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£fer 




ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 

FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



E CONTINUATO 



A CURA DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



l'IiH LE PROVINCIE 



DELLA TOSCANA , DELL'UMBRIA E DELLE MARCHE 



SEttlE TKB11 



Tomo IX - Parte I. 

Anno 1869 






IN FIRENZE 

PRESSO G, V. V l E DSS E U >> 
coi tipi di M. Collini eC alla Galileiano 

1869 



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LEON BATTISTA ALBERTI 

A. MANTOVA 

DOCUMENTI E NOTIZIE INEDITE 

PER WILLELitfO BRAfiHIUOLI.1 



Fra i molti e validi ingegni che illustrarono il decimo 
quinto secolo , Leon Battista Alberti è certamente il più 
insigne , poiché in lui si videro meravigliosamente con- 
giunte in sommo grado pressoché tutte le lettere , le 
scienze, le arti. Dotato da natura di portentosa attitudine 
di mente e di squisito sentimento del bello ; erudito in 
ogni maniera di discipline , e soprattutto educato alla 
potente scuola della sventura e dell' esigilo , lasciò die- 
tro a sé tanto lume di scienza e tali esemplari nell'arte., 
che del suo nome può a buon diritto andare superba la 
classica terra di Dante , Michelangelo e Galileo. Per lui 
la prosa italiana mostrossi nella vergine sua purità e 
vaghezza , le arti meccaniche vennero arricchite di nuovi 
utilissimi trovati , la scienza fu volta alla pratica utilità 
della vita, e le arti del disegno, regolate da stabili nor- 
me , presero nuove e più splendide forme. E poiché applicò 
l'animo singolarmente all'architettura, così tradusse nella 
pratica con tanta felicità e sapienza le sue profonde dot- 
trine, che i monumenti da lui architettati a Firenze , a 
Rimini , a Mantova crebbero gloria all'arte italiana. 

Non è pertanto a meravigliare se coltissimi ingegni 
volsero ogni cura ad illustrare di tant' uomo la vita e le 
opere. Dall' epoca del Poliziano , che n' ebbe a tessere 



1 LEON BATTISTA ALBERTI 

un breve, ma splendido elogio, infino a' nostri dì , quanti 
illustri scrittori non si occuparono dell'Alberti? Per la- 
vi.' del Muratori, elei Tiraboschi , del Pozzetti , del Nic- 
colini e del Ricci, basti ricordare il chiarissimo Anicio 
Bonucci , che dando all'Italia l'edizione delle opere vol- 
gari di Leon Battista (1) , seppe con molto acume ed 
amore rivendicare a lui quegli scritti che l' ignoranza o 
il maltalento gli avevano sottratto. 

Tuttavolta chi non sa che le vite degli uomini grandi, 
studiate, come ora si esige, col sussidio di documenti, 
possono sovente lasciare qualche parte inesplorata? E in- 
fatti nell' archivio storico Gonzaga , che ora , mercè il 
nuovo ordine di cose , può essere liberamente investi- 
gato , io potei raccogliere non pochi documenti , ignorati 
finora , i quali valgono ad illustrare la parte della vita 
che l'Alberti passò in Mantova e le opere che vi propose 
ad eseguire. Se non che innanzi di sottoporre agli stu- 
diosi tali documenti parmi necessario premettere , quasi 
a commento , alcune parole intorno al principe che ac- 
colse a Mantova l'Alberti , e si tenne onorato dell'ami- 
cizia di Ini. 

Lodovico Gonzaga . secondo marchese di Mantova , 
allievo della celebre scuola di Vittorino da Feltre , suc- 
cesse al padre Giovanni Francesco, maturo di anni e di 
senno , nel 1445. Il suo governo, che durò oltre trent'an- 
ni , attraversò un periodo irto di mille difficoltà; ma il 
suo carattere tenace , intraprendente , e la sua accorta 
politica lo fecero trionfare d'ogni ostacolo. Servì dappri- 
ma i Fiorentini ed i Veneziani per combattere lo Sforza . 
poi aiutò quest' ultimo a danno della veneta Repubblica ; 
alla quale infine si collegò per osteggiare lo Sforza. Per 
1(3 quali intraprese fu ritenuto arbitro d' Italia. 

Ma se Lodovico fu prode nell'anni e destro nella po- 
litica, fu sopra ogni cosa amante delle arti liberali. Di 

l Firenze, Tip Galileiano, I84Ì-49, volumi 5, in Svo 



A MANTOVA O 

questo potemmo ampiamente convincerci dagli inediti 
carteggi dell'archivio, colla scorta dei quali la vita di 
lui ci apparve sotto un aspetto non meno brillante che 
nuovo. Ebbe stretta familiarità con Guarino Veronese , 
con Francesco Filelfo e con Bartolommeo Platina, uomi- 
ni letteratissimi. A quest' ultimo dava l' incarico di far 
trascrivere le opere di Virgilio e di assisterne la corre- 
zione , mentre teneva pure a' suoi servigi gli amanuensi 
Matteo da Volterra e Andrea da Lodi , che gli trascri- 
vevano i codici preziosi di Plinio , di Cicerone , di Dante , 
che poi venivano affidati a Iacopo Bellanti , Guglielmo del 
Magro e Pietro da Cremona, miniatori, perchè li adornas- 
sero di figure , di iniziali e di finissimi arabeschi. Prov- 
vedeva di stipendii i matematici ed astronomi mantovani 
Giovanni Cattani e Bartolommeo Manfredi ; e a meglio 
favorire gli studii attuava , nel 1472 , l'esercizio della 
prima tipografìa in Mantova per opera di Pietro Adamo 
Micheli pur mantovano. 

A questo principe tanto liberale ai dotti e letterati si 
deve l' inaugurazione della gloria artistica della sua casa. 
Invitò infatti il Donatello da Firenze e gli commise di 
fondere un'arca per la salma di santo Anselmo patrono di 
Mantova. Usò dell'opera e dell' ingegno di maestro Luca 
Fancelli , valente scultore ed architetto fiorentino , af- 
fidandogli la sopraintendenza e l'esecuzione di molti edifici 
pubblici e privati. Giovanni Antonio d'Arezzo , e meglio 
ancora Giovanni da Padova, ingegneri architetti, dietro 
ordine di Lodovico progettarono e condussero a termine i 
canali di irrigazione, tanto ammirati dal.Gioja, che for- 
mano tuttora la ricchezza di gran parte della provincia 
di Mantova. E quasi tutto ciò fosse poco alla gloria di quel 
principe, ei volle arricchirò Mantova dello opere di Andrea 
Mantegna e di Leon Battista Alberti, che sono, senza 
contesa, i due più grandi rigeneratori delle arti italiane. 

Gli storici , nell'accennaro lo relazioni di Lodovico col 
nostro Leon Battista sono assai parchi. Essi general- 



6 LEON BATTISTA ALBERTI 

mente affermano che il Gonzaga , volendo erigere , in- 
torno al 1472 , un tempio , che alla sua città fosse orna- 
mento e di splendido decoro alla religione , chiamò Leon 
Battista Alberti a Mantova , e gli commise il disegno 
della basilica di Santo Andrea. Il difetto di precise no- 
tizie su tale argomento mi indusse ad insistere nella 
ricerca di documenti che valessero a fissare le date rela- 
tive alle opere ed alla dimora dell'Alberti a Mantova , ed 
a togliere per tal modo ogni incertezza. Se io abbia rag- 
giunto lo scopo , valga a chiarirlo la corrispondenza del 
marchese Gonzaga col celebre fiorentino. 

Le prime relazioni di Lodovico coll'Alberti devono ri- 
sultare da convegni personali, poiché il primo documento 
che ci venne dato scoprire ammette già che F insigne 
artefice avesse dimorato in Mantova e fosse in stretta 
famigliarità con quel principe. Questi infatti con lettera 
13 dicembre 1459 così scriveva da Mantova : 

D.no Baptiste de AWertis (1). 

Spect. havendone la S.tà de nostro S. facto richiedere in 
prestito Vetrulio de Architectura ne parso mandarvi a posta 
questo nostro cavallaro, e pregarvi che per lui ce lo vogliati 
mandare ; e quando pur non lhavesti portato cum vui et 
che lhavesti lassato in questa terra , piazavi scriver a chi 
Iha chel ne sia dato acio el possiamo prestar a la sua Sta, 
che ce ne fareti piacere assai. 

Mantue 13 Decem. 1459. 

Nella vita dì un grande artefice il poter precisare una 
data vale spesso a chiarire il progresso del suo ingegno e 
a giudicarne le opere. Ora questo documento non ci pare 
solo importante a determinare che l'Alberti fino dal 1459, 
seppure non prima, fu in Mantova, ma lascia presu- 
li) Archivio Gonzaga , F. Il , 9, D. 2979 



A MANTOVA 7 

mere che in quel tempo attendesse a rivedere la sua 
celebre opera Dell'Arte di edificare, dappoiché aveva 
per le mani un codice di Vitruvio. Dove allora si tro- 
vasse l'Alberti , sullo scorcio del dicembre , non potei 
rintracciare : è però a ritenersi che dimorasse non lungi 
da Mantova, giacché poco appresso , cioè nel successivo 
febbraio 1460 , il Marchese , essendo a Milano , gli indi- 
rizzava una lettera a Mantova , pregandolo ad aspettarlo 
quivi , dove esso sperava di giungere fra pochi dì. 

J>,no Baptiste de AWertis (1). 

Spect. Se tardassemo troppo a venire a Mantova ve pre- 
gamo ne vogliati havere per excusati et expectarne per ogni 
modo che speramo pero in fra pochi dì esser lì. 

Mediolani xxn Febr. 1460. 

E a più valida conferma dell'asserto riferiremo per 
esteso la bella e gentile risposta dell'Alberti in data di 
Mantova, 27 febbraio 1460, la quale oltre offrire l'idea 
delle amichevoli relazioni che intercedevano col marchese, 
accenna altresì ai disegni che l'artefice aveva compiti 
per alcuni edifizi del principe. 

Illustris.me pr. post recomend. (2). 

Alla lettera della S. V. non accade altra risposta : se 
non che in questo chome impone la S. V., et in ogni chosa 
maiore quale io possa sono de bona voglia prompto sempre 
ad ubbidirvi. Adonque aspettaro. Ma perche io me sentiva 
non molto fermo della persona e alchuni prudenti amici me 
chonfortavano chio mutassi per qualche dì aere, pero pregai 
Piero spagnuolo, seg. v., provedesse in qualche una delle 
vostre ville dove io per qualche dì potessi ricrearmi. Parse 
allui et imprima a me apto luogho la f Chavriana, dove spero 

(4) F. II, 9, fi 2979. 
(2) F. II, 7, B. 2208. 



8 LEON BATTISTA ALBERTI 

ire forse sabato o lunedi proximo. De questo mi parse avvi- 
sarne la S. V., et ringratiare della benefìcentia quale io 
ricevo. Pregovi me stimiate cliome fate vostro fedelissimo 
servitore. E modoni de Sancto Sebastiano, Sancto Laurentio, 
la logia, sono facti, credo non vi dispiaceranno. 

Ex Mantua die 27 februarii 1460. 

Son v. d. 

Baptista de Albertis. 
Illu&ti 'issimo principi 

domino Lodovico Gonzaga 
dignissimo Marcìiion i 
Manine d.o meo unico. — Milano. 

Ecco pertanto determinato il tempo in cui l'Alberti 
presentava i disegni della piccola ma elegante chiesa 
di San Sebastiano (1) , il che viene a confermare quanto 
scrisse il contemporaneo cronista Andrea Schivenoglia , 
del quale ne piace riferire le parole (2) : « L'ano 1460 fu 
« principiato la gexia de San Sebastiano in di Prade 
« de Revallo , la qual gexia la fece chomenzare lo mar- 
« chexo mes. Lodovigo per uno insonio chel se insonioe 
« una note, et fo principiata tanto in freza che fo tolto 
« predij e giaronij e eh alci na che era stato chondute a 
« la porta de la Pradella per livrare la recheta de 
« quela porta ». Di questo monumento interessante alla 
storia delle arti italiane , il cui disegno può scorgersi 
nel D'Agincourt , si ponevano le fondamenta nel marzo 
del 1460 (3) , sotto la direzione del ricordato architetto 
Luca fiorentino , amico del Mantegna non meno che del- 
l'Alberti ; al quale Luca venne pure affidata , dodici anni 
più tardi , 1' esecuzione della Basilica di Sant'Andrea. Ed 
ecco pure fatto cenno , nella lettera dell'Alberti , dei mo- 
li) Di questa chiesa , che dagli Austriaci fu tolta al culto divino nel 1848, 
è a desiderarsi che per amore dell'arte, sia curala la conservazione. 

(2) Veggasi nella raccolta dei Cronisti lombardi la Cronica di A. Schivenoglia, 
pubblicata dall'eruditissimo Co. Carla D'Arco. Milano, 1857, voi. Il, p. 145. 

(3) Luca di Jacomo fiorentino scriveva l'ultimo di marzo 1460 al Mar- 
chese Lodovico: « San Bastiano e cavalo e fondamenti ». 



A MANTOVA 9 

dani per la chiesa di San Lorenzo, ora soppressa e volta 
ad uso profano , e per una Loggia , della quale non tro- 
viamo altro indizio che questo ricordo. 

Oltre tali documenti si hanno del 1460 due lettere 
del marchese Lodovico all'Alberti , in una delle quali , 
in data di Petriolo , 12 maggio , promette a Leon Bat- 
tista un beneficio , il che aggiunge novella prova a con- 
fermare ch'ei fu insignito degli ordini sacri ; come venne 
chiarito nelle note alla vita dell'Alberti del Vasari ( Fi- 
renze , tip. Le Monnier ). 

B.no Baptiste (1). 

Ven.lis. Visto quanto ne scriveti per lo beneficio de San 
Salvatore, respondemo che essendo qui non poressimo atten- 
dere a simil facende. Ma quello ve habiamo promesso de 
non abbandonarvi ve lo attenderemo advisandove che di 
San Sebastiano come sia compito siamo pur de vui contenti 
farvene provisione , ma vorremo prima far cum vui alcuni 
capituli. 

Petrioli xii maij 1460 (2). 

Nell'altra il principe scrivendo dalla sua villa di Ca- 
vriana , il 23 giugno 1460, gli parla di un maestro d'em- 
brici , che forse pensava far venire a Mantova da Fi- 
renze (3). 



(4) F. II , 9, B. 2979. 

(2) Troviamo opportuno ricordare che Lodovico , stando a Petriolo , 
il 20 maggio 1460, accennava all'ingegnere Gio. da Padova: « Voressemo 
« che vedi de far lavorare de quelle prede al modello che disse Mess. Battista, 
« perchè non porriano esser migliore ». 

(3) In questa opinione ne induce il seguente cenno di Lodovico in una let- 
tera ad Antonio da Ricavo a Firenze , 23 maggio 14G2: « Perchè haveressemo 
« gran piacere che uno vostro fiorentino quale se chiama Mro. Iusto et è suo 
« mestiere de far emhresi da coprir case, se transferisse qui a nui, ve pre- 
« gamo che in servitio nostro vogliati far che Sandro de Bortholo cognato de 
« Luca nostro tagliapetra che lo cognosce il trovi , et vui da parte nostra Io 
« confoitiati a venir fin qui elici ce ne l'ara piacere assai ». Manine eie- 
Arcu. St. , Itu. 3. a Serie , T. IX , P. I. 2 



10 LEON BATTISTA ALBERTI 

Domino Batiste de AWertis (1). 

Spectabilis amice nr. carissime havemo recevuto la lettera 
vostra cum la inclusa de messer Nicolo, et visto quanto ne 
scriveti de quello M.ro de imbrice. Respondemo che per adesso- 
non debiati far altro perche havemo preso una certa via che 
se la ne reuscisse faressemo senza tuor Mri. dal canto de 
la, quando anche non ce venisse de facto : ve advisaremo de 
quanto havereti a fare ma in questo mezzo teneti la cosa 
cussi in suspeso : vui diceti il vero che non haveressimo de 
bisogno enei venisse noma ( soltanto ) el Mag. perche gè sia 
la terra et anche gente chel intenderla : solamente se ha 
bisogno de uno che mostra. 

Capriane , xxiii junii 1460. 

Allontanatosi l'Alberti da Mantova nella prima metà 
del 1460, come pare doversi argomentare dalla prece- 
dente lettera , vi fece ritorno nel 1463 ; durante il quale 
lasso di tempo un solo argomento diede occasione al 
Marchese di indirizzare da Mantova una lettera all'Alber- 
ti ; e fu per rispondergli il 12 febbraio 1461 , che non 
gli era concesso , per le troppe spese di cui era carico, 
di assumere ai propri servigi Carlo degli Alberti , fra- 
tello a Leon Battista. 

Dno. Baptiste de AWertis (2). 

Spectabilis etc. Susceptis litteris vestris quibus nobis Caro- 
lum fratrem vestrum comendatis ut sibi apud nos locus pateat 
breviter respondemus non parum nobis molestum esse votis 
vestris prout optaremus non posse satisfacere quod libenti 
animo fecissemus si nobis adesset facultas : verum impresen- 
tiarum tante nobis expense extraordinarie et familie nostre 
et gentium armigerarum incumbunt ut non facile quos nunc 
habemus retinere possimus. Quare vos rogamus ut nos excu- 

(4) F. II , 9, B. 2979. 
(2) T. II . !» . B 29SL 



v MANTOVA 11 

satos suscipiatis. Cum autem res nostras direxeriraus quid- 
quid prò vobis et germano vestro facere poterimus liberiti 
animo faciemus ad alia queque vobis grata parati. 

Mantue., xn febr. 1461. 

Invece nell'anno 1463 abbiamo varii cenni, dai quali 
si può desumere che l'Alberti passò tutto quell'anno in 
Mantova , occupato a far procedere gli editi zii da lui 
architettati. Scriveva infatti l'ingegnere Giovan Anto- 
nio d'Arezzo al Marchese Lodovico in data di Mantova , 
24 gennaio 1463: « Ho facto tale deliberatione da non las- 
« sar mancar cosa alcuna a messer Battista , se mi nie 
« desese bene far totalmente quello chel me domanda , 
« e me o deliberato de servirlo (1) ». Il Marchese d'al- 
tronde che esigeva di essere fatto consapevole del pro- 
gresso delle sue fabbriche dai varii soprastanti ed esecu- 
tori , veniva così chiarito intorno al tempio di S. Sebastia- 
no, il 27 agosto 1463 : « Attendo a menar su una gran 
« parte de la chiesa da niezo inanzi : questo fo per cho- 
« misione de messer Battista (2) ». Un fatto , di poco 
rilievo in sé stesso, diede occasione al Marchese Lodo- 
vico di ricordare l'Alberti in una lettera indirizzata da 
Gonzaga alla marchesa Barbara di Brandeburgo il 20 set- 
tembre successivo : « Ve mandiamo tri pastelli de quat- 
« tro quaglie, l'uno de la presa facessemo heri, due altri 
« ve ne mandiamo cum tre quaglie per uno per lo 
« 111. S. mess. Alessandro , uno per messer Baptista di 
« Alberti, cum quatro quaglie dentro » (3). E finalmente 
il ricordato Luca il 27 dicembre dell'anno medesimo così 
ragguagliava Lodovico : « Messer Batista ha gran volontà 
« che si alzi luto el pavimento (di S. Sebastiano), ami 
« dito più volte saria buono far provigione di priete » (4). 

(4) F. II, 7, B. 2209. 
ì) Ibidem. 

li, 6, B. 2122 

' II, 8, lì .'~' 



12 LEON BATTISTA ALBERTI 

Io non saprei ora indicare col sussidio dei carteggi 
dell'archivio fino a quando continuasse l'Alberti a dimo- 
rare in Mantova dopo il sessantre , dappoiché non mi 
occorse di scoprire alcun documento che lo riguardasse, 
se non al principio di gennajo del 1465. A questo tempo 
il Marchese in data di Mantova ebbe ad accompagnargli 
due commendatizie , una per il pontefice Paolo II , e 
l'altra per il cardinale Francesco Gonzaga , figlio a Lo- 
dovico , le quali per le varie notizie che in sé racchiu- 
dono meritano di essere testualmente riferite. 

i 
Sanctissimo Bora, uro papa (1). 

Sanctissime pater ac beatissime d.ne mi singolarissime 
post pedum oscula beatorum ac mei humilem ac devotam 
commendationem. Venerabilis ac spectatissimus d. Baptista 
de Albertis , qui maxima mecum superiori tempore usus est 
familiaritate sepiusque apud me fuit et mini eius opera et 
servitinm nimquam defuit ita ut me illi obstrictum profitear 
cupiens impresentiarum gratiam et favorem a S.te V.ra im- 
petrare me litteris suis plurimum rogavit ut ipsi B.e V.re 
commendatum fatiam , existimans preces meas apud eandem 
prò sua in me clementia et benignitate non parum profuturas. 
Ipse igitur quod illuni propter sua in me obsequia carissimum 
habeo et sibi prò virili mea satisfacere cupio be. Vestram 
ea que par est reverentia deprecor ut eundem d. Baptistam 
mea etiam causa commendatum suscipere dignetur quicquid 
eius in illuni favoris et gratie mea intercessione collatum 
fuerit mihi ipsi in singulare munus ascribam ab eadem S.te 
V.ra cuius pedibus iterum atque iterum commendo. 

Mantue, 1 januarii 1465. 

Rev.mo D.no Cardinali. 

Rev.me. Siamo certi sapiati quanto messer Batista de li 
Alberti sia nostro et per nui in questo tempo passato se sia 

(<l) F. II, 9, B 2983. 



A MANTOVA 13 

operato in darne il modo et la via a la fabrica del nostro 
San Sebastiano dil che glie restamo obligati. Adesso el ce 
ha scritto pregandoni lo vogliamo ricomandare a la Sta. 
di N. S. et a vui per certa sua facenda gli acade. Nui certo 
il serviressemo vohmtera in tutto quello potessemo, e cussi 
scrivemo in recomandatione sua al prefato N. S. E perho 
haremo a caro che ancor vui per rispecto nostro lo habiati 
per ricomandato et gè prestadi ogni favor possibile del che 
ce ne fareti singular piacere. 

Mantue , v januarii 1465. 



Dopo questo momento , che segna la data della sua 
nuova partenza per Roma , non è più cenno di Leon 
Battista per lo spazio di cinque anni. Se non che nel 1470, 
troviamo nuovamente l'Alberti presso la corte Gonzaga; 
e questo è momento di sommo rilievo per la storia delle 
arti italiane. Il 14 ottobre eli quell'anno il Marchese, di- 
morando nell'ameno suo palazzo di Gonzaga, scriveva 
a M. Luca fiorentino : 

Havemo visto quanto per la tua ne scrivi del parere 
de D. Baptista degli Alberti circa il minuire quelli pinastri 
del portico etc, del che assai te commendiamo et poi enei 
pare cussi a lui, cussi pare anche ad nui. 
Gonzage, xm oct. 1470. 

E nel giorno 19 successivo indirizzava allo stesso 
Luca la seguente lettera : 

Dilecte noster. Havemo visto quanto per la tua ne scrivi 
de la torre se depinge et del spatio lassato per quelle lettere, 
del che te commendamo e parene che tu te trovi cum D. Bapti- 
sta de Alberti, et lo pregi che lui te faccia la forma de esse 
lettere, le quali secundo nui erano queste cioè: Iohannes Fran- 
ciscus primus Marchio Mantue etc. Se anche a lui paresse che 
le se facesse in altra forma o per altro modo, avisane. 
Gonzage, 10 octobris 1470. 



14 LEON BATTISTA ALBERTI 

L' incarico del Marchese fu incontanente eseguito ; e 
l'Alberti stesso inviandogli il motto da inscriversi nella 
torre, aggiunse eziandio il disegno di un tempio. Lodo- 
vico non tardò a indirizzare all'artefice la risposta di 
questo tenore : 

D.no Baptiste de AWertis (1). 

Ven.lis. Havemo recevuto la vostra rum quello tondo et 
lettere notate per vui che se hano a mettere in quella pictura 
de la torre, che ne piaceno, et cussi se farà secundo el parer 
vostro. Havemo etiara visto el designo de quello tempio ne 
haveti mandato , el quale prima fatte ne piace ; ma perche 
non lo possiamo ben intendere a nostro modo aspecteremo 
che siamo a Mantova; poi parlato che habiamo cura vui et 
dictovi la fantasia nostra et intesa anche la vostra faremo 
quanto ne parerà sia il meglio. 

Gonzage , xn octobris 1470. 

Questa importantissima lettera non mi lasciava dub- 
bio che sotto l' indicazione del disegno di quel tempio 
dovesse intendersi la basilica di Santo Andrea; ma pure 
restavami ancora vivissimo desiderio di scoprire il docu- 
mento che rimovesse ogni dubbio. Quando infatti, dopo 
lunghe indagini, rinvenni in un gruppo di carte senza 
data il seguente preziosissimo scritto : 

Illustriss. dom. mi post ree. Luca taglia pietre me mostra 
una lettera della S. V. sopra el titulo ad turrim etc. Per bora 
me venne in mente de far questo che sarà con queste Ir. Ite- 
rum cogìtabimus. Ceterum io intesi a questi dì che la S. V. et 
questi vostri cittadini ragionavano de edificare qui a Sancto 
Andrea. Et che la intentione principale era per bavere grani 
spatio dove molto populo capesse a vedere el sangue de Cri- 
sto. Vidi quel modello del Manetti. Piaqquemi. Ma non mi par 
apto a la intentione vostra. Pensai et congettai questo qual io 
vi mando. Questo sarà più capace più eterno più degno più 

(1) F. II, 9. 15. 298S 



A MANTOVA 15 

lieto. Costerà molto meno. Questa forma de tempio se nomina 
apud veteres Etruscum sacrimi. Sei ve piasera darò modo de 
rectarlo in proportione (1). 



Raccom. alla V. S. 



Ill.mo d.ìio meo Domino 
Marcìnoni. 



Servi tor V. 

Baptista DE Albertis 



Due fatti meritano specialmente di essere avvertiti in 
questa lettera, che è anche modello di brevità. Non fu già 
il solo Lodovico Gonzaga (come afferma il Donesmondi , e 
con esso altri storici) , il quale pensasse ad innalzare 
l'augusto tempio , che tanto decoro apporta a Mantova ; 
ma sì eziandio la pietà dei cittadini, come risulta da più 
altri documenti, ignorati fin qui ; ne fu unico l'Alberti ad 
offrire un modello della basilica , poiché è qui ricordato 
il Manetti, che noi possiam credere fosse l'architetto fior 
rentino Pietro Manetti, il quale, secondo l'attestazione del 
Gaye (2), nel 1471 sopravvegliò in Firenze l'esecuzione 
dell'ammirabile cappella dell'Annunziata , eretta a spese 
di Lodovico Gonzaga sul disegno dello stesso Alberti. 

Dopo tale documento il carteggio di Lodovico con 
Leon Battista si chiude il 25 novembre del 1470, con 
una lettera di risposta , dalla quale apparisce che l'Al- 
berti a quel tempo intendesse di fare acquisto di alcune 
terre nel mantovano, intorno alle quali chiedeva il con- 
siglio del principe. Sarebbe stato importante conoscere la 
lettera originale dell'Alberti, anche per cièche riguarda 
il vestibolo di San Sebastiano, di cui in essa era cenno; 
ma sia per la troppa ampiezza dei titoli del registro 
d'archivio, sia perchè veramente non esista, non mi fu 
dato rinvenirla. Il documento che qui riportiamo ci offre 

(1) F. II, 8, B. 2722. Questa lettera manca della data ; ma fu dettala da 
Mantova il 20, o 21 ottobre 1 470 : come può dedursi dalle due precedenti. 

(2) Carteggio inedito d'artisti ec. V'ir. 1839. 



16 LEON BATTISTA ALBERTI 

tuttavia notizia certa per determinare che sul fluire del 
novembre del 1470 operava in Mantova, il cui soggiorno 
doveva essergli tanto più caro se aveva in animo di 
acquistare un podere nella provincia. 

D. Baptiste de Albertis. (1). 

Spect. Havemo recevuta la lettera vostra insieme cuna la 
copia de quelle terre ne scriveti mandare, ad che respondemo 
che havendolo cussi de grosso examinata ne pare pur che la 
sia partita in molte peze de terra; ma perche non sapiamo 
quanto esse peze siano longinque luna da laltra, che poteriano 
anche essere cussi contigue che podio importarla, non sape- 
ressemo ben che juditio fare ; el saria anche necessario che 
intendessemo la conditione de esse terre , la bontade loro et 
che polpa hanno et similmente il pretio, et questo non se pò 
dire se prima non se fano vedere et examinare. Et perche in 
questa volta habiamo da fare in questi nostri castelli , assai 
presto se appressaremo a quello loco nui gli manderemo per- 
sona intelligente de li nostri che vedera cum lochio et se 
informara del tuto cum ogni diligentia poi ne refferira, et nui 
in questo ve daremo quello consiglio che pigliaressemo per 
nui, et de questo siatine sechuro et certo che in le mane 
nostre non sarete punto ingannato. Havemo visto quanto ne 
scrivete del lavorerò del portico di S. Sebastiano, et come dal 
canto vostro sarete apparecchiato di dare quelle misure et 
modi di lavorare de che assai ve ringratiamo , e cussi nui 
mandaremo Luca nostro inzegnero per far la provisione de 
quanto se havera a fare dal canto nostro , e vui gli farete 
intendere quanto bisognara che nel vero havemo gran deside- 
rio si attenda a formare esso portico in anti che se facia altro. 
Gonzage , 25 novemb. 1470. 

Da questo momento non è più fatto ricordo dell'Al- 
berti se non per incidenza in due documenti in data di 
Firenze , l'uno del 27 aprile 1471 , nel quale Pietro del 

{]) F. Il, 9, B. 2985. 



A MANTOVA 17 

Tovaglia , incaricato dal principe Lodovico di trattare 
dell'erezione della cappella dell'Annunziata, conforta il 
marchese a continuare nel primo progetto, malgrado l'op- 
posizione dei Fiorentini , riferendogli il giudizio dell'Al- 
berti : « Messer Batista dicie e chosi a sempre detto che 
« sarà più bella cosa che vi sia, e che chostoro nollo 
« intendono perche e non sono usi a vedere simile chose, 
« ma che quando lo vedranno fatto che parrà molto più 
« bello che la crocie ». L'altro del 3 maggio successivo 
è una lettera dell'architetto Giovanni da Gsaviola, colla 
quale accompagna ai 9 marchese Lodovico un nuovo di- 
segno della cappella dell'Annunziata, interessandolo a 
volerlo preferire a quello che già erasi incominciato ad 
effettuarsi. « Mostrai, è detto in esso, el modello a mes- 
« ser Battista; parvegli non si potere quasi altro fare. 
« Florentie, 3 maij 1471 ». 

Dai quali due cenni apparisce che fino alla metà 
dell'anno 1471 l'Alberti dimorava in Firenze : dopo di 
che l'archivio di Mantova non valse più a fornirci no- 
tizie dell' insigne architetto. 

Ora a compimento di questa memoria rimane solo di 
aggiungere che, adottatosi il progetto dell'Alberti per il 
tempio di Santo Andrea, si fecero, nel dì dell'Ascensione 
del 1471 , le prime offerte dei cittadini , tra i quali in 
quel primo anno figura Lodovico per 300 ducati , e il 
cardinale suo figlio per 200, come può scorgersi dall'unito 
documento al 

Massario (1). 

Perche se possa dar principio a la fabrica de la giesia de 
S. Andrea nui a questa Ascensione vorressemo se comenciasse 
a fare qualche bella offerta et cussi nui habiamo terminato 
darli 300 ducati, et il Cardinale nostro ne darà duecento; 
haremo a caro che tu parli cum queste arte, e persuadere a 

(4) F. II, 9, B. 2985. 

Auch. St. Ital., 3." Serie, T. IX, P. I. 3 



18 LEON BATTISTA ALBERTI 

tutte de fare qualche bella offerta a la Ascensione, non dicemo 
do comparere ne pompa , ma del offerte acio se possa dare 
principio ad essa gie-sia. 

Burgifortis, 27 aprìlis 1471. 

Questo documento consuona colle notizie che il citato 
Schivenoglia registrò nella sua cronica: « Adij 6 de fe- 
<* braro 1472 fu choraenzato a butar zoxo la giexia de 
« San Andria in Mantova per volirla refare più bella (1), 
« et questo prinzipio foe fato de dinarij chera restato de 
« li offertij che se fano a la Sansione. E foe extimato e 
« dito che perlina a anij 22 se lavorarla la dita giexia 
« che vcgneria fluida de lano 1494 ». Ma se nel febbrajo 
si atterrò l'antica chiesa , solo nell'estate di quell'anno , 
allorché compivasi il vestibolo di San Sebastiano, e ve- 
niva a morte il sommo Leon Battista Alberti , si getta- 
rono le fondamenta del nuovo tempio , il che si rileva 
specialmente da lettera di Lodovico. 

Luca lapicicle (2). 

Havemo visto quanto per la tua ne scrivi del caso acca- 
duto a tua mogliere per lo quale te sei mosso ad andare a 
Mantova, che ne rincresce assai. Ma perche il factore ne dice 
che la principale rasone si e stata per Sancto Andrea che non 
se trovano boni fondamenti, da laltro lado vogliamo che per 
Dio tu vedi usar ogni diligentia e sollecitudine acio che se 
trovano boni fondamenti, perche queste sonno cose a che se 
vote metter mente e haverli gran riguardo, e cussi mesurarle 
tre e quattro volte prima che se faciano, si che per Dio usali 
ogni diligentia. 

Gonzage, xxn julii 1472. 

(1) Ad onore di Lodovico , principale promotore della erezione di questa 
fabbrica, fu coniata dal valente scultore Sperandio Miglioli, nell'anno 1475, una 
medaglia, nella quale è figurato' il Marchese in atto di accogliere la Fede e Mi- 
nerva. Vcggasi l'opera del co. Carlo D'Arco: Delle arti e degli artefici mantovani. 
Mantova, 1857; voi. I, pag. 75. 

(2) F. II, 9, B. 298G. 



A MANTOVA 19 

Ben oltre quarant'anni occorsero prima che avesse 
compimento il solo corpo principale di quel tempo prodi- 
gioso, nel quale, al dire del Niccolini (1), « la ragione del 
fabbricare vi è maestrevolmente osservata ; ma nell' in- 
terno , il genio di quelle antiche bellezze che vi adunò 
l'architetto , oltraggiato da ciò che chiamasi moderno mi- 
glioramento, quasi disparve ». Il quale giudizio sulla parie 
moderna , se forse è troppo severo , non è pero ingiusto 
del tutto , ove si rifletta che la nuova aggiunta della cu- 
pola , per la quale si versa dentro la chiesa una luce 
troppo imperiosa , distrusse quel senso mistico e religioso 
che era nel concetto dell'Alberti. 

Noi tuttavolta al metter piede in quel sacro recinto ci 
sentiamo commuovere profondamente lo spirito, e ci sem- 
bra di udire il grande artefice presagire colla coscienza 
del genio l'effetto dello splendido monumento da lui con- 
cepito, che veramente può dirsi eterno, degno, lieto. 

(4) Elogio dell'Alberti Firenze, Le Monniw. 



20 LETTERE INEDITE 

limi grammaticale, in quo confidimi, cessaturum. Si ego dixero 
Lutheranis : transeamus per ignem, et qui cremabitur , non est a 
Deo : numquid audebunt ? et non confusi sibilis a populo exploden- 
tur ? putas me instar (forse : isthaec) non audere ? Pater meus Do- 
minicus et D. Franciscus multas haereses ita sedarunt : quid ni 
eos imiter ? Si credo ex toto corde , dubitare nihil debeo , quin 
Deus vocatus adsit. Si non credo , emoriar. Verumtamen ad haec 
multis praemissis venire opus cum orationibus, tum disputationibus 
placato Deo et dempta temeritate, etc. 



Al Pontefice Paolo V (1). 

Beatissimo Padre. È naturale anche a i bruti deboli servirsi 
dell' industria contra li possenti , che però ingenium mites , vim 
meruere truces. Onci' io tutte le strattagemme che in questa causa 
ho usato , ammaestrato da esempi di savii , e da S. Geronimo al- 
legato 22 , q. 2, non per fuggir la giustitia , ma la violenza , ri- 
soluto al martirio , le finisco in questa appellatione eh' ho fatta a 
V. B., e per questa faccio protestando che col S. Ufficio io non 
uso amfibologia , perchè da quello non ho provato mai giustitia 
finta , la quale è crudele , ex Gregorio ; ma vera sempre , la qua- 
1' è compassionevole : essendo il contrario . m' offero alla pena. 
Dunque le revelationi eh' io proposi alli Beverendissimi Nuntio e 
di Caserta . e li miraculi per prova di quelle , son verissime . non 
tìnte per mio scampo ; et han di far tal fructo, eh' ogn' un sottoporrà 
volentieri alla fede santa et a V. B. la testa . né il Demonio può 
contraffarsi (forse: contraffarli) come quelli di Moisè ; né son per 
prova dell 1 innocenza mia, che fui scellerato imprudente , ma della 
verità evangelica , e revelation presente , a cui ho servito nella 
colpa mia : et se io fossi Simon Mago , V. B. è Simon Pietro. Né 
si può trattar questo gran negotio , se non in presenza di V. B. 
Perchè io non posso essere più che Ieremia, o gli Apostoli . o 
Nostro Signore, che pur con tutta la santa vita e miracoli . mirati 
odiosamente da emuli, fur afflitti e morti anche in presenza lor san- 
tificando e miracolizando. Però sendo io odialissimo in questo luogo . 

I Questa lettera nell' ordine dei manoscritti posseduti dal Bongi è la sesta 
e viene dopo il frammento di quella indirizzata allo Scioppio. 



DI TOMMASO CAMPANELLA M 

non posso in conscienza assentire a giuditio alcuno, né di ribellione . 
né d' heresia che contra me si pretende , poiché il Principe è tanto 
irato contra me , che non mi vuol ascoltar una parola sola ; ha- 
vendo sette anni ascoltato li possenti nemici , Carlo Spinelli , il 
Principe della Roccella suo nepote, il Baron di Caglialo, il Baron 
della Bagnara, il Gonsiglier Sciarava fabro del processo, et li re- 
velanti falsi, fatti cavalieri, come gli altri soprascritti premiali, et 
gli adherenti loro, che son quasi tutto il Regno: né ci é huomo che 
possa parlar per me ch'è subito tenuto per sospetto. Et questi si 
vendon per difensori della Maestà regia divina , da me , secondo 
loro , offesa. Hor chi può opponersi ( benché non fosse com' io se- 
polto ) a tanta influenza, se non lo Spirito Santo, che sta in 
V. B. , che est haeres universorum , etc. Rex Regum , etc, Princeps 
Regum terrae , index vivorum et mortuorum? A cui fu detto : Quis 
es tu, ut timeas ab nomine mortali? in Isaia (quando però vuol 
camminar con lo Spirito , e non con la prudenza della carne , cui 
est annexus spiritus timoris ) et altrove : Portae inferi non prae- 
valebunt , etc. Sola V. B. in questa causa straordinaria , nella quale 
sempre quasi erraro li giudici inferiori, e spesso li supremi, può 
fuor di timore e d' ira , e di voglia venduta, esaminar questo ar- 
gomento ; come tutti Profeti . Apostoli , e Nostro Signore Christo , 
anzi li philosophi buoni e savii di tutte nationi. come nota Pla- 
tone , et io ne fei un trattato . morirò nelli magni articoli del se- 
colo , sotto questo titolo d' heretici e ribelli, per zelo di stalo di 
principi e sacerdoti qui terrena sapiunt : morte moriatur Ieremias : 
quare prophetavit contra domum hanc , etc. et fugit ad Caldeos (nunc 
ad Turcas) , et rebellat contra te Amos , o Rex Ieroboam, e di Mi- 
chea : odi eum quia non prophetat mihi bona : e di tanti altri : 
Renedixit Deo et Regi, et contradicit Caesari : et blasphemat . etc. 
et demonium habet , etc. Talché può haver 1' occhio eh' io non sia 
come un di questi , ahnen come Socrate , Anassagora , Pitagora . 
Seneca o Lucano, morti con tali titoli; poiché ho esaminato ii 
Vangelio con le leggi di tutte genti con philosofica curiosità , per 
assicurarmi in questo tempo turbolento , dove omnes profìtentur 
verbis se nosse Deum , factis autem negant. Però non s'ammiri 
V. B. che li Signori Giudici non ponno qui veder il vero: doso 
me offerunt cruciatum , et clamoribus praedamnatum ( come dice 
S. Leone ) , ut non auderet Pilabu& inter tot praeiudicia illuni absol- 
vere. Ho una gran costcllation di più contro, e dove regna il 
senso e non la ragione, senza dubio le stelle vincono, ex Di\o 



22 LEON BATTISTA ALBERTI 

e signori che per honorarli si cercha dimostrare loro opere e stu- 
pendi; io baro adonche questo disigno mirabile da potire mostrare, 
che non credo che si ritrova alchunó altro de mirabile , di qua! 
ringrazio la vostra S. 

Datum ex Mantua , die xxvn aprilis 1472. 

V. F. S. Ltjcha de Florentia. 
Al march. Lodovico. 

VI (1). 

III. princeps et ex. D.ne d.ne mi sing. 

Li monazi de S. Andrea mi domandano sei se dee fare la festa 
secondo la consuetudine ali quali ho risposto chel mio parere e di 
si niente di mancho , ma parso darne aviso a quela io ho facto 
impire di quadreli chosi al suto sote al pozo (2) per formar chel 
pozo resta fortissimo siche aparando il dito pozo si poterà stare 
alongamente suso a mostrare il sangue di Cristo. 
Datum Mantue die ultimo aprilis 1472. 

V. Ltjcha de Florentia. 
Al inarchete di Mantova. 



VII (3). 

lllustrias. princips et ex. D.ne d.ne mi sing. etc. 

Perche el me scripto che la eccelentia Vostra è stata a S. An- 
drea et ha ordinato se faza una pontata dal pavimento del coro in 
su , .e , considerato che non e diccenuto i muri sicondo arannno an- 
dare dal pavimento in su , e dubito che loro non gli saperano dic- 
cenere senza me, ma me parerave che non andasse più alto cura 



quale accennando a molti particolari della prossima costruzione di S. Andrea 
dice , ■< che secondo un ^nodello, che è fasto non gli (inderà la spesa nò il tempo 
che credeva. Ciò concorda colla lettera dell'Alberti dell'ottobre 1 470 , nella 
quale si offriva di dare il disegno di S. Andrea in proporzione, e spiega que- 
sto cenno di Luca fiorentino. 

(I F. II, 7, B. 2213. 

(2) Riguardo a questo pozo o loggia, vessasi anche la citata lettera di Lo- 
dovico al cardinale Gonzaga 2 gennaio 4 4^2 

:r F. 11 . 8 , B. 2724. 



A MANTOVA. - DOCUMENTI 4,0 

li muri per lina a tanto che non sia la. Come ancora gie ordenaj 
in anze che me partisse , e anche per rispetto che ho hordinato 
alquni lavoreri e di fornaxe per principiare uno basamento de 
preta chota i quali anchora non se possono avere etc. 
Ex Gonzaga vi , julj 1472. 

V. F. S. LUCHAS T. FlORENT. 

Al marcite-se di Mantova. 

Vili (1), 

III. pri/ic. et ex. D.ne d.ne mi singul. 

Questo e solum per che quella intenda se fa alla t'abbricha de 
Sancto Andrea, de verso il monastero e facto la mitade , prenci- 
piando dal campanile et seguitando verso la segrestia, et e alzato 
al livelo de la parte aposita de verso li botegi : l'altra parte seva 
fagendo cum più solicitudine si può non se ha potuto tirarla suxo 
si tosto per difecto che glie una parte chel sie bisognato andar 
più zoxo a trovare el buon tereno e proprio in quella parte se 
retrovato tanti fondamenti chel non se ha potuto lavorar cum 
homeni asai et asi bisognato e pontelare li muri et il tereno perche 
continuo minava niente de mancho se facto bon lavorerò. 
Mantua vi augusti 1472. 



Al March, di Mantova. 



S. F. LUCHA T. DE FlORENTlA. 



IX (2). 



Luce talia petre. 

Commendamo te de quanto ne scrivi del corso levato a S. An- 
drea e del rasonamento facto cum Carlo da Rodiano, scrivemo op- 
portunatamente ad Albertino cerca ciò siche cum lui te poterai 
intendere. Nui non havemo calcina ne prede che possiamo prestare 
che sapiamo li cento ducati meglio se poriano retrare, pur sei non 
se potesse andare ale tre braza se porrà fare un brazo o quello 
più se potese a ciò che se vedesse molto bene come dovesse andare. 
Lunedì saremo a Borgoforte, poterai venire li et referire quello sarà 

;1) F. II, 7, B. 221 \ 
(2) F. II , f) , B. 2!>8<}. 



24 LEON BATTISTA ALBERTI 

facto , et se gli liavemo modo alcuno de prestare prede ne calcina, 
crediamo pur de non, el faremo volentieri. 
Gonzage , xvn sept. 1472. 

X (1). 

R. d. Cardinali. 

Rrae. Havemo visto quanto per la vostra ne scriveti del ordine 
preso per quelli trecento ducati che se trova debitore Nicolo To- 
sabezzo cum S. Andrea , come Carlo da Rodiano ne debbe adesso 
exbursare ducati cento , el resto in tante petre al pretio se ven- 
dono a denari per tutto marzo proximo, ad che respondemo che nui 
come sapeti non habiamo a tochar quelli denari , se perho poreti 
ordinare cum esso Carlo sei intenda cum quelli hanno cura de la 
fabbrica et a lor li exbursi che nui ne rimaneremo contenti et cum 
loro se pora intendere de le petre; bene valete. 
Sa viole , 26 sept. 1472. 

XI (2). 

111. prò et eoo d.ne d.ne mi sing. 

Alla parte de Sancto Andrea e glie reconzo quanto io hordinai, 
et seguitase diligentemente , per forma che domane de sera sera 
compiuto di levare tutte le capelle a livello deli pontate secondo 
lordine prexo per quele se aspeta a fare de za dala Sensa (3) e lavo- 
rassi cum vintisepte cazole ; solo resterà dà levare la porta grande 
de lindrata dela giesia. 

Ex Man tua , xm maji 1473. 

V. S. LUCHAS T. FlORENT. 

Al Marcii, di Mantova. 

XII (4). 
Bartolomeo Bonato. 

Carissime. Heri ricevessemo la lettera tua insieme cum la lista 
de quello entroe la septimana passata di che assai te commendiamo. 

(1) F. II, 9, B. 2986. 

(2) F. II, 7, B. 2214. 

(3) La festa dell'Ascensione , nella quale si esponeva la reliquia del sangue 
di Cristo. 

(4) F. II , 9, B. 2987. 



A MANTOVA. - DOCUMENTI 25 

Et porche nni lassassemo ordine chcl se facesse la offerta a S. An- 
drea deli ducente» ducati secondo usanza, et che se ricoglicssero non 
havendoli allora il modo; vedendo hora quello che e intrato da que- 
ste traete ne pare et vogliamo che tu te trovi cura Petro Philippo 
al quale etiam scrivemo opportunamente sopra ciò et tegliate due- 
cento ducati de questi de le traete et li dagiati ali deputati sopra 
la fabrica che sono il massaro Rectore Iacopo do Capino e Valente 
dicendoli che nui gè li dagemo et lassamo sopra lo consientie loro 
che li distribuiscano corno glie parerà el meglio et in persona che 
parerà più bisognose che nubiano aver da essa fabrica. 
Ex Aquis , 8 maii 1475. 



XIII (1). 

Luce ingeniarlo. 

Havemo visto quanto per la tua ne scrivi del giunger de quelle 
potrò , et de pctre et de quanto altro e fatto a San Sebastiano dil 
che assai te commendiamo. 
Godìi, 28 junii 1475. 

XIV (2). 

111. pr. et ex d.ne d.ne mi observande. 

Questo dì è arivata la nave qualo a condute le prietc di visen- 
tina. Io manderò a farle discharigare : bisogna che V. S. scriva a 
Zuani Antonio che provega agli huomini e le altre chose che acha- 
derano al discharigare o chondur al palazo le dite pricte. A San 
Bastiano si e murato duo archi , zove quello di mezo e un altro 
quello da man destra allo intrare ; mancha a murare due pezi di 
volto osia darcho de prieta viva e quali si bisognia a fare no sera 
sanza un pocho dintervallo oc 

Data a Mantova a dì 24 giugno 1475. 

V LUCHA FlOKKNT. 

Al March, di Mani. 



"lì F. II, 0, B. 2787. 
(2) F. IT , 8, U. 2726. 

Ar.cn. St. Ital., 3.» Serie, T IX , P. I. 



26 LEON BATTISTA ALBERTI 



XV (1). 



TU. d.ne mi singid. Le clocedoto mesi che io fui assolto delf 
carico del conto de la fabricha de Sancto Andrea de la iiuale pa- 
trone del vida era creditore de lire 6G7. 13. 2 per calcine date per 
essa fabricha : a questo Natale proximo sera uno anno de questo 
suo credito. Io ne exbursai per lui a mess. Baldassare da Castiglione 
L. 600 et L. 67. 13. 2 li ha exbursato Potrò Antonio de Guarncri 
uovo depositario questo anno per compimento de dicto credito. 
Mantue , 7 dccembre 1475. 

Ces. V. Fidelis scrvus 

ALBERTINUS DE PAVEX1IS. 



Al Marchese Lodovico. 



Illusi, d.ne nostre 



XVI ($. 



Illustriss Altro circa ciò ce accade se non perche Luca nostra 

ingegnerò ne scrive che a S. Andrea non se lavorato no se lavora 
perche lui licenzio quelli muratori glie fue ordinato ne mai per li 
operarii de la fabrica glie stato proveduto de altri et clic havendolo 
ricordato novamente a Johanino de Bardclone non pare se ne curi 
ne li altri operaii se trovano a Mantua, et a questo modo la fabrica 
de S. Andrea e interessata che ne rincresce certo et scrive esso 
Luca che se a mi pare el trovara altri maistri 3uflcienti , essendo 
absentc , corno siamo , male poteressemo havere il cervello a que- 
sta facenda. Johanino nel vero e homo da bene, ma in questa fabrica 
lui anche ha certa sua opinione differente da quella de Luca hares- 
semoa caro vedestive di parlare cura quelli operarii et chel se gii 
pigliasse qualche partito che questa opera digna non se interlassasse 
che ce ne fareti piacere assai. Questa opera non se pò far senza 
Luca perche non glie altro che la intenda che lui; perho seria pur 
necessario se intendessero cum lui. 

Se nui fussemo a casa vedercssemo pur pigliare qualche partito 
a questa facenda do S. Andrea. Johanino e persona da senno , comò 
havemo dicto, ma el non intende questi lavoreri sutili perche e 
usato far suo caso e fenili) in villa et va dreto alla derata et (pio 



TI 11,7, B. 2214. 

ì) F II o, [s 2988 



A MANTOVA DOC1 MKNTI 27 

i< belle cose non so possono far sonza gran spesa; per Dio vedeti 
se gli può pigliare qualche buon modo che non se intarlassi lopera 

Ex Balneis , xx sept. 1477. 

XVII (1). 
In litt.il ìli. 'Ine. <lnc nostre. 

Post scripta. Benché nui havessamo scritto ([uclo che vedereti 
circa il lavorerò che oramai saremo do octobre ne più se poterà 
far cosa che andasse bene maxime in questi lavoreri sutili, ad noi 
ne pare sia meglio non far altro per questo anno se non tanto 
quanto scrivemo a Luca nostro inzegnero ma el ne paro bene che 
se facia tal aparechio e tal provisione che l'anno che vene se possi 
far altro et miglior lavorerò che non so e facto questo anno et de 
questo vedeti parlarne cum li operarii in apportuna forma advi- 
sandone che nui ne facemo mazor conscientia chcl se getti via 
spesa alcuna circa questa fabrica do S.to Andrea che sei lavorerò 
fosse notro proprio quando poi saremo ritornati a casa vederemo 
anche nui de parlar con tutta quella brigata et pigliarli qualche 
buon partito. 

Ex Balneis , 20 sett. 1477 

XVIII (2) 

Luce Lapicidi 1 . 

Dil. n. v Havemo visto quanto per la tua ne hai scritto cussi circa 
il lavorerò della casa del Mercato corno anche de S.to Andrea dil 
che assai te commendiamo et rispondendo al bisogno saressemo 
contenti che de questo lavoro de S.to Andrea tu ne havesse più 
presto dato aviso et non aspectare il tempo fosse tanto binanti per- 
che non vedemo horamai se gli potesse far cosa che andasse bene, 
et maxime dove va opera de intaglio et perho ne pareria fosso me- 
glio lassar stare questo anno de farli altro salvo sei non te paresse 
rincuzare qualche cosa de quello che se guastasse per il zelo per 
lo verno passato et anche sei te paresse che questo che se rincu- 
zasse adesso non fusse per durar et chel zelo che ha avenirc lo 
dovesse guastare per non potersi sugare a tempo perchè ora mai 
saremo in octobre come tu vedi saria anche meglio lassare star 



[■1] F. II, 9, 15. 2988. 
'%) F. II 'J, H. 8988 



28 LEON BATTISTA ALBERTI 

questo per non bùtare via la spcxa , ma ci ne pareria bene chcl 
se vedesse ad ogni modo da far tal aparecliio et monitione in que- 
sto mezo che l'anno che vene el se potesse poi fare un bon lavo- 
rerò et migliore che non se facto questo anno. 
Ex Balneis , 20 septembris 1477. 

XIX (1). 
RI. p. et ex. dne. dne. mi. singl.e , 



E questa perche havendo lunedi principiato di lavorare a S.to 
Andrea per vuolgere quella terza chapella 

Anchora o scrito a Firenze per 4 maestri taja prieti por far la- 
vorare quelle priete de S.to Andrea , perche qui non ne che pos- 
sino lavorare , sono tutti amallati et io o mandato a Verona per 
due volte e chome gli anno lavorato otto di sono infermati. 
Ex Mantua , 24 sett. 1477. 



Al march. Lodovico. 



Luce Ingeniario. 



V. S. M. Lucha. taglia prieta. 
XX (2). 



Dil. noster. Rispondendo alla lettera tua no piace chel se forni- 
sca de voltaro quella terza capella in S.to Andrea poiché sono posti 
li centuli et che glie dato principio aciò che li centuli non se gua- 
stano et anche perchè non se zeti via quello poco e fatto a levarli 
siche siamo contenti la se fornisca , non essendo dubbio de zelo 
comò ne scrivi 

Ex Balneis , 27 sett. 1477. 

XXI (3). '■ > 

Luce de Florentia. 

Respondendo ala letera tua ne piace de quelle petre del portico 
de S.to Sebastiano che siano poste ad opera ce. 
Godii, 26 maii 1478. 

(1) F. II, 9, 15. 2988. 

(2) F. H , 7 , B. 2215. 

(3) F. II, 9, B. 2988. 



A MANTOVA. - DOCUMENTI 29 

XXII (1). 

D.no Cardinali Mantuano. 

Hebbi anchora la lettera de quella do vm circa la fabrica de 
S.to Andrea , e mi pare che V. S. habbia posto bono ordine e fatto 
tal provisione che judico non se li pora usare occulti trabalci in 
detrimento de essa fabrica , et de li advisi quella me ha dato , 
ringratio la S. V. laudando molto quanto circa ciò ha operato quel- 
la , che come ho ditto le provisione fatte sono optime : e dappoi- 
ché la S. V. ad utile dessa fabrica se dignata pigliare questa cura 
essendomi nuovamente scritta questa lettera inclusa da M.ro Luca 
benché li sia una parte del mio edifìcio me parso mandarla a quella 
acio che la intenda per horiginale proprio tuto quelo ne vene scritto : 
et appresso s'altri boni provedimenti la posa adj ungerli quel altri 
che li parerà meritare qualche parte de questa lettera. 
Ex S.to Benedetto x settembre 1480. 

XXIII (2). 
Rev.mo D.no Card.li Mantuano. 

R.me. A me pare che questi deputati ala fabrica de S.to Andrea 
farano per lo meglio a portarse per altra forma per lo advenire ad 
utile de essa fabbrica che non demostreno haver fatto lìn qui e non 
tediar più cum certe altercatione la R.a S. V., la qual può statuire 
et ordinare quelli modi gli pare se debano servare comò per l'altra 
mia etiam gli scrisse rendendome certo che poi non potevano cossi 
de facile ridur suspitione duno de laltro de agravar la fabrica, et 
disponga la R.ma S. V. come gli pare e piace de le sottoscretione 
inventarli et altri conti over provisione se habiano a fare che tutto 
quello la farà serra ben facto , etc 

En S.to Bcnedicto , xn sctt. 1480. 

XXIV (3). 

D.no Card.li Mantuano. 

La santitate de N.ro Sig.e ha mandato a dimandare li denari 
che si sono riscossi qui per la cruciata , et scranno circa doa millia 



{V, F. II, 


9 , B. 29<M 


(2) F. II , 


9, B. 2991 


(3) F. II 


9, B. 2991 



30 LEON BATTISTA ALBERTI 

e trecento ducati. La S. V. sa che la continentia de la bolla prima 
era clic questi tai denari dovérasse spendere contra el turche- overo 
ad pias causas. Lo edifìcio di S. Andrea qui haveria grande bisogno 
de subsidio , essendo necessitate de farii quasi ad un tempo una 
bona spesa per coprirlo et seria opera piissima adiutare questa 
fabrica. A noi non è parso de lassare levare de qui questi denari 
fin tanto non habia risposta de V. S. de questo nostro scrivere : 
per lo quale prego quella voglia supplicare alla S.te préfacta sia 
contenta de condonare a questo edifìcio quella parte de dicti dena- 
ri , che li parerà e piacerà, e subito ci resto sera mandato secondo 
comandara soa Beatitudine , ben prego la S. V. che voglia vedere 
possa di ciò bavere presta risposta, 
Mant. , 22 iUnii 1481 (1). 

XXV (2). 

Massario g.rali et Presìdentibus fàbrice S.ti Andree. 

Chariss.mi el R.mo M.or Protonotario ne scrive haver facto clec- 
tione do Paulo de Castelbarcho in loco del q. suo padre a tener el 
conto de la fabrica de S.to Andrea, richiedendone che la vogliamo 
approbare. Siche per satisfactione de sua R.ma S.a et per remune- 
ratone de la lunga servitù del padre : parendone bona la conflr- 
mamo et vi dicare mo per quello se aspecta a nui essere contente 
et volere che dieta electione habia loco (3). 

En Palatio n.ro Portus , xv sett. 1401. 

XXVI (4). 

Atti presidenti della fabbrica de S.to Andrea. 

Dil.ti nostri. La S.ta di N. S. mi ha compiaciuta de una ple- 
naria iridulgentia per chi visitasse quella nostra chiesa de S.cto 
Andrea nel tempo delle station di Roma come appare per un Breve 
di S. Beatitudine qual havemo mandato in le mani di Ven.i Canc.i 



(1) Due altre lettere furono pubblicale dal D'Arco , relative alla costru- 
zione di S. Andrea, una in data del 13 sett. 4490, pag. 2'ò op. e; e l'altra del 
30 maggio 14t»i pag. 30, amendue dei presidenti della fabbrica, e riguardanti 
oggetti di amministrazione- 

(2) F. Il , 9 , B. 29G0. 

(3) Lettera di Isabella d'Este Gonzaga. 

(4) F. II, 9, B, 2909. Registrimi litter. Isabella^ 



\ MANTOVA. - DOCUMENTI 31 

et Cap.lo della, dieta chiesa. Et perche lo intento della pred.cta 
S.ta et nostro è che tutte le elemosine che se percepiranno siano 
dispensate per soccorso e beneficio di quolla fabrica , volemo che 
sii v.ra impresa de intromettervi cussi nel scodcrla , come de 
farne tener fedel conto ; si che li denari non habiano ne possino 
dispensarsi se non a questo sol effetto per il qual ci siamo mosse 
ad impetrar da N. S, la indulgenza predicta (1). 
Bononie x Maii 1530. 



(1) È questo l'ullimo documento che ci fu dato scoprire intorno alla parte 
antica di Santo Andrea, per la quale difettavano gli alti della Chiesa medesi- 
ma. Per ciò che riguarda l'epoca posteriore sappiamo che l'attuale primicerio 
della chiesa, Monsignor Savoia, si occupa con diligenti ricerche a mettere in- 
sieme tutte quelle notizie, di cui abbonda il suo archivio, e che varranno ad 
illustrare le arti mantovane- 



UNA LETTERA 

DI SER MATTEO FRANCO 



Pubblicando a questi giorni nella Scelta di Curiosità 
letterarie (1) una lettera di ser Matteo Franco, io scriveva 
di lui : « Le rime burchiellesche con le quali Luigi Pulci 
« e Matteo Franco buffoneggiavano insieme in finte batta- 
« glie, giostrando e badaluccando a sollazzo della brigata 
« medicea cui appartenevano ambedue, sono oggi da molti 
« citate , sebbene difficile il trovarle quasi quanto lo 
« intenderle. Tuttavia pochissimo nota è la vita e la 
« qualità d'uno de'giostratori : ser Matteo di Franco di 
« Brando della Badessa, piovano di san Piero in Sillano, 
« di san Clemente a Pelago , di san Lorenzo a Monte 
« Fiesoli , canonico fiorentino , familiare e continuo com- 
« mcnsale della Santità d'Innocenzio Vili. I quali 
« benefizi ed onori , non che dar maraviglia del vederli 
« cumulati sulla chierica d'un rimator burchiellesco , 
« amico dei Medici, parranno anzi piccola cosa, chi ram- 
« menti le condizioni de'tempi vissuti da lui , quando la 
« Curia non riteneva spesso altro ufficio che di ammini- 
< strare in prò delle ambizioni private il pingue patri- 
« monio della Chiesa. A voler poi spiegare e le bizzarrie 

H Bologna, Romagnoli- 



UNA LETTERA DI SER MATTEO FRANCO 33 

« del poeta e le fortune del prete cortigiano , dalla sua 
« prima cappellania sino ai favori pontificali , gioverebbe 
« raccogliere la bella messe che offre l'Archivio Mediceo 
« di lettere del Franco , per uno spazio di circa venti 
« anni sino al 1494 , che fu quello della sua morte » (1). 
La lettera pubblicata in quel fascicolo è una descrizione 
che il Franco fa a ser Piero da Bibbiena , cancelliere del 
magnifico Lorenzo de'Medici, del ritorno di madonna 
Clarice Orsini moglie di Lorenzo dalle acque del Bagno 
a Morba nel Volterraneo. Ora un'altra lettera del Franco 
al medesimo ser Piero mi dà occasione di mettere assieme 
da'documenti alcune notizie sulla vita intima della fami- 
glia Medici , e al tempo stesso su fatti e costumi del 
quattrocento ; le quali non mi paiono senz'attrattiva di 
novità e d'importanza. 

Lorenzo avea spedito ser Matteo a Roma nella prima- 
vera dell' ottantotto, per accompagnarvi la Clarice e la 
giovinetta Maddalena , fidanzata a Francesco Cibo figlio 
di papa Innocenzio Vili. La Clarice, già da lungo tempo 
malata, lentamente languiva, vicinissima ormai di pochi 
mesi alla morte : e il male , rincrudendo quel suo carattere 
austero e cruccioso, la faceva di conversazione anche 
più diffìcile che non fosse stata innanzi. Pochissimi, fra 
i letterati e i cancellieri della famiglia , andavano a'versi 
alla gentildonna di casa Orsini ; la quale allevata ne'si- 
lenzi del suo palagio baronale , e fra le severe grandezze 
della città santa, non si era mai del tutto piegata a 
quella libera e popolana vivacità, che negli amici e 
ne'dotti clienti del suo marito potè spesso parerle non 
altro che un elegante cinismo. Ma, tra' pochissimi, niuno 
le era caro quanto il Franco. A que'giorni poi in Roma 
la compagnia d'un uomo destro e servitore affezionato 
come lui , le era , per le cose della famiglia , non che 



(1) Un viaggio di Clarice Orsini de'Medici nel 1485, descritto da ser Matteo 
Franco (nelle citate Curiosità ), pref. pag. 3-5. 

Argii. St. [tal., 3. a Serie, T. IX. P. I. 5 



34 UNA LETTERA 

utile, necessaria, con due matrimonj alle mani: Piero 
con l'Alfonsina Orsini, eia Maddalena col signor France- 
schetto. La Clarice era venuta a condurre la figlia e 
prender la nuora. Avea poi da ringraziar il pontefice 
della promozione recentissima del suo Giovanni al cardi- 
nalato : ma a questo faceva egregiamente le parti di 
Lorenzo l'ambasciator fiorentino in Roma, vecchio ed 
espertissimo diplomatico , messer Giovanni Lanfredini ; 
e Piero medesimo , che si aspettava di giorno in giorno. 
Però il secondo matrimonio, quello della Maddalena, 
dava da pensare a'genitori. Le cose di Franceschetto non 
erano così bene accomodate come la sua condizione 
doveva dare a credere : e a Lorenzo , a cui forse tali 
nozze erano state un mezzo o una condizione pel cardi- 
nalato di Giovanni , non piaceva che il pontefice , lento 
di sua natura e dubitoso, indugiasse a provvedere. Que- 
sta spina gli rimase nel cuore , anche dopo fatta sposa 
la figlia : e come più d'una volta ne scrisse poi libera- 
mente a Innocenzio (1), così fin d'allora se ne sfogava 
col suo Lanfredini. 

Intendo (scrivevagli a dì 10 d'aprile) quanto dite della 
Clarice , e dispiacerai ; benché non mi sia novo el male suo. 
A lei ho scritto la cagione che forse farò soprastare un poco 
più Piero ; ma lei non guardi a questo se li pare meglio ve- 
nirsene , ancora che vorrei potesse commodamente aspettare 
l'Alfonsina. 

Desiderrei la Magdalena venissi seco , perchè pure è 
molto fanciulla, e la casa del signor Francesco male ordi- 
nata , et ancora per consolazione della Clarice : ma vorrei 
fare questo effetto con buona voluntà e sanza una minima 
displicenzia o di N. S. o del signor Francesco , e non che 
altro, lo riceverrei in grazia, e mi piacerà ogni opera che 
ne farete. E se il signor Francesco volessi poi a San Gio- 



ii) Vedi alcune delle Lettere di Lorenzo il Magnifico al S. P. Innocenzio Vili ec, 
pubblicate da D. Moreni ; Firenze , Magheri, 4830. 



DI SER MATTEO FRANCO 35 

vanni, o quando li paressi, venire a vedere questa terra, 
non mi dispiacerebbe punto; come ho ragionato con messer 
Giorgio Italiano suo uomo , che si truova qua : el quale , pa- 
rendomi gentile persona et affezionato al signor Francesco , 
ha fatto meco alcuni discorsi a proposito suo, e mostro quanto 
faccia per lui assodare il fatto di Santa Severa , perchè com- 
prendo sia importante et utile. A me pare che N. S. in que- 
sta e nell'altre cose sue vadi molto freddo, e che insino a 
ora abbi a' gangheri quel poco che ha ; che s oltre al bene del 
signor Francesco , mi duole che la figliuola mia abbi a sten- 
tare , e sono mezo disperato di questa e dell'altre cose, veduto 
la lunghezza , la varietà , e la poca cura che se hanno alle 
cose di costà (1). 

Sulla fine di quel mese partì Piero per Roma, insieme 
con Giovanni Tornabuoni , zio materno di Lorenzo , e 
con messer Angelo da Montepulciano. Lorenzo n'avea dato 
l'annuncio al Lanfredini il dì 16 : 

Piero mio doverrà partire fra pochi dì , per venire per la 
moglie et ancora per conforto della Clarice. La quale se 
sarà in termine da potersene venire , mi piacerà assai : intanto 
fate non gli manchi nulla , come intendo s'è fatto insino a 
ora, e la opera di madonna Baccia terrò bene a mente (2). 

Questa medesima madonna Baccia troveremo ricordata 
nella lettera del Franco. La brigata si trattenne colà 
una ventina di giorni ; e il desiderio di Lorenzo , di ria- 
vere almeno per un po'di tempo la Maddalena , racco- 
mandato da Piero al cognato fu adempiuto. Verso il 20 di 
maggio, la Clarice co'novelli sposi e la Maddalena, « quel- 
la fanciulla ch'era un occhio del capo suo (3) » , si ricondus- 
sero a Firenze, Trovarono Lorenzo infermiccio , al solito, 

(4) Archivio di Stato in Firenze. Carteggio Mediceo avanti il Principato , 
filza ux , e. 453. 

(2) Carteg. Med. cit- , ux, 456. 

(3) In una lettera di Lorenzo, nella filza citata. 



36 UNA LETTERA 

di renelle , tornato in fretta dalle acque per la morte 
della più giovine figliuola , la Luisa fidanzata a Giovanni 
di Pierfrancesco de' Medici. Il doloroso caso ( scriveva 
uno de' cancellieri medicei) « hacci tutti ravilupati: e 
« d'una grande allegrezza, ci troviamo in grandissimo 
« dispiacere ». Onde appena smontati, se n'andarono al 
Poggio a Caiano « per otto dì , tanto che passi questo 
« breve tempo di corrotto » (1). 

Ma il nostro ser Matteo non era tornato con loro. Fin 
da' 12 di marzo egli era a' Bagni di Stigliano : e ciò ch'e' 
ci facesse , lo descrive , con quella sua larga e briosa 
vena, nella lettera che dà occasione a questa Notizia. Sti- 
gliano, antica villa dell'imperatore Ostiliano (2), a trenta 
miglia da Roma , da Bracciano otto , è (quale lo ha de- 
scritto di veduta nel 1853 il signore Scipione Cappello) 
« un luogo situato alle falde di alcuni monti, che facendo 
« seguito ad altri sui quali poggiano le terre di Tolfa e 
« di Allumiere , hanno termine al Lago di Bracciano. 
« Ivi appunto s' incontrano e si congiungono alle altre 
« colline più o meno erte , che retrocedendo in cerchio 
« attorno a Stigliano presentano allo sguardo un dopo 
« l'altro i ridenti paesi di Canale, Manziana , Oriolo, 
« Monte Virginio , estendendosi per Sutri a Viterbo da 
« un lato , mentre per l'altro volgono a Civitavecchia ; 
« Corneto ec. (3) » Della medesima descrizione diamo 
qui alcune altre parti che ai lettori di quella del Franco 
non sarà forse discaro confrontare; avvertendo innanzi, 
come il Franco ci attesti quello di che l'opuscolo del signor 
Cappello non fa cenno, essere stato Stigliano nella signo- 
ti) Lett di Ser Giovann'Antonio cancelliere all'orator Lanfredini, de'25 mag- 
gio- Cart. Med. cit., lix , 169. 

(2) « Da una pergamena dellArchivio di Santa Maria in Via Lata apparisce, 
« che in quel luogo fu una villa dell'imperatore Ostiliano, onde il nome di Sti- 
« gliano ». Questa notizia, e la comunicazione del libretto che cito qui appres- 
so, debbo all'amichevole cortesia di Domenico Gnoli da Roma. 

(3) Stigliano descritto da Scipione Cappello romano nel giugno 1853; Roma, 
tip. Tiberina, 1854; di pag. 16 in 8vo, a pag. 3. 



DI SER MATTEO FRANCO 37 

ria di Franceschetto Cibo , almeno a'tempi di Innocen- 
zio Vili , e perciò una di quelle « piccole castella » che 
insieme con l'Anguillara e Cervetri narra il Guicciardini 
aver egli più tardi vendute, con grave scandalo d'Ales- 
sandro VI e del Moro, all'aragonesco Virginio Orsini. Cote- 
sta vendita delle castella già pontifice , procurata da Piero 
de' Medici e per secondi fini aiutata dal re aragonese di 
Napoli , fu, secondo che nota il Guicciardini (1) , una delle 
piccole cagioni del grande e fatale incendio che divampò 
nel 1494. Anche Stigliano ha dunque la sua paginetta 
di storia medievale, ed ahimè anche da queir angolo di 
terra italiana la storia ci rammenta italiane colpe e 
sventure ! 

« Stigliano (scrive dunque il signor Cappello) è uno 
<< dei molti feudi che possiede l'Ecc. ml famiglia Altieri 
« in quelle parti. La concessione in enfiteusi da essa 
« fatta di recente ai signori Tittoni e Zenitter , ha resti- 
« tuito a quelle acque la vitalità la rinomanza e il cre- 
« dito. Abbandonato quel locale alla cura di un custode 
« che vi risiedeva durante la stagione propizia all'uso 
« de' bagni termali, vi convenivano soltanto le genti 
« de'paesi vicini. Era un vecchio castello , sfornito di 
« tutto per servire ad uso di alloggio ai bagnanti. Questi 
« erano al coperto dal sole e dalle intemperie dell'aria 
« mercè le nude muraglie, che servivano di sostegno a 
« quel mal sicuro edifizio mancante di tutte le comodità. 
« Recavano il letto, le imbiancherie, gli attrezzi di cucina, 
« e persino le provviste dei commestibili, riunendosi più 
« famiglie per avere in comune la stanza , la tavola ed 
« il bagno. Dovevano i bagnanti far uso delle acque ri- 
« strette in una sola ed ampia vasca dove tutti corre- 

« vano ad immergersi Mercè lo zelo e i dispendj fatti 

« senza risparmio, potè ottenersi la suddivisione del Ba- 
« gno grande in dodici camere balnearie ben custodite e 

(1) Stor. d hai., lib. I. E Stor. di Fir. , cap. x. 



38 UNA LETTERA. 

« difese dalle intemperie dell'aria. Si riuscì pure ad ap- 
« prontare un discreto numero di stanze e di sale per al- 

« loggiarvi gì' infermi Il fabbricato di Stigliano non 

« presentava , come dissi , che il lugubre aspetto di un 
« vecchio rudere , e l'avanzo di nude muraglie. Un ca- 
« dente muro di cinta lo circondava : a guisa d'un vec- 
« chio castello del medio evo , offriva l'apertura di un 
* arco senza porta che introduceva al piccolo spiazzo , 
« dove si osserva da un lato la cappella rurale isolata 
« dagli altri fabbricati ; dall'altro il locale destinato 
« ai bagni ed agli alloggiamenti. I restauri fatti alla 
« chiesa, fornita non ha guari anche di una cam- 
« pana , non che i lavori murari già ultimati e gli altri 
« che restano a compiersi , offriranno in breve un numero 
« di stanze e di locali sufficienti al maggior comodo 
« ed al più esteso numero de' bagnanti.... Il locale del 
« Bagnarello , che dista circa dugento passi dallo stabi- 
« limento, è stato per intiero costruito.... Sono stati egual- 
« mente costruiti due comodi ponti con ripari, transita- 
« bili anco dai legni : e ciò per facilitare col primo l'ac- 
« cesso da Roma allo stabilimento , e per agevolare 
« coll'altro il passaggio dallo stabilimento al locale del 
« Bagnarello , ed evitare i rischi che s' incontrerebbero 
« nel transito di due torrenti , che attraversando la 
« strada circondano interamente il fabbricato grande dei 
« bagni (1) ». 

Ma lasciamo Stigliano e la moderna restaurazione 
del castello balneario, già rabberciato quattro secoli in- 
nanzi dal bizzarro prete fiorentino ; e diciamo qualche 
altra cosa di lui e de'suoi signori. 

Scriveva Lorenzo al Lanfredini l'ultimo di maggio : 

A me piacerebbe sommamente che avendo a venire di qua 
el signor Francesco , mandassi inanzi el Franco per mettere 
ad ordine la casa ; perchè io sono solo in tante occupazioni 

(I) Opusc cit. , pag. 5 e 6. 



DI SER MATTEO FRANCO 39 

che non posso supplire a tante cose. Se '1 signor Francesco 
si risolve a mandare lui , sollecitate che venga el più presto 
che si può (1). 

Ma o le sue faccende de'bagni , o qualche altrafsimile 
bega , ovvero la volontà del Cibo o del papa ( non cer- 
tamente la sua propria ) lo trattennero ; poiché non ap- 
parisce eh' ei tornasse a Firenze , ne innanzi al signor 
Francesco , come voleva Lorenzo , né pel san Giovanni 
con lui. A' 21 di giugno giunse « messer Franceschetto 
« Cibo in Firenze , a ore ventidue , con una bella com- 
« pagnia e cavalleria, con molti cittadini et imbasciadori 
« e giovani principali ; e scavalcò nella casa sua, che 
« fu de'Pazi, molto bene adorna e parata con panni et 
« arazi et argenterie , come a ogni gran signore si 
« conviene ». Quest'annunzio togliamo da una lettera 
privata di quel giorno medesimo , nella quale , segui- 
tando , è detto : 

In questo Sangiovanni s'apparecchia una bella festa e di 
nugole e di spiritelli e carri et altri festivi edificii et inge- 
gni populari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive 
ordinarie altre volte : e tutto si fa per cagione di messer 
Franceschetto, e perchè il popolo nostro si trova in buona di- 
sposizione e letizia. Questo dì infrascritto s'è fatto una mo- 
stra per tutte le botteghe d'ogni ragione , bellissima , di 
tante gentili cose e riche , e drapi broccati e gioie e perle 
et argenterie , che è suto una cosa stupenda et miranda bel- 
leza (2). 

Pochi giorni appresso ser Piero Bibbiena raccontava 
più largamente quelle feste all'orator Lanfredini : Fran- 
ceschetto avea voluto andare all'offerta con gli altri cit- 
tadini fiorentini del Gonfalone delle Chiavi , fra gli ap- 

(!) Cart. Med. cit. , lix , 173. 

(2) Arch. Stat. Fior. Arch. di Badia, Familiarum, tom. v, f. 316. Carteggio 
di Benedetto Dei. 



40 UNA LETTERA 

plausi della plebe che gridava « Cibo e Palle » , e dei 
contadini « venuti nella città per vedere il figliuolo del 
papa > ; e per onor di lui erano stati fatti da sei « di- 
ficii e trionfi », dopo dieci anni e più da che non si 
vedevano in Firenze , i quali a Sua Signoria erano pa- 
niti « maravigliosi et opera divina » (1). Così dopo 
« dieci anni » da che la tragedia de'Pazzi , macchinata 
nelle aule romane , aveva interrotti in Firenze i carne- 
vali e i sangiovanni medicei, un festeggiamento di fa- 
miglia al figliuolo del successore di Sisto IV faceva ri- 
prendere quelle pompe e quelle allegrie « ordinarie al- 
tre volte » : e la casa del novello cittadino « sotto il 
gonfalone delle Chiavi » , e genero di Lorenzo de'Medici, 
era il palagio del cavaliere Iacopo de'Pazzi , trucidato e 
gittato in Arno dalla plebe pallesca del 1478. 

A quel primo soggiorno di Francesco Cibo in Firenze 
si riferisce eziandio un aneddoto conservatoci , poguam 
pure con qualche ornamento , dall'elegante Serdonati 
nel suo commentario biografico sopra Innocenzio Vili. 
« Francesco in andando a Fiorenza a dare compimento 
« alle sponsalizie , menò seco molti cavalieri e nobili 
« personaggi , e in somma il fiore della nobiltà romana. 
« In Fiorenza fu ricevuto con grande magnificenza, ed 
« insieme co'suoi fu riccamente alloggiato. Ma poi Lo- 
« renzo , pigliando piacere d'esser col genero domesti- 
« camente , e forse sperando per tal via guadagnarsi 
« meglio la benevolenza del papa, lo teneva quasi di con- 
« tinuo a mangiar seco famigliarmente con mezzano ap- 
<i parato, e, come s'usa dire fra noi, alla casalinga. Onde 
* perchè comunemente pare che i Fiorentini sieno tenuti 
« parchi e stretti nello spendere, gli cadde nell'animo 
« che que' gentiluomini ch'erano venuti seco ad onorare 
« le sue nozze non fosson trattati nella medesima guisa; 
« e ne stava assai dolente, temendo che poi in Roma 
« non si facesson beffe della città di Firenze, e de' pa- 
li) Cart. Med. cit. Cfr. Fabp.oni, Vii. Laur. Med., II, 386, no. 217. 



DI SER MATTEO FRANCO 41 

« renti suoi ; e non s'arrischiava domandare come pas- 

« sasse la bisogna, temendo di non trovar quello che 

« non avrebbe voluto. Ma occorse che un dì , uno di 

« que'gentiluomini romani molto suo domestico, veggen- 

« dolo stare così pensieroso , lo richiese della cagione ; 

« ed egli rispose che tuttoché conoscesse Lorenzo suo 

« suocero uomo di gran valore , tuttavia sentiva dispia- 

« cere che per l'uso della città o per qual si voglia altra 

« cagione , quei gentiluomini fossero trattati troppo alla 

« domestica ; e ciò diceva essergli grave per conto loro, 

« ma che a ciò porrebbe rimedio con partirsi tosto, e 

« poi in Roma era per ricompensare ogni loro disagio e 

« disgusto che avessono. Maravigliossi il cavaliere di 

« questo parlare ; ed intesa di poi la cagione , gli disse 

« che fosse sicuro , che se il papa medesimo fosse quivi 

« alloggiato ov'erano loro , non averia potuto essere più 

« splendidamente e con più bell'ordine trattato carezzato 

« servito e onorato , che si fossono tutti loro ; e che non 

« si potea desiderare punto più di quello che era loro 

« fatto. Rallegrossi grandemente Francesco di questo 

« avviso , e non potè contenersi che non raccontasse 

« poi la cosa al suocero : il quale con molta dolcezza 

« gli rispose, che altro modo si deve tenere co'flgliuoli, 

« nel qual grado aveva accettato e teneva lui , e altro 

« coi forestieri e nobili personaggi , quali erano que'che 

« seco eran venuti ; perchè a loro s'usavano più splen- 

« didi trattamenti , sì per li meriti loro che il richiede- 

« vano , sì per rispetto e onore di lui ; ma che poi nel 

« rimanente non facea differenza da lui ad uno dei pro- 

« pri figliuoli. La qual cosa fu poi a Francesco di grande 

« sodisfazione , e il papa altresì , essendone avvisato , 

« ne prese gran diletto , e tutti ammirarono il giudizio 

« e la prudenza di Lorenzo in tutte le cose così pubbli- 

« che come private » (1). 

(4) Vita e fatti d' Innocenzo Vili scritta per m. FrancescoSkrdonati jiorcntinocc. 
Milano; Ferrarlo, 1829 a pag. 59-61. 

Argii. St. Itai.., 3. a Serie , T. IX , P. I. 6 



42 UNA LETTERA 

Di tutto questo , a dir vero , non parlano le lettere 
di Lorenzo , le quali invece raccontavano al Lanfredini 
le sue gite col genero a' poderi del Poggio , e la conso- 
lazione per la cara presenza della Maddalena , e i timo- 
ri ogni dì crescenti per la salute della Clarice ; ed una 
cosa strettamente gli raccomandavano : operasse in modo 
col pontefice , che il signor Francesco , il quale , nono- 
stante l'avere , come vedemmo , presa casa in Firenze , 
pensava già di tornarsene e di ricondurre la moglie , 
la volesse ancora un poco lasciare in Firenze, se non 
altro ad assistere la sua povera madre. Il Lanfre- 
dini tanto s' ingegnò, che fece da Innocenzio incaricare 
il figlio di certa commissione per Perugia : la quale , co- 
mecché Lorenzo ( cui stava a cuore l'avvenire di lui) 
la giudicasse grave troppo e superiore alle mediocri sue 
qualità, ebbe di buono che lo indusse a lasciar in Fi- 
renze la Maddalena, partendosene egli il 5 di luglio. La 
mattina del 30 madonna Clarice potè spirare tra le brac- 
cia della figliuola diletta , mentre Lorenzo , nuovamente 
infermiccio , era tornato a passar le acque a Spedaletto. 

Maddalena visse poi in Roma , finché , dopo la morte 
e del magnifico Lorenzo e di papa Innocenzio, France- 
schetto non determinò di ridursi in Firenze , sotto l'om- 
bra ( come dice il Guicciardini ) di Piero de' Medici ; che 
fu quando vendette le castella all'Orsini. Quei quattro e 
più anni di soggiorno romano furono alla giovine sposa 
travagliatissimi da malattie , da laboriose gravidanze , da 
languori fisici e morali , e più che altro , crediamo , dal 
male di nostalgia che ella attaccava anche al povero 
Franco. Ser Matteo , fedele al suo ufficio e alla sua di- 
letta padroncina , suo segretario, maestro di casa,* cuoco, 
infermiere, e nell'ore d'ozio poeta, scriveva dalla casa 
di Franceschetto « in Burgo sancti Petri » (1) agli 

(1) Butte ardi, Diarium , Pont. fon. Vili ; Fior- 4854; a p. 95: dove però descri- 
ve l' ingresso di raad. Clarice in Roma fuor d'ogni ragione di tempo e di cir- 
costanze di fatto. 



DI SER MATTEO FRANCO 43 

amici fiorentini, specialmente a ser Piero Bibbiena, lun- 
ghe e curiosissime lettere : le più però malinconiose e 
stizzite, come d'uomo che mal s'adattava ai costumi 
romaneschi e della pontificia famiglia genovese , e riso- 
gnava sempre il suo Firenze, e Lorenzo, e le geniali 
brigate del palagio di via Larga. Quelle lettere sono 
piene tutte della sua « fanciulla », com'egli seguitava 
con paterna confidenza a chiamarla ; né si possono leg- 
gere senz'affezionarsi a quella singolarissima natura di 
uomo. Egli descrive i mali di lei con la diligenza d'un 
fisico e la delicatezza d'un filosofo ; raccoglie le opinioni 
dei medici, le vaglia, le confronta, ne invoca altre di più 
illustri e valorosi ; giorno per giorno, ora per ora, segue 
coti l'occhio quella gracile e gentil creatura, pensa «di 
chi l'è figlia », e si sdegna con chi l'ha per moglie. Non 
che Franceschetto non le voglia tutto quel bene ch'ella 
vuole a lui ; ma questi genovesi, cominciando da Sua San- 
tità, son certa gente che ser Matteo non ci ha il suo 
sangue: trascurati , indolenti , senza un riguardo al mon- 
do. La Maddalena non è avvezzata così. Franceschetto 
torna a notte avanzata (il Franco dice ch'è stato «agiu- 
care»); intanto la «fanciulla» non ha chius'occhio. Poi 
l'avrebbe bisogno d'uscire a far un po' d'esercizio , pren- 
der un po' d'aria ; la si rammenta , poverina , delle sue 
belle colline del Poggio e di Fiesole. Ma nessuno la con- 
duce. Appena ch'ella qualche volta debba recarsi da Sua 
Santità. Ed ecco che s'ammala ; e il Franco in faccende: 
eccolo dar ordini alle fantesche , preparar brodi , scaldar 
la camera. Se è convalescente e passeggia lentamente 
per la casa, chi la sostiene è il Franco : e quand' ella 
stanca e mal disposta , si getta a giacere su un tettuc- 
cio , non le manca un'arguzia , una novella del suo cap- 
pellano ; forse un motto fiorentinesco , un' imagine d' in- 
fanzia, un ricordo della buona sua madre, le valgono 
meglio de' farmachi. Povero ser Matteo ! E dire che il 
compenso di tante cure , di tanto amore , di tanta virtù 



44 UNA LETTERA 

era che Sua Santità lo aveva nominato « suo continuo 
commensale » ! 

Che bene gli volesse « la fanciulla » , è da imagi- 
narsi : ma bisogna dire che anche Franceschetto , al 
quale, in fondo , il pretazzuolo fiorentino faceva un po' da 
curatore , riconosceva la rettitudine dell'animo suo e i 
benefizi. 1 due sposi si vergognavano di non aver fatto 
nulla per lui , e che Lorenzo medesimo lo avesse racco- 
mandato inutilmente al pontefice. Fin dall'ottobre dell'ot- 
tantanove Lorenzo avea scritto al Lanfredini : 

Restami a raccomandarvi el Franco nostro , del quale e 
Voi et altri mi avete scritto sì bene del servire suo verso la 
Madalena , che oltre a una mia molto antica disposizione 
naturale di beneficarlo , sono .constretto ancora per questi 
nuovi meriti suoi dirvi l'animo mio. Lui mi ha fatto inten- 
dere a questi dì di certa pratica che tiene con alcuni per 
ottenere qualche beneficio, e mi richiede del consiglio e parere 
mio. Io credo poterlo aiutare più di favore che di parere , 
perchè quanto al pigliare più uno partito che un altro me 
ne rimetterei alla prudenzia sua. Di quello che io posso ser- 
virlo, voglio farlo caldissimamente, che è raccomandarlo a 
Voi , al quale sono certissimo sarà molto facile operare per 
lui , perchè so che lo amate e che sapete è delle prime e 
care creature di casa mia. Di poi questi nuovi meriti, come 
dicono, obligono ancora Voi. Raccomandovelo in effetto con 
tutto el cuore mio , e vi priego , Giovanni , a luogo e tempo 
mostriate a N. S. quanto io desideri qualche suo bene , e 
che in quello che el Franco desidera per al presente parti- 
cularmente , et in genere per lo advenire , lo serviate come 
solete quelli che hanno e privilegii che ha lui in casa mia (1). 

Ma, o l'occasione mancasse , o la indolenza del pon- 
tefice ne avesse colpa , il Franco rimaneva ciò che egli 
era al suo giungere in Roma , salvo quel saporito e fu- 
moso titolo di « commensale pontificio » , e qualche mi- 
ti) C art. Med. cit. li, 714: 30 ottobre 1489. 



DI SER MATTEO FRANCO 45 

glioramento ne' suoi beneflcietti fiorentini. Neanco la ve- 
nuta in Roma di Giovanni de' Medici, che vi si stabilì 
come cardinale, sembra mutasse la condizione di ser 
Matteo. E si era al 1492. In quell'anno, fra la morte di 
Lorenzo, che fu d'aprile, e quella del pontefice sul ca- 
dere del luglio , quando la casa della Maddalena per la 
morte dell'unica sua fìgliuolina era visitata da un'altra 
sventura, si presentò l'occasione di far del bene all'o- 
nesto cappellano ; e i suoi padroni , anche in mezzo ai 
lor dolori , non la lasciarono sfuggire. Questa è la lette- 
ra che Franceschetto e la Maddalena scrissero a Piero , 
perchè d'accordo con lo zio arcivescovo, Rinaldo Orsini, 
procurasse al loro « schiavo e martiro » un canonicato 
di duomo , che rimaneva vacante in que' giorni. 

Magnifico mio fratello Piero. Da l'oratore vostro fioren- 
tino e così dal vostro Rmo. cardinale , al quale ne ho quanto 
ine è patito l'animo scritto, arete inteso le nostre seconde 
lacrime de la nostra fìgliuolina morta. Non replicare per non 
rinnovar più morti : solo pregaremmo Iddio ne faccia fine 
qui , e che ne consoli la tribulata Magdalena , che a venni 
modo se ne po' dar pace ; in modo che tanto suo affanno niente 
me lascia di lei e de la creatura che ha in corpo riposare 
con P animo , e massime per qualche sua indisposizione , come 
da Monsignore intendente. Or Iddio ne conforti et aiuti; e 
Voi ancora, quando ne scrivite, ve priego a confortarne , che 
certamente assai bisogna. Et de hoc satis. 

Restami dirvi come bisogna vi facciate esecutore di Mag- 
dalena e mio col vostro Rmo. Monsignore , e che per sua e 
mia consolazione ve adoperate tanto che Sua Signoria ex 
corde ce conceda una grazia che per le persone nostre pro- 
prie li abbiamo dimandata ; e questo si è questo canonicato 
di messer Carlo de' Medici per il nostro e vostro schiavo e 
martiro Franco : quale per nostro e vostro amore è in Ro- 
ma , invecchiato infermato et impoverito , e con gran nostra 
vergogna; che de le gran pene che abbia Magdalena et io al 
core , è questa da non li aver mai potuto fare bene alcuno. 
Che se voi come noi sapessi , Piero , quanto si è affannato 



46 UNA LETTERA 

sempre qua in nel onore et utile di casa nostra , et in nele 
malattie di Magdalena e mia, e massime in questa ultima 
de la morta bambina , non vi cognosco sì ingrato che non vi 
venisse voluntà de farli altro bene che d' uno canonicato 
de xxx ducati. E cussi , come ho scritto a Monsignore , ne 
pare a Nostro Signore et a qualunche sa i soi portamenti 
qua. In conclusione confortate Monsignore a scusarsi con 
ogne omo a cui tal canonicato avessi promesso cento volte , 
col mostrare essere più obbligato a Magdalena (non vo'dir 
a mi) che a nisuno altro. Il quale canonicato per dono e 
grazia in nostre proprie persone dimandiamo ; et acertate Sua 
Signoria che lo vogliamo in ogne modo; e dite a Sua Signo- 
ria che se vedesse cogli occhi Magdalena in nel letto, con 
tanti cordiali prieghi dimandarvi di grazia questa cosa , e 
da F altra banda il martiro Franco, amalato per i tanti 
stenti patiti sotto le nostre cose , che se vergognarla darli 
questo canonicato per sì piccola cosa. Et or perchè a Sua 
Signoria ad longum se n' è scritto , non mi distenderò più : 
solo vi farro questa conclusione , che tal canonicato vogliamo 
ad ogne patto; e se non per li obblighi che abbiate col Franco 
voi di costà , per quelli che li abbiamo noi , quali sappiamo 
meglio noi che altri. 

Magdalena et io ci racomandiamo a voi tutti, e preghiamo 
vi ce conserviate sani , e che sopra tutto il nostro Innocenzio 
vi sia , per ultimo nostro remanente , racomandato. Romae , 
ultima maii mcccclxxxxii. 

Frater Frane. Cibo. 

Di mio cuore e mano vi scongiuro, fratello caro, facciate 
tanto con Monsignore , ci faccia uno dono di questo canoni- 
cato; perchè lo voglio in ogni modo, che me lo pare meritare. 

Soror Magdalena Cibo de Medici 
manu propria (1). 

E il 23 di giugno di quello stesso anno i canonici fioren- 
tini , capitolarmente adunati « receperunt in canonicum 

(1) Cart. Med. cit , xiv, 28Ì. 



DI SER MATTEO FRANCO 47 

dominimi Mathaeum Franchi (1) » ; e un d'essi , messer 
Angelo Ambrogini daMontepulciano, significava la gioia 
di questo fatto a Piero de' Medici con una epistola latina 
che è fra le sue stampate (2), e che nel volgare caro al 
buon Franco avrebbe suonato pressappoco così: 

Lascia ch'io ti ringrazi, o mio Piero, d'avere spesa auto- 
rità ed opera perchè fusse fatto de'nostri canonici ser Matteo 
Franco, che sai quanto grande amico mi sia. Uomo degno, in 
verità, e di questa e d'ogni altra onoranza, a marcio dispetto 
di certi invidiosi. Egli entrò in grazia al sapientissimo padre 
tuo per le sue piacevolezze e urbani tratti, scrivendo quelle 
rime in volgar burchiellesco lodate oggi per tutta Italia. Mi 
ricordo anzi che tuo padre t' insegnava da piccolino, così per 
sollazzo, alcune di coteste rime, delle più facete; e tu le bal- 
bettavi in conversazione, e le aggraziavi con certi tuoi attucci 
fanciulleschi. Del resto il Franco non è meno amabile, a di- 
scorrere e trattar seco familiarmente; e per motti e storielle 
ed altrettali curiosità, vale tant'oro, congiungendo in bella ma- 
niera all'arguzia la discrezione, come colui che nulla ha di scur- 
rile , nò di licenzioso , né d' inopportuno , né fuor del propo- 
sito , né a caso o alla ventura. Cosicché il padre tuo Lorenzo, 
nelle sue villeggiature e andando a'bagni , se lo conduce- 
va seco per piacevole compagnia. E quando la Maddalena 
tua sorella passò a nozze in Roma , glielo mandò appresso 
come consigliere , acciocch' ella giovinetta inesperta che non 
s'era mai staccata da' panni della madre, avesse al bisogno 
un amico di casa accanto a sé. Conveniva adattarsi laggiù a 
nuovi costumi e diversi: ma il Franco, svelto insieme e pa- 
ziente, ci si è guadagnata universale benevolenza, e la Mad- 
dalena è come se avesse con sé tutti i conforti della casa 
paterna. Sento ch'egli è molto ben visto da N. S. e da alcuni 
cardinali; que' tuoi ministri del banco, poi, lo portano in palma 
di mano. E a dire che in poco di tempo s'è talmente impra- 
tichito delle cause e del foro romano, che in questa materia 



(4) S i.vini, Spogli dall'Archivio Capitolare; Cod. Morticeli. A, 4G5. 
(2) A. Politiaki, Epistolarum , Iib. xn , x; 42. 



48 UNA LETTERA 

non è oggimai risguardato degli ultimi ! Egli è insomma , il 
nostro Franco , uno di que'versatili ingegni , che si trovano 
bene per tutto e con tutti. Dove poi è maestro , è nella 
domestica economia , perchè spertissimo d'ogni occorrenza , 
e da sapere , come fa , non solo prescrivere alla servitù il da 
farsi, ma eziandio il modo e la misura. Aggiungerò un suo 
pregio singolare : che per diligenza nel procacciarsi gli amici, 
per fedeltà nel conservarli, e' non ha chi lo valga. L' intrinsi- 
chezza fra me e lui è ormai conosciuta ; e passiamo, grazie a 
Dio , per una delle rarissime coppie d'amici. Tanto che penso 
tu m'abbia fatto canonico un'altra volta, ora che hai aggiunto 
al nostro capitolo lui, cioè un altro me; parendomi in persona 
di lui ricevere onore non meno che nella mia propria. Addio. 

Poco appresso moriva il pontefice , e Franceschetto 
lasciava Roma per istabilirsi in Firenze. Il Franco po- 
teva chiamarsi pago e contento , salvo che nella sua 
Firenze e presso la Maddalena non erano più ne Lorenzo 
né madonna Clarice , buone memorie ! Chi gli avesse 
detto che appena due anni rimanevano a Piero de' Me- 
dici , da potere offrire al cognato ospitalità nella patria! 
Ma il canonico pallesco non vide il triste giorno della 
cacciata. Quasi fosse destino che i più affezionati alla 
fortuna medicea si disperdessero in su l'avvicinarsi della 
sua rovina, anch'egli, come Giovanni Pico come Angelo 
Poliziano , moriva nell'autunno del 1494. 

Isidoro Del Lungo. 



A ser Piero Dovizi da Bibbiena , cancelliere del Magnifico 
Lorenzo de' Medici, a Firenze. 

fratello mio reverendissimo dulcissimo e buono, dove 
se' tu ora? che fai? come stai? Ètti però sì tosto uscito del 
cuore el tuo Franco, che mai mangia bee dorme o sogna altro 
che l'anima sua ser Piero ? Eimè che io non lo crederrò mai ! 
anzi piutosto stimo che ti dolga et abbi pena che sì di rado 



DI SER MATTEO FRANCO 49 

ti abbia scritto; e che ti dolga che io non sia apresso a te, 
alla tua brigatina et alle tue cose; e che ancora ti dolga, più 
che d'altra cosa, che tu non vegga il frutto che aresti desi- 
derato di tante tua semenze sì sollecite sì amorevoli e buone, 
di tante tua sviscerate lettere scritte in mio favore , di tante 
racomandigie e bene detto al patrone di me , di tanti tua 
concetti fatti in su la fede e amore che in me avevi, ecc.: le 
quali cose tutte a un tratto e mi rallegrono e mi ratristono; 
mi rallegrono , per la felicità di sì buono e vero amico; e mi 
ratristono, pensando che tanta vostra fatiga abbia a esser 
vana senza mia colpa. Ma , o ser Piero mio dolce , non vi 
sbigottite per ancora di me, come io non fo di Voi; e ritraete 
del tutto bene ecc. 

Conciosia cosa che, prima, infino a oggi noi abbiamo auto 
onore grande , idest il vostro Franco come Franco e a'patroni 
et a voi et a sé ha fatto onore , a dispetto de'maligni vele- 
nosi e traditori invidi ecc. Venni: e per la via, e nella stanza 
di Roma , con quanto amore e masserizia discreta io seppi , 
feci tanto onore et utile ai padroni , che questi qua hanno 
molte volte e con parole e dimostrazioni dimostro diveder- 
sene; e tanto più, quanto più sono stato discosto e quanto più 
hanno provato altri, ecc. De'danari ricevuti per tutte le spese 
di questo tempo , prima e nimici mia con quante notomie si 
può fare d'un uomo, a bottega a bottega addì addì et a partita 
a partita , in quelle prime molestie che intendesti , dua volte 
mi riveddono e conti; e tornò in modo, che e'rimasono sotto 
tutta la mia calunnia, in modo che si ridissono e vergognorno: 
di poi questi del banco qua dua volte , una in presenza di 
Madonna e una poi al banco, ironsi ecc. E tanto dall'una 
parte e dall'altra fu conosciuto l'amore e fede mia e diligen- 
zia, come, per loro pubblico parlarne, più volte mi dette nelli 
orechi, che io perdono a tutti ogni cosa. Saldato che io ebbi 
ultimamente e chiarito tutto, che non vi si trovò meno se non 
circa a ventotto lire, che dovettono esser di zacchere dimenti- 
cate quando l'uomo spende a minuto; che non saria gran fatto 
che io avessi meno el cervello l'anima et il corpo non che 
ventotto lire, in tante diavolerie e persecuzioni ecc.; che forse 
una volta maladi' l'anima e '1 corpo a Voi a Lorenzo et a chi 
mi aveva mandato in questo inferno. Ma di tutto Iddio ci ha 

Ancn. St. [tal., 3.» Serie, T. IX, P. I. 7 



50 UNA LETTERA 

aiutato", perchè di Lorenzo vostra, e mia prima buona inten- 
zione per certo non dovea né potea avere tristo fine. 

Tutte queste cose, ser Piero mio, vi debbono pure come me 
confortare ecc. Dipoi , non vi poterei dire quanta grazia et 
amore mi ha dimostro Madonna Clarice, infino a dire due otre 
volte che '1 Signore avea una poca discrezione a tormigli , di- 
cendo: « E' vede pure come io sto, e che io non voglio che uomo 
mi spenda e mia danari se non el Franco, e che io non voglio 
mangiare nulla se non per le sua mani ; e poi nostra inten- 
zione non fu di dargliene, perchè ce lo sotterrassi qua in uno 
bosco: e' fare' molto meglio per lui per madonna Maddalena e 
per la sua casa, di tenerlo a presso a sé, ecc. » E di questa ra- 
gion cose cento volte. E di già ha due volte mandato per me , 
poi che io sono qui ai Bagni, e tenutomi due o tre di per volta ; 
tanto che '1 Signore mi ha auto a cacciare ai Bagni ecc. 

Dissesi che Magdalena ne venia con Alfonsina a Firenze; 
e di già si era fatto listra e ricordo di quello che essa avessi 
addimandare al Signore per questa sua venuta: in su la quale 
listra dicea, fra l'altre cose, che dimandava come avrebbe 
voluto la tale et la tal cosa. 

« E più un cappellano , che vorrei il Franco, 
« E più uno che mi scriva alle volte qualche lettera , che 
ancora sarà buono el Franco , 

« E più vorrei la collana della Signoria Vostra per questo 
tempo sto a Firenze , 

« E tali veste, e tali staffieri ecc., se vi paressi ecc. » La 
quale listra essa la dette la sera al Signore; e lui, letta che 
l'ebbe, rispose: « Ciò che mi dimandi volentieri ti darò, ec- 
cetto che il Franco e la collana mia ecc. > Rispose la fanciulla: 
« Madonna Clarice vuole che venga in ogni modo. » « Et io 
vo' resti meco in ogni modo. Non hanno a far più nulla del 
Franco , un tratto 1' à Lorenzo donato a te ; et io voglio che 
tu '1 lasci qua a vedere e fatti tua , che queste entrate di 
questi Bagni vo' che sien tua. Tu vedi bene che io non ho 
uomo che non mi rubi. Egli ha fatto più utile lui in quindici 
giorni che v'è stato , che non hanno fatto tutti gli altri mia 
unciali là , poi che io ebbi Cervetri ecc. » 

E queste parole in forma mi conferì la mia angiolina pa- 
trona e signora , che n' ha forse pianto una volta la poverina 



DI SER MATTEO FRANCO 51 

con madonna Baccia del mio venire e stare qua, che mi scrive 
detta madonna Baccia che ella mi ricorda e chiama a ogni 
ora; che se non fussi questo, e la memoria di cotestui costà 
mia anima e mio proprio cuore , che in ogni mia maggiore 
tribulazione come mi ricordo di lui, per dio vero, ser Piero, 
che ogni maninconia mi fugge , et èmi sì buona pittima al 
cuore che proprio questo mi ha tenuto questo tempo l'anima 
in corpo , ecc. , che altrimenti mi saria cento volte morto. 
E basti. Arei a seguitare di poi , quanto giorno per giorno 
intenda che il Signore di me si lodi, e come spero aver tanto 
onore di questi Bagni che mi crescerà gran ecc. , e cento 
altre mia speranzuole d'amici presi e modelli fatti in Roma; 
ma per non vi rompere più il capo , lascierò ire : basta che 
con voi mi sono un poco sfogato ; che mi parea necessario 
darvi di mio essere parte di raguaglio. 

Io sono di già stato qui ai Bagni a Stigliano da' dodici dì di 
marzo in qua fermo , da quelle dua volte in fuora che dico 
che madonna Clarice mandò per me; et òcci di già fatti ponti 
chiese e spedali, che nulla non ci era; e dipoi ridotti tutti 
questi Bagni alla toscana, che vi venga cacasangue. La stanza 
schifa, che il Bagno a Morbo è un Careggi a comparazione; 
aria maladetta ; uomini turchi ; cose pessime ; e dì e notte a 
combattere con bravi, con soldati, con bari, con cani velenosi, 
con lebrosi, con ebri, con pazi, con tristi, e con romaneschi: 
quando sto al cuoco, quando al fornaio, quando alla taverna, 
quando all'oste degli albergatori , quando fra gli argomenti 
e'capirotti e malati allo spedale, quando al mereiaio, quando 
al pezicagnolo , quando allo speziale, quando alla lavandaia, 
quando al cavallaro, quando al corriere, quando al medico, 
quando al prete ; e quando , anzi non quando , nella merda 
a gola. Perchè tutti questi ufici e cose ho condotto qua , che 
non c'era se non le mura, e quelle meze : in somma ho auto 
a condurre in questo bosco dalla piccola cosa alla grande, di 
ciò che bisogna per forse dieci mila persone, che verranno que- 
sti dua mesi a questi Bagni, acciò che ogn'uomo, d'ogni comodità 
che gli potessi venir voglia, si possa servire qui pe' sua danari. 
E sonci solo sopra tutte queste cose: che, poi che gli è 'sto mag- 
gio, mai è stato giorno che non ci sia stato 100 o 150 persone , 
piene le camere e letta e piaza e tutto', che è stato tal dì che 



52 UNA LETTERA 

ce ne sono stati più di 300. E i più ci stanno tre giorni e 
vanno via : io gli ho a raccettare tutti , e dare le spese , e ser- 
virgli di ciò elle volessino che da loro non avessino recato , di 
erba biade e strami, e insomma d'ogni cosa ; e di tutto m' an- 
no a pagare , che credo in questo anno avanzarne per madon- 
na Magdalena più di quattrocento ducati, se Iddio mi ci tiene 
sano. Òcci condotto , tra cuochi tavernai fornaio e molti altri 
ufici che ci accaggiono , circa a venticinque ministri a salario: 
che se vedessi el vostro Franco in queste tempeste e inferno 
e mechanclieria , oste di questa grande osteria di diavoli, per 
Dio ve ne increscerebbe; che ognuno mi conforta con dire che 
Cristo sarà ben dal mio, se io non ne cavo o qualche mazata 
coltellata briga o infermità , e che mai uomo ci stette che 
n'uscissi netto , che sia ringraziato Iddio di tutto. Pure io sono 
di franco animo ; e ho tanta fede in nel mio ben fare , che 
spero averne onore , che a Dio piaccia. Inflno a qui ho forse 
preso cento ducati; e sonci venuti d'ogni ragione gente. Se 
co' tristi non ho guadagnato , non ho anco perduto ; che la 
maggior parte se ne sono partiti contenti ; e cogli uomini da 
bene , cortigiani , signori e altri , me ne pare avere guada- 
gnato assai d'amore e grazia, che poi che son ritornati a Roma, 
mi hanno scritto e presentato anco. Spero trovare un dì qualche 
preziosa gioia ; che in culo al Lucifero Maggiore spererei , 
servendo el mio amore et Iddio Lorenzo o le sua cose. Vale. 

Addì 6 di maggio 1488. 
Vostro Franco in battaglia ai Bagni a Stigliano. 



£5TUr>I CRITICI 

INTORNO AL REGNO DI ODO ACRE (1 



I. La conquista d' Italia per Odoacre venne comune- 
mente dagli storici considerata come il fatto che chiude 
gli annali dell' evo antico , e apre quei di una nuova età. 
Ma a chi ben riguardi il carattere di questa conquista e le 
relazioni in cui essa pose l'Italia verso il bizantino im- 
pero , apparirà chiara la erroneità di siffatto giudizio. Ed 
in vero, quali mutamenti sono accaduti per la conquista 
di Odoacre , i quali annunzino il sorgere di una nova età 
storica ? L' Italia continua ad avere i suoi imperatori , 

(1) Crediamo utile di riferire qui le fonti dalle quali abbiamo attinti questi 
Studi, e le opere moderne che abbiamo consultate. - Le fonti di cui ci ser- 
vimmo sono : - la Vita di San Severino, scritta dal suo discepolo Eugippio (negli 
Acta Sanctorum, ed. Bollar. T. I): la Vita di Epifanio, scritta da Ennodio ve- 
scovo di Pavia (ed. Sismondi 1611); - gli Annali dell'Anonimo Valesiano, che furono 
scritti nella prima metà del VI secolo: - l'opera di Jordanis, sulle origini e le geste 
dei Goti, che è circa un compendio delle Storie gotiche di Cassiodoro, andate per- 
dute (Muratori, R. I. S., T. I); e l'altra dello stesso autor.e sulla Successione dei regni 
che è veramente di lui , e perciò di gran lunga inferiore alla prima : - la Cro- 
naca di Marcellino Conte , che arriva fino al 534 , e fu poi continuata fino al 551 
Vedasi su di essa la Memoria di Waitz , nelle Notizie della Società delle Scienze 
in Gottinga , 1865: - la Cronaca di Isidoro di Siviglia, e la Istoria Miscella , la 
prima composta nel secolo settimo, e la seconda nel secolo ottavo. 

Fra le opere moderne ricorderemo qui solamente quelle che si riferiscono 
f.iù direttamente al nostro soggetto, rinviando la citazione dell'altre ai luoghi 
in che si farà di esse menzione. 

Hartmann de Odovacre , 1863 - Budinger, Storia austriaca I, 1858- Du- 
Roure, Theoderk le Grand, 1846 - F. Dahn l Re dei Germani , esposti secondo le 
fonti , II , 1861. - Ani. Thierry. Recite de l'Histoire Roma ine au V.me Siede, 1860. 



54 IL REGNO DI ODOACRE 

come pel passato ; con la sola differenza , che , mentre 
costoro avean fin qui risieduto nella penisola, ora risie- 
dono unicamente a Costantinopoli. Essa continua pure ad 
essere governata con le sue antiche istituzioni , col suo 
diritto , co' suoi municipf. L' unica mutazione seria avve- 
nuta è il carattere nuovo assunto dai maestri delle milizie 
d'occidente verso l' impero : i quali , dopo di essere stati 
■protettori con Stilicone ed Ezio , arbitri con Ricimero , 
Gundobaldo e Oreste, ora ne divenivano vicarii con Odoa- 
cre. Assegnando pertanto sì grande importanza alla con- 
quista di Odoacre , gli storici perdettero di vista le nuove 
condizioni di vita in che l'occidentale impero era entrato 
dopo la morte del primo Teodosio. Alla stregua delle 
quali il fatto di Odoacre giudicando , esso riceve la stessa 
importanza della espulsione dal trono dell' imperatore 
Avito operata dallo svevo Ricimero , e della esaltazione 
del generale Maggioriano. Perocché , come questo fatto 
avea tradotto l' impero sotto l'arbitrato di Barbari , così 
la conquista di Odoacre lo condusse sotto il vicariato 
de' Barbari stessi. Sono due condizioni che preparano la 
caduta finale dell' impero , non la producono da se. - Vo- 
lemmo mandare innanzi queste brevi considerazioni, per 
chiarire il concetto che noi ci siamo formati di questo 
fatto , che segna il punto di partenza dei presenti Studi. 
Ora domandiamoci, chi era questo Odoacre; e per quale 
via pervenne egli alla signoria d' Italia ? A questi due 
quesiti capitali, mal si risponde colla guida de' contem- 
poranei ; perocché , mentre l' uno dà ad Odoacre una 
patria e un grado ; l'altro gli dà patria e grado diverso ; 
e noi siamo in condizione da non sapere quale delle due o 
delle tre patrie che gli son date sia la sua vera , e quale 
la dignità da lui vestita , innanzi eh' ei divenisse signore 
d' Italia. Se leggiamo infatti Jordanis , troviamo eh' ei 
chiama ora Odoacre un discendente de'Rugi (genere Ru- 
gus) (1), ora un re de' Turcilingi (rex Turcilingorum) , o 

(1! .ìonnANiu, He regnnrum successione. 



IL REGNO DI ODOACRE 55 

un re de' Turcilingi e dei Rugi ad un tempo [reco Turcilin- 
gorum et Rugorum); od anche un « rex gentium, habens 
secum Scyros, Herulos, diversarumque gentium auxilia- 
rios » (1). Segno è dunque , che Iordanis stesso ignorava 
qual fosse la condizione vera di Odoacre. Se da Iordanis 
passiamo a Marcellino Conte, ei ci dice, che Odoacre era un 
re dei Goti (rex Gothorum) ; e Isidoro specificando questo 
titolo generico, ne fa a dirittura un re degli Ostrogoti. 
Ne i disaccordi terminano qui. Eugippio, nella sua vita 
di S. Severino , menzionando una visita fatta da alcuni 
barbari al Santo, innanzi di venire in Italia, dice, che 
fra questi ci era « Odovacher , qui postea regnavit Ita- 
liae vilissimi tunc habitu, juvenis statura procerus. ». Poi, 
riferendo le parole! dettegli dal Santo, ritorna il biografo 
su questo miserabile arnese del barbaro (2). Ora, per quan- 
to barbarici fossero i costumi della gente a cui Odoacre 
apparteneva, non si può credere che}lo fossero al segno 
d'avere per re un uomo che andava coperto di vilissime 
pelli. Che se veramente di regia stirpe Odoacre fosse stato, 
Eugippio non avrebbe omesso di segnalare questa pre- 
clara dignità di lui , come segnalate avea la statura rag- 
guardevole e le vilissime vestimenta. Ma se Odoacre non 
era sovrano di alcun popolo , prima che imprendesse la 
conquista italiana, che cosa era egli dunque? Un uomo 
di volgar condizione non poteva essere, perocché, secondo 
i principii professati dai Germani, si richiedesse la qualità 
di nobile per l'esercizio di un comando militare. E che 
tale ei fosse lo dice l'Anonimo Valesiano , la narrazione 
del quale , in mezzo a tanta discordia , si presenta come 
la più attendibile. L'Anonimo chiama , cioè , Odoacre 
figliuolo di certo Edicone, e lo fa venire in Italia insieme 
col popolo dei Sciri. Ora noi sappiamo da Prisco (Excerpta 



(\) Jordan is. De origine, ec. 

(2) Cui etiam valedioenti , vade , inquit, ad Italiam', vade vilissimis nunc 
pelliljus coopertus , scd raultis cito plurima largiturus. 



56 IL REGNO DI ODOACRE 

de legai, ed. Bonn, 1829) (1) che un Edicone sciro ('ES^xwv) 
si segnalò fra i condottieri dell' esercito di Attila per fe- 
deltà e valore. E la omonimia del duce Sciro col padre di 
Odoacre legittima la induzione , che l'uno e l'altro fossero 
la stessa persona. Così opinarono, fra i moderni, Adelung, 
Philipps , Barth , Du-Roure , Gregorovius e Dahn (2) ; e 
questa opinione , sebbene manchino i mezzi per accer- 
tarla , è la sola che, in fra tanti disaccordi, si possa 
ragionevolmente adottare (3). - Chiarita così la origine 
di Odoacre , rimane ora a vedere in qual maniera ei 
pervenisse alla signoria d' Italia. Qui pure ci si presen- 
tano le solite discordanze fra le narrazioni degli antichi. 
Gli uni, e sono Jordanis, l'autore della Historia Miscella 
e Paolo Diacono, ai quali fra'moderni si associano Philipps, 
Eichhorn e il Thierry, fanno comparire in Italia Odoacre 
a capo di un esercito da lui stesso raccolto ne'paesi danu- 
biani, collo scopo d'imprendere la conquista d'Italia. Proco- 
pio gli fa invece preparare l'impresa in Italia stessa. Per 
lui Odoacre non è che un lanciere dell'imperatore, esaltato 
al supremo comando da una ribellione mercenaria contro 
Oreste. Aveano quelle, dice Procopio, domandato che 
fosse tra loro partito il terzo delle terre italiane, e non 
essendo state esaudite , eransi levate a ribellione contro 



(4) Questo Prisco è contemporaneo d'Attila, al quale fu mandato ambascia- 
tole da Teodosio II nel 449. Ed ei ne tessè un'accuratissima descrizione del 
carattere e dei costumi del re Unno, la quale è il monumento storico più au- 
torevole che ci sia pervenuto intorno al Flagellimi Dei. 

(2) Adelung, Storia primitiva dei Tedeschi , 4806 (ted.) Philipps Storia tede- 
sca , con particolare riguardo alla religione , al diritto e alla Costituzione poli- 
tica, 4832 (led.). Barth, Storia primitiva della Germania 1817 (ted.). Du-Roure , 
opera cit. - Gregorovics , Storia di Roma nel Medio-Evo, 4859 (ted.) -Dahn, 
opera cit. 

(3) Non l'adottarono il Leo {Lez. sulla st- ted.), il quale, seguendo una 
delle versioni di Jordanis, crede che Odoacre l'osse stato un re dei Turcilingi , 
prima che divenisse sovrano d'Italia; e Kopke [Ricerche germaniche, 1859), e 
il Thierry (op. cit). i quali, seguendo altra versione dello stesso Jordanis, nove- 
rano Odoacre nella gente dei Rugi. 

Philipps, op. cit- Eichhorn, Storia del regno e del diritto germanico, 1843 (ted.). 



II. REGNO DI ODOACR.E 57 

Oreste , inalzando al soglio Odoacre , dietro promessa 
ch'egli avrebbe rese pagliolo loro brame. Con la versione 
dì Procopio accordasi in parte anche quella di Eugippio, 
perocché questi faccia venire Odoacre in Italia qual sem- 
plice guerriero, e scriversi nell'esercito imperiale con 
altri barbari venuti dai paesi danubiani insieme con lui. 
E che veramente la conquista d' Italia per Odoacre , 
piuttosto che ad una invasione straniera , dovasi attri- 
buire ad una insurrezione de' mercenari ascritti al romano 
esercito, lo additano pure la organizzazione stessa di 
quell'esercito, che di romano non avea ormai più che il 
nomo, e le condizioni politiche in cui l'Italia di quel tempo 
versava. Per le quali considerazioni i moderni critici (1) 
non peritaronsi di dare la preferenza alla lezione di Pro- 
copio e di Eugippio su quella di Jordanis. 

IL Appena ebbe Odoacre per siffatto modo conseguita 
l' italica signoria , rivolse il suo studio a legittimarla. Di 
questo suo proposito abbiamo documento nell'ambasceria 
senatoria mandata a Costantinopoli presso Zenone per pro- 
ferirgli il titolo d' imperatore d' occidente , e pregarlo nel 
tempo stesso , creasse Odoacre patrizio, e dessegli il go- 
verno della diocesi d' Italia. Ma da Zenone non potè 
Odoacre ottenere che la dignità di patrizio ; perocché , es- 
sendo ancora in vita Giulio Nepote , creato già impera- 
tore d' occidente dalla corte bizantina , Zenone non volle 
pregiudicare i diritti di lui. Non per questo , depose 
Odoacre la speranza di venire a capo de' suoi disegni. 
E , senza rinunziare all' esercizio di un potere ch'ei tenca 
per effetto della conquista , omise qualunque atto potesse 
cagionargli l' inimicizia di Zenone. Astennesi pertanto 
dal creare i consoli per l'occidente , essendo questa crea- 
zione una prerogativa imperiale. Parimente , e' si guardò 
bene dal recare, molestia a Giulio Nepote, allora re- 
sidente in Dalmazia; e, saputane la morte violenta, 

M) Gaupp, Disseriazioni germaniche, 1853 Roth, op. cil. Hartmann, op. ut 
Daiin , op. cit. 

Arch, . c t [tal. , .' a Serie, f. IX, P. I. 8 



58 IL REGNO DI ODOACRE 

fé' perseguire i colpevoli, e li spense. Qui nasce ovvio il 
sospetto , che tutto ciò non fosse che un' astuta com- 
media , per isbarazzarsi di un individuo il quale comun- 
que non pregiudicasse la realtà del potere tenuto da 
Odoacre, eragli però d'impedimento per circondare quel 
potere delle formo della legittimità (1). Ma se tale fu 
veramente la condotta di Odoacre, e' seppe così destra- 
mente occultarla agli occhi di ciascuno , da far credere 
sincero il suo cordoglio per la morte di Nepotc, e onesta 
la persecuzione degli uccisori di costui. Della quale since- 
rità restò Zenone convinto per modo, che senza più. esi- 
tare , affidò a Odoacre ii governo d'Italia. Così si spiega 
il fatto, che i consoli occidentali non compariscono che 
all'anno 480, e che da quest'anno stesso Eugippio e Pro- 
copio datano l'origino del regno di Odoacre , anziché 
dal 476. Così Odoacre conseguiva il suo intento di pro- 
cacciare alla italica signoria la sanzione della legittimi- 
tà. E , che egli veramente si considerasse quale vicario 
imperiale , tutti i suoi atti chiaramente lo comprovano. 
Anche dopo il riconoscimento di Zenone ei conserva il 
titolo di re datogli da' suoi barbari , ma non indossa la 
porpora, nò altra imperiale insegna, per non offendere i 
nominali diritti di Zenone (2). Parimente , serba intatte 
lo leggi e le istituzioni romane; e tra le primarie famiglie 
italiane, come praticavasi per lo passato, distribuisce le 
dignità dell' impero. Questo studio continuo di attenersi 
alle romane istituzioni si manifesta anche ne' suoi atti ar- 
bitrari e violenti. Dicemmo già com' ei promettesse ai 
mercenari insorti di sodisfare la dimanda della distribu- 



(<1) Il Thierry , dopo di avere riferito il racconto di Marcellino Conte sulla 
uccisione di Nepotc, clic il Cronista riferisce alle insidie di Gliccrio allora ve- 
scovo di Salona , stato suo predecessore sul trono di Roma , sogghigno : « e 
odoacre non avrà ci preso parte a questo assassinio? Ciò in vero ignorasi; ma 
ci ci era troppo interessato , perche la storia ne Io possa credere innocente ». 
Ree. de V hist. rom. 

(2) « Nomcn regis Odoaccr adsumpsit , cura (amen ncc purpura ncc rc- 
galibus uteretur insignibus » Cassiodoro, Chron. ad annum 476. 



IL REGNO DI ODOACRE 59 

zione fra loro di un terzo delle torre italiane, o come 
anzi siffatta promessa fruttasscgli l' italica signoria. < >t 
bene , volendo egli avere qualche appoggio che alla sati- 
sfazione dell'arbitraria promessa desse l'apparenza della 
legittimità , ricorse agli editti di Arcadio e Onorio , che 
ordinavano ai proprietari delle case urbano di assegnare 
allo truppe di presidio la terza parte delle medesime ; ed 
invocando quegli editti, e le aggiunte recatevi da Teo- 
dosio II e da Valcntiniano III , ne estese le disposizioni 
anche alle terre (praedia rustica). Così parvo che la spo- 
gliazione arbitraria poggiasse sovra legittima baso. Giova 
poi avvertire , che siffatta spogliazione, sebbene in massi- 
ma venisse estesa a tutta la penisola, di fatto non colpì 
che l' Italia nordica e orientale. Che se l'Autore della 
[Ustoria Miscella avvisa in contrario, che i barbari furono 
sparpagliati per le universe città italiane (1), gli si può 
opporre , che sarebbe stato atto altamente dissennato, il 
disseminare sopra un territorio vastissimo poche migliaia 
di soldati, che formavano l'unico sostegno di un trono 
ancora vacillante ; e che dovea essere invece norma di 
elementare prudenza il mantenere concentrate attorno al 
principe le soldatesche proprio , a fino di poter fronteg- 
giare le straniere invasioni , che minacciavano il regno 
dalle Alpi e dalla Pannonia. E che Odoacre così oprasse, 
o non come l'Autore della Miscella pretende, ce lo dimo- 
stra l' intero processo della guerra , eh' ei sostenne con- 
tro Teodorico; nella quale, non Roma, nò Napoli, ma 
Verona e Ravenna furono i suoi centri di difesa , e Ri- 
mini il suo estremo punto d'appoggio verso il mezzodì. 
Di maniera che, perduti quelli e questo, non gli rimase 
più scampo alcuno. E dove sono , e che cosa fanno i 
suoi guerrieri del mezzodì, dopo lo giornate di Verona 
o sull'Adda ? Che cosa fanno essi dopo il triennale asso- 
dio di Ravenna? Che se veramente nello terre dell'Italia 

(i) « Barbari per universas urbes diffusi » Tlist. Mise, p 99 



00 IT- REGNO DI ODOACRE 

meridionale fossero state distribuite le genti di Odoacre, 
<>sse non avrebbero assistito passivamente alla caduta del 
loro sovrano , che segnava pure la rovina di loro stesse. 
III. Il migliore criterio per giudicare la politica di 
Odoacre, lo somministra il procedere di lui verso la cat- 
tolica Chiesa. Allora quando ei pervenne alla italica si- 
gnoria , teneva la sedia di Roma papa Simplicio. Ora , 
questo pontefice, non solo riconobbe Odoacre come legit- 
timo principe , ma gli die anche facoltà di intromettersi 
ne'chiesastici negozi, recandovi due importanti innovazio 
ni. L'ima di queste novità si riferisce alla elezione del suc- 
cessore di papa Simplicio; l'altra risguardava l'aliena- 
zione de' beni ecclesiastici. Il testo de' due editti o costitu- 
zioni, lo abbiamo nella raccolta degli atti conciliari del 
Mansi (1). Il primo stabilisce che la elezione del succes- 
sore di Simplicio non potesse celebrarsi , senz'averne pri- 
ma avuto l'assenso da Odoacre. Eccone il tenore: « Cum 
in unum apud b. Petrum apostolum resedissent, sublimis 
et cminentissimus vir , praefectus praetorio atque patri- 
cius agens etiam vices praecellentissimi regis Odoacris 
Basilius dixit : Quamquam studii nostri et religionis in- 
tersit , ut in episcopatus electione concordia principa- 
liter servetur ecclesiae , ne per occasionerei seditionis 
status civitatis vocetur in dubium, tamen admonitione 
beatissimi viri papae nostri Simplicii , quam ante ocu- 
los semper habere debemus , hoc nobis meministis sub 
obtcstatione fnisse mandatum , ut propter illuni stre- 
pitum et venerabilis ecclesiae detrimentum, si eum de hac 
luce transirc contigerit, non sino nostra consultationo 
cuiusquam celebretur electio ». 

L' intromessa del principe nella papale elezione , an- 
ziché un atto di prepotenza, qui comparisce come atto 
prudenziale , avente per iscopo di prevenire disordini , 
cui potesse dare appiglio la creazione di un nuovo papa. 

(4) Mansi, Sacrosanta Concilia, Nova Coli-elio, T. Vili, 2Go-2 i?. 



IL REGNO DI ODOACRE 61 

E poiché molti esempi s'aveano di siffatti disordini , al- 
cuni dc'quali assai recenti , e allora tanto più a temersi, 
per le mutate condizioni politiche d'Italia, ninna cosa era 
più naturale, che Odoacre cercasse di prevenirli, e avesse 
il concorso dello stesso pontefice in quest' opera pru- 
denziale. 

Non ostante però , che chiari compariscano la natura 
e lo scopo di codesto editto di Odoacre , esso fu fatto og- 
getto di giudizi disparatissimi per parte dei critici mo- 
derni. Alcuni (1) , adombrati dal papale concorso in un 
negozio che offendeva la indipendenza della Chiesa, di- 
chiararono apocrifo il documento. Altri (2) invece, tenendo 
ferma la genuinità di questo, ne alterarono il concetto, 
sostituendo al fine dichiarato il recondito , di rivendicare 
al principe d' Italia il diritto di confermare le elezioni 
papali ; ed altri (3) , dando alle divinazioni loro più li- 
bero sfogo , sostennero che l'editto di Odoacre servisse 
di fondamento giuridico all'esercizio della imperiale san- 
zione nelle posteriori elezioni dei papi. La storia d' Italia 
del secolo VI dimostra che ben diversa fu l'origine della 
intervenzione dell' impero bizantino nelle elezioni papali, 
da quella che Bowcr le assegna. E la condizione politica 
in cui versava il regno di Odoacre, che avea incerto il 
domani , esclude la possibilità eh' ci si proponesse di 
formare dello intervento del principe nelle elezioni dei 
papi una quistione di principio. Che se tale fosso stato il 
suo intendimento , non avrebbe avuto certo connivente il 
pontefice in codest'opera. D'altra parte, l'editto dice espres- 
samente , riferirsi il disposto da esso al solo caso della 
elezione del successore di papa Simplicio. E quando il 

(1) Così il Binio presso Mansi , e Pallmann , Storia della trasmigrazione dei 
popoli, 1863 Gì. 

(2) Sautoiuus, Sul governo defili Ostrogoti, 1811. Staudenmaier, Storia delle 
elezioni episcopali, 1830. Di; Houiìk , op. cit. Gròne, Stoiia dei Papi (Ice!-), 4864. 
Gregorovjus, Storia di Roma nel medio evo, 1859-09; ( ted.). 

(3) Cosi Bower , Storia dei papi , ( ingl. ) voltala in tedesco da Rambach , 
I 751 -80. 



62 DEI CINQUE CALEFFI 

ex quibus alteri lidem debet et sibi debetur, in boc aliquid sinistri 
contra proprium propositum possit commictere ; provida deliberatione 
decrevit , ad hoc ut ipsorum suorum iurium facilior notitia babeatur : 
Quod ipsa iura , bactenus in diversis et multiplicibus instrumentis 
et voluminibus scripturarum inordinate dispersa , in uno veridico et 
auctentico libri volumine reducantur , utilibus ab inutilibus seperatis, 
ordinatione tamen utili in eis materiarum et temporum diligentius obser- 
vata. Nam a Deo, qui regulat omnia, datus ordo rerum est, omnium 
distributio , que demonstrat quid quibus locis debeat collocari, sine quo 
nicchil est placitum , cuius magisterio cuncta nanciscuntur decorem. 
Ad cuius operis inceptionem, prosecutionem et perfectionem, ex decreto 
generalis Consilii Campane civitatis prefate , per laudabile offitium domi- 
norum Novem gubernatorum et defensorum Comunis et Populi civitatis 
predicte, deputati et electi fuerunt tres sapientes viri de civitate pre- 
dieta, sacriste , qui prelibato operi sollicite iiitendentes , iura Comuni^ 
Senarum utilia vera et auctentica in presenti libro, quem Calfffum vul- 
gariter nominari iusserunt, reduci et conscribi solemniter per suos tìdos 
et fideles subscriptos notarios, sub subeessivis et continuatis gestorum 
temporibus, servataque norma materiarum et temporum ipsorum in- 
strumentorum et iurium, utiliter et provvide mandaverunt; ne dein- 
ceps ex eis aliqua intricatio vel obscuritas oriatur , set de gestis ab 
bine retro piena in eternimi notitia habeatur. Propterea , quanto so- 
lemnius fieri potuit , opus presens et eius massam totani in vigintiduas 
materias rubricaliter diviserunt, sub hac observantia temporis, ut prio- 
ritati et posterioritati gestionis rerum et temporum omnium in pre- 
senti libro descriplorum , secundum suas materias, ordo prior et po- 
sterior conrespondeat scripturarum ; decernentes huic libro, et contentis 
in eo , fidem perpetuam adhiberi : profitentesque premissi operis sol- 
licitudinem inchoatam sub anno Domini millesimo trecentesimo trige- 
simo quarto , indictione tertia , de mense septembris , et ipsum opus 
scripturarum continuatis laboribus consumatum sub anno eiusdeni 
Domini millesimo trecentesimo trigesimo sexto , indictione quarta , de 
mense maii. Hortantur insuper sapientes prefati , ut in posterum ge- 
renda et iura Comunis Senarum querenda , non sub huius set alterius 
novi libri continuatione subeessive scribantur, ut ipsorum signis notitia 
perpetuo babeatur ; et ex boc virtus et effectus iustitie patenter ìnsi- 
nuet quod cuique debeatur. 

Il contenuto del libro è diviso in ventidue Materie; le quali 
però non sempre sono così nettamente distinte, da farci com- 
prendere (jual fosse nell'ordinarie il concetto del compilatore. 
Ma gioverà in oa;ni modo, a intender bene coni 1 è costituito 



DEL R. ARCHIVIO DI SIENA 63 

il registro , dar notizia dei documenti secondo 1' accennata di- 
visione. 

Materia prima. Contiene i documenti relativi alle miniere 
diMontieri, di Miranduolo e di Montebeccaio, cogli atti della 
cessione e donazione fattane al Comune per parte dei vescovi 
di Volterra , del vescovo di Magonza arcicancelliere dell'Impero 
e dei conti di Frosini ; e la sottomissione del Comune e de- 
gli uomini di Montieri ; non che Y oppignorazione fatta dal 
vescovo Volterrano al Comune di Siena dei castelli di Frosini 
e Montalcino (oggi Montalcinello), per sicurtà di un suo debito 
verso il Comune medesimo. I documenti di questa I. a Materia 
vanno dal 1137 al 1237. 

Materia seconda. Si compone intieramente di documenti 
che si riferiscono a Grosseto , dal 1151 al 1335 : il più antico, 
che un giuramento di fedeltà dei Grossetani, era già in- 
serito a e. 3 t. nella I. a Materia. Oltre ai capitoli di lega 
e di sottomissione, e ai provvedimenti per la costruzione di 
un cassero in Grosseto, degli anni 1333 e 34 , è da notarsi 
come vi siano pure inseriti documenti , i quali mettono in 
chiaro certe antiche ragioni del Comune grossetano, ora 
spettanti a Siena, in virtù dell'acquistata giurisdizione. Tali 
sono un privilegio dell' imperatore Federigo II concesso 
nel 1221 al conte Aldobrandino degli Aldobrandeschi e al 
suo Comune di Grosseto; e la concessione in feudo, fatta 
nel 1213 da Aldobrandino medesimo a un Manto del fu Gu- 
glielmo del Malìa da Grosseto, del castello e corte di Bati- 
gnano , ad eccezione della miniera d'argento. L'ultimo docu- 
mento della Materia (1335) è un'allegagione di pescaie fatta 
dal Comune di Grosseto all'altro di Castiglione della Pescaia. 

Materia terza. Vi occupano luogo importante i documenti 
che si riferiscono a Poggibonsi. Oltre a vari privilegi concessi 
dai papi alla chiesa di quel castello, il più antico dei quali 
è dato da papa Adriano IV nel 1155 e il più recente da Clemen- 
te III nel 1187, sono da ricordare la donazione dell'ottava parte 
di Poggibonsi fatta dal conte Guido Guerra nel 1156; la sotto- 
missione di quegli uomini al Comune di Siena nell'anno stesso; 



64 II, REGNO DI ODO ACRE 

prefetto del pretorio , il quale per la sua avarizia crasi 
1 irato addosso l'odio dei Pavesi. 

IV. Ma per quanto studio ponesse Odoacre per far 
dimenticare agi' Italiani l'origine della sua signoria , le 
interne condizioni del suo regno erano di tal natura da 
rendere infruttuoso ogni sforzo tendente a romanizzarlo. 
E per valutare adeguatamente la difficoltà della sua 
posizione, conviene aver fermi davanti alla mente l'ori- 
gine e il carattere della sua signoria. 

Le soldatesche che lo aveano esaltato non costituivano 
un popolo con divisioni organiche , sì bene componevansi 
di varii frammenti di popoli senza coesione e senza or- 
ganismo , come lo attestano i molteplici nomi che esse 
portano (Eruli , Rugi , Sciri , Turcilingi ec.) .Da ciò il ca- 
rattere sconnesso , tumultuario, frammentario , che tutta 
quanta la storia di questo regno rivela. E qui vera- 
mente troviamo una monarchia creata dal militarismo, 
un Heer-Kònigthum , come i tedeschi la appellano. E 
quanto diverso è il carattere , nota saviamente Dahn , di 
questa monarchia , da quelle dei Vandali , dei Gepidi , 
de' Goti , che da taluni (1) si vollero dalla stessa sorgente 

derivare ! 

V. A questa mancanza di una base nazionale che desse 
al suo regno uno stabile assetto , Odoacre credè di poter 
recare riparo , coprendo la violenta conquista col manto 
della legittimità : e per riuscirvi , fece il sacrifizio della 
propria indipendenza, accettando il primato politico della 
corte bizantina. Ottenuto l' imperiale riconoscimento , 
ci rivolse suo studio ad assicurarne il beneficio, con- 
formando il suo governo sulle norme della più oculata 



in quanto onoro Odoacre tenesse il vescovo Epifanio, sebbene questi fosse stato 
un fedele partigiano di Oreste. - Odovacres , tanto cultu , insigne in virum 
coepit honorare , ut onmium decessorum circa eum oncia praccederet. 

(1) Così avvisano Manneut, Storia dei Vandali , (tcd.) -1785. - Marcus , Visto- 
ti f des Vandales , 1830. - Paieiscoriit , Storia del nane dei Vandali in Affrica, 
(ted. ), 1837. 



IL REGNO DI ODOACRE 65 

prudenza. Di qui la conservazione dei romani instituti 
e la protezione concessa alla Chiesa cattolica. 

Ma tutti questi sforzi non riuscirono ad altro che a 
mettere in maggior rilievo la falsità della posizione che 
Odoacre erasi creata. In lui difatti coesistevano due qua- 
lità interamente opposte : egli era vicario dell' impero e 
re dei barbari ad un tempo. La prima qualità gli pre- 
scrivea regole di condotta che erano in perfetta contradi- 
zione con quelle impostegli dall'altra. Ed in vero, mentre 
egli si studia di introdurre un governo regolare fondato 
sulla osservanza delle leggi, trovasi pure costretto a 
seguire il corso delle violenze. Il vicario imperiale è in 
continua lotta col re di barbari , la giustizia pugna col- 
l'arbitrio , il diritto colla spada. Questo dualismo di forze 
e di tendenze contrarie che si manifesta in tutto il regno 
di Odoacre , ricevea forte alimento dalla relazione stessa 
in cui egli trovavasi verso i suoi barbari. Ei si chiama 
loro re : ma la sua monarchia nulla ha di comune con 
le monarchie territoriali, che i Germani fondato aveano 
in occidente. Infatti , in essa non figurano ne assemblee 
popolari , ne militari : non vi è norma fìssa , che deter- 
mini i diritti del sovrano e i doveri dei soggetti. Invece 
tutto è anormale , tutto è arbitrario. Alla sagace ocula- 
tezza di Odoacre non era sfuggito il pericolo, che portava 
seco siffatta condizione di cose : e tentò scongiurarlo , 
procacciando al suo regno una base di legittimità. Ma il 
rimedio aggravò il male , anziché correggerlo. I barbari, 
forti della coscienza , che come era stato in loro potere 
di levare Odoacre al seggio , lo era pure di deporlo , 
allargano loro pretese. E , non paghi della distribuzione 
avuta di un terzo delle terre , si fanno a chiedere nuovi 
donativi. Odoacre si spoglia dei beni della corona per 
saziarli (1). Ma ciò non basta a far paga loro sfrenata 

U) A questa infausta prodigalità di Odoacre verso i suoi barbari accenna 
il seguente passo di Ennodio (Vita Sancii Kpiphanii , pag. 450)' « Cum apud nos 
quotidianae depraedationis auclus successibus intestinus egeret populator, qui 
Augii. St. [tal., 3. a Serie, T. IX, F. I. 9 



66 IL REGNO DI ODOACRE 

cupidigia. E allora fu forza porre le mani sulle proprietà 
dei ricchi , e compiere una nuova e più violenta spo- 
gliazione dei miseri italiani. E in quale misura fosse 
questa operata , lo dimostra il fatto che , delle notizie 
pervenuteci sul regno di Odoacre , la maggior parte si 
riferisce appunto a codeste spogliazioni delle proprietà 
de'nazionali. Il caso poi ci ha conservato il testo origi- 
nale di una di esse fatta a vantaggio di un conte Pierio. 
Esso fu pubblicato dal Marini e dallo Spangenberg (1) ; 
e , attesa la particolare importanza che presenta questo 
documento , non sarà fuori di luogo il darne ampio rag- 
guaglio. Notevole è anzitutto il titolo che in questo docu- 
mento Odoacre assume : e' si chiama pomposamente , 
praecellentissimus domìnus rex Odovacar : la magnifi- 
cenza del titolo forma uno strano contrasto con la miseria 
del donatore. Il regalato Pierio riceve i titoli costanti- 
niani di homo illustris (strano queir homo accoppiato 
con V illustris) e di comes domesticorum , e la somma 
datagli in dono sale a 690 solidi ( circa 8000 lire ); de'qua- 
li 650 gli ha già avuti in poderi situati ne'territori di 
Siracusa e di Malta ; e gli altri 40 gli sono dati ora in tre 
appezzamenti di terra, situati anch'essi nel Siracusano 
(essi sono chiamati Fundus Aemilianus, Fundus Putaxia, 
e Fundus Duòli). L' istrumento è segnato in nome del re 
da Andromaco, magister officiorum e consiliarius _, ed è 

suorum prodigus incrementa aerarii non tam poscebat surgere vectigalibus 
quam rapinis. Saevientem ambitum pauper dotninus odiosa effusione contra- 
xerat, sed nec defrudatis viribus quod minuebat opulentiae jungebatur affectu : 
tunc enim aulae angustia in arctum res privatos agitabat: nec micare usquam 
scintillas famulantium exstinctus tyranni fomes indulserat ». Anche nelle Va- 
rie di Cassiodoro è fatto più volte ricordo della miseria in cui era caduto Odoa- 
cre per saziare la sfrenala cupidigia dei suoi barbari. Nel libro V, 41 , per 
esempio, discorrendo Teoderico di certo Opilione, che era entrato sotto Odoa- 
cre al servigio di corte , dice , ch'egli avrebbe meritata una ben più larga ri- 
compensa : « nisi fides sub avidissima remunerationis sterilitale jacuisset. Quid 
enim conferro poterat tenuis donator? ». 

(1) Marini , Papiri diplomatici , 1805, N. 82 , 83, p. 128. Spangenberg , Ta- 
bulae negotiorum romanorum, 1822, N. 27, p. 164. 



IL REGNO DI ODOACRE 67 

scritto ed autenticato da Marciano notarius regni. I quali 
titoli porgono testimonianza della conservazione del ro- 
mano diritto sotto il regno di Odoacre. - Ma a che poteva 
servire il mantenimento delle patrie leggi , quando esse 
erano fatte stromento di atti violenti ed iniqui ? Ciò che 
il vicario imperiale con una mano seminava , il re barbaro 
sperdeva coll'altra. Niuna meraviglia pertanto , se il 
regno di Odoacre ebbe brevissima durata. Ed egli stesso 
affrettonne la caduta col tentare nuove conquiste ol- 
tr'Alpi, quando non era ornai più in grado di conservare 
la conquista italiana. 

VI. Da qual cagione fosse Odoacre indotto a muover 
guerra ai Rugi , non è dato di conoscere con certezza , 
per mancanza di storici documenti. Dalle notizie dateci 
da Eugippio e da Ennodio , solo questo raccogliamo , 
che la impresa transalpina di Odoacre coincide colla 
morte del monaco Severino. E poiché gran disordini se- 
guirono nel Norico, dopo il trapasso di quel grand'uomo, 
se ne può inferire , che Odoacre fosse dalle interne con- 
dizioni del paese eccitato a imprenderne la conquista. 
Narra infatti Eugippio , che appena Severino fu morto , 
un fratello del re rugo Fava , assalì il chiostro di Favia- 
no , fondato dal monaco , e lo messe a sacco e ruba. Di 
lì a poco lo spogliatore del chiostro favianese , periva per 
mano del figliuolo del re, per nome Federico. Allora Odoa- 
cre intervenne con le armi nel Norico: e vinti i Rugi in bat- 
taglia decisiva, a dì 15 novembre 487, occupò il paese (Ru- 
giland , l'odierna provincia di Salzburg), e trasse prigio- 
nieri in Italia il re Fava e la moglie di lui. Ma gli sfuggì 
il figliuolo Federico. Il quale, corso da Teoderico re degli 
Ostrogoti , nella Mesia , ne ebbe aiuti per tentare il ricu- 
pero del regno paterno. Fallitogli il tentativo, ritornò 
Federico presso il re Ostrogoto, incitandolo a muovere egli 
stesso contro l'usurpatore e il carnefice di sua famiglia. 

VII. Da' questo invito del principe rugo, il panegirista 
di Teoderico, Ennodio, fa derivare la venuta degli Ostro- 



68 IL REGNO DI ODOACRE 

goti in Italia , e la fondazione del regno goto che ne 
seguì (1). Ma ove in più vicino esame tolgasi l'origine 
di questo grande avvenimento, e i ragguagli datine dagli 
storici contemporanei insieme si raffrontino , non si ha 
modo di confermare la strana importanza , che Ennodio 
assegnò al ricorso di Federico presso il re Ostrogoto. 
L'unico valore che possa ad esso attribuirsi , si è di avere 
somministrato a Teoderico il mezzo di legittimare la pro- 
pria usurpazione dell' italico regno , dandogli il sembiante 
di vindice d'una uccisione nefanda perpetrata contro un 
suo parente. 

E che a ciò riducasi la importanza storica del ricorso 
del principe rugo a Teoderico , vien pur confermato dai 
racconti degli storici contemporanei sull'origine della 
spedizione italica degli Ostrogoti. Non sarà pertanto fuor 
di proposito che noi prendiamo brevemente in esame 
codesti racconti. L'uno è di Jordanis , l'altro di Procopio: 
entrambi dissentono ne'particolari; concordano però nello 
attribuire la spedizione italica di Teoderico a cagione 
diversa da quella segnata da Ennodio. Il dissenso capi- 
tale fra i due storici consiste in ciò, che, mentre Jordanis 
fa partire l' iniziativa della impresa italiana dallo stesso 
re Teoderico, Procopio ne fa iniziatore l'imperator Zenone. 
Ed ecco come il primo narra il processo del fatto (2). 
Il re , godendo in Bisanzio ogni bene per se , vedeva il 
suo popolo patire nell' Illirico penuria d'ogni cosa ; e 
desideroso di procacciargli , secondo le antiche consue- 
tudini della nazione , il sostentamento con imprese guer- 
resche , si rivolse a Zenone , e così gli parlò : « Perchè 
mai l'occidentale impero già tenuto da'tuoi antenati , e 
Roma la metropoli e la regina del mondo , devono subire 

(1) « Nata est felicis inter vos (Theodericum et Odovacarem) causa discor- 
diae dum perduelles animos in propinquorum tuorum necem Romana prospe- 
ritas invitavit. Generata est abinvalidis causa certandi ; et pars fugacium praelia 
concitavit ». L'uccisione di Fava per Odoacre vien confermata anche dalla Cro- 
naca di Rotari. 

(2) Jordanis , De origine et rebus gestis Gothorum , cap. 57. 



IL REGNO DI ODOACRE 69 

la tirannide di un re dei Rugi e dei Turcilingi ? Manda 
me colà col popol mio , che mentre verrai tu così a 
liberarti dal peso del nostro mantenimento , darai a me 
modo di accrescere con le mie vittorie lo splendore della 
tua gloriar Imperocché ne avrai tu questo vantaggio , 
che io, tuo servo e tuo figliuolo , dopo la vittoria, riterrò 
quel regno qual dono tuo, e non lo avrà colui, che a te 
non è noto , e tormenta il tuo senato colla tirannide , e 
una parte del regno col peso della servitù. Che se io 
riuscirò vincitore , possederò il paese qual cosa tua ; men- 
tre, se rimarrò vinto , nulla perdi tu, e ad ogni modo gua- 
dagni le spese del nostro mantenimento ». L'imperatore, 
benché gli cocesse il dividersi da Teoderico , noi volendo 
affliggere , gli accordò sua dimanda , caldamente racco- 
mandandogli il popolo di Roma - Così, a detta di Jordanis, 
ebbe origine il disegno della italica spedizione di Teode- 
rico : e il suo racconto seguirono fra i moderni Gibbon , 
Saint-Priest e Du-Roure (1); ma ove ben attentamente lo 
si consideri , non si durerà fatica a discernervi alcune 
gravi inesattezze. L'una di queste si riferisce alla posi- 
zione di Odoacre: Jordanis lo fa chiamare da Teoderico 
un re dei Rugi e dei Turcilingi. E perchè non lo chiama 
piuttosto un re dei Sciri co'quali avea comune l'origine , 
o degli Eruli che componevano il grosso del suo eser- 
cito ? Il titolo di re dei Rugi ancor meno conveaivasi in 
bocca di Teoderico, dopo l'uccisione di Fava e il ricorso 
di Federico a lui. Jordanis fa inoltre dire da Teoderico 
a Zenone, che questi non conosceva punto Odoacre. Ora, 
se questa conoscenza deve prendersi in un senso mate- 
riale , non vi è nulla da opporre : ma se si ha da pren- 
dere in un senso più elevato, come dovrebb'essere , contra- 
dice alla verità: imperocché sia fuor di dubbio, che Zeno- 
ne , tardi sì , e forse a malincuore, ma pure esplicitamente , 



(4) Gibbon , Istoria della decadenza e della caduta dell' Impero romano , 
(ingl.). - 1829 Saint-Priest , Hisloirc de la royautò , 1842. - Du ROURE, Op. ci*. 



70 IL REGNO DI ODOACRE 

avea consentito ad Odoacre di reggere in suo nome la dio- 
cesi d' Italia. L'altra inesattezza del racconto di Jordanis 
concerne la relazione che esisteva fra Teoderico e Zenone, 
alla vigilia della partenza del primo per l' Italia. Jordanis 
la fa comparire una relazione cordialissima. Ma in verità 
essa era ben diversamente: e la intera storia di Teoderico, 
dal suo avvenimento al trono, alla sua venuta in Italia, di 
che abbiamo nei Frammenti di Malco interessantissimi 
particolari, dimostra, che se vi era cosa che Zenone do- 
vesse ardentemente desiderare, ella era che Teoderico se 
ne gisse lunge da Bisanzio co' suoi Goti, e ben presto. 
Quando poi queste considerazioni non bastassero a tórre 
ogni credito al racconto di Iordanis, potrebbesi aggiugne- 
re il fatto appena credibile, ch'egli stesso, nell'altra sua 
opera sulla successione dei regni (1) , contradicendo a ciò 
che avea narrato nella storia de' Goti, fa da Zenone, an- 
ziché da Teoderico, prendere l' iniziativa della spedizione 
italica degli Ostrogoti. Ed ecco le sue parole : « Quia tunc 
Odoacer regnum Italiae occupasset, Zenon imperator cer- 
nens jam gentes illam patriam possidere, maluit Theode- 
rico ac si proprio jam clienti eam committere quam il lì 
quem nec noverat, secumque ita deliberans ad partes eum 
Italiae mittens illi populum senatumque commendat ». 

E che veramente 1' idea di trapiantare i Goti in Italia 
partisse da Zenone, come narra Jordanis in questo secondo 
luogo , e come Procopio assevera, senza punto lasciarsi 
trascorrere ad abbagli o a contradizioni, siccome fa il suo 
collega, lo dimostra il carattere tradizionale della politica 
bizantina , di torsi di dosso importuni vicini germanici , 
metà amici e metà nemici , regalando loro una provincia 
già irreparabilmente perduta , col patto ch'ei prima se la 
conquistassero. Che se la cosa fosse proceduta diversamen- 
te, e la iniziativa della italica impresa fosse invece partita 
da Teoderico, gì' imperatori, al tempo delle guerre greco- 
fi) .Iordvnis, Do regtwrum successione, ap. Muratori R. I- S. 



IL REGNO DI ODOACRE , 71 

gote, non avrebbero mancato nelle loro diplomatiche trat- 
tazioni di mettere in rilievo un fatto così importante, del 
quale avrebbero potuto raccogliere un nuovo argomento 
per infermare la legittimità della gotica signoria. Invece , 
non è memoria alcuna in cui sia fatta menzione di ciò. Ma 
se il disegno della spedizione italiana dei Goti fu opra 
dell' imperator Zenone, siccome non è più a dubitare, cade 
l'origine che a quella attribuisce Ennodio, e il ricorso di 
Federico al re ostrogoto, che il panegirista risguarda 
qual cagione principale de' novi destini d'Italia, compa- 
risce come un fatto di poca o nessuna importanza. Che 
se un tal fatto ebbe pur parte nella origine della im- 
presa italiana di Teoderico, questa, come sopra dicem- 
mo , non può consistere altrimente che nello avere porto 
al re goto un pretesto per dare il colore di atto legittimo 
a una usurpazione manifesta. 

VII. Chiudiamo questi brevi cenni col riferire un 
acuto raffronto di Dahn fra Odoacre e Teoderico, consi- 
derati nelle loro relazioni cogl' Italiani e con l' impero 
bizantino. 

La posizione di questi due re barbari , dice il critico 
tedesco , si rassomiglia in ciò , che ne 1' uno ne l'altro 
seppe acquistarsi la sincera benevolenza degli Italiani. 
Entrambi erano odiati quali ariani , quai barbari e quai 
tiranni. Essa è pur simile in questo, che entrambi furono 
dall' impero subiti anziché voluti , e perciò avversati sem- 
pre. Ma la differenza fra' due re supera di gran lunga 
la simiglianza e torna tutta intera a pregiudizio di Odoa- 
cre. Questi infatti è un venturiere , inalzato da fausta 
fortuna a comandante de' mercenari raccogliticci , e da 
fortuna infausta tratto a rovina. Teoderico invece è re 
nato ed eletto ad un tempo di una grande nazione , il 
rampollo di una schiatta illustre , alla quale erano legate 
le glorie nazionali. Teoderico inoltre , venne in Italia in 
nomo dell' imperatore e al suo servizio , per tórre il paese 
a un tiranno , e amministrarlo poi egli stesso sotto il 



72 IL REGNO DI ODOACRE 

primato imperiale : e il dominio tanto di Teoderico quanto 
de' suoi discendenti fu ripetutamente riconosciuto dagli 
imperatori, sebbene non mai sinceramente; la sola que- 
stione controversa fra le due corti era il grado di dipen- 
denza o di autonomia. Odoacre avea per mezzo di una 
insurrezione militare sbalzato di seggio il suo imperatore 
legittimo , ucciso il ministro imperiale , distribuite le terre 
italiane qual preda, e, non ostante il riconoscimento 
avuto da Zenone , venne riguardato da tutti , fuorché 
da'suoi barbari come un usurpatore. Infatti, tutte le fonti 
romane e bizantine contemporanee e posteriori , lo di- 
chiaravano a una voce quale intruso e qual tiranno : 
mentre Jordanis fa venire Teoderico in Italia qual risto- 
ratore della legittimità : e tale fu egli , e '1 furono pure 
i suoi discendenti , fintanto che , scoppiata la guerra fra 
il regno goto e l' impero , le parti si mutarono. È però 
da notare , come documento della codardia bizantina , 
che , solo alloraquando la vittoria dei Greci parve sicura, 
i Bizantini osarono impugnare la legittimità della signo- 
ria italica de'Goti , e qualificare anch'essa una tirannide, 
come avean fatto prima con Odoacre. 

Francesco Bertolini. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Su la genesi J e su lo svolgimento storico dei giudizi e delle 
giurisdizioni. Considerazioni di Vincenzo Lomonaco. Na- 
poli, 1868. 

Quelle potenti pagine di Niccola Niccolini , che stupivano 
e rinforzavano la nostra giovinezza nell'accordo della filologia 
colla giurisprudenza , dell'erudizione colla intuizione , del 
Vico col Gravina, ci si affacciarono di nuovo nello scorrere 
questa dissertazione. 

S'attiene essa agli studi di questo giornale per l'esposi- 
zione che fa del vario procedere de' giudizi e delle giurisdi- 
zioni , che è storia analoga alla scientifica e politica , e parte 
essenziale della storia generale , come quella che offre l'evo- 
luzione della personalità in collisione coi diritti altrui. 

Nel primo periodo della civiltà si celebravano i contratti 
e si dibatteano i litigi nelle adunanze popolari , nei senati 
eroici; che, trasformati, ritroviamo anche in Grecia e a Roma, 
dove poi migrarono al console , indi al pretore, poi ai pretori 
speciali. Il procedimento penale pretorio si mutò sotto i Ce- 
sari ; la legge regia turbò le giurisdizioni , perchè il prefetto 
del pretorio ed altri ufficiali cesarei vi s' immischiavano : 
dalle consultazioni al principe si passò alle appellazioni; 
l'accusa pubblica degenerò in delazione ; il processo accusa- 
torio soccombette in fine all' inquisitorio , e all'ombra del 
diritto romano s' intruse ne' giudizi del medioevo. In questi , 
dal placito generale erasi venuto allo scabinato : appellazione 

Ancii. St. It\l. , 3. a Serie, T. IX, P. I. 10 



74 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

non potea darsi dove non era gerarchia di tribunali , ma vi 
suppliva la restituzione in intero , cioè la revisione presso 

10 stesso magistrato : mentre un collegio supremo dicastico 
fu necessario quando tutte le giurisdizioni signorili o comu- 
nali restavano assorte dal potere centrale. 

Noi fummo più d'una volta tacciati di non riconoscere il 
merito di Federico II di Svevia , il precursore del cesarismo 
nel medioevo ; e in generale da' giureconsulti e dagli storici 
napoletani esaltato per disgradare ai papi e al gius canonico. 

11 Lomonaco non vuole che, per istudio di parte, si falsi la 
storia , né si creda introdotto dal gius canonico il procedi- 
mento giudiziario, e da Federico 1' inquisitorio (1). Vero è che 
questi non volea si profferisse condanna senza citare i rei , 
e dar ad essi copia dell' inquisizione ; ma se fossero levis 
vitae et malae conversationis , bastava dar loro l'elenco dei 
testimoni , non le deposizioni ; nei reati di maestà , neppure 
il nome del denunziante. Il gius canonico invece che cosa 
prescrive ? « Quando alcuno venga infamato per delitti , in 
guisa che se ne levi rumore da non potersi dissimulare 
senza scandalo , o tollerar senza pericolo , deposto ogni scru- 
polo di dubbiezza, si proceda ad istruire e gastigare gli ec- 
cessi di costui , non per istimolo di odio , ma con affetto di 
carità : se l'eccesso sia stato grave , benché non venga degra- 
dato dall'ordine , nondimeno sia rimosso onninamente dalla 
amministrazione ; lo che è conforme alla parabola evangelica 
di toglier dalla castalderia il fattore che non può renderne 
il conto esatto. Deve esser presente colui contro del quale 
dovrà farsi 1' inquisizione , purché non siasi per contumacia 
allontanato ; e fa duopo gli siano dichiarati i capi , su cui 
verserà l' istruzione , perchè abbia facoltà di difendersi ; e se 
gli devono notificare non solo i detti , ma anco i nomi dei 
testimoni , sicché appaia qual cosa e da chi fosse detta : de- 
vono pure ammettersi le eccezioni e le repliche legali, perchè 
non si fomenti l'audacia d' infamare tacendo i nomi , e di 
deporre il falso escludendo le eccezioni. A correggere pertanto 
gli eccessi dei subalterni con tanto maggior diligenza deve in- 



(4) Vedasi quanto dicemmo nella Rassegna Bibliografica del precedente fa- 
scicolo , pag. 117 e pag. 420 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 75 

sorgere il prelato , quanto più dannosa tornerebbe la impu- 
nità delle loro colpe ». 

Questo pezzo di tanta giustizia e temperanza venne pro- 
mulgato nel 1216 , e tutto il capo XXIV tende a combinare 
le esigenze della giustizia punitrice colla più ampia tutela 
dell'accusato , senza né sacrificare 1' innocenza né mandare 
impunita la colpa. Era dunque anteriore a quello di Federico, 
che non ne imitò la moderazione , e che rimane disotto anche 
delle costituzioni di Innocenzo IV. « Il quale Federico fu 
zelantissimo dei fiscali interessi , e sempre allegando il pub- 
blico bene , per frenare la licenza , oppresse la libertà. Onde 
il Turboli (Jus proediatommi II, 12) disse che egli mirabil- 
mente crebbe la fiscalità , non solo ritenendo quanto già i 
Normanni aveano sancito , e introducendo quel che il suo 
avo Barbarossa avea ripristinato in Italia , ma nuovi e inu- 
sitati riti imponendo ». 

Lungo sarebbe il dire i congegni pei quali i prammatici 
al processo inquisitorio o informativo fiscale , innestarono 
l'accusatorio di Roma imperiale, derivante dalla citazione, e 
come se ne deducesse una procedura, che il Pagano dichiara 
ibrida , e che troppo s'arrende o alle cavillazoni dei difen- 
sori , o all'arbitrio de' giudicanti. 

Tutto ciò rimase alieno dalla procedura inglese , tenace 
delle istituzioni patrie. Ivi l'accusa non è pubblica come a 
Roma , giacché in monarchia temperata mal conveniva aprire 
l'arena alle gare democratiche. Un ufficiale della corona denun- 
zia ; un giudice di pace riceve l'accusa , indaga le prove ; se 
concorrano , arresta l' imputato , lo interroga , lo tiene in 
custodia fin al trimestrale ritorno della corte di giustizia ; se 
il reato non è capitale , lo rilascia sotto cauzione. 

Lo sceriffo, annualmente eletto ad amministrar la giu- 
stizia nella contea , nomina il gran giurì , di non meno di 12 
e non più di 24 persone probe e distinte della contea ; e se 12 
giudichino sufficienti gì' indizi per ammettere l'accusa , si 
diffida l' imputato di prepararsi alla difesa , gli si notificano 
l'accusa e i testimoni ; interrogato alla sbarra , è mandato 
al piccolo giurì di 12 suoi pari , scelti nella contea dove il 
delitto fu consumato , e dai quali egli escluse quei che non 
gli piacquero senza bisogno d'addur motivi. 



76 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Il consiglio de' giudici ordinari regi espone l'accusa e le 
prove ; s'odono i testimoni e le difese : poi i giurati si riti- 
rano finche abbiano profferito se l' imputato sia colpevole o 
no. Allora la corte di giustizia , analogamente al verdetto , 
lo pronunzia assolto o lo condanna alla pena stabilita. 

Maggiori tutele circondano il reo nelle colpe di Stato. 

Se il giurì ha profferito l' innocenza , l'assoluzione non po- 
trebbe revocarsi, quand'anche si scoprisse erroneo e ingiusto 
il verdetto. Se i giurati manifestamente errarono nel pronun- 
ziare la colpabilità , i giudici rimettono l'affare al banco del 
re, che rimanda la causa ex integro ad un altro giuri. Son 
note le modificazioni importanti che a questa istituzione recò 
la legge di Peel 22 giugno 1825. 

Ma questi riti , in Inghilterra , traggono un' efficacia che 
non hanno in altri paesi , dall'essere conformi a istituzioni 
realmente libere , perchè derivate da costumi secolari , e 
annestate inseparabilmente sul tronco delle nazionali fran- 
chigie. E di fatto, ben altrimenti e come ibrida copia riuscì in 
Francia , dove fu escluso dalle materie civili , e nelle penali 
subì troppe modificazioni , e fu ridotto a pronunziare il si o 
il no , ma dopo che officiali del Governo ebbero raccolte le 
prove e spiegato l'azione d'accusa. Onde ben disse il Niccolini 
che la necessità del giudizio per giurati dipende affatto dalla 
forma di governo (1). 

La pubblicità domina viepiù negli Stati Uniti d'America 
dai primi agli ultimi passi del processo ; tre cittadini scelti 
dal Comune raccolgono le prove del reato ; il colpevole è 
rilasciato con garanzia ; ne' casi capitali è carcerato : è inter- 
rogato esso in pubblico , interrogati in pubblico i testimoni ; 
sul notamento sommario delle loro deposizioni il pubblico 
ministero stende l'atto d'accusa : poi la causa si porta al gran 



H) Nell'Accademia delle Scienze di Napoli il signore Arabia fé giudiziose 
osservazioni sul giurì nella legislazione italiana, e più compiutamente ne ra- 
gionò il Pisanelli. 

Noi della Commissione pel premio Ravizza abbiamo posto a concorso pel 1869 
il quesito : « Esaminata l'istituzione del Giurì quale è stabilita dalla legislazione 
« penale in Italia, ed esposti i risultamenti che se n'ebbero in questi anni, 
« cercare se essa risponda al suo scopo; e indicare se e quali modificazioni 
« sarebbero a introdursi per meglio raggiungerne lo scopo ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 77 

giurì per l'ammissibilità dell'accusa , indi al piccolo pel me- 
rito di essa. 

Ma gli Inglesi, tanto tenaci dell?, parola e delle formole , 
rifiutarono sempre la legislazione di Roma , perchè videro 
minacciata la lor libertà dalla costituzione che dà forza di 
legge alla decisione de' principi. Convien però dire che , se il 
gius politico risultante dalla legislazione giustinianea disdice 
affatto dai costumi odierni , il privato è il più nobile prodot- 
to della ragione e del senso comune , specialmente in ciò che 
riguarda i contratti. 

È notevole come le varie dinastie che si succedettero nel 
regno di Napoli vollero istituirvi nuove magistrature , le 
quali , favorite dal Governo , acquistavano autorità a scapito 
delle anteriori, per soccombere poi alle posteriori. Così dai 
Normanni si posero i Giustizieri ; dagli Angioini la Curia 
del Vicario ; dagli Aragonesi il Sacro consiglio regio ; dai 
viceré austriaci il Consiglio collaterale ; da Carlo III la Ca- 
mera di santa Chiara. Da poi il metodo istruttorio e accu- 
satorio, introdotto in Francia dalla rivoluzione , fu coll'occu- 
pazione militare portato in Italia , e specialmente nel regno 
di Napoli. 

Quando l'acquistar la cittadinanza romana era l'aspirazio- 
ne più alta delle genti civili , Napoli la ricusò ( Cicerone 
prò Balbo ) per timore di perdere l'autonomia. Questa gelosa 
cura visse traverso alle variate dominazioni anche straniere , 
onde non è meraviglia se gli odierni gemono nel vedere al 
paese tolte le consuetudini antiche per ridurlo ad un' unifor- 
mità amministrativa , che punto non credono necessaria alla 
unità politica. Di tali sentimenti partecipa il Lomonaco, e 
rimpiange le leggi . le ordinanze , le pratiche antiche , o alme- 
no quelle colle quali il Codice del 1819 aveva modificato in 
meglio il Codice francese. Già allora il Niccolini era stato so- 
stenitore della libera difesa e della pubblica discussione , 
come baluardi alla sicurezza de' cittadini. 

Nel rimpasto delle varie autonomie italiane si pretese 
corollario dell'unità politica l'unità giuridica. Dapprima si mo- 
dificarono i vecchi Codici, poi se ne imposero di nuovi; e il 
piemontese del 1859 nel Napoletano pose termine a quello 
del 1819, che grandemente era lodato « per adeguatezza di prin- 



78 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cipii, limpidezza di teorie, rigor di metodo, precisione di 
linguaggio ». 

11 Tanto del nuovo sta forse solo nella mitezza delle pene , 
e nella latitudine concessa ai giudicanti, « che sa d'arbitrio » 
fin quasi a tenere non più la società come lesa dal delinquen- 
te , ma questo come vittima dell' infortunio. S'adottò il giurì , 
ma alla francese ; ai magistrati locali si tolse il giudizio di 
quasi tutti i delitti , trasferendolo al tribunale di circondario 
con grave spesa e perditempo ; officiali e giurati mirarono 
a captar 1' aura popolare più spesso che a volere la severa 
tutela della giustizia : le circostanze attenuanti equivalsero a 
un diritto di grazia (1) ; si vanta ogni stratagemma , ogni 
aucupio di sillabe , che mandi impunite gravissime colpe ; e 
l' incuria d'alcuni bastò talvolta a gittar a fascio processi 
faticatissimi. 

Fu pure stabilito che l'appello non possa mai peggiorare 
la condizione del condannato {Codice di procedura Art. 364, 
419 , 678 ) ; fatto antisociale , illogico , improvvido « che pre- 
ferisce il reo alla società lesa , e liberandolo dalle conseguen- 
ze , spinge ad appellarsi d'ogni condanna comunque leggera ; 
donde un ingombro d'affari alla Cassazione , che talora fu 
interposta fin per cinque lire d'ammenda » (2). 

Contro questo disarmo della giustizia , questa minacciata 
impunità, reclamano quasi unanimi i discorsi inaugurali dei 
Procuratori generali , poiché senza l'amor dell'ordine non si 
dà armonia morale e sociale ; e l' impunità non reca né me- 
dicina né purificazione , i due scopi della pena , bensì la bal- 
danza del delitto e l'anarchia della società. 

Il giudizio dei pari ripugna a coloro che interpretano ma- 
terialmente l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge. Eppure 
è ritenuto nella milizia , dove sopravvive anche una specie di 
giudizio di Dio, quando, ne' casi di rivolta, si fa la decima- 

(1) L'avv. generale Di Falco sin dal 4862 aveva preveduto che del siste- 
ma delle circostanze attenuanti si può abusare fino al punto di turbare l'anda- 
mento della giustizia repressiva. È noto quanto severamente i magistrati 
francesi rimproverassero questa introduzione nella revisione del Codice penale 
del 1832. 

(2) Nel caso del Rubino, dove h sentenza fu annullata perchè profferita in 
giorno festivo. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 79 

zione , tirando a sorte i morituri. Il Codice militare italiano 
non prevede il caso di condanne numerose , e speriamo non 
si verifichi mai : ma non sarebbe rimedio sufficiente l'arbitrio 
dato al comandante di sospendere l'esecuzione della sentenza, 
appunto quando vigorosi e pronti esempi son necessari a 
ristabilire la disciplina. 

Il titolo di Suprema Corte di Giustizia , oltre essere più 
nazionale , esprimeva meglio che non il forestiero Corte di 
Cassazione dedotto da una sola e la più odiosa fra le sue 
funzioni; mentre, oltre il cassare una sentenza, riferma tal- 
volta quella impugnata. 

Come non s'accontenta di chi vorrebbe una lingua unifor- 
me , distruggendo i singoli dialetti, senza avvedersi che in ciò 
nulla può né sa la potestà civile, la sovranità linguistica es- 
sendo democratica ; così il Lomonaco non loda l'applicar a vari 
paesi le norme stesse ; non crede necessaria l'unica Cassazio- 
ne ; preferisce il sistema della doppia conforme , evitando il 
perenne risanguamento di procedura, nocevole alla privata 
come alla pubblica cosa. 

Non dissimula egli la paura che l'unicità del tribunale 
supremo privi Napoli di quest'ultimo avanzo delle sue seco- 
lari prerogative. Nell'amor delle quali, l'autore piacesi citare 
ogni tratto quegli illustri suoi compaesani il Pagano, il Vico, 
il Filangeri che, più eruditamente e limpidamente d'ogni altro 
nostro, espose e valutò l' indole del processo inglese ; ricorda 
che « dalla scuola napoletana come dal cavallo troiano uscì 
per lunga serie di età quella schiera eletta di giureconsulti , 
radiante d' ingenua luce , cui fece plauso lo straniero , e 
che sarà sempre cara a chiunque senta palpitarsi in seno un 
cuore veramente italiano ». 

Questo periodo oratorio ci dà luogo ad un appunto lette- 
rario sopra certe forme troppo artificiali, o metafore incoerenti, 
che vorremmo lasciate ai falsi dotti e ai vacui oratori (1). Ma 

(1) Spieghi la nostra censura il primo periodo della disseriazione. « I diritti 
non sarebbero che noumeni, cioè nude concessioni del nostro spirito, se non 
fossero vestiti e mallevati dalle azioni , le quali nel mondo esteriore sono 
l'espressione, lo svolgimento e la g arenici dei medesimi. Ma le stesse azioni a 
nulla approderebbero senza il presidio dei giudizi , ove si agitano, e combat- 
tono per aggiunger la meta sospirata ; né i giudizi possono aver luogo se non 



80 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

sinceramente ci congratuliamo coli' Accademia Napoletana dello 
agitarvisi quistioni d' importanza civile e di sociale applica- 
zione , acquistando alle osservazioni un'autorità che non 
può sperare né un privato articolista , né una commissione 
scelta per favore , per briga , o solitamente fra i pochi nomi 
che il ministero conosce, e fra gli uomini di cui solo vuole 
valersi. 

C. Cantù. 



Iscrizioni delle chiese e d'altri edifica di Roma dal secolo XI 
fino ai giorni nostri „ raccolte e pubblicate da Vincenzo 
Forcella. Voi. I. pag. 1-428 (disp. 1-18) in 4to. Roma, 
1867-68. 

Non e' è bisogno di spendere molte parole sulla massima 
importanza delle Iscrizioni Romane del medio evo e dei tempi 
moderni. Gran parte della storia, e d'Italia, e di Europa, 
sta nella storia di Roma, patria comune , città dei desiderii, 
mèta dei viandanti e pellegrini, porto ai naufraganti , romitag- 
gio per gli affaticati e stanchi, scena degli ambiziosi, città a 
cui finanche nelle pubbliche convenzioni riconoscevasi posto 
da sé, mentre, secondo che ne abbiamo l'esempio nel trattato 
segreto di Leone X con Carlo V di Spagna, reso pubblico da 
Gino Capponi, essa rimaneva esclusa dalle condizioni d'espul- 
sione di ribelli e nemici : « excepta Urbe quae semper comu- 
nis patria est habita ». Riflettendo sul numero infinito di 
uomini ragguardevoli in ogni età da quella città attratti , 
sulla chiarezza delle grandi famiglie , o di essa oriunde o 
nel volger dei secoli ivi stabilite , e che divennero romane , 

si riconosca l'autorità di chi presegga al dramma giudiziario, freni e temperi 
i moti incomposti dei combattenti e eoo anima sagace ed impassibile indaghi 
il vero , e ne formi il baluardo del trionfo della giustizia , ardente desiderio 
dell'umanità »• 

Su questo argomento stesso vuoisi vedere le Osservazioni del cav. Eugenio 
Capaldi sul tribunale supremo del regno d'Italia. Egli slesso pubblicò un discorso 
Della virtù di recenti uomini illustri del Sannio, libretto curioso per buone cose 
e per istravaganti ( Isernia , 1867). 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 81 

sui memorandi avvenimenti dei quali fu teatro, sulle stupen- 
de opere di qualunque genere ivi eseguite , ponendo mente 
all'uso proprio romano di rammentare cose non che gravi 
anche di minor rilievo per mezzo di epigrafi; di leggieri si 
giudicherà del valore storico delle medesime , e nel campo 
della storia ecclesiastica , e in quello della politica , delle 
lettere, delle arti, e finalmente per le quistioni locali e di 
genealogia. Non ai giorni nostri - è quasi superfluo l'accennar- 
vi - appartiene il pensiero di raccogliere le romane iscrizioni. 
Uomini bravi e diligenti in vari tempi ne hanno intrapreso 
lo studio, fortunatamente per noi, giacché in niun luogo forse 
si è fatta strage di memorie del passato simile a quella di 
Roma. Quel medesimo infortunio che trasse a rovina la mag- 
gior parte delle fabbriche del medio evo , che col titolo di 
restauri e d'abbellimenti perlopiù cambiò da capo a fondo 
l'aspetto delle chiese , che fece sparire pressoché ogni traccia 
di case anteriori alla seconda metà del quattrocento , quel- 
l'istessa noncuranza delle cose antiche, ci privò ancora delle 
memorie epigrafiche. E ciò accadde non solo in quei tempi , 
in cui anche altrove il medio evo incontrava scarsa simpa- 
tia e minore studio. Il cattivo esempio continua ad agire 
tuttora, in età la quale non somiglia più a quella che di- 
struggeva l'anfiteatro Flavio e il Mausoleo di Metella per 
cavarne i travertini ; che disfaceva il Settizonio , il Foro eli 
Nerva e l'Arco Aureliano per raddirizzar vie o servirsi delle 
marmoree colonne; che spogliava i sepolcri del Mausoleo di 
Onorio per estrarre l'oro dei drappi , lasciandone disper- 
dersi i preziosi vasetti e monili già appartenuti a Livia Augu- 
sta ; che rompeva sinanche le colonne delle Basiliche Costan- 
tiniane e Teodosiane , e rovinava sepolcri di papi santi e 
non santi. L'età nostra non è quella cui nell'ardore del fare 
e del creare non costava niente il disfare ed il rovinare. 
Ai tempi nostri non e' è pericolo si lasci cascare un muric- 
ciuolo del palazzo dei Cesari o andar perso un frammento 
d' iscrizione cimiteriale. Volesse Iddio che così fosse d'altre 
memorie ! Ma pur troppo nei trent'anni in gran parte passati a 
Roma, cogli occhi miei ho veduto rovine lacrimevoli, rovine 
tali da muovermi spavento ogni qual volta s' intraprendesse 
il ristauro d'una chiesa, ristauro quasi sempre accompagnato 
Aarch. St. Irsi.., 3. a Serie, T. IX. P. I. 11 



82 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di vandalismo. Chi senza lacrime può vedere la barbarie com- 
messa in Santa Maria sopra Minerva, dove, affin d'eseguire un 
ornato senza gusto e senza carattere architettonico, quanto co- 
stoso barocco ed offensivo coi suoi mille colori, non si è perdo- 
nato alle più venerande memorie, non lasciando stare in pace 
neanche le epigrafi del suolo della cappella maggiore in cui 
Pietro Bembo, i cardinali Pucci ed altri sono sepolti a pie dei 
non belli monumenti dei Papi Medicei, epigrafi o sparite senza 
traccia, o copiate, in grazia dell'euritmia, secondo mi diceva 
il frate, poco edificato della mia mancanza di gusto. Dove sono 
andate le pietre dei Pierleoni di San Niccolò in Carcere, ulti- 
mamente abbellita? Dove le memorie di Santa Maria in Aqui- 
ro ? Desidero miglior sorte a quelle di Santa Maria in Tra • 
stevere ; desidero che queste ancora non vadano a raggiun- 
gere le lapidi di Santa Croce in Gerusalemme e di Santa Maria 
Maggiore sparite nei ristauri dell'ultimo secolo , quelle di 
San Bernardo al Fòro Traiano distrutta dai Francesi, e tante 
altre, conservateci in parte da antichi collettori, nella mag- 
gior parte però per sempre perdute. Certo , la religione dei 
sepolcri è poco curata nella città cui spetterebbe essere prima 
a darne l'esempio al mondo incivilito. 

In tale condizione , poco lieta , di cose rendiamo grazie 
maggiori a quelli i quali sonosi dati a raccogliere romane 
epigrafi. In primo luogo vuol essere nominato D. Pier Luigi 
Galletti Cassinese , nato nel 1722 , morto nel 1790 , il quale 
stando a Firenze lettore nella Badìa , volle lasciarle memo- 
ria di tale soggiorno illustrando le origini del celebre mona- 
stero. Il Galletti era giovanissimo allorquando cominciò a 
raccogliere le epigrafi dei tempi di mezzo e dei susseguenti, 
e continuò in siffatto studio con lodevolissima diligenza. Im- 
mensi sono i materiali da lui lasciati manoscritti oltre i molti 
volumi stampati; materiali che nella Vaticana stanno a comodo 
degli studiosi. Non sempre sono esattissime le copie: maggiore 
però è il difetto del modo di classificazione. Il dotto monaco, 
a dire del suo biografo ( Notizie spettanti alla Vita del P. Ab. 
D. Pier L. Galletti ec. Roma, 1792, pag. 52) per evitare la 
confusione in raccolta così numerosa, pensò dividerla per na- 
zioni , ben persuaso che delle imprese degli uomini illustri 
riesce sempre gradita la notizia ai propri concittadini. Così 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 83 

abbiamo di lui, tra i volumi a stampa, la raccolta di iscri- 
zioni Venete (Roma, 1757), prima a pubblicarsi e promossa 
dal governo della gloriosa Repubblica; nella cui prefazione 
l'autore deplora la perdita di tanti monumenti nel rimoder- 
narsi in quel secolo varie chiese. Seguirono per commissione 
di Benedetto XIV le iscrizioni Bolognesi nel 1759 , a spese 
della Camera capitolina le Romane nel 1760, nel 1761 le 
Picene promosse dal cardinale Pallotta, nel 1766 le Piemon- 
tesi procurate da monsignor Tornati. Rimangono manoscritti 
sedici volumi di epigrafi , e Lombarde , Genovesi , Toscane , 
Umbre , Romagnole , Napoletane , Siciliane ed estere. Non 
sarebbe tanto incomoda la ripartizione secondo le provincie 
d' Italia : incomodissima però è la divisione in classi ; p. es. 
pontefici , cardinali , vescovi e via via , mentre unica manie- 
ra proficua d'ordinare iscrizioni si è quella di non separarle 
dalle località classandole secondo gli anni. Chi può andare 
in traccia , nei tre grossi volumi delle Romane del Galletti , 
delle epigrafi esistenti in una sola cappella , in quella dei 
Savelli in Araceli ? 

Non v' è mancanza di raccolte d' iscrizioni dei singoli 
edifizi dell'alma città. Sono poche le chiese di essa prive di 
storia particolare buona o cattiva; ed in tutte queste storie se 
ne leggono. Non finirei ove volessi citarle a una a una ; e ri- 
mando il cortese lettore al Ranghiasci , quantunque ai tempi 
nostri troppo pieno di lacune , giacché in oggi ancora non 
mai si cessa d'arricchire questo ramo di letteratura storico- 
artistica , non già sempre col criterio e colla diligenza di cui 
fanno fede gli scritti del principe D. Camillo Massimo. Anche 
le opere migliori dello scorso secolo , quella a modo d'esem- 
pio del P. Casimiro sul tempio d'Araceli , lasciano però molto 
a desiderare. Altre fabbriche ancora sono state illustrate più 
o meno copiosamente , offrendo ricca materia di quel genere. 
Varie poi sono le raccolte manoscritte conservate nell' Ar- 
chivio e nella Biblioteca Vaticana e in altre librerie , quelle 
di Francesco Valesio , di Cassiano dal Pozzo, del Gualdo, 
del Caffarelli , di vari anonimi. I materiali dunque non man- 
cano : anzi la copia di essi mette spavento. Ci voleva proprio 
coraggio ad affrontarla. Eppure nel momento in cui le anti- 
che iscrizioni e quelle dei primi secoli cristiani vengono rac- 



84 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

colte od illustrate in opere di gran lunga eia anteporsi a 
tutto ciò che sin qui si era pubblicato, quelle medievali e 
moderne ne formano in certo modo il supplemento. Lodevolis- 
sirno è dunque l'assunto del signor Vincenzo Forcella , di 
rendere cioè di pubblica ragione una raccolta completa delle 
epigrafi esistenti nelle chiese ed in altri edifìci di Roma , 
dal secolo XI sino a' giorni nostri , comprendendo con quelle 
ancora visibili ancora le altre di cui conservansi copie , 
distribuendole per secoli in tante serie quanti sono gli edifici 
a cui appartengono , illustrandole con brevissime note. Meto- 
do unico ragionevole , e tale da corrispondere allo scopo e 
storico e topografico. Si potrebbe mettere in dubbio la conve- 
nienza di pubblicare tutte le iscrizioni moderne , le quali 
minacciano di riuscire mole indigesta e di scarsissimo inte- 
resse , mentre non possono non render l'opera oltremodo 
lunga e costosa. Confessiamo d'altra parte essere non lieve la 
difficoltà di farne una scelta, non rimanendo nemmeno priva 
d' inconvenienti l'esecuzione del primitivo disegno di fermarsi 
cioè alla fine del seicento. 

La raccolta del Forcella cominciò a pubblicarsi al prin- 
cipio del 1867 : ed ora ne tengo sotto gli occhi diciotto dispen- 
se , le quali abbracciano i palazzi Capitolini , e le chiese di 
Santa Maria Araceli , Santa Maria ad Martyres ( la Rotonda) 
Santa Maria del popolo e Santa Maria sopra Minerva non 
peranco terminata, chiese delle quali quella d'Araceli, a mal- 
grado dei guasti, offre maggior ricchezza. Confesso che il prin- 
cipio dell'opera è tale da scoraggiare. Non meno di ventiquat- 
tro pagine in quarto grande riempionsi coi « Fasti consulares 
capitolini » cominciando dall'anno 1640 , « sedente Urba- 
no Vili ». Ognuno capisce che quest'elenco dei conservatori , 
dei triumviri cioè posti al lato del senatore per gli affari 
amministrativi e di finanza , non può essere se non di scarso 
interesse. Dal ritorno di papa Martino V in qua era andata 
sempre scemando l'autorità ed insieme l' importanza del go- 
verno municipale. Ciò non vuole attribuirsi ai soli pontefici ed 
alle mire dei medesimi di abbassare e rendere impotente il 
comune di Roma. Già molto prima della fine dello scisma , 
la vitalità di tal comune andava estinguendosi. L' impossibi- 
lità nata dal continuo conflitto di tre poteri , di quei cioè del 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 85 

papa , del baronaggio e del popolo mai sempre irrequieto ed 
incostante , erasi pienamente dimostrata verso la metà del 
trecento. Allorquando poi per mezzo della riforma del 1357 , 
essendo lontani i pontefici , si esclusero i baroni dall'annui - 
strazione urbana col passare all'elezione di un Senatore 
straniero, si perde la forza militare , senza ottenere ordine 
e floridezza nell'interno, il secondo e terzo ceto non essendo 
nella lor maggioranza composti di quegli elementi che brilla- 
rono nella repubblica fiorentina. Con quella riforma si tornò, è 
vero, al fondamento del sistema municipale. Mentre al Senato- 
re straniero si lasciò il sommo potere esecutivo giudiziario , 
associandogli nei sette riformatori, ai quali in seguito sostitui- 
ronsi i conservatori camerali , un consiglio di cittadini rag- 
guardevoli , si creò nuova milizia democratica , i balestrieri , 
i cui capi , detti i Banderesi , coi loro consiglieri disponevano 
della forza cittadinesca, la rappresentanza del comune rima- 
nendo nei due consigli popolari, stretto e largo. Ma per far 
camminare siffatta costituzione, si sarebbero voluti ordine e 
concordia mancanti a Roma. La storia del periodo dei dician- 
nove anni di predominio dei banderesi, e quella dei moti 
incessanti dopo il ritorno dei Papi da Avignone, ci presentano 
dunque una serie di contrasti , che lacerarono i nuovi sta- 
tuti , impoverirono il popolo , distrussero la città. Al ritorno 
di Papa Gregorio XI, il comune, quantunque indebolito, era 
tuttora in piedi : al ritorno di Martino V era poco più d' un 
nome. Il tempo dello scisma aveva compiuto ciò che era stato 
principiato in quello dell'esiglio francese. Il tentativo repub- 
blicano sotto Eugenio IV ne dimostrò l'ultima decadenza. 
Erano sparite fin le traccie dell'antica importanza dei Sena- 
tori : percorrendone i ruoli sin dai tempi di Martino V tro- 
veremo pochi nomi di famiglie celebri. I moderni conserva- 
tori, quali compariscono nei fasti, appartengono a casati 
cospicui ; ecco tutto ciò che se ne può dire. La storia dei 
cambiamenti ai quali anche modernamente soggiacque il 
governo municipale di Roma , cambiamenti di cui incon- 
triamo la traccia negli anzidetti Fasti Capitolini, natural- 
mente non entra nell' assunto della presente notizia , sic- 
ché rimando i lettori all' opuscolo dell'Abate Coppi sul Se- 
nato , opuscolo il quale , insufficiente nella parte del medio 



86 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

evo , nella moderna ne espone le vicende con ordine e 
chiarezza. 

Quanto al Senato del medio evo bisogna proprio conten- 
tarsi di poco. Tutti sanno quante lacune ed incertezze oc- 
corrono negli elenchi dei Senatori, nonostante le ricerche fatte 
da uomini diligenti, dei quali basta citare il Vendettini e 
il Vitale , scrittori degli ultimi decenni dello scorso secolo. 
Né ci porge molti aiuti l'opera del Forcella. Del primo se- 
colo del Senato risorto, non esiste sul Campidoglio veruna 
epigrafe , mentre nell' intera città non so se ne rimanga al- 
tra all' infuori di quella del « Benedictus summus senator » 
che ristaurò il ponte Cestio , 1191-1193. Del dugento , tre 
sole sono le iscrizioni esistenti nel palazzo dei Conservatori , e 
tra queste una sola appartiene al Senato , quella cioè del 1296 
che ricorda i senatori Pietro Stefaneschi e Andrea Romani , 
mentre delle altre due l'una è quella notissima del Caroccio 
Milanese mandato da Federigo II, l'altra spetta alle fab- 
briche Vaticane di P. Niccolò III. Così del trecento ancora ri- 
mangono quattro sole iscrizioni, delle quali quella del 1300 
nomina i senatori Riccardo degli Annibaldi del Colosseo e 
Gentile Orsini. Nemmeno sono numerose le epigrafi del deci- 
moquinto secolo , di cui varie non esistono più nell'originale. 
Esse ricordano i senatori Carlo de' Lapi Cesenate del 1425 , 
Valerio de' Loschi Vicentino , fratello d'Antonio segretario 
pontificio e amico di Poggio Bracciolini , del 1425 ^ Niccolò 
d'Alanio Napoletano del 1428, Pietro Tebaldeschi di Norcia 
del 1468 , Pietro Chitani de' Cesi di Narni del medesimo 
anno , Agamennone Mariscotti Bolognese del 1472 , Ranieri 
Maschi Riminese del 1475, Francesco degli Scannasorci Napo- 
letano del 1480 (dall'editore creduta inedita mentre già venne 
stampata dal Fea nella Varietà di notizie* pag. 63), Matteo 
Toscano Milanese il quale nel 1481 ripose in Campidoglio la 
statua di Carlo d'Angiò , « obrutus heu iaculis saxis fumo- 
que » , Lodovico Orso da Forlì del 1483 , Giacomo Bonarelli 
di Castel Bonpiano del 1486, Emilio Parisani d'Ascoli del 1489, 
Alberto Magalotti d'Orvieto del 1494, Salvestro Aidoli (?) di 
Fuligno del 1496, Lorenzo de' Lanti « orator Senensis », 
del 1498. Non continuo , e perchè nel cinquecento le iscri- 
zioni rendonsi più frequenti , e perchè questi esempi dimo- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 87 

streranno esserne scarsa l' importanza storica. Quanto alla 
dicitura delle epigrafi , non potè rimanere senza influenza 
la restaurazione della classica letteratura. Invece di versi 
rimati e di righe rozzissime e' imbattiamo in distici non privi 
d'eleganza quali quei di Matteo Toscano e di Lodovico Orso : 

Ter septem menses Sixto regnante senator 
Romulidas rexit non sine laude probus ». 

Col cinquecento cominciano le numerose iscrizioni onorarie 
poste ai pontefici , e quelle spettanti a varie opere eseguite 
o da essi o dal municipio. Ultime fra le capitoline sono quelle 
della Protomoteca « excellentium Italorum memoriae dicata », 
raccolta di ritratti in busti non corrispondente alla prima 
idea , ma pure non mancante d' interesse , e di cui fu gran 
promotore Antonio Canova. L'essersi nel cinquecento e sei- 
cento trasformata nuovamente in un Panteon d'uomini illu- 
stri la chiesa della Rotonda, non fu cosa lodevole né con- 
senziente al principio cristiano. Ma l'essersi nel secolo nostro 
tolti dalle loro tombe i busti di Raffaello Sanzio ed altri, per 
collocarli in un Museo , sente di sacrilegio. 

La chiesa di Santa Maria Araceli , oggidì ancora ricca di 
monumenti sepolcrali ed altri, anticamente ne era ricchissima. 
Allorché un motuproprio di Pio IV, ordinava, nel 1561 , che 
questa chiesa , per suo maggiore splendore , venisse sgombrata 
dalle memorie sepolcrali , riponendole in luoghi più conface- 
voli , furono queste con danno immenso della storia e delle 
lettere da mano sacrilega in gran numero spezzate e convertite 
in uso della fabbrica, altre scalpellate, volte alcune altre sos- 
sopra per rendere più agevole e comodo il pavimento, moltis- 
sime finalmente annientate, togliendo a noi ogni speranza di 
rinvenirle, e movendoci a giusto sdegno contro quella insana- 
bile piaga (pag. 113). Finanche nel 1729 si distrussero lapidi 
dell'undecimo secolo ! Pur nonostante il venerabil tempio capi- 
tolino , chiesa del senato , teatro di storici avvenimenti dalle 
guerre tra papi ed antipapi sin alla repubblica del 1849, conserva 
gran numero di memorie, mentre di molte oggi smarrite for- 
tunatamente ci rimangono copie, non sempre esatte, ma pure 
utilissime. Tale è il caso della più antica delle lapidi capitoline, 



88 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di quella del 1028 posta ad uno dei Crescenzi, spesso riportata 
fra le iscrizioni spettanti a questa famiglia che fa la dispera- 
zione dei genealogisti. Col 1266 principiano le lapidi numero- 
sissime dei Savelli, continuando sino all'estinzione totale dei 
medesimi, avvenuta nel 1724 in persona di Donna Caterina Giu- 
stiniani vedova di Giulio Savelli ultimo principe d'Albano e di 
Venafro, duca di Castel Savello, morto d'anni 86 nel 1712, 
dopo di aver eretto nella cappella di San Francesco « domus et 
familiae suae ultimum lapidem ». Quante memorie desta questa 
sola cappella , anch'essa nello scorso secolo di pessimo gusto 
rimodernata, dimodoché non si perdonò nemmeno alla lapide 
dell'ultimo « ex vetustissima Sabellorum stirpe ! » Vediamo 
il sepolcro di Luca Savello , padre di papa Onorio IV, morto 
senatore nel 1266, antico sarcofago con scena bacchica e cogli 
stemmi di musaico , quello di Pandolfo fratello del papa , di 
Vana Aldobrandesca madre del medesimo. Abbiamo sott'occhio 
la statua di Onorio ivi trasportata, leggiamo poi, passando 
a' tempi più recenti , l' iscrizione singolare del cardinale Gio- 
van Battista Savelli, morto nel 1498 dopo di essere stato per- 
cosso più d'una volta dai turbini degli ultimi decennj del 
quattrocento: « temporum varietate atque malignitate bis ad 
cardinalatum electus et in mole Hadriani detentus, semper 
tamen honorifice liberatus ». 

Molte famiglie più o meno illustri avevano ed hanno i loro 
sepolcri in Santa Maria Araceli : di altre singoli individui 
furono ivi tumulati. Troviamo gli Albertoni, Arrigoni, Boboni, 
Boccabella il cui palazzo a pie del Campidoglio passò ai Mas- 
simi, Boccapaduli, Buzzi, Orsini Cavalieri, Colonna, Delfini, 
Gentili, Mancini, Margani , Mattei , Paluzzi, Serlupi, Sini- 
baldi , della Valle, dei quali parecchi, ora in parte estinti, 
diedero nome alle strade da loro abitate. Poche chiese pre- 
sentano una varietà di rimembranze simile a questa. Qui la 
lapide di Tommaso da Fasanella napoletano, ribelle agli Svevi, 
maresciallo della città per Carlo d'Angiò, morto nel 1271; là 
le epigrafi dei cavalieri e notai di Arrigo di Lussemburgo im- 
peratore morti nei trambusti del 1312 , più in là la lapide di 
Felice de'Freddi « qui ob proprias virtutes et repertum Lao- 
coontis divinimi quod in Vaticano cernis fere respirans simu- 
lacrum immortalitatem meruit ». Qui la commovente epigrafe 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 89 

a Niccolò della Valle traduttore d' Omero e d' Esiodo posta 
nel 1473 dal padre : « hic in vita sua nulli maledixit , sine 
voluntate parentis niliil fecit , magno et excellenti claruit 
ingenio » ; là l' iscrizione singolarissima , colla quale Gentile 
Virginio Orsini nel 1494 ricorda la generosità di un milite 
romano Stefano Santi. Questi , in procinto di vendicare la 
morte del padre, risparmiò l'uccisore, il quale non conoscen- 
dolo lo supplicava pericolante: « neque admirandum viator , 
quod romanus vir romane agat ». 

Non sono numerose le epigrafi di Santa Maria ad Marty- 
res , le quali principiano dal 1270. Del cinquecento rimangono 
quelle di Raffaello Sanzio, di Perino del Vaga, di Taddeo 
Zuccari e di Flaminio Vacca scultore, la cui casa era situata 
sui ruderi delle contigue Terme d' Agrippa , mentre ai tempi 
nostri appartiene la lunga iscrizione che ricorda il ritrova- 
mento della spoglia mortale di Raffaello. Santa Maria del 
popolo è chiesa antica, ma ne scarseggiano le antiche me- 
morie , ed essa può dirsi appartenere quasi interamente al 
quattrocento , per essere stata rifatta da Papa Sisto IV, tra 
il 1472 e il 1477. « A chiunque con attento esame percorra 
la chiesa, cadranno sotto gli occhi lunghe tavole di marmo 
con figure in bassorilievo avarie foggie vestite, da ciascuna 
banda risecate per adattarle al pavimento, privandoci così di 
conoscere il nome, la patria, le gesta di quel personaggio; 
altri marmi spezzati , altri a metà nascosti sotto i gradini 
degli altari , ed in luoghi non confacevoli ; depositi final- 
mente di bella architettura dalla chiesa rimossi in luoghi 
appartati riposti ». ( L'autore a pag. 313.) Cosicché rimane 
una sola epigrafe del decimo terzo, nessuna del decimoquarto 
secolo ! Dei tempi anteriori alla riedificazione incontriamo 
varie lapidi di Spagnuoli, Portoghesi, Francesi, Belgi. Col 
sopraddetto pontefice principia l'epoca dello splendore di 
questa chiesa, giacché esso, i nipoti, i protetti gareggia- 
rono nell' ampliarla ed abbellirla, gara continuata sin ai tempi 
di Leon X. Fra le chiese romane , Santa Maria del Popolo , 
la Minerva e Sant'Agostino presentano memorie di maggior 
interesse per gli ultimi decenni del quattrocento e i primi 
del cinquecento. Può dirsi gran parte della storia personale di 
oltre mezzo secolo essere narrata dai marmi di tali tempj. 

Ahch. St. Itai.., 3. a Serie, T. IX, P. I. 12 



90 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Qui troviamo i Roveresehi e i Cybò , e Giorgio da Costa car- 
dinale di Lisbona e Ascanio Maria Sforza fratello del Moro, 
e i Fieschi di Lavagna e i Malvezzi Bolognesi , e Lodovico 
Podocataro cardinale di Cipro , e il cardinale Antoniotto Palla- 
vicini. Troviamo molti Spagnuoli venuti a Roma attempi di 
Alessandro VI , e Vannozza dei Catanei madre dei di lui 
figli , la cui iscrizione , ora sparita , merita di essere ricor- 
data : « Vanotiae Catlianae Caesare Valentiae , Ioanne Gan- 
diae , Iafredo Scylatii , et Lucretia Ferrariae ducib. filiis 
nobili probitate insigni religione eximia pari et aetate et pru- 
denza, optime de xenodochio Lateranen. meritae Hierony- 
mus Picus fideicommiss. procur. ex testo pos. Vix. an. LXXVI. 
m. UH. d. XIII. obiit anno MDXVIII. XXVI. No. » (1) Pasquale 
Adinolfi, in uno dei suoi saggi sulla storia e topografia di Roma 
(Il Canal di ponte, Narni, 1860), libri la cui ricca messe di 
notizie e di documenti a mala pena fa dimenticare lo stile 
quasi barbaro e vari sbagli, riferisce varie cose intorno a Van- 
nozza moglie di Giorgio della Croce Milanese poi di Carlo Ca- 
nale Mantovano , proprietaria di varie case a Roma e di una 
Villa sull' Esquilino (dove ebbe luogo la cena che precedette 
l'assassinio del Duca di Gandia) signora del castello di Bieda 
nella Tuscia romana. Nelle lettere al cardinale Ippolito da 
Este conservate nell'archivio di Modena , essa firma , senza 
cerimonia : « La felice et infelice come matre Vanotia Borgia 
de Cathaneys ». 

Fra le iscrizioni di Santa Maria del Popolo , leggiamo quella 
di Ermolao Barbaro del 1494 : 

Barbariem Hermoleos Latio qui depulit omnem 
Barbarus lue situs est, utraque lingua gemit. 

Urbs Venetum vitam, mortem dedit inclyta Roma. 
Non potuit nasci nobiliusque mori. 

Giulio II eresse il magnifico monumento, scultura di Andrea 
Sansovino , ad Ascanio Maria Sforza « in secundis rebus mo- 
derato in adversis summo viro, virtutum memor, honestissima- 
rum contentionum oblitus ». Clarice de 1 Medici Strozzi al tem- 



[h) A pag. 335 è occorso errore nello stampare questa epigrafe, leggendo- 
visi duabus prò ducibus. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 91 

po di Clemente VII , onorò di sepoltura la madre Alfonsina Orsi- 
ni, morta nel 1520 (anno post coniugem Petrum Medicem quin- 
to et decimo, post Laurentium filium Urbini ducem primo): l'epi- 
grafe in oggi perduta, è poco corretta (1). Troviamo i fratelli 
Chigi, Agostino e Sigismondo , ma con iscrizioni del seicento 
sulle piramidi che guastano la bella cappella d'architettura di 
Raffaello. Non finirei ove volessi inoltrarmi nel Cinquecento e 
nei tempi posteriori , nei quali però crescendo straordinaria- 
mente il numero delle epigrafi, in pari proporzione ne va sce- 
mando l'interesse. Quelle dei Cybò continuano quasi sino all'e- 
stinzione della famiglia, la quale sventuratamente nell'epoca 
della maggior decadenza dell'arte rinnovò opere dei mi- 
gliori tempi. Fra le ultime memorie contansi quelle dei due 
abilissimi incisori di conj e di carnei Giuseppe e Pietro Giro- 
metti, e di Francesco Catel bravo pittore paesista Berlinese, 
il quale con sua lode cooperò alla splendida edizione dell'Eneide 
di Annibal Caro procurata dalla Duchessa di Devonshire. 

Delle iscrizioni di Santa Maria sopra Minerva non abbiamo 
se non il principio. Accennai all'esterminio di molte di 
esse accaduto pochi anni fa. Di quelle che ci rimangono , la 
più antica è la memoria « Guilielmi Duranti epi. Minia- 
tensis », cioè di Guglielmo Durand vescovo di Mende, morto 
nel 1296 , notissimo e nella letteratura del gius canonico 
per la sua opera « Speculum iudiciale » che gli procurò il 
nome di « Guglielmus speculator » , e nella storia politica 
dei papi negli ultimi decenni del dugento. Il monumento 
si sa essere lavoro insigne dei Cosmati , la cui scuola salita 
a tanta floridezza intorno al tempo di Bonifazio VIII , finì 
nelle tenebre dell'esilio Avignonese (2). Col 1300 incominciano 

(1) Al 1407 ascrivesi (a pag. 315) l'iscrizione, in oggi smarrita, di Fiam- 
metta figlia di Alfonso Strozzi moglie di Tommaso di Paol'Antonio Soderini. 
Questa nipote di Filippo , cui venne imposto il nome della nonna Fiammetta 
Adimari, morta il 31 luglio 1497 è stata dimenticata dal Litta nella genealogia 
degli Strozzi, ma la rammenta il conte Passerini nella genealogia de' Soderini, 
Tav. VI. 

(2) La storia dei Cosmati , di cui ai tempi nostri occuparonsi il Witte , 
Carlo Promis e il Gaye, è stata trattata nuovamente nella diligente Storia della 
pittura italiana di J. A. Crowe e G. B. Cavalcasene (Voi. I, Londra 18(ii, con 
aggiunte e correzioni nell'edizione tedesca di M. Jordan, Voi. I, Lipsia 1868), 
da F. Cregorovius nel Voi. V della Storia di Roma nel medio evo , e da me 
nel Voi- Il della Storia della Città di Roma. 



92 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

le memorie degli Orsini , dei quali riposano in questo tempio 
tra altri i cardinali Latino e Matteo , morto quello a Perugia 
nel 1294 , questo in Avignone nel 1340 , mentre la facciata 
conserva l' iscrizione di Francesco Orsini conte di Gravina e 
di Conversano , prefetto di Roma dopo l'estinzione dei Pre- 
fetti di Vico , il quale nel 1453 terminò la chiesa ; quello 
medesimo da cui fu edificato il palazzo di piazza Navona , 
abbellito da Antonio da San Gallo giuniore e buttato a terra 
per dar luogo al palazzo Braschi. Commuovono le antiche 
iscrizioni spettanti a Santa Caterina da Siena , tra le quali 
ve n' è una rinvenuta poco fa nel campanile ed ora incastrata 
nel muro vicino alla porta che mette alla biblioteca: « Hic 
humilis digna prudens Katerina benigna - pausat que mundi 
zelum (velum ?) gessit moribundi - sub Lapa matre Dioco (Iaco- 
bo?) postea patre - floruit hec munda virgo Senis oriunda ». 
Accanto alle molte memorie di famiglie romane, degli Altieri, 
degli Alberini , dei Caffarelli , dei Porzj ( Porcari ) ec. , tra 
le quali si legge quella di Cencio de' Rustici scrittore apo- 
stolico dei primi tempi degli studi risorti, morto nel 1488, 
trovansi quelle di vari Fiorentini. 0' è il bel monumento di 
Francesco Tornabuoni del 1480 , e l'urna di Diotisalvi Neroni 
del 1482, « qui domi forisque multa prò repubblica optime 
gessit , patriae libertatem vehementer amavit » , elogio della 
cui verità diranno le storie fiorentine. 

Questi brevissimi cenni basteranno a far conoscere agli 
studiosi della storia e dell'antichità Italiana , la raccolta del 
signor Forcella, alla quale auguro lieto progresso. Non oc- 
corre ripetere che essa è di grandissima utilità. Nelle note 
sarebbesi desiderata qualche ulteriore notizia ; ma nell' insie- 
me bastano. La stampa è nitida ma stanca gli occhi; la carta 
è troppo sottile per simile opera. In capo alle singole pagine 
sarebbesi dovuto ripetere il nome dell'edilizio col primo ed 
ultimo millesimo delle epigrafi nelle medesime contenute, 
per agevolare le ricerche. Lodevole è la cura con cui si è 
riprodotto il sesto di molte lapidi che hanno l'iscrizione 
scritta all' intorno. Degli stemmi si è indicato il luogo. I testi 
generalmente sono corretti , quelli almeno di cui tuttora 
esistono gli originali. Termino col raccomandare l'opera delle 
Romane Iscrizioni ai lettori dell'Archivio Storico Italiano. 

Alfredo Rebmont. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 93 



Venedig unter dem Herzog Peter II Orseolo , 991 bis 1009 , 
von Dr. Otto Kohlschutter. Gòttingen, 1868, p. 94, 8vo. 

L'annunziata monografia è lavoro d'un giovane ingegno , 
uscito testé con lode dalle scuole dell'Università di Gottinga, 
ov' ebbe laurea in filosofia. Ciò eh' anzi tutto deve lodarsi 
nell'autore , è la scelta del soggetto impreso a trattare , per- 
chè la copia dei documenti che vi si riferiscono , supplisce 
in gran parte il racconto incerto e digiuno delle cronache. 
Limitata la narrazione al dogado di Pietro II Orseolo , sullo 
scorcio del secolo decimo e sul principio dell' undecimo , il 
Kohlschutter accenna prima ai motivi che ritardarono d'un 
mezzo secolo lo sviluppo della grandezza nazionale. Venezia, 
rilevatasi appena dall'abbiezione in che l'aveano gettata le 
incursioni ungheresi al cominciamento del secolo decimo , 
assoggettata l'emula Comacchio , infrenati gli Slavi alla costa 
orientale dell'Adriatico , fioriva tranquillamente sotto a' suoi 
dogi , promettitrice all' Italia d'un sereno avvenire. Ma le 
gare e i partiti popolari , appoggiata la rivolta del figlio con- 
tro il doge Pietro III Candiano , riuscirono non solo a che 
fosse richiamato dall'esiglio , alla morte del padre , ma ezian- 
dio a che si rivestisse della dignità suprema. Il nuovo doge 
Pietro IV Candiano , a rafforzare il potere minacciato dalle 
cittadine discordie , ripudiata la moglie , sposò Valdrada , 
sorella del marchese Ugo di Toscana, per ingraziarsi il di 
lei congiunto Ottone I re d' Italia. In onta a tanti elementi 
di dissoluzione , pareano ricomposte le cose alla elezione di 
Pietro Orseolo I , quando la sua rinunzia al dogado , per chiu- 
dersi in un monastero di Francia , riaccese il partito dei 
Candiani. Il quale rappresentato dai Caloprini, suscitò presso 
le corti estere nemici alla patria, riuscendo alla deposizione 
del doge Tribuno Memo. 

A migliorare considerevolmente le condizioni scadute di 
Venezia , tornò opportuna l'elezione di Pietro Orseolo II , le 
cui gesta sono narrate nella riferita operetta. L'autore nell'esa- 
me accurato della materia , rivelata dalla ricca scorta di 
documenti veneti ed imperiali , che costituiscono i patti inter- 



94 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

nazionali fra la repubblica di Venezia e gli imperi d'Oriente 
e Occidente, assoggetta a minuta e coscienziosa analisi i 
diritti e doveri reciproci , determinati dalla comunanza di 
confine , o dall'esteso tratto di mare su cui veleggiavano , 
tanto quelli che si rapportano alla politica, quanto quelli 
che al commercio. Addentratosi il Kohlschùtter nel soggetto , 
dà rilievo ai titoli di merito del doge , come uomo di stato e 
di guerra. Infatti Venezia , limitata per sua natura , ai pro- 
dotti del sale e del pesce , vidde d'un tratto ravvivarsi le 
fonti del suo benessere per le savie sue disposizioni. 

Benché il commercio di transito fra l'Oriente , l'alta Italia, 
la Germania , parte della Francia e de' paesi Danubiani fosse 
già sino dal nono secolo in mano di Venezia , com'era in 
mano degli Amalfitani quello fra l'Oriente , la media e la 
bassa Italia , la più parte di Francia e la Spagna ; torna a 
lode speciale dell' Orseolo di avere virilmente superati gli osta- 
coli che l'orgoglio e l'arbitrio de' principi bisantini , ingelositi 
della crescente prosperità veneziana , tenacemente opponevano 
coll'esigere da'mercadanti diritti portuali contrari agli accordi. 
Ottenne infatti il doge il ristabilimento degli antichi privilegi 
e la concessione di nuovi : tassa leggera per ogni vascello 
che carico di proprie merci veleggiasse pei Dardanelli a Co- 
stantinopoli ; imposta fissa sulla mercanzia senza differenza 
di generi , sorgente di immensi profitti pel frequente commer- 
cio della seta e delle vesti preziose ; dipendenza immediata 
da uno degli alti officiali imperiali , solo autorizzato a riscuo- 
tere i diritti doganali , a rendere invocata giustizia , ad 
esaminare i legni mercantili , che non dovea trattenere senza 
forti motivi , oltre tre giorni. Di qua ne veniva che i Vene- 
ziani spacciavano i loro carichi a miglior mercato che gli 
Amalfitani , e che gli stessi Orientali preferivano negli acqui- 
sti gli armatori veneziani , non solo agli Ebrei e ai Longo- 
bardi, ma eziandio a quei d'Amalfi e di Bari, dacché il carico 
delle merci loro su legni veneziani era rigorosamente proi- 
bito , sotto pena di confisca. È vero che la collazione di tali 
privilegi obbligava i Veneziani a promettere una limitazione 
del loro commercio co' Saraceni , non che a difendere 1' im- 
pero bizantino , e a trasportarne all'evenienza le truppe in 
Italia. Ma se da quest'obbligo solo i tardi nipoti prosciolsero 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 95 

la Repubblica colla presa di Bisanzio , vuoisi attribuire alla 
destrezza del nuovo doge , se con accorto operato ( anche ad 
eludere l'opinione del tempo e le prescrizioni pontificie che 
vietavano il trattare cogli infedeli ) , mantenne coi Saraceni 
dell' Egitto e dell'Affrica settentrionale gli anteriori rapporti 
commerciali che , coi prodotti dell' India e dell'Arabia , schiu- 
devano tanta fonte di ricchezza a Venezia. Fonte che , in 
onta ai tempi mutati e alle ben differenti circostanze , tenta 
oggi pure con nobile impulso Venezia, rinfocolata dalle anti- 
che reminiscenze , aprirsi co' suoi capitali e colla sua attività 
commerciale , nella creazione d'un vasto istituto delle scuole 
di commercio, e nella costituzione d'un fondo sociale neces- 
sario alle gigantesche operazioni che quello esige. 

L'autore attingendo dati sicuri dalla cronaca di Sagomino, 
parla delle ambascerie mandate dall'Orseolo a molti principi, 
collo scopo di stringere viemaggiormente i vincoli della pace, 
senza la quale manca vita e alimento al commercio. Fra 
quelli cui principalmente si rivolse fu 1' imperatore Ottone III. 
La cui conferma de' privilegi già da' suoi antecessori con- 
cessa, sulla fine del secolo nono, a' Veneziani dimostra quanto 
maggiore fosse la libertà di questi nell'Occidente , e quanto 
quindi minori le limitazioni che ne incepparono il commer- 
cio in Oriente. L' Imperatore altri ne aggiunse relativi al 
ripatico, al pontatico , ai ladronecci, agli schiavi fuggitivi, 
alla giurisdizione propria de' Veneziani nelle terre imperiali. 
Il Kohlschùtter porge nuova riprova dell' avvedutezza 
dell' Orseolo nel condurre a buon fine le interminabili diffe- 
renze con Giovanni vescovo di Belluno , il quale dapprima , 
usurpata parte de' confini liutprandici, riusciva poi ad impe- 
dire, appoggiato dal duca Enrico, le transazioni commerciali 
della Venezia colla marca di Verona e coli' Istria. Perocché 
Ottone , passate la prima volta le Alpi nella primavera 
del 996 , accolse festoso l'ambasciata del Doge , e soggettò 
all'arbitrio di questo la rappacificazione con quel prepotente 
vassallo , sanzionando oltre misura la sentenza d'accordo , 
già emanata in Verona sotto il duca Ottone di Carintia. Ciò 
che più allora giovò gli interessi di Venezia e gli conferì 
pieno diritto alla patria riconoscenza , furono l'affezione e la 
stima del giovane imperatore che , tenutogli a cresima il 



96 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Aglio e impostogli il proprio nome , compiaceasi di chiamarlo 
negli atti pubblici nostrum dilectum compatrem. Non è quin- 
di meraviglia se gli concede illimitato il permesso di tenere 
mercati e aprir porti in tutto l'impero, e gli agevola, col 
potente suo appoggio , l'estensione dei rapporti politici e com- 
merciali colla terraferma, del che danno esempio i vantag- 
giosi accordi coi vescovi Sicardo di Ceneda e Rozo di Treviso. 
Ned è a credere che tante cure usate per la prosperità di 
Venezia sul continente e oltremare gli facessero dimenticare 
i più savi provvedimenti per gì' interni bisogni dello Stato. 
Prese le insegne della signoria , la spada , lo scettro e lo 
sgabello ducale , rivestito de' supremi poteri , perchè crea- 
tura del popolo ; assunto da questo il giuramento di fedeltà , 
si riservò esclusivamente uno degli offici della dignità supre- 
ma , l'amministrazione della giustizia. E qui molto a propo- 
sito osserva l'autore che , quantunque non s'abbiano documenti 
sufficienti sull' indole del diritto di que' tempi presso a' Vene- 
ziani , e sulla maniera d'esercitarlo , nullostante può dedursi 
da un novero di casi speciali , toccati nella cronaca dal 
Sagomino , che il fondo sostanziale del diritto era il romano 
associato al longobardico. Perciò, accennato l'ordinamento di 
consiglieri che assistono il doge , di giudici maggiori , medio- 
cri e minori , ossia di primati o proceri , di fedeli e popolo ; 
dei tribuni e gastaldi per quei comuni, alla trattazione dei 
cui affari non potea essere presente il doge , di suggezione 
degli ecclesiastici al capo dello Stato ; addotti i fatti partico- 
lari di sentenze dal doge proferite sulle querele di quei di 
Piove di Sacco pel ripatico , e dell'abate Marino contro il 
vescovo di Torcello , di promessa formale fatta da patrizi 
allo stesso doge di non far uso delle armi nell' interno del 
palazzo ducale, il Kohlschùtter notomizza, a così dire, le leggi, 
le norme regolatrici , lo spirito che le informa , e ne istitui- 
sce opportuni confronti con altre straniere contemporanee. 

Quel favore che 1' Orseolo prodigò sul commercio de'Vene- 
ziani in lontane regioni , dovette in seguito rivolgere alla 
tutela degli interessi più vicini de' sudditi , danneggiati nel 
golfo di Venezia dalla violenza de' pirati , da' quali fino allora 
dovea lo Stato ricomperar con vergognosi tributi la sicurez- 
za del suo commercio. Rifiutatosi alla prestazione di quei 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 97 

patti umilianti , pose Grado e i confini marittimi in assetto di 
dii'esa, spedì contro a' Croati in risposta alle esigenze del 
loro conte supremo, sei vascelli capitanati da Badoer Bra- 
mii ino, tolse loro di mano la fortezza di Pago, trascinando 
a Venezia molti schiavi di guerra , e quante volte osarono 
dappoi rinnovare gli assalti , tante li respinse , rimandando- 
ne con onta gli ambasciatori. 

Tanti successi contro gli Slavi inanimirono le città marit- 
time e le isole della Liburnia e della Dalmazia, che di schiatta 
romana passate alla soggezione de' Bisantini , ebbero contem- 
poraneamente a dolersi e del turpe abbandono in che lascia- 
vale il governo che avrebbe dovuto guarentirne gli interessi , 
e degli urti dei più potenti vicini , Croati e Narentani. Per- 
ciò sullo scorcio del secolo decimo , l'Orseolo , accolte le 
proposizioni degli ambasciatori Zaratini che gli offerivano la 
signoria della Dalmazia , ove li togliesse alle oppressioni 
degli Slavi, allestì una flotta, e toccando alle coste dell' Istria, 
Parenzo e Pola , per le isole del Quarnero approdò a Zara , 
accolto dovunque colle più vive dimostrazioni di giubbilo, 
non solo dagli abitanti di origine romana, ma eziandio dagli 
Slavi che gareggiavano con quelli , e nel prestare il giura- 
mento di fedeltà, e nel sovvenire l'armata con nuova milizia. 
Passate le solennità del trionfo, in cui ogni ordine di cittadini 
uscendo dalla capitale , preceduti dai vescovi e dai priori di 
Zara, Arbe , Veglia, gli resero omaggio; l'Orseolo rifiuta le 
proposizioni di pace , perchè non eque , fattegli dal conte 
supremo de' Croati , s'apparecchia all'assalto del loro paese , 
attacca con dieci vascelli bene equipaggiati, i Narentani nelle 
vicinanze di Lissa , i Croati a Zara vecchia e agli scogli di 
fronte a Zara, quindi vincitore s'avanza a Traù e Spalato, 
ricevuto con egual pompa. Come Cresimiro III avea fatto atto 
di dedizione a Traù, così il principe de' Narentani, atterrito 
dall'appressarsi della flotta , trattò col doge a Spalato gli 
accordi di pace, che ottenne a gravissime condizioni. Assog- 
gettati poco di poi i Narentani di Curzola e Lagosta, e rice- 
vuto il giuramento di fedeltà dall'arcivescovo di Ragusa e 
da' suoi, dopo il periodo di non più che due mesi tornò in 
patria confortato dal segreto applauso della coscienza di aver 
esteso col proprio braccio i confini e la potenza della Repub- 
Ancn. St. Itm.. , 3. a Serie, T. IX. P. f. 13 



98 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

blica. L'autore cui somministrò le più dettagliate notizie 
l'unica cronaca di Sagomino , leva meritamente a cielo una 
spedizione, alla quale, se si voglia tener ragione del tempo, 
non ha Venezia a contrapporre una simile, per la prontezza 
dell'esecuzione, per la importanza leggera de' sacrifìci , per 
la massima delle conseguenze che se ne ritrassero , per la 
durata di quell'acquisto, detto vecchio per antonomasia, per- 
chè conservato sino al cadere della Repubblica. 

Perciò assai stimato da' suoi e da' principi circonvicini , 
guadagnossi particolarmente l'Orseolo l'ammirazione dell' im- 
peratore, che valicate una terza volta le Alpi nel mille, risep- 
pe in Pavia de' riportati trionfi , e commise all'ambasciatore 
veneziano Giovanni Diacono di procurargli un segreto con- 
vegno col suo signore di Venezia , ove recherebbesi dal mo- 
nastero di Santa Maria di Pomposa. Questo fatto , meno sin- 
golare che strano per le circostanze che l'accompagnano , 
.offrì ampia materia di discussione agli storici nostrali e fo- 
restieri , i quali v'intravvidero più che il desiderio di Ottone 
di tanti viri et compatris presentici et sagacitate potirì. 
Ma gli argomenti addotti dal Kohlschùtter , con cui io stesso 
parteggio , allontanano la idea accarezzata dai più che sotto 
vi si celassero alte ragioni politiche. L' imperatore , giovane 
ardente perchè di soli 22 anni ; cupido di nuove e svariate 
impressioni, perchè d'indole cavalleresca ; ammiratore entu- 
siastico delle gesta strepitose del doge , cedeva all' impulso 
di nobili sentimenti , ispiratigli dall'affezione e dalla cogna- 
zione spirituale , i cui legami stringeano allora quanto ai 
nostri giorni le parentele. Arroge i motivi religiosi che in- 
formavano l'animo d'Ottone ad ascetiche aspirazioni, le lunghe 
e frequenti conferenze coli' abate Odilone di Cluny in Raven- 
na e con san Romualdo ; il cocente desiderio , allegato come 
impellente della sua visita , di vedere la chiesa di san Mar- 
co in Venezia , che allora ricostruivasi ; la fama delle altre 
sue chiese e de' ricchi monasteri. Ciò nullostante non può 
spogliarsi del significato d' importanza politica la venuta 
dell' imperatore. Per lui Venezia più strettamente collegata 
non solo coli' Italia, ma eziandio colla Germania e, special- 
mente colla casa reale di Sassonia , ottenne dal successore 
Enrico II nel 1002 aRatisbona, la più ampia conferma degli 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 99 

antichi privilegi da Ottone primo, e dei donativi che il terzo 
avea fatto all' Orseolo e alle sue chiese nella marca di Vero- 
na o nella contea dell' Istria. Né i rapporti della Repubblica 
veneta coli' impero furono rallentati dopo la morte di Ottone, 
che anzi rannodatisi coll'anteriore intimità, dacché Enrico II 
tenne a cresima il più giovane figlio del doge , vi si man- 
tennero interamente , non solo sino alla morte di questo , 
ma eziandio sino a quella dell' imperatore. 

Occupatosi finora l'Orseolo degli affari dell'alta Italia e 
della Germania, dovrà rivolgere nel 1002 l' intravveggente 
operosità ai Greci dell' Italia inferiore. I quali , fissata la 
sede del nuovo loro governo in Bari , ebbero quivi a soste- 
nere uno de' più violenti assedi , per opera de' Saraceni , 
capitanati dal rinnegato Safì. Il doge, cui quasi presago dello 
avvenire , stava a cuore tener lontani dall'Adriatico i musul- 
mani , allestita una flotta , mette alla vela sancii Laurentii 
die,, penetra a forza nel porto di Bari, costringe i Saraceni 
a desistere dall'assedio , vettovaglia la città , e dopo tre 
giorni di combattimento navale , sbaraglia interamente l' ini- 
mico. Accompagnato dalla gratitudine dell' intera cittadinan- 
za e di quel protospatario Gregorio, tornò sollecitamente 
a Venezia colmato di doni e onorificenze dagli imperatori 
Basilio e Costantino , a' quali per suoi ambasciatori avea 
riferito l'avvenuto. Che anzi quelli, a significazione di memo- 
re riconoscenza , diedero in isposa la nipote Maria figlia del 
distinto patrizio Argiropulo , al di lui figlio Giovanni , lo 
nominarono patrizio , ne celebrarono con pompa le nozze 
a Costantinopoli ; ed agli splendidi donativi onde accomiata- 
rono la coppia principesca , aggiunsero reliquie insigni di 
santa Barbara , riguardate allora come inapprezzabili. 

L'Orseolo , che a giusto titolo il Kohlschùtter appella il 
Pericle di Venezia , era giunto a cattivarsi , per meriti civili 
e militari , l'affezione d'ogni ordine di cittadini , per modo 
che riguardarono come oggetto di pubblico lutto la morte 
della nuora Maria, e a temperargliene il cruccio , gli posero 
a lato nella gestione della suprema rappresentanza , il figlio 
appena quattordicenne , Ottone. Fatti che altamente onorano 
il magistrato benemerito della patria , ne risvegliano i nobili 
sentimenti di riconoscenza ; che il doge nella previsione 



100 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dell' immaturo suo fine , destinò del proprio il fondo di 1250 
o 1050 lire veneziane di denari perchè l'annuo censo ne fosse 
distribuito a vantaggio dello Stato. Morto egli nel 1009 , fu 
seppellito accanto ai figli diletti nella chiesa di san Zaccaria 
ove non è una pietra che ne indichi il sito. 

Benché il nostro storico Romanin , da cui spesse volte 
trae appunti l'autore , abbia trattato lo stesso soggetto con 
larghe vedute nella Storia documentata , nullostante non è 
a disconoscersi l'utile servigio da lui prestato alla conoscen- 
za de' fatti nostri, meno per le ingegnose induzioni sulle 
cause e gli effetti loro , che per l'arricchimento della materia 
dovuto all'uso di documenti esteri , in parte nuovamente 
scoperti. Del qual beneficio sommo recato alla storia deesi 
saper grado alle molte opere che sotto nome di Regesta , 
cioè compendi di documenti , vanno a gara pubblicandosi , 
specialmente in Germania , Inghilterra , Francia dagli uomini 
di lettere sovvenuti dalle accademie. Fra questi non posso 
tacere della imperiale di Vienna ed ungarica di Pest, gran 
parte dei cui atti archivali , fatti conoscere a questo modo , 
toccando pel resto de' rapporti internazionali la Repubblica di 
Venezia proiettano gran luce sulla sua storia. 

Or qui mi si permetta la espressione di un voto ispiratomi 
dall'amore sincero del mio paese. Io vorrei che quella giunta 
di storia patria istituita con savia accortezza dall'Ateneo di 
Venezia , sotto il patrocinio del ministero dell' istruzione 
pubblica , d'altro per ora non si occupasse che di vaste com- 
pilazioni di Regesta. Queste soltanto ben fatte, provvedute 
di copiosi indici , ordinate poi sotto vari titoli , metteranno 
entro ai chiusi penetrali della storia civile , ecclesiastica , 
politica, militare, economica, artistica,* solo queste torranno 
le apparenti antilogie storiche , tradurranno il dubbio in cer- 
tezza ed irradiando pel nesso degli avvenimenti la storia 
degli Stati coevi , porgeranno motivo di facile diffusione del- 
l'opera, a che specialmente dee tendere la giunta, agevolan- 
dosene la via col trovare un editore. 

Alla sola storia documentata delle gesta di Pietro II 
Orseolo non credette però il Kohlschùtter ristretto il suo 
compito, ch'egli in trattazione speciale, aggiunta a' mo' d'ap- 
pendice, s'estese sulle fonti del lavoro, sulla cronologia. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 10 i 

sulla storia antoriore al 991. L'unica sorgente di notizie 
sulla vita del doge , come eziandio sulla storia di Venezia 
sino al suo tempo , è la cronaca detta Sagornina, stesa dal 
suo cappellano Giovanni Diacono , pubblicata nel secolo scor- 
so dallo Zanetti, e riprodotta da Pertz nei Monumenta Ger- 
maniae. D'altra mano e di data anteriore è la cronaca Gra- 
dense : le posteriori , cioè l'Altinate , d'Andrea Dandolo , di 
Lorenzo de'Monachis, quanto raccontano dell'Orseolo ritrag- 
gono dal Sagomino. Ma a quella cronaca hanno da ag- 
giungersi molti e preziosi documenti , conservatici in copia 
nei libar Uancus , liber albus , liber jMctorum, codex tre- 
visaneus , manoscritti che , tolti per violenza di falsamen- 
te appellata conquista a Venezia , tornarono già ad lares 
dall'archivio di casa , corte e stato di Vienna. Soggettati a 
minuta analisi diciotto documenti conservatici soltanto nel 
Codex tremsaneus , l'autore pubbliconne per intero quattro 
che più tornarono al suo intendimento. A rilevare la confu- 
sione della cronologia veneziana seguita dalle tre cronache 
Sagornina , Altinate , Dandoliana dal 959 al 1043 , offre una 
tavola parallela dei dogi di questo tempo , tentandone la 
correzione. Ma spontanee parole di lode e incoraggiamento 
merita il lavoro , dall'autore chiamato excursus sui trattati 
politici e commerciali di Venezia coli' Italia e colla Germa- 
nia prima del 991. Questo excursus rendesi tanto più neces- 
sario a ben giudicare delle cause di fatti posteriori , quanto 
quei trattati non hanno soltanto un interesse storico speciale 
ma eziandio generale , perchè danno a conoscere lo sviluppo 
successivo, l'estensione, la vigoria del commercio di Venezia, 
che tenuta ragione de' termini differenziali, oserei raffron- 
tare a quello dell'odierna Inghilterra. L'autore distingue due 
specie di questi trattati: gli uni contengono determinazioni 
esatte su alcuni punti , autenticate formalmente da un docu- 
mento speciale, rilasciato il dì stesso del trattato, colla 
giunta della tutela reale di que' diritti che si rapportano ai 
possessi de' Veneziani nell' impero ed al libero corso del 
commercio : gli altri confermano i trattati anteriori , e danno 
rilievo soltanto ad alcuni singoli punti. I primi sono della 
massima importanza, della quale occasionalmente non man- 
cano i secondi, ogniqualvolta cioè o si sono i primi smarriti 



102 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

o per uno o per altro motivo si sono interpolati od anche 
falsificati. Ora l'accurata analisi di simili atti assieme raffron- 
tati offre benissimo gli elementi di deduzioni storiche avve- 
ratesi dopo il 991. 

La dignità e la moderazione conservata dall' autore nel 
l'acconto ; l'acutezza delle osservazioni , come allorquando si 
permette felici induzioni sulle ricchezze de' Veneziani , infe- 
rendone dalla proporzione delle multe , l' imparzialità nazio- 
nale ivi attestata ove scaglia parole di sdegno contro Otto- 
ne II, che, porto orecchio alle offerte de' Caloprini, in onta alla 
santità de' trattati , agisce contro Venezia ; ci ispirano un sen- 
timento di dovuta riconoscenza; benché non possa non tor- 
nare increscevole che argomenti così importanti della storia 
intima del paese , svolti con tanta coscienza e tanto studio 
da mano straniera , sfuggano alle diligenti elucubrazioni dei 
nostrali. 

Venezia , 30 novembre 1868. 

Giuseppe Valentinelli. 



li Friuli Orientale -, Studi di Prospero Antonini. - Milano, 
Dott. Francesco Vallardi, tip. ed., 1865. Un voi. in 8.°gr. di 
pag. viii-704, con carta topografica delle Alpi Giulie. 

I. Prima di cominciare la relazione di questo prezioso vo- 
lume, mi corre debito di porgere grazie al direttore delV Ar- 
chivio Storico Italiano da cui ebbi commissione di tenerne 
parola. Accettando un tal carico, credetti altresì di compiere 
un dovere, giacché non potrei chiamare con diverso nome la 
presente opportunità di far noto agli Italiani il valore di 
un'opera, che è, non dubito asserirlo, una recente gloria del 
paese nostro, sì per la scelta e la copia delle notizie che vi 
sono racchiuse, come ancora pel fervore di generoso patrio- 
tismo ond'essa viene informandosi ad ogni pagina. L'erudi- 
zione può ben sostenersi sulle ali del sentimento e vestire 
piacevole ed eletta forma; ma l'autore di un libro deve anche 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 103 

affidarsi al retto giudizio, per isfuggire al troppo comune pe- 
ricolo di farsi apologista del proprio soggetto. 

In questo errore non cadde l' illustre storico del Friuli 
orientale, sebbene il programma del volume paia assumere 
gl'intenti della polemica, come quello che riposa sopra il di- 
ritto della nazione Italiana a stendere il suo impero fino alla 
vetta delle Alpi Giulie; diritto che i nostri nemici vogliono 
contrastarci, negando la verità delle prove sulle quali si fonda. 
Mentre le Provincie venete erano ancora serve dello straniero, 
l'Antonini si propose di rivendicare le ragioni alla indipendenza 
pel paese che trovasi al di là dell'arbitrario confine ammini- 
strativo, ad oriente di esse Provincie, e volle così preparare 
gli animi ad accogliere una giustizia che il trattato di Vienna 
del 3 ottobre 1866 non doveva sventuratamente assentirci. 
Ma il beneficio di codesta pubblicazione erasi fatto manifesto, 
e il diritto nazionale, che non si prescrive mai per mutarsi 
di secoli, rimaneva assicurato per l'avvenire. La fama del- 
l'autore ne crebbe, che, non appena liberate le provincie della 
Venezia, egli fu creato senatore del nostro regno, così rice- 
vendo un premio che l'operoso esilio dalla sua patria gli aveva 
ottenuto. 

Adunque gli studi del senatore Antonini sul Friuli orien- 
tale, che comprende le maggiori città di Gorizia, Gradisca, 
Tolmino, Plezzo, Aquileia, Monfalcone, Grado, crescono pre- 
gio alla storia d'Italia, come si vedrà dal seguito della pre- 
sente recensione. Giovato nell'ardua impresa dal sapiente 
aiuto di benevoli amici, egli poteva condurla a fine con quella 
larghezza di concepimento che era degna del soggetto ; e non 
solo ridiceva la fortunosa storia civile, politica, ecclesia- 
stica, militare della importante provincia, ma la geografia e 
la economia e la statistica nei varii suoi elementi. Io che 
conobbi il libro come prima venne alla luce, mi propongo ri- 
peterne la parte più sostanziale, recando, per quanto sarà 
da me, un ordine meglio accurato in qualche punto che il 
nostro autore non dovette rivedere, affrettato dalla urgenza 
di pubblicare il volume. Debito d' imparzialità mi consiglia di 
far palese esser codesta una delle poche mende ch'io vi tro- 
vassi, a cui facilmente potrebbe ovviare una seconda edizione, 
corredata di ciò che manca a questa prima, voglio dire di un 



104 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

copioso indice analitico. Il mio lavoro di compilazione si terrà 
alla parte storica del libro, come l'indole eli questa Rivista 
mi suggerisce, lasciando di ripetere quali sieno le condizioni 
fìsiche, quali i dati statistici che formano egregio subbietto 
degli ultimi due capi , condotti con mirabile cura e precisione 
e con larga copia di notizie (1). Devo aggiungere ancora che 
uno studio bibliografico tutto speciale domanderebbero le 984 
annotazioni onde l'opera fu corredata, dacché l'autore chiese 
sempre alla critica di rischiarare ogni punto della storia 
orientale friulana. 

II. Nel definire i confini naturali d'Italia, che sono la più 
sicura base su cui si fondi la nostra nazionalità, la scienza, 
quando ha voluto sciogliersi dalla politica partigiana, non ha 
mai versato nel dubbio. Le Alpi Giulie formano un limite ad 
Oriente, ben definito; e il sommo vertice di esse che corre 
dal monte Tricorno, al passo di Nauporto, al Nevoso, al 
monte Maggiore, fino alla punta di Fianona ove si bagnano 
nel golfo del Quarnaro, è la meta dell'italiano diritto. Il no- 
stro autore, seguendo Adriano Balbi e l'Anonimo ravennate, 
pone più ad oriente l'estremo confine, dal monte Nevoso fino 
al corso d'acqua della Reczina presso la città di Fiume (2). 
È differenza di poco momento. 

Dal Monte Maggiore nell' Istria si diramano due catene : 
1' una, di Caldera, continua a mezzodì e dopo breve corso 
muore presso Fianona nel Quarnaro; l'altra, della Vena, o, 
anticamente, di Ocra, forma a nord-ovest un contrafforte delle 
Alpi principali. Codeste prealpi sono il confine tra l' Istria 
peninsulare o marittima, che scende all'Adriatico quale ap- 
pendice delle Alpi Giulie , e 1' Istria montana, chiamata Scla- 
vonia nel medio evo ed oggi Carsia, forse dal vocabolo har 
che in celtico suona petroso. 

La Carsia si divide in quattro zone. Singolarissima re- 
gione sotto l'aspetto geologico, esercitò sempre la maraviglia 
degli scienziati, e quelle oasi in mezzo al brullo deserto pari 
a conche o ad imbuti, chiamate doline o dolazzi, e quegli sta- 
gni, che in illirico portano nome di Koli , non hanno altrove 

(1) Antonini, pag. 833-704. 
$) Antonini, pag. 31-32. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 105 

riscontro. Ognuno conosce i fenomeni della Palus lugea , oggi 
laghetto di Zirehinizza, la quale « fuori di ogni ordine natu- 
rale è fiume per pescare, prato per fare nerba, campagna 
per uccellare et in molti luoghi selva per tagliar legna » (1). 
Sovrasta al lago il monte Slivenza che sembra il cratere di 
un vulcano spento, donde escono vapori. Un prete alla Pen- 
tecoste esorcizza il cratere a scongiurare il mal tempo , e ad 
impedire che quei paesani scuotano di dosso la dura igno- 
ranza. Lascio di ricordare le grotte di San Canciano, di Cor- 
niale e la più famosa e mirabile, e nostra, di Postoina od 
Adelsberg: la Carsia ha moltissime grotte ancora inesplorate, 
e la sua sterilità trova certo una spiegazione nell' impetuoso 
vento grecale, la ~bora, e nei vapori che si alzano dalle acque 
stagnanti in seno del suo nudo altipiano. 

Tale natura, tale confine ha la regione italiana ad oriente 
del nostro regno. Ma la parte che più a noi si avvicina, e 
alla quale l'autore volse più particolarmente il suo studio, 
non ha dissimile il generale carattere, la fecondità del suolo, 
la singolare bellezza del paesaggio di quello s' incontri nella 
provincia annessa all'Italia, del Friuli occidentale. Pittori e 
poeti fecero a gara per significare le stupende magie naturali 
del contado goriziano (2). Il bacino dell' Isonzo ha pari il 
clima e la vegetazione al bacino del Tagliamento, e non in- 
tero quello dell'Isonzo appartiene al Friuli orientale, giacché 
il maggiore suo confluente di destra, il Torre, giace per quasi 
tutto il corso nel territorio politicamente italiano, e così pure 
i confluenti del Torre, che sono il Corno, ilNatisone, la Ma- 
lina. Dalle quali condizioni idrografiche ed anche dalle oro- 
grafiche s'informa tutta la storia del paese, onde, in epoche 
diverse, ebbero sorti comuni le due parti del Friuli; e a nes- 
suno verrebbe dato di scinderne la storia, per fare servigio 
agli avversarli della nostra nazionalità. L'autore dovette fa- 
vellare spesso di paesi che ora stanno fuori del ristretto limite 
amministrativo del Friuli orientale. Io non potrò talvolta 
astenermi dalla stessa necessità. Rilevo il fatto perchè merita 
la più profonda considerazione. 

(1) Cronica di Marco Antonio 'Nicolctli, riportata da Francesco Di Manzano 
nel Voi. Il degli Annali del Friuli, Udine 1858; Antonini, pag. 26. 

(2) Antonini , pag. 340-341. 

Ancu. St. [tal., 3.» Serie, T. IX, P. I. 14 



106 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

III. Due città, Aquileia e Gorizia, compendiano nei loro 
fasti tutta la vita passata e presente del Friuli orientale. La 
prima serba tuttavia, se non la grandezza dei suoi monu- 
menti, il prestigio del suo nome; e, degna figlia di Roma, 
non fu meno potente come colonia latina, di quello diventasse 
da poi come patriarcato. Ma in questo i patriarchi furono 
superiori ai pontefici che, quando i tempi non comportarono 
più fosse mantenuto il principato ecclesiastico, ne fecero ma- 
gnanimo e generoso sacrificio. 

Prima che la Venezia cadesse sotto il dominio romano, i 
Carni, che ne erano il popolo più fiero e bellicoso, curarono 
a difenderne la indipendenza. Sembra che i Carni venissero 
nella Venezia con la quinta immigrazione celtica scesa dalla 
Gallia e che anzi con le stirpi galliche fossero in intima pa- 
rentela (1). Ma disfatti gli Etruschi, Roma vinse i Galli, e 
la Venezia, com'è opinione del Maffei e del Micali , si diede 
spontanea a seguire le insegne di Roma. Per difendere il 
nuovo acquisto dalle invasioni dei superstiti Galli, i Romani 
fondarono la colonia di Aquileia in sito occupato forse anche 
prima da un'altra città, e tremila latini nel 181 av. C. fu- 
rono sortiti a popolarla, e poco più tardi, nel 170, altre millecin- 
quecento famiglie. Il vastissimo agro tutto all' intorno era 
spartito fra i coloni, e le famiglie di questi, imponendo i 
propri nomi ai fondi loro assegnati in sorte col nome di 
predii, ci rivelano anche oggi i molti paesi che nel Friuli 
hanno origine romana come appartenenti all'agro aquileiese. 
La nuova fondazione trovossi sulle prime in grave pericolo, 
ma gTIstri, che ne minacciavano l'incremento, dopo molta 
resistenza furono dai Romani debellati ; e le colonie di Ter- 
geste, Pola, Emonia, e il triplice vallo, che da Aidussina 
(Heidenschaft) in Friuli giungeva fino alla Liburnia (Dal- 
mazia), furono valido freno alle future insurrezioni. Il che 
non tolse che gli lapidi al di là dell'Ocra non penetrassero 
in Istria , finche i Romani sotto Augusto li vinsero , fondando 
Emonia Saviana ove ora sorge Lubiana. Erasi compiuta quella 
grande fusione che fu il più maraviglioso frutto della politica 

(') Leopoid Coszen , Die Wondcrungen dcr Kelten, Leipzig, 1861 ; Antonini, 
png. 38-40. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 107 

di Roma : assicurato il sacro suolo d' Italia da ulteriori in- 
vasioni, provvedevano i Romani con la istituzione di un 
mercato sulle rive del Natisone (Forogiulio, Cividale del 
Friuli ) ad agevolare il traffico tra gli abitanti della monta- 
gna, della pianura e del lido. 

Fra questi ultimi intanto cresceva di opulenza Aquileia, 
metropoli della regione d'Italia, popolata, come sembra, di 
130mila abitanti, sede del pretore romano e, quale libero 
municipio, privilegiata di una zecca e di un collegio augu- 
stiale. La via Emilia movendo da Roma, per Rimini, Ai- 
tino e Concordia, giunta ad Aquileia , partivasi in due ; e 
così , mercè la comunicazione aperta dai Romani dove più 
sentivano il bisogno di strade , provvedevasi rapidamente alla 
difesa nel momento del pericolo ; di che la storia della co- 
lonia aquileiese ci presta le prove fino dal primo secolo. 

Traiano imperatore nel 105 dell'era volgare , poneva presso 
Aquileia alle Aquae gradate (Grado) la stazione della flotta 
dei Veneti, staccandola dalla classe di Ravenna, e le dava 
giurisdizione dalle foci dell'Adige a quella dell' Arsia. Una via 
faceva comunicare il porto con la città. Ma quel sito era de- 
stinato a fasti anche maggiori. Venuti i barbari di Alarico , 
gli abitanti di Aquileia , presentendo la misera caduta della 
insigne città , si fecero a fabbricare Grado , scelta a rifugio 
dal vescovo Secondo , un anno prima della invasione di At- 
tila. Scese il flagello di Dio e , distrutta Aquileia , gli abi- 
tanti seguirono il vescovo in Grado. Passato quel tremendo 
uragano , la nuova città dovette far mostra di sé nella storia; 
e quando i Greci capitanati da Narsete mossero contro gli 
Ostrogoti , approdarono alle Aquae gradate per prendere alle 
spalle i nemici stanziati in Ravenna. Ricostruita in Aquileia 
la basilica, al venire dei Longobardi, Grado, presidiata dai 
Greci , servì di ritirata al patriarca Paolino. E come Aqui- 
leia era stata chiamata Seconda Roma „ Grado prese nome 
di Nova Aquileia e si abbellì di pubblici edifizi e di chiese. 
Municipio con propria magistratura , i tribuni del popolo , fu 
protetta dall' impero d' Oriente , poi retta dal gastaldo del 
doge di Venezia e dal 1251 da un patrizio nomato il Conte. 

Ma non pertanto Grado decadeva, ed avendo avuto, dopo 
il famoso scisma dei Tre Capitoli , un vescovo proprio e di- 



108 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

stinto dal patriarca d'Aquileia , e pure con giurisdizione sulle 
chiese della Venezia marittima, non cessarono gli odii reli- 
giosi, finché la sede gradense fu trasferita a Venezia. In 
quella vece i patriarchi d'Aquileia, rimasti per maggiore si- 
curezza a Cormonsico per oltre un secolo , trasferirono nel 737 
la loro residenza a (Dividale. Di là vennero nuovamente ad 
Aquileia sotto il patriarcato memorabile di Popone al prin- 
cipio del secolo undecimo, e nel 1236 Bertoldo di Andechs 
elesse a dimora il castello di Udine , dividendosi dal suo ca- 
pitolo (1). Le masnade tedesche di Popone spogliarono a ven- 
detta le chiese di Grado, ogni cosa menando a rovina; e 
quando, nel 1161 , fervendo la guerra contro il Barbarossa , 
la sedia di Aquileia era occupata dal tedesco Ulrico II, Grado 
dalle armi ecclesiastiche fu presa improvvisamente. Accorse 
il doge Vitale Michiel, e fatti prigionieri il patriarca e molti 
canonici, la Repubblica, a titolo di riscatto, volle l'annuo 
tributo di un toro e dodici maiali. La povera isoletta pati un 
nuovo saccheggio dal patriarca Marquardo e dai Carraresi al 
tempo della guerra di Chioggia : la invidia e la malvagità 
degli uomini e delle fazioni dovevano condurla allo stremo 
della sua vita (2). 

Celebri fino dai tempi romani erano , presso le sorgenti 
del Timavo , le terme di Puteoli. Teodorico , sembra , vi co- 
struì vicino la ròcca di monte Falcone (Monfalcone), la quale, 
appartenuta da prima al patriarca aquileiese, passò in mano 
di Rizzardo da Camino , potente signore della marca trevi- 
giana , e poi nel 1309 fu espugnata e presa dal conte Enrico 
di Gorizia. Venezia nel 1420 sottentrò nel dominio di Mon- 
falcone e del suo territorio che comprendeva diciotto villaggi, 
governati da un podestà patrizio veneto col nome di castel- 
lano. Quaranta fanti e un capitano presidiavano la terra; e il 
doge Francesco Foscari il 3 aprile 1456 approvava gli statuti 
della comunità. Ma siccome quel possesso d'ogni intorno era 
stretto da paesi soggetti all'Austria , il luogotenente Andrea 
Foscolo, nella sua relazione del 1.° giugno 1525, esprime al 
Senato veneto il voto che « essendo la terra de Monfalcon 

(1) Antonini, pa«. 402, -139, 179-180. 

(2) Intorno a Grado , vedi Antonini , pag. 52 , 5ì , C2 , 71-75 , 80 , 103 , 105 , 
127, 16) , 370. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 109 

locho de importanza per esser propinquo al mar linde facil- 
mente si potria socorer la patria, et per esser Maran sotto 
alieno dominio, reputo necessario et. per sigurtà di quela 
terra enei se facia una roclia , in locho de la rocheta che ne 
le guerre passate per li nemici fu rumata ». Giovò il consi- 
glio, perchè nel principio del mille seicento la ròcca di Mon- 
falcone sostenne e respinse il violento assalto degli Uscocchi 
congiunti ai Tedeschi. Pel trattato funesto di Campoformio , 
Monfalcone passò all'Austria insieme agli altri territori della 
Repubblica veneta , ma fu compreso nel regno d' Italia dal 
trattato di Presburgo alla Convenzione di Fontainebleau (1) e 
dopo il 1815 fece parte della strana regione amministrativa che 
conserva tuttavia il nome d'Illiria, resuscitato da Napoleone. 

IV. Ma per rifarmi donde ho preso le mosse , dirò che 
Aquileia, come fu distrutta da Attila , insieme a Concordia e 
ad Aitino , fu due volte nel medio evo ritolta all'oblìo , e se 
non potè risorgere allo stato di prima, lasciò congiunto il suo 
nome al vasto dominio dei patriarchi. Però innanzi che eglino 
acquistassero il possesso territoriale che li rese potenti , i 
barbari avevano occupato l'agro aquileiese; e Alboino , avendo 
nominato heerzog o duca nella città del Forogiulio il suo ni- 
pote Gisulfo, gli conferiva tutta la regione tra le Alpi, la 
Livenza e le lagune di Grado. Gisulfo morì da prode in una 
battaglia, combattuta nell'anno 611 o 613 contro gli Unni- 
Avari invasori, dopo che aveva sperato frenarli col fortificare 
le castella del suo ducato che erano, le principali, secondo 
la testimonianza di Paolo Diacono , Cormona, Nemaso J Arte- 
nia, Osof, Retinici, Ghemona ed Ibligine (2). Gli Sciavi vennero 
seguaci degli Unni-Avari a manomettere il territorio ducale. 

Son dessi i progenitori degli Sloveni che oggi stanno nella 
parte montuosa del Friuli orientale. Non formarono mai uno 
Stato autonomo; pure quelli che divennero ospiti dell' Italia 
erano scesi fin dal secolo sesto dalle povere regioni della Ca- 
rinzia e della Carniola, ma non a scopo di guerra o di rapina, 
sibbene per cercare alimenti a sé e ai bestiami. Loro stanze 

(1) Intorno a Monfalcone , vedi Antonini , pag. 52, GO , -169, 278, 284,288, 
291-292 , 297 , 303 , 331 , 388 , 422 , 433 , 435 , 441 ce. 

(2) I nomi odierni sono Cormonsio , Nimós , Artegna , Osoppo , Ragogna , 
Gemona , Invillino. 



110 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

divennero il pendio meridionale delle Giulie, gli altipiani del 
Carso, le valli del Timavo superiore , del Frigido , dell' Idria, 
del Natisone , del Turro, della Resia; mentre gl'invasori 
della stessa stirpe furono ricacciati ai loro monti dai duchi 
del Friuli, cioè da Vettari nel 670, da Ferdulfo nel 695, che 
però cadde in un agguato con tutti i suoi fedeli , da Pemmone, 
che nel 718 li sconfìsse in tre battaglie , e dal figlio Rachis , 
futuro re e futuro monaco, nel 737. Nell'Istria invece gli 
Slavi immigrarono pacificamente soltanto al principio del se- 
colo IX favoriti dal duca Giovanni. Ma gì' Istriani che altra 
volta in guerra avevano vinto gli Slavi , male li soffrivano 
nelle loro terre, e nel placito dell' 805 chiesero a Carlomagno , 
sebbene indarno , di esserne liberati , accusando il duca colle 
seguenti parole che si leggono in Paolo Diacono : Sclavos 
super terras nosiras posuit; ipsì arant nostras terras et 
nostras roncoras > segant nostra 'grata , pascimi nostra pra- 
ta, et de ìpsa nostra terra reddunt pensionem Joannì. Sono 
parecchi secoli che dalla pianura friulana scomparve ogni 
traccia delle genti slovene : solo i nomi di molti paesi e certe 
condizioni topografiche ancora superstiti in alcuni di essi ac- 
cusano la remota esistenza della stirpe , che fu tanto diversa 
dalla italiana (1). 

Composte così o regolate le straniere invasioni, il pa- 
triarcato d'Aquileia, cessata la dominazione dei Longobardi, 
era destinato a fiorire; ma mescendo in prima la sua storia 
con quella del ducato forogiuìiese e della marca d' Istria. 
« I metropoliti d'Aquileia, scrive l'autore (2), esercitarono su 
gran parte delle accennate contrade, giurisdizione spirituale 
e gerarchia laicale ad un tempo ». 

La chiesa d'Aquileia fondata, come si crede, dallo evan- 
gelista San Marco nel 45, fu presieduta dal vescovo Erma- 
cora, martire della nuova fede. Il titolo di patriarca s'incontra 
solo nel secolo sesto, secondo la consuetudine che avevano 
i Goti di nominar così i loro vescovi. Ma singolari ricchezze 
distinguevano quella sede fin dai primi tempi. Con un atto 
del 21 dicembre 811, Carlomagno, che aveva confermata la 

(1) Intorno agli Sciavi del Friuli e dell'Istria, vedi Antonini, pag. 64-67, 
«4-85, 516, 518 - 521 , 614. 

(2) Antonini , pag. 71. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 111 

donazione di Pipino ai pontefici, formò a favore del patriarca 
d'Aquileia Massenzio e de' successori un dominio temporale, 
togliendolo ai latifondi dell' ultimo duca longobardo Rotgaudo 
e de' suoi complici Felice e Valdaudo. Quel duca era stato 
chiarito ribelle quando, a compiere l'opera della conquista, 
Carlomagno aveva fermo nell'animo di mutare i ducati in 
marche , ai duchi longobardi sostituendo i marchesi o conti 
franchi, che poco a poco, in unione ai loro aderenti, o voglio 
dire ai conti minori , divennero ereditarli nel Friuli. I conti 
o i giudici laici non potevano avere giurisdizione di sorta 
sui territori del patriarcato; e la donazione di Carlomagno, 
come fu confermata dagli imperatori Lodovico il Pio, Lotario 
e Garlomanno , la chiesa si ritenne immune da ogni tributo 
di erbatico , di fodero, di mansìonatico, di parata. 

Ma come nella storia del potere temporale dei pontefici 
e' fa duopo distinguere il periodo del semplice dominio da 
quello della sovranità, così nella storia de' patriarchi di Aqui- 
leia la vera creazione del principato, attribuita agli impera- 
tori tedeschi di casa Sassone, successe alle semplici donazioni 
di Carlomagno. Nella Germania, accanto ai ducati secolari di 
Sassonia , Baviera e Svevia , si facevano potenti gli Stati ec- 
clesiastici di Magonza, Treviri e Colonia. Così accanto ai 
signori della vasta marca veronese, si volle da Ottone I co- 
stituire un principato ecclesiastico indipendente ed immune. 
A tal uopo crebbe i possedimenti temporali a favore del pa- 
triarca Rodoaldo e , con donazione in data di Ravenna 
20 aprile 967, il potere di lui si estese dalla Livenza al mare, 
comprendendo tutte le terre della badia di Sesto , il castello 
di San Daniele, il castello di Farra e loro adiacenze. Ottone II 
nel 983 vi aggiunse gli altri cinque castelli di Buga , Faga- 
nea, Braitam, Croang ed Udene (1) con tre miglia tutto 
all' intorno. Ottone III confermò al patriarca Giovanni IV 
tutti questi possessi, e nel 28 aprile 1001 vi aggiunse medie- 
tatem castelli dicti Salicani (Salcano) et medietatem unàis 
villae, quae Sclavonim lingua vocatur Goriza (Gorizia). 
L'altra metà era data a Guariente, conte del Friuli e del- 
l' Istria. 

(1) Nomi odienti: Buia, Kapagna , Brazzano , Crua^no, Udine. 



112 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

A tale era giunta la potenza dei patriarchi , quando Po- 
pone, a cui Corrado il Salico crebbe le donazioni e diede 
facoltà di coniare moneta (1), trasferì la sede da Cividale 
nella disertata Aquileia , l'anno 1031. Popone rifece la città 
erigendo le mura, il palazzo, la basilica; e istituì un capi- 
tolo di cinquanta canonici , con assegnamento di pingui pre- 
bende nel basso Friuli. Al nome di Popone va congiunto 
quanto l'archeologia del medio evo scoperse fra i ruderi della 
città , un'altra volta poi caduta in rovina. Enrico IV impera- 
tore , che avversava , come sa ognuno , i pontefici, protesse i 
patriarchi di Aquileia; e da Pavia aveva innalzato alla di- 
gnità di principe il patriarca Sigeardo , con privilegio di po- 
tersi chiamare duca del Forogiulio , marchese dell'Istria e 
della Carniola. Alla morte del conte Lodovico nel 1077, la 
città di Cividale ed il suo contado furono donati, sembra, 
alla chiesa di Aquileia. Un'altra conferma venne al patriarca 
Ulrico II nel 21 luglio 1177 da parte del Barbarossa, e un'al- 
tra ancora , ina con privilegi nuovi (2), al patriarca Gotto- 
fredo. Finalmente Ottone IV rilasciava al patriarca Volchero , 
in premio della sua fedeltà, la bulla aurea del 13 gennaio 1209 
con la data di Augusta. Essa racchiudeva ampia conferma di 
ogni donazione anteriore , e con le seguenti parole consen- 
tiva ai patriarchi il diritto della giurisdizione criminale : 
sanguinolentum denarium, scilicet feritas, plagas, vulnera , 
homicidia, furta quoque , et omnia malefitia quae ad cor- 
rectionem, et Dannimi Principimi spedare noscuntur. Dopo 
ciò credo dover passar con silenzio le due riconferme di Fe- 
derigo II e la donazione di Carlo IV di Lussemburgo, che fu 
l'ultima, nel 7 settembre 1366 (3). 

V. Di tal maniera stabilito poteva if principato de' patriar- 
chi aquileiesi soffrire le vicissitudini varie di ogni potenza 
terrena. Guerre, alleanze, paci, incremento di autorità, de- 



(1) 11 denaro aquileiese era d'argento e corrisponderebbe a 25 centesimi della 
noslra moneta. Si divideva in 14 incelili di lame, chiamali piccioli veronesi. La 
marca di denari e la marea ad usum euriae, valori ideali, sarebbero il primo 
40 lire nostrane, il secondo 200. Cessarono i patriarchi di coniare moneta nel1420. 
Antoni -i, pag. 102 , in nota. 

(2) Antonini, pag 105 106. 

(3) Antonini , pag. 107-110. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 113 

cadenza, rovina: tali sorti lo aspettavano ad ora ad ora liete 
o infelici. Scrisse il compianto e benemerito Giuseppe Bian- 
chi friulano , la storia del Friuli nei secoli XIII e XIV non 
essere altro che la storia della chiesa aquileiese. I popoli , 
mirando allo splendore ond'erano i patriarchi circondati quanto 
allo spirituale (venivano nell'ordine gerarchico subito dopo i 
papi di Roma), si piegavano altresì, com'era stile dei mezzi 
tempi , alla loro autorità temporale. Quel principato fu sem- 
pre di natura italiana , perchè il patriarca era considerato 
inter proceres regni italici; che se, fra i sudditi, ve ne 
erano di latini e di tedeschi, vuoisi sapere che la giurisdi- 
zione dei patriarchi non si arrestava a sommo le Alpi , ma 
toccava la Carinzia e la marca dei Vendi. Prevalsero, è vero, 
dal 1014 al 1208 i patriarchi di origine tedesca ; ma ciò non 
deve indurre a maraviglia chi consideri come i favori impe- 
riali si volgessero a quelli che meglio sapevano meritarli. 
Una reazione avvenne però in vantaggio degli italiani, ojiando 
Gregorio X, attribuendo a sé e ai successori il diritto di no- 
mina alla sede aquileiese, scelse nel 1251 Gregorio da Mon- 
telongo napoletano. Il perchè si destarono lotte di influenza 
e di partito, e la causa dei guelfi e dei ghibellini venne a 
insanguinare con le fatali sue ire il suolo estremo d' Italia. 
Tanto fece per altro , destreggiandosi , il patriarca Grego- 
rio da serbare il dominio sulla marca d' Istria , che fin dal 
secolo XI gl'imperatori avevano conceduto alla chiesa d'Aqui- 
leia. Se non che il suo successore Raimondo della Torre (1) 
doveva assodare il temporale dominio dei patriarchi , innal- 
zando col tenace proposito la grandezza di una famiglia , fra 
le più potenti di Lombardia. Raimondo proibì ai municipii 
istriani di eleggersi consoli e podestà veneziani , e così ac- 
cese le faci della lunga discordia tra i patriarchi e la Repub- 
blica. Fu ghibellino in Carinzia, guelfo in Italia, e guerreggiò 
coi militi friulani in Lombardia per difendere i suoi dalla 
nuova potenza dei Visconti , né fu il solo della casa Torriana 
ad occupare la sede patriarcale, giacché si contano fra i suoi 

[\) Raimondo, dice il Verci nella Storia della Marca Irivigiana, giunse in 

Friuli nel luglio 1274, accompagnato da 60 donzelli milanesi , da 50 cavalieri 

aurati, ciascuno de' quali aveva seco 4 cavalli ed uno scudiere, da 600 soldati 

conducente ognuno 2 cavalli e da 400 uomini d'arme cremonesi. Antonini, p. 423. 

Ancii. St. Ital., 3.» Serie, T. IX, P. I. H'ó 



114 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

successori Gastone , Pagano e Lodovico I. Al tempo del pa- 
triarca Ottobono de' Razzi piacentino (1302-1316), è memora- 
bile la guerra tra il prelato e i potenti da Camino conti di 
Ceneda , i quali, sotto Rizzardo IV, da capitani del popolo 
a Treviso e da vicari imperiali nella marca , volevano esten- 
dere oltre Livenza i loro possessi. Occupate Sacile e Spilim- 
bergo , il patriarca fuggì da Aquileia ; ma Rizzardo, forzata 
e presa Udine , dovette , con la fuga , cedere all'ardore del 
popolo. I patriarchi sottentrarono a Rizzardo V da Camino 
morto senza discendenti (1). 

La ricchezza e la vastità de' possedimenti patriarcali al- 
lontanarono alcuni metropoliti di Aquileia da ogni sentimento 
di moderazione ; e specialmente il tedesco Giovanni di Mora- 
via , bastardo imperiale , come fu eletto nel 1387 , oppresse 
ogni ordine di libertà e portò esempi di scandalo fra il clero 
e il popolo. Nemico ai nobili e ai ricchi , estorceva danaro 
senza* restituirlo. Rapiti ad Udine gli antichi privilegi , si 
fé' a perseguitarne il capitano Federico Savorgnano , accetto 
alla Signoria di Venezia, e non fu pago prima di averlo fatto 
uccidere in chiesa ; attribuendo il misfatto a Francesco Car- 
rara signore di Padova , tolse perfidamente a proteggere i 
figli dell'estinto. Ma Tristano , il maggiore dei superstiti Sa- 
vorgnani, sorprese il patriarca negli orti del castello di Udine 
e lo spense. Tristano , compiuta la vendetta , fuggì esule a 
Venezia, che non solamente il protesse , ma lo creò condot- 
tiero delle proprie armi , e , a mezzo del nuovo patriarca di 
Aquileia , il romano patrizio Antonio Gaetani , indusse il papa 
a scioglierlo dalle scomuniche. Al Gaetani sottentrato nel do- 
minio Antonio Pancera , questi mutò affatto politica , e, a spe- 
gnere nel Friuli le fazioni , strinse una lega con Venezia. Gli 
si destarono contro potenti avversari ; Gregorio XII nominò , 
in luogo del Pancera , Antonio Da Ponte vescovo di Concor- 
dia e la guerra civile non tardò a scoppiare in Friuli. Udine 
stava pel Pancera ; Cividale , Gemona , Tolmezzo favorivano 
il Da Ponte. Rabbiosi ed accaniti gli scontri ; quando , a mag- 
gior confusione , Sigismondo re d'Ungheria e dei Romani , 
volle immischiarsi nel litigio per vantaggiare sé stesso con 

(1) Antonini, p. 129-131. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 115 

l'acquisto di Zara , e insieme i suoi protetti Carraresi spode- 
stati da Venezia. Se non che i due patriarchi rinunziarono 
alla sede e , contro le vive istanze di Venezia perchè si sce- 
gliesse un metropolita italiano , cadde la elezione , per in- 
fluenza di Sigismondo, sul prelato tedesco Lodovico di Teck (1). 

La guerra tra Sigismondo e la Repubblica divenne inevi- 
tabile. Moltissime comunità, strette in lega , avevano chiesto 
la protezione di Venezia : il Tagliamento era confine tra le 
due fazioni , stando alla sinistra gli amici di Sigismondo e 
del patriarca Lodovico. Il Savorgnano , difensore della città 
di Udine contro gli imperiali , non potè resistere a lungo : 
Udine era avversa a Venezia e il suo Consiglio esiliava tutte 
le donne in sospetto di favorire Tristano e i Veneziani. Fu 
fatta tregua a Trieste nel 13 aprile 1413 per la durata di 
cinque anni , e Venezia se ne valse per conchiudere una lega 
formidabile e ottenere , al rinnovarsi della guerra , la de- 
dizione spontanea di Cividale , mettendo grave paura negli 
Udinesi, nel patriarca e nei fautori del temporale dominio. 
Cividale resiste agli urti delle truppe imperiali; fugge il pa- 
triarca ; Udine e Aquileia sono assediate e la seconda è pre- 
sa , la prima , per provvedere al suo meglio , si dà alla 
Repubblica. 

Era sonata l'ultima ora della potenza temporale dei pa- 
triarchi. I possessi del Friuli , del Cadore e dell' Istria ven- 
nero alle mani di Venezia; i possessi. transalpini , una parte 
del territorio di Vipaco e un lembo della vai d'Arsa tocca- 
rono ai duchi austriaci. Il Palladio, storico del Friuli, pen- 
sava che la dedizione alla Repubblica dovesse considerarsi 
non già quale acquisto di nuovo Stato , bensì reintegrazione 
del proprio. Il papa scusava il patriarca Lodovico di essersi 
alleato a Sigismondo e pregava la Repubblica veneta desistesse 
dalle offese contro un principe ecclesiastico. Ma Lodovico 
aveva provocate ben tre invasioni degli Ungheri nel 1421 , 
nel 1422 e nel 1431 , i quali a tanto giunsero di crudeltà da 
mozzare le mani ai prigionieri veneti. Domandato una quarta 
volta di aiuti , Sigismondo , in guerra cogli Ussiti , si limitò 
a protestare nel Concilio di Basilea contro la usurpazione dei 

(lì Antonini, |> 229-2 !6. 



116 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Veneti. E questi furono scomunicati , poi assolti da Eugenio IV 
che annullò insieme gli atti del concilio. 

11 cardinale Lodovico Scarampo-Mezzarota arcivescovo di 
Firenze, nativo di Padova , venuto patriarca di Aquileia il 
13 marzo 1441 , per mezzo del suo nunzio Giovanni da Rieti 
protonotario apostolico , sottoscrisse in Venezia il 18 giu- 
gno 1445 i capitoli che portavano l'abolizione del temporale 
dominio , essendo rappresentante della Signoria Marco Fo- 
scari procuratore di San Marco. Pei patti solennemente 
giurati , e più tardi sanciti dal breve di Niccolò V il 28 giu- 
gno 1451 e dal diploma imperiale 20 marzo 1469 , era obbli- 
gata la Signoria a difendere la giurisdizione spirituale del 
patriarca ; e mentre consentiva a lui in dominio erile la città 
di Aquileia e le due terre di San Vito e di San Daniele , ec- 
cettuatine i feudi , attribuiva a sé in perpetuo tutti gli altri 
possedimenti temporali , pagando ai patriarchi prò tempore 
la somma annua di cinquemila ducati d'oro (62,000 lire ita- 
liane ) (1). Quante volte non converrebbe egli trarre dalla 
storia della Repubblica veneta documenti di senno civile e di 
quella suprema ragione di Stato che non è altrimenti iniqua 
allorché si appoggia sulla abolizione di privilegi odiosi e dan- 
nevoli ? Venezia , simile a Roma antica , non cancellò le 
autonomie provinciali , non violò gli statuti de' luoghi com- 
messi alla sua dominazione, e seppe sciogliere l'arduo proble- 
ma , intorno a cui oggi si affaticano gli statisti , del conce- 
dere ai popoli una larga misura di libertà , senza manomettere 
per questo i propri diritti sovrani. La patria del Friuli non 
perdette gli ordini del suo reggimento , benché avesse a capo 
un luogotenente con residenza in Udine , che presiedeva , in 
sostituzione del patriarca , le assemblee nelle quali erano 
accolti i tre Stati , del clero , dei baroni e delle comunità. 
Il senato veneto elesse da allora in poi i patriarchi d'Aquileia 
fra i patrizi di Venezia e tenne il dominio del Friuli fino al 
2 maggio 1797 , sebbene non intieramente , quale lo aveva 
conseguito per effetto della rinunzia dei patriarchi aquileiesi. 

La città d'Aquileia, da tanti secoli deserta, sofferse nel 1703 
per gli eventi della famosa guerra di successione spagnola. 

(1) Antonini , p. 237-246. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 117 

La squadra francese comandata dall' ammiraglio Duchéne , 
sbarcò alle foci della Natisa una parte della ciurma che 
saccheggiò il paese all' intorno , penetrando nella città che fu 
antica regina del Friuli. In appresso tacque colà nuovamente 
ogni guerra per centottant'anni fino alla prima campagna del 
Buonaparte in Italia. Una sì lunga calma recò alla civiltà 
qualche profitto , specialmente ne' paesi del Friuli soggetti a 
Venezia (1). Ma Aquileia e una parte del suo circondario 
era passata fino dal 1509 nel dominio di casa d'Austria. 

Da ciò venne una contesa per la elezione dei patriarchi 
tra il senato veneto e la corte di Vienna. Il patriarca risie- 
deva in Udine da quasi tre secoli e , tranne l' inverno , ven- 
tiquattro canonici aquileiesi stavano in Cividale. Ne prendeva 
uggia l'Austria," che aveva solennemente sbandito da Aqui- 
leia i patriarchi e sospettava della fede dei canonici. Anche 
i pontefici vollero con fermo animo favorire la Repubblica, e 
la patrizia famiglia dei Grimani tenne la sede dal 1497 al 1593. 
Unica via a decidere la controversia era la partizione in 
due della grande diocesi aquileiese , onde evitare i disordini 
lamentati da monsignor Biglia , nunzio di Pio V a Vienna , 
con le parole : « il patriarca d' Aquileia non cura la sua 
chiesa , et que' canonici sono tanto insolenti che non si pos- 
sono patire , et sono di così mala vita che mettono scandolo 
nel popolo (2) ». Durava il litigio da due secoli e mezzo , 
quando il 29 novembre 1749 una bolla pontificia venne a 
creare il vicariato apostolico di Gorizia. Venezia stizzita , 
protestò di tal fatto, fé' preparazioni di guerra contro Roma 
ma poi consentì alla soppressione in perpetuo del patriarcato 
di Aquileia, come avevano consigliato le due mediatrici Fran- 
cia e Sardegna. A che provvide il breve 6 luglio 1751 , se- 
guito dalla bolla 12 aprile 1752 che istituiva i due arcive- 
scovati di Udine e di Gorizia (3). L'abolizione del temporale 
dominio, giova notarlo, aveva di lunga mano preparato anche 
la soppressione della sede di Aquileia. 

VI. Vengo ora a dire alcun che degli importantissimi or- 
dini che reggevano il principato de' patriarchi aquileiesi. Come 

H) Antonini, p. 370-374. 

(2) Archivio Storico italiano , Voi. IV, prima scric , 1847. 

(3) Antonini , p. 395-401. 



118 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

era costume del feudalismo di retribuire coi benefizi i servigi 
degli uomini fedeli al signore , così non dubitarono i patriar- 
chi di concedere ai loro difensori ampia giurisdizione di terre 
con molte franchigie , e di permettere che altri vassalli mi- 
nori prestassero ai benefìziari lo stesso omaggio che gli im- 
mediati fedeli rendevano al patriarca. Di tal guisa si creò 
una gerarchia feudale molto complicata, e fin dalle prime i 
feudi si suddivisero in ecclesiastici e in laici , quelli attri- 
buiti a vescovi , ad abati , ad intieri capitoli , questi a libere 
comunità , a baroni , a nobili ministeriali , ad abitatori o 
burguti. Fra i ministeriali stavano il camarlingo, il quale , 
vacante la sede, custodiva i tesori ecclesiastici, il coppiere, 
lo scalco o dapifero, il maresciallo e gonfaloniere : titoli am- 
biti dai maggiori principi , dacché i duchi di Carinzia erano 
grandi coppieri, grandi siniscalchi i duchi d'Austria. E ancora 
fra i ministeriali ignobili , pur compresi nella gerarchia feu- 
dale , si contavano saltari, cavallari, cuochi, lavandai , ma- 
gnani, camerieri e manigoldi. Tra l' Isonzo e la Livenza 
sorgevano ottanta castella feudali (1). 

La investitura davasi dal patriarca nella basilica di Santa 
Maria. Gli ecclesiastici ricevevano nella destra la spada, 
nella sinistra il vessillo rosso; i conti di Gorizia , di Prata e di 
Porcia erano investiti col vessillo e coll'anello ; i signori da 
Romano , da Camino e da Duino coll'anello soltanto ; e col 
cappuccio i minori vassalli. 

Nel 1327 fu stabilito che il principe patriarca avesse a 
soldati 406 elmi e 119 balestre, ogni elmo comprendendo 
tre militi a cavallo armati di elmo , lancia e spada : il 2 feb- 
braio se ne faceva la generale rassegna nei piani di Campo- 
formido. I traditori erano gittati in mezzo al campo nemico 
e decollati in veste nera a capo raso. Non si accettavano 
mercenari stranieri , né compagnie di ventura. 

Tenevasi conto della legge famosa di Corrado il Salico , 
che riconosceva ai feudatari delinquenti e sospetti il diritto 
di essere giudicati dai lori pari. Puossi dire anzi che quasi 
unica prevalesse la legislazione feudale anche in casi civili, 
dacché il nepotismo , sorto con Gregorio da Montelongo e 

(I) Antonini , p- 434-434. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 119 

continuato dai Torriani , dava carattere di feudo a quasi 
ogni terra libera ; e gli stessi possessori allodiali facevano 
omaggio alla Chiesa dei loro beni col patto di riacquistarli 
da poi a titolo feudale , e ciò perchè il possesso avesse mag- 
gior sicurezza e protezione. Perfino i signori da Camino sce- 
sero a tale. Stretti insieme in un vincolo tenace d' interessi 
così i principi come i feudatari , il popolo ne soffrì acerba- 
mente , e non sempre ebbe l'animo di alzare le armi a ri- 
scossa, come quando nel 1299, mosso da giusta ira , sterminò 
la famiglia dei nobili d'Artegna e ne distrusse il castello , e 
nel 1308, a Cividale , spense nel sangue le violenze della 
classe aristocratica (1). 

Quel sangue versato per la causa della libertà doveva re- 
care suoi frutti , perchè anche nel Friuli crebbero a poco a 
poco le comunali franchigie. Le quali , scritte nell'editto di 
Rotari, furono conservate dal patriarca Volchero , e valsero 
a por modo alle pretensioni che i papi mettevano innanzi sul 
riformare le consuetudini del Friuli. Solo Marquardo diede faci- 
le orecchio alle ambizioni pontificie, e anche per proprio conto 
pubblicò nel 1366 un codice di costituzioni patrie aquileiesi, 
a cui si aveva ricorso quando gli statuti municipali (2) non 
provvedevano ai casi particolari. Però i liberi comuni asce- 
sero a cento in Friuli , esercitarono signoria feudale sulle 
minori comunità e si ressero indipendenti per due secoli (3)., 
ma specialmente sotto il riguardo amministrativo. 

11 patriarca era rappresentato da un gastaldo o da un 
capitano , tutore della comunità. Ed esso presiedeva , senza 
voto , i consigli di arengo o vuoi le assemblee generali, prima 
composte dei soli nobili , poi anche dei popolani , per effetto 
di quel progressivo trionfo che nella Italia del medio evo in- 
contrò la idea democratica. Solo più tardi, cioè nel secolo XV, 
alle assemblee generali furono aggiunti i consigli maggiori 
e i consigli minori o di credenza ; e il potere esecutivo era 
in mano del capitano , assistito da una Giunta. Nulladimeno 
godevano i comuni di diritti sovrani , e tutti gli storici del 
Friuli parlano di amicizie e di alleanze tra Udine e Aquileia, 

(4) Antonini , p. 43Ì-4 i9- 

(2) [bid , p. 334. 

(3) Ibid , p. 143 



120 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tra Gemona e Padova, e dicono di ambasciatori spediti da 
esse comunità a principi e a repubbliche (1). Pure i comuni 
dello Stato aquileiese arrivarono a siffatta potenza più tardi 
di quelli della Lombardia , giacché tutti i patriarchi che vanno 
da Popone a Bertoldo di Andechs , o voglio dire dal 1019 
al 1208 , erano forti sostenitori di parte imperiale. Fu ap- 
punto Bertoldo che, a mezzo il corso del suo principato, 
tolse a proteggere le comunità, e riconosciuto il Colloquio o 
Parlamento generale del Friuli , in cui ^sedevano il clero , i 
castellani e il popolo delle terre libere concesse perfino ai co- 
muni soggetti a dominio immediato del patriarca di avere in 
quella sovrana assemblea propri rappresentanti. Almeno l'au- 
tonomia municipale erasi acquistata nelle lotte di libertà: 
magistrati e statuti propri s' incontrano , prima che altrove, 
ad Aquileia , a Cividale , ad Udine , a Salice , a Pordenone, 
a Gemona. Ma Pordenone si sciolse dalla sudditanza della 
chiesa d'Aquileia , sostenne guerre , ebbe franchigie dagli 
imperatori e perfino il titolo di repubblica (2) ; mentre le al- 
tre città nominate , non dimenticando la loro origine feudale, 
tennero fede all'alto dominio del principe patriarca. Nondi- 
meno nel parlamento generale che tenevasi ad ogni anno , 
in varia sede , sulla fine di maggio , s' intendevano il prin- 
cipe e gli Stati , giacché il patriarca non poteva , senza ade- 
sione di questi , esercitare i diritti sovrani di guerra , di 
pace , di alleanze , di tributi , di leggi. E , cosa più notevole 
ancora , il consiglio permanente che assisteva il patriarca nel 
suo governo constava di alcuni membri del parlamento. Nel- 
l'assenza del principe o in tempo di sede vacante , mentre 
un vicario era delegato a reggere la diocesi , un vicedomino 
o luogotenente governava lo Stato non più là di sei mesi e , 
a salvare da più urgenti pericoli il dominio vacante , sceglie- 
vasi un capitano generale. Questi , in tempo d' interregno , 
non restava con le mani a cintola , ma con l'accrescere a 
proprio profitto i privilegi e i possessi territoriali , si ri- 
pagava lautamente dei servigi e della difesa prestata al 
principato del patriarca. Con arte siffatta vedremo che si fe- 



lli Antonini , p. 445. 
(2) Ibid.. p. 447-449. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 121 

cero potenti i conti di Gorizia, avvocati della chiesa d'Aqui- 
leia (1). 

Ma come i patriarchi rinunziarono di fatto alla sovranità 
temporale , la Signoria di Venezia , con legge 20 giugno 1420, 
inviò nella patria del Friuli un luogotenente che doveva aver 
seco orto domicellos , quattnor regatios , duodecim equos , 
unum cancellar ium et unum doclorem. Questo dottore o vi- 
cario , assistito da un giureconsulto , attendeva alle cause 
criminali , mentre il maresciallo teneva ufficio , come oggi 
diremmo, di questore e il tesoriere riscuoteva le rendite pub- 
bliche. Da quel tempo il Colloquio generale si tenne solo ad 
Udine presieduto dal luogotenente; ma nel secolo XVI Aqui- 
leia non vi fu più rappresentata. Quel Parlamento però serbava 
soltanto le apparenze della autonomia , giacché Venezia si 
pose a capo degli ordini militari , obbligando la provincia 
nuovamente acquistata a un contingente di trecento bombar- 
dieri e di tremila fanti. 

Furono tolti di mezzo anche i consigli di arengo divenuti 
tumultuosi fino al sangue. Onde , riformato il consiglio mag- 
giore di Udine , contò 150 nobili e 80 popolani a vita. In que- 
sta adunanza erano eletti i sette capi del comune che , ag- 
giunti ai sette dell'anno innanzi usciti di carica e a tre nuovi 
membri , formavano il consiglio minore o di credenza , chia- 
mato anche convocazione e composto così di 15 nobili e 
due popolani. Ma, sebbene fosse tolta al Friuli quella mag- 
gior libertà che spesso degenerava in licenza, Venezia veniva 
curando gì' interessi materiali della provincia e insieme ot- 
teneva per sé non lievi vantaggi. Varie erano le fonti della 
rendita pubblica , cioè il campatico , il sussidio , il dazio sul 
macinato in forma di testatico , le tasse sulle privative e 
sulle industrie (2). Pure le rendite dei patriarchi, quando 
erano principi , emanavano da un maggior numero di capi (3). 

Ma prima che lo Stato aquileiese , lasciato in disparte 
dalla rimanente Italia, venisse in mano della Repubblica 
veneta , le sue condizioni sociali erano poco men che infelici 
e negletti i suoi morali interessi. Una lieta trasformazione 

(1) Anto «ini, p. 450-151. 

(2) Ibici , p. 248-251. 

(3) Ibicl. , p. 214-216. 

Arcii St. Itai.., 3. a Serie , T. IX , P. I. 10 



122 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

doveva succedere assai lentamente , benché i germi del sicuro 
progresso si trovassero nella tendenza delle schiatte forestiere 
a fondersi con l'elemento latino , e nell'essersi mantenute 
sempre , anche nella estrema Italia , le pratiche del diritto 
romano. Le crociate , sotto il riguardo sociale , apportarono 
il frutto che si allargassero le relazioni fra i popoli ; dalla 
Germania meridionale accorrevano frequenti i pellegrini allo 
scalo di Aquileia per pigliar la via dell'oriente, e la città, 
un tempo cospicua , accoglieva ora nell'ospizio o senodochio 
di San Niccolò fondato dal patriarca Volchero, i crociati che 
versassero in qualche bisogno. E veramente molti scamparono 
à fatica dalle violente persecuzioni dei feudatari , special- 
mente dai signori di Villalta , i quali costrinsero il patriarca 
Raimondo a bandirli nel 1293 , proclamando ribelle la città 
di Gemona loro rifugio. Romiti , posti qua e là a stabile ve- 
detta , avvisavano con la campana i coloni , sparsi per le 
terre , di porre in salvo la vita dall' improvviso irrompere 
delle bande armate. Le milizie del patriarca si chiarivano 
quasi sempre impotenti nelle guerre contro i signori feudali, 
onde qualche volta il metropolita interveniva paciere ed al- 
meno erano giurate tregue fra i contendenti. Quale segno che 
si dimenticavan le offese , ciascuno de' capi dei due partiti 
contrari gettava a terra un manipolo di paglia. 

Ottobono de' Razzi ebbe il merito di ingentilire il feroce 
animo dei feudatari con introdurre le rappresentazioni teatrali 
dei misteri , e il canonico Giuliano nella sua Cronaca fa risa- 
lire tal costume all'anno 1298, per opera del clero di Cividale. 
Però d'altro canto se ne accresceva il fanatismo religioso , 
e que' misteri che rappresentavano le pene dell' inferno , l'an- 
ticristo , il finimondo , inducevano negli animi ardenti tanta 
paura, che fu formata la setta dei Battuti o Flagellanti, i 
quali percorrevano tutto il Friuli offrendo di sé miserabile 
spettacolo ; e le donne si facevano murare accanto alle cinese, 
aspettando dai viandanti , troppo pietosi, alimento e vesti (1). 
Però non era penuria di feste ad ospitare illustri personaggi 
o imperatori discesi a visitare il Friuli. E i grandi che rifor- 
nivano di laute imbandigioni le mense dei principi , avevano 

(1) Antonini , p. 191 -498. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 123 

in ricambio diplomi e privilegia dovizia. Donde venne, scrive 
il nobile autore (1), che « la non ricca, ma boriosa falange 
dei titolati crebbe col tempo net Friuli forse oltre il bisogno ». 

Il patriarca o il conte di Gorizia spesso intervenivano ai 
più illustri sponsali. Erano i congiunti della sposa malleva- 
dori per la dote che ammontava, di solito, a mille lire di 
denari aquileiesi e , a titolo di corredo , comprendeva una 
veste di seta , una di velluto , una di scarlatto , una ghir- 
landa di perle, una catena d'oro, un servo e una serva. Lo 
sposo dava alla sua eletta il dono morganatico in terre o in 
danaro e talvolta altro dono chiamato descensurarum , per 
quando , smontata di cavallo, essa entrava nella nuova casa. 
I contadini e i servi di masnada assegnavano in dote alle 
figlie una vacca col vitello lattante , una pelliccia , un letto, 
un piumaccio. All'altare , le fidanzate eran tre volte richieste 
del loro assentimento al matrimonio ; ma tale riguardo , os- 
serva l'autore , non si praticava per le molte infelici, costrette, 
anche loro malgrado , a prendere il velo. 

Due serie di cerimonie differenti, né dimenticate pur oggi, 
in Aquileia e in Cividale, usarono i patriarchi, quasi a con- 
validare la loro duplice elezione di capi spirituali e di princi- 
pi (2). Però la mescolanza di profano e di sacro in molte cose 
appariva, come nei mercati sul sagrato della chiesa, nei ban- 
chetti funebri. Gli avanzi del pasto erano distribuiti ai po- 
veri o ai monasteri ; e il Bianchi riferisce di un testamento 
nel quale era prescritto che nel monastero di Santa Maria 
d'Aquileia , l'anniversario di Ermelinda del castello di Gorizia, 
si desse « alle monache la metà di una mezzina di vino buono 
e senz'acqua». Frequente il caso di libertà accordata per te- 
stamento ai servi di masnada di qualche signore. E intorno 
alla interessantissima quistione della servitù , cui l' illustre 
Cibrario , recentemente , fé' soggetto di un'opera profonda , 
l'Antonini ci porge qualche cenno importante (3). 

I costumi , a poco a poco , s'andavano facendo men rozzi, e 
ai preti fu proibito dal patriarca Bertrando l'uso di bere la 
mattina, del frequentar le taverne , del giuoco. Specialmente 

(^Antonini > P- 199 

(2) Ibid. , p. 202-20.'; 

(3) Ibid. . i». 206 20!) 



124 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA • 

i dadi si vollero vietati anco ai cittadini , e gravi ammende 
colpivano non solo i giocatori , ma chi prestava la casa o 
il lume di notte, e perfino gli spettatori. È curioso che alcuni 
giuochi fossero permessi in tempo di fiere o di feste religiose, 
ma al cospetto del pubblico. Il patriarca Raimondo ingiunse 
ai preti di portar vesti decenti, e tentò di salvare il mal co- 
stume ammonendoli che « focarias (cuoche) et fìlios infra 
octo dies a se penitus abjiciant, non accessurì ullerius ad 
easdem. Alioquin sciant se esse excomunicato s, et insvper 
poena pecuniaria ad beneplacitum patriarchae multandos (1). 
Erano vietate , per ragioni suntuarie , le vesti di lutto e di- 
chiarato incapace dei pubblici uffici il vedovo che contrav- 
venisse a tal legge. Tanti mali però andavano scemando 
con molta lentezza , giacché alle scuole fondate in (Dividale 
fin dal tempo di Carlomagno , sembra non potesse ivi aggiun- 
gersi una università che il patriarca Bertrando e il sinodo 
provinciale 'avevano stabilito si aprisse. E nemmeno dalla 
Repubblica veneta fu dato ascolto all' istanza della comunità 
di Udine perchè le fosse concesso uno studio generale. Udine 
vide nel 1476 la prima stampa col titolo Bartoli Lucani Ele- 
gia ; Cividale , nel 1480 , pubblicò la Cronaca di Santo Isido- 
ro mercatore. Non i baroni , ma i nobili e i liberi possidenti 
ebbero merito di aver promossa la coltura nel Friuli , chia- 
mando anche di fuori illustri maestri, come adire, Giovanni 
da Ravenna amico del Petrarca , Gregorio Amaseo , Marcan- 
tonio Sabellico , Leonardo Mattei. E giova soggiungere altresì, 
ad onore del vero , che i patriarchi favorirono le arti belle (2). 
Il volgare aquileiese notasi fin dai tempi romani; e il ve- 
scovo Fortunaziano nel secolo IV spiegava l'evangelio ai suoi 
diocesani nel sermone rustico. Ella è cosa notevole e chiara 
per la lettura di una iscrizione del 1103 illustrata dal Pi- 
rona, che le odierne favelle friulana e rumena scendessero, 
sviluppandosi, dall'antico romano rustico, e dal successivo ro- 
manico o romanzo. Gli elementi barbari germanici o slavi 
poco o nulla poterono nel dialetto friulano , che tolse più 
presto qualche nota all'idioma antichissimo dei Celti, a quello 



(4) Bianchi, Documenta; Antonini, p. 217 
(2) Antonini , p 2<<S- 220 222-223 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 125 

dei provenzali e dei catalani. Il Biondelli attribuisce alla fa- 
miglia carnica codesto volgare friulano (1). 

VII. Prima di fare argomento al mio discorso le due città 
e i territori di Gorizia e di Gradisca , credo opportuno soffer- 
marmi a dire delle relazioni che corsero nel medio evo tra 
la Toscana e il Friuli. I mercanti fiorentini e sanesi , fin dal 
secolo XIII, intervennero frequenti alle fiere di Aquileia , di 
Udine , di Cividale , di Gemona ; e quando le maledette parti 
afflissero quasi tutte le città toscane , gii esuli accolti dalla 
pietà o dalla politica dei patriarchi , trovarono rifugio in 
Friuli e tanto che molte famiglie toscane presero seggio nei 
consigli municipali della nuova patria, prima ancora che 
fosse spirato il decennio, in capo al quale uno straniero po- 
teva essere scritto nella cittadinanza. Furono fra questi , le 
famiglie Abati , Lamberti , Soldanieri , Amedei , Bartolini , 
Bardi , Nerli , Cavalcanti , Brunelleschi , Albizzi , Tolomei , 
Ridolfi , Martelli , Donati , Dati , Aldobrandini , liberti , Ala- 
manni ed altre moltissime. Oggi ancora parecchi cognomi nel 
Friuli accusano l'origine toscana. Un Gino Capponi nel 1285 
è vicario nell' Istria del patriarca Raimondo , e poco appresso 
il patriarca Ottobono innalza alle maggiori cariche un Salim- 
beni da Siena , i Mozzi e un Piccolomini (2). Certo il segreto 
del favore incontrato dagli esuli toscani stava nella loro ric- 
chezza , che li faceva sovventori di danaro alle comunità , le 
quali ne sentissero il bisogno , che li induceva alla fonda- 
zione di ospedali , alla protezione delle industrie , delle arti 
e della cultura. Ma non pertanto è bello notare un accordo 
che non fu ultima cagione di più miti costumi , e fu atto 
commovente il rifiuto delle comunità friulane a papa Grego- 
rio XI, il quale , essendo in lotta coi Fiorentini, e avendoli 
scomunicati essi e chi dava a loro ricetto , avrebbe voluto 
stringere i generosi ospiti della estrema Italia a cacciare dal 
paese gli esuli infelici. Le città del Friuli furono compensate 
dalla seguente lettera scritta il 28 settembre 1378 dai magi- 
strati del Comune di Firenze : « Non excidit nobis et de 



(\) Antonini, p. 223-228. Ved- i Canti popolari friulani di Michele Leicht, 
due fascicoli di p. 1 G 1 ; Venezia , 1867- 
(2) Ihid. , p. 440-142. 



126 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

FlorentinoriDii memoria non abolebitur in ftdurum quan- 
tam charitalem erga nos et nostros cìves iussos expetti per 
processos apostolicos obstendistis (1) ». 

A poco a poco i Toscani crebbero a tale che la somma del 
minuto commercio nel Friuli stava in loro mano. Ad essi fa- 
cevano capo le merci importate da Firenze , da Venezia e 
dalla Germania , onde da mercatanti si facevano banchieri e 
prestatori , e provvedevano alla introduzione di nuove indu- 
strie , come a dire telai da pannilani , tintorie e fonderie ; 
anzi per due secoli preso l'appalto della zecca d'Aquileia , vi 
coniarono moneta. Raimondo della Torre concesse a una 
società di Toscani i redditi della muta di Chiusa , .Tolmezzo 
Gemona e Monfalcone , in cambio del mantenimento per la 
numerosa sua corte, valutato a 1400 marche. Così i Toscani 
abusarono della importanza che avevano assunta, e il pa- 
triarca Ottobono , trovandosi privo di danaro per assoldar 
milizie contro i feudatari , dovette piegarsi a pagar loro per- 
fino il 65 per cento ! Nota l'autore che gli ebrei, a cui la 
Repubblica fiorentina aveva permesso qual maximum d' in- 
teresse il 50 per cento , venivano ricevuti nelle città come 
salvatori : di tanto i feneratori toscani del secolo XIV erano 
degenerati dagli esuli del secolo innanzi ! Dettalmo di Rei- 
femberg ipotecò i suoi beni in Carinzia e le sue masnade ai 
Piccolomini , banchieri in Cividale ; i duchi d'Austria diedero 
in pegno Pordenone con tutte le rendite a Bello di Lisca ; ed 
è curioso che molti con postumo pentimento lasciassero alle 
chiese , agli ospedali o ai cittadini danneggiati il frutto delle 
usure , temendo toccasse a loro il gastigo inflitto agli usurieri 
impenitenti, di essere lasciati insepolti. La mensa patriarcale 
sotto il titolo de male ablatis incertis riscuoteva dai froda- 
tori quelle somme che non potessero essere reclamate da 
qualche legittimo danneggiato (2). Degli usurai fiorentini in 
Friuli parlano nelle storie e nelle novelle Giovanni Villani e 
il Sacchetti, e nel 1348, anno famoso della peste, essendo 
stato il Friuli commosso da terremoti, mercanti fiorentini 
qui stanziati scrissero : « Tn Gelmona la metà et più de le 

(1) Gemona e il suo distretto, Venezia 4859, Monografia di N. Baro/zi ; An- 
tonini , p. 142 

(2) lbid. , p. 21K. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA Ì27 

case sono rovinate et cadute , et il campanile della maggior 
chiesa è tutto fesso et aperto. La figura di Santo Cristoforo 
intagliato in pietra viva si fesse per lo lungo. Per li quali 
miracoli li prestatori a usura della detta terra convertiti a 
penitenza feciono bandire che ogni persona che havessono 
loro dato credito et usura andasse loro per esso , et più di 
otto dì continuarono di renderla » (1). 

Per altro la mala pianta degli usurai non si potè svellere 
dal Friuli né pei comandi del patriarca Raimondo , né per 
quelli di Ruggerino Longo vicario di Guglielmo della Torre 
capitano di Gemona.; e sebbene Bertrando ponesse qualche 
freno a tali abusi , essi non cessarono che col cadere del do- 
minio temporale dei patriarchi. I quali erano costretti a chie- 
dere ai feneratori toscani il mezzo di porre riparo all'erario 
esaurito , dando ad essi in pegno diplomi e bolle auree e per- 
fino gli arredi sacri (2). I Veneziani impedirono V illecito mo- 
nopolio la cui memoria non tacque mai più nel Friuli , seb- 
bene cessasse quasi al tutto sul fine del secolo XV nel do- 
minio già sottoposto al patriarca aquileiese , per esercitarsi 
invece dagli ebrei banchieri nel Goriziano (3). 

Vili. Erano i conti di Gorizia i più potenti vassalli del 
patriarcato, e col nome di avvocati della chiesa d'Aquileia 
la servivano come si usava nel medio evo , da braccio tem- 
porale, armato a difesa e pronto a sostenere, comunque, i 
diritti ecclesiastici. Le occasioni non mancarono, e se il pa- 
triarca fu costretto a levare talvolta truppe dai suoi fedeli , 
ne conferiva il comando supremo al conte di Gorizia , come 
avvenne nella guerra contro la Repubblica veneta sul cadere 
del secolo XIII , in cui Enrico II guidava un forte esercito 
di cinquemila cavalli e trentamila fanti. In compenso gli av- 
vocati, e quindi anche quello di Gorizia, andavano immuni 
da certe imposte e aveano diritto a percepire le multe dei 
delinquenti. Ma , come riesce evidente , l'esercizio continuo 
della forza a vantaggio altrui seduceva gli avvocati delle 
chiese ad usarla finalmente a proprio profìtto , togliendo oc- 
casione dalla debolezza a resistere del governo ecclesiastico , 

(1) Antonini, pag. 2M-2I3. 

(2) Ibid. , p. 223- 

(3) Ibid , p. 214,384. 



128 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e cercando di conseguire Y intento a poco a poco , aftinché la 
chiesa nel protettore dell'oggi non sospettasse l'usurpatore 
futuro. 

Traggono origine i conti di Gorizia molto probabilmente 
dalla casa di Andechs fino dai principii del secolo X ; ma 
solo nel 1045 Mainardo I figlio di Engelberto ebbe, col titolo, 
la dominazione di quel paese (1). E divenne anche avvocato 
della chiesa di Aquileia , autorità esercitata nel 1027 da un 
tale Valperto e più tardi da Enrico IV duca di Carinzia che 
vi rinunziò. Presto l'avvocazia , come ogni altro feudo, tornò 
in ereditaria e i conti goriziani tennero piacili in Aquileia , 
in Cividale , in Udine e percorsero da giudici le terre sotto- 
poste alla loro giurisdizione. 

Goriza , diminutivo di gor , suona monticello; onde gli 
accidenti topografici prestarono il nome a una villa, che nel 
medio evo era un piccolo gruppo di case addossate alla ròcca 
del signore. E da signori pressoché indipendenti la fecero ben 
tosto i conti di Gorizia , anzi la loro storia è storia dei so- 
prusi esercitati ai danni della chiesa d' Aquileia. In vero En- 
gelberto II figlio di Mainardo I, reduce nel 1149 da Terra- 
santa , fu avaro e tiranno contro i sudditi della chiesa , e 
il patriarca Pellegrino I avendolo citato a scolparsi innanzi 
ai pari della curia aquileiese , fu tratto prigione nel castello 
di Gorizia dai masnadieri del conte. Il quale dovette , per 
sentenza di arbitri convenuti nella selva di Ramuscello a 
dì 30 aprile 1150, risarcire il prelato e la sua chiesa (2). Ma 
i patti della pace erano troppo severi pel conte, onde sotto i 
successori Engelberto III e Mainardo II fratelli, le discordie non 
si quetarono ; e dominando in Aquileia Pellegrino II , si venne 
di nuovo alle mani fino alla più mite pace , soscritta il 4 no- 
vembre 1202 presso Manzano e nella Garsia, dopo i preleminari 
del 27 gennaio conchiusi in Cormonsio. 

Morto Engelberto III, Mainardo II non cessò dalle usur- 
pazioni, incorse nelle scomuniche, mostrò pentirsi e pur ritenne 
le terre acquistate. Mainardo III, favorevole ai ghibellini, com- 
battè il guelfo patriarca Gregorio da Montelongo, e con rapine 

(1) Antonini, Genealogia, p. 267. La genealogia poro non risponde pre- 
cisamente alle illustra /.ioni del testo a p. 156- 

(2) Ibid. , p- Vói. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 129 

e uccisioni ne manomise i dominii,* stringendo lega coi peg- 
giori avversami di Gregorio. Ebbe Mainardo III due figli, 
Mainardo IV ed Alberto II, che regnarono da prima in comune 
e poi si divisero il dominio , essendo toccato a Mainardo il 
retaggio materno del Tirolo , ad Alberto la contea di Gorizia 
che comprendeva, oltre i dominii originarii , Lucinico , Cor- 
monsio , Codroipo , Latisana , Precenico , Belgrado , Castel- 
nuovo di Spilimbergo. Se non che, malgrado l'alleanza offensiva 
e difensiva stretta in Cividale nel 3 luglio 1267 tra Gregorio 
patriarca ed il conte Alberto , questi adocchiava la opportuna 
occasione di umiliare l'odiato guelfo. Alberto, fatto rapire il 
patriarca all' imprevista , comanda sia tratto in Gorizia. Ad 
istanza di molti , Gregorio fu liberato , ma l'anno appresso 
essendosi rinnovate le sanguinose violenze da parte del conte, 
le milizie della chiesa guastarono le terre comitali e, arsa 
la città di Gorizia , ne assediarono invano il castello. Né 
tacquero coti la morte del patriarca le inimicizie del conte 
Alberto, spirito inquieto e torbido, s'altri mai, e pur valoroso 
e tanto stimato che sembra gli fosse offerta nel 1273 la corona 
di Germania. Egli pure delle scomuniche frequenti non fece 
gran caso mentre visse e operò , ma presso alla fine si ricon- 
ciliò coi molti nemici , e dopo la morte sua , avvenuta il 3 set- 
tembre 1304, ebbe l'onore di splendido funerale. 

Gli successe il figlio Enrico II. Questi, ad accrescere in 
istato , metteva innanzi che i dominii della chiesa d'Aquileia 
fossero da considerarsi sotto tutela o mundiburdio dei conti 
di Gorizia. ^Provocò discussioni giuridiche , che dovevano 
aprirgli il pretesto alla violazione dei patti e quindi alla guer- 
ra , ch'egli condusse non solo contro il patriarca Raimondo , 
ma ai danni di Tolmino di cui s' insignorì notte tempo. Morto 
Raimondo, Enrico, sui piani di Campoformio, fu dal parla- 
mento acclamato a capitano generale del patriarcato. E se 
ne valse a' suoi scopi di ingrandimento , imperocché mosse 
una lunga guerra alle città che non lo riconobbero , e , dopo 
aver deposta la capitania , ritenne molte principali castella 
del patriarcato. Ottobono , per ricuperarle , strinse alleanza 
con Padova , Treviso e il duca d'Austria. Mille croati si 
posero dalle parti del conte e vinsero; e i patti furono che 
ad Enrico , per cinque anni eletto capitano generale , quasi 

Ancn. St. Itvl. , 3. a Serie, T. IX, P. I. M 



130 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

fosse la sede vacante , si* cedessero tutte le rendite e i diritti 
del principato e avesse Ottobono in compenso tremila marche 
annue. Questo trattato del 1313 era una vera rinunzia del 
potere temporale. Gli alleati del patriarca lo fecero rivocare, 
ma il conte Enrico ebbe la capitania a vita , con lo stipendio 
annuo di mille ducento marche. 

Enrico però non era un tiranno. Se ne ricercava l'alleanza, 
se ne temevano le ostilità , ed egli , destreggiandosi sempre , 
riuscì ad ottenere un grande potere , anche fuori della con- 
tea. Resse il comune di Treviso qual vicario imperiale, e nel 
29 giugno 1319, spenti gli odii che aveva dapprima suscitati, 
fece il solenne suo ingresso. Tolse poi a proteggere Padova 
e Bassano che , temendo le minacce dello Scaligero , si die- 
dero liberamente al conte. Come aveva portata la sua resi- 
denza a Treviso , donò i Goriziani di alcune franchigie , mentre 
Gorizia fin dal 1307 cominciò a chiamarsi città. Fu ascritto 
fra i patrizi di Venezia , e la sua morte , avvenuta nel 1323 , 
con sospetto di veleno, destò molto compianto. Di lui scrive 
favorevolmente il Verci , storico della Marca Trivigiana, e ne 
esalta il dolce carattere che gli procurava tosto « la stima e 
l'amore dei grandi , la venerazione e il rispetto dei piccoli ». 
Basti a prova che i Trevigiani riconobbero vicario imperiale 
il figlio di Enrico e della civile Beatrice di Baviera; Gio- 
vanni Enrico, sebbene in età di due anni. Enrico VII re tito- 
lare di Boemia ne era tutore, e più tardi conferì al pupillo, 
che aveva perduto Treviso per la conquista dello Scaligero , 
la capitania del patriarcato , sede vacante. 

Ai successori di Giovanni Enrico, Bertrando, il più ani- 
moso de' patriarchi e il meno corrotto , voleva togliere l'av- 
vocazia di cui si era abusato, ma non ne venne a capo; e 
fallirono così le buone intenzioni di lui che , difendendo il 
temporale dominio , voleva a un tempo estendere largamente 
le municipali franchigie. Fu ucciso a novant'anni da Fran- 
cesco di Villalta nel 6 giugno 1350 a un luogo sul Taglia- 
mento chiamato Richinvelda. Per tale fatto , ad Enrico III di 
Gorizia fu anteposto nell' ufficio di capitano generale della 
chiesa aquileiese il duca Alberto d'Austria (1). 

(I) Antonini, pag. 456-Ì80. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 131 

Da quel tempo la casa d'Austria , giovandosi della famosa 
politica dei matrimoni e delle eredità , adocchiava i possessi 
altrui. Patti di fratellanza tra essa e la casa goriziana furono 
stretti , secondo il diritto del medio evo che teneva legittimo 
il turpe mercato dei popoli, e siccome si prevedeva la pros- 
sima estinzione dei conti di Gorizia, l'Austria, troppo proli- 
fica , era sicura che a lei tornerebbero in profitto quei patti. 
I quali spesso si rinnovarono , cioè negli anni 13G1 , 1364 , 
1394, 1436, 1474, 1490, quasi l'Austria temesse che l'agognata 
preda fosse per isfuggirle (1). Ma, tra i primi pensieri di 
acquisto e 1' unione assoluta della contea agli stati ereditarli , 
intercede il periodo , onde l' Italia odierna deve tenere gran 
conto come precedente storico , il periodo dell'alto dominio 
esercitato dalla repubblica veneta sulla contea di Gorizia. 

IX. E in vero Venezia sottentrando al dominio temporale 
elei patriarchi , si sostituiva a questi anche nei diritti feudali. 
I conti di Gorizia ebbero dalla Repubblica i feudi nel Friuli , 
ma col patto riconoscessero la investitura di lei. A quest'uopo , 
il conte Enrico IV recossi a Venezia e nel 1.° novembre 1424 
giurò fedeltà per conto proprio e del fratello Giovanni Mainar- 
do, promettendo , secondo la formola, di mantenere l'onore del 
beato Marco. Ma quando la Repubblica credeva di difendere il 
proprio diritto, perseguitando i malfattori che si rifuggivano nel 
Goriziano , o munendo il ponte di Gorizia e la chiusa di Plezzo, 
contro l' invasione dei Turchi , trovava resistenza e violenta 
opposizione nel vassallo goriziano , sostenuto sottomano dagli 
imperatori. Con Leonardo , ultimo figlio di Enrico IV, doveva 
spegnersi la discendenza dei conti, ed egli non dubitò di rin- 
novare i patti di fratellanza anteriori , che furono riconosciuti 
nella dieta di Augusta del 1474, riconfermati nel 1490 a fa- 
vore di Massimiliano I e recati ad effetto nel 1497. Morì 
Leonardo nel 12 aprile 1500 (2). 

Come seppe la Repubblica veneta la violazione recata alla 
propria sovranità , ottenne che Alessandro VI papa , richiesto 
di confermare gli accordi fra il conte e l' imperatore , si pro- 
nunziasse favorevole alle ragioni di lei. Due volte spedì il se- 
ti) Antonini , pai?. -182-186, 259, 260, 265 
(2) Ibid. , pag. 259-264- 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

gretario Alvise Manenti a Leonardo affinchè revocasse i patti 
illegali; ma questi non se ne curava. Anche le pratiche di Lo- 
dovico il Moro tornarono a vuoto. La Repubblica si accingeva 
alle armi; ma ben due volte fu consigliata da intempestiva 
prudenza a temporeggiare , mentre Massimiliano aveva occu- 
pati tutti i dominii della contea. L' imperatore , sdegnando 
ricevere la investitura dal Senato , s' intitolò conte princi- 
pesco e sovrano. Aspirava all'acquisto di tutto il Friuli , e 
allora fu che Venezia , aiutata in parte dai Francesi , mise 
insieme tutte le sue forze, e fece quella bella guerra del 1508 
che precedette la lega di Cambrai. 

Cadde Cormonsio , e come gli Austriaci distrussero il ponte 
presso Gorizia, quello fu rifatto rapidamente dai Veneti che, 
condotti dall'Alviano, entrarono nella città e conquistarono 
in pochi giorni Vipaco , Premio , Postoina , Trieste , Pisino , 
Fiume. I Veneti erano giunti da ogni parte ai confini veri 
d'Italia e per la tregua dell'll giugno 1508 vi si mantennero 
quasi un anno (1). 

La lega di Cambrai ruppe la tregua. Il Friuli orientale 
restò in mano di'poche truppe , onde Marco Sittich , sopranno- 
minato Marco Cane , condottiero di lanzi tirolesi , s' impa- 
dronì di Gorizia, di Cormonsio, di Vipaco, restando ai Veneti 
Monfalcone , Gradisca e Cividale. Memorabili furono l'assedio 
di quest'ultima città e la vittoria dei Veneti aiutati dagli 
Udinesi. Udine invece venne per tradimento occupata dagli 
imperiali a più riprese. I Venzonesi difesero la loro chiusa : 
in Cadore e nella Carnia , San Marco era il grido di tutti , 
mentre sull'alto Isonzo gli alpigiani combattevano contro 
Venezia. Da per tutto furono guerriglie di partigiani che 
durarono fino al 15 agosto 1516, epoca del trattato di Noyon, 
dacché la tregua di Trieste del 18 ottobre 1514 non fu sempre 
osservata. I difensori di Osoppo e Girolamo Savorgnano loro 
duce mantennero poi il Friuli veneto a Venezia , e la iscri- 
zione nella sala dello scrutinio nel palazzo ducale dice abba- 
stanza : Osopi defensio totius patriae recipìemlae causa 

(t) Bembo, Istoria Veneziana; Girolamo Coletti udinese, Diario; Leomj, 
Vita di Bartolpmmeo d'Alviano, Forlì, 1858; Da Porto, Lettere, Firenze, 4857; 
Antonini, pog. 269-276. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 133 

fuit. L'alleanza francese però fu necessaria e pur dannosa ai 
Veneti, giacché occultamente Francesco I ottenne , a ren- 
dere utile il protettorato straniero , che Massimiliano non 
conchiudesse mai pace definitiva con la Repubblica. Solo a 
Vormanzia nella dieta imperiale del 3 marzo 1521 furono con- 
fermati i capitoli convenuti fra Carlo V, l'arciduca Ferdi- 
nando e gli oratori veneti. Per essi l'odierno Friuli orientale, 
oltre moltissimi luoghi di minore importanza nel Friuli ve- 
neto , vennero attribuiti a casa d'Austria. E in cambio ebbero 
i Veneti tutto il resto del Friuli , compreso Pordenone , an- 
tico dominio degli Absburgo e Belgrado, Castelnuovo, Codroipo 
già appartenenti alla contea di Gorizia. Nel trattato di alleanza 
tra la Repubblica e Carlo V, del 29 luglio 1523 , i capitoli di 
Vormanzia ebbero la riconferma (1). Tali patti , specialmente 
per l'acquisto di Marano e di Gradisca, al di qua dell'Isonzo, 
furono all'Austria vantaggiosi di molto , mentre Venezia aveva 
scarso compenso nel possesso di Monfalcone , al di là del me- 
desimo fiume. I Veneti riebbero da poi Marano siccome ve- 
dremo più innanzi , e vedremo che le guerre intraprese dalla 
Repubblica nel principio del secolo XVII le tolsero per sem- 
pre la speranza di ottenere intera la contea di Gorizia. 

Così stette quasi tutto il Friuli orientale in mano del- 
l'Austria , quale possesso ereditario. Sotto Maria Teresa fu- 
rono unite le due contee di Gorizia e Gradisca ; ma i fatti 
ad ognora memorabili nella fine del secolo XVIII e durante 
il nostro , dovevano trovare il loro contraccolpo anche nella 
contea goriziana. Imperocché nella guerra che precedette il 
trattato di Campoformio, il generale Guyeux da Cividale si 
spinge fino a Caporetto, Bernadotte occupa la valle del Vipaco 
e giunge vittorioso a Postoina e di là nella bassa Carniola , 
Bonaparte il 24 marzo 1797 entra a Gorizia , e impostavi la 
taglia di 783mila franchi, promette privilegi e franchigie, e 
pubblica un manifesto che ordina il nuovo governo. Ma fu 
breve trionfo, perchè, nei preliminari di Leoben, Gorizia e 
Gradisca tornarono a casa d'Austria che , come proclamava 
un manifesto , « voleva preservare i suoi fedeli sudditi dallo 
spirito di vertigine che dominava nelle vicine Provincie ». 

(1) Antonini , pag. 277-291. 



134 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Dal trattato di Campoformio , Austria venne anche in possesso 
di tutto il Friuli veneto il 9 gennaio 1798 , e il parlamento 
generale del Friuli si radunava l'ultima volta nel succes- 
sivo febbraio. 

Ma le paci del tempo napoleonico non furono altro che 
tregue ; e nel 1805 i Francesi , inseguendo il nemico , occu- 
parono Gorizia il 17 novembre e poi tutto il paese fino a 
Lubiana. La pace di Presburgo del 26 novembre ristabilì, 
riguardo al Friuli orientale, le condizioni di quella di Cam- 
poformio, mentre il Friuli veneto fé' parte del nuovo regno 
d'Italia. L'Austria nel 1809 si preparò alla riscossa, e dopo 
aver marciato baldanzosa fino oltre la Livenza, fu fatta re- 
trocedere dal principe Eugenio e da Macdonald. Gorizia occu- 
pata il 16 maggio pagò un'altra taglia di 910mila franchi. 
Napoleone questa volta non cedette , ed ebbe , pel trattato di 
Schonbrunn del 14 ottobre , tutto il Friuli orientale, che, con- 
giunto a Trieste , Pisino , Fiume e a vasti territorii di là 
dalle Alpi, venne a far parte delle nuove provincie illiriche. 
La occupazione del Goriziano, pei Francesi, durò fino al 6 otto- 
bre di quel fatale anno 1813 che Adele la riscossa unanime 
della Germania. In quel giorno Eugenio, data prova di valore 
fin dall'agosto , si accampò sulla destra dell' Isonzo , ma per 
breve, che quasi sempre la fortuna d'Italia pendette dalle 
sorti della guerra in Germania. L'armistizio di Schiavino- 
Rizzino dal 16 aprile 1814, confermato dalla pace di Vienna, 
aggiudicava all'Austria la Lombardia e la Venezia , e , per 
diritto di postliminio , le provincie illiriche (1). 

X. Finché visse il principato della chiesa aquileiese, molte 
consuetudini di esso erano comuni alla contea di Gorizia, e 
solo la città , quanto alle leggi , ebbe statuto proprio fin dal 
secolo XIV , e così pure Cormonsio , Tolmino e Monfalcone. 
I nobili giudicavano i servi e i coloni; in loro mani stette 
fino al cadere di quel secolo quasi ogni giurisdizione , e tardi 
al clero fu conceduto far testamento. 

Ma quando Massimiliano imperatore sottentrò ai conti nel 
dominio del Friuli orientale , furono alla contea di Gorizia 
riconfermati i privilegi antichi con diploma del 21 giugno 1500. 

(1) Antonini, pag. 422-465. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 135 

Il conte di Gorizia , che d'ora innanzi fu un capo di casa 
d'Austria e più sovente lo stesso imperatore di Germania , era 
rappresentato da un capitano comitale che risiedeva in quella 
città, e, lontano questo , da un vicario col titolo di burgravio. 
Autorità inferiore erano i gastaldi con residenza nelle castella 
e nei borghi; essi amministravano sommariamente la giustizia 
ed erano esattori delle rendite pubbliche. Intorno alla metà 
del secolo XVI si istituirono due nuove magistrature , cioè 
il fiscale e i commissari] di guerra. Ma il capitano , in onta 
alle ripetute istanze dei Goriziani , era scelto ad arbitrio del- 
l'Austria , la quale, se nominava talvolta un friulano , non ri- 
nunziò mai al vantaggio della elezione. Dal 1500 al 1790 , 
17 furono i capitani tedeschi, 2 gli spagnuoli , 15 i friulani. 

Memorabile fu l'anno 1522 in cui Ferdinando I fratello di 
Carlo V staccava dalla contea di Gorizia , per annetterli alla 
Carniola, i territorii di Idria, Vipaco, Duino, Premio e Postoi- 
na, aggrandendo invece la contea sulla destra dell'Isonzo con 
Gradisca, Aquileia, Plezzo, Tolmino, Porpetto. Insigne oltraggio 
recato alle ragioni della nazionalità I A che si aggiunga aver 
Ferdinando voluto che la contea appartenesse , qual circolo 
dell' impero, alla Germania , rompendo le tradizioni di un terri- 
torio che faceva parte del regno longobardico e italiano. Con 
quella prima violazione si difese la seconda, quando nel 1818 
l'Austria incorporò Gorizia alla Confederazione Germanica 
che , creata nel congresso di Vienna , fu uccisa a Sadowa. 
Ma i Goriziani non si mossero , perchè ebbero rispettata la 
loro autonomia provinciale, o siala rappresentanza del clero, 
del patriziato e della borghesia , i cui diritti politici erano 
però inferiori a quelli del parlamento friulano. Ma gli stati 
provinciali perdettero il loro carattere , dacché la borghesia 
cessò di mandare all'assemblea i propri gastaldi e decani. 
Nel 1551, alla comunità fu concesso un consiglio municipale 
di quaranta cittadini (1). 

Ebbe la contea di Gorizia propri statuti. Dal 1366 vigeva 
quello di Marquardo che fu riformato nel 1429 con lo « Statuto 
della Patria del Friuli ». Fu rifuso ancora , col titolo di Sta- 
tuto provinciale goriziano , nel 1586 , e riveduto nel 1605 e 

(<) Antonini , pag. i8(M87, 345, 321-350. 



136 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

nel 1651. Eccone le principali disposizioni. I congiunti e poi 
i confinanti avevano diritto di riscattare entro a un certo 
tempo gli immobili venduti , restituendone il prezzo al com- 
pratore. Puniti con le forche i perturbatori della quiete, swe 
nòbìles , sive populares , i ladroni di strada e i loro manu- 
tengoli , gli omicidi , i calunniatori o i falsi testimoni che 
avessero portata la morte di qualche innocente. Dugento lire 
di ammenda per le altre false testimonianze , e per molti 
delitti la composizione in denaro. I tratti di corda agli zin- 
gari , ai vagabondi , ai banditi , ai bestemmiatori ostinati. 
Gli editti provvedevano a molte cose anche minute e vietavano 
l'uso delle frangie e dei tessuti d'oro e d'argento , e fissa- 
vano il numero delle portate nei desinari comuni e nei pranzi 
solenni. Il vino , il vitto , le stanze negli alberghi avevano 
la mèta prescritta. Una legge , non mai eseguita , puniva di 
morte chi si allontanasse dalla contea senza permesso del- 
l'arciduca. 

L' industria e il commercio fiorivano nella contea. Fu 
scoperta nel 1497 la miniera di mercurio ad Idria, appaltata 
alla ditta Fugger per centomila ducati. V'erano miniere di 
ferro a Plezzo e a Caporetto, e dalle ricchissime selve si traeva 
legname in grande copia. La industria però crebbe viepiù 
quando cessarono i privilegi che Massimiliano I, bisognoso 
sempre di danaro , concedeva ai monopolisti. Si praticava lo 
scambio del ferro carinziano col vino di Cormonsio e di Aqui- 
leia. Ma perchè la libertà dei commerci non potevasi cono- 
scere allora nemmeno di nome , dalla Carinzia alla città di 
Gorizia sei dogane riscuotevano la muta e il contrabbando 
cresceva. Il popolo, dal tutto insieme, soffriva acerbamente (1). 

Se non che le novità religiose cominciavano a sviare gli 
uomini dalle triste condizioni del giorno, e la libertà, calpe- 
stata nel campo della politica , metteva suoi frutti in quello 
della fede. Ferdinando I non potè impedire il diffondersi 
della riforma anche nel Goriziano, specialmente appo i nobili 
e i borghesi. Sembra anzi Che alcuni preti la volessero finita 
col celibato ecclesiastico. Lutero e Calvino avevano quivi 
seguaci , e certe sètte miravano a un culto più semplice del- 
ti) Antonini, pa«. 330-347, 375-377. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 137 

l'antico. Ma Gorizia , benché annessa politicamente alla Ger- 
mania , non era compresa nei famosi patti eli tolleranza coi 
riformati. Onde ben tosto l'arciduca Carlo nel 1574 pronunziò 
il bando contro quelli che non abiurassero le nuove dottrine. 
Solo tre baroni goriziani preferirono , da forti , l'esilio. Però 
la riforma non erasi spenta in un subito e durava ancora ai 
principii del secolo XVII. Ne sia prova la relazione che 
Francesco Barbaro arcivescovo di Tiro porgeva al pontefice 
Clemente Vili nel 1595 , della visita fatta nella contea. Vi è 
scritto : « si sono convertiti molti che erano stati ingannati 
et si sta in gran speranza, che altre persone principalissime 
si ridurranno al grembo di santa Chiesa ». Riuscito a vuoto 
il tentativo di stabilire la Inquisizione nel Goriziano, vi pre- 
sero stanza invece i gesuiti nel 1615 , che crebbero , come 
l'autor nostro riferisce distesamente , fino a diventar arbitri 
del sapere e dell'istruzione, benché la fama delle loro scuole 
non salisse molt' alto (1). 

Nel secolo XVIII, Giuseppe I riconfermò ai Goriziani i 
privilegi aviti ; ma Carlo VI insultò agli Stati della contea , 
quando , «dopo averli affidati di proporre i modi più acconci 
per migliorare economicamente il paese , rispose che la spesa 
e la ragione di stato impediva di far liberi i porti del Friuli. 
Venuta sul trono Maria Teresa, fu decretata la unione delle 
due contee , e , tolto al capitano il poter militare , se ne co- 
stituì il consiglio di otto membri , diviso in due sezioni, per 
gli affari politici e pei giudiziari. Scomparve il nome antico 
di gastaldo , che si chiamò rettore del comune o sindaco, e 
più tardi borgomastro. 

Negli ordini economici la proibizione fu innalzata a siste- 
ma , più che per lo innanzi ; e solo nel 1765 furono tolte le 
dogane interne. Ciò nullameno frequentissimi gli scambi col 
Friuli veneto. Tutti i commestibili erano in Gorizia tassati , 
era stabilito il numero dei rivenditori al minuto , e certi 
privilegiati godevano per legge un abbuono sul pesce di due 
soldi la libbra. Ivi la industria fioriva dove gli editti non 
venivano a intisichirla; e infatti i telai da seta che furono 
meno di 30 nel 1726, nel 1789 ascesero a più di 700. 

(1) Antonini , pag 347-355- 

Aiicn. sr. Ital. , :i. : < Serie, T. IX , I'. I. 18 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Versava la contea in molto bisogno di danaro, onde quando 
gli usurai toscani sparvero dal Friuli, presero piede in Gori- 
zia gli ebrei bancari. Ferdinando I li tollerò, ma poi nel 1534 
li espulse senza riguardo ad alcuno. Carlo II creato duca 
nel 1565 rinnovò il bando, ma Ferdinando II nel 1024 accolse 
nella sua « grazia arciducale » i Pincherle , i Morpurgo , i 
Parente. Cacciati da Udine nel 1556 e sempre lontani dal 
Friuli veneto , tranne poche eccezioni , trovarono favore nel 
Goriziano, e Leopoldo I assegnò a loro un quartiere a parte. 
Maria Teresa migliorò l'agricoltura per ogni maniera, sia 
prosciugando la maremma , sia proibendo la istituzione di 
nuovi fldecommessi fondiari , sia limitando il numero delle 
feste, sia distogliendo i coloni dai lontani pellegrinaggi, o fa- 
vorendo la piantagione dei gelsi e degli olivi, od abolendo 
il pensionatico , o riformando il sistema delle strade e dei 
fiumi. Essa fé' rivedere il catasto nel 1751 valendosi del si- 
stema tavolare (1) , e mentre al principio di quel secolo 
1' imposta fondiaria ascendeva a sole 26 migliaia delle nostre 
lire , come il nuovo estimo fu approvato , tale tributo era 
del quadruplo , e dopo il 1762 fu portato al sestuplo. Queste 
erano le imposte dirette ordinarie , ossia la conlrilmzionale 
e la domesticale ; ma poi se ne contavano nove di straordi- 
narie , e dieci principali le imposte indirette. Il paziente 
lettore mi scuserà se io non verrò recitandogli i nomi strani 
di questi incomportabili balzelli , bastandomi qui di fargli 
notare che di quei tempi il complessivo debito austriaco 
ascendeva solo a 484mila lire , onde il debito speciale della 
contea era di 66mila. Il governo di Maria Teresa introdusse 
il lotto , ma proibì il libro dei sogni e la cabala (2) ! 

Giuseppe II , per ridurre a unità la monarchia , ne sco- 
nobbe la nazionalità, e un decreto del 4 ottobre 1782 abolì il 
consiglio capitanale delle due contee , riunendole al governo 
del littorale con residenza a Trieste. Gli stati provinciali fu- 
rono sciolti un anno appresso. Riformato un' altra volta il 
catasto, le imposte dirette furono portate a meglio di 210mila 
lire. L' imperatore Giuseppe soppresse i conventi , eccetto 
quelli vòlti alla istruzione del popolo e alla cura degli infermi, 

il) Veci. Ardi. Stor. Hai. Serio Terza, Tomo VII, Parte II, pag. 53. 

(2) Antonini , pa« 377 395. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 139 

emancipò gli ebrei , e perchè l'arcivescovo di Gorizia non 
permise ai parrochi di leggere al pubblico il famoso editto di 
tolleranza 13 ottobre 1781 , fu obligato alla rinunzia, ad ac- 
cettare una pensione in compenso dei beni sequestrati ; e la 
sede di Gorizia venne abolita , ma per poco. E fu perchè le 
riforme di Giuseppe non ebbero chi le perfezionasse , anzi la 
sua morte determinò il ritorno all'antico sistema. Tolto il 
nuovo catasto , ridonati ai nobili i privilegi , ai frati i con- 
venti, rimessi in piede il consiglio capitanale e 'gli stati 
provinciali , riconosciuta l'autonomia della contea , essa ebbe 
annesso l'agro aquileiese , che dal 1766 era stato staccato da 
lei per favorire Trieste (1). 

Dopo la pace di Schòenbrunn, tre decreti imperiali ordina- 
rono ai cenni di Napoleone le province illiriche , e il gover- 
natore di esse era soggetto al ministro della guerra per le 
cose dell'esercito e della marina , al ministro delle finanze 
per tutto il rimanente. La provincia d' Istria , con Trieste a 
capoluogo , si estendeva da Pola all' Isonzo , ma tutto tutto 
era mutato alla francese (2). 

In capo a quattro anni, Gorizia tornò in dominio dell'Austria. 
Varie mutazioni da quel tempo a oggidì fecero gli ordina- 
menti delle contee , un'altra volta riunite , di Gorizia e Gra- 
disca. E prima gli editti del generale Lattermann a togliere 
ogni traccia della legislazione francese , sostituendovi quella 
vigente nel 1809 , con tutta la sequela di privilegi feudali , 
di protezione al clero e alla nobiltà. Le plebi rustiche erano 
perfino soggette personalmente ai giusdicenti. Nove distretti 
contò il rifatto circolo di Gorizia; capitale del governo, Lu- 
biana. Ma più tardi fu stanziato a Trieste il governo dei due 
circoli , di Gorizia e dell' Istria , e quello fu scompartito in 
tredici distretti. Per la patente del 2 marzo 1820 il circolo di 
Gorizia faceva parte della Confederazione germanica che, come 
si ebbe l'audacia di dire, componevasi , oltreché di tedeschi 
e di slavi , anche di tedeschi parlanti italiano. Una nuova 
misurazione dei terreni nel Goriziano si praticò nel 1810, ma 
l'opera riuscì negligente assai ; e solo la revisione degli anni 



(1) Antonim , pag. 412-415-, 418 

(2) Ibic'., p;ig. 446-448- 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

venturi varrà in parte a correggere quegli errori che diedero 
luogo a continue lamentanze di molti censiti. Il 19 agosto 1838 
Gorizia ebbe un particolare Statuto, una rappresentanza mu- 
nicipale , e , invece del borgomastro , il podestà. Nome can- 
giato ! Oggi è in vita il nuovo Statuto del 28 novembre 1850. 

La grande riscossa del 48 passò sopra il Friuli orientale 
senza scomporlo; solo l'Austria munì il ponte del Torre presso 
Versa e la cittadella di Gradisca ad impedire che la peste 
rivoluzionaria contaminasse i fedelissimi suoi sudditi. E il 
benefìcio che 1' impero trasse dalla rivoluzione fu la patente 
del 20 settembre 1850 che abolì gli aggravi infìssi sopra le terre, 
seguita dalla legge 17 dicembre 1862 che sciolse al tutto 
ogni vincolo feudale. Il Goriziano , afflitto da secoli per sif- 
fatti ceppi , ebbe a sentirne grandi vantaggi nell'ordine civile 
e morale , se non forse ancora nell'economico. 

Nel marzo 1848 , 1' imperatore austriaco aveva conceduta 
la costituzione ; trionfatore in guerra , ricalcò le vie del di- 
spotismo , ma gli effetti della breve libertà non mancarono. 
Essa aveva penetrato anche a Gorizia ; né i preti , ministri 
della reazione, poterono assonnare i molti animi destati alle 
nuove idee : l'opera fu contraria alla rea intenzione. Così 
pure molto odio accumularono sul loro capo i magistrati im- 
periali fino al giorno che, col diploma 20 ottobre 1860, l'Austria 
ricominciò ad invocare la libertà a sostegno della vacillante 
monarchia. Pel quale diploma anche la contea principesca di 
Gorizia e Gradisca fu rappresentata da una dieta speciale 
annua e con tutte le sanzioni costituzionali , che entrò in 
funzione il 22 aprile 1861. Essa dieta elegge i deputati al 
consiglio dell' impero in Vienna (1). L'Austria passò per ten- 
tativi unitarii , federalisti e dualisti e spera , invano forse , 
sciogliere il problema che concilii la libertà con la propria 
esistenza. Io dico invano , perchè non di tutte le nazionalità 
tiene essa il debito conto, e meno d'ogni altra della naziona- 
lità italiana nella contea di Gorizia. 

E valga il vero (2). Intorno alla metà del secolo XVI la 
reggenza di Vienna prescriveva che la lingua nazionale si 

(1) Antonini, pag. 467-532. 

(2) Ibid., pag. 355-359, 309-365,401-412,415 446, 467, 499-500 , 515-5 1, 
531, 036-658. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 141 

sostituisse alla latina negli atti pubblici per favorire ai bor- 
ghesi die ne reclamavano l'uso , in onta agli stati provinciali. 
Così l' italiano si diffuse , anche in grazia della dominazione 
veneta , e si diffonde ogni giorno per modo che il computo 
statistico del nostro autore sulla popolazione italiana e slo- 
vena va modificato di molto. Fra i duecentomila abitanti delle 
due unite contee , la metà sono italiani , e dell'altra metà , 
come da mia propria esperienza ho potuto a questi mesi con- 
vincermi, poche migliaia di coloni ignorano affatto la lingua 
nostra. E fossero anche di più , per noi non si tratta di lingua 
ma di confini naturali. Altre lingue , e anche la slovena si 
parlano esclusivamente da moltissimi italiani nel regno. Certo 
nemmeno gli abitanti della montagna nel Friuli orientale 
tedeschi non sono, malgrado il curioso e ridicolo diploma im- 
periale del 16 giugno 1626 che dichiarava doversi tenere i 
Goriziani « veri, indigeni, naturali, antichi tedeschi ! ». 

A Gorizia poi , oltre la lingua , anche la coltura preva- 
lente si chiarì in ogni tempo italiana; e invano la corte di 
Vienna vietava alla gioventù di recarsi a studio fuori dell'Au- 
stria , dove dalla stessa corte imperiale era non pertanto col- 
tivata la nostra lingua. E tanto che il Magalotti, ambascia- 
tore di Toscana , scrivendo da Vienna nel 1675 , affermava : 
« Qui non c'è chi abbia viso e panni da galantuomo che non 
parli correttamente e perfettamente l' italiano » (1). Leopoldo I 
giunto a Gorizia e a Trieste, si rallegrava di essere obbligato 
a scrivere in italiano , perchè non sentiva favellare lingua 
diversa da quella. Crebbe nel secolo XVIII , favorita da ac- 
cademie , da privati , perfino, mirabile a dire, dai padri ge- 
suiti , la coltura nostra in Gorizia, come ci apprende a lungo 
e molto egregiamente l'autore ; e solo Maria Teresa coi padri 
delle Scuole Pie , Giuseppe II con mezzi violenti sperarono 
intedescare il paese. Leopoldo II vedendo che non se ne faceva 
nulla , abbandonò il tentativo , finché , restaurata quivi l'Au- 
stria pel patto di Vienna , se fu combattuta ad oltranza la 
coltura italica , la tedesca non diede frutto. Non voglio van- 
tare la virtù di profeta , se io affermo cosa infallibile , che 
non più fortunata della tedesca abbia ad essere la coltura 

(1) Ardi. Stor. Hai., Nuova Scric, Tom. XV. 



142 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

slava che alcuni tentano oggidì diffondere nel Goriziano. Solo 
è da invocare che l' Italia si renda degna di raggiungere i 
suoi confini , e che eserciti quella nobile propaganda di affetti 
e di idee , la quale , con violenta , ma sterile ingiustizia , si 
viene invece praticando in casa nostra dalla stirpe disgregata 
degli Slavi. 

XI. Di Gradisca, che suona terra murata, è menzione 
fino dai principii del medio evo , siccome luogo abitato allora 
da Slavi. Ma, soggetta a continue scorrerie, e per la sua 
posizione sulla riva destra dell' Isonzo , divenne importante 
come fortezza. Il senato veneto , offeso dalle invasioni dei 
Turchi poco dopo la conquista di Costantinopoli, ne munì il 
castello. Ma i Turchi evitavano i luoghi chiusi, la Repubblica 
era lasciata sola o quasi , e il contegno forte di lei che aspet- 
tava da Gradisca il momento opportuno a combatterli , fece 
retrocedere Omer-bey che nell'ottobre 1477 e nell'aprile e nel 
luglio 1478 era disceso dalle Giulie con dieci e quindici e 
più mila cavalli. 

Dunque è bene che si ricordi : la città e la fortezza di 
Gradisca fu creazione dei Veneziani. Fin dal 1474 il doge 
Niccolò Marcello con ducale del 24 marzo aveva pensato a 
popolarla ; ma quando Scutari fu ceduta dalla Republica ai 
Turchi nella pace 25 aprile 1479 „ gli abitanti fuorusciti della 
infelice città vennero a stanza in Gradisca e ottennero anche 
dal Senato parte della campagna. I bastioni della fortezza 
furono ampliati, ed Enrico Gallo architetto ne fece un nuovo 
disegno , e si compiè l'opera nel 1482 , essendo provveditore 
della città Francesco Tron. In onore di Giovanni Emo luogo- 
tenente della patria, Gradisca fu chiamata Emopoli, ma tale 
denominazione non ebbe seguito. I Turchi con Iskender pa- 
scià vennero sulle rive dell'Isonzo ai 30 settembre 1499; 
uscì da Gradisca Carlo Orsini , ma troppo prudente , non seppe 
tener loro fronte e i Turchi, saccheggiati ed arsi duecento vil- 
laggi , con prigionieri e bottino si rifecero nella Bosnia. Que- 
sta del 1499 fu l'ultima delle sette invasioni turchesche nel 
Friuli , che ci portarono la peste e scemarono il paese , tra 
scannati e prigioni , di oltre diecimila abitanti. 

Due anni prima, il conte Leonardo di Gorizia cedeva all'im- 
peratore i suoi presunti diritti sui castelli di Gradisca e 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 143 

della Tisana posseduti dalla Repubblica. I succèssi della guerra 
cominciata alle ghiaie dell'Adda, diedero ragione agli impe- 
riali sostenuti dal traditore Antonio Savorgnano ; e mentre la 
fortezza era comandata dal provveditore generale Alvise Mo- 
cenigo a capo di quattrocento cavalli e seicento fanti , le 
truppe imperiali ne tentarono la espugnazione per assicurarsi 
viemeglio il possesso del Friuli. Cedette vilmente il Moceni- 
go , malgrado le eroiche rimostranze e proteste del capitano 
veneto Baldassarre Scipione, e così la fortezza fu tolta per 
sempre alla Repubblica da quell'anno fatale 1511 , e tre anni 
dopo avvenne bensì da parte dei Veneti la riconquista del 
Friuli , ma non di Gradisca. 

La città divenne sede di un capitano imperiale. Ebbe gran 
parte nella guerra che , nei primi anni del secolo XVII , la 
Repubblica veneta combattè contro l'arciduca d'Austria Fer- 
dinando II , che proteggeva gli Uscocchi pirati di Segna. Di- 
rigeva le milizie austriache il capitano Trautsmannsdorf , il 
quale nella gonfia orazione ai suoi fedeli , affermava « essere 
Gradisca il baluardo dei dominii di casa austriaca in Italia , 
dominii cari al principe quanto le pupille degli occhi suoi ; 
perciò gli arciducali difenderebbero con tutte le forze e ad 
oltranza Gradisca ». Fu la guerra una serie di fazioni , con- 
dotte, dalla parte dei Veneti, da Pompeo Giustiniano. Il 
quale alla testa di ottomila fanti e duemila cavalli , dopo 
aver obbligato gli arciducali presi in guerra a favorire la 
costruzione di approcci sotto Gradisca , pensò il 5 mar- 
zo 1616 di dovere oppugnarla. Ma desistette dall' impresa ; 
e quando , aiutato da minatori e petardieri piemontesi inviati 
dal duca di Savoia Carlo Emanuele I , si accingeva a ripren- 
derla , fu mortalmente ferito. Gradisca , nuovamente circon- 
data e afflitta dalla fame , stava per arrendersi ; ma le voci 
di trattative pacifiche consigliarono gli avversari a una tre- 
gua. La città restò agli imperiali per la pace di Madrid 6 set- 
tembre 1617 ; ma le prove di valore antico non erano mancate 4 
da ambe le parti , e perfino le donne avevano difeso la for- 
tezza dal furioso assalto dei Veneti. 

Molto fece però la Repubblica di Venezia per ottenere che 
Gradisca fosse aggregata ai propri dominii. Sembrava che 
L'imperatore Ferdinando III porgesse favorevole orecchio alla 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

proposta , ma gli Stati goriziani vi si opposero con gran forza. 
Per la qual cosa ebbe effetto con diploma del 26 febbraio 1647, 
la trasformazione del capitanato gradiscano in contea principe- 
sca , sovrana ed immediata dell'impero germanico. L'impe- 
ratore la vendette al prezzo di 315mila fiorini renani al ric- 
chissimo Giovanni Antonio duca di Crumau , principe eli 
Eggenberg, conte di Adelsberg e capitano provinciale nella 
Carniola, serbando a sé il diritto di protettorato e quello di 
reversibilità, all'estinguersi della linea maschile degli Eggen- 
berg. Il principe fu sollecito di mantenere gli antichi privi- 
legi e statuti. Ebbe quattro successori della sua famiglia 
che cessò nel 1717 , dopo un governo mite , splendido , tolle- 
rante, civile. Vi sottentrò, secondo i patti, la casa austriaca 
la quale , malgrado la repugnanza dei Gradiscani, uni nel 1751 
le due contee di Gorizia e Gradisca in un solo Stato. 

Durante la campagna napoleonica del 1797 , il Bernadotte 
non è capace ai 19 marzo di espugnare Gradisca, ma Ser- 
rurier la sforza ad arrendersi a discrezione. Essa cade un'al- 
tra volta in mano de' Francesi nella campagna del 1805, e 
poi corre le sorti della restaurazione austriaca ; ma nel 1816 
la fortezza, già destinata a vedere le prove del valor militare, 
si trasforma in ergastolo. 

Ebbe Gradisca il famoso Statuto municipale , detto garzo- 
niano dal nome del giureconsulto compilatore. Porta la data 
del 1560 e benché non approvato dalla corte , visse più che 
due secoli. Fu rispettato anche dagli Eggenberg , i quali si 
mostrarono liberali a segno, da chiamare operai veneti all'eser- 
cizio di industrie nella contea, come a dire la tessitura 
di damaschi , la tintura , la fabbricazione di calze di seta. 
Quei principi diedero rifugio agli ebrei cacciati da Udine e 
dall'altro Friuli e , per togliere modo all'usura , aprirono 
nel 1670 il monte di pietà; per favorire l'agricoltura, allivel- 
larono e vendettero i possessi comunali (1). Gravissimo danno 
all' Italia fu lo spegnersi di una famiglia che , contribuendo 
con l'onesta sua condotta a potenti ed accanite rivalità fra 
le due contee, avrebbe certo procurato, quando che fosse, la 
naturale unione di Gradisca allo Stato veneto. 

(I) Antonini, p. 85, 139, 252-258, 203,382-283,288,303, 307 310, 318-320, 
3G6-368 , 380 , 422 , 431 , 481 , V , 383 ,' 385. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 145 

XII. Ma Gradisca, situata alla destra dell'Isonzo, restava 
in potere dell' Austra , e, dopo il trattato ultimo di Vienna, 
è accesa più che mai la lunga e fortunosa causa de' nostri 
confini orientali. Io mi studierò , con la guida dell' illustre 
autore, a tracciare le vicende di tale questione, assai fortu- 
nato se l' Italia , accogliendo la mia povera voce , si prepari 
finalmente a far senno , a provvedere alla dignità e alla si- 
curezza propria. Lo storico sgombri la via al diplomatico , 
gli manifesti il dover suo ; ma se l'uno e l'altro sieno per 
incontrare lo scherno, premio dei deboli, il soldato vincitore 
cancelli la vergogna d' Italia con l'argomento efficace di Ales- 
sandro il Grande. 

La controversia dei confini all' Isonzo tacque nel medio 
evo , dacché i patriarchi dominavano egualmente sulle due 
rive di quel fiume. Anzi , rifacendoci più addietro , Iornan- 
des osserva che gli antichi geografi « Sontium cum Natisone 
confundunt, quia Natiso in Sontium una cimi Turro defluit >. 
Ma dacché i capitoli di Vormanzia 3 maggio 1521 distinsero 
i possessi veneti da quelli di casa d'Austria , sorse violenta 
siffatta questione, e da quel giorno non fu risolta e nemmeno 
composta. Molti villaggi rifiutarono mutar padrone , e il con- 
gresso indotto ad accertare il litigio , si sciolse senza alcun 
frutto. A due arbitri fu commessa la decisione , e dopo grandi 
incertezze , stabilivasi nel 1533 il colloquio tra Gerolamo Bul- 
farch da Costanza, eletto di Ferdinando, e Matteo da Brescia, 
designato dalla Repubblica. Lodovico Porro senatore di Milano 
doveva , fra i discordi pareri , recare l'autorità del suo voto. 
Venezia voleva le si restituissero Gradisca e Marano e dovette 
accontentarsi al compromesso del 12 novembre, che le attri- 
buiva tredici terre , antichi feudi goriziani. Ma il lodo defi- 
nitivo del 17 giugno 1535 dolse così a Venezia come a Fer- 
dinando ; laonde esso restò solo in parte eseguito , prevalendo 
la considerazione del possesso. 

Conseguenze deplorabili di tanta incertezza di confini , 
furono risse e rappresaglie impunite, e gli odii funesti e se- 
colari « di quei che un muro ed una fossa serra ». Però i 
Veneziani non abbandonarono l' idea di riavere Marano. Fal- 
lite le negoziazioni , Venezia favorì sottomano un' impresa 
contro quel porto , per la quale la notte del 2 gennaio 1542 

Auc.ii. Sr. Itai ., 3." Serie , T. IX , IV I 19 



14G RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tre avventurieri, fatto prigione il presidio tedesco, se ne im- 
padronirono. La terra è offerta al capitano del re di Francia 
Piero Strozzi , e questi dà il carico a Giovanni de' Pazzi di 
trattarne la vendita con la Repubblica veneta , minacciando , 
se respinto , di consegnarla al Turco. E sotto gli occhi di 
Ferdinando I , e malgrado le dichiarazioni di guerra degli 
stati goriziani , Venezia pagò allo Strozzi 35mila ducati ed 
ebbe Marano il 29 novembre 1543 (1). L'Austria protestò e 
non si mosse ; tanto è vero che la politica audace non è 
sempre la peggiore. 

Ma premeva alla Repubblica di essere sicura nel suo ter- 
ritorio , e due volte, nel 1559 e nel 1570, riannodò pratiche, 
che pei gelosi sospetti degli imperiali riuscirono a nulla. 
Avendo poi divisato di erigere nel Friuli cinque fortezze , 
udì il parere (2) del soprintendente Giulio Savorgnano che , 
in data 11 marzo 1583 , scriveva al doge a nulla poter con- 
ferire il progetto , ove l'Austria possedesse le due rive del- 
l' Isonzo. « Essendo Gradisca di qua dal Lisonzo dei Tede- 
schi , la loro cavalleria potrà correre per tutta la Patria del 
Friuli , e se i Tedeschi fossero più grossi di cavalleria di 
noi , potranno passare la Piave e la Brenta.... Bisogna avere 
per confine tutto il Lisonzo , non si guardi a grossa somma 
di danaro ». Pertanto nel 1584 i negoziati furono ripresi e 
durarono due anni inutilmente , pel continuo timore che Ve- 
nezia , raggiunta la riva dell'agognato fiume , non volesse 
procedere oltre fino alle Giulie , per annodare i suoi possessi 
del Friuli e dell' Istria. Tante repulse dell'Austria consigliarono 
a Venezia la costruzione di una nuova fortezza , a difesa dei 
confini sempre minacciati. La solita opposizione delle strettezze 
finanziarie fu vinta in senato dagli argomenti di Leonardo 
Donato procuratore di San Marco : « dovete voi in quanto si 
puote Roma imitare et coll'arte medesima vietare l' adito 
in Italia agli stranieri , ne permettere che il Friuli , questa 
porta soggetta al vostro dominio , rimanga disserrata in av- 
venire agli ultramontani >. La prima pietra di Palma, di 



(1) Antonini, pag. 53, 292-296. 

(2) La lettera è stampata nell'are/». Stor. Hai. Nuova Serie, Tomo XlV. 
Sullo slesso argomento scrissero Iacopo Valvasonc e Cornelio Frangipane. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 147 

questo Foruulii , Italìae, et christianae fulei propugnacalum* 
fu posta il 7 ottobre 1593 , anniversario della vittoria alle 
Curzolari. Le querimonie imperiali tornarono vane (1). 

Ma nel secolo XVII più viva che mai sorse la questione 
delle frontiere. Tutta la guerra degli Uscocchi , dei quali il 
grande fra Paolo Sarpi prese a scriver la storia , fu una con- 
seguenza dei mal definiti confini. Favoriti da Ferdinando II 
arciduca , quei pirati e predoni offendevano le nostre terre , 
e perchè Venezia , ad assicurar sé medesima , aveva da Pal- 
ma spinte le sue truppe oltre il confine , la corte di Gratz 
dichiarò aperta la guerra, e qui e colà si rinovarono accanite 
le rappresaglie de' tempi antichi , seme a discordie rinascenti 
a ogni tratto e non ancora sopite. Due documenti di altissimo 
interesse ci porge l'autore : nel primo s' invoca dai cittadini 
e dai capi popolani di Gorizia 1' intervento della Repubblica 
veneta , e il secondo è un' apologia del governo austriaco in 
quella città. Anzi le scissure tra il partito veneto e l'austriaco 
s'incontrano perfino trai nobili e nei congressi degli stati pro- 
vinciali goriziani , onde finalmente fu vietata ai nobili veneti 
la iscrizione nella matricola del patriziato della contea. Du- 
rante le trattative che riuscirono alla pace di Madrid , molto 
insistette la Repubblica per la rettificazione dei confini. Do- 
mandava tutta la contea goriziana , ma i tempi volgevano 
favorevoli in Italia alla tirannide spagnola e fu grande ven- 
tura se Venezia , dopo lunghe ed ostinate pratiche, potè ria- 
vere le terre da lei occupate innanzi alla guerra (2). 

Questa pace di Madrid fu dunque nulla per la decisione 
della controversia , anzi portò il danno di accrescere il con- 
trabbando dal veneto dominio , e in occasione di peste mal 
potevansi chiudere le terre venete intersecate ogni tanto dalle 
arciducali. Ferdinando II viveva in continuo sospetto delle 
aspirazioni dei Veneziani a toccare , se non le Alpi , l' Isonzo. 
E quando ei chiese danaro a prestito dalla Repubblica per 
combattere i Turchi in Ungheria, il senato rifiutò la semplice 
proposta , e invece offerse danaro a lui purché cedesse Gra- 
fi) Vedi Relazione ch'Ila fortezza di Palma ili Marc'Antonio Mem.mo proce- 
duta da un discorso di V. loppi, Venezia, 1863, per !c nozze di Maria Oc- 
cioni Bonaffons col Dott. Carminati. 

(2) Antonini, pag 298-320; 328-329. 



148 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

disca , Fiume e Segna. Ferdinando III rinnovò la domanda 
nel 1611 e nel 1644 ed ebbe la stessa risposta. I trattati me- 
morabili di Utrecht e di Aquisgrana lasciarono i confini nello 
stato di prima ; anzi Carlo VI comandò che il capitano di 
Gorizia avesse severamente a guardarli (1). 

La questione si rifece più viva che mai, come fu soppresso 
il patriarcato di Aquileia , giacché non cessavano le contese , 
talvolta sanguinose , fra i limitrofi. Le relazioni dei luogote- 
nenti veneti nella Patria avvisavano alla necessità della ri- 
forma. Il perchè fu eletta nel 1764 una commissione interna- 
zionale veneto-austriaca , e questa , dopo tre anni di lavoro, 
tracciò i confini tra i due Stati. Le frontiere , segnate da 
Zecre nel Trentino fino a Fiume , cessarono i disordini , ma 
il nostro confine orientale non sodisfaceva alla sicurezza co- 
mune. Badando a ciò , la Repubblica spedì a Vienna agente 
diplomatico Stelio Mastraca per proporre qualche scambio 
di territorio, dacché si trattava non di tracciare la frontiera 
ma di rettificarla. Le pratiche andarono a male , perchè il 
governo di Maria Teresa accordava bensì Gradisca e Aquileia 
coi loro territorii , ma voleva in compenso il territorio di 
Monfalcone e un lembo di Lombardia. Non se ne fece nulla , 
nemmeno nel 1786 , imperando Giuseppe II. 

Così durarono le cose, finché Napoleone nel 1805, occu- 
pato il Friuli orientale , avrebbe sperato , come sperano e 
vogliono i non vili amici della nostra nazione , fissare alle 
Alpi Giulie i limiti del regno d' Italia. Venne la pace di Pre- 
sburgo e questa nulla toccò degli antichi confini. La questione 
rimasta due anni sospesa, fu decisa nella convenzione addi- 
zionale di Fontainebleau ai 10 ottobre 1807 , con cedere 
all'Austria la provincia di Monfalcone e avendo in compenso 
tutti i paesi alla destra dell' Isonzo, e questo fiume dalle foci 
fino a Cristinizza per limite tra il regno e l' impero. In tre 
mesi il Paradisi consigliere di Stato del regno italico e i 
commissarii imperiali segnarono la precisa linea di confine. 
L' Italia , e per lei Napoleone , se non volle aggregare a sé 
tutto il territorio naturale che le spettava , ebbe almeno un 
limite ben definito, e se potè star sorda ai lamenti di 0500 abi- 
ti) Antonini, pag. 342, 343, 365-3GG , 372, 375. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 149 

tanti in 94 chilometri quadrati , si consolava di acquistar- 
ne 44,000 in 652 chilometri. Ecco un argomento storico di 
grande rilevanza per 1' Italia odierna ; e si aggiunga che il 
dipartimento di Passariano accoglieva altresì nel suo seno 
OOmila abitanti che parlavano dialetti sloveni. Codesta è una 
prova che la nazione ha diritto di raggiungere le frontiere 
naturali , non badando alle linguistiche anomalie che possano 
incontrarsi poco prima di toccarle. 

Pure l'opera del 1807 , rispetto ai limiti orientali del re- 
gno d' Italia , fu riveduta ancora per decreto imperiale 5 apri- 
le 1811 , e si tolse a divisione tra il regno e le nuove Pro- 
vincie illiriche tutto il corso dell' Isonzo dalle sorgenti alla 
foce , sempre però con offesa al principio nazionale che Napo- 
leone , guidato da mire politiche , disconosceva praticamente 
nella sua interezza (l). Ma i tempi si facevano avversi alla 
primazia francese in Europa , e l'Austria nel 1813 non solo 
sperò riavere le provincie illiriche , ma estenderne il confine 
occidentale fin sulle rive del Tagliamento. A tale speranza 
diedero appoggio , durante il nostro secolo e fino alla recente 
guerra, le mentitrici statistiche dell'Austria, che negavano 
a tutto intero il Friuli la gloria e il diritto di appartenere 
etnograficamente all' Italia. L'odierno limite orientale del 
regno d' Italia non è quello che Napoleone statuiva nel 1811, 
ma quale, in dispregio alla riforma del grande Capitano, fu po- 
sto pel trattato di Vienna del 1815 come confine del nuovo 
regno lombardo-veneto (2). Grado, Aquileia, Gradisca, Cor- 
monsio, Caporetto, Plezzo , tutti paesi alla destra dell' Isonzo 
furono staccati dal nesso di quel regno. Certo , l'Austria 
prevedeva che , dovendo perdere un giorno le provincie 
della Lombardia e della Venezia , avrebbe così impedito un 
sicuro confine allo Stato che fosse per formarsi a'suoi fianchi. 
Le sorti a noi funeste dell'ultima lotta diedero ancora ragiono 
alla politica austriaca , e ci tolsero ogni speranza di poter 
pacificamente guadagnare alcun che , dopo il tracciamento 
pur ora compiuto de' nostri illusorii confini orientali. 
Udine , 6 dicembre 1868. 

G. OCOIONI-BONAFFONS. 

(1) Antonini , pag. 401-403, -53 1 , 432-436, 4H 445 , 455-458. 

(2) limi. . pag. 8, 4-51 , 458-463, 470, 472. 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Geschichte der Staclt Rom. ec. - Storia della citlà di Roma 
per Alfredo Reumont. - Berlino 1867, presso Deaker. 
Voi. I e II con iscrizioni e tavole (a). 

Il sig. Barone A. de Reumont, valoroso collaboratore del 
nostro Archivio, il quale dimorò per parecchi anni, a causa 
dei suoi ufficii diplomatici, in Roma, non aveva mai pensato a 
trattarne la storia; allorché sulla proposta che a lui fu fatta 
in nome di Massimiliano II già re di Baviera, da' suoi mini- 
stri, e per dimostrare a un tempo di quanto amore, di che 
costante e calda venerazione onorasse egli con l'animo la 
memoria del suo defunto re Guglielmo IV, in cima dei cui 
pensieri stierono in fin che visse Italia e Roma, imprese 
a scrivere, e in modo che fosse adatto alla comune intelli- 
genza delle menti mezzanamente istrutte , la storia della 
città di Roma dalla sua fondazione insino ai dì nostri. E la 
città soltanto parrebbe , a prima giunta , che fosse il suo 
tema. Ma chi consideri come questa città fu sempre metro • 
poli dell'orbe , e la sua storia stendesi quanto il mondo lon- 
tana; e che egli assumeva il carico di rappresentare in un 
corpo solo e con la debita chiarezza ai suoi leggitori la ori- 
gine e le vicende della città, comprenderà di leggeri come 
egli sapesse avvalersi dei tesori che aveva tra mano, e 
nella storia della città congegnasse la storia politica e reli- 
giosa del popolo romano. Ed infatti l'A. comincia a dire di 
Roma al suo sorgere sotto i re, e ai suoi incrementi sotto 
la Repubblica , senza ingerirsi in disquisizioni erudite e sot- 
tili: scende poi a parlare distesamente dei gloriosi tempi di 
sua libertà, dell'età imperiale, delle lettere, delle scienze, 
delle arti belle e del gentilesimo; a diroccare il quale na- 
sceva intanto il cristianesimo, e seguitava poscia la deca- 

(o) Questa recensione del primo Volume della Storia di Roma del Barone 
Reumont fu lasciat j dal compianto Prof. Pietro Capei alla sua morte poco più che 
abbozzata. Con grande cura fu da noi trascritta e resi leggibile, supplendone le 
lacune e i luoghi mal decifrabili in una scrittura che tradisce la paralisi della mano 
che la vergava. Questa fatica vi siamo presa per riverenza alla memoria del Capei, 
e per f ir .osa grata ai lettori dell'Archivio Storico. M. T. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 151 

(lenza dell' impero e in conseguenza la irreparabile trasforma- 
zione della città; cominciata appena nella età di mezzo dai 
barbari, dalle guerre accresciuta, dai papi temperata, da 
nuovi barbari , dai baroni romani e dall' indifferenza o 
incuria del popolo per le sue gloriose memorie , portata in 
seguito nell'estremo, tanto che non molte sono le reliquie che 
tuttavia rimangono ad ammirare superstiti. Queste cose tutte 
pigliò il Reumont a dire e trattare sulla scorta, se vuoisi, di 
tanti e tanti mai scrittori i quali tolsero a subietto dei loro 
studii o l'uno o l'altro punto della storia di una città che dura 
più d'ogni altra illustre , e quale mai non vide da 27 secoli 
la mente degli uomini, come quella di cui maggiore non potò 
il sole giammai contemplare. Ma si fece a trattarne con tale 
e tanta diligenza, con tale possesso degli autori, con tal pie- 
nezza e signoria di concetto , con sì temperata e lucida mente, 
che o egli parli dell'antichità ne' varii tempi , delle arti , dei 
maestosi edifizi, o dei sottili avvolgimenti della storia, questa 
che si presenta, direi quasi come una compilazione, ti riesce 
invece in una opera originale. 

Due volumi , ed ora s' imprime il terzo ed ultimo , ne 
uscirono in luce ; il primo de' quali dalle origini della città 
va sino alla caduta dell'impero, ed il secondo dalla venuta 
dei barbari germani o altri , si prosegue con la storia del pon- 
tificato , e con la schiavitù dei papi in Avignone , arrivando 
fino al ritorno di questi a Roma nel xv secolo dell'era nostra. 
E conciossiachè il dirne a lungo non potrebbe essere opera 
nostra , ci contenteremo di dare notizia del primo volume ; 
riferendo per sommi capi le cose più degne di essere consi- 
derate. 

L'Autore, dopo aver dato un cenno del suolo e sue vicende 
e del clima del Lazio, scende a dire come si formasse la 
Roma quadrata sul Palatino , e quali altre genti latine , sa- 
bine , etrusche ed altre occupassero i sette colli vicini; come 
i suoi re , ora romani ed ora sabini, cedessero luogo ad una 
schiatta di Etruschi , e poscia la città si vendicasse in liber- 
tà; quali le oppressure delle patrizie genti e le lotte contro 
esse dei plebei ; le molte e non sempre fauste guerre della 
città contro Equi, Latini e Volsci e contro 1' Etruria , insino 
alla sua disfatta e all' incendio dei Galli ; allontanati i quali, 



152 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

vennero grado a grado a ricongiungersi e ragguagliarsi in 
Roma i due ordini , che già si contendevano nella città. 

Da quindi in poi si allargò la signoria di Roma nel quinto 
secolo , sì nell' Italia media e sì nella meridionale. Seguita- 
rono le guerre puniche , grandi si fecero conquisti in oriente 
e in occidente , ma la città e lo Stato cangiava di forma. Per 
tante guerre, la plebe che costituivasi in principio di tante 
mai famiglie di piccoli possessori che avevano cuore e polso 
a sostegno dello Stato e del suo buonessere , erasi ormai ri- 
dotta in due diverse ed opposte classi, di ricchi ottimati e di 
cittadini pressoché poveri e di picciol conto. Esuberavano da 
un lato potenza , fasto e ricchezza , era dall'altro miseria , 
stento e vilipendio ; e ne erano oppressi i cittadini plebei e gli 
italici socii delle guerre romane; ne venivano quindi questio- 
ni, meglio sociali che politiche ; ad abbattere le quali con gene- 
rosità maggiore del senno ponevansi a capo i Gracchi, e soccom- 
bevano con maggior danno della città, nelle lotte tra il senato 
e la plebe ola democrazia ognor più possente nei suoi comizi : 
e Mario ancora sì grande per valor d'armi, con la sua rusti- 
cità e baldezza ne peggiorava d'assai le sorti, arruolando nelle 
milizie quanti per gagliardia di braccio, ma senza censo e 
senza offrire garanzia di sorte in prò della patria, si offrivano 
pronti al mercimonio di soldato. Vinse egli, è vero, coi Cim- 
bri e coi Teutoni , ma dopo il tentativo inutilmente col san- 
gue suo pagato da Druso, in prò dei plebei e degli italici, non 
tardò a scoppiare la guerra sociale , che messe a due dita , 
non che Roma l'Italia tutta, dalla rovina; guerra la quale 
si potè sedare ; ma le discordie antiche allora resuscitarono 
fra i due capitani maggiori di Roma, Mario e Siila, che per 
varii anni durate, spogliarono la città del più purosangue, 
infinchè la vittoria non rimaneva a Siila; il quale tentò di 
quetare la città ponendole a capo l'aristocrazia; ma fatta 
oramai povera di mente e di forze , intanto che una demo- 
crazia scomposta si agitava sotto capi audaci , come mostrò 
colla congiura di Catilina. Di quei giorni Pompeo il Magno 
stendeva maggiormente la signoria di Roma sul mondo ; se- 
nonchè, debole di mente , cupo, ambizioso e senza audacia 
cadeva nelle reti di Giulio Cesare, il nipote di Mario; uomo 
di ben altra mente e di altro ingegno , e che ai suoi fini sa- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 153 

pea valersi della scompigliata ed avida democrazia; e con lui, 
con Crasso , stringeva quel triumvirato, mercè il quale Cesare 
compiva il conquisto delle Gallie , Crasso cadeva vittima dei 
Parti , e Cesare provocato stoltamente da Pompeo , corre- 
va agevolmente alla guerra civile, ed in Farsaglia si compi- 
rono le sorti di Roma e la signoria del mondo venne in balia 
di un solo. 

Cadde Cesare agli idi di marzo del 710 sotto il ferro 
dei congiurati ; ma non era decorso un anno , che la libertà 
risorta per pochi giorni , mal difesa e con malo animo da un 
senato diviso in parti e da mal fidi generali e rettori di Pro- 
vincie e di eserciti , tentennando cadde sotto il nuovo trium- 
virato di Antonio , di Lepido e di Ottaviano ; e ridotta poscia 
tanta potenza in due soli, Antonio e Ottaviano, venne final- 
mente tutta a restringersi in Ottaviano al seguito della bat- 
taglia di Azio nel 723. 

Poche parole e scompigliate dicemmo di volo dei re e della 
Repubblica nei primi sette secoli oramai compiuti della sto- 
ria di Roma , senza pur dire dei tanti meriti del Reumont , 
che con rara diligenza e fiore di critica e in forma prege- 
volissima, e direi quasi originale , discorre intorno al sorgere 
e al crescere in potenza e signoria sul Lazio dei re : della 
primitiva costituzione , della religione schietta , e del culto 
qual fu in principio della città ; come altra forma e ben più 
larga a quelle costituzioni fosse poi data da Servio Tullio ; 
come circondasse di un solo muro i sette turriti colli; ed opera 
dagli etruschi re si desse alle stupende cloache , onde si mirò 
a salvarne dalle acque i piani ; e il Fòro crebbe e s' innalzò 
sul Campidoglio il tempio di Giove. Appena si toccarono le 
trasformazioni che sì nella religione e sì nella politica reca- 
rono le scienze e l'arte etrusca , la civiltà e le costumanze , 
e le arti di Grecia, per fermarsi alcun poco a quanto dice il 
Reumont , allorché in balìa di un solo , in Ottaviano Cesare 
Augusto, cadde la signoria di Roma e del mondo romano. 

Pare che le vicende della gioventù , la esperienza degli 
affari ed il sorriso della vittoria, suscitassero in Ottaviano a 
un tempo , migliore avvedutezza e maggiore moderazione 
dell'animo. Ben conobbe egli, che se nei torbidi della città e 
nelle guerre civili erano sparite le virtù degli antichi Ro- 

A::cu. St. Itw.., 3." Serie, T. IX, P. I. 20 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mani, duravano però sempre in fiore ed inconcusse la vene- 
razione e l'amore in Roma alla costituzione ed alla forma 
della Repubblica : si guardò per tanto dall'assumere per sé 
titoli di onore e di comando nuovi ed inconsueti ; contento 
di adunare in sé i titoli e le prerogative di quelle antiche 
magistrature , imperio , potestà tribunizia , autorità procon- 
solare sulle provincie , autorità censoria sui costumi dei cit- 
tadini e sul tesoro dello Stato , (erario) e finalmente il pon- 
tificato massimo o l'arbitrio sulle cose della religione e del 
culto, che gli assicuravano il potere ancorché col titolo di Au- 
gusto avesse ricevuto l'autorità suprema e dittatoria su tutto 
lo Stato. 

Lasciò egli però dall'altro canto sussistere il consolato 
qual prima magistratura dello Stato; e a lui conferito, poche 
volte lo tenne, o ritenutolo un qualche mese dell'anno, lasciò 
che altri lo tenesse per lui (suffectus); e lasciò pure le altre 
magistrature della Repubblica nell'ordine loro : se non che 
gli parve doverne aggiungere delle altre , le maggiori delle 
quali tolsero nome di prefetti. E primo fu il prefetto della 
città che pareva rinnuovare l'antico custos urbis, il prefetto 
dei Vigili , i prefetti o curatori delle acque e quello che col 
tempo diventò maggiore degli altri, il prefetto al pretorio; i 
quali col parere di accrescere diminuirono e parte assunsero 
dell'autorità più estesa delle antiche magistrature , e con ri- 
guardo uguale , senza toccare le forme , si trassero a prò 
della monarchia gli altri ordini dello Stato. 

Il Senato , ove una volta si radunavano in un coi patrizii 
i nobili e maggiorenti della plebe, eragià in vero ridotto allo 
stremo, al seguito delle guerre civili o della vittoria di Ce- 
sare ; italiani e provinciali erano venuti a farne parte in 
gran numero ; rimanevano appena distinte in più famiglie , 
nove o dieci, le genti patrizie, e spente tutte le altre; o ca- 
dute in basso nome o in miseria. Né superavano di molto in 
numero le illustri e nobili della plebe. Parve quindi buono 
ad Augusto ridurre in minor numero un corpo che abbonda- 
va in fasto ed era cupido ed ambizioso del potere, pel sommo 
grado che teneva nella Repubblica , senza avere per quella 
pubblico amore né tampoco competente ricchezza. Cominciò 
quindi con ridurre a seicento il numero dei Senatori che già 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 155 

montavano a novecento , escludendo quelli che non avevano 
censo senatorio, né la pieghevolezza necessaria al nuovo or- 
dine di cose ; ritenendo invece quanti altri gli parvero più 
acconci , largheggiando di beni verso loro per accrescerne il 
censo. Restrinse poi le adunanze del senato a due volte il 
mese ; né a quelle si portavano gli affari più rilevanti se 
non già trattati presso di lui con pochi senatori , in una 
specie di Consiglio di Stato; libera giurisdizione però con- 
cessagli sui delitti dei suoi membri , contro lo Stato e il capo 
supremo dello Stato, e sull'accuse intorno all'amministrazione 
dei rettori delle provincie. 

L'ordine dei cavalieri restituito nell'onore di passare ogni 
cinque anni col cavallo dinanzi all' imperatore, potè di nuovo 
avvantaggiarsi nella gestione delle finanze e nei pubblici ap- 
palti ; anche i pubblici giudizii tornarono in gran parte nei 
cavalieri , e dal corpo loro uscirono la più parte delle nuove 
magistrature che dipendevano dall' imperatore, nella città e 
nelle provincie. 

Al popolo ed alle assemblee del popolo Augusto lasciò la 
scelta di una metà , non meno, delle magistrature , ritenendo 
il veto di annullarle allorché cadessero sopra persone inde- 
gne , e non di rado presentando i candidati alla scelta; così 
egli diminuì bel bello la dignità e i diritti del popolo , tutto 
però facendo per accrescerlo nel suo benessere , nei suoi co- 
modi , nella quiete e nei sollazzi , cogli spettacoli che dava 
per tenerlo in obbedienza ed in quiete. E a dir vero Augu- 
sto facendo mostra di mantenere gli antichi onori , lor diritti 
politici a quanti già ne godevano , seppe tirare a sé la bene- 
volenza dell'universale ; le sue grandi ricchezze private e il 
tesoro dello Stato venivano ad ogni uopo al soccorso degli 
uomini sì di grande sì di piccol conto ; coscenziosamente 
soddisfece ai legati tutti lasciati da Cesare ; il tesoro dei To- 
lomei divenne patrimonio di tutti; i grani richiamò dall' Egitto 
e dall'Affrica, e volle distribuiti a trecentomila poveri o pro- 
letarii nudriti in antico dalla città; ad agricoltori e piccoli 
commercianti rilasciò gli antichi debiti , ed all'agricoltura 
soccorse con prestiti , non senza giovare anche i cittadini 
gravati di prole troppo numerosa. Nel suo testamento poi , 
dopo aver egli dichiarato che quanto era venuto in lui per 



156 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

successione nei beni, sì del padre e di Cesare e per altre 
eredità, tutto erasi già rivolto in prò dello Stato , lasciò egli 
al popolo per più milioni , e maggiormente ancora alle mili- 
zie, non senza avere creato anche di suo l'erario di guerra , 
a rifare ai Comuni i danni delle terre tolte per fondarvi mi- 
litari colonie , e pagò ai veterani il debito della Repubblica. 

« Questi furono i modi , questo il procedere onde Augu- 
« sto , circondata colle forme tutte della libertà la Repub- 
« blica, seppe edificarvi sopra il più assoluto potere; e per 
« quanto era in lui e nel potere di un uomo , giunse a sanare 
« le piaghe che un intero secolo di sovversioni e di guerre 
« civili ci avea cagionate ». 

Della sua vita in famiglia , diremo che in generale fu de- 
gna di elogio. Contento della sua casa nel Palatino, se di 
templi, di biblioteche e portici ricchi di marmi italici e pere- 
grini la circondò, non attese mai ad allargarla oltre misura; 
semplice fu negli abiti come nella mensa e nella sua dimo- 
ra; andava a piedi e a rendere voto nei comizii e a rendere 
testimonianza in giudizio ; intervenne ai matrimoni , ai con- 
viti , e nei processi degli amici entrò come mediatore ; né 
per malattia mai si sottrasse all'ufficio di giudice, né consentì 
mai gli si desse titolo di signore (dominus) o padrone : parca 
fu la sua 1 tavola ; né studioso come Cesare di eleganza, né di 
pompa orientale come M. Antonio; non uguagliò nemmeno 
la capacità di oratore né la bravura di militare o dell'uno 
o dell'altro. Per natura timorato e guardingo , seppe essere 
abbastanza accorto da non mai prorompere in durezza, e da 
evitare tranelli ; ma nella sua condotta privata e in famiglia 
non si mostrò irreprensibile , coi suoi varii divorzi e col ma- 
trimonio di Livia , e non vi fu felice ; gli intrighi e le scal- 
trezze di Livia, gli scandali delle due Giulie figlia e nipote, 
le morti di parecchi dei suoi cari e le ignobili inclinazioni 
di Agrippa postumo suo nipote, non gli fecero onore agli occhi 
del popolo. 

La sua casa accolse i tre più grandi poeti del secolo , Ora- 
zio, Virgilio ed Ovidio, in un con Tito Livio, che la frequentò 
pur anche l' illustre storico ; ed egli si dimostrò benevolo 
ad essi ed a quanti altri nell'età sua mostravansi valenti in 
poesia ed in lettere , adoperando sagacemente per accrescere 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 157 

gloria e fama al suo nome , ed al secolo che si chiamò da 
lui. Né in parlare di Angusto si può tacere di M. Àgrippa , 
né di Mecenate che furono come le sue ali per salire in sì 
smisurata potenza. Agrippa consigliere di lui sin dalla gio- 
vinezza , riportò le vittorie più segnalate nelle guerre civili ; 
e senza attribuirsene il vanto , assunto con lui nella potestà 
tribunizia, e divenuto anzi in età matura suo genero , mostrò 
pur anche quanto valesse nell'amministrazione , con la cura 
degli acquedotti e delle cloache , in abbellire Roma di fab- 
briche, in aprirvi altresì terme di grande incanto. Il Panteon 
inalzato da lui dura tuttavia come il più splendido monu- 
mento della città. 

Mecenate , culto e sensuale come un etrusco di epicurea 
dottrina , patrono e amico ad Orazio ed a Virgilio , perorò 
mai sempre perchè il diritto di cittadinanza fosse esteso agli 
abitanti tutti della Repubblica , e si segnassero i limiti che 
separavano dal popolo signore , le altre nazioni. Questi due 
fidati amici, allorché in assenza di Ottaviano Cesare, doverono 
reggere la città , videro come dopo tante discordie e morti, 
ed esili , e confìsche de' cittadini , foss' ella caduta preda 
agii schiavi liberati , ed ai soldati senza freno di tante mai 
fazioni succedutesi l'una all'altra in sì lungo tratto (80 anni 
almeno) di tempo, talché furti, rapine e stragi commette- 
vansi ad ogni ora ed impunemente. Ed attendevano al riparo , 
quando tornato Augusto, e posta ferma sede in città, per 
darle sicurezza e politica quiete, dalle quattro regioni in che 
l'aveva già divisa Servio Tullio, volle che fosse partita in quat- 
tordici regioni, ad ogni due delle quali propose una coorte, o 
sette in tutte , di Vigili , acciò la difendessero più special- 
mente dai furti e dagli incendii. Ed oltre ai Vigili aggiunse 
Coorti urbane, e finalmente l'arma dei Pretoriani, viemeglio 
assicurando la città e l' impero che aveva fondato. Così dalla 
sua fronte venne gradatamente a sparire il sospetto, il sini- 
stro sguardo che l'oscuravano in giovinezza, e nella sua vi- 
rilità seppe comporsi a quella decora facies che cominciò a 
lodarsi in Augusto. 

E quanto egli adoperasse mai sempre in abbellire la città 
vorremmo poter dire coli' Autore. A qual segno giungesse al- 
lora la popolazione in Roma, che continuava, ad esser cinta 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

del muro antico di Servio Tullio per otto miglia con edifizii che 
già l'oltrepassavano per ogni dove, non è agevole il precisare ; 
e vi ha chi dai 600mila la recherebbe ( per errore che sentii 
ripetermi or fan più anni da uomini dotti) a quattro milioni. 
Ma il Reumont, tenuto in conto l'incendio della città, che 
ne slargò le vie ; i tanti luoghi e monumenti pubblici occu- 
pati ed eretti in seguito dagli altri imperatori, ritiene, per 
base prossima al vero , che di que' tempi ancora il numero 
delle case ( insulae ) vi giungesse a 46602 e quello dei palazzi 
a 1790; come abbiamo dalla Notitia , che ci dice quante case 
e palazzi di particolari fossero in Roma, quando di nuove e 
tanto più larghe mura era stata recinta da Aureliano im- 
peratore. E pure tenuto in conto la elevazione di tante case 
oscure, dei palazzi coi loro nobili cavalieri, liberti e schiavi, 
e finalmente delle milizie e loro famiglie (un 35mila in tutti) 
ferma, come probabile e prossima al vero la conghiettura , 
dietro induzioni e calcoli suoi , che tutta quanta la popola- 
zione ragguagliasse ad un milione e mezzo. Se però da Ot- 
taviano Cesare Augusto fu rispettata quel più che poteva 
nella forma stessa in che l'ebbe ricevuta, mal penserebbe chi 
credesse come da lui non fosse abbellita il più che si poteva. 
Già in ogni tempo, e sin da quando Servio recinse di un sol 
muro i setti colli, di che il Reumont ci esibisce una pianta, 
mai non si cessò dal decorare Roma di templi e altri mo-% 
numenti , e si seguitò cosi secondo le vicende della Repub- 
blica. Cresciuta questa in ricchezza ed in potenza , si proseguì 
più tanto ad accrescerla in comodità e bellezza , di acque- 
dotti , di vie che da Roma si stendevano come l'Appia per 
la Italia e fuori ; « ma dalle sedizioni dei Gracchi in poi fino 
al secondo triumvirato, divenne più che altro Roma come una 
nuova città ». 

Senza far conto di tante opere ad altri dovute, basterà 
notare il tempio di Giove Capitolino bruciato sotto Siila e fatto 
più splendido per cura di lui , e il Tabulano del Campidoglio 
di G. Lutazio Catulo, il più insigne monumento che rimanga 
della Repubblica. Pompeo abbellì il Campo Marzio di un tea- 
tro di portici , passeggiate e statue , palazzi e templi. E Ce- 
sare non solo rivaleggiò con Pompe o nel Campo Marzio, quivi 
edificando un anfiteatro di legno , la prima Naumachia ve- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 159 

eluta in Roma , e dando pei comizi principio ai sepia Julia, 
e quindi ai suoi giardini di là dal Tevere a dritta della via 
che oggi mena a Fiumicino , ma anche nella città e nel Fòro, 
con gli edifizi , portici , basiliche e templi suoi e degli amici , 
e col suo Fóro Giulio ; ampliando ancora per gli spettacoli il 
Circo Massimo. Né intanto mancavano verso il cadere della 
Repubblica palazzi in Roma , e massime nel Palatino , che 
costruiti già a mattoni, a pietre di tufo, peperino, traverti- 
no , albano , gabina , erano cominciati a diventare splendidi 
per marmi e capi d'arte famosi di ogni sorta; e già eran 
sorti sul Pincio e più oltre, i giardini ( liorlì ) di Lucullo e di 
Sallustio. A Tivoli, a Tuscolo, presso i i laghi di Albano e 
Nemi, e per ogni dove sorgevano ville a ricetto dei grandi; 
sulla Appia via splendide le tombe dei morti. 

Letteratura ed arti sempre più crescevano. Ma nell'età di 
Augusto è noto quanto crescesse Roma in bellezza per le vie 
che vi facean capo , per le nuove acque che vi furono condot- 
te ; come il Fòro di Augusto sorgesse prossimo al romano, e 
questo si rabbellisse coi templi di Apollo , di Vesta , di Qui- 
rino; e con portici e fabbriche di ogni maniera , inalzate or 
sotto il suo or sotto il nome dei suoi congiunti ed or per opera 
dei suoi contemporanei ed amici, sui sette colli, nel campo 
Marzio, in Trastevere. Là dove più presso al Tevere si stringe 
il Pincio, Augusto edificò quel mausoleo che doveva ricevere 
le sue ceneri , e prima accolse quelle dei suoi premorti con- 
giunti , e poi quelle dei Cesari che succederongli per insino a 
Nerva ; di che in parte rimane la base rotonda e non più or- 
nata. Troppo ci menerebbe in lungo il dire col Reumont, che 
con amore raccolse tutto quanto ci potea far conoscere i me- 
riti di Augusto inverso la città , e di che Augusto medesimo 
lasciò memoria nel suo testamento ; e come egli , prima di 
morire , non si esprimesse a torto che , avendo trovata Roma 
fabbricata a mattoni, l'aveva però lasciata di marmo. 

Con siffatto senno , con tali arti di regno , con questi meriti 
verso Roma, e con feste e spettacoli dei quali a quando a quando 
rallegrò e tenne il popolo in obbedienza e quiete , potè Augu- 
sto, morendo, trasferire il principato e l'impero in Tiberio; 
il quale nei primi dieci anni del suo regno si mostrò saggio 
e moderato principe, avente a cuore le sue Provincie; ma in 



160 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

seguito a causa di Sejano e della sua solitudine in Capri, si 
dimostrò tiranno e si bruttò nel sangue dei più illustri citta- 
dini di Roma. A lui succede Caligola, giovanastro debole di 
corpo e più assai di mente , dissipatore , despota all'orientale 
e deificatore di sé medesimo ; che per avere liberi convegni 
con suo padre Giove , volle costrutto eccelso un ponte caval- 
cavìa tra il Palatino ed il tempio Capitolino. Spento Caligola, 
succede Claudio; ad uno scellerato uno scemo , che non difet- 
tava né di buon giudizio né di retti sentimenti , ma d'ogni 
elevatezza di animo e di memoria; talché , mentre da un lato 
tro\ansi leggi e provvisioni che splendono di umanità, buon 
costume ed amore verso le buone lettere , dall'altro nel suo 
carattere e nella sua condotta, vedesi una rea miscela di 
buono e di tristo, d'intelletto e d' imbecillità , di buone e 
di vituperevoli azioni. E il trono passò quindi a Nerone; ma 
prima di entrare nelle scellerate pazzie di costui, piacque al 
Reumont di rammentare le nuove fabbriche, inalzate in Roma 
e fuori dai tre primi successori di Augusto. 

Tiberio vi aveva già , e di non poco , aggrandito il palazzo 
(clomus Tyberiana) , Caligola poco dopo il suo sul Palatino. 
Ma la più grande fabbrica di questa età, e di maggior rilievo 
nella storia politica, fu l'accampamento di Pretoriani (Ca- 
slrum pretorium) da Sejano eretto oltre le mura di Servio, 
tra la porta Colonna , per un quadrato che tiene 1500 piedi nel 
più lungo lato, e nel più breve 1200, e nella forma propria 
del campo romano. E prossimo di tempo si vedeva l'anfitea- 
tro Castrense nella parte allora esterna del Celio, ora pros- 
simo a Santa Croce in Gerusalemme. Oltre il ponte a caval- 
cavìa che dicemmo di Caligola , del tempio con portici che a 
sé medesimo eresse , cominciò egli a condurre nuovi e copiosi 
aquedotti in Roma ; compiuti che furono poi da Claudio , il 
quale restaurò puranche il condotto dell'acqua vergine che 
l'altro aveva guastato. E die Claudio pur mano ad altri mo- 
numenti in Roma, ma lavori di molto maggiore entità si deb- 
bono a lui; come, interrata Ostia, il canale per approvigionare 
la città che conduceva a Porto (Portus Angusti), e l'emis- 
sario del lago Fucino. Sennonché , modello di pessimo prin- 
cipe , dice Agostino, fu un dissoluto commediante, dal quale 
niente di virile poteva derivare. Di Nerone figlio di Agri]»- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 161 

pina e uscito dalla intristita stirpe degli Enobardi, dire la 
vita , le follie , le scelleraggini a tutti note sarebbe inutile ; 
e appena faremo parola dell' incendio che arse Roma il 19 lu- 
glio dell'anno 64 dell'era nostra , che cominciato presso il Circo 
Massimo tra il Palatino e il Celio, si arrestò appena al muro 
di Servio sull'Esquilino, presso gli orti di Mecenate ; mentre 
dall'altro lato del circo salì sull'Aventino e si dilatò pel Fòro 
Boario, ed il Velabro ; ove il fiume, le mura della città 
ed il Campidoglio arrestarono il fuoco che, bruciando per sei 
giorni interi, lasciò senza tetto oltre la metà degli abitatori 
di Roma , e dipoi per altri tre giorni gittossi ad ardere nel 
Campo Marzio. A Nerone la voce popolare attribuì l'incendio; 
e certo era spento appena , che vennero e tosto fuora i dise- 
gni degli architetti Severo e Celere , dietro i quali furono 
raddrizzate ed allargate le vie, e in peperino e buoni materiali 
rifatte in quattro anni le tante case, e la più parte in legno, 
già bruciate di Roma. Né a sminuire la voce popolare che 
gli ebbe attribuito lo incendio conferì Nerone, ponendo mano 
ad una nuova imperiale abitazione che avria dovuto sbalor- 
dire il mondo. Già egli aveva aggiunti nuovi edilìzi sul Pa- 
latino agli antichi palagi dei Cesari; ricongiuntovi quello 
sull'Esquilino con un bel portico di colonne; palazzo e portici 
più o meno bruciati nell'incendio. Ma adesso volle per suo 
tutto quanto il paese che vi era tramezzo al Palatino e il suo 
palazzo riedificato ( domus aurea) sull'Esquilino ; ornando il 
tutto di giardini, di sterminati portici, con sua statua colos- 
sale, e luoghi di delizia di ogni maniera, e monumenti d'arte; 
che di qual guisa in questi tempi fiorissero in Roma, piacque 
al Reumont qui dottamente discorrere. 

Ma già anche per altro modo aveva procurato richiamare 
a sé l'aura popolare. Distrutto e soggettato che ebbe Pom- 
peo Magno ai Romani il regno dei Seleucidi , e recate le sue 
armi in Giudea a Gerusalemme , Giudei non pochi eransi 
recati in Roma , e a non meno di ottomila vi erano accre- 
sciuti in seguito sotto i primi Cesari; portandovi il loro 
amore indomito pei lucri d'ogni maniera ond' erano avidi , 
il proselitismo e le intestine loro discordie che gli rende- 
vano ospiti poco accetti ed inquieti : cacciati più volte e 
tornati a Roma in grazia di loro religione , ricevuta per le- 
AncH. St. Ital. , 3. a Serie, T. IX . P. I 24 



162 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cita dai Romani come antica molto e da quel popolo rispetta- 
ta, crebbervi le divisioni e gli odii a causa delle opinioni 
intorno al Messia; che nato appunto in Palestina nel 754 
della città, perla sua vita , predicazione e morte aveva 
dato origine al cristianesimo, che fino da'tempi almeno di 
Claudio erasi già in Roma introdotto. Or non è a dire con quanto 
furore i Giudei, tenaci dell'antica religione mosaica, avver- 
sassero i cristiani giudei e non giudei , e quanto adoperas- 
sero a metterli in mala voce di malvagi ed empi , e di reli- 
gione alla loro affatto contraria, presso i Romani ; i quali cura- 
vano poco a sincerarsi degli scismi e delle divisioni delle 
credenze giudaiche , pronti a ritenere per veri i vituperi che 
dagli uni si scagliavano contro gli altri e , tutti ugualmente 
aborriti. 

Parve a Nerone adunque buonissima occasione di rivol- 
tare l'odio popolare , che sopra lui erasi destato per quello 
incendio, addosso ai Cristiani; dei quali quanti erano confessi 
e tenuti in ceppi, furono coperti con pelli di belve e dati ai 
cani a sbranare ; altri confisse in croce e accese a guisa di 
fiaccole per servire di notte nei suoi giardini ; non senza 
però che quanti avevano un po' di senno nel popolo non in- 
tedessero come quelli, non per misfatto proprio , ma fossero 
sagrificati dal crudele umore di un solo signore del mondo ; 
così Tacito. Di quella persecuzione neroniana caddero vittima 
gli apostoli Pietro e Paolo. E Nerone fu finalmente levato tut- 
tavia giovane dal mondo : e dopo il tempo assai breve che l'eb- 
bero tenuto Galba, Ottone , Vitellio, passò l' impero nei Flavii 
e prima in Vespasiano. Questi, superati i Vitelliani, riedificato 
il tempio di Giove Capitolino che in quella lotta andò bruciato, 
come vi rimase spento il fratello di lui prefetto della città 
T. Flavio Sabino , vinto Giulio Vindice sul basso Reno , ri- 
mosse il pericolo che un regno gallo-germanico non vi sor- 
gesse. Tito suo figlio proseguì la guerra contro i Giudei sem- 
pre avversi ai Romani ; distrusse Gerusalemme e in Roma 
ne celebrò il trionfo col padre ; e testimonianza ne dura 
tuttavia sulla Velia con l'arco di Tito. A Vespasiano quasi 
come ad Augusto toccò riformar 1' impero , guasto per la 
pazzia, le crudeltà, le dissipazioni di Nerone, e per gli 
sconvolgimenti sotto i suoi tre successori ; e appunto quasi 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 163 

come Augusto riesci a tornarlo in buon assetto. Ed a lui 
succeduto, ma per breve tempo , il buon Tito , passò il regno 
in Domiziano il fratello e terzo ed ultimo de' Flavii. Tristo 
in gioventù, quale si mostrò nella guerra contro i Vitelliani, 
rigido osservatore delle forme e del culto per celebrare la 
propria divinità, se pur qualcosa oprò talvolta di buono nelle 
leggi, si propose a modello di regno Tiberio; e lo superò sì 
nella libidine sfrenata e sì nella tirannide, nel mettere le mani 
nel sangue pel corso dei quindici anni ne' quali imperiò , e 
non restò nemmeno da quello dei suoi più stretti congiunti. 
Di qualsivoglia guisa accadesse , era il cristianesimo pene- 
trato nella famiglia de' Flavii ; e il figlio di T. Flavio Sabino 
già prefetto di Roma, cioè Tito Flavio Clemente, aveva spo- 
sato Flavia Domitilla figlia di una sorella di Domiziano e 
ne aveva avuti due figli , "Vespasiano e Domiziano , i quali 
aveva l' imperatore dati ad educare al retore Fabio Quinti- 
liano, e si credeva avrebbeli chiamati successori all' impero. 
Sennonché Flavio Clemente uscendo appena dal consolato, fu 
nell'anno 95 dell'era nostra accusato di giudaismo, come di- 
spregiatore del pubblico costume , e sotto Domiziano condan- 
nato e decapitato ; sua moglie Flavia Domitilla relegata nel- 
l' isola Pantelleria , e dei giovanetti figli non si udì più pa- 
rola. Ed anche la figlia di una sorella (Flavia Plautina) di 
Flavio Clemente, nominata anche essa Flavia Domitilla venne 
esiliata nell' isola di Ponza nella stessa occasione ; e di lei 
sempre si ha , non molto lungi da Roma , fra l'Ardeatino e 
l'Ostiense, in luogo detto Tor Mauricia, un cimitero; del quale 
come dell'ordinamento dato di questo tempo alle Chiese cri- 
stiane in Roma , ci duole il tornare a discorrere. Ma tante 
crudeltà contro la sua stessa famiglia e contro Giulia di Tito 
suo nepote , trassero Domiziano a morte per mano dei suoi 
medesimi cortigiani, in modo quasi conforme a quella di Ne- 
rone , e con la stessa detestazione alla sua memoria del se- 
nato e del pubblico. 

Ma il regno elei Flavii molto contribuì puranche alla sto- 
ria della città; conciossiachè, oltre all'avere riedificato come 
fu detto il tempio sul Campidoglio ed eretto l'arco di Tito , 
il palazzo imperiale tornò a restringersi sul Palatino; 
e nel piano dove Nerone aveva l'atto logge e foreste , si 



164 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

costruì l'anfiteatro Flavio, il più gran monumento di Roma, 
accanto alla casa aurea ove Tito aveva dimorato qualche 
tempo tornato che fu in Roma dalla Giudea; e con parte di 
quella o delle fabbriche neroniane, costruì le celebri Terme 
dette per lui di Tito. Per celebrare la pace per lui renduta 
all'impero, Vespasiano aprì un nuovo Fòro con un tempio 
della Pace , botteghe , sale e biblioteche ove davansi lezioni, 
e di che non restano più vestigia né certa memoria. Anche 
Domiziano mostrò grandezza e buon gusto ne' molti suoi mo- 
numenti; senza dire come egli riedificasse più bello il paterno 
tempio di Giove, tornato a bruciare sul Campidoglio come sul 
Celio. Sul Quirinale e altrove nuovi edifici sorsero per lui e 
statue in suo onore. Noteremo aver egli aperto il Foro di Mi- 
nerva o transitorio, accanto a quello di Giulio e di Augusto, 
che pigliò poi e ritien sempre il nome di Nerva; e com'egli 
ingrandì il palazzo imperiale con quella bellissima sua parte 
che si chiamò dei Flavi, e che teneva tutto lo spazio inter- 
medio del Palatino. 

Con Nerva imperatore eletto , ucciso che fu Domiziano, in- 
comincia il secolo più glorioso dell' impero romano , quello 
che seppe conciliare il principato con la libertà, al dire di 
Tacito , e che porta il nome degli Antonini. Nerva, uomo ono- 
rando e benevolo, raddrizzò con ottime leggi quanto aveva già 
turbato la troppo acuta e diffidente tirannia dell'ultimo re- 
gno : adottò qual figlio e successore al trono M. Ulpio Traiano 
che erasi già renduto illustre per le sue gesta militari e 
civili; le quali anche più famose divennero nel suo impero, 
glorioso che fu per molte vittorie e trionfi sulle provincie 
conquistate , e pei monumenti insigni che lasciò sì nell'Italia 
che nelle provincie. Integrità e giustizia sederono con lui sul 
trono ; e la Scuola alimentaria torna in encomio all'umanità 
e beneficenza di lui verso i fanciulli e le fanciulle rimaste 
nella orbita. Ed in Roma , oltre ad amegliorarla di acque re- 
staurando gli antichi acquedotti , posti sotto la cura di Sesto 
Giulio Frontino , edificò egli il Fòro con le colonne, che ebbe 
il suo nome e che fu di Roma il più splendido ; a lato vi 
edificò la basilica Ulpia e la biblioteca , Ulpia ancor essa 
denominata. Cadde però Traiano anche egli in mala voce come 
persecutore dei Cristiani. E certo egli non pare da scusare, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 165 

allorché in Antiochia condanna il vescovo Ignazio ad essere 
sbranato in Roma, come fu, dai leoni, sperando così dagli 
Dei vittoria contro i Parti. Ma quando si pensa agli odii 
esercitati tuttavia dai giudei contro i cristiani , e dai Romani 
e popoli del gentilismo accolti , bisogna qualche grazia avere 
all'imperatore di que' popoli , il quale come Nerva, che spento 
Domiziano, pace restituì alla Chiesa, e più non ammesse 
il delitto di empietà verso gli Dei (pari a quello di maestà ) 
contro i cristiani ; come si rileva ancora dalla risposta da 
lui data a quella lettera di Plinio II, che ritiensi come l'apo- 
logia più antica del cristianesimo. 

A Traiano , il più grande dei romani imperatori , succede 
Adriano suo congiunto e proconsolo della Siria, ed in cui la 
educazione avea raccolto tutte le più belle doti della natura, 
del sapere e dell' ingegno, che lo rendevano prontissimo a 
tutto. Ma le sue qualità sì grandi eran vinte dalla invidia 
dei meriti altrui , che lo portò perfino al delitto. E savie 
ed utili furono le provvisioni sue intorno all' impero , del 
quale volle alcun che più stretti ma più saldi i confini; buona 
l'amministrazione e retta la giustizia che in parte riformò ; 
e seppe mai sempre con cura e forza mantenere le discipline 
e le esercitazioni della vita militare, della quale dava ancor 
lui splendido esempio. Curioso oltre ogni modo di erudirsi , 
girò per tutte le Provincie del suo immenso impero, e s'informò 
alla pari dei misteri eleusini e delle dottrine del cristiane- 
simo, al quale di per sé sarebbesi mostrato benigno : ma i 
giudei della Palestina lo irritarono con le rivolte e lo eb- 
bero così fiero nemico , che annientando quanto rimaneva di 
Gerusalemme già sterminata da Tito , fondò là sopra la sua 
Elia Capitolina. Adriano edificò monumenti per le provincie e 
quasi riedificò Atene. In Roma fece egli innalzare sulla Velia 
il magnifico tempio con portici, a doppia cella di Venere e di 
Roma ; la mole grandiosa del suo sepolcro , la cui base dura 
tuttavia per formarne Castel Sant'Angelo. In Tivoli restano 
tuttavia gli avanzi della villa immensa da lui detta di Adriano, 
ove raccolse quanto poteva richiamargli alla memoria ciò che 
in Grecia, in Oriente e nelle altre parti dell'imparo, aveva 
osservato. Ma il tempio di Venere e di Roma fece che ad Apol- 
lodoro architetto costasse la vita, per la critica con che offese 



1G6 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

l' imperatore. E nella villa Adriana passò quasi sempre tra 
molti dolori e non senza tratti di tirannia , gli ultimi anni 
della sua vita, che si spense in Baia dopo ventun'anno di 
regno: parendomi però da notare, che in quegli anni di atroci 
dolori che ne avrebbero a cotal segno oscurato il nome , tra 
tanti che lo attorniavano, non si trovò né medico, né chi- 
rurgo , né servo che lo aiutasse a levarsi di vita. 

Avventuratamente ad Adriano succede al regno il primo 
degli Antonini, T. Aurelio Antonino Pio; il quale in età pro- 
vetta e senza prole , ebbe adottati in Agli due rampolli di nobili 
famiglie , M. Annio chiamato nella storia M. Aurelio e Lucio 
Vero. Gloriosi e fausti i regni dei due Antonini ( Pio e Mar- 
co). Ma già 1' impero dava segni di mina; ridottosi scarso 
nel Senato il seme degli antichi padri ; la città in mano di 
nuovi inquilini accorsi dalle altre città d' Italia, stremate pur 
quelle , e ancora dalle Provincie ; senza affetto per la patria , 
per Roma, fatta comune ricettacolo ad ogni maniera di am- 
bizioni e di cupidigie , nel mentre che ben pochi erano i cit- 
tadini originari, e oramai da tanti anni disusati dalle armi 
ed invecchiati a poltrire nell'ozio , negli spettacoli , nelle li- 
bidini ; con l'impero oramai fondato su eserciti assoldati che 
balenavano , nel mentre che i popoli , i regni tributari e le 
Provincie alzavano il capo. L'ottimo reggimento per circa 23 
anni di Antonino Pio , se mi togli poche sedizioni ed alcune 
calamità che occorsero, mantenne l'impero in quiete. Ma giunto 
all' impero M. Aurelio il filosofo , pur non contando gli anni 
in cui ebbe socio dell'impero L. Vero di trista ricordanza, la 
impudica e tollerata moglie Faustina e il pessimo figlio e suc- 
cessore di lui L. Commodo , che si credè persino nato da un 
gladiatore che morì poscia assassinato, diminuirono la fama di 
un principe buono e virtuoso. Molto patì 1' impero dalle rivolte 
in parecchie provincie , e massime per quella di Avidio Cassio, 
il più valoroso generale allora di Roma, morto co' suoi in 
una pestilenza orribile ; dalle guerre sempre rinnuovate , 
alle quali intervenne pure M. Aurelio , e là sul Danubio lo 
videro morire non senza lasciar credenza , annunziata anche 
da Avidio Cassio, che la sua tanta filosofia non fosse riu- 
scita pur troppo vantaggiosa all'impero ; il quale si mostrò 
in non lieve regresso così nelle arti come nelle lettere per 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 167 

lo avanti sì floride. M. Aurelio ancor più dei predecessori 
si mostrò propenso ai cristiani e loro dottrina, e non consentì 
le accuse contro il nome loro inventate. Ma il politeismo ri- 
svegliato dalle tante calamità dello Stato , e massime dalla 
peste di che dicemmo , ripigliò vigore in perseguitare come 
culto dello Stato, se non come credenza integra degli animi, 
una religione già penetrata in tutti gli ordini delle città ; 
cosicché malgrado le difese di Giustino , di Ireneo , di Meli- 
tone e più tarde apologie , non pochi Magistrati imperiali 
in oriente e occidente , non si peritarono dal condannare a 
morte Giustino, Policarpo e tanti altri, i quali non si vergo- 
gnarono, interrogati, di confessare ed asserire magnanima- 
mente la religione che professavano. 

Degli Antonini in Roma, cioè del Pio, si ha quel tempio 
dedicato ad Adriano o altro che sia , di cui colonne guaste 
non poche ora rimangono ; il tempio ad Antonino e Faustina 
presso il Fòro in San Lorenzo in Miranda ; e di una colonna 
in suo onore si ha un frammento che fu ritrovato in Monte 
Citorio. Lì presso in piazza Colonna si ha appunto la co- 
lonna d'Antonino, imitazione scadente della Traiana , in 
onore di M. Aurelio e sue vittorie sui Quadi e Marco- 
manni ; e sul Campidoglio ne sta la equestre statua , rozza 
alquanto, ma viva e nobile, che meglio servì a custodirne o 
conservarne popolare il nome e le gravi sembianze. Di Com- 
modo non restano monumenti in Roma da ricordare, e restano 
ad infamarlo soltanto le grandiose mine della villa dei Quin- 
tilii, che a cinque miglia da Roma sulle Fosse Chilie a sini- 
stra, stendesi grandemente fino alla strada che va oggi a 
Napoli da porta San Giovanni, e chiamasi Roma vecchia; villa 
che per invidia trasse a morte i due concordi e illustri fra- 
telli che la possedevano, per contentare le feroci cupidigie 
imperiali. Ma Commodo fu spento e grandi mutazioni in Ro- 
ma avvennero col cessare lo impero degli Antonini. 

Alla morte infatti di Commodo, la elezione degli imperatori 
dal Senato immiserito cadde in mano della violenza e delle 
milizie pretoriane. In prima elessero Elvio Pertinace, e spento 
lui , Didio Giuliano per danaro; ucciso il quale , tornarono a 
levare la testa gli eserciti delle provincie , e quelli di Germa- 
nia e Pannonia , e portarono in trono Settimio Severo non già 



168 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di schiatta romano-italica, quali i successori dei dodici Cesari, 
ma di Lepti in Affrica , e benché vantato di progenitori ita- 
lici, punico in sostanza, ed allevato così tra l'europeo e l'af- 
fricano. Rigido fino alla crudeltà per conservarsi in potere 
e frenare le sollevazioni dei soldati; ma intanto scalzando 
sempre il Senato , fondamento primo che era dello Stato e 
sua costituzione ; tuttavia si dimostrò sempre giusto e di mite 
animo, adorno nelle lettere latine e greche, e certamente per 
sue leggi dotto in giurisprudenza. Valoroso generale vittorie 
ottenne per l' impero in oriente e in occidente , ma raffor- 
zando Roma di molti e nuovi pretoriani, creò pericoli nuovi 
per lo Stato , per l'Italia e per la imperiale podestà; nel men- 
tre che per le sue superstizioni e quelle di Giulia Donna sua 
seconda moglie , spalancava in Roma la via per inondarla 
adesso dei culti d'oriente, che già vi erano infaustamente al- 
lignati. Travagliandosi lui in dure prove nella Brettagna, morì 
ad Jorch di 66 anni , lasciando ai figli, se buoni, fermo e sta- 
bile impero , ma se cattivi , diceva egli medesimo, molto de- 
bole e infermo. Erano questi Basciano, chiamato pure Anto- 
nino e Caracalla, e Geta fratel suo consanguineo, ossia dal 
lato del padre. Basciano o Caracalla che aveva già attentato 
la vita del padre , uccise il fratello e morto lo lacrimava; 
mandò in malora la forte militare disciplina; dissipò prodiga- 
lizzando le finanze dell'impero; e per restaurarle, comunicò a 
tutti gli abitatori liberi dell'impero , forse per intascarne il 
cinque per cento sulle successioni, la cittadinanza romana; che 
altrimenti sarebbe stata misura savia e molto adatta ai suoi 
tempi. Ucciso a Carré Caracalla, gli successe Opimio Macrino, 
creduto autore odiato di quella morte ; e spento lui pure 
con Diadumeno suo figlio, ascese al trono Eliogabalo , siriaco 
della medesima famiglia di Giulia Donna, sul cui turpe e ver- 
gognoso impero non ci tratterremo. A lui succede il suo con- 
giunto Alessandro Severo, principe di cara ricordanza, per 
le sue virtù informate dalla dottrina del cristianesimo e dallo 
schietto amore della giustizia, per l'attività, ed il valore di- 
mostrato così in Oriente come sul Reno , ove cadde vittima 
nel 235 con la madre , di una sollevazione militare. 

Si apre adesso in arruffo la lotta per la signoria sull' im- 
pero , quella che si appella dei trenta tiranni ; de'quali ricor- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 169 

dati appena come degni di nota i Gordiani , un Decio , Vale- 
riano sventurato che fu e maggiormente pel suo figlio Gal- 
lieno , Claudio il Gotico vincitore dei Goti , Aureliano che in 
Roma potè trionfare di Zenobia di Palmira e dei Palmireni, 
principe già glorioso per molte vittorie , per avere ampliato 
così il pomerio come le mura della città , a munirla dalle 
irruzioni che poteva temere dai popoli barbari e dalle Pro- 
vincie , ma l'ebbe sconvolta e conquassata con eccessivo ri- 
gore, insanguinata a causa di una sedizione; e finalmente Ta- 
cito , Probo e Caro imperatori, ai quali succede infine Diocle- 
ziano che nel 285 fu riconosciuto imperatore da tutto quanto 
l' impero. 

Diocleziano peraltro non si dissimulò che un solo non po- 
teva reggere sì vasta mole che d'ogni parte screpolava e vole- 
va più mani ferme a sostenerla. Scelto dunque in prima a col- 
lega Massimiano , non mancò poi di aggiungere ad ambo gli 
imperatori due cesari, Galieno e Costanzo Cloro; assegnando 
ad essi le parti dell'impero più difficili a reggere, non senza 
fare una nuova partizione delle Provincie , per la quale 
l'Italia e Roma con la sua magistratura scaddero non poco: 
divisione questa dell'impero, nella sostanza , e con poche 
mutazioni accolta e mantenuta da Costantino, e in seguito 
dai successori infinchè lo impero durò. Ma Diocleziano glo- 
rioso imperatore certamente nei suoi primi anni, vinto da 
infermità, dalle difficoltà di reggere l'impero in questa 
nuova forma da lui stimata per la migliore, e dalla fiera lotta 
colla quale fecesi a perseguitare i cristiani , dopo ventun'anno 
di regno abdicò, e ritrasse il suo grande animo in Salona, ove 
ebbe tempo a dolersi del suo errore infino all'anno 316, quando 
morì, regnando già da più anni Costantino; e fece che Massi- 
miano ancora abdicasse e a suo malgrado con lui , onde poi 
nacquero dissidii che insanguinarono l' impero e Roma, infin- 
chè la somma delle cose non cadde in mano di Costantino , 
e il cristianesimo pervenne a vincere e ad abbattere del 
tutto il paganesimo. 

Dicemmo della fiera persecuzione mossa da Diocleziano 
contro i cristiani , i quali sotto i buoni imperatori poterono 
prosperare, ancorché a momenti ed in alcuni luoghi per- 
seguitati. Le loro chiese per altro, massime la romana, piglia- 
Ancii. St. It\l. , 3. a Serie, T. IX, P. I. 22 



170 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

l'ono certa forma, della quale ci duole non potere far motto 
col Reumont , malgrado gli scismi , le eresie , le differenze 
nei dogmi che da parecchi cultori del cristianesimo vi si su- 
scitarono. Prosperarono ora meglio le cose sotto un pessimo 
imperatore Commodo, in grazia di Macrina sua concubina pro- 
pizia ai cristiani, e più ancora sotto Settimio Severo, allorché 
poterono costituirsi anche essi in società per seppellire i loro 
defunti (di che già fu detto in un rendiconto della Roma sot- 
terranea cristiana del cav. G. B. De Rossi) (1); come sotto Ca- 
racalla suo pessimo figlio e sotto il virtuoso Alessandro Severo 
nel correre del secolo in. Ma nei tempi di Massimino, di Va- 
leriano, di Decio quando in Roma non meno di 50mila si con- 
tavano cristiani, e più poi sotto Diocleziano nel 303, non si 
pensò più a perseguitare e condurre a morte ogli uni o gli altri 
cristiani, ma si volle a dirittura, sebbene inutilmente schian- 
tare il cristianesimo , oramai più sempre esteso ed aperto , 
discorde ed irrequieto finché non riparò sotto le ali di Co- 
stantino il Grande ed ebbe vittoria. 

Ed ora ci sia permesso tornare indietro col Reumont , e 
dire come allo spegnersi del paganesimo non venisse a cessare 
negli imperatori la volontà nell' arricchire Roma di monu- 
menti ; i quali se non pregio e finezza d'arte, serbano tuttavia 
la primitiva grandiosità e la buona scelta dei materiali in 
edificare. E di Settimio Severo che molto edificò nelle Provin- 
cie dell'impero, specie nell'Affrica sua patria, diremo che 
oltre a molti restauri in Roma e segnatamente al Panteon, 
nel palazzo imperiale restarono di lui, finché non piacque nel- 
l'età moderna finire di diroccarlo e spogliarlo, il Settizonio e 
due archi a lui ed ai figli consacrati, che l'uno nel Fòro ro- 
mano e l'altro in quello Argentino presso il Velabro. Al figlio 
suo Caracalla spettano le magnifiche terme Antoniniane, non 
superate poscia se non da quelle di Diocleziano ; ma che 
pervenute ragguardevoli ed ammirabili , anche per la cella 
soleare, a tutto il secolo xv, come Poggio attesta, furono spo- 
gliate e volte in rovina da Paolo III nel sedicesimo secolo , 
come da Sisto V fu il Settizonio. Anche di Eliogabalo , oltre 
i templi alle sue divinità siriache, sappiamo che lasciò un circo 

(4) Vedi Ardi. Stor. Hai. 3." Serie, T. IV, P. 1, p. 178-216, e P. II, p. 10M21. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 171 

nei suoi orti di Vaticano, i quali dall'anfiteatro Castrense pres- 
so porta San Giovanni , giungevano sin presso a porta Mag- 
giore. Ed Alessandro Severo arricchì Roma di molte statue 
colossali di romani illustri caduti nelle guerre germaniche; 
e di colonne ed iscrizioni restano memorie nei Fòri di Nerva 
e di Traiano. Decorò di una nuova sala il Palatino , e molto 
edificò nel Campo Marzio, che divenuto la città moderna, sì 
poco serba ai dì nostri dell'antichità. Una basilica v' innalzò 
per certo, e tanto vi ampliò le Terme di Nerone, che piglia- 
rono il suo nome , e le arricchì mediante acquedotti di che 
tuttavia vedonsi avanzi fuori di Roma. 

Degli imperatori che succederono poche si hanno memorie : 
di Gordiano si mostrano ancora le ruine d' una villa , a tre 
miglia fuori della città sulla via prenestina ; di Gallieno triste 
imperatore e di Salonica sua moglie fa ricordo sull'Esquilino 
e non lungi da Santa Maria Maggiore, un semplice arco di 
travertino; e a lui spettano fors'anco i ragguardevoli avanzi 
di un edifìcio detto di Minerva medica, in luogo già detto le 
Galluzze (da Gallieno?) pure sull'Esquilino; giacché in lui 
erano passati gli orti de' Livii che vi sorgevano, e nei quali 
egli stando, mentre l'impero da ogni parte minacciava di ca- 
dere, ad altro non pensava che a segnalarsi come ottimo poeta 
e retore e a darsi bel tempo. 

Ad Aureliano però non può negarsi il merito di avere, 
con assenso del senato, quasi raddoppiato il cerchio della città 
con le sue nuove mura; le quali (salvo la città Leonina) rap- 
presentano in circa quelle attuali di Roma; terminate che 
dopo lui furono da Probo, e servirono ad assicurare la città in 
tempi sì sconvolti e nei quali buona cagione vi era di temere 
e munirsi. A lui pure si attribuiscono dal Reumont gli avanzi 
di un tempio, di cui frantumi di mole immensa in parte si veg- 
gono nel giardino Colonna a pie del Quirinale, e che avrebbe 
elevato al Sole, in memoria del conquisto fatto di Palmira; e 
ne farebbon fede ornati di gusto palmireno orientale. A Dio- 
cleziano spettano tra molti altri edifizi, le famose terme che 
signoreggiarono in magnificenza su quelle Antoniniane già 
dette, e nella cui gran sala sorge adesso il magnifico tempio 
di Santa Maria degli Angeli, là dove nel più elevato loro 
punto si ricongiungono terminando il Quirinale ed il Vimi- 



172 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

naie; ed avevano dietro a sé ancor più visibili ai di no- 
stri le mura di S. Tullio , or circondate dalla piazza di Ter- 
mini che ne ricorda il nome. Alle terme di Diocleziano tenne 
dietro in magnificenza e in prò idei politeismo la basilica 
di Massenzio, erroneamente e per lungo tempo scambiata in 
Campo Vaccino col tempio della Pace, fatto costruire ed arso 
in seguito , come dicemmo , da Vespasiano ; ed a lui pur 
vuoisi riferire il circo fuori la porta Appia e prossimo alla 
tomba di Cecilia Metella, e la villa che sorgeva prossima 
in vai Cantarella. Edifizi tutti ancorché grandiosi , ma tronfi e 
che mostrano decadenza nell' arte ; la quale più sempre spic- 
ca nelle statue , nelle rappresentazioni , nei ritratti o bu- 
sti d'uomini e donne che si hanno dai tempi di Settimio Se- 
vero in poi. Non vuoisi lasciare dimenticata una topografia 
di Roma del secolo in scolpita in marmo, già nella chiesa di 
San Cosimo e Damiano presso il Fòro , ed ora sulle scale del 
Campidoglio , e della quale altri frammenti furono testé rin- 
venuti e che servono molto all' illustrazione della città 
(pag. 579-80). 

Vinto come fu detto Massenzio, superato in seguito e spento 
l'altro imperatore collega Licinio , Costantino diede nuova 
forma all' impero e sua amministrazione ; di che non è diffi- 
cile a chi voglia di ragguagliarsi; però non ci estenderemo 
in particolari , e noteremo soltanto come passato lui a Costan- 
tinopoli , il governo ne pigliò facilmente foggia orientale , e 
Roma per sempre abbandonata da lui , che di tragedie e ti- 
rannie ne aveva pur macchiato lo imperiale palagio , ritenne 
soltanto il nome di metropoli, in un con la nuova città, più di- 
sgradata ancora di quello che già fosse. Intanto il cristianesimo 
dai primi editti di semplice tolleranza, era già giunto ad una 
piena libertà di coscienza; a mano a mano altri seguitarono 
editti per costituirne la Chiesa, per assicurarne il patrimonio , 
attribuire diritto ai vescovi e preti, liberarli dai pubblici pesi, e 
portarlo a quella supremità, cui Costantinopoli anziché Roma 
attaccata al politeismo, sembrava sede maggiormente opportu- 
na. Con l'imperatore così propizio che faceva in chiesa le parti di 
giudice e quasi di re servo , qual si mostrò nel concilio di Nicea 
nel 325, se il cristianesimo perdeva di sua autorità religiosa, 
potè per altro aggredire il gentilesimo , deprimerne i sacri- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 173 

fici, i riti , le feste e giungere alla vittoria; vittoria che, a 
mente di Costantino, doveva portare a quella unità di cre- 
denza che solo avria potuto dare salvezza ferma , ma non 
la diede, all' impero. 

In Roma però la credenza antica, il politeismo, rafforzato 
o indebolito dalle superstizioni asiatiche e dalla filosofia , 
formava la religione dello Stato ; e il senato , di nome alme- 
no , sempre in cima dello Stato, lo teneva fermo nei templi e 
massime in quello di Giove Capitolino; ed il popolo godeva agli 
spettacoli d'ogni sorta che duravano a celebrarsi negli anfitea- 
tri e nel circo; e nell'imperatore, ancorché cristiano, seguitava 
a riconoscere il pontefice massimo e seguitò lungo tempo. Né 
Costantino insino all'anno 320 che durava a stare in Roma , 
andò contro alla corrente ; che anzi edificò pur egli terme 
che se non per bellezza, certo per ampiezza superavano tutte 
le precedenti; posciachè dal giardino Colonna ove principia- 
vano, sembra che giungessero infino alla Suburra; e un por- 
tico edificò , né fino allora pensò a introdurre chiese in Roma, 
come rilevasi da"una topografia e statistica [Curiosa urbis nott- 
ua), che a questo tempo pare doversi riferire, la quale di chie- 
se non parla né punto né poco. Ma guari non tardò che , sotto 
Costantino, la città cominciò ad assumere pubblicamente aspet- 
to di cristiana; e le chiese vi pigliarono la forma delle basili- 
che antiche, accomodate però ai bisogni del culto ; su di che 
non è mestieri ch'io mi diffonda. E prima presso le mura, a mez- 
zogiorno della città surse sul Celio ove erano le case di Fausta 
sua moglie pervenute dai Plauzi Laterani, e da Costantino do- 
nate a Silvestro papa, la basilica or trasformata di San Gio- 
vanni ; né molto andò che sull'estremo opposto lato a tramon- 
tana, surse la prima chiesa dedicata a San Pietro, in forma 
grandiosa e ricchissima, sopra il suo sepolcro. A Costantino 
si riferisce una chiesa piccola , allora fuori la porta Ostiense 
a San Paolo, divenuta poi magnifica al cadere del secolo iv, 
arsa e riedificata ai di nostri; un'altra sua chiesa a San Lo- 
renzo sulla via Tiburtina, e parimente sopra il sepolcro del 
martire, che con l'andare dei tempi salì in grandezza, ebbe 
allora dimensione non maggiore ; e a lui pare altresì da ri- 
ferirsi sul Celiolo la chiesa in onore di Santa Croce in Ge- 
rusalemme , che meglio si direbbe di Sant'Elena madre del- 



171 RASSEGNA L'IBLIOGllAFICA 

l' imperatore , cui da molti viene assegnata. A questi tempi 
spetterebbero fuori le mura due mausolei, l'uno ohe dicesi di 
Elena a due miglia da porta Maggiore a Torre pignattara, e la 
Rotonda di Santa Costanza presso Sant'Agnese fuori porta 
Pia. A Costantino si attribuisce pure il battistero nel Lute- 
rano, ma senza ragione; ed è più verosimile die muova da 
Sisto III verso la metà del secolo V. Nel 22 di maggio 337 
morì Costantino principe di nome glorioso , ma riformatore 
men saggio del suo vasto impero , che in eredità lasciò ai tre 
figli e ad altri della sua casa dei Flavi Costantini; la quale in 
pochi anni spenta in gran parte , l' impero tornò a riunirsi 
nel primo di que' figli Costanzo ; principe fortunato ma triste, 
che visitò Roma con sussiego e pompa più che orientale ; ma 
il Campidoglio , il Fòro e i monumenti della città , massime 
poi il Fóro Traiano , ne sciolsero la lingua , ne risvegliarono 
l'ammirazione ; per crescere la quale egli volle che dall'Egitto 
si trasportasse in Roma quel grande obelisco , che poi caduto 
per terra per incendio in una delle mine tante patite in 
seguito dalla città, Sisto V fece che tornasse a sorgere nella 
piazza del Laterano. E si era egli già ravviato in Oriente per 
combattere contro i Persiani , allorché dichiarato Augusto 
Gallieno suo congiunto e questi muovendo verso l'Oriente in 
armi, Costanzo colto da febbre morì in Tarso il 3 di novem- 
bre 361. A Giuliano, l'ultimo della famiglia dei Costantini, non 
mancò pur certo vigoria di mente ne prodezza di braccio e 
d'animo, né buona volontà di giovare allo Stato: ma le divi- 
sioni nella fede cristiana tra Cattolici, Ariani ed altre sette, in 
mal punto lo trassero a volere resuscitato il politeismo antico 
e cadente , fino a raccendere una nuova e atroce persecuzio- 
ne contro il Cristianesimo, onde ebbe il titolo di Apostata. Mor- 
to però Giuliano di lì a breve in guerra coi Persiani, e succe- 
dutogli per poco Gioviano, l' impero passò in Valentiniano , 
soldato rigido e crudele, ma che sembrava adatto ai bisogni del- 
l' impero. Intanto ancorché aderisse di gran cuore al concilio 
Niceno, promulgò a tutti libertà di religione e di coscienza, 
ovviando così alle lotte che potevan temersi , morto che fu 
Giuliano: né mai s'immischiò nelle questioni di religione. 

Ma quanto snervata , dedita al lusso , e scellerata e 
superstiziosa fosse di questi la vita in Roma, quanto comuni 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 175 

i delitti, muove a raccapriccio il narrare ; nò solo fra i gen- 
tili , ma eziandio tra quanti si professavano cristiani e mem- 
bri del clero. Non diremo della debolezza del semiarianesimo 
di papa Liberio; diremo che morto lui, orribili furono i tu- 
multi, le morti le fazioni perseverate per quindici anni tra le 
parti di Ursicino e di Damaso papa; nome però quest'ultimo 
glorioso nella storia del pontificato , che nell'assenza dell' im- 
peratore aveva il primo seggio in Roma. Son pure da notare 
in questi tempi non pochi editti per frenare il clero e sue ra- 
pine , dall'andare a caccia delle eredità, vizio lamentato an- 
cora da Girolamo , Agostino , Atanasio e Gio. Crisostomo ed 
in generale dai padri della Chiesa che illustrarono questo 
secolo; e la vita solitaria e claustrale che a sé trasse molte 
nobili femmine , le quali malgrado i vizi che in Roma detur- 
pavano la Chiesa medesima , propagarono per tutta Italia e 
in Gallia il monachismo , il celibato e le opere di pietà e 
religione. Anche tra gli uomini di patriziato illustri , il cri- 
stianesimo si estendeva; e il nome degli Anicii o per maschile 
discendenza o ereditato per femmine vi apparteneva ; e degli 
Aurelii Simmachi tra' quali quello di Sant'Ambrogio spesso vi 
comparisce; ancorché la nobiltà romana si mostrasse per la 
più parte fedele al politeismo, e zelante nella sua difesa, an- 
corché ogni giorno il popolo se ne staccasse. 

A Valentino , morto in guerra contro Sarmati e Quadi per 
uno stravaso di sangue , succederono Graziano prode giovi- 
netto e Valentiniano TI fanciulletto, suoi figli, in Occidente; 
mentre l'Oriente si reggeva da Valente, che fu scelto collega, 
sin dalle prime da Valentiniano. Malauguratamente non sep- 
pe egli mantenere quella amicizia coi Goti che regnava da 
Aureliano in poi , e rinforzata poscia da lui che gli avea 
ricevuti anche nelle terre dell' impero, allorché dessi avevano 
già provata la barbarie degli Unni; e s'impegnò in una guerra 
con loro e morì vinto e ferito presso Adrianopoli, in una casa 
che vi mendicò. Sennonché Graziano accozzò pace coi Goti , 
e Graziano fu quegli che elesse Teodosio il grande a suo 
collega in Oriente ; né molto andò che i Goti ormai salda- 
mente stanziati in Tracia, si renderono federati dei Romani, 
<> giunsero a poco a poco ad occupare i primi e migliori gradi 
nella milizia. Graziano amato molto da Sant'Ambrogio , venne 



176 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pure ucciso di 25 anni nel 2ó agosto 383 ; ma lasciò la ven- 
detta della sua morte a Teodosio , il quale riusci poi nel 6 set- 
tembre del 394 a riunire sulla sua testa sola tutto quanto 
l' impero. 

Nei giorni di questi imperatori Graziano, Valentiniano li 
(anche egli immaturamente spento), e di Teodosio, lotta si 
rinfocolò tra il cristianesimo ed il politeismo; colta per causa 
il mantenere o il togliere nel senato l'ara e il simulacro 
della Vittoria, auspice dell' impero e di Roma; e vennero per 
esso a contrasto da un lato Ambrogio il Santo e dall'altro 
Quinto Aurelio Simmaco , il dotto e potente prefetto della cit- 
tà, sostenitore del politeismo e della tradizione antichissima. 
Ma sì Graziano e Valentiniano II, come e più Teodosio , furono 
pel cristianesimo; e Simmaco che più volte era tornato sul- 
l'argomento , ne fu con l'esilio punito da Teodosio , il quale 
si dimostrò sempre zelante del cristianesimo e di richiamar 
tutti alla verità del culto cattolico. Onde se il culto pubblico 
del politeismo venne a cadere di per sé , lasciò per altro 
ciascuno libero come volesse nella sua credenza, e senza che 
in Roma sfregio si permettesse ai templi ed alle immagini 
innumerevoli degli idoli che l'adornavano, parecchie delle 
quali malgrado le invasioni dei barbari, i tanti assedi e sac- 
cheggi dalla città patiti , pervennero sino a noi. Teodosio il 
Grande morì in Milano non compiti ancora anni 50 di vita 
(a. 395), e l'impero tornò diviso tra i suoi due giovanetti 
figli , Arcadio d'anni 18 in Oriente, Onorio di anni 13 in Oc- 
cidente. Arcadio tra le effemminate pompe e gli intrighi 
d'Oriente , ebbe Rufino Eunuco a suo principale consigliere 
e ministro : Onorio nel conquassato Occidente , Stilicone per 
generale e rettore ; appoggiato alla potenza e virtù mili- 
tare di lui , con la prefettura dell' Illirico malauguratamente 
divisa tra le due parti dell' impero, mentre i Goti or fatti 
ambiziosi ed avidi sotto Alarico , miravano da ogni parte a 
estendersi per lo impero. È noto come Stilicone riuscisse 
in principio a contenere in due incontri Alarico e disfare 
Radagaiso. Ma i suoi modi ancorché accorti in trattare coi 
Goti di Alarico, essendo sembrati sospetti ai vecchi romani 
ed allo incauto e sobbillato Onorio, che ne aveva già sposato 
una dopo l'altra le sue due figlie, lo trassero a morte nel -108; 



RASSEGNA. BIBLIOGRAFICA 177 

né guari andò che nel 410 Roma fu vinta per la seconda 
volta, 800 anni dopo die era stata incendiata dai Galli, e sac- 
cheggiata dallo stesso Alarico. Pochi anni avanti per paura 
dei Goti, da Onorio e Stilicone con molta fretta e poca scien- 
za si erano riparate e forse ampliate un poco le sue mura , 
che da Aureliano dicemmo già costruite ; e che nel corso dei 
secoli, sì dalle vicende e sì dai sommi pontefici, ebbero quelle 
alterazioni che al Reumont è piaciuto con somma diligenza 
rappresentare a noi ; e ci rappresenta ancora come nel v se- 
colo in Roma e nell'Occidente sempre durasse in fiore il 
politeismo. 

Intanto la famiglia di Teodosio il Grande avvicinavasi 
alla sua fine. Morto che fu Onorio, dopo che Galla Placidia 
sua sorella, divenuta vedova di Ataulfo re e successore di Ala- 
rico dei Goti , rimaritata al prode Costanzo Cesare , e nuo- 
vamente vedova, posò la corona d'Occidente sul capo di 
Valentiniano III suo figlio. Ma le gare tra i due più valo- 
rosi generali dell' impero , Bonifazio ed Aezio , ebbero per 
conseguenza che Gallia , Spagna e Bretagna si perdessero, e 
Borgognoni, Franchi, Alemanni, Alani e Goti conquistassero 
lo provincie più ragguardevoli, e l'Affrica i Vandali ; e meno 
male se gli Unni ed Attila rimasero vinti e ricacciati .nelle 
loro tane , dopo aver minacciato a Roma l'ultimo stermi- 
nio. Guari non andò che , spento lo sciagurato Valenti- 
niano III , il quale aveva già di sua mano ucciso Aezio che 
per venti anni gli aveva salvato l' impero , Roma che erasi 
riavuta da quanto aveva patito sotto Alarico, cadde preda di 
Genserico re dei Vandali d'Affrica ; e fu saccheggiata per in- 
teri quattordici giorni , e perde le sue ricchezze e le migliori 
opere d'arte , e vide prigionieri i più facoltosi e nobili suoi 
figli , e le matrone più illustri anche di stirpe reale. 

Così allo spegnersi della famiglia di Costantino il grande, 
dei tre Valentiniani e di Teodosio il grande , Roma veniva 
più sempre a scadere, lontani i suoi imperatori; nondi- 
meno essa, che si aveva sempre uno almeno, e il mag- 
giore de' suoi consoli , manteneva tuttavia la sua premi- 
nenza ; e come nei tempi ne' quali non ancor era caduta in 
mano dei barbari , seguitò ad arricchirsi di nuovi se non 
tanto splendidi monumenti , ed a restaurare quanti altri an- 

Ancii. St. iTAr.., 3. a Sene, T. IX, P. I. 23 



178 rassegna bibliografica 

davano in decadenza; e per cura d' imperatori, papi ed altri 
magnati , dentro sé e fuori delle sue mura , vedeva eretti 
grandiosi edifìzi di chiese e basiliche ; nò vuoisi dimenticare 
per la sua bellezza Santa Maria Maggiore (ad nives) ossia 
la basilica Liberiana. In questi tempi si cominciarono a eri- 
gere chiese estramurane , intorno alle quali si seppellì sopra 
terra , onde appellavansi cimiteri ; causa per cui a malgrado 
la cura di Damaso papa , abbandonaronsi a poco a poco gli 
antichi sotterranei , di che altra volta facemmo parola , né 
ci sembra adesso tornare a dire. Ma dopo che Roma cadde 
sotto Genserico , imperatori appena di nome regnarono in 
Roma e in Occidente , imperando di fatto FI. Ricimero e 
le soldatesche di Goti , Vandali , Eruli e barbari d'ogni sorta 
nome ; e in Roma diruta , da molti abbandonata , e peggio 
poi vinta che fu sotto Artemio e saccheggiata nel 472, anche 
i pubblici monumenti caddero in balìa e mercimonio dei 
privati. E sempre seguitò a scadere l' impero, finché depo- 
sto il giovinetto imperatore Romolo Augustolo, la signoria 
passò in Odoacre re degli Eruli e poscia in Teodorico dei 
Goti. Ma con lo andare in sfacelo lo impero romano, rimaneva 
sempre intatta la grandezza del nome e della città dove era 
sorto ; nome temuto e rispettato sempre e dalle tante Provin- 
cie che le avevano appartenuto , ed anche dai barbari stessi, 
che con l'impossessarsi delle sue terre, stimavano diventarne 
membri , e dai re delle genti divenuti come rappresentanti 
della imperiale autorità, delle sue leggi , della sua civiltà e 
legittimità: quasiché fuori del nome romano e della romana 
libertà non vi fosse né salute , né vita , né istituzioni ; idea 
mantenuta ed ampliata in seguito , quando- alla memoria del 
suo passato, si unì pur quella della sua Chiesa, del cristia- 
nesimo e del suo sommo pontificato , e Roma si mostrò più 
sempre la città eterna (1). 

Vengono in appendice le notizie delle fonti e degli scrit- 
tori che servirono all'opera. Le inscrizioni che rimangono tut- 
tavia superstiti dei monumenti d'ogni specie dell'età discorsa 
in questo volume; 

La cronologia della città dalla sua origine infine all'an- 
no 1229 , e dopo l'anno di Cristo 476 ; 

(1) Vedi il mio articolo in proposito. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 179 

Genealogie: 1.° dei Cesari; 2.° degli Erodi; 3.° dei Flavi ; 
4.° di Traiano , Adriano degli Antonini ; 5.° di Settimio Se- 
vero e dei suoi; 6.° dei Costantini; 7.° della famiglia di Va- 
lentiniano e di Teodosio. 

Vengono poi incise in tavole le mura di Servio Tullio e 
sue regioni P. Capei. 



Vita di Giordano Bruno da Nola, scritta da Domenico Berti. 
Presso Paravia , Firenze , Torino , Milano , 1868. 

Alla vita di Giordano Bruno , scritta dal Prof. Domenico 
Berti, dovrà, così egli promette, succedere altro volume, 
ch'esporrà del Bruno l'opinioni filosofiche ; volume desidera- 
tissimo da chiunque lesse la vita. Intanto si domanda: Qual è 
il merito del presente libro? 

D'un uomo sì avventuroso, e sì sventurato, e tanto sin- 
golare , discorsero molti ; ma il Berti , che non iscrive per 
gusto di ripetere , superò gli altri molto in accuratezza di 
fatti , e di loro circostanze , o in meglio determinare luoghi e 
date, cagioni ed occasioni. La quale accuratezza niuno stimerà 
di piccol pregio , traendosi spesso da determinata notizia di 
fatti conseguenze non lievi , sì rispetto all' intimo legame d'un 
sistema , sì alle interne cagioni od esterne che n'aiutarono 
lo svolgimento e la consistenza o le mutazioni tanto acci- 
dentali quanto sostanziali , e sì alla forma unica o varia e a 
volte opposta , con che tutto ciò si palesava ne' libri. Non 
potremmo , esempligrazia , intendere a modo 1' opere del Gio- 
berti , chi non le raffrontasse con la storia dell'uomo e del- 
l'età sua ; perchè certi significati li dà quell'uomo e quell'età, 
e indi appariscono le differenze de' suoi pensieri o vere o ap- 
parenti , e di là si spiega la lor successione ; tanto più , 
quando trattasi d'uomo , speculativo sì , ma passionato ad un 
tempo, e accesamente immaginoso, com' il Bruno fu, e come 
il Gioberti , benché questi sì diverso dall'altro per plaga di 
cielo e per vita e per essenziale qualità di dottrine. V'ha 
certo uomini , più in sé raccolti , che meno paion soggetti , 
nel sostanziale , a vicenda di affetti o di casi , tirando , con 



180 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mente imperturbabile, giù giù l'ultime conseguenze di lor 
principj, come lo Spinoza, il Kant (nella Ragion Pura) e 
l' Hegel o il Rosmini; ma se guardiamo più addentro , un pa- 
ragone men particolareggiato sì, pur intimo tra sistema 
uomo ed età, v' è sempre, né può non esservi; talché nem- 
manco per essi viene a mancar l'importanza d'esporne la sto- 
ria con indagine accurata. Non lodo già gli eccessi ; che a 
taluno par nulla ogni libro, se non isminuzzolato in centomila 
ninnoletti di ricercuzze, anno, mese, giorno, e ora e minuto 
d'ogni menomo che , vanitosa critica da zanzare, la quale 
dimentica l'interno dell'uomo e la sua libera volontà; ma, 
per fermo , la sciatterìa ne' particolari della storia è altresì 
non lodevole , perchè fra esterno ed interno , tra vita e pen- 
sieri , passa un conto perpetuo di dare e d'avere. Vuoisi, 
dunque , render grazie al Berti , che ci porgeva un libro as- 
segnato e un buon esempio ; grazie , perchè la strafalconerìa 
degli storici mostra un popolo avvezzo a non curare la verità. 

Parve ad alcuni , l' attinenze del Bruno con tutta la sua 
età e con gli altri filosofi anteriori o posteriori, non avere 
il Berti a sufficienza definite ; ma , oltreché ciò non vorrebbe 
concedersi appieno , dobbiamo pure avvertire , tali attinenze 
costituire materia dell'altro lavoro ; e , poi , questo libro fa 
parte d'una Storia della Filosofia Italiana, Storia che il Berti da 
gran tempo vien preparando con ricerca e meditazione assidua, 
e dov'egli aspetta forse l'opportunità di confronti più generali. 

Altro segnalato pregio dell'Opera si è, la pubblicazione 
del processo , fatto contr' il Bruno a Venezia ; documenti di 
molta curiosità , perchè in termini concisi e precisi espo- 
neva il Bruno la somma di sue opinioni , la vita sua nei 
tratti più principali , e lo stato di sua mente combattuto. Né 
parmi da recare in dubbio , come taluno s'argomenta, l'au- 
tenticità degli atti , sì perchè argomenti positivi non ho sen- 
tito , sì perchè a ciò, che d'altre 1 fonti sappiamo, ragguagliasi 
ogni parte del documento quand' accenni a fatti della vita o 
a dottrine. 

Minor pregio de' notati non è , anzi maggiore , la impar- 
zialità dello Storico , che quantunque non proceda coni' uomo 
e come filosofo per le medesime vie del Bruno , tuttavia, o per 
tale contrarietà più singolarmente , s' ingegna porre in luce 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 181 

ogni merito speculativo e morale di lui , scusandolo se biso- 
gni , o attenuandone i difetti; senzadio mai, o, per mulie- 
bre peritanza d'opinioni proprie , queste si rimpiattino, o, per 
indifferenza sonnacchiosa, si procuri togliere ogni valor mo- 
rale a ogni pensiero e fatto, chiamata imparzialità e cb'è su- 
prema di tutte parzialità , giacché a propria incuranza sorn- 
mettiamo il senso comune o la coscienza del genere umano. 
Imparzialità vera è giustizia, non altro. 

In grazia forse d'una siffatta disposizione dell'animo, che 
sta guardingo in parlare di chi non sente con noi , pigliava 
il Berti ragione da un luogo de Umbris Idearum , ove il 
Bruno diceva: non abbiamo in ispregio i misteri de' Pita- 
gorici, non la fede de 3 Platonici , non i raziocini dei Peri- 
patetici , semprechè siano fondati sid reale; per affermare 
ch'il Bruno, allora, si mostrò tollerante d'opinioni contrarie 
(pagina 135). Ma panni che detto libro dia prova dell'opposto ; 
giacché , parlando il Bruno de' suoi contradittori, un per uno 
così li tratta: Buie si canda foret , cercopithecus erat... 
Jlunc non dnbitaverim esse nepotem ìllius asini , qui ad, 
conservandam specìem fuit in arca Noè reservatus... etc ; 
concludendo : Hinc corvi crocitant , cuculi cuculant , lupi 
idulant , sues grugnitati , oves balani , mugiunt boves , hin- 
niunt equi , rudunt asini: turpe est , diocìt Arisloteles , soli- 
citum esse ad quemlibet interrogantem respondere ; boves 
bubus admugiant , equi equis adhinniant J asinis adrudant 
asini (Berolini , 1868, pag. 13-18). 

Come altresì , per delicato sentimento , il Berti non dà 
forse sufficiente rilievo a certa fastosità o pomposità , si- 
mili alle descritte da Cicerone, le quali traendo il Bruno 
a chiamare la filosofia da sé stesso , cioè Nolana , men- 
trechè alla filosofia non può appiccarsi nome particolare , 
spiegano altresì certe sue baldanze negatrici e novatrici ; e 
l'intime titubanze fra la fede antica e il nuovo sistema tanto 
vantato , le quali appariranno maggiori da manoscritti Sei 
Bruno a Parigi , e di cui mi parlava il Berti ; non che la 
promessa di sottomettersi a ogni castigo e ritrattazione pur- 
ché non pubblica , della quale discorre il processo. 

In ogni modo: abyssus abgssum invocai ; sicché , leggendo 
la vita del Bruno , sorge il pensiero : Sotto la cocolla che 



182 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

vestì gì' inquisitori di Spagna, crebbe l'Antesignano dello 
Schelling e dell'Hegel e dello Strauss ; come, sotto il ber- 
retto rosso de' Giacobini, crebbe il Robespierre prima, e poi 
Napoleone primo. Benedetto il La-cordaire , che , vestito da 
domenicano , predicò libertà ; e benedetto Carlo Alberto che , 
impugnate l'armi liberatrici , pregava Dio. 

A. Conti. 



Della vita e dei tempi del Beato Giovanni Cacciafronte , 
Memorie del can. Alessandro Schiavo. Un voi. in 8.° di 
pag. 274. Vicenza, 1866. 

Un lavoro, giovevole alle storie parziali di Cremona, di 
Mantova e soprattutto di Vicenza, è il libro , che lo Schiavo 
ha testé compiuto di pubblicare. Del Cacciafronte , ottimo 
cittadino e vescovo per santità di costumi e di azioni degno 
di essere proposto a modello degli altri , hanno scritto più 
o meno diffusamente gli storici Cremonesi , Mantovani e Vi- 
centini antichi e moderni ; senza dire di quelli , che ne det- 
tarono particolareggiatamente la vita. Il difetto per altro di 
buona critica, non disgiunto talvolta da mala fede, ha fatto 
sì , che quelle narrazioni assumessero apparenza più presto 
di leggenda , che di vera storia. Ben fece pertanto lo Schiavo 
a mettere al vaglio quelle asserzioni talvolta imaginate e 
spesso alterate, sceverando con la scorta dei pochi documenti 
degni di fede il vero dal falso , e impinguando il suo lavoro 
di tali notizie , che se non si riferiscono strettamente al pro- 
tagonista, giovano almeno a lumeggiarlo col porre più o 
meno in rilievo le condizioni civili , morali , religiose e ma- 
teriali delle città, in cui visse ed operò il Cacciafronte. 

Questo libro, che favella di un uomo vissuto nell'epoca 
memoranda della prima Lega Lombarda , si divide in tre 
parti. La prima, che dal 1125 si conduce al 1179, risguarda 
più che altro le due città di Cremona e di Mantova , dove 
comparisce, durante quel lungo periodo di tempo, il Caccia- 
fronte. Nato di nobile famiglia cremonese ed educato nei 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 183 

primi anni sotto il patrigno Adamo Cacciafronte , da cui gli 
viene il soprannome , indossa a sedici anni la cocolla di 
San Benedetto nel monastero di San Lorenzo , fuori la porta 
Mosa di Cremona. Ammirato « per santi costumi e onestis- 
sima vita » ed eletto, a non lungo andare , priore da prima 
della chiesa di San Vittore e poi nel 1155 Abate di San 
Lorenzo , sa rendersi modello perfetto di vita claustrale , 
migliorare le rendite della Badia, e fondare quella grande 
opera di beneficenza, cui Oddone de' Conti chiama charilatem 
Ulani magnani. 

Le terribili lotte tra il Barbarossa e i Comuni Italiani e 
lo scisma tra Vittore e Alessandro III , involgono intanto il 
Cacciafronte nei pubblici avvenimenti. Inchinevole alla fazione 
del popolo, ch'era avverso alla prepotenza dei grandi devoti 
all'impero, propugna, non ostante il contrario sentire di 
quel Vescovo e l'opposizione di Ponzio de' Geroldi e di An- 
selmo da Dovara , lo parti del vero pontefice , fino a sovve- 
nire delle ricchezze del monastero i perseguitati dagli scisma- 
tici, e a chiudere, durante l'interdetto, la chiesa di San Lo- 
renzo distogliendo i suoi concittadini dal partecipare ai riti 
religiosi degli scismatici. Cacciato in esilio e ricoverato 
sull'Olio tra il Mantovano e quel di Cremona, continua a 
tener d'occhio le cose d' Italia e specialmente della sua pa- 
tria ; e , stretta appena la lega Veronese , corre di soppiatto 
le città di Lombardia ; ed eccita in Cremona la parte popo- 
lana, devota al pontefice e anelante a libertà, a sollevarsi 
in nome di Alessandro , a rovesciare il governo de' Dovaresi, 
a ripudiare lo scisma, ad espellere il vescovo, a ricostituire 
il reggimento popolano , ad inviare rappresentanti a Pontida, 
ad infiammare la gioventù contro gli stranieri. Ritornato nel 
chiostro intende nuovamente allo studio, e agli esercizi del 
suo ministero; ed eletto nel 1124 vescovo di Mantova in luogo 
dello scismatico Garsidonio , sa mostrarsi « prelato di molto 
valore » , pio , studioso , parco , caritativo , esemplare. Rotto 
il Barbarossa a Legnano , interviene co' seguaci del papa al 
congresso di Venezia; ove, a tenore dei preliminari stipu- 
lati ad Anagni , rinunzia il vescovado di Mantova a Garsido- 
nio , riconciliato col pontefice ; e assiste alla grande cerimonia 
di rappacificamento fra le due più grandi podestà della terra. 



184 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

A rendere più ameno e lumeggiato il racconto v' intreccia 
l'autore la narrazione succinta dei grandi avvenimenti, che 
contemporaneamente si andavano compiendo ; né mancano 
accurate notizie intorno al monastero e alle chiese di San Lo- 
renzo e di San Vittore , alle opposte fazioni , che combatte- 
vansi in quell'epoca specialmente in Cremona, e alle condi- 
zioni politiche e religiose in generale d' Italia, e in particolare 
d'entrambe le città , in cui il Cacciafronte menò la sua vita 
ed ebbe tanta parte nei pubblici rivolgimenti. 

La seconda parte del lavoro dello Schiavo, che si estende 
dal 1179 al 1184, abbraccia l'episcopato del Cacciafronte in 
Vicenza ; la cui nomina fatta da Alessandro III , anziché dal 
Capitolo , dee risguardarsi più che altro un atto eccezionale 
de' tempi. Venuto in sede , sminuisce anzi tutto il numero 
soverchio de 1 servi , copioso allora più che mai nelle corti dei 
vescovi , e intende a largheggiare co' poveri e soprattutto con 
l'ospizio de' Crociferi di Santa Croce , dotato da lui delle 
pingui rendite della chiesa di San Quirico in Valdagno. De- 
stro nell' accomodare i dissidi, muove nel 1180 a Roma, quale 
procuratore di Ulderico , patriarca di Aquileia , reclamante 
l'antica soggezione dei vescovadi dell'Istria, dipendenti già 
tempo dal patriarca di Grado. Si deve anzi all'opera di lui, 
se, composta la lite, Enrico Dandolo piegasi a tanto da 
rinunziare a' vecchi diritti , contento di riavere in compenso 
le pievi di Latisana e San Fiore. Reduce da quella missione 
a Vicenza , retta allora da Uguccione de : Conti , e prospera 
più che mai per potenza d'armi, ampiezza di territorio, e 
floridezza d'industrie e commercio, esercita il suo zelo in 
estirpare gli avanzi dello scisma, in combattere gli eretici e 
i loro fautori, in ricostruire del suo la via, che dalla città 
metteva al santuario de' martiri Felice e Fortunato, e in fon- 
dare una scuola di teologia. Non lascia in pari tempo di am- 
pliare le rendite del beneficio vescovile , rivendicare antichi 
diritti, sovvenire di vesti i poveri, di elemosine e cibi cotidiani 
gl'infermi , salvare con le sue parsimonie la città dal flagello 
della fame, esercitare, a dir breve, quella carità, die da 
Aldighiero di Quinto, Siganfredo di Lanzè, Almerico di San 
Pietro ed Enrico da Creazzo , testimoni del tempo , è detta 
massima. Nel 1183 alla discrezione del Cacciafronte viene 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 185 

commessa in Verona la decisione di un litigio tra i Tem- 
plari e i canonici di quel Capitolo. Reduce in Vicenza dopo 
la pace di Costanza, che rimetteva i vescovi nell'esercizio 
degli antichi diritti, sospeso durante la tregua, pone ogni 
studio nella rivendicazione de' feudi, livelli e decime usur- 
pate alla mensa vescovile nel tempu delle guerre: rivendi- 
cazione, clie gli suscita contro i signorotti di Malo, i quali 
dopo avere con l'usurpazione di quel castello espilati anche 
i poveri, insidiano alla vita di lui, che il 13, o, secondo al- 
tri, il 16 di marzo del 1184, cade vittima per mano di un 
sicario. 

In questa seconda parte, oltre (pianto si è detto e le 
brevi narrazioni degli avvenimenti contemporanei, destano 
vivo interesse le accurate notizie risguar.lanti la città di Vi- 
cenza , che reggendosi allora a comune, nulla lasciava ai ve- 
scovi dell'antica giurisdizione civile, se non il titolo di Conti, 
alcune regalie e diritti feudali su qualche castello. Vicenza 
toccò anzi il sommo della sua grandezza ai tempi del Caccia - 
fronte , allargando il contado con lo stringere a sé le grosse 
terre di Pergine , Bassano e Lonigo, necessitando molte fa- 
miglie dei Conti rurali a fermar domicilio entro le mura, che 
chiudevano una cerchia più ristretta alquanto della presente , 
e rendendo popolato ad un modo l'interno e i borghi di Berga, 
di San Felice, di Porta Nuova, di Pusterla, di Lisiera e di 
San Pietro. Primeggiavano allora in Vicenza le fazioni dei 
Conti, devoti all' Impero, e possessori delle terre di Montebello 
e di Schio , e de' Vivaresi , succeduti a' Montecchi nell'ufficio 
di avogadri de' vescovi vicentini e fautori della Chiesa. In- 
torno a queste due famiglie si raggranellavano con opposti 
intendimenti le minori e pur poderose dei Breganze , Trissino, 
Arzignano , Rampazzo, Leonico, Sarego, Pilei , Cel sano, Val - 
marami, Thiene , Caldogno, Piovene ed altri, senza dire di 
Ecelino il Balbo, che, possessore di un castello in Bassano, 
aveva in Vicenza turrita abitazione. Salivano chiare in pari 
tempo le famiglie popolane dei Porto, Bissari, Loschi, Colle, 
Galli, Almi, Guakli, Gassimi, Pidocchio, Repeta , Bellissima 
ed altri, intesi alle lettere, alla giurisprudenza, alla mer- 
catura, alla industria ; non mancando in Vicenza, oltre alle 
aperte ne' monasteri e nella canonica della cattedrale, pub- 

Ancn Sr. Itai ., :; " Serie , T. IX IV t 2-ì 



186 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

bliclie scuole di grammatica e botteghe di arti e mestieri. 
Erano semplici ed austeri i costumi; sobria e morigerata la 
famiglia popolana; dedita allo sfarzo la patrizia; facili alla 
vendetta ed al sangue i cittadini ; sconosciuti assai spesso 
nel contado i diritti dell' uomo libero; simile a quello degli 
altri comuni italiani il reggimento della città. Ai consigli 
prendeva parte anche il popolo , che convenuto per lo più 
nella cattedrale , eleggeva i magistrati e decideva le grandi 
quistioni. 

Al vescovo deferivansi alcune cause soltanto di appella- 
zione all'imperatore. Dipendevano da lui venti e più castelli, 
alcuni de' quali, come Barbarano, Brendola e Altavilla, im- 
mediatamente. Godeva di molte regalie sui dazi , sulle pésche, 
sui pedaggi, sui mercati e sul naviglio del Bacchigliene ; 
possedeva mansi , feudi e decime sovra ima porzione vastis- 
sima del contado ; aveva 1' alto dominio del Monte Berico e 
la proprietà dell'antico teatro Berga. L'episcopio, fornito di 
torri e di viridario e la Cattedrale , con a fianco l'abitazione 
de' canonici , sorgevano nel luogo , ove al presente. La Cat- 
tedrale si officiava da' canonici ; erano dignità principali 
l'arciprete e l'arcidiacono ; rendite le possessioni e le deci- 
me donate loro da' vescovi. I canonici costituivano non solo 
il senato del vescovo, ma lo coadiuvavano nella cura delle ani- 
me nella città. Fra le chiese d'allora, la cui officiatura i ca- 
nonici demandavano ad altri preti , vanno ricordate San Leu- 
terio al ponte degli Angeli, San Lorenzo a Porta Nuova, 
San Marcello , Santo Stefano , San Marco fuori la porta Pu- 
sterla, San Vito in Borgo Lisiera , San Faustino, Santo 
Eleuterio, San Paolo, San Lorenzo in Berica , San Salvatore 
in Carpagnon e San Savino a porta Castello. Indipendenti 
da' canonici vi avevano le chiese de' Santi Filippo e Giaco- 
mo , di Santa Croce in Colle , di San Silvestro a porta Nuova, 
de' Santi Apostoli in Berica, di Santa Maria dell'Isola, di 
Santo Andrea in Borgo San Pietro, di Santa Savina, di 
San Nicolò fuori la porta San Felice e di San Martino. Vi 
erano inoltre i monasteri di San Felice e di San Pietro in 
Piano, fondati forse anteriormente all'epoca longobarda, il 
convento de' Crociferi Ospitalieri di Santa Croce e il Prio- 
rato de'Monaci di San Silvestro ; oltre le chiese di Santa 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 187 

Giustina, di Santo Apollinare p di San Pietro, che sorge- 
vano sul Monte Berico. Fra le chiese principali della dio- 
cesi poi sono ricordate quelle di San Bonifacio , di Malo e 
di Schio , sedi tutte e tre di un arciprete. V'aveano mona- 
steri e romitaggi a Campese , a Sarego, a Lonigo , a Chiù- 
pese e altrove. 

Discorre la terza parte del culto , in cui , non ostante la 
noncuranza dei vescovi Pittore ed Uberto, si tenne il Caccia- 
fronte fin dai primi anni della sua morte. Vi si ricorda , come 
ad eternarne la memoria si elevasse sul luogo del delitto 
una colonna di marmo, scomparsa sull'entrare di questo se- 
colo , e , fatto cenno della venerazione , che fin dal 1220 pro- 
pagavasi al santo uomo per le terre circonvicine , si tiene pa- 
rola prima dei processi di canonizzazione, istituiti nel 1223 da 
Onorio III ad istanza del vescovo Gilberto e poi delle trasla- 
zioni delle ossa fatte dapprima nel 1243 , come appare da 
quel distico scolpito sul sarcofago , 

« Hic est translatus Ioannes Cazza beatus 

« Fronte sub M bis C quator X nt scansio terque ». 

e più tardi del 1441. Detto in fine , come verso il 1647 si ri- 
pigliassero i processi , condotti poi fino alla canonizzazione , 
compiuta il 28 giugno del 1824 , si chiude accennando , come 
il canonico Lodovico Gonzati raccogliesse l'antico sarcofago 
e lo murasse in uno alla statua nella parete orientale este- 
riore del duomo. 

Tale è il lavoro dello Schiavo, corredato in fine di buoni 
documenti e preceduto da un proemio , in cui l'Autore dà 
ragione dell'opera. Propostosi di togliere quanto sa di leg- 
genda negli antecedenti scrittori delle azioni del Cacciafronte 
e di non accettare se non ciò che si appoggiasse a validi 
documenti e reggesse all'acume di una giusta critica , lo 
Schiavo è riuscito a maraviglia. Avremmo soltanto deside- 
rato , che , come seppe rigettare le gratuite asserzioni degli 
scrittori precedenti , così si fosse astenuto alcuna fiata da ciò 
che è meramente ipotetico: né vorremmo, che lo stile, lim- 
pido in generale e scorrevole , lasciasse talvolta il fare dello 
storico, per assumere il tuono del panegirista. 

Bernardo Morsoun. 



188 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



II Confortatorio di Mantova negli anni 1851 , 1852 , 1853 e 
1855; Volumi due, di Luigi Martini, Arciprete Parroco della 
Cattedrale Mantovana. Mantova , Tip. Benvenuti , 1807. 

Non fu mai scritto libro più doloroso di questo : è la storia 
degli estremi giorni e del supplizio di quei nostri cittadini , 
che per causa politica furono in Mantova dagli Austriaci messi 
a morte negli ultimi anni del loro dominio sul Lombardo- 
Veneto ; e l'ha dettata il sacerdote che dopo la sentenza li 
ebbe a visitare nel Confortatorio (cos'i nominavano la prigione 
dove un condannato a pena capitale doveva attendere il suo 
fine), e li accompagnò a morire. Non potrebbesi quindi udire 
di questi sacrifizj da testimonio meglio informato e più degno 
di fede; ne ciò solo per esser egli stato al fianco delle vittime 
fino al loro Golgota, ma sì anche per l'animo col quale adem- 
pie all'ufficio di storico ; imperciocché mentre dichiara che più 
d'uno di quelli uccisi gli era amico dilettissimo, e che tutti 
poi lo compresero di ammirazione come gli ebbe conosciuti e 
visti prepararsi a morire ; confessa nulladimeno che non 
intende « fare l'apoteosi delle congiure » ; ed avverte chi 
volesse leggere le meste, sue pagine « per trovarvi esagera- 
zioni , odio, scetticismo, irreligiosità, aspirazioni di vendetta 
e di vespri siciliani», che di tutto questo nò una parola vi 
potrebbero scoprire. È l'autore un vecchio più che sessage- 
nario , come e' informa egli stesso ; il quale trasse la vita 
scrupolosamente fedele al suo ministero sacerdotale, in cura 
d'anime, come dicono, e per molti anni rettore del Seminario 
di Mantova: è uomo dunque che pei- lungo abito di mortifi- 
cazione interamente domò i suoi spiriti, e si compose a tale 
mitezza che sembra vincere quella stessa, veramente straor- 
dinaria, di Silvio Pellico; di maniera che neppure si possa 
dubitare che l'amore per gT immolati e l'odio contro i carnefici 
gli facciano , anche non avvertendolo , alterare il vero. Del 
resto egli non riferisce che quello di cui fu testimonio, cioè 
come i condannati seppero morire; oppure cose udite che non 
potrebbero esser false ; e trattandosi di giudizj per reati po- 
litici , condotti quasi tutti da commissioni militari, a porte 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 189 

chiuse , con ogni studio che nulla fuori ne trapelasse , ed i 
processi de' quali inoltre furono mandati a Vienna in gelosa 
custodia; egli appena ricorda ìe sentenze finali e qualche 
cenno di quanto pure si era scoperto, o si almanaccava, delle 
colpe apposte ai condannati. 

Gli Austriaci , che già fino dal 1799 avevan cominciato a 
perseguitare con ogni immanità il flore de' cittadini d' Italia 
fatti loro sudditi, ne'quàli più manifesto appariva l'abborri- 
mento della iniqua soggezione; e dopo d'allora mai non allen- 
tarono la sospettosa ferocia; in seguito ai fatti del 1848, 
vedendo troppo chiaramente ili nuovo che l'infortunio non 
iscemava l'animo per nulla a quei lombardo-veneti; si deter- 
minarono, malgrado il vano, anzi pernicioso, esperimento 
tante volte ripetuto, di provarsi ancora se potevano atter- 
rirli con esempi di sangue. Il bel paese venne commesso 
all'arbitrio dei militari ,. e tutto dovevano temere i vinti 
dalla loro provocata superbia; e soffrirono infatti quanto ap- 
pena è credibile e sommamente importa che non sia mai 
dimenticato. 

Nel libro del quale discorriamo già la prima narrazione 
rivela come fosse disegno di quei governanti di afferrare 
qualunque indizio, qualunque pretesto, pure di far sentire 
agli indocili in quali mani si trovassero. Il sacerdote Gio- 
vanni Grioli, vicario parrocchiale di Cerese mantovano, 
nell'ottobre del 1851 essendo stato in volta a far lo stato 
d'anime, compiuta la sua bisogna, ebbe curiosità di vedere le 
nuove opere che si aggiungevano al forte di Peretola, e che 
venivano fatte costruire da militari condannati a lavori for- 
zati, o dalla schiuma de' più indisciplinati. Quando poi fu per 
andarsene, uno di quei condannati, soldato ungarese , gli 
chiese , come seppe meglio, da bere un bicchierino co' suoi 
compagni. Il buon prete gli diede quanto si trovava in tasca, 
due lire austriache. Vide l'atto il caporale sorvegliante ; volle 
sapere dall' ungarese che cosa avesse ricevuto: e il tristo, mo- 
strando le monete, disse die gliele aveva date affinchè potesse 
disertare; citando a testimoni i soldati che più ,uli erano vicini, 
due stranieri anch'essi, i quali confermarono l'asserzione: 
tutto por farsi un merito. E questi ribaldi intendevano poi 
ossi almanco l'italiano? giacché il Grioli nelle poche parole 



100 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

colle quali accompagnò la sua elemosina, non potè usare che 
la propria lingua, ignorando la loro , qualunque fosse , slava, 
ungarese o tedesca. Ma riportata la cosa ai superiori , non 
si fermarono a indagare più che tanto; e ricordevoli che il 
Radeski aveva raccomandato di tenere ben d'occhio anche i 
preti in Italia , fatto arrestare quel sacerdote , dopo un breve 
processo condotto come Dio vel dica, senz'altro indizio di 
colpabilità , lo condannarono a morir fucilato. Avrebbero inol- 
tre voluto che il vescovo, prima dell'esecuzione della sen- 
tenza lo sconsacrasse: ma questo non ottennero, non essendo 
contemplato dai sacri canoni il titolo pel quale il sacerdote 
infelice veniva condannato. 

L'autore del Confortatorio vide il Orioli negli ultimi suoi 
momenti , e non scorse in lui « ombra di abbattimento , di 
mestizia, d' inquietudine e di desolazione. Non pareva l'uomo 
la cui vita fra poco doveva cader spenta da una fucilata ». 
Condotto nella valletta di Belfiore, ove doveva morire, e letta 
che gli fu la sentenza, venne esortato un'ultima volta a nomi- 
nare i complici della congiura , di cui si voleva parte , accer- 
tandolo che così facendo « era ancora in tempo di salvarsi; 
ma rispose con dignitosa tranquillità : Io non ho altro da di- 
re ; facciasi ciò che vuole la legge, per me mi rassegno e mi 
abbandono nelle mani di Dio ». 

Fu sepolto là nella terra allagata dal suo sangue , perchè 
« ostava la legge » che un siffatto delinquente si dovesse ono- 
rare di una fossa nel pubblico cimitero. 

Questa condanna, o piuttosto quest'assassinio del Orioli, reo 
di un' elemosina, e così pure le altre tutte che il Confortatorio 
ricorda, non possono di certo esser cadute in Italia dalla 
memoria degli uomini presenti : ma per far conoscere il libro, 
e quanto meriti essere a tutti raccomandato , noi continue- 
remo per ogni caso ad estrarne , compendiando ciò che più 
specialmente si riferisce alle ultime ore dei giustiziati ; le 
quali non ebbero testimonio più vicino ed attento del buon 
sacerdote Martini, e sono esemplari e gloriose quanto ogni 
più magnanimo fatto degno di ricordanza perenne. Morirono 
questi confessori dei diritti della loro patria colla più nobile 
e maschia intrepidezza ; consci di rappresentare l' Italia agli 
occhi del mondo civile, e persuasi che così morendo coni- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 191 

battevano per lei e le preparavano una immancabile vit- 
toria. L' idea che professavano sarebbe divenuta l'opinione 
dei più, e allora la forza sarebbe stata al servizio di que- 
st' idea. 

Nel 1852 l'affare del presito Mazzini popolò le prigioni di 
Mantova quanto forse non erano state mai ; e ne seguì uno 
sterminato processo, e sentenze di morte per un gran numero: 
ma queste furono dal maresciallo Radescki, governatore gene- 
rale , commutate in lunga prigionia; meno che per nove, i 
quali noi qui in seguito nomineremo , e che furono anch'essi 
giustiziati a Belfiore , ma colla forca. 

Zambelli Giovanni di Venezia, andato a morte di 28 anni; 
era giovane di gravi costumi e di varia amena coltura : fu 
dei difensori di Venezia nel 1848. Dopo la condanna, dice 
il nostro autore , « non gli uscì di bocca mai lamento e ma- 
ledizione ; e in Confortatorio più volte ripetè : Spero che il 
mio sangue e quello de'miei compagni gioverà alla nostra 
patria. L'ultima notte dormì sonno placido e profondo ». 

Scarsellini Angelo, nato a Legnago, aveva 29 anni quando 
gli fu data morte. Anch'egli fece nel veneto la guerra nazio- 
nale del 1848; e dopo la resa di Venezia, andato a Londra, 
s' indettò con Mazzini. Narra l'autore che nella prigione un 
giorno lo visitò il medico, senza ch'egli l'avesse chiesto; ma 
ne indovinò il motivo e gli disse: « Ella viene per vedere se 
io sia atto a sostenere il bastone. Dica pure francamente 
alla Commissione che Scarsellini è di bronzo ». Imperocché 
bisogna sapere che quella commissione militare non risparmiò 
torture che potesse infliggere a'suoi prigionieri; e se non gli 
collo , fu perchè non ne aveva l'ordigno. Il medio evo per 
lei fioriva tuttora, e Cesare Beccaria aveva sciupato il suo 
inchiostro. 

Lo Scarsellini sapeva già dì essere condannato a morte , 
quando l'autore fu mandato a lui da un altro prigioniero po- 
litico, affinchè gli ottenesse perdono; essendo che lo sciagurato 
avesse male custodito il segreto , ed era forse stato causa 
della di lui condanna. Ma il giovine generosissimo gli mandò 
in risposta, che già gli aveva perdonato prima di esserne 
richiesto; e che se avesse mai dovuto egli pure subir la pena 
capitale, pensasse a morire con tale animo da onorare l'Italia. 



192 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Il sacerdote Enrico Tazzoli (1), di Canneto sull'Oglio, era 
nato nel 1812 da una Arrivacene , sorella dei tre preclari 
cittadini Gaetano, Ferdinando, e Francesca. Insegnò nel se- 
minario di Mantova storia e filosofia, e non venne fatta al 
suo tempo in quella città opera caritatevole o patriotica, nella 
quale non vi fosse la sua mano; ma segnatamente gli Asili 
dell' infanzia erano sua diletta cura. 

Così pel Tazzoli, come per altri sacerdoti con lui processati, 
l'Austria volle (e questa volta chiestolo a Roma l'ottenne) 
che fossero sconsacrati. Pervenuto l'autore del Confortatorio 
a dover ciò narrare , dice che ha da scrivere « una pagina 
ingrata e dura poco meno che morte »; e ben a ragione. Era 
già stato il vescovo di Mantova da Roma avvisato, che Sua 
Santità gli significava, si guardasse, nel caso si dovessero 
eseguire condanne di morte sopra ecclesiastici , « che non 
abbia, sotto il pretesto della legge stataria, ad eseguirsi la 
sentenza, prima die sia adempiuto quanto in simili tristissime 
congiunture viene dalla Chiesa prescrìtto ». Il vescovo si provò 
a rispondere che veramente non si potevano degradare i suoi 
preti condannati , non essendo il delitto di alto tradimento 
fra i contemplati dai canoni ; ma gli replicarono in brevi 
parole: « Avesse a deporre ogni dubbio, e nella circostanza 
della capitale sentenza pel caso di cui trattasi , procedesse 
pure alla degradazioni 1 ». 

Venuto dunque il tempo di ciò dover fare, quel vescovo 
tenne il consiglio prescritto, « ch'era di forma e nulla più » 
ne dice FA.; e fu stabilito la sconsacrazione avesse luogo nel 
modo meno grave possibile, come « una precauzione ad im- 
pedire che la mano del carnefice profanasse l'ordine sacro; ed 
una tutela di tutto l'ordine ieratico ». Qui l'autore prega a 
rileggere « queste riflessioni e meditarle spassionatamente » : 
ma sempre sarà che il meno si possa pensarne è, che l'avviso 
di un consiglio di semplice forma non vuol essere considerato 
seriamente; e d'altra parte, anche a chi meno è inclinato a 
farsi insegnaiore di virtù a parole, sorge spontaneo il pensiero, 
che sarebbe stato pur bello a quel vescovo, se compreso 

(<l) Inloruo al Tazzoli vuol esser Iella anche una memoria di Cesare Can- 
ili, rhe fu pubblicala nel volume \\\:u delia Celina di tini- e facrmrie con- 
t ?:np ),' :ìiec , i j \ ti ; da C. Canili. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 193 

almeno della responsabilità che assumeva dinanzi alla storia, 
gli fosse bastato l'animo di piuttosto deporre il pastorale che 
piegarsi a così oltraggiare degli sventurati , solo rei di avere 
amato la patria, di aver voluto, e sia pure con imprudenza, 
affrettare la fine di una grande iniquità. 

L'autore fu presente alla degradazione , ma non può dire 
come la scena passasse , perchè visto appena il Tazzoli coi 
paramenti sacerdotali inginocchiarsi dinanzi al vescovo; « non 
potendo più, dice, mi ritirai in un cantone della sala, co- 
prendomi il volto ». Però avverte che fu assicurato , essere 
sì la cerimonia avvenuta secondo il pontificale romano ; ma 
che « il vescovo non raschiò fino al sangue le dita dello scon- 
sacrato con un vetro, ma le toccò appena con un temperino; 
e invece di respingerlo poi con un calcio (sic), gli stese la 
mano e se la strinse al seno amorosamente ». Ma che roba è 
quel pontificale romano ! 

Tornato il Tazzoli nella sua segreta scrisse varie lettere, 

ed una al vescovo, dove gli diceva: « Creda Monsignore, 

eh' io non temo la morte ...., ed anche nel momento più dolo- 
roso della mia vita ( il momento della degradazione ) , chi 
avesse posta una mano sul mio cuore , ne avrebbe sentito i 
palpiti normali. Mi teneva tranquillo la coscienza di non aver 
meritata la pena canonica che mi si inflisse ». In altre di 
quelle lettere ad una zia leggiamo : « Quando uno assume 
un' impresa e si desola ai patimenti che questa gli costa , dà 
indizio d'essere stato uno stolto e di non averla abbracciata 
coscenziosamente e razionalmente ». 

De Canal Bernardo, di nobile famiglia veneziana, era 
nato nel 1824 , ed « ebbe giovinezza travagliata per poca 
salute (così informa lo stesso suo padre) , e fin da bimbo 
perduto un occhio , ebbe l'altro imperfetto ». Per questa infer- 
mità non potendo nel 1848 prender l'armi pel suo paese, com- 
battè colla penna e fu giornalista molto stimato. Conosciuta 
ch'ebbe la sua condanna, scrisse alla madre con eroica tene- 
rezza: « Sii buona con me defunto, come lo fosti sempre fin 
che vissi.... Vedrai che dove tu il voglia, il coraggio e la forza 
ti basteranno. Io pure , vedi , ne trovo a sufficienza , solo , 
senza il conforto di un amico , non avendo che Dio a testi- 
monio de'miei dolori.... Vivi per piangermi, ma rassegnata, 

Arch. St. Itai.., 3. a Serie , T. IX , P. I 25 



104 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

non disperata ». E al padre, con maschio accento: « Sono al 
secondo giorno della mia agonia , e lode al cielo mi sento 

coraggioso abbastanza , calale non avrei io stesso creduto 

Io rendo solenne testimonianza di principii che tengo santis- 
simi , e posso lusingarmi che il mio nome sarà ripetuto con 
sentimento di affetto e di compassione ». Sulle pareti del suo 
carcere incise : - Viva Italia ! Bernardo Canal di Venezia, con- 
dannato a morte per causa politica li 4 dicembre 1852. - Visse 
anni 28 , mesi 3 , giorni 28. 

Poma Carlo , mantovano, fu medico stimato e molto amato, 
che aveva per i suoi ammalati, ci dice l'A., il quale assai bene 
lo conosceva « non solo il cuore di un padre , ma eziandio 
le viscere di una madre ». Ingannò il Poma i dolori e il tedio 
della prigione, come fecero altri de'suoi compagni, collo scri- 
vere versi; e lo ricordiamo per poter qui riportare la chiusa 
di un suo sonetto alla madre, che puramente ripetuta come 
dentro gliela dettava amore, è incomparabilmente gentile. - 
In quest'orribile carcere, le dice, io parlo con te, e benché non 
ti veda 

Par ti sento vicina come viva: 
Cosi nei primi dì del viver mio, 

Se tacita movevi alla mia culla , 
Sorrideva dormendo e ti sentiva. 

E medesimamente a questa sua madre scriveva , dopo il su- 
bito suo giudizio: « Mamma si consoli che durante il processo 
non conobbi viltà ». 

Tutti questi condannati si danno a vedere tenerissimi figli; 
e per vero ebbero genitori degni di tal prole: ma la madre 
del Poma era segnatamente donna di alto sentire , oltreché 
fornita di non comune coltura Non appena Mantova fu libera, 
un fratello di Carlo Poma pubblicò scritti e cenni biografici 
della madre loro, ove troviamo questa epigrafe, che l'animosa 
infelice preparava pel figliuolo che le avevano ucciso : - Gloria 
al giovine forte, che morì impavido, sereno, cristiano, per- 
donando a'suoi nemici. - 

Il Poma è l'ultimo dei condannati nel 1852 dalla commis- 
sione militare di Mantova. I loro patiboli venner rizzati nel 
dicembre; ma se ne viddero nuovamente subito nel febbraio 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 195 

dell'anno seguente per altri tre , e nel marzo per un quarto. 
Furono costoro Montanari conte Carlo, Grazioli sacerdote Bar- 
tolommeo, Tito Speri e Giuseppe Fratini. 

Fu quel conte Montanari il più benefico cittadino, e per 
la eletta dottrina uno de' precipui ornamenti della città di 
Verona , dov'era nato nel 1810 : è opera sua la condizione 
presente di quel ricovero di mendicità , tanto migliorato da 
quello che era. Altra volta già, sempre, s'intende bene, per 
reato politico, era stato carcerato, e aveva dovuto soffrire 
otto mesi di reclusione ; ma « ostinato nel peccato dell'amor 
di patria », si espose di nuovo agli sdegni dei nemici di que- 
sta, e , denunziato , fu preso il dì 3 luglio 1852 e mandato a 
Mantova. Condannato, ascoltò la sentenza di morte con calma, 
e solo si dolse che lo incolpassero anche di aver esplorato i 
l'orti di Verona , per vedere se mai vi sarebbe stato modo di 
sorprenderli; ciò ch'era stato fatto invece dall' ingegnere Mon- 
tanari della Mirandola, neppure suo parente; il quale dovette 
infatti pagare di poi alla sua volta il fio di tanto ardimento 
nelle carceri del Duca di Modena. Fu esosa al conte Monta- 
nari l' imputazione , perchè avendo senza esitare confessato 
quanto poteva aggravarlo, e respinta ogni falsa accusa avrebbe 
voluto che all'onorata sua parola si fosse creduto. Ma l'eguale 
cognome avendo prima tratto in errore le spie e quindi il 
consiglio militare, questo non volle più sentir ragioni e 
disdirsi. 

La famiglia del Montanari ebbe licenza di visitarlo nel- 
l'ultimo giorno : vi andò anche l'ottuagenaria sua madre; e da 
loro egli si accommiatò « calmo e sereno , come se li avesse 
mandati ad una casa di campagna », dice l'A. ch'era presente; 
poi aggiunge che « ad ora tarda si pose a letto e dormì 
placida/mente come le altre volte, e come se non fosse l'ultima 
sua notte »; e che all'indomani andando al patibolo « non 
mancava mai degli atti cortesi a chi gli si levava il cappello 
o gli dava altro segno di riverenza. La vista stessa delle forche 
non lo conturbò menomamente ». 

Il sacerdote Grazioli Bartolommeo di Mantova, nato nel 1801, 
era parroco di Revere mantovano, e vi era amato come un 
padre. Molto pesò a quest'onestissimo uomo Tessero stato nella 
sentenza accusato di « pessima condotta politica », imperciocché 



190 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

temeva si potesse da taluno scambiare per condotta morale. Lo 
visitò in carcere il nipote Luigi Grazioli, oggi ufficiale nel nostro 
esercito; i genitori non volle, per la loro grave età e l'afflitta 
salute. Egli pure dormì placido le ultime sue ore; e andando 
a morte, vedute presso una chiesa alcune donnicciuole curiose 
di quel triste spettacolo, disse loro: « buone donne, andate 
in chiesa a pregare il Signore per me e per i miei compagni 
(era con Speri e Montanari) . aiììnchè ci aiuti a morir bene. 
La vostra curiosità non mi piace ». 

Di Tito Speri quando fu fatto morire già erano note a tutta 
Italia le qualità e l'eroismo singolarissimo, per essere egli 
stato il più intrepido , accorto e sagace dei combattenti delle 
famose dieci giornate di Brescia sua città. Nacque nel 1825 in 
assai mediocre fortuna, e presto perdette il padre: ma potè 
fare buoni studii nel patrio seminario vescovile : se non che 
nel 1S4S svestì l'abito di chierico, ed accorse alla guerra nazio- 
nale nel battaglione degli studenti lombardi. L'anno appresso, 
dopo che Brescia « armata di valor più che di ferro » dovette 
soccombere, egli emigrò, cedendo alle istanze della sua po- 
vera madre; ma poi, giovatosi di una generale amnistia, volle 
ritornare a casa: e qui daccapo a preparare insidie ai nostri 
nemici : finché il 20 giugno del 1852 fu arrestato e tradotto 
a Mantova. 

Dal carcere trovò modo di comunicare colla famiglia, e 
così le scriveva il 6 gennaio del 1853: « Non posso permetter.: 
che in mio nome s' inoltri alcuna istanza ; qualunque sia il 
destino che mi sovrasta , la prigione non mi ha per anco in- 
fiacchita l'anima , sicché ella pensi di mercanteggiare la sua 
dignità. Poteva ben permettere che una madre rivendicasse 
i diritti di natura, supplicando per un suo figliuolo....: ma 
questo accadeva per l'amore che porto al nostro nome , che 
potrebbe soffrire qualche ombra se fossi veduto abbandonato 
in prigione senza un cane che s' interessi di me. Altro non 
poteva accordare.... Coraggio voi tutti : sa il cielo che io ne 
ho quanto piace a Dio di somministrare a chi lo professa in 
tutta sincerila e chiarezza di spirito ». 

L'A. . il quale lo conobbe nel Confortatorio, asserisce che 
preparatasi a morire con serenità «. piuttosto unica che rara 
nella storia dei condannati a pena capitale; se tu n'eccettui 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

i martiri della fede » ; e narra che per andare al patibol 
ornò la persona come a festa : pettinò con istudio la bionda 
e lunga capigliatura, e si mise i guanti. Chiese poi di parlare 
all'auditore: al quale domandò, e l'ottenne, di essere messe 
a morte l'ultimo . anzi che il primo , com'era stato ordinato : 
« vero atto di fraterna carità ! > esclameremo anche noi col 
Martini. 

Nell'uscire per avviarsi a Belfiore nacque impedimento. 

..e i prigionieri per qualche minuto si dovettero arrestare; 
e lo Speri ne approfittò per dire al suo confortatore . he 
« sperava l' Italia un di sarebbe libera, perchè Dio non l'avrebbe 
abbandonata dopo tanti patimenti e sacrifizi de' suoi figli *. 

Dinanzi alle forche < non un brivido gli agitò la persona, 
non una nube di pallore gli copri il volto >; e avendogli detto 
il carnefice, come suole: - Mi scusi, che io non sono che 
un esecutore della legge (parole alle quali quasi nessuno fa 
risposta): l'A. . che gli era al fianco, udì Tito rispondere: 
Niente, niente, mio caro: ti raccomando solo che mi tratti da 
buon amico. - Si direbbe quasi che vi fosse dell'arte in tanta 
mostra di fermezza, se non si riscontrasse costante ed eguale 
in tutti i momenti di quell'agonia, in tutti i luoghi e negli 
scritti come nelle parole. È l'osberg ella coscienza chr as- 
sicurava l'eroico giovane. 

Infine addì 19 marzo di quel 185-3 fu fatto morire Gina 
Fratini : e questi è l'ultimo degli immolati per sentenz 
quella commissione militare. 

Nacque il Fratini nel 1821. in quel di Legnago, da parenti 
campagnuoli: ma fatto adulto si stabili a Mantova servendo nel 
traffico un mercante di granaglie, il quale conosciutane l'one- 
stà e l'accortezza, non tardò ad affidargli la direzione del 
suo negozio. Malgrado poi queste occupazioni e l'umile origine, 
amò così nelle ore libere di ornarsi lo spirito, che nel Con- 
fortatorio desiderò di avere un Dante. Aveva fatta la guerra 
nazionale nel 1S4S. ess gli scito eludere la vigilanza 
triaca e sottrarsi da Mantova: quindi seguì Garibaldi a 
Roma , dove toccò una grave ferita in un ginocchio . per cui 
dovette a lungo reggersi sulle gruccie : ed anzi quando salì 
il patibolo, ancora molto zoppicava. Fu arrestato in Mantova 

'era tornato dopo la guerra: e senti poi la sua condanna 



198 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

« impassibile fino all'indifferenza ». Un giorno che nel Con- 
fortatorio il Martini gli prestava mano a farsi una limonata, 
ne lo ringraziò col dirgli scherzando: « Così potrà contare di 
aver fatto il caffettiere in una prigione , con un condannato 
a morte », 

In quella prigione « non si lamentò mai di niente e di 
nessuno. Alla vigilia della morte scrisse a' suoi genitori ; ma 
i poveretti di poi , temendo pur sempre della polizia di quel 
Governo che aveva appiccato il loro figliuolo , distrussero il 
caro scritto. Lasciò al padre il suo pastrano come « l'unico 
dono che poteva fargli »; e avrebbe desiderato la fucilazione , 
per non dovere così zoppo zoppo salire lo sgabello della forca 
(fatta in una nuova foggia); e pregò l'A. che procurasse di 
ottenerglielo; ma poi si dimenticò, o non curò di chiedere 
l'esito della domanda, che fu negativa. 

Solevansi questi condannati menar a morte alle otto ore 
del mattino; ma il Fratini vi fu tratto alle 7. Era il giorno 
onomastico dell'Imperatore d'Austria. A vederlo morire non 
v'era nessun curioso , perchè non era stata annunziata quel- 
l'ora insolita dell'esecuzione; e infine si seppe il motivo della 
novità , quando , dopo quelle ore sette antimeridiane , con 
grande pompa militare in Mantova fu pubblicato un procla- 
ma « che S. M. I. R. Apostolica sopprimeva il processo d'alto 
tradimento , e condonava intieramente a quelli individui che 
in qualunque modo trovavansi ed erano stati implicati nei 
fatti costituenti la base del processo ». 

Per questo proclama 58 persone furono in quel giorno 
medesimo poste in libertà ; ma quando si seppe che s'era pur 
voluto far perire il Fratini, fu indicibile lo sdegno della città 
tutta. « Anche agli affezionati del Governo dispiacque que- 
sto fatto , e lo considerarono antipolitico ». 

Ma non era ancor finita la serie delle morti. Pochi mesi 
di poi fu sostituita al tribunale militare una corte speciale 
di giustizia, con poteri eccezionali ; e questa condusse un pro- 
cesso che durò fino al gennaio del 1857; e pel quale nel 1855 
andò a morte Pietro Fortunato Calvi. 

Questi era veneto , nato nel 1817 ; aveva studiato nel col- 
legio del genio militare di Vienna, e servito nell'esercito au- 
striaco , dove fu capitano d' infanteria. Ma nel 1848 , avendogli 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 199 

un fratello scritto che « la patria chiedeva la sua presenza 
ed il suo braccio » , si fece licenziare ed accorse alla difesa 
di Venezia. Capitanò quei volontari del Cadore che cedettero 
solo alla fame ; dopo di che , ingannando le scolte austriache 
malgrado fossero promessi per la sua testa diecimila fiorini , 
riparò in Venezia , e quivi pure si segnalò fra tutti quelli 
ufficiali. Caduta Venezia , emigrò per qualche tempo ; quindi 
tentò gettarsi di nuovo nel Cadore a risuscitarvi scintille di 
guerra nazionale ; ma cadde in mano al nemico. 

Interrogato dai giudici processanti, nulla tacque de' fatti 
suoi , senza però mai compromettere altri ; e subì la morte 
perchè non volle chieder grazia. Com'ebbe udita la sentenza, 
si trasse un sigaro di tasca e l'offrì al giudice dicendo : « Con 
questo voglio provarle che io non porto a lei rancore e de- 
sidero morire in pace con tutti ». Passò l'ultima notte , co- 
m'egli si espresse , « bene , ad onta del caldo ; per non dire 
meglio delle altre » ; e neppur quando gli fu posto il capestro 
mutò colore. Fu fatto morire , non come gli altri a Belfiore , 
ma fuori di porta San Giorgio. , 

Tutti poi vennero sepolti a' piedi del loro patibolo , e non 
fu conceduto a nessuno porvi segno che li ricordasse. Avevano 
congiurato contro la sacra maestà dell' imperatore , regnante 
per grazia di Dio ; e per siffatta empietà non potevano che 
giacere in una terra infame , senz'alcuno dei soliti conforti 
delle tombe. Ma già la Commissione militare , anche prima 
d'ogni giudizio , aveva dato a vedere in quale conto teneva 
uomini caduti in sospetto di tanta ribellione ; poiché li aveva 
fatti gettare in prigioni dove non avrebbero avuto letto , se 
lo stesso autore del Confortatorio non otteneva di mandarne 
egli di suo ; dove Speri non aveva neppure tazza per attin- 
gere al secchio dell'acqua ; dove al Poma caduto infermo , 
non furono tolti i ferri dai piedi « perchè non si trovava 
modo di farlo ». 

Ma noi ricordiamo anche queste vergognose ed inutili se- 
vizie non per altro, che per far valere tutte le tinte del mesto 
quadro. Gli uccisi caduti in balìa del fiero nemico che ave- 
vano sfidato , ben sapevano che non v'era diritto vigente che 
li proteggesse ; sapevano di dover essere trattati siccome ri- 
belli coi quali i vincitori non credevansi tenuti ad alcuna mo- 



200 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

derazione , e neppure ad una cauta procedura giudiziale ; e 
.si lasciarono immolare con tutta la dignità che la causa da 
essi abbracciata voleva. Serbiamo eterna e profonda ricono- 
scenza ai magnanimi e imitiamo il loro esempio , astenendoci 
da quei lamenti ch'essi sdegnarono di far sentire. Del resto 
la storia porta seco la sua morale ; ed oggi l'Austria costitu- 
zionale, che tanto apprese dalle severe lezioni dell'avversità, 
saprà intendere quanto noi medesimi la significazione di que- 
sto periodo nefasto dell'Austria dispotica. 

Il libro del Confortatorio vuol essere con ogni calore rac- 
comandato; e segnatamente lo devono leggere e meditare 
quelli che sono soliti querelarsi de' sacrifizi che domanda il 
gran compito a noi toccato di assicurare l'autonomia e pro- 
muovere la civiltà del nostro paese. « Solo chi penò al piede 
delle forche coi miseri giustiziati può formarsi un concetto 
dei dolori che ha sofferto l' Italia per diventare libera e indi- 
pendente » : sono anche queste parole del reverendo Martini, 
e nella sua bocca assumono tal suono , che chi non lo sente 
non ha viscere né di cittadino , né di uomo. 

P. Rotondi. 



Forschungen zur Reichs - und Rechtsgeschicìile Ilaliens, etc. 
Ricerche per servire alla storia dell' impero e del diritto 
in Italia, del Doti Giulio Ficker. Voi. l.°; Innsbruck, 1868. 

Il nostro secolo ama darsi vanto d'aver innalzata la storia 
a dignità di scienza. Vi fu un tempo in cui la storia si con- 
siderava semplicemente come consigliatrice della vita nelle 
complicate burrasche civili , laonde lo scrittore poco curavasi 
delle nazioni diverse dalla sua e degli elementi di cultura 
remoti dalla politica. Ma nel vortice immenso in cui ora si 
move l'umanità , fu necessario allargare straordinariamente 
un concetto sì unilàtere e limitato , e parve tema degno di 
storia qualsiasi manifestazione dello spirito umano. Di fatto 
cotesta ampliazione del concetto istorico fece conoscere mille 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 201 

combinazioni e legami prima non visti , e apprezzare docu- 
menti e monumenti che giacevano dimenticati, i quali spar- 
sero luce inaspettata sul passato delle nazioni. 

Dall'altro canto la molta ricchezza di materiali e di me- 
morie, destò il bisogno di riassumerne la sostanza in breve spa- 
zio, a fine di poterla abbracciar col pensiero; né parendo baste- 
vole a tal uopo il compendio delle storie universali, si scopersero 
dottrine e teorie che assegnano al corso dell'umanità una storia 
predeterminata. Sicché due sistemi opposti si avversano e s'ur- 
tano a vicenda; e quest'arte, che dai Greci fu data in custodia 
ad una delle nove Muse , ora pende incerta fra le superbe 
teorie di Buckle e la gelida indagine di Kopp. Là Y intento 
filosofico che vede passare l'umanità per una serie di remote 
e immutabili preparazioni; qui l'euristica che lavora sotterra , 
senza badare se la quantità dell'oro che si può estrarre dalla 
miniera valga la fatica di porre in luce tanti materiali spesse 
volte indigesti. 

Ma intanto i più forti ingegni , lasciando le dispute da 
parte , sanno apprezzare e applicare l'uno e l'altro indirizzo 
a lavori importanti ; e quand'anche non possano sempre ralle- 
grarsi d'avere scoperta la giusta via , l'utilità che risulta dai 
loro sforzi al tesoro delle cognizioni umane è spesso grande, 
quasi sempre positiva. 

Specialmente quando esce in luce qualche opera simile a 
questa che annunziamo al lettore , scritta da uno dei più ope- 
rosi investigatori della Germania, possono anche i più increduli 
toccar con mano l'utilità di quelle pubblicazioni di statuti, di 
capitoli e d'altre fonti storiche, che si ripresero in Italia negli 
ultimi anni con qualche fervore, benché non sia affatto tolta 
la condanna che gettano certi adoratori del nuovo contro 
queste così dette anticaglie. La storia del diritto pubblico e 
privato in Italia è certamente uno dei più bei temi che pos- 
sano allettare un erudito ; ma non si potrà svolgere comple- 
tamente finché non sia completa la raccolta di materiali. Con 
molta assiduità attendono a questa parte di storia gli Ale- 
manni , le cui scuole isteriche or sono, senza alcun dubbio, 
le più reputate e le più degne di esserlo in Europa. La rela- 
zione, che per tutto il corso del medio-evo strinse le due na- 
zioni in nodo appena ora disciolto, rende questi studi impor- 

Abch St. Itai.., 3 a Serie , T. IX , P. I 26 



202 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tanti pei nostri vicini come quelli della loro storia; e non è 
raro il caso che debbano cercare nel nostro paese gli schia- 
rimenti d'istituzioni e di fatti, che l'impero germanico ere- 
ditò dalla consuetudine della stirpe latina; come nella caligine 
delle emigrazioni barbariche dobbiamo cercare anche noi la 
genesi di mille particolari , nelle leggi , nei costumi , nelle 
costituzioni, che, senza quell'affinità, sembrerebbero posticci 
e senza alcuna causa. 

I Longobardi, osserva il signor Ficker, non ebbero forza 
bastante da soffocare le istituzioni che trovarono sul suolo 
della loro conquista, benché forse nessun popolo, fra i setten- 
trionali , fosse più di questo ritroso e fermo nelle avite tradi- 
zioni, e possedesse in maggior grado la tenacità e la protervia 
necessaria a produrre simili rivolgimenti. Vicino al regno lon- 
gobardo sopravvissero pur sempre l'esarcato, il ducato di 
Roma, e altri frammenti dell'antico impero, tuttavia quasi 
immuni da influenze avventizie, mercè la mite tolleranza dei 
Goti. Nel regno stesso fondato da Alboino , accanto alle leggi 
dei dominatori , rimase pei vinti la legge romana. Sicché esi- 
steva da una parte completa divisione , dall' altra il bisogno 
di fondersi e di svilupparsi intrecciando le vecchie e le nuove 
forme di diritto. Un evento estrinseco poteva bensì accelera- 
re , non però mutare la natura di cotesta agglomerazione, 
non ancora perfetta, ma resa oramai necessaria. 

L' impulso unificatore fu dato dal dominio di Carlo Ma- 
gno, che pose un termine alle esclusività nazionali dei 
Longobardi. Gli ordinamenti franchi si estesero e sulle Pro- 
vincie longobarde e sulle romane, e resero in parte men ru- 
vido il contrapposto. Ma con lo scindersi dell'unità dell'impero 
fondato da Carlo Magno, le antiche forme di diritto longobardo 
rialzarono il capo ; né era impresa possibile l'agguagliare a 
quella delle altre parti dell' impero una legislazione scritta , 
che poteva vantarsi d'un lungo passato , distinta inoltre da 
confini naturali e da peculiarità originarie e native dalla le- 
gislazione dei popoli circostanti. Certe leggi franche fatte per 
tutto l'impero, quivi non ebbero mai applicazione; altre at- 
tecchirono assai lentamente , modificandosi sotto le influenze 
longobarde ; come all' incontro nei paesi d' Italia non soggetti 
ai Longobardi soggiacquero all' influenza romana. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 203 

E cotesto sviluppo indipendente della vita giuridica fu 
tanto più spiccato, in quanto fu breve il tempo dell' immediato 
innesto delle istituzioni franche. Perocché , sfasciato l'impero, 
ai re franco-italiani, mancò ogni ragione di restar ligi a queste 
ultime , di fronte ai bisogni, alle consuetudini e alle leggi 
del paese da loro signoreggiato. 

Il passaggio della dignità imperiale dai Franchi agli Ale- 
manni non mutò grandemente questo stato di cose. Succedendo 
al dominio franco , gì' imperatori di Germania lasciano il regno 
italico come lo trovano ; ed era sapienza antica di Stato , 
troppo facilmente dai moderni dimenticata; perocché le mu- 
tazioni che riguardano la legislazione hanno a succeder lente 
e spontanee , come quelle che toccano interessi e relazioni 
troppo importanti e radicate nelle moltitudini. Molte muta- 
zioni accaddero negli ordinamenti pubblici sotto il primo Ot- 
tone , prodotte dalla ordinaria assenza del capo dello Stato; ma 
trovano la radice nelle cose esistenti già prima; e anche colà 
dove furono unite in un solo corpo parti diverse dei due regni, 
come Verona e la Oarinzia , continuarono nullameno a sussi- 
stere le antiche differenze legali. Se sotto il dominio degl' im- 
peratori la vita legale italiana sofferse i più profondi rivolgi- 
menti , essa restò tuttavia scevra dall' innesto germanico ; 
sicché eran piuttosto i contrasti già esistenti nella penisola 
che si facevano valere , che non 1' introduzione d' istituzioni 
avventizie. L' influenza esercitata dal risorgimento degli studi 
del diritto romano anche sopra i molteplici rapporti che s' in- 
trecciano nella vita pubblica , pigliò le mosse dalle Romagne , 
e derivò dall'antica divisione di quella provincia dalle altre 
italiche. Mediante Federigo I accaddero altri mutamenti essen- 
ziali nell'amministrazione del regno, ma non emerge in nessun 
luogo che fossero fatti a imitazione d'un modello germanico, 
e sono dovunque manifestazioni e conseguenze d' istituzioni 
oramai nazionali. Una rivoluzione in senso unitario fu simil- 
mente tentata da Federigo II ; e allora servirono d'esempio 
le istituzioni sicule , che stavano appunto nel più aperto 
contrasto colla natura tedesca. 

Quando si trovano fatti uniformi nei due paesi , non si 
dovrà cercarne l'origine tanto nel dominio imperiale, quanto 
piuttosto nelle antiche istituzioni germaniche o nell'ordina- 



204 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mento unitario dei Carolini. La lunga unione del regno d'Ita- 
lia col germanico operò bensì , nei particolari, un ravvicina- 
mento delle scambievoli istituzioni; ma per lungo tempo non 
si trattò che di particolari di scarso peso nel sistema gene- 
rale, prodotti piuttosto da fortuite combinazioni che dall'in- 
tenzione di agguagliare le differenze. Nel corso del tempo 
cotesti influssi divengono più frequenti e determinati ; non 
per tanto la Germania è nel minor numero dei casi la parte 
attiva. Più di sovente prevalse l' impulso dato dall' Italia. 
I Tedescbi, che coprivano le più illustri cariche dell'impero, 
qui erano forzati ad imbeversi di stranieri costumi. Al che 
conferiva in modo mirabile il rifiorimento della cultura ita- 
liana in quell'età, nella quale essa aveva più cose da dare 
che da ricevere; e questo progresso dell'Italia inducea gli 
stranieri a farne stima talvolta esagerata e ad appropriarsene 
i risultati. La qual cosa rammenta la straordinaria venera- 
zione, che al tempo delle trasmigrazioni mostravano gl'in- 
vasori verso le forme dell'antico impero, benché in quell'as- 
sidua bufera di conquiste, essi fossero i principali strumenti 
della sua caduta. 

Cotesto influsso non cessò neanche allora che la Germania 
perdette il suo dominio sopra l' Italia; poiché non furono 
rotti i vincoli del commercio , e si mantenne viva la stima 
per la civiltà italiana, mentre in Germania le forme di Stato 
si aprivano a straniere influenze. La dignità regia in Ger- 
mania fu offuscata e invilita dal bagliore della dignità im- 
periale ; laddove fra noi, imperatore romano e re d'Italia 
significavano la stessa cosa , dacché le particolarità proprie 
dell' una e dell'altra dignità furono insieme confuse. Il con- 
cetto dell'impero aveva assunto qualcosa che non derivava 
né da Roma antica, né tampoco dalla Chiesa, ma aveva ori- 
gine puramente italica, e nondimeno s'aperse l'adito anche 
in Germania. Dove non s'opponeva espressamente la forma 
della costituzione tedesca, si lasciò che le dottrine giuridiche 
dell'Italia (le quali essendo fondate sulla base del diritto 
mondiale romano potevano pretendere ad applicazione vale- 
vole universalmente) invadessero anche il dominio del diritto 
pubblico. Non furono gl'imperatori tedeschi, ma bensì i dotti 
tedeschi quelli che trasportarono oltr'Alpe i libri di Giusti- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 205 

niano, e con ciò, in un'età nella quale il legame politico fra 
i due regni era ancor molto fiacco, assicurarono all'Italia 
tale influenza sulla vita giuridica della Germania, da far ap- 
parire al suo confronto destituito d'ogni importanza tutto ciò 
che può essersi fatto in addietro all'intento d'unire i due paesi. 

Nulla mi parve più adatto a dare un'idea di quest'opera 
egregia, quanto il riassumere i pensieri che la precedono; 
poiché nel rimanente è frutto d' indagine sì diligente e mi- 
nuta, che riesce pressoché impossibile intrattenere il lettore 
su tutte le parti del libro. Questo volume è diviso in due se- 
zioni, la prima delle quali rappresenta le istituzioni giudi- 
ziarie dell'impero. L'autore esamina l'indole dei documenti, 
fonte principale per la storia dei giudizi, parla della proce- 
dura nell' Italia abitata dai Longobardi e nella Romagna, del 
bando dell'impero e delle città, della giurisdizione dei ponti 
e marchesi, dei vescovi, dei podestà e dei rettori nelle Pro- 
vincie. La seconda parte riguarda i grandi dignitari della 
curia imperiale. Tratta quindi della giurisdizione imperiale, 
dell'attività del re nei giudizi prima degli Hohenstaufen e 
al loro tempo, del conte palatino, della presidenza e premi- 
nenza che in questi giudizi fu conferita al cancelliere per 
l'Italia; il quale in giudizio rappresentava il re; in appresso, 
quando sul finire del secolo XI tale prerogativa del cancel- 
liere fu abolita o cadde in disuso, mancando il re, la regina 
ne faceva le veci. Parla finalmente delle attribuzioni del vi- 
cario di corte, altro supremo ufficiale dell' impero per le cose 
d'Italia {vicarius ìmperialis aulce); carica esclusivamente 
giudiciaria e curiale, da non confondersi col legatus Italia:. 
Il volume si chiude con un lungo capitolo sul gran giusti- 
ziere di corte. 

Molte di queste cose o non furono fatte da altri oggetto 
di studio speciale, o qui ricompariscono sotto nuova luce di 
dottrina e di critica. Lo sminuzzamento di certe indagini de- 
riva visibilmente dalla mancanza di predecessori in questo 
campo di studi ; essendo impresa se non impossibile certa- 
mente difficile, in una prima ricerca, lo sceverare e il di- 
sporre ordinatamente tutto ciò che appartiene a un soggetto. 
Questa difficoltà è accresciuta dalle lacune che mostrano tut- 



206 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tavia i materiali stampati. In tale mancanza di fonti, altis- 
sima lode va tributata a coloro che, non intiepiditi dalla 
freddezza onde in Italia s'accolgono somiglianti lavori, ten- 
tano di tener sollevata la bandiera dell'erudizione italiana. 
Nel novero dei libri che servirono di fonte all'autore, molti 
sono opera di dotti italiani , come gli Statuti di Pisa e quelli 
di Val d'Ambra* dati in luce dall'illustre ordinatore degli 
Archivi toscani , i Monumenti di Storia Patria pubblicati a 
Parma e a Torino, e altri lavori di questo genere. Fra le 
opere originali merita particolare osservazione quella del 
professore Schupfer da Chioggia Sulle istituzioni politiche 
dei Longobardi. Il signor Ficker invita questo dotto profes- 
sore a scrivere un lavoro di lunga lena intorno alla storia 
del diritto in Italia. Il qual desiderio non poteva essere 
espresso più opportunamente; e se l'invito del professore 
Ficker potesse essere valido eccitamento a sì onorata fatica, 
l' Italia avrebbe doppiamente ragione di festeggiare la pub- 
blicazione di queste sue laboriose ricerche sulla storia del 
diritto e dell' impero. 

Silvio Anureis. 



IL R0LLAR10 ROMANO E LA PRIMA CROCIATA 



ci) 



È fra i documenti storici più importanti la raccolta 
delle bolle pontificie , e fu eccellente idea il farne una 
nuova edizione, sì per dare in più corrette lezioni le già 
conosciute e disporle con più esatta cronologia , sì per 
aggiungervi le non poche , novamente scoperte. Queste 

(1) Bullarum et privilcgiorum ss. romanorum pontificum taurincnsis edi- 
tio, facta collectione novissima plurium brevium , cpistolarum , decretorum 
actorumque sanctae Sedis as Leone ad praesens ; cura et studio collegii adlecli 
Romae virorum S. Theologiae et SS. Canonum peritorum, quam SS. D. N. Pius IX 
apostolica benedictione erexit. Torino, Vecco. Segue un'appendice di cose atratto 
nuove. 

Or è pubblicato il voi. xiv che comprende le bolle di Urbano Vili fino 
al 1639. 

Non possiam dimeno di ricordare quella del 22 aprile , nella quale Urba- 
no Vili richiama quella di Paolo III del 9 maggio 4537, ove a tutti e di qua- 
lunque stato, condizione, grado, dignità, sotto pena di scomunica da non 
potere sciogliere che dal papao in articolo di morte e previa soddisfazione, proi- 
bisce lndos quomodolibet in servitutem redigere, aut eos bonis suis spoliari. Ve- 
dendo non osservato il divieto impiorum hominum ausu, Urbano Vili lo ripete, 
ne de celerò lndos in servitutem redigere , vendere , emere , commutare vel donare, 
ab uxoribus et fìliis suis separare , rebus et bonis spoliare , ad alia loca deducere 
et transmittere, aut quoquo modo libertate privare, in servilute rctinere ; nec non 
praedicta agentibus consilium , aurilium, favorem et operam quocumque praelcstn 
et quacsito colore praestare , aut id licitum praeoicake aut doceke , oc alias quo- 
modolibel praemissis cooperali audeant seti praesumant : e commina le più gravi 
pene spirituali. Tanto tempo avanti Wilberforce I E i sapienti plebei accusano 
tuttodì la Chiesa del contrario ! 



20S IL BOLLARIO ROMANO 

ultime formano un'appendice, che basterebbe a dare alla 
presente edizione superiorità su tutte le precedenti. Nella 
edizione Coqueliniana (1772,27 voi. in fol. ) gli atti da san 
Leone a Nicola III, cioè dal 440 al 1061, stavano in un solo 
volume. Ora il primo volume dell'Appendice è empito da 
documenti dal 440 al 590 : il seguente contiene tutti gli atti 
di Gregorio Magno. Alle 505 lettere che l'antica edizione 
comprendeva , qui ne sono aggiunte quasi 300 , e 150 
frammenti: lettere della più venerabile antichità, essen- 
do 120 di Leone Magno , 79 di Ormisda , 20 di Simplicio , 
14 di Felice III , 12 di Gelasio, 14 di Vigilio ec. , tratte 
dall'archivio Vaticano e da altri. 

Qui non vogT io badarmi a dire de' pregi di que- 
st' edizione , della quale già ho parlato altrove (1) ; ma 
ne tolgo pretesto per accennare un fatto poco conosciuto. 
Come a tutti i più clamorosi avvenimenti , alla Crociata 
è affisso il nome di Pietro d'Amiens , quasi egli primo 
avesse eccitato i Cristiani a liberare Terra Santa. Tale 
voce era uscita ben prima , di là donde poteva aver un 
risuono in tutto il mondo ; voglio dire da Roma. Già 
nel 999 papa Silvestro (2) aveva esortato alla Crociata , e 

(1) Nella Rcvue des Questioiis historiqws , Paris , janvier 4SG8. 

(2) Se le vite di tutti i pontefici , sebbene stranieri , attengonsi alla storia 
il' Italia, viepiù quella di Silvestro II. Fu egli uno dei papi più insigni, ledu- 
catore del secolo x , un gran lume fra quelle dense tenebre : ma se cpme pon- 
tefice tutti l'ammirano, variano assai i giudizi intórno ad esso come Gerberto 
Monaco. In Italia è conosciuta per traduzione l'opera del viennese Hock intorno 
a Silvestro II; ma dopo d'allora (1837) molti altri in Germania e in Francia se 
n'occuparono, e meriterebbero essere esaminati. Recenti, cioè di questi tre 
anni , sono i lavori di Barthelemy, di Lausser , di Olleris. Eduardo de Barlhe- 
lemy stampò Gerbert, etuie sur savie et ses ouvrages , colla traduzione delle 
sue lettere ; le quali sono della massima importanza politica e religiosa, essendo 
Gerberto slato in relazione cogli imperatori di Germania e i re di Francia, e 
avendo preso parte alla gran rivoluzione che ai Capeti surrogò i Carolingi. Chi 
conosce lo stile «li que' tempi ;a quali difficoltà offra la traduzione. Lo studio 
che la precede è un sunto opportuno a far conoscere l'uomo e i tempi. 



E LA PRIMA CROCIATA 209 

vigorosamente quel grande iniziatore che fu Gregorio VII. 
Prima però di lui , prima di Urbano II e di Pietro 
Eremita , nel 1010 o là intorno, animò alla Crociata Ser- 
gio IV, allorquando era rincrudita l' intolleranza de' Sa- 
racini in Terra Santa sotto il feroce Hakem. Non ò fon- 
dato il Michaud quando asserisce che , verso il mille , 
Pisani , Genovesi e il re d'Arlem (ch'egli chiama Bosone , 
mentre allora vi regnava Rodolfo II ) portarono la guerra 
in Oriente. Bensì Sergio eccitò all' impresa, e coi motivi 
stessi , che poi addusse Urbano II nel famoso discorso al 
Concilio di Clermont. Il non trovarne menzione negli 

Gli altri due autori han preso un punto di vista affatto diverso e quasi 
opposto. L'abate Lausser dottore in teologia {Gerberto , elude hislorique sur le 
x siede) fa l'apologia del suo autore, ritessendo la storia del x secolo con ricer- 
che originali sopra gli studj d'allora, sopra Roma e l'abbadia di Bobbio ov'egli 
stette , e il vescovado di Pavia che coprì , e le scuole di Keims e quelle di Spa- 
gna ; e a parer nostro esagera nel difendere quel dotto, che Gfrbrer testé non 
esitò a chiamare « serpente mitrato ». 

La parte fiscale fu assunta da Olleris (Oeuvres de Gerbcrt collationnces sur les 
mss., précédees d'une biographie, et suivies de notes crìtiques et historiques) con gran- 
de dottrina al certo, ma con antipatia ai papi, ai frati , all'ordine ecclesiastico. 
Per la prima volta unì tutte le opere di Gerberto , raccogliendone dalle bibliote- 
che e dagli archivj ; e sono lettere , lavori di teologia , lavori scientifici. Le 
note di cui accompagna le lettere chiariscono grandemente quell'epoca, e sotto 
un aspetto ben diverso da quello che offerse Agostino Thierry, presenta la so- 
stituzione dei Pipini ai Capeti. 

In teologia nascevano già allora le quistioni , che presero poi tanto campo 
nel Cinquecento, e Gerberto fu ben lontano dall'uscirne irreprovevole. Famoso fu 
allora il Concilio di Saint-Basles , dove Gerberto fu segretario, e dove, depo- 
sto l'arcivescovo di Keims, egli vi fu sostituito illegalmente ; come dappoi poco 
legalmente occupò la sede di Pavia. Qui il sig. Olleris spazia largamente, rico- 
noscendo e rialzando i torti dei prelati d'allora , e incolpando la Chiesa. 

Quanto alle scienze , riduce a giusta misura le vantate scoperte del suo 
eroe, fra cui è noto ascriversi quella delle cifre arabiche, e sventa lo leggende 
che di lui fanno una specie di mago. La conclusione però è che, comunque 
siasi comportato Gerberto da monaco, divenuto papa, merita di esser contato 
fra i più gloriosi. 

Arch. St. Itai.., 3. a Serie , T. IX , P. I e J 



210 IL BOLLARIO ROMANO 

storici ne fa indurre che la sua parola non trovasse 
ascolto. 

Nella mia Storia degli Italiani io feci un cenno di 
questa bolla , la quale fu trovata dal sig. J. Lair alla 
Biblioteca Imperiale, fra le carte del Balluzio N. 2 ; ma 
poiché non la vediamo neppur nella nuova edizione del 
Bollano , stimiamo bene produrla (1). 



Sergius episcopus , servus servorun Dei , omnibus cato- 
licis , regibus , archiepiscopis , episcopis , abbatibus , praesbi- 
teris, diaconibus , subdiaconibus, omnibusque in clero consti- 
tutis , ducibus , marchionibus , comitibus , majoribus ac mi- 
noribus , in Deum omnipotentem perpetuam spem habentibus, 
salutem carissimam et benedictionem apostolicam. 

Cum nos precioso sanguine Domini nostri Iesu Christi 
redemptos agnoscimus , magis ac magis eum benedicere et 
conlaudare , sedulique magna humilitate hostias placabiles ei 
debemus offerre. Nam multa, dilectissimi filii, Deus humili- 
ter prò nobis pertulit , ut nos a i'auce demonum liberaret 
illesos; alapas, verbera, spineam coronam , crucem, mortem- 
que prò nobis sustulit, et tercia die , sicut sacra testatur 
historia , resurrexit a mortuis , videntibusque discipulis , ad 
aetheream arcem reversus est cum gloria Patris. 

Nonnulli igitur, fratres , ipsius amore ducti, eundem locurn 
quem ipse propriis tetigit pedibus usque actenus querentes , 
et montem Calvarii , in quo nos suo sanavit libore , mon- 
temque Oliveti venerantes , praecipue tamen sepulcrum 
in quo jacuit omni devotione colentes , proprias deserentes 
patrias, in laboribus et erumnis , in vigiliis multis , in fame 
et siti , in frigore et nuditate , ut Paulus per Hierosolimita- 
nam extraneam , Jesus Christi non cessabant sequi vestigia , 
temporales possessiones vitantes , suam tantummodo crucem 
tollentes , quatenus discipuli fierent , et , ut praeceptum est, 
post Jhesum Tiam calcarent cum sola cruce. Suum nobis Chri- 
stus commisit sepulchrum per quod nonnulli penitentes coe- 
leste capiebant regnum. 

(I) Vedi Bibliolhèque de l'Ecole (Ics Charles, T. Ili della Serio IV. 



E LA PRIMA CROCIATA 211 

Cognitum omnibus christianis facimus quod annuntium 
processit ad sedem apostolicam ex Orientis partibus , sanctura 
redemptoris Domini nostri Jesu Christi sepulchrum destructum 
esse ab impiis paganorum manibus de vertice usque ad fun- 
damentum. Pro cujus destructione universa Aecclesia et 
urbs Roma turbata est et in immensa lamentatione posita 
est. Unde a modo totus in lamentationibus existat orbis et 
in magnis populus contremescat suspiriis: somnum ab ooulis 
meis auferam, et cor meum merori socium ponam, quia num- 
quam legimus neque per Prophetas, neque per Psalmistam, ne- 
que per Doctores , sepulchrum Redemptoris destructum fuis- 
se , sed usque in finem permansisse. Sed per Propheta 
manifestatur - Et erit sepulchrum ejus gloriosum usque in 
sempiternum -. 

Sciat igitur Christiana intentio quia ego , si Domino placue- 
rit , per memetipsum cupio pergere ex marino litore, et omnes 
Romanos seu Italia cum Tuscia vel qualiscumque Christianus 
nobiscum volunt pergere , et de gente Agarena , Domino 
auxiliante , omnes ostiliter desidero interflcere et Sanctum 
Redemptoris Sepulchrum volo restaurare incolumem. Non vos, 
fìlli , marinus terreat tumor aut bellicosus espavescat furor ; 
nani divinitus promissum est - Qui praesentem prò Christo 
perdiderit vitam , quae jam non deficiet inveniet futuram -. 
Est enim haec pugna non de paupere regno , sed de Domino 
sempiterno. Nostrum quippe est inchoare , adhuc autem 
Domini est vindicare. Istum etenim seculum transituri sumus. 
Ita pugnemus contra inimicos Dei , ut eum ipsum gaudere va- 
leamus in coelum. Recte videtur utique fieri suscipiamus 
vestri consilii et adiutorii inspirationem. Etenim , divina 
clementia, nos omnes cunctique Italiae pariter seu Venetiae et 
cives Genuae cum vestra mercede et adjutorio de omni po- 
pulei , in isto anno, mille volumus instruere naves , cum 
quibus eamus in Syriae partibus, ut vindicemus Redemptorem 
et ejus tumulum, Jamjamque judice strenui alta.... penetrate 
vestrorum oculi , recogitate diem judicii, ubi, cum Christo 
si bone agitis , gaudia cuncta possidebitis. Venite, filii, de- 
fendite Deum et regnum acquirite aeternum. Spero, credo, 
el 'ertissime teneo quia, per virtutem Domini nostri Jesu 
Christi, nostra erit Victoria, sicut fuit in diebus Titi et 



212 IL BOLLARIO ROMANO 

Vespasiani, qui Dei filii mortem vendicaverunt, et adirne bapti- 
sraum non receperunt , sed , post victoriam , ad imperialem 
honorem Romanorùm pervenerunt , et de suis peccatis indul- 
gentiam receperunt. Et nos , si taliter fecerimus , sine dubio 
in vitam eternam permanemus. 

Notum vobis facimus quia multos populos qui sunt de civi- 
tatibus secus litus maris positis , jam invenimus fldelissimos 
nobis . suam direxerunt epistolam , qui ex parte vendunt sua 
ob id; fìlios et parentum affinitatem dimittunt , naves labo- 
rant , arma fabricant , et, per omnia exercitia et ingenia , se 
praeparant (ut) transmarino litore exire queant. Sanctum 
sepulchrum ulcisci satagunt , ut sicut Evangelista enarrat ad- 
impleant -Patrem aut matrem aut fratres aut uxores aut agros 
propter nomen meum , centuplum accipiet, et vitam aeternam 
possidebit -. Per omnia vobis admonendo mandamus de salute 
animarum vestrarum ut in bono perfìciatis opere. Beatus Pe- 
trus apostolus oves sibi commissas a Domino amonere euravit 
dicens : - Humiliamini sub potenti manu Dei, ut vos exaltet 
in tempore tribulationis -. Item dicit : - Sobrii estote et vigi- 
late, quia adversarius vester diabulus tamquam leo rugiens 
circuit querens quem devoret. Cui resistite fortes in Ade - . 
Fides enim sine operibus , mortua est. Est enim fldes recta 
declinare a malo et facere bonum. Illud tamen scire et intel- 
ligere debemus quod, ante adventum Domini Salvatoris , dia- 
bolus regnabat in mundo , qui mortis imperium tenebat et 
omnis populus , peccatores et justi , exeuntes de corpore , in 
infernum descendebant , prò eo quod primus homo Adam in 
Paradiso transgressus fuit mandatum Dei. Sed quomodo Deus 
vidit quod totus mundus perierat, misertus est generi humano, 
misit Filium suum , factum sub lege , natum ex muliere , ut 
eos qui sub lege erant redimeret. Descendere dignatus est 
Filius Dei de sedePatris, hoc estVerbum in utero beatae Mariae 
Virginis , et sic per humilitatem venit ut vinceret diabolum, 
mortis auctorem , et liberaret genus humanum per Crucem. 
Si tanta Deus prò nobis pertulit , qui est sine peccato , quanto 
magis debemus nos sustinere per peccata nostra ? 

Volumus et jubemus, prò salute animae vestrae , ex au- 
toritate Dei omnipotentis et Sanctorum omnium, signo(?), no- 
stre monitionis, ut omnis ecclesia et provincia, locus et populus, 



E LA PRIMA CROCIATA 213 

majores et minores , pacem inter se habeant ; quia sine pace 
nemo potest Deo servire, sicut ipse ait ad apostolos : - Pacem 
meam do vobis , pacem meam relinquo vobis : in pace vos 
dimisi, in pace vos inveniam -. Et in alio loco: - Beati pa- 
cifici quoniam filii Dei vocabuntur -. Et fìlius Dei incipit 
vocari qui pacificus esse jam coepit ; non vult filius Dei dici 
qui pacem noluerit amplecti. Negat sibi Patrem Deum ha- 
bere qui pacificus esse contemnit. Pax Christi ad salutem 
proficit sempiternam ; pax quae a diabolo est, qui per pacem 
tradidit Dominimi Redemptorem osculum amarum , damnum 
est animae. 

Et vos , filii carissimi , habeatis pacem perfectam , ut 
adquiratis vitam eternam. Et qui taliter non fecerit , et non 
adimpleverit sic, ut supra legitur, sciat se non esse catho- 
licum, vel recepturum a Domino. Quia per pacem et ora- 
tionem omnium Christianorum , de Redemptoris sepulchro 
volumus habere victoriam, et sine fine cura ipso regnare in 
secula. Idcirco quicumque venire vult in isto praelio Domini, 
-sicut supra diximus , veniat nobiscum. Qui autem id explere 
non voluerit , adjutorium faciat presentialiter ad naves labo- 
randas et ad arma preparanda , et nobis transmittat per 
maiiuni Johannis episcopi, et isti tribuat solameli, ut bannuni 
perficeri possit pontificale , quatenus ipse sit in Consilio 
pacis, et nuineretur in numero defensorum Dei. Sit omni- 
bus nuntiis nostris commendatum , vel cimi nostro apice 
recepturis , ut, quando ad nos per divinimi auxilium ille re- 
versus sit, multimodas grates Deo et vobis refferre valeamus. 
Valete , valete , ubique , semperque in Domino. 



A proposito delle Crociate vogliamo citare un docu- 
mento , a pochi conosciuto, perchè pubblicato nell'ultime 
Memorie dell'Accademia reale di Monaco. È una statistica 
della Palestina al momento della terza Crociata, dando 
informazioni e cifre sulle divisiones Latinorum - divi- 
siones Italicorum - de rege et baronibus- de diversitate 
paganorum - de ducibus - de baronibus et principi- 
bus etc. etc. 



214 IL BOLLARIO ROMANO 

Per un esempio scrive : Christianorum uariae sunt 
gentes, et in varias sectas divisae , quorum primi sunt 
Fremei, qui Latini verius appellantur: homines bellicosi, 
armis exercitati , nudi capite , et soli qui inter omnes 
gentes bar barn abradimi. Dicuntur Latini omnes qui 
latina litera utuntur, et romanae ecclesiae obediunt. Isti 
puri catholici sunt. Alii sunt greci, ab ecclesia romana 
divisi, homines astuti, armis parum exercitati, pileos 
oblongos piortantes, errantes in fidei et juris articulis. 

Luigi Guerra ebbe il savio pensiero di far un estratto 
ragionato e critico delle 11,551 bolle, e disposto per ma- 
terie e con savie note e lo stampò a Venezia col titolo 
Pontificiarum constitutionum, in bullariis magno et roma- 
no contentarum et aliunde desumptarum, epitome , et 
secundum materias dispodtio, cum indicibus completis- 
simis. Sono quattro volumi , de'quali il primo contiene le 
bolle relative a materie teologiche e scuole , al papa, ai 
conclavi , alla polizia e al governo di Roma e dello Stato: 
il secondo quelle concernenti la politica, guerre, paci, ces- 
sioni di territorj, scomuniche, deposizioni di regnanti, e le 
costituzioni delle chiese particolari, anglicana, gallicana , 
spagnuola ec : il terzo quelle che riguardano l'organa- 
mento e la disciplina della Chiesa: il quarto quelle che 
concernono ordini religiosi, missioni, vescovadi in par- 
tibus. Nelle preoccupazioni odierne e nella natura di 
questo Archivio, la più importante è la parte II , dedotta 
meno dalle bolle che dalle raccolte diplomatiche e sto- 
riche , e che presenta la storia de'differenti paesi nelle 
relazioni colla Chiesa , e gran parte di quella d' Italia. 
Se la raccolta fosse continuata dal 1796 fino ai nostri 
giorni ! 

Se osserviamo la sintesi .delle ordinanze stabilite nel 
Bollano , ravvisiamo, innanzi tutto, la sollecitudine di 
conservare l'unità delle credenze cattoliche, combattendo 
l'eresia e lo scisma coi metodi conformi ai tempi, e cer- 
cando ricondurre all'ovile gli erranti , e diffondere la 



E LA PRIMA CROCIATA 215 

fede in tutte le parti del inondo per mezzo delle mis- 
sioni. La pratica religiosa poi rassodavano i Papi coli' isti- 
tuire Ordini che offrissero il modello delle virtù austere, 
delle abnegazioni , della rinunzia ai diletti del mondo e 
fin alla proprietà. Insieme promoveano la carità sia con 
stabilimenti pii , sia con congregazioni dedite affatto a 
soccorrere i poveri, i vecchi, gl'infermi, i trovatelli, i 
carcerati , gli schiavi. 

Politicamente si proponevano di conservar la pace fra 
i principi cristiani , sebbene talora -con questa mira riu- 
scissero a fine opposto. Durante il medio evo , zelarono 
la guerra contro gì' infedeli , per respingere V invasione 
d'una civiltà che avrebbe annichilato la nostra, e per as- 
sicurare l' indipendenza dell'Europa. L'indipendenza del- 
l' Italia specialmente ebbero a cuore , perchè questa assi- 
curava il libero esercizio della potestà ecclesiastica e 
la libera elezione de'pontefici : non operarono diversa- 
mente dagli altri politici antichi e odierni quando , per 
cacciar d' Italia uno straniero infesto , ne chiamarono un 
altro che opprimeva altrettanto (1). 

La supremazia della santa sede asserirono un tempo 
sopra tutti gli Stati , come organo della verità e dispen- 
siera della giustizia : sopra alcuni in particolare l'otten- 
nero per volontà de'popoli o de'principi , desiderosi di 
porre o la loro libertà o la loro autorità sotto la tutela 
del .potere più riverito , e che poteva persino destituire 
i re quando i popoli li trovassero violatori degli statuti 
speciali , o dello statuto generale , quale era la legge 
di Dio. 

Mirabile è poi la cura che presero sempre per le let- 
tere , le arti, le scienze; fondare scuole, seminarj, uni- 
ti) Anche nelle memorie sulla Lega Lombarda il sig. Vignati pubblicò un 
breve di Alessandro III a' Consoli delle città di Lombardia, Marca e Itomagna , 
e a tutti gli altri che aveano parte a quella Lega, benedicendoli perchè, con- 
giunti, avessero scosso dalle cervici virilmente il giogo della servitù, e stabilita 
pace e concordia per tutelare la libertà. 



21 IL BOLLARIO ROMANO E LA PRIMA CROCIATA 

versità; restaurare monumenti antichi e crearne di nuovi, 
che sono i più insigni dell'età moderna 

Scoperte le due Indie , col segno della croce , i papi 
cercano prevenire il conflitto fra le due maggiori potenze 
mediante il famoso meridiano ; poi professano e ribadi- 
scono l'unità della specie umana , o colpiscono la tratta 
e la schiavitù. 

Non è fuor di posto ne fuor di tempo il rammentare 
queste verità , che la storia non può negare, 

C. Cantò. 



SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 
Anno IX 



La solennità inaugurale di quest'anno accademico aveva luogo 
il dì 8 dicembre 1867 , con un forbito discorso pronunziato dal Ba- 
rone Pasquale Tola, in allora vicepresidente. Dopo di che le varie 
Sezioni ripigliavano tosto le usate loro adunanze, udendo la lettura 
di parecchie memorie, delle quali , per far seguito ad una consue- 
tudine gratissima , verrò qui soggiugnendo alcuni cenni. 

Il socio comm. Santo Varni con una Lettera indirizzata ai col- 
leghi Desimoni e Belgrano , trattava di un sepolcreto scoperto in 
Genova nel giugno 1861, in un giardino di proprietà de' banchieri 
Quartara, a sinistra della piazza di Santa Maria della Pace. Notava 
come la pianta di questo edificio ritraesse in picciolo quella dei 
più celebri sepolcri romani , e come le pareti si componessero di 
grossi embrici di bella cottura, di tinta rossa o giallastra, con ve- 
nature di color ocria , e sprovveduti affatto di stampi o marche 
liguline. Molte olle di creta e di vetro, varie di forma e proporzioni, 
si rinvennero nello interno del monumento; e furono in parte man- 
date in pezzi dai manovali , in parte anche dal Varni raccolte. Vi 
si trovarono inoltre un monile di oro, un anello dello stesso metallo, 
con pietra rozzamente incisa ed esprimente un sagrificio , una mo- 
neta in bronzo di Traiano, e parecchi frammenti d'oggetti domestici 
e chiodi mistici. 

L'autore , appoggiandosi a più considerazioni , opinava che il 
sepolcreto in discorso fosse il principio od anche il seguito di più 
altre somiglianti costruzioni ; ed opportunamente ricordava come 
già nel 1825, ampliandosi la Via della Pace, si rinvenissero lungo 
la medesima più camere funerarie con oggetti preziosi, i quali però 
andarono quasi tutti perduti. 

Con una seconda Lettera poi lo stesso prof. Varni forniva l'indica- 
zione d'alcune anticaglie venute in luce all'epoca dello abbassamento 
Arch. St. li w.. , 3.» Serio, T. IX. P. I. 28 



218 SOCIETÀ LIGURE 

delle piazze di San Genesio e di San Lorenzo, per la formazione 
della Via Carlo Alberto; e più recentemente per la sistemazione di 
Piazza Nuova e l'apertura della strada Vittorio Emanuele. Diceva 
inoltre come non pochi avanzi di romane antichità veggansi del pari, 
benché negletti , nelle nostre ville suburbane , dove si hanno , a 
cagion d'esempio , diversi capitelli foggiati a guisa delle celebri 
vere o sponde marmoree di Venezia. 

A sua volta il socio corrispondente cav. Girolamo Rossi raggua- 
gliava l'Istituto della scoperta di una Necropoli Intemeliese , avve- 
nuta nel 1865; dove in molto numero si raccolsero gli unguentari, 
i lacrimatoi, le diotte, le tazze e le lucerne, colle stampiglie di 
più figuli per altro già conosciuti , come sarebbe in ispecie quello 
di Fortis , il quale s' incontra in quasi tutti i paesi occupati dai 
Romani (1). 

Il canonico Sanguineti dirigeva al socio Cattaneo la spiegazione 
di un bell'anello d'oro della fine del secolo XV, colla leggenda tratta 
da San Luca: Jesus autem transiens per medium illorum ibat; ed 
opinava che alla applicazione di questo motto la superstizione non 
si dovea, ritenere straniera. A conferma di ciò soggiungeva eziandio 
alcune considerazioni il socio Relgrano; e toccava dì alcuni documenti 
serbati ne'rogiti de'notari nostri, che fanno parola di malìe, di cani 
ben fatati per fiutare la selvaggina, di scongiuri contro diverse ma- 
lattie , e perfino a guarire dal morso della tarantola. 

Lo stesso Relgrano leggeva poscia il primo capitolo d'un suo lavoro 
sulle feste ed i giuochi dei Genovesi, in cui trattava delle onoranze 
ai pontefici e principi, come Innocenzo IV, Urbano V e VI, Arrigo VII, 
Piero I re di Cipro, Michele Paleologo , Galeazzo Maria Sforza, 
Carlo V. Ma più diffusamente narrava quanto ha tratto alle acco- 
glienze preparate all'antipapa Piero di Luna , per opera in ispecie 
di San Vincenzo Ferreri e del governatore Bucicaldo , a Luigi XII 
di Francia per le mene de' Fieschi , al principe di Spagna , che fu 
poi re Filippo II, venuto in Italia strumento di quella politica liber- 
ticida che il padre di lui aveva così arditamente inaugurata. 

Il socio Niccolò Giuliani leggeva le Notizie di lui raccolte sulla 
tipografia ligure a tutto il secolo XVI. L'autore , premesso come 
troppo male si apporrebbe chi dallo scarso novero delle edizioni 
uscite in luce fra noi volesse argomentare della fecondità eie' liguri 
ingegni (assai più illustratisi co' tipi di altre contrade), mandava 
innanzi alcuni cenni sulla introduzione della carta e le cartiere in 
Liguria, onde è già parola in documenti della seconda metà del se- 

(1) Questa memeria del Rossi, intitolata al eh. senatore Gozzadini, fu pub- 
1 licata nel giornale di Portomaurizio la Bandiera Italiana , del 29 dicembre 1867. 



DI STORIA PATRIA 219 

coloXIII. Toccava in seguito degli ostacoli frapposti all'esercizio della 
stampa nel dominio della Repubblica Genovese, per opera in ispecie 
degli amanuensi, il cui ricorso al Senato già si ritenne perduto, ma 
fu teste scoperto, e sarà perciò pubblicato dallo stesso Giuliani. Il 
quale detto poscia , con prudente riserbo , del celebre tipografo 
Filippo da Lavagna, cui altri vorrebbe milanese, apriva finalmente 
la serie cronologica delle edizioni liguri, notando un Virgilio stam- 
pato nel 1472 a Fivizzano sull'Aulella; la quale, come tante altre 
piccole città , gode a fronte di Genova quella stessa preferenza che 
Subiaco vanta su Roma. 

Il prefato socio Bel grano leggeva una Lettera direttagli dal già 
lodato cav. Rossi, e dal medesimo fatta di pubblica ragione (1), dove 
tratta del Sere o Sepe ligure, luogo ignoto prima che venisse a luce 
negli Atti il Portolano Luxoro (2). L'egregio professore non ammette 
che luogo siffatto debba cercarsi al Capo Verde a levante di San 
Remo, come fu appunto notato negli Atti medesimi, ma vuole rico- 
noscerlo invece a ponente di questa città nel golfo di Nostra Donna 
della Rota presso a Bordighera. Espone le ragioni del suo parere, 
specialmente desunte dal nome di Sepergo, che tuttora dice vivo 
ed attribuito ad una torre ed alquante rovine appo Sasso di Bordi- 
ghiera, e così a tramontana del golfo suddetto. Opina eziandio che 
il nome di Sepergo abbia affinità con quello di Saroniola, il quale 
ultimo altri portolani danno appunto allo stesso luogo di Sepe; es- 
sendo il primo corruzione di una voce greca significante salmoia o 
pesce salato. Il che, secondo il Rossi, non solamente si attaglia al 
ridetto golfo ben pescoso ; ma conferma l'esistenza in quelle liguri 
spiagge d'antiche colonie greche, già da lui propugnata in precedenti 
lavori storici. 

Il cav. Desimoni , rispondendo però ad una tale scrittura , nel 
mentre ammetteva, con qualche modificazione e dilucidazione, quanto 
ha tratto alla rispondenza di Seve o Sepergo, non consentiva col 
Rossi circa la greca derivazione di quel nome, e l'esistenza in genere 
delle accennate colonie. A darvi peso egli non trova nò traccia di 
rovine , né tradizioni ; anzi con varii argomenti dimostra che il 
terreno da Portomaurizio a Ventimiglia deve credersi stato sempre 
ligure puro, come apparisce anche da'nomi stessi di Seborga, Seve, 
Sevetta, Ceva e somiglianti , nonché dal dio ligure Dormano. 

Lo stesso Desimoni comunicava poscia una lettera del chiarissimo 
D'Avezac circa gli studi marittimi già trattati dalla Società; in cui 
si rettifica l'esistenza del Portolano di Battista genovese, del 1514, 

(1) Nel citato giornale, de! 29 gennaio 4868. 

(2) Veci. Alti della Società Ligure di Storia Patria, voi V , fascicolo primo. 



220 SOCIETÀ LIGURE 

il quale trovasi a Wolfenbuttel e non a Parigi (1) ; si nega che in 
quest'ultima città serbisi quello di Bartolommeo Pareto , com'ebhe 
ad asserire il Selewel (2); e credesi che l'ambasciata a Clemente V, 
veduta in Genova dal cartografo prete Giovanni (3) , sia quella stessa 
che nel 1306 veniva spedita dal Can de' Tartari, e che fu illustrata 
dal Remusat. Veramente "il cronista Filippo da Bergamo, onde fu 
desunta la notizia che se ne legge negli Atti, parla d'ambasciatori 
abissinii , od almeno affricani, e non dell'Asia centrale. Però siccome 
nel medio evo la tradizione poneva il regno del prete Giovanni in 
entrambe quelle regioni ; cosi il Bergomense potrebbe avere fatto 
equivoco, ed in realtà essere il caso di una legazione tartaro-mon- 
golia. La quale opinione acquisterebbe invero una probabilità sempre 
maggiore , per l'esistenza nella Biblioteca Imperiale di Vienna di 
due trattatela di un prete Giovanni , intitolati De legatione apud 
tartaro.? e De moribus indorimi. 

Alla serie de'portolani genovesi pubblicata nell'ultimo Rendi- 
conto (4) , notava quindi il cav. Desimoni come se ne dovessero 
aggiungere più altri di recente scoperti, spettanti a'secoli XVI e XVII. 

Infine lo stesso socio presentava, a nome del collega prof. Ales- 
sandro Wolf, parecchi fascicoli di documenti od estratti da'registri 
de'pubblici Archivi a partire dal secolo XIII, riguardanti le finanze 
e le magistrature del Comune di Genova, il traffico degli schiavi e 
più curiosità. Di che facea rilevare il valore, sia come ottimi mate- 
riali pei' la storia economica del nostro paese, e sia come introdu- 
zione necessaria allo studio di altri documenti analoghi , già noti 
ma di minore antichità. 

Il socio Belgrano trattava , in due Memorie, degli antichi orologi 
pubblici d'Italia, con aggiunta di notizie della Posta di Genova (5), 
e delle dotte Dissertazioni del prof. Guglielmo Heyd Sulle colonie 
commerciali in Oriente nel medio evo (6). 

Il canonico Sanguineti riferiva intorno a dodici documenti di re- 
lazioni de'Genovesi cogli imperatori di Costantinopoli ed altri prin- 
cipi, stampati fra gli Ada graeca daziarissimi professori Mùller 
e Miklosick; e ne toglieva occasione per accennare alla loro paleo- 
grafia, ed alle condizioni della lingua in cui vennero scritti. De'quali 
documenti proponeva egli inoltre la pubblicazione negli Atti , sia 
nel greco originale e sia nella traduzione latina da lui preparata. 

(1) Ved. Atti ec. , voi. IV , pag. ccxlii , num. 20 ; voi. V, pag. 46. 

(2) Id. , voi. IV ,ivi , num. 44. 

(3) Id. , voi. IV, pag. clix. 

(4) Id. , voi. IV, pag. ccxl e seguenti. 

(5) Ved. Archivio Storico, Serie terza , tomo VII , parte I. 

(6) Id. , tomo Vili , parte II. 



DI STORIA PATRIA 221 

Il cav. Desimoni leggeva alcune Notizie di storia letteraria ligu- 
stica. Annunziava fra lo altre cose una non lontana edizione del- 
l'egregio Poema di Bartolomeo Falamonica, che sarà fatta dal socio 
cav. Cazzino , a seguito della scoperta di un codice che offre molta 
copia di varianti e di nuove terzine; stabiliva la genealogia, e toc- 
cava de'pregi di Antoniotto Campofregoso (lodato dall'Ariosto), i cui 
lavori sotto una scorza alquanto ruvida ( forse più da attribuirsi 
all'ortografìa che al senso ) racchiudono di frequente una finezza e 
grazia non sospettate dapprima. 

Il socio canonico Grassi teneva anch'esso parola d'alcuni liguri 
scrittori ; e primo fra questi , di Guglielmo Alfachino , mercante 
genovese, frequentemente ricordato ne'rogiti notarili, ma ignoto 
finora alla storia letteraria. Del quale Alfachino si ha nella Biblioteca 
Universitaria una disputazione tenuta a Ceuta con un sapiente giu- 
deo correndo il 1179; e che antecede così di oltre un secolo quella 
d'Inghetto Contardo avvenuta in Maiorca, celebrata dal Giustiniani , 
e che il referente , col sussidio d'altro codice della medesima Bi- 
blioteca, assegnava al 1286. 

Nel secolo XV non furono poi soli il Bracelli ed il Fazio a col- 
tivare degnamente le lettere latine fra noi. Vanno di conserva con 
loro Prospero Camogli , di cui un terzo codice della Universitaria 
ci mostra una elegantissima epistola diretta a' protettori di San 
Giorgio, circa il Concilio adunato in Mantova da Pio II per eccitare 
i principi cristiani contro de'Turchi ; Giorgio Fieschi , che in un 
poemetto appellato Euboidos, e partito in due libri, ci descrive con 
magistero virgiliano la caduta di Negroponte nel 1470; ed Iacopo 
('urlo che in un coltissimo Commentario , intitolato Bellum civile 
et galliciom, ci ragguaglia delle fazioni avvenute in Genova col di- 
scacciamento de'Francesi nel 1461. 

Le opere di questi due ultimi scrittori leggonsi in un codice 
membranaceo alluminato della privata libreria del Duca di Galliera. 
11 quale codice , che ha la data del 1472 , contiene eziandio il noto 
romanzo d'Enea Silvio Piccolomini , Eurialo e Lucrezia; e la 
Passione di Cristo descritta in 1026 versi, e distribuita in quattro 
parti da Adamo di Montaldo , non reperibile forse in alcun altro 
esemplare. 

Il socio barone Tola , in proseguimento delle illustrazioni del 
Codice diplomatico dì Sardegna, onde fu di recente pubblicato 
il secondo volume, leggeva due Dissertazioni , che hanno tratto ai 
monumenti storico-diplomatici de'secoli XVI e XVII. 

Il march. Massimiliano Spinola porgea relazione di una assai 
preziosa raccolta di inediti documenti, estratti da' fogliazzi di Stato 
dell'Archivio Generale di Simancas, e generosamente posti a dispo- 



222 SOCIETÀ LIGURE 

sizione dell'Istituto da S. A. R. il Conte di Villafranca. I quali do- 
cumenti oggidì pubblicati del medesimo Spinola insieme a' colleglli 
Belgrano e Podestà fi) , si ragguardano in ispecie alla congiura 
del Fieschi, ed allap.ogettata erezione di una fortezza, che avrebbe 
ridotta Genova a condizione di provincia spagnuola , se Andrea 
D'Oria non opponeva all'ardito disegno il suo costante e magnanimo 
rifiuto. 

Il socio Varni ragguagliava poscia, con due Commentarli , i col- 
leghi, degli scultori Donato Benci, Benedetto fiorentino e Silvio Cosini. 

De' primi due esiste nella basilica di Santo Stefano la bella can- 
torìa , che altri giudicò una riunione di romane sculture , ed altri 
ascrisse a Donatello , senza avvertire che questi morì del 1468 e 
quella è del 1499. Ora il Varni , dopo averne descritto in genere il 
lavoro , notava come al Benci sieno da attribuire le opere di figura, 
salvo il bassorilievo del David, che indubbiamente è d'altra mano, 
mentre a Benedetto è da assegnare tutta la parte ornativa. Esclu- 
deva che questi fosse il da Maiano, perchè già morto nel 1498; ma 
giudicavalo uno esperto discepolo di sì eccellente maestro. 

Tornando al Benci , raffrontava queste sculture con altre parec- 
chie dal medesimo lasciate in Pietrasanta ; e concludeva potersi 
meglio dalle prime giudicare del merito dell'artista , perchè nella 
nostra cantorìa si levò appunto ad una maggiore perfezione. 

Del Cosini poi, diceva il Varni come venisse con più altri artefici 
chiamato in Genova da Perino del Vaga, e fosse da questi adoperato 
nei lavori del superbo palazzo D'Oria a Fassolo. Dove sono infatti 
di mano di Silvio le ammirabili statue di donne e di putti che co- 
ronano il timpano dell'ingresso principale; e gli ornamenti di due 
grandiosi camini nelle stanze che si aprono ai lati della Galleria 
degli eroi. Descriveva gli stucchi onde tutta si adorna quest'ultima; 
ed osservando come allo stile si rivelino di più artefici , opinava 
che il Cosini avesse qui pure lasciato alcunché di suo in certi riparti 
sopra gli altri eleganti e gentili. 

Enumerate in seguito diverse altre opere eseguite da Silvio pel 
ridetto Palazzo , ne riconosceva poi tutto il fare in più ornamenti 
di bassirilievi della chiesa di San Matteo, in due busti di Carlo V e 
Antonio D'Oria nel sontuoso palazzo Spinola in vicinanza ée\YAcq>ta- 
sola, nelle decorazioni di un bell'edificio in piazza dell'Agnello, ed 
altrove in più fregi e camini. Dal che tutto inferiva come Silvio 
abbia dovuto fermarsi in Genova assai più del tempo che par- 
rebbe per ciò concedergli il Vasari: e come non ne sia forse 



(1) Alti ecc., voi. Vili, fascio. I. 



SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 223 

partito, senza lasciarvi una scuola che ne diffuse le massime ed il 
gusto. (1) 

I presidi delle Sezioni d'Archeologia e di Storia, cav. Desimoni e 
canonico Sanguineti , chiudeano poscia con bene accomodate parole 
le adunanze della classe rispettiva; e nella seduta del 9 corrente 
il Segretario sottoscritto rendea ragione all'assemblea generale cosi 
de' lavori succennati come d'ogni altra pratica riguardante gli studi 
e le pubblicazioni dell' Istituto (2). Diceva inoltre dell'aumento co- 
stante de'socii effettivi , e della nuova elezione d'egregi personaggi a 
membri onorari e corrispondenti ; deplorando in ultimo quelli che 
pur nel volgere di quest'anno mancarono a'vivi. Fra i quali è da 
noverare l'onorando presidente march. Vincenzo Ricci; di cui perciò, 
nella seduta del 5 luglio, il vicepresidente comm. Antonio Crocco 
pronunziava un affettuoso e forbitissimo elogio , che la Società una- 
nime applaudiva decretandone la stampa negli Atti. (3) 

L. T. Belgrano. 



(4) Queste Memorie del prof. Varni furono poi inserite nel cessalo giornale 
Vii torio Alfieri. 

(2 1 Di recente è anche uscito a stampa il voi. VI, fascicolo primo, di pagi- 
ne xvi-402, contenente il principio del Codice diplomatico delle colonie tauro-li- 
guri , ordinato ed illustrato dal P. Amedeo Vigna. Questo fascicolo reca i do- 
cumenti dal 1453 al 1455. È poi imminente la pubblicazione di un fascicolo di 
Nuovi studi sull'Atlante Luxoro , pel socio cav. Desimoni ; oltre la ristampa , cu- 
rata dal socio Belgrano , di due rarissimi opuscoli di Benedetto Scotto geno- 
vese, circa un progetto di navigazione pel settentrione alla China ed alle Indie 
orientali , nel secolo XVII. 
(3) Atti , Vili. \. 



REGIA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA- ANNO 1867-68 



Il presidente conte Gozzadini diede principio, il 24 novembre, ai 
lavori dell'annata 1867-68 colla commemorazione del socio conte 
Alessandro Cappi di Ravenna e del conte Iacopo Sanvitale presi- 
dente della R. Deputazione parmense. Indi lesse un suo Ragguaglio 
di alcuni sepolcri nella Necropoli felsinea , fatto con quella erudi- 
zione e conoscenza delle cose antiche che oramai è nota a chi fa 
professione di siffatti studi. 

Nella tornata dell'8 dicembre il socio cav. Podestà leggeva al- 
cune Notizie intorno alle due statue erette in Bologna a Giulio IT 
distrutte nei tumulti del 1511. « Il eh. dissertatore, giovandosi di 
qualche lettera dell'antico Reggimento , serbata nell'archivio di pre- 
fettura , delle testimonianze di cronisti sincroni o d'altri storici ri- 
masti inediti , comincia dallo stabilire : 1.° che l'una di esse d' ignoto 
autore , se pure non fu Alfonso Lombardi (come ei congettura dal- 
l'equivoco degli scrittori , i quali confondendo in una le due statue 
affermano , contro ogni probabilità , che Giulio II commise l'opera 
al Buonarroti ed al Lombardi) era di stucco , nel qual genere di 
lavori appunto assai valeva il detto artefice , e che fu collocata 
nelt'arringhiera del piano superiore del palazzo de' signori il 17 di- 
cembre 1506 : 2.° che l'altra in metallo del papa seduto , opera di 
M. Buonarroti , compiuta in tempo d'un anno , dalla line del novem- 
bre 1506 al principio del 1508, in una stanza del Pavaglione , die- 
tro la chiesa di San Petronio , dell'altezza di piedi 9 e mezzo , del 
peso di circa 17mila libbre , fu collocata nella facciata di San Pe- 
tronio , e precisamente su la porta maggiore nel frontespizio , il 
21 febbraio 1508. Altri molti e curiosi particolari circa la colloca- 
zione e la fusione della statua , circa la mercede toccata al Buo- 
narroti e agli artefici ha potuto raccogliere il sig. Podestà dai cro- 
nisti del tempo, e da documenti inediti raffrontati criticamente fra 
loro. Col medesimo metodo seguita poi narrando come , al rientrare 
di Annibale Bentivoglio nella patria e nella signoria , il 22 mag- 
gio 1511 , la statua di stucco fosse abbattuta dalla ringhiera ed 
arsa , per opera specialmente di un Pietro Zuta e d'un Nanne Si- 



REGIA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 225 

ghizello ; non senza dispiacere della città e degli stessi Bentivogli 
come lo mostra una lettera dei reggitori al papa e il bando capi- 
tale lanciato su' due ribaldi. Ma il dispiacere dei Bentivogli, se fu 
sincero , tuttavia cede ben presto il campo ad altri sentimenti : 
vedendo il papa ostinato a voler ricuperare Bologna, il 30 dicem- 
bre dello stesso anno fecero abbattere dalla facciata di S. Petronio 
la statua di bronzo che fu messa in pezzi , e la testa gittata e ro- 
tolata per piazza fu poi mandata al duca di Ferrara , che l'avea 
richiesta in cambio d'artiglieria ; il resto venne disperso. Dalle nar- 
razioni che i cronisti fanno dei modi dell'atterramento , e special- 
mente da quella minutissima e diligente di Friano degli Ubaldini , 
il eh. dissertatore conchiude , contro ogni avversa opinione , che la 
statua del pontefice dovè esser collocata nella facciata esteriore 
della basilica, sopra la porta maggiore, entro una gran nicchia 
incorniciata di macigno , molto in alto : che le vestigia della nic- 
chia scomparvero quando , nel 1647 , rialzandosi la volta della nave 
maggiore , furono ingrossati i muri della facciata, come fanno fede 
i documenti che produsse ; ma che essa nicchia non poteva non es- 
sere in quello spazio che dal disopra della porta di mezzo si estende 
al tìnestrone del frontespizio , e probabilmente sul vertice di quel 
grande arco che si vede tuttora tracciato da più recente restauro 
e che deve essere un ingrossamento o rivestimento dell'arco antico, 
dove appunto si avea la maggiore solidità per reggere cosi gran peso ». 

Un lavoro pieno di erudizione del socio sacerdote Gian Marcello 
Yalgimigli intitolato Memorie di pittori faentini del secolo XVI , 
occupò l'attenzione dei soci nelle sedute del 22 dicembre 1867 , 9 feb- 
braio e primo marzo 1868. I pittori de' quali il Yalgimigli dà notizie 
ricavate da documenti sono Giulio Tonducci socio a Giacomo Ber- 
tucci nel condurre le pitture della cupola di San Vitale in Ravenna ; 
Cartolino Mengolino ; Giuseppe Pasini che dipinse la sala del go- 
vernatore in Faenza ; Marco Marchetti lavoratore lodatissimo di 
grottesche , il quale nel 1564 partì da Faenza , forse per Firenze , 
ove dipinse nelle stanze e nei cortili di Palazzo Vecchio; tornato 
a Faenza nel 1566 più opere faceva per il comune e per pie con- 
fraternite ; lavorava anche in Rimini nel palazzo Marcheselli ; 
a Roma conduceva nelle logge vaticane le molte pitture tanto 
lodate dal Vasari ; ed altri lavori lasciava poi nella città natale 
die si conservano ancora : Alessandro Ardenti , del quale l'autore 
non trova nulla da aggiungere a quanto ne dice il Lanzi : Giambat- 
tista Bertucci , ligliuoìo di Raflaele ; e delle varie e pregiate opere 
di questo ricostruiva l'autore la cronologia. 

Il socio cav. Giovanni Chinassi il 12 gennaio presentò alla De- 
putazione una inedita Epistola del magnifico signore Astorre dei 

Ai-.cn. Sr [tal., 3." Serie, T. IX, P. I. 29 



226 REGIA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

Manfredi mandata a una splendida dama da hii sommamente 
amata delle (sic) p "igioni fiorentine. È tratta dal cod. IV , 44. 
pag. 245 , della R. biblioteca di Torino ; che la tribuisce ad Astorre I. 
Ma il eh. Ghinassi nell'elegante comentario, col quale accompagna 
l'epistola , dimostra con incontrovertibile erudizione che ella è 
da rendersi ad Astorre II , e che fu scritta nella prigionia da lui 
sostenuta in Firenze dopo la battaglia d'Anghiari del 29 giugno 1440; 
dal che prende occasione a instituire un critico raffronto fra le 
narrazioni che di quella battaglia ci lasciarono il Machiavelli e 
l'Ammirato. 

Il prof. Gaspari lesse , nella tornata del 26 gennaio , alcuni 
Ragguagli sulla cappella musicale della Basilica di San Petronio 
in Bologna. A dimostrare la importanza eli questa istituzione , da 
cui deve pur gran parte ripetersi il pregio che nella musica ha 
sempre riportato la città di Bologna , il eh. socio viene tessendo 
come una breve istoria di quella , e produce le notizie a ciò dagli 
antichi diari di spese della fabbricerìa di San Petronio che negli 
archivi di lei si conservano e da altre carte che or sono negli ar- 
chivi della prefettura. Fin dal 1450 la basilica aveva un organista, 
o nel 1470 si stanziarono lire 600 pel grande organo , opera tutt'ora 
ammirata di Lorenzo Ugolini da Prato. La serie dei maestri preposti 
alla musica , illustrata poi di sì bei nomi , apresi nel 1467 con un 
Roberto d' Inghilterra. Le notizie su i cantori cominciano dal 1488, 
su i sonatori e su gli strumenti dal 1595 ; movono dal secolo XVII 
quelle su i cantori teatrali chiamati anche di fuori a parte nella 
musica sacra , e su gli stipendi d'anno in anno crescenti , e ven- 
gono tutte insieme a comporre una curiosa statistica da servire a 
un tempo per la storia dell'arte e dei costumi e dell'economia dei 
vari secoli. Si compiono i ragguagli con le norme che , prima per 
tradizione , poi dal 1658 al 1861 rinnovate più volte in ordini e re- 
golamenti a stampa , reggevano il personale della cappella. 

La famiglia dei Pepoli ha molta parte nella storia di Bologna ; e 
di questa come di tante altre famiglie e di tanti fatti gli scrittori 
hanno parlato o con amore o con odio : quindi noi crediamo che 
saranno per essere accolti con piacere gli studi del signor Giovan 
Battista Sezanne ; il quale, ricorrendo a fonti nuove e recondite, ha 
cercato di stabilire la origine vera della famiglia, e ne ha descritte 
assai largamente le vicende lino a tutto il secolo XV. La sua eru- 
dita scrittura fu letta nelle sedute del 13 e 26 aprile. 

Il socio ingegnere Zannoni propose , nella tornata del 10 mag- 
gio , di riattivare l'antico acquedotto bolognese : e in quello stesso 
giorno il segretario prof. Giosuè Carducci continuò la lettura del suo 
Commentario intorno la vita e le opere di Ludovico Savioli , discor- 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 227 

rendo specialmente sopra la sua educazione e su l' ingegno e gli 
scritti dei maestri che lo formarono , dottor Domenico Fabri pro- 
fessore di lettere umane nello studio e dottor Angelo Michele Rota 
poeta e medico. 

Finalmente il professore Francesco Rocchi, con quella perizia che 
ha delle cose antiche , nelle adunanze del 24 maggio e 14 giugno , 
dissertò sur un frammento d' iscrizione ad Antonino Pio , della quale 
prese a fare la ristaurazione , intendendo a provare essere stato il 
titolo d'un arco eretto nell'agro bolognese ad onore del Pio e della 
famiglia degli Antonini. 



NOTIZIE VARIE 



Una nuova Edizione dell' Opera del conte Senatore Luigi Cibra- 
rio, Origine e Progressi della Monarchia di Savoja sino alla 
costituzione del regno d'Italia. Firenze, Tipograna di M. Cellini 
e C, 1869. 

Di questo bel libro fu parlato altre volte nell'Archivio Storico 
(Seconda Serie, toni. VI, parte I): ed alle cose che assai bene ne 
disse l'avvocato Leopoldo Galeotti non sapremmo che aggiungere. 
Ma quello che non ci sembra inutile ridire e confermare è che per 
gli studiosi della storia nazionale è un libro molto utile. Di ma- 
niera che dobbiamo esser grati all' illustre autore per averlo ri- 
pubblicato con le correzioni ed aggiunte che le continuate ed assidue 
ricerche e gli avvenimenti posteriori alla prima edizione gli hanno 
consigliato. 

È un grosso volume in ottavo, composto di due parti: la prima 
parte di pagine 408 contiene la Storia della Monarchia di Savoja 
dalle origini lino ai tempi presenti ; non un sommario di fatti , ma 
un'esposizione chiara e precisa; e accompagnata da sapienti consi- 
derazioni sulle vicende della Monarchia e sulle istituzioni che i 
principi diedero allo Stato; v' è aggiunto un grande albero genealogico 
della dinastia. La seconda parte , di pagine 541 , è uno specchio 
cronologico della Storia Nazionale, da Umberto Biancamano (an. 1003) 
fino al giorno (7 novembre 1866) in cui Vittorio Emanuele II fece 
il suo ingresso in Venezia. Questo specchio ò uno di quei lavori 
che, mentre fanno fede della diligenza, delle lunghe e pazienti ri- 
cerche d' un autore, non che del retto criterio nella scelta e nella 
estimazione dei fatti, riescono anche di gran comodo a chi studia. 
Ogni pagina di questa seconda parte è a tre colonne: nella prima 
sono le date, i nomi de' principi di Savoja, i domini acquistati o 
perduti: nella seconda le cose notabili appartenenti agli Stati della 
monarchia: nella terza i sincronismi, dal 967 in cui sali sul trono 



NOTIZIE VARIE 229 

di Francia Ugo Capeto fino al trattato di pace tra la Prussia e il 
regno di Sassonia del 21 ottobre 1866. 

L'edizione è dedicata alla Repubblica di San Marino « che mal- 
« grado le più lusinghiere profferte respingendo dal sacro suolo 
« della patria la insidiosa speculazione dei giuochi, mostrò che la 
« libertà fondandosi sulla virtù mantenendosi per la virtù debbono 
« i suoi sacerdoti con forte ed assidua vigilanza tener lontano ogni 
« fomite di corruzione » Cosi il Senator Cibrario « consacra queste 
« memorie di una monarchia, che dalla libertà ringiovanita ed am- 
« pliata, la virtù sola potrà conservare ». 

Ci pare anche di dover dire una parola di lode al nostro Ma- 
riano Cellini, il quale se n' è fatto editore, non col fine del vantag- 
gio proprio , ma per utilità pubblica , e ha fatto un nuovo espe- 
rimento della buona arte tipografica italiana. 



Ferdinando II de' Medici e il Principe di Lippe. 

Nel principato di Lippe, in vicinanza della selva Teutoburgica , 
dove Arminio sconfisse Varo, trovansi i cosi detti Externsteine , 
pietre erratiche ivi esistenti, in forza di un'eruzione vulcanica. Non 
sono meno famosi della stessa selva Teutoburgica, cosi per la loro 
forma , come per le sculture che veggonsi in uno di essi, che supera 
di mole tutti gli altri. Queste sculture infatti sono fra le più antiche 
e più belle che vanti 1' arte cristiana in Germania. In virtù della 
pace di Mùnster rimanevano queste pietre in potere del Conte di 
Lippe. Poco dopo (anno 1659) troviamo che il granduca di Toscana 
Ferdinando II, mosso dall'amore dell'arte, o da qualsivoglia altra ca- 
gione, fece vive istanze presso il Conte per avere da lui queste pie- 
tre ; e in breve tempo si era messo d'accordo col decano della cat- 
tedrale Paderbonense , commissario del Conte in questo negozio, di 
acquistarle per il prezzo di 60,000 fiorini. Sennonché la compra non 
ebbe effetto , perchè il Conte, qualunque ne fosse la causa, ruppe a 
un tratto le pratiche ; e si fece costruire in quel luogo un casino da 
caccia, e una torre con una scala presso la pietra principale, ed 
anche una muraglia che circondava una piazza davanti le tre mag- 
giori pietre. 

Di queste opere non restano oggi che pochi avanzi , essendo 
stato quel luogo del tutto abbandonato dopo la morte del detto 
Conte, avvenuta nel 1666. 

La più bella descrizione di queste pietre è quella pubblicata 
nel 1867 dal dott. Guglielmo Giefers, noi Lullottino della Società 



230 NOTIZIE VARIE 

per la storia ed antichità della Westfalia (serie terza, tom. VII, 
fascicolo primo, pa^. 104). Egli corredò il suo lavoro di vari do- 
cumenti , fra i quali non sarà inutile riferire qui , traducendoli 
dall'originale tedesco , i due che stanno sotto i numeri 10 e 11, con- 
cernenti appunto la vendita della suddetta pietra al granduca di 
Toscana. Il primo di questi documenti era già stato pubblicato 
nel 1768 dal signor L. Vinoch , nel foglio d' Intelligenza Lippese , 
numero 53. È desso un frammento di lettera che il Prefetto di 
Lippe, certo Levino Maurizio di Donop , scrive nel 1654 al cancel- 
liere Revelino Tilhen; ed eccone il contenuto. 

« Nobile e onorevole signore , 

« Ella ben si ricorda di quello che ha scritto il reverendissimo De- 
cano della cattedrale Paderbonense sull'affare di S. A. il Granduca di 
Firenze , voglio dire àelYEgerstem Steins , non tanto circa alla 
sua antichità e alla grande devozione in cui fu tenuto per tanti 
secoli, quanto ancora circa all'intenzione nostra di cedere al detto 
signor Granduca questa pietra creduta santa. Anche l' ill.mo signor 
nostro osservandissimo è disposto a fare in questa cosa la volontà 
di S. A.; perchè in effetto questa pietra non gli reca alcun van- 
taggio ; nò egli rispetta per niente la creduta santità del luogo , 
ma dice anzi che sia una profanazione. Il signor Decano poi , che 
in questo negozio si adopra molto per il Granduca , dà ad inten- 
dere che in ricompensa potremo averne una bella somma di da- 
nari ec ». 

Il secondo documento è un altro frammento di lettera del can- 
celliere Tilhen al prefetto Rubeln a Horn , scritta da Detmold il 
31 agosto 1659 ; ed è del seguente tenore : 

* Nobilissimo e osservandissimo signor Prefetto 
« . . . . Del resto le facciamo offìcialmente noto che , per gra- 
zia di Dio , è stato finalmente concluso il contratto dell' Eoctern- 
stein fra S. A. il Granduca di Firenze e l' ill.mo signor Conte, 
per il prezzo di sessantamila fiorini , come vedrà dalla qui acclusa 
lettera del signor Prefetto di Donop.... E perchè il signor Prefetto 
avrà ancora molto da fare in questo negozio, gli ho dato facoltà di 
potersi rivolgere per tempo al signor Conte , per averne in ri- 
compensa cento ducati ; promettendogli in ciò la mia sincera 
cooperazione ec. ». Nevelino Tilhen. 

Aggiungiamo finalmente che il signor E. Huffer di Monaco ha 
diligentemente inciso la scultura della principale di queste pietre 
erratiche , che rappresenta la Deposizione dalla croce. Il tempo 



NOTIZIE VARIE 231 

ha molto danneggiato quest'opera che, veramente, è singolare. Sin- 
golari soprattutto , in una specie d' imbasamento , sono le due 
figurine di Adamo e di Eva strette insieme da un drago. Esse stanno 
in atto di preghiera , con le mani e gli occhi levati in alto. Forse 
l'artista volle raffigurarcele nel limbo , come aspettando la reden- 
zione ; ed una finestretta ch'è nel fondo vorrà appunto significare 
la speranza dell'uscita. Un' iscrizione poi , di cui rimangono pochi 
frammenti, ci dice che il monumento fu dedicato nel 1115. 

Doti. Fiorenzo Tourtual. 



Di una nuova opera tedesca intorno alla « Storia del Consolato 
nei Comuni Italiani » (l). 

Il dottore Adolfo Pawinski ha tolto a soggetto di una sua dis- 
sertazione inaugurale pel dottorato nell'Università di Gottinga, la 
storia del Consolato nei Comuni d' Italia ; ed è riuscita opera de- 
gna di un discepolo dell' illustre Giorgio Waitz. L' autore ha preso 
per fondamento del suo lavoro la Storia dei Comuni Italiani di 
Carlo Hegel ; ma giovandosi degli studi profondi e accurati del 
Wùstenfeld (che i dotti italiani conoscono anche di presenza, per 
essere stato a studiare negli Archivi e nelle Biblioteche tanto ce- 
lebri di quel Regno ), ha potuto supplire 1' Hegel per quella parte 
in cui si sentiva difetto , dopo le molte pubblicazioni più recenti , 
e che contengono un materiale preziosissimo. Non si è esteso all'Italia 
meridionale , ma limitandosi all'alta e media parte del bel paese, più 
gli piacque desumere i suoi argomenti dalla storia delle due grandi 
e potenti repubbliche , Genova e Pisa. Risalendo allo scabinato 
(pag. 1-20), e toccando dell'origine dei Comuni e del modo con 
cui si svolsero i diritti de' cittadini (pag. 20-33), si è fatto strada 
ad entrar nel suo tema. E in questo ci pare che bene adoperasse 
l'autore ; perchè il Consolato trova la sua origine nello scabinato, 
ed è come una necessaria conseguenza delle lotte civili (pag. 41). 
Il primo esempio si trova in Pisa alla fine del secolo XI. Se non 
che è da osservare che il Consolato non ebbe da per tutto la mede- 
sima origine ; diverso principio ebbe per esempio in Biandrate. 

Una delle parti che meritano più speciale attenzione nell'opera 
del Signor Pawinski è quella dove parla delle compagnie , ch'ebbero 
pure, come il Comune, i loro consoli. La compagnia , egli dice, ri- 
fi) « Zur entstehungsgescliiclitcdesoonsulats in don comunen Nord-und Mit- 
Icl-llaliens. Von Dr. Adolf Pawinski. Berlin , 4867 ». 



232 NOTIZIE VARIE 

sulta, come il Comurì* dalle lotte interne di una città, ed e la 
pace e 1' unione che parano tra di loro le parti combattenti. E qui 
sorge la questione : Che cosa facevano questi consoli della com- 
pagnia.? che autorità avevano? e generalmente qual relazione pas- 
sava tra la compagnia e il Comune? L'Hegel risponde, che la com- 
pagnia comprendeva solo i più potenti e nobili della città. 

Un'altra parte, che può riuscire d'un interesse non meno grande 
per la storia italiana si è la pace che, dopo lunghe discordie, l'ar- 
civescovo Daiberto fece giurare in Pisa ai cittadini sul finire del 
secolo XI ; e della quale l'autore nostro (pag. 33) riferisce i capitoli 
più importanti. Tra questi non sarà inutile di citare i seguenti : - 
Ai consoli della città è dato incarico (cui promettono di sodisfare 
con giuramento) di leggere pubblicamente nella cattedrale , due 
volte all'anno , il diploma dell'arcivescovo. Solamente dietro riso- 
luzione del Comune , e non più ad arbitrio dei privati cittadini , 
potranno essere demolite le case dei tumultuanti. Per meglio prov- 
vedere alla sicurezza pubblica, verrà tolto via da ogni casa qua- 
lunque genere di saette e ogni sorta di macchine da lanciarle. Quelle 
fortificazioni di case che ancora restassero in essere vengano di- 
sfatto. Sia permesso ad ognuno di costruire delle torri sul suo ter- 
ritorio , purché non oltrepassino una data misura ; e siano tutte di 
una medesima altezza , nonostante la inegualità del terreno su cui 
venissero edificate. Tutte le torri che eccederanno la misura di 
trentasei piedi dovranno essere ridotte a questa misura , nel ter- 
mine d'un mese. Si eccettua infine la torre del Visconte Ugo , che 
potrà superare in altezza tutte le altre. Tutti questi e altri simili 
provvedimenti assai chiaro ci mostrano quanto lunghe e feroci fos- 
sero state le discordie , e quanto grande fosse il pericolo che po- 
tessero scoppiare di bel nuovo , fomentate massimamente dall' in- 
vidia e dall'orgoglio dei nobili. 

Il lavoro del signor Pawinski , degnissimo di essere raccoman- 
dato agli studiosi della storia , non tanto per la profondità dei 
concetti quanto ancora pel modo accurato e diligente con cui sono 
esposti , non è tuttavia immune d'ogni difetto. Una delle più gravi 
mancanze che debba apporsegli si ò quella di non aver fatto alcuna 
menzione di Milano . città che fu tra le prime a costituirsi a Co- 
mune , e che tanto influì sul libero ordinamento di altre città e terre 
italiane. E passando dalla sostanza alla forma , noteremo eh' è 
talvolta difettosa la costruzione dei periodi -, che in un luogo (pag 4, 
nota 1) è trasgredita una regola grammaticale , leggendovisi custo» 
dia Francorum in Papia civìtate dimittens, invece di custodiam ec; 
che in un altro (pag. 22, nota 1 ) s'incontra una parola priva 
di significato, remeante ; che varie volte mancano nel testo i nu- 



NOTIZIE VARIE 233 

meri di richiamo per le note ; e che talvolta è incerta o errata 
l'ortografia dei nomi propri , com'è per esempio del nome di quel re 
saraceno , che a pag. 32 è scritto Tarn in , e poco dopo (pag. 37) , 
Temiti , e di Laufrancus scritto in luogo di Lanfrancus , a pag. 52 , 
nota 3. Dopo queste ed altre simili mende vien fatto di domandare 
se veramente sia tedesco l'autore , o almeno se abbia da sé stesso 
corrette le stampe del suo lavoro. 

Doti. Fiorenzo Tourtual. 



Nota alla Memoria di Cesare Cantù sopra Don Carlos di Spagna 
stampato nell'Archivio Storico , III Serie , Voi. Vili , Parte II. 

Accennando alla pubblicazione del dispaccio in data dei 21 gen- 
naio 1567 di Leonardo de' Nobili intorno all'arresto di Don Carlos , 
pubblicazione fatta da me nel 1860 in questo medesimo Archivio , 
Il Serie , Voi. XI, p. 1 ( non anno IV) e dal cav. Gachard nella sua 
opera: Don Carlos et Philippe II , Brusselles , 1863, il commenda- 
tore Cantù soggiunge, non sapere perchè l'uno e l'altro di noi ci fos- 
simo fermati a quella prima lettera , sebbene non avessimo fatica 
a trovar le seguenti. 

Quanto a me , non era mia intenzione di riprodurre nella breve 
mia memoria l' intero carteggio , quantunque a me punto ignoto. 

Quanto poi al dotto Belga , egli stampò nell'opera sua (voi. II, 
pag. 673 , 674, 701 , 704) la maggior parte dei dispacci del Nobili 
dal Cantù creduti inediti , e i quali , se male non mi appongo , gli 
vennero comunicati dal cav. Eugenio Alberi. 

Non so spiegare l' inavvertenza del dotto mio amico milanese , 
il quale di necessità teneva in mano l'opera del Gachard di cui si 
trattava. 

Bonna sul Reno , 9 gennaio 1869. 

A. Reumont. 



Arcii. St. Itai.., 3." Serie , T. IX , P. I. 30 



NECROLOGIA 



GIOVANNI DA SC1IIO. 

Se instancabilità di ricerche e operosità di studi 
intesi ad illustrare i fasti della terra natale , porgono 
diritto all'ammirazione e alla riconoscenza de'posteri , 
queste non dovranno certo mancare al conte Giovanni 
Da Schio. Tanta è la carità di cittadino e la perizia 
negli studi di erudizione, che traspare da tutti gli scritti 
di quell'uomo intelligente e indefesso. Onde , ancorché io 
non ignori, come altri abbia già posto mano a ritrarne 
con quel valor che gli è proprio , l' imagine al vero , 
pure non mi sembra fuori di proposito, che nell' Archivio 
Storico Italiano se ne rammemori in succinto la vita. 
Al quale doveroso tributo, oltre la comunanza degli studi 
e l'affetto di concittadino , mi è sprone il sapere , come 
lo Schio non isfuggisse alla conoscenza del venerando 
Giampietro Vieusseux, cui fin dal 1823 indirizzava un 
suo scritto intorno al modo di costituire in Italia una 
slabile Compagnia comica (1). 

Rampollo di patrizia famiglia, non infeconda di uomini 
illustri, e forse di quel frate Giovanni, che, « O'Conello 
« del medio evo, dicesi adunasse una volta presso a Ve- 
« rona le centinaia di migliaia di uditori » (2) , nacque 
egli in Vicenza il dì 5 di aprile del 1798. Nel largo pro- 



li) Ci. Da Schio, Zibaldone ms. 

(2) Bauio, Sommario della Storia d'Italia, vi. 4f>. 



NECROLOGIA 235 

fitto degli studi, a'quali attese, benché non regolarmente, 
nel collegio di San Cipriano in Murano e successiva- 
mente in quelli di Santa Giustina di Padova e di San Bar- 
naba in Venezia, mostrò quanto valga in giovane animo la 
forza di una tenace volontà, congiunta ad altrettanta sete 
di sapere. Compiuto il corso delle scuole , spese il resto 
della sua giovinezza in visitare l'Italia, la Francia e la 
Germania. Scopo di questi suoi viaggi, condotti con inten- 
dimento di perfezionare la sua educazione, fu la conoscen- 
za dei diversi costumi dei popoli , lo studio degli antichi 
monumenti e la brama sopra tutto di trarre dagli archivi 
e dalle biblioteche nostrali e straniere quanto potesse con- 
cernere la storia di Vicenza. Può dirsi anzi, che questa 
ultima occupazione costituisse per lo Schio men presto 
la fatica , che il diletto più gradito di quelle lunghe e 
diverse peregrinazioni , che , descritte da lui con istu- 
dio appassionato , si conservano religiosamente da'suoi 
successori. 

Ricco di spogli copiosi e confortato dalla valida pa- 
rola degli uomini più riputati del tempo , che ne'suoi 
viaggi diversi ebb'egli a conoscere , ritornossene in pa- 
tria. Uno scelto drappello di uomini, eccellenti per opere 
generose e nobili studi onorava di quel tempo la città 
di Vicenza. Primeggiavano fra gli altri i conti Egidio di 
Velo e Leonardo Trissino splendidi mecenati , Vence- 
sleo Loschi e Antonio da Porto , buoni scrittori , Fran- 
cesco Testa erudito e satirico arguto , Iacopo Milan Mas- 
sari prosatore e poeta elegante , Giuseppe Todeschini 
critico acuto, e Vincenzo Gonzati raccoglitore intelligente 
e operoso di quanto giovasse ad illustrare la patria. Ani- 
mato dalla parola e dall'esempio di così valorosi concit- 
tadini , non è a dire , come lo Schio sapesse giovarsi del 
frutto de'suoi viaggi. I Cantici di Fidenzio (1) , ch'egli 
eruditamente illustrò su documenti rinvenuti nella Mar- 
ti) / Cantici di Fidenzio con illustrazioni; Venezia , 1832. 



236 NECROLOGIA 

ciana ed altrove e pubblicò corredati di una bella me- 
moria intorno a Camillo Scroffa e di cenni biografici 
sugli altri poeti pedanteschi , furono il primo lavoro , 
che mostrasse la valentia del suo ingegno , fatta pre- 
sentire fin dal 1822 per un buon articolo inserito nel- 
l' Antologia (1). 

Ne le occorrenze domestiche, che nel 1833 lo costringe- 
vano ad assumere l'amministrazione di un patrimonio gra- 
vemente dissestato, valsero a straniarlo da ciò che aveva 
costituito il diletto principale de'suoi giovani anni. Ab- 
bandonata la città e fermata la sua dimora ora a Schio, 
ed ora a Costozza, ridente villaggio del vicentino, seppe 
maravigliosamente congiungere il valore di buon massaio 
con la operosità negli studi. Inteso a rifare casa sua e a 
confortarsi delle gioie domestiche, ammogliandosi nel 1836 
con Maria Calvi, donna mite e affettuosa, trovò modo di 
rivedere, ordinare e compendiare parecchie delle cose rac- 
colte nelle sue giovanili peregrinazioni. Ond' è , che alle 
Lettere di Nicolò Orsino (2), conte di Pitigliano, fec'egli 
seguire due belle collezioni, l'ima di Lettere (3) e l'altra 
di Viaggi (4), trascritti da codici dell'Ambrosiana. È inu- 
tile a dire con che buon viso si accogliessero dagli 
eruditi quelle onorifiche pubblicazioni. Ben ricorderò, come 
lo Schio si avesse le congratulazioni e i conforti di uo- 
mini valenti , e proseguisse con l'andare del tempo ad 
illustrare e a mettere in luce quando nuove Lettere (5), 



(1) Sulla Storia di Vicenza del Castellini; Firenze, 1822. 

(2) Due Lettere di Niccolò Orsino; Treviso, 4829. 

(3) Lettere Vicentine (di Francesco Barbaro, il Cieco d'Adria, Brunoro Porto, 
Gabriele Capra, Onorio Belli e Girolamo Ferraraosca); Venezia, 1835. 

(4) Viaggi vicentini inediti compendiali (di Francesco Grassetto sulle coste 
Dalmate, greco-venete ed itale, di Filippo Pigafetta dal Cairo al Monte Sinai, 
di Antonio Maria Ragona in Inghilterra, Francia e Spagna, di Ascanio Conti per 
diverse parti di Europa, e di Girolamo Porto in Alemagna ); Venezia , 1836-1837. 

(5) Lettere due di Alberto Fortis; Padova, 4831. Lettere (di Egidio Velo, 
Filippo Pigafetta e Galeazzo Gualdo-Priorato); senza data. 



NECROLOGIA 237 

e narrazioni di Vicentini (1), e quando versi (2) e docu- 
menti di storica importanza (3) e relazioni di Provveditori 
Veneziani (4). 

Ne lasciava per questo quella maniera di studi, onde 
avea porto sì bel saggio con la Memoria intorno allo 
Scroffa. Ammiratore delle Vite di Lorenzo il Magnifico e 
di Leone Decimo del Roscoe venne fin dai primi anni in 
pensiero di tessere in ugual foggia la vita di quell'An- 
tonio Loschi, che fu segretario da prima di Giangaleazzo 
Visconti e poi di papa Martino Quinto, e che tra i letterati 
e gli uomini di stato del secolo decimo quinto tiene un seg- 
gio onorato. Postavi mano pubblicando in precedenza i 
versi di lui (5) e altri documenti (6) risguardanti l'argo- 
mento, mutò più tardi disegno e ne dettò in quella vece un 
Comentario (7). È in questo lavoro , pregevolissimo per 
acume di critica, larghezza di concetti e Corredo di do- 
cumenti, che lo Schio, forte degli argomenti addotti da 
Giuseppe Todeschini, rivendica al Loschi la tragedia del- 
l' Achille , creduta per lo addietro di Albertino Mussato. 
E di siffatto amore in ricordare o illustrare i nomi glo- 
riosi dei vicentini, manifestato dapprima nei medaglioni e 
nelle lapidi commemorative, fatte murare nelle case, ove 
nacquero Giovan Giorgio Trissino, San Gaetano Thiene e 
Ottone Calderari , lasciò larga testimonianza in più che 
venti volumi , inediti , di Memorabili. Ivi , del pari che 



(1) Descrizione della Comitiva, con cui andò e fu ricevuta l'ambasceria de' Ve- 
neziani a Sisto V, di Filippo Piga fetta ; Padova, 1854. - Storia dell'Assedio di Bre- 
scia del 1438 di Niccolò Colze vicentino ; Venezia , 1860. 

(2) Galassii vicentini ad Posteros Carmen; Patavii , 1850. 

(3) Decreto edilizio emanato a nome del Comune di Vicenza l'anno 1208 ; 
Padova, 1860. 

(4) Relazione presentata al Senato Veneto da lorzi Grimani Provveditore di 
Dalmazia e Albania; Venezia, 1864. 

(5) Achillcs, prototragedia Antonii de Lusrhis ; Patavii, 1843. - Antonii de Lu- 
schis carmina quae supersunl fere omnia; Patavii, 1848. 

(6) Indulto di Bonifazio IX ad Antonio Loschi; Padova, 1851. 

(7) Sulla Vita e sugli Scritti di Antonio Loschi , Comentari di Giovanni Da 
Schio; Padova, 1858. 



238 NECROLOGIA 

in altri sei volumi di una Cronaca di Vicenza dal 900 
al 1860, gli uomini degni di ricordanza si succedono in 
ordine alfabetico; e, dove sia illustre la famiglia, se ne cor- 
reda lo scritto di tavole genealogiche, di stemmi, di ri- 
tratti , di vedute e di rare notizie intorno ai principi e 
alle origini. Del suo valore in questi ultimi studi porse 
anzi una buona prova nell'albero genealogico dell'antica 
famiglia dei Thiene (1) e nella collezione di circa due- 
cento e trenta stemmi , ch'egli tolse dai monumenti e 
donò, bellamente disegnati e miniati», alla Biblioteca Co- 
munale. Ad essa, appassionato com'era d'ogni maniera di 
bello , fece pur dono di buon numero di antichi disegni 
architettonici, da lui pazientemente rintracciati e raccolti. 
Coltivò con pari assiduità gli studi archeologici. A lui, 
d'ingegno acuto e inclinato per natura a scrutare le cose 
fino al midollo, nulla sfuggiva, che potesse risguardare 
in qualche modo la storia della sua Vicenza. Da cinque 
iscrizioni etrusche od euganee scoperte del 1839 nel vi- 
centino, traeva argomento a dettare uno scritto assai in- 
gegnoso (2) ; a cui faceva più tardi seguire una disserta- 
zione sulle iscrizioni ed altri monumenti reto-euganei (3); 
e due notizie archeologiche intorno a un zodiaco etrusco 
e a una pietra eugauea (4). E prova non meno eloquente 
dell'amore, onde attese all'archeologia, sono inoltre uno 
scritto sul vero significato di alcuna sigla (5) , una no- 
tizia intorno a un ustrino romano (6), e sopra tutto l'am- 
pia illustrazione delle antiche iscrizioni vicentine, ch'egli 
condusse e pubblicò nel 1850 con nitidezza di tipi e cor- 



ti) Albero genealogico della famiglia dei Conti di Thiene; Milano, 4841. 

(2) Ipotesi sul significalo di cinque iscrizioni etrusche od euganee ; Venezia, 4839. 

(3) Sulle iscrizioni e altri monumenti reto-euganei; Padovi, 4853. 

(4) Zodiaco etrusco, pietra euganea ce, Notizie archeologiche; Padova, 18%. 

(5) Sul vero significalo dellt sigla D quando precede L significante Liberto , 
Liberta; Padova, 4842. 

(6) Ustrino romano (notizia archeologica publicata nel 4853 a Roma nel 
Bollettino dell'Istituto Archeologico); Padova, 1856. 



NECROLOGIA 239 

redo di buoni disegni (1). A tutti questi lavori fanno poi 
splendido suggello le lapidi da lui raccolte e ordinate 
nell' ingresso del suo palazzo in Vicenza , e le salvate e 
disposte nell'atrio della Chiesa dì santa Corona. 

Dalla archeologia non disgiunse le indagini intorno ai 
popoli, che abitarono primi, irruppero o fermarono stanza 
posteriormente nel vicentino e nelle terre adiacenti. Dei 
Veneti, Galli, Romani, Cimbri, Greci, Goti, Longobardi e 
Franchi scrisse particolareggiatamente in due volumi ine- 
diti di cronache vicentine. I Cimbri anzi , dei quali di- 
scorse nella illustrazione del Decreto edilizio , gli por- 
sero argomento a due dissertazioni erudite e sottili (2). 
Attese in pari tempo allo studio del dialetto vicentino ; 
e del suo valore in siffatta materia porse una prova in 
un saggio a stampa (3) , ch'egli trasse da quattro grossi 
volumi di voci usate in Vicenza e nel suo territorio , 
da lui raccolte e disposte in ordine alfabetico. Argomento 
prediletto allo Schio fu inoltre lo studio dei costumi vi- 
centini, chiariti da lui nelle illustrazioni, tuttora inedite, 
di parecchi codici ed epistolari , e sopra tutto in una 
bella raccolta di Novelle , dettate in gran parte con un 
garbo e una lepidezza singolare. I saggi (4) , che , a 
scandagliare l'animo degl'intelligenti, pubblicavano a più 
riprese l'autore, destarono in molti il desiderio di vederle 
raccolte e stampate in un solo volume ; e noi affrettiamo 
volentieri il momento, che il bravo conte Almerigo, com- 
piendo il voto comune , aggiunga nuovi titoli alla fama 
del padre. 

Né le indagini indefesse di quanto concernesse la sto- 
ria di Vicenza distolsero lo Schio dallo studio di altri 



(1 ) Le antiche iscrizioni , che furono trovate in Vicenza e che vi sono , illu- 
strate da Giovanni Da Schio; Bassano , 4850. 

(2) Siti Cimbri , primi e secondi irruenti o permanenti nel Vicentino ; Vene- 
zia, 48ti3. - Note, ossia Appendice li alla dissertazione sui Cimbri; Venezia , 4867. 

(3) Saggio del dialetto vicentino; Padova , 4855. 

(4) Le Novelle del mio tempo, saggio di un Favolclto ; Venezia. 



240 NECROLOGIA 

argomenti. Oltre alla collezione del necessario per un di- 
zionario arcaico, bastano a testimoniarlo un breve scritto 
sovra una Memoria di Giovanni Gozzadini (1), le Ciarle 
sulla Guida della Basilica di Sant'Antonio di Padova (2), 
le due notizie sull'antica genealogia della famiglia Buo- 
naparte (3) , e più ancora un giusto volume di spogli 
d'ottimi libri , condotti nella idea di tessere una storia 
della educazione de' fanciulli. Del suo amore alla storia 
della incisione fa larga testimonianza la buona colle- 
zione di stampe, specialmente antiche, da lui raccolte 
nella sua villa di Costozza e sapientemente illustrate. 
E in mezzo a studi così molteplici e severi trovò modo 
di attendere perfino alla poesia. Oltre a un Sermone , 
pubblicato in occasione di nozze (4), si rinvenne tra'suoi 
manoscritti un grosso volume , ricco di molti e vari com- 
ponimenti , e fra gli altri di alcune traduzioni da Orazio , 
da Catullo e da Virgilio , di due drammi , l'uno tragico e 
l'altro comico, e di parecchi epigrammi. Tra questi ultimi 
non ne mancano di argomento politico ; come quello, in 
cui, alludendo alle misere condizioni della sua patria sotto 
il dominio straniero, lo Schio ebbe a dire 

« Quell'aquila , che doppia testa aduna , 
« È del re nostro simbolo- bugiardo , 
« Ch'ella con due divora , egli senz'una ». 

Tale e non altra fu la vita di Giovanni Da Schio : 
vita non varia d'avventure e di splendidi fatti, ma tutta 
ritirata e intesa all'incremento degli utili studi. La larga 

(4) Le croci monumentali, ch'erano nelle vie di Bologna; Memoria di Giovan- 
ni Gozzadini (articolo senza data di stampa). 

(2) Ciarle sopra la Guida della Basilica di Sant'Antonio, compilata dal Padre 
Antonio Isnenghi ; Padova, 4857. 

(3) Due notizie , l'una inedita l'altra quasi , sull'antica genealogia della fami" 
glia Buonaparte , pubblicate nella occasione che si festeggia in Ajaccio il centesimo 
dì natalizio di Napoleone I; Schio, 4868. 

(4) Sermone per le nozze Pasini-Vandinelli ; Venezia , 4835. 



NECROLOGIA 241 

suppellettile di cognizioni e i molti lavori stampati val- 
sero a lui la riconoscenza de'concittadini e la stima di 
uomini celebri così nostrali, come stranieri. Non dimen- 
ticherò tra'primi il Cicognara , il Litta , il Trivulzio , il 
Furlanetto, il Labus, il Cavedoni, il Giovanelli, il Ron- 
chi , il Gozzadini , il Fabretti , il Capponi , il Melzi , il 
Pezzana, il Gamba, il Cicogna ed il Rosa; ricorderò tra 
i secondi la Pickler, l'Hammer, il Mommsen ed il Genthe. 
Quanto indefesso negli studi , altrettanto mostrossi 
sollecito del bene della sua famiglia. Provido ammini- 
stratore del suo, seppe non solo ristorare, ma crescere 
la cosa domestica. Marito e padre esemplare amò di vero 
amore la moglie ed i due figli Almerigo ed Alvise. L'ot- 
tima educazione impartita a questi ultimi vale allo Schio 
tale elogio da non potersi desiderare il maggiore. Sentì pro- 
fondamente della religione, lontano del pari dagli eccessi, 
che mettono capo all'ostentazione o alla indifferenza. Ebbe 
alta la persona , l'occhio vivace , il volto sorridente , e 
l'animo quanto facile a sdegno, altrettanto pronto a mi- 
tezza. Possa l'esempio di lui, morto a Schio il dì 29 ago- 
sto del 1868, accendere in altri il desiderio di continuare 
con altrettanta sollecitudine quelle onorate fatiche ! 

Vicenza nel febbraio del 1869. 

B. Morsolin. 



Ancn. St. It\l. , 3. a Serie, T. IX, P. I. 'M 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Pace tra Padovani e Vicentini, stipulata a Fontanivn 

il 28 marzo 1417. - Documento inedito pubblicato dal Cano- 
nico Lodovico Gonzati. Vicenza , 1867. 

Prezioso dono per la storia della Marca Trivigiana è questo docu- 
mento, che il canonico Lodovico Gonzati , cultore appassionato e in - 
telligente delle cose vicentine , ha testò pubblicato. È nient'altro , 
che il Trattato di pace stipulato il 28 marzo 1147 tra i Padovani e i 
Vicentini dopo una guerra accanita, suscitata dai primi col dilatare 
il loro territorio a danno dei secondi ; guerra , a cui presero parte 
con Vicenza i Veronesi , con Padova i Trevigiani , i Cenedesi e quei 
di Conegliano. Primi i Vicentini ad iniziare le ostilità sottrassero 
ai Padovani le acque del Bacchiglione. Mossi costoro a distruggerne 
i ripari dovettero sostenere una lotta sanguinosa e , avutane la 
peggio, accomodarsi alla pace, di cui è Trattato il presente docu- 
mento. Fu essa stipulata alla presenza del Patriarca di Aquileja, 
dei vescovi di Verona, Vicenza, Padova e Treviso, e di una mol- 
titudine sterminata d'intervenuti. Gli storici tutti delle quattro 
città ricordano il fatto accennato nel detto documento. Giova solo 
avvertire , che non vanno guari d'accordo nel fissarne l'epoca pre- 
cisa , correndo talvolta l' intervallo non piccolo di quasi quattro 
lustri tra l'anno degli uni e quello segnato dagli altri. Tutto que- 
sto fa accuratamente osservare il Gonzati in un erudito proemio , 
ch'egli premette alla sua pubblicazione , non senza compiacersi , 
che con la data segnata dal documento si accordi l'originale della 
Cronaca di Battista Pagliarino , antico storico di Vicenza. 

Che l'esemplare in pergamena, da cui fu tratto l'atto presente, 
sia autentico , il Gonzati non osa asserirlo. Donato a lui dal cano- 
nico Pietro Marasca, altro esimio raccoglitore di quanto possa gio- 
vare agli storici studi della sua terra natale , reca senza dubbio 
l' impronta dell'antichità. Al Gonzati piace soltanto avvertire di 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 243 

avere rinvenuti in esso « molti di quegl' indizi , che i paleografi 
« assegnano come caratteristici delle scritture appartenenti al se- 
« colo xn , quali sono le lettere maiuscole di raro usate nei nomi 
« proprii ; la forma delle stesse , somigliante in gran parte alla 
« romana ; l'uso della lettera d con l'asta verticale , od anche ri- 
« piegata a sinistra; la s prolungata nella parte superiore, adope- 
« rata sì nel principio , come nel mezzo e nel line di parola ; la 
« sola forma della r minuscola pura ; la u in luogo di v ; analmente 
« quel tutto della scrittura , che al primo aspetto rappresenta 
« il carattere minuscolo , chiamato distinto , somigliante affatto ad 
« altri documenti del secolo xu » , coi quali l'editore ha « istituito 
« diligente confronto. La membrana poi liscia e fina di dimensioni 
« alquanto grandi , cioè di m. 0,44 in altezza e m. 0,40 in larghezza 
« farebbe credere il documento atto pubblico e solenne , come i 
« pentimenti di scritturazione sottosegnati con semplice punteggia- 
« tura potrebbero indurre ad attribuire ad esso anche il pregio di 
« primo originale autentico. Comunque sia, egli è certamente pre- 
« ziosissimo ». 

Incomincia: In nomine domini dei eterni. Anno a nativitate 
eiusdem millesimo centesimo quadragesimo indicione decima. Re- 
gnante Conrado dei grafia romano imperatore rege , et consulante 
Vicentino comite nostro, quinto kalendas aprilis in comitatu tar- 
visiano in pertinencia de Fontaniva iuxta Brentan etc. Cum ingens 
guerra esset Inter nos Vicentinos etc. Esposta la causa della guerra 
e l'opera del Patriarca di Aquileja e d'altri vescovi in condurre le 
parti nemiche alla pace , reca il giuramento dei convenuti ivi no- 
minati ad uno ad uno ; e chiude con le parole : hii supradicti et 
alii quasi ad quingentos homines hiravere ex prefato patriarche 
precepto. Bernardo Morsolin. 

memorie intorno al Collegio dei Nodari ed all'Archi- 
vi© notarile, di Vicenza per Luigi Cristofoletti* Vicen- 
za , 1867. 

Una delle più antiche e più benemerite istituzioni della città 
di Vicenza fu il Collegio de' Nodari; e merita lode il Cristofoletti 
per averne tessuta in breve la storia. Istituito in pieno medio evo 
e soppresso nel 1806 era composto di uomini, che alla nobiltà con- 
giungevano la cultura, e si reggeva per otto presidenti. L'anziano, 
detto Abate, aveva autorità di conoscere, giudicare e terminare 
le differenze tra i Nodari , di condannare , sospendere ed espellere 
dal novero i trasgressori delle leggi e i notati d' infamia. Morto 
Ecelino, il collegio riformò lo sue antiche ordinazioni , riunendo lin 



244 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

dal 1270 in un libro gli Statuti. In processo di tempo quelle ordi- 
nazioni si riformarono più volte a seconda delle esigenze de' tempi, 
ed ottennero l'approvazione prima degli Scaligeri , poi dei Visconti 
e da ultimo della Repubblica di Venezia , cui ne' pressanti bisogni 
delle guerre il collegio fu sempre largo di sovvenzioni. Animato, 
come tutte le istituzioni del medio evo , dal sentimento religioso , 
concorse ad onorare fino ab antico la festa del Corpus Domini , re- 
cando nella processione la propria insegna magnificamente adorna- 
ta ; la quale , modificata ed ampliata , divenne , con l'andare del 
tempo , quella gran macchina , che si chiama tuttora la Ruota o 
Rua , e costituisce uno de' più graditi spettacoli al popolo. 

Alle notizie sul collegio tengono dietro la storia e la definizione 
dell'Archivio Notarile , il cui officio di registro , istituito fin dal 
primo scorcio del secolo decimo quinto , quando Vicenza si diede 
spontanea alla veneta Repubblica , si chiuse con la peste del 1630. 
Con quest'ufficio incomincia anzi l'origine dell'Archivio dei Nodari 
della città e territorio di Vicenza; in cui alcune parti del civico 
consiglio, prese ne' secoli successivi, obbligavano ciascuno a de- 
porre le scritture de' Nodari così vivi come defunti. La prima or- 
dinazione di questo Archivio , soggetto più volte ad incendi e ma- 
nomessioni , si incominciò soltanto nel 1773 e , corredata in pro- 
cesso di tempo di appositi indici , si compì del tutto nel 1836. Il 
numero dei volumi e buste d'atti puramente notarili monta a 19,108, 
che appartengono a 4,939 notai. Vi hanno inoltre 5,382 tra libri , 
buste e mazzi d'Atti dei tribunali veneti , e 206 tra libri e mazzi 
contenenti le carte dell'amministrazione interna e politica del col- 
legio e delegazione notarile. Appendice a tutto questo sono 248 vo- 
lumi di Atti del cessato ufficio di registro , 84 volumi di testamenti 
e 60 mazzi di registri di notari di Marostica ignoti. 

Fra tante carte meritano speciale menzione quattro statuti ori- 
ginali del collegio notarile in membrana del 1270 , 1292, 1321, 1341 ; 
alcuni Atti originali in bambagina e pergamena dei Signori della 
Scala e della duchessa di Milano ; e i testamenti di uomini celebri, 
quali Antonio Loschi, Leonardo da Porto, Bartolommeo Montagna, 
Valerio Belli, Orazio Marinali, Aurelio dall'Acqua , Pietro Emiliani, 
vescovo di Vicenza e Lodovico Chiericati arcivescovo. 

Bernardo Morsolin. 

Memorie intorno alla Rua, per Luigi Cristofoletti 
e Giuseppe Fabris. Vicenza , 1867. 

In istretta relazione con la storia del collegio de' Nodari stanno 
le Memorie sulla Rua, dettate con ottimo intendimento da Luigi Cri- 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 245 

stofoletti e Giuseppe Fabris. Dissi con ottimo intendimento , mirando 
anzi tutto a togliere dagli animi del volgo la falsa opinione , che 
quella macchina non fosse altro che un trofeo di una vittoria , con- 
seguita dai Vicentini sui Padovani alla line del secolo decimoterzo 
o all'entrare del decimoquarto , quando accanite e sanguinose più 
che mai si alternavano le lotte tra Padova e Vicenza. 

Il più antico documento che accenni alla Rua non risale più in 
là del 1444 ; ed è fin da quel tempo, che essa portavasi , quale in- 
segna de' Notari , nella processione del Corpus Domini, rendendosi 
spettacolo gratissimo al popolo. Successivamente invalse V uso 
di strascinare la Ruota ogni qualvolta si fosse celebrata in Vicenza 
alcuna festa straordinaria, come avvenne nell'ingresso dei vescovi 
Pietro Barbo ( 1451 ), Battista Zeno ( 1477 ), Niccolò Ridolfi ( 1543), 
Matteo Priuli ( 1565) , e nella venuta in Vicenza della figlia del de- 
spota della Morea (1472), di Federigo III imperatore (1489), e 
della regina d' Ungheria ( 1502). Col 1585 rifiutandosi il collegio dei 
Notari di sostenere la spesa necessaria ad allestire lo spettacolo , 
la Rua , caldeggiata in pubblico consiglio da uno della famiglia 
Bissari , divenne cosa cittadina -, e ampliata in processo di tempo , 
senza smettere però l'emblema de' Notari , si usò fino ai dì nostri 
a rendere più splendide non solo le feste del Corpus Domini, ma a 
rallegrarne quelle ancora d'occasione. 

Giova inlìne avvertire , che il presente scritto fu pubblicato nella 
fausta occasione , che la guardia nazionale di Padova venne accolta 
fraternamente in Vicenza il Cor%>us Domini del 18G7 e festeggiata 
con lo spettacolo della Rua ; né si deve tacere che il Cristofoletti 
ed il Fabris ebbero in animo di togliere con questa pubblicazione 
ogni funesta tradizione tra le due città sorelle. 

Bernardo Morsolin. 

Valeri* Loschi. - Cenni storici del Dottore Bartolommeo Bres- 
san , pubblicati nelle nozze Fogazzaro-Valmarana dall'abate 
Girolamo Polatti. Vicenza, 1866. 

È un opuscolo di poche pagine , ma dettato con rara concisione 
ed eleganza , e ricco di pregevoli notizie intorno alle azioni di un 
uomo salito a' suoi tempi in bellissima fama. 

Valerio Loschi , cugino al celebre Antonio , nacque in Vicenza 
verso il 1380. La molta perizia delle scienze legali lo fece conoscere 
per uomo valente non solo in patria, di cui fu deputato ad utilia 
e ambasciatore a Venezia , ma fuori : sicché fu successivamente po- 
testà di Rieti ( 1420) , di Ascoli ( 1422 ) , di Bologna ( 1423) di Peru- 
gia ( 1426) e senatore di Roma ( 1425). D'altre magistrature fa cenno 



246 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

il Loschi nel suo testamento del 29 aprile 1460, incili si compiace 
sottoscriversi Cittadino di Vicenza, di Perugia, di Siena, di Fi- 
renze e di molte altre città gloriosissime. Da questa soscrizione ar- 
gomenta con buone ragioni il Bressan , che il Loschi sia stato inoltre 
podestà di Siena e di Firenze. 

Menò in moglie da prima Margherita Trissino di Gaspare e poi 
Maddalena di Ottolino Ravasini ; dalle quali ebbe molti figliuoli. 
Mancò di vita in Vicenza , ov'era ritornato Jin dal 1435 , nei primi 
di maggio del 1460 ; ed è degno di menzione un premio annuale di 
otto ducati, ch'egli legò morendo pel palio dei barberi, solito a 
corrersi il giorno della Santa Spina. Bernardo Morsolin. 

Tre relazioni inedite del conte Gaspare Gozzi. Venezia, Tipo- 
grafia Merlo, 1867. 

Ben a ragione , il professore Ferrato , nella bella prefazione a 
questo libretto , aiferma che è di grande importanza la pubblica- 
zione fatta da lui di queste tre relazioni. 

Due trattano sulle condizioni degli stampatori e dei librai del 
suo tempo e accennano il modo di megliorarle. La terza , dettata 
dal Gozzi in nome di Arturo Edgomb, inglese , chiamato dal Governo 
veneto ad ammaestrare i giovani che volevano governare le navi 
mercantili, dà conto dei suoi insegnamenti. Il Ferrato molto op- 
portunamente , da quel valente maestro che egli è in fatto di pub- 
blica istruzione , aggiunge le sue osservazioni di confronto fra la 
scuola nautica veneziana e le scuole nautiche odierne. 

E con grande giustezza di criterio osserva queste scritture essere 
modelli di stile cancelleresco. Il Gozzi era impiegato presso la ma- 
gistratura dei Riformatori dello studio" di Padova , preposto a tutti 
gli studi , dirigeva le relazioni ai suoi superiori. Il Gozzi , nato in 
Venezia ; che nelle sue peregrinazioni non oltrepassò mai Padova e 
Pordenone , in fatto di lingua fu maestro sommo , e facilmente il 
sommo nell' Italia del suo tempo. E mostrò nelle sue scritture of- 
ficiali , che si può essere scrittore puro e non barbaro. 

Da queste scritture sorge una riflessione storica , molto grave. 
Nel tempo nel quale in altre parti d'Italia si pensavano e si attua- 
vano riforme dei governi , la Repubblica Veneta era invecchiata 
cosi, da aver perduto ogni influsso sulla bilancia politica del mondo. 
Pure nel suo seno aveva grandi statisti che pensavano e attuavano 
riforme interna che avessero potuto rimetterle sangue e vita. 
E queste riforme volevano procedessero dal basso in alto Istruzione 
pubblica , industria , commercio , navigazione , dovevano rifare il 
popolo. E civilmente si opposero alle novità del proletariato patri- 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 247 

zio che intendeva , col distruggere l'autorità del Consiglio dei Dieci 
e delli Inquisitori di Stato, d'insignorirsi del governo , eliminando la 
parte ricca e media dell'aristocrazia. E il popolo esultò a sapere pas- 
sato il pericolo. Quelli statisti lasciavano il resto a poi. 

A. Sagredo. 

Biografia del Conte Beunassii-lloiitanari veronese , 
letterato e poeta. Venezia , Tipografia Grimaldo, 1867. 

Buona e degna opera fece il prof. Ferrato nello stendere la bio- 
grafia del Conte Bennassù Montanari. 

Nato in Verona di nobile prosapia il Montanari non anneghittì 
nell'ozio , ma si consacrò agli studi letterari. Egli si tolse a mo- 
dello quello eccellente e limpido ingegno che fu Ippolito Pede- 
monte , e non lo imitò soltanto negli studi , ma anche nel costume 
e nella scrupolosa regolarità del vivere e del conversare. Del suo 
amico e duce il Montanari dettò la vita in un volume , nobile 
scrittura , alquanto diffusa , ma che onora l' illustre poeta non meno 
che il suo biografo. 

Il Montanari raccolse e pubblicò in più volumi i propri scritti 
in prosa e in versi. Le sue rime sono terse e gentili , e pregevoli 
se anche non attingono al sommo dell'arte, concesso a pochissimi. 

Al suo carattere morale non e lode che basti. Pio, caritatevole, 
ottimo cittadino , uomo modesto , cortese , affabile , di gradito elo- 
quio ; ebbe amici moltissimi e veri , nemico nessuno. Dopo il Pe- 
demonte, suo principale amico fu Luigi Carrer. A. Sagredo\ 

Odi politiche e Sonetti di Luigi Carrer. Firenze , 1868 ; 
Tipografia Successori Le "Mounier. (Prezzo lire due a benefizio 
degli Asili d'infanzia). 

Queste Odi , e uno dei quattro sonetti che ci si aggiunsero, sono 
documenti storici; le odi, delle glorie e dei dolori dell'anno 1848, 
il sonetto, del 1845. Bene fece il signor Ferrato ripubblicando questo 
bel manipolo di versi , degnissimi di quello illustre ingegno che fu 
Luigi Carrer. Nei quattro volumi dati in luce dal Le Monnier e che 
contengono gli scritti del Carrer non vi potevano entrare , se si 
voleva che potessero avere spaccio nelle terre italiane dove , diret- 
tamente o indirettamente comandava il governo austriaco. Fi andò lì 
lì che il Carrer non perdesse l'ullicio di preposto al Museo civico di 
Venezia per causa delle odi politiche , die vennero denunziate da 
una spia abbietta , quando gli Austriaci tornarono a martoriare la 
Lombardia e la Venezia. 



248 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

Noi che in quest' Archivio abbiamo dato conto di un manipolo 
di lettere del Carrer stampate per occasione di nozze , facciamo 
eco al signor Ferrato , il quale mostra desiderio che si pubblichi 
l' importante epistolario di tal uomo di lettere , quale fu il Carrer. 

A. Sagred®. 

Il ducato di Trento nei secoli XI e XII. Riflessioni 
storiche. Trento , stabilimento tipografico , litografico di Gio- 
vali Battista Monauni, editore, 1868 ; in 8vo di pag. 40. ( Per le 
fauste nozze Catoni-Lichtenthuen). 

Spesso annunziammo in questo giornale documenti storici o la- 
vori inediti di trapassati che si pubblicarono per festeggiare leti- 
zie domestiche. Ora ne è assai più gradito il notificare questo lavoro 
inedito che fu stampato per occasione di nozze trentine ed è opera 
di un valoroso e generoso patrizio italiano , il conte Matteo Thunn 
da Trento. Dettate da qualche anno per eccitamento dell'egregio 
nostro collaboratore cav. Tommaso Gar , al presente direttore 
dell'Archivio Nazionale di Venezia e allora prefetto della Bliblioteca 
comunale di Trento , queste Riflessioni giacevano nel portafoglio 
dell'autore. Fu il Gar istesso che stimolò l'autore a concederle ad 
amici degli sposi novelli , acciò le facessero di pubblica ragione per 
le stampe. 

Questa nobile scrittura , benché breve , raccoglie le prove , che 
sorgono da documenti, che la provincia di Trento è parte integrante 
d' Italia , fin dai tempi remotissimi nei quali la storia deve trarre 
i documenti da fatti materiali che in questo caso dimostrano la 
comunanza di origini fra gli abitatori del Trentino colle altre pri- 
mitive popolazioni della penisola , venute dalle immigrazioni anti- 
chissime d'Italia. E vaglia il vero, la favella comune di quella no- 
stra regione alpina s'accosta alla favella delle provincie venete che 
le sono limitrofe , Verona e Belluno , e per tal modo , che, tranne 
alcune diversità nella pronunzia delle vocali , alcuna diversità nella 
inflessione della voce nelle parole, potrebbe dirsi la medesima. E i 
dialetti veneti sono fra gli italiani quelli che più si accostano a 
quelli che hanno diretta origine etrusca. 

Lo scritto del signor Thunn è uno scritto storico ; ma ha an- 
cora un grande intento politico che mostra coi documenti alla mano- 
come lo infiltramento dell'elemento germanico in poche parti del- 
lo antico territorio trentino , venne dalla importanza che i Tedeschi 
ragionevolmente diedero al possedere questa chiave naturale d' Ita- 
lia , per poter poi scendervi a piacimento loro. Non isfuggì questa 
importanza all'occhio linceo di Napoleone I, quando unito il Trentino 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 249 

al suo regno italico , allargava il dipartimento, che nominò dell'Alto 
Adige fino al Brennero, e v' inchiuse alcune popolazioni che usano 
favella tedesca. 

Il conte Thunn scrive storia , non oratorie declamazioni politiche 
tanto spesso vane ed inutili. Le declamazioni possono essere com- 
patite perchè segno di animo caldo e concitato: le tranquille ragioni 
della storia hanno più valore , perchè sono ragioni , e da esse ven- 
gono convinzioni indestruttibili. E lo scritto storico del Thunn merita 
sincera lode , e mostra l'altezza del suo ingegno e la generosità 
dell'animo suo. 

A. Sagredo. 



Marco Basalti. Discorso di Onorato Occioni, letto nella R. Ac- 
cademia di Belle Arti di Venezia il giorno 30 novembre 1868 ; 
Venezia , Tipografia del Commercio di Marco Visentini. 

Ne duole che la indole di questo periodico ci vieti di addentrarci 
nell'analisi di questo splendido discorso , pieno di generosi senti- 
menti , nobilmente dettato , ma di attenenza maggiore colle ragioni 
dell'arte , di quello che sia colla storia. Ma alla storia però non è 
estraneo , perchè fece rivivere la memoria di un eccellente pittore 
della Scuola di Venezia , il quale conservando le sublimi ispirazioni 
dell'arte cristiana , allargò il modo di dipingere dei suoi maestri , 
i Vivarini , e fu degno emulo dei Bellini e del Carpaccio , in quella 
gran prova che diedero dell'arte , nei quadri che stavano , con 
quello del Basaiti nella chiesa di San Giobbe in Venezia. Di lui è 
grande scarsità di ricordanze , non avendosi nemmeno sicurezza se 
sia nato in Venezia , nel Friuli e nell' Istria. 

Contenti di avere accennato il merito di questo discorso , non 
possiamo omettere un aneddoto, che merita essere ricordato, e che 
deve servire di ammonimento al governo nostro per vigilare sulla 
conservazione delle opere d'arte , delle quali è ricchezza anche in 
umili paeselli della patria nostria. 

Nella chiesa dell'antica badia di Sesto , nel Friuli, esisteva un 
magnifico quadro del Basaiti , che rappresentava Cristo calato 
dalla croce : un mezzo secolo addietro , e non era tempo di barba- 
rie , né Italia era barbara, il quadro fu venduto. E perchè? 
Per uno scopo altissimo davvero.... per comprare una campana! 

A. Sagredo. 



ARCn. St. Ital., 3. a Serie, T. IX, P. I. 32 



250 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Cenni storici e artistici sul Duomo di S. Andrea Apo- 
stolo di Carrara, del canonico Pietro Andrei. - Massa-Car- 
rara, Regia Tipografia Fredianl, 1866; in 8vo di pag. 22 con 
una carta litografata. 

Il canonico Pietro Andrei da parecchio tempo rovista gli archivi 
della Lunigiana per compilare la storia di Carrara , sua patria ; e 
fa in vero opera utile , imperocché di quella città , cosi ricca ed 
importante per i suoi marmi , scrisse alcuni meschinissimi ricordi 
Francesco Giandomenici al cominciare di questo secolo; ricordi che 
sono tuttavia manoscritti e meritevoli di rimanere tali per sempre. 
Ne ragionò poi quel valentuomo di Emanuele Repetti nel suo libro 
sull'Ade Apuana, e ne tenne parola nel Dizionario ; ma assai resta 
da aggiungere a quanto egli ne scrisse ; parecchi fatti sono da cor- 
reggere nel vero , molti altri da mostrare più largamente. Questi 
cenni sul Duomo carrarese ha voluto mandar fuori l'Andrei come 
saggio del suo lavoro : e gli ha poi intitolati ai propri concittadini, 
per metterli a parte dell' impresa da lui tentata e cavarne incorag- 
giamento ed aiuto per mandarla ad effetto. 

La storia del Duomo di Carrara offre bella materia di studio in 
fatto d'arte ; i molti restauri che in vari tempi vi furono eseguiti 
segnano dell'arte l' infanzia e il risorgimento , la perfezione e la 
decadenza : l'autore stesso lo dice , e ripete la buona supposizione 
del Repetti , che concepissero i Carraresi il disegno di riedificare la 
chiesa matrice , quando si estraevano dalle loro cave e in Carrara 
si lavoravano i marmi che dovevano servire alla fabbrica delle pri- 
marie cattedrali d' Italia. Che fu cominciata avanti al 1282 un'antica 
iscrizione lo prova ; e dallo stile e dall'antichità del marmo scorgesi 
chiaramente che vi furono intarsiati alcuni pezzi del vecchio Duomo. 
Un putto che si trova sotto l'arco esteriore del fmestrone a mezzo 
dell'abside porta scritto il nome dell'artefice che die l'opera sua in 
questa fabbrica verso il 1310 : esso è Andrea di Ugolino da Pisa , 
scultore , architetto e fonditore valente. Anche senza la testimo- 
nianza di siffatta iscrizione , la mano di Andrea trasparisce , come 
osserva l'autore , per « una grande rassomiglianza specialmente 
« nelle porte , nelle finestre e nella facciata cogli altri monumenti 
« intorno ai quali aveva lavorato e soprattutto col Battistero e colla 
« Primaziale di Pisa » (pag. 8). 

Il Duomo di Carrara venne fabbricato con grande lentezza a ca- 
gione delle sciagurate vicende alle quali andò soggetta la Lunigiana 
nei secoli XIII e XIV , in cui se la contrastarono a gara e con varia 
fortuna, le Repubbliche di Pisa , Genova e Lucca , Castruccio degli 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 251 

Antelminelli e i Visconti. Solo fu potuto condurre quasi a compi- 
mento nel 1385 , quando serrato in carcere a tradimento per opera 
del Conte di Virtù il Duca Bernabò Visconti, i Carraresi prestando 
obbedienza al nuovo signore, tra gli altri privilegi ottennero pur 
quello « non dovesse egli convertire in altro uso i marmi già fatti 
« lavorare da Bernabò , suo zio , sotto le logge del Comune per 
« compiere la chiesa » (pag. 9). Mentre siffatto documento, che si con- 
serva nell'archivio massese , il Repetti lo interpretava come indi- 
cante il tempo della continuazione del tempio , non già del suo pros- 
simo compimento -, al contrario l'Andrei , correggendo l'abbaglio di 
quel dotto scrittore , lo tiene come prova del compimento stesso , 
che dovette seguire di lì a poco , e mostra che già uffiziavasi in- 
nanzi al 1400 ; fatto che il Repetti teneva per fermo avesse avuto 
luogo molti anni appresso. 

Troppo mi dilungherei se dovessi tener dietro all'Autore nella 
descrizione che fa di questo tempio , delle sue pitture e del cam- 
panile ; se lo dovessi seguire nella storia minuta e diligente di tutti 
i restauri e della costruzione de' nuovi altari , dai quali , anziché 
ornamento ne ha ricevuto grande sconcezza ; tanto sono goffamente 
privi di gusto. Il moltiplicarsi della popolazione di Carrara fa na- 
scere il bisogno di una più vasta chiesa parrocchiale. Piuttosto che 
rovinare l'antica o guastarla con ingrandimenti , i quali d'ordinario 
sogliono riuscire dannosissimi ai capi d'arte , sarebbe meglio che 
que'buoni abitanti dessero mano a fabbricarne una dalle fondamenta; 
e nella costruzione di essa , ripeterò un ottimo consiglio dell'Andrei, 
« potrebbero impiegare tutti gli altari , l'orchestra e quanto altro 
« avvi di moderno o di superfluo nella chiesa di S. Andrea: così 
« questo Duomo, separandolo dai fabbricati che lo ricuoprono , ria- 
« prendo le primitive finestre e serrando le nuove , verrebbe ri- 
« messo nella sua antica semplicità , bellezza ed uniformità di stile ». 

Giovanni Sforza. 

entrata del Valentino nel llOBaCinoneln eorte del 
Cristianissimo. Venezia, Antonio Clementi, 1868; in 8vo di 
pag. 11. 

Il prof. Pietro Ferrato trasse questa breve scrittura dalle carte 
già appartenute al Machiavelli, che di presente si custodiscono nella 
Palatina di Firenze , e la mandò alle stampe in assai ristretto nu- 
mero di esemplari, quando 1' amico e discepolo suo Pietro Cervesato 
ebbe laurea dottoralo in matematiche. È una descrizione della pompa 
suntuosissima colla quale quel tristo del Valentino entrò in Chinon, 
città della Francia a otto leghe da Tours , per torvi donna e per 



252 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

dare il cappello di cardinale a Giorgio d' Ambois arcivescovo di 
Roano. Lo seguivano dodici carra piene di forzeretti , cinquantuno 
muli riccamente bardati , dodici giannetti con briglie d' argento e 
nappe d' oro , dodici cavalli con fornimenti di velluto e broccato ; 
l'accompagnavano venti paggi a cavallo , sessanta scudieri , otto 
trombetti , diciotto staffieri , Giovanni Orsino e altri gentiluomini. 

G. S. 

Alcune lettere dell'abate Antonio Niccolini a mon- 
signor Giovanni Bottari intorno la corte di Roma. 

Bologna, Romagnoli, 1867; in 16mo di pag. 48. 

Fu Antonio Niccolini un buon patrizio fiorentino del secolo pas- 
sato , che nelle faccende politiche impiegò la maggior parte della 
sua vita , e gli ozi die tutti a nobili studi , massime di erudizione. 
Stato per molti anni residente diplomatico de' granduebi di Toscana 
presso la corte di Roma , ebbe agio di conoscerne appieno i tralignati 
costumi, che alla buona e con assai vivezza descrisse in queste lettere, 
indirizzate al Bottari, amico e cameriere di Benedetto XIV, e pubblica- 
te adesso per la prima volta a cura di Girolamo Amati. G. S. 

Alcnne lettere familiari del secolo XIV pubblicate da 

Pietro Dazzi. Bologna, Romagnoli, 1868; in 16mo di pag. 72. 

Di utilissima e gradita lettura riesce questo libriccino di lettere 
familiari del secolo decimoquarto , raccolte e illustrate con diligenza 
e con senno dal prof. Pietro Dazzi. Comincia con tre lettere di Bar- 
tolommeo dell'Antella , scritte da Padova, ove nel 1377 si trovava 
per ragioni di commercio , e indirizzate a Lanfredino de' Lanfredini. 
Di costui poi se ne hanno quattro , dettate tra il 1395 e il 1398 , a 
Orsino suo figliuolo di assai giovane età. Singolarissime e piene d'af- 
fetto sono cinque di Dora Del Bene a messer Iacopo suo marito, quando 
era pe'Fiorentini vicario della Valdinievole nel 1381. Se ne hanno anco 
di Lemmo Balducci, di Marchionne Stefani, di Giorgio Scali, di Dome- 
nico Lanfredini e di Coluccio Salutati scritte esse pure alla buona , 
ma del pari con lingua viva , candidissima e schietta. G. S. 

Atti della R. Accademia lucchese di scienze , lettere 
ed arti. Tomo XVIII. Lucca, tipografia Giusti, 1868; in 8vo 
di pagine 330 con tavole. 

Per festeggiare le auguste nozze de' Reali di Savoia mandò alle 
stampe l'Accademia lucchese questo volume, che e il diciottesimo 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 253 

dV suoi Atti. Oltre parecchie poesie in greco , in ebraico e in ita- 
liano, contiene le parole dette dal prof. Ermenegildo Tessandori 
nell' assumere V urlìcio di vicepresidente ; alcune osservazioni del 
padre Francesco Giorgi intorno ad un preteso fluido animale ; un 
discorso dell' arciprete Luigi Larini sui vantaggi che ha recato alla 
filologia la scoperta della biblioteca di Sardanapalo , ed una dis- 
sertazione di monsignor Domenico Dinelli sulla Croce del Redentore 
predetta da' profeti. Di altri scritti risguardanti la letteratura , le 
arti belle e la storia va ricco del pari il presente volume. Vi è un 
ragionamento di Salvatore Bongi sulle marine lucchesi ; la prima 
parte della illustrazione de' principali monumenti della provincia 
di Lucca del pittore Enrico Ridola ; una memoria del prof. Giuseppe 
De' Giudici sui Lucchesi che insegnarono nell'Ateneo di Pisa , e un 
discorso di Carlo Minutoli , già altra volta dato in luce per cura 
del Cellini e del Ghivizzani , che s' intitola : Gentucca e gli altri 
Lucchesi nominati nella Divina Commedia (1). G. S. 

Nei funerali celebrati nella Metropolitana di Lucca 
ai XII di febbraio del 184*8 alla memoria del com- 
mendator Giovanni Pacini, Orazione del prof. Vincenzo 
Sartini, ed Epigrafi di Carlo Minutoli. Lucca, tipografia Giu- 
sti , 1868; in 8vo di pag. 28. 

A lodare degnamente Giovanni Pacini , meglio che un giovane 
nelle discipline filosofiche di assai liete speranze , richiedevasi un 
uomo che dell'arte musicale fosse profondo conoscitore. Il Sartini 
però si è tenuto saviamente sulle generali, e del compianto maestro 
ha dipinto con caldezza di affetto le doti del cuore e gli schietti 
costumi. E dalle sue parole potrà forse cavare giovamento chi si 
porrà a scrivere una vita compiuta di questo buon vecchio , al 
quale i Lucchesi stanno apparecchiando una medaglia, e l'altre città 
concorrono tutte per erigergli un monumento degno di lui e dell'arte. 

G. S. 

Ricordo di Emilio Boni. Firenze, tipografia Galileiana di 
M. Cellini e C. , 1868 ; in 8vo di pag. 12. 

Fu gravo danno per l'arte che morisse di soli ventitre anni questo 
buono e bravo pratese, che il Duprò stimava d'indole attagliatis- 
sima allo studio della scultura , nella quale die tali saggi che mo- 
strano chiaro quanto valente sarebbe un giorno riuscito. Dell' inge- 
rì) Dante e il suo secolo. Firenze , Tipografia Galileiana , 1864-. 



254 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

gno e de'costumi del Boni volle lasciare collo scritto presente un 
amoroso ricordo Cesare Guasti , che di consiglio e di aiuto gli fu 
largo in vita con affetto meglio di padre che d'amico. 

G. S. 

Relazione del luogotenente del Frinii Francesco Sa 
mito letta in Senato nel 1553, pubblicata per nozze 
Bianchi-Di Porcia. - In 12mo.di pag. 24. - Udine, tip. Seitz, 1868. 

Con quella chiarezza ed efficacia , onde vanno distinte le rela- 
zioni al Senato degli ambasciatori o luogotenenti veneti , viene il 
Sanuto a dirci lo stato del Friuli nel 1553, e manifesta le molte di- 
scordie che lo affliggevano. Udine si divideva nella parte di popo- 
lani e cittadini e in quella di castellani e nobili ; i primi , protetti 
dai Savorgnani -, i secondi , dai Colloredi e dai Torriani, portavano 
i mah umori anche nel consiglio e nel parlamento. Non ultimo danno 
si era la incertezza e la varietà delle giurisdizioni. I canonici di 
Aquileia , volendo, contro gli statuti, giudicare anche nei casi atroci, 
avvenne che proteggessero certo Serafino condannato a morte , fa- 
cendogli salvocondotto per Cento, ed un anno in compenso di un 
paro di capponi che ebbero in dono da lui. Frequenti le uccisioni 
anche per cause da nulla : così a Spilimbergo per il medico e mae- 
stro di scuola o per la fabbrica di una cisterna. Fra Gemona e Ven- 
zone poi fervevano gli odii continuamente. Si scusa il luogotenente 
contro chi gli apponeva la troppa severità , esclamando : « E che 
severità è la mia ? se in tutto il mio reggimento non è stato fatto 
morir alcuno , né cavato sangue ad alcuno , e che però beati qui 
persecutionem patiunt propter iustitiam ». - Ducati 10633 erano le 
entrate del Friuli , ducati 10493 le spese ; per la città di Udine , i 
dazi rendevano 4400 ducati ; le spese ordinarie erano di soli 3000. 
Stava sguernita la città di materiali da guerra e le ordinanze , sot- 
to 5 capitani , erano 1885. Né si trovavano in miglior condizione 
la fortezza di Marano e il castello di Monfalcone : Osoppo solo era 
validamente custodita dai Savorgnani. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 

Due pareri sulla fortificazione di Udine e Palma nel 
secolo XVI , per nozze Bianchi-Di Porcia. In 12mo, di pa- 
gine 24. Udine , tip. Seitz , dicembre 1868. 

Francesco Malacrida veronese, ingegnere militare richiesto dalla 
repubblica veneta del suo avviso intorno alla convenienza di forti- 
ficare la città di Udine indifesa, si pronunzia pel novello scritto 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 255 

del 18 febbraio 1567 , addueendo clie il largo piano , la distanza 
'di 14 miglia dal varco settentrionale e di 20 dall'orientale, la dif- 
ficoltà di ricever soccorsi per terra e per mare , renderebbero vana 
la impresa, Solo consiglia di munire la città contro un assalto im- 
provviso. 

Buonaiuto Lorini fiorentino , altro ingegnerò militare, suggerisce 
in un discorso del 15 giugno 1600 il modo di porre termine alla 
fortezza di Palma , già decretata fino dal 1593 , ma lentamente 
continuata ne' suoi lavori. Un canale navigabile che da Palma ar- 
rivi al mare pel fiume Ausa , provisione di pietre cotte e calcina , 
e in ultimo la muraglia intorno alla fortezza : tali avvedimenti ren- 
derebbero l'opera sollecita e facile con risparmio di denaro. Lo 
scritto poi entra in materie tecniche e contiene una difesa del Lo- 
rini a certe censure che gli erano mosse « per oscurare le tante 

fatiche da me fatte in 22 anni di servitù , e tutto per apportare 

qualche notabil beneficio a questa felicissima e meritissima Re- 
pubblica ». 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 

Sbullettino della Società Senese di Storia Patria Mu- 
nicipale. Volume 1.° dal 1865 al 1867. Siena, Moschini, 1868. - 
In 8vo di pag. 208. 

Ai cultori degli studi storici non giungerà discaro questo volu- 
metto della Società Senese di Storia Patria, che offre un primo 
saggio delle sue modeste ma perseveranti fatiche, e ce ne presen- 
ta , quasi diremmo, la tìsonomia. La Società Storica Senese, fon- 
data nel settembre del 1863 da Filippo Luigi Polidori (del cui nome 
ai benevoli ed assidui lettori dell'Arc/tmo Storico non è bisogno di 
fare elogio) e da altri quattordici cittadini, ha conservato fin ora, 
secondo la mente di chi le die' vita, il carattere di associazione 
affatto privata; e le sue adunanze, che con nome antico senese si 
vollero chiamare Raccolte, danno aspetto di conversazioni fami- 
liari , dove le questioni storiche son discusse alla buona , ma non 
senza frutto.' 

Oltre al resoconto delle Raccolte, il Bullettino contiene anche 
varie Memorie storiche lette dai soci, alcune delle quali meritano 
una speciale menzione: e sopra tutte, il Rapporto della Commis- 
sione per la ricerca di tutto elee in Siena si riferisce a Dante Ali- 
ghieri e alla Divina Commedia. I ricordi di Dante in Siena e gli 
accenni a cose senesi che s' incontrano nel suo poema, sono trat- 
tati in quel Rapporto brevemente , ma con diligenza e con critica 
assennata; ed è in special modo lodevole l'articolo su Montaperti, 



256 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

dove si dà di quel famoso campo di battaglia un'accurata ed evi- 
dente descrizione. Del dottore Carlo Francesco Carpellini, al quale, 
come relatore, spettala lode principale del Rapporto sopraccitato, 
si pubblicano nel Bullettino anche altri lavori: uno dei quali, diviso 
in due parti, tratta delle origini della città di Siena: argomento 
pieno d'incertezze e d'oscurità, ma che l'autore, a dir vero, ha 
saputo rischiarare con molta e minuta erudizione. Sono pure note- 
voli due sue letture sull'ordinamento politico della Repubblica se- 
nese nel secolo XIV; nella prima delle quali parla della costituzione 
del popolo, degli statuti, dei Consigli, e del supremo magistrato o 
signoria; e nella seconda, dell'ufficio del Potestà. 

Così ha cominciati i suoi lavori, senz'altro aiuto oltre la pro- 
pria operosità e l'amore alla Storia patria , la Società senese : né 
qui vogliamo asserire che abbia dato fin ora grandi frutti ; ma pure 
ci sembrano tali da fare bene sperare del suo avvenire ; di che ci 
assicura anche la sua indipendenza da ogni forma accademica e da 
ogni legame burocratico. Le auguriamo per ciò fin d'ora, a vantag- 
gio degli studi storici, un progresso sempre crescente , e la bene- 
vola cooperazione di quanti amano la vecchia storia dei nostri co- 
muni , che è storia dei principi] veri della nazione. C. P. 

Di Giacomo della Guercia scultore senese, e della sua 
fonte nella Piazza del Campo in Siena, Studio storico 
del doti. C. F. Carpellini. Seconda edizione, con appendice di 
documenti inediti.- Siena, Tip. Bargellini, 1869. - In 8vo di pag. 51. 

Il rinnovamento della Fonte Gaia nella piazza del Campo in Siena 
ha dato occasione a quest'opuscolo : nel quale il signor Carpellini 
ha diligentemente raccolte quante più seppe notizie di Giacomo e 
delle sue opere , e le ha disposte con semplice forma per ordine 
cronologico, rettificando vecchi errori e nuove cose esponendo. Così, 
con ragionevoli congetture, riporta al 1371 l'anno della nascita di 
Giacomo, posta dal Vasari nel 74, e restituisce poi al padre di lui, 
il quale dal Vasari medesimo fu chiamato Filippo , il suo vero nome 
che è Piero d'Agnolo, come comprovano i documenti. Del luogo 
dove Giacomo nacque, non si ha notizia certa; e « nulla prova 
che nascesse in Quercia grossa », e che da questo castello traesse 
il nome: che anzi il Carpellini dimostra essere erroneo l'appellativo 
della Quercia, che comunemente gli viene dato , e doversegli re- 
stituire l'altro della Guercia, come portano le antiche carte; che 
è nome derivato dal tedesco Werk, opera , e che soleva darsi « agli 
operai dei lavori sotterranei dei bottini, dei fori , e delle miniere ». 
Il lavoro della Fonte fu allogato a Giacomo nel 1409, per il prezzo 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 257 

di 1600 fiorini d'oro; e nel 12, fu messo mano all'opera. Il primo 
disegno venne poi ampliato, assegnandosi a Giacomo, per il mag- 
gior lavoro, un aumento di prezzo; e il 20 ottobre 1419, la Fonte, 
condotta al suo termine, fu consegnata al Comune. La somma che 
costò tutto il lavoro fu di 2320 fiorini d'oro, che (secondo la dottrina 
dell'illustre Cibrario , seguitata dal Carpellini) ragguagliano a li- 
re 50,755 e centesimi 80 della nostra moneta. 

A parer nostro, la stupenda opera di Giacomo della Guercia 
sarebbe meritevole d' un'amplissima illustrazione storica : ma in- 
tanto queste poche pagine del dottor Carpellini, le quali possono 
essere schema d'un lavoro di maggior mole, giungono utili ed op- 
portune , oggi che la vecchia fonte , tanto miseramente deperita , 
è fatta nuovamente viva, e restituita nella sua integrità all'ammi- 
razione del pubblico , dalla valentia dello scultóre Tito Sarrocchi. 

C. P. 

Intorno alla vita e all' insegnamento di Vittorino 
da Feltrc Lettere di Sassolo pratese volgarizzate 
con alcune notizie intorno alla vita e agli scritti 
dell'autore. In 8vo di pag. 72. In Firenze coi tipi di M. Cel- 
imi e Comp. alla Galileiana 1869. (Estratto dal girnale La Gio- 
ventù , Nuova serie, Voi. Vili, gennaio-marzo 1869). 

Volevo dir subito come da questo libretto potrebbero impararvi 
assai parecchi maestri e qualche cosa anche quelli che parlano 
tanto di scuole e d'ordinamenti scolastici. Ma il discorso sarebbe 
stato fuori di luogo : e poi che giova portare innanzi la esperienza 
de' vecchi, quando per tutto ciò che si ha da fare, la passione si mette 
innanzi alla ragione ? Dirò che queste due lettere di Sassolo pra- 
tese che Cesare Guasti da filologo dotto ripubblica nel testo latino 
e con un volgarizzamento, come ne sa far lui, elegantissimo , fanno 
veder chiaro che la scienza pedagogica non è nata oggi né ieri ; e 
che fu già portata molto innanzi da quel Vittorino che era « non 
pure uomo integerrimo e santissimo , ma eziandio precettore pru- 
dentissimo , e la sua disciplina il più retto sentiero che vi sia alla 
virtù » (pag. 45) ; da quel Vittorino, del quale Vespasiano da Bisticci 
scriveva : « Cosi vorrebbono essere fatti i precettori , che non solo 
insegnassino la lingua latina e la greca , ma i costumi , che sono 
sopra tutte l'altre cose di questa presente vita ! » 

Sanno gli eruditi come Cesare Guasti fino da' più giovani anni 
s'ò dato a raccogliere le notizie concernenti alla storia letteraria 
e civile della sua nativa Prato , e come vi perseveri con amor di 
figliuolo. Tra gli antichi suoi concittadini gli parve sempre degno 

Arch. St. [tal., 3. a Serie, T. IX, P. I. 33 



258 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

d'esser rimesso in onore nella memoria degli uomini questo Sassolo 
che ebbe la stima e l'affetto di Poggio Bracciolini , d'Ambrogio Tra- 
versai^ , del Filelfo e d'altri insigni letterati del Quattrocento; che 
meritò d'esser tenuto da Vittorino da Feltre in conto di figliuolo più 
che di discepolo, e che nel fiore degli anni , quando più gli ridevano 
le speranze della vita, fece una morte veramente compassionevole. 
E tanto più ebbe ragione di crederlo degno di esser celebrato , per 
l'esempio che lasciò di riconoscenza a chi lo aveva guidato nella via 
della vera sapienza, difendendo il maestro dalle stolte censure d'un 
malevolo , con parole che si leggono con diletto e volesse Dio anche 
con frutto. Quindi ha frugato nelle carte degli archivi , ha inter- 
rogato i contemporanei e ne ha messo insieme un Commentario dove 
il bel garbo dello scrittore fa comparire amabili le minutezze 
dell'erudito diligente e assennato. A. G. 

Le nozze di Eleonora de' Medici con Vincenzio Gon- 
zaga descritte da Simone Fortuna. Opuscolo in 8vo di pag. 20; 

In Firenze , coi tipi dei Successori Lemonnier , 1868. 

Peccato che queste curiosità storiche , che di tanto in tanto si 
levan fuori dagli armadi dei pubblici archivi vadano a smarrirsi coi 
cartocci da confetti! All'opuscolo che Guglielmo Enrico Saltini e 
Carlo Gargiolli pubblicarono l'anno passato per festeggiare lo sposa- 
lizio di un professore colla figliuola d'un letterato (nozze Pacinotti- 
Bicchierai) toccherà, speriamo, miglior sorte. E lo merita davvero. 
Simone Fortuna , agente diplomatico del duca d'Urbino Francesco 
Maria II della Rovere alla corte di Francesco I granduca di Toscana, 
poi canonico e arciprete del duomo di Firenze , era un brav'uomo, 
e di quei diplomatici che osservavano attentamente ogni cosa e ne 
facevano relazione ai loro governi con modo franco, spigliato, ele- 
gante sì che le loro scritture fanno conoscere i tempi meglio di 
certe storie. Colla presente lettera , scelta bene fra molte altre 
del medesimo Fortuna conservate nell'Archivio di Firenze , l'autore 
descrive brevemente, ma con chiarezza e precisione, le feste che 
Francesco I fece fare nella capitale della Toscana quando la sua 
Eleonora si maritò con don Vincenzo Gonzaga figliuolo di Guglielmo 
duca di Mantova. Da poche parole si rileva la natura di don Vin- 
cenzo , passionato per la caccia e per altri divertimenti , « che ti- 
rava al tedesco e a quelle maniere massimamente nel bere spesso »; 
che di sornione si faceva tutto a un tratto vivacissimo buttandosi 
al divertimento in maniera che il granduca doveva pregarlo che 
non si riscaldasse tanto. Si sente che il cardinale Ferdinando, che 
poi doventò granduca , era in ruzza col fratello ; e che l'altro car- 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 259 

dinaie Alessandro d'Ottaviano de'Medici, allora arcivescovo di Fi- 
renze , poi pontefice col nome di Leone XI , era dato agli agi e 
alle santimonie. Si sa come tra i pubblici divertimenti c'erano sem- 
pre la caccia del toro, il giuoco del calcio, il giuoco così detto dei 
sassi che facevano i tintori e i battilani in via Larga , specie di bat- 
taglia che spesso diveniva accanita , e il palio delle bufale. Ed 
è curioso a leggere come il granduca stava da sé sulla porta del 
suo palazzo , mentre v'entrava il corteggio « a ritenere le genti ». 

A. G. 
Tre lettere di Simone del Pollaiolo detto il Cronaca. 
In 8vo di pagine 16 ; Firenze , tipografia all' insegna di San- 
t'Antonino , 1869. 

Anche questo è un opuscoletto stampato per onorare una coppia 
di sposi. Il Cronaca , l'architetto famoso , continuatore del palazzo 
Strozzi cominciato col disegno di Benedetto da Maiano , sappiamo 
ora , per recenti indagini , e ce lo dice l'editore in una nota , fu 
figliuolo di Tommaso d'Antonio di Frosino di Naldo , e non ebbe 
parentela cogli altri artisti Antonio e Piero del Pollaiolo. Le tre 
lettere, delle quali una era già stampata, ma in pochi esemplari, 
e le altre due ricavate da un manoscritto stroziano della Biblioteca 
Nazionale di Firenze , ci mostrano come il soprannome di Cronaca 
gli stette bene « per la cura d' informarsi dei successi più rumorosi 
che accadevano alla giornata » e le « possono aversi come pagine 
staccate da un diario , dandoci particolarissimi ragguagli su li avve- 
nimenti contemporanei : quella del 97 racconta i fatti di Piero e del 
Savonarola ; e l'altre due trattano dell' impresa di Piombino , fatta 
dal Valentino , e della guerra tra Spagnoli e Francesi >. Sono indi- 
rizzate a Lorenzo Strozzi , fratello di quel Filippo che morì in for- 
tezza da Basso. L'editore è il giovane Iodoco Del Badia, impiegato 
nell'Archivio di Stato di Firenze ; che nelle poche ed eleganti pa- 
role della dedicatoria si mostra diligente , assennato e conoscitore 
delle cose del suo paese. A. G. 

Lettere edite ed inedite del cav. Dionigi Strocchi , 
ed altre inedite a lui scritte da nomini illustri . 

raccolte e annotate a cura di Giovanni Ghinassi. Due voi. in 
16mo; Faenza, dalla Tip. di Pietro Conti, 1868. 

A chi tiene in pregio i buoni studi non c'è bisogno di rammen- 
tare i meriti di Dionigi Strocchi di Faenza. Colle belle traduzioni 
degl'inni di Callimaco, della Buccolica e della Georgica di Virgilio 
e delle poesie di Lodovico re di Baviera , con versi originali e con 
prose di bella forma e di concetti buoni contribuì , nella fine del 



260 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

secolo scorso e in tutta la prima metà del presente, a quella restau- 
razione delle lettere che doveva essere apparecchio al risorgimento 
della gloria italiana. Si trovò in mezzo a molte e varie vicende , 
ebbe familiarità con molti uomini e coi più illustri de' suoi tempi; 
ebbe uffici pubblici nell' insegnamento e nel governo della provincia 
nativa , portandovi quell'affetto vivissimo al bene comune che ebbe 
sempre acceso nell'animo. E se può farglisi il rimprovero , che egli 
stesso senti nella coscienza, d'aver dato l'opera sua a tutti i governi 
che furono nello spazio di quasi mezzo secolo , « fu sempre magi- 
strato saggio , integro sì che da ricchi uffici uscì più povero di 
quando eravi entrato , avendo assottigliato d'assai la sua agiata 
fortuna ». Il cavaliere Giovanni Ghinassi , pubblicando nel 1856 il 
volgarizzamento delle poesie di Lodovico re di Baviera (Prato, per 
Ranieri Guasti) parlò degnamente di questo suo concittadino , raffi- 
gurandone la immagine con fedeltà. Ora , animato dalla medesima 
carità del natio loco e dall'amore che porta alla memoria dello 
Strocchi , col quale ebbe cara consuetudine , ha raccolto e dato in 
luce tutte le lettere che dopo molte pazientissime ricerche gli è 
riuscito trovare, o scritte da lui , o a lui scritte da uomini di meri- 
to , tra i quali si trovano i più qualificati del suo tempo, corredan- 
dole di molte e molte annotazioni. Queste lettere , bene scelte e 
bene disposte in ordine di tempo, abbracciano un lungo corso d'anni 
cioè dal 5 ottobre 1783 fino al 7 marzo 1850 poco più d'un mese 
prima della morte dello Strocchi. Sono a leggersi piacevoli e istrut- 
tive come tutti gli epistolari degli uomini che hanno speso onora- 
tamente la vita adoperandosi in un modo o in un altro in servigio 
della patria ; e ci aiutano a conoscer meglio l'età nostra ed a spie- 
gare le ragioni di tanti fatti , principalmente come son venute edu- 
candosi le ultime generazioni. 

A. G. 



ERRATA CORRIGE. 



'ag. 3o y. 10, in luogo di Volterraneo si legga Volterrano 

' 1 ?>1 n 6, » pontifice n pontificie. 



ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 

FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



E CONTINUATO 



A CURA DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE 



DELLA TOSCANA , DELL'UMBRIA E DELLE MARCHE 



Si: RIE TE lift A 



Tomo IX - Parte IL 

Anno ÌHìW) 



IN FIRENZE 

PRESSO G P. VIEUSSEUX 
c.)i lipidi M. Cd lini eC. alla Galileiana 

1869 



DOCUMENTO INEDITO E SCONOSCIUTO 



CHE RIGUARDA 



DANTE ALIGHIERI 



AVVERTIMENTO. 

Dopoché i moderni storici ed eruditi , hanno con 
squisita diligenza ricercato e raccolto ogni più minuto 
particolare della vita del nostro maggior poeta , pareva 
che niente altro , o almeno ben poco si potesse trovare 
di nuovo intorno a lui nelle scritture contemporanee. 
Nondimeno io ho avuto la ventura , che così voglio 
chiamarla , di scoprire che egli ebbe un pubblico ufficio, 
invero di non molta importanza, ignorato da tutti i suoi 
biografi. E questo si conosce ora mediante una perga- 
mena che servì di coperta ad un libro di atti civili di 
messer Tedice del Fiesco stato potestà di Firenze nel 1359. 
Nella qual pergamena conservata nell'Archivio Centrale 
di Stato in Firenze è trascritta in copia sincrona una 
petizione presentata nell'aprile 1301 a' Sei uffiziali sopra 
le vie , piazze e ponti della città , dove si dice che la via 
di San Procolo , oggi de'Pandolfìni e parte di quella del- 
l'Agnolo larga e diritta fino al Borgo della Piagentina , 
era da questo borgo fino al torrente Affrico, stretta, tor- 
tuosa , e in cattivo stato : perciò si domanda che sia allar- 
gata, addirizzata e racconcia, e che la casa di un certo 
Ruba di Allerone, posta sulla linea della detta via di San 
Procolo e presso il Borgo Allegri, sia, perchè d'ingom- 
bro al libero passo, rovinata. Onde i Sei conosciuta la giù- 



4 DOCUMENTO INEDITO E SCONOSCIUTO 

stizia e la opportunità della domanda , ordinano che il 
lavoro proposto sia fatto in tutto e per tutto come si 
richiede , ed eleggono Dante Alighieri a soprastante ed 
officiale di esso , dandogli per notaio e cancelliere ser 
Guglielmo della Piagentina. 

Questo magistrato sopra le vie le piazze e i ponti 
della città , e che di più aveva l'ufficio di ricercare i di- 
ritti del Comune, fu istituito nel 1299, ed era formato di 
sei uomini eletti uno per ciascun Sesto. Durò poco, per- 
chè Ano dai primi anni del secolo XIV la sua autorità 
si vede essere ritornata nella Signoria, com'era per 
l'avanti. Ebbero in seguito questo carico delle vie gli 
ufficiali di Torre, e quando cessarono, passò ne'Capitani 
di parte guelfa. 

Il presente documento , che ci scopre un modesto 
ufficio sostenuto da Dante, avrebbe certamente poca im- 
portanza , considerato in se ; ma l'acquista grandissima 
se si riguardi all'uomo e alla scarsità delle notizie 
intorno alla sua vita pubblica. Oltre a ciò, sapendosi che 
tra le cose imputategli nella condanna di Cante de'Gab- 
brielli , quella di baratteria fu la principale , noi non 
avremmo il modo, senza questo documento, non dico di 
giustificare quell'accusa , che sarebbe fare un gran torto 
al poeta della rettitudine, il crederla vera, ma di spiegar- 
la. Certo l'essere egli stato de' Priori , e l'aver sostenuto 
varie ambascerie, non portava insieme coll'autorjtà anche 
il maneggio del danaro pubblico ; ma quando noi lo vedia- 
mo eletto a sopraintendere ad un'opera che richiedeva e 
maneggio e spesa di danaro , più facilmente intendiamo 
come l'accusa di baratteria potesse avere un apparente 
fondamento nell'esercizio di quell'ufficio. 

Vedemmo che ser Guglielmo della Piagentina fu ag- 
giunto a Dante come notaio e cancelliere. La più antica 
memoria che io abbia di questa famiglia della Piagen- 
tina è del 1266 , nel qual anno una madonna Lucia pin- 
zochera insieme con Tuccio suo fratello, ambidue figliuoli 



SU DANTE ALIGHIERI Z> 

d'Alberto, vendono alcuni loro beni al monastero di San 
Salvi. Da un altro loro fratello, di nome Gherardo, nacque 
il detto ser Guglielmo , il quale fu padre di quel maestro 
Alberto della Piacentina che tradusse in volgare il libro 
De Consolatitene di Boezio , più volte stampato , ed al 
quale oltre alcune poesie , è da qualche codice attribuita 
la celebre canzone Patria degna d' immortai fama , 
stampata" tra le rime di Dante. Ma dopo aver letto quello 
che se ne dice nella prefazione alla ristampa di quel vol- 
garizzamento fatta coi tipi del Barbèra e quel che ne ha 
scritto ultimamente con tanto belle e calzanti ragioni (1) 
il chiarissimo prof. Giuliani, oggi non sarà più nessuno 
che la voglia riconoscere per dell'Alighieri. 

Morì maestro Alberto intorno al 1339 lasciando di 
sé una sola figliuola chiamata Filippa. 

Finalmente coloro che a' nostri giorni hanno con 
tanto accanimento combattuto per mostrare che la vera 
forma del cognome di Dante, fosse Allaghieri ed A Ili— 
ghieri, piuttosto che Alighieri, troveranno in questo do- 
cumento una testimonianza di più per sostenere la propria 
opinione. G. Milanesi. 



providis et egregiis viris Nerio Peronis prò sextu.... 

Cristofero Rinierii Ferrantini prò sestu porte Sancti Petri 
offlcialibus prò comuni Fior, ad reinveniendum.... et conductio- 
num ac venditionum introituum et proventuum ad eorum 
manus perventorum , nec non expensarum factarum per 
eosdem.... in annis domini millesimo trecentesimo , indictione 
quartadecima, et subsequenter sub annis domini millesimo 
trecentesimo primo, indictione quartadecima, diebus et men- 
sibus infrascriptis. 

In Dei nomine amen. Super infrascripta petitione cuius 
tenor talis est. Exponitur corani vobis dominis sex officiali- 

(1) Vedi La Vita Nuora e il Canzoniere di Dante Allìyhieri , 
Firenze, Successori Le Monnier; 1868, a pag. 340 e seg. 



6 DOCUMENTO INEDITO E SCONOSCIUTO 

bus positis prò comuni Fior, super reinveniendis iuribus co- 
munis Fior, et viis mictendis et dirizzandis, quod via sancti 
Proculi que protenditur versus burgum de la Piagentina , que 
est multum utilis et necessaria hominibus et personis civita- 
tis Florentie , maxime propter vittualium copiam habendi , et 
magis , eo quod populares comitatus absque strepitìi et briga 
magnatum et potentum possunt secure venire per eandem ad 
dominos priores et vexilliferum iustitie, cum expedit; et quod 
dieta via et porta (1) diete vie cum magno animi fervore et 
pecunie dispendio facta et etiam missa est trattatu et motu 
priorum et vexilliferi et officiorum predecessorum vestrorum. 
Quare , cum dieta via nuper dirizzata et protensa sit usque 
ad burgum de la Piagentina, et a dicto burgo obliqua, tortuosa 
et arta sit usque ad Africum ; et etiam quedam domus Rube 
Alleronis sit et permaneat super linea diete vie iuxta burgum 
Allegri , ita quod additus et iter diete vie expeditus esse non 
potest absque destructione diete domus , et oporteat omnino 
dirui et destrui prò opere diete vie ; petitur a vobis , quatenus 
velitis et vobis placeat-quod dieta via dirizzetur , amplietur, 
reattetur et in meliorem statum reducatur a dicto burgo de la 
Piagentina usque ad Africum ; - et etiam quod dieta domus 
dirui debeat omnino , - et quod ad predicta - vobis placeat eli- 
gere infrascriptos offlciales prò comuni Fior., qui predicta man- 
dent executioni, -et prò expediendis predictis - et prò solven- 
do pretio diete domus secundum extimationem per infrascriptos 
offlciales faciendam, possint elicti offlciales, - impositam facere 
imam et pluries et eas recolligere , - et confìteri illis personis 
et locis ad quos et quas conspettabit utilitas et conmodum 
predictorum , - et in ea quantitate modo et forma quod eis pla- 
cuerit prò dicto opere executioni mandando. Possint etiam 
dicti offlciales dictam pecuniam ad eorum manus pervenien- 
dam, con vertere in opere diete vie et in emendatione et opere 
et pretio diete domus. Teneantur dicti offlciales dictam viam 
dirizzandam per eos et que nuper dirizzata est , usque ad 
burgum de la Piagentina , facere lastricari sive inghiaiari bene 
et conmode , ita quod iri possit , et reparationem facere , ita 

(1) Ossia la porta detta Guelfa, per lungo tempo stata murata, ed oggi 
riaperta. 



SU DANTE ALIGHIERI 7 

quod ianali (sic , leggi iemali) et extivo tempore possit iri 
eques et pedes : et prò inmissione et dirizzatone diete vie , 
possint dicti officiales restituere et cedere et tribuere illis 
personis per quarum terrena mitteretur dieta via nova , lo- 
cum et terrenum vie veteris , si eis videbitur. Possint dicti 
officiales - facere lastricari et attari dictam viam , dare 
cursum aquis , acqueductus instruere - et aqueductus et 
cursus aquarum removere , de novo ordinare ad eorum arbi- 
trium et voluptatem. Possint etiam dicti officiales salarimi! 
eorumdem quod recipere debent secundum stanziamenturn 
et provisionem alterius officii supradicti, imponere et exigere et 
solvi sibi ipsis absque eorum gravamine. Possint etiam - sol- 
vere alias expensas factas prò inmissione et dirizzatione vie 
predicte usque ad burgum de la Piagentina - iure debentibus 
recipere ; - et per dominos potestatem et capitaneum et eorum 
officiales perpetuo debeat observari et executioni mandari. 
Prenominati domini sex ufficiales visa dieta petitione - au- 
dita namque ineffrenata querela quam plurimi et plurimi vici- 
norum diete vie et consuetudine liabitantium per eandem , prò 
comuni utilitate omnium et singulorum possessionem haben- 
tium ab utraque parte diete vie et etiam totius comunis Floren- 
tie dicentium et adstantium , quod ipsa via tam lionorabiliter 
protensa et dirizzata usque ad burgum de la Piagentina , a dicto 
burgo de la Piagentina usque ad Africum est tortuosa, arta, 
stricta et inepta, -et visa dieta domo et via, vigore - et balia 
eis concessa, per solempnia et opportuna Consilia comunis 
Fior., ut de ipsius auctoritate et balia publiee constat scripta 
facta manu Ser Bonsignoris Guezzi de Mutina notarii consi- 
liorum reformationis comunis et populi Fior.; et autoritate et 
balia eis concessa - per dominos priores artium et vexilliferum 
iustitie, ut in electione de eis facta publiee scripta mauu 
Ser Alonis Guccii Alonis notarii et tunc scribe dominorum 
priorum artium et vexilliferi iustitie plenius contìnetur: nec 
non auctoritate et balia eis concessa et super addita per subse- 
quentes dominos priores artium et vexilliferum iustitie , pu- 
bliee scripta manu Ser Iuntini Spigliati notarii et tunc scribe 
dictorum dominorum priorum artium et vexilliferi iustitie; 
ordinaverunt , quod dieta via et strata a dicto burgo de la 
Piagentina usque ad Africum dirizzetur, amplietur, affossetur, 



8 DOCUMENTO INEDITO E SCONOSCIUTO 

inalcetur, inghiaietur et lastricetur, et quod predicta domus 

diruatur, et de loco predicto elevetur et eiusdem domus so- 
lura et casolare seu terrenum prò via poni et removere et 
omnia et singula supradicta fieri - secundum infrascriptorum 
sagacium et prudentium virorum conscientie puritatem. Quos 
probos viros officiales et superstites fecerunt ordinaverunt et 
composuerunt ad predictam viam actandam et dictam domum 
destruendam et omnia et singula supradicta - facienda expen- 
sis - omnium et singulorum populorum , vicinantiarum , co- 
munitatum et populorum et personarum speci al ium - circum- 
stantium diete vie et strate et possessiones seu terrena haben- 
tium circa eandem et aliorum omnium -pro dieta via mittenda 
dirizzanda et amplianda et prò mendo et satisfactione et pretio 
diete domus destruende - et prò magistris , manualibus ser- 
vientibus et numptiis , et prò cartis et quaternis de papiro 
et de menbranis et prò lapidibus , calcina, terra, ghiaria, et 
arena, et prò mendo et satisfactione terreni . positi seu po- 
nendi in dieta via, liceat iamdictis officialibus imponere 
omnibus et singulis supradictis - usque ad concurrentem 
quantitatem : habita ratione de denariorum et pecunie quan- 
titate iam imposita et exatta per alios officiales diete vie - 
Quam pecuniam expendant et expendere teneantur et de- 
beant in reparatione , dirizzatione , et fortificatione et lastri- 
catione et opere diete vie et strate, et etiam in destructione 
et emendatone et pretio diete domus , - dantes , dictis officia- 
libus - in omnibus et per omnia que in dieta petitione et 
expositione plenius et latius continentur , - plenum offiemm, 
auctoritatem , baliam. - Ad quorum omnium et singulorum et 
dependentium ab eisdem observationem - teneantur domini 
potestas et capitaneus , iudex gabelle et camere, iudex sindi- 
catuum et appellationum et ceteri officiales comunis Fior. Offì- 
cium quorum officialium inchoetur - ea die qua dictum eorum 
oftìcium iurabunt et duret a dieta die ad duos menses pro- 
ximos venturos , sine aliquo salario. Nomina quorum officia- 
lium lieo sunt: 

Dante de Allagherijs offìcialis et superestans. 
Ser Guillelmus de la Piacentina notarius et «lieti officia- 
lis, scriba. 



SU DANTE ALIGHIERI 9 

Acta provisa et declarata fuerunt predicta omnia et sin- 
gola per dictos dominos sex officiales Florentie in apotheca 
in qua ipsi morantur prò eorum officio exercendo , sita apud 
palatium domini capitanei , sub anno domini millesimo tre- 
centesimo primo , indictione quartadecima , die vigesimo 
octavo aprilis, presentibus testibus Ser Nuto Benvenuti no- 
tano populi Sancti Iacopi inter foveas , Puccio Dietisalvi, 
populi sancti Benedicti , et Tuccio Ridolfi, populi Sancti Simo- 
nis , et aliis. 

Ego Benvenutus quondam Nuti de Rignano imperiali 
auctoritate ordinarius iudex et notarius , predicta omnia et 
singula, prout in attis predictorum officialium scripta per su- 
perdictum Ser Iohannem notarium inveni , ita hic fideliter 
exemplando trascripssi , meumque signum apposui. 



Anni. St. Ital. , 3.» Serio, T. IX , P. I. 



CARTEGGIO DELL'ABATE FERDINANDO GALIANI 

COL 

MARCHESE TANUCCI 

(-1759-1769.) 
PUBBLICATO DA AUGUSTO BAZZONI 

Avvertimento. 

L'abate Ferdinando Galiani lasciò fama di buon eco- 
nomista e di passionato cultore di alcuni rami dell'umano 
sapere , come fu tenuto uomo di grande spirito e dotato 
di meravigliosa sagacità nel dire. Le sue arguzie, i suoi 
modi facili , le sue risposte pronte e calzanti sono tut- 
tora rammentate, a Napoli particolarmente, come quello 
che piene di finezza e di vivacità , destano non piccola 
ammirazione (1). 

Fin dalla sua giovinezza voltò lo ingegno a svariata 
erudizione , di cui sparse larga copia ne' suoi scritti , 
tutti notevoli per disinvoltura , per giudizio sicuro , per 
concetti profondi. In ciò deve avergli grandemente gio- 
vato il conversare cogli uomini più chiari di Napoli , 
ove andò in età di sette anni (2) , e le cognizioni pere- 
grine dello zio paterno , Celestino , primo cappellano del 
re. Per suo mezzo , egli potè stringersi in relazione con 
persone di alto paraggio e frequentare compagnie le più 
in credito ne' suoi tempi : questi e quelle sarebbero bei- 
ti) È molto conosciuta la seguente. Venuto il Galiani dinanzi a Luigi XV, 
i cortigiani ne misero in canzone la piccola statura ; egli allora si rivolse al 
re , e disse : « Sire , vous voyez à présent 1' échantillon du secretaire , car le 
secrétaire vient après ». 

(2) Egli nacque a Chieti il 2 dicembre 1728 , ove suo padre Matteo era 
auditore regio. La sua famiglia era di Foggia ; a venti anni ebbe gli ordini ec- 
clesiastici. 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 11 

l'argomento a curiosa monografia , che dovrebbe descri- 
vere le costumanze e il movimento intellettuale della 
società napoletana di allora. Si fu pure per mezzo dello 
zio che conobbe il marchese Tanucci , il quale pose nel 
giovane abate molto affetto e stima illimitata. Il po- 
tente ministro pregiando le belle doti , ond'era fornito il 
Galiani , ebbe vaghezza di toglierlo al modesto impiego 
demaniale, e lanciarlo in campo più vasto, ove il suo 
talento spiccare potesse volo più ardito. Fu allora che 
lo designò segretario all'ambasciata napoletana in Parigi 
(10 gennaio 1759). 

Il Galiani ricevè a malincuore l'arduo incarico, che 
gli dolea il lasciar Napoli , gli amici , il dolce clima , la 
splendida bellezza di que' luoghi incantevoli , e temeva 
di non reggere debitamente alle difficoltà dell'ufficio. Ma 
fidando nella indulgenza del suo protettore, obbediente si 
sottomise a' voleri di lui , non senza però raccomandarsi 
di servirgli di guida nell' aspro cammino. « Si degni V. 
E. , gli scrivea nella prima lettera da Roma , dirigermi 
ed istruirmi , giacche io mi trovo in un mondo nuovo , e 
levato da un paese dove non si parla di niente per andare 
in altri dove tutto si fa e si dice » (4 Maggio 1759). 

Giunto a Parigi , il nuovo metodo di vita , le esigen- 
ze di una etichetta severa e rigida , l' aria diversa da 
quella di Napoli, le abitudini di quella vasta città, ope- 
rarono siffattamente sullo spirito e sulla salute sua , che 
non desisteva dallo impetrare e dal re e dal Tanucci il 
permesso di ripatriare , ritornando alla piccola sua occu- 
pazione. E tanto era fisso in questo pensiero , che in un 
momento di disperata esaltazione , scrivea al ministro : 
< Signore, a me è impossibile restare a Parigi : dieci mesi 
di febbre è il minimo di quel che ho sofferto. Un' am- 
basceria , un cardinalato , un serraglio non mi tente- 
rebbero a restar qui » (10 Marzo 1760). 

Se non che al ministro talentava che egli fosse 
colà rimasto ; perciò lo abboniva , promettendogli il ri- 



12 LETTERE DELL'ABATE GALIANI. 

chiamo, che sempre si faceva attendere, ma non giun- 
geva mai. 

Avvenne intanto che l'ambasciatore marchese di Can- 
tillana , dovette per domestica bisogna portarsi in Spagna. 
Allora il Galiani restò incaricato d'affari, reggendo la le- 
gazione. Questa novella carica, tuttoché provvisoria, pare 
che lusingasse fortemente l'amor proprio dell'abate , che 
ne stuzzicasse l'ambizione, e che gli facesse salire al 
capo i fumi dell'orgoglio ; talché gli coceva di discendere, 
al ritorno di Cantillana , al novero dei segretari , i quali , 
a suo dire, non godevano di veruna considerazione (1). 
Ma a poco a poco egli andava abituandosi a quel genere 
di vita ; e quantunque di quando in quando chiedesse di 
essere richiamato , finì coli' appellarsi pianta parigina (2). 
Ed a rendergli , se non gradito almeno sopportabile il 
soggiorno di quella metropoli , deve dicerto avere con- 
corso la benevolenza di re Luigi XV, la deferente stima 
del conte Choiseul , ministro delle relazioni esteriori , 
l'amistà contratta coi precipui dotti parigini , special- 
mente cogli Enciclopedisti, alle idee de' quali egli si ap- 
pressava di molto, avversando la setta gesuitica e la 
parte retrograda. A questa ed a quella ei non rispar- 
miava i suoi frizzi , le sue punture , come spesso lancia- 
vane ai prelati , non esclusi i cardinali , di cui mettea 
in ridicolo la grossa ignoranza. Nel suo soggiorno a 
Roma egli avea potuto conoscere quali vizi e quanta 
corruttela rodessero la corte papale , e quali funeste 
conseguenze ne sarebbero scaturite , se non si fosse 
frenato lo influsso del predominio sacerdotale. 

La corrispondenza del Galiani col Tanucci è di un 
interesse e di una importanza incontestabili. Essa è 
scritta con tanto sapore , con tanta franchezza , con tanta 
grazia, con tanta varietà di dettato che poche possono 

(1) Lettera del 15 settembre -1760. 

(2) Correspondance de l'abbé Galiani avec M. me d'Epinay. Paris-Ber- 
lin, 1818. 



LETTERE DELL'ABATE GÀLIANI 13 

stare in suo paragone. Il carattere di familiare dimesti- 
chezza, onde va improntata, lungi dallo scemare la sua 
bellezza , le aggiugne maggiore attrattiva. In essa l'ar- 
guto abate non appare uomo d'affari; ma il suo modo 
di considerare le cose e la maniera di portar giudizio 
sugli uomini , oltre di aver un punto pratico , non aereo 
né sentimentale , prova come egli fosse inclinato a con- 
siderare le vicende sotto un aspetto vero e prudente. 
Egli non perde mai di vista il bene del suo paese , e 
non si perita a dare frequenti consigli al ministro Ta- 
nucci , sia per la interna amministrazione , sia per le 
relazioni dell'estero. 

Il suo stile, alle volte faceto, alle volte ironico, 
spesso satirico non sarebbe da proporsi come modello 
agli odierni diplomatici : ma questi dovrebbero far tesoro 
del brio , della purità della forma e della facile andatura 
onde si serviva nello scrivere il piccolo abate , che seppe 
toccare anche bisogne di alto momento con incredibile 
vivacità. 

Il carteggio del Galiani si estende a dieci anni , che 
la prima lettera porta la data del maggio 1759 , l'ultima 
quella dell' 11 agosto 1769, quando da Genova scriveva al 
Tanucci di esser contento del suo posto assegnatogli, non 
del soldo, quale consigliere del magistrato di commer- 
cio. - Nel pubblicarlo noi ci proponemmo di far cono- 
scere sotto nuovo aspetto un uomo , il quale per il suo 
talento balzano e versatile, non potendo essere mediocre 
in nulla non fu nemmeno nello esporre gli avvenimenti, 
cui assistette, e nel ponderare le cause che li genera- 
rono. Noi scegliemmo le lettere più singolari e quelle che 
reputammo più atte a destare l'attenzione dei lettori: po- 
nemmo ad esse qualche noterella, ove il bisogno si mo- 
strò a facilitarne l'intelligenza (1). 

(1) Tutto il cartoggio del Galiani si trova nel grande Archivio di Napoli 
sotto la rubrica; Affari esteri-, -Ministri di S. M. in Francia, -Voi. N.* 90, 91, 
92 e seguenti. 



14 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 



Eccellenza. 

Sono, grazie al Signore, felicemente giunto qui : se non che tra- 
pazzato assai dal viaggio , e dall'accidente occorsomi d'aver passata 
questa notte sulla paglia d'una campestre stalla , non avendo po- 
tuto ieri sera arrivare a Velletri , perchè una orribile tempesta 
che venne fece avvilire i cavalli , e poi smarrire la strada al po- 
stiglione. La dentata, quantunque decrepita, Appìa anch'essa ha 
avuto gran parte a trapazzarmi ed a mangiarmi il danaro serven- 
dosi ore Tetri. Non sono ancora uscito. Andrò subito da Cerisano e 
da Orsini e da Portocarrero , ai quali tutti professo infinita ricono- 
scenza per le finezze ricevutene quando fui qui l'altra volta. Ab- 
braccerò poi gli amici, e fatte alcune facenduzie mie coli' ajuto 
del Signore partirò venerdì. 

Se s'andrà venerdì a Civita Vecchia per consiglio dei medici , o 
come alcuni dicono per allungare nectendo moras , la promozione, 
che qui tutti sospirano per la povertà che ne produce la tardanza 
che se ne fa. 

Ho trovato tutti i postiglioni della strada persuasissimi che un 
vescovo del nostro regno sarebbe tra un mese passato , e venuto 
qui ad esser cardinale. Così avea loro detto il secretano di questo 
prelato , che undici volte in questo solo anno ha fatta quella non 
piacevole corsa. Riferisco nudamente ciò che ho inteso ; e solo ag- 
giungo , che V. E. deve continuarci quel patrocinio in quovivimus 
movemur et sumus noi due nipoti d'un suo grande estimatore ed 
amico. Interceda a favor mio qualche benigno sguardo del nostro 
clementissimo re alla cui preziosa salute augurando lunghissima 
prosperità, e non minore a quella di V. E., umilmente le bacio le 
mani. 

Roma, 1.° maggio 1759. Dev.mo Osseq.mo Serv. Obb.mo 

Ferdinando Galiani. 



Dopo aver felicemente percorsa la bella Etruria , che mi parvo 
veramente deliziosa, ed aver aspettato il buon tempo in Pisa, 
partii di là il dì 12 sabato, ed imbarcatomi a Viareggio, a dispetto 
delle calme e del cattivo tempo sono giunto qui in Genova lunedì 
14 del corrente, e il giorno dopo mi pervenne per lo straordinario 
la lettera di V. E. la quale m' impone di lasciare i titoli , cosa che 
io non farò mai , non per quella ragione che altri addurrebbe , ma 
per non impegnarmi ad imitarla anche in quello stile , che lìnora 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 15 

mi pare aSWvrrov e che V. E. usa con una felicità, che lo fa credere 
facilissimo agli occhi di chi non ne fa saggio. Avrei continuato il 
cammino per mare , ma la peste e gì' Inglesi me 1' hanno vietato. 
Io non ho voluto espormi al rischio di fare impegnare le grandi 
potenze sulla mia miserabile persona , né a quello della insoppor- 
tabile quarantena se mi avessero visitato i corsari. Farò adunque 
la via che a nostro danno trovò Annibale , e che per l' infelicita 
d' Italia è stata pur troppo spianata. Via lunga e dispendiosa. Ma 
ci sono. 

Vengo ora dall'aver veduto il Serenissimo Doge. È stata una di 
quelle pochissime giornate oggi in cui egli ha ex S. C. permissione 
d'uscire. Cosigli sono stato presentato dal sig. Celesia, e ci ho lun- 
mente parlato. Mi ha versata molta politica , non so se da lui 
distillata tra' segreti del soglio o rammassata trai fango delle 
ciarle popolari nella sua privata fortuna. Mi ha descritta coerente- 
mente al discorso che vi fa il volgo la cagione della caduta d'Ense- 
nada , e mi ha detti molti pensieri del gabinetto di Spagna sulla 
creazione d'un Tutore del regno. Mi è parso estremamente gesuita. 
Io 1' ho sempre lasciato dire , ed egli mi ha trovato molto ignoran- 
te , e mi avrà forse creduto secretissimo. 

Le nuove sicure , che posso dare a V. E. sono che quella nave 
toscana vegnente da Alessandretta infetta di peste , che scorreva 
questi mari , è stata grazie al cielo fermata in Marsiglia , dove 
quattro altre di patente sporca sono anche state accolte. Alcune 
lance inglesi fanno la caccia ai corrieri di Francia, e vorrebbero a 
qualunque costo prenderne alcuno. Ne hanno inseguiti due. Ora si 
è mandato loro ordine di non imbarcarsi , ma hanno anche ardito 
di tentare di attrappargli in terra. Inquietano poi tutta la costa fa- 
cendo strane e inusitate cose. Broderich colla sua fiotta è all' isole 
di Hieres. 

Corse qui voce , che avesse fatto punto la banca di Londra , onde 
io vidi impalliditi molti visi. Si e poi saputo , che veramente non 
sono sospesi i pagamenti , ma tutte quelle agevolezze che si facea- 
no per facilitare il commercio sono mancate , e si avvisa da Lon- 
dra , che le strettezze sono per crescere vieppiù. Le azioni della 
banca sono perciò sbassate d'un quindici per cento di subito, e il 
nuovo impiego si rivende a un 6 per 100 di perdita. Vogliono qui 
per certo il Pretendente a Boulogne , e perciò la flotta inglese non 
verrà nel Mediterraneo. Taccio le nuove di Germania e di Francia. 
Io partirò sabato mattina non potendo farlo prima sì per aspet- 
tare l'ordinario di Napoli , sì per cambiare una lettera Bancale , 
che ha da servire in Parigi a farmi quel piccolo vestito , che mi 
avrà da coprirò. 



16 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

Mi raccomando a V. E. ; vorrei esser utile , o almeno non fallire. 
Ma mi manca talento ed espertezza. Domando a V. E. lumi; ella me 
ne dà ma troppo vivi ad una pupilla , che esce appena dall'oscurità. 
Si accosti più all' ignoranza di chi non ha altro di buono , che d'es- 
sere di V. E. 

Genova , 17 maggio 1759. 

U.mo Obb.mo Servitore 



Scrissi a V. E. da Genova, che avrei presa la via di Torino; 
ma siccome io lo facea con rincrescimento , così mi lasciai persua- 
dere dalla speranza che alcuni marinari mi dettero , che non avrei 
incontrati gì' Inglesi , e m' imbarcai. L'anomalia delle poste di Lom- 
bardia , la lunghezza della strada mi pesavano sul cuore. Andando 
per mare mi salvai dall'Alpi e da' postiglioni. Ebbi gran gusto di 
vedere la popolata riviera di Genova e quei luoghi tanto famosi 
nelle storie per essere state da' Barbari credute le chiavi e le ca- 
tene di quell'isola che il marchese dell' Hòpital meno istorico, che 
militare volea soggiogare tutta con quarantamila soldati. Non fu 
poi vero che gì' Inglesi fossero partiti di là. Trovai il temuto pinco 
annidato in una rada che è all'oriente di Villafranca , ed avea 
una preda. Benché passassi vicino non venne a ricercare di me la 
loro lancia. Nò mai attenzione eh' io sia per ricevere al mondo mi 
piacerà tanto quanto questo loro disprezzo. Così sono campato anche 
dagli Inglesi e dalla contumacia. Non mi parve vero d'arrivare a 
Nizza, dove mi convenne attendere un giorno i cavalli, e vi ricevetti 
mille cortesie dal sig. Saint Pierre console di Spagna, e del re, che 
è veramente onestissimo uomo. Mi è piaciuto traversare tanta parte 
di Francia ; nò posso esprimere a V. S. quanta maraviglia mi abbia 
cagionata la spopolazione di questo paese , che ho veduto fin ora. 
Si passano venti e trenta miglia senza incontrare una casa , e dal- 
l'alto delle colline non si scoprono se non pochissimi e piccoli vil- 
laggi. Mi presi il piacere di contare quanta gente avrei trovata per 
via da Antibo ad Aix , ed in centotrenta miglia di strada appena 
ho trovate in tutto settanta o ottanta persone. La Provenza è 
anche incolta. Del Delfinato non posso giudicare , giacché quella 
parte che se ne vede essendo la riva del Rodano , è veramente il 
butirro della Francia , e perciò bene coltivato. Dimani partirò di 
qui , e in quattro o cinque giorni sarò a Dio piacendo a Parigi. 

E proverò siccome sa di sale 

Lo pane altrui , e come è duro calle 

Lo scender e il salir per l'altrui scale. 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 17 

Qui non si aspettano più i gran sovrani. La flotta inglese di 
25 navi blocca Marsiglia. Bacio le mani a V. E. e me le raccomando. 
Lione , 1 giugno 1759. 



Giovedì 7 del corrente arrivai jon felice viaggio qui , e ritro- 
vai che il signor ambasciatore avea prevenuto quanto mi poteva 
bisognare con singolare benignità. Un buon appartamento , delica- 
tamente ammobiliato e pieno di quei comodi francesi che tra noi 
sarebbero lusso, hanno compensata la pena del lungo e faticoso 
viaggio. Non posso poi con parole esprimere a V. E. con quanta 
amorevolezza e distinzione m'abbia egli accolto e trattato e quanta 
riverenza vu.ole egli che mi prestino i suoi famigliari. Niente avrebbe 
mancato alla mia felicità , se una piccola febbre lo stesso giorno 
che arrivai non mi avesse fatta paura : 1' ho intesa più forte ieri. 
Oggi grazie al Signore ne sono libero ; e se non ritorna sarà stato 
più lo spavento che il danno. 

In questi giorni ho veduta gran parte del ministero estero , che 
è qui , e che viene a pranzo inaspettatamente. Vive questo amba- 
sciatore al pari o forse più splendido d'ogni altro , e così è più vi- 
sitato. Io ho avuto il dolore di trovarlo oppresso da malinconia e 
da disturbi per gli suoi interessi di Spagna , i quali vanno in ro- 
vina per le liti accesesi contro lui nella presente lamentevole com- 
binazione di quel gran regno. 

Trovo qui in assai maggior confidenza che io non credetti il ca- 
rattere di cui il re mi ha onorato ; e diviene anche più grande 
dalla distinzione con cui lo stesso ambasciatore mi presenta. Sog- 
getto è questo di penetrante afflizione al mio cuore nel conoscermi 
distantissimo da quanto fa mestieri per sostenerlo. Questo paese 
pare fatto per la vita oscura e dimenticata. Il suo capriccio è la 
legge di ciascuno : e duro è obbligare a convivere chi non vuol vi- 
vere che con so solo.... 

Parigi, 11 giugno 1759. 



Non mi pare più possibile sostenere il dialogo delle lettere a 
cosi sterminata distanza ili luoghi , e ampiezza d' intervalli. La sua 
vivacissima de' 2 giugno risponde a una mia de' 15 maggio se non 
erro , e la lettera che scrivo ora non sarà a Napoli prima dei 
12 luglio. Ora come e possibile interloquire sulle stesse materie? 
Tutto il già detto e scordato. 

Lascio dunque ciò che riguarda la mia dimora in Genova (e la mor- 
te del gran Pane) e scrivo come se non avessi lettera sua presente. 

Argii. St. Itvl., 3.» Serie, T. IX, P. I. 3 



18 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

La mia salute qui non supera i difetti del sito con tanta forza 
quanta io vorrei. Veramente l'impresa è dura. Pessima e pesante 
aria, velenose acque, incredibile stranezza di clima, non neve, 
non frutti , non cacio , non delizie marittime sono tutte violenze 
liere ad una macchina napoletana: ma la più dura è la violenza 
fatta qui continuamente alla natura , e i laceramenti che soffre il 
mio povero senso comune. 

Martedì passato fui fatto vedere al duca di Choiseul , il quale 
per un minuto secondo si compiacque di guardarmi. Non ardirei 
nemmeno sognare ch'egli guardasse gli affari come vide me ; sa- 
rebbe troppa superficialità. 

L'ambasciatore mi usa una confidenza , che io non merito , ed 
a cui non mi era aspettato , di farmi leggere anche le lettere par- 
ticolari che V. E. gli scrive. Questa finezza è tanto più grande 
quanto egli sa benissimo , che io non sono in istato da poter con- 
tribuire al servizio del re. Posso assicurarle con quella sincerità , 
che è l'unico e poco di buono che ho , che trovo l'ambasciatore in 
molte cose diverso da ciò che mi era figurato. Egli è forse il più 
istruito dell' interno di questo paese tra tutti i ministri esteri, 
ed è il loro magazzino di nuove. Mancando lui l'assemblea è fallita. 
Ma quelle notizie che forse in altri paesi conducono al rischiara- 
mento delle cose serie , qui arrivano a una frivolezza così stoma- 
chevole , che l'animo si ributta non che dallo scriverle , ma dal 
volerle sapere. E veramente a che prò saperle ? Sarebbe uno staro 
a contare l'onde del mare , il tener dietro alla volubilità e bagat- 
telle d'un popolo pieno d* impeto , e di superficialità. La corte di 
Spagna usava di fare che l'ambasciatore di qui inviasse ogni mese 
un corriere carico di questo niente messo in carta , che non merita 
certamente l'onor della cifra , né è suscettibile di tanta brevità. 
Questo corriere si chiamava l'emetico, perchè vi si vomitava tutto. 
Noi (a quel ch'io ne posso giudicare) non facciamo grazie a Dio 
tanta indigestione da aver bisogno di sì frequenti medicine , che 
forse erano prese più per consiglio di medici , che per bisogno del- 
l'ammalato. Pure se si stimasse profittevole si potrebbe prendere ; 
e non farebbe certamente male. 

Le novelle correnti le sentirà V. E. dalle lettere dell'ambascia- 
tore giacché per mezzo suo io le so. Ho inteso uomini seri e savi 
di qui parlare con intiera persuasione , che lo sbarco in Inghilterra 
si farà e che non sarebbe difficile che quel regno restasse conquistato. 

Le lettere non producono qui motivo alcuno di nuovi ragio- 
namenti. Sono mesi che non comparisce libro degno neppure della 
curiosità. I giansenisti , i gesuiti , il parlamento , gli autori dell'En- 
ciclopedia stanno tutti a guardare al Veser , ed alla Manica , e 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 19 

questi due gran passaggi sospendono, ed a ragione, la curiosa at- 
tenzione di tutta la Francia. La mia è tutta rivolta a poter mo- 
strare eh' io vorrei essere di V. E. 

Parigi , 25 giugno 1759. 

U.mo Obb.mo Servitore 



Accludo a V..E. il giudizio, che il giornale detto di Trevoux ha 
dato in questo mese dell'opera del re sulle antichità Ercolanensi. 
Per essere d'un francese se ne può essere molto contenti. 

Le notizie che V. E. sembra aspettar da me , in verità io non 
sono in istato di dargliele. E se le mie parole meritano qualche 
fede , posso assicurarla , che quando anche la salute m'aiutasse e 
restassi dieci anni vivo in questo paese , non sarei mai al caso di 
dargliele. Io sono di già disingannato , e conosco , che non sono ta- 
gliato per Parigi. L'abito , le fattezze , il carattere , la maniera di 
pensare , e tutti gli altri miei naturali difetti mi renderanno sem- 
pre qui insopportabile ai Francesi e noioso a me stesso. 

Ho tentato di vedere il marchese di Puisieux per eseguire la 
commissione da V. E. datami; ma lo svizzero mi disse, che era 
invisibile. Forse avea trovato l'elitropio che Calandrino andò cer- 
cando giù per lo Mugnone. Tenterò di nuovo tante volte finché mi 
riesca. Io avrei fin dal mio arrivo cercato di vedere questo signore 
che ebbe molta bontà per mons. mio zio ; ma avendo inteso da 
molti , e da' miei compatrioti che son qui, che egli fa quasi vista 
di non ricordarsi di Napoli , che non parla mai di quest'epoca della 
sua vita, e che non mostra gran benevolenza a chi ne viene, non 
volli espormi a un freddo accoglimento. Il francese a Parigi non 
stima , non ama , e non si ricorda più nulla. Ho notato questo nel 
Bali di Fleury , che certamente amò Napoli e ne partì con pena ; 
ed ora ne parla come d'un sogno. 

Con infinito rispetto raccomandandomi alla sua protezione resto 
immutabilmente di V. E. 

Parigi , 30 luglio 1759. 

U.mo Obb.mo Servitore 



Questo ambasciatore trovando le circostanze del mio carattere 
diverse da quelle del mio predecessore , non ha stimato unire alla 
sua lista di spese straordinarie, quelle fatte da me, come usava di 
fare con Perez. Io sull' incertezza della segreteria , a cui dovessi 
mandarla ho sospeso. Veggo ora, e con piacere, che delibo indiriz- 
zarla a V. E. Consiste questa in due abiti di lutto , uno stretto , 



20 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

l'altro più largo , che la incredibile superstizione di questo paese 
in questa materia ha richiesto che io facessi per me , giacché di- 
sprezzando la puerile ostentazione di costoro nò l'ambasciatore nò 
io abbiamo vestiti a lutto i servitori. Qui giungono a tinger di nero 
intieramente le carrozze ; e tutti coloro che erano grandi di Spagna 
hanno fatta questa ridicola e vana ostentazione. 

Mi hanno già assicurato essersi questa spesa di gran lutti co- 
stantemente bonificata a Perez. Se m'abbiano detto il vero o il 
falso io non posso saperlo; ma non mi sono mosso a mandarne il 
conto , anche per non far pregiudizio al mio successore. Non tra- 
scurando di raccomandarmi alla protezione di V. E., e lusingandomi 
che se nell'infinita folla degli affari (ormai tutti gloriosamente 
compiti) ha pensato meno a me, non abbia però raffreddato il suo 
amore per me , resto costantemente di V. E. 
Parigi , 19 novembre 1759. 

U.mo Obb.mo Servitore. 



Un residuo di febbre che mi prese la sera stessa del lunedì pas- 
sato , dopo finite le lettere , e che m' impedì il seguente giorno d' in- 
tervenire alle solenni efeequie di madama l' Infanta , mi forzerà 
ad essere più breve che non vorrei , e non dovrei. Benché il tem- 
po corrente pieno di festini , e di occupazioni carnevalesche poco 
sembri offrire di materia degna da scriversi a V. E., pure la situa- 
zione delle cose è tale che poco accade , che non meriti avverten- 
za e considerazione. 

Gli editti dati al Parlamento ad esaminare per poi sostituirsi a 
quelli che qua diconsi di M. de Silouette sono stati finora celati 
con tutto quel segreto , di cui è capace questo genere di cose , e 
questa nazione. Ora si sa esser essi al numero di otto , contenenti 
principalmente terzo ventesimo , e una doppia capitazione per que- 
sto, e i due anni seguenti ed un soldo a libra su tutti i generi di 
consumazione. Sonovi poi alcune altre meno importanti. Il Parla- 
mento ha trovato delle difficoltà , delle quali mi ò riuscito sapere 
il ristretto. Ricusano d'ammettere questo soldo di più a libra , e 
vorrebbero che la capitazione s' imponesse non arbitrariamente , 
come oggi si fa , ma su di una tariffa regolata. Altre difficoltà ri- 
guardano la forma e le frasi de' nuovi editti , e finalmente vorrebbe 
il Parlamento , che si desse alla camera de' conti notizia delle spese 
incognite , delle quali si dice esser grande il numero. Questo ar- 
ticolo ò delicato e scabroso assai ; onde se non riesce di superarlo 
non so dove la cosa possa andare a finire ; ma se si vince questo, è 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 21 

verisimile che gli editti saranno registrati , benché con qualche (e 
forse assai dannoso) ritardo di tempo.... 
Parigi , 18 febbraio 1760. 



Martedì scorso non sentendomi troppo bene tralasciai d'andare 
a Versailles a fare la mia corte a quei sovrani, non avendoci al- 
cun altro affare positivo. La sera il signor ambasciatore di Spagna 
mi consegnò un piego di V. E. venuto collo straordinario di Fran- 
cia , e statogli per conseguenza dato dal sig. duca di Choiseul. 
Ricevetti in esso la veneratissima di V. E. de' 20 e con eguale 
sentimento di rossore , e di riconoscenza vidi il grande e distinto 
onore a cui l'È. V. mi voleva destinare di presentare io stesso la ri- 
sposta del re mio signore a questo re Cristianissimo. Nò col carattere 
che ho, nò sotto nome d'incaricato degli affari (che nono carat- 
tere , nò rango), ma è solo una frase inventata da' Francesi per 
esprimere quel che non ha nome avrei io potuto aver qui siffatto 
onore. Le etichette numerosissime di qui son leggi sacre ed inviolabili, 
come lo sono dappertutto là dove l'esempio porta seco grandi 
conseguenze. Lasciai perciò correre le cose in quel modo che 
saviamente avea V. E. previsto , e preparato. Detti la lettera del 
re al signor ambasciatore di Spagna , con quella a lui diretta. Egli 
la presentò venerdì. L'accoglienza , il compiacimento e le amo- 
rose espressioni del re Cristianissimo saranno da lui a V. E. parte- 
cipate, come ancora quel che convenga farsi per gli abiti della fun- 
zione d'ammissione, che all'arrivo costi dell'abate Bignon farà il re. 
Parimente egli darà conto a V. E. delli due libri appartenenti 
all'ordine dello Spirito Santo , che sono in suo potere. Io gli ho 
insinuato di mandargli per qualche corriere a Madrid donde sarà 
facilissimo fargli venire in Napoli. . . 
7 aprile 1760. 

. . . Vengo a me. V. E. si sarà accorta , che io godo qui tutte 
le prerogative , distinzioni e atti che appartengono agi' Incaricati. 
Tale mi hanno tutti creduto perchè il segretario d'ambasciata si ri- 
guarda come incaricato nato in assenza del suo ambasciatore. 
Quindi non occorre presentazione giacché io vado e pranzo dal mi- 
nistro, cosi come fo la corte ai sovrani , come tutti gli altri. La 
presentazione , che di me fece Cantillana al mio arrivo è come la 
cresima; qui anche dopo morte ò buona. E forse il mio rango ò 
superiore a quello d' Incaricato. Due sole cose adunque mi man- 
cano : denari e saluto. Ricuperarle ambedue veggo che ò impossibile; 



22 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

ma una almeno la voglio. La scelta è dura , V ho lasciata fare alla 
Reggenza , come V. E. potrà veder dalla mia. 

Se quei signori (che del cuore di V. E. sono troppo sicuro) non 
trovassero eh' io vendo la vita , lascino poi a me l' incarico come 
maneggiar gli affari , senza dar dispiacere o ombra all'ambascia- 
tore di Spagna. È troppo necessario al servizio del re che egli 
adempisca a certe formalità ; ed e ottimo il mostrare la gran 
connessione ed unità delle due corti. L'ambasciatore è buon uomo 
quando si sappia prendere. Io ci ho avuto quasi tanta sorte quanta 
con Cantillana. Bisogna sacrificare la propria vanità alla -sua. 
Così dovrà fare chi mi seguirà ; altrimenti sbaglia tutto, e guasta 
il servizio del re , che è lo scopo , a cui tutto ha da mirare. Qui 
mi permetta V. E. di dire , che se io avessi veduto , che tratte- 
nendomi qui non potea servire il re , non sarei stato ad aspettare 
il comodo della mia salute , e la buona stagione , mangiando il suo 
pane a torto. Non è questo il mio modo di pensare. Oh che chiac- 
chierone , mi par sentirla gridare ; dunque taccio e sono di V. E. ec 
Parigi , 7 aprile 1760. 



Rispondendo alla benignissima confidenziale di V. E. dei 22 scorso, 
comincio dal ringraziarla dei lumi sull'affare di cotesto negoziante 
Furat , che assai diversamente mi aveva descritto questo ministro. 
Sul conto della mia lettera a lui , che V. E. trova troppa soddi- 
sfazione , mi permetta umilmente rappresentarle che io la scrissi 
sotto la direzione di questo ambasciatore di Spagna , anzi esorta- 
tovi da lui. Se V. E. si vorrà degnare di osservarla con attenzione , 
vedrà che lungi dall' essere una soddisfazione , è una mentita bella 
e buona data a Pasquiàt , e tutta la lettera benché sotto il velo 
di artificiose parole , contiene una cosa poco obbligante qual'ò quella 
di dire al ministro che ciò che gli era stato scritto non era vero , 
ed io avea prove incontestabili da convincerlo. Per quel che ri- 
guarda la frase di sospendere ogni risentimento , questa è la sola 
che l'ambasciatore di Spagna aggiunse al mio sbozzo., come V. E. 
se ne sarà accorta dalla cassatura , ella non è (per quanto a me 
pare ) umile soverchio. Ressentiment corrisponde alla parola ita- 
liana doglianza, non avendone altra i Francesi. Ciò che io dissi 
nel seguente martedì al Duca fu il fargli vedere che Pasquiàt avea 
abusato della confidenza di V. E. , scritto ciò che gli era stato 
detto en badinant. Il caso fa che mi servii della parola istessa , 
che ora V. E. mi scrive. Spero però non aver punto compromesso 
l'amore e la dignità né del re , nò di V. E. , e forse avrei fatto 
meglio ; ma bisogna considerare che questo signor Massones è di 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 23 

una debolezza e timidità eccessiva , quantunque sia d'ottima inten- 
zione. Un fatale esempio della sua pusillanimità è la firma che ei 
fece del trattato d'Aix la Chapelle. E non può credere V. E. in quanta 
agitazione ei si era messo per le parole dette dal Duca. Ma di que- 
sto piccolo affare non ne sia più. Veniamo a cose più importanti. 
Martedì fui a Versailles , ma non potetti parlare al Duca perchè la 
funzione dell'orator veneto tolse parte del tempo dell'udienza. Os- 
servai che il ministro di Sardegna ebbe assai lunga conferenza. 
Indovinarne l'oggetto è diffìcile. Tempo fa si disse essere il re di 
Francia in trattato col re di Sardegna per certa mutazione di con- 
fini in Provenza , che avrebbe impedito il reciproco contraccambio ; 
ma questo mi pare troppo piccolo oggetto. A proposito di Sarde- 
gna , vedrà V. E. che tutte le gazette di Alemagna portano il ri- 
chiamo reciproco dei ministri di cotesta corte , e della nostra. Io 
sono stato oppresso di domande su questo. Ho risposto non saper 
nulla , e ho voltata la cosa in riso , scherzando su di me , che non 
son viso d'uomo da saper siffatte cose. Ma questa risposta non ba- 
sta , perchè pare contegno politico , che afferma. Certe novelle 
quando son false bisogna solennemente smentirle. Se Caracciolo (1) 
avesse carteggio con questa ambasceria , l'avrei potuto fare ; ma 
egli non ha mai scritto né quando ci era Cantillana , né poi. Il 
marchese Grimaldi ha confermato il grido universale di pace che 
corre qui. Infatti al suo modo di parlare mi è parso travedere , 
che egli voglia far intendere non essere qui puramente di passag- 
gio. Forse io porto nottole in Atene scrivendo di siffatte cose 
a V. E. Ma io la riguardo come un centro , a cui ogni linea dee 
tendere ; ella giudicherà quali son dritte e quali storte. Io dico 
ciò che veggo e penso nel buio in cui sono. Il discorso di pace è 
qui giunto a segno, che quantunque sia ancora ciarla del volgo, es- 
sendo universale , merita non esser disprezzata. Ci è chi ne dice i 
preliminari così ; che gl'Inglesi renderanno il Canada e Capo Breton 
demolito, che la navigazione dell' Oijo sarà libera alle due nazioni , 
che conserveranno la Guadalupa , e sarà doro resa Minorica. Ag- 
giungono , che la Francia vuol la Guadalupa , e che si spera ot- 
tenerla. Tutto è ciarla ; ma io comincio a non disprezzarla come 
ho fatto finora. Qualche indizio ci concorre. Si sa trovarsi uno o 
due Inglesi in Parigi. Un rallentamento di apparecchi militari è 
chiaro. Non è ancora dichiarata la lista di chi comanderà ne' corpi 

(1) Domenico Caracciolo, marchese di Villamaina andò inviato straordinario 
di Napoli alla corte di Torino nel Inolio del t7-H. Dallo stesso re Carlo III 
ebbe nel 40 novembre 4753 le istruzioni che si conservano nel grande archivio 
di Napoli nel volume 49, Ministri di S. M. 



24 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

dell'armata. Una promozione fatta si riserva in pectore. Infine, ai 
sospetti potrebbe anche aggiungersi che il principe di Galitzin non 
accetta i complimenti di coloro che lo felicitano sulla prossima di- 
chiarazione che dalla sua corte avrà di restar qui ambasciatore, e 
fa discorsi vaghi de' suoi nuovi viaggi. Ma questo può attribuirsi a 
modestia e saviezza sua. Quello che sarebbe desiderabile per il 
bene dell'Europa è che non si verificasse il prognostico di coloi^ 
che hanno annunziato dover questa strana alleanza della Francia 
e di Vienna partorire un odio eterno e fatale tra le due famiglie. 
Nella d'oflizio ho scritto a V. E. i primi effetti dell'assemblea del 
clero , che sono riusciti bene , essendo universale il discredito dei 
Convulsionarj . Sicuramente il Papa ci ha avuto anche parte ; per 
lo scrupolo che avea della indegna profanazione de' miracoli , che 
costoro facevano. Del resto qui non si sente altro , ma da Roma 
ella potrà saper meglio le cose ecclesiastiche di qui. Roma è il 
paese del minor secreto nel mondo , perchè la scomunica non fa 
tanta paura quanto la Bastiglia. Pecco sempre di lunghezza nelle 
ciarle , e di brevità nel riconoscermi di V. E. ec. 
Parigi , 14 aprile 1760. 



... Il giorno di venerdì santo furono arrestati alcuni Convulsionarj, 
e condotti alla Bastiglia. Per intendere più chiaramente questo fatto 
permetta V. E. ch'io l'esponga cosa sono ora questi Convulsionarj, 
de' quali non si ha giusta idea nell'Italia, paese naturalmente ste- 
rile di fanatici. I Giansenisti furono una società di dotti teologi che 
a molta devozione e mistica accoppiarono novità d'opinioni su' sa- 
cramenti , e sulla grazia divina. Questi insieme colla decadenza 
universale delle lettere sono qui riniti. Sono succeduti ad essi alcuni 
pochi , e ignoti uomini , i quali col fanatismo e co' miracoli vorreb- 
bero sostenere quelle opinioni, che non sanno più difendere coll'eru- 
dizione e col sapere. De' miracoli il più agevole a fare, e per con- 
seguenza il primo , fu quello d'uscir da' sensi, contorcersi e deli- 
rare ; il che essi chiamano convulsioni. Ma visto che questo non 
eccitava maraviglia , ne hanno di mano in mano inventati altri 
più singolari. 11 principale e il più fiero a vedere era quello di 
farsi crocifìggere senza nocumento alcuno. Ne aveano poi di minore 
rango, come a dire di farsi dar gran colpi di spada sul petto e 
sul viso, farsi arrostir le natiche, ricevere cento legnate sulla te- 
sta , e cose simili. Le sole donne aveano la proprietà di far questi 
miracoli , o piuttosto giochi di destrezza. Gli strazi in lingua loro 
si chiamavano soccorsi volendosi far credere , che la paziente era 
sollevata dall'eccesso della divina grazia colle legnate che se glie 



LETTERE DELL'ABATE OALIANI 25 

davano. Il passato luogotenente di Police avea mandato ad offrire 
loro un teatro alla fiera. Ma essi ostinati nell'ammirazione di loro 
stessi continuavano queste rappresentazioni indecenti e stomacose, 
e molta gente andava a vederle per pura curiosità , giacché tutto 
si faceva senza minimo apparato di orazione , ma puramente come 
spettacolo. Finalmente è parso conveniente impedirle , siccome ho 
detto. Il commesso (che noi diremmo scrivano) giunse sul finir 
della festa quando ad una delle rappresentanti si dava il soccorso 
degli schiaffi , che in loro lingua si dice le biscuit per la ragione 
che nel mangiare ordinario de' Francesi si chiude il pranzo con un 
biscottino. Fra gli spettatori si trovarono il principe di Monaco, la 
contessa Kinski polacca , il conte di Steremberg nipote dell'amba- 
sciatore austriaco , ed alcuni altri signori. La città si è divertita a 
ridere di questa istoria , quale io ho stimato dovere a lungo de- 
scrivere a V. E. per darle esatta idea d'una cosa, che ne' paesi 
lontani da qui , si crede importante e di gran conseguenza. Non 
è a dubitare (benché la città l'ignori) che l'assemblea del clero 
abbia avuto parte in questo fatto , e che a sua richiesta siasi fatta 
la carcerazione. 

Parigi , 14 aprile 1760. 



Rispondo prima alla benignissima di V. E. dei 29 scorso , e poi 
dirò di quello che occorre di più notabile qui. Essa non mi ha 
trovato sulle sartie raccolte , come V. E. credeva. L'ordine vene- 
rato del re giuntomi due settimane fa , ed al quale io ho risposto 
ciò che V. E. ha di già visto , mi obbliga ad attender le risposte. 
Queste scadono il giorno dell'Ascensione. In si gran solennità saprò 
s' io debba salire al cielo napoletano o restare in questa valle di 
nequizie piena. La mia prima cura a Parigi è stata di nascondere 
queste mie premure di ritorno. Parigi adunque crede che io sia 
l'Incaricato degli affari di Napoli fin dalla partenza di Cantillana. 
Crede che la parte che ci ha l'ambasciatore di Spagna sia uso e 
convenienza delle due corti. Il bello è che così mi credono a Spa- 
gna ancora. Iacy nella corrispondenza mi ha dato sempre questo 
titolo. Grimaldi e Mahony mi trattano come tale , e non sa nissuno 
ch'io pensi seriamente a partire. Questo fa che io son sicuro, che 
finché sarò qui non sarò inùtile al servizio del re ; altrimenti avrei 
troppo rimorso. L'opinione che io avea , che da altri ancora si 
scrivesse da qui a V. E. nasceva dal veder io chiaramente che la 
cosa sarebbe necessaria. Io posso assicurare che dacché sono pa- 
drone della mia penna niente di quanto ho saputo , ho mai trascu- 
rato di scrivere a V. E ; ma uno non basta. La città é immensa. 
Arch. St. [tal., 3. a Serie , T. IX , P. II. 4 



26 LETTERE DELL ABATE GALIANI 

Le introduzioni sono assolutamente impossibili , e quando mi sono 
sgomentato io , ardisco sfidar chicchessia a provarci. Ci bisognereb- 
be un uomo a Versailles paese diversissimo da questo , e dove il 
servizio del re richiederebbe che noi fossimo. Ma l'amore del diver- 
timento ha fatti restar gli ambasciadori in Parigi , sicché ora non 
è lecito andarsi a fissar là. Infine non sarebbe inutile che ci fosse 
chi osservasse gli ambasciatori stessi , ed oh quanto avrei io de- 
siderato , che ella mi avesse fatto spiare, avrei certamente più 
parte nella sua compassione. Intorno alla Gazetta assicuro V. E. 
che una sola parola di quanto ho scritto non è mai stata nella 
Gazetta , e basta ch'ella consideri , che i soggetti erano o le di- 
spute parlamentarie o del clero, per argomentarne, che neppur 
una parola poteva essercene. Ottimo però è sempre il desiderio , 
ch'ella ha d'averla , sebbene dovrà esser sempre meno fresca di 
quella d'Olanda di cui è copia. Comincio a mandarla , e mando an- 
che quella della settimana scorsa , e cosi continuerò. Anche nel 
caso di mia partenza continuerà V. E. ad averla, né perciò biso- 
gna maggiore spesa. Non so chi avesse ispirato tanto orrore a Can- 
tillana a mandarla , che io non potetti vincere. Sebbene sia burla , 
non posso non ringraziarla dell'aver ella chiamata la mia lettera 
de' 10 scorso ministeriale , ma canto del cigno; essa non è né runa- 
né l'altro. Io fo quanto posso, ma l'osso è duro, e dopo che ho 
letto tutto il carteggio tenutosi ab initio di questa ambasceria , mi 
sono dato coraggio. Approverò sempre in caso di mia partenza , il 
pensiero di V. E. di mandarmisi un successore. Dall'ambasciatore 
di Spagna non si caverà mai nulla. Egli é in opinione che Napoli 
sia una piccolissima provincia della Spagna , e lo veggo da me , 
che sebbene mi ami , non ne traggo mai nulla , nulla affatto ; anzi 
egli se ne diffida più che forse non fa di qualcheduno , che non do- 
vrebbe. Perciò assolutamente stimo necessario , che il re nostro 
signore abbia qui un uomo suo. Le circostanze lo richieggono più 
che mai ; ed anche questo è stato un riguardo che ho avuto a non 
muovermi prima che il servizio del re sia in sicuro. Sono in rabbia 
con Catanti , che mi fa esser reo con V. E. senza mia colpa. San 
Geronimo fu la mia prima cura ; mi riuscì trovarlo al novembre 
scorso , e ne scrissi a lui , per non annoiare V. E. con una lettera 
per così piccola cosa. In una cassa di miei libri 1' ho poi mandato 
a Marsiglia, dove gran tempo ho aspettato imbarcazione sicura. 
Ora le porterà seco il console di Marsiglia , che forse è in cam- 
mino. Mauro avrà tutta la cassa; ne lo estrarrà e lo darà a V. E. 
Ecco rispetto alla lettera. Vengo alle nuove. De' discorsi di pace non 
parlo. Quello che forse qui si tratta é fuoco di riverbero d'altri 
lavoratori , che non saranno ignoti a V. E. La campagna sarà una 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 27 

difensiva , o piuttosto un aspettar l'esito dell'assedio di Reis , per 
quel che io credo. Ho procurato stringere confidenza col marchese 
Grimaldi , e molto più col cav. Navarro giovane signore , ch'egli 
alleva agli affari , con cui naturai genio ci unisce. Ma Grimaldi 
pensa come Mahony , ed è persuaso , che compiutamente si ser- 
vano i due re , quando se ne serve uno solo. Meglio ho fatto con 
Mahony, che mi dimostra amore eguale a quello che avea con 
me il suo immortale fratello. Abbiamo appuntato nella settimana 
vederci , e discorrere di cose che io stimo non inutili al servizio del 
re; de' discorsi darò parte a V. E. , o a voce o per via sicura 
in iscritto secondo eh' io sarò corvo o colomba. Con tutta confidenza 
mi è stata comunicata la copia che le accludo. Tutto è grande a 
chi lega le idee , e tutto è politica quello che scopre le opinioni 
de' forti. Perciò la stimo degna della sua curiosità. Veramente non 
trovo più la via d'esser breve. Ma mi consolo pensando , che quando 
mi toccasse a non dover più scriverle, V. E. si crederà libero da 
una gran seccatura. Sono immutabilissimo ec. 
Parigi , 21 aprile 1760. 



Sono privo questa settimana della veneratissima confidenziale 
di V. E., che sicuramente mi suppone partito ; essa mi ò sem- 
pre di lume e di conforto. In ogni modo non rallentandomi dall' im- 
pegno di servire il re come meglio so , dirò a V. E. quello di 
più notabile , che vado industriandomi di fare. Dall'ambasciatore 
di Turino (1) avendo saputo essere senza verun fondamento la 
nuova delle gazette di Olanda sull'apparenza di scissura tra la 
nostra corte e quella di Sardegna , ho stimato farmi vedere più 
frequentemente con lui , ed unitamente volgere in derisione 
in pubblico questa novellacela. Certamente niente sarebbe più 
fatale alla tranquillità e sicurezza dell'Italia, quanto una inop- 
portuna divisione tra' suoi membri nel tempo appunto che hanno 
il bisogno d'essere estremamente uniti insieme d'anime , come lo 
sono d' interessi. Su questo non stimo dover più tacere a V. E. 
ciò che qualche tempo ho cominciato a conoscere , e di cui ora 
mi sono accertato; cioè che la corte di Turino non è punto con- 
tenta di Caraccioli , lagnandosi della maniera come egli vede gli 
oggetti sempre con una lente , che gì' ingrandisce , onde ispira 
diffidenza e allarmi mala proposito. Così essa dice: se sia vero 
io non posso giudicarne. 

{\) Era il bali Solaro , diplomatico accorto, intimo amico del duca di 
Choiscul , che avea frequentalo familiarmente in Roma. 



28 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

Mi ò stato qui più volte parlato d'un trattato di cessione dei 
presidj di Toscana. Io con rispondere di non essere informato , ho 
evitato che me ne parlassero più a lungo. In ogni modo riflet- 
terà V. E. (nel caso che la cosa non sia ciarla e che io debba 
continuare a star qui) se convenga ch'io ne sappia qualche cosa 
sia per rispondere , o scoprire gli animi. Ciò che me ne contano 
mi è parso incredibile volendomisi persuadere che non è contento 
di sì fatto trattato , che cambia cose con pretensioni. 

La gazetta di Olanda ha pubblicato la risposta unita delle tre 
corone. Il contenuto io l'avea saputo qualche tempo prima ; ma 
stimai inutile avvisarlo a V. E. che sicuramente lo sapea anche 
prima. Questa risposta lascia comprendere la possibilità di due 
trattati di pace separati. Io ho voluto esaminare un poco come di 
questo parlino i ministri austriaco e russo. Il loro linguaggio e 
che essi sono buoni alleati, che desiderano il bene de' collegati al 
pari del proprio. Che non si oppongono che la Francia , giacché 
si trova senza forze eguali a tanta guerra , cerchi le migliori con- 
dizioni possibili d'una pace. Ma che la sperano fedele ai suoi primi 
impegni che sarà loro cura il pensare a sostenere la costituzione 
dell'imperio e vendicarne i membri offesi. Questo essi dicono; ma 
internamente si scopre molto rammarico , molta incertezza , molto 
sospetto. 

Quel che la Francia faccia non entro io a ricercarlo ; anzi fo 
studio a non saperlo. Sarebbe curiosità inutile per me , toccando 
ad ogni altro , prima che a me , il farne inteso il re. Ora vorrà 
V. E. sapere quest'altre cose come le so. A dirla non lo so bene bene 
neppur io. Alcuni mi credono una gran cosa , e perciò mi parlano, 
altri per amicizia , altri infine volendo trionfare della mia igno- 
ranza ( cosa che è naturale a tutti gli uomini ) per farmi com- 
prendere che essi sanno più di me , mi dicono ciò che forse non 
dovrebbero. Io intanto fo viaggio e guadagno cognizioni. Solo mi 
pesa non aver la cifra ; né intraprenderò di riaverla , se prima 
non saprò cosa vuole il re che io faccia. Allora potrò informarla 
più a lungo. L'assemblea del clero va con gran quiete. Ho un so- 
spetto che mi spiegherebbe quale sia la cagione di tanto inaspet- 
tata pace. Tra' progetti ideati per rindennizzare dei danni sofferti 
la casa di Sassonia si è sputata qualche parola di secolarizzazione 
di vescovati in Alemagna. Roma ne ha avuta vera e gran paura , 
ed ha fatto gran sforzi con questa corte , perchè tal cosa non suc- 
cedesse. Trovandosi adunque in tanto bisogno dell'appoggio della 
Francia , non pare prudenza promuover cose , che potrebbero pro- 
durre ingrossamenti d'animi tra le due corti. L' impegno preso da 
Roma qui , che la Francia non dia mano ad alcun progetto di 



LETTERE BELL'ABATE GALIANI 29 

secolarizzazione ò sicuro: il resto è sospetto mio. Questo principe, 
cardinale vescovo che è qui lo suppongo venuto per divertimento 
più che per altro. Che dirà V. E. della lunghezza delle mie? E dirà 
che è difetto degli inesperti e de' volenterosi. Annosus parvus nun- 
quam est exclusus ab ovo. Quando io sarò ambasciatore allora le 
mie lettere saranno tanto corte quanto veggo che sono le loro, e 
mi avanzerà più carta e più tempo per assicurare V. E. ch'io 
sono con eterne obbligazioni di V. E. 

Parigi, 28 aprile 1760. 

U.mo D.mo Servitore. 



Non sentendomi con forze bastevoli non ubidirò quanto vorrei 
all'ordine di V. E. questa sera. Ella mi intima scriva lungo: ma 
me ne scoraggisce con quel che soggiunge io rispondo. Dunque io 
sono tentazione a farla straccare , e se è così non scrivo affatto. 
Sicché patti chiari. Se il mio scrivere può essere anche causa re- 
mota a una emicrania , a una stanchezza , a una perdita di tempo 
suo , io non intendo affatto d'essere lungo. Risponda corto se vuole 
assicurarmene. Cosa sia stato questo pasticcio di preliminari , di 
mediazioni e di corrieri , io non mi son curato affatto di saperlo. 
Se tutto era ciarla , V. E. dovea saperlo da altri , e prima di me. 
Se c'era del vero , io non dovea far fuoco sulla truppa mia e stare 
a spiar gli amici. Ho scritto quel che ho visto. Dubito che V. E. 
argomentando che siasi fatto quello che si dovea fare (raziocinio 
che talvolta inganna) non abbia la stessa idea della cosa, che ho 
avuta io. Ma i Francesi sono molto accorti , e gli Spagnoli molto 
onesti e buoni. Ora peraltro tutto pare finito per quel verso che 
si era tentato. Il nodo ora della questione va diventando la Russia, 
che vorrebbe ritener la Prussia reale. Si sta qui incidendo una carta 
geografica vera ed esattissima di .quel regno. V. E. resterà stupita 
in vedere che quei boschi dipinti sulle altre carte antiche di que- 
sto regno, e que' laghi e paludi sono svaniti. Tutto è popolato , 
tutto è pieno d' infinite terre e villaggi abitati tutti da Francesi o 
da Tedeschi. È cosa invero che sorprende vedere quanto poco era 
a noi noto quel regno. Se io non m' inganno , la Moscovia non farà 
quest'anno gran sforzi per aiutar Vienna a riprendere la Slesia. La 
guerra forse finirà che si saranno chiamati nella meridionale Eu- 
ropa gli Unni. 

Sono qui giunte tutte le carte pubblicate da Roma e da Genova 
sulla nota contesa, e formano ora tutto il soggetto del discorso, 
mancando ogni altra materia. Fa meraviglia il vedere la costanza 
di Roma, che usa ancora quel linguaggio stesso, che usava Ilde- 



30 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

brando , quando gli exequatur e i passaporti non erano ancora noti 
in Europa. Questa corte aveva dato ordine a monsignor di Laon 
di rappresentare al papa il disgusto della Francia nel vedere in- 
taccati i diritti di sovranità de' Genovesi sulla Corsica. Ma l'am- 
basciatore di Francia in Roma avea ragione e per ora si è sospeso 
di qua il dare nuove premure. Questo è l'effetto di aver ambascia- 
tori ecclesiastici. Qualunque sforzo essi facciano, in sostanza piace 
loro più sostener le ragioni della immunità canonica , che della 
inviolabilità ambasciatoria , perchè possono cessar ' d'esser mini- 
stri , ma non cessano d'esser preti. 
Pieno d'ossequio resto di V. E. , ec. 

Parigi , 9 giugno 1760. U.mo D.mo Servitore 



.... Ella mi domanda de' carcerati in Tolone che da più d*un 
anno languiscono. Il buon console si dà per essi un moto infinito , 
li dispendia , va viene , ma l'affare è nel Parlamento d'Aix ; e i 
Parlamenti, come V. E. sa, in Francia non ubbidiscono a nessuno. 
La Partenope è nel Consiglio di Stato del re per appello del Con- 
siglio delle Prese. Questo Consiglio per istituto si dee tenere ogni 
quindici giorni. Sono tre mesi che il re non l'ha tenuto; chi sa 
quando lo terrà. Dunque vede V. E. che noi non possiamo esser 
pagati con quella moneta che diamo. Non sia pentito V. E. della 
grossa beneficenza usata con Furat. L 1 ha fatta ad un buon uomo 
quale è questo negoziante. Ma l'esempio della pena ch'ella si dà 
per giovare a chi si trova in imbarazzi , non è contagioso. Qui si 
pensa diversamente. Una sola volta la settimana si vede il solo 
ministro con cui è lecito ai ministri stranieri trattare , ed in quat- 
tro ore hanno da sbrigarsi tutti , che sono più di venticinque. As- 
sicuro V. E. che sebbene io non sia ambizioso , la sola cosa che più 
ora ha tentato i miei desiderj è d'essere ministro di Stato in Fran- 
cia. Invidio loro principalmente queir immensità di tempo che resta 
ad essi per consecrar tutto al piacere. Se così facesse ella , avrebbe 
avuto contezza di tutte le edizioni dell'opere del filosofo di Sans-souci. 
Vero è che Furat non sarebbe ancor pagato. Ma noi non dobbiamo 
lagnarci, perchè non solo i Danesi e gli Spagnoli , ma i Toscani , 
cioè la potenza più alleata , si lagnano e gridano più d'ogni altro. 
Non è ingratitudine, nò disprezzo , ma sistema di cose che dà questi 
effetti. Sempre più mi si parla di trattati tra Sardegna e Parma 
per lo Piacentino , e mi viene assicurato esser la cosa molto alle 
strette. Mi si parla anche del trattato pel Parmigiano ; ma il Ba- 
ralipton non entis nullae sunt proprietates mi fa prestar poco orec- 
chio a tali discorsi che non mi riguardano. 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 31 

Sommo giubilo ha avuto questo signor Sorba ministro di Genova 
perciò eh' io gli ho detto d'essersi da noi negati soccorsi ai mal- 
contenti. La gazzettaccia d'Utrect avea scritto il contrario; cosa che 
mi rincresceva. Il Sorba è stimatissimo in Genova , ed ha grande 
influenza nelle deliberazioni di quello Stato ; sicché mi piace aver- 
gli potuto dar prove della buona volontà del re. 

Martedì , nel vedere il ministro , gli parlai anche sull'aflàre di 
Genova, cioè partecipandogli i sentimenti del re su questo assunto. 
Egli mi comunicò quegli di questa corte , che non sono punto di- 
versi. È notabile , che la Francia ha trovato non so come connes- 
sione in questo affare di Roma. Fa questo sillogismo: i Còrsi sono 
ribelli per notorietà di fatto ; atque , voi non negate loro i sacra- 
menti , anzi vi adoperate caldamente per fargliene avere ; dunque 
perchè ai peccatori in Francia, quando il loro peccato sia notorio, 
volete negargli ? Apparentemente la Francia non sa tutti gli effetti 
del dono dato agli apostoli delle varie lingue. Questo sillogismo lo 
credo immaginato da monsignor De Laon. 

Non ci è stato tempo per me di copiare la cifra ; spero averla 
fatta nell'entrante settimana. 

Credo d'averla tediata abbastanza, onde resto ec. 

Parigi , 16 giugno 1760. 



Questo ministro mi ha parlato a lungo per asssicurarmi che tra 
la Francia e il re di Sardegna non ci è alcun trattato, che uno di 
confine molto noioso e spinoso già quasi a fine , che mi offerse far- 
mi leggere ed ancora mandare a V. E. , se io voleva. M'accertò 
sulla sua parola d'onore , che ogni sospetto nostro è vano ed ogni 
gelosia ingiusta; anzi potrebbe esser dannosa, come quella che 
sveglierebbe il re di Sardegna dal miracoloso sonno in cui lo trat- 
tengono le promesse generali della Francia che alla pace si accomo- 
derà buonamente la sua pretensione sul Piacentino, e farli dubitare 
d'essere ingannato, lo credo che Choiseul m'abbia detto il vero. Qui 
il sistema è tutto cambiato. Dopo la morte della duchessa di Parma 
inimica degli Spagnoli, ora tutto è Spagna. Così pensa principal- 
mente il Delfino , che comincia a contare (1). 

Parigi , 23 giugno 1760. 

(J) Il marchese Tanucci rispondeva in data del 12 luglio quanto segue: 

Potrà VS. Illma ringraziare il Sig. Duca ministro dell'apertura fattale di non 

essere alcun trattalo tra la Francia e Turino , oltre quello dei conlini. Noi non 

abbiamo alcun sospetto di altri trattati ; ma siamo bastantemente commossi 

da quello di dicembre del 4 758. Non slimiamo miracoloso sonno quello di Tu- 



32 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

Ho già scritta a V. E. l'impossibilità di sollecitare il disbrigo 
dell'affare di Palomba e Rossi , che ella mi raccomanda colla be- 
nignissima sua de' 14. Dipende da un Consiglio, in cui ha da ve- 
dere il re. Or chi può farglielo tenere quando non ne ha voglia ? 
Dalle genti della sua intima confidenza io ho inteso dire essersi os- 
servata nel re , dopo quell'accidente occorsogli , che non può ram- 
mentarsi senza orrore, una svogliatezza di tutto, un tedio degli 
affari , e una specie di stupore su quanto sente e vede. Pare che 
questa affezione ipocondriaca aumenti di dì in dì. 

Non mi fa meraviglia che i Francesi efficacemente la tormentino 
costà sulle prede inglesi. Primieramente non hanno altro negozio , 
e l'accesso a V. E. è facilissimo. Inoltre ciò che passa per le mani 
di Choiseul ha più attività e più vita. Perciò io credo che i Fran- 
cesi faranno meglio la pace che non hanno fatto la guerra; sic- 
come hanno fatto meglio la guerra che non la marina e le finanze , 
perchè Bellisle è più uomo che gli altri due, i quali sono veramente 
piccola cosa. Io non ho tanto spirito da saper formare i caratteri , 
nò tanta eloquenza da scrivergli ; posso adunque solo farle i ritratti 
fisionomici di questo ministero. In Choiseul mi par vedere un conte 
Mahony , in Bellisle il presidente Ventura, in Berrier Cardamone, 
e in Bertin D. Giovanni Ferrari. 

Non mi par possibile ciò che veggo essersi scritto a V. E. che 
la Francia trattasse pace in Olanda. Affry se n'è stato # qui ozioso, 
e solo nella scorsa settimana è partito. Sarà forse stato questo 
supposto trattato creduto da colui , che coll'aria che si è data 
ha fatto più danno che utile alla causa comune. 

Non vorrei che V. E. credesse Turino idolo di qui. Io non 

10 credo punto. È arte vecchia de' Gesuiti il dire in ogni parte , 
che essi sono potenti altrove , e così fanno queir illusione che gli 
fa temere dappertutto. Qui si crede che Wall sia tutto turinese. 
A Spagna non si dubita che 1' Inghilterra appoggi Turino. Tutto 
mi pare illusione. Solo son persuaso che Roma e Torrigiani siano 

rino , né effetto della promessa francese di sodisfarsi alle sue pretensioni sul 
Piacentino al tempo della pace. La causa manifesta del sonno, e del riposo di 
Turino sono li 25mila uomini che stanno in Catalogna , e li 10mila che stanno 
nella nostra frontiera oltre le ventidue navi da guerra spagnuole che stanno 
nel Mediterraneo ; finalmente è tra le cause di quel riposo il non poter Tu- 
rino mandar più di 4 2mila o -limila uomini, che contro 40mila non farebbono 
altro che metter quella Casa in pericolo di perder molto delle sue conquiste. 
Kingrazio Dio, che li Francesi pensino spagnolo, e principalmente il Delfino. 

11 principio di questo pensare dovrebbe essere il concertarsi con Madrid per 
le pretensioni di Turino prima della pace. Parlo con verità , e con vero amore 
per tutta la Casa reale. 



LETTERE DELLABATE GALIANI 33 

con esso. Mi cresce il sospetto nel vedere che Turino solila sul 
fuoco di Corsica, assai più che non convenga a chi non avesse 
che fare. Genova non aspetta la tranquillità d'Italia, che dalla be- 
nefica mano di V. E. e in V. E. sola non sospetta doppiezza d'in- 
tenzioni. Degli altri e di Wall istesso non mi par molto contenta. 
Ma checché siasi di ciò , sull'altra cosa che ella soggiunge del chi 
.sarà sacrificato all'idolo , non posso uniformarmi. La Francia non 
mi pare in istato di sacrificar nessuno ; mi pare anzi in gran timore 
di tutti. Attribuisco io perciò a questo timore quelle carezze e buone 
parole , che forse dà. Se promette, fa più di quel che in realtà possa. 
Del resto penso ch'ella vegga già gli oggetti nel vero suo lume. 
Anzi non è da tacersi ( essendo stata riflessione , che è caduta 
sotto gli occhi di tutti) non essersi vista alcuna specie di allegria 
nella corte per la quasi decisiva vittoria di Laudon : si è anzi vi- 
sta manifesta tristezza. Tutti hanno pensato che se Laudon fosse 
stato battuto, si sarebbe intesa presto conchiusa la pace. 
Prego V. E. di dar l'acchiusa a Pascale. 

Parigi , 7 luglio 1760. 



. . . Nello scorso sabato trovandosi il re in Versailles ebbe luogo la 
deputazione di 40 membri del Parlamento di presentargli le reite- 
rate rimostranze già da lungo tempo appuntate per ottener il ri- 
chiamo de' membri esiliati dal Parlamento di Besansone. La breve 
risposta del re fu concepita in circa ne' termini seguenti : I'ay fixé 
le jour du rappel des membres de mon Parlement de Besangon , 
que f ay e'ioignés. Leur soummission seulepeut en abreger le temps. 
Vous m'avez fait plusieurs representations sur cet objet. Je suis 
suffisemment instruit et ne veux plus entendre parler. Je compie 
que vous m'obeirez. Questa risposta degna della maestà del trono, 
è anche di soddisfazione della nazione. Il Parlamento non è più 
come fu già un tempo l' idolo della nazione. Pieno di giovinastri 
presuntuosi ed ignoranti si vede nelle maggiori urgenze dello stato 
tutto occupato delle sue private brighe , proteggere i giansenisti, 
che il fanatismo ha resi ridicoli e lottare colla corte più per di- 
fendere gì' interessi de' finanzieri loro parenti , che per soccorrere 
a' bisogni della nazione. 

Ieri andò l'assemblea del clero a congedarsi dal re essendo già 
disciolta. Avea voluto far nuove rimostranze al re, non essendo 
abbastanza contenta della risposta data alle prime : ma l'arcive- 
scovo di Narbona essendo andato giorni sono a richiederne la per- 
missione mostrò il re rincrescimento di ciò , e domandogli cosa 
voleva all'assemblea. Prese così occasione il detto arcivescovo di 
Ai cu. ST, It\i.., 3. 1 Serie, T. IX, P. II. 5 



34 LETTERE DELL ABATE GALIANI 

rappresentargli che oltre alle promesse date dal re nella risposta 
alle rimostranze si doveva qualche cosa di più reale ed effettivo. 
Si mostrò il re pronto a concedere ciò che nelle presenti circo- 
stanze fusse eseguibile ; e per darne una prova accordò il richiamo 
dall'esilio del vescovo di San Pons sufiraganeo di Narbona , che era 
la cosa che più premeva al clero. È questo vescovo di carattere 
assai consimile all'arcivescovo di Parigi (1) se non che assali più fo- 
coso. Ottenuto ciò, non si ò parlato più di nuove circostanze, e 
l'arringa di chiusura, come dicesi , fatta dal vescovo di Prei al 
re, si e ristretta in soli complimenti. Ci ha il re lungamente 
risposto , ma siccome usa parlare a voce molto bassa non fu 
bene intesa da parte degli astanti. S' intese solo che egli era 
assai contento dell'assemblea del clero , e della condotta dell'arci- 
vescovo di Narbona presidente della medesima : e per darne una 
pruova lo faceva suo grande elemosiniere , impiego vacante per la 
morte del cardinale de Tavannes. 
Parigi , 14 luglio 176). 

Dopo un dispaccio così stranamente lungo e tedioso dirà V. E. 
che almeno la confidenziale dovrebbe esser corta. Io glielo desi- 
dero , ma chi sa. Caro le ha da costare quell'essersi lasciato 
uscir di penna già tempo fa ella scriva lungo. Omnibus hoc vi- 
tium ec. Fra poco aspetto sentirla dire ella scriva corto. Ora co- 
minciando a rispondere alla veramente amica lettera de' 21 , trovo 
imprima una salva di benché, alla quale rispondo con un solo tiro 
ed è questo: Benché sono sei mesi ch'ella mi avesse voluto far te- 
mere ch'era già vuoto il sacco dell'amicizia , io non ne ho creduto 
mai nulla , e non mi sono ingannato. Io mi sono da un pezzo ac- 
corto che V. E. non protegge come ministro , ma ama come amico: 
e quando io facea all'amore , imparai che vuol dire in linguaggio 
d'amanti la collera e la minaccia d'odio eterno : mai l'amore è più 
forte , che quando si parla così. Sicché dunque faccia a modo mio. 
Rialzi da terra quel breviario , che questa volta io le ho fatto scap- 
pare di mano, perchè l' ho da finire di recitare , il che è vero an- 
che in senso letterale, questa sera... 

Da qualche tempo parlasi qui molto dalla gente di prossime e 
grandi mutazioni nel ministero. Io non ne ho scritto a V. E. perché 
non ci so vedere ancora niuna certezza ; in ogni modo , siccome può 

(1) Era allora De Péréfìxe , cui successe nel 4764 De Harlay. Chi avesse 
vaghezza di conoscere la biografia di quest'ultimo, consulti il quinto volume 
dell'opera intitolata: Noweaux Lundis par Saint-Beuve. Paris, 1800. 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 35 

da altri scriversene , e qualche mutazione non è impossibile dirò 
solo quale mi pare lo stato della corte. Bellisle non ò amato dal 
pubblico. Si sa che alla sua carica aspira Choiseul , il quale non 
solo la stima migliore della sua, ma penso che gli piacerebbe an- 
cora non trovarsi nel ministero degli affari esteri quando si avrà 
a far la pace. Ma Bellisle è sostenuto dalla grande età, da' talenti, 
dalle azioni passate , dall'aver perduto l'unico figlio in servizio dello 
stato , jnfìne dall'aver fatto suo erede il re. Berrier non piace ai 
marini , e non e pratico di quel che maneggia. Bertin non trova 
denari. Quindi nascono voci infinite. Si dice che Bellisle si ritira. 
Che Berrier sarà fatto guardasigilli. Ma questa carica è troppo co- 
spicua per lui. Alcuni perciò la danno al presidente Ogier , che è 
ambasciatore in Danimarca. Infine si vuol cambiato il controlleur 
e messovi V intendente di Normandia in punizione di quel Parla- 
mento delle fortissime rimostranze fatte per odio verso di lui. Tutto 
mi pare ciarla... Io penso che tutto resterà tranquillo finche la 
morte e l'impossibilità di continuar il travaglio a Bellisle non pro- 
duca una mutazione. 

Sono pieno d'ossequio e di obbligazione e d'amore , ec. 

Parigi , 14 luglio 1760. 

; . . Yiddi Choiseul martedì. Da lui mi fu detto , e con viso assai 
ridente , che la Repubblica di Genova si era indirizzata al re nostro 
signore per godere gli effetti dell'offerta mediazione. Il ministro di 
Genova avea avuto ordine dal suo governatore di parteciparlo a 
questa corte. Ma ne ha anche parlato a me con infinita dimostra- 
zione di contento che la Repubblica si fosse appigliata a questo 
partito. 

Ciò che hanno scritto a V. E. di Roma sull' investitura di quel- 
l' isola (1) ha da essere sicuramente una ciarla la più sconciamente 
ideata. Almeno io posso assicurare che questo ministero di qui non 
ne sa nulla , e ciò mi costa con argomenti fortissimi. 

Besansone non ò fratello del Duca ; appena e parente. Egli e 
Laon sono sicuri della nomina che è prossima , onde ambedue non 
hanno che temere , nò più che sperare da Roma. Il duca di Choi- 
seul non ha passione irregolata per i suoi. Sono pochi giorni, che 
un Choiseul ò stato messo in una torre per lieve colpa , e forse 
gli ha più nociuto che giovato l'esser parente del ministro. Albi 
suo fratello non ha potuto ottenere da lui , che s' impegnasse a 
fargli avere il vescovato di Metz : sono anzi ora un poco disgustati 

(1) La Corsica. 



36 LETTERE DELLABATE GALIANI 

per interessi domestici. Meno assai inclina il duca ad esser debi- 
tore di benefizi d'altre corti. N'ha dato un esempio con togliere il 
suo fratello dal servizio di Vienna , dove sempre era stato , e farlo 
passare a quello della Francia. Sicché né Roma , nò Vienna , nò 
alcuna altra corte ha di che tentare il ministro. Egli ha l'anima 
tutta francese ; e come tale non può piacergli che Turino abbia 
maggior estensione di marina nel Mediterraneo. 

Solari è familiare di casa , amico della duchessa : se dice es- 
ser di più , vende fumo , o io non intendo niente nelle cose di 
questo mondo. Se Turino avesse fatto gran fondamento sull'affe- 
zione gallica non si sarebbe rivolto all' Inghilterra. L' Italia non ò 
vicina ad aver guerra ; ma se il Papa non ha prudenza può entrarci 
scissura e novità di religione. Grandissimo male sarebbe questo 
che non può far bene altro che ai tardi nipoti. . . 
Parigi, 18 agosto 1760. 



LA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER 

LE PROVINCIE DELL'EMILIA 

E LE CRONACHE MODENESI 

DI IACOPO E DI TOMASO DE' BIANCHI 
detti dc'Lancellolli 



I. 

Son corsi dodici anni dacché alquanti spettabili uomini, 
particolarmente studiosi delle storie del proprio paese , 
formarono in Parma una privata Società, nello scopo di 
raccogliere statuti , documenti diplomatici , e cronache 
de' paesi stessi, e farli di ragion pubblica per le stampe (1). 

H) Nel primo volume della insigne Collezione pubblicata dalla Società sud- 
detta leggonsi i nomi de'Socii , che aveansi eletto a capo il venerando Com- 
mendatore Angelo Pezzana , ora d'illustre memoria , ed erano indicati al modo 
che segue: - Editori (per Parma) Ronchini Cav. Amadio Archivista dello Stato, 
Antonio Dertani Vice Bibliotecario , canonico professore Giammaria Allodi : (per 
Piacenza), Pallastrelli conte cav. Bernardo Vice Presidente del Magistrato 
degli Studi , dottor Giuseppe Bonora Vice Bibliotecario comunitativo, anch'esso 
mancato ai vivi, Antonio Bonora; Vice Archivista. - Collaboratori Scarabelli- 
Zunti cav. Enrico , Luigi Barbieri , Emilio Bicchieri (per Parma) ; Carlo Grandi 
canonico, conte Giuseppe Gazzola sacerdote, conte Giuseppe Nasalli (per Pia- 
cenza)- Rispetto ai meriti della primitiva Società parmense, non sapremmo por- 
gerne più giusta idea di quella che ne oltre il eh. cav. Odorici in una recente 
sua Memoria intorno la Biblioteca di Parma {Atti e Memorie della Dep. di Mo- 
dena e di Parma, voi. 3, pag. 416), ove parla del Pezzana, preside , come 
dicemmo , al nascente Istituto. « Povero allora (parole dell'Odorici) e quasi 
« romito, s'accoglieva nello studiolo del buon vegliardo come nella cella d'un 
« solitario; e. piccolo, ma sapiente ed operoso drappello, gettava le basi di 
« que'gravi e solenni volumi di Cronache, di Statuti, di documenti pagensi, 
« che per lui si divulgavano , quasi attestandone la vita gagliarda ; e che , illu- 
« strati dalle menti severe e indagatrici del Ronchini e del Barbieri , saranno 
« pur sempre le più meditate e più importanti fatiche della parmense Depu- 
« tazione ». 



38 LE CRONACHE MODENESI 

Pronti , del pari che operosi , dieder fuori in tre anni 
otto volumi di mole , intitolati Monumenta historica ad 
provincia^ parmensem et placentinam pertinentia. L'im- 
portanza di tali Monumenti , le prefazioni , le note , l'ac- 
curatezza dell'edizione , pregevole ali resi ne' riguardi 
tipografici , furon testimonio della prestanza degli editori ; 
accrebbero la non abondevol derrata odierna de' libri messi 
in ismercio non a sola cagion di lucro ; procacciarono il 
favor de' dotti verso quella Società, quanto benemerita 
altrettanto modesta ; alla quale non potea dar norma in 
Italia verun Istituto che avesse medesimezza di scopo , 
da quello infuori cui Re Carlo Alberto stabiliva nel regno 
subalpino parecchi anni innanzi. 

Venuti i nuovi tempi , Carlo Luigi Farini , comecché 
tutto in quegli studi e storico di grido anch'esso , non 
potea non avvertire sì nobile istituzione ; la quale fioriva 
nelle provincie da lui governate. Pensò ad onorarla ed 
accrescerla , estendendola a tutta la cerchia delle Pro- 
vincie medesime: e fondò, con decreto del 10 febbraio 1860, 
approvato più tardi da decreto regio , le Deputazioni 
emiliane di storia patria, che hanno sede , rispettiva- 
mente in Bologna, in Modena, in Parma; ed hanno 
eziandio consorzio di fatica da alquante sottosezioni in 
varie altre città. Tornerebbe superfluo accennare di que- 
st'Istituto gli ordinamenti e l'officio , di per sé manifesto: 
diciam solo che ciascuna Deputazione tosto intraprese e 
prosegue l'opera sua, onde abbiam già il frutto di parecchi 
volumi fra Monumenti (la cui pubblicazione ha per fine 
precipuo) e Memorie intorno svariati subbietti ; nel più , 
sopra documenti inediti, sempre a lume storico; dello 
quali, insieme con gli Atti delle singole Deputazioni, esce 
ogni anno, a fascicoli , un volume attinente a Bologna ed 
alle Romagne ; uno , rispetto a Modena ed a Parma. 

Premesse tali notizie , cui si offeriva buona opportu- 
nità di porgere ai lettori deW Archivio , a compimento di 
quelle recate altre volte intorno il medesimo subbietto, 



db'lancellotti 39 

entreremo a dire delle Cronache di Modena , le quali 
manda a stampa quella Deputazione (1). 

Di esse Cronache furono autori Iacopino e Tomaso , 
padre e figlio , de' Bianchi , soprannomati Lancellotti ; una 
famiglia di farmacisti avuta in conto, ed agiata, siccome 
dimostra il vederla aver parte a pubblici negozi , occu- 
pare magistrature cittadine , dar soccorsi non sottili nelle 
patrie calamità. Semplici e schietti , sì Iacopo e sì Tomaso, 
come del consueto gli scrittori di cronache non ammor- 
bati da spirito di parte : nella narrazione , rozzo , scor- 
retto , disordinato più del figlio il padre ; buono e saggio 
al par di quello , che non mancano amendue di lamentare, 
dove la pubblica iattura , dove il dirotto costume , uscendo 
in considerazioni e consigli da valentuomini. 

Cominciando adunque la sposizione nostra dalla Cro- 
naca del seniore , stimiamo doverla dinotare come par- 
ticolarmente osservabile per la diligenza con la quale 
egli tenea memoria del prezzo de' grani , del corso delle 
monete, e d'altro, che nell'argomento storico-statistico 
può dar campo ad utili riscontri , a cui cercheremo di 
somministrare esatto elemento in appendice. 



IL 



Non tocchiamo de' fatti , più presto d'ordine generale 
che municipale , segnati a sbalzi , disparatamente , nelle 
prime pagine della nostra cronaca , la cui data più antica 
risale al 1450 (2). Essa incomincia ad avere alcuna im- 

(1) Per cura specialmente dell'egregio signor Carlo Borghi, archivista in 
Modena e Socio effettivo di quella Deputazione. 

(2; Se fra tanto viluppo è a notare alcun che, non lasceremo in dimentico 
la cagione che Iacopino ascrive alla morie di Papa Pio II ; ed è che , mentr'egli, 
stando in Ancona , raceoglieasi dintorno quante poteva forze della Cristia- 
nità per la Crociata contro il Turco , da lui bandita , e che andò a vuoto , 
avrebbe mirato a far sua quella città; ma , rimasto deluso , che le chiavi di 
essa furono dagli Anconitani offerte al Doge di Venezia , n'ebbe tanto dispetto 



40 LE CRONACHE MODENESI 

portanza laddove accenna, sotto il 15 luglio 1469, alla 
trama di Gian Ludovico e d'altri de' Pio da Carpi , favo- 
reggiati di straforo dal duca di Milano, contro gli Estensi; 
per la scoperta della quale, ebbero mozzo il capol'istesso 
(fian Ludovico ed un cancelliere di quel duca. Ciò non 
pertanto gli avversi a Casa d'Este non bastavano ad 
impedirne la crescente possanza , che la pose , fin che 
durò , sopra quante altre da ceppo longobardo rimasero 
a grandeggiare in Italia. Alla qual grandezza procacciò 
titolo durevole Borso , buon principe e prode , amato in 
vita , pianto ed onorato nella memoria. Signore di Fer- 
rara, Modena, Reggio e d'altre minori città e castella, 
egli recossi in Roma del 1471 , per ottener confermata, 
eziandio dal sommo Pontefice, com'era dall'Imperatore, 
l'investitura dell'ampia ducèa. Aggiunse l'intento nel- 
l'agosto di quell'anno; ma in agosto appunto, e nella 
medesima Roma, cesse al comun destinato. Egli avea 
voluto starsi celibe, per evitar dissidi i co' fratelli , e ad 
un di questi passò il principato insieme col grado di duca ; 
e fu Ercole , primo di tal nome fra gli Estensi. Da quel 
tempo il Cronista più non interrompe la serie de' racconti 
e giunge sino al 1502 ; anno (credesi) della morte di lui , 
ed antipenultimo della vita d'Ercole e del suo regno, 
procelloso, insidiato , vacillante per non breve tratto, poi 
saldamente assecurato. 

Gravi controversie insorgono fra Modena e Bologna , 
nell' istesso anno 1471, e durano più che un triennio 
pe' confini e pe' rispettivi diritti al Panaro. Bologna erige 
un bastione e minaccia Modena , ove si vive alcun tempo 
nella paura che diasi dentro alle armi. Ambasciatori 
vanno e vengono dall'una all'altra città ; grosse somme 
di risarcimento chieggonsi da questa e da quella parte; 

da morir di crepacuore. Como dito Papa (così il Cronista) senti che li 

Anconesi si andono et aprcsentono le chiavi al Dine, il Papa crepò de dolore, et 
morì. Ved. Monumenti di Storia Patria delle Provincie modenesi, serie delle 
Cronache (tom. I, pa«. 14); Parma, Fiaccadori , 1861 , in 4to. 



de' la^cillotti 41 

il valoroso , astuto e turbolento Roberto Sanseverino , 
ligio allora agli Sforza, cui dovea poscia fieramente 
osteggiare , pianta sul bastion bolognese le insegne del 
Duca di Milano. Finalmente alti personaggi s' interpon- 
gono , ed ogni cosa vien composta , correndo l'anno 1474. 
Ma , se Modena esce a buon termine dalle discordie , 
brutte sempre , con la maggiore città vicina, è ben lungi 
da tranquillo stato. Né in sullo scorcio del 1472 le feste 
pel matrimonio del Duca Ercole con Lionora figliuola di 
Ferdinando re di Napoli ; né , qualche anno dopo , i falò 
sulle torri a celebrar la lega concordata fra Ercole, i Ve- 
neziani , i Fiorentini , i Senesi , gli Sforza ; né, del 1476, 
le giostre , le corse al palio , i giuochi ed ogni baldoria 
(sebben durassero quasi tutto giugno) nella occasione del 
solenne ingresso d' Ercole I e di Donna Lionora in Mo- 
dena , avranno avuto efficacia di mitigar i patimenti del 
popolo. Carestia e siccità lo aveano afflitto per due anni 
consecutivi; un tremuoto , che conquassò l'abitato e fece 
squillar terribilmente le campane , avea costernata la 
città, ove spesso correansi a folla e furore le strade 
per invader le case de' sospettati incettatori di granaglie. 
Nel contado si volea pane , di grato o di forza , e for- 
mavansi bande di facinorosi , che nel nome dato loro di 
arabi dimostrano bastevolmente quali ne fossero le mire 
ed i fatti. Però , mentre Modena offeriva al Duca doni 
di varie maniere , caricandone quaranta carra , si mor- 
morava sommessamente perchè il prezzo de'grani andasse 
aumentando fuor di misura (1). 

E le feste modenesi mescolavansi eziandio a politiche 
perturbazioni , cui fomentava , fidando forse nel malcon- 
tento , Niccolò d' Este , cupido di sbalzar il parente dal 
trono , ed egli occuparlo. Le storie non tacciono di così 
grave tentativo ; ma non recano alcuni particolari che 

(1) Il frumento, che del 4471 valeva soldi 9 Io staio alle case , soldi \\ sui 
mercati ( Ved. lom. I suddetto dei Monumenti , pag. 4) sali nel U7tì a soldi 30. 
- Ved. anche in fine P Appendice- 

Ancu. St. It\l., 3.» Serie, T. IX, P. IL 



42 LE CRONACHE MODENESI 

ne dà il Cronista. Da lui sappiamo come uno zoppo , di 
nome Nicola , vegnente a Modena da Bologna, nel colmo 
de' tripudii gridasse a tutta gola: Vela, vela! (l'impresa 
di Niccolò) ; come frattanto qualche altro levasse voce in 
favor de' Bentivoglio , e questi e quelli non ottenessero 
risposta che col motto di Ercole {diamante!). Preso lo 
zoppo , fu impiccato ; ma Niccolò , malgrado quel fallito 
saggio di rivoltura , non ismise il disegno. A' 2 di set- 
tembre , un giorno di domenica , giunse di sorpresa sopra 
Ferrara , e vi entrò per una breccia , seguito da ben 
settecento uomini d'arme. Nelle strade nessuno riceve 
molestia dagl' invasori , ma nessuno ingrossa la lor 
masnada; nessuno si volta a favoreggiar Niccolò. Egli 
va difilato sulla piazza; i suoi vogliono che un napole- 
tano, il quale era guardia del palagio, gridi pel ribelle, 
e quegli si lascia ammazzare , pronunziando Aragona ! 
parola significante fedeltà al suo Signore , che avea donna 
di lignaggio aragonese. Escono i compagni del trucidato, 
e si va scaramucciando , mentre Niccolò cerca aringar il 
popolo , e promette abbondanza , danaro , e , come ogni 
fomentator di novità pel ben proprio , tutto il bene d'al- 
trui. Non v' ha chi gli badi ; gli è freddato al fianco un 
seguace; la Duchessa, allor puerpera, ha il coraggio di 
balzare , così com'era discinta , dal letto col proprio bam- 
bino , e portarlo a salvamento nel castello ; Sigismondo 
fratello del Duca , avuto il tempo di mettersi in ordine 
con una forte mano d'uomini , si avventa ai ribelli , che 
in poco d'ora son messi a sbaraglio ed in fuga. Molti 
morti ; più assai presi al Bondeno ; strangolati venti- 
cinque faziosi di oscuro nome. A Niccolò ed Azzo , della 
schiatta medesima del Duca , è tronco il capo di notte : 
alla luce del sole si fanno magnifici funerali. Ercole , 
che dalle sue delizie di Belriguardo erasi ritirato a Lugo, 
non vuole altri supplizi , e fa cassar le sentenze per de- 
litti di stato , e per ogni altra condannazione attinente 
alla Camera ducale. 



db'lancillotti 43 

Il popolo , rimasto impassibile al tentativo , alla re- 
pressione , al perdono , noi fu per avventura ad avve- 
nimento consolevole fra le calamità di queir istesso an- 
no 1476 : vogliam dire l'introdotta coltivazion del riso, per 
la quale Ercole chiamò maestri da Napoli, e diede lavoro 
ad alquante centinaia di braccia. Al Paullo , terra ducale, 
fu fatta la sperienza , che riuscì ad ottimo fine ; ed i 
Modenesi , addì 8 ottobre videro entrare in città dicias- 
sette carri carichi di sacchi del nuovo grano , ed ornati 
degli stemmi ducheschi , quasi a trionfo e ad argomento, 
il più giusto , di pubblica esultazione. 

Il francarsi di Genova dalla signoria sforzesca ; la 
aperta ribellione del Sanseverino agli Sforza ; gli aiuti 
che il Duca Ercole manda alla Duchessa Bona; il passar 
di condottieri e di soldatesche da Modena ; le grandi 
onoranze ad Ercole , poiché i Fiorentini l'ebbero eletto 
capitano generale nella guerra mossa contro di loro dal 
He di Napoli , offrono materia a parecchie pagine della 
Cronaca , nelle quali nulla si avverte che non sia con- 
segnato a notissime storie. Cionullameno le cose narrate 
dal buon Lancillotto varrebbero , nell' insieme , a confer- 
mar l'accusa, data ad Ercole, di lento, incerto, forse 
non interamente leale verso la Repubblica fiorentina , 
benché lo rimunerasse con centomila ducati d'oro (1). 
Ma si vuol considerare che gli tenzonava nell'animo, col 
sentimento del proprio dovere l'affetto parentale , es- 
sendo egli a combattere il suocero suo Ferdinando di 
Napoli. Onde che , s'egli traea le cose a dilungo e con 
fiacchezza , non sarebbe illecito supporre , come fecero 
gravi scrittori , che agevolasse , per utilità sì d'una parte 
e sì dell'altra , il condursi a quella pace , che la co- 
raggiosa saviezza di Lorenzo de' Medici seppe conchiu- 
dere (2). 

(1) Così il Cronista; altri dice meno. 

(2) E noto come Lorenzo il Munifico, per troncar le ostililà, si recasse a 
re Ferdinando , che di nemico acerrimo , yli divenne amico. 



44 LE CRONACHE MODENESI 

Più assai che quel periodo (1477-80) porge copiosa 
materia al Cronista modenese l'aspra guerra sostenuta 
da' Veneziani , ed a' primordii , anche da Papa Sisto IV, 
contro Ercole I ; quella , che veramente pose a lungo 
pericolo ed all'accennato repentaglio la fortuna estense. 
Lamentavano i Veneziani che il Duca di Ferrara , obbli- 
gato per antico patto a provveder da loro il sale , isti- 
tuisse in Comacchio saline : veniva il Papa aizzato dal 
nipote Giacomo Riario , che avrebbe voluto spartirsi con 
la Signoria gli Stati di Ercole. Altre cagioni si aggiugne- 
vano , che non è mestieri qui rammentare ; e formida- 
bilmente preparavansi la Repubblica, il Papa, il Riario, 
insieme col Marchese di Monferrato , con Genova , con 
lo spertissimo Roberto Sanseverino , ed il non meno va- 
lente Pier Maria Rossi , capo di famiglia parmense , più 
che feudale , principesca. Stavano col Da Este i Duchi di 
Milano , il Re di Napoli , i Fiorentini. Già Ercole sin dal 
febbraio 1481, poiché Roberto erasi mostrato minacciosa- 
mente rimpetto a Lagoscuro , faceva in gran fretta af- 
forzar le rive del Po con bastite , a cui duemila ferra- 
resi lavoravano dì e notte. Ma quell'anno passò senza la 
guerra , cui Ercole cercava a tutt'uomo di cansare , e 
che ogni dì più doveasi riconoscere inevitabile , come la 
gente buccinava. Però nel gennaio dell'anno appresso è 
data mano ad accelerare ed ingagliardire gì' incominciati 
apparecchi per la difesa. Prevedesi che il nemico farà 
impeto su Ferrara, e ne vengono accresciuti i muni- 
menti con artiglierie tolte a più castella in quel di Mo- 
dena. La quale, insieme con Reggio, spedisce doni d'armi 
e di proiettili. Si atterrano alberi in tutto il contado; nel 
Ducato e a Bologna son chiamati fabbri da legname che 
si rechino a Ferrara ; ed ivi se ne raccolgon tosto quat- 
tromila; ogni cosa si appronta pei ripari a Rovigo ed 
altrove ; nel ferrarese calansi dalle torri trecento cam- 
pane e se ne fanno spingarde ; è un incessante levar 
d'uomini, di vittovaglie , di denari. Una polveriera, che 



de'lancillotti 45 

scoppia nel Castelvecchio di Ferrara , sembra tristo pre- 
sagio ; gli orrori della guerra cominciano prima che sia 
dichiarata ; giacché , nell'aprile , Pier Maria Rossi corre 
la campagna a San Polo reggiano ; gli sforzeschi spin- 
gonsi a Noceto in danno de' rossiani ; ed a' 4 maggio , 
il dì stesso in cui la guerra s' intima , con pretesti non 
mancati mai a chi la volle , Roberto attraversa paludi , 
mette a sacco le ville dintorno Melara , prende essa 
terra. Adria ed altri luoghi cadono poco dopo in suo 
potere ; l'esercito della Signoria minaccia la punta di 
Lagoscuro ; molta gente impaurita fugge a Modena da 
Ferrara, ove intanto giungono aiuti di milizie sforzesche; 
più la guerra si accalora , e più dirompe ai saccheggi , 
alle stragi , alle barbarissime rappresaglie. Dopo molti 
scontri parziali, una general battaglia, accanita, sangui- 
nosa , non decisiva , è combattuta fra il 29 ed il 30 giu- 
gno ; ne il posar delle armi sveglia la naturale pietà 
verso gli estinti , e cadaveri in gran numero son gittati 
in Po , ovvero si lasciano insepolti. Malgrado tanto ma- 
cello e rovina, non si parla di sosta. Rimpetto al Bon- 
deno atterransi case e palazzi , si disertano ville perchè 
manchi luogo a porre accampamenti ; ed a' guai della 
grossa guerra si aggiugne la prepotenza de' signorotti , 
baldi e feroci nel disfogar, come possono allora impune- 
mente , F insaziabile ingordigia. Di tal fatta i Torelli da 
Parma , del parentado e della lega de' Rossi , che sguin- 
zagliano lor bande a mettere a ruba , a fuoco , a ster- 
minio le ville ; spogliano ed uccidono mercadanti ed altri 
pacifici viaggiatori ; s'impadroniscono a violenza di Mon- 
tecchio ; osan mostrarsi più volto fin sotto le mura di 
Reggio, ov' è spedito in fretta Niccolò di Guido Rangone 
ad incorar e proteggere la spaventata città. Tristissima 
pur oggidì , se voglia dirsi tal fiata necessaria la guerra ; 
più feroce ed orribile allora , e da masnadieri , non da 
onorati combattenti ! 



46 LE CRONACHE MODENESI 

Eppure i sudditi, taglieggiati ed afflitti oltremisura, 
oppressi dagli amici e dai nemici , danno ascolto alla 
voce di Ercole , che invoca d'ogni fatta soccorsi , perchè 
gli si salvi lo stato ; ed ancor si denudano delle robe , 
non risparmiano le vite. Più incalza frattanto il pericolo 
degli Estensi , malgrado l'accorrere d'Alfonso Duca di 
Calabria, cognato di Ercole , preceduto da seicento fanti, 
seguito da millecinquecento; un terzo de' quali fra Turchi 
e Spaglinoli. Cenciquanta di quelli , appena giunti , ab- 
bandonano la bandiera , uccidono scolte del campo fer- 
rarese , scorrazzano terribili a guisa di saccomanni ; gli 
Spaglinoli fan peggio , che abusano iniquamente persino 
della ospitalità. In questo mezzo il mentovato Alfonso , 
Giovanni Bentivoglio , Lorenzo de' Medici , il Marchese 
Gonzaga , l' istesso Ercole si adunano in Cremona a con- 
siglio di guerra, e soprarriva Lodovico Sforza (il Moro) 
con dieci squadre , le meglio odinate che sino allora si 
fossero viste. Ciò non pertanto le cose ancor non mutano, 
e nel 1483 , sullo scorcio di febbraio i Veneziani , oltre 
inudite carniflcine , fanno gran presura di bestiami , di 
robe , di gente , tormentano i prigionieri , pongono enormi 
taglie a' riscatti. Viepiù ardito il Sanseverino , sui primi 
del mese seguente , procede a furia sino alla Certosa di 
Ferrara, entra nella chiesa di Nostra Donna degli Angeli, 
e porta via una statua dell' Estense ( atto di scherno , 
perch'essa era di stucco) e la manda a Venezia. Muove 
alla riscossa il Duca di Calabria , avvisato dalle spie , ed 
ottien rivalsa : quattrocento uomini son t-rucidati , altri 
molti precipitati nell'acque , più che cento fatti prigioni. 
Questa vittoriosa giornata parve segnale di rivolgimeli! o 
propizio a Casa d' Este. Ludovico Sforza conduce sue 
milizie nel parmense e rintuzza l' imbaldanzir de' ros- 
siani , come in campo aperto , così battendo lor castella. 
In meno d'un mese Felino , Torchiara , Basilicanova , 
Roccalanzona , San Secondo cadono in poter di lui; presso 



de'lancillotti 47 

quarantacinque terrò occupate dai Veneti son loro ritolte; 
il Sanseverino trasporta le tende a Gera d'Adda ; gli 
avversami suoi accampano ad Asola con censettanta 
squadre , ottocento bocche d'artiglieria , duecento spin- 
garde ; e , non senza nuove mischie atrocissime , fra cui 
principali e più sanguinose quelle avvenute a Sermide 
ed alla Stellata , chiudesi il 1483. 

Nell'anno seguente il Papa, distoltosi da' Veneziani , 
non solo li sfolgora con la scomunica maggiore , ma 
spedisce un suo Legato a Milano in un Congresso de'Capi 
della lega contro Venezia , che già tutti ingelosiva ; ed 
è deliberata la continuazion della guerra ad oltranza. 
Tale fu veramente sin dopo il mezzo del medesimo anno ; 
e la ferocia e l' ira giunsero al segno che , essendo ca- 
duto un Contestabile veneto in un agguato , insieme con 
venticinque fanti , tutti vennero messi a morte ; e spic- 
catene dai busti le teste e confìtte sulle picche portaronsi 
in Ferrara a nefandissimo trionfo. Ne i provocati Vene- 
ziani vollero stare senza vendetta , che ugual barbarie 
commisero su contadini e donne , caduti nelle lor forze ! 
Ma giunse l'agosto, ed un trattato, che pigliò nome da 
Bagnolo dove concordossi , pose fine per allora ad ogni 
ostilità. Come di solito , quella pace vantaggiò meglio i 
più forti ; e , se V Estense potè recare a porto sicuro la 
dinastia dopo tanto naufragio , dovette spogliarsi del 
possedimento di Rovigo e del Polesine (1). 

Al quadro degli orrori della guerra è riscontro non 
discorde la condizion miserissima de' paesi. Non discon- 
tinuava la tenuità de' raccolti , e il difetto di pecunia 
stringeva tanto , che la povera gente della città di Mo- 
dena e delle campagne non trattenevasi dal rubar legne , 

(4) Si avverte clie tutto quanto concerne agli eventi di guerra da noi con 
rapidità esposti, ed il racconto, che seguirà, intorno le condizioni del paese, 
furono Inatti appuntino dalla Cronaca , di cui non si potrebbero , a chiara in- 
telligenza, segnare i luoghi j tanto son confusi: però ci limitiamo a dichiarare 
che la notizia delle cose or accennate si rinviene da pog. 50 a 105 del già ci- 
tato Tom. I de' Monumenti Modenesi. 



48 LE CRONACHE MODENESI 

fieno , erba , fave immature , e tutto vendere per com- 
prar pane. Coloro i quali ne men la fame potea spingere a 
dar di piglio all'altrui, cibavansi di pruni, così com'erano 
spiccati da' macchioni ; ovvero , quelli disseccando , ne 
traean farina , cui mescolavano con crusca a farne ingrata 
polenda, ch'era gran mercede se bastava a saziarli! 
Nelle città poi tutto a soqquadro. Ognuno portar armi a 
sua posta ; battiture , ferimenti , uccisioni ; sì pervertito 
il inorai senso che non udivasi voce per le vie , la quale 
non fosse di orrende bestemmie : parea la terra disertata 
da ogni buon reggimento. Vi mandava il Duca un Lorenzo 
Renci da Pesaro , prudente magistrato , che fra il 1479 e 
l'80 sapeva con opportunità e fermezza di provvedimenti, 
senza pur una condanna capitale , ristorar alquanto la 
cosa pubblica : ma l'anno appresso ecco ripullular gli 
scompigli ; le contese private ingrossarsi a fazione ; i 
turbolenti ed i tristi cogliere il destro di tumultuar e 
misfare ; sbigottirsi e fuggire i buoni; venir necessità 
di reprimere con la forza quel disordine , cui non ba- 
stava ad attutire il consiglio de' savi (1). E veramente, 
come poteva starsi in tranquillo un popolo ridotto allo 
stremo da calamità incessanti ? Narra il cronista non 
essersi veduta mai, a memoria de' più vecchi, una scar- 
sezza di derrate d'ogni specie , come fu nel 1482 : però 
non fa meraviglia, se, finito quel po' di granaglie , che, 
nell'universale, potea rimaner in serbo, non volendosi a 
nessun prezzo metterne fuori dai pochi che ne possedeano; 
facendo gli usurai lor prò delle pubbliche angustie , ed 
appressandosi l'inverno, la moltitudine si levasse ai più 
disfrenati romori. 

Sembra avesse dovuto acquetarsi all'arrivo di quattro 
galeoni carichi di biade ; e questo invece fu cagione di 
più gravi trambusti. Ecco uomini, donne, fanciulli, schia- 
ri Il celebre Boiardo conte di Scandiano venne, conducendo suoi armigeri^ 
a sedare quelle turbolenze. 



DE* LANCILLOTTO 49 

mazzando , gittarsi confusamente , come forsennati su 
quei legni, e quasi d'un tratto vuotarli; ne, dopo il 
violento scoppio , saziarsi la rabbia ; e gli ammutinati 
correre alle case ove sospettavansi cumuli di frumento; 
saccheggiare ; porre a catafascio quanto non si potea 
ghermire, disperdere le cose stesse ch'erano obbietto di 
tanta brama, di tanta frenesia; e nella pressa, nel para- 
piglia, per gli androni, perle scale, un pestarsi, un ferirsi 
l'un l'altro ; a mala pena difesi da genti d'arme i palagi 
de'signori, che, per essere liberali e caritativi, doveansi 
risparmiare ; ascoltato solamente Cristoforo Rangone , il 
quale , conciossiachè fosse tenuto sopra tutti in istima , 
giunse a calmare alquanto i riottosi. Ma quasi non ba- 
stasse l'interna perturbazione, i contadini, essendo corsa 
voce fra loro dei fatti di Modena, vennero a torme dalle 
ville circostanti per bottinare. Si chiusero le porte di 
giorno, e ritentossi la prova a notte, non senza danno; 
poscia quelli, sbandandosi di qua, di là, spogliarono più 
luoghi ; e fu come scintilla elettrica lo spargersi della 
nuova, come contagio l'esempio; giacche in varie terre, 
anche a non poca distanza, s'incendiò, si rubò, si ecci- 
tarono scompigli sciaguratissimi ! 

Mal soccorse un invio di grano, che trovossi guasto; 
l'ottenerne di meglio non valse, pel soperchio del prezzo; 
si posero calmieri, e l'agitazione scemò, non la miseria, 
che tutti affliggeva i paesi dell'Emilia. Macinavansi gusci 
di noce e ghiande con ginepro , ed il pane di quella fa- 
rina era un ghiotto manicare : ancor più volentieri si 
addentavano le stiacciate de'garegli di noce, già spremuti 
e trattone ogni umore per farne olio ; si cercavano avi- 
damente per cibo le radici e le gramigne. Essendo messo 
divieto all'uscir de'commestibili dalle città , un padre 
infelice , che avea dato in pegno sue robe caserecce per 
isfamare le proprie creature , vien fermato alle porte di 
Bologna, e gli è tolto il pane; ond'egli, reso cieco e de- 
mente dalla disperazione, avventasi ai figli ed alla moglie 
ARcn. St. Ftal., 3.* Serie, T. IX, P. II. 7 



50 LE CRONACHE MODENESI 

che gli vengono incontro, e (orrendo, lagriraevolissimo a 
dirsi!) quelli e se medesimo uccide. 

Apresi il 1484 fra insolita crudezza di stagione ; madri 
e bambini a lunghe file vanno limosinando ; veggonsi 
poverelli giacer ne' letamai ; serpeggiano malattie ; gli 
ospizi non bastano a ricoverar gl'infermi ed i necessitosi ; 
miseri fanciullini , tra pel freddo e per la fame , cadono 
intirizziti e muoiono nelle vie ! In cotal distretta , in così 
dismisurata desolazione si credè gran ventura che per- 
sonaggi di grado , fra cui un Orsini , venissero in cerca 
di coloni per la cultura de' terreni di Palestrina. Le fa- 
miglie partivano a frotte , adescate dalla promessa di 
franchigia dai tributi a loro ed ai discendenti ; del dono 
di quattro biolche di terra (1) ; del ricevere in anticipato 
i viveri per un anno ; del trovar in pronto sementi, buoi, 
attrezzi. Ma non molto andò che i più si videro tornare , 
cacciati dalla mal' aria, affranti da stento , più grami di 
prima ! Il bisogno , quest'orribile persuasor della colpa , 
aumentava il numero de' borsaiuoli, de' ladri , de' micidiali. 
I magistrati , vigliacchi o sgomenti , non osavano far 
giustizia; ovvero corrotti o complici , tradivano perfidio- 
samente lor ministero. Sì miserando stato impeggioriva 
per le discordie delle famiglie, massime de' feudatari. 
Tra' quali i Rangoni , principalissimi , malgrado il senno 
d'alcun di loro , partivansi in Guelfi e Ghibellini. Nell'as- 
siduo cozzo rinfocolavansi gli astii e le ire ; il concorso 
de' fautori aumentava gli strazi , le offese , le vendette ; 
e persone a centinaia e centinaia si accapigliavano au- 
dacemente in Modena. Un giorno se ne contarono duemila 
venuti alle mani ; la lotta durò fin oltre l'imbrunire , ed 
a fatica si ottenne una tregua di trentasei ore. Per la 
quale Niccolò degli stessi Rangoni ed il Duca ebbero agio 

(4) La biolca è misura consueta de' terreni nelle provincie dei già Ducali 
di Modena e di Parma ; corrisponde a poco meno delia terza parte d'un et- 
taro , e può , ad un bel circa , lavorarsi da un bifolco nello spazio d' una i,'ior- 
nata ; perù la dicono anche U folca. 



de'lancillotti 51 

di recarsi alla città ; ove le parole del primo , dimentico 
d'ogni rancura partigiana , e l'autorità del secondo , ba- 
starono a restituire concordia. Nessuno cionnullameno 
pensò daddovero a rilevar la patria dal fondo de' guai 
ne' quali erasi lasciato precipitasse ! 

Così tetro, eppur vero spettacolo ci viene innanzi 
al raccogliere e coordinare le notizie che il Bianchi se- 
niore, nella più rozza maniera, ma con buona fede la 
più manifesta e con egual diligenza scriveva dì per dì. 
Corsero forse non tristi alcuni anni di poi , ed in così 
normal condizione , che il cronista nulla si avvisò notare 
per un novennio ; o forse andaron perdute le schede re- 
lative a quel tratto di tempo , che nella Cronaca si fa 
trapasso dal 1484 al 93. Ci vien dunque in acconcio di- 
stinguere dal già esposto quanto siam per dire. 



III. 



Nulla riferiremmo di ciò eh' è registrato sotto esso 
anno 1493, se non avessimo a toccar di volo delle inon- 
dazioni avvenute con danno immenso ne' territorii com- 
presi fra il Ticino ed il Panaro ; della morte di Donna 
Lionora d'Aragona , la virtuosa moglie d' Ercole I ; del- 
l' invio del figlio di lui , Ippolito , alla corte francese , con 
accompagnamento onoratissimo ; il che , per avventura , 
non fu senza politico effetto , come vedremo a luogo 
opportuno. 

Volgevano i giorni ne' quali quel gran traditore degli 
amici , dei nemici , del proprio sangue , della patria, che 
fu Lodovico il Moro , mettea in sospetto ed in agitazione 
i potentati d' Italia, mentre aspirava ad ottener appo loro 
con l'astuzia quel credito che Lorenzo de' Medici erasi 
acquistato con la virtù. L'acerba morte di questo vien 
considerata da tutti gli storici gravissima sciagura ; ed 
infatti più largo e più agevole campo lasciò al Moro, il 



52 LE CRONACHE MODENESI 

quale diedesi tosto ad intorbidar la pace che il Magnifico 
avea saputo promuovere , e per ben due lustri mantenere. 
Lodovico , per opposto , a sfogo di odio ed a vendetta 
contro Ferdinando di Napoli ; ad insaldarsi nel principato , 
che già aveva in pugno , vivente il Duca Galeazzo , suo 
infelice nipote ; e forse ad altre mire non meno ree , con- 
sumava il troppo famoso misfatto di chiamar in Italia le 
armi di Francia. Ne gli tornò difficile persuadere quel 
re , Carlo Vili , ad assecondarlo , solleticando le tendenze 
e le ambizioni di lui , giovane , assetato di gloria , ago- 
gnante al conquisto del reame di Napoli , sul quale van- 
tava diritti. Per tal modo Lodovico ne apriva quella tri- 
sta e lunga età , cui giustamente Cesare Balbo denomina 
delle preponderanze straniere. 

Il Duca Ercole , non impigliato per diretto nelle nuove 
contese, avrebbe potuto evitare di mescolarsene; ma gì' in- 
teressi de' varii Stati italiani cominciavano ad intrecciarsi; 
ne , per la scossa ad uno , potea rimaner l'altro inerte. 
Della parte sostenuta da Ercole in que' gravissimi accadi- 
menti, e delle conseguenze che esercitarono nel suo Ducato 
abbiamo dal Cronista particolari non privi d'importanza; 
ed egli ci dà pur certezza di cose d'ordine generale , si- 
gnificategli per lettere, anche da fuori d'Italia, delle quali 
non ci sembra fuor di proposito il dare qualche contezza. 

E di quelle lettere una vegnente da Lione innanzi 
la calata di Carlo , ragguagliava a minuto delle forze di 
terra e di mare che quel re stava per condurre. Non 
erano di soli Francesi; ma e di Svizzeri, d'Inglesi, di 
parecchie centinaia Spagnoli , d' Italiani ! Esercito formi- 
dabile anche per le molte artiglierie, e per le varie ma- 
niere di milizie, acconce a d'ogni fatta imprese. Non men- 
valido il naviglio , che noverava grossi legni , e poteva 
con uomini da sbarco sostener vie meglio l' esercito (1). 

(4) Stimiamo non inopportuno riferire i particolari che leggonsi nella Cro- 
naca intorno quell'esercito e quell'armata. « Prima nomini per tera de ar- 
ti me 3000 , arceri a chavale 6200, arceri inglexi a pedi 6000 balestreri , a 



de'lancillotti 53 

Non davasi fede sul principio a tali novelle ; cionul- 
lameno ben presto si avverarono , ed ai 15 agosto del 1494 
Modena vide un vanguardo di cinquecento cavalieri 
francesi , e durò lunga pezza il passar delle varie solda- 
tesche. Dicevano andar contro il Re di Napoli ad ini man- 
chevole vittoria , perchè quegli era macchiato di osceni 
vizi , alleato a' Musulmani , nemico alla Chiesa , carnefice 
de' suoi Baroni , esecrato dai popoli : al Re di Francia , 
potentissimo, come per sé, per la lega con lo Stato di 
Milano , non avrebbero potuto resistere né gli sforzi degli 
Aragonesi, né i ribelli di Genova, né altri. Queste voci 
si facean correre ; bisognava pure procacciar favore alle 



« pedi 8000 , Bertoni con lanze longe a pedi n.° 8000. Lo illmo sig. Lodovigo 
« de Milan manda almeti [elmetti) 2600 , artiaria grossa peci [pezzi] 460 , bon- 
« bardieri 4200 , guastadori n.° 6000 , marangon da condurre con artiaria 200, 
« m. [maestri) de' ligname 600 ; m. da butare muri et forteze 300 ; rn. per 
« fondere fere [ferro) e fare balote n.° 420 , m. per fare carbon n.° 220 , m. per 
« fare corde n.° 420, cavali per condure artiaria n.° 1200 , caratèri [carrettieri) 
« n.° 4600. Li quali numeri de persone si ano a venire in Italia. Questa lettera 

« vene inance comenzasse a vignire nessuna persona de Pranza 

« - per mare - Lo ducha de Oriens ( Orleans ) capitanio con Ormandi 

« [sic Normandi ? ) lo conte Dangelin , lo ducha de Nomara , lo principo 

« d' Ornasia [DuguescUn , Nemours , Orange ? ) , lo conte de Valdin , lo conte de 
« Lignana , lo conte de Nuera , lo conte de Bernatago , lo conte de Bertagna , 
« lo gran bastardo de Berlengo , lo gran bastardo de Boudon [Bourbon) , lo gran 
« bastardo de Borgogna , lo gubernalore de Campagna [Champagne] , Svizari 
« n.° 40,000 zentilommi de Zeneva 4000. Lo illmo signore Lodovigo li dà zente 

« per mare , ma non si sa quanti 

« a dì 7 zugno prima nave grosse zenovese n.° . . . . so- 

« pra queste sono persone 4000, computa la ciurma , computa li naveganti. 
« Nave grosse de Marsilia n.° 4, sopra a le quale gè va lance 500. Galioni 42 
« suxo li va Svizari 2500. Galere V' , suxo li va 300 sebiopeteri. Itcm apro- 
« vixionati del principo Talian n° 800. Itcm balestrcri francesi n.° 6000 . li quali 
« si ano a saltare fora de le nave a le bixogne. 

« La parte de Tarmata , con la quale sera la cristianissima persona del re 
« de Franza, galere n.° 24 , nave grosse n.° 42. Item tanti galioni, come è dito 
« di sopra, n.° 42. Le quale nave arane arceri 3000, zaneteri spagnuoli n.° 200, 
« fanti taliani n.° 4000: exorcito teresto , zoè per tera n.° 4500, zoè nomini 
« d'arme. Lo illmo signore Lodovigo homini d'arme 500, lance franeexe n. 8 1000. 
« Item balestrcri a cavale 4500, zaneteri spagnuoli 200, svizari a pedi n.° 2000 ». 
(Loc. cit. , pag. 447 e 418). 



51 LE CRONACHE MODENESI 

milizie che dovean percorrere tanto paese ; e nel vero , 
a prima giunta , gli alloggiamenti ed i viveri pagavansi 
con puntualità e larghezza ; né i soldati , salvo la fac- 
cenda e il disagio , recavano molestia. Ma non andò guari 
che insorsero tafferugli e sanguinose baruffe ; le prime 
blandizie si mutarono in tracotanze violente , e gì' Italiani 
ebbero ad accorgersi con qual razza di scellerati avessero 
a fare. È noto come nell'esercito di Carlo si noverasse 
la più vii feccia de'malviventi di Francia; alcuni a per- 
petuità d' infamia mozzi le orecchie , nascondevano la 
ributtante deformità con le lunghe chiome; queste, scar- 
migliate ; irsute le folte barbe , che accrescevano la ter- 
ribilità de'ceffi , ben rispondenti alla ferocia dell'animo. 
Passiamo in silenzio le orribili sevizie da quelli commesse 
nel ritogliere agli Aragonesi Rapallo , dove , a ludibrio 
si schiantarono gli occhi ai morti combattendo ; ci strin- 
giamo a quel che narra il Cronista sotto la data del 
19 ottobre. Guidati dal conte di Caiazzo , i Francesi avean 
preso d'assalto il castello di Mordano in quel d' Imola ; 
e , non contenti del sacco furibondo e del fuoco appic- 
cato alle case . quanti incontrarono primi tagliarono a 
pezzi ; menaron via le donne ; imprigionarono ognuno che 
avesse avuto facoltà di riscattarsi. Ad un padre , che 
gridava di non poter pagar la taglia , tolsero il figlioletto, 
ed un de' disumani se lo pose sotto i piedi ; e sì , sgoz- 
zatolo, gittollo dinanzi allo sventuratissimo genitore ! 
Parve giustizia del cielo il subitaneo spezzarsi d'un ponte 
sotto i passi di quei tigri , ed alquanti cader giù, ed an- 
negarsi nelle fosse. Ma pochi altri ostacoli s'incontrarono 
dai prepotenti occupatori ; e fu ventura , in riguardo al 
minor travaglio delle popolazioni , se Carlo (poiché non 
doveva essere da noi respinto, né sgominato) attraver- 
sasse Firenze, poi Roma, non a prezzo di grandi battaglie, 
ma , sarebbe per dirsi , in guisa di felice passeggiata ed 
in forma trionfale , con la lancia sulla coscia , secondo 
una espression notissima del Guicciardini , che fuor di 



de'lancillotti 55 

dubbio era in voga prima di lui, poiché leggesi nella 
stessa nostra Cronaca , a lui anteriore. 

Carlo pose dunque piede nelle terre , meta in Italia 
de' suoi disegni , i quali spingevansi più oltre ( conforme 
da molti si afferma) ; e tra il gennaio ed il febbraio si vi- 
dero l'abdicazione , a favor del figlio Ferdinando , di re 
Alfonso II ; la sconfitta di Ferdinando stesso , che avea 
tentato difendersi a San Germano ; l'abbandono che , per 
sottrarre i regnicoli a guai peggiori, quest'ultimo fece 
della corona , appena posta sulla giovane fronte. In 
quest'atto magnanimo ci vien presentato fra' Baroni ai 
quali aveva dischiuso le carceri , ove languivano per 
volontà del padre e dell'avo di lui. Poich' ebbe assistito 
con loro agli 'uffizi divini , Ferdinando (1) annunzia il 
proprio divisamente , sol rammaricandosi che il sangue 
de' sudditi , versato sui patiboli , grondi sul suo non col- 
pevole capo , e che il rinunziare al trono gli tolga di far 
dimenticare , come avrebbe veduto , le tirannie de' pre- 
cessori: Sì commuove gli astanti con sensi che il Guic- 
ciardini svolge in eloquente orazione : però il veder 
memoria di que' medesimi sensi nel sincrono scrittor 
modenese fa testimonio che in realtà furono espressi , e 
che non in tutto e non sempre esso Guicciardini imma- 
ginavasi , e coniava a pompa oratoria (come sembra) 
così fatti parlamenti. 

Presto si pianse e si desiderò quel re. Più presto 
vennero a noia la iattanza e le lascivie francesi ; i prin- 
cipi italiani sospettarono altre conquiste ; e , temendo 
ognuno per sé , collegaronsi , insieme con le rinsavite 
Republiche ad una difesa , che diveniva nazionale, Car- 
lo Vili frattanto, scorsi men che tre mesi fra l'ebbrezza 
de' piaceri nell'eden partenopeo , volgea le spalle al bel 
paese che , secondo il dire di Alessandro VI , si aveva 



(1) Fu il II così chiamato fra i re di Napoli dì stirpe angioina , nipote da 
figlio (il secondo Alfonso) >!i Ferdinando I nominalo anteriormente. 



56 LE CRONACHE MODENESI 

acquistato con gli speroni di legno , ed il gesso da se- 
gnare gli alloggiamenti. I maggiori principi italiani gli 
facevano scorno manifesto. In Roma egli cerca aver col- 
loquio col Papa, e questi ne parte; Carlo gli va dietro, 
e il Papa , via di nuovo ; onde che l'altro , deluso , indi- 
spettito , s' incamminò per alla volta di Firenze (1). Ma 
questa città tutt' intorno era afforzata ; abbarrate le 
strade ; i tetti guerniti di legnami e di pietre da sbale- 
strare al basso ; muniti di spingarde molti palagi ; ben 
vittovagliata la città, e pronta a ricevere il Re di Fran- 
cia come amico , se tale presentavasi , e facea restituir 
Pisa, la cui separazione da' Fiorentini egli patrocinava: 
a dargli buona risposta , ove insolentisse come nemico. 
Egli , stimando prudenza non avventurarsi , mutò strada, 
passò per Pisa , e cautamente, a piccole giornate, sene 
venne a Parma, senza incontrare chi gli si opponesse. 
Erano i suoi nemici in ordine con poderoso esercito a 
Fornovo , lunge non più che quattordici miglia da Par- 
ma suddetta, sul torrente Taro, a' pie dell'Apennino. 
Colà egli doveva adunar sue forze , ed aprirsi un varco 
al ritorno. 

Modena , che pochi mesi innanzi aveva dato il passo ai 
battaglioni di Carlo , diedelo altresì nel mese di giugno 
alle varie milizie che nella terra suddetta erano in 
pronto per contrastare a' Francesi la ritirata (2). Anche 

(4) Nel proposito del partirsi del Papa e degli apprestamenti di Firenze ab- 
biamo dalla Cronaca (p. 432). Lo re Charlodi Franzasi partì da Napule e tornò 
in dreto e vene a Roma , come il Papa il sentì , insì {uscì) de Roma, e dito re 
li voleva parlare , e dito Papa andò in altro logo; quando vite cusì si mise a 
vignire verso Fiorenza e li Fiorentini si avevane fate forte de zente , incade- 
nada Fiorenza , charegalo li palaci de saxi, et in cima li palaci in suxo li chopi 
[tegole) li avevane posti tignami de trare zoze [giù) zoè travi borneali e poste 
spingarde quantità per li palaci e ben forniti de vituaria , dicende lore : Sei 
vole vegnire corno amigo et farese restituire Pixa noi l'aceteremo; sei volo ve- 
gnire corno inimigo imi li respondereme. Il re ave sentuto tulo questo, si vene 
per una altra via e viene a Pixa , e a pochoa pocho se ne vene a Parma senza 
contrasto ». 

(2) Leggesi nella Cronaca (pag. 432 e 433) la seguente descrizione delle 
milizie dalmate ed Epirote , dal Bianchi viste al loro passare per Modena, che 



DE' LANCILLOTTO 57 

il Duca Ercole raggranellava in fretta soldatesche ; pub- 
blicava bandi perchè si concorresse da' suoi sudditi a 
provveder di viveri il campo italiano ; e faceva vista 
di esser tutto per la lega , siccome traesi dalle pagine 
del Lancillotto ; ma questi certamente non potea pene- 
trare il segreto scoperto dall'avveduta Signoria veneta 
(conforme scrisse il Malipieri ne' suoi Annali) ; ciò è a 
dire che il sempre ambidestro Ercole , sperando gli 
fosse restituito da Carlo , se vincitore , il Polesine , lo 
tenea quotidianamente informato di quanto accadeva in 
Lombardia e nella Venezia. Più schietto di fermo era 
un Genovese , che animato da carità patria , scriveva 
in lettera (la quale giunse a Modena il 25 giugno): 
« Noi aspettiamo guerra grande con la Francia.... e per 
« questo in Genova si è fatto grande apparecchio di 
« navi e galee e di fanteria , le quali si mandano alle 
« frontiere della Spezia , e per tutto questo mese noi 
« siam travagliati assai.,., niente di manco per fino a 
« questi dì noi ci troviamo con buone provvisioni ed 
« animosi , ed aspettiam codesti francesi divotamente , 
« perchè son tutti ricchi ; speriamo in Dio di far le 
« vendette di tutte le ingiurie patite dagl'Italiani ». 



dai Veneziani erano state spedite a Fornovo. « A dì 24 zugno vene da Ravena, 
per nome de la Signoria settecento greci a chavalo , zoè chavali lizeri , conno 
zonzono a la porta de Modena; a mi parse uno grando terore a vederli intrare 
e pasare, ed erane li chavali de questa foza (foggia) e armati corno dirò. Prima 
li chavali corno barbari grossi, zoè non erane menuti, ma chavali in vesta 
molto corenti {cavalli , in vista , veloci al corso), e tute portavane la testa alta e 
tute chastrati. Li nomini una pancera sopra al zipon , sopra quela una zipa 
longa, et avevane una simitura a lato et una lanza in man con una banderola.... 
o molti avevane une timpano stacliato a l'arzon de la sela , e avevane maze 
(mazze) de fero a lato e in man , e luti beli chavali e tuti chapeli de feltro in 
tosta con barbe longe , et con lore era uno zintilhomo vinitian per suo pro- 
vededore. 

. . ... e a di 26 paso una squadra di stradioti greci corno queli 

altri diti di sopra, in la quale si era li homi ni de cura e de barba bixa e canuta 
de ani 70 e ani 80 , e c'era de nomini da rezere ogni gran fato , et anchora li 
primi erane luti homini da fate, de 30 , 40 e 50 ani; non gera pulì , ni ragazi 
alcuni. 

Akcii. Sr. li i.. , :).' Serie, T. IX. P. II. 8 



58 LE CRONACHE MODENESI 

Tali vendette si fecero dalla forza e dalla necessità 
degli eventi , più che dalla celebre battaglia (denominata 
da Fornovo suddetto , ove fu combattuta), di grandi stragi 
e non minor valore sì dall' una parte e sì dall'altra ; 
segno a dubbia sentenza in riguardo alla vittoria , riu- 
scita allo scopo de' francesi. Ma indarno Carlo ricevè un 
soccorso di ventimila svizzeri ; fu indarno lo slancio col 
quale , anche al dire del nostro cronista , il clero , la 
nobiltà , il popolo francese offersero lor robe e sé stessi 
alla maestà del monarca , inviandogli a Torino ambasce- 
ria con due milioni in oro prontamente raccolti. Carlo 
il Piccolo (1) fu costretto a tornarsene in Francia, dopo 
aver dato grande travaglio all' Italia ed aumentatane la 
corruttèla, oltre lasciarvi l'oscena traccia d'un male, 
fino allora sconosciuto, che pigliò nome da' Francesi (2). 
Partì quegli , mentre il re da lui poco innanzi spodestato), 
per lui fuggente , risaliva acclamatissimo sul trono. 

E noto come Carlo si preparasse nell'anno seguente 
a lavar la vergogna e ricuperare il perduto , se non che 
la via più non era quella di prima , facile e sgombra , 
ed egli avrebbe dovuto dar di cozzo contro il baluardo 
che si accingevano ad opporgli il Papa , l'Austria , la 
Spagna , lo Sforza , i Veneziani ed altri , unitisi in una 
lega che minacciava morte e distruzione ai contrarli ; la 
conclusion della quale celebrossi con insolite feste a 
Venezia (3). 

(\) Il Cronista lo chiama sempre Carlo Pelilo ; segno che tale epiteto era 
dato comunemente allo stesso Carlo, disavvenentissimo anche all'aspetto, se 
togli il vivacissimo lampeggiar degli sguardi , che addimostrava l'animo ardente. 

(2) Dal Cronista vien descritto quel morbo nella guisa che segue: « Li vigniva 
« la fevera grande con grande doie per le zonte [giunture), et olta gli veniva 
« per adosse corno varoli ; possa (poscia) andavane cresande per tuta la persona 
« a modo de una lepra grossa tonda , ed era de tale per adosso quanto seria 
« doe dita per largeza, ed erane tonde et erane relevati con pocha marza, et 
« fevala guarire destruto a chi veniva in Modena , Sina al prexente ; asai si ne 
« è in Modena , e anche in Ferara e in Zenova asai. Non si trova persona al 
« prexente che ma' ne vedera ni medicho che lo chata (trova) scrito » (pag. 154). 

(3) « Liga cridada (così la Cronaca, a fac. 444) et publichada in Venc- 
« scia a la qual crida li fu tuli li ambasadori de li soprastanti , et 






de'lancillotti 59 

Ma il rivalicar da Francia le Alpi non era serbato 
a Carlo , i cui disegni nel medesimo anno furon tronchi 
da morte precoce. Ciò nondimeno i Francesi non aveano 
sbrattato la terra nostra. In Modena poi era un continuo 
andirivieni di loro , cui decisamente Ercole favoreggiava 
non più dissimulandosi. Egli accogliea con solenni ono- 
ranze un ambasciadore speditogli da Parigi ; lasciava 
colà il mentovato suo figlio , che sol dopo tre anni gli 
tornò , divenuto un bello e grazioso giovane ; infine se- 
guiva a tenere il Castelletto sopra Genova in nome del 
re di Francia , deputando a commissario colà il Conte 
Francesco Maria Rangone. Eran giorni ne' quali Ercole 
avrebbe potuto goder pace , se non fossero state le molte 
brighe che gli venivano dalle discordie dei Pio , ma for- 
se le attizzava egli medesimo , come suole scaltro po- 
tente , che divide e sfibra i vicini deboli per agguantarne 
gli averi. Giberto di Marco de' Pio suddetti , ed il suo 
cugino Alberto ( dotto , magnifico , proteggitor delle let- 
tere) , venuti in grave dissidio nel partirsi le avite 
castella , passarono in breve a' fatti , e fu una di quelle 
tante guerricciuole parziali ; onde vie più ci dissanguam- 
mo , come il malato che rincrudisce il proprio tormento 
col recar offesa a se stesso. Giberto cercò l'aiuto dei 
Bentivoglio , l'altro andò nel Mantovano ad assoldare 
milizie. Sebbene il Duca spedisse messaggi sopra mes- 
saggi per consigliare accordi , e facesse divieto alle 
soldatesche d'ambe le parti di por piede ne' suoi territorii, 
sol per poco ringuainavansi le spade , e per imbrandirle 
di nuovo più ostinatamente ; e l'alternarsi di brevi paci 
con aspre rotture durò non poco tra un' agitazione inces- 



« fcccne una granda et belisima procesion, ncsendo {uscendo) da San Marcho 
« verso la marina e andando intorno la piaza de San Marcho e tuta coperta de 
« pano, et introno da sira per la porta de San Marcho, con tute le compagnie, 
« in le quale in una si gc G00 persone , in l'altra 500 , in un'altra 300 , e Iute 
« le levcreie a la similitudine de qucli che sono in la liga , zoo fcccne uno 
« Papa con li gardcnali vistiti a qucla similitudine ». 



HO LE CRONACHE MODENESI 

sante anche nelle tregue. Finalmente Giberto , in pro- 
cinto di dover cedere , antipose il dar in iscambio di 
Sassuolo e d'altre terre la sua metà di Carpi al Duca. 
Il quale , nella espettazion del resto , mandò colà un 
presidio ed il figliuolo Alfonso. Questi espulse le donne 
dei Pio, che non sopportavano di dar l'ultimo saluto alla 
antica dimora degli antenati , ov' esse aveano avuto la 
culla , e libero il grado di principesse. 

Nel tempo in cui fervevano queste minori procelle , 
un maggior nembo andavasi addensando sopra la terra 
nostra , e 1' Estense dovea star sugli avvisi con l'armi 
e con la politica. Il Duca d' Orléans, divenuto re di Fran- 
cia col nome di Ludovico XII , si disponeva a discender 
in Italia (di cui già conosceva le vie , qual signore di 
Asti ) per cagion ben altra da quella che avea incitato 
il suo precessore. Intitolatosi tosto Duca di Milano , 
come figlio di Valentina Visconti , il nuovo re intendeva 
non a proteggere , a rovesciare il Moro. S'appuntellava 
questi a Massimiliano Imperatore , e per tal modo gitta- 
va la patria in balìa d'un altro straniero , mettea i 
germi di atroci guerre , delle quali doveva esser campo 
e bottino l' Italia ; ricorreva anche al Turco , suscitava 
screzio tra Firenze e la Signoria veneta , che avrebbe 
voluto essere italiana. In sì grande rimestamento Ercole 
seppe ancor destreggiare. Il suo commissario Rangone 
dal Castelletto , salutava con centocinquanta spari d'ar- 
tiglieria l'arrivo di Massimiliano a Genova , benché il 
Rangone , come vedemmo , fosse colà per la Francia ; 
ed era libero l'attraversar il territorio ducale , come ai 
soldati della lega , così a quelli dell'oste contraria. Co- 
minciò bensì Ercole a spedir aiuti , nella maggior pressa 
del pericolo , ■ al proprio genero Lodovico Sforza (1) , 



(1) La Cronaca, sotto la data del 1.° agosto 1499 reca : « Andò la zente de 

Don Alfonso ( il figlio di Ercole ) in campe con el Ducha de Milan » ; e 

qualche linea innanzi. ... « A dì 2 in Modena se comenzò a fare fanti ». 



DE' LANCILLOTTO 61 

rimasto vedovo poco prima di quella forte donna ch'era 
Beatrice d' Este ; ma poiché al traditore , tradito da tutti, 
fu forza con la fuga campar dalle vendette di que' Fran- 
cesi ch'erano stati primo stromento di sue politiche dop- 
piezze , il Duca di Ferrara mandò un proprio legato, 
poi fu di presenza a Milano ove recavansi molt'altri 
signori italiani , per far ossequi a Ludovico. Notossi il 
rimaner dell' Estense non brevemente col Re ; ed è 
probabile fosse a buon fine, perciocché ad Ercole si dà 
merito d'aver calmato le burbanzose furie del francese 
contro i principi italiani (1). 

Pel filo della nostra narrazione ci è mestieri il ram- 
memorare come , allorquando il terribile sabato spuntò 
pel Moro , e ad un breve ritorno seguì l'estrema caduta 
di lui , sbucava , non meno turbolento , più manifesta- 
mente malvagio , crudelissimo , quel Cesare Borgia , 
Duca Valentino , di cui son così conte le sataniche 
enormezze , che la memoria le ripete ad ognuno , sol 
che si pronunzi nome sì abominoso ! Vide Modena il 
Valentino a' 15 novembre 1499 , e lo vide a suo costo ! 
Egli era a capo d'una schiera numerosissima di Fran- 
cesi , che , parte occuparono le case Molza ; parte spar- 
pagliaronsi per le osterie , e nei dintorni della città. 
Coloro voleano lautezze per sé , fin pei cavalli ; e a chi 
chiedeva esser pagato , rispondevano con le busse. Pru- 
dean le mani agli offesi , ma bisognava stare zitti in 
reverenza al signor Duca , il quale volea fare onore al 
Borgia. La trista canaglia , trasferitasi al Bondeno volle 
entrar nel Castello , e non paga di saccheggiare scannò 
vecchi , donne e fanciulli. 

(1) Nel proposito dell' ingresso del re di Francia a Milano amiam ripetere 

ciò che leggesi nella medesima Cronaca a f. 486 « Per la venuta sua 

« a Milan si li andò misser Annibal di Bcntevole , signor Lioncl da Carpe , 
« misser Antonio Maria Palavexin , misser Pedro Maria Rosso con tutti soi 
« cuxini , l'ambasadorc del Ducha de Ferara , il signore loliano da Mantova 
« fradel do lo Marchexo de Mantova tati, cliadauno da per si, e ciascuno l'uno 
« meio in ordene de l'altro, et con gran trionfo vano, e tuti li altri ambasadori. 



62 LE CRONACHE MODENESI 

Proseguiamo a narrar le nefandità de' francesi , ben- 
ché svegli ribrezzo il memorarle ; ma non sarà mai 
soverchio il dimostrare con la storia che lacrime e che 
sangue abbia costato all'Italia il lasciarsi manomettere 
per tanti secoli da predoni stranieri. Nell'aprile del 1500, 
dopo la presa di Milano , essendo accampati in quel di 
Borgo San Donnino , essi devastano le ville , e guai a 
chi resiste ! Nel giugno seguente , dato l'assalto , in 
danno dei Torelli alla rócca di Montechiarugolo , che 
venne per più ore difesa ; atterratine i ripari , rovinate 
in parte quelle mura, sgozzano i primi che loro si git- 
tano fra le braccia ; portan via al solito le robe e le 
donne ; il castellano e sua moglie , legati alle staffe dei 
cavalli , l'uno e l'altra scalzi , sol coperti di camicia , 
conducono verso Parma, ed ivi appiccano agli alberi 
dodici prigionieri. Ognuno immagina quale fosse la co- 
sternazione di quella città , allorché una turba di quat- 
tordicimila malandrini di tal sorte , devastato il contado, 
entrarono nella città medesima. Voluti da loro , e senza 
altro pigliatisi nelle case e nei palagi le stanze, i letti, 
i cibi , i vini più scelti , bastarono dieci o dodici giorni 
perchè nel dintorno più non si trovasse bestiame grosso 
uè minuto , e nemmen uova. Tutto divorarono quei lupi , 
e fu gran mercede a' Parmigiani l'essere dal viceré 
impartito ordine severo alle soldatesche di non recar 
molestia a chicchessia : fu meglio per quelli , peggio per 
altri , allorché il maggior numero di esse fu inviato 
altrove. L'anno appresso quanti Reggiani poterono si 
sottrassero con la fuga alla dura necessità di fare spe- 
rimento de' Francesi ; i quali il cronista, nel suo ingenuo 
modo , chiama una mala gente che ognuno impaura e 
strazia. Taluno de' ribaldi paga il fio delle impudentis- 
sime violenze. Un francese vuol costringere la moglie 
di un villano a lavargli i piedi : quest'ultimo soprarriva, 
mentre il soldataccio tenta offender sozzamente la donna, 
ed afferrata una mannaia , fa in pezzi l' insultatore; la sua 



de'lancillotti 63 

stessa moglie che si frapponeva , stende morta ! Più 
largo sfogo , maggior vendetta ottengono i Modenesi. 
Entrati nella lor città il 3 aprile 1501 alcuni squadroni 
volean trascinar seco loro cento uomini ; e tornato vano 
ogni scongiuro a dissuaderli , cominciossi a fare scalpore 
e si affollò la gente con grido furibondo. Allora ben si 
conobbe come prevalga meravigliosamente al darsi fiato 
alle trombe dai soldati, il suonarsi le campane dai citta- 
dini. Poiché s'udirono i tremendi rintocchi, mai non fu 
veduto un tanto scoppio d' ira, non mai tanta moltitudine 
sulla piazza, ove accorsero fin le donne, e diedesi dad- 
dovero la caccia ai malcapitati. Molti di costoro morti , 
molti feriti ; altri nascostisi ; altri salvi precipitosamente 
fuggendo ; la città in festa all'essersi liberata dai tra- 
cotanti spavaldi. Ma dovette pagar caro quest' atto irre- 
sistibile di giusta rivalsa ! Da Francia se ne fece cosa 
di stato ; mandossi un'ambascieria al Duca ; egli non si 
schermì (né l'avrebbe potuto) dal dar torto a chi aveva 
ragione , ed i Modenesi per lo meglio (dice il cronista) 
furon multati d'un' ammenda, o risarcimento di parecchie 
centinaia scudi d'oro. 

Poveri cittadini ! anche il contagio li desolava ! 
S' illudevano bensì a principio, come sempre avviene per 
male che spaventa e non si vorrebbe ; il Lancellotto 
rifuggiva dal confessar appiccaticcia la pestilenza , ma 
nel marzo del 1501 cominciarono a morire in poche ore 
l'ima dopo l'altra, più persone della medesima famiglia ; 
ed in aprile il morbo infieriva per modo che si proibi- 
rono le processioni, i funerali, il suonar le campane, il 
far crocchi per le strade ; si ordinò il denunziare i ma- 
lati , vietossi l'uscir dalle case infette. Nò questo era il 
tutto de' fierissimi travagli ; conciossiachè durassero la 
disagevolezza del vivere, lo rapine , gli omicidi ; de' quali 
ultimi si legge memorazione quasi ad ogni pagina della 
cronaca. Ma un caso de' più straordinariamente funesti 
dovea mettere il colmo a sì disastrose condizioni 



64 LE CRONACHE MODENESI 

Era il 5 giugno del suddetto anno , e scoccavano 
le 15 ore, quando si udì per l'aria uno spaventevole 
rombo ; nel tempo medesimo tremò la terra , e nel gran- 
de scuotimento parve dovesse la città subissare. In un 
solo urlo si raccolsero le voci della popolazione , che si 
credè al finimondo : confuso quell'urlo col fracasso della 
simultanea rovina ! Fumaioli , merli e muri di palagi , 
portici, case scoscendono; volte di tempii si squarciano; 
torri si scapezzano , e precipitano i comignoli con le 
campane ; non si conta ediflzio che in qualche parte non 
sia fesso. Assai morti, o fracassati, sotto lo macerie; pur 
assai malconci nell'urto, nella stretta, nella vertigine che 
dissenna le menti , che spinge a fuga dove sarebbe da 
stare , incatena paurosamente là donde si dovrebbe fug- 
gire ; in ciascuno l' istintivo senso della personale sal- 
vezza ; in tutti il terrore della comune sciagura! spet- 
tacolo, nell'insieme, da imaginarsi , non da descrivere! 
Parecchi edifizi non crollati nel repentino conquasso cad- 
dero dopo , e fu rimbalzo di mali , di sbigottimento ! Il 
quale durò a lungo, alimentato dall' impostura e dall'igno- 
ranza, anche sotto specie di antivedere profetico; cresciuto 
da superstizione e da strani casi, come avvenne allorché 
in una delle processioni, consuete a que' giorni, un dei 
bufali che traevano il carro detto della Morte, spaventato 
dal rumore e dalla vista del popolo , si sciolse , si fece 
strada infuriando , rovesciò , calpestò, e fu cagione che la 
città si credesse colpita da un secondo flagello. Nel vero, 
a' 21 luglio , un nuovo terremoto , benché men grave , 
scosse, non solamente Modena, ma, come l'altro, borghi 
e castella, eziandio da lontano. 

A compiere il quadro di casi e di tempi siffatti , pel 
quale abbiam dalla Cronaca il vivo e vero colore , se non 
il disegno e la regolata composizione , non è da tacere 
come dalle discordie fra Carpigiani e Correggesi , che da 
cagion lieve degenerarono in fatti di sangue , fosse fu- 
nestato questo miserando anno 1501. L'avanzarsi di Cesare 



DE' LANCIL LOTTI 65 

Borgia, che, dopo gli eccidii delle Romagne, trasferiva 
il terror del nome e dell'armi in quel di Bologna , non 
poteva accadere senza turbamento ai vicini benché gli 
Estensi , lungi dal sapersi un de' tanti obbietti alla effe- 
ratezza ed all'odio di Cesare , fossero per istringere coi 
Borgia legami di parentado. Ma colui erasi impadronito 
de' Castelli Bolognese e San Piero; minacciava Bologna; 
questa disponevasi a fargli fronte : chi poteva preveder 
le conseguenze dell'imminente procella? chi fidarsi del 
Valentino ? Sicurezza non potè rintegrarsi nel ducato , 
se non quando Cesare , venuto a patti , se ne andò , te- 
nendosi il rubato, ed imponendo gravissime taglie d'uo- 
mini e di- danaro (1). 

Con più fausti auspici del precedente si aprì l'anno 1502. 
Al primo gennaio pubblicavasi in Modena una grida , che 
annunziava concordato fra il Re di Francia ed il Duca 
di Ferrara, il non tollerar ne' propri Stati verun bandito , 
che fosse suddito, rispettivamente, dell'uno o dell'altro 
signore. Il che sembra da porsi in qualche rilievo per 
la storia del diritto internazionale ; quantunque imperfet- 
tissimi sieno a dirsi que' trattati di tale maniera , che alla 
espulsion dei malfattori non aggiungevano l'estradizione ; 
e poco frutto sarà conseguito da tali inizi delle scambie- 
volezze tra paese e paese. Quanto al popolo , indifferente 
allora a simili negozi , non lo sarà stato fuor di dubbio 
in Modena al diminuirsi il prezzo de' grani; al rifiorire 
la sanità publica; al provvedersi operosamente affinchè si 
riparassero i guasti del terremoto ; all'arrivo della sposa 
di Alfonso il principe ereditario. In que' giorni corse , 

(1) Il Valentino rappattumossi con Giovanni Bentivoglio (ch'eri come prin- 
cipe in Bologna ) , per l'interposizione o per la volontà del re di Francia ; ma 
crediamo non inutile aggiugnere la notizia delle condizioni , verso le quali erasi 
data voce ch'egli avrebbe lasciato in pace i Bolognesi. Rispetto a che , la Cro- 
naca reca : « fu fato l'accordo fra Bolognexi e Ducha Valentin in questa forma, 
« che lasavane Castel Bolognexe al Ducha Valentin et tuto il butin aveva 
« fato, et davage tremila fanti pagati ettOO nomini d'armi pagali per uno mexo, 
« e 30milia duchati , zoè lOmilia l'ano » (pag 217). 

AnCH. Sr. Itm... ;t." Serie, T. IX, I\ II. <J 



66 LE CRONACHE MODENESI 

giostre, tornei, spettacoli teatrali, che tanto piacevano 
a messer Ercole ; alla corte del quale sin dai 1486 eransi 
recitati i Menecmi di Plauto ; la prima rappresentazione 
(dopo quella dell' Orfeo d'Agnolo Poliziano) di cui si abbia 
memoria , in teatri costrutti secondo le nuove usanze. Ri- 
spetto a che , rammentiamo come da Ferrara venissero 
que' commedianti , i quali si sparsero nel resto d' Italia 
ad insegnar l'arte loro. La sposa tanto festeggiata era 
Lucrezia Borgia ! nome , turpemente famoso , di colei , 
che appena diciassettenne , sciolta da due mariti per di- 
vorzio , vedova del terzo per assassinio , veniva alle 
quarte nozze ! veniva recando in dote Sermide , Cento, 
Pieve , altre terre , e dovizie e gioie inestimabili ; giun- 
geva col più pomposo accompagnamento ; derivava da 
famiglia all'apice della possanza ; e gl'interessi dinastici 
cominciavano, se facea d'uopo, a gittar veli anche sui 
vituperii. Questo nondimanco attenuossi ; perocché Lucre- 
zia degli Estensi tutta si diede a far dimenticare Lucrezia 
dei Borgia ; e col novello contegno ben seppe rispondere 
a sue novelle condizioni. Disperdevasi , non molto dopo 
il matrimonio con Alfonso , il tetro bagliore della paterna 
casa di lei , mentre l'estense più saldamente radicavasi 
fra quelle de' principi regnanti. Le quali , anche in di- 
scapito altrui , contribuirono a diminuire le divisioni 
d' Italia ; che a mano a mano que'grandi signori dirada- 
vano i tirannelli spacciandosene , o tarpandoli , col di- 
bassarli a condiziou di vassalli : le poche Republiche , sì 
gloriose, ma troppe, nell'età de' Comuni, sembravano, 
malgrado qualche lampo di virtù , gareggiare , salvo 
Genova e massimamante Venezia , nello sfarsi a vicenda 
e andar cercando un padrone : somiglianti alle donzelle 
pisane , che , recatesi a far pompa de' lor vezzi al co- 
spetto di Carlo Vili , per adescar vie meglio quel mo- 
narca effeminato a staccar Pisa da Firenze , dichiaravano 
che avrebbero preferito ramingare, facendo copia di se, 
al veder continuato l'imperio de' Fiorentini sulla patria 



DE' LANCILLOTTO 67 

loro. Sciagurati delirii ! esclameremo noi pure , che non 
sarà mai detto abbastanza ; pei quali ora Francesi , ora 
Spagnuoli , or Tedeschi , ovvero gli uni e gli altri ad un 
tratto ci stavano sul collo ; qui battagliavano fra loro a 
nostre spese , e col loro sangue versavano il nostro : 
cotalchè delle tante guerre in Italia combattute , non una 
fu italiana ! In tale aspetto, e coi germi della gran lite 
fra que'due rivali , sin quasi dalle fasce , che furono 
Carlo V ispano-austriaco e Francesco I di Francia (1), 
vediamo spuntare il secolo XVI. Nel mentovato secondo 
anno del quale , si chiudono le pagine lasciateci dal più 
antico dei Lancelotti. Il giuniore , coi molti volumi delle 
sue Cronache , è per darci nella continuazione più ampio 
campo di quello che si offerse alla presente fatica. 

Pietro Martini. 



(\) Claudia figlia di Luigi XII ora promessa sposa solennemente a Carlo di 
Lussemburgo (poi Carlo V) ancor fanciullo : tale promessa, indi a poco, infran- 
gevasi per volgerla a Francesco d'Angoulème (poi Francesco I) anch'esso in 
tenera età. 



APPENDICE 

Alcuni cenni statistici cavati dalla Cronaca 
di Iacopino de' Bianchi detti Lancelotti. 

Prezzo dei grani 



Anni 



Frumento 



(lo Staio) 



Fave 

(lo staio) 



Miglio 

(lo staio) 



Spella 



(lo staio) 



Melica 



(lo staio) 



Veccie 



(lo staio) 



1471 

1473 
1476 
1477 

1482 
1483 



1496 

e 
1497 

1501 



alle case soldi 9 *, 
ai mercati soldi 10 a 11 



soldi 28, poi 30 
soldi 32, poi 36 



soldi 48 sino a 50 , s. 40 
poi discende da 30 a 25, 
sul finire risale da 40 a 44 s. 36 



salito da soldi 12 a 30, 
poi da soldi 40 a 45 



soldi 26 a 30, da 

poi da lire 3 e soldi 10 s. 26 
sino a lire 4 e soldi 10 a 30 



s. 20 



s. 30 



s. 14 



da soldi 30 
salito a 50 



da soldi 55 
discende a 32 



s. 30 
poi 40 



da 

s. 40 
disc. 
a 20 



s. 15 



s. 15 



s. 16 



s. 15 



s. 15 



s. 20 



* Vuoisi rammentare che il valor della lira imperiale , nel secolo XVI, corrispon- 
deva a circa lire italiane 3 odierne , e che occorrevano 20 soldi a formare essa lira 
imperiale. 



\ 



LE CRONACHE MODENESI DE'LANCILLOTTI 69 

Commestibili diversi. 

1483 e 1484. — Le castagne valevano soldi 8 al peso. - 20 noci si 
vendettero un quattrino , altrettanto 3 capi d'aglio ; non 
meno una cipolla - un cestello di cavoli (verze) denari 3 
- un ovo due quattrini - il riso con la buccia, soldi 4 
den. 2 lo staio - una scodella di loglio valeva un quattri- 
no - le mandorle 6 soldi la libbra. 

Iva 

1476 — Fu anno di grande abbondanza, e l'uva pagavasi fuor di città 
soldi 71 la castellata (così chiamasi ancora una specie di lun- 
ga botte, che contiene una quantità d'uva pigiata, corrispon- 
dente al peso di circa quintali 6 e mezzo). - L'uva condotta 
alle case valeva soldi 18 (quantità uguale alla suddetta). 

Paghe. 

1476 — (Braccianti). Allorché fu introdotta la cultura del riso ai 
braccianti pagavansi, per ciascuno, soldi 1, den. 6 al giorno. 

1473 — (Milizie). Un Mandatario del Duca di Borgogna era nel Mo- 
denese ad assoldar cavalieri e fanti da corazza « a 50 scudi 
per lama e 4 cavali per lanza » (così la cronaca , a f. 4). 

Cavalli. 

1469 — La cronaca (fac. 1) , parlando d' un incendio che distrusse 
una stalla in Reggio di Sigismondo d'Este , dice che furono 
arsi 50 cavalli da guerra, e che « gè n'era da gran prexio, 
de tal fu estimato ducati 200, tufi erane de fare fati d'arme. 

Pigioni. 

1482 — Le pigioni delle case mediocri (chaxe mexane) pagavansi 
25 ducati l'anno. Giunsero al doppio, allorché i Ferraresi, 
fuggiaschi dalla loro città , ingombrarono Modena. 

Corso delle Monete. 

1472 — Ducato veneto soldi 57 
Fiorino largo » 66 

» stretto » 54 , denari 6 



70 LE CRONACHE MODENESI DE' LANCILLOTTI 

Notasi che si spacciavano monete false , e furon presi 

falsi monetarii. Le monete veneziane si tosavano , e perciò 

ne fu proibito il corso. 
1476 — Grossi di Firenze, soldi 2, denari 6 

Tredicini di Bologna » 7 , » 2 
1482 — Fu conceduto , essendo tempo di guerra , un denaro per 

soldo di agio ne' pagamenti de' dazii. 
1501 — Ducato veneto Lire 3 , soldi 9 

Fiorino » 8 , » 8 

Notiate diverse. 

Libri. — Sotto la data del 12 maggio 1471 , toccandosi della 
morte , avvenuta in Ravenna , del celebre cardinal Bessarione , è 
detto che V insigne Biblioteca da lui raccolta e donata alla Repub- 
blica veneta stimavasi del valore di 200mila ducati (pag. 2). 

Funerali. — A' 16 dicembre del 1467 celebraronsi le esequie di 
Nicolò Molza , per le quali consumaronsi 334 libbre di cera : alle 
settime del medesimo funerale ne furon consumate libbre 223. 

In siffatte occasioni era cotanto esorbitante la pompa, che molte 
famiglie andavano in rovina per la vanità di quel lugubre lusso. 11 
Consiglio comunitativo per ciò, nel 1480, volle por freno a tali 
eccessi , ed ordinò che per ogni defunto , qualunque ne fossero le 
ricchezze od il grado (tranne gli offlziali del signor Duca) non 
avessero ad intervenire più di 12 preti , e d'una regola di frati , e 
coi cerei soltanto per quelli e per questi : ogni altro accompagna- 
mento vietossi , ed anche il suonar le campane , da quelle infuori 
della parrocchia. 

Armi. — Ventiquattro spingarde (tratte dalla bottega di un ser 
Francesco di Niccolò Cappelli) e fatte fare alle miniere di ferro 
bresciane , pesavano libbre 5420. 

Arredi sacri. — Del 1495 furono offerti alla chiesa di San Germ- 
inano : 

— un camice tino di renso , con cor- i 

done di seta e fiocchi contesti in oro / „„ A 

,. , f costarono in tutto 600 

— una pianeta di damasco \ , 

., . , , , . .. i ducati. 

— altra pianeta , due funicelle , un 

piviale di broccato d'oro 



DEGL'INGEGNERI MILITARI ITALIANI 

dal Secolo XIII al XVIII 

MEMORIA STORICA. 

DI MARIANO D'AYALA 



Non basta dire che 1* Italia sia stata maestra alle 
altre nazioni nell'architettura militare, siccome dimo- 
strano fin alcune parole , le quali ritengono precisa- 
mente la origine italiana, \iarapet, escarpement 3 cita- 
delle , contr escarpe. 

Non basta rammentare le parole del generale fran- 
cese Allent , il quale nella sua opera : Storia del genio 
francese, schiettamente confessa : 

« Con la moderna fortificazione si videro sotto il 
« nome d' ingegneri sorgere uomini i quali volgevansi 
« ai lavori delle fortezze o degli assedi. Tali furono il 
« cavaliere Orologi ( ei lo chiama Réloge ) , i due Ma- 
« rini ed altri Italiani andati in Francia con Caterina 
« de' Medici ». 

« L'Italia forniva d'ingegneri il rimanente d'Europa ». 

Alle quali parole farò seguire quelle dell'altro gene- 
rale francese Saint Paul nel suo Trattato di fortifica- 
zione , quando discorre della fortezza di Esdin eretta da 
un ingegnere italiano nel secolo XV. 

« Tutto l'aspetto di questa città forte è ancora sì 
« moderno che inganna a prima vista, facendola cre- 
« dere opera di Vauban ; e ciò dimostra solennemente 



72 degl'ingegneri militari italiani 

« la grande supremazia che in quel volger di tempo 
« avevano gì' ingegneri italiani sopra tutti quelli delle 
« altre nazioni ». 

Le storie militari d' Italia sono ricche non solamente 
di scrittori, i quali furono primi in Europa a dettare 
opere intorno all'architettura militare , ma d' ingegneri , 
i quali lavorarono e in Italia e fuori con grande rino- 
manza. Vero è bene che moltissimi fra gli autori furono 
parimenti costruttori , e nel secolo XVI cominciarono poi 
gli offlcii particolari d' ingegneri militari , siccome non 
s' era veduto avanti. 

Le cronache di Genova tramandarono il nome di Gu- 
glielmo Embriaco , il quale insieme con Guascone da Bari 
regolò l'assedio di Gerusalemme nella prima Crociata. 

Il castello dell' Ovo in Napoli e anche il Castel Capua- 
no furon opera dell'architetto Buono nell'anno 1154, come 
leggesi nel Vasari alla vita di Arnolfo di Lapo , e vi die- 
dero ultima mano nell'anno 1220 Niccolò Pisano e il Fuc- 
cio. Il quale , secondo narra lo storico artista aretino , 
« era partito da Firenze , e andato in quei giorni che 
« da Onorio fu incoronato imperatore Federico a Roma , 
« e da Roma con Federico a Napoli , dove finì il Castel 
« Capuano , oggi detto la Vicaria , e così il castello 
« dell' Ovo e altri edifizii ». 

Il Ciampi , nella sua opera : Della sagrestia de' belli 
arredi , ne parla diffusamente ; e il Cicognara asserisce 
essere venuto Niccolò Pisano , in Napoli , dopo la inco- 
ronazione , e vi ritornò a' giorni di Carlo I Angioino. 

Anche il Giannone nel libro XVII delle sue Storie, 
parla del medesimo Federico : 

« Fece fortificare i castelli di Bari , di Trani , di Na- 
« poli e di Brindisi ; e nel seguente anno 1234 fece am- 
« pliare in Napoli il caste! Capuano ; e in Capua mandò 
« Niccolò Cicala a presiedere alla fabbrica del castello 
« di quella città , ch'egli di sua mano aveva disegnato 
« farsi sopra il monte ». 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 73 

Poi il figliuolo del detto Niccolò, ch'era Giovanni, andò 
anch'egli di Toscana in Napoli per innalzarvi quelle torri 
angioine di Castel Nuovo nell'anno 1270, denominate di 
San Giorgio , di San Michele , dell'Oro sul fronte di terra, 
di Bibirella e Talasia sul fronte di mare. Le quali torri 
sono le più alte eh' io sappia, centoventiquattro de'palmi 
napoletani , cioè un 32 metri ; di poco meno alte della 
Garisenda , della torre degli Asinelli e del campanile di 
Giotto ; circondate alcune di una specie di armilla bassa, 
come la moderna falsabraca , appunto per la difesa più 
lontana e meno ficcante , e protette poi dal mare che 
entrava ne' fossati per una bocca ch'era difesa da un'altra 
torre denominata di San Vincenzo abbattuta nel 1742. 
E di quel tempo medesimo fu la costruzione maravigliosa 
di Casteldelmonte descritto dal Cicognara, presso Andria 
nelle Puglie. 

Nell'anno 1285 Marino Boccanera, architetto genove- 
se , compì le opere del Molo , del Porticciuolo e del Man- 
dracchio. 

Finalmente una provvisione del Comune di Volterra, 
del 1292, commise all' ingegnere Benvenuto di Michele di 
Giovanni Vitali, disegnare e costruire un cassero dentro 
al castello volterrano. 

1300. Sul cominciare del secolo e precisamente nel- 
l'anno 1310 Cino da Siena, o meglio Tino, cioè Martino, 
innalzò in Napoli per re Roberto la rócca di Belforte. 
E questo Tino , che alcuni dissero da Pistoia , fu aiutato 
dall'altro ingegnere Attanagio Primario , col quale la- 
vorò più tardi l'altro ingegnere Giovanni De Aja. 

Nel 1319, per comando di Avogadro vescovo, s' innalzò 
riell' Italia settentrionale il castello di Verrua , poiché 
era naturai cosa temere gli assalti francesi. 

Giovanni Conti, comunque dalla maggior parte degli 
scrittori chiamato Tonti , nativo di San Miniato, fu l' inge- 
gnere di Sarzanello nel 1322, e vi si aggiunse in seguito 
qualcosa di mano di Francesco d'Angelo , ovvero di quel 

Auui. St. [tal. , :5. a Serie, T. IX . IV li. Il) 



74 degl'ingegneri .militari italiani 

Francesco mg-egri e re fiorentino soprannominato il Cecco 
o il Cecca , e più precisamente Lacecca ; comunque il 
Repetti lo dicesse il Cieco nel suo Dizionario quando parla 
di Pancaldoli nel Pisano e dell'assedio del 1488, ove 
quei morì. 

Maestro Moccio da Siena, nel 1326, diede il disegno 
del torrione alla porta de' Pispini , alla cui sinistra fu 
poi costruito dal Peruzzi quel baluardo che fu restaurato 
a' giorni nostri con poco giudizio dell'arte, considerata 
opera edile non di presidio. 

Agostino di maestro Rosso , nato nel 1269 , morto nel 
trecentoquarantaquattro , fu il costruttore della torre del 
Mangia al palazzo comunitativo di Siena ; e insieme col 
fratello- Agnolo lì disegnò la porta Romana nel 1327. 
Andò poi a San Gimignano per alzarvi dei forti ; e fu 
chiamato a erigere verso porta Galliera la fortezza di 
Bologna ; la quale venne distrutta a furia di popolo 
nel 1334. E da ultimo, per volontà del Comune di Siena, 
innalzò la fortezza di Massa. 

Nell'anno 1332 Andrea Pisano, scultore famoso quanto 
famoso architetto, e anche discepolo di Giotto in pittura, 
nativo di Pontedera e non di Pisa , fece il disegno del 
castello di Scarperia nel Mugello ; e quando la Repub- 
blica di Firenze venne minacciata dalle armi imperiali , 
fu colà chiamato in furia a fortificare le mura tra porta 
San Gallo e porta al Prato ; né solamente in quel luogo 
alzò bastioni , ma a porta San Friano , edificando torri 
e antiporti. 

Anche il Gaddi lavorò alla costruzione delle mura , 
e Iacopo Orgagna , fratello di Andrea, fece la torre a 
porta San Pier Gattolino. 

Nell'archivio delle Riformagioni di Firenze si conser- 
vano lettere in data del 1364 di un Iacopo degli Alberti, 
il quale scriveva alla Signoria intorno alla necessità di 
fortificare Pietrabuona , facendovi un piccolo cassero 
per farla bene guardare , essendo assai disfatta per la 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 75 

prima guerra. Imperocché in quelle vicinanze fu ripor- 
tata grande vittoria dal capitano generale Bonifazio Lupi 
marchese di Soragna il 28 di luglio 1362 , ed allora quel 
luogo aveva grande importanza per essere sulla frontiera 
del Pesciatino. 

Discepolo al nominato Agostino di Rosso videsi Ago- 
stino di Giovanni aiutare il maestro nella fabbrica del 
cassero e delja fortezza di Massa , cui diede anche l'ope- 
ra sua l'altro architetto Angelo di Ventura insieme con 
maestro Guidone Pace, e questi due intesero all'innal- 
zamento del cassero e della fortezza di Grosseto. 

L'Italia divisa in fazioni , minacciata di fuori , con re 
francesi nella monarchia meridionale , con baroni potenti 
e astiosi si popolava di ville e di castella. 

Dalle storie bolognesi del Ghirardacci e dalle crona- 
che modenesi del Bazino si ricava che Marchesino delle 
Tuade cominciò nell'anno 1340 il castello di Modena. 

Nel 1372 s' innalzò la fortezza di Vercelli , non so se 
per mano dell'ingegnere Perrino Salvatici nelle guerre 
di Amedeo VI o il Conte Verde. 

Polito di Clemente , nell'anno 1385 , fortificava Reca- 
nati sua patria e le terre vicine. 

In quel torno medesimo di tempo un Peribono Calan- 
drino di Corleone , valoroso ingegnere , eresse la for- 
tezza de' Paritari. Ne sappiamo gl'ingegneri a' quali furon 
dovuti i castelli d'Aversa , dove fu strangolato il re 
Andrea di Ungheria nel 1345 marito di Giovanna II , e 
di Nocera dove Carlo Durazzo assediò Urbano VI nel 1374. 

Un altro ingegnere, per nome Domenico da Firenze, 
di cui accenna il Gaye nel volume primo delle sue Lettere, 
soprintendeva alle opere di assedio intorno alla città di 
Reggio dell'Emilia, stretta dal marchese Niccolò d'Este 
contro Ottobuono Terzi, e vi fu ucciso da una palla di 
bombarda in quell'anno 1409. 

Sappiamo che Bertolino, ovvero Bartolino o Bartolom- 
meo Pioti di Novara, fiorente tra il secolo XIV e il se- 



76 degl'ingegneri militari italiani 

unente, secondo seppi dal Cittadella, erudito bibliotecario 
in Ferrara, fece il castello del Finale di Modena, e andò 
poi a sistemarsi in Ferrara ; e da lui appunto ebbe ori- 
gine quella nobil famiglia ferrarese nominata Novara. In 
opere di fortificazioni lo adoperarono i tre marchesi di 
Este Niccolò II detto il Zoppo , Alberto , e Niccolò III , 
dal 1361 al 1441 ; e nel frattempo ei fu chiesto dalla Si- 
gnoria di Firenze secondo traesi dalle medesime lettere 
del Gaye. Dopo una sollevazione, in cui il popolo ferrarese 
mise a brani il suo podestà Tommaso da Tortona , il Pioti 
fu chiamato a immaginare un propugnacolo, e pose quindi 
la prima pietra del castcl Vecchio di Ferrara a dì 29 
di settembre 1375 ; e portata l'opera insino al cordone 
nel 1387, fu poi edificato il Castel Nuovo presso Sant'Agne- 
se da un Giovanni da Siena nel 1428. 

E a chiudere il secolo, rammentiamo quell'aretino Nic- 
colò di Pietro, fiorente nel 1385. 

Per opera del Brunellesco , nato nel 1377 e morto 
nel 1446, furono alzate le fortificazioni di Porto Pisano 
e della prima cittadella di Pisa, cui nel 1460 l'inge- 
gnere Antonio Manetti , discepolo e compagno del Bru- 
nellesco , disegnato nella novella del Grasso legnaiuolo, 
aggiunse la cittadella nuova , che fu poi la fortezza in 
Co' del ponte della Spina , dov'è quella famosa chiesetta 
che è un gioiello di architettura e di scultura. 

Nel 1438 Francesco Sforza chiamò 1' ingegnere anco- 
nitano Giovanni Sodo per alzare una rócca a Tolentino. 

Giuliano Giamberti , il più chiaro de' nove ingegneri 
Sangallo, nel 1452 fortificò e poi difese la Castellina 
del Chianti nel circondario di Siena contro i soldati 
degli Aragonesi di Napoli; forse nel 1452 innalzò pres- 
so Livorno la torre del Marzocco, dov'era l'antica 
torre Rossa ; e credo s' ingannasse il Targioni stiman- 
dola opera del Ghibcrti. Certo che Giuliano nel 1480 
fu chiamato dal vescovo ostiense Giuliano della Rovere 
a fortificare Ostia , dove dimorò due anni. E quando 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 77 

della Rovere divenne Giulio II affidò a Giuliano, che indi 
a poco morì nel 1517 , l'esecuzione delle altre opere forti 
di Civitavecchia disegnate dal giovine Miehelangiolo , co- 
mecché il Manzi e il Guidotti le dicessero del Braman- 
te. Ma non così scrisse Alberto Guglielmotti in Roma 
Tanno 1860. 

Poi nell'anno 1502, il mese di ottobre , Antonio, non 
Giuliano, da San Gallo fratello minore cominciò il cassero 
della città di Arezzo, e ne fece poi altro disegno maestro 
Antonio da Greve; perocché l'assedio sostenuto in quel- 
l'anno contro Antonio Tebalducci avea dimostrato la neces- 
sità di meglio ordinare i baluardi della città. E questo San 
Gallo medesimo ristaurò la fortezza di Livorno nel 1512 ; 
costruì le fortificazioni di Poggio Imperiale presso Poggi- 
bonsi, di Borgo San Sepolcro, di Parma e Piacenza (1526), 
e fece anco il disegno della fortezza di Civitacastellana 
di figura pentagonale. 

Giovanni di Gregorio, denominato lo Zitolo, perugino, 
munì fortemente Padova verso quel medesimo tempo. 

L' ingegnere toscano Domenico di Matteo intese allo 
fortificazioni della città di Venezia, e tornò poi ai servigi 
della Repubblica fiorentina, morto in Pisa nell'anno 1466 , 
ed io ne vidi l'urna sepolcrale fuori di porta. 

Nella Magliabechiana , oggi Biblioteca nazionale di 
Firenze trovasi l'opera dell'ingegnere toscano Antonio 
Averlino detto Filarete , cioè amatore della virtù , scritta 
verso il 1464 , in cui si scorge un grande fortificatore. 

Giuliano Nardi o di Lionardo da Majano , del quale 
abbiamo nella Riccardiana (2279) la Scienza dell'abbaco , 
rese forte la terra di Castrocaro nel 1471 , e il castello di 
Montepoggiolo. E certamente lavorò di molto in Napoli , 
dove morì nel 1490, edificando nel Castel Nuovo la bella 
chiesetta di Santa Barbara, dov' è un suo lavacro elegantis- 
simo con una statuetta della Vergine. Insieme con lui ope- 
rò il fratello e non nipote Benedetto da Majano, il quale 
nel 1470 eresse appunto nel medesimo castello quel ma- 



78 degl'ingegneri militari italiani 

raviglioso arco trionfale di Alfonso , poi le seconde torri 
più basse all'intorno, e il castello del Carmine con le mura 
della città , rimanendovi ancora di suo la porta Nolana 
coll'effigie di Ferrante di Aragona a cavallo, e lo stemma 
aragonese , siccome era sulla porta del Carmine , demo- 
lita da breve tempo nel farsi la nuova via per la sta- 
zione della strada ferrata , insieme con le due torri su 
le quali erano scritti i nomi Honore e Gloria. E alle scul- 
ture di quell'arco vi lavorò un Isaia da Pisa figliuolo di 
Filippo, insieme con Silvestro dell'Aquila detto l'Ariscola, 
con Andrea anche aquilano e con Desiderio da Settignano. 

Sorgeano intanto i primi bastioni , ai quali davasi il 
nome di baluardi o bellovardi ; ed uno de' più antichi fu 
di certo quello innalzato in Torino nel 1461, denominato 
il bastione di San .'Lorenzo , o Gariton de' fiori, la cui 
faccia sinistra e il fianco ritirato verso settentrione sono 
ancora a' dì nostri ne' giardini reali. E vi soprintese , 
come alcuni dicono , il professore Michele Canale ; tal- 
mentechè la pianta delle difese di Torino venne in tanta 
celebrità che formò uno degli argomenti dell'opera det- 
tata dal celebre matematico Niccolò Tartaglia da Bre- 
scia : Quesiti et inventioni diverse. 

Da -un decreto del Comune di Bologna ricaviamo che 
Aristotile Fioravanti , il quale avea fatto il maraviglioso 
trasporto della torre , era ai servigi di Russia , dove 
gl'Italiani edificarono varie fortezze. 

l\\ questo secolo s' incominciò a veder l'uso delle pol- 
veri nelle mine. Dicono averne fatto primo esperimento 
in Italia Francesco del Balzo , nella difesa di Andria 
del 1462, contro le soldatesche di Ferrante I di Ara- 
gona , come trassi dallo storico Costanzo. 

Il Giovio poi, abbondantissimo ma scorretto scrittore, 
attribuisce la invenzione delle mine a quegl' ingegneri, 
i quali furono insieme agli assedi di Castel dell' Ovo e 
degli altri castelli in Napoli , e precisamente a un to- 
scano Narciso ch'ei chiama ingegnere maraviglioso, ai 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 79 

servigi di Ferrante II nella rapida discesa di Carlo Vili 
nel 1494. 

Gaspare Ferrara, nativo di Capua , contedi Potenza, 
capitano famoso di cavalleria corazzata, seppe nel 1496, 
a prò di Alfonso II fortificare molti luoghi della frontiera 
nella calata sopraccennata de' Francesi. 

Nella guerra di Otranto, su la fine del medesimo se- 
colo XV, videsi chiamato da Urbino il famoso ingegnere 
militare Scirro o Ciro da Castel Durante. 

In quel tempo un maestro Giorgio fiorentino , e po- 
trebb'essere quel Francesco di Giorgio Martini sanese , 
ristaurò la rócca ci' Imola per comando di Caterina Sforza 
vedova di Girolamo Riario , signora di Forlì , la madre 
di Giovanni de' Medici delle Bande Nere. 

Nel 1472 videsi su nuova fortezza di Volterra. 

Pietro Amoroso anconitano venne adoperato nel 480 
a cinger di fosso la sua Ancona, dal cassero insino a 
porta Calamo , e a innalzare fortilizii marittimi contro 
un temuto assalto de' Turchi. 

Pochissime notizie pervennero insino a noi intorno ad 
altri ingegneri militari del tempo , i quali lavorarono di 
certo ai munimenti delle città italiane , come di Giovanni 
o Venturino Morone bergamasco , che nel 1492 fortificò 
Crema , di Giovanni da Perugia , di Giovan Battista Ca- 
porali , pubblico professore di architettura militare e com- 
mentatore di Vitruvio. 

1500. Le polveri da guerra, e l'uso ancor raro degli 
archibugi, delle spingarde e delle bombarde accrescevano 
il bisogno di rimutare gli ordini del guerreggiare e del 
difendere. 

Ridolfo da Camerino, che alcuni chiamano Ridolfini ed 
altri confondono malamente con Giovanni Camerini, altro 
celebre ingegnere di questo secolo, architettò nel 1503 i ba- 
luardi di Camerino sua patria, e passato prima in Transil- 
vania, ove adoperò le palle infuocate, andò ai servigi del 
re Datori di Polonia, e risarcì la fortezza di Violicoluki. 



80 degl'ingegneri militari italiani 

Nell'anno 1509 , Giuliano , zio di Antonio Picconi di Meo 
del Mugello, bottaio , conosciuto sempre col nome di San- 
dali o , aiutato anche dai consigli del Machiavelli , eresse 
la fortezza di Pisa , conosciuta col nome di Stampace , 
dove oggi è Casa Scotto ; ma men per difesa della città 
che per aggiogarla tirannicamente. Perocché sempre fu 
pensiero de' reggitori di alzar parapetti contro i nemici 
di fuori, ma più contro i nemici di dentro, che non sa- 
pevano amicare colle opere buone e colla giustizia ; ne 
il mal vezzo è cessato. E Antonio restaurò la rócca di 
Capodimonte e quella di Monteflascone , fece il disegno 
di Caprarola, munì la fortezza di Ascoli, e visitò col 
Sammicheli le fortificazioni delle Romagne , Amelia , 
Bologna , Camerino , Castro , Alliano , Rócca di Cervia , 
Cesena , Civitacastellana , Fabriano , Città di Castello , 
Foligno , Nepi , Ravenna , Montalto. 

L' ingegnere Alessandro Leopardi , detto anche Ales- 
sandro del Cavallo , fortificò in miglior modo la già forte 
Padova nel 1510 , e l'anno dopo si recò a Treviso per 
meglio munirla : 

E l'uri l'altro si rode 

Di quei che un muro ed una fossa serra. 

Nell'anno 1511 intorno a Marano il celebre Mario Sa- 
vorgnano , avo di Giulio e Ascanio , fu 1' inventore delle 
vie coperte , che poi si chiamaron trincee dal francese 
trancher , vocabolo oramai introdotto sin nelle strade 
ferrate. 

E nell'ottobre del 1515 Leon X fece andare da Napoli 
in Roma l' ingegnere Antonio Marchisio per intendersi e 
ragionare intorno alle fortificazioni di Civitavecchia. 

P>asilio della Scala., altro rinomato ingegnere , diede 
l'opera sua in Rodi nel 1520, siccome assicura il Bosio. 

In questo tempo levava gran vanto l' ingegnere mili- 
tare Gabriele Tadino di Martinengo bresciano , il quale 
fattosi onore all'assedio di Candia nel 1521 , fu generale 
delle artiglierie dell' imperator Carlo V nel 532. 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 81 

Allora menava rumore il libro di Giambattista della 
Valle da Venafro , primo scrittore di fortificazione nell'an- 
no 1521. Ei lavorò di certo sotto Francesco I della 
Rovere , il quale lo pose a governatore in San Leo 
nel 1516 , ne la fortezza si rese che dopo tre lunghi mesi. 

Per mano dell' ingegnere militare Andrea Bergante da 
Verrua nel Monferrato, fu fabbricato il castello di Nizza, 
siccome indicava un' iscrizione sulla porta del corpo di 
guardia, riportata dal Goffredo nella Storia delle Alpi ma- 
rittime (col. 1242). 

Sull'anno 1528 , dopo gli assedi di Napoli e il sacco 
di Roma , minacciato l'assedio di Firenze , un altro San- 
gallo, per nome Giovan Francesco, andò a rassettare le 
fortezze di Verrazzano e di Livorno , e fece la rócca di 
Cortona, cui avea messo mano l'altro ingegnere Baccio 
Bigio, del quale parla il Machiavelli , facendo ugualmente 
menzione degli altri ingegneri Antonio da Filicaia , Chi- 
menti Sciarpelloni e Giovanni Del Bene. Pure il Vasari 
non discorre che di un Baccio Pintelli', architetto ai 
tempi di Sisto IV. 

L'amore della libertà indusse i cittadini, preposti alla 
difesa della Repubblica fiorentina, a chiamare il vecchio 
ingegnere di Ferrara Sebastiano Serlio, perchè visitasse 
le fortificazioni , alle quali diedero anche buona opera 
gì' ingegneri Filippo di Iacomo pontremolese e Girolamo 
Demitri. 

E in quelle medesime apprensioni Amadio d'Alberto 
fu chiamato a ristaurare il rivellino della torre di Pisa, 
insieme coli' altro architetto Iacopo Battaglini , e di là 
mosse a fortificare meglio la medesima Livorno. 

Il divino Michelangiolo , il quale non prestò mai la 
mano cittadina a innalzare baluardi di tirannide , cinse 
il poggio di San Miniato di bastioni, e fece più forte la 
sua Firenze contro le minacce alla libertà ; e Leonardo 
Signoroni perugino ne compi le veci siccome ingegnere 
degli assediali. 

Aiu.ii. St. [TAt,., 3. a Serie, T. IX I' li. Il 



82 DEGL' INGEGNERI militari italiani 

Ma qui per ricoprire sempre più d'infamia i nomi dei 
traditori della patria, deggio rammentare che il Peruzzi 
sanese , negatosi ad essere l'ingegnere dell'assedio , 
Benvenuto di Lorenzo della Volpaia insieme col Tribolo 
ne levarono la pianta , mentre Clemente VII , papa e 
politico traditore della patria, studiava i lavori col gio- 
catore principe di Orange. E l'altro ingegnere tristissimo 
Antonio Picconi o Sangallo , cugino o nipote per parte 
di madre dell'altro Antonio Sangallo e di Giuliano, poi- 
ché era altresì nel campo nemico , propose scandalosa- 
mente una mina , che fin lo stesso pontefice non volle 
approvare. 

Del quale Sangallo , morto in Terni a' 29 di settem- 
bre 1546, fu poi opera in Firenze la fortezza da Basso, 
detta anche di San Giovanni , lasciato da parte il primo 
disegno di Pier Francesco da Viterbo morto nell'anno 
della edificazione , e ne pose la prima pietra Alessandro 
de' Medici il dì 15 di luglio 1534, benedetta dall'arci- 
vescovo di Assisi Angelo Marzi. E con lui lavorò in Pe- 
rugia e al borgo di Bettona poco lontano l'ingegnere 
Iacopo Meleghino da Ferrara. 

Le prime difese della fortezza di Capua sul Vol- 
turno furono opera d'Antonello di Teano nell'anno 1516, 
ingrandite e perfezionate nel 1536 da quel medesimo 
Scriva che aveva innalzato in Napoli la ròcca di San- 
t'Elmo, e nella città dell'Aquila il suo ampio castello. 

Giovan Francesco Pasqualetti , Terzo Terzi e Cristo- 
faro Casanova , tutti tre ferraresi , furerà chiamati verso 
quell'anno medesimo 1530 a bastionare Modena e a de- 
molire il castello di Novi. 

Giovan Tommaso Scala veneziano, di cui tace fin 
anche il Temanza nelle Vite degli artisti veneti, e ch'io 
cercai far conoscere per via del suo codice forse auto- 
grafo che ora si conserva nella biblioteca del re d'Ita- 
lia in Torino , fece il modello del castello di Ancona 
nel 1523 , poi il disegno e modello di Novi nel 1536 , e 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 83 

nel 1550 il porto di Monaco sulla riviera di Genova. Né 
solamente lavorò in Italia , ma fu chiamato a fare il ba- 
luardo della Maddalena a Valenciennes , la fortezza di 
Gand un venti e più chilometri lontana di là, i castelli 
di Fontanablò e di San Francesco in Amiens, e le for- 
tificazioni di Lafère , Crechy , Mondidier e Chiaromonte. 
Passò quindi in Inghilterra per innalzare la torre di 
Arder , e le opere munite di Dabellao , Timor e Bervic 
nella Scozia. 

Nell'anno 1534 seguitarono in Francia Caterina dei 
Medici i due ingegneri Girolamo e Camillo Marini, il 
Campi, il Befani, parecchi altri di minor grido, e quel 
cavalier Orologi , il quale , secondo accennammo anche 
sulle prime , può dirsi il fondatore in Francia del corpo 
degl'ingegneri, e fortificò la città di Brouage con tanto 
accorgimento di guerra che vi si tenne poi ostinatis- 
sima difesa. 

Cresceva la fama del Sammicheli di Verona, il quale, 
dopo aver innalzato il bastione della Maddalena nel 1527, 
tenuto come il primo e più famoso baluardo della nuova 
forma, compiè nel 1535 quella porta nuova che è un 
archetipo in tutta Europa , perocché , senza smentire il 
carattere militare , la si vede secondare mirabilmente 
l'aspetto e il decoro che pur si conviene a una porta 
urbana. La quale non più sotto una torre ma fra duo 
torri ei forse il primo cominciò a costruire nella Italia 
settentrionale , avvegnaché in Napoli fosse più antica la 
porta del maschio del Castel Nuovo dov'è l'arco famo- 
sissimo di Alfonso di Aragona. 

Munì il castello San Felice veronese con un baluardo 
a tanaglia e con mura terribili eminentissime : costruì 
tra gli altri bastioni anche quello di Spagna , che è un 
vero modello dell'arte, con anditi e uscite segrete nel 
fosso , e lasciò come sue opere egregie i baluardi Cor- 
navo e Santa Croce in Padova , le fortezze di Orcinovi, 
di Zara con la famosa cisterna, e di Legnago con porta 



84 degl' ingegneri militari italiani 

Stuppa; il castello di Sant'Andrea di Lido in Venezia, 
quello di Marano a cavaliere sull'isola di Candia e l'altro 
più famoso fra i detti bastioni Cornaro e Santa Croce 
in Padova co' suoi baluardi Vittori, Sabioneta , Marti- 
nengo , Panigrà > Bettelemme , Gesù , e San Giorgio 
nel quale ricinto si potè resistere a venti anni di as- 
sedio delle prepotenti armi ottomane. 

Nell'anno 1538 , come leggesi su la porta d'ingresso, 
alzavasi in Napoli il più ampio castello di Sant'Elmo a 
forma di grande stella esagona ; talmente che il Mar- 
chi nel libro II affermò essere la fortezza di San Mar- 
tino delle ben fiancheggiate , e munite di contrammine. 

A spese e per comando di Paolo III l'ingegnere Ste- 
fano Cansacchi di Amelia, rifece la rócca di Ostia nel- 
l'anno 1537. 

Gran fama d'ingegnere militare ebbe allora il così 
detto capitano Frate da Modena, quel medesimo Giacomo 
Seghizzi ricordato dal Tiraboschi nel volume VII della 
Biblioteca modenese, contrassegnato dal Lancillotto sem- 
pre col titolo di frate e anche di soldato vecchio. Furo- 
no a lui attribuite le fortificazioni di Pesaro; ma fru- 
gando io in quella parte degli archivii nazionali di Fi- 
renze che è derivata dall'archivio Urbinate, vidi una 
lettera scritta dal celebre Serlio nel 1535 che attribuiva 
quelle a Francesco da Viterbo. E alla filza 69 de' citati 
archivi rinvenni una lettera di Giambattista Seghizo (così) 
in data di San Germano all'Aia il 28 giugno 1550. Ei fu 
di certo nelle guerre di Francia, d'Inghilterra, delle 
Fiandre , fortificò Lilla ; e tornato in Italia , innalzò le 
mura bastionate di Lodi , di Crema e di Orcinovi , 
nel 1538. E possiam tenere per sicuro aver egli nel 1557 
fortificata Sinigaglia quando vi si temeva il passaggio 
del duca di Guisa. 

Lo storico de' Paesi Bassi Ludovico Guicciardini parla 
dell'ingegnere Donato Peliciolo bergamasco che avea 
fortificato Anversa nel 1542. 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 85 

Egregio ingegnere militare fu Carlo Nuvoloni man- 
tovano , il quale nel 1538 fortificò in patria i luoghi de- 
nominati Porto e Cittadella. 

Girolamo Pennacchi di Trevigi , il quale si accomodò 
ai servigi del re d'Inghilterra con 400 scudi all'anno, 
lasciò la vita a 34 anni nel 1544 intorno alla città di 
Bologna in Piccardia assediata , e v'era dentro l'inge- 
gnere italiano Giovacchino da Coniano. 

Erano medesimamente in Francia , oltre allo Scalo 
già notato, ai Marini, all'Orologi, Antonio Melloni cre- 
monese e Girolamo Bellarmati d'Ippolito , stato bandito 
da Siena sua patria per ragioni politiche. 

Il Melloni fece di fascinate il baluardo di Santa Ma- 
ria a Vienna di Francia , edificò la fortezza di Montplai- 
sir , difese Komar , fu principale cooperatore della presa 
d'Ivoix, Damvilliers e Montmedy, e fece un campo trin- 
cerato sul Reno, capace di 44mila francesi e degli 8mila 
italiani capitanati dal principe di Melfi Giovanni Carac- 
ciolo , entrando tutti vittoriosi a Montplaisir. 

Bellarmati fu ingegnere maggiore di Francesco I 
nel 1544 ; chiamato alla edificazione della città e porto 
Hàvre-de-Gràuce , e a meglio ricingere Parigi , comecché 
innanzi vi fosse stato chiamato il Celimi, com'egli mede- 
simo narra nella sua Vita , escluso però , non ostante 
gli ordini reali, per opera della signora d'Estampes e 
dell'ammiraglio D'Annebaut. 

Egli avea pubblicato la Corographia Thusciae^ e fu 
amicissimo di Claudio Tolomei , il quale ne parla con 
immensa lode in una lettera a Guidi nel 1549. 

Nell'anno 1535 l'eccellente ingegnere militare Bene- 
detto di Ravenna , a torto poco noto , fu chiamato da 
Milano in Siviglia per costruire varie fortezze e per di- 
segnare le fortificazioni di Bona , ed ebbe la disgrazia 
di diventar cicco in Perpignano dove morì nel 1551. 

Altri ingegneri italiani andarono in Ispagna , e nel- 
l'opera spagnuola pubblicata in Madrid nel 1846 , su 



86 DEGL'lNGECxNERl militari italiani 

gl'ingegneri militari, parlasi di un Ferraraolino , il quale 
nel 1535 disegnò il famoso castello della Goletta di Tu- 
nisi , e insieme con gì' ingegneri Bernardino di Mendoza 
e Alvaro Gomez el Zayal lavorò a migliorare le fortifi- 
cazioni di Bona. 

E un Giambattista Calvi menava colà gran rumore : 
nel 1552 innalzò le difese di Rosas , poi quelle di Ca- 
dice nel 56 dalla porta di terra all'antico balaurdo di 
San Filippo di Perpignano e di altri punti della fron- 
tiera , insino al 1565,. quando fu sostituito da Giacomo 
Palcaro soprannominato il Fratino. Ma non bisogna di- 
menticare quel che accennammo , essere state le fortifi- 
cazioni di Perpignano incominciate da Benedetto da 
Ravenna. 

Vi lavorarono anche il conte Ugo da Cesena , Bal- 
dassarre Paduano Abiando , Luigi Pizzano capitano di 
artiglieria, Giorgio Sistara , l'Esteliani, Agostino Amo» 
deo , Luigi Severo , Rocco Cappellino , Vespasiano Gon- 
zaga figliuolo di Luigi , parente di Alfonso II di Napoli, 
e sopra tutti G. B. Antonelli peritissimo, il quale nel 1531 
sotto il duca di Alba comandò gl'ingegneri e l'esercito 
mosso alla conquista del Portogallo. Anche Tiburzio 
Spannocchi nel 1590 costruì in Saragozza un ponte le- 
vatoio senza lasciar vedere catena , sifattamente conge- 
gnato che solo un soldato posto nella grossezza del muro 
poteva alzarlo. 

Anche si rammenta colà l'ingegnere nostro Libranno, 
autore o continuatore delle fortificazioni di Bona appar- 
tenente agli Spagnuoli , morto nel 1554. 

Col Ferramolino furon citati onorevolmente dal cele- 
bre nostro Francesco Marchi, nel volume terzo, capo pri- 
mo , libro XVI della sua grande opera di architettura 
militare a pag. 40, gli altri ingegneri Giovanni Mango- 
ne e Girolamo Manni, di cui fece piccolo cenno. 

Il Ruscelli nei suo libro de' Precetti della milizia, a 
faccia 43 , ricorda in Bologna come ingegnere di Enrico 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 87 

d'Inghilterra all'assedio di Bologna sul mare, per la cui 
espugnazione costruì una mina , la quale , per esservi 
stata malamente caricato e intasato il fornello, sventò, 
voltando la faccia o il raggio di esplosione alla campagna. 

Di Bartolommeo Campi parlarono poi con grandi elogi 
gli storici spagnuoli , poiché morì nelle loro file all'as- 
sedio di Arlem in Fiandra nel 1573 , e il duca di Alba ne 
diede il giudizio come di uno de' rari uomini del suo 
tempo ed il migliore che congiungesse la scienza delle 
matematiche alla pratica di guerra nelle difese e negli 
assedi e nel maneggio delle macchine. 

Gl'ingegneri Giovanni d' Alesso , conosciuto col nome 
di Nanni Unghero , e Giambattista Bellucci, che è meglio 
noto dal nome della patria San Marino , discepolo e 
genero di Girolamo Genga , fortificarono Pistoia sin 
dal 1544 , ad oggetto di assicurarsi da' nuovi tumulti , 
usando le parole del Fioravanti nelle Memorie storiche di 
Pistoia. Il San Marino fece i baluardi a porta al Borgo e 
all'altra San Marco. E negli archivi de' Medici trovai 
lettere dell'ingegnere Andrea del Mucione da Pistoia ai 23 
e 30 maggio 1544, in cui parla del Bellucci e dell' Un- 
ghero , e fa menzione della suddetta porta al Borgo , e 
delle altre due Alucese e Calcavia. Di là recossi a Porto- 
ferraio, ove dal 27 aprile al 7 di giugno 1548 innalzò i 
forti della Linguella , della Stella e del Falcone , i quali 
serbano i medesimi nomi che egli impose. L'anno dopo 
fortificò Barga e vi fece delle cascatole : tornò in Pistoia 
nel 52 ; si condusse a Empoli nel 53 per farvi il ba- 
si ione San Zeno; poi a Piombino, a San Casciano, a 
Siena e a Livorno , dove , io credo , edificasse il bastio- 
ne del Palazzotto e della Sassaia allo sbocco della 
Caterattina. 

Narrasi essere stato chiamato in Francia per alzarvi 
la fortezza su menzionata di Bologna in Piccardia, 

E finalmente dobbiamo deplorare che il repubblicano 
ammarinese si recasse con Garzia di Toledo alla guerra 



88 degl'ingegneri militari italiani 

(li Siena, e levasse nascostamente la pianta delle difese per 
Cosimo, pagando della vita la sua mala opera; dappoi- 
ché ferito dapprima a Montalcino spirava nel maggio 1554 
per archibugiata sotto il forte dell'Aiuola. E lo sostituiva, 
siccome ho rinvenuto nell'archivio mediceo, prima il Con- 
cetto (F. 1851), poi Giovanni Pazzaglia da Pistoia, il quale, 
dopo aver levate le piante de' forti di Camollia e della 
Badia, riconosciute le fortificazioni di Portercole , Piom- 
bino e Orbetello insieme con Giulio Milanesi, espugnata 
Radicofani e posta in valida difesa, anch' egli fu morto, 
difendendo il castello di Santa Fiora, dopo un mese che 
ivi rimase ferito. 

Anche poco italianamente Iacopo di Pier Antonio Fu- 
sti da Urbino , meglio conosciuto col nome della moglie 
Castriotto sposata in Napoli di nobilissima famiglia , andò 
alla espugnazione'di Siena , e fu principale autore della 
presa di Montichiello e di altre terre munite. 

Egli aveva nel 1548 per mandato di Paolo III inteso 
alla fortificazione del borgo di Roma , la città Leonina , 
ma il suo disegno fu contrastato dall'altro ingegnere Mon- 
temellino. Munì poi Anagni eSermoneta, e si recò in Fran- 
cia per fortificare San Quintino , Calais e molti altri 
luoghi della Linguadoca, del Lionese , della Provenza e 
della Normandia. In grande amicizia col Montmorency 
fu proposto per alzare tre fortezze in Navarra , e con- 
durre col Melloni , come si accennò, l'opera del campo 
fortificato in Piccardia sotto Enrico II , il quale lo creò 
ingegnere generale delle fortezze ; e in quel posto morì 
l'anno 1563 , come narra il Borgomanerio. 

Ma a cittadino conforto soggiungerò che minacciata 
la Repubblica di Siena di essere il sepolcro alla libertà 
d'Italia, i s-uoi valorosissimi ingegneri Baldassarre Pe- 
ruzzi da Volterra e Pier Cattaneo fortificarono , il primo 
Portoferraio e il secondo Orbetello, cui l'altro ingegnere 
Antonio Lari, pur di Siena, aggiunse il cavaliere nella 
rócca e molte altre fortificazioni. E un messer OHorgio 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 89 

di Giovanni, pittore eccellente, edificò le difese di Mon- 
tanino a porta Nuova , col baluardo San Martino e il 
rivellino a porta Cerbaia , egregiamente sostenute da Gi- 
rolamo Orsini contro gli assalti di don Garzia ; facendo 
temporaneamente il disegno delle opere di Chiusi. 

Anche il celebre Pelori rafforzò Montichiello, Luci- 
gnano e Casole ; e dopo quei casi luttuosi andò esule, 
e morì in Avignone nel 1558. Egli avea nel 1548 conti- 
nuate le fortificazioni di Ancona cominciate dal Sangallo, 
e poi ricinta Fano. Ma postosi ai servigi di Spagna, 
mancò al dover cittadino e fece la cittadella di Siena 
nel 1550. 

Bernardo Puccini nell'anno 1554 restaurò per la mo- 
rente Repubblica le forti mura di Lucignano , dov'erasi 
rifuggito lo Strozzi , riportando cinque grosse ferite ; e 
l'anno dopo fortificò le mura di Sarteàno e Cetona. 

Da ultimo Bartolommeo Neroni, detto il Riccio, senese 
anch' egli , ordinò maestrevolmente le fortificazioni di 
Asinalunga , Chiusi , Massa e Monterotondo ; esulando po- 
scia iu Lucca, e lasciando le sue ossa in patria nel 1573. 

Fra gl'ingegneri militari della prima metà del seco- 
lo XVI s'innalzava intanto quel Giovan Giacomo Leonardi 
pesarese , conte di Montelabate , il quale fu anche am- 
basciatore del duca di Urbino , e lasciò codici rarissimi 
di fortificazioni, citati dal Barbaro e dallo Zeno , in gran 
parte smarriti , alcuni , io credo , conservati in Pesaro , 
e un altro del 1551 riposto per buona fortuna nell'Acca- 
demia militare di Torino. 

Ne fu meno grande quel Giovanni Camerino, che ri- 
mane poco noto, e intorno al quale io già ho preparato 
una vita che ho tratta intera dagli archivi di Firenze , 
riescitomi impossibile di sapere se fosse nato, come 
ho ragion di credere in Portoferraio sul finire del se- 
colo XV. Certa cosa è che sin dal 1544 lavorò alla Torre 
di Poppi, a Pantano di Valdidichiana, a Marciano e a 
Foiano. 

Argii. St. Irvi.. , 3. a Serie, T. IX. P. II. 12 



90 degl'ingegneri militari italiani 

Fu chiamato a Besanzone, e si recò in Brusselle per 
disseccare certi pantani del Granvela ; e nel novembre 
scrive di Bruggia , e manda le fortificazioni di Anversa , 
Cambrai e Valenciennes. Al ritorno fortificò Montepul- 
ciano con Nicolaino Sermanni , e intese ai lavori idraulici 
in Anghiari e in Venezia. Nell'aprile 1548 andò a Porto- 
ferraio, a Populonia e a Ròcca Sigillina. Nel 49 comin- 
ciò a lavorare nell'isola dell'Elba , smontato di sella il 
Bellucci o San Marino, che ne restò offeso e spiacentissi- 
mo; talmentechè vi furono alcuni storici i quali confusero 
il San Marino per l'appunto col Camerino per cotesta 
successione di lavoro. Né il Bellucci rimase punto col 
Camerino , il quale invece menò seco Zanobi Pagni suo 
genero per aiutarlo , e vi chiamò anche il fratello Lo- 
renzo e l'altro Giuliano bombardiere. Nel 52 fece la pianta 
di San Casciano ; poi andò a munire Piombino, San Gi- 
mignano, Poggio Imperiale. L'anno dopo, ai 15 di gen- 
naio 1553 , fortificò Brolio , ed ebbe parte ne' contratti di 
vendita al re di Spagna della città e fortezza di Piom- 
bino, dove lavorò nel 1555 e 1559, costruendovi il Ca- 
stel Nuovo. Ora lo vedi in Massa Marittima, ed ora a 
Grosseto, a Terra del Sole e a Sasso di Simone: quando 
dirige; i lavori in Castrocaro , e quando a San Sepolcro. 
E inPortoferraio morì il 6 di maggio 1570. 

Il Torchiarino da Parma nel 1545 fortificò Nepi col- 
l' altro ingegnere militare Andrea Bressani o de' Bre- 
sciani, il quale lavorò di poi alla cittadella di Piacenza, 
e più precisamente al bastione di campagna. E il figliuolo 
Genesio Bressani diresse le fortificazioni di Borgo San 
Donnino disegnate dal Paciotto nel 1583, le altre di Bor- 
gotaro l'anno dopo, e fu chiamato in Lucca in aiuto a 
Vincenzo Civitali come narra il Cianelli. 

Il dì 15 di settembre 1552 il Municipio di Capua fa- 
ceva pagare dieci ducati al mese all'ingegnere militare 
Ambrogio Attendolo capuano, figliuolo di Giambattista da 
Cotignola, aiutato dall'altro ingegnere Giovanni Chiù- 






DAL SECOLO XIII AL XVIII 91 

sola o Ghiyosa per la costruzione di bastioni , e in ispe- 
cie di quello denominato Santa Maria della Porta. E di là 
partiva per la Calabria ove fortificò la città di Cotrone , 
alzandovi anche il castello ; al ritorno poi fu spedito ad 
ampliare il fortissimo circuito di Gaeta. E morì di ot- 
tantanni nel 1585. 

La diffidenza della nuova Signoria verso il gemente 
popolo toscano faceva pensare a nuovi ripari e a nuove 
minacce. L'ingegnere Davide Fortini compiva il bastione 
di San Giusto in Prato nel 1555 , e restaurò gli altri 
sei , Santa Trinità , Santa Margherita , Santa Chiara , 
delle Forche , del Giudeo e del Bacchile. 

Baldassarre Lanci o Lanza nato nel 1510 in Urbino 
venne chiamato nel 60 a ridurre in miglior forma la for- 
tezza di Siena con quattro bastioni e due quartieri , e a 
fortificare molti luoghi delle Maremme, particolarmente 
Grosseto e la costa di Castiglione e di Livorno un quat- 
tro miglia radente il mare. E dalla Toscana fu ceduto 
per alquanto tempo ai Cavalieri di Malta, alle cui forti- 
ficazioni della Valletta egli intese insieme con Francesco 
Laparelli da Cortona, con Baldassarre e Bartolommeo 
Genga nell'anno 1565. 

Leggesi nelle Prammatiche napoletane del 1547 che 
i monumenti dell' isola di Lipari fossero stati opera di un 
Iacopo Malerba, ingegnere militare cremonese, che al- 
cuni chiamarono Erba solamente. E fu suo discepolo quel 
Dati , di cui si conserva un bel codice nella Biblioteca 
nazionale di Firenze. 

Ad Antonio Nicola e Vincenzo Civitali nel 1547 furono 
affidate le nuove bastie di Lucca , le quali son quasi le 
medesime che a'giorni nostri, dov'è il pubblico passeggio. 
E ciò dimostra quel bassorilievo all'altare del duomo a 
mancina , fra le opere più pregevoli di Giovan Bologna : 
erano dieci grandi bastioni , i quali cominciando da mez- 
zogiorno si denominavano Santa Maria , San Colombano , 
San Regolo, La Libertà, San Salvatore, San Pietro, San 



92 degl'ingegneri militari italiani 

Martino, San Frediano, Santacroce, San Donato e San 
Paolino; ma vi contribuirono poi co'loro consigli il duca 
di Savoia Emanuel Filiberto e il duca Alessandro Farne- 
se , nò furon tutte compiute che nel 1649. Pure il 
Mazzarosa , nelle sue Iscrizioni ad onore d' illustri Luc- 
chesi , non celebra che il nome di Nicolao Civitali, il 
quale provvide alla difesa della patria libertà. 

Nell'anno 1549, morto il Casanova, le fortificazioni 
di Modena furono allogate all'ingegnere militare Ales- 
sandro Leopardi da Terni , ovvero Alessandro dal Ca- 
vallo , il quale aveva lavorato al ricinto di Piacenza in- 
sieme col Gcnga, con una provvisione di venti scudi al 
mese e la spesa per sei bocche. 

E dove più avea dominato la libertà e dove più gli 
animi vi erano inclinati , cercavasi forza e imperio coi 
bastioni e co' soldati. Per la qual cosa Bernardo Buon- 
talenti anch' egli, dopo il Fortini, fece più forte Prato, e 
dopo essere stato in Abruzzo a cingere l'aspra Civitella 
del Tronto, alla cui difesa erasi trovato nel 1557 Iacopo 
Lanteri ingegnere militare , cominciò in patria a dì 13 di 
marzo 1570 la fortezza di Belvedere presso l'antica 
porta San Giorgio , ultima rócca al tiranno , minacciosa 
e soprastante bastìa al popolo fiorentino , che aveva solo 
a guardare e tremare. Ed egli medesimo inventò quella 
famosa toppa del tesoro riposto in quel forte , la quale 
uccideva chiunque avesse tentato aprirla , senza saperne 
l'occultissimo artifizio. 

Pochissime notizie mi fu dato raccogliere intorno ad 
altro ingegnere e matematico fiorentino Giuseppe Leon- 
cini , del quale parlò Cammillo Ravioli in una lettera 
pubblicata in Roma nel 1854 , estratta dal tomo 134 del 
Giornale Arcadico. 

E nel 1555 il viceré duca di Alba mandò a cinger di 
bastioni la città di Chieti l'ingegnere Ascanio della Cornia 
nella guerra di Paolo IV collegato con Enrico II di Fran- 
cia contro il re Filippo. 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 93 

Francesco Bernardino Vimercati, al quale fu dedicata da 
Angelo Assiuito di Ancona un'operetta di guerra nel 1547, 
fu commissario e soprintendente generale delle fortifi- 
cazioni di Francia sotto Enrico II, e in 'Italia condusse 
le fortificazioni di Bra, poi quelle di Sammartino nel 
Canavese : nel 1557 rizzò due forti per istrmgere di as- 
sedio Volpiano , e nel 57 intese a munire Valenza. Il 
figliuolo Scipione ebbe il medesimo ufficio nell'ottobre 59, 
come narrò il mio amico colonnello Augoyat nello Spet- 
tatore Militare dell'agosto 1857. 

Sebbene non si conoscano le fortificazioni dovute ad 
altri ingegneri , sappiamo il grido che ebbero nella 
prima metà di questo secolo Antonio Peloia Montagnano 
citato dallo Scala , o più sicuramente Michelangelo di Pe- 
loia , il rammentato Giovacchino da Coniano , il quale 
scrisse una parte dell'opera sull' architettura militare di 
Girolamo Maggi , Marco Crivellatore , notato dal Marti- 
nengo nell'assedio di Famagosta , Ambrogio Principia- 
no, il quale fortificò Dole nella Borgogna, e Sebastiano 
dall'Isola, ch'io credo, per una scrittura da me riscontrata 
nella biblioteca civica di Genova (D. G. 7, 18) l'ingegnere 
del Castelletto, demolito nel 1848. 

L' Italia non era una nel bene , ma si unificava egre- 
giamente nel male ; e mentre sorgevano in Firenze e in 
Napoli la fortezza da Basso e il castello Sant' Elmo per 
infrenare e opprimere il popolo , Orazio Paciotto da Urbino 
costruisce la cittadella di Torino , Giambatista Aleotti di 
Argenta nel ferrarese quella di Ancona, e la Paolina in 
Perugia il noto per servitù architetto Sangallo , sman- 
tellata per furore giusto di popolo nel 1848. Né potei 
sapere con certezza se l' ingegnere militare perugino 
Muntemellino vi avesse avuta mano. 

E Francesco Paciotto , dopo avere fortificato Montec- 
chio , Borgo San Donnino , Correggio, Guastalla e Scan- 
diano nel 1558 per conto del duca di Parma e di Mar- 
gherita d'Austria, poi Savigliano, Villafranca , Vercelli, 



94 degl'ingegneri militari italiani 

Momelliano e Nizza per Emanuel Filiberto , mosse poi 
col fratello Orazio e col duca di Alba per innalzare la 
cittadella di Anversa nelle Fiandre , dove soprintendeva 
alle fortificazioni sin dal 1556 il citato Ascanio della Cor- 
nia. E oltre a quel nuovo freno di tirannide , presentava 
al perfido Filippo i disegni di altre fortezze , anche per 
l'America e l'Affrica , fra le quali sorse il San Giovanni 
di Ullon e la Goletta. 

E con lui cooperarono in Anversa Properzio Barocci 
bolognese , e il profondo Gabrio Serbelloni , il quale , 
come Pietro Navarro , fu poi capitan generale delle ar- 
tiglierie nella impresa di Tunisi. 

Alla scuola del Paciotto sursero quattro noti inge- 
gneri , Domenico Donzelli di Mondovì e Cesare Poncello 
genovese , e per opera loro fu innalzata la cittadella di 
Vercelli ; Giuseppe Caresana fortificatore di Nizza insieme 
col suo maestro Ferrante Vitelli perugino , il quale 
nel 1573 rese fortissima Mondovì con la cittadella , di cui 
fu governatore; e Rinaldo Marsili di Pinerolo, l'inge- 
gnere della difesa della città quando l'assediò il mar- 
chese del Vasto , secondo ne scrisse il Maggi nella sua 
architettura militare. 

In quel torno Paolo Vagnone di Truffarello fortificò 
Cuneo alla moderna , alzando una cortina dalla parte del 
Gesso , incominciando di nuovo il bastione dell'Olmo e il 
rivellino a porta Pieve , e costruendo tre cavalieri ai ba- 
stioni di Caraglio e della Torretta. 

Almeno per l'onor nazionale e per la indipendenza 
Emanuel Filiberto affidava al dotto ingegnere Gabriello 
Busca milanese, il quale aveva ricusato entrare ai servigi 
di Francia , di cingere fortemente la città di Borgo in 
Bressa , murare Susa col suo forte Santa Maria , e anche 
Demonte. 

Opera di Matteo Sammicheli fu la cittadella di Casale 
nel Monferrato, come dice il Vasari dubbiosamente; il 
Savorgnano l'ampliò , e Iacopo Antonio della Porta , 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 95 

nativo appunto di Casale, lavorò ai baluardi della cinta 
nel 1580. 

Architetto e cosmografo del duca di Savoia fu nella 
seconda metà del secolo Jacopo Soldati , del quale ser- 
bansi due codici autografi nella Biblioteca del duca di 
Genova , uno intitolato : « Discorso del modo di difendere 
la città di Vercelli dal fiume Servo et Sesia », e l'altro 
« Su le fortificazioni di Udine »; e l'ingegnere militare 
Francesco Malacrida veronese in una scrittura del 18 
febbraio 1567, dà alcuni consigli per munire la città con- 
tro un assalto improvviso. 

La città di Ravenna divenne città di guerra per opera 
del milanese Pellegrino Tibaldi , il quale fu per la Spagna 
quello che per Francia erano stati il Primaticcio bolo- 
gnese e Niccolò dell'Abate. 

Nell'assedio di Nicosia del 1570 vien segnalato per 
valore e arte l'ingegnere Fabiano Falchetti , il quale, 
mentre fu poi castellano di Rimini , ne scrisse la rela- 
zione serbata a penna nella Oliveriana di Pesaro nel 
volume 117. 

Verso il 1576 più si rafforza Ferrara co' lavori di Giam- 
battista Rainaldi romano. 

Dipoi Cornelio Bentivoglio ferrarese andò ad alzare 
il forte Montalfonso l'anno 1576 nella Garfagnana presso 
Castelnuovo , sebbene il Campori assicuri essere stata 
opera del Pasi. 

Ferrante II principe di Guastalla chiamò l' ingegnere 
militare Giuseppe Dattaro , soprannominato Picciafuoco 
cremonese , per rinchiudere nel ricinto la rócca ; e quindi 
nel 1584 , non contento di lui , ne commise la continua- 
zione a Giambattista Clarici spedito dal duca di Terranova 
governatoredi Milano, e il compimento al soprannominato 
Dalla Porta , di Casale. 

Carlo Theti, nato in Nola il 5 di giugno 1539, morto 
a Padova il 10 di ottobre 1589 , ebbe mano nelle opere 
di Verona ; afforzò Bergamo costruendovi il bastione della 



96 degl'ingegneri militari italiani 

Cappella , e nel 1569 pubblicò i suoi Discorsi delle for- 
tificazioni quand' era ai servigi della Repubblica di Ve- 
nezia. 

Morì all'assedio di Famagosta del 1571 V ingegnere 
Giovanni Mormori , il quale vi aveva inventato una ma- 
niera di parapetto mobile , i moderni gabbioni rotolanti; 
e vi cadde prigioniero l'altro architetto civile e militare 
Antonio Migliani di Ascoli . il quale riscattato dalla Re- 
pubblica veneta , andò a rendere più munita Candia, dove 
spirò nel 1575. 

Anche alla Goletta fu mandato da Carlo V l' ingegnere 
Evangelista di Menga nativo di Copertino nel Leccese , il 
quale nel 1565 entrò ai servigi del Gran Mastro di Malta, 
e si segnalò in quell'assedio posto da Solimano II. Il 
Marciani , il Rosselli, il De Angelis e altri scrittori sa- 
lentini gli attribuiscono i disegni de'castelli di Barletta , 
Nola e Copertino. 

Non parlerò di Pompeo Floriani di Macerata, il quale 
nel 1590 pubblicò due discorsi , uno della Goletta e forte 
di Tunisi e l'altro intorno all' isola di Malta , dicendosi 
creato di Mario Sforza, e fu inventore di una barca da 
ponte scomposta in tre parti come si è copiata a' dì no- 
stri. Ei morì a Forlì nel 1600 , lasciando di 15 anni il 
figliuolo Pietro Paolo , di cui faremo menzione. 

Trovai negli archivi medicei rammentato il cava- 
lire Marino Lanci ingegnere di Radicofani e Grosseto 
nel 1574. 

Furon di Mario e Germanico Savorgnano molti altri 
monumenti veneti ; di Girolamo Cataneo i merli di Sa- 
ponetta; di Bonaiuto Lorini fiorentino, mentr'era ai ser- 
vigi della Repubblica di Venezia , il castello di Brescia 
e i parapetti di Zara ; e in un suo discorso del 15 giu- 
gno 1600 ei suggeriva il modo di porre termine alla 
fortezza di Palmanova, già decretata fin dal 1593, pro- 
cedendo troppo lentamente sotto il provveditore France- 
sco Duodo. 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 97 

Uno Scipione Vorganno , Vorcanno, Vergano o Vin- 
cano fu 1' ingegnere fra gli assedianti di Bruges forti- 
ficata , come videsi , dall'Orologi. 

Cammillo Marini , avanti citato , fratello minore di 
Girolamo, di Bologna , trovò gloriosa morte alla difesa di 
Metz. E nella relazione di questo assedio lessi la morte in- 
contrata gloriosamente dentro le mura dal capitano ita- 
liano Puledro. E da alcuni scritti io deggio argomentare 
che il supremo ingegnere degli assediatori della Roccella 
potesse per avventura essere stato il rammentato Pe- 
loia , men noto dell' Orologi e del Ramelli , ma pur sì 
chiaro per tanti lavori fatti in Piemonte , ove stette coi 
Francesi dal 1536 al 1560. Infatti negli archivi nazio- 
nali di Torino io osservai i suoi disegni di Marsiglia, Lio- 
ne , Carmagnola, Saluzzo, Valfeniera (così), e Mirandola, 
tenendo seco un altro italiano ingegnere Niccolò Bonetto 
di cui mancano notizie precise. 

Vedemmo all'assedio della fortissima Arlem colpito da 
una palla di cannone Bartolommeo Campi ingegnere 
maggiore dell'esercito delle Fiandre , per la cui opera 
principalmente caddero tante fortezze ; ed ora dobbiamo 
soggiungere essere stato aiutato da altri capitani e inge- 
gneri nostri Raffaello Barberini , il Giambattista Piatti 
fiorentino , o milanese secondo lo Strada , il Torelli , 
Baroccio di Iacopo celebre da Vignola, e Scipione Campi 
figliuolo di Bartolommeo. 

Il genovese Bosio andò in Russia a fondervi can- 
noni di smisurata grandezza: l'ingegnere Brenna vi 
costruì il castello di San Michele : il Solari milanese 
innalzò le due fortezze di Mosca ; e lì ebbe anche gran 
fama un Simone Genga , figliuolo forse di Bartolommeo 
di Girolamo , il quale nel 1581 premunì vari luoghi su 
la Duina. 

Il Baldinucci nel voi. ix a pag. 485 fa parola di Giam- 
battista Cresci capitano e provveditore delle fortezze to- 
scane del 1599. 

ÀKCu. Si. [tal., 3. a Scriv , T IX, P. li. Li 



98 degl'ingegneri militari italiani 

E negli archivi di Firenze e di Venezia spesso si rin- 
viene il nome del Moretto calabrese , il quale nel 1551 
era in Parma uno de'capitani di Piero Strozzi, nel 1553 
in Radicofani , nel 1550 in Corfù, e quindi colonnello e 
governatore di Candia , da cui con cencinquanta de'suoi 
andò al soccorso di Lepanto nel 1571. 

Lo Scala , come fu detto , aveva lavorato alle for- 
tificazioni di Vienna sul Danubio, e vi avea fatta la 
porta reale , ma su lo scorcio del secolo , a fornire 
la città di nuovi baluardi , furon [chiamati Paolo Flo- 
riani da Macerata , e i due fiorentini Giovanni Pie- 
roni e Baccio del Bianco, celebre matematico, disce- 
polo del Galilei insieme col Torricelli , morto a Madrid 
nel 1656. 

Dal 1550 al 90 fu ai servigi di Francia Ercole Negri 
marchese di Sanfront , nativo di Centallo, come ne as- 
sicura il Della Chiesa. 

Erasi fatto conoscere all'assedio di Ginevra ; ed io 
lessi il suo nome su certi bellissimi disegni da lui fatti 
di Mura, che fu presa nell'ottobre 1550, di Charbonnière 
che andò a visitare nel 1577, e di Liverone a dì 11 di 
agosto 1581, di Bordeaux, Chatillon, Sevres, Boves e Mar- 
siglia. Mplta riputazione gli diedero la difesa di Essiglie 
nel 1595 , l'assedio di Bricherasio insieme col Vitozzi , 
e di Bevreaux due anni dopo. 

Ai 29 di agosto 1600 ebbe ordine di edificare cinque 
bastioni e due piattaforme in Savigliano. Nel 1605 fu 
nominato , con Alessandrino Vivaldi di Mondovì , gene- 
rale nelle artiglierie dopo Giuseppe Cambiano di Rurfìa. 
Finalmente nel 1613 incominciò a modo nuovo le forti- 
ficazioni della Verrua , fu governatore di Santhià , di- 
fensore di Crescentino nel maggio 1617 , e di Vercelli 
contro Pietro di Toledo. 

Un Ostilio Ricci verso il 1566 fu il fortificatore delle 
isole d' Iff e di Pomegues nella rada di Marsiglia , nei 
quali lavori la Toscana , congiunta in lega con Francia, 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 99 

spese un milione e 500tnila scudi d'oro ; ma non ostante 
Enrico IV nel 1598 volle riaverle. 

Agostino Ramelli milanese e precisamente del villaggio 
Masanzano al Ponte della Tresia , autore di un'opera 
sulle macchine militari , fu ingegnere del Cristianissimo 
e del re di Polonia : fortificò la Roccella , propugnacolo 
degli Ugonotti e vi morì dentro per ferita gravissima du- 
rante la difesa, insieme coli' Orologi di sopra mentovato, 
nel 1573. 

Alessandro Capobianco vicentino, ingegnere di Carlo V, 
costruì la cittadella o castello di Milano , né so spiegare 
come morisse in Roma nel 1570. 

Trovossi alla espugnazione della Goletta di Tunisi 
nel 1574 Bartolommeo Ruffino ; il quale ne lasciò una 
Relazione. 

Al gran matematico Francesco Maurolico è dovuta 
la cinta di Messina sua patria. 

Il Pasini Aurelio di Ferrara andò a fortificare Sedan 
siccome architetto del duca di Bouillon , e anche vi morì 
non avanti il 1579; perocché in quell'anno pubblicò in 
Anversa la sua pregiata opera sull'Architettura militare. 

Vincenzo Casali , il quale avea costruito la darsena 
di Napoli , fu chiamato in Portogallo a risarcirvi alquante 
fortezze , e quivi lasciò la vita nel 1593. 

Francesco Giuramella andò a ricingere Custrino sul 
Baltico , cui già avea dato mano Rocco Guerrini di Mar- 
radi. Un Vincenzo Machiavelli , uomo di gran valore e 
di grande ingegno militare , scalò valorosamente le mura 
di Maestricco nel 1579, e ponendovi la vita, rese agevole 
l'assalto al Farnese, comunque il citato colonnello Au- 
goyat dicesse averne diretto l'assedio Giovanpietro Peloia, 
che nominammo, mentre il Fiammelli, anche fiorentino, 
aiutò l'opera come ingegnere degli assediatiti. E furono 
aiutatori dell'Orango quel prode italiano Antonio Pittore, 
il quali; lo condusse a impadronirsi per sorpresa della 
fortezza di Monte, e l'ingegnere Giambelli famoso per 



100 degl'ingegneri militari italiani 

la invenzione e l'uso sulla Schelda delle barche da fuoco 
(brulotti, da brùler) all'assedio di Anversa. 

Benché famoso nella storia della architettura mili- 
tare italiana , fu poco noto insino ad ora Giulio Cesare 
Brancaccio conte di Sant'Andrea, del quale io vidi 
rarissimi codici , uno negli archivi di Torino , ed è un 
disegno de'suoi lavori fatti alle fortificazioni di Tunisi in 
data del 1573 , insieme col Floriani e col Serbelloni. 
L'altro nella Ambrosiana (R. 105 di dentro e 108 di 
fuori) con la data di Padova 11 ottobre 1585. « Lettera 
sopra la fortezza di Bergamo - Discorso su la fortifica- 
zione ». E il Partenio ne riporta altri. 

Nella biblioteca comunale di Palermo trovai un ma- 
noscritto eli Camillo Camilliani architetto militare, il 
quale nel 1585 diede mano alle nuove fortificazioni di 
Milazzo e alla costruzione di un grande quartiere per le 
milizie. 

Ingegnere di Paìmanova nel 1593 fu Vincenzo Sca- 
mozzi da Vicenza, autore di un libro di architettura mi- 
litare pubblicato in Venezia nel 1615. 

E sarebbe desiderabile per la storia dell'architettura 
militare italiana di rinvenire particolari notizie intorno 
a quell'Antonio Sarazone romano , che i Francesi chia- 
mano Sarazon a modo loro , e all'altro ingegnere Anto- 
nio da Modena che fu difensore di San Germano di Pa- 
rigi nel 1590, del matematico Cestella le cui invenzioni 
di fortificazioni si conservano nella biblioteca di Santa 
Genovieffa , di quell'altro ingegnere di cui il Marsand 
descrive il codice , e di Adamo di Crapone nominato dal 
capitano del genio francese De la Barre Duparq nel suo 
opuscolo pubblicato a Parigi nel 1855 : Remarques sur 
les rélatìons des langues militaires. 

Io non so se Melchiorre Michiel veneziano, che fioriva 
nel 1571, avesse pur lavorato per la Repubblica, poi- 
ché [autore di quel codice di casa Rossi intitolato: 
« Scritture antiche per fortificazioni e sistemi militari ». 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 101 

Ne so di quegli altri veneti, che lasciarono anche a 
penna certi lavori di architettura militare tenuti nella 
medesima biblioteca Rossi , come Andrea Gromo , Stefano 
Petris , e Moretto il calabrese. 

E quasi chiude il secolo quel grandissimo ingegnere 
militare Francesco de' Marchi di Bologna, il quale lavorò 
tanto in Italia e fuori : costruì nel 1547 la fortezza di 
Piacenza ; seguì negli Abruzzi Margherita vedova del 
primo duca di Firenze Alessandro de'Medici, e poi moglie 
di Ottavio Farnese. Fu ingegnere del re di Spagna per 
trentadue anni. Morì nel 1597 , e nell'anno medesimo il suo 
amico Gaspare dall'Oglio ne pubblicò la grande opera 
che l'architetto archeologo Luigi Marini ristampò nell'an- 
no 1810 in edizione sì splendida, come si fece del 
Montecuccoli , sempre sotto la sagace e politica prote- 
zione di Napoleone e de'suoi , come non si sa fare ai 
giorni nostri. 

Fu grande ingegnere militare Francesco Tensini di 
Crema, nato nel 1579, il quale di diciassett'anni cominciò a 
militare , ed ebbe la fortuna di educarsi in Ostenda alla 
scuola di Ambrogio Spinola soprannominato l'Espugnatore 
delle fortezze. E quantunque si fosse trovato in diciotto 
assedi e in quattro difese , combattute piò. guerre in 
Alsazia, in Fiandra, in Boemia e in Piemonte, trovò 
anche tempo di scrivere una grande opera : La fortifi- 
cazione, pubblicata in Venezia nel 1624. Dice in essa 
(pag. 83) , aver servito sei anni il duca di Baviera , e 
all'assedio di Ostenda aver conosciuto l'altro ingegnere 
militare Gaspare Vimercati , e sentita la grande riputazio- 
ne di Pompeo Targone , al quale lo storico Giustiniani dà 
l'epiteto di valente come non eransene veduti in guerra. 

Autore del porto e del molo di Napoli nel 1602 fu Co- 
lantonio Stigliola , architetto e matematico , del quale 
ho vista qualche relazione ne. la Brancacciana. Dove lessi 
ugualmente una Relazione dell' ingegnere Fabio Borsotti 
sul molo da lui fatto in Palermo nel 1568. 



102 degl'ingegneri militari italiani 

Nell'anno 1603 furono affidate lo fortificazioni di Nancy 
in Francia al nostro ingegnere Giambattista di Stabile , 
ed eravi l'altro colonnello italiano Orfeo Galiani , di cui 
serbasi nella Parmense un codice originale in folio : Delle 
fortificazioni. Lo Stabile vi sostenne la difesa insieme 
coll'altro ingegnere di Napoli Matteo del Ponte; e di poi, 
secondo io lessi nello Spettatore militare del 1861 , co- 
struì anche Marsal e altre fortezze lorenesi. 

Giovanni Rinaldini di Ancona nell'anno 1604, per 
ordine del viceré in Napoli , munì di altri bastioni Lon- 
gone , come ora si notano , Toledo , Castiglione , S. Rocco, 
Zurigo e quello de'Granatieri. Di là mosse per rafforzare 
l' isola del Gozzo , e fu richiamato in Napoli per andare 
a bastionare Cotrone , Reggio e Lipari , riducendo a mi- 
glior ordine alcune opere di Messina per le quali pubbli- 
cava in quella città una seconda opera: « Inutilità delle 
piazze basse nei fianchi de'bastioni ». 

E suo fratello consanguineo Carlo , men noto invero, 
fu anche ingegnere di fortificazioni, e morì nel 1690, 
avanti a Giovanni , morto nel 1698. 

Nell'anno 1603 la repubblica di Lucca avea spedito 
F ingegnere militare Pietro Vagnarello urbinate a per- 
fezionare le fortificazioni di Castiglione; e in quegli ar- 
mamenti cadde prigioniero de'Modenesi. 

Carlo Vanello nel 1610 cominciò a fortificare la vec- 
chia cittadella di Vercelli , insieme con Ascanio Vitelli 
altro ingegnere del duca; e nel 614 con altri due com- 
pagni, Castellamonte e Guiscerandi, andò a riconoscere 
le frontiere di Nizza. 

Il luogotenente generale di S. M. Cattolica a Milano, 
Giuseppe Barca milanese, ingegnere militare di grido ed 
uomo prode, fu ferito di moschettata il 25 giugno 1638 
alla espugnazione di Vercelli, e vi morì il primo di mar- 
zo 1639. 

Nell'anno 1612 notiamo un Antonio Vacca ferrarese, 
il quale soprintendeva all'officio delle munizioni degli 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 103 

Estensi, e governò le opere dell'assedio nella Garfagnana 
contro i Lucchesi , e nelle vicinanze di Palleroso edificò 
un forte da lui medesimo disegnato. 

Ricercatore come posso, trovai fra le lapidi murate 
sotto i portici della Università di Ferrara il nome di 
Giambatista Arcangeli pesarese, morto colà nel 1615 , il 
quale avea fatta la fortezza ordinata da Clemente Vili 
nel 1598. 

E fra' codici della biblioteca della Università di Torino 
ne trovai uno su la espugnazione della Roccella di Fede- 
rico Ghislieri da Brescia , il quale dice aver diretto gli 
approcci di Canissa verso il 1616, del quale rimase una 
relazione pervenuta un tempo alla libreria Doni ma non 
passata con gli altri libri nella Riccardiana. 

Carlo Morello da Pavia primo ingegnere del duca di 
Savoia e suo luogotenente generale d'artiglieria , fu in 
molte battaglie , difese ed espugnazioni , e fra queste a 
Salerno , Vietri , e Procida , siccome io medesimo lessi 
nei due volumi del suo splendido codice del 1656 nella 
biblioteca palatina di Torino. 

Nella difesa di Casale del 1640 contro i Francesi e 
collegati cominciò a farsi conoscere come aiuto dell' in- 
gegnere maggiore Francesco Prestipino, Gaspare Beretta, 
di appena 16 anni, insieme con due altri ingegneri militari, 
di grido, Alessandro Compiani e Teragona. E più avanti con 
gli anni lavorò al castello di Milano col Ricchino , e fu 
alla difesa di Valenza sul Po coll'altro ingegnere italiano 
Alpino. 

Durante la guerra di Roma l'ingegnere pistoiese Fran- 
cesco Leoncini fece nuovi lavori in Pistoia; quando Fran- 
cesco Cantagallina meglio premunì Livorno, ed aggiunse 
nuove opere alla fortezza di Gaeta. 

Già nel 1645 Cammillo Gonzaga aveva innalzato la 
fortezza di San Dimetri in Candia. Fu al meri fortunato 
che non morisse combattendo per lo straniero , ma per 
Venezia. 



104 degl'ingegneri militari italiani 

Nel 1650 Dionisio Guerrini soldato valoroso e inge- 
gnere di grido , disegnò gli attacchi di Longone , inta- 
gliati poi dal celebre Stefano della Bella, come fu detto. 

Nel 1668 fu chiamato dalla Repubblica di Genova per 
fortificare Vado presso Savona insieme coll'altro inge- 
gnere Gennaro d'Afflitto di Napoli, professore di archi- 
tettura militare in Firenze , dove pubblicò un'opera rela- 
tiva. E nel 689 recossi a fare i bastioni di Guastalla , ove 
ebbe compagno il Sireni , autore del jnolo di Genova ; 
passando l'anno dopo ai servigi di Vittorio Amedeo II 
per mettere a miglior condizione di difesa i recinti di 
Nizza e di Cuneo , due chiavi d' Italia , perdutane una 
sventuratamente , insieme coli' ingegnere ducale colon- 
nello Guiberti. 

Parlando di Pompeo Floriani nel secolo xvi pronun- 
ziammo il nome del figlio Pietro Paolo , il quale per 
mandato del re di Spagna ebbe gran parte nelle fortifi- 
cazioni di Posen , Salisburgo e Vienna , stringendosi in 
amicizia col Pieroni mandatovi da Cosimo; poiché ardeva 
la guerra religiosa e politica della Valtellina , la quale 
cominciò con la strage de'protestanti , al solito, la notte 
del 19 luglio 1620. 

Merita particolare ricordanza l'opera da lui data ai 
restauri di Vercelli nell'assedio sanguinoso, e lungo 
oltre due mesi , e alla fortezza di San Germano in Pie- 
monte, siccome videsi nel suo ritratto collocato nel palazzo 
pubblico di Macerata. 

Grandissima -celebrità ottenne per le fortificazioni di 
Malta , mandatovi da Urbano Vili , le quali furono chia- 
mate Fioritine. 

Per opera di Francesco Antonelli ascolano , discepolo 
del Buratti , ingegnere di Urbano Vili e d'Innocenzio X, 
fu espugnatala fortezza di Landsperg nel 1650, e Fer- 
dinando III ne rimase sì ammirato , che lo fece ingegnere 
generale di tutta Ungheria. Ma lasciato il soldo imperiale 
preferì dar l'opera sua in Raglisi e quindi in Venezia. 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 105 

E in quel tempo medesimo un altro ascolano Odoardo 
Odoardi di Catilini , morto giovane, aiutante generale in 
Dalmazia a trentaquattr'anni , pubblicò in Ascoli nell'an- 
no 1681: La moderna architettura militare agevolata 
col buon metodo al serenissimo Ranuccio II duca di 
Ferrara. 

Continuatore delle fortificazioni di Vienna fatte dallo 
Scala, dal Bianco, dal Pieroni e dal Floriani, fu l'are- 
tino Alessandro del Borro , prode nella milizia e dotto 
nell'ingegneria, come dimostrò pur solennemente nel- 
l'assedio di Stettino e Ratisbona , nella difesa di Praga e 
nella espugnazione di Zwidkau. 

Di lui , che fu anche generale supremo delle fanterie 
venete , dice il Valiero nella Storia di Candia ; nella 
professione militare ha avuto pochi uguali ; talmentechè 
chiamò infausto alla Repubblica l'anno 1656 che morì in 
Corfù , dopo una ferita in combattimento sul mare. 

Nella biblioteca Rinucciniana, ch'io trovai in vendita a 
Firenze nel 1852 , vidi un'opera del sergente generale 
Mario Tornaquinci intitolata : Alcune particolarità toccanti 
le fortificazioni di Portoferraio nel tempo del suo governo 
dal 1688 al 1690. Ei parla del bastione del Veneziano , 
o della Piattaforma della Linguella fatta allora. 

Nel suo trattato di fortificazione del 1666 Guarino" 
Guarini modenese , il quale lo dedicava al serenissimo 
principe Ludovico Giuli cavaliere di Savoia, affermò aver 
egli fortificato le cittadelle di Torino e di Modena. E con- 
temporaneamente fu ingegnere militare del duca, An- 
ton Maurizio Valperga barone di San Marzanotto , del 
quale serbasi nella biblioteca di Parigi un Discorso sulle 
fortificazioni di Piombino e di Portoferraio. 

All'attacco di Candia, cominciato li 24 maggio 1667 e 
compiuto il 31 gennaio dell'anno dopo, fu di certo l' in- 
gegnere fiorentino Girolamo Portigiani , il quale ne pub- 
blicò una relazione in Venezia nel 1684. E un'altra ne 
lasciò Giambattista Rostagno , parlando del difensore 
Arch. St. Itvl. , 3.* Serie, T. IX, P. II. 14 



106 degl'ingegneri militari italiani 

principale per la Repubblica di Venezia il marchese Chi- 
ron Francesco Villa. Inoltre nella Ducale di Tor.no vi 
sono dieci piante e disegni delle opere di Candia dello 
ingegnere Giuseppe Santini , come ve ne debbono essere 
in Urbino dell'altro ingegnere Angelo Oddi. 

A Baccio Bianco successe in Spagna l' ingegnere Simo- 
ne Cornacchiola di Ascoli , ingegnere anche in Austria 
per Ferdinando III, quindi pe'Veneziani, e finalmente 
per il Papa, sino alla sua morte seguita in patria nel 1674. 

E ai medesimi servigi di Filippo IV di Spagna andò 
come soprintendente delle fortezze di Sicilia V ingegnere 
Giuseppe Capocaccia di Sinigaglia , il quale chiuse i suoi 
giorni nell' isola certamente ; ma non mi riesci saper 
dove , e forse il suo nome sarebbesi perduto senza la 
storia di quella città scritta dal Siena. 

E sotto Carlo II d'Austria surse sicura la darsena di 
Napoli coli 'opera di un Bonaventura Presti , frate certo- 
sino, e poi nel 1688 con quella di due più valorosi inge- 
gneri , un Cafaro e un Picchiatti. 

Con questo secolo invero cessarono gì' Italiani dalla 
operosità antica , massime nella milizia e nell'architet- 
tura militare. Pure si continuò più debolmente in gene- 
rale , e meno in alcuni luoghi dove non penetrò grande- 
mente la corruttela. 

Serbiamo perciò il nome di Girolamo Folliero , archi- 
tetto militare di Napoli , discepolo in mattematiche del 
padre Staseira , fortiflcatore della città marittima di Ca- 
stellammare. 

Notevole fu pure l'architetto lucchese Domenico Mar- 
tinelli , il quale disegnò il castello di Fosdinovo. 

Nella celebre difesa di Torino del 1706, quando si rese 
immortale Pietro Micca , il capitano de' minatori Andrea 
Bozzolino si segnalò di molto nell'uso delle contrammine, 
delle quali ragionò poi dottamente nel suo libro dettato 
nel 1717. E un torinese sconosciutissimo , Antonio Piselli, 
fu l' ingegnere della difesa di Gaeta avanti al 1707. 



DAL SECOLO XIII AL XVIII 107 

Antonio Bertola di Muzzano , nato nel 1695 e morto 
nel 1715 , lavorò assai alle fortificazioni di Torino e di 
altre città vicine ; e il figliuolo adottivo Giuseppe Ignazio, 
tortonese, scrisse nel 1721 il Repertorio delle fortifica- 
zioni 3 che è fra' mss. degli archivi di Torino : condusse 
molte opere , fra cui principalmente la cittadella di Ales- 
sandria nel 1730 , e i fortilizii di Essiglie ; meritando il 
titolo di conte d' Essiglie ; e si trasferì in Modena nel- 
l'anno 1736 al seguito dell'esercito del Piemonte. 

Nel 1678 fu innalzato il castello di Reggio in Calabria 
per opera del Barbovi capitano della milizia e ingegnere. 

E un Padre Silva ingegnere militare ignoto sino 
al 1843 , lavorò alle fortificazioni di Pescara e Civitella 
del Tronto (Ved. Antologia Militare, anno Vili, 2. a serie). 

Nel 1742 restaurò il forte di Vigliena, eretto nel 1700 
dal marchese di Villena, l'ingegnere supremo Francesco 
Lopez Vario , e ristorato nuovamente dopo il magnanimo 
ardire del 1799. 

Dopo i danni patiti dall'assedio il Castel nuovo di Na- 
poli nel 1734 , fu chiamato ai restauri e alla costruzione 
del nuovo bastione della darsena, sopra il quale leggesi 
appunto l'anno 1735, il Medrano di Palermo, colui il 
quale immaginò la colonna monumentale di Bitonto per 
la vittoria ottenutavi contro gli Austriaci , e per la co- 
struzione del teatro di San Carlo fatta coli' infelice Cara- 
sale nel breve giro di nove mesi. 

E fu anche ingegnere in Sicilia Michelangelo Blasco, 
che costruì in Messina il bastione denominato Don Blasco. 

Nel 1738 nuove fortificazioni s' incominciarono a Por- 
toferraio ; e noi leggemmo una iscrizione la quale dice : 
Ad urbis tutamen A. D. 1742. 

Andrea Rana di Susa fu il successore del Bertola alla 
soprintendenza delle fortificazioni nell' Italia settentrio- 
nale , ed egli immaginò nel 1758 un nuovo sistema di di- 
fese. Ugualmente famoso reggitore supremo degl'ingegne- 
ri militari in Piemonte fu il Pinto Giuseppe Ferdinando; 



108 degl'ingegneri militari italiani 

e sotto di loro seguì l'assedio di Cuneo del 1744, di cui 
abbiamo una Relazione fatta da Lodovico Ricolvi. 

In quel tempo un Carlo Pellegrini veronese, ingegnere 
militare, col grado poi di maresciallo, fece molte fortezze 
in Ungheria. 

Felice Prosperi di Lucca , nato nel 1689 , entrò nel- 
l'esercito spagnuolo , e fu ingegnere militare in San 
Domingo , a Vera Cruz e nel Messico, dove pubblicò 
nel 1774 : La gran defensa Nuevo mhèlodo de fortifica- 
cionj libro rarissimo. 

E quasi insino ai giorni nostri videsi Carlo Borgo 
vicentino colonnello degl' ingegneri ai servigi del re di 
Prussia, e un Carlo Reveroni capitano degl'ingegneri in 
Francia , pubblicando a Parigi nell'anno III : Invenzioni 
militari e fortificanti. 

Finalmente tra' principali fortificatori al mezzogiorno 
e al settentrione dell'Italia possiamo onorevolmente citare 
i generali Francesco Costanzo, Vincenzo degli Uberti an- 
cora vivente , il colonnello Scarambone , autori entrambi 
di scritture pregevoli sull'arte ; discepoli quasi di quel 
generale Giuseppe Parisi; il quale dettò un'opera sull'Ar- 
chitettura militare nel 1784 , sì tenuta in pregio dal re 
di Prussia ; i generali Benedetto Nicolis di Robilant che 
nel 1788 visitò tutte le fortificazioni. 

Giuseppe Pinto, autore di un trattato manoscritto nella 
biblioteca del re in Torino, il De Andreis, Francesco Olivero 
di Vercelli morto il 17 febbraio 1836, il general Chiodo, se- 
natore del regno , il cui figliuolo segue con tanto nome il 
cammino del padre ne' lavori della Spezia siccome colon- 
nello del Genio , e il generale Staglieno , al quale furon 
commesse le fortificazioni di Casale decretate dal Parla- 
mento subalpino, pensate opportunamente dal Lamarmora, 
poiché le furon di tanto giovamento nella guerra del 1859. 

Non lascerò di rammentare quel Giuseppe Agliani di 
Torino, che nel 1795 fu architetto e disegnatore di opere 
militari. 



DAL SECOLO XITI AL XVIII 109 

E non ho d'uopo lodare la maestria e il sapere del 
capo presente ilei Genio italiano , general Menabrea , al 
quale si debbono i disegni e gì' indrizzi delle fortifica- 
zioni di Ancona , Bologna , Cremona. 

Finalmente per chiudere questa mia Memoria storica 
potrei dire di molto intorno ai tanti scrittori italiani in 
fatto di fortificazione e di assedii , se non mi soccorresse 
la speranza di pubblicare, quando che sia, la seconda edi- 
zione dell'opera eh' io posi a stampa in Torino nel 1854 : 
Bibliografìa militare italiana antica e moderna. 

Sarà bene soltanto ricordare come su lo scorcio del 
secolo XVII e nel seguente vi fossero state in Italia 
parecchie cattedre di architettura militare , appunto per- 
chè l'Italia in quel tempo ebbe bisogno di parere, ces- 
sato quasi il suo lungo e glorioso periodo deAYessere. 

Insegnarono matematiche e architettura militare in 
Firenze Giulio Parigi , da cui escirono molti eccellenti 
ingegneri, Ottavio Piccolomini duca di Amalfi, Alessan- 
dro del Borro, Francesco Cantagallina , e i suoi figli 
medesimi Cosimo , Alfonso e Andrea , il quale morì 
all'assedio di Casale del 1656. 

In Siena ebbero cattedra di architettura militare Teo- 
filo Gallaccini nel 1641 e Pier Antonio Morozzi da Colle 
suo successore. 

Più tardi lesse architettura militare Giovanni Sigi- 
smondo Coccapani fiorentino, ch'ebbe fra' discepoli Giorgio 
Ughelli da Firenze fratello all'autore dell'opera notissima 
L'Italia Sacra. 

Nel Collegio de' nobili di Parma , da un Anguissola 
piacentino e poi da Giuseppe Ruta parmense, furon det- 
tate lezioni di fortificazione nel 1676 e nel 1700. 

Il veronese Valeriano Bonvicino fu lettore di mate- 
matiche militari in Padova verso il 1665. 

Un Gregorio Casali successe all' ingegnere Francesco 
Vandelli nel dettare simili lezioni nel collegio di San 
Francesco di Bologna. 



110 degl'ingegneri militari italiani ec. 

Alla Sapienza di Roma trattò anche di architettura 
militare Domenico Quarteroni , del quale vidi un trattato 
a penna nella biblioteca del principe di Leporano , che 
sarà oggi in casa del principe di Villa e di Cellammare. 

So che Angelo Cortenovis spiegasse nella Università 
di Sant'Alessandro le sue lezioni , pubblicate in Milano 
nel 1758 , sulla moderna fortificazione , ricordandovi il 
tenente generale ed ingegnere Giovan Battista Sesti. 

Espositore di questa scienza nella Università di Mo- 
dena fu il colonnello Giuseppe Davia bolognese nel 1762; 
e nell'anno medesimo furon professori di architettura 
militare il Michelotti e il cavaliere Giovanni Lignana 
nell'Accademia di Torino , quando già insegnavano in 
questa città nelle scuole di artiglieria Andrea Rana da 
Susa, del quale vidi gli scritti a penna nella biblioteca 
regia , dove son pure i sei volumi del Velasco di Torino 
sulla Storia dell'antica e moderna fortificazione. 

E forse del Piemonte fu queir Ignazio Rovera, il 
quale dettò coteste lezioni nell'Accademia di Napoli 
nel 1733, le quali si conservano a penna in grosso volume 
nella biblioteca del Collegio militare dell' Annunziatella 
in Napoli. 

Questo mio lavoro potrà di certo dare un'idea di 
quanto ci levammo noi Italiani su gli altri in fatto 
di architettura militare ; e come avvenga , vedendolo 
anche a 'giorni nostri in politica , che le nazioni e gli 
scrittori , quando lasciali le applicazioni e la pratica si 
cullano e si vantano nelle pur belle speculazioni e nella 
dottrina superba , ma senza opere. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Storia della città di Roma nel medio evo , di Ferdinando 
Gregorovids (Geschichte der Stadt Rora im Mittel alter. 
V-VI Band. Stuttgart, 1865-67). 

Coi primi volumi della sua Storia della città di Roma, 
Gregorovius ne condusse sicuramente , e con splendida luce , 
dal quinto al secolo XIII *. Col quinto e col sesto de' vo- 
lumi suoi, ecco che ne fa continuare similmente il cammino 
dal 1200 al 1420, in un complesso di 1369 pagine. Se ne'primi 
volumi noi vediamo Roma , col suo Papato e coli' Impero e 
colle reliquie antiche e cristiane, molto luminosa e grande tra 
le tenebre della barbara Europa cristiana, in questi ultimi , 
la storia di Roma ecclissantesi rispetto al Papato ed all' Im- 
pero per la luce crescente della civiltà dei popoli, acquista 
nuova importanza dai tentativi della repubblica federale ita- 
liana, dai nuovi ordini religiosi, dai germi della vita mo- 
derna e della riforma. 

Il secolo XII, dice Gregorovius, fu cavalleresco ed entu- 
siasta: nel successivo la Chiesa toccò l'apogeo, trionfando de- 
gli Hohenstaufen, che tramontarono per sgomberare la via alle 
nazionalità ed alla coltura speciale degli Stati. Il secolo XIII 
compì la rivoluzione della borghesia contro la feudalità, della 
democrazia contro la monarchia imperiale, della Chiesa con- 
tro il regno. In questo secolo, dice l'autore , V Italia madre 
della civiltà europea , levossi alla coscienza della sua nazio- 
nalità in città formidabili, nelle quali era raccolta mirabile 

* Vedi Tom. Vili, Part. II.\ pag. 122. 



112 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

somma di spirito, di ricchezza, di industria. Allora per la 
seconda volta la città con schiatte e corporazioni di arti, di- 
ventò l' ideale religioso dello Stato. L' Italia allora compose 
confederazioni come nell'antichità, ma non potè con esse si- 
curare la nazione perchè il papato convinto di non potere col 
guelfismo fondare una teocrazia italiana, piantò un regno nel 
mezzo dell'Italia, che fu una spina nel cuore delle federa- 
zioni. I papi distaccarono Roma dall'Impero, la ridussero a 
patrimonio della Chiesa, ma furono minacciati seriamente 
dalla repubblica. Il popolo romano ancora nel secolo XIII ha 
tratti che inspirano rispetto. 

Il secolo XIII s'apre con uno de' papi più energici, Inno- 
cenzo III de' Conti di Segna. Gregorovius ne descrive il di 
lui ingresso trionfale in Roma coi tredici vessilli rossi delle 
tredici regioni della città, dove i tapini Giudei gli fanno omag- 
gio, come praticavano cogli imperatori gli antenati loro. Tale 
solenne processione del coronamento papale, continuò sino a 
Leone X, dopo il quale l' investitura rimase simbolica. Il pre- 
fetto della città, nominato già dall' imperatore, dovette il 
22 febbraio 1198 prestare giuramento di vassallaggio ad In- 
nocenzo III sino ai confini della giurisdizione sua e della 
città, che andava a cento miglia dal Campidoglio. A canto al 
prefetto allora erano 56 senatori formanti il Consiglio del 
Comune, che avea suo contado, e mandava alle borgate e 
castella di quello i suoi giudici. Innocenzo III ottenne che il 
senato diventasse di sua elezione, e sostituì giudici propri 
nel contado, a quelli della città. Fuori di Roma Innocenzo 
depresse i feudi ordinati dagli Hohenstaufen, così che, dice 
l'autore, se mai fu possibile una confederazione d' Italia sotto 
la presidenza del Papa , nessuno ci fu più vicino che Inno- 
cenzo III. Ma le generose repubbliche di Firenze , Lucca e 
Siena risistettero energicamente alle di lui tentazioni. Anche 
a Roma lo spirito democratico della costituzione del 1188 non 
era spento, ed avvivossi agli esempii toscani. Giovanni Capocci 
e Giovanni Pierleoni Rainieri fecero fuggire da Roma Inno- 
cenzo , onde bene nota l'autore, apparve che il Papa e la 
città erano due cose affatto distinte. Allora la città costrinse 
anche Viterbo a sottomettersi ed a renderle le porte di bronzo 
di S. Pietro che le avea rapite nel 1167. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 113 

Alle potenti famiglie dei Colonna e degli Anibaldi , con 
Innocenzo III sorsero in Roma quelle de' nipoti de' Papi quali 
Conti, Savelli, Orsini, e la potenza di queste e la gelosia e 
varietà de' partiti loro, mantennero in Roma oligarchia, anar- 
chia, depressione della democrazia. Innocenzo riedette a Roma 
e ripigliò il lavoro del predominio sul Comune; ma una sol- 
levazione del 1203 lo costrinse a fuggire di nuovo. Allora il 
popolo, secondo il costume generale italiano, elesse un Con- 
siglio di Credenza col nome di Boni ìiomines de Communi , 
e si pose a capo del governo Giovanni Capocci. I nobili allora 
in fretta elevarono nuove torri, o si fortificarono nelle mace- 
rie degli antichi edifici , ed in Roma seguirono i combattimenti 
da torri a torri come nelle altre città d' Italia. Finalmente 
nel 1205 siamo condotti ad altra pace tra popolo e Papa, per 
la quale la somma potestà politica e civile si diede ad un 
Podestà alla cui elezione contribuiva il Pontefice. 

Innocenzo III avea ricevuta la tiara, quando Costanza, ve- 
dova di Enrico VI, morendo il 27 novembre 1198 a Palermo, 
gli diede la tutela del suo quadriennale Federico II. Assai 
bene Gregorovius ne conduce a vedere la guerra brigantesca, 
che nella fanciullezza di Federico II fanno tra il Lazio e Napoli 
tre avventurieri francesi, ed i baroni delle castella discesi quali 
dai Normanni, quali dai Longobardi, e come in que' poveri luo- 
ghi privi d'industrie, ove non si svilupparono grandi città de- 
bellatrici delle ròcche, la baronia randagia si mantenne sempre. 

Innocenzo III dall'autore si mostra notevole fra i Papi, an- 
che perchè molto decisamente sostenne i principii già svolti 
sotto Gregorio VII che i re sono eletti , ma non hanno alcun 
diritto divino , e che 1' impero appartiene al papato. Allora 
Alvero Pelagio sostenne espressamente che Papa potest pri- 
vare imperatorem imperio et reges regno. Questi principii 
si fecero valere durante la fanciullezza di Federico II e la 
guerra civile nella Germania, e da Ottone IV guelfo, furono 
riconosciuti quale prezzo del suo coronamento a Reuss come 
re de' Romani nel 1201. La Germania protestò contro il giu- 
ramento di Ottone , le pretese papali. L'esempio di Ottone e 
le tradizioni spagnuole mossero l'ereticifobo Pietro d'Aragona 
nel 1204 a sommettere al Papa come feudo il regno d'Aragona, 
ed anche gli Spagnuoli ne ebbero dispetto. 

Arch Sr- [tal., 3. a Serie , T. IK , P II. K, 



114 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ottone IV, fatto uccidere il rivale Filippo nella Germania, 
scese in Italia con grande esercito ed il popolo ne tremò. Le 
famose leghe lombarde s'erano sciolte dopo la pace di Co- 
stanza (1182); se avessero potuto durare, Ottone alle Alpi 
avrebbe trovato un vallo insuperabile, dice Gregorovius. I ti- 
ranni Salinguerra a Ferrara, Ezzelino nel Friuli, Azzone d'Bste 
favorirono la calata di Ottone , che fu coronato imperatore 
il 4 ottobre 1209. Diciotto anni prima Enrico VI, per farsi 
ricevere in Roma avea dovuto guadagnare il popolo con doni: 
Ottone IV coronato in S. Pietro non potè entrare in Roma , 
perchè il popolo armato stava minaccioso sul Campidoglio. 
Come Ottone ebbe sicurato il diritto, alzò gli spiriti, onde il 
Papa lo trovò molesto e gli si volse contro, così che 1' impe- 
ratore dall' Apulia fu costretto riedere alla Germania , e da 
guelfo diventare ghibellino (1212). 

Il disfavore di Ottone giovò al giovine Federico , che cre- 
sciuto tra i raggiri e le ipocrisie e le fine arti , e i contrasti 
degli elementi svariatissimi , con mente acuta ed audace 
spirito, diventò astutissimo. La politica nemica d'ogni ideale, 
dice l'autore, costrinse ad abbassarsi quello spirito generoso. 
Invitato in Palermo dai Tedeschi volle andare alla Germania. 
Nell'aprile 1212 passò a Roma dove fu salutato re dei Romani 
e fornito di mezzi dal Papa. Il 25 luglio del 1215 in Aqui- 
sgrana ebbe la corona d' argento , dopo avere giurato rispetto 
alle prerogative papali. Le quali ricevettero massimo splen- 
dore nel novembre di quell'anno in Laterano pel Concilio , 
dove accorsero 1500 vescovi e prelati. Indi a pochi mesi morì 
quel grande e felice papa Innocenzo III. Nessun papa , dice 
Gregorovius, tanto s'accostò allo scopo di Gregorio VII, di 
rendere 1' Europa un feudo della Chiesa , e di fare il Papato 
la gerarchia della Chiesa , e questa la costituzione del mondo. 

Nel secolo XIII, segue l'autore, mentre la borghesia si li- 
berava dalla feudalità, lo spirito evangelico esciva a conqui- 
stare la libertà del pensiero e della fede. Allora la povertà, 
nemica mortale della coltura , per la seconda fiata coi Fran- 
cescani diventò il dogma d' una potente società. I Francescani 
furono cinici e comunisti, e demagoghi non per speculazione, 
ma per sentimento religioso. Papa Innocenzo non comprese 
che il franciscanismo colla sua teoria della povertà dovea 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 115 

diventare l'avversario del potere temporale della Chiesa , e 
li favorì. Ma solo Onorio III nel 1223 li approvò come Fratres 
Minores. Francesco in altri tempi , dice l'autore , avrebbe 
fondato nuova religione , e si può dire il Diogene del medio 
evo. Innocenzo non potè pure riconoscere come voleva l'or- 
dine de' Predicatori di Domenico castigliano che assistette al 
concilio lateranese in Roma nel 1215. Pel di lui fuoco contro 
gli eretici lo approvò Onorio III il 22 dicembre 1216. 

I due gemelli Francesco e Domenico, dice Gregorovius, demo- 
cratizzarono il monachismo , furono il portato del loro tempo, 
tradussero in fatto le aspirazioni della sviluppantesi forza 
popolare. Quelle due fondazioni sono il fatto sociale più ca- 
ratteristico del secolo XIII. Fu un miracolo che il misticismo 
ascetico e la democratica povertà de' Francescani abbia re- 
cati alla Chiesa solo que' pericoli che si conoscono. Il primo 
fomite alla riforma del secolo XVI venne dai Francescani , 
il germe de' quali si trova poi negli Albigesi e ne' Valdesi ed 
Arnaldisti. Il sapiente Gregorovius a ragione s'è trattenuto su 
questi due institutori che destarono l'entusiasmo di Dante. 

La storia ci rimena in Italia Federico nel 1220 , e ce ne 
descrive la coronazione tranquilla e solenne a Roma come 
imperatore. Il 22 novembre di quell'anno Onorio ottenne da 
lui a compenso della corona, una costituzione dell' immunità 
ecclesiastiche, riconoscente piena libertà alla Chiesa, dichia- 
rante ereticali gli statuti minoranti quelle immunità. In tale 
costituzione è un lungo articolo contro molti eretici , e l'azione 
concorde allora del Papa , dell' imperatore , de' Domenicani 
provocò riforme favorevoli alla Chiesa romana e minacciose 
agli eretici negli statuti de' Comuni italiani. Questa ricogni- 
zione dell' intera indipendenza della Chiesa dallo Stato finì 
la lunga lotta per le investiture , per la quale i Papi , i ro- 
mani e gli imperatori, come dice lo scrittore nostro, per tutto 
il medio evo s'affannarono a volgere il sasso di Sisifo. 

Gli elementi semplici e sinceri repubblicani allora erano 
più nell'altre città d' Italia che nell'eterna città. Perugia ge- 
neralmente nel dominio papale , sino dal 1220 avea scholo o 
consorterie delle arti forti per armamento ecl ordinamento sotto 
rettori e consoli, sodali che votavano statuti contro l'indi- 
pendenza del clero, mentre ciò non accadeva a Roma. Questi 



116 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

germi democratici non erano nelle grazie de' Papi, ma pure 
venivano talvolta da questi lusingati onde usarne contro gli 
imperatori. Gregorovius non può nascondere una forse in- 
conscia simpatia pei suoi Hohenstaufen , che gli sono racco- 
mandati anche dalla generosità, dalla energia e dalla tragica 
sventura. Ma da storico vero e liberale quale è, non può 
dissimulare che Federico II era deciso nemico d'ogni speciale 
democrazia , che nella Sicilia proibì l'elezione de' Podestà e 
de' consoli severamente, e che faceva presiedere ai suoi baiuli i 
consigli comunali. Neil' Italia settentrionale dopo la pace di 
Costanza, fu grande moto democratico, industriale e com- 
merciale, e le città crebbero ratto in ricchezza, civiltà e 
forza. Laonde pretesero assai più che non intendeva conce- 
dere l'impero. Federico decise di condurle colla forza al 
vassallaggio , ed esse accortesene, il 2 marzo del 1226 a Moso 
sul bresciano ripresero a rinnovare le leghe lombarde. L'anno 
dopo (1227) l' impero vide sorgergli altro energico avver- 
sario nel Papa Gregorio IX della potente famiglia Conti di 
Roma. 

Progredendo la storia di Roma è poca cosa rispetto agli 
avvenimenti europei connessi col papato , quali le vicende 
degli ultimi Svevi in Italia, il soggiorno de'papi ad Avi- 
gnone , l' itinerario di Enrico VII. Gregorovius che ha mente 
vasta , e che sa di poter dire cose nuove , digredisce anche 
per narrare e giudicare questi , sui quali noi passeremo più 
ratto, per non riescire prolissi. Gregorio XI, che avea sco- 
municato Federico II, non placossi pure quando lo vide am- 
malato ed imbarcato per la crociata verso il Levante , onde 
Federico reagì, scrivendo contro il papa una lettera all' In- 
ghilterra, che Cherrier dice precorritrice di Lutero tre secoli 
avanti. Al quale riformatore già preparavano le vie eretici 
che ad onta delle comminatorie deli' imperatore , de' papi , 
degli statuti , ad onta de'roghi moltiplicavansi nella Lom- 
bardia, e germogliavano sino in Roma, ad onta che papa Gre- 
gorio si rendesse accetto, provvedendo alla biada , ai ponti , 
alle cloache. In questo tempo (1232) il popolo di Roma, retto 
da un suo senatore , avea ripreso spiriti di dominio. Avea 
ceduto all'imperatore l'aquila romana, ma riteneva le insegne 
colle iniziali S. P. Q. R., colle quali esci alla conquista delle 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 117 

castella della Campagna. Tali spedizioni ne fomentarono le 
aspirazioni liberali, onde nel 1234 si sollevarono seriamente, 
per conquistare quella indipendenza civile e politica del loro 
vescovo, che aveano ottenuta già da tempo le città dell'Italia 
settentrionale e della Toscana. Da Radicofani a Ceperano al- 
lora era uno screzio curioso di dominii. Chi vi passava, dice 
l'A., ora vedeva le insegne papali, ora quelle del popolo ro- 
mano, ora quelle d'un barone, d'una repubblichetta, d'un 
chiostro. La repubblica di Roma allora volle di tutti questi 
luoghi formare il distretto della città , il contado di Roma. 
Vi pose inscrizioni e termini nuovi, ed il senatore Luca 
Savelli vi mandò giudici romani. 

Allora il Papa riconciliossi coli' imperatore e ne ebbe soc- 
corsi contro il popolo di Roma , che toccò grave rotta sotto 
Viterbo, per la quale dovette ricevere la legge dal Papa, che 
ridusse Roma ai confini impostile da Innocenzo III. Dal 1235 
Federico II prende a spiegare le forze per diventare re po- 
tente in Italia, tentando come l'avo di domare le altere città 
della valle del Po. G-regorovius lo segue amorosamente, ma 
da quel profondo e liberale storico ch'egli è , esce a dire : 
Ne' Comuni stava l'avvenire del mondo , in loro e non più 
nel regno il principio della coltura. Il Papa ritornava, come 
ai tempi del Barbarossa , il naturale alleato di quelle citta 
contro l' imperatore. Federico, accolto da Ezzelino a Verona 
nel 1236, con lui espugna Vicenza, indi sale alla Germania 
dove fa coronare re de' romani il figlio Corrado, e ne scende 
con forte esercito, che rinforzato dai ghibellini italiani dà ai 
guelfi milanesi ed alleati, il 27 novembre 1237, la grande 
rotta di Cortenova , dove cadde in suo potere il carroccio 
milanese, ch'egli mandò qual trofeo nel Campidoglio di Roma, 
dove poscia il popolo , per reazione contro l' imperatore , lo 
abbruciò. L'anno dopo Federico assediò invano l'eroica Bre- 
scia , e quando egli se ne ritrasse per Cremona , il Papa lo 
scomunicò di nuovo. Allora l'imperatore fece energici e giusti 
appelli ai re. Se egli , dice l'A. , avesse potuto trovare ap- 
poggio ai diritti temporali nella borghesia, il papato sarebbe 
caduto. Ma acutamente nota che il legittimo imperatore Fe- 
derico era nemico alla democrazia, come il Papa abbruciava 
eretici, non avea alcuno spirito riformatore. 



118 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

L'autorità papale era anche allora meno forte , quanto 
più s'accostava al centro; e Federico, respinto dal guelfìsmo 
nell'alta Italia, trovò favore contro il Papa presso Roma a 
Corneto, a Tivoli, nel cardinale Giovanni Colonna che iniziò 
il forte ghibellinismo della sua casa. Il vecchio Gregorio IX 
resistette energicamente , ed il popolo di Roma lo secondò 
perchè comprese che 1' imperatore avrebbe aboliti gli statuti 
del Campidoglio ed il senato. Nel 1241 , morto Gregorio IX , 
e tosto dopo il di lui successore Celestino IV, fu grande con- 
fusione in Roma; ma il senatore Matteo Rossi vi seppe con 
energia mantenere la libertà popolare , e con quella fece 
anche una spedizione contro Tivoli sussidiata dagli impe- 
riali (1242). L'anno dopo fu Papa un Pieschi, energico geno- 
vese , col titolo di Innocenzo IV. Federico continua la lotta 
contro il papato, assedia ed assalta Viterbo, ma ne è respinto. 
Finalmente il 31 marzo 1244 si conchiuse una pace in Late- 
rano, a condizioni che Federico non potea tenere , e non ri- 
spettò. Onde il Papa di nuovo perseguitollo , e secretamente 
uscito da Roma , per Genova , andò a convocare il concilio 
di Lione nel 1245, dove depose l'imperatore. Quella sentenza, 
dice un contemporaneo, empi di stupore e di orrore i presenti 
al concilio , il quale da Gregorovius è stimato uno degli 
avvenimenti più gravi nella storia. Perchè Federico non op- 
pose un Papa ad altro Papa , ma se ne appellò ai re , alle 
autorità civili, onde provvedessero contro il soverchiare dell'au- 
torità ecclesiastica invadente. I popoli non presero parte per 
Federico, perchè compiacevansi d'un tribunale che all'uopo 
giudicava anche re ed imperatori; ma i grandi cominciarono 
a reagire , ed il poeta Walter nella Germania precorse a 
Dante nelle invettive contro le usurpazioni ecclesiastiche. 
Sono molto sottili e gravi le argomentazioni di Gregorovius 
in queste controversie, e le raccomandiamo ai lettori. 

Innocenzo IV si pose allo schermo della Francia per 
combattere l' imperatore , seguendo la tradizione carolingia , 
che rinnovossi sempre e che dura ancora. Ponendosi a Lione 
accennò ad Avignone che dovea eleggersi sessantanni dopo. 
Federico intanto con varia fortuna combatteva in Italia , e 
compensava le città private dell'autonomia , liberandole dalle 
violenze dei baroni. Ma dopo la grande rotta a Parma il 18 feb- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 119 

braio 1248 , e la prigionia del suo Enzo a Fossalta pei Bo- 
lognesi il 26 maggio 1249; e la reazione contro il suo fido 
Pier delle Vigne nel giugno di quell'anno , Federigo consunto 
dalle fatiche fisiche e morali a 50 anni morì a Faentino presso 
Luceria il 13 dicembre 1250, e da' Saraceni e dai Tedeschi fu 
portato a seppellire nel Duomo di Palermo. Con Federigo II, 
dice l'A., si chiuse l'epoca dell'antico regno germanico, si aper- 
se il dominio guelfo; allora la razza latina trasformò in sé 
organicamente gli elementi germanici, ed al di qua delle Alpi 
sorse come nazione speciale italiana. Morto Federigo, si dovea 
provare se il problema era risolvibile nel senso del papato; 
ed i fatti provarono che il mondo non poteva acconciarsi alla 
teoria ecclesiastica. 

Roma ebbe la fortuna di dare il titolo di senatore ad un 
Brancaleone bolognese , pratico di cose politiche e civili , il 
quale costrinse papa Innocenzo IV a ritornare dopo oltre nove 
anni d'assenza. I Romani nel 1252 risolsero di imitare l'altre 
città che aveano podestà forestieri; chiesero a Bologna che 
mandò Brancaleone, il quale per frenare i nobili potenti volle 
balìa intera per tre anni , e l'ebbe a vantaggio della città , 
perchè la usò da repubblicano pratico, non da utopista come 
poscia Cola. Instituì il Consiglio generale e speciale , armò 
il popolo, e sicuro i cittadini dentro e fuori. Dobbiamo rico- 
noscenza a Gregorovius che molto diligentemente ed amoro- 
samente si intrattenne del reggimento di Brancaleone, rag- 
gio di luce confortevole nella povera storia ed oscura di 
Roma. Onde si vede che anche questa città avrebbe fiorito 
come le migliori d' Italia d'allora, senza il fatale imbarazzo 
del papato e dell' impero. Sotto Brancaleone come sotto Albe- 
rico tre secoli prima, il vescovo di Roma rimase sicuro, ma 
nel temporale sommesso al popolo. Brancaleone obbligò il 
clero alle imposte ed al tribunale civile, e sottopose la Cam- 
pagna di Roma ed i baroni alla giurisdizione del Campido- 
glio. Gregorovius fa anche sottili ricerche intorno le scliole o 
corpi d'arti rialzati in Roma sotto Brancaleone , ma trova 
poche notizie. Da antico li agricoltori (bobacteriz) ed i mer 
canti erano i più considerevoli; nel 1207 prendevano parte 
alla politica co' loro consoli ; nel 1317 di loro se ne annove- 
rarono tredici. Milano già nel 1198 colle arti avea composta 



120 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

la Credenza di Sant'Ambrogio, in Bologna le arti nel 1228 si 
conquistarono un seggio nel Consiglio comunale; a Firenze 
già prima del 1200 le arti erano corpi politici importanti. 
A Roma i mercanti scrissero proprii Statuti nel 1317, ma vi 
accolsero consuetudini vecchie. In questa città, a ragione nota 
l'A., le arti non poterono salire ad alta importanza perchè la 
poca industria che v'era aduggiavasi ed ecclissavasi dal clero 
e dai ricchi nobili. I quali uniti congiurarono contro Branca- 
leone, e come scadde il di lui triennio, lo carcerarono. Bolo- 
gna ne esigette la libertà con tanta energia , che per quella 
disprezzò pure 1' interdetto di papa Alessandro IV. A Branca- 
leone nella dignità di senatore fu surrogato Emanuele Maggi 
da Brescia favorito dai nobili che blandì, onde il popolo colle 
arti sollevossi e lo uccise e cacciò il papa ( 1257 ). Richiamò 
al governo Brancaleone , che fece abbattere 140 torri de' no- 
bili , che dichiarò illegale la scomunica mandatagli dal papa, 
che purgò la Campagna dai berroveri o ribaldi (armati alla 
leggera), ma morì di febbre presa all'assedio di Corneto 
nel 1258. Se avesse vissuto più, rialzava la repubblica di Ro- 
ma. Il popolo del di lui capo fece reliquia sacra , e lo collocò 
in un vaso sopra una colonna. 

Dopo Brancaleone i nobili in Roma rialzarono il capo, e 
trassero a loro la dignità ed il potere senatoriale. Ma non 
sapendo reggersi contro il papa, nel 1261 offersero quel grado 
a re Manfredi della Sicilia , già divenuto podestà anche di 
Firenze per la vittoria di Montaperti sull'Arbia ottenuta da 
Farinata degli Uberti contro i Guelfi toscani il 4 settembre 
del 1260. Allora ad Alessandro IV si diede successore un 
francese figlio d'un ciabattino, Urbano IV, che trattò con Carlo 
d'Anjou per la calata in Italia a spodestare Manfredi. Grego- 
rovius descrive diligentemente le pratiche papali per questa 
nuova chiamata o crociata de' Francesi , e la tragica fine di 
Manfredi (26 febbraio 1266) e dell'infelice Corradino (29 ot- 
tobre 1268). Seguendo gli scrittori contemporanei che raccol- 
sero le voci popolari, attribuisce al tradimento di Dovara il 
passaggio dell' Oglio operato dalle truppe di Carlo. Ma noi 
trovammo che il passo fu aperto non dove era il Dovara, ma 
da un ponte dominato da signore guelfo, il conte da Caleppio. 
Non possiamo seguire l'A. nella fine degli Hohenstaufen ram- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 121 

meritante quella degli Atridi. La ventura d' Italia volle che 
al partito germanico tramontato subentrasse il francese. Ad 
Urbano IV, guascone, successe Clemente IV provenzale (1265) 
che condusse a termine le pratiche per la venuta degli An- 
gioini. Sino alla morte di Corradino, ed a quella di Clemen- 
te IV seguita un mese dopo, la storia di Roma è quella di 
Carlo d'Anjou e del papa ; il popolo di Roma è ecclissato da 
loro, Carlo senatore di Roma la regge co' suoi vicarii. 

La vittoria doppia di Carlo d'Anjou su Manfredi e sopra 
Corradino, e le discordie germaniche, lo sicurarono dal par- 
tito ghibellino ; e quantunque quelle vittorie si dovessero per 
molta parte alla cooperazione clericale, gli diedero grande 
autorità materiale ed alterezza. Lo sentirono i Romani che 
dovettero stare mogi sotto i di lui prosenatori , specialmente 
ne' tre anni di vacanza della sedia pontificia, dalla morte di 
Clemente IV alla elezione di Gregorio V, un Visconti di Pia- 
cenza (1268-1271). Il 27 marzo 1272 Gregorio X fu consa- 
crato in S. Pietro con grande conforto del popolo per la ele- 
zione d'un italiano dal quale attendeva qualche sollievo alla 
oppressione straniera. Un anno dopo si ricomposero anche le 
cose della Germania colla elezione (2 aprile 1273) di Rodolfo 
d' Habsburg a re de' Romani. Egli, dice l'A. , splende nella 
storia quale rinnovatore del regno , ristoratore dell'ordine , 
pacificatore e giusto , e fondatore d'una lunga dinastia. Col 
mezzo di Rodolfo Gregorio X arginò l'ambizione di Carlo. 

Gregorovius reca ad onore di Gregorio X l' incessante fa- 
tica di pacificare guelfi e ghibellini; ma la furia partigiana 
per due secoli fu il demone delle città italiane, specialmente 
del centro e del settentrione , dove la libertà era maggiore , 
tranne nell'unica e pura Venezia. Per la pace Gregorio X 
convocò altro concilio a Lione, dove il 15 febbraio 1275 scrisse 
una lettera piena di moderazione che guadagnò gli animi dei 
principi germanici così da ammettergli il diritto dell' investi- 
tura sopra F imperatore. Ritornando morì ad Arezzo il 10 gen- 
naio del 1276, onde non potè, come bramava, coronare im- 
peratore Rodolfo. Dopo due brevi pontificati la tiara pervenne 
ad un magnate romano, Niccola III, de' Gaetani Orsini, a di- 
spetto di Carlo d'Anjou. Il di lui massimo scopo , dice l'A. , 
fu di assodare lo Stato romano su basi salde ; ed ottenne da 

Aucn. St. It ai.., 3. a Serie , T. IX P II li, 



122 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Rodolfo investitura delle Roraagne e della Pentapoli , dove gli 
si sottomisero i tiranni Malatesta , Polenta , Monte feltro. Per- 
fino Bologna la dotta , l'audace liberale , stanca de" partiti 
Lambertazzi e Geremei , accettò la Signoria papale , e poscia 
si tenne dai pontefici quale per la eletta della loro corona 
temporale. Niccolò III rimane famoso anche perchè tolse a 
Carlo la dignità di senatore di Roma, e provvide che cadesse 
più in altro principe forestiere. Fa epoca la di lui costitu- 
zione 18 luglio 1278 colla quale deriva da Costantino il do- 
minio temporale, stabilisce 1' indipendenza del suo tribunale 
coi cardinali , e la piena libertà della elezione del papa e 
de' cardinali. 

Mentre per opera di Niccola i Conti e gli Orsini assun- 
sero in Roma la dignità senatoria , morì il forte papa , e gli 
fu dato a successore un francese, Martino IV, che tosto pie- 
gossi ai desiderii di Carlo, e gli trasferì l'autorità senatoria 
stata a lui data per tutta la vita ( 1281 ). Ma questo nuovo 
trionfo fu avvelenato a Carlo d'Anjou dai Vespri Siciliani 
scoppiati il 31 marzo 1822, che al 1.° maggio di quell'anno 
furono rinnovati a Forlì. Onde anche il popolo di Roma il 22 di 
gennaio 1284 si sollevò contro i Francesi, e diede il reggi- 
mento della città a Giovanni Malabranca col titolo di tribu- 
no; ma in breve i Romani conferirono di nuovo l'autorità sena- 
toria perpetua ai papi Onorio IV e Niccolò IV. Questo fu il 
primo papa dell'ordine francescano (1288). Qui conviene con 
l'autore osservare che Niccolò IV fu anche potestà dell'altre 
città, che questa dignità lo poneva ne' rapporti verso i Co- 
muni come di signore feudale verso i vassalli; ogni città pre- 
stava il soccorso militare, redigeva suoi statuti, riceveva il 
di lui vicario, rimanendo repubblica con speciali diritti, pri- 
vilegi e consuetudini. Egli stette quasi sempre fuori di Roma, 
ed in questa metropoli esercitò pochissima autorità, onde il 
senatore Giovanni Colonna vi fu sovrano alla guisa di Bran- 
caleone. 

Seguendo la nostra fida e grave scorta, troviamo che alla 
morte di Niccola IV (1292) sorsero partiti fra Orsini e Co- 
lonna per la nomina del successore, che a Roma fu anarchia, 
che dopo lungo aspettare venne eletto papa un anacoreta, 
fanatico ignorante di Molise negli Abruzzi col titolo di Cele- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 123 

stino V. Una delle scene più caratteristiche del medio evo 
piena di contrasti è quella di questo papa eremita. Curioso 
assai è vederlo colla cocolla sopra un asino condotto da due 
re fra immensa moltitudine, scendere dal suo eremitaggio 
presso Aquila. La di lui nomina era reazione contro il fasto 
della Chiesa, scendeva dal favore pei Francescani, ed egli, 
come nota VA., sarebbe stato buon pastore in tempi tranquilli; 
ma sul trono di Innocenzo III era un paradosso; laonde abdi- 
cò e fuggì di nuovo nelle sue selve. Alla di lui abdicazione 
contribuì il cardinale Gaetani che gli successe col titolo di 
Bonifacio Vili il contrapposto di Celestino, e che coll'animo 
forte decise sottrarre la santa sede alle influenze che negli 
ultimi tempi l'aveano indebolita. Nominato senatore di Roma 
a vita surrogò Ugolino de' Rossi di Parma (1295). Anch'egli 
fu nominato potestà di parecchie città di Toscana e di Ro- 
magna, ed innalzò col nepotismo la sua famiglia già potente 
in Roma. 

L'alterezza di Bonifacio Vili irritò specialmente due car- 
dinali della potente famiglia Colonna, i quali trassero a sé 
anche i frati irritati per la caduta del loro idolo papa Cele- 
stino. I Colonna vennero deposti dal Aero Bonifacio, ed essi 
a Lunghezza presso l'antica Collazia, il 10 maggio 1297 tennero 
consiglio di famiglia coll'assistenza de' due minoriti Fra Dio- 
dati e Fra Iacopone da Todi , e dichiararono Bonifacio papa 
intruso. 

Qui l'A. ci conduce a vedere partitamente la guerra che il 
papa fa a questi Colonna; guerra alla quale dà il carattere 
di crociata. Guerra alla quale per avidità di preda si asso- 
ciarono le altre grandi famiglie di Roma invidiose della for- 
tuna colonnese. Gli alteri cardinali , dopo avere eroicamente 
ma invano difeso i loro castelli , dovettero umiliarsi al papa 
(1298), che volle rasa al suolo Palestrina centro de' pos- 
sessi colonnesi, come avea fatto Siila 1400 anni prima. Uno 
spirito diabolico, dice Gregorovius, allora unì Bonifacio a 
Siila. A pie delle rovine di Palestrina i tapini abitanti eres- 
sero capanne, alle quali il papa diede il nome di Civita pa- 
pale. Fra Iacopone fu carcerato a Palestrina e vi rimase mi- 
seramente sino alla morte di Bonifacio. Il quale diventò 
famoso anche per la instituzione del giubbileo. L' Europa non 



124 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

.si potea più fortemente commuovere per le crociate, e Bo- 
nifacio, per elevare la sua influenza ed ammassare ricchezze 
inventò il giubbileo per celebrare sulla tomba degli apostoli 
la fine ed il principio dei secoli cristiani; alla guisa che i 
Romani nel Campidoglio festeggiavano il compimento de' se- 
coli della città eterna. Al Natale del 1299, dice l'A., comin- 
ciò l'affluenza a Roma de' pellegrini, ai quali, visitando le 
sacre cose di Roma entro un anno, era promessa ogni asso- 
luzione. Il loro numero salì a circa trentamila al giorno di 
ogni sito della cristianità, così che si calcolò che in un anno 
Roma vide due milioni di forestieri, che vi lasciarono im- 
mense somme, e diffusero ovunque il nome di Roma. 

I Romani, osserva Gregorovius, poco si commossero a 
quelle devozioni, e lasciando i pellegrini genuflessi ai sepol- 
cri degli apostoli e de' martiri, andarono coi loro senatori 
Anibaldi ed Orsini a sottomettere al Campidoglio Toscanella. 
Dante allora venuto a Bonifacio ambasciadore de' Bianchi 
venne bandito dai Neri, che chiamarono a Firenze Carlo di 
Valois con avventurieri francesi , e Bonifacio nominollo ca- 
pitano generale dello Stato della Chiesa per conquistare la 
Sicilia. Bonifacio non s'avvide che sul trono di Francia stava 
l'audace Filippo il Bello assodatore di quella monarchia, che 
poteva rinnovare al papato le opposizioni degli Hohenstaufen. 
La lenta reazione dello s'pirito laico, nota l'A., contro il di- 
ritto ecclesiastico europeo, è il fondamento della storia del 
medio ovo, e ricompare sempre sotto varie forme : come guerra 
per le investiture, indi nella riforma, nella rivoluzione fran- 
cese, nei Concordati, nel Sillabo dell' 8 dicembre 1864. 

A decidere su contese per diritti tra il papa ed il re di 
Francia, Bonifacio convocò un concilio a Roma. Filippo se ne 
irritò, fece abbruciare in Notre Dame a Parigi la bolla pa- 
pale, e proibì al clero d'andare al Concilio, dove anche senza 
prelati francesi Bonifacio colla bolla Unam sanctam rinnovò 
le pretese de' suoi precessori, dicendo oportet temporalem 
auctoritatem spirituali subiici potestati. Il papato in Italia 
non trovò appoggio, perchè per abbattere gli Hohenstaufen avea 
chiamato stranieri, sacrificando le libertà popolari. Tutti i 
partiti, dice l'A., lasciarono cadere il papato, perchè egli non 
riposava su base nazionale. Filippo s'alleò coi Colonna. Allora 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 125 

segui l' invasione proditoria di Anagni dove stava il papa 
(8 settembre' 1303) che Sciarra Colonna strappò dal trono. 
Trentacinque giorni dopo Bonifacio morì in Roma quasi pri- 
gioniero degli Orsini. A lui successe un timido monaco trevi- 
sano Benedetto XI, che rivocò gli atti di Bonifacio, ed avvilì 
il papato verso la Francia, mentre Roma era agitata dalle 
fazioni Orsini, Gaetani, Colonna. 

Benedetto morì in Perugia, dove si raccolsero i cardinali 
pel successore. Il partito francese, indettato da Filippo , nominò 
il 5 giugno 1305 Bertrand de Got arcivescovo di Bordeaux 
guascone, che già prima s'era fatto servo di Filippo accettan- 
done i patti, e che assunse il titolo di Clemente V. Con lui 
comincia la schiavitù in Avignone del papato che durò 72 anni, 
sino al 1277. 

Alla fine del secolo xm Gregorovius, come suole, soffer- 
masi a considerare e descrivere le condizioni morali e ma- 
teriali di Roma. Nella prima metà di questo secolo, dice egli, 
non si trovano scuole, biblioteche, bibliotecarii in Roma. In- 
nocenzo IV, ch'era stato professore a Bologna, fondò a Roma 
una scuola di diritto, e le diede il titolo d'università, quan- 
tunque misera. Gregorio IX, col mezzo dello spagnuolo dome- 
nicano Raimondo da Pennafort nel 1234 pubblicò il codice 
delle Decretali in cinque libri, ai quali nel 1298 Bonifacio Vili 
aggiunse il sesto coll'aiuto di Dino da Mugello. Questo papa 
fu il vero fondatore deH',università di Roma, ora detta Sa- 
pienza, poiché vi aprì tutte le facoltà, e diede privilegi a 
studenti ed a professori. A ragione si meraviglia Gregorovius 
come in questo secolo non trovò storie o cronache od annali 
scritti dai romani, e che le migliori notizie di Roma d'allora 
si trovino in cronisti inglesi già di mente attenta e riposata. 
Gli annali di Roma incominciano solo all'epoca di Avignone, 
mentre piccole città , quali Viterbo, Todi, Perugia, Orvieto 
suddite, ne hanno. L'archivio capitolino non serba di quel se- 
colo le deliberazioni che si trovano tuttavia negli archivi di 
quell'altre città. Nel deserto di Roma, l'A. trova solo il cro- 
nista guelfo Saba Malaspina al tempo degli Angioini. Il vol- 
gare illustre, allora già ricercato in Sicilia, a Napoli, in To- 
scana, nella Lombardia, a Roma non avea cultori. Anche a 
Roma verso la metà del secolo xm Gregorovius trova segni 



126 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dello stile gotico, adottato dai Francescani. Allora in Roma 
si toglievano marmi dagli antichi edifici per ornarne le chiese. 
In quel secolo fiorirono in Roma gli architetti e scultori chia- 
mati Cosmati , Lorenzo, Giacomo, Luca, Giovanni e Deodato 
pei quali la Toscana diede a Roma lo stile gotico. Gregoro- 
vius sospetta che questi Cosmati siano di Ravenna. A canto 
a loro luce a Roma il mosaicista Giacomo della Turrita colla 
sua scuola, e di lui si veggono lavori anche sulle tombe che 
fin dal secolo ottavo si presero a collocare nelle chiese. 

Il sesto volume della preziosa storia di Gregorovius, quan- 
tunque abbracci solo un secolo, dal 1305 al 1420, è maggiore 
degli anteriori. Perchè lo scrittore ricchissimo d'ogni maniera 
di dottrina , aggirandosi in tempi più noti e fra avvenimenti 
più connessi agli attuali , vi si compiace e sofferma , dilun- 
gandosi anche dal popolo di Roma , che va perdendo l' im- 
portanza sua relativa. Questo secolo abbraccia anche i settan- 
tadue anni (1305-1377) di soggiorno de' Papi ad Avignone, 
quando la storia loro è quasi distinta da quella della città di 
Roma. Noi che cerchiamo specialmente la storia municipale 
di Roma; noi che già lungamente conducemmo i lettori del- 
l' Archivio Storico per la storia di Gregorovius , passeremo 
più ratti su questo volume, quantunque ci abbiamo trovato 
cose nuove e splendide e bene ordinate idee , ed intorno la 
spedizione di Arrigo VII in Italia , e la corte d'Avignone , e 
lo scisma ed il concilio di Costanza. 

La lontananza del papa, nota l'autore, giovò a Roma per 
sviluppare l'ordinamento cittadino alla guisa di Firenze. Ed 
anche qui dalla demagogia esci la tirannia, tanto più facil- 
mente che il popolo v'era meno fortemente ordinato per arti 
e commerci ; e quando Martino V ci ritornò nel 1377 rinvenne 
caduti i tribuni, caduti i tredici, ed i banderesi, avvilita 
la nobiltà, ed onnipotenti le bande armate de' condottieri di 
ventura. Tredici erano le regioni di Roma , e nel 1305 Roma 
da ognuna trasse a tempo un anziano , ed a capo de' tredici 
pose un capitano fatto venire da Bologna. 

Se avessero continuato le tradizioni di Bonifacio Vili , 
ecclissato l' impero per la caduta degli Hohenstaufen , il Papa 
in Roma ed in Italia sarebbe diventato potente assai. Giac- 
ché sino al 1310 nessun re della Germania ci venne più. Ma 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 127 

allora il papato si asservì a Filippo di Francia , la sede 
stette in Avignone , e dell'avvilimento tentò ricattarsi ele- 
vando Arrigo VII di Lussemburgo nel 1308, ed allettandolo in 
Italia nel 1310. I Ghibellini italiani, che colle tradizioni del di- 
ritto romano combatterono le usurpazioni papali nella Monar- 
chia di Dante, applaudirono alla discesa del Veltro, ma esage- 
rando il loro principio , vollero tradurre in fatto una utopia, 
rinnovare nel fermento di molteplici nuovi elementi la mo- 
narchia d'Augusto , proprio in Roma. Utopia simile a quella 
di Cola che intendeva ristabilirvi un tribunato popolare di- 
spotico su tutte le città d' Italia , e poi sulla cristianità colla 
croce maritata all'aquila romana. Ed ambi non aveano con- 
cetto alcuno delle pratiche libertà moderne di Venezia e di 
Firenze , fondate sul lavoro utile e sugli scambii , e sulla 
progressiva eguaglianza e solidarietà degli interessi senza 
ideali poetici e religiosi. 

La descrizione del viaggio di Arrigo VII in Italia , della 
di lui coronazione a Milano (G gennaio 1311),- dell'assedio 
di Brescia (19 maggio al 19 settembre 1311 ) , della corona- 
zione a Roma (29 giugno 1312), e della morte a Buoncon- 
vento presso Siena (24 agosto 1413), è mirabile per chiarezza 
e precisione. Gregorovius potè giovarsi anche del lavoro 
inedito del Bonaini che sta per pubblicare i Regesta di que- 
sto re ed imperatore. Ma noi, per quanto dicemmo, non ve lo 
possiamo seguire , ed eccitiamo gli storici italiani a studiarlo. 
I duchi di Savoia erano cognati di Arrigo , due andavano con 
lui contro Brescia, Lodovico venne di lui vicario a Roma, 
e fu nominato senatore ad onta della forte opposizione degli 
Orsini. Quando Arrigo giunse a Roma (7 maggio 1312), do- 
vette conquistarla passo passo , e fu costretto a farsi puntello 
del partito popolare. Il quale, essendo lungi il Papa, per li- 
berarsi dai tiranni vicini volle trattenere a Roma l' impera- 
tore come re di Roma; ma, come dice l'autore, gli costò 
caro, perchè Enrico avea bisogno di pagar bene le sue mi- 
lizie. Raccolte contribuzioni da Roma volle partire, e lasciarvi 
a guardia del Campidoglio il borgognone Giovanni Savigny , 
(20 agosto 1312). Il quale tosto dai nobili fu costretto a par- 
tire; ma il popolo vinse ancora, e con Arlotti ristorò la de- 
mocrazia che Papa Clemente V da Avignone riconobbe. 



128 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

A Carlo II re di Napoli nel 130'J era succeduto Roberto, 
il quale alla morte di Enrico, lontano il Papa, trovò mezzo 
d'impadronirsi di Roma, dove stabilì un vicario. I Romani, 
lacerati da l'orti partiti interni , incapaci di fondare uno sta- 
bile governo a popolo , come seppero venuto nella Lombardia 
Lodovico di Baviera scomunicato dal Papa , lo invitarono a 
ricevere in Roma la corona imperiale. Nell'aprile del 1327 il 
popolo di Roma irritato dall'assenza ostinata de' papi , si sol- 
levò , esiliò i partigiani di Roberto e del Papa , s' impadronì 
di Castel Sant'Angelo , e stabilì un governo delle arti con 
ventisei Buoni uomini , due per regione , e diede il comando 
delle milizie a Sciarra Colonna , che respinse felicemente un 
assalto in Roma di re Roberto vicario del Papa cogli Orsini. 

In questo mezzo giunse a Roma Lodovico di Baviera ed 
il giorno 11 gennaio 1328 convocò Parlamento nel Campido- 
glio. In Roma, dice Gregorovius, non s'era smarrita la tradi- 
zione del diritto del popolo a nominare l' imperatore ; diritto 
in qualche guisa fatto valere varie volte dopo il ristabili- 
mento del senato nel 1143. Questo diritto si esercitò colla 
coronazione di Lodovico , contro le proteste papali seguita 
solennemente il 17 gennaio 1328. Allora imperatore e papa 
Giovanni XXII si scomunicarono a vicenda, e Lodovico fa 
nominare l'antipapa Niccola V. Ma il partito di Roberto co- 
strinse Lodovico a partire ed a cedere la democrazia di Roma 
al cardinale Orsini che s'impadronì della città a nome della 
Chiesa, che vi costituì senatore Roberto. Ma i Romani il 
4 febbraio 1329 di nuovo solle varonsi , cacciarono il di lui 
vicario , e nominarono sindaci Napoleone Orsini e Stefano 
Colonna, che furono poi mediatori a riconciliarli col Papa , 
che non poteva loro perdonare l'usurpazione , come diceva, 
di due diritti ; quello della elezione dell' imperatore , e quello 
della elezione di Papa Niccolò V. 

Intanto in Roma cresceva l'anarchia e la miseria. Orsini 
e Colonna le due famiglie più potenti si battagliavano , il 
papato era sfinito, sfiduciato e rinnovava le istanze pel ritorno 
del Papa a rimenare la quiete e la ricchezza della corte. 
I Romani poterono essere scossi d.'.l loro torpore dai Bolo- 
gnesi , i quali stanchi dei governatori burbanzosi ed avari 
che dalla Francia mandarono i papi, il 17 marzo del 1334 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 129 

si sollevarono al grido Popolo Popolo e massacrarono quanti 
trovarono francesi , atterrarono il forte , ed in tutta la Ro- 
magna fecero rialzare i vessilli di libertà. Intanto a Roma i 
Colombi lombardi condotti dal domenicano fra Venturino da 
Bergamo volevano ridurre il popolo a penitenza , ma i Ro- 
mani li cacciarono a pasquinate. E la guerra civile in Roma 
impediva di imitare l'esempio di Bologna. 

Nel 1336 Petrarca fu a Capranica presso Sutri , dal suo 
amico Orso Anguillara , e di là accompagnato da cento ca- 
valli de' Colonna per salvarsi dai briganti , potè vedere pri- 
mamente Roma (14 gennaio 1337) e fu profondamente com- 
mosso al contrasto tra l' ideale ed il reale. Qui egli s' incon- 
trò nel mistico Cola o Niccola figlio di Lorenzo o Rienzo oste 
presso il Tevere alla Reola ovvero Arenula , bello d'aspetto 
e di eloquio ed instancabile cercatore dei ruderi della città 
eterna, alla quale dovea pochi anni dopo unire il nome suo. 
Petrarca rientrò in Roma il 6 aprile del 1341 a ricevervi 
solennemente la coronazione di poeta, per la quale preferì 
Roma a Parigi che contemporaneamente gliela avea offerta. 

Essendo morto nel 1343 re Roberto vicario del Papa, ed 
eletto al pontificato Clemente VI che rimaneva pure in Avi- 
gnone dove l'antecessore Benedetto XII avea fatto costruire 
il magnifico palazzo che ancora vi si ammira, il popolo di 
Roma, stanco di agitazioni , spedì al nuovo Papa col mezzo 
di Cola da Rienzo allora notaio , preghiera al Papa perchè 
riedesse , e la concessione della Signoria della città. Il Papa 
ammirò il di lui ornato parlare e l'entusiasmo popolare, e 
Cola spesso conversò colà con Petrarca che soffiò nel fuoco 
suo. G-li studi nuovi di Papencordt e di Theiner su Cola e 
sui Papi d'Avignone diedero materia a Gregorovius di com- 
pire egregiamente il suo quadro della rivoluzione popolare 
guidata da Cola. 

Sin nel principio del 1347 Todi avea abbattuta la feuda- 
lità ed istituito formalmente un governo a popolo colle cor- 
porazioni delle arti. Intanto a Roma l'anarchia soverchiava, 
nessun delitto era punito più ne' grandi dentro e fuori la 
città, nessuna cosa sicura : briganti spogliavano sino tra le 
mura. Cola andava preparando il popolo contro i nobili e 
contro i malfattori con figure poetiche. E come gli parve 
Aitai. Si. [tal., 3.» Serie, T. IX, P. II. il 



130 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

maturo, il 19 maggio 1347 la mattina di Pentecoste con sacra 
processione al Campidoglio cominciò una rivoluzione popolare 
Tacendo stabilire dal popolo che nessun aristocratico potesse 
tenere castelli nella città , che i luoghi della Campagna do- 
vessero ricevere i rettori dal popolo romano , che fosse fatta 
severa giustizia e si provvedesse agli alimenti. Il popolo no- 
minò dittatore Cola , presente il Legato papale , e Cola poi 
fece volgere nel Tribunato la sua autorità. Cola col popolo 
tosto fece eseguire severa giustizia , ed eccitò le città d' Ita- 
lia a mandare a Roma due sindaci ed un giudice per un ge- 
nerale Parlamento o costituente , mostrando come la libertà 
di Roma era anche quella di tutta Italia. I principii erano 
eccellenti ; le vie sicurate ; rianimaronsi commerci ed indu- 
strie , le casse dello Stato s'empirono di ordinati tributi , 
ed a Roma ravvivossi anche lo spirito religioso come a Lon- 
dra sotto Cromwell , dice l'autore. Il nome di Roma era ma- 
gico , significava unità della umanità e della civiltà e del 
diritto,- laonde come nel 1847 alle riforme di Pio IX, allora 
alla rivoluzione di Cola, piovevano a Roma congratulazioni 
di tutte le città d'Italia e de' popoli lontani. 

Ma la missione della nuova Roma come soverchiò Pio IX, 
era soffocante ed inebriante per la mente rettorica e debole 
di Cola. Tutti s'accordavano nel cominciare , ed era agevole 
il principio ; ma progredendo s'accumulavano le difficoltà. Le 
teorie di Dante , di Petrarca , di Cola non s'acconciavano al 
rinnovamento di Roma e dell' Italia. Si voleva la pratica e 
la forza di Brancaleone , di Andrea Dandolo, di Machiavelli, 
rarissime a trovarsi pure in Italia. Voleva svilupparsi il nuovo 
principio delle federazioni. Come il soverchio potere fece dare 
la volta al cervello di parecchi imperatori romani e di Ma- 
saniello, esaltò la debole costituzione del cervello di Cola, 
il quale diede in eccessi di stravaganze, di cose allegoriche, 
e , come cominciò a non riescire s'avvilì , si spaventò. Ma , 
come dice assai bene Gregorovius , fra tutti i matti della 
storia, questo tribuno è il più spirituale ed amabile. Noi 
non possiamo seguire la diligente narrazione delle vicende 
curiose del governo di sette mesi di Cola , e rimandiamo 
gli storici ed i politici ed i romanzieri all'originale del no- 
stro scrittore. Il 15 dicembre del medesimo anno 1347 Cola 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 131 

depose le insegne del tribunato avanti un popolo irritato, e 
nobili agognanti vendetta , che al carnevale di sette mesi 
venivano ad apporre la dura prosa della restaurazione. Cola 
fuggì negli Abruzzi solitudini de' mistici contemplatori, e 
Roma ricadde nell'anarchia. 

Il popolo di Roma ebbe un po'di ordine nuovamente alla 
fine del 1351 quando nominò reggitore della città il plebeo 
Giovanni Cenoni, che fu riconosciuto anche dal Papa. Onde 
Gregorovius nota che Roma non fu mai in rapporti migliori 
coi Papi che quando questi erano in Avignone. Cenoni non 
riescito militarmente , fu abbandonato e ritirossi pure negli 
Abruzzi , e nel 1353 si nominò salvatore della repubblica di 
Roma Francesco Baroncelli già ambasciadore di Cola a Fi- 
renze , e simile a lui. La monotonia di Roma anarchica si 
ruppe per poco alla pasqua del 1355 , per la coronazione ad 
imperatore di Carlo di Boemia, che ci venne nell'umile ve- 
stito di pellegrino , e che ci stette solo a visitare chiese e 
catacombe. 

L'autorità papale negli Stati della Chiesa di Roma allora 
venne ristorata dalla prudenza ed acutezza diplomatica del 
cardinale Albornoz che Papa Innocenzo IV nel 1353 mandò in 
Italia quale suo Legato in compagnia di Cola che poi fu dal , 
popolo di Roma ucciso come un tiranno l'8 ottobre 1354. 
Egli seppe ottenere omaggio e tributo da tutti i tiranni della 
Romagna e della Marca, Varano, Montefeltro, Malatesta, 
tranne Ordelaffi di Forlì che se ne rise. Albornoz , dice Gre- • 
gorovius , mostrò alle città sottomesse che il governo della 
Chiesa era più mite che quello de' tiranni. Ascoli il 14 giu- 
gno 1356 da lui ebbe la promessa di serbare ogni suo privi- 
legio , e di proporgli sei candidati fra i quali eleggere il Po- 
destà , di lasciare le fortezze ai cittadini. Questo domatore di 
tiranni tornò ad Avignone nel 1357 e lasciò il costume che 
anche a Roma , come nelle altre città ogni sei mesi si nomi- 
nasse un potestà tolto dal di fuori, ed una costituzione simile 
a i|uella di Brancaleone. Così si arginò la prepotenza delle 
grandi famiglie di Roma. Allora in questa città, dice l'autore, 
si compose una nuova milizia, quella degli schiopelteri, o 
fucilieri, alla guisa di Firenze , che sino dal 132G ordinava 
cannones de metallo. Con questa milizia sorse la nuova fan- 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

teria, che abbattè la cavalleria feudale e democratizzò la 
milizia. 

La fortunata legazione di Albornoz riaprì la via per Roma 
ai Papi. Urbano V, quantunque francese , per sentimento reli- 
gioso decise il ritorno a Roma e lo eseguì risolutamente ad 
onta della opposizione de' cardinali che preferivano assai la 
vita lussuriosa e comoda di Avignone, alla turbolenta in Roma 
dove era anche la minaccia della mal'aria. Già sino d'allora, 
dice l'autore , i Francesi chiamavano 1' Italia terra dei morti ; 
ma Petrarca che instigò il ritorno del Papa , allora difese la 
patria. Urbano entrò nell'eterna città il 14 ottobre 1367 con 
forte scorta militare , ed un anno dopo lo raggiunse colà 
l' imperatore Carlo IV e servì messa al Papa in S. Pietro. 
Un anno dopo ancora , il 21 ottobre 1369, Urbano ricevette in 
Roma Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli andato 
ad implorare aiuto contro i Turchi ognora più minacciosi, e 
per quello rinunciò allo scisma greco. Ma Urbano non ebbe 
la forza di persistere nel suo soggiorno a Roma, si lasciò 
vincere dal partito d'Avignone , e partì pel Rodano ad onta 
delle minacce della profetessa svedese vedova di Ulfo, che 
da tempo abitava in Roma. Urbano morì appena giunto ad 
Avignone , e gli fu dato a successore un limosino col titolo 
di Gregorio XI. 

I Romani che alla venuta del Papa aveano rinunciato al- 
l'autonomia , ovvero alla libertà politica , ripresero il reggi- 
mento a popolo lui partito. Nel 1373 mori Brigida , l'anno dopo 
Petrarca: ma allora sorse in Caterina figlia d'un tintore 
Benincasa da Siena nuovo potente stimolo ai Papi pel ritorno 
a Roma. Firenze la guelfa per eccellenza, la salda nemica 
degli imperatori e favoritrice de' Papi dai tempi di Matilde , 
Firenze finalmente stanca dei Papi che per mantenere gli 
scialacqui di Avignone permettevano concessioni ai loro le- 
gati , la ruppe con loro , e si pose decisamente contro quel 
potere temporale ch'era stato combattuto da Alberico , Cre- 
scenzio , Arnaldo , Cola. Firenze mandò in giro bandiera rossa 
colla scritta Libertà x sollevò tutta Toscana e Bologna nel 1375 
ed atterrò il palazzo deli' inquisizione. Tentò anche seria- 
mente di provocare salda repubblica democratica a Roma con 
alleanza contro i Papi per escluderli assolutamente. Gre- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 133 

gorio XI comprese il serio pericolo , fulminò i Fiorentini con 
anatema pel quale permise che fossero spogliati e fatti schiavi 
ovunque si trovassero (1376, flint servi). Le ricchezze de' Fio- 
rentini in ogni città commerciale allettarono i loro nemici e 
li aumentarono. Armi da ogni parte furono eccitate contro 
loro col pretesto della religione , ed il popolo fiorentino ri- 
dotto agli estremi mandò al Papa ambasciata di pace con 
Caterina da Siena , la quale confortollo a quel ritorno ch'egli 
già credeva necessario ad impedire la perdita di Roma. Gre- 
gorio XI con grande pompa rientrò in Roma il 10 gennaio 
del 1377 dopo che i Papi ne erano disertati da 72 anni. 

Gli abusi francesi di Avignone provocarono reazione ita- 
liana, onde morto Gregorio nel 1378 si ottenne la elezione di 
un Papa italiano Urbano VI, un napoletano molto furioso. 
I cardinali francesi poi, protestando d'essere stati violentati 
dal popolo romano, elessero anti-papa Clemente VII, che si 
ripone ad Avignone, mentre Urbano siede in Roma dove il 
popolo contento gli dà poteri straordinarii, che può conser- 
vare ad onta de' suoi impeti inconsiderati sino alla morte se- 
guita nel 1389. A lui in Roma si diede a successore altro 
napoletano Bonifacio IX , che pure stette a Roma , mentre 
Benedetto XIII uno spagnuolo di straordinaria energia eletto 
successore a Clemente VII nel 1394 rimase ad Avignone , e 
tenne l'autorità per 26 anni. Bonifacio si rese odioso in Roma 
per soverchia avarizia , ed alla morte di lui (1404) Roma alzò 
barricate, e volle dal nuovo papa Innocenzo VII rinuncia al 
potere temporale. Al popolo soccorse anche il re di Napoli 
Ladislao , e si venne alla convenzione 27 ottobre 1404, per la 
quale molti diritti politici si concessero ai Romani. 

Questo volume di Gregorovius compie il racconto menan- 
dolo pel labirinto dello scisma, quando nel Concilio di Pisa 
si elegge il terzo papa Alessandro V contrastante a Bene- 
detto XIII e Gregorio XII. Intanto si alternano in Italia ed 
a Roma anche le lotte tra Lodovico, e Ladislao e Sigismondo 
re de' Romani, ed i condottieri sorgenti Sforza e Braccio da 
Montone che a volta a volta diventano signori di Roma. Né 
più si trova pace ed ordine sino alla fine del concilio di Co- 
stanza che fu rivoluzione dei re e dei cardinali contro il Papa, 
perchè deposero i Papi ed elessero l'unico Martino V (1417), 
che entrò in Roma solennemente il 29 settembre 1420. 



134 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Come suole, questa storia, anche alla fine del secolo XIV, 
si volge indietro a considerarlo nel complesso suo rispetto a 
Roma materiale e morale. Sono considerazioni profonde piene 
di sapienza. Questo secolo, dice il nostro scrittore, lacerò il 
velo della fede; per lui l'uomo esci dalla scolastica, dalla 
monarchia feudale; per lui l'Italia prese ad avere per l'anti- 
chità classica l'entusiasmo che prima era per le reliquie dei 
martiri. La colleganza delle colture pagana e cristiana, segue 
egli, non poteva essere operata che dagT Italiani, già s'inizia 
per Dante. L'Europa deve all' Italia la sua coltura moderna, 
la quale trovò suo centro a Firenze in questo secolo. Da qui 
in poi nel secolo dopo fece suo ingresso a Roma, come vi era 
entrata quella d'Atene ai tempi d'Augusto. Eugenio IV papa 
nel 1431 ristabilendo a Roma la Sapienza iniziò la nuova era 
di coltura romana. 

Per un tedesco che scrive la storia degli Hohenstaufen e di 
Arrigo VII a Roma ed in Italia, per un protestante che qui 
deve incontrare i germi della riforma, che deve sviscerare la 
storia del papato nel centro suo, il serbare quella dignità ed 
imparzialità, e limpidezza di mente e di colorito che si am- 
mira nella storia di Gregorovius, è cosa estremamente dif- 
ficile, e dimostrante grande predominio del soggetto. Se avesse 
anche evitato frequenti allusioni ai fatti moderni che sem- 
brano ripetere i medievali con insistente precisione, avrebbe 
in seguito acquistato peso ancora maggiore. La di lui storia 
giovò anche a quella in tre grossi volumi di Reumont (Ge- 
schichte cler Stadt Rom), de' quali l'ultimo comparve a Ber- 
lino nel 1868, non solo pei fatti, ma e per la serietà e sere- 
nità de' giudizii. 

L' Italia deve- speciale riconoscenza a questo diligentissimo 
scrittore che le venne districando e giudicando una delle più 
involute ed importanti sue storie, e deve provvedere che que- 
sta storia sia pubblicata nella traduzione italiana, e deve 
studiare in essa come si narrino e giudichino i fatti nostri. 

Gabriele Rosa. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 135 



Calendar of State Papers etc, Registro delle Carte di Stato 
e dei Manoscritti, relativi agli affari inglesi esistenti 
negli Archivi e nelle raccolte di Venezia e in altre bi- 
blioteche dell'Italia settentrionale. Volume II, 1509-1519. 
Edito da Rawdon Brown. Pubblicato per ordine dei Lordi 
Commissari del Tesoro di Sua Maestà , sotto la direzione 
del capo degli Archivj (Master of the Rolls). Londra, Lon- 
gmans , Green , Reader , Aud Dyer , 1867. 



I. L' impresa colossale alla quale si attende nella Gran Bret- 
tagna dello esaminare gli Archivi di quanto è lunga e larga 
la Europa, per trarne sunti dei documenti che hanno relazione 
cogli affari inglesi (della quale si è dato conto in questo Ar- 
chivio Storico) prosegue alacremente. Ne fa prova il secondo 
volume dei Regesti Veneti, edito dal Signor Rawdon Brown. 

Non possiamo omettere che nella Raccolta storica ideata 
dal eh. professore Rinaldo Fulin e impressa dall'Antonelli di 
Venezia , dal Fulin e dal valoroso Signor Vittore Cérésole , 
Console della Confederazione svizzera in Venezia , fu pubbli- 
cata una versione esatta ed elegante della prefazione del 
Signor Brown che sta nel primo volume. E alla quale abbiamo 
preposte alquante parole nostre. 

Nel primo volume sono raccolti i documenti di lunga serie 
d'anni ; nel secondo di soli dieci. Non è però scarso il numero 
dei documenti che sommano a 1317 contenuti in cinquecento- 
ottantasette facce di stampa, alle quali fanno seguito centonove 
facce d'indici. La qual cosa crediamo degna di nota, perchè 
serva di esempio a noi Italiani che siamo avari negli indici, 
mentre gì' Inglesi ne abbondano , e specialmente nelle opere 
storiche. Gli studiosi ne trovano gran giovamento. 

La prefazione del Signor Brown al secondo volume dei 
Regesti Veneti , della quale si tiene parola , è di mole assai 
minore che quella del primo. I propositi ne sono diversi. Nel 
primo si scorge lo storico diligente , onesto , e perchè onesto 
imparziale, che ritrae per minuto gli involuti ordinamenti in- 
terni e la politica esteriore della Repubblica di Venezia, ad 



136 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

illuminare chi si fa a studiare i Regesti , e che senza esatte 
notizie di quelli ordinamenti si troverebbe nel mare senza 
bussola. Nel secondo volume l'autore si leva a tutta l'altezza 
della sintesi storica , e presenta intera la essenza della storia 
di soli dieci anni (1509-1519). Periodo breve in vero , ma che 
racchiude due dei più grandi avvenimenti della storia euro- 
pea, la Lega di Cambrai, la elezione di Carlo V a imperatore 
di queir impero tedesco che usurpò il nome di Sacro-romano. 

IL Ben a ragione il Signor Brown avverte che gli è dallo 
inizio del secolo XVI che incominciò in Europa la storia 
della diplomazia stabile , con tutte le sue arti proteiformi , i 
suoi apparati esteriori , le sue svariate e segrete manovre. 
Anteriormente non v'erano ambascerie stabili, ma quasi sem- 
pre occasionali. Nel secolo XVI così le grandi potenze , come 
quelle di secondo ordine , sentirono il grandissimo bisogno di 
proseguire con diligente assiduità il corso degli avvenimenti , 
tenendo ministri presso le dominazioni straniere , che vigi- 
lassero del continuo sul corso degli avvenimenti stessi , des- 
sero esatto conto di ogni menoma circostanza , facessero sen- 
tire l' influsso della potenza che rappresentavano; stornassero 
tutto quello che le poteva recar danno , e invece cercassero 
danneggiare gli avversari e tenessero conto di tutto che spet- 
tava agli uomini che timoneggiavano la politica così esterna 
come interna delle nazioni. 

L'autore avverte con uguale saviezza la storia della guerra 
di Cambrai non essere stata solamente un fatto grande per 
Venezia , ma per tutta Europa. La quale sentenza, in seguito, 
noi vedremo come sia vera. 

Senza addentrarci ora nei fatti precedenti , e mostrare 
come la Repubblica per la propria salvezza fu costretta ad 
allargare il suo dominio sul continente d' Italia , e accennare 
al malo esempio dato da Sisto IV pontefice , di unire in una 
stretta alleanza tutti i principati italiani ai danni di Venezia , 
e dai quali uscì con aumento dei suoi possessi in Italia , ci 
fermeremo a papa Giulio II. 

Strana invero la costruttura del suo intelletto , strana la 
tempra dell'animo di lui ! Prete , vescovo , pontefice e soldato , 
colla sinistra teneva il pastorale , colla destra brandiva la 
spada. Tenace e non previdente nei propositi , iroso , impa- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 137 

ziente , non aveva scrupoli nel mancare alla fede giurata. Su- 
perbo coi deboli, sapeva piaggiare i potenti, adescarli coli' offa 
del crescerne il dominio , ma collo scopo di aumentare quello 
della Curia romana, concedeva ogni cosa per inonesta che fosse. 
Nel 1848 , quando Pio IX si fece auspice della liberazione 
d'Italia, fu udito evocare la memoria di Giulio II, e ripetere 
il suo detto, fuori i barbari d'Italia. Oli! se si fossero 
riaperte le pagine della storia , se si fosse ricordato che 
barbari (come egli chiamava gli stranieri e in ispecie i 
Francesi) in Italia non ve n'erano prima ch'egli seducesse 
Luigi XII re di Francia , Massimiliano prima re , poi impe- 
ratore eletto dei romani, Ferdinando il Cattolico di Spagna 
per distruggere uno stato italiano ; se si fossero riaperte le 
pagine della storia, Giulio II, anziché evocato per infondere 
spiriti guerrieri al meno soldatesco che sia stato fra i ponte- 
fici , e del quale ora si vuole fare un Marte , Giulio II dove- 
va essere dannato a perpetua dimenticanza. 

III. Succedevano segretamente le trattative e i patti di 
Cambrai, e la Repubblica era in pace perfetta con tutti quelli 
che volevano spartire fra loro i suoi stati italiani. In capite, 
Giulio II voleva ricuperare le città delle Romagne ch'erano 
venute in potestà dei Veneziani, Ferdiiìando quelle che ave- 
vano nel reame di Napoli per denari prestati , lo Estense di 
Ferrara il suo bocconcello del Polesine ; il Gonzaga da Man- 
tova non so che cosa. Re Luigi poi voleva la Lombardia ve- 
neta per aggiungerla al ducato di Milano ; l' imperatore il 
resto della Italia continentale veneta. Aperto l'adito all'allean- 
za di Cambrai anche agli Stati minori , vi entrò anche la Si- 
gnoria di Firenze. Il Brown riferisce un aneddoto storico assai 
curioso. I Fiorentini non tentarono di far poco. Invitarono il 
Sultano Baizet ad approfittare del momento per ispossessare 
la Repubblica de' suoi possessi oltremarini. Egli ricusava. 
Non sappiamo se la storia fiorentina registri questo fatto. 

Era aperto l'adito alla lega anche ad Enrico VII re d'In- 
ghilterra. Rifiutò, e si dichiarò neutrale, quantunque non 
si omettessero seduzioni per accaparrarselo. La neutralità in- 
glese fu di gran giovamento alla Repubblica. 

Morto il settimo Enrico, gli succedette Enrico Vili , giova- 
ne , ardente per la gloria, fornito d' ingegno prestante , ambi- 

Ancn. Si. Ir.L., 3, a Scie, T. IX, P. II. 1S 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

zioso e per giunta ricchissimo. La politica di quel tempo non 
concedeva che i trattati durassero oltre la vita de' contraenti. 
Enrico Vili era interamente libero da tutti i trattati del 
padre , e quindi presso di lui il centro di ogni mena diplo- 
matica. 

Sapienti sono le riflessioni dell'autore sugli errori politici 
della lega di Cambrai. Se anche avesse ottenuto il suo intento, 
si sarebbe rinnovato il caso di quegli assassini che ucciso 
un innocente passeggero , nel dividersene le spoglie , si az- 
zuffano fra loro malcontenti ognuno della parte del bottino 
che gli toccava. E ne sarebbero nate nuove conflagrazioni. La 
Signoria di Venezia non si scoraggiò punto anche nel momento 
supremo della sconfitta, la quale non volle punto celare ne 
attenuare , ma , come dice il Brown , ebbe il coraggio morale e 
la saviezza di chiamarla rotta di Ghiara d'Adda. 

Fu allora che si spiegò intera la sapienza, intera la deste- 
rità del senato veneziano. Benché tutto sembrasse perduto , 
benché la vittoria sembrasse dover suggellare i patti dei col- 
legati , benché il papa fosse l'anima della lega , alla quale 
colla scomunica dei Veneziani aveva dato l'aspetto d' una 
crociata, quei maestri di acume politico che reggevano la 
Repubblica si accòrsero che dove pareva dovesse trovarsi 
maggiore la resistenza , era nel pontefice , che come capo 
della Chiesa invocava da Dio maledizioni sui perfidi Vene- 
ziani, come principe temporale li combatteva colle armi, ivi 
era anche il tallone di Achille della lega. Si promise a Giu- 
lio II che gli sarebbero restituite le città di Romagna; fece 
il sordo apparentemente e per decenza , mostrandosi sempre 
ostile e minaccioso, ma segretamente trattando i patti, senza 
punto darne conto ai suoi alleati. Non difficile era l'accor- 
darsi col re di Spagna restituendogli le città littorane del 
regno di Napoli. Nello stesso tempo si cercava tentare l'ava- 
rizia , e forse le necessità dell'imperatore Massimiliano , che 
di danari aveva sempre mancanza. Il solo che poteva farsi 
mediatore era il Re d'Inghilterra. E lo s'invocò, ma nello 
stesso tempo l'ambasciatore veneziano Badoer cercava con sot- 
tili accorgimenti di aizzarlo ad una guerra contro la Fran- 
cia, per operare una distrazione delle forze di quel regno 
perchè la Francia era l'avversario che più dava da temere. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 139 

La Scozia era regno piccolo e separato dall' Inghilterra. 
Posto sotto l' incubo di questa potenza più robusta , teneva 
sempre le parti di Francia , alla quale nelle sue lunghe guerre 
cogl' Inglesi era utile, tenendo in iscacco una parte delle forze 
loro. Il Signor Brown, dai documenti, trae una notizia sin- 
golare , la esibizione del Re di Scozia di recare in Italia le 
proprie soldatesche in soccorso di Venezia. La non era punto 
un'alleanza cavalleresca , era un mercimonio d'uomini. E il 
senato non accettava il contratto. 

Grande influsso ebbe nella pacificazione di Venezia con 
Roma il Cardinale Bainbridge ambasciatore d' Inghilterra in 
curia. Erano giunti i legati veneti per chiedere l'assoluzione 
dalle censure, e come persone scomunicate viveano molto 
modestamente. Ma quantunque ministri scomunicati di sco- 
municato governo pure erano accolti con famigliarità da Papa 
Giulio , il quale indubbiamente sentì , come dice l'autore , che 
se combattevano in battaglia , erano poco sgomenti per la sco- 
munica. La quale tolta addì 10 febbraio 1510, chiuse quella 
che l'autore stesso chiama prima fase della lega di Cambrai. 

IV. GÌ' Italiani devono andare superbi di questa rivincita 
diplomatica della sconfitta di Ghiara d'Adda. Ma Venezia di 
codesta rivincita non poteva contentarsi per l'onore del suo 
vessillo. Con oste immensa Massimiliano strinse Padova, 
per opera di Andrea Gritti recuperata da San Marco. La di- 
fesa e la liberazione dallo assedio fu opera da giganti , prova 
di un coraggio e di una abnegazione singolare , e l'esercito 
assediatore si disfece come neve al sole. 

Nella seconda fase, o per dire più esattamente , nel secondo 
atto della lega di Cambrai si vede un fatto storico inesco- 
gitabile , l'alleanza del Papa con Venezia contro la Francia. 
Giulio faceva assegnamento sulla cooperazione di Enrico Vili 
contro ai Francesi e mancatagli per allora , tale lo prese uno 
dei suoi furori ch'ebbe a dire allo ambasciatore inglese: Voi sie- 
te tutti ribaldi. Il Papa comandò in persona le proprie soldate- 
sche; ma quando i Francesi s'impadronirono di Bologna, En- 
rico sentì ribollire lo zelo ferventissimo di cattolico quale si 
professava, e soscrisse un'alleanza tra il Papa, Inghilterra , 
Spagna , Venezia. 

Dove era ita la lega di Cambrai ? 



]40 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Nota il signor Brown che il Pontefice come al solito (us 
usuai) impiegò le armi spirituali scomunicando gli eserciti 
francesi. Luigi XII tentò un colpo ardito radunando un con- 
cilio ecumenico a Pisa; Giulio da parte sua ne indiceva un altro 
in San Giovanni Laterano , dove promulgò solennemente la 
quadruplice alleanza. Intanto si prepararono gli allestimenti 
per la guerra; e per vedere quali fossero , l'autore ricorda che 
Re Enrico fece comperare 25,000 buoi per approvvigionare 
l'esercito che intendeva muovere contro la Francia. 

In Italia si combatteva con varia fortuna ; i Veneziani 
riacquistarono Brescia e Bergamo e le riperdettero. La batta- 
glia di Ravenna vinta dai Francesi avrebbe decisa la guerra; 
ma la morte del prode Gastone di Foix , l' inettitudine dei 
suoi successori nel comando dell'esercito , mutarono la vittoria 
in una sconfitta. 

La posizione di Massimiliano era singolare. Voleva essere 
neutrale, ma ai nuovi collegati premeva di cattivarselo, e 
Venezia avrebbe con gravi sacrifizi di danaro pagato il recu- 
pero delle Provincie ch'erano in mano sua. Nella incertezza 
della sua posizione gli piacque far credere che l'alleanza 
quadruplice fosse diretta contro di lui, e per istornarla pro- 
pose un' alleanza universale contro ai Turchi. Massimiliano 
negava di venire ad accordi con Venezia , insistendo di vo- 
lere tutto quello che in favore suo era stato stabilito a 
Cambrai, e Venezia si trovò in un nuovo pericolo gravissimo. 
Il Papa e il Re di Spagna avevano proposto una transazione ; 
la Repubblica riavrebbe Padova e Treviso , l' Imperatore ter- 
rebbe il resto. E con gran forza insistevano perchè fosse ac- 
cettata. Il Papa, finché Massimiliano non accedesse all'alleanza 
quadruplice, non poteva sperare che i Francesi fossero costretti 
a lasciare l'Italia. Tuttociò portò al terzo ed ultimo atto della 
lega di Cambrai. 

La Repubblica aveva nemici aperti il re di Francia e l'im- 
peratore , le erano avversi i suoi alleati , era rifinita per lo 
spreco di sangue e di danari. Proprio quando per la quadru- 
plice alleanza doveva tenere per fermo che avrebbe recuperato 
i suoi stati , il badare alle insistenze di Roma e di Madrid , 
era tale iattura da non potersi sopportare. Ben a ragione il 
signor Brown dice che non le restava altro che giocare la 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 141 

sua ultima carta. La giocò , e vinse la partita. Abbandonò 
gli alleati , si collegò colla Francia col patto che il ducato di 
Milano sarebbe suo e la Repubblica riavrebbe i propri stati. 

Enrico Vili si sdegnò di questa riconciliazione e gli parve 
essere gabbato dai suoi alleati. Per di più il suocero suo , 
Ferdinando il Cattolico, lo invitava a combattere la Francia, 
col proposito di beccare per sé il regno di Navarra. Alla fine, 
Ferdinando messe il termine ai suoi tradimenti soscrivendo, 
inscio il genero, una tregua col Re di Francia. L'alleanza di 
Venezia colla Francia era molto bene sentita dalli Spagnoli. 

V. Morto Papa Giulio II , gli succedette Leone X ; né suc- 
cessero cambiamenti nella politica della curia. Ben a ragione 
dice il signor Brown che la politica del Vaticano non muore 
mai (is immortai). Il signor Brown, con vera sodezza di 
critica storica si allarga sopra quello che è importante pei 
suoi connazionali , sulla campagna degli Inglesi in Francia , 
sulla grande battaglia di Flodden , dove re Giacomo di Sco- 
zia pagò il prezzo del suo tradimento a Re Enrico , suo con- 
giunto e suo connazionale. 

Venezia addoppiava le sue arti politiche. Proseguiva nelle 
trattative con Massimiliano , mentre attendeva a pacificare 
la Francia coir Inghilterra, acciocché Luigi XII potesse disporre 
di tutte le sue forze per liberarla dalla potenza austriaca. 
Si trovava la Repubblica in un momento difficilissimo , 
perchè si trovava nel contrasto di dover avversare quella 
pace stessa che trattava coli' imperatore , e nella difficoltà 
di sbarazzarsi dai suoi legami colla Francia. Sennonché la 
ostinazione di Massimiliano nel non voler calare ad accordi 
era imprevisibile , mentre il senato sapeva che le signorie di- 
verse d' Italia lo avrebbero potuto sforzare a patti onesti. 

Tutti corteggiavano re Enrico VIII, e il papa gli mandò 
il plico benedetto e lo stocco. Nella primavera del 1514 la 
pace fu soscritta tra la Francia e l' Inghilterra. Il papa desi- 
derava distogliere Luigi XII da una nuova discesa in Italia; 
i Veneziani la sollecitavano con tutta l'energia, perchè que- 
sta era l'ancora della salvezza loro. 

Si mandò a Londra un nuovo ambasciatore veneto , Se- 
bastiano Giustinian , uomo acutissimo ; ma se gì' ingiunse di 
passare per Parigi , acciò congiungesse i suoi sforzi a quelli 



142 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dell'ambasciatore veneto in Francia per incuorare il re al 
recupero di Milano. 

Il Giustinian doveva presentare lettere di congratulazione 
per le nozze che Luigi XII , che vecchio ed infermo aveva 
promesse sposando l'ultima delle sorelle di Enrico Vili , la 
giovane principessa Maria. A lei doveva consegnare un pre- 
zioso regalo , un altro regalo al segretario Robertet. Ma seppe 
per viaggio la morte di Luigi , e dovette aspettare nuove 
credenziali di condoglianza per la sposa , di condoglianza e 
di congratulazione per il nuovo sire di Francia , Francesco I. 

Si andava fantasticando se il nuovo monarca avrebbe 
passato le Alpi. Enrico VII teneva sé stesso come signore 
delle circostanze politiche del momento , ingannato dalle adu- 
lazioni del pontefice che gli fecero credere essere egli il pa- 
drone della tortuosa politica del Vaticano. E quindi pensò 
che a suo senno poteva concedere o vietare a Francesco I 
l'ingresso in Italia. Ma Francesco, come se nulla fosse, s'avanzò 
verso Milano , e non prese nemmeno ' la precauzione d' isti- 
gare la Scozia contro 1' Inghilterra ; precauzione solita in 
Francia per divertire le forze inglesi. Enrico Vili se ne sde- 
gnò fortemente. 

Entra in iscena un gran personaggio politico , il cardinale 
Wolsey. Lo ambasciatore veneziano si accòrse subito ch'egli 
era l'anima e il motore della politica inglese. Il re e il car- 
dinale adoperarono ogni arte , ogni minaccia per condurre 
la Repubblica a soscrivere la pace coli' imperatore. 

Le pretese di Massimiliano si riducevano a mantenersi in 
possesso di Verona e di Brescia , perchè cosi sapeva tenere 
in mano le chiavi d' Italia ; mentre la Repubblica non poteva 
spossessarsi dei suoi due baluardi. Il re Enrico , prima sot- 
tovoce , poi a voce alta consigliava Massimiliano di non 
ispogliarsi di questi propugnacoli. Egli e il suo ministro in- 
sistevano per persuadere colle prove la Repubblica che il re 
di Francia. l'avrebbe abbandonata sul più bello; ma la Re- 
pubblica non si smosse. Si mutava lo aspetto del re, dianzi cor- 
tese, in corrucciato; i Veneziani furono accusati di essere la 
causa delle inquietudini della cristianità; si mise in dubbio i 
diritti di Venezia sopra Verona e Brescia , poi si negarono 
recisamente. I Veneziani facevano conoscere come, cadute le 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 143 

precedenti signorie , con quello che ora si domanderebbe suf- 
fragio universale , le due città si erano spontaneamente dedi- 
cate al governo loro , ed era quindi legittimo il possesso di 
esse. Sono mirabili i documenti del Regesto, e le parole della 
prefazione. Ed hanno singolare riscontro colle politiche dei 
giorni nostri. 

Ma, come dice l'autore , gli eventi contrariarono la politica 
inglese , perchè Francia tenne la fede promessa a Venezia. 
Quello però che produsse l'ultima scossa , onde ebbe fine que- 
sto gran dramma, fu la morte di Ferdinando il Cattolico. 
Gli sucedette il giovane nipote Carlo; e altro re, altri consi- 
glieri e altri consigli. Il suo grande intento era afferrare la 
corona imperiale dopo la morte dell'avolo ; e senza badare 
punto a checchessia, sottoscrisse la pace con Francesco I , la- 
sciando aperto l'adito ad entrare nel trattato ai reciproci 
collegati. Così potè entrarvi anche la Repubblica. Massimi- 
liano , senza più soccorsi da Spagna , danari da Inghilterra , 
frastornato dal pensiero di non poter ottenere la sopravvi- 
venza della corona imperiale, e quindi intento a farlo eleg- 
gere re dei Romani, fu costretto a cedere quello che voleva 
mantenere a ogni costo. Ma cedere non volle Verona e Bre- 
scia direttamente alla Repubblica ; le cedette alla Francia 
che le rimise ai Veneziani. Così ebbe fine la guerra di Cam- 
brai , e la Repubblica tornò in possesso delle sue provincie 
italiane , che mantenne fino alla sua caduta. 

VI. È in vero singolare questa rassomiglianza di un av- 
venimento del secolo XVI con un altro che seguì nel 18GU , 
quando cessava la cattività della Venezia. L'imperatore Mas- 
similiano non avrebbe potuto patteggiare coi Veneziani la 
cessione delle sue pretese , e per questo fece la cessione 
alla Francia , e così conservò il suo decoro. Il suo lontano 
nipote Francesco Giuseppe vinto a Sadowa patteggiò la ces- 
sione della Venezia al Regno d' Italia colla Prussia vincitrice. 
Pareva che , al più , non volendo trattare col re Vittorio 
Emanuele II l'atto della cessione della Venezia fosse fatta alla 
Prussia, e da questa la retrocessione all' Italia.. Nossignori. 
Fu una vera spavalderia di Francia quella di voler entrare 
nell'eseguimento ili un trattato al quale era estranea, invo- 
cando sottigliezze diplomatiche. 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Quantunque, come si accenna dall'autore, finita la guerra 
di Carabrai, la importanza del Regesto vada declinando, pure 
ha una singolare importanza per quello spetta alla elezione 
di Carlo V a imperatore germanico. Da documenti veneziani 
lo autore trae singolari notizie sulle pratiche dei due conten- 
denti alla corona , Carlo d'Austria , Francesco di Borbone. 
La contesa fra i due emuli ebbe per conseguenza in Italia, 
la battaglia di Pavia, e quindi la esiziale preponderanza di 
Spagna nella penisola nostra, alla quale succedette quella 
degli Austriaci di Germania , fmchè dopo tre secoli di lutti 
continui, di oppressioni , di avvilimenti, di mercati, la nostra 
nazione tornò ad esser vera nazione. Così seppe conservarsi 
il diritto che racquistò fra le nazioni del mondo ! 

Vorremmo poter allargarci sulla preziosa parte aneddotica 
riferita nella prefazione del sig. Brown, il quale tiene conto 
sapientemente di quelle circostanze minute che valgono a dare 
le cause e lo andamento dei fatti storici, e che non sono curate 
da quei così detti filosofi della storia che vogliono scriverla 
seguendo le astrazioni e con idee a priori. Notiamo sola- 
mente che egli fa conoscere , e prova coi documenti alla 
mano , che Gonzalvo de Cordova, il gran capitano meditava 
nel 1509 di tradire il suo re, che era uno dei collegati di Cam- 
brai , recandosi ai servigi della Repubblica di Venezia. No- 
tiamo che l'autore detta la migliore storia delle cifre italiane 
usate dai diplomatici. Il signor Brown è il primo che pubbli- 
casse gli statuti di quelle squadre pubbliche , che armate in 
guerra annualmente si appaltavano ai privati perchè potessero 
con sicurezza recare le merci ai principali scali del com- 
mercio mondiale. Tratta del cambio fra Londra e Venezia, 
suffragando ogni asserzione coi documenti. Dopo aver recate 
alcune rettificazioni alla prefazione del primo volume dei 
Regesti, chiude questa del secondo con pietose parole alla me- 
moria di Girolamo Dandolo , che fu direttore dell'Archivio dei 
Frari in Venezia. 

Se gì' Inglesi sono debitori di sincera gratitudine al si- 
gnor Brown per la dotta ma immane fatica , del raccogliere 
i documenti veneti che possono rischiarare la storia della 
patria loro , noi Italiani gli dobbiamo altrettanta gratitudine 
per la luce che ne deriva alla storia nostra. 

A. Sagredo. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 145 



Die Gens Langobardorum und iìtre Herhunft von Friedrich 
Bluhme. Bonn, 1868; 35 pag. in 8vo. 

Il benemerito autore dell' Iter Italicum ha testé pubblicato 
nel volume quarto delle Leges , formante parte dei Monu- 
menta Gennaniae historica del eh. Pertz , i documenti della 
legislazione longobarda sottoposti a nuova revisione critica , 
lavoro il quale durante quasi mezzo secolo più o meno lo 
tenne occupato. Al medesimo argomento spetta la dissertazione 
dall'autore offerta al eh. M. A. de Bethmann Hollweg, dot- 
tissimo legista cui tra gli altri devesi il libro sull'origine 
delle libertà municipali in Lombardia, nella ricorrenza del 
cinquantesimo anniversario della laurea in giurisprudenza 
conferitagli. Ad onta dei molti ed eruditi lavori su i primordj 
delle genti dette barbare , nel cui numero in Germania pri- 
meggiano , tra i moderni , quelli di Iacopo Grimm , del Zeuss , 
del Mùllenhof, del Wietersheim e d'altri, l'origine dei Lon- 
gobardi va tuttora soggetta a diversissime opinioni. La storia 
di tal popolo più di qualunque altra essendo concatenata , o 
per meglio dire immedesimata con quella d' Italia , credo far 
cosa non sgradita riassumendo brevemente l'andamento e i 
principali risultati della disamina del Bluhme , mentre ai 
lettori dell'Archivio Storico Italiano non dispiacerà tenerli a 
confronto della lucida esposizione contenuta nella prima delle 
lettere sulla dominazione dei Longobardi in Italia, venti- 
quattr'anni fa dal Marchese Gino Capponi cominciate a det- 
tarsi per quest'Archivio , e tuttora dopo le tante indagini po- 
steriori tra le cose più meritevoli d'attenzione intorno a mal- 
teria così spesso trattata. 

Dell'origine dei Longobardi dicono le proprie tradizioni del 
pari che i canti storici dei Danesi e degli Anglo-Sassoni. 
Delle loro sedi ragionano e geografi e storici greci e romani. 
Malgrado ciò ne rimase controversa l'origine , al punto che 
vent'anni fa Iacopo Grimm nella storia della lingua tedesca 
ingegnossi di farli procedere dal Sudest invece del Nord , 
quali membri della confederazione sveva da lui giudicata 
slava. Opinione la quale pare che non regga a fronte di quella 

.Uni. St. Irvi.. , 3 a Serie, T. IX P. II. <9 



146 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che riconosce i Longobardi tra i popoli della Nordalbingia , e 
più specialmente dell' Iùtland , donde trassero ad occupare le 
regioni dell'Elba inferiore. Se nò , riuscirebbe arduo il volere 
spiegare la similitudine che corre tra leggi , costumi , parole 
dei Longobardi e quelli degli Anglosassoni, delle cui origini 
non si dubita. A maggior conferma , sia lecito esporre succin- 
tamente l'etnografìa di quel paese che da' Greci e Romani 
veniva detto Chersoneso Cimbrico. Secondo l'espressa testi- 
monianza di Tolomeo , tale paese principiava dalla riva destra 
alla bocca dell'Elba , Allris, sicché, oltre lo Slesvig e 1* Iùtland, 
esso avrebbe occupato parte ancora dell' Holstein, ove le tra- 
sformazioni delle coste del mare nordico , sin ai nostri dì 
continuate con immense perdite di suolo, antica cagione 
dell'emigrazione dei Cimbri e Teutoni, non dessero luogo a 
supporre, le bocche dell'Elba e quelle dell'Eidera, fiume da 
Tolomeo non menzionato , al tempo di lui essere state iden- 
tiche , ciò che corrisponderebbe ancora colle misure delle co- 
stiere forniteci dal greco geografo. Tra le genti nominate a 
settentrione dell'Elba di maggior rilievo sono i seguenti: Nel- 
l'Holstein i Charudes , Holtsaten , cioè abitanti delle selve, e i 
Saxones, dai medesimi staccatisi qual confraternita d'armi. 
Nello Slesvig gli Angli, nell'Iùtland gli luti ossiano Nuithones, 
e i Wenla o WinUis. Tolomeo nomina i Sassoni quali abitanti 
della pianura e delle isole ; e Beda il venerabile conferma 
l'alleanza degli luti cogli Angli nelle spedizioni britanniche. 
L' identità degli Iuti-Nuitoni coi Tuitoni o Teutoni ( forma 
romana del nome ) risulta ancora da Tacito. Esso , senza far 
menzione di Teutoni , colloca i Nuitoni nei siti da noi attri- 
buiti ai Teutoni , da Mario vinti, ma non già estirpati , e dei 
quali rimasero quali reliquie anche gli Iutungi, cogli Alemanni 
per lungo tempo infesti ai confini della Rezia. Ultimi dei 
menzionati popoli della Nordalbingia ci rimangono dunque 
i Wenla , gens parva quae Winolis vocaìtatur, secondo Paolo 
Diacono e l' Origo gentìs Langobardorum. Occupavano essi la 
parte settentrionale dell' Iùtland o della penisola Cimbrica, 
quella che per le acque del Limfjòrd ingrossate dai flutti del 
nordico mare viene staccata dal continente , detta tuttora 
WendsysseL ossia isola dei Wendi coll'ismo di Skagen , re- 
gione da Paolo Diacono graficamente descritta, laddove (I, 2) 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 147 

dice che , anziché situata nel mare tal porzione di terra è cir- 
condata dai flutti marini, da cui vengono inondati i bassi 
confini. Le parole del medesimo storico che annoverano sif- 
fatto paese tra le isole scandinave , non hanno significato di- 
verso da quelle di Pomponio Mela, il quale (III, 6) assegna 
origine scandinava ai Teutoni. 

La tradizione longobarda dell'Esodo dei Winilis , quale 
l'abbiamo nel terzo capitolo di Paolo Diacono ( vedi L. C. 
Bethmann , Die Geschichtschreibung der Langobarden p. 93 ) , 
viene confermata dal canto danese , il quale ai due duci della 
parte emigrata del popolo dà i nomi di Auge e Ebbe, cioè Aso 
e Ibor. Convien supporre la navigazione dei medesimi non esser 
proceduta oltre 1' Elba inferiore , avendoli trovati in quel sito 
Velleio Patercolo , primo degli storici romani presso cui essi 
appariscono col nuovo nome , dopo le vittorie di Tiberio , nel- 
l'anno quinto dell'era nostra : fracti Langobardi gens etiam 
germana feritate ferocior (L. II , e. 106). Così questa terza 
parte dei Winilis, trapiantata sulla sponda sinistra dell'Elba, 
venne a costituire la Gens Langobardorum. Come tale , essi 
accedettero alla confederazione degli Svevi , i quali staccatisi 
dall' impero di Marbodo saranno andati in cerca di nuovi socj 
o alleati. Paolo Diacono descrivendo le pitture nel palazzo di 
Teodolinda a Monza c'insegna con qual artifizio i Longobardi 
vennero a formare quelle barbe da cui presero il nome di 
Langbàrte. L'intero nome si è conservato in Italia, detta 
di già Langpartoiand in un glossario tedesco dell'ottavo se- 
colo. Il nome abbreviato, Barden, cui d'altronde incontriamo 
anche in Italia (Paolo D. , III, 19; Chron. Salern. nelle Mon. 
G-erm. hist. Script. III , 483 ec. ; Carm. Arderici ib. 470 ; Bardi 
e bardigenae) , rimase alle antiche loro sedi in Germania. 
Queste, da Paolo Diacono dette Scoringa, forse contrada della 
spiaggia, da sliore , spiaggia, ep, gau J paese opagus, pre- 
sero il nome del Bardengau, paese dei Bardi, col capoluogo 
tuttora esistente di Bardowieck presso Lùneburg, non lungi 
da Blekingen , secondo Saxo G-rammaticus prima stazione degli 
emigrati, l'odierno Blekede posto sull'Elba rimontando verso 
levante. Accolti dagli Svevi Sennoni , probabilmente a difesa 
dei loro confini , i Longobardi combatterono coi Vandali loro 
vicini ; contese di cui troviamo tracce presso Strabonc e Ta- 



148 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cito, e le quali possono supporsi avere avuto per iscopo il 
possesso delle rive dell'Elba. L'essersi di molto accresciuti , 
quantunque a dire di Tacito lo scarso numero nobilitasseli al 
pari del loro valore , risulta dall'aiuto prestato nell'anno 47 
ad Italico nipote di Arminio contro ai Clierusci ribellatisi. Nel 
secondo secolo li troviamo tuttora sulla riva sinistra dell'Elba. 
Intorno a questo tempo il loro territorio nelle predette parti 
giunse all'estensione anche in seguito rimastagli. Il medesimo 
comprendeva le pianure tra la riva da Harburg dirimpetto ad 
Amburgo, e Blekede, abbracciando nella direzione da tramon- 
tana a mezzogiorno gran parte del ducato di Lùneburg. Sot- 
tomesse e cristianizzate da Carlomagno , queste contrade 
servirono di poi al transito delle spedizioni dirette verso la 
Nordalbingi a; l'Elba larghissima nel rimanente del corso suo 
inferiore opponendo troppi ostacoli al passaggio. Durante lungo 
tempo Bardowieck rimase centro d'attivo commercio , più tardi 
trasferito a Lubecca e ad Amburgo. 

Le migrazioni longobardiche continuarono. Incontriamo le 
loro tracce sui confini dei monti dell' Harz, il Mauringa, 
citato da Paolo Diacono (I, 11) qual luogo verso cui essi si 
diressero, accennando al Morengau, il cui nome riconoscesi 
in quello di Moringen presso Nordheim non lungi da Gottinga. 
G-li Assipìtti dallo storico dei Longobardi nominati qual popolo 
formante ostacolo al loro passaggio, non occorrono presso 
niun altro scrittore. Il nome però di Asse essendo quello di 
un gruppo di colline presso Wolfenbùttel , ci fornisce indizio 
della direzione da essi presa. Tolomeo li ritrovò vicini a' Si- 
garabri sulla riva sinistra del Weser, nell'odierno Paderbor- 
nese in Westfalia. Tali colonie oltre ad aver ammessi, secondo 
la narrazione di Paolo Diacono, al libero consorzio molti servi, 
i Longobardi non essendo stati mai gente chiusa, frammischia- 
ronsi coi popoli vicini , nominatamente coi Sassoni , coi quali 
avevano comune l'origine e alle cui sorti parteciparono. La 
maggior migrazione però, quella che decise dei destini della 
massa del popolo , lo condusse dall' Elba verso il Danubio. 
Tal migrazione collegasi con quelle dei Sennoni e dei Bur- 
gundi. Tolomeo, nominando (II, 11, 15) i Sennoni, i quali 
tuttora tenevano il primo posto nella gran Confederazione 
Sveva , non fa menzione dei Longobardi con essi collegati. La 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 149 

direzione però da questi presa verso Sudest offre chiaro indizio 
della già antica alleanza dei due popoli. L'essersi mossi nella 
seconda metà del quarto secolo i Burgundi , popolo della con- 
sorteria dei Vandali antichi avversari dei Longobardi , dal- 
l'Elba verso il Reno, aprì ai Longobardi il passo intorno 
all'anno 379. Li ritroviamo poi nella Moravia e nella vasta 
pianura del Marchfeld nell'angolo formato dai fiumi March e 
Danubio , quel Rugilanda donde Odoacre trasse prigioni i 
Rugi e dove i Longobardi fermaronsi durante tre anni , sic- 
come si ha dall' Origo e da Paolo Diacono (I, 19,20). Prima 
della fine del quarto secolo, essi erano sottoposti a governo 
regio. Il quinto re Godehoc nel 487 trovasi contemporaneo ad 
Odoacre ; l'ottavo , Wacho , il Vaaces di Procopio , nejla prima 
metà del sesto secolo estese il suo dominio sopra altre tribù 
Sveve. Nei primordj del nono secolo mostravansi tuttora i 
ruderi del palazzo suo in Boemia , si suppone a Camberg al 
Sudest di Praga. Dall' istante in cui i Longobardi presero 
stanza sul Danubio, la loro storia esce dalle caligini in cui 
sono avvolte le migrazioni delle nordiche genti. Nel 526 essi 
passarono in Pannonia sotto Ardoino : quarantadue anni di 
poi , Alboino li condusse in Italia. 

Qui termina il lavoro del eh. Bluhme ; lavoro cui accre- 
sce merito l'aver indicato sul suolo , segnatamente del Nor- 
dovest della Germania , le tracce del passaggio di un popo- 
lo , cui toccò parte principalissima nel cambiare le sorti 
d' Italia. Prima di prender commiato dal lettore, esso spende 
alcune parole sugli elementi coi quali in Italia componevasi 
ed accrebbesi il popolo Longobardo. Per una consorteria 
d'armi, quale esso fu in origine, l'omogeneità di razza non 
costituisce se non una considerazione secondaria. La gens 
Langobardorum , siccome si disse accresciuta per i servi 
liberati , non dovette trovar difficoltà nell' accogliere guer- 
rieri vinti , e ne abbiamo la prova presso Paolo Diaco- 
no (I, 20): aucto de diversis gentibits , qaas superaveimnt , 
esercitu. L'arimanno, ossia exerciialìs, dopo la di lui ammis- 
sione non aveva diritto diverso dal Longobardo nato. Massi- 
ma proclamata anche dall'editto di Rotari e. 367, nisi aliam 
legem ad pietakem nostrani meruerìnt J riserva fatta in se- 
guito alla partenza dei ventimila guerrieri Sassoni compagni 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

d'Alboino, i quali ricusarono di accomodarsi alla legge longo- 
barda. Le relazioni dei Longobardi con altre schiatte germa- 
niche si mantennero sempre vive , anche nelle famiglie dei 
loro re. Viemaggiormente ciò accadde coi Sassoni ed Angli , 
popoli d' istessa stirpe. Paolo Diacono osserva presso gli An- 
glosassoni dell'età sua essersi conservata la foggia di vestire 
quale appariva nei Longobardi raffigurati nelle antiche pit- 
ture. Gli Eruli dal settimo re Tato riuniti ai Longobardi, i 
Gepidi ed altri, e specialmente i Bulgari ricettati al tempo 
di Grimoaldo e collocati nella regione che corrisponde all'at- 
tuai contea di Molise , possono supporsi aver provato dif- 
ficoltà maggiore nell' immedesimarsi col popolo dominante , 
tali Bulgari, p. es., quantunque italianizzati, non essendosi 
dimenticati della lor lingua nativa. 

Nel principio della presente notizia accennai alla nuova 
edizione delle Leggi Longobardiche, colla quale il Bluhme ar- 
ricchì la gran collezione del Pertz, giunta ormai al suo vige- 
simo quarto volume. Ad altri di me più addentrati in siffatte 
materie spetta l'ufficio di rendere conto di un lavoro che vi- 
vamente interessa l' Italia ; ufficio al quale tra i collaboratori 
nostri nessuno avrebbe potuto adempiere meglio di Pietro 
Capei (1) di cui amaramente deploriamo la perdita. Quanto 
a me , credo dover limitarmi a brevissimo cenno, non ad altro 
se non a rendere consapevoli i lettori dell' Archivio Storico 
del contenuto dell'opera pregevolissima. Il Pertz , nel breve 
preambolo dettato a Berlino il dì 18 maggio dell'anno corrente, 
racconta come Federigo Bluhme , nel 1822 trovandosi insieme 
con lui a Roma presso il Niebuhr, in quel palazzo già Savelli 
poi Orsini Gravina fabbricato dentro i ruderi del Teatro di 
Marcello , incaricossi della pubblicazione dei monumenti del 
gius Longobardo , lavoro da lui di già principiato mercè la 
revisione dei codici italiani , dal Pertz mercè i confronti in- 
trapresi a Vienna. A tali indagini dei dotti Alemanni il chia- 
rissimo Baudi di Vesme accenna a pag. lvi della prefazione 
all'edizione del 1855 degli Edicta regum Langobardorum. Nel 

(1) Fra i lavori del Capei intorno a questa materia basta accennare al Di- 
scorso sulla dominazione dei Longobardi in Italia , Ardi. Star. Hai. Appendice 
voi. ii ; e più specialmente all'esame degli scritti del Flegler e del Merckel (Sto- 
ria del diritto longobardo) , lb voi ix. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 151 

lungo periodo che da quell'anno è trascorso , il Bluhme , oc- 
cupato negli uffici di professore e di giudice , ebbe a soci nel 
lavoro Giovanni Merckel Norimberghese , di cui il nome e la 
fama non tornano nuovi ai lettori dell'Archivio Storico, im- 
maturamente rapito alla scienza , e Alfredo Boretius , autore 
nel 1864 di un libro sui Capitolari nel regno Longobardo. 
Frattanto erasi accinto a simil lavoro Carlo Baudi di Ve- 
sme , di commissione della Regia Deputazione sopra gli stu- 
di di storia patria istituita a Torino da re Carlo Alberto. 
Della prima stampa « nondum assoluta editione » fatta 
nel 1846 in scarso numero di copie , dottamente ragionò il 
Merckel nel voi. in de\Y Appendice a quest'Archivio Storico 
(pag. 692-729) , mentre ne rese conto 1' istesso editore nella 
Antologia Italiana di Torino del Novembre 1847. L'opera com- 
piuta poi esci dai torchi nel 1855 col titolo di Edicta regimi 
Langobardorum qual parte degli Historiae patriae monu- 
menta. Di questa diligente e pregevole edizione , la quale è 
la prima condotta sull'autorità dei codici, discorre il Bluhme 
nella copiosa prefazione agli Edicta (ix-xlvi) , dopo di avere 
passato in rivista le varie stampe, cominciando da quella del- 
l' Herold 1557 (intorno alle quali vedasi il Vesme a pag. xlix 
e seg.), per giungere agli studi del Trova, del Peyron, di Carlo 
Promis. Mentre il Vesme si è limitato agli Edicta , il pre- 
sente volume comprende 1' intera legislazione longobarda e 
franco-lombarda sino al tempo di Arrigo II [I] imperatore. 
Esso è diviso nelle seguenti parti. I. Edictus Langobardorum, 
pag. 1-225. Oltre le leggi promulgate da Rotari ad Aistulfo 
troviamo : Desiderii Regis decreta spuria , Principimi Bene- 
venti leges et pacta , Aregis principis capitularia post 774 , 
Adelchis princ. capit. post 865, Pactiones de Liburiis 774-993, 
Radelgisi et Siginulfi divisio ducatus Beneventi 851 , termi- 
nando colle « Graeci interpretis Eglogae Edicti Longobardo- 
rum. » Segue II. Liber legis Longobard. Concordia dictus , 
pagine 235-288 , deipari che gli Edicta pubblicato dal Bluhme. 
Occupa il terzo posto pag. 289-585 il Liber leg. Langobard. Pa- 
piensis , pubblicato da A. Boretius, di cui leggiamo la pre- 
fazione a pag. xlvi-xcviii. Principiando dai Capitolari di 
Carlomagno, tal libro giunge all'XI secolo. Per le rimanenti 
parti del volume torna editore il Bluhme , di cui leggiamo le 



152 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

prefazioni a pag. xcviii-cxvin. Esse sono : IV la Lombarda 
e V uno Spicilegium di cose contenute nei codici mss. del- 
l'Edictum , vale a dire l'Origo gentis Longobardorum sopra 
citato, il così detto Chronicon Gothanum , la Vita Liutpran- 
di ec. Termina il volume col diligentissimo indice e glossario 
dal Blulime aggiunto. 

I presenti brevissimi cenni basteranno ad indicare in qual 
relazione il volume or pubblicato in Germania sta con quello 
di Torino. Essi hanno identico il testo dell' Edictum , mentre 
nel primo si legge di più tutto ciò che torma il contenuto 
delle pag. 205-640 , 657-668. Per ciò che spetta alla recensione 
del testo, mi limito ad osservare che quello dell' Edictum 
presso il Bluhme risulta dal perpetuo confronto di undici co- 
dici , l'altro del Liber Papiensis dal confronto dei sei codici 
estense, veneto, ambrogiano, laurenziano , londinense , pa- 
tavino. Mentre il Vesme generalmente dà la preferenza al 
cod. vercellese , l'editore alemanno per l'editto di Rotari si 
piega maggiormente all'autorità del sangallense , per l'editto 
di Liutprando ec. a uno dei parigini. Lasciando agli eruditi 
Italiani la cura e il piacere- di sottoporre a maturo esame i 
lavori dei benemeriti editori appartenenti all' una e all'altra 
nazione , nutro speranza che il eh. Bluhme adempierà presto 
alla promessa di dare un'edizione minore degli Edicta , ad 
uso degli studiosi , cui rimane inaccessibile il volume dei 
Monumenta , e per la mole e pel prezzo e per formar esso 
parte di vastissima raccolta , mentre non corisponde in nes- 
sun modo all'intento la ristampa, dal Neigebaur colla solita 
noncuranza procurata a Monaco , del testo Vesmiano. L'in- 
teresse destato dalla storia e dalle istituzioni dei Longobardi 
è uguale nei due paesi. Le pagine di quest'Archivio Storico 
sin dal suo nascere ne porgono chiara testimonianza; e men- 
tre la Germania vanta i lavori del Savigny , del Merckel , 
del Flegler , del Bethmann , di 0. e S. Abel , dell'Anschùtz , 
del Pabst e d'altri , oltre coloro i quali trattando delle isti- 
tuzioni municipali del medio evo ne andarono ricercando 
l'origine , l' Italia ha da contrapporre ai medesimi schiera non 
minore né di minor valore. 

Bonna, novembre 1868. 

Alfredo Reumont. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 153 



Bibliotheca historica medii aevi. Wegweiser clurch die Ge- 
schichtswerlie cles europaeischen Mittelalters von .375-1500. 
Supplement. Von August Potthast. Berlino, 1868; 456 pag. 
in 8vo. 

Nel primo tomo della terza serie di quest'Archivio (Parte I, 
pag. 187) resi conto della diligente opera del Potthast, la quale 
serve di guida per l'estesissima letteratura storica che compren- 
de i secoli trascorsi, dalla caduta dell'Impero d'Occidente sino 
alla fine del quattrocento ; termine per lo più posto così al 
detto medio evo. L' utilità di siffatto lavoro è stata general- 
mente riconosciuta , dimodoché la Bibliotheca historica va 
per le mani di tutti che sono occupati in tali studj. Siccome era 
tacile a prevedersi , fra non molto tempo divenne necessaria 
la compilazione di un supplemento , e per le inevitabili omis- 
sioni accadute nel primo lavoro , e per l'attività straordinaria 
spiegata in questo del pari che negli altri rami delle scienze 
storielle. Le notizie bibliografiche da me raccolte , e di man 
in mano sin da ventitre anni pubblicate nell'Archivio intor- 
no ai lavori alemanni sulla storia d'Italia, basterebbero da se 
sole a far fede di siffatta attività , la quale , quantunque non 
già in uguale proporzione, abbraccia i varj paesi d'Europa. Il 
Supplemento propriamente detto alle varie sezioni della Bi- 
blioteca comprende 186 pagine , contenendo in parte correzioni 
ed ampliazioni , in parte articoli nuovi. Naturalmente , la 
divisione dell'opera in Scriptores rerum 3 in singole storie , 
e vite , è mantenuta nel supplemento ancora : credo però che 
l'autore seguirà ottimo consiglio , adottando per una ri- 
stampa , la quale non può mancare di rendersi necessaria, 
altro ordinamento più comodo ed insieme più organico. Al 
primo colpo d'occhio , si scorge l'operosità cui accennai , e 
nelle pubblirazioni di monumenti storici di qualunque genere 
per cura di governi, di commissioni, tra le quali sono attivis- 
sime quelle d'Italia e la regia Bavarese, di accademie nel cui 
numero primeggia quella di Vienna, di particolari, e d'illu- 
strazioni che riescono numerosissime. L'autore ha fatto prova 
di non ordinaria diligenza nel raccogliere le notizie, a segno 
Arch. si [tal. . 3." Serie, T. IX, P. II. 20 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che nelle parti spettanti alle storie Italiane non sono molte 
le omissioni , di produzioni recenti , anzi appariscono poche 
qualora si rifletta alle relazioni letterarie , migliorate ben- 
sì , ma tuttora imperfette tra 1' Italia e la Germania. Ove 
mi fosse lecito dar un consiglio all'editore per una seconda 
edizione , gli direi di lasciare in disparte i proprj giudizj su- 
gli scrittori massimamente antichi e le note non sempre cor- 
rette in lingue straniere , e di omettere V indicazione del prez- 
zo di tale o tal libro , indicazioni che non servono a nulla per 
esserne troppo rari i casi. 

Il rimanente del volume è importantissimo. Troviamo a 
pag. 187-258 l'elenco quanto più si possa completo dei nomi 
dei Santi , dei loro giorni e delle loro feste. Fa seguito a pa- 
gine 259-267 la cronologia dei Pontefici romani con a canto 
quella degli Imperatori e Re romani. Nella medesima si de- 
sidera 1' indicazione dei nomi di famiglia , senza i quali la 
cronologia pontificia degli ultimi sei secoli rimane troppo in- 
completa. Noto per incidenza a pag. 265 , che non già nel 1273 
Avignone divenne città pontificia, sibbene nel 1348 , dopo di 
essere stata sin dal 1309 , siccome si sa, residenza dei papi, 
ai quali sin dal 1229 apparteneva il Contado Venesino con 
Carpentrasso. Abbiamo finalmente a pag. 267-448 la Cronolo- 
gia dei Vescovi del sacro romano impero. Nelle sopra citate 
Notizie dei lavori sulla storia d'Italia (a pag. 181-183 dell'edi- 
zione di Berlino del 1863) resi conto dell' Onomaslicon clirono- 
grapìùhon lUerarchiae Germanicae di E. F. Mooyer , ora de- 
funto: lavoro utile, ma che adesso in molti luoghi vorrebbesi 
e corretto ed ampliato. Non importa dire, non essere né anche 
la presente Cronologia completa e senza errori né incertez- 
ze , non comportandolo la scarsa autenticità delle fonti per 
ciò che riguarda l'età più remota. Contuttociò il sig. Potthast 
con quest'elenco corredato di note critiche , ha reso un vero 
servigio agli studiosi della storia ecclesiastica e politica (1). 
Termina il volume coli' indicazione alfabetica dei nomi dati 



(I) Nell'analisi del libro del Tourtual sulle guerre italiane di Federigo I im- 
peratore (Arch. stor. , HI , ser. Vili, 1), il sig. F. Berlolini parla, a pag. 213, di 
un « patriarca di Aglei ». Come mai non accorgersi che Aglei è la corruzione 
tedesca del nome di Aquileja, citato a poche pag. seg. (221)? 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 155 

alle domeniche e ai giorni di feste negli scritti del medio evo; 
indicazione anch'essa di molta utilità , siccome è noto a chiun- 
que sia pratico degli scrittori ecclesiastici ed anche profani. 

A. R. 



Venise et le Bas Empire. - Histoire des Relatiom de Venise 
aree l'Empire d'Orient, depuis la fondation de la RépuMi- 
que , jusqu'à la prise de Constantìnople au xm siede , 
par I. Armingaud. Paris , Imprimerle Imperiale , 1868. 



Venezia, surta dalle onde, difesa da esse come una figliuola 
prediletta, col lavoro, colla sapienza politica de' primi suoi ret- 
tori, crebbe a stento, ma con progressivo sviluppo. In un'epoca 
di lotte incessanti , di invasioni continue , essa seppe trarre 
profitto dalla intangibile sua posizione e dalle sventure altrui: 
mentre stava impavida e sicura a mirare i conflitti di Prin- 
cipi di lei. più potenti, ma meno avveduti, lasciando quella 
politica di sentimento , che per lo più trascina ad inconside- 
rate sventatezze , non esitava ad offrire loro i suoi legni per 
trasporto di uomini , di viveri e d'armi , speranzosa che le 
parti contendenti s' indebolissero a vicenda e ne risultasse 
per essa indubbio guadagno. 

Da cotesta politica originarono le prime relazioni dei Ve- 
neti coi Greci. Giustiniano , pel desiderio di riconquistar 
l' Italia , trovossi contro gli Ostrogoti , i quali impotenti a 
resistere all'urto degli Imperatori greci, chiamarono in loro 
soccorso i Franchi. La piccola Repubblica fu richiesta da 
entrambi i litiganti del suo concorso marittimo sul golfo 
Adriatico, ed essa sorreggendo da prima gli Ostrogoti, intro- 
dusse in Ravenna assediata gran quantità di provvigioni ; ma 
poscia, cedendo forse alle maggiori probabilità di vittoria, 
che stavano in favore de' Greci , diede loro d'ogni maniera 
aiuti, rinnovandoli a Belisario, quando venne a porre assedio 
alla stessa Ravenna. Ecco come trovossi a contatto la repub- 



156 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Michetta marittima col grande colosso orientale ; contatto che 
in appresso fu fecondo di ottimi risultamene politici. Primo 
sintomo di essi trovasi nella visita fatta alla città delle La- 
gune da Narsete , che vi fu accolto con dimostrazioni di larga 
simpatia (560) , cui egli contraccambiò con donazioni e con 
opere di beneficenza. Ma più importante si fu il viaggio del- 
l'esarca Longino. Questi avea fatto conoscere ai Veneziani che 
se essi fatto avessero omaggio all'Imperatore, andando a Costan- 
tinopoli , si sarebbe impegnato di assicurar loro la protezione 
del suo signore. I rettori della Repubblica non si lasciaron 
fuggire l'occasione , ed inviarono subito un'ambasceria a Co- 
stantinopoli per pregare specialmente Longino di portarsi in 
Venezia. Longino annuì al gentile invito ed assistè ad alle- 
grissime feste date in suo onore : contento di accoglienza sì 
cordiale , accompagnato dal capo del popolo e da molti magnati 
fino a Costantinopoli , s' industriò a persuadere agli uni di 
fare atto di devozione all' Imperatore , ed a questo di accor- 
dare ai Veneti una protezione perpetua. Il patto fu stretto 
con grande contento di ambe le parti. La Repubblica ricono- 
sceva con esso la supremazia bizantina ed una dipendenza 
la quale era più di nome che di fatto ; ma in compenso otte- 
neva immensi vantaggi e privilegi , i quali valsero a gittare 
i primi germi di un commercio estesissimo e oltremodo pro- 
ficuo , mentre il protettorato presto cadde e si convertì in vera 
amicizia , particolarmente quando per mezzo delle navi vene- 
ziane venne l'esarca Paolo rimesso in Ravenna , che prima 
era stata conquistata dai Longobardi (727). 

Cotale amicizia , quantunque di quando in quando ricom- 
parisse sotto sembianza di protezione , riuscì utilissima alla 
Repubblica, non solo nelle sue relazioni esteriori, ma ben anche 
nell'interno, fino al punto d'averla salvata da certa decadenza. 
Venezia era divisa in due partiti : l'uno di essi favoreggiava 
i Franchi , spingendo le sue simpatie fino a dimostrarsi pro- 
penso a ridurre la città ad una provincia franca : l'altro stava 
per lo influsso bizantino , rappresentando esso l'indipendenza , 
in opposizione a quello di Carlomagno , che avrebbe signi- 
ficato perdita assoluta della, autonomia. Mentre i due partiti 
andavano per opposta via, e la necessità si fece sentire di sce- 
gliere l'ima o l'altra, quasi tutti si trovaron d'accordo nel 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 157 

respingere 1' idea di soggezione e di accettare invece la su- 
premazia di un imperatore lontano e snervato. E cotesta con- 
dotta salvò la Repubblica dalla umiliazione di cedere dinanzi 
allo straniero, cui oppose fortissima resistenza, quando Pipino 
con formidabili forze tentò d'impadronirsi della città delle 
Lagune (810). A cotesto eroismo dovette Venezia se l' Impero 
greco stipulò coi Franchi un trattato, col quale mantenevansi 
intatte le franchigie di lei. E a cotesti risultamene essa andò 
debitrice d'aver potuto inaugurare una politica di astensione, 
che le permise di dare una impronta originale e sapiente 
alle sue istituzioni, non tocche da soffio germanico, fuggendo 
così le convulsioni del feudalismo , dei comuni e della rega- 
lità, che per tutto il medio evo dilaniarono l'Italia e l'Europa. 

Ma ben presto gli Imperatori si trovarono costretti a ri- 
chiedere d'assistenza i loro protetti. Gli Arabi, sospinti da 
fanatismo religioso e nazionale , riscaldati da quella instan- 
cabile operosità che è propria a giovane nazione , aveano 
portato funesti colpi alla potenza del decrepito impero, strap- 
pandogli provincie intere. Gli Imperatori , volendo ad ogni 
costo serbare Napoli e la Sicilia , eransi un po' scossi dalla 
abituale loro inerzia; ma indarno, che l'ardore musulmano 
avrebbe ogni cosa rovesciato , se più gagliardi ostacoli non 
si fossero sollevati. Essi, conscii di quanto avrebbero potuto 
operare i Veneziani colla numerosa loro marineria, li invi- 
tarono ad erigersi palladio alla irruente foga araba. La Re- 
pubblica accettò; ma vide due spedizioni disperse e gli Arabi 
poco lunge dalle sue lagune (836), e dovette attendere altra 
occasione per infliggere loro una grande sconfìtta nelle acque 
di Taranto (875). 

Non v' ha dubbio che i Veneziani , tenendosi stretti ad una 
alleanza cotanto onerosa, dovessero trovare larghi compensi 
nel traffico, il quale vie più andava estendendosi sugli scali 
d' Oriente. Nazione eminentemente commerciale , Venezia non 
metteva differenza né scrupolo nella scelta degli oggetti , 
su cui cader doveano le sue speculazioni : ogni cosa che 
riuscir potesse utile, era buona. Questo era il principio suo, 
come lo fu di tutte le repubbliche medioevali, come lo sarà 
di tutti i popoli, i quali vogliano ad ogni costo arricchirsi, 
senza badare alla pubblica moralità. Ed i commercianti vene- 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ziani pare .si curassero poco di essa, avendo per lungo tratto 
di tempo ed in onta ai ripetuti divieti del governo, esercitato 
il commercio degli schiavi. A cotesti atti però, seguendo 
l'andazzo di quei secoli cercavano di contrapporre azioni di 
fervida devozione religiosa e di esaltato cattolicismo , come 
si fu il rapimento del corpo di San Marco dalla chiesa d'Ales- 
sandria d' Egitto , ove giaceva obliato. Buono di Malamocco 
e Rustico di Castello lo levarono clandestinamente di là, e 
lo portarono a Venezia, ove la popolazione entusiasmata lo 
proclamò suo protettore, dimenticando il detronizzato San 
Teodoro. 

Altri vantaggi derivarono da concessioni date dagli impe- 
ratori ai Veneziani. Questi ebbero nel 991, mediante criso- 
bolla , la prima che sia giunta a nostra notizia, grandi privi- 
legi , basandosi sui quali non temettero la concorrenza degli 
altri commercianti. I loro legni avrebbero pagato da quel 
punto due solidi all'entrata e 15 all'uscita per ciascheduno : 
si concedeva loro piena guarentigia contro le tiranniche abi- 
tudini degli impiegati imperiali: la visita dei bastimenti loro, 
la decisione degli affari tra Veneziani e Greci , tolta agli 
agenti inferiori , era deferita ad un alto magistrato per assi- 
curarne la giustizia e la prontezza. Quasi ciò fosse poco, il 
Doge Pietro Orseolo , poggiandosi sull'alleanza bizantina, con- 
quistò alla Repubblica la Dalmazia, che apriva al traffico vene- 
ziano una grande via di comunicazioni terrestri, e la rendeva 
padrona di ambe le rive dell'Adriatico. 

Poco dopo Venezia combattè con varia vicenda i Nor- 
manni capitanati da Guiscardo, rapito da epidemia; e quale 
compenso dei suoi sacrifizi, l'Imperatore Alessio inaugurò in 
tutti i suoi dominj assoluta libertà e piena franchigia di ogni 
diritto ai cambi dei Veneziani. Di più questi ebbero in Costan- 
tinopoli un quartiere pella colonia loro , che in breve potè 
divenir florida ed allargarsi nella grande città, principalmente 
(piando le porte di questa aprironsi alla flotta conquistatrice 
del Dandolo. 



RASSEGNA BIRLIOGRAFICA 159 



II. 

Siamo alle crociate, questo fatto meraviglioso che pose 
in convulsione tutto il mondo cattolico. Allora tutti volevano 
correre in Oriente per liberare i luoghi santi ; ma i re più 
potenti non aveano marina, monopolio di qualche repubblica 
d' Italia, fra cui figurava prima Venezia. Questa era guidata 
da uomini di tale avvedutezza, i quali non si sarebbero la- 
sciata fuggire tanta opportunità. La parte da essa presa non 
fu strettamente militare, ma fu più per intento commerciale, 
per piantare il suo stendardo su quei lidi lontani , prima che 
qualche altro governo la prevenisse. Le sue vittorie ebbero 
tale risultamene , quantunque i Pisani , sorreggendo i risen- 
timenti di Alessio , tentato avessero di opponisi. Ciascuna 
spedizione veneziana in terra santa avea per conseguenza la 
conquista di un privilegio, o di una guarentigia ottenuta o 
strappata da una delle città, in cui dimoravano i trafficanti 
veneziani, che sostenuti dal loro governo ebbero quanto chio- 
serò dai re di Gerusalemme e dai principi di Antiochia ; da 
entrambi si diede loro perfino il diritto d'essere giudicati per 
delitti commessi negli stati di essi principi da giudici vene- 
ziani e colle leggi di Venezia. Cotesto è il primo esempio di 
quella giurisdizione nazionale nel regno di un altro sovrano, 
che tuttora sussiste in Oriente a favore degli Europei, e primo 
esempio di fondazione delle corti veneziane istituite in ogni 
città di quei due stati. Tutto ciò conteneva in sé elementi tali 
da ripromettersi colonie stabili, floride ed indipendenti. In 
ciascuna città dei regni cristiani d' Oriente si vide sorgere 
una comunità veneziana con giudici proprj , con quartieri se- 
parati e animata da sensi e da interessi di vita libera. 

Protetti da sì estese immunità, i Veneziani crebbero ad 
incredibile floridezza, che presto divenne opulenza: ma con 
essa vennero nuove pretensioni, e l'alterigia e lo sdegnoso 
tratto verso chi li ospitava. Al vedere la loro operosità, l'Im- 
pero cominciò a mettersi in sospetto , e a temere funeste con- 
seguenze, a -nudi-ire risentimenti, che presto o tardi sarebbero 
scoppiati in aperta rottura. Le cause di questa furono pareo- 



100 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

chie: non è però nostro intendimento di enumerarle, che altra 
cura ci preme , cioè quella di esporre il momento in cui fu 
scossa l'antica alleanza fra la Repubblica e gli Imperatori di 
Oriente. Gravi malumori eransi manifestati nella lotta contro 
il nipote di Roberto Guiscardo , Ruggiero II , e nelle acque di 
Corfù le flotte veneziana ed imperiale erano venute alle mani. 
Poco dopo , le buone intelligenze tra i due alleati furono ri- 
condotte , ma per breve tempo. I Veneziani s'accordarono coi 
Normanni, lasciando esposto ai loro colpi il debole Impera- 
tore. Questi , per rappresaglia , fece prigioni tutti i Veneziani 
dimoranti ne' suoi possedimenti ; e la Repubblica non tardò 
ad accorrere in soccorso de' suoi figli insultati, con cento ga- 
lere e venti grandi vascelli. Ma la inettezza ed il fiacco carat- 
tere del doge Micliiel fecero in guisa che la flotta fu in parte 
sperperata dal nemico ed in parte decimata dalla peste. 

Allora i Veneziani s' intesero di bel nuovo coi Normanni , 
i quali stettero poco lungi dal portare l'ultimo crollo al vacil- 
lante trono imperiale , insanguinato dal delitto di Andronicos. 
Ma Isacco, detto l'Angelo, lo salvò ancora per poco; li rappat- 
tumò colla Repubblica cui accordò più larghi favori (1187). 
Se non che la riconciliazione fu di corta durata , e le ostilità 
ricominciate, continuarono finché Costantinopoli fu vinta dai 
Veneziani uniti ai Franchi. 

L'autore svolge con diffusione ciò che noi venimmo espo- 
nendo a larghi tratti , e lo fa con molta disinvoltura e con av- 
vedutezza, non disgiunte da sapienti osservazioni. Egli seppe 
far tesoro di quanto fu pubblicato fino ad ora in questo argo- 
mento ; e se non ci somministra molti documenti nuovi , non 
è colpa sua, bensì di quei ripetuti incendii che distrussero in 
Venezia carte preziosissime. Fra quelle fuggite alla devasta- 
zione , ve n'ha una data in luce dall'Armingaud, che è la 
Commissione impartita agli ambasciatori Veneziani, mandati 
a Costantinopoli , dal Doge Enrico Dandolo (1198). Essa è 
ispirata ad alti sentimenti di dignità e di sagacia, e contiene 
i germi di quelle norme sapientissime . che fecero distinguere 
la diplomazia veneziana, rinomata per il suo acume di trat- 
tativa e pel giusto criterio nel considerare le cose. 

L'importanza delle relazioni dei Veneziani coli' Impero 
greco è immensa: esse ebbero influsso sui futuri destini della 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 161 

Repubblica, sui costumi pubblici e privati, sul dialetto, sulle 
arti, sugli spettacoli, perfino sulle formalità esteriori che 
s'aggiravano intorno alla persona del Doge. L'autore non tra- 
scura di richiamare l'attenzione su cotesto fatto ogniqualvolta 
gli si offre l'occasione , e poi dedica un capitolo intero per 
dimostrare quale fu il risultato delle relazioni tra i due 
governi, che pei Veneziani fu di civiltà, di ricchezza, di 
buon gusto nelle arti, e per gli Imperatori fu di procrasti- 
nare la loro caduta. Quale vita avrebbe mai avuta Venezia 
se non avesse spinto la propria attività, la propria perseve- 
ranza, il proprio lavoro sui lidi orientali? È diffìcile il deter- 
minarlo; ma certamente non avrebbe avuto nella storia un 
periodo luminoso e pieno di grandezza , né di sì lunga durata 
sarebbero stati i suoi destini. 

Il sig. Armingaud diede all' Italia un bel quadro , benché 
ristretto , di quanto operarono i Veneziani per quasi quattro 
secoli in quel vastissimo campo del loro commercio , che si 
conosce sotto il nome di Levante, ove all'ombra di incredibili 
privilegi si allargarono e si arricchirono. 

A. Bazzoni. 



Giannoiti: sa vie, son temps et ses doclrines. Elude sur 
un publìcìsle florentin du xvi siede par M. Charles 
Tassin. Paris, Duniol , 1869. 

Bene a ragione osserva il Macaulay che la immoralità poli- 
tica attribuita a Niccolò Machiavelli fu più dei tempi che sua , 
e che la posterità si mostra ingiusta a suo riguardo dando il 
suo nome a certi principj , perchè egli forse gli ordinò e gli 
espresse con maggior forza di ogni altro scrittore. 

Infatti la politica dell'utile prevalente all'onesto fu quella 
che adottarono tutti i governi di quel tempo , non escluso 
quello del Vaticano; e fra noi la predicarono col Machiavelli 
il Guicciardini e il Vettori; la messero in pratica Cosimo I, 
ed i suoi consiglieri ; e dipoi la fece sua una celebre società 
che , pur combattendo il Machiavelli , inventò la teoria che 
Ancii St. Ital. ,3." Serie, T. IX P. II. gì 



162 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

il fine giustifica i mezzi. Più ingiusto ancora è che quella 
politica dicasi italiana e più specialmente fiorentina, perchè 
appunto fu generale; e se ebbe seguaci fra noi , ve n'ebbe pure 
un altro genere di politica, che teneva in pregio un ben diverso 
principio , quello cioè che devesi la politica basare sulla mo- 
rale : principio che fu seguito da Piero Soderini , da Niccolò 
Capponi e da molti virtuosi cittadini che illustrarono la nostra 
Repubblica negli ultimi periodi della sua esistenza, e che fu 
divulgato coi suoi scritti da Donato Giannotti. 

Di questo generoso cittadino tolse il Tassili ad illustrare 
la vita e gli scritti, per far conoscere ai Francesi un uomo 
per essi nuovo, un uomo com'egli scrive, che appartiene a 
quella scuola di pubblicisti, i quali si presero la nobile mis- 
sione di rimpiazzare nel governo degli stati l'arbitrio e la 
forza col dritto e la giustizia , e di assicurare ai cittadini una 
larga partecipazione alla cosa pubblica. Altro scopo egli ha 
avuto nel dar fuori il suo libro; e di questo noi Italiani dob- 
biamo essergli grati : quello cioè di far sapere ai suoi conna- 
zionali , che mal giudicano della politica dei padri nostri se 
credono che tutta si compendii nelle dottrine del Machiavelli 
(verso del quale si è anch' egli invero mostrato soverchia- 
mente severo), mettendo loro davanti agli occhi uno scrittore 
quasi contemporaneo che esponeva ben altri principii. Egli 
ha diviso il suo libro in due parti ; discorrendo nella prima 
della vita del Giannotti e dei suoi tempi ; nell'altra dei suoi 
scritti e delle dottrine politiche. 

Noi non ripeteremo la vita di messer Donato che non 
andò famosa per singolari avvenimenti , e ci basti il ripetere 
che pochi uomini furono generosi verso la patria al pari di 
lui , che niuno sopportò con maggior dignità le sventure di un 
esilio immeritato , e fatto poi volontario per non transigere 
colla propria coscienza. Questa è la parte che il Tassin ha 
meno curato nel suo libro , riportandosi a quello eh' era stato 
scritto dagli altri biografi, senza consultare, almeno a suffi- 
cienza, gli archivi e le più recenti pubblicazioni; laonde re- 
stano a notarsi alcuni fatti che meglio avrebbero fatto spic- 
care il nobile carattere del suo lodato. Ei non seppe , per 
esempio, che il duca Alessandro lo fece richiamare dal suo 
confine a Bibbiena per mezzo della magistratura degli Otto, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 163 

il dì 23 marzo 1536, stile comune, in premio dell'averlo fe- 
delmente osservato; e che il magnanimo cittadino , sdegnando 
di tornare per viver servo, a Firenze, siccome gliene dava 
diritto la grazia, preferì di andare a raggiungere i fuorusciti. 
Il nostro amico e collega Gaetano Milanesi pubblicando nel 
Giornale degli archivi toscani , nel 1863 , alcune lettere inedite 
del Giannotti , scritte per la più gran parte mentre stavasi dap- 
presso al cardinale Ridolfi ed alcune ancora dopo la morte di 
lui, rilevò da queste ultime come , mancatogli questo suo pro- 
tettore, altro ne trovò nel cardinale di Tournon col quale due 
volte almeno fu in Francia. Vuol pure aggiungersi che nel 1571 
essendo morto Tommaso Aldobrandini , fu Donato Giannotti 
eletto in suo luogo segretario dei brevi di papa Pio V, officio 
che ritenne per brevissimo tempo , avendosi da un dispaccio 
del residente fiorentino a Roma del dì 5 novembre dell'anno 
istesso che il papa havendo fatta esperienza del Giannotto 
deputato da lui secretario, ha revocato quella electione come 
fatta di persona inabile per età, per valore et per pratica, 
con poca riputatione detti cardinali Aldobrandino (poi Cle- 
mente Vili) e Maffeo che l'harevan proposto , et con dispia- 
cere del Sangalletto, di Pierantonio Bandini e del Bussotto 
die lo favorivano. Ove si eccettuino queste omissioni la vita 
del Giannotti, come la scrive il Tassili, è particolareggiata 
con molta esattezza , ed è tratteggiato da maestro pratico della 
materia che deve trattare il quadro della storia contemporanea, 
in specie della fiorentina, nel quale fa campeggiare il suo eroe. 

La seconda parte dedicata alle dottrine politiche è la mi- 
gliore del libro; ed in essa ampiamente si svolgono e si com- 
mentano le teorie esposte dal Giannotti nel Discorso sopra 
il fermarle il governo di Firenze l'anno 1527 , e nel Trattato 
detta repubblica fiorentina; lasciando in disparte quelle svolte 
nel Libro de la republica de' Veneziani. 

Se noi dovessimo seguire passo a passo l'autore, dovremmo 
esporre tutto il sistema di libero reggimento che l'ultimo se- 
gretario della repubblica proponeva a Clemente VII per dotare 
la patria d'istituzioni che chiudessero affatto l'èra delle rivo- 
luzioni e le dessero un assetto in cui potesse viver tranquilla; 
che a tutti i cittadini porgessero modo di ottenere regolar- 
mente la soddisfazione dei propri bisogni e lo sfogo delle 



164 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ambizioni legittime, interessandoli al governo e consacrando 
il principio della elezione. Noi non possiamo tener dietro al 
Sig. Tassin nella esposizione di queste teorie, le quali esamina 
paratamente da pari suo , e riportandosi al tempo in cui fu- 
rono scritte, e discorrendone colle idee dell'uomo che vive 
ai dì nostri; dell'uomo che dalla storia trae l'esperienza 
necessaria per accettare o combattere quello che gli sembrò 
più o meno buono. Ottime in generale sono le osservazioni 
colle quali l'autore accompagna l'esposizione del piano poli- 
tico proposto da Giannotti per la repubblica fiorentina,, e gliene 
facciamo gratulazioni sincere : e non sappiamo come poter 
meglio chiudere questo breve articolo che riportando a lode 
del Giannotti le parole con le quali il Sig. Tassin pone fine 
al suo libro. « Risulta , egli scrive , da quello che abbiamo 
« detto che Giannotti definisce le libertà , il predominio della 
« legge sulle volontà individuali ; e che gli ordini politici 
« ch'egli propone rimettono il governo nelle mani dei citta- 
« dini , costringendo i governanti non meno che i governati 
« all'obbligo delle leggi morali. Ora, l'insegnare una politica 
« che s' ispira al rispetto della morale , all'amore della libertà 
« e della giustizia , non è piccolo merito , in specie se rammen- 
« tiamo che il Trattato della repubblica fiorentina fu scritto 
« in un tempo, nel quale la frode e la ipocrisia, riuscendo 
« a compiere atti colpevoli che richiedono prontezza di spirito 
« e fertile invenzione , ottenevano soddisfazioni corrispondenti 
« a quelle che a' dì nostri accompagnano l'audacia e la forza 
« quando trionfano a danno del dritto ». L. P. 



Notizie della vita del marchese Alessandro Malaspina; Me- 
moria di Giuseppe Campori. Seconda edizione emendata 
e notevolmente accresciuta. Modena , Tipografia dell'ere- 
de Soliani , 1868. - In 4.° di pag. 26. 

Di Alessandro de'marchesi Malaspina, ardito navigatore 
lunigianese del secolo scorso , aveva già tenuto a lungo pa- 
rola il sig. Giuseppe Campori nel IV volume delle Memorie 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 165 

della R. Accademia modenese di scienze, lettere ed arti. Ora 
egli ha ripreso tra mano siffatto lavoro , e l'ha accresciuto e 
arricchito in maniera che può dirsi del tutto nuovo , princi- 
palmente mercè l'aiuto di parecchi importantissimi documenti 
da esso di fresco trovati. 

Comincia col darci la data precisa della sua nascita , av- 
venuta in Mulazzo ai 30 di agosto del 1749, non già ai 5 di 
novembre del 1754, come erroneamente si credeva. E racconta 
che al nostro Alessandro, nato di Carlo Morello e di Caterina 
de'marchesi Melilupi di Soragna , venne presto in uggia la 
vita oziosa de' suoi maggiori: perciò datosi tutto agli studi , 
desideroso di gloria, lasciò l'avito castello e corse in Spagna 
ad offrire i suoi servigi al re Carlo III. Guardia marina nel 
Dipartimento di Cadice l'anno 1774, guadagnò all'assedio di 
Melilla l' insegne di cavaliere e nome di valoroso ed esperto 
uomo di mare. Alfiere di fregata nel gennaio del 1775 , poi 
di vascello ai 16 marzo dello stesso anno, nella guerra con- 
tro gli Inglesi die tali prove di coraggio che gli valsero il 
grado di tenente di vascello ai 3 febbraio del 1780 e quello 
di capitano di fregata ai 29 ottobre del 1782. 

Queste notizie, la maggior parte delle quali erano fino a qui 
sconosciute tra noi , le ha desunte il sig. Campori da un'at- 
testazione autentica formata sui documenti degli archivi spa- 
gnuoli dal tenente generale Paria. Da due lettere poi dello 
stesso Alessandro Malaspina , possedute dal nostro Autore e 
già da lui pubblicate nella prima edizione dell'operetta pre- 
sente e dall'aiuto che gli hanno recato parecchie carte ine- 
dite conservate nell'Archivio di Parma e presso il marchese 
Carlo Malaspina, ha esso potuto dipingerci al vivo la vita 
scientifica e darci una storia compiuta de'viaggi del Mala- 
spina. 

Carlo III secondando la voga d'allora de'viaggi e delle 
scoperte marittime , parecchi ne aveva fatti intraprendere 
dalle sue navi. E il Malaspina fu prima a Manilla e ad altri 
luoghi delle coste del mare indiano ; poi per nuovo incarico 
del re , mosse pel capo Horn , approdò a Lima , esplorò le 
coste del Perù , visitò le Filippine e tornò in Spagna per il 
capo di Buona Speranza. Da Cadice salpava con due corvette 
ai 30 di luglio del 1789 per un nuovo e più importante 



i<)<» K ASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

viaggio, menando seco uno zoologo, un botanico, un 
filologo e un disegnatore. Quale scopo si proponesse , ri- 
levasi chiaramente da una lettera che esso scriveva al 
suo amico, il marchese Gherardo Rangone , poco innanzi 
di partire; e di questa mi piace qui riportare il brano se- 
guente: « Mi confermo ad ogni momento di non l'are il prin- 
cipal oggetto del viaggio gli scoprimenti. In quanto all' istoria 
naturale , che coglieremo in tutta la sua estenzione inclusa 
la litologia secondo i principii di M. de Saussure, sarà cer- 
tamente un punto nel quale non trascurerò parte veruna. 
I professori sono molto buoni , e sopra tutto pieni di zelo e 
di una grande resistenza al travaglio. Non vi vuol nulla meno 
per seguire le tracce de'signori Banks , Solander , Forster e 
Sparman. Una delle cose nelle quali fisserò l'attenzione sarà 
in visitare quelle isolette informi trovate da viaggiatori ante- 
riori , per vedere il loro stato dopo quindici o venti anni e 
confermar la supposizione; che si vadan formando poco a poco 
fino ad esser poi abitabili ed abitate. Vorrei pur anche inda- 
gar qualche cosa sopra il livello de' due mari Atlantico e 
Pacifico verso l' istmo di Panama. Quantunque non possiamo 
indagare a motivo del tempo e delle montagne intermedie che 
la parte corrispondente al mar Pacifico, non sarebbe difficile, 
che eseguissero 1' altra metà officiali destinati all'America 
occidentale in dirittura dell'Europa, tanto più che comparati 
esattamente i strumenti e valendosi dei livelli piuttosto che 
de' barometri , forse si potrebbe conseguire una utile appros- 
simazione. Le Filippine somministreranno realmente a' fisici 
nuovi oggetti tutti interessanti. Riunito colà a un eccellente 
naturalista, che da molti anni vi studia, potrò far pubblici 
i suoi travagli realmente importanti : il sistema delle maree 
vi è periodico , ma tutto nuovo : vi si rintraccia un idioma 
già quasi estinto, i cui caratteri son tutti uguali ai segni del 
Zodiaco, la musica, i costumi della nazione Malaya vi sono 
analizzati ; la grande evaporazione del corpo umano e la poca 
consistenza o facil dissoluzione de' loro ossi vi è chiara- 
mente dimostrata; finalmente la teoria de' vulcani colà sicu- 
ramente deve sistemarsi per la grande dovizia che ve n' ha o 
spenti o in azione. Ma la storia dell'uomo sarà soprattutto 
varia in questo viaggio , perchè molte lingue indiane stanno 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA IfiT 

solo depositate in mano di pochi frati , ed il nostro vivere 
fra loro ci somministra moltissimi dettagli che non possono 
assolutamente scoprire le altre nazioni , perchè né la legi- 
slazione , né la religione gli avvicina tanto a' loro popoli con- 
quistati come a noi altri succede » (1). 

Innanzi di spiegare le vele scriveva di bel nuovo al suo 
amico e gli diceva: « L'estensione che ha dato S. M. a questo 
viaggio inerita poi l' interesse de' savi qualunque siensi le 
risulte, forse per esser somigliante impresa d'altri omeri 
soma che de' miei. Le ricerche sopra la costa Patagonica 
saranno compiute, posciachè vi ritornerò al secondo anno, se 
mai nel primo o le terre dell'arcipelago di Choni o qualche 
parte di Chiloè a motivo dell' inverno non restassero ben co- 
nosciute. Si tratta pur anco di un nuovo riconoscimento della 
costa settentrionale del mar Pacifico, se mai l'adempimento 
felice del destino primario , le apparenze di una buona estate 
e le ulteriori istruzioni dedotte dai discorsi e riflessioni qui 
fatte paressero esigerlo , senza offendere quei che ci hanno 
preceduto » (2). 

Visitato che ebbe il Malaspina l' isola della Trinità , 
approdò a Montevideo : ed esaminata la costa del Rio 
della Piata, riconobbe la riva orientale Patagonica e le 
isole Malvine. Superava poi il capo Horn e giunto ad Acapulco 
nel Messico vi rimase fino al 1791 per approvigionarsi, dopo 
aver visitato la costa del Chili e dell' isola di Juan Fernandez 
veleggiando da Valparayso per il Callao, Guayaquil e l' istmo 
di Panama. Da Acapulco mosse allo stretto indicato da Fer- 
rerò Maldonado ed il monte Sant'Elia; tornatovi, passò a 
visitare le isole Mariane e quella di San Bartolommeo ; 
mandata una sua nave a Macao, recossi alle Filippine. Ai 21 
di settembre del 1794 approdava a Cadice dopo aver navigato 
lungo le coste della Nuova Olanda , dopo aver veduto e visi- 
tato le isole di Mindoro , di Panay, eli Negros , degli Amici 
e di Babacos. 

Onorato dal re, festeggiato da' dotti, già dava mano a scri- 
vere il Malaspina la relazione del suo viaggio, quando a un 



(1) Pag. 23. 

(2) Pag. ?3. 



168 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tratto venne posto in prigione , privato degli onori e dello 
stipendio, condannato per dieci anni e un giorno nelle segrete 
del castello di Sant'Antonio della Corogna; solita mercede che 
dà la Spagna agli Italiani che alla gloria di essa consacrano 
il proprio ingegno ! Da che fosse cagionata una sì grande 
sventura è controverso ed incerto ; ma con assai di probabi- 
lità sembra una vendetta che si pigliò contro il Malaspina 
Don Manuel Godoy , drudo della regina, alla quale garbava 
torte il navigatore Lunigianese. Tornato in Italia dopo tanti 
travagli visse vita modesta, e morì ai 9 d'aprile del 1810 in 
Pontremoli. 

Tranne le osservazioni astronomiche fatte durante il viag- 
gio, che a modo di sunto vennero in luce nel 1809, è tuttavia 
inedito il lavoro del Malaspina, che si credeva perduto e che 
fu di recente scoperto negli archivi della direzione idrografica 
di Madrid, per opera del conte Corti, ministro del Regno 
nostro in Spagna. Già il commendatore Cristoforo Negri, pre- 
sidente della Società geografica italiana , faceva caldi voti 
perchè si stampasse ; voti che ripete del pari e a ragione quel 
valentuomo del Campori in questa bella e dotta memoria, colla 
quale degnamente illustra la vita e gli studi di un grande e 
sventurato italiano. 

Giovanni Sforza. 



Letture di Bibliologìa, fatte nella regia Università degli 
studi di Napoli, durante il primo semestre 1865, da Tom- 
maso Gar. - Torino, stamperia dell'Unione tipografico-edi- 
trice , 1868. Un volume in 8vo di pag. xvn , 338. 

Alla operosità piuttosto unica che rara di Tommaso Gar, 
direttore dell'Archivio dei Frari in Venezia, e collabora- 
tore benemerito di questo periodico , dobbiamo la pubblica- 
zione di un'opera di cui l' Italia sentiva il desiderio, malgrado 
il riputato lavoro di Giuseppe Mira palermitano. E noi stemmo 
lungo tempo incerti prima di deciderci ad offrirne una rela- 
zione, giacché le svariate cognizioni onde si abbelliscono 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 169 

queste letture ne rendevano quasi impossibile un adeguato 
compendio. Ma vinse in noi la brama di sodisfar, per la parte 
nostra, al voto espresso dall'autore , che l'occuparsi con spe- 
ciale riguardo di un simile argomento potesse « invogliare 
qualche bravo giovine a percorrere la carriera delle biblio- 
teche , per amore della scienza in sé stessa e nelle sue mol- 
teplici applicazioni ai bisogni morali e civili della patria e 
della umanità » (1). 

Il libro che abbiamo ira le mani comprende quattordici let- 
ture , seguite da due appendici. La prima lettura serve d' in- 
troduzione al corso. Trattano la seconda e la terza della scrit- 
tura e dei manoscritti in genere , e della dottrina di questi. 
La quarta e la quinta del passaggio dalla scrittura alla 
stampa, e della invenzione e perfezionamento della tipografìa 
fino ai nostri giorni. La sesta, la settima e l'ottava, delle pub- 
bliche biblioteche nell'evo antico, medio e moderno in Eu- 
ropa e negli Stati Uniti d'America, ma più specialmente in 
Italia. Discorrono la nona, la decima, 1' undicesima e la do- 
dicesima la fondazione, l'ordinamento e l'amministrazione di 
una biblioteca, e quindi de' cataloghi e de' libri rari e pre- 
ziosi. La decimaterza dice del commercio librario duranti i 
secoli. L'ultima lettura manifesta taluni desideri. Hanno poi 
le appendici una grande importanza, per chi apprezzi, nella 
prima, le difficoltà che l'autore dovette incontrare nel rac- 
cogliere , a mo'di rassegna e in ordine cronologico, i più note- 
voli sistemi bibliografici (2); e nella seconda l'aver dato un ca- 
talogo di ben 689 opere nelle lingue colte d'Europa, che svi- 
luppano l'argomento di cui è questione in ogni lettura (3). 
L'autorità grande dell'autore in siffatta materia ci persuase 
che le sue idee , quando non sono originali , raccolgono lo 
stillato anche della dottrina e della esperienza altrui ; e ci 
fanno desiderare la comparsa a luce della seconda edizione, 
che conterrà la sostanza di altre letture tenute dall'autore 



(1) Pag. 24. 

(2) Pag. 258-281. 

(3) Pag. 285-338. Le opere citate nella seconda appendice .sono : I09 in fran- 
cese, 1 80 in italiano, 44*2 in tedesco, 61 in inglese , 98 in latino , 6 in spagnolo, 
2 in olandese, 1 in polacco. 

Alien. St- tra., 3 a Sprie, T IX P II. 22 



170 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

medesimo presso la università di Napoli, nel primo semestre 

del 1866 (1). 

Muoveremo il passo nel condurre questa rassegna, ripe- 
tendo i desiderii che il Gar esprime a conseguire il miglior 
progresso degli studi bibliografici, e quindi della universa 
coltura. Vorrebbe si fondassero Scuole di Bibliologia allo 
scopo di creare, come in altrettanti seminari, gli impiegati 
delle biblioteche, e affinchè la cura tanto importante non 
sia affidata a persone inette , che non abbiano data prova 
alcuna del proprio valore (2). Vorrebbe che uno Statuto o 
Regolamento generale per tutte le biblioteche del regno, 
giusta le promesse, venisse finalmente pubblicato. In essa legge 
dovrebbero esser notate le cognizioni di chi aspira agli uffizi 
delle biblioteche, essere d'obbligo la revisione dei regolamenti 
interni , compilati i cataloghi con metodo possibilmente uni- 
forme , provveduto da commissioni speciali all'acquisto e al 
cambio dei libri (3). Crederebbe molto opportuna la istitu- 
zione di una Società di Bibliografi, che oltre a promuovere 
l'utilità morale e la ricchezza delle biblioteche in Italia , 
curasse la conservazione delle opere preziose stampate o ma- 
noscritte , e si ponesse in relazione con altre consimili società 
altrove esistenti (4). Altro suo desiderio sarebbe che , come 
la Francia, la Germania e l'Inghilterra vantano opere ge- 
nerali di bibliografìa , così l' Italia ricca di particolari biblio- 
grafie , intendesse a fonderle insieme , preparando a sé un 
degno monumento (5). Inoltre consiglierebbe una Storia 
prammatica delle biblioteche italiane fondata sopra documenti 
editi e inediti ; e se la soverchia difficoltà dell' intento ne im- 
pedisse la sollecita effettuazione, vorrebbe si compilasse per 
le pubbliche biblioteche d' Italia una guida o indirizzo, come 
quello che il Pertzholdt nel 1845 a Dresda e nel 1853 ad Halle 
compose per la Germania (6). Un altro desiderio che riflette 
la fondazione di un giornale delle biblioteche , venne attuato 

(<) Pag. 188. 
(2 Pag. 16, 248. 

(3) Pag. 17, 248 -2 49. 

(4) Pag. 18. 

(5) Pag. 20. 

(6) Pag. 56-Ó7, 250, 325 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 171 

recentemente in Genova per opera di Eugenio Bianchi (1). 
L'autore finalmente propone un proprio sistema bibliografico 
per bene ordinare qualunque biblioteca: esso poggia nel con- 
siderare ogni ramo dello scibile come suprema unità « alla 
quale si sottomettano in ordine razionale le singole parti co- 
stituenti » (2). Uno schema generale di classificazione accom- 
pagna il progetto. Di altre riforme parleremo brevemente in 
appresso. 

E intanto notiamo che il Gar, comunque dia ai libri su- 
prema importanza , non disconosce che la vita dello spirito 
umano riceve più possente alimento dalla socievolezza e dalle 
rei azioni intime e frequenti fra gli uomini (3). È dessa una 
massima che ben raccomanda l'autore , non tenero , come 
tanti , del proprio subietto fino alla cecità. Egli conosce ab- 
bastanza il mondo ; molti furono e sono gli alti personaggi 
che incontrò per la sua via non solamente in Italia , ma in 
Germania ed altrove ; tante persecuzioni ebbe a durare che 
gli furono mosse dagli amici delle tenebre, che non dobbiamo 
meravigliare se egli non divenisse scopo alla famosa minac- 
cia del nostro Giusti: Bevilo scibile Tomo per tomo, Sarai 
chiarissimo Senz'esser omo. 

Mentre lo spirito sociale esercita fra i presenti la sua po- 
tenza , i libri la estendono alle più lontane generazioni. Da 
ciò la notevole entità di essi e il debito di conservarli oppor- 
tunamente. In Italia , prima che altrove , col rinascimento 
della classica letteratura, crebbero le biblioteche; ma le mi- 
sere condizioni politiche tolsero ben presto a lei anche code- 
sto vanto ; sebbene non si possa dire che fino ai primi decenni i 
del nostro secolo , le biblioteche in generale rispondessero 
all' intento della loro istituzione. Soltanto da circa tre nt' anni 
creandosi in Germania la Scienza delle biblioteche , si trovò 
la giusta guisa di applicare questi mezzi di educazione al fine 
sociale , tenendo conto delle varie qualità di biblioteche , se- 
condo che sono nazionali, universitarie, municipali o di arti e 
mestieri (4). Ad ognuna di esse , gioverà come principio di 

(1) Pag. 251. 

(2) Pag. 188. 

(3) Pag. 3. 

(4) Pag. 6-9. 



172 RASSEGNA BIBLI0GRAFH3A 

ordinamento il sistema reale o per materia, giusta il quale 
si ha cura «di porre in relazione naturale ciò che nello sci- 
bile vi ha di omogeneo , procedendo analiticamente dal ge- 
nerale al particolare » (1). 

Spetta ad un buon bibliotecario il merito maggiore se 
l'impresa dell'ordinamento e dell' amministf azione vinca le 
molte difficoltà inerenti a tale materia. L'autore , e con le 
proprie e con le parole dell'Ebert , traccia 1' ideale di un 
bibliotecario , dell'uomo del sacrifìcio , che non può fissare la 
sua predilezione sopra qualche ramo del sapere , e vive igno- 
rato con l'amara persuasione di non poter mai sodisfare 
in tutto all'ampiezza dell'ufficio suo (2). Scarso è il numero 
di coloro che si danno agli studi bibliografici , perchè doman- 
dano « una quasi università di cultura , un intelletto bene 
ordinato , un ottimo gusto , una indefessa pazienza » ; e poi 
c'è pericolo che la bibliografìa degeneri in bibliomania, la 
quale nata in Olanda sul chiudersi del secolo xvn , pose sua 
stanza nell'Inghilterra (3). E pure i libri recano spesso 
all'animo la possente consolazione di conversare coi morti , 
che sono talvolta più vivi dei vivi (4). 

Narrano le tradizioni dell'Egitto che la scrittura si cono- 
scesse 3500 anni avanti l'era volgare. Fu colà privilegio dei 
sacerdoti; ma in Grecia divenne mezzo di universale incivi- 
limento , e il libro era considerato sacra cosa , e nei templi 
stavano depositate le opere dell' ingegno poetico e filosofico. 
Quando decadde la vita pubblica dei Greci, la letteratura de- 
generò anch'essa (5) e, divenuta scopo a sé medesima, ap- 
piccò alla succinta veste le frangie della rettorica e della 
pedanteria. Si dica lo stesso della letteratura romana , che 
fu tutta d' imitazione, anche nella satira , e questo affermiamo 
contro il pensiero di Lucilio antico e del nostro autore (6). 

Può trovarsi civiltà senza scrittura, ma la perfetta civiltà 
domanda un sistema di scrittura più o meno corretto Nella 

(1) Pag. <M 12. 

(2) Pag. 13-14. 

(3) Pag. 49-20. 

(4) Pag. 22. 

(5) Pag. 10IH07. 

(6) Pag. 27. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 173 

fonetica degli Egiziani , Uhlemann difende il principio sillabico, 
contrariamente a Champollion , a Lepsius e a Brugsch. Ma se 
l'alfabeto è d' invenzione semitica , non è certo del pari che 
gli Ebrei fossero i primi ad usarlo, giacché le tavole del De- 
calogo non paiono esserne state il monumento più antico. La 
triplice scrittura cuneiforme , e le italiche antiche affaticarono 
con successo più o meno fortunato , le indagini dei dotti ; 
ma l'etrusco rimane tuttavolta un mistero. Fra i modi di scrit- 
tura abbiamo nell'Arabia, la himj aridica, la cufica, la mo- 
derna iniziata dal Corano. Nella Germania il tempo fé' seguire 
alla scrittura runica la gotica di Ulfila, la latina dei Me- 
rovingi , dei Longobardi , dei Carolingi (1). Oggi i Tedeschi 
riprendono generalmente la tradizione della scrittura latina, 
interrotta dalla fine del secolo xm con l'uso della maniera 
gotica. 

La interpunzione (?) discende, quale conseguenza, dal prin- 
cipio alfabetico. Gli Ebrei, i Greci e i Latini ebbero i punti , 
le virgole, gli accenti; sulla fine del secolo vili cominciò la 
separazione delle parole; il segno interrogativo e la parentesi 
non si usarono prima del xv, e Aldo Manuzio introdusse altri 
segni d' interpunzione. 

Le~ opere più importanti dell'umano intelletto stanno con- 
segnate sul papiro , sulla pergamena, sulla caria di bam- 
bagia e di lino. La scoperta dei più copiosi papiri greci e la- 
tini fu fatta in Ercolano , città dissepolta, dopo diciassette se- 
coli dalla eruzione del Vesuvio , nel 1738. Di 1790 papiri che 
furono trovati in alcuni armadi , mille restano ancora a 
svolgersi con quell'arte stupenda che noi ammirammo prati- 
cata nel museo nazionale di Napoli (3). Papiri egiziani abbiamo 
in (niella vece veduti nel museo imperiale di Parigi. La per- 
gamena fu di uso più comune del papiro , e traevasi dalle 
pelli dell'agnello, della pecora, della capra e perfino della 
gazella; ma la più pregiata pergamena velina era tolta dal 
vitello nato morto. Il passaggio alla carta bambagina è se- 
gnato dai palimpsesti ; codici in pergamena raschiati e re- 



ti) Pag. 28-33. 

(2) Pag. 34 37. 

(3) Pag. -H3. 



174 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

scritti. La carta bambagina fu importata dagli Arabi in Ispa- 
gna al principio del secolo vili; e nel secolo xiv si perfezionò 
in Italia la carta di lino, dalla quale è incerto se fosse in- 
ventata n e 11' Italia stessa o nella Germania (1). 

Gli arnesi da scrivere furono, presso gli antichi, da quin- 
dici a venti; principali, il rigo, il compasso, lo stilo, il 
calamo , il temperino, la forbice , il calamaio. Col papiro e con 
la pergamena usavasi il calamo, che temperavasi con un col- 
tello detto scalpriim librarium. Su tavolette, spalmate di 
cera, era in uso lo stilo di ferro. Praticavasi anco il pennello , 
comesi fa oggi ancora dai Cinesi; mala penna comparve col 
finire del secolo vi. Denso e untuoso era V inchiostro che , 
fatto con fuliggine e gomma, chiamavasi atramentum scripto- 
rìum. Nel medio evo ve n'era a vari colori ; più notevole il 
rosso di minio. Sembra che gli antichi scrivessero , come fan- 
no tuttavia gli Orientali, sui ginocchi o sulla palma della 
mano sinistra (2). 

I manoscritti hanno la loro dottrina che costituisce la 
parte essenziale della paleografia. Per essa vuole stabilirsi il 
tempo di un manoscritto dall'esame della sua parte estrinseca 
o sia dal formato , dalla legatura che talvolta era umile , ma 
tal' altra di una sontuosità senza pari, dalla segnatura o indi- 
cazione dell'ordine dei quaderni, dalle miniature che giunsero 
al massimo di perfezione sul principio del secolo xvi (3). A chi 
domanda quali opere in certi tempi e paesi furono trascritte 
in maggior numero , non si potrebbe finora adeguatamente 
rispondere ; ma a chi volesse sapere dove più si trascrivessero 
codici, dovremmo dire in Italia, donde, grado a grado, si 
estese codesto lavoro all' Inghilterra , alla Francia , alla Ger- 
mania. I codici greci , anche prima della caduta di Costanti- 
nopoli (4) , erano copiati e propagati a Firenze , a Bologna , 
a Mantova, a Milano , a Roma; mentre è notevole che, nel 
mezzogiorno d' Italia , non si abbiano , di quel tempo , co- 
dici greci. Cento altre attenzioni suggerisce l'autore perchè 
si conosca la provenienza e le vicende dei codici manoscritti 

(1) Pag. 41. 

(2) Pag. 42-44. 

(3) Pag. 46-52. 

(4) Pag. 127. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 175 

e domanda che si osservino i nomi dei possessori, gli stemmi, 
i titoli od omessi al tutto o inesatti , le date secondo i diversi 
computi cronologici (1). Lo studio delle forme varie delle 
scritture, o sia la scienza paleografica, chiarisce meglio d'ogni 
altro la data di un codice ; e con miglior sicurezza si potrebbe 
ottenere questo intento ove, come l'autore desidera (2), si 
approfondisse lo studio della specie di scrittura d'una stessa 
nazione , non solo , ma delle varietà notevolissime che intra- 
vengono fra provincia e provincia, specialmenie in Italia (3). 
L'umanità progrediva sempre, e la mirabile invenzione 
della scrittura si chiariva impari a tanto progresso. Il mezzo 
più efficace e prodigioso a raggiungerlo fu la tipografia. « I li- 
bri , grazie alla stampa , divennero non soltanto vincoli ge- 
nerali delle idee e delle esperienze dei tempi scorsi , ma ter- 
mometri infallibili del presente , precursori e antesignani 
dell'avvenire , fili conduttori a cui s' intrecciano i quotidiani 
e futuri interessi della società e dello Stato , indispensabili 
fattori di civiltà , vocale e pubblica conversazione dei popoli 
intorno ai propri destini » (4). Ma prima che la grande in- 
venzione della stampa venisse a sodisfare il bisogno tanto 
imperioso della diffusione dei lumi , parziali progressi eransi 
fatti , che lunghi secoli soltanto dovevano condurre a compi- 
mento. L'arte di imprimere sopra cilindri , embrici o mattoni 
di terra cotta la descrizione di un fatto era conosciuta in 
tempi assai lontani da noi , dagli Assiri , dai Babilonesi , da- 
gli Egizi , dai Cinesi , dai Caldei. Maometto e i califfi e gli 
imperatori mongoli e il tartaro Tamerlano , premendo sulla 
pergamena la palma della mano bagnata di un liquido rosso, 
simulavano la nostra firma. Nelle tesserae signatoriae , con le 
quali gli antichi marchiavano gli schiavi , le bestie , il pane 
e gli utensili, le lettere, cosa notevole, erano scolpite a ri- 
lievo e all' inverso; e così pure nei sigilli che, residuo della 
catastrofe di Pompei , ci furono veduti nel Museo nazionale 
di Napoli. Le storie della Grecia e di Roma hanno frequente 

(1) Pag. 83-60. 

(2) Pag. 61. 

(3) Pag. 61-62. 

(4) Pag. 65. L. Premei» , Ausgewàhltt Aufsiitze ; Borlin, 1864, pag. 881 
e seguenti. 



176 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

menzione d' intagli su tavolette di legno (1). Si sa dei Cinesi 
che fin dal secolo x dell'era volgare , incidevano su tavole 
di pietra , e più tardi di legno, i loro libri classici, e poscia 
li imprimevano. Essi, verso il 1280, adoperarono i tipi mo- 
bili in terra cotta ed in rame. -L'arte d'intagliare in legno si 
addomanda silografia e , come pensa l'autore , essa precede 
l' incisione delle carte da giuoco , le quali , con molta vero- 
simiglianza e come s' impara dai documenti , furono fabbricate 
in Italia prima che altrove. Così la invenzione delle carte 
da giuoco segnò il passaggio tra la silografia, di cui si con- 
servano a rappresentanti alcuni libri, e la tipografìa (2). 

L'arte tipografica fu trovata da Giovanni Guttemberg di 
Alagonza. L'autore non consente tal primato all'Olanda , e 
nemmeno all' Italia che reca innanzi il suo Panfilo Castaldi 
da Feltre ; non pensa che gli argomenti addotti in nostro 
favore sieno senza contrasto. La prima opera stampata dal 
Guttemberg , in compagnia di Giovanni Fust , fu la Bibbia in 
42 linee , nel 1452. Pietro Schòffer perfezionò le lettere e l' in- 
chiostro da stamperia. Il secreto non fu potuto conservar lunga 
pezza , e in Italia lo recarono nel 1464 i due tedeschi Schwein- 
heim e Pannarz che stamparono nel monastero di Subiaco 
presso Roma la Grammatichetta del Donato e nel 1465 , a 
tipi mobili , l'opera del Lattanzio. Passarono poi a Roma ove 
erasi stabilito ad un tempo Udalrico Hahn. Nel 1469 venne 
chiamato dal cardinal Caraffa, Giorgio Lauer di Wùrzburgo, 
e venne, dal 1471 al 1475, Adamo Rot. Roma contava allora 
più di venti tipografi e ne sorse una nobile gara. Nel 1469 , 
Giovanni da Spira portò in Venezia l'arte , e vi stampò le 
Epistolae ad familiares di Cicerone e, in cento esemplari, la 
Historia naturalis di Plinio. Vindelino da Spira continuò le 
imprese del fratello. A Milano uscirono impressi i primi libri 
greci e a Mantova i primi ebraici , nell'anno 1576. Seguono 
le altre città italiane , Foligno , Verona , Treviso , Bologna , 
Ferrara, Napoli, Pavia e Firenze tra il 1470 e il 1471. Nei 
primi quarant'anni dalla invenzione, novanta luoghi d'Italia 
avevano officine tipogràfiche. Francia , Svizzera , Ungheria , 



[\ ) Pag. G9. 
(2) Pag 60-73. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 177 

Paesi Bassi, Inghilterra, Spagna, Boemia, Portogallo vantano 
in pochissimi anni dappoi , la introduzione della mirabile 
arte (1). 

La quale , da prima rozza , crebbe a sempre maggior per- 
fezione. Noi non seguiremo l'autore nella minuta disamina 
dei successivi miglioramenti introdotti. Diremo solo che Aldo 
Manuzio adoperava in Venezia il carattere italico o corsivo, 
e che Udalrico Gering , primo stampatore a Parigi in ordine 
di tempo , cominciò ad imprimere in rosso il frontespizio di 
un'opera nel 1470. Quel colore era stato usato fino dal 1457 
nel famoso Salterio di Magonza. Caratteri generali distinguono 
gì' incunaboli nel secolo xv e nei primi anni del xvi (2) : 
stampavansi per gran parte nella pergamena , il che fece dire 
al Meermann : Membrana vero,, primi quoque typograft usi 
sunt , tum ut libros suos solidiores hoc pacto redderent, 
lum quoque ut optimos codices imitarentur (3). Alla corre- 
zione era provveduto con molta cura, e dotti di primo ordine 
non sdegnavano tale ufficio : basti citare i vescovi di Aleria 
e di Teramo , i cardinali Bessarione e Piccolomini, il Poggio, 
il Valla , l'Accolti e l' insigne Erasmo di Rotterdam (4). For- 
tunata l'arte tipografica , che non solo gì' inventori e i primi 
ministri di essa le apportarono onore , ma anche in appresso 
ebbe illustri rappresentanti ; onde a tutta ragione il Gar narra 
diffusamente i meriti insigni dei tre Manuzi e dei parenti 
loro, i Torrigiani ed i Giunti, non umili tipografi solamente, 
ma letterati e critici di prima riga (5). Venezia, col favorire 
ogni progresso , sapeva acquistarsi titolo di valida proteggi- 
trice degli studi. 

E nemmeno la Francia rimase addietro alle altre nazioni. 
La famiglia degli Stefani, che fiorì dal 1502 al 1673 a Parigi, 
stampò 1590 opere diverse. Cristoforo Plantin mandò a luce , 
lavoro di quaranta compositori per quattro anni , la prima 
Bibbia polyglotta (1568-1572) né potè pagare i suoi creditori. Il 
primo stampatore in America fu Giovanni Pablos, che nel 1532 

(1) Pag. 73-81 . 

(2) Pag. 85 , 87 , 89. 

(3) Meermann, Origines typographicae. Mago Comitum, 4765 ; Har , pag. 307. 

(4) Pag. 89-91. 

(5) Pag. 93-99. 

Anr.H. St. [TAL., 3." Serie, T. IX, P. II. 23 



178 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pubblicò a Messico un libro divoto. Gli Elzeviri nei Paesi 
Bassi , i Didot in Francia, il Bodoni in Italia, il Brockaus 
in Germania stanno fra i più insigni nell'arte. La stereotipia 
forse scoperta dallo scozzese Ged ; il torchio celere , inventato 
nel 1811 da Federico Kònig, addussero , a non dubitarne , 
grandi miglioramenti all'opera della stampa (1). 

Tutti i lavori dello umano ingegno furono raccolti nelle 
biblioteche. Esse presero una larga estensione ai nostri giorni, 
ma anche negli antichi tempi , e in minori proporzioni nel 
medio evo, si raccolsero in opportuni edifizi i portati dell' in- 
telletto. La biblioteca più antica fu del re Osimandia in Egitto, 
quattordici secoli avanti l'èra nostra, e portava scritto sopra 
la porta : Medicina dell'anima. Gli embrici assiri , come 
pensa l'orientalista Oppert, furono preparati da Sardanapalo V 
nel 650 , a pubblica utilità. Un secolo appresso s' incontrano 
forse le prime biblioteche in Grecia, una fondata da Policrate 
in Samo , un'altra da Pisistrato in Atene ; ma certo quattro 
secoli prima di Cristo eranvi di simili raccolte in Atene , in 
Rodi , in Corinto. A nessuno è 'ignota l'alta fama che accom- 
pagnò dovunque la biblioteca di Alessandria , consigliata da 
Aristotile : intorno ad essa e il numero de' suoi volumi sono 
disparate assai le notizie , che mentre Aulo Gellio gliene at- 
tribuisce 700mila , altri non la fanno salire ad oltre lOOmila. 
Si divideva in tre parti. V'erano opere di molto pregio , fra 
cui gli scritti originali dei tre insigni tragici greci che furono 
pagati cinquanta talenti (27mila lire italiane) (2). A Roma, 
la repubblica non conobbe biblioteche, sibbene le private li- 
brerie di Paolo Emilio , di Siila , di Lucullo , di Crasso , di 
Cicerone , di Plinio ; ma al principio dell' impero , Asinio Pol- 
lione , giusta la testimonianza di Plinio il vecchio , provvide 
a questa necessità. Augusto, e molti degli imperatori, fonda- 
rono di cotesti pubblici istituti , dividendoli in due scompar- 
timenti , per la letteratura greca e per la latina ; ma il più 
ricco fu merito di Ulpio Traiano (3). I cristiani avendo rac- 
colto i libri della nuova fede , e insieme i filosofi e i poeti 



(1) Pag. 99-104. 

(2) Pag. 108-4 M. 

(3) Pag. \\\-\\à 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 179 

di Grecia , Costantino si fece centro alla bella gara di adu- 
nare i materiali della cultura, e il figlio Costanzo e Teodo- 
sio II ne formarono una biblioteca, che perì tra le fiamme 
nel 491 , insieme a due altre biblioteche dell' imperatore Giu- 
stiniano. Si dice che la più copiosa raccolta dell'antichità, 
bruciata dal conte di Saint-Gille condottiere di crociati , fosse 
quella di Tripoli, con circa tre milioni di volumi. Ma i vo- 
lumi , presso gli antichi , corrispondevano talvolta ai capitoli 
dei nostri libri (1). 

Nelle chiese, nelle collegiate e nei monasteri si conser- 
varono i libri, come sa ognuno, durante il medio evo. I de- 
positi si chiamavano armarli; i consoli, fin dal 581, ebbero 
nome, in Italia, di MMiothecarii J scrinarli J chartularii, a 
Costantinopoli , di chartophylaces. A Vivarese in Calabria , 
Cassiodoro ministro fondò una libreria ; e Sidonio Apollinare 
ci racconta della collezione stabilita a Narbona da Publio 
Consenzio. La più rinomata e forse la più antica dei tempi 
di mezzo fu quella del monastero di Montecassino , che ridotta 
a deplorabile stato nel xiv secolo , oggi è onore d' Italia. Dai 
monaci benedettini fondatori di essa discese , nel 1624, il 
ramo dei Maurini , i quali recarono alle lettere il più alto 
servigio che ricordi la storia monastica. A chi voglia condurre 
la storia delle biblioteche nei mezzi tempi, ricorrono spontanei 
alla memoria i nomi dei luoghi ove furono stabilite , né può 
passare con silenzio Lione , Aquisgrana , Fulda , Reichenau , 
San Gallo , Corbey , York fuori d' Italia ; e in Italia, Cividale, 
Bobbio , Verona , e le collezioni conservate un tempo nelle 
abbazie di Pomposa, di Nonantola, della Novalesa, della chiusa 
di San Michele (2). 

Italia fu la prima a far risorgere gli studi classici , dopo 
che il medio evo aveva prediletta la teologia, la giurispru- 
denza e la medicina empirica. È noto il furore che dal prin- 
cipio del secolo xv eccitarono le opere degli antichi , e come 
un tanto entusiasmo fosse preparato , nel campo letterario , 
dalla famosa triade italiana, nel campo politico , da Cola di 



(1) Pag. m-<H7. 

(2) Pag. M 8-1 21 



180 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Rienzo. JI Poggio, molti gentiluomini veneziani (1) e Niccolò 
Niccoli di Firenze furono benemeriti del nuovo progresso. 
L'ultimo segnatamente , raccogliendo una libreria di ottocen- 
to volumi, pose il nucleo della famosa biblioteca Laurenziana 
di cui fu primo rettore il futuro papa Niccolò V, e che nu- 
mera oggi pochi ma eletti libri , novemila manoscritti e 
undicimila stampati (2). La biblioteca nazionale , di recente 
creata in Firenze per la unione della Magliabechiana e della 
Palatina , ha circa 220mila volumi a stampa e 14mila mano- 
scritti. Le altre principali biblioteche di Firenze e della To- 
scana noverano più che 250mila volumi. 

Niccolò V, che abbiamo poc'anzi nominato , vien tenuto 
qual fondatore della famosa Vaticana di Roma, che racchiude 
tesori , pur troppo tuttavia inesplorati per colpa di una gelosa 
politica. Molte vicende ebbe a patire quell'istituto che conta, 
come sembra, lOOmila stampati e 25mila manoscritti. Massimo 
è il pregio di questi. Havvi un Virgilio e un Terenzio del iv o 
delv secolo, la celebrata Bibbia del settimo, e il trattato de 
RepuMica di Cicerone che Angelo Mai scoperse e pubblicò. 
Inoltre la Bibbia in ebraico che domanda due uomini a sollevar- 
la , la Divina Commedia di mano del Boccaccio e da lui donata 
al Petrarca , e l'abbozzo della Gerusalemme di Torquato Tas- 
so (3). In Roma esistono molte altre biblioteche di conto che 
danno , prese insieme , il numero grande di 600mila stampati 
e di 20mila manoscritti. 

L'Ambrosiana di Milano, fondata dal cardinale Federico 
Borromeo sul principio del secolo xvn , racchiude preziosi ci- 
meli , e conta 160mila libri stampati e 15mila manoscritti ; 
e la Nazionale ha 250mila volumi a stampa. Ogni città lom- 
barda è ricca di biblioteche e vi primeggia quella dell'univer- 
sità di Pavia (4). Padova accoglie nel suo seno due bibliote- 
che con 140mila volumi. E Venezia, nella Marciana, ne ha 
altrettanti, compresi nel novero 15mila manoscritti. La più 
ragguardevole in Torino è quella dell'Università con 225mila 



(1) Arch. Star, [tal., Serie 1, T. V , anno '1853, pag. 255; Gab , pag. 120. 

(2) Pag. 129-131. 

(3) Pag. \ 32- 1 30- 

(4) Pag. 136-138. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 181 

volumi stampati e 4mila manoscritti. Compiremo quest'arida 
ma pure istruttiva statistica delle biblioteche italiane , no- 
tando che Genova , Ferrara , Modena , Bologna , Parma , Pia- 
cenza, Ravenna, Perugia, Forlì, nelle loro principali colle- 
zioni di libri , noverano a stampa circa 900mila volumi e a 
penna circa 12mila; e che Napoli sola ha pressoché 400mila 
stampati e 7mila manoscritti ; 150mila volumi possiede Pa- 
lermo, e meno di 100,000 il resto della Sicilia e la Sardegna (1). 

Auguriamo all' Italia che queste sue glorie non sieno ste- 
rili di egregi frutti per gli avvenire. Facciam tesoro della 
sapienza dei padri , per imitarla se utile e buona , per cor- 
reggerla se non risponda ai nuovissimi tempi. Né sia vano , 
a ritemprarci davvero , il considerare quanti tesori accumu- 
lassero e che cosa facessero in questa materia delle bibliote- 
che le nazioni straniere , benché venute più tardi al banchetto 
della sapienza. 

Crebbe con molte spoglie italiane , portateci via al tempo 
delle frequenti invasioni , la biblioteca imperiale di Parigi , 
fondata da re Carlo V nel 1375, e nel 1858 ricca, giusta 
la testimonianza dell' insigne bibliografo inglese Edoardo 
Kdwards, di 860mila volumi, SOOmila opuscoli , 86mila mano- 
scritti e 300mila filze di atti e documenti (2). Le altre , di 
Parigi, sono quelle dell'Arsenale, di Santa Genovieffa e 
del Mazzarino, che sommano a 530mila stampati e 13mihi 
manoscritti. Seconda a quella di Parigi per vastità è la bi- 
blioteca reale di Monaco con SOOmila volumi a stampa e 
22mila a penna. Le altre di Baviera hanno GOOmila stampati 
6mila manoscritti e a Bamberga sono accolte 150mila disser- 
tazioni. Nella città di Berlino v' hanno ben ventinove biblio- 
teche , e la Reale che contiene SOOmila stampati e lOmila ma- 
noscritti , ha pure una preziosa collezione di circa mille co- 
dici sanscriti. È singolare la ricchezza a cui pervennero, spe- 
cialmente in Germania , le biblioteche universitarie , nelle 
quali sta custodito quanto può essere meglio acconcio a pro- 
muovere la generale coltura : in esse vanno rappresentate 
le opere antiche, ma più le moderne e le nuovissime, 

(1) Pag. 138-113. 

(2) Pag. 144-1 17. 



182 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

come quelle che segnano spesso orme di vero progresso 
nell'umana scienza. Di coteste biblioteche universitarie , oltre 
le nominate, ne contiamo a Berlino, a Breslavia , ad Halle, 
a Bonn , a Kònigsberg, a Gottinga, che eccedono , tutte som- 
mate , un milione di volumi ; e ancora a Lipsia , ad Heidel- 
berg , a Friburgo, a Marburgo , a Giessen , a Kiel , a Jena , 
con circa altrettanti. Si aggiungano le altre biblioteche tede- 
sche , le quali, di volumi a stampa, ne hanno più che due 
milioni e mezzo, di incunaboli 7mila, di manoscritti 35mila: 
inoltre quella di Dresda ha 190mila dissertazioni ed opuscoli; 
e quella di Stuttgard possiede 9mila bibbie in sessantacinque 
lingue e dialetti (1). Mezzo milione di volumi stanno nella 
biblioteca imperiale di Vienna; gli istituti educativi supe- 
riori dell' impero austriaco , a Vienna , a Praga , a Pest ne 
contano insieme uniti , più che altrettanti. 

La biblioteca imperiale di Pietroburgo supera i 600mila 
stampati e i 22mila manoscritti, e la splendida libreria della 
/'/muglia imperiale, che sta sui centomila, contiene autografi 
di Voltaire. In Danimarca abbiamo più di 600mila stampati 
divisi nelle tre biblioteche di Copenhagen ; e presso l'univer- 
sità di Upsala havvi la biblioteca con 140mila volumi e 7miìa 
codici , tra i quali il Vangelo di Ulfila. Nel Belgio, la maggior 
biblioteca è la reale di Brusselles con 200mila volumi im- 
pressi , 20mila manoscritti ; la maggiore nella Svizzera è a 
Basilea con SOmila stampati ; la maggiore nella Spagna è la 
Nazionale con 200mila volumi ; ma la più considerevole è 
quella di San Lorenzo dell'Escuriale, aperta nel 1565, ed ora 
ricca di soli 35mila libri. Portogallo e Grecia, in Lisbona e 
in Atene, non vantano biblioteche superiori a 80mila volumi. 
La biblioteca del Museo britannico di Londra arriva quasi ai 
(ìOOmila volumi ; e nel resto del regno unito troviamo un nu- 
mero assai maggiore di libri , specialmente nelle due celebri 
università di Oxford e di Cambridge. In America la prima 
libreria fu fondata nel 1632 nello stato di Massachusset , ma 
rimase preda delle fiamme nel 1764; riattata, ora conta lOOmila 
volumi. L'associazione venne ivi in aiuto ad istituire le va- 



li) Pag. U7-152. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 183 

rie biblioteche di New-York , di Boston , di Cincinnati , di 
Filadelfia. New-York ha due di siffatti istituti, uno stabilito 
da Giorgio Astor, che lasciò all'uopo, morendo, la somma 
di due milioni di lire ; l'altro creato da Giacomo Smithson 
che designò inoltre premii annuali agli scopritori di qualche 
utile verità (1). 

Passate in rassegna le principali biblioteche del mondo 
antico e del nuovo , duranti i secoli , l'autore acconciamente 
ragiona intorno all'edifizio di una biblioteca e al modo di 
ordinarne i volumi , esprimendo che i registri e i cataloghi 
siano compilati per guisa da soddisfare , con la somma dili- 
genza, allo scopo di simili istituti. Noi non possiamo far altro 
che rimandare il leggitore ai luoghi dell'opera ove ampiamente 
è discorso di tale materia (2). Nel formare il catalogo scientifico 
di una biblioteca è bene evitare le divisioni artificiose e troppo 
astratte e sottili (3), non lasciandosi in ciò condurre da opi- 
nioni transitorie ed individuali; e, prima che una biblioteca 
abbia raggiunta la perfezione che s' intende di darle , è pre- 
feribile a tutto , quanto alla forma materiale , il catalogo a 
fogli sciolti (4). Solo una osservazione ci permettiamo di 
fare, ed è questa : la revisione annuale o biennale di tutti i 
libri esistenti in una biblioteca, che l'autore consiglia (5), 
potrebbe risparmiarsi, allorquando codesta revisione si sia fatta 
con grande accuratezza ad epoche pur lontane, e siasi tenuto 
conto »in seguito, dell'acquisto di nuovi libri e della loro 
collocazione. 

Come si procederà all' incremento di una biblioteca? Vasto 
tema e difficile che trova la sua soluzione nell'uso a cui l'isti- 
tuto si destina , subordinato ai mezzi pecuniarii onde si di- 
spone. Le biblioteche speciali vogliono tutto raccogliere in un 
dato ramo del sapere ; le centrali devono sagrificare all'au- 
mento continuo e proporzionale la predilezione per certe ca- 
tegorie di studio. Alla sostanza badando, non al numero delle 
opere , il bibliotecario può talvolta alle recenti preferire le 

(1) Pag. 152-162. 

(2) Pag. 163-497. 

(3) Pag. 186. 

(4) Pag. 191. 

(5) P;«g. 97. 



184 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Pontefici, i quali poi posero modo e regola agli scavi in cerca di reli- 
quie sacre, e i dotti tolsero a discutere senza fine intorno ai segni di- 
stinta i dei sepolcri de'inartiri, al fine di riconoscerli, senza però 
tenere il minimo conto delle notizie storiche e topografiche dei ce- 
meteri ; poche ed a caso essendo a noi pervenute quelle dello sper- 
perio, del mercimonio di monumenti insigni , di cimelii rari , di 
preziosissime lapidi. Frutto di un arruffio sì indegno furono i dubbi 
da ogni parte surti sulla autenticità delle reliquie, e le altre lotte 
che lungamente si agitarono sulla sincerità pur anche de' più an- 
tichi monumenti cristiani , che non tornò ad essere consentita da 
tutti, cattolici e dissidenti, se non se ai dì nostri. E manco male 
che nel 1 688, preposto alla recognizione delle reliquie il celebre eru- 
dito Raffaello Fabretti , un qualche lume di scienza tornò a riful- 
gere ; conciossiachè nel capo Vili del suo volume delle Inscrizioni 
ragionasse di due cemeteri non rinvenuti prima dal Bosio , uno dei 
quali chiamò di Tertullino , l'altro ed a buon dritto di Castulo : 
del primo die la pianta topografica e ne illustrò da pari suo le 
inscrizioni ; ma del secondo, ancorché intatto, non la levò; e se^on 
dottrina squisita dichiarò gli epitaffi de' loculi, di questi non de- 
scrisse il sito e quelli non dispose cronologicamente. 

A R. Fabretti succede nell' ufficio il Boldetti , il quale nelle 
sue « Osservazioni sui sacri cemeteri » raccolse il frutto di trenta e 
più anni di scavi in regioni cemeteriali inesplorate, epperò ricche 
di cripte insigni, di affreschi, di sepolcri inviolati, di innumere- 
voli inscrizioni , di medaglie e arnesi di raro pregio , ed ebbe la 
più rara sorte di vedervi e leggere date consolari dei primi anni 
del cristianesimo. Ma se nel Boldetti non mancavano fede . probità , 
scienza, ossia le doti dell'incarico suo, che era di rimuovere i so- 
spetti sparsi intorno al modo di raccogliere ne' cemeteri e autenti- 
care le reliquie dei Martiri , uguale non era in lui la dottrina ar- 
cheologica ; e pensò tardi a divulgare le sue scoperte ; onde per 
molti anni raccolse , ma senz'arte ; né diligenza usò dipoi nel rap- 
presentare e disporre il nuovo e ricco tesoro de 1 monumenti per lui 
rinvenuti ; che se tutto e non solamente in parte lo avess'egli pub- 
blicato superava quello messo in luce dal Bosio. Della topografia dei 
cemeteri , del riferire a ciascheduno quel tantoché vi si era trovato, 
cura non ebbe se non quando, ed a consiglio forse del Senator Buo- 
narroti , giunse a quella parte delle sue « Osservazioni » ove di- 
cesi dei monumenti più recentemente trovati ; ed anzi egli con- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 185 

fessa che quella parte e opera precipuamente del Marangoni. Fa- 
miliari e compagni del Boldetti furono sempre il padre Antonio 
Lupi., dotto antiquario, che nelle sue Dissertazioni ec. (Faenza 1785) 
sparse molte notizie sui cemeteri e loro monumenti , ed il Maran- 
goni: il quale nel Libro II delle « Osservazioni » del Boldetti, al 
capo XVII intitolato « Catalogo e descrizione dei cemeteri ec. » dio 
invero poche piante d'angusti ipogei e descrizioni di pochi monu- 
menti, ma vi aggiunse un indice utilissimo dei siti e dei nomi di ce- 
meteri, lodevolmente usando, oltre i documenti riferiti dal Bosio , il 
martirologio Occidentale e la topografia Einsidliense. Sennonché da 
quei documenti non si seppe trarre il frutto che si poteva per tor- 
nare in luce i veri nomi , i veri siti delle cripte dei Martiri , come 
al Boldetti e al Marangoni casualmente avvenne per quella de' santi 
Felice , Adautto ed Emerita , ossia perchè scritti ne recava i nomi 
nel cemetero di Comodilla. Né vuoisi tacere che quei valentuomini 
si fecero nel seguito « a descrivere in un libro le pitture , le la- 
pidi ed ogni maniera di monumenti de'sacri cemeteri nell'ordine e 
nel modo che si venivano dissotterrando » : ma questo lavoro ap- 
punto che conducevasi a dovere , nell'anno suo diciassettesimo 
cadde preda del fuoco , e i pochi miseri avanzi furono collocati dal 
Marangoni in Appendice a' suoi « Ada S. Victor ini (Bomae 1740)». 
In questi Atti è parola tra le altre del vasto cemetero scoperto 
sotto la villa Gangalandi presso la via Salaria nuova ; se ne de- 
scrivono i varii piani e i dipinti ; se ne riferiscono gli epitaffi ; 
inoltre dicesi di parecchi altri monumenti , dei loro siti e sepolcri, 
e un primo tentativo vi si vede fatto d'inferirne la cronologia e 
di applicare la storia ai cemeteri ; tantoché se il Marangoni avesse 
raccolto in un volume e ordinate quelle notizie giusta la serie 
topografica dei cemeteri , ne sarebbe uscita una prima e ricca ap- 
pendice alla « Boma sotterranea » del Bosio. 

Di que'medesimi giorni piacque a papa Clemente XII acquistare 
!e tavole di rame fatte incidere dal Bosio e ordinarne la ristampa 
a monsignor Botlari , uomo dottissimo in lettere e nella erudi- 
zione classica e cristiana. Ed il Bottari , con rara e scelta erudi- 
zione , non però senza un qualche errore, commentò quelle tavole, 
ma come se ciascuna stesse di per sé sola , senz'avvantaggiarsi 
della topografia Bosiana , e né tampoco sostituendo cassazione di 
sorta o per etìi o per arte o per soggetti rappresentati ; infine, dei 
monumenti rinvenuti dopo il Bosio non si giovò, malgrado le 

ARCH. St. IT. Seria 3." T. IV, P. I. 24 



186 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

sita di Bologna , di Padova , di Praga , di Vienna , di Parigi. 
Quivi, nel 1292, la corporazione dei librai comprendeva 24 copi- 
sti, 17 legatori, 19 mercanti di pergamena, 13 alluminatori, 
8 negozianti di manoscritti, i quali crebbero fino a 29 nel 1328. 
Poco più tardi, Milano contava quaranta copisti di professione. 
Si noleggiavano i libri a parti, o sia. peciae, che constavano, 
ognuna, di sedici colonne a settantadue linee per colonna e 
trentadue lettere per linea. Il nolo era di quattro denari in Bo- 
logna, di cinque o sei in Padova, Vercelli e Modena. Occorreva 
una licenza del rettore dell'università, così per vendere i libri 
come per portarli fuori di città. I più famosi e gli ultimi ven- 
ditori di codici in Italia furono Vespasiano da Bisticci in 
Firenze , Melchiorre Cretese in Milano , e Giovanni Aurispa 
in Venezia (1). 

Dopo la invenzione della stampa , Aldo Manuzio e la sua 
famiglia si erano fatti venditori delle proprie e di edizioni 
altrui. Il prezzo , benché elevato , era pur inferiore a quello 
di molti altri venditori, e poi le opere uscite dalla officina degli 
Aldi meritavano la preferenza. Ma ben presto, col morire della 
libertà, decadde in Italia siffatta industria, e il veneziano 
Valgrisi eresse in Lipsia un'officina di libri nel 1560. Nella 
quale città doveva sorgere la famosa fiera libraria, che 
ebbe il suo primo modello nell'altra fiera istituita a Franco- 
forte sul Meno nell'anno 1485 (2). L'emporio di Lipsia ha sua 
origine intorno alla metà del secolo xvi, ma crebbe a straor- 
dinario progresso innanzi la rivoluzione francese , pel risor- 
gere della letteratura tedesca. Spenta fra le agitazioni poli- 
tiche d'Europa la prima società libraria del 1756, nel 1825 ne 
sorse una seconda più numerosa , che cominciò l'opera sua 
nel 1836. La fiera si tiene a Pasqua e a San Michele, e dal 1853 
se ne pubblica il catalogo (3) che accoglie le opere nuove te- 
desche e moltissime inglesi e francesi, le quali tutte son poste 
in vendita , in grazia del congegno che regge la mirabile isti- 
tuzione. La Germania ha pure de'centri secondari a Berlino, 



il) Pc.£. 22:-23". 

(2) Pag. 236-238. 

(3) Pag. 27S. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 187 

a Colonia, a Francoforte, a Norimberga, ad Augusta, a' Stoc- 
colma , a Vienna (1). 

In Francia , sul cadere del secolo decorso , da Lione a 
Parigi passò la somma del commercio librario. In Inghilterra 
cominciò a fiorire al tempo di Elisabetta. Invece il buon vo- 
lere di parecchi editori in Italia si franse contro l' ignavia 
della moltitudine. Non possiamo a meno di esprimere il vivis- 
simo desiderio e anche la fiducia che sia presto rialzato il 
credito di tutte quelle istituzioni, le quali mirano specialmene 
al progresso intellettuale e morale della nostra nazione. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 
(!) Pag. 838-24». 



BERlVAIfcDO OA VENEZIA 



ARCHITETTO DELLA CERTOSA DI PAVIA 



Fino a pochi anni sono , fu ignoto il vero architetto 
di uno dei più meravigliosi nostri ediflzi , la Certosa di 
Pavia. I più la attribuivano , dietro incerte traccie di 
qualche scritto e di tradizioni , a Matteo da Campione e 
ad un Enrico da Gmùnden nel Wùrtemberg , il quale 
chiamato nel 1390 dagli operai del Duomo di Milano a 
consultazione sovra alcune difficoltà della loro fabbrica , 
non aveva corrisposto ne soddisfatto all'aspettazione. Ma 
la buona sorte già da qualche tempo faceva pervenire 
alle mani di un egregio nostro scrittore d'arte (1) un Codice 
dell'anno 1396 , esistente ora nel grande archivio di San 
Fedele , in cui sono con chiarezza e precisione annotate 
le spese e le maggiori opere intraprese per l'erezione del 
tempio della Certosa. Questo codice prova a fior di evi- 
denza che l'architetto principale di queir insigne monu- 
mento non fu uno straniero , ma fu un Bernardo da 
Venezia , ingegnere ducale , cui Giovanni Galeazzo ado- 



(<f) Il eh. Girolamo Luigi Calvi , il Nestore dei nostri eultori e scrittori 
dell'urte. 



BERNARDO DA VENEZIA 189 

perava in Pavia per ordinare ed abbellire quella sua 
residenza. Rilevasi da quel manoscritto che Bernardo , 
quale generale ingegnere dei lavori della Certosa, per- 
cepiva all'epoca luglio-settembre 1396 fiorini aurei dieci 
il mese e eh' egli trattava continuamente con Galeazzo 
de Pegiis (ora diremmo de' Pecchi o Pecchio), ammi- 
nistratore di quei lavori , e col tesoriere Giovanni Confa- 
loniero per la continuazione della grand'opera. Che anzi, 
per consultare sulla posizione delle fondamenta, venivano 
chiamati da Pavia e da Milano sei ingegneri , pei quali 
pagavansi denari ad un antiquo tabernario ratione panis, 
vinij 3 turti's magnis et aliis dispensatis die xi mensis 
augusti in prandio eorum, e poco appresso davasi un 
compenso in denari ai maestri ingegneri Giacomo da 
Campione , Giovanni de' Grassi e Marco da Carona venuti 
da Milano a stabilire coli' ingegnere generale il modo di 
costruire la chiesa. 

Ai diciannove di settembre trovasi pure notato un 
pagamento al solito ostiere {antiquo tabernario) pel 
pranzo imbandito ai priori Certosini dell' Isola Gorgona 
e di Asti , venuti a Pavia , ed insieme a cinque ingegneri 
(dei quali il solo Bernardo è appellato col nome di 
maestro), ed allora si trattò della pianta ed elevazione 
della chiesa (prò ordinando qualiter ecclesia slare debet) 
e si accenna il trattamento che a costoro si fece : die 
xvini sept. - Antiquo tabernario prò eius solutione in- 
frascriptarum rerum per eum datarum p. infrascriptis 
dominis priorib. insutte Gorgone et Astens. ac inzigne- 
riis prefati domini Mediolani qui priores erant cimi 
famulis mi et inzignerii sunt hit . videlicet Dominicus 
de Florencia cum famulis 5 , Stephanus Magatus cum 
famulo 1 , Iohannes Magatus cum famulo 1 , lohannes 
Magatus cum famulo 1, Michael de Sulfo cum f amido 1. 
Mag. Bernar. cum famulo 1 . . . . Qui omnes congregati 
fuerunt in simul prò ordine dando occasione Carlusic 
una cum inzigneriis in de Mediolano ut infra, videlicet 



190 BERNARDO DA VENEZIA 

primo prò bochalibus' xim vini eie. Item prò pane et 
vino datis Grattano qui venti ad ordinandas corlinas su- 
per salam factam prò apparatu eie... Item prò vino , 
polastris , camìbus , ovis, et pane prò superscriptis in- 
zigneriis.... lib. 4 , solid. 16. - Item prò bochalibus sex 
vini prò onorando superscriptis tribus inzigneriis prio- 
ribus et inzigneriis qui venerimi die 29 augusti p. p., 
super sujjrascriptis laboreriis prò ordinando qualiter 
ecclexia stare debel , videlicet prò pane , vino , carni- 
bus , ovis , formagio eie. - Item prò bochalibus sex vini 
prò honorando supscr. Mag. Dominicum ( de Florentia ) 
et certos famulos domini : s. 4. - Item prò cibo et polu 
dato Mag. Iacobo de Campillono et aliis inzigneriis de 
Mediolano in vigilia B. V. Marie. S. 1 . den. VI. 

Alli 16 dicembre s'incontra un mandato rilasciato da 
Mastro Bernardo quale generale ingegnere dei lavori 
della Certosa , e dal tesoriere Confaloniero a Giovanni 
di Fusina da Campione pel pagamento di due tavole di 
selce montana per eum datas et venditas die primo au- 
gusti in Papia prò faciendo medios prò dieta Cartu- 
sia ;... e così si procede innanzi fino al 1401 in cui il 
duca ordina mutuare lire 2059 , 4 imper. ad Antonio 
Stampa mercadante in Milano e in Venezia a richiesta 
del priore della Certosa e di mastro Bernardo da Venezia 
generale ingegnere dei mentovati lavori. Questa lettera 
ducale è del 31 agosto, ed è l'ultimo documento in cui 
apparisce il nome di Bernardo ( forse morto poco ap- 
presso) mentre poi ancora in quell'anno 1401 al sette 
di ottobre troviamo memoria di un ingegnere Antonio 
Marchi da Crema , incaricato dal duca stesso della 
cura e sollecitudine della fabbrica del monastero e della 
chiesa. 

Non è di questo luogo discorrere i pregi dell' insigne 
tempio della Certosa da tutti encomiato, e per la sua 
pianta , e per V effetto interno , e più anche per l'esterno 
della parte superiore ( parlando dell'antica ) dove l'oc- 



BERNARDO DA VENEZIA 191 

chio trova 'un vero incanto. È un ediflzio a croce latina 
con archi acuti che sorreggono la grandiosa cupola , e 
con grandi colonne a fascio e capitelli ornati di doppio 
ordine di foglie che si avvicina al corintio. 

Ma questa non è la sola opera ( benché sia la più 
ragguardevole ) in cui l'architetto veneziano riuscì a se- 
gnalarsi fra noi. Dall'essere egli stato chiamato a Pavia 
dal Duca per ordinarvi la sua residenza vogliamo arguire 
ch'egli almeno in parte operasse nella costruzione del 
magnifico castello che Giovanni Galeazzo aveva inco- 
minciato fino dal 1376, e pel quale nel 1380 faceva al 
duca di Mantova ricerca di quattro o sei buoni pittori 
per decorarlo con cazias depintas et diversas fìguras et 
animalia, confessando che in Pavia era allora difetto di 
buoni maestri. E convien dire che Bernardo godesse fama 
di valente architetto, se l'opera del Duomo di Milano, 
tanto come ognun sa sollecita della sua impresa e diffi- 
cile nell'appagare le sue aspettazioni , pregava nel set- 
tembre 1391 il duca (come ne ammaestra il Giulini ) a 
mandarlo a Milano per dare alcune disposizioni intorno 
a quel colossale lavoro. Ed egli in fatto vi venne, e fu 
ripetutamente richiesto del suo avviso in ardue quistioni 
fino al 1400 , e gli fu data ad intagliare in legno una 
Madonna col putto per l'Aitar maggiore , della quale scol- 
tura, che assai preziosa ci sarebbe, pur troppo è ignota 
la fine. 

In Milano il Duca aveva preso a proteggere i frati 
del Carmine stanziatisi a poca distanza dal Castello. 
Nell'anno 1400 eglino fermavano di fabbricarsi un'ampia 
chiesa con annessi monastero ed altri luoghi di servigio; 
e Galeazzo all'uopo indicava ad essi il suo proprio inge- 
gnere , il quale ne formava i disegni e sovraintendeva 
alla fabbrica che per mala sorte crollò pochi anni dopo 
e si rifece poi da Pietro Solaro. Ciò ricaviamo da un 
atto del notaro Ambrogio Clerico, il quale rammenta l'in- 
carico dato prudenti viro magistro Bernardo de Veneziis 



192 BERNARDO DA VENEZIA 

ingegnerìo prefati dòmini ducis ad hoc per pi^efatum 
dominimi spetialiter destinatimi. 

Ed ecco come dopo quasi cinque secoli dobbiamo alle 
ricerche degli studiosi dell'antica storia il ravvivamento 
del nome di un insigne artista sconosciuto nella stessa 
sua patria, al quale principalmente è dovuto uno dei 
nostri più splendidi e rinomati ediflcii. 

Michele Caffi. 



ROLLA DI PAOLO II 

ED 

ISTRU MENTO DI DONAZIONE 

l'ut Li della propria libreria dal cardinale Bessariune 

Al PROCURATORI DI S. MARCO 



Fra le Bolle originali esistenti nell'Archivio Generale 
di Venezia, e delle quali io sto compilando un Regesto, 
ne rinvenni una di Paolo II dei 16 settembre 1467 , di- 
retta al Cardinale Bessarione. 

Essa contiene la revocazione impetrata dallo stesso 
Cardinale del dono dei suoi libri greci al monastero di 
S. Giorgio Maggiore. A tutti è noto che queir illustre 
letterato orientale volle, con atto' generosissimo , farsi 
imitatore del nobile esempio dato , molti anni prima dal 
Petrarca, che, elargendo la sua ricca libreria ai Procu- 
ratori di S. Marco, diede principio e fu il creatore della 
nostra Biblioteca Marciana. Ma non a ttitti è noto pari- 
menti che il Bessarione, prima di cedere alla Repubblica 
tutta intera la sua libreria, ne avesse già ceduta la parte 
greca al monastero di S. Giorgio. I molti scrittori di cose 
veneziane , trattando più o meno ex professo di questo 
argomento , ne fecero bensì un qualche cenno ; però a 
nessuno venne l' idea di pubblicare e questa Bolla di 
revoca e l' Istru mento di donazione ai Procuratori di 

Uf.ii. St. li a., 3.» Serie T IX. P li 23 



194 LA LIBRERIA 

S. Marco. Il Tommasini (1) si contentò di pubblicare il 
catalogo dei libri del Bessarione ; il Lami (2) lo imitò , 
dimostrando però troppo evidentemente che la esattezza 
non eragli famigliare ; il Morelli (3) , il quale stampò a 
questo proposito una dotta Dissertazione, con brevi pa- 
role solamente accenna la prima donazione , e pubblica 
la lettera del Cardinale al Doge Cristoforo Moro e la 
risposta di questi al Bessarione ; ma tralascia , forse 
perchè non ebbe la fortuna di trovarli , di pubblicare i 
documenti dei quali adesso è parola; il Romanin (4), in- 
fine, si riduce a copiare il Morelli , nulla aggiungendo 
alla mancanza di questi. 

Dopo questo però non si può dire che i due docu- 
menti che io ho l'onore di presentare ai lettori dell'ar- 
camo Storico sieno del tutto inediti. Un libro a stampa 
che trovasi nella Marciana (eh' io ebbi dalla gentilezza 
dell'eruditissimo Prof. Veludo vicebibliotecario), il quale 
ha per titolo : Cathalogus Bibliotecae Venetae (5) , senza 
nome di autore e senza data di luogo e di tempo , ma 
non anteriore al 1600, contiene appunto e la lettera 
papale e l' instrumento di donazione ai Procuratori di 
S. Marco ; ma e l'epoca remota in cui fu stampato il 
catalogo e la rara conoscenza che si ha di questo libro, 
mi hanno indotto a pubblicare di nuovo i due documenti, 
tanto più che, confrontata la bolla originale colla stam- 
pata, vi notai qualche differenza. 

Più che tutto mi stava a cuore di poter pubblicare 
lo istrumento di donazione a favore del monastero di 
S. Giorgio ; ma le mie investigazioni rimasero finora 
vuote di effetto. Mi rimane solo la speranza , che , col 



(1) Bibliothecae Venelae manuscriptae publicae et privatele: Ut ini, 1650. 

(2) Deliciae eruditorum: Florentiae, Mi^. 

(3) Operette, Voi I; Venezia, 4820. 

(4) Storia documentata della Repubblica Veneta; Venezia. 

(5) Cathalogus Bibliothecae Venetae, sedilo xvii , in 4to , N. 2H3, Biblio- 
teca S. Marco. 



DEL CARDINALE BESSARIONE 195 

riordinamento, inizialo e diretio dall'illustre cav. Gar, del 
nostro Archivio, sarò tanto fortunato di ritrovarlo per 
renderlo pubblico unitamente a tutti gli altri documenti 
che si riferiscono a questo importantissimo punto storico 
della nostra Biblioteca. Ecco pertanto i due documenti. 

G. Nicoletta 

Paulus (1) Epis. servus servorum Dei. Venerabili i'ratri 
nostri Bessarioni Episcopo Tusculano salutem et apostolicam 
benedictionem. Si quibuscumque fldelibus in piis ac sanctis 
operibus ratione apostolatus ufflcii sumus exhibitione favoris 
et auxilii debitores ; quanto magis venerabilibus i'ratribus 
nostris Sancte Romane Ecclesie Cardinalibus, qui lateri nostro 
continue adherent , ut preclaras et salubres ordinationes eo- 
rum prò majori illarum subsistentia immutare valeat oranera 
opem prestare debemus in hiis presertim que posteritati pro- 
fotura sint et per que plurimorum ingenia illustrentur. Sane 
nuper in nostra proposuisti presentia quod olim tu habens 
plurima ad te spectantia librorum grecorum volumina et de- 
siderans libros ipsos publicos fore et posteritati servire omnes 
ipsos libros grecos videlicet tantum monasterio S. Georgii 
Majoris Venetiarum de congregatione S. Justine ordinis sancti 
Benedicti inter vivos donasti riservato tamen tibi illorum 
dum viveres usu , hiis etiam condictione et modo adjectis , 
quod Abbas qui prò tempore foret et dilecti fllii conventus 
dicti monasterii ipsos libros intra dictum monasterium in aliqua 
condecenti libraria reponere et cunctis ad ipsam librariam 
accedere et inibi legere ac studere volentibus aditum publice 
dare debere neque possent aut eis liceret prefatos libros aliquo 
modo vendere vel alienare nec illos vel aliquem illorum extra 
dictum monasterium alienis concedere preterquam in civitate 
Venetiarum nec tunc etiam absque sufficienti pignore , extra 

(1) Paolo II è uno dei cinque papi veneziani. Pietro della famiglia patrizia 
Barbo, Cardinale di S. Marco, fu eletto papa li 31 agosto 4 464 e venne coronato 
li 15 settembre, mori li 28 luglio 1471 , in età di 54 anni dopo un pontificato 
di 6 anni 10 mesi e 13 giorni. I sigilli di piombo sospesi alle bolle di questo 
pontefice sono molto notevoli per la diligenza del lavoro : invece delle so- 
lite teste degli Apostoli , si veggono le figure intere, e dall'altra parte il papa 
serbilo con la tiara in testa , attorno varie figure di cardinali e di ambasciatori. 



196 LA LIBRERIA 

civitatem vero predictam nulli etiam pignore accepto eos 
concedere possent. Si autem premissa non observarent ex 
fune libros predictos patriarcatui Venetiarum cum predictis 
condictionibus legasti et ad illum devenire voluisti prout in 
quoddam publico instrumento desuper confecto etiam tuo 
sigillo munito dicitur plenius contineri. Cum autem in eadem 
expositione subjunxisti tu plerisque bonis respectibus et pre- 
sertim quia cum monasterium ipsum sit in insula ad illud 
ex civitate predicta nisi navigio iri non potest et ad hoc ut 
volentibus studere aut legere seu ad ipsam librariam profi- 
cisci sit facilior aditus desideras predictos et multos alios 
etiam grecos per te post dictam donationem acquisitos nec non 
et latinos libros tuos per Procuratores S. Marci in ecclesia 
ejusdem S. Marci Venetiarium ad quam sine navigio ex 
dieta civitate itur et ubi verisimiliter per eosdem Procu- 
ratores diligentius securius conservari poterunt et teneri. 
Quare nobis lmmiliter supplicasti ut tibi predictam dona- 
tionem revocandi nec non predictos et eos quos post modum 
ut prefertur acquisivisti etiam grecos et latinos libros ad te 
spectantes pretatae Ecclesiae S. Marci sub eorumdem Procu- 
ratorum qui ut plurimum viri preclari sunt custodia conser- 
vandos donandi nec non prò securiori custodia et diuturniori 
conservatione eorumdem librorum latinorum et grecorum ac 
faciliori studiosorum ad eos aditu in huju smodi donatione qua- 
scumque condictiones et modos, prout tibi videbitur adijciendi 
licentiam et facultatem concedere ac alias super hiis oppor- 
tune providere de benignitate Apostolica dignaremur. Nos 
igitur attendentes pios et salubres fructus qui ex premissa 
donatione et ordinatione tua in erudiendis quam plurimis et 
libri qui ut publici essent ac comuni utilitati servirent per 
illorum auctores magnis vigiliis compositi extiterunt conser- 
vandis subsecuturi sunt. Et propterea propositum tuum hujus- 
modi plurimum commendantes et opportunis favoribus juvare 
volentes hujusmodi supplicationibus inclinati fraternitati tue 
ut donationem eidem monasterio per te factam predictam non 
subsistente alia causa quam superius expressisti revocare 
nec non eosdem libros tam latinos quam grecos diete Ecclesie 
S. Marci per illius Procuratores qui prò tempore fuerint et ut 
publicp quorumeumque studiosorum legere vel studere volen- 



DEL CARDINALE BESSARIONE 197 

tiura usui serviant in luco congruo diligenter conservandos 
etiam inter vivos donare et circa illorum custodiam et con- 
servationem ac faciliorem ad eos aditum quascumque condi- 
tiones et modos etiam quod ipsi Procuratores S. Marci qui 
prò tempore fuerint eos in aliqua libraria secure juxta 
S. Marcum collocare debeant et quod ad ipsam librariam cun- 
ctis studere vel legere volentibus publice pateat aditus et quod 
non liceat eisdem Procuratoribus aliquem dictorum librorum 
vendere vel alienare vel alieni concedere nisi in civitate 
Veneti arum et cum pignore sufficienti extra eamdem vero ci- 
vitatem libri ipsi nemini quoque modo concedi possint aut 
alias quascumque ordinationes eidem donationi adjicere et 
desuper facere ipsorumque librorum vel aliquorum ex eis 
usum tibi dum vixeris reservare ac omnia et singula circa 
bec necessaria seu quomodolibet opportuna prout tibi videbitur 
lacere disponere et exequi libere et licite valeas , plenam et 
liberam, auctoritate apostolica, tenore presentium licentiam 
et facultatem concedimus ac etiam potestatem non obstantibus 
priori donatione predicta ac constitulionibus et ordinationibus 
apostolicis et aliis juribus ceterisque contrariis quibuscumque. 
Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostre con- 
cessionis et voluntatis infringere vel ei ausu temerario con- 
traire. Si quis autem hoc attemptare presumpserit, indigna- 
tionem Omnipotentis Dei ac beatorum Petri et Pauli Aposto- 
lorum eius se noverit incursurum. 

Datum Rome apud S. Marcum anno Incarnationis millesimo 
quadrigentesimo sexagesimo septimo, sextodecimo kal. octobris 
Pontif. nostri anno quarto. 

fir. B. de Reate. 

Presso l'Archiviu generale dei ! rari. Busta VI. 



Instrumentum donationis librorum. 

In nomine Domini Amen. Anno a salutifera Nativitate 
Uomini nostri Iesu Christi, millesimo quadrigentesimo sexa- 
gesimo octavo , indictione prima Pontifìcatus Sanctissimi in 
Christo Patris et Domini nostri Domini Pauli, divina Pro- 



198 LA LIBRERIA 

videntia , pape secundi , anno eiu.s quarto, die vero quarta 
decima mensis maii. Cum hoc fuerit et sit quod Reverendissi- 
mi!? in Christo Pater et Dominus Dominns Bessarion (l), mise- 
ratione divina Episcopus Tusculanus Patriarchi Costantino- 
politanus, cardinalis Nicenus, haberet plurima ad se spectantia 
librorum tam grecorum quam latinorum vplumina, ipsosque 
grecos libros iam diu tantum donasset et titulo donationis 
inter vivos irrevocabiliter concessisset monasterio S. Georgi 
Maioris Venetiarum de Congregatone S. Instine ordinis Sancti 
Benedicti , reservato tamen sibi illorum librorum grecorum , 
dum viveret, usu , sub certis condictionibus et pactis in ipsa 
donatione appositis et descriptis prout patere dicitur, publico 
documento , eius sigillo munito , manu ser Benedicti de Vul- 
terris , seu manu cuiuscumque alterius notari apparere posset 
sub specie seu forma quorumcumque verborum ad quam veri- 
tatis relatio habeatur, cumque prefatus reverendissimus Do- 
minus post dictam factam donationem per multos annos su- 
pervixerit et hodie supervivat subiunxeritque ac auxerit 
multos alios libros tam grecos quam latinos, considerans quod 
monasterium ipsum sit in insula ad quod nisi navigio iri 
non potest, ad hoc ut volentibus studere aut legere seu 
ad ipsam librariam proficisci , sit facilior aditus et ut faci- 
lius et commodius homines studiosi eis frui possent ;, pro- 
pterea voluit et ordinavit dictam donationem revocare et 
libros non solum predictos grecos. quos tunc habebat , sed 



(<) Il cardinale Bessarione fu greco d'origine. Abbandonala la patria, allorché 
i Turchi se ne resero padroni , venne a Venezia , e tale fu la liberatila onde 
l'accolse la Repubblica Veneta e con lui tutti i profughi greci , che a ricompen- 
sarla di tanta gentilezza la volle depositaria della sua preziosa libreria: questa 
è almeno l'opinione dei più. Il Bessarione fu uno degli uomini più dotti del suo 
tempo, e specialmente generoso mecenate agli studiosi; anzi trovo nella Rela- 
zione di Mariti Cavalli Provved. di Candia -1573 , 3 maggio (Collegio, Secreta, v) , 
che si fa cenno di un Collegio Bessarion esistente in quell'isola, nel quale 
venivano educati coloro che intendevano dedicarsi al sacerdozio ; però erano 
accettati solo quelli di rito greco; ma questa restrizione, secondo il Cavalli , 
era un motivo , per cui si dovesse lamentare tanta ignoranza nel clero di 
qucll' isola. Il Bessarione dopo il Concilio di Firenze si consacrò intieramente 
al servigio della Chiesa latina, e perciò nel 4463 lo si vede a Venezia come 
legalo apostolico, mandatovi da Pio li a promulgare l'indulgenza per una nuova 
crociala contro i Turchi. 



DEL CARDINALE BESSARIONE 199 

etiam quos postea acquisivit exceptis quibusdam ad officium 
divinum pertinentibus , Ecclesie Sancti Marci Venetiaruin , 
tamquam soleranissimo loco , donare ut facilius et commodius 
ingenia plurimorum illustrentur , et ipsi libri publici forent et 
posteritati servirent, supplicaveritque Sanctissimo Domino 
nostro Domino Paulo divina Providentia Pape secundo, ut su- 
per hoc dispensare dignaretur, ipseque Sanctissimus Dominus 
noster per litteras apostolicas, plumbeo sigillo munitas di- 
spensaverit atque concesserit, non obstante donatione eidem 
monasterio facta , nec etiam quacumque subsistente causa 
possit et valeat revocare et aliter remutare donationem pre- 
dictam et de novo libros ipsos Ecclesie S. Marie donare et 
cum magnificis viris Procuratoribus eiusdem quecumque pacta 
inire. Quapropter praefatus Reverendissimus Dominus, omni 
meliore via, modo, iure, causa et forma, quibus magis me- 
lius et efficacius de jure fieri potest et debet , dictam dona- 
tionem revocavit, irritavit et annulavit et prò irritata annu- 
lata et revocata haberi voluit et mandavit in omnibus et per 
omnia et ex nunc prout ex tunc et ex tunc prout ex nunc 
sua bona propria et spontanea voluntate et ex certa eius 
scientia et liberalitate per se, suosque heredes et successores 
donavit , titulo et ex causa donationis liabere concessit irre- 
vocabiliter inter vivos sacratissime Ecclesie sancti bea- 
tique Evangeliste Marci et inclite civitatis Venetiarum , in 
libraria ibidem confìcienda, seu facta, aut constructa vel 
aliter deputata collocandos catenis affixos et magnificis viris 
Procuratoribus eiusdem Ecclesie presentibus et futuris et mini 
notario infrascripto uti publice persone presenti recipienti et 
stipulanti vice et nomine ipsius Ecclesie S. Marci et Magni- 
ficorum Procuratorum eiusdem et omnium et singulorum, 
quorum interest intererit aut interesse poterit quomodolibet 
in futurum ; omnes et singulos libros predictos tam grecos 
quam latinos, ad eum quomodocuinque et qualitercumque 
spectantes et pertinentes , prout particulariter et distincte 
intitulati et nominati apparent per publicum inventarium in 
publicam formam redactum , manu mei Rosati quondam 
Mathei infrascripti publici notarii sub eiusdem Ecclesiae 
S. Marci Magnificorum procuratorum custodia et diuturniori 
conservatione eorumdem librorum latinorum et grecorum, 



200 LA LIBRERIA 

ac faciliori studiosorum ad eoa adita et prò evidenti bono 
publico. Reservato tamen sibi in ejus vita usu eorumdeni 
librorum sub infrascriptis condictionibus , quod dicti Magni- 
fici Procutores Ecclesie prelibate S. Marci tam presentes 
quam futuri teneantur , libris predicts reposilis et locatis in 
aliqua condecenti et convenienti libraria in ipsa Ecclesia seu 
apud ipsam Ecclesiam . cunctis ad ipsam librariam accedere 
et legere ac studere volentibus tam grecis quam latinis 
liberurn aditimi publice dare. Neque possint aut eis liceat pre- 
fatos libros aliquo modo vendere et alienare nec illos vel 
aliquem illorum extra dictam civitatem Venetiarum aliquo 
modo alicui unquam concedere vel prestare sive mutare. In 
civitate vero ipsa concedere et mutuare possint ad transcri- 
benduni, legendum et postea restituendum. Et hoc cura pignore 
sufficienti et valoris dupli quam valeat li ber et non aliter nec 
alio modo. Quam quidem donationem inter vivos et omnia 
alia et singula in ea contenta, cum pactis et condictionibus 
appositis prefatus Reverendissimus dominus cardi nalis promisit 
et solemniter obligavit mihi notario infrascripto ut publice per- 
sone et publico officio fungenti, presenti, recipienti et legitime 
stipulanti vice et nomine diete Ecclesie et Magnificorum Pro- 
curatorum eiusdem et omnium aliorum et singulorum , quo- 
rum interest , intererit , aut quandolibet interesse poterit in 
f'uturum , semper perpetuo et ornai tempore , firmam ratam 
et gratam inviolabiliter tenere et observare et in nullo 
contrafacere dicere vel venire per se vel alium seu alios , 
aliqua ratione , exceptione , modo , causa seu titulo , sub obli- 
gatione ipsius et ipotheca omnium et singulorum bonorum 
suorum mobilium et immobilium presentium et futurorum, 
renuntians dictus Revdmus Dominus Cardinalis exceptioni 
dictarum donationis et promissionis non sic factarum , hujus 
instrumenti non sic vel aliter celebrati seu stipulati contra- 
ctis , doli , mali in factum actionis et sine causa et ex non 
iusta causa et non insinuate donationis ultra quingentos 
dorenos non valere sed tot voluit esse summas et quantitates 
singulas et diversas de per se que insinuatione non indigeant, 
privilegiis , immunitatibus, dignitatibus et omni alio legum 
et juris auxilio. De quibus omnibus rogavit me notarium ut 
infrasrriptum ut publicum conflcerem instrumentum. 



DEL CARDINALE BESSARIONE 201 

Actum apud Balnea Palati i Pape in agro Viterbiensi , pre- 
sentibus reverendo in Christo Patre et Domino Domino Peracto 
Archiepiscopo Sypontino , egregiis doctoribus Domino Fran- 
cisco de Brigidis et Magistro Valerio de Viterbio, venerabi- 
libns viris domino Iohanne P'rancisco de Bentivoliis , de 
Saxoferrato et Commendatario Abbatie Sancti Cristophori de 
Castello Duranto nullius diocesis , Domino Leonardo Priore 
Collegiate Ecclesie Sancte Marie Nove Viterbiensis , Domino 
Mathio Ruffo de Verona , domino Bartholomeo de Gaetis de 
Castello Duranto et Rapimele de Baldolis de Fulgineo, testibus 
omnibus notis et fide dignis ad predicta omnia et singula 
vocatis et rogatis. 

Et ergo Rosatus quondam Mathei publicus imperiali auctori- 
tate Notarius et Judex ordinarius predictis omnibus etsingulis 
dum sic fierent et agerentur omnia et singula rogatus scri- 
berem et publicarem aliis me occupato negotiis per alium 
mini fidum , scribi feci et fideliter publicavi ; et ad fidem 
omnium premissorum , signum meum solitum infrasignavi. 

Rosatus 



Trailo dal Caihalogus Bibliothecae Venrtae, esistente nella Biblioteca di S. Marco, 
Numero 2143. 



Abcb. s t . Iru.., 3.» Seri», T. IX, P. Il W 



ISTRUZIONI DATE Il\ CARLO MIMMI III 



RE DI SARDEGNA 



per la educazione del principe di Piemonte 



Ora che si è stimato conveniente di fare educare il 
principe Tommaso, figlio al defunto duca di Genova, 
nel collegio di Harrow, non riuscirà discaro ai lettori 
dell'Archivio Storico un curioso documento, da cui risulta 
quale divario corra tra le idee direttrici della odierna 
istruzione dei principi di casa Savoia e quella loro data 
prima che il soffio di libertà rigenerasse la patria nostra. 
Tale documento fu da me trovato nella biblioteca Rran- 
cacciana di Napoli in una raccolta di ms. intitolata : Me- 
morie della Corte di Torino , voi. v, e contiene le istru- 
zioni impartite dal re Carlo Emanuele III al cav. Giacinto 
Amedeo Porporato di Saint-Peyre. aio e governatore del 
principe di Piemonte, che fu poscia Carlo Emanuele IV. 
figlio di Vittorio Amedeo III. Istitutore era il padre Sigi- 
smondo Gerdil . dottissimo , ma frate. 

Augusto Bazzoni. 



ISTRUZIONI l'I CARLO EMANUELE IH - {ì: > 



1/ re di Sardegna, di Cipro e di Ge?msalemme. 

Istruzione a voi cav. Giacinto Amedeo Porporato di St. Peyre 
per l'esercizio della carica di ajo o governatore del Principe 
di Piemonte (1). 

Nell'avervi destinato ajo e governatore del Principe di Pie- 
monte mio nipote abbiamo , in un affare di conseguenza sì 
grandiosa, riposta specialmente in voi la nostra confidenza, 
perchè sieno puntualmente adempiute le nostre intenzioni a 
riflesso del medesimo ; prendiamo quindi a spiegarvele , e vi 
diciamo ridursi queste essenzialmente a tre capi , cioè : 

La di lui sanità e conservazione. 

La vera pietà e divozione , 

E le cognizioni proprie di un Principe. 

< A codesti oggetti devono indirizzarsi le principali vostre 
cure con regolare le ore delle diverse sue occupazioni e trat- 
tenimenti , in modo che si conservi e si procuri di veder 
sempreppiù robusta la sua sanità. Gli lascerete perciò pren- 
dere un sonno competente e moderato , senza pericolo d' in- 
clinazione alla mollezza. Gli farete somministrare gli alimenti 
nella qualità ed a tempi che da' medici li quali hanno da noi 
P incombenza di vederlo in ogni giorno saranno prescritti , 
e sarete attento che oltre a quelli null'altra cosa di comesti- 
bile o di potabile se li dia, ad effetto che la sua sanità non ne 
venghi alterata, ed eziandio si fortifichi la sua buona com- 
plessione per mezzo del passeggio , divertimenti , od esercizi 
moderati del corpo , in quelle ore che vi saranno da noi in- 
dicate , con avvertenza però, che ciò non segua ne' tempi 
cattivi , ed ore improprie. Quando poi (il che Dio non voglia) 
succedesse qualche alterazione nella sua sanità . oltre allo 
misure che dovrete sul campo prendere per larvi rimediar* 1 . 
v' incarichiamo di darne a Noi ed al duca di Savoia indilato 
avviso. 

1 lira nato nel 17.SI : sua madre fu Ferdinanda ili Borbone di Spagna 



V<>! ISTRUZIONI DI ('AULO EMANUELE 111 

Rispetto al punto essenzialissimo della pietà, invigilerete 
con tutta l'attenzione acciocché sia istruito perfettamente nei 
dogmi della nostra santa fede ; che gli sieno ispirati tutti 1 
maggiori sentimenti del timor di Dio , e di carità verso il 
prossimo e di aborrimento al vizio con animarlo alla virtù , 
ed a vincere le passioni ; che altamente si gettino e si col- 
tivino nel di lui animo le preziose radici e le massime della 
nostra santa religione , onde possa trarne copiosi frutti e 
vivamente conoscere che la sola pietà, l'amore ed il timor «li 
Dio sono il fonte della vera sapienza e della felicità. 

Sarete singolarmente circospetto che li costumi di quelli 
che servono e lo frequentano , siano tali ad istruirlo col buon 
esempio, e se mai veniste ad accorgervi che fossero diversi, 
ce ne avvertirete subito , perchè vi possiamo apporre il ne- 
cessario rimedio , ed avvertirete che in sua presenza mai non 
si parli che di cose di spirito o d' istruzione , né si discorra 
neppure con sensi equivoci di cose viziose , e molto meno si 
gettino proposizioni , che non siano cattoliche ed illibate , e 
parlando di novelle non si raccontino se non quelle, le quali 
possono essere di edificazione. 

Quanto all'altro punto delle cognizioni proprie dello stato 
di un principe, avendo noi nominato per suo precettore il padre 
Oerdil, molto versato nelle scienze, nelle storie, nelle belle 
lettere , saprà egli istruirlo opportunamente , e dargli tutti 
quei lumi e notizie anche circa gli interessi de' principi che 
possono maggiormente convenire , oltracchè sarà pur egli 
stesso al caso di insinuargli sentimenti di pietà e divozione, ed 
ammaestrarlo vieppiù nella nostra santa religione. E sebbene 
siamo persuasi che egli vi adempirà con zelo ed attenzione , 
dovrete tuttavia vegliare che nelle ore prescritte cosi ese- 
guiscasi , e confidiamo nella conosciuta abilità esperienza 
vostra e del sottogovernatore conte di Vianzino, che sarete per 
darli le cognizioni necessarie nelle cose militari, avendo noi 
tutto il motivo di sperare, che coltivato il suo talento e se- 
condate le naturali sue doti dalle istruzioni e dagli esempi 
di coloro che sono preposti alla sua educazione , avremo la 
consolazione di vederne formato un ottimo principe pio ed eru- 
dito , mentre per gli altri insegnamenti , di cui possa abbi- 



ISTRUZIONI DI CARLO EMANUELE III 205 

sognare il detto principe, destineremo i soggetti opportuni, sui 
quali dovrete pure invigilare , perchè compiscano alle ri- 
spettive loro parti. 

Alcune altre avvertenze ci rimane ancor a darvi , ed in 
primo luogo vi raccomandiamo d'insinuare sempre nell'animo 
del Principe sentimenti di affetto e di ubbidienza verso di noi, 
e verso il duca e la duchessa di Savoia suoi genitori. Ci as- 
sicura la vostra fedeltà e zelo , che così praticherete , e che 
ad un tempo stesso gli inspirerete quella stima , ed amore- 
volezza, ch'ei deve avere verso li reali Principi e Principesse, 
con quei singolari riguardi che saranno ben noti alla vostra 
prudenza ; e qualora conosceste espediente che alle vostre 
insinuazioni su questa o qualunque altra materia, si aggiun- 
gessero le nostre particolari, gradiremo che ce lo suggeriate di 
tempo in tempo , ed a misura del bisogno ed opportunità. 

Non darete accesso presso di lui ad alcun ministro delle 
potenze straniere, salvo nelle occasioni di cerimoniale, e per 
qualche motivo o funzione particolare ; e rispetto ai nostri 
sudditi , non vogliamo che gli lasciate ricevere , né trattare 
altri che quelli che sono destinati al suo servizio; o se si 
presentasse di quando in quando qualcheduno de'primarii 
cavalieri e ministri della nostra corte, persone provette, dalla 
conversazione delle quali non possa riceverne che buoni am- 
maestramenti , oltre quelli altri cavalieri a' quali stimeremo 
di permettere l'accesso , il che peraltro dovrà sempre essere 
alla vostra presenza , e mai lo lascierete trattare con altri . 
massimamente cavalieri giovani , li quali , come ancora , o 
chiunque altro quando si presentassero dovrete congedare , e 
non permetterete che in casa, nel passeggio, od in qualunque 
altra congiuntura abbia altra corte , e sia servito da altri che 
da quelli che gli abbiamo destinato. 

In questa importante incombenza sarete principalmente 
assistito dal detto sotto governatore conte di Vianzino , e po- 
trete sollevarvi l'un l'altro, intendendo noi che entrambi 
ne siate spezialmente responsabili , con ritrovarvi sempre uno 
di voi due con esso Principe. Quando però a cagione di ma- 
lattia od altro impedimento non potreste l'uno o l'altro esserli 
presente, dovrete in tal caso, e singolarmente per dormire 



206 ISTRUZIONI DI CARl.o EMANUELE 111 

nella camera del Principe appoggiare l' incombenza al conte di 
Malines di Bruino (1), cui darete le convenienti istruzioni 
adattate a' casi coerentemente alla presente, senza che s'in- 
tenda dispensato dagli altri doveri de'suoi impieghi di primo 
scudiere e gentiluomo di camera. Nel rimanente vi racco- 
mandiamo d' invigilare perchè tutti li cavalieri , ufficiali e<l 
altri impiegati al servizio di detto Principe, li quali dovi-anno 
tutti essere a voi subordinati , compiscano con amore , zelo 
ed esattezza alli loro obblighi , rendendoci in ogni occasione 
un fedele conto di quelle trasgressioni che occorressero. 

Comunicherete la presente istruzione al predetto sotto 
governatore , perchè possa anch'egli uniformarvisi , e non 
dubitiamo d'ogni attenzione vostra, e del medesimo a procu- 
rare l'adempimento di queste nostre intenzioni pregando il 
Signore che vi conservi. 

Torino li 22 settembre 1758 

0. Emanuele Mazè. 

(i) Il Conto Malines , uffiziale istruito e di ottimi sentimenti , alla morte 
del cav. di Sampeire venne eletto aio del Principe: e^li lasciò alcune memo- 
rie, che manoscritte si conservano nella Biblioteca del Re in Torino. 



N T I Z I K V A R I E 



/Z quarto Centenario della nascila di Niccolò Machiavelli. 

Il Comune di Firenze, con deliberazione del 2 aprile di quest'anno, 
stanziò una somma per le spese occorrenti a celebrare il quarto 
Centenario della nascita di Niccolò Machiavelli , colla condiziono 
che metà fosse destinata in premio a chi scriverà la miglior vita 
del Machiavelli. Nel giorno 3 di maggio fu celebrata la festa. Con- 
corsero a Firenze i rappresentanti di parecchi istituti scientifici del 
regno. Fu apposta una iscrizione monumentale sulla facciata della 
casa dove nacque e visse il sommo scrittore: e in una sala del 
palazzo attiguo ai famosi Orti Oricellarii, al cospetto di numerosa 
ed eletta società , il senatore Atto Vannucci con una dotta orazione 
ricordò la vita e i meriti che hanno raccomandato alla memoria 
dei posteri ed alla riverenza degl" Italiani il nome glorioso di Nic- 
colò Machiavelli. I signori della Commissione, che ordinarono e di- 
ressero la festa, dichiararono aperto il concorso, secondo il concetto 
del Municipio lìorentino : e noi ne ripubblichiamo qui il Programma. 

Si deve anche dire che la memoria del Machiavelli è stata in 
altri modi onorata per cura di altri municipi. Una iscrizione com- 
memorativa fu posta solennemente , per decreto del Municipio del 
Hagno a Ripoli, a una casa di campagna sulla collina di Baroncelli 
a tre miglia da Firenze, perchè in quella casa, appartenente alla 
famiglia Machiavelli, fece alcun tempo dimora, vi meditò e scrisse 
il Segretario Fiorentino. E il G di giugno , quando in Italia si cele- 
brava la festa nazionale , il magistrato Comunale di San Casciano 
faceva inalzare , pure con solennità , altra iscrizione commemora- 
tiva sulla facciata della villa, chiamata l'Albergaccio, dove il Ma- 



20N NOTIZIE VARIE 

chiavelli stette qualche anno , dopo la restaurazione del governo 
Mediceo del 1512 , nel modo che egli racconta nelle sue lettere 
familiari , meditando e scrivendo quelle opere che lo hanno tanto 
innalzato nella estimazione del mondo. 

Ci piace poi ricordare come V illustre senatore Terenzio Ma- 
miani , invitato a scrivere per la Nuova Antologia alcuna cosa 
concernente alla solennità , stimò bene di richiamare alle menti , 
con accomodate parole stampate nel fascicolo del maggio, il decreto 
del Governo Toscano del 23 settembre 1859; il quale « considerando 
che il monumento più onorevole pe'sommi pensatori è la raccolta 
di tutte le loro scritture » ordinava che a spese dello Stato fosse 
fatta in Firenze un'edizione compiuta delle opere di Niccolò Machia- 
velli ; e ne affidava l'incarico a tre illustri letterati. Questo bel 
decreto, che onora il governo che lo emanava , rimane ancora senza 
effetto , benché gli studi siano già fatti , e stabilito il modo e la 
distribuzione delle opere che formerebbero la raccolta che l' Italia 
aspetta , come compimento di un dovere verso un gran cittadino. 

Programma del Concorso. 

« Avendo il Comune di Firenze largita onesta somma di danaro 
per celebrare il quarto centenario di Niccolò Machiavelli , e decre- 
tato che parte del denaro si dia in premio all'autore di un