottezione » del de- 
stinatario, ma si mira in realtà al disvelamento di una truffa edi- 
toriale: 

... e s'io son stato tardo a far in parte il debito mio la mi perdoni, 
e dia la colpa alli maligni che mi rubborno la comedia Rhodiana, quale 
fo recitata in Vinegia del 1540, e poi nella città di Trevigi, sotto il 
felice regimento del clarissimo messer Giovanni Lippomani, facendola 
stampare sotto il nome di Ruzante, credendo forse con il mezzo di tante 
mie vigilie aggiungergli gloria . . . ' 

Gli accenni fugaci della rivendicazione aprono soltanto qualche 
spiraglio sulla questione oscura del furto del titolo: quello più 
eloquente, a ben leggere, pertiene alla menzione di un tentativo 
di « aggiungere gloria » a Ruzante, laddove il rinvio si dà chiara- 
mente alla fortuna editoriale postuma del Beolco, che proprio in 
quegli anni trasformava la fama di Ruzante attore in quella di Ru- 
zante autore. E Stefano degli Alessi, peraltro, primo editore della 
Rodiana, aveva stampato tra il 1551 e il 1552 tutta l'opera ruzan- 
tesca a sua disposizione, con l'inserzione indebita, oltretutto, di 
quella presunta Terza Orazione che tale sarà creduta fino al Lo- 
varini.'^ 

Poco più in là risulta però impenetrabile la posizione dell'editore, 
notando che non solo il furto del titolo ma anche la rivendicazione 
dello stesso si collocano dentro alla sua stamperia. Si può, a questo 



1. Travaglia e. ir 

2. Cfr. LovARiNi pp. 1 19-122; per la bibliografìa degli interventi successivi 
sul caso della Terza Oratione cfr. ora Lippi p. 98 n. 8. 



2 Introduzione 

proposito, osservare che il Calmo risulta, e assieme a Ruzante, 
l'autore cui più d'ogni altro sono legate le sorti della « libreria 
del Cavalletto, in cale dalla Bissa, al ponte de San Lio », dai torchi 
della quale sono usciti in quegli stessi anni 1551-^2 la princeps 
del Saltuzza (Alessi-Bertacagno), la prima edizione a noi nota della 
Spagnolas che porti sul frontespizio il nome dell'autore (Alessi- 
-Cesano), e ancora le prime stampe della Pozione e del terzo libro 
delle Lettere. Non può allora apparire casuale che proprio nell'anno 
in cui l'Alessi stampa la Rodiana sotto il nome di Ruzante il Calmo 
pubblichi ben tre novità presso Vatelier del cognato dell'editore, 
Giambattista Bertacagno: si tratta delle Bizzarre Rime (che cono- 
sceranno fortuna cospicua), delle Egloghe Pastorali e, guardacaso, 
di un testo a variazione parodica esemplato proprio su un modello 
ruzantesco, la Fiorina? Il ritorno alla tipografia dell'Alessi avviene, 
come si è detto, nel 1556 con il Travaglia, aperto da una dedicatoria 
che si incentra sull'accusa dei « maligni » falsificatori: ciò, mi pare, 
conduce all'ipotesi di un patteggiamento tra i due personaggi, o 
mostra, almeno, l'evidenza di uno scotto pagato dall'editore. 

Si tratta, ovviamente, di mera ipotesi e non si pretende peraltro 
proporre una soluzione del caso (che merita ricerche particolari e 
approfondite), quanto ravvisare in ciò che della vicenda possiamo 
arguire il rinvio a un intreccio assai più complicato: la questione 
di maggiore rilievo riguarda infatti i criteri per .cui nel 1^53 la 
Rodiana può essere spacciata per un testo di Ruzante, e anzi come 
tale di lì in avanti sempre ristampata, vanificando, si badi bene, le 
proteste dal tono sicuro dell'autore. Se al rapporto Ruzante/Calmo 
(e fin dalle premesse) è prevedibile che non si possa sfuggire, si 
tratta insomma di capovolgere le coordinate tradizionali con cui si 
pone il problema: ne va, insomma, della riconosciuta pertinenza in 
tutti i casi della pretesa di « aggiungere gloria » a Ruzante, presup- 
ponendo che alla cattiva fede dei " maligni " falsificatori, ma soprat- 
tutto alla credulità di un cospicuo numero di " benigni " lettori, 
l'etichetta del frontespizio apparisse plausibile. 

Questa impostazione sembra, allo stato attuale della documenta- 
zione, l'unica possibile; lo spostamento del terreno di confronto può 
anzi risultare vantaggioso in due direzioni: nel riagganciare, da una 
parte, questo testo ai modelli che lo rendono leggibile, nel liberare 
il panorama di fondo, da un'altra, da insostenibili incrostazioni ro- 
manzesche. 



3. Cfr. ViANELLO. Per la tradizione delle Ritne cfr. Belloni '78. 



Introduzione 3 

Mi riferisco a una storia, dalle tinte tanto cupe quanto superfi- 
ciali, costruita a più mani molti anni or sono intorno a un passo 
del prologo, chiamando così direttamente in causa il Beolco dentro e 
non fuori del testo stesso, ora come disertore improvviso della 
compagnia calmiana e ora, addirittura, come defunto rievocato. 
Tanto più che nella commedia il medico Demetrio si vanta di avere 
« vario e morto », tra gli altri pazienti, anche un « misser Azulo » 
(cfr. I, 6). 

Partiamo da quest'ultimo riferimento: anche a non volere mettere 
in conto la credibilità di un'allusione visibilmente burlesca, almeno 
quattro motivi escludono progressivamente (e senza possibilità di 
appello) una tale candidatura. Si può, a un livello estremamente 
banale, obiettare a proposito dell'assoluta genericità di un rinvio 
da cogliersi sotto al nome Angelo, il che diventa però assai più 
significativo con la considerazione che solitamente al Beolco si allude 
(e talora anche in documenti) chiamandolo Ruzante: così, almeno, 
fa sempre il Calmo negli altri (pochi, a dire il vero) casi in cui lo 
nomina, e non si vede perché questo dovrebbe ammettere un'ecce- 
zione. Assai più consistenti sono le altre due ragioni: Demetrio si 
vanta infatti di avere agito « in la Venesia » e non « in la Padova », 
città dove il personaggio risulta incollocabile (a meno di non vo- 
lerlo immaginare di passaggio, beninteso); importante è soprattutto 
però il fatto che l'autore stesso ci dica che la Rodiana fu recitata 
per la prima volta nel 1540: l'indicazione farà riferimento al com- 
puto more veneto, rinviando al periodo marzo 1540 -febbraio 154 r, 
in cui il Beolco è vivo e vegeto. 

Il prologo, dal suo canto, menziona un non specificato quondam 
compagno, in esso l'istrione addita il responsabile di un'inconve- 
niente: gli spettatori non potranno infatti quella sera che assistere 
ad alcune parti della commedia annunciata (« quel poco che di lei 
vi si porgerà»), visto che il resto il defunto l'ha portato con sé 
all'altro mondo (cfr. PR, G-j). 

Non fu nemmeno chiaro, dapprima, ai commentatori di questo 
passo che qui si alludeva a un morto; non solo Maurice Sand ma 
anche Vittorio Rossi pensò così a un compagno insieme disertore 
e trafugatore del copione."* Seguì quindi Emilio Lovarini, proponen- 
do una lettura sostanzialmente esatta ma viziata dal preconcetto del- 
l'identificazione del defunto con Ruzante, giungendo a datare, senza 



4. Sand, voi. 11 p. 117; Rossi p. xl. 



4 Introduzione 

il minimo indizio, il prologo posteriormente alla morte del Beolco.' 
Che il prologo possa essere posteriore alla commedia è pur sempre 
possibile, ma una proposta di questo genere dovrebbe necessariamente 
muovere da elementi di qualche peso, cosa che qui non si dà: ri 
nota invece il tentativo di far passare un'impossibilità di motiva- 
zione plausibile per una macchinazione da riferirsi allo stesso autore: 
« Al fertile ingegno del veneziano non avrà fatto difetto allora altra 
scusa che giustificasse il mancamento vero o falso del padovano . . . ».^ 
Questa excusatio, col suo carattere di gratuità, finisce inevitabilmente 
con il contraddire allo spunto iniziale dell'argomentazione: la possi- 
bilità che il mancamento sia « falso » vanifica la necessità di conside- 
rare la morte del Beolco come termine post quem per la datazione del 
prologo. Toccò poi, da ultimo, intervenire sulla questione al Mortier, 
sfrondando le pretese avventate dei predecessori ma prendendo per 
buoni i loro sospetti, convinto che « il n'y a pas de fumee sans feu »] 
In realtà il fumo porta a un ben magro fuoco e non vi è qui il ban- 
dolo di alcuna matassa, tanto che all'identificazione del quondam com- 
pagno si può pervenire per tutt'altra via: presta infatti soccorso l'uni- 
co carteggio calmiano reale a noi noto, cioè lo scambio di missive 
del 1546 tra messer Andrea e il teologo domenicano Sisto Medici 
per la commissione di un prologo.* L'illustre personaggio acconsente 
alla richiesta e, nell'inviare il testo apprestato, si sente in dovere di 
porgere debite scuse riguardo a un particolare di quello nella lettera 
accompagnatoria: « Vui sete amico e però mi perdonerete dell'augurio 
della priggione, ma ben sapete che queste son burle di comedie . . . »; 
non resta che riprodurre il tratto cui spetta l'allusione: 

. . . messer Andrea Calmo, con li virtuosi sci compagni, aveva prepara- 
to per farvi, o nobilissimi astanti, un cortese dono, come suole, e 
dimostrarvi quanto sia nato per far piacer e servire a voi, che sem- 
pre nelle radici del core gli sciete scolpiti. Ma ecco che venendo l'autore 
de casa per venir qui e passando per la contrada di S. n.n., con la 



5. LOVARINI p. 117. 

6. Ibid. p. 119. 

7. Mortier, voi. i pp. 153-1^8, in part. pp. 154-155. 

8. I documenti si trovano nel ms. marciano lat. xiv 61, il quarto delle 
opere del Medici {Medices Sixtus Stromatum Collectio, Marc. lat. xiv 58-66), 
ove occupano le ce. i7or-i72v; i testi sono stati riprodotti dal Rossi, pp. 
XLiv-L, cui spetta l'identificazione della commedia cui il prologo in causa si 
riferisce con il Travaglia. La prima segnalazione è dovuta all'Agostini, voi. 11 
p. 339 (all'opera si rinvia per un profilo del Medici e per la descrizione dei 
mss. citati, pp. 372-410). 



Introduzione 5 

sua spada, per esser l'ora tardi, è sta preso dalla corte e l'han menato 
in priggione come un malfattore. Io l'ho veduto con quest'occhi or ora, 
e gridavano, quelli birri, che han trovato un morto nella strada di n. e 
che messer Andrea l'avea morto . . . 

Il racconto (che ha tanto di indicazioni in bianco, da completarsi 
a piacere del Calmo) si diffonde quindi nei dettagli dell'arresto, 
concludendo con l'annuncio che l'assenza del capocomico ha gettato 
nello scompiglio l'intera compagnia, in modo da costringere all'an- 
nullamento della recita. È evidente, a questo punto, l'esatta sovrap- 
ponibilità di questa « burla di comedie » alla vicenda del quondam 
compagno, con estrema probabilità da ritenersi lo stesso Calmo (e 
non è implausibile che il suo nome apparisse qui esplicitamente, 
prima che la Rodiana venisse fatta passare per un testo ruzantesco); 
non variano, peraltro, nemmeno i particolari: il richiamo alla con- 
suetudine della troupe, l'esibizione dell'affezione portata al pubblico, 
la scusa per il grave inconveniente, fino all'immancabile tirata contro 
la sorte avversa: 

Contro di quasta tirranna scelerata più m'è cresciuto l'odio, vedendo 
tanti egreggi spiriti e magnifici spettatori qui adunati . . . 

{Proemio Medici) 

. . . nel veder si generosa brigata e nel pensare a si gran villania, son 
commosso in modo da la colera che non mi ricordo parola dell'argomento 
ch'io debbo esponcrvi . . . 

{Rodiana, PR,8) 

Ovvia, cosi, la soluzione della vicenda: alla fine del Proemio 
Medici il Calmo arriva in scena, tra gli applausi, prosciolto dall'ac- 
cusa fittizia; nel prologo della Rodiana si assisterà all'uscita del 
Patron della scena, venuto a cacciare in malo modo l'istrione sprolo- 
quiante. 

Torna a proposito un'annotazione di Ernst H. Gombrich, ri- 
guardante un modo di considerare la storia «... non come la testi- 
monianza incompleta di un numero illimitato di esistenze e di acca- 
dimenti, ma come un corteo ben ordinato in cui tutti i punti salienti 
e gli episodi preferiti cadono al punto giusto ».' L'incrocio appare 
infatti assai più complesso, impossibile da compendiare in una sce- 



9. Gombrich p. 56. 



6 Introduzione 

neggiatura aneddotica dagli estremi incerti: l'unico confronto possi- 
bile può tentare una sua restituzione per via indiretta, mettendo 
in campo i testi dell'uno e dell'altro autore, a definire quanto nelle 
pagine della Rodiana si offra come indizio dell'incrocio di due carriere 
teatrali, si diano o meno rapporti diretti tra i due personaggi. 



La Rodiana obbedisce a una regola che vale un po' per tutti i 
testi teatrali calmiani, quella di un confronto continuo e controverso 
con l'indubitabile modello, però taciuto ed evaso (salvo che per il 
caso particolare della Fiorina) nelle dichiarazioni, dato che la men- 
zione del nome di Ruzante torna nell'opera del nostro pochissime 
volte e in contesti assai generici, tranne, come si è detto, nella difesa 
d'ufficio della dedicatoria del Travaglia. Ecco per esempio, in dire- 
zione del Parlamento, due campioni testuali indicativi dell'articola- 
zione sfumata e complessa del raccordo; il primo tratto funziona 
nel senso della ripresa letterale di un'unità ristretta, senza che ciò 
comporti la trasmissione di elementi contestuali: 

Rodiana 11,131: Parlamento, 2: 

... al san' del pìntaro, che'l me . . . a' purea un tordo che aesse 
paron andaséa tombolando, che'l abù una sbolzonà . . . 
paréa un tordo che l'aésse na sbol- 
zonà in lo culo . . . 

La genericità di una simile dipendenza si controbilancia però da- 
vanti ad altri rimandi che funzionano in senso opposto, traendo dal 
medesimo contesto non un nucleo di immagini ma di motivi: il ritor- 
no di Diomede dal campo di battaglia, pur in assenza di rispondenze 
linguistiche e tipologiche, ha ben presente infatti quello di Ruzante 
nel Parlamento: 

Non dubiterò più almeno della persona mia: vadino pur in bordello 
artigliarle, arcobugi e picche: quando io era in campo di continuo 
mi stavo su le arme, né mai posavo pur una sentinella ... (111,71) 

Questo rapporto, minuto e sfuggente in più di una direzione, di- 
venta massiccio e insistito in un tragitto senz'altro privilegiato: è 
il raccordo Rodiana- Anconitana. L'afférmazione si rimpolpa subirò 
d'interesse mettendo in campo la datazione della commedia ruzante- 



Introduzione 7 

sca agli armi 1534-35 documentata da Giorgio Padoan: ^^ è evi- 
dente che lo spostamento del testo in coda alla produzione teatrale 
del Beolco comporta non solo riconsiderazioni d'ordine interno, ma 
apre a correlazioni illuminanti proprio in fatto di codice e contesto 
per un più ampio ambito del teatro veneto cinquecentesco. L'avvi- 
cinamento delle due commedie può incentrarsi preliminarmente, 
appunto, sulla data della Rodiana e sulla sua attribuzione allo stesso 
Ruzante sulle stampe, e l'aggancio preminente non può che pesare 
sulle spalle del vecchio sier Tomao ruzantesco, tipologicamente affi- 
ne ai vecchi calmiani.^^ Diciamo, allora, che una pista di qualche inte- 
resse e di sicura centralità può appunto prospettarsi dalla messa in 
rapporto di queste due emergenze: dei campioni testuali calmiani 
rinvianti aW Anconitana e l'ipotesi di focalizzare l'ultima commedia 
di Ruzante da uno spiraglio prossimo al punto di vista di messer 
Andrea. 

Partiamo ancora da un'evidente ripresa letterale, per poi am- 
pliare la considerazione del frammento immobile con alcuni indizi 
del ripensamento più complessamente articolato del modello: 

Rodiana v,3 Anconitana 11 Prologo, 2 

. . . che a' ve dire, chive, chialò, ... de Amore a' vuogio rengare, e 
quenzena, chialondena, chivelò, chi no de altro, e chive, chialò, quen- 
in sto luogo . . . gena, chialondena, chivelò, chi in 

sto luogo . . . 

1-,2l memoria letterale si supera davanti all'evidenza di luoghi che 
sono dei veri e propri condensati di motivi e trovate sceniche 
ruzanteschi, smontati e rimontati sul filo di una notevole carica 
reinventiva. Esemplare il caso della seconda scena del quarto atto 
della Rodiana che rimanda indubbiamente, sia pure con diversa 
rilevanza, a due scene à&W Anconitana: la quarta del secondo atto 
e la quinta del quarto. Basterà elencare i motivi più appariscenti: 



10. Cfr. Padoan '78 p. 171 e sgg. e pp. 274-283. 

11. Potrebbe di qui porsi addirittura un'ipotesi in forma di eccezione alla 
ragionevole regola che dà messer Andrea come seguace del padovano; signi- 
ficative queste due prese di posizione al riguardo: «... e si potrebbe anche 
avanzare il sospetto che il rapporto tra i due non sia stato sempre necessaria- 
mente a senso unico, nella direzione Beolco— »Calmo: si pensi alla presumi- 
bilmente tarda Anconitana, commedia ruzzantiana già sotto molti aspetti di 
spiccato gusto calmiano » (Lazzerini pp. 127-128); «...è da chiedersi fino 
a che punto un personaggio quale sier Tomao possa aver risentito, in via di 
ipotesi, della recitazione calmiana ...» (Padoan '82 p. 156). 



8 Introduzione 

nella prima delle due scen£ citate àtW Anconitana, oltretutto di 
dimensioni piuttosto ampie, Ruzante si diverte alle spalle del vec- 
chio Tomao, innamorato, che fa esibire in prove girmiche e canore 
in mezzo alla via. In Calmo tutto questo è ripreso e stretto in un 
giro brevissimo di battute, con ulteriore raddoppiamento del perso- 
naggio derisore (oltre al servo pavano un vecchio greco), sempre 
però con il mantenimento della centralità assoluta di spicco della 
figura del vecchio veneziano innamorato. Al luogo si intrecciano 
gli spunti offerti dall'altra scena deìV Anconitana menzionata, la 
quinta del quarto atto, dove, nel corteggiamento maldestro dell'a- 
mata sotto alle finestre di quella, emergono i motivi comici delle 
paure del vecchio di essere sorpreso e degli allerta del servo che 
fa la guardia da possibili passanti. Luoghi e motivi si raddensano 
prestissimo: il vecchio veneziano messer Cornelio (che dobbiamo 
supporre impersonato dal Calmo) si accompagna al greco Deme- 
trio e al servo pavano Truffa sotto alle finestre della sua bella: 
qui, concentrati i tempi ma aumentato il peso della deformazione 
grottesca, si ripetono tanto le prove menzionate come gli spaventi 
e i fuggi-fuggi. Al consueto sbeffeggiamento del vecchio che vuole 
cimentatsi in prove impossibili per la sua età seguono ovviamente 
la prestazione canora e la virtù amorosa all'improvviso: prestiti 
minuti, qui e più oltre, si potrebbero citare in dettaglio, tanto ai 
riguardi dell'azione (lo spogliamento del vecchio- sulla via, l'esibi- 
zione coronata dai capitomboli rovinosi, la fuga con soprassalti di 
sgomento e falsi allarmi), quanto di più minuti segnali (l'insistenza, 
per esempio, sulla fermezza delle gambe del vecchio e sulla pre- 
stanza del suo fisico, non appena egli ha acconsentito a levarsi gli 
abiti). Individuato un nucleo di situazioni nella ripresa calmiana, 
il confronto potrebbe ampliarsi con la ricognizione alle opere circo- 
stanti: la medesima costellazione di motivi, per esempio, ha largo 
spazio (con libertà di variazione) nella tredicesima scena del se- 
condo atto del Travaglia. Ma di più, in questa prosecuzione, sa- 
rebbero rintracciabili ulteriori indizi della medesima derivazione: 
si pensi al tema dell'esibizione canora, più puntualmente messo a 
fuoco, che torna alle divagazioni relative ai repertori villaneschi 
alla moda, alle dispute sui « sorani » e «tenori». Anche qui è al 
centro un vecchio veneziano, Collofonio, un immancabile servo pa- 
vano derisore, Gianda, e il servo toscano Brocca: sarà forse casua- 
le che anche in questo caso sia presente la trovata scenica dello 
spogliamento e della prestazione ginnica del vecchio, con l'ovvia 
conclusione della prova? 



Introduzione 9 

Una seconda costellazione di esempi di ripresa, può, mi pare, 
far avanzare ulteriormente il confronto: si parte dal racconto che 
il servo Truffa fa al padrone Roberto (v, se. i), ricco di divagazioni 
laterali rispetto alle risposte « amorose » che il secondo attende 
con impazienza. Lo schema dell'articolazione deriva dalla scena 
dello straripante racconto che, a propositi prossimi, fa Ruzante 
a Tomao neW Anconitana (iv, se. 3): agli andirivieni del servo si 
intrecciano i rimbrotti del padrone spazientito; comparando un 
paio di battute prese quasi a caso tra quelle di Tomao a una 
di Roberto si può verificare che la sovrapponibilità è ben più di 
un'ipotesi: 

Rodiana v,9 Anconitana iv,42 e 80 

...Deh, sì! ste burle che giova- ...Che diavolo de proposito sé 

no a me? che hanno a far con me questo? Che ha far la luna con 

che sono in pene, animalaccio che i gambari? . . . Mo che diavolo de 

sei? sempre mai dai la baia, scia- mio proposito sé questo? 
gurato! 

E, come nel caso sopra analizzato rinviante al Parlamento, la ri- 
presa di un motivo si completa, in altri luoghi della commedia, 
di una più puntuale corrispondenza letterale; così, altrove, Truffa: 

S'a' no voli laghé stare: che me fa a mi? questo eh' a' ve digo die 
estre fuossi pre mi? 

(11,8) 

per cui è evidente il rapporto istituibile con una risposta di Ru- 
zante a Tomao nel contesto di riferimento: 

Mo a' taseré, se a' no voli ch'a' dighe. Che me fa a mi? El dee esser 
fuossi per mi, questo? A' dighe per vegnir a dir de vu, mi. 



Così le minacce da parte del servo di troncare il discorso, nel 
richiamarsi alla pertinenza dei propri sproloqui, non possono che 
passare per il verbo « compire », ma soprattutto il riaggancio, dopo 
che l'ascoltatore si dichiara disposto a pazientare, torna alle fila 
del discorso secondo un'inconfondibile formula argomentativa: 



IO Introduzione 

Rodiana v,i2 Anconitana, iv,43 ecc. 

... e sì co' a' ve dego rivar de ... e sì con' a' ve dego rivar de 
dire . . . dire . . . 

L'emergenza di una microscopica ripresa letterale (del pari a 
una più lunga ed evidente ripresa rintracciata in un altro luogo 
della commedia) si addebita, implicitamente, il peso assai maggiore 
di una sequenza scenica di una certa ampiezza. Il confronto tra due 
tratti consistenti, uno per testo, mostra da un lato la conservazione, 
dall'altro la cancellatura, di serie di temi e motivi: interessante è 
però la verifica, davanti a quanto risulta stralciato o semplice- 
mente tralasciato nel passaggio-ripresa, di riapparizioni più o meno 
distanti. Un esempio eccellente è (mantenendo come campione di 
partenza l'ultima scena citata daW Anconitana) la trovata dei lupi, 
introdotta appunto da Ruzante, dopo un ennesimo « e sì con a' 
ve dego rivar de dire », in una delle sue divagazioni che fanno spa- 
zientire l'ansioso Tomao: 

E po', con a' ve dego rivar de dire, mo no catiege una note un lovo, 
che aéa du oci che parca du candele, grande con è un gran aseno? (...) 
e sto lovo me guardava mi, e mi el guardava elo, e elo me guardava mi. 
Ben sa che, per farghe paura, a' fazo: " Bruuu, bruuu, buu! 

(rv,43-49) 

ed ecco la reazione del vecchio: 

Te vegna el cagasangue, ti e i to lovi! Ti me ha fato scampar quanto 
sangue avea adosso. No te usar a farme de sti spasemi e de sti ati da 
bestia. 

(iv,5o) 

« Spasemi e ati da bestia » sembrano invece essere stati piuttosto 
graditi al pubblico, viste le variazioni calmiane, fuori dalla Rodiana, 
sulla trovata: '^ nella Spagnolas ricompare più o meno identica ai 
danni dell stradiotto Floricchi, per bocca del villano Rosato; oltre- 
lutto la digressione comica è introdotta da una formula argomenta- 
tiva più che simile: 



12. Cfr. Lazzerini p. 177 n. 26, dove è detto per la « cantafola » dei lupi: 
«... doveva essere un pezzo fisso del repertorio comico poiché compare an- 
che nel Travaglia ... ». 



Introduzione 



II 



ViLAN - Mo a' ve dire: andì a cagare, perché a' no me polca pi tegnire, 

e in quel ch'a' scomenci a far lo fato me, el vene tre luvi. 
Stratioto - Che sé chesti luvi, calche bestia va valendomena? 
ViLAN - Gì è de quiggi che magna le persone, d'i luvi ravasi che fa a sto 

partìo: uuuu . . . 
Stratioto - Chié diavolo fa vui? 
ViLAN - A' fazzo con i fasea iggi, mi. 
Stratioto - Lassa stari, ten priego, chesti bestie, chié no vorave chesta 

note sognari, perchié aveu paura de chesti luvi trovasi, chié no voio 

trovaro . . . 

(v,28-33) 

Con l'aggiunta di un bisticcio di sfasamento tra parlata e parlata 
(con la neo-conia2Ìone del greco tra " rapaci " e " trovati "), lo svol- 
gimento è identico: l'improvvisa imitazione di un ululato da lupo 
non può che mettere paura all'interlocutore. Un'altra apparizione 
del motivo segna più appariscenti variazioni: nel secondo atto del 
Travaglia Gianda, servo pavano, racconta al vecchio veneziano Col- 
lofonio una storia incredibile, concernente la sparizione di uova e 
capponi; il padrone stavolta più che impaurito risulta incredulo, 
in quanto evidentemente la « fola » è ingenua e risibile (un'inver- 
sione di parti, dunque, rispetto alla coppia di partenza Ruzante- 
Tomao, da questo punto di vista), poiché i capponi si danno per 
annegati e le uova disperse in un inseguimento di lupi di « palude »: 

Gianda - Co fu a pé de Cazago, per vegnire ai Truozi, te no se loma 
vére do luvi a muò biegi aseni, mesicre! e mi a' volea smuzzare 
olt(r)a un fosso, in gima d'un peagno. Miedio, cancaro, a' sbrissiè 
mi, e gi uovi in terra, e i luvi in gercarme, e mi pigia un ramengo 
e drio sti luvi, e igi via, e mi drio, inchina me dio che i se fiche 
in non so che palù: co a' viti sta noèlla a' no ghe vuossi pi anàr drio, 
mi, de via e muò ch'a' no vi n' so pi dir fregugia de igi. 

CoLLOFONio - Oh, te nasca el cancaro in le grisiole d'i occhi, te par ch'el 
gioton responda a preposito! e' te domando dei vuovi e ti me dà 
una cantafola de scontrar un lovo! '^ 

Quest'ultima serie di tre esempi collegati a un medesimo inserto, 
con variazione progressiva di alcune sfumature, indica benissimo in 
un breve compendio i modi del raccordo dell'attività calmiana a 
quella ruzantesca, linea centrale e caratterizzante nelle strutture 
teatrali venete del quarto e quinto decennio del '500: quello che 

13. Travaglia e. 29 r. 



12 Introduzione 

poco oltre si stenderà come più o meno vivace o scolorito repertorio 
canonico si trova in questa fase centrale in via di definizione; se 
osservata da questo punto di vista la questione può assumere in- 
teresse ben più ampio. U Anconitana segna l'evidenza di un punto 
d'arrivo nella carriera ruzantesca, non come luogo finale di una via 
maestra (a quelle ambizioni potevano semmai aspirare testi come 
Piovana e Vaccaria), ma come una sorta di crocevia aperto ai flussi 
in movimento nelle diverse direzioni. '''. 

Il modello teatrale che esce dalle opere in causa è così virtual- 
mente antinomico, visibilmente segnato dai progressi della specia- 
lizzazione nella pratica scenica, ma lungi dalle imbalsamazioni di un 
teatro di « mestiere », in una sperimentazione che tocca i materiali 
pili disparati. 'L' Anconitana oflEre per prima l'esempio singolare di 
un Ruzante che ripensa in moduli di repertorio teatrale temi e mo- 
tivi giovanili: un lungo tratto del secondo atto della Betta, ma 
lì troppo debordante verso i limiti giocosi di un divertimento rusti- 
cale (testimoniando a un tempo libertà inventiva quanto scarsa ri- 
soluzione in una struttura più ponderata), viene ripreso in una scena 
dell'Anconitana (iv, se. 3), ma raccordato sapientemente, con l'oc- 
chio attento alla tenuta di altri tempi teatrali. 

Il termine « cantafola » usato da Collofonio serve ottimamente 
all'identificazione di questi elementi: non più letteratura teatraliz- 
zata nella scansione del modulo contrastivo, non solo teatro del 
divertimento dialogico, già spettacolo maturo, non ancora cano- 
ne inscatolato e digerito. Più chiaramente, ciò che all'altezza del- 
la Betìa appare parentesi digressiva si fa zeppa spettacolare all'al- 
tezza dell'ultima produzione ruzantesca (ragione fortissima, se ce 
ne fosse bisogno, per l'inawicinabilità di Betìa e Anconitana): la 
gara di canto, il racconto delle feste trascorse, le corse e le esibi- 
zioni del vecchio, il tafferuglio deUa partenza di Tomao e Ruzante 
per il convegno amoroso, ma al tempo stesso le trame romanzesche 
(dove è già la competizione con le specialità della novella, prima, e 
della commedia letteraria, poi) di un versante toscaneggiante in via 
di rapido frammischiamento ai movimenti dell'ambito rusticale. 



Un movimento analogo si ripropone sul versante elettivo del teatro 



14. Cfr. Padoan '78 p. 189: «...bilico tra realismo e letteratura, contado 
e città, dialetto e lingua colta, la cui antinomia egli stesso [Ruzante] aveva 
teorizzato ». 



Introduzione 13 

del Calmo, quello del repertorio cittadino veneziano, e appare anzi 
estremamente probabile (a giudicare da quanto ci è giunto) che 
il primato spetti in questo senso proprio alla sperimentazione cal- 
miana, se non alla Rodiana in particolare, opera che per prima sem- 
bra contemplare l'applicazione di un ventaglio di caratterizzazioni 
plurilingui nel quadro di una commedia d'impianto letterario, almeno 
riguardo a un progetto deliberato, mentre l'esecuzione scenica (come 
ci è testimoniato dall'Aretino relativamente alla recita della sua 
Talanta) forse non disdegnava sovrapporre le coloriture espressive 
proprie del bagaglio buffonesco a esemplari di quel tipo.'^ 

Evidentemente il discorso non si pone per la Rodiana nei sem- 
plici termini di un accostamento indifferente, ma come incrocio per 
competizione che interessa più generalmente il rapporto del reper- 
torio cittadino (plurilingue e pluridialettale) col modello di com- 
media "letteraria" in toscano, allora in notevole affermazione tra 
i letterati veneziani. Si tratta ovviamente di un terreno d'indagine 
complesso, che qui si pretende soltanto percorrere per saggi limitati, 
relativamente al modo in cui la questione si impone all'attenzione 
a partire dall'equilibrio (ma, vedremo, meglio dallo squilibrio) 
delle linee di tendenza manifestate dalla Rodiana. 

L'accesa poliglossia di questo testo, come si è detto, risulta sin- 
golarmente disgiunta dal suo retroterra tradizionale, quello dell'am- 
bientazione cittadina veneziana, al contrario di quanto accade nelle 
altre due commedie calmiane che possono definirsi in senso stretto 
plurilingui, cioè Spagnolas e Travaglia: greghesco, todesco, schia- 
vonesco, accanto alla triade consueta di veneziano, pavano e berga- 
masco, sono proiettati su un fondale da commedia sui generis, dai 
particolari (accessori, però abbastanza precisi e probabilmente im- 
posti da finalità celebrative dirette) da piazza parmigiana. Ciò mo- 
stra già benissimo la collocazione del plurilinguismo calmiano: d'a- 
scendenza mimetica di raggio cittadino, nell'imitazione (peraltro 
attentissima) degli idiomi allotti, delle cadenze grosse dei dominati 
di terraferma, delle coloriture arcaiche o degli espressivismi gergali, 
ma tendente all'ipercaratterizzazione comica e al pastiche, in via op- 
posta e assolutamente divergente (così ha osservato Gianfranco 



15. In una lettera del maggio 1542 l'Aretino recrimina, per esempio, un 
episodio di intromissione di elementi della pratica buffonesca nella sua Talan- 
ta, «... recitata nel modo che piacque ad un prosuntuoso che, nel ridurla 
in diverse lingue da plebe., di quasi buona la ritornò più trista che non è 
l'armonia d'uno istromento perfetto sonato da mano tanto rustica quanto 
ignorante» (cfr. Lettere p. 866). Sull'episodio cfr. Padoan '82 p. 205. 



14 Introduzione 

Polena) a quella di un « plurilinguismo organico », come è nel caso, 
però appartato e privo di caratura comica, della Veniexiana}^ 

Questo travaso del bagaglio cittadino veneziano, con le sue carat- 
terizzazioni linguistiche, dentro al generico spaccato di piazza della 
scena comica, mette più propriamente in luce l'emergenza di una 
duplicità che comincia a porsi in maniera più sfaccettata, ovverossia 
meno libera, di quanto potesse darsi in precedenti mescidanze di 
dialetti veneti e di toscano letterario in opere come Vaccaria e 
Anconitana. Più chiaramente, l'uso del toscano letterario non rap- 
presenta più una componente in libero accostamento in una costi- 
tuzionale interagenza, né può, o vuole, peraltro ancora delinearsi 
come registro particolare, a partire da un'operazione di ricodifica. 
Il rapporto tende insomma a rivelare un'opposizione tra due con- 
venzioni statutarie della finzione, reciprocamente alternative. 

La polemica sul plurilinguismo, che corre parallelamente sui 
binari dei prologhi dichiaratori tanto delle commedie del Calmo, 
del Giancarli e del Negro che di quelle dei letterati veneziani più 
versati nel genere, col Dolce in testa, riguarda appunto l'opposi- 
zione (postulando la possibilità di mediazione o l'estraneità, a se- 
conda dei casi) di questi criteri: e si pensi, sulla sponda opposta, 
al Dolce « traduttore » in toscano della Piovana di Ruzante nel suo 
Koffiano'' 

Un documento fondamentale in questo senso resta indubbiamente 
il già menzionato proemio commissionato dal Calmo a Sisto Medici, 
la cui ultima parte rappresenta propriamente un discorso apologe- 
tico sul teatro plurilingue. L'acume del dotto personaggio ha modo 
di manifestarsi anche a proposito dei casi di una materia tanto 



i6. Cfr. le osservazioni di G. Padoan neìViKtroduzione a La Veniexiana, 
p. 27; Polena p. 1508. Sulla tradizione veneziana plurilinguistica cfr. Corte- 
lazzo '80. Il funzionamento dei « diversi linguaggi » è stato acutamente ana- 
lizzato dalla Lazzerini {'jj p. 51 e sgg.). 

17. Cfr. in Padoan '82 il capitolo La commedia " regolare ", pp. 184-215. 
Da questo punto di vista, in più stretto collegamento al Calmo, particolar- 
mente interessante risulta la produzione comica del Parabosco. Segnalo qui 
en passarti, relativamente alla Rodiana, i numerosi prestiti del Marinaio, che 
giungono fino alla vera e propria traduzione di alcuni passi in toscano lette- 
rario (magari colorito e attento alla resa espressiva); si paragoni, a titolo d'e- 
sempio, questa battuta del Nigromante alle frasi di Simon che condensa e 
riassume (in part. 11,64-66): « Orsìi, dispogliatevi la veste. Ancora pigliate 
questa candela di cera benedetta in mano; fatevi qui in mezzo, né dite parola 
nessuna mentre ch'io vi faccio intorno questo circolo magico, né rispondete 
mai se non a me, né vi spaventate di cosa nessuna e non abbiate paura di 
essere portato da spirito nessuno in altra parte, perché finché siete qui in 
questo circolo voi non potete essere in altro loco. » (ni se. 7). 



Introduzione 15 

distante dalle sue cure abituali, in modo da offrire una pista di 
sicura centralità; ancora più interessante, forse, se si procede a un 
confronto delle argomentazioni sostenute. Da un lato si palesa 
quella finale, dal tono risolutivo ed energico: essa designa un'op- 
posizione di largo raggio, separando le zone di competenza della 
letteratura e dello spettacolo: 

Chi vele intender la eleganzia della lingua italiana non la ricerchi in 
questi spettacoli, ma admirino il Bembo, il Tressino, il Sperone, il N., 
il N.: nelle comedie nui desideriamo con raggionamenti consueti a ciasca- 
duno far nascer l'allegrezza, il saporito riso, il giocondo plauso degli spet- 
tatori. 

Il passo, che contrappone una via veneta al toscano illustre alla 
competenza scenica, è piuttosto noto e citato; meno nota e citata 
risulta invece una sorta di captatio henevolentìae iniziale, non per- 
fettamente omogenea alla conclusione e forse più vantaggiosa, nel suo 
consentire un inquadramento ristretto; essa fa i conti con il toscano 
letterario sfruttato in commedia, palesando così la reale opposizione, 
che si dà infatti non tanto nell'ordine delle competenze ma delle 
possibilità di focalizzazione dello statuto linguistico dei personaggi: 



So che li vostri generosi spiriti amano le comedie di subbietti arguti e 
giocondi, ma però di casi facili da intender con parole cotidianamente 
usate, dove le persone da diverse patrie parlino nel nostro idioma, in mo- 
do che noi rallegriamo i spiriti e faciamo solletico e gatuzole alle orec- 
chie del core. 

Si descrive qui una situazione in cui lo spettatore accetta come 
criterio di verosimiglianza l'adeguamento di tutti i personaggi, sep- 
pure provenienti da « diverse patrie », a un medesimo codice lingui- 
stico: questo è il principio vigente nella commedia " letteraria ". 
Esattamente alternativa a questa risulta un'altra possibilità, disap- 
provata (nei termini contingenti della polemica in cui il prologo 
interviene) dai detrattori del plurilinguismo; in essa ovviamente il 
Medici addita la specialità calmiana: 

Vorrebbono costoro che un greco o dalmatino, parlando in italiano, 
favellasse con gli accenti e modi toscani, il che non è men fori del ordi- 
nario che se un bergamasco avesse a parlar in fiorentino o un fiorentino 
in bergamasco. 



i6 Introduzione 

E si noti che quanto potrebbe apparire come puntualizzazione 
contraddittoria rappresenta in realtà una precisa descrizione: assur- 
do è che un greco o dalmatino usi « gli accenti e modi toscani », 
mentre il fatto che « parli in italiano » (dove si recupera nel pastiche 
un'articolazione da lingua franca reale) sembra altrettanto indiscu- 
tibile: ciò significa che la sua lingua teatralizzata dovrà fondarsi 
su una base convenzionale ("veicolare", potremmo dire) di comu- 
nicazione. Così suona l'elogio del «mirabile» Calmo: 

El ti fa un giardino di molti fiori e frutti eletti e suavissimi, di molte 
sentenzie in varie sorti di lingue, accenandoti i modi de diverse persone 
e reggioni . . . 

Secondo la descrizione del Medici, davvero attentissima, si deli- 
neano due possibilità di connessione di ruolo e lingua: da una parte 
il personaggio viene definito da una precisa caratterizzazione lin- 
guistica, dall'altra un livellamento sul toscano letterario disgiunge 
tale corrispondenza. 

Ciò torna di grande utilità per una più attenta considerazione dei 
testi plurilingui calmiani: piatta e inessenziale si dimostra intanto 
ogni pretesa di incasellamento in linee " popolari " o " erudite ", 
laddove Rodiana e Travaglia (mentre solo la Spagnolas si caratterizza 
nel rispetto esclusivo di uno dei due principi) intrecciano entrambi 
i criteri. Se la prima conta soprattutto, ma non esclusivamente, come 
personaggi " toscani " quelli che tali sono per inerzia di codice, 
come i giovani, la seconda estenderà sensibilmente la tendenza pre- 
cedentemente appena in atto: ecco che personaggi voraci e grezzi 
(si pensi a Rabbioso e in particolare alla coppia, dagli insistiti appe- 
titi sessuali, formata da Briccola e Sticina) smettono all'occasione 
i consueti pavani e bergamaschi per il registro toscano, appena tin- 
teggiato in senso espressivo. 

L'incrocio di due differenti, e teoricamente opposti, principi con- 
venzionali della finzione, intesa come fecalizzazione dello statuto 
linguistico dei personaggi, provoca questa oscillazione davvero fon- 
damentale, che ha parte larghissima nell'evoluzione dell'esperienza 
calmiana. Sua conseguenza più visibile risulta uno scollamento di 
ruolo e lingua, esito che rappresenta a ben riflettere l'unica possi- 
bilità di mediazione tra i due codici in causa: Lucia Lazzerini aveva 
acutamente osservato, all'interno del campo delle caratterizzazioni 
plurilinguistiche e pluridialettali, una contaminatio determinante « la 
rottura dell'abbinamento consueto tra ruolo e personaggio », ora 
con « vistosi esempi di dislocazione totale » (per esem.pio il greghe- 



Introduzione 1 7 

SCO per la ruffiana Cortese del Travaglia e tutte le attribuzioni "alte" 
del bergamasco, sottratto al prototipo facchinesco, come qui con 
mistro Simon) ora con « scambi temporanei » o « incastri linguistici 
tra i personaggi ».^* Queste preziose osservazioni sembrano signifi- 
cativamente integrabili dal fenomeno ora analizzato del doppio 
codice e delle non meno vistose attribuzioni, con libertà di registro, 
del toscano letterario. 

Accanto alla persistenza basilare di alcuni livelli connotativi (ov- 
viamente anzitutto il veneziano in farcitura ribobolaia e avvocatesca 
del vecchio), si dà un gioco continuo di scambi incrociati: una 
retrospezione può essere immediatamente offerta da una semplice 
comparazione, prendendo come base la lista degli interlocutori della 
Rodiana, con i rapporti di ruolo e lingua parallelamente testimo- 
niati dalla restante produzione calmiana: non solo le corrispondenze 
fisse appaiono pochissime ma in esse, in un certo senso, si palesano 
gli stessi casi limite in funzione demistificante: tralasciando il to- 
scano dei giovani e delle " m.adonne " e il tedesco del lanzo avvi- 
nazzato, è proprio nei due registri base veneziano e pavano che si 
celebra autoironicamente il piacere e l'artificio dei diversi linguaggi: 
da un lato il « plurilinguismo di faticosa acquisizione » di Cornelio 
(iv,92), dall'altro il «plurilinguismo fraudolento» di Truffa (11,91 
e sgg.).'^ E nel personaggio di Truffa si dà peraltro un caso unico 
e altamente rappresentativo: gentiluomo in abito e favella da vil- 
lano, pronto a osservazioni penetranti su un travestimento inutile 
ai fijii di un qualsiasi colpo di scena (1,36 e sgg.). 



Spostando l'analisi al piano tematico, il carico dei temi roman- 
zeschi, dell'impianto di commedia "letteraria" consente per la Ro- 
diana finalità chiaramente leggibili, ovvero la tendenza eclettica fin 
qui descritta tende a caratterizzarsi da questo particolare punto di 
vista (parafrasando una brillante definizione di Franco Fido)^ come 
apertamente programmatica, parodica e autoriflessiva: tanto che il 
prologo annuncia quanto gli deve seguire come una chiamata a rac- 



18. Lazzerini 'jj pp. 78-80, le cit. sono tratte da p. 79. 

19. Le cit. tra virgolette sono tratte da Cortelazzo '80 p. 193. 

20. Cfr. Fido, in part. p. 196, dove si legge del « programmatico ed ecletti- 
co " artificio " della Rhodiana », e dove è detto ancora che essa rappresenta 
«... un vero catalogo o regesto dei materiali con cui si fabbricavano commedie 
a metà del Cinquecento ». 



i8 Introduzione 

colta di « tutte le bagatelle che griacchiano in su le ciancie della 
scena » (PR,ii). 

E difatti il modello invocato è il prologo del Marescalco dell'Are- 
tino: l'istrione ne riprende non solo l'artificio dell'esibizione soli- 
taria (mimando in luogo dei principali personaggi della scena i 
principali mestieri del mondo), non solo il gusto per la tirata stra- 
ripante e ambiguamente allusiva, ma il principio stesso che può 
regolare una siffatta raccolta di materiali tanto diversi. La premessa, 
insomma (e Lucia Lazzerini si è già proficuamente intrattenuta al 
proposito),^' appare propriamente come un pastiche di tributo emu- 
lativo: la matrice che caratteiizza questa esperienza è aretinesca, lo 
ribadisce la menzione diretta del « frappalone », che più in là negli 
anni sarà detto « licenziosa Pizia e oracolo manazzoso », quando il 
Calmo gli si dichiarerà « come da fio a so missier pare » {Lettere 
111,13). 

Ma il prologo sottolinea soprattutto, giunto alla sede canonica 
dell'argomento, il disinteresse per la conduzione dell'intreccio, di 
cui comincia l'esposizione per poi impaludarla in divagazioni late- 
rali; aggiungendo che la conclusione di questa, come di ogni altra 
commedia, è già in anticipo scontata in una « pazziazza di marcone » 
(alla lettera, un gran fottimento finale: cfr. PR,ii), punto d'arrivo 
di riappacificazioni e riconoscimenti a catena. Ciò equivale a privare, 
fin dal principio, l'agnizione di tutto il suo mordente, giocandola 
a carte scoperte in un'eversione burlesca. Citiamo qualcuno dei 
ricorrenti segnali, a titolo d'esempio: Demetrio esibisce come se- 
gno di riconoscimento alla moglie perduta e improvvisamente ritro- 
vata un dito che quella gli morsicò durante il parto; altrove il 
servo Truffa, passando dal pavano al toscano, rivela a Roberto di 
essere un gentiluomo travestitosi da contadino in seguito a un amore 
sventurato, salvo a non trovare poi nel resto della commedia (e 
non certo per negligenza d'autore) l'occasione buona per scoprire 
pubblicamente la sua identità; basti dire, infine, che al momento del 
congedo (im attimo dopo il termine di ritrovamenti e riappacifica- 
zioni e un attimo prima dell'inizio dei festeggiamenti) un incendio 
manda a fuoco la casa, annunciato dalle urla della servetta saracena 
che corre suUa scena a dare l'allarmie: del resto il prologo aveva 
promesso un finale senza abbracciamenti freddi e nozze magre 

(PR,I2). 

Sotto il profilo tematico l'interagenza di vari generi e repertori 
21. Cfr. Lazzerini '77 pp. 37-45. 



Introduzione 1 9 

diventa cosi un pretesto per una continua oscillazione che conosce 
una sola traiettoria principale, la contropartita parodica rispetto allo 
statuto della commedia e alle sue norme istituzionalizzate, ben note 
allo spettatore e quindi godibilmente ribaltabili. Accanto a questo 
percorso, sentiero ricco di andirivieni tra prologo ed epilogo, si 
danno numerosissime le digressioni laterali: zeppe spettacolari deli- 
beratamente farsesche nell'utilizzo dei più svariati modelli. Due 
casi, alquanto diffe'renti, possono fornire al proposito due esempi 
altamente rappresentativi in questo senso, risparmiandoci molti pre- 
liminari discorsivi. 

Il quarto atto (cfr. par. 45-63) contiene una sceneggiatura abba- 
stanza minuziosa della quarta novella della settima giornata del 
Decameron: il caso ragguaglia di un modo assolutamente anomalo 
di utilizzare uno spunto novellistico. Mi limito a riportare il sunto 
dell'originale: « Tofano chiude una notte fuor di casa la moglie, 
la quale, non potendo per prieghi rientrare, fa vista di gittarsi in 
un pozzo e gittavi una gran pietra; Tofano esce di casa e corre là, 
e ella in casa se n'entra e serra lui di fuori e sgridandolo il vitu- 
pera ». Tofano, dopo che monna Ghitta ha gettato la pietra nel 
pozzo, esce precipitosam.ente di casa e afferra una secchia legata a 
una fune (par. 19): è un particolare secondario nella novella, dato 
che Tofano non riesce nemmeno a servirsi di quel possibile mezzo 
di salvataggio, poiché la moglie ha già capovolto la situazione rien- 
trando in casa. È invece questo lo spunto sul quale il Calmo fonda 
il viraggio al farsesco del modello, trasformando la secchia, dato 
che il pozzo è divenuto il fiume Parma, in una piccola rete da pesca. 
Se la pretesa di far aggrappare una persona alla secchia con cui si 
ottinge acqua dal pozzo può essere plausibile, un salvataggio con la 
reticella è evidentemente grottesco e surreale, e del resto il vecchio 
sottolinea tutta la sua imbecillità nell'invito «vien in vòega!» (iv,^/). 
Così la stessa ripresa dalla novella di particolari di primo piano 
(l'arringa della donna alla finestra contro i vizi del marito, per esem- 
pio) viene travolta dall'elezione di un dettaglio insignificante accor- 
tamente dilatato. La teatralizzazione rappresenta in questo caso, 
come azione rapidamente scorciata, il coagularsi della vicenda in- 
torno a uno spunto che fa del trascurabile un'occasione comica: e 
per apprezzare questo procedimento non resta che da rileggere, 
comparandole secondo questo principio ai rispettivi modelli, due 
commedie come Vìorina e Pozione?^ 



22. Un'attenta considerazione di questa parte della produzione calmiana 



20 Introduzione 

Il secondo esempio riguarda invece non l'uso anomalo di una 
fonte pur sempre tradizionale per la commedia rinascimentale, ma 
l'utilizzo di un modello assolutamente impensabile. La scena del de- 
lirio plurilingue di Truffa risulta infatti il calco sceneggiato di un 
passo evangelico: la parodia biblica, a brevi tranches e soprattutto 
per citazioni sgangherate, è una costante dei testi calmiani, secondo 
modi tradizionali: altra cosa, evidentemente, la manipolazione in 
accorta azione teatrale. Roberto, in abito da prete, fìnge di esorciz- 
zare il servo Truffa, indemoniato solo per stornare i sospetti del 
vecchio Cornelio relativi all'adulterio appena consumato ai suoi 
danni; la scena è rifatta sull'episodio dell'indemoniato di Cerasa, 
probabilmente secondo il testo di Marco (8,6-13). ^^ lì viene lo 
spunto centrale, quello di uno spirito che è insieme molti spiriti: 
« Quod tibi nomen est? », chiede Cristo, mentre la domanda del 
prete fittizio («...ditemi i nomi vostri...», 11,88), rivolta oltre- 
tutto allo « squadro » dei demoni, sembra conoscere già la risposta: 
« Legio mihi nomen est, quia multi sumus » (8,10). Legione: nome 
proprio e riferimento a una molteplicità, è questo il particolare che 
viene caricato comicamente, nell'immaginare uno spirito che si 
suddivide a occupare le varie parti del corpo, acquistando per cia- 
scuna di esse una lingua diversa: l'uscita degli spiriti diviene una 
passerella di voci che sfilano una dopo l'altra, fino all'apparizione del 
demone albanese, ritardatario perché il più distante dalla bocca, 
trovandosi a occupare i piedi. Dal testo evangelico sono visibilmente 
ricalcate peraltro, oltre alla scansione generale dell'episodio, le for- 
mule di esorcizzazione («Exi, spiritus immunde, ab homine»: cfr. 
par. 97, 99, 100 ecc.), la richiesta finale, seguita dal consenso, che 
il demone rivolge, di incarnarsi altrove (muta, ovviamente, la meta), 



(solitamente liquidata in modo sommario) è venuta dai saggi di Padoan ('82 
pp. 176-183) e Fido (pp. 201-207). La lettura della Fiorina calmiana, come 
rifacimento parodico d'impianto farsesco del modello ruzantesco, è stata ora 
approfondita rispetto a quelle indicazioni da G. Padoan in un contributo spe- 
cifico. Il problema di un rapporto sottile istituito dalle opere calmiane con 
i rispettivi modelli (tanto più sottile, si potrebbe aggiungere, quanto più 
flagrante e disimpegnata si fa l'imitazione) è indubbiamente tra i più impor- 
tanti: di grande utilità mi sembrano in generale le indicazioni di G. Belloni 
relativamente alle Bizzarre Rime (cfr. p. 281 e sgg.), dove il rapporto tra 
"imitazione" (talora trasposizione e talora mistificazione) e "parodia" palesa 
un « messaggio (. . .) non chiuso dal suo stesso codice poetico » (p. 283), che 
necessita di un lettore (e probabilmente di uno spettatore, per il teatro) « che 
conosca il giuoco non solo, ma le sue varianti » (ibid.). Le Lettere, e i primi 
tre libri in particolare, potrebbero consentire, a mio avviso, un'applicazione 
particolarmente fruttuosa di queste osservazioni. 



Introduzione 



21 



nonché, al principio della scena, le parole rivolte dall'indemoniato 
a colui che vuole accingersi a Hberarlo dalla possessione diabolica: 

Quid mihi et tibi, lesu Fili Dei altissimi? adiuro te per Deum, ne me 
torqueas. 

{Mr 8,8) 

...no me dar fastibio, prieve poltron! (...) che creditu de fare? 
(...) no me tromenté, ch'a' vuò star chi entro! 

(11,98) 



Differenti punti di osservazione hanno fin qui concorso a definire 
l'orizzonte della Kodiana come in certo modo intermedio tra libera 
commistione e deliberata codificazione, ed eclettico, conseguente- 
mente, con differenti gradi di coscienza, dall'apertura sperimentale 
al rovesciamento parodico. Una serie di considerazioni conclusive 
andrà ora appimtata a un'altra caratteristica che in particolare con- 
traddistingue questo testo, in uno scarto che si dà tra rappresen- 
tatività complessiva e peculiarità di genere. Con ciò si vuol dire che 
la commedia si offre come stimma dei vari momenti e orientamenti 
del teatro calmiano, che in essa risultano visibili come in filigrana, 
e insieme quale esperienza per certi versi isolata all'interno del ge- 
nere teatrale in cui a maggior diritto rientra. 

Nelle opere teatrali del Calmo che si possono a rigore dire pluri- 
lingui, e così ancor più in quelle del Giancarli e del Negro, non 
risulta infatti così vistosa l'eversione parodica delle regole statutarie 
e dell'armamentario di luoghi comuni della commedia che qui ha 
tanta parte. Tale dimensione è viceversa ben testimoniata come co- 
stante, se non addirittura come matrice strutturante, nella produ- 
zione calmiana che può invece meglio dirsi pluridialettale: eccet- 
tuato il caso del S alt uzza (unico esempio di commedia pluridialet- 
tale " regolare ", come del resto abbiamo detto la Spagnolas rap- 
presentare un esempio integrale di commedia cittadina plurilingue), 
testi come Fiorina, Pozione e Egloghe Pastorali sviluppano a fondo 
questa direzione parodica, nel ribaltamento di convenzioni, finali, 
principi statutari, con procedimenti demistificanti come quello più 
sopra analizzato dell'accorta dilatazione di particolari trascurabili. 
La disgiunzione appare netta: non solo questi sono tutti testi 
veneto- toscani (solo un'Egloga contempla una maga greca in un 
ruolo secondario, mentre coloriture alloglotte sono in altri due casi 
confinate nel prologo, fuori dal corpo di commedia) ma di dimen- 



22 



Introduzione 



sioni assai ristrette e dunque privi di andirivieni rapsodici e di pa- 
rentesi digressive, dove lo svolgimento è limpidamente lineare. 

A paragone della Rodiana, il Travaglia, seppure prossimo per di- 
mensioni e organico di compagnia necessario, risulta per alcuni 
versi nettamente distinguibile, imparentandosi semmai più stretta- 
mente alla Zingana del Giancarli. Anzi, quest'ultima (che segue di 
soli quattro anni la Rodiana) contiene in un passo del prologo una 
concettualizzazione assai stringente del rapporto intrattenuto dopo 
una certa data, seppure di poco posteriore, dal repertorio cittadino 
con le componenti della commedia d'impaginazione letteraria, den- 
tro la cornice di quella: 

Io non vi fastidirò altramente nel dirvi l'amore di Acario con Stella, 
l'astuzie di Spingarda suo servo, nemeno la lite di Garbuglio villano e 
di Martino bergamasco, opure li rubbamenti e tratti della Zingana o 
quelli di Agata ruffiana, perché questi non sono membri della comedia; 
ma fate conto, madonne mie gentili, che siano quelle perle, quelle caltene, 
quelle cuffie e que' gioielli che portate per parer più belle, più adorne 
e più graziate, ancora che senz'esse, belle, adorne, graziate sareste.^ 

Lungo il filo degli episodi citati si ricostruisce non solo il ver- 
sante delle azioni cosiddette " laterali " rispetto al corpo dell'intrec- 
cio centrale della Zingana, ma delle zone in cui tengono campo i 
personaggi dialettali e alloglotti: per esempio la' Zingana, oltre a 
essere una figura-tassello che sblocca l'intrigo avviato da un antico 
rapimento, svolge coi suoi « rubbamenti » un'azione sì ulteriore e 
accessoria, dove però lo spazio è tutto riservato alle suggestioni 
offerte dalla caratterizzazione araba della sua lingua; così il greco 
Acario innamorato, così la ruffiana e imbellettatrice Agata (quasi 
una Celestina veneziana), così ancora il villano e il bergamasco che 
vengono a zuffa, ma con una scansione da " contrasto ", per la ven- 
dita di un cavallo. Vi sono insomma « membri » della commedia 
(ove la metaforizzazione anatomica è certamente significativa) e non 
indispensabili, ma tuttavia godibili e preziosi, «ornamenti»: e a 
questi ultimi, è doveroso aggiungere, spettano insieme alla caratte- 
rizzazione ambientale tutte le occasioni comiche. A tali requisiti (e 
qui si inquadra peraltro un articolato rapporto del dare e dell'avere 
tra i due autori) obbedisce sostanzialmente anche il Travaglia del 
Calmo, che realizza parimenti una meditata fusione di una selvosa 



23. Cfr. Giancarli, Zingana e. 4r. 



Introduzione 23 

struttura chiusa d'intreccio con una aperta di spettacolo, composta 
al contrario di singoli inserti eterogenei: così un teatro delle peri- 
pezie si controbilancia, sullo sfondo di una Venezia cosmopolita, 
a un teatro del trattenimento giocoso. 

La struttura della Zìngana e del Travaglia testimonia una più 
accorta ridistribuzione delle componenti interagenti e l'accantona- 
mento di una preponderante parodia autoriflessiva: la disgiunzione 
tende a identificare da una parte un genere misto di consistenti 
proporzioni e da un'altra un condensato ridotto a misura di farsa, 
di direzione esclusivamente tendenziosa, nel suo confrontarsi a 
rifare burlescamente il verso a generi (l'egloga pastorale) o a precisi 
testi {Fiorina di Ruzante, Mandragola). 

Al di qua di questa separazione, a guisa di compendio che al 
contrario trae spunto da quegli squilibri che saranno in seguito 
spianati e ricomposti, sta la Rodiana, col suo primato di arditezza 
bizzarra e di lambiccamento sperimentale, col suo risvolto di godibile 
precarietà. 



Nota al testo 



I . LA TRADIZIONE DEL TESTO. 

La tradizione della Rodiana si scinde - su sei stampe reperite - in 
due serie ben distinte: la veneziana, vivente Calmo, e la vicentina, poste- 
riore alla sua morte; tutte le edizioni portano sul frontespizio il nome di 
Ruzante. Quanto si è accennato neW Introduzione a proposito del furto 
del testo, evidenziando l'improvviso cambio di editore da parte del Calmo 
nel 1^53, esclude a maggior ragione (se mai ve ne fosse bisogno) la 
presunta esistenza, come da notizia infondata del Lovarini, di una 
princeps Alessi del 1^51 (cfr. pp. 11 5-1 19). Il fatto risulta ampiamente 
smentito per altre vie e in maniera inconfutabile, dato che alla segnatura 
indicata dal Lovarini per l'esemplare in causa (Archiginnasio di Bologna, 
8 Lett. ital. Teatro, Caps. D 3 n. 24) corrisponde, come ha verificato 
Lucia Lazzerini, una normalissima copia dell'edizione Alessi 1553 (cfr. 
'77 p. 30). La diffusione di questa notizia presume quindi, fino alla retti- 
fica della Lazzerini, un mancato controllo dell'esemplare. La princeps 
resta cosi, senza alcim dubbio, l'edizione Alessi del 1553. 

Ecco una descrizione delle stampe reperite, che sono peraltro le sei 
già segnalate dal saggio bibliografico di Nereo Vianello (cfr. pp. 231-232): 



Al (1553): RHODIANA / COMEDIA / STUPENDA ET / ridiculosissima 
piena d'argutis- / simi moti, & in varie lin- / gue recitata, ne mai / più 
stampata. / COMPOSTA PER IL / famosissimo Ruzzante. / Con Gratia 
& Privilegio. / (M.T.) / IN VINEGIA, appresso Stephano di Alessi, / alla 
Libraria del Cavalletto, Al fontico / dei Tedeschi, in calle della Bissa / 1553. 
[nel colophon: ] IN VINEGIA, appresso Stephano di Alessi, / alla Libraria 
del Cavalletto, al Fontico dei / Tedeschi, in calle della Bissa. 

Fa (1561): RHODIANA / COMEDIA / STUPENDA, ET RIDICU- / losis- 
sima, piena d'argutissimi motti, / in varie lingue recitata. / COMPOSTA 
PER IL FAMO- / sissimo Ruzzante. / (M.T.) / IN VINEGIA, APPRES- 
SO / DOMENICO DE FARRI / M.D.LXI. 
[nel colophon:] IL FINE. 

Bo (1565): RHODIANA / COMEDIA / STUPENDA, ET RIDICU- / losis- 
sima, piena d'argutissimi motti, / in varie lingue recitata. / COMPOSTA 
PER IL FAMOSISSIMO RUZZANTE / (M.T.) / IN VENETI A, / Ap- 
presso Giovanni Bonadio / 1^65. 
[nel colophon: ] IL FINE. 

Gr (1584): in: TUTTE / LE OPERE / DEL / FAMOSISSIMO / RUZAN- 
TE, / DI NUOVO CON SOMMA / diligenza rivedute & corrette. / Et 
aggiuntovi un Sonetto, et una Can- / zone dell'istesso Auttore. / Al M. 



Nota al testo 25 

Magnifico S. Vespasiano Zogiano / Gentilhuomo Vicentino. / (M.T.) / Ri- 
stampate l'anno del Signore M.D.CXXXIIII. 

RHODIANA / PRIMA [riferito alla numerazione] / COMEDI A / STU- 
PENDA, ET RIDICULOSISSIMA, Piena d'argutissimi motti, in va- 
rie / lingue recitata, / DEL FAMOSISSIMO RUZANTE. / ET DI NOVO 
CON SOMMA / diligenza riveduta, & corretta. / (M.T.) / Ristampato 
MDLXXXIIII. 
[nel colophon:] IL FINE DELLA / Rhodiana Comedia. 

Pe (1598): RHODIANA / COMEDIA / Stupenda, & ridiculosissima / DEL 
FAMOSISSIMO RUZANTE / Piena d'argutissimi motti, in varie lingue 
recitata. / Di novo con somma diligenza riveduta, / & corretta. / (M.T.) / 
/ IN VICENZA, / Appresso gli Heredi di Perin Libraro. 1598. / Con 
Licentia de' Superiori. 
[nel colophon: ] Il fine della Rhodiana Comedia. 

Am (1617): RHODIANA / COMEDIA / Stupenda, & ridiculosissima / DEL 
FAMOSISSIMO / RUZANTE / Piena d'argutissimi motti, / in varie 
lingue recitata. / Di novo con somma diligenza riveduta, / & corretta. / 
/ (M.T.) / IN VICENZA / Appresso Domenico Amadio. MDCXVII / Con 
licenza de' Superiori. 

Prima di procedere oltre conta segnalare una seconda questione, più 
intricata di quella riferita dal Lovarini, che emerge dalla Drammaturgia 
di Leone Allacci: oltre ad Al e Fa si registra un'edizione Bonadio, ma 
del 1584 anziché del 1565 e in dodicesimo, anziché in ottavo; si conta- 
no quindi, oltre a Pe ed Am, un'edizione 1565 per cui non si specifica 
altro, nonché una stampa s.n.t., per cui, tra parentesi, si rinvia a Gr 
per Io stampatore e a Venezia, anziché Vicenza, per il luogo. Sarà neces- 
sario un minimo confronto degli anni e dei formati delle stampe in causa: 
Gr è intanto tra le stampe reperite l'unica in dodicesimo, formato che 
l'Allacci attribuisce a una ristampa Bonadio, il fatto sospetto è però 
che questa edizione viene registrata con l'anno di Gr. A questo punto 
una confusione degli estremi pare senza dubbio ipotizzabile, nonché 
enunciabile con discreto margine di sicurezza: difatti si nota la registra- 
zione di una stampa del 1565 mancante di tutti gli estremi, trasferiti 
puntualmente ad una stampa Bonadio che conta però l'anno di Gr; e 
una ridistribuzione tra la stampa del 1565 (cioè Bo) e Gr delle descri- 
zioni pare imposta anche dallo scambio Venezia-Vicenza, non altrimenti 
giustificabile. Risolutiva è peraltro la testimonianza dello Short-Title del 
British Museum che testimonia per il Bonadio come anni d'attività il 
1562-63, insieme a D. Farri, e il 1563-65, in proprio (cfr. s.v. Bonadio 
Giovanni). 

La tradizione del testo è descripta: a partire da Al ogni testimone 
risulta antigrafo del successivo; la riproduzione della già più che preca- 
ria lezione della princeps procede per degradazione progressiva, fatto 
salvo che per il ruolo di Gr, capace di tentare un restauro testuale, pur 
rifacendosi a Bo, e con congetture in alcuni casi assai sagaci. 

Ecco una documentazione sintetica dei rapporti tra i testimoni: 



26 Nota al testo 

Al + tradizione successiva: 

Il monologo iniziale del greco Demetrio contiene già in Al un banalis- 
simo errore meccanico, che si trasmette in F^ e Bo: « . . .vogion diri 
comon disi chelo valendo, mo de nero dendro de la so odissea ...» 
(cfr. 1,1 ); Gr offre invece la lezione valendo homo, che parrebbe sulle 
prime determinare rapporti con un esemplare a noi ignoto. La prova in 
senso contrario viene da una frase di poco successiva: ¥a, infatti, intro- 
duce rispetto a un mili voldi di Al (" mille volte ": cfr. 1,4), per bana- 
lissima svista, miti voldi, assolutamente privo di senso, che passa quindi 
a Bo. Gr segue, tentando per congettura un miti voi dì, che non può 
che confermare la distanza della prima stampa vicentina dalla stessa 
princeps. 

lezione esatta: 

Al — > Fa: 

Al « et omnes centum regum » (cfr. 11,70) 

Fa « et omnes cetum regnum » 

Bo idem 

Gr idem et omnes centum reg{n)um 

Pe idem 

Am idem 

Fa-^Bo: 

Al « caroberie » (cfr. 11,69) 

Fa idem 

Bo « carobierie » caroberie 

ecc. idem 

Al « Beatrisa iterum » (cfr. 11,70) 

Fa idem 

Bo « Beatrisa interum » Beatrisa; iterum . . . 

ecc. « Beatrisa interum » 

Bo -^ Gr: 

Al « d'ai cancher che ve vien denanz col cui » (cfr. 11,68) 

Fa idem 

Bo idem 

Gr « d'ai cancher che ve vien denanz ol cui » 

ecc. idem 

d'ai Cancher che ve vien denanz col cui 

Al « le cancare vegne » 

Fa idem (cfr. iv,ioi) 

Bo idem 

Cr « le caghere vegne » 

ecc. idem le cancare vegne 



Nota al testo 27 

Gr _> Pe + Am 

Al « flacum de vin claret » (cfr. ii,iii) 

Fa « flacon de vin claret » 

Bo idem 

Gr idem 

Pe « stacon de vin claret » flacun de vin claret 

Am idem 

Al « longias » (cfr. 11,117) 

Fa « loogias » 

Bo idem 

Gr « loogicas » 

Pe « logicas » longias 

Am idem 



II • PRINCIPI DI TRASCRIZIONE. 

La trascrizione è interpretativa. Sono quindi stati eliminati gli usi 
etimologici o pseudoetimologici di h, ph, mph e //' seguito da vocale: 
la prima è adoperata con valore diacritico e conformemente all'uso moder- 
no (da segnalare semplicemente per il bergamasco che l'introduzione di 
h finale dopo e q g distingue la velare dalla palatale sorda, secondo il cri- 
terio esposto dalla Lazzerini nella Nota al testo della sua ed. della 
SpagKolas, cfr. p. 205; va avvertito anche che nelle parti dialettali a 
chi- seguito da vocale corrisponde in realtà la pronuncia ci-); ph e mph 
si trascrivono rispettivamente / e nf; ti seguito da vocale zi, salvo che 
nelle citazioni latine e nella parlata del tedesco Corado, ove ti pare pos- 
sedere valore connotativo. Que, il cui uso è raro e discontinuo, in alter- 
nanza al di gran lunga ricorrente che è a questo sempre ricondotto, cosi 
cum a con. Si distinguono ovviamente u e v; et e & sono rese con e, 
salvo che nelle citazioni latine, in cui si conserva et, e davanti a parola 
cominciante per e, ove si trascrive ed. La x rappresenta sporadicamente 5 
nel veneziano, e a questa si è sempre ricondotta, tranne che nel caso 
di xa, reso con za; essa corrisponde però nei lemmi greci costantemente 
a cs (con la sola eccezione di 1,1: xodanos - zodanòs) cosi anche nel ber- 
gamasco: si è preferito in questi casi trascrivere cs tenendo conto da 
un lato dell'esempio della Spagnolas, secondo l'ed. Lazzerini, e dell'atte- 
stazione della grafia cs nella princeps del Travaglia, che appare stampa 
singolarmente corretta e probabilmente controllata dall'autore. Le desi- 
nenze plurali atone, con // e ij nell'originale, sono rese con ì. Si è, infine, 
introdotta la f. 

Sono svolte le abbreviazioni di per (p con asta secata) e quel (ql) e 
tutte le nasali sottointese indicate dall'apposito segno sopra la vocale 
precedente; M. è trascritto messer e, per i personaggi dialettali e allo- 
glotti (dove però appare quasi sempre già sciolto), mesier; Ma. madon- 



28 Nota al testo 

na; V.S. vostra signoria; sono sciolti anche i numerali in cifra o sigla. 

L'uso di iniziali maiuscole, abbondante e confuso nella stampa di rife- 
rimento, è ricondotto ai criteri moderni. Alcuni brani, ove si ravvisa 
dell'onomastica giocosa, vengono a porre in questo senso dei problemi, 
laddove non sempre la soluzione risulta pacifica. 

L'accentazione è presente nell'originale saltuariamente se non in mi- 
sura pressoché irrilevante, in qualche caso essa appare peraltro inde- 
bitamente banalizzante, come per esempio in 1,43, nella trasformazione 
di calamita in calamità. 

Si sono accentati tutti i polisillabi tronchi terminanti in vocale, tutti 
i lemmi alloglotti non piani e, con più parsimonia, alcune altre parole 
non piane. 

L'accento si è comunque sistematicamente introdotto in sillaba tonica 
in presenza di caduta della consonante intervocalica (cosi precedente 
come successiva), con estensione del criterio esposto dall'Ineichen per la 
sua ed. del Libro agregà de Serapiom e quindi dal Polena, più ampia- 
mente, per la sua ed. della Bibbia padovana. 

Accento e apostrofo si sono, inoltre, introdotti a distinguere i casi 
di monosillabi omografi che qui si riassumono: 

a " a"; a' pronome, " ai ". an interiez., gr. àv; an' " anche ". bo " buono "; 
bò " bue ". ca " che ", " qua "; cà "cane "; ca' " casa ". chi " chi ", 
" che "; chi " qui ". co " quando "; co " capo "; co' " come ". da " da", 
ted. da; dà " dato " ecc. de " di "; de " date " ecc., gr. Sé, gr. Sé<Slv; 
de " deve "; De " Dio " de' " dei ". di " di " dì " giorno "; di' " dire " 
ecc. do " due "; dò " dato " ecc.; 'dò gr. SòxèScó; do' ted. doch. e " e " 
è " è "; e' pronome, fa vv. ver. fare; fa " fare " (inf.). fé vv. ver. fare; 
fé' " fede ". fo " fu "; fò " fuori ". fra " fra " fra " fratello ". / " i "; 
/ gr. t^vTOl). io "io"; io ted. ja. lo " lo "; lo " lato ". ma " ma "; ma 
" mano " ecc. me " me ", " mio " ecc.; me " mai ". mo " adesso "; 
mò " modo ". na " una "; nà gr. va ava., o " o "; o' " ove ". pò " poi "; 
pò " può "; po' " poco "; 'pò gr. zmùì. san " santo "; san' " sangue ", 
" senza ". si " se ", " sé "; sì " sì" , " cosi ", gr. cm; si' " sei ", " siete ". 
sta " questa "; sta " stato " ecc., gr. erra, sti " questi "; stì gr. cxL 
sto " questo "; sto " stato ". to " tuo "; tò gr. tÒ, " prendi ". ve " vi "; 
ve " voglio "; ve' " vedi ". vi " vi "; vi " vino "; vi' " vedi ", " vedete ". 
vo " vado "; vò " voglio ", " vogliono ". za " già "; za " qua ". zo " giù "; 
zò " ciò ". 

Va inoltre ricordato (cfr. sotto) che tutti i termini alloglotti sono 
ulteriormente contraddistinti dal corsivo. 

Si registrano a parte le distinzioni di se: se " se " (cong.); sé (pron. 
pars.); sé (= xe) (seconda e terza pers. sing. e terza pi. del ver. essere). 
Nell'ultimo caso si usa sé e non sé nel tentativo di rendere la pronuncia 



Nota al testo 29 

reale (cfr. i testi veneti editi dal Pellegrini e dallo Stussi). Infine se' 
" siete " e sé " so ". 

Si distinguono inoltre poi e pòi ("puoi"), voi e voi ("voglio", 
" vuoi "). 

Si sono rispettate le varietà nello scempiamente e nella geminazione 
delle consonanti, come le varietà dei dittongamenti. Legamenti e sepa- 
razioni di parole, avverbi composti, preposizioni articolate sono trascritti 
secondo l'uso moderno, salvo a mantenere per de la e della, su la e 
sulla ecc. l'alternanza tra forme staccate (deboli) e forme unite (forti), 
seguendo il criterio esposto dall'Aquilecchia per la sua ed. delle Sei- 
Giornate aretinesche (p. 433). 

L'interpunzione è stata completamente rinnovata, rispetto all'uso 
odierno; si sono introdotti il punto esclamativo, i tre punti (a indicare 
troncamento o sospensione del discorso), le virgolette e, per i casi sintat- 
ticamente più complessi, le lineette. 

Il corsivo serve a evidenziare le indicazioni di rumori nel testo (rife- 
rite ad azioni compiute dal personaggio), le inserzioni di lemmi alloglotti 
e di formule latineggianti, i titoli d'opera, le didascalie. 

In maiuscoletto si trascrivono le indicazioni d'inizio e fine d'atto. 

Per l'introduzione del trattino ci si rifa sostanzialmente ai criteri 
esposti dall'Aquilecchia (p. 437), ovvero soprattutto per rilevare i compo- 
sti imperativali e i sintagmi nominali. 

Le parentesi uncinate racchiudono le integrazioni congetturali, le pa- 
rentesi quadre (direttamente in apparato) le espunzioni relative alle 
semplici ripetizioni meccaniche o agli inserimenti di un carattere tipogra- 
fico o di una sillaba. Le espunzioni di parole riguardano soltanto i casi 
di varianti e annotazioni incorporate indebitamente dal tipografo nel 
testo, esse sono raccolte in un secondo apparato: il rinvio al luogo cui 
esse si riferiscono nel testo è realizzato con un asterisco. 

L'apparato registra tutti gli emendamenti introdotti rispetto ad Al, 
nonché quei legamenti e separazioni di parole che possiedono un qual- 
che valore interpretativo: precede in trascrizione diplomatica la lezione 
di Al, segue quella adottata. 

L'edizione è accompagnata da una traduzione a fronte che ha solo 
scopi di mediazione dell'originale, da alcune note in calce a quest'ultima 
(estremamente ridotte ed essenziali, peraltro, rispetto alla quantità di 
spunti di vario genere che la commedia offre) e da un glossario. È ne- 
cessario avvertire che la piattezza della versione è calcolata, a evitare 
inutili tentativi di riscrittura di un testo così difficile e composito: essa 
sacrifica a un italiano scolorito le punte espressive, i virtuosismi verbali, 
le scorrettezze e le torsioni che caratterizzano il dettato plurilinguistico. 
Conta inoltre delle approssimazioni per eccesso o difetto di letteralità, 
nel ricalcare in qualche caso l'originale (specie laddove esso tende mag- 
giormente a una simulazione linguistica connotativa non esattamente 
restituibile a una piena intelleggibilità). nell'oifrire in molti casi delle 



30 Nota al testo 

versioni interpretative: in entrambe le circostanze il ricorso alla Nota 

al testo e soprattutto al Glossario permetterà il reperimento di una 

descrizione più precisa o di una discussione delle possibili ipotesi di 
lettura. 



Ili . NOTE DI RESTAURO TESTUALE. 

In questa sede si riassumono tutti gli interventi introdotti rispetto 
al testo di Al, salvo che per le integrazioni, le espulsioni per ripetizione 
di una lettera o sillaba, le inversioni tipografiche, i legamenti o separa- 
zioni di parole (se non nei casi di lemmi greci o tedeschi): per tutti 
questi casi si rinvia direttamente all'apparato. 

Anche in questa parte della Nota al testo la trascrizione è interpre- 
tativa. 



I. Didascalie ed errata attribuzione di battute. 

11)53-55- i nomi dei personaggi risultano invertiti rispetto alle battute 
(il, 53 M. Sim.; 11,54 Cor.; 11,55 ^- Sitn.); si è proceduto 
alla corretta distribuzione. 

IV, 74-75: presumibilmente è andata perduta una battuta di Sofronia. 

V, se. i: la didascalia condensa in una due scene; manca difatti una 
didascalia con scena seconda, passando- subito alla terza. 
Si è espunto il nome di Corado dalla lista degli interlo- 
cutori della prima scena, integrando al principio del suo 
monologo (dove è del resto l'indicazione: QUI CORADO 
TODESCO FA L'INSONIO) la didascalia d'inizio di scena. 

v,34: battuta di Beatrice erroneamente attribuita a Federico. 

V,ii5-ii6: presumibilmente è andata qui perduta una battuta di Pru- 
denzia. 

V,i49: battuta di Cornelio erroneamente attribuita a Demetrio. 

V,i53: battuta erroneamente attribuita a Cornelio che può essere 

assegnata a qualsiasi personaggio della commedia che parli 
il toscano (salvo Federico, in essa nominato, e, presumibil- 
mente. Beatrice): si propone Felicita, osservando l'uso di far 
parlare nelle scene d'insieme i personaggi a gruppi. 



2. Scambi tipografici. 

Si raggruppano sotto questa dizione tutti i guasti che appaiono rap- 



Nota al testo 31 

portabili a precise categorie di evidenza meccanica, la cui origine appare 
riferibile alla cattiva decifrazione della copia per la stampa. 



- scambi a-e 

È questa una categoria particolarmente massiccia, ripartita qui per 
comodità in sottoserie. Già la Lazzerini, davanti al monologo di Deme- 
trio che apre il primo atto, aveva ravvisato come «... frequentissimo lo 
scambio a-e, che peraltro sembra destituito di ogni significato linguistico » 
V77 p. 66 n. 2). 

a. Trasformazione della congiunzione e in a, da cui deriva l'incongruenza 
dell'articolazione logica e sintattica del passo: 

1,10: a vui co chielo tradituro de 1a Raberto me fa chiesti cosi? 

1,29: portalo su la càneva (...) a lassa chié '1 nasaro . . . 

1,48: che ti no possi (...) sofegar a sospender sto appetito . . . 

11,^0: a' ve comandarave che a' me fassé doventare una f emena per 
un anno (...) a pò che tornasse mi . . . 

11,86: a se per accidens quel da drio no attende cusì ben . . . 

IV, 52: che non mancherà andar per el mondo a peregrinando acquistar 
l'anema (non risulta possibile intendere a peregrinando, poiché 
l'anima si salva, a quanto è detto, con l'azione di peregrinare, 
e in ogni caso si dovrebbe almeno integrare una {e) prima di 
acquistar: la soluzione proposta appare la piìi rispondente al sen- 
so complessivo del passo). 

rv,84: avéu piào le bastonàe a vergugnào la vostro viso . . . 

due casi contigui (11,68-69) riguardano la trasformazione della congiun- 
zione e in a in una lista onomastica: 
. . . ser love, ser Merculo a dona Marta . . . 
. . . Mismicoli a Primo e Ganisso . . . 

b. al per el; alla per ella: 

1,3: per a\ mudo (= mundo con dileguo di nasale) 

11,41: metì in ordene a\ favelare 

111,55: candi diavuli sé 'travegnùo per dia {ella: Elena di Troia) 

simile il caso: solo assi - solo essi di PR,i8. 

e. Le sgg. forme del verbo essere (23 pers. pi., 33 pers. sing. e pi.) 
presentano una grafia inaccettabile anche per la caratterizzazione di 
personaggi alloglotti, esse risultano quindi assolutamente estranee al- 
l'uso del Calmo o della tradizione coeva (si dà la forma erronea, 
seguita da quella corretta): 

1,3: sa - sé. 1,10: xa - sé. 1,12: sa - sé. 1,26: xa - sé. 11,52: sa - se'. 
IV, 16: sa - sé. 



32 Nota al testo 

prossimo il caso di 1,46: \a indi - l'è indi 
analogo 111,83; s^ combatteva - se combatteva. 

d. Chié nel greghesco trasformato in chia: non solo questa forma non 
appare giustificata da attestazioni, ma il tipografo, inoltre, sembra 
essersi al proposito progressivamente autocorretto; fitti infatti sono 
gli scambi in causa nel primo atto e totalmente assenti (salvo che 
per un solo caso) dal secondo atto in avanti: 

1,2 (due volte); 1,3; 1,9; 1,10; 1,12 (tre volte); 1,26; v,49. 

e. Sempre per il greghesco si danno alcuni casi inaccettabili sotto il 
profilo della deformazione caratterizzante, per cui è possibile appel- 
larsi, da un lato, aWusus scribendi calmiano e, dall'altro, all'appena 
menzionata autocorrezione progressiva del tipografo (i guasti appar- 
tengono infatti tutti al primo atto): 



1.3 

1,7 

i>9 

1,10 

1,12 

1,16 

1,29 



cr^distu - credistu; calchi^ - calche"; ch^sta - chesta. 

cvanàtva. - cre'ndeva. 

val^ndomini - valendomini (termine attestatissimo) 

calch^n - chalchen. 

ha - he 

s^ndiri - s^ndiri 

and^ - andé. 



f. Un caso come anda - andé è confermato peraltro fuori dal registro 
greghesco nei sgg. esempi: 



1,70: 


cota - 


core 


11,36: 


vorrà 


- vorrè 


V,92: 


aWgra 


- aligre 



si possono inoltre citare, in posizione interna: 

111,61: and<7ve - andeve 

111,91: d^ghe - deghe (Cornelio si rivolge a Diomede sempre col voi). 

Talora lo scambio comporta addirittura la confusione tra due differenti 
verbi: vade per vede in iv,ioi, col caso simmetrico vego per vago in 
1,32. In 1,75, infine, verde ma s'a' 7 polì indovinare presuppone evi- 
dentemente la correzione vardé. 

g. Termini greci restituiti a forma più corretta, solo però in presenza 
di attestazioni decisive à'usus scribendi, e presupponendo dunque una 
degradazione per cattiva lettura del compositore: 
1,1: irta - irte, seguendo Spagnolas 1,23 e iv,i3; Thalo - Telo, se- 



Nota al testo 33 

guendo Spagnolas 11,13 ^ 1^ ^^^ attestazioni del Travaglia (per cui 
cfr. Coutelle s.v.)- 

Due volte (1,14 e 111,62) ricorre l'evidente banalizzazione di as ene 
in a sena, contraddetta e dagli altri esempi di questo testo (cfr. Glos- 
sario) e da quelli delle altre opere (cfr. Coutelle s.v. asseme). 
Cosi - come caso inverso - ne in luogo di nà in v,i29. 

h. Si sono resi necessari i sgg. interventi su deformazioni onomastiche, 
laddove le forme si discostino dallo storpiamento diffuso per evidenti 
scambi a-e: per ogni caso si offre tra parentesi un rinvio, a titolo indi- 
cativo, della forma di riferimento: 

1,91: Rosarto (Roserto: cfr. 1,70); 11,24: Feringa {Feringhe: cfr. 
1,28); 11,26: Pratentia {Pratentie: cfr. 11,28) Raparle [Raperte: 
cfr. 11,25); 11147: Cargnallo {Cargnello: cfr. iv,84); 111,48: Rambarto 
{Ramberto: cfr. 1,9). 

In iv,8i si è corretto Lacomeo in Lecomeo, vista l'immediata vicinanza 
nella lista onomastica di un Busmeleo (ma il rinvio a un uso di de- 
formazione giocosa può essere assai più ampio: cfr. p. es. Spagnolas 
1,23: Leca Barbati). 

i. Quattro casi mostrano una disparità di numero non giustificabile 
(essa risulta infatti di codice solo per i personaggi alloglotti): 

PR,2 2: di simel razza nascono spettabili viri e cos<2 - . . .cose 
111,80: contatemela, con riferimento alle rubeste prove di 111,79 - con- 
tatemele 
111,91: de \a bastonàe - de \e bastonàe 

caso inverso: 
1,32: \e bona femena - \a bona femena 

1. La parlata del todesco Corado risulta visibilmente caratterizzata dalla 
costante (o meglio, pressoché costante) riduzione delle vocali finali 
a e (cfr. la n. della Lazzerini a Spagnolas 111,65 e Cortelazzo '80 p. 196 
sgg.). Un problema di non facile soluzione risulta dalla necessità di 
distinguere le, sia pure poche, terminazioni in a che si presentano 
nelle battute di Corado come addebitabili all'autore da quelle pro- 
dotte da banali scambi a-e. Ciò di conseguenza all'esempio fornito dalla 
Spagnolas, che pare testimoniare parallelamente dei residui di non 
completo adeguamento alla trovata tipicizzante: si danno in essa 
infatti qua (111,67), ^à (111,71) e da (111,73) nonché ghera ("guer- 
ra ", 111,73) e Padoa (id.). È sembrato cosi possibile stabilire un 
criterio per procedere al riconoscimento degli errori: è evidente che 
solo parole originariamente terminanti in a possono conservare la 
propria vocale finale, mentre la riduzione ad a di altra vocale finale 



34 Noia al testo 

risulta impensabile, laddove il codice prevede esclusivamente la ri- 
duzione a e. Si sono dunque introdotti i sgg. interventi, producendo 
a controprova l'attestazione parallela nel testo della medesima parola 
con la riduzione della vocale finale a e: 

i,2o: bona patruna ("buon padrone", riferito a Roberto): ma cfr. 
bune in v,24 e patrune in 1,23, 1,28 e 11,22. 

1,20: Dia vere: oltre alla significativa discordanza di aggettivo e so- 
stantivo, ben undici esempi nel testo testimoniano Tie e Die 
{passim) 

1,28: tanie mala: come nel caso prec. e cfr. male in 11,22 

1,28: fatta: ma cfr. fatte in 11,24 e iv,ioi (due es.) 

iV,ioi: scura: ma scure in v,24. 

Non si interviene però nel caso di potaza (deformazione di botazo) 
in 1,23 e 11,28, nonostante il potaze di v,24, non potendo escludere 
un doppio senso deliberato con riferimento a pota. 
Da aggiungere, infine, per il ripristino delle terminazioni in e del 
tedesco il caso, pur non rientrante negli scambi a-e, di v,i3i: caru 
patrune - care patrune. 



m. casi vari: 

PR,2: Leona - Leone (papa Leone X, il femminile non può essere giu- 
stificato come deformazione intenzionale) 

1,6: d^ntulari - dé-ntulari (in un contesto dove si discorre di medicina, 
dentro a una lista di specialità mediche: si tratta dei dottori che 
curano i denti) 

1,10: spi^nza - spienza (il senso vuole spienza, def. di sapienza, dove 
il termine storpiato stabilisce un doppio senso col ven. spienza, 
" milza ") 

1,68: dasch^ - dasché 

1,70: am^ penso - a' m' he pensò 

quache cancaro el vuole - quel che ... (nel med. par. il caso 
inverso quel che può' de marchitti - qualche può' . . .) 

1,91: hai - bel 

11,3: piZgasea - pegasea 

11,94: che è da nuovo - ... de nuovo (non " di nuovo " = " ancora " 
ma " quale novità ") 

11,128: mad(Z - madé 

111,24: \\a\Y\ per manzari - vièlli (= " vitelli ") 

111,83: sa combatteva - se combatteva 

v,i25: aiti a - àiere (secondo la forma consueta) 

V,i46: se non f ussero le cause non sarian gli affetti - . . . effetti (con 
evidente banalÌ2zazione) 



Nota al testo 3^5 

casi inversi: 

11,86: avelie - avallo 

111,28: come si chiame - come si chiama (cfr. questa forma in 111,6) 

Un caso più difficile è in iv,37: il maggior pianeta ricaue il lume, per cui 
è possibile tanto la soluzione riceve (quella qui adottata) che ricava. 

- scambi n-u 

Un'altra categoria ragguardevole di guasti testuali si raggruppa intorno 
a scambi n-u (che riguardano, ovviamente, essendo u e v non distinte 
nella stampa di riferimento, anche la v). Il ripristino rende evidente- 
mente leggibili i seguenti passi: 

1,16: me scundarò drio chiesto caudo - . . . cawdò 

1,76: quia bone «osti che iampridem tibi debbeo - . . .«osti (= no- 

visti) 
11,55: che '1 creerà fremament de anare (...) e sì no glie auerà - . . . 

a/zerà 
111,41: s'a' no gi« vo - s'a' no gi «' vò 
111,47: la mio stamena, la mio di«ari - . . . di«ari 
111,56 no u« sé chielo - no un sé chielo 
iv,34: la vostra fiào ca«dereschio - ca«dereschio 
IV, 103: chiezze ca«e - ca«e 
v,68: mi «o fando gniendi - mi no . . . 

Infine si è emendato Vu disiu in iv,8o in Vu disin, forma più caratteriz- 
zante, come il testo insegna in più luoghi, per il greghesco, col tipico 
tratto dell'epentesi di nasale finale. 

Casi inversi: 

1,26: te vegna '1 cangaro u«i - . . . vu\ 

11,27: gioventù - gioventù 

11,69: e' ne sconzuri - e' ve . . . 

Ill,j6: d'«n sanzache - d'«n . . . 

111,87: che vita sarà la nostra - . . . fostra (cfr. la battuta: è chiaris- 
simo che il riferimento va solo ai casi dell'interlocutore) 

v,78: nu se' imbatùa - tai . . . 

v,io4: aligrawe - aligraye 

V,i52: giwtron^elli - gi«trongelli (cfr. Glossario s.v. giunticello) 

e si veda inoltre questo scambio u-fn: 

111,66: z^en cagào - w'èn cagào (la possibilità " voi " va esclusa per 
quanto è detto da Cornelio nella battuta precedente: cfr.) 



36 Nota al testo 

- scambi ch-d 

La lettera d, per cattiva decifrazione da parte del tipografo viene 
talora trasformata in eh, sdoppiando l'asta e l'occhiello della lettera; 
una sorta di d con l'asta secata in alto è oltretutto abbreviazione cor- 
rente nei manoscritti di quest'epoca per eh: ciò darebbe ragione del fatto 
che la quasi totalità degli esempi mostra appunto una confusione che-de. 

PR,27: eh(A non ve la poter concludere - dt\ . . . 

1,1 6: caso ehe tudo cando la mio ruina - . . . de . . . 

Ili, io: Non poi far ch'io creda ehe quello vui diceti - . . . de . . . 

111,12: persona che vui - ...de... (la soluzione ch'è risulta estranea 

all'uso) 
111,71: pere/; 'io - per dìo 

IV,34: no cognossi la bestia gatta c/;el dona - . . . ^el . . . 
alla medesima categoria è riallacciabile il guasto di 111,85: balestre da 
baneha - balestre da banda. 

I casi inversi sono due: 

111,24: de e cazza in colmissa - che . . . 

iv,35: pota de l'hosto la bella noella: emendato in pota che (limita- 
tamente allo scambio in causa) l'è sto la bella noèlla; e possi- 
bile però anche una seconda soluzione, meno economica, pen- 
sando a un salto tipografico e ricostruendo: pota de l'osto {che 
l'è sto ) la bella noèlla. 

Altrove gli scambi si danno, inoltre, tra ci e d: 

1,32: c/osiderio - Josiderio 
111,47: venc/ua - ven^ùa 

- scambi e-o 

Il passaggio e-o si dimostra, a uno spoglio sistematico, mero accidente 
tipografico, ingiustificato anche per alcuni esempi che compaiono nel 
greghesco (1,1; 1,7; iv,86; v,77): 
1,1: vive - vivo 
1,7: ne posso averi - no 

1,7: andesse - andesso (cfr. andesso nel med. par.) 
11,52: sera i altri indivini - sora 
11,73: lige, besligo, straligo - ligo 
111,93: tre e quattro - tre o quattro 
iv,86: drie - drio 



v,87 

V,92 



de angui - do (per chiarimenti cfr. la n. al passo) 
fuso despentao - fuso despontào 
mente Golgota - monte 



Nota al testo 37 

casi inversi. 

1,87: tognive pur a mi - tegnive 

11,45: ol Signor - e\ (per attrazione dell'interlocutore bergamasco) 

111,56: chio - chié 

- scambi e-i. 

PR,5 : né può fallire che se la piglia - . . . chz . . . 

1,47: e %e no son za stào - %ì . . . 

11,50: chz tornasse mi - che . . . 

111,2: e se ho tegnùo le chiappe - sz 

v,24: mo che menare fure - chi 

si è rintracciato un solo caso inverso: 
1,68: che tutti le viegie streghe - tutte 

- scambi z-t 

La categoria è formata da due soli esempi, di cui uno è caso inverso: 

111,56: . . .e morto tutti candi (. . .), no un sé chielo zuma del drio - 

- /urna 
1,4: E sembre mai mi sé stào vin/enduro - vinzenduro (si segue la 

proposta della Lazzerini: cfr. 'jj p. 77). 

- scambi f-s 

1,85: fae//e - iaesse. 

11,14: con/ederazione - confederazione 

11,99: in/iritai - inj-(p)iritài 

casi inversi: 

111,47: 5Ìo Raberto - /io 
iv,23: sozza - /ozza 

3. Emendamenti vari. 

Si raccolgono qui i guasti riconosciuti non riallacciabili alle descritte 
categorie ma che possiedono comunque evidenza meccanica, assieme ad 
altri errori che procedono più probabilmente da banalizzazione (errori 
critici). Si escludono tutti i passi che mettono in campo la presenza o 
la possibilità di presenza di lemmi alloglotti, discussi separatamente nei 
par. successivi dedicati al Greghesco e al Todesco. 



38 Noia al testo 

PR,6: fioN possiamo fare così ogn'anno: il riferimento va però qui 
chiaramente solo a " quest'anno " in opposizione all'uso di tutti 
gli altri, per questo ogn'anno appare indebitamente generaliz- 
zante: col sospetto di una banalizzazione a carico del tipografo, 
seguo la proposta della Lazzerini, emendando aguanno (cfr. '77 
p. 91 n. i) 

PR,i7: oro de diese leghe più bassi? - . . . basso 

1,5: no varda uhi l'omeno - ...cusi (seguendo la proposta della 

Lazzerini: cfr. 'jj p. jy) 

1,31: ogni altra s/ella - . . . s/ella 

1,34: eh' a' no ve tegno gana altrimente - . . . gnan 

1,53: E forse che non vi fate male - . . . ci (il senso del passo è nel 
contesto chiarissimo e vi risulta implausibile) 

1,80 1/ vostra lingua - \a . . . 

1,82: sto mona de love demostra, ma va ovviamente presupposto sto 
mont, dato che Simon sta leggendo la mano a Truffa, poco 
sopra infatti si trova la menzione, al medesimo proposito, del 
monte de Venus (1,78). 

1,91: che guagnarò ni cose - . . . pi 

11,2: con tanto de tesza - . . . tes/a (nella battuta si nominano infatti 

solo parti del corpo e cfr. sopra il medesimo guasto in 1,31) 

11,4: a che partìo fwronglie - . . . f(?ronglie 

11,7: T« parli da un Renaldo - Ti 

11,14: quelli - quello, perché riferito a ricco 

11,46: per ogni dent che ve manca e' [— Dio] v'ol manca un palo 
grosso d'or da fa dener: ripetizione nel secondo manca, che 
va corretto in manda. 

11,49: in manch d'un Credo se magni un pel de cavra batizada: 
l'espressione serve, nel contesto della battuta, a indicare una 
successione istantanea (il tempo che basterà al negromante per 
realizzare il portento di cui dice): è evidente, in relazione al 
fatto che la capra sia " battezzata " (e cioè più semplicemente 
bagnata), che magni altro non può rappresentare che una bana- 
lizzazione di bagni. 

11,64: Orezzeve - Drezzeve (evidente lo scambio O -D) 

11,68: ol ho, coi do zemèi - . . . bò (rif. al segno astrologico del toro) 

11,83: e^^etto dove no se puoi segnag - . . . segnar (battuta di Cornelio: 
forse si dà un'attrazione del bergamasco dell'interlocutore) 

11,99: endiavolai - endiavolào (rif. a Truffa) 

11,127: ma la temenza (. . .) fa fatto presto dipartire - . . .m'ha 

111,12: iwendilo mi - i«/endilo (m-nt) 

111,16: ancora ^ui siamo - . . . «ui 

111,26: la lezione palma non ha alcun senso e va corretta in Parma: in 
questa scena fittissima è la citazione della città. 



Nota al testo 39 

111,26 Ma guardare, messer mio - . . . guarda/e 

111,47: per «u de chiesto mio fio - ... wu(r) (è senza dubbio neces- 
sario presupporre la def . greg. di " amore " ^mur, peraltro ri- 
correntissima) 

iiijjo: e' sco«/fio la eccellenzia patrizia vostra - e' scowfìo . . . (" confi- 
do": cfr. il Glossario) 

111,60: andé a star su la fango: Demetrio invita Cornelio a ritirarsi in 
casa, con la moglie, a bere il vino, lasciando l'amore ai giovani: 
è evidente che va ripristinato fongo {fogo con epentesi di 
nasale). L'invito è dunque quello di sedersi davanti al cami- 
netto, o meglio dentro, secondo l'impiego erroneo e risibile 
del su. 

111,8^: una croset/a de laton - . . . croset/a (alternativamente si potrebbe 
risolvere integrando una (e): croset{e)la) 

IV, 1^: Aldi, fareme animo - . . . faj'eme 

iv,75: /o voto a Dio e a quello mìe vesti questo abito: il luogo è 
evidentemente corrotto; un chiarimento viene dalla battuta 
precedente, dove Prudenzia fa un analogo giuramento: vi giuro 
per lo abito ch'io ho indosso; la pizzocchera Prudenzia porta 
infatti al collo un abitino della Madonna (cfr. Glossario s.v. 
abito). Si propone di correggere, conseguentemente, quello in 
quella e mie in che (uno scambio mi-ch non è peraltro troppo 
difficile da presupporre); quella che vestì questo abito (cioè 
la Madonna) è verisimilmente chiamata in causa nel voto ac- 
canto a Dio. Remota e non soddisfacente l'ipotesi di una dislo- 
cazione di variante (cfr. i casi riconosciuti in Dislocazioni). 

IV,78: cando l'omeno pia chiesto mal de la 'mori devenda nuando 
spazzào: ma sarà da supporre uno scambio (nu-m), ripristi- 
nando mando: chi è afflitto dal male d'amore diventa matto 
spacciato. 

iv,82: vergugnaw - vergugnào (cfr. iv,84) 

iv,92: truce/ziani - trucewani {ni-m: cfr. sopra 111,50 e per brani gre- 
gheschi, più oltre 1,29 e 111,35) 

iv,98: absit awomo - absit a/ homo [m-th) 

iv,ioi: ti legher le mie num drio el cule - . . . man 

IV, 103: vuste combatter cu le iuie. mie - . . . f^te 

v,24: quante vente: siue quelle balcune - . . . sire 

V,25: in man del megior segnor zo che è quelle dello me - ... co' 

V,32: in pe de lo fato vostro de vu - . . .te 

v,48: vogi^ farghe paìr - vogio 

v,77: piand la massaretta - piann 

v,ioi: chié men d/ga - ...daga 

V,i25: in vita de ogni: l'espressione è però, codificatissima, in vita de 
agni e nel contesto ogni risulta privo di senso. 



40 Noia al testo 

V,i47: e fé ang«e muodo chié la perdonerò - . . . anghe 

4. Greghesco 

Si riepilogano qui di seguito gli errati legamenti o separazioni di pa- 
role riconosciuti: si danno, nell'ordine, la lezione della stampa di rife- 
rimento, quella adottata nella presente ed. e, tra parentesi, U termine 
greco relativo: 

1,1: paxo danos - pà zodanòs (nò. t^tovTavói;) 

E. Teza (cfr. Vianello, Teza p. 202 n. 20) proponeva la corre- 
zione di irta de paxo danos in irta edò zondanòs, che sarebbe 
indubbiamente rispondente in dettaglio alla glossa seguente 
[mi sé vegnìio ca vivo); non si tratta però affatto dello « scam- 
bio di una lettera », e anzi la correzione non appare certamente 
economica. Ci si attiene così a una possibilità alternativa, che 
non presume ritocchi ortografici: restando di pienissima evi- 
denza zodanòs (dove il dileguo della nasale è accettabilissimo), 
pa può essere immaginato come 7cà <7ràXtv, " di nuovo " (Bri- 
ghenti). 

1,1: naipo - nà ipò (va eiTtco) 

1,3: a coma - acoma (àxó(xa) 

1,4: denixero - den tesero (Sév Yj^épco) 

1,5: stamatìa - sta màtia (axà (xàxia) 

1,9: thica teramu - tìcatera-mu (■O-uyaTépa-fXOu) 

1,10 asene a sene - as ene as ene (casi analoghi in 1,14 e 111,62: 

à(; è'vaO 

1,12: t ospiti - tò spiti (tÓ CTTTlTl) 

1,26: aneima - an eima (àv elfjiat,) 

111,33 ^^ P^^^ - sùpase (acÓTcaae) 

111,62: metacaras - metà caràs ((xerà j^apa?) 

lv,8o: pò la - polà (TtoXXà) 

V,95: aspame - as pam e (aq Tiafxs) 

v,i29: A sto - As tò (a? ró) 

V,i29: si cusì - sìcusi (cn^xcocis) 

V,i36: elado - eia dò (è'Xa Sto) 

v,i39: Polita echi - Politaechi (prob.TCoXXà xà èxi, cfr. il Glossario). 

restauri per integrazione: 

1,10: polin(ti)chì (tcoXitixy)) 
V,82: Pa(n)agià (navaytà) 

emendamenti vari: 

1,2: li buon livello della citazione omerica (visibilmente sprovvista 

di finalità di deformazione linguistica) ha fatto già presumere 



Nota al testo 41 

che le scorrettezze siano da imputarsi al tipografo e non alla, 
probabilmente buona, traslitterazione originale: mi riferisco ai 
pareri di Emilio Teza e poi, piìi recentemente, di Louis Cou- 
telle e Lucia Lazzerini (cfr. rispettivamente: Vianello, Teza pp. 
202-203, Coutelle pp. 64-65, Lazzerini '77 p. 49). Basterà dire 
che si è tenuto presente soprattutto il tentativo di restauro del 
Teza, sia pure con qualche prudenza, valendosi del principio di 
osservare per alcuni gruppi di lettere o intere parole una traslit- 
terazione generalmente corretta e contraddetta, dunque acciden- 
talmente, soltanto in casi eccezionali (p. es. xai viene traslitte- 
rato chie ai vv. 2, 5, 6 e chia solo al v. i, riproponendo un 
riscontro di scambi tipografici a-e). Il restauro si appoggia alla 
riconversione ai criteri suddetti. 

1,3: degnie gnorisi, oltre alla separazione di degnie si impone la 

correzione de me gnorisi: cfr. al proposito de me ognoriso in Spa- 
gnolas v,i e v,9 nonché demegnorisis (da separare in de me 
gnorisis) nel Travaglia (e. 75r). Oltretutto uno scambio gn-m 
appare anche in v, 156: gna de in bona fé si, da emendarsi 
in madé in bona fé' sì. 

1,4: Il passo, assai degradato, si presenta in questa forma: . . . de- 

spotao dendro la mio terra del Rhondi cela risipo cerinai, co 
primo doturi, de la tegnaecula metro d'oro . . . ecc. Il Coutelle 
ha dato una traduzione del passo da cui si deduce l'intervento 
fatto implicitamente sull'originale: «... avec Aristippe de Cyrè- 
ne, avec les premiers docteurs . . . » (p. 51). La Lazzerini ha 
quindi fornito una lunga e dettagliata analisi del passo, arri- 
vando a proporre due diverse soluzioni, che presumono questi 
rispettivi interventi: 

a) ... co l'Aris{t)ipo cerinaico, primo doturi . . . 

b) ... co l'aris{t)i poceri nai, co primo doturi . . . 

a) può essere riallacciata all'interpretazione del Coutelle, salvo 
che per primo doturi, riferito direttamente ad Aristippo; b) pre- 
suppone invece « . . .co primo doturi, secondo il consueto sì- 
stema glossatorio, traduzione di quanto precede, si potrebbe 
pensare a una difficiHor, cu l'artisti protoieri (gr. àpiaroi 
TTpcùTOYÉpoi ), da una grafia p{t)oieri ) poceri: per l'appunto 
i " primi dottori ". ('77 p. 77). 

Questa seconda ipotesi (come ha scritto la stessa Lazzerini) 
risulta però tanto suggestiva quanto onerosa, lasciando aperta 
l'interpretazione di nai e offrendo un equivalente greco di 
doturi graficamente non proprio vicino al protogera (sfuggito 
al Coutelle) che nel Travaglia è glossato appunto con " dotto- 
ressa ". La prima soluzione appare più probabile, pur se la 
ripetizione del nome Aristipo a brevissima distanza nel passo 



42 Nota al testo 

(come ha ancora osservato la Lazzerini) appare sospetta. La 
discussione che qui si presenta presume di avvalorarla. 
Si confronti questo cerinai, co al valendo, nto (per valendomo) 
del testo in i, i: in entrambi i casi si darebbe l'inopportuna 
divisione di una parola accanto a un nome (Aristippo e Omero) 
non riconosciuto dal compositore. Può essere utile, a questo 
punto, la testimonianza della sagace congettura fornita per 
quel passo dalla più tarda stampa Greco, che arriva non solo 
a ricomporre valendo, mo in valendomo ma a trasformare la 
nero in la Homero. Cioè in un caso correggendo e nell'altro 
ipercor reggendo. 

Il compositore di Al, invece, non giunge né alla prima né alla 
seconda: egli sembra avere compreso così poco il suo passo 
da averlo guastato senza però alterarlo a fondo, ovvero senza 
farsi portatore di un'interpretazione. Cosi la risipo e la nero 
sono accostabili molto proficuamente in un altro parallelo, però 
sostanziale, perché rilevatore dcVCusus seri bendi calmiano: en- 
trambi i casi riguardano infatti una deformazione onomastica 
a scopo burlesco che utilizza l'aferesi: trascriveremo così la 
'Risipo e la 'Nero, mirando agli altri esempi vicini: la Rodiana, 
identicamente, presenta le menzioni di 'Vidio (= Ovidio) e 
di la 'Vicenna (cfr. 11,31 e v,22). 

La soluzione appare a questo punto sicura, pur se il problema 
della ripetizione del nome (però ora con 'Risipo/ Aristipo e non 
AristipoJ Aristipo) continua a porsi. Essa potrebbe essere at- 
frontata tra i casi di lezioni doppie altrove ravvisate nel testo 
(cfr. Dislocazioni), o più semplicemente posta nei termini di 
un'iterazione tutta a carico del personaggio, che cita due volte 
una stessa persona in modo differente, credendola due persone 
distinte. Così è per esempio ancora in iv,78 con Asclepio /Escu- 
lipio. 

1,12: la forma clefres è visibilmente inaccettabile per il gr. xXé9T7)(;, 
" ladro " (e glossato 'sassini), come si deduce non solo dalla 
forma clefti che appare in 1,26 e 1,29 e in Spagnolas v,83, ma 
anche dal clefte che è nel Travaglia e nella Zingana del Gian- 
carli (cfr. Coutelle s.v.); si suppone di conseguenza uno scam- 
bio r-t e si corregge in cleftes. 

1,26: sbir fin pur accogliendo la proposta della Lazzerini per fier 
in 1,23 (cfr. Tedesco) non si ritiene però che tra quello e que- 
sto fir esista una corrispondenza, nel senso dell'imitazione del 
tedesco da parte del greco. Il contesto sembra suggerire una 
diversa interpretazione: Demetrio vuole legare Corado e chiama 
a questo scopo il servo Campezzo, che sta in casa. Si tratta dun- 
que di un richiamo. Due le possibili soluzioni: la più economica 
(che qui si adotta) può scorgervi un fischio, correggendo sbir 



Nota al testo 43 

fir in sbio fis: sbio è indicazione codificatissima del fischio 
in Ruzante e Calmo, jìs si ritrova abbondantemente al mede- 
simo scopo (ne offre copiosissime attestazioni, p. es., il Marinaio 
del Parabosco). Meno economica (ma non meno soddisfacente) 
la possibilità di vedere nel richiamo insiem.e l'atto di bussare 
a un uscio e un fischio, e cfr. qui sbi sbi, tic toc (iv,39) e sbi, 
tic (iv,^9), oppure sbio, tic toc nella Pozione (e. 9r): in que- 
sto caso sarebbe da emendare sbir fir in sbio tic. 
1,26: per cachi la lernache (che è anzi in Al stampato ca chila ler- 
nache) si segue la proposta di Lucia Lazzerini ('77 p. 7'\-77) 
con la correzione in cachi la bernache, espressione di ricca 
attestazione e di difficile interpretazione. Non ritengo però 
necessario integrare un {ca) alla frase in questo modo: pia 
ca chiesto ca, {ca)chì la bernache ecc. immaginando invece 
un'articolazione di questo tipo: pia ca chiesto - cachi la ber- 
nache! - 'briangazzo, dove chiesto è riferito a 'briangazzo e l'e- 
spressione è una maledizione interposta (cfr. Glossario). 

1,29: vui sé tristo, doloruso, comò 7 cavretto, chié magna la lati e 
canga la pirdi, engam la merde ghi: cosi Demetrio a Corado, 
che mangia e beve impunemente alle sue spalle. Il senso del 
paragone col cavretto è fondamentalmente chiaro, nonostante 
l'oscurità del termine pirdi: il capretto consuma il latte della 
madre, impedendone la mungitura, e rende in cambio solo 
escrementi. Ai possibili termini greci riferibili a pirdi (per 
esempio un TtopS"^, "' scorreggia ", mentre una trascrizione 
approssimativa di (jcpaiptSiov " pallina " appare remota) mi 
pare di gran lunga preferibile un termine veneziano, che rende 
anzi la soluzione probabilmente decisiva; sulle caccole di capra 
interviene infatti un passo della Pace di Marin Negro (11 se. 2, 
e. 2 ir), dove il greco Frangia trova in luogo del suo agnello, 
che gli è stato infatti appena rubato, solo gli escrementi di 
quello: « . . . n'agnello sé deventào merda pirolesi e valotes 
ca per tera . . . »: propongo quindi di emendare pirdi in pìroli, 
presupponendo uno scambio d-ol (assai prossimo peraltro a 
quelli d-ch visti sopra, con l'identificazione in entrambi i casi 
dell'asta e dell'occhiello della d in due lettere separate). Nem- 
meno engam mi pare un termine greco, sarà piuttosto engani 
(con scambio m-ni; per il passaggio /' ) e si può confrontare per 
es. endiavolào per indiavolào in 11, 99), merdeghi è la ben nota 
deformazione giocosa di medego, " medico ". 

111,35: a sto na cermo inena: appare necessario, oltreché ripristinare 
as tò in luogo di a sto, ipotizzare uno scambio er-a (dove la r 
apparirebbe originata dalla gambetta, probabilmente distanziata 
dall'occhiello, della a) per ricondurre cermo a camo, cosi inena 
pare addebitabile a un analogo sdoppiamento della m iniziale di 



44 Nota al testo 

mena in in. La soluzione non conta probabilmente alternative 
possibili, considerata la glossa successiva lassa far mi, che equi- 
vale esattamente ad à<y' TO va xàfxca (è)[xéva, i termini sono 
oltretutto largamente attestati in Calmo e nella tradizione 
coeva (cfr. Coutelle; per mena come emena cfr. Spagnolas v,94). 

iii,6o: non pone nessun problema la correzione di efracrono in eftà 
crono (ècprà xpóvo?), cui guida la glossa seguente, in base a 
un banale scambio r-t (cfr. sopra 1,12). 

iv,8o: Cosi il testo in Al: trono su la mio tria Umbri ancliglei scarzai, 
por do, faes mardacai, stoma e la ne su frandei scritto del cordo; 
da accogliersi senz'altro mi paiono alcune proposte del Coutelle 
(pp. 126-127): quella di sciogliere stoma in S. Toma, di leg- 
gere in Nesù la def. di Mesuè (e cfr. qui a proposito del frandei 
la n. al passo), di considerare ancliglei « une mauvaise transcrip- 
tion à'andighi », che pare oltretutto spiegabile secondo scambi 
piuttosto evidenti. Buone appaiono peraltro le lezioni Umbri 
{libri con epentesi caratterizzante di nasale), tria (che è ovvia- 
mente il gr. xpia) e scarzai, nonostante l'evidenza di una cor- 
rezione scartai: I fatti e le prodezze di Manali Elessi ci testi- 
monia infatti la presenza del verbo scarzar: cfr. p. es. 11,7 v. 8 
« te scarsarò lo viso »; 11,25 v.4 « e tutto canto '1 petto ghel 
scarzava » e soprattutto 11,40 vv. 7-8: « Mo ben pregava 
diavulo de inferno / chié scarzasse al zigande so caderno », ecc. 
scarzai, in coppia con andighi, significa evidentemente " squar- 
ciati ". Così la frase trovo su la mio tria Umbri andighi scarzai 
pardo, " trovo riportato sui miei tre libri antichi sfasciati ". 
Si è ipotizzato, inoltre, uno scambio a-e relativamente a mar- 
dacai, da riportarsi alla più consueta deformazione Merdacai. 
In faes, vista la collocazione, non sembra possibile ravvisare 
che il nome di un'autorità burlescamente storpiato, anche se 
non risulta chiaro di chi si tratti. Altre possibilità appaiono 
pili remote, senza volere per questo ritenere chiusa la discus- 
sione. 

v68: la contrazione di ri in n spiega il guasto chnste per còriste 

iyj^iozt., voc.). 

v,204: pedinua va corretto in pedì-mu (uatSi (jloìj) o eventualmente 
in pedì-mua, ma la forma mua risulterebbe, oltreché gramma- 
ticalmente insostenibile (ma la cosa in testi come questi non 
potrebbe di per sé essere decisiva), totalmente isolata, laddove 
l'uso calmiano vuole esclusivamente mu e mo (cfr. oltre al 
Glossario il Repertorio lessicale della Spagnolas). 

¥,136: ovvia la soluzione dell'evidente banalizzazione spité dell'atte- 
statissimo spiti ((TTtiTt) . 



Nota al testo 45 

5. Tedesco 

Si discutono qui gli interventi e, più generalmente, le ipotesi inter- 
pretative, relativamente ai passi più problematici della parte del tedesco 
Cora do. 

1,28: broun, sembra da collegarsi al perché che, dunque in qualità 
di glossa, lo segue immediatamente: si tratterà del ted. warum. 
Si tenga presente che w ) ^ è nel codice (cfr. wirtshaus ) bir- 
zauc in 11,22). Mi attengo alla ricostruzione più semplice, che 
è del resto passaggio obbligato anche per più complessi tenta- 
tivi di restauro, ipotizzando un'inversione tipografica borun - 
broun. È comunque possibile (e forse probabile) che la forma 
di partenza fosse barun. 
11,20: si è del canne: canne, nonostante un ted. kanne, " bricco ", 
pare riferirsi alle canne della gola, termine d'uso calmiano. 
Sarà cosi da ricostruire siedel canne, ravvisando un ted. siedend, 
" bollente " (e cfr. Bart, 11 p. 137, chossere o allesare " sie- 
den "): il tedesco, peraltro, mostra nella battuta che segue la 
sua lingua, che non può fare nit sputazze. 
11,22: Così il testo: potè che no dighe sante Bulfar de hic habuit une 
recette nonn mi nit fat male. Difficile dire se queìVhabuit sia 
semplicemente uno storpiamento latineggiante di haben (e come 
tale, dunque, incollocabile, visto che siffatte coloriture non si 
danno mai se non a connotare un tentativo di parlare forbito, 
impensabile per Corado) o una trascrizione approssimativa di 
una voce del m.edesimo: habend o batte, per esempio. La buo- 
na regola formulata dalla Lazzerini per il greghesco mi sembra 
valida anche per il todesco: ovvero in casi come questo il ri- 
schio di trasformare dei linguaggi comici in linguaggi gramma- 
ticalmente regolati è troppo pesante, sicché converrà maniere 
il luogo testuale e limitarsi a discutere in nota le eventuali 
proposte. Problematica è infatti una soluzione soddisfacente 
per questo passo, che appare tuttavia ben comprensibile: non 
avrei infatti dubbi per quanto precede e segue. Ricollegabili 
mi sembrano anzitutto Bulfar e de (il nome cui sante si rife- 
risce: " forse Corado pensa a poi far De " poffardio ", come a 
un nome? si veda qui per es. in ivjj l'esclamazione puoi far mi 
in bocca a Cornelio), mentre escluderei l'ipotesi di un'inver- 
sione tipografica {potè che no dighe de) vista la povertà di 
nessi grammaticali nella parlata del personaggio. Riavvicinando 
anche une a recette si ottiene unerecette (trascrivibile unere- 
chette), e ben corrispondente al ted. unger echt, " ingiusto ". 
Il problema, come si è detto, riguarda il raccordo con habuit, 
restando peraltro fondata la soluzione ora proposta, in riferi- 

* Cfr. n. al passo. 



46 Noia al testo 

mento al successivo mi nit fai male, che altro non può essere 
che una glossa o una risposta di carattere glossatorio. La pos- 
sibilità " io avere ingiusto " presume forma interrogativa e 
comporta uno strafalcione linguistico d'autore. Per giustificare 
l'ausiliare occorrerebbe almeno ipotizzare un " io ho avuto 
un'ingiustizia " [ungerechtigkeit), in forma affermativa. Non è, 
evidentemente, escludibile la possibilità di una confusione tra 
unger echt e ungerechtigkeit. Nessun dubbio per quanto segue: 
nonn sarà semplicemente un no n{o) «(o), confortato dai 
numerosi casi di ripetizione della negazione (per Corado, p. es., 
cfr. v,24: no no, mi star . . . ecc.). 

11,24: Il Cortelazzo (cfr. '80 p. 197) ha riconosciuto sotto Hic bil 
loin gelt nit un " Ich will (...) geld nicht ", equivalente alla 
successiva glossa no vuol danari, mi; il termine centrale può 
essere interpretato presupponendo uno scambio tipografico l-l 
(come del resto in PR,i3: Io farò certo - lo farò certo): loin 
sarà in realtà loin, ovvero lohn, " salario ", " ricompensa ", 
legando perfettamente con geld (alternativamente: loin, gelt . . . , 
come ripetizione). 

Assai più complesso il passo seguente, che appare così nell'ori- 
ginale: vel tr est air trine gheben al so bil hic, do piai ben veltres 
aher nit hic bil abacli. Glossa pertinente risulta se non dar a 
Corade bever mi scamper via, che rinvia dunque a trine geben, 
also bil hic, che si ricompone facilmente (lett. " dare da bere, 
così voglio io "). Con puntualità letterale minore ma con corri- 
spondenza logica perfetta do plaiben starà per un doch bleiben 
{b ) p è di codice), " rimanere certamente ": con una frase 
Corado promette di restare se avrà da bere, con l'altra minac- 
cia la fuga in caso contrario. Non solo da bere ma anche da 
mangiare, evidentemente: in 11,22 il tedesco afferma che da 
tanto egli no manzer né biber, e Federico, in 11,25, promette 
proprio a questa richiesta vino e carne: si dovrà allora inten- 
dere aber nit, hic bil ab adi, cioè haben (impossibile aber, 
" però ") nicht, ich will ab acheln, " non ho niente, io voglio 
da mangiare ". Infine vel trestair e veltres appaiono come 
un'unica espressione, nel secondo caso con un evidente salto 
tipografico: non c'è dubbio che qui si tratta dell'altro punto 
della richiesta di Federico, che chiede a Corado di parlare per 
avere da bere, trestair sarà allora tratschen: proporrei di leggere 
un fahl tratschen, con cui il tedesco esprime la sua incapacità 
di parlare, male conticionate com'è, già sottolineata nelle battute 
precedenti. Alternativamente a questa possibilità (accolta nel 
testo) si potrebbe ipotizzare un vel trestair come voi trestair?, 
" vuoi che parli? ". 

lv,ioi: Per tasticuoz, considerando come glossa il successivo mi mazer 
tutti quante cu le spate, si è pensato trattarsi di una trascrizione 



Noia al testo 47 

approssimativa di stùcke, proponendo una soluzione ta sti- 
cuoz = ti stucke, " ti faccio a pezzi ". Aggiungerei a titolo di 
testimonianza un'analoga minaccia dalla seconda Egloga del 
Calmo (p. 36), fatta dal satiro Alfeo: «Desmonta, spazza live, 
eh ch'a' te strupio! ». Due le possibilità di messa a punto 
grafica: t'a' sticuoz e, con più probabilità, te sticuoz, che qui 
si adotta. 
V,24: In questo splendido insania Corado vive contemporaneamente 
due azioni: la prima ha per luogo un'osteria, la seconda consiste 
nella visione di una parata. Quest'ultima viene evocata a partire 
da un suono di tamburi che il tedesco allucinato sente: alde 
che sune il tamburine, oyda, oyda ... Si veda il seg. es., preso 
da Hoybye 11 p. 1^6: Questo oldo volentiera - Dez hòr ich gern. 
Ipotizzerei, dunque, or da or da, presupponendo una semplice 
confusione di r e j da parte del compositore; il senso (" sen- 
ti(re) là ", hóren da) sarebbe ottimo. 

Al sogno dell'osteria fa da sottofondo una moresca [vuste mi 
baie une moresche? sune el pivel), mentre il passaggio di 
truppa, come si è detto, viene scandito dai tamburi. I due sogni 
si incrociano continuamente: mi no vogie tue poltrune, ti star 
nome pistatrona: che cosa diventa il suonatore di piva? Ripri- 
stinando la terminazione in e, secondo la costante deformazione 
todesca, possiamo immaginare il composto imperativale pista- 
trone, cioè pesta-trommel (" tamburo "); puntualmente rispon- 
dente nell'alternanza dei due piani. 

6. Dislocazioni. 

La Lazzerini ('79 p. 78) ha già messo in risalto in 1,4 la presenza di 
una dislocazione: 

. . . primo doturi de la tegnaecula Metrodoro (...) 
e tutti candi la filosofi de la filosomia mapulitana o 
de la matematica paduana. El studio e sembre mai mi . . . 
tegnaecula è infatti un affastellamento tipografico: e cu la riguarda il 
successivo Metrodoro, tegna è forma italianizzata del gr. xé/ve, che ap- 
pare peraltro in Spagnolas v,92 [tegna de la filosofi): ne consegue, come 
la Lazzerini ha inconfutabilmente dimostrato, che el studio non può che 
essere una glossa destinata a tegna e più sotto spiazzata. Si può supporre 
un puro accidente di contiguità materiale, visto che il termine si trova evi- 
dentemente fuori luogo (e senza senso in quel contesto, dove è negata an- 
che una possibilità di successione sintattica): una riga del manoscritto che 
il compositore aveva in mano terminava con la parla paduana e col punto, 
a suo lato e circa alla sua altezza risultava una glossa, destinata a essere 
inglobata di seguito a una parola della riga superiore, cioè tegna: il com- 
positore avrà invece inserito l'annotazione di seguito alla parola di fine 
riga. 



48 Nota al testo 

Non è escludibile che un caso analogo possa darsi per la coppia 'Risipo/ 
Aristipo (cfr. sopra, Greghesco 1,4), che si è proposto di risolvere altri- 
menti: si darebbe allora per essa un rapporto tra lezione e variante, 
compresenti nel testo per il medesimo accidente. 

Almeno altri tre sono i casi in cui la dislocazione di una variante 
a margine (senza l'espunzione perciò della lezione da sostituirsi) ha pro- 
dotto dei simili doppioni: 

1,9: ... no basta chié la fortuna za chindese anni me ruversào indosso 

tanda desgrazia de perderi li mie spiti, la mio casa, la mio rom- 
ba, la mio cara fia, la mio ambelia, la mio gineca Laguria mugieri 
e Delia ticatera-mu fiala . . . 
si dà qui l'evidenza di una ripetizione alquanto sospetta, dove il secondo 
luogo ha non solo il gr. ticatera ma anche la traduzione in fiala: non è 
certamente escludibile che la mio cara fia sia banalizzazione di un termine 
greco, ma non si può non mettere in conto il fatto che il compositore di 
Al non tenta quasi mai, da quanto si può osservare, di rendere com- 
prensibile il testo, dato che i guasti, visibilmente, denotano uno sfacelo 
sempre privo di sovrapposizioni interpretative, se non in casi particolar- 
mente facili; soprattutto non è un fatto trascurabile la compresenza dei 
due luoghi. 
1,87: Se'l fari, an? l'ha pi volente lu de con fa che no ha un prieve 

de farse piovan . . . 
sicuramente scartabile la correzione de confa - de consà, dove semmai 
la frase richiederebbe per risultare plausibile un de consarla, sottointen- 
dendo la faccenda, ma anche in questo caso non felicemente. Più sem- 
plice risulta pensare de con fa e che non ha, come nel caso precedente, 
come lezioni doppie, relative a un confronto istituito tra la volontà del 
vecchio Cornelio e quella di un prete di farsi pievano. 
111,86: È troppo la verità, signor mio, ma ancor non era venuti i 
tempi moderni, e vi sono ingegni elevati, si portava le calze alla 
martingala senza la braghetta: ora, s'un vecchio si usasse, si 
dirla che gli è un pazzo, e pur si trovan di quelli che hanno 
grande l'intelletto: ma non vengono provati. 
Spiazzato sembra e vi sano ingegni elevati, poiché la divisione della 
battuta è netta: da una parte la rievocazione di ciò che era, dall'altra 
il riscontro di quanto è, anzi il tempo verbale sano risulta contraddetto 
dai congrui era e portava, l'uno che precede e l'altro che segue. Un raf- 
fronto col secondo passo sottolineato si può così articolare: pur si tro- 
van = vi sono, di quelli che hanno grande l'intelletto = ingegni elevati; 
il rapporto tra i due enunciati non è quindi tanto nell'ordine della ripe- 
tizione ma piuttosto della riformulazione, dove si dà in un caso l'espres- 
sione più concisa e meno grossolana di un medesimo concetto: ed è 
quella offerta dal tratto che si è supposto come dislocato, e vi sono ingegni 
elevati può ipotizzarsi insomma come una variante, sostitutiva dell'altro 
tratto testuale. 



L'azione si svolge a Parma. La scena rappresenta una commistione 
della piazza parmigiana e di un fondale sui generis di commedia: 
appaiono alcuni monumenti, tra cui il famosissimo Battistero (cfr. 
111,20-27) e di puntuale esattezza è pure la presenza sullo sfondo 
del fiume {il fiume di Parma, cioè il Parma: cfr. iv,53), che ri- 
guarda il fìnto annegamento di Felicita; alla caratterizzazione am- 
bientale si uniscono i luoghi piìi generici, cioè le case dei vari perso- 
naggi: Cornelio, Demetrio, Simon, Sofronia (di colore rosso: cfr. 
111,26), Prudenzia, che si deducono praticabili dalle varie appari- 
zioni di personaggi alle finestre; ai luoghi classici della scena co- 
mica appartiene anche l'osteria, da cui esce il tedesco Corado ubria- 
co (cfr. IV, 100). 



INTERLOCUTORI 



Messer DEMETRIO 

CAMPEGGIO 

CORADO tedesco 

ROBERTO 

Messer CORNELIO 

FEDERICO 

TRUFFA 

(Mistro) SIMON 

Madonna SOFRONIA 

BEATRICE 

FELICITA 

PRUDENZIA 

NASO(N) 

DIOMEDE 

MADDALENA 



medico, alias Teofilo 

servi 

giovane figlio di Demetrio 

causidico veneto 

figliuolo di Cornelio 

servo villan 

negromante bergamasco 

alias Liguria, moglie di Demetrio 

alias Delia, figlia di Sofronia 

moglie di messer Cornelio 

ruffiana 

schiavon gabellieri 

fratello di Sofronia 

sarasina massara 



(Mistro) SIMON; naso(n). 



Prologo 



Eccoci ancora qui, grazie a Dio e a noi, e a chi non volesse re- 
starci per altri centomila secoli possa venire una di quelle pelature 
bestiali, che lasciano il prossimo senza ciglia, senza barba e senza 
denti. Certo che la melodia del vivere è una bella cosa, tale che 
supera quasi il piacere che si gusta in cielo, e perciò frate Mariano 
esclamò davanti a Leone « viviamo, santo padre, che tutto il resto 
è burla ». Io penso che la morte sia una così brutta bestia che accet- 
terei di vivere anche nudo e scalzo; pensate allora ciò che farei 
vestito e calzato! E per prolungare la vita più in là che si può ho 
lasciato agli amici di quelle arpie che assassinano a se stessi l'anima 
e il corpo tutti i fastidi, i travagli, i dolori, gli impegni, gli im- 
pacci, gli intrighi, i rancori, i pensieri, le preoccupazioni, le ansie, le 
angustie, le sollecitudini, le lotte, le seccature, i maneggi, le ciar- 
pamerie e ogni altra rovina dell'esistenza. E tutto questo perché? 
per riempire uno scrigno e restare poi a bocca asciutta. Vivere 
bene e allegramente, questa è la manna dei savi, né può sbagliare 
chi la prende come viene e che, spendendo mentre ne ha, fa le 
fiche in faccia agli eredi. 

Ma, venendo al merito, devo annunciarvi, signori, che quest'anno 
non possiamo rispettare quella che è la nostra consuetudine in car- 
nevale, trattenendovi con le galanterie di questa o quella commedia, 
e ciò circa quella proposta dal nostro quondam compagno, che non 
ha soltanto lasciato la sua compagnia, ma che ci ha privato della 
storia che vi si doveva giustamente rappresentare stasera. Così 
siamo stati costretti a salvare dalla sorte in cui la sua buona memo- 



2. Leone, papa Leone x (il babo santo); fra Mariano, il frate-buffone Ma- 
riano Petti: per ragguagli sul personaggio cfr. Aretino, Teatro, la n. i6 a 
p. 794 del Petrocchi. Il Calmo lo nomina anche nelle Lettere (1,26). 

3. «porta inferi»: cfr. Is 38, io: «ego dixi in dimidio dierum meorum 
vadam ad portas inferi »; Mt 16,18: « et portae inferi non praevalebunt ad- 
versum eam ». 

5. «Bene vivere et laetari »: si tratta di una formula proverbiale (che 
appare peraltro già in un verso di Nicolò de' Rossi: cfr. Lazzerini 'jj p. 37), 
ricordata anche nelle Rime: cfr. Pescatorie v v. 39: «Bene viveri e letari sé 
un bel distico . 
6. Per il quondam compagno cfr. l'Introduzione. 



Prologo 



Or eccoci qui, la Dio grazia e nostra, e a chi non ci volesse esser 
fino a centomila « secula seculorum » possa venire una di quelle 
pelaiuole bestiali, che lascia il prossemo senza ciglia, senza barba 
e senza denti. Certo la melodia del vivere è un bel che, ella è sì fatta 
che aggiunge quasi al piacer che si gusta in « coeli coelorum », e 
però esclamava fra Mariano dinanzi a Leone: « viviamo, babo santo, 
che ogni altra cosa è burla». Io per me tengo il «porta Inferi» 
per sì mala bestia che torrei a patto di stare al mondo ignudo e 
scalzo: pensate mo ciò che farei vestito e calzatoi! E per prolun- 
garla più là che lo « in die bus illis » ho renonciato i fastidi, i tra- 
vagli, i cordogli, i carichi, gli impacci, gli intrighi, i rancori, i pen- 
sieri, le cure, le ansietà, le angustie, le solicitudini, le querele, le 
seccaggini, le manifatture, le zabatterie e ogni altro scavezzacollo 
della vita agli amici di quelle arpie che assassinano le anime e il 
corpo di lor medesimi. E perché? per impire uno scrigno e nettare 
la bocca. « Bene vivere et laetari » è la manna dei savi, né può 
fallire chi se la piglia com'ella viene, e spendendo mentre ce n'è fa 
le fica sugli occhi de' suoi eredi. 

Ma, venendo al proposito, dico, signori, che noialtri, soliti di 
carnovale a trattenervi con le galantarie di questa e di quella piace- 
volezza, non possiam fare così aguanno, e ciò causa la proposta del 
quondam nostro compagno, che non pur ci è ribellato dalla sua 
congregazione, ma ci ha tolto la novella che meritamente vi si 
dovea rappresentare stasera. Onde ci è stato forza d'aiutare dala 
sorte, con cui la sua buona memoria ci lassa, quel poco che di lei 



2. Leona - Leone. 4. più la {che la}. 5. che se la piglia - chi se la 
piglia, 6. ogn'anno - aguanno. 7. dauitare - d'aiutare. 



^4 Rodiana 

ria ci ha lasciato alcune poche cose di quella, che vi presenteremo. 
Vi preghiamo di accogliere la richiesta del silenzio che vi inoltriamo 
in ginocchio; anche se io, nel vedervi così numerosi e nel rammentare 
una così grande sfortuna, sono talmente turbato che non riesco a 
ricordare neanche una parola dell'argomento che devo esporvi, 
tanto che sarà meglio che aspettiate che mi venga in mente, oppure 
che la commedia stessa venga a raccontarvelo, ossia fare fìnta di 
averlo sentito. Ma ecco che lo pesco! ... ce l'ho: state attenti! 



Argomento 

9 Mi sembra che la nobile bolognese Liguria, ancora ricca giovane e 
bella dopo la morte del greco che la aveva condotta a Rodi, si 
risposi a messer Teofilo medico; questi, dopo averne avuto due figli, 
Roberto e Delia, fu cacciato dall'isola; condusse Roberto a Parma 
e quindi errò per quindici anni per diversi paesi, finché non tornò 
in Parma, e di lui la moglie non seppe più nulla. Infine, venuta a 
conoscenza di ciò, si trasferisce con Delia nel posto dove egli stava, 
dopo aver mutato il suo nome in Sofronia e quello della figlia in 
Beatrice: non può però ritrovare il marito, dato che questi si faceva 

10 chiamare Demetrio. Intanto un certo messer Cornelio, causidico 
veneto, che abita in quella città con la moglie Felicita, fa amicizia 
con Teofilo e suo figlio Federico con Roberto. Ma, poiché l'astuzia 
del diavolo penetra ovunque, sia Federico che Cornelio si innamo- 
rano di Beatrice e, mentre il padre e il figlio fanno i rivali, Roberto 
si invaghisce di Felicita e comportandosi da paladinaccio se la porta 

11 a letto, e così Cornelio restò come l'asino di Benvenuto. In questo 
modo, tocca e martella, le chiacchiere della filastrocca, che non si 
inspirita con le negromanzie, vanno a parare in un gran fottimento, 
dove mettono il becco tutte le sciocchezze che fanno rumore nelle 

12 inezie del teatro. Abbiamo dunque deliberato di darvi prestissimo 
una scorpacciata di spasso mai sentito, e lo faremo col rappresen- 
tarvi una scapestraggine di mano dell'autore, dove le vicende si 
concludono ben altrimenti che con abbracci freddi e nozze magre. 
Siate certi, inoltre, di sentire una colazioncina degli affari miei, 
perché io voglio, oltreché passare per l'ambasciatore della comme- 



Prologo 55 

vi si porgerà. Avenga che da voi s'impetri il silenzio, che i nostri 
prieghi vi addimandano genibus flexis: benché io, nel veder sì 
generosa brigata e nel pensare a sì gran villania, son commosso 
in modo da la colera che non mi ricordo parola dell'argomento 
ch'io debbo esponervi, talché sarà buono che aspettiate che me ne 
rammenti, o che la comedia venga in persona a narrarvelo, overo far 
conto di averlo udito. Ma ecco ch'io lo pesco! ... io l'ho: state 
saldi! 



Argomento 

9 Pare a me che Liguria, nobile bolognese - rimasa dopo la morte 
del greco che la menò a Rodi giovane, ricca e bella - si rimariti 
a messer Teofilo medico, il quale - dopo l'averne avuto Ruberto 
e Delia, isbandito dell'isola, avendo condotto Ruberto in Parma e, 
esso messer Teofilo, essendo vagato per spazio di quindici anni 
or in questa or in quell'altra terra - finalmente in Parma si ferma, 
che la moglie non ne sente nulla. Alfine, spiatone il tutto, si trasfe- 
risse con Delia nella terra dove egli era, e, mutato il nome in Sofro- 
nia e quello della figlia in Beatrice, non può ritrovare il marito, che 

10 si facea nominare Demetrio. Intanto un messer Cornelio, causidico 
veneto, abitante con FeHcita sua consorte in ditta città, si intrinseca 
amicizia con esso seco, e Federico, figliuolo del predetto Cornelio, 
con Ruberto. Ma perché la sottigliezza del diavolo penetra per tutto, 
e Federico e Cornelio s'imbertonano di Beatrice e, mentre il padre 
e il figliuolo diventano insieme rivali, Roberto si guasta di Felicita 
e, portandosi da paladinazzo, l'appicca l'uncino; onde messer Cor- 

11 nello ne divenne come l'asino di Benvegnìio. E così, tocca e martella, 
le chiachiere della fiJastrocola, che non si spirita nelle negromanzie, 
si risolve in quella pazziazza di marcone, nel qual dan di becco tutte 

12 le bagatelle che griacchiano in su le ciancie della scena. Talché 
siamo deliberati di darvi presto presto una scorpacciata di spasso non 
anco sentito, e questo sarà col farvi udire una capestrarìa di mano 
del maestro, i quai andari concluderanno altro che abbracciamenti 
freddi e no?e magre. Siate pur certi ch'io adesso adesso vi dò una co- 
lagioncina de' casi miei: voglio allora, oltra il farmi conoscer da voi 
per quel legato ch'io sono, ridurre in tanta ismania il prologo del 



IO. predetto Demetrio - predetto Cornelio. 



^6 Rodiana 

dia, far smaPxiare il prologo del Marescalco, per far crepare il 

13 bugiardone d'invidia per me come io crepo per lui. Lo farò senz'al- 
tro, è ovvio, perché passerò dalla voglia di imparare ogni cosa 
e dall'incapacità di mettermi niente in testa al darmi al buon tempo, 

14 e dove manca la roba supplisce il canchero che gli venga. Le voglie 
dei miei capricci hanno vinto quelle due dozzine di donne gravide: 
sappiate allora che mi venne in mente di farmi soldato, e fare tanti 
miracoli che la cronaca con tre taverne di libri dietro scampanas- 

i_5 sero le mie lodi, come scampanavano le bravate di Orlando. Però, 
nel pensare i pericoli che si mettono a traverso di chi va alla guerra, 
dissi: diventiamo piuttosto «porta nobis », cantando di quelli che 
per amor di « Gloria patri » sono frastagliati dall'« Arma virum », 
stiamo con « Fiori, fronde, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi ». 

16 E così, messomi a saccheggiare le Muse, la cappa e il saio si scoto- 
narono maledettamente, e io, che non potevo far ricrescere loro 
il pelo col dargli l'acqua del legno, dovetti fuggire dal Parnaso, 

17 ospite non salutato. Parendomi però di essermi lasciato alle spalle 
la fame e la sete crudeli di cui sopra, entrai nella pazzia dell'alchi- 
mia: prese un po' di ricette per solidiiìcare il mercurio - dopo esser- 
mi lambiccato il cer\^ello tra il freddo e il troppo fuoco, per di più 
beccandomi una brutta tosse per il continuo soffiare sui carboni 
dei fornelli - mi fu infine rivelato dalla zecca, che non vuole scioc- 
chezze, che io ero il primo nel produrre una lega d'oro di dieci 

18 volte inferiore all'ottone dei candelieri. Così, scornato dalle truffe 
dell'arte ladra, mi misi a fare lo scribacchino, pensando che solo 
loro si fanno i soldi con le parole, ma vedendone poi piene le 
chiese considerai tra me e me che se Dio mi guarda dall'essere 
sotterrato morto io mi guarderò dal seppellirmi vivo in questo 
modo: che vado in angoscia pensando che il murarsi in casa è la 
fine della maggior parte di loro e peggio se si pianta la malinconia 

19 e non il fallimento. Dopo queste prove rivolsi il capriccio alla legge 



16. L'acqua del legno (di guaiaco); rimedio contro la sifìlide; il tutto è 
traslato metaforicamente, con allusione all'acqua dell'ispirazione poetica della 
fonte di Parnaso. 

17. « paulo malora canamus »: ancora una zeppa virgiliana, dopo r« Arma 
virum» del par. 15: cfr. Bucoliche iv,i: « Sicelides Alusae, paulo malora 
canamus ». 

19. « oves, boves et pecora campi»: cfr. Ps 8,8: «omnia subiecisti sub 
pedibus eius, oves et boves universos, insuper et pecora campi »; per l'uso 
aretinesco, Cortigiana in 12,1; Sei Giornate p. 28 r. 36. Bartol né Baldo: sono 
due noti giureconsulti del XIV secolo, Bartolo da Sassoferrato e Baldo degli 
Ubaldi. 



Prologo 57 

Merascalco, che il frappalone creperà di me con la invidia che io 

13 crepo di lui. Lo farò certo, egli è chiaro, ch'io — da lo aver voluto 
imparare ogni cosa e dal non aver mai potuto intestare niente - 
drizzare il saper darmi un bel tempo, e dove manca la robba sup- 

14 plisce il cancar che gli venga. E perché sappiate - la voglia de' miei 
grizzoli han vinto quelle duo dozzine di donne gravide -, egli mi 
venne già fantasia di andar al soldo, e là far tanti m(i)racoli che 
la cronica con tre taverne de libri appresso scampanassero le mie 

15 lodi, come scampa( na )vano le bravarle di Orlando. Ma nel discor- 
rer i pericoli che si attraversano intorno a chi ci va, dissi: diven- 
tiam pur « porta nobis », cantando di coloro che per amor di 
« Gloria patri » son frastragliati deir« Arma virum », stiamo col 
« Fior-frondi-erb'-ombr'-antri-ondi-aure soavi ». 

16 E così, datomi a saccomanno delle Muse, ecco la cappa e il saio 
scotonarsi da maladetto senno, onde io, che non li poteva render 
il pelo con dargli l'acqua del legno, la diedi a gambe fuor di Par- 

17 naso, insalutato ospite. Parendomi tuttavia aver alle spalle la cru- 
deltà della fame e della sete di « paulo maiora canamus », infra- 
tanto entrai in franetico dell'archimìa e buscato alquante ricette da 
fermare il mercurio — lambiccato ch'io ebbi il cervello nel poco e 
nel troppo fuoco, con la giunta d'una tossa acuta, guadagnata dal 
sofìa e resofia nei carboni ne' fornelli - la ?eca, che non voi baie, 
mi chiarì come nel far oro de diese leghe più basso che l'ottone 

18 d'i candelieri io era unico. Talch'io, scornato da le truffe de l'arte 
ladra, la terminai nel menante, con dir: solo essi hanno in contadi 
nella cima della parola; ma, vedendone poi piene le chiese, dissi 
meco medesimo: da lo esser sotterrato morto vardemi il Creatore, 
che da lo sepelirmi vivo in cotal foia mi guardare io: che vado 
in angoscia pensando che il murarsi in casa è la fine della maior 
parte di loro, e tanto peggio se si pianta la tristizia e non il falli- 

19 mento. Dopo le preditte consulte i(o) rivolsi il capriccio alle leggi 



13. Io faro - lo farò; 14. m(i)racoli; scampa{na)vano. 17. più bas- 

sa - più basso. 18. solo assi - solo essi; la chiese - le chiese. 19. i{o). 



58 Rodiana 

e alla medicina, solo per sentirmi salutato da quel « vostra eccel- 
lenza » che fa gongolare tanti avvocatacci disutili e tanti medicastri 
sfaccendati, più stupidi di «oves, boves et pecora campi»: ma non 
praticai né l'uno né l'altro, perché non li sopportavano la mia boria 
e il mio stomaco. La prima si defilò perché non ero né Bartolo né 
Baldo nel trionfo della fama, il cui carro si tira su perfino i pedanti; 
il secondo rimase schifato nell'annusare l'odore di porcherie che 

20 arriva di continuo alla toga venusta e grave. Calcolai anche la pos- 
sibilità di farmi cortigiano, ma il loro morire sopra la paglia mi 
saziò avanti tempo di tutte le rafiìnatezze con cui i meschini logo- 
rano i panni e gli amici. 

21 Spinto dal prestigio di Tiziano e del Sansovino progettai anche di 
dipingere e di scolpire, ma non mi ci dedicai, perché mi fu detto 
che i pittori e gli scultori sono una gabbia di pazzi, e non può essere 
altrimenti, visto che le loro fantasticherie gli rubano il senno per 

22 darli in preda ai legni e ai sassi. In fede mia, che quasi diventavo 
un bravo, visto che tale razza produce uomini e cose rispettabili, 
e di ciò fa fede non so che bullo, il quale, fattosi avvocato svergo- 
gnando l'abicì che non sa, tira fuori delle arringhe che fumano; 
senonché le bugie, che fioriscono dalle promesse dei principi, hanno 

23 riempito questo e l'altro mondo. Mi sarei fatto astrologo senz'altro; 
il filosofare mi sarebbe piaciuto, se la sua presunzione potesse essere 
così modesta da credere al Credo: per questa crqce, stavo per cac- 
ciarmi nell'ipocrisia - voi m'intendete - del procaccia-frode-dei 
cuore, reputazione-nel volgo, rendita-nella borsa e posto-nel calen- 
dario, mia non ho avuto il coraggio di assassinare con una furberia 

24 così indegna la religione dei cristiani e la credenza dei buoni. Della 
pratica luterana non parlo nemmeno, perché il volere farsi importanti 
ingiuriando i santi è far ricadere su sé il giudizio di Dio e il castigo 

25 del diavolo, che se li porti in carne e ossa! Ma se qui, o altrove, 
ci fosse qualcuno che pensasse che io avessi soltanto sognato di farmi 
prete o frate, lo farei accorgere del suo errore! Prete e frate, eh? 
io vi giuro per . . . 

26 PATRON DELLA SCENA II malanno che possa venire alla giornea 

che hai indossato! perciò ti voglio provare che non solo hai 
voluto essere prete e frate, ma che sei stato e prete e frate! e lo 
testimonia l'asineria che tu mostri con le tue sciocchezze inarre- 
stabili: che diavolo faresti tu se questa notte con le sue ore 



Prologo 59 

e alla medicina, con volontà che mi fusse dato nel capo (d)a quella 
« vostra eccellenzia » che fa gongolare alcune dottoresse disutili e 
alcuni medicastri sfacendati, che la perderebbono con « oves, ho- 
ves et pecora campi » : ma non incappai né in questo né in quel 
esercizio, perché la mia boria e il mio stomaco noi comportavano. 
L'uno se ne tolse giuso per non esser Bartol né Baldo sul triunfo 
della fama, il carro del quale porta in groppa sino ai pedanti, e 
l'altro ci torse il ceffo, nel venirgli al naso l'odore di sporcarle, che 
di continuo bisogna che venga il quanquam in toga venusta e grave. 

20 Ebbi qualche pensamento nel cortigiano, ma il lor morir in su la 
paglia mi saziò alla bella prima delle politezze per mezzo delle quali 

21 i meschini frustano i panni e gli amici. Feci anco disegno nel dipin- 
gere e nel sculpire, sì mi mosse la dignità di Tiziano e del Sansovino, 
ma non mi ci rivolsi, perché mi fu detto che pittori e scultori sono 
una gabbia de pazzi, né può esser al tramenti, daché le lor fantasti- 

22 cherie li ruba il naturale per darli ai legni e ai sassi. Affé' ch'io 
sono stato per diventar sbricco, poiché di simel razza nascono spet- 
tabili viri e cose, e di ciò fa fede non so che bulle, il quale, fattosi 
avocato a onta à^'a h e che ei non sa, sguaina renghe che fumano; 
senonché le bugie, le quali fiorano da le promesse de' principi, han 

23 fornito questo mondo e l'altro. Mi faceva astrologo senza dubbio; 
il filosofare mi sarìa garbato, se la sua prosunzione fusse di tanta 
modestia che credesse al Credo: per questa croce, ch'io fui per 
imbarcarmi nella ipocrisia del - voi m'intendete - procacia-fraude- 
-del-core, grado-nel-vulgo, rendita-nella-borsa e luogo-nel-calendario, 
ma non mi è bastato l'animo di assassinare con sì ribalda astuzia 

24 la religion de' cristiani e la credenza de' buoni. Della pratica lute- 
rana non parlo, perché il voler farsi grande con ingiuria de' santi 
è uno tirarsi adosso il giudizio di Dio e il supplizio del diavolo, 

25 che se gli porti in carne e in ossa! Ma se qui, o altrove, fusse 
niuno che imaginasse ch'io avesse pur sognato il farmi prete o frate, 
lo farei accorger del suo errore! Prete e frate, ah? io vi giuro per . . . 

26 PATRON DELLA SCENA II malanno che possa aggiungere alla gior- 

nea che ti sei affibbiato! onde io ti vò provare che non pur hai 
voluto esser prete e frate, ma sei stato e prete e frate! e ciò testi- 
fica la asinarìa che tu mostri con la longarìa delle tue fanfalughe: 
oh, che domine faresti tu se la notte presente avanasse con le 



19. l^d^a. 22. uhi, e cosa - viri e cose. 



6o Rod, 



tana 



superasse il numero delle tue parole? finiscila subito se non vuoi 
essere bastonato! 
27 PROLOGO Io, spettatori, la faccio finita dicendovi che l'amico qui 
è un barbagianni e scusandomi di non potervela concludere e ba- 
ciando le mani alle signorie vostre. 



Prologo 6i 

sue ore il numero delle tue parole? or forniscela se non vói esser 
balzato! 
27 PROLOGO Io, spet( ta)tori, la fornisco con dirvi che l'amico qui è 
un barbagiani e con lo escusarmi del non ve la poter concludere 
e col basciar le mani alle signorie vostre. 



27. spet(ta)tori; chel non uè la - del non ve la. 



Atto Primo 

Scena prima: Demetrio vecchio. 



DEMETRIO Dio sia lodato, che sono arrivato qui vivo, che potrò 
raccontare la mia disgrazia. Voglio dire come dice quel valentuo- 
mo di Omero nella sua Odissea: « Ma anche così desidero e invoco 
ogni giorno / di tornarmene a casa, vedere il ritorno. / Se ancora 
qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare, / soppor- 
terò, perché in petto ho un cuore avvezzo alla pene. / Molto ho 
sofferto, ho corso molti pericoli / fra l'onde e in guerra: e dopo 
quelli venga anche questo! » Oh versi dolci, cari, belli: quanto già 
fatti al mio proposito! non posso dimenticare nulla, fin da quando 
ero bambino: che credete voi che sia, qualche ignorante? Sebbene 
sia uno sventurato, cacciato dalla mia Rodi e andato in esilio 
per il mondo, spero in Dio di fare presto anch'io qualcosa, ora 
che sono giunto in questa terra dove nessuno mi conosce, non 
voglio che qualche vergogna colpisca la mia persona. 

Mille volte ho contrastato, squartato ... - non so come dirlo 
in lingua franca, diavolo l'ho dimenticato! - ... ah, sì sì, dispu- 
tato dentro la mia terra di Rodi con il Risippo di Cirene, primo 
dottore dello Studio, e con Metrodoro. Che Antilippo, Galippo, 
SuHppo, Santippo, Crisippo, Aristippo, Melalippo e tutti quanti 
i filosofi della filosofia napoletana o della matematica padovana? 
E sono sempre stato vincitore, capisci? 



2. Cfr. Odissea v,2 19-224; per la traduzione mi rifaccio alla versione di 
Rosa Calzecchi Onesti, Torino 1963. 

3. Sull'« aberrante sintagma » calche gniendi per " qualcosa " offre una lunga 
e interessante spiegazione la Lazzerini {'jj, pp. 65-66). 

4. dèn tesero nà tò 'pò frangicà, diavole, alismògnisa: la Lazzerini ('77- 
p. 51 n. i) ha sottolineato la correttezza ineccepibile dell'inserto (Aèv r)^ép« 
va TÒ 'ttój ^payxixdc, SiàpoXs, àXvjojjtóvTjoa) . 



Atto Primo 

Scena prima: Demetrio vechio. 



Docsa si o Theòs, chié irte de pa zodanòs, che mi sé vegnùo ca 
vivo, che poro condàr la mio desgrazia. Telo nà ipò, vògion diri 
comon disi chelo valendomo de la 'Nero dendro de la so Odissea: 
« Alla chie os ethelo chie eldome imata panda 
icade te eltemene chie nostimon imar ideste. 
I de af tis raisi theon egni inopi pondo, 
tlisome en stithesin echon talapendea timon 
ti gar mala polla epathon chie polla emoglissa 
chimassi chie polemo: meta chie tode tisi genesto. » 
Oh versi dul^i, carin, belli, canto za fatin bel la mio proposito! 
no posso mai desmentegaro gnendi, fina cando chié giera tando 
pìcagli: chié crédistu vui di mi, sé calche 'gnorandi? se be sé desgra- 
ziò, butào fora del mio Rondi e andào como'l pelegrì per el mudo, 
ma spero lan Dio glìgora farò anca mi calche gniendi, andesso che 
mi sé tornào in chesta terra cugnie acoma de me gnorisi, no vogio 
nandari la mio persuna ca(l)che sendropià, vergugna. 

Chìlia volàs, mili voldi avéa mi condastrào, scartào, despareno . . . 
— den icsero nà tò 'pò frangicà, diavole, alismògnisa, 'smentigào! - 
. . .an, sì sì, despotào dendro la mio terra del Rondi co la 'Risipo 
cerinaico, primo doturi de la Tegna, el Studio, e cu la Metrodoro. 
Chié Antilipo, Galipo, Sulipo, Santipo, Crisipo, Aristipo, Melalipo 
e tutti candi la filosofi de la filosomìa mapulitana o de la matematica 
paduana? E sembre mai mi sé stào vinzenduro, gricàsì 



I. irta -irte; uiue-vivo; T baio -Telo; de paxo danos - de pa zodanòs; naipo - nà 
ipò; ualendo, mo - valendomo. 2. chia - chie; ethalo - ethelo; chìa - chie; el 
dome - eldome; ipata - imata; parula - panda; Ticade - icade; el temene - 
eltemene; no s timon - nostimon; Ide - I de; afris - af tis; taysi - raysi; 
Tlicon - theon; Plisome - tlisome; sti the sin - stithesin; e chon - echon; 
tuia pendea - talapendea; epatlion - epathon; e moglissa - emoglissa. 3. bel- 
la - bel la; chia - chié; cradistu - crédistu; sa - sé; al mudo - el mudo; landio - 
lan Dio; calcha gniendi - calche gniendi; chasta - chesta; a coma - acoma; 
degnie gnorisi - de me gnòrisi; ca(l)che. 4. denixero - den icsero; cela 
risipo cerinai, co - co la 'Risipo cerinaico; el studio, in Al dopo paduana; 
metro d'oro - Metrodoro; mela lipo - Melalipo; sembra - sembre; mixestao - 
mi sé stào; uin t enduro - vinzenduro. 



64 Rodiana 

Non guardare così l'uomo dagli abiti e dall'apparenza esteriore, 
perché qui dentro mi sta tutta nascosta la virtù. Se volessi pra- 
ticare la merdicina non stimerei un peto, con la mia sapienza, tutti 
quanti i fisici, i cerusici, speziali, merdolai, sciroppai, dentolai, 
zuccherai, cavicchiolai di questa terra. Che vi credete? io ho in 
quattro giorni con il mio sciroppo e i suffumigi guarito e am- 
mazzato cinquantasette-quindici persone a Venezia: se non ci 
credi prova a chiederlo a quegli uomini: messer Zan Manenti, 
messer Angelo, zio Feli, che sono morti, sentirai bene! 

Basta, venga il canchero! adesso che credevo di avere un po' di 
riposo non posso averlo a causa di mio figlio e del famiglio . . . 
pazienza, se li mangi il canchero! VogHo appunto chiamare il 
famiglio Campizzulo e dargi una lavata di capo. Bene . . . [bussa) 
Ehi, ehi Campizzulo, dove sei? vieni fuori da casa mia, Cam- 
pizzulo! 



Scena seconda: Demetrio e Campezzo servo. 

CAMPEZZO Sono qui, padrone, che vuoi così di fretta? 

DEMETRIO Vieni qua, che vogliono dire tutte quelle cose? che 
facevi con mio figlio Ramberto? cattivo, malvagio, ah ma- 
riolo! non basta che la fortuna quindici anni pr sono mi abbia 
rovesciato addosso una disgrazia così grande, da farmi perdere la 
mia casa, i miei averi, la mia vigna, mia moglie Liguria e mia 
figHa Delia, la mia dolce e bella isola di Rodi con tanti valentuo- 
mini? E adesso che sono indirizzato ad avere qualcosa di buono 
in questa terra con la mia sapienza medica, tu con quel traditore 
di Raberto mi fate queste cose? sta bene così? tutto quanto è a 
causa di quelle puttane e ruffiane di merda, bene bene! 



6. Per gincanda-sette-chìndese come es. di asyndeton additivum, perseguendo 
cioè la dilatazione sintagmatica tramite la sostituzione degli addendi alla somma, 
cfr. Lazzerini 'j-/ p. 68 (ove è pure una puntuale analisi del meccanismo di 
interferenza linguistica che concorre al « vanto autodenigratorio » di vario e 
morto). Altri es. di asyndeton additivum e sommativum sono in 11,20 e 111,60. 
Zan Manendi: Zuan Manenti, «... un sensale che a Venezia ottenne l'appalto 
del gioco del lotto (...) e che si dilettò di teatro» (Padoan '82 p. 89). Per 
ulteriori informazioni cfr. Padoan '78, PP- 115-118. Con questo personaggio è 
da identificarsi senz'altro l'autore (che si sigla semplicemente Z.M.) del poe- 
metto Specchio de la Giustizia, dedicato alle carceri veneziane; difatti a un 
Joannes Manenti il Senato Veneziano concede il 5 aprile 1536 il privilegio 
per la stampa di un suo « quoddam opusculum de qualitate carcerum venetia- 
rum » (Scarabello p. 29 e sgg.). 



Atto primo 6^ 

No varda cusì l'omeno de la ocso sta màtia e foranvia, perché 
ca drendo stame {tud)o cando 'scuso la vertùe. Se voglio mi prati- 
cari con la mio saver del merdesina, no stimarò una peto tutti 
candi la fisechi, ^erolòichi, spi^igeri, merduleri, sciromperi, dentu- 
lari, zucanrari, cavichelari de chestan terra. Chié credistu vui? avéu 
mi in quattro zumi gincanda-sette-chìndese persuni vario e morto 
in la Venesia cu la mio scirompi, fumendi: se no crendi domanda 
a cheli omeni, tu: messer Zan Manendi, misser Azulo, barba Feli, 
che sé morti, chié 'tenderastu ben! 

Sogni, basta, vegna'l cangaro! andesso chié crendeva averi calche 
remposo, no posso averi per 'mor de la mio fia Raberto e la fame- 
gi . . . pasenza, cangaro la magna! Vogio 'pundo chiamari andesso 
la famegio Campizulo e fari una rembufo. Bon . . . 

tic tic! 

Eh, more more Campizulo, pu isse? eia ocso, vie fuora ca' de mi, 
Campizulo! 



Scena seconda: Demetrio e Campezzo servo. 

8 CAMPEZZO Patron son qui, che mi comandi così in fretta? 

9 DEMETRIO Elandò, chié voi diri cheli tundi cosi? chié fevi con la 

mio fio Ramberto? cattivi, dolorusi, ah mariuli mariuli! no basta 
chié la fortuna za chìndese anni me ruversào indosso tanda des- 
grazia de perderi li mie spiti, la mio casa, la mio romba, la mio 
ambélìa, la mio gineca Laguria mugieri e Delia ticatera-mu fiola, * 
la mia dulgi cara morjì insula de la Rodi co tandi valendomini? 
IO E andeso chié mi sé drizzào de averi calchen be in chiesta terra 
cun la mio spienza del medegari, e vui co chielo tradituro de la 
Raberto me fa chiesti cose? stan be cusì cusì? tutto cando sé 
per casòn de chieli magarismegni polin{ti)chì e rufiagni, as ene 
as ene\ 



5. uìsi - cusì; stamatia - sta màtia; stameo - stame (tud)o. 6. dantulari - 
dentulari. 7. crandeua - crendeva; ne posso - no posso; ancdesse - andesso; 
more mora - more more. 9. chia - chié; che li - cheli; thica teramu - 
ticatera-mu; ualand homini - valendomini. io. chia - chié; mixa - mi sé; 
calchan - calchen; a uui - e vui; spianza - spienza; polin(ti)cht; asene a sene - 
as ene as ene. 

* la mio cara fia. 



66 Rodiana 

11 CAMPEZZO Padrone, non è poi come si dice: io vi dico che avete 

un figlio molto costumato. 

12 DEMETRIO Dici bene, davvero, che è costui matto! dimmi un po' 

perché la nostra botte di vino dolce è tanto scemata che quasi 
non c'è più niente dentro? sai anche tu che io ci vado a bere 
assai di rado: che significa questo? tu taci? bene bene, ladro 
assassino, fila a casa adesso, ubriacone, e non te ne andare, che 
vengo subito! voglio andare un momento in piazza a sbrigare una 
faccenda importante, capisci? 

13 CAMPEZZO Vado subito e non me ne voglio andare nemmeno se 

venissero mille soldati, se voi non me lo comanderete. 

14 DEMETRIO Bene, vai con Dio! 

ij CAMPEZZO Oh poveri servi, in che modo siamo trattati: il vecchio 

grida che lo serviamo male, il figlio minaccia se non si fa quello 

che lui comanda! 
16 DEMETRIO Oh, eccola giusto, questa traditora, causa di tutta la 

mia rovina: voglio un po' sentire quello che dice, mi nasconderò 

dietro a quest'angolo . . , 



Scena terza: Demetrio, Prudenzia ruffiana, Campezzo e Corado servi. 

17 PRUDENZIA È tutto il giomo che vado in giro cercando Roberto, 

figlio di Demetrio, e la mia sfortuna non vuole che mi venga 
tra i piedi, e forse che non ne ho bisogno? Dio ve lo dica. Verrà, 
per Dio! ecco giusto Corado tedesco suo servo, saprò da lui 
dove si trova, ma prima voglio fargli un po' di belle carezze. 
Buon giorno il mio buono e dabbene Corado. 

18 CORADO Buondì e buon anno, Partenzia, come stai cara bella 

madre figliola? 

19 PRUDENZIA E come vuoi che stia, dolce figliolo? a casa mia non 

c'è più niente da mangiare: non ho più farina, vino, olio, for- 
maggio né carne salata. Se il mio onorato padrone e figliolo non mi 
soccorre - che Dio lo benedica - io morirò senz'altro di fame, e lo 
so bene che se non avesse paura di suo padre che io avrei almeno 



Atto primo 6j 

11 CAMPEZZO Padron, non è tanto corno si dice: io vi dico che 

avete uno figliuolo molto accostumato. 

12 DEMETRIO Vui dìsin be, vero veritàe, chié sarà costui matto! dime 

poco per chié causa che la nostro bontà de vi dul^i sé tando sema 
chié casi no sé pi gnendi dendro? sastu pur vui chié mi vo bevaro 
tando pocogl(i)e: chié voi diri chiesto? vu tasi? as ene as ene, 
cleftes 'sassini, sire tò spiti torà, andé su la casa, 'briangazzo, e 
no te partiri, chié vegnio andesso! vogio andar poco (su) la 
piazza a far una servisio chié 'porta, gricàsì 'téndistu vui? 

13 CAMPEZZO Ora io vado, né mi voglio partire se venisseno mille 

omeni d'arme, se voi non me lo comandarete. 

14 DEMETRIO As ene, andé cu Dio! 

15 CAMPEZZO Oh poveri servi, a che partito noi siamo tratati! il 

vechio grida che lo trattiamo male, il figliuolo minaccia se non 
se fa quanto egli comanda. 

16 DEMETRIO Oh, vela ca apundo chesta tranditora, caso de tudo 

cando la mio ruìna: vogio poco sendiri chielo che disi, me scun- 
darò drio chiesto candò . . . 



Scena terza: Demetrio, Prudenzia rufj{i)ana, Campezzo e Corado 
servi. 

17 PRUDENZIA Tutto Oggi me ne vo atorno per ritrovar Roberto, 

figliuol di Demetrio, e la mia disgrazia non vole che mi venghi 
tra (i) piedi, e forse ch'io non ho bisogno di lui? Idio vel dica. 
Vennerà, per Dio! ecco aponto Corado todesco suo servo, intenderò 
da lui dove il si trova, ma voglio prima farli un poco de belle 
carezzine. Bon giorno il mio (bon) e da ben Corado. 

18 CORADO Bandì, pan ano Partentie, come star care belle mare fan- 

telline? 

19 PRUDENZIA E come vói tu ch'io stia, dolce figliuolo? non si tro- 

va pur in casa mia giozzo di sustanzia: io non ho più farina, vino, 
oglio, caso, né carne salata. Se'l mio onorato padron e figliuolo 
non mi soccorre - che Dio gli presti felicità - certo io mi moro 



12. disin ba - dìsin be; chia - chié; sa - sé; semachie - sema chié; noxe - 
no sé; pignendi - pi gnendi; pocogl{i)e; asene asene - as ene as ene; clefres - 
cleftes; (ospiti - tò spiti; note - no te; chia - chié; (su) la piazza; chia - 
chic. 14. A sena - as ene; cudio - cu Dio. 15. minacciase - minaccia se. 
16. che tudo - de tudo; sandiri - sendiri; caudo - candò. ruff(i)ana. 17. tra 
(i) piedi; mio (bon) e da ben. 18. panano - pan ano. 



68 Rodiana 

quattro cose che mi mancano, e bisognerebbe infatti strappare 
gli occhi e il cuore a questi vecchi che tengono i figli senza soldi, 
e soprattutto quelli della specie del mio signore Roberto, per il 
quale avrò sempre motivo di pregare Dio che lo aiuti, come 
faccio tutte le mattine davanti a un'immagine sacra, a ginocchia 
nude per terra. 

20 CORADO Allora prega anche Dio che faccia morire presto il padre, 

perché quello sì che sarebbe un buon padrone, per Dio vero! 

21 DEMETRIO Diavolo, perché non ho adesso con me il mio pisto- 

iese, che taglierei a questo cane mastino il suo naso in mezzo alla 
faccia ! 

22 PRUDENZIA Caro il mio Corado gentile, quando vai in cantina 

prendi una forma di formaggio e un prosciutto e, se puoi, qualche 
altra cosarella, e poi portale a casa mia che ce la spasseremo 
insieme. 

23 CORADO Lascia fare a me: quando è notte io prendo in campagna 

un vitellino e anche una pecorella e ancora un bottazzo di vino 
dolce, io non ho paura, so che il padrone è una bestia. 

24 PRUDENZIA Ascolta, dirai ancora a Roberto che provveda di farsi 

una chiave falsa, che possa aprire a suo piacere lo scrigno dei 
denari di suo padre. 

25 CORADO Per i santi che si cantano, sono più di sei giorni che 

Roberto si è fatto la chiave! 

26 DEMETRIO Ah, ladro di merda, traditore, ubriacone, poltrone: è 

questa la fedeltà con cui mi servi? ancora non lo sai, voglio 
provartelo, asino, se sono buono o cattivo! Ah, fai così? ti venga 
il canchero a te e a chi ti ha portato a casa mia! aspetta un 
momento! (fischia) Campezzolo, vieni fuori presto, prendi que- 
sto - che tu abbia la mala pasqua! - ubriacone, e legalo con le 
braccia e con le mani! 

27 CAMPEZZO Non dubitare, padrone, che lo condurrò in luogo sicuro 

e lo metterò in ceppi e lo farò rimanere chiuso in cantina in sua 
malora finché non tornerete voi. 

28 CORADO Oh vergine Maria, non farmi tanto male, padrone, ti 

prego; non battere la mia schiena! io non l'ho detto davvero e 



26. Anche qui è un inserto greghesco assai corretto, cfr. Lazzerini '77 
p. 74 n. i: àx6[ia. Sèv rj^épei? -^éXei? Trpopàpvjc, yatSapÓTiouXo, àv el^jiat xaXò<; 
ifj xaxó<;, tranne, forse, per il me caudatario di provaris: « si dovrebbe supporre, 
se pronome, una dislocazione marcatamente dialettale o erronea ». 



Atto primo 69 

da la fame, e so ben io che se non fusse la tema del padre ch'io 
arei più di quattro cose che non ho, e se gli vorebbe cavar gli 
occhi e il core a questi vecchi che tengono cusì in stretta gli sui 
figliuoli, e massime de le qualità del mio signor Roberto, del 
qual sempre arò causa pregar il Signor Dio per lui, cusì quello 
mi aiuti, comò lo faccio ogni mattina, davanti una imagine, a 
genocchi nudi in terra. 

20 CORADO Anche ti pregar Die ch'il more preste il pare, perché 

elle star bone patrune, per Die vere! 

21 DEMETRIO Oh diavole, perché no avéu mi andesso indosso la mia 

pastalesa, che taierave a chiesto cà masti la vostro naso per mezzo 
la fanza! 

22 PRUDENZiA Caro il mio Corado gentile, comò ne vai nella cànova, 

piglia una pezza di caso e un persuto e, se tu pòi, qualche altra 
cosolina, e porterale a casa mia, che si darem insieme bon tempo. 

23 CORADO Laghe far mi: cande star le notte mi piare alle ville une 

vetelete, anca une pecorelle pezzeline e anca una potaza de vine 
dulce, mi nit paura, saber le patrone un jier. 

24 PRUDENZiA Aldi, dirai ancora a Roberto ch'el proveda de fare 

una chiave falsa, accioché a suo bel agio possi aprire il scrigno 
de li denari di suo padre. 

25 CORADO Per sante chi le caute, el l'è pi de sie zurne che Raperte 

ha fatte le chiave! 

26 DEMETRIO Ah, clefti magaristnegni, trandituros, 'briangazzo, pol- 

drò: sé chiesto la fede chié me avéu de fatto vostro? acoma 
den ìcserìs, vele provaris-me, gaidaròpulo, an eima calòs i cacasi 
ah, féu cusì? te vegna '1 cangaro vui e chi te portào su li mia 
causa! spetta poco! 

sbio, fis! 
Campizulo, eia ocso glìgora, vie ca presto, pia ca chiesto - cachi 
la bernache! - 'briangazzo e ligalo cu le vostre branze e cu le ma. 

27 CAMPEZZO Non dubitar padron, ch'el condurò in loco salvo e 

metterollo in zeppi e farollo star serato nella càneva a suo mal 
agio, fino che verrete vui. 

28 CORADO Oh vergin Maria, noi far tante male, patrune, tei prieg- 

gher, a mi; noi strapazzar al mie vite! mi noi dir de mia volontà 



20. bona patruna - bone patrune; Dia - Die. 25. elle - ci l'è. 26. xa 
sé; chia - chié; aneima - an cima; uni - vui; shir fir - sbio, fis; più 
pia; ca chila - cachi la; lernache - bernache. 28. mala - male; priegge, r 
prieggher; 



70 Rodiana 

scherzavo: ahimé, eh, come trovi il povero Corado? perché? 
che cosa ho fatto? 

29 DEMETRIO Ti mostrerò bene io che hai fatto tu e che ho fatto io; 

perché, eh? ti venga il canchero con la lebbra, sai perché? perché 
sei cattivo, malvagio, come il capretto, che mangia il latte e caca 
palline, tu inganni il merdico, capisci? Vai pure, tu, adesso, pre- 
sto, e portalo in cantina, vicino alla botte del vino, e lascialo 
annusare come il bracco l'odore, senza che beva niente, perché 
voglio far patire a questo ladro mariolo tutte quante le cose che 
mi ha fatto: cammina avanti che ti seguo! 

30 PRUDENZIA Povera me, non avrei mai immaginato che l'affare do- 

vesse finire così male: ogni progetto è fallito. Adesso che De- 
metrio ha sentito ogni cosa farà la guardia alla sua roba con 
molta più attenzione e alla fine nessuno starà peggio dell'infelice e 
sfortunata Prudenzia. Bisognerebbe picchiarmi, che lo meriterei 
proprio, che non dovevo lasciarmi andare a discorrere di queste 
cose in mezzo alla strada con un ubriaco come Corado, che non 
ha più cervello di un bue. Che dirà il mio signore Roberto 
quando verrà a saperlo? sono sicurissima che il padre lo minac- 
cerà e io resterò così a bocca asciutta finché non si troverà un 
mezzo o una strada per derubare Demetrio. Pazienza, bisogna 
comunque lodare Dio per tutto quel che accade, dato che non 
fa mai mancare nessun disagio ai suoi buoni e devoti servi, come 
me, misera, che appunto ora patisco. Entrerò, non voglio più 
stare qui, me ne andrò alla perdonanza di san Domenico. 



Scena quarta: Roberto e Truffa villano. 

31 ROBERTO Potrà adesso la sorte accontentarsi delle nostre sventure? 
non le bastava ancora avere allontanato col perenne esilio mio 
padre dalla nobile e cara città di Rodi e di avere condotto me, 
in giovane età, da una terra all'altra, senza procurarmi sempre 
nuovi dolori e affanni? Ma la colpa di tutto ciò è del cieco e 
crudele alato Cupido, che mai smette di colpire, giorno e notte, 
i miseri cuori piagati, che mal sopportano le sue leggi dure e 
sanguinose. Non che mi penta per nulla di avere posto la mia 



Atto primo 71 

e mi trepàr: ahimé, eh, come ti trovar pover Corade? borùn? 
perché? chi fatte mi? 

29 DEMETRIO Ti saveròn be io che fando vui, chié fado mi; an, per- 

ché, an? te veg(n)a '1 cangaro cu li lèvora, sastu perchié? per- 
chié vui sé tristo, doloruso, como'l cavretto, chié magna la lati 
e canga la pìroli, engani la merdeghi, gricàsì Ande pur vui an- 
desso, gltgora, e portalo su la càneva, cundì cundì, presso la 
bontà del vi, e lassa chié '1 nasaro come el bracco la stufo, senza 
bever gniendi, perchié vogio a chiesto clefti mariuli far paìr tutti 
cando '1 cosi chié me fando: camina via che'l vegno del drio! 

30 PRUDENZIA Ah, trista me, che mai l'arei pensato che la cosa 

dovesse reuscire così sfortunevolmente: ogni disegno è ruinato. 
Ora che Demetrio ha inteso il tutto con molta piìì diligenzia 
averà custodia de la sua roba e alla fine non sarà chi sia più 
de sotto de la infelice e sventurata Prudenzia. E si vorebbe 
darmi de le pugna, che ben le meritarci, ch'io non dovea lasciar- 
mi trascorrere in tali ragionamenti nella publica strada con uno 
imbriaco come è Corado, il qual non ha più discorso che un bue. 
Che dirà il mio signor Roberto come lo saprà? io ne son cer- 
tissima che'l padre lo minaccierà e io, innanzi che si trovi modo 
né via da robar Demetrio, me ne starò a bocca asciutta. Pazienzia, 
di tutte le cose se voi sempre laudare Idio, come quello che 
non lascia mancar disagio alcuno a' suoi boni e devoti servi, 
come io, misera, (ch)e ora patisco a tempo. Intrerò, ora non 
voglio dimorar più qui, me ne anderò alla perdonanza di san 
Dominico. 



Scena quarta: Roberto e Truffa villano. 

31 ROBERTO Se potrà ormai la fortuna contentar de' nostri mali? 
li bastava pur aver privato il padre mio de la nobile e cara 
città de Rodi a perpetuo esilio, e io in età tenera asportato or 
in questa or in quell'altra patria, senza movermi ognor novi 
fastidì e affanni? Ma di ciò mercé ne è il cieco e severo alato 
Cupido, qual mai posa de bersagliar giorno e notte gli miseri 
squarciati cori, malcontenti di sue dure e sanguinevoli leggi. Non 
già che mi pentisca ponto de aver collocato la mia vita negli 



28. broun - borùn; fatta - fatte. 29. veg(n)a; pirdi - pìroli; engam - engani; 
anda - andé; a lassa - e lassa. 30. (ch)e ora. 31. siella in cileo - stella 
in cielo; 



72 Kodiana 

vita negli occhi di Felicita - che supera tutte le belle di Parma 
come fa in cielo il sole con le altre stelle -, che certamente 
sarebbe senz'anima e cuore un giovane che al giorno d'oggi non 
solo non bramasse una così grande bellezza, ma che non spar- 
gesse anche il suo sangue per ottenere la sua buona e onesta 
grazia. Mi lamento invece nel profondo che Amore possa tollerare 
che tale dea sia posseduta da un uomo carico d' anni e rimbam- 
bito, a cui la donna può servire da nutrice piuttosto che da mo- 
glie. Pazienza, Dio sa quanto ciò mi infastidisce e addolora, ma 
non voglio tuttavia perdermi d'animo, per Dio, che spero di 
arrivare in breve tempo al fine tanto bramato, servendomi del 
consiglio e dell'opera di Prudenzia. Ma ecco Truffa, il servo del 
vecchio, strumento ottimo e adatto a questa impresa: voglio 
parlargli. Buon giorno Truffa, dove vai? 

32 TRUFFA Vado, come dice la buona donna, dove mi tira il desiderio; 

ma voi piuttosto, che andate grandeggiando cosi da solo da queste 
parti? mi meraviglio bene che non siate col mio padrone Feraìgo, 
che siete pure, come dice quell'altro, polenta e formaggio, come 
sarebbe a dire una cosa legata insieme. 

33 ROBERTO È proprio vero quanto dici, ma il suo aiuto non giove- 

rebbe al dolore che sopporto, non potendo egli comprenderlo, 
né egli saprebbe intendere il mio animo. 

34 TRUFFA Al sangue del canchero che mi fate, compassione: ma 

che avete, caro signor Roberto, dite dunque; volete dirmelo, eh? 
e ditemelo, caro fratello, che se è cosa in cui mi posso adoperare 
mi obbligo fin d'ora a farvi qualsiasi piacere, perché vi voglio 
bene, io: dico che siete come un compagno, che non vi reputo 
altrimenti, perché avete del gentiluomo e non siete di quegli usu- 
rari com'è qualcun'altro che conosco. 

3^ ROBERTO Visto che ti mostri così gentile nei miei confronti, 
voglio rivelarti tutti i miei segreti. 

36 TRUFFA Vi potete fidare senz'altro di me, infatti, anche se mi 



32. Per l'autorità della bona femena cfr. Ruzante, Dialogo li, 137; Il Ora- 
tione, 12 e soprattutto Fiorina 1,28: « Se ben a' me la rio, el me va (com 
disse la bona femena) puoco in entro» (ripresa peraltro nella Fiorina calmiana, 
p. io: « se ben a' me la rido, el me va, con dise la bona femena, puoco in 
entro »). 

36. Roberto Sanseverino: l'attributo di vero Marte sembrerebbe rinviare a 
Roberto Sanseverino, conte di Caiazzo (cfr. 111,82: il conte di Gaiazzo; e 
Casa?). Truffa-Gasparo userà il rinvio a una personalità in vista, probabilmente, 
come riferimento burlesco, magari con qualche aggancio all'occasione della 
recita. II cenno resta comunque poco chiaro. 



Atto primo 73 

occhi di Felicita, qual non altrimenti molto avanza tutte le belle 
di Parma che il lucido sole ogni altra stella in cielo, che ben senza 
anima e core sarebbe quel giovene che a' tempi nostri non solo 
desiasse una cotanta rara bellezza, ma ancor non spargesse il 
proprio sangue per averne poi la sua bona e onesta grazia. Ma 
d'Amor mi doglio fin al core, che patischi che omo carico di anni, 
ribambito, al qual la donna più presto nutrice che moglie si pò 
addimandare, possedè tal dea. Pazienzia, salo Idio quanto me rin- 
cresce e dole, niente di meno non mi voglio desfidare, per Dio, 
che spero che di breve, usando il consiglio e l'opra di Prudenzia, 
pervenire al desiato fine. Ma ecco il Truffa suo servo, instru- 
mento ottimo e buono a tal impresa: voglio parlargli. 
Bon giorno Truffa, ove si va? 

32 TRUFFA A' vago, co' dise la bona femena, dove m'a'tira il dosi- 

derio; mo vu, che andasìu sgrandezzando de quànzzeno così solo? 
a' me smaravegio ben ch'a' no si' col me paron Feraìgo, a si' 
pur, con dise quelià, polenta e formalo, con saràe a dire una 
consa ligà insembre. 

33 ROBERTO Egli è ben vero ciò che dici, ma il duol grave ch'io 

porto non ha bisogno, non potendo egli saper, de suo aiuto, né 
che l'intenda l'intrinseco mio. 

34 TRUFFA Al san' del cancaro ch'a me fé pecò: mo che aìu, caro 

meser Reseto, mo disé mo; mo mei volìu dire, an? e disìmel, 
caro frelo, che se l'è cosa ch'a' me possi ovrare, inchìn da mo 
a' me ìibigo de farve ogni apiasere, perché a' ve vuò ben, mi; 
a' digh a' se' con da compagno ch'a' no ve tegno gnan altrimente, 
perché ai del zentilomo e sì a' no si' de quigi slusurari con è 
talun ch'a' cognosso. 

35 ROBERTO Poiché COSÌ amorevole me te offerissi, voglio scoprirte 

ogni mio secreto. 

36 TRUFFA Vi podete fidar sicuramente di me, perché ancoraché mi 



31. merincresce - me rincresce. 32. a uego - a' vago; le bona femena - la bona 
femena; ma tira - m'a' tira; closiderio - dosiderio; de quanzxe no - de quànzzeno. 
33. E glie - Egli è. 34. di se - disé; a digha - a' digh a; gana - gnan; altri 
mente - altrimente. 



74 Rodiana 

vedete addosso questi abiti da contadino, non sono né villano 
né nato in villa; vi voglio rivelare quanto non ho voluto finora 
svelare a nessun'altro, poiché sono certo che non diffonderete 
questi discorsi né, sentendo una cosa sorprendente, mi smasche- 
rerete davanti a qualcuno: sappiate dunque che il mio vero nome 
è Gasparo e che sono figlio del vero Marte Roberto Sanseverino 
da Casa, e per i dispiaceri e le crudeltà fattimi da una donna 
della mia terra di cui ero innamorato, e per sfuggire agli inganni 
tesi alla mia vita dai suoi parenti, mi fu necessario abbandonare 
lei e il paese; così partito, avendo sempre avuto piacere di ve- 
dere e conoscere cose nuove e diverse, andai in giro per il mondo, 
così per l'Italia come per una parte del Levante e fino al Po- 
nente, dove imparai diversi linguaggi dei quali mi sono servito 
comodamente in molti luoghi. Infine, essendo giunto a Venezia, 
mi innamorai ardentemente della sorella della mia padrona, chia- 
mata Lucrezia, e per venire al bramato fine dell'amor mio mi 
misi al servizio di un cittadino, messer Cornelio. Vi prego, se 
avrete bisogno di parlare con me da solo o in compagnia, di non 
avere a male se mi servirò della lingua corrispondente all'abito, 
perché la mia natura ama spesso fare qualche burla, come oggi 
stesso potrete intendere e, se vi accadrà, anche servirvi di me: 
sono sempre pronto ai vostri ordini. 

37 ROBERTO Ti ringrazio e, dato che ti vedo servirmi premurosa- 

mente, voglio rivelarti tutti i miei segreti. Sappi dunque che io 
sono ardentemente innamorato della tua padrona, e se tu potrai 
aiutarmi a questo proposito io te ne sarò per sempre più che 
obbligato, e in ogni caso non perderai nulla con me. 

38 TRUFFA E io, che ho provato cosa sono le ferite amorose, mi offro 

ad adoperare tutto il mio ingegno e la mia capacità per farvi 
ottenere il frutto che tanto desiderate, anche se la mia padrona 
non è più una ragazza. 

39 ROBERTO Io non consiglierei a nessuno di mettersi ad amare 

ragazzine, perché a quell'età sono volubili e poco mature. Una 
che abbia i suoi venti o venticinque anni sa invece escogitare 
diversi modi per starsene col suo amante, e non si turba per 
coserelle da poco come fa una ragazza ingenua, capisci? Ma sappi 
al proposito, Truffa mio, che io morirò se non mi aiuti, perché 
la battaglia con questo crudelissimo Amore è troppo difficile e 
aspra. 



Atto primo 75 

vedete in questi abiti contadineschi indosso, non però son villano, 
né nato in villa; ma per manifestarvi quello che finora non ho 
voluto ad altri scoprire - rendendomi certo che non reportarete 
le parole né me farete ad alcuno palese, intendendo cosa de gran 
maraviglia - sapiate adunque che il propio nome mio è Gasparo, 
figliuolo del vero Marte Roberto Sanseverino da Casa, che per 
strazi e crudeltà usatimi da una gentildonna della patria mia 
ch'io amava, e per fuggir i lacci a me dagli propinqui suoi nella 
vita tesi, mi fu forza absentar da lei e dal paese; per la qua! 
partita, avendo avuto sempre apiacer di veder e intender cose 
nuove e diverse, andai per il mondo, sì per la Italia come per 
parte del Levante e al Ponente, dove prendei diversi linguaggi, 
de' quali mi ho con grandissimo commodo in molti luochi servito. 
Finalmente, sendo capitato in Vinegia, mi innamorai caldissima- 
mente della sorella della patrona mia, nomata Lucrezia, e per 
venire al desiato fine dell'amor mio, con questo cittadino messer 
Cornelio mi posi a stare; e pregovi, occorrendovi ch'io vi parfi 
o solo o accompagnato, non abbiate a male se io mi servirò della 
lingua corrispondente all'abito, perché la natura mia è solita 
spesso da far qualche novella, come alla giornata potrete inten- 
dere e, accadendovi, etiam di me servirvi: son parato sempre 
a' comandi vostri. 

37 ROBERTO Ti ringrazio e, giaché ti vedo pronto servirmi, voglio 

scoprirti ogni mio secreto. Sappi adunque ch'io sono acceso d'amo- 
re della tua patrona, dil che potendo aiutarmi, io di ciò in per- 
petuo ti sarò obligatissimo, e oltra di questo non perderai nulla 
meco. 

38 TRUFFA E io, che ho provato quali siano le ferite amorose, mi 

offero adoperar ogni mio ingegno e arte per farvi conseguir il tan- 
to da voi desiderato frutto, ancoraché la padrona mia non sii 
fanciulla. 

39 ROBERTO Io mai lo direi ad alcuno che si ponessi ad amar fan- 

ciulle, perché instabile e senza conoscimento alla loro età. Una 
che abbi li suoi vinti e vinticinque anni sa prender diversi partiti 
per accommodarsi con lo amante suo, e per una così poca cosetta 
non si turba, come fa una semplice fanciulla, intendi? Ma al caso 
sappi. Truffa mio, ch'io mi morrò se non mi aiuti, perché è 
troppo dura e aspra la battaglia di questo crudelissimo Amore. 



36. servitio - servito; [&]mtendere. 37. dilche - dil che. 



y6 Rodiana 

40 TRUFFA Lasciate a me l'incombenza, che non verrò meno in ciò 

che vi ho promesso, e così vi dò nuovamente la mia parola d'o- 
nore: già ho pensato che Prudenzia sarebbe un buon tramite, 
avendola vista parlare con la mia padrona. 

41 ROBERTO Ottimo suggerimento, andiamo allora a trovarla e a 

metterla al corrente di tutto. 

42 TRUFFA Andiamo. 



Scena quinta: Cornelio solo. 

43 CORNELIO Non credo, da quando sono uscito dalla stampa di mia 

madre e buttato in questo volume di pensieri mondani, di essermi 
mai trovato più pesante di interiori e così sepolto in una spe- 
lonca di draghi e bisce, senza mangiare e bere, come mi trovo 
ora, al presente, in questi giorni, ita et taliter, totiens quotìens, 
che mi pare di essere stato messo in una barchetta vuota, solo al 
timone, in mezzo a un terribile mare magnum, e così mi sembra 
che se potessi ottenere un po' di luce da chi può con facilità 
aprire la finestra, non c'è dubbio che, oculata fide, non vedessi 
se la bussola è guasta o troppo carica di calamita, perché la punta 
sforzabile dei venti molte volte fa fallire i progetti dei naviganti. 

44 E a tal proposito mi ricordo quand'ero bambino, quando andavo 
con i miei compagni a nuotare dentro i truogoli, il più delle 
volte drizzarmisi contro i venti, che se non mi fossi aggrappato 
al manico del truogolo, sono certissimo che questo mio corpo 
ben complessionato e morigerato sarebbe diventato ritrovo e 

4^ armadio di granchi. Spesso l'influenza dovuta al corso delle stelle 
si ubriaca e non corre più come dovrebbe, e fa che all'uomo 
capiti male dove bisognerebbe gli capitasse bene, e allo stesso 
modo, prò coverso, fa del bene a chi merita male. Mi sono dilet- 
tato ai miei tempi puerili, e ancora adesso, di leggere queste 
scritture tutte in regola grammaticale: infatti mio padre, il dotto- 



45. prò coverso, la storpiatura di converso è evidentemente volontaria, gio- 
cando sullo scambio col ven. coverso, " coperchio ". 

queste scritture: da una battuta successiva (11,4) si deduce che l'interno della 
giubba di Cornelio è fatto di libriti d'orazion da zaratani, tanto che il servo 
Truffa lo paragona a una botega de le instorie vagante: il personaggio qui, dun 
que, apre la palandrana e rievoca la provenienza della fodera. 
Casaria: via in Rialto che ospitava le botteghe dei casaroli, cioè i venditori di 
formaggio (l'arte fu stabilita nel 1463: cfr. Tassini pp. 147-148). 



Atto primo jy 

40 TRUFFA Lasciate il carico a me, che non vi mancherò di quanto 

io ho promesso, e così di nuovo vi confermo a fé' di gentiluomo: 
e già mi ho pensato che Prudenzia saria buon mezzo, per averla 
veduta a parlare con la pa(t)rona mia. 

41 ROBERTO Bonissimo ricordo, andiamo adunque a ritrovarla, dove 

gli ragionaremo il tutto. 

42 TRUFFA Andiamo. 



Scena quinta: Cornelio solo. 

43 E' no credo, daspuò che son insìo fuora della stampa de mia 
mare e butào in sto volume de pensieri mondani, me abbia trovào 
pi spesocco de interiori e pi sopelio in una spelonca de draghi e de 
bisse, senza manzar né bever, quanto me trovo adesso, al pre- 
sente, in sti propì dì, in sta terra, ita et taliter, totiens quotiens, 
che '1 me par esser fìcào dentro una barchetta vuoda e star mi solo 
al timon, int'un terribile mare magnum, e sì me par che si podesse 
aver un puoco de luse da chi puoi con fagilitàe avérzer la fenestra, 
no gh'è dubbio che, oculata fide, non vedesse se'l bòzzolo fosse 
vasto o troppo cargo de calamita, perché la ponta del vento sforze- 

44 vole assai volte fa ruinar i desegni de' naviganti. E sun sto pro- 
posito e' me arecordo, a siando pizzolo, andar a nuar co i mie 
compagni int'i albuoli e drizzarse il pi de le volte i venti contrari 
verso de mi, che si no me avesse tegnùo al manego dell'albuòl, son 
certissimo che sto mio corpo ben complessionào e morigerào sara- 

45 ve romaso redutto e armèr de grancipori. La influenzia del corso 
dei ?ieli assai volte se imbriaga e no corre de più a spizego, e fa 
che l'uomo capita mal dove el doverave capitar ben e, sic de sin- 
gulis prò coversso, fa ben a chi merita mal. E' me ho deletào ai 
mie tempi puerili, e anche in sti moderni, de lezzer queste scritture, 
che la bona memoria del dotorante de mio pare portava a casa in 
manega ?erti squarzafogi e involture de salzizzoni che va a ramengo 
per Casarìa, che è tutti per letter(a) grammatical: perché el bon 



40. pa{t)rona. 45. letter(a). 



78 Rodiana 

rante buonanima, portava a casa in manica certi pezzi di carta 
e incartature da salsicce raccattati per Casaria: perché il buon 
uomo si ingegnava di farmi saggio con poca spesa, conoscendo 

46 la mia furiosa disposizione naturale. E talora, leggendo il libro 
di Grillo accanto al fuoco, sono rimasto agghiacciato, sognando, 
nel considerare come la volta celeste con tutti i cieli pieni di 
persone possano stare sopra di noi senza essere retti da colonne, 
e meglio, domandandomi chi siano quelli che forniscono tanta 
cera per simili candelieri, che ardono tutto il giorno in mezzo a 
queste viole celesti emisferiali: e qui per via di scienza ho tro- 
vato che si tratta di un certo signor Febo, che stava in Grecia, 
nell'isola di Delfo, il quale a causa della sua superbia fu eletto 
per scrutinio come speziale in cielo dai pianeti, che sono i rettori 
del mondo superiore. Domanda un savio con un bell'argomento 
interrogativo dove mai si trovi tanta cera che quello adopera, 
giacché sarebbe un viaggio troppo lungo farla arrivare da Schia- 
vonìa o Bosnia. Risponde che gli alberi della valle di Giosafat 
gocciolano dalle fessure certa gomma in gran quantità, la quale 
è un combustibile migliore della pece; e così anche un'altra spezie- 
ria, creata nello stesso modo e chiamata madonna Cinna, si 
procura legna e zolfo al monte Etna - nel luogo in cui furono 
fulminati i giganti - e mischiandoli arriva a ottenere una mistura 
tale da produrre una luce bianca, come si vede: dice inoltre il 
decretale di Omero che quando questi lunatici e strolici fecero 
la luna la fecero nel quindicesimo giorno di plenilunio: talvolta 
essa è calante, talvolta piena, talvolta crescente e non dà sempre 
luce in maniera uniforme: così è perché la donna da bene ha poca 
roba, e va temporeggiando meglio che può, mentre se ne fa, e 
per questo il territorio mondano viene a patire il più delle volte, 
perché la poveretta deve servire due regioni, noi e gli antipodi. 

47 Mi pare oltretutto strano che quando una persona passa da un 
posto a un altro, per trasferirsi in un'altra città, debba restare 
su quello stesso proposito, volontà, idea, disposizione, come quan- 
do era in quella terra dove è nata. E io ho sperimentato il con- 



46. libero de Grillo: si alluderà all'Opera nuova piacevole et da ridere de 
uno villano lavoratore nomato Grillo el quale volse diventar medico, Venezia. 
Zoppino, 1521 (cfr. Lettere p. 270 r. 6 = iv,9 e la n. del Rossi); il rinvio 
di riflessioni cosmologiche al libretto di colportage è ovviamente burlesco. 
la vai de losafà: è il luogo in cui Dio dovrà giudicare l'umanità alla fine del 
mondo (yeho-saphat = "giudizio di Jahvé "), cfr. // 3,2 e 3,12 («vallem 
losaphat »). 



Atto primo 79 

omo se inzegnava de farme savio con puoca spesa, cognoscendo 
il furioso crapazion mia naturai. 

46 E qualche volta, allegando il libero de Grillo appresso al fuogo, 
e' son romaso aiazzào, levào in spirito, considerando (co') sto 
àiare con tutti i ^ieli carghi de persone puoi star sora de nu senza 
coione che li tegna, ma megio, chi è colori che dà tante ^ere in 
far cusì gran doppieri, che arde tutto il zorno infra ste vioile 
celeste emisf erial: e qua ho trovào per via de scienzia che fo un 
messer Febo che steva in Grecia in l'isola de Delfo, el qual per 
via de superbia fo fatto spi^ièr a bossoli e balotte dai pianeti in 
gielo, come quelli che sé rettori delle cose alter(n)ative. Domanda 
un savio con un bel interrogativo argumental dove se tuoi tanta 
gara che'l frua, perché sarave longo viazzo a farla vegnir de Schiavo- 
nia o de Bosina. Risponde che i àlbori de la vai de losafà iòzola 
fuora de (le) comessure gerta gomma in quantitàe, la qual arde pi 
gaiardamente che piégola; e cusì anche un'altra spi^ieria, creada con 
la istessa condizion, che ha nome madonna Cinna: questa si tiol 
sòlfere e legne al monte de Etna, dove i ziganti fo fulminai, che 
incorporando insieme vien a far una mestura che fa una luse bianca 
co' se vede: dise anche el decretai de Omero che quando sti lunatichi 
e strologhi fese la luna (i la fes)e in quintadecima: la è scema, 
la fa el tondo, l'è indi screscente, e che la no luse cusì avallo: ci 
vien che la donna da ben ha puoca roba, e sì va a temporizando 
megio che la puoi, infìn che se nde fa, e per questo el territorio 
mondan vien a patir il piìì delle volte, perché la poveretta sconvien 

47 servir a duobus regionibus: nos et Antipodis. Me par anche da 
strànio che quando la creatura se parte da liogo a liogo, per andar 
a star in un'altra ^ittàe, si doverave star sun quel medesimo propo- 
sito, volontàe, effigie, desponimento, come quando la giera in quella 
terra quando la sé nassùa. E mi ho trovào tutto al contrario, e sì 
no son za stào in(t') el bosco de Dardena a bever dell'acqua dell'o- 



46. (co') sto àiare; me megio - ma megio; alter{n)ative; de (le) comessure; 
(i la fes)e; la indi - l'è indi; a ualio - avallo. 47. al contrario e se - al 
contrario, e sì; in(t') el bosco. 



8o Rodiana 

trarlo, senza andare nel bosco di Dardena a bere l'acqua dell'oblio 
fatta per incanto dal fatato Merlino, che taglia fascine in quelle 
selve per i frati zoccolanti. 

48 Per venire al dunque, vedendo la grande carestia appena finita, 
che a Venezia non si facevano miracoli di fare di pietra pane, 
e per cercare dell'aria buona, che facesse al proposito della mia 
magagna di essere un poco ernioso, così tutti i miei amici mi 
hanno consigliato di venire a stare qui a Parma, dove ho trovato 
invece, sed sic est, che più che levo a buonora e più ho fame 
e più che cammino e più consumo gli zoccoli e più che spendo 
meno ho denari, e un'altra cosa, più stupendissima e orribile e 
grandissima e meravigliosissima e più difforme: che sono innamo- 
rato cotto di un certo giocattolo di una figlia di una forestiera, 
che per quanto ho appreso da questi parmigiani è venuta da poco 
a starci. Guardate in che modo la mia mente sottilissima è andata 
ad appiccicarsi così, a prima vista; e vado tra me rimestando in 
che modo governarmi in questa mia età, perché ho una moglie 
così vispa che, se per disgrazia viene a saperlo, ho paura vada 
a rischio di farsi mettere due bollettini al lotto e di farmi toccare 
dalla cornucopia. Oh diavolo, oh sfortunato, oh ernioso che sono 
in tutte le mie cose! che tu non possa, disutile che sei, soffocare 
e differire questo appetito libidinoso? sono pure un uomo, a 
onore di San Crescenzio, forse che non risponde la volontà? 
perché, perché non posso strangolare, soperchiare la tentazione? 
quanto bene dice quel motto: « a Filippopoli vinse Alessandro, 
ma non seppe tener coll'animo speranza al gran guadagno »: e 

49 così succederebbe a me! Voglio dunque seguire questa strada 
che conduce l'uomo ai vasi di melassa, e farò tanto, con denari 
e cose e azioni, da volermela acquistare per ombrella; ma questa 
fabbrica del Sansovino non me la posso edificare da solo, vorrei 
trovare Prudenzia, che conosce un mappamondo di ruffianerie, 
piena di carità: al corpo del cacasangue che capita a puntino! 



48. la gran carestia passa: il riferimento va alla drammatica situazione ali- 
mentare del 1539-40 in seguito alla quale il governo veneziano decise di isti- 
tuire presso il Fontego di San Stae dei depositi di miglio a scopo preventivo 
(cfr. Pullan, I pp. 319-320 e l'intero cap.). 
desforme: può valere, oltreché " difforme ", " deforme ". 



Atto primo 8i 

blio fatta per incanto da Merlin affadào, che tàia fassine in quelle 
selve ai frati galozzanti. 

48 Or al caso, avedendo la gran carestia passa, che no se feva miracoli 
a Venesia de far de piera pan, e per gercar un bon àiare che'l fosse 
a proposito de sta mia desgrazia d'esser un puoco crevào, revera 
tutti i mie amisi me ha consegiào che vegna a stanziar in Parma, 
dove che ho trovào a l'opposito, sed sic est, che piij che lievo a 
bonora e' ho più fame e più che camino e' fruo i zoccoli e più che 
spendo ho manco danari, e un'altra cosa più stupendissima e orri- 
bile e grandissima e maravegiosissima e pi desforme: che son ina- 
morào a strangoiòn int'un zerto zugatolo d'una fia d'una forestiera, 
che, per quanto ho inteso da sti parmesani, la sé vegnùa da puoco 
a starghe. Vardé mo a che muodo la mia colera, la mia mente 
direttiva, se ha attaccào così, prima facie; e sì von praticando con 
la memoria a che muodo me bisogna governar in sta mia etàe, 
perché ho una moièr che ha tanto morbìn che, si per malaventura 
la r vien a saver, e' ho gran paura che la non casca in pericolo 
de farse metter do bollettini al loto e farme toccar con cornucopia. 
Oh diavolo, oh desfortunào, oh deschilào che son in tutte le mie 
cose: che ti no possi, desutele che ti è, sofegar e sospender sto 
appetito libidinesco? e' son pur omo a onor de san Cresenzio, forsi 
che no risponde la volontàe? mo perché, perché no posso strango- 
lare, superchiar la tentazion? Quanto ben dise qual moto: « a Fi- 
lipopoli vinse Alessandro, ma non sepe tegnir con l'anemo spe- 
ranza al gran vadagno »: così me intravignerave a mi! 

49 Adunque, vogio seguitar sta via che mena l'omo ai piteri del 
melazzo, e sì e' farò tanto, e con danari e robe e vertùe, che la 
vogio acquistar per mio ombraculo; mo sta fabrica del Sansovin 
non se puoi così tirar in colmo da mi solo, e' vorave trovar Pru- 
denzia, che sa un napamondo de rufianezzi, piena de caritàe: al 
corpo del cagasangue che la vien a tempo! 



5. a sospender - e sospender. 



82 Rodiana 

Scena sesta: messer Cornelio e Prudenzia. 

^o CORNELIO Buondì, quella ragazza: dove si va così, galante Pru- 
denzia? 

^i PRUDENZIA Fareste meglio a non seccarmi, perché se voi avete 
un sacco di grilli per il capo io non ho neanche da potermi so- 
stentare: voi siete il porco grasso del popolo e non credereste 
a un eremita di Betlemme. 

_52 CORNELIO Ah Prudenzia, sono soltanto un mortale disperato e 
non voglio vantarmi per non cadere in superbia: ma se tu sapessi 
le elemosine che faccio ti faresti il segno della croce coi piedi; 
tra le altre cose io tengo forniti tutti gli ospedali di questa città 
con i vestiti vecchi che non indosso più, e non c'è predica che io 
ascolti in tempo di quaresima che non devolva al predicatore tutte 
le monetine che porto con me, che ho riscosso nel corso dell'anno. 

53 PRUDENZIA E non è forse vero che voi vecchi ci fate del male? 

quando siete sulle girandole d'amore offrireste per essere aiutati 
anche quello che non avete, passato il momento non ci conoscete 
più e se vi salutiamo voltate la testa da un'altra parte: ed è 
certo così, per la luce del cielo! 

54 CORNELIO Ascolta, Prudenzia, sai pure che sono tenero di cuore 

e dolce di polmone, chi mi aiuta di tanto guadagna altrettanto in 
contraccambio. Guarda qui, ti voglio scoprire tutto l'animo mio, 
affinché tu provveda poi ad aiutarmi, e ti prometto in dono un 
paio delle mie calze di panno rosato, che sono state rattoppate 
soltanto quattro volte, e un sedicesimo di staio di buonissima 
fava sbucciata, con questa condizione: che tu parli a questa gio- 
vane, bella come un pappagallo in stampa di Aldo, bianca come 
un lupo, paffuta come un coniglio, e mi pare che abbia nome 
Beatrice e sua madre Sofronia, almeno per quello che mi è stato 
detto, che non le ho potute vagliare altrimenti, essendo forestiero. 

55 PRUDENZIA Credo di conoscerle; farò quanto posso per parlarci e 

le dirò tante inezie di voi che già penso che l'avrete in vostro 
potere: ma come andrà poi l'affare, quando vi vedrà il sospensorio 
che portate? 
^6 CORNELIO Vai via, mi sembri una giraffa, sempre in cerca di sver- 
gognare la gente: credi che sia di così poco conto che non sappia 
anch'io ficcare un cavallo in tana quando voglio? tu non mi co- 
nosci ancora bene! 



Atio primo 83 

Scena sesia: messer Cornelio e Vruàenzia. 

50 CORNELIO Bondì, quella fia: onde se va cusì, galante Prudenzia? 

ji PRUDENZIA Voi fareste bene a non mi dar noia, che se avete il 
capo pieno de grilli io non ho da potermi sovenire: voi sete 
il porco grasso del popolo e non credereste ad uno eremita di 
Beteleme. 

52 CORNELIO Oh Prudenzia, non mi vogio avantar per non cazzer in 
vanagloria, desperào mortai: mo se ti savessi le lemosine che 
fazzo, ti te f aressi la erose coi pie; intra l'altre cose e' tegno 
fornìo tutti i ospedali de sta terra di i drappi vecchi che no 
porto più, e sì non è predica che alda la quaresima che no despen- 
sa al predicador tutti i bagatini che n'ho aprontà suso, che scuodo 
in tutto l'anno. 

J3 PRUDENZIA E forse che non ci fate male, voialtri vecchi? come 
sete su le girandole di amore offerireste quello che non avete 
per esser aiutati, passato il ponto non ne conoscete più e come 
vi salutiamo volgete il capo in altra parte: ed è pur così, per 
la luce del cielo! 

54 CORNELIO Aldi Prudenzia, ti sa che son tenero de buèllo, dolze 
de polmone, chi me ne fa tanto all'incontro guadagna altretanto. 
Varda qua, e' te vogio mostrar tutto il mio anemo, azzò che ti 
provedi de aidarme, e sì te prometto de donarte un par delle 
mie calze de panno rosào, che no è sta nome conzàe quattro 
volte, e un quartaruòl de favetta bonissima, con sto patto: che 
ti parli a sta zovene, bella a muò un papagà in stampa d'Aldo, 
bianca a muò un lovo, lofa a muò un conio, e sì credo che l'ab- 
bia nome Beatrise e so mare Sofronia, e per quel che m'è sta 
ditto, che mi no le ho travasàe altramente, per esser forestiero. 

•j-y PRUDENZIA Parmi di conoscerle; io farò il mio potere di parlar- 
gli e li dirò tante festuche di voi che già mi penso che l'are- 
te al vostro comando: ma come andrà la cosa, vedendovi il bra- 
ghiero che portate? 

^6 CORNELIO Va', ti me par una girafa, mi, sempre ti cerchi de ver- 
gognar le persone: crédistu che sia tanto sgionfo de inzegno 
che no sappia anche mi metter un cavai in covo quando vogio? 
ti no me cognosci ben ancora! 



52. che no ha pronta - che n'ho aprontà. 53. vi fate - ci fate. 



84 Kodiana 

57 PRUDENZIA Non vantatevi per questo, che si vede prima del mo- 

mento la vostra estrema balordaggine, vi sarà piuttosto necessario 
mettercela tutta quando starete per congiungervi insieme e non 
raccontarle che avete tanti anni sulla groppa, capite? 

58 CORNELIO Se non fosse per le malattie non avrei niente da invi- 

diare a diecimila fusti, ma anche cosi, squinternato come mi 
vedete, potrei fare venti capriole su una sola mano, senza stac- 
care i piedi uno dall'altro, stinco contro stinco, nella corsa si 
vedrà se sono come un cavallo barbero! 
^9 PRUDENZIA Suvvia, mcsser Cornelio, lasciate fare a me, visto che 
vi vedo COSI ben disposto all'impresa, che farò in modo di farvi 
ottenere quello che desiderate; vi prego però, se potete, di darmi 
quattro bolognini, se non ve li potrò restituire dirò tanti rosari 
davanti a san Sebastiano, che vi protegga dagli strali amorosi. 

60 CORNELIO Che Dio mi faccia cadere le suole degli zoccoli se ho 

con me più di due quattrini, mia moglie non vuole infatti che porti 
denaro in borsa: dice che siamo in terre straniere, dove praticano 
certi furbi vestiti dello stemma di ca' Malipiero; ma ti prometto, 
quando mi recherai la buona risposta, di darti in sovrappiù una 
moneta d'argento antica da tre bolognini, col buco in mezzo per 
mettersela al collo come reliquia, che tengo nel mio forzieretto. 
Orsù, voglio andare via, che sono stato anche troppo con te, basta, 
mi hai capito? 

61 PRUDENZIA Andate pure, che l'angelo vi troverà troppo scarso per 

andare in paradiso quando farete il passaggio, sono certa che 
senza nessuna difficoltà andrete invece all'inferno. Guardate, 
per piacere, che vecchio scempio e malconcio; osservate, vi prego, 
che bella fortuna che mi è venuta per le mani, ma lo servirò 
secondo la paga. Pieno di moccio e con una corazza di tigna, 
pieno di gotta e col petto colmo di catarro, con gli occhi che 



60. l'arma da ca' Malipiero: si tratterà di un riferimento all'artiglio che 
è nello stemma della famiglia Malipiero: Cornelio non porta soldi - cosi si 
scusa - per paura dei ladri. 

da tegnir per reliquia adosso: Prudenzia è una pizzochera, o come tale vuole 
apparire per facilitarsi l'esercizio della ruffianeria: in iv,74 e più oltre essa 
mostra lo scapolare che porta al collo (cfr. Glossario s.v. abito). Cornelio le 
promette pertanto un pagamento in forma simbolica di reliquia. 

61. così scarso di andar al Paradiso: cfr. Decameron vni,2,24, ove si 
disquisisce se i preti fanno ciò « che Iddio comandò », col dubbio che siano 
tutti « piià scarsi che'l fìstolo » (" più avari del diavolo "): la natuta della 
scarsezza di Cornelio (dove al Paradiso si va, ovviamente, « volando senz'ali »: 
cfr. Decameron iv,2,32) è dello stesso tipo. 



Atto primo 8^ 

_57 PRUDENZiA Di questo non vi gloriate, che inanzi ch'è ora si co- 
nosce la estrema e venerabile pecoraggine vostra, e' vi bisognerà 
metter del buono quando sarete per accopulirvi insieme e non li 
dir che avete tanti anni sopra il dosso, intendete? 

58 CORNELIO No fusse pur stào le malattie, che no averave invidia 
a diesemilia de gaiardìa, ma ancora cusì, essendo desquadernào 
con me vedi, e' farave vinti cavriole a una man e lassa, senza 
muover i pie, un da lai l'(a)ltro, schinco con schinco, al corso se 
cognoscerà se sarò un barbaro! 

^9 PRUDENZIA Orsìi, messer Cornelio, dapoi che vi veggio tanto caldo 
a questa impresa, lasciate il carico a me, che operare in tal modo 
che arete il vostro intento, e potendo, vi priego, servitemi di 
quattro bolognini che, non ve li potendo restituire, dirò tante 
corone dinanzi san Sebastiano, che vi guarda dalle f rezze amorose. 

60 CORNELIO Prego Dio che me caza le suole dei zoccoli se ho altro 

che do quattrini adosso, perché mia moièr no vuol che porta 
danari in borsa: la dise che semo in terre aliene, dove ghe pra- 
tica ?erti gatti vestii dell'arma da ca' Malipiero; ma te impro- 
metto, co ti me porti bona risposta, de donarte sora marcào 
una monèa de tre bolognini d'arzento, antiga, che l'ha il buso 
in mezzo, da tegnir per reliquia adosso, che ho int'el mio forzeretto. 
Orsù e' vogio andar, che son sta troppo con ti, basta, ti me ha 
inteso? 

61 PRUDENZIA Andate pur, che l'angelo vi troverà così scarso di 

andar al Paradiso quando farete il passaggio: io non dubito che 
senza alcuna difEcultà anderete a casa del diavolo. Guardate, di 
grazia, che vecchio scempio, male acconcio in arnese; mirate, vi 
priego, che dolce ventura mi è capitata nelle mani, ma servirollo 
secondo il pagamento. Si ha messo - lo mozzicone imbardato 
di tegna, carico di gotte, pien il petto di tosse, gli occhi lacrimosi 
e il carniero fino alle ginocchia — ( a ) voler innamorarsi in così 



^8. l'{a)ltro. 61. sia messo - si ha messo; 



86 Rodiana 

lacrimano e i coglioni che arrivano fino alle ginocchia, e si va a 
innamorare di una giovane così bella e per bene: lei gli avrà fatto 
buon viso sapendolo padre di Federico e lui pensa di esser va- 
gheggiato, che bel bambino da tenere in braccio! Ma da dove 
arriva in questa maniera il suo servo Truffa? ci sarà senz'altro 
qualche novità: voglio andargli incontro. 



Scena settima: Truffa e Frudenzia 

62 TRUFFA Fotta del mal deretano, ho un bell'andare in cerca di voi, 

io! quando voialtre donne uscite di casa immancabilmente passate 
ora da questa comare, ora da questo compare, ora dal prete, ola 
dal frate a farvi confessare, o da qualche strolica o da qualche 
strolico a farvi predire la sorte, oppure - come dice il nostro 
fisfacano — a fare qualche vituperio. Dove canchero siete stata, 
cara la mia madonna Prudenzia? 

63 PRUDENZIA Non so cosa dire se tu non mi aiuti, caro Truffa: 

devo raccontarti la più bella storia del mondo riguardo al tuo 
padrone Cornelio, che è innamorato di Beatrice, la figlia di So- 
fronia, e si rammarica, si strugge, si lamenta, che lo diresti un 
bambino di dieci anni. E si è mostrato così generoso con me che, 
se io lo voglio aiutare, mi vuole dare in dono un paio di calze 
logore color rosa e certa fava sbucciata, e tutte e due le cose 
devono essere probabilmente più vecchie di lui, che ti pare? 

64 TRUFFA (ride) Venga il canchero ai vecchi sfiancati e pallonari come 

il mio padrone, più irrancidito del lardo di una scrofa vecchia, 
potta della merda secca! Questa storia mi fa proprio venire in 
mente della madre di Dondo. La madre di Dondo era infatti una 



62. fisfacano: voce oscura, per cui non ho reperito testimonianza di sorta; 
non è escludibile che si tratti di nome proprio o che un errore abbia reso 
il termine incomprensibile. È probabile una deformazione con neo-coniazione 
burlesca (" fisiciano "?, con l'intersezione di qualcosa come fànfano, "fan- 
farone "?). 

64. Dondo: è già Ruzante figura proverbiale dello sciocco: cfr. Anconitana 
11,32 e 7/ Oratione, 22. La citazione di Truffa ricalca per degradazione un 
verso dQWEneide (iv,i): « At regina gravi iamdudum saucia cura», desumendo 
burlescamente Dondo da iamdudum. Le cure della regina madre sono da inten- 
dersi nel senso di " supposte " (cfr. Boerio), da qui un gioco con l'istituto 
del benefìcio curato, ovvero il benefìcio ecclesiastico con cura d'anime, poiché 
Dondo risulta un bonsignore (" monsignore "): " ufficio o mansione sacra con 
il relativo diritto di percepire i redditi che vi sono connessi per dote " 
(GDLI,3). 



Atto primo 87 

bella e accostumata giovane, che per conoscerlo padre di Federico 
li ha fatto il viso cortese, e lui si pensa di esser vagheggiato: 
oh, bel bambino da tener in braccio! Ma d'ove ne vien il Truffa 
suo servo così assetato? qualche novità, debbe esser certo: vò 
irli incontra. 



Scena settima: Truffa e Prudenzia. 

TRUFFA Pota del mal driàn, a' so che ve posso cercar, mi! con 
vuialtre f emene insì fuora de ca', de fatto a' sbitté mo da sta 
comare, mo da sto compare, ora dal prieve, ora dal frare a farve 
confessare, o da qualche strolega, o da qualche strologo a farve 
dir la ventura, opur - con dise il nostro fisfacano - fa(r)gHe 
qualche vituperio. On cancaro sivu sto, cara la mea madonna 
Sprudenzia? 

PRUDENZIA Io non so quello (che) mi dica, se non me aiuti, 
caro Truffa: ti ho da contar la più alta favola del mondo del 
tuo padrone Cornelio, che è inamorato di Beatrise, figliola de 
Sofronia, e si ramarica, si strugge, si lamenta, che direste l'è un 
fanciullo de dieci anni. E sì ha largato meco che, volendolo aiutar, 
mi voi far un presente de un paro de calze fruste rosate e de 
certa faveta, che forse ogni cosa debbe aver pivi tempo che non 
ha lui, che ti pare? 

TRUFFA Oh, oh, oh, vegna el cancaro ai viegi sbonsi chilosi, con 
è il me paron, pi ingranzìo ch'a' no è il lardo de scròa viegia, 
pota de la merda indurìa! mo sta noèlla sì me fa da aracordare 
de la mare de Dondo. La mare de Dondo sì gera na rezzina 



61. (a) voler. 62. maldrian - mal driàn; fa(r)glie. 63. quello {che) mi. 



88 Rodiana 

regina più vecchia del mio padrone, e questa regina era gravida 
e non poteva partorire, e così cominciò a farsi mettere delle 
supposte, e tante se ne fece mettere che si saziò, e in questo 
modo nacque Dondo, e dato che era regina, come vi ho già detto, 
fece diventare questo suo figlio monsignore, e gh donò così un 
buon beneficio, e, per quello che ho sentito raccontare, lui fu il 
primo che abbia mai avuto «beneficio con cura». E ciò che vi 
dico non è una frottola, perché quel gran letterato Virgilio lo ha 
messo per iscritto dicendo « et rezzina gravia fé Dondo sazici 
cura ». Tieni così in mente, Prudenzia, che se vogliamo fare come 
buoni compagni terremo in piedi questa buggeratura, e in modo 
che sembri che il fatto non ci riguardi. Volete altro? che divento 
un salice dallo stupore! 

65 PRUDENZIA Truffa mio, caro figliolo, sappi che puoi fidarti di me 

come di tua madre, che non ti verrò mai meno in niente. 

66 TRUFFA Datemi allora la mano da vera sorella, al corpo di mio 

padre, che sapete ancora da giovane; orsù, lasciamo andare queste 
malinconie da una parte e ragioniamo di spartire i soldi che vi ha 
dato messer Roberto, se vogliamo continuare a essere amici. 
6y PRUDENZIA E che pensi che mi abbia dato, dolce e buon Truffa? 
ti potrei giurare senz'altro che i suoi soldi non bastano a mante- 
nermi un solo giorno. 

68 TRUFFA Dunque sono berteggiato e burlato e • truffato in questo 

modo, in un batter d'occhio? ma dato che la cosa va così da qui 
in avanti non andrà più: oh, venga il canchero, che tutte le vec- 
chie streghe non siano bruciate senza che voi ci scampiate, e an- 
date in malora col vostro bel parlare! 

69 PRUDENZIA Non ti corrucciare, Truffetta mio, io ti voglio più bene 

di quanto tu forse non pensi, arrivederci. 

70 TRUFFA Sì, sì, sono marroni col vino dolce! tu non sei ancora 

arrivata dove credi, neh! voglio per dispetto mandare ogni cosa 
col culo per aria assieme a messer Roserto, e darmi da fare anche 
col mio padrone vecchio perché non si metta più nelle sue mani. 
Oh canchero, me l'ho pensata da marchesco, ho pensato a un certo 
strolico che strolica gli uomini, che fa fare quel che canchero 
vuole a ogni tipo di donna; d'ora in poi farà a proposito per il 
mio padrone: voglio andare a trovarlo, che non vedo la beata 
ora di parlargli, così potrò guadagnare un po' di soldi: saranno 



Atto primo 89 

pi vegia aponto ch'a' no è el me paron, e sì sta rezzina giera 
gràvia e sì no posséa cagare, e qua la se scomenzà a far metter 
de le cure e tante la si n' fé metere che la se sazia, e a quel partito 
nascete Dondo, e perché la giera rezzina, co' ve ho za ditto, la 
fé doventare sto so fìgiu(o)lo bonsignore, asì ghe donò un bon 
sbeneficio, e, per quello ch'a' he sentii a dire, elio fo el primo che 
av(e)sse me «sbeneficio con cura». E questo ch'a' ve digo no 
è zanza, perché quel gran sletràn Sverzilio l'ha metià in letra con 
digando: « et rezzina gràvia fé Dondo sazia cura ». Mo tien a 
mente, Spruénzia, ch'a' si vogiòn nu far da buoni compagni a' 
faròn star saldo sto buzo, e sì para il fatto no sìipia nostro. Volìu 
altro? ch'a' dovente un salgaro da smaravegia! 

65 PRUDENZIA Truffa mio, figliol caro, sapi che te ne pòi fidare di 

me come di tua madre, che mai son per mancarti in cosa alcuna. 

66 TRUFFA Mo deme la man da vera serore, al corpo de me pare, che 

sai ancora da zovene; orsìi, lagòn andare ste melinzonie da un 
lo e favelòn de spartir i marchetti che v'ha dò misser Roseto, 
s'a' vogiòn star in amizizia. 
6-/ PRUDENZIA E che ti pensi, il mio dolce e da ben Truffa, che egli 
mi abbia donato? certo ti potrei iurare che non mi farei le spese 
un giorno de li suoi danari. 

68 TRUFFA Adunque a' son sbertezzò e sogiò e truffò a sto partìo, 

int'un sbatter de occhio? ma dasché la va a sto muò la n'andarà 
minga pi da chi inanzo: oh, vegna el cancaro, che tutte le viegie 
streghe no sùpia brusà che a' no scapolessé gnan vu za mo, e 
and(é) in bonora col vostro bel favelare! 

69 PRUDENZIA Non ti corozar, Truffetta mio, e' te voglio più ben 

che forsi non pensi, arivederci. 

70 TRUFFA Sì sì, gi è maroni col vin dolge! te no si' ancora donde 

te pensi, neh! a' vogio mo per despetto mandar ogni consa col 
culo in su con misser Roserto, e an' far tanto col me paron vie- 
gio che'l no anderà pi per la so man. Oh cancaro, a' me l'ho 
pensò da marchesco, a' m'he pensò d'un gerto struologo che struo- 
lega gi uomeni, che'l fa far quel che cancaro el vuole a ogni fata 
de femena; inchin da mo el farà a proposito per lo me paron: 
a' vuogio anarlo a trovare, ch'a' no vezzo quella biata d'ora do 
favelarghe, asì a' poro guagnare qualche può de marchitti: i sarà 

64. figiu(o)lo; av(e)sse; curamo - cura»; mo. 67. soui danari - suoi danari. 
68. dascha - dasché; tutti le uiegie - tutte le viegie; stregeno - streghe no; ano - 
a' no; moe and - mo e and{é). 69. te uolgio - te voglio. 70. a?na - a' 
m' he; qualche - quel che; cano - ch'a'no; quel che - qualche; 



90 Kodiana 

almeno di Truffa e di nessun altro. Pruden2Ìa, questa pera in 
culo! Eccolo appunto qui, perbacco, non devo certo morire cosi 
in fretta, visto che la fortuna mi corre dietro! 



Scena ottava: Truffa e mistro Simon negromante. 

ji TRUFFA Buon giorno, signor Simon, zelante strolico di strolicaria, 
fermatevi, il mio caro monsignore, 

72 SIMON Buondì e il buon anno, il mio buon stagionato Truffa, che 

fate, come va, che vuol dire che non vi fate più vedere? 

73 TRUFFA Beh sì, andrebbe bene, se non fosse per gli intrighi delle 

male lingue e delle cattive donne. 

74 SIMON Che parole sono queste? volete dire qualcosa di preciso o 

state solo scherzando? qualcosa va storto? canchero, nel viso mo- 
strate signum doloris: fate un po' vedere la mano, che voglio 
vedere che cosa vobis spirai malum fuori dal culo. 

75 TRUFFA Prendete, guardate se potete indovinare, perché è una 

cosa fuori del comune. 

•j6 SIMON Voglio per gentilezza dirvi il tutto, perché non si può fare 
altrimenti con un uomo dabbene come voi, quia bone nosti cioè 
iampridem tibi debbeo et eo amplius in perpetuum. 

•j-j TRUFFA Lasciate perdere queste storie, caro fratello, che sapete 
bene che sono vostro amico; questo aiuto non lo voglio mica per 
la padrona, ma lo voglio per me, e neanche voi non ci rimetterete: 
ma ditemi, se sapete, che cosa mi tormenta e se devo ricorrere a 
qualche rimedio. 

78 SIMON Canchero se dovete! vedo che avete queste linee sul monte 

di Venere troppo tribolate, è un pianeta che ha dentro tre segni 
pericolosi, cioè porco, bufalo e salamandra, che fanno fuoco im- 
mantinente: guardatevi dal frequentare le saune. 

79 TRUFFA Merdasì, non ci sono mai andato né tengo ad andarci in 

vita mia! 

80 SIMON Basta così, avete capito? andiamo avanti, voi siete mal visto 

e la vostra lingua, senza medicina, vi guarirà da un gran male, 
inoltre siete in baruffa con una ruffiana che vi ha fatto un dispetto. 

81 TRUFFA Ma chi mai ve l'ha dipinto? così non fosse! andate avanti. 



-j(s. L'inserto latino pare rinviare a una formula di commiato da epistola 
(" perché sai bene che ti sono debitore già da tempo e tanto più fortemente 
in perpetuo "). 



Atto primo 91 

almanco de Truffa e no d'altri, mo. Mo Sprudenzia, sto pero in 
le neghe! Mo velo aponto chive, moa, gerto no dego morire sì in 
priessa, za che la ventura me core a l'indrìo! 



Scena ottava: Truffa e mistro Simon negromante. 

71 TRUFFA Bon diazzo, masier Simon, zalante struologo de struologa- 

ria, frema, il me caro bonsegnore. 

72 MISTRO SIMON Bondì e '1 bon anno, el me da ben sasonàt Truffa, 

che fef, con vaia, che voi di' che no f lasse plii vedi? 

73 TRUFFA Poh sì, mo l'andaràe ben ella, s'a' ne foesse gi intrighi 

de le cative lengue e de le male f emene. 

74 MISTRO SIMON Che paròi è quest? a' voli di' qualcosa o pur sié 

sul burla? gh'è nient de mal? cancher, ind'el vis demostré signum 
doloris: mostre un po' la ma che f vói vedi che vobis spirai 
malum fò de neghi. 

75 TRUFFA Tolì, vardé mo s'a'l polì indovinare, perché l'è na consa 

che è fuor a de smaravegia. 

y6 MISTRO SIMON A'v' vói per zentilezza dirve el tug, perché no s' 
puoi perder con un om da ben con si' vu, quia bone nosti che 
iampridem tibi debbeo et eo amplius in perpetuum. 

•jj TRUFFA Laghé anàr queste noèUe, caro frello, che sai ben ch'a' 
son tutto vostro amigo, a' no'l vuogio minga per la parona, ma 
el vuogio per mi sto aiutorio, gnan vu no ghe perderi; mo disi, 
mo s'a' sai, che baticuore a' g'ho e se a' he besogno de qualche 
prò vision. 

78 MISTRO SIMON Cancher se'l besogna, an! e' vedo qua, avi sti linii 

sul monte de Venus tropo tribuladi, l'è un piadenèt che ha denter 
tre segni pericolòs, che è porcus, bufalus e salamandra, che man 
a fa fuogo: vardef d'andà ind'i stufi. 

79 TRUFFA Merda si, ma si a' no ghe fu me in me vita, né gniàn a no 

ghe vuogio anare! 

80 MISTRO SIMON Basta mo, avi intìs? Apres, vu si' mal volest e 

la vostra lengua, senza Hcò, ve guarirà un gran mal, e anch vu si' 
corozzàt con una rufiana che ve l'ha fag un despet. 

81 TRUFFA Mo chi cancaro ve l'ha pandù mo? mo così no foesse! mo 



70. cora alindrio - core a l'indrìo. 75. uerde - vardé. 76. uosti - tiosti. 
80. //■ uostra - la vostra. 



92 Rodiana 

che è proprio bella, al sangue del mal deretano, che sapete tutto 
quello che si fa in giro per il mondo e per la città. 

82 SIMON È vero. Canchero, questo monte di Giove dimostra che 

avete un gran bisogno di soldi, e che volete guadagnarveli senza 
passare per le mani di una certa donna dall'aspetto devoto, che 
però frega il prossimo, non è così? 

83 TRUFFA Dite il vero, più che la verità: no, no, no, canchero, non 

voglio che mi guardiate oltre, che non vorrei diceste qualcosa che 
non volessi si sapesse, che la cosa puzzerebbe! vi voglio dunque 
dire del fatto mio, che poi è anche quello del mio padrone, cioè 
padrona, che anche lei non aspetta altro che una bella occasione. 

84 SIMON Per affari amorosi lasciate pure che sia io a governare la 

faccenda, che vi servirò da gentiluomo, in modo che sia dato ove 
manca: bisogna però che anch'io sia risarcito un poco delle fatiche 
e delle opere che ci vanno in similibus de similia. 

85 TRUFFA Io non so tanto ragionare come fate voi di « sermilius » 

né di « milia », vi dico così: il mio padrone vecchio è innamorato 
di una giovinetta, e dunque vorrebbe averla, e io glielo ho pro- 
messo, per fare anch'io un po' di piacere alla mia padrona: non 
fate che il vecchio abbia la ragazza, che la cosa puzzerebbe, come 
dice quell'altro, del suo odore, perché suo figlio è innamorato 
anche lui della stessa ragazza, e vi voglio dire questo perché non 
facciano lega, e al tempo stesso vi soddisferò facendovi guada- 
gnare tre bei tron e anche tre mocenighi. 

86 SIMON Scometto, a patto di farmi castrare, di farvelo andare 

da questa ragazzina a che modo che vuole, purché faccia come 
voglio io. 

87 TRUFFA Se lo farete, eh? ha più voglia lui che non ce l'ha un 

prete di diventare pievano: orbene, lo farò venire a casa vostra; 
vorrei che lo teneste con voi tutta la notte, perché voglio fare un 
po' di lavoro alla mia padrona, capite? e per il pagamento lasciate 
a me la briga, sono Truffa, sapete? e guardate di non dirgli niente 
di tutto ciò, perché è una cosa importante, fidatevi pure di me, 
quando ve l'avrò portato. 



Atto primo 93 

ané drio, che al san' del mal dreà l'è ben bella, ch'a' sai quel 
che se fa per lo mondo e per la ?ité. 

82 MiSTRO SIMON L'è ol vira. Oh cancher, sto mont de love demo- 

stra che ai gran besogn de dener, e si voli gercà de vadagnarghen 
sen2a andà per le man de una gerta dona caritevola, ma la graffa 
i personi, no li è icsi? 

83 TRUFFA A' disi el vero, pi ca la veritàe, vu: no, no, no, can- 

caro, a' no vuogio ch'a' me vardé pi, ch'a' no vorràe che a' disse 
qualconsa ch'a no volesse che se saèsse, che la saràe pò ben da 
saorezza! a' ve vuogio mo dir lo fatto me de mi, an' quello de lo 
me paron, o vussi dire parona, che an' ella aspetta lomé un bel 
tratto, 

84 MiSTRO SIMON Per cosi de amor laghé pur governa la fagenda 

a mi, che v' servirò da barò, dent unde manca: el besogna che 
sii satisfag aca mi un pochet dei fadighi e d'i operi che gh' va 
in similibus de similia. 

85 TRUFFA A' no sé tanto favelar co' fé mo vu de « sermilius » gnan 

dei « milia », a' ve dighe a sto partìo, che '1 me paron viegio è 
inamorò in una zovenetta, e si e' la voràe aere, e mi g'ho im- 
prometìi, per far an' mi, per far un piasere alla me parona: mo 
no fé pò che '1 viegio abi la puta, che la puzzeràe - con dise 
quel'altro - del so saòre, perché so figliuolo è inamorò an' lu 
in sta puta, e a' ve vuogio dir questo asò ch'i no faèsse torta, 
e si ('n)t' un ve sastrufarò de farve guagnàr tri bié tron e an' 
tri smozenighe. 

86 MiSTRO SIMON A' vòi tuo de pat de fam castra se no vel faci 

andà da sta garzoneta a che parti che'l voi, purché '1 faghi a 
me muod. 

87 TRUFFA Se'l fari, an? l'ha pi volonté lu de con fa * un prieve de 

farse piovàn: orbetena, a'I farò vegnire a casa vostra; a' voràe 
mo che'l tegnissé con vu tutta la notte, perché vuogio far un po' 
de laoriero alla me parona, intendiu? e del pagamento laghé 
l'impazzo a me, a' son Truffa, intendiu? e vardé de no favelar 
niente de questo con esse de lu, perché l'è na cosa importarise, 
tegnive pur a mi a la reala, co ve l'aròn menò. 

82. sto mond - sto mont; no e li i[e]x/. 84. acanti - aca mi. 85. haue 
uogio - a' ve vogio; a so chi no faeffe - asò ch'i no f aesse; e si tu - e sì 
( 'n )t'un. 87. togniue - tegnive. 

* che no ha. 



94 Rodiana 

88 SIMON Ben detto, non temete, neque erigere membra vestra, che 

ho capito bene. Metteteci pure del vostro ingegno, ma come si 
deve, che di me non dubitate che vi venga meno: orsù, andrò 
a preparare quanto è necessario e così, da qui a un poco, me lo 
potrete portare quando volete, perché finirò presto quel che ho 
da fare. 

89 TRUFFA Andate pure, che ve lo farò venire da qui a un pezzetto, 

e poi noi due ci parleremo. 

90 SIMON Parlate così bene che nihil difficile volenti, e vi ringrazio 

della cortese amicizia e del buon amore che mi portate. Me vobis 
semper comendo per omnes partes utriusque sexus. 

91 TRUFFA E io vi inchino. Canchero, mi sento leggero come una 

piuma di colombo, che guadagnerò più cose in un mazzetto: ser- 
vire il padrone vecchio, la padrona Falcetta e anche messer Ro- 
serto, e risparmiare i soldi, che fanno quattro. Al sangue del can- 
chero che la va bene a chi la fa entrare come si deve: voglio 
adesso andare a far colazione, che merito da bere. 

FINE DEL PRIMO ATTO 



88. nolite timere è in ]t 42,11; neque erigere membra vestra è forse libero 
calco parodico di Km 6,19: « ita nunc exhibete membra vestra ». 



Atto primo 9^ 

88 MiSTRO SIMON Recte loquimini, nolite tiritere, neque erigere mem- 

bra vestra, che ho ben intìs. Metì pur vu el vos inzegn, ma con 
se de, che de mi no f dubité che ve manchi: orsùs, anderò a ca' 
a meter in orden quel che fa bisogn e però, staghend un pochet, 
a' mei podi mena senza un respet, perché a' fornirò prest quel 
che ho da fa. 

89 TRUFFA Moa, ané, ch'a' vel farò vegnir inchìn un pezzato, e pò 

nu du a' se parlaremo. 

90 MiSTRO SIMON A' parie tanto be che nihil difficile volenti, e sì a' 

ve rengrazi de la cortesana amicizia e del bon amor che a' m' 
porte. Me vobis semper comendo, per omnes partes utriusque 
sexus. 

91 TRUFFA E mi a' me ve rebuto. Cancaro, a me truovo sliziero 

quanto na pena de colombo, che guagnarò pi cose int'un fasset- 
to: servir el paron viegio, la parona Falgeta e an' misser Roserto, 
e avanzar i marchiti: che fa quatro. Mo al san' del cancaro che 
la ghe va (a) chi la fa entrar con bel muò: a' vuogio mo anàr 
a far colazion, che a' merito da bevere. 



FINE DEL PRIMO ATTO 



88. sta gena - staghend. 91. ni cose - pi cose; Rosario - Roserto; (a) 
chi la fa; bai - bel. 



Atto Secondo 

Scena prima: messer Cornelio e Truffa servo. 



CORNELIO Guarda, Truffa, se fai in modo che abbia questa nobile 
colomba senza servirmi di quella carogna di Prudenzia, che mi 
starebbe tutto il giorno attaccata alla cintura, ti prometto di do- 
narti, per quando avrai finito di prestarmi il tuo servizio, il mio 
cappello che porto a uccellare. 

TRUFFA Sentite padrone, se non sapessi chi è costui che vi dico 
non ve l'avrei neanche nominato; volete altro? l'ho visto tra- 
sformarsi in cavallo con tanto di testa, in gallo con tanto di zam- 
pa, in lupo con tanto di denti, un asino con cinque gambe - al 
corpo della ragazza gloriosa! - e in più di millanta fogge, potta 
della peste! non mi ha mostrato il demonio legato per un piede 
a una pietra del suo focolare, che era tanto nero e imbrattato che 
avreste detto che fosse il gran diavolo dell'inferno! e poi ha più 
gambe di morti, più teste d'impiccati, padrone, più aborti seccati 
al forno che non conterrebbe un grande cofano. 

CORNELIO « Oh oh oh, sorgente Babilonia, stronzo di porco rosso, 
buttati in acqua che non ti conosco ocus bocus, quinquere sco- 
pus »\ taci, per la tua fede, non dirmene altre, ti domando per 
pietà, che mi sono quasi pentito di essermi cacciato in quest'im- 
presa. Tuttavia quando porto il mio agnus-dei appeso al collo 
non ho paura di quanti pagani sono morti in Roncisvalle, e poi 
Amore fa gran coraggio ai suoi discepoli. Orsù, bando alle ciancie, 
che abbia o che non abbia paura, che siano diavoli, o spiriti, o 
satanassi, o demoni affatturati, sia ciò che si voglia. Mi calcherò 
il berretto in capo e voglio che facciamo quel che si può per 
avere questa gallina pegasea, puledra siriana, piccola gazza alle- 
vata al monte Parnaso. Andiamo, caro figliolo garbato, che non 
vedo l'ora di annusare questo garofano di Cipro; io credo di non 
smarrirmi mai, che ho più volontà e più cuore di una vacca gra- 
vida, che ha due cuori. 

TRUFFA Ma si, sarebbe da pagarvi da bere se aveste paura, essendo 



3. La prima parte della battuta contiene una formula di scongiuro contro le 
apparizioni spiritiche: ocus bocus (per cui cfr. U Glossario) appare anche nella 
canzonetta Turlulù la cavra mozza: «... mi me piase magnar pan: / chi 
non ha ne magna pocus: / ocus bocus, ocus bocus / ocus bocus, piciga pocus » 
(cfr. Lovarini pp. 200-201). 



Atto Secondo 

Scena prima: messer Cornelio e Trujfa servo. 



CORNELIO Varda, Truffa, se ti fa che abia sta colomba della gri- 
fania senza adoperar quella carogna de Prudenzia, che me starave 
tutto el dì atacà alla zentura, e' t'imprometto de donarti, co ti 
ha compio el to tempo, el mio capei che porto a oselar. 

TRUFFA Aldi, paron, s'a' no saésse chi è questo ch'a' ve dighe 
a' no ve l'aràe menzonò; voléu altro? che ghe l'ho vezìi a farse 
in cavallo con tanto de testa, in gaio con tanta de zatta, in lovo 
con tanto de denti, un aseno con ginque gambe - al corpo de la 
tosa gloriosa! - e in pi de milanta dolse, pota de la giandussa! 
mo no me gal(o) mostrò el demonio legò per un pé a una pria 
del so fogolaro, ch'ai giera varasiamàn negro e imbratò ch'a' 
disse ch'ai foesse il gran diavolo da l'inferno! e può l'ha pi gambe 
de muorti, pi teste de apiché, paron, pi creature desperdià, seché 
in lo forno, ch'a' no tegneràe un gran colf ano. 

CORNELIO « Oh oh oh, surgente Babilonia, stronzo de porco rosso, 
butate in aqua ch'a' no te cognosso, ocus bocus, quinquere sco- 
pus »\ tasi, per to fé', no me ne dir più, te domando de bella 
pietàe, che son gramo squasi de averme metùo a sta impresa. 
Tamen co porto el mio agnus-dei piccào al collo a' non ho paura 
de quanti pagani è morti in Roncisvalle, e può Amor fa gran 
cuor (a)i so discipuli. Orsìi, che tante cacare bàcara? ho paura 
o non ho paura, o diavoli, o spiriti, o satanàs, o demoni affaturài, 
sia zò che se vogia. E me fracarò la beretta in testa e sì vogio che 
femo quel che se puoi per aver sta gallina pegasea, pollerà soriana, 
gaziola relevà al monte Parnaso. Andemo, caro fio ulioso, che 
no vedo l'ora de nasar sto garofano ciprioto; mi a' no credo mai 
de smarirme, che ho piìi volontàe e pi cuor che una vacca gràvia, 
che ha do cuori. 

TRUFFA Mo sì, a'I se vorave darve da bevere che avesse paura, 



2. chie - chi è; tesia - testa; gal{o). 3. {a)i so; pagasea - pegasea. 



98 Rodiana 

innamorato come siete e carico di libretti e di orazioni da ciarla- 
tani, che si potrebbe aprire una bottega con tutti gli opuscoli che 
avete cuciti nel giubbone! Ma in che modo faremo, che quel- 
l'uomo dabbene vorrà essere pagato? 

5 CORNELIO Non mi farebbe per caso credito per almeno sette mesi, 

essendo tuo amico? 

6 TRUFFA Mesi? non ne faremo niente; vi so dire che anche lui 

paga i diavoletti che svolgono i suoi ordini, e non pagandoli lui 
non potrà fare niente, e non potendo voi non potrete avere quello 
che volete. Dategli almeno dieci corone papali d'oro e se anche 
fossero infranciosate a lui non interessa, e poi del resto della 
somma vi farò fare credito per quanto tempo volete, capite? 

7 CORNELIO Parh da un Rinaldo, da un pievano Arlotto, che dico, 

meglio di un Carlo Magno paladino; però dargli tanti soldi tutti 
insieme mi pare contro la legge venerea; potta, è una somma da 
far ricco un venditore di aghi e fettuccia. 

8 TRUFFA Se non volete lasciate stare: che interessa a me? quello 

che vi dico torna forse a mio conto? 

9 CORNELIO Zitto, zitto, non arrabbiarti che te li darò, e poi vi 

metterete d'accordo tra voi due a modo vostro, perché io, benché 
sia io, non voglio parere io, capisci? sai? 

10 TRUFFA Se lo so, eh? ne so più io cacando questa filastrocca che 

non ne sapete voi mangiando a bocca piena quello che mangiate: 
andate adesso, per piacere, che così non saremo visti da questi 
musetti di Parma. 

11 CORNELIO Andiamo, e fai m^ercato con questa condizione e questo 

patto: che mi faccia ritornare nel mio stato attuale, semmai vo- 
lesse far negromanzie e trasformarmi da uomo in qualche animale 
pauroso e avvelenato, che non succedesse poi che non potessi 
più dire il fatto mio non essendo più un cristiano, mi capisci? 
Ma non sarebbe meglio che andassi prima a casa a prendere i 
soldi? che dici? 

12 TRUFFA In questo modo voi mi andate per la via buona e vedo 

che così siete disposto a contrattare, non raffreddatevi dunque, 
e venite da qui a un pezzo, che vi aspetterò in piazza, in modo 
che sembri il fatto non mi riguardi. 

13 CORNELIO Parli molto bene, sia con mille paia di santi. 



6. Il gioco di parole allude, tramite il nome di una moneta, al cranio 
pelato " a corona " del sifilitico. 



Aito secondo 99 

sianto inamorò con a' si' e cargo de libriti e d'orazion da zaratani, 
ch'ai se poràe levar una botega de le instorie che ai cusìe in lo 
zupòn. Mo a che partìo farònglie, che quel om da ben vorà esser 
pagò? 

5 CORNELIO Mo no me faravelo termene almanco sette mesi, siando 

to amigo? 

6 TRUFFA Mesi? a' no faròn gniente: ve so dire che a(n') lu paga 

i diavoletti che fa a so muò, e no i pagante lu no porà far niente, 
e no possante e' no pori aér zò che a' voli. Deghe almanco diese 
corone d'oro papale e se i foesse ben infranzosà lu no fa conto, 
e pò degli altri a' ve farò far che tempo ch'a' voré, mi, intendìu? 

7 CORNELIO Ti parli da un Renaldo, da un piovàn Arloto, che digo, 

megio che un Carlo Magno paladin; mo de darghe tanti danari 
cusì in grosso el me par far contra la lezze venerea; pota, mo la 
sé una quantitàe de far ricco un cordele-aghi. 

8 TRUFFA S'a' no voli laghé stare: che me fa a mi? questo ch'a' 

ve digo die estre fuossi pre mi? 

9 CORNELIO Qto gito, no te inturbar che te i darò, e può tra vu do 

conzeré la papalota a vostro muodo, perché mi, se ben son quel 
mi, no vogio parer che sia quel mi, intèndistu? sastu? 

10 TRUFFA Si a' so au? a' so pi cagando sta filastuoria ch'a' non sai 

vu magnanto a bocca pina quel ch'a magne: mo andé, degneve, 
che a' no sarem cusì vezù da sti musetti de Parma. 

11 CORNELIO Andemo, e fa mercào con sta condizion e patto: che el 

me torna int'el esser che me trovo, caso che '1 me volesse ine- 
gromantar e trasformarme de uomo in qualche anemal spauroso, 
velenào, che no podesse pò dir el fatto mio a no siando pò pi 
Cristian, me intèndistu? Mo no sarave megio che andasse in prima 
a casa a tuòr i danari? che distu? 

12 TRUFFA Mo a sto partìo me andé per carezza da baron, vu, e sì 

a' vago che a' volé far de fiera, mo no ve aiazzé mo, e vegneressì 
per fin un pezzato, ch'a' ve aspietterò in piazza, che'l para che'l 
fatto no supia me. 

13 CORNELIO Ti parli molto ben, sia con mille para de santi. 



4. juronglie - farònglie. 6. ano - a' no; a{ n' ) lu. 7. tu parli - ti parli. 
12. a iuluego. 



loo Rodiana 

Scena seconda: Federico figlio di Cornelio, solo. 

14 FEDERICO La passione più crudele e intollerabile è per l'uomo il 
non riuscire a ottenere ciò che gli sta a cuore, dove altri con 
poca fatica arrivano alla conclusione. Sono giovane, onesto, di 
buona famiglia e soprattutto — ed è ciò che al giorno d'oggi più 
si considera - ricco: ma ciò che mi giova, misero me, se non 
posso giungere a nessun risultato nonostante mi si offra l'occa- 
sione di soddisfare le mie voglie? sono ormai giorni e mesi che 
sono stato rapito da un dolce sguardo della più onesta ragazza 
che abbia mai visto da che sono nato, di nome Beatrice, e dav- 
vero si potrebbe considerare beato colui che per grazia concessa 
dal cielo possedesse una così grande bellezza. E io da solo, per- 
ché non so trovare nessun intermediario di cui possa fidarmi, 
conduco in affanni la mia anima stanca e travagliata, così, pensando 
ai frutti che si colgono nei giardini amorosi; per cui, amando 
senza difetto d'amore, sfamo il mio cuore in miseria e infelicità. 
Amore, signore mio, non abbandonare il tuo fedele! Troverò 
Roberto, il figlio di Demetrio, che, sia per la vecchia pratica 
che ha di questa città come per l'amicizia che mi porta, sono 
sicuro che se può non mi negherà qualche consiglio. Ma non è 
questo che viene avanti il suo servo tedesco Corado? è lui, per 
Dio: gli andrò incontro e gli chiederò dove si -trova Roberto. 



Scena terza: Campeggio, Corado servi e Federico. 

15 CAMPEGGIO Scappi, Corado? aspetta che lo venga a sapere il 

padrone! 

16 CORADO Lasciami andare, tu e il vecchio pazzo del padrone! 

17 CAMPEGGIO Aspetta, tedesco ubriaco, che sarai punito come meriti: 

fuggi pure, vai dove ti pare! 

18 CORADO Poltronaccio, ti venga il canchero! mi vuoi far morire di 

fame? 

19 FEDERICO Corado, ehi, Corado! non senti, Corado? che è del tuo 

padrone Roberto? 

20 CORADO Io per Dio sono quindici-trenta-venti-una-quattro ore che 

non bevo niente, che gola bollente! 



Atto secondo loi 

Scena seconda: Federico figliuol di Cornelio, solo. 

14 Intolerabile e crudel passione è quella dell'uomo quando non 
può adempire il desiderio suo nelle cose che gli altri con poca 
fatica ad effetto conducono. Io mi trovo giovane, virtuoso e di 
buona famiglia nato e - quello che piti a questi tempi ha in con- 
sederazione - ricco: e che mi giova, lasso me, quando offerendosi 
buona occasione di far le mie voglie sazie non posso venire a 
conclusione alcuna? Ormai son giorni e mesi ch'io son preso da 
un dolce sguardo della più onesta garzona che vidi mai da che 
io nacqui, chiamata Beatrice, e invero ben si potria tener beato 
colui, quale per grazia dei cieli concessale, possedesse tanta bel- 
lezza. E solo - per non poter trovar mezzo nel fidarmi di alcuno - 
meno in affanni la stanca e travagliata anima; così, provando i 
frutti che (si) colgono negli amorosi giardini, onde, amando senza 
difetto di amore, in infelicità e miseria il cor mi pasco. Amore, 
signor mio, non abbandonare il tuo fìdele! Troverò Ruberto, figliuo- 
lo di Demetrio, il quale, sì per la lunga pratica che egli ha in que- 
sta città come per lo amore che mi porta, son certissimo non mi 
mancherà, potendo, di qualche ricordo. Ma è questo che vien qui 
Corado tedesco servo? per Dio, è desso: anderogli incontro e li 
addimanderò dove si ritrova Ruberto. 



Scena terza: Campeggio, Corado servi e Federico. 

15 CAMPEGGIO Tu fuggi, Corado? lascia che'l padron lo venga a sapere! 

16 CORADO Lécheme 'nore ti e le patrune vecchie matte! 

17 CAMPEGGIO Lascia, todesco imbriaco, che sarai ben punito: se 

fuggi va' pur dove vói! 

18 CORADO Te vegn(e) il cancare, poltronazze! ti voler far morir mi 

del fame? 

19 FEDERICO Corado! oh, Corado! tu non odi, Corado? che è di 

Roberto tuo padrone? 

20 CORADO Mi, per Tie, star chindese-trenta-vinti-une-quattre ore mi 

nit biber quelle canne, canne siedel canne! 



14. quelli- quello; confederatone - consederazione; che (si) colgono. 17. 
fuggiua - fuggi va. 18. Te vegn(e). 20. si è del - siedel. 



I02 Rodiana 

21 FEDERICO Per piacere, dimmelo, caro Corado, e non prendermi 

in giro, che per me non è più tempo di scherzi! 

22 CORADO Non lo dico per dire: la mia pancia è mal disposta, guarda 

un po' in che stato è la mia lingua, non posso neanche sputare, 
da tanto che mi hanno tenuto legato vicino alla botte del vino 
dolce, e in fede di Dio è da tanto che non mangio e non be- 
vo .. . potta che non dico di san Bulfardo, io non ho fatto del 
male: quel pazzo del padrone vecchio ha chiamato Campezzo e 
mi ha fatto legare in questo modo: lascia fare a me, greco matto, 
toghti di mezzo, sardella da brodo! ...non posso neanche cam- 
minare, per Dio! 

23 FEDERICO Non dubitare, Corado mio, ti darò dieci bolognini con i 

quali potrai godertela per amor mio e sacrificare un giorno intero 
al dio Bacco, riempendoti bene la pancia. 

24 CORADO Non voglio soldi, io voglio bere vino dolce e moscatello, 

signor Feringo, parlo con fatica: vogHo da bere, così voglio io, 
resto senz'altro! parlo con fatica: non ho niente, voglio da man- 
giare! sì per Dio, se non dai da bere a Corado io scappo via! 

25 FEDERICO Tò, prendi i soldi e vai all'osteria, dove avrai vino e 

carne e quello che più ti piacerà, così che potrai recuperare le 
forze perdute. Ma dimmi, dov'è adesso Roberto? 

26 CORADO Raperto si è ficcato in casa di quella casa della vecchia: 

una donna, potta santa, con la straccia. Venga il canchero, mi 
sono dimenticato il nome! . . . credo sia Latenzia ... no non è 
quella! sì sì, il suo nome mi inganna: aspetta un pochino, io mi 
ricordo davvero il suo nome: il suo nome vuol dire Pratenzia! 

27 FEDERICO Tu vuoi forse dire Prudenzia ruffiana, comune rifugio 

della gioventù? 

28 CORADO Sì, lei è proprio Pratenzia, davvero sì, Pratenzia, canchero 

la mangi! signor Feringo, io voglio andare all'osteria e voglio 
bere un bottazzo di dolce moscatello: stai con Dio! 

29 FEDERICO Addio, Corado! Devo senz'altro andare a casa di Pru- 

denzia, dove troverò Roberto; ma ecco il mio Truffa, voglio 
prima sentire dov'è diretto. 



22. sante Bulfarde: cfr. Nota al testo, Todesco 11,22. Prossimo a Bulfarde 
è inoltre un mistro Sbrufaldo todesco di un'opuscoletto piìi o meno coevo 
(cfr. Cortelazzo '80 p. 199). 



Atto secondo 103 

21 FEDERICO Deh di grazia, insegnatemelo, dolce Corado, e non bur- 

lar meco, che per me non è più tempo di burle! 

22 CORADO Mi noi dir cusì: star le mie panze male conticionate, 

varde un puoche come star le mie lengue, mi no poter far nit 
sputazze, tante mi tenir ligate appresso al bote del vine dulce, 
e mi no manzer né bìber tante, alla fé' de Tie... potè che no 
dighe sante Bulfarde, hic hahen unerechette, no, n(o), n(o): 
mi nit fat(te) male: le patrune vecchie matte ha chiamate le 
Campezze e m'he fatte ligar a queste muode: laga far mi, greghe 
mate, spazzate, sardelle de bruete! . . . mo no poter caminar, 
per Tie vere! 

23 FEDERICO Non dubitar, il mio Corado, io ti darò dieci bolognini 

con quai tu potrai goder per amor mio e sacrificar a dio Bacco 
tutto un giorno, alzandoti bene i fianchi. 

24 CORADO Hic bil loingelt nit, no vuol danari mi, mi voi biber 

vine dolce e le muscatelle, messer Feringa, vel trestair: trine 
geben, also bil hic, do plaiben! vel tres{tair): aber nit, hic bil 
ab adii sì par Tie, se non dar a Corade bever mi scamper via! 

25 FEDERICO Tò, piglia i danari e vanne all'osteria, ove arai vino e 

carne e quello che più ti aggraderà, siche ricovererai le smarrite 
forze. Ma dimmi, ove si ritrova Roberto? 

26 CORADO Raperte al l'è ficate in casa de quelle case delle vecchie: 

una donne, potè sante, cu la strazza. Vegne'l canchere, mi smen- 
ticàt el nome! . . .crede sia Latentie . . . nit nit star quelle! io io, 
star sue nome bùzare: spete '1 puochetine, mi ricordate verlic ir 
nam: la suo nome voi dir Pratentia! 

27 FEDERICO Tu vói forse dir Prudenzia ruffiana, commune refugio 

della gioventù, è così? 

28 CORADO Eie star sì Pratentie, ella è vera sì, Pratentie, cancher el 

magne! segnor Feringhe, mi voi andar all'osterie, hic bil in birzauc 
gliem, e vuol mi biber una potaza dolce muscatelle: sta con Tie! 

29 FEDERICO Adio, Corado! Mi è forza andar a casa di Prudenzia ove 

troverò Roberto; ma ecco il mio Truffa: voglio intender prima 
ove egli va. 



22. sante Bulfar de - sante Bulfarde; hic habuit une recette nonn - hic hahen 
unerechette? no, n{o), «(o); f^K^^)- 24. loin - loin; ghe ben - geben; 
al so - also; vel tres(tair); abacli - ab adi. 26. Raparte - Raperte; alle - 
al l'è. 27. gionentu - gioventù. 28. E le - Eie. 



104 Rodiana 

Scena quarta: Truffa e Federico. 

30 TRUFFA Padroncino, Dio vi aiuti, non volevo appunto altri che voi. 

31 FEDERICO Che c'è, Truffa, stai escogitando qualcosa o arrivi con 

qualche storia da ridere, com'è tuo solito e costume? 

32 TRUFFA No canchero, sapete pure che non vi caccio mai carote 

senza farvelo prima sapere; volete altro? se mi volete ascoltare 
sentirete la più bella storia che abbiate mai sentito. 

33 FEDERICO Ti ascolto, ma finisci presto, che non posso fermarmi 

qui a lungo. 

34 TRUFFA Vostro padre non è anche lui innamorato nella vostra 

Beatrice? e dico così ardentemente che caca scopini con spazza- 
ture attaccate, dicendo che vuole averla anche a costo di spendere 
il doppio di quello che possiede: così io non vedevo la beata ora 
di dirvelo, in modo che vi sappiate governare e che non facciate 
come fece Galletto con suo padre, che suonavano tutti e due 
con un piffero: se avete stabilito così andate con Dio, giac- 
ché io non c'entro più niente. 

35 FEDERICO Truffa, capisci quello che ti dico? non fare per ora 

parola a proposito del mio amore per Beatrice, che in quel caso 
sarei rovinato. 

36 TRUFFA No, no, no, padrone, andate pure . . . 

Oh, sarebbe proprio da coglioni se glielo dicessi: non ci perderei 
anch'io il mio tornaconto? So che ce ne sono due di amori, io, 
e uno di questi ha due piccioli: matta la vacca e matti i vitelli. 
Il signor Roberto è innamorato della mia padrona Falcetta, il mio 
padrone vecchio e suo figlio sono innamorati entrambi di Beatrice, 
e io sarei il cane di donna Rosa, che andrò leccando gli usci: oh 
canchero, sarebbe una bella storia, canchero! vorrei adesso che 
arrivasse questo vecchio pallonaro, deve essere andato a casa più 
per togliersi il sospensorio che per altro. 



Scena quinta: Truffa, messer Cornelio e maestro Simon. 

37 TRUFFA Camminate, potta, siete proprio lungo nelle vostre cose! 

36. Cfr. Ruzante, Anconitana 11,6: « A' sé che 'I ghe n'è tri de gi amore 
su 'n pecolo: mata la scroa, mati i puor^iegi ». 

II can de dona Rosa, non invitato alla festa e lasciato fuori della porta, 
è evidentemente proverbiale: cfr. Travaglia (e. 91V): « E mi licava la caenella 
a mo el can de donna Ruosa ». 



Atto secondo 105 

Scena quarta: Truffa e Federico. 

30 TRUFFA Paroneto, Die v'aì, aponto no voléa gnan altri. 

31 FEDERICO Che c'è, Truffa, pensi o porti qualche favola da ride- 

re, come è tuo solito e costume? 

32 TRUFFA No cancaro, a' sai pure se ve cazzo me carotte ch'a no 

vel faghe prima saére; volìu altro? che se me voli ascoltare 
intendarì la pi alta novella ch'aé sentii in vita de agni. 

33 FEDERICO Ti ascolto, ma pon presto fine, ch'io non posso far 

lunga dimora qui. 

34 TRUFFA Mo vostro pare no elio innamorò an' lu in la vostra Bea- 

trise? e dighe sì fieramén che'l caga scovogi con spazzaiìre attac- 
càe, diganto che la vuole aere se'l creésse ben spendere el doppio 
de quel che l'ha al mondo: mi mo a' n'he vezzù quella biata ora 
de dirvelo, azò che a' ve sappié governare e che a' no fassé com 
fé Galletto con so pare, che sonavan tutti du con un piffaro: s'aì 
precisa de mo ané con Dio, dasché a' son descargò! 

3^ FEDERICO Truffa, intendi quel ch'io ti dico? non ne far ancor 
moto che io sia innamorato di Beatrice, che altramente andarla 
in roìna. 

36 TRUFFA No, no, no, paron, andé pure . . . 

Oh, la saràe po' ben da gogombari s'a' ghe'l diésse: mo no perde- 
ravio an' mi la me minella? A' sé che'l gh'è n' du di gi amore, 
mi, e un d'igi si è con du pecoli: matta la vacca e matti i vedié. 
Mesier Roberto è innamorò in la me parona Fal^eta, el me paron 
viegio e so fìgiolo è tutti du innamoré in la Beatrise, e mi sarè 
el can de donna Rosa, che andare lecando gi usci: oh cancaro. 
la sarà la bella, cancaro, de noèlla! a' vorrè mo che sto viegio 
deschilò vegnisse, el die estre andò a ca' pi per metter zo el 
braghiero ca per altro. 



Scena quinta: Truffa, messer Cornelio e maestro Simon. 
37 TRUFFA Caminé, pota, a' si' pur longo in le vostre conse! 



30. uai - v'aì. 31. pens'io - pensi o. 32. cha e - ch'aé. 34. a ne - 
ané. j,6. la sa[e]rae; digiamor e mi - d'i gi amore, mi; a uorra - a' vorrè. 



io6 Rodiana 

38 CORNELIO Sono qua, sano e salvo con tutta la persona: hai aspet- 

tato un bel pezzo eh? perdonami, fratello caro, che ho dovuto 
liberarmi il petto delle scorie friulane e scaricare la minzione 
digestiva, e questo è 'A motivo per cui ho ritardato. Bene, in che 
modo vuoi che lo saluti, quando saremo da questo negromante? 
cioè, devo fargli riverenza? si intende di cifre? devi saperlo 
poiché lo hai praticato ed essendo tuo amico devi avere visto. 

39 TRUFFA Vorreste dirmi che voi, che siete solito praticare i letterati, 

non lo saprete salutare? comunque, volete che vi dica il mio 
parere? io gli direi: « riverentissimo signore illustrissimo, signore 
delle strolicarie dei negromanti, addottorato in lettere negroman- 
tesche », capito? datemi adesso i soldi da dargli . . . 

40 CORNELIO Basta, ti ho capito, bisogna arrivare a questo argomento: 

tieni, che non li voglio nemmeno vedere, e « chi ha suole con- 
suma il ferro »: ma perché mai io non sono Zoroastro, che potrem- 
mo volare per il mondo intero? e poi, quando avessi preso co- 
raggio, andrei a cacare in cima dell'arca di Maometto! 

41 TRUFFA Mettete piuttosto in ordine i vostri discorsi, che siamo 

arrivati: questo è il suo uscio, {bussa) 

42 MiSTRO SIMON Chi diavolo è mai che batte là così rumorosamente? 

43 TRUFFA Sono io, sono Truffa, signor negromante! 

Ricordatevi di parlare forbito con lui, perché non è uno da 
strolico. 

44 MiSTRO SIMON Ah, siete voi, perdonatemi, perché stavo giù in 

cantina, arrabbiato con la fantesca, che aveva messa la spina nella 
cannetta della botte senza turare e il vino veniva fuori, e questo 
è il motivo per cui vi ho risposto sgarbatamente. Siate il ben 
venuto, ben giunto e ben trovato, voi e la compagnia. 

45 coRr>JELio « Titire tu patule, 'tanna sum rudibus, scribere cleri- 

culis »\ anche a voi Dio presti il suo soccorso, bene stiate, al buon 



40. l'arca de Macometto: cfr. Fiorina p. 15: «...e' son, fé conto, co' sé 
l'arca de quel aseno de Macometo, che quando quelle so bestie de zente la 
portava i vene a passar fra do montagne de calamita, la qual ha sta vertùe 
in si, che come la sente el ferro la 1' tira e branca de sì fatta sorte che nichil 
valet d'averla mai più, e cusì la se trova attacà fina ancuo in Di exemplum 
gratie ». 

43. La seconda parte della battuta va intesa come un "a parte" tra Truffa 
e mistro Simon. 

45. Accanto ai centoni latini Cornelio cita un'autorità meno evidente, 
« scribere clericulis » proviene infatti dal Doctrinalis di Alexandre de Villedieu, 
probabilmente per mediazione del Marescalco di Pietro Aretino (cfr. ni 10,1); 
per Calmo cfr. anche Lettere p. 41 r.ult. (= 1,17). 



Aito secondo 107 

38 CORNELIO E' son qua, sano e salvo con tutta la persona: ti ha 

spettào un pezzo, an? perdòneme, caro frar, che m'è sta forza 
molar el pettoral da le garbellaùre furlane e svodar la monizion 
digestiva, e questo ha fatto che son stào massa. Ben, a che muodo 
vustu che'l saluda, quando saremo da sto negromante? idesi, 
farghe reverenzia? se intendelo de zifre? ti die saver abbiandolo 
praticào, e siando to amigo ti die aver visto. 

39 TRUFFA Sì ch'a' noi saverì saluàre vu ch'a' si' uso con sletràn? 

pur, an' a' voli ch'a' ve dighe el me zodisio? mi a' ghe diràe: 
« rebedentissim.o signore lostrissimo, messiere de le struolegarie 
d'i snegromanti, insdottorò in sletre snegromantariesche », savi 
mo? mo deme i marchitti da darghe . . . 

40 CORNELIO Basta, e' te ho inteso, che'l besogna vegnir a sto (a)rgo- 

mi(n)to: tuo, che no i vogio manche veder, e «chi ha suole 
strazza ferro » : mo perché no son io Zoroastro che svoléssemo 
per tutto el mondo? e co avesse può fatto gran cuore e' andarave 
a cagar in gima l'arca de Macometto! 

41 TRUFFA Mo a' metì in ordene el favelare, che sòn a ca' soa: que- 

sto è el so usso. 

iic tic toc! 

42 MiSTRO SIMON Chi diavol è quel che sbatte ilo fò de mesura? 

43 TRUFFA A' son mi, a' son Truffa, messier snegromante! 

Arecordarive de favellar per lettera con elio, perché el no è uno 
da struolego. 

44 MiSTRO SIMON An, si' vu, perdòneme, perché era da bas in càneva, 

instizàt con la fantesca che aéa messa la spina denter la cànola 
senza stoppa e ol vi andava fuora, e da quest è causat che v'ho 
rispos col diavol. Si' ol ben vegnut e ben zont e ben trovar, vu 
e la compagnia. 

45 CORNELIO « Tittre tu patule, ianua sum rudibus, scribere cleri- 

culis »\ anche vu Dio ve alza i fatti vostri, ben staghé, al ben 



38. //■ aspettao - ti ha spettào. 39. disnegromanti - d'i snegromanti; in sdot- 
toro - insdottorò; snegro — / [gro']mantariesche. 40. a stor gomito tuo ■ 
a sto {a)rgomi{n)to, tuo. 41. ameti - a' metì; al fauelare - el favelare. 



io8 Rodiana 

crescere, il Signore vi tiri in alto, eccellentissimo uomo-signore-gran 
savio - addottorato - magnifico - reverendo - integerrimo - bello - famoso- 
sapiente nell'arte della strologarla negromantesca. 

46 MiSTRO SIMON Anche a voi e alla signoria vostra Dio doni ogni 

bene e tutto ciò che desiderate, e per ogni dente che vi manca 
vi mandi un palo grosso d'oro da far denari in questo mondo 
e nell'altro, e culo grasso e sorcio accanto. 

47 TRUFFA Vedete, signore, questo è il mio padrone, governatelo a 

vostro modo, perché è un uomo per bene, vedete, voi sapete ciò 
che farete con lui: io vi prego e straprego che se potete l'accon- 
tentiate, perché è così fieramente appassionato che pare lui e 
però lui non è. 

48 CORNELIO Dice il vero, signore caro, vi prego che vi siano racco- 

mandati l'anima e il corpo mio, quia non sum, e parlamus in ma- 
nibus et pedis, commendo totis membris meis. 

49 MiSTRO SIMON Egregie mi domine carissime e pulitissime, non 

potevate fare meglio di capitare in migliori mani che nelle mie, 
per questi santi vangeli di Dio, perché prima di adesso ho fatto 
grandissimi e magni esperimenti che si toccano col dito, e così 
posso vantarmi - ma grazie alla negromanzia - di far camminare 
un bue, signore, e una vacca morta, e di far saltare un cavallo 
annegato e sbranato dai lupi, capite signore?, e far parlare una 
statua di pietra e far cacare soldi a un asinelio, signore, e far 
venire due squadre di diavoli armati, a cavallo di formiche, con 
le lance in resta fatte di asparagi, dritti come un fuso, che sem- 
breranno soldati giganteschi da portare questa terra di Parma 
con tutti i cessi che furono in Germania, signore, e nel tempo, 
meno di un Credo, in cui si bagna un pelo di capra battezzata, 
voglio che tutte le donne che si trovano qui dentro e fuori farle 
venire tutte nude al mio comando, e farle andare in luogo del 
battacchio della campana sotto la cappella di Bergamo, senza far 
loro del male. Credete a quel che vi dice mastro Simon: coman- 
datemi, che son al vostro comando. 

50 TRUFFA Se si potesse comandare so ben io quello che vi coman- 

derei: vi comanderei che mi faceste diventare una donna per un 
anno, così mi farei ingravidare, per sentire che dolore si prova 



48. Una parte dell'inserto è di provenienza biblica: cfr. Ps 30,6: « in 
manus tuas connmendabo spiritum meum » e Le 23,46: « Pater in manus tuas 
commendo spiritum meum»; parallelo, inoltre, un passo delle Lettere (p. 255 
r. 28 = iv,i): «in manus tua comando l'anema e '1 corpo». 



Ai lo secondo 109 

crescer, el Signor vi tira in alto, eccellentissimo viro-domino-gran 
savìo-dottoTào-magnì£co-reveTendo-'miQgeremìo-pulchrum-famosius- 
-sapiente in l'arte de strolegaria negromantesca. 

46 MiSTRO SIMON De f daghi anch'a vu e alla signoria vostra ogni 

be content e zò che desideré, e per ogni dent che ve manca e' v'ol 
manda un palo grosso d'or da fa dener in quest mond e ind'ol alter, 
e cui grasso e sorz appress. 

47 TRUFFA Vi' segnore, questo è lo me paron, governelo mo a vostro 

muò, perché l'è un om da ben, vi', vu savi zò che a' fare lie con 
esso de vu: a' ve priego e strapriego che l'acordé s'a' polì, perché 
l'è tanto fieramen appassionào che'l par lu e sì no è lu. 

48 CORNELIO El dise el vero, messer caro, e' ve priego che ve sia reco- 

mandào l'anema e '1 corpo mio, quia non sum, e parlamus in ma- 
nibus et pedis, commendo totis membris meis. 

49 MiSTRO SIMON Egregie mi domine carissime e pulitissime, e' no 

ve podivi fa de capita megio in le mior man de mi, per sti santi 
De guagnèi, perché irmanzi che ades ho fatto grandissimi e magni 
esperimenti che e' s' tocca col dit, e sì me daghi sto avant - però 
con la negromanzia - de fa caminà un bò, messer, e una vacca 
morta, e da fa salta un cavai anegat e ma(n)già da lovi, messer 
intendìf?, e fa parla una fegura de preda e fa chigà diner un 
asenel, messer, e fa vegnì do squadre de diavoi armadi, a cavai 
de formighi, coi lanz de spares in resta, dreti com un fus, che'l 
parerà soldadi ziganteschi da porta sta terra de Parma con tug i 
cagadòr fo in la Lemagna, messer, e in manch d'un Credo se bagni 
un pel de cavra batizada, messer me bel, e' vói quanti femeni che 
se trova qua denter e de fò fai vegnì nudi per gnudi al me comand, 
e in lioch de mazuca de campana fai andà tue sotto la capella de 
Bergam senza farghe mal. Credi quel che ve dis mistro Simon: 
comandeme, che son al vostro comando. 

50 TRUFFA Mo se l'andasse a comandare a' sé ben zò che a' ve coman- 

daràe, mi: a' ve comandarave che a' me fassé doventare una 
f emena per un anno, che me faràe ingraviàre per sentir che dolor 



45. ol Signor - el Signor. 46. che uè manca e uol manca - che ve manca 
e' v'ol manda. 47. connesso - con esso; la corde - l'acordé. 49. decapita - 
de capita; ma{ n )già; magni - bagni. 



no Rodiana 

a partorire e per fare esperienza del mondo, e poi che tornassi 
io come sono. 
_5i MiSTRO SIMON Voi siete matto, perdonatemi, che provereste delle 
cose terribili, perché nel premere del parto femminile si aprono 
tutte le ossa del corpo, eccetto questo del mento, che se si aprisse 
cachereste la vita: sicché lasciate stare e frenatevi questo appetito! 

52 CORNELIO Dice il vero! voi siete nato con tibi e superlativo sopra 

agH altri indovini, senz'altro siete stato generato nella caverna 
della Sibilla: io mi precipito nelle vostre braccia, che non vidi 
nemmeno in Cafarnaum tanta scienza rosseggiante, aiutatemi e 
poi ordinatemi pure di ammazzarmi - una volta morto - che lo 
farò volentieri. 

53 TRUFFA Orsù, portatelo via, e fategli il lavoro come si deve, e 

lasciate poi fare a me, capite? sapete? 

^4 MiSTRO SIMON Se io SO, eh? so fare da dietro io solo quello che 
non sanno fare altri dieci, come voi, guardando davanti. 

Su, andiamo, che spero in messer Merculo che non vedrete 
domani mattina senza essere guarito da questo male e vi trove- 
rete anche tra le braccia della vostra bella fidanzatina. Mi racco- 
mando, il mio buon Truffa. 

55 TRUFFA Andate in buonora: chi non sa mettere una verginella 
a letto non vada a servizio da nessun padrone; vedete dunque, 
in questo modo si fanno le storie: ti so dire- che crederà sen- 
z'altro di andare dalla Beatrice e invece non ci andrà, perché lo 
vedo che diventerà fratello della luna nuova, portando in testa 
come cimiero la corona di Mosé! oh, guarda appunto il signor 
Rosette . . . 



Scena sesta: Truffa e Roberto. 

56 TRUFFA Oh, signor Roserto, al sangue del canchero della merda 
secca, la fortuna mi salta davanti, ho messo ora il mio padrone nelle 



5^. la corona de san Moisè: si allude alle corna che contemporaneamente 
Felicita sta mettendo a Cornelio, la fonte è probabilmente un passo dell'Aretino 
{Cortigiana v 25,6): «... le corna sono antiche e vennero di sopra, e credo 
che Domeneddio le ponesse a Moisè di sua mano, e così a la luna, e, per 
averle l'uno e l'altra, non son perciò quello che pare essere a te, anzi la luna 
con le corna onora il cielo, e Moisè il Testamento vecchio ». Ciò chiarisce 
la "fratellanza" di Cornelio con la luna nuova. 



Atto secondo iii 

è far figioli e per provar del mondo anpò, e pò che tornasse mi 
com a' son. 

^i MiSTRO SIMON Vu SÌ' mat, perdoneme, e' provissé i terìboi cosi, 
perché ind'ol premer del parto muliebra el se averzze de(l) corpo 
tucheg i ossi, ecsèt quest del barbuzzàl, che s'el s' averzìs e' 
caghessé la vita: siche laghé sta e smorzeve st' apetit! 

^2 CORNELIO El dise el vero! vu se' nassiìo co tibi e superlativo sora 
i altri indivini, gerto fossi inzenerào alla caverna sibiliana: mi a' 
me butto alla zuffa in le vostre brazza, che tanta sienzia rubicante 
no visti in Cafarnaum, aidém e disé può « Cornelio vate a far 
amazzar » — co sarò morto — che'l farò volentiera. 

_53 TRUFFA Orsìj, mencio via, e feghe el lavoriero con se de, e laghé 
pò far a mi, intendìu, saìu? 

54 MiSTRO SIMON S'a' so, an? e' so fa da dré ament mi sol ch'a' no 

sa des altre, come vu, denanz vardando. 

Su andòm, che speri in messer Merculio che no vederi doma 
da matina che sari guarit de sto mal e sì ve troverì ind' e(i) 
brazzi de la vostra bella morosetta. A' me racomandi, il me da be 
Truffa. 

55 TRUFFA Ande in bon'ora: chi no sa metter una noìzza in letto 

no vaghe a star con nigun paron; viu mo, le se fa a sto partìo 
le noèlle: a' te sé dire che'l creerà fremament de anare da la 
Beatrisa e si no glie anerà, perché a'I vezzo che'l doventerà frello 
de la luna nuova, portando per cimiero la corona de san Moisè! 
oh, ve' apunto messer Roserto . . . 



Scena sesta: Truffa e Roberto. 

^6 TRUFFA Oh, messer Roserto, al san' del cancaro de la merda in- 
durla, la ventura ve sbalza denanzo, a' ho metù lo me paron in 



50. a pò chi - e pò che. 51. dc{l) corpo; tu cheg - tucheg; sta petit - 

st'apetif. 52. uu sa - vu se'; sera sora. 53. sede - se de. 54. ind' 
e(i) brazzi. 55. ui[u]u; auera - anerà. 



112 



Rodiana 



mani dello strologo negromante, e adesso stavo venendovi a chia- 
mare, so che così ci arriveremo. 

j7 ROBERTO Se la cosa è così ti voglio regalare un tesoro. Truffa mio. 
Oh notte felice, come ti sono obbligato Cupido, infinitamente ti 
rendo grazie, poiché mi hai accolto tra la schiera dei tuoi servi. 

^8 TRUFFA Sì, adesso state a sproloquiare! Volete che ve ne dica una? 
andiamo, se volete, finché il tempo ci serve, che non capitano 
sempre queste occasioni! 

^9 ROBERTO Truffa, mi sento l'uomo più felice di tutti quelli che 
oggi sono entrati a far parte della schiera degli amanti, dato che 
posso servire una tale gentildonna. 



Scena settima: mistro Simon e messer Cornelio. 

6o MISTRO SIMON Signor Cornelio spettabilissimo, bisogna buttare via 
la paura e far buon animo ed essere obbediente a quello che 
vi comando, perché quest'arte negromantesca deve essere gover- 
nata scrupolosamente. 

6i CORNELIO Signor negromante, signor strolico, fratello caro, dite 
pure « fai cosi », che io sono pronto a fare tutto quello che voi 
comanderete, perché non vado in cerca di cose fuori luogo, giacché 
io sono venuto qui dopo averci ben riflettuto. 

62 MISTRO SIMON Ut doctoT loqueris nequaquam ut in suus; signore 

mio, per vostra e mia soddisfazione, ditemi un po' in che modo 
vi piacerebbe andare da questa vostra innamorata: o invisibile 
o integro o tritato in polvere ben polverizzato, perché io vi farò 
andare nel modo che voi volete. 

63 CORNELIO Tarlatissimo mio difensivo, trionfatore delle mie sapien- 

ze, io avrei piacere di andarci trasformato in una cosa che si 
potesse impastare insieme, come una pappa di pannocchia, tanto 
che credo che sarebbe meglio andare in polvere ben polverizzato, 
che entrandole in corpo venissimo a fare una mescolanza tale 
che mai potessimo separarci uno dall'altro. Che dite dunque, 
vostra reverenda maestà, intorno alle cose da fare? 



Atto secondo 113 

le man del struologo snegromante, e mi adesso a' ve vegnìa a 

chiamare, a' so che sì venneràn. 
57 ROBERTO Se gli è così ti dono un tesoro, Truffa mio. Oh felice 

notte: come ti sono obligato, Cupido, ti rendo infinite grazie, 

poiché nel numero m'hai accettato de' tuoi servi. 
j8 TRUFFA Sì, mo sté mo a sprolicare! volìu che ve ne dighe una? 

andagòn, se voli, inchìn che'l tempo ne serve, che le no ven pò 

d'ognora ste 'casòn! 
59 ROBERTO Truffa, il più contento omo mi attrovo di quanti ozzidì 

si sono posti nel numero degli amanti, poich'io resto servo de 

così gentil donna. 



Scena settima: mistro Simon e messer Cornelio. 

60 MISTRO SIMON Messer Cornell spettabilissimo, el besogna butta 

la paura da banda e fa bon anim e sta obedient a quel che ve 
comandi, perché st'arte negromantesca vuol esser governada con 
gran regula. 

61 CORNELIO Messer negromante, messer strologo, fra dol?e, disé pur 

« fa cusì », che tanto quanto comandare mi e' son per far, perché 
a' no ve cavar i fighi dai occhi, mi; e' son vegnùo qua a anemo 
pensào. 

62 MISTRO SIMON Ut doctor loqueris nequaquam ut in suus; do- 

mine mi, per vestra e mia satisfaziù, disime un po' a che mod ve 
piaserà de andà da sta vostra inamorada: o invisibil o integra 
o pest in polvere be spolverizat, perché ve farò andà a che muodo 
ch'a' voli vu. 

63 CORNELIO Carolatissimo mio defensivo, trionfador de le sapienzie 

mie, e' averave de piaser de andar inconvertìo in una cosa che se 
incorporasse insieme, a mò un impiastro de panochia, siche credo 
che'l sarave megio andar in polvere ben spolverizào, che intran- 
doglie in corpo vignissemo a far una misianza che mai no se 
podéssemo destaccar un da l'altro. Che diséu mo, la reverenda 
maiestà vostra, gerca ìnt'alihi facendaria? 



58. asprolicare - a sprolicare. 63. impiastro de pauochia - impiastro de 

panochia; intalibi - int'alibi. 



114 



Rodiana 



64 MiSTRO SIMON In effetti dite il vero, è meglio andare in polvere 

per mille motivi; date qui il candelotto, mettetevi in ginocchio, 
che vi voglio segnare intorno il cerchio magico, e tenete in bocca 
questa pietra che appartenne alla Sibilla e questo vasetto in mano, 
e guardate di non farvelo cadere, perché fu di Pietro d'Abano, e 
soprattutto guardatevi dall'aprire bocca, che in quel caso non fa- 
remmo più niente; dite tra voi e voi queste parole: « Cagabrì, 
Mangia-bene, Scioccone, Bufalaccio, Re-dei-minchioni, sono Cor- 
nelio, vostro degno compagno! ». Giratevi da questa parte . . . 

65 CORNELIO Vi ho capito; preferite che dica le mie orazioni o che 

mi faccia il segno della croce prima che cominciate? 

66 MISTRO SIMON Potete parlare quanto volete prima che tracci 

per terra le lettere e i simboli per lo scongiuro, perché dopo che 
avrò cominciato, anche se vi chiamassi, non rispondetemi per 
quanto avete caro lo scrigno della vita. Avete capito? 
6j CORNELIO Basta così. Amore, Cupido e Venere in compagnia, se 
mai deste favore a essere vivente, vi prego, mettete mano alla 
tasca e prestatemi soccorso ora che ce n'è bisogno, che vi pro- 
metto di venire tutto nudo al vostro tempio per offrirvi un 
candelotto di cera verdolina. Fate dunque il fatto vostro, che 
non ho altro da dire. 

68 MISTRO SIMON Orsìi, prendete questo drappo in testa, dopo averlo 

piegato in quattro, che voglio dar principio ... 
O voi che andate a spasso per il cielo: ser Giove, ser Merculo 
e donna Marta, messer Strasturno con madonna Venere, ser Polo 
luna piena, circondato dall'Ariete e dal Bue coi due Gemelli, 
dal Cancro che vi viene avanti col culo e dal Leone, che ha la 
Vergine che pesa con la bilancia a libbra, lo Scorpione e il Sag- 
gitario volante che buca, il Capricorno e in acqua il Pesce: vi 
chiamo qui in aiuto del nostro signor Cornelio innamorato. 

69 E voi, diavoletti spiritati, demoni dell'inferno e delle case abban- 
donate, e Asmodeo, Astrofato, Mismicoli, e Primo e Ganisso e an- 
che il Lautari e Schita-dos-abulca con Stracciaferro e tutta la 
squadra del gran Simon Mago in compagnia delle anime danna- 
te; io vi scongiuro che senza indugiare voliate qui presto, con 

68. Sagita volante: cfr. Ps 90,6: «a sagitta volante in die». 

69. Asmodeo: il demone che uccise sette mariti in poche notti a Sara, 
figlia di Raguel (Tb 3,8); in Astrofato è probabilmente la deformazione di 
Asteroth, in Ganisso quello di Gano, in Lautari, sulla scorta di caratterizza- 
zioni burlesche come U ruzantesco Martinello da Laùtuolo {II Oratione, 7), 
di Lutero (cfr. anche il par. 71); Simon Magier è ovviamente Simon Mago 
(nella terza Egloga, p. 71, Simo Mangano). 



Atto secondo 115 

64 MiSTRO SIMON In effet a' disi ol vira, l'è mei andà in polvere 

per mili respet; de za ol candelot, buteve in zenocchiò, ch'a' ve 
vogio fa atorn el ^ircul, e tegnì sta preda in bocca che £0 de la 
Sibilla e sto bossol in ma, e vardé che'l no ve scampi, perché ol 
fo de Peder d'Abam, e guardé de no parla sora el tutt, che no 
fassén nient; disi denter del vos cuor queste paròi: « Cagabri, 
Mangia-bè, Grosolaz, Bufalàz, Re-dei-minchiò, a' so Cornell, vos 
bo compagno! » Drezzeve in za . . . 

65 CORNELIO E' ve ho inteso; ve piase che diga le mie orazion o se- 

gnarme avanti che scomenzé? 

(ìd MiSTRO SIMON E' podì parla quant che voli inanzi che fage i carà- 
toi da sconzurarve in terra coi signàculi, perché dapò che averò 
comenzàt, se be ve chiami, no me respondi per quant avi car 
ol forgier de la vita. Avìu intes? 

^^ CORNELIO Basta. Amor, Cupido e Venere attaccai, se mai desi 
favor a omo vivente, ve prego, mete man alla scarsella e secco- 
reme adesso che'l besogna, che ve prometto de vegnir nùo per 
nùo al vostro tempio e offerirve un candelotto de ?era verdesina. 
Mogia, fé el fatto vostro, che no vogio dir altro. 

68 MISTRO SIMON Orsìi, tolì sto drap in co, aconzeve in quater, che 

voi dà principi . . . 

voi chi per el giel andé a solazzo: ser love, ser Merculo e 
dona Marta, messer Strasturno con madonna Venere, ser Polo 
tondo de luna, circondànt dal Ariales, ol Bò, coi do Zemèi, d'ai 
Cancher che ve vien denanz col cui e del Lio, che ha le Verzi 
che pesa co la Staiera a lira, ol Scrìpio e Sagita volante che sbusa, 

01 Cavracorno, in aqua el Pes: ve chiami qua in aiuto del nos 

69 messer Cornell inamorat. E vu, diavolini inspiritadi, demoni da 
l'inferno con carobèrie, e Asmodeo, Astrofato, Mismicoli, e Primo 
e Ganisso e anche el Lautari e Schita-dos-abulca con Strazzafer 
e tutta la squadra del gra Simo Magier e in animi danadi in com- 
pagnia: e' ve sconzuri che senza indusià svolé qui prest, con spadi 
e cortelaze e manere e pesto de morter, per fa in polver ben 



64. Orezzeve - Drezzeve. 68. a conzeue - aconzeve; a dona Marta - e dona 
Marta; ol ho - ol Bò. 69. a primo - e Primo; e ne sconzuri - e' ve sconzuri; 
cortelaze te - cortelaze e { = et). 



ii6 Rodiana 

spade, coltelli e scuri e pestelli da mortaio, per ridurre in pol- 

70 vere finissima quest'uomo. Così vi costringo e lego, che con il 
vostro aiuto lui possa andare dalla sua fidanzata Beatrice; e an- 
cora vi scongiuro, vi minaccio, vi strastringo, vi stralego, et om- 
nes centum regnum, e così vi comando per l'arca di Maometto 
e per i suoi santoni della Mecca: Ased, Calil, Mansor, Gocluhan, 
Savif, AHI, Bubach, con tutti i suoi asinacci in compagnia. 

71 Per il curioso cervello di Martin Lutero, per la « ianua » dei 
pedagoghi e per la Bucolica dei parassiti, per il brindisi dei tede- 
schi e i sospetti dei gelosi, per il gran-gufo spagnolesco. Inoltre 
per le mangiate scientifiche dei dottori e per gli offuscanti cla- 
mori degli avvocati, per i merdosi rimedi dei medici e per le 
orazioni degli ipocriti e per gli spudorati amori delle vecchie, 
per le lacrimucce adescatrici delle meretrici e per i dolori del 
mal francese, per i certami tragici e per i nuovi privilegi dei 
nostri dottori, dai quali tutte le cose sono state create e le me- 
raviglie sono state operate per noi uomini e per il nostro diletto. 

72 Per l'epistola di Margutte, dove si vanno a prendere le bolle per 
guarire il mal di milza, per il lamento che il bestiame fa nel 
giorno di carnevale, che fu innanzi della quaresima, con salsicce 



70. Per / santoni de la Meca che accompagnano qui Maometto (benché non 
tutti i nomi siano riportabili a quel preciso ambiente e momento): Alt, il 
noto parente di Maometto e quarto califfo; Bubach, il successore di Mao- 
metto Abiì Bakr; Savif, probabilmente Saif ad Dawla, emiro arabo del sec. X 
della dinastia degli Hamdanidi. Calil potrà essere Khàlid ibu Barmak, mini- 
stro del califfo al-Mansu'r (forse il Mansor della nostra lista), oppure Khàlid 
ibu al-Walid, autore della conquista della Siria nei primi tempi dell'Islam 
e noto come « spada di Dio »; Mansor potrà essere il califfo abbaside Abù 
Gia'far al-Mansù'r (regno 744-775 d.C), o il piìi tardo Abi 'Àmir al-Mansu'r, 
ministro dei califfi omaj^adi al-Hakam II e Hishàm II, celebre come Alman- 
sor nelle fonti spagnole. Non sono riuscito ad identificare Ased. Per Varca 
de Macomet (e col medesimo epiteto di "asini" per i musulmani) cfr. il passo 
della Fiorina cit. nella nota a 11,40. 

71. Per la «ianua» e la Bucolica cfr. i centoni latini dello sfoggio dotto 
di Cornelio in 11,45. 

72. Castalet: vista la collocazione nei pressi di Rialto, si alluderà al Ca- 
stelletto delle Carampane, dunque con un'inversione burlesca nella tra- 
sformazione delle puttane in monache. Pedrizzuol: sarà probabilmente un 
cantaimbanco, vista la prossimità del Normandì, ricordato anche nella Zingana 
del Giancarli (e. 40V). Trigistico de monte Tonai: Hermes Trismegistus, col 
nome storpiato e spiazzato sul monte Tonale delle Alpi Retiche, proverbiale 
come luogo di ritrovo di streghe; segue difatti la menzione degli "stregoni 
di Valcamonica", messi al rogo (per benemerenza!), il riferimento andrà ai 
famosissimi fatti del 151 8, che videro la condanna al rogo di settanta streghe: 
cfr. al proposito Messedaglia i p. 191 (con rinvìi folenghiani e bibliografìa). 



Atio secondo 117 

70 solila st'om. Cusì ve astrenzi e lighi, che con el voster aiut el 
possa andà da la so morosetta Beatrisa; iterum, da nof a' ve 
sconzuri, a' ve menazzi, a' ve strastrezi, a' ve stralighi, et omnes 
centum reg{n)um, e' s' ve comandi per l'arca de Macomet e i so 
santoni de la Meca: Ased, Calil, Mansor, Gocluhan, Savif, Allì 

71 e Bubach, co tue i so asenàz in compagnia. Per el curiòs fervei 
de Martin Luter, per la « ianua » dei pedagogh e la Bucolica dei 
parasit, el prindes dei todes e i suspet dei zelos, per ol granduvio 
spagnolesch. Ulterius per scienti ficas doctorum cennitias et offu- 
scantes advocatorum clamores, per smerdosa medicorum remedia 
et per ipocritorum orationes et per vechiarum impudentes amores, 
per inescantes meretriciim lacrimulas gallicinosque dolores, per 
tragicorum certamina et per nova doctoris nostri privilegia, per 
que omnia facta sunt, quam propter nos homines et propter no- 

72 stram delectationem mirabilia operatur. Per la pistola de Margut, 
do' s' va a tuo i bolati che guarìs ol mal de smilza, per el lamento 
del bestiam che fa el dì del carneval, io denanzi alla queresima, 
coi luganeghi e boldò, trip e budèi, figàt, spenzi e polmò, pie, 
test de manz e de vedel, che si trova in questa terra, coi sofrit 



70. centum reg{n)um; a sed - Ased. 



ii8 Rodiana 

e bondole, trippe e budella, fegati, milze e polmoni, teste di 
manzo, di vitello che si trovano in questa terra, coi soffritti per 
gli orbi, zoppi, guerci, gobbi, storti, dilombati e caca-spesso, e 
per gli spellacchiati del ser Castelletto, dove stanno le monache a 
Rialto, per gli sberleffi del Pedrizuol quando suona e canta, del 
Normandino e « Zane, cara madonna, caro monsignore », per l'in- 
chiostro del Busdava quondam Mattus dei Matteis e per tutte 
le anime dei negromanti: Trigistico di monte Tonale; gli stre- 
goni che sono stati, benemeriti, bruciati in Val Camonica; e per 
quante ribalderie si sono fatte e si fanno in questa terra, che 

73 si possono o che non si possono dire. E voi tutti, spiriti maligni: 
lego, bislego, stralego, comando, biscomando, triscomando, stra- 
comando, che presto, adesso adesso, facciate andare quest'uomo 
invisibile, in polvere, dentro al corpo o nelle budella del pane 
della sua fidanzata Beatrice. Busonaccio, Fifonaccio, Para-la-caldie- 
ra, Pignatello, Alturato, Squarcia-fìca, Beccalsù, Tignosetto: in 
nome e per nome, per i simboli e le lettere che ho tracciato qui, 
venite e lavorate senza discrezione! 

74 Canchero, la va bene, che non veda più quest'ora!, lo scongiuro 
ha fatto effetto; voglio chiamarlo per vedere se è vero: messer 
Cornelio, messer Cornelio! mio Dio, canchero, fuoco selvatico! 
deve essere già accanto alla sua fidanzata, lui . . . se è così lo 
saprò adesso, bene: o decus, o splendor, a lux. mea corque Cor- 
nelil nessuno mi risponde, meglio! orsù, Cornelio, mus copra 
gnoche-gnocarum\ nessuno mi risponde! sono il tuo Simon! 
[lancia delle pietre contro Cornelio). 

75 CORNELIO Ohimè, Dio che facesti resuscitare Lazzaro, salvami! 

state buono, non tirate, che sono qui, non dubitate! 

76 MiSTRO SIMON Va', diavolo! che razza di animale siete? non vi 

ho detto che non parliate? avete rovinato tutto il lavoro; alzatevi 
pure: che avete guadagnato per voler abbaiare e gridare? 
■jj CORNELIO Ma potta di san Ziliveco apostolo, non volete neanche 
che mi lamenti se mi sento colpire con le pietre sulla schiena 
per farmi fare la fine di santo Stefano? nihil volumus santificare: 
non sono un protomartire ma Cornelio Crovato, signor stupido, 
andate a Tripoli, che mi parete un fantasma alle quattro! 



73. pan-pandi: cfr. sotto gnoche-gnocarum , con il medesimo carattere di 
declinazione risibile e grossolana. 

74. La trovata è tratta dal Decameron viii,3, e cfr. Padoan '82 p. 167. 



Atto secondo 119 

per i losch, zopi, verzi, gobi, storti, imberladi e gagaspes, e per 
i groti del ser Castalet, che sta i muneghi in Rialto, per i 'berlèf 
del Pedrizuol, co el sona e canta, del Normandì e de « Zane, 
cara madonna, caro bonsegnore », per l'ingiostre del Busdava 
condan Matus de Matheis e per tug i anemi dei negromanti: 
Trigistico de monte Tonai, erberi che è stag brusadi benemerito 
in Valcamunega, e per quant ribalderì che s'ha fat e che s' fa 

73 in questa terra, che s' puoi di' e che no s' poi di'. Et vos omnes, 
spinti maligni: ligo, besligo, straligo, coma(n)do, biscomando., 
triscomando, stracomando, che prest, ades ades, fé andà quest'om 
invisibol, in polver, denter del corpo o ind'i budèi del pan-pandi 
de la so morosa Beatrisa. Busonaz, Fifonàz, Para-la-calderi, Pe- 
gnatèl, Alturàt, Squarzafiga, Becalsìi, Tegnosét: in nom e per 
nom, per i segni e caràtei che ha fac chilo, venite e laborate senza 
descreziò! 

74 Oh cancher, la va be - che no vedi piti quest'ora! - la sconzura- 
zio ha fac operaziò; el vò chiama per veder se l'è ol vira: oh 
messer Corneli, messer Cornell! maidé, cancher, fuogo zambà! 
el de (e)s' ormai apres de la so morosa, lu . . . se'l sarà ol vira 
el saverò ades, bene: oh decus, oh splendor, oh lux mea corque 
Corneli! nil mi respondes! melius! o(r)sùs oh Corneli, mus copra 
gnoche-gnocarum! nil mi respondes! sum Simeonque tuus! 

tif top. 

75 CORNELIO Ohimè, Dio qui Lazzarus resuscitasti, salvum me faci 

Sté in pase, no tré, che son qui, no ve dubité! 
j6 MiSTRO SIMON Va', diavoli mo che bestia anemalazza se' vu? no 

v'oi dit ch'a' no parie? avi desconzat tue ol lavor, tolì mo suso: 

che ai guadagnai per voli baia e cridà? 
jj CORNELIO Mo pota de san Ziliveco apostolo, si me sento a trazzer 

in la vita e volerme far un san Stefano cum lapidibus, no voléu 

gnianche che me lamenta? nihil volumus santificare: non protus- 

martirum sed Cornelius Crovatus, ser bufalo, (an)dé a Tripoli, 

me pare una fantasma, mi, alle quattro! 



73. lige - Ugo; indi - ind'i. 74. des -de {e)s'; o{r)sùs. 75. impase - 
in pase. j6. uoi - v'oi. 77. ( an )dé. 



I20 



Rodiana 



78 MiSTRO SIMON Dovevate invece tacere e sopportare e lasciarvi 

colpire, scioccone, e attendere un po' e non parlare, perché 
quelli erano i diavoli che vi volevano fare paura, uomo tondo 
da poco che siete! adesso non c'è più modo di fare niente, perché 
è quasi l'alba del giorno ed entra un pianeta fastidioso che do- 
mina la giornata intera; quello che non si è fatto adesso ve lo 
farò un'altra volta. 

79 CORNELIO Dite la verità, parlate come un profeta, e io sono con- 

tento oltretutto che mi sia capitata una disgrazia, sono infatti 
quarant'anni che non mi accorgo di essermi dimenticato il sospen- 
sorio sul banco del letto, e non avendolo avrei fatto una figuraccia, 
perché i pendagli della borsa bassana mi penzolano fin sotto alle 
ginocchia; suvvia, state con Dio, mi raccomando, la buona notte 
e il grasso anno. 

80 MiSTRO SIMON Sarà meglio che aspettiate qui un pezzetto, finché 

faccia giorno chiaro, accioché gli spiriti stizzosi che vanno per aria 
non vi trovassero allo scuro e vi facessero del male, perché an- 
drete poi con la benedizione del Signore. 

81 CORNELIO No, no, non voglio assolutamente, vado via comunque: 

saluti e conforti, signor filosofo e maestro. 

82 MiSTRO SIMON Sono al vostro comando. Sentite, visto che volete 

andare, lasciatevi fare prima il servizio di segnarvi, perché ritor- 
niate come prima. 

83 CORNELIO Segnate dappertutto dove vi pare, fuorché dove non 

si può segnare. 

84 MiSTRO SIMON Pracem a mi testa, manus, gamba, venter, pes - 

voltatevi - schene Cornell: « peculis, bovis, equi, birci sunt atque 
gambelo »! 

. . . orsù, andate adesso in buon'ora, che siete segnato, non ab- 
biate paura di spirito alcuno; farete un po' copia di voi, caro il 
mio scioccherello. 

85 CORNELIO Sono stato nella condizione di uno che tesse dei dama- 

schi a fiorami, dove, oltre alle calcole, al pettine ai piombini, che 

84. Per el servis de segnarve (Simon nomina la testa, la mano, la gamba, 
il ventre, i piedi e la schiena del vecchio) cfr. la scena delle incrosaùre in 
Spagnolas 111,4-7. La benedizione è impartita con una formula latina che pare 
un calco di certe sequenze bibliche; p. es.: « greges quoque et oves et boves 
et camelos » {Gn 2,7-7); « et super equos et asinos et camelos et boves et 
oves» (Ex 9,3); « bovem et ovem camelum et asinum » (i Sm 15,3), ecc. 

85-86. Questa divagazione, a titolo di paragone, descrive minuziosamente 
l'operazione della tessitura dei fiorami sopra un damasco; per un caso similare, 
con la medesima posizione, cfr. Spagnolas n,30 (relativamente a un'operazione 
di marezzatura). 



Atto secondo 121 

78 MiSTRO SIMON A' dovi pur taser e sofrì e lagarve traser, 

murlonaz, e aspetta un pochet e no parla, perché l'era i diàvoi 
che e' f volìa fa pagura, omo tondo da poco che si'! noi gh' è 
mo pi orden da far negòt, perché l'è debòt l'alba d'ol dì e si ghe 
intra un pianét fastidiòs che domina tut ol zorno; quel che no 
v'ho fat ades vel farò un'altra fiada. 

79 CORNELIO Vu disé la veritàe, vu parie da un profeta, e' son anche 

contento che me sé intravegnùo una desgrazia, che za quaranta 
anni no me incorso de averme desmentegào el braghièr sul banco 
del letto, che no l'abiando abìio sarave stào vergognào del mondo, 
perché i pericoli de la borsa bassana me va a picolòn fina de sotto 
dei zenocchi; moia, sté con Dio, me recomando, la bona notte, 
el grasso anno. 

80 MISTRO SIMON L'è mei ch'a' sté chi un pezzet per fi ch'a' vegni 

chiar ol dì, azò che al scur no ve trovas i spirti corozzadi che 
va per aer, e farve desplasì, perché andari pò co la benediziò del 
Signor. 

81 CORNELIO No no, no vogio per niente, e' vago via a ogni muodo: 

salus e conforti domine filosofus et magister. 

82 MISTRO SIMON So al vos comand. Aldi, za che voli andà, lasev 

fa prima el servìs de segnarve, che retorné in pristinum. 

83 CORNELIO Segné mo per tutto onde ve par, e^getto dove no se 

puoi segnar. 

84 MISTRO SIMON Vracem a mi testa, manus, gamba, venter, pes, - 

volteve - schene Cornell; « peculis, bovis, equi, birci sunt atque 
gambelo ». 

. . . orsìi, andé mo in bon'ora, che si' segnat, no f ' dubité più 
de spirti negìi; fare un po' copia de vu, cauro al me baiochét. 

85 CORNELIO E' son stào alla condizion de un che tesse damaschini 

a fioroni, che nonostante le calcole, el pettene, i piombini, che 
tutti opera, el besogna anche che un sia da drio el mistro che 



78. tra ser - traser. 79. condio - con Dio. 80. ae[e]r. 83. segnag - 
segnar. 



122 



Rodiana 



tutti operano, è necessario che una seconda persona stia dietro 
all'artigiano, per governare quei determinati lacci, che sono pro- 
prio come un registro d'organo; e, tirando diligentemente, quan- 
do l'artigiano butta la navetta per fissare il damasco, quei con- 
trappesi si vengono a liberare, e in un attimo il fiore è fatto. 

86 Ma se per caso quello di dietro non stia bene attento e che sia 
uno sciocco e grossolano nel buttare, che cosa si fa poi? si viene a 
scoprire il fiore, e così il panno non risulta lavorato uniformemen- 
te, alio reus min gai provisionem, e non serve se non per coprire 
una bara: e cosi è successo anche a me, per essermi regolato 
male nel tirare i lacci della ragione sostentativa, così l'istinto - 
da diritto a rovescio per le mie allegrezze - ha spinto la mia 
lingua in cattive considerazioni, ignorante bucolica affannata, in 
modo che ho anche perduto i miei denari per precipitarmi anzi- 
tempo, dove i diavoli fatati si sono arrabbiati e mi hanno rotto 

e mandato in briciole tutto quel bene che ho atteso così a lungo, 
eo maxime che si è verificata sopra di me la lamentazione di 

87 Roboamo. Non c'è dubbio che « accidit in tempore quod non 
scontravit in brachio suo »: che credulone che sono stato per 
essere svelto di lingua, ho perduto il buco, la porta per introdurmi 
in COSI trionfale e vigilosa impresa! pazienza, perdonatemi, che 
ho la vescica così piena di umori melanconici che non me la 
posso più tenere, la svuoterò in quest'angolo-. . . 



Scena ottava: Felicita, Truffa, Roberto e messer Cornelio. 

88 FELICITA Ahimé, misera, siamo scoperti: ecco qui mio marito 

che viene a casa; sono perduta! 

89 TRUFFA Canchero, non abbiate paura, non perdete la faccia, an- 

date invece a prendere di corsa una veste del padrone, e voi, 
signor Roberto, rovesciatevi il berretto in capo e farete da prete 
e io farò da indemoniato, e ditemi pure quello che volete, che 
vi risponderò. 



86. Roboan; Roboamo (Rèhab'àm), figlio di Salomone e suo successore 
sul trono d'Israele {Rg 3,11-14 ecc.). 

87. «accidit in tempore quod non scontravit in brachio suo»: la citazione 
sconclusionata procede probabilmente dalla sovrapposizione del proverbio « ac- 
cidit in punto quod non contingit in anno » e da un versetto del Magnificat, 
« fecit potentiam in brachio suo ». 



Atto secondo 123 

governa quei ?erti laygi, che sé propio comò un registro de un 
organo; e, a tirando diligentemente, int'el butar che fa el mistro 
la navesella per affissar el damasco, se vien a desmembrar quei 

86 contrapesi, e in un tratto se ha butào el fior. E se per accidens 
quel da drio no attende cusì ben e che'l sia un mirabolan garbo 
e grossolan int'el buttar, pò che se fa? el se vien a mostrar el 
fioron, e cusì el panno no vien lavorào avallo, alio reus mingat 
provisionem , e'I no è bon se non da covertori de morti: e cusì 
m'è intravegnìjo anche a mi, che per averme mal governào, int'el 
tirar i la??i de la rason substincativa, el senso, de direto contrario 
alle mie allegrezze, ha spento sta mia loquella mal in consideratis, 
ignorante bucolica repetìa, talché ho anche perso i mie danari 
per buttarme a panzùa avanti el tempo, dove i diavoli affadài 
se ha instizzào e me ha rotto e mandào in fregole quanto ben 
ho aspettào za tanti dì, eo maxime che'l se ha verificào la lamen- 

87 tazion de Roboan sora de mi. In effetto no '1 g' ha dubio che 
« accidit in tempore quod non scon travi t in brachio suo»: oh, 
arcumbé che son stào per esser lenguaizzo, ho perso el buso, la 
porta de ficarme a sì trionfante e vigilosa impresa! pazienzia, per- 
doneme, che ho pien tanto la vesiga de umori melanconichi che 
no me posso pi tegnir, la svoderò in sto canton . . , 



Scena ottava: Felicita, Truffa, Roberto e messer Cornelio. 

88 FELICITA Ahi, misera me, noi siam scoperti: eccoti il marito mio 

che a casa ne viene; io son spacciata! 

89 TRUFFA No ai paura, cancaro, no ve tolì de fazza, ma ané a tuore 

coranto una vesta del paron, e vu, messer Roserto, roverseve la 
berretta in testa e fari da prieve e mi a' fare da inspiritò, e disime 
pur quel che voli, che ve responderò. 



86 



a se per - E se per; auelio - avallo; i[n]gnorante. 



124 



Rodiana 



90 CORNELIO Fugga adesso la pazzia dal mio intelletto: è meglio che 

vada di filato a casa da mia moglie, che deve stare in ansia cosi 
sola, benché gli abbia detto di farsi mettere lo stoppino grosso 
nella lampada nella sua camera. 

91 TRUFFA E voi, padrone, tenetemi fermo per un braccio . . . 

O à ù pret bras achal chi secche brù bruì 

92 CORNELIO Che diavolo fa tanta gente davanti a casa mia? uno, due, 

tre: Felicita, Truffa, con un prete? che mi vogliano per caso 
far diventare miniatore del libro di san Luca? 

93 FELICITA Almeno fosse presente mio marito Cornelio; ah caso tre- 

mendo, e tu, povera Felicita, ti trovi senza nessun aiuto! 

94 CORNELIO Sono qui, moglie mia graziosa, che è successo? che c'è 

di nuovo? che fate qui sulla porta? 
9^ FELICITA Sembra che non lo sappiate: Truffa è indemoniato e ha 
fatto fino a ora le più strane cose del mondo e le farebbe ancora 
se non fosse per questo prete, che si è dato da fare fin qui per 
liberarlo. 

96 CORNELIO Caro signor don prete sacerdote, vi prego, salvatelo, 

perché ho bisogno di lui, che lo voglio mandare a farmi una 
commissione; e tu ragazza mia. Felicita, vai in casa, che uno o 
due spiriti non ti entrassero dentro a qualche buco del corpo. 

97 ROBERTO Tenetelo fermo anche voi, signor mio, che faccio tutto 

questo per carità, come l'ho fatto in passato -e come lo rifarei 
ancora. 

Uscite fuori, spiriti diabolici: vi esorcizzo per il dio Bacco e il 
suo mirabile olio, per la diva Venere e il suo legittimo figlio, 
per il pacifico Marte, per il laborioso Saturno, per l'oscuro sole, 
per le luminose tenebre, per la bella Feronte, per la semplice 
e pura Gabrina cantata dall'Ariosto, e per le sue opere buone, 
affinché usciate da questo servo del diavolo! 



90. la se fazza menar il pavera grosso int'el qesendelo: la battuta possiede 
un risvolto da leggersi secondo un'analoga traduzione figurale che appare nella 
Fiorina (p. 26): « le donne (...) quando le ha può besogno de impiàr el gesen- 
delo de la voluntàe, ogni mocolo ghe fa ». 

92. miniadòr del libro de san Luca: l'espressione, che torna anche nelle 
Lettere, fa riferimento all'animale che simboleggia l'evangelista, il bue, ed 
equivale quindi a "cornuto". 

97. L'esorcismo trabocca di rimandi capovolti: Marte pacifico, Saturno 
laborioso ecc., fino alla menzione ribaltata della « perversa » Gabrina arioste- 
sca (cfr. Orlando furioso, xx-xxi). 



Atto secondo 125 

90 CORNELIO Or fuga la mattezza al mio intelletto: l'è megio che 

vada de fìcchetto a casa da mia moièr, che la die star in spasemi 
essa sola, benché ghe ho detto che la se fazza menar il pavere 
grosso int'el gesendelo in la so camera. 

91 TRUFFA E vu, paron, tegnime fremo pe un d'i brazzi . . . 

Oh, uh uh, iter pret bras achal chi secche bru bruì 

92 CORNELIO Mo che diavolo fa tanta zente su la mia porta? un, 

do, tre: Felicita, Truffa, con un prete? me vorravei mai far 
miniador del libro de san Luca? 

93 FELICITA Almeno ci fusse qui il mio marito messer Cornelio! ahi, 

caso inaudito, come ti ritrovi, misera Felicita, priva d'ogni aiuto! 

94 CORNELIO E' son qua, moièr mia saorosa, che sé intravegnùo? che 

è de nuovo? che féu qua su la porta? 

95 FELICITA E' par che noi sapete: il Truffa è inspiritato e finora 

ha fatto le piìi alte novità del mondo e farla, se non fusse il domine 
qua, che si è affaticato finora per liberarlo. 

96 CORNELIO Caro messer don prete sacerdote, ve prego, deghe la 

so sanitàe, perché ho de besogno de lu, che'l vogio mandar per 
mio servisio; e ti fia mia, Felicita, va' in casa, che no te intrasse 
un spirito o do in qualche buso della persona. 

97 ROBERTO Tenetelo ancor voi, signor mio, che per carità lo faccio, 

l'ho fatto e da bel novo lo farei. 

Uscite fuori, spiriti diabolici: adiuro vos per deum Baccum et 
suum admirabilem oleum, per divam Venerem et sutim legitimum 
filium, per pacificum Martem, per alacrem Saturnum, per obscu- 
rum solem, per lucidas tenebras, per pulcram Verontem, per 
simplicem atque puram Gabrinam ab Ariosto decantatam, et per 
bonus operationes eius, ut exeatis ah hoc famulo diaboli! 



90. de mia moier - da mia moièr. 95. da nuovo - de nuovo. 



126 Rodiana 

98 TRUFFA Gnà gnà où, e lasciami stare, non darmi fastidio, prete 

poltrone! scrocari scrocari, che credi di fare? non ci voglio andare, 
gallo spaurito, lasciatemi, vi dico, non mi tormentate, che voglio 
stare qui dentro! 

99 CORNELIO Uscite fuori, vi mangi il canchero, indemoniati, ladri, 

furfanti, lasciatelo stare, che si è confessato tre volte quest'anno, 
e non è mica dannato indiavolato. 

100 ROBERTO Non temete, lasciatelo fare a me. 

Uscite fuori, poiché ve lo comanda messer Cornelio: è un uomo 
di buona fama e condizione e per Ip sue profumate mutande, che 
tra voi sono di grande autorità, presto, uscite fuori, e mentre 
esce il primo squadrone ditemi i nomi vostri e quanti siete dentro 
a questo corpo. 

loi TRUFFA Se volete che esca dimmi prima il tuo nome! 

102 ROBERTO Anche se so che voi spiriti maligni vi divertite alle nostre 

spalle te lo dirò: io mi chiamo don Giovanni di Martino. 

103 TRUFFA [ride) 

104 ROBERTO Che hai da ridere? 

io_5 TRUFFA Ti dirò: tutti i matti hanno nome Giovanni e tutte le 
bestie hanno nome Martino, fuorché l'orso che ha nome Chiap- 
pino e l'asino Rigo . . . [ride) 

106 ROBERTO Lo vedrai adesso se sarà da ridere! 

107 TRUFFA Scarocari pen ... 

108 ROBERTO Non mi raccontare piìi frottole e dimmi piuttosto chi sei 

e in che parte del corpo ti trovi e dove vorresti andare, perché 
ti lascerò andare ove ti piace. 

109 TRUFFA I-i-i-i-i-io sono napoletano, signore, e sto negU occhi e 

voglio entrare nello specchio della mia signora, 
no ROBERTO E tu che arrivi chi sei? in che parte stai? dove vuoi 

andare? 
Ili TRUFFA Eh, brutto cornuto, io sono francese, ale poi mustafeu, 

me ne andrò in un bel fiasco di vino chiaretto. 
112 ROBERTO Avanti un altro e dica il suo nome e dove sta, per le 

campane del tuo monastero e per le sue sante monache! 

98. scrocari scrocari: come scrocàr, "scattare"? (da scroco, "serratura a 
colpo o sdrucciolo", di facile natura imitativa: cfr. Prati; cfr. inoltre Boerio: 
scrocar d'una seradura). Nella seconda Egloga il satiro Alfeo, legando Tegola 
a un albero, accompagna l'azione con un « sì, alla fé; scruocari » (p. 54). 
Anche qui di supporto a un opportuno gesto, in senso imitativo, si potrebbe 
fare allusione al rinchiudersi dello spirito diabolico nel corpo posseduto, che 
infatti soggiunge subito dopo la sua intenzione di star chi entro. Per tutta la 
scena cfr. V Introduzione. 



Atto secondo 127 

98 TRUFFA Gna gìia oà, e làgheme stare, no me dar fastibio, prieve 

poltroni scrocari scrocari, che creditu de fare? a' no ghe vogio 
anare, gallo sborìo, lagheme ve digo, no me tromenté, ch'a' vuò 
star chi entro! 

99 CORNELIO Insì fuora, cancaro ve magna, ins{p)iritài, lari, fur- 

fanti, lasse star costìi, che'l se ha confessào tre volte st'anno, e 
no (è) minga adanào endiavolào. 

100 ROBERTO Non vi dubitate, lasciate il carico a me. 

Uscite fuori, poiché messer Cornelio vi comanda: gli è uomo di 
buona fama e condizione, e per le sue profumate muànde, quali 
appresso voi sono di grande autorità, presto, uscite fuori e ditem.i 
i nomi vostri, uscendo a primo squadro, e quanti sete in questo 
corpo. 

loi TRUFFA Ma se vusì ch'a' inse dime prima el to lome a mi! 

102 ROBERTO Ancorch'io sappia che voi spiriti maligni prendete piacer 

di noi tei dirò: io mi chiamo don Giovanni di Martino. 

103 TRUFFA Ah ah ah ah ah ah! 

104 ROBERTO Che hai? che tu ridi? 

105 TRUFFA Mo a' te dire, mi: tutti i matti l'ha lome Zane e tutte 

le biestie l'ha lome Martin, a^^etto l'orso che ha lome Chiappili 
e l'aseno Rigo ... ah ah ah! 

106 ROBERTO Pur la lo saprai adesso se l'anderà da riso! 

107 TRUFFA Scarocari pen . . . 

108 ROBERTO Non mi pascer più di baie ma dimmi chi sei e in qual 

parte del corpo ti ritrovi e dove ne andaresti, perché ti lasserò 
andar dove tu vói. 

109 TRUFFA I i i i i io son napolitano, senore, e stazzo negli occhi e 

voglio entrare nel speco della mia senora. 
no ROBERTO E tu che vieni chi sei? in qual parte ti ritrovi? dove vói 

tu andare? 
Ili TRUFFA Eh, vilen cuchin, io son fransò, ale poi musta feu, io mi 

andré in un gran flacum de vin claret. 
112 ROBERTO Esci l'altro, dando il nome tuo, e dove è la stanza tua, 

per monasterium tuum campanarum et per monacas sanctas eius\ 



99. infiritai - ins{p)iritài; e no {è); endiauolai - endiavolào. loi. ma se 
uu si - ma se vusì. 



128 Rodiana 

113 TRUFFA U-u-u-u-u SODO milanese e sto nel gargarozzo e mi voglio 

cacciare dentro al corpo di uno spagnolo. 

114 ROBERTO Avvicinati, avvicinati: chi sei? non mi burlare, dimmi 

la verità! 

115 TRUFFA O-o-o-o-o-o, io, signore, siamo raguseo, il mio posto sono 

nel cervello, voglio andare dentro a un orecchio del Gran Turco; 
chiedete un poco a questo che viene dopo di me. 

116 ROBERTO Chi sei tu che vieni quatto quatto? 

117 TRUFFA Brìi brìi chieres senor, anch'io sono stato allevato nel regno 

di Siviglia e nemmeno il mio luogo è largo, che è la mano; 
voglio entrare in testa del cardinale Pasquino di Roma. 

118 ROBERTO C'è ancora qualcuno qui dentro? uscite, dicendomi il vo- 

stro nome! 

119 TRUFFA Ci sono io, fiorentino, e sto nella lingua, poiché tu vuoi 

che esca me ne voglio andare dritto dritto nel corpo di uno degli 
otto. 

120 ROBERTO Sono soddisfatto, ma dimmi: quanti sono gli altri che 

stanno con te? e voglio che te li porti anche via! 

121 TRUFFA Sono un'infinità: preti, frati, artisti, gentiluomini, signori 

e soldati: c'è pure il signor Marcantonio della Mendola. Sono 
molto contento, li condurrò tutti con me, eccetto uno, che sta 
nei piedi. 

122 ROBERTO Forse ce n'è più di uno? Sii, uscite, per.il vostro principe 

Demogorgone, altrimenti per il suo potere vi confinerò nel bosco 
di Baccano! 

123 TRUFFA Che diavolo, non mi lasciate il tempo di fare i fatti miei, 

ti voglio dire il mio nome, è Leseu Scatarioto, albanese, e sto 
nei piedi, e per questo non sono potuto arrivare così in fretta: 
dove vuoi che me ne vada, dimmi? 

124 ROBERTO Vai pure dove ti pare e piace, purché lasci questo corpo 

libero e sano. 

125 TRUFFA Va bene, va bene, basta, basta, andrò subito, lo vedrai 

bene, si: mi voglio ficcare dentro al culo di questo vecchio, lascia 
fare a me! 

126 CORNELIO In culo mio di me? oddio, oddio! «libera me Domine 



122. nel bosco dì Baccano: luogo famoso per brutti incontri, per essere 
ricetto di ladri e assassini: cfr. Aretino, Sei Giornate, p. 98 r. 27 (« Che 
assassinamenti son questi? a Baccano non si farebbeno ») e p. 178 r. 3; 
Cortigiana PR,3; Talanta iv 25,3; Filosofo i 6,j. Inoltre Piccolomini, Amor 
Costante iv, se. 5 e Ariosto, Orlando furioso xxvni,i9. 



Atto secondo 129 

113 TRUFFA U u u u u a' so mialnès e sì staghi in la gargata, e sì me 

vói cazza deter ol corp d'un spagnuòr! 

114 ROBERTO Accede, accede: chi sei? non mi burlar, dì la verità! 

115 TRUFFA O o o o o o io signor e' semo raguselo, mio reposaminto 

sono in cervelo, e' voglio andar in richia de grande turco: di- 
mandate questo che vien drio del mi. 

116 ROBERTO De quali sei tu? che ne vieni così agguatato? 

117 TRUFFA Bru hru chie-chieres senor, io tamhìen mi vida arlevada 

y nel regno di Siviglia, y la mia posada agoras n'è longias eh' è 
la manos; io chiero entrares nella cabezza de lo sguardinales Pa- 
squinos de Roma. 

118 ROBERTO Vi son altri qui entro? uscite, dandomi il nome vostro! 

119 TRUFFA E' vi son'io, fiorentino, e stemmi nella lingua, e' vommi 

ire, poiché tu vói ch'io eschi, rito rito nel corpo d'un degli otto. 

120 ROBERTO Son contento, ma dimmi: quanti sono gli altri che si 

ritrovan teco? e' voglio che gli conduchi ancor via! 

121 TRUFFA E' vi sono numero infinito: preti, frati, artisti, gentiluo- 

mini, signori e soldati: evi ancor il signor Marcantonio da la 
Mendula. E' son'io molto contento: condurrò ognuno meco, ec- 
cetto un solo, che stanza nei piedi. 

122 ROBERTO Ne sono pili di uno? Su, uscite, principem vestrum De- 

morgonem, senonché in vertù di quello vi confinaró nel bosco 
di Baccano! 

123 TRUFFA Che diavolo, vu no me lagào far mio la fatti, mi te vogio 

dir mio la nome, sé Leseu Scatariotu, arbagnese, e sta ficào in 
la pie, e per questo non podèu vegnir tanto presto: onde vustu 
che vaga, di', via? 

124 ROBERTO Vattene dove ti pare e piace, purché lassi questo corpo 

libero e sano! 

125 TRUFFA Sta ben sta ben, basta basta, anderò adesso, ti sentirà ben 

sì: e' me vogio ficar in la culo de questo vecchiu, mo laga far a mi! 

126 CORNELIO Int'el mio culo de mi, o Dio o Dio! « libera me Domine, 



130 Rodiana 

quia non sum catecumìnum »: aiuto vicini, croce, acqua santa, 
processione! « Qui abitai in monte de Venda pone singulum 
tuum »! 

127 ROBERTO Adesso che il vecchio è fuggito, ti prego, Truffa mio, 

di raccomandarmi a madonna Felicita e di dirle che io avrei fatto 
il mio debito con lei, ma il timore che lui ritorni mi ha fatto 
andar via presto: e tu, oltre a potermi comandare quello che 
vorrai, lasciati vedere, che non ti sarò ingrato. 

128 TRUFFA Signor Roberto, non ve l'avevo forse detto che sono 

come mi vedete e che non sono un villano: vi ho mostrato se so 
impiegare la lingua in ogni modo e se so fare come mi pare? 
al sangue della tempesta, che mi vorrei coricare in un sangui- 
naccio per farvi piacere, sì in fede di Dio. 

129 ROBERTO Senz'altro ho imparato che coloro che sono esperti del 

mondo sanno rimediare alle avversità che ogni giorno capitano 
loro in più di un modo, la cosa sarebbe stata scoperta senza la 
tua trovata: spero di poterti provare che non mi sarai superiore 
almeno in cortesia, mi raccomando a te, addio. 

130 TRUFFA Andate in buon'ora! Sentite, eh? eh? signor Roberto, 

voltatevi la berretta in testa, canchero, che sembrate davvero uno 
di questi musi da canonici d'oggidì, che vanno con la cappa e il 
tabarro e la berretta a forma di pentolino! 

131 Sto pensando in che modo l'affare si è svolto: al sangue del 
bottaio, che il mio padrone andava a rotoloni che pareva un tordo 
che abbia preso una frecciata nel culo, canchero, ti so dire che me 
la ridevo di cuore! dove siete letterati, Stotene e Gino, Davite e 



126. quiabitat: cfr. Vs 90 (« Qui abitai in adiutorio Altissimi . . . »), usato 
comunemente dalla tradizione popolare come formula di scongiuro (cfr. Zorzi 
'67 p. 1472 n. 41 e Lazzerini '79 p. 165 n. 5). Qui Yadiutorio Altissimi è 
sostituito dal monte de Venda, cioè il "più alto" dei colli euganei. 

131. Per la sequenza degli sletràn cfr. Ruzante, Betìa v vv. 96-102: 
«... Stotene, Sinica e an / Tulio e Caton, / Davite e Piantalion, Vizena e 
Salamon, / Bartole e an Gin / e San Tomaso d'Aquin, e Scoto e Santo Ago- 
stin / e tuti gi altri che è stè . . . ». Stotene è ovviamente Aristotele, Davite 
è Davide, Calo è Catone, Velio è Virgilio, 'Vidio e Nason sdoppiano le generalità 
di Ovidio; in Cin è probabile sia da vedersi, come ha proposto lo Zorzi per 
il passo ruzantesco (p. 1347 n. 277), Gino da Pistoia; in Piantalo!!, infine, 
pare celarsi, come ha proposto la Milani relativamente al passo della Betta 
(le due redazioni hanno rispettivamente Piantalion e Piantalon), uno storpia- 
mento di Platone, dove « si avrebbe una specie di ricupero semantico del 
nome attraverso pianta + lion. Troviamo Piaion nel Folengo e in Magagnò » 
(p. 190). 

Colocuta: Galicut, città indiana sulla costa del Malabar. 



Alto secondo 131 

quia non sum catecuminum »: aideme vesini, erose, aqua santa, 
processioni « Qui habitat in monte de Venda, pone singulum 
tuum »! 

X27 ROBERTO Ora che il vecchio è partilo, Truffa mio, raccomandami 
a madonna Felicita e digli ch'io avrei fatto il debito mio con sua 
eccellenza, ma la temenza che'l non ritorni m'ha fatto presto 
dipartire: e tu, oltra che mi potrai comandare, lasciati veder, 
ch'io non ti sarò discortese. 

128 TRUFFA Mo misier Roserto a' ve l'he pur an' ditto ch'a' son con 
a' me vedi e sì a' no son vilan: ve hogio mo mostrò s'a' so infre- 
gare la lengua a (a)gno partìo e far a me muò? al san' de la 
tempesta, ch'a' me voràe accolgare in un sangazzo per farve apia- 
sere, madé qui 'n de in bona fé' sì! 

E 29 ROBERTO Certamente ho conosciuto che quelli che hanno pratica 
del mondo sanno a diversi modi rimediare alle aversità che alla 
giornata gli occorre, la cosa era scoperta senza il tuo conseglio: 
se mai potrò, ti farò conoscere che no( n ) mi avanzerai di cortesia. 
Mi raccomando, adio. 

130 TRUFFA Ande in bonora Aldi, an? an? messer Roserto, drez- 

zeve la berretta in testa, cancaro, ch'a' pari ben da seno de sti 
vis de calnònaghi d'adesso, che va con la cappa e la tabarra e 
con la barretta in lavezzetto! 

131 A' stago pensanto a che partìo è passa la consa: al san' del 
pìntaro, che'l me paron andaséa tombolando, che'l paréa un 
tordo che l'aésse na sbolzonà in lo culo, oh cancaro, a' te sé dire 
che me la riséa de cuore! on' séu sletràn, Stotene e an' Gin, 



127. ja fatto - m'ha fatto. 128. a (a)gno; ma da quinde - madé qui'n de. 
129. che no{n) mi. 130. la hesse - l'aésse. 131. an= / cin - an' Cin; 



132 



Rodiana 



Catone e Vello e Piantalone e Ovidio e Nasone, con tutti gli altri 
che mai ci furono nella storia, che abbiano fatto come ho fatto io, 
che ho nome Truffa? che sia benedetta la madre che mi ha messo 
un nome così bello! non fuma? non sa di pepe e di polenta^ 
ma certo! fino a oltre l'Inghilterra e anche Calicut! Adesso voglio 
andare a trovare la padrona e cacciarle via il fastidio, dicendole 
tutto quanto c'è da dirle, perché voglio che gridi più di millanta 
volte: « viva Truffa col suo ingegno! ». 

FINE DEL SECONDO ATTO 



Atto secondo 



133 



Davite e Cato e Velio e Piantalon e'I 'Vidio e Nason e quanti 
ch'a' sì siesse mai in stuoria (eh' a' faésse) co' he fatto mi, 
ch'a' he nome Truffa? che sia benetta la mare che m'ha matù 
consì bel nome! fumela mo? sala mo de pevere e de polenta? 
mo sì, inchìn de là della Inghilterra e an' de la Colocuta! A' vuò 
mo anàr a trovar la parona e pararghe via el fastibio, con digan- 
doghe a che mò se ha (a) desirighe, a che a' vuogio che la cric 
ben pi de milanta volte: « viva Truffa con el so saére! ». 

FINE DEL SECONDO ATTO 



131. {ch'a faésse); se ha (a). 



Atto Terzo 

Scena prima: messer Cornelio solo. 



CORNELIO Passando in rassegna tutti i giorni della mia vita che 
ho trascorso andando a zonzo, nemmeno l'intromettermi a far 
controversia con un gruppo di persone dalle teste piene di sale, 
degne di Nicea, e con l'aggiunta di un mal di stomaco, potrebbero 
farmi tanta paura come quella che ho provato poco fa, che mi 
è entrato un brivido turbolento dentro al corpo che mi ha fatto 
sudare dal capo ai piedi, contrastando le cose tra pelle e carne, 
quasi dicendo: « voglio andare a fare i miei conti, che la mia 
vita è finita ». 

Inoltre mi sembrava di avere i piedi enfiati con la testa in 
Trebisonda e il busto in Africa di Barberìa, e nel tirare il fiato, 
per stringere dalle parti umide il condotto dell'organo comune, 
il purgante mi ha tanto scombussolato, mettendomi cosi sotto- 
sopra lo stomaco che le budella hanno brontolato troppo a lungo, 
tanto che avreste detto che avessi mangiato cinquanta tamburi 
da battaglia. E pensando al giudizio del suffragio del rimedio, 
sono andato di corsa in un monastero, dove i frati vergini si 
lavano le tonache, e cosi ho tenuto per un bel pezzo le natiche 
dentro a una pila d'acqua; pertanto, avendo considerato la ma- 
gagna di questi spiriti stizzosi indiavolati, sono qui, « laudate 
pueri », scampato sano e salvo, e posso anche ringraziare il mio 
cervello accorto. 

Ma adesso voglio andare a casa, che so che mia moglie deve 
essersi infastidita del mio comportamento: sia lodato san Ubaldo 
che mi ha liberato da due sventure, però alla terza, Cornelio, 
metti pure in conto di far testamento, di confessarti e di ordinare 
le tue cose perché « regnum meum est proindivisum et videlìcet 
finem ». 



1. niseatane: si propone un riferimento (più che al porto di Nisea) a Nicea 
e al Concilio relativo, che ben concorda col contesto del controversar (in senso 
dialettico) con un gruppo di uomini pieni di sale in zucca, dei savi appunto. 

2. Trabisonda: Trebisonda, città sulla costa del mar Nero, ai piedi delle 
montagne del Ponto, scamonea: pianta indigena della Siria, eia cui si traeva 
un purgante dello stesso nome. 

«laudate pueri»: cfr. Ps 112: «Laudate, pueri, Dominum; laudate nomen 
Domine ». 



Atto Terzo 

Scena prima: messer Cornelio solo. 



Connumerando tutti i zorni della mia vita che ho fatto alla pe- 
dona, (n)eanche el furegarme in controversàr multitudine de per- 
sone che ha le zucche insalàe niseatane con un mal de paron porave 
farme tanta paura co' ho abùo poco sé, che'l m'è intrào un spasemo 
torbolente in la persona, che son andào de suor in suor, contra- 
stando le cose intra pele e carne, quasi dicat: « e' volo andar a 
far i mie conti, che ho compio il mio tempo », 

Ulterius, che'l me parse aver i pie infià e la testa in Trabisonda, 
e'I busto in Africa de Barberia, e per el tirar del fiào a mi, per 
strenzer la cana dell'organo comun dalle parte umidire, la scamonea 
me ha saltào in soler, che tanto la me ha conturbào el stomego che 
troppo de longo le buèle ha rognìo, che disse che avesse magnào 
cinquanta tamburi di battaglia. E pensando al iudicio del suffragio 
del remedio, son andào accorrando int'un monestier, dove se lava 
i drappi i frati verzeni e sì ho tegnùo un gran pezzo le chiappe in 
in una pila de acqua, e perché e' consideri alla magagna de sti spiriti 
stizzosi indiavolai; e cusì, « laudate pueri », e' son qui salvo sca- 
polào vivo, e posso anche dir granmergé al mio cervello provisionào. 

E' vogio mo andar a casa, che so che mia moièr die aver fastidio 
d'i fatti mie: sia laudato san Boldo che me ha deliberào da do 
fortune, alla terza fa pur conto, Cornelio, de far testamento e con- 
f essarte e conzar le to cose, perché « regnum meum est proindivi- 
sum et videlicet finem ». 



I. {n)eanche. 2. e se ho tegnuo - e sì ho tegnùo. 



136 Rodiana 

Scena seconda: Nason gabelliere, Diomede soldato. 

4 NASON Dove camminate voi così svelto? sentite, compagno? cos'è 

quell'archibugio in spalla? 
^ DIOMEDE Parlate con me, gentiluomo? vi pare che io sia un medico 

per curarvi quel naso? guardatemi meglio! 

6 NASON Con voi parliamo: non sapete che chiunque vada per la via, 

forestiero mercante o come si dice, quando entrano dentro a que- 
sta città vengono da noi perché abbiamo in custodia la gabella 
del dazio? e voi andate dritto? non fate così, perché ti insegnerò 
per un'altra volta a non essere tanto superbo! 

7 DIOMEDE Non sapevo l'usanza, perdonatemi; comandate pure, che 

vi risponderò cortesemente. 

8 NASON Ditemi il vostro nome e datemi i denari del peso della 

gabella, che così fanno tutti, mercanti e forestieri che passano 
per questa città, e se non li darete anche voi ti prometto che non 
uscirai fuori dalla nostra porta, perché questo è l'uso, e anzi 
piglierai il tuo sacramento. 

9 DIOMEDE Voi dite il vero e parlate molto bene, ma io non sono 

un forestiero di passaggio, ma voglio abitare in questa città e 
sopra questo giuro. 

10 NASON Non può essere che, bontà mia, io creda a quello che ci 

dite; sentite come dico io, che voi giurate che il fuoco di sant'An- 
tonio bruci la vostra persona se non è vero che volete abitare 
nella nostra città di Parma. 

11 DIOMEDE Io giuro che il fuoco di sant'Antonio vi bruci se non 

voglio stanziare in questa terra. 

12 NASON Non voglio così, state attento a quello che dite, parlate 

in un modo! ascolta me: che il fuoco di sant'Antonio bruci la 
vostra persona di voi se non vorrò abitare in questa vostra città. 

13 DIOMEDE Mi pare d'essere preso in giro! non sentite quello che 

dico? che il fuoco di sant'Antonio vi bruci la persona vostra di voi 
se io non voglio abitare in questa città. 

14 NASON Credo proprio che parlando voi non usiate il cervello, siete 



4. Il nome Nason rimanda al grosso naso, caratteristica, a quanto pare, 
diffusa per la tipizzazione dello schiavone: non può essere infatti casuale che 
Zuan Polo sia presentato con un naso finto di questo tipo tanto nelle xilogra- 
fie del Libero del Rado che del Sogno del Caràvia. Evidente l'allusione della 
battuta, così, pensate forse ch'io sia medico da varirvi il naso? 



Atto terzo 137 

Scena seconda: Nason gabellier, Diomede soldato. 

4 NASON Onde cami(na)ro vui tanto prestissimo? intendete o compa- 

gno? che busonarco in spalla? 

5 DIOMEDE Parla con me, gentiluomo? pensate forse ch'io sia me- 

dico da varirvi il naso? ma guardate meglio! 

6 NASON Con vui parlemo: non sapete vui che persona che an(da)ro 

per la via, forestiero o mercatante o come si chiama, quando 
intraro de la dentro de questa la civita(t)e viengano da nui, 
perché abbiamo lo custodimento del dazio gabella? e vui andaréu 
de longo? non fate cusì, perché te impararo per natre volte de 
non esser tanto superbissimo! 

7 DIOMEDE Non sapeva il costume, perdonatemi; comandate, ch'io 

vi responderò cortesemente. 

8 NASON Ditemi vostro la nome e datime dinari de peso de gabella, 

che ancora cusì fano tutti, marcanti e furestieri che passano per 
questa la civitate, e si non darete ancora vui te imprometto non 
andare de nostra porta fuora, perché cusì s'usìtano, e veramente 
pigliareti vostro lo sagramento 

9 DIOMEDE Voi dite il vero e parlate molto bene, ma io non sono 

forestiero, viandante, ma voglio stanziar in questa città e sopra 
questo iuro. 

10 NASON Non poi far che mio la 'mure ch'io creda de quello vui diceti 

nu; guardate corno io vi dico: che vui til zuraro che fuogo de santo 
Antonio la brusa vostra persona se non sete vui per stanziar in 
nostra la civitate del Parma. 

11 DIOMEDE Io giuro che'l fuogo de santo Antonio vi abrusi s'io non 

voglio stanziar qui nella terra. 

12 NASON Non voglio cusì, guardate quello dicite, parlate n'uno 

modo! intendilo mi: che fuogo de santo Antonio le brusa vostra 
persona de vui si no la vorò stanziar in questa vostra civitate. 

13 DIOMEDE Parmi di esser uccellato! non intendete voi quello che 

dico? che il fuogo de santo Antonio vi abrusi la persona vostra 
de vui s'io non sono per stanziar in questa città. 

14 NASON Credo per mio la fé' che non aveti in vostro cervello par- 



4. cami{na)ro. 6. an(da)ro; civita(ie). 8. susitano - s'usitano. io. 
che quello uni diceti - de quello vui diceti. 12. imendilo - intendilo; persona 
che uui - persona de vui. 



138 Rodiana 

un uomo da fare baruffa, andate con Dio, che non voglio perdere 
altro tempo con voi. 
i^ DIOMEDE Volete farmi un piacere? e vi userò cortesia da vero 
soldato, e lasciamo da una parte gli scherzi. 

16 NASON Molto volentieri, perché le cortesie si fanno a tutti quanti, 

anche noi infatti siamo di un'altra città e abbiamo praticato prima 
di adesso l'arte delle armi, il mestiere di soldato, e giungendo 
qui a Parma ci siamo sposati, e da allora in avanti abbiamo in 
custodia la gabella del dazio. 

17 DIOMEDE Anch'io sono un soldato e vado cercando mia sorella, 

di nome Sofronia, che ha una figlia chiamata Beatrice, che è ve- 
nuta in questa città a cercare il marito, che quindici anni fa fu 
esiliato dalla sua patria, ma non lo ha ancora trovato, come ho 
saputo da una sua lettera: adesso si sono fermate qui a Parma 
e io, non conoscendo la città per essere forestiero, vi prego, per 
piacere, se sapete qualcosa di loro, di dirmelo. 

18 NASON Io conosco bene Sanf rogna, è poco tempo che ha preso 

casa in questa città insieme a sua figlia, che è molto bella, se vuoi 
ti porterò a casa sua, perché è beneficio di carità far servizio tra 
gli uomini l'uno all'altro. 

19 DIOMEDE Vi rendo infinite grazie e voglio farvi inoltre un pre- 

sente di dieci bolognini; andiamo subito, per piacere. 

20 NASON Andiamo: non ti sembri strano vedere in questa città cose 

di grande meraviglia, guardate la nostra piazza con quel gran 
palazzo, le case sono bellissime. 

21 DIOMEDE Certo, non c'è dubbio; ma a che servono queste campane 

così grandi? 

22 NASON Sono una cosa meravigliosa, anticamente stavano in cima 

alla torre, quando suonavano le donne gravide abortivano da tanto 
grosso era il suono del battacchio, adesso, in fede mia, hanno 
preso provvedimento con ordine perfetto: questa campana suona 
quando è l'una di notte e tutti quanti i cornuti di Parma vanno 
a casa, e quelli che non ci andranno saranno presi dagli ufficiali, 
cadendo in pena di perdere i testicoli per m.ezzo della giustizia. 

23 DIOMEDE Non è poco se finora nessuno vi è incappato; in grazia 

di Dio, ditemi, a che serve questa vacca coperta di azzurro e 
giallo? 



18. far sevizio: è evidente il qui prò quo comico suscitato dalla storpia- 
tura di servizio. 



Atto terzo 139 

landò, vui sete omino di far la costiòn, andate con Dio, che non 
voglio far natro con vui. 
i_5 DIOMEDE Volete farmi uno appiacer? e vi userò cortesia da vero 
soldato, e lassiamo andare le burle da canto. 

16 NASON Molto volentiera, perché la cortesia sii f arano a tutti canti, 

che ancora nui siamo de altra civitate e abbiamo usitato inanti che 
adesso l'arme de arte, soldo mestier, e capitando qui in la Parma 
abbiamo preso la moglie, e da ora in qua custodimo questo dazio 
gabella. 

17 DIOMEDE E io son soldato e vo cercando una mia sorella, nominata 

Sofronia, qual ha una figliuola detta Beatrisa, che è venuta in 
questa città per ritrovar il suo marito, qual da la patria sua già 
fa quindeci anni fu mandato in esilio, ma ancor non l'ha trovato, 
come per lettera sua ho avuto notizia; s'hanno poste a stanziar 
qui in Parma, io, essendo mal pratico de la città comò forestiero, 
vi prego de grazia, se ne sapete nulla, ditemelo. 

18 NASON Cognosco ben io Sanfrogna, sé curto tempo che bave pi- 

gliato casa in questa civitate con sua la fìa molto bellitissima, e 
se voi vui til menerò in sua la casa, perché sé '1 benificio del 
caritade far sevizio l'omeni un cu natro. 

19 DIOMEDE Vi rendo infinite grazie e oltre di ciò vi voglio far uno 

presente di dieci bolognini; andiamo presto, di grazia. 

20 NASON Andiamo: non til parerò stranio co til vedero cose in 

questa le civitate de grande le maraviglia, guardate nostra le 
piazza e grando pilazza, casaminti sono molto bellissimi. 

21 DIOMEDE Certo, sì; ma che si fa de queste campane cusì grande? 

22 NASON Sono maravigliosa cosa, in tempo antico stàvino in cima 

del torre, quando sonava le done grosse desperdevano, tanto 
grosso era del botocchio son, ma adesso hano provisto, per mia 
la fede, con belletissimo ordene: quando l'è una ora del notte, 
sonando questa la campana, tutti gli adulterati omeni del Parma 
andero in su la casa, e quelli che non saranno andati sì saranno 
presi da 'fidali, cascano in pena de perder li sui testicoli per via 
del iustizia. 

23 DIOMEDE Non è poco se finora non è incappato qualche uno; de 

Dio grazia, ditemi, che si fa de questa vacca coperta di azzurro 
e giallo? 



16. che ancora bui - che ancora nui. 20. cotil - co til; ciuitate[m] . 



140 Rodiana 

24 NASON Mi è stato detto che si era perduta la discendenza delle 

vacche a Parma, e che si temeva di morire di fame, perché non 
potevano seminare frumento né avevano vitelli da mangiare: il 
signor governatore decise insieme a tutto il popolo di Parma di 
serbare memoria di tanta disgrazia che hanno patito con questa 
vacca coperta di giallo che vedete, nel caso che Dio avesse fatto 
riprendere la specie. Ma adesso che in questa città c'è abbondanza 
di vacche e che la discendenza è cresciuta in modo che non c'è 
più da temere di perderla, in fede mia, si usa questo, che tutte 
le donne che si comportano come il proprio marito vengono fatte 
mettere a cavalcioni di quello per un giorno intero, finché non 
cade stremato. 

25 DIOMEDE Io non ho mai visto prima una simile galanteria e, per 

Dio, mi viene da ridere. Cos'è quest'opera meravigliosa? 

26 NASON È il Battistero del Duomo, che costa moltissimi denari, 

e nel giorno di giovedì grasso si usa riempirlo di gnocchi per i 
poveri di Parma, e questo è stato comandato dal testamento del 
vescovo di Parma. Ma guardate, signor mio, quella casa dipinta 
di rosso: lì abita la vostra Sanfronia, dove andrete ad alloggiare, e 
la bella figliola. 

27 DIOMEDE Ho visto in altre città alcuni battisteri molto imponenti 

ma non paragonabili a questo: volentieri prenderei la misura della 
sua estensione, perché mi diletto un po' di architettura. 

28 NASON Credo di avere nella mia tasca un pezzo di corda o, come 

si chiama, spago raggomitolato per servirvi, ve lo presterò per 
cortesia: prendete. 

29 DIOMEDE Di grazia, prendete la mancia, e siate felice di aiutarmi: 

non vi muovete di qui finché non ho fatto il giro. 

30 NASON Sbrigatevi, tornate per piacere! perché ci mettete tanto a 

prendere la misura? per Dio vero, mi ha ingannato questo assas- 
sino ladro di forche! mi ha imbrogliato proprio dicendomi di non 
muovermi da questo luogo! che tu sia impiccato, Nason, col tuo 
cervello! È proprio vero che dove passa il soldato reca sempre 
danno e truffa le persone: che vi venga il canchero a tutti e a 



24. Nell'ultima parte, piuttosto oscura, della battuta si allude, a quanto 
pare, a un palio derisorio dei martiri cornuti e delle mogli adultere: sembra 
infatti lecito riferire quel che fanno a modo de suo la marido al comporta- 
mento delineato sopra (111,22) a proposito degli adulterati omeni. Una certa 
difficoltà spetta all'interpretazione di colmissa: il GDLI registra il s. f. ant. 
colmézza, "l'essere colmo", deriv. da colmare; per colmare (GDLI,3) risulta 
ben pertinente il significato "portare all'eccesso". 



Atto terzo 141 

24 NASON Mi sé sta detto che erano perduta semenza del vacche in 
la Parma, che se dubitavano del morir del fame, perché non sa- 
piveno seminar formenti né manco chi fesse vièlli per manzari: 
signor governator con tutta la zinte de la Parma hanno fatto 
consiglio di tenere la memoria de tanta 'sgrazia che hanno abu- 
to (con) quella che vedite cusì coperta de zallo certo, si mes- 
ser Domenedio li mandaro siminza. Ma ora che sono gran copia 
dil vacche in questa civitate e crescuto semenza che no sé dubi- 
ta© più de perder, per la mia fede, se usìtano ancora questo, che 
tutte le femine che fanno a modo de suo la marido la fa mitter 
suso la sua schina a cavallo per tutto la zumo, che e' cazza in 
colmissa. 

2^ DIOMEDE Io non vidi mai simil galanteria e, per Dio, che mi vien 
da ridere. Questa opra maravigliosa che cosa è? 

26 NASON Son baristerio de domo, che costano moltissimi danari, e 

se usìtano che in zorno de zobbia grassa s'il faranno pien del 
macaruni per poveri del Parma, e questo sé lassato per testamen- 
to del 'scova de Parma. Ma guardate, messer mio, quella casa 
dipinto in russo: son stanzia del vostro Sanfronia, dove andarete 
a 'lozzàr, del bello fiola. 

27 DIOMEDE Ho vedutto in altre città diversi battisteri molto su- 

perbi ma non al parangone de questo: volentieri pigliarci la mc- 
sura quanto volgie intorno, perché mi diletto un poco di archi- 
tettura. 

28 NASON Credo aver dal mio gagiofa certa cordisella o, come si 

chiama, spago intorto, per farvi appiacer, e' imprestare per corte- 
sia: prendetilo. 

29 DIOMEDE Di grazia, ma pigliate, e siate contento aiutarmi: non 

vi movete de qui fin a che non vadi atorno. 

30 NASON Spaciatevi, tornate se vi piace! che tanta longitudine del 

tempo fate in pigliar mesura? Per Dio vero, mi ha fatto inganno 
questo 'sassin, laro del furche! come hanno usato fraudolenzia, 
perché mi le ditte ancora: «no tei partir chesto longo»! ch'a' 
te impicaro Nasun cun vostro la inzegnio! (Sé) ben la veritade 
che soldato unde la caminaro fa ingano e sempre gabbanno pe> 



24. la in Parma - in la Parma; uialli - vièlli; abuto {con); de e cazza - che e' 
cazza. 26. che [che] costano; palma - Parma; guardare - guardate. 28. 
come si chiame - come si chiama. 30. Nasum - Nasun; (Sé) ben. 



142 Rodiana 

chi si fida dei soldati! non voglio perdere altro tempo, perché 
qualche altro tristo uomo non mi gabbasse della mia gabella del 
dazio! 



Scena terza: Demetrio e Campezzo. 

31 DEMETRIO Diavolo, guarda in che modo vanno per cattiva strada 

i fatti miei, te e chi ti ha cacato, poltrone, cane mastino, rovina 
del mio onore e della mia sostanza: non so che cosa mi trattenga 
dallo strangolarti per traverso col mio fazzoletto! perché hai 
lasciato scappare quel cane, asino, cavallo, bufalo, cammello di 
Corado? 

32 CAMPEZZO Padrone, io non ne so niente, lo ho visto fuggire e non 

ho potuto prenderlo, non so neanche chi lo ha slegato. 

33 DEMETRIO Continui a ripetermi queste parole? taci! credo che 

siate d'accordo uno con l'altro, come il gatto col topolino, per 
questi santi del Vangelo, in questo modo si fa la guardia alla 
nostra casa? mariolo, furfante, che la volpe possa mangiarti tutte 
le ossa: se avessi il mio coltello ti taglierei la pancia in cinquanta- 
quattordici pezzettini! 

34 CAMPEZZO Ohimè, ohimè, perché mi volete picchiare senza motivo? 

ascoltate almeno se è vero o bugia. 

35 DEMETRIO Non voglio Sentire niente del vostro buco-via, vai col 

malanno e con la mala pasqua! lascia fare a me, che adesso vo- 
glio andare a farti sbattere in prigione, in fede mia, e farti tagliare 
gli occhi e strapparti il naso! 

36 CAMPEZZO Questo si guadagna alla fine a servire con lealtà: guar- 

date in che stato mi trovo senza essere mai venuto meno al mio 
dovere. 



Scena quarta: Truffa e Campezzo. 

37 TRUFFA Campezzo, dove vai cosi lamentandoti? che è di messer 

Roberto, il tuo padrone? 

38 CAMPEZZO Che vuoi che sappia, che sia maledetta la fedeltà che 

porto a quella famiglia! 



Atto terzo 143 

sone: che vegna cancaro a vui tutti canti, e chi ve fidare in 
suldào! Mi no vogio perder natro tempo, perché qualche natro 
tristo omino no mi gabasseno del mio dazio gabella! 



Scena terza: Demetrio e Campezzo. 

31 DEMETRIO Diavule, varda chié mondo va la mio fandi pe mal 

vian2o, vui chi vin gagào, poldrò, cà masti, ruinamendo de la 
mio onore cu la mio romba: no so che no mei tegno chi no 
ve stragula coi la mio fazzuoli per traverso! per chié consa avéu 
lagào scatahàtì chiele schillo, asino, cavallo, buffalo, ga(m)bello 
del Curado? 

32 CAMPEZZO Padrone, io non ne so nulla, io '1 vidi fuggire e non 

potei pigliarlo: non so chi l'abbia sciolto. 

33 DEMETRIO Ancora m(e) disi vu chiesti baroli, sàpasel crendo chié 

se' 'curdào uno cu la l'altro, come el gata col surzo piselli, per 
chiesti sandi del vazzélio: a chiesto modo se varda la nostro 
casa? mariuli, furfandi, che te possa magnar la vulpe tutti la 
vostro ossi: se avesse la mie cartella te tagierave la vostre panza 
in ^incanta catordesi cartaroli! 

34 CAMPEZZO Ohimè ohimè, che me voletti voi batter senza raggione? 

ascoltate almeno se gli è vero o bugia. 

35 DEMETRIO No voggio sculdar niendi vostro buso-via, sire cui ma- 

lanno mala pasca! as tò nà canto 'mena, lassa far mi, che voggio 
andar andesso a farve ficari dentro la preso, sta biste-ma, e far 
taiar la vostre occhi e cavar la vostro nanso! 

36 CAMPEZZO Si avanza di queste alla fine a servir lealmente: guar 

date comò mi attrovo, che mai non feci mancamento alla mia vita. 

Scena quarta: Truffa e Campezzo. 

37 TRUFFA Campezzo, on' vetu così sgnancolando? che è de messer 

Roserto, to patron? 

38 CAMPEZZO Che so io, che sia maledetta la mia bona servitù eh' 

io porto a quella casa! 



31. mal uian, zo - mal vianzo; ga(m)bello. 33. Anchoram - ancora m{e); 
su pase - sùpase; elgata - el gata. 35. a sto na cerno inena - as tò nà carne 
'mena. 



144 Rodiana 

39 TRUFFA Si, digliene pur di cuore, che guadagnerai? niente! e man- 

derai via così il fastidio, eh? raccontami un po' quello che è 
successo. 

40 CAMPEZZO II padrone vecchio mi ha preso bene a pugni, e mi 

voleva tagliare le orecchie insieme al naso se non gli rispondevo 
a suo modo, perché sostiene che ho fatto scappare Corado e che 
ho l'ardire di tramare contro la sua famiglia, assecondando suo 
figlio, e Dio lo sa se ho mai fatto una cosa simile, ma d'ora in 
avanti mi saprò regolare meglio. 

41 TRUFFA Al sangue del canchero che ti meriti: prendi su se non 

vogliono, io ti dico che si può vivere bene con ognuno. 

42 CAMPEZZO Che vuoi che faccia, caro Truffa? non posso io solo 

accontentare tutti quanti. 

43 TRUFFA Voglio che tu faccia come me: sto dietro al vecchio e mi 

diverto col figlio e mangio e bevo e mi riempio il cervello delle 
pili grandi invenzioni del mondo, che diresti che le racconti sul 
serio, al corpo dei noci, che credo non ci sia cosa che essi non 
farebbero per me. 

44 CAMPEZZO Dici il vero, anch'io d'ora in avanti voglio fingere a 

mio vantaggio di fare buon sangue, poiché al giorno d'oggi non 
si usa altrimenti, e ti prego di non lasciarmi da parte se posso 
esserti utile in qualche faccenda, che ti assicuro che voglio cam- 
biare carattere e modo di vita per stare più contento. 

45 TRUFFA Lascia fare a me, che voglio educarti e insegnarti dei 

punti che forse non conoscono così bene nemmeno gli avvocati, 
cammina, vieni un po' a far merenda a casa mia, da minchionello 
ti voglio far diventare un uomo. 

46 CAMPEZZO Se ci riuscirai te ne sarò obbligato per sempre, andiamo. 



Scena quinta: Demetrio solo. 

47 DEMETRIO Tutte quante le disgrazie mi corrono dietro: quando non 
voglio trovare le guardie, le guardie trovano me; adesso che sono 
io a cercarle non le posso trovare: ti venga la sciolta, diavolo! 
Non credo che Ciro, re dei persiani, imprigionato fino alla morte 



47. Tomiris: regina dei Massageti e nemica del nominato Ciro re dei Per- 
siani (Erodoto 1,205 sgg.); rezzina de Sciabia, storpiamento di rezzìna de Saba, 
piccolo rimando depistante (così vuole la regola delle citazioni dotte in quadro 
burlesco) sull'identità di Tomiride. 



Atto terzo 145 

39 TRUFFA Sì, traghe pur de cuore, che te guagnarè? zòzzolo! e s(ì> 

te parere via el fastibio, an? dì un può' quello che è intravegnù. 

40 CAMPEZZO II patron vecchio mi ha concio con le pugna assai one- 

stamente e mi voléa tagliar le orecchie e il naso se non li usava 
bone parole, perché dice ch'io ho lasciato fuggir Corado e ch'io 
ardisco trame contra casa sua, fazzendo al muodo del figliuolo, e 
Dio lo sa se mai feci tal cosa, ma per lo avenir saprò meglio 
governarmi. 

41 TRUFFA Al san' del cancaro che ti merite: tuo mo su s'a' no gi 

n' vò, mi a' te dighe che l'è bon viver con agnomo. 

42 CAMPEZZO Che vói tu ch'io faccia, caro Truffa? non saprei con- 

tentar tutto il mondo io solo. 

43 TRUFFA A' vuò che te faghi come a' fago mi: a' tegno del vie- 

gio e sì a' me dago bon tempo con so figiuolo e magne e ìmpio 
el ^elìbrio de le pi alte noèlle del mondo, che ti diressi che le 
digo da vera, al corpo de le nogare, che a' crenzo che no è consa 
che igi no faésse pre mi. 

44 CAMPEZZO Tu dici el vero, anche io per lo avenire voglio fingere 

il buono di armar dureli di adulazione, poiché altro non si usa 
al tempo de oggi, e ti prego, se'l bisogna metermi a impresa alcu- 
na, non far sparagno di me, che ti dò la fede mia ch'io voglio 
mutar natura e stile per viver più lieto. 

45 TRUFFA Mo laga far a mi, ch'a' te vuò costumare e insegnare 

de(i) punti che fuosi no i sa consì tutti gi avocati, camina, vien 
un po' a marenda a ca' mia, de menchionello a' te vuò far un om. 

46 CAMPEZZO Io ti sarò sempre ubligato se lo farai, andiamo. 



Scena quinta: Demetrio solo. 

47 Tutto candi la desgrazie mei cure drio: cando no vogio truvar 
la zanfi, la zanfi me troverò mi; andesso che vogio non posso averi: 
vegna' caggarola, diavule! No credo chié la Ciro re del Perso, 
'presunào 'la morte per 'mu(r) de chiela Tomiris, orba vendila 



39. e ste parere - e s{t) te parere. 41. sano giù uo, - s'a no gi n' vò. 
43. eimpio - e impio; ce librio - gelibrio. 45. de{i) punti. 47. per nu • 
per 'mu(r); to miris - Tomiris; uenclua - vendua; 



146 Rodiana 

per amore di quella Tomiride, orba e venduta regina di Sciabia, 
avesse tanto dolore quanto ne provo io adesso per amore di que- 
sto mio figlio Roberto, che per andare dietro a queste femmine 
peccatrici mi ha rubato la casa, il denaro, e ha fatto come quel- 
l'altro mascalzoncello di Formingo, figlio di Cargnello innamo- 
48 rato. Non so che cosa devo fare, mi impiccerei col diavolo pur- 
ché questo imbroglioncello non faccia scherzi con Ramberto: vo- 
glio andare in cerca di suo padre, che è per me come un fratello; 
oh, eccolo giusto qui. 



Scena sesia: Demetrio e messer Cornelio. 

49 DEMETRIO Buon giomo, signor Cagnello. 

^o CORNELIO Tanti saluti, riverisco l'eccellenza patrizia vostra, signor 
Demetrio, come state, che fate, come va, dove tirate? 

_5i DEMETRIO Io uon tiro niente, sono un uomo pacifico: guarda, 
non porto armi, e voi dove andate? 

_52 CORNELIO Beh, vado fabbricando arguzie, fantasie, invenzioni, pia- 
cevolezze, lascività, castelli in aria e ponti maestri, come fanno 
quelli che sono martellati d'amore. 

^3 DEMETRIO Che, voi siete dunque numerato? diavolo galeotto, ti 
pare dunque che così vada bene: non ti vergogni a innamorarti 
adesso, di questa età? 

^4 CORNELIO Suvvia, anche Aristotele e Marguttino e Quintiliano 
hanno voluto assaggiare questo limone: non posso io, anch'io, 
farmi un soffritto di coda di gamberetto? quando poi sarò morto 
vi cacherò in viso: me ne vado! 

^_5 DEMETRIO E io, quando voi sarete morto, verrò a cacarvi e pisciar- 
vi in faccia. Lasciate andare queste sciocchezze, volete che vi dica 
la verità e che vi consigli da buon amico? lascia perdere questo 
amore che è il diavolo, capisci? guarda la nostra Elena greca 
quando si è innamorata di Paride che l'ha portata a Troia, quan- 
te questioni, quanti diavoli sono seguiti per colpa sua, che Troia 
è andata distrutta e sono morti tutti quanti, il re, i principi greci, 

^6 che erano onore del mondo intero. Chi mai credi sia quel Pro- 



50. Usando bo in luogo di bon Cornelio sembra fare il verso a Demetrio 
e all'esordio del suo saluto. 

53. numerào, "numerato": il termine è sgangheratamente desunto dal vecchio 
greco dall'espressione dare i numeri. 



Atto terzo 147 

rezzina de Sciabia, avesse tando doluti cando avéu mi andesso 
per 'mur de chiesto mio fio Raberto, che per andar del drio chieste 
femena pecadures me rombào la mio spiti, la mio stàmena, la mio 
dinari, e sì l'ha fado cumbagno de chiel'altro giuntin^ello de Formin- 
48 go, fio de la Cargnello 'namurainzo. No so zò che debbo fari, mi sé 
'pazzào cu la diavolo purchié chiesto zutunzello no fanza gambaruola 
cu la Ramberto: vuogio andar cercar la so paro, chié sé como'l mion 
{randello: oh, vello aponto ca! 



Scena sesta: Demetrio e messer Cornelio. 

49 DEMETRIO Bo zumo aj fendi, messer Cagnello. 
•)0 CORNELIO Bo salùi, e' scomfìo la eccellenzia patrizia vostra, mes- 
ser Demetrio, co' stéu, co' féu, co' vaia, onde tiréu? 

51 DEMETRIO Mi no tiro gniendi, sé omo del pasi: varda chié no 

avéu l'arme, e vu pu pais, donde andéu? 

52 CORNELIO Puoh! e' vago a fabricando arguzie, fantasie, modelli, 

zoturnariete, lascivitàe, castèi in àiere, ponti maistrali, co' fa 
quei che sé amartelài d'amor. 

53 DEMETRIO Chié, donga vui se' numerào? o càtergos te diavule, 

te par mo vui chié ve stan be chiesti cosi? no l'è vergugna 
andesso 'namurari de vostro tembo? 

54 CORNELIO Moia, anche Aristotele e Marguttin e Quintilian ha 

volesto manzar de sto ^itronato: no poss'io, anca mi, farme 
un soffritto d'una eòa d'un gambarello? co sarò morto ve incago 
int'el viso, mi: parto! 

55 DEMETRIO E mi vui CO se' morto ve cangarò e pinsarò su la fanza! 

Lassa andar chiesti fraschi, vustu chié tei digo'l veritàe e cusegia 
del bon 'mingo? lassa andari chiesto amuri, chié sé diavolo, 
gricàs? Varda chela nostro Elegni grega cando se 'namurào cu 
la Paris chié l'ha portào su la Troia, canda custiò, candi diavuli 
sé 'travegnùo per ella, chié perso la Truoia e morto tutti candi, 
la re, la principi del grieghi, che giera onori de tutto cando el 

56 mondo. Crendestu chi sé vui mai chiello Protesilao? che la Ordo- 
mia, fia de la Castro tessalico, da tando amuri sé casi morta per 



47. sio Raberto - fio Raberto; la mio diuari - la mio dinari; Cargnallo - Cargnello. 

48. Rambarto - Ramberto. 50. sconifio - scomfìò; costeu - co' stéu. 52. 
zoturna riete - zoturnariete: la sciuitae - lascivitàe. 55. che la - chela; per 
alla - per ella. 56. che la - chela; chio Dio - chié Dio; 



148 Rodiana 

tesilao? che la Ordomia, figlia del Castro tessalico, è quasi mor- 
ta per lui quando se ne partì con la nave dal grande amore, 
no no, nemmeno uno è ritornato indietro. Lascia stare queste 
brutte cattive puttane e lascia che vadano col malanno e la mala 
pasqua che Dio ti dia insieme col giorno dell'Ascensione: sai 
che ti dirò? anche mio figlio è innamorato bestialmente come voi, 
guarda, in fede mia, quanta vergogna sopporto per amor vostro, 
quanta compassione e gran fastidio. 

57 CORNELIO Anch'io ho letto Ovidio che dice « La pia Peneolpe a 

letto, coccolami Ulisse », e quell'altro capitolo « Troia agghiac- 
cia di cera, datele nel viso con una padella ». Che diavolo c'en- 
trano Agamennone, Menelao, Aiace, Telamene, Achille e Pennello? 
io non sono uno di quei troiani vigliacchi che vanno a far paura 
alle ninfe. Lasciate andare da una parte i fastidi, per piacere, che 
cento ducati di carri non ripagano un affanno di debito: voglio 
che mi facciate un piacere, non che mi facciate parole. 

58 DEMETRIO Non sono uomo da parole, io: tutto quello che co- 

manderete lo farò volentieri, con gli averi, con la persona, con 
la spada, perché ti voglio bene come se fossi mio fratello, in fede 
mia. 

59 CORNELIO Potreste accompagnarmi fino a sotto i balconi di que- 

sta mia fidanzata? perché voglio farle una mattinata con alcuni 
altri miei amici, perché veda e senta che non ha a che fare con 
uno zuccone instupidito. 

60 DEMETRIO Madonna vergine, questo è proprio un vecchio pazzo 

testardo, per Dio! non vedi poveretto che hai ormai sulla schiena 
quasi ottantasette anni, cinquanta-ventisette anni con cento mesi 
e cinquanta giorni, vecchio imbecille? mettiti vicino al fuoco a 
raccontare a tua moglie qualche fiaba e a bere il vino dolce, che è 
meglio: lascia innamorare questi giovani saldi e prestanti sulle 
gambe e di poco cervello, e non voi, perché tutti si faranno beffe 
della vostra barba; senti piano: non sai che per amore di quel 
pallone pesante che hai di sotto non puoi generare fanculini? 

61 CORNELIO Guardate, guardate, signori, che cosa dice questo alchimi- 

sta: andate a imbrattarvi il palato di unguento friulano, signor Ma- 



57. Cfr. Ovidio, Heroides, l vv. 1-3: « Hanc tua Penelope lento tibi mittit, 
Ulixe - / Nil mihi rescribas tu tamen; ipse veni! / Troia iacet certe, Danais 
invisa puellis; ». 

gento ducati de carri: penso a un'inversione logica di Cornelio (cfr. il fi- 
nale di 111,81), non a un'inversione tipografica; del resto parodie di modi 
di dire si danno anche in v,45 e v,77. 



Atto terzo 140 

elio cando se partì cu la nave; no no, no un sé chielo turnà del 
drio. Langa stari chieste male cattivi politichi e lassa andari cui 
malanno a mala pasca chié Dio tei dia con la se(n)sa: sastu chié 
ten dirò? anche la fio sé innamorò comò vui bestialmendi, varda 
canda vergugna avéu indosso stt bisti-mu per vostro 'muri, porto 
gra cambasiò e gra fastidio. 

57 CORNELIO Anche mi ho leziìo Ovidio che dise: « Am pio Penelope 

in letto, teteme Ulisse»; e quell'altro capitolo: «Troia aiazza 
de cera, deghe int'el viso d'una paèlla ». Che diavolo ha da far 
Agamennon, Menelao, Aiazze, Telamon, Achille e Penello? che 
mi no son de quei spaurosi troiani che intriga i denti alle ninfe. 
Laghé andar per vostra fé' i fastidi da una banda, che ?ento 
ducati de carri no paga un affanno de debito: e' volo che vu me 
fé un servisio e che no me fé parole. 

58 DEMETRIO No sé òmeuo de baroli mi: tutto chiello che comandato 

farò volendiera, cu la romba, cu la persona, cu la spantià, perché 
mi te vòngion ben come sé mio fradello, sti bisti-mu. 

59 CORNELIO Vu saré contento de farme compagnia infina sotto i 

balconi de sta mia morosa? perché vogio con no so quanti mie 
compagni farghe una mattina, azò che la veda e senta che la no 
ha da far con un battocchio immazucào. 

60 DEMETRIO O Teotòchia Fartena, sé matto vecchio ostinào costui, 

per Dio vero! no te véndistu poveretto vui ha oramai su la corpo 
ondoinda eftà crono, gincanda-vindisette anni cu la gendo mesi 
e gincanda zumi, gieros pelale} andé a star su la fongo e dir 
calche fiamba cu la vostro mugieri e beveri la vin dulgi, chié sé 
megio: lassa 'namurari chiesti gavinello zuvegni galande su la 
ga(m)betta e no vui, perché tutti te sogiaro la vostro barba; 
aldi 'la recchia: no sastu chié per amor del vostro gronsezza pes- 
socca da basso chié avéu no polé zenzerar fanculigni? 

61 CORNELIO Vardé, vardé, signori, sto archimista zò che'l dise: an- 

deve imbrattar el palào de unguento forlan, ser Matusalem, quan- 
do volé parlar! Mo no se sa? ho mior contrapesi de vu al mio 



55. uu - un; zuma del drio - turnà del drio; se(n)sa. 60. efracrono - eftà 
crono; fango - fongo; namura richiesti - 'namurari chiesti; ga{m)bctta. 61. 
andaue - andeve. 



ijjo Rodìana 

tusalemme, quando volete parlare! Non si sa forse? ho migliori 
contrappesi di voi al mio orologio, signor caviale secco! se volete 
venirci, veniteci volentieri e se non volete fate conto di non com- 
parirmi più davanti. 

62 DEMETRIO Non ti arrabbiare, signor caviale lesso, brodetto, se a 

voi sta bene così va bene anche a me. Va bene, volentieri, verrò 
in buon'ora, ti aspetterò a casa mia, andremo subito in camera 
per prendere qualche provvedimento per te e per mio figlio. 

63 CORNELIO Sì, sì, aspettatemi in casa, perché bisogna travestirsi 

per non essere riconosciuti. 

64 DEMETRIO Dite bene, perdonatemi, che non posso stare più con 

voi, perché ho fretta... {tira un peto) ...diavolo, che puzza è 

questa? vi siete cacato dentro alle calze o avete pestato qualche 

posto smerdato? 
6^ CORNELIO Non so, potrebbe essere, però pulitevi la barba e il 

naso . . . 
66 DEMETRIO Ah, SÌ sì, mi sono cacato addosso, perdonatemi, che 

mi duole la pancia: ahi, le budella, ahi, le budella! 
6j CORNELIO Annusate bene, che questo è il marzapane dei greci! 

68 DEMETRIO Venite presto a fare colazione, che vi aspetto, in camera 

da basso c'è il cesso! 

69 CORNELIO Via, andate in Leccardìa! Voglio andare a cercare Truffa 

e a mettermi in ordine, mi rincresce di aver mangiato pasto 
pesante, che non avrò la voce molto disposta: sia quello che sia, 
« qui fecit quod potuit le gibus ampliavit ». 



Scena settima: Diomede solo. 

70 DIOMEDE Non bisogna mai perdersi d'animo e incolpare la sorte 
di ogni cosa: si suole dire che dopo una lunga tempesta spunta 
il sole luminoso, così è successo anche a me: dopo essere stato 
per molti anni lontano dalla patria a fare il mestiere di soldato, 
senza mai avere un'ora di felicità. Adesso, grazie a Dio, è giunto 
il momento in cui potrò ristorarmi, grazie a mia nipote, che è 



69. Licardia: è toponimo immaginario, ben inserito nel contesto scatologico 
della scenetta tra i due vecchi: nella Spagnolas (iv,8) risulta patria del 
« terribol valentom Tincaga de Licardia », dal nome peraltro assai pertinente. 
« qui fecit quod potuit le gibus ampliavit »: cfr. Fiorina p. 30: « qui fecit 
quod potuit, legem adimplevit ». 



Atto terzo 151 

relogio, ser botarga! si volé vegnir, vegnì volentiera e si no volé 
reputé de no me vegnir pi davanti. 

62 DEMETRIO No te curruzzari, ser caviaro lesso, brueto, se voi cusì 

vui vogio anga mi. As ene, metà caràs, vegnarò in bonora, ve 
spettar© su la mia cansa, ch'andaremo (su) la camera spazzào, 
chié faremo de vui e della mio fio calche bo cusezza. 

63 CORNELIO Sì sì, aspetteme in casa, perché el bisogna stravestirse 

azò che non semo cognosùi. 

64 DEMETRIO Vu disin vero, perdoneme, chié no posso star pi co 

vui, perché mi av( é )u pressa . . . 

piti 
. . . diavule, chié spuzza sé chiesta? aver cagào le calzi o zam- 
pào in qualche logo merdào? 

65 CORNELIO Mi no so, el porave esser, tamen netteve la barba e'I 

naso . . . 
Gd DEMETRIO An, sì sì, che m'èn cagào, perdoneme, chié me dol la 

panza: ohimè la buèllo, ohimè la buèllo! 
(>-j CORNELIO Tire el fiào pur a vu, che questo sé il marzapan dei 

grieghi! 

68 DEMETRIO Vegnì presto a far culaziò, chié ve aspetto, in camera 

del basso sé'l cagaùro. 

69 CORNELIO Moia, andé in Licardia! E' vogio andar a cercar Truffa 

e metterme in ordene, el me recresse che ho manzào pasto grosso, 
che no averò la vose cusì desposta: a so posta, « qui fecit quod 
potuit le gibus ampliavit ». 



Scena settima: Diomede solo. 

70 Non si vuol mai però disconfortarsi né biasimar del tutto \? 
fortuna: si suol dire che dopo lunga tempesta ne vien il chiaro 
sole, così è intravenuto a me, che già fa molti anni ch'io sono 
fuori della patria mia seguitando l'arte del soldo, e non ebbi mai 
un'ora di contento. Or, lodato Iddio, (è) giunto il tempo ch'io 
mi potrò ristorar con il mezzo di mia nepote, qual ho ritrovato 



62. a sena metacaras - as ene metà caràs; candaremo - ch'andaremo (su). 
64. av(é)u. 66. uen cagao - m'èn cagào. 70. {è) giunto. 



1^2 Rodiana 

bellissima, che ho ritrovato insieme a sua madre. Per quanto ho 
sentito dire pare che un padre e suo figlio, entrambi ricchissimi, 
rivaleggino per lei: così ho fatto il progetto di vivere in pace 
e di godermela, corteggiando ora un gentiluomo e ora un altro: 
non c'è modo migliore per vivere oggigiorno, che sempre si sta in 
avanzo o di cappa o di saio o di denari, e soprattutto si gode 
riempiendosi la pancia. 
71 Almeno non dovrò più temere per la mia vita: vadano in 

bordello le artiglierie, gli archibugi e le picche; quando ero in 
campo stavo continuamente sul « chi va là », né mai potevo met- 
termi a riposare, neppure per il tempo di una sentinella: è vero 
che i valorosi soldati di condizione, come sono io, si danno alle 
pili difiìcili imprese. Ma lasciamo perdere le cose passate: vorrei 
trovare il vecchio Cornelio, per quanto ne so lo riconoscerò sen- 
z'altro, gli userò un po' di belle maniere per ricavarne dei soldi. 
Per Dio, se non mi inganno, mi pare questo che viene da questa 
parte: voglio salutarlo e assicurarmene. 



Scena ottava: Diomede e Cornelio. 

72 DIOMEDE Buongiorno alla signoria vostra, gentiluomo. 

73 CORNELIO Buon giorno e buon anno sempre e buon punto vi dia 

Dio, signor contestabile o condottiero o soldato, chi che voi 
siate: che mi comanda la integerrima e armigera persona vostra? 

74 DIOMEDE Signore, sono io ai vostri ordini, perché vi faccio sa- 

pere che voi potete disporre di me come di un vostro servitore 
per qualche affare, anche se non mi conoscete ancora. 

75 CORNELIO Vi lodo e straringrazio sommamente e vi accetto per 

grande amico sviscerato de iure appellabiliter venetus, sì per i 
santi vangeli di Dio; orsìi, lasciamo queste chiacchiere di cortesia 
da una parte: da dove venite, dal campo, eh? qual'è il vostro 
nome? ragionatemi un po', se mi volete bene, che ho gran piacere 
di parlare di quello che accade. 

76 DIOMEDE Diomede Fuggimaglia è il mio vero nome e cognome, 

ai vostri comandi; anch'io ho piacere di sentire cose nuove, dato 
che è molto tempo che non faccio conversazione con qualcuno. 



Atto terzo 153 

insieme con sua madre, ed è bellissima. E per quello che ho inteso, 
parmi che un padre insieme con il figliuolo tutti dua sono rivali, 
ricchissimi: dove ho fatto disegno di vivermi in santa pace e starmi 
a godere, perché a' tempi d'oggi non è la miglior vita di questa, 
corteggiando or questo gentiluomo e or quest'altro, perché sempre 
si sta in avanzo o di cappa o di saio o danari, e sopra il tutto si 
gode a panza piena. 
71 Non dubiterò più almeno della persona mia: vadino pur in bor- 

dello artigliarle, arcobugi e picche; quando io era in campo di 
continuo mi stavo su le arme, né mai posavo pur una sentinella: 
vero è che i valenti soldati di fazzione, come son io, si pone al- 
le pili difficili imprese. Ma lasciamo andar da canto le cose pas- 
sate: io vorrei ritrovare il vecchio Cornelio - che, per quanto son 
informato, non dubito punto di non conoscerlo - con il quale mi 
bisogna usar buone parole, per trarne la mungioia. Per Dio, s'io 
non prendo errore, mi par questo che vien di qui: voglio sa- 
lutarlo e certificarmi meglio. 



Scena ottava: Diomede e Cornelio. 

72 DIOMEDE Buon giorno alla signoria vostra, gentiluomo. 

73 CORNELIO Bon zomo e bon anno sempre e bon ponto ve dia Dio, 

messer contestabile, o conduttor, o soldào, chi che vu sia: che me 
comanda la integerrima vostra armigera persona? 

74 DIOMEDE Eh signor, voglio che mi comandiate, perché vi faccio a 

sapere che voi potete disponer di me come de un vostro servitore 
per qualche causa, ancorché voi non mi conosciate. 

75 CORNELIO Mo ve laudo e stragrazio sommissimamente e sì ve ag- 

getto per sviscerào amicissimo de iure appellabiliter venetus, madé 
alle sante Dio bone vagnelle sì; orsù, laghemo andar ste zanze 
cortesanesche: donde vegnìu, de campo, an? co' sé el vostro nome? 
rasoneme un poco, se me volé ben, che ho gran piaser de negoziar 
in fabula delle cose mondane. 
■jG DIOMEDE Diomede Spazzamaglia è il vero nome e cognome mio, 
ai comandi vostri, e ho io ancora apiacer di udir cose nuove, 
perché è molto tempo ch'io non usai conversazione di persona 



71. perch'io - per Dio. 76. a piacer - apiacer. 



154 Rodiana 

essendo stato di continuo immerso nel sangue, tra ventimila uo- 
mini morti; ai miei giorni mi sono trovato in mezzo a imprese 
difficilissime e me la sono cavata sempre da soldato valoroso. 
■jj CORNELIO In effetti è possibile, il fisico lo conferma, avete un 
aspetto da governatore turco, una vita da Rodomonte, una cera 
da Assalonne: forse solo Mandricardo, se fosse vivo, potrebbe 
mettervi paura, oppure il capo Giambattista Floribus di Campi 
Bulli Assassino-mangia-lo stocco, quello dal nome così illustre. 

78 DIOMEDE Come! non ho avuto paura neanche di uno squadrone 

di cinquecento fanti, anzi li ho fatti sudare dal capo ai piedi. 

79 CORNELIO Vi credo senz'altro, l'aspetto vi rende infatti Agusberto: 

avete del valentuomo e del caporale più del necessario; anch'io, 
come mi vedete adesso, sono stato un furbastro ai miei tempi 
e se mi fossi dedicato alla scherma o all'arte delle armature, per 
le astuzie di cui mi sono mostrato capace, sarei diventato un 
capitano cosi compito e un soldato così tremendo quanto nes- 
sun'altro uomo che cavalca la granata a Bottenigo; ho fatto le 
più gagliarde prove che mai abbiate sentito raccontare coi vostri 
occhi. 

80 DIOMEDE Di grazia, se non vi spiace, raccontatemele. 

81 CORNELIO Ascoltate e fatevi il segno della croce. Correndo dietro 

a un porco per la campagna di Tessera l'ho stancato; ho tenuto 
un asino per la coda mezz'ora; nunc aiitem ho catturato le cimici 
al buio con la trappola; ho spento una candela con uno scaracchio 
al primo colpo; ego meminì ho pigliato una farfalla con il berretto 
a piedi uniti e con gli occhi chiusi; ego fuisse per ammazzare 
un'anguilla in un angolo con uno schioppo e per strangolare una 
rana con un pugno; vide te homo mirabilium, ho maneggiato poi 
come una folgore armi per due ore intere: uno spiedo bolognese 
da cucina, una grossa lancia, una ronca, uno spadone, meglio 
che un Bartolo e afferrato un pugnale per la punta riuscendoci 
senza ferirmi; e poi fortissimo nei giochi militari: del passero, 
della pentola, ai vasi, al becco mal guardato, a zucca rotta, a mosca- 
cieca, a tira e molla, « ma no corazza », ballare la lodigiana su un 
solo piede, menando il dito, saltando, ruttando, scorreggiando, 
sternutendo, pigliando una mosca, spegnendo un cane, dando uno 



70. Bottenigo: cfr. la n. della Lazzerini a Spagnolas 1,8, « residenza abituale 
del villano secondo un diffuso topos ». 

81. I zuoghi bellum sono in realtà, misti a prestazioni ridicolamente inutili 
e dispendiose (se non illogiche e impossibili), alcuni giochi infantili, (cfr. al 
riguardo le note del Rossi a Lettere iv,42). 



Atto terzo 155 

alcuna, se non starmi del continuo involto in sangue tra venti- 
mila uomini morti; ai giorni miei mi son ritrovato a imprese diffi- 
cilissime e riuscito ognora da valente soldato. 

77 CORNELIO E' possibile in effetto, la persona el dimostra, vu ave un 

aspetto d'un sanzache, una vita d'un Rodomonte, una ?iera de 
Absalon, che se avesséu paura de Mandricardo, se'l fosse vivo, 
o del capo Zuambattista de Floribus de Campis Bulis Sa?l-Manzi- 
-de-la-Stocada, quel tanto menzonào. 

78 DIOMEDE Come! non ho avuto paura d'un squadrone di cinque- 

cento fanti e li ho fatti sudar da capo a piedi. 

79 CORNELIO Mo vel stracredo, perché l'aspetto vi rende Agusberto: 

vu ave del valentuomo e del caporal più del vostro dover; anca 
mi, cusì fatto co' me vede, e' son stào un malbigato ai miei dì 
e si me avessi dào alla scrìmia e a l'arte dell'armaùre, alle fantìe 
che ho mostra, deventava cusì forbìo capitanio e cusì furegotto 
soldào quanto omo che cavalca la granata in Bottenigo; e' ho fatto 
le più rubeste pruove che mai sentissi coi vostri occhi a dir. 

80 DIOMEDE Di grazia, se non vi è noglia, contatemele. 

81 CORNELIO Mo aldi e segneve. Per correr drio un porco su la cam- 

pagna de Tessera mi l'ho straccào; per tegnir un aseno per la 
eòa mezza ora; nunc autem per piare i gimese a trappola al scuro; 
ego mi per stuàr una candela con un ragasso alla prima; ego 
memini per piar un calalìn a pie zonti, a occhi serrai, con la 
berretta; ego fuisse per mazzar una anguilla int'un canton con 
un schioppetto e strangolar una rana con un pugno; videte homo 
mirabilium, manizzar può arme de longo do ore sicut fulgiirem: 
un spéo de cusina bolegnese, un lanzon, una ronca, un spadon, 
meio ca un Bartolo e zaffar un pugnai per la ponta e siando 
in tal segno senza farme mal; e può de zuoghi bellum fortis- 
sìmum: della zelega, della corrizuola, ai pitteri, al becco mal 
vardào, a zucca rotta, a maria orba, a tira-mola, « mo no co- 
razza »; ballar la lodesana su un pé a menando el déo, far un 
salto, un rutto, un petto, stranuàr, piar una mosca, destuar 
un can, dar un schiaffo a un feral, tutto in una botta insieme 
a Roma, sì ben sì. 



77. d'nn Sanzache - d'un sanzache. 79. a Gus berlo - Agusberto. 80. con- 
tatemela - contatemele. 



3 «6 Rod, 



tana 



schiaffo a un fanale, tutto in un colpo solo insienie a Roma, sì 
da w ere. 
1^2 DIOMEDE Guardate un po' qui: il signor Giovannino de' Medici, 
il conte di Caiazzo, Antonio di Leva e tutti gli altri pari loro mi 
tributavano mille omaggi per praticarmi: vi dico che gli uomini 
d'ingegno sono assai pochi, e basta un archibugio a togliere di 
torno qualsiasi valoroso guerriero. 

85 CORNELIO Parlate benissimo, scupis ornata. Guardate qui, mi ri- 

cordo che ai tempi di Niccolò Piccinino, del Gattamelata, di Bar- 
tolomeo bergamasco e di altri capitani si combatteva con più 
amore di quanto si fa adesso. 

84 DIOMEDE Parlate benissimo, non è più usanza espugnare viril- 
mente una città, ma solo con inganni e tradimenti, e quando si 
deve combattere tirano con le picche senza ferro e con gli spa- 
doni di piatto. 

8_5 CORNELIO Orsù, siano benedetti i tempi antichi, almeno non si anda- 
va con tante cerimonie d'armi: la sua corazza e la sua spada, con 
la targa e la celata, e si stava sempre sul fare la scherma amore 
Dei, si portavano da una banda le proprie balestre, e poi, quando 
si era fatta un po' di scaramuccia, ci si restituivano le proprie gia- 
varine, con tanti saluti, auguri e arrivederci. Mi ricordo che 
papa Nichetto aveva un cannone di ferro e quando gli volevano 
dare fuoco ci stavano lontani duecento passi e 'facevano suonare 
tutte le campane dei paesi e salire sopra venticinque terrazze per 
fare la grida a questo modo: « Ogni uomo stia attento alla terri- 
bile cosa, la paurosa bombarda di ferro affogato che lancia proiet- 
tili che passano le mura! ». Adesso queste frittelle mal lievitate 
non si sono neanche salutate che cacciano al prossimo qualche 
arma nella schiena, perché quando uno ha quattro anni vuole 
avere il suo pugnale attaccato dietro e va braveggiando: « sono 
un soldato, vai in là, poltrone! ». Non si portavano tutte queste 
sforbiciature di calze tagliate al tempo del glorioso duca Borso: 
la sua giornea foggiata a giubba con la berretta a forma di ta- 
gliere, con sopra cucita una figurina in piombo della Madonna 
di Loreto, un san Giacomo di Galizia in osso, una crocetta in 
ottone, un Gesù indorato, a seconda della devozione di ciascuno. 

86 DIOMEDE È ben vero purtroppo, signore mio, ma non erano ancora 

venuti i tem.pi moderni: si portavano le calze alla martingala senza 
la braghetta, adesso se un vecchio ci provasse direbbero che è 
un pazzo, anche oggi ci sono ingegni elevati, ma non vengono 
tenuti in nessun conto. 



Atto terzo 157 

82 DIOMEDE Guardate qui a fé', che il signor Zanin d'i Medici, il 

conte di Gaiazzo, Antonio da Leva e tutti gli altri pari loro 
mi davano tributo di mille presenti per tener il commercio mio: 
vi dico che si trovan pochissimi uomini e di ingegno, perché uno 
arcobuso leva di vita ciascun gagliardo guerriero. 

83 CORNELIO Vu straparlé ben, scupis ornata. Vardé qua, e' me are- 

cordo al tempo de Nicolò Piccinin, de Gatamelào, de Bortola- 
mio bergamasco e altri capitani se combatteva con più amor che 
no se fa adesso. 

84 DIOMEDE Voi dite benissimo, non si usa prender alcuna città 

virilmente, se non con fraude e tradimenti, perché come biso- 
gna combatter se tira delle picche senza ferro e de' spadoni de 
piatto. 

85 CORNELIO Orsìj, sia benedetto i tempi antighi, almanco no se an- 

dava con tante cerimonie d'arme: la so corazzina e la spà e la 
targa (e) la gelada, e (se) steva sempre sul scrìmiàr amore Dei, 
se portava le so balestre da banda, quando i avéa scaramuzzào 
un pezzo i se restituiva le so giavarine e « man sté la bona sera », 
« andé in bon'ora », « a revederse ». Me arecordo che papa Nicheto 
avéa un canon de ferro e quando i ghe voléa dar fuogo i steva 
lontani dusento passa e feva sonar tutte le campane delle ville 
e montar su vintiginque pergoli e far la crìa a questo muodo: 
« ogni omo se varda de la terribile cosa, spaurosa bombarda de 
ferro affogào, che trazze ballotte che passa i muri! ». Adesso, ste 
frittole mal levàe, i no ha cusì presto saludào, va', che i ghe ficca 
qualche arma in la vita, perché co un ha quattro anni el voi aver 
el so pugnai taccào da drio e va sbravizando: « a' son soldào, va' 
in là poltroni ». No se portava tanti strìnzoli strànzoli de calze 
tagié al tempo del glorioso duca Borso: la so zornea inzuppa 
con la barretta in taièr, cusìo suso la Madonna de Loretto de 
piombo, un san lacomo de Gallizia de osso, una crosetta de 
latòn, o un Giesus indorào, segondo la so devozion. 

86 DIOMEDE E' troppo la verità, signor mio, ma ancor non era venuti 

i tempi moderni: si portava le calze alla martingala senza la 
braghetta, ora s'un vecchio si usasse si dirla che gli è un pazzo, 
e' vi sono ingegni elevati,* ma non vengono provati. 



83. sa combatteua - se combatteva. 85. (e) la gelada; e {se) steva; da 
hancha - da banda; erose tla - crosetta. 

* e pur si trovan di quelli che hanno grande l'intelletto. 



1^8 Rodiana 

87 CORNELIO Un san Giovanni Crisostomo, un savio Salomone, un 

Orlando del quartiere non potrebbero sentenziare meglio. Orbene, 
messer Diomede gagliardo e stupendo, come ve la passerete, pen- 
sando di stare qua? perché voi siete arrivato da poco e chi non vi 
conoscesse non potrebbe fare tesoro di voi come me, che vi ho 
praticato. 

88 DIOMEDE Non dubito che i gentiluomini e i signori mi stimeranno 

vedendomi alla prova; ma per essere sincero vorrei, se mi è possi- 
bile, vivere senza fastidio, visto soprattutto che ho ritrovato mia 
sorella con mia nipote, che è bellissima: starò insieme a loro, 
rendendomi utile per quanto a un pari mio è possibile. Se qualche 
giovinotto bizzarro si mettesse a importunarla, vi giuro per lo stoc- 
co di Marte che lo riduco con lo spadone che ho al fianco più fine 
della sabbia del mare; però voi, sempre se vi farà piacere, avrete 
sempre a vostra disposizione i miei averi e me insieme a tutto 
quanto vi è in casa, per la nostra amicizia ora stabilita. 

89 CORNELIO Non è certo un'offerta da poco e perciò vi voglio baciare 

per questa notizia e tenetemi da qui in avanti per vostro fratello 
giurato: ditemi un po', chi è questa vostra sorella con sua figlia? 
e perdonatemi se vi affatico col troppo parlare. 

90 DIOMEDE Mia sorella è Sofronia e sua figlia si chiama Beatrice, 

al vostro servizio. 

91 CORNELIO Questa è la medicina digestiva che cerco e non abbia- 

tevene a male, caro signor condottiero famoso, perché, vi dirò, 
essendo anch'io nuovo nella pratica di questi abitanti, verrei 
talora a passare il tempo nel giardino delle vostre donne, per dir- 
vela in confidenza, perché sto malvolentieri in compagnia di que- 
sti parmigiani, che sono un po' di fiato pesante: e così vi prego, 
per onore vostro e mio piacere, quando vengono certi giovinastri a 
cantarvi sotto ai balconi di bastonarli e ferirli, perché se lo me- 
ritano, questi mascalzoni capestri! 

92 DIOMEDE Lasciate l'obbligo a me, non dite altro, che gli farò 

sentire sul dorso la mia spazza-campagna e vi servirò da amico. 

93 CORNELIO Se lo farete vi scolpirò in bronzo e mettetemi poi in 

che fazione che volete, non sono mica di quelli dal cavolo floscio, 



87. Orlando del quartier: il « quartiere bianco e vermiglio » di cui Orlando, 
secondo la tradizione dei poemi cavallereschi, sarebbe stato insignito a Sutri. 



Atto terzo 159 

87 CORNELIO Un san Zuàn Crisostomo, un savio Salamon, un Urlando 

del quartier no porave sentenziar melius. Orben, che vita sarà 
la vostra, messer Diomede gaiardo e stupendo, a fazzando fanta- 
sia de star qua? perché vu se' vegnùo qua da puoco e chi no ve 
cognoscesse non farà cusì cavedàl de vu come mi ch'a' ve ho 
praticào. 

88 DIOMEDE Non dubito che non venghi fatta stima di me quando i 

gentiluomini e signori vedranno la prova ch'io farò; ma, a dirvi 
il vero, ormai vorrei viver senza fastidio, potendo, e massime 
avendo ritrovata la sorella mia con la nepote, qual è bellissima: 
starommi con loro insieme, dandogli quel favore che un par 
mio può dare. Né si ponghi alcun giovene bizzarro a dargli im- 
paccio, che vi giuro per il stocco di Marte ch'io lo farei più trito 
che la arena del mare con il spadone ch'io porto acanto; ma voi, 
sempre che vorrete, per la contratta amicizia nostra, saranno a' 
comandi vostri la robba e io, insieme con tutto il resto che vi è 
in casa. 

89 CORNELIO Mo non è minga piccola offerta e sì ve vogio basar su 

sta nova e tegnime de mo inanzi per vostro fradello zurào: dise- 
me mo, chi è sta vostra sorella con so fia? e perdoneme se ve 
affadigo in parlar troppo. 

90 DIOMEDE Sofronia è la sorella mia e la figlia chiamasi Beatrice, 

ai piaceri vostri. 

91 CORNELIO Questa è apponto la medesima che gerco, digestiva, e no 

l'abbié per mal, caro messer conduttier famoso, perché, ve dirò, 
siando anche mi fresco da praticar con sti terrieri, talvolta vegni- 
rave a passar (el) tempo int'el bruolo de le vostre donne, a dir- 
velo in secreto, perché malvolentiera me dago con sti parmesani, 
per esser un puoco de fìào grosso; e sì ve priego, per onore 
vostro e mio servisio, (quando) che'l vien gerti gavinelli accan- 
tando sotto i vostri balconi, deghe de le bastonàe e feriazze, perché 
i le merita, sti iotoni cavestri! 

92 DIOMEDE Lasciate il carico a me, non parlate più, ch'io li farò 

sentir sopra al doso la mia spazza-campagna e servirovi d'amico. 

93 CORNELIO E' ve sculpisso in bronzo se'l fare, e metteme può a 

che fazzion volé, che no son minga de quei del verzotto fìapo. 



87. che uita sarà la nostra - che vita sarà la vostra. 91. (d) tempo; 
{ quando ) ; daghe de la - deghe de le. 



1 6o Ro diana 

che sono la creatura più amorevole che ci sia da qui ad Alessan- 
dria, e, se ciò non vi disturba, vorrei spendere tre o quattro Bolo- 
gnini e venire a farvi un presente, perché il conversare insieme 
porta a stringere una parentela di fraterno amore quotidiano. 

94 DIOMEDE Io non posso promettervi di più di quanto ho già fatto, 

lasciatevi allora rivedere domani, che ce la passeremo, mi racco- 
mando a vostra signoria. 

95 CORNELIO Andate, che gli angeli vi portino al traghetto di Gia- 

cobbe. Sarà senz'altro meglio andarla a trovare corporalmente 
che ridotto in polvere e più sicuro, che almeno avrò gli occhi 
per vedere di fare il fatto mio, e poi sono così abile di favella 
da far innamorare venti puttane, al dispetto dei babbei: sarò 
certo a cavallo! 

FINE DEL TERZO ATTO 



Ai io ierzo i6i 

che son cusì amorevolazza creatura co' sia de qui in Alessandria, 
e, a no ve danificando, vogio spender tre o quattro bolognini e 
vegnir a far caritàe con vu, perché el conversar un con l'altro 
se vien a ligar un parentào d'un amor fraternal cotidiano. 

94 DIOMEDE Io non posso prometervi più di quanto vi ho promesso, 
ma lasciative trovar dimane, che si goderemo: mi raccomando 
alla signoria vostra. 

93» CORNELIO Ande, che i anzoli ve porta al traghetto de lacob. El 
sarà pur megio andarla a veder corporalmente ca in polvere e 
pi seguro, che almanco averò i ochi da veder a far el fatto mio, 
e può son ghengo de lengua da far imbertonar vinti mamole, al 
despetto d'i polorbi: e' sarò pur a cavallo! 

FINE DEL TERZO ATTO 



93. noue - no ve; tre e quattro - tre o quattro. 95. poi' orbi - polorbi. 



Atto Quarto 

Scena prima: Roberto e Federico. 



1 ROBERTO È possibile, Federico, che tuo padre, così vecchio, seguiti 

ancora le cose d'amore? non lo avrei mai immaginato. 

2 FEDERICO Ti dico che è completamente pazzo, tanto che gli pare 

un grande onore essere innamorato. 

3 ROBERTO Non è possibile trovare qualcuno che possa fargli cam- 

biare idea, nel mostrargli quanta vergogna egli acquista con que- 
sto? 

4 FEDERICO E chi vuoi che vada a impicciarsi, sapendo inoltre che 

facendo un favore al padre fa un dispiacere al figlio? solo Truffa 
sa tutto e nessun'altro, e il poveretto va tirando avanti con l'affare 
il più possibile per amor mio. 

5 ROBERTO Così vanno le cose al giorno d'oggi: il padre e la madre 

non hanno alcun riguardo per i propri figli, né il fratello della 
sorella, dove si tratta di affari amorosi. Federico, corriamo ai 
ripari, che il male previsto risulta assai meno doloroso. 

6 FEDERICO Roberto, io mi trovo in una situazione tale che solo la 

morte, unico sollievo per gli sconsolati, potrebbe rendermi dav- 
vero felice, nel tirarmi fuori da queste pene,- visto che Beatrice, 
grazie al mio vecchio padre, non mi può soccorrere: e più quelle 
pene crescono più la mia speranza diminuisce; se non fosse mio 
padre me lo farei togliere di mezzo, ma temo Dio e la mia reputa- 
zione. 

7 ROBERTO Dici bene, ma vogliamo perderci d'animo soltanto per 

questo? sappi che io ti parlo francamente perché mi sprona a 
farlo la nostra amicizia, per recarti aiuto e consiglio, come vorrei 
facessi tu al posto mio, se non fosse così la nostra amicizia non 
varrebbe nulla. 

8 FEDERICO Ti prego dunque, indicami qualche via migliore, affinché 

non muoia per strada, visto che mi hai sempre consigliato con 
bontà e saggezza. 

9 ROBERTO Io penso che bisognerebbe trovare Truffa e Prudenzia 

e raccontare loro la cosa, e vedere a che cosa possano servire, 
quindi si deciderà sul modo più conveniente per accontentarti. 



Atto Quarto 

Scena prima: Roberto e Federico. 



ROBERTO E' possibile, Federico, che il vecchio tuo padre seguiti 
ancor lui li atti venerei? non lo arei mai pensato. 

FEDERICO Io ti dico che gli è tanto impazzito che pare a lui 
esserli grande onore lo esser innamorato. 

ROBERTO Pò esser che non si attrovi persona alcuna atta a rimo- 
verlo con farli conoscere quanta vergogna di ciò ne acquista? 

FEDERICO E chi vói tu che si vadi intrameggiando, conoscendo 
poi che facendo piacer al padre dona noia al figliuolo? Truffa lo 
sa, non altrui, e il poverino va dilatando la cosa meglio che è 
possibile per amor mio. 

ROBERTO Oh, oh, la va così alli tempi d'oggi: non si cura il padre 
e la madre de' propi figliuoli, né il fratello de la sorella, dove 
si tratta d'amore. Federico, alli remedi, che il male antiveduto 
assai men dole. 

FEDERICO Roberto, io mi attrovo in tal caso constituto che la 
morte, unico refugio de li sconsolati, mi saria di grandissimo con- 
tento, qual sola mi può cavar de queste pene - poscia che per 
grazia dil mio vecchio padre Beatrice non mi può soccorrere - 
quali tanto piìi crescono, quanto menor speranza mi attrovo; se'] 
fosse altra persona che lui me lo farei levar d'inanzi, ma io temo 
Iddio e l'onor del mondo. 

ROBERTO Tu dici bene, ma se vogliamo noi perder per questo? 
sapi ch'io te ne parlo di core, che la amicizia nostra mi sprona 
a darti aiuto e favore, comò voria da te non altrimenti esser consi- 
gliato, e se ciò non fusse la amicizia nostra sarebbe nulla. 

FEDERICO Deh ti prego, indrizzami a qualche miglior strada, acciò 
non perisca nel camino, perché il tuo consiglio appresso di me 
fu sempre saggio e buono. 

ROBERTO Io direi che si trovasse il Truffa e Prudenzia e parlargli, 
e veder di trarne quello (che) si può da loro, da po(i) si pren- 
derà il più breve partito per consolarti. 



9. {che) si può; da po(i). 



164 Rodiana 

10 FEDERICO Se fai questo, Roberto, puoi stare certo di avermi non 

solo per sempre come schiavo, ma di avere resuscitato da morte a 
vita un tuo fedele amico. 

11 ROBERTO Andiamo, sento che presto avrai ciò che desideri: spic- 

ciamoci, che ogni indugio comporta un pericolo. 

12 FEDERICO Andiamo, governa tu la cosa, io sono pronto a obbe- 

dirti in quanto comanderai. 

13 ROBERTO Ti basta se riesco a ordire con Truffa e Prudenzia un 

piano tale da far restare tuo padre scornato e a bocca asciutta? 

14 FEDERICO Dio volesse che si potesse fargli qualche scherzo, senza 

danneggiare però la sua persona. 



Scena seconda: messer Cornelio, Demetrio e Truffa. 

1^ CORNELIO Sentite, se per caso venissi meno nel cantare datemi un.i 
mano e non lasciatevi riconoscere, perché voglio farla innamorare 
all'improvviso. 

16 DEMETRIO Sì, perché ha un bel viso; fai pure quello che ti pare 

che io sono contento, non voglio impicciarmi di niente, ma 
guarda di fare le cose per bene, perché poi la gente non dica che 
sei impazzito e si faccia beffe della tua pazzia. 

17 TRUFFA Padrone, è meglio che vi leviate il cappello, che non po- 

trete cantare così bene come farete senza. 

18 CORNELIO Credo anch'io, la voce non potrà diffondersi così sonora. 

19 DEMETRIO Parlate bene come san Luca, niente paura, che farò la 

guardia a tutti questi cantoni. 

20 TRUFFA Al sangue del canchero, se fossi in voi mi toglierei anche 

il soprabito, perché vedo che vi impaccia, vi comprime le ossa 
della schiena che non potete fiatare. 

21 CORNELIO Così non fosse, che mi pare d'essere una piccia di pane 

avvolta in un tovagliolo! tò, apriti terra, che ti pare oggettiva- 
mente di questo portamento? crederesti che fossi proprio io a 
vedermi cosi spogliato in giubbone? se avessi una partigiana in 
mano non potrei sembrare un brisighellese? 



21. briseghello: cfr. Ruzante, Parlamento, 13 e J Oratione, 26; cenni anche 
in Folengo: « Brisighella è un turrito castello del Faentino, e da Brisighella 
presero il nome alcuni condottieri di fanti (...) che servivano, ai tempi del 
Folengo, il governo veneto » (Messedaglia i, p. 39). 



Atto quarto 165 

10 FEDERICO Se lo fai, Roberto, pensa che, oltra per avermi sempre 

per eschiavo, arai ritrovato uno amico fidele da morte a vita. 

11 ROBERTO Andiamo, l'animo mi dà che de curto arai il tuo desio: 

spacciamosi, che ogni induggio con sé porta un pericolo. 

12 FEDERICO Andiamo, conduci tu la cosa, ch'io son per obedirti di 

quanto comanderai. 

13 ROBERTO Voi tu altro, ch'io tramerrò sì con Truffa come con Pru- 

denzia un ordene che il vecchio tuo padre rimarrà scornatto e 
del tuto privo? 

14 FEDERICO Oh, Dio lo volcsse che H fusse fatta qualche burla, 

senza però offesa de la persona. 



Scena seconda: messer Cornelio, Demetrio e Truffa. 

i^ CORNELIO Aldi, faseme animo se per aventura me tollesse int'el 
cantar, e no ve laghé cognoscer per niente, perché la voio far 
imbertonar a l'improviso. 

16 DEMETRIO Sì, perché ha l'enviso bello, morfò; fa pur chiello 

che ve pianze, chié mi sé contendo, no vogio 'pazzaro gniendi, 
mo varda de fari consa chié staron be, perchié no diga zendi 
può chié vui sé rumaso matto e solari la vostra mantezza. 

17 TRUFFA Paron, l'è migio ch'a' ve cave el capello, che a' no pori 

cantar consì ben con fari senza. 

18 CORNELIO Credo anche mi, che la vose no porà penetrar cusì puli- 

tamente in àgiere. 

19 DEMETRIO Vu parlante be corno la sa Luca, no paura gniendi, 

chié farò la vardia a tutti chiesti cantugni. 

20 TRUFFA Al san' del cancaro, ch'a' se foesse in vu ch'a' me traràe 

an' el gaban, perché a' vezzo che'l ve dà fastibio: el ve struccla 
gli ossi de la vita ch'a' no podi arfiadare. 

21 CORNELIO Cussi no fosse, che '1 me par da esser una bina de pan 

revoltà int'un tovagiol! tiò, fatte in qua terra, che te par mo de 
sta vita, impersonaliter? crederavistu mo che fosse mi a vederme 
cusì in zipòn despoià? no pàrio un briseghello se avesse una parte- 
sana in man? 



15. fareme - faseme. 16. chie mi sa contendo - chié mi sé contendo, 
cane cane - eh' a ve cave. 



i66 Rodiana 

22 TRUFFA Potta Se Sembrate! assomigliate a uno svizzero francioso 

o a uno strolico: se aveste una spada al fianco non c'è persona che 
non vi scambierebbe per un napoletano di Urbino; avete un petto 
inarcato e un paio di gambe ferme . . . come uno stoppino! fate 
un po' un salto alla pavana! 

23 CORNELIO In che modo? così? o in quest'altro? dimmi tu in quale 

riesco meglio. 

24 DEMETRIO Meglio Sarebbe che voi faceste il salto della capretta: 

fatelo, su, che sarete valentuomo innamorato . . . della merda! 

25 CORNELIO Credo quasi che vogliate fare di me il vostro scoiattolo, 

ceffi d'orco bandito! basta cosi, che qui bisogna fare un po' di 
musica e non comportarsi più da stupidi. 

26 TRUFFA Comportatevi da valentuomo che è venuta al balcone, 

vedete! non ci fossero più turchi in Turcherìa, tacete se volete 
ridere . . . 

27 CORNELIO « Sei più bella che non è un papa, / e più gagliarda 

del re di Francia, / se avessi addosso una cappa di velluto, / sem- 
breresti un cavallo da torneo. / Lascia pure cianciare tutti i ma- 
rioli, / e cacagli in mezzo alla pancia, / che vale più il vostro 
viso inconfettato, / che non vale tutto il pane che ho mangia- 
to, / anzi, vale un tesoro e un diamante ». 

28 DEMETRIO Messer Cargnello, che diavolo dite? io ho sentito can- 



22. 'pulitati de Rubìn, sguizzerò franzoso; bizzarre sovrapposizioni, in una 
confusione comica delle varie categorie di stranieri; la provenienza è ancora 
ruzantesca, cfr. J Oratione, 4 e Variamento, 14: cfr. al riguardo Milani, p. 191. 

24. el saldo de la cavretta: lo straniero confonde i termini "capriola" e 
"capretta" nel riferimento al ven. cavriola, che burlescamente passa a cavretta. 
In questa parte della scena si colloca (come dimostra il confronto con gli altri 
testi) un numero di destrezza acrobatica rovinoso per il vecchio impedito. 

27. «Ti sé pi bella che no sé un pappa»: V incipit ricalca quello della 
Nencia da Barberino, secondo la versione della "vulgata": «Tu se' piìi bella 
che non è un papa, / & se' piìi bianca ch'una madia vecchia » (cfr. Mazzinghi 
p. 28). Si ricordi ancora, a proposito dell'esecuzione di questo strambotto (e 
sia pure con un verso de bona mesura), che il Calmo vanta nelle Lettere 
(cfr. 1,10) non solo il primato nella « antica materna lingua », ma la palma 
nello « strambotizzar musicalmente »: ha giustamente sottolineato il luogo 
Nino Pirrotta (p. 117). 

28. la trabazin, la garza; la ellagni e la nostro grengheti tutti candi: si 
propone questa divisione della frase, individuando da un lato due nomi d'uc- 
celli (cfr. il Glossario) e dall'altro in ellagni, vista la successione di un grengheti 
(rispetto cui candi si può intendere tanto "quanti" quanto "canti"), una forma 
italianizzata di zXkT\v\.y.óc,. Non è improbabile che la menzione dei due uccelli 
rinvìi peraltro all'incipit di un motivo in voga, analogamente altri passi di 
commedie calmiane citano simili composizioni, si pensi per esempio alla « can- 
zon delle salvadesine » o a « el cuco e la cornagia » menzionati nel Travaglia 
(e. 33v). 



Aito quarto 167 

22 TRUFFA Pota, s'a pari, a' somegié un strolico e un sguizzerò fran- 
zoso: se avesse una spà in lo fianco non gli è om che ve ne tolesse 
in fallo per un 'pulitàn de 'Rubìn; a' gh' aé mo un pettorale in ar- 
co, e che gambe freme ... .a mo un pavere! tré mo un salto alla 



pavana 



23 CORNELIO A che fozza? cusi o a st'altra via? di' ti a che muodo che 

reinso megio. 

24 DEMETRIO Megio sé chié féu la saldo de la cavretta: felo mo, chié 

saréu valendomo 'namurào . . . in la scatàl 

25 CORNELIO Credo deboto che volé che sia vostro schilato, zefi 

d'orco bandizào! orsù via, che qui besogna usar de la musica 
e no esser pi melon sempio. 

26 TRUFFA Porteve da prodomo che la è al balcon, vi! mo no ghe 

foesse pi i turchi in Turcaria, tasi pur se voli rìere . . . 

27 CORNELIO 

« Ti sé pi bella che no sé un pappa, 

e pi gaiarda che non è il re de Pranza 

s'ti avessi indosso de velùo una cappa, 

ti pareresi un cavallo de lanza. 

Lassa che i marioli tutti frappa, 

e incagheghe in mezzo de la panza, 

che vai pi el vostro viso inconfetào, 

che no vai tutto el pan che mi ho magnào, 

anzi vai un tesoro e un diamante. » 

28 DEMETRIO Messer Cargnello, chié diavulo disé vui? mi l'ha sendìo 

candari la trabazìn, la garza; la ellagni e la nostro grengheti 
tutti candi. Le merdagali, li sonetti e la stramorto del Dandi 
e Petorachia no disi cusì: vu inganaro tutti candi, perchié elin 
sé fatto so versi de otto ringhi e vui l'ha falào, chié candào una 
verso de nove ringhi! 



22. ha gae - a' gh' aé. 23. sozza - fozza. 28. e Un - elin. 



i68 Rodiana 

tare il tarabugino, la sgarza; i greci coi nostri grechetti tutti 
quanti. Non sono fatti cosi né i merdagali né i sonetti né gli stra- 
mortì di Dante e di Petoracchia: voi avete ingannato tutti quanti, 
quelli hanno i versi di otto righi e tu hai sbagliato, cantando un 
verso di nove righi! 

29 CORNELIO Può essere? non vi meravigliate, dal tanto ardore avrò 

fatto un verso in più. 

30 TRUFFA Padrone, guardatela! andate là e salutatela: canchero vi 

mangi se ho avuto occhio! 

31 CORNELIO Bene stiate, salvis grada, bona zornus, infiniti milioni 

di migliaia di volte, madonna, principessa, signora, imperatrice, 
regina, spettabilissima, magnifica, splendida, cortigiana, marche- 
sana, lucrosa, figlia del sole, madre della luna, parente di Venere, 
sorella della stella Diana, nipote del mese di Aprile, cotognato da 
mangiare golosamente: bene, vi piace questa mia virtù fatta all'im- 
provviso? 

32 [Qui salta una gatta dal balcone) 

33 CORNELIO Ti venga la dissenteria, il canchero e la fistola! 

34 DEMETRIO Anche la lebbra ti venga a questa gatta! che diavolo 

d'uomo sei, che non conosci una donna da una bestia-gatta almeno 
per l'odore? i vostri occhi sono proprio ciechi! che bella fidanzata 
che avete, che fa i salti giù dai balconi! non ti vergogni adesso 
di avere sprecato il tuo fiato canterino per una bestia-gatta? 

35 TRUFFA Tenetemi, che mi viene da cacare dal tanto ridere! potta 

se è stata bella la storia; so che avete proprio la vista piena di 
polvere, che non distinguete una donna da un gatto! 



Scena terza: Diomede soldato. 

36 DIOMEDE Ah, canaglie, vi tratterò come meritate, gagliofiì, com- 
piere simili azioni in una magnifica città come questa! Li ha aiu- 
tati Dio a fuggire, insieme a questa pietra sulla quale sono in- 
ciampato, che ha intercesso per la loro salvezza: io li avrei fatti 
a pezzi, ma forse è stato meglio così, che i pianeti sarebbero im- 
palliditi davanti allo splendore della mia spada. Vi giuro che una 
volta tre uomini mi sono caduti davanti ai piedi impauriti men- 
tre davo un'occhiata alla spada che si era arrugginita: pensate che 
cosa succederebbe se io la usassi sul serio! 



Atto quarto 169 

29 CORNELIO E' possibile? mo no ve maravegié, che de tanta animo- 

sitàe ho fatto un verso de bona mesura. 

30 TRUFFA Paron, vedila! ané là e saluélla: cancaro ve magna s'he 



vu ogio 



31 CORNELIO Ben staghé, salvis gratta, bona zornus, infinite milione 

de miara de volte, madonna, principessa, signora, imperadora, 
rezzina, spettabilissima, magnifica, splendida, cortesana, marche- 
sana, lucrarla, fia del sol, mare della luna, parente de Venere, 
sorella de la stella Diana, nezza del mese d'Avril, codognato da 
manzar a licadéo: ben, vi piase sta mia vertìie fatta a l'improvisa? 

32 {qui salta una gatta dal balcon) 

33 CORNELIO Oh, te vegna el cagasangue, el cancaro e la fistola! 

34 DEMETRIO Anghe mal de san Lazzaro te vegna a chiesta cazulil 

chié diavolo de omo sé vui chié no cognossi la bestia gatta del 
dona almango per la stufo? sì sé orbo vostro l'occhi! oh, bella 
morusa avéu, che salta zuso de balcuni! no te sé vergugna mo 
andesso chié avéu butào via la vostro fiào candereschio per un 
bestia gatta? 

35 TRUFFA Tegnime, che me vien da schitare da tanto riso! pota, che 

l'è sto la bella noèlla, e' so ch'ai la vista pina de polvere, che a' 
no degernì una f emina da un gatto! 



Scena terza: Diomede soldato. 

36 Ah, canalgia, vi tratterò come meritate, gaglioffi che sete a voler 
usar simil prosonzione in una magnifica città come questa! Dio li 
ha aiutati e la pietra che mi si ha posto dinanzi, pregando per 
loro salute: io li are smembrati, e forse è stato per il meglio suo, 
che al fulminar del spadone li pianeti sarien fatti pallidi. Vi iuro 
che un tratto, nel riguardar de la spada che si era inruginita, cascom- 
mi tre omeni dinanzi alli piedi spauriti: ora guardate comò io vi 
metessi del buono quello (che) saria! Ah, poverini, sono sì fuggiti 
e non li ho potuti rafigurare! 



30. se uuogio - s'hé 'vù ogio. 34. che'l dona - del dona; al mango - almango; 
caudereschio - candereschio. 3^. pota de l'hosto - pota che l'è sto. 36. 
(che) saria. 



lyo Rodiana 

Scena quarta: Felicita, moglie di Cornelio sola. 

37 FELICITA Perché la lingua imprigionata possa rivelare quanto nel 

misero petto rimane sepolto, liberando insieme il misero cuore 
addolorato dalla grande pena, dando sfogo ai sospiri lamentosi e 
affannati, ho pensato di raggiungere il mio signor Roberto, da 
cui la mia vita sempre dipende, e lì aprirgli tutto il mio animo. 
Non dubito minimamente che, pur se non potrò esprimergli cosi 
ogni cosa, essendo lui una persona matura, non comprenda l'in- 
finita passione in cui continuamente brucio. O vita infelice, vita 
che assai meglio si potrebbe chiamare morte e ben acerba e cru- 
dele, visto che gli uomini sono diventati indifferenti alla pietà: 
mi avesse dilaniato una bestia feroce, che non credono al dolore 
nemmeno vedendo palesate le ferite amorose e le ardenti piaghe 
che scoprono l'anima stessa, specialmente quello che piìi volta 
collocai tra gli dei e adorai. Ma forse mi lamento a torto di chi 
non è qui ad ascoltare, che so bene che lui è la cortesia personi- 
ficata, il mio bene, il mio dio, colui per il quale vivo e per cui, 
anzi, vivendo divento beata: e mi vanto di avere per signore 
l'uomo più fedele che oggi si possa trovare o che mai nel passato 
si trovò. Voglio dunque andare a trovarlo e pregarlo perché le 
promesse si realizzino, dato che ho posto nelle sue mani la mia 
vita e il mio onore; e perché con la sua partenza mi è stato 
negato il suo dolce colloquio, che basterebbe a placare gli spiriti 
infernali, voglio ora assicurarmene direttamente, senza usare 
come tramite il mio servo Truffa, né dubito che non mi rallegri 
la sua presenza, poiché è da lui che il sole riceve la luce; non 
intendo tardare oltre e anzi aumenterò il passo con sollecitudine. 

Scena quinta: messer Cornelio solo. 

38 CORNELIO Anche dopo che devo avere tutte le disgrazie contro 

a questo mio innamoramento io sono stracontento e, anche se mi 
dolgono le spalle, pazienza: « homo non invenit in tribunali sine 
aliquid fatigamini ». Mi rincresce che ho urtato col calcagno de- 
stro contro uno spigolo, facendomi scoppiare un gelone, in modo 
tale che temo di diventare lo zoppo dei libretti. Voglio andare 
a casa e farmi ungere da mia moglie, che fa un olio da piedi con 
i topi miracoloso: ma che scusa troverò perché non mi sgridi? 
beh, non ne mancano! che sono scivolato giù dalle scale del pa- 
lazzo. 



Atto quarto iji 

Scena quarta: Felicita, moglie di Cornelio sola. 

37 Acciò l'impregionata lingua scoprir possi quello che nel misero 
petto riman sepolto, e insieme insieme sgombrar il grave dolor 
del misero angustioso core, mandando fuori lamentosi e affannati 
sospiri, mi ho posto in mente di andar a ritrovar il mio signor Ro- 
berto, dal qual ognor la mia vita dipende, e ivi aprirle tutto il mio 
core, né dubito ponto che siben non potrò cusì ogni cosa esprimerli, 
essendo lui di maturo ingegno, non comprenda la infinita passion 
nella qual di continuo ardo. O infelice vita, vita che ben meglio si 
potria addimandar morte e ben acerba e dura, poiché gli uomini 
son fatti sì ribelli alla pietà: e avesi tolto di crudel fiera il morso, 
che, vedendo apertamente le amorose ferite e l'ardenti piaghe insin 
a l'anima, non credono al dolor, e specialmente colui che fra gli 
dei pili volte collocai e adorai. E forsi che a torto mi lamento 
di chi non me alde, che ben so io che gli è la cortesia terrena, il 
mio ben, il mio Dio, quello per qual vivo, anzi, vivendo mi fo 
beata e mi dò vanto di aver per signore il più fidele che si attrovi 
o per il passato si trovò giamai. Voglio adunque andarlo a ritrovare 
e pregarlo che'l facci che le promesse sue abbino loco, poich'io 
l'onor e la vita gli ho posto nelle sue mani; e perché i dolci suoi 
colloqui bastanti a mitigar li spiriti infernali nella partenza sua mi 
furon negati, disprezzando la relazione del Truffa mio servo, voglio 
certificarmi, né dubito che la presenzia sua non mi rallegri, essendo 
quello dal qual il maggior pianeta riceve il lume; né più tardar 
intendo, anzi con solicitudine affretar il passo. 



Scena quinta: messer Cornelio solo. 

38 Daspuò che diebo aver tutte le desgrazie contrarie a sto mio 
innamoramento e' son stracontentissimo e, seben el me diòl le spalle, 
pazienzia: « homo non invenit in tribunali sin e aliquid fatigamini ». 
Me rencresse che ho urtào col calcagno destro int'un canton e sì 
me ho fatto schioppar una buganza, de sì fatta sorte che ho pau- 
ra de non deventar el zoto delle instorie. E' vogio andar a casa 
e farme onzer a mia moièr, che fa un òio de pie de sorzi miracoloso: 



37. maggoir - maggior; ricaue - riceve. 38. fatigabmini - fatigamini. 



1/2 Rodiana 

Scena sesta: messer Cornelio e Maddalena saracena. 

39 CORNELIO {fischia e bussa alla porta) 

40 MADDALENA Chi batte? siete voi, padrone? non credevamo che voi 

tornaste cosi presto. 

41 CORNELIO Perché, carogna di merda, non ho forse il libero arbitrio 

di andare e fare a mio modo? vorresti forse tenere il registro degli 
affari miei? che significa questo farmi stare così a lungo fuori 
dalla porta, ubriaca? dov'è la tua padrona? 

42 MADDALENA lo sono sempre stata a casa a sbrigare le faccende, 

la signora è uscita: ha detto che veniva a cercarvi, caro padrone, 
credo che sia uscita per amor vostro. 

43 CORNELIO È uscita per amor mio? che non avesse più il respiro! 

oh, gramo te, Cornelio, diventato un bel corniolo, guardate, in que- 
sto modo: lascia fare a me, poltrona, vorrà forse mettersi in con- 
correnza con me non appena farò una qualsiasi cosa? vorrà anche 
lei pisciare contro il muro come fanno gli uomini, eh? io non 
voglio farmi prendere in giro da questa gente e la farò friggere 
col suo lardo e non con il mio! 



Scena settima: Felicita sola. 

44 FELICITA Povera te. Felicita, che farai adesso che lo sparviere è 
volato via? ho cercato e ricercato, ma non ho trovato nessuno in 
grado di dirmi qualcosa di Roberto, aggiungendo così nuovo dolo- 
re al dolore precedente, e peggio ancora sarebbe se nel molto 
tempo che ho perso, per mio maggiore disonore e vergogna, mio 
marito fosse intanto rincasato, ma non credo, perché non suole 
rientrare così presto: sia quello che deve essere, che altro di peg- 
gio può riservarmi la sorte? 



Scena ottava: messer Cornelio e Felicita. 
45 FELICITA {bussa alla porta) 



45. sgg. Per la sceneggiatura della novella vii,4 del Decameron qui inserita 
si rinvia aWIntroduzione 



Atto quarto 173 

mo che scusa troveroio che la no me crìa? poh, le ghe manca! 
che son slizegào zoso delle scale del palazzo. 



Scena sesta: messer Cornelio e Maddalena saracina. 

39 CORNELIO Sbi sbi! tic tocl 

40 MADDALENA Cu bata? se' vu, batruna? nu creda nui vu batter cusì 

priesta . . . 

41 CORNELIO Perché, no hogio il libero arbitrio, carogna de merda, 

de andar e far a mio muodo? vorravistu mai forsi tegnir alfabeto 
d'i fatti mie? che vuol dir sto farme star tanto alla porta, imbria- 
ga? onde sé to madonna? 

42 MADDALENA Mi Star per casa, far servisa, sé andào fora madonna: 

dise che truva vu, messer caro, credo partìa per 'mur vostra. 

43 CORNELIO La sé partìa per amor mio? mo no avessela pi l'anema 

d'i foli! oh, gramo ti Cornelio, deventào cornolar bello, vede, 
a sta fozza: mo laga far a mi, poltrona! che, la vorrà metterse 
con mi si farò una cosa pi dell'altra? anche ella vorrà pissar 
al muro co' fa i omini, an? e' no me vogio far anasar el tomào 
a ste brigàe, mo la farò frizzer col so lardo e no col mio! 



Scena settima: Felicita sola. 

44 Or che farai, misera te Felicita, poiché il sparvier è volato? io 
ho cercato e ricercato, né ho trovato alcuno che di Ruberto cosa 
veruna mi abbi saputo dire, onde mi accresce dolor sopra dolore 
1 di ciò peggio saria se il cusì tardar avesse per più mio disonor 
e vergogna fatto venir a casa mio marito, ma non credo, perché 
non suol vegnir così per tempo: sia quello si voglia, che peggio 
mi puoi far la fortuna? 



Scena ottava: messer Cornelio e Felicita. 
45 FELICITA Tic tic! toc! toc! 



174 Rodiana 

46 CORNELIO Chi è là? chi siete? chi cercate? non abita qui il fornaio; 

la prima porta a sinistra è l'osteria. 

47 FELICITA Aprite, marito, che ero uscita per cercarvi, spinta da un 

motivo importante. 

48 CORNELIO Ci credo, io, che hai avuto il portante e il portantissimo! 

a me, eh? la sfacciataggine gonfia di chiacchiere, piena di peccati 
mortali, femmina di otto visi e mezzo! ah, maledetto l'uomo che 
confida in una donna piena di cattivi costumi e di falsità! non 
so che cosa mi trattenga dallo svuotarti in testa una pentola di 
brodo di verdure. 

49 FELICITA Per piacere, mio dolce marito Cornelietto, apritemi: vo- 

lete che io sia svergognata così, in mezzo alla strada? oppure, se 
è questo che volete, ditelo, che io me ne andrò dove forse non 
mi vedrete più! 

^o CORNELIO Vai in malora, peccatrice, porca infangata, vai via, chi 
ti trattiene? ti mangi il canchero, vatti a squartare, vatti a im- 
piccare, vatti ad annegare, vatti ad ammazzare, che ti caco, che 
sei piallata dal farti cavalcare, mi mancherà forse partito: non 
fate, non menate, che sono di ricotta! 

_5i FELICITA Dunque voi siete deciso nella vostra opinione e non mi 
volete aprire: ascoltate da me soltanto due parole, che sarà meglio 
per voi. 

52 CORNELIO Non sono uno stupido, così ho disposto e così ho sta- 
bilito e mi sono indurito come una pietra pomice: è passato il 
tempo che mi frustavi le natiche con la cintura! vai pure, pecora 
inorcata, non ti mancherà di andare in giro per il mondo e salvarti 
l'anima peregrinando, che il corpo è già mezzo vizzo e puzzolente. 

_53 FELICITA Adesso, visto che volete così, voglio mettere fine ai 
miei giorni e diventare cibo e pasto dei pesci del fiume Parma: 
ma Dio lo sa che la colpa di questo sarà tua e che Giove ti ful- 
mini allo stesso modo in cui io per colpa tua resto dannata, vec- 
chio ribaldo, incrudelito Nerone, adesso mi voglio affogare: rima- 
mani, serpe velenoso, mastino feroce; mi raccomando a Dio! 

54 {Felicita finge di annegarsi e Cornelio esce di casa) 

^^ CORNELIO Ah, moglie bella, moglie santa, vieni a casa che stavo 
scherzando, non farlo, cara Felicita! 

Maddalena portami, presto, portami la volega! 



Atto quarto 175 

46 CORNELIO Chi è là? chi séu? chi domandéu? che no sta qua el 

forner; sotto el portego, la prima porta a man zanca è la càneva. 

47 FELICITA Aprite marito, ch'io sono andata per ritrovarvi, mossa da 

una cosa importante. 

48 CORNELIO E' tei credo che ti abbi abìio il portante e il portan- 

tissimo! a mi, an? la baldezza sgionfa de lasagne, piena de pec- 
cai mortali, f emena de otto visi e mezzo! Deh, maledictus homo 
qui confidit in donna carga de mali costumi e de falsitàe! e' no so 
zò che me tegna che non ( te ) butta in cào un lavezzo de bruo 
de erbette. 

49 FELICITA Eh, di grazia, dolce il mio marito Cornelietto, apritemi: 

volete ch'io sia vergognata così in strada? e pur, se volete, dite- 
melo, ch'io me n' anderò ove forse non mi vederete più! 

50 CORNELIO Va' in malora, pecadora, scròa infanga, va' via, chi ti 

tien? cancaro te magna, vatte squarta, va' t'appicca, vatte aniegà, 
vatte ammazza, che te incago, pialla dal cavallo, me mancherà 
ben partìo: no fé, no mene, che son de puina! 

^i FELICITA Adunque voi sete pertinace nella vostra opinione e non 
volete aprirmi: ascoltatemi due sole parole per il meglio vostro. 

^2 CORNELIO E' no n'ho manzào spinazzo e sì son desposto e sì ho 
preposto e sì me ho indurìo a muò una piera pomega: l'è passào 
el tempo che ti me devi dei cavalli con le stringhe! va' pur, 
piegora inorcà, che non mancherà andar per el mondo e peregri- 
nando acquistar l'anema, che il corpo è mezzo fìappo e spuz- 
zolente. 

^3 FELICITA Ora, poiché volete così, voglio dar fine a' miei giorni 
e rimaner cibo e pasto de' pesci del fiume di Parma: ma sallo 
Iddio che di ciò ne sarai cagione e così Giove ti fulmini, come 
per te rimango dannata, vecchio ribaldo, incrudelito Nerone, or 
ora mi voglio affocare: restati, serpe avenenato, arrabbiato ma- 
stino; a Dio mi raccomando! 

54 [Qui Felicita finge di annegarsi e Cornelio vien fuora) 

_55 CORNELIO Ah, moièr bella, moièr santa, vien in casa che trepo 
con ti, non andar cara Felicita! 

Maddalena porteme, presto, porteme la vòega! 



48. non {te) butta. 52. a peregrinando - e peregrinando. 



176 Rodiana 

Scena nona: Cornelio e Maddalena. 

56 MADDALENA Sono qui, padrone, ti porto più presto che posso 
povero te, la volega . . . 

_57 CORNELIO Felicita, bambola mia, ascolta, vieni qua, dove sei? 
vieni in volega! oh turco, oh moro, Saracino della tua carne, tra- 
ditore, omicida, che meriteresti che ti fossero piantati tre pugnali 
nella schiena! 

58 {Felicita entra in casa e chiude fuori Cornelio) 

59 CORNELIO Che dirà la gente, che l'ho affogata per sposarmi quella 

che corteggio? o morte, vieni, esci fuori e inghiottimi così, in un 
istante: oh, povero me, iroso, stizzoso, cuore di fava e di pietra, 
in che modo mi sono fatto vincere dalla collera! Orsù, ormai è 
fatta: voglio andare in casa e piangere tanto che sembri il giorno 
della strage degli innocenti a Gerusalemme, e versare tante lacri- 
me che si possa navigare per la mia camera con una barca da 
Padova, da tante ne spargerò. 

Chi diavolo ha chiuso questa porta? [fischia e bussa) Apri, Mad- 
dalena, che ti portro triste nuove! 



Scena decima: Felicita e Cornelio. 

60 FELICITA E voi che volete, ubriaco, uomo da nulla? vi pare una 

bella cosa andare giorno e notte a divertirvi consumando le mie 
sostanze con mille puttane, insieme a gente che vi mangerebbe 
anche il cuore se fosse d'oro, e gironzolando per tutte le osterie 
di Parma, facendomi patire mille disagi? 

61 CORNELIO Sei tu, moglie? io non parlo dunque con annegati! ma 

in che modo ti sei salvata? in fede tua, hai per caso mangiato a 
casa di qualcuno libri di negromanzia? apri, cara figliola, cara 
colonna, che scherzavo, dai, che depennerò la partita, su, e saremo 
pari e pagati. 

62 FELICITA Vattene in malora, che Dio non mi aiuti più se io ti apro: 

vai pure e cercati un altro posto per questa notte: qui dentro 
non entrerai, e con questo ti lascio così, a fare la bertuccia, pove- 
rino, in giubbone. 



Aito quarto 177 

Scena nona: Cornelio e Maddalena. 

^6 MADDALENA Suii ca, patruna, che te portu più presto, grama ti, 
la vuga . . . 

J7 CORNELIO Felicita, anechìn mio, ascolta, fatte in qua, o' estu? 
vien in vòega! oh turco, oh moro, sarasìn delle to carne, traditor, 
omicidiario, che ti meriteressi che'l te fusse dà tre fusetti in la 
schena! 

^8 {Qui Felicita intra in casa e serra Cornelio fuor a). 

59 CORNELIO Che dirà la zente, che l'ho anegà per maridarme in quella 
che fazzo il diànio? o morte vien, inse fuora e ingiottime cusì, 
caldo caldo e caldazzo: oh gramo mi, iroso, stizzoso, cuor de fave 
e de piera, mo a che muodo me hogio lagào vadagnar alla colera? 
Orsià, l'è fatta: e' vogio andar in casa a pianzer tanto che pare 
che sia el dì de' innocenti in lerusalem, e buttar tante lagreme 
che se porà andar per la mia camera con una barca da Padova, 
tante e' ghe ne farò. 

Chi diavolo ha serrào sta porta? 

sbi, tic\ 
Maddalena averzi, che te porto male nuove! 



Scena decima: Felicita e Cornelio. 

60 FELICITA E che volete voi, imbriaco, uomo da niente? par a voi 

bella prova tutto il giorno e la notte andarvi sollazzando e consu- 
mando il mio con mille meretrici, facendomi - per persone che 
vi mangeriano del cuore se'l fusse d'oro - mille disagi patire, an- 
dando ancora per quante taverne è in Parma? 

61 CORNELIO Moièr, ti sé ti? mo mi no parlo con anegài! mo a che 

muodo estu scapola? per to fé', averavistu mai magnào libri de 
negromanzia in casa de qualcun? averzi, cara fia, cara colonna, 
che trepava, e' despenarò la partìa, su, eh su, patti e pagai. 

62 FELICITA Vanne in malora, che s'io t'apro che Iddio non mi aiuti: 

va pur a cercarti altro albergo per questa notte: qui entro non 
entrarai, e con questo ti lascio a far la bertuccia così, meschino, 
in giuppone. 



178 Rodiana 

63 CORNELIO Ascolta, ascolta! .... oh, diavolo, diavolo, oh diavoli, 
oh cento diavoli! oh bestia, oh asino, ah bufalo ubriaco che 
sono stato, che ero in casa con la ragione dalla mia parte e 
adesso sono fuori con vergogna, per essere stato compassionevole 
con queste gatorum di femmine! quanto dice bene il detto dorato: 
« chi si fida nella donna non ha una buona gonella ». Ma che farò 
così, qui sulla strada in giubbone? se ci resto troppo non vorrei 
fare la fine della moglie di Lot, che si trasformò in sale. E che 
adesso, diventato di sasso, venisse qualche mariolo e mi tagliasse 
con una scure un pezzo di braccio o di gamba? avessi almeno 
un'arma! Messo così non sembro forse una di quelle guardie che 
riscuotono il pedaggio alla Palafitta? Voglio andare da messer 
Demetrio a farmi prestare un vestito finché le cose non si acco- 
modano. 



Scena undicesima: Vrudenzia sola. 

64 PRUDENZiA Sono Stupita che non sia ancora venuto né messer 
Cornelio né il suo servo Truffa, secondo quanto loro stessi mi 
avevano detto. Ecco come le speranze mondane vengono meno, 
senza che le persone se ne accorgano: io pensavo di poter ricavare 
una buona somma da questa faccenda e invece' mi trovo ad avere 
perduta la speranza di ottenere finché vivo un poco di bene. 
E perché? per non sapere da dove la causa procede: ho pensato 
così di andare fino a casa di Sofronia e di sentire, se ci riesco, 
direttamente da Beatrice come stanno le cose, [bussa alla porta 
di Sofronia) 



Scena dodicesima: Sofronia e Prudenzia. 

65 SOFRONIA Che cosa volete, madonna, che cercate? 

66 PRUDENZIA Apritemi, madonna, che vi vorrei parlare. 
6j SOFRONIA Aspettate un poco. 



63. Pala: si tratta della Pala ("palafitta") del Morezan, il luogo dove le 
barche provenienti da Padova pagavano il pedaggio (cfr. Lettere 11,34). Cornelio, 
che è uscito di casa senza il soprabito, si sta irrigidendo per il freddo da 
sembrare una guardia sull'attenti e teme di congelarsi: per il paragone biblico 
cfr. Gn 19,26. 



Atto quarto i/y 

63 CORNELIO Aldi aldi! oh diavolo, oh (diavolo), oh diavoli, oh 
gento diavoli; oh bestia, oh aseno, oh buffalo imbriago che son 
stào, che giera in casa con mio onor e adesso son fuora con ver- 
gogna, per esser compassionevole de gatorum de f emene! e però 
dise ben l'aurato: «chi se fida in dorma non ha gonella bona». 
Mo che farogio cusì qua su la strada in zippòn, se stago troppo 
e' no vorrave deventar la moièr de Lotto, che se inconvertite in 
sai. E che adesso, siando cara, vegnisse qualche brighente e but- 
tarme via mezzo un brazzo o una gamba con una maneretta? al- 
manco avessio un pezzo d'arma! A star cusì no pàrio un de quei 
zaffi che scuode il saldo alla Pala? Voio andar da messer Deme- 
trio, che me impresta una vesta fina che se conza le cose. 



Scena undicesima: Prudenzia sola. 

64 Per certo mi fo gran maraviglia che - secondo il parlamento fatto- 
mi da messer Cornelio e da Truffa suo servo — sin a ora non appare 
alcuno di loro. Oh, come le speranze mondane mancano, non si 
accorgendo le creature: io mi pensavo trarre buon utile da simil 
trama e per inscambio mi ritrovo fuora di speranza di aver mai 
bene fin a ch'io viva. E perché? per non sapere di dove procedi la 
causa: mi ho pensato di andar fino a casa di Sofronia e intender 
da Beatrice, s'io posso, come le cose passano. 

tic toc! 



Scena dodicesima: Sofronia e Prudenzia. 

65 SOFRONIA Che volete voi, madonna, che domandate? 

66 PRUDENZIA Aprite, madonna, ch'io vi vorrei parlare. 
6j SOFRONIA Aspettate un poco. 



63. {diavolo"^. 



i8o Rodiana 

68 PRUDENZIA Povera me, il mio piano è fallito: la madre è in casa, 

ma mi farò coraggio. Madonna Sofronia, sono venuta a mostrarvi 
alcuni bellissimi lavori, che penso faranno al caso di vostra figlia. 

69 SOFRONIA Madonna, io sono una povera forestiera, priva di ogni 

bene, ho altro da pensare che comperare passamanerie e lavori di 
ricamo; mi stupisce però il fatto che voi già veniate da me, che 
sono appena arrivata ad abitare qui. 

70 PRUDENZIA Non dovete stupirvi per questo, io sono vostra vicina 

e avendo visto vostra figlia, cosi giovane e bella, poiché vivo di 
questo, sono venuta per servirla e guadagnarmi da vivere. 

71 SOFRONIA Voi potete andare a cercare guadagno altrove e non per- 

dete più tempo a venire qui, io sono forestiera e non voglio per- 
sone che non conosco e della vostra specie. 

72 PRUDENZIA Perdonatemi, madonna, io ero venuta solo per farvi 

un piacere. 

73 SOFRONIA Avete capito? non voglio tali servizi e tanto meno co- 

noscere voi o altri: andate con Dio e non lasciatevi più condurre 
fino a questa porta. 

74 PRUDENZIA Non arrabbiatevi buona donna, che vi giuro sullo sca- 

polare che porto al collo di avere trattato con altre gentildonne 
vostre pari, che poi mi sono rimaste tutte molto riconoscenti per 
i molti buoni consigli e aiuti che ho dato loro. 

75 Povera te, Prudenzia, i tuoi progetti vanno in fumo: sarebbe 
stato meno peggio spartire con Truffa quei pochi denari che re- 
starne ora priva del tutto. Giuro a Dio e a quella che indossò que- 
sto abito che d'ora in avanti non sarò più così ingorda nel volere 
tutto per me. 

y6 SOFRONIA Ahimé, misera e infelice madre, che dopo avere allevato 
una figlia devo ancora consumarmi nel difenderla dalle insidie che 
continuamente vogliono tenderle questa o quella persona: senz'altro 
questa donna è una delle comuni rovine delle povere ragazze, 
fin troppo crudeli a quanto viene detto loro, se penso a quella 
falsa devozione e ipocrisia che fanno da manto e velo alle nefan- 
dezze, ma se ritorna qui so bene quello che dovrò fare. 



Atto quarto i8i 

68 PRUDENZIA Misera me, i pensieri miei son falliti: la madre è in casa, 

ma farò buon animo. Madonna Sofronia, son venuta per mo- 
strarvi alcuni bellissimi lavori, quali penso saranno al proposito 
di vostra figliuola. 

69 SOFRONIA Madonna, io son una povera forestiera, priva d'ogni 

consolazione, altro ho a pensare che comprar ornamenti e lavori; 
ma mi maraviglio che voi così venite da me, che appena son 
venuta a stanziar qui. 

70 PRUDENZIA Non vi date di ciò maraviglia, che essendo io vostra 

vicina e avendo visto la vostra figliuola giovane e bella e anco 
vivendo di questo esercizio, venni per servir lei e guadagnare a 
me il vivere. 

71 SOFRONIA Voi potete cercar guadagno altrove e non vi affaticate 

piìi a venir quivi, che essendo io forestiera non voglio consorzio 
di persona che non conosco e simile a voi. 

72 PRUDENZIA Madonna, perdonatemi, io era venuta per farvi ap- 

piacere. 

73 SOFRONIA Mi avete intesa? io non voglio tai servizi e meno la 

vostra pratica o d'alcun altro: andatevi con Dio e non vi lasciate 
più condur a questo uscio. 

74 PRUDENZIA Non vi adirate, donna da bene, ch'io vi giuro per lo 

abito ch'io ho indosso ch'io ho parlato con altre gentildonne che 
voi, qual poi mi sono rimaste obligatissime per molti buoni con- 
sigli e aiuti che gli ho dati. 

75 Povera te, Prudenzia, i tuoi disegni si vanno al vento: era 
pur manco male partir i pochi danari con Truffa che ora ritro- 
varsi del tutto priva. Fo voto a Dio e a quella che vestì questo 
abito che da mo avanti non sarò così ingorda nel voler tutto per 
me. 

j6 SOFRONIA Ahi, misera e infelice madre, giaché, dopo arlevata una 
figliuola, mi bisogna sempre consumarme in guardarla dalle insidie 
che ognora le sono tese da questo e da quello: certo costei è 
una delle comune mine delle povere gargione, troppo crudele a 
quanto se gli dice, se ben penso a quella falsa devozione e collo- 
torto, quali tutte sono manti e veli di tristizie, ma se la ci torna 
so ben quello arò da fare. 



68. la madre e in [/«] casa. Tj- e a quello mìe uesti - e a quella che vestì. 



i82 Rodiana 

Scena tredicesima: messer Cornelio e Demetrio 

jj CORNELIO Può essere che avendo scartabellato tanti quaderni di 
questi vostri greci, in materia di ogni impudicizia, non vi ricor- 
diate qualche luogo, qualche unzione per ridare il sonno agU 
innamorati ardenti: perché questa è una malattia, anche se non 
si sta a letto. 

78 DEMETRIO Dicono bene i nostri savi dottori morti - Apollino, 

Asclepio, Iporrate, Pargamo, Esculipio e GaUi-Micenna - che 
quando l'uomo prende questo male dell'amore diventa matto spac- 
ciato, e che non si trova nessun'altra cosa capace di guarirlo se 
non questa che ti dirò. 

79 CORNELIO Ecco il passo che cerco, che mi illustri in dettaglio que- 

sto segreto, senza ricorrere a pillole e a unzioni. 

80 DEMETRIO Dite il vero: trovo riportato sui miei tre libri antichi 

sfasciati Faes, Merdacai, San Tomaso e i fratelli Mesué, scritto 
concordemente, che dicono: se uno di voi, che sia un vecchio, 
si innamorerà di qualche giovinetta bisognerà allora che la sua 
borsa renda giovane il suo viso e spendere molti soldi e guada- 
gnarsi la sua apparenza, capisci? e non guardare tanto per il 
sottile quello che andrà dentro e fuori dalla sua casa, perché la 
donna dice sempre a noi: « voglio grande e non piccolo aiuto ». 

81 CORNELIO E io ho letto i libri di san Cusine, Tolomeo, Schiteveo, 

Merdocheo, Lecomeo, Busmeleo, i quali vengono a concordare 
nel dire: «beata quella casa che da vecchio vien smerdata»; e 
voi volete che mi tappi gli occhi della fronte e della mente, come 
sarebbe a dire, « Cornelietto pesta la salsa e voi leccatemi il mor- 
taio»: che io non sia più vivo quando varrà una ricetta simile! 

82 DEMETRIO Anche voi, goloso, mi meraviglio che non prendiate dei 

provvedimenti: voi siete già svergognato in giro per questa città. 



78. Gali-Micena: si tratta probabilmente dell'intersezione comica di Galeno 
e Avicenna. 

80. Ne sii frandei: secondo la proposta del Coutelle "i fratelli Mesué", 
«... le premier Mesué vivait au IX^ siècle, le second au XI^. Les textes du 
temps en parlent souvent, sans qu'on sache s'il s'agit de l'un ou de l'autre » 
(pp. 126-127). Calmo cita un Mesué in Lettere 11,16. 

82. la cUa cu la harònzoli: cfr. Travaglia (ce. },yi-j,\t), dove appare il mede- 
mo gioco di parole tra harònzolo e eòa (per entrambi cfr. il Glossario): il 
vecchio Collofonio si passa una mano sul sedere e chiede al servo: « Che 
diavolo sé questo? un barònzolo, per ventura? »; e quello risponde: « Messer 
no, la sé la eòa, perché a no stassé ben senza eòa ». 



Atto quarto 183 

Scena tredicesima: messer Cornelio e Demetrio 

jj CORNELIO Puoi far mi che abbiando revoltào tanti quaderni de 
sti vostri grieghi de ciò in omnibus impudicitie, no ve arecordé 
qualche ponto, qualche onzion ad restaurandum sonus imbertonào 
ardentium? perché questa si è una malatia, seben no se sta in 
letto. 

78 DEMETRIO Cala leis, disem be la nostro savi doturi morti: l'Apo- 

Hni, Asclepio, Iporrate, Pargamo, Esculipio e Gali-Micena, chié 
cando l'omeno pia chiesto mal de la 'mori devenda mando spa- 
zào, e sì no se trovato altro consa chié la varissa, se no chiesta 
che ten dirò. 

79 CORNELIO Questo è '1 passo, a mostrarmelo tutto in figura, sto 

secreto, senza tuor pìrole né onzion. 

80 DEMETRIO Vu disin vcro; trovo su la mio tria limbri andighi 

scarzài pordò Faes, Merdacai, San Toma e la Nesìi frandei, scritto 
del 'cordo, chié disi: cando sarastu 'namurào una vu che sé vec- 
chio in calche garzonetta, besogna chié la vostro bursa fanza 
zuvene la vonstro vinso, e spendere polà stàmena, assai danari, e 
piar la vostro 'pariénzia cu le spale, gricàs?, e no v(a)rdari tando 
per sutilo chello chié andato dendro e fuora del vostro causa, 
perchié dise sembre nui la femena: « vogio grando e no piccul 
aniuto ». 

81 CORNELIO E mi ho letto i libri di San Cusine, Tolomeo, Schiteveo, 

Merdocheo, Lecomeo, Busmeleo, i quali vien a far una concor- 
danzia e dise: « bià qella ca' che da vecchio vien smerda »; e vu 
volé che me stroppa i occhi e ferali e mentali e i frontali, co' 
sarave a dir: « Cornelietto, pesta la salsa e vu me liché el mortèr »: 
mo ne fòsseu pi vivo co sta regetta sia bona! 

82 DEMETRIO Anga vui, goluso, me maravegio chié no féu pronvision: 

vu se' ormai vergugnào per chiesta gintàe, o stan be, pulidamendi, 
chié tutti candi ve mustraro cu la déo? per mio fé', no sé cattro 



78. nuando spazzao - mando spazzào; tendiro - ten dirò. 79. ontoin - on- 
zion (= ontion). 80. Vu dixiu - Vu disin; ancliglei - andighi; stoma - San 
Toma; pò la - polà; v(a)rdari. 81. Lacomeo - Lecomeo. 82. tiergu- 
znau - vers.us.nào\ stanbe - stan be. 



gnau - vergugnào; stanbe - stan be. 



i84 Rodiana 

o forse sta bene, decorosamente, che tutti vi segnino a dito? in 
fede mia, non passeranno quattro giorni che i bambini vi attac- 
cheranno dietro, al lembo della camicia, la coda: credi a questo 
matto, signore: che dirà poi vostra moglie quando vi vedrà la 
coda di dietro? taci, povero te! 

83 CORNELIO E che, deve forse essere così per forza, signor scaccia- 

pensieri incollato? non saprò dirle che è lei che è uscita di senno 
e che è una piscia-sotto e che se mi fa ancora di questi scherzi e 
di queste azioni la manderò a far internare a Treviso, con muschio 
in reggimento? 

84 DEMETRIO Ascolta un po', signor fischietto, butta via, in malora, la 

tua collera, perché mai vorresti fare simili cose? avete torto; 
non ti ricordi che io ho detto: « signor Cargnello, lascia stare 
queste dorme, che sono il diavolo », e voi mi avete risposto che 
io sono matto? matto siete voi, che avete preso le bastonate e che 
siete rimasto svergognato per una gatta-bestia, signore, capito? 
io invece sono savio, che sono scappato lontano da voi: valen- 
tuomo, come sta la vostra schiena? non siete ancora sazio e con- 
tento? oh diavolo galeotto, andate adesso un momento in piazza 
e guardate che cosa dirà di voi la gente quando vi vedrà con 
questa vesticciuola addosso. 

8_5 CORNELIO Ma che, vi ho forse rubato i vostri montoni, signor 
greco? sarò per caso il primo vecchio matto innamorato? al san- 
gue di san Bino, che caco a chi parla e a chi non parla; oh diavolo 
ciabattino, sarebbe bella che non potessi neanche fare un peto 
dentro alle mie calze: o mal guidato, o mal arrivato, o mal avviato, 
io non posso fare a meno di cavalcare queste montagne cupidi- 
nesche! 

Sono contento, che vedo il signor commilitone armato, voglio un 
poco sfogare la fantasia con lui: andate con Dio, signor Deme- 
trio, che devo ragionare un pezzo con questo soldato. 

86 DEMETRIO Vai pure in buon'ora a pigliare qualche altra bastonata, 
io ormai mi sono stufato. Per Dio vero, se non fosse che gli vo- 



83. Per il mandar a Treviso (che equivale di conseguenza a "far chiudere 
in manicomio") cfr. due passi del Travaglia: Leonora risponde alle profferte 
amorose di Collofonio: «... voi sete quello che ha bisogno di essere signato, 
opur d'andar a Treviso in catena...» (e. i3r-v); il giovane Policreto com- 
menta l'innamoramento del padre: «... io vorrei ch'il morisse prima che farsi 
menare a Treviso legato ...» (e. 84V). Per muschio cfr. il Glossario. 



Aito quarto 185 

zumi che la puti ve metterà la cùa cu la barònzoli del drio: crendi 
a chiesto manto, messer: chié dirà può vostro muieri cando te 
vederà '1 cùa del drio a vu? tasi, oh gramo vui! 

83 CORNELIO E che, sarala ?erta, ser biombé incolào? no saverogio 

dir che l'ha perso el cervello e che la sé una pisota e si la me 
fa pi de ste sogie e de sti atti la manderò a Treviso a star con 
muschio in rezzimento? 

84 DEMETRIO Aldi poco, ser sunbioto, buta via malora vostro colera, 

per chié caso vustu vui far chiesti conse? ave torto: no te recorda 
chié mi ditto: « messer Cargnello, langa stari chiesta f emina, chié 
sé diavulo », e vu respondo chié mi sé matto? matto se' vui, chié 
avéu piào le bastonàe e vergugnào la vostro viso per un ganta 
bestia, messer, sastu? mo mi sé savio, chié scambào via de vu: 
valedomo, come sta vostro vinda? no se' angora sazio e cuntendo 
vui? o càtergos tò diavulel andé poco andesso su la pianzza e varda 
chié diro la persune de vui cando te vedero cun chiesta indoso 
vestizzola. 

85 CORNELIO Mo che hoggio robào i vostri castroni, ser griego? sara- 

vio forsi el primo matto vecchio inamorào? al sangue de san 
Bin, che incago a chi parla e a chi no parla; oh diavolo zavatter, 
sarà ve bella che no poro nianche trar un petto in le mie calze: 
o mal guidào, o mal arivào, o mal aviào, e' no posso far de 
manco de no cavalcar ste montagne cupidinesche! 

El me piase, che vedo messer comiliton armào, e' vogio un 
puoco sborar la fantasia con lui: andé con Dio, messer Demetrio, 
ch'ho da rasonar longamente con sto soldào. 

86 DEMETRIO Va pur bon'ora a piar calche a(l)dre bastonade, mi 

sé stunfo oramai. Per Dio vero, se no fosse chié mi la vongio 



84. chiese - chié sé; a uergugnao - e vergugnào; catergosto - càtergos tò. 
86. a{l)dre; 



i86 Rodiana 

glio bene, potta, le mie gambe non seguirebbero mai più questo 
culo-lasso: puah, guarda il giovinetto innamorato! mal viaggio al 
vostro cervello! 

87 CORNELIO Mi sono finalmente tolto di mezzo questa sardina rin- 

coglionita, voglio adesso che questo signor Diomede forestiero mi 
porti a vedere questa sua nipote Beatrice, ben beata e benedetta, 
di perle, di zaffiri e di cristallo. 

Scena quattordicesima: tnesser Cornelio e Diomede. 

88 CORNELIO Ben trovato, salute e felicità e reputazione vi dia san 

Pietro, a voi e alla vostra brigata, soldato armigero mio caro, 
come state? 

89 DIOMEDE Ben venuto, signor Cornelio mio, come va, caro padrone? 

desideravo parlarvi e stavo appunto progettando di venirvi a tro- 
vare per godere tutto il giorno della vostra compagnia 

90 CORNELIO Sono contento di avervi risparmiato la fatica; orbene, 

siamo qui, favente David: che c'è? c'è forse qualcosa di nuovo? 
dice il buono carneval ad romanos; « avete nulla di nulla oggi? »: 
vi parlerò in toscano, io, al sangue di san Puzzo, come dicono i 
fiorentini. 

91 DIOMEDE Voi sapete parlare in ogni lingua, molto soavemente e 

garbatamente, in fede mia, anzi con molta delicatezza. 

92 CORNELIO Oh, voi non mi avete sentito, caro fratello, chiacchierare 

come fanno gli interpreti, che vi voglio far stupire, in spagnolo, 

francese, napoletano, pugliese, moresco, mantovano e genovese; 

sentite: 

« Venaos achì mucachios poltronierol » 

« A la madama Lucina del roi, per me fé' , tu non odi, damisella, 

el conte Claus to satinetto? » 



92. Le lingue che Cornelio tenta di imitare sono, in ordine di successione: 
spagnolo, francese, napoletano, pugliese, mantovano, genovese, moresco, (per 
la suddivisione cfr. Cortelazzo '80 p. 194). L'imitazione del pugliese si riduce 
alla citazione di Barletta, mentre quella del moresco (che contiene qualche altra 
parola araba: in sidii, glossato tnesser e più oltre w/« sinuri, "mio signore"; 
ro può valere rùh, imper. di "andare" come nella Zingana del Giancarli, forse 
fafisa rinvia a màfi-s "non c'è in lui", che appare ancora in quel testo: cfr. 
Pellegrini, Arabismi, rispettivamente p. 617 e p. 629) ha al centro il noto 
equivoco comico salamaleca / in salao {— in sa-llàh, "se Dio vuole"); per esso 
cfr. anche Lettere, p. 351 rr. 17-19 (iv,43): « no vedeva altro ca mori, e mi 
andava digando per la via salameleca, che cusl me giera sta insegnao, e lori 
me rispondeva leca in salao ». 



Atto quarto 187 

be, pota, mai pi la mio gambi andarave drio chiesto culo-lasso: 
varda la zuveneto 'namurào, pili!, mal vianzo vostro cervello! 
87 CORNELIO E' me ho pur despetolào sta sardella in^ibegà da lai, 
e' volo mo che sto messer Diomede forestier me mena a veder 
sta so nezza Beatrisa, ben beata e benedetta, de perle, de safìli e 
de cristallo. 



Scena quattordicesima: messer Cornelio e Diomede. 

88 CORNELIO Ben travò, salile e gaudio e reputazion ve daga ser 

Piero, vu e la vostra briga, soldào armigero mio da ben, co' steu? 

89 DIOMEDE Ben vegna el mio signor Cornelio, come vi va, caro 

patrone? desiderava parlarvi e ora facevo disegno di vegnir a 
trovarvi per godervi tutto oggi. 

90 CORNELIO El me piase che ve ho sparagnào la fadiga; orben, e' 

semo qui, f avente David: che zé? che abbiamo aliquid iterum 
noviter, da novo? dise '1 bon carneval ad romanos; « avéu niente 
de covelle sta dimane? »: e' ve parlerò in toscan, mi, al sangue 
de san Puzzo, co' dise i fiorentini. 

91 DIOMEDE Voi avete lingua d'ogni idioma, molto soave e scarabo- 

sa, a fé', anzi delicatissima. 

92 CORNELIO Oh, vu no me ave sentìo, f(r)ar caro, a slenguizar co' 

fa i trucemani, che ve vogio far stupir, in spagnol, francese, napo- 

litan, pugiese, moresco, mantoàn e zenoése; aldi: 

« Venaos achì mucachios poltroniero! » 

« A la madama Lucina del roi, per me fé', tu non odi damisella 

el conte Claus to satinetto? » 

« O figlio de la mamma tua che te feci! » 

« Como va a Barletta, Gianfranc(esco)? » 

« Dagai la nave del duca, fiol de me padre. » 



86. àrie - drio. 88. saluete - salùe e ( = et). 92. f(r)ar; truceniani 
trucemani; Gianjranc{ esco ) ; 



i88 Rodiana 

« O figlio de la mamma tua che te feci! » 

« Como va a barletta, Gianjrancesco? » 

« Dagai la nave del duca, fiol de me padre.» 

« O fré, a ro sangue de ra sepa, che ro principe Doria ha fatto fusi 

lo corsaro Barbarossa de Ronugazin. » 

« Tale, messer, in sidii, salameleca minchion insalào, ro, fafisa, 

mu sinuri. » 

Non sono dunque un uomo compito e intricato? 

93 DIOMEDE Giuro a Marte che penso si trovino pochi che possano 

starvi al confronto, voi parlate con gran facilità questi linguaggi; 
ma io mi ero scordato delle botte che ho dato ieri sera a quelli 
che mi avete ordinato: i cialtroni sono fuggiti e non ho potuto 
riconoscerli. 

94 CORNELIO E io li ho conosciuti anche troppo! Carissimo signor 

Diomede, maestro d'armi di fanteria, vi sta bene che pranziamo 
insieme a casa vostra, come stabilito, figliolo mio prezioso? 

95 DIOMEDE Come H ho serviti bene! giravo lo spadone e avrei certo 

fatto un bel colpo, se mi avessero aspettato! 

96 CORNELIO Diavolo, devo avervi parlato giovedì! vi dico che uno 

di quelli ero io, se volete intenderlo; ma comunque vi ho scusato 
e in amore Dei, poiché mi avete preso in fallo mentre volevo 
farvi sentire delle mie virtù, per far piacere a voi e alle vostre 
donne: va bene, non importa, quando si fa senza volere e senza 
spargimento di sangue. 

97 DIOMEDE Ah, mani crudeli, come avete potuto muovere verso il 

pili cordiale amico che io abbia! prendete il mio spadone, signor 
Cornelio, e fate la vendetta che più vi piace, poiché si è mosso 
tanto sciaguratamente e senza conoscere contro chi. 

98 CORNELIO II mio Creatore del cielo non potrà permettere che mi 

insanguini la coscienza con voi: vi pare che io sarei capace di 
cacciarvi con le vostre stesse armi un colpo tanto forte nella 
schiena? « absit at homo nam bene severius in crudelitatem »; non 
sono più giovane, che il cervello mi stava in cima al picciolo della 
berretta. 

99 DIOMEDE Perdonatemi e vi supplico, di grazia, di non sdegnarvi, 

che siano maledetti l'ira improvvisa e il fiero animo che mi ritrovo. 
100 CORNELIO Vi perdono e così vi assolvo in forma da camera aposto- 
lica, e se volete tornare a colpire io sono stracontento, che per 
la vostra famiglia patirei questo e altro: piano, piano, tiratevi in 
qua e state a guardare questo animale che esce fuori dall'osteria 



Atto quarto 189 

« O fré, a ro sangue de ra sepa, che ro principe Doria ha fatto 

fusi lo corsaro Barbarossa de Ronugazin. » 

« Tale, messer, in sidii, salamaleca minchìon insalào, ro, f afisa, mu 

sinuri. » 

Sònio mo omo compio e intrigào? 

93 DIOMEDE Zuro a Marte che penso si ritrovino pochi pari vostri, 

voi sdruzzolate con gran facilità questi linguaggi; ma io me 
avea scordato de le busse che detti (i)ersera a quelli che m' 
imponesti: corsero via, li cialtroni, che non li conobbi. 

94 CORNELIO E' i ho cognossìii pur massa! Messer Diomede caris- 

simo, mistro de fantagina arma, ve piase che disnemo insieme 
secondo l'ordene a casa vostra, fio mio prezioso? 

95 DIOMEDE Oh, come li ho ben serviti! rotai il spadone e facevo 

un bel colpo, se mi aspettavano! 

96 CORNELIO Diavole, e' ve averave parlào zuoba, puoh! e' ve digo 

che giera mi un de quei, se pur volé intender; mo e' ve ho per 
scusào, abbiandome tolto in fallo, mi, e in amore dei, per farve 
sentir de le mie virtùe, a refrigerio vostro e de le vostre donne: 
ben, che no importa, quando se fa a no vogiando e che no in- 
tervenga sangue. 

97 DIOMEDE Ah, crudel mani, comò sete transcorse verso il piìi cor- 

dial amico che io abbia! pilgiate, messer Cornelio, il spadone 
mio e fate quella vendetta che vi piace, poiché cusì sciagurata- 
mente ha seguito, senza conoscer a cui. 

98 CORNELIO No vogia el mio Creatore del ?ielo che me insanguina 

la conscienzia dei fatti vostri: ahimé, che mi ve dovesse cazzar 
un colpo cusi grande in la vita con le proprie arme? « absit at 
homo nam bene severius in crudelitatem »: no son piìi zovane, 
che'l cervello me stava in ^ima el pecolo de la baretta. 

99 DIOMEDE Perdonatemi e di grazia, vi supplico, non lo abbia(te) 

a sdegno, che sia maladetta la sìibita ira e il grande animo (che) 
mi attrovo. 
ICQ CORNELIO E' ve perdono e sì ve assolvo in forma camera aposto- 
liensis, e si volé tornar a trar son stracontento, che patirave 
altro per quella casa: pian, pian, tireve in qua e sté a vardar 



92. fre aro - fré, a ro; chero - che ro; insidii - in sidii; rof afisa - ro, f afisa; 
musinuri - mu sinuri. 93. Zuro aar Mte - Zuro a Marte; (i)ersera. 96. e 
[u]in amore dei. 98. absit amomo - absit at homo. 99. abbia(te); 
( che ) mi attrovo. 



ipo Rodiana 

ubriaco: fratello, hai misurato altro che olio, suvvia, miserere 
iustril 



Scena quindicesima: messer Cornelio, Diomede e Corado. 

loi CORADO Oh, venga il canchero al buio, non vedo, per Dio! 
{rutta) stai a vedere! buon giorno, ragazzi, buon giorno! 
non tirare forte, poltronaccio, che ti venga il canchero con la 
fistola! Non fuggire: vieni qua, per Dio! 

La mia pancia vuole scoppiare . . . {rutta) 

Eh, quanta nebbia: mi bagno i piedi, il viso . . . {rutta) ... se 
piove, che ha fatto il fango grosso! 

Ah poltronaccio, tu mi vuoi assassinare? aspetta un momento, 
non tirare fuori la spada, lascia che tiri fuori anche la mia, altri- 
menti ti taglio la faccia per Dio! eh, io l'ho presa in fallo, perdo- 
natemi, no, no, non dico a vostra signoria. Lascia il mio coltello, 
lascia lascia, che vedo il mio nemico: ah poltrone, tu stai qua, 
ladro Campezzo furfante? tu mi hai legato le mani dietro al 
culo? ah, ti squarto, io ammazzo tutti quanti con la spada! 

102 DIOMEDE Non fatelo, signore mio, che io sono già morto! ah, san- 

tissima miracolosa Annunciata, io non ho niente a che fare con voi! 

103 CORADO Ce l'ho ben io da fare con te, per Dio! vuoi combattere 

con me, poltronaccio, cane rincagnito, io ti pianto un pugnale in 
pancia, adesso, aspetta aspetta . . . {rutta). 

FINE DEL QUARTO ATTO 



103. Cfr., alla fine del terzo atto della Spagnolas, la didascalia che indica 
per il carboner tedesco, sempre dopo una bevuta, la medesima uscita: « E 
traze un ruto ». 



Atto quarto 191 

sta bestia che insi fuora de l'ostarla imbriago: fra, ti ha mesurào 
altro che ògio, moia, tniserere iustril 



Scena quindicesima: {messer Cornelio, Diomede e Corado). 

loi CORADO Oh, le caricare vegne alle scure, mi nit veder, per Tie! 
huò huòl sta scuoti guot morgen, quelle fie, bon zurne! 
non tirer tattie, pultrunazze, che ti venghe le cancarelle fistelade! 
no scamper via: comer, par Tie! 

Le mie panze vuol crepar . . . huò huòl 

Eh, quante calighe: mi bagne '1 pie, el mie vise . . . huò huòl 
... se '1 piove, che fatte '1 fanghe grosse! 

Ah, poltrunazze, voi mi sassinar? spete puoche, no cavar le 
spate, lassa caver anche '1 mie, sino mi te tagie el fa?e, par Tie! 
eh, mi l'ha brancate in fale, perdoneme, no no, no dighe vostre 
seng(l)erie. Lassa el mie cartella, lasse lasse, che vede el mie 
nemighe: ah, pultrune, ti star qua, lare Campezze farfante? ti 
legher mi le mie man drio el cule? ah, te sticuoz, mi mazer tutti 
quante cu le spate! 

102 DIOMEDE Non fatte, signor mio, ch'io son morto! ah, sacrata mira- 

colosa 'Nonciata, io non ho da far nulla con voi! 

103 CORADO Mi far ben con ti, par Tie! vuste combatter cu le fate mie, 

pultrunazze? chiezze cane, mi te fiche une pugnalle in le panze, 
ades(se), spete spete... huò huòl 

FINE DEL QUARTO ATTO 



loi. scura - scure; leUì mie panze; partie - par Tie; seng(l)erie; che uade - 
che vede; le mie num - le mie man; tasticuoz - te sticuoz. 103. partie - par 
Tie; fute - fate; caue - cane; ades(se). 



Atto Quinto 

Scena prima: Federico, Roberto e Truffa. 



1 FEDERICO Truffa, è proprio difficile e scomodo vivere con voialtri 

servi: bastonati vi disperate, pregati vi piegate, tanto che a una 
razza perfida come la vostra non si può affidare nessuna cosa 
importante. 

2 ROBERTO II poveretto fa quello che può, che cosa vuoi che faccia, 

caro Federico? 

3 TRUFFA Beh, lui vorrebbe da niente fare tutto in un soffio: vi 

dico che se non avrete la Beatrice nel modo che vi dirò qui, qua, 
proprio qui, in questo luogo, in questo posto, qui, ora, né voi 
né senza voi, non siete per averla nel modo che la volete. 

4 FEDERICO Deh, di grazia, caro Truffa mio, se conosci qualche via 

per aiutarmi, dammi la vita, che ti resterò per sempre obbliga- 
tissimo. 

5 ROBERTO Se sai come fare non farlo soffrire ancora, finché Fede- 

rico conserva l'anima nel corpo; se non l'avesse più ogni aiuto 
sarebbe inutile. 

6 TRUFFA Ma questa non è una cosa che si fa così, in mezzo alla 

strada, come dite, e non voglio neanche che 'mi restiate legati, 
per il pagamento mi basta solo che mi facciate fare un paio di 
calze sforbiciate, e non voglio altro, io: capite, le vostre rispet- 
tabilità.-' 

7 FEDERICO Tu avrai tutto ciò che domandi, se mi libererai di questo 

labirinto in cui, come una salamandra, brucio giorno e notte, pieno 
di mortali fiamme d'amore. 

8 TRUFFA Dunque io vi dirò ciò che farei se fossi innamorato come 

siete voi; sentite: venendo di qui per venire da voi non vedo 
il mio padrone vecchio che si lamentava davanti alla casa di un 
barbiere? e appena lo vidi mi nascosi dietro di un vicolo, che 
potevo sentire tutto. 

9 FEDERICO Oh sì! che giovano a me queste burle? che c'entrano 

con me che sto penando, bestiaccia che non sei altro? sempre che 
scherzi, sciagurato! 



Atto Quinto 

Scena prima: Federico, Roberto e Truffa. 



1 FEDERICO Truffa, egli è pure un duro e aspro vivere con voi- 

altre condizion servili: battuti vi disperate, pregati vi inclinate, 
talmente che a tal perfida stirpe cosa importante non si può 
commettere. 

2 ROBERTO II poverino fa quello che'l pò, che vói tu che'l faccia, 

caro Federico? 

3 TRUFFA Poh, el vorave de niente far asse int'un sòpio: a' ve 

digo, se no ai la Beatrisa a sto muò che a' ve dire chive, chialò, 
quenzena, chialondena, chivelò, chi, in sto luogo, adesso, né vu 
né san' vu, no si' per averla al partìo che la voli. 

4 FEDERICO Deh, di grazia, dolce il mio Truffa, se hai via alcuna 

di aiutarmi, donami la vita, che ti rimarrò in perpetuo obliga- 
tissimo. 

5 ROBERTO Se lo sai non lo stentar piià, finché Federico tiene l'ani- 

ma nel corpo, che non avendola si perderebbe ogni aiuto. 

6 TRUFFA Mo l'è na consa che no se fa consì in strada con disé, asì 

a' no vuò gnan ch'a' me reste legatti, mo pur che a' me fé un paro 
de calze schiappe, e si a' ni n' vuò pi, mi, del pagamento: inten- 
dìu, le vostre spettabilité? 

7 FEDERICO Tu arai ciò che dimandi, liberandomi di questo labirin- 

to nel quale a guisa de salamandra abbruggio notte e giorno, carico 
di amorose fiamme mortali. 

8 TRUFFA Mo mi a' ve dire zò che a' faràe mi se foesse inamorò 

con si' vu; aldi: vegnanto de chinze per vegnir da vu e' vego 
el me paron viegio ch'a'l se despierava denanzo la ca' d'un bar- 
biero, e man co'l viti a' me scondié drio d'una androna, che poséa 
sentir ogni consa. 

9 FEDERICO Deh, sì! ste burle che giovano a me? che hanno a far 

con me che sono in pene, animalaccio che sei? sempre mai dai 
la baia, sciagurato! 



8. consi - coti si'. 



194 Rodiana 

10 TRUFFA Ne ho di uccelli di Marano, io, uno grasso e l'altro magro; 

non voglio più continuare, eppure la cosa riguarda più voi che 
qualsiasi altro uomo del mondo. 

11 ROBERTO Per piacere, non ti arrabbiare, caro Truffa diletto: fini- 

scila presto, ti prego. 

12 TRUFFA Non voglio lasciarla a metà perché vi voglio troppo bene; 

e cosi, come stavo dicendo, lui chiedeva del barbiere e un bam- 
bino gli rispose: « che volete? il mio padrone non è qui; volete 
niente? che se posso . . . »; e il mio padrone disse al ragazzino: 
« vorrei che venisse a medicare un uomo, che lui e io siamo stati 
assaliti da uno, più forte di noi, ubriaco »; e il ragazzino disse al 
mio padrone: « comiC si chiama? »; e così ho sentito che lui gli 
rispose: « si chiama Diomelde, soldato forestiero ». 

13 FEDERICO Ti so dire che hai ragionato in modo tale che mi sento 

già sollevato; oh, povero Federico, per te oggi è perduto ogni 
rimedio: perfino Truffa si diverte col mio dolore, inventandosi 
cose per cui meriterebbe che gli fosse dato giù per la testa altro 
che dell'eccellenza. 

14 TRUFFA Se volete potete anche togliermi questo titolo e ridarmelo 

quando avrò finito di raccontarvela, questa mia provvisione da 
provveduto. 

i^ ROBERTO Tu hai tutte le ragioni, racconta a me, che io ti ascolto. 

16 TRUFFA Vorrei dunque che voi, signor Roserto, prendeste una 
veste da medico di vostro padre, e che il signor Feraìgo qui pre- 
sente mi desse il suo tabarro, in modo che io sembri un vostro 
compagno, e lui verrà in saio, che sembrerà il servitore, e così 
andrete a visitare questo Diomelde, dicendo che siete stato man- 
dato a chiamare e che avete nome Demetrio, perché stia attaccata 
meglio al badile, e quando saremo entrati in casa, voi, signor 
Roserto, tratterrete con delle chiacchiere la Sofronia, e il mio si- 
gnor Feraìgo qui prenderà la Beatrice, e così la rapiremo da 
valenti: che vi pare di questo mio progetto? puzza o è pieno di 
giovamento? 

IO. osele: cfr. Veniexiana 111,6 e quanto scrive al proposito il Padoan 
TìcWlntroduzione, p. 3: la regalia delle oselle delle valli di Marano (sostituite 
dal 1521 con medaglie d'argento) veniva fatta dal doge ai nobili che sedevano 
in Consiglio. In una fase intermedia, però, fu ridotto il numero delle anitre 
palustri donate a ciascuno, da cinque a due, una grassa e una magra, appunto: 
di qui il detto, registrato anche dal Boerio (s.v. osela), « un grasso e un magro 
come i osei da Maran ». 

13. Cfr. Ruzante, Pastoral, w. 1079-1080: « Dam de la exceleza, / zo per 
la testa ». 

16. Per la noèlla metaforeggiata scatologicamente cfr. sopra 11,131. 



Atto quinto 195 

10 TRUFFA A' ne hai de le osele da Maran, mi, una grassa, l'altra 

magra: a' no vuò gnan compire, e sì la è pi pre vu ca per om 
del mondo. 

11 ROBERTO Deh, non ti turbar, caro il mio diletto Truffa: dà fme 

presto, ti prego. 

12 TRUFFA A' no vuò gnan restare, perché a' ve vuogio massa ben, 

e sì co' a' ve dego rivar de dire, el domandava lo barbiere, e 
un fantuzzato ghe respose: « che volìu? che el me paron no è 
chive; volìu niente? ch'a' se pose . . . »; e lo me paron disse 
al tosato: « a' voràe che'l vegnisse a miegàr un om, che lu e mi 
semo sta arsalté da un, valentom pi de nu, imbriago »; e el tosato 
disse al me paron: « con halo lome? »; e sì a' sentié che lu ghe 
disse a elio: « l'ha lome Diomelde, soldo forestiero ». 

13 FEDERICO Ti so dire che hai ragionato sì che già mi sento fuori 

d'impaccio; oh, povero Federico, oggi per te ogni rimedio è perso: 
sino Truffa del mio mal se ne ride, imaginandosi cose da dargh 
altro che de la eccellenzia giù per il capo. 

14 TRUFFA Me la pori an' cavarla, e darme della 'silenzia con arò 

finì de dirvela, sta mia sprovision da sprovezùo. 

15 ROBERTO Tu hai gran ragione, dillo a me, ch'io ti ascolto. 

16 TRUFFA A' vorrave mo che vu, massier Roserto, tosse una vesta 

da miego de vostro pare, e massier Feraigo chi me darà la so 
tabarra a mi, e sì a' parerò vostro compagno, e lu vegnirà in 
sagio, che el parrà el serviòre, e si andari a visitar questo Diomelde, 
con dicanto ch'a' si' sto manda a chiamare e che ai lome Dimi- 
trio, perché la se tegne miegio al baile, e con saron in ca', vu, 
massier Roserto, tegnerì in fiaba la Sofronia, e ('1) me massier 
Feraigo chive pigiarà la Beatrise, e così la menaròn via da prodo- 
meni:' che ve par mo de sta mia noèlla? puzzela o ella pina de 
pimenti? 



16. e ('l) me. 



196 Rodiana 

17 FEDERICO O Truffa mio, unico difensore della mia stanca vita, 

come ti sono obbligato! mi sembra che non si potrebbe avere 
gioco più facile in nessun modo: che ne dici, Roberto? 

18 ROBERTO Dico di andare e di non risparmiare niente per aiutarti: 

io prenderò subito la veste, che proprio in queste ore mio padre 
non è a casa. 

19 TRUFFA Dunque si, fatemi carezze adesso, che sono di Meluro: fate 

pure conto che perdendo me e un occhio avrete perso metà della 
vista. Vedete dunque, padrone, come scherzavo? vedrete adesso 
se la rapiremo, la ragazza, da valenti! 

20 FEDERICO Io non vedo l'ora di arrivare alla conclusione, che già 

mi pare di avere, felice, la mia Beatrice tra queste braccia. Fede- 
rico, gli dei non si sono ancora scordati di te; Roberto, ogni in- 
dugio è di troppo, sbrighiamoci a concludere. 

21 ROBERTO Sono qui, avviamoci con il nuovo medico, senza studio 

né cintura. 

22 TRUFFA Io non vorrei avere altro al mondo se non tanti buoi, 

signor Roserto e signor Feraìgo, quanti sono i medici che sono 
in questa città che non hanno mai visto né Stotene, né Avicenna 
e neppure Sgaleno, e probabilmente neanche il Donato col Sal- 
terio, e avessero almeno visto Boezio, eppure guadagnano tanti 
soldi e vanno vestiti così bene da sembrare conti e paladini, e 
quando curano uno non sanno fare altro che fargli cacare le bu- 
della con quelle loro merde di merdicine e con quelle loro canche- 
ro di pillole. 

23 ROBERTO Adesso basta con le chiacchiere, stiamo tutti attenti a 

saperci muovere, ora che ce n'è bisogno. 



Scena seconda: Corado tedesco solo. 

24 {Corado tedesco fa il sogno) 

(ride) Sì sì: dai qua quel gran bottazzo: oh, canchero, è buono 
dolce questo! 



22. el Donò col Salterio: il primo è « Aelius Donat, célèbre grammairien 
du quatrième siede »; il salterio (personificato burlescamente) designa l'alfa- 
beto, « le petit livre des enfants, parce qu'a cette epoque il contenait aussi 
quelques psaumes » (Mortier n p. 658). 

24. La dissoluzione di una regolare articolazione grammaticale e sintattica 
fa affiorare in questo bellissimo monologo, in una suggestiva e confusa mesco- 
lanza di motivi, le due fissazioni che tra comico e allucinato definiscono la 



Atto quinto 197 

17 FEDERICO O Truffa, mio unico conservator della mia stanca vita, 

quanto ti resto ubligato! Pare a me che non si potria aver il gioco 
pili franco a modo alcuno: che ne dici Ruberto? 

18 ROBERTO Dico che andiamo e che non si manchi di cosa alcuna 

per aiutarti: io piglierò la vesta con prestezza, che apunto a que- 
ste ore il padre mio non si trova in casa. 

19 TRUFFA Sì mo, feme mo carezze, ch'a' son da Meluro: fé pur 

conto co m'aì perso mi e un occhio de aver perdù mezza la vista. 
Viu mo, paron, ch'a' sbertezavi? mo vedrì se la meneròn via, la 
puta, da valenti! 

20 FEDERICO Io non vedo l'ora de venir alla conclusione, e già parmi 

aver la mia Beatrice in queste braccia, felice. Federico, i dei ancor 
non sono di te scordati; Roberto, ogni indugio è tardo, poniamo 
presto fine. 

21 ROBERTO Son qui, aviamoci con il nuovo medico, senza studio 

o centura. 

22 TRUFFA A' no vorràe aere altro al mondo lomé tanti buò, massier 

Roserto e vui massier Feraigo, quanti è i mieghi che è in sta 
?ittè che n'i l'ha vezzù gné Stotene, gné la 'Vi^enna, né gnan 
Sgalieno, gnan fuosi el Donò col Salterio, e avessegi pur vezii 
Boezio, e sì guagna tanti marchetti e sì va ben vestì che i par 
conti e palaìni, e co i miega un i no sa far altro che farghe ca- 
gar i buègi con quelle so merde de merdesine e con quelle so 
cancaro de pìrole. 

23 ROBERTO Non si ragioni più, ognuno stia in cervello per sapersi 

governare, or che c'è il bisogno. 



{Scena seconda: Corado todesco solo.) 

24 (Qui Corado todesco fa l'insonio) 

Ah ah, eh eh, io io, sì: dace qui quelle potazze grande, oh 
cancare, star bune dulce queste chi! 



22. lo me tanti buo - lomé tanti buò. 



198 Kodiana 

. . .porta via quel cavallo turco! 

. . . poltronaccio, torna indietro, non bere tutto quel moscatello, 
che ti venga il canchero: dai qua! [beve] lascia fare a me, sì sì, 
adesso vengo, aspetta un poco! 

. . . ascolta, suona il tamburino: senti là, senti là, il duca, il 
marchese passano sulla strada! fai largo, poltrone, vuoi un ceffone 
in faccia? no? allora fai largo! ah, cane mastino, te lo do io il vino 
temperato: trattare così Corado, il portabandiera del duca di 
Baviera? 

[ride) Sì sì: chi mi ha chiuso al buio dentro alla cantina? 

...no no, io sto con gli amici all'osteria, sì! vuoi che balli 
una moresca? suona la piva! non voglio te, poltrone, tu sei solo 
un pesta-tamburo! 

...oh, potta santa che non dico, quanto vento: chiudi quella 
finestra! 

. . . oh, diavolo, chi mai mi ha portato qui fuori sulla strada? 
{trema dal freddo) io non trovo il lenzuolo per Dio, chi lo ha 
rubato? io poi non sono ubriaco! oh, è proprio duro questo ma- 
terasso! 

... ti venga il canchero, oste poltronaccio: io non ti pago, per 
Dio vero! io voglio scappare via: lascia solo che allacci le mie 
calze . . . oh, potta che non dico, mi sono pisciato nel braghetto, 
poltronaccio! 



Scena terza: Truffa, Federico e Beatrice. 

25 TRUFFA Tacete, canchero, che non potevate capitare in mani mi- 

gliori di quelle del mio padrone. 

26 FEDERICO Di grazia, vita mia, non vi lagnate: voi siete con colui 

che vi ama più della sua stessa vita, che mille volte esporrebbe 



fisionomia di Corado: il sogno del vino {mi star cu le compagne in l'osteria) 
e quello della guerra. Il tedesco vive contemporaneamente due azioni imma- 
ginarie che non riesce a distinguere (non un insonio, dunque, ma almeno due 
insieme): la prima ha per luogo un'osteria, la seconda si svolge en plein air, 
durante un passaggio di truppa. Le due visioni si incrociano a partire da una 
comune ossessione, nell'allontanamento di un intruso (che può diventare anche 
il servo Campezzo che ha chiuso Corado nella cantina): quello che all'osteria 
si scola tutto il vino, quello che ostacola la parata; ed è proprio nella discre- 
panza tra i sogni incrociati, dove le ossessioni non combaciano più e si riman- 
dano l'un l'altra a vuoto, che emergono i segni reali: U freddo, la strada, le 
calze imbrattate. 



Atto quinto 199 

, . .miner vie quelle cavalle turche! 

. . , pultrunazze, turne in drie, no biber tutte quelle muscatelle, 
che te vegna el cancarelle: dace qua! . . . ru, ru\ sta scuoti lasse 
far mi, sì sì, vegne adesse, spete puoche! 

. . . alde, che sune il tamburine: or da, or da, el duche, le marchese 
che passer su le strade! fa larghe pultrune, vuste une mustazze su 
le vise? no? mo fa larghe! ah, cane mastine, t'o daghe mi le vine 
temperàe: a ste muode tratter le Curade, banderare del duca de 
Baviere? 

ah ah, ah ah, io io: chi me serale dentre el càneve al scure? 

. . . no no, mi star cu le compagne in l'osteria, sì! vuste mi baie 
une moresche? sune el pive! no vogie tue, poltrune, ti star nome 
pista-/ro«e'! 

...oh, potè santa, che no dighe, quante vente: sire quelle bai- 
cune! 

. . . oh, diavole, mo chi menare fure mie qua su le strade? . . . uh, 
uh! mi no trover la ninzole per Tie, chi l'è rubate? za mi no star 
'briaghe! oh, l'è dure queste s tramazze! 

... ti vegne el cancare, oste pultrunazze: mi no te pagher, per 
Tie vere! mi voi scampar vie: lasse pur che zula el mie calze . . . 

. . . oh, potè che no dighe: mi l'è pissate in le braghette, pultru- 
nazze! 



Scena terza: Truffa, Federico e Beatrice. 

2^ TRUFFA Tasi, cancaro, ch'a' no polivi capitar in man del megior 
segnor co' che è quelle dello me. 

26 FEDERICO Deh, di grazia, vita mia, non vi dolete: voi sete con 
quello che più della propia vita vi ama, la qual con tutto ciò 
che tiene al mondo mille fiate esporrla per voi ad ogni gran peri- 



24. oyda oyda - or da, or da; trotta - trone; siue - sire; mo che menare - mo 
chi menare; o ste - oste. 2^. zo - co'. 



200 Rodiana 

a qualsiasi grande pericolo per voi, assieme a tutto quanto pos- 
siede: voi siete la mia dea, da voi dipende la vita mia; cuore mio, 
non angustiatemi ancora, di grazia; asciugatevi le lacrime, per Dio, 
e non piangete più, dolce mia signora. 

27 BEATRICE Signor Federico, come volete voi che io non pianga e 

non mi lamenti, dato che sono stata obbligata ad abbandonare 
colei che mi ha nutrita col suo stesso sangue, che è mia madre? 

28 ROBERTO Dove possiamo portarla, in modo che l'onore nostro sia 

conservato e che non si diffonda tra la gente cattiva fama di noi? 

29 TRUFFA Portiamola dunque a casa di Prudenzia e raccontiamole 

come sta la faccenda, in modo che lei non la ingrovigliasse a malo 
modo, come fanno queste donnacce peccatrici. 

30 FEDERICO Io per ora non vedrei luogo migliore della casa di Pru- 

denzia, che, quando le avrò raccontato tutto, starà bene attenta 
a non ingannarmi, e la custodirà anzi come una figlia, poiché ne 
ha tutto l'interesse. 

31 BEATRICE Signor Federico, vi raccomando il mio onore, visto che 

mi avete imbrogliata in questo modo, perché se a voi sembro una 
vile donnetta non perciò io nacqui di vile estrazione, né di bassa 
condizione, ma di ogni cosa è stata causa l'empia sorte, che se lo 
fossi rimasta nella mia cara patria non mi sarebbe mancato per 
marito uno dei primi gentiluomini di Rodi; ma pazienza, che 
non possiamo opporci al cielo, che a suo modo determina e rivolge 
il corso delle vicende umane. 

32 TRUFFA Avete torto, madonna Beatrice, al sangue della vacca di 

Berto, che io vorrei proprio essere nel fatto vostro di voi, per 
riuscire a parlare col signor Feraìgo. 

33 FEDERICO Sii certa. Beatrice, che nessun'altra se non te sarà mia 

moglie, facciano il cielo e mio padre ciò che vogliono, io sarò 
come uno scoglio solido in quanto ho promesso, perciò non avere 
più timore: stai allegra e prepariamoci a scacciare i travagli che 
vanno dal giorno che mi vedesti a oggi. 

34 BEATRICE E Dio voglia che a me non succeda quello che si legge 

di molte nelle storie antiche e moderne. 

3_5 ROBERTO Non infastiditevi, signora Beatrice, che io vi dò la con- 
ferma di quanto vi ha promesso Federico e so che non mancherà 
alla sua provata fede di gentiluomo. 

36 FEDERICO Olà, aprite! siamo Roberto e Federico: ehi, Prudenzia, 
aprici presto! che cosa aspetti? 



Atto quinto 20 1 

colo: voi sete la mia dea, da voi dipende la mia vita; cuor mio, 
non mi anogliate più, di grazia; asciugatevi, per Dio, e non pian- 
gete, dolce mia signora. 

27 BEATRICE E come volete voi, signor Federico, ch'io non mi la- 

menti e pianghi, or che convengo abbandonar quella che mi ha 
nutrita col suo proprio sangue, qual è mia madre? 

28 ROBERTO Dove la condurremo, che l'onor nostro resti conservato, 

acciò favola non resti fra il vulgo di noi? 

29 TRUFFA Mo menemola a ca' de Sprudenzia, e digonghe la consa 

con la sta, che an' ella non la isroegiasse a mal partìo, con fa ste 
femenazze pecarise. 

30 FEDERICO Io per ora non saprei altra commodità, se non la casa 

di Prudenzia, quale, come gli dirò il tutto, si guarderà molto 
ben di non usarmi inganno, ma custodirla come figliuola, e di 
ciò ne ha buona causa. 

31 BEATRICE Messer Federico, vi raccomando l'onor mio, poiché cusì 

mi avete gabbata, perché se a voi forse paro vii feminella, non 
però nacqui di vii stirpe, né di bassa condizione, ma del tutto 
ne è buona cagione l'empia fortuna, che a me, stando nella mia 
cara patria, non mancava dei primi gentiluomini di Rodi per 
marito, ma di ciò pazienza, che a' cieli non si possiamo oppo- 
ner, poiché loro a suo modo terminano e girano il corso delle 
cose umane. 

32 TRUFFA Madonna Beatrisa, ai torto, al san' de la vacca de Ber- 

to, ch'a' vorràe mi purpiamén esser in te de lo fatto vostro 
de vu per posser favellar con massier Feraigo. 

33 FEDERICO Sii certa. Beatrice, che altra che te non ha da esser 

mia moglie, faccian i cieli e mio padre ciò che li piace, ch'io 
starò qual fermo scoglio nella promessa fede; però non ti con- 
turbar pili: statti allegra, e attendiamo a cazzar via i presenti 
travagli dal dì che mi vedeste. 

34 BEATRICE E Dio non voglia che di me non intravenghi quello che 

di molte si legge nelle antiche e moderne istorie. 

35 ROBERTO Non vi pigliate fastidio, signora Beatrice, ch'io vi dò 

cauto pegno di quanto ha promesso messer Federico e so noa 
mancherà l'usata fé' di gentiluomo. 

36 FEDERICO Aprite, olà! noi siamo Federico e Roberto; oh, Pruden- 

zia, apriteci presto! or che fate? 



32. in pe de lo fatto - in te de lo fatto. 



202 Rodiana 

Scena quarta: Federico, Roberto, Prudenzio, Beatrice e Truffa 

37 PRUDENZiA Se siete voi entrate pure: perdonatemi, che stavo di- 

cendo il rosario vicino al fuoco per mia devozione e non ho sen- 
tito niente, voi però bussate così piano che io credevo fosse qual- 
che bambino che mi facesse uno scherzo, come talora fanno. Bene 
stia la signoria vostra, dove avete trovato, signor Federico, una 
giovane così gentile e bella? 

38 FEDERICO Non la riconosci? guardala bene: che ti sembra di que- 

sta angioletta del paradiso? 

39 PRUDENZiA Per la croce di Dio, io non l'avevo riconosciuta: siate 

la ben venuta e ringraziate pure la fortuna di trovarvi nelle mani 
del signor Federico, che io so non mancherà di rispettare il suo 
dovere, cornee merita del resto una giovane così per bene. 

40 BEATRICE Che servono giustificazioni della sua nobiltà e cortesia? 

lo so bene che se egli vuole mi può rendere felice, ma mi preoc- 
cupo piuttosto per mia madre, che morirà dal dolore. Signor 
Roberto, vi prego, poiché siete stato l'ideatore di questa astuzia, 
siate anche tramite per sistemare la cosa, in modo che possa 
terminare felicemente, come mi avete promesso. 

41 TRUFFA Fin da ora mi ci obbligo io, signora Beatrice, così stupido 

come mi vedete. 

42 ROBERTO Prudenzia, non dimenticarti adesso i benefici che hai 

sempre ricevuti da me: stai attenta, per quanto la tua vita ti è 
cara, di non ragionare di questa faccenda con nessuno, né di far 
entrare a casa tua uomini di qualsiasi condizione, perché non vo- 
glio che mi si chiami traditore. 

43 PRUDENZIA Signore, che Dio mi guardi: ohimè, volete che io fac- 

cia il contrario di ciò che voi e il mio Creatore volete, io che vi 
amo come un figlio? sappiate che la custodirò come se fosse mia 
figlia. 

44 FEDERICO Entriamo allora, che aspettiamo ancora in mezzo alla 

strada? 

45 TRUFFA Entrate pure, voi, io voglio andare dal vecchio: io non 

lascerei un occhio lì dentro, da quella ingannatrice, e fate buona 
guardia che il lupo non vi azzoppi! 

45. fé bona vardia che 7 lovo no ve inzopa: cfr. Lettere p. 357 rr. 8-9 
(= iv,46): «Ben vada la cavra zota infina che '1 lovo no la intopa ». Casi 
analoghi di stravolgimenti di detti cfr. (01,57 e v,77) rendono trascurabile l'ipo- 
tesi di un guasto tipografico (intopa - inzopa): il lupo che nel proverbio ha 
la meglio sulla capra impossibilitata a fuggire è qui sgangheratamente imma- 
ginato col compito preciso di "azzoppatore". 



Atto quinto 203 

Scena quarta: Federico, {Roberto), Prudenzia, Beatrice e Truffa 

37 PRUDENZIA Entrate poiché sete voi: perdonatemi, ch'io diceva 

il rosario appresso il fuoco per mia devozione e non ho sentito 
nulla, ma voi bussate così piano ch'io pensava fosse qualche fan- 
ciullo che mi burlasse, come sogliono fare alle volte. Ben stia 
la vostra signoria, dove avete buscata così bella e gentil giovane, 
o messer Federico? 

38 FEDERICO Non la conosci? guarda bene: che ti par di questa an- 

gioietta del paradiso? 

39 PRUDENZIA Per la croce di Iddio, ch'io non l'aveva raffigurata; 

voi sete la ben venuta, e potete ringraziar la fortuna poiché sete 
nelle mani di messer Federico, il qual so che non mancherà di 
fare il debito suo, come merita una così da ben giovane. 

40 BEATRICE Che accade giustificazion di sua nobilita e cortesia? che 

so ben io che volendo egli mi può far beata al mondo, ma ben 
mi doglio che mia madre si morrà di doglia. Messer Ruberto, 
vi priego, poiché sete stato cagion di questa trama, siate ancor 
mezzo di ordir la cosa, sì che la riesca in allegrezza, come mi ave- 
te promesso. 

41 TRUFFA Mo inchìn da mo a' me ùbigo mi, madonna Beatrisa, cusì 

murlò co' a' me vedi. 

42 ROBERTO Prudenzia, i benefici che ognor ricevi da me non ti 

sian scordati: guardati, per quanta ti è cara la propria vita, che 
di ciò non ragioni con alcuno, né che in casa tua venghi uomo 
di qual sorte si voglia, perché non intendo che me si chiami 
traditore. 

43 PRUDENZIA Signor, Dio mi guardi: ahimé, volete voi ch'io fac- 

cia contra il voler del mio Creatore e di voi, che vi amo come 
mio figliuolo? sappiate che la custodirò come propria figliuola. 

44 FEDERICO Or entriamo, che facciamo qui sopra la strada? 

4^ TRUFFA Ané pur entro tutti vui, che mi a' vuogio anàr dal viegio: 
mi a' no vorràe un occhio lì entro da quella inganaùra, e fé 
bona vard(i)a che'l lovo no ve inzoppa! 



36/37. (Roberto). 4^. uo[uo]gio; vard{i)a. 



204 Rodiana 

Scena quinta: Sofronia sola. 

46 SOFRONIA Ahi, misera te Sofronia, sventurata in tutte le tue cose! 
Sarai contenta adesso, fortuna crudele, mai appagata dalle mie 
disgrazie? dopo avermi privata del mio caro marito e del figlio, 
per mio estremo dolore, hai voluto sottrarmi la figlia. Che farai 
adesso, madre sfortunata, priva anche dell'ultimo bene che ti era 
rimasto? per il poco conforto offertomi dall'avere ritrovato mio 
fratello mi è stata rubata la figlia. O re del cielo, che vedi e sai 
ogni cosa, perché non mi soccorri? Ohimè, di chi più ci si può 
fidare oggi, se il mondo è così pieno di malvagità che i ladri con 
diversi imbrogli si introducono fin dentro alle nostre case per 
derubarci? O morte, a che altro mi risparmi, perché non mi liberi 
da queste pene? non mi puoi dare più nuovi dolori. O stanca e 
provata anima, perché abiti ancora questa spoglia fragile e addo- 
lorata, che, per darmi pena più grande, sopporta il mio crudo 
pianto? così io sono diventata un albergo di dolori, di infelicità 
e di miserie. Come farò io, meschina, vedova sconsolata? a chi 
ricorrerò per aiuto e consiglio, senza favore alcuno, colma di an- 
gosciose lacrime e calamità? chi mi soccorrerà, donna povera e 
forestiera? O cieli, sordi ai miei lamenti, o furie, o mostri, almeno 
voi abbiate pietà del mio miale: tiratemi fuori ormai da queste 
pene! Ahimé, che in questa angoscia non so far altro che attendere 
la guarigione di mio fratello. 



Scena sesta: Demetrio, messer Cornelio e Sofronia. 

47 DEMETRIO Non Sai che io ti ho sempre detto la vera profezia? 

48 CORNELIO « Ormai è fatta e scritta », disse Pilato. State invece 

all'erta e soprattutto state attento ai sassi e fate coraggio, che 
voglio far patire a questo ladro, unto e bisunto, tutto il vino che 
ha bevuto, a volermi ammazzare così per niente. 

49 DEMETRIO Lascia pure fare a me, che gli farò ben io scappare 

l'ubriachezza, voi non mi conoscete ancora: quanto pane dovrò 
mangiarti perché venga la volta che mi conoscerai? Io non ho paura 



47. Demetrio e Cornelio tornano in scena per dare la caccia a Corado, 
per punirlo di quanto ha fatto alla fine dell'atto precedente: come si apprende 
da v,i29, Demetrio porta al caso una spada. 



Atto quinto 205 

Scena quinta: Sofronia sola. 

46 Ahi, misera te Sofronia, malaven turata in tutte le cose tue! 
Contenta rimarrai mo crudel fortuna, insaziabile de' miei danni? 
qual, poscia che mi hai privata del caro marito e del figliuolo, 
per mio ultimo affanno, hai voluto tormi la figlia. Or che farai, 
dolorosa madre, priva di quel poco di bene che ti era rimasto? 
per poco conforto di aver trovato il fratel mio, la mia figliuo- 
la mi è stata rubbata. O re del cielo, che vedi e sai il tutto, 
che non mi soccorri? Ohimè, di che pivi si può fidar oggidì, gia- 
ché il mondo è tanto carico di tristizie che i ladri con varie fiz- 
zioni vengono fino in le proprie case per tradirci? o morte, a che 
più mi serbi, che non mi liberi di queste pene? non mi pòi 
dar pili novi dolori. O stracca e travagliata anima, a che pivi fai 
dimora in questa addolorata e fragil spogHa, qual per darmi pena 
maggiore soffre il mio crudel languire? talmente ch'io sono di- 
venuta albergo di doglie e infelicità e miserie. Ahimé, come farò 
io meschina, vedova sconsolata? da chi ricorrerò io per aiuto o 
per consiglio, senza favor alcuno, piena di angosciose lagrime e 
calamità? chi mi soccorrerà, donna povera e forestiera? O cieli, 
sordi ai miei lamenti, o furie, o mostri, almen voi siate pietosi 
del mio male: t(i)ratemi fuori ormai di queste pene! Ahimé, 
ch'io non saprei far altro in questo affanno, se non aspettar che 
il mio fratel risani. 



Scena sesta: Demetrio, messer Cornelio e Sofronia. 

47 DEMETRIO No sastu chi(é) mi ten dito sembre mai la vero pro- 

fanzia? 

48 CORNELIO « La sé mo fatta e scritta », disse Pilato. Sté pur a l'er- 

ta e vardeve dai sassi sora el tutto e fé bon cuor, che vogio 
farghe paìr a sto laro, onto e bisonto, el vin che '1 ha bevùo, 
a volerme amazzar per niente. 

49 DEMETRIO Lansa pur, chié faròn be mi scambar la 'brianghezzo, 

vu no cognossi ancora mi: cando te averò magnào tando psomé 
pondio, canco sé ch'a' cognoscerastu chel volta? non ho baura, 



46. t{i)ratemi. 47. chi(é). 48. che uogia - che vogio. 49. chia - 

chié. 



2o6 Rodiana 

anche se ho la barba grigia! oh, guarda, che fa quella donna 
che fa quei gesti con le mani? 
^o SOFRONIA Voglio tornare a casa, per ora non vedo nessun rimedio. 

51 CORNELIO Camminate un po'! che fa così sola? che voglia forse 

pigliare la luna in mezzo alla via? voglio che intendiamo questa 
novità: ehi donna! 

52 DEMETRIO Ehi donna! 

53 CORNELIO Ehi matrona! 

54 DEMETRIO Ehi matrona! 
_5_5 CORNELIO Ehi femmina! 
^6 DEMETRIO Ehi femmina! 

_57 CORNELIO Ehi madonna sorella! 
_58 DEMETRIO Ehi madonna sorella! 

59 SOFRONIA Chi mi chiama? siete voi gentiluomini, perdonatemi, io 

sono così immersa nel dolore che non vi ho sentito. 

60 CORNELIO e DEMETRIO Siamo noi, sì! 

61 CORNELIO Che fate qui così tribolata? voi dovete buttare le fave 

sotto queste notturne stelle? oppure avete perso qualche gallina? 
per l'anima del mio cuoco che mi fate compassione! 

62 SOFRONIA Per Dio, se in voi regna un po' di pietà e di cortesia, 

aiutatemi per piacere, che ho perduto ben altro che una gallina, 
misera me! 

63 DEMETRIO Che cosa avete madonna? perché fate questi lamenti 

piangendo così? 

64 SOFRONIA Piango la mia cattiva sorte, ma vi prego, se sapete 

qualcosa, di darmi informazioni di un certo signor Demetrio me- 
dico, che abita in questa città. 

65 CORNELIO Guardatevi da questo frombola! 

66 DEMETRIO Per quale motivo volete questo Demetrio, che cerca la 

vostra fantasia? 

67 SOFRONIA Vi dirò: questo Demetrio, fìngendo di visitare mio fra- 

tello ferito, è venuto in casa mia insieme a un suo giovane com- 
pagno e a un servitore, e sotto questa finzione di medicarlo hanno 
rapito la mia sola e unica figlia. 

68 DEMETRIO Aspetta un po', che bella faccenda!, io non ho fatto 

niente e questa donna mi vuole imputare di questo con sua figlia? 
ti dico davvero, santa Vergine Cristo, ma che diavolo è successo? 
che dite voi, signor Cargnello? 



Aito quinto 207 

mi, se be have chesta barba grinsa! oh, varda, che fan chella 

donna f emena chié fa de H atti cu la ma? 
jo SOFRONIA VogHo andar in casa, poiché non ci veggio altro rimedio 

per ora. 
51 CORNELIO Caminé un poco! che fala cusì sola? vorravela mai piar 

la luna su la via? vogio che intendemo ste novitàe: oh, donna! 
^2 DEMETRIO Oh, dona! 

53 CORNELIO Oh, matrona! 

54 DEMETRIO Oh, mandrona! 

55 CORNELIO Oh, f emena! 

56 DEMETRIO Oh, f emena! 

^7 CORNELIO Oh, madonna sorella! 

58 DEMETRIO Oh, madona surella! 

59 SOFRONIA Chi mi chiama? sete voi gentiluomini? perdonatemi, 

ch'io son sì nel dolor sommersa ch'io non vi udiva. 

60 CORNELIO e DEMETRIO Scmo nu, sì! 

61 CORNELIO Che féu qui cusì tribulà? vu disé buttar le fave sotto 

ste notturne stelle? opur avéu perso qualche gallina? per l'anema 
del mio cuogo, che me vien compassion! 

62 SOFRONIA Deh Dio, se in voi regna punto di pietà e cortesia, 

aiutatemi di grazia, ch'io ho perduto altro che gallina, misera me! 

63 DEMETRIO Chié consa avéu, mandona? perchié féu chiesti lamenti 

con la pianzerola cusì cusì? 

64 SOFRONIA Io piango la mia mala sorte, ma vi priego, sapendo, 

datemi informazione di un messer Demetrio medico, qual abita 
in questa città. 

6^ CORNELIO Vardeve de sto ^erendègolo! 

66 DEMETRIO Per chié consa vustu vui chiesto Demetrio, chié ^erca 
vostro fandasia? 

6-7 SOFRONIA Vi dirò: questo Demetrio, con fìnta di visitar un mio 
fratel ferito, (è) venuto in casa mia insieme con un suo compagno 
giovane e uno servitor, e sotto questa coperta di medicarlo han- 
nosi menata via una mia unica e sola figliuola. 

68 DEMETRIO Aspetta poco - bella festa! - mi no fando gniendi 
e chiesta dona me vogio 'potar cui so fia de chiesto? tien (di)go 
stì bisti-mu, o Panagià Criste, mo chié diavolo sé 'travegnùo? 
chién disi vui messer Cargnello? 



67. ferito (è). 68. uo fando - no fando; tiengo - tien (di)go; chnste 
Criste {— christe); tra uegnuo - 'travegnùo. 



2o8 Rodiana 

69 CORNELIO Ciò che dico? non sapete da solo se siete imbrattato o 

senza macchia? mi piacciono questi ballari scomposti, che voi, 
piattola, vi facevate beffe di me, pidocchio zoppo; come, cacasan- 
gue, proprio una bella trappola! 

70 DEMETRIO Senti un poco, signora: se ti venisse mostrato questo De- 

metrio medico lo riconosceresti? dimmelo su, non temere di niente. 

71 SOFRONIA Signorsì, se lo vedessi lo riconoscerei. 

72 DEMETRIO Voi conoscete me? eppure io sono io e io sono io 

quell'io! vuoi fare di me qualche confusione? guarda, per la tua 
anima, perché io sono io il medico Demetrio di questa città, e così 
non troverai, ti dico, altri come me. 

73 SOFRONIA Anch'io so bene che non potrei trovare un Demetrio 

come voi, ma però un Demetrio giovane, bello e di statura media, 
rosso in volto e con la barba bionda, con il quale Demetrio sono 
venuti quelli che hanno rapito la mia diletta figlia. 

74 DEMETRIO Voi mi avete frastornato con queste parole: io non so 

adesso se io sono più io, o se mi sono perso, o se io sono voi, 
o se io sono io: ohimè il fegato! ma sì ma sì, io credo che Ro- 
berto mi avrà fatto qualche trucco, in fede mia; aspettate un 
poco, signore caro, anche voi madonna, che tornerò subito: voglio 
vedere con i miei occhi in casa quello che mi è venuto in mente. 

7^ CORNELIO Bene madonna, vitella pastosa, rosa secca mia rubiconda, 
si potrebbe sapere da voi chi è questa fruttuosa di vostra figlia, 
pesco sanguigno? perché mi avete così turbato che ci mancherebbe 
poco, conoscendoli, di buttargli col pugnale le braccia, i piedi e 
l'ombelico fuori di posto. 

■j6 SOFRONIA Ahimé, io vorrei da voi dei consigli, non simili offerte, 
che per maneggiare le armi ci vuole ben altro che il coraggio dei 
vecchi. 

yj DEMETRIO Ti pare che io sia stato un profeta? adesso io trovo a 



77. un bota do angui su la caldo de provisiò: cfr. Travaglia (e. 3ir): «co' 
disc pur anverbio, fare catro agùi int'una bota calda»; in entrambi i casi si 
cita, stravolgendolo, il detto « fare due chiodi a una calda » (cfr. Aretino, 
Sei Giornate, p. ^2 r. 11-12 e p. 170 r. 6-y), ma che ha solo senso osceno, 
"godere due volte nel corso dello stesso atto sessuale" (Aquilecchia); cfr. 
anche Ruzante, Betta, i, w. 401-402 « Se Die m'ai', a' fare du ciò / in una 
calda sì ben co ti! » (e cfr. la n. 86 a p. 1326 dello Zorzi); qui il fraintendi- 
mento di Demetrio conduce a un evidente qui prò quo osceno con Sofronia; 
il Calmo, del resto, intende benissimo il senso retto dell'espressione, cfr. il 
sonetto « Si credesse per morte insir de pene . . . »: « El remedio sarave, a 
varir presto, / far do agùi int'un tratto, int'una calda » [Rime, Sonetti 6 
w. 12-13). «De bota calda» come "a ferro caldo" è testimoniato anche dal 
Boerio (s.v. bota). 



Atio quinto 209 

69 CORNELIO Zò che digo? no savéu vu se se' imbratào o senzii 

macula? me piase ste baiare duslanegàe, che vu, piatola, fevi 
beffe de mi, peòchio zoto; co', cagasangue, la vuol esser la bella 
trappola! 

70 DEMETRIO Aldi poco, mandomia: cando tei vegnaro mustrào chiesto 

Dimetri mendigo, cognoscerastu vui? dimelo ca, no baura gnendi. 

71 SOFRONIA Signor sì, che s'io lo vedessi lo conoscerei. 

72 DEMETRIO Cognosci vui mi? mo mi sé mi e mi sé mi chelo mi! 

vostu mi far del mi calche gatio? varda vostra l'agnima, perchié 
mi sé mi la mendigo Dimitri de chiesta terra, e sì no troverastu, 
ten digo, altro come mi. 

73 SOFRONIA Anch'io so bene ch'io non potrei trovar uno Demetrio 

comò voi, ma ben uno Demetrio giovane, bello e di statura meg- 
giana, rosso nel volto e di barba biondo; col qual Demetrio 
sono venuti quelli che hanno condotta via la mia diletta figliuola. 

74 DEMETRIO Vu me stornào con chiesti paroli: mi no so andesso 

se mi sé pi mi, o si sé perso mi, o se mi sé'l vui, o se mi sé'l 
mi: ohemé la figào! ca sì ca sì, chié Raberto me fando calche 
novella pistavo, stì bisti-mu; speta poco, caro messer, anga vui 
mandona, chié tornato andesso: vogio vederi cu la mio màtio 
sul cansa chello chié mei tira'l mio fandasia. 

■j^ CORNELIO Ben madonna, vedèa pastosa, ruosa secca mia rubiconda, 
se porave saver da vu chi è sta fruttuosa de sta vostra fìa, 
perseghèr sanguineo? perché me ave cusì ingroppào le buèlle 
che puoco mancherave, a cognosandoli, de butarghe con la ginque- 
déa i brazzi, i pie e l'abonìgolo fuora de luogo. 

j6 SOFRONIA Ahimé, io vorrei consiglio da voi, non tali offerte, 
che altro ci vole che il cor de' vecchi al maneggio de l'armi. 

jy DEMETRIO Ten par chié mi sé stào la profeta? andesso mi truvào 
su la mio cansa che piansi la massaretta: « perchié pianzi vui? », 
min digo; ella disi: « perché la vostro fio Raberto ave piàe la 
vostro tnorfì bella vesta e la capello e piào indosso, e curi curin 
via fora del canza»; ahimé, cà masti, tradituros! Ve prego, 
cara chirà-mu, se savéu calche gniendi de chiesto consa chilo del 



69. sese - se se'; piato la - piatola. 72. tendigo - ten digo. 74. ch'elio - 
chello. 75. cinque dea - ginquedea; la bonigolo - l'abonìgolo. yy. pia- 
nei - piansi; camisti - cà masti; chi lo - chilo; 



2 IO Rodiana 

casa mia la servetta che piange: «perché piangi?», io dico; lei 
dice: « perché vostro figlio Roberto si è preso la vostra bella veste 
e il cappello, li ha messi ed è corso via di fretta fuori di casa »; 
ahimé, poltroni traditori! Vi prego, cara signora mia, se sapete 
qualcosa di questa cosa qui di me e anche della vostra fortuna, 
di dirmela, perché ti prometto di fare in un colpo due chiodi sul 
caldo di provvisione molto bene. 

78 CORNELIO Sì sì, non abbiate scrupoli, dite, donna da bene, che si 

troverà per voi via, modo, cautela e correzione, se direte il fatto 
vostro dettagliatamente per quanto vi riguarda, perché vi siete 
imbattuta in due così buone paste d'uomini e così buoni compari, 
i più equilibrati, che ci siano in questa città. 

79 SOFRONIA Lungo sarebbe raccontarvi tutte le mie disgrazie, ma le 

ricorderò nonostante ciò mi procuri grandissimo dolore, e mi sfor- 
zerò adesso di mettervene al corrente, poiché vi vedo desiderosi 
di conoscerle. Sappiate che io nacqui a Bologna, da dove — per 
l'astuzia di un greco che mi condusse alle sue voglie servendosi, 
col mezzo di mille promesse, di una mia serva - fui condotta nel- 
l'isola di Rodi. Rimasi con lui circa due anni, poi costui si infermò 
e morì, così restata giovane con non poca sostanza, presi per marito 
un medico, con il quale ebbi un figlio e una figlia. 

80 DEMETRIO Signore pietà, che cosa sento io adesso! continuate il 

vostro discorso. 

81 SOFRONIA La fortuna, che già aveva cominciato a perseguitarmi, 

volle che mio marito, quindici anni or sono, fosse mandato in 
esilio per alcuni dissapori. 

82 DEMETRIO Quindici anni, santa Vergine Cristo! 

83 SOFRONIA E portato con sé il bambino, lasciò a me la bambina 

ancora in fasce, e mi raccomandò a mio fratello, chiamato Diomede, 
che era venuto fin lì per cercarmi, il quale in seguito tornò in Italia 
a fare il soldato, e non ritornò più a trovarci. Avendo sentito da 
alcuni mercanti che mio marito faceva il medico a Parma, spinta 
dal desiderio di rivedere lui e mio figlio, ma non essendo riuscita 
a trovarli, decisi di fermarmi qui per alcuni giorni, per sentire 
se potevo avere notizie sul loro conto; così, appena giunta, la figlia 
mi fu rapita da questo Demetrio che vi ho detto. 

84 DEMETRIO Ohimè, ma che dite voi, io cado morto per l'allegrezza! 

85 CORNELIO Ohimè ohimè, ho perso i miei pomi cotogni! 

86 DEMETRIO Dio mi ha aiutato, che ha posto voi davanti ai miei occhi! 



Atto quinto 211 

mi e anghe del vostro fortuna (dimelo), perchié te prumetto 
de fare per un bota do angui su la caldo de provisiò molton be. 

78 CORNELIO Sì sì, non abbié respetto, diselo, donna da ben, che 

ve se troverà via, muodo, cautela e correzion, a digando el fat- 
to vostro largamente in le vostre cose, perché vu se' imbatùa 
sotto cusì do boni pastoni de uomeni e cusì boni brighenti ben 
mesurài, co' sia in sta terra. 

79 SOFRONIA Longo saria il narrarvi li mei infortuni: quelli rimem- 

brarò seben mi è di grandissimo affanno, pur, vedendo voi desi- 
derosi di udirli, mi sforzare farveli ora intendere. Sapiate ch'io 
naqui in Bologna, onde - per astuzia de uno greco, che mi con- 
dusse alle sue voglie con mezzo de una mia anelila, sotto mila 
promesse - fui menata ne l'isola di Rodi. Il quale, essendo stata 
con lui circa dui anni, si infirmò e passò di questa vita, onde, 
essendo rimasta giovene con non piccola facultà, presi per marito 
uno medico con il quale ebbi uno figliuolo e una figliuola. 

80 DEMETRIO O Chìri eleis, chié consa sendo mi andesso! va' drio 

vostro parlaùra. 

81 SOFRONIA La fortuna, che già avea cominciato a perseguitarmi, 

volse che il marito per alcune dissensioni fusse mandato in esilio 
già quindeci anni. 

82 DEMETRIO Chindese agni, o Pa{n)agià Crista! 

83 SOFRONIA E menato seco il fanciullo, lasciommi la figliuola ancor 

in fascie, raccomandandomi ad un mio frattello, chiamato Diome- 
de, che cercandomi era venuto là, il qual anco tornò in Italia 
al soldo, né mai piìi ritornò a revederci. Avendo inteso poi da 
alcuni mercanti il mio marito esser qui in Parma medico, spinta 
del desiderio di veder sì lui come il figliuolo e non trovandoli, 
deliberai di fermarmi per alcuni giorni, se di lor sentisse novella 
alcuna, e apena gionta la figliuola mi fu rapita da questo Deme- 
trio ch'io vi ho detto. 

84 DEMETRIO Ohimè, mo chié disi vui, mi canzero morto da 'len- 

grizza! 

85 CORNELIO Ohimè, ohimè, che ho perso i mie codogni! 

86 DEMETRIO Dio me la 'luterò, chié me butào vui davandi la mio 

l'occhi! 



7-7. fortuna {dimelo); de angui - do angui. 78. ttu se imbatua - vu sé im- 
batùa. 82. Pa{n)agià. 



212 



Rodiana 



87 CORNELIO Oh, che non potrò più andare in bucintoro, lasciate pian- 

gere a me che ne ho motivo, e non a voi: perché volete piangere, 
caro signor fuso spuntato? 

88 DEMETRIO Non vuoi che pianga di allegrezza perché credo di avere 

ritrovato mia moglie, che non ho più visto da tanto tempo? vieni 
qui signora mia, dimmi un po' qui davvero, voi siete per caso 
Languria, che avete portato per nove mesi in pancia mia figlia 
Delia? 

89 SOFRONIA Sono proprio Liguria, moglie di Teofilo medico, e vado 

in cerca di un Demetrio giovane, non di voi; perciò state indietro, 
che non vorrei mi capitasse un altro imbroglio come è successo 
con mia figlia, in modo che in un solo giorno la truffa sia doppia. 

90 DEMETRIO Ah, moglie mia, amore mio: guarda il mio dito storto 

che mi hai morsicato mentre stavi partorendo a letto, cuore mio, 
anima mia, adesso conosco senz'altro che voi siete proprio mia 
moglie, che quindici anni fa vi ho lasciato sulla nostra casa di Rodi. 

91 SOFRONIA Ah marito mio carissimo, ora conosco che Dio non ab- 

bandona mai i suoi devoti: vengano adesso nuovi affanni, nuovi 
e mai visti travagli, che non potranno mutare né diminuire la pre- 
sente allegrezza, che è tanta che il cuore oppresso non può espri- 
merla. Una cosa sola ci manca, ritrovare nostra figlia perché, aven- 
dola rapita Roberto, non conoscendola, non si congiungesse con 
lei; perciò, dolcissimo marito, fate che si provveda velocemente. 

92 CORNELIO Ah, legame matrimoniale trovato per il dito grosso! mi 

rallegro quia nupties fatte sumus in monte Golgota: gaudeo, gari- 
sus, garossurus, con gli articoli di legge che si possono allegare. 

93 DEMETRIO Ma in che modo prenderemo questo provvedimento di 

ritrovare mia figlia Delia, voi che dite? 

94 CORNELIO Faremo presto, perché facilmente si troveranno a casa 

di Prudenzia, essendo quello luogo di ritrovo di mio figlio e del 
vostro, in quanto casa cortigianesca, piena di dei d'amore e fede. 

95 DEMETRIO Voi dite il vero, andiamo a casa sua. {bussa) 



Atto quinto 213 

87 CORNELIO Oh, che no poro pi andar in bugentoro, lassarne pian- 

zer a mi, che me tocca, e no vu: perché voléu pianzer, caro ser 
fuso despontào? 

88 DEMETRIO No vusti chié pianzo de 'lengrizza perchié crendo sé 

truovào la mio gineca, chié tando tempo mi no visto mai? ella 
'dò chirà-mu, dime poco ca da vero, no sé vui Languria, chié me 
ave portào su la panza nove mensi la Delia mio fia? 

89 SOFRONIA Son per certo Liguria, moglie di Teofilo medico, e cerco 

uno Demetrio giovane, non voi; però state indrieto che non vorrei 
mi intravenisse un altro gabo come quello de la figliuola, e esser 
la doppia gionta in un giorno. 

90 DEMETRIO Ah, gìneca-mu, agapi-mu: vardi la mio déo storto, chié 

vui me morsegào su la graveànza in letto, cardià-mu, psichì-mu, 
andesso cognusso be chié vui sé la mio mugieri de vero, che 
za chìndese anni ve lassào su la nostro cansa del Rondi. 

91 SOFRONIA Ah, carissimo marito mio, or ben cognosco che Iddio 

non abbandona li sui servi: vengano mo novi affanni, novi e ina- 
veduti travagli, che non potran mutar né sminuir la presente 
allegrezza, quale è tanta che il cor oppresso non la pò esprimere. 
Una cosa sola ne manca, che è di ritrovar la figliuola, accioché, 
essendo intravenuto Roberto in rapirla, non la conoscendo, non 
si congiongesse con lei; però, dolcissimo marito, fate che si provega 
con prestezza. 

92 CORNELIO Ah, consorzio matrimoniai trovào per el déo grosso! 

e' me aligre, quia nupties fatte sumus in monte Golgota: gaudeo, 
garisus, garossurus, con le iurisdizion che si puoi alegar. 

93 DEMETRIO Mo chié mondo faremo chiesta provisiò de truvar la 

Delia mio fia, chié dise vui? 

94 CORNELIO E' faremo ben, perché facilmente i se troverà da Pru- 

denzia, per esser redutto de mio fio e del vostro, a siando casa 
cortesanesca, piena de dii d'amor e de fede. 

95 DEMETRIO Vu disi vcro, as pame, andemo (su) la so spiti, la so 

cansa . . . 

. . . tic tic taci 



87. despentao - despontào. 92. aligra - aligre; mente golgota - monte Gol- 
gota; alegirlar. 95. aspame - as pame; {su) la so. 



214 Ro diana 

Scena settima: Prudenzia, messer Cornelio, Demetrio, Sofronia. 

96 PRUDENZIA Chi cercate? che volete voi che bussate così forte alla 

porta? 

97 DEMETRIO Chiama un po' il mio Roberto e anche il figlio del signor 

Cargnello qua e porta giù quella donzella che quei giovani hanno 

portato a casa vostra, che aspettiamo qua e non fare scherzi, fai 
presto. 

98 PRUDENZIA Qui non c'è nessuno, andate a cercare da un'altra parte, 

uomo dabbene, non so di che cosa stiate parlando, non sono una 
donna di quelle che voi credete. 

99 CORNELIO Ascolta, Prudenzia, non tirare fuori trucchi da quattro 

soldi, sei pure una donna pratica: se i nostri ragazzi sono di sopra 
con quella giovane forestiera non fare la finta tonta, che questa è 
sua madre e questo è suo padre, riconosciutisi per il contrassegno 
del dito grosso. 

100 PRUDENZIA Aspettate, che io vengo giù. 

loi DEMETRIO Adesso che mi è capitata questa allegrezza, nessuna cosa 
tanto pesante mi potrà succedere che mi dia un niente di dolore. 



Scena ottava: Roberto, Demetrio, Sofronia, messer Cornelio, Fede- 
rico e Beatrice. 

102 PRUDENZIA Allora, se è cosi, me ne rallegro molto, per la croce 

di Dio! 

103 ROBERTO Padre mio, è vero quello che dice Prudenzia? 

104 DEMETRIO Rallegrati Roberto, figlio mio, prendi la mano di questa 

qua e rallegrati bene, perché è Languria, la tua vera madre, e 
quest'altra è tua sorella Delia, che ho lasciato piccolina a Rodi. 

105 SOFRONIA Oh, figlio mio carissimo, il cielo sia ringraziato per la 

grande grazia che mi ha concesso di vederti; più non dubito dei 
colpi della fortuna, poiché ho sicuro timone alla mia nave. 

106 ROBERTO Madre carissima, siate la ben trovata, che altra gioia 

maggiore potevo avere di quella di ritrovare la madre insieme 
con la sorella e di diventare con Federico, da amico, parente? 

107 CORNELIO Ma che cosa ho mai veduto e udito e sentito? a Dio mi 

raccomando e da voi mi allontano, così io divento un caput draco- 
nites nella casa di Giove: ma non è questa Beatrice, che facevamo 



Atto quinto 215 

Scena settima: Frudenzia, messer Cornelio, Demetrio, Sofronia. 

96 PRUDENZiA Chi dimandate? che volete voi con tanto bussar alla 

porta? 

97 DEMETRIO Chiama poco la mio Raberto e anghe la fio de messer 

Cargnello ca e mena zuso chela zunzella chié portào chicli zuvegni 
su la vostro cansa, chié spetemo ca e no s(o)giar, vie glìgora, 
presto. 

98 PRUDENZiA Non vi è alcuno qui, andate a cercar altrove, omo da 

bene, non so quello vui parlate, non son forse donna di quelle 
vi pensate. 

99 CORNELIO Aldi, Prudenzia, non vignir qua con schizzaìire de gar- 

binelle, ti sé pur donna pratichevole: se i nostri putti è de suso 
con quella zovene forestiera no te far da la villa, che questa sé 
so mare e questo sé so pare, cognossùi per el contrasegno del 
déo grosso. 

100 PRUDENZIA Espetate ch'io desenda. 

loi DEMETRIO Andesso chié vegnùo del me chesta lengrizza, nessuna 
consa tando pesoca me porà 'travegniri chié men daga un tìpota, 
un gnendi, de doluri. 

Scena ottava: Roberto, Demetrio, Sofronia, messer Cornelio, Fede- 
rico e Beatrice. 

102 PRUDENZIA Or, se gli è così, molto mi allegro, per la croce de 

Iddio! 

103 ROBERTO Padre mio, è vero quello che dice Prudenzia? 

104 DEMETRIO Aligrave Raberto, pedì-mu, pia la ma de chiesta ca 

e 'langréu be, perchié e' sé Languria, vostro vero mare, e chiesta 
aldra sé vostro surella Delia, che mi lassào sul Rondi pizeglina. 

105 SOFRONIA Oh, figliuolo mio carissimo, sian ringraziati gli cieli 

di tanta grazia che mi han prestato di vederti; più non dubito 
delle percosse de la fortuna, poiché ho securo timon alla nave 
mia. 

106 ROBERTO Madre carissima, siate la ben trovata, che maggior alle- 

grezza mi si poteva dare che aver ritrovata la madre insieme 
con la sorella e di amici con Federico rimaner congiunti? 

107 CORNELIO Mo che cosa hòggio visto e aldìo e sentìo? a Dio me 



97. che la - chela; s(o)giar. loi. diga - daga; ungnendi - un gnendi. 
104. Aligrane - Aligrave; pedinua - pedì-mu; ese - e' sé; cheista - chiesta. 



2i6 Rodiana 

l'amore insieme? tuttavia mio figlio era anche lui davanti ai go- 
vernatori e prima di me, al sangue del braghetto del vescovo che 
c'è, se non sputavo provvedimenti sarebbe capitata qualche grande 
poltroneria. 

io8 FEDERICO Padre mio, vi prego che mi perdoniate, perché l'amore 
e la gioventù spingono a fare grandi cose, e poi non pensavo che 
voi che siete già vecchio continuaste a seguire cose giovanili, ma 
visto che Beatrice è figlia di Demetrio, che è vostro grandissimo 
amico, voi sarete contento che io non venga meno alla promessa 
di prenderla in moglie. 

109 BEATRICE Poiché la mia buona e fortunata sorte mi fa ritrovare 
davanti a quelli che con la loro presenza mi rendono la vita prima 
perduta, allorché stavo in affanni e sospiri pensando di essere da 
loro lontana - che sono il mio caro padre, la già sconsolata e ora 
felice madre, il mio tanto desiderato fratello - voglio chiedere 
loro perdono prostata in terra. Benignissimo padre, diletta e cara 
madre, carissimo e amatissimo fratello, vi prego di volermi per- 
donare, scusandomi per la mia giovane età, poiché il furto fu 
senza colpa, e quindi concedetemi la grazia di diventare moglie del 
qui presente Federico. 

no CORNELIO Giacché il pianeta vuole così e che ormai avete messo 
l'archibugio a segno, sia piuttosto così e bene valga e siate bene 
congiunti, e così ti accetto per mia figlia di iure iurandi, in rei 
rerum veritatis. 

Ili DEMETRIO E io sono Contento e così vi voglio dare mille ducati 
veneziani d'oro di zecca, poi mille ancora di abiti e un barilotto 
di perle e gioie: zaffiri, diamanti, balasci, turchesi, rubini, smerdali 
barbareschi, dell'oro fino niellato. E voi sarete il mio caro figlio, 
al pari di Roberto. 

112 FEDERICO E voi per me come un padre. 

113 PRUDENZIA Certamente questa è una delle cose più meravigliose 

che io abbia sentito in vita mia, ed è pure così, per la croce di 
Dio: io mi congratulo con tutti voi e vi prego di non dimenticarvi 
della vostra Prudenzia, perché, voglio dire, lei abbia sempre mo- 
tivo di pregare per voi il Signore. 

114 FEDERICO Non dubitare, Prudenzia, che avrai tanto da noi che 

potrai vivere in santa pace, in fede di gentiluomo. 

ii_5 DEMETRIO Porchenzia, anche a te, perché ti sei comportata bene 
con mia figlia, facendo guardia della sua verginità, voglio dare 
tanto pane e vino che vivrai molto bene quest'anno, in fede mia. 

116 CORNELIO Che vorresti ora, un bue d'oro e uno che te lo trasci- 



Atto quinto 217 

segno e a vu me repello, mo e' devento un caput draconites in 
la cascia de love: mo non è questa Beatrise, che fevemo l'amor 
insieme? tamen mio fio gera anche ai governadori inanzi che mi, 
al sangue del bragheto del vesco che sé, dove no spuàva pro- 
vedementi intravegniva qualche gran poltronaria. 

108 FEDERICO Padre mio, vi prego che me perdonate, perché l'amor e 

la gioventìi inducono a far gran cose e poiché non pensavo che 
voi già vecchio seguisti cose giovenili, ma poscia che Beatrice 
è figliuola di Demetrio, amicissimo vostro, sarete contento che 
non li manchi de la promessa di torla per moglie. 

109 BEATRICE Poiché per mia bona e aventurata sorte mi ritrovo al 

conspetto di quelli li quaH, sì come mi trovava in affanni e sospiri 
pensando da lor esser lontana, or con la presenzia loro mi rendono 
la già perduta vita - che sono il caro genitor mio, la già discon- 
solata e al presente allegra madre e il mio tanto desiato fratel- 
lo - prostrata in terra li voglio chieder perdono. Benignissimo pa- 
dre, diletta e cara madre, carissimo e amantissimo fratello, vi pre- 
go, vogliate perdonare, escusandomi appresso voi, la gioventìi mia, 
poiché il volar fu senza colpa, e appresso concedermi grazia di 
esser moglie di Federico, che al presente è qui. 

no CORNELIO Daspuò che'l pianeta vuol così e che ormai ave messo 
l'arcobuso a segno, fiat potius et bene valeat et bene coniugeat, 
e sì te aggetto per mia fia de iure iurandi, in rei rerum veritatis. 

Ili DEMETRIO E mi sé cutendo e sì vògion dari chìlia ducata venetica 
crusà, d'oro del geca, angora un mille del vestimendo e una carta- 
ruòl de perle cu la zogie: sofiUa, dalmanti, bullassi, tarchesi, 
rambini, smerdali barbareschi, de l'oro fin fatti cui gnello. E vui 
sera comò la Ruberto mio fion caro. 

112 FEDERICO E voi come padre. 

113 PRUDENZIA Per certo questa è una delle pivi belle maraviglie ch'io 

abbi udito ai miei giorni, ed è pur così, per la croce di Dio, e 
mi congratulo con tutti voi e pregovi che la vostra Prudenzia 
non sii smenticata, acciò, dico, abbi causa di pregar il Signor 
sempre per voi. 

114 FEDERICO Non dubitar, Prudenzia, che arai tanto da noi che po- 

trai viver in santa pace, a fé' di gentiluomo. 

115 DEMETRIO Porchenza, anga vui, perchié te 'pur tao ben cu la mio 

fia, chié ave salvào la so verzitàe frisca, e' vogio dari tando pa 

e vin chié viverastu chiesto anno multon be, sté bisti-mu, su 
la mio fede. 

116 CORNELIO Che vorravistu mo, un bò d'oro e un che tei menasse? 



2 1 8 Rodtana 

nasse? mi sembri proprio fastidiosa! 

117 ROBERTO Lo sai che con me non può mancarti nulla, perciò taci 

finché Roberto ti vuol bene. 

118 PRUDENZIA Non dico altro, signore, se non che Dio vi mantenga 

nella sua misericordia sempre così ben disposto. 



Scena nona: Campeggio, Corado, Truffa, Federico, messer Cornelio, 
Demetrio, Roberto, Sofronia, Beatrice, Prudenzia. 

119 e AMPEZZO Ti assicuro che il padrone ti perdonerà, perché ha 

bisogno di te. 

120 CORADO Vuoi promettermi di non bastonarmi? quello è arrabbiato 

fortemente con me. 

121 TRUFFA Fotta del canchero, ti voglio accompagnare anch'io, la- 

scia dunque fare a me, chissà, al sangue dell'oste beccaio! guarda 
il mio padrone e Feraìgo e messer Demetrio e suo figlio e Sofro- 
nia e la Beatrice, oh canchero! e anche Prudenzia, potta, ma che 
vuol dire? 

122 e AMPEZZO Deve essere certamente successo qualche cosa di im- 

portante se sono tutti insieme: andiamo verso di loro. 

123 TRUFFA Dio vi aiuti! buona vita! buona vita, padrone, e alla com- 

pagnia! ma che fate qui, per la vostra cara fede, così in fila? 
stiate bene, donne! 

124 FEDERICO Truffa, dai la mano a Beatrice, che ho preso per moglie, 

lei è figlia di Demetrio e quella è sua madre, e Roberto da amico 
è diventato per me un cognato. 
12^ TRUFFA Fin d'ora mi avete così rallegrato che tocco il cielo coi 
piedi, non ha mai sentito un miracolo piti grande nessun uomo 
in vita sua: io vi prego ora di farmi perdonare dal padrone qui, 
perché sapete che quello che ho fatto è stato solo per voi. 

126 FEDERICO Padre mio, sarete contento di perdonare al nostro Truffa 

tutto ciò che egli vi ha fatto? 

127 CORNELIO Su queste allegrezze lo perdonerei anche se mi avesse 

strappato un testicolo, e per di più voglio vestirlo dal capo ai 
piedi alla nostra divisa. 

128 CAMPEZZO Padrone mio carissimo, poiché ho sentito che avete 

avuto una così gran fortuna, vi prego di perdonare anche me, 
insieme al nostro povero Corrado qui presente. 

129 DEMETRIO Hai parlato abbastanza, basta, per amor di questa alle- 

grezza tutto quanto è perdonato, alzatevi in piedi: ma guarda di 



Atto quinto 219 

ti me ha mo della fastidiosa! 

117 ROBERTO Tu sai che non ti può mancar con me, però taci fino 

che Ruberto ti voi bene. 

118 PRUDENZiA Signor, non dico altro, se non che Iddio per sua mise- 

ricordia vi tenghi in questa buona disposizione sempre. 



Scena nona: Campeggio, Corado, Truffa, Federico, messer Cornelio, 
Demetrio, Roberto, Sofronia, Beatrice, Prudenzia. 

119 CAMPEZZO Io ti dico che il padrone ti perdonerà, perché ha bi- 

sogno di te. 

120 CORADO Voi ti prometter de mi no bastonar? chi l'è scoruzzate 

fortamenter cu le fatte mie. 

121 TRUFFA Pota del cancaro, a' te vuò accompagnare an' mi, mo las- 

sa l'impazzo a mi, chi sa mo, al san' de l'osto becaro! ve' lo 
me paron e Feraigo e massier Dimetrio e so figiuolo e Sofronia 
e la Beatrisa, oh cancaro!, e an' Prudenzia, pota, mo che voi dire? 

122 CAMPEZZO Certo deve esser intravenuto qualche gran cosa, essen- 

do tutti insieme: andiamo verso loro. 

123 TRUFFA Die, v'aì! bona vita! bona vita paron e la compagnia! mo 

che féu chialò, per la vostra cara fé', cusì in stegia? ben staghé 
quelle f emene! 

124 FEDERICO Truffa, tocca la man a Beatrice qui, che ho preso per 

moglie, e' è figliuola di Demetrio, e quella è sua madre, e Roberto 
di amico mi è fatto cognato. 
12^ TRUFFA Mo inchìn da mo a' m'aì tanto allegrò ch'a' tocco coi pie 
l'àiare, mo n'aldì pi gran miracolo in vita de agni omo negun: 
mi a' ve prego mo, feme perdonar al paron chieve, perché sai 
che quel che ho fatto è sto lomé pre vu. 

126 FEDERICO Padre mio, sarete contento di perdonar al nostro Truffa 

di tutto quello egli vi ha fatto? 

127 CORNELIO Su ste allegrezze s'el me avesse cavào un testicolo e' 

ghe'l perdono, e sì '1 vogio vestir da cào a pie alla nostra divisa. 

128 CAMPEZZO Patron mio carissimo, poich'io ho udito del ritrovar 

sì alta vostra ventura, perdonate ancora a me, vi prego, e al 
nostro povero di Corado che è qui. 

129 DEMETRIO As tò nà pai ta logia, sogni, basta, per 'mur del chiesto 



125. l'aiera - l'aiere; in uita de ogni - in vita de agni. 129. A sto ne pai 
As tò nà pai; si cusi - sìcusi; 



220 Rodiana 

non fare più cattive azioni contro casa mia, state tutti quanti in 
cervello, perché la vostra vita andrà a pezzi, vedete la spada, in 
fede mia, e non vi perdonerò mai più. 

130 ROBERTO E io gli regalo di che vivere e vestire, sia che resti o 

che non resti al nostro servizio. 

131 CORADO Tante grazie, caro padrone mio dolce, io non mi partirò 

mai da voi per starmene da solo: io voglio pregare vostra signoria 
di affidarmi le chiavi della cantina, perché io amministrerò con 
oculatezza, per Dio vero! 

132 CAMPEZZO Ringrazio Dio e voi per tanta cortesia, e se io in pas- 

sato vi ho servito fedelmente lo farò ancora di più per il futuro. 

133 SOFRONIA Ci siamo ricordati di tutti fuorché del nostro Diomede, 

perciò uno di noi vada a casa mia in modo da metterlo al cor- 
rente di tutto e, se è possibile, conducetelo qui. 

134 TRUFFA Andrò io, che forse guadagnerò la mancia. 

135 CORNELIO Signor Demetrio, amico e parente caro, se vogliamo 

fare la festa completa bisogna che mettiate il tim.one alla mia 
navetta, facendomi riappacificare con mia moglie Felicita, altri- 
menti fate conto di seppellirmi vivo in un vaso di olio di lino. 

136 DEMETRIO Lasciate fare a me, non vi impicciate: vieni qua, Cam- 

pezzolo! vai in casa del signor Cargnello e porta qui sua moglie, 
presto, che voglio facciano la pace l'uno con l'altro, dolci dolci. 

137 CAMPEZZO Ci andrò molto volentieri e gli racconterò tutto e la 

condurrò qui davanti a voi. 

Scena decima: Diomede, Demetrio, messer Cornelio, Campeggio, 
Corado, Truffa, Sofronia, Federico, Roberto, Pru- 
denzia. Beatrice e Maddalena. 

138 DIOMEDE La meravigliosa allegrezza che mi è stata portata ha fatto 

sparire tutto il male che avevo, mi congratulo con tutti quanti, 
soprattutto essendoci di mezzo il nostro signor Cornelio, a cui 
voglio un gran bene; voi cognato e voi nipote non aspettatevi da 
me beni o denari, perché io sono un povero soldato: ma espo- 
netemi però a qualsiasi impresa, anche difficile, che io non rifiu- 
terò il mio aiuto a nessuno ed esporrò mille volte la vita al 
pericolo di morte per amor vostro. 

131. mi far bone massarie: gioco tra il significato "amministrare con ocula- 
tezza" (cfr. GDLI s.v. masserizia, 11: fare buona masserizia) e quello di 
"sgomberare" (cfr. Boerio s.v. massarta: far massarìa, "portar via masserizie 
da luogo a luogo per mutar domicilio"). 



Atto quinto 221 

'lengrizza tutto la sé perdunào, sìcusi apano: mo varda chié no 
féu pi cattiveria del mio spiti, sté sanvio tutti candi, perchié 
vostro vinda andare per la pezza, vi' la spada, stì bisti-mu, e no 
mai pi la perdonare. 

130 ROBERTO E io li dono il viver e vestito, e questo sia rimanendo 

con noi o non. 

131 CORADO Grande merzé, care patrune mio dulce, mi no partir mai 

da le fatte vostre alle vite mie: mi voi pregar vostre senglerie 
che vu darme el chiave del càneve, perché mi far bone massarie, 
par Tie vere! 

132 CAMPEzzo Ringrazio Dio e voi di tanta cortesia e s'io vi son 

stato fidele per lo adietro sarò molto più per l'avenire. 

133 SOFRONIA Di tutti si abbiamo ricordati salvo che del nostro Dio- 

mede, però vadi uno di noi a casa mia e facciangli intender il tutto 
e, potendo, conducetelo qui. 

134 TRUFFA Andare mi, che fuessi gnagnere bonaman. 

135 CORNELIO Messer Demetrio, consobrin e parente caro, s'a' volemo 

far la festa compia, besogna che mette el timon alla mia navi- 
cula, e farme far pase con Felicita mia moièr, altramente fé 
conto de sepellirme vivo int'un pittèr de òio de lin. 

136 DEMETRIO Lassa far mi, no te 'pazzàr vu: eia 'dò Campizulo! 

andé su la spiti de messer Cargnello e porta ca la so mugieri, 
glìgora, che vogio fanza la paso u' cula 1' atro, dulgi dul^i. 

137 CAMPEZZO Io anderò molto volentieri e li narrerò il tutto e con- 

durrolla qui alla vostra presenzia. 



Scena decima: Diomede, Demetrio, me'sser Cornelio, Campeggio, 
Corado, Truffa, Sofronia, Federico, Roberto, Pru- 
denzia. Beatrice e Maddalena. 

138 DIOMEDE La maravigliosa portata allegrezza ha fatto scancellar 
tutto il male ch'io aveva, e' mi congratulo con tutte le parti, e 
massime intervenendo il nostro messer Cornelio, al qual porto 
grandissimo amore; voi cognato e voi nepote, non aspettate 
da me robba o danari, perché io son un povero soldato: ma a 
ogni impresa, quantunque difficile, esponetemi, ch'io non refutarò 



129. uila - vi' la. 131. caru patrune - care patrune. 136. elado - eia 'dò; 
spité - spiti. 



222 



Rodiana 



139 DEMETRIO Vi ringrazio anch'io di contraccambio: siamo tutti al 

vostro comando e così voglio che facciamo allegrezza a casa nostra, 
di due camere un portico, una cosa sola. 

140 CORNELIO Carissimo parente mio, voi farete molto bene a far 

capitale del signor Diomede, stragagliardo soldato furioso, se non 
fosse che per aver razza da lui: non vedete che bel stallone di 
condottiero? 

141 FELICITA Ti dico che mi tratta peggio che una sua serva. 

142 CAMPEZZO Madonna Felicita, voi avete tutte la ragioni, né vi so 

dire contro. 

143 DEMETRIO Ben venuta, vostra signoria! 

144 FELICITA Siate i ben trovati! 

145 DEMETRIO Nobile madonna Falsicita, ti prego per amor mio, lascia 

andare sotto ai piedi la tua stizza: quello che è fatto è fatto, non 
pensarci più, rallegrati. Vedi che io ho ritrovato mia moglie salva 
insieme alla figlia, fa conto anche tu di trovare sano di qui in 
avanti tuo marito. 

146 FELICITA Mi rallegro moltissimo per la vostra gioia, ma da parte 

mia ogni contentezza mi è estranea, che sia maledetto il giorno 
in cui fui sposata a un simile marito, che ha più bisogno di riposo 
che di amore. Oh, buoni esempi che dà un padre a un figlio; oh, 
bella cura che ha di casa sua e di sua moglie! E perciò nessuno 
deve meravigliarsi se le donne al giorno d'oggi incorrono in qual- 
che errore, perché se non ci fossero le cause non ci sarebbero gli 
effetti e lui sa bene quanto sopporto continuamente per colpa sua, 
cose che voglio tacere solo per mio onore. 

147 DEMETRIO Lascia stare queste parole, prendi questa mano qui e 

fai anche in modo di perdonarlo. 

148 FELICITA Dato che voi, signor Demetrio, mi obbligate a perdo- 

narlo, sono contenta di mettere da parte per amor vostro tutti 
i torti subiti. 

149 CORNELIO Moglie, il demonio è sottile e poltrone, misericordia e 

perdono, compassione: prendi questo coltello e ficcamelo dove 
ti pare, che io più, mai più, mi lascerò trasportare dalla voglia 
di fare ribalderie. 

150 FELICITA Alzatevi, che vi perdono, ma guardatevi dal fare in fu- 



145. san del chila: doppio senso tra "sano di qui (in avanti)" e "sano di 
chila" ("ernia scrotale": cfr. Glossario). 

150. II troppo goloso cane di Esopo sarà senza dubbio il « Canis per fluvium 
camem ferens ... », Fedro 1,4: quello cioè che per afferrare il pezzo di carne 



Atto quinto 223 

uomo del mondo e la vita ponerò mille fiate alla morte per vostro 
amore. 

139 DEMETRIO Politaechi, la rengranzo en vu del reverso: semo tutti 

la vostro comando, e sì vongio chié femo in la nostro spiti 
lengrizza, del do camere una portego, tutto un cosa. 

140 CORNELIO Integerrissimo mio attaccào de sangue, vu fare molto 

ben a far cavedal de messer Diomede, stragaiardo soldào furioso, 
si no fosse per altro se no per aver razza del fatto so: no vedéu 
che bel stallon de conduttier? 

141 FELICITA Io ti dico che mi tratta peggio che una sua serva. 

142 CAMPEZZO Madonna Felicita, voi avete somma ragione, né vi so 

dir centra. 

143 DEMETRIO Ben vegnaro vostra signoria! 

144 FELICITA Voi siate ben trovati! 

145 DEMETRIO Chiara madonna Falsicita, tei prego per 'mur del mi, 

lassa andari vostro stinza suto'l pie: chielo chié fando fando, 
plio no recordari, fa prima 'lengrizza. Varda chié mi trovào la 
mia muieri sana cu la fia, fa condo anga vui trovar la vostro 
marìo sano del chila. 

146 FELICITA Io per il gaudio vostro mi allegro grandemente, ma 

dal canto mio è scacciata ogni letizia, che maledetto sia il gior- 
no ch'io fui congiunta a simil marito, che ha piìi bisogno di 
riposo che di amore. Oh, buoni esempi che dà uno padre al fi- 
gliuolo, oh bella cura che ha di casa sua e di sua moglie! E però 
non de mara( vi )gliarsi alcuno se alla giornata le donne incor- 
reno in qualche errore, perché se non fussero le cause non sa- 
rian gli effetti, che sa bene quello che di continuo con lui 
patisco, il che per mio onor voglio tacere. 

147 DEMETRIO Lassa chieste baroli, pia chiesta man ca e fé anghe 

muodo chié la perdonerò. 

148 FELICITA Poscia chc voi, messer Demetrio, mi astringete che io 

li perdoni, son contenta per vostro amore poner da canto tutte 
le ingiurie. 

149 CORNELIO Moièr, el demonio è suttil e poltron, misericordia e 

perdonanza, compassion: tiò sto cortello e ficcamelo in che 

liogo ti voi, che mi più, mai pi me lagarò metter suso alla 
fantasia de far ribaldarle. 

150 FELICITA Levatevi su, ch'io vi perdono, ma guardate che per 



139 Polita echi - Politaechi. 146. mara{vi)gliarsi\ gli affetti - gli effetti. 
147. e fé angne - e fé anghe. 



224 



Rodiana 



turo la fine del cane troppo goloso di Esopo, che vi giuro sul 
mio Creatore che vi tratterò come meritate. 
i^i CORNELIO Se mi impiccio ancora di queste sciocchezze datemi tante 
sculacciate e fatemi vendere al mercato e fate confiscare i miei 
membri dalla comunità. 

152 DEMETRIO Baciatevi tutti e due, ladri ghiottoncelli, cacasotto: 

baciate anche me, perché siamo diventati parenti, e così vi rin- 
grazio della pace che per amor mio avete fatto con vostro marito. 

153 FELICITA Che altro aspettiamo qui? andiamo a casa, se volete, 

in modo che non si manchi di festeggiare solennemente le nozze 
di Federico. 

154 DEMETRIO Parli bene, andiamo: o giorno fortunato, come torna 

a puntino per me adesso quel bel detto di Trenzo: « ta fané tia 
imeran osnula sei comeis ai meca efrosignis agin ». 

155 CORNELIO Andiamo, chi ha seminato rape non può mangiare lattu- 

ga: « taf tintoro manto trosintaro: n'erigamus virgam in tempore 
maturus ». 

156 TRUFFA Brigata, voi vedete che il parentado è concluso, noi ci 

vogliamo andare a mettere tutti a ballare e saltare e a fare le nozze 
come si deve, e se la casa fosse un po' più grande vi inviteremmo 
tutti quanti siete, davvero in buona fede sì, e così la faremmo an- 
dare a tavole come si deve e a disfarle: ma non possiamo, quel 
luogo è tanto stretto che quando uno ci è efitrato in ballo è 
d'avanzo; io vi prego che se vi siete divertiti di volermelo dimo- 
strare con tutto l'amore che ci portate, ridendo e fischiando e fa- 
cendo chiasso con i piedi e con le mani, perché vi siamo servitori 
davvero, in che modo che volete. 

157 MADDALENA Fuoco fuoco Camino! correte tutti, signore, signora, 

che mi brucio, oh povera me! 

FINE 



della sua immagine riflessa dall'acqua perde nel fiume quella che teneva in 
bocca. 

154. Difficile decifrare la parlaùra del Trenzo (che parrebbe indicare Teren- 
zio): l'unico tentativo rimane per ora quello di Louis Coutelle, di cui riporto 
i tratti salienti: « Les dernières paroles de Demetrio sont certainement en 
grec, et sans doute en grec ancien, mais le texte est trop deforme pour étre 
lisible (...) Quelques mots à peine se distinguent, en grec ancien: imeran, 
efphrosignis agin (eùcppocuvTjv ayeiv, "étre dans l'allegresse"), correspondant 
au texte italien qui les precede (o zumo venduro, "ò jour hereux") et à la 
situation des personnages (retrouvailles, noces). » (pp. 65-66). 



Atto quinto 225 

lo avvenire non diventiate il troppo goloso cane di Esopo, che 
vi giuro per lo mio Creatore che vi tratterò come meritate. 

151 CORNELIO S'a' me intrigo de ste frappe, demene tante su le chiap- 

pe e feme vender all'incanto e confiscar i mie membri per el 
comun. 

152 DEMETRIO Base ve tuttin dui, lari giutrongelli, scagazule: anga mi 

baseme, perchié semo fandi parendi, e sì ve regranzo del pasi 
chié vu fando per 'mur del mio cu la vostro marìo. 

153 (felicita) Che facciamo più dimora qui? se'l vi piace andiamo 

a casa, acciò non si manchi alle nozze di Federico solenne. 

154 DEMETRIO Colà milìs , andemo: o zumo 'vendurào, cando disin 

be per mi andesso che(l) bel parlaùra del Trenzo: « ta Jane tia 
imeran osnula sei comeis ai meca effrosignis agin ». 

155 CORNELIO Andemo, chi ha semenào ràvani no puoi manzar lattu- 

ghe: « taf tintoro manio trostintaro fotus: n'erigamus virgam in 
tempore maturus ». 

156 TRUFFA Brigada, vu vedi ch'a' l'è fornì el parente, nu a' se vuo- 

giòn anàr a ficcar tutti a baiare e saltare e far le nozze com se 
de, e se'l foesse un po' pi la ca' grande a' ve invidassòn quanti 
ch'a' si', madé madé in bona fé' sì, e sì al la fassòn anàr 
a tavole com se de e a desfar vagia: mo a' no possòn, quel liogo 
è tanto stretto che co'l ghe n'è intra un in ballo l'è d'avanzo; 
a' ve priego mo se ai abù del piasere ch'a' mei vogié mostrare 
con tutto el vostro amore ch'a' ne porte, ridando e sugolando 
e ruzzanto coi pie e co le man, perché ve semo serviòri alla fé', 
a che partìo ch'a' voli. 

157 MADDALENA Foga foga camin! curri tutti: messer, madonna, che 

me brusa, oh pobarita mi! 

IL FINE 



152. gintroncelli - giutron^elli. 153. (felicita). 154. che(l) bel. 

155. ne rigamus uirgam - n'erigamus virgam. 156. gna de - madé; alla 
fasson - a' la fassòn. 



GLOSSARIO 



Jl presente Glossario si propone, senza intenti di fornire un'esaustiva illustra- 
zione linguistica della commedia, di offrire un ausilio alla lettura del testo. 
La selezione delle voci comprende tutti i lemmi alloglotti (le sigle gr. e ted. 
rinviano ai vocaboli greci e tedeschi individuati), molti termini dialettali 
anche d'uso comune e le principali deformazioni di alcune voci (a dare qualche 
ragguaglio sulla lingua dell'autore) e di alcune serie metaforiche (sfera sessuale 
e scatologica ecc.). Di conseguenza a quest'impostazione l'uso della bibliografia 
linguistica segue criteri pratici e selettivi, privilegiando nell'illustrazione, voce 
per voce, il riscontro o i riscontri dei vocabolari, glossari o studi lessicali che 
sembrano permettere un piìi utile e sintetico inquadramento in rapporto alla 
lingua calmiana e alla collocazione testuale. Piìi ampie discussioni ed eventuali 
parentesi etimologiche riguardano soltanto i casi particolarmente bisognosi di 
approfondimento, onde non appesantire ulteriormente la mole del libro. 

I rinvìi sono offerti col numero d'atto e paragrafo e con la sigla del lin- 
guaggio che spetta al personaggio che pronuncia la battuta (e che non 
va quindi confusa come riferimento all'area linguistica di provenienza della 
voce). Le attestazioni o le voci non contrassegnate da sigle indicano personaggi 
che parlano il toscano letterario. 

Non si è ritenuto necessario fornire un quadro riassuntivo delle princi- 
pali caratteristiche deformative che fondano i linguaggi del versante poliglotta 
della commedia, in considerazione degli eccellenti studi apparsi al proposito: 
si rinvia per un quadro di massima alle note dedicate ai singoli personaggi 
dall'ed. Lazzerini della Spagnolas; per ulteriori approfondimenti si vedano i 
saggi citati per il greghesco e lo schiavonesco neUa Bibliografia, per le caratte- 
rizzazioni del tedesco e del linguaggio della serva saracena si possono cfr. 
rispettivamente Cortelazzo '80 pp. 196-199 e Pellegrini, Arabismi p. 606 
(dov'è l'analisi degli elementi di tipizzazione dell'arabo della Zingana del Gian- 
carli). 

ab: ted. "da" 
11,24 

abito: "abitino della Madonna", "scapolare", "immagine sacra, racchiusa 
tra due piccoli pezzi di stoffa, portata appesa al collo come segno di devo- 
zione" (GDLI s.v. abito, 8 e abitino, 2) 
iv,74; IV ,75 

abontgolo: ven., come bonìgolo (peraltro attestato regolarmente nel Calmo), 
"ombelico"; per la forma cfr. REW 9044 e 9045 ("'tìmbtnciilus e Umbìricus), 
p. es. il friul. (l)umbrison, il piem. ambiirt, il rovign. ambuleigo, il nizz. 
amburigu, ecc. 

v,75 
accolgare: pav., "collocare", "coricare" (Boerio e Mussafia s.v. colegarse) 

11,128 
accopulire: "copulare" 

accopulirvi: 1,57 
acoma: gr. àxó[xa, "ancora", però solo nel senso di "non ancora" (Coutelle) 

1,3; 1,26 



228 Glossario 

affadào: ven., "fatato" 

1,47; affadài; ven., 11,86 
af fendi: gr. àcpévTY], voc. sing. di à9évTìr)i;, "signore" 

111,49 
agapi: gr. à.yó.m\, "amore" 

v,90 
agguatare: "acquattate" (Aquilecchia e Petrocchi s.v. aguattare) 

agguatato: 11,16 
agno: pav., "ogni" 

11,128 
agnomo: pav., "ogni uomo" (Rohlfs 11,500) 

111,41 
agnus-dei: ven., "piccolissimo involto o guancialino, con entro poca cera bene- 
detta, che portasi per divozione" (Boerio s.v. agnusdeo) 

",3 
aguanno: "quest'anno" (Mussafìa s.v. aguano e Rohlfs 111,927); cfr. il pav. 

anguagno in Spagnolas 111,10 

PR,6 
àiare: ven., "aria" 

1,48; àiere: ven., 111,52; àiare: pav., v,i25; àgiere: ven., iv,i8 
aiazzàr: "agghiacciare", "rabbrividire" 

aiazzào: ven., 1,46; aiazzé: pav., 11,12; aiazza: ven., 111,57 
aiutare da: "salvare", "difendere" (TB, 15). Cfr. anche Egloghe p. 68: «...ti 

condurrò (...) / da una santa maga (...) / la qual ti aiuterà d'ogni tuo 

incendio ...» 

aiutare da la sorte: PR, 7 
aiu torio: pav., "aiuto"; cfr. anche Rime: Epitaffi 11 v. 6 

1,77 

albuòl: ven. "abbeveratoio" (Boerio s.v. albòl e Prati s.v. àlbio) 
1,44; albuoli: id. 

alfabeto: ven., "registro alfabetico" 
iv,4i 

alismògnisa: gr. à'ki]a\j.6vr\ay.^ aor. ind. prima pers. sing. di àX7]o[Jiovtó, "ho di- 
menticato"; cfr. Spagnolas ¥,92 

also: ted. "così" 
11,24 

alzare i fianchi: "mangiare lautamente" (GDLI e soprattutto Aquilecchia e 
Petrocchi s.v. alzare il fianco); cfr. Aretino: Sei Giornate p. 49 r. 13; Corti- 
giana II 6,8 ecc. 
alzandoti bene i fianchi: 11,2^ 

amartelào: ven., da martello, "palpitazione di cuore dovuta a passione amo- 
rosa" (Aquilecchia s.v. martello); ma indica più propriamente il dolore 
fisico della passione in causa: cfr. Zorzi p. 1324 n. 71: "tormento d'amore, 
che travaglia chi ne è colpito, quasi martellandolo". Sull'origine del martello 
cfr. il cenno scherzoso del Calmo in Lettere 11,14 
amartelài d'amor: 111,52 

ambélia: gr. a[i,TréXta, "vigna" 

1,9 

an: gr. àv, "se" 

1,26 
andar de ficchetto: ven., "andar di filato" (Boerio s.v. andar) 

11,90 
andare: sost., "andamento", "svolgimento", "modo di procedere" 

andari: PR, 12 



Glossario 229 

andrena: pav., "luogo stretto tra mura", "vicolo" (Prati; Pellegrini p. 414; 
Cortelazzo pp. 15-17) 
V,8 

anechìn: ven., "fantoccio": secondo il Rossi in relazione al fran. mannequin, 
con dissimilazione di m-n in l-n e con successiva caduta di / (pensato come 
articolo); oltreché nelle Lettere (cfr. Glossario) il termine appare in Spa- 
gnolas 111,46 e nel Travaglia (e. 34V e e. 62v). Cfr. inoltre una discussione 
del Vidossi, che riassume praticamente quella del Rossi, in LN xiii p. 106 
e la n. della Lazzerini al passo della Spagnolas cit. 

iv,57 
angUo: greg. {—agùo, con epentesi caratterizzante di nasale) "chiodo" (Mus- 

safia s.v. gùo) 

angui: vjj (e cfr. n. al passo) 
anpò: pav., "ancora" (Boerio, con esplicito riferimento al Calmo); qui però 

non con funzione avversativa (cfr. Rohlfs 111,765) 

11,50 
antiveduto: "previsto" 

iv,5 
apàno: gr. àTràvto, "su", "sopra" 

V,I29 

appiccare l'uncino: "prendere carnalmente" (Petrocchi s.v. uncino); cfr. Areti- 
no, Cortigiana i 5,1. Nel Decameron è già attaccar l'uncino come "fottere" 
(iv 10,48) 
le appicca l'uncino: PR, io 

arcumhé: ven., "arcobaleno" ("arco che beve": «l'arcobaleno fu creduto un 
essere che si beve l'acqua, dopo un temporale »: Prati); l'uso traslato fa 
qui diretto riferimento all'idea dell'arco che "beve": darsi dell'arcobaleno 
equivale così a darsi del "credulone". 
11,87 

arfiadare: pav., "fiatare" 

IV,20 

arma: ven., "stemma gentilizio" 
l'arma da ca' Malipiero: 1,60 
armèr: ven., "armadio" 

144 
as: gr. &q, "che" 

1,10; 1,12; 1,14; 111,35; 111,62; v,95 

as tò nà pai ta logia: « expression sans doute formée à partir de ct' to 
va TiaT] et deva tuòcve xà \6yioi., et signifiant "suffit, assez parie"» (Coutelle 
s.v. pago) 

V,I29 

assetato: così assetato: "in questo assetto", "in quest'ordine" (GDLI) 
1,61 

astrenzer: "costringere" (così strastrenzi, berg., in 11,70) 
astrenzi: berg., 11,70; astringete: v,i48 

attraversarsi: "mettersi a traverso" (GDLI s.v. attraversare, 3) 
si attraversano intorno a chi: PR, 15 

aurato: ven., "detto dorato", "detto prezioso"; cfr. Travaglia e. 55r: senten- 
zia indorada. 
IV, 63 

avalìo: ven., "dirittamente" (Boerio); qui con il senso preciso di "uniforme- 
mente" 
1,46; 11,86 

bagatìn: ven., moneta del valore della dodicesima parte di un soldo veneto 
bagatini: 1,52 



230 Glossario 

baia: berg., "abbaiare" 

11,76 
baiochet: berg., diminutivo di baiocco, "moneta di scarso valore" e in senso 

figurato "uomo dappoco", "sciocco" (GDLI) 

11,84 
baiare, ven., "ballar!" (?) 

v,69 
band erare: tod., "portabandiera" 

V,24 

barbaro: ven., "cavallo barbero", "cavallo corridore, quello che si fa correre 

nella corsa dei barberi" (Boerio) 

1,58 ^ 
barbuzzàl: berg., "mento" 

barònzoli: greg., "pendaglio", "il lembo della camicia che sta fuori e pendente 
dall'apertura di mezzo delle brache a' fanciulletti di primo vestire" (Boe- 
rio): cfr. la n. al passo 

IV,82 

becdro: pav., "beccaio" 

V,I2I 

bil: ted. will, "voglio" 
11,24; 11.28 

biombé: ven., "uno strumento da sonare?" (Rossi), in relazione a Lettere 
p. 265 r. 41 ( = iv,6): « no ve biondizé tanto per no far i denti negri e 
concorrer con quei che sona de biombè ». Questo passo conferma l'ipotesi, 
visto che l'epiteto funziona in contraccambio a un sunhioto (cfr.). Proporrei 
un aggancio a biabò (cfr. p. es. il Cacasenno del Banchieri, che lo cita, tra 
gli altri strumenti, nel Gioco della musica stromentale: « bi ri bi, il mio, 
o tuo Biabò »); secondo il New Grove Dictionary "an alternative name for 
the scacciapensieri" (cfr. s.v. Giuseppina del biabò). Si spiegano così il rife- 
rimento alla rovina dei denti del passo delle Lettere e l'aggettivo incolào 
che segue il termine nel nostro passo, riferito (con doppio senso allusivo) 
al pezzo di metallo che produce il suono, incapace di vibrare e dunque 
"incollato". 
biombé incolào: IV,83 

bina de pan: ven., "piccia", "quattro o più pani di farina di frumento attaccati 
insieme per lato" (Boerio) 

IV,2I 

birzauc: ted. wirtshaus, "osteria" 

11,28 
boldò: berg., "sanguinaccio" 

11,72 
bolognino: moneta bolognese d'argento 

bolognini: 1,59; 1,60; 11,23; 111,19 
bonaman: pav., "mancia" 

v,i34 
bonsignore: pav., "monsignore" (Prati s.v. bonsignor e Bortolan s.v. bonse- 

gnore) 

1,64; bonsegnore: 1,71 
borsa bassana: ven., "ernia inguinale" (cfr. carniero, chiloso, crevào) 

"-79 
borun [barun?]: ted. ivarum, "perché" 

1,28 
bossol: berg., "bossolo", "vasetto" 

11,64 
bossoli e balotte: ven., designa l'elezione con votazione segreta alludendo 



Glossario 231 

all'urna e alle ballotte in essa raccolte per l'operazione 

1,46 
boia: "botta", "colpo" 

Wjyj, greg. (c£r. n. al passo) 

in una botta: ven., 111,81 
botar ga: ven., "bottarica", "uova di pesce salate e seccate al sole" (Boerio 

e cfr. Cortelazzo pp. 46-47) 

111,61 
bòzzolo: ven., "bussola", al masch. come nell'uso ant. (GDLI s.v. bùssolo) 

i>43 
braghetta: "parte anteriore dei calzoni maschili in cui si chiudevano gli organi 

genitali" (GDLI s.v. brachetta) 

111,86 

braghette: tod., ¥,24 
bragheto: ven., "braca", "mutande" (GDLI) 

v,i07 
braghiero: "fasciatura di cuoio o di ferro per sostenere gl'intestini e riparare 

le ernie" (Boerio), "sospensorio" (GDLI s.v. brachière) 

1,55; 11,36: pav.; braghièr: ven., 11,79 
'brianghezza: greg., "ubriachezza" 

v,49 

'briangazzo: greg., "ubriacone" 

1,12; 1,26 
brighente: ven., "compagno", "compare" (Boerio) 

brighentì: v,yS 
briseghello: cfr. n. al passo 

IV,2I 

bruo: ven. "brodo" 

bruo de erbette: iv,48 

come epiteto (con diminutivo): brueto: greg., 111,62; bruete: tod. 11,22 
bruolo: ven., "orto" 

111,91 
bufalo: in senso fig., "zotico" (di largo uso in Aretino) 

11,77, ven.; buffalo: greg., 111,31; ven., iv,63; Bufalàz: berg., 11,64 
buganza: ven., "gelone" (probabilmente da buca, a indicare l'ulceramento: Prati) 

iv,38 
bullasso: greg., "baiaselo", "pietra preziosa simile al rubino" (cfr. balasso 

e ballasi in Rime: Epitaffi 20 v. 4 e Pescatorie 1 v. 2) 

bullassi: v,iii 
buson-arco: schiav., "arcobuso" (deformato per inversione) 

111,4 
butarse alla zuffa: ven., "precipitarsi" 

me buto alla zuffa: 11,52 
bùzare: tod., come bùzara, "buggeratura" 

11,26 

buzo: pav., con il medesimo significato: 1,64 

cabezza: spagn. cabeza, "testa" 
11,117 

cacare bàcara: ven., espressione di carattere imitativo, prossima al tàcole 
bacole di Spagnolas 111,25; e cfr. Aretino, Sei Giornate, p. 80 rr. 132-133, 
chiacchi-bichiacchi, che l'Aquilecchia scheda come onomatopea sostantivata. 
cacare equivale a "chiacchiere" (cfr. ciàcare nel Prati s.v. ciacaràr), nel 
Prati è anche il verbo bacare, col medesimo senso; cfr. inoltre il bellunese 
ant. far baca, "motteggiare" (Pellegrini p. 211; REW 865a: bacchàre, 



232 Glossario 

"schiamazzare"), bàcara è qui sost. 

cachi la bernache: gr. xaxT] Aa(XTrp7] vócx'^l (?) /'che tu abbia la mala pasqua": 

si segue la proposta della Lazzerini {'-j-j pp. 74-77) 

1,26 

espressioni analoghe sono: sire cui malanno mala pasca (111,33); lassa 

andari cui malanno e mala pasca (111,56) 
cacòs: gr. xa>có(;, "cattivo" 

1,26 
cagadòr: berg., "cesso" 

11,49; cagaìiro: greg., 111,68 
caggarbla: greg., "dissenteria" (usato nelle esclamazioni) 

"47 

cagasangue: ven., id. 

1,49; iv,33; v,69 

cfr. anche mal driàn 
cala: gr. xaXà, neutro aw., "bene" 

iv,78; V,i54 
caldlìn: ven., "farfalla" 

111,81 
calcole: ven., "regoli del telaio che si alzano e si abbassano a vicenda con i 

piedi per aprire e serrare i fili dell'ordito" (Aquilecchia); cfr. anche Zorzi 

p. 1528 n. 52 

11,85 
calighe: tod., dal ven. caligo, "nebbia" 

IV,IOI 

calnònago: pav., "canonico" 

calnònaghi: 11,130 
calòs: gr. xaXòt;, "buono" 

1,26 
camo: gr.xà(ji<o < xà[i.vo), "io faccio" 

cà masti: greg., "cane mastino" (come epiteto: cfr. Coutelle) 

1,21; 111,31; v,77 

cane mastine: tod., v,24 

arrabbiato mastino: iv,53 
cane va: "cantina" 

1,27; 1,29, greg.; 11,44, berg.; iv,46, ven. 

cànova: 1,22 

càneve: tod., v,24; v, 131 
canne: tod. "gola" (GDLI, 21 e Boerio s.v. cana) 

11,20 

cana de l'organo comun: ven., "esofago" e "intestino": 111,2 
cànola: berg., "cannella della botte", "quel legno bucato a guisa di bocciuol 

di canna, per lo qual s'attigne il viso della botte" (Boerio) 

^ n,44 
cào: ven., "capo", "testa" 

iv,48 
capestraria: "scapestraggine" 

PR, 12 
cara, ven., "impietrito": il contesto richiede questo significato e pare suggerire 

una relazione con caranto, "tufo arenoso", ma più generalmente "grosso 

sasso", "scoglio" (così anche nel Magagnò: cfr. Prati) 

iv,63 
caràtei: berg., "caratteri", "lettere" 



Glossario 233 

11,73; caratai: berg., 11,66 

cardia: gr. xapStà, "cuore" 
v,90 

carezza da baron: pav., "careggiata da barone", ovvero "strada comoda e si- 
cura" (cfr. Zorzi p. 1333 n. 150 in riferimento a Betìa 11, w. 189-190: 
« Cancaro, te ve, / a' dighe, per carezà da baron »); per carezza, "strada" 
cfr. Bortolan 
11,12 

caritevola: berg., "caritatevole", "pia" 
1,82 

carniero: "foggia di tasca propria de' cacciatori, per riporvi la preda" (Boerio); 
l'uso è qui figurato (ma estraneo all'espressione cazare in lo carniero: cfr. 
Zorzi p. 1400 n. 47) e procede dall'identificazione con "borsa" (cfr. del 
resto borsa bassana) dello scroto del vecchio ernioso. 
il carniero fino alle ginocchia: 1,61 

carobèria: berg., come carobèra, "luogo selvatico, sterile e remoto", "catapec- 
chia" (Prati s.v. carobara); per l'etimologia cfr. FEW s.v. quadrùvium 
caroberie: 11,69 

carolatissimo: ven., "tarlatissimo" (cfr. carolo nel Boerio); il termine è però 
ottenuto da Cornelio come maldestro superlativo enfatico di caro 
11,63 

cartaroli: greg., per cartaruli di Spagnolas v,i la Lazzerini pensa a una defor- 
mazione di quarti; il termine va senz'altro riferito, come appunto "squar- 
tature", all'uso greghesco di scartar, "squartare" (testimoniato abbondante- 
mente, oltreché da Calmo, dal Molino); non è escluso che nel conio di 
questo termine (che serve esclusivamente alle minacce di sminuzzamento del 
corpo dell'avversario) giochi anche quartarol (cfr.), sottomisura di quarta, 
te tagierave la vostre panza in gincanda-catordesi cartaroli: 111,33 

cartaruòl: greg., come il ven. caratelo, "botticella" 
V,III 

cartella: greg., come il ven. cortelo, "coltello" 

111,33; iv,ioi: tod. 
cascia: berg., "casa" (in senso astrologico) 

V,i07 
caso: "formaggio" 

1,19; 1,22 
'casòn: pav., "occasione" 

11,58 
càtergos tò diavule: esclamazione di dispetto formata da "galera" (gr. 

xàxspya) e da "al diavolo" (Coutelle s.v. caterga) 

111,53; iv,84 
cavallo: come eufemismo sessuale (per l'uso in Aretino cfr. Aquilecchia) 

metter un cavai in covo: ven,. 1,56 (e cfr. covo) 

pialla dal cavallo: ven., "appiattita dal fottimento", iv,50 

e' sarò pur a cavallo: ven., con doppio senso osceno, 111,95 

cavalcar ste montagne cupidinesche: ven., id., iv,85 

da distinguere cavallo: "punizione corporale" 

cavalli con le stringhe: ven., iv,52 
cavichelari: greg., "cavicchiolai" (da cavicchio) 

1,5 

cazzar carotte: pav., "raccontare frottole", ma con evidente sovrimpressione 

oscena (come in Aretino e Ruzante) 

se ve cazzo me carotte: 11,32 
cazùli: gr. xaraoùXi, "gattino" 

IV,34 



234 Glossario 

cazzér: "cadere" 

cazzér in vanagloria: ven., 1,52 

che me caza le suole dei zoccoli: ven., 1,60 

che e' cazza in colmissa: schiav., 111,24: cfr. n. al passo 

mi canzero: greg., v,84 
geli brio: pav., "cervello", "ingegno" (Prati s.v. celibrio) 

centura: la cintura con i "passetti d'oro" (nominata spesso dal Calmo, special- 
mente nelle Lettere), che è tra gli oggetti che caratterizzano la vestizione 
del laureato (cfr. p. es. Rime: Sonetti 2 vv. 12-13: «Altro ghe vuol ca 
venture e parole / a farsi tegnir savi in veritàe . . . ») 
il nuovo medico, senza studio o centura: v,2i 

gerendègolo: ven., "frombola", "fionda" (Boerio); l'uso metaforico pare posse- 
dere senso osceno, rinviando alla chila del vecchio (cfr. chiloso) 
v,65 

(erolòico: greg., "cerusico": la deformazione conduce probabilmente a un'in- 
tersezione tra geroico (che è nelle Lettere: cfr. Glossario) e làico "logico" 
gerolòichi, 1,5 

gesendelo: ven., "lampada" (Boerio s.v. cisendelo e Prati s.v. zesendelo) 
11,90 

chialò: pav., "qui" 
v,3; V,i23 

aw. di identico significato nel pav.: chilo: iijy, chive: v,y, v,i2; chinze: 
v,8; chivelò: w,y, chialodena: \,y, chieve: v,i25 
chila: greg., "qui" ma con doppio senso (cfr. chiloso): v,i45 

chié: identifica in un'unica forma l'it. che ed il gr. xat (cfr. Lazzerini '-jy pp. 
61-62) passim 

chigà: berg., "cacare" 
11,49 

chilia: gr. yj.'kvx., "mille" 
1,4; V,III 

chiloso: da chila, "ernia scrotale" (Salvioni in AGI xvi p. 294 e cfr. Zorzi 
p. 1305 n. 198 e p. 1392 n. 112); in Cortelazzo (pp. 6^-66) cfr. la testimo- 
nianza del Citolini (1561): " . . .i testicoli, . . . la borsa loro è la chilia, che 
in essa discende ..." 
chilosi: pav., 1,64 
deschilò: pav., 11,36 
deschilào: ven. (in senso metaforico), 1,48 

chirà: gr. xupdc, "signora" (si segue la proposta del Coutelle anziché quella 
del Sala: X'^P*- "vedova") 
v,77; v,88 

Ghiri eleis: gr. Kijpie eXsTjcrov, "Signore pietà" 
v,8o 

cima: "parte migliore" (TB, 13-15) 
PR, 18 

ginquedéa: ven., fuori strada la spiegazione del Rossi: « Il Boerio spiega 
questa parola come voce di gergo per guanciata; presso il Calmo pare signi- 
fichi un utensile da pesca »; per i due passi delle Lettere (cfr. i rinvìi al 
luogo ora cit.) e soprattutto per Rime: Stanze 17 v. 7 questo significato è 
implausibile, dove è chiarissimo trattarsi di un "pugnale a lama larga" 
(cfr. Ruzante, Anconitana v,5 e Zorzi p. 1480 n. dG; DEI s.v. cinquadea) 

v,75 
gir a fa: ven., "giraffa" 

1,56 
gitronato: ven. "limone" (Sella, es. del 1313) 
111,54 



Glossano 235 

clefti: gr.xXéqpTT)!;, "ladro" 

1,26; 1,29 

cleftes: nom. plur. xXé9Te(;: 1,12 
codogno: ven., "mela cotogna" 

codogni: v,8^ 

codognato: ven., iv,3i 
colera: ven., il senso di "collera" risulta qui quello particolare di "ardenza", 

"improvvisa accensione" (Boerio) 

1,48 
collotorto: "dicesi per ipocrlto, falso divoto" (Boerio s.v. colostorto) 

iv,76 
colmo: ven., "cima", "comignolo" (Prati); tirar in colmo "edificare comple- 
tamente" (id.) 

1,49 
colmissa: schiav., 111,24: cfr. n. al passo 
comer: ted. kommen, "venire" 

IV,IOI 

commercio (tener il): "compagnia", "il conversare, o il comunicare con alcu- 
no" (TB,4) 

111,82 
compie ssionào: ven., da complession, "stato del corpo" (Boerio) 

ben complessionào: "di buona costituzione": 1,44 
comun: ven., "comunità" 

V,i5i 
condizion: "stato", "stato familiare o civile o professionale, posizione sociale 

di una persona; grado occupato in una scala gerarchica, strato, livello 

sociale" (GDLI, io) 

condizion servili: v,i 
conduttor: ven., "condottiero" 

in,73 
congregazione: "compagnia" 

PR,6 
conio: ven., "coniglio" 

consobrin: ven., "voce dal lat. consobrinus che significa cugino, usata scher- 
zevolmente dal nostro Andrea Calmo in molti luoghi delle sue lettere per 
modo d'amicizia" (Boerio) 

constituto: come constituito e costituito, "che si trova in una data situazione, 

in uno stato determinato" (GDLI, 4) 

IV,6 
consulta: "riunione", "conciliabolo" (Petrocchi), "discussione", "delibera- 
zione" (GDLI, 2) 

consulte: PR, 19 
contado: prob. come equivalente gergale di contante: cfr. Negro, La Pace 

(e. 23V), dove si spiega che niente procura più facilmente le donne del 

contado; cfr. inoltre Bortolan: contado, "contato" 

in contadi: "in contanti": PR, 18 
controversàr: ven., "fare controversia" (in senso dialettico) 

lii,i 
cordele-aghi: ven., "venditore di aghi e fettuccia" (cordela = "fettuccia") 

cornolàr: ven., "corniolo", con allusione a corna 

iv,43 . 
cornucopia [toccar con): ven., "mettere le corna" 
1,48 



236 Glossario 

corona: cfr. n. al passo 

11,6 
corazzar: ven., "corrucciare", "scorrucciare" 

1,69 

corozzàt: berg., 1,80; corozzadi: berg., 11,80; curuzzari: greg., 111,62 

scoruzzate: tod., V,i20 
corso: ven., "corsa" 

corrizuola: ven., "crogiuolo", "pentola" (cfr. Prati s.v. corezolo, che registra 
un ven. coresiòl); col z«ogo ^e//tf corrizuola è probabile sia da identificarsi 
"il gioco della pentola" (cui è dedicato un quadro di Pietro Longhi e ben 
visibile del resto in "Giochi di bambini" di Pieter Bruegel il vecchio): 
un giocatore bendato (in Bruegel col cappello calcato sugli occhi) deve 
colpire con un bastone una piccola pentola 
111,81 

corte sana: nel senso di "cortese" 
1,90 berg.; iv,3i: ven. 

costumare: pav., "insegnare" (usato transitivamente: cfr. GDLI, 5) 
a' te vuò costumare: 111,45 

covertor: ven., "coperta" 

covertori de morti, drappi che coprono la bara: 11,86 

covelle: "nulla", "alcunché" (Rossi s.v. covele e Rohlfs 11,502); qui come 
zeppa che rinvia all'imitazione della parlata toscana da parte di Cornelio 
iv,90 

covo: ven., "covo", "tana": eufemismo per l'organo sessuale femminile 
1,56 

crapazion: ven., "intelligenza" (da crapa, "testa"), impiegato come sost. m. 

creatura desperdù: pav., "creatura perduta", "aborto" 

creature desperdù: 11,2 
crepar: tod., "scoppiare" (Boerio e GDLI, 4) 

le mie panze vuol crepar: iv,ioi 
crevào: ven., "ernioso", secondo l'uso ant. di crepato; es. nel GDLI: « mette- 

vasi le man sotto, e andava largo com'uno crepato » (Sacchetti); « per essere 

crepato, non poteva cavalcare» (Varchi). Cfr. le voci chiloso, carniera, borsa 

bassana ecc., relative alla medesima magagna di Cornelio 

1,48 
erano: gr. xP'^vo? "anno" 

111,60 
crusà: gr. XP"^*^» "d'oro" 

V,III 

cùa: greg., "coda", con allusione oscena [coda designa l'organo sessuale maschi- 
le in Boccaccio e Aretino) 

iv,82 
cuchin: fran., "furfante" 

II, in 
cugnie: gr. xavetc;, "nessuno" 

l>3 
cusezza: il contesto sembra condurre a ipotizzare una deformazione greg. 

di questo tipo: consar ) consezza ) cusezza (cfr. del resto consegia ) cu- 

segio) 

111,62 
cundt: gr. xovxà, "vicino", "accanto" 

1,29 



Glossario 237 

dà: ted. da, "là" 

V,24 

dalmante: gr., "diamante" 

dalmanti: v,iii 
</tfr ^J bevete: pav., modo figurato per "far onore", in senso ironico (Zorzi 

p. 1411 n. 94) 

darve da b evere: 11,4 
dar dì becco: non come "chiacchierare" (attestato da alcuni dizionari) ma 

"mettere il becco": cfr. Travaglia e. i5r: « si '1 gra Aristotil gnà Piatto e 

Seneca aves dat dol bech in doi curi amorosi, podiva be di' la filosofia 

in vanum laboraverunt » 

dan di becco: PR, 11 
daspùo: ven., "dopo che" 

1,43; iv,38; v,iio 
de: gr. Sé, "e" 

1,1 
den: gr. Sév, "non" 

1,4; 1,26 

de: gr. Sé < Sév:i,3 
des: berg., "dieci" 

",54 
desfidare: nell'uso ant., "perdersi d'animo", "sfiduciarsi" (lat. med. desfidàre: 

GDLI) 

1,31 
desiane gào: ven., "sgraziato", "scomposto" (poco soddisfacente deslanegarse, 

"rilassarsi" proposto dal Rossi, giacché il Boerio - cfr. anche s.v. slanegà - 

contempla altri significati più plausibili); cfr. Rime: Son. Comtn., p. 91 

rr. 17-18 e p. 102 r. 9; Stame 23 v. 7. 

desiane gàe: "7,69 
desmembrar: ven., "separare", "dividere" (TB) 

11,85 
despareno: gr. SiaaTrapiévo, "omologo di scartào" ("squartato"): «il composto 

bilingue avea (...) Siaa7ra|jiévo viene avvertito in tutto conforme al piuc- 

chepperfetto greco zljpi. Stacj7rajj.évo» (Lazzerini '77 p. 65) 

M 

despenàr: ven., "depennare", "cancellare" 
despenarò la parità: iv,6i 

despetolàr: ven., "levare di torno" 
despetolào: iv,87 

despontào: ven., "spuntato"; col medesimo gioco eufemistico viene battez- 
zato il vecchio protagonista della Pozione 
ser fuso despontào: y,8j (e cfr. fuso) 

desquadernào: ven., "squadernato", nel senso del nostro squinternato 
1,58 

diavole: gr. St(£[BoXe, "diavolo" 
14 

disé: ven., "dovete": cfr. Spagnolas 1,14 (« Vu disé andar a quale, an? ») e 
v,i20 (« zo che disea essere»): la Lazzerini segnala in n. anche il presente 
passo e spiega il doppio significato del verbo "dovere "/"dire" rifacendosi 
a un'annotazione del Salvioni relativa al Cavassico (11 p. 340), in base all'e- 
stendersi del tipo dicebam e *facebam a stabam ecc. 
v,6i 

dissensione: "dissenso", "dissapore" 
dissensioni: v,8i 

'dò: cfr. eia 



238 Glossario 

do': ted. doch, "certamente" 

11,24 
dòcsa sì ò Theòs: gr. Só;a ctol ó 0£Ó;, "Dio sia lodato" 

1,1 
doìsa: pav., "divisa", "foggia" (Pellegrini pp. 458-459) 
dolse: 11,2 

calze alla divisa: "calze a fascie variopinte" (Salvioni in AGI xvi p. 299; 
Pellegrini p. 459) 

V,I27 

doloruso: greg., "cattivo" 

1,29; dolorusi: greg., 1,9 
domine: eufemismo parodico come esclamazione (Aquilecchia) 

PR,26 
doppia: "duplice inganno" (GDLI) 

v,89 
dolorante: ven., dal v. dolorar: voler dolorar, "fare il saccente" (Boerio) 

dolloressa: "al femm. dispreg. per dottore dappoco" (Petrocchi) 

dottoresse: PR, 19 
drizzare: "indirizzare" (GDLI, 9) 

drizzare: PR, 13; mi sé drizzào: greg. 1,10 

cfr. inoltre indrizzami, "indirizzami": iv,8 
Jùnio (far el): ven., "donneare" (Mussafia s.v. duniàr) 

iv,59 
durelo: "ventricolo carnoso de' poUi uccelli e simili" (Boerio) 

armar dureli di adulazione: cfr. sempre nel Boerio l'espressione aver bon 
durelo (con qualcuno), "aver buon sangue": 111,44 

effigie: ven., "impressione", "pensiero" (GDLI, 3) 

147 
eftà: gr. è^xà, "sette" 

111,60 
cima: gr. eljxat, "io sono" 

1,26 
èia: gr. ^Xa, aor. imp. seconda pers. sing. di é'p)(o[i.at, "vieni" 

1,7; 1,26 

elandò ('dò: gr. Sa)<;È8(ó, "qui"): 1,9; élla 'dò: v,88; èia 'dò: V,i36 
ellagni: cfr. n. al passo 

IV,28 

ene: gr. 2vai =elvai, pres. ind. terza pers. sing.; sempre con as (gr. à*;): l'im- 
perativo manca e si usa in suo luogo il pres. ind.: cfr. Pontani p. loi: 
1,10; 1,12; 1,14; 111,62 

erbèr: berg., "stregone" (colui che prepara gli intrugli); cfr. Sella s.v. herbària, 
"fattucchiera" (testimonianza cinquecentesca); Zorzi p. 1529 n. 59 
erberi: 11,72 

fanculigni: greg., intersezione di fantolini e culo 

iri,6o 
fantagina: ven., "militare" (cfr. Pellegrini p. 422: fantacin, "soldato") 

fan tapina arma: iv,94 
fantia: ven., "ragazzata" 

fantie: 111,79 
far copia (di sé): berg., oltre al senso di "offrirsi", "prodigarsi", il GDLI 

registra anche quello di "congiungersi carnalmente", adatto a questo passo; 

è tuttavia possibile che il gioco tra i due significati risulti già calcolato 



Glossario 239 

fare un po' copia de vu: 11,84 
far de fiera: pav., come far mercào, "mercacteggiare", "far affari" (cfr. 11,11) 

11,12 
f assetto: pav., "piccolo fascio" "mazzetto" 

1,91 
favetta: "dicesi a fave sbucciate, delle quali disfatte e impastate con acqua 

si fa una minestra dello stesso nome" (Boerio s.v. favela) 

1,54, ven.; favela: 1,63 
fazzion: ven., "fazione (militare)" 

soldati di fazzione: "soldati di condizione" (GDLI, 14 s.v. fazione) 
111,71 

fazzuoli: greg., "fazzoletto" (dal ven. fazzuòl) 
111,31 

ferali (occhi): ven., "occhi (come) fanali", con salto della comparazione (cfr. 
Rime: Stanze i v. i: «Quei occhi che somegia un gran feral »); l'opposi- 
zione riguarda gli occhi mentali nominati di seguito 
iv,8i 

festa: greg., "incidente", "contrattempo", "imprevisto" (GDLI, 15); cfr. Tra- 
vaglia: « Oh gran diavulo, che bella festa » (e. /ór); « starai a veder 
festa » (e. 82r); l'espressione bella festa torna in contesti ove si manifesta 
un caso nuovo e imprevisto 
bela festa: v,68 

festuca: "filo di paglia", in senso fig. "sciocchezza", "inezia" 
festuche: 1,55 

fiapo: ven., "vizzo", "si dice delle cose che hanno perduto la loro sodezza 
e durezza" (Boerio) 
111,93; fiappo: ven., iv,52 

fier: ted. vieh, "bestia" (Lazzerini '77 p. 79) 

filastuoria: pav., "filastrocca" 

11,10 
filosomia: greg., come storpiatura di filosofia; fisofolo per filosofo è già nel 

Decameron (11 9,18; vi 6,6) 

i>4 

fiorare: "fiorire" 
fiorano: PR, 22 

fisfacano: cfr. n. al passo 
1,62 

folo: ven., "mantice" 

l'anima d'i foli: "pezzetto di pelle, che forma nel soffietto una specie di 
turacciolo per ricever l'aria" (Boerio); qui, in fig., procedendo dall'identi- 
ficazione "mantice "/"polmone", vale "il respiro", "la vita". 

iv,43 
forlàn: ven., "merdoso" 

onguento forlàn: "merda"; così chiam.ata alcune volte nelle Lettere: p. es. 

cfr. p. 14 r. 12 (= 1,4), dove una lista di oggetti surreali e repellenti com- 
prende « un barileto de salsa furlana » 

in,6i 

garbellaìcre furlane: id. (e cfr. garbellaùra) 

11,38 
fornire: "finire" 

han fornito: PR, 23; la fornisco: PR, 27; fornirò: berg., 1,88; l'è fornì: 

pav., v,i^6 
fra: ven., "fratello" 

11,61; IV,I00 



240 Glossario 

frar: ven., iv,92 
fracàr: ven., "calcare" 

fracarò: 11,3 
franetico: "farnetico" (attestato in questa forma dal GDLI) 

PR,i7 
frangicà: gr. 9paY>tixà, "lingua franca" (cfr. Cortelazzo pp. 92-93) 

frappa: « Quando alcuno in favellare dice cose grandi, impossibili o non ve- 
rosimili, e insomma quelle cose che si chiamano non bugiuzze o bugie, 
ma bugioni (...), se lo fa artamente per ingannare e giuntare, o per parer 
bravo, si dice frappare » (Varchi, cit. in Aquilecchia '76 PP- 163-164) 
frappa: ven., "frappino" (pres. cong. terza pers. pi.) 
iv,27 

frappe: ven., v,!^! 
frappalone: PR, 12 

frastragliato: come frastagliato, "imbrogliato" (GDLI, 5) 
frastragliati: PR, 15 

fré: genov., "fratello" 
iv,92 

fregola: ven., "briciola" 
fregole: 11,86 

fruàr: ven., "consumare" 
tanta qera che 7 frua: 1,46 
e' fruo t zoccoli: 11,86 

frustare: "logorare" 
frustano: PR, 20 

fumendi: greg., dal ven. fumenti, "suffumigi" 
1,6 

fuogo de santo Antonio: "serpigine", "macchia o infiammazione della pelle 
che va serpeggiando" (Boerio); "herpes zoster" 
111,10: schiav.; iii,ii; 111,12: schiav.; 111,13 

fuogo zambà: berg., per l'etimologia cfr. Pellegrini, Arabismi pp. 569-574: 
dall'arabo zabàniya, "angeli che gettano nel fuoco i dannati" e il significato 
"fuoco dell'inferno". In Cavassico e Ruzante (cfr. le annotazioni del Salvioni, 
II p. 289, e dello Zorzi, p. 1328 n. 106) il termine pare essere passato 
a designare una malattia (cfr. il precedente fuogo de santo Antonio). « Fuo- 
co di san Bano », in forma banalizzata e usato come esclamazione, è in 
Aretino, Sei Giornate p. 338 r. 22; fuogo zamban, ancora in uso esclama- 
tivo e tra altri nomi di malattie, è nelle Lettere del Calmo, p. 167 r. 23. 
Così ancora nella Pace del Negro, dov'è un fugh zambàgiu in bocca al 
bergamasco Tabarin (e. 47r). Il termine ha anche in questo caso valore 
esclamativo. 

"'74 . , V «, 

furegarse: ven., "cacciarsi", "introdursi" (cfr. Boerio s.v. furegar: furegarse, 

dicesi ancora per cacciarsi, entrar per forza") 

furegarme: iii,i 
furegotto: ven., "paura ma breve, che cagiona battimento di cuore" (Boerio), 

qui come agg.; cfr. la segnalazione deWapax nella nota a Spagnolas 1,8 

della Lazzerini 

111,79 
fusetto: ven., "pugnale", "stiletto" (GDLI) 

fusetti: IV, ^j 
fuso: ven., come metafora sessuale; cfr. il medesimo impiego in Rime: Madri- 
gali 18 V. 5: « fassemo al mio fuseto un dolge spigolo »; cfr. inoltre Aretino, 

Sei Giornate p. 65 r. 22 e p. 97 r. 27 

V,87 



Glossario 



241 



gagaspés: berg., "cacaspesso" 

11,72 
gagiofa: schiav., "saccoccia", "tasca" (da gaglioffo, "guidone", "mendicante": 

cfr. Prati s.v. gagiòla) 

111,28 
gaidaròpulo: gr. y^^SoupÓTrouXo, "somaro" 

1,26 
galozzante: ven., "zoccolante" {galozze dal fran. galoche, "zoccolo" cfr. Boerio) 

frati galozzanti: "frati zoccolanti" ( = minori osservanti) 

1,47 
gambaruola: greg., "sgambetto", usato nel senso fìg. di "gherminella" (cfr. 

Lazzerini '-j-j p. 3^ n. 3) 

111,48 
gambarello: ven., "gamberetto" 

111,54 
gambelo: "cammello" (Mussafia s.v. gambello) 

11,84: berg.; gambello: greg., fig. "stupido": 111,31 
garbellaiira: ven., "impurità setacciata nel vaglio del grano" (GDLI s.v. 

garbellatura); con l'agg. furlana (cfr. forlàn), in metafora, "merda" 

garbellatire furlane: 11,38 
garbinella: ven., "gherminella", "baratteria" (Boerio s.v. garbinela) 

garbinelle: v,99 
gorgata: milan., "gorgozzule" 

11,113 
gargiona: "ragazza" 

gargione: ivjó 
garza: greg., egretta alba ("sgarza") o egretta garzetta ("sgarzetta"), la seconda 

detta in ven. sgarzeta o garzeta (Giglioli pp. 278-279, nn. 270-271) 

IV,28 

gatìo: greg., come incatigio, "raggiro" (cfr. Pellegrini p. 425; REW 1770 
cattus); il ver. ingatiàr, "intricare", "confondere", "mettere in disordine", 
"imbarazzare", "imbrogliare" è illustrato dal Mussafia s.v. ingatiàr e dal 
Prati s.v. incatigiàr 

V,72 

gatto: ven., in senso fig. "persona astuta, sorniona, dissimulatrice, maligna e 
perversa (o anche avida e rapace)" (GDLI, 4), qui piìi esattamente "ladro" 
gatti: 1,60 

gatorum de femene: ven., ripetizione di "femmine" secondo l'espressione 
andar in gattesco, "andare a donne", come ricorda il Fagiuoli, dal gatto 
«... s'è gentilmente appreso / che l'andare in gattesco sia in effetto / quel 
che da noi 'far l'amore' è inteso ...» (cit. dal TB s.v. andare in gattesco); 
l'espressione compare anche nel Saltuzza: cfr. Pellegrini p. 465 
iv,63 

gavinello, "persona sciocca", "bricconcello" (GDLI, 2) 
111,60: greg.; gavinelli: ven., 111,91 

gaziola: ven., "piccola gazza" 

",3 
geben: ted., "dare" 

11,24 
ghengo de lengua: ven., "abile di favella"; cfr. Prati s.v. ghenga: parlar con 

zerto ghenghezzo, "parlare scilinguato come per vezzo" 

111,95 
giandussa: pav., "peste" (Boerio: "piccola ghianda" e cfr. Prati) 

n,2 
giavarina: ven., "giavellotto" (con punta corta, e asta lunga circa un metro: 

GDLI) 



242 Glossario 

giavarine: 111,85 
gieros: gr. yipoc,, "vecchio" 

111,60 
gineca: gr. y'-''^°'^^°'> solo nel senso di "moglie" 

1,9; v,88; V,90 
giornea: "corta sopravveste militare", e in locuz. affibbiarsi la giornea, 

"atteggiarsi a sapiente, a esperto, a giudice in una determinata materia, 

che per lo più s'ignora; presumere di sé, darsi arie" (GDLI). Cfr. Aretino, 

Marescalco v 3,4: « Ei s'ha affibbiato la giornea » 

la giornea che ti sei affibbiato: PR, 26 

zornea inzuppa: ven., "giornea foggiata a giubba" 

111,85 
giuntigello: greg., "imbroglioncello" (cfr. giunteria, "imbroglio") 

giuntrongello: greg., prossimo al precedente, ma probabilmente in relazione 

con gioto, "briccone", "mascalzone" (cfr. Pellegrini p. 461) 

giutrongelli: ¥,152 

zutunzello: greg., id.: 111,48 
gliem: ted. gehen, "andare" (Cortelazzo '80 p. 197) 

11,28 
gli gora: gr. yXi^Yopa., "presto" 

1,3; 1,26; 1,29; v,97; V,i36 
gnello: greg., probabilmente def. di niello, "lastra o superficie dì metallo 

pregiato (argento, oro) disegnata a tratteggio con lo stilo e incisa con un 

bulino" (GDLI); alternativamente si può pensare a una def. di anello 

V,III 

gnorisi: secondo il Coutelle pres. ind. di Y^wp^t^w (la cui terza pers. sing. è 
yvcùpi^et) de me ognorise è in Spagnolas v,i e v,92 (yvcoptoe, aoristo ind. 
terza pers. sing., "egli conosce") 

gogòmharo: pav., "coglione"; una schedatura dei passi 'del Saltuzza e del 

Travaglia in cui compare cogòmbaro a cogiòmbaro è in Pellegrini p. 453 

gogòmbari: 11,36 
graffar: berg., "sgraffignare" 

la graffa i personi: 1,82 
granduvio: berg., forse come grandugo, "gufo reale" e in senso fìg. "sciocco" 

(Prati s.v. dugo); il termine è riferito alla Spagna; giocando sulla somi- 
glianza con granduca? 

11,71 
griacchiare: "gracchiare" 

griacchiano: PR,ii 
gricàs: gr. ypixa?, pres. ind. seconda pers. sing. di ypiy.cù, "tu capisci" 

1,4; 1,12; 1,29; 111,55; iv,8o 
grifanìa: ven., da grifo, "grifone" (cfr. es. come gagliardo ) gagliardta), come 

emblema araldico (cfr. GDLI), col significato di "nobiltà" (cfr. anzi il 

ted. graf, "conte"); alternativamente (ma con minore probabilità) si può 

pensare al grifone come mitico custode dell'oro sui monti, rinviando ad altre, 

prossime, sgangherate citazioni dotte del vecchio 

II, I 
grizzolo: "capriccio" 

la voglia de' miei grizzoli: "desiderio sessuale": PR, 14 
grosso: ven., "grande quantità" 

n,7 

come "pesante": pasto grosso: ven., 111,69; fiào grosso: ven., 111,91 

Grosolàz: berg., "grosso d'ingegno" 

11,64 



Glossario 243 

grati: berg., il termine è di difficile interpretazione, visto il contesto: i grati 
del ser Castale t, che sta i muneghi in Rialto; si allude qui senza dubbio 
al Castelletto di Rialto, dove risiedevano però non monache ma puttane, 
risulta evidente il capovolgimento giocoso. Per grati si propone dunque 
una soluzione conforme ad altri esempi del testo, dove il tema della sifilide 
è accennato tramite allusioni a corone e pelaiuale (cfr. queste voci): il 
ven. ha gratolo, "persona di debole costituzione" (Boerio) da cui si può 
partire. Il Pellegrini ha studiato « l'ampia famiglia di voci it. sett. che fa 
capo a gròt » (cfr. pp. 189-192, proponendo un etimo corrùptus), all'interno 
di questa proporrei il riferimento a un tragitto secondario, da grato come 
"pulcino implume" in Ruzante (p. 190) al cremonese crott, "spelato", al 
ferrarese gratt di identico significato (p. 191). Vedrei dunque in questi 
grati i frequentatori del Castelletto, afflitti dalla magagna su cui si insiste 
nei passi indicati. 
11,72 

guastarsi: "innamorarsi"; d'uso aretinesco: cfr. Cortigiana ili 3,3; Sei Giornate 
p. 72 r. 19 
si guasta di Felicita: PR, io 

guot: ted. gut, "buono" 

IV,IOI 

habuit (?): per haben? 

cfr. Nata al testa; Todesco 11,22 
hic: ted. ich, "io" 

11,22; 11,24; 11)28 

ì: gr. -J^fToi), "o" (Brighenti) 

1,26 
tesero: gr. rj^épco. pres. ind. prima pers. sing. "io so" 

14 

icseris: yj^épet*;, pres. ind. seconda pers. sing.: 1,26 
imbardato: "fornito di bardatura" 

imbardato di tigna: 1,61 
imberlado: berg., riferito a persona: cfr. Boerio, omo sberla (s.v. sberla): 

"dilombato", "storpio" 

imberladi: 11,72 
imbertonàr: "innamorare" (da bertone: cfr. GDLI) 

far imbertonàr: ven., 111,95; iv,i5 

si imbertonana: PR, io 
immazucào: cfr. mazuca 
importartse: pav., "importante"; un altro es. calmiano di suffisso in -ise è nel 

Saltuzza (treparìse): cfr. Pellegrini p. 457 

1,87 
incanto: ven., "asta", "pubblica maniera di vendere o comprare che che sia" 

(Boerio) 

feme vender all'incanto: v,i5i 
inchtn: pav., "fino" (Mussafia) 

1,34; 1,89; 11,58; v,4i; v,i25 
ingibegà: ven., da cibega, zibega, "stupido", "sciocco" (Pellegrini p. 419 e 

Zorzi p. 1324 n. 70) 

iv,87 
incorporar: ven., "impastare" 

incorporando: 1,46; incorporasse: 11,63 
incorserse: ven., "accorgersi" 

no me incorsa: 11,79 



244 Glossario 

infià: ven., "enfiato", "gonfio" 

111,2 

infregare la lengua: pav., "fregare la lingua" cioè "muovere la lingua" 

11,128 
ingranzto: "irrancidito" (Boerio s.v. granzto) 

1,64 
ingroppar le buèlle: ven., "commuovere"; cfr. nelle Rime: Capitoli i v. 6 

l'analogo « bonigolo ingropào » 

ingroppào le buelle: y,j^ 
insaldo: cfr. n. al passo 

IV,92 

insembre: pav., "insieme" 

1,32 
intestare: "mettere in testa", "imparare" 

PR, 13 
intrameggiare: "mettere in mezzo" 

che si vadi intrame ggiando: IV4 

e cfr. meggiana, "mezzana": v,73 
intravegnìr: "accadere", "addivenire", "capitare" (Pellegrini p. 426) 

intravegntto, ven.: 11,79; 11,86; 11,94. intravenisse: v,89. intravegniva: 

ven., v,io7 
intrigar i denti: ven., "far battere i denti", "impaurire" 

inturbàr: ven., "turbare", "arrabbiare" 

11,9 
involtura: ven., "involto" 

involture: 1,45 
inzeppar: pav., "azzoppare" 

no ve inzoppa: v,45 
inzuppa: cfr. s.v. giornea, zornea inzuppa 
io: ted. ja, "si" 

11,26; V,24 
iozolàr: ven., "gocciolare" 

iòzola: 146 
ipò: gr. ELTròi, cong. pres. prima pers. sing. di Xéyo, "che io dica" 

1,1; 'pò (forma sincopata cfr. Fontani p. iij): 1,4 
ir: ted. ihr, "suo" 

11,26 
irte: gr. ■^p~e, aor. ind. terza pers. sing. di Ìpxo\J.Oii, "io sono venuto" 

1,1 
isroegiàr: pav., "imbrogliare", "aggrovigliare" (Pellegrini p. 464) 

che an' ella non la isroegiasse: v,29 
isse: gr. elcrai, pres. ind. seconda pers. sing. di £Ì[j.a'., "tu sei" 

1,7 

lai: ven., "lato", "fianco" 

1,58; iv,87 
laoriero: pav., "lavoro", come eufemismo sessuale 

1,87 

lavoriero: id., in senso non allusivo: 11,53 
largare: "largheggiare" 

ha largato meco: 1,63 
lasagna: ven., "dicesi nel sign. di ciancia o fola, cioè chiacchiere lontane dal 

vero" (Boerio) 

la baldezza sgionja de lasagne: iv,48 
latòn: ven., "ottone", "metallo composto di rame purissimo, mescolato colla 



Glossario 245 

zelamina" (Boerio) 

111,8^ 
lavezzo: ven., "laveggio", "vaso di pietra viva fatto al tornio, per cuocervi 

entro le vivande in cambio di pentola" (Boerio) 

iv,48 

barretta in lavezzetto: ven., "berretta a forma di laveggio" 

11,130 
lécheme: tod., "lasciami" (da lagame) 

11,16 
leis: gr. TÀzic,, pres. ind. seconda pers. sing. di Xéyco, "tu dici", usato però 

come terza sing.: cfr. la glossa che segue nel passo 

iv,78 
lenguaizzo: ven., "linguacciuto", "che parla assai" (Boerio s.v. lengaìzzo e 

slenguazzòn) 

11,87 
levar: ven., "levare", "alzare" 

levào in spirito: "levato in sogno" "trasportato in sogno": 1,46 

levar una botega: pav., "aprire una bottega": 11,4 

più che lievo a bonora: ven., "più presto che mi alzo": 1,48 
lèvora: greg., "lebbra" (cfr. levra in Cavassico 11 p. 37^) 

1,29 
libero: ven., "Ubro" (Pellegrini p. 455) 

1,46 
lieo: pav., nel senso di "medicina", "medicamento" (GDLI s.v. liquore, 7); 

cfr. licore nella Pozione (e. 8r), col medesimo significato 

1,80 
lira: berg., "libbra" (GDLI, 4) 

11,68 
lodesana: ven., nome di danza, dal suo luogo d'origine (GDLI) 

m,8i 
lo fa: ven., "paffuta" (Prati s.v. slofio) 

1,54 
loingelt: cfr. Nota al testo, Todesco 11,24 
lome: pav., "nome" 

11,101; 11,105; V,I2 

lomé: pav., "solamente" 
1,83; V,22; V,I25 

longias: spagn., "larga" 

11,117 
losch: berg., "guercio", o meglio "che ha gli occhi torti" (Boerio s.v. losco] 

11,72 
lavo: "lupo" 

ven.: 1,54; pav.: 11,2; v,45 

lovi: berg., 11,49 
lucrarla: ven., "da lucrare", "da ricompensare" 

iv,3i 
lunaghegh: berg., "salsiccia" 

luganeghi: 11,72 

madé: esclamazione, da m'aì deo, "mi aiuti Dio": cfr. Prati s.v. made sì 

(cfr. ora G. Tancke, Voci di area veneta nei primi dizionari italiani, in 

Holtus-Metzeltin, p. 173) 

pav.: 11,128; V,i56. ven.: 111,75 

maidé: berg., 11,74 
magarismegni: gr. (jiaYapKTjjiévs (voc. sing.), "smerdato" 

1,26; 1,10 (usato come plurale) 



246 Glossario 

mal de san Lazzaro: greg., "lebbra" 

mal dreà: pav., "mal deretano" "dissenteria" (Pellegrini p. 453) 

1,81; mal driàn: pav., 1,62 
malbigato: ven., "furbo" (GDLI s.v. bigatto e Boerio) 

mal de paròn: ven., esaurienti spiegazioni sono state offerte dal Messedaglia 
(il pp. 417-419), tra cui una glossa folenghiana ("Padronus, genus morbi") 
e un'annotazione del Portioli ("Nel dialetto nostro mantovano significa lo 
stomaco. (. . .) Qui è nel senso di malanno"). Va aggiunta l'importante 
annotazione del Villabruna citata dal Pellegrini (p. 331): mal de paron, 
"dolor di ventre". 
ni,i 

mamola: ven., "ragazza" ma vale generalmente (e qui con probabilità) nel 
senso di "puttana" (cfr. Cortelazzo pp. 129-130) 
mamole: 111,95 

man: "immantinente" (Pellegrini p. 461) 

man a fa: berg., 1,78; man sté: ven., 111,85; man co 7 viti: pav., v,8 

mancamento: "mancanza", "difetto" (cfr. i vari significati raccolti dal GDLI, 7-9) 
111,36 

m anera: "scure" 

manere: berg., 11,69; manereta: ven., iv,63 

manifattura: "lavoro", "maneggio" 
manifatture: PR, 4 

mapulitana: greg., "napoletana" 

14 

(tra le deformazioni cfr. il pav. 'pulitàn, già di codice in Ruzante, in iv,22) 

marchesana, ven., aulico per "marchesa" (GDLI) 

IV, 31 
marchesco: pav., "suddito veneziano" 

i>70 
marchetta: pav., moneta dal valore della ventesima parte di una lira, il nome 

viene dal riferimento all'effigie di san Marco su essa impressa 

marchetti: 1,66; v,22. marchiti, pav.: 1,91. marchitti, pav.: 1,70; 11,39 
mariaorba: ven., "moscacieca" 

111,81 
martingala: "pezza o striscia ornamentale applicata anticamente alla parte 

posteriore dei calzoni" (GDLI) 

calze alla martingala: 111,86 
marzapàn dei grieghi: ven., "merda" 

111,67 
massaretta: greg., "servetta" 

massarte: cfr. n. al passo 

màtia: gr. {iàxia < i;jLàTia, neutro plur., "vestiti" (Brighenti), cfr. inoltre la 
n. della Lazzerini a Spagnolas 11,49 

màtio: gr. [xàrt, "occhio", probabilmente in forma italianizzata 

v,74 
mattina: ven., "serenata", "il cantare e il suonare degli amanti in sul mattino 
davanti alla casa dell'innamorata" (Boerio e cfr. Pellegrini p. 427) 

ni,59 
mazuca: "estremità di mazza o bastone che sia più grossa del fusto" (Boerio) 
mazuca de campana: berg., "battacchio": 11,49 (cfr. lo schiav. batocchio in 
111,22) 



Glossario 247 

batocchio immazucào: ven., il sost. ripete l'agg.; batocchio vale "testa" 
e immazucào "zuccone" (cfr. al proposito Prati s.v. mazzuch) 
111,59 
melazzo: ven., "melassa", "parte fluida e consistente dello sciloppo che si 
ha dallo zucchero, dopo ch'è stato raffinato" (Boerio) 

1,49 
melinzonta: pav., "malinconia" 

melinzonìe: 1,66 
ntelon: ven., per l'uso figurato, "sciocco", cfr. la n. della Lazzerini a Spagnola! 

1,42 (con segnalazione di riscontri) 

melon sémpio: iv,25 
'mena: gr. èfxéva, acc. sing. di èycó, "io" 

ni,35 
menante: "scribacchino" (GDLI) 

PR, 18 
merdagali: greg., intersezione di merda e madrigali 

IV,28 

merdeghi: greg. (sing.), intersezione di medego e merda (diffusissima nella 
letteratura veneta del '500) 
1,29 

cfr. l'espressione merde de mer desine, pav.: v,22 

la polemica contro i medici capaci solo di far evacuare i pazienti dell'ul- 
timo passo cit. pare possedere attinenza con i merduleri, greg., nominati 
tra varie specialità mediche: 1,5 

meritamente: "con piena ragione", "giustamente" (GDLI) 
PR,6 

metà caràs: gr. fisrà -/«.^^Q, "con gioia", "volentieri" 
111,62 

milts: gr. jJLiXeT<;, pres. ind. seconda pers. sing. di \j.ù.tù, "tu parli" 

v,i54 
minella: pav., "misura e prezzo del mugnaio ch'egli si prende per mercede 

della macinatura" (Boerio), il termine appare col senso fig. di "tornaconto" 

anche in Spagnolas 1,38 (cfr. n. della Lazzerini) 

11,36 
mirabolàn: ven. "sottospecie di prugno" (GDLI, 3), "specie di prugno" (TB); 

significato che pare prevalente su quello di "ghianda unguentaria" (TB), 

"drupa ovoidale" (GDLI), visto l'agg. garbo che segue ("aspro"); in 

senso fig. di "persona immatura", "sciocco" 

11,86 
misianza: ven., "mescolanza" 

11,63 
modello: ven., "immagine", "rappresentazione mentale", "idea" (GDLI, 4) 

modelli: 111,52 
mogia: ven., interiezione, probabilmente in origine di senso osceno (da mol- 

tiare?; significativa la registrazione della forma mogia che cade} accanto 

a meter a mogie nel Boerio) 

11,67 
moia: ven., "suvvia"; si propone questa accentazione e la distinzione da mo- 
gia (cfr.), ravvisando in esso mo in funzione demarcativa + via (nella 

Veniexiana appare frequentemente mo via: cfr. le schedature di G. Holtus, 

« La Veniexiana » fonte di strutture e di elementi del parlato, in Holtus- 

Metzeltin, pp. 63-64); cfr. qui anche orsìi via in iv,25 

11,79; in,54; iV,ioo 
moniziòn: ven., "minzione", come si desume da Rime: Son. Com. p. 92 

rr. 27-28: "toccandose al liogo de la moniziòn a malastente giera un segno 



248 Glossario 

de verga e i testicoli fiapii"; cfr. inoltre Lettere p. 215 r. 21 (= 111,26) 

monìxiòn digestiva: 11,38 
monte: bcrg., in senso chiromantico 

1,78; mont: id., 1,82 
'mor: def. per af eresi di amor 

greg.: 1,7; id.: 'mur: 111,47; 'muri: 111,56; 'mori: \v ,-jZ 

'mure: schiav., 111,10; 'mur: sarac., iv,42 
morbìn: ven., "allegria", "brio" 

1,48 
more: gr. |i.copé, interiezione, "ohe", "ehi tu" 

1,7 
morft: gr. |jLop97) ( =oii.opcp7) ), "bella" 

1,10; v,77 

morfò: gr. 6[jLopcpo;, "bello" 

IV, 16 
morgen: ted., "giornata" 

IV,I0I 

mozzicone: "persona trasandata e sudicia, in particolare di moccio, o anche, 
per estensione, stolta, ignorante, sventata, goffa, dappoco" (GDLI); ter- 
mine d'uso aretinesco (cfr. Petrocchi, Aquilecchia) 
1,61 

mu: gr. p.ou, gen. sing. di èyw, "mio" 
i>9; v,77; v,88; v,9o; V,i04 

mucachios: spagn. muchacho, "ragazzo" 
IV, 92 

mungioia: "soldo", "paga militare" (più pertinente perché la battuta è detta 
da Diomede soldato), per estensione "denaro", "quattrini" (GDLI s.v. mon- 
gioia); per l'etim. cfr. ora G. Rohlfs in RLiR XXXVIII pp. 444-452 
111,71 

murlò: "coglione", "sciocco" 

pav., v,4i; Murlonàz: berg., 11,78 

muschio: ven., "merda"; così si deduce da due passi di testi coevi. Cfr. Zin- 
gana, e. 7or: «... cherzo verasimamen, s'a' ve'l dizesse, ch'a' caghessé an' 
vu in le braghe co' a' he cagò el bergamasco; el giera tutto impegò (...). 
a' ve so dire che'l giera inmuschiò ». Un esempio anche nella Pace del 
Negro (e. 32r): «Spuzzo anche da anemal (...) Donca so da ogni saòr, 
da muschio in fuora ». È evidente il capovolgimento ironico di inmuschiò 
"profumato" (cfr. p. es. l'intestazione della lettera 1,9); forse è pertinente 
il rinvio a muschio come "materia odorifera, ch'è l'escremento della capra 
gazzella" (Boerio) 

mustazze: tod., "colpo di mano aperta sul mostaccio" (Boerio s.v. mostazzòn) 
vuste une mustazze su le vise: v,24 

nà:gr. va < ì!va, " che " 

1,1; 1,3; 1,4; 111,35; V,I29 

nandari: nà + cong. aor. di 8Ép(v)oj,"che colpisca", cfr. Lazzerini '77 pp. 64-65 

1,3 
nam: ted. name, "nome" 

11,26 
napamondo: ven., "mappamondo" (per dissimilazione di ffz-«) 

i>49 
navesella: ven., "navetta per tessere" 

11,85 
neghe: pav., "natiche" 

1,70; neghi: berg., 1,74 



Glossario 249 

negòt: berg., "niente" 
11,78 

negoziar in fabula: ven., "essere a colloquio con qualcuno" (GDLI s.v. nego- 
ziare, 2) 

nettare la bocca: "restare a bocca asciutta", esattamente nel senso del detto 
registrato dal Boerio (s.v. forbir): "forbive la bocca che a vu noi ve toca" 
PR,4 

ninzole: tod., deformazione di niziòl, "lenzuolo" 

V,24 

nit: ted. nicht, "non" 

1,23; 11,22; 11,24; 11,26 
no gara: pav., "noce" (albero) 

nogare: 111,43 
'nore: def. tod. di andare (con a ) o) 

11,16 

ocso: gr. o^co (=e^(o), "fuori" 
\,y, 1,7; 1,26 

ocus bocus: ven., formula magica, come abracadabra: cfr. il ted. hokuspociis 
e Tingi, hocus-pocus (testimoniati però dal XVII secolo); così The Oxford 
English Dictionary : " as the appellation of a juggler (...) derived f rom the 
sham latin formula employed by him", e ancora "used as a formula of 
conjuring or magical incantation". 
n,3 

ombràculo: ven., "ombrello"; cfr. Rime: Son. 13 v. i: «Mille fiàe, o dolqe 
e cara ombrella », identicamente riferito alla donna vagheggiata; forse perti- 
nente al nostro passo questo rinvio biblico: "in umbraculo Domini commo- 
rabitur" {Ps 90,1) 

149 
ondoinda: gr. ÒYSó(7))vTa, "ottanta" 

111,60 
onzion: ven., "unzione" 

iv,77; iv,79 
or: cfr. Nota al testo, Todesco, v,24 
orbetena: pav., "orbene" 

1,87 
ordene: "piano" 

IV, 13 

secondo l'ordene: ven., "come stabilito" 

iv,94 
osela: cfr. n. al passo 

osele: v,io 

oselàr: ven., "cacciare uccelli" 

el mio capei che porto a oselàr: "il mio cappello da caccia": 11, i 

pa: cfr. Nota al testo, Greghesco 1,1 

pais: gr. Tràeir, pres. ind. seconda pers. sing. di Tràyto, "tu vai" 

111,^1 
pame: gr. Tràpie, aor. cong. prima pers. plur. di TrrjYatvw, "che noi andiamo" 

v,95 
pan: tod., "buono" 

pan ano: "buon anno" 1,18 
Panagià: gr. Ilavavià, " Santa Vergine" 

v,68; v,82 



2^0 Glossario 

pandù: pav. "dipinto" 

i,8i 
panzha: ven., Rossi annota dubbioso "di corsa" (cfr. Glossario); il senso 

appare buono anche alla luce di questo passo, dove l'espressione (sempre 

col ver. butarse) possiede carattere di istantaneità dell'azione; forse panzùa 

rinvia a impanxìia, "pasciuta" (cfr. Boerio s.v. panzùo e impanzùo) 

11,86 
papalota: ven., "pappolata" 

11,9 
parangone: "paragone" 

111,27 
Parte/m: gr. IlapS-éva, "Santa Vergine" 

111,60 
parlaùra greg., "discorso" 

v,8o; V,i54 
partesana: ven., "partigiana", arma equivalente a una mezza picca (Boerio) 

IV,2I 

pastoie sa: greg., "pistoiese", "pugnale a lama corta e larga a due tagli" 

(Zorzi p. 1403 n. 62) 

1,21 
patti e pagai: ven., "pari e pagati" (Boerio s.v. patta) 

iv,6i 
pavera: "stoppino" 

11,90: ven.; iv,22: pav. 
pazziazza di marcone: in grafia settentrionale, "grande pace di marcone" (cfr. 

Lazzerini '-j-j p. 91 n. i); vale "gran fottimento" (DEI s.v. marcone); 

marcone va ricondotto al gergale marca, "donna" (Aquilecchia '-jG p. 166); 

cfr. Aretino Sei Giornate p. 176 rr. 28-29. 

PR, II 
pecolo: "picciuolo" (Bortolan s.v. pecollo) 

el pecolo de la barella: ven., iv,98 

pecoli: pav., 11,36 
pecoraggine: "balordaggine" (già in Boccaccio e Aretino) 

pedi: gr. TiatSt, "ragazzo", "figlio" 

v,io4 
pedona (alla): ven., "a piedi" (TB s.v. pedona e alla pedona) 

iii,i 
pelaiuola: "pelatura (causata dalla sifilide)" 

pelai uole: PR, i 
pelale: gr. tteXeXÓì;, "imbecille" 

111,60 
perdonanza: "indulgenza"; cfr. nel Boerio l'espressione andar alla perdonanza, 

"visitar chiesa o altro luogo pio per ottener le indulgenze che ivi siano" 

1,30 
pericoli: ven., "piccole pere" "ciondoli", in uso fig. "coglioni" (secondo il 

diffuso peri), la forma è prossima al perdi registrato dal Prati 

n,79^ 
perse ghèr: ven., "pesco" 

v,75 
pesocco: "pesante", "grave o pesante anzi che no" (Boerio) 

pesoca: greg., v,ioi; gronsezza pessocca: greg., 111,60 

spesocco de interiori: ven., 1,43 
pelene: ven., "pettine da tessitori", "arnese con denti di canna stabiliti in 

una intelaiatura di regoli, detti crestelle, che serve per calcare i fili del 



Glossario 251 

ripieno" (Boerio s.v. petene da tesseri) 

11,85 
petoràl: ven., "petto" 

11,38 

pettorale: pav., iv,22 
piacevolezza: a indicare la commedia: cfr. Saltuzza e. 2r, «la presente piace- 
volezza » 

PR,6 
piadenèt: berg., deformazione di pianet (come correttamente, sempre in berg., 

in 11,78), probabilmente con gioco con piadena o piadeneta, "piatto a 

forma di catinella" (Boerio) 

1,78 
pianzerola: greg., "pianto", "piangiucchiamento" 

v,63 
picolòn: ven., "penzoloni" 

.n,79 
pie gola: ven., "pece" 

1,46 
piera pòmega: ven., "pietra pomice" 

IV,52 

pimento: pav., "medicina" (cfr. REW 6488, pigmentum e Zorzi p. 1302 n. 155), 
nel senso fig. di "giovamento" 
pimenti: v,i6 

pintaro: pav., "bottaio" (Prati DV s.v. pintre, con testimonianze cinquecen- 
tesche) 
11,131 

pìrola: "pillola purgativa" 

ptrole: iv,79, ven.; v,22, pav. 

pìroli: greg., "palline", "caccole di capra" 

pisota: ven., "pisciasotto" 

iv,83 
pistavo: gr. ttlotsuo), "io credo" 

V,74 

pistola: berg., "vangelo" 
11,72 

pittèr: ven., "vaso"; il Cortelazzo (p. 186) segnala per Calmo l'uso non a in- 
dicare "vaso da fiori" ma "piccola giara", conformemente al gr. Tct&àpt, 
piteri del melazzo (cfr.); 1,49; pitter de oio de Un: ¥,135; ai pitteri (nome 
di gioco): 111,81 

pizeglina: greg., "piccolina" 

v,i04; sempre derivata dal ven. pizzola è il tod. pezzeline: 1,23 

plaiben: ted. bleiben, "restare" 
11,24 

'pò: cfr. ipo 

polà: gr. TCoXXà, "molto", "assai" 
lv,8o 

politaechi: gr. TroXXà xà tTr\ : per dubbi sulla forma cfr. la n. della Lazzerini 
a Spagnolas 1,35, il significato è comunque, come dimostra il nostro passo, 
"grazie", il che rafforza l'ipotesi di una confusione col più ricorrente 
cTToXXàxY] (cfr. Coutelle s.v. spolati) 
V,i39 

polièra: ven., "puledra" (Boerio) 

n,3 

politezza: "raffinatezza" 
politezze: PR, 20 



'52 



Glossario 



politichi: gr. ttoXitixt^, "puttana" 

111,56; polintichi, con epentesi di nasale: 1,10 
polorbo: ven., "stolido", "intontito" (Pellegrini p. 457) 

polorbi: 111,95 
pondio: gr. ttoìjvto?, "numero", barbarismo d'uso comune (Brighenti) (?) 

v,49 
portante: ven., "andatura del cavallo tra il trotto e il galoppo", qui come 

eufemismo sessuale (cfr. Petrocchi) e portantissimo, superi. 

iv,48 
posada: spagn., cfr. nel testo (11,112) l'it. stanza come "luogo di residenza" 

11,117 
potata: tod., "bariletto" (da botazo: cfr. Pellegrini p. 417 buttaza e Boerio 

s.v. hot tazza) 

1,23; 11,28; potazze: id. ¥,24 
praticar con la memoria: ven., "ricordare", "rammentare" 

1,48 
precisa: berg., "stabilito" 

11,34 
pressa: greg., "fretta" 

111,64; priessa: pav., 1,70 
preda: berg., "pietra" 

11,49; 11,64 

pria: pav., 11,2 
prindes: "brindisi", citato da Simon come termine rappresentante i tedeschi, 

quindi sottolineandone l'origine: bring dir's o meglio bring(e)es (un feltri- 
no pringhes è registrato dal Pellegrini a p. 261, e il veneziano conservò 

del resto a lungo la forma prindese) 

el prindes dei todes: 11,71 
pristimim (in): ven. "era un benefìcio accordato dalle leggi nel caso che dal 

giudice di appellazione fosse stata abrogata una senten2;a, o atto di prima 

istanza" cfr. la clausola partibus in pristinum revertentibus (Mutinelli) 

11,82 
probaris: gr. 7rpopàpy]q: cfr. n. al passo 

1,26 
psichi: gr. ^'^X'Ó. "anima" 

v,90 
psomé: gr., tl^fOjjLi, "pane" 

^ v,49 
pìi: gr., TTOo, "dove" 

1,7; 111,51 
puina: ven., "ricotta" 

iv,5o 



quanzzeno: pav., qui 

1,32; quenzena: id., v,3 
quartaruòl: ven., "quarta parte di una quarta" (= sedicesimo di staio) 

(Boerio s.v. quartariòl) 

1,54 
quattrino: ven., moneta di rame che valeva la terza parte di un soldo 

quattrini: 1,60 
querela: nel senso dialettale, come quarela, "contrasto", "lotta", illustrato 

dal Pellegrini (p. 433) 

querele: PR, 4 
quintadecima: ven., "quindicesimo giorno del plenilunio" 

1,46 



Glossario 253 

ragasso: ven., "sputo catarroso", "scaracchio", v. imitativa (Prati s.v. racàr) 

111,81 
rambini: greg., "rubini" 

V,III 

ràvano: ven. "radice bulbosa d'un'erba notissima, annuale, di sapore acre, che 

si mangia" (Boerio) 

ràvani: v,!^^ 
rebedentìssimo: pav., "riverentissimo": la deformazione è prossima ai rebe- 

lìssimo ruzantesco (cfr. p. es. 17 Oratione, 2) 

11,39 
rebutarse: pav., "inchinarsi" 

E mi a' me ve rebuto: 1,91 
redutto: ven., "ritrovo" 

1,44; v,94 
relevàr: ven., "allevare" 

relevà: 11,3 
rembufo: greg., da rabufo, "ramanzina", "sgridata" 

1,7 
remengo: ven., "ramingo"; qui che va a remengo, "che vanno di qua e di là" 

renga: "arringa", "orazione" 
renghe: PR,22 

repellere: ven., "allontanare" (TB) 
me repello: y,ioj 

repella: ven., probabilmente da repetàr, "affannarsi" (cfr. Pellegrini p. 434) 
11,86 

respet: berg., "motivo" 
1,88; 11,64 

risponder col diavol: berg., "rispondere malamente, in maniera alterata" 
v'ho rispòs col diavol: 11,44 

revera: ven., "di fatto" (il Boerio segnala l'uso dell'avv. lat. « nella lingua 
vernacola de secolo XVI » tramite le attestazioni calmiane; può tuttavia trat- 
tarsi non di una parola entrata nell'uso ma di una delle chiazze latineg- 
gianti che caratterizzano la parlata del vecchio veneziano) 
1,48 

ribellarsi da: "il lasciare una setta, o una parte, e darsi a un'altra" (TB) 
ribellato dalla sua congregazione: PR, 6 

ricordo: nel senso antico di "consiglio", "ammonimento" 
1,41; 11,14 

ro: genov., "lo" 

IV,92 

rognìr: ven., in Calmo il verbo rognìr copre i significati che il Boerio illustra 

per rugnàr e rugnìr (e non rognìr): "brontolare" (come in questo caso), 

oppure, altrove, di "ringhiare" e "grugnire" 

le buèlle ha rognìo: 111,2 
rubesta: ven., "gagliarda" (TB) 

le più rubeste pruove: 111,79 
rubicante: ven., "rosseggiante" (TB) 

11,52 

rubiconda: ven., v,75 
ruzzare: pav., "fare il chiasso" (TB) 

ruzzante coi pie e co le man: v,i56 

salamaleca: cfr. n. al passo 

IV,92 



2^4 Glossario 

saldo de la capretta: cfr. n. al passo 

iv,24 
salgaro: pav., "salice" 

1,64 
saltar in soler: ven., "impazzire"; cfr. l'espressione patir in tei soler de sora, 

"avere il cervello nelle calcagna", registrata dal Boerio (s.v. soler, "solaio") 

la scamonea me ha sai tao in soler: 111,2 
san': pav., "sangue", usato nele imprecazioni 

1,81; 1,91; 11,128; 111,41; iv,2o; v,32; v,i2i 
sangazzo: pav., "sanguinaccio" 

oscuro resta però il riferimento; pare trattarsi di un modo di dire (cfr. il 

passo) 

11,128 
sanzache: ven., "sangiacco" (= governatore turco) (TB) 

ni,77 

saòre: "odore" (sia buono che cattvio) 
la puzzeràe del so saòre: pav., 1,85 
saorosa: ven., 11,94 
saorezza: pav., 1,83 

sasonàt: berg., "stagionato", nel senso di "maturo" (cfr. nel Boerio l'espres- 
sione sentimento sasona) 
1,72 

sastrufare: pav., cfr. il verbo statufar illustrato dal Salvioni (AGI xvi p. 327), 
"riflessione del dotto satisfacere, nel quale però s'è immesso stufo" il 
Salvioni ipotizza una forma sastu- con dissimilazione in tastn- e con s poi 
passata davanti alla prima t; qui probabilmente al significato "soddisfare" 
è sovrapposto, in un'autocitazione, il nome del personaggio. Truffa 
sastrufarò: 1,85 

satinetto: "scimmietta" 

IV,92 

«sbeneficio con cura»: cfr. n. al passo 

1,64 
sbertezzàr: pav., "berteggiare", "burlare" 

sbertezzò: 1,68; sbertezavi: V,i9 
sbitare: pav., "frequentare", "praticare" (Prati s.v. bitare) 

sbitté: 1,62 
sbolzonà: pav., "frecciata" 

11,131 
sbonso: pav., "sfiancato" 

sbonsi: 1,64 
sborar la fantasia: ven., "sfogare la fantasia"; cfr. Aretino, Cortigiana 11 

21,1: « sborratevi la fantasia per una volta » 

IV, 8 5 
sborìo: pav., "scovato", "impaurito" 

11,98 
scamonea: cfr. n. al passo 

111,2 
scapolar: "scampare", "sfuggire" 

scapolessé: pav., 1,68; scapolào vivo: ven., 111,2; scapola: ven., iv,6i 
scarabosa: il termine sembra procedere, secondo una derivazione gergale o 

para-gergale (significativo il suffisso -osa), da garbo {sgarabosa ) scarabosa); 

l'interpretazione "garbata" sembra confermata dai termini vicini {soave, 

delicatissima). Lontano il campo semantico coperto da scarabone. 

iv,9x 
scarso: "avaro" (Pellegrini p. 462); cfr. n. al passo 

1,61 



Glossario 255 

scartào: greg., "squartato" (cfr. despareno, cartaròli) 

scarzào: cfr. Nota al testo, Greghesco iv,8o 
scatà: gr. oxaToc "merda", e cfr. Cortelazzo p. 218 

1V,24 

scatabari: greg., intersezione di scatà e scambari ("scappare") 
111,31 

scavezzacollo: "pericolo" (TB) 
PR,4 

schiappe (calze): pav., "aggettivo partecipale di calce (v. calze schipé nel 
Ruzante), qualcosa come calze fesse, aperte" (Salvioni-Cavassico 11 p. 390 
e cfr. Pellegrini p. 435); si allude alle sforbiciature {stratagi e cfr. in 111,85 
il ven. calze tagié) della stoffa che rivelavano la ricca fodera sottostante 
V,6 

schilato: ven., "scoiattolo" (Mussafìa) 

IV,25 

schillo: gr. crxuXo?, "cane" 
111,31 

schinco: ven., "stinco" 
1,58 

schitare: pav., "dicesi in senso proprio al cacare squacquerato de' polli", 
qui, come in altri luoghi calmiani, in senso generico 
schitare da tanto riso: "farsela addosso per il troppo ridere": iv,35 

schizzaìira: ven., "fregatura"; cfr. tra i significati illustrati dal Boerio per il 
verbo schizzar anche quello di "coghonare, burlare alcuno" 
schizzaure de garhinelle (cfr.): ¥,99 

scornalo: ven., "confido"; il TB attesta per sconfidare, oltre al senso "diffi- 
dare", anche quello di "confidare" 
111,50 

scòvogi: pav., cfr. il ven. scovolo, "piccola granata di sermenti di biade minute, 
che serve agli usi più bassi della casa" (Boerio) 

n,34 
scrocari: cfr. n. al passo 

11,98 
scuoder: ven., "riscuotere" 

che scuodo: 1,52 
scuot: la possibilità di intendere scout come il ted. schaute, "matto", viene 

esclusa dal secondo passo, dove è la glossa lasse far mi per star scuot. 

Il libro di mastro Zorzi traduce Vardé\ con Schautl (Hoybye i p. 174), 

sarà allora da interpretare "stai a vedere", "aspetta" (reso liberamente 

dalla glossa) 

lv,ioi; v,24 
sdruzzolare: "sdrucciolare" per indicare l'abilità della favella; da citare un 

esempio nel Bibbiena: « Parti che i pronti detti gli sdrucciolino di bocca? » 

(cit. dal GDLI s.v. sdrucciolare) 

sdruzzolate con gran facilità questi linguaggi: iv,93 
sema: greg., "scemata" (da "scemare") 

1,12 
sendropià: gr. ^evxpoTrià, "disonore" (Lazzerini '77 pp. 64-65) 

senglerie: tod., "signoria" (attestato per la caratterizzazione del tedesco 
ancora in Goldoni: cfr. la prima scena del secondo atto de La Mascherata, 
battuta di Menchino: « Fostre singolarie foler sposare ») 
iv,ioi; V,i3i 

sensa: greg., "(giorno dell') Ascensione" 
111,56 



256 Glossario 

serore: pav., "sorella" 

sgionjo: ven., "gonfio": cfr. Boerio s.v. sgionfezza, l'uso fig. per "alterigia", 

"superbia", "gravità affettata" 

sgionfo de inzegno (con doppio senso allusivo): 1,56 

la baldezza sgionfa de lasagne (cfr.): ven., iv,48 
sgnancolare: pav., un passo del Travaglia ha sgnicare, "piangere" (e. ó^r), e 

il contesto di questa battuta richiede appunto per i lamenti del servo 

questo significato; cfr. Prati s.v. sgnicamento, "pianto fievole" (sgnicàr, 

"lamentarsi", propriamente "gridare del porco quando lo ammazzano"). 

Eventualmente si può pensare al prossimo gagnolare 

sgnancolando: 111,37 
stcusi: gr. cT7)xojaì, aor. imp. seconda pers. sing. di CTr)xa)vti>, "alzati" 

v,i29 
siedel: ted. siedend, "bollente" 

11,20 
signàctdo: berg., "segno" 

signàcuU: ii,66 
sire: gr. aùpe, imp. pres. seconda pers. sing. di cpjpto, "vai" 

1,12; 111,35 
slenguizar: ven., "lingueggiare", "parlare le lingue" 

IV,92 

sletràn: pav., "letterato" 

1,64; 11,39; 11)131 
sUzegàr: ven., "scivolare" 

sUzegào: iv,38 
slusuraro: pav., "usuraio" 

slusurari: 1,34 
smenticare : " dimenticare " 

smenticata: ¥,113; smenticàt: tod., 11,26 
smerdali: greg., intersezione di smeraldi e merda 

V,III 

smilza: berg., "milza" 

smozenigo: pav., lira moceniga, moneta d'argento del valore di venti soldi 

(dal nome del doge Pietro Mocenigo) 

smozenighe: 1,85 
sofilla: greg., "zaffiro" 

V,III 

sògia: ven., "specie d'adulazione mescolata alquanto di beffa" (Boerio) 

sògie: iv,83 

sogiàr: "dar la soia", "uccellare", "burlare" 

v,97: greg.; sogiò: pav., 1,68; sogiaro: greg., 111,60; soiari: id., iv,i6 
sogni: gr. cróivei, "basta" 

1,7; V,I29 

soldo: "soldato" 

andar al soldo: "andare soldato": PR, 14 

soldo mestier: schiav., 111,16; arte del soldo: 111,70; al soldo: v,83 
solenne: "solennemente" 

v,i53 
sòlfere: ven., "zolfo" (Boerio s.v. solfare) 

1,46 
sòpio: pav., "soffio" 

v,3 
soriana: ven., la forma rinvia a "siriana"; non è tuttavia scartabile, rifacen- 



Glossario 257 

dosi alla forma sorana (cfr. Boerio e Prati), "sopranno" (detto del bestiame) 
pollerà (cfr.) soriana: 11,3 
spàres: berg., "asparago" 

n,49 
spanda: gr. oTicc^ià, "colpo di spada" ma usato come cj-aTi, "spada" (cfr. 

Coutelle s.v.) 

111,58 
spazza-campagna: "sorta di archibuso corto e largo di bocca che si caricava 

con pili palle" (TB) 

111,92 
spazzaò: greg., "spacciato" 

mando spazzào: "matto spacciato": iv,78 
spazzare : " spicciare " 

andaremo su la camera spazzào: greg., 111,62 

spazzate: tod., 11,22 (cfr. Spagnolas 111,65) 
spigièr: ven., "speziale" 

1,46 

spigigieri: greg., 1,5 

spigieria: ven., "spezieria" 

146 
spienza: greg., "sapienza" la deformazione gioca probabilmente sulla confusione 

col ven. spienza (cfr. spenzi: berg., "milza": 11,72) 

1,10 
spina: berg., "spillo di botte" (cfr. Boerio s.v. spinar: spinar una bota) 

n,44 
spiti: gr. arctTi, "casa" 

1,9; 1,12; 111,47; V,95; V,i29; V,i36; V,i39 
spizego (a): ven., come l'it. a spizzico, maniera avverbiale per indicare "a 

piccole riprese, come cosa data" (TB) 

i>45 

squarzafogio: ven., come stracciafoglio (cfr. Boerio s.v. stralzo), "libro ch'è 
tenuto da' mercatanti per memoria delle cose giornaliere", qui si indiche- 
ranno pili precisamente i lacerti degli stracciafogli raccattati per il mercato 
squarzafogi: 1,45 

sta: gr. oToc < zìe, -\- xà, art. neutro plur. 

stt: gr. arri < elq -\- xt], art. femm. sing. 

stè: probabilmente grafìa erronea per uno dei due precedenti 

stt btsti-mu: gr. ott^ TutcxT) [jlou, "in fede mia", "parola mia" 

111,56; v,75; v,i29 

sta hìste-ma: 111,35 

stè biste-mu: v,ii5 

Staièra: berg., "Bilancia" (segno astrologico) 
11,68 

stàmena: gr. OTa^isva, "denaro" 
111,47; lv,8o 

stegia: pav., non come stacgio (cfr. Pellegrini p. 473 e Prati s.v.) ma come 
stregia (cfr. Zorzi p. 1342 n. 249): in stregia, "in fila" (la stregia è propria- 
mente una "treccia d'agli o di cipolle"); questa attestazione in stegia, 
peraltro, concorda col stegia di Ruzante, Betta iv v. 201, rendendo inutile 
l'eventuale integrazione, in entrambi i casi, di una r 
che féu chialò (...) cust in stegia: v, 123 

sticuoz: cfr. Nota al testo, Todesco iv,ioi 

stirpe: "schiatta" (TB) 
v,i 



258 Glossario 

stoppa: berg. "turare" 

11,44 
straccar: ven., "stancare" 

straccào: lii,8i 
stramazze: tod., "materasso" (da stramazzo) 

V,24 

stramorto: greg., intersezione di strambotto e morto 

IV,28 

strangoiòtr: ven., "angoscia" (Boerio e Prati s.v. strangossàr) 

inamorào a strangoiòn: "innamorato all'angoscia": 1,48 
strtnzoli strànzoli: ven., designa le strisce di stoffa delle calze sforbiciate 

(cfr. schiapé), strtnzola vale infatti "striscia" 

111,85 
strucolàr: pav., "stringere", "comprimere" 

el ve strucola gli ossi: iv,20 
stufa: berg., "stanza riscaldata" 

stufi: 1,78 
stufo: greg., "odore" (Boerio e Prati) 

1,29; iv,34 
substincativa (rason): ven., "sostentativa" 

11,86 
sunbioto: greg., come subioto (con epentesi caratterizzante di nasale), "zufolo" 

iv,84 
sugolàr: pav., "fischiare" (cfr. per il Calmo anche la forma sugulare nel Sal- 

tuzza in Pellegrini pp. 464-465) 

sugolando: v,i56 
sùpase: gr. owTrxae, aor. imp. seconda pers. sing. di ocoTiaivco, "taci" 

111,33 
sustanzia : " alimento " 

1,19 

tattie: ted. tàtlich, "violento", "forte" 

non tirer tattie: "non tirare forte"; la proposta di interpretazione si basa 
su raccomandazioni analoghe da parte di personaggi duellanti: cfr. Spagnolas 
111,49: « Ah ribaldò, ti tra' de ponta? Mena pia, ch'a' no s'amazém » 

IV, lOI 

tegna: gr. tIxve, come "Studio universitario" (cfr. anche Spagnolas v,92); 
la forma italianizzata gioca probabilmente sulla risibilità dello scambio con 
il ven. tegna, "tigna" 

]A 
Teòtochia: gr. ©sótoxe, "madre di Dio" 

111,60 
terriero: ven., "abitante del territorio", qui di Parma 

terrieri: 111,91 
telo: gr.'&éXco, "io voglio" 

1,1 

vele: 1,26, cfr. n. al passo 
terminare: in un caso per "determinare" 

terminano: ¥,31 
testificare: "testimoniare" 

testifica: PR 26 
ticatera: gr. •S-uyaTÉpa, "figlia" 

ti pota: gr. xÌTroxa, "niente" 
V,ioi 



Glossario 259 

tò: gr. TÒ, art. neutro sing. 

^ 1,4; "1,35 
tò: gr. TÒ < CTTÒ, prep. art. 

1,12; 111,53; iv,84 
tomào: ven., "culo" 

iv,43 
tombolar: pav., "tombolare", "far un capitombolo o un tombolo" (Boerio) 

tombolando: 11,131 
tara: gr. xwpa, "adesso" 

1,12 
torse: "venire meno", "perdersi" 

se (...) me (allesse int'el cantar: ven., iv,i5 

no ve tolì de fazza: pav. "non perdetevi d'animo" (cfr. nel Boerio aver 

fazza, "avere coraggio"): 11,89 
torta: pav., "legaccio", "fascio" (Sella); quindi far torta, "far lega", "met- 
tersi d'accordo" 

asò ch'i no faésse torta: 1,85 
trabazin: greg., ardetta minuta ("nonnotto") o, piìi probabilmente, botaurus 

stellaris ("tarabuso"); cfr. per il primo il pis. tarabugino (Giglioli, pp. 283- 

284, n. 275), per il secondo il ven. tarabuso e strabustn (id., pp. 284-285, 

n. 276) 

IV,28 

trar: "trarre", "tirare" 

trar un petto: ven., iv,85; trar: id., iv,ioo; trazzer: id., 11,77; traser: berg., 

11,78; no tré: ven., 11,75; ^^^ ^o un salto: pav., iv,22; traghe pur de cuore: 

pav., 111,39 
trascorrere (lasciarsi): "lasciarsi trasportare" (TB, 5) 

che non dovea lasciarmi trascorrere: 1,30 
travasar: ven., "travasare", in senso fig. "vagliare", "esaminare" 

no le ho travasàe altramente: 1,54 
trepàr: "scherzare" 

1,28: tod., che trepo: ven., iv,55; che trepava: id., iv,6i 
trestair: ted. tratschen, "chiacchierare" 

11,24 
trio: gr. xpia, "tre" 

iv,8o 
trine: ted. trinken, "bere" 

11,24 
tron: pav., lira trona, moneta d'argento del valore di venti soldi (dal nome 

del doge Nicolò Tron) 

1,85 
trone: ted. trommel, "tamburo" 

V,24 

trucemano: ven., "turcimanno", "interprete di lingua" (Cortelazzo pp. 77-79: 

turcimannus e tursumannus sono in testi del XIII sec, il Libro dei conti 

di Giacomo Badoer, del XV sec, ha truzimano) 

trucemani: iv,92 
tue: berg., "tutto" 

11,49; ii>7o; 11,76. tug: 1,76; 11,49; 11,72. tucheg: id., 11,51 

ubigàr: pav., "obbligare" 

ùbigo: 1,34; v,4i 
ulioso: ven., "odoroso", "profumato" e per estensione "grazioso", "garbato" 

(cfr. Cavassico 11 p. 399) 

",3 

unerechette: cfr. 'Hata al testo, T adesco, 11,22 



26o Glossario 

varasiamàn: pav., "veramente", "davvero" 

11,2 

vasto: ven., "guasto" 

i>43 
vel: cfr. Nota al testo, Todesco, 11,24 

vele: cfr. telo 
vergognar : " svergognare " 

vergognar le persone: ven., 1,56 

vergognào del mondo: ven., 11,79 

vergugnào: greg., iv,82; iv,84 (nel secondo vergugnào la vostro viso, per cui 

cfr. Spagnolas iv,ij: "mio barba Bosicchi me crierà tando, chié me vergo- 

gnaro la mio viso") 

ch'io sia vergognata così: iv,49 
verlic: ted., ivahrlich, "veramente", "davvero", con valore di avv. rafforzativo 

(Cortelazzo '80 p. 197) 

11,26 
vertùe: ven., "detto delle arti belle o delle arti liberali; senso che rammenta 

i virtuosi delle scienze, delle lettere, della musica» (TB s.v. virtìi) 

1,49; iv,3i; iv,96 
verzotto: ven., "cavolo verzotto" (Boerio s.v. verza), come eufemismo sessuale 

verzotto fiapo (cfr.): 111,93 
villa (farse da la): ven., cfr. nel Boerio l'espressione mostrar de vegnir da la 

villa (s.v. villa), "fingere"; qui no te far da la villa vale "non fare la finta 

tonta" 

v,99 
vinzenduro: greg., "vincitore" 

^'4 ... .... 

voèga: ven., "arnese che consiste in una piccolissima rete cupa, cioè fatta a guisa 

di cucchiaia, a maglie minute, sostenuta da un bastoncello ritorto a figura 

quasi ovale e da un manico di legno alquanto lungo; della quale si servono 

i pescatori per trar fuori il pesce dai vivai e serbatoi" (Boerio) 

iv,55; iv,57 

vuga: sarac., iv,^6 
volar: "rubare" (sost.) 

V,i09 
volàs: gr. PoXà?, "volte" (nom. plur.) 

i>4 

zahatteria: grafia sett. per ciabatteria, "ammasso di oggetti vecchi e logori", 

"ciarpame" (GDLI), cfr. anche Aretino, Marescalco v 2,8 

zabatterie: PR, 4 
zaffar: ven., "prendere", "acciuffare" 

111,81 

zaffi: ven., "sbirri" 

iv,63; zanfi: greg. (con epentesi caratterizzante di nasale), 111,47 
zalante: pav., "zelante" 

zanca: ven., "sinistra" 

iv,46 
zelega: ven., "passero" 

ni,8i 
zifra: ven., "cifra", "parlare cifrato, difficile" (cfr. Boerio: "scrittura non 

intesa se non da coloro tra' quali s'è convenuto del modo di compirla"); 

cfr. Travaglia (e. 54V), Cortese al pedante Archibio: « mo perdunemelo, 

no 'tendo trompo chela vostro ziffarào parlari » 

zifre: 11,38 



Glossario 261 

zipòn: ven., "abito stretto, corto e senza bavero; cuopriva il busto e si allac- 
ciavano le calze e i calzoni" (Boerio) 
iv,2i; zippòn: id., ivfiy, zupòn: pav., 11,4; giuppone-. iv,62 

zodanòs: gr. o vravót;, "vivo" 

1,1 

zoturnarieta: ven., il termine pare in relazione a gioto, "briccone" (cfr. Pel- 
legrini p. 461), col significato di "piccola bricconata" 

zoturnarìete: 111,52 
zòzzolo: pav., "sozzura", "sporcizia" (Boerio s.v. sossolo e Prati s.v.); nel 

passo ha probabilmente valore esclamativo negativo, come in Ruzante, Mo- 

scheta 11,25: «Che guagnerèigi? Zòzolo » (cfr. Zorzi p. 1404 n. 69) 

111,39 
zucca rotta: ven., nome di gioco 

111,81 

zucca insalada: ven., "zucca salata", per indicare un "buon cervello" 

zucche insalàe: 111,1 

zucanraro: greg., medico della "zucca" (= "testa") 

zucanrari: 1,5 
zugatolo: ven., "giocattolo", come epiteto vezzeggiativo 

1,48 
zulàr: tod., "allacciare" (cfr. Prati s.v. zolo) 

che zula el mìe calze: v,24 
zunzella: greg., "donzella" 

v,97 
zutunzello: cfr. giunticello 



BIBLIOGRAFIA 



AGI 

Allacci 
Agostini 

Aquilecchia '76 

Aretino, Lettere 

Aretino, Sei Giornate 

Aretino, Teatro 

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numero di pagina e riga; con Aquilecchia si cita 
dal Glossario]. 

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na », XXXVI (1978), pp. 419-431. 
Vocabolari Veneto-Tedeschi del secolo XV, a 
cura di A. Bart Rossebastiano, Savigliano 1983. 
Bibliorum sacrorum iuxta vulgatam clementinam 
nova editio (...), curavit Aloisius Gramatica, 
Milano 1914; con le sgg. sigle: 
Exodus 
Genesis 
Isaias 

lohel propheta 
leremias 
Ev. sec. Lucam 
Ev. sec. Marcum 
Ev. sec. Matthaeum 
Psalmorum Uh. 
Regum Lib. 
ad Romanos ep. 
Samuhelis (Regum) lib. 
Tobias 



264 

Boccaccio, Decameron 

Boerio 
Bortolan 

Brighenti 



Calmo : 
Egloghe 



Fiorina 

Lettere 



Pozione 
Rime 

Saltuzza 
Spagnolas 

Travaglia 
Cavassico 



Bibliografia 

G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, 
Torino 1980 [si cita dal testo coi numeri della 
giornata, novella e paragrafo]. 
G. BoERio, Dizionario del dialetto veneziano, 
aggiuntovi l'indice italiano-veneto già promesso 
dall'autore nella la edizione, Venezia 1856. 

D. Bortolan, Vocabolario del dialetto antico vi- 
centino {Dal secolo XIV a tutto il secolo XVI), 
Vicenza 1894. 

E. Brighenti, Dizionario Greco moderno-Italiano 
e Italiano-Greco moderno, Milano 1927 [reprint 
Milano 1980]. 



Le giocose moderne et facetissime egloghe pasto- 
rali, sotto bellissimi concetti, in nuovo sdrucciolo, 
in lingua materna, per M. Andrea Calmo, Vene- 
zia Bertacagno, 1553 

La Fiorina comedia facetissima, giocosa, et piena 
di piacevole allegrezza. Nuovamente data in luce 
per M. Andrea Calmo, Venezia, Bertacagno, 1553 
Le lettere di messer Andrea Calmo riprodotte sul- 
le stampe migliori, con introduzione ed illustrazio- 
ni di V. Rossi, Torino 1888 [si cita dal testo coi 
numeri del libro e della lettera, della pagina e 
della riga della pres. ed.; con Rossi si citano le 
note, quando il rinvio non è seguito dal n. di 
p., il Glossario, pp. 465-480] 
La Potione comedia facetissima et dilettevole in 
diverse lingue ridotta. Nuovamente composta per 
Messer Andrea Calmo, Venezia, Alessi, 1552 
Le bizzarre faconde et ingegnose rime pescatorie, 
nelle quali si contengono sonetti, stanze, capitoli, 
madrigali, epitafii, disperate e canzoni. Et il co- 
mento di due sonetti del Petrarcha in antiqua 
materna lingua. Per M. Andrea Calmo, Venezia, 
Bertacagno, 1553 

La piacevole et giocosa comedia di M. Andrea Cal- 
mo intitolata il Saltuzza. Non piìt venuta in luce, 
cosa bellissima, Venezia, Alessi, 1551 
La Spagnolas, commedia di Andrea Calmo, a cura 
di L. Lazzerini, Milano 1979 [si cita dal testo 
col numero d'atto e paragrafo; con Lazzerini si 
citano il Commento e il Repertorio Lessicale'^ 
Li Travaglia comedia di M. Andrea Calmo. Nuo- 
vamente venuta in luce, molto piacevole, et di 
varie lingue adornata sotto bellissima invenzione. 
Al modo che la fu presentata dal detto Autore 
nella città di Vinegia, Venezia, Alessi, 1556. 
Le Rime di Bartolomeo Cavassico, notaio bellu- 
nese della prima metà del secolo XVI, con intro- 
duzione e note di V. Cian e con illustrazioni 
linguistiche e lessico a cura di C. Salvioni, Bolo- 
gna 1893-94 ts^ ^^^^ dalle illustrazioni e dal les- 
sico, voi. II, p. 307 e sgg.]. ^ .; 



Bibliografia 



Cortelazzo 

Cortelazzo, Schiavonesco 

Cortelazzo '80 

CoutelJe 

DEI 

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Fido 

Polena 

GDLI 

Giancarli, Zingano 

Giglioli 
Gombrich 

Holtus-Metzeltin 

Hoybye 

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Giolito, 1561 [si cita dal testo coi numeri di 
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naissance italienne. Ruzante (1^02-1^42), Paris 
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1873 [rist. anast. con indici di F. Gysling e pre- 
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F. Mutinelli, Lessico Veneto (. . .), Venezia 1851. 

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veneta, Pisa 1977 [N.B. i rinvìi alle pp. 443-466 
riguardano il saggio Postille a II Saltuzza di 
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G. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neo- 
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liana e dei suoi dialetti, Torino 1966-69 [si cita 
col numero del volume e del paragrafo]. 
Ruzante, Teatro, a cura di L. Zorzi, Torino 1967 
[coi titoli dei singoli testi; con Zorzi si citano 
le note] 

tranne Pastoral, 1 e 11 Oratione, Dialoghi, per 
cui si seguono: 

A. Beolco il Ruzante, La Pastoral - La Prima 
Oratione - Una lettera giocosa (I); I Dialoghi - 
La Seconda Oratione - / prologhi alla Moschetta 
(ili), a cura di G. Padoan, Padova 1978 e K)8i. 

G. Sala, La lingua degli stradiotti nelle comme- 
die e nelle poesie dialettali veneziane del sec. 
XVI, in « Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, 
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Lettere, cix (1951) pp. 141-188; ex (1952) pp. 
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from 146^ to 1600 noto in the British Museum, 
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Testi veneziani del Duecento e dei primi del Tre- 
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G. Tassini, Curiosità veneziane, con prefazione, 
aggiunte e note di E. Zorzi, Venezia 1933^. 
N. Tommaseo - B. Bellini, Dizionario della lin- 
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La Veniexiana, commedia di anonimo veneziano 
del Cinquecento, a cura di G. Padoan, Padova 
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N. Vianello, Per un'edizione delle opere di An- 
drea Calmo. Saggio di bibliografia, in Kk.Vv., 
Letteratura e Critica. Studi in onore di N. Sa- 
pegno, Roma 1976, voi. ili, pp. 223-237. 
N. Vianello, Note di Emilio Teza sulla lingua 
del Calmo, in «Lettere Italiane», ix (1957), 
pp. 197-204. 



STAMPATO PER LA 

EDITRICE ANTENORE • PADOVA • VIA RUSCA, 15 

DA LA GRAFICA & STAMPA EDITRICE DI VICENZA 

NEL DICEMBRE 1985 



BIBLIOTECA VENETA 



1. E. LiPPi, Cornariana. Studi su Alvise Cornaro. 

2. B.M. Da Rif, La letteratura « alla bulesca ». Testi rinascimentali 
veneti. 

3. A. Calmo, Rodiana, a cura di P. Vescovo. 



University of California Library 
Los Angeles 

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NOV 1 2008 



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