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ATENE E ROMA 

j BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 
PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 



IfuovA Serie - Anko I - 1920 

(NUMBKI 1-12) 




FIRENZE 

FELICE LE MONNIER 

EDITORE 



696118 



7R 

CMr\r\0 1 



INDICI 



L. Pabbti. Ai lettori p. 1 

ARTICOLI. 

A. G. Amatucci. Virgilio e Motitevergiue 221 

A. CoMPAKETTi. II Bogno (li iiozze di Arianna abbandonata (con 1 tavola) 14 

G. De Sanctis. Dopoguerra antico (I e II) 3, 73 

P. Ducati. La Etruscheria 119 

A. Ferrabino. Di una pretesa riforma della storiografia 145 

E. Lattes, Per l'iuterpretazione dei testi etruschi maggiori e per la possi- 

bile parentela dell'etrusco coli' hetheo e col lidio 112 

A. Maiuri. La quadriga di Helios di Lisippo 133 

A. Minto. Popnlonia ed i recenti scavi archeologici (con 7 tavole) ... 30 

F. Nkri. Lucrezio e la poesia di Konsard 198 

A. Omodko. Israele e le Genti (I) 184 

R. Paribeni. Culti e religioni in Roma imperialo secondo recenti scoperte 

archeologiche 169 

E. G. Parodi. L'Odissea nella poesia medievale 89 

G. Patroni. Arianna o Didone ? ,. . . 153 

A. Rostaqni. Sulle tracce di un'estetica dell' intuizione jiresso gli antichi . 46 

TRADUZIONI. 



E. BlONONK. Saggi di poesia ellenistica 
— Versione da EsChii.o (Agamennone) . 
L. Dk Stefani. Il carme LI di Catullo 
B. Lavagnini. Fiori di Asclepiadk 
G. MoRici. Ad Ovidio, di A. Pushkin . 
E. G. Parodi. Ulisse, di A. Tknny.son 
di A. Tennyson 



216 
64 
138 
212 
142 
144 



RECENSIONI. 

A. Bbltrami, a E. Stampini, L'Orator di M. Tullio Cicerone. . . . 225 

G. De Sanctis, a P. Foucart, Le eulte des Héros cliez les Grecs ... 65 

P. Fabbri, a C. Pascal, Carmina Indicra Romanorum 1(52 

A. Gandiglio, a E. Stampini, Nel mondo latino 227 

A. Levi, a G. Dk Ruggiero, Storia della Filosofia : La Filosofia greca . 157 

L. Pareti, a L. F. Benedetto, Le origini di SalammbÓ 159 

L. Pareti, a A. Pallis, [S. Paul] To the Ronians 230 

L. Pareti, a P. Foucart, Un décret Athénien etc 230 



Indici 



Notiziario della Società p. 71, 164 

Elenco dei nuovi Soci 72, 166, 231 

Pubblicazioni ricevute in dono 167, 231 

Periodici ricevuti in cambio 232 

♦ 

Collaborarono : A. G. Amatucci, A. Bbltrami, E. Bignone, D. Comparetti, 
G. Dk Sanctis, L. Db Stefani, P. Ducati, P. Fabbri, A. Ferrabino, A. Gan- 
Diauo, E. Lattks, B. Lavagnini, A. Levi, A. Maiuri, A. Minto, G. Morici, 
F. Neri, A. Omodeo, L. Pareti, R. Paribbni, E. 6. Parodi, G. Patroni, 
M. Praz, A. Rostaqni. 



ERBATA CORRIGE. 



Pag. 


28 


1. 


19 


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si legga : 


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11 


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fuggi 


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69 


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46 


vegetazione se 


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vegetazione che 


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dai cui 


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da cui 


Tav. 


IV fig. 


2 


cella pennacchio 


» 


cella : pennacchio 


» 


VI 


9 




lastricata forse 


» 


lastricata, forse 


Pag. 


88 


I. 




inlhissi, romani 


» 


influssi romani 


» 


131 


» 


31 


Cliechozi 


» 


Checozl 


» 


134 


» 




«edita 


» 


inedita 


» 


137 


» 


19 


rirparmiare 


» 


risparmiare 


» 


» 


» 




Phabia 


» 


Ph. Fabia 


» 


152 


» 




forzo 


» 


sforzo 


» 


155 


» 


10 


sia 


» 


sin 


» 


156 


» 




piscologia 


» 


psicologia 


» 


» 


» 


11 


d'altra 


» 


dall'altra 


» 


161 


» 




Metamorfoii e 


» 


Metamorfosi o 



Nuova Seri» - Anno 



Qennaio-Febbraio-Marzo 1920 



N. 1-2-3 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 

PER LA DIFFUSIONE E L' INCOIUGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 

Sede centrale: FIRENZE, Piazza S. Marco, 2 



DIREZIONE DEL Bl'LKETTINO 
Prof. L. PAUKTt 



Abbonamnito annnale . L. 15.— 

Dn numero fteparato . . • 1 .50 



FlreiiM - -2, Piai» s. Marco | "n fa^cicoIo trlniestralo. » 4 50 



AMMINISTRA ZIONE 

Casa Editrice Felice Le Monnier 

Vìa .<>. Callo 33 - KIrenze 



Al LETTORI 



I lettori dell' « Atene e Eoma » sanno, dal Congedo pubbli- 
cato nell'ultimo fascicolo, che il chiarissimo collega Prof. Pavo- 
llni, ha abbandonata la direzione del BuUettino, e che il Consiglio 
Direttivo della « Società italiana per la diffusione e l' incorag- 
giamento degli studi classici » mi ha chiamato a sostituirlo. 

Conscio dell'onore ricevuto e della responsabilità assunta, mi 
riprometto di conservare alla nostra Itivista le sue doti di utile 
strumento per la conoscenza dell'antichità classica; ed anzi spero 
di poterla rendere sempre pu\ interessante e bene accetta, esten- 
dendo l'ambito della trattazione fino ad includere tutti i lati piùi 
notevoli della vita antica. 

Presentare fin da ora un programma particolareggiato sa- 
rebbe facile ma poco utile: d'altronde preferisco i tentativi alle 
promesse. Per far bene non conosco che un solo sistema: ricer- 
care ed ottenere la collaborazione degli studiosi migliori, di chi 
avendo a cuore la fortuna della cultura classica in Italia sia poi 
anche in grado di scrivere pagine di vera sintesi, atte ad un tempo 
a divulgare ed a far progredire la nostra conoscenza del mondo an- 
tico. Le sorti di una Rivista dipendono assai meno dalla direzione 
«he dalla collaborazione: ottima è sempre quando vi scrivono i 
migliori, qualunque ne sia il direttore. E il nostro paese in que- 
sto momento è cosi ricco di valenti studiosi per tutti i campi 
-dell'antichità, che, ove vogliano collaborare, l'unica difficoltà per 
me dovrebbe consistere nel poterne ospitare gli scritti nella pro- 
porzione desiderabile. 



Atene e Iloma. N. S. 



2 A i lettori 

Fidente uell'aiuto di tutti apro le nostre pagine ad ogni di- 
battito sereno, deciso solo ad evitare le polemiche personali, che 
tanto spesso aduggiano ed intristiscono i nostri studi. 

L' « Atene e Roma » vuole articoli brevi ma succosi, né irti 
per soverchio tecnicismo, né slavati per idee troppo trite; vuole 
poche recensioni ma che non siano semplici sommari misti di lodi 
e di biasimi, bensì sguardi d' insieme sul progresso o sul regresso 
segnato dall'opera presa in esame. Naturalmente non mi sarà 
possibile ottenere subito il « giusto tono » : qualche pagina sem- 
brerà forse ancoi-a troppo tecnica ; ma spero che gli autori si con- 
formeranno presto e di buon animo ai nuovi criteri. Io non mi 
risparmierò nel mio ufficio, modesto ma continuo, di invitare e 
di incitare anche personalmente, ad uno ad uno, quei possibili 
collaboratori, che non si offrano spontaneamente: spesso mi per- 
metterò perfino di additare ai singoli quegli argomenti per cui 
suppongo, o so, che i lettori desiderano di conoscere la loro opi- 
nione. E ai lettori sarò grato se mi esprimeranno talvolta i loro 
desideri : si tratti di una mise aii poìnt su (jualche grande pro- 
blema o dibattito, o di uno sguardo alle interrelazioni tra le 
varie discipline, o di riflessioni sulla dipendenza dall'antichità di 
elementi e concetti della vita e della cultura moderna, o di pro- 
poste e discussioni per lo sviluppo della scuola classica. 

Sono ben certo che valido aiuto per attuare le nostre spe- 
ranze ci verrà dalla benemerita Casa Editrice Le Monnier, ora 
rinata a nuova vita, che ha assunta, a cominciare dal presente 
fascicolo, la pubblicazione del Bullettino. Posso già fin d'ora 
annunziare che presto la llivista potrà ritornare ad una più 
congrua mole annua; e che, sotto gli auspici della nostra Società, 
si inizieranno tra breve due collezioui di volumetti, opera di 
Italiani, l'una di carattere più tecnico e, l'altra più divulgativa. 
Della prima è già sotto stampa un volume dell'illustre Senatore 
Prof. Domenico Comparetti, che tratta di un importantissimo 
tema di mitologia ed arte greco-italica. 

Ma per ora basti. Ai collaboratori cortesi ed ai lettori bene- 
voli giunga il mio più fervido saluto augurale. 

Luigi Pareti. 



DOPOGUERRA ANTICO 



Sul principio del 201 av. Cr., con nna pace vittoriosa lioma 
poneva termine a quella clie fu, lasciiindo da parte le lotte civili ro- 
mane, la maggiore guerra antica, la seconda punica. Iniziata per 
una controversia tra Itoma e Cartagine circa la delimitazione delle 
scambievoli « sfere d' influenza » in Spagna, per cosa dunque cbe 
non sembrava avere importanza vitale né per 1' nua né per 1' altra 
delle due rivali, la seconda puuica si trasformò presto in una lotta 
disperata per l'esistenza: quando Roma, col rifiutare qualsiasi trat- 
tativa e persino gli scambi fino allora usuali dei prigionieri *), ma- 
nifestò chiaro il suo proposito di non voler chiudere il conflitto fa- 
cendo una pace di compromesso, ma abbattendo gli avversari. Di 
poterli abbattere aveva sicurezza assoluta, purché, rimanendole fedeli 
gli alleati italici, non lesinasse i sacrifizi necessari alla vittoria. Tale 
sicurezza, non menomata dai disastri con cui la guerra s'iniziò e dal 
genio del comandante cartaginese Annibale, uno dei maggiori strate- 
ghi che sieno mai stati, si fondava sul dominio del mare '), che Itoma 
aveva acquistato con la battaglia delle Egadi e che serbò d'allora 
in poi inconcusso fino a Genserico, cioè fino alla caduta dell' impero, 
e sulle Ibrze militari della federazione italica; le quali erano supe- 
riori d' assai per numero, valore e fedeltà a quelle che Cartagine 
poteva contrapporvi, di cittadini cartaginesi, poco numerose queste 
e poco bellicose, o di sudditi e mercenari libici e spagnuoli, bellicose 
queste, ma d'incerta fedeltà e di scarsa disciplina e di scarso ren- 



') PoLYH., VI, 58; Liv, XXII, 58-61; CiC , <?« off, III, 113; Appian., Hann., 
28; Zox, IX, 2; Gkli. , n A., VII, 18. 

') Quale sia l'importanza del dominio del mare nella storia del mondo risulta 
chiaro dallo vicende della ultima guerra. Ma già prima so no giudicava a dovere 
dai più avveduti.- Vedi p. es. Mahan, The influence of Sca power upon history, 
New-York, 1893. 



Gaetano De Sanctis 



(Umentose non accuratamente inquadrate da ufficiali cittadini e tenute 
insieme dalla speranza del bottino e del successo. 

La vittoria di Naraggara, piiì conosciuta col nome arbitrario di 
vittoria di Zaina, e il trattato di pace imposto da Scipione l'Africano 
ai Cartaginesi mostrarono che le speranze dei llomani erano ben 
fondato. La rivale, fiaccata, fu ridotta alla mercè di Roma; l'impero 
cartaginese frantumato ; la supremazia dei llomani nei paesi del ba- 
cino occidentale del Mediterraneo piena ormai ed assoluta. Ad essi 
e ad essi soli stava il fissarne le sorti avvenire. Ad essi soli, perche 
la caduta dell'impero cartaginese era definitiva. Costituiva quello, 
come l'impero austriaco, un aggregato di 'genti diverse, tenute in- 
sieme parte dalla forza, parte dall'interesse momentaneo, parte dal- 
l'influsso d'uua tradizione ormai antica: non da legami di stirpe, di 
lingua, di simpatia, di veri e permanenti interessi. In modo che, 
spezzata una volta la compagine, non v'era il pericolo che si ricosti- 
tuisse, salvo il caso che il trattamento fatto a tutti quelli che v'erano 
stati inclusi non fosse così uniformemente e stoltamente duro da ren- 
derli di nuovo solidali contro il vincitore. Ma questo caso i liomani 
erano troppo sagaci per non saperlo evitare. E posto ciò, Cartagine, 
ridotta al possesso d'una parte della Tunisia e di qualche punto della 
costa tripolitana, senza alcuna possibilità di ulteriori espansioni, con- 
finante oltre questi termini con la potente ed ambiziosa monarchia 
semicivile di Masinissa, entro le stesse frontiere circondata da una 
popolazione libica troppo abbondante e troppo diversa per essere 
assimilabile ai dominatori fenici, poteva bensì col beneplacito di Itoma 
rifiorire come una prospera repubblica commerciale e marinara, quale 
era allora nell'Oriente Rodi; ma non aveva alcun modo di riconqui- 
stare la potenza perduta. 

Era per Roma un successo immenso. Un successo di cui gli ef- 
fetti durano fino ad oggi. Se ogni pericolo di predominio d'una stirpe 
semitica, quale era la fenicia, in Europa o in qualche parto d'Europa 
fu rimosso per tutta l'antichità, se 1' Europa occidentale, iu cui non 
era veruna potenza civile all' infuori di Roma, fu campo aperto alla 
colonizzazione latina, se il Mediterraneo occidentale divenne un lago 
latino, ciò si deve alla vittoria risolutiva di Roma su Cartagine nella 
seconda punica e ai terribili sacrifizi con cui Roma e la federazione 
italica che le si stringeva d' attorno pagarono la vittoria. Terribili 
di fatto furono i sacrifizi degli Italici. Di rado o non mai, salvo 
nell'ultima guerra europea, un popolo intero, pur di riportare vittoria 
pienissima, impiegò a quel modo, senza riguardo, fino a rasentare lo 



Dopot/uerra antico 



esaurimento, le proprie forze. Gli eserciti di cittadini romani e soci 
italici inviati annualmente dai Eomani per combattere nei molti teatri 
ia cui la guerra si svolgeva, in Italia, in Sicilia, in Sardegna, in 
Spagna, in Oriente, in Africa, erano tali, comparativamente alla po- 
polazione italiana d'allora, che, sebbene avessimo in Livio, desunte 
da documenti ufficiali, le liste annue delle legioni, i critici moderni 
contro l'evidenza del documento ritenevano errate quelle liste per la 
impossibilità, presunta, che fosse a lungo sotto le armi dal 5 °|„ al 
10 "1^ della popolazione totale; finché è venuta la grande guerra eu- 
ropea a mostrarci col fatto che tale proporzione non è assurda '). 
Né minori proporzionalmente dovettero essere, per quanto non deter- 
minabili in cifre, i sacrifizi finanziari, tributi, offerte, prestiti senza 
interesse '). E, sacrilizio anche piìi grave, i campi italiani lasciati 
devastare senza pietà dal nemico, i commerci sospesi o distrutti. 

La vittoria diede i mezzi per riparare a tanti danni : con la in- 
dennità in primo luogo che si imposo ai vinti. Gravissima per essi ; 
ma il Governo romano non credette nel suo interesse d'impedire ai 
Cartaginesi il pagarla distruggendone il commercio o confiscandone 
la marina mercantile ; e appunto perchè Scipione non chiese ai vinti 
l' impossibile e non si lasciò indurre né da terrore del nemico scon- 
fitto, né da desiderio di vendetta a passare il segno nello sfruttare 
la vittoria — il segno fa passato assai più tardi, quando l'imperiali- 
smo aveva cominciato a portare i suoi frutti di abbassamento mo- 
rale — , Cartagine potè non già restaurare la propria potenza politica, 
della quale il vincitore aveva spezzato le basi ; ma riaversi econo- 
micamente, sì da offrire presto il pagamento anticipato di tutta la 
indennità dovuta '). A questa indennità si aggiungevano il tributo 
in natura, cioè in granaglie, che pagava la Sicilia, ormai tutta con- 
quistata nella seconda punica, l'importo ricchissimo dell'esercizio 
delle miniere d'argento spagnuole, di cui i Eomani si erano impadro- 
niti togliendole a Cartagine, le entrate minori dei tributi sardi e 
spagnuoli. Così al bilancio romano, fin dagli anni successivi alla 



') Vedi la mia Storia dei Romani, III, 2, pp. 317 segg., 631 segg., dove mi 
sembra si trovino già confutate le ragioni addotte contro le liste liviane nello scritto 
allora a me ignoto di E. Meykr, Sitzungsher. dei- Beri. Akad., 1915, p. 948 segg. 

') Vedi qualche osservazione in proposito nella SI. dei R., Ili, 2, pp. 227 seg., 
623 segg. Quanto costasse ai Romani la seconda punica sarebbe vano cercare. Ma 
si potrebbe, senza troppa difficoltà, cercar di determinare quanto essi spesero anno 
per anno per l'esercito e per l'armata. 

3) Liv., XXXVI, 4, 7. 



(Jaetano JJe Sanctis 



guerra fu assicurato il pareggio, anzi l'avanzo, senza bisogno di ri- 
correre a nuove imposizioni. 7'] si potè anche estinguere iniinediata- 
Miente il debito e, in poco più d' un decennio, j)rofittaudo degli in- 
troiti dovuti ad altre conquiste, restituire ai contribuenti l'ammontare 
integrale delle imposte straordinarie da essi pagate durante il conflitto 
contro i Cartaginesi '). 

Ciò seinpliflcava, in apparenza, i problemi del dopoguerra. La 
guerra, anzi pareva risolversi in un ottimo affare per la pubblica 
finanza. E mentre si restaurava la finanza, lo Stato ebbe sùbito an- 
che i mezzi di lenire le sofferenze e il malcontento dei cittadini, ol- 
treché con la restituzione dei tributi, con distribuzioni di grano a 
basso prezzo ') e con assegnazioni gratuite ai bisognosi di lotti di 
terreno confiscato ai ribelli italici '). Chetati cosi quelli che più ave- 
vano sofferto o quelli di essi che più gridavano, si potè gioire in 
Eoma senza ritegno del trionfo e profittarne per conquistare a grado 
a grado l'impero del mondo. E frattanto non si discussero, anzi in 
gran parte non s' intra vvidero neppure i problemi gravissimi che il 
dopoguerra poneva. 

Il primo era un jjroblema costituzionale. Dalla pacificazione tra 
il patriziato e la plebe ai i)rimi anni della seconda punica i cittadini 
che davano il voto nei comizi o nei concili della plebe non solo fu- 
rono di nome il potere sovrano dello Stato, ma ebbero anche di fatto, 
in concorrenza col senato, un influsso sempre grandissimo, talora pre- 
ponderante, nella direzione della cosa pubblica. Dopo la battaglia 
del Trasimeno e specialmente dopo quella di Canne, il senato, di- 
retto sopratutto dal vecchio Fabio il Temporeggiatore, senza una legge 
di pieni poteri, assunse esso di fatto la pienezza di poteri che la 
gravità delle condizioni richiedeva. E da allora diresse la guerra, 
distribuendo le forze e i comandi, fissando le linee generali delle 
offensive e delle difensive, ordinando leve, concludendo prestiti, ira- 
ponendo tributi, accentrando in una parola la somma dei poteri sta- 
tali, tacitamente consenzienti magistrati e popolo. Non si trattava 
in massima di poteri nuovi che il senato assumesse; sì quasi soltanto 
di un uso più invadente, sistematico, esclusivo di poteri che già più 



1) lav., XXXIX, 7, 6. 

*) Se ne fecero uel 201 (Liv., XXXI, 4, 6), nel 200 (Liv., XXXI, 50, 1) e 
nel 196 (Liv., XXXIII, 42, 8). 

"I A cominciare dalle cinque colonie cittadine che si deliberò di fondare nel 
197, Liv., XXXII, 29. 



Dopoguerra aulico 



o meno aveva ; col dovuto rispetto alle forme, perchè spesso il se- 
nato non faceva in apparenza die invitare il magistrato a prendere 
un dato provvedimento o a sottoporre al popolo una data proposta; 
onde il fatto, innegabile e capitale, sfugge quasi a clii più che alla 
realtà viva delle cose, badi alle formole del diritto pubblico '). 

Comunque, all'accentramento di poteri statali che riuscì per tal 
modo all'alto consesso si deve, certo, in grandissima parte la vit- 
toria. Ma quando la guerra fu Anita, era avvenuto quasi inavverti- 
tamente un profondo rivolgimento costituzionale: la sovranità effet- 
tiva del popolo era passata nel senato. Era un rivolgimento del resto 
preparato e favorito dal processo anteriore della storia d'Italia e se- 
gnatamente dall'estendersi del territorio popolato di cittadini romani, 
che rendeva sempre più difficile la espressione della vera volontà 
popolare per mezzo dei comizi e la formazione stessa d'una coscienza 
politica collettiva. Ma a questa tendenza prima della seconda punica 
s'era reagito in vari modi, e sopratutto con la riforma dei comizi 
centnriati '), che aveva mirato a svecchiarli, a renderli più agili e 
più rispondenti alla struttura effettiva della società romana. Ora il 
senato s'era assuefatto a dominnre e il popolo a essere dominato. E 
rimedi come quello della riforma centuriata, che del resto si facevano 
sempre più difficili, non si tentarono più. In sostanza la bardatura di 
guerra assunta dopo la battaglia di Canne, il Governo romano non 
la depose se non in piccola parte. E ciò si spiega. Per protestare 
eflìcaceraente contro la confisca, sebbene non apparente, delle pub- 
bliche libertà, non bastava la voce tìoca dei contadini proprietari, ro- 
vinati da tanti anni di guerra e privi d'ogni salda organizzazione, 
né quella anche più fioca dei salariati, non meno disorganizzati dei 
contadini, cui la concorrenza del lavoro schiavo, cresciuta per eff'etto 
<lelle gregge di schiavi che le guerre della prima metà del sec. II 
gettarono sul mercato a vii prezzo, toglieva insieme credito e forza. 

Codesto incremento dei poteri del senato andava a tutto van- 
taggio della oligarchia patrizio-plebea, che si trasmetteva come una 
eredità le cariche principali dello Stato. La trasformazione infatti 



'J Vedasi come Polibio caratterizza iu poclie parole la diversità della costi- 
tuzione roinaua dalla cartaginese ai tempi della seconda punica ; e non importa 
che egli anticipi agli inizi di quella guerra ciò che fu iu gran parte 1' effetto di 
essa, VI, 51, 6: zijv TiXsiaxtjv duva/iiv sv roìf SinpovXiotg itaoà fùv KaoxfjSovioie ó drjftos 
tjStj fiEieiì.ricpet, jiaoà de 'Pco/iaiot; àxftijv ei/«v ij avyx/.ìjTo;. 

*, Circa la quale e i suoi fini mi sia lecito rinviare a ciò che ne ho scritto 
nella St. dei B., Ili, 1, 335 segg., 353 segg. 



Gaetano De Sanciis 



della aristocrazia romana in oligarchia, che s'era iniziata fra il prin- 
cii)io della prima punica e la fine della seconda, si rassodò ancora e 
si compiè tra la fine della seconda e quella della terza '). In modo 
che, con poche eccezioni, in una ventina di casate nobili si ridusse 
come il comando degli eserciti e il governo delle provincie, così l'au- 
torità precii)ua nel senato '). Anche nel senato: poiché il senato, sem- 
pre nominalmente costituito dai censori, parte per lègge parte per 
forza di consuetudine si componeva ormai quasi per intero di coloro 
che avevano rivestito magistrature. Sicché in sostanza il i)opolo stesso 
che eleggeva i magistrati, eleggeva con lo stesso voto, indiretta- 
mente, il senato. E qui si affaccia uno dei problemi più curiosi e 
meno nettamente chiariti della storia romana: come cioè il Governo 
in quel tempo fosse in realtà rigidamente oligarchico, benché le ele- 
zioni alle magistrature e quindi al senato avvenissero a suffragio 
universale. Suffragio per di più non vincolato a nessuna esclusione 
uè per censo né per nobiltà di natali. Prescindendo infatti dai liberti 
e da quanti esercitavano professioni ritenute non degne, come gli 
attori, al più l'uso escludeva, ma non pare fosse esclusione sancita 
dalla legge, quelli i cui padri erano stati schiavi. Con tutto ciò il 
suffi'agio universale, l'arma terribile che spezza oggi le oligarchie e 
sconvolge a favore degli umili gli ordinamenti sociali, non valse a 
impedire che acquistasse e mantenesse il suo predominio in lioma 
una oligarchia sempre più ristretta. Questo dipendeva in parte dal- 
l'ordinamento dei comizi centuriati che, immutato dopo le riforme del 
sec. Ili mentre mutava la struttura del corpo sociale, rendeva a poco 
a poco illusorio il suffragio dei meno abbienti. Ma esso non era il- 
lusorio nei comizi tributi, dove più e meno abbienti avevano piena 
pà,rità di voto, e solo i nullatenenti, con. poche altre categorie, come 
i liberti, e neppure questi per intero, erano messi in condizioni in- 
feriori col limitarli alle tribù urbane. Non siffatte limitazioni dun- 
que, ma altro spuntò l' arma del suffragio universale. Certi difetti 
gravissimi degli ordinamenti elettorali romani, guardando le cose alla 



*) Sallust., lì. lug., 63,6 : consulatìim nobililas inter se per manuii trahedai. 

') V. la statistica presso C. Nkumanx Oeschichte Koma Hiihrend des Verf. der 
Bep. I, 30. Tra il 200 e il 146 soltanto 16 consoli hanno gentilizi prima d'allora 
non registrati nei fasti consolari ; e di questi quattro soli ci sono detti esplicita- 
mente dalle fonti uomini nuovi, cioè uomini i cui avi non avevano rivestito magi- 
strature curuli. Sul concetto preciso della nobililas, non sempre esattamente definito 
dai moderni, e su quello, ad esso antitetico, della novità, vedasi Gelzer, Die No 
hilitàt der ròm. liepublik, Leipzig 1912, p. 22 segg. 



Dopoguerra antico 



superficie. Quelle stesse ragioni profonde, quando si guardi i>iù ad- 
dentro, che rendevano i comizi legislativi impotenti a fronte del se- 
nato; le quali perpetuarono e aggravarono quei difetti e impedirono 
di sanarli; sicché una rete di pregiudizi, di tradizioni, di clientele, 
di malcostume politico avvinghiò a poco a poco il popolo, tenendolo 
stretto a ordinamenti per esso esiziali. E per cercare di dispiccarsi 
da quella rete non trovò più tardi altra via che quella della violenza. 

Così fu che qua!ito il senato seppe esercitare saggiamente il po- 
tere in un momento eccezionale in cui esigenza suprema era la unità 
di direzione e la tensione massima di tutte le energie all'unico fine 
della vittoria, altrettanto, nonostante le lodi che alla sua sapienza 
davano anche gli stranieri o i nemici '), si mostrò inadatto a governare 
in permanenza. Scelto nella classe sociale più abbiente, il suo era ne- 
cessariamente, per quanto potesse essere nei senatori la buona vo- 
lontà di governare a vantaggio di tutti, un Governo di classe : il 
Governo quindi meno adatto a conoscere e a sanare i mali di cui 
soffrivano le classi inferiori *). A questi mali non si poteva reagire se 
non frenando la prepotenza e l'ingordigia crescente sia della vecchia 
aristocrazia patrizio-plebea, tra cui si reclutava appunto in massima 
il senato, sia dei nuovi ricchi, gli arricchiti di guerra, che con la 
connivenza della nobiltà senatoria, la quale si trovò spesso cointeres- 
sata nei loro profitti, presero a sfruttare senza pietà, le regioni in 
cui si venne estendendo il dominio o il predominio di Koma, e co- 
stituirono ora una classe con speciali onori e privilegi, la classe che 
fu detta dei cavalieri. 

Inoltre l'accentrarsi nel senato della suprema autorità di Governo 
ebbe per effetto l'irrigidimento degli ordini statali col prevalere delle 
tendenze conservatrici, quando appunto le riforme più audaci sareb- 
bero state necessarie per adattare i vecchi ordinamenti alle esigenze 
nuove create dalla vittoria. Così i Romani avevano ignorato fino al- 



') Anche pifi dell'ammirazione di Polibio per la costituzione romana è tipica 
quella di I Mach. 8, di cui baati citar qui il passo sui senato, 8, 15 : xal jìarken- 
xfjoior èjtoiijoaf éavioìs «ai xafi' t)ftéi>av è^ovÀsvovro zgiaxóaioi xal eìxoai /^ovhvó/ieroi 
Sta .layvòg Jicgl zov jcXtjHovs rov eìiHoa/tcìv aviovg 

•} Ciò è in apparente contraddizione iinche con vari giudizi dati nell'età cice- 
roniana, p. e. Sall., hiHt. I, 11, Macr. : optimis autem moribus et maxima concordia 
egit (rea Romana) Inter secundum atque poatremum ielhim Carthaginienee. Cfr. b. lug., 
41, 2 e Cic. de ìeg. II 10, 23. Ma l'albero si conosce dai frutti. E il governo se- 
natoriale è da giudicare, come l'ordinamento statale di Luigi XIV, dai terribili 
frutti, che portò, di rivoluzione. 



10 Gaetano De Sanctin 



lora eserciti permanenti e comandi militari permanenti. Si facevano 
leve quando ve n' era bisogno e nella misura del bisogno ; e i sol- 
dati si licenziavano, fino alla seconda punica, doi)0 una o due cam- 
pagne. Adesso invece c'era almeno una regione trasmarina che non 
si poteva tenere se non presidiandola in permanenza, la Spagna; e 
d'altra parte s'intende di leggeri che, dopo aver ghermito ai Carta- 
ginesi i loro possessi si)agnuoli, i Romani i)ensassero tanto poco ad 
abbandonarli a se stessi quanto le Potenze vittoriose hanno pensato 
ad abbandonare a se stessi i possessi africani della Germania. Con- 
veniva dunque inquadrare negli ordinamenti vigenti i comandi dei 
presidi stabili delle [)rovincie. Ora, nell'interesse dei provinciali non 
meno che dello Stato romano, era necessario per ciò superare i vec- 
chi concetti sulla illimitatezza dell' imperio militare e fissare fra i 
magistrati rapporti di coordinazione e subordinazione più effettivi di 
quelli basati sulle formole antiquate della collegialità e deWimperium 
maius e mhms; i quali potevano bastare fino a un certo segno quando 
i magistrati militari esercitavano il loro ufficio per pochi mesi, a po- 
che miglia da Itoma e sotto la sorveglianza immediata del senato e 
del popolo. Il feticismo delle formole costituzionali, che induceva a 
non toccarle neppure quando le condizioni mutate le avevano svuo- 
tate del loro contenuto, si consertava con la impotenza a stabilire, 
tra gli ambiziosi e insofferenti membri della nobiltà che componevano 
il senato, una vera e i)ermanente gerarchia di poteri, pj l'effetto do- 
veva essere di rendere i governatori indipendenti di fatto dal potere 
centrale e d'abbandonare i provinciali al loro arbitrio senza nessuna 
valida guarentia. Tali effetti peraltro non maturarono a un tratto; 
e ciò contribuì a rendere più durevole e meno suscettibile di cor- 
rezione lo stato di cos(? da cui procedevano. La vecchia disciplina e 
la vecchia probità romana costituirono sul principio contro le usur- 
-pazioni a danno del potere centrale e il malgoverno dei sudditi bar- 
riere di qualche valore. Ma non erano barriere che potessero resi- 
stere alla lunga agli appetiti che la stessa onnipotenza destava nei 
governatori. E a poco a poco per necessità intrinseca germogliò da 
questo ordinamento o per dir meglio da questa mancanza di ordina- 
mento l'anarchia vergognosa e impotente in cui si dibatteva la Re- 
pubblica al tempo di Cicerone per ciò che riguarda il governo delle 
Provincie; quando l'assoluta incui-anza dei governatori verso il po- 
tere centrale dello Stato faceva riscontro alla inumana oppressione dei 
sudditi, che essi sfruttavano e lasciavano sfruttare in ogni maniera 
dalle potenti società dei finanzieri romani. A questa condizione di 



Dopoguerra antico 11 



cose intollerabile pose poi termine la monarchia, subordinando effet- 
tivamente i governatori forniti di forze militari all'imperatore, gene- 
ralissimo dell'esercito, e dell' imperatore facendo il tutore dei diritti 
dei sudditi contro la prepotenza dei comandanti provinciali. La guerra 
civile adunque e attraverso ad essa la fine della libertà fu lo sbocco 
cui condusse il prepotere dei governatori; svoltosi v>ercbè non s' in- 
travvide la assoluta necessità delle riformo costituzionali imposte dalle 
condizioni nuove create dalla seconda punica e possibili allora solo, 
nell' immediato dopoguerra, quando il male non era ancora inveterato. 
Alla mancata soluzione del problema costituzionale e però agli 
effetti rovinosi che ne conseguirono contribuì la mancata soluzione del 
problema sociale, che privò il popolo delle energie e dello spirito di 
iniziativa necessari per affrontare l'altro problema. E questa alla sua 
volta come fu per un lato concausa, così fu per 1' altro effetto di 
quella. La vita d'un popolo è infatti un intreccio di problemi inter- 
dipendenti, le cui soluzioni o nuincate soluzioni agiscono e reagiscono 
del continuo le une sulle altre. 

Il problema sociale ') nasceva dalla crisi della classe che era stata 
il fondamento della grandezza di Roma e d' Italia, la classe dei pic- 
coli proprietari rurali. Questa classe laboriosa e tenace, mentre traeva 
faticosamente il frutto dalle terre non sempre fertili dell' Italia cen- 
trale e meridionale, aveva, come avviene di regola nei paesi che 
progrediscono, colmato co' suoi elementi dotati di maggiore intelli- 
genza e operosità i vuoti delle classi superiori man mano che s'apri- 
vano, rinsanguandole. Questa aveva fornito le reclute agli eserciti 
vincitori di Pirro e di Annibale. Essi, i bravi contadini italici, eran 
corsi all' appello della patria quando « tonò '1 punico furore da '1 
Trasimeno ». Ma ora le devastazioni nemiche avevano in molte parti 
d'Italia devastati i campi e distrutti gli attrezzi e le case rusticlie, 
la necessità di cercar sicurezza entro le mura delle città fortificate 
aveva dato all'urbanismo un impulso nuovo, i campi anche non de- 



') Di esso HI è molto o variamento trattato. La trattazìonu più larga e mi- 
gliore mi sembra qnella ili A. H. J. Gukknidgk, A history of liom, 130-104, Lon- 
4ou, 8. d. ma 1906, eh. I. Non è dubbio che le dottrine generalmente accettate 
intorno alla storia economica d' Italia nel Ilei secolo av. Or. debbono essere in 
buona parte rivedute e corrette. In proposito si veda Cardinali, Le ripercussioni 
dell'imperialismo nella vita interna di Romi, in Scientia, XIII (1913), p. 402 segg. ; 
KisoMAYEiì, Die itiirlschaftliohe Entieicklitng Italiens ini II. und I. Jahrh. v. Chr., in 
Neue Jahrb. f. das klaas. Alt., XXXtlI (1914;, p. 145 segg. ; T. FrAxk, Agricul- 
Iure in early Latiiim, in Ani'irican economie Review, IX (1919;, p. 267 segg. 



12 Gaetano De SoHctis 



Tastati erano rimasti incolti pel prolungarsi dell'assenza forzata dei 
proprietari chiamati sotto le armi, e quell'assenza stessa aveva talora 
disamorato i contadini soldati dal rude lavoro della terra. Non era 
tutto ciò fenomeno interamente nuovo: già nella prima punica se ne 
erano visti i principi. L'aneddoto di Atilio Kegolo che, prolungan- 
dosi la sua permanenza in Africa, si lamentava col senato per l'ab- 
bandono in cui era costretto a lasciare il suo campicello '), può es- 
sere invenzione, ma è invenzione tipica di quel che cominciava ad 
avvenire. Il male ijeraltro, già allora a'suoi inizi, s'era durante la 
seconda punica spaventosamente aggravato. A tutto poteva ancora 
rimediare una oculata, vigorosa, audace politica agraria, come era 
stata tra la prima e la seconda punica quella di Gaio Flaminio '). Ma 
a questa politica cominciava a mancare ormai quel che n'era il pre- 
supposto : il fermo consenso d'un popolo sano e consapevole de' suoi 
diritti e de' suoi interessi, risoluto a far sentire la sua voce. Comin- 
ciava invece a predominare, nelle concioni e nelle votazioni, la plebe 
urbana sempre piìx numerosa e sempre più scadente, impigliata 
poi in un modo o nell' altro nelle clientele dei nobili e dei ricchi, 
abbondante, per effetto delle manumissioni, d' elementi stranieri di 
dubbio valore, ignara o incurante degli interessi della classe rurale. 
E non è a maravigliare, in tali condizioni, se più di qualsiasi pro- 
gramma popolare, giovasse ad esempio ai giovani ambiziosi per assi- 
curare la loro ulteriore carriera politica il non risparmiare denari nelle 
rappresentazioni solenni dei ludi. 

S'aggiunga che il bottino, la restituzione delle imposte, la distri- 
buzione di grano a basso prezzo, la deduzione di qualche colonia, 
fecero sì che, mentre si lenivano le sofferenze più acute ed appari- 
scenti, non si curò e quasi non avvertì il male che n'era la causa. 
Ed esso s'aggravò ancora e s'inveterò in modo che i rimedi ordinari 
e normali non bastarono più a sanarlo. Così la classe dei contadini 
proprietari venne declinando.; mentre una parte delle masse rurali, 
nelle regioni ove questo movimento fu più rapido, venne riduceudosi 
a proletariato e affluì in folla nelle città e particolarmente in Koma. 
Della decadenza economica e morale dei piccoli proprietari profittò frat- 
tanto, e la promosse, la classe dei nuovi ricchi, ben lieta di investire 



') Val. Max., IV, 4, 6; Liv., per., 18 ecc. 

*) Su cui è da vedere Fkaccaro, Lex Flaminia de agro Gallico et Piceno vi- 
rilim dividutido, in Atheuaeum, VII (1919), p. 73 segg. : sajfgio acuto, ma forse non 
a pieno convincente. 



dopoguerra antico 13 



in terre i guadagni delle forniture e degli appalti. Essa, insieme con 
la veccljia aristocrazia, die s'arricchiva coi comandi militari e provin- 
ciali, acquistò le terre cbe i piccoli proprietari abbandonavano. Con 
ciò e con la occupazione di vasti terreni di dominio pubblico, che lo 
Stato lasciava volentieri ai capitalisti forniti di mezzi per metterli 
in valore, accadde nel corso del II secolo, favorita dalle guerre che 
tennero dietro alla seconda punica o che ijflfrettarono la evoluzione 
da essa già bene avviata, una trasformazione economica profonda. Si 
sostituì cioè in larga misura alla piccola proprietà il latifondo. Gli 
effetti propriamente economici non ne furono sempre disastrosi come 
in generale si riteneva : anzi le opinioni dominanti vanno sottoposte 
per questo rispetto ad accurata revisione. Il trasformarsi delle col- 
ture e sopratiitto l'incremento delle colture nobili, per cui l'Italia, 
secondo uno scrittore di cose rustiche, pareva ridotta a un immenso 
giardino '), accrebbe anziché sminuire la ricchezza nazionale '). Ma 
gli effetti sociali furono disastrosi : che la ricchezza si venne concen- 
trando in poche mani, mentre la si)erequazione fra le classi si faceva 
più stridente. «Le belve che stanziano in Italia », gridava alla plebe 
romana meno di settant'anni dopo la seconda punica Tiberio Gracco, 
« hanno una tana: non manca a ciascuna covile e ricovero. Ma quelli 
che per l'Italia combattono e muoiono, non vi partecipano d'altro 
possesso che dell'aria e della luce. Mentiscono i generali quando nelle 
battaglie esortano i soldati a far fronte al nemico per difendere le 
tombe e gli altari. Che nessuno tra tanti Eomani ha un'ara paterna 
né una tomba avita ; ma per lo scialo e la ricchezza altrui combat- 
tono e muoiono, essi che, detti padroni del mondo, non hanno in 
proprio una zolla di terra » '). Ora quando le classi abbienti lasciano 
che i contrasti economici si facciano così stridenti e profondi, è vano 
poi sperare che essi si appianino per mezzo di concessioni scambie- 
voli. Rimedio ce n' è in tali casi uno solo, e porta il nome terribile 
di Eivoluzione. Questo rimedio alla rovina della classe rurale tenta- 
rono gli agitatori appunto che commovevano il ]»oi)olo dipingendogli 
nel mo.lo che vedemmo i suoi mali, i Gracchi. ]\Ia la rivoluzione 
graccana per la impotenza morale ed economica della classe a cui 
vantaggio era fatta, dopo aver travolto i suoi duci, sboccò in una 
serie di sanguinose e feroci guerre civili, interrotte da periodi di 



') Vaiìr., r. r., I, 2, 3, 6. 

') Vedi CAKDixAi.r, loc. cit. 

3) Pi-UT., Tib. Grncck., 9; cfr. Fi.ou., Il, 2, 3 



14 Gaetano Ve Saiietiii - Dojyofliterra aulico 



iinarchìn, tra le quali non si risollevarono in Italia le sorti dei con- 
tadini liberi, ma cadde con esse, ad Utica ed a Filippi, la libertà la- 
tina, per non risorgcn* ])oi, salvo le gloriose, ma brevi e limitate 
])arentesi dei Comuni medievali, se non dopo quasi duemila anni, 
sullo scorcio del sec. XVIII. Il capitalismo in sostanza aveva vinto; 
ma per vincere aveva dovuto sottoporsi esso stesso alla monarchia 
militare. 

Così, in conclusione, la fine della libertà latina e con essa della 
libertà antica in generale si deve in grandissima parte a questo : cbe 
i Romani non seppero risolvere, anzi neppure affrontare i due gravis- 
simi problemi, economico-sociale e costituzionale, che poneva il dopo- 
guerra della massima guerra antica. Gravissimi problemi questi. Ma 
il dopoguerra ne pose uno anche piiì grave ; e, di nuovo, all' atteg- 
giamento che i Romani presero davanti ad esso contribuì la mancata 
soluzione di quelli, mentre esso contribuì alla sua volta non poco a 
tale mancata soluzione. Voglio parlare del problema da cui dipen- 
devano non più solo le sorti dei contadini italici o della libertà ro- 
mana, ma le sorti, può dirsi, del mondo antico e quelle in i>artico- 
lare della civiltà classica : il problema internazionale. 

(Continua). 

Gaetano De Sanctis, 



Il sogno di nozze di Arianna abbandonata 

DIPINTO POMPEIANO 

{Con ìtna tavola fxwrì tento: 1) 



È decorso quasi un secolo da quando fu scoperto questo dipinto 
pompeiano (8, novembre J826) che ha dato e dà ancora tanto da di- 
scutere agli archeologi '). La scoperta fece grande impressione nel 
mondo dei dotti italiani ed esteri, ai quali tutti parve questo il più 
artisticamente bello ed insieme il più curiosamente problematico, 
quanto al soggetto, di tutti i dipinti fino allora venuti a luce dalle 
città sotterrate dal Vesuvio. Circa il valore del dipinto come opera 
d'arte non vi fu, a mia notizia, che una voce levatasi contro Pam- 



') Per la letteratura relativa lino al 1868, vedi Helbig, Wandgem. n. 974,- 
p. 195 seg. 



Il sogno di nos::e di Arianna abbandonata 15 



mirazione generale, e fu (iiielhi dell'archeologo inglese, ciambellano 
della Regina Carolina, Sir William Geli, il quale nel voi. II dei suoi 
Pompeiana (1832), dando la copia a disegno del dipinto (tav. LXXXIII), 
contro l'opinione prevalente fra tanti uomini, secondo Ini, di cattivo 
gusto, dichiarava questa « one of the worst compositions of the 
ancients » ; priva di grazia e goffa {clumsy) la figura del giovane 
alato, assolutamente brutta (ughj) la figura della donna dormiente, 
(guanto al soggetto, egli seguiva l' idea di chi (R. Rocbette) lo 
definiva come il Sogno di Rhea Sylvia, ricordando però che fin da 
quando il dipinto fu rimosso (e depositato nel museo) esso andava 
sotto il nome di Flora e Zefiro, definizione che emessa dapprima 
da Janelli poco dopo la scoperta (1827) e dall'Avellino nel 1830 
fu poi poderosamente svolta e ripetutamente sostenuta dalla dottrina 
di Fed. Welcker il quale mise in tacere tutte le varie definizioni 
date fin lì (1832) di questa pittura che ei, senza badare alle sguaiate 
ciance del Geli, seguitò sempre ad ammirare i)er la sua « grosse, 
geistreicbe Eigenthumliclikeit ». Fra le definizioni mandate a picco 
dal Welcker vi fu anche quella del Guarini che avea riferito il di- 
pinto alle nozze di Arianna con Bacco. Nel suo scritto Zephyros und 
Ghloris, pubblicato nei suoi Alte Denkm., IV (1861), p. 210 segg., il 
Welcker combatte, fra le altre opinioni, anche quella del Guarini cu- 
riosamente modificata da Wieseler nella 2* edizione dei Deiikm. di 
Miiller, tav. LXXIII, 424, il quale mantiene Arianna, ma invece di 
Dionyso fa apparire Oneiros in persona apportatore alla dormiente 
del Uio in sogno. Così avvenne che, malgrado le iiolemiche e le non 
mai escluse incertezze e dubbiosità, prevalesse, per mancanza di 
meglio, la definizione del Welcker che accettata da 0. Miiller nel 
Manuale di Archeologia, dal Preller nella Mitol. Or., dall' Helbig e 
da tanti altri, ebbe corso quasi indisputato fra dotti e non dotti per 
lunghi anni, tanto che ancora nel 1911 il Sogliano nella Guida 
Rvesch (n. 1404) attenendosi all'Helbig descriveva questa pittura, di 
cui offriva riprodotta l'imagine, col titolo: Le Nozze di Zefiro e Flora. 
Invero, il Robert nella sua edizione del Preller (1894) aveva espunto- 
quanto Preller aveva scritto di questa pittura e di Zefiro il preferito 
amante di Chloris; ed in una nota (p. 472) aveva avvertito che l'idea 
di Welcker sugli amori di Zefiro e Glori e sulla bella pittura pom- 
peiana era da mettersi in quarantena. Tuttavia, né il Robert né altri 
sottopose allora a critica severa l'idea ormai divenuta tradizionale, 
né vi fu chi prendesse a sostenerne un' altra più saldamente fondata. 
Intanto, nel corso di tanti anni dalla scoperta di quella pittura, gli 



16 Domenico Comparetti 



scavi avevano messo a luce un numero ingente di altre pittnre cam- 
pane e fra queste un numero considerevole di pitture tanto, sotto più 
d'un rapporto, affini a quella controversa da non potere assolutamente 
studiare questa senza tener conto in primo luogo di quelle. Ciò non 
isfuggì alla mente di quel dotto pompeianista die è il nostro buon 
amico Sogliauo, il quale nel 1914 risollevando in una assennata memo- 
ria ') la questione circa questa i)ittura sosteneva la tesi del Guarini 
che, non le nozze di Ze6ro e Glori, ma le nozze di Bacco ed Arianna 
siano qui rappresentate. Facilmente il Sogliauo stesso dapprima') e 
poi V. Maccliioro ') dimostrarono l'assurdità della tanto nuova quanto 
strana tesi del Patroni *) che qui volle vedere pitturato Vinsoinnium 
di Didone eh' ei crede accennato da Bidone ad Anna nei tre versi 
dell' Eneide, IV, 9-11! Noi a questa idea del Patroni non possiamo 
fare attenzione come neppure all'idea trascendente del Macchioro il 
quale in una lunga e intricata disquisizione, perdendosi nella selva 
oscura della varietas fabularum si affanna a dimostrare che questo 
dipinto, oltre ad illuminarci sul mito primitivo di Dionyso e Arianna, 
si connette direttamente colla piià schietta tradizione orfica, fanta- 
smagorie mistiche di cui non si può tener conto nella esegesi razio- 
nale positiva realistica delle pitture decorative delle pareti dome- 
stiche campane. 

Sulla idea però del Bacco alato sostenuta dal Sogliano e dal 
Macchioro come già dal Braun e giustamente combattuta dal Patroni, 
dobbiamo trattenerci dimostrandola del tutto priva di fondamento, 
specie per quanto concerne questa pittura, ed avviandoci così ad una 
più sicura e men controvertibile definizione del soggetto di questa. 

* 
* * 

Dionyso, Bacco, laccho, Liber alato è ignoto a tutti gli scrittori 
greci e romani di ])rosa e di poesia compreso il tardo Nonnos il cui 
poema ci dà una specie di enciclopedia dionysiaca in cui Dionyso fi- 
gura sotto tutte le forme quante ne furono immaginate dai poeti dei 
secoli anteriori. Questo dio, come tutte le divinità maggiori, si muove 
liberamente, automaticamente insieme al suo thiasos attraversando lo 
spazio per sola forza di volontà sovrumana e divina, uè egli in tutta 



') Atti Accad, Archeol., Napoli, 1914, p. 24 segg. 

') Atti cit., p. 73 sogg. 

^) Alti eìf., 1918, Dioni/siaca, memoria di fiO pagine. 

■*) Alti cit., 1914. p. 55 segg. e Bendic. Lincei, 1915, p. 



1 

5 

I 



Il sogno di nozee di Arianna abbandonata 17 

la poesia antica ebbe mai tal tipo e carattere da poterlo immaginare 
e figurare alato come ciò potè avvenire per Hermes, Eros, Nike ecc. '). 

Dispiace il vedere come archeologi d' indiscutibil valore siansi 
ostinati a voler trovare una menzione di. Bacco alato nel volitabat 
lacchus di Catullo (LXIV, 251), poco bene invero, poiché pei signifi- 
cati di volito potrebbero essere rimandati al Forcellini dal quale ap- 
prenderebbero che volitare più spesso che di volare è sinonimo di 
vagari (così ad es. nel volitare in foro di Cicerone) come infatti Catullo 
stesso, nello stesso carme, parlando di Bacco, lo chiama vagus Liber 
(v. 390) nello stesso senso in cui Orazio dice vagus Hercules; e pur 
nello stesso carme il poeta chiama la nave Argo (v. 9) levi volitan- 
tem flamine currum. Ed anche pel lacchus di Catullo nel quale ti- 
midamente il Sogliano dapprima, assolutamente il Macchioro poi vol- 
lero riconoscere il lacchus dei misteri, possono ambedue esser 
rimandati all' Onomastico Forcelliniano del De Vit dal quale apprende- 
rebbero che lacchus : « Poetae generatim iisurpant prò Baccho atque 
hinc aliquotiens metouymice prò vino »; fatto di cui vengon citati nu- 
merosi esempi cominciando da Virgilio. 

Né miglior fortuna ebbero il Sogliano e il Macchioro nell'andar 
cercando fra le opere d'arte antica imagini di Dionyso alato. I nuovi 
esempi raccolti dal Macchioro, tutti opere d'arte minore, non rappre- 
sentano Dionyso fanciullo alato, ma Eros in sembianze di Dionyso; 
uno dei più graziosi di questi prodotti di concetto ellenistico è il 
piccolo busto ercolanese di bronzo che da quelli accademici fu detto 
il Bacco alato, come ripete il Macchioro, mentre in realtà non è che 
Eros con in capo attributi bacchici. Altrettanto dicasi del preteso 
Dionyso alato su pantera, su capra ecc. É noto che Eros è anche 
rappresentato con attributi di Ilerakles ai tempi dell'arte ellenistica. 
Ed è pur mirabile che il Maccliioro ai pretesi esempi di Dionyso con 
ali alle spalle mescoli esempi di Dionyso con ali, non alle spalle, ma 
alle tempie, quasi che pur questi potessero provare che nell'idea di 
quegli artisti Dionyso volava ! E nei nobili rilievi del Museo Fioren- 
tino e della Villa Albani non ha egli pensato al significato che deb- 
bano avere le ali alle tempie della maschera di Dionyso imberbe col 
satiro accanto riferentesi alla comedia e della maschera di Dionyso 
barbato altamente seria e ispirata riferentesi alla tragedia? Quando 
egli ci mette dinanzi questi monumentini a proposito del Dionyso 
alato ci vien fatto di chiedere a lui : ri rama nQÒ? ròv Atóvvaov 1 



') Ci'r. Langbehn, FUigelgeat. d. àliest. gr. Kunst., p. i segg. 
Atene e Roma, N. S. 



18 Domenico Compareiti 



Il Sogliano poi che è andato cercando imagini di Dionyso alato 
fra le pitture campane di cui tanto è pratico il dotto pompeianista, 
non ne ha trovato alcuna e si è dovuto limitare a segnalarci invece 
una figura di donna alata delle pitture della Villa Item a cui il 
ì)e Petra volle dare il nome di baccante flagellifera, erronea definizione 
da noi corretta nel nostro scritto su quelle pitture di prossima pubbli- 
cazione; due imagini di giovani alati con patera e prefericolo in 
mano con oreccbie caprine, dipinte ai due lati dell'ingresso al triclinio 
della Villa di Sinistore, ai quali giustamente Barnabei diede il nome 
di Genii, men rettamente il Sogliano pretende cbiamarli satiri. E con 
questa suppellettile il valente nostro amico crede di aver dato una 
decisiva conferma a quella cb' eì cbiama < la divinazione archeologica 
di Emilio Braun»! 1 nostri studi su queste pitture e su tutte le 
pitture campane del ciclo di Arianna ci hanno condotti invece a 
soscrivere senza alcuna restrizione al giudizio che delle idee del 
Brauu ha dato in poche parole Carlo Robert ') ed a quanto pure ne 
dice il Thraemcr nel Roscher (I, p. 1152). Senza più occuparci adunque 
del Dionyso alato, passiamo alla esposizione critica della nostra ese- 
gesi del dipinto in questione. 

Per maggior chiarezza, alla riproduzione fotografica del dipinto 
(Tav. I, 1) aggiungiamo la riproduzione di un assai esatto disegno 
lineare eseguito poco dopo la scoperta e che desumiamo dal summen- 
tovato volume di Geli, (Fig. a pag. 19) ed aggiungiamo pure il disegno 
in maggiori proporzioni della figura del giovane alato desunto dalla 
pubblicazione del Braun e riprodotto dal Macchioro (Tav. I, 2). 

Le dimensioni del dipinto sono: lunghezza m. 1,10, altezza 

m. 1,32. 

* 
* * 

Le alette sulla fronte del giovane alato sarebbero veramente di- 
stintivo di Hypnos i^iuttosto che di Oneiros; né poi l'artista può aver 
voluto rappresentare Oneiros nel giovane alato sorretto dai due eroti. 
Questi non può essere e non è realmente che un giovane sposo so- 
gnato dalla dormiente per effetto di Hypnos in grembo a cui essa 
riposa e che amorevolmente l'assiste procurando alla ancora inconscia 
derelitta sonno benefico ed un sogno beato di amore e di nozze. 
Hypnos che ha divinamente la testa circonfusa da una luce cerulea che 
la mette in rilievo nella semioscurità dell'ambiente, ha in mano la 



') Preller R., p. 710. 



Il sotjno di noize di Arianna abbandonala 



19 



solita coppa e la pianta sonnifera sua distintiva. Egli non guarda in 
basso verso il capo ili Arianna ma in alto verso il giovane alato che 
come distintivo di sogno emanante da Hypnos ba sulla fronte le alette 
che a questo apparterrebbero, benché non le abbia né qui né in al- 
cun' altra delle pitture dov' esso figura presso Arianna dormiente '). 

Sostenuto e guidato dai due eroti alati che lo abbracciano dai 
due lati il bel giovane nudo si libra nelP aria sulle ali d' amore di- 
retto dagli eroti verso la bella dormiente al cui talamo con espres- 




sione d' intenso amoro egli aspira, ed un altro erote glielo appresta 
iuvitandovelo e sollevando la coltre che copriva la nudità della bella 
sua sposa. 

Poiché, questo sogno di Arianna veramente é un sogno di nozze. 
Come sposo il giovane innamorato ha iu mano rami fronzuti e fioriti 
di fiori primaverili dei quali ha pure la testa coronata. Ed a nozze 
accenna pure la teda nuziale ardente guarnita di ghirlande che ve- 
diamo appoggiate alla roccia sporgente quasi come ad un' ara. 

A questa scena di nozze sognate presiede Afrodite che vediamo 
seduta sull' alto di una rupe da cui slancia il drappo che va ad av- 



'; HKr-mG, Waìuìgem. n. 1237, 1239; 2\ot. d. Scari, 1880, p. 490; 1908, 



p. 79. 



20 Domenico ComptiietU 



volgere lo sposo cogli eroti dirigendoli verso la sposa giacente : fun- 
zionando così la dea come yafioazólo? che unisce i due sposi sotto 
la coltre del talamo nuziale. 

Non si può a meno di ammirare l'abilità veramente geniale di 
questo artista cbe ha saputo così felicemente ideare questa scena di 
nozze pur facendo chiaramente intendere che sono nozze sognate. 

Il paesaggio è alpestre e solitario. Dietro ad Arianna dormiente 
veggonsi delle rupi; nel fondo emergono degli alberi; sul davanti 
presso ad Arianna corre un ruscello. Teseo ha abbandonato Arianna 
nella notte, mentre presso di lui dormiva. Pietoso il dio del Sonno 
assiste la derelitta perchè men penoso le riesca 1' abbandono al de- 
starsi. Le tinte cupe della pittura che danno all' ambiente una luce 
•crepuscolare mostrano che la notte è avanzata e si è sul far del 
giorno di cui già si vede il chiarore all'orizzonte, e già è prossimo il 
levar del sole; fatto che il pittore ha signitìcato ponendo presso ad 
Afrodite che siede in alto un erote che regge su di lei un parasole 
o amàdcov (di cui pel guasto della pittura in quella parte oggi non 
si vede che l'asta). È l'ora dei sogni veritieri, secondo l'antica cre- 
denza, ctim somnia vera, come Orazio diceva; quando la mente no- 
stra « alle sue vision quasi è divina » come dice il nostro poeta 
(Purg. 9, 16 segg.). E veritiero è realmente il sogno di Arianna 
qual' è qui rappresentato, benché come tutti i sogni di fatti futuri, 
abbia qualcosa di oscuro, vago e indeterminato; e ciò consiste nella 
figura dello sposo veniente o venturo. Giustamente l'artista non ha 
dato alcun carattere o distintivo individuale alla figura di questo 
sposo sognato che per voler degli dei non poteva esser più Teseo, 
e nella mente di Arianna non poteva ancora esser Dionyso, giacché 
secondo la storia di Arianna allora corrente e seguita da tutti i 
pittori campani, Dionyso non s'innamorò di Arianna che quando la 
vide arrivando a Naxos subito dopo la fuga di Teseo e mentre ancora 
giaceva addormentata. Fin lì né Arianna sa[)eva nulla di un possibile 
amore di Dionyso per lei, né Dionyso sapeva nulla di Arianna e della 
sua bellezza affasci natrice. Ciò giustifica e spiega la indeterminatezza 
che con sano criterio l'artista volle imporsi nell' ideare la figura dello 
sposo sognato che oltre alla bellezza ha pur questo di genericamente 
particolare che vien giù dal cielo come un essere divino, il che non 
basta per ravvisarvi Dionyso. Quindi niun attributo o distintivo di 
Dionyso segnò qui l'intelligente pittore: non il tirso che non manca 
mai nelle pitture del ciclo di Arianna e Dionyso, né un satiro, come in 
quelle pittura, ma un erote solleva la coltre che copriva Arianna mo- 



Il sogno di nozze di Arianna abbandonata 21 

strandola al giovane e ideale sposo. Certamente quanti vedevano que- 
sta pittura e conoscevano la storia di Arianna doveano riconoscere 
Dionyso in quella figura, tanto piìi che, come sappiamo dalle notizie 
su quel trovamento, questo quadro centrale era su quella parete fian- 
cheggiato da figure bacchiche di baccanti, danzatrici, fauni ecc. che 
furono lasciate lì quando il quadro fu trasportato al Museo '). Ma il 
pittore non poteva attribuire ad Arianna cognizioni che non poteva 
avere neppure in sogno mentre non pensava che a Teseo. Ed invero 
il sogno che più naturalmente essa poteva avere in quella notte dopo 
essere giunta fuggendo da Creta con Teseo a Naxos non poteva essere 
che quello delle nozze con questo eroe ardentemente amato, tanto da 
abbandonare per lui e patria e padre, nozze da compiersi e solenne- 
mente celebrarsi in Atene secondo le promesse e il convenuto fra i 
due. E che sia così lo prova la narrazione di Nonnos a cui dobbiamo 
ormai riferirci anche per illustrare il sogno di nozze, ben diverso, rap- 
presentato in questa pittura. Ed ecco quanto narra il tardo poeta dio- 
nisiaco (XLVII, 265 segg.). Dall'Attica dove avea introdotto la colti- 
vazione della vite e l'arte di fare il vino (mito d'Icario, Erigone ecc., 
XLVII, 1-2G4) lasciate le mellite sponde dell' Ilisso il giovane e gen- 
tile Bacco seguito, come sempre, dal giulivo e rumoroso suo thiasos 
veniva verso la vitifera Naxos diretto da Eros che baldo gli svolaz- 
zava d'attorno e guidato da Afrodite che il veniente dio destinava 
a prossime nozze. Poiché pocanzi Teseo spietato, dati al vento i patti 
convenuti, erasi messo in mare lasciando sulla spiaggia la vergine 
donzella che per lui erasi espatriata. E Dionyso al vedere Arianna 
che soletta dormiva fu colto da stupore misto ad amore. E rivolto alle 
Baccanti danzatrici con linguaggio di alto stupore e di riguardosa 
attenzione invitava esse e Pane e gli altri del suo seguito ad astenersi 
da ogni rumore di danze di timpani di siringhe, rispettando il sonno 
di quella divina bellezza che « parrebbe Venere, ma non può esserla 
che non ha il cesto » ; e qui seguono altre congetture di belle divinità 
femminili l'ultima delle quali è Athena, tutte escluse per mancanza 
dei distintivi di ciascuna. Ma ecco che Arianna si sveglia. Essa non 
vede Bacco che colla sua turba si tiene silenziosamente in disparte, 
e non vedendo Teseo presso di sé ne va afTannata in cerca per la 
spiaggia chiamandolo vanamente ad alte grida; e disperata, non ve- 
dendo più neppur la nave ancorata alla riva, si sente abbandonata. 



') Velli Vinci, Descrizione delle mine <U Pompei, Napoli, 1835, p. 82 segg. 
(Casa di Zefiro e Flora o delle Baccanti). 



22 Domenico C'ompareiti 



Qui il poeta descrive le smanie della derelitta e insieme la divina 
sua bellezza in quell'ora dolorosa da sembrare una Venere addolo- 
rata. Finalmente la fa prorompere in una lunga e vivace lamentela 
cbe prende le mosse dal suo sonno che, se non fosse stato, Teseo 
non avrebbe potuto così nascostamente abbandonarla ponendo il mare 
fra sé e lei: « dolce mi fu il sonno fino alla dipartita del dolce Teseo, 
ma esso mi lasciò mentre io era ancora in gioia; poiché dormendo 
mi parca trovarmi nella Cecropia città ed ivi nel palagio di Teseo 
risuonava il gentile imeneo di Arianna cantato in coro, e la mia 
mano dilettavasi di adornare di fiori primaverili il florido altare de- 
gli Amori; ed in capo io aveva la corona nuziale e presso a me 
stava Teseo in veste di sposo offrendo sacrifici ad Afrodite. Oh qual 
soave sogno vid'io! Ma colui fuggendo se ne andò lasciando me nel 
mio virgineo stato! Tanto mi procacciò l'oscura notte pronuba e 
tanto mi rapì apportando luce l'aurora, che, desta, più non trovai il 
mio diletto! Deh mi concedi o Sonno, ancora una volta la piacente 
illusione mandandomi un altro amorevole sogno eguale a quello acciò 
io provi la voluttà soave del sognato imeneo; e tu trattienti a lungo 
sugli occhi miei, acciò io senta durevole il fervente senso d' amore 
delle ideali nozze! » 

Ma poiché Ilypnos non la conforta piìi, Arianna disperata si 
volge chiedendo del suo Teseo alle rupi, ai venti ecc. e segue così 
la lunga lamentela declamata in 150 versi ; della quale giova qui 
notare la chiusa dove Arianna, che crede Teseo sia fuggito ad Atene 
per un'altra donna, osserva che, nel giurar fede a lei, invece d' in- 
vocar, come si suoleva, Hera pronuba, avea giurato per Pallade dea 
vergine, ignara di nozze, e conclude chiedendo « che ha che far 
Pallade con Afrodite! rè UaUdòi xal Kv^^egeii]; »: finito così il lungo 
lamentevole soliloquio, Dionyso che si è tenuto in disparte ed ha 
attentamente ascoltato apprendendo che colei è Arianna colà venuta 
con Teseo da Creta, si avanza ed apparisce in tutta la sua abba- 
gliante divina bellezza alla bellissima dolente il cui animo affannato 
Eros ricrea volgendolo ad un nuovo migliore e piìi nobile amore. Ed 
il giovane dio le parla confortandola e, con una breve suasoria, per- 
suadendola a preferir come sposo lui dio che la coronerà di stelle 
a Teseo mortale. Facilmente persuasa Arianna manda in malora Teseo, 
accetta l'imeneo del celeste sposo, e sul luogo stesso nel talamo ap- 
prestato da Eros si celebran le nozze divine; dopo di che Dionyso 
inseparabilmente unito ad Arianna riprende con lei il suo giro per 
le città della Grecia dirigendosi ad Argo. 



Il sogno di nozze di Arianna abbandonata 23 



Lasciando da parte gli elementi retorici di questa narrazione 
poetica la storia di Arianna da Teseo a Bacco qnal' è qni presentata 
si pnò riassumer nella maniera seguente. 

Diretto da Eros e guidato da Afrodite Bacco giunge a Naxos 
ove si trova in presenza di Arianna dormiente della cui sovrumana 
bellezza ei s' innamora. Obi essa sia però egli ignora. Imposto si- 
lenzio al suo thiaso egli si tiene in disparte e la sta osservando. Sve- 
gliatasi Arianna e trovatasi abbandonata da Teseo, prorompe in 
quella lunga lamentela dalla quale Bacco apprende chi essa sia e la 
mala azione di Teseo; si manifesta a lei; le parla come dio che la 
vuol fare sua sposa ; Arianna oblia Teseo abbraccia Dionyso e sotto 
la cura di Eros trionfante han luogo le nozze divine. Così il volere 
di Afrodite circa il destino di Arianna è compiuto, come colla par- 
tenza di Teseo lasciando Arianna è compiuto il volere di Pallade circa 
il destino di questo eroe ateniese; e con questo si dava risposta al 
quesito della ignara Arianna nel chiudere il suo angoscioso solilo- 
quio : ri Ilalkàòi xai Kv&sqeIi]. 

Abbiamo qui tutti gli elementi di quella versione delle avven- 
ture di Arianna che ebbero in mente gli artisti che quelle patetiche 
avventure rappresentarono nei vari loro momenti in numerose pit- 
ture campane. 

Secondo questa versione l'incontro fra Dionyso e Arianna è for- 
tuito in questo senso che il vagus Liher non andava attorno in cerca 
(quaerens) di Arianna di cui era iticensns amore come dice Catullo, ma 
giungeva a Naxos affatto ignaro di Arianna che casualmente egli vede 
colà addormentata e senza saper chi essa sia, se ne innamora. Se però 
l' incontro era fortuito per parte di Dionyso, non lo era per parte 
delle divinità che questo avevano voluto e tutto avean predisposto per- 
chè, mentre per volere di Pallade Teseo abbandonava Arianna veleg- 
giando, senza di lei, verso Atene, per volere di Eros e di Afrodite 
Dionyso era diretto a Naxos là dove giaceva dormendo Arianna abban- 
donata da Teseo e destinata ad essere sposa del giovane dio. 

In parecchie pitture che rappresentano la partenza di Teseo men- 
tre Arianna dorme si vede che Teseo a malincuore lascia costei da lui 
tanto amata e parte spinto dai suoi compagni di nave obbedendo alle 
ingiunzioni di Pallade che si vede apparire tutta armata in alto '). In 



') Helbig, Wandgem. mi. 1218, 1220, 1221, 1231; SocliAììo, Le piti, murali 
campane, iiu. 531, 532, 533; ^Vot. d. Scavi, 1879, p. 22; 1889, p. 183. 



24 Domenico (Jomparetli 



queste ed in altre pitture dove la partenza di Teseo non è rappresentata, 
come pure in altre in cui si vede il destarsi di Arianna, questa è 
assistita da Eros che la conforta e piange ancbe con lei ; oltre ad Eros 
presso Arianna figura in più pitture una donna alata con ali di pi- 
pistrello che in una pittura è anche flagellifera, a cui fu dato il nome 
di Nemesi ma che in realtà è una Furia, Erinni per Teseo, Eume- 
nide per Arianna. Inoltre in molte pitture la dormiente è assistita 
ancbe da Hypnos che come tale è designato dalla pozione sonnifera 
e dai papaveri che ha in mano e di cui Arianna giace in grembo dor- 
mendo. Benigno per la derelitta Arianna che paternamente assiste, 
Hypnos prodiga a lei insieme al sonno che la rende ignara della 
sua sventura sogni confortanti e di buon presagio. Quali questi fos- 
sero e dovessero essere per volontà jnir di Eros e Afrodite lo dice la 
pittura di cui ci occupiamo. Di un sogno di Arianna non sanno o 
almeno non dicono nulla né Catullo né Ovidio. Il solo che ne parli 
è Nonnos il quale, come abbiamo veduto, fa parlare Arianna nel prin- 
cipio della sua lamentela di due sogni, uno che essa ha avuto e di 
cui essa è grata ad Hypnos, un altro che essa vorrebbe avere e che 
implora da Hypnos. Il primo è un sogno di nozze con Teseo in Atene 
avuto mentr' essa dormiva e della sparizione di Teseo nulla sapeva; 
l'altro che essa implora é pure un sogno di nozze felici simile a 
quello, ma senza più Teseo e lasciando indeterminato lo sposo di cui 
vorrebbe sognar l' imeneo. 

Quest' ultimo è il sogno rappresentato nella nostra pittura in 
cui figura come procacciato da Hypnos coli' intervento di Afrodite 
e di Eros e con una imagine di sposo ideale e indeterminato. Que- 
sto sogno che qui è rappresentato, in altre j)itture è in certo modo 
accennato, e son quelle nelle quali si vede Arianna desta e quindi 
senza più Hypnos ma con Eros che la conforta, a cui però essa por- 
tandosi l' indice alla bocca impone silenzio, come se sentisse appros- 
simarsi lo sposo ideale veduto in sogno '). Che quel gesto di Arianna 
vada inteso appunto così lo prova una pittura di grande stile con 
parecchie figure componenti una scena dramatica '). 

Arianna sveglia siede mesta e preoccupata guardando la nave 
di Teseo che si allontana; presso di lei un Erote piange coprendosi 
colla destra il viso; assiste dietro di lei la donna furiale alata che 



') Helbig, Wandg., un. 1224, 1225, 1229, 1230; SoGUAxo, Le piti. mur. 
p. 536 ; Not. il. Se., 1905, p. 212. 
') Helbig, Wandg., n. 1231. 



lì sogno di nozze di Arianna abbandonata 25 

ponendole la destra sulla spalla le accenna crucciata colla sinistra la 
nave di Teseo fuggente. Un giovano marinaio sedente ai piedi di 
Arianna con un remo fra le braccia la guarda fisa quasi chiedendole 
se vuole inseguire Teseo. Dietro a lui una giovane donna paesana col 
dito alla bocca inipone silenzio accennando alla figura di Pallade ar- 
mata che nel fondo apparisce sull'alto di una roccia. Un altro Erote 
guarda serenamente la scena sporgendosi dalla rupe sovrastante al 
gruppo afflitto di Arianna con gii altri, e quasi contrapponendosi 
all' Erote piangente presso la derelitta. È questo l' Erote che prean- 
nunzia l'avvento dallo sposo sognato da Arianna che impone silen- 
zio perchè col presentimento prodottole dal sogno le sembra di udire 
il suo appressarsi. 

Xelle serie delle pitture campane riferenti le avventuro di 
Arianna questa dovrebbe esser posta innanzi a quelle che rappre- 
sentano l'avvento di Dionyso presso Arianna dormiente; la pittura 
invece del sogno che credo aver dichiarata esaurientemente, va posta 
innanzi al gruppo di pitture che rappresentano Arianna abbandonata 
desta, gruppo che fra tutte le antiche figurazioni di Arianna abbandonata 
sta da sé e costituisce una specialità di queste pitture campane. Siccome 
ho esposto in altro mio lavoro, le figurazioni di questo gruppo ten- 
gon luogo delle declamazioni patetiche in cui i poeti facevan pro- 
rompere Arianna al suo destarsi; e di queste non ne abbiamo che 
tre, una di Catullo, una di Ovidio, una di Nonnos. Quest' ultima è 
la sola che pel fatto del sogno, pel fatto dell'assistenza di Hypuos, 
per la narrazione condotta fino alle nozze con Dionyso, per l' inter- 
vento di Eros ed Afrodite da un lato, di Pallade dall'altro si accordi 
esattamente colle figurazioni delle pitture campane. È ben noto e ri- 
conosciuto da tutti che Nonnos nel comporre quello zibaldone poetico 
che sono i suoi Dionysialca si è valso, oltreché dei repertori mito- 
grafici, di antiche opere poetiche. Pei fatti di Arianna, Teseo e' Dio- 
nyso, già più di un dotto ha osservato che egli deve aver avuto 
dinanzi un qualche poema alessandrino oggi perduto in cui quei fatti 
erano narrati; poema speciale com'è l'Ero e Leandro di Museo e si- 
mili. Questa idea è confermata dal nostro studio sulle pitture cam- 
pane di tal soggetto; dal quale rileviamo che quegli artisti conosce- 
vano le avventure di Arianna da un poema, certamente ellenistico, 
nel quale erano narrate quelle avventure dandone una versione che 
è quella stessa a cui si attengono gli autori di queste iatture, quella 
stessa che si propagò per tutto il mondo antico dai primi tempi im. 
periali fino a Nonnos e possiamo pur dire fino ai tempi nostri. Due 



26 Domenico Comparetii 



volmni però uno dei quali conteneva la storia di Arianna abbando- 
nata da Teseo e poi sposata da Dionyso si veggon rappresentati, 
come io lio dimostrato, in mano ad un fanciullo bacchico e della sua 
nutrice nelle pitture della Villa Item ove sono in grande stile rap- 
presentate le nozze di Dionyso e Arianna. Guidato dalla nutrice 
il fanciullo legge agli spettatori che attenti lo ascoltano quelliv. 
patetica storia che, come sappiamo da Filostrato, le nutrici couiniosse 
fino alle lagrime solevano narrare ai bambini. La versione dovette 
essere quella stessa delle pitture campane, tìome infatti il quadro de- 
scritto da Filostrato trova esatto riscontro in più d' una di queste 
pitture '). 



* 



Niente prova, a mio credere, che Catullo ed Ovidio avessero in 
mente una versione della mithistoria di Arianna troppo diversa da 
quella che al loro tempo era volgarmente conosciuta. Ciò non prova 
certamente il fatto, facilmente spiegabile, che ne l' uno né l'altro abbia 
fatto menzione del sogno nella declamazione patetica attribuita ad 
Arianna; e neppure ciò prova per Catullo il verso 253: te quaerens 
Ariadne tuoque inceìisus amore. In quel luogo il poeta non fa che 
accennare con alto lirismo all' amore di Dionyso per Arianna senza 
dire quando e come questo amore si producesse e senza dire nep- 
pure che ne seguirono le nozze con quel dio che doveano compensare 
Arianna dei dolori sofferti per 1' abbandono di Teseo lungamente de- 
scritti nei versi antecedenti. La narrazione dei fatti di Arianna a cui 
sì gran parte di quel suo carme consacrò il poeta è da lui recisamente 
troncata arrestandosi là dove avrebbe dovuto seguire il racconto delle 
nozze divine. Invece il grande poeta dipintore con arte tutta sua de- 
scrive in 14 versi l'avvento di Dionyso verso Arianna inconsciamente 
spinto dall'amore; e colla marcia sonora, reboante, stupefaciente del 
numeroso thiasos al seguito del florido dio chiude il poeta la descri- 
zione dei ricami istoriati che guarnivano la coltre del letto nuziale 
di Peleo e Theti. 

Ad un grande poeta qual'è Catullo non si domanda quale autore 
egli abbia seguito nel comporre questo originalissimo carme suo. Ciò 
non toglie che molti filologi questa domanda abbian voluto fare e 
siano anche arrivati a sostenere che questo carme sia una tradu- 



') Fjlostrato, Imag., I, 14, cfr. Berthand, Fhiloetmte ci soit école, p. 189 
seguenti. 



Il sogno di nasse di Arianna abbandonata 27 



zioiie o un rifacimento di una poesia ellenistica. Questa idea oggi 
generalmente approvata e che io non approvo punto (né qui potrei 
trattenermi a discuterla) è stata recentemente, non combattuta, ma 
corretta da un giovane ed assai ben promettente filologo nostro 
amico, il prof. G. Pasquali, il quale lia creduto poter indubbiamente 
provare ') che, non uno solo, ma due diversi carmi ellenistici abbia 
avuto dinanzi Catullo, da lui fusi in uno; e propriamente, una de- 
scrizione delle nozze di Peleo e Theti ed un epillio sulle vicende 
di Arianna abbandonata. E per quest' ultimo, che è poi quello che qui 
particolarmente ci interessa, ei va tanto in là fino a credere di poter 
indicare il carme o epillio ellenistico che, secondo lui, positivamente 
il poeta ebbe dinanzi, e questo sarebbe quella poesia di cui faceva 
parte il verso citato da Cicerone {ad Att., Vili, 5, I): nokXà jiidTì]v 
xEQaeriaiv tq tjéoa &vf.iì]vavia che, come già avvertiva lo Scaligero, è 
tradotto da Catullo nel verso 112 néquiquam vanis iactantem cortina 
ventis. Tranne quel vanis che pare una zeppa dopo il néquiquam che 
traduce /luxtìjv, non si può negare che il verso latino sia l'esatta tra- 
duzione del verso greco; ed è pure certo che, come il verso latino, 
così pure il greco si riferiva ad una impresa di Teseo contro un fe- 
roce animale che aveva il capo guarnito di corna. Ora, due sono gli 
animali siffatti combattuti e abbattuti da Teseo; uno è un monstrum 
parte uomo parte toro, cioè il Minotauro, ed è unicamente di questo 
che parla Catullo nella pietosa storia di Arianna, l'altro è il toro 
immane e feroce di Maratona, ed è unicamente a questo che si può 
riferire il verso greco citato da Cicerone. L'oratore lo cita come di 
uso proverbiale parlando di chi vanamente infuria e come verso di 
un poema notissimo allora tanto da non esservi bisogno di citarne 
il titolo e l'autore. Tale era infatti V Helmle di Callimaco a cui oggi 
giustamente quel verso suol essere riferito, grazioso e piacente poe- 
metto particolarmente per la figura della vecchia Hekale così buona 
e ospitaliera per tutti, specie per Teseo che così giovane veniva ad 
affrontare il terribile e micidiale toro che desolava le plaghe di Ma- 
ratona ; il quale poemetto, oggi perduto, fu forse fra le poesie di 
Callimaco quella che ebbe il più grande e durevole successo, .come 
provano i numerosi fi'ammenti che ce ne rimangono presso gli anti- 
chi scrittori, le numerose testimonianze raccolte dal Naeke ^) ed an- 
che i frammenti che ce ne ha rivelati un papiro greco-egizio da più 



'j II carme 64 di Catullo, in St. Hai. di filol. ci., XXU (1918). 

*) Callimachi Hekale, in Xaekii opusc. philol., ed. Welckeu, p. 20 segg. 



28 Domenico Comparelti 



anni scoperto e dottamente illustrato da Teodoro Gomperz insieme 

con altri fra i quali il nostro Piccolomini '). Il primo dei frammenti 

che leggonsi nel papiro è di 14 versi, di quella parte finale del poema 

in cui parlavasi del ritorno di Teseo colla bestia immane (i?^po 

jieXwqiov) da lui atterrata e che vanta vasi di aver presa e di jìortar 

viva. Il verso in questione dovette trovarsi, non in questa parte del 

poema, ma in quella anteriore, che il papiro non ci diV, nella quale de- 

scrivevasi la lotta di Teseo col toro e come, volendo prenderlo vivo, 

l'audace e fortissimo eroe, messa da parte la spada, lottasse a braccia 

colla bestia furiosa, e mentre questa vanamente infuriava dando delle 

corna all'aria, appunto per le corna l'eroe l'afferrava, come si vede in 

più d'una aiitica pittura vascolare, notevolmente in quella della tazza 

di Cachrylion pubblicata e dottamente illustrata dal Milani nel nostro 

Museo Italiano d. Ant. CI., Ili, p. 227, tav. II. Un epigramma dell'^n- 

tologia Planudea (IV, 105) descrive la lotta di Teseo col toro Maratonio 

qual era rappresentata in un gruppo statuario nel quale si vedeva 

l'eroe fiaccare la possa delle corna, del collo, delle zampe del toro fu- 

■ rioso ed atterrarlo col solo mezzo della sua forza prodigiosa 6 fièv 

àlxàdi]Qa fth] Pgi^et.... nalàfirjaiv e/uaQipevj )Mifj /nvxTtjoag, òe^nÉQt] òè 

xégag / àoTQayàkovg ò' éXéh^e mk. Questo forse ci può dare un'idea 

della descrizione di quella lotta a braccia nei versi di Callimaco che il 

tardo autore dell'epigramma non dovette ignorare. Callimaco stesso 

dovette aver contezza di antiche e ben note opere d'arte statuaria che 

rappresentavan quel celebre à^kov dell' eroe ateniese '}. 

Non avvertito dai primi raccoglitori dei frammenti AqW Hekale, 
Bentley, Blomfield, Naeke, il verso citato da Cicerone fu notato per 
prima volta come pertinente a quella parte dell' Hekale da Maurizio 
Haupt ') e quindi, senza controversia, accolto e collocato al suo posto 
fra i frammenti dell' Ilelcale dallo Bchneider *), dal Couat ') e da altri; 
ed ivi rimase indisturbato né sarebbe facile rimuoverlo da quel posto 
che è veramente il suo. 

Così cade e si dilegua l'idea del Pasquali di un epilJio elleni- 
stico sui casi di Arianna a cui quel verso avrebbe appartenuto e che 
avrebbe servito di modello a Catullo per quella parte del suo carme. 



') Alia d. Belale d. EalUmachos, in Mittheil. Papyr. Beiner, VI, (1897), 
pp. 1-18. 

*) Cfr. Reichei,, Zum Thierfànger voti Tinjns, iii lahreshefte d. oesterr. arch. Imi. 
in Wien, I, 13 segf?. ; JJknndorf, Stieriorso der Jkropolis, ibid., 196. 

') Ind. ìect. Serol. aest., 1835, p. 13. 

*) Callimachea, II, ji. 189 e 789. 

'•') Lt poesie Aìexandrine, p. 385. 



Il sogno di nozze di Arianna abbandonata 29 

Niente prova che Catullo ed Ovidio per quella storia poetica aves- 
sero dinanzi piuttosto poesie ellenistiche che poesie del più antico 
periodo classico quali il Teseo di Euripide, le Teseidi attiche e si- 
mili '). Solo vediamo che essi la leggenda tradizionale e comunemente 
dilì'asa ai loro tempi trattano liberamente con talune varianti di loro 
invenzione secondo le convenienze dell' arte loro e delle speciali loro 
creazioni poetiche. Così, ad es., Catullo, volendo narrare la tragica 
storia del suicidio di Egeo là dove descrive la disperazione di Arianna, 
fa derivare quel fatto dalle imprecazioni di Arianna contro Teseo 
esaudite ed attuate da Giove (vv. 193-94), il che è tutto di sua in- 
venzione ; poiché, come abbiamo veduto, anche nelle pitture, Teseo 
era discolpato pel volere di Pallade, né Arianna in Ovidio e in Nonnos 
scaglia mai quelle terribili imprecazioni contro Teseo, né il fatto di Egeo 
è così motivato da alcun altro poeta o scrittore e neppure quel fatto 
che dovea certamente figurare nelle Teseidi figurò mai, che si sappia, 
nella storia di Arianna. Neppur figurava nelP Ugeo di Euripide che 
avea per soggetto i fatti di Egeo, Teseo e Medea. È vero che, come 
io già dissi, in più pitture Arianna sveglia è assistita anche da una 
Furia che la incita contro Teseo fuggito, ma ivi quella Furia non è 
punto invocata da Arianna che, anzi, portandosi il dito alla bocca 
impone silenzio; ed in una di queste pitture la Furia tlagellifera 
vendicatrice si allontana al sopravvenir di Dionyso presso la de- 
relitta *j. 

Anche Ovidio inventa di suo quando nell'Ars Ani. (I, 525-584), 
fa arrivare Dionyso presso Arianna abbandonata su carro tirato da 
tigri, fatto che non si vede mai nelle pitture del ciclo di Arianna e 
solo si riscontra in antiche figurazioni di pompe Bacchiche con 
Arianna già compagna inseparabile di quel dio. Scherza anche a suo 
talento il poeta introducendo nella stessa scena Sileno briaco barcol- 
lante sull'asino e deriso dai satiri, dettaglio a cui consacra tre distici 
e che non ha alcun riscontro in queste pitture. Ma troppa serietà 
nell'Ars Am. non si vuole e bisognava pur divertire la pnella! 

L'esistenza di una poesia ellenistica sui casi di Arianna con 
Teseo e con Dionyso, è stata da noi, come da altri, supposta; ma per 
noi l'esistenza probabile di una tal poesia si rileva unicamente dalle 
concordanze fra le pitture campane e il poema di Nonnos. che anche 
questa pittura da noi dichiarata del sogno di Arianna ci ha condotti 
a rilevare. Domenico Comparetti. 



') Per Catullo vedi Rohde, Der griechlsche Roman, p. 105, nota 2. 
•) Helbig, Waiidg., n. 1240. 



.so 



A . Minto 



POPULONIA 

ED I BKCBNTI SOAVI ABOHEOLOGICI 

{Con nelle tavole fuoii letto: II- Vili) 



Tutti gli studiosi (lei problemi che avvolgono ancora nel mistero 
le origini e lo sviluppo della civiltà etrusca hanno riconosciuto l'im- 
portanza che può avere una esplorazione vasta e sistematica del ter- 
ritorio, ove sorgeva l'antica città di Populonia, al nord del promon- 




^^'g- 1 — l*iauta (Iella zona archeologica di Populonia (1 : 7500U). 

torio montuoso di Piombino: Populonia era l'unica grande città etrusca 
posta proprio sul mare, fornita di un buon porto naturale, di fronte alle 
isole del Tirreno, ed è stato quindi uno degli empori commerciali più 
importanti dell'antica Etruria, attraverso i quali si svolsero i trafHci e 
gli scambi, fonti di ricchezza, apportatori di quelle correnti di ci- 
viltà del Mediterraneo orientale e della Grecia continentale ed in- 
sulare, che concorsero all'incremento ed allo svolgimento della ci- 
viltà etrusca. 



Poj)ii Ionia ed i recenti scavi archeologici 31 

Le ricerche archeologiche nell'agro populoniese ') felicemente ini- 
ziate nel 1908, riprese poi nel 1914 e nel 1915, furono nuovamente 
sospese in causa della guerra, ed è sperabile che possano essere con- 
tinuate nella primavera prossima, con un contributo speciale del Go- 
verno'), e con il benevolo consenso del proprietario del Castello e della 
vasta tenuta di Populonia, Conte Vanni -Desideri. 

Il programma dell'esplorazione dell'antico suolo di Populonia ab- 
braccia due campi di ricerche distinti, ma fra loro strettamente col- 
legati per la ricostruzione delle vicende storiche della città. Il primo 
riguarda l'abitato sui poggi ove sorge l'attuale castello e dove era 
l'antica città ed attorno alla rada, chiamata ora di Baratti, dove si 
scorgono le vestigia dell'antico porto, dal quale Populonia trasse la 
sua vita e la sua rinomanza. Il secondo campo di ricerche riguarda 
l'antica necropoli, la città dei morti, che si estendeva intorno alla 
città dei vivi ed all'antico navale. 

Di tale programma di scavi vedremo appunto quali furono i ri- 
sultati conseguiti finora, e quali ricerche rimangano a compiersi per 
una esplorazione comi)leta della città e della necropoli. 

Seguendo la piantina topografica dell'agro populoniese (fig. l), il 
lettore potrà farsi una idea esatta dell'estensione della zona archeo- 
lògica, osservando le località, espressamente indicate, dove si verifi- 
carono le scoperte di questi ultimi anni. Tale zona comprende i due 
poggi del Castello e del Molino, i cui fianchi scendono ripidi verso il 
mare aperto ed il porto di Baratti, ed abbraccia nel basso tutto il 
territorio che si estende ad anfiteatro attorno al navale, circoscritto 
da quella serie di colline che si protendono al nord fino al Poggio 
di S. Leonardo e lo separano dalla pianura di Campiglia, ora bonifi- 
cata e fertile, ma che costituiva anticamente un bacino lacustre nel 
quale impaludavano le acque della Cornia. 

§ 1. La città. — Nell'esplorazione dell'antico suolo della città 
si è tenuto presente, ciò che del resto è testimoniato anche dalle 
fonti classiòhe, che due erano i centri abitati di Populonia : la città, 
cinta di mura, che sull'alto dei poggi dominava il navale, e la città 
commerciale ed industriale del porto. Questi due centri abitati, che 



') CiV. Milani e Minio, in Notìzie degli Scavi, 1908, p. 199 segg. ; 1914, 
1». 411 segg. e \ì. 444 segg. ; 1917, p. 69 segg. 

^) La R. Soprintendenza agli scavi d' Etruria non ha potuto mai avere un 
assegno speciale di fondi per gli scavi di Popnlouia, ma ha dovuto provvedere 
finora con la scarsa dotazione, assegnatale annualmente, per tutta la importante 
zona archeologica della sua giurisdizione. 



32 -4. Minto 



Tolemeo (3, 1, 4) ricorda distinti in UoTikomov àxoov e llonkuiviov 
nóhg, devono essere stati tali anclie anticamente, cioè fin da quando 
si iniziò la vita commerciale e marittima di Populonia. 

Il IlonXwviov &XQOV, situato sull'alto, a 280 m. a picco sul mare 
(Tav. II, 1), costrutto come praesidium terris indiciumque fretis (Rut. 
Nam., I, 408), comprendeva un'area di circa 25 ettari, circoscritta da 
una cinta di mura per il perimetro di km. 2 e mezzo, della quale riman- 
gono cospicui avanzi, già segnalati dal Micali ') e dal Dennis -). 
Nel 1914 furono esplorati tutti 1 resti dell'antica cerchia che ab- 
braccia due poggi : l'uno massiccio, tondeggiante, con una larga spia- 
nata nell'alto denominato del Molino, da un antico molino a vento 
distrutto dai venti ; l'altro, piìi elevato, con i fianchi scoscesi verso 
il mare ed il porto di Baratti, dove sorge l'attuale castello. 

I tratti delle mura meglio e piìi estesamente conservati si tro- 
vano a sud ed a sud ovest del Poggio del Molino, sul pendio di Ca- 
labuia, nella località denominata « i massi ». Altri tratti si conser- 
vano attorno al poggio del Castello, nella parte che si protende a 
guisa di sperone verso il porto di Baratti. La maggior parte di questi 
tratti dell'antica cinta sono poco elevati dal piano di posa ed anzi 
aderenti al ciglio, appositamente ritagliato a gradino, dei poggi. La 
struttura del paramento esterno non si presenta uniforme (Tav. III, 1-2): 
i blocchi sono di diverse dimensioni e molto grossolanamente squa- 
drati, preparati forse nelle stesse cave, e fra loro collegati in filari 
orizzontali, solo quando lo permettevano le proporzioni ed in caso 
diverso per costituire il piano ai filari sovrapposti si trovano intro- 
messe delle piccole lastre destinate a colmare i vuoti. Le corrosioni 
degli spigoli, le sfaldature delle superflci dei blocchi, dovute all'azione 
delle acque, hanno alterata la facies del paramento esterno, e questo 
stato rovinoso deve datare da secoli poiché ne abbiamo il ricordo in 
Rutilio Namaziauo (I, 419 segg.). In un tratto di muro, scoperto di 
recente in seguito ad un franamento di terreno, si è riscontrata una 
struttura un po' diversa, con blocchi irregolari, di proporzioni più 
piccole, collegati con tasselli ed incastri : queste difterenze di strut- 
tura fanno pensare a ricostruzioni parziali di alcuni tratti in epoche 
diverse, ipotesi molto verosimile so si tien conto delle vicende sto- 
riche del hi città. 

La cinta murale di Populonia offre elementi di struttura simili a 



') Micali, Antichi Popoli Italiani, tavv. II e XX. 

=) Denxis, Cidea and cemetenes of Elvuria, 1S83, II, p. 218. 



Populonia ed i recenti scavi archeologici 83 

quelli delle cinte murali più aaticbe delle altre città dell' Btrnria, e 
non può risalire oltre al VI secolo a. C, ma ciò non costituisce un 
documento valido per fissare a quest'epoca la fondazione di un centro 
abitato, poiché sappiamo che l'uso di recingere le città di mura è 
relativamente tardo ancbe in Etruria. 

Ben pocbe vestigia dell'antica città rimangono visibili sopra i 
due poggi nell'interno della cinta. Nella zona del Castello, i fabbri- 
cati moderni poggiano sulla roccia ; solo nella parte inferiore delle 
mura di cinta del torrione medievale che serve di semaforo, restau- 
rato e sistemato in tempi recenti, si nota un tratto a grossi blocchi 
squadrati che sembrano antichi, ma non possiamo dire se sia un resto 
di una costruzione antica in situ, ovvero se si tratti di materiali an- 
tichi usati nella costruzione del castello medievale. 

Più promettenti si rivelano invece le ricerche sui declivi del pog- 
gio, non certo verso nord-ovest, verso cioè il mare aperto, in cui il 
pendio è ripido, scosceso, e quasi inaccessibile, ma verso il declivio 
a nord ed a nord-est, conformato a terrazze digradanti verso il seno 
di Baratti. JiTelle terrazze superiori che circondano il castello, e si tro- 
vano entro la cerchia delle ujura antiche, e precisamente nella località 
denominata S. Gerbone vecchio, sono stati praticati dei saggi di scavo 
nell'autunno del 1914 '), che hanno condotto alla scoperta di resti 
di costruzioni, di epoca lelativamente tarda a giudicare dai frammenti 
di ceramiche, usciti dallo scavo, quasi tutti del tii)o cosidetto etrusco- 
campano (III-II secolo a. C). Ma ritengo possa riuscire proficua una 
esplorazione futura estesa alle altre terrazze, sottostanti alle mura, 
verso il Porto di Baratti, dove sui declivi, lavati e rilavati dalle ac- 
quo, si trovano qua e là dispersi frammenti di ceramiche greche e 
di vasi di bucchero nero, documenti tangibili che la vita cittadina 
si svolse fiorente sopra quei poggi, sicuramente nel V e nel IV se- 
colo a. (J. e forse anche prima. 

Sull'altro poggio, detto del Molino, dove si estendeva la città, 
«ntro la cerchia delle mura nessuna ricerca è stata compiuta fino 
ad ora dopo i saggi di scavo fatti nel 1840 da Alessandro FranQois e 
dal Conte Giovanni Desideri '■'). In tutte le zone del poggio rimangono 
visibili a fior di terra numerosi tratti di muri appartenenti ad edifici 
privati e pubblici della città romana, fra i quali ruderi, torreggiano, 
con bella serie di arcate (Tav. Il, 2), i resti delle antiche terme, vicino 



'i Cfr. Minto, in Nothie degli Scavi, 1914, p. 415 segg. 
') Cfr. Inqhirami, in Uulleliino dell' Instituto, 1843, p. 150. 



Atene e Jioma. N. S. 



34 A. Milito 

alle quali il Fran50is La scoperto il prezioso pavimento a mosaico 
raffigurante il naufragio di un bastimento die forma uno dei cimeli 
della piccola collezione archeologica del Castello Desideri in Populonia. 

Sotto le vestigia della città romana è sperabile che possano ascon- 
dersi quelle di qualche edifìcio pubblico o privato della città etrusca. 
Gran parte del poggio è coltivata con un superbo olivete ed un ma- 
gnifico vigneto; quest'ultimo richiama il nostro pensiero al dio etrusco 
della vite, a Fujiuns, dal quale si è congetturato possa derivare il 
nome della città {Fufliina, Pupluna), ed al simulacro di Giove ritratto 
da un tronco di vite, tot aevis iiicorruptum, clie Plinio (m. h., XIV, 9) 
ricorda di aver veduto in Populonia. A confermare l'antica e florida 
coltivazione della vite in Populonia sta il colossale ceppo, scoperto 
nei dintorni della città, e fatto raccogliere per cura del Granduca 
Leopoldo li di Toscana, che ora si conserva nel Museo di Storia Na- 
turale di Firenze '). 

Tuttora inesplorata rimane quella parte dell'antica città che cir- 
condava il porto ed il navale. Tracce di muri appartenenti a costru- 
zioni dell'età romana si trovano ovunque nelle vicinanze della torre 
di Baratti, sia sui fianchi del poggio verso la punta delle Tonnarelle 
che rammenta nel nome, e nella pesca del tonno tuttora praticata, il 
§vvvoay.o7iéìov ricordatoci da Strabone (V, 2, 6), sia dalla parte della 
nuova chiesetta dedicata a S. Gerbone, il primo vescovo di Populo- 
nia. Verso la marina poi, attorno alla torre di Baratti ed alla conti- 
gua caserma della K. Guardia di Finanza, nei periodi di bassa ma- 
rea, si vedono nei pressi della riva dei blocchi di tufo squadrati, che 
poggiano sopra fondazioni di calcestruzzo, costituenti la panchina del 
porto ed i resti della scogliera che formava l'antica diga e che serve 
tuttora di riparo alle piccole imbarcazioni. 

Che nei dintorni della torre di Baratti sorgesse anche un centro 
abitato etrusco lo proverebbe la presenza di pozzi profondi, scavati 
nella roccia, ancor oggi visibili in mezzo all'oliveto che si estende 
alle pendici del poggio populoniese. 

Nel 1908 il Pasqui, e successivamente il Pernier, praticando dei 
saggi di scavo nei terreni soprastanti alla fonte perenne che sgorga 
vicino alla riva del mare, nei pressi della Pineta del Casone, sco- 
prirono la platea rettangolare di un tempio (Tav. VI, 1), formata da 
lastroni di pietra arenaria, perfettamente lavorati e ben connessi; e 
fra il terreno di scarico si sono rinvenuti numerosi frammenti di ce- 



Cfr. Milani, lì R. Museo archeologico di fiienze, I, p. 342, nota 65. 



Poptilonia ed i recenti scavi arrlteoìoijiei 35 



ramiclie che ci riportano al migliore periodo della pittura vascolare 
attica a figure rosse su fondo nero, dallo stile severo al pieno svi- 
luppo dello stile libero '). Numerosi altri frammenti di ceramiche greche 
va discoprendo ogni anno l'aratro in quella medesima zona, nella quale, 
data l'intensiva coltivazione, non si è potuto in questi ultimi anni 
compiere alcuna ricerca sistematica. Il Milani, con ipotesi geniale, ri- 
connetteva la distruzione del tempio, e forse di altri edifici che sor- 
gevano sul navale dei Populoniesi, alla spedizione punitiva di Dioni- 
sio di Siracusa contro le città marittime dell' Etruria, della quale 
abbiamo un ricordo nelle fonti classiche (Diod., XV, 14; Pseud. Arist., 
Oekon., II, 134:9; Polyaen., V, 2, 32) ove parlasi dello smantellamento 
di Pyrgoi, il navale dei Ceretani e del saccheggio del ricco tesoro 
del tempio di Leucothea. 

Da una zona limitrofa al tempio sembra che siano uscite le due 
magnifiche idrie atti(;he, in stile di Meidias, con oreficerie e ricche 
suppellettili in bronzo, scoperte clandestinamente ed acquistate più 
tardi, che devono aver fatto parte di una tomba a fossa '). Ma la 
scoperta di resti di suppellettili di altre tombe del VI e del V se- 
colo a. C. sotto al lastricato del tempio e nelle vicinanze, in strati 
di terreno più bassi, indurrebbe piuttosto a credere che la distra- 
zione di questa parte dell' antica necropoli sia dovuta al fatto che la 
città, espandendosi attorno al navale, venne a trovarsi a contatto con 
la necropoli e più tardi a sovrapporsi ad essa con le sue officine side- 
rurgiche, delle quali si scorgono le vestigia, al di sopra della fonte 
e della chiesetta di S. Gerbone, nell'immenso strato di scorie di 
ferro che ricopre le località del Campo al Fabbro e del Poggio della 
Porchereccia. 

§ 2. La neCFopoIi. — Le prime ricerche archeologiche sull'an- 
tica necropoli di Populonia furono compiute nel 1840 da Alessandro 
Francois e dal Conte. Giovanni Desideri nelle località denominate 
« le Grotte » e « le Buche delle fate », situate, la prima a nord-est 
del Castello sul versante del poggio della Guardiola, l'altra a sud, 
sul i>endio del dorsale di Calabuia '). Trattasi di tombe a camera sca- 
vate nel tufo, con l'accesso in discesa a gradini, trovate disgraziata- 



') Cfr. Xotizie degli Siaci, 1908, p. 221 segg., tigg. 26-27. 

'■') Cfr. yolizie deyli Soavi, 190.5, p. 54 sogg. ; Milani, in Monumenti scelti del 
Museo archeologico di Firenze, fase. I, tav. III-V, ed in II II. Museo archeologico 
di Firenze, 1912, I, p. 222. 

') Cfr. la rolazioiie dell'lNGHiRAMi, in Bulletlino dell' Instiluto, 1843, p. 148 segg. 



36 -4 . Minto 

mente tutte espilate e dirute, che appartengono all' ultima fase del 
periodo etrusco. 

È merito di Isidoro Falchi di avere intravveduto, in seguito ad al- 
cune scoperte fortuite di tombe i cui corredi funebri giravano per il 
mercato antiquario, che la necropoli più antica di Populonia doveva 
estendersi in basso dei poggi, nei poderi di S. Gerbone, attorno alla 
rada di Baratti. Sotto gli strati di scorie di ferro, nella località 
già accennata del Campo al fabbro si rinvennero fin dal 1889 delle 
tombe a fossa, le cui suppellettili non risalivano però oltre al IV se- 
colo a. 0. Ma in ricerche piìl ampie, compiute dal Falchi ') nel 1897, 
vennero alla luce cospicue vestigia di una grandiosa tomba monu- 
mentale che lo scopritore non potè esplorare per dissensi sorti con 
il proprietario. Solo nel 1908, ottenendosi dal Governo un decreto 
di espropriazione per pubblica utilità scientifica, Angelo Pasqui potè 
intraprendere una esplorazione vasta e sistematica, nella medesima 
zona di S. Gerbone, che condusse alla scoperta dei resti della necro- 
poli arcaica. Le ricerche furono continuate nelle campagne archeolo- 
giche del 1914 e del 1915 '), oltre che nei poderi di S. Gerbone, sul 
piano e sul poggio delle Granate e verso le chiuse di S. Leonardo, 
con l' intento di determinare l'estensione della necropoli arcaica 
verso nord. 

Nonostante che tali ricerche siano state compiute in zone di 
terreno in precedenza determinate e provvisoriamente espropriate, e 
limitate quindi a semplici saggi di scavo, pur tuttavia i risultati fu- 
rono tali da gettare una luce nuova ed inaspettata sulla storia di 
Populonia. 

Esaminiamo, riassunti in un quadro cronologico, tutti i principali 
documenti che le scoperte finora compiute ci hanno fornito, e che 
possono dare una idea esatta della successione e dello svolgimento 
delle varie fasi di civiltà che si sono sovrapposte. 

La necropoli più arcaica consta di tombe ad incinerazione, a 
pozzetto cilindrico od a buca, scavate nel terreno vergine, con i resti 
della cremazione raccliiusi entro ad un vaso fittile, d'impasto bruno, 
conformato a doppio tronco di cono, sul tipo dei cinerari di Villa- 
nova, con la superficie talora liscia, talora decorata di graffiti a mean- 
dri ed a festoni angolari, munito di un coperchio a ciotola. 

In alcune di queste tombe a cremazione, in luogo del cinerario 



') Cfr. Notizie degli Scavi, 1903, p. 4 segg. 

') Cfr, Minto, iu Notizie degli Scavi, 1914, p. 444 segg. ; 1917, p. 69 segg. 



Popnlonia ed i recenti scavi archeologici 



37 



a (loppio tronco di cono, si trovarono anche tracce di nrne tìttili a 
capanna. 

Mescolate alle tombe a cremazione comparvero, nel medesimo 
strato, tombe ad inumazione a fossa scavate, nel terreno vergine, in 
forma rettangolare, perfettamente orientate, con i resti scheletrici gia- 
centi sul fondo, insieme al corredo delle suppellettili funebri, ed il 




Fig. 2 — Suppellettili della piii autica necropoli <lì Populonia. 

tutto ricoperto da pietre informi. Le pareti ed il piano delle fosse 
si presentarono, in alcuni casi, rivestiti da lastre di arenaria che co- 
stituivano, con altri lastroni di copertura, un vero e proprio cassone 
funebre. 

Tanto nella zona di S. Gerbone come sul piano e sul poggio 
delle Granate, questi gruppi di tombe a pozzetto ed a fossa giace- 
vano talora confusi e distrutti da altre tombe soprapposte della ne- 
cropoli più tarda. 

Le suppellettili rinvenute in tali tombe consistono di oggetti 
vari di bronzo e frammenti di vasi fìttili che si riportano indubbia- 
mente alla fase piii antica 'j di tale periodo di civiltà (fig. 2). 

Fra gli oggetti di bronzo ricorderemo alcuni tipi caratteristici 
di fibule che concorrono a stabilire con sicurezza la cronologia dei 
corredi funebri. Oltre alle fibule di tipo comune ad arco semplice, 



') Cfr. PiaoHisi, in Bullettino di, Paletnologia, XLII (1916-17), p. lOó-llO. 



38 A. Minto 



oruato (la grosse cordoiiature spiraliforini o da linee incise trasver- 
sali ed incrociate, si sono scoperti esemiìlari di fibule con l'arco a 
nastro od a foglia laminata, ornata di rilievi e di incisioni e talora 
di camjtanelle pendenti sull'orlo, con la stalfa semplice e corta, for- 
nita in alcuni esemplari di una appendice a scudetto appiattito, ti- 
rata a martello. Un altro tipo di fibula, che ricollega i due prece- 
denti, presenta l'arco oruato da cordonature spiraliformi e la staffa 
prolungata a scudetto laminato. 

A questi tipi di fibule ad arco semplice si trovarono associate 
fibule ad arco serpeggiante, con una o due spirali nel corpo del- 
l'arco, fornite di corta staffa con appendice, in qualche esemi)lare, a 
scudetto laminato. Di altri oggetti caratteristici in bronzo, apparte- 
nenti all'abbigliamento personale del defunto, ricorderemo le spiraline 
di filo di bronzo per ca})elli, le armille semplici o serpeggianti a 
bastoncello cilindrico, talvolta appiattito a nastro ; i pendagli a ca- 
tenella a doppio anellino con i tubetti a spirale affusata. Fra le 
armi di bronzo le punte di lancia a foglia, più o meno allungata, 
con il cannone conico o piraniidato, fornite del relativo puntale e 
della spirale di filo di bronzo che serviva a collegare la punta al- 
l'asta lignea. Ma più caratteristica fra le armi uscite da tali tombe 
è una magnifica daga, con la lama rettangolare rastremata alla punta 
€d aflBlata nei due tagli, che conserva collegato lo scheletro dell'im- 
pugnatura a margini rialzati : è un esemplare antichissimo che si 
riconnette ai tipi submicenei e che appartiene ad un periodo inter- 
medio fra le spade a codolo della pura età del bronzo e le spade ad 
antenne caratteristiche di quel periodo che i paletnologici chiamano 
con la vecchia determinazione cronologica di prima età del ferro. 

Tra gli oggetti fittili, oltre ai rocchetti cilindrici con le estremità 
a disco appiattito od a calotta emisferica o conica, e le fasaiole a 
doppio tronco di cono o di piramide, sono notevoli alcuni vasi d'im- 
pasto, ricostruiti da frammenti, tra cui una tazza con ansa bifora, 
terminante a testa taurina, ed una coppa dal corpo globoidale schiac- 
ciato, dipinte alla superficie con zone a scacchi e fasci di linee an- 
golari in colore bianco e verdognolo, che ci riportano, con i cinerari 
graffiti, alla primitiva arte geometrica. 

Considerevole è inoltre la scarsa rappresentanza di oggetti di 
ferro. 

Da questa rapida rassegna delle suppellettili funebri risalta su- 
bito all'occhio la mancanza di alcuni oggetti di bronzo tipici che si 
riscontrano nelle tombe coeve delle altre necropoli d' Etruria, come 



Popiiloiiia ed i recenti scai'i archeologici 39 

ad esempio i rasoi lunati, 1 cinturoni in bronzo laminato, le ascie 
a margini rialzati ed a bossolo quadro, che entrano nel repertorio più 
comune dei corredi delle tombe ad incinerazione a pozzetto ed a buca. 

Tali lacune è sperabile che possano essere colmate da scoperte 
future. 

ideila medesima area delle tombe a pozzetto ed a fossa, sia a 
S. Gerbone come sul declivio del poggio delle Granate, si rinven- 
nero tombe a camera che appartengono a iieriodi successivi di civiltà 
e che denotano la lunga durata della necropoli. 

La piti antica tomba a camera è quella scoperta nel 1914, presso 
la casa colonica del podere di S. Gerbone, che nella struttura e nelle 
suppellettili rinvenute, ci richiama a quella corrente di civiltà, così 
detta orientalizzante, penetrata sulle coste tirrene presso a poco nel 
VII secolo a. G., e che ritroviamo rappresentata in quasi tutte le grandi 
necropoli dell' Etruria. 

Trattasi di una tomba a camera, rinvenuta sotto ad un sepolcreto 
di tombe a fossa del periodo etrusco piìi tardo, composta di una cella 
quadrilatera (m. 4,80X4)75) con i muri a piccole bozze squadrate 
di pietra arenaria, disposti in sistema pseudoisodomo, fornita supe- 
riormente agli angoli di quattro pennacchi, composti di lastroni 
di pietra alberese, sovrapposti in aggetto a gradino (Tav. IV, 1) 
che offrono un bellissimo esempio per lo studio della trasformazione 
dalla base quadrata della cella a quella circolare della volta a cupola 
che vi era sovrapposta e ricoperta dal tumulo. Tali pennacchi in 
aggetto sono collegati all'intera platea di impostazione della volta 
che circuisce ad anello la tomba, formata da lastroni di pietra albe- 
rese, sovrapposti a gradino, come nel basamento della volta delle 
tombe vetuloniesi del Diavolino e di Pozzo all'Abate, e sul tipo delle 
tombe a tholos del mondo preellenico (Tav. IV, 2). Sul dromos di accesso 
alla cella principale si apre una piccola cella laterale; le pareti del 
dromos e quelle della piccola cella sono similmente costrutte, come quelle 
della camera centrale, e presentano una forma caratteristica di coper- 
tura ad enormi lastroni irregolari di pietra alberese, disposti in piano 
orizzontale, che danno al dromos l'aspetto di una allée converte dol- 
menica. 

Sotto la volta a cupola franata, nell' interno della cella, si sco- 
prirono i resti delle sepolture distribuite in cinque cassoni, a letto 
funebre, disposti intorno alla corsia e limitati da sottili lastre di are- 
naria, con fìnti piedi agli angoli, conformati a colonnina, ornata di 
tori e di listelli. 



40 



A. Minio 



Scarsi residui del corredo funebre si scoprirono entro la cella, 
evidentemente spogliata in antico: una fibula d'oro con l'arco a mi- 
gnatta fornita di lunga staffa, due pendaglietti odoriferi d'oro in 
forma di aryballos, frammenti di uno scudo in lamina di bronzo e 
di una punta di lancia in ferro. 

Più fruttuose riuscirono invece le ricerche nella celletta laterale 
del dromos che costituiva un vero e proprio ripostiglio. In essa si 
scoprirono i resti di un carro, con la cassa a parapetto ricurvo, ri- 
vestito da lamine di bronzo, istoriate con figure umane e di animali 
e con motivi ornamentali a palmette di stile ciprioto, ottenuti ad 





Fig. 3 — Cerchiature in lamina d'oro di un corno d'avorio. 



intarsio in ferro sul bronzo. Del carro si rinvennero i resti delle 
ruote con la rivestitura dei mozzi formata ad involucro, a doppio 
tronco di cono campanulato, composto di lamine triangolari di bronzo 
e di ferro alternate, con gli spazi riservati all'innesto di otto raggi; 
i resti dei cerchioni in ferro che fasciavano la circonferenza lignea 
della ruota erano forniti di chiodi d'innesto, con capocchia sagomata 
a rombo, per evitare lo scuotimento nella corsa. È il tipo del carro 
da guerra a due ruote di otto raggi che dalle civiltà mesopotamiche 
è passato nel mondo protogreco del bacino orientale del Mediterra- 
neo e che la corrente nuova di civiltà ha trasportato sulle coste 
tirrene. 

Un cospicuo prodotto di arte protogreca orientalizzante si con- 
serva nei rivestimenti a nastro, in lamina d'oro, che fasciavano \\n 
corno d'avorio; tali nastri sono ornati di fini incisioni a bulino, con 
rappresentazioni di figure umane, di sfingi, di animali (fig. 3). A 
questo si aggiunga una lucernina fittile conformata a conchiglia, con 
due beccucci a cartoccio, che ricorda gli esemplari di lampade bi- 
licni di tipo fenicio-ciprioto, che ritroviamo poi diffuse nelle necropoli 
puniche. 



Popuìonia ed i recenti gcain arclieoloyici 41 

Più imponente e più perfetta nella struttura è la tomba a ca- 
mera, già scoperta dal Falchi nel 1897 *) ed esplorata dal Pasqui 
nel 1908 '). Essa cousta di una grandiosa costruzione circolare a pa- 
rallelepipedi squadrati di arenaria (diametro m. 18,60) che serviva 
di base al tumulo, circoscritta da una crepidine (larghezza m. 1,57) 
formata da lastroni di pietra alberese a piano inclinato per lo scolo 
delle acque (Tav. V, 1). Mediante un breve corridoio di accesso, fornito 
di due piccole celle laterali presso la porta d' ingresso, si entrava 
nella camera, che occupa la parte centrale del tholos. Essa si pre- 
senta in forma quadrata, con le pareti costituite da Idocchi regolari 
di arenaria, ed era originariamente ricoperta dalla volta a cupola di 
base circolare, sul tipo dell'altra tomba che abbiamo precedentemente 
descritta. Sul fondo, ai lati del piano lastricato della corsia, si rin- 
vennero i letti funebri in pietra arenaria con i piedi a colonnette 
tornite (Tav. V, 2). 

Disgraziatamente la tomba, per il franamento della volta, deve 
essere stata manomessa in antico e nessun oggetto nel terreno di sca- 
rico si è potuto ritrovare che possa attribuirsi con sicurezza alla sup- 
pellettile funebre. 

Il Milani ') assegnava al corredo funebre di questa tomba la 
bella statuetta di bronzo, in stile egineta, rappresentante Aiace in 
atto di suicidarsi, trovata negli strati superttcialì di scarico, che egli 
ben giudicò fosse originariamente a decorazione di un tripode o della 
sommità di un candelabro in bronzo (Tav. Vili, 1); ma considerando la 
struttura abbastanza antica della tomba non possiamo certo immaginare 
un corredo funebre con oggetti d'arte che ci riportano ad un periodo 
successivo, a meno che non si voglia conciliare tale trovamento con un 
uso seriore della tomba. Similmente per le medesime ragioni non pos- 
siamo ammettere che nella parte superiore del tumulo vi fosse come 
aiifia, la base cubica di pietra arenaria, decorata agli angoli da 
quattro teste di ariete, perchè di arte alquanto posteriore che con- 
trasta con l'architettura della tomba. 

Sotto la piena influenza dei prodotti dell'arte greca arcaica ri- 
cadono le suppellettili funebri di una tomba a camera scoperta 
nel 1915 sul declivio del poggio delle Granate: caratteristiche sono 



') Cfr. Nolizie degli Scavi, 1903, p. 5. 

H Cfr. yotizie defili Scaii, 1908, p. 203 segg. 

') Cfr. yotizie degli Scavi, 1908, p. 208, fig. 12 ; Boll, d'arte, 1908, p. 361 segg. 



42 A. Minto 



le ceramiche di argilla flguliaa (Tav. VI, 6) alcune di fabbrica locale 
in stile italo-corinzio, altre indubbiamente importate, consistenti, per 
lo pili, in aryballoi ed alabastra di stile protocorinzio e corinzio. 

Identiche suppellettili fittili d'imitazione o d'im[)ortazione greca, 
mescolate a vasi di bucchero di fabbrica locale, si rinvennero in tombe a 
fossa, scojìerte nel 1908, attorno alla tomba a tholos precedentemente 
descritta, e nella medesima zona furono ritrovate quelle caratteristi- 
che stele, in lastre di pietra arenaria a forma piramidata, coronate su- 
periormente a palmetta semplice o con volute, che costituiscono l'unico 
segnacolo di quella corrente di arte ionica della quale si riscontra così 
larga rappresentanza d'influssi nelle altre necropoli dell' Etruria. Io 
credo per certo che Populonia, forse più di ogni altro centro etrusco, 
deve aver risentito il benefico contatto con il mondo ionico, attra- 
verso le colonie focesi della Corsica con le quali fu collegata da così 
stretti rapporti commerciali fin dalla piìi alta antichità, come lo con- 
ferma anche la tradizione storica che confonde con la Corsica le sue 
origini. 

Nelle due zone esplorate della necropoli populoniese, tanto sul 
piano e sul poggio delle Granate, quanto nella zona di S. Cerbone, 
dopo le tombe a camera ed a fossa con ceramiche protocorinzie e co- 
rinzie, che possono risalire agli inizi del VI secolo a. C, ci troviamo 
di fronte ad una profonda lacuna, per la quale non ci è dato di co- 
noscere il migliore periodo d' influenza greca, durante il VI, il V e 
gli inizi del IV secolo a. C. Ho già accennato, parlando degli scavi 
compiuti nella zona del tempio, ai molteplici frammenti di ceramiche 
attiche che compaiono nei poderi di S. Cerbone verso la Pineta del 
Casone, e come dalla medesima zona, secondo la voce comune del 
luogo, siano uscite le celebri idrie in stile di Meidias (Tav. Vili, 2) e le 
magnifiche oreficerie (Tav. VII, 1) e le ricche suppellettili di bronzo, 
acquistate sul mercato antiquario, che probabilmente costituivano il 
corredo funebre di una tomba del miglior periodo dell'arte greca, e 
che formano oggi il piìi bel ornamento della sala dei Populonienses nel 
Museo topografico dell' Etruria in Firenze '). Tutto fa ritenere quindi 
che una ricerca sistematica in questa zona possa fornire dei risultati 
buoni e sicuri e metterci in grado di conoscere questo lungo ed im- 
portante periodo, purtroppo ancora oscuro, della vita di Populonia. 

Una conoscenza più completa abbiamo invece della necropoli 
etrusca più tarda, scoperta negli strati superiori alla necropoli arcaica 



') Cfr. Milani, Il E. Museo archeologico di Firenze, p. 222. 



Populonia ed i recenti scavi archeologici 43 

nelle due zone esplorate e più volte ricordate. Trattasi (Ji tombe ad 
inumazione a fossa, variamente orientate, scavate nel terreno, con 
le pareti, ora nude, ora ricoperte da lastroni di arenaria, o da te- 
goloni in cotto con i margini rialzati. Le suppellettili consistono in 
ceramiche grecbe a figure rosse, in stile decadente, ed altre d' imita- 
zione, mescolate con vasellame italico, verniciate e dipinte con ocre 
bianche, rosse e gialle, a figure grossolane od a semplici ornati flo- 
reali ; alle ceramiche si trovano associati degli oggetti di bronzo, per 
lo più vasi, che rivelano il grado di j)erfezione raggiunto nella metal- 
lotecnica industriale dagli Etruschi, rivaleggiando con i prodotti del- 
l'arte greca e desumendo da questa tipi e motivi artistici (Tav. VII, 2). 
Da questo rapido quadro cronologico di tutto ciò che le scoperte, 
fatte nella necropoli di Populonia, ci hanno finora rivelato, non pos- 
siamo disconoscere l'importanza che può avere una esplorazione si- 
stematica di tutta la zona dell'agro populoniese che circondava il 
navale, per meglio comprendere la successione dei vari strati di ci- 
viltà che si sono sovrapposti, colmare le molteplici lacune che ab- 
biamo qua e là notato nella successione di tali strati, determinare 
esattamente i limiti di estensione dei vari sepolcreti rispetto alla 
città più recente che gradatamente si espanse attorno alla rada in- 
vadendo e ricoprendo l'antica necropoli. 



Riassumendo quanto abbiamo esposto sui resultati degli scavi 
finora compiuti nell' agro populoniese non possiamo lasciare passare 
inosservata l'importanza che presenta, rispetto alla tradizione storica 
delle origini di questo importante centro marittimo dell' Etruria, la 
scoperta di resti così cospicui della più antica necropoli, caratteriz- 
zata, nel primo stadio, dalle tombe ad incinerazione a pozzetto, fornite di 
ossuari di tipo villanoviano, e dalle tombe ad inumazione a fossa, me- 
scolate ai pozzetti di cremati, che recano oggetti di corredo funebre 
indubbiamente assegnabili alla fase più antica di tale civiltà, e nel 
secondo stadio dalla i)resenza di tombe a tholos, con suppellettili di 
arte orientalizzante, nelle quali troviamo tanti ricordi dello scomparso 
mondo preellenico. 

La tradizione storica sulle origini di Populonia si trova così 
riassunta in Servio (Comm. in Verg., Aen., X, 172): quidam Popiilo- 
niatn post XII populos in Etruria eonstitutos populum ex insula Corsica 
in Italiani venisse et condidisse dicunt • alii Populoniam Volaterranorum 



44 A. Minto 

coloniam tradunt • alii Volaterranos Corsis eripuisse Populoniam dicuni. 
Dall' insieme del passo serviano risulta evidente che gli antichi at- 
tribuivano una origine tarda alla città e cioè posteriore alla prima 
unione federale etrusca. Infatti solo più tardi, e cioè dopo il IV se- 
colo a. C, sembra che Populonia sia entrata come membro indipen- 
dente nella dodecapoli '). Tutte e due le versioni sulle origini di Po- 
pulonia hanno un fondamento mitico e si riferiscono alla città com- 
merciale e marittima del porto. Quella che ne attribuisce la fonda- 
zione ai ()orsi riflette appunto l'importanza del porto populoniese che, 
fin dalla più alta antichità, fu l'emporio del commercio fra l'Etruria 
e la Corsica. Le strette relazioni con le colonie focesi sono confer- 
mate dalla serie monetale più antica, uscita dall' agro populoniese, 
con gli emblemi della chimera, del pistrice, dell'ippocampo, della 
gorgone che richiamano a Focea, a Cizico, a Lampsaco, ad Eritre e 
ad altri centri del mondo ionico '). L' altra versione sulle origini vol- 
terrane pure riguarda il porto populoniese che fu di Volterra l'an- 
tico scalo marittimo. Nell'ultima parte poi della tradizione storica 
riassunta da Servio è senza dubbio riflessa la lotta accanita combat- 
tuta, per la conquista del monopolio commerciale nelle isole e sulle 
coste tirrene, fra Etruschi e Cartaginesi da una parte e Greci dall'al- 
tra, prima i Focesi poi i Siracusani, in cui il movente principale fu 
appunto il predominio sulla (Jorsica '). A contraddire le origini corse 
di Populonia stanno l'etimo del nome, indubbiamente etrusco, ed in 
particolar modo i documenti archeologici che abbiamo jìosto in evi- 
denza, i quali dimostrano chiaramente l'esistenza di un centro abitato 
antichissimo che è passato per tutte le fasi di civiltà per le quali sono 
j)as8ati tutti gli altri più antichi centri dell' Etruria: Populonia quindi 
non può essere considerata nelle sue origini né come fondata dai 
Corsi, né come una tarda filiazione di Volterra, solo il suo porto fu 
stazione commerciale e marittima di questa e di quelli. 

Che Populonia rientrasse anticamente nel territorio dei Volter- 
rani lo possiamo argomentare dalla stessa tradizione storica nella sua 
esclusione dalla prima lega federale etrusca, e nel fatto che il suo porto fu 
il più antico scalo marittimo di Volterra, destinato in particolar modo 
ad assicurare l' importazione del ferro dalle miniere dell'Elba. Con il 



') Per la tradizione storica sulle origini dì Populonia cfr. Solari, Topografia 
ttorioa dell' Etruria, II, p. 126 segg. Il Bormann {Aroh. Epigr. Miti, aus Oeslerr., 
XI, p. 103 segg.) suppone che Populonia abbi» sostituito Veii nella dodecapoli. 

') Cfr. Sambon, Les monnaies antiques d'Italie, p. 42. 

') Cfr. Dk Sanctis, Storia dei Romani, voi. I, p. 455 segg. 



Poptiloilin ed i recenti xcai'i arc]ieolo{iici 45 

fiorire dell' industria siderurgica gì' interessi commerciali devono es- 
sersi estesi ad altri centri della federazione, come lo attesta la moneta 
di bronzo federale del III secolo a. C. '), con la testa di Vulcano e gli 
strumenti siderurgici, recante nel campo la triplice iscrizione di Va- 
tluna (Vetulonia) Pupluna (Populouia) e Chamars (Chiusi), e così Po- 
pulonia potè staccarsi dalla soggezione amministrativa di Volterra e 
divenire autonoma, entrando come membro indipendente nella do- 
decapoli. 

Dell'importanza assunta dall'industria del ferro in Populonia 
abbiamo un primo ricordo in Livio (hist., XXVIII, 45, 15) ove ac- 
cenna al contributo dato dai Populoniesi a Roma, durante la seconda 
guerra punica, indicato indipendentemente da quello dei Volterrani. 
Troviamo inoltre cenni più ampi in Varrone [Servii Comm. ad Aen. 
X, 174) ed in Strabene (V, 2, 6) alle ofHcine siderurgiche di Populo- 
nia ove si lavorava il materiale greggio importato dall' isola d' Elba. 
Il Sabbadini ^) ha prodotto documenti i quali testimoniano che la 
fusione del ferro veniva praticata direttamente anche nell'isola; ma 
tale fatto non verrebbe ad infirmare la tradizione storica, poiché anche 
oggi giorno di fronte agli Altiforni di Portoferraio, troviamo quelli di 
Piombino. Più utile riuscirà invece l'opera analitica del chimico e del 
mineralogo sull'ampio e denso strato di scorie di ferro che ricopre l'an- 
tica necropoli, nella località detta il Campo al fabbro sul navale di Po- 
pulonia. Una società mineraria sta praticando in questi giorni dei 
pozzi di saggio e ne vedremo i risultati i quali potranno apportare 
luce sulla provenienza e sulla lavorazione di tale metallo, dal quale 
Populonia derivò la sua ricchezza e la sua espansione commerciale 
ed industriale, secondo la tradizione storica. 

Con la conquista romana si inizia la decadenza di Poi)ulonia, 
dovuta particolarmente alla decadenza del porto come scalo marittimo. 
Coinvolta nella prima guerra civile, essa i)ati il duro assedio di Siila, 
ma continuò a mantenere la sua autonomia e la troviamo annoverata 
nella lista pliniana (ji, h., ITI, .TI) fra le undici città marittime ed 
ascritta, a quanto pare secondo un'iscrizione recentemente scoperta'), 
alla tribù Oaleria. Le rovine di costruzioni romane che circondano il 
porto di Baratti ed altre scoperte di oggetti e di uionete, attestano 
che essa continuò a vivere nell' impero, ma ne ignoriamo la storia e 

') Cfr. Samuon, op. cit., p. 73. \ 

') Cfr. Sabbadini, Le parole greche nella toponomaslica dell'Elba, in « Mitcel- 
lanea Salinai », p. 15 segg. ; cfr. auclie Solari, op. cit., II, p. 219. 
3) Cfr. Notizie degli Scavi, 1914, p. 417. 



46 A. Minto - Poptilonia ed i recenti neavi archeologici 

solo più tardi sappiamo che essa fu sede vescovile e forse dentro del- 
l'antica cerchia delle mura dirute, deve essersi rinchiusa la città 
decadente per premunirsi contro le incursioni barbariche. 

Ed ora come canta il Carducci, sulle rovine dell'antica grandezza, 



La torre feudul 
Con Inuga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi 

Veglia 

Mentre tormenta languido sirocco gli assetati 
Caprìticlii clie ondeggiano su i gran massi quadrati 
Verdi tra il cielo e il mar, 
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno 
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno 

Azzurro ad aspettar. 



A. Minto. 



SULLE TRACCE DI UN'ESTETICA DELL'INTUIZIONE 

PRESSO GLI ANTICHI 



Clio gli antichi si dedicassero con molto ardore a giudicare di opere 
d'arte, che avessero criterii e cànoni e precettistiche destinate a distin- 
guere il bello dal brutto e ad educare, sapientemente, il gusto : questa è 
cosa a tutti palese, e di cui fanno fede — se è necessario — le numerose 
storie che della critica letteraria greco-romana, o di parti di essa, sono 
state ai giorni nostri composte da varii scrittori. Ma che presso i mede- 
simi, Greci e Romani, fossero dottrine capaci di definire l'Arte nella sua 
essenza e nella sua funzione, dottrine corrispondenti a quelle che l'Estetica 
moderna considera come le sue più gloriose ed ardue conquiste ; che, in 
particolare, vi fosse qualcuno il quale, con precisa coscienza, superasse la 
maggior parte di quei concetti pseudoestetici, di quelle categorie e classifi- 
cazioni e qualifiche contro le quali noi ancor oggi combattiamo : questi) è 
cosa che suppongo nuova e che intendo illustrare e dimostrare con una 
serie di studi i di cui ecco il primo saggio *). 



') Infatti, ancora recentemente, B. Croce in una apposita memoria. Inizio, 
periodi e carattere della ìtoria dell' E» letica (Atti dell'Accad. Pontan., XLVI, [1916]) 
ha inteso stabilire e confermare, ciò che aveva già asserito nella parte storica 
della sua Estetica, e che è comunemente ammesso : l'estetica essere una scienza 



Sidle tracce di un'estetica dell' intuizione }>resfio gii antichi 47 

Auzitutto, conviene distinguere bene in che cosa consistano le due di 
verse posizioni testé enunciate : poicliè contengono e riassumono, si può 
dire, la maggior parte delle idee intorno alle quali il mio tema si svolge. 

Vi è una prima forma di critica — la critica corrente nell' antichità 
classica, certo la sola che compaia nei documenti e negli scrittori finora 
studiati — che non attinge la vera natura dell'arte, ma no studia caratteri 
e fini esteriori, confondendo valori artistici con valori logici, pratici od uti- 
litarii '). 

Ha varie fasi, che furono molto bene definite e descritte da Benedetto 
Croce ') : e vanno dalla concezione edonistica pura, di un' arte considerata 
come semplice fatto di piacere, alla opposta e pnr intimamente connessa 
concezione moralistica, che cerca di salvare l'arte, piacevole, attribuendole 
un fine pedagogico ; alla concezione, ancora, mistica e neoplatonica che 
nell' arte vede una forma dello spirilo superiore alla filosofia e capace di 
metterci a contatto, immediato, con la Verità. 

Vi ò una seconda forma di critica, che chiamiamo Estetica moderna, e 
nasce dal Romanticismo, e trova la sua prima geniale affermazione nel nostro 
De Sanctis, la sua sistematica e profonda trattazione nel Croce. Essa ri- 
solve il problema dell'Arte, proclamando l'assoluta indipendenza di questa 
da ogni fine morale od astratto e ponendone l'essenza nella pura intuizione : 
ossia nella forma, non considerata come un ornamento o una veste, ma 
come qualcosa di generato dal contenuto nell'atto in cui questo si concreta 
e si avviva davanti alla mente dell'artista. 

Ora, che agli antichi dell'ELà classica si frapponessero serio dittìcoltà per 
pensare l'Arte press'a poco come la pensiamo noi oggi, è un fatto che trova 
spiegazione nelle condizioni reali in cui la loro arte si svolgeva : che, es- 
sendo legata ad uno stadio primitivo di civiltà, non adempiva un uflìcio 
puramente e distintamente letterario, ma aveva uffici e pratici e teorici. 
Quelle di Omero, di Pindaro, di Eschilo non erano ancora opere di pura 



moderna, « sorta tra il Sei e il Settecento e svoltasi rigogliosa negli ultimi due 
secoli ». Non ci diraenticliianio che il Croce parla di scienza e non già di concetti 
isolati; né ci sfugge punto che la sna asserzione dipende da tutta una particolare 
concezione della filosofia e della storia antica, considerate come essenzialmente 
natnralisticbe e inette, o poco atte, a cogliere il concetto e lo svolginjeiito dei 
« valori » spirituali. V. specialmente Teoria e storia della storiografia (Bari, 1917) 
pp. 165-81. 

') ft naturale (e sia detto una volta per sempre) che intendo parlare della 
critica come teoria o dotlriita tilosolica dell'arte, non della critica in atto, la quale 
non poteva certo aspettare i nostri giorni a rivelarsi, e doveva raggiungere, 
spontaneamente, il suo scopo ogni qualvolta il gusto e la genialità del critico 
l'assistessero. 

^) Estetica, 3" ed., pp. 178 sgg. V. anche Problemi di estetica (IJari, 1910) 
pp. 3 sgg. 



48 Augusto Jiontotftii 



poesia ; erano opere di religione, di morale, di scienza. Non poteva lo spi- 
rito limano essere conscio, in teoria, di un progresso che non aveva, in 
pratica, ancora raggiunto. Teorizzare l'arte, come la teorizzarono, in fondo, 
Platone ed Aristotele, era subire le impressioni di una prossima e vivente 
realtà. Male fu che la loro teoria si propagasse per forza d' inerzia e per 
gretto spirito di arcaismo fuori di quei tempi che l'avevano espressa dal 
loro seno di palpitante attualità, fino a tempi in cui la distinzione di arte 
e scienza era, iiiveoe, un fatto compiuto. La colpa è dei Plutarchi, dei Dio- 
nisii di Alicarnasso, dei Dioni Crisostomi : della scuola tutta, durante la 
decadenza del mondo antico '). 

Ma ho più volte pensato che alla concezione estetica nostra si fosse po- 
tuto, almeuo in iscorcio, arrivare in quel periodo ellenistico od alessan- 
drino in cui le condizioni pratiche della letteratura si erano andate radi- 
calmente modificando rispetto all'antico, e la letteratura aveva raggiunta, 
difatti, la sua autonomia. Purtroppo il Tempo lia qui aperto una enorme 
lacuna, facendo naufragare quasi tutta una produzione scientifica e filosofica 
che, dalle indicazioni indii-ette, ci risulta copiosissima e, dallo studio intrin- 
seco dei frammenti, dovrà ogni giorno più riconoscersi importante. A me 
preme, appunto, raccogliere le tavole di questo naufragio, fermando, prima 
di tutto, l'attenzione sulle opere varie di Filodemo che ci sono stato resti- 
tuite a brandelli dai papiri ercolanesi. e che costituiscono il nucleo di mag- 
giore irradiazione. Le opere varie di Filodemo, e, fra esse, quelle che più 
direttamente ci interessano. Della poesia {Ihql Ttoi/iy^àxMV) , Bella Jietorica, 
Della Musica, sono state pubblicate da tempo e di tanto in tanto sottoposte 
a nuove revisioni e integrazioni da varii filologi. Nessuno peto che si sia 
curato, mai, di penetrarne il valore intrinseco. Fa veramente pena vedere 
come su questa personalità filodemea, per ciò che riguarda il pensiero cri- 
tico, sia passata ignara, parte spregiando, parte anche irridendo, la filo- 
logia moderna ^). Recentemente un acuto papirologo, Cristiano Jeusen, in 
una sua dissertazione, Heoptolcmos nnd Horaz '), ha ripubblicato i princi- 
pali frammenti del Ileqì rtOMjfietTWl', e a lui andiamo debitori di un testo 

') Queste idee e questi fatti ebbi occasione di svolgere più ampiamente nel 
volume Ginliano V Apoetala («Il Pensiero greco», voi. 12"; Torino, Hocca, 192(1), 
pp. 55 sgg. 

*) V. ad es. con qn.ali parole giudichino Filodemo É.M. Eggkr, Etsai aur 
l'hhtoire de la oriliqm chez les Grecs^, pp. 360-3, e G. Saintsbuky, A hislory of 
criticiim I, pp. 63-4. Il Walteh, Die Geaohichle d. Aesthetik in Atterthum (Lipsia 1893) 
non 80 ne occupa attatto. Né meglio colgono nel segno gli studii speciali, anche 
quando sieno del GOMPERZ, l'hilodein u. die anthelisohen Soliriften d. Herculanischen 
Bibiiothek in « Sitzungsber. d. Akad. d. Wiasensch. in Wien » Philos.-hist. Kl. 
CXXIII (1890). 

') Pubblicata nelle « Abliandlungen d. Preuss. Akad. <1. Wiss. » 1919. Vedine 
anche la recensione, fatta dal Kroll, in « Woch. f. Kl. Philol. » 1919 coli. 179-82. 



Sulle tracce di un^ estetica dell' intuizione presso (/li antichi 49 

■migliore e più leggibile, del quale faremo larghissimo uso *). Ma poco mi 
pare che egli abbia spiegato, o auclie solo sospettato, delle cose che aveva 
inuauzi. Suo scopo è stato di dimostrare che le dottrine poetiche contro le 
■quali Filodemo combatte appartengono a Neottolemo di Parie, e costitui- 
scono, quindi, la fonte da cui sapevamo Orazio avere attinto i princijìii 
della sua Arte poetica. (Quanto alle obiezioni di Filodemo, gli sono parse 
indifferenti o stupide: erb&rmliche, torichte). E sta bene: qui anzi, sorgono 
altri problemi storici ; poiché Filodemo era anche poeta, e amico di Orazio, 
« cliente della medesima famiglia dei Pisoni a cui questi indirizzò la sua Arte, 
e solito a comunicare con lui e con altri del medesimo cenacolo (in quel 
di Napoli e Baia), per mezzo di amabili conversazioni, le proprie idee *). 
Ma questi problemi non possono essere trattati se non dopo ricostituito e 
compreso il pensiero dell' amabile filosofo napoletano. Intanto, raccogliamo, 
■come un buon segno, questa prima notizia: che le dottrine estetiche di Fi- 
lodemo — come contrastano col Neottolemo riconosciuto dal Jensen — così, 
iu ultima analisi, sono il rovescio deìVArte poetica oraziana. 



La manifestazione fondamentale in cui accade di indovinare, sùbito, l'av- 
viamento critico di Filodemo, e da cui dipendono, poi, quasi tutte le altre 
proposizioni chiarificatrici, è la negazione, che incontriamo a varie riprese 
nel Heqì !toni(idT(ov, AellUitiiità e del piacere posti come fine dell'arte. Ei- 
suonauo alla mente di tutti quei versi di Orazio : 



omae tulit punctnm qui misouit utile dtilci, 
lectorem delectando pariterqiie monendo. 



« quegli altri : 



aut prodesse voliint aut delectare poetae, 
aut simul et iucunda et idonea dioere vitae. 



1) La maggior parte di questi fraiumeuti appartengono al papiro 1425 (Folum. 
Seroul. Coli. alt. II, 159-97). dal Jensen messo a confronto col pap. 1538, e si 
distribuiscono in 38 colonne. Derivano dal libro V dell'opera filodemea. Frammenti 
di altri libri del Ilegl TioctjudtOìv si conservano in altri papiri, specialmente nei 
numeri 207 (Voi. Hero.^ Il 148-58), 994 [Voi. Herc.^ VI 137-87), 1676 (Voi. Herc.^ 
XI 147-66 . Furono editi e discussi, in gran parte, dal Gompkrz' (nell'opuscolo 
gi<\ citato, uoucliè in « Zeitschr. f. Oesteireich. Gymn. » XVI [1865] pp. 718 sgg.) 
« da A. Hausuath, Pkilod. Ilegl uoitjfi. libri Ilquae videntur fragni. (Lipsia 1889). 
Un tentativo di ricoslruzione alquanto antiquato è quello del DuBJJER, Fraym. 
Philod. Ileoì Tioirift. (Paris, Didot, 1840). 

*) V. per ora, su questi rapporti, A. Kiìrte, Augusteer bei Philodem « Rhein. 
Mus. » XLV (1890) pp. 172-7; R. Phh.ippson, Sarai' Ferhaltiiia zar Philosophie, 
■« Festscbrift d. Konig Wilhelms-Gyrau. z. Magdeburg » (1911). 

Atene e Roma. N. S. 4 



60 Augusto RosUigni 



Un tale pedagogico concetto della poesia, considerata come per «è stessa 
vacua se non si proponga scopi utili e morali, « aspergendo di soavi licor 
gli orli del vaso », aveva le sue radici — coni' è noto — nel pensiero sia 
di Platone sia di Aristotele ; ma era poi giunto ad assumere valore di prin- 
cipio generale e universalmente diffuso nelle scuole peripatetiche e stoiche,, 
le quali su esso ricamarono i loro trattati. A questo concetto Filodemo non 
solo è estraneo, di fatto, ma lo avversa e lo combatte, in termini. Non ci 
è dato di seguire per intero — nello stato miserevole dei frammenti — il 
filo della sua discussione (che è tutta di carattere polemico ed occasionale), 
ma ne cogliamo ripetutamente i punti salienti. 

« Dopo aver detto [Neottolemo o Zenone ') o qualche altro avversario] 

« che, per raggiungere la perfezione, debba l'ottimo poeta, oltre che In- 
« singare gli affetti, giovare agli uditori e dar buoni ammaestramenti, e 
« che Omero diletta e giova nella maggior parte dei casi, dimenticò di spie- 

« gare come nella maggior parte dei casi giova e perchè E qual genere 

« di utilità e di buoni ammaestramenti si richiedano, egli non chiai'ì af- 
« fatto, cosicché si potrebbe anche presumere di quelli che derivano dalla 
sapienza e dalle altre scienze » '). E in altro passo: « Sciagurato » (con 
questo e somiglianti aggettivi suole Filodemo investire i proprii avversarli)- 
< che, molte potendo essere le utilità, non definì affatto quale di esse 
« debba richiedersi dal poeta, né indicò in che cosa costui diletti e qual 
»: genere di diletto procuri : anzi lasciò su entrambi i punti indefinito il 
« valore (a^ex^) dell'artista. A questo modo le più belle opere dei più in- 
« signi poeti, o tutte o in parte, le defrauda del vanto di perfette, solo 
« perchè non procurano la menoma utilità. Che cosa sì dovrebbe dire al- 
« lora di quelle che, per quanto da loro si può, procurano persino danno, 
« e grandissimo? A questa stregua, probabilmente, ciò che sommamente 
« giova, dovrebbe essere sommamente perfetto. Eppure non si vede alcuno 
« né per mezzo della medicina uè della sapienza né di molte altre scienze 
« dimostrarsi artista eccellente » '). 

Per quanto questi due brani possano lasciar sussistere diibbii sulla pre- 
cisa posizione dell'autore rispetto al problema che discute, risulta però già 
abbastanza chiaro che la bellezza o la virtù o il valore della poesia egli lo 



') Neottolemo, se è vera la ricostruzione del Jeiiseu. Zenone è più avanti ci- 
tato ; e s'identifica, probabilmente, col fondatore della Stoa, non con uu recen- 
ziore, spesso da Filodenio ricorilato come suo maestro, contro il quale è inopportuno 
fare (altrimenti però il .Tenskn p. 7 e n. 4) che il nostro autore combatta, tanto 
pift quando risnlti che il pensiero estetico ivi esposto dipende dalle correnti 
generali dell'Epicureismo (e lo Zenone i-ecenziore, di Sidone, era caposcuola del- 
l'Epicureismo durante la giovinezza di Cicerone), e si oppone, punto per punto, 
allo Stoicismo. 

») Pap. 1425, col. XIII (p. 24 Jensen). 

■*) Pap. 1425, col. I (pp. 26-7 Jena.). Alla 1. 25 supplisco Si [Seli'ia<j9ai. 



Sulle tracce di un'estetica ilell'iiitui:wve presso gli antichi 51 



fa consistere iu tutt' altro che il piacevole e l'utile comunemente intesi; e 
die l'utilità solita, morale, scientifica, didattica, egli la scarta assoluta- 
mente. Possiamo pur dire che egli scarta, in fcmdo, qualsiasi utilità, come 
qualsiasi piacere organico. Se infatti, nella sua .sottigliezza e nella precau- 
zione logica, (jualche riserva sembra fare per il piacere die si accompagna 
alle cose dell' arte, egli intende, con questo, la.sciar posto al compiacimento 
estetico, vale a dire, a qualcosa che non ha nulla di comune con le impres- 
sioni sensuali, né con l'elocuzione così detta elegante ')• Se qualche riserva 
poi sembra fare jier l'utile, questa gli è suggeritit dalle premesse epicuree 
del suo pensiero, nel quale il compiacimento estetico, come ogni fatto o 
psichico o spirituale, non può non essere ricondotto alla categoria dell'utile. 
Ma a (jueste premesse egli si contenta di dare una soddisfazione puramente 
formale, e l' idea stessa di un fine dell' arte la possiamo considerare come 
da lui praticamente superata e sbandita, anche perchè sarebbe in contrad- 
dizione con tutto quanto segue. E invero un po' meglio ci illumina già 
(luesf altro frammento, nel quale, combattendo due enunciati di Zenone 
(1", essere ottima quella poesia che contiene un savio pensiero e con l'ele- 
ganza molce gli orecchi ; 2°, essere ottima (jnella poesia che contiene un 
pensiero utile, se anche non propriamente savio, e lo porta in forma per- 
spicua all'orecchio), dopo ripetuti i precedenti argomenti, aggiunge che : 
le belle poesie, se anche giovano, non giovano in quanto 
sono poesie (»av wgpeXiJ, x[tt6ò Ttcijii^iar ov» o)(pskeì) "). 

Dalla quale proposizione risulta prima di tutto riconfermato che il tìue 
utilitario dell'arte è, in realtà, per Filodenio assolutamente escluso, nel 
senso che le poesie, per ciò che le rende poesie, non rispondono ad esigenze 
di quella fatta. ^la risultano anche accennate due verità importantissime, 
che sono il cardine dell'estetica moderna, e che conviene enucleare fin d'ora ; 
([uantunque più innanzi esse sieno per trovare una più speciale trattazione. 
Se infatti le poesie non sono utili, ossia non assolvono bisogni né pratici 
né scientilìci in ciò che le rende poesie, pare die l'essenza dell' arte sia in- 
dipendente dall'argomento, o meglio dalla scelta di esso, e s' identifichi, pre- 
sumibilmente, con ciò che noi chiamiamo forma od intuizione. Se poi le 
poesie stesse possono per altri aspetti — die nou sia l'aspetto propria- 
mente poetico, formale ed intuitivo — essere utili, pare che la forma este- 
tica sia considerata come indissolubile dalla stessa conoscenza logica : onde 
l'opera di scienza, in quanto espressa, é anclie opera d'arte, come talvolta 



') Iu taluui frammenti (dei quali mi accadrà altra volta ili discorrere) si ve- 
dono anche tracce di un'ai)posita critica dell'interpretazione materialistica o pu- 
ramente psichica dell'Arte, che gli edonisti facevano dipendere dalle impressioni 
irrazionali {aXoyoC), vale a dire dalle impressioni non spiritualmente elaborate. V. 
specialm. Voi. Herc. ' VI 152 e 166 (Go.mpkkz, l'hilod. pp. 22-4, 31-2). 

2) Pap. 1425, coli. XXVIII-IX (p. 28 Jena.). 



52 Augusto Rontayni 



l'opera d'arte, por i suoi elementi logici e morali (ossia « quando giova »), è 
opera di scienza. 

Che almeno nella mia prima affermazione, della propugnata indipendenza 
•dell'arte, io non sia corso troppo innanzi, è attestato principalmente dal 
brano che qui traduco : « Volendo [l'avversario] dimostrare, col paragone 
« delle scienze, che chi introduce un nuovo argomento è buon poeta, non 
« dimostrò affatto che quegli sia tale, perchè molta differenza corre fra la 
-« poesìa e le scienze. Come nelle arti manuali non stimiamo peggiore uno 
« se, la materia ricavando da altro artefice, bellamente la elabora ; cosi 
•« anche il poeta, se da altri prende la materia bruta ed increata (aTtóiìtov) 
« e le applica il proprio spirito, non lo stimiamo perciò inferiore. E questo 
« giudizio non si riferisce solo ai i)iccoli argomenti, ma anche al caso che 
« uno prenda da altri l'argomento delle leggende di Troia o di Tebe e lo 
« dissolva, in certo modo, ne' suoi elementi e poi di nuovo, in certo modo, 
« lo ricomponga applicandovi la propria impronta {iSiav «oTaffxew^i'). Se ve- 
-« diamo, infatti, che le leggende di Tieste e di Paride e di Menelao e di 
« Elettra e altre numerosissime le trattarono tanto Sofocle, quanto Euri- 
« pide, quanto molti altri, non stimiamo che per un tale rispetto gli uni 
« .sieno migliori e gli altri peggiori, anzi troviamo che spesso chi ha co- 
« piato l'argomento è migliore dei predecessori, ijurchè vi abbia apportato 
« maggior virtù poetica o creatrice (tÒ TtorjTixòv àfabóv) » '). 

Questo po' di prosa filodemea, che vien fuori lacera e imputridita da 
un papiro di duemila anni or sono, ha tanta modernità ed efficacia di pen- 
siero che par diretta a condannare l'intendimento con cui ancor oggi dai 
dotti si accumulano ricerche sulle fonti dei poeti. La rarità o meno dell'ar- 
gomento non conta. L'arte è ben diversa dalla scienza. Nella scienza il con- 
cetto importa; nell'arte tutto è informa. 

Sì, l'affermazione che identifica nella forma il quid caratterizzante l'opera 
d'arte, è implicita anch'essa nel brano citato, come discende, normalmente, 
dal cànone dell'indipendenza dell'arte. Certo, poi, si trova non solo im- 
plicita, ma presente ed esjjressa in ima serie di varie ed acute osserva- 
zioni, di cui coglieremo questa, più saliente: « non v'è alcun bel 

« contenuto (8iav&ìi(ia) il quale, se non sia bella la forma (TÌjg avv- 
« Se'ffewg ftìj xaX^; o'rffijg), faccia di necessità lodevole lo scritto, né al- 
« CUI! contenuto così frivolo che, essendo bella la forma, non pro- 
« duca l'efletto contrario » "). 



') Voi. Hero.'^ VII 87 + IV 195 (.long. p. 5; cfr. Gomperz, Philod. u. die 
iiitli. Schr., pp. 81-2). Il medesimo concetto può cogliersi anche iu varii altri fram- 
menti ; V. ad es. Fol. Herc.^ IV 179, col. LXXI (Gompkrz, Philod. p. 10); IV 
169, co!. LXXI (= fr. 30 Hausrath) ; XI 151-2 ((Somperz, Philod., p. 54). Spe- 
cialmente VII 120 (BL'CHKLEU, « Rhein. Mas. ». 1889, p. 259): dii Tiorjiwv ì'q'/ov 
éatlv oi Xéyeiv 8 fnjSeig, àAA,'oSi(og elneXv thg oiSeìg t&v ftìj noijiwv. 

^) Fol. Herc.^ IV 169, col. LXXI (fr. 30 Hausrath ; ofr. Gomperz « Wiener 
Studieu » II [1880] p. 142). 



Sulle tracce di un'estetica dclV iiitiiisiione presso gli antichi 5$ 

Alla quale dicliiarazione, emergente lì a caso dai frantuuii del ijapiro 
— (juaiido se ne mediti il senso profondo — , vien fatto di paragonare e 
congiungere la seguente di Francesco De Sanctis : «Se il contenuto bello, 
iinijortiinte, è rimasto inoperoso o fiacco o guasto nella mente dell'artista..., 
a che vale cauta mi i le sue lodi?... come letteratura o come arte non 
ha valore. I'^ per contrario il contenuto può essei-e immorale o assurdo o 
falso o frivolo: ma se in certi tempi o in certe circostanze ha operato 
potentemente nel cervello dell'artista, ed è diventato una forma, quel con- 
tenuto è immortale » '). 

Ma, qui, importa più che tutto vedere se Filodemo abbia bene defluito 
il concetto di questa forma, e compresi i rapporti di forma e contenuto : 
problemi difficilissimi sui quali ci illumina un' altra serie di frammenti. A 
questi noi ora ci volgiamo. Però non senza avere ribadito l'imjjortauza di 
quella prima posizione conquistata — che è il canone dell' indipendenza 
dell'arte — , ed avere osservato com'esso valga a chiarire tutta un'opera di 
Filodemo, di cui non è qui il momento di trattare ex professo, il De Musica. 
I principali brani del De Musica si diiiiostrano diretti a combattere le aff'er- 
nuizioui di coloro che a quest' arte assegnavano scopi religiosi, morali, edu- 
cativi. A non dire di Platone, viene a mente che Aristotele nella Politica 
aveva per l'appunto descritto le funzioni educative e civili della musica. 
Dunque : per uu principio profondamente radicato nella sua mente Filodemo 
si è mosso a propugnare l'autonomia e l'iudipendenza, come della musica, 
così della poesia, così dell' arte in genere. 



Il concetto che Filodemo si fa della forma od espressione è ben diverso 
da (juello che ne aveva e ne ha tuttora la critica tradizionale, quasi di un 
semplice aggregato verbale o di una veste che si sovrapponga al contenuto. 
Tanto che egli evita di indicarla con la denominazione comune ed equivoca 
di Xtltg, e preferisce servirsi di uu termine nuovo, o suscettibile di più 
nuova e piìi filosofica interpretazione : avvbefflg ^). Osserviamo ora per quali 
vie questo concetto ci si lasci determinare : poiché, al solito, non è esposto 
in una trattazi(me diretta, ma esce dall'iittrito e dalla polemica con le teo- 
rie avversarie. 

Aristotele, in affermazioni sporadiche, aveva avuto qualche barlume della 
nostra concezione, specialmente quando aveva fatto capire la differenza che 
corre fra poesia, vera e propria, e semplice forma metrica. Ma non furono 
che barlumi ; e, nel porre i capisaldi della sua Poetica, Aristotele scivolò 



') Nuovi saggi critici (Settembrini e i suoi critici) p. 240 (Napoli 1904, 20* edi- 
zione). 

') V. ad es. Tuso di questo vocabolo iu Aristot., Metaph. Ili, 168-9. Di tale 
filosolico significato non è naturabnente traccia nel Ileoi ovvdcaews òvofiàicov di Dio- 
nisio (l'Alicarnasso. 



54 Augusto Rostagni 



nel forriialisiiio ; specialmente quando insegnò che nella poesia si distin- 
guono quattro elementi essenziali, i quali sono : le favole, i caratteri, il 
pensiero, l'elocuzione '). Questa distinzione superficiale fu lo schema sul 
quale i successori costruirono le loro numerose Uetoriclie e Poetiche. Filo- 
demo ne conosce e ne cita parecchi : Filomelo, l'rassifane, Demetrio di Bi- 
sanzio, i quali tutti, ponendosi il problema del come si distingua Vottimo 
poeta, stal)ilivano essere ottimo colui die eccelle nelle favole, nei caratteri, 
nel pensiero, nell'elocuzione, oppure (come preferiva dire Demetrio) colui 
che ha, prima di tutto, buoni pensieri, poi argomento appropriato, infine 
buona elal)orazione verbale*). Il nostro autore, da esperto filosofo, osserva 
punto per punto esservi del vero nelle constatazioni dei Peripatetici (come 
e' è sempre del vero nei concetti meschini ed angusti rispetto ai più larghi), 
in quanto non bastino azioni e caratteri a costituire la buona poesia; ma 
obietta che queste constatazioni non risolvono il problema dell'arte, ossia 
non definiscono in che cosa propriamente il poetii si contraddistingua. 

, « Supporre che (jneste cose caratterizzino il poeta (wg àTtovaodTTti, ratJTa 
« TÒ»> dyabòv JtotijT'^i') è sommamente stolto. Poiché ciò non ci dice che 
« cosa per esso è più proprio ed essenziale (ri xv^uore^ov avTof)) » '). 

Il medesimo atteggiamento, ma con più precisa obiezione, Filodenio tiene 
verso un' altra classificazione peripatetica, di cui l'esempio gli era offerto 
da Neottolemo di Parlo e che riguardava^ in sostanza, il problema della tec- 
nica e dell'attitudine naturale nel jioeta. Bisogna ricordare che i manuali 
sia di poetica che di retorica erano divisi in due parti principali, una delle 
quali dedicata all'ars, ossia all'apprendimento della tecnica verbale e stili- 
stica, l'altra nWartifex, ossia al carattere e alla mentalità del poeta o del- 
l'oratore. Neottolemo aveva dichiarato di dover dare maggior estensione 
alla prima parte, ossìa alla tecnica (che chiama 7toir[fia), anziché alla se- 
conda (TroMjT^g). E in ciò non aveva fatto che seguire un uso generalmente 
consacrato. Anche l'Arte poetica di Orazio sottostà a questa legge e a questa 
suddivisione della materia ; né altrimenti vi sottostanno le Istituzioni ora- 
torie di Quintiliano (libri II-XI de arte oratoria; XII de oratore). 

Ora, Filodemo considera accettabili, in massima, le osservazioni e le 
categorie dell'avversario, ma accettandole le supera, ossia attribuisce ad 
esse un valore semplicemente empirico, e le inquadra in una più larga con- 
cezione filosofica, così : è vero (dice) che corre divario fra l'essere buon tec- 
nico e l'essere poeta, e che, oltie a comporre tecnicamente bene ci vuole 
il ìtaQos del poeta; é ammissibile che lo studio della tecnica (avrò TÒ ìtoifSlv) 
richieda maggiore trattazione : ma ciò va inteso nel senso che t« poesia ha 
più importanza (nXélov ta)[ììei) l'essere formato (TÒ neTtonifiévov slvai) che 



') Poel. 6, 14.50 a, 9-10. 

^) Pap. 1425 coli. IX-X (pp. 7-10 Jens.). La critica di quell'appropriato può 
vedersi iu Fot. Herc* II 207 (Gompkbz, Philod. pp. 12-3). 
') Col. X, 11. 14-21. 



Sulle tracce di un'estetica dell' intuiiione pregno gli antichi 55 

nou l'avere ini ricco contenuto d' idee (Tof? xò, hiavor^ar' sf[tiv TtoXv- 

Questa proposizione, che è già per se stessa elevatissima, e che ram- 
polla dalla riconosciuta iiidipcudeiiza dell' arte, potrebbe tuttavia generare 
qualche equivoco. Poiché, da sola, non ci lascia ancora inteudere se l'au- 
tore abbia superato la distinzione e la separazione che i retori pongono fra 
forma e contenuto. Molto a proposito dunque arriva qui un altro frammento 
dove leggiamo: « Senonchè pare che mal faccia Neottolemo a separare 
« la forma (x^v ffwSefftv Tfjg Xe'|fwg) dal contenuto {t(ov Starmiftànov), 
« con l'attribuire a quella una maggiore importanza che a (piesto » ^). 

Sono poche parole di rammendato papiro, ma bastano a congiungere 
Filodenio col nostro più moderno pensiero ; poiché fanno cadere una inve- 
teratissinia causa di errori iu cui la critica, tradizionale, come in un vicolo 
cieco, si avvolge : sia l'errore di chi ravvisa il fatto estetico nella semplice 
forma, intesa come aggregato verbale ; sia di chi lo ravvisa nel contenuto 
astratto, cioè nel fondo delle impressioni e della materia non spiritualmente 
elaborata ; sia ancora di clii lo fa dipendere dalla somma d'entrambi. Il 
contenuto è una cosa unica con la forma, perchè si concreta e si determina 
solo con essa. « Lo spirito non intuisce, se non facendo, formando, espri- 
mendo »'). Perciò alla /'orma, come essenza dell'arte, diamo un significato 
pregnante, quasi di « cosa creata » ; non altrimenti che un significato pre- 
gnante ha in Filodemo il vocabolo ffwSetftg. 

Ma questo commento che noi abbiamo creduto dì aggiungere per spie- 
gare il moderno concetto di forma, ossia il segreto della creazione artistica, 
lo si può raccogliere da Filodenio stesso, attraverso al garbuglio di taluni 
frammenti. Sono frammenti che hanno, ancora, lo scopo occasionale di com- 
battere il modo come dai trattatisti si ordinava e suddivideva la materia 
nei libri di arte poetica. L'innaturale e fallace discidio di forma e conte- 
nuto aveva portato a ulteriori suddivisioni, oltre quella già enunciata di 
ars e arti/ex, 7tohi(ia e Ttoir^Trfi- Filodemo si muove con un certo mal ta- 
lento iu mezzo a questa rete rfli concetti meschini che gli tocca respìngere 
ad uno ad uno. Egli trova assurdo, prima di tutto, che il poeta, vale a 



<) Col. VII 11. 18-24, Vili 11. 23-34, IX (pp. 12-3 Jens.). 

'} Pap. 1425, col.. X, 11. 33-5, XI. Questo brano, che pareva disperato, h 
stato dal Jensen miracolosamente ricostituito (pp. 11, 15) ; tauto piti miracolosa- 
mente quanto meno egli ha compreso il pensiero e l' intenzione di Filodemo. Il 
medesimo concetto si riscontra del resto anche in varii altri brani, fra cui sian 
citati per ora col. XXVI 11. 4-7 (cfr. Hausrath o. c. pp. 229-30) ; Voi. Herc. * 
XI 147-8 (GOMPEKZ, Philod. pp. 51-3); 159 11. 19-27 (ibid. p. 62). Una speciale 
critica alla concezione verbalistica di « forma » si lascia scorgere in parecchi fram- 
menti ancora : v. partiool. Voi. Sere. ' VI 170, IV 150 (Gompkhz Philod. pp. 32-4); 
XI 164-5 (ibid. pp. 67-8). 

') Croce, Estetica^, p. 11. 



gg A ugunto Jioslagni 



dire « quegli che possiede l'attività creatrice », faccia categoria con la rro^- 
«Ttg e col TtoLmia, vale a dire con l'opera da Ini stesso prodotta '). Assurdo- 
poi clic al rrot'ijfta si attribuisca solo la parte dell'espressione e non le idee 
e l'ordinamento e le azioni e i caratteri : « giacché, se nell'espressione si 
« vuole ottenere qualche effetto, non è possibile ottenerlo senza quel con- 
« tenuto; anzi il modo d'essere della forma dipende proprio dal 
» modo d'essere del contenuto (àìX ìdiov Tof) avvttélOÒai, T^i» Xé^iv 
« TÒ avvKeìa^ai t^v ;r^d|tv sìvai, (paiverai (tot) » ^). 

Come già sopra, così qui sembra di udire echeggiare quelle altre me- 
morabili parole in cui Francesco De Sanctis sintetizzò i piincipli della sua 
critica : « La forma non è a priori, non è qualcosa clie stia da sé e diversa 
« dal contenuto, quasi ornamento o veste, apparenza o aggiunto di esso ;. 
« anzi è essa generata dal contenuto attivo nella mente dell'artista: tal 
contenuto, tal forma »'). 

Guidato da questo luminoso concetto, Filodemo (per quanto i brevi fram- 
menti, quasi a lampi, ci lasciano intendere) prosegue a disperdere il tale o 
tal altro pregiudizio della critica tradizionale. Così, ad esempio, troviamo 
che a lui pare stolto possa il poeta essere indipendente o irresponsabile 
(come affermavano) dei difetti della sua poesia : « infatti, argomenti {vTCo- 
6/(Tetg) e poemi in tanto sono difettosi in quanto è il poeta che pecca (dwa- 
uaQTavovtog Tor stoi/r^tov *). Stabilire graduatorie, come i retori insegnano^ 
e dire che abbia maggior importanza la composizione o maggiore l'argo- 
mento, gli sembra ormai — ed è inevitabile — il colmo del ridicolo ^). 

Si comprende anche come, dopo ciò, grette e puerili gli risultino tutte 
le regole che, astrattamente, prescrivono alle opere d'arte doti particolari 
come Veleganza, Vevidenza, Varmonia, la brevità ecc. Qui vediamo che il 
nostro filosofo muove senz' altro in guerra contro tutto il ponderoso arma- 
mentario della retorica classica. E potremmo riferire non pochi brani del 
JIsQÌ nJotijftdTwi', dove la teoria e l'enumerazione delle cosiddette doti della 
stile vengono sottoposte a un contradditorio sapiente e audace*). Ma poi- 
ché questo argomento si connette con l'esame di una più vasta parte del- 
l'attività di Filodemo, contenuta nei volumi Della Betorica, né può esau- 
rientemente trattarsi se non in unione con questa, pensiamo di occuparcene 
a parte prossimamente. E anche un altro problema si aprirà alla nostra 
ricerca : che concerne i rapporti dell'estetica con la linguistica. Poiché è 
già evidente che il concetto fllodemeo di forma, risolventesi in una identi- 



') Col. XI (pp. 17-18 Jens.). 
=) Col. XII (pp. 18-9 Jens.). 
') Nuovi saggi critici, p. 240, 20* ed. 
<) Col. XII II. 17-26 (p. 21 Jens.). 
') Col. XII 11. 26-35, XIII 11. 1-4 (p. 22 Jens.). 

") Specialmente coli. III-VI (pp. 34-40 Jens.) e numerosi frr. iu Gomperz e 
in Hausrath, opp. citt. 



Sulle tracce di un'estetica ilelV iiiinhionc presuo gli antichi 57 

licazione di espressione e di intuizione, non poteva essere un concetto sle- 
gato, comparso soltanto per felice combinazione nella niente del critico ; ma 
doveva trovarsi connesso coi rimanenti concetti filosofici, ed essere conscio 
sia de' suoi principii, sia delle sue conseguenze. Quindi — opiniamo — 
non era sorto se non in seguito ad una certa risoluzione da lui data a| 
problema del linguaggio. P> vedremo, proprio per questa via, illuminarsi la 
questione storica fondamentale che ci tormenta, e da cui di necessità sono 
dominati i nostri studii : come si manifesti in Filodemo e nel suo partico- 
lare indirizzo (suo e di altri Epicurei) una tale estetica dell'intuizione, ed in 
qual modo essa si coordini col restante corso della filosofia antica. 

Augusto Rostagni. 



S/VGGI DI POESIA ELLENISTICA 



1) 



DOLCIUEA ESTIVA 

iTeocbito, Id. VII). 

Giocondamente in giacigli profondi di giunco odoroso 
riposavamo, e su pampaui or or da le viti recisi. 
Ondeggiavano al rezzo sul nostro capo le piante, 
pioppi fronzuti ed olmi : lì presso un rivolo sacro 
chioccolando sgorgava giù giù de le Ninfe da un antro. 
Ebbre di sol le cicale strilla van nel fitto dei rami 
a non finire; da lungi la raganella dolente 
gracidava celata nei fitti grovigli dei pruni. 
Lodole e cardellini trillavan, gemea la colomba; 
bionde ronzavano l' ajii d' intorno a le polle canore. 
Tutto di pingue estate odorava, odorava d' autunno : 
ne cadevano a' piedi le pere, opime d' intorno 
ruzzolavan le mele, si protendevano curve 
sino alla terra, ricolme lo rame di brune susine. 

L'AMORE DI BUCEO 

(Te ;cbito, Id. X). 

graziosa Bombica, ti chiamano tutti l'assira, 
scarna, bruciata dal sole ; per me sei colore del miele. 
Brune son imr le viole e lo screziato giacinto, 
che si colgono primi, di tutti i fiori, in ghirlande. 



') Da un volume di prossima pubblicazione. 



58 Ettore Bigiione 

La capretta il citiso, il lupo cerca la capra, 
segue la gru l'aratro, io son per te folle d'amore. 

Oh le ricchezze avessi che furono un giorno di Creso, 
d'oro ambedue consacrati saremmo a Cipride in voto: 

e tu il flauto terresti, od una rosa, o una mela, 
io vestito da festa sarei con calzari d'Ani icla. 

Oh graziosa Rombica, d'avorio sono i tuoi piedi, 

fior di morella tua voce, lodare non so la tua grazia. 



LA CANZONE DI LITIERSB 

(Teocrito, Id. X). 

Fruttiiosa Deniètra, ricolma di spiglie, la messe 
mietasi facile e renda quanto è possibile il solco. 

legatori, stringete le vostre mannelle, che ninno 

dica passando: «oh miei soldi! che mietitori salcigni!» 

Delle biche volgete il taglio verso Ponente 

o Tramontana, che meglio così la spiga s'ingrossa. 

Quando il grano si trebbia non appisolarsi a meriggio, 
che de le spighe a quell'ora si stacca meglio la loppa. 

Incominciar mietitura a pena l'allodola è desta, 
smettere quando essa dorma e riposarsi nell'afa. 

Oh giovanotti, che bazza la vita della ranocchia : 

eh non ci pensa al coppiere, n' ha sempre dinanzi a suo gusto ! 

O fattore pitocco, vuoi meglio lessarle le lenti? 

Non ti tagliare la mano segando in due pezzi il cumino I 

BONACCIA E TEMPESTA 

(.Mosco V). 

Quando il cerulo mare gioconda un' aura accarezza, 
balza il mio povero cuore a la dolce lusinga ; la terra 
pili non m' è cara, m' invita a navigar la bonaccia. 
Ma se bombiscono i venti, ed il flutto precipite muglia 
ululando a la riva, spumante di grigie criniere ; 
a la terra riguardo, a gli alberi guardo, ed il mare 
fuggo, la riva m'è cara e d'ombre la selva soave; 
dove se turbina il vento, ridesta il canto dei pini. 



Saggi di poesia ellenisticu 59 

Misera del pescatore la vita, cui casa è la barca, 

aspra fatica il mare, 1 pesci subdola preda ! 

Ma come un pisolo è dolce del platano a l'ombra fronzuta, 

in che soave sussurro ciangotta vicina la fonte, 

che strependo il villano diletta, non lo perturba ! 



LA PEIMAVEEA 

(Mki.kagro (!) Anlol. Pai. IX, 363). 

Ride di bocci fragrante la primavera vermiglia, 

or che da nitidi cieli l'inverno ventoso è fuggito. 

Cianea la terra s'è cinta de l'erbe verdigne, 

gonfie di linfe le iiiante lian chioma di fronde novella, 

e inebriati di molli, feconde rugiade all'aurora, 

flagrano i prati ridenti a lo sbocciar de la rosa. 

Or s'allegra il pastore d'acuta zampogna sui monti 

ed il capraro gioisce de la sua candida greggia. 

Corrono già i naviganti sui vasti Hutti del mare, 

poi che il soffio giocondo di Zefiro i lini rigonfia : 

e ghirlandati le chiome del fiore de l'ellera crespa, 

a Dioniso padre dell' uve inneggiano lieti. 

L'opre soavi dei mieli riprendon taurigene l'api, 

e, su l'arnie posando, di cere le candide grazie 

traforate lavoran con succhi recente diffusi. 

Tutto di canti risuona d'argute famiglie d'uccelli, 

gli alcioni sui flutti, le rondini intorno a le gronde, 

cigni a le prode dei fiumi e rosignoli nei boschi. 

Ma se gli arbusti s'allegran di chiome, fiorisce la terra, 

flstoleggia il pastore, villose ruzzan l'agnelle, 

corrono i nauti il mare, Dioniso in cori baccheggia, 

trillano uccelli, son l'api fecondo di mieli.... un suo canto 

può non cantare soave di primavera il poeta? 



DOLORE DI BIMBA 

(Anite, vii, 190). 

Questa, la piccola Miro, al grillo usignuolo dei solchi, 
tomba comune eresse con la cicala arguta. 

Molte lagrime sparse da vergini occhioni di bimba, 
quando i suoi cari giochi l'Ade rapì crudele. 



60 Ettore Bignone 



OtJ SONT LES NEIGES D'ANTAN? 

(TlILLO, TU, 223). 

Lei che a le rutile faci danzò con le nacchere, Aristio, 
di Cibele nell'orgie dotta a vibrar le chiome ; 

lei baccheggiaute al suono del Berecinzio corno ; 

lei che, d' un fiato solo, bevve tre colme cojjpe ; 

qui sotto gli olmi riposa, né più le fatiche d'amore, 
non l'ebbrezze notturne voluttiiosa gode. 

Salve follie d'amore e del vino, l'aulente qui dorme, 
lei che si piacque un giorno tutta di lior coprirsi ! 

POVEETÀ DI POETA 

(Leoniua Takextino, vi, 3U2). 

Via, tenebrosi topi, da questa mia capannuccia ! 
Di Leonida l'arca ad un sorcetto nemmeno 

non può dar cena, gli basta, al vecchio, il sale e due pani. 
A questa scarna vita l'hanno i suoi padri avvezzo. 

Eih, crapulone, laggiù, che rumi dentro quel bucof 

un briciolo eh' è un bricio, non ce l'avrai di cena. 

Spicciati su a cercarti un'altra casa, che questa 
è casa di miseria, là troverai più scialo. 



LA BELLA TESSITKICE 

(Leonida, VII, 726). 

Il vespertino sopore e i cari sonni de l'alba, 

per cacciar la miseria Plattide spesso cacciò ; 

e della rocca e del fuso un canticello compagno, 
a vecchiezza canuta già porta a porta intonò. 

E percorrendo il telaio finché sbocciava l'aurora, 
con le Grazie lo stadio corse d'Atena cosi, 

o con tremula mano sovra il ginocchio tremante 

per il subbio la trama graziosamente apprestò. 

Così Pliittide bella che bellamente tesseva, 

ottantenne su l'onda de l'Acheronte varcò. 



Saggi di poesia ellenistica CI 



EUTANASIA 

(Leonida, VII, 731). 

«Come la vite al palo, sul mio bastoncello m'api)Oggio, 
« ed all'Ade m'avvio, dove la Morte chiama : 

« — Gorgo, eih là non ci senti? qwal grazia maggior se tre estati, 
« oppur quattro ti scaldi al solicello amico? — » 

Così diceva bonario, e dalla vita il vecchietto 
se ne fuggi sereno per l'albergo di tutti! 



SERENITÀ 

(Leonida, VII, 736). 

Uomo, non ti crucciare in aspi-a vita randagia, 
di terra in terra, pellegrino inquieto. 

Non ti crucciare se pure t'accoglie un piccolo nido, 
che un focherello sciildi assiduamente acceso, 

dove tu abbia un pane brunetto d'agreste farina, 
di tua mano impastato su la concava pietra, 

ed un po' di puleglo e di timo, ed un grumo di sale 
addolcito dal timo, che insapori il tuo pane. 

LA VENDITRICE DI ROSE 

(Dionisio Sofista, V, 80). 

Tu che ci porgi le rose, rosata grazia, che vendi? 

Rose o te stessa? pure, vendi te stessa e rose? 



VINO ED AMORE 

(Meleaoro, V, 136). 

Mesci e ancora ripeti, ripeti: «ad Eliodora! » 
Il suo nome soave col puro vino mesci ! 

Irrorata d' unguenti ricingimi al capo di jeri 
la ghirlanda, ricordo d' Eliodora mia. 

Ecco, la rosa piange, l'amica agli amanti, che altrove, 
non sul mio i)etto, vede il suo capo posare. 



62 Ultore Bit/none 



RICOltDI D'AMOKE 

(Mblkauru, V. 197). 

Si, pel soave riccio, voluttuoso di Timo; 

sì, per I' insonue corpo, profumato di Demo: 

per le ardenti carezze di Xaiade; oh sì per l'amica, 
ebbra di dolci canti, lampada di mie notti; 

Eros, poco respiro su le mie labbra ancor resta, 
ma, se Io vuoi anch'esso, te lo concedo, prendi! 

ODI ET AMO 

(Mbleìgko, vii, 21). 

«Fuggi», mi dice, «la grazia d'Eliodora struggente», 
l'anima mia, dei pianti conscia di gelosia. 

Dice; ma di fuggire la forza mi manca; lei pure, 
la sfacciata, lo dice, ma dicendo l'adora. 

ALLA CICALA 

(Meleagko, V, 196). 

Ebra di roride stille, cicala tinuiila arguta, 
erma loquace musa ne le campagne effondi! 

Siedi a le fronde in vetta, e con seghettati piedini 
uu tintinnar di lira strepi dal corpo bruno. 

Trilla, o cara, a le Ninfe del bosco, un novello, gioioso 
inno che lipercota la melodia di Pane: 

onde, a l'Amore sfuggendo, un sonno meridiano 
possa adagiato coglier sotto il platano ombroso. 

VENDETTA D'AMOEE 

(MtLEAUKO, V, 165). 

Te de gli Olimpii madre, te supplico, notte divina, 
supplico te soave, notte d'ebbrezze amica ; 

s'Eliodoia molco nel caro lettacelo l'amante, 
col suo morbido, insonne corpo voluttiioso ; 

fa che s'addorma la lampada, ed egli, in seno all' amata 
abbandonato, donna d' Endimione il sonno. 



Saggi di poesia ellenistica 63 

FIOR DEI FIOKI 

(Meleaoko, V, 144). 

Già le viole a ciocche floriscon, fiorisce il narciso 
sitibondo, fiorisce de le couvalH il giglio. 

Fiore dei fiori, sbocciò Zenofila voluttiiosa, 
persuadente dolce, rosa di primavera. 

Prati, a che per le chiome fulgenti il vano sorriso? 
Ogni aulente ghirlanda questa fanciulla vince. 

AL GRILLO 

(Mki.eagko, vii, 19.5). 

Grillo, soave inganno de' miei notturni tormenti, 
Musa dei solchi, brnno alicanoro grillo. 

Lira della natura, intonami un delizioso 

canto, battendo l'ali con le zampette argute. 

Limpide note filando, riposo alle veglie inquiete, 
l'ansie acquetami, o grillo, del mio cocente amore. 

Io, mattutini doni, la cipollina fiorente 

ti l'echerò d'un lieve, rorido spruzzo infusa. 

IL CANTORE IMPORTUNO 

(Melkaoro, XII, 137). 

Schiamazzator mattutino, infausto araldo a gli amanti, 
chicchirichiando l'ali ne la tenèbra .sbatti: 

e, sul pollaio altezzo.*o, però che breve il notturno 
dolce amor mi s'invola, di mie pene tu ridi? 

Questa grazia riserbi a chi t' inijiinza? Oh, per l'alba, 
ultimi canterai questi tuoi canti amari! 

L'ADORATA 

(MkleagKO, vii, 476). 

Le mie lagrime t'offro, pur sotto la terra, nell'Ade, 
Eliodora, estreme del nostro amor reliquie. 

Illagrimabili pianti, e libo sulla tua fossa, 
di ricordi libami, di desideri ardenti. 



64 Ettore Bignone - Saggi di poesia ellenisiiea 



Misero, misero gemo te amata, to morta lamento, 
io Meleagvo, vana grazia per l'Aclieronte. 

Il mio dolce germoglio dov'èt La morte lo colse, 
lo divelse e la polve brutta l'ardente fiore. 

Ma ti supplico, o Terra, che tutto alimenti, al tuo seno. 
madre, soavemente stringiti l'Adorata. 

PIANTO D'AMOEE 

(Paolo Sii.enziaeio, Y, 250). 

Laide dolce sorride, ma ò pur si dolce nel pianto, 
pianto de' suoi tranquilli, grandi occhioni severi! 

Ieri, su la mia spalla, piangeva senza ragione; 

singhiozzò a lungo, il volto accostato al mio volto. 

Io la baciavo nel pianto, e come da rorida fonte, 
le lagrime gocciavan su le congiunte bocche. 

Le dicevo: — « Bambina, perchè queste lagrime?» — Ed essa: 
— « Temo che mi abbandoni, siete tutti spergiuri ! » — 

Ettoue Bignone. 



IL CARME LI DI CATULLO 

Quegli a me sembra esser pari ad un dio, 
quegli, se lice, superar gli dei, 
eh' a te siede di fronte e ad ora ad ora 
guardati ed ode, 

mentre dolce tu ridi : onde a me misero 
ogni senso è rapito ; che sì tosto 
te, Lesbia, guardo, niuna a me più resta 
voce sul labro. 

La lingua torpe, sottil per le membra 
fiamma serpeggia, di lor proprio suono 
tintinnano gli orecchi, e doppia copre 
gli occhi tenèbra. 

L'ozio, Catullo, a te molestia arreca ; 
d'ozio t'allegri e soverchio tripudi. 
L'ozio già e regi un tempo e in un beate 
perse cittadi. 

Trad. Ed. Luigi De Stefani. 



Recensione 65 



RECENSIONE 



P. Kol'CAKT, Le oulte dee Héros diez Uà Grees (extiait dea Meni, de l'acad. des in- 
ecriptions et bellee leitre», tomo XLII). Paris, Imprim. Natiouale, 1918, pp. 16fi. 
L'insigue epigrafista francese dà in qnesto scritto nna teoria sulla origine del 
culto degli eroi e notizie sulle sue forme e sul suo svolgimento lino al II o III 
secolo dell'Era nostra. La questione trattata nella prima parte è assai complessa 
e ardua; e per discuterla sarà bene riassumere prima la teoria del Foucart. È opi- 
nione comune, die' egli, che gli eroi la cui esistenza storica non è stabilita o non 
è verisimile sieuo antichi dèi decaduti. Tale opinione è, considerata ne' suoi ele- 
menti fondamentali, « una ipotesi che non può giustificarsi » (p. 3). La teoria p. es. 
che Eretteo fosse un dio « non si fonda su nulla » (p. 7). Nulla infatti sapevano 
della sua pretesa divinità gli antichi ; sicché si possono fare in quel campo quante 
congetture si vuole, « mais ce n'est plus de la science». Del pari si suole rite- 
nere una divinità Pandroso por la ragione del suo nome. Ma analizzare etimolo- 
gicamente il nome d'un dio per desumerne la natura « u'aboutit qu'à des dócep- 
tions » (p. 8). Chi non vede quali resultati darebbe tale modo di procedere applicato 
ai nomi dei personaggi reali dell'antichità e a quelli dei nostri contemporanei ? 
Bisogna dunque, qui come nei casi simili, limitarsi a stabilire quel ohe i Greci 
hanno creduto: se si sono sbagliati, ci mancano elementi per correggere il loro 
errore. Lo stesso vale per Aglauro, sul cui eroico sacrifizio per la patria, attuato 
precipitandosi volontariamente dagli spalti dell'-acropoli, la tradizione era « très 
ferme». Lo stesso per Iacinto. Che importa se il suo nome è quello d'un fiore? 
Che importano i tentativi moderni per spiegare con un comune motivo mitico o 
novellistioo la sua morte ì Sono mere fantasie. Noi non possiamo sapere quel che 
Iacinto fu, ma solo quel che gli Spartani pensavano di lui. Dubitare poi della 
esistenza storica di Licurgo è risibile sottigliezza « germanica ». Plutarco credeva 
bene che Licurgo fosse un personaggio reale ! Finiamola con le arguzie e le sofisti- 
cherie ; e atteniamoci alla opinione corrente dei Greci. Respinte tutte codeste con- 
getture moderne e tenendo conto della profonda differenza tra gli eroi e gli dèi, 
i quali ultimi son dèi fino dalla nascita, e non soggetti alla morte (p. 72), e delle 
tracce di culto dei re o membri delle famiglie reali o principesche che si hanno 
per l'età micenea, concluderemo che il culto degli eroi, che sembra aver avuto ori- 
gine in quella età, « si rivolgeva non a personaggi favolosi, ma a uomini, re e capi 
di popoli » (p. 47). Questi re e capi di popoli costituiscono piii tardi la classe degli 
eroi veri. Gli altri o sono fittizi o sono creati posteriormente a imitazione dei veri 
eroi. Non si parli peraltro di origine del culto degli eroi da quello dei morti. Gli 
eroi furono uomini privilegiati, in vita ed in morto : « quello che si chiama il 
culto dei morti, ben lungi dall'essere stato la fonte e l'esemplare del culto degli 
eroi, n' è stato una imitazione ed una immagine illanguidita » (p. 95). Tutto ciò, 
a dir vero, non si potrebbe dimostrare con certezza quanto ai Greci per mancanza 
di documenti dell' età antichissima; ma qnesto sviluppo fe conforme a quel che la 
storia ci fa conoscere per altri paesi, specie per l'Egitto. 

Bisogna rendere omaggio anzitutto alla coraggiosa franchezza con cui ven- 
gono professate queste dottrine che negano, può dirsi, in più d'un punto i prin- 
cipi generalmente ammessi nella scienza delle religioni. 11 cercare il significato 

Atene e Jioma. N. S. 5 



66 Recensione 



<\«[ nome degli dèi, dice diinijiie il Foiicart, « n'abontit qu'ii dei déceptions ». Ora, 
certo, vi 80U dèi il cui nome è chiaro e altri il cui nome è oscnro. Ma la logica 
vale pur qualche cosa ; e la ricerca del significato del nome o va respinta per tntti 
o per tutti va ammessa, salvo a tener conto delle difticoltà maggiori o minori che 
si possono incontrare nel caso pratico. Chi ammette che la natura di Temide, Con- 
cordia, Gea, Giano si deve desumere dal significato del loro nome — e tutti sn 
questo punto son d'accordo — non può, in principio, obiettar nulla alla ricerca 
del significato dei nomi di Pandroso o d'Eretteo o di Iacinto o di Licnrgo. E con- 
danna egli stesso il proprio paradosso il Foucart quando, poche pagine più oltre 
dimonticatosene, asserisce che « Amynos est.... ceìui qui de/eiid...., de méme qne 
le Héros Alcon celui qui donve la viguetir, laso celle qui guéril » (p. 124). Dopo di 
che non si vede più per qnal ragione non s'abbia da collegare il nome di Pan- 
droso con drosos. Si aggiunga che per i personaggi del mondo celeste vale lo stesso 
principio che per quelli del mondo umano: dimmi con chi pratichi e ti dirò chi 
sei. Ora Pandroso è sorella di firse, la rugiada, — di questa compromettente pa- 
rentela il Foucart si dimentica nel trattare del mito delle figlie di Cecrope e 

viene venerata insieme con Thallo (Pausan. IX, 35, 2). È chiaro qnindi che è nn'al- 
tra personificazione della rugiada essa stessa. E contro ciò allegare che i Greci 
l'hanno invece ritennta una figlia di Cecrope vai quanto contro chi dica Temide 
una personificazione del diritto allegare che i Greci 1' hanno ritenuta figlia di Urano 
e sposa di Zeus. 

Che se questo vale per Pandroso, non si vede perchè non varrebbe per Eretteo. 
Il quale del resto non sempre è stato creduto dagli Ateniesi un antico eroe, ma 
è stato anche identificato con un dio. Perchè bisogna rinunziare ad intendere il 
greco se, col Foucart, nella epigrafe leQsve Ilooctdóiroe 'Ege^tiéog Fair/ó/ov (IG. Ili, 
805) non si vuol riconoscere in Eretteo nn epiteto di Posidone. Ciò non toglie che 
si riscontrino anche nelle epigrafi tracce insistenti d'una distinzione (originaria 
o no) tra i due : nò (> meraviglia, tante son sempre le contraddizioni nella idea- 
zione religiosa del politeismo. Ma stando così le cose non si vede perchè dovrebbe 
esser vietato di proce<ler oltre, anche qui, mediante l'analisi del nome. E il nome 
è, per buona sorte, assai facilmente analizzabile. Che Erechtheu.s infatti non sia 
se non l'ipocoristico di Erichthonios è una verità che basta enunziare per farne 
apparire l'evidenza a chiunque abbia pratica della onomastica greca; ed il signi- 
ficato del nome d'Erittonio, il molto terrestre, il veramente terrestre, è tanto ovvio 
qnanto assai bene adeguato a ciò che il mito narra di lui e d' Kretteo. Né deve 
trattenerci qui, come non ci ha trattenuto per Pandroso, l'obiezione del Foucart 
che giudicando degli uomini dal nome che portano si avrebbero i resultati pih 
bizzarri. Perchè, in fatto, i resultati che abbiamo ottenuti or ora son tutt' altro 
che bizzarri ; perchè, più in generale, presso i popoli civili, antichi e moderni, i 
nomi ai bambini s'impongono convenzionalmente a un momento dato ; mentre agli 
dèi nessuno direbbe che i nomi s'impongano convenzionalmente a un momento- 
dato. Onde è verissimo che se s'applicasse ai nomi degli uomini il metodo che 
s'adopera per analizzare i nomi divini si avrebbero i resultati più bizzarri: ma è,' 
anche, evidente che non si deve applicare. 

Come Eretteo è stato a volte identificato con Posidone, così per Agraulo, as- 
serendo col Foncarfc « il n'est pas à donter qne les Athéniens l'aient tonjours con- 
siderale comrae ayant une existence persounelle » (p. 9), si cade in contraddizione 
coi testi, i quali dicono che Agraulo era « anche » nn epiteto di Atena (Harpocr. 



Ixecfimidiie 67 

e Suid. 8. V.). E non sempre coerenti su questo punto, gli Ateniesi non avevano 
neppure una tradizione « très ferme », come la dice il Foucart, sul volontario sa- 
critìzio patriottico dell'eroina. Essa, in altre forme della leggenda fr uccisa da un 
serpente o si uccide porche resa folle dall'ira di Atena o è mutata in pietra per 
l'invidia dimostrata verso la sorella Pandroso (testi presso Rosclier, Myth. Lexikon, 
I, 105 seg.). La conclusione è che noi ahbiamo il dovere di tentar coraggiosa- 
mente l'analisi delle leggende eroiche valendoci degli elementi che ci fornisce il 
nome degli eroi e la natura stessa di quelle leggende paragonate alle leggende 
analoghe dei Greci e d'altri popoli. Per questa via si può giungere, se non sem- 
pre alla scienza, almeno sempre alla ipotesi scientifica. Si coutenti chi vuole di 
ripetere, rifiutando qualsiasi analisi, quel che sugli eroi dicevano gli antichi. 
« Mais (ripeterò alla mia volta col Foucart) ce u'est plus de la soience ». O per 
dir meglio, non è piìi nulla : perchè le notizie antiche si contraddicono in genere, 
anzi s'elidono a vicenda. E prendendo a fronte loro una posizione antiscienti- 
ficamente passiva non e' è alcun modo di scegliere tra esse ; o se poi si sceglie, 
come (iniseono col fare anche quelli che dichiarano di accettarlo senza beuelìzio 
d'inventario, allora non rimane per guidare la scelta altro che il capriccio. 

E dopo ciò non voglio fermarmi a dimostrare — risulta da quel che precede 
— quanto diverso da quello additato dal Foucart è il metodo da seguire nell'aua- 
lizzare il mito di Iacinto o la leggenda di Licurgo e quanto a torto i dubbi sulla 
personalità storica di Licurgo paiano al dotto epigrafista sottigliezze « germani- 
che >. Sottigliezza invece, anche se non germanica, può parere a taluno il sepa- 
rare il dio od eroe Licurgo venerato dagli Arcadi, che celebravano in suo onore 
le MwXeia (tìchol. Apollon., Argon., I, 164), dal dio Licurgo venerato a pochi chi- 
lometri di distanza in Sparta. E lascerà forse assai piìi perplesso delle sottigliezze 
« germaniche » chiunque abbia pratica di scienza delle religioni primitive la spie- 
gazione che tenta il Foucart degli onori divini resi a Licurgo : che cioè gli si re- 
sero « per venerazione per la sua sapienza piuttosto che per credenza alla sua di- 
vinità e alla sua potenza soprannaturale » (p. 15). Ma di ciò basti. Non vai la pena 
di ripetere qui quel che ciascuno può leggere nelle belle pagine dedicate a Licurgo 
dal Beloch nella seconda edizione della sua storia greca (I, 2, p. 253 segg.): che 
sono non raccolta di sottigliezze, ma esempio di lucidità e di metodo. Pagine 
tanto più interessanti in quanto, quasi a mostrare la ditt'ereuza tra la ipercritica 
e la critica, il Beloch ne fa seguire immediatamente altre in cui con argomenta- 
zione fiacca e non persuasiva cerca dimostrare la divinità del legislatore ateniese 
Draconte. 

Comunque, la teoria del Foucart secondo cui il culto degli eroi deriva dal 
eulto dei re e dei i)rincipi defunti, mentre non può dimostrarsi punto (egli stesso 
ne convieni!) nel caso della Grecia per mancanza di documenti, e (aggiungo) per 
l'abbondanza degl'indizi d'una origine del tutto diversa, non è punto rincalzata 
dall'analogia di quella regione del mondo antico, dove più intenso è stato.il culto 
dei morti, l'Egitto. Infatti quelli che egli chiama gli eroi veri, come (a tacere 
d'Eracle, del quale il Foucart si sbriga al modo d'Erodoto sdoppiandolo in un 
dio e in un eroe diversi tra loro) Castore e Polluce e Trofouio e Anfiarao, sono 
vere ed effettive potenze da cui può attendersi bene e male, mentre fe sicuro 
« che nel culto egiziano dei morti non si tratta mai della venerazione di dèi da 
cui s'attende protezione od aiuto e di cui si cerca di placare l'ira (come postula 
la teoria che deriva la religione dal culto degli avi), ma sempre, all'opposto, della 



68 liccensione 



artiflcìale TÌvificazìone di uno spirito per sé impotente, che gi vuol fare eguale 
agli dèi, ma che frattanto non h però tale. Solo a partire dal nuovo regno vi sono 
casi isolati in cui alcuni pochi re defunti (come Amenoll I) e altri mortali (come 
Imhotep e il saggio Anienoti) sono assorti a dèi secondari » (E. Meyer, Gè- 
schiohte des Jltertums, I, 2, ^ 236). Sicché se il resultato effettivo del culto dei 
.re morti, ove esso era tanto sviluppato che vi furono re i quali spesero tutta, può 
dirsi, la vita e tutte le forze del loro regno ad apparecchiarselo solennissimo, è 
cosi minimo ; ciuesto è valido argomento per attribuire al bene altrimenti pode- 
roso culto degli eroi nella Grecia tutt'altra origine da qnella ad esso ascritta dal 
Eohde o dal Foucart. Il quale, sebbene sì sforzi dì distinguere recisamente tra il 
culto dei morti e quello dei re morti (che non è poi se non un caso particolare 
del primo) dipende geneticamente e si differenzia in fondo assai poco (prescindendo 
da' suoi paradossi sull'analisi dei nomi divini) da Erwin l{ohde. E ciò del resto 
non fa alcun torto al Foucart. Perchè la Peyohe del Rohde (che ora possiamo an- 
che leggere nella traduzione italiana curata dal Codìgnola e dall'Oberdorfer pei 
tipi del Laterza) è sempre da giudicare uno dei libri più interessanti, ingegnosi, 
suggestivi pubblicati intorno alla storia della religione greca : anche quando se ne 
respingano, in massima, le teorie, come le respinge chi scrive (cfr. Per la scienza 
dell'antichità, p. 42 segg.). 

Esposte dunque le sue obiezioni alla dottrina del Foucart sull'origine del culto 
degli eroi, sia lecito al recensente svolgere in modo sommario quella ch'egli crede 
debba esservi contrapposta. Quando il progresso culturale ed economico cominciò 
a dare alla maggior parte degli EUeni coscienza della loro unità nazionale, allora 
si venne a poco a poco costituendo tra essi anche una unità religiosa. Cioè, sulla 
base di credenze originariamente comuni o di innovazioni che, partendo dall'uno 
o dall'altro centro, s'erano diffuse largamente fra le stirpi greche, si venne co- 
stituendo l'Olimpo panellenico. L'epopea non lo creò, come il legislatore antichis- 
simo non crea il diritto consuetudinario che egli registra e fissa, ma lo (issò, se- 
condo già riconobbe Erodoto (II, 53), assai meglio che non avrebbe potuto fare 
un legislatore, determinando pei Greci la personalità e la gerarchia dei loro dèi. 
Come Farinata s'erge ritto, senza muover collo né piegar sua costa, nella memo- 
ria di tutti gl'Italiani, cosi per i greci Zeus, Atena od Apollo furono sempre 
quelli che l'epopea aveva rappresentati in versi immortali. E degli dèi che Omero 
non conosce o conosce appena, ben pochi, come Dioniso, riuscirono a dare la scalata 
all'Olimpo panellenico. Ma moltissimi dèi greci l'epopea non li aveva riconosciuti 
come tali, esercitando, di regola inconsapevolmente, sulle tracce che le segnava 
il processo della ideazioue religiosa, quello stesso lavoro di selezione che tra con- 
suetudini novelle o cadeuti, seguendo piìi o meno consapevolmente lo sviluppo 
della coscienza giuridica della nazione, operava il legislatore. 

Questi dèi trascurati dall'epopea erano in buona parte dèi che non avevano 
potuto distaccarsi dai singoli fenomeni naturali o dalle singole categorie di feno- 
meni naturali o psichici o d'esigenze dello spirito umano con cui erano connessi 
dall'origine. Mentre degli dèi di questa fatta, molti, oscurandosi il significato del 
loro nome, non ne avevano avuto impedimento a svolgere una personalità propria, 
altri la trasparenza del nome insieme con più cause varie aveva arrestati, quasi, 
nello sviluppo, facendoli impotenti a seguire il progresso della ideazione religiosa. 
Tali, poniamo, Amino od Erse. A questi si aggiungevano certi dèi che erano bensì 
in grado di assumere una vera personalità e talora persino l'avevano assunta, ma 



Eecensione 69 



il cui culto era rimasto casualmente limitato nello spario e soprattutto non era 
penetrato, o in piccola misura, nella Ionia quando vi sorse l'epopea. Tali Eracle, 
Asclepio, Castore, Polluce. E si possono aggiungere infine certe potenze ctoniche 
troppo attaccate a qnel determinato spiraglio del mondo sotterraneo donde si pen- 
sava che svolgessero la loro azione per poter assurgere al grado di divinità pa- 
nelleniche. Ma queste possono anche sotto certi rispetti ascriversi in parte alla 
prima delle categorie or ora enumerate, come Eretteo, in parte alla seconda, come 
Trofonio. 

Gli dèi appartenenti a queste categorie abbondavano ; prima di tutto perchè 
a ciascuna di esse fornivano elementi i residui innumerevoli del polideraonismo 
religioso antichissimo ; poi perchè l' ideazione religiosa pagana, finchb fu nel suo 
pieno vigore, tendeva sempre a crearne di nuovi. E quando, poniamo, un dio so- 
lare, oscurandosi il suo nome, si staccava alquanto dai fenomeni solari, si sentiva 
subito l'esigenza di creare un altro dio che lo sostituisse aderendo a quei feno- 
meni pifi davvicino. Inoltre, come nella formazione delle lingue si alternano il 
processo analitico e il processo sintetico, cosi gli stessi processi si alternavano 
nella evoluzione religiosa del politeismo. Voglio dire che era frequente — predo- 
minante anzi — il caso d'un dio minore che fosse ridotto ad epiteto d'un dio 
maggiore. Ma era anche non raro quello d'un epiteto che si staccasse dando ori- 
gine ad un altro dio. E poteva trattarsi d'un epiteto che avesse già avuto vita 
propria e tendesse a riacquistarla ; come d'un puro e semplice epiteto che prima 
del distacco non avesse avuto vita a sé. Ciò è «negato, ma a torto, da chi vuol 
concepire troppo rigidamente e schematicamente un fatto per sua natura vitale 
e vario quale è quello della ideazione religiosa. Sulla cui varietà e molteplicità 
informa assai bene il libro fondamentale dell'Usener, Gotternamen (Bonn, 1896) : 
che entro quali limiti e con quali riserve io segua può vedersi facilmente raffron- 
tando con esso queste mie pagine. 

Ma l'epopea non si è limitata a relegare dall'Olimpo panellenico moltissime 
divinità di codeste categorie. Essa, anche qui non aprendo vie nuove, sì seguendo 
e promovendo una tendenza che già doveva aftermarsi nello sviluppo religioso 
della Ionia, hfl trasformate non poche di quelle divinità, Agamennone e Menelao, 
Achille ed Eleua, Castore e Polluce, Giasone e Neleo, in uomini vissuti antica- 
mente sulla terra ed ha preparato cosi il posteriore concetto degli eroi. 

Ad agevolare tale degradazione di molti dèi ad eroi conferivano parecchie cir- 
costanze. Prima e maggiore questa. Il concetto della passione e morte degli dèi 
è frequentissimo nelle religioni politeistiche, come a tutti è noto e come ciascuno 
può veder dimostrato ampiamente dal Frazer nel volume The dying god (The gol- 
den Bough, IIP) e nei due volumi su Adonis Attia Ostri» (ibid. IV^). Qnale fosse 
la origine di tale concetto non è qui il caso d'indagare. Certo lo tennero tanto 
a lungo in vita due tendenze contraddittorie, sempre vive finché le religioni poli- 
teistiche furono religioni vissute. L'una, la tendenza antropomorfica, per cui si 
attribuivano agli esseri divini, con le altre caratteristiche umane, i patimenti e la 
morte cui l'uomo non può sottrarsi. L'altra, la tendenza naturistica, per cui si ripro- 
ducevano nel mondo divino i perenni drammi della natura : il dramma ad esempio del 
sole che muore ogni giorno all'occidente lasciando il mondo nelle tenebre; il dramma 
della vegetazione se con perpetua vicenda germoglia e si dissecca Così non è da 
meravigliare se alcune delle divinità maggiori di religioni non greche (Osiride, 
Adoni, Atti) fossero rappresentate come mortali. Né tale concetto si smarrì del 



70 Recensione 



.f 



tutto presso i Greci, e sia pure che contribuissero a tenerlo vivo influssi stra- 
nieri (tomba di Zeus in Creta, passione e morte di Dioniso, ecc.). Ma certo man 
mano che la personalità divina veniva assumendo in Grecia agli occhi dei devoti 
le caratteristìehe di serena bellezza che le imprimeva per sempre, con la sua virtù 
vitale, l'arte, essa tendeva a spogliarsi di quanto v'era, nei miti che le si riferi- 
vano, di orrido, pauroso, tormentoso, respingendolo nei bassi strati della religio- 
sità o della superstizione popolare o nelle conventicole segrete dei misteri. Tale 
processo di depurazione e semplificazione non poteva naturalmente riuscire ap- 
pieno. E la religiosità effettiva rappresentava sempre in realtà un compromesso 
instabile fra queste tendenze contraddittorie. 

Comunque, era naturale che quel che rimaneva nel mito di più sordo alle 
tendenze predominanti della evoluzione religiosa e in particolare quel che si rife- 
riva alla passione e morte degli dèi si cristallizzasse, a dir così, attorno alle di- 
vinità inferiori. Quelle in specie che con gli dèi maggiori avevano avuto un le- 
game sia originario, come epiteti che poi se ne andarono distaccando, sia deri- 
vato, come divihità indipendenti che si erano collegate sincretisticamente con essi 
a modo d'epiteti, tendevano ad asportare dai miti divini, espurgandoli, quel che 
v'era di meno ortodosso in confronto con le esigenze nuove della coscienza reli- 
giosa. Così il distacco tra gli dèi maggiori e i minori si faceva piti profondo. 
Non c'era piti ormai in questo caso una differenza di grado; c'era una difterenza 
di natura. Nascevano, accanto agli dèi, gli eroi. 

Insieme con tale motivo che potremo dire teologico, favoriva quella degrada- 
zione un motivo cultuale. Il culto che' si rendeva agli dèi in quanto, morti, si 
cercava di assicurarne la risurrezione, corrispondeva (e qui sarebbe facile citare 
^ analogìe non greche) al così detto culto dei morti : cioè a quelle onoranze o sa- 

crifìz! funebri che si facevano per ridare ai morti una parvenza di vita. E anche 
P«r quegli dèi di cui forse in origine non sempre si narrava la morte ma s' im- 
maginava che come divinità ctoniche esercitassero il loro infinsso beneSco o ma- 
lefico da qualche apertura del mondo sotterraneo, è naturale che le forme del 
culto ripetessero quelle che s'usavano accanto alle tombe : sicché poi il luogo 
donde emanava il loro influsso miracoloso finì col considerarsi appunto come la 
loro tomba. 

Tali motivi di carattere religioso trovarono valido sussidio in una tendenza 
artistica dominante nell'epopea. La fantasia greca, luminosa e vivace, non lussu- 
reggiante e sfrenata, ama l'umano. Ma nel campo umano una materia di interesse 
panellenico quale abbisognava ai vaganti aedi, attinta alle vicende reali del pre- 
sente, non s'ebbe fino .alle guerre persiane. Non erano tali di fatto le guerre tra 
Sparta e Messene o tra Calcide ed Eretria o tra Mileto e i Lidi : interessanti 
solo agli attori e al loro vicini. Perciò l'epopea greca è assai diversa, poniamo, 
dall'epopea serba, che catita la storica battaglia dì Cossovo o lo storico principe 
Marco Kraljevic, o dall'epopea latina, se almeno riteniamo sulle tracce del Nie- 
buhr che vi fosse un'epopea latina celebrante Mncio Scevola e Coriolano e i Fabi. 
Interesse panellenico avevano invece i miti perchè erano, più o meno, in una 
forma o in un' altra, comuni a tutta la nazione e perchè a molte delle divinità 
secondarie che erano protagoniste dei miti riferivano la loro origine le famiglie 
più nobili della Grecia. Le esigenze artistiche, trovando il terreno religioso adatto 
per farsi valere, contribuirono pertanto a trasferire molti miti dal mondo divino 
nel mondo umano e a trasformarne così i protagonisti di dèi in eroi. E compiuta 
una volta tale trasformazione nella epopea, essa acquistò valore canonico perchè, 



Fecensioiie 



appunto, l'epopea divenne « possesso perpetuo » della nazione ; e fu definitiva, 
nonostante la resistenza che alla eroizzazione poterono opporre qua e là la tra- 
dizione ed il culto. 

Queste a grandi linee le origini del concetto degli eroi. Il iitiale poi ha ab- 
bracciato col tempo moltissime altre divinità ignote all'epopea e nate dopo di 
essa, ed ha finito con- estendersi, in misura sempre pifi larga, ad uomini eH^tti- 
vamento vissuti. Poiché non è dubbio che, mentre esso subì da una parte l'in- 
flusso del culto dei morti, pur non avendo origine da questo, d'altra parte arricchì 
il culto dei morti e gli portò nuovo vigore. Se di fatto ucraini anticamente vis- 
suti erano divenuti semidei della potenza generalmente riconosciuta e venerata 
d'Eracle, di Castore, di Polluce, doveva farsi più viva ed apparire più fondata 
la speranza d'una vita oltremondana che non fosse più soltanto una parvenza di 
vita come quella delle ombre ueW Hades omerico. Per tal modo il culto degli eroi 
dava impulso ad una tendenza che già la coscienza progredita cominciava di per 
se stessa a promuovere. E tuttavia perchè si giungesse a rendere onori ei-oici a 
defunti ci volle ancora una epeci©' d'appiglio. L'appiglio iti fornH^o dal culto dei 
fondatori di colonie (ecisti). Poiché, ad esempio, Neleo che era considerato come 
l'ecista di Mileto e d'altre città ioniche — e n'era in origine l'ecista nello stesso 
senso in cui i Greci di Sicilia veneravano conio àQ)r>jyéTìjg Apollo — , decadde da 
dio ad eroe, cioò fu considerato come il condottiero effettivo della colonizzazione, 
era naturale e quasi doveroso che ai condottieri delle colonie che si condussero 
iu piena età storica, si tributasse alla loro morte culto eroico. Ciò avvenne a 
partire dallo scorcio del secolo Vili o almeno nel corso del secolo VII. Mentre 
s'iniziava i)er tal modo la oroizzaziont dei def'inti, che poi prese larghissimo 
sviluppo, avveniva altresì che fruissero d'una tarda e secondaria eroizzazione 
personaggi dell'epopea i quali, messi dal poeta sullo stesso piano d'Achille o di 
Agamennone, non erano però attinti al mito, sì immaginari o desunti da più o 
meno alterati ricordi tradizionali. 

Ma « tempo di tornare al Foucart. Dove, in conclusione, riconoscersi che, 
agitando coraggiosamente i prolilemi sul culto degli eroi in Grecia, l'illustre epi- 
grafista eccita a meditarli e a risolverli. E può dirsi che il suo scritto avrà reso 
un insigne servigio alla scienza se avrà indotto taluno a scrivere quella storia 
del culto degli eroi greci che manca tuttora. 

Gaktano Dh: Sanctis. 



NOTIZIARIO DELLA SOCIETÀ 



La Sezione ili Milano ha lanciata una circolaro dai cui stralciamo alcune frasi : 
« Noi chiamiamo a raccolta intorno ai vessilli dell' J(e»e e Roma i volonterosi, 
che sono devoti alla bellezza immortale dell'arte antica ; noi ci rivolgiamo anzi- 
tutto agli insegnanti, che di tali disciplino sono benemeriti propagatori. Se essi 
vorranno iscriversi in buon numero al nostro Sodalizio, essi ci daranno, oltre il 
tenue contributo pecuniario, il conforto morale della loro adesione e della loro 
l)artecipazione al nostro lavoro. Col concorso di molteplici volontà valide ed ope- 
ro.se la nostra Società potrà pifi agevolmente attingere i suoi altissimi fini, e dal 
conseguimento di essi sperare, per la vita e per lo spirito della cultura italiana, 
dovizie di intellettuali e morali benefìci ». 



72 Notiziario della Società 



II Comitato locale di Trieste ha proceduto alla nomina del proprio cousiglio di 
presidenza. Sono stati eletti il Prof. Salvatore Sabbadini (presidente, cassiere e 
segretario), e i ijroll'. Enrico Kossuiauu e Giovanni Vouch (consiglieri). 



Ciclo di conferenze, di letture e di conversazioni (tenuto in un'aula del Eegio 
Istituto di Studi Superiori di Firenze, Piazza S. Marco 2) : 

Conferenze. — I. 29 febbraio (ore 10,.3O) : G. Vitelli, Idee religiose e morali 
di Euripide, 
II. 14 marzo (ore 15,30): L. Pekxier, Nuovi monumenti della ci- 
viltà greca ed etrusca. (Visita al R. Museo Archeologico in 
via della Colonna). 
HI. 28 marzo (ore 10,30) : G. Lizzi, La Bibbia. 
Letture. — I-II. 7 e 21 marzo (ore 10,30): G. Lk.sca, / '< Poemi conviviali'» di 
Giovanni Pascoli. 
III. 11 aprile (ore 10,30): F. Ramorino, / « Carmina* di G. Pascoli. 
Conversazioni. — I. 4 marzo (ore 21) : Li, Takkii, Sull'origine del culto degli eroi. 
II. 11 marzo (ore 21); V. Ramokixo, Il « Alinois Jndicium» 

dell'on. Tinozzi. 
III. 18 marzo (ore 21): E. Pi.stelli, Il Protoevaugelio, 

SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 



fl, Avanzini Elena, Firenze A. Gervasone lima, Firenze 

» Bay Silvia, Firenze » Ghidazzi Fernanda, Firenze 

0. Benedetto prof. Luigi Foscolo, Firenze » Groh dott. Vladimir, Roma 

» Biblioteca del Comitato della «Dante 0. Istituto Tecnico (R.), Udine 

Alighieri», Rodi (Egeo). » Marinelli prof. Francesco, Firenze 

A. Bruno prof. Raffaele, Rio Quarto A. Mouastier Laura, Firenze 

(Rep. Arg.). 0. Morici prof. dott. Giuseppe, Firenze 

» Campodonico prof. Marcello, Firenze A. Parodi Erminia, Firenze 

» Capri Rosetta, Firenze » Savi Teresa, Firenze 

» Cavandoli Emma, Firenze » Selvaggi Magda, Firenze 

0, Ceceherelli prof. Emilia, Firenze » Servadio Vanda, Firenze 

» Chiari Alberto, Firenze » Siili Graziella, Firenze 

A. Chiriotti Ottavia, Firenze ' » Spranger ing. Dino, Firenze 

0. Chiurlo prof. Bindo, Udine » Tommasi Maria, Firenze 

A, Da Via Paola, Firenze » Tosi Antonietta, Firenze 

» Favez prof. Charles, Lausanne » Uniarte Giacinta, Firenze 

» Fortunato Elsa, Firenze » Valentini Clara, Firenze 



Avvertenza. — ■ L'elenco di altri soci, recentissimi, e quello delle pnbblicazioni 
ricevute in dono sono rinviati, per motivi di spazio, al fascicolo prossimo. 

Luigi Pareti, Direttore. — Giuseppe Santini. Gerente responsabile. 



233-920 - Kiieuze, Tip. Enrico Ariani. Viii S. Gallo, 33. 



Nuova Serie - Anco 1 



Aprile-Settembre 1920 



N. 4-9 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO IJELLA SOCIETÀ ITALIANA 

PER LA DU-'I-'U.SIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 

Sede centrale: FIRENZE, Piazza S. Marco, 2 



PIREZIOWE DEL BULLETTINO 


Abbonamfiito annaale . L. 15 


AMMINISTRA ZIONE 


Prof. L. Pareti 


Un numero «-parato . . » 1.50 


Casa Editrice Felice Le Klonnier 


FIreme — 2, Piania -. Marco 


Pii fa-iicolo trlnitstrale. » 4.50 


Via s. Callo .33 - Firenze 



DOPOGUERRA ANTICO 

{Continuazione. T. fascicolo precedente) . 



II. 



Ai gravissinii pi'obleini interni clie poneva per lìonia il dopo- 
gnerra della seconda punica, anche più grave, .s'intrecciava (dicemmo) 
il ])roblema internazionale. Perchè, pur prescindendo affatto dal gi- 
ganteggiare dello spirito militaristico ed imperialistico, sarebbe stata 
vana la sjìeranza che l' Italia nel 201 potesse posare le armi assa- 
porando i frutti della vittoria. La incitavano o, per dir meglio, la co- 
stringevano a nuove battaglie la massima perdita e il massimo gua- 
dagno che il grande conflitto le aveva dati. La perdita era quella 
della valle padana, conquistata pochi anni prima della invasione di 
Annibale, durante la guerra gallica del 225-222: conquista che andò 
perduta, salvo le due piazze forti di Piacenza e di Cremona '), ap- 
pena Annibale ebbe invaso l'Italia, senza che i Romani, occupati in 
cure più gravi, potessero fare alcun serio tentativo per ricuperarla. 
Il guadagno era quello della ricchissima provincia cartaginese di Spa- 
gna, dove Roma aveva rac(!olto l'eredità dell'opera di sfruttamento 
a <r incivilimento iniziata da'suoi avversari. 

Di qui per Roma due esigenze imprescindibili. Essa doveva, anzi- 
tutto, ricuperare e riaprire alla colonizzazione latina la valle del Po. 



') Perchè io creila errata la ipotesi del Kahrstkot, Geschiclite (lev Kariliager. 
\>. 400, che (in contrasto con la tradizione) le colonie di Piacenza e Creniona ca- 
dessero in mano dei Galli dnrante la .feconda punica, lio cercato di dimostrare 
nella mia Storia dei Romani, III, 2, p. 102 sgg. 

Atene e linma. K. S. li 



7i Gaetano De Sanvtìn 



assicuiaiido all'ltiilia il suo contine naturale delle Alpi. La guerra 
d'Annibale non meno dei precedenti tumulti gallici aveva dimostrato 
che questa era per l'Italia condizione assoluta di vita prospera e si- 
cura. Uno Stato italiano civile, il quale avesse più a lungo tollerato 
la barbarie guerriera dei Galli accampata sul Po, sarebbe venuto meno 
a' suoi doveri più evidenti ed elementari verso se stesso. Xè fa duojìo 
mostrare quale pericolo avrebbe corso la latinità e la civiltà occiden- 
tale in genere se l'onda della emigrazione germanica, ohe già un secolo 
dopo, coi Cimbri e coi Teutoni, minacciò di dilagare al di qua delle 
Alpi, avesse trovato la regione padana dominata ancora dai barbari 
Galli, che l'odio contro Roma e il desiderio di far bottino nella pe- 
nisola poteva facilmente affratellare con gl'invasori. Senza dire che 
gli stessi Galli, continuando negli anni dopo la pace del 201 i loro 
attacchi contro Piacenza e Cremona, ebbero cura di dimostrare essi 
stessi ai Romani la necessità di ristabilire l'ordine nella Cisalpina. 

Non meno necessario riusciva assicurare (perchè nessuno pensava 
ad abbandonarla) la nuova provincia spagnuola. Il clie, circondata 
com'essa era da genti barbare e bellicose e priva di frontiere mili- 
tari, non poteva farsi se non ripigliando l'opera di sottomissione degli 
Iberi, iniziata con successo tanto felice da Amilcare e da Annibale 
e interrotta per la guerra contro Roma, e dando alla provincia il suo 
contine naturale dei Pirenei e del mare. Erano questi compiti aspri 
e faticosi. Ma poteva facilmente prevedersi che l'assolverli avrebbe 
recato ai Latini, come recò di fatto, grandi e durevoli vantaggi. Si 
trattava per vero di a])rire per la prima volta alla civiltà e mettere 
in valore regioni vastissime, abbondanti di ricchezze naturali non 
ancora sfruttate, ove, senza che fosse distrutta la popolazione indi- 
gena, poco numerosa appunto per l'insutììcienza dello sviluppo eco- 
nomico, poteva trovare largo sbocco la eccedente popolazione italica 
e in particolare quei contadini che l'ingordigia del capitalismo pri- 
vava nella nostra penisola dei campicelli aviti. Si trattava di com- 
piere insomma una grande opera di civiltà, che avrebbe lìnito col 
tornare a vantaggio delle popolazioni indigene non meno che dei co- 
loni e che avrebbe segnato una importantissima tappa nella storia 
del progresso umano. 

S'intende che, avviata la sottomissione della Spagna «■ dell' Itiilia 
settentrionale, la convenienza di stabilire per terra comunicazioni tra 
le due province e la stessa energia spontanea d'espansione della ci- 
viltà che si sarebbe trovata, attraverso alle Alpi e ai Pirenei, a con- 
tatto con la barbarie celtica, doveva per forza di cose condurre i 



Dopogverì'a antico 



Latini alla conquista e alla colonizzazione dell'altra grande regione 
ancora barbara dell'Europa occidentale, la Gallia, dove di nuovo 
avrebbero trovato copia di terre da mettere in valore insieme con 
ricchezze naturali ancora intatte da sfruttare. Si apriva così un altro 
campo amplissimo alla operosità dei cittadini e mercanti italici, e 
si serviva nello stesso tempo — e in ciò stava la giustificazione storica 
della conquista, ancbe se i conquistatori non ne erano ben consape- 
voli — la causa della civiltà protraendone i termini nell'Europa bar- 
bara. Con ciò non si nega che lo storico il quale si ponga, come 
<yamilIo Jullian, dal jtunto di vista dei Galli anziché da quello dei 
lìomaui abbia il diritto di lamentare la conquista e la latinizzazione 
della Gallia '); al modo stesso che nessuno può condannare Vercinge- 
torige per aver cercato d'impedirla combiittendo. Ma chi, superati 
come unilaterali l'uno e l'altro punto di vista, si ponga da quello 
della umanità e della civiltà, non può non riconoscere che anche la 
conquista romana della Gallia segnò un'altra tappa notevolissima nella 
storia del progresso. E il dire che i Galli, con qualche secolo di ri- 
tardo, sarebbero giunti di per sé all'altezza di civiltà cui li condusse 
la conquista romana è appunto giustificare storicamente la conqui- 
sta che risparmiò tale ritardo e diede il certo del progresso effettivo 
(f presente al posto dell'incerto del possibile progresso futuro. Si ag- 
giunga che condizione assoluta per la vita della latinità non solo, 
ma della stessa civiltà occidentale era che i Germani fossero ar- 
restati per qualche secolo al Keno ed alle Alpi: finché cioè la civiltà 
avesse posto nell' lìinropa occidentale così salde radici che la grande 
invasione delle genti germaniche non valesse più a sbarbicarle. Ora 
sta di fatto che i Celti si mostrarono impotenti a reagire alla pene- 
trazione germanica; e le stesse schiere d'Ariovisto non furono ricac- 
ciate oltre il Heno se non dalla spada dei legionari romani. Non si 
può escludere, certo, che i Celti fossero capaci d' una riscossa nazionale 
contro gl'invasori '). Ma, di nuovo, la giustificazione storica della con- 
quista romana sta nell'aver provveduto i liomani col jìroprio sangue 



*) Histoire de la Gaule, VI, Paris, 1920, p. 550 segg. ; pagine istruttive ed 
iiiteres^anti, «'ome tutto ciò che scrive chi cerca di liberarsi dai pregiudi7.i tradi- 
zionali, anche se eccede nel reagire contro di essi. Il gindizio del Jnllian snlla 
opera di Roma nell'Occidente (p. 528 segg.), sia puro che debba qua e là ritoc- 
carsi, va peri» accuratamente meditato. 

^) Troppo reciso è nell'escludere tale possibilità il Mommsen, Jiom. Gesohichte, 
III^, 245. Ma il sno giudizio sulle condizioni re.ali della Gallia al tempo di Cesare 
pare nella sostanza incontrovertibile. 



7(5 (laet)iiio JJc Sunctis 



alla riscossa effettiva e presente, cacciatido Ariovisto oltre il lìeno. 
anziché C(»u le mani in mano, aspettare la riscossa incerta e futura 
(lei Galli e lasciare intanto che il ffermanesimo jìrendesse piede nelle 
Gallie con danno e con pericolo dei Galli non meno che dei Latini. 
Tali compiti — jfli >"'• 1''" gì' al*'" meno urgenti — che la se- 
conda guerra punica segnava a Roma, rimasta l'unica grande Potenza 
civile dell'Occidente, erano, come dicemmo, aspri i)er lo spirito bel- 
licoso dei Galli e degli Iberi che si dovevano soggiogare. Ma non 
sproporzionati alle energie del i)Oi)olo italico, clie al valore, di cui 
aveva dato tante i)rove, congiungeva la superiorità de' suoi ordina- 
menti civili e militari. Amilcare ed Annibale in pochi anni avevano 
conquistato mezza la Spagna; Cesare piii tardi in pochi anni con(|nÌ8tò 
intera la Gallia. Così un piano sistematico d'o<!cupazione militare 
avrebbe in qualche decennio resi i Latini padroni dell' Europa occi- 
dentale e anticipato d'almeno un secolo la latinizzazione della Gallia, 
permettendo loro di sostenere fin da'suoi inizi in modo assai più van- 
taggioso il cozzo inevitabile coi Germani. Tanto ])iù agevolmente se 
i Komani avessero sùbito fatto sentire ai nuovi sudditi in larga mi- 
sura, come seppe poi fare Augusto, i beneticì della civiltà e li avessero 
tìn dal ])rincipio cointeressati in qualche modo a' suoi progressi in 
quelle regioni. 

E invece anche questo che era il problema fondamentale del dojio 
guerra, questo che avrebbe richiesto sì sforzi, ma li avrebbe compen- 
sati largamente e che avrebbe potuto avere con la sua soluzione una 
ripercussione benefica nella stessa nostra penisola alleviando la gra- 
vità dei contrasti sociali mercè le nuove terre aperte alla colonizza- 
zione: anche ((uesto non s'intravvide neppure. Si fecero sì guerre nella 
Italia settentrionale '), nella Spagna '), nella Gallia meridionale, guerre 
anzi interminabili, ma senza un piano, senza una direttiva, a caso, 
come l'occasione se ne iiresentava: spesso con forze inadeguate, quasi 



') Manca uua storia (lolla conquista romana dell'Italia settentrionale. Si jios- 
sono leggere con profitto Pkdkoli, lìoma e la Gallia cinaìpina, Torino, 181tS, e 
tiAUTKRBACH, Untersuchuiii/en zur Geschichle der V iiteruerfnng voti Dbrritalieii durch 
die Riimer, Hreslan, 1905, Diss. 

^) Manca una storia «Iella con(|uÌ8ta romana della Spagna. Un buon avvia- 
mento a tale storia segna il libro dello Sciiultkn, A'Btuniiiia, I : Die Keltiberer 
und ihre Kriefie mil Kom. Miinclien, 1914. Di lavori italiani citerò I. Dkl Moro, 
Le guerre dei Romani nella Spagna dalla fine della II Panica alla metà del necondo 
secolo av. Cr., in «Atti della Univ. <li Genova», XX (191.S), e l'articolo di M. Mar- 
chetti, Hi»i)nnia, nel « Dizionario epigrafico » del Dk Ruggiero, III, T-tii scgg. 



Dopoguerra aulico 77 

sdinpro con (luci iiieiliocri; trattando i barbari, apjuiuto per la incer- 
tezza (Ielle direttive, in modo assai variabile, ora con iiupriidente re- 
missività, ora con inutile lerocia. Tutto ciò, ben s'intende, con grave 
sjierpero di vite e d'energie, con danno gravissimo dei vincitori e dei 
vinti. E in cambio di risolvere il problema con i)ochi decenni di guerra, 
vi s'impiegarono due secoli di battaglie. Anzi non se ne cercò siste- 
maticamente la soluzione finale so non quando essa, attraverso una 
serie di sforzi incoerenti, era già prossima ad attuarsi quasi per ne- 
(^essità intrinseca, voglio dire al tempo di Augusto. Ohe Augusto tu 
il primo Itonumo, il quale ebbe la consapevolezza integrale dei còni- 
Ititi poderosi che lo svilupiw storico segnava all'Italia nell'Occidente 
e cercò d'attuarli, con sforzo tenace, tutti; il primo il quale mostrò 
d'intendere come mal si provvedesse agli interessi d'Italia non pen- 
sando neppure ad assicurarle il possesso permanente e con esso la 
])raticabilità a nn tempo e la difesa dei maggiori valichi alpini '). 

Questo ritardo così fertile di danni si deve soprattutto a una causa 
perturbatrice: la politica orientale. Il bacino orientale del Mediter- 
l'aneo era dominato allora dalle tre grandi Potenze ellenistiche, la 
.Macedonia, la Siria, l'Egitto, circondate da molte piccole Potenze ora 
amiche ora nemiche, principali l'Etolia, l'Acaia, Ro<li e Pergamo. Eran 
quelle tre Potenze Stati ricchi, popolosi, civili, 1 più civili del mondo 
d'allora, che, ora in jtace ora in guerra tra loro e coi vicini minori, 
costituivano una specie d'equilibrio simile più o meno all'equilibrio 
europeo ]>rima dell'ultima guerra. Pericolo da quel sistema di repub- 
bliche e di monarchie disunite a Jtoma non ne veniva nessuno: tanto 
])iù che lo sviluppo storico dell'ultimo sc(;olo, pur non procedendo in 
tutto rettilineo, tendeva però nettamente, piuttosto che a consolidare 
e raftbrzare gli Stati maggiori, a rattbrzare e moltiplicare, i minori. 
La prova evidente della impotenza degli Stati ellenistici a fronte del- 
l' Italia unita s'era avuta quando lìoma aveva dovuto lottare in Italia 
contro Annibale. Allora Filippo V di Macedonia, intimorito dei pro- 
gressi della grande Kepubblica occidentale, si era collegato a' suoi 
danni con Cartagine. Ed aveva ragione di esserne intimorito; perchè, 
appunto, già prima della seconda punica i liomani, profittando della 
fiacchezza della Macedonia per assicurare a se il predominio esclusivo 
dell'Adriatico, per prevenire il })ericolo di ogni spedizione militare dalla 
(ìrecia Ì7i Italia e anzi per assicurare a se stessi libera la via a imprese 



') L'opera di Augusto per (|Uesto riguardo i: aiiipiaiiiente illustrata da G. Obkr- 
zlNKR, Le guerre di Augusto contro i popoli alpini, Roma, 1900. 



78 Gaetano De fianvlin 



commerciali e militari sull' altra sponda del Ionio, avevano occupato . 
la odierna Albania, dirimpetto alla colonia da essi fondata in lìrindisi 
per servire da punto di partenza alla loro eventuale espansione verso 
l'Oriente. Avevano occui)ato, cioè, Durazzo e le sponde della baia di 
V'allona allora dominate da Apollonia e da Orico; jnù a sud si erano 
assicurati il predominio su Cortù ; più a nord avevano reso tribu- 
tario il regno illirico, che s'estendeva fino alla Narenta e aveva il 
suo centro attorno alle Bocche di Cattaro e al lago di Scutari. Con 
ciò, già prima d'aver fondato Aquileia e già prima d'aver toccato i 
confini naturali delle Alpi (Jarniche e Giulie, i Romani s'erano impa- 
droniti delle chiavi del mare Adriatico. Con esatta visione dei propri 
interessi. Senonchè procedendo come se, oltre agli interessi loro, non vi 
fossero interessi di altri, considerando la Macedonia come non esi- 
stente solo perchè all'occasione delle loro due guerre illiriche non 
aveva potuto far sentire la sua voce, avevano provocato l'alleanza 
che, nel momento del loro maggiore pericolo, Filii)po di Macedonia 
strinse col grande avversario di Roma, Annibale. 

Una politica piìi riguardosa degl' interessi altrui avrebbe fattosi 
che Filijìpo, invece di prevedere e cercar quindi di prevenire il tem- 
porale che minacciava da Occidente '), si contentasse di rimediare 
alle minori intemperie che lo disturbavano a casa sua; cioè di com- 
battere più vigorosamente gli Btoli e i loro alleati. Comunque, col- 
legatosi con Cartagine, egli non seppe o non potè far nulla per so- 
stenere efficacemente i Cartaginesi nella lotta decisiva. E i Romani, 
senza distrarre il grosso delle forze con cui combattevano in Italia 
e in Spagna, riuscirono con poche navi e pochi soldati a suscitare 
tale incendio di guerra contro di lui nella stessa Grecia, ove gli av- 
versari della potenza macedonica abbondavano, che, ben lungi dal 
pensare a un intervento in Italia, egli dovette combattere accanita- 
mente per non perder terreno in patria e s'indusse iioi a far pace 
separata, abbandonando alla loro sorte gli alleati cartaginesi. Ma que- 
sto tradimento non gli fu pagato che a prezzo di pochi denari. I Ro- 
mani infatti con lu pace di Fenice conservarono, facendo concessioni 
minime all'avversario, la loro testa di ponte nella penisola balcanica 
e la padronanza dell'Adriatico. 



') Tà 3iQo<paivó/j.eva àxò tìjs éajiégas vétptj sou ricordate, come è noto, uel di- 
scorso di Agelao di Naupatto presso Polyb., V, 104, 10 (a. 217). S'intende che, 
per quanto Agelao possa avere avuto un presentimento dell'avvenire, le profezie 
del suo discorso hanno troppo l'aria di profezie ex eventu per non spettare, anzi- 
ché a lui, al suo storico Polibio, nella forma almeno in cui ci sono trasmesse. 



Dopoguerra antico 79 

Ma non hi sola ^laciMloiiia : tutto il mondo ellenistico dimostrò 
durante la seconda guerra jìunica la sua impotenza contro Roma. Altre 
volte quando i maggiori focolari della civiltà greca nella Sicilia e nella 
Italia, Siracusa e Taranto, erano stati minacciati da altri Greci o da 
barbari, s' erano mossi efficacemente alla loro difesa i Greci della ma- 
dre])atria: i nomi appunto di Gili])po, B^arace, Timoleonte, Archidamo, 
Alessandro il Molosso, Cleonimo, Pirro mostrano che la madrepatria 
non aveva dimenticato 1 suoi coloni. Ma ora Siracusa e Taranto ave- 
vano combattuto la estrema guerra per la indipendenza senza che 
nessuno dei connazionali venisse al loro socc^orso. Si dice clie Mar- 
cello piangesse quando, entrato in Siracusa, vide la città bellissima, 
aspettare la sua sorte di saccheggio e di servitìi. Se i Greci della ma- 
drepatria piansero la caduta dell'ellenismo occidentale, il loro fu i)ianto 
imbelle. Non avevano difese quelle città, e non pensarono a vendi- 
carle. Nessun poeta ne cantò 1 disastri per suscitare il sentimento 
nazionale contro lo straniero com'era avvenuto quando, dopo la battaglia 
di Lade, Mileto era caduta in mano dei Persiani. Troppo consapevoli 
erano infatti i Greci delle loro condizioni reali per non avvertire che 
l'Occidente era ]>erduto per essi; che resistere ormai in Occidente al 
primato romano era davvero « contro le fata dar di cozzo ». 

Do]io tali prove di impotenza Roma, fiaccata definitivamente la 
grande rivale e spezzato il suo impero, rinsaldata con la vittoria la 
compagine della federazione italica, cresciuta essa stessa immensa- 
mente d'autorità e di ricchezza pe' nuovi e ricchi possessi siciliani e 
spagnuoli e sulla via d'altri incrementi e nella Spagna e nella valle 
padana, sapeva benissimo di non aver nulla a temere dall' Oriente 
ellenistico. E neanche necessità di vita e d'espansione la spingeva 
nelle vie dell'Oriente. Poiché il campo che si apriva allora alla sua 
espansione in Occidente era immenso, e nessuno poteva contenderglielo 
non solo, ma nessuno poteva impedirle di condurvi la sua espansione 
in quel modo che la sua comodità e il suo interesse le dettassero. 
In Oriente invece non si avevano in generale, come in regione di 
antica civiltà, terre da mettere in valore e ricchezze naturali da sco- 
prire o da sfruttare. In mezzo alla densa popolazione non si poteva 
far posto per colonie se non sopprimendo una parte di quella popo- 
lazione o derubandola dei campi che aveva dissodati. E introiti per- 
manenti non se- ne potevano ricavare se non privando gli abitanti 
di una parte del frutto del loro lavoro, cioè instaurandovi un sistema 
permanente di oppressione. 

Roma si trovò pertanto a uno svolto della storia. Costretta a dure 



80 (1 aitano De Sanclin 



battaglie, die dovevano avere per ettetto la eoiKiiiista, nell'Occidente, 
essa eia invece libera di stabilire come avesse voluto le sue relazioni 
con l'Oriente. Fino allora le sue guerre erano stsite, con eccezioni, 
se pure ve ne furono, rare e trascurabili, guerre di difesa. La neces- 
sità della difesa, infatti, l'aveva condotta a i)oco a poco alla conquista 
d'Italia. H guerre di difesa erano state nel loro inizio anche le due 
puniche, sebbene entrambe le volte Roma avesse dichiarato essa la 
guerra. Il timore, non infondato, <!lie i Cartaginesi, insediandosi sta- 
bilmente nello stretto di Messina, mettessero a l'ericolo 1' unità d'Italia 
conquistata con tanta fatica, provocò la prima punica. Il timore, non 
infondato, che i Oartaginesi, estendemlo il loro impero spagnuolo, 
crescessero in ricchezza e in potenza al segno di poter tentare con 
felice successo la rivincita provocò l'intervento romano a favore di 
Sagunto e la seconda guerra punica. La prima grande guerra iniziata 
dai ' lloniani senza che nessuna necessità «li difesa, anche nel senso 
più lato, la giustificasse, fu la seconda macedonica. 

Intervenne infatti a questo punto a fissare i destini di Koma e 
della umanità lo si)irito militarista e imperialista. Esso aveva già trion- 
fato virtualmente dal giorno in cui s'era rifiutata al nemico una pace di 
compromesso: dal giorno cioè in cui la seconda punica da una lotta per 
la difesa si era trasformata, mirando ormai allo stritolamento della 
rivale, in una lotta per la supremazia. Ed ora. che s'era visto come 
nulla resistesse al valore dei soldati di lloma, ora che Honia era di- 
venuta non solo l'unica grande Potenza dell'Occidente, ma anche la 
prima Potenza del mondo civile; ora il militarismo trascinava il i>opolo 
romano verso una via nuova, verso la conquista del mondo. Quella 
Ivoma che, a prezzo di qualsiasi sacri ticio, non aveva voluto tollerare 
una Cartagine capace di trattare ancora con lei come Potenza li- 
bera con Potenza libera, non sapeva più tollerare accanto a sé nel 
mondo civile Potenze dalle libere direttive che trattassero con lei <la 
pari a pari. La gioia d'un trionfo cui per grandezza poteva paragonarsi 
a memoria d'uomo solo quello, conquistato assai più facilmente, di 
Alessandro Magno sui Persiani, la superba consapevolezza dello sforzo 
immane sostenuto per riportarlo, travolgendo i deboli freni oiiposti 
dall'etica tradizionale e quelli più forti opposti dal desiderio di pace 
e di riposo, suscitarono una ambizione illimitata di vittoria e d'im- 
])ero. Correttivo a questa ambizione poteva essere il. rispetto per gli 
avversari. Ma appunto la prima macedonica aveva svelato il segreto 
della loro debolezza. In Grecia come in Asia Potenze grandi e pic- 
cole si equilibravano in modo tale che un lieve sovrappeso sarebbe 



l>opoijnefra antico 81 



hiistato il sfiisciiiie l'eqnilihrio e a ridurre quell'insieme (li opulente 
monarchie e di repubbliche irrequiete e assetate di libertà che era il 
mondo ellenistico in un ammasso di rottami. E i vincitori d'Annibale 
avevano piena sicurezza che non v'era ormai genio di duci o valore 
di soldati che jiotesse resistere alle legioni romane. Ricchezza, gloria, 
dominio : questi erano dunque gli allettamenti che l'Oriente offriva 
ai Romani nell'immediato dopoguerra della seconda punica. E non 
vi resistettero '). 

Ispiratore della nuova politica d'impero tu i'. Cornelio Scipione 
Africano. La morte del vecchio e benemerito Temporeggiatore, che 



') Non sottoscriverei quindi in alcun modo al giudizio del Mommsen, Hiim. 
Geschichte, I*, 699: « unr die stunipfu UnbiUigkeit kann es verkenneu, dass Reni 
in dieser Zeit nocli koinoswegs nacli der Herrscliaft ìilier die Mittelnieerstaateii gi'iff, 
sonderà niclits weiter l)egehrte als in Afrika nnd in Grieclienland ungeliilirliche 
N'achliaren zu halien » ; «he a quel giudizio il Momniseu stesso ha sottratto la base, 
soggiungendo sùbito dopo: « nud eigentlich gefahrlicli tur Roni war Makedonien 
uicbt». Una acuta analisi delle cause prossime della seconda maccdouica è data da 
Colin. Rome et la Grece (« IJibliotlièqne des écoles fr. d'Athèues et de Rome ». fase. 94, 
Paris, 1905), p. 61 segg., con cui sono sostanzialmente d' accordo. Men bene del 
Colin giudica a mio avviso T. Fhank nel suo del resto bello ed istruttivo libro 
Komaii Imperialiem, New York, 1914, p. 149 segg. Quanto a me, tanto io son lon- 
tano dal definire con 'l'. Frank C(Uiie « seutimental politics » la politica seguita dai 
Romani nella seconda macedonica, quanto dal ritenerla con C. Petkr, Studien ziir 
riim. Geschichte, III, p. liti e 182, una politica d'ipocrisia e di menzogna; i quali 
poi commettono in sostanza entrambi uno stesso errore: di confondere cioè gli ele- 
menti reali d'una politica qualsiasi con le sue soprastrutture ideali e sentimentali : 
che non cessano d'essere soprastrutture pel fatto che vi si presta fede. — Mentre 
rivedo le bozze mi vieu sott'occhio l'ultimo fascicolo della Recue dei étiidee an- 
cieiiiie» (XXII, 2, 1920) con l'articolo di M. Hollkaux, Le prétendu recoure de» Athé- 
niens aux Romaiug en SOljO, pag. 77 segg. Acuto e originale com'esso è, non m'in- 
duce peraltro, per le ragioni che chiarirò altrove, a uiodilìcare nei punti essenzi.ali 
le mio veduto sulle cause prossime di quella guerra. — Sia qui ricordato anche l'ec- 
calleute libro di IlArzi'ELD, Le« t rafiqiiants ilaliens dalli VOrUni hellénique (« Biblio- 
thèque des éc. frane,-. », fase. 115, Paris, 1919), dove raccostandosi alle conclusioni, 
che egli non ha potuto conoscere, di T. Frank, l'autore respinge alcuni dei concetti 
oggi più correnti intorno al mercantilismo politico dei Romani, e dice non esservi 
traccia d'influsso notevole dei trafficanti sulla politica romana lino alla metà del 
II secolo av. C. E si può essere in molti punti d'accordo con lui contro certe 
esagerazioni moderne. E chiaro per me ad esempio che della politica romana della 
prima metà del secolo II il militarismo è fattore assai più diretto ed efficace che 
lo spirito mercantilo. Ma ciò non deve farci negare il fondamento economico che 
ha avuto in Roma il vigoreggiare dello spirito imperialistico. Al quale riguardo 
restinmnianze casuali come quella di Catone sugli usurai e i fornitori con cui ebbe 
a fare in Sardegna e in Spagna ci tengono ass.ai bene le veci di documenti diretti 
che sarelibe difficile rinvenire. 



82 Gaetano Uè SanctiD 



aveva avversato la sua persona e i suoi metodi, e più la immanità 
del successo da lui conseguito facevano di Scipione al suo ritorno 
dall'Africa il capo riconosciuto della oligarchia senatoriale; di cui 
continuava, dopo la vittoria, la dittatura assunta sotto la guida 
del Temporeggiatore ])er vincere. Sicché non si^ sbaglia ascrivendo a 
Scipione l'aggressiva politica imperialistica adottata dai Uomini verso 
Oriente nel decennio successivo, che diede occasione alla seconda 
guerra di Macedonia e alla guerra di Siria e che, non essendo pos- 
sibile, specie dopo le nuove vittorie un tornare addietro per quella 
via, condusse Roma a grado a grado alla conquista del mondo. In tal 
modo per la seconda volta, come con la vittoria risolutiva su An- 
nibale, può dirsi che Scipione influisse sulle sorti della umanità in 
una misura che a ben pochi è stata concessa, anche se uomini di 
guerra o politici maggiori di lui. Certo, entrambe le volte ciò gli 
riuscì per le condizioni favorevoli che le sue iniziative incontrarono; 
perchè, la prima volta, le energie della federazione italica as]»ettavano 
soltanto chi sapesse genialmente adoperarle per vincere; i)erchè, la 
seconda volta, la bramosia d'impero che fermentava dopo la vittoria 
smisurata aspettava soltanto chi sapesse segnarle la via. Ma egli porta 
per l'appunto dinanzi alla storia la' responsabilità d'aver segnato que- 
sta via'). Ciò cui Scipione mirava del resto — si vide chiaro dal suo 
modo di comportarsi in Africa, in Asia e dall' indirizzo seguito in 
Grecia dal senato, certo d' accordo con lui, dopo la guerra macedo- 
nica — non era la conquista vera e propria : era solo un predominio 
economico e politico su tutti gli Stati civili. La storia si affrettò a 
dimostrare che questo suo ideale era inattuabile. Perchè od agli Stati 
vinti si lasciava la possibilità di risorgere ; ed è naturale che essi 
ne profittassero per cercar di scuotere xxn primato che si era imposto 
loro con la forza, e però conveniva, per mantenerlo, fare contro di 
essi nuova guerra. O si recidevano le radici della loro potenza ; ed 
essi divenivano inabili al loro ufficio di resistere ai nemici esterni 
ed interni; e l'intervento romano diveniva del pari necessario per 



') Per la caratteristica di quest'uomo singolare mi sia lecito richiainare a ciò 
che ne ho scritto nella St. dei Romani, III, 2. p. 652 seg. La critica ivi fatta delle 
osservazioni del Kahrstedt si applica anche a quelle di E. Meyer Untersuchungen 
zur Gesehichte dee II. dun. Krieges, Ili, in «Sitznngsber. der Beri. Akad. » 1916, 
p. 1068 segg. Che diro di ricostruzioni fondate sulla ipotesi che Lelio, il fido 
amico dell'Africano, abbia riferito a Polibio non le sue impressioni sul carattere 
dell' amico, ma le sue arbitrarie razionalizzazioni di tradizioni bugiarde basate 
sulle invenzioni di storiogafi greci? 



Dopoguerra antico 83 



impedirti che al posto della civiltà e dell'ordine s'instaurassero la 
anarchia e la barbarie. 

Per tal modo dopo mezzo secolo di guerre Roma si trovò asso- 
luta padrona dell'Oriente; in cui non erano più Stati liberi se non 
di nome, fuorché alle frontiere estreme del mondo greco-orientale. K 
facile immaginare quale somma di miseria tale violenta sottomissione 
ad uno straniero meno civile rappresentasse pei popoli greci o pei po- 
poli meglio ellenizzati; specialmente nel periodo in cui i Romani, assa- 
porando i piaceri della conquista, tardavano ad accorgersi della gra- 
vità dei compiti che assegnava loro la successione delle monarchie 
orientali: di guarentire cioè essi ed essi soli l'ordine e il benessere 
delle regioni che avevano progredito sotto i dinasti ellenistici, la si- 
curezza di tutto il Mediterraneo, la difesa delle nuove frontiere con- 
tro i barbari. Illirici o Traci o Daci in Europa, Parti in Asia. Tanta 
copia di mali accompagnava per forza di cose la conquista che il male 
peggiore non erano forse le atrocità stesse dalle quali andò macchiata. 
Delle quali basti citare come saggio i ],")(). 000 Greci d'Epiro venduti 
schiavi, uomini, donne e bambini, per ordine di L. Emilio Paolo, ri- 
dotta a deserto la regione in cui essi abitavano; puniti così per aver 
fatto causa comune con la Macedonia nella guerra per la libertà, a san- 
gue freddo, vari mesi dopo che il paese era a pieno sottomesso e paci- 
ficato '). Ma alle atrocità e alle sofferenze della invasione è doveroso 
contrapiìorre la cura che più tardi nell'età imperiale il Governo ro- 
mano, quando assunse consapevolmente tutti gli uffici che la conquista 
gl'imponeva, prese per la sua prosperità e la difesa di quelle regioni; 
la pax Romana che esso vi instaurò per secoli ; e finalmente la pa- 
rificazione dei Greci e degli orientali sottomessi ai loro conquistatori, 
avvenuta sul principio del III secolo dell'Era nostra mercè la con- 
cessione della cittadinanza romana '). 



') Il fatto, testimoniato da un contemporaneo ed amico della famiglia di Emilio 
Paolo, è tanto noto quanto indiscutibile, Polyb. ap. Strab., VII, ,322; Pi. ut., 
Paul., 29; Liv., XLV, 34; Appian., III., 9. So bene che c'è chi vorrebbe tacere 
o velare o falsare fatti simili. Ma la scienza non si serve che in spirito di verità. 
E Roma merita almeno da' suoi storici l'omaggio di non imbellettarle il viso con 
le piccole bugie. 

-') Non posso accennare qui alla coitsiitutio Anioniniaiia, che i papiri ci hanno 
restituita, «ia pure in stato frammentario (Papijri zu Gienaen, II, 40A ; Mitteis, 
Chrestomathie, 377; Pacchioni, Corso di diritto romano, I, p. ccxr,). senza espri- 
mere il desiderio che ne venga presto alla luce il commentario esauriente appre- 
stato dal prof. Gino Segrè. 



H4 (ìaetiiiKi J)c SdiictÌH 

Nessun jwpolo vincitore può gloriarsi d'aver usato eguale niagna- 
niinità verso i vinti. E a fronte di tale magnanimità unica nella storia 
« diffìcile anche allo storico più uso alla fredda valutazione dei fatti 
non lasciarsi vincere dal lirismo entusiastico di Kiitilio Namaziano : 

Fecisti patriain «liversis geritibus unaiii; 

Profiiit ìnvitiii te domiDante capi. 
i>iiinqne offers victis proprii congortia inris, 

Urberti (ecisti «jiiod prius orbis crat *). 

Ma l'ammirazione per la grandezza di Ifoma non deve farci di- 
menticare i danni gravi e irreparabili che da questa « sj>inta verso 
Oriente » disegnatasi nel dopoguerra della seconda punica derivarono 
all' Italia e alla civiltà antica. Dei Latini anzitutto essa sperperò le 
energie virali in guerre di conquista da cui la latinità non juìteva 
trarre e non trasse nessun incremento durevole: con l'effetto d'in- 
debolirne la forza d'espansione nell'Occidente barbaro. Può immagi- 
narsi quale opera di civiltà vi avrebbero potuto compiere i Latini, 
a quali maggiori, durevoli e benefiche conquiste sarebbero stati atti,, 
lasciandoci un'Europa assai più omogenea e assai meno travagliata 
da contrasti che paiono insanabili, se il miraggio orientale non li 
avesse indotti a sopraffare prima i Greci, a sostituirsi jtoi ai Greci, 
resi dalla conquista impotenti, in quell'opera di difesa .della civiltà 
cui, se non fiaccati dalla spada romana, avrebbero avuto essi, come 
prima, la forza di attendere, la lotta contro i barbari <lell' Oriente. 

Inoltre tutte queste guerre non necessarie promossero e resero 
irreparabile quel processo di proletarizzazione della classe rurale ita- 
liana che la seconda punica aveva già condotto così innanzi. E mentre 
molti esse distoglievano dal lavoro produttivo condannandoli a tra- 
scinare dall'uno all'altro richiamo sotto le armi i loro anni migliori '), 
al capitalismo esse davano nuovo vigore coi i)rofìtti delle forniture 



') RuT. Namat., de red., 1, 03 8eg. Qui è veramente còlta l'essenza dell' im- 
perialismo romano. Cou interesse si possono leggere i confronti ora usuali tra l'im- 
perialismo romano e l'imperialismo britannico, in alcuni saggi p. es. publilicati 
da J. Brvob negli « Studies in history and jurisprudence », Oxford, 1901, raccolti a 
parte nella bella traduzione italiana di G. Pacchioni, Im;>erialumo romano e bri- 
taunico, Torino, 1907, cfr, Vacciììosi, Jmperialiamo ì)rt<a«nico, in « Annuario della 
K. Università di Torino», 1911-12: purché non si dimentichi che nella sua essenza 
l'imperialismo romano non ha alcun riscontro col britannico, il quale, prescin- 
dendo da certi gruppi etnici non troppo disformi, come i Francesi nel Canadii e gli 
Olandesi nell'Africa del sud, è lontanissimo àaWofferre victié proprii coiisorliu iurin. 

^) L'aneddoto di Spurio Ligustino presso Liv., XLII, 31 ha iì valore di nn 
caso tipico. 



Dopoyucrra antico 



iiiilitiiii e dello sfruttainento dei vinti, e tìinroiio, nella sua lotta 
i;oiitro le elassi lavoratrici, con l'assicurargli la vittoria definitiva, 
nel caini») ceonoinico e nel cani]io politico. Gettarono inoltre, sul 
mercato come {;ià accennammo, sempre nuove masse <1i schiavi — si 
pc^nsi solo ai hìO.OOO Epiroti venduti da Emilio Paolo — ; i quali non 
soltanto con la loro concorrenza depressero e screditarono sempre itiù i 
lavoratori liberi, ma, col moltiplicarsi delle manomissioni introdus- 
sero nella cittadinanza un copioso elemento, diverso di stirpe, di lin- 
gua, di costumi, che ne indebolì ed alterò la comjiaoine etnica '). Tale 
elemento nuovo, soprattutto quando più aftiuirono numerosi gli schiavi 
in lìoma tra la [irima metà del II secolo av. C. e gl'inizi dell'età 
imperiale, ebbe assai jiarte alla decadenza della vita politica in Roma 
e, in genere, per la posizione privilegiata che godeva la cai)itale, nella 
Repubblica. Si trattava di veri e propri «déracinés», al cui elevamento 
morale non avevano certo contribuito le esperienze del mercato degli 
schiavi e dell'ergastolo, la catena e Io staftile. Ed essi apparivano, 
assai a ragione, ai buoni Romani di Roma così « poco desiderabili » 
come, a ragione o a torto, appaiono tali agli Americani del nord gli 
emigranti di stirpi troppo diverse delle anglosassone. Questo senti- 
mento si rispecchia nelle Aere .uja vane rampogne che Scipione Emi- 
liano scagliò una volta contro la folla rumoreggiante alle sue parole: 
« Tacciano (disse) quelli cui l'Italia è matrigna » e «Non farete che 
io tema scatenati quelli che ho condotto qui in catene» *). Vane: per- 
chè la giustizia immanente nella storia, con la esorbitanza del loro 
potere in Roma, compensava i liberti della violenza ingiusta per cui 
essi o i loro padri avevano perduto la libertà: e ricambiava così a 
un temi») i Romani e lo stesso Scipione dell'aver condotto in catene 
in Ivoma quelli che potevano, con vantaggio proprio e degli altri, 
vivere liberi nella loro patria. 

Collegata con questi mali effetti della conquista, in parte aggra- 
vata da essi e in parte causa a sua volta del loro aggravarsi, fu la 
notevolissima decadenza morale, se non di tutta la nazione italica, 
almeno della classe dominante. Non conviene certo prendere trojfpo 
a rigore le declamazioni dei moralisti, specie quando sono retori e 
quando la loro vita prova che il loro entusiasmo per la virtìi è iiiù 

') Si veUa intorno a ciò l'interessante siijfgio di T. Frank, Race mixluie Ui 
the Roman Empire, in «American historical Review », XXI (1916), p. 689 segj;. : 
lo cui conclusioni per altro debbono essere sottoposte ad acenrata revisione. 

•^) Vai,. Max., VI, 2, S. Cfr. Veli.., II, 4, 4; Ai:ct., de tir. ili., .58, 8; P..- 
i.YAKN'., VIII, 16, 5: Pur., Apophtii. Scip. min., 22. 



86 Gaetano De Sanctis 



fittizio die leale, com'è il caso di Sallustio. Ma certo, tutto quel che 
8a|)pianio dell'età ciceroniana mostra come la immoralità più sfacciata 
regnava nella vita privata e pubblica della nobiltà e dei capitalisti 
romani '), Ora questo peggioramento innegabile dei costumi in con- 
fronto del buon tempo antico è dovuto in gran parte appunto alla 
conquista. Per la insufficienza anzitutto dei freni morali a impedire 
di trasformare il libito in licito quando si può ciò cbe si vuole come 
i generali vittoriosi, i governatori, i loro ufficiali e amici e in genere 
i finanzieri romani nelle province: i quali portarono poi in jiatria 
i mali abiti acquisiti maltrattando i vinti; per la facilità con cui i 
popoli di coltura inferiore, come mostra l'esperienza, se vengono in 
contatto troppo stretto con popoli di coltura superiore, se ne appro- 
priano i vizi assai lAù presto che le virtìi ; per gli effetti deleteri che 
reca infine negli individui e nelle nazioni l'arricchimento subitaneo, 
quando non procede di pari ])asso con lo sviluppo di bisogni nuovi 
e d'ordine superiore sorti dal progresso della civiltà, a soddisfare i 
quali possa servire la ricchezza aumentata, invece di creare essa stessa 
bisogni fittizi e inferiori. 

A tutto ciò è uso contrapporre che i contatti, moltiplicati per 
effetto della conquista, fra Greci e Latini, ])romossero, mercè la ra- 
]>ida assimilazione della civiltà greca, l'incivilimento del vincitore: 
Oraecia capta ferum victorem cepit. Ma questa opinione, accolta ge- 
neralmente quasi come un dogma, non può in realtà accettaisi se non 
con molte limitazioni e distinzioni. Della loro capacità di progredire 
con l'aiuto della più progredita civiltà greca già prima della conquista 
gl'Italici avevano fornito prove sicure e mirabili. Gli stessi ordina- 
menti politico-militari che s'erano dati, non senza influssi greci vari 
d'importanza e d'età, erano di gran lunga superiori a quelli dei loro 
maestri. E già scrittori dell'età arcaica di cui la vita letteraria cade 
in buona parte innanzi alla seconda macedonica, come Plauto, o di 
cui la formazione spirituale è almeno in massima anteriore a quella 
guerra, come Catone, salgono di primo acchito alle cime più alte del- 
l'arte. Anche se di fatto la letteratura greca del 200 circa ci fosse 
meglio conosciuta, ben poco, può dirsi con sicurezza, vi trov-eremmo 
degno di essere paragonato all'arte di Plauto, non già per l'impal- 
catura della commedia che è artificiosa, convenzionale e in buona parte 



') Si veda su ciò il libro di W. Wahde Fowler, Social lift at Rome in the age 
of Cicero, London, 1908, ove i dati delle fonti sono sottoposti a quella valiif.az.ione 
cauta e serena che è caratteristica degli storici inglesi. 



Dopot/nerra antico 87 



uoii sua, non già pei caratteri die sono di regola convenzionali e tra- 
laticì, ma per la immediatezza e, direi, la intensità con cui vive le 
sue scene '). E certo i Latini non sono pervenuti se non giovandosi 
delle esperienze e degli esempì greci alla prosa letteraria. Ma nes- 
suno che abbia senso d'arte vorrà confrontare per valore artistico la 
maschia originalità e vivezza della prosa di Catone, rude coni' essa 
è, con la stanca e fiacca e verbosa e contorta prosa di scrittori el- 
lenistici contemporanei come Polibio. E molto altro potrebbe alle- 
garsi in questo senso se mi proponessi qui di scrivere, sia pure som- 
mariamente, un capitolo di quella storia della coltura italiana nella 
antichità che ancora non è stata scritta. Ma quel che ho detto basta 
a dimostrare che la conquista della Grecia non era davvero necessaria 
al grande e rigoglioso sviluppo progressivo della coltura italiana sotto 
l'influsso greco: a dimostrar ciò, dico, come dato di fatto, non come 
ipotesi vagamente e genericamente ammissibile. 

Quello sviluppo progressivo è stato almeno affrettato dalla con- 
quista della Grecia? Forse: ma è incerto. Perchè può pensarsi che 
se gli Stati ellenistici continuavano a fiorire economicamente, poli- 
ticamente e civilmente come nel III secolo, essi avrebbero esercitato 
un influsso assai più intenso, sebbene diverso, sulla coltura dei loro 
vicini meno civili: un influsso avvalorato dal desiderio di pareggiarli, 
come quello che l'Europa e l'America esercitano oggi (o hanno al- 
meno esercitato fino al 1914) sul Giappone, e non attenuato dallo 
sprezzo che si diftondeva nel .11 secolo in Roma pei GtaeeuU e dallo 
orgoglio della vittoria. Comunque, il processo d'incivilimento della 
Italia centrale è stato tanto celere nei due secoli prima della con- 
quista della Grecia — basti confrontare la coltura italica del 200 con 
quella del 400 av. C. — che se pur quella conquista l'ha accelerato 
fu, certo, di ben poco. Non poco invece essa danneggiò, innegabil- 
mente, la coltura dei vincitori non meno di quella dei vinti. 

La coltura, prima di tutto, dei vincitori. Il lato meno attraente 
della coltura latina è il difetto di originalità nell'indagine teoretica. 
Lo spirito latino pigliò i problemi filosofici a quel punto cui li ave- 
vano portati i Greci e in quei termini in cui li avevano posti, e a 
quel punto e in quei termini li trasmise al pensiero cristiano. Ora 
ciò non fu per impotenza organica dello spirito italico. Con quale vi- 



') Li'arte di Plauto attende tuttora il suo Francesco De Sanctìs. Ma meglio 
d'ogui altro ha cercato finora d'individuarla Fr. Lko nelle Plautinische Forachungen 
e più nella Geschichte der rom Lileralur, I, Kap. V. 



88 (iarlani/ JJe Haniliii 



gore e ardimento esso sappisi aflfroiitan! i prolìleini teoretici mostra 
tutta la storia del pensiero nostro, per tacere dell'età più recent*, 
da Tommaso d'Aquino a Giambattista Vico. Se nella anti(!liità quel 
vigore e quello ardimento non hanno riscontro, deve attribuirsi in 
molta parte a questo: che l'assimilazione del pensiero greco non fu 
libera e spontanea, che la i)osizione dei problemi tllosofici non sgorgò 
dall'intimo dello spirito, dal maturare quasi di quei problemi davanti 
ad esso, ma gli fa imposta, per così dire, forzatamente dal di fuori 
quando la conquista gettò 1' un popolo sulla via dell'altro. E quel 
che della indagine filosofica jmò, con maggiori o minori riserve, dirsi 
anche di vari altri aspetti della coltura latina. 

Che se con qualche dubbio vantaggio, qualche danno indubitabile 
derivò alla coltura dei vincitori dalla conquista, i daniii che la con- 
quista recò alla coltura dei vinti furono i)alesi e non lievi e non ac- 
compagiuiti alla prima da vantaggi '). E non poteva essere diversamente. 
Infatti il progresso colturale è condizionato da presupposti economici e 
morali,! quali vennero meno in gran parte ai Greci, gli uni e gli altri, 
con la conquista romana. 11 che i)otrebbe documentarsi partitamente, 
ma non ha bisogno, credo, di documentazione. 11 piccolo |)0})olo per- 
tanto che aveva creato, può dirsi. le arti e le scienze, che aveva get- 
tato, può dirsi, le basi permanenti dell' incivilimento nraano fu dalla 
conquista arrestato sul cammino glorioso della sua ascensione spiri- 
tuale. 11 III secolo era stato l'età del maggior fiore della scienza elle- 
nica. Mentre prosperavano le quattro maggiori scuole filosofiche, men- 
tre si raccoglievano sistematicamente nelle biblioteche i tesori della 
letteratura, mentre si tentava la critica storica e filologica, la storia 
letteraria e artistica, ogni scienza era coltivata, specie ad Alessandria, 
come non mai per lo innanzi. Di contro, come l'impetuoso moto pro- 
gressivo del liinascimento italiano s'arresta, e sia pure non intiera- 
mente e non senza gloriose eccezioni, con la conquista sinignuola, in 
modo che l'Italia perde il suo primato tra le nazioni civili; cosi il 
II ed il I secolo av. C. segnano l'arresto, sia pure anch'esso non. pie- 
nissimo, sia pure non escludente qualche eccezione, del moto pro- 
gressivo della coltura greca. Archimede ucciso da un soldato romano 
nell'atto della conquista di Siracusa è, come ben s'è detto, il simbolo 
del colpo mortale che la conquista recò al progresso della civiltà el- 



') Per gli iiiHiissi, romani nella cultura greco-orientale: Hahn, Kom und Ko- 
manitmm im grieeh.-ròmiachen Oslen, Leipzig, 190tì: libro acenrato, ma troppo pre- 
valentemente tilologico e <la rifare perciò su altra base. 



Dopoguerra antico 89 



leuica '). Da allora la civiltà ellenica giiadaguò sì immensamente terreno 
per opera dei vincitori che seppero assimilarla e diffonderla; ma né 
nel pensiero né nell'arte trovò più vie nuove. Cioè pensiero ed arte 
s'irrigidirono e perdettero il contatto con la vita, cessarono d'essere 
pensiero vivo ed arte viva, ossia cessarono addirittura di essere 
pensiero ed arte ; tinche assai più tardi non cercarono di ritrovare 
il loro contatto con la vita attraverso alla nuova esperienza religiosa 
e soprattutto attraverso alla esperienza cristiana. Ora la civiltà greca 
fu e rimase sempre l'elemento attivo e fecondatore della civiltà classica 
in generale. Il suo arresto, nonostante la sua diffusione, nonostante 
il meraviglioso progresso della civiltà italiana nei due ultimi secoli 
av. l'È. V., segnò il principio della fine della civiltà antica. 

Così non soltanto la fine della libertà antica ma anche quella 
della civiltà antica era contenuta in germe nelle soluzioni o nelle 
mancate soluzioni dei terribili problemi che poneva ai Romani il 
dopoguerra della massima delle loro guerre esterne. Ma se il tra- 
monto della civiltà classica non fu definitivo, se sotto le sue rovine 
si serbarono i germi della sua gloriosa rinascita, ciò si deve in gran 
parte al tenace lavoro fecondo che, a partire dalla seconda punica, 
mentre uomini di spada e di toga, nobili e capitalisti, inseguivano 
il miraggio orientale, il popolo latino — soldati, mercanti, coloni — 
lentamente, quasi inconsapevolmente, guidato dal sicuro istinto della 
stirpe comi)iva nell'Occidente barbaro: segnandovi col suo aratro quel 
.solco profondo che nulla valse poi a cancellare. 

Gaetano De Sanotis. 



L' " Odissea " nella poesia medievale. 

Poco meno che ottant' anni fa, un letterato francese, il cui nome 
è noto e caro agli italiani forse anche più che ai francesi, Claudio 
Fauriel, osservava con maraviglia, nel primo volume della sua Histoire 
de la poesie provengale *), che in un certo TAher Miraculorum Sanctae 
Fidi» ''), scritto sul cominciare del secolo XI in Francia da un certo 



') Vedi l' importantissimo saggio del Bki.och, Der Verfall der antiken Kultur, 
nella « Historisclie Zeitschrift », N. F., XLVIII (1900), p. 1 segg. 

-) Parigi, 1846; p. 435 sgg. 

■*) Il Liber miraculorum ecc. si trova, pubblicato dal MlOMu, nella nota « Patrolo- 
gia latina », CXLI, Parigi, 1853; dal bollandista P. Ghksquikr, negli « Acta Sancto- 
rmii », ott., tomo III, pp. 300 sgg., e finalmente in una migliore e piti comoda edi- 

Alene e lloma. X. S. 7 



90 E. G. Farodi 



Bernardo d'Angers, si trovavano tracce non dubbie della conoscenza 
dell'Odissea. Il protagonista di uno dei miracoli, narrati dal fervido 
e facondo Bernardo, faceva naufragio e si salvava sopra una tavola, 
suppergiù come Ulisse all' isola dei Feaci ; em costretto piìi tardi a 
ì)ere una pozione incantata, perturbatrice della memoria, come era 
stato in pericolo di bere Ulisse dalle mani di Circe ; ritornato in pa- 
tria, s'era dapprima nascosto presso un umile servo, come (juegli 
presso Eumeo, poi era stato riconosciuto nel bagno a ceili connotati 
da un' ancella, come l'eroe greco da Euriclea. Il Fauriel domandava : 
« Come conobbe il nostro autore il poema omerico ? Che si sappia, 
V Odissea non fu mai tradotta in latino » (suppongo che volesse dire 
che se anche qualche traduzione ci fu, quella jjer es. di Andronico, 
non poteva entrare nel conto). E conchiudeva che le imitazioni del JA- 
ber miraculorum erano probabilmente da considerarsi come remini- 
scenze tradizionali, che — senza voler risalire fino al tempo « in cui 
i rapsodi massalioti recitavano i poemi omerici nelle città greche 
del mezzogiorno della Gallia » — potremmo attribuire « al tempo 
meno antico, in cui V Iliade e V Odissea servivano all'insegnamento 
nelle scuole di greco ; scuole che nella Gallia meridionale perdura- 
rono Ano al cadere del quarto secolo o anche del quinto ». 

Dall' anno in cui Fauriel pubblicò la sua Storia della poesia pro- 
venzale molte cose sono cambiate, anche nella storia letteraria, e sul- 
l'efBcacia e la persistenza della tradizione orale è lecito ormai avere 
opinioni assai diverse da quelle che piacevano a lui ed a' suoi con- 
temporanei ; ma che il racconto del Liher miraculorum dia motivo di 
sospettare che il secolo undecimo e in genere il medioevo conoscesse 
qualche traduzione o riduzione abbastanza estesa dell'Odissea, rimase 
opinione comune, che tuttora si accoglie, sotto gli auspici del nome 
del Fauriel, nei manuali come nelle trattazioni erudite. Di recente 
poi, un professore tedesco, Franz Settegast, dell' università di Lipsia, 
s'è dato ad una paziente e pertinace ricerca delle tracce lasciate dal 
lungo errore di Ulisse nei poemi o romanzi medievali, specialmente 
di lingua d'oìl ; e ve le ha scoperte o ha creduto di scoprirle in buon 
numero, almeno in numero più che sufficiente, secondo lui, a dare una 
base larga e sicura alla vecchia intuizione del geniale dotto francese '). 



zione, che noi adoperiamo, dall'abate A. Bouillet, Parigi, 1897 (« Collectioii de 
textes pour servir à l'étnde et à renseigiiement de 1' histoire»). Nell'7iicipi( si legge 
che il TAher è « editus a Bernardo scolastico, Andecavine scole iiiagistro ». 

') Die Odìjseee oder die Sage vom heimkehrenden Gatien aìs Quelle mittelallerli- 
cher Dichtmig : nella « Zeitschrift fiir romanische Pliilologie », XXXIX, 1918, a 



L' " Odissea " nella ^loesia mcdierale 91 

i'er non aver l'aria di tener sospesa con un lontano miraggio la 
<'uriosità de' miei lettori, che rimarrebbero da ultimo alquanto delusi, 
dico subito che mi pare che il professor Settegast abbia messo troppa 
buona Volontà nello scoprire le orme di Ulisse o degli altri personaggi 
delle sue avventure, pretendendo di solito di discernerle anche in 
mezzo a un tale calpestio d'orme consimili o diverse, che perfino un 
pellirosse vi avrebbe perso la bussola. È vero che ad avvalorare le 
sue complicate e laboriose induzioni egli si fa forte anche di una 
prova», diretta, in cui ripone molta fiducia ; ma disgraziatamente gli 
è accaduto, come accade spesso a chi è dominato da un imperioso 
sentimento, i-he gli occhi, pur buoni e acuti, non vedono quello che 
è ma quello che amano vedere. Questa sua prova diretta è una svista 
bizzarra. Essa consiste nel fatto che Giovanni di Salisbury, nel suo 
Polycraticus, per nominare Ulisse con un'elegante circonlocuzione si 
serve del terzo verso dtW Odissea, tradotto in un esametro latino. 
Dunque.... Ma l'esametro è questo : « Qui mores hominum multorum 
vidit et urbes » ! 

Ben più reali sarebbero invece le attestazioni dirette del contrario, 
cioè della non esistenza di nnWdissea latina: attestazioni recise di 
dotti come Ugo di Trimberg, che nel suo Begistrum multorum aucto- 
rum (e. 1280) afierma che Omero « apud Graecos remanens nondum 
est translatus » ; o come Dante, che nell' im^jossibilità di tradurre la 
poesia addita {Conv. I, 7) la ragione teorica del fatto « che Omero 
non si mutò di greco in latino, come l'altre scritture che avemo da 
loro ». Ma noi non daremo il cattivo esempio di attribuire a prove ne- 
gative un valore decisivo che di rado possono avere. 



Si sa che le nostre nazioni occidentali furono nel medioevo quasi 
ignare del greco, e perciò non ebbero modo di conoscere direttamente 
Omero : e tutti sanno pure che per la rozzezza della loro cultura e per 
le abitudini mentali che ne derivavano, esse non erano in grado di sen- 



pp. 2tì7-32H. È mi' ag;;;iiiuta a questo stadio l'articoletto di E. HoKPFl'NKR, Die 'Folle 
Trislan' u. die ' Odysaee ' , ib., XL, 1919, a pp. 232-235. — Un altro lavoro pre- 
cedente, pubblicato a parte, del Sbitegast medesimo, riguarda pure, benché solo 
in parte direttamente, il nostro argomento : i!>a« Pohjphemmurohen in aUfriinzoH- 
schen Gedichteii : ei»e folkloristisch-literargeschichtliohe Unte.ranehung, Leipzig, Otto- 
Harrassovvitz, 1917; 8°, pp. 167. 



«)2 B. G. Parodi 



tire umiliazione o rincrescimento per questa loro ignoranza. Possede- 
vano — oltre ai noti passi di poeti classici, cioè, specialmente, per 
limitarci &\VOflÌHHea, l'episodio virgiliano di Acliemenide (Aen. Ili), 
intorno a Polifemo, e quello ovidiano di Macareo {Metam. XIV), in- 
torno e a Polifemo e anche ai Lestrigoni e a Circe — un vero e pro- 
prio compendio A&W Iliade, in circa 1070 esametri, la cosiddetta IUom 
latina, o l'indarus thebamig, di un Italicus ; e possedevano pure, ma 
erano o poco o i)unto difluse, le l'eriocha^ Homeri Iliadin et Odyssiae 
attribuite ad Ausonio, breve sunto in prosa dei due poemi, canto per 
canto. 

Sono operette che certo dovevano servire alla scuola; e il mede- 
simo scopo si era proposto senza dubbio Igino, nel buon tempo della 
letteratura romana, compilando il suo noto libretto, intitolato Fabu- 
lae, ossia narrazioni e genealogie poetiche e mitologiche. In esso non 
sono pochi i raccontini omerici, ma due, i nn. CXXV e CXXVI, 
Odi/ssea e Ulixis eognitio, possono valere come un altro sunto del poema 
di Ulisse, brevissimo ma fedele sunto, che conserva talvolta anche 
particolari omessi nelle Periochae. Benché, a leggere il Settegast, si 
dovrebbe concludere che le due ' Favole ' di Igino non furono nem- 
meno degnate di uno sguardo dai poeti medievali, il libretto non solo 
era, nel suo insieme, adatto a piacere ad un'età come quella, avida 
di siffatte compilazioni riassuntive, piccoli tesori di cognizioni pere- 
grine da sfruttare con poca fatica, ma si sa che fu veramente ado- 
perato e tenuto in onore. 

Ma il medioevo aveva a sua disposizione anche di meglio. Gli erano 
pervenute due piccole opere in prosa latina di un greco e di un troiano. 
Ditti cretese e Darete frigio, che si vantavano testimonii oculari, presso 
i due popoli o i due eserciti nemici, di tutta la lunga guerra di cui 
Omero, vissuto assai più tardi, aveva narrato solo una parte e per 
sentita dire; che affermavano dunque di rispettare assai meglio di lui 
la verità storica, e ostentavano la loro serietà dando il bando all'ele- 
mento soi^rannaturale. Darete soprattutto doveva attirar l'attenzione 
proprio per quel suo carattere che lo rende così poco attraente jjer 
noi, per quel suo aspetto voluto di cronaca secca e nuda, quasi di 
catalogo di fatti, di nomi e di niimeri, che gli dà apparenza di chia- 
rezza e di precisione ma lo esclude dall' arte. In questi due singolari 
storici (come il piìi antico degli storici pagani era stato rammentato 
Darete da uno degli oracoli del medioevo, Isidoro di Siviglia) i dotti 
di quell'età, e specialmente i semidotti, i poeti, appena cominciarono 
a venir fuori di nuovo, credettero dunque di i)ossedere una piìi coni- 



i/' '• odissea " nella poesia medievale 93 

piuta Iliade, purgata da molti errori di fatto, e, grazie al sesto e ul- 
timo libro dell' ojjera di Ditti, anche un compendio, storicamente si- 
curo, del contenuto deW Odissea. 

Nulla è più difficile, anche oggi, per una persona incolta (e troppi 
sono gli incolti, sotto questo rispetto), che rendersi ragione del carat- 
tere disinteressato del sentimento estetico, pur quando essa non è del 
tutto incapace di avvertirne nel proprio spirito gli effetti ; e la gran- 
dezza poetica si confonde ancora popolarmente con la vastità o l'astru- 
seria della dottrina. Nel medioevo non vi erano, in questo senso, che 
persone incolte ; la poesia era, non diciamo gustata, ma apprezzata 
quasi soltanto come contenuto. Perciò i Francesi, che primi fra i popoli 
romanzi ritornarono alla creazione poetica, piuttosto che aìVIlias di 
Italico si rivolsero per ispirazione a quelle che si vantavano veridiche 
storie ; e Benoit de Sainte-Maure, che soprattutto dal magro e uggioso 
libretto di Darete trasse, sul principio della seconda metà del secolo 
dodicesimo, i più che .30.000 versi del suo Roman de Troie, riconosce 
bensì che Omero fu « clers merveillos E sages e escientos » '), ma gli 
rimprovera che « ne dist pas ses livres veir ». Invece Daires, o Darete, 
oltre ad esser lui pure, press' a poco dunque come Omero, « clers mer- 
veillos E des set arz escientos », aveva veduto co' proprii occhi, scri- 
veva la notte ciò che vedeva il giorno e seppe mantenersi imparziale, 
benché troiano, anche rispetto ai Greci, ai nemici^). 

Certamente il fatto che al tempo di Benoit la nuova poesia non 
solo è cominciata, ma già va cercando dovunque liberamente il suo 
bene, attesta da se che un nuovo sentimento dell'arte domina già quegli 
spiriti, benché la povertà della cultura, la mancanza di senso storico 
e le false teorie artistiche tradizionali li trattengano nella vecchia 
cerchia di ciuelle bizzarrie o quasi puerilità. Poco più di un secolo 
dopo potremo leggere nel Roman de la Rose {vv. 6470 sg.),fche pur 
vive ancora in gran parte di quella vita, a proposito di {un poeta, 
di Orazio, un verso che par già la voce di nuovi tempi : 

< )r:ice.s 
Qui tiiiit ot (lo sens et de i;r!ices ; 



') Cioè : chierico, ossia letterato, di gran scienza. 

*) Potrebb'essere, del reato, che Benoit non conoscesse V llias latina, ma qnesto 
vorrebbe dir poco. Essa fu adoperata per qnalche particolare dall'autore del Roman 
de Thèbes, di poco anteriore (cl'r. E. Faral, lieoherches sur le» sourees latine» des 
conte» et roniaii» courtoi» au moyen àge, Parigi, 1913, pp. 6fi sgg.). Per nn volga- 
rizzatore di Ovidio che tenta nna qualche difesa di Omero, o dell' Jìias medesima, 
contro Darete, si veda Constans, lìoman de Troie, VI, 262 sg. 



94 JH. (!■ Parodi 

e in Italia, Dante, primo dopo tanti secoli, niostrerà <li coiiiprenderc 
e di amare un poeta in quanto poeta, con la sua stupenda apoteosi 
di Virgilio. Ma bisogna scendere fino al Boccaccio e al Petrarca por 
sentir fremere in qualche anima d' artista la brama, ancora incerta 
bensì, ma inquieta ed ansiosa di accostare direttamente le labbra al 
gran fiume della poesia di Omero, a cui si era dissetata l'antichità. 

(Jon Benoit de SainteMaure i Francesi, poco più di un mezzo se- 
colo dopo che la loro poesia (quella almeno che conosciamo) era co- 
minciata con la Chanson de Eoland — la vera Iliade della Francia, 
per il suo spirito eroico — s'erano procurati per proprio conto, se- 
condo i bisogni di una civiltà che si andava raffinando, nn^Iliade ro- 
manzesca, in cui si cantavano « le donne, i cavalier, l'arme, gli 
amori ». Poiché il troiano Darete, meglio del greco Ditti, offriva un 
nudo e preciso schema da poter rimpinzare a piacimento, e soprat- 
tutto poiché nel medioevo sui Troiani proiettava la sua luce il gran 
nome di Itoma e quello stesso di Virgilio, Benoit aveva dato la pre- 
ferenza a Darete ; ma egli non usava fare le cose a mezzo. Dopo 
aver narrato in circa 27500 versi le vicende della guerra, volle che 
il suo poema, per non lasciare nessuna legittima curiosità insoddi- 
sfatta, si chiudesse coi 'ritorni', con le avventure e le sventure dei 
duci greci reduci in patria, e ad una lunghissima Iliade accodò una 
non brevissima Odissea di circa 2800 versi, seguendo Ditti. Così il ro- 
manzo storico ai suoi inizii soddisfaceva al bisogno medievale, sentito 
forse con special vigoria da Benoit, di enciclopedica compiutezza. 

Ahimè! Soprattutto con questo scheletrico sunto dell'Odissea, dai 
tempi di Omero, fantastici ed eroici, siamo passati a quelli della 
prosa quotidiana, dall'illusione con tutti i suoi maravigliosi miraggi 
al freddo disilluso razionalismo. Non più mostri e incanti e Orchi di- 
voratori di carne umana e belle maghe; come nell'ultimo viaggio del 
vecchio e stanco Ulisse del Pascoli, le belle maghe sono scomparse, 
o si rivelano chiaramente come volgari donnette allettatrici ; i Ciclopi 
dal grande unico occhio, lucente nel mezzo del fronte come lampada 
febea, non sono più che piccoli uomini come noi, con due piccoli occhi 
miopi come noi, dediti suppergiù alle usuali bricconate di tutti, e non 
rimaniamt) soddisfatti del cambio. È una brevissima e nuda trama 
di arrivi e di partenze, come in un orario : i Lotofagi, le Sirene, Al- 
cinoo non sono che puri nomi ; l' inferno, un luogo « in quo, exhibitis 
quibusdam sacris, futura defunctorum animis dinoscerentur ». 

Benoit, col suo solito metodo, allunga, stiracchia, commenta, ma 
qui è più che mai pedisse(iuo al suo autore e non aggiunge che ])ar- 



/, ■ ■■ odissea " nella poesia medievale O") 

ticolari insigniflcauti : dei Lotofagi, che in Ditti non hanno neppure 
un aggettivo qualificativo, sa dirci che ad Ulisse e ai suoi « là ne 
lor flst oui mal ne tort » (e sembra una reminiscenza di Igino, che 
li chiama « homines minime malos ») ; 1 Lestrigoni e i Ciclopi sono 
naturalmente diventati, in lui come in Ditti, due personaggi, con due 
tìgli « qui chevaliers erent esliz », Autifate e Polifemo, ma le rube- 
rie che commettono contro Ulisse sono descritte in parecchi versi, an- 
ziché solo annunziate con una o due parole; una piccola storia d'amore, 
a cui Ditti accenna di volo, di Arene, figlia del re Lestrigone, alla 
corte, Tjare, di Polifemo, la quale « amore deperibat » di uno dei com- 
pagni di Ulisse, Alfenore, e perciò Ulisse tentò di rapirla per lui, viene 
da Benoit sviluppata in una cinquantina di versi del suo solito stampo 
(28644-700), con la piccola e facile alterazione, certo non inopportuna, 
che è il compagno di Ulisse che muore d'amore per la ragazza, quan- 
tunque essa gli dia subito iirove decisive di uguale corrispondenza. 
Polifemo 

Aveit une soror 

Fille le rei Lestrigoua. 

Danz Alplieuor tant l'aaiua, 

Qui coiiipaiiix esteit Ulixès, 

Que por li ert de la mort près. 

Alpheuor ert de liaut parage 

E chevalier vaillant e sage. 

Danz l.'lixÈB l'aveit niout chier.... 

Por Areuain le vit morir : 

Ne s'eu poii'st ja mais partir 

Que morz ne fust senz nul retor, 

Tant par ert espris de s'amor '). 

Ulisse volle dunque rai)irla, per far piacere al compagno ed a lei, 
ma ne nacque una battaglia con Polifemo, il quale — è Ulisse stesso 
che racconta queste sue avventure al re Idomeneo di Creta — 

L'ueil i perdi a tot le lueius, 
Que jo li crevai o mes niains *) : 
Ce fu par estrange aventure, 
Que la unit esteit mout oscure. 



') Traduco : « Polifemo aveva una sorella, figlia del re Lestrigone. Alfenore 
(danz, domiuus, come il nostro don, press' a poco ' il signor Alfenore ', o, arcai- 
camente, ' siri A.'), che era compagno di Ulisse, l'amò tanto, che per lei era vicino 
alla morte. Alfenore era di gran paraggio e buono e saggio cavaliere. Ulisse 
l'aveva molto caro Egli vide che moriva per Arena. Non si sarelibe potuto al- 
lontanare da lei che non ne morisse senza scampo, tanto era preso dal suo amore ». 

^) « Se non altro vi perdette un occhio, ohe io gli cavai con le mie mani ». 



96 JB. G. Parodi 



Questa 'notte oscura' non avrà probabilmente altra origine — no- 
nostante quella più misteriosa attribuitale dal professor Wettegast — 
che il bisogno delift rima ; ma è curioso cogliere qui Benoit nell'atto 
che vuol arricchire il suo racconto con le reminiscenze che aveva della 
storiella omerica di Polifemo, e dare di questa nel tempo stesso una 
interpretazione naturalistica '). Tale è la sola Odissea del medioevo, 
ed attesta così poco sforzo di fantasia, da far supporre che l'inesau- 
ribile Benoit, non meno dei suoi odierni lettori, ormai non vedeva 
l'ora di smettere. 



Se i poeti del medioevo, come vuole il Settegast, si trovavano in 
possesso di una redazione deìV Odissea estesa e fedele, ricca delle belle 
immaginazioni omeriche, come mai, nella loro affannosa ricerca di sog- 
getti, la trascurarono? Perchè xm^ Odissea, bene o male, l'aveva già 
cantata Benoit ? È una ragione (anche se non dia conto di Benoit me- 
desimo), ma non in tutto soddisfacente; e senza dubbio ci parrebbe di 
comprender meglio se potessimo continuare ad attribuir loro soltanto 
la conoscenza di quelle due ' Favole ' d' Igino o di qualche altro rac- 
contino mitologico isolato. Anche le due ' Favole ' avrebbero potuto 
bastare da sé ad ispirare poeti che, per esempio, avevano saputo trarre 
da consimili frammenti una parte così considerevole della bellissima 
leggenda di Tristano ; ma, come si capisce, non era tanto facile che 
bastassero. 

Per quanto il Settegast s' industrii a cercar nuove prove dell'esi- 
stenza di un^ Odissea latina nel medioevo, la più solida e comprensiva 
rimane quella del Fauriel, alla quale è tempo ora di ritornare. Il Liber 



') Come per la 'notte oscura', il Settegast suppone che Benoit possedesse 
nn'Odisiea latina anche per un passo sui Fonici e le avventure di Ulisse con loro 
(vv. 28909-24). In Ditti Ulisse racconta « se eum residuis (coi compagni rimasti) 
in manns Phoenicum por mare praedantium incrirrisse atqne ab his per miseri- 
cordiam reservatus ». In Benoit c'è qualcliecosa di più, raa tntto si riduce a 
qnesto, che i suoi poco benevoli apprezzamenti per i Fenici non sono che lo svi- 
luppo della frase (saltata dal Settegast) « per mare praedantium », e il carcere 
che fa snbire ad Ulisse presso i Fenici stessi è un gratuito dono di Ini Benoit a 
sno eroe, al quale aveva fatto, con molta monotonia, un ngnal dono poco prima, 
nell'episodio di Polifemo e Antifate. 



/>' •' odissea '' nella poesia mediefule 97 

mirucHlorum Sanctae Fiditi racconta ') che nn nobile signore dei diii- 
torni di Tolosa, Eainiondo del Boschetto, volendo recarsi in pellegri- 
naggio a Gerusalemme, s' imbarcò a Luni, ma fece naufragio e per 
tre giorni rimase in balìa delle onde, reggendosi sn una trave e in- 
vocando Santa Fede. Sopravvenne una masnada di pirati africani che, 
sperando in una buona preda, lo trassero dall'acqua e lo condussero 
schiavo ; ma poi, avendolo conosciuto valentissimo nelle armi, lo ado- 
perarono nelle loro guerre e lo elevarono ad alto grado. In combatti- 
menti sfortunati, passò dalle maui di questi infedeli a quelle d'altri, 
finché la sua buona stella lo fece cader prigioniero di Sanzio, conte 
di Castiglia, che lo rimise in libertà. Confortato in sogno da Santa 
Fede, partì per ritornare in patria, dopo quindici anni di assenza. 
Ma sua moglie, la quale da un servo di Raimondo, che 5,'era parimenti 
salvato, aveva avuto la falsa notizia della morte del marito, era passata 
a nuove nozze. Raimondo, per prudenza, si nascose dapprima nella 
povera casa di un suo famiglio fedele, ma un' ancella, che era stata 
sua concubina, lo riconobbe a certi segni, facendogli il bagno, e 
corse ad avvertire la moglie. La malvagia donna meditò di farlo uc- 
cidere, ma Santa Fede lo avvertì in sogno del pericolo, e, in conclu- 
sione, il non legittimo marito si ritirò in buon ordine e la donna fu 
lasciata in disparte dal vero. Bernardo si riserbo per la fine un gu- 
stoso particolare, come se prima se ne fosse dimenticato : a Rai- 
mondo, mentre era in mano dei primi pirati, era stata fatta bere una 
pozione incantata, che induceva l'obblio della patria e dei congiunti. 
Abbiamo già indicato i tratti evidentemente omerici di questo rac- 
conto, ma sono tutti ugualmente probativi per l'ipotesi di un'Odissea 
latina? Si capisce che paresse cosi al Fauriel, che forse non si ricor- 
dava di Igino; ma il Settegast, che conosce le due 'Favole', come 
mai non le rammenta neppure? Intorno ad Eumeo e al riconosci- 
mento (li Euriclea, Igino offre particolari più copiosi di quanti non 
ne abbia adoperato Bernardo per narrare il soggiorno di Raimondo 
nella capanna del servo e il riconoscimento di lui da parte della con- 
cubina '). 



') A pp. 93 sgg. dell' ediz. Bouillet. 

'■') Cfr. Periocha Od., XIV sgg. Per non trascurare alcun accenno della lette- 
ratura latina che, non essendo di puri nomi, abbia potuto avere un qualche valore 
a conservare nella tradizione scolastica il ricordo di episodii, che ci riguardino, 
dell'0(fi8«e«, rammentiamo l'allusione fatta ad Euriclea (? o Auticleaf !) da Cice- 
rone, citando Pacuvio, Tuscul., V, 16. 



98 E. fì. Parodi 



Lo stesso è da dire per la i)ozioiie incantata, ma ora però bisogna 
che i lettori, se vogliono seguirmi, si rassegnino a passare fra le 
spine erudite di certi raflronti. Le parole del Liber miracnlorum sono 
qiK^ste : « addnnt.... illuni a primis pyratis jiotionem herbipotenteni 
sumpsisse, et ita magicis praecantaminibus tactam, ut semel ex ea 
bibentes adeo lethaea oblivione hebetentur, ut nec genus ultra nec 
domum meminisse possint. Dein superna sibi miseratione Sanctam 
Fidem aiiint apparuisse, et a stupore illius oblivii excitasse.... ». Il 
Settegast ha già avvertito che la capacità di togliere la memoria è 
attribuita da Omero al frutto del loto, di cui si cibavano i Lotofagi, 
non alla pozione di Circe ; ma anche per i Lotofagi basta Igino : « qui 
cibus tantam suavitatem i^raestabat, ut qui gustabant, oblivionem 
caperent domum reditionis ». Il nostro Bernardo, che è stato tanto 
bravo da trasformare Mercurio in Santa Fede, non poteva trovare 
difìEìcoltà nell' accoppiare i Lotofagi con Circe. 

Ma le sue conibiuazioni di passi diversi furono anche più nume- 
rose e curiose che non ho detto. La sua frase « adeo lethaea oblivione 
hebetentur » echeggia una frase di Ovidio {Ex Ponto, IV, 1, 17) : 
«Da mihi.... hebetantem pectora Lethen », e probabilmente la parola 
oblimum proviene da un altro passo ovidiano, dove si parla del loto 
(ib., IV, 10, 19 sg.) : « Hos ego, qui patriae faciant oblivia, sucos.... 
emam ». E c'è di piìi e di meglio. L'altra frase di Bernardo « ita 
magicis praecantatiouibus tactam », e l'« herbipotentem » (lezione che 
il Settegast giudica "indubbiamente erronea', preferendo herbae pò- 
tentem, come ha il testo del Migue), è tutta roba di Boezio {J)e Con- 
solatioue philos. IV, metro 3), il quale allude appunto a Circe, la bella 
dea che 

MÌBcet hospitibns uovis 
Tacta Carmine pocula, 
Quo9 nt in varios modo» 
Vertit lierbipotens luanns, 

con quel che segue. 

Questi raffronti ci sei'vono a farci uu' idea più chiara del pio Ber- 
nardo. Non mettiamo in dubbio la sua sincerità e il suo fervore ; ma 
ormai possiamo asserire che se il suo primo pensiero era di giovare 
all'edificazione del prossimo, almeno il secondo fu di far bella figura 
come elegante scrittore, padrone de' suoi classici. Chi voglia darsi la 
pena di scorrere il suo libro, ne troverà prove abbondanti e caratte- 
ristiche. Egli protesta che a ciò che gli fu narrato non aggiunse nulla 
per abbellimento, ma nulla « plus aequo », più del giusto ; e si sa 



L' " OdÌKsea '' nella poesia medievale 9!) 

conio (jnesti limiti del ' giusto ' o del ' lecito ' siano oscillanti e sog- 
gettivi ! E altrove ricorda di aver severamente vietato ai frati di 
(Jouches di far trascrivere i suoi appunti, finché non potè stenderli 
in forma più ampia, « babundantiore dicendi usus genere » ; non 
però, ben s' intende, « superflua adiciens » '). E certo non gli pare- 
vano cose superflue gli abbellimenti stilistici e retorici, le descrizioni 
in cui s'indugia, le similitudini ampiamente svolte, l'improvviso tra- 
passare dalla prosa al verso, i particolari destinati ad accrescere vi- 
vacità ed interesse al racconto. Ohi sa quante cose lo zelo religioso 
a braccetto con l'amor proprio di scrittore gli facevano parere ' non 
superflue ' ! 

Dopo queste constatazioni, i)o.ssiamo con miglior preparazione esa- 
minare il passo di Bernardo riguardante il naufragio, che a prima, 
vista sembra un i)oco più favorevole alle congetture del Fauriel e 
del Settegast ^). Igino certo non basta. Egli tocca del naufragio di 
Ulisse e dell'aiuto che gli die Leucotea — di cui prese le veci Santa 
Fede — , ma non degli altri particolari, che il Settegast, voltandoli 
e rivoltandoli da ogni parte, riconosce tutti per direttamente omerici : 
non soltanto la trave a cui Raimondo s'aggrappa, e i tre giorni che 
sta nell' acqua, ma le ' marinae debacchationes ' con lo stordimento 
che ne consegue, e più ancora l'allusione al ' mostro marino ' : « ex 
quo nec hominem nec monstrum vidisset ». ' È da negare senz'altro ' 
— afferma il iSettegast circa l'ultimo particolare — ' che il direttore 
scolastico di Angers si lasciasse andare da sé a questi fiori di stile ' ; 



') Vedi lo pp. 14, 30. 

^) « At vero eiim jara aecinoris pergraiidi parte trajecta placida sulcareul 
caernla, oita subito tempestate, navis Illa scopulla illisa incidit in naufrau;iuni, 
dÌ8jecta(iue in parte.s ipsum githeynatorem cum reli((ui.s saevis verlioibus ahsorbtoa reli- 
qnit, rix diiobus reservatis, Raiumndo videlicet servoque ano, qnein fiduiu addn- 
xerat seoum. Qnornni Hervus ille, perparvae nauigii particnlae haerens, ad Italica qui- 
doni litora ejectus est.... Kaimundns vero.... imam disjectarum tfabinni similiter 
amplexiis, non ad Italiae sed Africae partes pulsus est, Sanctao Fidi8 auxilium 
inces.santer invocans, neo nmquam nomen illinn ab ore rei:iens. Et jani tertia dies tln- 
xerat, ex quo neo hominem nec monstrum vidimiet, ita inaiinis debacchatioiiilms atto- 
nitns stupefactnsfiue ut praeler naturalem tiitandae vitae intentionem, brulia etiam 
aiUmalibtts inailam, nihil prorsn.s jara saperet, .ciini ecce de iraproviso obvias habuit 

pyratariini phalanges, de Turlanda regione veniontes Et jam dnduni praedam 

sitientes, Ipso die jaotata sorto invenerant seso Ntatini praedam inventnros. Itaque 
repertum honiiueni captumque barbarico fremita circumxtrepunt, genns conditionemqiio 
rogitant.... At ille insolentia lluctuum.... sui vblitus, penitnsque rigore membra 

eorreptuB, vìx se hominem esse recordabatur, nedum ad inquisita darei responsum ». 

Ho notato col corsivo le frasi su cui dobbiamo fermarci. 



100 E, 0. Parodi 



ti indica come sua fonte i versi déìV Odissea (V, 419 sgg.), in cui Ulisse, 
ne' suoi tentativi di afferrare la riva, si duole fra sé stesso : « io temo 
che la procella afferrandomi di nuovo mi tragga, affannosamente ane- 
lante, nell'alto mare pescoso, o che un dio mi mandi contro dal fondo 
qualche belva marina (///;■« y.fiiog}, come ne nutre tante la nobile An- 
fltrite ». 

Se Bernardo sfugga i ' fiori di stile', lo sappiamo ora noi meglio 
che non Io sapesse il Settegast ; e ci domandiamo anche con mara- 
viglia fino a che punto fedele e minuta doveva essere una traduzione 
dell' Odissea, che potesse conservare perfino particolari così fuggevoli. 
Noi ci sentiamo piìi tranquilli spiegando l'allusione di Bernardo al 
' mostro ' come un suo tratto di colore, derivato, non senza artistica 
bizzarria, dall'enumerazione dei mostri già incontrati da Llisse — al- 
meno almeno le Sirene, Scilla e Cariddi — che egli trovava nella 
fonte a cui attingeva, probabilmente ancora e sempre il nostro Igino, 
e forse inoltre il suggestivo passo ovidiano dell' K« Ponto (IV, 10, 
21 sgg.) che abbiamo già veduto messo in opera da lui '). 

Che perfino per le « marinata debacchationes » e lo stordimento di 
Jiaimondo si debba ricorrere ad Omero, è una pura fisima ; ma che 
Bernardo a qualche autore pensasse, è verissimo, almeno per qualche 
espressione. Non è fusa bene nel contesto la frase : « vix se hominem 
esse recordabatur, nedum ad inquisita daret responsum » ! Epptire 
son due mozziconi di due frasi di Boezio, saldati insieme : « (Vix, 
inquani, rogationis tuae sententiam nosco), nedum ad inquisita re- 
spondere queam » (I, vi, 11. 19 sgg., ediz. Peiper) ; « (Si'd hoc quo- 
que respondeas velim), hominem ne te esse meministi?» (ib., 11. 30 sgg.). 
Infine, a tacere del sui oblitus ecc. (cfr. I, 2, 11. 6-9 e 12), anche quel- 
l'ovvio « praeter naturalem tutandae vitae intentionem etc. » non è 
che un'eco boeziana: « nos.... de naturali int«ntione tractanius;... ne 
in animalibus quidem manendi amor ex animae voluntatibus, veruni 
ex naturae principiis venit.... » (III, xi, 11. 81 sgg., cfr. 45 sgg.). E 
forse c'è altro che non son stato a cercare*). 



') I moHstra nataniia, i marina moiislra, i saeva pouti monsira (Skneca, Phaedra, 
1204J sono comuni nella letteratura latina. Qualche cosa vale per noi un pasHO 
(li Seneca tìlosofo, Epist. ad l/uoil., 88, 7: « nos.... nequìtia in omnia Ulyssis mala 
impellit. Non deest forma quae solicitet oculos, non hostis : bine monstra effer» 
et humano crnore gandentia: hinc insidiosa blandimenta aurium, Uiuc uanfragia 
et tot varietates malorum». 

*) Accenno solo qui in nota che anche nella frase « barbarico freraitu circiim- 
strepnnt » è da riconoscere il fremitu virgiliano (soprattutto «clamore excipinut 



L' " Odissea " nella poesìa medievale 101 

Ora tìnalmeute possiamo osare anche l'ultimo ardimento, e affer- 
mare che perfino i ' tre giorni ' e la tavola su cui Raimondo si so- 
stenne, non meno del frammento di nave su cui si sostenne il servo, 
non sono particolari omerici, ma virgiliani, ovidiani. Quel gubernator 
della nave naufraga, che viene in scena con tanto poca necessità, per 
scomparire subito nelle acque, non è senza dubbio che una pallida 
ombra del licio Oronte, la cui nave {Aen. I, 113 sgg.) 

iiigeim a vertice poutiis 
In puppim ferit : excntitar proniiBque magister 

Volvitur in caput 

....rapidus vorat aeqnore vortex. 

Questo rortea- è il progenitore dei itaevi rerticen di Bernardo (Virgilio 
altrove ha saevo e scopulo), come « inliditque vadis » (I, 112) di « sco- 
pulis illisa», e << disiectam.... toto.... aeqnore classem » (128) di «di- 
sjectaque in partes ». 

Più lontano dobbiamo cercare i 'tre giorni', cioè nei casi di un 
altro 'gubernator', il povero Palinuro {Aen. VI, 337 sgg.): « Ecce 
gubernator sese Palinurus agebat.... ». Il quale racconta ad Enea come 
cadde in mare : 

.... gubernaclum inulta vi forte revolsum 
Praecipitans traxi mecnm.... 

Tris notns hibemas immensa per aequora noctes 
Vexit me violentus aqua ; vix luniine quarto 
Prospexi Italiam.... 

iam tuta tcnebam, 
Ni gens crudelis madida cura veste gravatum.... 
Ferro invasisset praedamqae ignara putasset. 

Ecco dunque che Palinuro sta in mare tre intere notti, come il no- 
stro Raimondo tre interi giorni, mentre più fortunato 1' Ulisse ome- 
rico non va oltre le due notti e i due giorni. Eppure non basta: pro- 
prio « tertia lux » è virgiliano, « tertia lux classem Cretaeis sistet in 
oris» (III, 117)!') Infine, anche la «gens crudelis» di Virgilio, o 



socii fremituque sequuntur Horrisono » Aen. IX, 54), ma il circMm8(r«p«n< sembra 
provenire da altra parte: io ricordo « fremitus obstrepentiura » di Seneca, De Benef. 
IV, 21, 2; ma lo stesso circumatrepere, che non è verbo frequente, è piuttosto fre- 
(juente in Seneca. 

') Invece in « tertia lux fluxerat », il verbo può esser biblico : « aliquantuluni 
tempori» Huxerat » Gen. XL, 4 ; ma forse è ricordo generico, non di un luogo spe- 
ciale. Notiamo che il numero 'tre' ha qualche cosa di mistico e obbligatorio: an- 
che Giona sta nella balena « tribus diebns et tribus noctibus ». 



102 E. G. Parodi 



di Palinmo, è stretta jjareiite dei pirati di Bernardo, e si flguni di 
far preda, « praedam putasset », non meno di questi, che imma- 
ginano di averla trovata. 

E basterebbe il timone col quale Palinuro precipitò e al (|iiale 
dobbiamo credere che sia rimasto afferrato, per darci ragione di un 
mezzo così ovvio di salvataggio, com' è in un naufragio un' asse, un 
frammento di nave; ma anche Ovidio reclama i suoi diritti. L'ovi- 
diano « alii parte» et membra carinae Trunca tenent : tenet ipse 
manu.... Fragmina nuvìgii Ceyx » {Metam. XI, 559 sgg."* della nota 
tempesta, ci dà due frasi che si fondono nell'unica « perparva na- 
vigli particula » '). Più inaspettato è un altro riscontro, con tant« 
facce che abbiamo già veduto prendere a Santa Fede ! Eai mondo 
nuota « Sanctae Pidis auxilium incessanter invocans, nec unquam no- 
nien illius ab ore reiciens » ; ma questo doppio membro di frase, che 
ha qualche cosa di superfluo, apparteneva in origine al povero Ceice, 
e Santa Fede ha usurpato il posto del suocero dì lui, Eolo, del padre. 
Lucifero, e della tenera sposa Alcione : 

Soceniraqiie patreiiii|iie 
Iiivocat ben ! frustra, ned plurima iiaiitis in ore 
Alcyone codìuiix : illam meninitqiie refertque.... : 
Dnm natat, abseutein, qiiotiens siiiit hiscere tluctus, 
Nominat Alcyouen, ipsisque imniurmurat undis *). 



') È forse Muporlliio aggiungere che tavole, frammenti di nave, ecc., galleg- 
giano anche altrove; Ditti, in principio del lib. VI: i compagni di Aiace Oileo 
cercano di salvarsi « per nocteni, tabulis aut alio ex naufragio levamine fluitan- 
tes » ; Apollonio di Tiro, 12: « Apollonius vero unius tabulae beneficio in Pentapo- 
lìtaruni est litore pulsus » ; Periocha Od., XII: « fulmine ad unum omnes intereunt, 
excepto Ulyxe, qui fragmento lacerae navis cohaerens et admìnìcnlo ejus adiutus, 
ad Ogygiam insulam solns euavit ». Qui cohaerens, che risponde ad haerens di Ber- 
nardo, dà da pensare, come forse qualche altra frase. 

^) Lo spazio e 1' indole dell' articolo non ci permette di illustrare con altri 
esempi il metodo di Bernardo; prendiamo il primo che ci capita, pp. 179 sg. : un 
fanciullo racquista la vista, e Bernardo fa la sua bella descrizione: « Sed uè longìs 
immoremur ambagibus, lux caelitus eniissa paulatim extinctas din palpebras eepit 
•serenare (verbo virgiliano), veluti raortunm carbonem modica ignis scintillula apo- 
sita, solet usque ad perfeotnm vigorem ignire (Metam. VII, 79: « Utque solet ventis 
alimeuta assumere qiiaeque Parva sub inducta latnit scintilla favilla, Crescere et 
in veteres agitata resurgere vires » : non 6 lo stesso, ma Bernardo certo vi pensò, 
per rifare a modo suo il biblico « a scintilla nna augetur ignis »). Sicque obposi- 

tarum rerum formas quasi per lunam obscuram (« ibant obscuri solam per noctem » 

e «Quale per incertam Innam.... » di Virgilio, VI, 268, 270).... Unde facti onines 
iuetfabili gaudio repleti, ludifluis (sni tipo di J'roiidijiuus , mellifluus di Boezio f) eia- 



7j' •' Odissea'' nella poesia medievale 103 



Svelato il mistero dell'intiero i)asso, ciertiamo che si dilegui il fan- 
tasma (li quell' Odinsea latina, che nella sua vaporosa e propizia ombra 
era nato '). 



Il vecchio Igino, che abbiamo rimesso ne' suoi diritti, potrà ba- 
stare ora quasi a tutte le nostre esigenze, naturalmente purché non 
pretendiamo troppo. Certo egli non i^otrebbe aiutarci a intravvedere 
un Ulisse in quel giovinetto così pieno della gioia e della poesia del- 
l' amore eh' è Aucassin, una città di Lotòfagi nella fantastica Torelore 
dove approda con la sua Nicolete (Tore- per l'alo-, da Loto- !) '), e un 
Alcinoo nel buffonesco sire torelorense, che « gisoit d'enfant » al posto 
di sua moglie ! ^). 

Molto ragionevolmente invece si richiama il Settegast alV Odissea 
per l'eroe che dà il nome al poema medievale tedesco Orendel; il 
quale, avendo patito anche lui naufragio, imita la delicatezza di Ulisse, 
che davanti a Nausicaa copre con un ramo frondoso la propria nu- 
dità, coprendosi ugualmente davanti, già, ad un pescatore. È un ri- 
cordo dell'Odissea, che Orendel avrà trovato in un Apollonio di Tiro 
più ampio del nostro, dice un germanista. Pura Odissea, l'Odissea la- 
tina, ribatte il romanista Settegast. Io credo che basti Igino, benché 
il testo che ora ne abbiamo sia piuttosto confuso : « (TJlyxes) nudus.... 
ex arborum foliis se obruit, quaNausicaa etc. lUe erepsit e foliis.... ». 
Del resto, poiché le Periochae esistono e V Odissea latina per ora non 
esiste, sarà sempre da confidare in quelle piti che in questa ; e le Fe- 



moribuB luagnura aora ferinut (« volat ille per ai'ia magmi m » Aen. 1, 300; « ferit 
aethera clamor nanticns » V, 140), totaraque basilicam in laudum praeconia resul- 
tare cogiiut (« pulnati coUes clamore resultaiil. » ib., 150). 

') Il uomo della regione africana da cui vengono i pirati è l' irreperibile T»r- 
landa, che sarebbe forse per il P. Ghesquier la Tunisia o Tunetana: quasi Turzo- 
landa, <c a loco apud Ptolemaeum Turzo dicto ». Il Settegast pensa a Loto- Tolo- 
landa, col primo membro estratto dal nome dei Lotofagi ! Certo, piuttosto che que- 
sta è meglio la congettura del dotto P. Ghesquier, e perfino si potrebbe pensare 
direttamente a un'alterazione di Tune-landa Tiinl. Ma l'ardire del Settegast infonde 
ardire anche a me, che sarei quasi per proporre un Tyr{i)landa, inventato abil- 
mente dal nostro Bernardo, pensando che Cartagine fcioè Tunisi; era Tyria uris. 

*J II Settegast qui è recidivo: vedi la nota precedente. 

') Forse gì' innocui toreloriani sono la caricatura anche di certi popoli orien- 
tali delle leggende di Alessandro ; ma per nomini che fanno la donna v. Pomponio 
Mela (I, 9) : « forum ac negotia ferainae, viri pensa ac demos curant ». — Al- 
ciuoo si nominava per i pometi, v. Georg. II, 87 e gli scoliasti, spec. Probo. 



10-t E. O. Parotli 



riochae dicono chiaramente : « ut erat nudus erujjit, foliorum oppo- 
si tu pudenda velatus ». Tale e quale il pudico Orendel : « Daz hielt 
er fùr sin schame ». 

Molto assegnamento fa il Settegast sul Biteve de Hamtone, poema 
francese dei più notevoli. Noi, sfrondando tacitamente '), terremo conto 
soltanto della donna che riconosce l'eroe, e sa di una sua cicatrice 
(come in Igino Euridca « ex cicatrice Ulyssem esse cognovi ») ; e po- 
tremmo anche ravvisare alla lontana Calipso (e in piccola parte Circe) 
nella giovinetta, signora di Sibele, che costringe Buovo a sposarla e 
poi generosamente lo rende alla cara moglie legittima. In Igino man- 
■cherebbe soltanto il riscontro dei lamenti che Buovo fa, come l'Ulisse 
omerico, pensando alla moglie lontana ; ma non si vuol dunque lasciar 
nulla all' invenzione dei poeti ? Del resto, l'amorosa impazienza di 
Ulisse traspare, oltrecchè da un verso di Properzio (IV, 11, 31), e 
<lal « contempta Calypso » di Claudiano {Laus Serenae, 24), da due 
versi di Ovidio {Ars. am. II, 125 sg.), che potevano aver contribuito 
a, conservarne la notizia nella tradizione scolastica ; 
O quotiens illuui doluit properare Calypso, 
Remigioque aptas esse negavit aquas ! 

Dalla vendetta che Buovo fa sul patrigno ci sarebbe poco da rica- 
vare (anche a voler aiutare il Settegast, suggerendogli il lontano raf- 
fronto del travestimento di Buovo in medico con Ulisse che si ac- 
«oncia ugualmente per penetrare in Troia), se qualche cosa di più 
consistente non ci offrisse una singola redazione del romanzo. Buovo 
■e tre compagni (con 100 cavalieri) uccidono il portiere del palazzo del 



') Buovo da bambino è venduto iu Egitto (o altrove) come schiavo, ma ben 
presto fa conoscere il suo valore nelle armi e il re lo solleva ad alti onori. Per 
una calunnia cade in disgrazia, ed è mandato al sultano di Damasco (o altrove) 
con una delle solite lettere bellerofontee, in cui è scritto: «metti il latore iu pri- 
gione » (o « uccidilo »). Sta sette anni in carcere e ne è liberato per aiuto sopran- 
naturale. In questo racconto, dove il Settegast vuol vedere al solito 1' Odissea — 
cioè echi specialmente della storiella che Ulisse (XIV, 257 sgg.) racconta ad Eumeo, 
per non darsi ancora a conoscere — furono già riconosciuti i motivi biblici di Giu- 
seppe venduto schiavo e di Uria (cfr. C. Jordan, nei « Beihefte zur Zeitschrift f. 
romau. Philologie », XIV, pp. 37 sgg. ; cfr. BojB, ib., XIX, 79 sg.), che nella 
poesia medievale francese hanno echi molteplici, piìi o meno mescolati e turbati. 
Forse gioverà a far crescere la fede nelle dirette derivazioni bibliche accenuare che 
la liberazione quasi miracolosa di Buovo dal carcere fa venire in mente (oh pro- 
fanazione !) la veramente miracolosa liberazione di San Pietro, Actus Apostolorum XII. 
— Osserviamo infine che il racconto di Giuseppe o qualchecosa di simile è anche 
a fondamento della storia di Raimondo, narrata dal nostro Bernardo d'Anger». M» 
le storie di pirati e di venduti schiavi sono, dall'antichità in poi, inuumerevoji. 



// " Odissea" ìidla poesia medievale 105 

re, «li cui il patrigno di Buovo, Doon, era siniscalco; chiudono la porta 
e vi lasciano due di loro a guardarla, perchè nessuno dei nemici esca 
a cercare aiuto in città ; poi, entrati nella sala, mentre il banchetto 
reale era sul finire, Soibaut, il fedele di Buovo, raggiunge il tradi- 
tore Doon, che porgeva al re da bere, gli strappa la tazza e lo col- 
pisce al volto con un pugno. Segue uno dei soliti giudizi di Dio, il 
combattimento di Buovo col patrigno. Non si può negare che viene 
in mente la grande scena di Ulisse, che, unito con Telemaco, Eumeo 
e Filezio, rinchiude nello stesso modo i Proci dentro la sala; né, d'altra 
parte, Igino ci aiuta abbastanza, perchè gli manca il particolare delle 
porte serrate. Lo conservano invece, insieme con qualche altro, le 
Periochae : « Ulisse.... chiude le porte, affinchè i Proci non abbiano 
per dove sfuggire; tende l'arco.... e prima trafigge Antinoo... ; Eu- 
meo, Telemaco e Filezio fanno grande strage.... ». Ma un accorgi- 
mento come quello del chiuder le porte non doveva venire in mente 
da sé? E sarà necessario per così poco pensare ad altra fonte che a 
quella generica di Igino, di una sala di palazzo regale, dove l'eroe 
s'introduce a compiere la sua vendetta? Per un di più, rammentiamo 
le scene ovidiane (in parte omeriche) di banchetti cruenti, quella in 
ispecie delle nozze di Perseo {Metani. V, 1 sgg.); ma rammentiamo 
soprattutto che portieri, a cui succedano spiacevoli casi come a quello 
del Buovo, non sono rari nell' epica francese, e che per es. nel Girard 
de Vianne c'è anche il banchetto, il siniscalco battuto, ecc. '). 

Abbiamo la fortuna di poter finire con un raffronto un poco più 
organico, anche sotto il rispetto artistico. Il poemetto intitolato La 
folie Iristan (la pazzia di Tristano}, è di sicuro, come ha osservato 
l'Hoepffner, un'elaborazione del motivo omerico del ritorno di Ulisse, 
specialmente in quella delle sue due redazioni che è contenuta in un 
codice di Berna. Forse è da tener conto anche di ciò che sembra ri- 
manga di una forma primitiva della narrazione nel rifacitore tedesco, 
Eilhart d'Oberg, del vecchio Tristano di Beroul, e anche nei conti- 
nuatori del Tristano di Goffredo di .Strasburgo : Tristano che, fingen- 
dosi pazzo, batte Andret e maltratta il nano Melot, può far venire 
in mente la scena, a cui accenna anche Igino, di Ulisse con Irò*). 



') Vedi inoltre Boyk, loc. cit., 71. In altre redazioni del Buovo la scena si 
trova iu principio e non ha nessuna relazione con 1' Odissea; ma io ho voluto es- 
ser compiacente, accettando i dati del Settegast come gli riescom» più favorevoli ; 
uè d'altra parte è il luogo di discutere di redazioni. 

*) Cfr. la Periocha Od., XVHI. Alle contumelie in genere sopportato da Ulisse 
da parte di servi e ancelle accenna Cicerone, De Off. I, 31. 

Atene e Roma. K. S. 8 



](lt; /,'. '.. Parodi 



La redazione bernese della Folie Trintan, che senza dubbio è più 
vicina all'originale (malamente sciupato, checché ne dicano, nell'altra, 
di Oxford, notevole solo per maggiore felicità di espressione), racconta 
che Tristano, bandito dalla corte del re Marco, vi ritorna, per rive- 
dere Isotta, travestito da pazzo. Davanti alla corte dice mille stra- 
nezze e soprattutto osa, per farsi riconoscere da Isotta, far le più in- 
discrete allusioni alle vicende del loro amore, senza ottenere lo scopo 
ma mettendola in un grave imbarazzo. Partito Marco, Isotta manda 
la fida Braugien a cercare lo strano e incomodo personaggio, e questa, 
sentendosi chiamare da lui per nome e osservando la bellezza delle 
sue forme, lo riconosce. Ma non già Isotta, eh' era sempre piena di 
collera contro il finto pazzo. Brangien la rimprovera vivamente : 

Dame, fait eie, quel seiiiblant 

Faites ali plus loial amant 

Qui oiiques fust ne jamaìs soitf... 

Ma Isotta non cede. Tristano le rammenta, ad una ad una, altre 
avventure, anche molto segrete, del loro travagliato amore, e, poiché 
continua a mostrarsi diffidente e ostile, la invita a far venire il suo 
cane Husdent, ch'era rimasto i)resso di lei. Il cane si slancia incontro 
al padrone con una frenesia di gioia, e Isotta si turba un poco, ma 
pensa : non sarà costui uno stregone ? Finalmente la vince la vista 
dell'anello che aveva donato a Tristano, e allora si commuove, do- 
manda perdono, cade svenuta. 

Oltre a Brangien, che risponde ad Euriclea, il particolare omerico 
più evidente è qui Husdent. Nel Tristano i cani ebbero fortuna, e 
come il levriere di Apollo del romanzo in prosa è l'erede dei cani eroici 
classici ricordati da Plinio, da Solino, A&W Exaiimeron, così qui Husdent 
continua il quasi unico ricordo (un altro è in S. Agostino, De Mo- 
nica, I, 4) che si trovi di Argo, l'illustre cane omerico, nella lettera- 
tura romana, quello di Igino: « quem (Ulyxem) canis cum agno- 
sceret et ei blandiretur, Eumaeus eum non recognoscebat, etc. ». E 
Husdent (a differenza di bestie di forse uguale origine, come il ca- 
vallo Arondel di Buovo d'Antona) ha la vera vita di un personaggio,, 
mescolandosi nell'azione: ma già le parole di Igino contengono il 
germe di questa sua azione, cioè del contrasto fra la prontezza del 
cane e la tardità della donna. 

Non è però per Brangien o per Husdent che a me pare singola- 
rissima la somiglianza dejla Folie Tristan con V Odissea. Fra i lettori 
déìVAtene e Roma, certo io solo ricordo un articolo di molti anni 



£' " Odissea" nella poesia medievale 107 

fa '), in cui si cercava di determinare il carattere dell'omerica Pene- 
lope, considerando come la prima commedia dell'antichità la scena 
tra lei ed Ulisse e, più in disparte, Telemaco : lei, la donna non meno 
diffidente e testarda che fedele e prudente, e testarda appunto per- 
chè fedele e prudente; Ulisse, accorato ma temperatissimo ne" s;ni 
rimproveri ; Telemaco, vivacissimo nel biasimare l'apparente iudifle- 
renza della madre. Nella Folle Tristan lo stupendo tratto omeiiaj ài 
carattere, che compie e rivela intiera Penelope, è ridotto a pura 
bizza e scarsezza d'acume, che non fa grande onore ad Isotta ; ep- 
pure, a stento riusciamo a persuaderci che l'una non sia un rimpic- 
ciolito riflesso dell'altra. 

I critici antichi e, direi, anche i moderni) non compresero troppo 
che Penelope non era una creazione minore di Ulisse, o dello stesso 
Achille, se non in quanto a rappresentare sotto specie universali il de- 
stino umano, la commedia vai sempre meno della tragedia. Certo è che 
nella letteratura latina non v' è cenno della cocciuta resistenza di Pe- 
nelope, e neanche Igino, almeno l' Igino che conosciamo, vi allude. 
Fa però eccezione il sunto di Ausonio: « Euryclia nutrix.... Penelo- 
pen de sonino excitat. Quae advenientem ad se maritum non temere 
ipsum esse sibi persuadet : quadam cubiculi lege et genialis lectuli 
positu, sibi tantum et Ulixi cognito, an ipse sit maritus explorat » *. 

Questo piccolo spunto, o un altro consimile, o una tradizione sco- 
lastica fondata su di essi ^) poteva bastare a dar vita all'Isotta della 
Folie^ Credo di sì, e non mi par nemmeno necessario ricorrere al- 
l'aiuto di qualche motivo popolare. Infatti, l'Isotta cocciuta della Fo- 



') E. G. Parodi, Ulinse e Penelope nelle ullime scene dell' ' Odissea ', X, 161 sgg., 
215 sgg. 

') In Ausonio è anche il particolare che Penelope inaiula a chiamare Ulisse e 
questi va a lei, seuza però darsele a conoscere. Due allusioni alla diffidenza di 
Penelope verso il reduce marito, che da sé non potevano riuscir chiare, si trovano 
in Cicerone, Ep. ad Faniil. I, 10, e in Seneca, Ep. ad Lucil. 88, 7. 

') Non è improbabile che un testo d'Igino migliore del nostro contenesse 
qualcosa di piti, o che dal testo che abbiamo la tradizione scolastica sapesse ri- 
cavare che Penelope dapprima non aveva riconosciuto il marito. Infatti Giovanni 
di Salisbury nel PoUcratico (ed. Webb, I, 24 sg.) accenna al cane che riconosce 
Ulisse con questa frase: « cum eum Ulyxeni) pudica Penelope et affectiis Tele- 
machi non agnosceret reverteutem ». Ora, ciò ch'egli dice di Ulisse (cfr. II, p. 86) 
deriva da Igino; un Igino, bensì, che per la forma di qualche i)arola sembra più 
vicino al testo usato dallo Scoliaste di Stazio o dai Mitogratì vaticani, pubblicati 
dal Bode. (Il secondo ili questi poi, nnmm. 211, 212, p. 146, inserisce anche le 
considerazioni allegoriche di Fulgenzio, di cui si serve pure il PoUoraHcus). 



108 E. 6. Parodi 

He non è una vera intuizione drammatica del suo autore, ma i)iut- 
tosto un curioso prodotto, quasi meccanico, della sua intenzione, fra 
artistica e pratica, di trovare un espediente per jwter enumerare i 
fatti più singolari e bizzarri dell'amore di Tristano e Isotta, per 
esporre cioè in brevi accenni tutta la materia della nota e favorita 
leggenda. 



Igino ci si è palesato adunque sempre più come una delle fonti prin- 
cipali per il medioevo della cognizione dei miti classici, e, strane vicende 
delle cose del mondo, come un ispiratore di poesia. Anche mentre il 
medioevo finisce e cominciano a piovere tutt' intorno i raggi del ri- 
nascimento, Giovanni Boccaccio, raccogliendo nella Genealogia degli 
dei non solo quanto gli era possibile ricavare da una larga esplora- 
zione delle fonti latine, ma quanti particolari la sua nobile e commo- 
vente curiosità riusciva ad attingere alla lutulenta fonte del greco 
Leonzio intorno al gran libro chiuso d'Omero, esponeva pur sempre il 
contenuto dell'Odissea copiando Igino, con in i)iìi soltanto brevi giun- 
terelle di non troppo notevoli particolari omerici. E ciii che neìV Odissea 
non si contiene, la morte di Ulisse, proviene da Ditti, benché sia messo 
dal Boccaccio sotto l'egida di quel suo misterioso Teodonzio. 

Ma nel passo della Genealogia degli dei il Boccaccio, narrando di 
Polifemo, si allontana da Igino e da Omero per una strana altera- 
zione : Ulisse e i compagni fuggono dalla spelonca, non tenendosi 
sospesi sotto il ventre dei montoni, aggrappati alla loro lana, ma « arie- 
tum pellibus involuti ». Questa inattesa novità ci rammenta che pro- 
prio l'episodio di Polifemo fu ed è soggetto di innumerevoli racconti 
popolari, « nelle lande deserte della Lapponia come tra le montagne 
del Caucaso, sulle coste rocciose della Scozia come tra gli oliveti si- 
ciliani » '). Anche in questi racconti è spesso rappresentato in tal modo 
l'espediente di Ulisse. 

Ohe le novelline derivino àalV Odissea non pare probabile, se non 
per casi speciali e determinati luoghi, anche perchè nel loro tipo ori- 
ginario non figura il particolare del finto nome Ovth, Xessiino, Selbst, 
attribuito a S(i dal protagonista; ma qua e là compaiono in esse motivi 



') Così OSCAK HackmaNN, Die Poli/pliernsage in der VolksiiberlieJ'erung (Helsiiij;- 
fors, 1904), che, seguendo al (irimm, al Nyrop o ad altri, raccolse il ma<;gior 
numero di varianti della novellina, dneceatoreutuua, e le illnstrò con bella per- 
spicuità. 



£' '• Odissea " nella poesia medievale 3 09 

che ci richiamano (lirettamente ad Omero. lu un racconto turco tataro, 
e, ciò che più importa per noi, in una leggenda islandese, databile 
(sec. XIV) e proveniente da fonte latina, il gigante accecato si ri- 
volge con carezzevoli parole all'ariete sotto il qaale è Ulisse. jS'atu- 
Talmente non c'è neppure un appiglio per fare supposizioni'). Una 
delle nostre novelline si trova inserita anche in quella redazione del 
Libro dei Sette Savi che il monaco francese Giovanni di Alta Selva 
compose in prosa latina (1172-1212) col titolo di Bolopathos, e fu poi 
tradotta anche in versi francesi. Essa attribuisce alla greggia del gi- 
gante un bel privilegio : per quanto il gigante la scemasse ogni giorno 
di un capo per 1 suoi pasti, ritornava la sera all'ovile sempre nello 
stesso numero. È, come il Settegast immagina acutamente, un con- 
fuso ricordo degli omerici armenti del sole, che non crescevano e 
non diminuivano mai? 

Anche all' Hackmann par di riconoscere la traccia di Omero in 
una novellina ungherese, dove i compagni del gigante accecato che 
inseguono i colpevoli fino alla riva del mare, al vedere la loro barca 
già lontana ruggiscono in modo così orrendo che il mare si sconvolge. 
Ma questo è un ruggito virgiliano ! Anche Virgilio infatti {Aen. Ili, 
672 sgg.) ha il ruggito ma non il lancio delle pietre. Questo adorna in- 
vece una novella delle Mille e una notte, dei viaggi di Sindibad ; ma 
tutto ciò non avrebbe importanza per noi, se non fosse che special- 
mente la piccola e fantasiosa Odissea orientale di Sindibad ci lichiama 
alla memoria la piccola e altrettanto fantasiosa Odissea occidentale, 
dimenticata dal Settegast, che si chiama la Xavigazione di San Bran- 
dotto, latina, ma d'origine celtica e tradotta in quasi tutte le lingue 
medievali d'Europa, in versi e in prosa. 

Il santo e i suoi monaci, errabondi pellegrini del mare, giungono 
presso un' isola « tutta piena di fucine e di ferrari. E ogni fucina 
aveva il s^io ferraro,... e ciascuno martellava per sì gran forza e con 
tanto romore, che se non fosse stato altro enferno, quel sarebbe stato 
troppo.... ». Si allontanano sgomenti, « e incontanente e' venne uno 
mal vecchio barbuto in su lo lido del mare, e recava in mano una 
tanaglia e una pala di ferro tutta ardente di fuoco ; e veggendo che 
la nave era partita, elli gitta lor dietro quella pala del ferro ; ma, 
come piacque a Dio, elli nolli giunse, ma dove ella diede, tutta l' ac- 



') Nella letteratura latina ne fa cenno, credo, solo Cicerone, S'usciti. V, 39 : 
« Polyphemum Homerus.... cum ariete etiam conloquentem facit, eiusqne laudare 
fortunas, qviod qua vellet ingredi posset etc. ». 



110 E. O. Parodi 



qua fé' bollire fortemente ». Giungono altri simili demonii — poiché 
naturalmente son demonii — e scagliano dietro alla nave altri simili 
proiettili, per fortuna altrettanto invano '). 

Non navigava qui l'autore della Navigatio in piena Eneide ? Il me- 
dioevo sapeva troppo bene che i vulcani non sono che bocche e spi- 
ragli dell' inferno, e perciò, per descrivere l' isola dell' inferno, il pio 
autore fuse insieme la descrizione dell'Etna, che apre l'episodio di 
Achemenide o di Polifemo (III, 571 sgg.), con quella di Lipari, dove 
sono le fucine dei Ciclopi (Vili, 416 sgg.) : qualche parola virgiliana 
si può ancora riconoscere con sicurezza '). Ad un tale conoscitore di 
Virgilio non si farà il torto di negare altrettanta pratica di Ovidio; 
e certo da questo {Metam. XIV, 181 sgg.) proviene il motivo di quel- 
l'inefficace bombardamento della nave. Solo per scrupolo rammen- 
tiamo pure la breve allusione, probabilmente ovidiana, della Tehaide 
di Stazio (VI, 716-18), a cui nulla aggiunge la glossa del suo sco- 
liaste^). 

Come molta parte della Navigatio, questo suo episodio ricalca un- 
testo irlandese che fu attribuito all'ottavo o nono secolo. Ma se fosse 
vero ciò che ha creduto di dimostrare un celtista come lo Zimmer, che 
nei secoli settimo od ottavo, nell' Irlanda, fiorente di studii, dello stu- 
dio in ispecie di Virgilio e d'Ovidio, il genere letterario degli imrama, 
o 'navigationes', sorto allora nell'isola. La adattato un contenuto 
indigeno alla cornice virgiliana del viaggio di Enea, noi avremmo qui 
indirettamente il più compiuto riflesso dell'Odissea, in quanto essa è 
una grande e maravigliosa ' navigatio ', tutta impregnata dell'odor del 
mare, tutta animata dal terrore e dall'amore che ispira. 

Era però sempre poesia in potenza piti che in atto ; la poesia non 



•) Cito lii traduzione italiiina pubMicata dal Villart, Antiche leggende e tra- 
dizioni che illustrano la ' Divina Commedia' , p. 94. Invece dello strano pala del ferro 
il testo latino ha « massa ignea de scoria iiniuense magnitndinis ac ferroris ». 

') Quel diavolo accorre « portans forcipem in manibus cura massa ìgnea de 
scorie....»: cfr. Aen. Vili, 453: (Cyclopes) versant.... tenaci forcipe niassam ». 

■*) Dei Polifemi scopre il Settegast, Polyphemm., neW Huon de Bordeaux, nel 
Chevalier au lion, nel Buovo, ma mi pare che passi un poco il segno. Che, per es., 
uel gigante antropofago Dnuostre deìVSuon si nasconda il Polifemo delle novelline, 
è quasi tanto arbitrario e inutile affermarlo come negarlo; e perchè non potrei 
affermare io invece che discende dal Caco di Virgilio, dei Fasti, di S. Agostino! 
Fuori del suo castello Huon vede quattordici cadaveri di sventurati che Dunostre 
aveva sorpreso e catturati nel bosco per farne suo pasto; ma anche davanti alla 
caverna di Caco «semper.... recenti Caede tepebat humus, foribusque adtisa su- 
perbi Ora virura pendebant ». {Jen. Vili, 195 sg. ; cfr. Fasti, I, 557 sgg.). 



L'-'0di8sea" nella poesia medievale 111 

di un individuo, ma, per cosi dire, di un genere, nella quale l'indi- 
viduo è assente o troppo poco presente. L'anonimia della poesia me- 
dievale, e, più largamente, della cosiddetta poesia popolare o popo- 
lareggiante, non è che un simbolo della sua natura : v'è uno stile del 
genere o dell'epoca, ma non dell'individuo: l'individuo (anche se co- 
minci ad avere un nome, come Benoit de Sainte-Maure) non è forte 
abbastanza per dominare sul tipo collettivo se non in rari momenti, 
e ne rimane dominato e assorbito. Da questo destino non si salvano 
intieramente neppure la Vhanson de Roland o i Kihehinght, che perciò 
non sono Vlliade. 

Ma venne Dante, la prima, la sola voce, individuale insieme e 
collettiva, del medioevo, il suo vero epico, e il tragico e il lirico, il 
nuovo più complesso Omero. Il suo spirito trovò spontaneamente la 
via di comunicare col grande confratello antico, che gli rivelò i se- 
greti più profondi e più poetici di quel suo poema dell'equilibrata 
saggezza umana in lotta colle forze misteriose della natura. Tanto è 
vero che l'essenza di una creazione poetica è raccolta nel suo lumi- 
noso micleo centrale, rivelato in un primo lampo dall' ispirazione al 
poeta, e che in esso sopravvive, anche se periscano i suoi sviluppi, 
tutta l'originaria potenza di vita. Bastò a Dante quel nucleo, sui)er- 
stite nella rappresentazione tradizionale, per intuire l'uno e l'altro pro- 
tagonista dell' 0*/sse«, Ulisse e il mare: e per lui Ulisse risorse più 
grande, nella sua nuova eroica brama di conoscenza ; risorse in quel 
suo medesimo ambiente naturale e originario, l' immensità fascinatrice 
del mare, ma dominato ormai così tragicamente dal fatale fascino, da 
amare per esso la morte. 

È probabile che la creazione dantesca, benché in essa confluiscano 
le varie allusioni classiche ad Ulisse e anche ad una sua peregrina- 
zione oltre le colonne d'Ercole, abbia avuto la sua vera ispirazione 
da un passo del De Finibus (V, 18), dove Cicerone, traducendo i 
versi omerici delle Sirene, in cui aftermano che nessuno mai le aveva 
ascoltate senza che 

variis avido satiatns pectore iimsia 
Doctior ad patrias lapsus perveuerit oras, 

fa alle loro parole questo elevato commento : un uomo come Ulisse 
poteva temere del canto delle Sirene solo in quanto gli promettesse 
il sapere, « scientiam, quam non erat mirum sapientiae cupido patria 
esse cariorem ». Qui Dante intravvide il suo eroe che, per puro amor 
di sapere, abbandonando la famiglia e la patria, si avventura sul 



112 E. Latteg 



mare ignoto e vietato '). Ma Cicerone traduce e interpieta i versi di 
Omero : non dovettero perciò le sue parole avere una ben piìi pro- 
fonda risonanza nell'anima di Dante? Ad ogni modo, e con questi 
versi ciceroniani e coi due oraziani della Poetica (afiBni ad alcuni della 
seconda Epistola, 18 sgg.) *), che hanno pure una loro efficacia e da 
Dante furono certo intensamente meditati, noi ci troviamo finalmente 
tlavvero, per una volta tanto, in cospetto di un'Odissea latina. 

E. G. Parodi. 



PEK L'INTERPKETAZIONE DEI TESTI ETRUSCHI MAGGIORI 
E PER LA POSSIBILE PARENTELA DELL'ETRUSCO COL- 
L'HETHEO E COL LIDIO, OLTRE CHK COL LATINO. 

Il bene meritissimo etruscologo Herbig, continuatore iusieme col Da- 
nielsson e col nostro Nogara « adiutor » del Corpus Inscriptionum etrii- 
scarum, concedendo testé a noi « italianissimi », quali onoratamente ci 
chiamò, non senza benevola ironia, lo Skiitsch nel suo compendietto ornai 
quasi classico ^) intorno alla « lingua etrusea » *), in primo luogo che i 
numerali etrusclii ci e «'a poterono valere 5 a 6 ; in secondo luogo che il 
suffisso, per lo più matronimico, -al potè esser nominativo come il lat. -alis, 



') E. G. Parodi, nel « Bullettino della Società Dantesca italiana », N. S., Vili, 
1901, 287 8gg.; XXIII, 1916, 28; I. Sanksi, L'ultima naviyazione di Ulisse {da Omero 
a Dante); Milano, 1919. In questi scritti sono anche enumerate con sufficiente com- 
piutezza le allusioni classiche ad un'ulteriore peregriuazione di Ulisse. Con Cice- 
cerone, è certo che Seneca dovette contribuire a formar l' tJlisse di Dante, e per 
la sua allusione a possibili peregrinazioni di lui oltre i mari noti (« Non vacat 
audire, utrum inter Italiani et Siciliam iactatns sit, an extra nobis notuui orbem », 
Ep. ad Cucii., 88,6), e soprattutto per la gloria di sai)iente eroico che gli riconosce 
(« Ulyssem et Herculem.... Stoici nostri isapientes pronuutiaverunt invictos labo- 
ribus, et conteniptores voluptatis, et victores omnium terrorum », De Const. Sap. II, 1). 
Ai passi comunemente citati per le peregrinazioni di Ulisse, è da aggiungere Servio, 
ad Aen. VI, 107, che sembra l'eco di discussioni che si facevano, quelle discus- 
sioni clis Seneca deride: «quamquam (Homerus) fìngatnr in extrema Oceani parte 
Ulixes fuisse: quod et ipse Homerus falsnm esse ostendit qualitate locorum quae 
enumerat, et eS: tempore navigationis; dicit enira (si parla della discesa di Ulisse 
all'inferno) eum a Circe unam noctem navigasse et ad locum venisse, in quo liaec 
sacra perfecit: qnod de Oceano non procedit, de Campania manifestissimum est ». 

') Un' eco del principio dell'Odissea anche in Cassiodoro, Variar., I, 38 (edi- 
zione Mommsen, p. 36) : « Ulixes Ithacus.... cuius sapienbiam.... maxime Homeri 
nobile Carmen asseruit, quod multas civitates et populos circuraivit.... ». 

3) La lingua etr., trad. ital. del Ponirandolfi, Firenze, Barbèra, 1909 (con 
giunte e correzioni dell'Autore), p. Ho. 

*) G. Hbrbig, /»»cA. aus Sttessula, nel Jih. Mus., 1908, LXIV, p. 136. 






Pif V iiiteiprctiizion)' dei tenti etritschi maytiion, ecc. 113 

anziché segnacaso genitivo, conforme alla ostinata persuasione degli avver- 
sarii dell' italianità od arianità etrusea; e finalmente in terzo luogo che « il 
genetivus genetivi -ila tanto straordinario a noi indogermanisti », come 
ignoto (al pari di -al e del maritale -su) ai testi più antichi, non può quindi 
ornai più stimarsi « positivo documento » dell 'anarian ita paleoetrusca, di- 
chiarò € non passargli tuttavia pel capo » uè che ei e «'a rispondano sotto 
il riguardo etimologico a lat. qtiinqiie sex, né che il numerale thn possa 
mandarsi con lat. duo, né che -al possa pareggiarsi a lat. -alis : ed anzi 
poco importare iu ogni caso le predette concessioni, perchè « il tentativo 
ripetuto di rannodare l'etrusco al latino, all'umbro, all'osco, e pure al- 
l'armeno, sempre falli », mentre poi in siffatto tentativo « nessuna spesa di 
acume e fantasia valse a soddisfare pur le più primitive esigenze metodo- 
logiche, le quali a nessuno lice negligere impunemente eziandio nelle inda- 
gini circa lo lingue ariane di parentela già assicurata » '). Di che consegue, 
nel parer suo, che faccia opera non soltanto « contraria al buon metodo » 
chi .spinga lo sguardo ermeneutico oltre ai testi più brevi e quasi solo ono- 
mastici e cerchi interpetrare i più lunghi, ma sì gravida « di confusioni ed 
errori » *). Ora sì disperata affermazione pare alla povertà del mio in- 
gegno dopo cinquant' anni di assiduo lavoro, da' predetti avversari mede- 
simi accolto, perchè non inutile e più d' una volta giudicato profittevole, 
eccessiva affatto e contraria alla verità : perocché, osando accostarsi agli otto 
o dieci o dodici maggiori cimelii, nessuno, cui non sia venuto meno il ben 
dell' intelletto, come purtroppo in ogni tempo accadde a più d' uno fra' com- 
pagni di studio, prescinde dai due fatti, conforme all' evidenza, oggidì da 
tutti ammessi, vale a dire l'abbondanza sì delle parole e forme italiche of- 
ferte da essi testi e più ancora d' assai dai circa 9000 minori, e sì insieme 
delle parole e forme diverse affatto, quali ancora appaiono, da qualsiasi lin- 
gua conosciuta; e però così procedendo, passo passo dal noto e certo al- 
l' ignoto ed incerto, né si vien meno, parmi, al buon metodo, né si tenta 
opera immancabilmente pericolosa. 

Ed eccomi a dimostrarlo, secondo il poter mio, anzitutto per la tavola 



') Cfr. Hkrbig, Gioita, 1911,4, p. 185 ed Indog. Forsch., 1909, 26, p. 366 
seg. ed il mio A che punto siamo, in Atene e Soma, 1910-11, col. 201, 257, 289 sgg. 
e Sh. Mas., 1913, 68, 516. segg. 

'■') Velli Marzocco, 1912, n. IO, Per V interpretazione ecc., e 1914, n. 1-t, Singo- 
lari dimenticanze ecc. Xoii sarà mai abbastanza deplorato come pur fra noi tratto 
tratto uomini di molto iugegno e di copiosa erudizione abbandonino la via ardua 
e buona già segnata dai nostri vecchi, per cadere nelle piil mostraose aberrazioni : 
possiamo quindi compiacerci della prudente modestia, di cui dà prova G. Buona- 
Mici, nel suo Snl presente stato dell' etniscologia, Faenza, 1914 (cfr. Di alcune vere 
od apparenti analogie fra l'etrusco o l'albanese, nella Rio. indo-greco-italica. 111, 
pp. 81-92) e dei frutti sicuri e sempre più ragguardevoli che viene regalando 
Silvio Pieri, qnale testé la Toponomastica della Valle dell'Arno, nei Rendic. Ace. 
Lincei. 1918, voi. 27, pp. 1-446. 



1 1 + E. Latles 



fittile di Sauta Maria di Capua '), difficilissimo dei testi maggiori ed in- 
sieme il più antico fra essi ed uno dei più antichi fra quanti ci perven- 
nero, bencliè per noi novissimo. Sono 61 linee di scrittura arcaica, per lo 
più contrapposte a bustrofedo, cogli elementi C e S di figura angolata e 
con B quadrato; linee sgraziatamente solo per metà integre, cioè le prime 
trenta e le ultime due, laddove delle altre appena sopravvanzano il princi- 
pio e la fine, perchè la lastra si rinvenne rotta nella parte superiore e irri- 
mediabilmente guasta nell' inferiore. Quale a noi giunse, 1' iscrizione appa- 
risce divisa in dieci sezioni di misura diversa, fra loro separate da un rigo 
lungo quanto i più lunghi, essendo però di regola assai brevi quelli in fine 
di sezione. Tutte sommate le particolarità grafiche, potrà stimarsi documento 
della dominazione etrusca cessante in Campania dopo la battaglia di Cnnia 
(474 a. C), e tenerla col mio rimpianto discepolo e collega Attilio De Mar- 
chi, contemporanea della stele paleolatina del Foro Romano. Ora le due 
prime sezioni cominciano colle parole is'rej tuie ilucve (11. 8, 18), e due 
altre lacunosamente con is't-et tu[le] .... (1. 39) o «'s't>ej <[«]i[e].... (1. 55), 
mentre a principio d'una quinta leggiamo (1. 28) par als'i ") ilucve is'vei tu- 
leti') ed a principio della linea seguente a questa, ultima delle integre, e 
tuia natimisnal iliicui: torna quindi manifesto che alle parole is'vei, tuia 
tuie tiiletl, ilucve ilucìii vuoisi da olii ricerchi il contenuto del cospicuo ci- 
melio capuano attribuire speciale importanza ; e subito 1' avverti in molta 
parte il primo editore Buclieler, e conghietturò fondatamente che is'vei tuie 
o tuleti significassero all' incirca « in questo sepolcro », e tuia natinusnal 
«.sepolcro famigliare»: fondatamente, perchè mentre di tular, cui sta tuia come 
p. es. il prenome @uce a 0u]cer, numerosi testi per comune consenso insegnano 
avere significato*) circa « sepolcro », sappiamo che l'umbro natine valse 



') UCcHRLKH, Rhein. Mas., 1900, 55, 1, pp. 1-8 ; cfr. Toiti», Bemerk. zu der 
etr. Insch. von S. Maria di Cdpua, 1905, pp. 3-20; e 1 miei Appunti, nei Bendic. 
Ut. Lomb., 1900, pp. 355-371, 541-562; 1904, pp. 103-109 {Per la sincerità ecc.) 
1907, pp. 737 748 e nei Beitr. zur Kunde der indog. Sprachen del Bkzzksukrgkk. 
1900, 26, pp. 154-161; 1902, 28, pp. 112-143; inoltre cfr. la mia memoria ie J«- 
notmioni del Torp, negli Atti della Acc. di Archeol. di Kapoli, 1907, 26, pp. 3 11. 

*) Il Torp, Bemerk., p. 8, lesse als'i laddove il Bìjchklbk almi. 

•') Non intendo perchè al ToitP, Beni., p. 12, tuie ecc. fo.ssero « ancora in- 
comprensibili », daccìiè egli consentiva che dovessero « es.sere apparentati con 
tular, che sta nelle iscrizioni di molti cippi ». Pare a me pur sempre (Eendic, 
1900, p. 542, u. 21) che possa mandarsi, non senita probabilità, con celt. tulach 
telach per inglese hillock e con lat. gali, toles e gr. róXos ecc., sicché tular, circa 
.sinonimo, pare, di hilar, faccia appunto il pajo con hillock e con etr. nap- (loc. 
nap-ti =: lemn. na(po-&, pi. nnp-er circa « tombe ») rimpetto a lat. Corp. Gloss.. 
Il, 588, napn-s «colle»; tutti, s'intende, originariamente per « tinnulo ». Fa, 
penso, famiglia, anche tule-s' di Novilara. 

■*) Saggi ed Appunti intorno all' iscr. etr. della Mummia, e ' Studi metrici ' in- 
torno alla stessa nelle Jfew. dell -lat. Lomb., 1893, 19," pp. 241-244 e 1895, 20, pp. 1-102. 



Per l' interpretazione dei testi etruschi maggiori, ecc.. 115 

« famiglia » '). Per contro l' interpretazione d' is'rei con <> in questi », sem- 
pre mi parve dubbia; laddove, considerato in prima essere mediante il suft'. 
■va derivati i nomi di deità Alaira Menrva Cerervra Culs'cva, considerato 
poi mar-va-s « magistrato » (cf. etr. umb. marti lat. Maro) e marunvva 
« magistratura », e considerato poi is eis ais es andare col notissimo 
aKSol ^-eol Vito Tv^^vmv di Hesychio e provenirne le voci sacrali es-vi 
esvi-ta, non so esitare a rendere is'vei con « sacro » ') a un di presso, ed a 
scorgere in Js't'W tuie riscontro per avventura col Manibus sacer dei Latini 
a proposito appunto della tomba. Restano ilucve iluciii, che confrontati per 
figura con eila^nre « tenne magistratura » e con tenve circa lat. tenuit'), 
appaiono essere verbi, sicché i«'t)«t tuie ilucve possa verisimilraente circa 
rendersi « nel sepolcro sacro (ai Mani) celebrò certi atti. » Tuttociò riceve poi 
conferma dalla notissima voce nac della 1. 5 circa « defunto »^), non male 
penso, rannodata, se mai, a lat. iiex gr. rinvi, ed altresì dalla voce 1. 18 
mulu notissima del pari e certa per « consacrò » ^). Ciascnno che voglia, fa- 



') Secondo il Torp, p. 11, is'vei non può significare se non « questo », per- 
chè sta solo in principio di sezione, curioso argomento la cui forza tanto più mi 
sfugge, quanto più non solamente il Torp esclude che possa rendersi eziandìo con 
«così» od «a questo modo», ma confessa non darsi di ciò alcuna dimostrazione defi- 
nitiva, e non essersi finora incontrato alcnu «dimostrativo is'vei», tale per contro 
essendo « uotoriaineiite » ei; scompone egli is'vei in is'u ei, parente di 1. 11 
is'uma che preceduto da tnl trova per lui riscontro in I. 16 is'ai tul. Auch'egli 
rannoda però dubitativamente «»'« a is, e da is'm e»'u sospetta provenga es'vi e 
« fors' anche » esuinuue,e conclude interpretando is'vei tuie con « dieses fsw 
iute (Opfer-<M7e), cioè il prescritto colle parole precedenti », e .avvertendo essere il 
pronome collocato al modo che nel lat. sacriiin hoc donuni. 

*) Cfr, tuia natinnsnal con \.\6tiila ane nnliuraa e 16-17 tuia ecc. sne [nu'\ciiiraii , 
conforme a Rendic. Ist. Lomb., 1900, p. 356 seg. 543 ; dove, a conferma del pa- 
reggiamento di natitira s a lat. natura per umbr. natine « gente », mi soccorrono 
CuMONT, Eevue de pìiìlot.. 1902, p. 3, Naturae Boni Erenius e yalurae dei (Mitra 
uscente dalla pietra generatrice, e però natura <> nascita »), e sopratutto C. /. L., 
XIV, 2862 '68 natioìiu cratia « per abbondanza 4i figli » (Wissowa, Kel. der Romer, 
p. 203). 

') Cfr. zilay^nce zila/nu, temi, maxcc ni'isve mnsii, nialce maìave con mulu. A me 
i{n)-lucve richiama, se mai, lat. pollnxit. 

■*) Cfr. Rendic., 1900, p. 544. e nella Mummia nacuni aiuna ìiint)u(m] vinum, ame 
nacum cepen, ama nac cai, hinftu ìieyz Telye s'aneve, Heusuua caper-c Iteci na/va tinOaea, 
etnam aitna // ime reus'ce a(l)ti nacna (= naci-a = naciiva), alti suftiti, suhi nesl, 
Usti nexse, nacva Usi». Secondo il ToKP, JSeit., II, 69-72 e 1' Hkrbig, Hermes, 1916, 
51, p. 474, si dà però altresì un altro nac affatto diverso, cioè dire una particola 
)ia-c circa sinonimo di eca. 

5) In fine della terza sezione, come sta in fine dell'arcaica epigrafe letta sul 
vasetto della tomba del Duce a Vetulonia {Saggi e App., p. 126; Rendic, p. 546 ecc.), 
e come dne volte in fine d'epitaffio senese, mutuile: cfr. mul-ceiti mul-vene-ke e Clc, 
de divin. II, 6, 37: « simulae raolam et vinum insperseris », cioè appunto mul- e 



116 E. Lattes 



cìlmente può intendere pertanto nel parer mio, come, cosi continuando, si 
possa metodicamente determinare il contenuto generale del documento ca- 
puano, ed anclie sin d'ora tradurne alla lettera qualche inciso senza pericolo 
di gravi errori. Bell'esempio di sififatti incisi mi danno le ultime parole 
della Capuana: Viltur is' zittiti, che interpreto « il dio Velthur scrisse (que- 
sta tavola) » ') : parole chiarite dall'ammirazione dei maggiori nostri per la 
costumanza orientale dello scrivere, sicché 1' alfabeto vedesi essere unico or- 
namento di qualche vaso, ivi disegnato « per comando » del dio. Quelle pa- 
role poi, quasi lettera per lettera si leggono ripetute in altri cimelii, e sopra- 
tutto concordano colle finali ai)punto del grande cippo di Perugia, cui ora 
veniamo, i>erchè sino al trovamonto della Mummia di Agrani, onde si tocca 
subito appresso, primeggiò fra' testi più lunghi etruschi giunti sino a noi. 
Alto un metro e 45, vi si legge inciso nelle 24 linee del maggior lato 
colla scrittura recentedelle Bende, un catalogo di doni funerari, continuato nelle 
22 linee del lato minore : e che siano «doni», risulta fra l'altro dalle parole 
turune (C. II., 4538 B., 1. 10) buruni (ib., 1. 17) apparentate cod tiirce 
«donò» e però, se mai, penso, come i vecchi nostri, con òw^ov e lat. domini '): 
che poi siano funerari!, ce l'insegnano le designazioni Xll naper e httt naper 
e naper ci, circa « 12 tombe e 4 t. e t. 5 », ipa ama e tem. amer, cioè circa vasi 
sepolcrali, hintha cape circa lat. morttialem eapidem, cenu epl-c felie, chia- 
rito dal seguente epl tiilaru, ossia lat. cenam epiilamque felicem, vale a dire 
«funebre», quale appunto la epulani sepnlcri. Al catalogo della s'pel(a) buia, 
ossiano circa per me « sepolcrali doni » dati da liberti della gente Voltinia 
e dell'Afonia pei Mani di Larbals' Afune»\ ossia di un defunto Afonio figlio 
di Larte, di nuovo ricordato iu fine col titolo di afìumic8\ perchè venissero 
collocati spelaiie-bi o s''pel-bi « nella sua sepoltura »; segue, se mal non vedo, 
la formola buruni cin « donaria en », seguita, a conclusione dell'intera epi- 
griife, dalle parole, quali divido, zeriu nacyfa e 6«7 Hlnn^ulbl i^ ca Cej(^a 
zivuve, ossia circa series (saera) mortualis duplex deae (inferae) Thunehultae 
(cioè circa « Duplici »), la quale qui scrisse (il dio) Cecha; allo stesso modo 
che sopra in fine alla tavola Capuana « Velthuro dio scrisse », e così altrove; 
serie «duplice» e dio «duplice», perchè epigrafe scritta, penso, sopra 
« due » dei quattro lati del cippo, e perchè il numero « due » fu, né solo 
per gli Etruschi, eminentemente funebre. 



veti-, e quindi « coiiseorò (colla mola e col vino) » ; similmente Seren. fr. 6 
Baebr. « inferìs maini sinistra iramolamiis pociila », cioè « mola (et vino) pocal."» 
inspergimus ». 

') Alle obiezioni dell'HKRBiQ risposi Rhein. Mus., 1914, 69, p. 464476, se- 
condo il piccolo poter mio. 

') Cfr. tantosto s'pel{a) tìnta, forse quasi iiu lat. duita, e A 23 s'euna A/una 
mena, e B 1. 10 turune s'cune circa sinonimo di- turce: v. Giunte, postille correzUini 
al C. I. E., p. 250 e Athenaeum, 1917, 5, p. 99. Cfr. iso. di Novilara 1. 2 sgg. rolnem 
livlin Partenus' (e) poloni is'airon tei, cioè forse « dedit ecc. »), come etr. tez {Bendic. 
Lincei, 1893, p. 77.5 segg., 855 sgg. § 11). 



Fer V iiiterpreta-ioiie dei testi etruschi maggiori, ecc. 117 

Delle medesime genti Voltinia e Afonia uomini, se bene intendo, umili 
e spurii, coloni nell'Egitto dei Tolemei, si lieoidano altresì dalle Bende della 
Mummia femminile, oggi conservate in Agram, per dono del croato Baric. : 
racconto verseggiato, come cercai mostrare, delle funebri cerimonie celebrate 
nel novilunio del mese Giovio (circa Settembre od Ottobre, probabilmente 
dopo la vendemmia latina) nell'anno quinto o lustrale, come a Roma il fu- 
nebre jejunium Cereris, nelle are e statue e tempietti dei numerosi loro se- 
polcri. La scrittura per lo più chiara e interpunta, apparisce anche più re- 
cente di quella del cippo e però già prossima alla conquista romana, se 
non testimone di questa. I versi di varia qualità e misura, mi sembrano 
tuttodì spettare al modo saturnio (sup. p. 114 n. 1 e 4). 

Senza pericolo pertanto, ma non senza frutto, si possono onestamente 
fin d'ora, parmi, esplorare eziandio i maggiori testi etruschi, e tanto esa- 
gera chi nega intendersi tuttodì affatto l'etrusco, quanto chi afìermasse che già 
bene s' intenda. Potrà ciò affermarsi solo quando dei maggiori documenti si 
dia e si giustifichi e si accetti dai periti tale dichiarazione, quale oggi 
possediamo degli umbri e degli oschi: felice risultamento. cui siamo di certo 
men lontani d'assai che un tempo, quantunque sotto il riguardo storico, cioè 
della probabile origine e provenienza degli Etruschi, dalla novissima sco- 
perta della possibile parentela hethea o delle incertezze lidie, la soluzione 
dell' enimnia sia stata piuttosto allontanata, che avvicinata. Perocché dal- 
l' un canto riguardo al primo punto, la dottrina e 1' autorità degli storici 
nostri e stranieri guardanti all' Oriente ed al mare, come fra noi il Pais, 
trovandosi dai periti non meno apprezzato di quelle dei molti, come fra noi 
il De Sauctis, che li reputano transalpini, considerati i fatti e le ragioni e 
le obbiezioni d'ambo le parti, sembrami verosimile per ora che entrambi 
pecchino sopratutto perchè ciascuna sentenza escluda l'opposta, cosicché 
meno rischi di allontanarsi dalla realtà chi immagini, secondo già più o 
meno non una sola volta si propose, che genti Etrusche transalpine siansi 
incontrate con esili gruppi Tirreni approdati in Italia dall'Asia greca e lida, 
e prima ' presi e vinti ' dalla costoro civiltà, li abbiano poi jjresi e vinti, 
e quella abbiano aggrandito e affinato portandola sempre più grecizzata e 
latineggiante pel mondo. 

Riguardo poi al secondo punto, mentre per un verso fra noi a Novi- 
lara, ed in Grecia, a Lemno, comparivano testimonianze d'idiomi fortemente 
etruscheggiauti, che, se mai, accrescevano la probabilità del doppio stato, 
latino, a dir così, ed esotico, dell'etrusco stesso vero e proprio; mentre per altro 
verso tornavano in luce nell'Asia ben tre lingue prima ignorate di nostra 
famiglia, cioè l'Ariano settentrionale, il Sogdiano e il Tocarico, tentava lo 
Hrozny di mostrare che 1' Hetheo sarebbe stato di parentela senza più la- 
tina; e però, per me, fatta ragione delle relazioni tanto varie e tanto durate 
degli Etruschi coi Romani e cogli altri Italici, non che del vicendevole im- 
mancabile influsso sopra i respettivi linguaggi, altresì, se mai, insieme di 
parentela etrusca. Popolo (ebr, Chittim) della Siria e della Fenicia, sin den- 



118 E. Liitte» 



tro all'Asia Minore orientale, dove nel villaggio di Bogliazkoui intorno 
al 1906 Ungo Winckler riconobbe la città loro capitale, menzionata nei ge- 
roglifici egizi col nome di Hatti al pari del popolo, tramandò ricordi monu- 
mentali dalle spiaggie dell' Egeo a Carchemiech stili' Eufrate e Hamatb in 
Siria, e lasciò a Bogbazkoui predetta una libreria di meglio che ventimila 
tavolette di varia conservazione, scritte le più in caratteri cuneiformi babi- 
lonesi ed in lingua hittita; esse sono custodite in qualche parte a Berlino 
e presso privati, ed in gran parte a Costantinopoli, dove andò a studiarle 
il professore viennese Hrozny. La Società Orientale Germanica, promotrice 
degli scavi, onde provenne sì mirabile frutto, approntò rei 1915 la pubbli- 
cazione nelle sue Mitteilungen di alquanti contratti e lettere ed altro in lin- 
gua accadica, insieme coi frammenti di un vocabolario, in un fascicolo, poi 
in altro quella di testi non accadici, e di alcune autografie in lingua hatti 
o harri, ed in un terzo tutt' i documenti in questa lingua. Già però ne) 1914 
il Delitzsch aveva studiato nelle Memorie dell'Accademia di Berlino i fram- 
menti di un vocabolario sumeriano-accadico-hetheo, con 26 frammenti les- 
sicografici e 165 vocaboli hethei, ed Edoardo Meyer dato alla luce un vo- 
lume copiosamente illustrato intorno al ' Regno ed alla cultura dei Chetiti '; 
egli medesimo 1' anno appresso presentò, con una sua introduzione, nelle 
Mitteilungen anzidette la « deciferazione della lingua hethea » da parte dello 
Hrozny e la « relazione preliminare di questo intorno alla soluzione del pro- 
blema hetheo »: soluzione fondata sulla sua tanto inaspettata, quanto di- 
scussa e controversa scoperta, che la lingua hethea appartenga alla famiglia 
indoeuropea, ed anzi al gruppo occidentale di essa, che s' intitola da centiim 
per dire 100, e comprende gì' idiomi greci italici celtici germanici, ed al- 
tresì il tocarico; lingua che s'accosterebbe anzi sopratutto al latino iu prima 
linea, ed in seconda al tocarico. Infatti avrebbe il Hrozny incontrato nei 
testi hethei, per figura, non solo da - a - an plur. da - an - te - es per lat. dans 
dantes, ica-a-tar o -dar 'acqua', gen. u- e-te-na-as, al modo del lat. feinur 
feminis, ma sì ancora uga ug lat. ego, iat o tad lat. i(7^ kuis luil kiiid lat. qui 
quid, nu ninda-an e-iz-sa-at-te-ni wa-a-tar-ma e-ku- ut-te-H[iì] circa 
« così pane voi mangerete, acqua inoltre berrete »: meravigliose concor- 
danze accolte con giusto scetticismo dal Bartholomae e dall' Herbig in at- 
tesa di altri testi e della spregiudicata revisione dei già pubblicati. Tutta- 
volta l'impressione dei più fu e dura favorevole, per lo meno sino al punto 
iu cui lo permette il cautissimo Danielsson, consenziente con Edoardo Meyer, 
che vale a dire l' Hetheo sia stato una lingua mista e in parte indoeuropea '). 
Né suona guari diverso il giudizio del medesimo Danielsson '-) intorno 



') Vodi NoQARA, Riv. iiido-ijr.-ital., 1917, 1, pp. 108-113 e The ìanguage of the 
Hittites, nel Literary Siipplement del Times, Aprii 3, 1919, di cui debbo notizia al- 
l'illustre contessa Evelina .Marti iieiij;;o Cesaresco Carringtoii. Panni da ultimo, nou 
so perchè, dimenticato, ti-ia-u-ua-as per lat. deus e scr. diaus 

^) Actes du doiizième Congrès Internai, dex Orientai iates, Roma, 1899, I, p. ccxxxv. 



Per V intei-pretasioiie dei testi etruschi maggiori, ecc. 119 



a' mutiuinenti letterati della Lidia, di dove, secondo la tradizione taciuta 
dalle AvSiaml di Xaiito, sarebbero gli Etrusclii, duce Tirreno, approdati alle 
coste dell'Italia umbra: in effetto la bilingue lido aramea edita e commen- 
tata insieme con 13 altre iscrizioni lidie dal l^ittmaun nel volume VI delle 
Piiblieations of the American Societii for the excavations of Sardes, c'insegnano 
che i Lidi bensì possedettero, al piiri degli Etruscbi, sia 1' elemento /, ed 
anzi appunto nella figura più recente a mo' del nostro numerale S ' otto ', 
sia la particola copulativa -k etr. -e per lat. -que, ma insieme ci mostrano 
si le consonanti medie e sì la vocale o, mancate quasi affatto agli Etruschi; 
mentre poi di rimpatto finora né di -« nominativo, né di -m o -n accusativo, né 
di derivati nominali -sa o -sia, né di perfetti -ce s'incontrò indizio nei 
testi lidi, dove fra le poche parole di significazione certa nessuna concor- 
danza ancora si avverti coli' etrusco. Stima tuttavolta il Danielsson vero- 
simile che fra lidio ed etrusco siano un tempo interceduto relazioni abba- 
stanza strette di parentela collaterale secondaria, piuttosto che diretta, ed anzi 
foi'se « acquisita per contatto fra idiomi in origine diversi affatto e lontani ; fatta 
ragione altresì della lunga e larga loro separazione e dell' influsso su essi 
esercitato da altre favelle ». Tutto sommato, ne viene, parmi, invito sem- 
pre più energico ad un grande riserbo nelle deduzioni etnografiche di base 
glottologica, sì perché sempre più nuovi atteggiamenti assume il problema 
sterminato complicatissimo delle origini del linguaggio e delle mescolanze 
linguìstiche, e si perchè sempre più apparisce prossima al tramonto « la cre- 
denza che una serie di nazioni belle e fatte movesse da un centro comune 
a popolare d' Indoeuropei una larga parte del mondo » '}. 

Milano, novembre 1919. 

Elia Lattes. 



LA ETRUSCHERIA 



« L'antica Etruria, che aveva inspirato lo scozzese Dempster, professore 
di Diritto a Pisa, alla sua Etruria regalia uscì dalla nebbia del passato, appena 
questa fondamentale opera fu pubblicata (1723), e lo zelo patriottico del 
paese si cimentò nel raccogliere antichità etnische. Il primato nella ricerta 
spetta al fiorentino Gori, 1' opera sua principale è il Minsemu Etrusctim 
(1736 e segg,) ». A tutto ciò si riduce l'accenno agli studi delle antichità 
etrusche nel Settecento che fa Bruno Sauer nella sua compendiosa Storia 



') Zu (Un hjd. Inech., Upsala, 1917 (cfr. Jtti R. lett. delle Scienze di Torino, 1919, 
1). .560-564). Cfr. Della Skta, Erodoto ed Ellanico aulV origine degli Etruschi mi 
Kendic. dei Lincei, 1919 (voi. XXVIII, fase. 3). 



120 Pericle Bucati 



dell'Archeologia (1913), inserita nello Handbueh der Arehtiologie edito sotto 
la direzione di Enrico Bulle '). 

È una concisione ancor più accentuata rispetto a quanto parecchi anni 
prima, nel 1880, aveva espresso Carlo Bernardo Starle nella sua Storia de- 
gli studi archeologici, die fa parte della parte prima, la sola edita, dello 
Handbueh der Avchuologie der Eunst '). Poiché se a pag. 109 del libro dello 
Stark vi è cenno del Dcmpster e del Gori, di cui sembrano una parafrasi 
le parole del Sauer, brevi notìzie ulteriori lo Stark aggiunge e sul Gori a 
pag. 116 e sul Denipster, sul Passeri, sul Guarnacci e su altri etruscologi 
del Settecento a pag. 183. Dei «juali etruscologi è però bene rinverdire un 
po' la memoria, anche se la critica germanica li ha condannati all'oblio.... 
oppure al dileggio. Scrive invero Carlo Justi nella voluminosa biografia del- 
l'olimpio Giovanni Gioacchino Winckelmann '): « questi poveri diavoli {cioè 
il Passeri, il Guarnacci, il Gori) consideravano come compito della vita loro 
lo investigare la storia di un popolo, che per loro doveva rimanere un li- 
bro chiuso con sette sigilli, il raccogliere iscrizioni, di cui nìuna linea po- 
teva essere letta ed il fondare sistemi di un'arte e di una filosofia delle ori- 
gini italiche su opere artistiche, le quali precisamente dimostrano la essenza 
di quell'arte presa a prestito e le anguste barriere della capacità degli an- 
tichi Italici ». 

Di fronte allo sfolgorìo dell' astro maggiore, di W'inckelmann, scom- 
paiono gli umili asteroidi, non meritevoli di nome o degni solo di sprezzo, 
di quello sprezzo che pare insito anche nella denominazione generica di 
Etruscheria, e che ci fa ricordare quanto a proposito degli antiquari del suo 
tempo, che era pure il tempo della Etruscheria stessa, scrisse un sommo, 
ma intemperante critico nostro, Giuseppe Baretti. Ecco le parole del tori- 
nese spirito bizzarro : « Subito dopo i rimatori e i versiscioltai vengono le 
tre grandissime fratellesche, caterve degli studiosi di cose inutili; cioè ven- 
gono prima quegli storici.... e poi quegli antiquari, che s'inviperiscono a 
spiegare ogni più misera lapida che si trovi in un cimiterio, e quindi quei 
bibliofili.... Queste tre caterve di studiosi sono per lo più comprese sotto il 
collettivo titolo di eruditi, ma chi volesse riflettere alla forza delle loro 
schiene, e alle violente fatiche che fanno, e alla somma pazienza che hanno, 
pare a me che potrebbe comprenderli tutti sotto un titolo, se non più de- 
coroso, almeno assai più caratteristico ». Ed asserisce il Baretti essere il 
mestiere dell' antiquario « balordo e facchinesco », mentre coramisera chi 
consuma la vita « su i vetri cimiteriali, su i rottami delle pignatte e su tali 
Altre bazzecole che giovano quanto i raggi del sole a rischiarare l'intelletto »! 
Poveri antiquari del Settecento che attiravano su di sé i terribili colpi della 



') Nello « Handbueh der klassischen Altertuinswissenscliaft », voi. VI, Mo- 
naco, 1913 e segg., p. 80 e segg. ; il passo citato è a pag. 86 e seg. 

') EnteAhteilung: Systematik und Gesohichtedfr Arckàologie derKunst, Lipsia, 1X80. 
=) ÌTiìiekelmann und scine Zeitgenossen, Lipsia, 1898. voi. II, p. 235. 



La Utnischeria 121 



frusta del feroce Aristarco Scannabue I Per fortuna i cultori delle scienze 
antiquarie vivono ora in tempi più miti, perchè un epigono del Baretti in 
una critica demolitrice degli studi archeologici non raccoglierebbe che com- 
patimento, e nuli' altro. 

Ma tauto più singolari sono le parole di disprezzo che sulla Ktruscheria 
pronuncia l'illustre biografo del sommo Winckelmann, ({uasi obblioso dello 
stato empirico in cui si trovavano gli studi di antichità, e specialmente di 
antichità italiche, nel sec. XVII 1. Ed in giudizi erronei non incorse anche 
il Winckelmann, in giudizi che ora suscitano in noi un leggero sorriso, il 
quale tuttavia non menoma il rispetto dovuto all' ombra e al ricordo del- 
l' oniWo de Parti e de la gloriaf Non aveva anche il Winckelmann una 
inadeguata conoscenza dell'arte del popolo etrusco? Non si peritò egli di 
ascrivere a quest'arte quel prezioso cimelio di fattura arcaica jonica che 
è la stele funeraria Albani, già riferita al mito di Leucotea ? Che lo Justi 
abbia peccato di parzialità non mi sembra temerario di asserire. Guardiamo 
invero un po' più da vicino la Etruscheria .' 

Singolare figura è quella del pioniere degli studi di etruscologia, To- 
maso Dempster, il quale, appunto per la vita sua avventurosa e per la ec- 
cezionale vigoria della mente, ricorda, per esempio, Girolamo Cardano. Nato 
nell'Abendshire in Scozia il 23 agosto 1579, era egli il 24° dei ventotto 
figli di Tomaso, barone di Muresk: ancora fanciullo uscì di patria dimo- 
rando per ragioni di studio a Parigi, a Lovanio, a Roma. A Tournay, a 
16 anni, è già professore di Utterae humaniores e a 17 anni a Parigi è ad- 
dottorato in diritto canonico. Professa umanità a Tolosa, a Montpellier, a 
Nimes; è precettore di Arturo di Epinay, figlio di Saint-Lue, grande mae- 
stro di artiglieria in Francia, ma, licenziato per il suo temperamento diffì- 
cile, insegna in vari collegi francesi softermandosi brevemente in ciascuno 
di essi a causa della vita sua scandalosa, piena di avventure con donne, di 
liti, di duelli. Si reca il Dempster in Inghilterra, d'onde fa ritorno accom- 
pagnato da una donna bellissima con la quale passa a Pisa; nell'Ateneo 
pisano insegna diritto dal 1616 al 1619 ed è appunto in quegli anni che 
compone la opera De Etruria regali libri septem per suggerimento del vol- 
terrano Camillo Guidi e per incarico del granduca Cosimo II. Da Pisa passa 
il Dempster a Bologna, e quivi muore in piena virilità nel 1625 ; il suo corpo 
riposa in San Domenico, ove sulla tomba una pomposa iscrizione tramanda 
ai posteri il nome suo, i suoi meriti scientifici. Ma la sua fama, più assai 
che alle opere Antiquitalum Momanarum Corpus absolutissimus, Parigi, 1613, 
ed Hintoria ecclesiastica gentis Scotoritm, libri XIX, Bologna, 1627, è legata 
all'opera che rimase inedita per più di un secolo, alla Etruria regalis. 

« Una grande biblioteca parlante » fu definito il dotto scozzese dal Cospi, 
ma più severo giudizio su di lui espresse il Baillet: « sebbene Dempster 
fosse abile, non aveva maggior dirittura di sentimento, né solidità di giu- 
dizio, né bontà di coscienza ». Tuttavia consultando la Etruria regalis non 
si può se non ammirare la estesa erudizione dell'autore, per cui di tutte le 

Atene e Roma. N. S. 9 



123 Pericle .[Meati 

fonti storiche e letterarie sul!' Etruria è fatto tesoro, e il lucido ordine con 
cui il bizzarro scozzese ha saputo distribuire la varia, intrigata materia, 
sicché non esito a giudicare la litruria regalis come precorritrice di quella 
fondamentale opera che Carlo Ottofredo Miiller compose sugli Etruschi e che 
il Deecke aggiornò accuratamente '). Il primo libro dell'opera del Dempster 
comprende i caratteri generali del paese e del popolo dell'Etruria con le no- 
tizie concernenti la religione, le leggi, i costumi, le arti, le lettere; nel 
libro secondo ò tracciata una storia della Etruria, mentre nel libro terzo sono 
contenute le istituzioni pubbliche e private: i libri seguenti quarto e quinto 
costituiscono una accurata topografia della Etruria sulla base non solo delle 
fonti letterarie, ma anche dei documenti epigrafici ; nel libro sesto sono no- 
tizie di uomini illustri toscani ecclesiastici e laici, del medio-evo e del ri- 
nascimento, ed infine il libro settimo è dedicato alia storia della famiglia 
medicea sino a Cosimo li. 

L' inizio della Etriiseheria è segnato dalla pubblicazione dell'opera del 
Dempster avvenuta nel 1723 e nel 1724. Thomae Dempsteri de Etruria regali 
libri septem nttnc primmn editi, curante Thoma Coke Magnae Britan,mae Ar- 
migero, reqiae celsitudini Cosimi 111 Magni Ducis Etruriae, Floientiae, 1723; 
questo è il titolo del primo volume ; nel secondo, uscito nel 1724, quando 
Cosimo III era già morto, la dedica è fatta a Gian Gastone. Ma l' opera 
dello scozzese riceveva un complemento di 93 tavole illustrative, le quali 
facevano conoscere al mondo degli eruditi parecchi ed insigni monumenti 
del misterioso popolo, già abitante i dolci colli della Toscana, i desolati 
piani della Maremma. Ed un non meno utile complemento aveva la opera 
medesima nelle explicationes et conjecturae aggiunte dal senatore Filippo 
Buonaroti, il primo rappresentante della derisa Etruscheria. Questo dotto 
fiorentino della famiglia del sommo Michelangelo, nato nel 1661, nella sua 
giovinezza era stato mandato a lloma a studiare leggi ; ma l'eterna città lo 
aveva attratto a sé con le sue rovine, con le sue collezioni di monumenti 
antichi e ne aveva fatto invece di un giurista un archeologo. Frutto di que- 
sta dimora del Buonaroti a Boma fu uno studio: Osservazioni sopra alcuni 
frammenti di vasi antichi di vetro, ornati di figure trovati nei cimiteri di 
Eoma, Firenze, 1716; i monumenti presi in esame sono appunto quei fram- 
menti di vasi vitrei delle catacombe, che vennero poi raccolti nel 1858 in 
una poderosa opera dal padre Garrucci. Nella sua città natale godette il Buo- 
naroti i favori del granduca Cosimo III che lo nominò senatore e gli afiidò 
vari, onorifici incarichi, e a Firenze morì 1' St dicembre 1733. 

Ma per parlare delle spiegazioni e congetture aggiunte all' opera del 
Dempster, si deve ammettere in esse un notevole sforzo nel fissare la posi- 
zione della lingua etrusca tra le altre lingue dell' Italia antica, mentre con 
cura è espressa una distribuzione topografica delle iscrizioni etrusche, nelle 



') Die l'jtrnfiker, Stoccarda, 1877, volniiiì due. 



Ijd Ktriine.lifvUi 123 



«inali sono comprese le celebri tavole bronzee iguvine, riferite dal l>enip8ter 
all'etrnsco, ma che già il Bnonaroti suppone scritte in nnibro. Ci induce al 
■sorriso la congettura che fa il senatore fiorentino di una derivazione del 
popolo etrusco dell'Egitto; ma bisogna pensare che col Bnonaroti siamo 
agli inizi di un assillante problema che anche ai giorni nostri non ha tro- 
vato soddisfacente soluzione, il problema cioè delle origini del popolo etrusco. 

E nelle tavole accompagnanti l'opera del Dempster vediamo insigni ci- 
meli di arte ridatici dal suolo di Etruria: accanto a vasi dipinti e attici e 
italioti, a ciji nel Settecento si diede l'epiteto di etruschi, epiteto che è tut- 
tora radicato nel giudizio non solo del volgo, ma anche di persone fornite 
di una certa cultura, accanto ad urne, tra cui è quella del Museo Perugino 
con una curiosa scena di Ulisse vittorioso dell'Erebo '}, accanto a specchi 
tra cui è la troppo famosa patera Cospiana del Museo di Bologna, accanto 
a monete, specialmente di Volterra e di Todi, sono insigni cimeli come la 
Chimera di Arezzo, V Arringatore, le stele fiesolana di Larth Aninie e vol- 
terrana, il vasetto argenteo chiusino con scena di sacrifizio ora a Firenze 
con la relativa patera ora perduta; vi sono infine le pitture funerarie della 
tomba Tartaglia che, scoperte nel 1699, inaugurano la serie dei dipinti di 
camere funebri cornetane, pitture ora perdute e di cui l'unica testimonianza 
possediamo in questa tavola dell'opera del Dempster. 

È naturale che la divulgazione di tante notizie riguardanti il popolo 
etrusco, sino allora immerso nelle misteriose tenebre di un passato lontano, 
e la pubblicazione di tanto materiale archeologico, che recisamente si stac- 
cava dal genere di antichità che si era soliti ad ammirare a Roma e che 
dal suolo inesauribile di Roma veniva alla luce, risvegliassero nei Toscani 
del Settecento e un senso di orgoglio pei ricordi più vetusti del loro paese, 
e un ardore intenso nel ricercare, conservare ed ordinare nuove testimonianze 
monumentali della antica Etruria. Ed è non meno naturale che, data la no- 
vità, la quale di consueto è eccitatrice di insoddisfatta curiosità, di caldo 
entusiasmo: dati i tempi, nei quali lo studio delle antichità era in una fase 
tuttora di empirismo ed in cui le ricerche scientifiche archeologiche erano 
circoscritte, né erano aiutate dalla visione di un orizzonte più ampio, né 
rese facili dal confronto con altri monumenti, di classica antichità: è non 
meno naturale, ripeto, che tale orgoglio e tale ardore abbiano spinto i rap- 
presentanti della Etruschena a dare spesso un valore eccessivo all'oggetto 
delle loro erudite indagini e li abbia tratti ad esagerazioni e a falsità di 
giudizi. Ma si deve avvertire che per di più vi era in questo movimento 
di studi della antichità etrusca uno zelo patriottico, quello zelo che si rial- 
lacciava al sentimento di quei sommi toscani che furono Dante e Michelan- 
gelo, e che in tempi di gravosa ed ignominiosa servitù politica cominciava 



') Si veda su quest» urna e su altre di analogo contenuto quanto scrissi in 
« Rendiconti della R. Accademia dei Lincei », 1910, p. 161 e segg. e 191G, p. 453 
e segg. 



124 Pericle Ducati 



ad agitarsi nei non più torpidi animi italici. Era già il leggero fermento di 
idee e di sentimenti, che precorreva il pieno risveglio, nella fine del Sette- 
cento, della coscienza nazionale negli spiriti più illuminati e più attivi, e che 
si avvertiva in questa insaziata brama dei rappresentanti la Etruscheria di 
dare lustro e decoro alle glorie paesane, risorgenti, dopo sì lungo corso di 
secoli, dall'oblio. 

Il maggior rappresentante della EtruBcheria e senza dubbio il più beneme- 
rito è il fiorentino Antonio Francesco Gori. Intelletto di un' attività mera- 
vigliosa, per varietà e vastità d' indagine non è secondo ad altri insigni an- 
tiquari dell'eruditissimo Settecento, a Bernardo di Montfaucon, autore dei 
15 volumi de L^Avtiquité expUquée, 1719-1724, a Claudio Filippo de Tliu- 
bières, conte di Caylus, autore dei 7 volumi del liecueil d'aniiquités égyptien- 
ìieg, étrusques, grecques et romaities, 1752-1768; e richiama per l' infaticato 
ardore nella ricerca scientifica un altro ecclesiastico, archeologo italiano 
dell'Ottocento, il gesuita Raffaele Garrucci. 

Il Gori, nato il 9 dicembre 1691, fu indirizzato alla carriera sacerdo- 
tale e fu scolaro nello studio delle letterature antiche del celebre Anton Ma- 
ria Salvini, modello di uomo e di dotto. Già a 17 anni il Gori si distin- 
gueva nella oratoria latina, e quando nel 1717 fu ordinato sacerdote ed ebbe 
la nomina di membro del chiericato di S. Giovanni, già aveva attratto su 
di sé larga attenzione ed estimazione per sermoni, per monografie teologiche 
e per traduzioni in italiano di autori greci. Consigliato dal Salvini, il Gori 
si dà all'antiquaria e si rivolge dapprima ai monumenti romani, aiutato e 
incoraggiato da Scipione Maflfei e dall'arcivescovo di Firenze, il Foutanini; 
il primo scritto che egli pubblica nel campo archeologico è il Momimentum 
sive Columbarium libertorum et servorum Liviae Augustae et Caesarum, 
Roma, 1726. Ma un' opera di assai maggior mole è la raccolta delle iscri- 
zioni antiche esistenti nelle città dell' Etruria, opera che in un certo qual 
modo prepara il contributo che il Gori darà poi agli studi di anticiiità etru- 
sca. Le Inscriptiones antiquae in Etruriae urbibus extantes, costituiscono tre 
grossi volumi editi rispettivamente nel 1727, nel 1734, nel 1743, e nelle 
numerose tavole illustranti il testo sono riprodotti monumenti d' arte ro- 
mana, tra cui i rilievi delVAra Pacis Augustae ora nella Galleria degli Uf- 
fizi, il sarcofago Riccardi già in piazza del Duomo, né mancano monumenti 
etruschi, tra cui è degno di menzione il cippo arcaico flesolano con figura 
di Sileno sdraiato, ora al Museo di Firenze e che fu oggetto di una disser- 
tazione per l'Accademia di Cortona di Ridolfino Venuti. Ed il nome del 
Gori è associato ad una poderosa impresa, alla pubblicazione cioè di quel 
Museum Florentinum, che va dal 1731 al 1762 e che fu ideato da France- 
sco Maria Gabburri e dapprima diretto dal Buonaroti. Dei dieci volumi sei 
sono dovuti al Gori il quale, infaticabile, rivolge nel tempo stesso la mente 
ad altre opere, ad altre imprese; raccoglie antichità, e fonda nel 1735 la So- 
cietà Colombaria per lo studio delle scienze e delle lettere, di cui pubblica 
due volumi di Memorie di varia erudizione. 1747 e 1752. 



La Rtnischeria 125 



Tra il 1737 ed il 1743 esce l'opera più importaute del Gori, i tre vo- 
lumi del Miisetim Etruscum exhihens insignia veterum Etrnscorum monumenta. 
Il testo, in cui è inserita la descrizione del Museo Guarnacci, che si an- 
dava costituendo a Volterra, ed in cui sono cinque dissertazioni di Giovanni 
Battista Passeri, è accompagnato da trecento tavole illustrative, le quali 
costituiscono una raccolta di assieme di cimeli etruschi veramente mirabile 
pel tempo in cui fu compiuta, e che il pregio suo non ha del tutto perduto 
anche ai dì nostri. Nel 1911 venne invero rintracciata nel giardino di una 
villa privata a Fiesole una stele funeraria di arte etnisca arcaica, che ora è 
uno dei monumenti più pregevoli del piccolo Museo di Fiesole *); questa 
stele potè essere identificata con una stele che faceva parte della collezione 
del Gori e che il Gori aveva fatto riprodurre in incisione nell' opera sua 
(voi. Ili, tav. XVIII, 4). E nel Museum Etruscum è fatto tesoro delle sco- 
perte di maggiore importanza che si andavano facendo in due principali 
centri etruschi : a Corneto e a Volterra. 

A Corneto, dopo la tomba Tartaglia e la tomba del Cardinale, così de- 
nominata dal vescovo di Corneto, il cardinale Garampi, e pure scoperta 
nel 1699, altre tombe dipinte erano state esplorate verso gli anni in cui fu 
redatto il Museum, Etruscum, da un modesto pioniere dello studio della pit- 
tura etrusca, dal tarquinese Gian Nicola Forlivesi, padre agostiniano, che 
descrisse i nuovi dipinti. Del manoscritto del Forlivesi, che andò smarrito, 
dà per fortuna un riassunto il Gori nel Museum Etruscum, riconoscendo con 
la sua specchiata onestà di quanto egli era debitore all'agostiniano. Ed in 
tal modo per alcuni dipinti cornetani non abbiamo ora che le notizie riferite 
dal Gori e le riproduzioni che nel 1780 esegui a Corneto un pittore inglese, 
Giacomo Byres, amico di G. B. Piranesi '). 

Gli scavi volterrani ebbero inizio circa il 1728 e dal territorio della 
vetusta città etrusca vennero ben presto alla luce molte di quelle tarde urne 
di alabastro che sono peculiari di Volterra, e che recano sul coperchio la 
figura o dell'obeso Etrusco o della Etrusca dama contegnosa e leziosa nel 
suo ricco abbigliamento, mentre, specialmente nel lato anteriore, sono scene 
a rilievo che, se hfinno scarso interesse dal punto di vista artistico, sono 
oltreraodo pregevoli pel contenuto loro, o mitologico o relativo a credenze 
dell'oltretomba. Ben quaranta urne figurate uscirono nel 1739 dalla sola 
tomba dei Cecina, della famiglia illustre anche nelle fonti romane, ed arric- 
chirono 1' incipiente museo volterrano Guarnacci. Delle nuove recenti sco- 
perte di Volterra fece tesoro il Gori, il quale nel suo Museum Etruscum non 
si limitò per Volterra alle antichità etrusche, ma estese lo studio suo anche 



') Si veda E. Galli uel giornale « 11 Marzocco » del 3 marzo 1912 e Fiesole, 
Gli Snavi, il Museo Civico, 1914, p. 67 e fig. 33. 

') Hypogaei or the sepulchral caverns of Tarquinia, by the late Yames Bykes, 
Londra, 1842. — Sullo scritto del Forlivesi si veda anche: Avvolta in « Bnllet- 
tiuo dell'lnstitnto archeologico », 1831, p. 91. 



126 Pericle Ducali 



a quelle romane, tra cui l'anfiteatro e la piscina che il buon Gori attiil)ui 
agli Etrnscliì. 

Un altro monumento da pochi anni scoperto [-ubblicò il Gori, cioì' la 
singolare sedia marmorea Corsini uscita alla luce nel 1732 presso il Late- 
rano '), a cui nel Museum Etruscum sono dedicate ben cinque tavole e che 
il. Gori uon si perita di designare come un thronus mithriacim etrvscus. Ma 
di ciò non dobbiamo meravigliarci, perchè tale meraviglia dovremmo pro- 
vare per altri giudizi espressi non solo da contemporanei del Gori, e tra di 
loro dal sommo Wìnckelmann, ma anche da archeologi a noi assai più vi- 
cini pel tempo in cui vissero. Che se tra i monumenti etruschi è come un 
intruso uno di quei bronzetti sardi rappresentante un guerriero della civiltà 
uuragica e se il Gori fa una identificazione fantastica di monumenti figu- 
rati, specialmente di vari tipi di bronzetti, con divinità del Pantheon etru- 
sco, non per questo si deve diminuire il merito che spetta al dotto fioren- 
tino di aver riunito tanto materiale archeologico, e di aver raccolto ed 
ordinato a proposito delle divinità etrusche in modo esauriente le fonti let- 
terarie. E poi non è forse ai giorni nostri che un insigne e comx>ianto ar- 
cheologo costantemente sostenne la designazione di dio Vertumno per un 
pregevolissimo brouzetto arcaico di Isola di Fano, rappresentante invece se- 
condo ogni probabilità un devoto? '). 

Le opere che sin qui abbiamo citato di Antonio Francesco Gori rap- 
presentano una mole ingente di lavoro, tale da riempire una intera esistenza. 
Eppure il modesto antiquario fiorentino riesci a compiere altri lavori e dav- 
vero poderosi; ecco i titoli dei principali: il Museum Coitoneiise in collabo- 
razione con F. Valerio e Rodolflno Venuti, Roma, 1750; il Ihegaurus 
Gemmarum antiquarvm astri/erarum. Firenze, 1750, in tre volumi: il llie- 
saurus Diptycorum cuni notis Tanserii, Firenze. 1759, in tre volumi; e la 
Dactyliotheca Smitlnana, Venezia, 1767 (opere postume); i dieci volumi di 
Si/mbolae Utterariae, opuncula varia pliilologiea, scientifica, antiquaria, signa, 
lapides, mtmismata, gemmas et monumenta medii aeri complectentes, Firenze 
e Roma, 1748-1758. Ma si aggiunga che la versatilità dell'ingegno del GU)ri 
si appalesò in un altro campo di ricerche, poiché 1' imperatore Giuseppe gli 
afiìdò l'incarico di compiere il catalogo dei manoscritti orientali della Bi- 
blioteca di Firenze, iniziata da Stefano Assemanui, un dotto siriaco di Tri- 
poli, appartenente ad una famiglia che diede parecchi apprezzati scrittori 
alle lettere orientali. E cosi nel 1743 si pubblicò il Bibliothecae Mediceae, 
Laurentianae et Palatinae codieiim Mss, Orientalium Catalogna digestus a Ste- 
phano Asseinanno. Che vita operosa fu quella del Gori ! Il quale, modesto 
e pio stava nella sua Firenze, pago della carica di priore del Battistero e 



') Si veda la mia pubblicazione della sedia Coriiini, in « Monumenti della 
R. Accademia dei Lincei », XXIV, 1916, col. 401 e segg., tav. I-VIII. 

^) MiLAXi, // R. Museo Archeologico di Firenze, tav . XXIX, 2, p. 138; cfr. Dr- 
CAii, L'Arte classicn. Torino. 1920, p. 269 o seg., tig. 259. 



La Ktruscheria 127 



della cattedra di storia della Università lìorentina. Né mai si mosse dalla 
Toscana nativa, riempiendo le sue giornate con le pratiche del culto e con 
r assiduo lavoro di ricerca, simile in questo ad un altro grande erudito ed 
antiquario dell'Ottocento, al modenese Celestino Cavedoui. Gentilezza di modi 
rendevano attraente il Gori; atì'abilmente riceveva egli gli eruditi stranieri, 
che di passaggio per Firenze ricorrevano a lui come a persona che meglio 
di ognuno conosceva le glorie della città del fiore; paternamente poi consi- 
gliava ed avviava i giovani nell'arduo campo dell'indagine scientifica. 

Morì il Gori a 66 anni, il 21 gennaio 1757, ed ebbe onorevole sepoltura 
nella chiesa di San Marco; morì quasi alle soglie della vecchiaia, mentre 
per parecchi anni ancora avrebbe potuto arrecare ulteriori contributi alla 
scienza antiquaria, che avrebbero aumentato in modo portentoso la mole in- 
gente del lavoro da lui compiuto. Onore alla memoria di questo Fiorentino! 
Il quale in quel primo cinquantennio del Settecento, in cui gli artifizi fri- 
voli, leziosi, sdilinquiti dell'Arcndia della prima maniera già scompaiono 
dinnanzi alla lirica dell'Arcadia della seconda maniera, ormai pervasa da un 
soflìo di passionata soavità e delicatezza, foriera di tempi nuovi, in quel 
primo cinquantennio, in cui giganteggiano due sommi spiriti italiani, Giam- 
battista Vico e Ludovico Antonio Muratori, si aflerma come rievocatore 
dotto, animoso ed infaticato delle memorie di un popolo che tanto contri- 
buto aveva dato all'incivilimento dell'Italia antica, al progresso di Roma, 
unificatrice delle stirpi italiche. 

Terzo nella spregiata Etruscheria è Giovanni Battista Passeri, il quale 
aveva avuto i natali in piena Etruria meridionale, conie poi più volte si 
vantò, a Farnese, nel territorio di Viterbo il 10 novembre 1694. La sua fa- 
miglia era originaria di Gubbio e suo padre, Domenico, era medico, autore 
di un' opera, L^Osserfaeione anatomica , 1731, dedicata al celebre Morgagni. 
Il Passeri compì gran parte degli studi a Roma e l'ambiente romano influì 
assai sul temperamento suo facile agli entusiasmi, sicché più che alla giu- 
risprudenza, ove ebbe per maestro Gian Vincenzo Gravina, di cui scrisse la 
vita, si dedicò alle lettere, alle antichità, al disegno. E il Passeri fu poeta, 
fu Arcade col nome di Feralbo. Raggiunse il titolo di dottore a Perugia 
nel 1716 e, sposatosi, si avviò nella carriera aiiiministrativa dimorando a 
Pesaro, a Fossombrone, ad Urbino. Ma mortagli la moglie, egli entra negli 
ordini sacri e viene nominato vicario generale a Pesaro, poi uditore' di 
mota a Ferrara. Ormai i suoi studi sono indirizzati esclusivamente all' ar- 
cheologia: pubblica opere archeologiche, contribuisce alla raccolta lapidaria 
di Urbino, viene nominato membro di parecchie Accademie italiane ed 
estere, ricevendo come premio nella carriera ecclesiastica la dignità di pro- 
tonotario apostolico da Clemente XIV, e come riconoscimento dei suoi me- 
riti scientifici la carica di antiquario di corte dal Granduca di Toscana. Il 
Passeri finì la sua vita a Pesaro il 4 febbraio 1780, lasciando grande fama 
di sé; basti dire che il Muratori lo aveva definito come antiquario maestro 
del mondo. Ma tale fama andò ben presto impallidendo, e a torto. 



128 Pericle Ducati 



Il nome del Passeri è legato prima di tutto ad una raccolta poderos» 
di lucerne romane; le Laceniae Jìciiles sono tre volumi editi a Pesaro 
nel 1739, nel 1743 e nel 1751. Ma tralasciando questa ed altre opere edite 
e cioè i Selecta monumenta eruditae antiqnitatis, dissert. Vili, Firenze, 1750, 
ed i complementi delle opere del Gori del Museo Etrusco, dei Tesori dei 
dittici e delle gemme; tralasciando le opere inedite e cioè il Thesaurus geni- 
marum veterum, il De hierogli/phis Christianorum, la Storia degli archi trion- 
fali: sono notevoli i Paralipomena a compimento delle opere del Dempster, 
Lucca, 1767, e i tre volumi delle Picturac Etruseorum in vascuUs nunc pri- 
mum in unum oollectae, Roma, 1767-70-75 (il 4° e il 5° volume sono inediti). 
Costituiscono queste Pieturae la prima, copiosa silloge di quei monumenti 
di sì grande importanza^ sia dal lato formale o artistico che dal lato del 
contenuto o ermeneutico, che sono i vasi dipinti greci. 

Come dice il titolo dell'opera, il Passeri da buon rappresentante della 
Etruseheria sostiene come il Buonaroti ed il Gori, ma come anche il Mont- 
faucou ed il Caylus, la etruschicità dei vasi greci e italioti della Magna 
Grecia. Ma già nel 1734 il Bottari a Napoli, osservando nelle case private 
la grande quantità di vasi dipinti, specialmente provenienti da Nola e da 
Capua, era rimasto un po' dubbioso sul dogma della origine etrusca, e già 
nel 1754 il Mazocchi nei Commentari in tabulas Heraclaeenses (pp, 137 e segg., 
551 e seg.) aveva sostenuto la grecità dei vasi ritrovati nell'Italia meridio- 
nale ed in Sicilia, e già nel 1755 contro la teoria etrusca sostenuta dal Gori 
si era pronunziato il Padre Salvatore Di Blasi in una dissertazione stampata 
negli Atti dell' Aceadeììiia del Buon Gusto a Palermo. Ed infine la origine 
greca dei vasi dipinti, prima della pubblicazione dell'opera del Passeri, aveva 
avuto un autorevolissimo difensore nel Winckelmaun nella sua immortale 
Geschiehte dei- Kunst des Altertnms, Dresda, 1764. Ma si ribatteva dai mem- 
bri della Etruseheria che i vasi che si troviivano nell' Italia meridionale ed 
in Sicilia erano dovuti ad in>itatori dei modelli etruschi. Fantastica aberra- 
zione questa che perdurò a lungo e che, dimostrata tale specialmente da un 
etruscologo di sommo valore, dall'abate Luigi Lanzi nello scritto De' vasi 
antichi dipinti volgarmente chiamati etruschi, dissertazioni tre, Firenze, 1806, 
parve illudere ancora alcune menti di studiosi, del D'Amatis e del Fea 
quando nel 1828, in seguito agli scavi di Luciano Bonaparte, principe di 
Canino, escirono alla luce dal suolo di Vulci a centinaia e a centinaia pre- 
gevolissimi campioni di ceramica greca. 

Il Passeri per le sue Pieturae Etruseorum in vaseulis riprodusse gli esem- 
plari ceramici di una celebre collezione che si era formata a Roma dalla fu- 
sione di due raccolte. Una di queste raccolte era dovuta al vescovo di Chiusi, 
monsignor Bargagli, zio del Guarnacci, il quale nei primi tempi del se- 
colo XVIII aveva radunato parecchie antichità del Chiusino, specialmente 
vasi dipinti; la seconda raccolta apparteneva al napoletano Giuseppe Valetta 
e comprendeva perciò, quasi esclusivamente, vasi italioti. Le due raccolte 
fuse insieme costituirono la collezione del cardinale Gualtieri, la quale passò 



La Etruscheria 129 



poi alla Biblioteca del Vaticano ed è ora il nucleo più antico della riccliis- 
sima collezione di vasi dipinti del Museo Etrusco Gregoriano. Il Passeri non 
riprodusse tante pitture vascolari con l'intento di proporle o di renderle 
oggetto di studio dal punto di vista stilistico, sibbene per assoggettarle ad 
una sua teoria ermeneutica che oggi fa sorridere; perchè il Passeri ricono- 
sceva in tutte le pitture vascolari da lui credute etruscbe una costante al- 
lusione ai misteri dell' oltretomba in rapporto coi defunti, delle cui tombe 
costituivano essi vasi i corredi funebri. Onde scrive, irridendo, lo Justi che 
il Passeri « costruì un ediflzio meraviglioso, la cui pietra terminale era un 
recondito insegnamento, per cui una dommatica neo-platonico-patristica era 
introdotta nei vasi e nelle urne » *). Ma avrebbe dovuto lo Justi attenuare 
un po' il sentimento di disprezzo verso il dotto italiano del Settecento pen- 
sando che altri dotti del suo paese e dell'Ottocento, a proposito dei vasi di- 
pinti, avevano espresso teorie consimili a quella del Passeri e non meno di 
quella ael Passeri degne, dal suo punto di vista, di essere derise; alludo 
cioè a Federigo Creuzer e a Teodoro Panofka. Ad ogni modo la silloge 
di pitturo vascolari del Passeri segna un contributo notevolissimo alla 
miglior conoscenza della ceramica greca e per parecchio tempo fu essa un 
pregevole repertorio di consultazione per studi e per confronti, siccliè biso- 
gna discendere alla fine del Settecento per incontrare un' altra silloge cera- 
mica nella opera del Tischbein ^), per passare poi nella prima metà del- 
l'Ottocento all'Ingliirami ^) ed infine al Gerhard *), le opere dei quali segnano 
graduali progressi nella riproduzione e nella ermeneutica dei vasi greci. 

La superiorità degli Etruschi nei vari campi della cultura rispetto agli 
altri popoli, elle costituisce la nota dominante pei membri della Etruscheria, 
appare presso il Passeri in principal misura nei Paralipomeni all'opera del 
Dempster. Ed in questo scritto, riprendendo in esame la questione della 
lingua etrusca, sconfessando la derivazione dell'etrusco dall'ebraico da lui 
prima sostenuta nelle Lettere Boncaliesi (1742), pone a raffronto 1' etrusco 
col latino asserendo che tra di loro è solo una differenza dialettale, con de- 
rivazione da un ceppo comune. Tali confronti col latino verranno poi ri- 
presi nel Saggio di lingua etrusca e di altre antiche d'Italia, I-III, 178i», 
dall'abate Luigi Lanzi, il quale concluderà in modo conforme al Passeri: è 
la conclusione a cui è pervenuto nei suoi lunghi studi sull'etrusco un in- 
signe glottologo nostro, Elia Lattes ^). 

Rispetto alla triade Buonarotì, Gori, Passeri è certamente inferiore il vol- 
terrano Mario Guarnacci. Nato nel 1701, fu come il Gori allievo del Salvini 



») Op. cit., II, p. 235. 

°) Colìectioii of engraviugs from ancient vases, Napoli, 1791-1795, volnmi quattro. 
3) Pillure di vasi fittili, Fiesole, 1833-37, volumi quattro. 
*) Auserlesene griechische Vasenbilder, Berlino, 1840-58, volumi quattro. 
') Si veda il suo più recente articolo Per la soluzione dell' eninima etrusco, in 
« Scientia », XXVI, novembre 1919. 



KiO l'rlii-l,' Ihlf-ilti 

a Firenze, ove si addottorò. Passato a Kouia vi [lereorsc vari gradi nella pre- 
latura e per incarico di Benedetto XIV scrisse le vite dei papi da Cle- 
mente X (1670) a Clemente XII (m. nel 1740), VUae et res yestae Pontifi- 
cnm Eomanortim et Cardinaliiim a Clemente X ad Clementem XII, Roma, 1751. 
Si ritirò nel 1757 a Volterra ed ivi senii)re dimorò sino alla morte avve- 
nuta il 21 agosto 1785 ed ivi si diede agli studi antiquari e a raccogliere 
monumenti etruschi, che in gran copia uscivano dal territorio della sua città 
natale. Il Museo Guarnacci che egli formò e che fu illustrato dal Gori nel 
suo Museiim Etruscum, è l'attuale Museo Civico di Volterra, certo uno dei 
più interessanti della regione etrusca. Imbaldanzito ed entusiasmato per le 
ricerche e per le scoperte archeologiche, il Guarnacci compose un' opera in 
tre volumi. Origini Italiche ogsiano Memorie istorico-etnische sopra l'antichis- 
simo regno d'Italia, Lucca, 1767-1772. Ivi una minuta, ingombrante erudi- 
zione serve di base ad una ipotesi strana, frutto di un passionale temi)era- 
mento; secondo questa ipotesi, che accentua e peggiora le false idee del 
Passeri, il primato civile ed artistico spetta agli Etruschi non solo sugli 
altri popoli italici, ma per alcune epoche anche sulla Grecia, selvaggia ed 
incolta. Anche in piena Etrnscheria tali voli fantastici non potevano essere 
accettati dai cultori dell'antichità, e critiche furono mosse contro le Origini 
Italiche, specialmente dal padre Bardetti, critiche a cui ribattè con calore, 
se non con intemperanza il Guarnacci nMn liisposta alle censure fatte contro 
le « Origini Italiche », Venezia, 1773. Ed il passionale volterrano giunse 
persino a chiedere al granduca di Toscana la destituzione di un jjadre An- 
toDioli, che aveva osato di attaccare le sue idee. Ma con tutto questo non 
si può disconoscere lo zelo esplicato dal Guarnacci nel ricercare e nel con- 
servare i documenti archeologici della sua Volterra, organizzando in pieno 
Settecento un museo rigorosamente locale. 

La esplicazione collettiva, non più individuale della Etrnscheria, si ha 
nella Accademia Etrusca di Cortona, una società che fu attraverso gran 
parte del Settecento, come asserisce lo Justi '), il punto centrale del movi- 
mento archeologico e che riunì i migliori nomi italiani e stranieri. E uir fe- 
nomeno della Etrnscheria la costituzione di questa illustre Accademia in una 
piccola citt<à di provincia, ove ai ricordi del lontano passato etrusco e ro- 
mano si intrecciano le memorie guelfe e ghibelline del medio-evo, e le impronte 
gloriose dell'arte del Kinascimento a cui appartiene un insigne tìglio di Cor- 
tona, Luca Signorelli. In questa cittadina toscana, situata in cima ad un 
colle ameno per olivi e per vigneti e ricca di palazzi e di chiese, fu fon- 
data il 29 dicembre 1726 l'Accademia Etrusca per impulso del patrizio cor- 
tonese, abate Onofrio Baldelli, coadiuvato da tre pronipoti, i fratelli Filippo, 
Niccolò e Rodoltìno Venuti, i quali dedicarono le migliori energie alla scienza 



*) Op. cit., II, i>. 256 e seg., ove sono parecchie notizie snll'Acc.idemia C'or- 
toiiese. 



La Etninrheria VOX 



dell'aiiticliità. Specialmente notevole fu di questi tre fratelli Rodolfino (1705- 
1763), topografo di Roma, numismatico e conoscitore di gemnie^ e die scrisse 
sulle antichità di Cortona e sui primitivi suoi abitatori. All'Accademia ven- 
nero annessi un Museo ed una Biblioteca, e questi due istituti furono opera 
del Haldelli, il quale aveva messo insieme libri ed anticaglie nella lunga sua 
dimora a Roma. Il Museo, cLe è l' attuale Museo Cortonese, fu inaugurato 
nel 1750. Annualmente si creava un presidente che veniva chiamato etru- 
scamente Lucumone, mentre il collegio accademico era costituito di cento- 
quaranta membri, di cui quaranta cortonesi e cento forestieri. Le assemblee, 
dette le Notti Contane, avvenivano due volte al mese annunziate dal bronzo 
delle campane del Palazzo Pretorio, ed in queste assemblee, a cui talora 
partecipavano come invitate nobili dame, si comunicavano lettere, si legge- 
vano dissertazioni, si facevano discussioni, si mostravano rinvenimenti di 
antichità. 

Dal 1738 al 1795 si pubblicarono nove volumi di dissertazioni sotto il 
titolo di Saggi <U JJissertaHoni accademiche pubblicamente lette nella nobile 
Accademia Etrnsca deW antichissima città di Cortona. I volumi sono corre- 
dati di tavole ad incisione, pei tempi in cui furono eseguite, accurate assai 
ed hanno un aspetto nobile e signorile sia per la stampa sia pei fregi. Il 
primo volume si apre con una dissertazione di Lodovico Bourguet di Neu- 
chàtel sopra l'alfabeto etrusco ed in realtà, in maggioranza, queste disser- 
tazioni cortonesi concernono il così affascinante mondo degli Etruschi ; ma 
sono tutt' altro che rari i contributi alle anticliità greche e romane. Per 
esempio, nella parte seconda del volume I è una lunga dissertazione del 
marchese Giovanni Poleni dell' Università di Padova sul tempio di Diana ad 
Efeso, le cui rovine erano a quei tempi del tutto ignote, affondate nella pa- 
lude, da cui le trasse alla luce l'inglese Wood tra il 1869 ed il 1874. Cosi, 
per esempio, la dissertazione 11* della parte prima del volume I di monsi- 
gnor Marcello Severoli riguarda il vetusto arco detto di Portogallo a Roma, 
distrutto nel 1662 da Alessandro VII. Notevole poi come contributo alla sto- 
ria delle religioni, è la dissertazione del canonico Giovanni Cliecliozi di Vi- 
cenza sopra l'antica idolatria dei boschi nei volumi I e IV. Vi sono anche 
relazioni di scavi come quella di Tarquinio Coritano sulle antichità di Ri- 
patransoue, che rientrano nella civiltà picena, o come quella di Ottavio Bocchi 
su Adria, in cui sono pubblicati alcuni vasi dipinti attici venuti alla luce 
ad Adria. E nomi ben più illustri dei precedenti incontriamo nei volumi dei 
Saggi di Dissertazioni accademiche, i nomi cioè di Ludovico Antonio Mura- 
tori e di Scipione TVIaffei. 

Tra le memorie di argomento etrusco non credo di dover tacere quella 
del canonico Alessio Simmaco Mazocchi, regio professore di Sacra Scrittura 
a Napoli, Sopra la origine degli Etruachi (dissert. 1" del volume III, 1741) 
a cui sono aggiunte dieci appendici o, come dice il Mazocchi, diatribe. Il 
Mazocchi è persuaso che « i Tirreni traggano la loro origine immediatamente 
da quelle parti che sogliono chiamarsi orientali » e che « Tirreni, Etrusci, 



]H2 Pei tele Ducati 



Tnsci » sono sinonimi, e che gli Etrusclii avrebbero dapprima colonizzato la 
pianura padana, opinione questa clie gi<à Filippo Cluverio aveva espressa 
(Italia cum imulig, 1619-1624, liber II, cap. I). Anche da questi brevi cenni 
apparirà come l'Accademia di Cortona sia stata una nobile palestra, in cui 
utilmente per il progresso della scienza archeologica si esercitarono nume- 
rosi ingegni italiani e stranieri del Settecento: anche per tale rispetto la 
J'Jtruseheria non fu affatto una vana cosa. 

La fine della Etruscheria si può collocare verso gli ultimi decenni del 
sec. XVIII o alla morte del Passeri (1780) o a quella del Guarnacci (1785), 
(quando cioè cominciava ad affermarsi nel campo delle indagini etrusche il 
gesuita Luigi Lanzi nato nel 1732, e che inaugurò un nuovo indirizzo 
di ricerche assai più scientifico, positivo con un sano senso storico ormai 
vittorioso dei pregiudizi paesani. Ma, ripeto, non fu inutile l'opera della 
Etruscheria pur con le intemperanze, gli errori, le fantasie dei dotti che ne 
fecero parte, non fu inutile questa opera che valse a suscitare una brama 
ardente di rompere il fitto velo che avvolgeva, come tutt'ora avvolge, la 
stìnge etrusca e, sfrondato di tutte le elucubrazioni ed i preconcetti più degni 
di poeti che di cultori di scienze antiquarie e storiche, rimane un lavoro 
veramente profittevole, di cui poterono giovarsi in modo assai largo i dotti 
che vennero poi, sia nella collezione di tutte le fonti critiche relative agli 
Etruschi, sia nella pubblicazione di un vasto materiale monumentale, sia 
nelle raccolte di antichità a cui attesero il Bargagli, il Buonaroti, il Gori, 
il Haldelli, il Guarnacci e che costituiscono i primi ed importanti gruppi di 
antichità etrusche, antecedentemente o disprezzate o trascurate. É questa la 
prima fase del periodo di preparazione degli studi di etruscologia, fase che, 
l^er gli entusiasmi smodati e per le idee irruenti e per la bramo.sia di rag- 
giungere nei vari problemi con tutta prestezza e facilità una soluzione de- 
finitiva, ha i caratteri propri della prima giovinezza balda e sicura di sé, 
piena di candore nelle aspirazioni sue, cui tende con fervore di poesia piut- 
tosto che con rigore di metodo razionalistico. 

La seconda fase di questo periodo di preparazione è pure contrasse- 
gnata, come la prima, da intelletti italiani: ormai vi è minore impeto, su- 
bentra la cautela, ma permangono, pur attenuati, i caratteri della Etruscheria. 
Questa fase si allieta dei nomi di Luigi Lanzi (1732-1812) col suo discepolo 
G. B. Zannoui dapprima, e poi del livornese Giuseppe Micali e del volter- 
rano Francesco Inghirami. La vita di questi due etruscologi s'inoltra anche 
al di là dello inizio del secondo periodo di ricerche etrusche, che ha prin- 
cipio nel 1827 con la scoperta di nuove tombe tarquiniesi dipinte o nel 1828 
con la pubblicazione di Carlo Ottofredo Miiller, Die Etrusker e con la inci- 
piente esplorazione della inesausta necropoli di Vnlci. Morirono invero il 
Micali nel 1844 e l' Inghirami nel 1846; tuttavia questi illustri studiosi per 
l'indole delle loro ricerche e per la essenza dei loro metodi scientifici hanno 
negli ultimi anni di loro vita i caratteri di un tempo ormai sorpassato e 
però meglio si ricollegano coi precursori, coi membri cioè della Etruscheria. 



Ij(i EiriiHcìitrid 133 

Il secondo periodo invece si inizia coi nomi di due eccezionali intelletti 
germanici, di Edoardo Gerliard e di Cario Ottofredo Miiller. E, purtroppo, 
nelle ricerclie di etruscologia predominano ormai gli stranieri sugli Italiani. 
Tedesca è invero la opera citata del Miiller e rifatta dal Deecke, inglese è 
l'opera di topografìa etrusca, The cities and cemeteries of Etritria di Giorgio 
Dennis (1* ed. del 1848, 2^ del 1878, 3" del 1883); francese è il trattato 
sull'arte etrusca, U art étrusque, 1889, di Giulio Martha. Queste tre opere 
oggi risentono le ingiurie del tempo e, cosa curiosa, specialmente la terza 
che è la meno vecchia. E perciò chiudiamo con l'augurio che la scienza ar- 
cheologica italiana riprenda nella etruscologia quel primato cìie le è sfuggito, 
e che possedeva pieno, indiscusso, ai tempi della ingiustamente spregiata 
Etruncheria. 

Pericle Ducati. 



LA. QUADRIdi m HELIOS 1)1 LISIPPO 

KAPPRKSENTATA IN UN BOI. IO d'ANI'ORA RODIA 



Della ricca collezione di bolli d'anfora del nuovo Museo di Rodi, isti- 
tuito nel 1914 dalla Missione Arclieologica Italiana, fanno parte quattro 
esemplari di un bollo che fino ad ora non mi risulta segnalato in nessuna 
delle numerose pubblicazioni del genere '), e clie, per la rarità ed impor- 
tanza dell'emblema da cui è contrassegnato, merita di esser portato a cono- 
scenza degli studiosi. Tutti e quattro i bolli rinvenuti in terreni di scarico 
nella zona suburbana della città, appartengono indubbiamente ad anfore 
rodie : pur non volendo tener conto degli argomenti decisivi della datazione 
dai mesi del calendario rodioto e dell' emblema, basterebbe a farli ritenere 
per rodii la caratteristica ben nota forma dell'ansa (in uno degli esemplari 
conservasi il risvolto dell'ausa ad angolo retto), la qualità dell'argilla omo- 
genea e ben depurata, il colore giallo-roseo chiaro all' interno, piii chiaro 
quasi cinereo all'esterno per uno strato di ingubbiatuia di argilla più fine ^). 

Dei quattro esemplari, tre, per quanto ricavati da stampi diversi più 
o meno frusti, appartengono ad uno stesso tipo con egual emblema ed egual 
nome di mese (tipo A), il quarto si differenzia leggermente nel tipo dell'em- 



') In questa breve nota avrò occasione di riferirmi più volte all' importante 
raccolta di bolli <!' anfora scoperia a Lindos dalla Missione archeologica danese e 
edita dal Nilsson, Timbres amphoriquea de Lindos in « Biilletin de l'Académie royale 
des sciencea et des lettreg de Daueinark ■>, 1909, fase. 1" e 4". 

') Le caratteristiche dell'ansa rodia sono ben determinate dallo Sciiuchhardt. 
Inschriflen von Pergamon, II, p. 423 sg. ; cfr. Nilsson, op. cit., p. 52 sgg. 



134 



A. Maiuri 



blema ed è datato da nn mese diverso (tipo B). La fig. 1 è ricavata di- 
rettamente da ima fotografia dell'esemplare meglio conservato del tipo A ; 
il disegno (flg. 2) è anch'esso tratto dallo stesso esemplare, in cui peral- 
tro si è tenuto conto delle lettere dell'iscrizione che integralmente appari- 
scono negli altri due bolli dello stesso tipo : lo stato di conservazione del- 
l'unico esemplare del tipo B, assai frusto, non consente una riproduzione 
che valga a mostrarne le lievi differenze dal tipo rattìgurato. 








y--^ 



Fig. 1. 



Fig. 2. 



Tipo A : Bollo circolare contornato iuteruaraente da circolo a perline '). Heliog 
radiato sn (jiiadriga con il viso rivolto a destra: nel campo, sotto la qna- 
driga, 1' i. : 'AyQtariov (lig. 1 e 2). 



Tipo B : Bollo della stessa forma del precedente. Helios sii quadriga con il corpo 
leggermente piìi eretto: nel contorno al di sopra dell'emblema, l'i. : []4g]ta- 
/4[(t(oi']. Esemplare derivato da forma assai stanca : non si distingue sé il 
volto di Helios sia di faccia o di profilo, ma sembra che non mancasse anche 
<iui l'attributo della corona radiata. L' isor. appena riconoscibile è ripetnta 
due volte snl contorno per falsa impressione. 

I due tipi di bollo senza nome di eponimo o di fabbricante, apparten- 
gono ad una categoria assai rara delle anse auforarie rodie, ai bolli cioè 
muniti unicamente della datazione del mese con o senza emblema '). In tal 
caso i bolli dovevano essere indubbiamente completati dal bollo dell'altra 
ansa dell'anfora con il nome del sacerdote eponimo di Helios. La forma delle 



') II contorno di perline non si ritrova, per quanto io sappia, in nessnn altro 
bollo di Rodi se si eccettua il bollo del fabbricante Zrjacó (nomo femminile) letto 
erroneamente Tt]ga> in I. G. XII, 1393; è un'evidente imitazione del bordo a per- 
line di qualche tipo monetale rodiote. 

') Alcuni esemplari datati dal solo nome del mese trovansi nella raccolta di 
Lindos (NiLSSON, op. cit., n. 437-441) : altri appartengono alla collezione tuttora 
nedita del Mnseo di Rodi. 



La quadriya di Ilelios di Lisippo 1^5 



lettere tìiie ed acculata a piccoli apici, il tipo varo dell'emblema che pur 
dalle forme stanche delle matrici, appare eseguito con senso d'arte non co- 
mune all'enorme congerie di bolli del II-I secolo a. C, m'inducono a rife- 
rire questo nuovo tipo all'inizio del III secolo se non ai primordi stessi 
dell'industria anforaria rodiota '). 

L'emblema della quadriga di Helios costituisce il vero e massimo inte- 
resse del nuovo bollo rodio ; poiché par legittimo supporre che in esso ci 
sia conservata una schematica e rozza riproduzione, data la povertà dei mezzi 
di cui si serviva in genere la sfragistica anforaria a punzoni di legno ^), 
dell'opera d'arte capitale che abbelliva la città di Rodi fin dalla 2* metà 
del IV secolo a. C. : la quadriga in bronzo di Helios, uno dei capolavori, 
a giudicare dall'entusiastica testimonianza di Plinio, del grande artista Li- 
sippo. Dell'emblema del dio nazionale per eccellenza, di Helios, è contras- 
segnata quasi tutta la monetazione rodia dalle origini della città Ano al- 
l'epoca imperiale e così i)ure un gran numero di bolli d'anfora con nomi 
di eponimi e di fabbricanti : ma quest' emblema, nelle monete e nei bolli, 
sembra essersi tradizionalmente limitato al tipo costante della testa di He- 
lios ricavata senza dubbio anch'essa da un tipo statuario ben determinato, 
consacrato da due grandi opere d'arte, l'Helios di Lisippo e il « Colosso » 
di Chares, e conservatosi più o meno inalterato a traverso le scuole d'arte 
della città. Nessuna meraviglia peraltro che nel bollo di un ignoto eponimo 
della fine del IV o principio del III sec. a. C, l'emblema fosse tratto dal- 
l'opera d'arte principale della città che per i Rodii aveva valore di sim- 
bolo religioso e nazionale insieme : poiché la quadriga di Lisippo posta in 
luogo eccelso e probabilmente sulla rocca dell'attuale cittadella medievale, 
dove pur sorgeva il tempio a Helios, quale simbolo della già tiorente gran- 
dezza della repubblica marinara, dovè essere per i Rodii simulacro altret- 
tanto caro quanto l'Athena di Fidia per gli Ateniesi ^). 

Del tipo statuario dell'Helios di Lisippo e della composizione d'insieme, 
poco sappiamo di preciso : le numeroso figurazioni sui vasi con la quadriga 



*) Secondo il Bleckmann, De inscriptionibas qiiae in Bhodiorum vasoulis legun- 
iitr, Gottingen 1907, la serie degli eponimi rodii avrebbe inizio verso il 331 a. C. 

°) Glie i punzoni fossero in legno sembra aver dimostrato il Wace in « Aa- 
nuiil of Biit. ScUool », XIII, p. 17 ; cfr. Nilsson, op. cit., p. 56 nota. 

'j Un altro esempio d'ispirazione dell'industria anforaria alla grande statua- 
riii della città si avrebl)e nel bollo del fabbricante Nysios in cui il Nilsson 
(op. cit., p. 174, tav. II) ha inteso di riconoscere il tipo della statua del « Co- 
losso ». Peraltro il riavvicinaraento del Nilsson è meno sicuro del nostro. Non è 
a mio avviso da seguire il Nilsson nella datazione del bollo di Nysios ad epoca 
anteriore alla caduta del Colosso (a. 225 a. C.) poiché il tipo delle lettere è evi- 
dentemente più tardo, non ostante gli argomenti esposti (op. cit., p. 175 sg.). Il 
Colosso poteva essere abbattuto al suolo e continuare ad ispirare, come certament» 
avrà ispirato, statue minori, terracotte, bolli d'anfora, gemme ecc. 



136 A.. Maiiiri 



di Helios *), il rilievo della metopa di Uion di epoca imperiale'), alcune 
statuette in bronzo ^), poche gemme incise *), ci portano per varie ragioni 
troppo fuori del campo dell' arte lisìppica e troppo lontano dalle influenze 
che poteva esercitare direttamente l'opera d'arte originale. Maggior valore 
hanno alcune teste marmoree rinvenute nell'isola stessa di Rodi e nelle 
quali si è voluto riconoscere il tipo dell'IIelios ') : di esse, una sovratutto, 
la testa edita dall' Ilartwig, scoperta nel territorio dell' antica Jalisos e re- 
cante i fori per l'applicazione della corona radiata, offre un' identificazione 
sicura con il tipo della divinità solare. 

È pertanto, pur nella sua rozzezza, di peculiare interesse l'emblema del 
nuovo bollo rodio che per il luogo e per il tempo a cui appartiene, abbiam 
ragione di ritenere derivato dall'opera d'arte originale del grande artefice. 
Helios è raffigurato eretto sul carro con il corpo proteso in avanti nell'im- 
peto della corsa con la mano destra reggente le redini e la sinistra levata 
in alto impugnante, a quanto pare, una sferza in atto più d'imperio e di 
maestà che d'incitamento ai focosi destrieri. Il volto del dio si volge vergo 
lo spettatore, atteggiato, forse, alla stessa espressione di luminosa serenità 
con cui è rappresentato in molti tipi monetali : la testa è contornata di raggi 
e non abbiam ragione di ritenere che Lisippo avesse fatto a meno di un 
attributo divino così necessario in una grande opera d'arte di significato 
religioso e nazionale"). Interessante è sovratutto nel bollo il particolare del 
vestito : il dio indossa un lungo chitone talare ed una clamide svolazzante 
nel movimento impetuoso della corsa : cade adunque il supposto ravvicina- 
mento del tipo dell' Helios lisippico al tipo atletico nudo caro all'arte del 
maestro di Sicione : Helios nel gruppo rodiote ci appare nella lunga veste 
dell'auriga e non nudo come nel torso vaticano con i segni dello Zodiaco, 



') Kicordo Vhydria di Karlsnihe (KuKTWiNGi.KK-RtcìCHHor.D, Griechische Va- 
senmalereA, I, tav. 30); il cratere di Vienna {Wiener Forlegeblcitter, E, tur. XI); 
la pyxia Sabonroft' (Furtwanglkr, CoUecHon Jabotirof, I, tav. LXIII). 

'l ROSCHER, Lexicon, I, p. 2006: cfr. « Arch. Zeitnng », 30, tav. 64. 

3) « Ardi. Zeitnng », VI, (1891), p. 123 ; Arndt, La glyptothèque Ny Carlt- 
berg, tav. 89-92. 

*) FurtwXngi.kr, Jvliken Gemmen, u. 8651-8654 : notevole sovratutto la 
gemma del Museo Nazionale di Napoli, FuutwXnqler, op. cit., tav. XLII, 27 
(cfr. voi. II, 201). 

5) Hartwig P., mmische Mittheil., II, 1887, p. 159, tav. VII-VlII ; Graef B., 
Helioakopf aua Rhodoe, in « Strana Helbigiana » (1900), pp 99 sgg ; Lesi.ik 
Shkar Theod., Head of Helios from Rhodes, in « American Journal of Archilo- 
logy », XX, 1916, p. 283 sgg., (tav. VII-VIII). 

") Si ritiene che l'attributo della corona radiata, mancante nelle monete del 
primo periodò, sia invalso durante il IV secolo: cfr. Lesi.ie Shkar Thkoi)., loc. 
cit., p. 290. 



La quadiii/a di Ueliots di lAsippo 137 

nella gemma del Museo di Napoli e in un marmo colossale del Museo di 
Berlino '). 

Della sorte cbe subì nell'antichità questo capolavoro di Lisippo siamo 
assai meno ben informati che non dello scempio fatto dei resti del famoso 
Colosso nell' incursione araba del 653. La notizia di Plinio (XXXIV, 63) : 

nobilitai iir Lysippus.... in primis vero quadriga ciiin Sole Bhodiormn quam 

statuam itMurari iusgit Nero princeps deleetatus admodum illa etc, ha indotto 
alcuni a credere che la famosa quadriga risparmiata da Cassio nell' ampio 
bottino d'opere d'arte fatto dopo l'espugnazione della città dell' anno 43 
a. C, fosse stata in seguito trasportata da Nerone a Roma dove avrebbe 
subito, per ordine dell'entusiasta imperatore, l'inopportuna deturpante do- 
ratura. Questa credenza peraltro non ha il mìnimo fondamento, perchè il 
quarti statuam etc. di Plinio allude ad una statua di Alessandro Magno, 
(fecit et Alexandnim Magniim multis operihus, a piieritia eiiis orsus, quam 
statuam etc). Risulta invece da un passo di Dione Chrys. (XXXI, 148 sg.) 
che i due commissari imperiali incaricati della requisizione d'Opere d'arte 
in Oriento, ebbero dall'imperatore, memore forse di aver patrocinato ancor 
giovanetto la causa della decrepita repubblica e degli onori conferitigli '), 
ordine di rirparmiare la città che, a testimonianza di Plinio, era decorata ed 
abbellita di più che trecento statue. 

L'essere la quadriga in bronzo spiega già di per sé la scomparsa di 
questa grande opera d' arte. Essa ebbe certamente la stessa sorte del Co- 
losso : abbattuta al suolo nell'oscuro periodo della dominazione bizantina 
sulle isole dell'Egeo, dovè esser fusa e ridotta nei modesti tipi monetali di 
quel periodo. Sulla spianata della rocca dove sorgeva il tempio e la qua- 
driga di Helios, i Cavalieri Gerosolimitani innalzavano nel sec. XIV con 
marmi e colonne antiche la Chiesa di S. Giovanni che, ridotta dai Turchi 
in moschea, un'esplosione di polveri, forse di antiche mine della fortezza, 
abbatteva completamente al suolo nel 1856. Ma ai piedi della rocca, verso 
l'angolo sud-ovest dove sporg-^no dall'attuale terrapieno vestigia di vecchie 
mura anteriori all'epoca medioevale, una base antica, ridotta a puteale, con- 
serva, unico e prezioso vestigio dell'antica religione del luogo, un'epigrafe 
dedicatoria al dio Helios '). 

Rodi. 

A. Maiuri. 



') « Ardi. Zeitung », XVIII, p. 130, tav. CXLV : nell'arte posteriore Helios 
auriga appare peraltro generahiionte nudo. 

•) Phabia, Néron et le» Rhodiena in « Eév. d. Philologie », XX, p. 120 sgg. 

') È da me pubblicata in «Annuario della Scuola Archeologica di Atene », 
voi. Ili (in corso di stampa). 



Atene e Koma, X. S. 



]38 Bruno Lavagnini 



FIORI DI ASCLEPIADE 

DALLA « ANTOLOGL\ PALATINA » 



EixtXlòew t' àrffioi; àvùca rpvó/ieva 
(Melkaor., in Anth. Pai.-» IV, 1, 48). 



ALLA LUCERNA 

Lucerna, a te dinanzi giurò tre volte Eraclea 
di venire; e non viene. Tu se hai divinità 

l'ingannatrice punisci; quand'ella si gode l'amante 
nella sua casa, spengiti, non dare luce tu più. 

ALLE CORONE 



(V, 6). 



iV, 144>. 



Qui rimanetemi, appese a questi battenti, corone, 
senza agitarvi e rapide le foglie vostre muovere, 

voi ch'io bagnai di lacrime: soii umidi gli occhi di amanti! 
Quando però la porta s'apra e vediate lui, 

sopra la testa la mia pioggia stillategli, si che 
meglio la bionda chioma le mie lacrime beva. 



PROMESSA MANCATA 

Di venir mi promise la notte la molto famosa 
Nico, e ne chiamò teste la veneranda Cerere. 

E non viene, e l'ora è passata. Ma dunque voleva 
spergiurare? spengete, fanciulli, la lucerna. 

INCOSTANZA 



(V, 149). 



(V, 157). 



Colla suadente Ermione scherzavo un giorno, ed aveva 
ella una breve zona, varia di fiori, o Pafìa. 

V'erano lettere d'oro : « Ama me » v'era scritto « per sempre, 
né ti crucciare se un altro mi tenga in vece di te » 



Fiori di Aselepiade 139 



PUNTURA D'AMORE 

(V, IBI): 

La leggiadra Filenio mi punse : sebbeu la ferita 

non si vede, sino alla unghia il dolor mi penetra. 

Son rovinato, Amori, som morto, non sono più nulla, • 
ad un'etera io venni fra il sonno e toccai l'Ade. 



AMATORE DELUSO 

|V, 163). 

Notte ! te infatti, non altra, vo' teste di qua! mi fa torto 

Pitiade, figlia di Nico, aniatrice d' inganni. 
Ed invitato, non già senza invito, ne venni ! soffra ella 

queste medesime pene alla mia porta stando. 



FORZA D'AMORE 



(V, 188). 



Notte lunga, d'inverno, (il sol fra le Pleiadi cala), 

ed io presso la porta, sotto la pioggia vado, 
dal desiderio punto della ingannatrice : un amore 

non mi lanciò, ma un dardo infocato la Cipride. 

IRENIO 

(V, 193, POSIDIPPO O ASCLEPIADE). 

Essi stessi, gli Amori, videro Ireuio leggiadra 

di Cipride venir dagli aurei talami, 
flore divino dal capo alle piante, scolpita nel marmo 

pario, tutta quanta piena di grazie vergini, 
e molta allor lanciarono sui giovani pioggia di dardi, 

di loro man, dell'arco dalla corda purpurea. 

DIDIME 

(V, 209). 

Col fiore suo mi rapi, ahi! Didime, ed ecco mi struggo, 

sì come cera al fuoco, la sua beltà vedendo. 
E s'ella è bruna che importa? son neri anche i carboni, ma quando 

uno li accenda brillano si come rosei calici. 



140 Bruno Lavagnini 



PER LA « CONOCCHIA » DI ERINNA 

(VII. 11). 

Questa è la dolce fatica di Erìnna,- non grande lavoro, 
qual di diciannovenne fanciulla essere può, 

ma d'altri molti assai più vai. Se a me l'Ade non fosse 
celere si venuto clii tanto nome avrebbe? 

PER UNA STATUA DELLA VIRTÙ 

(VII, H3|. 

Io l'infelice Virtù, recisa le chiome, qui siedo, 
qui, presso a questa tomba del grande AiacC;, 

percossa in cuore da grande cruccio, se presso gli Achei 
l' insidioso Inganno ha più potere di me. 



ARCHEANASSA SEPOLTA 

Archeanassa in me chiudo, l'etera di Colofone, 
di cui jmr sulle rughe dolce l'Amor sedeva. 

O voi amanti, che il fresco fior, della sua giovinezza 
prima, coglieste, quanto attraversaste incendio! 

LA TOMBA D'EUMARA 

Vanne tu lungi da me otto cubiti, mar furibondo, 
e ondeggia e mugghia, con quanta forza è in te. 

Se abbatterai la tomba d' Eumara nulla che giovi 
vi troverai, ma solo ossami e cenere. 

IL SEPOLCRO DI EVIPPO 

O viandante che passi presso il mio vuoto sepolcro, 
quando tu giunga in Chio, al padre Melesàgora 

d) che me colla nave e le merci sommersero i venti 
contrarli e d' Evippo il nome sol rimase. 

PER UNA PIETRA INCISA 

Sono 1' Ebrezza, incisa da mano sajMente, scolpita 
nell'ametista, all'arte repugna assai la pietra, 

e di Cleopatra son sacro possesso : in man della regina 
anche alla dea dell' Ebrezza essere sobria conviene. 



(VII, 217). 



(VII, 284|. 



(VII, 5001. 



(IX, 752) 



Fiori di Asclepiade 141 



STANCHEZZA 

(Xn, 46). 

Ventiilue anni non ho e sono di vivere stanco ! 

che male, Amori, è questo? perchè mi ardete? 
e che farete se mnoiot certo, qual prima, Amori, 

voi giaccherete, inconscii fanciulli, cogli astragali. 

BEVI ASCLEPIADE! 

(XII, 50). 

Bevi Asclepiade ! che son queste lacrime? cosa ti af3iggeT 

Non te soltanto fece schiavo la dura Cipride, 
non contro te soltanto aguzzò l'arco e le freccio 

Eros amaro. Che, vivo, ti stai tu nella cenere 1 
Beviam di Bacco il puro liquore : è un dito il giorno ! 

l'assopitrice lampada vogliam di nuovo attendere ? 
Beviamo ! non ami tu forse ì fra tempo non molto lontano, 

misero, nell'eterna notte riposeremo. 



(XII, 161). 



(xn, i6«). 



DORCIO 

Dorcio, l'amica dei giovani, .sa, come molle garzone, 
lanciar della volgare Cipride il dardo rapido, 

desiderio vibrando dall'occhio, ed ha il petaso sugli 
omeri, il fianco nudo lascia veder la clamide. 

AGLI AMORI 

Questo qualunque, Amori, che ancora mi resta di vita, 

per gli dei, questo aver pace lasciatelo, 
o non colpitemi più con dardi, ma fulmini solo, 

cenere tutto quanto e carbone rendetemi. 
Sì, sì, colpite, Amori, inaridito dai mali 

questo almeno da voi vo', se non altro, avere. 

PER L'ALESSANDRO DI LISIPPO 

(XVI, 120 di Archelao o di Asclepiaue). 

D'Alessandro l'ardire e tutta ritrarre la forma 

seppe Lisippo ; o quale potenza ha questo bronzo ! 

Sembra che l'uom di bronzo dica guardando al cielo: 
« Io sottometto la terra, tienti l'Olimpo tu Zeus ». 

Bruno Lavagnini. 



142 E. G. Parodi 



YEKSIONI DA TENNY80N 



« ULISSE », trad. di E. G. Parodi. 

Poco ini vai che io, re scioperato, 
al mio quieto focolar, tra queste 
aride roccie, in compagnia di vecchia 
moglie, vada stillando e compartendo 
leggi inuguali ad una gente rozza, 
che ammucchia e mangia e dorme e non m'intende. 
Io non so star senza girare il mondo : 
la vita io voglio ber fino alla feccia. 
Con grandezza ho goduto in ogni tempo, 
con grandezza ho sofferto, ora con quelli 
che mi hanno amato, ora da solo, a terra 
o travolto dai venti per un fosco 
mare, dalle piovose ladi sferzato. 
E mi 8on fatto un nome. Ramingando 
con quella fame in cuor, senza riposo, 
molto ho veduto e conosciuto : popoli, 
costumi e climi, assemblee e governi, 
non ultimo fra lor, sempre tenuto 
in onore da tutti ; anche l'ebbrezza 
assaporai delle battaglie, in mezzo 
ai pari miei, là sul conteso piano 
pien di fragor della ventosa Troia. 

Quello che vidi, or parte è di me stesso. 
Ma pur ciascuna esperienza è come 
arco disotto al quale in lontananza 
mi splende il mondo che non ho veduto : 
poi, se m'appresso, il suo contorno sfuma. 
Come è uggioso oziare, aver finito, 
irrugginir, non splendere, bruniti 
dall'uso! È il respirar forse la vita? 
Cumular vite su vite ben poco 
varrebbe, e di una ormai poco mi avanza: 
ma conquista men breve sull'eterno 
silenzio è un'ora, se di cose nuove 
è apportatrice. Mi ripugna starmene 
a custodirmi, per quei tre o quattro 



Yersioni da Tennyson - Ulisse 143 

nulli che mi rimaugouo, col vecchio 
mio spirito che si consuma dentro 
nell'ardor di seguir la conoscenza, 
la stella che trainouta oltre l'estremo 
coulin sognato dairnmau pensiero. 

Ecco mio figlio, erede mio, Telemaco, 
al quale io lascio l' isola e lo scetti'o. 
Io l'amo molto. È assai saggio, capace 
di far r ufiicio suo, di trar con lenta 
prudenza un rozzo j)opolo a più mite 
costume e a grado a grado insinuargli 
l' intelletto dell' utile e del bene. 
Nulla si può rimproverargli. Al giusto 
centro sta dentro il giro dei comuni 
doveri, adatto a prodigar col debito 
zelo conforti e affettuose cure, 
e a tributare onor, come couvieue, 
ai familiari dei, quand'io sarò 
lontano. È la sua parte: a me la mia. 

Ecco il porto : la vela del mio legno 
jjalpita al vento : ecco l'aperto mare, 
lucente fra la nebbia! miei compagni, 
anime che con me sofferto avete 
e diviso con me l'opre e i pensieri, 
che con scherzoso benvenuto il tuono 
.sempre accoglieste come il chiaro sole, 
liberi cuori a lor, libere fronti 
levando incontro : or voi ed io siam vecchi ! 
Ma pur diritto ha la vecchiezza al suo 
travaglio e all'onor suo. La morte è il fine 
di tutto, ma si può prima del fine 
ancor osare alcuna cosa, alcuna 
opra di pregio e d'ardimento, degna 
d' uomini che pugnato han con gli dei. 

Lumi s'accendon già su per gli scogli; 
il lungo di vien meno ; in ciel s' innalza 
la pigia luna, e mille voci intorno 
.Saigon gemendo dal profondo mare. 
Venite, amici I non è tardi ancora 
per muovere a cercar piii nuovo mondo. 
Orsù, sedete ai remi ed i sonanti 
solchi fendete. Ho fermo tu cuor la vela 
spingere oltre l'occaso, oltre i lavacri 
a cui scendon le stelle, e fin eh' io muoia ! 



lU E. G. Parodi e M. Praz 

Forse avverrà clie l'ocean e' inghiotta; 
forse avverrà che all' Isole Felici 
il nostro legno navighi, e vedremo 
il grande Achille, ohe noi conoscemmo. 
Se pure assai ci è tolto, assai ci resta. 
Non ci resta il vigor che ai nostri antichi 
giorni sommosse già la terra e il cielo, 
ma noi siam pur quel che noi siamo: un'aspra 
ugual tempra noi siam di cuori invitti, 
logorati dal tempo e dal destino, 
ma saldi in una volontà: lottare, 
cercar, trovare, e non piegarsi mai. 



« I LOTOFAGI », trad. di M. Praz 

« Animo! » disse, e lor mostrò la terra, 
« quest' onda porterà la nave nera ». 
E quindi a sera giunsero a una terra, 
ove sembrava essere sempre sera. 
L' aria morìa sul lido e languida era, 
spirando come tal e' ha un sogno grave. 
Sulla valle pendea la luna piena; 
e il rivo, tra gli scogli, parea quale 
un fumo volto in giù or sì or no colare. 

Terra di rivi ! Un come trina lenta 
di tenue lino, ed uno di sue spume 
volgeva la cortina sonnolenta 
traverso un fluttuar d'ombra e di lume. 
E videro fluire il chiaro fiume 
al mare : e tre montagne eran tranquille, 
tinte dal vespro il niveo eacume. 
Sulle boscaglie ergevansi le file 
dei pini ombrosi molli di pluviali stille. 

Languiva il sole : si scorgea la valle 
addentro, in mezzo a valchi di montagne ; 
v' erano palme sulle dune gialle, 
piene d'anfratti v'erano campagne, 
prati in flore di tenere galanglie. 
Terra ove tutto parea sempre eguale ! 
E venian, contro il rosa delle vampe 
del sol, con volti pallidi, alla nave 
i Lotofagi mesti dallo sguardo soave. 



Versioni di Tetmyson - I Lotofagi 145 

Dell' ìucautìita pianta raiuicelli 
recavaii carelli di fiori e di frutti, 
e ne davano a ognuno e dii di quelli 
gustava, a lui pareva il suon dei flutti 
lungi, assai lungi, in lidi iuconosciuti 
gemere, e quelle ch'egli udia parole 
lievi eran come voci di defunti. 
Sembrava, desto, immerso in gran sopore, 
e musica al suo orecchio era il batter del cuore. 

E si adagìaron sulla gialla arena, 
fra il sol, la luna, sopra il lido estremo, 
e sognar della patria assai dolce era, 
del figlio, della sposa; e non di meno 
più grave il mar sembrava, grave il remo, 
gravi i campi di sterili onde. Ed ai 
compagni un disse: « Non ritorneremo ». 
Cantaron : « Oltremare, è lungi assai 
la patria, non vogliamo vagar più mai, più mai ». 



DI UNA PRETESA RIFORMA DELLA STORIOGRAFIA. 



I. 

Ci si annunzia un rinnovamento profondo e sostanziale negli studi di storia, 
greca e romana in ispecie : spiriti nuovi e forme nuove ; spiriti nuovi che gi<à per- 
vaderebbero o avrebbero pervaso le menti più riottose e le scuole più chiuse ; 
forme nuove entro cui si sentirebbe pulsare una vita insolita, fresca e vivacissima. 
Financo talune personalità della moderna storiografia, le quali pervicacemente 
s'erano sino ad ora ostinate nei metodi vecchi e vieti, andrebbero invece — adesso 
— dispogliando l'antico vizio per vestirsi di virtù novelle '). Giova quindi giiar- 
darsi attorno con attento sguardo ; e cercar di fermare per sé, almeno per sé, 
qualche idea un poco più chiara e precisa. 

La concezione, dunque, che è combattuta (e che dicono vinta) è quella della 
storiografia scientifica ; la quale ha fra noi non pochi seguaci e della quale si ad- 
dossa molta responsabilità ad un maestro che insegnò lungamente in Italia : Giu- 



1) L'annunzio del rinnovamento è ora ripetuto dal Harbaijàllg in una recensione alla Storia 
dei liomani di Gaetano De Saxctis apparsa nella « Nnova Rivista Storica», III (1919), fase. VVI 
(settembre-dicembre). E tra i conrertiti sar-ebbe sopra tutti il De Sanctis : onde della conversione il 
Barbagalio si allieta, non senza attribuirsene un poco di merito ; e aggiunge alquanti consigli per il 
bene e il meglio del neofita. Perchè la quisiione è di alta importanza cerclierò di trattarla in maniera 
impersonale e senza preconcetti di scuola. Lascio poi volentieri ad altri di invelenire il dibattito con 
il pregiudi-^ìo nazionalistico dlia tedesoofìlia o della francofilìa. 



146 Aldo Ferrabino 



lio Beloch La concezione opposta, propugnata ora cou fervore, è quella della «(»- 
riografia artiatica '). 

La prima concezione stabilisce come scopo della attività storiografica innanzi 
tutto 1' accertamento dei fatti, dei fatti « quali tffettivamente sono accaduti » : 
poi, la ricerca delle cause che determinarono quei fatti o, come potrebbe anche 
dirsi, la ricerca della legge onde quei fatti, ben definiti, furono goveruati : mezzo 
per conseguire tale scopo è la critica dei documenti e dei monumenti in cui è ri- 
masta notizia o traccia dei fatti trascorsi : critica minuta e cautelosa, attraverso 
la quale dal monumento, più o meno insufficiente, e dal documento, piìl o meno 
viziato, si risale ai fatto certo e vero. Gli strumenti della critica sono quelli della 
scienza • moderna ; perchè è la scienza moderna il reagente di cui 1' investigatore 
si serve per cerreggere le testimonianze antiche : sostituendo i criteri scientifici 
odierni ai criteri, inferiori, di Erodoto e di Livio, di Tucidide e di Tacito. Così 
le dottrine economiche e statistiche devono esser messe a partito da chi vaglia i 
testi greci e lathii per trarne fatti economici e demografici : le dottrine militari, 
di strategia di tattica di logistica, da chi vuole apprendere fatti militari dell'an- 
tichità : e similmente le scienze giuridiche e le religiose, le filosofiche e le geo- 
grafiche, debbono costituire le armi di quella spietata critica ; la quale, fredda e 
severa, sgretola e sminuzza sotto i suoi colpi l'edificio della tradizione storica, 
per ricostruire, con gli stessi mezzi, l'edificio (poco importa se men bello, ma pili 
solido) della verità storica. Ma la verità storica si conseguisce soltanto a costo di 
tanta fatica e tra così uggiosa polvere ? Il Beloch uou è esclusivo fino a negare 
che ci sia, si, un'altra strada : l'arte. A quel modo, egli dice, che alla fotografia 
si oppone il quadro, così alla storia scientifica si oppone l'artistica ; e qualche 
volta è più vero il quadro della fotografia, purché il quadro sia di un grande ar- 
tista. Son' però' due cose diverse: agli artisti l'arte; e la scienza agli scienziati. 
E il Beloch cercava, scienziato egli stesso, di addestrare scienziati ; lasciando gli 
artisti ad Apollo e alle Muse. 

Adesso per contro si sostiene che il metodo scientifico non è scientifico nien- 
t' affatto ; è un giuoco ingenuo di sofismi arbitrari, una fatica puerile e mauiaca 
che, con la pretesa di ricostrurre, sfracella e annichila i t«sti più venerandi *). 
I « fatti accertati » ? Ma non sono se non ipotesi cervelloticlie, che non s'osano 
enunciare senza alquante prudenti riserve di « forse », di « sembra », di « è da 
ritenere » ; e che poi, con ardito e tacito trapasso, si gabellano per dati positivi : 
e su cui si fabbricano altri castelli di uguale inconsistenza. E che scienza è 
mai cotesta nella quale si ricomincia sempre da capo ? in cui tutto rimane ipote- 
tico e nulla si concreta inoppugnabilmente ? Vale dunque la pena di sbriciolare 
Livio — Livio ! — per sostituirgli gli stremenziti coucettuzzi della erudizione mo- 
derna, che È poi alla fine la dotta stupidaggine di Tizio e di Caio f A'ia, quindi, 
la muffita mutria della falsa scienza ; si spalanchino le finestre, per gettar fuori 
i ferrnzzi della «critica», le sue storte e le fiale, e per lasciar entrare l'aria e 



') Baubaoallo, art. cit., p. 648: «La storia non è scienza, tanto meno oggettiva, ma ogni 
op»ra storica è fatto persoyiale e lìwdertìo ». E ancora : « [I libri delle Guerre puniche <ìel De tSanctia] 
hanno come ogni libro storico, come la realtà che essi resuscitano, i loro atondi, le loro soste dram- 
matiche, la loro poesia intima ». 

2) Cosi il Barbagallo, art. cit,, p. 651. In qnesto atteggiamento sono molti 1 punti di contatto 
con l'atteggiamento degli « antiniulogi » iphiloloijia delendatit], per cui cfr. i volumi e gli articoli jKtle- 
mici di GiusEPPB Fracoaroli e, specialmente, di Ettore Komagnoli. 



Di ima pretesa rifonua della storìogiafiu 14-7 

il sole e, con l'aria e con il solo, la vita. Poniamoci dinanzi ai grandi storici del 
passato, ricerchiaiuo i magni volumi degli spiriti magni, dilatiamo l'anima sopra le 
vette ; e poi ascoltiamo « quel che detta dentro ». E faremo storia. La storia vera, 
la sola : l'artistica : tutta ispirata da tutta la personalità nostra, soggettiva per- 
chè viva come noi che siamo vivi, viva perchè calda di passione, rotta d'ombro 
e di luci , d' intagli e di rilievi, mossa da figure e da folle, romanzo di eroi, epo- 
pea di popoli : bellezza e realtà. Certo, non è cammino da « vestiti di cappa » ; 
ma i fiacclii cui tremano i polsi si ritirino ; arda un grande rogo delle innumeri 
«memorie», delle « note », dei « contributi », delle «dissertazioni», sceme di ogni 
vigore d'anima, balbuzienti iu uno stentato orrido gergo. La storia sia per i forti. 
E parli al vasto pubblico : non jiiìi ristretti cenacoli universitari dove si distillano 
per pochi, da pochi, complicati elisiri ; non pili riviste in cui tre eruditi scrivono 
per venti eruditi. Ma le opere nuove, sgorgate da un'anima, cerchino le anime, do- 
vunque è scintilla d' ingegno, lume di cultura, interesse d'umanità. 

Ho tentato di imparzialmente delineare le due avverse concezioni. Importa 
ora di analizzarle un po' da vicino. 

II. 

La concezione scientifica della storiografia, in quella sua forma recisa e netta, 
è fondata sopra un presupposto : che esiste, all' infuori dello spirito umano, una 
realtà, la quale è bell'e fatta e finita, anzi è una realtà di « fatti » : e che la 
ragione umana deve, per conoscere quella realtà, adeguarsi a quel mondo di 
fatti a noi esterno e da noi indipendente, in cui non si può mutare nulla se 
non per arbitrio e a cui la nostra conoscenza nulla aggiunge. Da questo pre- 
supposto scaturisce un corollario inevitabile : da poi che la realtà è, e l'uomo 
non fa se non rispecchiarla (fotografarla, dicemmo col Beloch), dunque la verità 
è fuori dell'uomo, in quel mondo esterno di cose e di fatti, in quel gran libro 
ohe la Natura ci tiene squadernato dinanzi agli occhi ; e se ivi è la verità, 
nell'uomo è l'errore, tutte le volte che l'uomo, invece di confondere la sua pic- 
colezza per entro il gran mare dell'essere, invece di annientare dinanzi alla re» 
il suo parvoletto e pretenzioso ego, fabbrica a capriccio, secondo i suoi iuipulsi, 
un mondo diverso dal reale. La intelligenza umana ritrova la sua dignità e il suo 
ufficio solo se si umilia e se si piega sulla totalità dell'universo e con quello si 
sforza di combaciare perfettamente. La superbia dell'io vela e aduggia in noi la 
purezza di quel mero specchio che è la ragione. . 

Dà questo punto di veduta trae il suo significato ogni precetto del metodo 
scientifico nella storiografia: la critica delle fonti è indispensabile per eliminare 
l'errore di visuale in cui non poterono non cadere i testimoni dì un fatto, e in 
cui caddero anche peggio coloro clie tramandarono la testimonianza ; l'esame di- 
ligente della « bibliografia » è indispensabile per correggere, col riscontro delle 
opinioni altrui, l'errore implicito nell'opinione personale del critico ; la freddezza 
austera del procedimento è indispensabile per far argine contro gì' interessi e le 
passioni, che non vengano a perturbare l'ardua scoperta dell' Iside misteriosa e 
severa, il cui divino sorriso si schiude solo al fedele che sia puro da ogni lebbra 
di egoismo partigiano. Onde anche una fiducia saldissima nella precettistica me- 
todologica, per cui il « metodo » (l'ottimo e solo) diventa simile alla sacra Ihora, 
l'osservanza scrupolosa della quale trasforma l'empio in giusto e lo solleva su su. 



148 Aldo ierrabino 



viso a viso con 1' Iddio di verità. « Sacerdoti della Scienza* amarono infatti chia- 
marsi qaalche volta i propugnatori di questo indirizzo. 

E chi ripensi a quello che fu in tutta l'antichità greca e romana il concetto 
di realtà e di natura e al come quel concetto postnlò sempre la trascendenza del- 
l'essere sul conoscere, dovrà ammettere che la dottrina della scienza storica è, in 
fondo, dottrina classica o classicheggiaute, buona erede della dottrina e della pra- 
tica di Tucidide e di Polibio. 

Facile quindi riconoscere nella rivolta degli storiografi-artisti i lineamenti della 
rivolta romantica contro il classicismo '). Tutta romantica è, invero, la prot«sta 
appassionata contro la negazione della soggettività e l'esaltazione ardente del va- 
lore, quasi divino, della personalità umana. L'uomo, non che essere appena uno 
specchio di esigui contorni e di luce mal ferma, è il creatore donde scaturisce ogni 
bellezza e ogni verità. In lui fluisce perenne il divenire ; e nel divenire è la realtà, 
che non posa come fiera in tana, ma muove e si svolge. In lui parlano con le me- 
lodie più composite le mille voci dell'universo ; in lui hanno risonanza i fremiti 
del creato, lo stormire delle foglie, il gorgogliar delle acque, le luci degli astri. 
Che so egli si levi, erta la fronte sotto i cieli, sgombra la fantasia dagli impacci 
del raziocinio, il suo grido sarà di uu profeta : le moltitudini ascoltino. Il razio- 
cinio ? Un labirinto di viottole tortuose da cui non s'esce a salvamento. Ciò che 
conta fe la ispirazione. L' ispirato cala come aquila sulla preda e la ghermisce di 
balzo : illumina come folgore la verità e la fonde nel metallo di una frase. Kgli 
ascolta il suo dio ; e l'ammirazione del popolo gli fa testimonianza. A chi gli chiede 
il perchè delle sue affermazioni risponde che sa per intuito e indovina per istinto. 

Indi la canzonatura alle spalle dell'erudito sgobbone che suda dieci mesi per 
accertare ciò che lui, 1' ispirato, capisce di prim'acchito. E 1' irrisione al « me- 
todo » che dovrebbe trasformare in pozzi di verità tutti i babbei che lo applicano. 
E il disprezzo per il dubbio sistematico, che spinge alla follia iconoclasta, all'au- 
tocritica suicida, alla sisifea fatica del tentare e ritentare, dell'assodare e disso- 
dare, le cento e le mille volte. E insomma il capovolgimento di tutte le norme e 
di tutti i criteri scientifici : perchè là dove la scienza pretendeva che si annul- 
lasse la persona del soggetto, i ribelli vogliono esaltare il soggetto, invigorirne 
la possanza, fondarci la verità e il criterio della verità. 

•III. 

La restaurazione della soggettività e del suo valore creativo costituisce l'opera 
di tutto il pensiero posteriore al Cristianesimo, che fu precisamente la vittoriosa 
riscossa dello spirito di contro alla natura. I novissimi araldi della storiografia 
parrebbero adunque giustificati a pieno *). E certo un motivo di verità esiste, 
almeno nell' impulso della loro ribellione : esiste per la fiducia, che essi hanno 
fervida, nella potenza della personalità dello storico. 

Quando il Beloch ammise che il quadro del pittore, se bello, possa essere piti 



1) E se il filone romantico riconduce gli storiografi. artisti in Germania, vedano questi rifor- 
matori quanto è fondata l'accusa dì germanicità che essi scagliano sa gli avversari. Dico ciò senza 
ai pili piccola intenzione di ritorcerla. Il contrasto i' tatto italiano e fra Italiani e si riconnette a moti 
Intellettuali ìtalianìssinii. 

-) Suppongo però che debbano constatare con qualche meraviglia come il loro « materialismo 
storico » li abbia condotti a rinnegare la materialità e a farsi paladini di liljera spiritualità. 



Di una pretesa ri/orma della storiocirafni 149 

vero della fotografia, ruppe da si' la logica del suo sistema : giacché dopo quel- 
l'ammissione gli scienziati (i « fotografi ») erano senz'altro relegati nel limbo ove 
non è che luca. E l'ammonimento reiterato a « lasciar parlare i fatti » diveniva vano 
quando si concedeva che altri — un nomo — potesse parlare più veracemente non- 
ché più bellamente. Gli è che i fatti non dicono nulla, l'assoluto nulla, se non ci 
sia almeno chi — l'uomo — se li ponga dinanzi come fatti. Distruggiamo il sog- 
getto : avremo distrutto, insieme, l'oggetto. E so i teorici della scienza storica fos- 
sero coerenti, come i maggiori tra essi non furono e non sono, e se riuscissero a 
ridurre la loro soggettività a una pallida larva evanescente, la storiografia scien- 
tifica non esisterebbe se non nel mondo delle larve, e non avremmo neppure uno 
dei solidi volumi della Griechhclie Geschichle, neppure una di quelle robuste e ge- 
niali figure di storici che invece (non dico molte) abbiamo accanto a noi, e che ci 
sono pionieri e guide. Ciò dimostra che quella teoria in ciò che contiene di falso, ha 
recato talvolta meno danno di quanto si crederebbe ; appunto perchè il suo mo- 
tivo di errore è irrealizzabile per gli ingegni non volgari. 

Ma il danno ridonda gravissimo per gì' intelletti più fragili : che, invece di 
essere incitati ad accrescersi e a rinvigorirsi, sono eccitati a una menomazione an- 
che maggiore ; e allo scopo di spersonalizzarsi si isteriliscono ; e, messisi allo sba- 
raglio della storia fidando nella magica virtù del « metodo », vi periscono senza 
infamia e senza lode. 

Incomparabilmente più dannoso è il concetto della storiografia artistica e ro- 
mantica. Essa conduce, nel miglior caso, al romanzo storico, al quale difatti per- 
vennero i Romantici ; e nel caso peggiore e più frequente conduce a pseudostorie 
che non hanno uè pregio d'arte né rigore di scienza, e non contengono che le con- 
vulsioni di un impressionismo leggero e parolaio. Ciò perchè il motivo di errore 
è, in quel concetto, più grave che nel concetto opposto ; ed è errore facilmente 
realizzabile e tutti i giorni realizzalo. L'errore sta nel concepire la soggettività 
in una maniera empirica e naturalistica ; per cui s' intende come soggetto questo 
o quell'uomo fra quanti iu mezzo a noi vivono e operano, questa o quella per- 
sona con cui ci s'incontra per la via e in biblioteca, in bi-eve il particolare dei 
filosofi. Poi, con cecità insigne, si trasferiscono a questo soggetto particolare gli 
attributi tutti e le dignità del .Soggetto universale : che è una bestemmia vera e 
propria. Restaurare il valore della personalità umana, sta bene ; esaltarne la po- 
tenza creativa, sta benissimo ; ma si badi — prima — che cosa sia da inten- 
dere per soggettività : si badi di non ridurre 1' Io all' io. Frangere il Soggetto, 
che è l'unico, in una molteplicità di soggetti, ciascun dei quali sé sopra sé co- 
rona e mitria, equivale a rinnegare e distruggere l'essenza medesima del .Soggetto, 
e ad enunciare una conclusione contraria alla premessa. 

È, questo, l'equivoco che, trasferito nella -politica, conduce all'assolutismo o 
all'anarchia ; e trasferito nella morale porta al misticismo dei veggenti o all'edo- 
nistiio dei gaudenti ; e trasferito nell'arte sbocca nelle contorsioni di un lirismo 
sensualistico oppure nelle pedanterie della retorica tradizionalistica e purista ; e 
trasferito nel diritto giustifica il carnefice e insieme il delinquente. Quando s'è ri- 
conosciuta all' individuo particolare la facoltà di parlare in nome del suo istinto 
o dell' intuito — misteriosi l'uno e l'altro, e irreprensibili — non c'è più scelta 
se non fra queste due posizioni : o si proclama che tutti gli uomini, di spirito 
profetico dotati, sono ugualmente veridici ; e allora si deve attribuire il medesimo 
valore a tutte le opinioni e a tutte le passioni ; e si precipita nel più sciagurato 



150 Aldo Ferrabino 



scettioismo ') : ovvero gì concede che qualcano, uno fra i moltissimi, sia piii prò 
letico e più veridico degli altri tatti, perchè il misterioso intuito in lui brilla di 
luce più pura ; e allora si ripiomba sotto il più ferreo dommatismo ; e non resta 
che chinar la fronte dinanzi al sapiente dei sapienti, al giusto dei giusti. 

Pertanto i bauditori del nuovo verbo storiografico sono a volta a volta anar- 
chici e despotici. Manco a dirlo propendono fortemente per l'anarchico impressio- 
uismo. È cosi facile dichiararsi (anche sinceramente) ispirati ! cosi facile prestar 
fede sfibita all' idea che balena, all' impressione che luccica e seduce, al capriccio 
dell' istante, al desiderio impulsivo, al cupido interesse ! È così facile, co.-iì dolce. 
Troppo facile. Prendere in mano Livio o Tucidide ; rileggerseli pian piano, con- 
cedendosi alla carezza del bello stile ; distrarsi qua e là, se un grillo salta pel 
capo o un moscone ronza nell'aria : poi d'un colpo, allo zampillo d'un' immagine 
o per l'apparizione d'un fantasma (eh adest niimen) s'apre il grande scenario delle 
Guerre puniche o si dispiega fragorosa la Guerra del Peloponneso -). Troppo fa- 
cile : e lo storico, come il poeta del Carducci, non è un perdigiorno, quale se lo 
figura il volgo sciocco. Vogliamo dunque occludere il nostro intuito ? E questi me- 
desimi maestri ci additano un'altra via, ancorché contraria a quella prima ') : il 
rispetto della tradizione : accettare Livio e Tucidide in omaggio al loro intuito su- 
periore al no.stro ; accettarli per intero senza guardare con sottile malignità se per 
avventura siano caduti in sviste palmari o in scambi grossolani, se abbiano usato 
concetti falsi od osonri o mal distinti ; accettarli per ossequio alla vetustà, alla 
autorità, alla conclamata loro grandezza : ijìsi dixerunt. Onde per schivare lo scet- 
ticismo delle ispira/.ioni soggettive si urta nel dommatismo della tradizione scritta. 
So bene che gli storiografi-artisti s'appigliano anche all'argomento del suc- 
cesso : chi compone la storia che piace, quella di cui si addoppiano le edizioni e 
i profitti, questi ha ragione, e non v'è più luogo ni» a scettici dubbi né a reve- 
renze domniatiche. Ma udiamo ciò che dice uno scrittore di molto successo, Henri 
Bergson : Oii tieni à l'éloge et atix honnenrs dane Vexacte ìnesure où l'oii ìi'est pa» sSr 
d'avoir réusgi..,. C'est poitr se rassurcr qu'nn cherche l'approhation, et c'est poiir gou- 
tenir la viialité peìit-étre insuffisante de son oeuvre qu'on toadrait l'entourer de la chande 
admiratioii des hommes. Ecco che cosa dimostra la ricerca del successo : che gli 



') E ftllo scetticismo i>e.s8Ìmistico s'è andato rirtuceatìo Guglielmo Ferrerò ; se pure non accenna 
ora a cadere, per contrasto, nel misticismo. 

-t Trascrivo a conferma questo tratto del Barbagalla (p. 640). « Gli storici — scriveva stupen- 
damente Ippolito Taine, facendo suo un concetto che era stato di Agostino Thierry — gli storici non 
procedono in questo modo. Essi lasciano questo metodo lento e falso agli eruditi di biblioteca. Dis- 
sertando, non sì producono ciie dissertazioni. Ma la storia nasce nello storico cosi vìva e pronta come 
i sentimenti nei suoi personaggi. È il suo istinto die la scopre. Attraverso narrazioni fredde o alte- 
rate, senza dimostrazioni né premes-se essi corrono diritti al fatto vero, al particolare originale,, alla 
parola autentica. Gli occhi leggono macchinalmente una pagina scolorita, e tutt'a un tratto se ne stacca 
una frase laminosa; gli avvenimenti si ricompongono; i personaggi si rianimano quasi da sé, e cia- 
scuno riprende nella tradizione confusa i tratti che gli convengono. Il critico non ha riflettuto ; senxa 
che egli vi badasse, il suo senso intimo ha scelto, e la penosa erudizione è divenuta a un tratto una 
visione improvvisa ». 

3) Ai quali la virtù della contra<lizione non manca (appunto perchè la loro posizione è insoste- 
nibile). Accanto all'esaltazione della soggettività escono in frasi del piii inverosimile e irrealizzabile 
oggettivismo. Il Barhagallo, nel medesimo fascicolo in cai ha scritio che la storia è cosa perdonale, 
scrive ip. 682) : « Come il critico d'arte, lo storico, per comprendere, deve vestire volta a volta spo- ^ 
glie non sue ; deve pensare e sentire col pensiero e col sentimento di personaggi e di collettività da 
cui egli, come uomo, può aborrire ». 



Di il 11(1 pretcM ri/orma della storiografia 151 

iiomiui si compiacciono presto di chi, ispirandosi ai suoi gusti e ai suoi istiuti, ec- 
cita i loro gusti ed istiuti ; giacchi' è cosa vecchia che ci assomigliamo molto piìi 
pei nostri vizi, i quali sono assai, che non per la nostra virth, la quale è una 
sola e ardua parecchio. Maù celtii qui est »àr, absolument aiir, d'avoir produit une 
oeuvre viabìe et durable; celili là n'a plus qtie se faire de l'éloge et se sent mi-dessus de 
la gioire^ pane qu' il est crcateiir, pai te qu il le sait, et puree qiie In joie qu' il eii 
cprouee est divine. Questi, comunque lo vogliamo chiamare, sia scieuziato sia poeta 
e sia storico, ha sempre ripetuto a sé medesimo e ripeterà sempre l'odi profanum 
rulgiis et aiceu. 

IV. 

Oramai sarà forse chiaro quale stima debba farsi, per me, della storiografia 
scientifica e di quella sentimentale. Ma l'averle coutrapposte sarebbe perfettamente 
vano, e perfettamente vano l'aver cercato di scoprirne pregi e mende, se non si 
potesse raggiungere una posizione dalla quale riuscissero soddisfatte insieme l'esi- 
genza della oggettività, su cui s' incardina la scienza storica, e l'esigenza della sog- 
gettività, a cui fa appello la storia artistica : una posizione superiore, insomma, 
senza la quale le due esigenze continuerebbero a risorgere sempre più vive e sem- 
pre piti contrastanti. 

A quello scopo bisogna eliminare da un lato l'erroneo concetto della ogget- 
tivit.à naturalistica e statica, mera materia e mero fatto : dall'altro lato bisogna 
eliminare il falso concetto della soggettività naturalistica ed empirica, arbitraria 
e capricciosa. Ne sorge da un lato il concetto di una oggettività che non rimane 
perennemente esterna al pensiero, ma nel pensiero si converte e ad esso si assi- 
mila, di materia volgendosi in spirito, da fatto mutandosi in atto : ne sorge dal- 
l'altro lato il concetto di una soggettività che rompe il giogo degli appetiti inco- 
stanti, degl' impeti discordi, delle ispirazioni istantanee, degl' interessi gretti, delle 
vedute corte ; e si misura sulla realtà circostante, con quella si frena e si governa, 
e se ne accresce. È la realtà che subisce ed accoglie il pensiero, trasformandosene : 
è il pensiero che riconosce e accetta la realtà, nutrendosene. È — per usare ter- 
mini più tecnici — la sintesi dialeitioa dell'oggetto e del soggetto, in cui s'attua e si 
celebra il Soggetto più vero. 

La storia non è pifi avvilita a « fotografia » di fatti riprodotti tali e quali ; 
ma non è neppure degradata a cattivo romanzo, in cui i fatti si deformano come 
pare e piace : e lo storico non è piti eliminato come spettatore incomodo, la cui 
attività debba ridursi al minimo ; ma neppure è insediato come despota ohe possa 
riplasmare a suo talento l'universo mondo. Invece la storia è posta come l'alta e 
faticosa conquista della intelligenza, lucida e ordinata, sopra la confusione caotica 
delle cose e delle persone e degli avvenimenti : e Io storico è concepito come un 
duro lavoratore, che lotta prima contro se medesimo per emergere dal volubile 
tlutto dei capricci e dei sensi ; lotta poi con l'epoca sua propria, per intenderla e 
intender sé in essa; lotta infine con la tradizione del passato, per avvicinarsela e 
illuminarsela e scoprirla tutta, sin giù in quel profondo ritmo nel quale il pas- 
sato si allaccia col presente e in cui culmina l'eterno. Giacché non basta procla- 
mare la creatività dello spirito umano e la sua universalità : bisogna realizzarla. 
E realizzarla non si può so non riconquistandosela in ogni minuto con nna bat- 
taglia senza tregua, in cui non si dà altro riposo che la vittoria, altra vittoria 
che il continuare a combattere. E combattere significa tendere ed esaltare con ogni 



162 Aldo Ferrabino 



forzo tntta la propria energia spirituale per risolvere la propria opinione in quelle 
altrui, le opinioni altrui nella propria ; e in questa vicendevole concer»ione creare la 
verità superiore, che è anche la sola libertà dell' ingegno. Arduo ideale, non lo ignoro. 
Ad attuarlo nessuno perverrà mai perj'ettamente ; perciò esso rimane la comune 
meta, vicinissima e lontanissima. 

A quell' ideale è, nella sua serietà, notevolmente più vicina la storiografia 
scientifica che non là artistica. Se difatti guardiamo ora alla metodologia, ci ac- 
corgiamo che tutti i suoi criteri fondamentali rimangono validi e pieni di significato 
•e che di essi può ripetersi : « chi violerà uno di questi minimi comandamenti, e 
cosi insegnerà agli uomini, sarà chiamato il minimo nel regno dei cieli ». Tutto 
sta ad intendere ciascuno di questi minimi precetti secondo il suo valore profondo 
e intimo, non secondo il suono delle parole ; a intenderli nella loro energia se- 
creta, non nella loro forma esteriore ; a fame, non lo strettoio, ma il lievito della 
propria intelligenza. 

Cosi il precetto della « impersonalità » è verissimo, quando sia riferito alla 
falsa personalità empirica, ed equivalga, dunque, al precetto di trascendere le sim- 
patie e le antipatie o, peggio, gli odi e gli amori che lo storico nutre come sin- 
golo uomo : di spezzare i pregiudizi che lo storico, come ogni singolo uomo, si 
trova bell'e formati in mente, e che sono per solito lo opinioni di moda in un eerto 
tempo e luogo, le dottrine superficiali care ai pubblici di mezzana cultura, gli 
idola fori e gli idola theatri. 

E, appresso, il precetto della accurata « informazione bibliografica » è del pari 
verissimo, non in quanto si riduce a citare opuscoli e libri di nessun conto in fa- 
scio con opere di grande importanza; bensì in quanto suggerisce lo sforzo di met- 
tere il proprio pensiero al livello del sapere contemporaneo, elevandolo a orizzonti 
già schiusi, arricchendolo delle conquiste già definite, evitandogli errori già con- 
futati : perchè, insomma, non basta liberarsi dagl' idoli dei volghi, se poi non si 
cerca anche la compagnia dei saggi. 

Di qui il precetto della « critica sistematica » : il quale non consiste, se inteso 
bene, ohe nell'ammonimento elementare e irrefutabile di « capire » i documenti e 
i monumenti della tradizione storica ; e capire è analizzare : è sceverare con ogni 
mezzo ciò che il pensiero moderno deve accettare come consono a se medesimo da 
ciò che il pensiero moderno deve respingere perchè consono a un pensiero infe- 
riore oramai superato. Il critico che esamina Livio e Polibio per ricostruire le Pu- 
niche, se non si accontenta di legere aspettando la folgore dell' ispirazione, si sforza 
di iniellegere : si avvicina quanto piìl gli riesce a Livio e a Polibio, quasi a im- 
medesimarsi con essi ; rifa passo passo quel loro lavoro, studiandosi di scoprirne 
le scaturigini e il processo ; elimina quanto risulta di scaturigine dubbia, rifiuta 
<juanto risulta da un processo fallace ; accoglie il resto : a dirla in breve, e nn 
po' schematicamente, avviene una compenetrazione del critico con il suo informa- 
tore, per cui l'uno ammaestra l'altro. Gli acritici sono coloro che nulla sanno in- 
segnare agli storici antichi, di cui si valgono con pedissequa servilità di cattivi 
«colari. GÌ' ipercritici sono coloro i quali nulla o troppo i)oco sanno apprendere 
-dagli storici antichi, cui bistrattano con cipiglio di cattivi maestri. 

Ma perchè, come dicevo dianzi, l'aspra opera del critico sempre rimane lon- 
tana dal suo scopo ideale, a lui è vietata la superbia delle rivelazioni decisive o 
delle affermazioni definitive. Onde l'ottimo concetto, tanto deriso, del « contributo 
scientifico » (Beitrag). Lo storico si sente sempre in peccato di fronte alla verità, 



Di lina pretesa riforma delia storiografia 153 



s'accorge troppo spesso che il suo sforzo di dilatare sul mondo la luce della sua 
fiaccola ha lasciato molta ombra all' intorno. Non perciò si dispera e cela la fiaccola 
sotto il moggio : ma offre la sua fatica come « strumento di lavoro » ') per altri 
uomini di buona volontà. 

V. 

Adunque la sostanza del « metodo » — dico la sostanza — esce salva dalla 
nostra disamina. 

Ma la discussione non sarà stata inutile. C'è effettivamente da forse un ven- 
tennio la perniciosa tendenza a irrigidirsi dentro i precetti metodici, a praticarli 
con uno zelo farisaico, riducendo la storiogratia a una pedanteria formalistica o 
a un acrobatismo secentesco di sottigliezze e disquisizioni. C'è la tendenza ad ap- 
pesantire 1' « apparato bibliografico » e a contenere in esso tutto il proprio com- 
pito : ad acuminare la critica demolitrice senza coraggio di ricostruzioni : a restrin- 
gere i temi fino a un assurdo atomismo, perdendo di vista le connessioni e l' insieme : 
ad arzigogolare sulle parole dei testi senza preoccuparsi dei fatti : a prediligere 
ricerche eleganti ma oziose, tralasciando i problemi vitali : a convertire, insomma, 
la storia in una cavillosa esegesi. Questo farisaismo scientifico è, naturalmente, la 
morte della scienza. 

Il rimedio, però, proposto dai riformatori è peggiore del malo. Sostituisce alla 
inettitudine paziente, laboriosa e modesta, la inettitudine boriosa, irritabile e sac- 
cente ; alle « analisi » troppo minute le « sintesi » superficiali e infondate ; alla 
iconoclastia sistematica la cervellotica idolatria ; alla erudizione 1' ignoranza, alla 
grettezza professorale la leggerezza del dilettante : alla falsa sapienza la falsa ge- 
nialità. Che è la morte della scienza, dell'arte e di ogni seria cultura. 

Restaurare la fede nel pensiero umano ; rischiarare questa fede con uno sforzo 
«ostante di comprensione ; ispirare questo sforzo non alla lettera ma allo spirito 
del metodo scientifico ; vivere il metodo trasfondendolo nell' immanenza del pro- 
prio lavoro ; lavorare per potenziarsi in verità e in libertà : — ecco la sola ri- 
forma ; non d'oggi né di ieri ; ma di sempre. 

E i grandi storici l'hanno praticata sempre. E il resto è vanità. 

Aldo Ferrabino. 



ARIANNA O DIDOIfE? 

Lrettera aperta al Direttore di " Atene e Roma „. 

Ill.mo Sig. Direttore, 

Le chiedo anzitutto di poter fare nel prossimo numero del nostro Bollettino 
una breve rettìfica di fatto all' articolo del Comparetti, ohe nel primo fascicolo 
della nuova serie, testò apparso, riprende in esame la celebre pittura pompeiana 
detta di « Zeffiro e Cleri ». 

Ivi, corto senza volerlo, l'illustre autore mi fa figurare soltanto come oppo- 
sitore e demolitore della erronea idea del Sogliano e di chi lo ha seguito, che 



1) Tolgo questa espressione dalla bella pagina con cui Benedetto Croce chiude il III volume 
4lella sua Filosofia dello spirito. 

Atene e Roma. N, S. 11 



154 Giovanni Patroni 



hanno preteuu riconoscere nella figura di sogno della dormiente un inanimisHiliile 
Dioniso alato ; e mi dà la vittoria in qnesto, eh' o uno dei dne punti fondamen- 
tali della questione, ma è soltanto negativo. Sta nel fatto, invece, che io mi sono 
adoperato anche a dimostrare l'altro dei punti sostanziali, che è positivo, e che 
il Comparetti fa suo senz' altro, cioè che il soggetto della pittura è un sogno, ed 
un sogno d'amore. Nessun altri che io ha in questi ultimi tempi sostenuto do- 
versi ritornare a questo concetto, che era già stato quello di vecchi interpreti, 
cioè che la interpretazione del dipinto non potesse altrimenti riuscire a buon fine 
se non « ponendo da banda la pretesa di voler trovare la spiegazione della figura 
« alata nello stesso tipo artistico, e cioè tra quegli esseri che nel mito e nella 
« tradizione sono per sé forniti d'ali ; e cercando invece se anche nel creduto 
« ZefSro le ali non stiano ad indicare nuli' altro, se non che la figura cui sono 
« date 6 un'apparizione, la quale si manifesta, senza dubbio in sogno, alla donna 
« addormentata ». (Cito dalla mia prima memoria su l'argomento, che è del 1914;. 
Dunque, anche per il Comparetti, io riesco vincitore altresì dì questo secondo dei 
dne punti sostanziali, che essendo positivo è il più 'importante e il vero fonda- 
mento della interpretazione ; e tale avrei dovuto apparire anche ai lettori del 
nostro Bullettino, che invece tanto diversa impressione avranno ricevuto dall' ar- 
ticolo del Comparetti, per la dimenticanza, certo iuvoloutaria, dell'illustre autore. 
Che qnesto sia il punto veramente sostanziale e per me e per i miei contra- 
dittori, lo mostra il fatto che questi si sono accaniti a voler dimostrare appunto 
in prima linea l'assurdità del mio concetto d'una rappresentanza onirica ; e che 
io, sdegnando il rispondere direttamente ad argomentazioni avvocatesche, avevo 
già allo stampe, mentre si pubblicava l'articolo del Comparetti, una mia memoria 
su La teoria del sogno in Omero e in Virgilio (nei « Rendiconti dell'Ist. Lombardo », 
e anche in edizione speciale dell' Hoepli, Milano 1920), dove soltanto in alcune 
note a pie' di pagina mostro una parte degli errori in cui cadono i miei contra- 
dittori, e in una breve appendice confermo la mia spiegazione della pittura. Pec- 
cato che il Comparetti non abbia potuto tener presente questo mio lavoro prima 
di scrivere il suo articolo ! 

Il Comparetti mi dà torto sul punto subordinato della denominazione delle 
figure (chi sia la sognante e chi il sognato). Ma io non posso accettare la sua 
sentenza, né potevo lasciar pubblicare la mia nuova memoria senza tener conto 
di uno scritto d'un uomo cosi illustre, apparso in un periodico tanto importante 
come quello che Ella dirige! D'altra parte l'ultimo foglio del mio lavoro era in 
macchina, e il tipografo mi ha concesso soltanto mezz' ora di tempo ed una sola 
pagina di spazio per aggiungervi una postilla. S'intende perciò come il mio ri- 
fiuto della opinione del Comparetti sia riuscito un po' secco, ed Ella, sig. Diret- 
tore, mi consentirà di scusarmene pubblicamente nel nostro Bullettino ; e spero 
che le circostanze esposte di soprami valgano di giustificazione anche presso l'il- 
lustre decano dei nostri studi. 

Ma Ella consentirà pure ad uno dei piii antichi Soci (io diedi il mio nome 
alla nostra Società sin dalla sua fondazione) di manifestare la propria profonda 
convinzione con quella sincerità che uè la deferenza dovuta al Comparetti, né 
qualunque sentimento sia pur della piti umile venerazione verso i grandi, i gran- 
dissimi, i massimi, farebbero mai venir meno nell'animo mio. 

Io penso dunque che in Italia non si siano abbastanza studiati e assimilati i 



Arìanna o Bidone f 155 



risultati degli tiUimi studi tecnici aii la composizione delle pitture antiche; certo 
i ricliiamì da me fatti a qnesti studi e nel trattare del nostro dipìnto, e nell' il- 
lustrare quello dì Enea svelato al eoapetlo di Didone (in « Memorie della R. Acca- 
demia di Archeol. » di Napoli, voi. Ili, pubbl. in estratto nel 1917; di questo 
dipìnto che prova come in Pompei vi fossero pittori che sì ispiravano anche a 
pochi versi dell'Eneide non tiene conto il Comparetti) non sono giovati a nulla. 
I^a nostra pittura è, secondo questi studi, di stile romano, ed ha tra le tante nua 
(Ielle caratteristiche delle composizioni romane, cioè il trasporto in composizioni 
nuove di motivi già noti e adoperati in altre pitture. Ma il presupposto di tale 
sistema è che il motivo sia applicato, nella composizione nuova, a figure di tut- 
l' altro significato che quella onde il motivo è tolto '). La nostra sognante, ap- 
punto perchè ripete il motivo di Arianna, ma in composizione affatto diversa da 
quelle che si riferiscono a tal mito, non può essere Arianna ; come la figura li- 
brata del dipinto di Enea ferito (Helbig, 1383, Guida Ruesch, 1268), appunto per- 
chè ripete tal quale il motivo di Selene scendente presso Endimione, ma in com- 
pagnia dì figure affatto diverse, non può essere Selene : infatti è Venere ^). 

Io sono anche persuaso che, vinto il pnuto sostanziale (cioè la interpretazione 
onirica ; e confido che ormai, anche per merito del Comparetti, tale vittoria sia 
definitiva), la causa da me sostenuta debba finire per vincere in tutto e per tutto. 
Il sogno non è un fatto mitologico, bensì un fatto psicologico. Perciò l'arte figu- 
rata greca, essenzialmente mitologica, non se n'è mai interessata ; e quantunque 
i poeti abbiano attribuito molti e svariati sogni agli eroi ed eroine da essi can- 
tati, rappresentanze figurate di sogni in azione non si trovano. Perchè sì avessero 
le condizioni necessarie al sorgere di nna rappresentanza di tal natura, occorreva 
che una grande poesia nazionale e popolare, come l'epopea virgiliana, col rivol- 
gere, secondo la natura del poeta, la massima attenzione non più alla vicenda di 
fatti meravigliosi, ma ai caratteri e al sentimento, creasse l'interesse — che fu 
immenso, e ce lo dice tra gli altri Ovidio — non piìl solo per i casi, ma anche 
per la psicologia della sua eroina '). 



1) Venonne aibondanza (li motivi creati dall'arte greca e facilmente adattabili, insieme con la no- 
vità dei soggetti (ormai iu gran numero romani) determinava l'uso del minimo mezzo e lo rendeva iti- 
atematico. Il procedimento inverso (tener fermo mod'i'o e signijicato d'nna fìgara per ricamarvi attorno 
ima qualche variaut* del medesimo mito) non è nelle consuetudini della pittura romana e contrasta 
coi principi! economici che informano tutta l'arte del tempo. 

*) Nella nostra pittura si aggiunge il fatto che non solo le fisrure, ma anche l'ambiente paesistico 
è affatto diverso da quello dei dipinti d'Arianna; e l'altro fatto che non la sola dormiente, ma an- 
che gli altri personaggi ripetono motivi noti da pitture d'altri 80gg(;tti, sicché la composizione è un 
vero mosaico di motivi già adoperati altrove, come da parecchi anni dimostrò ottimament« il Roden- 
WALDT. Ciò toglie sia la minima probabilità che il motivo d'Arianna possa qui, per privilegio, con- 
servare anello il significato della tìgura. Giustaiiieut© quel dotto vide qui uno dei tanto comuni tra- 
sporti di motivo ad altro personaggio e soggetto. E chiunque abbia studiato il volume «iel RoDEN- 
WALDT e sappia quale larga base di ricerche ha l'analisi stilistica data da lui, terrà il suo giudizio 
per cosa dimostrata. 

3) L' ipotesi del Comparetti, ove si parla con indifferenza della rappresentanza d'un sogno, come 
se fosse un soggetto comune per l'arte antica e comunissimo per le pitture di miti greci, non corri- 
spoude alla rarità e novità del tema. La quale rende assai più gfravi le seguenti già gravissime dif- 
licoltà : l"* Futilità del movente: il quiulro esprimerebbe un sogno dato ad Arianna per Consolarla ; ma 
la vera consolazione era il reale arrivo di Pacco, che ha frequenti rappresentazioni ! Che spinta c'era 
dunque alla creazione dell'opera d'arte? — 2» Inesistenza di fonti letterarie adatte, non essendo tale 



156 Oiovanni Patroni 



Una donna che fa un Hugiio d'amore è senza dnbbio una celebre innamorata. 
Per l'arte, ma forse anche per la poesia, il tipo dell' amante appassionata non r 
Arianna; qnesta, nelle pitture, è l'abbandonata (da Teseo) o la consolata (da 
Bacco 1. Nessnna innamorata può competere con Didone, forse nemmeno oggi ; ma 
certamente nessuna poteva compotere c»n essa a Pompei, dove Virgilio già si leg- 
geva nelle scuole, (ed erano certamente scolari qnelli che guastavano le pareti in- 
cìdendovi Varma virumque) ! Didone comincia le sue famose confessioni allndendo 
ad nn suo sogno, e non ci vuole davvero molta fantasia a crederne oggetto Kneu. 
Ad o^ui modo un passo di Macrobio, che stranamente si era addotto contro di me, 
letto bene nel testo (come io lo pongo nella mia recente memoria, vale a dire sop- 
prìmendo la esemplilicazìone interposta che turba il senso, e ricollegando la men- 
zione di Virgilio al proposito enunciato innanzi) ci attesta che qnesta era la in- 
terpretazione degli antichi ; poiché l'esempio virgiliano del sogno d'amore, ove 
Macrobio osserva che alle parole haerent infixi pectore vultas seguono g\' insomnia , 
si riconduce sempre alla (Irfinizione data innanzi : ett enim èvvjirior quoliens cura 
oppressi animi qualis vigilantem fatigacerat, talem se ingerii dormienti (Comm. in Somn. 
Scip., I, 3). Questa interpretazione doveva essere tradizionale nelle scuole '), e fu 
nota agli scolari di Pompei e al babbo d'uno dì essi, che ordinò ad un valente 
pittore di ornargli la casa con una pittura del sogno d'amore di Didone, come 
altri commetteva le scene dì Enea e Didone alla caccia, altri quella di Enea fe- 
rito, altri quella del primo incontro, da me riconosciuto nella pittura che pubbli- 
cai nel 1917, ed altri ancora altre scene dell'Eneide. 

Ringraziandola della ijubblicazìone che vorrà fare di questa mia lettera aperta, 
le invio ì saluti cordiali 

Pavia 

del suo dev.mo 

Giovanni Patroni. 



ìfonno, posteriore dì 4-5 secoli alla pittura. È vero che sì ado]>era lui quale rappresentante di un 
poema ellenistico cui egli avrebbe attìnto ; ma l'idea Htessa dì far degiderare un sogno a chi ha già so- 
gnato (il vero nfelice desidera di uou svegliarsi piti da un sonno senza sogni ; 1' infelice così cosi de- 
sidera una realtà simile a un bel sogno, non già un secondo sogno ; né con tali saggi di pìseologia po- 
teva destarsi l' interesse dell'arte !) è cosi barocca, che consiglierebbe d'andare adagio neiratu-ibnìre 
anche quest<j fuggevole cenno al supposto poeta elleuistico. — 3» Insujicien-a della ipotetica fonte, per- 
chè Nonno esprìme un semplice desiderio di Ariauna e non accenna al sogno d'un nuovo sposo come 
realmente avvenuto. — 4* Incompatibilità d*-ll' ipotesi con la teoria del sonilo antica isn ciò rimando al 
mio scritto citato) e con quanto si vede nel dipinto. Il Comparetti s' immagina una dormiente conso- 
lata e placida, mentre la nostra è agitata, ha moti nervosi del braccio e mano destri, e, pur conti- 
nuando a dormire, volta la tenta d'altra parte quasi per fuggir la vista del suo sogno, che la turba. 
S' immagina una figura di sogno indeterminata, mentre la nostra è determinafa (e basta confrontarla 
con la figura ideale di Hypnos) quale eroe magro e muscoloso, abbronzato, di volto realistico (tipo 
della pittura romana e opposto a quello di Dioniso). Non solo l'intervento attivo, ma la stessa pre- 
senza di Venere è ignota alle varie serie di pitture campane del mito d'Arianna, mentre è ben 
nota a quelle della leggenda d' Enea ; e qui la dea inganna Didone (capere dolit reginam meditar) fa- 
cendole sperare in sogno le giuste nozze col suo figliuolo Enea. 

1) L'esempio è introdotto con le parole amoTem qw^que describens (Maro) cet., cioè posto nella 
categorìa dei sogni d'amore. 11 carattere delta esemplidcaziono esclude affatto che qui Macrobio esponga 
una sua opinione perso'tale, tanto meno opposta alla comune ; dunque sì ha l'opinione comune degli 
immediati interpreti dì Virgilio. 



Eeeensioni 157 



RECENSIONI 



G. De-Ruggiero, Storia della Filosofia. Parte I : La Filosofia Greca, 2 voli. Bari, 
Laterza, 1918. 

Dell'opera del De-Enggiero qualcuno ha parlato con molta lode dicendo che, 
per ciò che rignarda i presocratici, è superiore persino agli studi del Bnrnet ') : 
ora, sebbene non manchi di alcuni pregi di esposizione, presenta difetti veramente 
gravi specialmente rispetto all'esattezza. 

Alcune affermazioni nel cap. I (/ primordi) snlle coudizioni della civiltà greca 
nel VII e VI secolo a. C, sono molto discutibili. Cosi, il D. R. parla di un « re- 
gime aristocratico, fondato sopra caste ristrette ed esclusive » (I, pp. 22-23) ; ma, 
se non si vuol dare alla parola caste un senso diverso dal solito, non si capisce 
come sia lecito discorrerne a proposito del mondo greco. Né è esatto affermare, 
almeno rispetto alla Grecia, die la democrazia rende possibile « una vasta azione 
politica, al di là dei confini della città, anzi snlle rovine di essi » (ivi, p. 23), 
perchè la concezione politica greca fino ad Aristotele non oltrepassa i limiti della 
polis. Prima di scrivere che nel regime democratico « la ragione della lotta è 
ideale, come ideali sono i principi (economici, politici, religiosi) che dividono una 
classe dall'altra » (ivi), il 1). R. avrebbe dovuto rileggere Tucidide: non era 
forse democratica Atene al tempo della guerra peloponnesiaca f ed erano proprio 
ideali ì motivi direttori della sua vita f 

Che la religione dell'età aristocratica implicasse « una visione trascendente 
della vita, che ha fuori di sé la sua ragiono » (ivi, p. 25), è difficile ammettere, 
quando si ricorda che tale religione era quella omerica. Del resto, le questioni 
religiose sono trattate con molta superficialità ; il D. R. non parla dei culti ctoni«i, 
di cui il Gruppo e la Harrison hanno messo in luoe l' importanza : lascia nella 
penombra ì potenti movimenti mistici di questo periodo, ricordando fuggevolmente 
solo l'orfismo per svalutarne il significato. Egli, seguendo lo Zeller, afferma che 
« l'eflìcienza dell'orfismo sul pensiero greco è stata molto esagerata dagli storici » 
(1, p. 30): ora, gli studi recenti hanno sempre meglio provato il contrario e con 
ragione il Meyer *) (II, pp. 735-36) ha potuto affermare che, se non si apprezza 
degnamente il signiBcato dell'orfismo, lo sviluppo greco del VI e del V secolo, e 
specialmente quello della filosofia, riesce incomprensibile. 

Il D. R. non sa apprezzare degnamente il significato etico della tragedia del 
V secolo, cui antepone (I, p. 32; « l'umile precettistica morale » dei filosofi : 
anche su questa parte, si può ricordare il giudizio del Meyer, assai piìi compren- 
sivo e pili giusto : è veramente strano che si parli con si poco rispetto del dramma 
eschileo. Tutto questo fa pensare che il D. R. conosca la vita greca in modo assai 
poco profondo. Rispetto alla filosofia presocratica, alcuni punti importanti (come la 
critica del divenire, cioè del mondo dell'esperienza, compiuta dall'Eleatismo, e il 
passaggio da Melisso all'Atomismo, messo in luoe dal Bnrnet) non sono rilevati. 



1) Xella lUbliogratìa (voi. II. p. 222) il Deliuggiero ricorda del Burnet (per errore di stampa 
clliamato Bomnet) solo la prima edizione del volume Harly Greek Philosophy (1892) e dimentica sia 
la seconda (1908) sia l'opera (Ireek Philosophy, I, (1914). 

-) Geschìchte des Alterthu-ms. 



158 Eecensioni 



È assai disciitibile la tesi che le omoiomerie di Anassagora del>l)ano iieiisarsi come 
esseri individuali e che per il Clazoraonio « il principio di organizzazione debba 
essere originario, e che in ultima istanza, l'organico spieghi l'elementare, non vi- 
ceversa » (I, p. 86), in opposizione ail'AtoDiìsnio. 

L'esposizione del pensiero di Eraclito, di Platone, di Aristotile, manca di or- 
ganicità. Il D. K. sorvola sulla teoria delle Idee Numeri, che invece, come i nuovi 
studi hanno messo bene in chiaro, ha importanza fondamentale per la piena com- 
prensione del Platonismo, di cui costituisce, non già mia deviazione, ma uno svi- 
luppo necessario. 

11 D. K. afiferma ohe per Platone « intelligenza e causa fanno tutt' uno » (I, 
p. 219) e cita il testo 31 a del Filebo : vovg fikv ahlas fjv ^vyycvrjg che invece paria 
non di identità, ma di affinità; in caso, si potevano citare altri testi (30 e). 

Ciò che è detto sul rapporto fra l'intelletto attivo e quello passivo in Ari- 
stotile (« questo forma formata, quello forma formante », 11, p. 49) è tutt' altro 
che chiaro e non lascia nemmeno sospettare la gravità del problema che nel Me- 
dio Evo ha affaticato i maggiori pensatori. 

Lo scetticismo di Arcesilao e di Cameade è condannato sommariamente (« Nulla 
di nuovo emerge dalle sue negazioni, nessun motivo fecondo di uno sviluppo del 
pensiero. Arcesilao e Cameade negano scienza e opinione per abbandonarsi ad una 
fantasia probabile, ancora piti fiacca di tutte le opinioni », II, pp. 110-111), e 
nessun accenno è fatto alla distinzione, pur cosi importante, dei diversi, gradi 
della probabilità. 

Veramente gravissimi sono alcuni errori che riguardano dottrine fondamen- 
tali di Platone. Non si capisce come il D. R. scriva le seguenti parole a propo- 
sito della creazione del Timeo: « ma di che [Dio] materiò la sua opera? Con la 
sostanza indivisibile e sempre identica, e con la sostanza divisibile e corporea, 

egli formò una terza specie di sostanza Questa terza sostanza è lo spazio (x(ó- 

gag yivog), il luogo eterno, che mai perisce, e che serve di teatro a tutto ciò che 
comincia ad essere.... ». « Noi l'intravediamo come in un sogno e diclamo soltanto 
che' tutto ciò che è deve essere in qualche luogo, deve occupare un certp spazio, 
mentre ciò che non è né sulla terra, nò in altro luogo sotto il cielo, non è nulla » 
^I, pp. 221-22). I testi cui si riferisce il D. R. {35 o, 52 a sgg.) sono fra i più 
noti di tutta l'opera platonica ed esiste una intera biblioteca dì scritti destinati 
a interpretarli. Anche chi conosce appena superficialmente la filosotìa di Platone 
sa benissimo che della terza ovaia di 35 a si parla a proposito della formazione 
dell' anima cosmica e che essa non ha assolutamente niente da fare col tqitov 
yévog zijg y_(ÓQai di 52 a, che, costituisca o no integralmente la cosidetta materia 
platonica, è considerata a proposito della formazione degli elementi. Le parole 
« mentre ciò che non è ecc., non è nulla » falsano il pensiero di Platone, perchi- 
il Timeo espone per condannarla l'opinione errala che sia reale solo ciò che è nello 
spazio, mentre effettivamente la suprema realtà delle Idee è fuori di esso. 

Piìi strano ancora è il passo che segue immediatamente : « a questi tre ele- 
menti bisogna aggiungerne un quarto. La causa non agisce ex nihilo ; essa ha bi- 
sogno di un elemento primordiale da plasmare e foggiare, di una materia priva 
di ogni forma e qualità, che sia il ricettacolo di tutto ciò che nasce. Questo ele- 
mento è il grezzo materiale di cui l'artefice si serve pei propri fini ; esso riceve 
perpetuamente tutte le forme nel suo seno senza mai rivestire una forma partico- 
lare, è il fondo comune dove s'imprime tutto ciò che esiste, e che non ha altro 



Becensioni ]">V) 



movimento uè altra forma se non quelli dejj;li esseri che contiene » (ivi, p, 222). 
Tutti sanno che questo preteso quarto elemento è precisamente la x<^9"> '^^^ ""^i 
viene considerata come due realtà diverse. 

Chi, a proposito di argomenti cosi popolarmente noti, deforma in tal modo 
il pensiero dell' autore fa nascere il dubbio che conosca i testi di seconda mano 
soltanto ; e si pnò quindi sospettare che tutta l'opera sia composta con lo stesso 
sistema. 

Adolfo Levi. 

L. F. Ubnkdeito, Le origini di Salammbó. Studio sul realismo storico di G. Flatt- 
bert. (Pubblicazioni del B. Istituto di Studi Superiori in Firenze. Sezione di 
Filologia e Filosofia, N. S., voi. I). — Firenze, Bemporad, 1920; di pa- 
gine xi-351. 

Per scrivere un'opera vitale sulle origini di Salammbó, presupposto indi- 
spensabile, come dimostrano i tentativi precedenti in gran parte falliti, era una 
cosi ampia conoscenza dell'antico come del moderno. Il volume che ci sta dinanzi, 
composto da un cultore di letterature moderne e dedicato ad un maestro di storia 
antica, 6. De Sanctis, è tale ohe la lettura ne sarà utilissima non meno agli stu- 
diosi del mondo punico, che a quelli di letteratura contemporanea. Quanto bene 
conosca il Benedetto le antichità cartaginesi può controllare qualunque lettore 
esperto confrontando il suo libro cou un altro uscito or ora, e che il Benedetto 
non potè sfruttare, del miglior conoscitore di quell' argomento : intendo parlare 
dell'ultimo volume (il IV) dell' Histoire anfienne de l'Jfrique du Nord, di St. Gsell. 

Fino a questi ultimi tempi persisteva un grave dissenso tra i critici nel va- 
lutare la ricostruzione tentata dal Flaubert : perfetta la consideravano gli uni, e 
gi'ossolanamente errata gli altri. Il libro del Benedetto ci porta ad una valuta- 
zione intermedia, facendoci assistere a tutta la lenta, meticolosa, spesso audaee, 
talora arbitraria preparazione erudita e ricostrnttiva del Flaubert per dettare il 
suo mancato capolavoro ; ed offrendoci gran parto di quel commento archeologico, 
filologico, storico e culturale che dev'essere lo sfondo indispensabile per leggere e 
comprendere le pagine di Salammbó. Il Flaubert, che da principio si era dato con 
vera furia passionale a raccogliere il materiale documentario, presto si accorse che 
assai piil vaste del pensato dovevano essere le analisi preliminari per giungere 
ad una visione dettagliata ma organica : e allora noli' accurato studio, spesso in- 
soddisfatto, dei testi, e nei viaggi, e nella stesura impiegò ben cinque anni, dal 
1857 al 1862. Suo sogno era di dare vita d'arte ad una mirabile ricostruzione 
storica, dì segnare il trionfo della sua dottrina, per cui la verità si deve vedere 
attraverso la bellezza, l'arte si deve raggiungere attraverso la scienza. 

La prima parte del volume del Benedetto (pp. 21-84) studia i precedenti, 
ossia l'eredità romantica ; mettendo in chiai"o la parte avuta, nella genesi del ro- 
manzo, dalla prima educazione romantica dell'autore. Il Flaubert stesso ricono- 
sceva l'origine della propria grandezza nelle ebbrezze romantiche della sua ado- 
lescenza; una di tali ebbrezze fu, come risulta già dal Portrait de lord Byron, scritto 
a 11 o 12 anni, la chimera orientale, che sempre lo attrasse anche prima del 
viaggio in Italia, seguito da un gran fervore di studi classici ed orientali ; e che 
definitivamente lo avvinse dopo il Inngo viaggio in Oriente (1849-1851), quando, 
conosciuta l'auima orientale sotto una nuova luce di contrasti violenti e di pò- 



160 Hecensioni 



teiize mostruose, lasciò il tema egiziano di Anubie so^titneiidovi qnello di Salammbó, 
in cui confluirono e si fusero tutti i suoi progetti di romanci orientali. 

I viaggi in Oriente furono per il Flaubert di grande aiuto ad integrare il 
qnadro della vita antica, convinto coni' era della fissità dei costumi di qnei po- 
poli : al B. riesce chiara la dimostrazione che molti spunti e descrizioni vivaci e 
realistiche di Salammbó sono ricordi di viaggio : la vista panoramica di Cartagine, 
i portinai schiavi dormenti sulle soglie delle case, I negri scavantisi la fossa per 
dormire, la neve conservata nell'estate, i mangiatori di immondizie, le prostitute 
sacre, gli eunuchi e via dicendo. 

Alcuni elementi descrittivi di Salammbù si trovano anzi già adombrati o trat- 
tati nelle opere precedenti del Flaubert, di cui sono motivi e spunti prediletti : 
il banchetto dei mercenari compare già neW Edacation senlimeniale e nella Dante 
dea morta ; la figura di Salammbrt ha i suoi precedenti nella Cleopatra degli anni 
giovanili, e quadri di lusso orientale si leggono nella prima Tentation in cui ri- 
troviamo pure i precedenti di Tanit, di Shahabarim e della scena del serpent»-. 

Sul Flaubert influiscono poi anche le opere dei contemporanei : le pagine 
vive e fantasiose della Hiatoire romaine del Michelet ; i Marlyra del Chat«au- 
briand specie coU'episodio degli amori di Eudore e Velléda, il ironia» de la momie 
del Gautier, di argomento egiziano. Ma oltre che per tutti questi motivi e spunti 
delle aspirazioni dei viaggi e delle lettere giovanili, il Benedetto ci chiarisce come 
l'educazione romantica del Flaubert abbia agito anche per la visuale artistica, 
ossia per il modo di trasfigurare il reale, esagerando l'orrore fino ad una inten- 
sità paradossale, sia per i Cartaginesi, sia per i mercenari, e sfigurando all' occa- 
sione tutti i dati delle fonti, come per quelli di Polibio sui precedenti macabri 
della « Battaglia della Sega ». 

La seconda parte del volume (pp. 87-320) tende a farci conoscere il lavoro di 
ricostruzione, spesso acutissimo e sempre notevole, compiuto dal Flaubert per 
porre la base erudita alla propria revivi.scenza del passato : la trattazione è qui 
metodicamente divisa per soggetto : la città (pp. 87-114), la religione ("pp. 115-258), 
lo Stato (pp. 259-272), l'esercito (pp. 273-293), e l'indole etnica (pp. 294-320). 
Accintosi al suo romanzo quando gli eruditi non erano nemmeno ancora concordi 
sulla posizione occupata da Cartagine (ancora nel 1856 il Rabusson la ricercava 
in Algeria), il Flaubert si sforzò di vedere chiaramente i problemi, per quanto nel 
suo romanzo sopprimesse poi la prefazione contenente il proprio quadro di Carta- 
gine. Molto si giovò in quelle sne ricerche dei moderni, specie del Dureau de la 
Malie ; ora. divinò, o comunque venne a ipotesi degne di esame, come per la po- 
sizione dei templi e delle vie ; ora invece si appigliò a ipotesi evidentemente er- 
ronee, come per l'orientazione della città : spesso supplì con bizzarra fantasia, 
come per l'acquedotto e le cisterne ; e talvolta anche si lasciò giocare da qual- 
che testo frainteso, come per uno di Appiano relativo a commercianti che per Ini 
si trasformarono in ambasciatori nemici ; ma non manca neppure il caso in cui 
abbia saputo correggere acutamente il dato di una fonte, ad es. per un altro testo 
di Appiano sul triplice mnro della città. 

Sulla religione, argomento fondamentale della ricerca, il Benedetto ci offre una 
trattazione diligentissima ed acuta. Egli incomincia col notare quali fossero i la- 
vori eruditi moderni che il Flaubert conobbe e sfruttò : le opere del Creuzer, del 
Bochard, del Selden, dello Heudreich, del Gesenius, del Mignot e forse quelle del 
Miinter e del Movers. Ma più e meglio che dai moderni il Flaubert trasse dagli 



Recensioni 16T 



antichi, dalla Bibbia, dal passo famoso di Diodoro (XX, U) snl Cronos oarfcagi- 
uese, dallo scritto dello Pseiido L)iciaiio Svila dea Syria (poiché, coi suoi contem- 
poranei egli accettava le equazioni Astarte-Tanit-Iside-Atargatis), e ancora pih 
dalle opere di Apuleio : le Metamorfosi e V A nino d'oro : le prove addotte dal Bene- 
detto per la dipendenza da queste ultime sono nuove o perentorie. Né ignorò il 
Flaubert il dato archeologico noto dal 1853, del frontale di Batua, che lo portò 
ad ideare, precorrendo tutti i suoi contemporanei, che gli dei supremi di Carta- 
gine non costituivano la triade Tauit-Baal-Esclimun, ma solo la coppia Tanit- 
Moloob, ch'egli imaginò nemici e sposi : maschio e femmina, re e regina. Sole e 
Luna. Accumulò poi su di loro i siguiflcati simbolici, facendo di Moloch il prin- 
cipio igneo, il deserto omicida; di Tanit il principio umido, l'anima di Cartagine; 
e individuò la lotta di Moloch contro Tanit, con quella dei mercenari contro i Car- 
taginesi. 

Fissate queste basi generali il Benedetto passa ad esaminare i singoli culti, 
incominciando da Tanit, che il Flaubert considerava come dea semitica [per quanto 
anche recentemente le iscrizioni scoperte sembra tornino a far propendere verso 
tale tesi], pari ad Astarte e a tutte le altre dee classiche e orientali affini a Venere, 
si da credere di potersi giovare per essa dei dati forniti dalle fonti per le altre : 
per i nomi, per le figurazioni, per i templi, per il peplo e per i sacerdozi, ag- 
giungendo di suo ipotesi fantastiche ed arbitrarie. Anche per Moloch il Flaubert 
accettò l'identificazione errata con Cronos, identificato invece dai moderni con 
Baal Hammon, che per il romanziere era distinto da Moloch. Il Benedetto difende 
a ragione il Flaubert dall'accusa di aver prestato fede ai sacrifici umani a Mo- 
loch, usanza testimoniata in modo sicuro per i Fenici, e durata a Cartagine in 
ispecie fino ai tempi di Tertulliano (a tal proposito il Benedetto corregge una er- 
ronea interpretazione vulgata secondo cui Tertulliano parlerebbe dei tempi del- 
l'imperatore Tiberio, mentre dice di un proconsole Tiberio); e chiarisce donde 
siano attinte le notizie sugli attributi, sul tempio, sulla statna e snl clero. 

Per le divinità minori non era possibile settant' anni fa aver idee molto 
chiare : il Flaubert studiò ed emise ipotesi, ma spesso fallì : identificando Apollo 
con Baal-Hammon invece che con Resepb, non dando rilievo a Melkart, tacendo 
dell' Ares e del Posidone cartaginesi ; confondendo insieme gli dei Fateci coi Ca- 
biri (avrei da ridire sui Cabiri Fenici di cui parla il Benedetto). Quanto al pan- 
theon dei mercenari, ossia libico, il Flaubert derivò le notizie dal tardo gram- 
matico Corippo. Per i miti cosmogonici fenici egli contaminò a capriccio i dati 
discordanti di due fonti : Filone di Biblo e Daniascio ; mentre per l'oltretomba, 
nella mancanza di notizie storiche, supplì di fantasia, trascinato anche da una 
falsa interpretazione delle stele sormontate da una mano ritrovate a Cartagine, 
che ora si considerano ex-voto con semplice simbolo di preghiera. 

Il Flaubert cercò di dar vita intensa alla sua ricostruzione del mondo religioso 
cartaginese, incarnando la sua coppia umana SalammbO-Mathò su quella divina 
Tanit-Molooh. Salammbò che impersona Cartagine tanitica, e Mathò che imper- 
sona il deserto barbaro di Moloch, sono i due estremi che si odiano e si attirano 
con amore violento e fatale, con quella passione cieca che il Flaubert, tradizio- 
nalmente, localizzava iiell'Oriente. 

11 Flaubert fu assai meno curioso della costituzione cartaginese che della re- 
ligione; due soli elementi sono da lui messi in piena luce: la tendenza plutocra- 
tica dell' aristocrazia dominante e la sua opposizione al dominio di uno solo ; per 



162 Recensioni 



tutto il resto, pur comparendo qua e là ipotesi notevoli, egli lascia nella penom- 
bra (come per le condizioni del demo), quando non fraintende (come per i sissizi 
confusi colle pentarchie). Anche per l'esercito egli compie un' indagine accurata 
sulle fonti : ma aggiunge molte parti di pura fantasia, come per il tipo dei libici 
identificato in Mathó e per i mercenari greci identificati nel Campano (che per 
lui equivale a « Greco ») Spendio ; mentre non manca l'abbellimento del carattere 
tradizionale dei Galli! Per i costumi egli usa con curiosa promiscuità dati estra- 
nei, ad es. di Erodoto per i Cari ed i Lidi, e cado in curiosi equivoci. È poi ca- 
ratteristico il suo tentativo di assegnare ad ogni popolo un valore costante nella 
gamma degradante della barbarie. E quando ci descrive gli avvenimenti dell» 
grande battaglia non si limita a trascrivere da Polibio, ma contamina da fonti di 
varia epoca e riferentesi a vari popoli, poiché egli si è fatta una opinione in ge- 
nere sulla guerra antica. 

Anche per l'indole etnica dei Cartaginesi il Flaubert ha raggiunta una pro- 
pria visione : ne caratterizza con potenza la superstizione, l'avarizia, la servilità, 
la ferocia, la perfidia, la genialità tesaurizzatrioe, l'attività commerciale. Dì questa 
ricostruzione ideale dell' indole cartaginese sono raffigurati i due estremi in An- 
none ed in Amilcare, uno la parodia, l'altro l'apoteosi : Annone die impersona le 
cause della caduta di Cartagine, e Amilcare che riassume in se tutte le energie 
usate per salvarla. 

Concludendo il suo dotto e attraente volume il Benedetto, dopo di aver con- 
statato che per il Flaubert l'accuratissima e spesso geniale reviviscenza del pas- 
sato doveva costituire solo una tappa verso la visione artistica, cerca di chiarire 
(pp. 323-333) ((uali siano le cause che gli impedirono di concretare il suo sogno 
di arte pura. Tali cause sarebbero : la sopravvivenza di troppi elementi esposi- 
tivi, insegnativi; la frequenza degli stimoli a controllare affermazioni dello scrit- 
tore, rompendo la continuità d'illnsione del lettore; il contrasto tra la conce- 
zione storica simbolica all' infuori e al disopra di ogni testo, e quella analitica 
erudita spinta alle piìi piccole minuzie ; la costruzione di siml)oli troppo complessi 
ed euimmatici come quelli del pitone nero e dello zaimph ; l'assenza di grada- 
zione emozionale per cui il crescendo di orrore ci lascia indifterenti, e per cui i 
capitoli restano staccati e vanno rivissuti a parte; l'incapacità per la maggio- 
ranza dei lettori di sentire un mondo cosi lontano per sfondo e per passioni ; ed 
infine il cambiamento psichico eh' ebbe a subire l'autore stesso durante la lunga 
stesura del suo libro, che nato come chimera orientale, si andò infoscando : il 
Flaubert veune inconsciamente a proiettare nel passato il suo nuovo sogno di nna 
super-umanità violenta, brutalmente possente, di tanto superiore per lui alla fiac- 
chezza dei tempi moderni. 

Liioi Pakkti. 

Carmina ludiera Bomanorum. Recensuit, praefatus est, appeudicem criticam, testi- 
monia adiecit Carolus Pascal, in aed. Io. Bapt. Paraviae, pp. xxxi-60. 

Con questo volume il Corpus Paravianum si è arricchito di un'opera, che 
onora altamente la Casa Editrice e sopra tutto il geniale Direttore della Colle- 
zione. 

Nella elegante profazione il Pascal ci porge notizie compiute sul contennto, 
sulla fortuna e sulla tradizione manoscritta dei carmi pubblicati, che sono il Per- 
vigiliuvi Veneris, il De rosis naseentibus ed i Priapea. 11 Pervigilium Vetteris, canto 



Becensioni 163 



per la vigilia della festa di Venere, la cui data di composizione si può approHsiiiia- 
tivamente ascrivere alla fine del secondo o al principio del terzo secolo, celebra 
col ritorno della primavera l'avvento di Venere, che fa esnltare tutta la natura 
« mentre gli uccelli e tutti gli animali della terra e gli alberi e le ninfe ono- 
rano con inni di gioia la dea regina e conciliatrice degli amori ». Il grazioso 
componimento di novantatrè tetrametri trocaici catalettici, contando il ritornello 
che spesso si ripete, Cras amel gai numquam amavit quique amavit craa amet, piace 
principalmente per la vivacità dei pensieri e per lo splendore delle immagini, che 
hanno indotto alcuni a pensare ad un modello greco ; ma il Pascal, confrontan- 
dolo col principio del quarto libro dei Faiti (vv. 1-162), ove si celebra una si- 
mile festa di Venere, e fermando l'attenzione su alcuni versi e su alcuni passi 
indubbiamente tratti da Virgilio, conclude giustamente doversi piuttosto ritenere 
che l'ignoto autore del carme, nutrito dallo studio de' migliori poeti, prendesse 
qua e là, da latini e da greci, quel che piìi si coiifaceva alla sua fervida fanta- 
sia ed all'ardente passione. 

La elegia De rosis na»centìbu8 , attribuita in alcuni manoscritti a Virgilio o 
ad Ausonio, all'età del quale ultimo deve probabilmente assegnarsi, descrive un 
giardino di rose all'alba, che appena sbocciate si aprono e si sfogliano, simbolo 
della giovinezza che fugge ed esortazione ad amare: lo stesso motivo fu svolto 
ed imitato dal Poliziano nella famosa ballata delle rose e dal Tasso nella Gerusa- 
lemme liberata (XVI, 14-1.5). Anche l'autore di questo elegante carme conosceva 
bene i poeti classici, come appare da qualche imitazione di Virgilio, di Ovidio e 
perlino di Elvio Cinna : il Pascal ne rileva le somiglianze con un componimento 
deW Anihologia Latina, l'84; ma non è possibile dire se questo sia fonte od imita- 
eione del De rosis. 

I Priapea traggono il nome dalla figura oscena di Priapo, dio degli orti : non 
si sa perchè venissero auticamonte attribuiti a Virgilio. Il Kecensore ritiene che 
la raccolta di questi carmi fosse fatta da qualche dotto del primo secolo dell'era 
volgare, il quale vi avrebbe premesso la breve avvertenza di quattro distici, che 
troviamo in principio a mo' di prefazione ; col tempo la silloge sarebbe stata poi 
ascritta a Virgilio, come successe dì tanti altri componimenti poetici di autore 
ignoto. Questi carmi, in metro elegiaco, coliambico, endecasillabo ecc., sono vera- 
mente degni di Priapo per il contenuto pornografico, che ò quasi sempre impos- 
sibile riassumere con linguaggio decente. Spesso vi è posto in ridicolo il dio, te- 
stimone di scene e di fatti piccanti ; talora egli stesso parla dando ragione all'essere 
suo, delle sue forme e del suo culto ; tal' altra Priapo non c'entra per nulla, e il 
grasso turpiloquio si esprime in desideri inverecondi o si sfoga sulle bricconate 
di questo e quel cittadino, maschio o femmina che sia. 

Leggendo i Priapea vien fatto di pensare alle numerosislvie composizioni ano- 
nime, di contenuto salace e di indole semipopolare, che s'incontrano nella lette- 
ratura italiana, come dovevano essere le canzonette di ciascuna delle quali si ri- 
porta il primo verso in fine alla quinta Giornata del Decameron. Anche questa dei 
Priapea, del Pervigilium, del De rosis, come pure di parecchi altri componimenti 
latini di cui ignoriamo l'autore, è poesia anonima di persone piuttosto colte, la 
quale trae origine più dall' indole ridanciana e satirica della nostra gente che da 
uno scopo di far opera artistica, e si ricollega al grande albero della letteratura 
popolare. Ciò non sfugge al Pascal, il quale nell' appendice crìtica, che si racco- 
manda non meno per la dottrina letteraria e per il discernimento che per la esat- 



164 Recensioni 



tezza e competenza nel valutare il materiale delle varianti, vede giustamente nu 
poeta popolare nell' autore del carme LXXV, che si mostra alquanto trascurato 
nella metrica. 

Per il testo, sempre accuratissimo, il Pascal si ispira all'aureo concetto di 
conservare la lezione dei codici, finché è possibile : il Pervigilium Veneris, così 
accanitamente tormentato dalle trasposizioni dei critici, segue l'ordine dei versi 
che s'incontra nei mauoscritti. Nella scelta delle lezioni appare sempre il so- 
lito buon gusto e l'acume, che decide con intuito nelle questioni piìi intricate : 
nulla è ignorato del lavoro compiuto fin qui dai dotti, ma la massima importanza 
è data ai mauoscritti, di alcuni dei quali, esistenti alla Laurenziana, il Pascal si 
è procurata la collazione per mezzo del Campodonico. E in conclusione un libro 
ottimamente riuscito sotto tutti i rispetti e d'ora in avanti chiunque vorrà occu- 
parsi della poesia giocosa presso 1 Romani, non solo troverà qui gran parte del 
materiale nel miglior testo finora apparso, ma non potrà fare a meno di ricorrere 
al ricco prospetto delle edizioni e degli studi sull' argomento, non che alle abbon- 
danti e preziose note, che adornano la pubblicazione. 

Paolo Fabbri. 



NOTIZIARIO DELLA SOCIETÀ 



La Società per gli Studi Classici italiana, nata in Firenze, e che in Firenze 
ha la sua Sede centrale, non volendo uè dovendo restarsene spettatrice inerto 
quando nel 1921 si commemorerà solennemente il Sesto Centenario della morte di 
Dante, ha deliberato di preparare per la primavera di quell'anno un Congresso 
mondiale di cultori e amatori di studi classici, da tenersi in Firenze. 

Inteuzione dei promotori non è già di riunire gli studiosi per comunicazioni 
e discussioni di carattere scientitico o didattico, quali si sogliono tenere in tali 
Congressi. Il nostro infatti (come è chiaro dai nomi dei sottoscritti) dovrà riunire 
non già soltanto i Soci dell'« Atene e Roma sei classicisti, ma tutti quei cul- 
tori d'ogni disciplina i quali, persuasi della perenne virttl educatrice del classi- 
cismo greco-latino, sentano la nece.ssità di illustrare e difendere il valore di questo 
patrimonio ideale, di questa continuità di tradizioni sacre e vitali, contro certe 
facili negazioni che sono oggi tanto piti pericolose e allettatrici perchè proclamate 
in nome o della scienza, o della modernità, o della democrazia. 

Contro siffatto pericolo, che è imminente, non vediamo piii sicuro rifugio né 
difesa più vittoriosa che il ritorno al Virgilio di Dante. Come esso è non tanto 
il gran poeta latino, quanto il « duce » sulla via della virtìi e del bene, e il 
« maestro » d'o.;ni virtìi morale e civile, così il nostro classicismo vogliamo che 
sia non soltanto un ideale di bellezza e d'arte, ma una scuola di schietto patriot- 
tismo, di forza ed equilibrio morale, e, vorremmo dire, di modestia. Anche di mo- 
destia ; perchè molte illusioni e delusioni sarebbero risparmiate a questa affan- 
nata società moderna, che si dà a credere di poter creare tutto ex novo, se, tor- 
nando in intima comunione coi grandi pensatori e storici e poeti classici, impa- 
l'asse quali e quante esperienze politiche e sociali sono già state, nei secoli, ten- 
tate e giudicate e sorpassate. 

Se da ogni nazione civile ci giungeranno consensi a questo nostro primo in- 



Notiziario ddhi SorictA IfiS 



Vito ; se parrà a italiani e stranieri clie questo Congresso possa riuscire una non 
indegna onoranza del Poeta Divino e insieme del suo Duce Signore e Maestro, 
nna Commissione esecutiva si metterà subito all'opera per fissare i temi da discu- 
tersi e per trovare, tra gli aderenti delle varie nazioni, chi assuma l'impegno di 
preparare le relazioni per iscritto. 

H Comitato promotore : prof. F. Axgklitti, ardi. G. Boni, prof. sen. D. CoM- 
PARETTi, S. E. dott. sen. li. Crock, prof. sen. I. Del Lungo, prof. G. De San- 
cns, prof. F. Enriquez, prof. N. Festa, prof. A. Galletti, prof. A. Garbasso, 
prof. sen. E. Lanciani, prof. C. Pascal, prof. E. Pai8, prof. P. Rajna, prof, 
sen. V. Scialoia, prof. G. Vitelli. 

Avvertenze preliminari. — Il Congresso farà parte delle feste che il Comune 
di Firenze, con l'aiuto del Governo, prepara per il Centenario Dantesco. Hi otter- 
ranno perciò notevoli facilitazioni ferroviarie. Non è ancora possibile annunziare 
i giorni del Congresso, dovendosi questi fissare in relazione col programma gene- 
rale. Avrà certo luogo in una settimana dell'Aprile o del Maggio 1921. Chi ri- 
ceve la circolare e l'approva è pregato di mandare fin da ora la sua adesione sot- 
toscrivendo il tagliando ad essa unito. Il Comitato Esecutivo, appena avrà raccolto 
buon numero di adesioni, si propone di eleggere, nei vari centri d'Italia e del- 
l'Estero, membri corrispondenti, che Io aiutino nella propaganda e nella prepa- 
razione. 

Il Comitato esecutivo: F. Kamorino, U. Ojetti, L. Pareti, G. Pasquali, 
E. PlSTKLLi, G. Vitelli. Il Segretario generale : P. E. Pavolini (2, Piazza S. Marco, 
Firenze). 

Nei giorni 2 e 9 maggio la nostra Società indisse delle riunioni, nei locali 
dell' Istituto di Studi Superiori in Firenze, per discutere su La sctwla liiera. La 
discussione, presieduta dal prof. Ramoriuo e preceduta da una relazione del pro- 
fessore Pistelli sulla storia del problema, si svolse in massima sul seguente formu- 
lario : 1) In quali limiti Io Stato sia obbligato a provvedere all'istruzione media, 
e se sia opportuno un decentramento nel Ministero della P. I. ; 2) Sull'esame di 
Stato per le licenze di 2° grado, e se debbano venir conservate quelle di 1» grado ; 
31 Svalutazione della licenza liceale agli eifetti dei concorsi a impieghi, e aboli- 
zione delle soverchie facilitazioni ; 4) Opportunità di nna scuola neutra, ovvero 
colorita secondo il partito politico dominante. — Nella prima adunanza parlarono 
in vario senso i proff. Rubrichi, Salvadori, Lesca, Pareti, Cacueci, Scaramella, 
Moro, Pellizzari, Vitelli, Salvemini e l'avv. Duranti ; nella seconda adunanza i 
protf. Vitelli, Pistelli, Casali, Cacncci, Ballarin, Rubrichi, Moro, Scaraniella, De 
Marinis e l'on. Rosadi. Il resto della discussione venne rinviato a un' altra se- 
duta da indirsi ; ma intanto fu votato a unanimità il seguente ordine del giorno : 

« L'aisemblea indetta dalla Società per gli Studi Classici, dopo ampia discussione 
sulla questione della scuola libera, riconosce la necessità di persuadere prima di lutto 
il paese che la scuola è andata e va rapidamente decadendo per le continue rovinose 
faoilitazioni, per l'aboliaione di esami severi, per la confusione e instabilità di regola- 
menti e programmi ». 



La Sezione Milanese ha tenuto nel passato anno accademico, dal 30 novem- 
bre 1919 al 25 aprile 1920, le seguenti letture e conferenze : C. Pascal, Mater 



166 



Notiziario della Società 



dolorosa; — A. Bkltrami, Patria e umanità nell'arte virgiliana; — E. Romagnoli, 
Teocrito; — C. O. Zukktti, Bellezza e virtii greca alla Corte persiana; — C. Lan- 
ZANI, Femminismo antico ; — E. Lattes, Il nome d'Italia. 

* 
* ♦ 

La Sestone Triestina, che conta attualraonte 45 Soci ordinari, dal febbraio al 
giagno 1920 ha organizzato le seguenti conferenze, discussioni e visite a inonn- 
raenti : P. Sticotti, Illustrazione delle Sezioni greca e romana del Civico Museo di 
Storia ed Arte ; — A. Dkorassi, Relazione sulle condizioni degli studi etassici nei 
ginnasi e licei della Nuova Italia (seguita da disonssione) ; — A. Muiiioz, La rina- 
leita dell'antichità classica nel Settecento ; — G. Brusin, Illustrazione delle antichità 
di Jquileia : museo, basilica e cimitero. 

SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 



Adorni Fernanda, Firenze 0. 
Barone prof. dott. Giannicola, San Se- A. 

vero 

Bartoli prof. Matteo, Torino » 

Bernardi dott. Felice, Trieste 0- 

Bertini Adele, Firenze A- 

Bertini Annita, Firenze » 
Biblioteca Civica Queriniana, Brescia » 

Biblioteca del E. Liceo « Bonghi », » 

Lucerà » 

Biblioteca Universitaria, Cagliari 0- 

Boianovich dott. Matteo, Trieste » 

Bonailiman Leonia, Firenze A. 

Boline prof. dott. Piero, Gorizia B. 

Caldini prof. Antonio, Gorizia 0. 

Caligaris Alessandro, Torino A. 

Calzarana Ida, Firenze Q, 

Cappelletti Lina, Firenze » 
Caroli Michele, Francavilla Fontana A. 

Cattalinich Anita, Firenze 0. 

Colauzzi Andreina, Fermo » 

Corvino prof. Federico, Rossano » 
Cosciancich prof. dott. Guido, Trieste A. 

Crociai Luisa, Firenze » 

De Flora avv. prof. Amedeo, Polla 0. 

Del Cinto Anna Maria, Firenze » 

De Bernardi Maria, Torino A. 

Di Martino dott. Mario, Napoli 0, 

Falco prof. dott. Mario, Torino » 

Favalli Maria, Firenze A. 

Ferraris Amalia, Valenza » 

Frauci Egidia, Firenze 0. 
Grossi Tina, Firenze 



Hugues dott. avv. Guido, Gorizia 
Lenchantin De Gnbernatis prof. Mas- 
simo, Carmagnola 
Levi prof. Adolfo, Torino 
Loreti Maria, Pieve Torina 
Lucchesini Lina, Firenze 
Mazzini Maria, Firenze 
Misani prof. M., Udine 
Moscati Ada, Aniatrice 
Nannini Olga, Firenze 
Neri prof. Ferdinando, Torino 
Novi dott. Sabatino, San Miniato 
Occhipinti Maria, Vita 
Ojetti comra. Ugo, Firenze 
Oliva Maria Luisa, Firenze 
Pagliani Ada, Firenze 
Pareti Diego, Torino 
Paternolli dott. Nino, Gorizia 
Pavesi Ada, Genova 
Polli avv. dott. Pier Antonio, Trieste 
Rostagni prof. Augusto, Torino 
Rusconi Maria, Firenze 
Scali Arduino, Firenze 
Sgobbo Itiilo, Napoli 
Siruzig prof. Eugenio, Gorizia 
Terracini prof. Benvenuto, Torino 
Tinti Maria, Firenze 
Toniolo prof. Antonio, Firenze 
Valraaggi prof. Luigi, Torino 
Vannncchi Olga, Firenze 
Vespignani Maria, Firenze 
Vettach prof. Giuseppe, Fola. 



PulMleazioni ricevute in ilano 167 



PUBBLICAZIONI RICEVUTE IN DONO 



Carlo Lucchesi. Una Prolusione di Politico Viranio a Marziale. (Nel cod. A- 1415 
della Biblioteca dell' Archiginnasio). Estratto da «L'Archiginnasio», XIV, 1919, 
Bologna, Coop. Tipogr. Azzoguidi, di pp. 11. 
Sancii Jugustini fila scripta a Possidio Episcopo, edited with revised text, intro- 
duction, notes, and a euglish version by Herbert T. Weiskotten, Princeton 
University Press, Princeton, 1919, di pp. 174. 
Carlo Laniu. Pensieri di Teofrasto sul matrimonio t suW educazione, tradotti. 
(Per nozze Guesotto-Malvestio). Padova, Tipogr. G. B. Randì, 1919, di pp. 16. 
Carlo Landi. Commemorazione del Prof. Pietro Basi con nn indice bibliografico dei 
suoi Scritti. (Estratto dagli « Atti e Memorie della K. Accad. di scienze, let- 
tere ed arti di Padova », voi. XXXV, 4, p. 251-28.5) Padova, Randi, 1919. 
L. Foscolo Benedetto. Le divinità del giuramento annibalico. (Estratto dalla 

«Rivista ludo-greco-italica», III, pp. 101-125), 1920. 
G. PASQt;ALi. Orazio Lìrico, Studi. Firenze, Felice Le Monnier, 1920, di pp. viii-792. 
A. RosTAOxi. Ibis. Storia di un poemetto greco (Contributi alla Scienza dell'An- 

ticliità piibbl. da G. De Sanotis e L. Pareti, voi. III). Firenze, Felice Le Monnier, 

1920, di pp. vi-124. 
Egevva yia ti; neXXoviixeg xarev&vroeig ttjs cpvleg, 'AÀe^avrgeia, èxSoae « rga/i/iazcùv » 

1919, di pp. 176. 
R. Almagià. La geografia. (Guide ICS; Protili Bibliografici de « L' Italia che 

scrive »). Roma, Istituto por la propaganda della cultura italiana, 1919, 

pp. viii-109. 
C. Sallusti Crispi. Bellum Catilinae con note italiane del prof. Giuseppe Verdaro. 

Terza edizione riveduta. (Raccolta di aut. lat. con note ital., XCV) Milano- 
Roma-Napoli, Albrighi, Segati e C, 1920, di pp. 164. 
Arturo Bondi. Manuale di Storia Universale per le chisxi superiori delle Scuole Medie. 

A'ol. I : Storia orientale e green, terza edizione con figure. G. B. Paravia e C, 

di pp. 212. 
DiONis CHRysosTOMi. Orationcs. Post Lud. Dindorfium edidit Guy dk Bude. Lip- 

siae, in ae. G. B. Teubueri, 1919, di pp. 460. 
A. Bei.trami. Sentimento patrio e umano in Virgilio. (Estr. dall'* Annuario della 

R. Univ. di Genova », 1919-1920). S. I. A. G., Sestri Ponente, di pp. 29. 
A. GandigLIO. Discussioni critiche intorno all' Ecloga XI di G. Pascoli. (Estr. dalla 

« Rassegna », 27, 1919, n. 5-6). Napoli, Perrella, di pp. 12. 
A. Gandiglio. Incipior o incipio con l'infinito passivo? (Estr. dalla « Rivista di 

Filol. Class. », 48, 1920, pp. 53-54). Torino, Chiantore. 
G. Mauobri. Il Petrarca e S. Girolamo. Saggio I. Catania, Giannetta, 1920, di 

pp. 96. 
A. RosTAGNi. Giuliano l'Apostata. Saggio critico con le operette politiche e satiriche 

tradotte e commentale. (« Il Pensiero Greco », voi. XII). Torino, Bocca, 1920, 

di pp. vni-399. 



168 Pubblicazioni ricevute in domi 



J. CaRCOPINO. La loi de Hiéron et le» Komains. Paris, De Boccard, 1919, «li pa- 
gine xxi-307. 

J. Carcopino. Virgile et le» origine! d'Ostie. (« Bibl. dea 6col. fran(. d'Atrliènes et 
de Rome », fase. CXVI). Paris, De Boecard, 1919, di pp. x-819. 

P. Vergili Maronis. Aeneidos libri X, XI, XII. Recensuit, jìiaef. est, append. 
crit. et indicem addixit R. SABBadini (« Corp. script, latin. Paravlannm », 
n. 25). In aed. Io. B. Paraviae, di pp. ii-144. 

M. Tulli CiCkronis. Laelius de Amicitia liber. Ree., praef. est, app. crit. Instr. 
Egn. Bassi. (« Corp. script, latin. Paraviannm », n. 26). In u«d Io. B. Pa- 
raviae, di pp. xx-59. 

A. Persii Flacci. Satirarum liber. Reo., praef. est, app. crit. instr. F. Ramori- 
NUS (« Corp. Script, latin. Paraviannm », n. 27). In aed. Io. B. Paraviae, 
di pp. xxiv-75. 

L. Caknovalb Soltanto V eliminazione della neutralilà potrà subito e per «empie im- 
pedire la guerra. Cliicago, Italian-Amerioan Pnblishing Company, di pp. 36. 

Arthur Stanley Pease. /» (Ae Octavia a play of Seneca'! (Estr. da « The Classi- 
cai Journal », XV, n. 7, 1920, pp. 388-403. 

Antonio Masklli, Gli umili nella tragedia greca e shakespeariana. Alatri, Isola, 
1920, di pp. xi-431. 

Memoire of the American Academy in Home. Rome, American Academy ; New-York, 
Univ. Press Associatìou, voi. Ili, 1919, di pp. 100 e 91 tavole fuori testo. 

[Sr. Paul]. To the Bomans. A Commentary by Alkx. Pali.is. The Liverpool Book- 
sellers' Co., 1920, di pp. 190. 

L. Pareti. Ancora sulle presunte affinità linguistiche fra l'etrusco ed il lemnio. (Estr. 
dalla « Rivista di Filol. Classica », XLVIII, 1920, pp. 55 sgg.). 

L. F. Benedetto. Le origini di « Salammbó ». Studio sul realismo storico di G. Flau- 
bert. (Pubblio, del R. Istit. di Studi Superiori in Firenze. Sezione di Filolo- 
gia e Filosofi». N. S., voi. I. Firenze, Bemporad, 1920, di pp. xi-351. 

G. Pasquali. Filologia e Storia. (Bibliotechina del « Saggiatore», diretta da E. Pl- 
STBLLi, u. 2). Firenze, Le Mounier, 1920, di pp. xii-83. 

P. FouCART. Un décret atkéaien relatif aux oombattanls de Phylé. (Extrait des e Mé- 
moires de l'Académie des luscriptioas et Belles-Lettres », XLII, 1920, pp. 323- 
355). Paris, Imprimerle Nationale. 



ATTertenie. — Il presente fascicolo esce doppio, perchè d'ora innanzi la Si- 
fista possa pubblicarsi al principio invece che alla fine di ogni trimestre. 

— Per motivi di spazio è rinviata al fascicolo successivo una replica del pro- 
fessore Amatucci all' articolo di G. Pasquali su Virgilio e Montevergine (confronta 
« Atene e Roma », XXII, p. 215 sgg). 



Luigi Pareti, Direttore. — Giuseppe Santini, Gerente responsabile. 
8451920 — Kirenze - Sub. Tipografico Eorico Ariaui. Via San Gallo, 33. 



l'uova Serie - Anno I 



Ottobre-Dicembre 1920 



N. 10-12 



ATENE E ROMA 

BULLETTINO DELLA SOCIETÀ ITALIANA 

PER LA DIFFUSIONE E L'INCORAGGIAMENTO DEGLI STUDI CLASSICI 

Sede centrale: FIRENZE, Piazza S. Marco, 2 



DIEETTORE DEL BULLETTINO 

Prof. L. Paheti 
Flrenie — 2, Piam 8. Marco 



Abbonamento annnale . L. IS 

Dn numero separato . . > l.SO 
Cn fascìcolo trimestrale. > 4.50 



AMMINISTRA ZIONE 

Casa Editrice Felice Le Monnier 

Via S. Callo, 33 - Firenze 



CULTI E RELIGIONI IN ROMA IMPERIALE 

SECONDO RECENTI SCOPERTE ARCHEOLOGICHE 



Le scoperte archeologiche che da secoli si seguono quasi quoti- 
dianamente nell' inesauribile suolo di Roma, ebbero in questi ultimi 
tempi specialissima importanza per alcuni determinati aspetti della 
vita classica, e cioè per la storia così oscura e così intricata della evo- 
luzione del pensiero religioso clas.sico che, attraverso la infiltrazione di 
elementi venuti d'ogni dove, condusse alla morte del paganesimo. 

In pochissimi anni si posero in luce non meno di otto monumenti 
o gruppi monumentali che illustrano questo drammatico incontro di 
credenze e di dottrine, sicché non è forse fuor di luogo riassumere una 
volta tutto questo complesso singolare di documenti nuovamente ac- 
quisiti alla scienza delle antichità. 



Dieci anni fa sulle falde del Gianicolo venne in luce un santuario 
di singolare aspetto che le iscrizioni rinvenute rivelarono dedicato a 
divinità siriache'). Era sorto in luogo remoto dall'abitato e dalla sa- 
cra cinta del pomerio, colà dove probabilmente a causa di certe acque 
medicali e di un boschetto sacro era un antichissimo culto alle Ninfe 
Furrine, e dove il fervido tribuno Caio Gracco, perduto il favore popo- 



') Pasqui, « Not. Scavi», 1909, p. 383; Nicole, Darier, Le Sanctuaire de» 
Dieiix Orientaux au Janicule, Roma, 1909; Gauckler, Le Sanctuaire syrien du Ja- 
nieule, Paris, 1912. Uua completa bibliografia di quanto è stato siuora scritto sul- 
1' argomeuto è stata raccolta e pubblicata recentemente da Gaston Darier (Ge- 
nève, 1920). 



no li. Pnribeni 



lare, aveva pagato con la vita Taudacia dei suoi propositi. In quei tempi 
far l'agitatore era un mestiere che aveva onestamente i suoi vantaggi 
e i suoi rischi. 

Il santuario siriaco pare sia sorto una prima volta in quel luogo 
circa la metà del secondo secolo dopo Cristo; distrutto poi da incendio, 
fu riedificato circa la fine del terzo. Dell'antico santuario restano due 
stanze e lunghe lile di anfore intenzionalmente deposte secondo pre- 
scrizioni rituali. Il nuovo ebbe pianta e forme architettoniche diverse 
dalle consuete dei hioghi sacri classici. Consta in complesso di due edi- 
fici riuniti da una grande corte rettangolare perticata, in mezzo a un 
lato lungo della quale è l' ingresso principale. L'edificio a ponente ha 
forma basilicale con tre navate separate da muro e con abside centrale^ 
l'ediiìcio a levante è riunito alla corte mediante due vestiboli pentago- 
nali, dai quali si accede a una sala in forma di ottagono irregolare, a 
lati alternatamente' più lunghi e più brevi, al jwsto di uno dei lati brevi 
verso oriente è un'abside stretta e allungata, l^el mez.?o della sala ot- 
tagona si rinvenne il basamento di un altare tiiangolare con una ca- 
vità rettangolare nel centro, dentro alla quale era rimasta al posto 
(unica cosa sfuggita ai devastatori del tempio) una statuetta di bronzo 
di una divinità maschile, chiusa entro una custodia di stoffa che la fa 
sembrare una miimniia, e avvolta dalle spire di un serpente '). Un 
uovo di gallina era deposto con cura in ognuno degli spazi lasciati tra 
r una e l'altra spira del serpente. Figure divine chiuse dagli avvolgi- 
menti di im serpente api^aiono in talune religioni orientali : meglio 
nota di ogni altra la figura di Chronos nel culto mitriaco che. per essere 
però a testa leonina, non può essere identificato con la nostra statuetta. 
Da fonte letteraria ^) e da qualche monumento ') si hanno ricordi di 
divinità femminili così acconciate nell'Olimpo siriaco, al quale le iscri- 
zioni mostrano, come dicemmo, dedicato il nostro santuario. Si deve 
pertanto ammettere, che anche qualche divinità maschile appariva 
nella iconografia celeste di Siria accomodata in quella forma. 

Anche altre statue si rinvennero in questo santuario, ma esse 
erano nate a far tutt'altro servizio, e solo il facile adattamento di Orien- 
tali ad adoperare cose di seconda mano, magari rimpasticciandole 
senza riguardo all'arte, le aveva ridotte al nuovo uso. Così un Dioniso 
nudo in marmo bianco ha il viso e le mani dorate, il che lascia credere. 



*) Pasqui, «Studi Romani», 1913, p. 343. 

') Macrob., Satiirn., I, 18. 

') Cfr. per es. «Bollettino d'Arte». 191*, p. 158. 



Culti e religioni in Homa imperiale ere. 171 

che rivestito di stoffa in tutto il resto del corpo, dovette fungere chissà 
da quale divinità. Le altre statue sono un Faraone in basalto di arte 
• sizia forse di età romana'), un Plutone seduto, un gruppo di tre figu- 
rine femminili danzanti. Le iscrizioni rinvenute ci conservano dediche 
al dio siriaco Iladad nonché a Zeus Keraunios, a Venere, alle ninfe 
Eurrine^). Vi è poi una iscrizione i}er il vittorioso ritorno di Marco 
Aurelio e Commodo, posta da mi Marcus Antonius Gaionas negli \\\- 
timi mesi dell'anno 176. Il ritorno per tal modo celebrato è quello dei 
due Augusti dalla Siria, dove avevano sotfocato la ribellione di Avidio 
Cassio, e il Gaionas, ben noto i)er altre iscrizioni, due delle quali sono 
dediche al Baal di Eliopoli"), è secondo ogni probabilità un ricco siriaco, 
stabilito a Eoma e cittadino romano, che venera i suoi Iddii, ma che 
tiene a manifestare il suo lealismo verso gli imperatori, specialmente 
in occasione di movimenti in .Siria. La dedica di Gaionas sembra però 
abbia appartenuto al tempio i)iù antico e non al rifacimento che noi 
abbiamo sotto agli occhi, e che sembra debba datarsi alla seconda metà 
<lel secolo terzo. 

Nel marzo 1911 si rinvenne sulla Via Latina un ipogeo sepolcrale 
adorno di singolari pitture, destinato alla sepoltura di un Trebius lu- 
stus detto anche per soprannome Asellus *). Questa denominazione 
ignominiosa assunta per umiltà, e la figura del Pastor Bonus dipinta 
nel centro della volta del cubicolo, fanno pensare che le idee cristiane 
non fossero aliene dallo spirito del 'defunto e di chi gli dedicò la sepol- 
lura. Ma le altre ligure sono affatto nuove nel patrimonio della primi- 
tiva pittura cristiana, e non facilmente spiegabili come [litture tutte e 
solamente di carattere realistico. Vi si vede infatti nell'alto dell'arco- 
solio centrale la figura del defunto seduto in cattedra con suppedaneo 
sotto i piedi in mezzo a diie figure una di uomo l'altra di donna che ten- 
gono spiegato innanzi a lui una specie di drappo, sul quale appaiono 
delle arndlle, un anello, un vasetto, e delle sferette di ignota materia. 
Xell'arcosolio stesso è di niiovo ripetuta la immagine del defunto se- 
duto tra volumi e arnesi da scrivere. E al disotto sullo zoccolo dellar- 



') Fauina, in «Ausonia», JX, p. 9. 

') « Not. Scavi», 1907, p. 88 o forse anche 1915, p. H8; Nicoi.i:, DakieI!, loc. 
cit., p. 67. 

') C. I.L. VI, ,S0764; XIV, 24; cfr. altre iscrizioni rli Gaionas, C. I. L., VI, 
S2316; «Bull. Coni.», 1907, j). 50. Sul personaggio cfr. Cr.MON'r, « Coinptes Ren- 
diis de l'Acad. des Inscriptions », 1917, p. 275. 

*) Marucchi, «Bull. Crist. », 1911, pp. 209-2.S5 e 1912, pp. 8.S-99. 



172 /i'. Pa libelli 



cosolio 6 ancora una volta Trebio Giusto in i)iedi in mezzo a i)ersonc 
che sembrano operai o contadini. .Sulla parete a sinistra è raffigurata 
la costruzione di un edilicio, alla quale attendono, salendo e scendendo 
per le scale della relativa impalcatura, numerosi operai. Nelle pareti 
che fiancheggiano la porta d' ingresso sono dipinti due cavalli, someg- 
gianti delle ceste, seguiti da conducente munito di flagello. E al disotto 
di uno di essi si vede una strana figura con una lucerna accesa, che alcuni 
vollero uomo, altri donna, e altri donna barbata. 

L'interpretazione più ovvia, è che queste scene debbano in lendcisi 
in senso puramente realistico, che cioè Trebio Giusto sia stato un ar- 
chitetto o un imprenditore di lavori, e che siasi voluto nella tomba far 
ricordo di questa sua attività. Ma tale interpretazione non esplica ne 
la scena centrale con il deiunto seduto, cui sono presentate le offerte 
sul drappo, né la figura di donna con la lucerna accesa. E in ogni modo 
è giusto e saldo quanto osserva il Marucchi, che dato il carattere cri- 
stiano della pittura della volta, appare esorbitino dalle consuete conce- 
zioni cristiane ortodosse la esaltazione e la glorificazione del deiunto 
che nella scena principale appare assiso in cattedra con suppedaneo, 
servito da due altre figure. Non è pertanto im])robabile, che la ispira- 
zione a queste ])itture sia venuta da dottrine cristiane eretiche. Il ìMa- 
rucchi trova più convenienti a interpretare i vari soggetti le teorie 
gnostiche, e pensa che la figura di donna con la lucerna sia Sophia im- 
prigionata e cercante la luce, che i conduttori di muli siano gli Aeones 
trasportatori e rinnovatori della materia, che il lavoro edilizio signi- 
fichi la costruzione della civitas dei beati, che le due figure centrali di 
Trebio Giusto tra i libri e di Trebio Giusto in cattedra designino la 
ascensione di lui alla beatitudine per mezzo della dottrina gnostica. 
E tale interpretazione, anche se in qualche dettaglio possa lasciare 
dubbiosi, è certo più conforme al vero di quella che esclude qualunque 
significato simbolico ^), o di quella proposta dal Belbrueck che parte 
da un presupposto storico, e che non spiega se non una scena, che siasi 
cioè voluto (chi sa perchè nella tomba di un privato?) conservare il 
ricordo della costruzione delle mura di Aureliano ^). 

Nel 1917 un'altra grande scoperta di interesse storico-religioso 
aveva luogo sulla Via Prenestina. I preposti alla manutenzione delle 
linee ferroviarie Roma-Napoli e Koma-Pisa vedevano sfuggire confi- 



') KiK.scH, «Kom. Qiiartalschrift », 1912, p. 54. 

^) Dklbkueck, « Jalirbuch dea Inst., Anzeiger. », 1912, col. 293. 



Culti e religioni in Uoma imperiale ecc. 173 



I 



iiuameute la terra sotto un tratto di quei binari poco prima di raggiun- 
gere il ponte che cavalca la Via Prenestina. Per lungo tempo si cercò 
di rinaediare con lavori continui di rincalzo, ma visto che l' inconve- 
niente non cessava, si provvide a studiarne con più ampie ricerche la 
causa. E si vide così, che la terra sfuggiva entro un profondo pozzo, 
donde dilagava a riempire sempre meglio un corridoio e due sale. Que- 
ste e specialmente la seconda erano coperte di così ammirabili stucchi 
figurati, che le ragioni certamente assai gravi della difficoltà somma del 
lavoro e della ragguardevole spesa furono, nei diffìcili tempi di guerra, 
completamente superate. Del che se gran lode va data al mio compianto 
predecessore nella soprintendenza agli scavi di Poma prof. G. A. Co- 
lini, grandissima mi sembra ne meritino- le competenti autorità fer- 
roviarie, le quali, chiamate a svolgere compiti assai diversi da quelli 
della esplorazione archeologica, non solo autorizzarono, ma diressero 
esse stesse i difficili lavori, le cui delicate difficoltà tecniche non pote- 
vano certo essere incontrate dall' Ufficio per gli Scavi di Antichità^). 
La esplorazione dimostrò, che nel primo periodo imperiale si era con 
un corridoio discendente dato accesso a due aule per loro originaria 
costruzione sotterranee, il cui piano è a più di cinque metri sotto il 
livello dell'antica Via Prenestina (e oltre quattordici sotto il livello 
dei binari ferroviari). Lo sbocco sojjra terra del con-idoio non fu malau- 
guratamente potuto trovare, perchè esso si avanza sotto fasci di bi- 
nari, ed è ad un certo punto pel crollo delle volte del tutto deformato. 
Ammettendo che la pendenza data al corridoio sia uniforme, e che ad 
\\n certo tratto non comincino invece delle scale, l' ingresso al corridoio 
dovrebbe trovarsi a circa 30 metri di distanza dal tratto che noi sianu) 
arrivati a cavare. 

II corridoio immette in un vestibolo rettangolare con pavimento a 
mosaico a piccole tessere bianche, e (jon lucernario quadrangolare in 
jnezzo alla volta. Sulle pareti suddivise da cornici in tanti specchi sono 
delle figurine in rilievo di alberi sacri circondati da recinto di basso 
muro. Nella volta sono quadretti in stucco colorito su fondo rosso o 
bleu, che riproducono spesso scenette bacchiche o di Amorini con 
Psiche. 

La grande aula ha quella forma che entra trionfalmente nell'ar- 
chitettura cristiana come tiiiica per la basilica : tre navate divise da 
pilastri delle quali la centrale più ampia e absidata. Nel pavimento 
in mosaico a tessere bianche sono delle incassature corrispondenti 



') Cfr. Gatti e FouNAiti, « Notizie Scavi », 1018, pp. 30-52. 



1 74 li. Pnriheni 

ad oggetti ora apportati, e cJie avevano stabile collocazione nel mezzo 
delia navata ed avanti ai pilastri. Nel centro dell'abside son pure se- 
gnati nel muro dei solchi che pare designino il luogo di una cattedra. 
Le volte e le pareti sono coperte di rilievi in stucco, ripartiti, secondo 
comuni motivi decorativi, in tanti quadretti diversi di l'orme e di pro- 
porzioni. E diversi molto anche per contenuto, che anche tra quelli 
giustapposti sarebbe difficile trovare una qualsiasi continuità o corre- 
lazione. La rappresentazione mitologica si alterna con il soggettino di 
genere, e questo con la ligurazione di scene di palestra o di culto, e sui 
Iati delle navate minori sono grandi figure che riproducono sculture, 
e palme e mense con corone e doni da olMre ai vincitori di gare, senza 
che tra tutte queste cose sembri possibile cogliere un nesso. >Si direbbe 
che il costruttore di questo singolare edificio sotterraneo avesse lasciato 
ai decoratori piena libertà di ricoprirlo di figure a loro piacimento, pur 
che gli riempissero lo spazio. È ijerò evidente, che una tale interpreta- 
zione semplicistica non è ammissibile in un edificio come questo, dove 
tutto appare preordinato con avveduto rispetto a determinate ragioni 
religiose e rituali. Se pertanto il nesso che lega queste diverse scene 
non appare, probabilmente la colpa è della nostra ignoranza, che non 
ce lo lascia vedere. In ogni modo è chiaro, che maggiore importanza 
per la esegesi debbano avere le scene poste in più evidenti e centrali 
posizioni : quelle che decorano l'abside e quelle della A'olta. Nel centro 
della parete absidata che chiude la navata di mezzo è una figura di 
Vittoria in piedi con palma nella sinistra e corona nella destra protesa. 
È dunque alla Vittoria che andavano i primi onori in questo sacro 
luogo i Non è possibile pensarlo ; non mai lo spirito e 1' uso dei Greci 
e dei Latini lia pensato (M nascondere sotterra la Vittoria. Era riser- 
vato a noi Italiani in quest'anno vedere un tale tentativo, ma l'uomo 
di governo, che di esso è stato fautore perfido e ostinato, apparirà 
presto persino più stolto che ignobile. E d'altra parte, se osserviamo 
quella figura jii Vittoria, vediamo subito che essa non è lì a prendere per 
sé i primi onori, ma è dessa che li tributa ; intatti davanti a quella 
figura è l'attacco di una mensola in muratura ricoperta di stucco, sulla 
quale doveva essere poggiata ima figura che Vittoria coronava. La 
figura è ora scomparsa. 

Nella cuffia dell'abside è un'altra scena che pure deve essere at- 
tentamente considerata. Da un' isola rocciosa scende verso il mare una 
figura di giovane donna che ha nella sinistra una lira. Un Amorino 
sembra sospingerla nella discesa, mentre al disotto delle rupi im Tri- 
tone emergente col dorso umano dalle onde appresta a riceverla un 



r 



Culti e rdiyioiii in L'orna imperiale ecc. 175 

drappo tenuto a due mani e foejgiato a guisa di barca. Dall'altro lato 
è ritta su uno scoglio la figura giovanile di Apollo nudo con Farco nella 
sinistra e con la destra protesa, mentre su un altro scoglio siede in 
atto pensoso con la testa appoggiata al braccio una figura ora per gran 
parte niancante. La prima spiegazione che si presenta allo spirito è 
<]uella che la scena della donna con la lira nelle mimi che sosinuta da 
Amore si protende verso il mare rappresenti il suicidio di Satìo. Ma si 
può osservare, che la donna scende tranquillamente, non si precipita in 
atto disperato, e che finalmente il suicidio non si compie, perchè un 
Tritone è pronto a ricevere la donna in un drappo, che si intende debba 
esser fornito della miracolosa virtù di salvarla. ISTon si vede inoltre la 
relazione che possa intei-cedere tra la leggenda di Haffo e altre due scene 
alle quali deve pure attribuirsi un'importanza preponderante, quelle 
che adornano i due quadri principali della volta della navata centrale. 
In uno di essi è rappresentato uno dei Dioscuri in atto di rapire una delle 
Jjeucippidi, nell'altro, con un magnifico scorcio di un'audacia e di una 
sapienza che ricorda qualche figura di Padre Pozzi, è raffigurato Ga- 
nimede rapito da un genio in cielo. 

Due scene di ratto adunque, ossia nella eimbolistica più abituale, 
più piana e più evidente, due chiare allusioni alla morte, al viaggio 
dellanima nel mondo di là. O allora non dovrà anche la scena della 
parete di fondo interpretarsi come connessa con questi concetti della 
morte e della futura vita ? Xou potrebbe invece di Sal'lo vedersi nella 
figura femminile l'anima che si appresta a traversare 1' Oceano per 
raggiungere le isole dei Ijeati ? 

Lo spirito informatore di questa costruzione e di questa decora- 
zione era pertanto profondamente preoccupato dei problemi dell'ai di 
là. più assai che non ne fossero conquisi gli spiriti che aderivano alla 
religione ufficiale dell' impero. Ma tale predominio delle idee escatolo- 
giche si esterna con l'orme artistiche che non escono dal ijatrimonio 
dei miti classici. Nulla dei miti, delle figure, degli elementi caratteri- 
stici di quelle molteplici religioni orientali che si divisero il campo 
della speculazione religiosa nel periodo imperiale romano. ÌSfon Iside e 
tSerapide, non la grande Artemide di Efeso, non i Baal di Siria, non il 
tauroctono Mitra. L'albero al quale deve riattaccarsi questo ramo isolato 
è quello che vorrei chiamare delle eresie pagane, delle speculazioni 
e delle combinazioni cioè di quegli spiriti, ai bisogni religiosi dei quali 
non era sufficiente la brillante superficialità del culto ufliciale del mondo 
classico. Tra i vari aspetti di queste correnti di pensiero che una stessa 
ansia e una stessa ricerca condussero per le vie più diverse alle con- 



176 lì. Paribeni 



templazioni più elevate o alle orgie più ferine, alla fede più ardente o 
alla più sconsolata negazione, tra questi vari rivi di lina sola sorgente 
meritano forse d'esser prese in maggior considerazione, come propose 
già il Cumont ^), le tendenze pitagoriclie specialmente nelle loro più 
tarde e più complesse elaborazioni. Per i Pitagorici il mondo è un antro 
illuminato dei deboli ridessi della luce dell'ai di là, e la vita terrena è 
lotta e gara (onde sulle pareti della nostra sala gli accenni numerosi 
ai giuochi e alla vita della palestra) e dalla morte l'anima è rapita, e, 
traversando con misterioso viaggio i mari, giunge alle isole dei beati. 
La lira, immagine terrena della sublime armonia delle sfere celesti, è 
non meno bene in mano all'anima sublimata dalle dottrine pitagoriche 
di quel che possa essere in mano a 8affo. 

Esistevano Pitagorici a Koma al principio dell'impero, al qual tempo 
sembra richiamarci la costruzione di questo edifìcio ? Certo che sì ; Cice- 
rone accusa Vatinio di pratiche superstiziose abominevoli, compiute abu- 
sando del nome del grande Pitagora "). E singolarmente ingegnoso e 
attraente si dimostra il ravvicinamento che al culto spirito del com- 
pianto Pomari si era presentato ') tra questo ipogeo e il vicino predio 
degli Statilii Tauri, a noi noto per la ubicazione del sepolcreto dei servi 
e liberti di quella doviziosa gente ^). Xarra Tacito, che Agrippina fece 
accusare T. Statilio Tauro console nel 44 ed ex -governatore dell'Affrica 
di pratiche superstiziose criminose, e che il vecchio ed illustre perso- 
naggio se ne sentì così offeso, che non volle sottostare a iin giudizio, 
e si uccise "). Tacito che è scrittore d'opposizione lascia intendere, che 
l'accusa fu tutta una infame trama di Agrippina per impadronirsi conia 
confisca dei beni della gens Statilia : ma può anche darsi, che le accuse 
non fossero del tutto infondate, e che il vecchio senatore non tanto 
avesse pensato ad uccidersi per sdegno dell'accusa ingiustamente su- 
bita, quanto per tema di non poterla dimostrar falsa. E allora non sa- 
rebbe fuor di luògo pensare, che il ricchissimo uomo fosse stato un se- 
guace delle dottrine pitagoriche, e che avesse voluto apprestare nei 
suoi possedimenti un luogo per accogliervi i suoi compagni di fede. 

La vecchia questione della remozione delle salme dei SS. Apostoli 
Pietro e Paolo dai loro sepolcri e della loro deposizione in luogo remoto 



"i « Reviie Archéol. », Vili, 1918, pp. 52-73. 

') In Vatinium, 6, 14. 

') Loc. cit., a nota 1 di p. 17.3. 

^1 Brizio, Pitture e sepolcri scoperti sìilV Esquilino , Roma, 1876. 

•') Tac, Jnn., XII, 59. 



Culti e reliijionl in L'orna imperiale eec. 177 

hingo l'Appia. ad catacumbas, avvenuta quando l' imperatore Yale- 
riano minacciò di conlìsca i cimiteri e i luoghi sacri dei Cristiani, i'u 
lungamente esaminata e discussa dagli studiosi di archeologia cristiana, 
in base alle scarse e ambigue testimonianze scritte, prima che si pen- 
sasse di ricorrere all'esame del terreno. Pochi anni or sono, se non altro 
per dirimere il dibattuto problema della ubicazione della Fiatoni» 
(come si chiamò nel Medio Evo il luogo di questa seconda deposizione), 
si volle esperimeutare l'esame diretto del terreno con un lavoro di 
scavo. La ricerca si iniziò sotto il pavimento dell'attuale basilica di 
San Sebastiano, pensandosi da alcuni, che la Platonia fosse non là, 
dove la indica la tradizione, nella nota cai)pellina fuori della chiesa, 
ma piuttosto nel bel mezzo di essa. 

Unii risposta definitiva al quesito non si è avuta, ma una ma- 
gnifica messe di documenti si è venuta svolgendo sotto gli occhi degli 
osservatori, man mano che lo scavo intaccava strati più profondi di 
quel prezioso terreno, testimone di vita così intensa ^). La remozione 
del pavimento marmoreo secentesco della basilica pose in luce una fitta 
serie di fosse sepolcrali cristiane del primo jieriodo di costruzione della 
chiesa. Di esse alcune hanno iscrizioni in posto del V e VI secolo, e ad 
esse si trovarono frammisti alcuni sarcofagi cristiani del IV. Tolto, 
dopo le fotografie e i rilievi necessari, quello strato di tombe che si 
estendeva uniforme sotto tutto il pavimento, si rinvennero verso la 
parete destra della chiesa cinque colombari pagani di buona costru- 
zione e di elegante decorazione; e a più grande profondità sotto l'abside 
i resti di una nobile villa romana con pavimento a mosaico, e avanzi 
di pitture sulle pareti, tra le quali particolarmente notevole la veduta 
di un porto col suo molo, con monumenti onorari, con barche nel mare 
tranquillo, e gente a terra adunata a banchetto all'ombra di un grande 
albero. Più interessanti scoperte ai fini specifici della iniziata ricerca 
furono quelle che si compirono sotto la parte centrale della chiesa. Ap- 
parvero modesti ruderi di un piccolo edificio, che aveva avuto un cor- 
tile scoperto con una specie di loggiato da una parte. Le pareti di questo 
locale sono tempestate di iscrizioni graffite greche e latine, che ricor- 
dano o invocano gli apostoli Pietro e Paolo. E poiché forme gi'ammati- 



') Le recenti scoperto di S. Sebastiano hanno dato luogo a una vasta serie 
di articoli, che il Lanciaci ha avuto la diligenza di elencare quale appendice di 
un'importante sua memoria: La «Memoria Apontolontm » al III miglio dell' Jj)- 
pia, in «Atti della Pont. Acc. Romana d'Arch. », XIV, pp. 67-111. Dopo di quella 
vedi Maricchi, ibid., p. 247 e «Bull. Crist. », 1920, pp. 5-31; Grossi Gondi, 
« Atti delia Pont. Accad. Romana d'Arch. », XIV, p. 261. 



17.S I!. Paribeni 



cali e paleografiche permettono di datare quei graffiti circa il IV se- 
colo d. C. ne consegue, che la tradizione di un culto agli Apostoli in 
quel luogo risale a veneranda antichità. 

Il cortiletto avanti a qiiel loggiato era lastricato con grossi tego- 
loni ; se ne volle sollevare qualcuno, ed ecco apparire un mezzo metro 
più sotto un battuto di mattone pesto. Si credette fosse il fondo di una 
vasca, ultimo testimone in profondità della vita del luogo, ed invece 
era il terrazzo di un edificio perfettamente conservato ed interamente 
sepolto. E accanto al primo se ne rinvennero altri due, anch'essi, come 
il primo edifìcio, di uso sepolcrale, i cui piani più bassi scendono a 
quattordici metri sotto il livello della chiesa. Del primo si rinvenne 
al posto sopra la porta d' ingi-esso l' iscrizione di un Marcus CJodiu.s 
Hermes. Ma anche all' interno di quei luoghi di etemo riposo si era 
estesa l'ansia di tramutare e di rinnovare, che aveva tormentato que- 
sta zona di suolo romano. Il primo di quei sepolcri mostra all'evidenza, 
che fu costruito per farne un colombario; venuto poi in possesso di 
persone che non praticavano come rito sepolcrale la cremazione, ma 
la inumazione, fu teso un velo di muro avanti alle nicchiette delle 
olle cinerarie, e si apprestarono sulle pareti e sul pavimento i grandi 
loculi per le salme. 

Le tombe furono nobilmente decorate : con pitture e con pavi- 
menti di mosaico la prima, con stucchi la seconda e la terza. Le pit- 
ture della prima, condotte da mani diverse e di assai diverse abilità, 
presentano alcuni soggetti decorativi di bell'effetto ma di scarso valore 
significativo, come un vaso di vetro con dentro delle frutta, una ma- 
schera di Gorgone, e viceversa tre tondi con scene di singolare aspetto, 
malamente sgorbiate da un ignobile imbianchino. In uno di essi è un 
personaggio nel gesto classico della allocutio in mezzo a un folto cerchio 
di persone molto più piccole di lui per statura, in un altro una scena di 
colloquio o di giudizio con un personaggio assiso, in un terzo ancora 
molto all'oliarsi di gente intorno ad un oggetto che sembra essere una 
mensa o un letto funebre. Gli stucchi che decorano le volte delle due 
tombe sono di meravigliosa conservazione: nell' una è un bel i^artito 
di rosoni esagonali, in mezzo ai quali trionfa un maestoso pavone a 
coda aperta, dipinto in verde, nell'altra si snoda una lieta distesa di 
pampini. Non la sola suggestione del luogo, così denso di memorie cri- 
stiane, ma anche alcuni degli elementi di fatto che qui si osservano, 
invitano a porre la domanda : queste tombe appartennero a pagani o 
a cristiani! Il pavone a coda spiegata, la vite coi grappoli sono simboli 
largamente accolti nella ])rimitiva arte cristiana ; ma non si può soste- 



Culti e religioni in Homo imperiale ecc. ]"!> 

nere, che essi siano esclusivamente riservati a quell'arte. Così pure 
nella terza tomba fu sul muro graffito il mistico acrostico di Gesù : 
IXSYI!; ma sembra certo che quella iscrizione fu grafflta più tardi 
della costruzione e dell'uso della tomba. Ora chi di noi può dire, quanta 
reciproca commistione di elementi dottrinali, letterari e artistici siavi 
stata tra le diverse dottrine religiose che confluirono in Eoma alla 
fine dell'età classica ? 

Un esempio anche più meraviglioso ce ne olire un sepolcreto re- 
centissimamente rinvenuto presso il Viale Manzoni. I resti rasi al piano 
terreno di un edificio che appariva in tutto di uso privato, mostrarono 
una scala che discendeva al disotto dell'antico livello stradale, e che, 
dividendosi in due opijoste rampe, immetteva a due ordini di ambienti. 
Neir uno si ha una stanza quasi quadrata illuminata da lucernario, 
e^n pavimento a mosaico, e decorata da pitture di rarissimo pregio che 
descriveremo partitamente ; nelle pareti e nel pavimento si hanno lo- 
culi e fosse per seppellimento. Da questa stanza attraverso ima porta 
decorata con due coloanine e timpano a mattoni finemente intagliati, 
si passa in un'altra stanza più bassa, non decorata, anch'essa desti- 
nata a ricevere inumazioni, e quindi in ima serie di gallerie cimiteriali, 
che per la pessima qualità del tufo furono però appena iniziate. L'altra 
rampa di scale conduce ad un vestibolo e ad una sala anch'essa con 
loculi ed arcosoli nelle pareti e con pitture di scarso significato e di me- 
diocre valore artistico. E dalla sala si passa ancora a un'altra serie di 
gallerie cimiteriali non potute cavare. Nel pavimento a mosaico della 
prima sala un' iscrizione dice, che un Aurelius Onesimus fece il sepol- 
cro per vari Aureliì ed Aurelie che sono complessivamente chiamati 
fratres et coUiberti. Se fratres debba intendersi in senso proprio di ger- 
mano e non piuttosto in senso figurato, è difficile stabilire : notevole è 
ad ogni modo che una delle Aurelie è detta virgo. 

Le decorazioni pittoriche di quella stanza sono, come dicenmio, 
di altissima importanza. Nella volta si ripete per otto volte la figura 
di un pavone a coda spiegata e per quattro volto quella di un xQiocpógog 
che potrebbe essere il Buon Pastore. .Sull'arco presso la scala è im pastore 
barbato che siede sull'alto di una rupe, intorno alla quale pascolano 
pecore e capre. Non si tratta però di un qualunque pastore o di ima qua- 
limque scenetta paesistica o di genere, perchè il pastore attende a leggere 
un volume. Sulle pareti in basso sono dipinte, una a distanza dall'al- 
tra come statue, undici grandi figure di uomini palliati per lo più bar- 
bati, con volumi nelle mani o in atto di parlare, undici filosofi o ora- 



l.SO -K. Faribeni 



tori o comunque uomini viventi una vita spirituale. Sono undici, ma 
tenuto conto dello spazio, potrebbero essere stati originariamente do- 
dici. Le figure sono trattate con nobilissimo niijgistero d'arte, per quanto 
né questo, né il rispetto dovuto alle persone che esse effigiavano, le 
abbia salvate da mutilazioni dovute al desiderio o al bisogno di cavare 
nelle pareti nuovi loculi per sepolture. 

In alto, nella parete a sinistra di chi entra, è una grande pittma 
con vista di una città posta su una collina. Dalla; porta di essa in basso 
esce un corteo di persone che si l'eca ad incontrare un altro corteo di 
^persone preceduto da un uomo a cavallo che viene dalla^ campagna. 
L' incontro avviene dinanzi a una edicoletta, il personaggio onorato 
monta im vivace cavallo che si inalbera un po' sulle gambe posteriori ; 
ma bene in vista presso la porta è un umile asino bianco. Sulla parete 
di fronte alla porta è pure la yista di una grande città posta in terreno 
accidentato e forse lambita da un fiume. All'estrema sinistra della 
città è un largo spazio cinto da quadriportico, nel quale un personaggio 
seduto su cattedra parla a numerosi ascoltatori. Sulla parete a destra 
della porta è prima una scena di convito con dei servi afferenti e un 
uomo ritto avanti alla mensa in atto di parlare. Segue poi una scena 
di dubbia interpretazione che reca nello sfondo una casa rustica e una 
fonte, una mandra di animali domestici : cavalli, buoi, capre, asini e 
la veduta in lontananza di una città, e al primo piano presenta tre figure 
di uomini nudi che si tengono per mano, un telaio verticale, una donna 
in piedi e un uomo seduto in terra che sembrano parlarsi. La intei-prc- 
tazione che si presenta più facile è quella che si debba veder qui Ulisse, 
Penelope e tre dei Proci, ma tale interpretazione riposa unicamente 
sul telaio. In ogni modo è difficile far rientrare questa scena nell'am- 
bito dell'arte cristiana, alla quale invece tutte le altre potrebbero assai 
acconciamente convenire. A prescindere infatti dai simboli consueti del 
pavone e del Pastor Buono, quali interpretazioni megho si adattereb- 
bero al pastore che legge il volume, alle grandi figure di uomini pensosi, 
all' uomo che parla entro un'area cinta da portici, che quelle desunte 
dalla dottrina e dalla, primitiva storia del cristianesimo ? 

E se queste i)itture fossero veramente di arte cristiana, sarebbero 
tra le più bèlle, tra le più antiche, tra le più dense di significato e di valore 
storico che l'antichità ci abbia conservato. Ma so questa attribuzione 
al cristianesimo o per lo meno al cristianesimo ortodosso non appare 
del tutto sicura, una nuova luce viene al nostro spirito da questo inne- 
gabile giustajjporsi di simboli, di tendenze, di correnti di pensiero e di 
dottrine che vediamo avvenire in Eoma verso la fine dell'evo clas- 



Ciilti e religioni in L'orna imperiale ecc. 181 

sico. Data la miseranda scarsezza di documenti e di testi a noi rimasti 
di quella età, la nostra visuale storica è necessariamente angusta e 
scmpUcistica. Per esser più chiaro con un esempio, avviene a noi per la 
ricostruzione storica di quel periodo quello che avverrebbe a un nostru 
lontano postero che tentasse rievocare il quadro del nostro presente 
momento storico, possedendo il Capitale di Carlo Marx, quattro vi- 
gnette dell' « Asino », le Ganzovi d'Oltremare di Gabriele d'Annunzio, un 
libro di Alfredo Oriani e qualche enciclica di Pio X. 11 lontano spetta- 
tore ricostruirebbe un mondo assai diverso da quel che è, con cate- 
gorie di uomini profondamente separati e distanti fra loro, e non 
potrebbe vedere tutte le transazioni, le reciproche influenze, le coo- 
perazioni, le alleanze che in tempi normali esistono tra quelle varie 
correnti di pensiero. Così come noi appunto immaginiamo cristiani 
e pagani nella Eoma imperiale. La realtà era forse altra cosa. 

Nel quotidiano progredire delle idee cristiane non doveva esser 
difficile, che esse trovassero dei simpatizzanti anche tra i non bat- 
tezzati. Non il solo iSevero Alessandro poteva aver accolto nel proprio 
larario l'immagine di Gesù di Nazaret, né tutta la turba variopinta che 
affollava Eoma era di sentire tanto romanamente saldo da con- 
dannare come exitiabitis superstitio ogni rinnovamento religioso, così 
come faceva l'antica austerità di Tacito. 

Altra singolare e inattesa scoperta è stata quella di una vasta ca- 
tacomba giudaica rimasta sinora completamente ignorata. La sco- 
perta ha avuto luogo nell' inverno di quest'anno nella Villa Torlonia 
sulla Via Noinentana '). 

La catacomba presenta l'aspetto consueto comune alle catacombe 
giudaiche e alle cristiane, di una serie di corridoi che si intersecano per 
lo più ad angolo retto, e nelle cui pareti sono cavati tre, quattro e sino 
cinque ordini di loculi per la deposizione dei cadaveri. I locuU sono 
chiusi con pezzi di tufo e molto più raramente di mattone rivestiti di 
intonaco di calce, sul quale sono alle volte scritti in color rosso e qualche 
volta graffiti gli epitaffi dei defunti. Le iscrizioni sono in greco, e recano 
ordinariamente il nome del defunto, l'età e la consueta formula augu- 
rale del sonno di pace, raramente gli uffici che il defimto ha rivestito 
nella sinagoga. La catacomba è stata per ora esplorata in parte, per 
uno sviluppo di gallerie che ammontano complessivamente al chilo- 
metro, e che contengono circa quattromila e cinquecento loculi per 

') ParibenÌ, « Not. Scavi », 1920. 



182 7^ Paribeni 



deposizione. La catacomba in visitata e rovistata da spogliatoli di 
sepolcri che fracassarono tutte le chiusure dei loculi, e asportarono 
quelle pochissime cose che eventualmente potevano essere state de- 
poste coi cadaveri. Diciamo pochissime cose, sia perchè gli ebrei non 
erano soliti di deporre corredo funebre nelle loro tombe, sia perchè 
queste tombe sembrano essere state per Io più di povera gente, come 
lascia credere il gran numero di quelle che non hanno neanche un' iscri- 
zione. Vi sono però alcune celle cavate a parte e decorate con colon- 
nine e con volte a crociera, nelle quali le tombe sono costruite con mag- 
giore ampiezza e protette da un arco. Alcune di esse hanno persino 
decorazione dipinta a fresco sull" intonaco. Vi si vedono i consueti 
simboli giudaici del candelabro a sette braccia, dello stipo coi rotoli 
della legge, del frutto del cedro, del corno sacro ecc. Oltre a qiieste 
figurazioni che sono ammesse dalla religione ebraica, abbiamo però in 
questi nostri cubicoli anche delle figure ornamentali di delfìni, di pa- 
voni, di colombe, segno evidente che questi giudei della òiaanoga mi- 
tigavano alquanto, a contatto colle altre genti dell' Impero, l'assoluto 
divieto di usare ornamenti figurati. 

Non appaiono nelle iscrizioni funebri date, e la mancanza di og- 
getti rende difficile una determinazione cronologica : rari sono persino 
i bolli di mattone per lo più del primo secolo, il cui valore cronologico 
è del resto qui più che mai mal sicuro. La sinagoga ricordata è quella 
dei Suburensgs ossia degli ebrei abitanti nella Suburra, sinagoga che 
era già nota d^ altre iscrizioni romane. Si può ricordare perù anche 
un altro gruppo di ebrei, quello della proseucha de aggere, menzionata 
in una antica iscrizione '). Questi ebrei che abitavano nel quartiere po- 
polare dell'aggere serviano erano appunto i più vicini alla catacomba 
di Via Nomentana, 'e sembrerebbe che avessero costituito un nucleo 
abbastanza numeroso, che poteva avere il suo sepolcreto, rinunciando 
alla ospitalità degli altri sepolcreti ebraici della Via Portuense. dell'Ap- 
pia e della Labicana '). 

In questi cimiteri giudaici più raramente assai avviene di poter 
cogliere quei tratti di avvicinamento alle idee e alle abitudini di uomini 
di altre religioni con essi conviventi. Kude, gelida, scostante, dispre- 
giatrice implacabile degli altri culti passò questa religione, che raggiunse^ 



1) e. /. L., VI, 9821. 

*) Cfr. per questi altri sepolcreti giudaici: N. MrELi-ER, Il cimitero degli an- 
tichi Ebrei mila via Portuense, in «Atti della Pont. Acc. Koinaua d'Arch. ». XII 
(1915), pp. 205-318; Garkvicci, Cimitero det/li antichi Ebrei scoperto in rigna Han- 
danini, Roma, 1852 ; Marucchi, « Bnll. Ct.at. », 1883, p. 79. 



Culti e relUjioni in Rotila imperiale ecc. 'lH'i 

pure così alte e nobili conquiste intellettuali e morali. In questa superba 
tristezza, in questa gelida austerità che escludeva ogni sorriso d'arte, 
che comprimeva, lino nella uniforme redazione delle iscrizioni funerarie, 
ogni manifestazione di alletto, si deve riconoscere una delle più po- 
tenti cause che impedirono al giudaismo di estendere in più larga guisa, 
il suo dominio spirituale sul mondo classico. 

Nel campo delle antichità cristiane propriamente dette si sta ini- 
ziando la scoperta di un cimitero per buona parte intatto, con intere 
gallerie di loculi intatti e con un cubicolo con l'altare al suo posto. 
Italia posizione che esso occupa pare debba identificarsi col cimitero 
di Panfilo ricordato dagli Itinerari tra la Salaria Vetere e la Nova, di 
cui solo alcune parti erano state vedute dal Bosio, dall' T'gonio e 
nel 1865 dal De Eossi'). 

Ricorderò da ultimo la scoperta di una importante per quanto 
mal conservata iscrizione greca accennante al culto di Cibele, la quale 
per la sua provenienza dal sottosuolo del palazzo del Pontificio Isti- 
tuto Orientale a Piazza Scossacavalli, richiama il ricordo del Phry- 
gianum o santuario di Cibele e di Atti attribuito dai regionari alla zona 
del Vaticano. 

Questo singolare gruppo di scoperte avvenute in così breve vol- 
ger di tempo mi parve utile esporre insieme raccolto, perchè se ne illu- 
mina di più chiara luce la storia del pensiero e dello spirito umano. 
Intravediamo per esse non solo il semplice confluire in Eoma impe- 
riale di dottrine diverse, ma quasi la gara affannosa delle varie cor- 
renti di pensiero filosofico e religioso per la conquista spirituale della 
sede dell' Impero. Alle vaste e profonde correnti mal resiste la reli- 
gione ufficiale romana, che attratta dal bagliore brillante delle favole el- 
leniche, aveva già lasciato sostituire alla sana e rude purezza delle sue . 
semplici credenze primitive la vuota e immorale suijerficialità delle 
concezioni religiose greche. E tra le dottrine che aspirano alla superba 
eredità si accendono gare o si stringono alleanze, si scatenano dispute 
o si avvertono lenti, insensibili contatti e trapassi, e si tesse così la va- 
sta tela della storia, che a decoro del genere umano è assai più mate- 
riata di (juesti trapassi e di queste ascensioni del pensiero, che non, 
come alcuni pensarono, dei contrasti e dei bisogni della vita materiale. 

E. Pakibenj. 



') Josi, «Bull. Crist. », 1920, !>. 60; Mancini, « Not. Scavi», 1920. 



184 Adolfo Omodeo 



ISRAELE E LE GENTI 



1) 



Una forza e un impeto di conquista, un giocondo slancio vitto- 
rioso per l'erompere di forze lungamente contenute, palpita ueirevan- 
gelio di Paolo. Egli ha il senso d' una grandezza storica immensa. Per- 
corre all' inverso le vie calcate da Alessandro Magno e dagli eserciti 
proconsolari, quasi reazione dell'Oriente soggiogato, e vm movimento re- 
ligioso destinato ai più superbi trionfi sorge sulle orme dell'oscuro via- 
tore, il piccolo e meschino giudeo, il tappezziere di Tarso. Che nel mi- 
sero vaso di coccio erano nascosti i tesori infiniti della sapienza di Dio ''). 
nella carne travagliata di Paolo spasimante sotto l'aculeo di Satana 
suggellata da otto flagellazioni e da una lapidazione, nel corpo, che 
aveva conosciuto tutti i rischi della vita e della morte ^), operava l'evan- 
gelio, miracolo di Dio per la salute d'ogni credente, giudeo prima e poi 
greco *) : da lui ambasciatore di Cristo, esalava un profumo di vita per 
gli eletti, un odore di morte per i perduti ') ; in lui operava la possanza 
di Cristo capace di conquistare le più superbe fortezze, di piegare ogni 
intelletto all'obbedienza di Cristo "). Con lui marciava un Dio conqui- 
statore, come Dioniso movente dai vertici di Nisa. Nulla poteva contro 
questo incarnato miracolo dell'evangelio di Cristo « né morte né vita, 
né angeli né troni, né il presente né il futuro, né potenze (celesti), né 
altezza né abisso né alcun 'altra creatura » ''). 

Contro lui eran vane tribolazioni, angustie, fame, nudità, pericoli, 
la spada del giustiziere ^). Una tenacia elastica risolleva sempre l'evan- 
gelio : « in tutto siamo oppressi, ma non angustiati ; siamo senza aiuti 
ma non disperiamo, siamo perseguitati ma non derelitti, ributtati ma 



') Queste pagine souo dosuute dal primo capitolo d'uu'opera su Paolo di Tarso 
apostolo delle genti. Il problema della propaganda e dell'espansione giudaica è per- 
ciò studiato dal punto prospettico della missione dell'aiiostolo. 

=) li Cor., i, 7 sgg. 

') II Cor., 11, 23 sgg. 

*) Bovi., 1,16. 

5) II Cor., 2, 14-17. 

«) II Cor., 10, 4-6. 

") Hom., 8, 38-39. 

«) Bom., S, 35. 



Israele e le genti 185 



non annientati ; sempre portiamo intorno nel nostro corpo la morte' 
di Cristo, perchè nel nostro corpo si riveli anche la vita di Gesù.... ') » ; 
(1 con molta pazienza, nelle vessazioni, nei bisogni, nelle angustie, nelle 
percosse, nelle prigionie, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, 
nei digiuni, in purità, in conoscenza, in longanimità, in bontà, in ispi- 
rito santo, in amore non finto, in parola di verità, in possanza di Dio. 
Con le armi della giustizia della destra e della sinistra, nella gloria e 
nell'obbrobrio, nella buona e nella cattiva lama : come ingannatori e 
invece veritieri : come sconosciuti e invece ben noti : come morenti ed 
ecco invecp viviamo : come castigati e non siamo mai mortificati : come 
afflitti e invece sempre lieti : come pezzenti e invece arricchiamo molti : 
come se non possedessimo nulla e invece possediamo tutto» ^). Per lui 
vivere era Cristo e morire guadagno ^). Da ciò la sicurezza e il vanto. 
L'apostolo sente d'esser da più di Mosè, di possedere un pondo infinito 
di gloria celeste *). Tale, nella sua iperbolica esaltazione, la coscienza 
e la potenza missionaria dell'apostolo. In lui si potenziava e si esaltava, 
alleggerendosi del peso della tradizione nazionale ed espandendosi nella 
concezione dinamica di Cristo suprema sintesi cosmica dell' universo 
nella consumazione dei tempi, il secolare sforzo d'espansione del giu- 
daismo, la sua propaganda del monoteismo e d' una vita tutta fondata 
sul volere di Dio. 

Dai giorni di Oeremia il giudaismo s'era chiuso come in un cilicio ; 
conduceva una vita aspra austera grigia, tutta assorta nel volere di 
Dio, couic una faniiglia a cui il rigido assolutismo del padre tolga le- 
tizia e respiro. E da ciò l' iniziale e profonda repugnanza verso la cul- 
tura ellenistica in quanto questa ancora faceva valere la tradizione del 
periodo classico della lieta ed esuberante espansione della vita umana. 
L'antitesi prendeva il suo punto di partenza nell'opposizione all' ido- 
latria, e diveniva negazione dell'arte, del pensiero, del costume delle 
genti. Era da parte del popolo giudeo un continuo e sempre più rigo- 
roso sacrifizio della propria vita ad un principio trascendente, sacri- 
fizio pesante per lui, assurdo ed empio per il gentile. Partendo dalla 
coscienza di una colpa verso Dio, e dalla sentita necessità della restau- 
razione d' un più perfetto rapporto religioso con Dio (secondo la pre- 
dicazione dei profeti) il legalismo continuava ad irretire il popolo santo. 
Alla legislazione della tradizione più antica si sovrappone la legisla- 



') li Cor., i, 8-10. 
2) II Cor., 6, 4-10. 
') Filipp., 1, 21. 
*) II Cor., 3, 7 sgg. 

Ate7ì^ e lioma. N. S. 



186 Adolfo Omodeo 



zione della tradizione profetica, alla legislazione profetica quella sacer- 
dotale, e quando il canone della legge è chiuso, la tradizione legalistica 
svolge e complica la legge in quella seconda legge di minuta casi- 
stica che veniva fatta valere come tradizione degli antichi ; quella tra- 
dizione degli antichi contro cui tuonerà Gesù. Di fronte a questa con- 
tinua intensificazione del principio legalistico, il pojiolo si sentiva sempre 
in difetto, come gravato da colpe, poiché ogni nuovo incremento ve- 
niva fatto valere come antica tradizione trascurata e trasgredita. 
Quando nel 621 a. C. il sommo sacerdote Chilkijahu presentò al re 
Josias la legge ch'egli diceva d'aver trovato nel tempio, il re stracciò 
i suoi abiti: si sentiva perduto lui e il suo popolo, perchè la legge di 
Jahvé era stata ignorata e la collera di Dio incombeva '). Quando Esra, 
venendo da Babilonia trovò che a Gerusalemme non si seguivano i 
precetti della legge da lui recata circa la separazione dalle genti e il 
divieto dei matrimoni misti, si strappò il vestito e il mantello, si gettò 
a terra e si martoriò lungamente in penitenza temendo l' iia di Dio snl 
popolo '■'). Quando poi a sua volta egli lesse al popolo raccolto la legge 
di Dio, il popolo temè l' ira di Jalivè per non avere seguito la sua legge, 
e la lieta festa del nuovo anno si mutò in lutto, e il rito espiatore si 
sovrappose alla tradizionale festa della vendemmia '). I^^ehemia poi 
rimane atterrito perchè i capi del popolo consentono ai mercanti fo- 
restieri d' introdurre in Gerusalemme le loro mercanzie in giorno di 
sabato e attiran ancora una volta la collera di Dio sul popolo ^). E il 
popolo di Giuda fu travolto in questo crescendo legalistico, lìuppe vio- 
lenteraente il diritto di nozze coi popoli circonvicini, ributtò dal tempio 
i Samaritani che volevano partecipare al culto di Gerusalemme, ac- 
cettò e moltiplicò i tributi e le decime e i sacrifizi onerosi, lasciò incolti 
i campi negli anni sabatici accrescendo i terribili rischi di carestia, 
specialmente negli anni di guerra e di rivolta, si sforzò di attuare la 
retrocessione dei beni venduti ;id ogni aniio giubilare. Il terrore re- 
ligioso arrivò perfino a pai-alizzarc loro le mani in tempo di guerra e 
di rivoluzione. Tolemeo di Lago occupò in giorno di sabato Gerusa- 
lemme, la saccheggiò e trasse in servitù parte della popolazione senza 
che i Giudei osassero difendere la città fortissima''}: i ribelli contro 



1) II Ee, 22, 8-13. 

2) Esra, 9, 3 sgg. 

3) Nehemia, 7, 73; 9, 37. 
■*) Nehemia, 13, 15 sgg. 

^) Ciò valse loro l'irrisione dello storico Agatarcliide. Cfr. Flavio Gils., 
Aiitiq., XII, 1; Cont. .^pioneìn, I, 22. 



Israele e le genti 187 



Antioco Eiìifaiie sorpresi in giorno di sabato si lasciarono massacrare, 
<• solo con tutta la sua autorità Mattatia di Modain persuase gl'insorti 
a impugnar le armi nel giorno proibito '). Ma solo per difesa, che in 
seguito nei giorni di sabato i Giudei lasciarono che Pompeo nel fa- 
moso assedio, spingesse indisturbato i lavori d'approccio "). E oltre 
la legge, col modificarsi dell' intuizione di Dio e dei suoi rapporti col 
mondo, si sviluppavano usi religiosi surerogatori, digiuni, penitenze, 
abluzioni, costumanze ascetico-encratistiche. Con la rigida applica- 
zione del principio nomistico si compie lo sgretolamento della strut- 
tura nazionale del popolo già iniziata col profetismo. Il popolo di Giuda 
non ha accentrata in sé la sua vita, ma l' ha posta nelle mani d' un 
Dio trascendente, che non è più esclusivamente Dio nazionale. Al Dio 
può anche esser sacrificata la nazione e l' individuo. 

Il tendere con le proprie forze all' incremento nazionale, il dare 
sviluppo alle autonome energie che costituiscono un popolo appare ri- 
Ijellione a Dio, poiché implica un'elasticità di vita non consentita dalla 
legge. Israele non può avere altra politica che quella di piacere a Dio. 
1 )a ciò una rassegnata pazienza a tutte le dominazioni straniere : per- 
dio il popolo si rilielli occorre che senta violata la sua religione e pro- 
vocato il suo Dio ■'). Feste, riti, costumanze nazionali sopravvivono 
solo se possono esser interpretati e trasfigurati religiosamente. Arte e 
scienza, che non siano il canto delle glorie del Dio e la scienza delle 
sacre scritture, inaridiscono, e l'ellenismo rinfaccerà aspramente ai 
(iiudei questa sterilità loro in ciò che allieta ed abbella la vita. La re- 
staurazione nazionale finisce col diventare un'utopia, il sogno d'un 
miracolo di Dio che richiamerà da lontanissime terre d'esilio le dieci 
tribù d' Israele scomparse dalla storia fin dalla distruzione del regno 
di iSamaria, susciterà un re miracoloso, un rampollo di Davide che re- 
gnerà santamente sul popolo, e reggerà con verga di ferro le genti. Jia 
(iuesto sogno politico si dissolve nella religione. L'era messianica vien 
pensata come l'era del perfetto rapporto religioso: il messianismo 
si perde nelle speculazioni religiose dell'escatologia ; potrà in seguito 
fomentare la ribellione contro il dominio di Roma, ma non susci- 



') / Maccabei, 1, 32-41; Fl. Gius., Jnliq., XII, 6, 2. 

2) Fl. Gius., Anfiq., XIV, 4, 3. 

3) Cfr. in I Macc, 1, tutto il crescendo delle violenze che furou necessarie 
per spingere il popolo alla rivolta, e l'amara constatazione posta in bocca a 
Mattatia : (2, 10) irotov hOvoq ovx èxlijQoyó/itjnFv jiaolXsia xaì ovx èxgàxtjaey zwv anv- 
/.(ov avrfje ; (= Gernsalemme). 



188 Adolfo Omodeo 



terà le attitudini politiche necessarie per costmire la potenza mon- 
diale d' Israele cerne nazione. 

In questa debilitazione interna della coscienza nazionale ci si spiega 
come Israele perda il suo linguaggio. Coll'esilio di Babilonia la lingua 
aramaica si sostituisce all'ebraico : l' immensa diaspora occidentale 
adottò in seguito la lingua greca. Il legame nazionale s'attenua sino a 
diventare pura coscienza di razza, coscienza del vincolo di consangui- 
neità : ma in tale attenuazione sopravvive tenace perchè si concilia 
con la tradizionale concezione religiosa. L'accettazione del nomismo 
poggia sulla speranza che Iddio ricompenserà la nazione, rivelandosi 
-di fronte a tutte le genti Dio patrono e protettore d' Israele e attuerà 
la promessa fatta ai patriarchi di moltiplicare Israele come la sabbia 
del mare e le stelle del cielo. 

La stirpe innumere di Giacobbe espandendosi nel mondo si andò 
ordinando in comunità autonome, rette secondo i principi della teo- 
crazia giudaica. Per quanto potevano si sottraevano all' ingerenza dello 
Stato, e in esse Iddio e la sua legge eran la base della vita sociale : primo 
presentimento della Chiesa come nuova forma di società. Cosi, già 
prima della conquista d'Alessandro, questa nazione che si era ritratta 
vinta dalla mischia dei popoli, rannodò la sua vita nella religione, e 
seppe sopravvivere a se stessa come razza, come fede, come chiesa, 
come costume. Questo ci spiega preventivamente le sorti future del 
popolo e della storia religiosa. Israele recava in sé un valore nuovo, una 
forma vitale. « Nel suo nome spereranno le genti » '). Quando dopo Ales- 
sandro si sgretoleranno le nazioni e le città, si dissolveranno le parti- 
colari tradizioni e i costumi in un cosmopolitismo senza limiti, quando 
si confonderanno le religioni e le superstizioni in un'effervescenza cao- 
tica, quando tramontato il sogno delle filosofie morali ellenistiche di 
costituire su basi razionali la vita e la felicità dei singoli, l' individuo 
si sentirà come smarrito e annichilito nel mondo, gravato dal peso di 
fati arcani che gli estraniano la propria vita, e s'orienterà verso la reli- 
gione per averne incremento di forze, orientamento di vita e una 
nuova sintesi sociale, il giudaismo avrà maturato in sé gli elementi che 
supereranno V ultimo residuo della tradizione nazionale e inquadre- 
ranno r immenso movimento religioso delle genti nella chiesa, che, 
ricca di una piti vasta esperienza morale e sociale, arriverà a trion- 
fare delle concorrenti religioni ellenistiche. E questa iniziale posizione 
del giudaismo ci fa anche intendere l' immensa sua espansione nel 
mondo ellenistico, la sua forza storica, pur col peso di un legalismo 



') Isaia, 42, 4. 



Israele e le genti 189 



utopistico e assurdo per tanti rispetti, inviso all'ellenismo come empietà, 
ateismo, odio del genere umano, negazione d'ogni valore di civiltà. 

Il legalismo incanalò e mantenne compatto il giudaismo ira mezzo 
popoli che andavan perdendo la loro compagine in un grado maggiore 
che Israele, lo fece prosperare nella decadenza dei regni dei Diadochi, 
consentendogli una iiosizione privilegiata fra le genti, come strumento 
di dominio, e dandogli spesso nei grandi conflitti che travagliarono 
r Oriente la posizione di potenza carezzata dalle parti contendenti. Se 
la risurrezione di Israele, come nazione, sotto gli Asmonei, fu di breve 
durata, ciò fu dovuto piuttosto all' innata repulsione del legalismo 
verso una politica mondana (sì che sotto Giovanni Ircano e Alessandro 
lanneo, il partito pietista finì col ribellarsi alla politica d'espansione 
della casa regnante), che al complesso delle circostanze, le quali anzi 
avrebbero consentito, dopo la battaglia di Magnesia, qiiando i regni 
dei Seleucidi e dei Tolemei cominciarono a declinare di fronte alla po- 
tenza romana, la costituzione d' uno stato giudaico ben altrimenti 
forte che quello travolto da Pompeo nel 63 av. Cristo. Ma il giudaismo 
avrebbe dovuto rinnegare se stesso. La sua prosperità e la sua potenza 
erano la conseguenza, della rinunzia ad una politica nazionale « secondo 
uomo » : era quasi la ricompensa del Dio alla loro fedeltà alla tradi- 
zione teocratica dei profeti e della Legge. Senza confessarlo esplici- 
tamente Israele finiva col rinunziare al regno di questo mondo pur con- 
tinuando a sognarlo in astratto : sperava unicamente in Dio. Subiva 
quasi sempre rassegnato le tempeste, ma si risollevava rapidamente, 
con una penetrazione lenta e costante ricostruiva sotto ogni domi- 
nazione la sua prosperità e la sua potenza. 

La stirpe sacra fi manteneva compatta : i suoi tìgli non si confon- 
devano tra le genti, ma arricchivano del loro numero e della loro at- 
tività la potenza della casa di Giacobbe : l'austerità della vita sessuale 
rendeva feconde e salde le famiglie crescenti nel timor di Dio. Un pro- 
fondo senso di fraterna carità, d' interna giustizia, gli assicuravano i 
vantaggi d' lina solidarietà che non lasciavan mai isolato il Giudeo in 
nessuna parte del mondo, e concorreva a riscattarlo quando fosse stato 
fatto schiavo, lo .sovveniva nei bisogni, assicurava il sepolcro in caso di 
morte anche all' infimo, irradiava la vita individuale in una vasta 
sfera di vita sociale, e toglieva al singolo l'angosciosa coscienza della 
propria solitudine e della propria inanità '). Vantaggi enormi quando 
si ripensi come, disgregati i nessi della vita sociale e religiosa della jióhg, 



') Fl. Gius., Coni. Ap., II, 1.3-39 mette bene in luco i vantaggi della teocrazia 
giudaica. 



190 Adolfi! Oiiiixìv 



i singoli aspirassero a ricostruirli in nuovi plessi, in nuove associazioni 
e confraternite, ■&idaoi e vollegia, religiosi o no, che (lessero letizia di 
vita comune, la gioia d' un banchetto fraterno, 1' unità di un culto, 
assicurassero il rito funebre anche allo schiavo. Ma tali associazioni 
vennero rigorosamente interdette ai gentili da Giulio Cesare in poi. Le 
eccezioni in favore dei collegia tcnuiontìn eran condizionate da un rigo- 
roso controllo di polizia '). Perciò il giudaismo, per la sua interna strut- 
tura tollerata e riconosciuta dall'impero, veniva ad esercitare \mv 
nell'odio da cui era circondato, pur con l'egoismo di razza che poteva 
renderlo repulsivo, una profonda attrazione sugli atomi disgregati nel 
mondo ellenistico, e una moltitudine di ■-< timorati del .Signore » e di 
proseliti addirittura convertiti al Dio d'Abramo popolarono le sinagoghe 
della diaspora e furono nuova sorgente di potenza. 

Ma la moltiijlicazione della stirpe se consentì al giudaismo un' in- 
filtrazione sterminata e una potenza economica senza pari nel mondo 
ellenistico, d'altro canto lo consacrò a un tremendo odio di razza a cui 
dovette finalmente soggiacere. A tale odio lo iiredisponevano le basi 
politiche stesse su cui sorsero le colonie della diaspora. L'emigrazione 
giudaica, fenomeno naturale dovuto all'esuberanza di popolazione nel 
territorio povero della Palestina, fu costantemente utilizzata dalla sa- 
piente alchimia di stato dei Persiani, dei Diadochi, e in un j)rimo tempo 
anche dai Eomani, per costituire im elemento antagonistico a popo- 
lazioni indigene irrequiete e ribelli. L'à/«|/a dei Giudei diventava uno 
strumento della ragion di Stato : e di ciò approfittavano gli accorti 
figli dell'astuto Giacobbe. L'editto di Ciro '), nel caso che sia da rite- 
nere fatto storico, doveva probabilmente mirare a costituire alle fron- 
tiere dell' Egitto nemico una colonia devota al dominio persiano. La 
protezione che il governo persiano continuò a concedere, anche scom- 
parso il pericolo egiziano, alla risorgente comunità giudaica doveva 
mirare a tenere a freno con essa le popolazioni circonvicine, che della 
protezione del gran re si vantano i più accaniti assertori del costume 
giudaico, Esra e IS^ehemia, coloro che ruppero violentemente i rapporti 
tra i reduci dall'esilio e le genti circostanti e ricostruendo le mura di 
Gerusalemme ne fecero una fortezza temibile. Tale politica si continuò 
sotto la dominazione macedone ellenistica'). Se Tolemeo di Lago deiiortò 



') SvETOXio, (aes., 42 ; Fi,. Gus., Ant., XIV. 8, 2 ; 10, 8; Dii/egt., XLVH, 22. 
Sulla repressione dei collegia da parte dei governatori cfr. Fii.oxK, In Flaccum, 4 
(II, p. 518 M.) e 135-37 (p. 537 M.). 

^) Esra, 1 sgg. ; Crou., 36, 22. 

') La tradizione fa risalire i privilegi giudaici ad Alessandro, cfr. Fi.. Giu- 
seppe, Coni. Ap., 'I, 4; Tìell. lud., II. 18, 7 : Anti<iuUales, XIX. 5, 2 (affenuato 



Israele e le genti 191 



violentemente in Egitto una parte della popolazione di Gerusalemme 
per popolare Alessandria, la politica oppressiva non durò a lungo. La 
tradizione ci parla d' una solenne riparazione da parte del successore 
Tolemeo Filadelfo che avreby»e liberato a sue spese tutti i Giudei ri- 
dotti in servitù, e avrebbe loro concessa la sua diretta protezione'). 
Anche a dubitare di q uesta tradizione, per troppi aspetti affine alla leg- 
genda dello Pseudo Aristea sulla traduzione dei libri sacri da parte dei 
LXX per iniziativa di Demetrio di Falero, è certo che già ai tempi del 
Filadelfo i Giudei dovevano avere in Egitto una posizione privilegiata, 
e avevano già irritato l'orgoglio egiziano col vanto delle glorie antiche, 
quando Mosè aveva flagellato l'Egitto e travolti i cavalli, i cavalieri e 
il Faraone nel mare. I passi antigiudaici di Manetone ^) ce lo attestano, 
né sono invenzione di ^Manetone stesso, che anzi mal si adattano alla 
sua cronologia, ma una tradizione popolare piena d'astio contro i Giu- 
dei. E la potenza dei Giudei andò sempre crescendo in Egitto : il loro 
numero ai tempi di Filone dicesi raggiungesse il milione ') ; possede- 
vano due dei cinque quartieri di Alessandria, banche e officine, rag- 
giungevano le più elevate dignità perchè forniti da tempi remoti del- 
l' isonomia, diffondevano i loro costumi, si reggevano autonomi con 
le loro leggi sotto un etnarca o un sinedrio. Quando Cleopatra, ma- 
dre di Tolemeo Latiro scacciò dal trono il figlio, C!helcia ed Anania, 
figli del sacerdote Onia fondatore del tempio scismatico d' Eliopoli, 
conseguirono presso di lei la massima potenza^). E l'antagonismo fra 
Alessandrini e Giudei alimentato a calcolo dai Tolemei durò impla- 
cabile anche sotto gì' imperatori romani. Fuori d' Egitto troviamo lo 
stesso fenomeno. iSeleuco Mcatore concede loro l' isonomia nelle città di 
nuova fondazione. Antioco Theos la concede nelle città della Ionia'') ; 
Antioco il grande trapianta in Frigia duemila famiglie giudaiche, per 
tenere a freno quelle popolazioni ; Cesare, e dopo lui i capi partito delle 
guerre civili, largheggiano di privilegi per trar dalla propria la po- 



in un presunto editto di Claudio). La tradizione, che risale allo Pseudo Ecateo, 
non collima con l'altra che fa fondatore dei privilegi giudaici Tolemeo Filadelfo 
in Egitto, e Seleuco Nicatore in Siria. Così pure la narrazione dello Pskudo Eca- 
teo sul favore di Tolemeo di Lago (cantra Ap., II, 4) è sospetta, ravvicinata alla 
tradizione di Tolemeo saccheggiatore di Gerusalemme, e di Tolemeo Filadelfo che 
liliera i Giudei ridotti in servitù. 

') Antiq., XII, 1-3. Un nocciolo storico non perfettamente determinabile è si- 
curamente contenuto nella tradizione leggendaria. 

*) Cont. Jp., I, 26. Manetone fiorì ai tempi dei due primi Tolemei. 

3) In Flaccum, 43 (p.,523 M.). 

*) Fl. GiLS., Antiq., XIII, 10, 4. 

^) Antiq., XII, 3, 1-2. 



192 Adolfo Omodeo 



tenza mondiale del giudaismo; Artabano re dei Parti tollera che i Ciiu- 
dei di Nisibis guidati dai due fratelli Asineo ed Anileo costituiscano 
un vero e proprio stato giudaico in Mesopotamia, sperando con essi di 
tener a freno i Satrapi^). Corrispondente a questa posizione storica 
del giudaismo è la figura tradizionale nella storia e nella leggenda del 
giudeo che s' insinua nelle corti, coU'aiuto di Dio conquista il favore 
del sovrano e se ne serve in prò del popolo -). 

Si va costituendo quell'obliquo potere occulto rinfacciato ai Giu- 
dei dall'antisemitismo di tutti i tempi. E allora, a dill'erenza che ai no- 
stri giorni, il giudaismo non era assorbito da una civiltà superiore ; ma 
la sua occulta potenza minacciava addirittura l'asservimento dei poteri 
statali a una stirpe straniera. 

TI conflitto di razza era la conseguenza inevitabile di tale posizione 
storica. Fatti strumento d'occhiuta politica i Giudei venivano ese- 
crati. Contrastavano all' indirizzo della miscela dei popoli prevalente 
dopo Alessandro. Le moltitudini pagane sentivano il disprezzo e l'odio 
giudaico tanto più profondamente quanto più contrastava con la fra- 
terna carità vigente entro le colonie d' Israele. La fredda avversione 
passava per odio del genere umano. « Eichie«ti di guidare alla fonte 
non l'indicavano che ai circoncisi ». Organismo chiuso in se stesso, il 
giudaismo assorliiva senza rendere : il vantaggio suo non era vantaggio 
di tutta la città ; il pagano era usato solo come strumento : nessim 
accordo fra il tempio di Dio e l' idolo. Se nella concorrenza il pagano 
soggiaceva, era chiaro segno della protezione di Dio sui suoi fedeli : ogni 
pietà sarebbe stata considerata colpa religiosa. La solidarietà concedeva 
loro una potenza enorme. Se le loro colonie non si fossero insodiate in 
territori già occupati, inevitabilmente entro di esse si sarebbe deter- 
minato l'antagonismo tra il più fortunato e il più umile, fra il ricco 
e il povero. Costituiti invece in comunità urbane entro una più vasta 
cerchia di vita cittadina, la potenza degli uni era punto d'appoggio per 
gli altri, e tutti insieme assumevano verso quei di fuori l'aspetto d' una 
classe dominante, tanto più invisa quanto più appartata. Nell'odio 
di razza si potenziavano odi di classe e antagonismi d' interesse, spe- 
cialmente se si pensa che il commercio del denaro, che nel mondo an- 
tico ben difficilmente si distingueva dall' usura, era la loro attività 



') Antiq., XVIII, 9. 

-) P. es., Giuseppe presso Faraone, Dauielo e i suoi compagni presso i redi 
Babilonia e <li Persia, Mardocheo presso Assuero. K nella storia : Nehemia ed 
Esra presso il gran re, Giuseppe figlio di Tobia, Onia, Dositeo, Chclcia, Anania 
nella corte dei Toleniei, Erode e i due Agrippa presso gì' imperatori romani. 



Israele e le genti 193 

preferita, ed esercitata solo sui pagani, che il prestito a interesse era 
vietato tra i figli d' Israele. Una serie infinita di privilegi ottenuti nei 
più svariati momenti storici, di solito nei momenti di crisi che rende- 
vano i dominanti più incUni al concedere, li proteggevano. Esenzione 
dal servizio militare, facoltà di reggersi con la loro legge ; amministra- 
zione autonoma delle comunità e simultaneamente il diritto d' iso- 
nomia in moltissime città ellenistiche, divieto di citazione ai tribunali 
nei giorni di sabato, libertà di riunione non solo nelle sinagoghe, ma 
anche per banchetti e festività comuni : tutto ciò poneva i Giudei in 
una posizione di privilegio simile a quella che godono i sudditi europei 
nei territnri turchi. Con l' isonomia essi fruivano di tutti i vantaggi 
della cittadinanza, con i privilegi accordati ai loro costumi si potevano 
sottrarre a quasi tutti gli oneri. Ai tempi di Siila eran quasi padroni 
dell' Egitto e della Cirenaica') : ai tempi di Cicerone era energico quel 
inagistrato che in Asia ardiva tirarsi addosso l' ira dei Giudei ^) ; ai 
tempi di Seneca « usque eo sceleratissimae geutis consuetudo convaluit 
utporomnes iam terras tecepta sit : vieti victoribus leges dederunt » ^). 
Che pur fra mezzo l'odio profondo, il giudaismo acquistava proseliti e 
diffondeva apertamente il disprezzo degli altri culti religiosi. Si dif- 
fondeva fra gli strati più umili, ma poi per mezzo degli schiavi e dei 
liberti conquistava aderenti anche nelle classi elevate, specialmente tra 
le donne che non trovavano l'ostacolo della circoncisione ed erano 
meno tenute a partecipare ai riti del culto ufficiale. Era una propa- 
ganda d'apostasia che irritava ed esasperava, e così insistente da ser- 
vire ad Orazio come termine di un confronto : 

— nam multo plures sumus, ac veliiti te 

ludaei cogemus in hauc concedere turbam *). 

Per quanto la propaganda giudaica fosse internamente ostacolata 
dal profondo orgoglio di razza, per cui anche il proselite veniva disprez- 
zato come un bastardo d' Abramo '"), il timorato di Dio (q)ofiov/uevo? ròv 
i^eóv) veniva fatalmente trascinato all'apostasia definitiva con la circon- 
cisione per interna logica se non pure per un incremento delle esigenze 



') Cfr. il frammento di Strabone, in Fl. Girs., Antiq., XIV, 7, 2. 

^) Pro Fiacco 27, 68 : « Multitudinem ludaeornm flagrantem nonnumquam in 
conciouibns prae republica contemnere gravitatis summae ftiit ». 

3) Presso Agostino, De civ. Dei, VI 11. 

I) Sat., I, 4, 142-43. 

f') Cfr. ScHt'UER, Oexch. des Jiid. Folkes', III, p. 134; Wkber, Jiid. Theoì."-, 
pp. 51-59. 



194 Adolfo Omodeo 



dei propagandisti. In un primo momento i Giudei si contentano di poco. 
Ammettono i gentili nelle loro sinagoghe pur che si assoggettino ai più 
rudimentali comandanienti, lieti che essi abbiano riconosciuto la gran- 
dezza del Dio d' Israele. Poi questi « timorati » di Dio se da principio 
seguono qualche rito giudaico come una superstizione fra le altre'), 
Uniscono coll'esscr travolti ; sentono di non essere ancora entrati ve- 
ramente in rapporto religioso con Dio, di non esser membri effettivi 
della teocrazia giudaica e si circoncidono. Giovenale determina acuta- 
mente il processo della propaganda giudaica. I figli dei « timorati " 
divengono veri Giudei : una superstizione del padre culmina nell'apo- 
stasia dei figli : 

Quidam sortiti nietucutoiii gabbata patrein 

nil praeter iiubes et coeli numeu iidoiaiit, 

nec distare putant liuraaiia carne suillani 

qua pater alistiuiiit: mox et praojiutia poiiunt. 

KouianaB auteiii soliti coiitenmero leges 

ludaicum edisount et servaut et inetuunt ius 

tradidit arcano quodcunique volumine Moses; 

non monstraro vias eadem nisi sacra colenti ; 

quaesituiii ad foutem solos deduccre verpos. 

Sed pater in causa: cui soptinia quaeque fuit lux 

ignava et partein vitae non attigit ullaui ^). 

Izate re d'Adiabene, diviene timorato di Dio per Oliera del giudeo 
Anania, ma avendo sentito dal fariseo Eleazaro che nulla giova la let- 
tura della legge senza circoncisione, si circoncide e sua madre Elena 
si stabilisce a Gerusalemme, quasi trofeo del giudaismo'^). Similmente 
i giudaizzanti, nemici di Paolo, vogliono indurre le chiese di Galazia 
ad adottare la circoncisione. 

Il proselitismo raggiunge il soglio imperiale con Poppea : anche 
morta, l' imperatrice segue il costume giudaico ed è sepolta invece • 
che cremata^). La potenza giudaica era grande. Il venerdì sera, quando 
incominciando il sabato le finestre dei Giudei si ilhiminavano, i giorni 
di sabato, o di festa giudaica, quando una quiete insolita si diffondeva 
nelle città, nelle officine, nei porti, il gentile sentiva nell'aria il dominio 
dei figli d' Israele. E nella breve potenza politica degli Asmonei il 



') Orazio, Sai., I, 9, 60-70; Tiuillo, EI., I, 3, 17-18; Ovidio, Beni, am., 
V, 217-8; Senkca, loc. cit. : « illi tanieu causas ritus sui noverunt; niaior pars 
facit, quod our faciat, iguorat » ; frase che probabilmente si riferisce ai timorati. 

«) Sat., XIV, 96 sgg. 

3) Fl. Gius., Ant., XX, 2, 2. 

*) Tacito Ann., XVI, 6. 



Israele e le genti 195 



giudaismo cercò d'espandersi con conversioni forzate imposte con la 
spada e col fuoco, e in parte vi riuscì, nella Galilea, nella Traconitide, 
nella Perea, nell' Idumea, nelle città della costa, in JSamaria : le città 
ellenistiche vennero sottoposte a un giogo di ferro finché Pompeo non 
le liberò e le restaurò. Ciò dovette concorrere a rendere più temiita e 
odiata la potenza dei Giudei. 11 rancore delle genti diventava furi- 
bondo come d' un toro addentato alla cervice da una belva. Cercavano 
di eccitare il rancore dei sovrani: «V'è un popolo che vive disperso ed 
appartato tra i popoli in tutte le province del tuo regno ; le loro leggi 
sono diverse da quelle di ogni alti'o popolo, ed essi non seguono le leggi 
del re, sicché non si conviene al re di consentirlo. Se così piace al re, si 
ordini per iscritto di sterminarli, e così diecimila talenti d'argento pos- 
son essere incassati dai funzionari per esser versati nel tesoro del re» ') 
In quest'accusa di Haman è compendiato l'odio e l' interesse dell'an 
tisemitismo antico. 

Il cidto e i riti giudaici, contrari ad ogni forma di pietà pagana 
venivano derisi e calunniati. Questo culto d' un nume privo di ogni 
forma sensibile veniva considerato ateismo : il nome di Gerusalemme 
veniva dedotto da hQoov/.eIv ') : città degli spoliatori dei templi. Die- 
tro il culto senza immagini s'immaginavano riti abominevoli. Si di- 
ceva che Antioco Epifane entrato nel sancta santorum del tempio vi 
avesse trovato un'immagine dalla testa d'asino'') : e si diceva perciò 
che i Giudei adorassero una delle potenze astrali dal nome di Onoele : 
beffa che ritroviamo riferita ai cristiani in un graffito del terzo secolo. 
Si parlava del rito orrendo del sacrifizio rituale : accusa che anche nel 
medio evo grava sui Giudei come una maledizione, si contraffaceva 
nello più assurde e ingiurose forme l'epopea israelitica dell'esodo dal- 
l'Egitto. Si facevan valere tutti gli argomenti, anche i più miseri, del 
nazionalismo esasperato sulla nobiltà e le anticlie glorie dei popoli. Si 
rinfacciava ai Giudei la loro inferiorità di cultura, i loro riti assurdi, 
la loro costante soggezione politica''). Invano i Giudei invocavano una 
più giusta valutazione deUa loro legge e dei loro costumi. La polemica 



') Libro d'Ester, 3, 8-9. 

2) Cont. Ap., I, 34. 

') La leggenda è raccolta da Posidoxio presso DiODORO, XXXIV, li. 1 ; e da 
Apionk (C. Jp., II, 7). 

•*) Cont. Ap., Il, 11-12, e anche Cickronk, Pro Fiacco, 28,69: « quam cara 
(illa gens) diis imuiortalibus esset docuit, quod est vieta, quod elocata, qnod serva ». 
La parodia dell'esodo si trova in Manktonk, Lisimaco, Posidoxio, Apione, Ta- 
cito e attinge a tradizioni popolari. 



196 Adolfo Omodeo 



letteraria serviva a rinfocolare l'odio anti^udaico dello plebi. Sorge- 
vano opposizioni all'esportazione annuale dell'oro come tributo al 
tempio '), si cercava di fare abrogare l' isonomia dei Giudei, oppure la 
si considerava addirittura inesistente, e li si ricacciava nella posiziono 
inferiore di stranieri senza patroni ''). Se voglion la cittadinanza adorino 
gli stessi dei, opponevano, coerenteiiiente dal loro punto di vista, gli 
accusatori ''). 

Si cercava di privarli delle loro sinagoghe profanandolo con statue 
o con animali impuri ; una volta i Samaritani arrivarono a profanare 
lo stesso tempio di Gerusalemme gettandovi ossa di morti. Antioco 
Epifane vi aveva già eretta una statua di Zeus Olimpico ; ("aligolu 
tentò di porvene una propria. Il saccheggio delle ricchezze giudaiche 
eccitava la cupidigia della plebaglia : la spoliazione del tempio i po- 
tenti. L'antisemitismo diventava un elemento importantissimo nella po- 
litica locale in Oriente. Sacrificare i Giudei all'odio del pubblico era la 
condizione essenziale per ottenerne il favore ^). E quando per avventiira 
cessava l'antagonismo fra governanti o sudditi, quando occorreva 
sviare l' irrequietezza delle moltitudini, i Giiidei erano abbandonati ai 
loro nemici in istragi miserande, col complice consenso delle autorità. 
Già questo motivo antisemitico doveva aver influito nella persecuzione 
d'Antioco Epifane. 11 selvaggio furore con cui furono perseguitati i 
Giudei mostra che in esso operava anche l'odio di razza oltre che l'editto 
del re. La situazione per i Giudei andò peggiorando man mano che si 
rinsaldava l'autorità dello Stato. Già Pompeo e Gabinio, fautori dell'el- 
lenismo avevan depresso il giudaismo e reso la libertà alle città elleni- 
stiche asservite dagli Asmonei. Favorendo Cesare, i Giudei si risolle- 
varono all'epoca delle guerre civili. Ma la riconciliazione che sotto 
r impero si opera tra province e imperatore e che culmina nel culto 
d'Augusto, la pace saldamente stabUita, il più fermo reggimento delle 
province, la rinunzia ai sogni di ribellione da parte dei popoli soggetti. 
rendono sempre più difficile la posizione politica del Giudaismo. 

Si va saldando la crepa entro cui esso faceva leva. D'altra parte 
la sempre crescente irrequietezza della Palestina ove il sogno teocra- 
tico giudaico raggiungeva una tale morbosa sensibilità da non poter 
più tollerare la dominazione straniera, lo rende sospetto. Esso non par- 



') Cic, loc. cit. ; Fi,. Gius., Antiq., XVI, 2-6. 
2) Cfr. Filone, Jn Flaccum, 21-23 (li, p. 520 M.). 
=) Fl. Gius., Ant, XVI, 2, 5; Coni. Jp., II, 6 

■*) Cfr. il caso tipico di Fiacco che vuole propiziarsi gli Alessandrini : Filone, 
In Flaccum, 22-23 (II, 520 M.) 



Israele e le genti 197 



tecipa al culto d'Augusto, che era come il patto solenne d'alleanza fra 
sudditi e impero ; e il suo sogno messianico è in aspro contrasto con 
quella specie di messianismo che anima il culto imperiale, il quale con- 
sidera r imperatore come strumento della provvidenza. Del culto im- 
periale i nemici dei Giudei si fanno forti. Israele è il ribelle. Sotto Au- 
gusto la Giudea deve sottostare all'esecrato dominio d' Erode. Tiberio 
espelle da Roma i Giudei; Sciano minaccia tutta la nazione'): Cali- 
gola si lascia trascinare al tentativo di piegare i Giudei al culto impe- 
riale : tentativo che per poco non accese una guerra di religione e di 
razza. Il governo di Claudio, dopo il tentativo dell'autonomia della 
Giudea sotto Agrippa, riprende la politica sfavorevole ai Giudei : che 
sono espulsi da Jioma e fermentano rivoluzioni in Palestina. Forse il 
governo imperiale dovette riconoscere i rischi dello stato giudaico 
autonomo. Con finissima ipocrisia. Agrippa s'era riconciliato coi Farisei 
e aveva mostrato intenzioni irrequiete, costruendo un nuovo muro in- 
torno a Gerusalemme e convocando d' iniziativa propria un convegno 
di regoli d'Asia, sciolto d'autorità da Marso legato di Siria"). Anche il 
nipote d' Erodo invece d' infrenare il fervore teocratico della Giudea, 
e d'inquadrare conjjugno di ferro, come l'avo, il popolo giudeo nella i)0- 
litica romana, pareva che mirasse a servirsi per i propri fini della po- 
tenza mondiale dei Giudei. Eimessa la Giudea sotto il diretto dominio 
romano, la rivoluzione che covava da tanti anni scoppiò, travolgendo 
il giudaismo in quelle guerre di razza che segnarono la fine della sua 
espansione mondiale. Avviticchiato al mondo delle genti in" questa lotta 
che di momento in momento diventava più affannosa e disperata, il 
giudaismo andò svolgendo la sua propaganda e la sua apologetica. Ma 
la stretta spietata dell' impero romano comprimeva la teocrazia giu- 
daica e \ulnerava il Dio, e questa teocrazia non trovava nel mondo 
le condizioni d' una perfetta attuazione. Nasce così un travaglio reli- 
gioso, un' intima decomposizione del giudaismo nel suo sogno mes- 
sianico, sagno d' una nuova teocrazia ideale e perfetta, d' un grandioso 
definitivo trionfo di Dio. V è qualcosa che muore, qualcosa che nasce, 
un sordo lavoro di germinazione che poi erompe di colpo. Un impeto 
religioso fremente finirà coU'affermare Iddio nel mondo anche facendo 
getto dell' ultimo residuo del privilegio di razza, così come già i profeti 
aveau sacrificato la nazione al Dio. Il Dio doveva sopravvivere alla 
nazione e alla stirpe. Questo era nello spirito della tragica fedeltà 



') Episodio uoii altrimenti noto che da Filone, In l'iacc, 1 (II, p. 517 M.). 
2) Fl. Girs., Jntiq., XIX, 8, 1. 



198 Adolfo Omocleo - Israele e le genti 



d'Israele. In tale sujHeiao sacrifizio, clie , si compie principalmente e nella 
sua più alta espressione per opera di Paolo di Tarso, ebreo da ebrei 
della tribù di Beniamin, circonciso l'ottavo giorno fariseo, della stretta 
osservanza, discepolo di Gamaliele'), avviene il raffinamento e l'esal- 
tazione delle' forze vive e possenti del giudaismo fuori della scoria morta. 
L' Israele che non assurgeva a tale supremo sacrifizio era il vaso di per- 
dizione, su cui Iddio voleva rivelare il furore dell'ira sua'). Tale il 
trapasso logico dalla missione giudaica alla missione cristiana. Tra- 
passo che appare piano contemplato a venti secoU di distanza, ma che 
si compi in un lungo e lento e torbido processo : che le vie della storia, 
come quelle del Signore, son più profonde e più complesse di quelle 
dell'astratta logica. 

(^""""""^ Adolfo Omodeo. 



LUCREZIO E LA POESIA DI RONSARD 



Panurge, poi ch'ebbe udito l'oracolo della Divo Bouteille, prodigò agli 
amici la sua frenesia in versi ditirambici : «Es-tu, dist fròre Jean, fol devenii 
ou enchanté? Voyez comme il escume, entendez comment il rithmaillc. Que 
tous les diables a il mango ? Il tourne les yeux en la toste comme une chevre 
qui se meurt». Ma Pantagruel lo riprende : 

Croyez que c'ost la fnreur poétique 
Da bon Bacchila : ce bon vin eclyptiijue 
Aitisi ses sens et le fait cantiqiieur..., 

e mostra d'essere in preda al contagio poetico, che si propaga sino a fra'Gianni : 
«Far la vertu de Diei;, nous sommcs tous poivrés ! » Il Lefranc vede svolgersi 
per tutta l'opera di Rabelais, ed assurgere neh' ultimo libro ad una significa- 
zione più chiara e piìi vasta il mito di Dioniso, il quale esalta, con mistica 
gioia, le forze primordiali, istintivo, ascose e superbe, che prorompono come la 
stessa ebbrezza della natura '). Il critico moderno giunge fino alla «ogha doUa 
tragedia, come l' interpretava Federico Nietzsche : non credo che vi sia giunto 
il Rabelais, e che abbia fitto il suo sguardo e immerso l'anima sua nell'ardore 



'; II Cor., 11, 22 sgg. 

«) Fii-ipp., 3, 5, sgg.; Atli, 22. 3. 

2) A. Lefraxc, Les navigations de Pantagruel, Paris, Ledere, 1905, pp. 2.53-55. 
Convengo nella tesi che il disegno del 5" libro e molte pagine di esso, fra cui la 
descrizione del mosaico del tempio, dal Bacco di Luciano, fossero preparati da 
Rabelais per il compimento dell'opera ; e l' intervento altrui nella redazione del 
testo conferma ad ogni modo il mio assunto di una pih larga folata « dionisiaca » 
nell'ellenismo francese. — Come Rabelais preceda Konsard « pour cette espèce 
de chaleur et d'enthousiasrae sibyllins.... » avvertiva il Brlnf.tièrk, in una nota. 



Ferdinando Neri - Lucrezio e la poesia di Ronsard 199 

disperato <]i Dioniso ; ma, dobbiamo ammettere che l'ellenismo francese ebbe 
un suo momento dionisiaco, e che l'opera di Rabelais travolge la cultura degli 
umanisti nel clamore di una vendemmia. 

In quel momento esordiva Ronsard: e fra le sue poesie, dei primi anni, si 
delinea tutta una serie, quasi un'accensione di ditirambi: i Bacchanales del 1549, 
pubblicati nel ^ Livret de Folastries » del '53, lo Chant de folte à Baechus. 
nel «Bocage» del 1550, i lìithirambes del 1553, ripresi nell' Hynme de Bae- 
chus dell'anno seguente ; la seconda ode A la Boine, «Mère dcs Dieus ancienne » 
pubblicata nel gennaio 1555, evoca i riti dei Coribanti e il doppio culto di Ci- 
bele di Dioniso '); mentre, ad accrescere «le bruyt inusité», univano la loro 
voce Joacliim du Bellay e Jean-Antoine de Bnif ^). È un sonare di diàlumeavx 
eiiroue:, V «aubade > , la «rage des bacchanales» : 

J'oy la terrò 
Retrepigner diiroment 
Des sonbz la libre cadence 

De leur dance 
Qui se suit follastremeut 

Si rinnova il canto di Sileno, che sa le origini delle cose, e Bacco ritorna dall' In- 
dico Oriente : 

Voi-le ci, je lo sciis venir, 

Et mon cueur étonné, ne peut 

Sa grand' divinile tenir, 

Tant elle l'agito et l'émeut. 

Per il giovine Ronsard, senza questo «delirio» non c'è poesia; l'illusione 
pindarica delle Odi (a cui si limitano, quasi" sempre, gli storici della Pleiade) 



a L'évoliition de la poesie h/rique cn France au XIX' siede, I, p. 39 : poi, uel- 
l' lliHoire de la Liltérature fraiiQuise classique, I, pp. 105-6, inizia il capitolo su 
Rabelais con i versi di Ronsard, come la prima effige del « Rabelais de la ea- 
naille » ; ma non credo vi sia più dubbio : VEpitafe de Francois Rabelais non è stato 
rimato por ingiuria dal Ronsard, ma come un omaggio nello stile e nella haulte 
conleur del romanzo ; ciò che appare nella scena estiva, fra le tazze e le ciotole 

grasse : 

Pui8 ivre chantoit la loiienge 
De son «mi le bon lìacxis. 
Cornine sona luì fiirent vaincus 
Lea Thebains.... 

II chantoit la grande massiìe 
Et la Jnineut do Gargantiie. 
Son fila Paunrge 

vedi gli "scritti di H. Vaganav e P. Laumonier, nella « Revue des études rabe- 
laisiennes », 1, pp. 142 segg. e 205 segg.). 

') Sull'ordinamento di queste poesie, l'autenticità dei DUhiramhes p lo rela- 
zioni con VHjimne de Baechus, ved. Laumonikr, Ronsard poète lyriqiie, Paris, Ha- 
cliette, 1909, pp. 99 segg., 381 segg., e l'Appendice, p. 735 segg. 

2) « Da Jour des Bacehanales » di J. du Bki.i.av, Oeuvres poétiques, ediz. 
ChAMARD, III, p. 29 segg. {Vers lyriqites del 1549); Diihyramhes à la pompe du 
bouc d'Estienne Jodelle (1553), di J.-A. dk BaTf, Euvres cn rime, ediz. 1573, I, 
e. 123a. 



200 Ferdinando Neri 



è guidata dallo stesso furore, onde il poeta ò simile alla Sibilla: «Fuyez, peuple, 
qu'on me laisse...» : egli deve manifestare i dettami del dio, lanciarsi, ebbro 
e follo, per un gran maro luminoso. Il Ronsard dimise poi l' insania, febèa o 
dionisiaca, di cui aveva forzato più d" una volta l'espressione ; ma quella prova 
impetuosa gli era valsa a riconoscere un suo dono sincero di fantasia mitica ; 
egli s'era trovato alle fonti spontanee del mito, poiché lo spirito di Dioniso gli 
era apparso come un'agitazione, uno spostamento delle forme reali, e come il 
ritmo naturale accelerato dall'ebbrezza della fantasia; egli si abituò, fin d'al- 
lora, ad una libertà, ad una immensità di visione, che, ad una prima letturi» 
animata, sembra che basti, di per sé sola, a determinare la sua poesia deUa Na- 
tura. 

Vediamo un poemetto, V Avantentrée du Boi, che fu composto nella prima- 
vera del 1549 : 

A sa venue il semble quo la terre 

Tous ses tresors de son ventre deserre, 

Et quo le Ciel anlentement admire 

Leurs grands beautés, où d'enhaut il se mire 

Enamouré, et courbe tout expres 

Ses largcs yeus pour les voir de plus pres 

Il Laumonier adduce, nel suo commento, tre versi dell'egloga IV di Virgilio : 

Aspice convexo uutautem pendere munduui, 
terrasque tractusque maria caeluraque profundnm : 
aspice, venturo laetantur ut oiuuia saeclo ; 

ma r immagine del Ronsard è diversa : è vero che il cielo appare, anche qui, 
«ome la volta azzurra, ma vi si agita il gesto di una gran deità confusa. Non 
altrimenti nei versi che seguono, della stessa poesia : 

Telle saisou le vieil age eprouva, 
Quaut le Chaos demellé se trouva, 
Et de son poix la terre balaucée 
Fut dea lougs doits de Neptune embrassée, 
Lors que le Ciel se voutant d'un grant tour 
Emmantela le inoude tout autour. 

Ja du Soleil la tiede lampe ahimè 
Uu autre jour plus beau que de coustume. 
Ja les forests ont pria leurs robbes neuves, 
Et moina enflés gliasent aval lea fleuvea, 
Haatés de voir Tlietys qui les attent, 

Et à 869 fila son grand giron estend 

lEdiz. Laumonier, I, p. i9). 

Ronsard foggia 1' immagine del piano arso, nella stessa argilla screpolata dal 
sole : 

Ja volt on la plaine alterée 

Par la grande torohe aithérée 

De aoif 80 làcher et s'ouvrir ; 

(/>*? la i«fl(t*e df Veste, ediz. cit., II, p. 23). 



Lucrezio e la poesia di Uonsard 201 

oppure stempra nella luce un fiorame folto, perchè il suo colore riesca piii 
denso o più ricco : 

Soit quaud la uuiot les feux du elei augmente, 
Ou quanti l'Aurore en-jouclie d'Amaranthe 
Le jour meslé d'un long lleurage espais '). 

Ha un suo modo violento di rinnovare lo figure dell'arte classica : 

Quand le Soleil à ^hef renversé plouge 
Son char dorè dans le sein du vieillard, 
Et qne la nuit uu bandeau sommeillard 
Dea deux costez de l'Horizon alongo... : 

nell'Ariosto, la Notte «mirava il ciel con gii occhi sonnolenti» ; ma Ronsard 
vuole la benda, e l'annoda pei due capi intorno all' Orizzonte. Come U suo ma- 
lato che sogna, egli tende le mani « pour tastonner l' idole qui n'est pas » ; 
scompiglia i dati della realtà per ricomporli nella visione del mito : nell' Eymn-j 
de V Or, gli dei entrano in gara di potenza, e Giove mostra la sua folgore, o Marte 
la lancia; e Saturno la falce, 

Quand la Terre leur mère.... 
Ouvrit son largo sein, et au traverà des feutes 
De sa peau, leur raontra leg mines d'or luisantes, 
Qui rayonnent ainsi que l'esclair du soleil 
Reluigant au matin, lors que son beau réveil 
N'eat point environné de l'espais d'uu uuage, 
Oa comme ou volt lui re au soir le beau visago 
De Vesper la Cyprine, allumant les beaux crins 
De son chef bien lave dedans les flots marins ; 

:;1 poeta ci presenta 1 immagine d'un fulgore, che riesce anche più vaga, più 
lontana, per quegli astri sereni che fa brillare a lungo, quasi distratto dalle 
nuove luci ; è la rivelazione dell'oro fra le aperte vene della Terra, e questa 
è ben la terra bruna, la terra che abitiamo, quella che si ara e si semina, ma 
nello stesso tempo è la dea, «espointe de doulour», che gli altri numi possano 
vincerla nella gara : ha un «vasto grembo», e può corrugare la pelle, e siamo 
sull'orlo del mal gusto, quando s' insistesse un momento di piìi su quella smi- 
surata figura ') ; ma l'oro corrusco è apparso, folgorando da una voragine 
oscura. 



') Son. « Eu ma douleur, las cbotif, je me plais » (1552) : Les Amours, ediz. 
Vaganay, p. 265. Ofr. nel son. « Je parangonne à ta jeune beante » : 

Ta peins mes vere <Vuu long etuail de fleura.... 

') Per questa via, il Konsard, come poi Victor Hugo, non riusci sempre a 
schivare il doppio agguato, dello immagini « preziose » e delle immagini brutali ; 
ed in queste peccò più facilmente : della terra, nomina i boyaux, dove Natura 
ascose il ferro (Blanch. , VI, 21.S) ; 1' « amoureuse Naturo » ha nel Tempo un 
vecchio e stanco marito (Blanch., VI, 181 segg.), ecc. 

Atene e Roma, N. S. 14 



202 . Fenlìnando Neri 



Se e' è un carattere che valga a rappresentare la maniera, e la grandezza, 
del Eonsard è ch'egli ebbe un intrepido cuore d'artista ; o non corcheremo 
altra prova ohe l'elegia Cantre les hécherons de la foresi de Gastine, dove tutto 
il bosco sonante, la «haute maison des oiseaux bocagers», popolato di gregj^i, 
percorso dagli agili caprioli, si distiugge dinanzi ai nostri occhi, e poi la visiono 
deserta si estende senza confini, nell' ultima «envolée lyrique» in onore di Lu- 
crezio : 

O Dieux, que veritable est la Philosophie, 
Qui dit que toute choje à la fin perirà, 
Et qu'en chaiigeant de forme uue autre vestirà ! 

Dà Tempii la vallèe un .joiir sera montagne, 
Kt la cyme d'Athos uue large campague : 
NeptuQO quelquctbis de blé sera couvert, 
La matière demeura et la forme se pord. 

Questi versi mi fanno sempre ricordare la terzina del Parudiso : 

Uu punto solo m' è maggior letargo 
Che veuticinque secoli all'impresa 
Che fé' Nettuno ammirar l'ombra d'Argo, 

dove r immenso fascino dei miti è ineluso nello stupore del dio, attraverso 
l'abisso marino, e tutto il volume dell'acqua chiara e tranquilla, segnata dal- 
l'ombra della prima nave. E riconosco eh' è un'analogia casuale, suggerita dal 
nome di Nettuno, ma non so tacerla, poiché si risolve in una sciarci a afimità 
di bellezza. Nel verso di Jlonsard, Nettuno non è il dio, ma la sola distesa del 
mare ; pure, in quel nume fli tempi remoti, è asserita la stessa antichità del 
mare — eterno per noi, sopravvissuto alle religioni dei secoli — , e tanto più 
è vivace 1' urto di quella realtà futura, imnotta senz'altro alla fantasia (e forse, 
per l'a^.cor^imento nativo del poeta, nell' intimo presagio della grande imma- 
gine vicina, egli ha già suscitato in ciascuno dei versi che precedono la nota 
dei verdi campi: De Tempé la vallèe..., une large campagne....). L'ultimo verso, 
da solo, non è che una sentenza rigida, recisa, con gli stessi fermimi della 
scienza ; pare ch'esso debba attenuare il calore dell' ispirazione. Jla quel verso 
risuona come in un silenzio d'attesa, mentre lo spirito è ancora commosso, e 
come sperduto in quella visione dell'oceano, che già trasmuta il verde delle 
acque in quello del grano recente, — immagini familiari che risorgono in una 
lontananza favolosa : 

Neptune quelquefois de bló sera couvert..., 
e nella pausa che segue, l'eco del verso regge tuttavia, sino a ravvolgere, nel 
suo ritmo e nella vera poesia, la sentenza eh" è ormai penetrata nel nostro 
pensiero, e che diviene, senza più contrasto, come la stessa luce che si disserra 
da quello immagini : 

La matière demeure et la formo so perd. 
È l'accettazione, non senza tristezza, della sorte lontan.a, della vicenda che 
dissiperà le forme più salde ai nostri occhi per immergerle in una notte di oblio. 

11 Counson, tracciando brevemente la foiluna di Lucrezio in Francia, af- 
ferma che il disdegno dei critici latini bastò ad allontanare dall'opera sua i poeti 



Lucrezio e la poesia di lionsard 203 

della Plèiade, e che solamente al tempo di Montaigne, il quale tuttavia avrebbe 
stimato Lucrezio più come artista clie come filosofo, «certaines idées de Lucrèce 
appaiaissont dans la poesie fran(;aise, avec un aiiteur cliez lequel on ne s'atten- 
drait pas à les rotrouver, à savoir Philippe Desportes.... » '). Ma non è così ; 
i poeti della Pleiade conobbero ed imitarono Lucrezio, ed il Ronsard, sopra 
tutti, l'anirairò, penetrò le sue idee morali, le sue visioni desolate, la sua ferma 
coscienza di fronte alFeterna fugacità dello cose. Fin da Lcs Amours, del 1552, 
Ronsard mostra di conoscere i principi della fisica di Epicuro : 

Les petitz corps, culbutant de travers 
Farmi leur ehute en biais vagabonde, 
Heurtez ensemble, ont compose le monde, 
S'entr'aorochans de liens tous divers,... *) ; 



^) A. CoUNBON, Lucrèce en Frutice. L^Antiluorèce, iu « Le Musée Belge », VI, 
1902, p. 403 segg. Le poche notizie raccolto dal Vii.lkmain, Éludes de littératnre 
ancienne et étrangère, Paris, Didier, 1846, pp. 24-26, vanno da Molière a La Harpe; 
cfr. ScHANZ, Gesch. der rom. Litteratur, 1, II (3* ediz.), pp. 52 e 55. — Il Coun- 
son si oppone a un giudizio dello Ciiamard, ,loachim du Bella;/, Lille, 1900, p. 59, 
forse ingannato dai soli passi, quivi citati, della Deffence ; nella quale, infatti, il 
Dn Bellay si limita ad affermare il progresso della poesia latina da Lucrezio a 
Virgilio {Deffence et illiistralion de la langue franfoiine, ediz. Chamard, pp. 108 e 
158). Piti tardi, accadde al Counsoa 8te.sso di osservare come .Jean Dorat, il mae- 
stro di Ronsard, ponesse a fronte i poeti volgari ed i latini. Dante e Lucrezio 
{Dante en France, Erlangen, 1906, p. 34) : 

Alìgeriim certe Lucretius ìpse vetusta 
Nec sibi voce negot, nec gravitate parem : 

vedi Fauinklli, Dante e la Francia, Milano, 1908, I, p, 466, e Augé-Chiqcet, 
La vie, Ics idées et l'oeuvre de Jean-Antoine de Baif, Paris-Tonlonse, 1909, p. 36 
(anche per gli accenni a letture ed imitazioni di Lucrezio, di Gerard-Mario Im- 
bert e Jean de la Jessée ; per il Du Tillet, vedi una lettera del (Porbinelli a 
G. V. Pinelli : R. Caldekini De-Marchi, Jacopo Corbinelli et les érudits. francate, 
Milano, 1914, p. 188). Quanto al Rabelais, vedi le osservazioni del Masson, Lu- 
cretius epicurean and poet, London, Murray, 1907, p. 55 n. II ìixvR, Maurice Soève 
et la Renaissance lyonnaise, Paris, Ghampiou, 1906, p. 125, rammenta l'edizione 
di Lucrezio curata da Deuys Lambin come un precedente immediato del Micro- 
cosmc, l'ultima opera dello Scève (1562) ; ma questi conosceva probabilmente il 
poema latino tìn da ((uando aveva composto la Delie (pubbl. nel 1544) : il suo 
editore moderno, E, Pariurier, adduce i versi 1009 segg. del lib. IV di Lucre- 
zio, por l'immagine del sogno pauroso, viva ancora poi che si è desti (dizain 
333 : Delie object de plus hauìte vertu, p. 231). E quanto all'edizione del Lambino, 
essa venne in luce nel 1563 ; noi dobbiamo ricordarla per la dedica del 2" libro 
al Ronsard : vedi Potez, La jeunesse de Denijs Lambin, in « Rovue d'Hist. littér. 
de la France », IX, pp. 411-12 ; Laumonier, lionsard poètc h/riquc, cit., pp. 49-50, 
e la sua ediz. critica di Ronsard, II, pj). 15-16 n. 

^) Les Amours, ediz. Vaganay, p. 73 (mutato poi in « Ces petits corps qui 
tombent de travers »\ 



204 Ferdinando Neri 



e nel son. «Pardonne moy, Platon, si je ne cuide», ammette il vuoto, per le 
ragioni, come avvertiva il Muret, che sono «amplement dcduitc» par Lucrece 
au premier livre» ; e dal quarto libro deriva gì' «idoli visivi» d' un altro so- 
netto : 

Si senlemeut l'image de la chose 

Fait à noz yeux la chose concevoir, 

Et si mon oeil n'a puissauce de voir, 

Si quelqu' idole au devant ne s'oppose : 
Que ne m'a fait celuy qui tout compose, 

Les yeux plus grands, afin de mieux pouvoir 

En lenr graudeur, la grandeur recevoir 

Du simnlachre oìi ma vie est enclose t 

(Ediz. V'jKiANAY, \l. 1B2). 

Nel Booojre del 1554 (in un sonetto che passerà piìi tardi nell'edizioni delle 
Amours), si leva l' invocazione a Venere, homìnum divowque voluptas : 

Kcumiere Venus, roine eu Cypre puissante, 
Mere des deus amours, à qui tousjours se joint 
Le plaisir, et le jeu, qui tout animai poiiit 
A toiisjours reparer sa race perissaute. 

Sans toy, Nyuifo-aime-ris, la vie est languissante, 
Sans toy rieu u'est de beau, de vaillant ny de coiut, 
Sans toy la Volupté joyeuse ne vient point, 
Et des Graces, sans toy, la grace est deplaisante... ; 

(EdU. cil., p. 420). 

e Remi Belleau, nel commento di questi versi, loda il « bel hymne de Venus, 
qui rien sans elle (comme a chantc Lucrece) ne peult estre ny plaisant ny beau » : 
inno che piacque anche agli altri compagni della Pleiade'). Ala negli Ilymneg 



') V. VHìjmme de Venus di Jean-Antoink dr Baìf, liuvrcs en rime, ediz. 

1573, I, e. 165 a; uu Voeu à Venus {« la volupté des dieux, Et celle des hom- 

mes encore ») cantò pure Olivier de Magny ; e Jacques Peletier, ch'esalta l'opera 
di Lucreaio nell'^r< t'oétique, invocò più volto ne' suoi versi la « Venere feconda » : 
vedi Cl. JuGÉ, Jacques Peletier dn Mane, Paris-Le Maus, 1907, pp. 166, 189, 233, 
391 ; Oettvres poétiques de J. Peletikr, ediz. L. Séché, con introdnz. del LaC- 
MONlER, Paris, « Revue de la Renaissance», 1904, p. 165 n. 1. (Sul posto di Pe- 
letier nella Plèiade, Laumonikr, ediz. critica della Vie de P. de Ronsàrd de Claude 
Binet, p. 223, e Tim.ey, The Composition of the Plèiade, in « The Modem Lan- 
gage Review », VI, 1911, pp. 212-15). Il son. LII dell'0/i«e « Mere d'Amour et 
lille de la mer » deriva liberamente da uu altro sonetto lucreziano di Lelio Ca- 
piLUPi (0u Bellay, Oeuvres poétiques, ediz. Chamard, I, p. 71) ; ma dimostra, 
nei primi versi, la conoscenza dirotta del poeta latino. Dal sonetto del Capilupi 
muovono pure, in doppia redazione, quelli di Amai>IS Jamyn, A Vénua pour la 
Paix, e A Vénus pour l'Isle de Cypre (Oeuvres poétiques, ediz. Bruket, tomo I, 
pp. 48-49 ; ine. comune « Fille de Juppiter, mere d'Amour vainqueur »). Anche 
il son. XXXIV dei Begrets « Gomme le marinier, que le cruel orage », è prece- 
duto da un sonetto italiano, di Alessandro Piccoloraini, « Come quando '1 mar 
gonfia, e negro il giorno », che s' ispira al i)roemio del 2" libro di Lucrezio (vedi 



lAicrezio e la poesia di Bonsard 205 

del 1555, il Ronsard si affidò veramente al pensiero ed alla poesia di Lucrezio ; 
è fra di essi 1' Ilymne de la Philosophie, e quale altra, se non la filosofìa di Lu- 
crezio, si sommerge negl' inferi per denunciare i vani terrori, e svela che le 
passioni sono la pena verace ed attuale dell' uomo, piìi aspre dei supplizi le- 
tali 1 : 

car bieu qu'il soit en vie 

Il soutfre autant icy de tyranuie 

Que font là bas de pei ne et de tourmont 

Lea morts punis du cruel Rhadaraant. 



Peluzzaro, / sonetti di Alessandro Piconlomini, in « Rasa, critica d. lett. ital. », 
Vili, p. 110 ; ed i Cento sonetti erano ben noti al Du Bellay, com'è provato dalle 
ricerchi» del Vianey, Le pétrarquisme en France au Xfl' siede, p. 339 segg.). Di 
.1. i>u Bkllay, efr. il aon. XLV dell'Olire « Ores qu'en l'air le grand Dieu dti 
tonnerre », ediz. cit., I, p. 65 e n. 1, l'ode Z'e l' inoonstance des choses, ibid., Ili, 
p. 15 segg. ie la nota dello Chamard, a p. 45 dello stesso voi,, ai versi « Le 
cours des ans, des siècles et saisuns »). Quanto a Jamyn, il paggio di Ronsard, 
e tante volte compagno suo di letture e di studi, egli conosceva anche 1 tratti piti 
aridi del De rerum natura : 

Lucrece dit que la liqueur niielleiisti, 
Gomme le laict, est tonsiours doucereuae 
Pour avoir pria d'Atomes ronda et doux 
Sou Eatre tei que nous aentons aux gousts : 
Et que l'Abainthe ha coiitraire nature 
Rempli de forte et d'amere i)0inture, 
Pour estre fait d'atomes plus crochua 
Qui de leurs Iiainis revécliea et fourehua 
Tranchent iioa sena, et d'une rude entrée " 
Vont etfbr^;ant la choae rencontrée : 

(De la rigueur, in « Oenvres poétiqiies » ediz. cit., II, p. 242) ; ed in questi versi 
allude al lib. IV di LucuKZio, v. 613 segg., dove si tratta delle sensazioni del 
gusto, come, proseguendo nella stessa poesia, .Jamyn ricorda ancora il contrasto 
dei suoni, ora aspri, or soavi. E dal lib. I del poema latino, specialmente vv. 262-64, 
sebbene il concetto sia diffuso por tutta la dottrina di Lucrezio, deriva il son. : 

Kien ne ae perd au monde, et ce qui dituinui: 

En quelque endroit du monde aìlleur en ^agne antaut. 

Sì la mer quelquefuia un paia va gaatant, 

Elle laiaae autre part autant de terre nue. 

(Ediz. cit., I, p. 125). 

Nella Poesie di LoYS le Caro.v, e nei Cantiques di Denisot (« le conte d'Alsi- 
uois », ohe fece parte della Brigade), il JuGÉ addita, come reminiscenza di Lu- 
crezio, la leggenda dei Giganti, sorti dopo il Diluvio « monstres vivants de la 
funge lassive » (Nicolas Denisot du Mans, Paris-Le Mans, 1907, p. 81) ; ed aveva 
forse presentì i vv. 794-95 del lib. V, De rerum natura, « .... imbribus et calido solis 
concreta vapore » ; ma i due passi si spiegano assai meglio coi versi d'OviDio, 
Metani., I, 434 segg. : « Ergo ubi diluvio tellus lutulenta recenti | Solibus aethe- 
riis almoque recanduit aestu | Ed'dit inuumeras species ». 



206 Ferdinando ì^'eri 



Qll'est-ce le roc promené tle Sisyphe 
Kt les poulmons empoictez de la griffe 
Du grand vautour ? et qu'est-ce le roclier 
Qui falt seiiiblant do vouloir trebucher 
Sur Phlegias i et la roue meurdriere f 
Et de Tantal la soif en la riviere ? 
Si non le soiiig qui jamais ne s'eufuit 
Do nostre ooeiir, et qui de jour et nuict 
Cornine un vautour l'ogratigne et lo blesse, 
Pour aniasser une breve richesse, 
Ou pour avoir, par un mauvais bonlieur, 
Entro les Roya je ne s^ay quel liouneur, 
Ou par l'orgueil de se faire apparoistre 
Entre le peuple et d'estro nommé maistre? 

(Ediz. Klanchemain. V, p. 165). 

Così aveva scritto Lucrezio : 

Atque ea, nimiruui, quaecunique Acherunte profundo 
prodita sunt esse, in vita sunt omnia nobis. 
Nec luiser irapendens magnum tiraet aere saxum 
Tantalns, ut faraast, cassa formidine torpens : 
sed magis in vita divom raetus urget inanis 
mortalis, casumqiie timent quem cuique ferat fors. 
Nec Tityon volucres ineuut Acherunte iacenteni, 
nec quod sub magno scrutentur pectore qnicquam 
porpetuam aetatem possuut reperire profecto, etc. '). 

(De rer. nai., Ili, v. 976 sgg.]. 

Li'Hymne de la Mori è tutto dominato dal ricordo di Lucrezio ; per una 
contraddizione curiosa, Ronsard annunzia il suo « canto novo » con un' imma- 
gine, ch'essa per prima è tolta dall'antico poeta : 

Je m'eu vois desoouvrir quelque Bouree sacrée 
D'un ruissoau non touclié, qui murmurant s'enfuit 
Dedans un beau verger loin de gens et de bruit ; 
Bouree que le soleil n'aura jamais eognno, 
Que les oiseaux du ciel de leur bouche cornue 
N'anionc jamais souillée, et oìi les pastoureaux 
N'aurout jamais condnit les pieds de leurs taureaux. 
Je boiray tout mon saonl de ceste onde pucelle. 
Et puis je olianteray quelqne ohaiison nouvelle, 
Dont les accorda seront peut-eatre si tres-dons, 
Que les sieclos voudront les redire aprés uous ; 



') II Laumonikr, nella recente ediz. per il Lemerre (VII, p. 414), aggiunge 
il raffronto dell'elegia « Si j'estois à renaistre.... » con lo stesso episodio di Ln- 
crezio. 



Lucrezio e la poesia di Kotibdid 207 

Et suivant ce conseil, a mil des vieux autiques, 
Larron, je ne devray mes chaiisou poétiqaes ; 
Car il me plaist pour toy de faire icy raraer 
Mes propres avirous dessus ma propre mer, 
Et de voler au elei par une voye estrango, 
Te chantant de la Mort la uon-dite louaiige '). 

Egli saluta la morte liberatrice, la quiete, e perciò il riposo, dell' universale 
fatica. Oltre quella soglia, oppone l'anima cristiana all'anima pagana ; come 
nell'elegia al Desportes (ediz. Blanch., IV, p. 217), oltre le opere dell' uomo, 
assorte alla fine nel «long reply des ages », risorge Dio, come sola eternità ; 
e Ronsard, certo, non si armò della dottrina di Epicuro per muovere contro 
la fede, ch'egli dilese anzi dalle varie eresie noi Discours des Misères de ce 
temps ; ma da quella dottrina, dall'esempio di Lucrezio, che si accordava con 
la sua intima natura d'artista, con la sua coscienza, inserta saldamente nella 
tradizione (e la tradizione, F unità religiosa e politica della Francia egli difen- 
derà soprattutto nei Discours), egli derivò il concetto di una trascendenza com- 
pleta della divinità, ne riconobbe come la stessa legge assegnata una volta per 
sempre alla natura, ed osservò, con immensa pace dell'animo, le vicende na- 
turali, accettando per esse tutte le deduzioni di Lucrezio '). 

In quest' inno della Morte, descrisse il moto doloroso, l'assiduo ti'avaglio, 
non della sola umanità ma degli astri, del mare, della terra, simile alla «femme 
en gesine, Qu'avecque douleur mot au jour ses enfans » : 

Ainsi Dieu l'a voulii, afin que seni il vive 

Affranchi du labenr qui la race chetive 

Des liumaiira va rougeant de soucis langonreux. 

') Ediz. Hi.ANCH., V, p. 240 segfj., e Laumonier (per il Leraerre), VII, 
1()3 64 : cfr. De rer. nat., I, v. 921 sogg. Anche J.-A. de Baif, mentre si propo- 
neva di donare ai Francesi « nn vers de plus libre accordance » si conformava 
ad un tale vanto : 

.Je ven U'im nouvean sentier m'onvrir Thonorable pass.ige 
Pour aller sur vostre iiiont m'onibroyer sns vostre l)ocage, 
Et ma soif <Ies.alterer en vostre fimteìne divine. 
Qui sourdit dn niont cav.'* dessous l.i come Pegasine 

{Euvreg en rime, ediz. cit., I, e. 35t). 

') Nei poemetti publ)licat,i nel 1569 si può scorgere uu proposito piìi vivo di 
accordarsi con la tradizione della scuola mediante la dottrina dell'anima del 
mondo : Dieu est par toul..., incomincia il poemetto dedicato a Beiui Belleau, Le 
Chat: la sua anima « est enolose Par tont, et tient en vigueur tonte chose, Gomme 
notre ilme infuse daus nos corps » : 

l*ar la vertu de cesto àine nieslée, 
Tonrne le ciel à la voute estoilée, 

L.a mer ondoye 

(Edi7,. Blanch., VI, p. 07 segg.); 

ma questi vari accordi della tilosofla antica con la fede cristiana (neìl'Hymne du 
Ciel: « L'Esprit de l'Eternel, qui avance ta course, Espanda dedans toy conime 

une vive Bouree »), non mutano la sua visione delle cose dissolte in eterno, 

visione ch'egli rappresenta, a larghi intervalli, attraverso tutta la sua poesia. Vedi, 



208 Ferdinando Neri 



Cosi, ponendo l'atarassia divina, egli ritorna sulle orme di Lucrezio ; come lui, 
riprende 1' uomo che ha paura della morte : 

Chetif, apres la mort le corps ne sent plus rien ; 
En vaili tu es peureux, il ne sont mal ny bien. 



S'il y avoit au monde un estat de iliiréo, 

Si quelque cliose estoit en la terre asseurée, 

Ce seroit un plaisir de vivre longnement ; 

Mais pois qu'on n'y voit rien qui ordinairenient 

Ne se chauge et rechange, et d'inconstanco abonde, 

Ce n'est pas grand plaiair que de vivre en ce monde ; 

Nous le connaissons bien, qui tousjours lamentons 

Et jileurons aussi tost que du ventre sortous 

Comme presagiaus par uatnrel augure 

De ce logia mondain la misere futuro; 

dove all'esortazione del libro III del De rerum natura s'intesse naturalmente, 
dagli altri versi del libro V, l'espressione della pietà per 1' uomo che nasce ') ; 



fra i poemetti dello stesso anno, il « Discours de l'alteration et changement des 
choses humaiues » : 

Tout est mortel, tout vieilUt en ce mouiìe ; 
L'air et le feu, la terre-mere et l'onde 
Con tre la inort resister ne ponrront.... 



Leve, Cliauveau, de tous coati-z les yeux ; 
Voy ces rochera au front andacieux, 
C'estoieut jadis des plaines fromenteuaes ; 
Voy d'autre part ces grand's oudes venteuses, 
Ce flit Jadis terre ferme, oii les boeufs 
Alloient paissant par les pastis herbeux. 

Ainsi la forme en nne autre se cbange ; 
Cola u'est pas une merveille estrange, 
Car c'est la loy de nature et de Dìeu, 
Que rien ne soit perdurable en un lieu. 

(Ediz. Blanch., VI, p. 125 se);g ) 

Questo Discours rinnova il concetto dell' //^m«e de la Mort, mentre precede l'ele- 
gia per la foresta di Gàtine. Come uu seguito dell' i/i/m?ie de la Mort, il Laumo- 
nier (nella cit. ediz. per il Lemerre, VII, 273) ricorda l'ode « Celuy qui est mort 
anjonrdhuy », anch'essa ispirata al poema di Lucrezio. Del Laumonikr, nell'opera 
su Bonsard poite li/riqiie, vedi-, as.sai notevoli, le pp. 561 seg. 

') De rer. nat., V, v. 222 segg. : « Tom porro puer, ut saevis proiectus ab 
iiudis I navita.... ». Il Ba'if, nel poemetto Vie des chams (ediz. cit., I, e. 21 b sgg.) 
s'ispira anch' egli al lib. V di Lucrezio, nel rappresentare il contrasto fra l'uomo 
che nasce inerme e vive infelice, perchè « la raison maline Qui nous gouverne » 
accresce i nostri mali, e la « race moins cheti ve », ed inconsapevole, degli ani- 
mali. — Il Faguet, Seizième sièole, p. 240, afferma che, di Lucrezio, il Rousard 
ha tradotto nel libro III della Franciade « tout l'épisode de la Vache » ; nou tra- 
dotto, ma ripreso liberamente (soltanto i versi : « Ny les ruisseaux, hostes de la 
prairie.,.. » imitano Lucr., II, 361-63). 



Lttcre^io e la poesia di Ronsard 209 

e, più imiauzi, — • separando ancora l'anima, nella sfera superna ed intatta 
della divinità — , ripiglia il tema della vicissitudine delle cose : 

Co qui fut, so refait ; tout colile comiiie uue eaii, 
Et rien dessous lo cicl no se voit de lu uveali ; 
Mais la forme se cliaugo eii une autro notivelle, 
Et ce changemeut là, vivre, au monde s'appelle, 
Et mourir, (juand la formo eu une autre s'eu-va ; 
Aìnsi avec Venus la Naturo trouva 
Moyeu de r'animer par lougs et divers changes, 
La matiere rostaut, tout cela quo tu mauges ; 
Mais notre amo immortelle est tousjoiirs en un liou, 
Au change non sujette, assise aupres de Dicu, 
Citoyenne à jamais de la ville éthérée, 
Qu'elle avoit si long tomps en ce corps désirée. 

Di qui si leva, dopo la meditazione, il vero inno, e si conclude nobilmente : 

Je te salue, heureuse et profltalde mort, 
Dos extremes douleurs luedeciu et confort ! 
Qnand moii heur viendra, déosse, je te prie, 
Ne me laisso long tomps languir cu maladie, 
Tourmenté dans un lict ; mais puis qu'il faut mourir, 
Donneraoy qua soudain je te puisse encoiirir, 
Ou pour l'honneur de Dieu, ou pour servir mou Prlnce, 
Navré, poitrine ouverte, au bord de ma province ! 

Il saggio di Montaigne, Que phihuopher c'est apprendrc à mourir, approda 
anch'esso al monito della Natura, che parla agli uomini con la voce di Lu- 
crezio : « Sortez, dict elle, do ce monde, comme vous y estes entrez.... Vostre 
mort est une des pieces do l'ordre do 1' univors ; e' est une piece de la vie du 
monde : 

Inter se mortales mutua vivuiit 

Et quasi cursores vitai lampada traduut. 

i 

Changeray je pas pour vous cette belle contesture des choscs ? C'est la con- 
dition de vostre creation ; c'est une partie de vous, que la mort ; vous vous 
fuyez vous mesmes. Cettuy vostre estro, que vous jouyssez, est egalement 
party à la mort et à la vie. Le premier jour de vostro naissance vous achemine 
à mourir comme à vivre.,.. Si vous avez faict vostre proufit de la vie, vous en 
estes repeu : alloz vous en satisfaict. 

Cur non ut plenns vitae conviva rocedis ? ') ». 



') EsHuis, lib, I, XX (ediz. 1580 ; vulg. XIX) : dal testo doU'ediz. Munici- 
pale di Uordeaux, I, p. 114 segg., risulta che il Montaigne arricchì la redazione 
primitiva di questo discorso « do nostre mere naturo » tenendo presente Lucre- 
zio ; lo citazioni appartengono quasi tutto all'ediz. 1588 ; v. VilleY, Le» sources 
et Vévolulioii des Emais de Montaigne, Paris, HacUette, 1908, voi. I, pp. 169-71, 
II, .379-80 ; Toi.do, L'ora estrema. Alcuni pensieri del Montaigne, in « Rivista di 

Atene e lioma. N. S. ii* 



210 Ferdinando Neri 



E, poco prima di morire, il Ronsard, nella stessa edizione collettiva delle Opere, 
in cui apparve l'elegia contro i boscaioli della «foresi de Castine», volgeva il 
suo commiato alle « presenti cose » : 

.Te m'en vais saoul du monde, ainsi qti'nu convié 
S'en va Baoal du banqaet.... 

(Inc. « Ja dti ìirocliaiii liyver » : ediz. Blan'ch . I. 3fi7). 

Non che dimostrare che Ronsard studiò il poema di Lucrezio, i versi che abbiamo 
letto spiegano l' idea che s'accompagna ben presto alla sua rappresentazione 
mitica della Natura. 

Fuori della Plèiade propriamente dotta, più che nell' imitazione aneddo- 
tica di Philippe Desportes, il quale colse uno dei temi descrittivi di Lucrezio 
come avevano fatto quasi tutti i poeti del suo tempo, si deve additare la ri- 
presa della poesia filosofica e scientifica nella Semaine del I)u Bartas'). 

Ma questi non sono i canti più noti del Ronsard ; non sono le ehansons, 
le odelettes, nelle quali Walter Pater scorgeva il pregio di tutta la ««cuoia poe- 
tica della Pleiade : « a certain silvery grace of fancy, nearly ali the pleasures 
of which is in the surprise at the happy and dexterous way in which a tliing 
shght in itself is haudled » '). La grazia, la mignardise dell'ode di Ronsard al 



Filosofia », VII, 5. Qneste pagine del Montaigne dimostrano come egli non abbia 
cercato nel poema della Natura il solo pregio dell' arte ; perchè anzi, non ricono- 
scere che nel passaggio graduale dalla morale stoica all'epicurea, eh' è la storia 
del suo libro e del suo carattere, il poema di Lucrezio ha potuto apparirgli come 
l'asserzione pifi fervida ed elevata dei principi di Epicuro, nella loro dignità non 
ancora sminuita, e tale da non riuscire pifi facile e piìi morbida della severa dot- 
trina stoica f Da Lucrezio, come accenna il Villey, Montaigne deriva il consiglio 
di non opporsi, di consentire alla misteriosa o possente natura ; e tale consenso, 
tale accettazione, sempre più piena, attraverso la crisi scettica rappresentata dal- 
l'Apologie rie Baimond Sebond, lo induce ad uaa morale che, i)iù che dominare le 
forze della Natura, le discopra, e a volte si può dir che le simuli, nelle nostre 
azioni, e nel criterio che le guida. 

') H. Guy, La science et la morale de Du Bartas d'aprés « La première Se- 
maine », in « Anuales du Midi », XIV, 1902, pp. 462-63, e pansim. 

*) Pater, The Renaissance ; Studies in Art and l'oetry, p. 176 (saggio su Joa- 
ohim du Belliiy). La figura del Ronsard è disegnata in un episodio di Oaston de 
Latour {an unfinished Bomance), ed. da Ch. L. Shadwoll, London, Macmillan, 1902, 
p. 51 segg., cap. Ili « Modernity » ; ma anche qui, le rime della Plèiade assu- 
mono un pjiro valore di suggestione, e lo spirito di Gaston ne espande i confini 
per la sua propria virtù di poesia. Con la predilezione e la curiosità per le vec- 
chie terre di Francia, il Pater considera quel Rinascimento come « the finest and 
subtlest phase of the middle age itself, its last fleeting .iplendour and temperate 
Saint Martin's summer », e le poesie di Ronsard « with their ingenuity, their 
delicately figured surfaoes, their slightness, their fanciful combinations of rhyme, 
are but the correlative of the traceries of the house of Jacques C(Bur at Bour- 
ges, or the Maison de Justice at Rouen ». 



Lticrezio e la poesia di Eonsard 211 

biancospino, o di Belleau ad Aprile, il vanirò di una visione fugace, evocata 
dal Pater nella canzone del vaglio dijoachim du Bellay «A vous troupe légère» 
come dalla soglia tutta bianca di un granaio : quest' è il ricordo che lasciò la 
Plèiade, e l'esempio seguito nella poesia del Desportes, e in quella, fra noi, del 
Chiabrera. Ora, si accorda questo battt»re d'ali nel sole, agile e minuto come 
il volo di un'allodola o di una calandra, con la profonda persuasione ideale 
che ci è apparsa nella poesia di Ronsard ? 

Con M.mo de Staci e Chateaubriand si è stabilito che i classici erano quelli 
che esprimevano la natura sotto veste di miti, mentre i Romantici volevano 
mescolare direttamente sé stessi con la natura, e smarrirvisi. Lo Chateau- 
briand ha asserito con eloquenza che non vi può essere sincerità di sentimento 
finché uno schema mitologico si frappone fra l'anima nostra e le apparenze na- 
turali *). Per osservare la posizione di Ronsard, leggiamo l'ode « Qiiaud je suis 
vint ou trento mois Sans retourner en Vandomois» , di cui il Laumonier ha dato 
un'esposizione assai giusta e penetrante ') ; il poeta, in ogni stanza, oppone la 
stabilità delle rupi, dei boschi, della varia natura, alla sua vita tanto piìi breve, 
ed etfimera veramente. Pare un lamento: le rupi restano ancora intatte, mentre 
io invecchio ; i boschi si rinnovano, ed io no.... Il Ronsard si vide giovine 
presso quegli antri, e « verds les genous » ch'ora son piìi rigidi delle pareti 
a cui torna. Ci aspetteremmo, come conclusione, un ultimo sguardo d' invidia 
per tutto ciò che dura e sopravvive ; invece, egli non avrebbe voluto essere 
né rupe, né altro, perchè non sarebbe stato amato da colei stessa che l'ha 
fatto invecchiare : 

Si est-ce que je ne voudrois 
Avoir ésté ni roc ni boia, 
Antre, ni onde pour dofeudre 
Mon Cora contro Page euiplumé, 
Car ainsi dur je n'eusse alme 
Tei qui m'as fait vieillir, Cassandre, 

(e non so come il Sainte-Beuve abbia potuto preferire — se pure vi fu scelta 
da parte sua — la lezione dell' ultimo verso «Toy qui m'as fait vieillir, Mai- 
stresse», che appanna tutta la freschezza di quell'intimo richiamo, del nome 
giusto, della donna unica, che appare dopo un contrasto cosi generico e sto per 
dire universale fra la natura e 1' uomo). 

Il Ronsard pone, come in due zone distinte, le forme esteme e lo spirito 
che le contempla : « Nous ne sommes pas nés de la dure semence Des caillous 
animés...... Nelle singole cose, egli condanna 1" insensibilità; è persuaso che la 

loro vita è muta, perchè non la sentono; pare ch'esse sperino ed ottengano un 
momentaneo bagliore quando si riflettono nello spirito del poeta : le forme 
esterne, una per una, sono un grazioso, un leggiadro spettacolo. L'ode a 1' «au- 



') Dal'Zat, Le svntiment de la nature et son expresHion artistique, Paris, Al- 
caa, 1914, parte I, oap. IH, e parte III; cfr. « Rivista d'Italia », agosto 1915, 
pp. 198-99. 

*) lionsard poète lyrique, pp. 163-64- 



212 Ferdinando Neri - Lwresio e la poesia di Eonsard 

bespin» dimostra una viva simpatia, quasi un'affettuosa indulgenza ed una 
compassione verso l'arbusto e i fiori : 

Or vy, gentil aubespiu, 

Vy sans fin ; 
Vy, sans que jamais tonnerre 
Ou la coignée, ou les venta, 

Ou le temps 
Te puissent ruer par terre.... 

Ciascuna di queste poesie alle « fleurettes deucloses», ed anche alla «gente 
arondeUe », al « rossignolet », al «lereiot », è imaginata nei limiti di un breve 
momento di svago, e di riposo nelle apparenze. Egli che pervade di cosi vasto 
sen.so lucreziano la natura profonda, e quasi celata .sotto le mutazioni nel corso 
dei secoli, cerca poi al sommo di quei lenti flutti vitali le spume più leggere, e, 
della gran selva che si rinnova, i vilucchi, i fiorellini, « un rofrizó rameau », 
le forme piii labih, e le tratta con grazia, e con la serena coscienza ch'esse 
sieno non più che un gioco per la voluttà dell'artista. 

In quei momenti, come il furioso ditirambo si rabbonisce nel garbo pae- 
sano della chanson à boire, così il poema della natura si alterna di ritmi gentili, 
che valgono appunto ad esprimere un'agitazione passeggera. Il Ronsard ha 
descritto le feste campestri, lo sciacquio della fontana di Bellerie, il roseto che 
si spoglia, e le greggi e le nuvole.... ; ma non mi sono proposto di radunare i 
suoi canti della natura, e se ho saputo chiarire l'accordo ch'era nel suo spirito 
fra due modi della sua poesia, il mio saggio è finito. 

Ferdinando Nerf. 



A OVIDIO 



Io vivo, Ovidio, presso quella terra. 
Che i patrii numi tuoi teco banditi 
Un giorno accolse e la tua polve or serra. 

Del deserto tuo pianto questi liti 
Ebber fama e sospirano ancor questi 
Della molle tua lira antri romiti. 

Tu nel mio vivo imjnaginar pingesti 
Le fosche solitudini, del vate 
L'esilio, i cieli d'atre nebbie infesti ; 

Perpetue nevi e piogge sconsolate, 
E della primavera fuggitiva 
Liete appena le lande desolate 



Giuseirpe Morivi • A Ovidio 213 

Oh quante volte il suono mi rapiva 

Che la tua cetra dolorosa ellonde, 

E intento al canto il cuore ti seguiva ! 
E vedevo la nave tua, dell'onde 

Trastullo, vacillare e la negletta 

Ancora xiresso alle selvagge sponde ! 
Dove spietata ricompensa aspetta 

Il poeta d'amor, di viti ignudi 

Là sono i colli ed ombra arbor non getta. 
Nati ai terroji della guerra, i rudi 

Dell'aspra Scizia abitator selvaggi. 

Dell' Istro ascosi dentro aUe paludi. 
Insidiando, agguatano ai passaggi, 

E, trascorrendo, senza posa, danno 

E luina minacciano ai villaggi. 
Ostacoli e perigli essi non sanno : 

Traversan l'onde e sovra il crepitante 

Ispido ghiaccio arditamente vanno. 
Tu stesso, Ovidio, tu dell' incostante 

Destin t'ammiri ! Un giorno tra i piaceri, 

Cinto il capo di rose, molle amante, 
Uso la vita a scorrere, i severi * 

Studi di Marte disdegnando, or, stanco 

Di pianto, muri, ahimè ! stile e pensieri. 
Di grave elmo or ricopri il triste bianco 

Capo ; e presso alla lira paurosa, 

11 non usato brando cingi al fianco. 
Non dell'esule vate l'affannosa 

Vecchiezza allevierà schiera d'amici ; 

Non la consoleran figlia uè sposa : 
Non le Muse leggere, dei felici 

Giorni compagne, né a fiorir le carte 

Tue le Cariti un di lusingatrici. 
Invan la gioventìi, per te nell'arte 

Dotta d'amar, canta i tuoi carmi : fama 

Dal cor d'Augusto 1' ira non diparte. 
Pietade invano sul dolente chiama 

La grave età : nell'obliato esigilo 

Langue la tua vecchiezza sola e grama. 
Dell'aurea Roma glorioso figlio. 

Ora in barbare terre ignoto vivi. 

Né della patria pur lieve bisbiglio 
Pia che a queste remote prode arrivi. 

Bene ai lontani amici : « Oh mi rendete 

La sacra dei miei padri città » , perivi, 
« E l'ombre degli aviti orti scerete : 

E con preghi e con lacrime del sire 

L' ultrice man dal mio capo volgete ». 



214 Giuseppe Moriei 



« Che SS) implacate flen del nume l' ire, 
Se, senza mai più rivederti, Roma, 
È mio fato crudele qui morire ; 

« Abbiasi almeao la mortai mia soma 
La bella Italia e la mia donna «cioglia 
Sul mio sepolcro la dolente, cliioma ! » 

Qual' è d'ogni pietate alma si spoglia, 
E alle Cariti iu odio, che i tuoi pianti 
E la tua irrida sconsolata doglia '. 

Chi si rozzo e orgoglioso, che si vanti 
Di legger, muto d'ogni affetto il core, 
Gli estremi, ai tardi secoli, tuoi canti 

Testimoni del tuo vano dolore ? 



Ma, rude Slavo, lacrime io uon ebbi : 

Pur le tue sento : poi che anch' io, volente 
Esulo, al mondo ed a me stesso increbbi. 

E di tristi pensier grave la mente. 
Ecco la terra vidi, dove i rei 
Giorni traevi dell'età cadente. 

Ed i tuoi canti, Ovidio, ripetei : 

E dal tuo forte immaginar più viva 

. Ogni immagine sorse agli occhi miei. 

E riscontrare volli in questa riva 

L'antico tuo dolor : ma il guardo invano 
Alle tue tristi immagini assentiva. 

11 loco del tuo esilio d' un arcano 

Piacer m'avvinse gli occhi, usi del cielo 
Artico ai nembi ed al nevoso piano. 

Qui a lungo splende il sole e senza velo. 
Per l'azzurro celeste, e qui mal saldo 
11 verno sulla terra versa il gelo. 

Già Docembro, del norte grigio araldo, 
Stese nevosa coltro ai russi prati : 
Ma qui i colli, dipinti di smeraldo. 

Di primavera coi tiepidi fiati 

Riscalda il sol dalla volta azzurrina, 
Mentre sofìlan lassù venti gelati. 

Alle scitiche piagge, peregrina 

Dal mezzodì novella, qui già brilla 
Di grappoU la vite porporina : 

E pe' liberi piani riscintilla 

Il matutino aratro e dolcemente 
Spira la vespertina aura tranquilla. 

Appena appena il ghiaccio trasparente 
D' un opaco cristallo ha qui nascoso 
I/onda del lago mobile e lucente. 



A Ovidio 215- 



E mi sovvenne il dì, quando il dubbioso 

Gel, sull'acqua dal verno incatenata, 

Con pie tentavi incerto e pauroso : 
E trasvolare sull'onda gelata. 

Innanzi a me, la tua onjbra appariva : 

E qual di dipartita sconsolata 
Un grido lamentevole vania. 

Ti consola ! D' Ovidio il serto è verde. 
Tra la folla dilegua e alla futura 
Progenie ignoto il mio canto si perde. 

Il debil genio mio, vittima oscura. 
Con la vita morrà tristo e raminga. 
Con la fama che un al timo sol dura. 

Che se pur ricordanza di me spinga 
Tardo nipote a ricercare in questa 
Remota landa la traccia solinga 

Del mio passare, accanto alla tua mesta 
Polvere gloriosa, dal profondo 
Oblio di Leto leverà la testa 

La mia fredda ombra e a lui, grata se al mondo 
Viva il mio nome ancor, batterà l'ale 
Ed il suo ricordar mi fia giocondo. 

Sacra d'età in età vive fatale 

La sventura dei vati e alla tua vita 
La mia, di fama no, di fato è uguale. 

Della nordica mia lira romita 

Qui suonava il deserto ed io qui usava 
Ai di che. del Danubio in riva, ardita 

Voce un greco magnauiino levava 

Chiamando a libertà ; ma tra le genti 
Nessun amico il mio cauto ascoltava. 

Solo i stranieri colli, i dormienti 
Antichi boschi e le selvagge sponde 
M'eran cortesi, e solo i miei concenti 

Benigne udian lo Muse vereconde. 

Da Alessandro Pusiikin. 

Traduzione di Giuseppe Mokici. 



216 Ettore Bif/none 



VERSIONI DA ESCHILO " 



IL FIDO AMORE DELLO SCHIAVO. 

(Agarrunvcne v. 1 sgg.). 

Nel fondo della scena bì leva la reggia degli Atridi in Argo. K notte. Su di una 
torre, accosciata sopra nn rude giaciglio, la vedetta vigila, nell'attesa del rogo 
elle annunzi la presa di Troia. 

La vedetta 

Numi, scongiuro ai miei travagli pace, 

a questa guardia che da un anno indugio, 

degli Atridi sui tetti vigilando 

come un mastino, il mento sulle braccia 

pontato ; o delle stelle so i notturni 

concUì, e quali recano l'estate 

o r inverno ai mortali, sfavillanti 

dominatori degli eterei spazi. 

Ed or l'annunzio della face vigilo, 

vampa di fuoco clie da Troia l'ululo 

rechi ed il vanto della vinta rocca. 

Così di donna vuole il cuor virile 

in speranze o ardimenti. Onde il mio letto, 

irrequieto e di rugiade madido, 

mai visitato è da notturni sogni. 

E non compagno ho il sonno, ma spavento 

che torpore le palpebre suggelli ! 

E quando un canto od una lunga nenia, 

a rimedio del sonno, innalzo, io piango 

di questa casa la maligna sorte 

che non si reggo, come un giorno, al meglio. 

Pace, pace ora giunga dai travagli, 

lieta avvampando annunziatrice fiamma ! 

La scolta tace ed aguzza l'occhio nelle tenebre ; dopo nn buon tratto di silenzio 
si vede nna fiamma divampare dal colle Araonéo imminente alla città. La 
scolta prorompe, con passione sempre piìl intensa. 

Oh salve face, che la notte incendi 
in fulgore diurno, e molte in Argo 
danze, a tripudio dell'evento, annunzi ! 
Oh viva ! viva ! 



') Da : Eros, Il libro d' amore, della poesia qreca ; traduzioni poetiche di Et- 
TORR BlGNONB, Torino, G. Chiantore. 



Versioni da JEschilo 217 



Dell' Atride alla sposa alto proclamo, 
ohe giù dal letto senza indugio balzi, 
e un ululo di gioia nella casa 
levi, per questa messaggera fiamma. 
Che conquistata è d" Ilio la rocca, 
come proclama il rogo divampando ! 
• Ed il proemio delle danze io stesso 
tripudierò, che la ventura io segno 
de' miei signori, or che tre volte sei, 
al colpo della sorte, m' ha gittate 
la diuturna vigilia della vampa '). 
E eh' io possa, con questa mia, la mano 
benamata afferrar del mio signore, 
quando egli giunga a la sua casa ! Taccio 
ogni altra cosa, che un ingente bove 
calca la lingua *) : ma la casa stessa, 
s'avesse voce, le proclamerebbe 
ad sAte grida. Io volentieri parlo 
solo agli esperti, son con gli altri ignaro. 

II. 

IL MENTITO AMORE DELLA SPOSA. 

(Agamennone, v. 855 sgg.). 

Agameuuone è giunto sulla scena sopra il suo carro di gnerra : gli fanno corteo 
scelti guerrieri ed i captivi. Fra questi, su di )in altro carro, un po' indietro, 
è Cassandra, rigida e fissa, durante tutta la scena, alla statua di Apollo. In- 
contro ad Agamennone esce Clitemuestra. La seguono ancelle ohe portano tap- 
peti di porpora da stendere sulla via del vincitore. Il Coro è di vecchi insi- 
gni d'Argo ; ad essi si rivolge Clitemuestra. ' 

Glitemnestka. 

O cittadini, augusto onore d'Argo ! 

Io non vergognerò mostrarvi l'empito 

del mio amore a lo sposo : infrange il tempo 

il ritegno nei cuori. E, non udita 

ma dolorata, la mia vita lugubre 

vi narrerò quanto egli in campo stettesi 

incontro ad Ilio. E prima, sconsolata 

seder la sposa nelle case, lungi 

dall' uomo, è un' infinita pena : e molte 

nimiche nuovo udire — e questi arriva 

e quegli al male un pili lugubre male 

aggiunge, e introna d' ululi la casa ! 



') L' immaginosa espressione della vedetta è tolta dal gioco dei dadi, ove il 
massimo punto era tre volte sei. 

'') Modo proverbiale, per dire : Non posso parlare. 



Atene e Uoma. N. S. 



218 Ettore Bignone 



E se tante ferite lacerato- 

l'avesser, quante, per cotali rivoli, 

correa la fama, a udita dir sarebbe 

più d'una rete sforacchiato assai. 

Se tante volte morto fosse, quante 

ne affoltavan le voci, egli, novello 

Geiione di tre corpi, tre coltrici 

di negra terra si sarebbe avvolto, 

in ognuno de' suoi corpi perito ! 

E molti lacci dal mio collo, penduli 

di già (che avvinti m'ero alle nemiche 

voci) mi sciolse a viva forza altrui. 

Ed è perciò che qui meco ad accoglierti 

nostro flgUo non è, pegno de' miei 

e de' tuoi giuramenti, Oreste, come 

dovrebbe. Ma non ti meravigliare : 

Strofio focese, alle nostre armi amico, 

l'alleva, che due mali mi predisse, 

ed U periglio tuo sotto di Troia, 

e se urlante tumulto di bordaglia 

il regio imperio conculcasse — e sogliono 

gli uomini calpestar chi a terra è stronco ! 

— E non mentita è questa mia discolpa ! - 

Impetuose a me le scaturigini 

inaridite sono delle lagrime, 

né v' è più stilla :. e devastati ho gli occhi 

insonni : impressa v' è la molto pianta 

attesa dell'anniinziatrice vampa, 

che mai brillava. Ancor dai sogni, stridulo 

di zanzara sussurro mi destava, 

e più sventure intomo a te avea scorte 

che gli attimi non fossero del sonno ! 

Ed or che tanto dolorai, con ilare 

cuore, dirò quest' uom delle sue case 

fedel mastino, e gómena al navile 

salvezza, e salda al suol colonna infissa 

del sommo tetto ; al padre unico figlio, 

e terra inisperata apparsa ai nauti ; 

radioso giorno contemplar dai turbini : 

fiotto di fonte a sete di viandante ! — 

Questo onor di saluto è di lui degno ; 

dolce è scampare del destino ai vortici ! 

Lungi r invidia ! Troppi mali già 

reggemmo ! — Ed ora, mio diletto capo, 

scendi dal cocchio, e non posare a terra. 

Sire, il tuo piede eversore di Troia. 

Ancelle ; e che indugiate ! Da voi devesi 

il suolo della via coprir di drappi : 



Versioni da Eschilo 219 



tutta venga di porpora sottesa 

la via alla reggia, ove insperatamente 

Giustizia lo conduce. Ogni altra cura, 

col volere dei Numi, disporrà 

il mio pensiero indomito dal sonno. 

Le ancelle, al comando della signora, stendono i tappeti, che formano una larga 
striscia sanguigna dal carro alla reggia. 

Agamennone. 

Figlia di Leda a' miei tetti custode, 

acconciamente a la mia lunga assenza 

lungo discorso protraesti ; e dono 

giusto di lode sol ne vien dagli altri ! 

Ma nel resto, com' io fossi una femina, 

non m'accoglier con fasto di mollezza ; 

né d' uom barbaro a guisa, eloquio turgido 

che al suol si prostri, verso me non porgere ; 

e cospargendo la mia via di drappi, 

non esporla ad invidia. Tali onori 

sono dei Numi ! Su tappeti fulgidi, 

versicolori, incedere mortale, 

senza timore non potrei. V impongo 

d'onorarmi qual uomo, non qual Nume! 

Senza tappeti e screziati drappi, 

la gloria suona ; è degli Dei supremo 

dono cuor giusto ; e chiamerai felice 

chi sereno la sua vita conchiuda. 

E tal destino a me conceda il Nume ! 

Ci.. — Al desiderio mio, non contrastare ! 

Ag. - — Sappi che il mio voler non frangerò ! 

Cr.. — Per timore porgesti un tale voto ! 

Ag. — S'altri mai, conscio il mio volere ho detto. 

Cl. • — Vincitore che avrebbe fatto Priamo ? 

Ag. — Incederebbe sopra vie di porpora. 

Cl. — Non curar dunque il rimbrottìo degli uomini f 

Ag. — Molto può voce che repe nel popolo ! 

Cl. — Cui ninno invidia neppur ninno ammira ! 

Ag. — Non va che donna brami le contese ! 

Cl. — È bello in vincitore il darsi vinto ! 

Ag. — E pur tu pregi il vincere la gara ! 

Cl. — Acconsenti : se vinco è dono tuo. 

Agamennone . 

Orbene, so a te piace, altri sollecito 
mi disciolga i calzari, sottomessi 
schiavi del piede. Purché non da l'alto 
occhio di Nume mi saetti invidia. 



220 Ettore Jiitjnone • Versioni da Jischilo 



mentre io cammino sovra questo porpore ! 
E vergogno dar guasto a le ricchezze 
de la casa, struggendo i drappi compri 
a peso d' oro — Ma di questo assai ! 

Accennando a Cassandra 

Benignamente questa forestiera 

ricevi in casa ; chi cortese domina 

di lontano gli dei guardan propizi, 

Giogo di schiavo volentier nessuno 

sopporta. 11 fior prescelto essa è di molte 

ricchezze, il dono dell'esercito 

che m'accompagni. Or, poi che a te cedetti, 

muovo aUa casa sulla via di porpore. 

Clitemnestka. 

E non v' è il mare — inaridirlo mai 

chi potrebbe ! — perpetua scaturigine 

di porpore inesauste, come l'oro 

preziose, a tutfarvi i tuoi tessuti ! 

E tale è questa reggia, in grazia ai Numi, 

che molti ne possiede ; non conosce 

povertà la tua caba ! Ed io promesso 

ben molto calpestio di preziosi 

drappi, a salvezza della vita tua, 

avrei certo, se imposto me lo avessero 

i profetici oracoli dei tempii ! 

Che, salva la radice, i rami s'ergono 

frondosi sulla casa, e l'ombre tendono 

incontro a Sirio. Al fooolar tornato, 

dolce tepore neU' inverno annunzii ! 

Quando Giove nell' uve acerbe il vino 

insapora, s'effonde per la casa 

già la frescura, ove il signor suo giusto 

s'aggiri. 

Giove, o Giove, o tu che i voti 
compisci, il mio tu reggi a compimento, 
e prospera la gesta che ne incombe ! 



Traduzione di Ettore Bignone. 



A. G, Amatucci - Virgilio e Monievergine 221 



VIRGILIO E MONTEVERGINE 



Nella « Rassegna italiana di lingue e letterature classiche » ') io manifestai, 
con molta cautela e altrettanta brevità, un mio dnbbio " i sul signiljfiato del- 
l'appellativo Parthenias, che, secondo Donato (p. 10 D.), i Neapolitani avreb- 
bero dato a Virgilio. Da quel dubbio non mi ha adatto liberato la lettura del 
lungo e assai erudito articolo inserito nell' ultimo fascicolo della scorsa annata di 
questo Bollettino '). Tuttavia non tornerei sull' argomento, se non pensassi che i 
lettori dell'* Ateue e Roma », i quali, per avventura, non avessero avuto sottocchi 
quella uiia noterella virgiliana, potrebbero, da quanto è detto nel citato articolo, 
essere indotti a pensare che io quel dubbio concepissi per la ignoranza di tante 
coso quante là me ne vengono insegnate. E, innanzi tutto, desidero precisare, con 
ogni chiarezza, che, richiamando l'attenzione degli studiosi su quell' epiteto, io 
non ebbi altro scopo che di negare il mio assentimento a una notizia, la quale 
contraddice al pih elementare buon senso. Che quei di Napoli, per indicare l'in- 
dole verginale di, Virgilio, i)rondessero un vocabolo, che aveva un proprio e ben 
noto siguitioato nella lingua greca, e a questo vocabolo assegnassero, per il caso 
loro, un significato del tutto nuovo e strano, credat ludaeua Apella, non io che 
penso un caso simile non si sia verificato mai in alcuna parlata antica o moderna. 
Questo è per me il punto essenziale della questione. 

Se dunque son convinto che l'appellativo jcagf^evias non potè significare ciò 
che immaginò il biografo del poeta, facendo, forse, da erudito e da grammatico, 
presso a poco, il ragionamento che si legge a p. 223 dell' annata XXII di questo 
periodico, è naturale che sospetti della verità di questa come di parecclrie altre 
notizie, che si leggono nei grammatici latini, i quali avranno errato o inventato 
per motivi diversi da quelli che indussero in errore i biograti greci di Pindaro e 
di Sofocle, ma è certo che, piìi d'una volta, errarono o inventarono, come pro- 
verò in un particolare scritto, a cui attendo. D'altra parte non si può supporre 
che naQ&evias, detto di Virgilio, potesse avere il significato che gli è proprio. Di 
qui il mio sospetto che quel soprannome potesse avere relazione con le frequenti 
dimore del Mantovano (menti' era a Napoli e scriveva le Georgiche) nell'agro no- 
lano, che è prossimo alla catena dei monti irpino-carapani detta Partenio, e 
fosse l'addentellato storico della leggenda, sorta poi nella Napoli medievale, di 
uu orto meraviglioso posseduto dal Poeta, secondo scrive Gervasio di Tilbury, i»- 
ter i>raenipta saxorum d'un monte posto in confinio eivitatis Neapolitanae velut ex 
apposito, e chiamato Mons Virginum *). Il quale dubbio ha la sua radice princi- 
pale nella notizia conservataci da Gelilo e da Servio di un podere posseduto da 



') Aimo I, fase. 3", p. 151 8g. 

2) Ecco le mie testaali parole ; « Ora io sospetto cbe nou già UagOeviag fosse ciiiauuito dai Nea- 
poUtaui Virgilio ma UuQ&Evtd^ {formazione analoga ad Moxd^, fioc^ed^), come colui che trascorreva 
la maggior parte dei giorni nello solitudini di quel nmnte {seceasu Campaniae.... plurimìtm uteretur 
(Don., p. 12 D.) ». 

■') Pag. 215 segg. 

*) Tutto il passo ai può Inggere in CoMPARETTl, Virgilio nel Medio Evo, IV, p. 190. 



222 A. G. Amatucci 



Virgilio nelle vicinauze di Nola, notizia che, col Rilibeck ') e col Comparetti *), 
non tros'o sufficienti motivi per ripudiare. E, in veritil, io non so come altrimenti 
avrebbe dovuto esprimersi Virgilio alla fine di quel suo poema, se eflfettivaraente lo 
compose mentre alternava la sua dimora cittadina, a Napoli, con quella campestre, 
alle falde del Parteuio. Né eredo di pesare con la bilancia dell'orafo le parole della 
biografia, quando osservo che seceasus Campaniae (si dia a «ece«««» valore concreto 
o astratto — nel secondo caso, jierò. farei qualche riserva sulla latinità della espres- 
sione secessH uti — ) non può significare la dimora di Virgilio a Napoli o nelle 
vicinanze di questa città. Del resto il biografo a questa dimora aveva già accen- 
nato, implicitamente, avanti (p. 10 D). Ma con la mia iuterpetrazione bisognerà 
ammettere che il Poeta si sia ritirato più di una volta anche in luoghi poco fre- 
quentati della Sicilia! Ebbene, che cosa si oppone a una tale supposizione? Anzi 
essa spiega quella certa predilezione che egli manifesta nell'Eneide per quest'isola, 
e si presenta spontanea alla mente di chi dalle solitarie alture di Erice, in co- 
spetto delle azzurre acque di Drepanum, rilegga il V libro di questo poema. Come 
io non so se si possa fermare l'attenzione sui vv. 739-743 del VII libro senza 
sentirvi alitare per entro un particolare amore del Poeta per quell' angolo cam- 
pestre, al confine campano-irpino, ove la fonte di Q-ellio gli assegnava un podere, 
per quei campi, dai quali, col flessibilissimo legno e il duro oortex per le sue 
armi guerresche, il colono ritraeva abbondanza di dolci frutti in tempo di pace, 
tanta abbondanza che, a descriverla, Virgilio fu indotto a creare un nuovo vo- 
cabolo '). 

Mi si oppone: « Nola è molto piìi in qua di Abella, molto pivi vicina al 
Vesuvio, molto piti lontana dal Vergine. Un terreno alle falde del Vergine non 
poteva mai e poi mai essere compreso nel territorio di Nola » *). Ora questa obbie- 
zione si riduce a un errore geografico, per il quale si identifica un punto solo 
della catena, e precisamente quello che ha conservato il nome di Montever- 
gine, con tutta la catena. Questa invece si estende, per circa 50 km., nella di- 
rezione snd-est-nord-ovest fino a Cancello ^), e di essa la parte meridionale, a cui 
appartiene il Vergine, fa centro intorno alla punta di Mercogliano, la centrale 
si eleva fino a circa 1600 m. con l'Acerone di Avella, e la parte settentrio- 
nale si addentra nell'acro nolano, specialmente fra Arienzo e Cicciano, il se- 
condo dei quali paesi ò a circa 4 km. di via ferrata da Nola, mentre la distanza 
fra Nola e il Vesuvio è di circa 7 km. Né deve far meraviglia se Virgilio, in 
Georg., II, 224, secondo Gellio {Noct. àtt., VI, 20, 1), aveva indicato Nola come 
la citfà del Vesuvio piuttosto che del Parteuio, essendo il primo dei due monti 
ben altrimenti noto che l'aspra giogaia campano-irpina, e, soprattutto, perchè i 
caratteri dei terreni nolani sono quelli propri dell' agro campano e non già qnelli 
della campagna irpina. Sicché, se furono i Greci di Napoli a chiamare IlaQ&évtov 
quella catena di monti o anche solo la estremità settentrionale di essa, ciò non 
fecero certo nello scorgerla di lontano sull'orizzonte '), ma nelle loro indiscutibili 



1) Prolegg., p. 25. 
-ì Op. cit., p. 56 fleg. 

'■^ì Kon mi pare che il v. 740 si debba leggere altrimenti che Et qvos maliferae despectant 
moenia Abellae. 

*) « A. li. », XXn, p. 215 seg. 

^) « Ka«Begna », X, 151. 

") « A. E. », ann. cit., p. 219. 



VinjiUo e Monteverginc 223 



relazioni con Nola, per le quali tanto ellenismo importarono in quella città, 
come del resto tutti i Greci della Campania nelle vicine città osche o osco-sanni- 
tiche. Quanto poi ad Abella, è a tntti noto come essa, nell'antichità, fosse con- 
siderata quasi nn' appendice di Nola. 

Ma nulla documenta direttamente che il nome moderno « Partenio » ri- 
monti all'antichità. Certo : se un tale documento esistesse, il mio non sarebbe più 
solo nn semplice e timido dubbio, dubbio che sarebbe svanito come nebbia al 
vento, qualora mi fosse stato dimostrato che quel nome, il quale da secoli ricorre 
sulla bocca delle persone colte e semicolte dell' Irpinia e della Campania — i 
volghi, si sa, difflcilmeute conoscono nomi di catene e di giogaie, ma solo quelli 
di singoli monti — è creazione di qualche umanista. Ma questa dimostrazione né 
io son riuscito a fare a me stesso, né la trovo nell'articolo sopra citato. Nel 
quale invece si è creduto di aver raggiunto la prova che la denominazione Mons 
Virgo o Virgìnia non ricorre in documenti sicuri, finora a noi noti, avanti il XII se- 
colo, e si sostiene che, anche anteriormente essa non potè significare che « il Monte 
della Madonna » '). Ora la prima delle due aiì'ermazioni è assolutamente erronea, 
perchè quel nome si legge in un documento, senza dubbio autentico, dell'anno 987') 
e nel Chronicon Salernitanum. In questo il cronista, il quale, coni' è noto '), scri- 
veva nel 978, parlando di Radelchi II, che fu principe di Benevento negli ultimi 
decenni dell' 800, gli fa dire ai suoi nobili: « Quia si mons cui Firginis uomen 
est argento purissimo fuisset, non sufficeret mihi trihus diebus ; quia si qui ex vohis 
exinde mihi poposeisset, statim partem tribueram *). Quanto alla seconda aiferma- 
zione io non so come essa possa non essere in contraddizione coi risultati del 
lungo esame fatto naW Appendice (pp. 223-227) del detto articolo e per il quale 
esame si conclude che nessun culto eristiano fu celebrato sul Vergine» prima di 
Guglielmo da Vercelli, che vi andò intorno al 1124. 

Ma, pur prescindendo da questa contraddizione, per potere affermare con tanta 
sicurezza che il nome Mons Virgo o Virginis è di origine cristiana, resta sempre 
a superare una più grave difficoltà, di cni si può tacere solo per abilità polemica ^). 
Intendo accennare alla denominazione Mons Virginum con la quale è designato da 
Gervasio di Tilbury il Partenio e che col nome della Madonna non può avere al- 
cuna relazione. Nessuno ignor.i, infatti, che il sostantivo Virgo, riferito alla madre 
di Gesti, non si usa al plurale, neppure quando si parla dei vari titoli sotto cui 
essa viene adorata. Ora Gervasio, lo notò già il Coraparetti ''), riferiva quello 
che sentiva e come lo sentiva ; egli, inoltre, non poteva avere preoccupazioni di 
carattere religioso. Sicché si deve ritenere che nella leggenda napolitaua dell'orto 
meraviglioso di Virgilio così fossero chiamati quei monti, su cui questo veniva 
collocato. Ma i ricordi napolitani di Gervasio risalgono tutt' al piti al 1175. Certa- 
mente : però la leggenda popolare, come osserva il Comparetti "), deve essere ben 
piìi antica ; né è a credere che i luoghi mutino nome, come gli alberi le foglie, 
ogni autunno. Dunque mi pare che io abbia qualche motivo a persistere nel so- 



1) « A. R. », ann. cit., jiag. 220. 

2) « Arch. di Montevergine >>, voi. XCVri, fol. 33. Cfr. ScANDONE, Storia di Avellino, p. 7, 
'*) Cfr. il cap. 123 dello stesso Chronicon. 

*) Mon. Oerm. hiat. (ed. Pebtz), voi. Ili, p. 5)5. 

5) « Rassegna », p. lól. 

«) Op. cit., 112, p. -27. 

') Op. cit , IP, pp. 29 sgg., 57.. 



224 A. G. Amatucci 



spetto ohe 1 uomi Mon» Virginum, Virgo o Virgiins siano di origine pagana e in 
rapporto con una donoiuiuazione di siguilicato identico dato dai Greci di Napoli 
il quella catena che nella tradizione locale è chiamata tuttora Parteuio ')• 

Come persisto a pensare che la leggenda lini col porre l'orto meravi- 
glioso di Virgilio nella parte meridionale del Partenio, il quale allora fu detto 
Mona Virgilii o Viygilianus *), per il ricordo di antichi culti colà celebrati e per 
gli avanzi di monumenti antichi ivi esistenti. Si osserva ') : questi culti sono solo 
attestati dalla tradizione locale. Ora io non so se in indagini di tal fatta sia un ca- 
none critico accettabile quello che nega ogni fedo alla tradizione locale, che, nel 
caso nostro, è confortata da quel tanto di orgiastico, così lontano dal ]>io racco- 
glimento cristiano, che ognuno può agevolmente scorgere nei riti coi quali le genti 
apule e sannite compiono ancora oggi, due volte all'anno, il loro pellegrinaggio 
sul Vergine. Ma vi è di pifi : in <iuel Santuario si conservano gli avanzi degli 
antichi monumenti a cui io ho accennato e che, so non possono essere interpe- 
trati con la poco tida scorta del Giordano *), hanno tuttavia, per la tesi da me 
sostenuta, parecchia importanza, giacche, immagino, non si vorrà supporre che 
essi siano stati lassù portati da terre lontane. Né basta : tutta una contrada ai 
piedi del Vergine, presso il palazzo abbaziale di Loreto, è tuttavia chiamata 
Vesta da quei del luogo, proprio così come scrive il bugiardo Giordano ^), ed è 
dagli stessi detta, perfino. Croce di Venta una colonnina di pietra, sormontata da 
una ;Croce, che in quei pressi venne collocata, quando, nel sec. XVIII, fu co- 
.struita quell'Abbadia. 

Non mi dissimulai e non mi dissimulo che la difficoltà miiggiore contro la 
mia ipotesi, che i Neapolitani chiamassero Virgilio, Uag&evias è opposta dalla no- 
vità di siffatta voce. Ma anche a questo proposito il mio pensiero è stato fran- 
teso. Io non ho mai detto — sarebbe stato sciocco il pensarlo — che :;iaQ&eviàs 
significasse « il cittadino del Partenio *) » (il cittadino d'un luogo solita- 
rio?!): io diedi e do a questa voce il valore di « colui che vive attaccato 
al Partenio », « colui che si compiace del Partenio », ossia quel va- 
lore che il sufitisso -ad, nel femminile però, dà in greco a voci d'identica forma- 
zione (cfr. oQctas, AìiXìàg '). Del resto io nou so, fra le duo ipotesi di nagtfeyiag, vo- 
cabolo già esistente con un proprio e ben noto significato e trasportato a signifi- 
care, come epiteto di Virgilio, una cosa del tutto nuova e strana, e JlaQ&evtó;, 



^) Vorrei anche agginuj^ere che, .se Monte Vergine fosse stato cosi detto dal culto ivi jtrati- 
cato alla Madonna, questa avrebbe dovuto avere lassù, come lo ba altrove, il titolo di tSancta Maria 
de Monte e non già quello che ha di S. Maria de Monte Virgìne o Virginio, 

2) Non vedo quale importanza può avere por la quistione che ci occupa l'esservi o no effettiva- 
mente nella Vita di S. Guglielmo un accenno all' orto di Virgilio («A. R >>, ann. cit., p.2l6_. 
Non mi è, purtroppo, stato possibile di avere, nò prima che pubblicassi la mia noterella nella « Ras- 
segna » uè ora, la w Rivista Stor. Beued. » col lavoro del Mercuro. Bevo per^^ dichiarare che ho 
sempre stimato il Giordano iu gran parte sfornito di senso critico e nu confusionario, ma non lo ri- 
tengo un falsario nò un imbroglione. Date le ben note vicende dell' « .■Vrcbivio del Vergine », sì è 
poi i»roprio sicuri che il ms. citato dal Giordano è quello stesso studiato dal Mercuro f 

^1 i< A. R. /►, ann. cit., p. 218_8Pg- 

^) Croniche, p. 35 seg. 

') Ib., p. 45. 

") « A. R. », ann. cit., p. 220. 

^j Del resto -ad, originariamente, è sutììsso che aggettiva: si cfr. da una parte 7-t7«s e dall'al- 
tra Jij/.iiiaii' yvàkoi; (Efiur., Ifig. taur. J235 N). — In ogni modo, piuttosto che ritenere .-iao*r>'iW 
derivato da -ia£)??fvos, penserei a un ^rao&evtu^ come formazione analogica di ' E/.i?io)%'id^ {sott. Moì'oa)' 



ViryiUo e Montevergine 225 



sostantivo (li nuovo conio per indicare olii si sapeva si compiacesse della sua di- 
mora campestre alle falde del Parteuio, quale presenti i caratteri di una mag- 
giore probabilità. Avrebbero i Neapolitani mancato di rispetto a Virgilio chia- 
mandolo come io immagino? Non credo: certo non pensava di mancargli di 
rispetto il sno biogi-afo, (juando diceva « rusticano » l'aspetto di lui facie rusti- 
cana, Don., p. 10 D.) e aggiungeva : nani et in sermone tardissimum eum ac paene 
indocto similem fuinse Melissus Iradidit (Don., p. 12 D.^. 



A. G. Amatucci. 



RECENSIONI 



L'Orator di M. Tallio Cicerone, commentato da Attilfo De-Marchi. Seconda edi- 
zione notevolmente modificata da Ettore Stampini. Torino, Casa Editrice 
Giovanni Chiantore successore Ermanno Loeschev, 1920, di pp. xxxv-162. 

Degno onore alla memoria del compianto Attilio De-Marchi e prezioso con- 
tributo allo studio del latino nelle nostre scuole apporta lo Stampini, che a un 
commento buono ma onnai vecchio e in alcune parti difettoso ha dato veste piti 
ricca e vivac(> e tale da rispondere pienamente alle esigenze degli odierni studi 
critici ed esegetici sull' Orator, \J intento che l'Autore si è proposto, non era fa- 
cile a raggiungersi : lasciare cioii al commento l'impronta sua fondamentale e nel 
tempo stosso introdurre qnasi in ogni pagina modificazioni o aggiunte. Ma lo 
Stampini vi è riuscito, con la cura di ridurre il più possibile il lavoro d'elimina- 
zione e d'inserire quanto lo studio amoroso del testo e delle sue piii recenti edi- 
zioni critiche e, soprattutto, la osservazione personale e la propria coltura gli 
suggerivano come piii adatto a mettere in evidenza il contenuto e il valore del- 
l'aureo libro ciceroniano. 

Ciò appare sin dal principio, Aa,\V Agyiunla alla introduzione, dove lo Stam- 
pini, accennate le teorie del Curcio e de' suoi oppositori e quella recentissima 
del Sabbadini sulla composizione dell'Ocator, conviene quasi interamente col Mar- 
chesi nel ritenere che il libro composto in fretta e in momenti di agitazione, su 
appunti presi in vari tempi, non presenti un'espo.sizione perfettamente organica 
e unica. tieW Aggiunta sono pure accennate con molta chiarezza, sulla scorta del 
Sabbadini, le vicende della tradizione manoscritta dell' Orofor; ma ciò che forma 
la parte piìi notevole di detta Aggiunta e, si può dire, del tutto nuova nel com- 
mento, è la illustrazione della dottrina ciceroniana sul numtrue o ritmo della 
prosa di Cicerone e, in genere, della prosa artistica latina. Lo Stampini, staccan- 
dosi da parecchie delle teorie emesse sull' argomento, si accosta con qualche ri- 
serva all'opinione dello Zander e giudica che l'essenza della prosa ritmica non 
consista nella clausola isolata ma insieme nel delectus e nella congruentia clausu- 
larum, riconoscendo però che non di rado Cicerone nella pratica usa clausole di- 
scordanti da quelle teoricamente preferite e che, se la congruentia è da ammettere 
come principio generale, si può tuttavia trovare in mezzo a clausole che si ri- 
spondono, qualche clausola che non sia iterata: sicché non consente con coloro 



226 Becen sioni 



che, per otteuerc la coiigruentia, modificarono lezioni che pure avevano il con- 
forto della tradizione manoscritta, nfe ammetto che si abbia a cambiare arbitra- 
riamente l'ordine tradizionale delle parole o, comunque, la forma del, testo, solo 
allo scopo di ottenere una clausola piìi usuale : cfr. ^ 5 cuiusque genere laus, 9 imi- 
Uindo referuniur, 11 ree ipm cognita, 12 ad forenses camas, 13 disertis eìegane doc- 
trina defuit, ]6 parte» possumus, ib. repiignantia ridere, 30 Lytiam seguuntur, 40 ce- 
dts mihi fortasae, 42 sententiis arguium, 44 snmmum esse volumus, 47 generatim 
dioat, 64 nec vincta numeris, 69 sunt genera dieendi, 74 tempori et pereonae, 99 vetera- 
torie dicit. E la giusta esclusione delle alterazioni proposte per (|uesti passi non 
toglie elio lo Stampini ammetta come nella collocazione delle parole e nell'uso 
delle forme Cicerone si lasci abbastanza spesso guidare dal desiderio di una clau- 
sola migliore : cfr. ^ 5 tamen probaremtis, 33 sermonea requirena tuos, 45 sit probari 
neoesse, 50 inculeahilque leviora, 51 r/ualis esset, 65 extrema definiunt, 89 cognoverim 
neminem, 104 infinitumque desiderant, 117 partietur ac dividet, 129 respondit Horten- 
siiis, 142 floruerunt domus, 162 collocazione di artem, 163 permuUeant, 174 atque 
iiumerosae, 196 in utroque dactylus, 197 ddectarent minus, 198 quam sequi sii neeesse, 
208 numerumque senteniias, 236 ita rebus excellat. 

Cosi appare in chiara luce il posto clie il numerus ha praticamente nello stile 
dell'Ora(oi-, e non meno è illustrata la dottrina ciceroniana di esso nel commento, 
il quale soprattutto in questa parte presenta radicali aggiunte e modificazioni e 
rimedia al difetto della prima edizione. Del resto non v' è quasi pagina che non 
debba allo Stampini qualcosa di nuovo : ora sono correzioni di inesattezze ine- 
renti al contenuto della nota o dipendeuti da disaccordo tra le parole del testo e 
la citazione di esse in nota (cfr. ^^ 13, 17, 19, 22, 33, 34, 37, 72, 85, 100, 137, 
138, 140, 152, 151, 157, 158, 164, 173, 212, 215, 218, 231, 237), ora è illustrato 
con pili precisione o ampiezza il confceuuto del testo (cfr. ^4 aut nitura sua, 16 Quid 

dlcam dici aut intellegi posse?, 21 ut in corona ioros, 34 in Italiae luce, 36 prae- 

scriptum.... aut formulam, 53 quodque, 65 Sophistarum.... magis dislingnenda, e cosi 
% 69, 73, 93, 100, 102, 108, 120, 121, 125, 131, 137, 138, 150, 154, 157, 160, 
165, 169, 188, 191, 195, 198, 210, 211, 213, 236), ora sono accresciute le cita- 
zioni oppure aggiunte note del tutto nuove (cfr. il commento ai ^ 2, 5, 15, 18, 
26, 27, 32, 38, 41, 45, 68, 69, 76, 78, 79, 83, 85, 97, 104, 105, 108, 114, 119, 
132, 135, 137, 146, 149, 157, 163, 168, 170, 171, 178, 194, 196, 198, 199, 201, 
210, 216, 218, 222, 224, 225, 226, 233), ora sono abbreviate o addirittura sop- 
presse note d'indole grammaticale e stilistica, alcune delle quali peuso che lo 
Stampini avrebbe voleatieri conservate, se non fosse stato stretto dalla necessità 
di far posto alla parte aggiunta. Lo stesso lavoro di revisione emendatrice o am- 
pliatrice h stato applicato all'/«dice storico, mentre l'Appendice e Vindice gramma- 
ticale, rettorico e stilistico sono stati soppressi. È infine da ricordare che non poche 
sono le varianti del testo, secondo lo stato attuale degli studi critici su di esso ; 
cfr. ^ 20 ncque perfecta atque conclusa consequebantur, 34 omnibus ex terris, 38 «ed 
voluptatem, 40 sed cedes, 44 necessaria et (om. tamen) : ib. quae tamen causa, e cosi 
^4 47, 49, 50, 53, 57, 68, 72, 92, 93, 94, 103, 107, 108, 132, 141, 146, 149, 150, 
151, 157, 160, 162, 163, 173, 184, 185, 187, 190, 204, 209, 215, 224, 228, 230, 
e parecchie di esse sono egregiamente difese nel commento. 

Non poteva, pertanto, l'opera già buona e diligente del De-Marchi rlpresen- 
tarsi in forma più saggiamente rinnovata^ in modo da costituire uno dei libri 
piti pregevoli per le nostre scuole classiche. Achille Beltrami. 



Becensioni 227 



E. Stajipixi, 2fel mondo latino. Studi di letteratura e filologia: seconda serie con una 
j4ppendiee di scritti varii itdliani e latini in prosa e in versi. Torino, Bocca, 
1921, pp. xiv-463. (Piccola biblioteca di scienze moderne, n. 257). 

L'illustre professore dell'Ateneo torinese, sciogliendo una sua promessa di 
([uattr' anni fa, olire qui trascelta e radunata una seconda serie degli scritti mag- 
giori e minori, d'argomento filologico e d' intendimento artistico, destinati i piti, 
avrebbe detto Lucilio, a Caio Persio ma molti oltre cUe a Persio anche a Giunio 
Congo o a Decimo Lelio, che l'A. ò venuto pubblicando qua e là o componendo 
per varie occasioni durante un quarantennio d'operosità ininterrotta. 

Anche il uuovo volume si apre, come il procedente, con uno studio metrico : 
Le Odi barbare di G. Carducci e la metrica latina. È, se non il primo, certo uno 
dei primi lavori messi alla luce dallo St., come quello che, preceduto da un sag- 
gio apparso nel 1879 in un giornale letterario di provincia, fu dapprima inserito 
nella liirisia di Filologia e d'Istruzione classica dello stess' anno, e due anni dopo 
ripubblicato a parte dal Loescher con giunte e rimaneggiamenti considerevoli. Ma 
già in questo studio, la cui eccellenza io ebbi occas'one di segnalare parecchi 
anni fa in un mio articolo pubblicato appunto nel nostro Bullettiuo (a. XV, 1912, 
col. 323 sg. ; cfr. col. 339, 342, 344), si rivela piena e sicura la siugolare com- 
petenza che in fatto di metrologia classica lo St. ben presto affermò con altre 
trattazioni conosciutissime a tutti gli studiosi e con la larga e proficua parto da 
lui fatta a questa disciplina nell'insegnamento superiore fin dai ]>rimi anni ch'egli 
occupò la cattedra universitaria. Corsi ormai tanti anni dalla gazzarra d'injprov- 
visate disquisizioni e polemiche metriche scatenata dalla comparsa delle Odi bar- 
bare, chi rilegge lo pagine dello St. non ne può apprezzare il merito adeguata- 
mente, se non pensa che tutti i trattatisti posteriori più autorevoli di versifi- 
cazione barbara o neo-classica non fecero altro che ripetere lo definizioni che 
erano state poste dallo Stampini, lo qtiali cosi divennero in breve patrimonio 
comune e anonimo, quando dai più teneri dei diritti della proprietà privata nou 
fu fregiato in buona fede d'un nome supposto a quello legittimo (vedi loc. cit., 
col. 324, nota 2); mentre quanti vollero allargarsi nell'esame degli altri metri 
barbari che, introdotti o rinnovati dal Carducci dopo 1' '80, lo St. non aveva po- 
tuto fare oggetto di studio, venuta loro meno per questa parte la guida sicura 
che avevano per l'altra, brancolarono alla cieca chi a deatra e chi a sinistra, 
prendendo cantonate solenui e mettendo tutto in confusione, come io mostrai nel- 
l'articolo già citato. Mii a ciò che mostrai allora, voglio qui aggiungere che un 
altro ett'eito, del quale ben a ragione si dovrebbe compiacere lo St. meglio che 
d'ogni altra cosa, ebbe il suo studio, so, come io sono condotto a credere, il Car- 
ducci per il tipo speciale d'esametro clie usò nelle strofe dispari della pitiambica 
Le due torri e in quelle pari dell'alcmania Courmayeur {Terze odi barbare ; la se- 
conda composta fin dal 1884) ricevette un impulso dall'esempio di esametri ita- 
liani tronchi in pentemimere a imitazione del sistema ad arsi anziché ad accenti, 
che appunto lo St. aveva dato nella prima edizione del suo studio. Certo gli esa- 
metri stampiniani (vedi p. 361 sg. del volume) : 

Striscia di densi vapor roteanti dal tiume s'aderge 
Veggo gli uccelli saltar di l'ronda in fronda cantando 
Dalle officine un suon confuso si leva o s'espande 



228 Beeenaioni 



sono uguali, quanto all'andamento metrico, a questi altri cirdiifeìani dei dm' 
componimenti ora citati : 

Bigio al bianco vapor da l'are dei monti fumante 
Vidi su Ini pasnar fantasmi e fantasmi ed intorno 
De la valanga il tnon da l'orrida Brenra rintrona. 

Così lo schema che lo St. aveva tentato a dimostrazione d'una tesi, sorti il 
consenso e il sorriso delle Muse. I-^ ben vero che anche il Chiarini nel suo studio 
del '78 su / critici italiani e le Odi barbare aveva già notata che si sarebbe potuto 
« anche nell'esametro italiano ottenere la cesura maschile, che s' incontra nei 
versi dei tedeschi, facendo, com' essi fanno, cadere sul!' arai del terzo piede l'ul- 
tima sillaba di una parola tronca o un monosillabo fortemente accentato », ma 
aggiungeva subito che per altro la cosa a noi doveva riuscire « tanto meno fa- 
cilmente..., quanto noi abbiamo minor numero di tali parole », e poi, prevedendo 

l'obiezione che « col metodo delle arsi non sarebbe facile dare all'esametro 

varietà di forme », ribatteva che « chi osservi le varie combinazioni d'accenti 
cui può dar luogo l'esametro latino, secondo che esso ha più o meno dattili o 
spondei, e secondo la loro varia collocazione, vedrà subito quanto grande varietà 
di forme metriche scaturisca da quelle combinazioni ». So dunque il Carducci 
avesse voluto attuare il suggerimento del Chi.arini, avrebbe foggiato un esametro 
variabile nel numero delle sillabe, e non costante com' è quello tronco in per.te- 
niimere della pitiambica e dell' alcmania comprese nelle Terze odi barbare, che ri- 
produce esattamente, come abbìam visto, la struttura degli esametri stampiniani. 
Dalle teorie del Chiarini invece io credo, per quali ragioni non è qui il luogo di 
dire, che il Carducci prendesse l' idea dei distici, nel rispetto metrico davvero 
non molto felici, di Nevicata nelle Nuove odi barbare. 

Sullo studio ohe apre la raccolta e che del resto è il più ampio di tutti, oc- 
cupando da solo un quarto dell' intero volume,, mi sono indugiato alquanto per- 
chè tra gli altri ò certo il meno noto. Notissimi invece sono i tre scritti che ven- 
gono dopo lo studio metrico : la prefazione al Trattato dell' ortoi/rafia latina, la 
prefazione e l'introduzione agli Adelphoe di Terenzio, e la Praefatio a ciuella edi- 
zione critica di Orazio, a cui doveva andar compagna l'edizione critica di Ca- 
tullo pur troppo non venuta poi mai alla luce ; o per essere tutti scritti notis- 
simi e riconosciuti universalmente dalla critica come modelli ciascuno del suo ge- 
nere, mi dispensano dal renderne qui conto particolare. E anche sullo scritto che 
segue — / «et carmi di Sulpieia figlia di Servio — potrei sorvolare, avendolo io 
già recensito in questo Bullettino (a. XX, 1917, p. Ili sg.) quando lo conobbi 
pubblicato in opuscolo, se ora non dovessi aggiungere che lo St., mentre giusta- 
mente può darsi vanto di non aver dovuto mai ritoccare, né in questo, uè nel 
volume precedente, i suoi scrìtti filologici per coordinigli tra loro, così che dal- 
l'accostamento non risultassero contrasti o incongruenze, o per adattarli a un 
cambiamento d'opinione sopravvenuto con l'andar del tempo, d'altra parte merita 
ogni lodo per la cura con cui ha riveduta e limata, sia dal lato della forma, sia 
da quello dell' interpretazione, le versioni dei carmi di Snlpicia, delle quali solo 
uua, quella del V, si ripresenta ora tale e quale, come fu messa al pubblico la 
prima volta. E certo, come per esempio il v. 7 del primo carme dal rifacimento 
si avvantaggia per la bontà del suono, così il principio dell' ultimo per la natu- 
ralezza dell' interpretazione. Soltanto osserverei che, anche in relazione al tuo cor- 



Heceneioni 229 



retto ili «Ito così nel testo, come nella versione del III eomponiraonto, l' invisus con 
cui comincia il II sembra che si debba intendere piuttosto predicato clic attributo, 
precisamente come il tristis che seguo nel pentametro. 

Preceduta da una limpidissima disputa sul i)renome di Catullo (Gaius e non 
QuintH>i ; e come necessario complemento di questa ricerca si veda più avanti l'ul- 
timo dei Catulliana, p. 345 sgg.), chiude la parte filologica del volume un gruppo 
cospicuo di contributi diortotici od esegetici a vari testi corrotti o controversi, 
ossia una novella e piti copiosa serie' di Lìicretiana, un paio di Cariosità Alliane 
^principalmente sul signitìcato di infamis nell' epigrafe di Allia Poteataa che levò 
tanto rumore alcuni anni fa, appena scoperta). L'epigramma di Domizio Marso contro 
Bovio e suo, fratello, e infine un manipolo di Catulliana. In ognuno di questi studi, 
su tutte le altre doti proprie d'un critico sagacissimo e diritto, si ammira quel sano 
equilibrio rifuggente da ogni sorta di arbitrii o di bizzarrie, che, per la ricosti- 
tuzioue dei testi guasti, suggerendo allo 8t. la teoria eh' egli chiama « del mi- 
nimo impiego di mezzi », gli assicura quasi sempre risultati certi e persuasivi, 
non mai a ogni modo improbabili o iuaodisfacenti. Non potendo qui riassumere 
tali risultati, mi restringo a corroborare nel primo dei nuovi Lucretlana (p. 252 sgg.) 
la felice proposta di restituzione a V, 312 

quae neque (invece di quaerere) proporro sili cumque senescere credas 

con un confronto che mi sembra abbastanza significante : voglio dire col con- 
fronto di I, 325 

nec porro guaecumque aevo macieque seneseiint. 

Non meno riccamente e solidamente materiato per la parte scientifica che il 
volume precedente, questo eccelle di non pcco su quello per l'ampiezza e la va- 
rietà e l'importanza deìV Appendice, dove soprattutto attraggono il lettore i due 
saggi di versione metrica dei carmi di Catullo, le iscrizioni latine e i Disticha. 
Dei due saggi di versione catulliana, mentre il secondo ricalca con la maggior 
fedeltà metrica il distico elegiaco dei modelli, il primo, se si eccettuano i carmi 11 
e 51 dei quali si conserva la strofa saffica originalo, 6 tutto quanto in comuni 
endecasillabi, verso giudicato dallo St. il più adatto tra i nostri per corrispon- 
derò come al trimetro giamliico, cosi anche al falecio e allo scazonte. Certo con 
questa riproduzione uniforme si perde uno dei caratteri del testo, cioè la varietà 
metrica aderente sempre alla varietà dell' intonazione ; ma, prescindendo da tale 
sacrificio forse necessario e da qualche lieve durezza soprattutto di certe sineresi 
(per es. quiete bisillabo in i, 26 e in 50, 10), lo St., studiosissimo della fedeltà, cosi 
da seguir per lo più l'originale parola per parola, ha sfidato difficoltà enormi, 
riuscendo a toglierle di mezzo con una semplicità di partiti che alla comune dei 
lettori farà credere raggiunta di colpo e senza nessuna fatica quella scioltezza 
che al traduttore dev'essere sposso costata duro lavorìo di lima. 

Quanto poi alle iscrizioni latine e alle poesiole e poesie in distici latini, io 
non debbo che estendere a tutte ciò che in questo Ballettino (a, XX/ p. 112) dissi 
già in lode dell'epigrafe ripubblicata ora a p. 425 e dei distici che conchiudono 
quell'epigrafe. Lo St. maneggia infatti la lingua latina con una padronanza che 
in lui non meraviglia nessuno : attraverso tutti gli stili, nitido e succoso nelle jirae- 
fationes e negli scritti accademici, scultorio e solenne nelle inacriptiones e nei di- 
scorsi, agile e forbito negli elegi, piega l'antico strumento a esprimere tutto ciò 



230 Becensioni 



ch'egli vuole, anche lo idee e le cose più moderne. Nfe occorre dire che inappun- 
tabile fe l'uso metrico e prosodico nei dislicha, dove (p. 447) un move pirrichio mi 
sembra gettato là con un sorriso malizioso, apposta per invogliare qualche im- 
prudente saputello a tirarsi addosso nna lezioncina di prosodia non elementare. 

Conchiudendo, ben altro Hentimento doveva riempir l'animo dell'illustre A., 
giunto ad umbilicum, che non quello d'amarezza e di sconforto che gli dettò il 
congedo Jd lectorem nell'ultima pagina : 

Cor^fregi calamum, cvm apes iam nulla maneret 

pogge qvidem vita ine meliore fruì. 
Multa, quidem gcripsi ; nunc vero, candide lector, 

pagina in extrema dextra recuinbit inerg. 

Sì : tristi giorni volgono per le idealità vagheggiate e propugnate dallo St. 
durante tutto il non breve spazio di vita percorso strenuamente operando; ma la 
Patria e la Umanità (Humanitas) sono immortali, né vi son tenebre che possano 
durevolmente oscurarne il volto radioso. Del resto la penna spezzata in un im- 
peto d' ira — che atrox com'era nou poteva durare — ha ricominciato a percor- 
rere le inobliabili carte, sulle quali la mano era ricaduta inerte per nn momento ; 
il che incoraggia a sperare che, non ostante la sfiducia dell'A., ai due volumi 
pubblicati si aggiunga presto il terzo, che, insieme con gli Bcritti non ancora 
raccolti, dalle dissertazioni latine su Giovenale alle traduzioni recentissime degli 
epigrammi attribuiti a Seneca, offra al nostro desiderio molte nuove testimonianze 
d'operosità filologica e umanistica proseguita ancora instancabilmente. 

Adolfo Gaxdiolio. 



To the Romans, a coramentary by Alkx. Pallis. Tlie Liverpool Booksellers' Co., 
1920, di pp. 190. 

Il volumetto consta di una prefazione (pp. .5-10), del testo paolinìano (pp. 11-31), 
di un largo eoniniontano (jtp. 33-164), e della traduzione (pp. 165-190). Nella breve 
prefazione si espone la seguente tesi (senza darne in verità una vigorosa dimo- 
strazione) : l'operetta non è di S. Paolo ; non ora in origine diretta ai Romani, e 
fu composta forse ad Alessandria tra il 70 e il 100 e. dopo Cristo, da nn ex-Gin- 
deo ; l'autore volutamente falsò attribuendola a Paolo, per dar credito alla sua 
opera. Il testo è dal Pallis ricostruito secondo i mss. F. G., la bontà delle cui 
varianti è dimostrata a molte riprese nel commento. Il quale commento, assai 
diffuso, è per la massima parte di carattere diplomatico e grammaticale; poco in- 
vece si trattiene su quanto varrebbe a provare la tesi sostenuta nella prefazione, 
ad es. non convince la breve dimostrazione che V 1-2 alluda alla distruzione di 
Gerusalemme del 70 d. Or. Buona, anzi singolarmente perspicua, la traduzione. 

P. FouCART, 17» décret Athciiien relatif aux eombattants de Phylé (Extrait des « Mém. 
de l'Aoad. des Inscr. et Belles-Lettrea »). Paris, Imprimerle Nationale, 1920, 
di pp. 35. 

Si tratta del famoso decreto scoperto in una epigrafe lacunosa, nel 1884, ed 
ora compreso nel Corpus Inscr. Attio. (Editio minor) n. 10. Il Foucart propone 
una serie di supplementi che mi paiono molto piti probabili di quelli precedenti 
dello Ziebarth, del Prott e del Koerte. Ecco in breve i risultati salienti : dopo 



Eeceiisioni 231 



l'auuullamento del decreto di Trasibulo a favore di chi aveva aiutata la riscossa 
dei democratici da File, e dopo il decreto di Aichitio in onoro dei cittadini che 
vi avevano partecipato, restavano ancora sempre da compensare i non cittadini. 
Lo si fece nell'anno di Xeuenefco (401-400) col decreto conservato nella nostra 
epigrafe. Vi si distingnerebbero due gruppi di persone ricompensate : un primo 
di meteci che aiutarono a File od al Pireo, e eh' ebbero la cittadinanza minore 
(come i Plateesi nel 428) : tali nuovi cittadini sono enumerati nel rovescio della 
epigrafe, divisi per tribù, e i loro nomi dovevano essere, nel testo completo, non 
meno di 300. Il secondo gruppo comprenderebbe quelli che aiutarono piìi tardi, 
nel combattimento di Munichia : essi ebbero in premio l'isoteleia e la èyyvtjais 
nell'Attica. L' acuta ricostruzione del Foucart mi lascia ancora dubbioso su di un 
punto fondamentale : immaginando che il decreto sia l'unico per le ricompense, 
oltre quello di Archino, poiché quest' ultimo trattava solo dei cittadini, ne con- 
segue che il nostro parlasse di meteci. Ma tale premessa, accolta ancora dal Fou- 
cart, è arbitraria : è possibilissimo che tra il 403 e il 401 siano stati votati altri 
decreti a noi non giunti. Chi poi osservi la tardività del decreto in quislione, 
di oltre due anni dopo i fatti di File, la meschinità dei mestieri di tutti i neo-cit- 
tadini elencati (contadino, giardiniere, manovale, mulattiere, asinaio, cuoco, for- 
naio, fabbro, falegname ecc.), la mancanza di patronimico, di demotico, di cittìl 
di origine, e ricordi che giìl nel decreto di Trasibulo si concedeva la cittadinanza 
anche agli schiavi (Arist. 'A&. itok., 40), e che la cittadinanza « come i Plateesi » 
ebbero gli schiavi che avevano pugnato nel 406 alle Argiuuse, ammetterà, credo, 
l'ipotesi che il decreto del 401 riguardi non i ricchi meteci (che aiutarono di 
denaro oltre che di persona e che dovettero essere compensati in precedenza, 
con piena cittadinanza), ma gli umili schiavi che esposero la loro vita per la 
causa dei democratici. L. Pareti. 



SUPPLEMENTO ALL'ELENCO DEI SOCI 

0. Cicciarelli prof. Armando, Genova fl. K. Liceo di Spoleto 

» De Longis prof. Giovanni, Benevento 0. Morelli prof. Zarelia, Spezia 

fl. Galante prof. Luigi, Casale Monfer- » Osti prof. Celso, Gapodistria 

rato » Pauli Umberto Julio, Banfield (Rep. 
0. Gianaui prof. Rodolfo, Catanzaro Argent.) 

» Levi prof. Federico, Trieste » Reint cav. dott. Giuseppe, Trieste 
» R. Liceo-Ginnasio Conti Gentili, Alatri 



PUBBLICAZIONI RICEVUTE IN DONO 



Corpus Scriptorum Latinorum Paravianum móderaiile Carolo I^ascai.. (Opuscolo con- 
tenente le recensioni al Corpus, con aggiunte e repliche di C. Pascal). G. B. Pa- 
ravia, 8. d., di pp. 59. 

G. AnnoTT Oldfathkr, A. Stanlky Pease e H. Vernon Cantkk. Index verbo- 
rum quae in Senccae /abulia neo non i» Octavia praetexta repcriuntur (« Univer- 
sity of Illinois Studies in language and literature », IV, 2-4). Univ. of Illi- 
nois, 1918. Tre parti di compi, pp. 272. 



232 Pubblicazioni ricevute in dono 



<jt. Cai.ógkuo. Initium. {Le rime dell'Arno. I ritnti delle fonti. Le odi romane. Le 
elegie sìracunane) . Carlo Sigiiorelli, Roma, 1920, di pp. 163. 

<i. Pascoli. Carmi latini tradotti e annotati da Luciano Vischi. L. Cappelli. Bo- 
logna-Kocca S. Ciisoiaiio-Tiieste, 1920, di pp. 2S9. 

A. Gai.lktti. Previsioni e illuiioni. (Note in margine alla guerra europea). L. Cap- 
pelli, Bologna-Rocca S. Casciaiio-Trieste, 1920, di pp. xxvii-301. 

Fkanc. Sofia Alkssio. Musa latina. Poemetti latini con traduzione italiana, con 
prefazioue di A. Anile. Napoli, C. Ed. Elpis, 1920, di pp. vii-233. 

A. Fidenti. Trasparenze d'anima. (Poesie). Genova, Scuola Tipografica Artigia- 
nelli, 1920, di pp. 271. 

Bollettino bibliografico di Periodivi italiani di alta cultura Anno I, n. 1. Istitnto 
Angelo Calogerà, Roma. 

Th. Fitzhcgh. Tke Old-Latin and Old-lrith Monumenta of Verse. (Univers. of Vir- 
ginia, Bulletin of the School of Latin, n. 10). Anderson Brothers Univers. of 
Virginia, Charlottesville, 1919, di pp. 134. 

E. StA.mpini. Nel mondo latino. Studi di letteratura e filologia. Torino, Bocca, 1921. 
di pp. xiv-463. 

A. W. Van Burkn. Firgil Aen. II 567-588. Estratto da « The Classical Re\ iew », 
34 (1920) n. .5-6, pp. 102 sg. 

G. R. Orsini. / filosofi Cinici (Storia e sistema). Torino, 1920, G. Chiantore suc- 
cessore E. Loescher, di pp. 320. 

€. Pascal. Scritti vari di Letteratura latina. 0. B. Paravia, 1920, di pp. viii-376. 

P. Virgilio Maronk. Le Georgiche, commentate da L. Dalmasso. Voi. I : libri 
I-II, con 30 illustrazioni. Firenze, Sansoni, 1920, di pp. xvi-89. 

P. Ducati. L'arte classica. Torino, Un. Tip. -ed. Torinese, 1920 di pp. xxiii-967, 
con 861 figure. 

PERIODICI RICEVUTIIN CAMBIO NEL 1920 



American Journal of Archaology — American Journal of PUilology — Ar- 
cheografo Triestino — Archiginnasio (L') — Archivio storico per la Sicilia orien- 
tale — Atti della R. Accademia della Crusca — Atti della R. Accadenjia di Ar- 
cheologia, Lettere e Belle Arti di Napoli — Atti e Memorie della R. Accademia 
Virgiliana di Mantova — Bessarione — Bilychnis — Bollettino della Civica Bi- 
blioteca di Bergamo — Bollettino dell'Associazione Archeologica Romana — Bol- 
lettino di Filologia classica — BuUetiu bibliographique et pédagogique du Mnsée 
Belge — Bullolin do la Societé Archéologique d'Alexandrie — Bullettino della So- 
cietà Dantesca — Classical (The) Quarterly — Classical (Tho) Review — Eranos 

— Grammata — Italia (L') che scrive — Listy Filologioké — Madonna Verona 

— Marzocco (LI) — Memoirs of the American Academy in Rome — Miscellanea 
storica della Valdelsa — Musóe (Le) Belge — Neophilologus — Neos EUenomne- 
mon — Rassegna critica della Letteratura italiana — Rassegna d'Arte senese — 
Rassegna italiana di Lingue e Letterature classiche — Rassegna Nazionale — 
Rivista di Filologia e d'Istruzione classica — Rivista iiido-greeo-italica — Rivista 
storica italiana — University Studies pubi, by Univers. of Lincoln Nebraska. 

Luigi Pareti, Dirett ore. — Giuseppb Santini, Gerente responsabile. 

I?,')>S 1920 — l'irenzB ■ Stab. Tipografico Enrico Ariani, Via t^an Gallo. 33. 



> 




a 5 




Minto (Populonia) 



Tav. Il 




1). - VuiUita del Poggio di l'opiiloiiia e di Poi lof; Buiatti. 




2). - Kesti dello Terme romaue. 



Minto {Populonia) 



Tav. Ili 




1). - Le iiinia <li Populonia a settentrione. 




2) - Le mura di l'upuluuia a levante. 



Minto {Populonia) 



Tav. IV 




1). - Impostazione della cnpoU di mia tomba » camera (scavi 1914). 




2). Dettaglio della cella pennacchio in aggetto della volta. 



Minto (Populonia) 



Tav. V 




1). - Crepidine e basamento di nna tomba a tbolos (scavi 1908). 




2). - Interno della cella cou letti funebri. 



.Z^" 



Minto (Populonia) 



Tav. vi 




1). - Platea hislrieata forse di tempio etrusco. 




2). - Siippelleltili fittili (li mia tomba a camera .11 l'ofsjrio delle Ciraiiate. 



Minto (Populoma) 



TAv.'vn 




1). - Tipi (li oritìcerio ]iox>u1ouiesi. 




2). - Suppellettili varie della necropoli più tarda. 



Minto (Populonia 



Tav. Vili 




1). - Aiace suicida (bronnetto decorativo). 




2). - Idria con il mito di Faoue, in stile di Meidias. 




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