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3 

lt- 



ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 

FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



E CONTINUATO 



A CURA DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PEK I.E PROVINCIE 



DELLA TOSCANA , DELL' UMBRIA E DELLE MARCHE 



SERIE TERZA 



Tomo X - Parte I. 

Anno 1869 




IN FIRENZE 

PRESSO G P. VIEUSSEUX 
coi tipi di M. Cellini e C. alla Galileiana 

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X>I TJJS TRATTATO 

PER 

FAR RIBELLARE AL COMUNE DI FIRENZE 

la (erra di Prato , nell'anno 1375 
DOCUMENTI ILLUSTRATI 



Avvertimento. 

Nel dar mano a ordinare in quest'Archivio di Stalo 
di Firenze i diversi Atti civili e criminali del Potestà 
( grande e importantissima serie di carte , delle quali si 
sta ora compilando un esatto inventario per cura della 
R. Soprintendenza agli Archivi Toscani), m'incontrai, non 
è molto , nei documenti che qui pubblico. Sono essi il 
processo fatto dal Potestà di Firenze nel 1375 contro 
ser Piero da Canneto pratese , uno di quelli che mena- 
rono la pratica per tórre ai Fiorentini la terra di Prato , 
e darla in mano del Cardinale di Bologna ; la sentenza 
che succede a quel processo , e la esecuzione della me- 
desima. Di questi documenti , se prima d'ora fossero 
venuti a mia notizia , avrei anche potuto giovarmi quando 
dettai la Memoria sulla Guerra degli Otto Santi , pub- 
blicata in uno degli ultimi volumi di questo Giornale , e 
collocarli poi fra gli altri che ne formano Y Appendice . 
Tuttavia, non ho creduto inutile pubblicarli oggi separa- 
tamente , tanto più che, essendo essi di un genere quasi 



4 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

del tutto nuovo, richiedevano senz'altro una particolare 
illustrazione. 

E in primo luogo non sarà fuori del mio proposito il 
dare alcune speciali notizie circa il Potestà di Firenze. 

Pochi hanno fin qui discorso, o, direni meglio, ap- 
pena toccato di un tale ufficio : difetto questo (sia detto 
per incidenza) che distendendosi a molti altri uffici, 
così civili come militari ed ecclesiastici , e non della sola 
Firenze ma quasi d'ogni parte d' Italia , fa sì che le istitu- 
zioni italiane del medio evo non peranco sieno conosciute 
quanto sarebbe il bisogno. Lorenzo Cantini, ne' suoi Saggi 
d' Antichità Toscane 3 è forse il solo che, tenendo a guida 
lo Statuto del nostro Potestà , ci abbia dato molti e pre- 
ziosi ragguagli sulla natura del suo ufficio , sui suoi 
ufficiali e sul modo loro di procedere e di sentenziare. 
Ma ben s' intende quanto scarse e incompiute dovean 
riuscire quelle notizie in un libro di piccola mole , e 
nel quale , giusta il suo titolo , dovea parlarsi di altre 
e sì svariate materie (1). Ne a tale scarsezza supplisce , 
se non in parte , lo Statuto che abbiamo a stampa 
del 1415 (2) ; compilazione fatta quando già erano stati 
riuniti, col titolo di Statuto del Comune, i due partico- 
lari Statuti del Potestà e del Capitano del popolo (3) , e 
l'autorità e importanza de' due uffici era non poco sce- 
mata. Io credo che a voler bene valutare una istituzione 
qualunque, e trarne utili ammaestramenti, non basti, 



M) L'Opera del Cantini è compresa in dieci piccoli volumetti in 12° Oltre - 
dichè ò a notarsi, che di antiche Istituzioni Toscane l'autore propriamente 
non parla che nei primi tre volumi ; spendendo gli altri (invero con poco 
frutto per la genealogia e per la storia) a dar magre notizie delle famiglie che 
goderono il Priorato in Firenze. 

(2) Friburgo (falsa data;, I77S-8L Voi. 3 in 4.° Il primo volume non ha 
data d'anno. 

(3) La prima compilazione che dei due Statuti ne fece un solo è quella 
del 4408 , diretta da Giovanni da Montcgranaro dotto giureconsulto , e perciò 
comunemente nota sotto il titolo di Statato dd Montegranaro. 



Al, COMUNE DI FIRENZE 5 

per dir così, conoscere l'ultimo resultalo delle trasfor- 
mazioni da essa subite nei vari tempi , ma sia d' uopo 
di seguir mano a mano queste trasformazioni medesime, 
in altri termini, sia d'uopo farne la storia. Ora, la 
storia del Potestà di Firenze , ugualmente che quella 
del Capitano del popolo (che è quanto dire la più gran 
parte delle civili e politiche istituzioni di quella illustre 
repubblica), con lo Statuto del 1415 non si conosce. - Da 
questa compilazione risalendo, noi troviamo prima quella 
del 1408, indi l'altra del 1355, delle quali sono anche due 
originali in volgare, prezioso monumento di lingua, e 
finalmente quella del 1324 , eh' è la più antica intiera che 
si conosca (1). Delle quali compilazioni giovandoci , non 
meno che delle successive aggiunte e riforme , potremmo 
agevolmente dar mano a una nuova e vera pubblica- 
zione dello Statuto Fiorentino : il qual esempio potrebbe 
esser seguito da altre città e terre d' Italia , e sarebbe 
davvero opera degna d'un secolo , che con tanto amore 
s' è dato allo studio della storia nei monumenti. Dei 
quali invero si veggono tuttodì comparire per le stampe 
nuove pubblicazioni ; ma non tutte (sia lecito il dirlo) rag- 
giungono per l' importanza il fine per cui vengon fatte. 

Ma tornando ai nostri documenti , dico che , volendo 
dare sul Potestà di Firenze , quelle notizie che paiono 
indispensabili alla perfetta loro intelligenza , ci è neces- 
sario , in mancanza di libri a stampa , ricorrere ad altri 
inediti documenti, in special modo allo Statuto e agli 
Atti stessi di quel magistrato. 

È noto come il Potestà di Firenze stesse in ufficio sei 
mesi, e al tempo di che parliamo, avesse stanza nel pub- 
blico palagio , detto oggi Palazzo Pretorio o del Bargello, 



\) Chiamo intiere le compilazioni che recano lutti e due gli Statuti, del 
Potestà e del Capitano; i quali si rinnuovarono sempre contemporaneamente, 
ciascuno da per sé. fino all'anno 1408, come sopra è detto. Del solo Capitano 
esiste in quest'Archivio, con le altre compilazioni sopraccennate, anche una 
compilazione dell'anno 1321. 



6 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO ' 

posto nei popoli di Sant'Apollinare e Sa' Stefano della Ba- 
dia. Al suo entrare in ufficio egli dovea menare con se 
« undici buoni et experti di ragione e di fatto e leali , e 
« che abbiano fatto l'oficio de l'advocatione per sei anni ; 
« tra li quali sieno almeno tre dottori di leggi. Delli quali 
« giudici due ne sieno collaterali et assessori del detto 
« messere podestade ; quattro de' rimanenti sieno dipu- 
« tati alli maleficii , cioè uno in ciascuno quartiere ; e li 
« altri ira alle civili , cioè uno in ciascuno quartiere ; 
« l'ultimo sia diputato a l'officio della gabella e della 
* Camera del Comune di Firenze. Item , tre cavalieri o 
« vero compagni , e xxxm notari.... Item , abbia lo detto 
« messere podestade xir donzelli e xvm cavalli , de li 
« quali almeno li xn sieno da arme ; et lxxx berrovieri ». 
Così lo Statuto volgare del 1355 (1) , che in questa parte 
è al tutto conforme all' altro del 1324. Ma il numero 
di questi ufficiali non si mantenne sempre il medesimo. 
Dagli atti criminali del Potestà (che è la sola parte di 
cui ci dobbiamo occupare in queste pagine), si rileva per 
esempio , che i giudici de' malefizi , molto prima che si 
facesse una nuova compilazione dello Statuto , e preci- 
samente nel 1369 , incominciarono ad essere non più 
quattro ma due, ciascuno dei quali sedeva per tre mesi 
nei due quartieri di Santo Spirito e Santa Croce , e per 
gli altri tre mesi , in quelli di Santa Maria Novella e 
San Giovanni (2). Per mezzo di questi giudici proce- 
deva il Potestà nelle cause criminali in due modi, cioè, 
per via d' accuse , o per via d' inquisizioni. Le accuse 
eran portate al Potestà dall'offeso , o dai parenti e pro- 
curatori di lui. Ma dove questi si astenessero dall'accusa, 
ovvero si trattasse di pubblici malefizi , per cui non solo 

(4) Libro I, rubrica VI : Delli oficiali e famiglia di messer la podestade e del 
suo salario. 

(2) Questa mutazione de' giudici , come pure di lutti gli altri suoi ufficiali 
e famiglia , era espressamente comandata al Potestà dallo Statuto. Lib. ci!., 
nibr. VII : Del cambi tntcn'o de' iudici e de' notivi di messer la podestidc. 



AL COMUNE DI FIRENZE i 

fossero danneggiati gì' interessi di questo o quel cittadino 
ma di tutto insieme il paese , come nel caso nostro ; 
allora si procedeva dal Potestà per via d' inquisizione : 
la quale o faceva egli di suo proprio moto , o per depo- 
sizione e ad istanza dei rettori secolari della città e del 
contado (1). Il modo che vedremo tenersi dal Potestà 
in questo processo era da lui seguito anche in tutti gli 
altri; semplice e sbrigativo ove l'imputato, come allora 
dicevasi , fosse già stato in forza del Comune , più lungo 
invece e più complicato nel caso opposto , a motivo della 
requisizione e citazione di lui e dei testimoni , della pro- 
clamazione del bando e notificazione di esso al rettore 
del luogo di dov'era l'imputato; e finalmente, per il 
tempo che per legge dovea correre fra l'uno e l'altro di 
questi atti (2). Se dentro il termine che il Potestà asse- 



ti) I rettori dei popoli, de'pivieri, e dei comuni del contado e distretto 
erano propriamente chiamati Reggitori e Sindachi; quelli della città, dei borghi 
e de' sobborghi , Cappellani: e gli uni e gli altri doveano dare « buona sicurtà 
« e mallevadoria » di denunziare tutti i malefizi che si commettessero nella 
loro giurisdizione. Loc. cit , rubr. LX : Della chiamata et oficio de' Regitori e 
Sindachi de' popoli e delle ville del contado di Firenze. 

2) La citazione dell imputato si commetteva dal giudice, per due giorni di 
seguito 'cioè nel giorno dell'accusa o inquisizione , e nel seguente) , a due di- 
versi messi del Comune , uno per giorno. Trascorsi per solito dieci di dalla 
citazione senza che fosse comparso l'imputato, il giudice procedeva al bando 
contro di lui per mezzo di un pubblico banditore, notificandolo come sopra è 
detto , o per lettera o a voce per uno dei pubblici messi. Nel bando erano 
inoltre assegnati ali imputato altri tre giorni per comparire e fare le sue di- 
fese- - Abbiamo rammentato i pubblici messi e bandilori del Comune. Non sarà, 
credo, inutile riferire qui le parti più importanti del loro ufficio. L'ufficio 
dei messi , ch'erano eletti « per li consiglieri del Consiglio di messere la pode- 
stade », era il seguente « ....Che ciascuno messo del detto Comune sia tenuto 
'< e debba nelle richeste , citazioni e comandamenti che farae da parte o di co- 
« mandamento d'alcuno rectore o oficiale del Comune di Firenze apo la casa 
« de l'habitatione del richesto o citato, o di colui alla casa de l'habitatione 
« ilei quale farà comandamento , lasciare la cedola della richesta , citazione e 
« comandamento scritta , che contenga a cui petitione e di cui comandamento, 
« et a che richiede, cita o comanda , e '1 nome del messo, applicala o confitta 
« publicamenle a l'uscio della casa de l'habitatione predella..... Ma se quello 
« cotale che dovrà essere richesto o citato non avesse casa o abitatione nella 
« cittade o nel contado o nel distretto di Firenze, ma sia vaeabundo, o dimo- 



8 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

gnava sempre all'imputato per fare le sue difese , anche 
nel caso che fosse stato reo confesso, comparivano pro- 
curatori e testimoni in suo favore (1) , e questi riuscivano 



« reme fuori Hella cittade e del distretto di Firenze ; sia richesto publica 
« mente nelle pinze di San Invanni Batista , d'Orto San Michele, di Mercato 
« Nuovo e Vecchio; e pongasi simile cedola alla porta del Palagio del Comu- 
« ne; et ivi per quello cotale messo si lasci applicata o confitta palesemente 
« e pubicamente, acciò che possa a tutti essere manifesto. Et se alcuno messo 
« farà contro, o vero sarà negligente a fare le predette cose o alcuna di quelle, 
« sia condannato in libre xxv picciole , e più e meno, raguardata la qualitade 
« del fatto e la conditione de la persona. .. » (Stat. cit. , lib. cit. , rubr. XLVII: 
Della chiamala et oficio de messi del Comune di Firenze.) Queste erano infine le 
parti più importanti dell'ufiìcio dei banditori, che erano quattro, uno per 
quartiere, eletti per un anno dai Priori e Gonfaloniere di giustizia, dai XII 
Buonur.mini e dai proposti de' Gonfalonieri di compagnia: « .. . Ancora sieno 
« tenuti e debbano fare tutti e ciascuni bandi a cavallo , pubblicamente e ad alta 
« boce , nelli luoghi usati per la cittade e borghi e soborghi della cittade di 
« Firenze; et se facessero contro, sia condannato ciascuno di loro in soldi e 
« piccioli per ciascuna volta. Et li detti banditori non possano o debbano isban- 
« dire alcuno nella corte del Palagio del Comune di Firenze o di fuori, presso 
« alla porta del detto Palagio, sotto pena di libbre XXV picciole, per ciascuno 
« e per ciascuna volta.... Et siano tenuti li banditori predetti di sbandire tutti 
« e ciascuno che si dovranno isbandire ; se tìa cittadino , 3po la casa nella con- 
« trada di colui che si dovrà isbandire; et se fia del contado o distretto di Fi- 
« renze o forestiere , nella piaza d'Orto San Michele , et apo i! Palagio del 
« Comune. Et li detti banditori debbano avere trombette d'ariento a loro pro- 
ri prie spese , et trombare una volta anzi che bandisca , a ciò che meglio s'in- 
« tenda il bando. Et che li detti banditori sieno tenuti e debbano fare li ban- 
« dimenti ne' luoghi usati, et ancora in ciascuna parochia di calonaca e di 
« popolo, et in ciascuna contrada e borgo minutamente di ciascuno quartiere.. . 
« Et li predetti banditori sieno tenuti di bandire in lutti e ciascuni luoghi e 
« crocicchi di vie che di nuovo si facessero sotto pena di soldi e piccioli per 
« ciascuna volta. .. Et che.... habiano et avere sieno tenuti e debbano, tutto il 
« tempo del loro oficio, tre cavalli o ronzini alle loro propie spese e pericolo, 
» di valuta e stima ci i xv fiorini d'oro per ciascuno eavallo o ronzino. Li (piali 
.. di die debbano tenere presso al Palagio del Comune . apparecchiali per fare 
n lo loro • Scio , sotto pena di libre xxv di piccioli .... Et neuno di loro tenga 
« il cavallo nella corle del Palagio del Comune di Firenze sotto pena di soldi r, 
« piccioli » ec. (Stat. cit., lib- cit., rubr. XLII1 : Della chiamata ri ofiàode'ban- 
dilori del Comune <ii Firenze. 

l, Solo dopo il bando, comparivano per solito questi procuratori e testi- 
moni, per -1 ì esami de' quali, come pure di quelli che produceva la parte 
avversa a sostenere l'accusa . si aggiungevano sempre nuove e più lunghe di- 
lazioni alla spedizione dei processi Tuttavia erano designati dallo Statuto certi 
termini alla spedi/ione di questi processi. Il pio lungo era di quaranta giorni , 



AL COMUNE DI FIRENZE 9 

a scolparlo, in tal caso si dichiarava non esser più 
luogo a procedere contro di lui , e si chiudeva o 
circondava il processo (1) ; se poi non compariva alcuno, 
o la difesa non valeva, si andava oltre alla sentenza. 
Quando l'accusato non era mai comparso durante il pro- 
cesso , si condannava in contumacia ; lasciandosi ai 
Potestà che sarebbero stati pe' tempi la esecuzione 
della sentenza , caso mai fosse capitato in forza del 
Comune. Ma nei casi come il nostro , non appena 
erasi pronunziata la sentenza (solita darsi nel pubblico 
generale Consiglio del Comune , adunato a suono di 
campana ed a voce di pubblico banditore ) (2) , che dal 
Potestà n' era commessa 1' esecuzione ad uno de' suoi 
cavalieri compagni, il quale accompagnava il reo, con- 
dotto dalla famiglia del Potestà al luogo della giustizia, 
e quivi stava durante l'esecuzione, e fino a che (se que- 
sta era capitale) non gli era ciato per morto (adsignatus 
prò mortuo) dai messi del Comune. Dopodiché tornava 
al Palagio , e per mezzo di un pubblico instrumento , 
scritto dal notaro medesimo che aveva stesa la senten- 
za , e che insieme con lui era stato presente, faceva al 
Potestà la relazione del fatto. L' esecuzione poi e la 
relazione si facevano per solito il giorno stesso nel 
quale erasi pronunziata la sentenza. 

Nella nostra città non sempre fu lo stesso il luogo 
ove si eseguirono le sentenze (3). Ma al tempo di che 

« annoverando dal die della scusa dello incolpato ». Ma se questi non compariva, 
allora doveano essere spacciali dentro trenta giorni dalla prima citazione. Stat. 
cit., lib. Ili, rubr. VII : Infra che tempo si debbano terminare le questioni criminali. 

(<) Tutti quei processi che finivano o con una sentenza assolutoria ovvero 
con la condanna ed esecuzione di essa , si trovano nei libri del Podestà tutti 
circondati e chiusi fra linee , a differenza di quelli che , o per non essere mai 
comparso l'imputalo, o per altra qualsiasi ragione, rimanevano sempre sospesi. 

(2. Stat. cit, , lib. Ili , rubr. V : De V iur amento di messer la podestade e dei 
suoi ofìciali e famiglia. 

(3) Vedi su tal proposito la illustrazione sulla Porla alla Giustizia , pub- 
blicata dal sig. Gio. Battista Uccelli , in appendice alla sua Lezione: Della 
Compagnia della Croce al Tempio ec. Firenze, 4 861. 

Arch. St. [tal, 3.» Serie, T. X , P. I. 2 



10 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

parliamo aveano esse luogo fuori la Porta a San Fran- 
cesco , più comunemente detta allora e poi Porta alla 
Giustizia. Quivi in faccia era la strada , per cui forse 
passavano tutti coloro ch'eran tratti al patibolo , detta 
perciò da loro Via dei Malcontenti , nome che tuttora 
conserva. Ma per giunger colà par certo che i condannati 
non sempre tenessero la stessa via ; la quale anzi era o 
più lunga o più breve , secondo la maggiore o minor 
gravità del loro delitto , e secondochè essi dovevano o 
no sopportare pubblici tormenti innanzi alla morte. Il 
Monaldi, parlando del supplizio del nostro ser Piero, dice: 
« fu attanagliato...., ed innanzi che fussi a Santa Reparata 
* morì » (1). Nella predetta via de' Malcontenti e fuori la 
Porta alla Giustizia , presso al luogo stesso ove si ese- 
guivano le sentenze , erano due cappelle della Compa- 
gnia detta de' Neri o della Croce al Tempio, il cui pio isti- 
tuto era di assistere e confortare i condannati ch'eran 
tratti al supplizio (2) : ai quali nei più antichi tempi 
negavano le leggi ogni aiuto divino ed umano , e per- 
fino le loro ossa non voleano riposte in luogo sacrato. 
Lascio di notare come si apprestasse la morte ai con- 
dannati , pena atroce sempre , più atroce e più penosa 
in allora, massime per la cattiva natura degli stru- 
menti che a ciò si usavano , e spesso ancora per la 
imperizia del carnefice. Solo dirò quanto al genere dei 
supplizi , che il laccio era per solito riserbato a' rei di 
furto , il taglio della testa ai rei d'omicidio o d'altro 
pubblico malefizio ; e che era in arbitrio del Potestà di 
variare e crescere la pena ( talvolta con inauditi tor- 
menti innanzi alla morte), giusta la maggiore gravità 



(1) Diario, stampato in seguilo alle Istorie Pistoiesi. Prato, 1835, pag. 507. 
È qui il luogo di notare, che (vero o no die il nostro Ser Piero morisse per 
via) la sentenza fu eseguita in ogni sua parte al consueto luogo della giustizia , 
come ci attestano i nostri documenti. 

(2) V. Uccelli cit. , Della Compagnia della Croce al Tempio ec. 



AL COMUNE DI FIRENZE 11 

del delitto , ed in quei casi che specialmente non fossero 
stati contemplati dallo Statuto (1). 

Esposto così quello che era necessario all'intelligenza 
dei nostri documenti circa l'ufficio del Potestà, vediamo 
brevemente quel che può trarsene a illustrazione nuova 
del fatto ch'essi ci narrano. 

Ser Piero di Puccio da Canneto , parlando la prima 
volta con frate Niccolò, chiamato da lui a parte del suo 
tradimento , dice che coloro che reggono Prato son 
Ghibellini (forse della fazione opposta a quella degli Al- 
bizzi , che a quel tempo rappresentava in Firenze la 
parte guelfa), e soggiunge che da loro è maltrattato, e 
perciò vuol pagameli. Quali fossero per appunto questi 
cattivi trattamenti di cui si lagna , e qual premio spe- 
rasse avere del suo tradimento non sappiamo , tacendo 
in questa parte tutte le memorie del tempo e il processo 
medesimo. Comunque sia, egli venne in pensiero di 
tradire la terra di Prato al Cardinale di Sant'Angelo 
legato a Bologna ; al che forse spronavanlo , da un lato 
l'avarizia e ambizione dei Legati del Papa , dall'altro i 
malcontenti che da tempo covavano tra i Fiorentini e la 
Chiesa , ultimamente accresciuti (1374) per non aver vo- 
luto la Repubblica aiutare il Papa nella guerra contro i 
Visconti , e per essersi il Cardinal di Sant'Angelo rifiu- 
tato di mandar grano a Firenze nella terribile carestia 
che tanto afflisse quella città. 

Il Cardinale di Bologna, o che veramente non volesse 
farsi colpevole di un tale attentato , ossivvero che il 
disegno di Ser Piero paresse a lui (com'era infatti) inde- 
gno d'un uomo savio e sottile di spirito, com'è' si vanta 
d'essere nei nostri documenti , rifiutò apertamente di 
prender parte al trattato. La qual cosa invero è a notarsi, 



(1) Stat. cit. , lib. Ili, rubr. IV : Che dove la pena non è determinata , sia ne 
l'arbitrio della podcstade. 



12 DI UN TRATTATO -PER RIBELLARE PRATO 

trovandosi che gli scrittori contemporanei s'accordano 
quasi tutti nell'opinione contraria (1). Ma il Castellano 
di Barga, che il nostro Ser Piero volle metter mezzano 
tra lui e il Cardinal di Bologna , dopo avere a nome di 
quest'ultimo ricusate le offerte del traditore , aggiunge 
che una compagnia d'armati sarebbe in breve stata nel 
Mugello per poi recarsi nel territorio di Prato , mentre 
un'altra compagnia, venendo per la Garfagnana, entre- 
rebbe in quel di Pistoia ; quasi volesse dire che poteva 
esser quella una buona occasione a tentare novità. Ed 
invero , nella suddetta Memoria io esposi i motivi per 
i quali al Cardinale di Sant'Angiolo e forse anche al Papa 
non poterono per avventura dispiacere (senza che poi li 
procurassero o cercassero di farne il lor prò) quei nuovi 
danni che allora colpirono i Fiorentini. Del resto , sé 
quella gente d'arme , la cui comparsa in Toscana fu 
appunto l'ultima cagione della guerra tra i Fiorentini e 
la Chiesa, venisse veramente a istanza del Cardinale di 
Bologna , come dicono le nostre cronache , ossivvero di 
suo proprio moto , non si rileva dai nostri documenti. 

Resterebbe ora a dare qualche speciale notizia delle 
persone nominate nei documenti, e che più ebber parte 
nelle pratiche che in quelli si narrano. Ma intorno a ciò 
ben poco può aggiungersi a quello che ne dicono i do- 
cumenti stessi ; che solo per quelle pratiche furono i 
loro nomi registrati nelle memorie del tempo, e giunsero 
Ano a noi. Infatti , chi fosse allora il Castellano di 
Barga nel contado di Bologna, che più d'una volta ebbe 
a trattare col nostro ser Piero, e che già vedemmo 
recare a lui la risposta del Cardinale, non lo dicono 
ne documenti nò storie. Di ser Piero di Puccio da Can- 
ti) V. Marchionnb Stefani, nel lib. IX della sua Istoria Fiorentina (Deli- 
zie degù Eruditi Toscani. XIV, U9): Monaldi, Diario cit., pag- 507; e final- 
riferite la Cronaca d'Incerto edita dal Manni ira le sue Cr (michette Antiche. Firen- 
ze, 1703, pa^. 203. 



AL COMUNE DI FIRENZE 13 

neto (1), notaio e non già prete come scrisse Marchionne 
Stefani (2), (tratto forse in inganno dalla voce ser „ 
solita preporsi in quel tempo a nomi di notai e di pre- 
ti ) (3) , non altro sappiamo se non che egli abitava 
in Prato , nella via di porta al Travaglio, oggi al Ser- 
raglio (4), e che negli anni 1360 e 1373 esercitò l'ufficio 
di pubblico notaio del potestà di Prato (5); donde forse 
acquistò quella minuta notizia di ogni più riposta parte 
del palazzo di quel magistrato, il quale, come vedremo, 
doveva essere il luogo principale dello svolgimento di 
tutta quanta la trama. Finalmente di fra'Niccolò di Bon- 
compagno pratese, il solo vero complice di quel trattato, 
si ha da questi documenti che fu rettore della chiesa di 
San Giusto a Sezzana, nel contado di Pistoia; né oltre 
a ciò nulla si conosce , se non che fu anch'egli giustiziato 
in Firenze , al modo stesso del notaio da Canneto , dieci 
giorni dopo di lui (6). Della quale esecuzione, benché oggi 



(1) Canneto è una delle ville dell'antico distretto Pratese, situata a due 
miglia da Prato sulla sinistra del Bisenzio. 

(2) Istoria cit., loc cit., pag. 141. Questo medesimo, seguendo Io Stefani, 
dice anche l'Ammirato. Istorie Fiorentine , II , 639. 

(3) In altro modo non sapremmo renderci ragione di questo errore dello 
Stofani. Tutti gli altri cronisti e questi stessi documenti chiamano il nostro ser 
Piero sempre e solamente notaio- 

(4) Intorno a ciò vedi i documenti. Inoltre in un libro d'Estimi de! contado 
fiorentino del 4361, che si conserva in quest'Archivio, intitolato Capi di famìglia, 
quartiere Santa Maria Novella, si trova a e. 362 t. la seguente partita: 

« Puccio Casi , 1 

« Ser Piero suo fìlliuolo , f , . 

Lire l ». 
« Monna Margherita [di Manecto e l 

« Giovanni Guarducci ' 

(5) Vedi in quest'Archivio, sezione del diplomatico, le due carte prove- 
nienti dagli Spedali di Prato, del 1360, 23 dicembre, e 1373, 11 ottobre. Due 
altre carte rogate pure da lui , non però come notaio del Potestà , esistono nel 
detto Archivio, provenienti come sopra, e sono dell'anno 1363, 13 di novem- 
bre e 31 di .dicembre. 

(6) « Martedì, a dì 10 di luglio, furono levate le carni in sul carro ad un 
« monaco bigio , prete , il quale era consenziente al tradimento di Prato , ed 
a era con chierica larga; e poi fu propaginato ». Mo.naldi, Diario cit. , pag. 507. 



14 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

non se ne trovino più i documenti, chiaro apparisce, oltre 
all'attestazione dei cronisti , dal processo stesso formato 
più tardi da papa Gregorio XI contro i Fiorentini ; dove 
fra le altre colpe è apposta loro anche quella d'aver 
fatto uccidere barbaramente fra' Niccolò (1). 

Alessandro Gherardi. 



(4) Vedi Archivio Storko Italiano, III Serie, Tom. V, Par. II, pag. 73. 



AL COMUNE DI FIRENZE 15 



DOCUMENTI 



(Da un libro d'Inquisizioni del Potestà ili Firenze del 1375, segnato di u. 8, 
a e. 38-41 t. Collazionata con due altri esemplari esistenti nei libri di Sen- 
tenze del detto Potestà, segnati di n 15 e 17, a e. 24-27 e 19-22 t.) 

In Christi nomine amen. 

Hec est quedam inquisitio quam faciunt et tacere inten- 
dunt nobilis et potens dominus Laurentius quondam Ric- 
chardi de Sanguiugnis de Urbe, milex, honorabilis Potestas 
civitatis Florentie eiusque comitatus, fortie et distriptus (1); 
et sapiens vir dominus Abezutus quondam Gendarii de Pa- 
dua , Iudex malleficiorum ipsius domini Potestatis , in quar- 
teriis Sancti Iohannis et Sancte Marie Novelle Comunis et 
civitatis Florentie , per ipsum dominum Potestatem ad ipsum 
offlcium malleficiorum specialiter deputatus ; ex eorum et cu- 
iusque ipsorum , et sue curie officio, potestate et baylia, con- 
tra et adversus 

Ser Pierum Puctii de Canneto , notarium Comunitatis 
Florentie , et nunc liabitatorem in terra Prati comitatus 
Florentie , hominem male condictionis , vite et fame , ac mi- 
cini m et pessimum proditorem diete terre Prati et civitatis 
Florentie; in eo , de eo et super eo, quod, fama publica pre- 
cedente et clamosa insinuatione referente , non quidem a ma- 
livolis nec suspectis , sed a fidedignis personis , ad aures et 
notitiam ipsius domini Potestatis et Iudicis et eorum curie 

(4) Il suo uftìcio durò dal 10 aprile al 10 ottobre 4375. 



16 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

sepe sepius auditu pervenit , quod dictus ser Pierus, spiriti! 
diabolico instigatus, Deum pre oculis non habendo , sed po- 
tius innimicum Immane generationis , nequiter et malo modo 
et animo, et intentione infrascriptum prodimentum et malle- 
lìcium prodimenti commictendi , de anno nuper preterito , et 
mense februarii dicti anni mixit prò fratre Nicolao Boncom- 
pagni de terra Prati , rectore ecclesie Sancti Iusti de Se- 
zana , comitatus et epischopatus Pistoni , ac distriptus et iu- 
risdictionis Fiorentine, quemdam nunptium (de cuius nunptii 
nomine non recordatur), quod ipse frater Nicholaus veniret 
ad terram Prati, ad loquendum cum dicto ser Piero. Et demum, 
cum dictus frater Nicolaus , propter predictum nunptium et 
ad instantiam dicti ser Pieri ,„ venisset ad dictam terram Prati, 
ad domum habitationis dicti ser Pieri , positam in terra Prati, 
in via Porte Travalee , cui ab uno latere est via, ab alio, Pieri 
Iunte , ab alio ser Gene Dolceamore , causa loquendi cum 
ipso ser Piero , et sciendi quid volebat dicere , et causam 
propter quam mixerat prò eo; cui fratri Nicolao, tunc in domo 
habitationis ipsius ser Pieri existenti , ipse ser Pierus pro- 
ditor predictus , animo et intentione infrascriptum prodimen- 
tum tractandi et perpetrandi de terra Prati comitatus Flo- 
rence , et animo turbandi paciflcum statimi Comunis et Populi 
civitatis Florentie , dixit hec verba , videlicet : 

« Frate Nicholao, io ò male stato in Prato , però che co- 
« storo che regono sonno gebellini, et da loro so' mal tractato; 
« et perù ò pensato pagarnelli. El modo sera questo , ciò è : 
« Se 7 Cardenale de Bologna volesse attendere ad volere una 
« terra in Toschana, ciò è Prato, ioglili darrò agevelemente. 
« El modo ad darlegli sera questo , eh' io procurerò d'avere le 
« chiavi del palazzo degli Orto de Prato, et far olle de cera 
« ad quella forma , et poi le farro fare de ferro. Et così 
« procurerò d'avere la chiave picchola che apre l'uscio, 
« per lo quale se va del decto palazzo degli Orto nel pa- 
« lazzo del Podestà; et la chiave de una porta de Prato; 
« el prima la farro de cera in propria forma de quelle. Le 
« quali chiave de cera arerò per quislo modo, die arerò 
« uno fante, che ordenerò che s'acconce cogli Orto per 
« istanza. Et questo fante la forma de le diete chiave de 
« cera me darrà, secundo ch'io lo 'ridettero ; et poi le farro 



AL COMUNE DI FIRENZE 17 

« fare de ferro. Et poi arerò xl fanti, de li quali ne 
« porrò xx a la decta porta : et quando la gente della Chiesa 
« passarà in Toschana presso ad Prato, aprerò la decta 
« porta cole decte chiave; et mederò dentro in Prato la 
<< decta gente. Et coli' altri xx fanti piglieròlu palaczo degli 
« Octo; et per lu supr ade cto uscio co li decti fanti, intrerò 
« nel palaczo del Podesiade /et subito per forza mederò fore 
« del palazzo el Podestà et la soa fameglia et ufficiali, et 
« mederò dentro al dedo palaczo la decta gente della Chiesa ». 
Li quali fanti el dedo ser Piero, el dì el quale se fa el mer- 
cato ne la decta terra de Prato , disse de medere in epsa 
terra in quisto modo , ciò è: « Che ipso farrebe el predecto 
« di del mercato medere mano ad vendere vino ad menuto 
« ne la cella de la casa de la soa habitatione prededa; et 
« li decti fanti farrebe venire ne la decta cella a due a 
« due , a bere del dedo vino ; et ne la decta casa gli recepta- 
« rebe , in fino ad quillo tetnpo che a le predede cose vo- 
« lesse dare executione ». Et ad dare la decta porta de la 
decta teiera de Prato disse il dedo ser Piero che terrebe 
quistu modu , ciò è: « Ch'io procacerò che dui mei amici 
« seranno eledi et missi a la guardia de la decta porta , 
« allegando che abiano debito , et che deputarli a la decta 
«. porta sera bene , ad ciò che no potessero essere presi per 
« lor debiti ». 

Et post predicta sic narrata et dieta ac ordinata per 
dictum ser Pierum cuna dicto i'ratre Nicholao, dictus ser 
Pierus incontinenti et eodem in istante , ad hoc ut dictum 
pi-odimentuin habilius posset tractare et ad eflectum perdu- 
cere , dixit et iniunxit eidem fratri Nicholao, quod iret ad 
castellanum castri Bargi, comitatus Bononie , et quod eidem 
castellano diceret ac exponeret integraliter omnia que supe- 
rius sunt dieta et narrata per dictum ser Pierum ipsi fratri 
Nicholao. Et dedit eidem quandam scripturam in carta bom- 
bacina, vulgaliter scriptam maini ipsius ser Pieri; et man- 
davit ac commixit eidem fratri Nicholao , quod ipsam scriptu- 
ram daret et presentaret in manibus dicti castellani. Cuius 
([uidem scripture predicte , vulgaliter scripte manu dicti sei- 
Pieri , tenor de verbo ad verbum per omnia talis est , vi- 
delicet : 

Arcu. St. Irvi.., 3." Serie, T. X , P. I. 3 



18 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

Nota Maxima. 

« Consideralo lo avenemento del nostro Sanclo Polve , 
et conio lo Comune di Firenza con tradementi se porta co 
la Sancta Acchiesa, lu modo c'è d'avere per l'Acchiesa una 
terra en Toschana , ciò è Prato ; dando ordene in prima , 
lo quale ordine potè slare secreto quanto bisogna. Et pósi 
avere la decta terra, conio V uomo , a sé senza fatiga , 
et non corre termino, dato prima l'ordine sopradicto. Lo 
secreto è agevele. Le quali cose fa uno savio et sodile 
de spirito de la decta terra: et posso co lui ongni cosa fare 
corno devoto de Sancta Acchiesa, et nemicho del Comune 
di Firenza. La quale terra àuta, per consequentìa Firenze 
et Pistoia sonno assediate , et pósi dire perdute. Et perù, se 
secretamente ad ciò volete entendere , pósi fare con gran- 
dissimo honore et prode de Sancta Acchiesa ». 

Et post predicta sic audita et intellecta per dietimi fratrem 
Nicliolaum a dicto ser Piero proditore , ac recepta dieta litera, 
ut superius dictum est, idem frater Nicholaus de dicto mense 
februarii ivit et se contulit ad castrimi Bargi predictum, ad 
castellanum elicti castri, qui prò ecclesia dictum castrimi 
tenebat ; et eidem castellano integraliter omnia supradicta et 
narrata et ordinata per dictum ser Pierum proditorem narravit 
et dixit : ac etiam eidem dedit dictam scripturam vulgaliter 
scriptam, sibi i'ratri Nicholao traditam per dictum ser Pierum. 
Qui castellarne predictus, auditis predictis eidem integraliter 
narratis per dictum fratrem Niciiolaum , ac recepta et visa 
dieta scriptura vulgaliter scripta; dixit ac respondit eidem 
i'ratri Nicholao : « Ego non intelligo liane scriptam , et 
« vellem loqui personaliter cum dicto ser Piero ». Et tunc 
dictus frater Nicholaus recepsit de castro Bargi predicto , 
et venit ac redivit ad dictam terram Prati, ad dietimi ser 
Pierum proditorem predictum et eidem integraliter retulit 
responsionem quam fecerat dictus castellanus dicti castri 
Bargi : videlicet, quod dictus castellanus volebat personali- 
ter loqui cum dicto ser Piero proditore. Qui ser Pierus pro- 
ditor predictus , audita et intellecta responsione dicti ca- 
stellani , eidem ser Piero dieta et narrata per dictum Ira- 



AL COMUNE DI FIRENZE 19 

freni Nicholaum , respondit et clixit eidem fratri Nicholao: 
« Ego volani ire ad dictum castellanum castri Barghi predicti 
« ad loquendura cum eo de predictis ; et volo quod veniatis 
« mecum ad ipsum. Unde, dicatis mihi qua die vultis venire ». 
Qui frater Nicholaus tunc respondit et dixit eidem ser Piero, 
quod tunc temporis non poterat cum eo accedere ad dictum 
castellanum , quia tunc habebat facere certa facta sua. Deinde 
de anno presenti et mense madii nuper preteriti dictus ser 
Pierus proditor , volens et cogitans dictum prodimentum et 
tractatum proditionis ad effectum perducere , duas literas 
scripxit et mixit dicto fratri Nicholao ad ecclesiam Sancti 
Insti de Sezana predictam , positam in comitatu et episcopati! 
civitatis Pistorii. In quarum literarum ultima continebatur , 
quod ipse frater Nicholaus veniret ad loquendum sibi sei- 
Piero , ad villana Valdagne , positam in comitatu Pistorii (1). 
Qui frater Nicholaus, receptis ac visis dictis licteris, de dicto 
mense maii , nuper preteriti , ivit ad dictum ser Pierum pro- 
ditorem antedictum, ad dictam villam Valdagne. Et tunc idem 
ser Pierus et dictus frater Nicholaus existentes in dieta villa 
Valdagne , in loco qui dicitur Accholla (2) , ad invicem locuti 
fuerunt. Et volentes ad effectum perducere dictum prodimentum 
et tractatum proditionis, comunicato Consilio inter eos , simul 
iverunt et se personaliter contulerunt ad dictum castrum 
Bargi, causa loquendi cum castellano dicti castri. Et ibidem , 
extra dictum castrum, prope tamen ipsum castrum, in 
via publica , cui ab uno latere est via, ab alio res certo- 
rum hominum de castro Barghi, a iij° via, et aliis flnibus; 
cum dictus castellanus ibidem venisset , dictus ser Pierus 
fuit locutus cum dicto castellano, aliquantulum tamen remoto 
dicto fratre Nicholao a dictis castellano et ser Piero. Et quod 
tunc dictus ser Pierus cum dicto castellano dixit, narravit 
ac tractavit omnia verba prodictionis supradicte ; videlicet 
dicendo eidem castellano : Che s'el Cardenal de Bologna vo- 
lesse actendere ad volere una terra in Toscfiana , ciò è 



(1) Villa Valdagna o di Valdagna? La Valdagna è oggi un intero tratto di 
paese nel contarlo di Pistoia , e non già una sola villa. Rf.petti , Dizionario geo- 
grafico-storico della Toscana- 

[2.) Di questo luogo non è falla alcuna menzione nel sopracitatu Dizionario. 



20 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

Prato, che g liti darrébe. Et eidem castellano dixit se tenere 
illuni modura in dando terram Prati predictam officialibus 
et pastoribus ecclesie , quem supradixit et rationatus f'uit cum 
dicto fratre Nicholao , ut superius de verbo ad verbura con- 
tinetur. Cui ser Piero proditori antedicto idem castellanus 
respondit et dixit: « Io none entendo bene queste parole che 
« vui me rascionate , et però faiteme una scripta in gra- 
« maticha (\), et io la porterò al car denaie , et mostrerogli ; 
« et poi vi responderò ». Et hiis dictis et ratiocinatis ad invi- 
cela cum dicto castellano , ser Pierus proditor antedictus et 
dictus frater Nicholaus recesserunt a dicto castellano, et ad 
invicem venerunt usque ad quandam villam que vocatur 
Migliana (2) , de comitati! Pistorii ; et ibidem , in quadam 
taberna simul biberunt. Postea recepserunt a dieta taberna ; 
et dictus frater Nicholaus ivit ad dictam ecclesiam suam , et 
dictus ser Pierus proditor redivit ad dictam terram Prati. 
Deinde , in principio presentis mensis iunii dictus ser Pierus 
proditor , cogitans et volens ad effectum perducere dietimi 
prodimentum et tractatum prodictionis , licteram supra- 
dictam, eidem petitam per castellanum , scripxit in quamdam 
licteram , licteraliter et in gramaticali sermone ; in qua to- 
tus tractatus prodictionis predicte continebatur : et ipsam 
per quemdam nunptium mixit prefato fratri Nicholao, qui 
ipsam portaret et portare deberet castellano Barghi pre- 
dicto. Qui frater Nicholaus, recepta dieta lictera, sequenti 
die ivit et se contulit ad dictum castrum Barghi cum dieta 
lictera; et predicto castellano dictam licteram fecit dari et 
presentari , per quemdam qui vocabatur Iohannes de castro 
Barghi. Et hiis factis , dictus frater Nicholaus recepxit inde , 
et redivit ad ecclesiam supradictam. Et post predicta , die 
veneris nuper preterita , que fuit xxn dies huius presentis 
mensis , dictus frater Nicholaus redivit ad castrum Barghi 
prò certis eius negotiis: et ibidem, aliquantulum extra dictum 
castrum Barghi, invenit dictum castellanum; a quo castellano 
petiit responsionem diete lictere. Cui fratri Nicholao dictus 
castellanus respondit et dixit : Quod Cardenalis Bononie non 

(4) Cioè , in latino- 

(2) S, Maria a Migliana è uno dei piccoli comuni della potesteria del Mon- 
tale, nella valle dell' Ombrone pistoiese. 



AL COMUNE DI FIRENZE 21 

volebat actendere ad res eidem portatas , scriptas et narratas 
per dietimi ser Pierum proditorem inquisitimi. Sed dictus 
castellanus dixit eidem fratri Nicholao : « Vos cito habebitis 
« compagnam in Mugello , deinde ipsa veniet in territorio 
« terre Prati predicte. Et una altera compania veniet per 
« Carfagnanam super territorio civitatis Pistorii ». Et hiis 
auditis et intellectis a dicto castellano per dictum fratreni 
Nicholaum , ipse l'rater Nicholaus recepsit a dicto castellano , 
et ivit ad ecclesiam supradictam. Deinde , die sabbati nuper 
preterita, que fuit dies xxiii presentis mensis iunii , dictus 
l'rater Nicholaus ivit ad predictam terram Prati , et se contu- 
lit ad predictam domum habitationis dicti ser Pieri prodito- 
ris ; et eidem ser Piero responsionem eidem factam per dictum 
castellanum , et omnia per ipsum castellanum eidem dieta , 
ut superius continetur , dixit et exposuit integraliter , prout 
dictus castellanus eidem dixit. Qui ser Pierus, auditis et intel- 
lectis predictis a dicto fratre Nicholao eidem narratis , sem- 
per cogitavit et conatus fuit omni modo, via et forma, quibus 
magis et melius potuit , ad flnem et effectum perducere dictum 
prodimentum et tractatum prodictionis : nec per eum defecit 
et stetit quin eius inichum propositum et prodietionem pre- 
dictam executioni mandaret et ad effectum perduceret. Et 
predicta omnia et singula dieta , facta , cogitata , exposita et 
commissa fuerunt dictis anno et mense , locis et temporibus 
suprascriptis , per supradictum ser Pierum notarium, prodi- 
torem pessimum, animo et intentione predictis, et animo et 
intentione turbandi pacificum et tranquillum statnm Comunis 
et Populi civitatis Florentie et diete terre Prati ; in maxi- 
mum dampnum et preiudicium hominum terre Prati ; et Co- 
munis et Populi civitatis Florentie et dominorum Priorum et 
Confalonerii iustitie , ac presentis tranquilli status Comunis 
et Populi civitatis Florentie, contra formam iuris, statutorum 
et reformationum diete civitatis. De quibus , et super quibus 
omnibus et singulis etc. 
Super quibus etc. 

Die xxviii mensis iunii. 

Inquoata et formata fuit dieta inquisitio per supradictos 
dominos Potestatem et ludicem , et quemlibet ipsorum, ex 



22 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

eorum et cuiusque ipsorum officio , arbitrio , curia , pote- 
state et baylia; contra et adversus suprascriptum ser Pierum , 
proditorem : ipso Iudice sedente prò tribunali ad eius solitum 
banclium iuris malleficiorum , situm in civitate Florentie , in 
populis Sancti Appolinaris et Sancti Stephani Abbatie , in 
palatio liabitationis et residentie supradicti domini Potestatis , 
incurtili dicti palatii, cui palatio undique sunt vie Communis; 
sub annis Domini ab eius incarnatione mccclxxv , indictio- 
ne xin, tempore domini Gregorii Pape XI, die xxviii dicti 
mensis iunii. 

Die xxviii mensis iunii. 

Constitutus personaliter in iudicio corani supradicto do- 
mino Potestate et Iudice , prò tribunali sedentibus ad eorum 
et cuiusque ipsorum solitum banclium iuris , ad iura re- 
denda ut moris est, ser Pierus Puctii de Canneto eomita- 
tus Florentie , volens se excusare a dieta inquisitione et 
contentis in ea ; primo et ante omnia delato sibi corporaliter 
sacramento per supradictum dominimi Iudicem de ventate 
dicenda super dieta inquisitione et contentis in ea ; cui ser 
Piero proditori, primo dieta inquisitione lecta, et vulgari ser- 
mone diligenfer exposita de verbo ad verbum per me Ange- 
lum notarium infraseriptum, de mandato dicti domini Pote- 
statis et Iudicis , ad ipsius ser Pieri proditoris plenani, claram 
et apertam intelligentiam: qui ser Pierus proditor antedictus, 
suo iuramento diete inquisitioni respondendo, et se ab ea 
exeu.sando, dixit et sponte eonfessus fuit : Omnia et s iugula 
in dieta inquisitione contenta vera esse et fuisse , loco et 
tempore in dieta inquisitione contentis. Presentibus ser Monte 
ser Barthoìi, ser Nicholao Francisci , et ser Imita Francisco , 
notariis et civibus florentinis , non nunptiis nec cappellanis. 

Qui iudex eidem ser Piero dedit et statuit terminimi , 
hodie et cras ante vesperum , ad omnem defensionem eius 
l'aciendam. 

Aliter etc... (1) 



(I) Segue la sottoscrizione del notaro che autentica questo e tutti i precedenti 
alti , scritti in questo libro. Questa sottoscrizione si ripete più sotto in fine 
della sentenza. 



AL COMUNE DI FIRENZE 23 



II. 



(Due copie autentiche e originali, esistenti nei due libri di Sentenze del 
Potestà , segnati di n. 15 e il, a e. 24-28 e 10-23 respeltivamente.) 

In nomine Domini , amen. Hec est quedam condempnatio 
eorporalis et sententia condempnationis corporalis , lata , data 
et in hiis scriptis sententialiter promulgata et pronunptiata 
per magniflclmm et potentem militem dominum Laurentium 
quondam Ricchardi de Sanguignis de Urbe, honorabilem Pote- 
statem .... ; vintilata sub examine sapientis viri domini 
Abezuti quondam Zennarii de Padua, Iudicem mallefìciorum 
dicti domini Potestatis in quarteriis Sancti Ioliannis et Sancte 
Marie Novelle, prò primis tribus mensibus regiminis dicti 
domini Potestatis, per ipsum dominum Potestatem ad officili m 
mallefìciorum specialiter deputatum,- cura Consilio, dellibera- 
tione et consensu nobilumi virorum domini Francisci domini 
Falchi de Firmo et domini Iacobi Cioctii de Amelia , legum 
doctorum et collateralium prefati domini Potestatis, et omnium 
aliorum suorum iudicum ; et scripta, lecta vulgarizata et 
nublicata per me Angelum quondam Andreutii de Pulegia, 
publicum notarium et nunc notarium et officialem dicti do- 
mini Potestatis et civitatis Florentie, ad dictum officium mal- 
leficiorum in dictis quarteriis prò dictis primis tribus mensi- 
bus per ipsum dominum Potestatem specialiter deputatum , 
sub anno Domini ab incarnatione ipsius mccclxxv, indie tio- 
ne xin, tempore sanctissimi in Cliristo Patris et Domini, do- 
mini Oregon i, divina Providentia pape XI, diebus et mensibus 
infrascriptis. 

Nos Laurentius miles et Potestas predictus , prò tribunali 
sedentes ad nostrum solitimi banclium mallefìciorum, in quo 
solitimi est ferri sententias corporales et pecuniarias, po- 
situm in sala maiori Palati! Veteris nostre solite residentie , 
positi in populo Sancti Apollinaris et Sancti Stepliani Abba- 
tie , iuxta vias publicas ab omnibus lateribus; infrascriptam 
sententiam corporalem contra infrascriptum ser Pierum pro- 
ditorem, presentem ad liane nostram sententiam audiendam, 
prò infrascriptis malleflciis, culpis, excessibus et delictis per 



24 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO 

ipsuni commissis et perpetratis in terra Prati comitatus Flo- 
rence , damus et proferimus in hiis scriptis in hunc raodum , 
videlicet (1). 

Et constat nobis et nostre curie predicta omnia et singula 
«le verbo ad verbum vera esse et fuisse, procter eius coiifes- 
sionem, corani nobis et predicto Indice et tota curia nostra, 
ad banchum iuris, in iudicio, per ipsum sponte factam. Cui ser 
Piero proditori per nos et antedictum ludicem datus et assi- 
gnatus fuit certus terrainus , iam elapxus , ad omnem ipsius 
defensionem faciendam , et nullam fecit. 

Idcirco nos Laurentius miles et Potestas predictus , prò 
tribunali sedentes, ut supra dictum est: dictum ser Pierum 
proditorem, quod super quodam veyculo firmiter ligetur et in- 
catenetur, et a palatio nostre residentie usque ad locum iustitie 
consuetum ducatur; et a dictò palatio nostre residentie usque 
ad locum iustitie, per viam et iter per civitatem Florentie , 
cum tenaleis ferreis ardentibus et ingne inflamatis in cor- 
pus et personam suam tenaglietur , et carnes eius cum dictis 
tenaleis ferreis ardentibus trucidentur; et cum dictus ser Pie- 
rus proditor sic tenagliatus et trucidatus ad locum iustitie 
fuerit deductus , ibidem in terra, in quamdam foveam cum 
rapite inferius posito usque ad genua imponatur et implan- 
tetur, tamquam proditor antedictus et qui vere proditor fuit 
et est; — et id quod a dictis genibus de persona dirti ser Pieri 
a terra supererit, totaliter amputetur, ita et taliter quod ab 
eius persona.... — (2) ita et taliter quod penitus moriatur, et 
eius anima ab eius corpore separetur; et bona eius Comuni et 
Camere Florentie confischamus et applicamus, et confischata 
et applicata esse volumus et mandamus, sequentes formam 
iuris statutorum et ordinamentorum Comunis Florentie, per 
nos et ex nostro arbitrio, potestate et baylia, et omni modo 



(1) Qui è riportato il testo dell'inquisizione. 

(2) Qui seguono due altre parole che non si leggono. Notisi però che le pa- 
role in mezzo a questo segno — , qui e poco appresso, sono cancellate nella sen 
lenza originale (lib. cit. 15); e tale cancellatura dose esser fatta subito , forse 
uri rileggere la sentenza, perchè nell'altra copia lib. cit. 47) , scritta proba* 
bilmenle in quello stesso giorno dal medesimo notaro , non vi si trovano 
Che la sentenza poi non fosse eseguila in questa parte , chiaro apparisce per 
la Relazione del cavaliere compagno del Potestà , che segue in fine. 



AL COMUNE DI FIRENZE 20 

via, iure et forma, quibus melius possuraus et debemus , in 
liis scriptis ipsum sententialiter condempnamus. 

Et quia parimi prodesset sententias terre, nisi ipse sen- 
tentie executioni mandarentur et sortirentur effectum , et ad 
hoc, ut pena dicti ser Pieri proditoris ceteris proditoribus in 
i'uturum transeat in exemplum; idcirclio provido viro ser 
lolianni de Cammereno militi ac sotio nostro, presenti et in- 
telligenti , commictimus et mandamus huius presentis nostre 
sententie executionem. Videlicet, quatenus vadat, una cura 
nostris familiaribus et borvariis, et quod prefatum ser Pie- 
rum proditorem super quodam veyculo firmiter ligatum, cum 
tenagleis ferreis et ardentibus, a palatio nostre residentie 
usque ad locum iustitie consuetum, per loca consueta civi- 
tatis Florentie , duci, traili et actenagliari faciat; et in dicto 
iodio iustitie ipsum cum capite inferius in terram implan- 
lari — et id quod de eius persona a terra supererit totaliter 
amputari faciat — ; et omnia et singula faciat que supradicta 
sunt, et in hac nostra sententia continentur. Et de predictis 
publicum instrumentum fieri faciat , et nobis et nostre curie 
referat ; et omnia alia faciat et dicat , que de iure dicere et 
lacere tenetur et debet, secundum formam statutorum et or- 
dinamentorum Comunis Florentie et condempnationis predicte. 

Data, lata et in hiis scriptis sententialiter promulgata et 
pronuntiata fuit dieta condempnatio personalis et sententia 
condempnationis personalis per supradictum dominum Pote- 
statem prò tribunali sedentem ut supra ; et scripta , lecta , 
vulgarizata et publicata per me Angelum notarium supra- 
dictum et infrascriptum , in publico generali Consilio Comunis 
et liominum civitatis Florentie , more solito congregato et 
coadunato ad sonum campane voceque preconis, mandato pre- 
iati domini Potestatis ; sub anno Domini ab eius incarnata- 
ne mccclxxv, indictione xni, tempore domini Gregorii pape XI, 
die ultimo mensis iunii ; presentibus ser Angelo Latini , ser 
Guidone ser Grifi, notario actorum Camere; Mactheo Mar- 
chi et Lupicino Gualberti , banditoribus Comunis Florentie , 
et aliis pluribus in dicto Consilio existentibus , ad hec liabi- 
tis, vocatis et rogatis. 

Arc.h. St. [tal., 3.» Serie, T. X , P. I. 4 



26 DI UN TRATTATO PER RIBELLARE PRATO EC. 

(L. S.) Et ego Angelus q. Andreuctii de Pulegia, publi- 
cus notarius, et nunc notarius et officialis predicti domini 
Potestatis et Gomunis Florentie , predictis omnibus supra- 
scriptis , de mandato dicti domini Potestatis , scripxi , legi et 
publicavi, signumque meum apposui consuetum. 



III. 

(Dai duo libri suddetti, a e. 29 e 24). 

In nomine Domini, amen. Anno Domini ab eius incarnatione 
millesimo ccclxxv, indictione xm, tempore domini Gregorii 
pape XI, mensis iunii die ultimo. Dictus ser Ioliannes miles 
predictus , yens et rediens post commixionem sibi factam per 
supradictum dominum Potestatem, retulit supradicto domino 
Potestati et micia notario curie infrascripto eunti unasecum: 
dictum ser Pierum dussisse et duci fecisse, per supradictos 
familiares dicti domini Potestatis , ad lochum iustitie con- 
suetum, qui locus positus est extra Portam Sancti Franci- 
sci; et ibi in quamdam foveam in terra , cum capite inferius 
posito, implantari fecisse; ac etiam tenagliari cum tenaleis 
ferreis ardentibus , ita et taliter quod anima ipsius ser Pieri 
separata fuit a corpore; et assignatus fuit prò mortuo dicto 
ser Iohanni militi ibi in dicto loco iustitie existenti , presen- 
te me notario, per Iohannem Girardi, Simonem Mazze, Ni- 
cliolaum Mazze, Iohannem Martelli, Lippuin Rinaldi, An- 
dream Nerii, Paganellum Andree, Iuntam Bindi, Philippum 
Nacini et Pierum Micchaelis , publicos nunptios Oomunis 
Florentie. 



NOTIZIE SI 1 NAPOLI DALL'ARCHIVIO DI FIRENZE 



Ognuno suol annettere importanza ai lavori che gli 
costarono. Viene da ciò che, chi entra nuovo in qualche 
ricerca , faccia caso d'ogni briciolo di cognizione acqui- 
stata, come fosse una scoperta. Noi vediamo tuttodì qual- 
cuno che si accosta allor allora alla filologia comparata, 
o all'archeologia, od anche alla storia seria, spacciare 
come titolo di gloria verità o induzioni, che i dotti hanno 
già o repudiato da un pezzo o passate in giudicato. Noi 
pure, ricoveratici negli archivi di Toscana quasi a luogo 
di calma in tempi che la tempesta toglieva e chiarezza alla 
vista , e sicurezza ai giudizi , e dignità all'azione , cre- 
demmo degne di nota certe cosuccie che forse i veri eru- 
diti aveano lasciato addietro come da troppo poco. Se i 
maestri ce lo diranno, noi chineremo la testa; solo per 
qualche scusa ci valga il poco peso che noi pure vi at- 
tribuiamo (1). Certo non furono vane a noi particolar- 
mente, nell'intento di cercare nella storia più il movi- 
mento del pensiero che la serie degli atti : e poiché noi 
pure abbiamo la debolezza di credere che , in ragione 
della fatica che vi adoprammo attorno , possano interes- 
sare ai lettori , seguiteremo a metterne fuori a volta 
volta qualch' altro brandello. Oggi ne occuperà un paese 

(1) S'allude alle Spigolature degli archivi di Toscana pubblicate in vari tempi. 
Qui non credo superfluo notare che la Biblioteca Imperiale di Parigi sopra la 
storia d'Italia conservo codici in sesto grandissimo 8842 

grande 9255 
medio 10131 
piccolo 11083 



28 NOTIZIE SU NAPOLI 

onorande! pel passato, e designato a nobili speranze, il 
napoletano. Fra le ampie notizie che di esso possono cer- 
carsi nell'Archivio di Firenze , osservammo lunghissime 
trattative intorno a'briganti, flagello lasciato all'Italia 
al cessar delle guerre del secolo XVI e durato tutto il 
seguente. I nomi ne rimasero sepolti nella storia, come 
quelli degli eroi ; ma erano oramai i soli rappresentanti 
del valore italiano , sciaguratamente adoprato. 

Dopoché l' infausta unione del Portogallo colla Spagna 
fu rotta da una fortunata rivoluzione, Giovanni IV, fatto 
re di Portogallo , avea nominato suo ambasciadore il 
vescovo di Lamego. In conseguenza quello era odiato e 
perseguitato dalla Spagna ; e dovuto fuggir da Roma , 
ricoveravasi a Livorno, sotto la sicurtà che a tutti aveva 
il granduca accordata in quel porto. Il viceré di Napoli spedì 
segretamente a Livorno sopra una feluca Giulio Pezzuola 
con armati per assassinarlo, con intelligenza di qualcuno 
di Toscana. Questo Pezzuola era uno dei tanti capibanda 
del regno , audace a segno , che ardì rapire da Roma il 
principe di Sanzia ribelle napoletano, sebben fosse fami- 
gliare de' Barberini , e se ne vanta in lettera al granduca 
del 16 gennaio 1640. Costui teneva accordo principalmente 
con fra Paolo, altro capo di masnada nel regno, e allora 
venuto capitano a servizio del granduca. Il quale pagò 
400 piastre di mancia a chi gli aveva rivelato il tentativo, 
e potè impedire il colpo. Ciò fu nel 1644. Poi fu ottenuta 
assoluzione per fra Paolo da ogni pregiudizio che avesse 
nel regno , e pensavasi spedire ai confini per reclutare 
banditi che corseggiassero lo Stato romano onde molestare 
i Barberini e il papa, il quale da parte sua avea man- 
dato a guastar il Sanese l'altro capobanda Tagliaferro. 
In quell'occasione il Pezzuola si offerse a servire il gran- 
duca con 300 uomini, e con 500 Gio. Pagani suo amico, 
impegnandosi a far ribellare lo Stato della Chiesa (1). 

(4) Carle.L'gio da Napoli XLV. La filza 249 dello Strozziane contiene molte 
cose su Napoli e la Sicilia. 



NOTIZIE SU NAPOLI 29 

Su Masaniello e Mormile e la spedizione del duca di 
(iuisa ricchissima messe vi troverebbe chi volesse aggiun- 
gere all'opere fin adesso pubblicate in proposito , e che 
tengono pur sempre del romanzesco. 

La filza XI è tutta di lettere spagnuole del famoso 
(ìiovanni d'Austria, dal 1572 in avanti. 

Noi ci badammo specialmente al carteggio che negli 
anni 1735-36-37, tenne Bartolommeo Intieri, noto econo- 
mista. Si sa che in quel momento rinnovava faccia il regno 
delle due Sicilie , e si costituiva con quella prosperità , 
che facilmente accompagna l'acquisto dell' indipendenza. 
È bello dunque seguirne i passi , pur troppo disturbati 
da tremende disgrazie naturali, quali i tremuoti di Cala- 
bria e l'eruzione spaventosa del 1737, sulla quale larga- 
mente si diffonde l'Intieri. Il suo carteggio cred'io piace- 
rebbe e interesserebbe, qualora tutto fosse stampato. 

Lo accompagna sempre un gazzettino , nel quale , al 
modo delle corrispondenze de' giornali odierni, sono espo- 
sti i vari avvenimenti , senza legame e senza riflessioni. 
Per mostrarne la natura ne rechiamo qui alcuni brani, 
che ci avvicinano ai tempi moderni , invece di rimontar 
agli antichi come fcmmo altre volte. 



Napoli, l.° maggio 1736. 

Nel fine della scorsa settimana s' apprese eh' essendosi 
portato dal suo tribunale il commissario di Campagna nella 
città di Pozzuoli , vi avesse esiliato a suon di tromba da 
essa città , per la distanza di miglia 20 , quel paroco e 
5 preti , con 10 altre persone secolari , a causa di materia 
di Stato. 

Ne' giorni passati da questo Monsig. Simonetti Nunzio 
Apostolico , fu spedito un ordine circolare a tutti li chiostri 
de'religiosi di non commettervi de' contrabandi di sorte al- 
cuna , sotto pena di restar privati di voce attiva e passiva , 
iuaderendo con ciò alla volontà del sommo Pontefice. 



30 NOTIZIE SU NAPOLI 

Il quale ancora ha spedito un altro ordine circolare a tutti 
li vescovi del regno di dover abolire tutte le di loro patenti 
distribuite alli secolari delle loro diocesi , che sono in gran 
numero, con esimersi dal fòro secolare, e godere l'ecclesia- 
stico; e che debbano porre in nota li patentati bastevoli; e 
ciò viene originato dalli reclamori fatti da 3 vescovi del 
Regno al Papa sopra la prigionia seguita , per ordine dei 
governi secolari , d'alcuni loro patentati ; volendosi che il 
tutto sia per sfuggire la Santa Sede tutti 1' impegni con 
questa corte , che potessero nascere per sì lievi cause. 

Nel dopo desinare di lunedì passato, la Maestà del Re no- 
stro Signore , che Iddio conservi , si trasferì colle solite forme, 
al divertimento della regia caccia delle quaglie nella Marina 
de' Bagnuoli di là della Grotta che conduce a Pozzuoli , con 
averne ammazzate moltissime di sua propria mano ; perciò 
restò antecedentemente essa Marina de' Bagnuoli inibita a 
cacciatori di qualsivoglia ceto. 

Martedì mattina fecero ritorno in questa regia darsena 
le due galere della nostra squadra, dopo d'aver scorso le 
vicine Marine per lo spazio di giorni 22; con aver esercitata 
la ciurma de'condannati al remo. 

Nel dopo pranzo approdarono in questo porto da Palermo 
la galera padrona, ed altra di conserva, della squadra di 
Spagna , avendo convogliato 5 bastimenti con 7 compagnie 
del reggimento della regina de' dragoni smontati , eretto al 
servizio di Sua Maestà dal sig. D. Ferdinando Caracciolo di 
Santobono , che posero piedi a terra nel giorno seguente di 
mercoledì , con esser passate al Torrione del Carmine , aspet- 
tando dalla Sicilia il restante d'esso reggimento. Ed esse 
galere salutarono con replicata scarica del cannone il nostro 
real stendardo, e li fu risposto con 3 tiri di cannone dal 
Castelnuovo, per portare lo stendardo di Spagna la galera 
padrona suddetta. 

Mercoledì si seppe, che Sua Maestà si l'osse degnata di 
promuovere S. E. il sig. tenente generale Duca di Castro- 
pignano al comando in capite delli Presidj della Toscana, 
con dispensarlo per il suddetto effetto dal servizio di Sua Mae- 
stà Cattolica, e TE. S. ha trascelto per sua residenza Piom- 
bino per essere situato in terra ferma, e non Longone per 
essere nell'Isola; verso dove partirà, dopo che sarà sgra- 



NOTIZIE SU NAPOLI 31 

vata la signora Duchessa sua sposa, giacché in oggi essi 
Presidj sono la frontiera del nostro regno. 

Nel gran chiostro de' PP. Olivetani si prepara un appar- 
tamento solito per li prencipi forastieri , per il sig. Conte 
Borromeo , che da Milano deve pervenire in questa capitale , 
senza penetrarsi sin ora l'oggetto d'essa venuta (1). 

Giovedì mattina, per ordine della Giunta sopra l' Inconfì- 
denti , fu spedito un plebeo , condannato per anni 3 al remo. 

Nel dopo pranzo approdarono in questa regia darsena da 
Livorno quattro galere della squadra di Spagna , che vi si 
ritrova tutta unita al numero di sette , che salutarono con 
triplice scarica del cannone il nostro real stendardo , senza 
d'esserli stato corrisposto dal Castelnuovo, per non portare 
niuna d'esse lo stendardo di Spagna , con dirsi che abbino 
qui condotto molto contante per le truppe spagnuole che sono 
in Regno. 

Et esse galere scortarono un convoglio di 9 bastimenti col 
reggimento Anversa , levato da Longone , ove subbentrò il 
reggimento Ano, e diedero fondo alla bocca d'essa regia 
darsena , stantechè devono passare nella fortezza di Gaeta 
col suddetto reggimento Anversa. 

Venerdì si seppe , che fosse sortito ordine dalla real Corte 
per il sequestro de' feudi ed effetti , che godono in regno 
l' Eccellentissime Casa Colonna , Borghese , Sforza Cesarini , e 
Barbarmi , romane, a causa di non aver prestata alcuna assi- 
stenza all'Eccellentissmo Acquaviva Ministro cattolico , in oc- 
casione de' tumulti popolari accaduti in Roma contro la na- 
zione spagnuola. 

In esso giorno ancora si penetrò , che fosse sortito real 
biglietto al baronaggio di doversi porre all'ordine per la so- 
lenne cavalcata da farsi in occasione della prossima pubbli- 
cazione della pace , e che perciò da diversi titolati , che si 
ritrovano in questa regia, si dovrà tenere un particolar con- 
gresso de modo tenendi. 

Nel dopo desinare di sabato S. E. il sig. D. Lellio Carata 
Marchese d'Arenzo , capitan della guardia del corpo , partì con 
4 calessi di vettura per il Santuario di Bari, ad oggetto di 
sodisfarvi il voto per il male ricevuto , 3 anni sono , in una 

(1) Fu fallo viceré di Sicilia. 



32 NOTIZIE SU NAPOLI 

gamba, che ha fatto lavorare d'argento, venendovi ivi con- 
dotta da un ufficiale , e due corazzieri del reggimento del Re. 

Domenica mattina seguì il matrimonio della giovine ve- 
dova marchesana Serra col vedovo Principe di Cariati Spi- 
nelli , e la marchesina di lei unica figlia, ed erede de' Feudi, 
per ordine della Corte di Roma , questo Monsignor Nunzio , 
ne' giorni scorsi, 1 di notte , posta in sua carrozza , la trasportò 
dalla nobile clausura di S. Chiara in quella di S. Sebastiano, 
ove dimora la di lei zia carnale principessa della Torella; e 
per il maritaggio d'essa marchesina, sono molti li titolati 
concorrenti , a causa che porta una pingue dota. 

Nel dopo desinare d'esso giorno gionse corriere dalla Corte 
Cattolica alla segreteria di Stato , senza essersi traspirata 
cosa alcuna. 

La Maestà del Re nostro Signore, che Dio guardi, senza punto 
tralasciare l'assistenza a' Consigli di Stato e alle pubbliche 
udienze che dà , consolando questi suoi fedelissimi vassalli , 
va prendendosi il divertimento della caccia, e nel dopo pranzo 
nel suddetto giorno si condusse alla solita divozione nella 
real chiesa del Carmine Maggiore. 

Ieri mattina lunedì fecero vela da questo porto gii accennati 
nove bastimenti per Gaeta col suddetto reggimento Anversa di 
1000 fanti , donati dal Monarca Cattolico al Re nostro Signore. 

Trasportato da Livorno un certo personaggio dello Stato 
di Parma , casato Mannara , se non erro , che fu carcerato 
mesi sono e condotto mascherato a Livorno, è stato posto nella 
fortezza di S. Ermo , onde si rende più che vana la voce die 
fosse stato archibusato sopra una nave spagnuola in certa 
distanza da Livorno. 

Il matrimonio, del quale fa menzione la presente gazzetta, 
della marchesa Serra, eh' è verissimo, ha dato a vedere quanto 
santamente e giustamente il supremo Consiglio di Stato in 
vocasse , giorni sono, altro decreto fatto dalla Camera di 
S. Chiara, col quale dava l'amministrazione degli effetti della 
marchesina Serra alla madre ora rimaritata. 

Dal supremo Consiglio di Stato sono usciti sacrosanti 
ordini per la buona regola dell'università, e perchè il pre- 
sente Governo abbia in animo di rinnovare il ceto de' Dot- 
tori , o siano legali ; il che può produrre dell' utile grandis- 
simo a questo Regno. 



NOTIZIE SU NAPOLI 33 

Sabato passato giunsero qua li signori Marchesi Albizi e 
Torrigiani, a' quali il sig. Conte di S. Stefano ratificò le gen- 
tili espressioni fatte in molte occasioni a favore de' Toscani. 

La Giunta del Commercio ha fatta la consulta a Sua Mae- 
stà perchè si compiacia di procurar la pace col Turco , come 
quella , che potrebbe giovare al commercio che tanto soffre 
degli incomodi delle navi barbaresche. 

La Giunta del Sollievo del Regno usa tutto lo studio per 
il bene del pubblico ; ma come che i vecchi ministri per lo 
più non convengono con i nuovi, però gli espedienti son trat- 
tenuti prima di uscir alla luce. 



Napoli, 10 luglio 1736. 

Nella mattina di martedì della scorsa settimana nella 
chiesa della Casa professa de' PP. della compagnia di Gesù 
seguì la ricognizione del cadavero del venerabil servo di 
Dio padre Francesco di Girolamo, che passò all'altra vita 
nel mese di maggio del 1716 , stato posto in disparte nella 
sepoltura d'essi PP. ove calorno gli eminentissimi Belluga, 
ponente nella congregazione de' sacri riti del suo processo 
che si fabbrica, Spinelli nostro arcivescovo, ed Acquaviva, li 
monsignori Invitti arcivescovo di Sardi, e Cirillo vescovo di 
Fiano, li signori principi d'Angri Doria , Ardone , Milano e 
Marsico Vetero , Caraccioli , ed il duca di Laurino Spinelli , 
due medici , due chirurghi , due protonotari apostolici e due 
ostetrici: ed apertasi la cassa di piombo alla presenza delli 
sopraddetti porporati , prelati e titolati , vi fu ritrovato esso 
cadavero in ossi dispolpati , che nel dopo pranzo furono riu- 
niti per osservare se vi mancava qualche cosa , come in 
effetto non vi si ritrovò mancante cos' alcuna. Onde riposti 
essi ossi in altra cassa furono collocati nella suddetta chiesa 
nella cappella di Sant' Ignazio in cornu Evangelii , in luogo 
di deposito , con una lapide marmorea con una descrizione. 
In tal congiontura fu numerosissimo il concorso della nobiltà 
ed ogni altro ordine di persone. 

SulF un'ora di notte d'esso giorno , la maestà del Re 
nostro Signore , che Dio conservi , calò nella regia darsena 

Akch. St. It\l. , 3.» Serie, T. X , P. I. o 



34 NOTIZIE SU NAPOLI 

per godervi il solito divertimento del lanciare, con fiaccole 
accese , i pesci , e imbarcatosi sopra scialuppa riccamente 
ornata , fu condotta la Maestà Sua per la marina di Santa 
Lucia sino al castello dell'Uovo per maggiormente godere il 
suddetto divertimento, che terminò sull'ore due ed avantaggio. 

Mercoledì s'apprese il sicuro riscontro , che dalla real 
Corte fosse stato imposto alli Padri Minori riformati di San 
Francesco del chiostro della SS. Trinità di dover cedere 
esso chiostro alli PP. Scalzati di S. Pietro d'Alcantara, che 
s'aspettano da Spagna in qualche numero , come più prossimo 
al real palazzo , per tutto quello potesse occorrere nello spi- 
rituale alla real Corte Spagnuola ; giacché il confessore di 
S. Maestà è P. Scalzato. Onde essi PP. Riformati stanno in 
agitazione per il ripartimento de' religiosi d' esso chiostro 
in altri della loro provincia di Napoli , con aggravarli di 
peso per il sostentamento ; non essendo prevalse le loro 
rimostranze con impegni corsi per quest'effetto a di loro favore 
presso d'essa Real Corte. 

Parimente s'apprese che nel gran chiostro de' PP. Olive- 
tani si stesse preparando il solito appartamento per titolati 
forastieri , giacché per li 18 del corrente vi s'aspettava da 
Parigi il sig. Conte d' Egmont e Duca di Bisaccia Pignatelli, 
che deve prendere l'abitazione in esso appartamento. 

In esso giorno gionse corriere dalla Toscana spedito dal 
sig. Duca di Montemar alla Real Corte senza d'esser stata 
penetrata cos'alcuna ; bensì fu divulgato che S. E. aspettasse 
un corriere dalla Corte Cattolica per partire colle truppe 
spagnuole , con evacuar la Toscana. 

Nel suddetto giorno Sua Maestà si degnò di promuovere 
al grado di suoi gentiluomini di camera li signori gran con- 
testabile Colonna principe di Palestrina, e duca Sforza Cesarmi, 
colla permissione di ritornare alle loro case in Roma. 

All' incontro giovedì si seppe che fosse stato intimato real 
ordine a tutti gli ecclesiastici e pretendenti nella Dataria 
romana, spagnuoli benestanti venuti ultimamente da Roma, 
nemine excepto , di dover tra lo spazio di 4 giorni partire 
da questa regia per le loro patrie , e di già si preparano per 
tal viaggio, con prendere i passaporti da questa real segre- 
teria di Stato , e in questa regia non resteranno che gli 



NOTIZIE SU NAPOLI 35 

eminentissimi Belluga e Acquaviva , li monsignori uditori 
della Sacra Rota, l'agente di Spagna ed altri regi ministri 
spagnuoli che devono a suo tempo risedere nella Corte di 
Roma. 

Nella regia darsena la galera padrona della squadra di 
Spagna dà la carena, come farà l'altra galera S. Filippo, 
dopo che averà terminata la contumacia per la preda fatta 
della galeotta barbaresca ; ed amendue galere devono pas- 
sare in Barcellona, ove gli equipaggi montaranno sopra li 
scafi nuovi ivi fabbricatisi, con lasciare li vecchi, e scorta- 
ranno due picciole navi inglesi , che caricano remi non lavo- 
rati per uso di galere. 

Alla giornata , dal tribunale della gran corte della Vica- 
ria vengono spediti rei condannati al remo per le galere 
della nostra squadra. 

Di là da Capo di Chino si è dato principio a lavorare una 
strada carrozzabile , che conduce alla real villa di Capo di 
Monte, che riuscirà lunga, giacché presentemente Sua Maestà 
è in obbligo montar a cavallo nel borgo delle Vergini con 
lasciarvi le mute , a fine d'ascendere in detta real villa ; 
tanto più che la strada è montuosa e disastrosa. 

Per l'assidua applicazione della Maestà del Re nostro 
Signore, che Dio guardi, a' Consigli di Stato, ed in ascoltare 
benignamente i suoi fedelissimi vassalli nella di già stabilita 
giornata di sabato , si vede sempre più risplendere la giusti- 
zia e V equità , tanto in questa città , che nel regno tutto , 
verso dove sono partiti diversi soggetti di tutto zelo e pro- 
bità, promossi dalla Maestà Sua al governo di varie regie città. 

E stante il ritrovarsi in mare molti legni da guerra, che 
van scorrendo l'acque per tenerle nette da qualunque corsaro 
barberesco , di continuo si veggono approdare in porto basti- 
menti , col pieno di commestibili per servizio della pubblica 
annona di questa real città ec. 

Il sig. Conte Lapi è in arresto dentro la fortezza di Santo 
Elmo d'ordine del sig. Conte di Charny, che a richiesta di 
molti riguardevoli personaggi ha cambiata la fortezza di Gaeta 
in questa. 

È accusato d'aver voluto bastonare il musico Amorevoli 
suo rivale. Fu assaltata la carrozza dove si credeva essere il 
musico, che per sua fortuna era assente, e come nell'atto 



36 NOTIZIE SU NAPOLI 

del tafferuglio l'atto col servitore dell'Amorevoli vi si trovò 
il detto Lapi , perciò è stato creduto aver voluto vendi- 
carsi con le sue proprie inani. La dama, causa tanti mali, 
è una delle principalissime. Per molto tempo il sig. Lapi ha 
goduto la sua grazia; dopo era subentrato il musico. Uomini 
assennati stimano innocente -il Lapi , accorso al romore per 
pura casualità ; ma come che è certo il fatto antecedente , 
perciò il giudice ha creduto il secondo. 



Napoli, a 25 novembre 1736. 

Nella sera di lunedì della scorsa settimana si diede prin- 
cipio all' illuminazione per tre sere in questa capitale per la 
festività del martirio del nostro principal tutelare S. Gennaro, 
e particolarmente nella strada e piazza dell' Aguglia presso la 
chiesa metropolitana; la qu al' Aguglia era tutta illuminata 
con torchi di cera a 4 lumi , con una machina eretta in essa 
piazza, rappresentante uno de' miracoli d'esso Santo, con un 
coro di scelta musica. Perciò la Maestà del Re nostro Signore, 
che Dio conservi , dopo il ritorno del divertimento della cac- 
cia , goduto nella real villa di Capo di Monte , si trasferì a 
godere essa vaghissima illuminazione , stata servita dalli no- 
bili deputati della cappella del Tesoro. 

In tal occasione nacque , ch'essendo state sbarrate tutte le 
principali avvenute d'essa strada e piazza colle guardie della 
birraglia e con giudici e ministri subalterni criminali , con 
ordine di non far passare carrozze di qualsivoglia ordine di 
persone, stante la venuta della Maestà Sua, sul bel princi- 
pio vi comparve l'eminentissimo sig. Cardinale Acquaviva , 
ministro cattolico in Roma . che spedì un suo servitore con 
ambasciata in termini molto cortesi, chiedendo il passaggio, 
altrimenti l'Eminenza Sua sarebbe smontata da carrozza, ed 
a piedi sarebbesi portata al palchetto destinatoli da essi nobili 
deputati per godere l'illuminazione e musica. A tal imbasciata 
li suddetti nobili deputati accorsero e fecero aprir la strada, 
con far passar detto porporato ministro. 

Dopo d' un quarto d'ora vi comparve una carrozza con 
:: donno di qualche mal odore , seguitata d'altra del sig. Duca 



NOTIZIE SU NAPOLI 37 

del Popoli, Cantelmi, che ancor lui spedi ambasciata di vo- 
ler passare; ma li fu risposto dalla birraglia che vi era 
T ordine del sig. Reggente della gran Corte della Vicaria . 
sig. D. Marcello Carrafa, di non far passare alcuna carrozza, 
ricevuto da Sua Maestà. Nei medesimo tempo si pose presso 
del trave un maestro d'atti criminali , onde esso sig. Duca 
smontò di carrozza , disse ad esso maestro d'atti che levasse 
il trave per il passaggio della sua carrozza, al che li fu repli- 
cato l'ordine del suddetto Reggente , ricevuto da Sua Maestà. 
Intesosi ciò da esso sig. Duca, proruppe nelle solite sue stra- 
vaganze , con dar de' schiaffi ad esso maestro d'atti, rompendoli 
di più addosso il bastone, con parole disprezzevoli del suddetto 
ordine , e dopo fece levare il trave , e passò la prima carrozza 
«Ielle 3 donne , seguitata dalla sua , senza che la birraglia col 
giudice avesse fatto risentimento alcuno. 

Intesosi ciò d'altro giudice di guardia, v'accorse rimprove- 
rando il primo giudice , che sofferse lo scandaloso attentato, 
con dirli che doveva arrestare il Duca suddetto, e condurlo 
prigioniere nella gran Corte della Vicaria, e dopo darne parte 
alla real Corte. Ed essendovi a ciò presenti li sig. Marchese 
della Terza Navarretta e D. Pompeo Piccolomini fratello del 
Principe della Valle, questi proruppero senza considerazione 
in termini poco decenti contro ambi i giudici, con sostenere la 
loro nobiltà napoletana non soggetta alle carceri della Vica- 
ria. Onde li giudici tacerono con prudenza, per non far nascere 
maggiori sconcerti , ma di tutto il seguito subito ne diedero 
parte ad esso sig. Reggente , che si portò alla real Corte per 
l'informo del successo, onde si sta in attenzione dell'esito. 

Mercoledì mattina , giorno dedicato ad esso glorioso San 
'xennaro , s'espose nella suddetta cappella del Tesoro la sua 
venerabil testa , a vista della quale essendosi anche esposta 
I' insigne reliquia del suo sangue, ritrovato duro, si compiacque 
s. D. M. di farlo perfettamente liquefare dopo 18 minuti , con 
sommo giubilo di questo divotissimo pubblico: e fu fatto lo 
sparo del cannone di queste regie fortezze, e galere delle 
2 squadre di Spagna e di Napoli. 

In essa mattina l' eminentissimo sig. Cardinale Spinelli 
arcivescovo calò in forma pubblica dal palazzo arcivescovile 
in essa chiesa metropolitana, ove con abiti pontificali cantò 



38 NOTIZIE SU NAPOLI 

la gran messa, coli" intervento di diversi prelati del regno; 
come praticò nel primo vespro l'Eminenza Sua. 

La quale dopo pranzo ricevè ancora con abiti pontificali 
alla soglia della suddetta chiesa metropolitana la Maestà Sua, 
che vi si condusse sulle ore 21 a venerare il suddetto glorioso 
Santo , col suo prezioso sangue , che li diede a baciare , po- 
nendoglielo ancora sulla fronte e petto , e s'osservò la grande 
esemplare divozione della Maestà Sua verso d'esso Santo , col 
viva del popolo nel smontare e montare in carrozza. 

Giovedì si seppe che , ne'giorni passati , fossero giunti in 
questa reggia due nobili canonici tedeschi delle chiese di Pas- 
savia e di Salisburgo, muniti di passaporti, quali furono in- 
trodotti in corte al bacio della real mano di Sua Maestà da 
S. E. il sig. Conte di S. Stefano. 

Alla presenza del sopraintendente del real patrimonio è 
stata accesa la candela (1) per il lavoro di 2500 letti da spe- 
dirsi nelli Presidj della Toscana, compresovi ancora Portofer- 
raro, ove devono restare continuamente di presidio 12 batta- 
glioni spagnuoli , per essere in oggi frontiere di questo regno. 

Venerdì mattina pervenne avviso che nel golfo di Salerno 
fosse comparsa una fusta turca , che poteva inquietare li ba- 
stimenti che vi pervengono dal regno per quella fiera; perciò 
subito fu spedito ordine della real corte alle galere di Spagna, 
come eseguirno due d'esse e due altre della nostra squadra; 
le prime dirizzorno le prore verso Salerno , e le seconde verso 
F isola di Ponza. 

Nella mattina di sabato di buon'ora approdorno nelle nostre 
vicine riviere 15tartane da caricatoj del nostro regno, con pieno 
di grani , olio ed altri commestibili, per l'Abbondanza di que- 
sta capitale , state scortate dalla tartana corsara del capitano 
Cafiero , che riferì di non avere incontrato nel suo viaggio 
alcun legno turco. 

Nella notte antecedente d'esso giorno fu spedito biglietto 
dalla segreteria di Stato degli accennati sig. Duca di Popoli , 
marchese della Terza e 1). Pompeo Piccolomini , di doversi 
per ordine di Sua Maestà conferire prigionieri , per lo scritto 
scandaloso, attaccato il primo nel Castello di S. Elmo, il 

(i) Cioè aperta l'asta. 



NOTIZIE SU NAPOLI 39 

secondo in quello dell'Uovo, ed il 3." nel Castelnuovo , come 
1' hanno eseguito in essa mattina di sabato. 

Domenica mattina correndo il compleanno di S. A. R. il 
Principe di Asturias fu fatta ricca gala in Corte, coli' inter- 
vento di tutta la nobiltà, generalità e regio ministero a pas- 
sare con Sua Maestà li dovuti complimenti , e sul tardi fu 
fatta triplice scarica del cannone di queste regie fortezze e 
galere delle due squadre. 

In essa mattina li signori cardinali Belluga venuto da 
Portici , Spinelli ed Acquaviva, in abito di popora si condus- 
sero nella cappella del Tesoro , ove ascoltorono messa bassa; 
e dopo la miracolosa liquefazione del prezioso sangue di San 
Gennaro che seguì dopo 10 minuti , il primo porporato lo 
diede a baciare alli secondi colla benedizione. Dopo di ciò li 
due Eminentissimi Belluga ed Acquaviva, deposti gli abiti di 
porpora , et in abito corto , si trasferirono alla real Corte 
a passare li dovuti complimenti con Sua Maestà per il sud- 
detto compleanno. 

Nella suddetta sera 1' Eminentissimo Spinelli arcivescovo, 
secondo l'accordato , si portò in abito corto alla real Corte , 
per passar con Sua Maestà il suddetto complimento di multos 
annos etc. 



È noto che appunti di simil genere venivano rice- 
vuti da tutte le corti , che perciò tenevano corrispon- 
denti nelle città principali. Sono la vera origine delle 
Gazzette ; più tardi si stamparono ; e i più importanti 
sono gli Avvisi di Roma che, dal Cinquecento in poi , i 
Medici ricevevano dalla metropoli cattolica , e che si 
conservano in quest'Archivio. 

C. Cantò. 



CARTEGGIO DELL'ABATE FERDINANDO GALIAM 

COI. 

MARCHESE TANUCOI 

(1759-1769 
PUBBLICATO DA AUGUSTO BAZZONI 

( Ved. avanti tom. IX , par. II , pag. io ) 

Comincio a licenziarmi da Y. E. giacché Cantillanaè in cammino, 
e La prego aver presente , che io bisogna che mostri le confiden- 
ziali a lui per vivere in pace. Y. E. vorrebbe farmi ad ogni modo 
temer l'ire sue: nella lettera de' 2 eie una dissertazione su di ciò. 
Ma nello stesso ordinario mi vien scritto che Gennaro Parrino e 
fatto giudice di Yicarìa. Quel Parrino , che insultò la fortuna, che 
l'idolatrò , che l'ha attraversata sempre , e che tutta la deve ad 
una inistancabile e pertinace protezione. A chi vuol ella adunque 
ch'io creda, ai detti o ai fatti? Agli affari. 

Non posso esser più contento di quel che sono dell'ultima udienza 
di martedì di questo Ministro. Riguardo a me egli mi parlò con 
termini che mi farebbero insuperbire , se non vedessi che è effetto 
di naturale inclinazione e genialità. Mi disse , che aveva pena 
ch'io uscissi dagli affari, mi chiese cosa mi si sarebbe dato (egli vive 
nella opinione , secondo l'uso di qui , che io non possa restare sotto 
Cantillana, dopo essere stato in figura sustantiva) ; infine mi disse 
cento belle cose. A questo proposito bisogna ch'io mi cavi un sospetto 
da corpo, lo dubito che V. E. non sappia tutto il bene che mi ha 
fatto. Y. E. mi ha fatto ministro bello e buono, perchè in questa 
Corte sono una stessa cosa gì' Incaricati e i Ministri. Io vo del 
pari col Ministro di Portogallo, di Svezia, di Russia, di Magonza, 
dell' Elettor Palatino ec. Ho il mio luogo nella cappella del re, ed 
infine sono eguale (chi il crederia ! ) al principe di (ralictzin. Tor- 
nando al discorso di Choiseul , dopo avermi egli fatte infinite finezze, 
mi uscì da sé stesso a parlar d'affari, e con sentimenti così giusti 
e uniformi al bene comune, quali V. E. gli potrebbe mai desiderare. 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 41 

Avendomene adunque egli pòrta l'occasione, io gli parlai di quelle 
cose , di cui mai non avea ardito parlargli, benché V. E. me ne abbia 
riempite le confidenziali. Il tempo non essendo bastato, stimai doman- 
dargli un'altra udienza prima d'oggi. Gentilmente egli mi rispose , 
che venissi qui a pranzo domenica, cioè ieri; ed essendo oggi la 
gran festa e dimani il giorno di veder il re , sono restato qui , ed 
ho profittato di questo tempo per far la mia corte all'amabilissimo 
marchese di Durefort, a cui ho detto quanto V. E. m'impone, e 
dovrei risponderle di sua parte altrettanto. Parlai adunque ieri con 
Choiseul , e sono egualmente contento. Le sue massime mi paiono 
vere , sagge , e che possano condurre alla salvazione questo regno , 
e l'Europa alla desiderata pace. Io son troppo piccola cosa, e troppo 
diviso dal Ministero Spagnuolo per poter entrar più dentro. 

Sarebbe da parlarsi ora di cento altre cose che ho fatte nella set- 
timana. Ho informato appieno l'Avvocato Generale del Consiglio del 
re sull'affare della partenza, e su quello d'una navarella inglese, 
che la nostra corte ha richiamata. Ho scritto a De Marco dell'arresto 
d'un Iscariote fatto a Marsiglia da quel viceconsolo , che dice te- 
nerne ordine della Corte. Non rispondo alla lettera di V. E. sull'affare 
de' carcerati bolognesi , perchè non ho le necessarie notizie. Ma è 
tardi; io ho sonno e sono stracchissimo dall'aver viste le fontane 
di Versailles , che in questo solo giorno si veggono scorrere : onde 
pieno d'ossequio e di rispetto sono, oc. 
Versailles , 15 agosto 1760. 



Arrivato Cantillana ho dato a lui conto di tutti gli affari occorsi, 
e dei pochi pendenti. Avea io già destramente persuaso Choiseul 
a non far novità alcuna sul sistema delle franchigie di qui sino al 
suo arrivo ; sicché egli non ha incontrato intoppo veruno, ne visita, 
uè obbligo di dar nota, né viaggio in dogana; anzi ha trovato quelle 
copiose finezze e distinzioni , che qui si fanno agli ambasciatori 
per consuetudine che deroga al rigor della legge. Cantillana sta così 
bene e vegeto che move invidia a vederlo , pensando alle improprie 
stagioni in cui ha viaggiato. Sa poco del suo futuro, e ne cura meno. 
È il simbolo dell'apatia. Pare per altro, che almeno un par d'anni 
resterà qui. Ho consegnata a lui la copia della cifra ch'io aveva. 

Rispondo ora alla confidenziale di V. E. dei 23. La Partenope 
sarà giudicata al primo Consiglio. Questo, o sarà tra due settimane, 
o dopo il San Martino al riaprirsi dei tribunali. Tutte le diligenze 
si ci son fatte , ne mi resta rimorso. 

I carcerati di Tolone mi fanno infinita pietà. La crudeltà de' Fer- 
mieri è giunta a domandar cauzione del pane ed acqua che si 
Arcti. St. Itai... 3. a Serie, T. X , P. I. li 



42 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

somministra loro ; e siccome questi infelici non hanno più niente , 
corrono il pericolo della sorte del conte Ugolino. Così inaudita 
barbarie non si usa nemmeno tra'cristiani , non che tra' Turchi. Io 
ho scritto al Console che veda di soccorrergli per ora ; intanto 
V. E. con un dispaccetto o al Monte della Misericordia , o a S. Ivone, 
o traile lemosine del re faccia loro dar pane per questi due mesi , 
che si riaprano i Parlamenti , che da sei mesi stanno in vacanza , 
e possa aver termine la lor lite prima che termini in essi la vita. 
Qui alle vacanze parlamentarie cede ogni più grave affare. Gli 
editti regi, l'esecuzione del letto di giustizia, tutto infine si rimanda 
ad aquas , e quel parlamento padre del popolo , custode delle leggi, 
tutore de' re , quando è tempo di villeggiatura , lascia andare al 
diavolo lo Stato. Oh che paese è mai questo ! Che sfacelo universale! 
E le armate? Ora si conviene, che Broglio ha fatto peggio di Cau- 
tades. Cautades spinse Ano al termine le armi francesi prima che 
finisse luglio. Arrischiò tutta la sorte a una battaglia , che i due 
Broglio con non voler combattere facevan perdere. Ma Broglio? 
Broglio ha perduta una campagna , e una armata senza combattere, 
senza veder la Vestfalia , e lasciandosi cinque volte sorprendere. 
Gran disgrazia è per la Francia se non pensa a far una pace. Ma 
io che fo ? Per distrazione e per abitudine facevo una lettera con- 
fidenziale , scordandomi che non ho più dritto di farla , che son 
tornato secretarlo , e che sto a patrone. - A proposito debbo rispon- 
dere a un amatissimo articolo di lettera di V. E. dell'ordinario 
passato, che riguarda me. Rispondo in breve. Prima è necessario 
che V. E. sappia qual fu la cagione della mia ipocondria , delle 
querele, della domanda di ritorno. Questa l'ho taciuta sempre 
a V. E. e a tutti. Mauro solo la potrebbe sapere , se Pallavicini, a 
cui me ne confessai, gliela disse. La causa fu, l'ignobiltà dell'im- 
piego , a cui mi vidi condannato. Niuna considerazione hanno qui i 
secretari ; e que' che ei sono non hanno altro corso di fortuna che 
tornare offlziali di segreteria nelle loro Corti. Questo colpo , e il 
sentirmi dir da tutti quelli che prima mi conoscevano figlio che 
hai fatto ? quae te dementia cepit , mi abbattè lo spirito, e nocque 
non poco alla macchina. Da questo stato sono uscito; e quanto me 
ne sia distaccato lo giudichi V. E. da questa sopraccarta che mi 
perdonerà se le accludo. Dunque conchiudendo faccia Y. E. di me 
quello che vuole , ma non mi tenga a mangiare e dormire in 
casa d'altri , non mi metta a servire, non mi fàccia stare a patrone , 
che questo mestiere non so nò l'ho imparato mai a farlo , e non mi 
pentirò mai d'averlo ricusato. Satis de hoc , e non se ne parli più. 
Avrà piacere il caro Policarpo di leggere la sentenza data contro 
i Gesuiti , che ho fatta acchiudere a V. E. È notabile che sono stati 



LETTERE DELL ABATE GALIANI 43 

convinti di vendere teriaca velenosa piena di verderame ; la far- 
macopea e la morale stanno egualmente male in mano loro. Il 
ministro di Portogallo qui ha fatto inserire nella Gazzetta ecclesiastica 
quell'articolo che riguarda l'uditor del Nunzio, in cui indiretta- 
mente si punge la parzialità che la Corte di qui ha mostrata per 
Roma in questa controversia con Portogallo. Se la Francia potesse 
acquistar nuovi nemici senza sua ruina romperebbe con Portogallo. 
Dalla semplice lettera del trattato conchiuso qui con Turino potrà 
V. E. accorgersi , che lo stile non dovea piacere ai padroni di Mi- 
lano e di Mantova. In fatti non è piaciuto. Qui il ministro Sardo 
è manifestamente prussiano. Chi sa, che ora che è seguito il matri- 
monio Parmense ( che non so se Casa d'Austria abbia ben fatto a 
sollecitarlo) non si senta qualche evoluzione. Molti ne dubitano, e 
sarebbe gran bene del genere umano , e bene anche dell'età nostra, 
a cui la presente guerra ne'secoli che verranno farà troppo ver- 
gogna. Fieno d'ossequio , d' infinito rispetto e di obbligazione , sono 
di V. E. ec. 

Parigi , 15 settembre 1760. 



Le lettere di V. E. mi sono sempre non solo d'onore , ma di 
somma utilità per l'istruzione che ne traggo , e di piacere per la 
bellezza loro. La ragione per cui io pregai V. E. a interromperle 
nasce dall'impossibilità in cui io sono di scriverle di affari , e della 
necessità che ho di leggerle all'ambasciatore. Mi dispiacerebbe per- 
ciò infinitamente che egli vedesse che V. E. mi onora di scrivermi 
di cose serie. L'età , il rango , i costumi , e soprattutto gli infiniti 
obblighi che io ho al Conte di Cantillana mi rendono troppo pre- 
ziosa la sua gloria , la sua quiete , e sino mi divengono sacri i suoi 
piccoli difetti , quali è quello nazionale ch'egli ha di facilmente 
insospettirsi. Prego perciò V. E., se non vuol farmi vivere in un 
inferno , a non scrivermi finché io starò in casa d'altri. Quanto 
questo stato sia violento per me lo può ella argomentare da un solo 
fatto. Io non amo persona al mondo più di mio fratello , e pure 
non essendo ricco , mi contentai di rilasciargli ducento venti ducati 
annui che ho di casa mia , e far la spesa d'una pigione e del 
mantenimento d'una casa per non vivere con altri. 

Mi rallegro sommamente del secondo tomo d'Ercolano terminato. 
Ma in obbligo di coscienza voglio avvertirle che bisogna bene av- 
vertire che Pascale non ci faccia una bruttissima burla , quale sa- 
rebbe quella di crepare sotto la fatica senza dircene nulla. Questa 
perdita sarebbe a parer mio irreparabile , perchè un altro ente 
simile a Pascale è incombinabile. Ma la sua pusillanimità arriva a 



44 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

segno , che è capace di sputar sangue ( per esempio ) ed aver 
paura o vergogna . o piuttosto stupidità da non dirlo. Io che so 
il suo vizio, l'avviso. Non so quanta e quale sia ora la sua fatica, 
ma se mai ne avesse molta di quella che sanno far gli altri, 
V. E. gliela levi , e lasci a lui far quello che altri non sa fare. 
Oltracciò resti intesa V. E. che Pascale non è dissipatore , ma non 
ha alcuna idea della regola e della economia ; perciò absit che per i 
suoi meriti e fatiche si pensasse ad aumenti di soldo. Egli sarebbe 
pezzente quando anche avesse cento ducati il mese. A lui bisogna 
ottenere gratificazioni momentanee , quanto paghi qualche debito , 
e torni poi a farne altri. Cosi lavorerà contento , e scuoterà l' ipo- 
condria e sarà sempre Pascale. Viva Dio che dacché mondo è 
mondo non si sono scritte a primi ministri confidenziali più confi- 
denziali delle mie. Questo è nato da che V. E. mi ha data confidenza, 
ed io me ne son presa : patisco di questo difetto , ma in verità 
ciò che ho scritto mi pare assai più di servizio del re che non 
moltissime cose alle quali gli ambasciatori danno gran dote. Il libro 
è una gloria della nazione. Da pertutto egli è così stimato e ricer- 
cato , che qui s'era formata una congiura tra' librari di volerlo 
ristampare ; cosa che non è accaduta mai a libri di simile spesa. 
Io ne sono stato parlato , e gli ho trattenuti con far loro conside- 
rare la grandezza dell' intrapresa , e far loro temere che un giorno 
si potrebbe vendere da noi. Ma se ora si trattengono non m'impe- 
gnerei che alla pace non potesse rinnovarsi ne' librari di qui questa 
voglia cos'i ardita. E forse quando non altro, tradurranno in fran- 
cese le spiegazioni, e daranno descrizione de'rami senza imprimergli. 
Da ciò argomenti quanto il libro piace. A ciò che V. E. mi ha scritto 
con sua d'uffizio in proposito d'un ufficiale francese che vuol pas- 
sare al nostro servizio , risponderà il sig. Ambasciatore. Io pieno 
d'ossequio , di rispetto e d'aspettazione resto di V. E. 
Parisi , 29 settembre 1760. 



Si legge nel Breviario, che Eusebio vescovo napoletano , per li- 
berare una donna dalla molestia d'un creditore , risuscitò il marito 
morto , che attestò aver pagato il debito , e ritornò a morire. V. E. è 
S. Eusebio , io sono il morto. Io cadavere estinto alla politica son 
richiamato ai tristi offizi di vita dall'autorevole voce della sua con- 
fidenziale dei 13, ed obbligato a purgarmi d'una riconvenzione. Potrei 
rispondere seccamente come rispose quel morto , che non avea 
tempo da perdere , e che apparentemente avea terribil timore di 
dover tornare a vivere. V. E. mi dice che un solenne Cardinale ha 
detto ad Orsini che alla Francia non piaceva la nostra mediazione ; 



LETTERE DELLABATE GALIANI 45 

ed io risponder potrei che questo Cardinale non sa cosa si dica. Io 
ho scritto a V. E. ciò che il Ministro qui non una ma cento volte 
mi ha detto ; e che sia vero ciò eh' io ho scritto mi basta e mi so- 
verchia che Pasquiat le abbia ex officio attestato lo stesso. Di questa 
sola discordanza avrei paura. Dunque io son purgato dalla mia 
riconvenzione. Non è men purgata la Francia dalla riconvenzione 
che se le avrebbe da fare. Choiseul ha parlato a quattro persone 
e manifestata la mente del suo re ; cioè a due suoi ministri e a 
due stranieri. A Pasquiat in Napoli , a Neuilly in Genova , al mar- 
chese Sorba ministro della Repubblica qui , ed a me. Queste sono 
quattro autorità decisive. Per riconvenire la Francia bisognerebbe 
che o Laon in Roma , o Ossun a Madrid avessero parlato diversa- 
mente. Ma che un Cardinale abbia parlato che fa ? l' è sempre da 
scommettere settanta contro uno che un Cardinale dica spropositi, 
e non sappia quel che si dica. 

Tutto è volgo quella gente. Che sanno essi dei segreti pensieri 
de' Sovrani ? Il gazzettino del Padre Abate Mari formava un tempo 
tutta la scienza politica del Sagro Collegio. Questa sarebbe la ri- 
sposta laconica e secca ch'io potrei dare. Ma a V. E. (come sono 
diversi i palati ! ) piacciono le lettere mie quando sono lunghe. Il 
gusto, sia detto con sincerità, è depravato : ma de gustibus non est 
disputandum. Giacche è così, io le dirò adunque che sebben cos'i 
lontano da Roma io so il principio e la ridicola origine di tutto 
quest'accaduto , e sin dalla scorsa settimana mi aspettavo ciò che 
V. E. mi ha scritto. Vado a contargliela, ma sarò lungo, gliel'avviso. 

Nel partir di qui il Nunzio Gualtieri, restò incaricato degli affari 
un certo Abbate Berardi suo uditore. Non ovum ovo est similius di 
quel che costui, e per acconciatura di capelli, e per fisionomia, e 
per maniera di pensare rassomiglia al nostro incomparabile monsi- 
gnor Perelli. Credo averlo deffinito. Egli è stato la nostra delizia 
e il nostro divertimento , ed avendolo il suo fato condotto sotto i 
denti del Sorba, l'uomo di maggior spirito che sia qui , è stata la 
testa e il toro delle nostre assemblee ebdomadarie. Or costui s'era 
messo in capo di diventare almeno cardinale con questo interinato 
ministerio. È incredibile le puerilità che ha commesso per farsi 
valere. Telus domus Dei comedebat eum. Quando cominciò la con- 
troversia con Genova si mise egli in grandissimo moto ( moto d'Ar- 
delione ) , e voleva che la Francia si dichiarasse per Roma. Non 
l'ottenne. Volle stampare, per puro impeto del suo zelo, un mani- 
festo di Roma mandatogli manuscritto , ma non se gli permise 
stante alcune frasi che ci erano concernenti l'autorità del Papa. 
11 suo fervore l'accecò in modo che volle ad ogni modo stamparlo, 
o si contentò di levarne le dette frasi. Che passo falso sia stato 



46 LETTERE DELL'ABATE (iALIANI 

questo , V. E. ben lo comprende. Roma più perde con questa ritrat- 
tazione bella e buona , che non guadagnerebbe se risultasse a sua 
piena soddisfazione 1' intrapresa del visitatore. Il Sorba rilevò subito 
questo fatto, e ne fece inserire un articolo nelle gazzette d'Amster- 
dam , e d' Utrect , che all'occhio fino di V. E. non sarà sfuggito se 
il tempo non V è mancato di leggerle. Or da quel tempo trai Be- 
rardi e il Sorba sono state grandi aimulitates . Io che mi era fatto 
amico del Berardi , perchè da sì fatti merangoli (1) soglio spremer 
molto succo , impedii che il Sorba non facesse maggior strepito della 
inconsiderata castrazione del manifesto del suo Principe fatta dal 
Berardi che avrebbe potuto ruinarlo. Infine il Berardi vedendo che 
nulla gli riusciva a verso , vennegli in capo che la Francia fusse la 
mediatrice. Così avrebbe egli avuto l'onore che tanto ambiva di 
meschiarsi più in questo negozio. Ma la Francia non mostrò alcuna 
voglia di ciò; e per contrario mostrò bastargli, che un principe 
della sua casa lo terminasse. In tanta disperazione il povero Berardi 
prese il partito di scrivere a Roma , e dir male del Sorba suo per- 
petuo mastigofero, e disse (ed è falsissimo ) che la Francia avea 
rincrescimento della nostra mediazione. Non vide il pover uomo 
quanto era inverisimile ciò. Se la Francia avesse avuto dispiacere 
lo avrebbe fatto comprendere o a noi o a Genova , ma non mai a 
Roma. Noi intanto già, fin dacché il Berardi scrisse, ci accorgessimo 
di qualche cosa, perchè coll'occhio minacciava il Sorba quasi d'im- 
minente ruina. Ma ciò eccitava risa in tutti i Ministri, non parendo 
mai possibile che il soggetto non fosse conosciuto in Roma. A me 
non venne mai in testa di scriverne a V. E. , perchè conoscevamo 
l'uomo. Ridevamo. Questa è adunque quella gran lettera che quel 
solenne cardinale avea letta. Roma non ha più uomini , non gli 
trova , e non conosce chi ha. 11 suo imperio sarebbe finito, se gli altri 
conoscessero ben lei. Ma io ho visto che niuno sa disprezzare un 
cardinale quanto si dovrebbe. 

Di tutto ciò noi siamo venuti in chiaro qui da una lettera 
dell'agente di Roma scritta al sig. Sorba , fin dalla scorsa settimana. 
Egli per la somma intrinsechezza che passa tra noi , non solo me 
l'ha comunicata, ma mi ha permesso trarne la copia che accludo 
a V. E. (2). Questa le dimostrerà l'autenticità di quanto ho detto. 

(1) Merangoli si chiamano in Napoli certe melarancio piccole e di sapore 
amaro , che soglionsi mangiare candite. 

(2) Ecco la lettera sopraccennata : 

« Qui fa del rumore una lettera di cotesto ambasciatore Berardi , il quale ha 
scritto a questa segreteria di Stato , che ella ha data formalmente parte al 
signor Duca di Choiscul d'aver la nostra Repubblica accettata la mediazioni? 
del re di Napoli. Il modo secco con cui ha il Berardi avanzata tal notizia , 



LETTERE DELL*ABATE GALIANI 47 

Ma non posso perdonare ad Orsini la sua pusillanimità , od il non 
aver visto che in quella corte mai non regnò tanta frode , tanta 
doppiezza , tanto mendacio. 

Ora venendo a ciò che V. E. mi domanda , cioè un biglietto di 
Choiseul, io non veggo ancora per qual via se gli possa domandare. 
Non so come mostrargli che in questo affare ci sia nodo ed intoppo. 
Egli è l'uomo che tratta gli affari con maggior veracità e fran- 
chezza. Dice quel che pensa , e parla quel linguaggio che conviene 
a un re potentissimo. La menzogna e la simulazione sono le arti 
della fiacchezza. Se io adunque gli dicessi quel che ha detto un 
Cardinale , bisognerebbe raddoppiar gli offlziali della segreteria di 
qui. In ogni modo io cercherò qualche pretesto per vederlo , e gli 
dirò quel che Iddio m' ispirerà. Ho informato di tutto l'ambasciatore 
acciocché stia prevenuto se Choiseul glie ne parla. Ma il miglior 
espediente mi è parso il fare che il Sorba (il quale di questa lettera 
avuta da Roma non avea fatto alcun caso , ed erasi contentato di 
barzellettare sul Berardi ) di far dico che entri in considerazione 
che può aver fatto impressione in Roma , o almeno servir di prete- 
sto a chi gli va cercando , sicché può egli farne lagnanze qui. In- 
fatti quel Cardinale non sapeva nemmen bene il contenuto della 
lettera del Berardi , il quale aveva scritto , non che V offerta , ma 
che X accettazione della mediazione era dispiaciuta. Sicché sarebbe 
Genova, e non noi che al dir di lui avrebbe dato dispiacere alla 
Francia. Ma V. E. può esser, se io non m'inganno, sicura che 
alla Francia altro non può dispiacere se non che il vedere che un 
impegno in cui per amore della tranquillità dell'Italia, e per bene 
d'ambedue le Corti disgustate , è entrato il nostro re , non si pro- 
seguisse con quella dignità che conviene a un principe del suo san- 
gue , e parente di tanti re. A quell'Orsini che olirn truncus erat , 



ed i termini co'quali si è espresso, sono alquanto ( per quanto sento ) svantag- 
giosi , e perciò la di lui lettera ha dato campo a qualche discorso, sì riguardo 
alla sostanza della cosa , come rapporto alla maniera da lei usata nel dar sif- 
fatta parte. Perciò le scrivo questa mia per ragguagliamela , desideroso d'aver 
da lei su di ciò qualche più preciso schiarimento. Oggimai sembra che la Corte 
di Xapoli sia per dichiararsi mediatrice tra noi e Roma ; ma finora non se ne 
espressa assai chiaramente. Staremo a vedere : egli è certo che ognuno sfugge 
trattar con questo cardinale segretario di Stato. Lo sa il vescovo di Laon , 
il quale, tuttoché sia ambasciatore del primo re della cristianità , pure è obbli- 
gato a soffrire de' sgarbi nell'altare de'Certo-ini , il quale secondo le apparenze 
non dovrebbe terminare che con una rottura tra esso ambasciatore e il no- 
minato Cardinale. » 

Roma , tO settembre 17(50. 



48 LETTERE DELL ABATE GALIANI 

e che le lettere di V. E. hanno metamorfosato bisognerebbe ispirare 
di stimar meno i tinti in cremesino. 

Se questa lettera non le par lunga le parrà corto il Breviario , 
e leggibile il Guicciardini. Pieno d'ossequio sono di V. E., ec. 
Parigi , 6 ottobre 1760. 

.... L'ultima volta che vidi questo ministro (Choiseul) prima che 
arrivasse l'ambasciatore, mi ricordo che egli mi disse queste precise 
parole: Pasquinat m'avvisa che vi dovea essere scritto non so che 
dal vostro Ministro sulle dogane. Avete ricevuto niente ? Io gli ri- 
sposi che no , e vidi ch'egli non sapeva nulla ; ma nemmen io com- 
presi punto cosa fosse questa interrogazione ; siccome poi non ci 
ho pensato più, né ho visto il Duca, sono restato all'oscuro finché 
la lettera di V. E. di quest'ordinario mi ha illuminato, onde l'ho 
subito comunicata a Cantillana acciocché resti prevenuto : ma non 
ci sarà bisogno perchè né per le franchigie né per i diritti di do- 
gana sulle merci di Francia qui si pretende cosa alcuna , nò Choi- 
seul ha tempo da pensare a siffatte cose ; onde non c'è timore , elio 
egli acquisti cattiva idea delle teorie di commercio che V. E. ha in 
testa diverse dalla eloquente esposizione dogmatica di Pasquinat. 
Choiseul non si picca d'esser dottore in tali materie ; materie nelle 
quali tutta la scienza e la sublimità è impostura , e nelle quali 
non ci è altro di vero che la somma semplicità di quel teorema 
aureo che V. E. mi scrive, cioè che i generi proprii debbono aver 
materia e forma dentro i! loro stesso paese , e che dee farsi com- 
mercio delle materie formate, e non delle informi (parole divine 
per cui benedico mille volte Iddio , che lilialmente questa massima 
pigli per opera di V. E. radice nel nostro governo , onde è eh' io 
grido, e griderò oh fortunata nata te consule Roma). Ora io ca- 
pisco donde nacque quel discorso strano che mi tenne Choiseul tempo 
fa , e che io partecipai a V. E. su' trattati di commercio che noi 
avevamo cogli Inglesi più vantaggiosi che co' Francesi , e di altre 
consimili doglianze. Tutto era un pasticcio messogli in capo da Pa- 
squinat dogmatizzatore , e che era restato crudo ed indigesto tale 
quale si ci era messo. Pasquinat adunque o per farsi merito , o per 
favorir mecenati francesi suoi amici dice e pensa ed insegna tante 
belle cose. Fa il dovere del suo impiego, e non so biasimarlo. Ma 
godo ch'abbia trovato un discepolo di testa così dura , che non ca- 
pisce quanto ò grande la fortuna e l'onore della nostra nobiltà 
d'andare vestita di stoffe fabbricate a Lione e disegnate con quel 
finissimo gusto che hanno i Francesi. 

Quello poi che Pasquinat le dirà sulle prede fatte dagli Inglesi , 
quello sì che è scritto di qui. Qui si vorrebbe che dappertutto si 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 49 

scorgesse la prepotenza degli Inglesi sul mare. Ma noi non possiamo 
far meglio e più terribil guerra agli Inglesi , che con vestirci delle 
nostre lane. Questa è la guerra difensiva. L'offensiva potressimo 
anche farla con mandar stoffe e galloni ( che noi lavoriamo al pari 
dei Francesi) a Cadice e a Lisbona , per di là mandare all'America. 
Questi commerci con Spagnuoli e Portoghesi desidero che siano a 
cuore alla Reggenza, quanto è giusto che le siano in odio coi 
Francesi e Inglesi. Ho inteso da un Portoghese che è qui , che 
qualche stoffa nostra era capitata a Lisbona , ed eravi piaciuta. 
Spalanchi questa porta V. E. con levare i dazi a quelle manifatture 
di seta e d'oro nostro che vanno in Spagna e in Portogallo. Il 
che non perde niente, perchè niente finora ci è andato, ma il Regno 
acquisterà milioni, e noi avremo conquistate le Americhe, e levati 
venti vascelli da guerra agli Inglesi.... 
Parigi , 3 novembre 1760. 

M' incomoda cotesto catarro che V. E. dice d' avere. Ella lo 
chiama epidemico , forse perchè altri lo hanno. Io per me lo tengo 
per epidemico subito che ella sola lo ha. Certamente ne sono tor- 
mentati tutti quelli che al pari di me in te vivimus , movemur et 
sumus , e questi son tanti che bastano a dichiarare una epidemia, 
tanto più che quasi tutti sono popolari. 

L' operetta del P. Torre è stata da me mostrata a qualche dotto 
che l'ha pregiata assai. Si ci trova da riprendere (e con ragione) 
che egli l'abbia indirizzata all'abate Nollet. Costui è piccolissima 
cosa, e tale è tenuto qui. Dicono adunque i Francesi, se Nollet, che 
a noi pare sì piccolo, è tanto grande alle pupille italiane, quanto 
saranno piccoli gì' Italiani ? Questo raziocinio è falso , perchè io so 
che Nollet parve anche più piccolo tra noi che non qui ; ma è in- 
sidioso raziocinio , e me ne duole. Dicono inoltre qui che il P. Torre 
non deve invidiare al pubblico la maniera di far cotesti microscopii 
sferici impalpabili. Galileo non invidiò al mondo i telescopii. Dicono 
inoltre che, giacché Torre ha avuto il talento di trovar .siffatti or- 
digni , non dee staccarsi di vedere, ma vedere i sangui nelle diffe- 
renti malattie, ne' differenti vasi, nelle differenti età ec. Quando 
avrà visto , faccia cosa più compiuta e la indirizzi a quest'Acca- 
demia delle scienze , o piuttosto non la indirizzi a nessuno. Che 
vuol dir questa sguaiataggine d'indirizzare? Ognuno vale un altro. 
Al lungo articolo della sua lettera che mi comanda far ben com- 
prendere quanto sia grande , sincera ed indistinta la sua affezione 
ai Borboni , ho la consolazione di poterle rispondere: Ja staecho (1). 

(1) Ja sta echo, frase spagnuola che significa è già fatto. 

Abch. St. It\l„ 3.' Serie, T X , P I. 7 



50 LETTERE DELl/ABATE GALIANI 

Quando io vedeva Choiseul, conobbi, e lo scrissi a V. E. , che egli 
ha la giusta idea che si conviene avere del modo di pensare di V. E. 
Anche egli è soggetto a irritazioni momentanee , dalle quali non si 
dee tirare argomento ; ma V. E. troverà sempre più vero ciocché 
da più mesi le ho scritto (e confesserà che io ho visto acutamente), 
cioè che si trova gran differenza tra le cose che sono del diparti- 
mento di Choiseul e le altre. Confronti per esempio la pronta con- 
segna del Carravane , colla decisione della Partenope. È un gran 
male per noi che Choiseul non sia primo ministro. Io ora non lo 
veggo , ma ci mandiamo a dire mille belle cose per lo mezzo de'co- 
muni amici ed amiche che abbiamo. Quel ch'egli mi ha mandato a 
dire, io non dovrei scriverlo, non convenendo lodarsi. Ma S. Paolo 
non ha empite le sue lettere di sue lodi ? Sull'esempio adunque di 
così grande Apostolo dirò a V. E. ciocché egli mi disse quando 
stava per venire Cantillana , e che ora mi manda a confermare. Mi 
disse adunque che voleva assolutamente eh' io restassi qui ; che 
avrebbe scritto e si sarebbe assunto egli il carico di farmi aumen- 
tare il soldo, in modo ch'io potessi aver carrozza ; che voleva trat- 
tar meco gli affari, per la ragione che non intendeva ciò che Can 
tillana dice (in questo dice il vero). Cantillana, per la mancanza 
dei denti, non potendo articolare i suoni francesi, e meschiando ita- 
liano e spagnuolo forma una lingua terza difficilissima a capire. 
Mi disse infine che se Cantillana non fosse tornato , o se partisse 
egli mi avrebbe fatto star qui quanto io avessi voluto. Pourvu que 
vous soyez avec nous , je n'insisterai pas qu'on envoye un antro 
ambassadeur , furono sue precise parole. Io lo ringraziai allora , e 
mi scusai dall'accettar alcuna offerta. Mi pareva offendere o la de- 
licatezza di V. E. o il puntiglio dell'Ambasciadore. Ora mi ha man- 
dato a replicar queste offerte e di nuovo l'ho ringraziato; stiamo 
insomma come due amanti che un padre crudele ha divisi e che 
seguitano ad amoreggiar tra loro. Intanto V. E. non mi risponde , 
e quel che più mi ha sorpreso, non è nemmeno andata in collera di 
qualche sproposito , che la violenza della contrazione in cui sono 
mi ha fatto scrivere , e di cui sono al maggior segno penitente e 
contrito. Intendo che questo silenzio voglia dire ch'io aspetti. Io 
aspetterò quanto le piace , ma mi tolga dallo star sulle spine. Una 
cosa tra l'altre mi è sensibile. Io mi trovo aver perduto il poslo di 
uffiziale della Segreteria , appunto come entrando in chiesa in una 
folla si perde un fazzoletto che era in tasca. Partii uffiziale con 
soldo , ebbi paura qui di morire. Volli tornare. Fu scritto , che se 
tornavo non sarei stato lasciato uffiziale. Stetti meglio. Non tornai. 
Son qui da due anni , e non sono uffiziale. Come sia andata io non 
saprei contarlo. Infine è giustizia e non grazia che questa faccenda 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 51 

s*accomodi ; che si spedisca la patente ; pigli l'anzianità dal giorno 
sette gennaio 1759 ; e il soldo corrispondente mi sia pagato sepa- 
ratamente da quel di più che ho per star qui. Se poi V. E. non 
mi vuol affatto più suo uffìziale , non mi ostino; ma almeno mi 
faccia essere segretario del re come io me n'era lusingato prima 
di partire, e sul qual punto V. E. mi rispose: Questa sarà una al- 
tra grazia, che vi farà il re. Dopo un lungo interinato bisogna che 
io sappia se il re è stato o no contento di me. Non creda V E. che 
questa sia in me ambizione ; è timore. Io non ho ora niente di 
sicuro e di reale. Mille disgrazie mi possono accadere ; sto ogni 
momento in rischio di fare il secondo tomo di D. Tommaso. Tornerò 
adunque in Napoli dopo avere spesa la gioventù mia a servir il re 
tra i barbari, e resterò con un pugno di mosche in mano. Mi faccia 
bene V. E. , ora che lo può ; e prima che più s'ingrossino le onde 
sicule e i cavalloni. Io non ho altroché lei; niun parente in corte , 
niun amico e pochi paesani. 

Non è giusto che la lettera sia tutta di fatti miei : ma poche 
novelle ci sono. La Marchesa di Durefort ha avuta la sopravvi- 
venza di dama d'Atour di Mesdames. Ella è la favorita loro , e 
lo merita per le sue virtù ; e la famiglia Duras, che vi è ora im- 
parentata con Noailles viene a comprendere quasi tutta l'alta 
corte ed occupa per conseguenza tutto il favore. Si manda un 
Irlandese colonnello a questo servizio per ministro interino in 
Portogallo , che forse vi resterà plenipotenziario perchè non pare 
che questa corte voglia mandarvi più ambasciadore , stante le 
etichette straordinarie ivi stabilite. Il popolo siegue qui a parlar di 
pace , e manda Soubise per plenipotenziario ; ma se gì' Inglesi non 
diventano più moderati nelle domande, un'altra campagna si farà. 

Pieno d'ossequio infinito e d'obbligazione sono di V. E. 
Parigi, 5 gennaio 1761. 



Le nuove della settimana sono o nella gazzetta o nella lettera 
d'offìzio. Aggiungerò adunque qualche bagattella del paese , che se 
non importa sapere, può almeno divertire, e qualche rischiaramento 
sulle nuove già scritte. 

Il far marciare la maison da voi, io lo credo un effetto della 
vanità di Soubise, a cui piacerà moltissimo aver questa inargentata 
gente sotto i suoi ordini , e dar così Paria alla sua armata d'esser 
la maggiore. Ma la morte di Bellisle può far cangiar molto nelle 
disposizioni della prossima campagna. Choiseul è amico di Broglio. 

Morì adunque Bellisle , 1' uomo del mondo che avea accumulato 
il più d'onori , di ricchezze , di riputazione , e forse tutte egual- 



52 LETTERE DELL'ABATE GALIANI 

mante troppo. Non crederanno i posteri le particolarità della sua 
vita. Chi eroderà che Bellisle non avea intervenuto , né vista mai 
in sua vita una battaglia? Chi crederà le sue ricchezze, delle quali 
per altro il maggior erede è il re, come era giusto? I suoi leudi 
gli avea già in vita ceduti al re , riserbandosene l'usufrutto. 11 suo 
palazzo , che avea costato tre milioni , lo ha anche legato al re ; 
del resto è erede monsieur de Castries. Il suo lusso superava l'im- 
maginazione : ne dirò due circostanze. Si sono trovate nel suo in- 
ventario diecimila dozzine di salviette di tavola , seicento letti. 
Il resto a proporzione. Che direbbe Orazio , che si scandalizzò delle 
seimila clamidi di Lucullo ? Lucullo era alfine altra cosa. Questo 
infine mostra la grandezza di questo regno , ma più la grandezza 
della corruttela. 

Choiseul sarà piuttosto un primo ministro, che non un segretario 
di due dipartimenti. Fisicamente manca il tempo a riempir questi 
due incarichi , che non sono stati mai uniti in un solo. Il conte di 
Stainville suo fratello sposa una nipote d'un ricchissimo finanziere, 
e per ora avrà una rendita di quarantacinquemila lire per dote. 

L'altra sera dettero qui un solennissimo ballo i franc-macons 
nella lor loggia che è la casa del loro gran-maestro. Vi fu tutta la 
primaria nobiltà e il principe di Condè. Vi sarebbero stati anche 
gli altri principi del sangue , se il lutto della duchessa di Modena 
non l'avesse vietato. Con questa tolleranza non guadagnano di stima 
i franc-macons , e i loro misteri e segreti. Il loro merito era la 
persecuzione. Qui sono valutati per quel che sono. 

Si sono alquanto inimicate le famiglie di Corena con i Rohan per 
una etichetta del noto matrimònio della figlia di Soubise col suo 
cugino Rohan-Guéméné. Una figlia del conte di Brienne come pros- 
sima parente avendo portata la coda della vesta nuziale alla sposa , 
se n'è doluto assai il parentado e principalmente Fllbens, e ne hanno 
fatto lagnanze e proteste, non volendo che i Rohan (quantunque qui 
trattati come principi stranieri) vadan del pari con essi. Ma le risse 
di questi principi disarmati non son dissimili da quelle dei privati , 
e i Guisi d oggidì non son quelli d' Enrico IV. 

Boscovich è stato aggregato alla Società Reale in Londra. Scri- 
vono di là che questo è il secondo esempio, giacché anni sono vi 
fu aggregato Mehemet e/fendi ambasciadore della Porta. 

Pieno d'ossequio , di rassegnazione e d'obbligazione infinita re- 
sto , ec. 

Parigi , 2 febbraio 1761. 

Questa mattina in fretta in fretta mi ha fatto l'ambasci adore 
impasticciare la regolare prima d'andar egli a Versailles , non 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 53 

essendo suo costume di menar altri con se quando va là ; è biso- 
gnato, ch'io la stendessi su quelle confuse nuove che mi ha date, 
acciocché potesse firmarla. Cosa io m'abbia scritto non so Tanto 
era pien di sonno in su quel punto che la feci. Scrivo adunque in 
questa le cose meglio, e fo una ritrattazione sul gusto di quelle di 
s Agostino, che vale a dire sarà forse più oscura e imbrogliata 
che prima. Ma innanzi ad ogni altra cosa debbo rendere infinite 
grazie a una singolarmente gentile espressione , di cui V. E. si 
serve nella sua dell'ultimo del passato, chiamando dilettazione mo- 
rosa quella di scrivere a me. Questo è troppo, onde ho paura che 
ella che sa molto più il latino che i frati moralisti, abbia dato a 
quel Morosus il vero suo significato. Infatti un fastidioso diletto è 
quello delle lettere. Ma veniamo alle nuove. V. E. ha stima di Bro- 
glio -, anche qui ha egli un gran partito : ma pochi sanno conciliare 
i talenti di questo generale con quel che da due mesi in qua è ac- 
caduto. Voglio perciò dire a V. E. l'aneddoto di ciò che tengo da 
buonissimo canale. Ne' principi dell' inverno ci è stato discorso di 
pace coli' Inghilterra. Si era venuto sino al discorso di cambj e 
restituzioni. La Francia metteva sul suo libro 1' Hassiano e Got- 
tinga, come cose già conquistate e sue, e le voleva pagate. Londra 
diceva che Cassel e niente era tutt' uno , perchè in Cassel non si 
poteva restare. Si scrisse a Broglio , e si mostrò la gran voglia 
ch'ei guardasse queste piazze, e tutto sulla fiducia che la pace si 
avesse a far subito. Broglio ha adulato, ed ha preso un quartiere 
d'inverno da politico e non da militare. .Ma egli senti tutti 
gl'incomodi della sua posizione, e perciò si raccomandò che almeno 
i fianchi gli fossero guardati dagli austro-imperiali. Se ne scrisse a 
Vienna. Vienna disapprovò il progetto de'quartieri, dicendo che erano 
in aria, e senza verun appoggio. Qui si credette che fosse invidia 
di Vienna e desio d'allungar li guerra; e Broglio , sempre dando 
speranza che avrebbe reso possibile un impossibile , si presero i 
quartieri d' inverno come V. E. sa. Ma Londra ha canzonato anche 
questo inverno i Francesi colla speranza d'una pace, di cui qui si 
ha soverchia sete ; ed ha fatto saltare in aria i quartieri. Ma quanto 
tenesse a cuore al Broglio il far vedere che si teneva Cassel e Got- 
tinga, si è conosciuto dall'aver voluto piuttosto lasciarci cosi grossa 
parte della sua armata, che non evacuarle. Tutto è adulazione. In- 
tanto qui si dice che Vienna ha fatto perder 1' Hassiano; e forse non 
si ha torto. 

Ho osservati originalmene tutti i bullettini dell'armata di Bro- 
glio fino al diciotto , che un amico ( del nostro corpo diplomatico ) 
mi ha fatti leggere. Sono in essi inseriti i biglietti del conte di 
Broglio. In verità sono anche questi pieni d'adulazione politica. In 



54 LETTERE DELI,' ABATE GALI ANI 

quello del d'i otto si descrive la sortita tale quale V. E. la leggerà 
nella gazzetta, e si fanno molte rodomontate. Tra l'altre dice il 
conte, che aspettava con ansietà, che piantassero le batterie per 
andarsele a prendere. Ma poi nel suo biglietto del quattordici , 
che è i! più fresco, dice che il giorno stesso de'nove avevano gli as- 
sedianti rifatta la parallela distrutta nella sortita del giorno ante- 
cedente, e cominciata la seconda, che fu terminata il dì dieci, e 
piantatavi una batteria di tredici cannoni e due mortai : nò si sente 
ch'egli sia andato a pigliargli. Piccolezza d'animo anche ha mostrato 
il maresciallo a voler tacer quest'assedio, e disdir le lettere di 
Olanda che l'avvisavano , e che si sono trovate veridiche in tutto. 
La sustanza è che Cassel prima della fine di questo mese sarà reso, 
e non mi pare vederci via di salvarlo, se pure Broglio non riesce a 
sbucare per la destra del principe Ferdinando, come fece nella 
campagna passata, ed arrischiare una azione, che di nuovo acca- 
drebbe nelle vicinanze di Corbach. Ma questa intrapresa non si farà 
se non quando saranno qui usciti da ogni speranza di pace , della 
quale vogliono, non so perchè, lusingarsi ancora. Ora corre qui 
voce della caduta di Pirna , ed è nuova fondata su lettere venute 
d'Inghilterra; ma anche là si scrivono e si dicono ciarle infinite. 
Il principe Carlo di Lorena avrà sicuramente il Gran Maestrato 
dell'Ordine Teutonico. De' vescovati d'Alemagna non sento peranche 
nulla di positivo. Pasquale mi avvisa la bontà che V. E. seguita 
ad avere per i Consocj Accademici , e io in particolare ne ringra- 
zio V. E. La prego a non scordarsi di me, perchè, quantunque quel 
sat cito si sat bene che V. E. mi scrisse mi turi la bocca, ad ogni 
modo quel carpe diem quam nimium credula postero d'Orazio, mi 
piace assai più. 

La dilettazione morosa che ho data questa sera a V. E. è, per 
Dio , tale , che neppure un Bussunbaum la piglierebbe per peccato 
veniale, quantunque questi moralisti misurino sempre a pollici e 
spanne i peccati. Sono di V. E. ossequiosamente , ec. 
Parigi, 23 marzo 1761. 



Nello scorso martedì stimai conveniente andare a Versailles a 
far la corte al re. Niuno dei ministri esteri mancò di andarvi , ma 
niuno dei segretari d'Ambasciata volle imitare il mio esempio , cosa 
che mi dispiace , perchè da una parte veggo , che peccherei di 
singolarità , e forse mi esporrei a qualche sgarbo frequentando 
le mie andate là, e dall'altra parte veggo e conosco sempre più 
quanto sia necessario frequentar quelle contrade a uno del nostro 
mestiere. La sola ispezione delle fisonomie di chi parla al ministro , 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 55 

la durata della conferenza e altri piccolissimi indizi dicono molto 
a chi ha la carta del paese. Posso dire che queste sole congetture mi 
assicurarono nello scorso martedì della mutazione accaduta in Sve- 
zia, e che ho scritta nella regolare. Questo baron Scefter, fratello del 
senatore, e ministro qui, non può dissimulare l'afflizione del rischio 
in cui vede e sé e la sua famiglia. 

La corte di Polonia fortemente si maneggia per qualche dignità 
ecclesiastica al principe Clemente. La Francia , ed anche la Spagna 
secondano l' impegno , onde è verisimile che questo principe abbia 
la coadiutoria di Colonia. Hildesheim ò chiesa , che è stata solita 
andar unita con Colonia. Niente si vede chiaro ancora sulle due 
altre , Mùnster e Paderborn. 

Ai quindici dell'entrante è fissa la partenza della casa del re. 
A questo proposito dirò una riflessione , che feci sul primo anno 
che fui qui , e che spiega il problema perchè le armate francesi 
fanno meglio il verno che la state. La state una armata francese è 
una vera crociata, ovvero un'armata polacca. Tutta la nobiltà 
francese se ne va in furia all'armata a far quel ch'essi chiamano la 
campagna. Infinito lusso , infiniti equipaggi , gran cuochi , grande 
chére , tutti vogliono brillare, niuno ubbidisce, parlano, ciarlano, 
fanno cabale e brighe, ardono di tornare a veder le loro maitresses 
a Parigi , e intanto devastano , affamano tutto il paese in tre dì. 
Centocinquantaquattromila uomini contati componevano tre anni 
fa l'armata francese in Westfalia , e non ci erano più di sessanta- 
duemila soldati. Or questa crociata è senza fallo battuta Ma all'ot- 
tobre sfollano questi mangia-pane , e i tanti offlziali , e volontari , 
che sono in un reggimento talvolta più che i soldati , restano i 
veri soldati , i quali fanno bene. Quindi le vittorie di Bergen , 
di Wesel, e questo ultimo fatto di Grumberg accadute tutte quando 
la nobile oflizialità non era all'armata. Ora cominciano i dolori. 
Già vedo immunerabili equipaggi colle valige gallonate d'argento. 

Nella scorsa settimana la lunghezza della lettera mi fece trala- 
sciar di dirle, che dopo la morte del signor duca di Borgogna fattasi 
la discezione del cadavere , si vide manifestamente il suo male non 
esser provenuto d'altro che da una caduta, che per politica si era 
voluta celare in corte. Tutte le corti sono una stessa cosa. Ho fatta 
leggere a Cantillana la lettera di V. E. ; ma non so se egli potrà 
veder domani il Ministro , che starà occupato nelle nozze del fra- 
tello. Per dirle quel eh' io penso sull'affare di Malta , a me pare 
che le risposte arabe di quei frati-corsari non vengano da voglia 
ch'essi abbiano di sfidare la potenza ottomana, ma soltanto dal 
voler che tutto il merito della restituzione ch'essi faranno sia della 
Francia e non d'altri. Quindi dico , che prima sentiremo la nave 



56 LETTERE DELL'ABATE G-ALIANI 

andata a Costantinopoli , che non sapremo averla la Francia otte- 
nuta : mi pare che anche la freddezza delle risposte che si danno 
qui ai Veneti proceda dalla stessa cagione , che la Francia vuol 
sola comparir la mezzana. Questo è quello ch'io penso; del resto 
tocca a V. E. sapere quid seres et regnata Cyro Bactra parent, 
Tanaisque discors. Se nel fuoco ottomanno non soffiano gli Inglesi, 
non ci sarà incendio. 

Pieno d'infinito ossequio e di somme obbligazioni, raccomandan- 
domi all'affetto di V. E. resto, ec. 
Parigi , 30 marzo 1761. 



Se lettera magra è biasimo, pinate ha da esser lode. C'est une 
mauvaise chicane qne vous ine f aite s là, avrebbe gridato un petit- 
rnaitre nel leggere il primo articolo della carissima di V. E. de'21 dove 
io apparisco grossamente reo di pinguedine per essermi servito mal 
a proposito di questo epiteto. Ella mi condanna con Orazio , io mi 
giustifico col latino del mio breviario, nel quale il pinguis è super- 
lativo d'eccellenza. Mons Dei, mons pinguis, ambedue gli epiteti 
vaglion lo stesso. Dunque pingue lettera vai lettera divina , lettera 
letterissima. Restiamo dunque così , che la pinguedine tra gli eccle- 
siastici sia lode, tra gli altri no. 

Chiunque perde una lite è condannato nelle spese. Vado vedendo 
che V. E. avrà questa condanna nella pinguissima lettera ( in sensu 
Horatii ) che questa sera le minaccio. Veggo ch'ella inorridisce del 
gastigo ; ma io sarò inesorabile quanto una sanguisuga. 

Honigsech è Elettore di Colonia. L'eritrocefalo è restato burlato. 
E pur Francia lo voleva , e con impegno. Ma Vienna ha voluto 
l'altro, e lo ha fatto. Ora dicono che la colpa è del Papa, che ha 
negato il breve d'eligibilità , scandolezzato della poco ecclesiastica 
vita che il marchese di Franchemont ha menata qui, e della nasco- 
sta berretta. Ma questa è scusa. L'opera è di Vienna, e forse ci ha 
contribuito questo ambiente cesareo che è qui , a cui il Leodiense 
ha guastato il matrimonio ch'egli intendeva fare con mademoiselle 
de Baviere che è qui ; e sacrificato perciò il suo ministro Van Heich 
come mezzano di tali nozze. Questo è almeno quel di più chiaro 
che si è visto tra '1 buio della condotta del detto Leodiense qui, e 
la ragione più credibile del suo ministro. A buon conto quello fa 
vedere che Vienna non è tanto d'accordo con Francia . e che non 
vuol l'onde del Reno infrancesate. Un altro esempio della poca con- 
cordia abbiamo nella elezione del gran maestro Teutonico. Vengo 
dal mio amico assicurato che la Francia desiderasse l'elezione in 
persona del conte di Lusazia , che si era raccomandato alla Delfina 



LETTERE DELL'ABATE GALIANI 57 

sua sorella, ed anco in Spagna. Ma a Vienna e piaciuto il principe 
Carlo: e Vienna mai non fu come ora autorevole nell'imperio. 

È venuta analmente a luce questa spedizione anglicana che ha 
fatto strologare i politici. Qui per altro non si ci pensava neppure, 
e gli uffiziali che comandano sulla costa se ne stavano spensierati 
a divertirsi a Parigi. Si pensava che la tropèa (1) andasse in luogo 
impossibile a soccorrere. Non so perciò che sarà di queir isolotto , 
che gì' Inglesi vogliono pigliare. Ma due cose mi danno a credere 
che non lo prenderanno. Primo, che ci è forte guarnigione. Secondo, 
(e questo lo stimo più) che non ci è quasi nessuno ufflziale. Un tenente 
colonnello comanda i quattro battaglioni. Farà dunque bene secondo 
il vero sistema. 

La pace non si dà tanto per fatta qui, quanto in Inghilterra; 
nò il congresso Augustano ha maggior credito che la confessione 
Augustana. Quindi le azioni non sono conosciute. Questo è quel che 
il popolo pensa , il quale è entrato in un entusiasmo e fanatismo 
incredibile del Broglio , che poc'anzi era un cattivo generale. Curiosa 
nazione è questa a cui dal cielo in luogo del buon senso è stata 
data la fantasia. 

Quello poi che sulla pace si debba pronosticare da chi sa i 
segreti de' gabinetti, io son troppo piccola cosa per poterlo sapere. 
Solo col mio debole raziocinio , dirò , che se non si conclude un 
armistizio , il congresso durerà più che non ha durato la guerra , 
e con poca conclusione. 

Di Malta non scrivo, avendone scritto il signor ambasciatore che 
vidde Choiseul, e da cui pare che si diano buone speranze. Venne la 
cassa degli Ercolani : ma non si potranno presentar domani al re. Io 
ho scorso il volume, e sono egualmente contento e de'rami , e delle 
spiegazioni. È la più bella cosa che io abbia mai letto. Riconobbi 
che la passione più che l'eloquenza l'avria dettata , e perciò è bel- 
lissima perchè ò scritta col cuore. Non si fanno belle cose quando 
il cuore non è interessato : e perciò tutti i Petrarchisti non hanno 
fatto mai un sonetto cbe vaglia quelli del Petrarca. Quella dedica- 
toria non potea farla se non chi pensava quello stesso che scriveva 
sul libro scritto a Pascale. 

M'impietosisco per V. E. e le fo grazia del terzo foglio , che le 
avevo minacciato, ma a condizione che mi creda di V. E., ec. 
Parigi , 13 aprile 1761. 

(1) A Napoli per tropèa s'intende un violento temporale. 



Arch. St. Itai.., J.» Serie , T. X , P. I 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

DURANTE LA REPUBBLICA 

NARRAZIONE STORICA CON DOCUMENTI INEDITI 

DI LUCIANO BANCHI 



Avvertimento. 

Questa narrazione sui Porti della Maremma Senese 
offro ai lettori come saggio di uno studio sopra alcuni 
documenti del R. Archivio di Stato in Siena. Fu scritta 
fino dai primi mesi del 1862 per invito che n'ebbi dalla 
R. Soprintendenza Generale agli Archivi Toscani , a cui 
la Commissione regia per l'insegnamento nautico diman- 
dava notizie dell'antica nostra marina. Il sommario dei 
capitoli che fu pubblicato , or sono quasi cinque anni , 
nel Giornale Storico degli Archivi Toscani ( Voi. IV, 
pag. 62-63 ) basta a mostrare il notevole accrescimento 
dato a questa narrazione ora che vien posta alla luce. 
Ho creduto poi non essere superfluo allegare in fine 
alcuni dei più pregevoli documenti , i quali mi sembra 
che debbano crescere pregio alle cose narrate. Gene- 
ralmente , almeno in Italia , pochi leggono i documenti 
che pur vogliono vedere raccolti in buon numero in fine 



1 PORTI DELLA MAREMMA SENESE 59 

ad ogni volume di storia : ma sebbene ai lettori dell'Ar- 
chivio Storico non possano essere lettura molesta i docu- 
menti , nondimeno piacemi di avvertire che alcuni di 
essi reputo di molta importanza per l' istoria del nostro 
antico commercio e per gli studi sull'economia del medio- 
evo ; tantoché amerei che non si trascurassero del tutto 
i trattati commerciali fatti dal Comune di Siena coi Fio- 
rentini e coi Catalani a cagione del porto di Talamone , 
come altresì la tavola comparativa delle gabelle che in 
tempi diversi furono percette in quel porto , la quale ho 
compilato, non senza qualche fatica, sui documenti del- 
l'Archivio Senese. 

La mia narrazione muove dal 1303, nel qual anno 
Talamone venne in proprietà del Comune di Siena , e 
giunge fino alla caduta della repubblica. Se non che , a 
maggiore utilità di chi legge , ho date nel primo capitolo 
alcune sommarie notizie sul littorale della maremma 
toscana al tempo degli Etruschi e dei Romani ; notizie 
che sono come il proemio di questa narrazione. 

Siena , gennaio 1868. 



60 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 



Capo Primo. 



Sommario. 

Il littorale toscano dall' Ombrone all'Ansedonia. - Talamone. - Opinioni varie 
sulla derivazione di questo nome. - E fondato dagli Etruschi. - Monete 
attribuite a Talamone. - Battaglia tra i Romani e i dalli presso Talarnone. 
- Vi approda Caio Mario. - Le tombe. - Terme di Diocleziano. - Difetto 
di notizie fino all'età moderna. 

Quella parte del littorale toscano , che dalla foce del 
fiume Ombrone si stende fino alla torre di San Pancra- 
crazio, appiè della collina ove surse la popolosa Anse- 
donia , a chi la contempli dalla più alta vetta del monte 
Argentare , offre spettacolo non interrotto di seni , di 
piccoli golfi , di scogliere e di rupi sporgenti sul mare. 
Oltre il lido , fertili e vaste pianure , intersecate da fiumi 
e torrenti , che la viva luce del sole fa sembrare lunghe e 
tortuose strisce d' argento , boschi folti ed estesi , col- 
line e poggi riccamente vestiti di ulivi e di viti. Dove 
il terreno più s'eleva , alcune castella ; qui e là piccoli 
laghi ; talora lungo la spiaggia, acque paludose e sta- 
gnanti. Questo largo tratto di paese , che scorgi ubertoso 
ma poco abitato ; gli avanzi delle mura ciclopiche della 
Ansedonia ; Orbetello che specchiasi nelle salse acque 
del suo stagno ; il porto squallido e deserto di Talamone 
richiamano alla mente la storia di due grandi popoli , 
l'etrusco e il romano. I casseri e i fortilizi sull'alto di 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 61 

rupi scoscese ; le vedette e le torri sul lido del mare 
ricordano l'età meno antica , ma non meno gloriosa , 
dei liberi comuni italiani. 

Talamone , già ricordato , è piccolo castello sulla 
sommità di una rupe che inalzasi all'estremo fianco 
occidentale del porto, distante circa otto miglia dal 
monte Argentare II porto è capace di molte navi , assai 
riparato dai venti , e dal lato orientale difeso da una 
torre , posta presso la foce del fiume Osa. L'origine del 
nome di Talamone fu causa di molte congetture , io direi 
quasi di molti vaneggiamenti , a storici ed eruditi. Così 
per esempio , Diodoro Siculo non dubitò d'asserire che , 
approdando a quel porto gli Argonauti , dal nome di un 
loro compagno lo chiamarono Talamone. Il Volterrano 
invece ne attribuì l'origine a Telamone Teucro , che 
dopo la guerra e la distruzione della sua patria , avreb- 
be riparato a quei lidi. Ma se queste opinioni non pos- 
sono garbare ai lettori perchè , se non altro , dedotte da 
avvenimenti che una miglior critica ha ripudiato , parrà 
loro molto più singolare ciò che . nel secolo passato ne 
scrisse in alcune Dissertazioni Etrusche l'erudito Maz- 
zocchi. In breve , è questo il ragionamento che egli fece. 
- Telamo è nome di un promontorio e di un porto : 
il verbo caldeo-siro Telarti significa Opprimere , Far 
violenza altrùi , e perciò conviene benissimo a corsari. 
I Tirreni furono anche corsari ; dunque Telamo o Tela- 
mon vuol dire nido o ròcca di corsari. - Il Mazzocchi 
adunque con tale argomentazione fé' procedere da causa 
affatto ignobile ciò che altri avevano studiato di derivare 
da gesta gloriose o memorabili (1). 

A queste fole (e come altrimenti chiamarle ? ) sta 
contro l'opinione del dottissimo ab. Luigi Lanzi , che fu 
d'avviso essere derivato il nome di Talamone dalla forma 



(1) Ved. De Argonauti*, pag. 30; Comment. Urb. , Lib. V, pag. 46; e Dis- 
serlationcs Tyrrhenicae , Tom. II. 



62 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

arcuata dello stesso porto , rassomigliante al balteo onde 
si cingevano il petto gli antichi guerrieri di Grecia , che 
chiamavano Telamon. Bensì anche questa opinione non 
è che una ingegnosa conghiettura ; e lo stesso autore 
non omise di avvertire che sarebbe del tutto ignaro di 
ciò che è mitologia, chiunque ne volesse le prove (1). 

In mezzo a tante dubbiezze un solo fatto è posto 
fuori di controversia , ed è che Talamone debba la sua 
fondazione agli Etruschi. Ciò affermano gli scrittori tutti 
antichi e moderni , da Polibio e Tolomeo fino all'autore 
delle Memorie Storiche di Talamone (2). È poi facile il 
supporre che , mercè la grande operosità di quel po- 
polo , Talamone diventasse in breve tempo città molto 
popolata e fiorente ; imperocché la ricchezza e il com- 
mercio etrusco dovevano largamente valersi di un porto 
sicuro ai navigli e locato quasi nel centro dell' Etruria 
marittima. L'antica floridezza di Talamone sarebbe pro- 
vata eziandio da varie monete che vi si credono battute 
fino dagli anni 490 di Roma ; tra le quali merita consi- 
derazione quella che l'Olivieri illustrò , col Giano bifronte 
da una parte e sul rovescio una prua di nave con 
l' iscrizione TLA. Se questa e le altre monete che si 



(1) Lanzi, Saggio di lingua etnisca, Voi. II, pag. 82 e seg. 

(2) Frrò il Repelli nel Dizionario della Toscana (ari. Telamone) attribuendo 
all'autore delle Memorie dell'antico e moderno Telamone le opinioni messe in 
campo dal Mazzocchi sulla origine di quel nome. Difatti nelle precitale Memorie 
si legge: « Più ragionevole è il parere di coloro che ripetono l'origine della città 
e del nome di Talamone dagli Etruschi » (Part. I, pag. 23)- Quest'opera di- 
vulgata col nome di Ferdinando Carchidio, mentre ad altri è dovuta, rimase 
imperfetta , non avendosi a stampa che la parte più antica del lavoro fino alla 
seconda irruzione dei barbari in Italia sotto Odoacre- Perciò nel seguito della 
mia narrazione non mi accadrà quasi più di citarla. Qui voglio avvertire come 
dalla tipografia Tofani di Firenze venne in luce nel 1866 un'opera in due vo- 
lumi in 8vo del cav. Sebastiano Lambardi, intitolata Memorie sul Montargen- 
tario ed alcune altre sui paesi prossimi. Benché più volte vi si discorra dell'an- 
tico e moderno Talamone, tuttavolta non ci recò nessun profitto, sia perchè 
fatta interamente (parlo della parte antica) sui libri', sia perchè affatto priva 
di buona e seria critica, e impossibile a leggersi per la strana , se non ridicola, 
singolarità dello stile- 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 63 

attribuiscono a Talamone , gli appartengono veramente , 
dovremmo credere che ivi ebbe culto Giano bifronte , 
Ercole e Giove , di cui una di quelle monete porta l' im- 
magine con la fronte cinta da una corona di alloro. La 
prua di nave , il tridente e i delfìni, che stanno sul rove- 
scio delle stesse monete , indicherebbero che gli abitanti 
di Talamone esercitavano più specialmente il commercio di 
mare (1). 

Ma, oltre a ciò, non abbiamo di Talamone notizie certe 
sotto gli Etruschi ; e chi non ami le favole , dee comin- 
ciare a parlarne da tempi meno remoti. Più volte nella 
storia romana si fa menzione di questo porto , e la prima 
(se non mi coglie in fallo un qualche erudito) risale 
verso gli anni 529 di Roma , essendo in quelle parti 
avvenuta una flerissima battaglia tra i Romani e i Galli , 
descritta assai particolarmente da Polibio (2). I Galli 
stanziati dalle Alpi fino alla valle del Po , sospettando 
che i Romani per le sospese ostilità con Cartagine , 
volessero occupare il paese da essi abitato , erano venuti 
in Etruria con un esercito poderoso , facendo sembianza 
d' inoltrarsi verso Roma per rinnovarvi le stragi di 
Brenne II senato, non sopraffatto dall'imminente pericolo, 
comandò ai due eserciti consolari , uno dei quali era in 
Sardegna sotto gli ordini di Caio Attilio Regolo , e l'altro 
a Rimini con Lucio Emilio Papo , di venire a grandi 



(1) Il Passeri ne' suoi Paralipomeni ( pag. 181 ;, mentre non sembra durar 
fatica a credere che Talamone prendesse nome dal suo fondatore , osserva poi 
che quel nome greco dovette essere dagli Etruschi mutato in Thmon o Tlamun , 
essendoché, egli dice , in alcune patere etrusche si trovino nomi di eroi greci 
ugualmente alterati. Io ho letta questa voce Tlamun in una delle sei monete 
di Talamone , che l'illustre Fabretti riporta nel suo Glossario , ricavandole 
dall' Eckhel, dal Millingen, dal Cavedoni e dal Mommsen {Corpus Itiscriptionwn , 
N.° 297-302 ). Peraltro si potrebbe chiedere ai dotti di cose etrusche se l'osser- 
vazione fatta dal buon Passeri non dia motivo a dubitare se veramente nell'or- 
tografìa di quella lingua le lettere TLA sieno il principio di una parola che 
corrisponda a Telamon. D'altro canto, è lo stesso Fabretti che nella descrizione 
di quelle monete le dice attribuite, e non più, a Talamone. 

(2) Polibio , Lib. II. 



64 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

giornate in Etruria. I due eserciti si mossero senza 
indugio ; ma i Galli che avevano sostenuto con altre 
milizie romane vari combattimenti , risoluti di tornarsene 
alle loro stanze , dai colli di Chiusi erano scesi alla via 
del littorale , che sapevano libera affatto e sicura. Accadde 
invece che il console Attilio Regolo , sbarcate a Pisa le 
sue legioni , e arrivato troppo tardi per chiudere ai Galli 
il passo dell'Appennino , prese ancor egli la via del lit- 
torale , muovendo alla volta dei nemici. Fu appunto nelle 
vicinanze di Talamone che i due eserciti s' incontrarono 
e si disposero tosto alla battaglia. « Mentre la fanteria 
romana , scrive il Mommsen seguendo Polibio , si avan- 
zava in colonne serrate sulla grande strada , il console 
Caio Attilio Regolo, alla testa della cavalleria, con una 
marcia obliqua , cercò di portarsi sul fianco dei Galli , e 
di dare sollecito avviso del suo arrivo all'altro esercito 
capitanato da Papo. S* impegnò un gagliardo combatti- 
mento di cavalleria , in cui , insieme con altri valorosi 
romani , cadde anche Regolo.... Papo s'accòrse della 
battaglia e cercò di effettuare la riunione : ordinò in tutta 
fretta le sue truppe , e le legioni romane piombarono da 
ambe le parti sull'esercito, dei Galli. Coraggiosamente si 
disposero questi a sostenere la duplice lotta ; i Tran- 
salpini e gli Insubri contro le truppe di Papo , i Francesi 
alpigiani (1) ed i Boi contro le legioni sarde : la caval- 
leria continuava a combattere separatamente sui fianchi. 
In quanto al numero le forze non erano disuguali , e la 
disperata posizione dei Galli li costringeva alla più per- 
tinace difesa. Ma i Transalpini , abituati a combattere 
soltanto corpo a corpo, male reggevano ai proietti degli 



(4) Polibio li chiama Gessali, e il Mommsen avverte precedentemente che 
nei Fasti capitolini sono (letti Germani, storica speculazione, etili scrive, dei 
tempi di Cesare e d'Augusto- Polibio narra altresì che questi Gessati per essere più 
atti a combattere, toltosi di dosso o\im ornamento, combattevano all'atto nudi 
contro i Romani, perciocché le spine stesse in quei luoghi avrebber loro in- 
tricale le vesti e impedito il maneggio dell'armi. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 65 

arcieri romani , e nella mischia essi rimanevano al di 
sotto a cagione della miglior tempra delle armi romane: 
la giornata fu decisa da un assalto di fianco della vitto- 
riosa cavalleria romana. I cavalieri celtici presero la 
fuga ; non così potè fare la fanteria incastrata tra il 
mare ed i tre eserciti romani. Diecimila Celti ed il re 
Concolitano furono fatti prigionieri : i morti che copri- 
vano il campo di battaglia sommavano a 4000. Aneresto 
ed il suo seguito , stando al costume celtico , si erano 
dati volontariamente la morte » (1). 

Questa battaglia , che segnò la rovina dei Celti in 
Italia , è il fatto più grande a cui vada accompagnato 
nella storia antica il nome di Talamone. Passano poi 
molti anni , quasi un secolo e mezzo , e non se ne trova 
menzione veruna. Quando il nome di quel porto occorre 
di nuovo , già siamo sul finire di quella guerra italica 
(88 av. l'È. v.) che , dopo aver fatto più che ninna guerra 
straniera pericolare la potenza di Roma , rese celebri , 
e perciò rivali , Mario e Siila. Aveva Mitridate , re del 
Ponto , occupando la Cappadocia e la Paflagonia , aperta 
guerra ai Romani. A domare l'alterigia del gran capitano 
fu mandato in Grecia con l'esercito Siila , che , vinte 
parecchie battaglie , ridusse Mitridate al regno nativo. 
Se non che , mentre provvedevasi a salvare lo Stato da 
lontani pericoli , dissensioni si manifestarono in Roma 
Ira i consoli, e a tanto vennero che si ricorse alle armi. 
Si combattè nella via Sacra e nel Fóro : Ottavio , l'uno 
dei consoli , rimase vincitore nella lotta fratricida : Cinna 
l'altro console , fu dimesso dal suo ufficio e bandito , e 
Roma aggiunse al novero dei giorni nefasti « il giorno 
d' Ottavio ». Cinna , a cui succedette nel consolato Lucio 
Cornelio Merula , erasi ritirato co' suoi nel Lazio e nella 
Campania , e sollevando quelle popolazioni contro il 

t 1) Storia Romana, Lib. Ili . Cap III , pag. 77 : Milano, 1864. Ho preferito 
questa descrizione del migliore storico che abbia avuto Roma , a quella forse 
più particolareggiata , ma certo assai men chiara che ne fece Polibio. 
Akcu. St. It\l., 3." Serie, T. X , P. I. 9 



66 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

governo di Roma , era riuscito a farsi acclamar console , 
ed a mettere insieme un esercito assai numeroso. Fra i 
banditi del precedente anno era Caio Mario, che esule e 
ramingo trovavasi in Libia da poco tempo. Ma appena 
egli ebbe notizia di questi disordini , tolti seco alcuni 
cavalieri Mauritani e i compagni d'esilio , salpò insieme 
con essi alla volta d' Italia. Plutarco dice che in tutti 
non erano più di mille : altri che non avanzarono cinque- 
cento armati. Comunque siasi , egli approdò a Talamone 
con animo di accostarsi a Cinna , di riconoscerlo per 
console ed aiutarlo nella guerra imminente contro Roma. 
Tratti dal nome famoso di Mario , scesero a Talamone 
agricoltori e pastori in gran numero , e da Roma vi 
accorsero non pochi aderenti di cittadini rifuggiti e 
banditi. Mario diede libertà ai servi, come l'anno prima 
si era associato alla plebe di Roma , e in pochi giorni 
tanti armati raccolse, che ne fornì quaranta navi, con le 
quali stando alla foce del Tevere, dava la caccia ai basti- 
menti carichi di cereali che veleggiavano verso Roma (1). 
Quello che in seguito accadde , dove pure non mi dilun- 
gasse troppo dall'argomento , sarebbe superfluo il discor- 
rere : tutti ricordano la irresolutezza del senato dinanzi 
al soprastante pericolo , la capitolazione di Roma e i 
giorni di terrore che succedettero all' ingresso di Mario 
in città. Venti secoli dopo un capitano che , non invi- 
diando a Mario il valor militare , lo supera nell' amore 
alla patria , moveva con meno di mille giovani armati 
dalla spiaggia ligure , ed approdava ugualmente a Tala- 
mone per fornirsi di armi ed avventurarsi a una grande 
impresa nella estrema parte d' Italia. Qual differenza di 
propositi tra il capitano moderno e l'antico, quantun- 
que sieno tra essi non poche rassomiglianze ! 

Del rimanente , attestano l'antica floridezza di questo 
porto e l'amenità del littorale adiacente, le reliquie di 

(i) Putvhco, Vita di Caio Mario; MosiMBEN, Slor. Rotti., Lib. IV, Cap. IX, 
pug. 283. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 67 

alcuni monumenti romani e le ville erettevi da famiglie 

patrizie. Ma l' investigare l'età di alcuni di cotesti edifìzi 

o il sito dove sursero altri, dei quali ci è pervenuto poco 

più che il nome , è opera da lasciarsi affatto agli eruditi 

ed agli archeologi. Io dirò soltanto come dell'età romana 

resti notevole monumento in un vasto edifizio , posto in 

piano non lungi dal castello moderno, conosciuto più 

comunemente col nome di Tombe. Lo compongono ire 

grandi stanze , le cui pareti di grosse pietre tagliate 

rendono testimonianza della romana architettura. I canali 

di terra cotta sporgenti dalle pareti indicano essere stato 

questo edifizio una sontuosa conserva di acque potabili; 

prova certa della ricchezza e del molto numero degli 

abitanti di Talamone (1). Vuoisi altresì che in vicinanza al 

paese non mancassero terme, che, secondo una iscrizione 

trovata sotto le macerie di un ampio fabbricato, sarebbero 

state erette dall' imperatore Diocleziano. L' iscrizione 

{Terme Diocletiani) lascia molto a dubitare della sua 

autenticità ; ma il Tizio , scrittore di storie senesi della 

seconda metà del secolo decimoquinto , e primo a dar 

notizia di quella iscrizione , asserisce che , lui vivente , 

furon trovati in quelle vicinanze condotti e tubi di piombo 

che portavano a quelle terme le acque del mare (2). Bensì, 

come non è mio proposito lo scrivere delle antichità ta- 

lamonesi o di quelle anche più celebrate dell'agro Cosano, 

così debbo accontentarmi di averne ricordate alcune ; e 

chi senta desiderio di maggiori notizie , sa che possono 

mandarlo contento il Lanzi , il Micali , il Mazzoldi , il 



(1) Quest'edificio è ricordato anche dal Mazzoldi con queste parole : « A Te- 
lamone . più presto che le memorie dell'Argonauta padre di Aiace , colpisce la 
grandiosa piscina etnisca, detta le Tombe che , secondo l'idea dell'imma- 
ginoso e dotto Tolomei , doveva entrar a far parte di una gran città proposta 
capitale della unione italiana » (Prol p gom. alla Storia d'Italia , pag. 346). Ciò è 
poco esatto: il Tolomei giudicava il Monte Argentaro come sito comodissimo 
per fabbricarvi una città (Vedi Arch. Stor- Hai., Nuova Serie, Tom. XIII, 
Part. Il, pag. 54-59). 

(2) Ved. C\rchidio, Memorie cit., Part. II, pag. 52. 



68 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

Fabretti, il Santi ne'suoi viaggi per le provincie senesi, 
e l'autore delle Memorie storiche dell'antico e moderno 
Telamone (1). 

Contuttociò, ben poco sappiamo di Talamone durante 
il dominio degli Etruschi e dei Romani, e quel poco non 
senza dubbi e incerteze, impossibili quasi a chiarirsi. Per 
risalire alle origini di questo porto accadde a me ciò che 
sempre suole intervenire a chiunque cerchi le origini e lo 
accrescere di città che fiorirono in tempi lontani : a metà 
di cammino mi ritrovai come smarrito per entro la densa 
oscurità di secoli poco o mal conosciuti. Se non che, messi 
da parte i miti e le favole , venendo a età più vicina , 
qualche meno incerta notizia ci fa conoscere Talamone 
scaduto ormai da quella floridezza commerciale che do- 
vett'esservi sotto gli Etruschi, popolo forte , industrioso, 
operosissimo. Sembra poi che verso il secolo sesto dalla 
fondazione di Roma questa parte del littorale etrusco già 
fosse ridotta a cattivo essere: Polibio, narrando la famosa 
battaglia di Talamone , ne scrive come di luogo irto di 
spine e selvaggio, e abitato solamente da povere famiglie 
di pastori e di servi. Nei primi secoli dell' impero le offi- 
cine di terra cotta che vi si trovano stabilite , le ville 
sontuose e i possedimenti della famiglia degli Enobarbi 

(I) Il Repetti ed altri scrittori riferiscono a Talamone un avvenimento che 
propriamente non gli appartiene- Scrivono infatti che quando Cesare assediava 
Marsiglia , Lucio Domizio Enobarbo spedì dai porti di Subcosa e di Talamone 
navigli armati in soccorso dei Marsigliesi- Ma in verità Cesare né in questo 
luogo , né in altra parte dei Commentari , rammenta quel porto : eccone le 
parole : « Caesnr frustra diebus aliquot comsumptis , ne reliquum tempus 
omiltat , infectis iis quae agere destinaverat , ab Urbe proficiscitur , atque in 
ulleriorem Galliam pervenit- Quo quum venisset , cognoscit missum in Ilispa- 
uiam a Pompeio Vibullium Hufum , quem paucis diebus ante Corfìnio captum 
dimiserat : profectum item Domitium ad occupandum Massiliam navibus actua- 
riis septem, quas Igilii et in Cosano a privatis coactas , servis , libertis , colo- 
nis suis compleveral » (De Bello Civili Comment. , lih. I). Bensì, è fuor di 
dubbio che in queste parli del nostro littorale ebbe larghe possessioni quella 
famiglia patrizia romana, alla quale appartennero le Cetarie Domizìane , non 
lungi dal porto di S. Stefano , e molte lapidi che rammentano lo stesso L. Do- 
mizio , alcuni suoi servi e una officina di terraglie [Figuline Domilianc). 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 69 

provan al tempo stesso l'accresciuto numero degli abitanti 
e le migliorate condizioni del littorale etrusco. Ma non è 
malagevole l' indovinare come peggiorassero ai tempi 
della decadenza dell'impero, e più ancora in quelli delle 
irruzioni de' barbari in Italia. In questo lungo periodo ne 
perdiamo quasi ogni traccia: soltanto Rutilio Numanziano 
ci narra che i Vandali nella incursione del 410 , deva- 
stando la strada Aurelia , ruppero i ponti dell' Albegna, 
dell'Osa e dell' Ombrone. Il che dà motivo a credere che 
le città e i paesi circostanti, come Talamone, soffrissero 
guasti e depredazioni in gran numero. Ma , dopo ciò , 
corrono nella mia narrazione circa nove secoli, come un 
sol giorno ; che in tanto volgere di anni non rimane , 
eh' io sappia , memoria alcuna di Talamone. Ora questo 
silenzio non interrotto durante una lunga epoca , nota , 
più che per altro , per le mine e le sventure onde fu 
desolata l' Italia , impone silenzio anche a me. 



Capo Secondo. 

Sommario. 

Talamone posseduto dai Monaci di San Salvatore nel Monte Amiata. - I Conti 
di Santa Fiora rivali dei Monaci. - Condizioni dell'Armata. - Talamone 
occupalo dai Conti. - I Monaci deliberano di venderlo al Comune di 
Siena. - Pratiche incominciate e arbitri eletti. - Inatteso rifiuto dei Mo- 
naci a stipulare il contratto. - Messi del Comune al Monastero. - Nuovo 
rifiuto peggiore del primo. - Vendita del castello e porto di Talamone 
al Comune. - Commercio di Siena. - Prime deliberazioni concernenti i 
lavori del porto. - Un'adunanza del Consiglio della Campana. - Affitto 
delle saline. ( An. 1303-1306). 

Se poche notizie ci pervennero di Talamone durante 
la signoria degli Etruschi e dei Romani , ignorasi affatto 
quali ne fossero le condizioni e le vicende nell'epoca lon- 
gobarda e nei primi tempi delle risorte libertà mimici- 



70 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

pàli; quindi è che per continuare la mia narrazione debbo 
-scendere fino all'esordire del secolo decimoquarto. In 
quegli anni il porto di Talamone era posseduto dai Mo- 
naci di San Salvatore del Monte Amiata, ricchissima 
abazia di Cistercensi , alla quale erano soggette non 
poche altre terre e castella dell'Annata e dei littorale 
marittimo. Niuno forse saprebbe dire in che tempo e per 
qual modo ebbero i Monaci il possesso di Talamone: essi 
medesimi nel 1303 non avevano di ciò notizia veruna, 
nient'altro affermando che quel porto era proprietà loro 
da tempi lontanissimi, dei quali non restava memoria (1). 
Rivali della potenza e ricchezza di questi Monaci 
erano i Conti di Santa Fiora , superbi per tradizione e 
irrequieti per calcolo , i quali non potendo portare con 
animo rassegnato la sempre crescente autorità di quei 
Monaci , ne molestavano senza tregua i possessi con 
ruberie e violenze di ogni maniera. Di che nacquero 
tra le due parti diffidenze , gelosie e desideri di vendette 
e rappresaglie , che finivano assai volte con la peggio 
dei Monaci o , più veramente , dei poveri abitanti di 
quelle contrade. Ai Conti non pareva illecito nissun mezzo 
per danneggiare i loro vicini e stancargli e diminuire 
la potenza a cui poco a poco erano cresciuti , tanto che 
i Monaci si trovavano con essi in guerre e litigi fre- 
quenti. Aggiungasi che i Conti , riconoscendo dall' impero 
il feudo di Santa Fiora , naturalmente erano caldi fau- 
tori di parte ghibellina : altra e non ultima cagione 
dell'odio che portavano ai Monaci e della loro ostilità 
al Comune di Siena. 

Per soddisfare alle ambiziose voglie e compiere i più 
tristi disegni tenevano i Conti a' loro servigi gente di 
mal affare , rotta a ogni vizio , violenta e sanguinaria. 
Come orda nemica correva da un capo all'altro 1' Amiata . 

[i Caleifo dell'Assunta , pag. 590. Sono in questo prezioso codice tra- 
scritti tutti gli atti concernenti la vendita di Talamone e di Castiglion di Val 
d'Orcia al Comune di Siena. 



I TORTI DELLA MAREMMA SENESE 71 

faceva mal sicure le vie , occupava bruttamente i castelli 
più deboli , mettendogli a sacco , ponendo taglie agli 
abitanti e devastandone i colti. Tutto quanto l'Armata 
stava perciò in agitazione e sospetti continui ; e queste 
ruberie e violenze perpetrate impunemente avevano 
ridotto a cattivissimo termine i paesi di quella bella e 
ricca montagna. Né già per breve tempo continuarono 
tali turbolenze nell'Annata , imperocché fino dalla metà 
del secolo decimoterzo i Monaci e i Conti erano venuti 
a nimistà aperta , e ne duravano ancora gli effetti nel 
primo ventennio del secolo susseguente. Furono difatti 
lamentati dal divino Poeta , allorché annoverando i mali 
che affliggevano ogni contrada della serva Italia , e rim- 
proverandone Alberto tedesco , scriveva con sdegno e 
ironia que' versi che compendiano stupendamente molte 
pagine di storia : 

Vien , crudel , vieni , e vedi la pressura 
De' tuoi gentili , e cura lor magagne , 
E vedrai Santa Fior coni' è sicura (1). 

Anche Talamone , il cui possesso era grandemente 
ambito dai Conti , ebbe a soffrire più volte i danni 
cagionati dalla loro ambizione. Squallido e fatto quasi 
inospitale per malignità d'aria , colpa le subite deva- 
stazioni e la trascuranza degli uomini , non serbava 
segno della floridezza antica. E tra i danni sofferti non 
dee annoverarsi ultimo quello di essere venuto nella 
proprietà di un monastero , ricco se vuoi , ma natural- 
mente incapace a governare molti paesi ed a fomentare 
in qualsiasi modo il commercio di un porto marittimo. 
Accadde poi che per le narrate rivalità tra i Monaci e i 
Conti , Talamone fu occupato più volte dai seguaci di 
questi , e messo a ruba e più che mai immiserito : il che 

(i) Purg. , VI , v. 109-111. 



72 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

si rinnovò per ultimo nel 1303 , nel qual anno una 
mano di armati lo sottrasse violentemente al dominio 
dei Monaci. 

I Monaci si stancarono. Ormai avevano potuto capa- 
citarsi che il possesso di castelli poco vicini all'abazia 
stava più presto a scapito della loro autorità , che non 
ad aumento delle loro ricchezze. Litigi continui , guerre, 
rappresaglie , pericoli di danni anche maggiori erano 
questi i soli frutti che ne ritraevano da molto tempo (1): 
gli abitanti scarsi e ridotti in grande miseria e affatto 
disamorati , come gente che temeva ogni giorno qualche 
perfìdia, qualche violenza dalle masnade dei Conti. Dal 
venire a patti con essi rifuggivano i Monaci per più 
ragioni , ma specialmente perchè non speravano di otte- 
nere condizioni eque e ragionevoli da avversari impla- 
cabili e presuntuosi Per tutelare l'antica riputazione 
dell'abazia e schermirsi al tempo stesso dalla prepotenza 
dei Conti , pensarono i Monaci di vendere a gente amica 
e potente i castelli che erano più ambiti e lontani; e 
quantunque ne provassero rincrescimento , pur da ultimo 
a malincuore e con fatica vi s' indussero. 

II 15 d'aprile del 1303 tennero capitolo , e vi resta- 
rono per molte ore di seguito. Argomento ai loro discorsi 
era la vendita del castello di Castiglion di Val d' Orcia , 
del porto di Talamone e di altri possedimenti , dai quali 
l'abazia non ritraeva alcuna utilità. Anzi può dirsi che 
i Monaci ragionassero in quel momento di vendere ciò 
che in fatto non possedevano , essendoché Talamone e 
Casliglion di Val d' Orcia , occupati dalle masnade dei 
Conti, fossero sempre in loro balìa, Se non che i Monaci 
deliberarono con molto accorgimento di vendere quelle 



(1) Cum elicti d. Abbas , Capilulum et monasterium dictis rebus et bonis et 
iuribus itti et fruì nec aliquum ex eis utilitatem vel profectum consequi non pos- 
si ut , propter gucrras et litigia et etiam propter polentias eorum qui dictae res et 
possessiones et iura ocmpàvcrunl.... et própler peritila et scandalo que dicti Ab- 
bas , Capitulum et monasterium pussent imurrere.... {Cale/fo dell'Assunta, e. 598). 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 73 

terre al Comune di Siena , il quale avrebbe provveduto 
in brev' ora a ritogliere ai Conti i castelli usurpati , 
rivendicando i diritti dei Monaci. Ad eseguire la loro 
deliberazione i Monaci elessero sindaco e procuratore 
dell'abazia frate Petruccio da Corneto , concedendogli 
in tutto larghissima autorità (1). 

Nel maggio di questo medesimo anno (1303) venne 
in Siena frate Ranieri, abate del monastero, e presen- 
tatosi ai Signori Nove Governatori del Comune , espose 
loro la deliberazione dei Monaci ; disse del sindaco eletto, 
e promettendo la vendita di quei castelli ai Senesi , 
propose che il prezzo dovesse essere fermato da due 
arbitri. L'Abate andò ancora più oltre : senza indugiare 
elesse l'arbitro del monastero , certo Tato di messer 
Gabriele , dichiarando altresì di avere due istrumenti 
che provavano le ragioni e i diritti dei Monaci sui pos- 
sessi offerti al Comune , i quali diritti erano confermati 
da una carta esistente in Orvieto , eh' egli asseriva 
potersi avere per cinquanta lire (2). Accolsero di buon 
grado i Signori Nove le proposte che in nome dei Monaci 
fece loro l'Abate , come quelle che appagavano il mag- 
gior desiderio della città , e si mostrarono pronti a sti- 
pulare il contratto. Per lo che il priore dei Signori 
Nove , Sozzo di Piero , fece arbitro del Comune Tavena 
di Cristoforo , e pose ogni studio a ciò questo deside- 
rato acquisto potesse farsi innanzi, che cadesse il bime- 
stre del suo ufficio. 

I Monaci s'erano diportati con tanta discretezza nelle 
loro dimande , e i Signori Nove tanto sollecitamente le 
avevano accolte , che sembrava non potersene mettere 



(4) Calefl'o dell'Assunta , e. 598. t. 

i Diiil etiam dictus Abbas quod aliud instrumentum erat apud Urterà 
veterem , quod poter at haberi prò l libris den. cortonensium , per quod lucide ap- 
parebat plenum ius quod dieta abbatta ìiabebat in rebus predictis. Queste parole 
si leggono in un documento del quale parleremo in seguito, esistente nella 
serie Instrumenla et tura Communis , n.° 30 , an. 1303. 

Arch. St. [tal. , 3. 1 Serie, T. X, P. I. 40 



74 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

in dubbio il buon esito. Ma al contrario, sursero diffi- 
coltà inattese , e le pratiche , di tanto bene avviate che 
erano , presero d'un tratto cattiva piega. Dopo le pro- 
poste fatte ai Signori Nove , l'Abate era tornato al mo- 
nastero, non si curando per niente di rispondere alle 
molte sollecitazioni che per conchiudere l'atto di vendita , 
gli facevano i Nove. Frattanto , già era per uscire 
dell' ufficio la Signoria che aveva iniziate queste prati- 
che , e non appariva alcun indizio di buona volontà 
dalla parte dei Monaci, che forse non trovavano modo 
di adonestare i loro mutati propositi. Allorquando poi i 
Signori Nove invitarono l'Abate a venire in Siena per 
la stipulazione dell'atto di vendita , secondo i patti con- 
venuti, egli senza addurre in mezzo veruna ragione, 
si rifiutò. Convenne ai Signori Nove cessare dai modi 
amichevoli e valersi delle ragioni acquistate ; tanto che 
ordinarono agli arbitri eletti che citassero l'Abate a 
comparire alla loro presenza in un giorno determinato 
per ascoltar il lodo ch'essi avrebbero profferito. Ma la 
citazione fu inutile , e l'Abate lasciò trascorrere con 
silenzio il giorno assegnatogli. Gli arbitri pronunziarono 
ciò non ostante il lodo , assegnando il prezzo d'ottocento 
fiorini d'oro ai castelli che i Monaci avevano offerti in 
vendita al Comune di Siena. 

I Signori Nove che entrarono in ufficio pel bimestre 
di luglio e d'agosto , avuta notizia delle pratiche iniziate 
per l'acquisto di Talamone , cominciarono dall'ordinare 
che di tutto quanto era passato tra i Monaci e il Comu- 
ne fossero fatte carte pubbliche per mezzo di notaio 
sulla fede dei loro antecessori e dei Consoli della mer- 
canzia. Non molto dipoi , per comandamento dei Signori 
Nove , partirono alla volta dell'Abazia , come messi del 
Comune , Salvino Dati d'Asciano , Pino di Benincasa 
notaio e Vannello d' Ildibrandino da Vescona (1). Venuti 

H) Veci, il Documento del 1303 sopra citato. 






I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 75 

al monastero , esortarono que' frati a conchiudere la 
vendita promessa; e mostrarono loro gli ottocento fiorini 
prezzo d'acquisto assegnato dagli arbitri. Risposero i 
Monaci , che l'Abate e frate Petruccio non erano in 
convento e che nissun compromesso era stato fatto per 
questa vendita tra essi e il Comune : negarono perfino 
di avere eletto frate Petruccio a loro sindaco e procu- 
ratore , e conchiusero dicendo che non volevano ricevere 
quel danaro , ne vendere alcuno dei loro possedimenti (1). 
Questo nuovo rifiuto , assai peggiore del primo perchè 
offendeva apertamente la verità , diede sicura prova 
delle mutate intenzioni dei Monaci. E forse ne furono 
principal cagione le istigazioni dei Conti di Santa Fiora, 
i quali benché avversari dei Monaci , dovevano prefe- 
rire che que' castelli , e specialmente il porto di Tala- 
mone, restassero proprietà dell'Abazia, anziché venissero 
nelle mani del Comune di Siena. Comunque siasi, dispe- 
rando i messi del Comune di potere indurre i Monaci a 
più savi consigli , gli citarono di nuovo a comparire in 
Siena in un giorno dato , e lasciarono il monastero. 
Tornati in città , consegnarono gli ottocento fiorini , 
siccome era stato loro prescritto dalla Signoria , in mano 
di un tal frate Bernardo , che era proposto degli 
Umiliati (2). 



(4) Fratres responderunt, qui ibifuerunt presentes , quatenus Abbas vel frater 
Petrucdus ibi non erant , quod nunquam fuil aliqua promissio , pactio vel electio 
vel compromissio de prediclis facte per Abbatem , nec frater Petruccius erat ner 
unquam fuil syndicus vel procurator constitutus , et ideo nolebant pretium recipere 
nec venditionem facere (Doc. cit.)- 

(2) Il racconto delle pratiche che precedettero la vendita del porto di Ta- 
lamone ai Senesi è fedelmente tratto da un documento, già ricordato, di que- 
sto R. Archivio di Stato- Il documento è cartaceo, ed è un mezzo foglio scritto 
da ambedue le pagine : ma la narrazione rimane interrotta , perchè questo 
foglio fu staccato dall'altro ove continuava , e che è andato perduto. Io tengo 
per certo che sia il frammento di una di quelle scritture che i Signori Nove 
più volte ordinarono che si facessero per serbare memoria delle pratiche av- 
viale coi Monaci, e fu scritto forse dal notaio Pino di Benincasa, che dal do- 
cumento rilevasi averne avuto commissione dai Nove. Eccone la intestazione: 



76 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

I Monaci , persuasi in breve della vanità dei loro 
rifiuti , cedettero alla ragione , e il 10 di settembre 
del 1303 fu firmato il contratto che vendeva ai Senesi 
il porto di Talamone , la contrada , o grancia , detta la 
Valentina , e Castiglion di Val d' Orda (1). Il prezzo , 
statuito dagli arbitri in ottocento fiorini d'oro , fu accre- 
sciuto fino a novecento , e i Monaci vollero altresì ag- 
giunto il patto, che il Comune di Siena ponesse quindi 
innanzi sotto la sua protezione il monastero , difen- 
dendolo contro le violenze di chicchessia , ma in ispecie 
dei Conti di Santa Fiora. La qual protezione fu tosto 
concessa , e se ne rogarono carte pubbliche il sus- 
seguente dì 12, e con certa solennità nel palazzo del 
Comune , presenti i Signori Nove (2). 

Dell'acquisto di Talamone fecero gran festa i Senesi , 
che da lungo tempo desideravano il possesso di un porto 



Factum et negotium Communis Senensis, quod traHalum est in duobus menslbus , 
videlicet a kalcndis iulii profiline preterltls usque ad kalendas septembris sub anno 
Domini millesimo ccciu, ind. prima, per prudentes et fideles homines dd. Noiem 
Gubernatores et defensores Communis et popull Senensis , et per Pinum Benencase 
nolarium , ab eis circa liulusmoili negotium ab ipsis dd. Novem electum et depu- 
tatimi , videlicet circa emptionem ol tinendam prò Communi Senrnse a dompno Ra- 
nerlo abate monasterii seu abbaile Sa:. eli Salvatoris de . Montemlata , et fratre 
Petruccio monaco diete abbaile, syndtco et procuratore dicti -albatis et fratrum 
et capituli et abbatie predicte ad Infrascripta specialller constlluto , tale est. 

[]} Caleffo dell'Assunta, e. G00 e segg. Anche nell'istrumento di vendita è 
detto che i Monaci erano stati costretti a rinunciare al possesso dei castelli 
venduti per cagione degli scandali e dei litigi frequenti che ne derivavano tra 
essi e i Conti di Santa Fiora. 

(2) Caleffo predetto e. 605 t. Mino ri' Orlando e Niccolò di Pace furono 
eletti sindaci e procuratori del Comune ad hubendum et recipiendum sub pro- 
tectlone et defensione dlcti Comunis et populi Senensis l'abate del monastero di 
S. Salvatore e i suoi successori e tutti i beni ad esso monastero appartenenti, 
obbligandosi a difenderli specialiter ab omni impulsione , violentia et molestia quas 
Comiles de Sanità Flora et eorum fideles et sequaces per se vel alios inferrent. 
Lo stesso Mino d'Orlando prese il possesso del porto di Talamone a' 22 di set- 
tembre , e nel di 24 riscosse un fiorino d'oro da Vanni di Giovanni , padrone 
della barca detta S. Giovanni , per dlrlztum , navlllum , anchoraggl'im et cabel- 
lam de tredecim modiU frumenti, quod ipse Vannes apportwerat et adduxerat ad 
dicturn porlum in sua barcha. Rog. apud portum de Telamone da Niccolò di 
Paltonieri ( Calefl'o predetto , e. 607 t.). 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 77 

sul mare. Sia che ne sperassero molti vantaggi pel 
commercio loro con paesi lontani , che già cominciava 
a declinare ; sia che l'esempio di Genova e di Pisa cre- 
scesse la loro illusione , certo è che l'acquisto di un porto 
marittimo era il maggiore e più ardente desiderio di 
tutti i cittadini. Tanto che negli Statuti del Comune , 
anteriori all'acquisto di Talamone , trovasi ordinato 
« che per li Signori Nove e Consoli de la mercanzia 
s'elegano tre buoni et esperti e savi uomini , e' quali 
amino l'onore e lo pacifico stato del Comune e del popolo 
di Siena , e' quali si debiano insieme convenire , quando 
parrà a li Signori Nove ; e' quali,... intendano acqui- 
stare e compre fare de le cose utili per lo Comune , e 
spezialmente intendano avere porto al mare ne le parti 
di maremma con alcuna forteza , per onore e buono 
stato del Comune e del popolo di Siena (1) ». Non può 
dunque far meraviglia se , ottenuto il porto di Talamone, 
i Senesi si abbandonassero a così grandi speranze , che 
in ultimo rimasero di troppo inferiori agli effetti che 
derivarono da quell'acquisto. Ma certo non stette da 
essi che il porto di Talamone non venisse a molta pro- 
sperità , ne mai risparmiarono spese e sollecitudini per 
accrescerne i traffici ed il commercio. Di che maggior- 
mente si prendevano cura in quel tempo i cittadini e il 
governo , essendoché pel fallimento della Ranca dei 
Buonsignori il commercio senese corresse non pochi 
pericoli. Questa banca , o come in Francia chiamavasi 
la gran Tavola , ebbe cominciamento, secondo i cronisti, 
esordiente appena il secolo decimoterzo ; durante il quale 
era venuta in grandissima riputazione , e tanto le era 
bastato il credito che , allorquando fallì , la camera 
pontificia e la reale di Francia si trovarono creditrici 
d' ingenti somme. Al commercio di Siena aveva questa 



\) Constituto del Comune di Siena volgarizzato nel 4310, Distinz. I, e. 145. 
Questa provvisione dee riferirsi all'ultimo decennio del secolo decimoterzo. 



78 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

banca portato moltissimo giovamento , e per essa come 
per l'altra dei Salimbeni , i mercatanti senesi correvano 
più agevolmente la Francia e la Fiandra non senza 
molto profitto loro e della repubblica. Ma poi che la 
banca dei Buonsignori fallì (e fu circa il 1304, sebbene 
alcuni storici scrivano il 130S) il commercio di Siena 
ne portò i danni per lungo tempo , a cagione ancora 
della ingiusta cattura che il re di Francia ordinò si 
facesse di qualunque senese che fosse nel reame , come 
altresì per motivo delle pretensioni che la corte di Roma 
mise in campo contro il Comune. Al che in breve si 
aggiunse che i popoli della Lunigiana ebbero facoltà di 
usare rappresaglie contro i Senesi , essendoché molte 
delle più ricche famiglie di quelle parti fossero per 
quel fallimento rimaste gravate. 

Durante il secolo decimoterzo , e nei due secoli sus- 
seguenti , i cittadini senesi mercatavano più specialmente 
in tessuti di lana e di seta, che avevano fuori d'Italia 
assai credito. Portavano la merce loro in Francia, Spa- 
gna , Inghilterra e nelle parti più settentrionali della 
Germania : le vie dell' Oriente frequentavano poco , e 
può esserne cagione la supremazia che vi tenevano 
Venezia , Genova e Pisa. Ma frequenti erano le relazioni 
dei Senesi con Venezia, e più tardi anche con la Sicilia, 
e in Venezia comperavano non solo prociotti orientali , 
ma anche le armi ed altri oggetti che si fabbricavano 
nel cuore dell' Europa (1). Lo zucchero e ogni maniera 
di spezie acquistavano i nostri mercanti, più che altrove 
in Sicilia, e così continuarono per tutto il secolo deci- 
raoquinto. Difatti troviamo che Priore di Mariotto Ranchi 
nel 1462 faceva viaggi da Livorno a Palermo sulle galee 

(1) Anche nei libri delle spese del Comune si trovano pagamenti fatti per 
acquisto di oggetti in Venezia. Dei molti esempi che potrebbero addursi, ri- 
porlo questo del 4230 : vj libr- et v sol Dietisalvi , quas solvit in ban'msia et tri- 
bus tapetis , quibus involvit balistas Venetiis , et in quarantesimo vel passagio apnd 
Venetias ( Bicciierna, cod. 3 , e. 66 t. ). 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 79 

fiorentine di levante , condotte dal capitano Giuliano 
Ridolfi. Portava drappi e sete che riceveva da Niccola 
Capponi e da Mariotto Banchi , e generalmente tornava 
con provvisioni di zucchero. Il viaggio di andata , se 
prospero , durava sei giorni , e del guadagno netto della 
vendita delle merci affidategli , Priore percipeva la quar- 
ta parte (1). 

Con Venezia ebbe relazioni commerciali , e le man- 
tenne lungamente , la casata degli Spannocchi. Nel 1496 
venuti a guerra i Pisani con Firenze , e cominciando a 
provare gli orrori della carestia , il doge Barbadigo 
avvisò i Senesi di aver fatto comprare dagli eredi di 
Ambrogio Spannocchi mille ducati di grano da portarsi 
a Pisa sopra alcune triremi veneziane , che avevano 
avuto l'ordine di approdare a Talamone (2). E le rela- 
zioni frequenti e così lungamente durate tra Siena e 
Venezia e la Sicilia denotano , se pure altri indizi non 
ne avessimo , che i mercanti senesi si procacciavano 
i prodotti orientali nei mercati di Palermo, e di Vene- 
zia, e in ispecie di questa principale tra le repubbliche 
italiane. E qui cade acconcio l'osservare che , quantun- 

(1) Carte di particolari, ari. 1462. Il libro della ragione di Priore porta 
questo titolo: « Questo libro è di Priore di Mariotto Banchi, in sul quale scri- 
verò col nome di Dio e della gloriosa vergine Maria e di tutta la cielestiale 
corte del Paradiso tutto quello che s' apartiene di scrivere per la mia andata 
da Palermo, cominciando questo dì xxj d'achoslo 4462. Che Iddio ne presti 
grazia e buon vento con salute dell'anima e del corpo, e mandi tutto a buon 
salvamento ». Dopo ciò seguita : « mcccclxm. - Niccola Capponi e Mariotto 
Banchi dieno avere a dì 21 d'achosto l 62 per questi panni accomandatomi per 
finirli a Palermo o a Messina o in altro luoco dell' isola di Cicilia , i quali debbo 
fare caricare in sulle calee fiorentine di levante, capitano Giuliano Ridolfi; i 
quali apartengono per metà a detto Nicola e per metà a detto Mariotto Banchi. 
Fattomi balle sei , segnate del segno di detto Mariotto Banchi e mandate a 
Pixa per Piero Della Seta vetturale a di 20 detto, addiritta a Bernardo e Ste- 
fano Ambruogi. E' panni son questi diremo appresso , che Iddio e' li man' a 
buon salvamento, e presti loro buona ventura ». E segue la indicazione dei 
panni , cioè: panno cupo (ine, panno moretto fine, panno turchino riforbito, 
panno pavonazzo di grana fine , panno verde scuro, panno cupo fine, panno 
cupo secondo ec. 

(2) L idiomatico , pergamena del 24 maggio H96. 



80 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

que il Comune di Siena venisse assai per tempo in 
possesso di un porto sul mare , non ebbe quasi mai galee 
proprie ; che ben poco si avventurarono in ogni tempo i 
Senesi a viaggi marittimi , e il commercio loro rimase 
generalmente nel continente d' Europa , facendosi per 
via di terra il commercio stesso con Francia , che pure 
era il maggior commercio della nostra città (1). 

Ma più assai che nella mercatura acquistarono nome 
i Senesi nell'arte del cambio ; nella quale oltre i Buonsi- 
gnori divennero celebri i Salimbeni , che fu la più ricca 
delle nostre famiglie , e che teneva pur essa il banco a 
Parigi. Banchieri i Tolomei , gli Spannocchi, i Palmieri 
e altri men noti; tanto che le ricchezze di quelle fami- 
glie che ora diciam nobili , le quali stimerebbero oggi 
vile esercizio la mercatura , ebbero comune origine nel 
commercio e nel cambio. I Salimbeni avevano corri- 
spondenze commerciali in ogni parte d'Europa: trovasi 
che nell'ottobre del 1260 Alessandro e Giovanni Salim- 
beni fecero mandato a un tal Ugo di Ugolino , merca- 
tante senese , di trattare ogni loro negozio in paesi 
forestieri, cioè in Francia, Inghilterra, Spagna, Alema- 
gna ed in qualsivoglia altro paese al di qua o al di là 



(-)) Vari capitoli della seconda Distinzione del Constituto di Siena si riferi- 
scono al commercio senese fuori d'Italia e specialmente in Francia. Eccone alcuni 
esempi : « Statuto et ordinalo è , che neuno de la città e contado e giurisdizione 
di Siena debia , ardisca overo attenti trare , overo impetrare fare , alcune let- 
tere overo mandamenti contra el Comune di Siena , overo compagnie , overo 
singulari uomini , overo contra alcuno cittadino di Siena, da missere lo re di 
Francis overo la sua corte , overo da li signori de le fiere , overo dal corpo de 
le (iere , overo da altri qualunque officiali overo giustizieri del regno di Fran- 
cia , Provencia , overo de le parti oltramontane, overo di qualunque altre 
parli ». (e. 211). L altrove si ordina « che la podestà faccia mendare e! danno 
a chi l'à patito nel regno di Francia da colui , per cui cagione I' à sostenuto » 
(e. 205) ; ed altresì che il podeslà doveva, a richiesta della Mercanzia, « fare 
prendere e ditenere coloro.... e' quali si cessassero overo fugissero.... de le 
fiere di Francia con avere d'alcuno », né rilasciargli « senza parola e licenzia 
de' Consoli predetti » (e. 240 l. ). Questi ordinamenti tratti dal Constituto di 
Siena volgarizzato nel 1310, portano generalmente la data del 1293 e 1299. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 81 

dei monti (1). Perciò non dee far caso quel che narra 
il cronista, che per più anni le sedici casate nelle quali 
era distribuita questa famiglia si repartissero ciascuna 
un guadagno di circa centomila lire (2). 

In paese dato sì fattamente ai traffici ed alle indu- 
strie l'acquisto di un porto marittimo dovette sembrare 
grandissima ventura , considerato in ispecie che per 
cagione del fallimento dei Buonsignori , al commercio 
di Siena erano chiuse allora le vie della Lunigiana , 
della Lombardia , del Genovesato e della Provenza. 
Quindi non andò guari che il governo della repubblica , 
sebbene tutto inteso a riparare ai danni cagionati da 
tal fallimento , non provvedesse ai molti lavori di riat- 
tamento , che erano fatti necessari in quel porto. Frat- 
tanto nel maggio del 1304 erasi statuito che il Podestà 
dovesse chiedere ogni due mesi al Consiglio generale 
della Campana ciò che si riputasse più acconcio di fare 
a beneficio di quel Porto ; e i Signori Nove creata ave- 
vano , d'autorità propria , una balìa di tre cittadini , che 
ai bisogni del Porto intendesse continuamente. Podestà 
era in quest'anno messer Manente da Iesi. 

Ai dì 8 di dicembre fu covocato dal Podestà nel pa- 
lazzo del Comune il Consiglio generale della Campana . 
dove si trovarono presenti duecentoventotto consiglieri : 
doveva deliberarsi sui lavori che occorrevano nel porto di 
Talamone. Vanni de'Tolomei, uno dei tre che componevano 
la balìa poc'anzi ricordata , lesse alcune proposte concer- 
nenti quei lavori. Chiedevansi restauri alle muraglie 
del porto , miglioramenti nelle strade che conducevano 
a Talamone e , dove ne fosse il bisogno , la costruzione 
di nuove. Ma in Consiglio le opinioni erano varie , come 
varie le speranze che si nutrivano sugli effetti che alla 



(4) Diplomatico, pergamena del 13 ottobre 1260. 
[2] Muratori , Rerum Italie Script. , XV , 95. 

Arch. St. Ita-., 3.» Serie, T. X , P. I. fi 



82 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

città sarebbero derivali dal recente acquisto di Talamone. 
Primo salì in ringhiera Mignanello dei Mignanelli , il 
quale ponendo ogni sua fiducia nel governo dei Nove , 
consigliò che fosse loro concessa piena autorità di prov- 
vedere alla esecuzione dei lavori proposti dalla balìa. 
Se non che Cione di Alamanno dei Piccolomini , o lo 
muovesse il timore di vedere in breve naufragate le 
comuni speranze per la inesperienza dei Senesi nelle 
faccende marittime , o poco per altri motivi si ripromet- 
tesse da quel porto, parlò contro la proposta del Mi- 
gnanelli. Primieramente egli disse essere opportuno che 
i Signori Nove chiedessero ai Genovesi qual fosse l'opi- 
nione loro sulle condizioni del porto, e facessero pra- 
tiche all'oggetto di fermare con essi alleanza. Che se 
ciò non potesse conseguirsi, gli era avviso che si porgesse 
dimanda al Comune di Genova, o a quello di Ancona, di 
due probi e sapienti uomini che , secondo la scienza e 
l'esperienza loro nelle cose di mare , fornissero di savi 
consigli il governo, e frattanto consigliava doversi rimet- 
tere ad altro tempo qualunque deliberazione. Le proposte 
del Piccolomini , che rivelavano dubbi e timori non accon- 
sentiti dai più ne in Consiglio né fuori , trovarono poco 
favore , né mancò chi loro contradicesse ; ma la conve- 
nienza di aver ricorso ad uomini esperti fu conosciuta 
anche da altri , come da Tuccio Alessi , il quale bensì 
non voleva che in affari del Comune s' ingerissero fora- 
stieri. Di modo che le prudenti proposte del Piccolomini 
furono reiette , e il Consiglio approvò con 179 voti la 
proposta del Mignanelli (1). 

Ai Signori Nove fu dunque commesso di provvedere 
ai più urgenti bisogni di Talamone ; e nel seguente 
anno (1305) le antiche mura del porto furono restaurate, 
altre costruite dalle fondamenta : si fabbricò un ponte , 

(1) Consiglio della Campana , ri." 65 , e. 490 e segg. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 83 

e il vecchio cassero fu interamente rifatto (1). E per 
evitare qualsiasi cagione di controversia con i Conti di 
Santa Fiora, venuti oramai in aperta nimistà con la 
Repubblica , le terre dei quali confinavano col distretto 
di Talamone , fu ordinato che di questi si facesse 
l'estimo e la descrizione dei confini (2). Sopraintesero 
dapprima ai lavori e furono officiali del Porto Vanni di 
Spinello Tolomei , Niccoluccio Recchi e Luti Risaliti ; ai 
quali non molto dopo succedettero Marrino di Crescen- 
zio , Petruccio Terrachi e luccio Saladini (3). Questi 
lavori cominciati nel 1305 continuarono ancora l'anno 
dipoi ; che il governo non solo non rimetteva punto 
della sua alacrità, ma ogni dì più adoperavasi a solleci- 
tare il compimento di opere che avrebbero conferito 
a fare di Talamone l'emporio della Repubblica. 

Mentre con tanta alacrità si riattava il porto e se ne 
crescevano le opere di fortificazione , fu posta in vendita 
la prima volta la gabella delle saline, bandita per la città, 
secondo che portavano gli statuti. I patti di questa ven- 
dita furono proposti dagli esecutori della generale gabella 
del Comune , ed approvati dal Consiglio della Campana 
il dì 10 di giugno (1306). I compratori di questa gabella, 
cioè del reddito delle saline , si obbligavano per cinque 
anni e tre mesi. Nel prim'anno dovevano lavorare in 
cento e tredici saline : appresso in tutte quelle dove era 
costume di lavorare per qualche tempo , ed avevano 
facoltà di farne delle nuove nel maggior numero che 
potessero. Del sale che se ne ritraesse , una metà sareb- 

(1) Nei registri d'Uscita della Repubblica di quest'anno si trovano notate 
le spese per i lavori del cassero e del porto di Talamone (n.° 78, passim). Come 
maestro è ricordato un Mino Chiocciola- 

(2) L'estimo e la descrizione dei confini del distretto di Talamone sono ri- 
portati nel Caleffo Nero da e 24 a e. 26- In questo medesimo Caleffo vedesi 
disegnata a e. 22 e 23 la pianta , com'oggi dicono, dimostrativa del castello di 
Talamone , fatta nel 1306, forse da quelli stessi che ne descrissero l'estimo e i 
confini- 

(3) Bi'xhcma, n. e 78 , e. 67 , 78 e altrove. 



84 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

be dovuta al Comune , l'altra ai conduttori , e questa 
seconda metà essi dovevano denunciare e poi vendere 
al Comune pel prezzo di otto denari lo staio. Che se , 
passato un mese dalla denuncia, il Comune non l'avesse 
acquistata , i conduttori delle saline potevano vendere 
quella quantità di sale e mandarlo da per tutto , fuor 
che nelle terre dello stato senese (1). 

La molta operosità che in questi primi anni addimo- 
strò il governo per migliorare le condizioni di Talamono 
rimasto lungo tempo abbandonato , non riuscì infruttuo- 
sa , sebbene da ultimo non portasse alla Repubblica tutti 
que' buoni effetti che i cittadini senesi troppo facilmente 
se n'erano ripromessi. 

(continua) 

'<) Comiglo della Campana , n.* 68 , e. 154. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Bella schiavitù e del servaggio, e specialmente dei serri 
agricoltori , libri ni del conte Luigi Cibrario , Ministro 
di Stato 3 Senatore del Regno , ec. ec. Volume primo ; 
Milano , Stabilimento divelli , 1868. In 8vo di pag. 557. 

L'opera che pigliamo a soggetto della presente recensione 
formava da qualche tempo un vivo desiderio degli studiosi; 
i quali ben sapeano come l' illustre Autore vi attendesse , 
direi quasi , con peculiare compiacimento , e se la ripromet- 
tevano a giusta ragione adorna di que' pregi medesimi pei 
quali vanno le altre sue così universalmente lodate : profon- 
dità di dottrina , pienezza di ricerche , venustà di forma. Ora 
quest'opera, della quale il Civelli ha mandato in luce lo 
scorso anno il primo volume , intitolandolo con bella epigrafe 
a S. A. R. il Principe Umberto , può considerarsi come una 
prosecuzione di quegli studi cui l'egregio signor Conte ha 
ognora applicato il nobilissimo ingegno: studi che, non disviati 
giammai , gli meritarono quella fama che tutti sanno , e che 
non è comparabile se non alla stima derivatagli per l' inal- 
terata affezione onde proseguì in ogni tempo l'Augusta Casa 
de' Principi di Savoia (1). E però, come di più altre, così 
appunto di queste disquisizioni intorno la schiavitù ed il 



(t) Allorché S. M. innalzava recentemente il conte f"ibrarioal grado di Cava- 
liere dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata , non fu chi non applaudisse 
ad una onoranza così poco consueta, ma che pure giudicavasi cosi bene meritata. 
E fu appunto in questa contingenza che molti periodici riandarono i luminosi 
servigi prestati da S. E. alla 1 inaslia , e co. ne Storico e come L'omo di Stato. 



ob RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

servaggio crediamo poter affermare che già si asconda il 
germe in que' libri della Economia, Politica nel medio evo , 
i quali segnarono alle ricerche storiche un novello indirizzo , 
ed un campo non prima quasi esplorato. 

Il eh. Autore, definito nel Proemio che s'intendesse in 
antico col nome di servo , e come la parola schiavo ne 
diventasse poscia l'equivalente, pone questa necessaria avver- 
tenza : « Noi, per maggiore chiarezza, useremo i due voca- 
boli , quello di schiavo per denotare 1' infimo grado di ser- 
vitù ; quello di servo e di uomo servile in senso più generale 
a significar ogni specie di servi, e talora quelli che erano 
soggetti ad una servitù mitigata » ( pag. 3 ). Esposte quindi 
alcune generali considerazioni intorno le origini e la essenza 
della schiavitù , ed accennato il metodo di condotta del suo 
lavoro , così prosegue : « Il fine de' presenti miei studi non 
è di stendere un compiuto commentario sui servi.... Io intendo 
solamente di fare un rapido sunto delle varie tasi per cui 
passò la schiavitù nel suo moto ascendente , trasformandosi 
prima in servitù, poi scomponendosi in molte classi d'uomini 
mezzo servi, mezzo liberi , ch'io chiamerò servili: e siccome 
dopo la decadenza dell'impero, la parte più importante, dal 
punto di vista economico , politico e morale , e la più nume- 
rosa di servi e di servili fu quella degli agricoltori , cos'i 
dopo d'aver esposto brevemente le condizioni de' servi in 
generale , mi stenderò nella seconda e terza parte ad inve- 
stigare un po' più minutamente le vicissitudini dei servi 
agricoltori, aggiungendo curiose indagini sui salari, sui 
prezzi delle cose, sul lusso, sulle doti , sulla popolazione e 
sovra altri punti non bene esplorati finora ; esaminando 
quindi precisamente le diverse vie che poteano correre i servi 
industriosi e procaccianti, amici del lavoro e assegnati nelle 
speso , per far risparmi e per guadagnarsi V ineffabile bene- 
fìcio di libertà, ed anche i sorrisi della fortuna » (pag. 9). 

A norma pertanto della distribuzione testé delineata , la 
Parte Prima , contenuta nel volume finqu'i pubblicato , 
tratta degli schiavi e dei servi in generale ; e si divide nei 
cinque capitoli che verremo successivamente prendendo ad 
esame ; tenendoci bene inteso il più possibile stretti all'argo- 
mento , con lasciare da banda quelle considerazioni e quegli 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 87 

accenni generali , i quali , se non poteano trascurarsi nella 
estesa orditura dell'opera, ponno però sopprimersi nella 
economia di una rivista. 

I. Condizioni originarie degli schiavi e dei servi. — I 
primi e più antichi servi hanno a riconoscersi ne' prigioni di 
guerra , divenuti « forzati ausiliarii di chi li avea fatti cap- 
tivi , senza partecipazione però a niun diritto civile e politi- 
co » (pag. 15) ; poi ne' liberi fatti clienti : « specie di vassalli 
obbligati ad ossequio verso il padrone, e ad aiutarlo contro 
ai nemici ed agli avversari di qualunque specie. Era uà 
germe del feudo » (pag. 18). 

Inoltre, secondo gli uffizi che esercitavano, gli schiavi 
erano urbani o rustici; e la storia della decadenza di Roma 
ci offre non rari esempi della squallida vita de' servi agri- 
coltori , « ai quali le imposte consumavano poco meno che 
T intero prodotto dei beni , e le opere pubbliche logoravano 
il tempo e l'esistenza » (pag. 19). Questa condizione però 
venne a modificarsi in appresso, mercè l'istituzione d<--l 
colonato perpetuo (servitù della gleba), intorno a cui si 
bandirono le prime leggi all'epoca di Costantino. Ma e delle 
origini del colonato medesimo, e delle sue affinità colYenfi- 
teusi , l'illustre Autore si fa a trattare con ampiezza, pro- 
fessando giovarsi bensì di tutti gii scrittori che fecero soggetto 
de' loro studi siffatto argomento , e l'ebbero a svolgere con 
somma erudizione e talora eziandio con soverchia sottigliezza 
di critica , ma di non pigliarne alcuno a guida particolare. 
Quindi osserva « che se il colonato giovò incontestabilmente 
agli interessi materiali dei liberi , molto più favorì quelli 
materiali e morali degli schiavi che poterono profittarne » 
(pag. 21) ; oltreché fu specialmente gradito alle nazioni 
barbare, che a breve andare conquistarono l' Impero Romano. 
Onde « generalmente , dal secolo v al ix le condizioni degli 
agri e degli agricoltori s'andarono migliorando , finché venne 
a peggiorarle da un lato , a migliorarle da altri lati , il 
sistema beneficiario o feudale » (pag. 22). 

Ma innanzi che i coloni de' privati fossero per legge 
immobilizzati , di già il sistema del colonato erasi largamente 
esercitato nel pubblico interesse in più modi , e con iscopo 
ora agrario ed ora militare. 



88 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Spingendo poscia gli sguardi ad epoche ben più remote , 
il conte Cibrario si fa a discorrere la genesi della schiavitù 
appo gli ebrei e gli altri orientali ; ma queste cose vedute 
così trasvolando, e a mo' di confronto, ripiglia a considerare 
« paesi a noi più vicini e più attinenti » (pag. 57) ; sicché 
Roma gli offre di bel nuovo lunga materia di studio. Ricerca 
pertanto come la vendita degli schiavi si praticasse , e come 
vi si procedesse ; accenna ai cognomi e soprannomi servili , 
espone la legislazione che li riguardava , e nota quanto 
severamente si punissero i fuggitivi raggiunti ; osservando 
. però di non avere trovato mai presso i Romani (tuttoché sì 
poco famigliare fosse loro il sentimento della compassione) 
« che ad inseguir gli schiavi fuggiaschi avvezzassero feroci 
mastini; come già usarono i Sud-Americani, dove tale inse- 
guimento era diventato un'arte, e (chi lo crederebbe?) 
un'arte liberale » (pag. 68). 

Nondimeno le pene comminate dalle leggi agli schiavi 
pe' misfatti più gravi , o quelle arbitrarie che loro infligge- 
vano i padroni , erano anche a Roma non solo eccessive , 
ma tali da destare raccapriccio. « Per colpe leggiere, per 
momentaneo sdegno flagellavansi.... crudelmente , le tracce 
delle verghe listavano loro il dorso e i fianchi. Letizia e 
disperazion delle verghe si chiamali l'uri l'altro i servi, 
mordendosi, nelle commedie di Plauto. Si parla delle verghe 
che muoiono sul loro corpo; della croce cui s'affiggono; 
della tunica funesta, cioè impeciata, entro cui si abbrucia- 
no; dei pozzi in cui si gittano ; delle bestie feroci cui si 
danno a mangiare » (pag. 80). Ma crudele sopra tutte le leggi 
penali concernenti agli schiavi , fu senza dubbio il senatus 
consulto Sillaniano , per cui la loro vita rendeasi malleva- 
drice di quella dei padroni. Era una legge nata dalla paura ; 
« era una necessità, parola che ha coperto tante ingiustizie 
come l'altra , ragion di Stato , che vuol dir lo stesso » (pag. 78). 

« Le dame romane avevano un gran numero di schiave , 
destinate ciascuna ad una parte dell'acconciatura e dello 
abbigliamento 

«Stavano esse, nude fino alla cintura, attorno alla 
padrona tutte intente a servirla. Questa , colla mano armata 
d'un lungo ed acuto spillone , spiava come rispondesse alle 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 89 

sue voglie ed all'affaccendarsi delle ancelle il numero e la qua- 
lità de' suoi vezzi crescenti , o lo scomparir delle mende che la 
natura o l'età aveano sparso nel corpo di lei. Guai se l'arte 
non riusciva ad un completo miracolo. La verghetta incideva e 
lacerava le carni delle infelici che spendevano la vitanell'ador- 
nare un'altra donna, sovente assai raen bella di loro !.... 

« Del rimanente se la legge era dura, se i padroni in 
generale eran feroci , o lasciavano che altri servi , favoriti 
o liberti ,.... inferocissero in loro nome , non mancavano 
animi più gentili, i quali usavan co'servi umanamente , spe- 
cialmente con quelli nati e cresciuti con loro sotto al mede- 
simo tetto [ vernae] » (pag. 81-84). Poi altre ragioni assai e 
preferenze concorreano del pari a creare quella specie d'ari- 
stocrazia servile , che Giovenale ha cosi bene ritratta nella 
satira quinta. 

Ma , parlando de' miseri, più che tutti lo erano certamente 
gli schiavi agricoltori , donde traevansi anche i servi depu- 
tati alla macina J ad aprire o restaurare le strade , a condurre 
le acque , a cavare le pietre , i marmi , i metalli. Men dura 
invece e più grata sorridea la vita a' pastori ; i quali però 
procedendo armati e moltiplicando assai , si trasformarono 
poscia in masnadieri , errando a grandi stuoli su per gli 
Appennini nell'Italia meridionale, formando il nerbo delle 
guerre servili ai danni di Roma, soccorrendo a Spartaco che 
combattè la più grave e minacciosa fra tutte , e divenendo il 
seme de' briganti futuri. 

Il numero degli schiavi romani era immenso, e così infini- 
tamente maggiore di quello dei liberi , « che niuno scrittore 
registrò ne J suoi annali , nemmeno per approssimazione , la 
quantità degli schiavi romani ; e.... probabilmente per la gran 
paura che n'aveano , non fu mai permesso il noverarli » (p. 90). 
Cionnondimeno , il eh. Autore toccando de' centocinquanta 
mila macedoni condotti in ischiavitù da'Romani il 586, e di 
più altre cifre assai forti di prigionieri fatti in guerra e 
venduti per ischiavi , giudiziosamante avverte di avere « in 
generale ... poca fede nella esattezza di simili stime registrate 
negli antichi scrittori, facendo capo dagli Ebrei » (pag. 110). 

Quanto al prezzo degli schiavi , era vario , ma in generale 
gli eunuchi sperimentavansi i più costosi; poi venivano i 

Argii. St. [tal., 3. a Serie, T. X , P. I. 42 



90 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

medici , i notai {stenografi) , i retori, i grammatici, i pittori, 
gli scultori , ec. 

Il conte Cibrario osserva inoltre come , per uno strano 
contrasto , la servitù della gleba siasi introdotta nella Russia 
al momento medesimo in cui tendeva a scomparire dalla 
Europa civile (sec. xvi) ; e nota per ultimo come le tristi scene 
della schiavitù, nelle diverse loro fasi, potrebbero anche al dì 
d'oggi vedersi presso le varie nazioni dell'Affrica. Il commer- 
cio del legno d'ebano (cosi i negri vengono designati) è bensì 
vietato dalle leggi nel Dahomey , nel Sudan, nel Mozambico ; 
ma vi è pur sempre clandestinamente esercitato, per la cupida 
connivenza di qualche impiegato portoghese. In altre regioni 
poi gli schiavi ponno da un giorno all'altro diventare generali 
o ministri ; e così accade nel Kanemi , nel Kordofan , e nel 
Darfour (1). 

Lo schiavo comperato per tenue prezzo ad Uvira è riven- 
duto a Zanzibar col beneficio del cinquecento per cento; e 
sempre più cresce di valore quanto maggiormente s'allontana 
dal luogo d'origine; finché giunto al Capo di Buona Speranza 
od all'America , il suo valore ascende a più migliaia di lire. 
Così al Capo il prezzo d'uno schiavo batteva d'ordinario 
da 400 a 500 lire sterline (12,500 fr.). 

II. Qualità varie di schiavi e di servi ne' tempi antichi* 
di mezzo e moderni. — « Gli schiavi , a considerarli secondo 
i lavori cui attendevano, si possono distinguere in tre classi: 
domestici , artisti , agricoltori ; guardando a cui servivano , 



(1) I documenti relativi al commercio degli schiavi , che ogni anno si pub- 
blicano per ordine del Parlamento Inglese , col titolo di Slave traile papers, pro- 
vano pel 1868 la decadenza di questa infame tratta lungo la costa occidentale 
dell'Affrica. Ben diversamente accade invece alla costa orientale; e l'isola di 
Zanzibar è tuttavia l'emporio di un traffico attivo . che va a ricercare gli sgra- 
ziati indigeni fino alle rive del Lago di Nyanssa . per trasportarli sul territorio 
dell' Imano di Mescale. Il mercato principale, nei dominii del Sultano di Zan- 
zibar, è Kilwa ; dove annualmente arrivano circa trentamila schiavi dai paesi 
situati all'intorno del Lago suddetto. Ma per ottenere questo numero , b^ogna 
prenderne due volte tanti : la metà soggiace ai patimenti, che superano ogni 
immaginazione. 

Anche alle rive del Nilo Bianco la tratta continua , anzi si fa apertamente; 
né gli arabi sono i soli ad esservi interessati (Ved. Gazzetta Ufficiale del Regno, 
27 luglio 4869). 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 91 

si dividono in privati e pubblici » (pag. 105). I servi di un 
padrone , esaminati nel loro complesso , ebbero a Roma il 
nome di famiglia ; e ciascuna famiglia di servi (nel più vero 
significato della parola) si disse poi nel medio evo condoma. 
Ora il eh. Autore , toccando di queste cose , e rifacendosi a 
considerare lo sterminato numero de' servi che v'ebbe in 
antico, mostra com' Ei non si appaghi né alle facili conclu- 
sioni né a certi sistemi più seducenti che pratici , mercè i 
quali i più ardui problemi dell'antichità verrebbero risoluti 
da una congerie di cifre più o meno ingegnosamente aggrup- 
pate. Le cifre , già si sa , esprimono ciò che meglio talenta ; 
e perciò il eh. Conte savissimamente rifiuta qualsiasi conclu- 
sione che tenda a stabilire il numero per cui gli schiavi 
poteano , anche approssimativamente , entrare nella popola- 
zione d' Italia ; giacché « tra tanto difetto di documenti , 
ragionare per analogia di regioni e di popoli , far scaturire 
l'una dall'altra le ipotesi , può essere un lodevole esercizio 
d'aritmetica politica, ma non può guidare ad un risultato 
che appaghi e che s'approssimi al vero » (pag. 120). 

L'Autore viene in seguito enumerando gli svariatissimi 
uffici , cui presso a' Romani più specialmente i servi erano 
destinati; e dove ben molti , con diversi incarichi, trovavansi 
addetti soltanto alle mense , e con vocabolo generale appel- 
lavansi perciò ministratores. Che dire poi delle ancelle, fra 
le quali la distribuzione delle incombenze potevasi affermare 
infinita ? « Livia Augusta aveva una schiava incaricata non 
d'altro che di porgerle ed affibbiarle gli orecchini , e proba- 
bilmente altrettante schiave quante avea vesti pompose » 
( pag. 128 ). « V'era chi riponeva alla sera e metteva a loro 
luogo alla mattina i denti finti ed altri vezzi posticci , e 
queste schiave per la più lieve disattenzione erano le mal 
capitate » (pag. 129). V'era eziandio un' ancella deputata ad 
aver cura della cagnolina {a cura catellaef); ed aveavi 
infine un vero nembo di servi e di serve applicate alle varie 
arti , da' lanaiuoli a' becchini. Erano inoltre , « per la parte 
che aveano d'amministrazione, importanti uffici, sebben servili, 
quelli del dispensatore in città, del villico o fattore alla 
campagna , e più di tutti quello dell'attore (acto?^) , agente 
e procurator generale per la città e per la campagna : uffici 



92 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

nel medio evo chiamati minisi evia 3 che nei tempi feudali 
procacciarono ai loro possessori non solo libertà , ma nobiltà 
e giurisdizione » (pag. 134). 

Nelle case de' grandi non mancava di comparire eziandio 
l'actuario , o gazzettiere privato, ed una eletta schiera di 
letterati , educatori ed artisti ; varietà di schiavi « ai quali 
la nobiltà dell' intelletto , della dottrina , dell'arte toglieva 
alquanto della fuliggine servile » (pag. 135) , e tutti nondi- 
meno eguali nella condizione giuridica. 

Il eh. Autore si fa poscia a toccare de' Collegi delle arti 
meccaniche , i quali, come tutte le civili istituzioni di Roma, 
si fanno risalire a' tempi di Numa ; e nota come tali Collegi 
non costituissero propriamente schiavitù , ma servaggio , al 
pari de' coloni immobilizzati. Espone per quale strana meta- 
morfosi , sotto gì' Imperatori , anche i più nobili e splendidi 
uffici si convertissero talvolta in servitù ; e come questa 
metamorfosi appunto si avverasse rispetto a' decurioni , allora 
quando la legge ebbe inventata V affissione al Decurionato , 
e molti perciò ne fuggivano preferendo la servitù della gleba. 
« Ma si raggiungevano e si riconduce vano per forza alla 
gleba decurionale (pag. 149) ». 

Scendendo quindi alla parte che riflette il medio evo , Egli 
vi si inoltra offerendoci un rapido ma ben lumeggiato pro- 
spetto delle imprese de' musulmani , dacché appunto allo 
sbucare di questi ardimentosi conquistatori la storia della 
schiavitù si modifica e si trasforma in Italia. Ora tra le 
maggiori e prime imprese di quegli ardenti seguaci dello 
Islam , ella è senza fallo da registrare quella di Abu-el-Kasim 
contro di Genova (a. 935) , conciossiachè la flotta di lui 
« die il sacco alla città , e tra la ricca preda riportò in 
Mehdia mille donne italiane ». Ma Genova , Pisa , Venezia , 
Bologna , Grecia e Provenza , reagirono di gran cuore contro 
la invaditrice potenza de' musulmani , e contro quella loro 
audacia che nuovo e più gagliardo scacco ricevette poscia 
dalle Crociate ; « le quali per altro non ebbero que' durevoli 
effetti che il mondo cristiano se ne prometteva » (pag. 173). 

Del resto Anche durò la pirateria affricana , durò pure la 
schiavitù ai danni de' cristiani ; e « da quarantamila si sti- 
mava ve ne fossero d'ordinario ne' bagni d'Algeri » (pag. 174). 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 93 

Ma per non toccare rli questi infelici , i quali non entrano 
propriamente nel soggetto di questo libro , e continuando 
invece a trattare degli schiavi infedeli o idolatri posseduti 
da' cristiani , vuoisi ritenere che i medesimi « o erano presi 
in guerra , o comprati o rubati , poiché anche a tale infamia 
l'avidità del lucro spingeva i mercanti » (pag. 175). Del 
traffico de' quali schiavi tenendo parola , ed accennando alle 
piazze in cui si vide precipuamente esercitato, nota il eh. Au- 
tore come a Venezia e Genova non cessò prima del seco- 
lo xvn (1). Narra in seguito come e per quante vie fossero 
eglino venduti si a tempo indefinito e sì a termine di riscatto, 
ovvero donati , barattati , dati a nolo , impegnati , ed a quali 
prezzi , e come avuti in conto di merce venissero pur gra- 
vati da diritti d'entrata , d'uscita , di transito ; del che tutto 
reca in mezzo un amplissimo corredo d'atti e di formole. 
Soggiunge come nella impresa del convertire i servi al cri- 
stianesimo , i Genovesi ci appariscano meno solleciti de'Vene- 
ziani ; e come verso di loro si chiarisca più mite (in ispecie 
a Venezia ) la legislazione ecclesiastica della civile; le quali 
considerazioni conforta del pari di molteplici esempi. 

Ma spietato fu veramente il supplizio di Giovanni schiavo 
ed uccisore del vescovo di Civitanova nel 1370 , così dispo- 
nendo la sentenza della Quarantia criminale : « Lo schiavo 
Giovanni fosse portato sul canale fino a Santa Croce , con 
un banditore che gridasse continuamente il suo misfatto, 
quindi fosse trascinato per terra sino alla casa del vescovo, 
e là gli venisse mozzata la mano destra ed appesa al collo; 
poi si strascinasse a Rialto ; e là gli si levassero colle tenaglie 
quattro pezzi di carne nel dorso e nelle braccia , indi si 
strascinasse fra le due colonne , gli si lacerassero colle tena- 
glie quattro altri pezzi di carne nelle cosce e nel petto; 
indi fosse mazzolato (mactetur) e squartato, e s'appendessero 
i quarti alle forche » (pag. 192). 

Anche a Genova nel 1-181 , fu crudelmente straziata una 
schiava accusata d'aver propinato il veleno ad una dama dei 



(1) Ciò ribatte pienamente coi ciati raccolti in gran numero dal eh. signor 
marchese Marcello Staglieno , il quale si occupa di una monografia della schia- 
vitù in Liguria. 



94 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Lercari sua padrona. Ma in quel supplizio ebbe gran parte la 
pressione esercitata sui magistrati dalla commozione del 
popolo. E qui mentre ripetiamo ancbe noi eoi eli. conte Cibra- 
l'io che tali violenze e carnificine legali fanno orrore , non 
possiamo non meditare profondamente sulla verità di quelle 
parole che 1' illustre Uomo di Stato fa pur seguire a quel 
grido: « Ma la pressione della opinione popolare, per lo 
più appassionata, non illuminata, non si scorge anche oggi 
in certi verdetti di giurati , in certe sentenze di giudici , in 
certi discorsi , e , ciò che è peggio , in certi voti dei Parla- 
menti ? » (pag. 212). 

Di Genova reca inoltre pili speciali notizie, perocché 
<■< meglio di censessanta atti di vendita di schiavi dal 1192 
al 1320 ha trovati (Egli dice), ricercando l'Archivio dei 
notai...., il dotto signor Alessandro Wolf, il quale mi ha 
fatto liberalmente copia delle sue schede , con esempio nobile 
e raro » (pag. 197). Dalle quali schede emerge che la pro- 
vincia la quale fornì un maggior numero di schiavi è Valen- 
za di Spagna , allora soggetta , come è noto , ai re mori di 
Granata ; come ve ne avessero di bianchi , di neri , di bruni 
od olivastri, e di tutte le gradazioni di età, dal ventre pre- 
gnante ai 40 anni; e fossero cristiani per un terzo all' in- 
circa , saraceni il resto. 

Intorno a' prezzi il eh. Autore ha poi raccolti e disposti in 
una T'avella ben centodieci esempi de' secoli xm , xiv e xv , 
relativi principalmente a Genova ed a Venezia , tenendosi 
ristretto ai casi nei quali era possibile determinare il vero 
valore della moneta in cui veniva stipulato il contratto. 
Dalla quale Tabella emerge che il minimum del prezzo por 
cui siasi venduto uno schiavo, risponde a lire 109 28 delle 
nostre, ed il maximum a lire 2093 38 (Ved. i sunti statistici, 
pag. 234-35) ; con questa osservazione però, che tali prezzi 
rincarirono d'assai nel secolo xv sopra quelli dei due prece- 
denti , avuto anche nel maggior conto lo svilimento della 
moneta verificatosi in cosiffatto periodo di tempo. E circa 
alla proporzione fra i due sessi , già ne'secoli xn e xm il 
numero delle femmine era in Genova oltre il doppio dei 
maschi; ma in appresso crebbe a tal segno, che verso la 
metà del secolo xiv riuscì di 1 a 10 '/. « Questa abbon- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 95 

danza di femmine sui mercati d' Italia (segue l'Autore) 
proveniva dalla maggior facilità originaria di pigliarle sulle 
costiere marittime , nelle scorrerie dei pirati; dappertutto 
nelle imprese di guerra ; dal costume quasi generalmente 
praticato , fuorché dalle orde più feroci , di non ucciderle 
né ferirle nell'impeto della vittoria, ma di serbarle alla 
schiavitù ; dall'essere più ricercate , perchè più agevoli di 
carattere; perchè rendeano maggiori servizi, perchè le gio- 
vani ne rendeano di più specie , quando il padrone era di 
tempra amorosa » (pag. 207). 

Che anche gli antichi popoli Affricani confinanti colla 
Nigrizia abbiano avuto schiavi negri , non pare da rivocarsi 
in dubbio. Ma i primi che veramente ne fecero caccia e 
mercato furono gli Europei nel secolo xv , da Alonso Gonza- 
les (1434) in poi. Tuttavia l'allargamento di quel lurido 
commercio è ancora più tardo , poiché data dalla scoperta 
dell'America , e da quelle immani crudeltà che gli Europei 
medesimi commisero disertando sì vasta contrada, e per cui 
sentirono poscia « vivamente il bisogno di traghettarvi grandi 
stuoli di braccia lavoratrici » (pag. 217). In tutto questo 
mercato di carne umana, alimentato eziandio dalla avidità 
degli indigeni , si segnalarono poi maggiormente gì' Inglesi , 
i Francesi, gli Olandesi, i Danesi, i Portoghesi. Né la con- 
dizione degli schiavi compri da costoro mostravasi in diritto 
più lieta di quelli' che servivano appo di noi. In fatto poi « i 
miseri negri nelle piantagioni delle Colonie , sotto l'arbitrio 
di crudeli ed avari padroni, sotto la frusta di spietati 
comandatori , erano ben più da compiangere che gli schiavi 
saraceni del medio evo nelle case e ville italiane » (pag. 224). 

III. Modificazioni introdotte nella condizione servile dai 
jyrogressi della legislazione e della filosofia morale , e così 
dalla ragione e dalla religione. — Favore della causa della 
libertà. — Precetti ed effetti del Vangelo. — Sminuzzamento 
della servitù in molti gradi operato dagli ordini beneficiari 
o feudali. — Moto antiliberale e violento degli Americani 
del Sud ( Stati Uniti ) contro ai negri , schiavi e liberi. 

L'egregio Autore facendosi ad esaminare le succennate 
modificazioni , piglia a scorta il diritto romano e parecchie 
sentenze di filosofi greci e latini , i quali più della legge si 



96 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mostrarono favorevoli agli schiavi. Ma la legge che, a tacer 
d'altri particolari , conserva lungamente intero ai padroni il 
diritto di vita e di morte sugli schiavi, si fa anch'essa più 
mite ne'primi tempi dello Impero , e così sgombra per gradi 
la via ad Adriano , il quale esclude onninamente nei padroni 
medesimi la facoltà di uccidere i servi, e minaccia di gastigo 
i trasgressori. D'ora in poi i codici di Roma ne rivelano un 
continuo progresso in favore degli schiavi , né solamente 
provvedono alla loro vita materiale , sibbene alla morale. 
Infine si occupano anche della loro libertà ; onde l'Autore ne 
piglia argomento a trattare dei liberti e degli ingenui. 

D'alcuni servi la fortuna valse ad illustrare la condizio- 
ne ; d'altri il raro ingegno, la dottrina, la facondia; d'altri 
più tardi , la fede di Cristo nobilmente professata e suggel- 
lata col sangue. Di che 1' illustre Conte ha occasione ad 
entrare in generose considerazioni sulla cristiana morale , 
concludendo colla sentenza altamente vera di Tocqueville : 
« Il Cristianesimo è una religione d'uomini liberi ». 

« Ma non convien credere che l'umana razza , esecrabil- 
mente avida d'oro, lasci inaridire facilmente una fonte di 
lucro , lauto molto , sebbene scellerato » ( pag. 270 ) : di 
guisa che se più raramente si ridussero in ischiavitù i cri- 
stiani fratelli , non s'ebbe però alcuna difficoltà di ridurvi 
gli idolatri e maomettani. Nemmeno è a dire che si arre- 
stassero d'un tratto le crudeltà de' padroni contro de' servi: 
taluni, in un impeto bestiale di collera li mutilavano; indi 
ad espiare il peccato , faceano liberalità di un qualche podere 
;i chiese o monasteri. A Genova, nel secolo xn, un tale che 
avea morto uno schiavo saraceno non suo , fu da' Consoli 
obbligato semplicemente a fornire d'un altro schiavo il pa- 
drone dell'ucciso. Donde emerge che lo schiavo non cristiano 
era dal diritto genovese trattato ancora come l'antico schiavo 
romano, e perciò considerato non come uomo ma quale 
giumento. 

Il eh. sig. Conte si fa in seguito a ragionare della condi- 
zione delle classi servili ne' feudi , de' cui rudimenti e genesi 
e delle cui varietà ed ordinamenti esamina quanto basti 
all'attinenza di questa materia con l'argomento della servitù ; 
perocché il feudo, Egli osserva, modilicò profondamente i 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 97 

diritti di possesso e di proprietà, assottigliando e moltipli- 
cando ad un tempo i vincoli servili. Lasciando in disparte 
il nobile vassallo, e scendendo alle classi più o meno serve, 
o tinte di servitù, trovansi : 1." i ministeriali , antichi capi 
de'servi urbani o rustici ; 2.° i ligi del capo ; 3.° i ligi del 
capo e del corpo ; 4.° gli agricoltori , i quali si possono a loro 
volta partire in tre classi: coloni liberi, massai liberi, livel- 
larii; coloni affissi alla gleba, colliberti; servi rustici (man- 
cipia), con più altre suddivisioni e gradazioni assai. 

Ma come il feudo ebbe in prima dorate le catene della 
servitù , i Comuni le spezzarono poscia cambiando d'un colpo 
i servi in cittadini ; lo che in Italia accadde innanzi che 
altrove. Onde il vero schiavo antico più oramai non esisteva, 
salvo che si trattasse di tartari , o saracini , i quali erano 
venduti a' privati, e da questi adoperati in servigio delle 
case proprie e dei monasteri. 

« Era riservato agli Stati del sud della vasta Confede- 
razione Americana l'odioso privilegio di far indietreggiare 
fino ai tempi più barbari i lumi della religione , della ragione 
e della civiltà in materia di schiavi , e di farli indietreggiare 
non solamente in fatto coi costumi, ma anche in diritto (se 
diritto si può chiamare) con una legislazione feroce » (pag. 
325). Né a confortare d'esempi l'asserto , ed a mostrare la 
triste condizione degli schiavi distribuiti nelle vastissime 
piantagioni, corre già l'onorevolissimo Senatore ad attingere 
in que'romanzieri, peraltro benemeriti della libertà, che, come 
Gualtiero Scott e Beecher Stove , trattarono piaga sì dolorosa; 
bensì li desume da' codici officiali di questi Stati medesimi, 
e da altri documenti che sono del pari superiori ad ogni ecce- 
zione. Donde risultano decreti assurdi, provvidenze mostruose 
ed atrocità, ciie si direbbero appena credibili. Né si rimane, 
senza volgere nobili e sdegnosi sensi a quella aristocrazia 
che è fra tutte la più deplorabile ; aristocrazia di piantatori 
e di mercanti schiavi, i quali pur nell'ultima guerra empia 
e fratricida , predicando altamente la inferiorità della razza 
negra , sostennero essere la schiavitù la base più sicura 
e stabile delle libere istituzioni , ed una grande benedizione 
morale. « Ma Dio (egli conchiude) non permise questo scan- 
dalo. I cotoni , i tabacchi e lo zucchero non eran da tanto 

Aucn. St. [tal., 3. d Serie, T. X , P. I 13 



98 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

da meritare che venissero innaffiati col sudore col sangue e 
colla degradazione intellettuale e morale dei poveri negri » 
(pag. 339). 

IV. Come e per quante vie sì cadesse in servitù. — Anche 
gli uomini liberi furono ne' tempi andati molto soggetti a 
macchiarsi di servaggio ; donde i patronati e le clientele 
(antichi quanto il mondo) , la commendazione e l'oppres- 
sione, per cui talvolta i liberi non solamente si trasmuta- 
vano in uomini servili ma anche in servi. 

Del resto le fonti di schiavitù furono sventuratamente 
copiose. 

1. Il nascimento , contemplato secondo i tempi ed i 
luoghi da norme diverse , ora più rigorose ed ora più liberali. 

2. La guerra , che a' Romani specialmente fruttò quel 
numero sì sterminato di schiavi, donde venne danno a' costu- 
mi e pericolo alla Repubblica. Classe di servi , a cui si vo- 
gliono , benché con diverse modificazioni , ridurre gli ari- 
manni j i liti e gli uomini di masnada, che nel medio evo 
aveano un qualche obbligo di servigi militari , gli aldioni , i 
fiscalini , i massari , i manenti. 

Le guerre e le contese vicinali di quella età introdussero 
inoltre l'obbligo del riscatto per gli abbienti caduti prigionieri; 
gli odii religiosi resero poscia intere popolazioni' schiave 
de' turchi ; il fanatismo condusse alle stragi del nuovo mondo , 
e spinse Sepulveda a sostenere contro il venerando Las Casas 
« che era lecito non solo di seppellir nelle miniere , ma 
d'ammazzare qualunque indiano che rifiutasse il battesimo. 
Carlo V vietò che si pubblicasse l'obbrobrioso libello. Malgra- 
do il divieto fu stampato a Roma , e i frati lo fecero circo- 
lare in Ispagna » (pag. 358) . 

3. La rapina. Alla classe degli uomini liberi rubati 
dai cacciatori di carne umana , e che perciò , non riguardati 
come schiavi in faccia alla legge della loro patria , viveano 
nondimeno forzatamente in condizione servile, sono da ascri- 
vere que' miseri che comparvero sui mercati dell' Impero 
Romano , e più tardi sulle altre piazze commerciali d' Europa. 
Cristiani erano i trafficanti ; né di così infame commercio 
si vergognavano « essi che spingevano l'ardor religioso fino 
all' intolleranza e la superstizione fino al punto di battersi 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 99 

disperatamente , popolo contro popolo , pel possesso d'un 
corpo santo ! » (pag. 359). A vendicare l'oltraggio sorsero 
però nel secolo xvi principalmente gli Stati Barbareschi ; i 
quali riattivata la caccia eie' bianchi per ogni dove , la con- 
tinuarono tino quasi a' dì nostri. 

4. / misfatti e le contravvenzioni. Il cadere in servitù 
per delitti data dalla legge mosaica; per contravvenzioni, 
dalle più antiche leggi romane. Fuvvi anche a' tempi dello 
Impero la schiavitù della pena 3 per forza della quale un 
romano perdendo la cittadinanza potea venire tormentato ed 
ucciso. Ma le leggi barbare, e più di tutte quelle de' Visigoti , 
moltiplicarono i casi di servitù ; la quale in più altre leggi 
trovasi anche ben di frequente comminata come pena 
sussidiaria. 

5. / debiti. Anche l'obbligo di rendersi schiavo del 
creditore , che non si può pagare , è antichissimo ; e le storie 
di Grecia e di Roma ci ricordano i gravi commovimenti a 
cui si lasciarono andare que' popoli , appunto per ottenere 
la remissione dei debiti che non potevano satisfare. 

6. La propria volontà , o la volontà dei genitori. 
Quelli però che alienavano in tal guisa la libertà vi erano 
indotti da uno di questi moventi: la fame, la paura, la 
passione del giuoco , la devozione eccessiva , la brama di 
frodare il fisco , l'amore. Ma la volontà era poi di fatto , 
e potea sempre dirsi libera egualmente in tutte queste 
alienazioni ? 

7. L'estraneità; specialmente nell'epoca de' feudi , il 
cui sistema spense quasi totalmente ogni idea di nazionalità. 

8. La forza brutale ; « una delle cause sventurata- 
mente più feconde di servitù » (pag. 404). 

9. La legge t dacché « v' hanno leggi brutali come la 
forza materiale » (pag. 407). Donde, a recarne un esempio, 
il servaggio del decurìonato di che toccammo più sopra, la 
schiavitù imposta in più regni agli Ebrei, e la morte civile 
inflitta ai leprosi negli editti di Rotari , e ( che è peggio 
assai) negli statuti di molti Comuni; « i quali, nel cacciar 
un leproso dai luoghi abitati , gli spargean sul capo polvere 
di cimitero, e gli cantavano in lugubre tuono l'ufficio dei 
morti » (pag. 411). 



100 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

10. La razza , dappoi elio la superiorità de' bianchi 
sui negri fu proclamata, « senza avvertire che ninno loro 
contende un'anima ragionevole , epperciò quell'uguaglianza 
dinanzi a Dio, che fu proclamata dal Vangelo; che non sono 
scarsi i negri scienziati illustri od illustri guerrieri , oratori 
facondi, distinti meccanici, sacerdoti, santi martiri, e che 
v' è pur qualche esempio di vescovi negri » (pag. 413). 

11. Infine la religione d'alcuni stati dell' Asia e del- 
l'Affrica , fondata sulla dottrina della metempsicosi. 

V. Come e per quante rie s'uscisse di servitù. — « Si 
usciva di servitù o per volontà de' padroni o senza la loro 
volontà. Ed ancora s' usciva per diventar libero o solamente 
semilibero » (pag. 417). 

Nel primo caso aveano luogo le così dette manumissioni , 
con varietà di riti e di forinole appo i diversi popoli prati- 
cate. Ma perchè sortissero intiero l'effetto e la libertà conce- 
duta fosse piena, le leggi romane disponeano che il padrone 
avesse incontrastato il possesso dello schiavo non solo , ma 
eziandio il dominio quiritario , cioè assoluto ; e ciò fino a 
tanto che Giustiniano , « sempre favorevole alla causa della 
libertà » , cancellò questa distinzione. 

La libertà poi conceduta ai servi era giusta, , ossia piena, 
e non giusta , che è a dire imperfetta. Nel quale secondo 
caso gli affrancati non acquistavano più in là de' privilegi 
accomunati ai latini ; oltreché la libertà così conceduta 
poteva anche rivocarsi. E come alla prima specie si riferiva- 
no più particolarmente tre forme V iscrizione al censo , la 
manumissione per vindictam (verghetta) , ed il testamento , 
finche Augusto non vi aggiunse per quarta la volontà del- 
l' Imperatore ; così alla seconda specie tre altre se ne voglio- 
no riferire del pari , cioè : la manumissione per epistola-m _, 
quella inter amicos , e quella che seguiva accogliendo il 
servo alla mensa padronale. 

Altre forme introdusse poscia il medio evo ; e con esse 
la facoltà riserbata ai padroni di determinare la legge cui i 
servi , fatti liberi , doveano professare. 

L'egregio sig. Conte riferisce quindi alcuni esempi di ma- 
immissioni spettanti a vario provinole , ed osserva che « le 
forinole di manumissione per carte o per lettere erano negli 






RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 101 

antichi tempi assai brevi.... .Ma nelle qualità d'una lucida 
brevità ninno vince i notai genovesi. Si vede che quel popolo 
illustre ed industre s'avvolgeva in perpetue faccende , e che 
seppe, prima assai che gli Inglesi, che il tempo è danaro » 
(pag. 450). Tra le quali manumissioni non è poi senza 
frutto il notare specialmente quella di un'Aldata di Maiorica, 
pronunciata nel 1236 da Lanfranco Cicala (1); il quale le 
conferisce il diritto delle anella d'oro. Perchè ciò sente del 
diritto e delle antiche forme romane, quando il dono ditale 
anello ottenuto dall' Imperatore , bastava di per sé a confe- 
rire a' liberti l' ingenuità ed il cavalierato romano. 

Aveanvi però nella giurisprudenza di Roma alquanti casi 
determinati nei quali non era permessa la manumissione dei 
servi; e n'ebbero anco altre legislazioni. Ma solo fra gli 
appassionati e fuorviati Americani del sud doveano tali casi 
estendersi per modo da togliere affatto , o quasi, questo giusto 
arbitrio al padrone ; dacché per quei piantatori « non si com- 
prendeva.... possa esistere un negro che non sia schiavo » 
(pag. 481). Allo incontro, in quelle antiche legislazioni 
aveanvi eziandio de' casi , e molti più , ne' quali il servo 
poteva acquistare la libertà vuoi senza il consentimento del 
padrone e vuoi del pari contro l'espressa volontà di costui. 

Fra le cause che non poco aiutarono il moto ascendente 
delle classi serve e servili verso la libertà, sono da annove- 
rarsene due principalmente: 1°. le buone consuetudini, le 
quali nel medio evo si videro spesso invocate nelle cause 
de' servi contro a' padroni troppo austeri , e furono spesso 
riconosciute e legalmente accertate dai giudici; 2°. i matri- 
moni misti , la cui importanza da questo lato fu primamente 
indicata e dimostrata dal eh. Guèrard in quelle sue dotte 
Illustrazioni del Poliptico d' Irminone , o di San Germano 
de' Prati; dalle quali ricevemmo anche noi tanta luce e traem- 
mo così peculiare giovamento nella condotta di un lavoro, onde 
speriamo chiarire alcun poco le condizioni civili di Genova 
innanzi il Comune (2). 

(1) È questi il gentile cavaliere e poeta provenzale, intorno a cui sono da 
vedere il Noslradamus , lo Spotorno , ec 

(2! Sarà questo lavoro la Illustrazione del Registro Arcivescovile di Genova , 
ili cui i! testo Tu già da noi pubblicato ne! 1862-64. 



102 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ora su questo Poliptico specialmente fondandosi l'onore- 
volissimo senatore Cibrario , stabilisce la consistenza di ogni 
possedimento goduto da' grandi signori ecclesiastici o laici: 
in un manso signorile (domnicatus o fiscus) , in benefìzi 
o feudi, in mansi ingenuità, lidiali o servili , in ospizi. 

L'Autore tocca poscia di taluni Governi ai quali increbbe la 
schiavitù ne' soggetti , e che perciò emanarono provvidenze a 
cessare il servaggio della gleba. L' Italia anche in tale opera 
conta fra i più solleciti Stati: e Siena, Padova, Bologna 
(secolo xin) ne offrono i primi esempi. Ma il lavoro fu lungo, 
irto di ostacoli e pieno di pericoli , per modo che solo all'epo- 
ca della grande rivoluzione francese , e dopo di questa , 
l'affissione del contadino alla terra disparve quasi general- 
mente dall' Europa. E dicemmo quasi general)) tenie , perchè 
nel Mecklemburgo , sebbene con importanti modificazioni , 
tuttavia sussiste; e ne'codici di Prussia, ove il sistema feudale 
non è affatto scomparso , vige ancora lo strano articolo che 
la nobiltà essendo il primo corpo dello Stato è destinata di 
preferenza agli impieghi. 

D'altra parte anche un sì grande e nobile atto quale è 
quello della emancipazione , potrebbe essere dal concorso di 
più circostanze reso meno provvido e meno benefico. Onde , 
a cansare il pericolo , il eh. Autore si avvisa ottimo consiglio 
essere quello di concedere ad ogni affrancato « una porzione 
dei beni da lui coltivati, non guardando alla stretta legalità, 
ma solamente all'equità.... (1). Ma cotesto provvedimento è uno 
di quei rimedi eroici, improvvisi, che le burrasche politiche 
impongono talvolta nel pubblico interesse , ma che diffìcil- 
mente si deliberano in tempi normali con piena maturità di 
consiglio » (pag. 520). In Russia questa liberazione fu ben 
difficile e pericolosa , sia pel numero immensamente mag- 
giore dei servi (ventitre milioni ) , sia per la loro ignoranza, 
sia infine per l'ordinamento sociale di quel vasto Impero. 

(1) Ciò praticarono appunto i:: qualche guisa i Mannesi di Scio; i quali ri 
scattando ogni anno (al prezzo medio di cento aspri, ciascuno) oltre a mille 
schiavi cristiani caduti in potere de' turchi , li colonizzavano tutti nell'isola, e 
li dotavano di terreni a sfruttare. (Ved. Hopf , Storia dei Giustiniani ec, § Po- 
pulazionc ; nel voi. i.xviii dell'Enciclopédia generale delle scienze ed arti (in te- 
desco); Lipsia, Brockhaus , 1SG8. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 103 

Ma per ciò appunto riuscirà sempre più lodevole il modo 
onde essa viene regolarmente effettuata ; e sempre più degno 
d'encomio tornerà Youliase del 19 febbraio ( 3 marzo) 1861 , 
con cui Alessandro II rese glorioso e memorabile il suo regno. 

Ultimi ad ottenere i benefizi della libertà furono i negri. 
La loro causa venne bensì da più d'un secolo predicata 
coraggiosamente e propugnata da Woolman e Bénézet , e 
prima che da altri efficacemente e generosamente compresa 
dai Quaker i ; imitati poscia e seguiti dai Fratelli Moravi e 
dai Metodisti , nonché da' più rispettabili corpi scientifici. 
Anche il Parlamento inglese udì levarsi autorevoli in favore 
dei negri i più illustri giureconsulti ed economisti: Fox, 
Pitt, e sopra tutti Guglielmo Wilberforce « uno di quegli 
uomini non tanto rari nella razza anglo-sassone , la cui 
volontà una volta spinta ad abbracciar qualche partito è di 
ferro , irremovibile , instancabile , e sa far convergere ad un 
solo scopo tutte le sue forze » (pag. 544). Quella causa perciò 
fe'rapidi progressi , guadagnò via via terreno nel nostro 
secolo; e recentissimo è il ricordo de' suoi trionfi, benché 
sanguinosi, agli Stati Uniti d'America (1). Ora « non passa 
mese che non s'oda pronunciare la buona novella della libertà 
promessa o conceduta da qualche potenza alle loro colonie » 
(pag. 552). Così da schiavitù si dilegua, e resta il trionfo 
della libertà che è immortale ! 

L'Autore chiude questa prima parte del suo dotto lavoro 
considerando « che si potrebbe fare un corso di storia retro- 
spettiva in azione visitando le contrade meno conosciute, ed 
alcune anche ben conosciute dell'Affrica , dell'Asia e della 
America. Ivi, secondo i varii gradi di barbarie, si risale la 
scala de' secoli; e si possono scorgere tutte le gradazioni e 
le fasi della civiltà e della barbarie ; esempi di tutti i governi 
e sgoverni „ di tutte le forme politiche, di tutte le super- 
stizioni. Si possono vedere gli spettacoli presenti d'ogni reg- 
gimento : il teocratico ed il patriarcale , il dispotico, il tiran- 
nico, il libero, il temperato, la repubblica aristocratica e la 



(i) Vuoisi tuttavia anche notare una recente decisione della Corte Suprema 
della Georgia , la quale ha stabilito che i matrimoni contratti fra i bianchi ed 
i negri saranno considerali come nulli ed illegali. 



104 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

democratica , l'anarchia delle moltitudini imperanti , cìvium 
ardor prava jubentium , ogni sorta di schiavitù , ogni ma- 
niera di feudi; l'alleanza politica femminile, le amazoni , 
gì' indovinamenti , gli oroscopi , gli auguri , *i negromanti , 
ogni razza di più o meno stupide superstizioni. Tutto ciò po- 
tremmo contemplare vivo ed in azione , cercando fuori d'Eu- 
ropa cento popoli , diversi non solo d'abiti e di costumi , ma 
più ancora pel grado a cui son pervenuti nella via dell' inci- 
vilimento , dai più bambini a quelli che già s'avvicinano a 
pubertà. 

« Ciascuno di essi ci porrebbe sott'occhio vivo e spirante 
qualche brano della nostra storia antica, fors'anco quella di 
qualche epoca antestorica » (pag. 554-55). 

Questa esposizione dell'egregia monografia del senatore 
Cibrario , in cui (se manchevole d'ogni altro pregio) studiam- 
mo che fossero coscienza e fedeltà, ci auguriamo che valga 
a porgere una idea del concetto e dei divisamenti dell'Autore, 
ponendo così in grado i lettori di apprezzarne i risultati. Ma 
nel mentre che affrettiamo col più vivo desiderio il compimento 
di un'opera cosi bene condotta , e ne riconosciamo l'altezza 
e nobiltà dello scopo, il quale non è storico puramente 
ma pratico ed altamente umanitario (1) , vogliamo intanto 
accennare per modo di conclusione ad alcuni riflessi i quali 
ci venivano spontanei mano mano che andavamo leggendo il 
lodato volume II quale ameremmo vedere anche meditato 
sotto più di un aspetto , in grazia degli ammaestramenti che 
contiene , e che per l'autorità da cui derivano e la profonda 
sebben dura verità che racchiudono , meriterebbero , a nostro 
modo di sentire , la più seria attenzione. 

Né anzi tutto ci sembra fuori di luogo lo stigmatizzare 
eh' Egli fa della superiorità che si affetta su parecchi altri 
popoli da noi Italiani « sempre emuli e poco uniti , capaeis- 

(1i Noto che su questo coscienzioso lavoro ha un dotto articolo il eh. comm. 
Giuseppe Canestrini nella Nuova Autologia ( luglio '1808). Ed anch'esso conclude 
osservando chi; il benemerito conte Cibrario « non si è limitato a pubblica- 
zioni che servano a solo diletto o consumo dei semplici eruditi ; ma seppe 
innalzare gli studi storici con profondo criterio e potente sintesi al magistero 
di scienza politica ed economica , a pratica utilità dei legislatori e degli 
statisti d. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 105 

simi d'uno sforzo eroico , meno atti ad una eroica ostinazio- 
ne , che pure è indispensabile » (pag, 414). Il che affermano 
pur troppo le gare molteplici, le irrequiete ambizioni diparte 
e le recriminazioni erette a sistema; spettacolo ignobile ed 
immorale cui noi assistiamo senza tregua, mentre a' nostri 
avversari scoprono il debole fianco perchè ne possano con 
facili armi ferire. 

Né meno opportuno è quest'avviso , dacché vediamo tut- 
todì un vivo lavoro di opere demolitrici delle vecchie istitu- 
zioni , alle quali se molto e saviamente si contrappone con 
generose parole e con amplissimi disegni , nulla però o ben 
poco si contrappone coi fatti. Il perchè 1' illustre Autore , 
biasimati que' secoli tenebrosi e corrotti , rispetto ai quali 
noi ci acchetiamo troppo facilmente nella credenza che da 
essi ci divida un insuperabile abisso , si fa a sclamare che 
« forse potrebbero tornare , se di nuovo prevalesse univer- 
salmente 1' indifferenza religiosa e il predominio degli inte- 
ressi materiali. Ricordiamoci che ad assicurar la pace del 
mondo ci vuol la doppia sanzione della religione e della 
legge , e l'ima e l'altra efficaci. La libertà è una potente 
guarentigia , ma non basta. Essa può rendere i tristi uomini 
ipocriti , non buoni. E vi sono oggi arti di spogliare altrui 
molto più sicure e molto peggiori della violenza aperta. Certo 
a chi avverta quanto si ruba a man salva con un giro di 
penna in certi banchi, nelle borse, nelle imprese industriali, 
nelle società anonime , sembreranno uomini primitivi e pre- 
doni inesperti quei feroci spogliatori del medio evo » (pag. 386). 
Infine una serie di fatti che il senatore Cibrario viene 
rassegnando a più riprese , e le considerazioni profonde cui 
danno luogo , valgono assai bene a contenere nei giusti limiti 
l'ammirazione da cui , all'udire certi discorsi ed al leggere 
certi libri o giornali , dovremmo sentirci compresi per tutto 
ciò che si compie al di là dell'Atlantico. Non neghiamo il 
nostro plauso ad un popolo che seppe farsi grande e potente, 
poiché fermamente e risolutamente lo volle ; lodiamo ed 
ammiriamo in quel popolo stesso l'ardita iniziativa di molte 
opere egregie , e diamogli merito larghissimo di avere molte 
cose e molto bene compiute a vantaggio in ispecie della vita 
industriale e della materiale esistenza. Ma dopo ciò sappiamo 
Ai.ch. St It\l., 3." Serie, T. X , P. I. 14 



106 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pur difendere l'animo nostro dalle preoccupazioni che potreb- 
bono gittarvi le più sconfinate apologie del vivere e del pensare 
americano. All' udir certuni , dovremmo anche americana- 
mente morire. Ora quelle apologie non rifiniscono dal ritrarci 
il nuovo mondo come il rifugio delle libertà che abbando- 
nano l'antico ; e screditando le nostre istituzioni con ingiusti 
ed incompleti paralleli , vorrebbono persuaderne che quanto 
possiamo riprometterci di bene e di meglio , non ci è dato 
aspettarlo d'altra parte che dall'America. 

Su via dunque , coraggio , poniamo fra noi e questa 
x'ecclùa Europa una immensa distesa di mare ! Ma prima 
tiriamo un velo su certi dolorosi avvenimenti , le cui piaghe 
non sono rimarginate ancora; dimentichiamo che la questione 
del servaggio scosse ben più violentemente il paese della 
libertà che la Russia ; e badiamo di non abbatterci tra via 
in fatti di così triste natura, pe' quali, a trovarne un 
riscontro , questa vecchia Europa dovrebbe retrocedere infino 
ai giorni del terrore. L. T. Belgrano. 



Miscellanea di Storia Italiana. Torino, Stamperia Reale. 
Finora sette volumi in 8vo. 

Sette volumi già, conflati di sole cose italiane, o inedite, 
o ben rare: eppure ho incontrato pochissimi studiosi che li 
conoscano. Pensate poi la folla « di color che a sé fingon 
di sapere! » Né mi accadde di vederla annunziare, e tanto 
meno esaminare , dalle migliaia d'effemeridi che oggi occu- 
pano o distraggono le menti , sicché potrebbe darsi che a 
molti lettori riuscisse nuovo fin il titolo dell'opera, a moltis- 
simi il ragguaglio di quello che contiene. Eppure questa pub- 
blicazione, corrispondente ad altre di Germania, di Francia, 
d'Inghilterra, d'Austria, ha di che contentare i più schifil- 
tosi, e dar compiacenza alla patria. Se lodarla mal conviene 
a me, perchè opera di colleghi miei, di miei condeputati e, 
in piccolissima parte, mia, mi limiterò all'uffìzio di relatore, 
e domanderò licenza di rammemorare che , nel 1836, re Carlo 
Alberto istituiva una R. Deputazione di storia patria. Per 
patria allora non doveva intendersi che il regno Sardo: 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 107 

dopo la conquista del 1859 vi si comprese anche la Lom- 
bardia. 

Quella Deputazione pubblicò preziosi volumi di Monumenta 
Historiae Palriae , sui quali già s'è altre volte fermata e di 
nuovo si fermerà l'attenzione di questo Archivio. Qui basti 
annunziare che, nel 1862, essa Deputazione cominciò un'altra 
serie di pubblicazioni, meglio accessibili al pubblico, non più 
in-folio, ma m-8vo, col titolo, in verità poco peregrino , di 
Miscellanea di storia italiana. Sono documenti, brevi sto- 
rie , cronache , lettere , monografie , da venire in sequela al 
Tesoro politico , che fin dal 1600 stampava il Comin Ventura, 
alla Miscellanea italica erudita del padre Gaudenzio Roberti, 
alla Raccolta d'opuscoli scientifici e letterari, continuata 
dal Mandelli sino al 1750, alle Delitiae eruditorum del Lami, 
agli Opuscola varia symbolae literariae del Gori, alle Delizie 
degli eruditi toscani del P. Idelfonso, agli Opuscoli di autori 
siciliani di Palermo ; alla Miscellanea di storia letteraria 
di Lucca, al Saggiatore di Roma, a questo Archivio storico. 

Se non che in queste e in altre raccolte prano mescolate 
materie varie; come di rimpatto notizie storiche abbondano, 
sparse in altre raccolte e giornali e biblioteche: mentre la 
Miscellanea vorrebbe essere unicamente storica, e saria stato 
a desiderare fosse la unica così fatta, di modo che gli studiosi 
non avessero che a consultarla per conoscere quel che si pub- 
blicò in fatto di tali dottrine, senza andare a cercarlo qua e 
là col fuscellino, e sempre incerti se un lavoro sia già pub- 
blicato. Ma aggiunti altri paesi al regno, vennero istituite 
nuove deputazioni a Firenze, a Napoli, a Parma, a Modena, 
a Bologna, che tutte pubblicano raccolte congeneri. Alla fio- 
rentina serve appunto questo giornale su cui scriviamo: e 
sarebbe desiderabile che tutte avessero alcun punto di con- 
tatto, per lo meno un indice comune. 

La Deputazione torinese avea fatto invito ad ogni stu- 
dioso italiano, e una Commissione riservavasi la scelta; ora 
però si limita quasi affatto a documenti di quelle che diconsi 
antiche provincie. A quest'ora furono pubblicati sette volu- 
mi , né parranno pochi a chi, oltre la tenuità dei mezzi, 
avverta quante cure esigano siffatti lavori, massime quando 
gli autori sono lontani, né sempre alla mano gli apografi. 



108 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Nel primo volume il barnabita Gio. Bruzza informa del 
pittore Giovanni Antonio Bàzzi detto il Soddoma, che prova 
essere di Vercelli, né così sopranominato per vizi. Monsignor 
Iacopo Bernardi dà il viaggio dell'arcivescovo Minucci da Ve- 
nezia a Parigi nel 1549; Carlo Promis la vita di Girolamo 
d'Angbiari, che fu poeta, filologo, giurisperito, archeologo e 
insieme ingegnere militare; titolo pel quale lo predilesse il 
lodato illustratore dell'architettura militare; del quale son 
pure la vita di Francesco Paciotto da Urbino, che tanto fece 
progredire l'arte delle fortificazioni, e innalzò le famose cit- 
tadelle di Anversa e di Torino; e un commento Degli inge- 
gneri e scrittori militari bolognesi del secolo XV e XVI, a 
capo dei quali va la celebre Cristina da Pizzano. Di costei 
i biografi non conobbero Le livre des faits d'armes et de che- 
valerie 3 che è il migliore scritto militare del secolo XV, 
quando innovavansi le armi offensive. 

Giambernardo Miolo, notaio di Lombriasco, tirò una cro- 
naca fino al 13 settembre 1569, la quale, già preparata per 
la stampa dal benemerito barone Vernazza, trovasi nella bi- 
blioteca del Re a Torino; biblioteca, chi noi sapesse, delle 
più ricche per libri e per manoscritti relativi alla storia pa- 
tria ed alla numismatica. 

Il conte Edoardo Mella porse notizie, documenti, disegni 
di Santa Maria di Vezzolano in Monferrato, monumento no- 
tevolissimo, che risale forse a re Liutprando, o più proba- 
bilmente a Carlo Magno, e con sculture dei primordi dell'arte. 

Domenico Carutti pubblicò gli « Avvertimenti politici per 
quelli che vogliono entrare in Corte »; lavoro del conte Ver- 
rua, ambasciatore di Savoia in Roma sul finire del cinquecento. 
È cortigiano, e arriva a dire: « L'adulazione sfacciata è pe- 
ricolosa e da sfuggire; ma l'adulazione temperata e coperta 
è utilissima, massime con individui di spirito, perchè la lode 
diletta e piace a ciascuno. Osserva diligentemente 1' inclina- 
zione del padrone, e trasformati in quella quanto puoi, e se 
qualcuna è viziosa, cerca di onestarla con qualche vocabolo, 
perchè tutti i vizi hanno vicine le virtù; e questo piace som- 
mamente al padrone. Dove tu vedi due servitori uniti che 
siano grandemente favoriti, non pensar mai di poter ascen- 
dere se per qualche via non cerchi prima disunirli, perchè 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



109 



ognuno di loro viene poi alla vòlta sua per congiungersi teco. 
Circa il far mali uffizi, avverti che, per far colpo, bisogna 
che abbiano tre condizioni: la prima che si facciano di rado, 
perchè per la frequenza saresti tassato di maligno; secondo, 
devi dire qualche cosa in lode di colui al quale hai da dar 
la botta, per mostrare che non ti muovi per odio; l'imputa- 
zione non ha da essere per cosa piccola, ma di cosa che toc- 
chi al padrone, e, quello che più importa, mostra che la pa- 
rola venga detta a caso, e non premeditata ». 

Eccovi come si otteneva e conservava la grazia d' un pa- 
drone , allora. Oggi il padrone è il pubblico; le arti sono 
dismesse ? 

Fra i molti manoscritti che l'abate Costanzo Gazzera legò 
all'accademia di Torino di cui era segretario, v'ha impor- 
tantissime lettere originali, fra le quali il signor Claretta 
scelse alcune di Francesco Patrici, di Galeotto del Carretto, 
di Giovanni Boterò, di Antonio Favre, celebratissimo giure- 
consulto e presidente del senato sabaudo; di cui qui compare 
1' uffizio nuovo di dirigere la troppo famosa guerra per la 
successione di Mantova nel 1616. 

Aristide Sala desunse dall'archivio arcivescovile di Milano 
documenti sulla milizia e il governo spagnuolo in Lombardia 
nel secolo XVI; Vincenzo Lazari dai veneti altri sul traffico 
e la condizione degli schiavi in Venezia nel medio-evo, am- 
pliando quello che n'aveano detto il Gallicciolli e il Filiasi , 
con documenti la più parte sconosciuti , e alle norme legi- 
slative aggiungendo notizie particolari sì di veri schiavi , sì 
di persone sottoposte a temporaria restrizione della libertà 
personale. È de' più curiosi eleborati sopra una classe, che 
nel maggior Consiglio al 13 settembre 1364 dichiaravasi nu- 
merosissima , et quae est futura maior. 

Il Robolotti esamina le pergamene cremonesi anteriori al 
mille. I lettori di questo giornale dovrebbero ricordarsi come 
anni fa, da Cremona uscissero carte che fecero stupire, per- 
chè alteravano i tempi e gli avvenimenti, e che furono ac- 
cettate da molti . e fin da Carlo Troya che le giudicò « il 
maggior tesoro e le più grosse perle » del suo codice Lon- 
gobardo. Altri osò dubitare della loro autenticità, ed io tra 
questi , e in questo Archivio appunto : e feci pregare il pos- 



110 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

sessore di essi monsignor' Dragoni a lasciarmene sincerare 
coli' ispezionar degli originali. Egli rispose noi farebbe finché 
vivesse: proposito bastante a supporli falsi o alterati. E tali 
si chiarirono dopo che morì nel 1860. Il Robolotti, sollecitato 
da me « ad assumere l'esame rigoroso dei documenti drago- 
niani e discuterne l'autenticità e genuinità », risolve la qui- 
stione schiettamente, dichiarando che il Dragoni « offese 
l'altrui buona fede e la sua onestà » manipolando e falsificando 
le pergamene. Era piaciuto a me, e Carlo Trova aveva rico- 
nosciuto per « uno dei documenti più preziosi alla storia 
d' Italia » quello donde appariva che il Martin diacono, che andò 
a insegnare la via delle Alpi a Carlo Magno, apparteneva al 
clero di Cremona, al quale clero il conquistatore aveva per 
ciò largheggiato di concessioni. Ebbene, quel documento si 
trova in più d'un abbozzo, con cancellature e varianti di nomi 
e di date e di forinole. Così è d'altri , con cui esso non pro- 
poneasi d'ingannare fraudolentemente come il siciliano Velia, 
ma di provare l'antichità di certi uffizi e dignità nella patria 
sua. A questo modo asseriva l'esistenza di un Xenoclochìo 
cimi biborerio pei poveri e i trovatelli, a Cremona istituito 
nell'870, e sul quale anche l'Aporti, nelle Meinorie di storta 
ecclesiastica cremonese,, asserì che, mille anni prima, vi fosse 
istituito un asilo dell' infanzia ; mentre non è che una con- 
traffazione dell' insigne testamento di Dateo, arciprete mila- 
nese. Bello studio è questo del Robolotti, e lodevole viepiù, 
or che la critica, unica filosofia d'oggi, nell'uso giornaliero, 
nelle passioni del momento e nelle turpitudini giornalistiche 
disimparò ad esercitare i suoi diritti anche verso il tempo pas- 
sato : ora che , o avidità di guadagno o il semplice gusto 
d' ingannare e di profittar della universale disattenzione fa 
inventare e spacciare serie intere di documenti falsi (1). 



(1) Giuseppe Meyranesio , proposto di Pietraporzir. , pubblicò un codice di 
Dalmazzo Bcrardenco , contenente gran copia di iscrizioni antiche, riferibili 
al Piemonte; ed erano false: e , come già da quelle di Ciriaco d'Ancona , ne 
restò inquinala la storia piemontese, e tratti in inganno persino il Gazzera , il 
Vernaz/a, il Marini, il Borghesi. 

È un fatto troppo degno di osservazione l'impudenza con cui si danno fuori, 
da alcun tempo, documenti falsi, confidando nella disattenzione del pubblico e 
nell'oblio d ogni critica nel grosso de' lettori. A tacere la sguaiata impostura di 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 111 

L. T. Belgrano illustra la dedizione dei Genovesi a re 
Luigi XII , una delle tante volte che i Francesi passarono 
l'Alpi per regalarci la libertà. Ben i Genovesi gli imposero patti, 
e che « Sua Maestà si degni commettere ed ordinare che le 
predicte cose siano inviolabiliter observate da li soi officiali, 
che sono et saranno prò tempore deputati per Sua Maestà a 
lo governo et regimento de la cita di Genua » ; e il re pro- 
metteva , regìa maeslas omnia illìs concessa observari fa- 
ciet prout in praecedentibus clictum est ; ma anche il Gran- 
signore promette osservare i Hatti-scerif ed i Hatti-cajum. 

Chi volesse fare una monografìa, qual non si usa tra noi, 
e quale ce ne danno preziosi esempi gli stranieri, bellissimo 
terna avrebbe in Girolamo Morone , che personeggia in sé la 
dottrina del Machiavello, e che, mirando all'indipendenza 
della sua patria, la cercava ora col Moro chiamando i Fran- 
cesi, ora opponendovi gli Spagnuoli, ora cospirando contro 
essi fin a voler sobillare il marchese di Pescara , ora seguendo 
l'Orléans all'assedio di Firenze ; ma non riuscendo coll'attività, 
meglio di quel che riuscisse il Machiavello colle dottrine. Vo- 
lumi di lettere sue esistono nelle librerie dei Belgioioso, dei 
Trivulzio, degli Scotti e nell'Archivio diplomatico a Milano. Ma 
evidentemente non sono il primo getto , la minuta : vennero 
nello stile forbite o meglio viziate di mano dell'autore , come 
chi prepara un testimonio de' fatti cui prese parte. Fece egli tal 
fatica in qualcuno dei tempi d'ozio forzato o di prigionia cui 
egli era ridotto, e non la terminò, giacché un terzo libro che 
giace nella Marciana di Venezia, contiene fogli sconnessi e 
vere minute. Queste lettere sono pubblicate nel II e III vo- 
lume della Miscellanea con molti documenti autentici ed ora- 
zioni , ed una storia del Moroni e del suo tempo. Né senza 
consultare questo lavoro dei signori Domenico Promis e Giu- 
seppe Mùller potrà altri scrivere dell'infelice età che seyui 

una Storia dell'Inquisizione, attribuita a Pietro Tamburini, avemmo le lettere 
di Maria Antonietta, pubblicate da Feuillet des Couclies, e trionfalmente smen- 
tite dal barone D'Arneth : abbiamo centinaia di lettere di Galileo, accettate 
come vere da un corpo insigne di dotti , e provale false dal confronto cogli 
originali che Firenze possiede : abbiamo carteggi di Cavour, evidentemente con- 
traffatti : si spargono dubbi sulle Memorie de! cardinale Consalvi , come sulle 
tanto disputate carte d'Arborea , e su altre speciali all' Italia. 



112 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

al momento in cui Lodovico il Moro chiamò i Frane es i a rinet- 
tar T Italia con una scopa , che dovea poi spazzare lui stesso. 

Un altro volume della Miscellanea apresi colla corrispon- 
denza che con Giannetto Giustiniani di Genova tenne il car- 
dinale Mazarino, ministro che meriterebbe, ben più di altri 
politici moderni; il titolo di grande, se questo potesse con- 
sentirsi all'abilità dell' intrigo, al saper profittare delle circo- 
stanze, all'adoprare indifferentemente la giustizia e l'iniquità, 
gli amori e gli odi, la lealtà e la frode, senza concetto di 
moralità e per solo intento di riuscire. E riuscì egli a compiere 
l'unità della Francia, e ad assodarvi l'autorità monarchica, 
scassinata dalle arroganze parlamentari, dalla frivolezza cor- 
tigianesca, dall' inesorabile epigramma in quella lepida guerra 
civile che s' intitolò la Fronda. Di buoni commenti li dotò 
il compianto marchese Vincenzo Ricci. 

Giacomo Manzoni accurò gli Annali della tipografìa tori- 
nese avanti il 1500, dove pei primi Giovanni Faber e Gio- 
vannino de Petro, nel 1474 stamparono il Bremarìum Roma- 
num. Trentasei opere son noverate qui, mentre il Panzer ne 
conobbe sole 21 e 30 l'Amati: ben distinguendole da altre di 
Ginevra e di Lione, con cui eransi confuse, e accompagnan- 
dole colle impronte de' vari stampatori. 

L'istrumento di divisione che, al 12 settembre 1493, fe- 
cero le sorelle Angela e Ippolita Sforza Visconti di Milano 
è testimonio del vivere usuale e del lusso delle famiglie ; e 
ad illustrare tanta varietà di ornamenti e di arredi non poco 
ebbe a faticare il signor N. L. Cittadella'. 

Il quinto volume porta la data del 18G8, ma fu , in gran 
parte almeno, stampato assai prima. Comincia esso da un 
poemetto latino, edito or primamente da me, e d'autore che 
si nascose sotto questo epigramma: 

Gente ligur: patria Ambrosii sudi; fertile nomrn 
Est milù: slhpsque Ceres mea spica est apocoputa. 

Sulle tracce de' vari cercatori de' pseudonimi io m 1 ingegnai 
indovinarlo: e come meglio seppi illustrai il poemetto e la 
biblioteca di Belluno, da cui fu tratto (1). 

(1) Negli Alti dell'Istituto Veneto il Cantù stampa una serie ili documenti del- 
l'età viscontea , relativi a Belluno , e tratti dagli archivi di quella città. 

La Direzione. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 113 

Seguono un martirologio e un necrologio di Ventiraiglia, an- 
notati dallo Spotornoe dal cav. Rossi: il qual ultimo produce 
pure documenti sulla fondazione di Airole, colonia ventimigliese. 

Le memorie, di prete Giovanni Giovenale Gerbaldo di Fos- 
sano sulla guerra, carestia, peste del Piemonte negli anni 1629, 
30, 31 aggiungono qualche rozza pagina ai deliri di quel tempo 
che noi stessi ampiamente abbiamo ritratto, e a quell'ubbia 
degli untori, della quale l'età nostra non può più farraffac- 
cio al seicento. In Fossano il diavolo « non potendo ritrovar 
nuovi modi di distrugger la povera mortai natura », pose il 
malefizio sopra la toppa del macello, e quelli che portavano 
la carne in mano eran morti avanti giorno, quelli che in 
piatti , morivano alla digestione (pag. 187). Una strega, con- 
vinta rea, ne denunziò altre, e fonti avvelenate, e vasetti 
sepolti, sicché chi vi passa sopra resta contaminato. Son molte 
le terre di quei pressi, di cui egli dice esser morti tutti gli 
abitanti. Fra le consolazioni cita la famosa lampada della 
Madonna delle Grazie a Milano, « il cui olio mai non cessa, 
per quanto se ne levi.... Il serenissimo duca (di Savoia) ha 
fatto ungere tutta la sua armata, come anche i Francesi la 
loro: tutte le terre circonvicine son già state unte col sud- 
detto olio miracoloso, loro mandato da Sua Altezza >. 

Vedendo la fede che aveasi in quell'olio , il demonio ne 
pensò una delle sue. Venne sulla piazza di Milano, vi dise- 
gnò un circolo, e ad un curioso che lo guardava esibì dell'olio, 
usando il quale sarebbe incolume lui e guariti i malati. In- 
vece era pestifero: onde costui fu fatto morire, e giuridicamente 
citato il diavolo a costituirsi, un procuratore a far le sue difese 
sul perchè tanto travagliasse la povera umanità: egli comparve 
avanti al giudice e disse infinite bugie.... 

Il seicento avea dunque i suoi gazzettieri, quanto l'età 
nostra. 

Il canonico Finazzi disseppellì varie cronichette bergama- 
sche, non di molto interesse, ma che suppliscono alle troppo 
poche edite dal Muratori. Si va naturalmente a cercarvi testi- 
moni del congresso di Pontida, a cui volle togliere o fede o 
importanza il professore Vignati: ma mancano appunto gli anni 
dal 1161 al 1175 in cui restauratimi est Mecliolanum. Il Fi- 
nazzi racimolò quante autorità ha potuto per mostrare quanto 
Akch. St. Ital., 3.» Serie, T. X , P. I. <5 



114 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

operassero i Bergamaschi in quell'impresa, nella quale an- 
davano congiunte, come spesso, la causa della fede e quella 
della libertà. Nessun credito però meritano le quattro lapi- 
dette, trovate poco fa nel memore monastero. Belle partico- 
larità recano la cronaca di Pietro Assonica e di G. B. Quaren- 
ghi, dal 1509 al 1512, e sono delle prime ove si trovino nominati 
Montes Brianciae (pag. 286), e dove, come oggi pure si fa, 
vien intitolato Isola quicquid inter Brembum, Abduam J S. Mar- 
tini Vallem et Montes Brianciae includitur (1). 

Domenico Promis con nuove monete rese più compito il suo 
prezioso catalogo delle zecche dei principi di Savoia, e in un 
altro volume ne pubblicò di varie zecche, tra cui una curiosa 
di Firenze (Voi. VII, 825). 

Gio. Battista Adriani, con una pazienza monacale e una 
inesauribile erudizione, accompagnò la vita e le legazioni del 
cardinale Prospero Santa Croce, in modo da nulla lasciar de- 
siderare. Noi però oseremmo domandare se stia bene, all'oc- 
casione d'uno scritto di pag. 87 (467-554) fare un'opera di 
730 pagine (443-1173). Ogni nome, ogni paese di cui cada il 
nome, l'Adriani vi profonde notizie ; qualche nota è un intero 
opuscolo: la guerra succeduta all'invasione francese del 1536 
va dalla pag. 585 alla 709: la storia di Ginevra dalla 810 
alla 955. Il Sadoleto lo porta a ragionare di Leone X, di 
Adriano VI, di Clemente VII, d'Erasmo, di Polidoro Virgilio, 
di Girolamo Negri , del quale ricompaiono quasi tutte le let- 
tere: così d'altri. È una farragine di preziosità, di rare notizie, 
ma non v' è modo di trovarle, come non v' è ragione di sup- 
porvele. Chi crederebbe rinvenire qui cosi ampia e distesa la 
storia di quella contessa di Cellant (pag. 677) che, pochi anni 
fa, diede luogo a Milano ad una delle più luride mistificazioni 
d'un gazzettiere, che volle mostrar fin dove si possa farsi 
beffa del pubblico ? 

Il settimo volume che adess'adesso viene in luce, è la più 
parte occupato da cose lombarde. Antonio Ceruti vi dà gli 
statuti de'calzolai e de' sartori di Lodi , forse unico avanzo 
dell'antica legislazione di quella città, e che rimonta fin al 1261. 

(1) A [)iig. 2(58 leggasi Bripio non Brixio, e alla 357 Tnisardns de Ciilei>i<> 
non de Calessio. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 115 

Orlino da Ludi , nome finora ignoto , nella prima metà del 
secolo xiii scrisse in versi leonini non affatto spregevoli (1) De 
sapientia et regimine Potestatis. Non è chi ignori 1' Oculus 
pastoralis edito dal Muratori (Rer. it. scr., t. IV) e il Trattato 
dell'ufficio del podestà di Brunetto Latini , donde si racco- 
glie l'importanza di quell'uffizio, ambito dai migliori cittadini, 
che all' uopo studiavano il diritto comune e le consuetu- 
dini particolari. Il nome stesso indica come i podestà rappre- 
sentassero la giustizia civile , fonte della quale riteneasi 
l'imperatore, siccome erede di quegli insigni romani « che 
l'enno le antiche leggi e furonsì civili »: che se i Ghibellini lo 
consideravano come padrone delle vite e della roba di tutti 
e superiore a ógni legge, secondo la famosa professione che, 
a nome di tutti gli Italiani , fece alla Dieta di Roncaglia 
l'arcivescovo di Milano (2), anche i Guelfi deduceano da esso 
il diritto di rendere la giustizia: e il podestà rappresentava 
appunto l'autorità imperiale , o domandata , o strappata o 
comprata. Tanto le idee d'allora erano diverse dall' indipen- 
denza che oggi pretendiamo; tanto erasi lontani dall'abborrir 
l'imperatore come straniero. Orfino, come i suoi compatriota 
Ottone e Acerbo Morena , segue la bandiera ghibellina , e 
venera Federico Barbarossa che riedificò la sua città , distrutta 
dai Milanesi : 

Inclitus antiquus Cesar quidam Federicus 
Hostibus hic tirmus vindex ac pacis amicus , 
Defensor tìdei , custos atleta pudicus , 
Gente guibelengus Federicus «iuxque suevus 
De Stuffo castro virtutum moribus apto etc. 

Il Ceruti inoltre stampò il Chronicon extravagans e il 
maius di Galvaneo Fiamma, spesso citati, ma non pubblicati 
neppure dal Muratori. Contengono essi, tra grossolane novelle 



(1) Conosceva certamente Virgilio di cui usurpa alcuni versi: 

Jam nova progenies coelo dimittitur alto.... 
Divisum imperium cum love Caesar babet. 

(2) « Scias omne jus in populi condendis legibus tibi concessum. Tua voluntas 
jus est, sicut dicilur quod principi placuit legis habel vigorem , cum populus 
ei et in eum omne suum imperium et potestatem concesserit. Quodcumque enim 
imperator per epistolari! constitueritvel cognoscens decreverit , vel edicto prae- 
veperit , legem esse constat ». 



116 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA :■ 

e indiscrete compilazioni, molti fatti, non indifferenti alla storia 
milanese. L'editore ebbe il proposito di eliminare le antichità 
affatto favolose, e ciò che fosse troppo evidentemente leggen- 
dario ; pure di favole restò la sua dose. Tal sarebbe un Mas- 
simiano di Castelseprio, qui fu.it rex Itali ae ; ed era sepolto 
in S. Ambrogio , e sul suo sepolcro cantavasi il vangelo e 
l'epistola. Tali le avventure de' re d'Angera e del duca Aliono, 
al quale e ai suoi successori l'arcivescovo Costantino concesse 
il contado d'Angera. Ma fra tante particolarità, accumulate 
senza discernimento, invano cercammo qualcosa che riveli 
la condizione dei vinti sotto i Longobardi e la natura della 
confisca fatta da Alboino e dai trenta, e che aiuti a spiegare 
il controverso passo di Paolo Diacono. 

Pare convenuto che il vescovo di Como siasi sottomesso 
al patriarca d'Aquileja al tempo del famoso scisma pei Tre Ca- 
pitoli. Qui invece l'arcivescovo di Milano glielo cede in contras- 
segno della mutua consacrazione, ricevendone in cambio il 
vescovado di P'eltre (pag. 530). Re Desiderio, che l'Odorici 
trae alla sua Brescia, qui è fatto dei conti del Seprio. La moglie 
del re Bernardo abitò nella città di Barro sul monte presso 
a Civate {Montebarro) , dove esso Desiderio aveva eretto il 
monastero di San Pietro, recandovi da Roma la man dritta di 
San Pietro, il latte che uscì dal collo di San Paolo, la lingua 
di San Marcello, che dopo strappata parlò. Carlo Magno, vati- 
cinato dalla sibilla tiburtina , aveva otto piedi di grandezza, 
bella faccia lunga un piede e mezzo, terribile aspetto; e collo 
spadone fendeva un cavaliero dalla testa fin alla sella e tutto 
il cavallo , mangiava un quarto di castrato, o una lepre o 
un'oca, e pigliava poco pane e poco vino. In una gran bat- 
taglia nel luogo che perciò fu detto Mortara, uccise Amico e 
Amelio, che eran nati lo stesso giorno, si somigliavano affatto, 
conversavano sempre insieme, insieme furono battezzati, 
insieme uccisi: emessi in due urne distinte di marmo colla 
strada di mezzo, al domani le urne trovaronsi congiunte. 

È notevole che anche il Fiamma dice sempre che Pipino e 
Carlo Magno restituiscono al papa i possessi di Romagna, i 
tesori ec. « D'allora il regno Italico passò ai Franchi per ere- 
dità: il qual trasporto fu fatto dal papa, donde è palese 
che il regno d'Italia è terra della Chiesa » (pag. 550). Con 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 117 

altrettanto .senno soggiunge che a Carlo Magno, non come 
imperatore, ma come patrizio di Roma, fu dato il privilegio 
d'eleggere il papa, e di dar l' investitura a tutti i vescovi e 
prelati ed ecclesiastici. 

Più tardi, dice il cronista, Giovanni Vili vedendo infiacchita 
la stirpe di Carlo Magno, alla quale erasi dato l' impero per 
difender la fede apostolica dai Longobardi, e che questi, rin- 
vigoriti, tornavano al loro costume di spogliar le chiese e 
taglieggiare i prelati, trasferì, col consenso del popolo e del 
senato, l'impero dai Germanici negli Italiani, sicché nessuno 
fosse detto imperatore se non fosse re d'Italia: e l'elezione 
ilei re d'Italia spettava all'arcivescovo di Milano. 

Tralascio le note favole del messale ambrosiano, del re- 
gisole, e qualmente Carlo Magno ordinò che Milano fosse 
retto da 12 consoli a vita col salario di 12 lire ciascuno , 
eletti fra i nobili dagli artigiani; tutti oneste persone e di 
inerito ; e nessuno potea far processo senza consenso di loro. 
Quel che mi seppe di nuovo è che, ad istanza del papa, Carlo 
Magno fé pace con re Desiderio, lo tolse di carcere, lo no- 
minò conte dandogli la Liguria, l'Emilia, la Venezia, la 
Toscana, e Benevento ed altri paesi, e da lui discesero i conti 
del Seprio. 

Delle varie chiese di Milano, dell'altare e del serpente ili 
S. Ambrogio , della fondazione de' monasteri potranno qui 
trovar nota i curiosi , e delle famiglie di Casate nuovo e 
vecchio, di Bevolco , di Giussano, de'Menclozi, de' marchesi 
di Monferrato. Vi leggeranno pure che il famoso arcivescovo 
Ariberto da Cantù ebbe moglie Useria, e morto le comparve 
s' un cavallo bianco, e se la prese in groppa, e portolla al 
monastero di S. Dionigi : dov'essa sbigottita si fece monaca. 
Nec te moveat quod dixi lame archiepiscopum habirìsse uxo- 
rem, quia hoc tunc temporis licitimi fuit (pag. 607.). Le tante 
altre storielle qui riprodotte non hanno maggiore consistenza 
che quelle spacciate quotidianamente dai nostri folliculari, e 
come da questi, vi sono citati moltissimi eroi e moltissimi tra- 
ditori, cioè amici o nemici dello scrivente. 

Fra le glorie nuove che, questi anni, si vollero in Milano 
sostituire alle avite e popolari, è un Lanzone , a cui si de- 
dicò una via e una statua, e tutti domandano chi fosse. Il 



118 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Fiamma discorre che, essendo, al tempo del suddetto Ariberto , 
gran contesa fra la mota popolare e i nobili , il popolo elesse 
capitano Lanzone da Corte, nobile, affine di scomporre quel 
partito, ed egli cacciò i nobili e l'arcivescovo, e ne rapì i 
beni e distrusse le case, e tutti gli obbedivano come a Dio. 
I nobili indignati fecero armi , e assediarono la città per 
tre anni ; dove non c'era da mangiare se non quello che po- 
teasi raccorre nei terreni compresi in essa: il che (riflette il 
Fiamma) mostra ch'ell'era ben grande. Lanzone, secondo il 
costume, ricorse all'imperatore tedesco Enrico, giurando dar- 
gli il dominio della città: ed Enrico venne e allargò l'assedio: 
ma i nobili domandavano compenso dei danni avuti, e preso 
Lanzone, lo chiusero nella torre dei Morigi insultandolo. Però 
finché visse egli non cessò di recar danni e battaglie alla 
città. Andò poi contro i Cremonesi fin all' Olio , e tuffò questi 
nel fiume , e menò prigioniero il vescovo , che per riscatti) 
cedettegli Castelleone. In questo rifuggi Lanzone quando fu 
cacciato di Milano , e una volta vi ricoverò i Milanesi rotti 
dai Cremonesi , lo perchè fu rimpatriato. 

Qualche circostanza nuova sarebbe a raccorre sulla qui- 
stione de' Nicolaiti , cioè del matrimonio de' preti ; quistione 
dove noi crediamo che primamente si manifestasse la vita 
comunale de' Milanesi. 

Molto si estende il cronista sulle guerre del Barbarossa 
quando 

Urbis Melano potens merito dicenda leena 
Viribus eximia , populis et milite piena , 
Sera, superba, fera, tota rebellis erat. 

Il marchese Morello Malaspina presenta all' imperatore 
una torta dicendogli: « Finché questa ha il coperchio, niente 
puoi mangiare: toglilo, e l'avrai aperta da per tutto. Coper- 
chio e corona della Lombardia è Milano ; levalo via, e potrai 
arricchirti colle spoglie di tutta Italia ». Anche quest'altra 
l'accogliamo, che molti Milanesi , dopo distrutta la patria , an- 
darono oltre mare, e nella grande Schiavonia fabbricarono 
un altro Milano, e vi si conserva loquela medìolanensium 
integra et incorrupta. Sarebbe desiderabile andasse a cercarla 
alcun di quelli clic non fan altro che disturbare e calunniare 
il prossimo. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 119 

Quantità di versi è inserita in queste cronache, coi quali 
si segnano gli avvenimenti principali, e particolarmente le 
date, come per aiuto mnemonico. Tutto è corredato di sobrie 
note del Cerruti , che soggiunge una notizia sulle antiche 
mura milanesi di Massimiano, illustrando i cimeli trovati 
testé nello scavare le fondamenta del monumentale palazzo 
della Cassa di risparmio. Una Cassa di risparmio che spende 
due milioni in fabbricarsi un palazzo , darà molto a dire ai 
Galvaneo Fiamma futuri. 

Spetta alla Lombardia anche la vita di Muzio Attendolo 
Sforza di Antonio Minuti , pubblicata da Giulio Porro Lam- 
bertenghi , e che ritrae le strane vicende di quei capitani 
di ventura , che ebbero tanta efficienza sulla storia italiana 
del secolo xv. Vi compaiono molte particolarità che , come 
indegne di storia, avea taciute Leodrisio Crivelli nella stam- 
pata biografia latina , che può dirsi una traduzione di quella 
del Minuti. Vedansi per esempio le avventure di ser Gianni 
Caracciolo, che ad un milanese parvero buon soggetto di tra- 
gedia (pag. 200). 

Di maggior importanza ci sembrano gli Statati delle strade 
e acque del contado di Milano, fatti nel 1346, che illustrano 
una parte così interessante della coltura della Lombardia , che 
precorse tanti altri paesi di Europa nel sistemare le acque per 
la irrigazione. È una delle più belle glorie di Milano l'avere 
fin dal 1177 cominciato il canale irrigatorio di Gaggiano , che 
poi divenne Naviglio. Il sig. Porro vi antepose gli Statuti fatti 
sin dal 1260 pel flumicello Nirone , e corresse varie inesat- 
tezze di pesi , misure , valori in scrittori di acque che non 
poterono conoscere questi Statuti. Le consuetudini di Milano, 
compilate nel 1216 , contengono già molti provvedimenti in 
fatto di acque , di strade , di ruolini ; e i consoli aveano in- 
carico di vigilarli , e punire i contravventori. 

Chiudono il volume tre documenti pubblicati da Giuseppe 
Manuel di San Giovanni, sopra Gofredo Benso di Santena , di 
Chieri, che nel secolo xvi trafficava sino a Tunisi e nel Brasile. 

Basteranno questi fuggevoli cenni per invogliare gli Italiani 
a prendere cognizione , e , se possono, coadiuvare ad una 
pubblicazione che fa onore alla patria, e che, condotta sem- 
pre meglio , contribuirà a ciò che più è necessario dopo una 



120 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

rivoluzione; restaurare la serietà delle opinioni, la retta logica 
e la tanto necessaria alleanza del buon senso col buon gusto, 
e mostrare che , mentre tutto sembra sovvertimento , verti- 
gine, leggerezza , vi ha pur sempre , anche nel paese nostro , 
alcuni operosi che continuano lavori seri , pazienti , coscien- 
ziosi ; indipendenti ricerche, intrepide esposizioni, viepiù 
meritevoli di lode , perchè non possono aspettare contorti 
dagli uomini o dalle cose , né tampoco quella soddisfazione 
che nasce dal vedersi letti. C. Cantù. 



Beilràge zur Geschichte des Handelsverkehrs zwischen Ve- 
nedig und der deutschen Nation, aus dem Ulmer Archi)-, 
von Doti Georg M. Thomas. Mùnchen, 1869; pag. 70, 8vo, 
tolto dai reso-conti dell'Accademia reale delle scienze (1). 

Non è cosa che tanto importi all'avvenire storico dell'Ita- 
lia e della Germania, quanto che le due nazioni siano resti- 
tuite all'antica concordia politica, e possano quindi riappic- 
carsi quei vincoli di commercio che le resero un giorno così 
prosperose. Perciò , onde s'avverino le condizioni future del 
loro benessere reciproco , dee considerarsi come capitale la 
risposta al postulato • Quale direzione prenderanno le nuove 
vie del commercio italico-germanico, o, ciò che torna lo 
stesso, quali strade ferrate valicheranno i gioghi delle Alpi. 
Lasciata libera la lotta delle opinioni nell'argomento del 
commercio generale italiano , e limitandomi ora alla sola 
Venezia , è certo che alla strada ferrata del Brennero si 
riannodano le antiche relazioni delle nostre lagune colle ve- 
tuste e ricche città, un tempo libere, della Germania. Laon- 
de essendo obbietto della più alta importanza qualunque pub- 
blicazione riferentesi alla storia di quell'antico commercio , 
perchè ciò che avvenne in passato è scuola di quanto avverrà 
da poi , credo, come veneto, mio dovere di far conoscere 
un'operetta che sotto titolo di contributo alta storia del com- 
mercio fra Venezia e la Germania , presenta un elemento 

(4) Sitzwngsberichten <lrr kgl, bayer. Akademie der Wissenschaften. .la Ji r— 
gang 1869, Voi. I. 



I {ASSEGNA BIBLIOGRAFICA 121 

della storia del commercio generale della nostra repubblica. 
E m'invita a parlarne non tanto l'affetto che da parecchi anni 
mi stringe al dotto autore , bibliotecario della Reale di Mo- 
naco, quanto il dovuto sentimento di riconoscenza che noi 
Veneti gli professiamo , per gli altri suoi lavori sullo stesso 
soggetto. Infatti mancheremmo della storia del commercio 
della repubblica veneta colf Oriente (1) [storia che il cav. An- 
tonelli si è affrettato di pubblicare in veste italiana (2), co- 
me anello di quella collana storica che vivamente si desidera 
continuata], se il Thomas, in unione al compianto professore 
Tafel, non avesse da' nostri archivi raccolti i documenti che 
toccano gli estesi rapporti della repubblica veneta, docu- 
menti de' quali, sotto lo strano nome di Fontes rerum au- 
striacarum, pubblicò l'Accademia imperiale di Vienna i tre 
primi volumi (3), e pubblicherà fra poco i due altri di com- 
plemento, con eguale corredo di allegazioni, di note , di studi 
vari, trattati dal solo Thomas. Ma qui non s'arrestano i titoli 
di gratitudine che a lui ci stringono , se a que' documenti 
darà fra poco importantissima giuntala edizione del capitolare 
del fontego dei Tedeschi , trascritto da un codice ms. della 
collezione Cicogna, ora nel museo Correr; libro che, arric- 
chito di documenti tolti pure da archivi tedeschi, getterà 
nuova luce sulla storia del commercio di Venezia coli' Occi- 
dente , giovando in pari tempo a rilevare la grande impor- 
tanza d'un nostro monumento cittadino. 



(1^ Hkyd Willelm. Die Handefc Colonien der ltalien r im Orient. Disseria- 
zioni inserite a brani nel giornale di economia politica: Zeitschrift far die gè - 
sammle Staatswissenschaft , Iwrausgegeben von der staatswìrthschaftlichen FacuWit 
in Tubingcn. Voi. XIV [1838], pag. C52-720; XV [1859], pag. 40-82; XVI [1860] , 
pag. 3-71, 411-460; XV1Ì [1861], pag. 444-495; XVIII [18621.. pag. 194-272, 
653-71 8 ; XIX, pag. 162-211; XX [1864] , pag. S4-138. 617-660. 

(2 Le colonie commerciali degli Italiani in Oriente nel medio evo. Disseriazioni 
del prof. Guglielmo Heyd, bibliotecario della r. pubblica libreria di Stoccarda, 
pubblicate da prima nel giornale d'economia politica di Tubinga, ora rifatte 
dall'autore e recate in italiano dal prof. Giuseppe Mùller. Venezia e Torino , 
G. Antonelli e L. Basadonna edit. , 1866, Voi. T, 8vo. 

(3) Urlcunden zar alterai Handels-und Staatsgeschichte der Republik Vene- 
dig , mh besonderer Beziehung auf Byzanz und die Levante, vjm neunten bis zum 
Ausgang des fiinfzehnten lahrhunderts. Wien , aus der kais-kgl. Ilof-und 
Staats druckerei, 1856-1857, Voi. Ili , 8vo. 

Alien. St. Itai.., 3.* Serie, T. X , P. I. 16 



122 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

L'autore distribuì in quattro serie i documenti da lui tra- 
scelti fra i molti veneti dell'archivio e della biblioteca muni- 
cipale d' Ulma. Diciannove della terza e il primo della quarta 
si rapportano al secolo decimoquinto, gli altri tutti al decimo- 
sesto , eccettuato uno che al decimosettimo. Prime per tempo 
sono due Ducali di Tommaso Mocenigo [18 giugno e 12 set- 
tembre 1420] regimini, Consilio et communitati Ulmi, con 
cui, a mezzo del procuratore Antonio de Corado veneziano, 
chiede il pagamento di somme di denaro dovute da cittadini 
di Ulma ai fratelli Pietro e Lorenzo Foscarini , Carlo e Gio- 
vanni Molin, e a Giovanni de' Garzoni e Bertuccio Pisani, 
amministratori della commissaria del fu Niccolò Pisani. 

Francesco Foscari indirizzavasi con quattordici Ducali 
[1425-1453] al borgomastro [magister civiam], al consiglio e 
alla comunità d' Ulma. In queste accredita con lettera patente 
[1425] il notaio Berto di Tomasio ; domanda il sequestro dei 
beni del defunto Enrico Clich , ad estinzione di crediti di Ve 
neziani ; li ringrazia delle prestazioni a favore eli Lorenzo 
Scarsèlari che portava mercatanzia da Bruges. Singolare è il 
fatto delle pratiche ripetute dal doge, negli anni 1432-1433, 
onde siano restituite a nobili veneziani e ad alcuni senesi e 
lucchesi dimoranti a Venezia quatuor carrete suis mercalio- 
nibus onerate, sequestrate da que' di Ulma a Memmingen . 
per istanza del castellano Enrico di Steffel. Sulla proposta 
del borgomastro di deferire la questione all'arbitrato aliqua- 
rum conimunilatum Alemannie et..,. Guilelmi.... ducis Ba- 
varie, il doge soggiunge quocl prò comoditate nostratum . 
sumus contenti stare iuditio collegiorum Padue , Bononie , 
Florentie, Perusii et Senarum, in quibus vestrates venia ni 
ad studendum; ma sull' inonesto rifiuto di rendere bona no- 
stris civibus ablata et diretta, a motivo della tregua chiusa 
da' Veneziani coli' imperatore , il doge rimetteva il giudizio 
all'arbitrato di sua maestà. In Ducali successive degli an- 
ni 1437-1442, il Foscari domanda che siano pagate a Gio- 
vanni Pisani, Giovanni Priuli, somme loro dovute da persone 
d'Ulma, ed implora che Giovanni castellano di Suango , ar- 
restato come fosse veneziano per aver preso Giovanni Car- 
lier di Bruggia , possa continuare il viaggio in Borgogna. Un 
ultimo atto di questo doge dell'anno 1453, dichiarante i ino- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 123 

tivi che lo indussero a torre una stanza del fontego dei Tede- 
schi a Pietro Roys d' Ulma , è testimonio delle cure amorose 
de' Veneziani per questo stabilimento. 

Cristoforo Moro chiede [1464] a quei d' Ulma che permet- 
tano al loro concittadino Angelino di trasferirsi colla fami- 
glia e colle sostanze a Trento , per adire l'eredità lasciatagli 
a tal patto da suo fratello. Giovanni Mocenigo accredita [1482], 
quale procuratore di nobili veneziani creditori di Ottone 
Rossi d' Ulma , Giusto Abanunzio che , condannato in seguito 
'1489] per avere riscosso una somma di fiorini renensi 
maggiore della dovutagli , deve forse la scarcerazione alle 
pratiche del doge Agostino Barbarigo. Questi in Ducale del 1497 
raccomanda Andrea Trevisan, ambasciatore ad Enrico d'In- 
ghilterra, nel suo passaggio per Ulma. 

Ma a rilevare la importanza reciproca del commercio fra 
la repubblica di Venezia e la città imperiale d'Ulma, ai cui 
rapporti si limita il Thomas, nulla più giova quanto il con- 
tegno e di questa e delle altre città anseatiche , al principio 
della coalizione d' Europa contra Venetos et prò destructione 
illorum'j come leggesi nel programma di quella lega. Mal si 
apporrebbe chi giudicasse comune all' impero germanico il 
malvolere di Massimiliano contro la nostra repubblica. Feli- 
cemente avviati fin dal secolo decimoterzo i rapporti commer- 
ciali delle grandi città tedesche con Venezia, que' negozianti 
vi godeano distinti privilegi , essendovisi sin da quel tempo 
aperto il fonticum Theotonicorum. Cresciuto il fiore di quei 
commerci, ed ampliate perciò le fonti del guadagno e del ben 
essere reciproco, come avrebbero potuto quelle città dar mano 
a una impresa che , obbligandole a straordinarj apparecchi 
guerreschi, ne infiacchiva colle imposte le forze necessarie 
alla prosperità commerciale ? Era quindi naturale che al prin- 
cipio della lega surriferita, si rifiutassero i soccorsi per una 
guerra, che l'imperatore avea incontrata a proprio conto, e 
persistessero in quel rifiuto gli Stati nella dieta di Worms , 
anche dopo la sconfitta de' Veneziani nella battaglia di Ghiara 
d'Adda. Al grave infortunio si rapporta la Ducale di Leonardo 
Loredano al borgomastro e al consiglio d'Ulma [16 luglio 1509], 
che il Thomas pubblicò pure altra volta da un codice di quella 



124 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

biblioteca (1). Se tale documento ci attesta da una parte quale 
fosse il concetto politico della Signoria in quella difficile po- 
sizione ; come vani tornassero i tentativi posti ripetutamente 
in opera a rappattumarsi con Massimiliano (?) ; quali fossero 
gli scopi finali della corte francese (3) ; conferma dall'altra 
la importanza attribuita dalla repubblica alle città autonome 
tedesche (4) , segnatamente per ragion di commercio. 

Or questo parve affievolirsi poco prima della metà del se- 
colo xvi, per la esazione d'una dogana stabilita dai Vene- 
ziani in Verona , come risulta dagli atti delle fiere di Bolza- 
no , ricercati e spogliati accuratamente dal Thomas nell'ar- 
chivio <V Ulma. Apre la serie una lettera dell' imperatore 
[Praga, 13 febbraio 1534] al consiglio d'Ulma, nella quale 
si lagna del grave danno portato al tesoro e a' suoi sudditi . 
specialmente alla contea del Tirolo, dacché le merci dove- 
vano far capo alla nuova dogana, e di là a Venezia, donde 
daziate poteano liberamente spedirsi in Lombardia e nell'Ita- 
lia centrale. Egli promette di trattarne colla Signoria, ed 
eccita quei di Ulma a destinare probi negozianti che , infor- 
mati a fondo dell'argomento, a lui ne riferiscano, e in un 
giorno da stabilirsi si rechino co' suoi ambasciatori a Vene- 
zia. Alla pertrattazione dell'oggetto stesso prendono parte il 
luogotenente dell'alta Austria e le città di Norimberga ed 



(4 ) Urber cinen Staasbrief des Dogen Leonardo -Loredana non Vcnedig an den 
Biirgermeister und Ruth von Ulm, voti 46 Juli 4509. Ein Beitrag zur Geschichte 
des deulschen Burgerthums iener Zeit von Dr. Georg Martin Thomas, ord. Mitglie- 
de der k. b. Akademie der Wissens^liaftcn- Miincben, 1860, Giel'sche Bucb- 
bandlung. 

(2) « Nostra constantissima mens crai non modo servare inducias lam 
« solemniter celebratas et fìrmatas cum caesarea maiestate , veruni devenire 
« ad perpetuam pacem cum ea et sacro romano imperio... Tamen eius celsitudo 
« numquam se placare voluit, neque admittere oratores nostros ». 

(3) « Sperabamus illi [Caesari] declarare et dare estendere quorsura tendant 
« cogitationes regis Franciae , qui ad aliud non invigilat nisi ad suscipiendam 
« eius coronnm, et se tandem orbis dominum tacere ». 

(4) .... « ob antiquari) benevolentiam et commercium , quod semper fuit 
« inter nos et totani germanicam nationem , et praecipue magni fìcas com- 
« munitates et liberas civitates , velint praestare nobis eos favores qui videbun- 
h tur esse buie rei conveniente* ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 125 

Augusta, Le quali presentano all'imperatore i loro opinati, 
estendendosi nei dettagli dei danni recati al commercio da 
quella innovazione , contraria affatto agli antichi usi. Quindi 
sulla presentazione del protocollo segnato in Inspruch , il con- 
siglio dell'alta Austria comunica ad Ulma la risoluzione di 
spedire un'ambasceria a Venezia, che riunitasi a Bolzano per 
occasione della fiera del 15 settembre, converrà sui mezzi da 
adoperarsi per ottenere suoi scopi. Quest' atteggio chiudesi 
col 31 agosto 1534, 

Parve del resto die gli accordi tentati da queir amb sceria 
Don rispondessero pienamente ai desideri della nazione tede- 
sca, se ne ho ad inferire dal lungo periodo delle trattazioni 
e dall'atto finale comunicalo alla nazione stessa dal consiglio 
dell'alta Austria, residente in Inspruch [24 aprile 1539]. In- 
tatti il senato, cui gli ambasciatori presentano il gravame, 
commette la trattazione della cosa ai cinque Savi alla mer- 
canzia, ai (piali gli ambasciatori stessi espongono lo stato 
della questione, sulla Mappa opportunamente allegata d 
cosmografia dipinta , e rappresentano gli imbarazzi commer- 
ciali, provenienti dal mantenimento di quella nuova dogana. 
11 senato, poggiando sui motivi del contrabbando, nega re- 
cisamente la chiesta abolizione : propone invece, per sola 
compiacenza verso gli onorevoli postulanti , di ridurre i dazi 
sul pepe, sullo zucchero, sulla cera, sul chermisi. Le tratta- 
tive replicate senza ombra d'accordo si prolungano fino al 
principio del 1539. Intanto nella previsione dell'impossibilità 
d'un accomodamento, la più parte degli interessati abbandona 
Venezia, e sulla fine del marzo dell'anno medesimo, i soli 
ambasciatori tirolesi nella lettera di congedo al Senato accen- 
nano ad energiche misure contrarie, che sarà per prendere 
l'eccelsa nazione tedesca. Il consiglio d' Inspruch dichiarando 
essersi lasciata al legato imperiale residente in Venezia la 
commissione di pratiche ulteriori, promette di riferirne in 
seguito il risultato. 

Agli anni 1557-1558 si riportano tre Ducali al borgoma- 
stro e ai consoli d' Ulma, in cui Lorenzo Friuli chiede che 
que' cittadini Alberto e Giorgio Adeler siano sollecitati al pa- 
gamento di somme dovute a parecchi nobili di Venezia, in 
base a stromento del 1551. 



126 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Di maggiore importanza sono gli atti pubblicati o per esteso 
in regesto, pertinenti alla storia del fontego de' Tedeschi , 
nel periodo 1577-1578. Ad attestare l'affezione mantenutagli 
sempre dal governo veneto, il Thomas pubblica una Ducale 
[19 dicembre 1510] di Leonardo Loredan, colla quale non 
solo conferma gli antichi privilegi della nazione alemanna . 
ma altri ne concede, patteggia sui fitti delle stanze e delle 
volte ossia magazzeni, cui ordina siano apposte inferrate, 
per titolo di sicurezza, a spese della repubblica. A questa 
tengono dietro suppliche di mercatanti tedeschi ; sentenze dei 
cinque Savi alla mercanzia; proposte e risposte delle città di 
Ulma , Augusta, Norimberga, Strasburgo; tutte relative alla 
rilevante materia dei cottimi. Era questa una tassa pagata 
dai negozianti al capitolo della nazione tedesca in Venezia , 
il cui prodotto volgeasi al mantenimento degli avvocati, 
procuratori e ministri della detta nazione ; non che ad ele- 
mosine conosciute sotto il nome di panada. Splendida per 
nobiltà di sentimenti e per bella forma latina è la lettera, 
mandata collettivamente dalle città di Augusta, Norimberga 
ed Ulma al doge Sebastiano Venier [31 gennaio 1578], acciò 
siano mantenuti i cottimi ; lettera cui die motivo il rifiuto 
di pagamento d'un Domenico Zilberti di Trento, e di pochi 
altri : saviamente osservando che ex usu et consuetudine 
omnium pene gentium constai {legibns id ipsum approbanti- 
bus) mercatorum lìcita collegia, prò compendio et necessitate 
rerum suarum slatuere inter se posse quae evidens utilitas 
et honesta aliqua ratio postitlant. 

Chiude la raccolta una Ducale di Giovanni Bembo [18 ago- 
sto 1017], che mostra come nulla più giovi a mantenere in 
fiore i l'apporti commerciali, quanto il reciproco accordo degli 
animi, e i modi onesti anche in ciò che direttamente non si 
riferisce al mercanteggiare. Il doge, a saggio di buon volere, 
avverte i consoli e i senatori di Ulma, si guardino dall'agguato 
lor teso colla falsa diceria, « che il principe Giulio fratello 
« del duca di Wirtemberg sia per procurar di haver licentia di 
« estrahir da quella città tre mille moschetti , mille cinque- 
« cento picche, et libertà di potersi valere d'un corpo di molto 
« valore, con disseminatione che ciò sia fatto per servitio 
« della nostra repubblica ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 127 

Or qui cade acconcia l'osservazione tornare del più vivo 
interesse alla storia , come di Venezia così di qualunque 
altro stato, la pubblicazione di atti tolti agli archivi di quei 
paesi, cui li annodano vincoli politici e commerciali. Quei 
documenti infatti compiono in doppia maniera il ciclo dei 
fatti narrati dai nostrali, e perchè differenti sono i punti di 
veduta da cui partono ambedue , e perchè molta parte degli 
avvenimenti s'avvera soltanto sull'altrui suolo. 

Giuseppe Valentinelli. 



L'Are// tcon fraternità del Gonfalone ; Memoria del sacerdote 
Luigi Ruggeri. Roma, 1866 (1867), pag. 288. 

Il restauro della chiesa di santa Lucia, detta già della 
Chiavica poi del Gonfalone , in via di Monserrato a Roma , 
diede occasione alla pubblicazione del presente volume intorno 
alla storia della Confraternità da cui tal chiesa prese il nome. 
Volume il quale viene ad accrescere il numero così cospicuo 
di quei che illustrano le chiese, i monumenti, gli istituti 
dell'eterna città , utili sempre , quantunque non sempre con- 
dotti con critica e nelle giuste proporzioni. La Compagnia di 
cui si tratta , ragguardevolissima fra le tante romane , me- 
ritava che se ne stendesse la storia. Essa, per opera di due 
canonici di san Vitale , ebbe origine nel 1264 nella basilica 
di santa Maria Maggiore colla denominazione de' Raccoman- 
dati di Madonna santa Maria, e prestò il modello ad altre di 
simil genere, nate dal bisogno di raccoglimento e di conforto 
religioso e da quello di consorzio per le opere pie, in mezzo 
alle guerre e alle fazioni per cui veniva lacerata l'Italia nel 
decimoterzo secolo. Confermata dal vicario pontificio in Roma, 
fra Tommaso Fuscone vescovo senese, tal Compagnia, patro- 
cinata particolarmente da san Bonaventura, venne approvata 
da papa Clemente IV , con breve emesso a Viterbo nell'anno 
terzo del suo pontificato, cioè nel 1267. Molti pontefici l'arric- 
chirono di privilegi, ed essendosi associate alla medesima 
altre simili, Innocenzo Vili nel 1486 ne approvò la riunione 
in un sol corpo, cangiandosi l'antico nome in quello del Gon- 
falone , desumo dallo stendardo nelle processioni portato. 



128 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Scopo dell'associazione era la beneficenza, e il ravvivare col 
buon esempio la vita cristiana. Della beneficenza fanno fede 
i quattro spedali dalla Compagnia mantenuti presso le sue 
chiese. Nel 1581 Gregorio XIII affidò alla medesima l'opera 
della redenzione degli schiavi , per cui essa si mise in rela- 
zione coi governi di Costantinopoli e delle coste di Barberia. 
Sisto V le concesse il privilegio già goduto dai PP. Trinitari 
e Mercedarj di raccorre a tal uopo elemosine nello Stato 
della Chiesa. Si calcola che la Confraternità abbia impiegato 
in tale pia opera oltre due milioni di scudi. Dell'autorità dalla 
medesima acquistata presso il popolo romano nelle turbolenze 
del medio evo, reca testimonianza il fatto accaduto nel 1351 
e narrato da Matteo Villani, l'elezione cioè di onorato e an- 
tico popolano Giovanni Cerroni a rettore della città; elezione 
dai Raccomandati di santa Maria procurata onde porre argine 
all'anarchia inseparabile dal malgoverno dei baroni, dalla 
loro discordia, e dalla mancanza, nel popolo propriamente 
detto, di quelle condizioni, senza le quali riesce vano ogni 
tentativo di vero e durevole esercizio di diritti politici. 

In seguito alla surriferita riunione di varie simili compa- 
gnie a quella del Gonfalone, questa riunì eziandio in un 
corpo solo i vari patrimoni delle medesime colle chiese e 
cappelle ad esse spettanti che sommavano a non meno di otto. 
L'autore del libro di cui si tratta ha reso un servigio alla 
topografia storica colle diligenti notizie sopra questi luoghi 
sacri, ora in parte spariti. Essi erano i seguenti. Chiesa di 
sant'Alberto con annesso spedale alle falde dell'Esquilino, tra 
santa Pudenziana e l'attuai piazza dietro alla tribuna di santa 
Maria Maggiore, distrutta sin dalla fine del cinquecento. 
Chiesa dei santi Quaranta Martiri in Trastevere, ora dogli 
Alcantarini , per cessione fattane nel 173G. Chiesa della 
Nunziatina fuori della città presso la via Ostiense, fabbri- 
cata, secondo si suppone, onde ovviare allo tradizioni nel 
popolo limaste del culto della Magna Mater sulla riva dell'Ai- 
mone fiumicello. Chiesa della Maddalena in Campomarzo , 
conceduta nel L586 ai Ministri degli infermi di san Camillo 
de Lellis. oratorio del Gonfalone dedicato ai santi Pietro e 
Paolo in ripa del Tevere presso via Giulia. Cappella in santa 
Maria Maggiore, ove ebbe origine la Compagnia, e ('appella 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 129 

di sant' Eleaa in santa Maria Araceli, tempietto distrutto 
nel 1798 e riedificato nel 1833 con buona architettura. Cap- 
pella della Pietà al Colosseo, l'abbricata nel 1517 presso l'in- 
gresso dalla parte di san Giovanni in Laterano, poi rifatta 
e rinchiusa dagli archi dell'Antiteatro , mentre sparirono le 
traccie della chiesetta già nel medio evo in vicinanza di tal 
luogo edificata. Finalmente la Chiesa di santa Lucia surrife- 
rita, la cui più antica memoria risale al 1352, più volte 
ricostruita, p. es. ai tempi di papa Giulio II, malamente ri- 
modernata negli anni 1761-65, e ai dì nostri con miglior 
senno restaurata sotto la direzione di Francesco Azzurri 
architetto e di Cesare Mariani pittore, i cui affreschi in parte 
rappresentano la storia della Compagnia. Ditale restauro, che 
si conta tra i più pregevoli modernamente eseguiti in Roma , 
ragionano e l'autore del volume che abbiamo sotto gli occhi , 
e il giornale romano « Il Buonarroti », voi. II, pag. 85 e segg. 
L' Arciconfraternità del Gonfalone soleva rappresentare , 
nel medio evo e nel cinquecento ancora, nel venerdì santo, 
la Passione di Nostro Signore nell'area del Colosseo , sopra 
palco eretto presso la cappella della Pietà. Nei documenti 
della Compagnia, a dire del nostro autore, le memorie di 
tali recite non principiano se non col 1517. Non importa dire 
però che esse sono infinitamente più antiche , le processioni 
al Colosseo essendo principiate alla seconda metà del trecento. 
Nel giornale del viaggio in Oriente del cavaliere Arnoldo di 
Harff coloniese, pubblicato nel 1860 (1), troviamo narrato come 
esso nel 1497 assistette a siffatta rappresentazione fatta con 
molto decoro da giovani di buone famiglie. Ne ragionano e 
il Marangoni nelle « Memorie sacre e profane dell'anfiteatro 
Flavio » , e Ignazio Ciampi « Le rappresentazioni sacre del 
medio evo in Italia », Roma, 1865. Nel 1866 G. Amati, a ciò 
sollecitato dal march. Gaetano Ferraioli , cui stanno a cuore 
gli studi di storia e di letteratura patria, ristampò la « Pas- 
sione di Cristo in rima volgare » già. recitata nel Colosseo, 
intorno alla quale si veda anche il Colomb de Batines nella 
« Bibliografia delle antiche rappresentazioni italiane sacre e 

A) Die Pilgerfahrl des Ritte) s Arnold voh Harff, heraurgegeben von E. vos 
GitooTt. Culti , 1860, ,a pai;. 31. 

Arcb St. [tal, :}.- Serie, T. X , P. i IT 



130 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

protane », Firenze , 1853. Nel 1539 la somma impiegata in sif- 
fatta recita ascese a 227 scudi. Sin dal tempo di papa Pio IV 
rimasero soppresse , si crede onde impedire gli eccessi del 
basso popolo contro gli Ebrei. Nel giovedì santo, particolar- 
mente negli anni di giubbileo , la Compagnia del Gonfalone 
suol prender parte cospicua nelle processioni che si fanno 
alla Basilica Vaticana. Il nostro autore avrebbe potuto gio- 
varsi della bella descrizione che ne fa Michele di Montaigne 
nel suo Viaggio in Italia al tempo di papa Gregorio XIII , e 
di Arrigo III re di Francia, monarca ascritto all' Are icon fra- 
ternità, la quale continua a contare tra i suoi soci gran 
parte della primaria nobiltà di Roma (1). 

Termino questa breve notizia con una osservazione , cui 
dà luogo una nota del nostro autore riguardo a papa Ales- 
sandro VI , il quale dimostrassi favorevole alla detta Compa- 
gnia. Secondo il Ruggeri, le accuse date a questo pontefice dal 
Burcardo , dal Guicciardini ed altri non sarebbero « altro che 
racconti esagerati se non forse pure e prette calunnie scritte 
per odio ovvero per spirito di parte o per lo meno senza 
critica » , e Alessandro VI essere stato di « magnanimo 
cuore » e « gran papa e gran re ». Convengo pienamente 
nella taccia d'esagerazione e di malevolenza di autori e 
contemporanei e posteriori , rigettando le laidezze che pur 
troppo imbrattano le pagine dell' Infessura e del Burcardo. 
Ma la storia del regno del Borgia non è inventata , e questo 
regno , né bello né felice per l' Italia , è stato una somma 
disgrazia per la Chiesa, coli' aver contribuito non poco a 
destare quell'opposizione la quale, pochi lustri dopo la 
morte di questo « gran papa e re », distrusse l'unità religiosa 
dell'Occidente. Invece di un'esagerazione , con siffatti giudizi 
se ne ha un'altra. Non si deve falsare la storia - la storia 
si vendica. 

Firenze , 1.° giugno 1869 

Alfredo Reumont. 



(I Journal <ia voyage de MiChei de Montuune en Italie etc. en 1580 et 158). 
Paris , 1775, Il , a pag. 37. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 131 



Hìstoire de Storte Quinte, sa vie et son pontificata par 
M. A. I. Dumesnil. Paris, 1869; un voi. in 8vo di pagi- 
ne 520. 

Le opere straordinarie, condotte da Sisto quinto', in un 
breve pontificato di poco più che cinque anni , non poterono 
non attirarsi una particolare considerazione degli storici no- 
strali e stranieri. Eletto in tempi non troppo felici al papato, 
rosi per le condizioni interne di Roma e delle provinole sog- 
gette a' pontefici , come per le relazioni della Santa Sede con 
gli esteri , Sisto quinto al rispetto ricuperato da' suoi prede- 
cessori seppe aggiungere in breve la riconquista del potere , 
migliorando l'erario , proteggendo l'agricoltura e la industria, 
purgando da' malfattori lo Stato, erigendo edificii , crescendo 
ordine e importanza alle congregazioni religiose, meditando 
crociate contro il Turco, l'Inghilterra e la Svizzera, avver- 
sando da prima e sostenendo più tardi Enrico quarto di Fran- 
cia. Onde non è maraviglia , se quel pontefice fu fatto segno 
a molteplici e discrepanti giudizii ; e se , mentre alcuni sto- 
rici dipingono in lui un uomo doppio , inflessibile e perfino 
crudele , non ne mancano di quelli, che lo magnifichino al di 
sopra de' principi contemporanei e de' papi antecessori , fino 
a stimarlo degno del culto de' santi. Più famoso tra' primi 
vuoisi reputare Gregorio Leti , adulatore e detrattore spudo- 
rato e malevolo , avvezzo a far de' libri una merce di lucro : 
merita il posto più elevato fra' secondi il Tempesti , scrittore 
languido e confuso e pur veritiero e copioso , a preferenza 
d'ogni altro, di documenti e di fatti. Alle credenze religiose 
si ispirano per lo più i giudizii di entrambi: acri nell'uno, 
cattolico da prima e poi calvinista , accozzatore di aneddoti 
e di facezie immaginarie ed insulse : benevoli nell'altro , cre- 
sciuto nel chiostro, illustrato da Sisto e, per conseguenza, 
più panigerista , che storico. 

Tanta diversità di sentire intorno ad un uomo de' più 
straordinari che abbia dato la Chiesa non isfuggì al Dume- 
snil. A lui quella doppia maniera di giudizii, derivata dal 
differente apprezzamento della condotta e dell' indole di Sisto, 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

parve peccare ugualmente di eccesso (1). Se la memoria di 
un governo viva ancora, siccome una leggenda, negli animi 
del popolo romano, e la fermezza singolare di una volontà , 
quanto energica nella direzione degli affari civili ed eccle- 
siastici, altrettanto sollecita del benessere de' sudditi e dello 
incremento dalle arti , tolgono , secondo il nuovo storico , che 
si debbano sconoscere i grandi meriti di quel sovrano pontefi- 
ce , non vuoisi però far credere , che le ampie vedute e le 
opere maravigliose condotte da lui , bastino a scusare così 
quel rigore eccessivo e talvolta anche inutile , mostrato in 
parecchie occorrenze, come quella soverchia facilità di con- 
discendere alle istanze della propria famiglia e subordinare 
la propria politica esterna a considerazioni d'interesse pura- 
mente temporale. A malgrado degli elogi smaccati e delle 
censure demolitrici, inevitabili sopra tutto quest'ultime nella 
condotta di un sovrano qualunque, rimane però sempre così 
grande la figura dell'uomo , che al Dumesnil , dopo quasi tre 
secoli e i tentativi di parecchi fra gli storici , parve ancora 
degna di studio , siccome una delle più curiose nella storia 
del romano pontificato (2). 

Il nuovo lavoro, che presenta il Peretti sotto un aspetto, 
se non nuovo, più pieno e diverso in qualche parte da quello 
delineato dagli storici precedenti , è ben lontano dall'attingere 
lume a documenti finora sconosciuti. Il rilievo della vita e 
delle gesta di quel pontefice non risulta che dal risalire, che 
vi si fa in questo libro, alle sorgenti originali; quali sono le 
azioni e le parole di Sisto , fatte manifeste per le costituzio- 
ni , i brevi, le bolle, le istruzioni ai legati ed ai nunzii, le 
conversazioni , i discorsi e le allocuzioni , tenute nei conci- 
stori dei cardinali od altrove. Giovarono a ciò , secondo che 
l'autore istesso confessa, la tavola analitica del Guerra, indi- 
spensabile a rinvenir su due piedi i documenti dei grandi 
Bollarii Magno e Romano, l'opera di Domenico Fontana sulla 
trasportazione dell' Obelisco Vaticano e sulle fabbriche di Si- 
sto e la storia , che per invito de' superiori scrisse di quel 
papa il Tempesti. A nessuno, quanto a quest'ultimo, fu dato 



l Dumesnil, Avertissement , pag. II. 
,1) Idem , loc- cit. , pag. III. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 133 

di vedere e di consultare maggior copia di documenti ; molti 
de' quali sono a' di nostri impossibili a vedersi ad un laico, 
ed altri smarriti ne' loro originali. Archivii, biblioteche, vite 
inedite di Sisto, corrispondenze epistolari di nunzi pontificii, 
di principi e di uomini del tempo, concernenti più o meno 
l'argomento, tutto fu aperto al Tempesti. In conseguenza di 
che quella storia si avvantaggiava di molto di sopra delle al- 
tre. È anzi ad essa, che il Dumesnil attinse la massima parte 
di quanto egli scrive intorno a Sisto ; è per l'elenco dei do- 
cumenti recativi nella prefazione, ch'egli potè persuadersi , 
mediante accurati raffronti, di una esattezza perfetta nelle 
citazioni (1). 

A malgrado però di tanta diligenza , non così va sempre 
la cosa in ciò che risguarda l'apprezzamento di quelle fonti. 
Non ostante ogni contraria protesta del buon Conventuale, 
basta percorrere anche per sommi capi quell'opera per cono- 
scere come l'autore , inteso a fare di Sisto non solo un uomo 
straordinario e un vero modello di papi e di principi, ma un 
santo perfetto, infallibile nel maneggio dei mondani negozii 
e dotato perfino del privilegio di operare miracoli, si giovi 
talvolta, non come si dovrebbe, di que' documenti. Membro 
di un ordine religioso , avvezzo a considerare nel Peretti una 
delle sue glorie principali, come poteva il Tempesti soffocale 
in sé stesso ogni senso di spassionata imparzialità ? Aggiun- 
gasi a tutto questo una stucchevole prolissità nel racconto, 
estesa fino alle particolari più minute, e una confusione di 
fatti e d' idee le più disparate , frammisti e intrecciati gli uni 
alle altre senz'alcun ordine logico e non contribuenti ad altro, 
che a stancare l'attenzione del lettore , cui torna quasi im- 
possibile a ricordare e a ordinare nella mente gli avvenimenti 
principali. Può dirsi anzi senza tema di errare , che l'assidua 
fermezza di osservare in tutto e per tutto l'ordine cronologico 
non riesca nel Tempesti, che a scapito dell'ordine logico e di 
quella meditata chiarezza , che è pur una delle doti principali 
di uno storico. 

È per questo, che l'autore della nuova storia di Sisto, an- 
corché non lasci di tributare i debiti encomii al Tempesti , 
pure ha sentito il bisogno d' indirizzare e svolgere altrimenti 

(1) Dumesnil , loc. cit. , pag IV. 



134 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

l'economia del suo libro. Al che , oltre alle discorse conside- 
razioni , lo indusse sopra tutto la natura del soggetto, di cui 
si propose di narrare le gesta. Se la confusione è diffìcile a 
evitare in una istoria qualsiasi, chi non vede, come essa si 
aumenti nell'esporre la storia di un sovrano pontefice, dove 
si congiungono in una istessa mano e si esercitano ad un 
tempo in argomenti affatto differenti ed opposti i due distinti 
governi , temporale e spirituale ? E siffatte difficoltà non si 
accrescono d'altra parte per quelle molteplici relazioni con 
l'estero , che pur costituiscono una parte essenziale e impor- 
tantissima nelle attribuzioni del capo della Chiesa Catto- 
lica ? (1) 

Ben fece pertanto l'autore , se , ad agevolare l'ordine e la 
chiarezza del racconto , che dopo la ricerca del vero vuol 
essere , come si è detto , la dote principale delle storiche 
elucubrazioni , divise la sua storia in tante parti , quanti sono 
gli offici diversi , dipendenti dal doppio potere di un sovrano 
pontefice. Onde è, che la vita di Sisto dalla nascita alla esal- 
tazione al pontificato , il governo temporale delle provincie 
soggette alla santa sede , l'esercizio del potere spirituale , la 
politica con gli stati esteri , la storia e la descrizione dei 
monumenti di ogni maniera , fatti elevare da quel pontefice 
in Roma ed altrove, porsero argomento a cinque libri distinti. 
È anzi per questa ben ragionata partizione . che l'opera del 
Dumesnil, senza invertire punto l'ordine cronologico, supera 
di gran lunga il lavoro del Tempesti ; potendosi così seguire 
più agevolmente i fatti presentati in un medesimo ordine 
d' idee, e non perdere a un tempo il filo delle negoziazioni, 
che son pur degne di tanta considerazione nella vita di Si- 
sto (2). Giacché è pur forza confessare, che questo pontefice 
ebbe parte ad avvenimenti così straordinarii , che influirono 
grandemente sugli ultimi anni del secolo decimo settimo. 

Questi vantaggi, derivanti dalla economia dell'intero la- 
voro e dalla chiarezza della esposizione, vanno però ben lon- 
tani dal far che la storia del Dumesnil si differenzi anche 
sostanzialmente da quella del Tempesti. Giova dir franca- 
mente, che la tavola analitica del Guerra, indispensabile a 



(^ r>tiMES\n, , loc. cit. , pag. V. 
2 Idem , loc cil , pag. VI. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 135 

rinvenir i documenti contenuti nei Bollari Magno e Romano, 
poco poteva somministrare, che fosse per lo avanti scono- 
sciuto. Delle bolle pertanto , che tradotte per intero , o citate 
inserisce il francese nell'opera sua, ben poche rimasero non 
riferite o non accennate dal Tempesti. Può dirsi che di 
sfuggite alla diligenza di quest'ultimo non vi sieno che la 
bolla intesa a frenare il lusso de' Romani (1) , e un'altra in- 
dirizzata al Fontana, architetto di Sisto (2), oltre le citate 
sopra l'acquisto di una casa ad uso di prigione (3), a favore 
degli Ebrei (4), contro la vendita di beni stabili a stranie- 
ri (5), e l'appigionamento dei poderi della campagna romana 
per un tempo ulteriore a tre anni (6). Vuoisi più tosto os- 
servare, che dalle bolle, recate o citate anche dal Tempesti , 
sa il Dumesnil trarre argomento a discorrere con maggior 
precisione intorno al governo di Sisto (7) , alla rettificazione 
di alcune date (8) , e alla fabbrica della cupola di San Pie- 
tro (9). 

Più larga copia di notizie sa trarre invece dal Fontana , 
intorno a ciò che concerne i monumenti di arte , fatti erigere 
da Sisto. Dietro i lumi di quel rinomato architetto potè il 
Dumesnil amplificare le particolarità recate dal Tempesti in- 
torno alla cupola di San Pietro (10), al trasporto degli obeli- 
schi (11) e specialmente di quello eretto nella Piazza del Po- 
polo (12) , intorno alla loggia , al palazzo , alla piazza e 
all'obelisco di San Giovanni Laterano (13), all'aggrandimento 
del palazzo e della piazza di Monte Cavallo (14), e al tra- 
sporto de' cavalli del Coliseo (15). Dal Fontana non gli venne 

(1) Dumesnil, Liv. II, Ch. Vili , pag. 127. 

(2) Idem , Liv. V, Ch. XVII, pag. 349. 

(3) Idem , Liv. II , Ch Vili , pag. 432. 

(4) Idem, Liv. [I, Ch. V, pag. -103. 

(5) Idem , loc. cit. , pag. 99. 

(6) Idem , loc. cit. 

(7) Idem. Liv. HI, Ch. III. 

(8) Idem, Liv. II, Ch. Vili. 

(9) Idem, Liv. V, Ch. XVI, pag. 329, e seg. 
(IO) Idem, Liv. V, Ch. XVI. 

(41) Idem, loc. cit. , Ch. XVII. 

(12) Idem, loc. cit., Ch. XIX, pag. 441. 

(13) Idem, loc. cit, pag. 435 e seg. 

(14) Idem, Liv. V, Ch. XXII, pag. 497. 

(15) Idem, loc. cit. 



136 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

anzi difetto di notizie intorno ad opere e a monumenti sfug- 
giti alla esattezza del Tempesti. Tali sono le acque condotte 
da sei miglia a Civitavecchia (1) , il racconto particolareg- 
giato della costruzione , riparazione e abbellimento del palaz- 
zo Vaticano (2) e della porta grande del palazzo della Can- 
celleria (3) , e il cenno da ultimo intorno al ristauro della 
chiesa di Santa Sabina (4). 

Non molto resta a dire intorno all'apprezzamento di alcuni 
documenti e di alcune asserzioni dei cronisti contemporanei. 
Vero è che il Dumesnil sembra talvolta scostarsi alcun poco 
dai giudizii del Tempesti; ma è forza confessare , che ciò non 
avviene in cosa di grave importanza. Se v' ha disparità di 
vedere in argomento di qualche rilievo , questa è in ciò che 
concerne il contegno di Sisto ancor cardinale dopo la tragica 
avventura del nipote Francesco Peretti. Quella calma imper- 
turbabile col duca di Bracciano , attribuita dal Tempesti ad 
un eccesso di clemenza e di generosità, assume ben altro 
aspetto all'occhio del nuovo istorico, che deriva i suoi giu- 
dizii dal carattere del cardinal di Montalto e dai provvedi- 
menti presi da lui appena innalzato alla tiara. Essa non è 
nell'offeso, che una dissimulazione di risentimento profondo 
e un atto di scaltra politica affine di evitare un numero 
maggiore d' invidiosi e d' inimici nel sacro collegio ; non è 
che una repressione di un grave dolore e la dilazione di una 
pena indispensabile a un tempo, in cui sperava riuscire tanto 
potente da trionfare di tutti gli ostacoli. Ciò che fin dai 
tempi di Sisto era stato avvertito da Antonio Maria Graziani, 
quando scrisse avere il Montalto represso lo sdegno per non 
incontrare nelle inimicizie di un uomo facinoroso e prepo- 
tente che poteva stornargli il conseguimento del sommo 
pontificato. Eum honorem si obliquando esset adeptus , tum 
facilem sibi futuram vindictam: interea voranda omnia 
dissi mulandaque esse rebatur (5). 

Se nel complesso della storia di Sisto si giova il Dume- 
snil delle opere del Guerra, del Tempesti e del Fontana, non 

(\) Dumesnil, Liv. II, Ch. VI, pag HO. 

(2) Idem, Liv. V, Ch. XXII, pag. 501. 

$) Idem, loc. cit. , pag. 507. 

(4) Idem, Lib. V, Ch. XXII, pag. 510- 

(5) Idem, Liv. I, Ch. I, pag. 27. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 137 

è però a credere, che in alcune cose, che noi chiameremo 
più che altro accessorii , lasciasse egli di attingere all'uopo 
agli storici contemporanei, o posteriori. È anzi per siffatto 
modo , che con gli Studi statistici su Roma del Conte di 
Tournon descrive più ampiamente e con maggior precisione, 
che non il Tempesti, la carestia del 1586, e porge nuovi 
lumi sulle Annone frumentaria J olearia e della grascia, 
istituite da Sisto a fine di mantenere il buon mercato nel 
grano ed altre merci alimentarie (1). Con la scorta del 
giornale di Enrico III , Enrico IV e Luigi XIII del signor 
De 1' Estoiles dà nozioni sulla protesta del Parlamento dei 
Pari contro la scomunica fulminata da Sisto su Enrico di 
Navarra e il principe di Condè (2). Non altrimenti si giova 
talvolta degli scritti sulla letteratura o sulle arti per ampli- 
ficare la storia della libreria Vaticana (3) ; accresce col 
Nibby le notizie su parecchi ediflzii di Roma; raccoglie da altri 
quanto riguarda il Settizonio , fatto demolire da Sisto (4) , e 
non ricordato neppure dal Tempesti. 

Né il lavoro del Dumesnil restringesi a ciò che concerne 
propriamente la storia di Sisto. Le innovazioni, le riforme e 
le opere molteplici su monumenti antichissimi, compiute du- 
rante quel pontificato , traggono naturalmente a risalire con 
notizie, se non sempre necessarie, per lo meno interessanti, 
a tempi più o meno lontani. A differenza pertanto del Tem- 
pesti, che ben rare volte e per lo più assai in succinto esce 
da ciò che risguarda il suo protagonista , si fa il Dumesnil a 
ricordare molte di quelle cose, che, non estranee affatto 
all'argomento , destano curiosità e recano a un tempo diletto 
al lettore. Quindi è , che prima di esporre , dietro la scorta 
del Tempesti, lo stato di Roma e delle Provincie soggette alla 
Santa Sede , esordisce col descrivere a larghi tocchi l'origine 
prima , il successivo ampliamento e le parecchie vicende del 
dominio temporale de' papi, discendendo poscia a determinare 
per confini geografici le terre , ond'esso costituivasi a' tempi 



(1) Dumesnil, Liv. II, Ch. V, pag. 91 , e seg. 
\% Idem, Liv. IV, Ch. XV, pag. 200. 

(3) Idem, Liv. V, Ch. XVIII , pag. 383 e seg. 

(4) Idem, Liv. V, Ch. XXI, pag. 579 e seg. 
Arch. St. Ital., 3." Serie, T. X , P. I. 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di Sisto (1). Sull'autorità dei due Plinii, di Frontino, di Mar- 
ziale , Nibby, Lalande , Tournon e d'altri antichi e moderni 
conduce con pari dottrina la storia delle paludi Pontine (2) 
e delle acque di Roma (3) dall'età più remote a' tempi di Si- 
sto , avvertendo con rapidità e precisione quali e quante cure 
vi profondessero imperatori e pontefici. Valendosi all'uopo 
degli scritti di Plinio il seniore, di Ammiano Marcellino, di 
Strabone , di Champollion , di Nibby e di altri, discorre in 
ugual modo degli obelischi (4) ; tocca ampiamente delle vi- 
cende delle colonne Traiana e Antonina (5), e sul ristauro 
di quest'ultima reca notizie e iscrizioni sfuggite al Tempe- 
sti. Così occorrendogli di parlare del numero de' cardinali 
fissato da Sisto alle elezioni de' papi, coglie volentieri occa- 
sione di accennare l'origine, le vicissitudini e le variazioni, 
toccate in processo di tempo dal sacro collegio (6). 

Non altro è l'ordine, la chiarezza d'esposizione e la copia 
de' fatti , onde vuol essere commendata la nuova storia di Sisto; 
tantoché, mentre dalla lettura del Tempesti non può discom- 
pagnarsi la noia , in quella del Dumesnil si rinviene invece 
interesse e diletto. Al che cresce pregio non piccolo quella 
destrezza di stringere talvolta in poco ciò che il Tempesti espone 
in una lunga e stucchevole narrazione ; e più ancora quella im- 
pronta d' imparzialità, che, a quanto ci pare, si rivela netta 
e spiccante da capo a fondo dell'opera. Onde ci è grato poter 
credere lontana da ogni sentimento di affettazione la sentenza 
del De Thou , con che piace al Dumesnil di suggellare la 
prefazione all'opera sua. « Comunque si pensi o dica del mio 
« lavoro , oso affermare , che io ho recato in questa fatica 
« una sincerità senza eccezione, e che l'odio e l'adulazione 
« non hanno potuto far velo alla verità ». 

Bernardo Morsolin. 

(1) Dumesnil, Liv. II, Ch III, pag. 55 e seg. 

(2) Idem, Liv. II, Ch. VII, pag. 4U. 

(3) Idem, Liv. V, Ch. XX, pag. 445. 

(4) Idem, Liv. V, Ch. XVII, pag. 332. 

(5) Idem, Liv. V, Ch. XXI, pag. 469. 

(6) Idem, Liv. HI, Ch. L\ , pag 439. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 139 



Ioseph II und Katherine* von Russia: ihr Briefwechsel 
herausgegeben von Alfred Ritter von Arneth. - 
Wien, 1869. 

Forse non dimenticarono i lettori che, in questo Archivio (1), 
parlammo di Giuseppe II a proposito della sua moglie Isabella 
di Parma. Di riparlarne or ci porge occasione il consigliere 
aulico d'Arneth. È noto come questo valente conservatore del- 
l'archivio imperiale di Vienna abbia pubblicato documenti 
preziosi sul principe Eugenio di Savoia, e su Maria Teresa, 
della quale illustra il regno. Singoiar rumore levò la corri- 
spondenza ch'egli stampò fra Maria Antonietta, Giuseppe II 
e Leopoldo II, la quale convinse di false tant'altre lettere 
che in Francia erano state date come di quella infelice e ca- 
lunniata regina, la quale non potrebb'essere conosciuta e giu- 
dicata se non dopo esaminato questo suo carteggio. Ora il 
cavaliere d'Arneth mette fuori la corrispondenza fra Giusep- 
pe II e Caterina di Russia, che comincia nel 1774 e va fino 
alla morte di esso Giuseppe, il quale, già in agonia, il 16 apri- 
le 1790 le scriveva una lettera, che il Kaunitz trovava « un 
chef d'oeuvre relativement au fond, non moins qu'au moment 
auquelle elle a été dietée ». 

Tali date mostrano che non vi si devono cercare noti- 
zie intorno a quel gran misfatto politico, che incoraggiò a 
tant'altri la nostra età, lo sbrano della Polonia. I due 
regnanti si scrivono con un'espansione, che non siamo soliti 
riconoscere ne' carteggi principeschi : eransi conosciuti per- 
sonalmente : aveano fatto insieme quel viaggio in Crimea , 
così famoso in quel tempo, e dove erasi sfoggiata in supremo 
grado quell'adulazione che i ministri sanno procurare ai re- 
gnanti nelle visite pomposamente inutili. Anzi di questo viag- 
gio abbiamo qui in appendice la descrizione, che Giuseppe ne 
faceva man mano al maresciallo conte Luscy nel 1787. 

Tutto il carteggio è in francese, e troviamo che anche 
Caterina scriveva abbastanza corretto (altrove notammo quanto 

(1) Serie terza , T. VII, P. II. 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

anche i grandi peccassero contro l'ortografia) e con carattere 
regolare. Già si supporrà che Giuseppe non risparmiasse alla 
czarina le blandizie, le quali, se ad ogni donna si fanno, vie- 
più convenivano a quella, adulata dai filosofisti francesi fino 
alla viltà, fino a rinnegar le glorie patrie, e assicurare il mondo 
che ormai la luce sarebbe venuta dal Settentrione. Si direbbe 
anzi che le lettere di Giuseppe fossero dettate col cuore , se 
non avessimo un suo viglietto a Kaunitz, siffatto : « Voilà 
ma lettre à l' imperatrice. Il faut savoir qu'on a à faire avec 
une femme, qui ne se soucie que d'elle, et pas plus de la 
Russie que moi: ainsi il faut la chatouiller. Sa vanite estson 
idole: un bonheur enragé et l'hommage outré et à l'ènvie de 
toute l'Europe l'ont gatée. Il faut dejà hurler avec les loups: 
pour que le bien se fasse, il importe peu de la forme sous 
la quelle on l'obtient ». 

Veramente non potrebbe dirsi qual bene ottenesse l'impe- 
ratore dalla czarina; corbellavano insieme i potentati d'allora, 
e massimamente il Turco ; davansi pareri ; godevano al 
conflitto dell'America come a depressione per l' Inghilterra , 
non accorgendosi ch'era un'aurora pel mondo: della rivolu- 
zione francese non presentivano la gravezza. 

Un avvenimento importante non solo per l'Italia fu il 
viaggio di Pio VI a Vienna, cantato dagli uni col titolo di 
Pellegrino Apostolico, dato da altri come segno del deca- 
dimento dell'autorità dei papi, costretti a recarsi alla corte 
di quegli imperadori germanici, che altre volte essi citavano 
a venir a' loro piedi. Che Caterina, papa com'è (1), beffasse 
l'altro papa non è meraviglia, ma stomaca il tono leggero 
con cui trattano quest'avvenimento i due corrispondenti. 

Il 12gennajol772 (stile russo), Caterina scriveva a Giuseppe: 

« La resolution de Pie VI de venir ici comme pour traiter à 
bouche avec V. M. I., en verité lui fait honneur, quoiqu'il 
n'y gagnera rien. Je souhaite qu'il Lui apporte les clefs de 
Rome, et qu'il Lui propose de chasser les ennemis du nom 
chrétien de 1' Europe ». 



(1) Il Sinodo fa questo giuramento : Confiteor et jurejurando assevero su- 
premum hujus Collegii judicem esse ipsum totius Russiae monarcham , domi- 
num nostrum clementissimum. 



RASSEGNA LI ELIOGRAFICA 141 

Giuseppe rispondeva il 19 febbraio : 

« Pour moi j'attends encore la décision du Saint Pére pour 
savoir si effectivement j'aurai l' honneur de le voir Lei. Il 
parait jusqu'à présent très decide à exécuter ce projet, et à 
se donner par là une célébrité dans l'iiistoire, à laquelle il 
ne se sent pas de moyens plus faciles de parvenir. Ce n'est 
pas le projet de chasser les ennemis du nom chrétien de l'Europe 
qui le met en mouvement; c'est le revenu de sa daterie, que 
la guerre fait aux abus expose à un grand vide. Ce n'est jamais 
du clief visible de 1' Église latine que j'attends une proposi- 
tion pareille, mais bien de celle qui est à la tète de l'Église 
d'Orient; aux étendards et à l'appel de la quelle je serai 
toujours prèt de me ranger ». 

E Caterina all' 11 marzo: 

« Puisque le pape ne traitera que de l'intérèt de sa date- 
rie, et non de ceux de la chrétieneté , j'espère que, pour le 
bien de cette mème daterie, V. M I. , raccourcira la durée 
du séjour de S. S. à Vienne ». 

E al 31 : 

« Je n'envie point à V. M. I. le rare avantage dont Elle 
jouit présentement d'ètre logée porte à porte avec Pie VI. Pour 
parler franchement, je voudrais savoir le pape hors de Vienne. 
Je ne sais pourquoi je ne puis penser sans une sorte d' in- 
quietude à ce séjour. Un prètre italien pour tous ceux qui ne 
sont pas catholiques est un objet d' une sorte d'apréhension. 
Je n'en aurais assurèment aucune à voir V. M. I. aux portes 
du Capitole. En troisième entre Elle et le Saint Pére comme 
V. M. I. me fait 1' honneur de m'y introduire (1), je ne pour- 
rais parler au pape que selon les principes de l'Église gre- 
cque , avec lesquelsje l'ennuyerais si fort, qu'il s'en retour- 
nerait bien vite à Rome, et la faute en tomberait sur moi, 
qui suis en possession d'ailleurs de son éxeomunication, mal- 
gré la quelle je me porte à merveille ». 

E il 9/20 maggio: 

« Sachant le pape parti de Vienne, que V. M. I. me per- 
mette de Lui en faire mon compliment sincère. Elle en aura 
recu tout plein des àmes dévotes sur l'arrivée du Pontife , mais 

(1) Ciò allude a una lettera che non si ha. 



142 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

qu'Elle me permette de me réjouir de le voir délivrée d'un 
fardeau, qui me pésait à moi par F intérèt vif que je prends 
à tout ce qui la regarde; et Fon a beau dire, un prètre comme 
celui-la est un meublé incommode ». 

Viepiù sconveniente è la risposta di Giuseppe II, il primo 
giugno : 

« L' intérèt, j'ose dire l'amitié, avec laquelle Elle s'est plue 
de s'exprimer au sujet du Pontife, prètre italien qui m'apésé 
de sa visite, a excité en moi la plus vive réconnaissance ; 
mais ce sentiment A A ous est si dù et connu de ma part, que 
je n'osais point, sans avoir d'autres objets plus intèressants à 
mander à V. M. I. Fen ennuyer. Le Pape n'a rien obtenu d'essen- 
tiel. J'ai pourtant tàché de trouver moyen de le traiter de facon 
d'eviter tout éclat et brouillerie. Il a mème dù me donner un té- 
moignage public et par écrit de l'état solide dans lequel il avait 
trouvé ma religion et celle de mes peuples. J'avouerai néam- 
moins sincèrement à V. M. I. que les trois heures par jour 
que je passais régulièrmement à dèraisonner de théologie 
avec lui, et sur des objets sur lesquels nous disions souvent 
chacun des mots sans les comprendre (1), il arrivait que 
nous restions souvent muets à nous regarder , comme pour 
nous dire que nous n'y entendions rien ni Fun ni Fautre , 
mais cela était fatiguant et odieux. » Così un austriaco trat- 
tava un principe italiano , e il papa della cattolicità. 

È noto che nel 1784 Giuseppe II viaggiò in Italia. Ne parla 
nelle sue lettere a Caterina, ma nulla di rilevante. Il 6 aprile 
scriveale ; « Malgrado la stagione, straordinariamente rigida 
quest'anno, il mio viaggio fu felice, e perfetta la salute. Ebbi 
il contento di rivedere tutta la mia famiglia stabilita in Ita- 
lia , e 28 nipoti e nipotesse. Mi son accordato col granduca 
mio fratello che quest'estate mi condurrà a Vienna il suo 
primogenito, dove finirà la sua educazione sotto i miei occhi : 
non è un piccol peso che m' indosso , ma io non miro che al 
bene della mia patria, e mi pare esiga questa risoluzione ». 

Ed essa gli risponde : « La risoluzione che prese di com- 
pier a Vienna l'educazione di suo nipote non potrà ch'essere 
generalmente applaudita. Il modello augusto che questo prin- 

(1) (Ionie mai, se non traltavasi clic d'affari di dateria? 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 143 

cipe avrà sempre sott'occhio, non mancherà di far germo- 
gliare nel suo spirito e nel suo cuore principi atti a renderlo 
degno di compiere un giorno la sua gran destinazione ». 

Ognuno sa che l'allievo fu Francesco I. 

Vengono poi gl'intrighi per l'Olanda e per la Baviera da 
una parte, per la Turchia dall'altra, e le comuni gelosie con- 
tro la Francia e la Prussia, nemica dell'Austria sempre, ec- 
cetto il tempo della santa alleanza. Neppure fra i due corri- 
spondenti le cose passarono sempre amichevoli: ma l'intervento 
del ministro Kaunitz tolse di mezzo i dissensi. « V. M. (scri- 
veva Kaunitz a Giuseppe) ha saputo farsi di questa prin- 
cipessa un'amica personale : saprà conservarsela : e poiché 
essa è d'un carattere da cui si ponno aspettare grandi e vi- 
gorose determinazioni, chi sa qual partito noi potremo trar- 
ne ancora, se il tempo e le circostanze ci secondassero! » 

Il sig. Arneth pose a questa pubblicazione le cure diligen- 
tissime che gli sono proprie, aggiungendo note opportune, e 
riscontri e risposte, dedotti da altri carteggi che la sua posi- 
zione gli mette sotto la mano. 

Poscripta. 

Il signor D' Arneth , oltre quelle del signor Feuillet 
de Conches , rivelò altre finzioni o soperchierie librarie. 
Dal 1811 al 1819 il signor Sutori pubblicò in 8 volumi, alla 
libreria Cotta , una Collezione di scritti politici lasciati dal 
principe Eugenio di Savoia. Ebbene, tutti o quasi tutti sono 
falsi; come falsi molti aneddoti relativi a quel gran capitano, 
accettati anche nelle biografie più reputate, come quelle del 
Maurillon (Lipsia, 1770) e del Kausler (Friburgo, 1838). Ciò 
mostra il signor D' Arneth nella sua Vita del principe Eugenio: 
ma più importante è quanto si riferisce a Giuseppe II. Brock- 
haus di Lipsia pubblicò nel 1821 , poi nel 1822 e nel 184G 
una raccolta di 50 lettere di questo imperatore, con introduzione 
del famoso liberale Francesco Schuselka. Sono false. Tra 
queste, una diretta nel 1781 al cardinale Herzan, suo mini- 
stro plenipotenziaro a Roma, fu molto citata negli ultimi 
tempi , per mostrare i sentimenti e la condotta di Giuseppe II 
negli affari religiosi, e verso i frati, il clero secolare, la corte 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

romana. Sebastiano Brunner , nel 1868 stampò a Vienna 
i" Servidori teologici della corte dì Giuseppe II ( Die theolo- 
gische Dienersschaft am Hofe Ioseph's II), e pose in dubbio 
quella lettera, ne interpellò il signor D 7 Arneth, che tolse al- 
lora in esame la pubblicazione del Brockhaus , e si convinse 
che quelle lettere repugnavano per data, per stile, per senso 
colle vere, esistenti nell'archivio di Corte, e pubblicate da 
esso , di autenticità indubitata. Bisognava dunque cessare di 
citar come propri di Giuseppe II i giudizi che, in quella rac- 
colta, sono proferiti sopra l'aristocrazia, il duello, i gesuiti, 
lo sbrano della Polonia, gli Ungheresi, ec. 

Fra le lettere pubblicate dal D' Arneth è notevolissima 
quella che Giuseppe II lasciò a Maria Antonietta partendo da 
Versailles il 29 maggio 1777. È una specie di paterna, ove le 
espone i doveri di moglie e di regina; le raccomanda un com- 
porto più contegnoso ; maggior cautela nella scelta delle ami- 
cizie ; non avventurarsi a giuochi d'azzardo ; non le passeg- 
giate a cavallo; non comparire ai balli mascherati in teatro; 
non secondar l' inclinazione alla maldicenza , e a mettere in 
ridicolo chi la avvicina; non moltiplicare le raccomandazioni; 
in chiesa aver un contegno da regina; conservare l'accordo fra 
le persone della famiglia reale ; serbare ordine nelle spese ; 
legger buoni libri. Su ciò principalmente insiste, e « Sevi 
vedrò farlo, crederò quasi stabilita la felicità della vita vo- 
stra , quanto ne ho tremato fin qua : perchè così non potrà 
andare alla lunga: e la rivoluzione sarà crudele, se voi non 
la preparate ». C. Cantù. 



Spirito della Storia d' Italia; Discorsi VI per Filippo Per- 
fetti. Prato, 1868. ► 

Filippo Perfetti professore all'università di Perugia , con- 
siderando come gli sforzi de' filosofi del secolo nostro di ri- 
durre i documenti della storia a fatti scientifici, per svelare 
la storia dell'umanità e comporre la filosofia della storia , 
spesso falliscono per insufficienza di studio e di critica de' fatti 
positivi , si propose di rimediare al difetto , ed usando il me- 
todo sperimentale , e pigliando a trattare la storia a parte 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 145 

a parte , cioè pigliandone solo lo spazio da poter coltivare 
accuratamente. E ci venne innanzi con sei discorsi, estesi 
solo a breve volume, e ricercanti la storia politica d'Italia 
nel medio evo , e ne' tempi moderni. Se poi gli riesce la prova 
ha in animo di compire il ciclo con discorsi sulla storia ro- 
mana , sul cristianesimo, sulle lettere italiane. 

Il popolo italiano fece e scrisse più storie che ogni altro, 
quindi egli dovrebbe essere disposto alla filosofia della storia 
meglio d'ogni altro. Tanta capacità manifestossi infatti per 
Tacito . per Machiavelli , per Guicciardini , per Sarpi , per 
Vico , per Giannone , per Denina , per Romagnosi , per Cat- 
taneo , per Ferrari. Vico sarebbbe stato filosofo della storia 
per eccellenza , se avesse posseduto copia sufficiente di fatti 
da speculare , da criticare. Ma forse la mole soverchia dei 
documenti gli avrebbe stancata la mente , scemata la luci- 
dezza del giudizio. Dopo Vico un mondo nuovo di fatti fu di- 
svelato , per le età della pietra e del bronzo , per le speciali 
civiltà degli Egizi , de' Fenici, degli Aztechi , de' Cinesi , per 
la letteratura vedica e Zenda , per quella dell'Edda. Ognuno 
di questi rivi nuovi di storia venne ricercato partitamente 
e preparato dalla critica per le foratole scientifiche. Ma ad 
abbracciare l'immenso àmbito nello spazio e nel tempo, a re- 
care giudizio profondo , limpido , sicuro , come quello di 
Vico ne' parchi suoi materiali , si vuole non solo mente po- 
derosa assai , ma tempo lunghissimo. Noi abbiamo bisogno 
di un Cosmos della storia, simile a quello che Humboldt com- 
pose pei fenomeni naturali. 

Non sarà sfuggito al Perfetti che i progressi degli studi 
vogliono prima lavori analitici , empirici , indi sintesi retti- 
ficanti le analisi , mano mano che queste sintesi diventano 
più complesse. Onde noi veniamo sempre rifacendoli processo 
della storia perchè la contempliamo da altezze maggiori ogno- 
ra. Ora si rinnovano sempre le storie della Grecia, di Roma, 
dei Barbari, non tanto per documenti nuovi scoperti, quanto 
per nuovi criteri addotti da più vaste e complesse compara- 
zioni , da nuovi bisogni e teoremi sociali. 

Se la insufficienza di fatti minuti fece delirare il potente 
intelletto di Hegel , altri può scostarsi da quella vera filoso- 
fia della storia, che rintraccia le vie dell'umanità, quando 
Argii. St. Ini.., 3." Serie, T. X, P. I. 49 



146 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pigli ad indagare solo un ramo della storia. Questa filo- 
sofia, come quella delle scienze, si t'orma da sé mano mano 
inavvertitamente , e si prepara collo studio sottile dei fatti 
appurati , e colla tranquilla e grave critica loro. In tali il- 
lustrazioni si desiderano più che ragionamenti, schiere di 
fatti bene ordinati. Perchè senza quelli , i ragionamenti mo- 
bilissimi si accomodano alle teorie preconcette , ai partiti , 
ai desiderii , alle passioni dello scrittore , che spesso non se 
n'avvede. Onde assistiamo continuamente al battagliare vano 
de' filosofanti sulla storia , tra i quali non possiamo decide- 
re. Allora sentiamo essere preferibile l'umile , ma cauta 
filosofia del Muratori. 

I discorsi del Perfetti scendono dall'alto , curano poco di 
persuadere ai lettori con ordini severi di fatti quelle con- 
vinzioni che entrarono nella mente di lui ; laonde taluno ci 
può sospettare que' difetti che egli volle corrèggere in altri. 
Ma bene esaminandoli questi discorsi , si vede che il profes- 
sore è nutrito di vasti studi , e che criticando da regioni 
elevate , ha sentenze peregrine , degne delle buone tradizioni 
italiane. 

È notevole nel primo discorso del Perfetti la genesi della 
nuova civiltà fondata su l'eguaglianza e l'industria, ad onta 
dell' ingerenza del nuovo elemento barbarico tutto guerre- 
sco. Perchè questo elemento comprese e rispettò 1' im- 
portanza del greco-romano, onde il castello non temette mai 
l'umile bottega e permise che alla lunga diventasse più forte 
delle sue torri merlate. Se qui lo scrittore avesse notato 
come coloro , che noi diciamo barbari settentrionali , aveano 
bande volontarie di ventura , che ordinate a repubblica mi- 
litare venivano assoldate dagli imperatori romani , e che per 
tal modo mentre si educarono romanamente , compirono una 
occupazione , non una conquista di alcune Provincie romane 
per cavarne larghi e stabili stipendi o tributi , avrebbe tro- 
vato più semplice e facile la fusione. Quella che egli e molti 
altri vantano indipendenza personale germanica, per oppo- 
sizione alla patria urbana greco-romana , era mobilità mili- 
tare. Il vassallo nel feudalismo era schiavo quasi del signore 
non legato ad una patria territoriale , del resto era libero. 
Cos'i erano le bande militari barbariche. La libertà loro non 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 147 

era urbana, civile , personale , ma militare ; libertà apparente 
per un rispetto , semiservitù con omaggio d'altra parte. 

Ne piacQ vedere nel Perfetti evitato il luogo comune che 
attribuisce al cristianesimo l'abolizione della schiavitù , la 
nobilitazione della donna , lo spiritualismo della vita. 11 pre- 
gio sommo del cristianesimo , egli dice , è di avere suscitata 
nell'uomo una coscienza religiosa e morale , che non si è po- 
tuta né offuscare , né contentar mai. Nota come ne' padri 
del iv secolo non trovasi neppure la libertà di coscienza in- 
vocata dai cristiani primitivi , e che col solo fomento del 
cristianesimo bisantino non sarebbe sorta la civiltà moderna. 

È giusta la di lui osservazione che Y impero romano fu 
una necessità, che anche uomini mediocri l'avrebbero potuto 
stabilire , onde l'aristocrazia repubblicana , ad onta di tanti 
vizi dell' impero , di immani scelleratezze di pazzi imperatori 
non seppe ristabilire la repubblica. Durava l' impero , come 
si regge il papato , indipendentemente dalle qualità del capo. 
L' impero stette , perchè si andò trasformando da civile 
in militare con forme repubblicane dove il senato controbi- 
lanciava la milizia. 

Assai bene il nostro scrittore ne dipinge il contrasto dei 
vaccari a cavallo nella Campagna romana, e degli agricoltori 
gentili dell'Appennino. I pastori discendenti dagli schiavi man- 
dati col bestiame , quando i latifondi romani rovinarono l'agri- 
coltura , i castellani avanzi delle antiche popolazioni libere. 
Questi pastori diventarono gli alleati naturali d'ogni barbaro 
che invadesse l' Italia , aperta facilmente ad ogni audace ar- 
mato. Perchè vinte le poche milizie de' dominanti , tutto era 
aperto , come poscia accadde alle invasioni de' Saraceni dal 
mezzodì. 

Come i barbari giovaronsi delle arti romane , accolsero 
anche il cristianesimo , religione più ricca , e taumaturga 
della loro. Ma lo accomodarono alla propria indole; onde, 
bene osserva l'autore, non comprende la storia chi crede che 
il cristianesimo teologico e ascetico fosse quello che tanto 
potette su i barbari. 

Nel Perfetti scevro da pregiudizi tradizionali, ne spiace il 
cenno delle indoli speciali de' Germani , de' popoli Caucasei , 
quasi sieno qualità innate, fatali. Invece ci compiaciamo sen- 



148 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tenclolo porre chiaramente alcuni quesiti della storia d' Italia 
L'Italia, egli dice , non è stata mai conquistata che col fa- 
vore e l'aiuto degli Italiani. Perchè , ciò essendo , 1' Italia non 
è mai pervenuta a discacciare lo straniero mediante la pro- 
pria virtù? La storia d' Italia, continua, è la storia di una 
nazione fiacca , infelice , incerta del suo avvenire anche in 
mezzo allo splendore di una meravigliosa civiltà ; è la sto- 
ria d'una nazione che non sa per molti secoli né deporre 
una immortale speranza, né reintegrarla con uno sforzo ener- 
gico, prolungato, invincibile. 

Qui lo scrittore mostrò poca severità di filosofia storica. 
A giudicare V Italia antica e media dall'attuale non si coglie 
nel vero. Ci accostammo all'unità politica ed esclusiva na- 
zionale, ora soltanto che ne venne meno la fede nel dogma 
del diritto divino. L' Italia ne' secoli passati stimava assai 
più il papato e l'impero da essa creati, e che abbracciavano 
o doveano abbracciare l'intera umanità, e radicati a Roma, 
che il piccolo regno a quelli subordinato , anche se avesse 
potuto comprendere tutti i vernacoli d' Italia. Gli Italiani 
praticamente erano repubblicani federali per il benessere , per 
l'istinto dello sviluppo, per la tradizione della città, teori- 
camente aveano piena la mente dell'impero e del papato loro 
gloria e proprietà. Non miravano quindi , né potevano ten- 
dere ad altro che a conciliare le repubbliche coli' impero e 
col papato. Per loro le signorie, i ducati , i regni erano ne- 
cessità passeggiere , presupponevano la repubblica, mantenuta 
in germe ne' Comuni. Ora che la teoria del papato e dell'im- 
pero è spenta , non cessò quella delle città federali , che esi- 
steva pria dell' Impero e del cristianesimo. 

Il Perfetti incomincia la storia moderna d'Italia dall'inva- 
sione de' Longobardi nel sesto secolo , quando la popolazione 
di questa nazione era ridotta a circa quattro milioni , e la 
desolazione era al massimo grado. Pi que' quattro milioni, 
solo un ventesimo, o duecentomila, stima potersi dire indigeni 
allora. I Longobardi predominarono solo nell' Italia setten- 
trionale , come poscia i Normanni solo nella meridionale , e 
questo fatto s'aggiunse agli antecedenti per alimentare le di- 
visioni d'Italia fuori delle idee dell'impero e del papato. Il 
popolo industriale e commerciale d! Italia praticamente man- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 149 

teneva intime casalinghe corrispondenze che riassumevansi 
da Venezia, ma queste non sono abbastanza studiate ancora. Il 
Perfetti quantunque abbia cognizione della storia del Romanin, 
non potè avvertirle. Se la Sicilia e Napoli non si commossero 
alla grande lega lombarda, se la valle del Po non si risenti 
ai Vespri siciliani , Venezia si occupò d'ambedue, e fece giu- 
sta stima della Costituente italiana che Cola nel 1347 in 
momento felice vagheggiò. 

Ne pare che lo scrittore abbia esagerato l'isolamento dei 
Longobardi in Italia, né stimato l'aldionafo quanto conveni- 
va. Per l'aldionato i Longobardi in Italia rintegravano le file 
loro di indigeni, di nobili romani, si associavano le arti, le 
lettere ed anche il clero. Ma non avendo dato al clero pri- 
vilegi, come fecero i Franchi, ebbero ostile sempre il papato. 

Il Perfetti seppe penetrare nello spirito della storia repub- 
blicana del medio evo d'Italia, che descrisse quindi amoro- 
samente. Nel mare, egli dice, si ribattezzò la nostra virtù, e 
veleggiammo a' commerci insino allora intentati, e pene- 
trammo in terre dove non avea messo piede il legionario. Il 
tipo del mercante nelle fitte tenebre della barbarie non fu tra 
noi il povero israelita taglieggiato e schernito, ma il Vene- 
ziano e l'Amalfitano col suo berretto rosso, la sua spada aguzza. 
Essi come quelli delle città ionie nell' impero persiano, erano 
i più valenti uomini di guerra e di consiglio che avesse l'au- 
tocrate di Costantinopoli. La più gloriosa epoca di Napoli, di 
Gaeta, di Amalfi è in que' tempi pur troppo coperti di oscurità; 
ma l'oscurità della storia non può nasconderci che quella terra 
molle, lieta e dilettosa, può educare, e ha educato animi 
fermi ed invitti. 

Per la libertà che gli è sì cara, il nostro scrittore approva 
l'opposizione di Roma ai Longobardi ; ma si duole della chia- 
mata de' Franchi, ed allude pure all'ultimo riscatto del Veneto. 
Sebbene corrano naturali le correlazioni ch'egli accenna nella 
stoi-ia d' Italia del medio evo a' fatti politici che ancora ci 
commuovono , i paragoni minacciano di scemare gravità alla 
filosofia della storia, e di farla servire a partiti, onde sta 
bene evitarli , quando non si studiino serie continue come fa 
il Ferrari. 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ne' rispetti de' Longobardi e degli Italiani commisti, il Per- 
fetti lascia desiderare studii più sottili, e l'esame degli ultimi 
lavori che ne trattarono. Dopo aver detto che i Longobardi 
si stabilirono alla campagna, seguendo le abitudini loro, a 
pag. 55 scrive che i duci , i conti , i gastaldioni con le loro 
fané (volea dir fare) si annidano nelle città. Nel setten- 
trione d'Italia, sede propria de' Longobardi , essi non ebbero 
conti , introduzione franca. Ne piace che abbia notato come 
nelle cittaduzze alpestri somiglianti a villaggi è più antica la 
vita libera e l' istituzione de' consolati. Vorremmo che la storia 
intima de' Comuni rurali fosse meglio studiata, perchè anche 
i profondi studi germanici andarono contenti agli archivi 
delle città. 

Dal documento scoperto alla Cava, che mostra come già 
nel dominio longobardo i mercanti diventarono militi , argo- 
menta che la trasformazione nella eguaglianza e nella demo- 
crazia moderna seguiva senza 1' intervento de' Franchi. Ma 
pure si lascia andare al luogo comune della necessità che 
mediante i barbari s' innovasse e purificasse l'elemento latino. 
Specialmente pel fatto che Venezia non concepì mai un sistema 
di guarantigie a profitto dell' individuo, un limite alla potenza 
dello stato. 

Per l'Italia e per la civiltà sarebbe stato meglio che le 
altre città italiane marinare avessero somigliato Venezia, la 
quale cinta da mille pericoli dovette , come gli stati nelle 
guerre grosse , accentrare molta forza nel governo onde sal- 
vare e prosperare i cittadini. Se Venezia non ebbe mai feudi, 
né Guelfi, né Ghibellini, né torri interne, né baroni, né conti, 
non è da riprendere, ma da lodarsi, perchè di tal guisa ebbe 
salvi i cittadini da molte violenze , godette molte maggiori 
libertà civili. Se non era la congiura di Cambrais, Venezia tra- 
sformava l'Italia; e le sue intime e continue relazioni coi 
popoli italiani aspiranti a libertà, cogli Inglesi ed Olandesi 
riformatori, derivavano da fatti ed aspirazioni molto liberali. 
In Venezia 1' individuo era garantito contro l'arbitrio del go- 
verno; e, quantunque Venezia avesse sembianza delle antiche 
città, la di lei nobiltà senatoria andava sempre rintegrandosi 
anche colla infusione di famiglie delle provincie. Se nelle 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 151 

strette di Cambrais ebbe il coraggio di sciogliere i sudditi 
dall'obbedienza ; alla valanga della rivoluzione francese della 
fine del secolo scorso stava per trasformarsi democraticamente 
se il tradimento di Bonaparte non le rapiva i mezzi. Queste 
lievi dissonanze nostre dai concetti del Perfetti son giustifi- 
cate dai nostri lavori sui Feudi ed i Comuni nella Lombar- 
dia, e dal nostro discorso Venezia nella storia d'Italia, pub- 
blicato l'anno scorso negli Atti dell' Istituto Lombardo. 

Il Perfetti s'aggira molto sagacemente tra l' intreccio delle 
consuetudini e dei diritti feudali e statutari, e commerciali ed 
industriali de'Comuni e degli stati nostri nel medio evo, col 
terzo discorso. Non stimiamo precisa la di lui sentenza , che 
la libertà delle repubbliche italiane derivasse dal fatto della 
lontananza del principe naturale. Venezia teoricamente rico- 
nosceva l' impero così che anche nell'auge suo , nel secolo xv, 
chiese investitura della Terra Ferma all' imperatore Sigi- 
smondo. Ma quando i principi naturali erano in Italia, e ten- 
tarono esercitare nei dominii loro autorità di fatto, essi la 
respingevano. Nei popoli italiani le tradizioni repubblicane 
erano profonde , era istinto quasi la libertà repubblicana. 
L'impero, il papato, il regno erano sovrapposizioni o straniere, 
o non radicate. 11 diritto divino qui era più affare di dotti 
che di popolo. Il nostro A. medica quella esagerazione con 
questa sottile osservazione, che l'Europa sarebbe ancora nel 
medio evo se gì' Italiani non fossero stati primi a proclamare 
la superiorità degli elementi industriali sui guerreschi nel 
governo della società. 

La parte che fa il professore alle corporazioni delle arti 
nella storia d' Italia del medio-evo , è molto importante. Ma 
non vuol essere usurpata ad esclusivo privilegio nostro. La 
storia delle Anze settentrionali , di Ragusi , di Marsiglia , di 
Barcellona , delle isole dell' Egeo , dimostra che circostanze 
simili poterono anche altrove svolgere germi di libertà e di 
vita industriale e commerciale, come nelle antiche lepubbliche 
greche. Col progresso ideale che nel medio-evo il mercante 
e l'industriante libero non si stimava nella nobiltà soverchiato 
dal milite. E giacché il Perfetti è tanto amoroso delle libertà 
storiche italiane e tanto sagace a distinguere le azioni e rea- 
zioni delle gilde, delle compagnie, dell'impero, del papato, 



152 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

de' feudi , si vorrebbe più familiare dell' intricata e solinga 
storia di Venezia, ne' cui archivi non troverebbe cose paurose 
come potè avergli fatto credere Daru , ma documenti preziosi 
di giustizia, mentre tutto intorno, anche nelle democrazie, 
era violenza. Vi rinverrebbe che anche la morte tragica del 
Carmagnola fu giusta, che seguì colle forme legali, e che 
apparve necessaria a salvare la libertà. Per la giustizia ne' di- 
scordi elementi le altre città d'Italia nei secoli xn, xiii 
e xiv ricorsero al podestà forestiere , Venezia non ne ebbe 
duopo, perchè in essa valevano più le leggi scritte. 

Bella è l'osservazione del nostro scrittore che in Firenze 
repubblica la costituzione è fondata sul lavoro , ed a propo- 
sito cita un brano del Dialogo V di Brucioli ove Falerio 
nel 1520 pone la mercatura sopra ogni elemento sociale d'una 
repubblica bene ordinata. Ma poi il Perfetti non attribuisce 
quanto dovea, alle repubbliche favore all'agricoltura. Non 
ricorda le molte disposizioni statutarie per quella , le eman- 
cipazioni di servi del secolo xiii , le ripartizioni di fondi co- 
munali perchè si coltivassero a mezzadria , le aperture di 
canali con denari pubblici per le irrigazioni , onde da Bologna, 
la dotta ed industre e libera , nel 1300 , esci quel Crescenzio 
che scrisse la bibbia cristiana d'agricoltura del medio-evo. 

Nota come 1' antagonismo industriale e commerciale non 
permetteva alle città italiane di serbare quella pace alla quale 
sembravano disposte per la prevalenza loro delle arti. Ma tra 
le guerre di gelosia e di gara andarono componendo ordini 
di pace, di solidarietà, quali i banchi, i consolati di mare, 
le convenzioni, le leghe mercantili , le leggi marittime. È vero 
poi ciò che egli ben nota , che la repubblica era fatta per la 
bottega , che il potere politico era un monopolio. 

Gli avvenimenti delle repubbliche nostre gli ingenerano 
anche concetti peregrini intorno ai genii che quasi le rias- 
sunsero. « Il Sarpi , egli scrive , è il primo tra noi che abbia 
« scorto chiaramente il bisogno dell'Italia di mescolarsi, nella 
« vita scientifica e morale, al moto delle altre nazioni d' Eu- 
« ropa. L'uomo grande è necessariamente più grande della 
« sua patria, si eleva in una più alta regione, studia prò- 
« blemi sociali che il volgo non sospetta neppure : impara 
«.pertanto a vivere una doppia vita; la vita esterna è con- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 153 

« forme ai casi e alle circostanze , l' interna è libera e 
« sublime. Nella vita esterna Dante è un provigionato 
« de' Polenta, Petrarca un cortigiano de' Visconti , Lorenzo 
« de' Medici un caporione di parte, Guicciardini ufficiale del 
« Papa ; e ne' tempi posteriori il Boccalini è il governatore 
« pontificio di Civita Castellana , e Vico uno scrittore di storie 
« mendaci. Ciò che il mondo voleva da loro era la più pic- 
« cola dramma della loro immensa ricchezza ». 

Viene mostrando come gli ordinamenti delle repubbliche 
traevano alla Signoria; ma questa, come bene mostra il Fer- 
rari, viene più dalla natura e commistione degli elementi storici 
che dalla prudenza umana, la quale ove potè esercitarsi li- 
bera , come a Venezia , evita sempre la Signoria. La quale , 
come bene nota il Perfetti , non era fondata sul diritto ma 
sugli interessi , onde abbandonata dalla fortuna era disertata 
anche dal popolo. Perchè l' indole instinti vamente repubbli- 
cana degli Italiani non li lascia ubbidire di buona voglia che 
a quelle leggi e a quegli ordini che abbiano fatto essi stessi. 
E la forma spontanea della costituzione politica dell' Italia è 
la città reggentesi a popolo , mentre l'andamento della civiltà 
europea necessita lo stato nazionale (Dis. VI). 

Per soddisfare al proposito nostro di mostrare lo spirito 
di questo studio storico del Perfetti non ne occorre d' indu- 
giarci ne' di lui Discorsi quarto e quinto dove dice del papato 
e del secolo xvi. Dove è più narrazione che riassunto filoso- 
fico. Quindi oltrepassandoli ci troviamo con lui alla Rivolu- 
zione, argomento del Discorso sesto chiudente il libro. 

Le rivoluzioni in Italia, egli scrive, incontrano grande 
ostacolo nel clero , il quale ha un sistema intero di scienza 
sociale fondato su i due punti della infallibilità della Chiesa, 
e della perversione dell'uomo , così intima che la sua ra- 
gione si contamina di superbia per poco che in sé stessa 
confidi. Qui il governo mercanteggia col clero , perchè bisogna 
che un popolo sia religioso , come bisogna che sia industrioso. 
Onde coloro, dice il Perfetti, che specularono ne' secoli passati 
in Italia sulle riforme sociali, come il Campanella, il Borro, 
il Radicati , il Pilati , cominciavano dalla religione ; e non 
riuscirono a fare rivoluzione d'importanza che que' popoli 

Akch. St. Itu.., 3." Serie, T. X , P. I. 20 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dove per qualche circostanza speciale il clero era anch' esso 
rivoluzionario , come nella Corsica. 

Il Perfetti che pare tanto radicale e mondano, pure stu- 
diando e meditando solingo presso le pendici d'Assisi , sentì 
la corrente mistica del Serafico. Sui rapporti del cristianesimo 
colla società e coll'uomo , scrive inspirati e sublimi pensieri. 
Ma dovrà come molte altre candide anime vedere frustrate 
avanti al Sillabo , le sue fervide aspirazioni di conciliare il 
cattolicesimo col razionalismo, di separare l'azione dalla 
dottrina. Quando potremo cessare di parlare e trattare di re- 
ligione nella politica , quando la religione sarà diventata 
come la filosofìa , l'estetica , la poesia , avremo compito la 
rivoluzione più notevole in Italia. 

L' italiano , dice il nostro autore, è più rivoluzionario nella 
mano che nella testa , e ripete istintivamente : Cosa fatta 
capo ha , e l'altro suo proverbio : Per la strada si aggiusta la 
soma. Lamenta che alla fine del secolo scorso gli Italiani 
avanti i Francesi sieno stati profondamente divisi, e nota 
come avrebbero dovuto nobili e plebe cominciare dallo giu- 
rare il Comune, seguendo le vecchie tradizioni delle città 
Lombarde. Seguitando egli la storia ideale delle rivoluzioni 
del secolo scorso e del presente, mostra la necessità addofta 
dal moto di scomparire le vecchie barriere, di formarsi 
grandi agglomerazioni. I governi , egli dice , sono opifici che 
seguitano la legge delle altre industrie , e gli statucoli sono 
come le botteguzze che si chiudono quando si fabbrica 
all' ingrosso. 

Secondo le larghe idee di lui , noi ora non abbiamo fatto 
la rivoluzione : ma solo acquistato libertà e mezzi per farla. 
Lamenta che sappiamo fare sette , non parti delle quali per- 
demmo l'abitudine dalla caduta della repubblica romana. 
Vorrebbe che fosse aumentata la dignità e l'autorità del Se- 
nato come era nella repubblica veneta , che invece fossero 
date libertà maggiori ai Municipi , alle associazioni private , 
che il popolo fosse stimolato ne'suoi sentimenti artistici , 
perchè dice : non sono che le Muse , che possano spoltrirci. 
Ma pure giunto alla fine, questo filosofo della storia, e 
stretto dalla necessità di concludere a consigli di pratica ap- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 155 

plieazione, si rifugia nella antica sentenza fata viam inve- 
nient , confessando implicitamente che la storia d'Italia è 
più intrecciata che non gli pareva da prima, e che la filosofìa 
della storia è molto ardua e lontana dal metodo e dalla 
certezza della scienza. Gabriele Rosa. 



Una memoria di Riccardo da Camino; documento del 1303, 
pubblicato e illustrato dal doti. Pietro Vianello , Vice- 
conservato?^ dell' Archivio notarile in Treviso. - Tre- 
viso , 1869. ' 

Il sig. Vianello , che dianzi con cura ingegnosa, rara negli 
eruditi, e con intendimenti di civile moralità, ancor più rari, 
offriva intorno all'archivio di Treviso notizie importanti alla 
storia di più che una regione d'Italia, e porgeva l'esempio 
de'molti e benefici lavori che in tutti gli archivi sarebbero 
da iniziare; illustra qui un documento anch'esso e importante 
alla storia e di civile moralità. Nel principio del trecento, 
di quel secolo che, portando maturi alcuni frutti dell'italiana 
grandezza, mostra già svolti germi pur troppi delle disgra- 
zie italiane , Bonincontro d'Arpo , stipendiato in Treviso dal 
Parlamento per insegnatore delle leggi e consigliere al Comu- 
ne , uomo guelfo autorevole , il quale s'era insin dal 1283 
adoprato che a Gherardo da Camino toccasse la signoria , 
non saprei dire se riconoscesse un gastigo de'suoi maneggi 
nel dolore e nel disonore venutogli da un Andrea suo figliuolo; 
il quale , messi gli occhi sopra una Agnese moglie di Guido- 
ne notaio, figlio d'Iacopo orefice, messe una notte le scale 
alla casa del marito , sforzando una finestra , entrava con 
suoi compagni e con armi proibite , e n'era respinto non 
senza rumore , coni' è da credere , e non senza che si divul- 
gasse la trista fama, in maniera che la potestà non l'avrebbe, 
volendo, potuta dissimulare; né è a sospettare che lo volesse. 
Fu condannato in lire mille di piccioli , eh' è ventimila a un 
dipressso delle lire odierne ; cinque volte cioè più della pena 
dallo statuto ordinata a chi entrasse per forza nell'altrui casa 
di notte : e ciò dimostra come intendessesi di punire , oltre 
alla violazione della proprietà privata , l' insulto tentato al 



156 RASSEGNA l'I LIOGRAFICA 

pubblico costume , al pubblico onore. Se furore di mente più 
che passione d'animo muoveva quell'atto , non è da sconoscere 
in esso una prova di costumi volgenti a depravazione ; giacché 
alla scalata costui conduceva altri compagni , e non satelliti 
servi, se un di coloro fu altresì condannato in mille lire di 
piccioli. Montavano armati di tutto punto, spade , rotelle, 
lance , cervelliere, gorgiere e panzìere et celerà ; aspet- 
tandosi d'averne qualcuno forato il corpo e spaccato il cer- 
vello, dal notaio marito: essendoché di quel tempo i notai 
fossero uomini di penna e di spada ; e tanto autorevoli per 
più rispetti, che non a caso in Toscana rimane loro il titolo 
di messere , perduto dagli avvocati e dai Santi. Che ci mon- 
tassero pensate et malo animo , lo credette non solamente 
il marito, ma Agnese, che non era un' Elena ne una Cuniz- 
za, e tutta la città di Treviso. Pensatamente in mal senso 
abbiamo in Giovanni Villani, e in Matteo caso appensato , 
e in un altro di quel secolo appensatamente peccare; né pri- 
ma del Segni troviamo il moderno premeditato ; parola assai 
favorevole agli accusati , come l'altra concede troppo agli 
accusatori; giacché, se diffìcile provare la meditazione in 
uomini per lo più al meditare non usi, troppo facile è sospet- 
tare i pensieri. Le parole de nocte circha primum sonum , 
non so se abbiano a intendersi il suono della prima vigilia, 
o il primo sonno, scritta la parola come i Veneti sogliono 
pronunziarla. Passati non so quanti anni (qui dice de annis 
preteritis), quando il reo, o non potendo la somma o piutto- 
sto volendo sottrarre sé e il padre alla vergogna , per avere 
abbandonata la città, era scritto nel novero de' fuor banditi, 
la mediazione autorevole d'esso padre non tanto presso la 
potestà del paese quanto presso il marito collega notaio , e 
la prudente generosità dell'offeso che, levando la pena, inten- 
deva anco toglier di mezzo la memoria d'uno scandalo , dap- 
poiché l'onore della sua donna e suo n'era illeso, conciliarono 
il patto di pace , la quale fu solennemente rogata per man di 
notaio , Ricciardo da Camino presente e ordinante. Belle qui 
le parole del sig. Vianello, degno successore nell'ufflco e 
degno interprete di que' notai del trecento: « Tali in quei 
« tempi i costumi. Continue le discordie , le violenze , le ven- 
« dette , le rappresaglie , concesse fin anche dalle leggi ; ma 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 157 

« frequenti pure le conciliazioni, le paci, e, germe fecondo 
« di virtù civili , il perdono ». 

Come la galanteria d'oltralpe si fosse segnatamente nel 
Trivigiano diffusa ancora più che a'dì nostri , troppe memo- 
rie ne abbiamo; né la più insigne prova ne è quella Cunizza 
della qual dice un anonimo comentatore di Dante : Vìsse 
a morosamente in vestire, canto e gioco; ma non in alcuna 
Oisonestade consentì; e io , al lume di questa benigna testi- 
monianza, non ^'leggere troppo in nero quel verso di Dante 
stesso : Mi vinse il lume d'està stella , contuttoché mi ram- 
menti un punto fu quel che ci vinse, e nel duol sì vinta, 
e sarei ben vinto , laddove dice che , stanco del montare , 
non poteva più oltre. Il pover uomo, facendo dire a Cunizza 
Lietamente a me medesma indulgo, forse mestamente in- 
dulgeva a se stesso, sperando nel piangere che faceva spesso 
le site peccata e percuotersi il petto; ma pure aspettandosi 
qualche botta eli quelle fiamme purganti sì che sarebbe stato 
un prendere il fresco gettarsi in una fornace di vetro che 
bolle. Queste cose non si rammentano dagli ammiratori di 
Dante paterino e incredulo; ma appunto per questo le ram- 
mento io. 

Di Gaia, la figlia del buon Gherardo da Camino, se Dante 
ne accenni con lode o con ironia, non è chiaro: ma, se chia- 
ra mi pare l' ironia di Bonturo lucchese , altrimenti intesa 
dal buon Lucchesini ; questa di Gaia io amerei , contro l'opi- 
nione del Foscolo , che fosse lode , né la metterei con Cian- 
ghella. Più importante a notarsi mi pare che, a proposito ap- 
punto di questo Trivigiano , il Poeta condanni il secolo sel- 
vaggio ; la qual parola è da intendere in senso morale più 
che civile , come la %>ay*te selvaggia là nell' inferno ; come il 
bel fiume d'Arno è fiero fiume ; come Firenze è barbagia 
peggio che Sardegna , non per la salvatichezza feroce, ma per 
il contrario vizio de'costumi , onde Monte Mario è vinto 
dall' Uccellatolo nelle prove che dà di sua turpe potenza 
Sardanapàlo. I selvaggi qui sono la gente nuova , non tanto 
perchè nuova del governare (come altrove è detto selvaggia 
per inesperta d'un luogo), quanto perchè moralmente inci- 
vile, cruda al dovere, appunto come de'Veneti dice. Un de'suoi 
tocchi più fieri è laddove accennando la diffalta ( il tradi- 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mento d'un tiranno fello micidiale nell'inferno chiamasi fallo; 
e rammenta quel che fu detto del Duca d'Enghien ucciso 
dal Buonaparte : C est plus qu'un crime , d'est ime faide), 
la diffalta sconcia {sconcia nell'inferno la gente deforme 
d'idropisia tormentosa e di scabbia), la diffalta <\e\V empio 
pastore (empio il popolo nell'inferno, che avventa contro 
gli esuli fratelli decreti di morte ) ; del prete cortese che fa 
versare sangue per mostrarsi diparte (ma anco i Ghibellini 
appropriano in parte quel che avrebbe a essere segno di 
amore e concordia, e ogni villano parteggiale è un Marcello); 
conclude : E cotai doni Conformi fieno al vìver del paese* 
ironia più amara che quella di Mezenzio, il quale ha già nella 
coscienza la morte : desine , jam venio morilurus , et haec 
Ubi porto Dona prius. Ma forse i molli costumi hanno al Ve- 
neto meritati crudi tiranni. 

Di Ricciardo da Camino il Poeta vaticinava: Tal signo- 
reggia e va con la testa alta* Che già per lui carpir si fa 
la ragna; che rammenta il leone con la testa alta e con rab- 
biosa fame , e quello del Salmo: Sicut leo in spelunca sua.... 
in laaueo suo humiliabit eum; inclinabit se et cadet cuum 
dominatus fuerit pauperum. Ma quel verso dimostra , contro 
l'opinione di qualche storico del Trivigiano , che Ricciardo era 
già sin dal trecento capitan generale. Se il padre , per com- 
pensarlo di quel che gli tolse nel testamento, lo facesse eleg- 
gere capitano , sarebbe da conoscere meglio ; ma fatto è che 
il padre , il quale reggeva da circa diciotto anni , gli lascia 
l'eredità del Governo; onde non è sola la storia de'Medici 
che dimostri come le repubbliche invochino volentieri un pa- 
drone a medicatore delle volontarie piaghe loro. Notabili però 
le parole : Ex vigore sui arbitrii generalis * et ex balya 
sibi data et concessa a magnifico viro Domino Gerardo de 
Camino eius yalre , et per Comune et homines civitatis 
Tarvisii, precepit.... Al precettare che fa questo Ricciardo , 
si dà per titolo primieramente il vigore di quell'arbitrio che 
viene dal titolo, poi la balìa datagli e conceduta dal padre 
fcome se arbitro delle sorti d'un popolo ), da ultimo il con- 
sentimento del Comune e degli uomini della città di Treviso: 
i quali uomini qualche cosa pur tuttavia rimangono nel Co- 
mune ; il Comune qualche cosa rimane rimpetto alla testa 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 159 

alta che ne ha l'arbitrio generale. Ma il marcio sta nelle pa- 
role seguenti : Et hoc de gratta speciali facta per dictum 
dominimi Rìzzardum dicto domino Bonincontro. Non serve 
che l'offeso marito stenda la mano in segno di pace , non 
serve che gli uomini di Treviso rimettano all'offensore la 
pena, non serve che l'autorità del Comune con atto pubblico 
di clemenza soddisfaccia alla giustizia più pienamente che la 
giustizia non farebbe da sé ; bisogna che il Capitan generale 
faccia pompa insieme di potestà e di bontà, arroghi a sé il 
merito e la facoltà del perdono , e lo conceda al padre dell'of- 
fensore come una grazia speciale ( in grazia , al certo , 
de' servigi politici dal padre della testa matta già resi al pa- 
dre della testa alta); cioè a dire che, nell' esercitar la giu- 
stizia , la oltraggi. 

Perì costui per la mano chi dice d'un buffone , e chi d'un 
villano, ma per congiura di gentiluomini; e l'uccisore fu fatto 
in brani, non sai se per ira di moltitudine, come nella con- 
giura de' Pazzi, se per opera de'congiurati stessi, come a 
Quirino squartato e deificato. Ma dal verso di Dante parrebbe 
che sin dal trecento cospirassero i gentiluomini , sempre 
avversi alla Signoria d'un solo, per questo appunto dal popolo 
fomentata e voluta. Che lo Scaligero nell'omicidio intingesse, 
com'altri vuole , non lo poteva credere l'Allighieri ; il qual 
forse aveva a Verona veduto Gherardo. Ma egli per certo si 
compiaceva nelle rotte che dallo Scaligero toccò il Carrarese, 
sebbene alla turba Che 'ragliamento e Adice richiude desi- 
derasse che le battiture le apportino penitenza. Certamente 
il trovarsi ai servigi dello Scaligero il vincitore di Monteca- 
tini, doveva confermare le speranze di Dante nel ghibelline- 
simo vincitore; ma di quelle speranze Uguccione era parte, 
lo Scaligero stesso era mezzo , il fine più alto nell'animo e 
nella fantasia del Poeta. 

Sul verso E sua nazion sarà tra feltro e feltro , come su 
quel d'Ugolino Più che il dolor potè 7 digiuno, si fece un 
gran rodere, e anche un po' mordicchiarsi; ma io sto per Cane 
tuttavia, e intendo qui sua nazione per nazione ghibellina, 
sebbene il più frequente antico senso di quella voce sia nascVa. 
Se intendesse del luogo natale o della generazione, non di- 
rebbe sarà , giacché nel trecento né Uguccione né Cane erano 



1G0 RASSEGNA BIBLIOGRAPiCA 

nascituri. Ma , siccome genie a Latini e agi' Italiani vale in- 
sieme e famiglia e nazione; nazione poteva a Dante avere i 
due sensi : e qui non può non li avere. Il dottissimo Carlo 
Troya , nel libro del Veltro , illustrando in tanti luoghi il 
verso e la vita di Dante, dimostra come, anco in assunto 
non vero , gli animi retti sian fatti sovente degni di cogliere 
la verità. Ma l'assunto mi pare smentito e dalla storia, e dal 
silenzio che sempre tenne sopra Uguccione il poeta, e dalle 
contradizioni in cui cadde esso Troya scrivendone poi. L'as- 
sunto è geograficamente angusto e civilmente meschino; dove 
all' incontro, segnando alla nazione futura per limiti Feltre e 
Montefeltro , comprendesi più ampio giro di terra e d' idee 
e di speranze ., la nazione non apparisce come un nido d'uc- 
cello rapace accovacciato nell' orrido della rupe. La soverchia 
larghezza della descrizione geografica non è qui da opporre, se 
per nazione non più s' intende il luogo in cui Cane nacque; e, 
del resto, ben larghe descrizioni geografiche sono quelle in 
cui Dante accenna a Ravennana Calaorra, a Marsiglia. In 
questa larghezza comprendonsi e le recenti memorie di Guido 
da Montefeltro , e le riportate e le sperate vittorie di Uguc- 
cione , e le riportate e sperate dello Scaligero, e la non pic- 
cola potestà d'Aquilèia, e la civiltà tutta del Veneto, la quale 
era sin d'allora non più splendida della Toscana , ma forse 
meno inugualmente diffusa. Potrei soggiungere che , anco in- 
tendendo nazione in quel senso angusto, Verona dagli ultimi 
limiti del Friuli (se portansi infìno all' Istria; e il Friuli por- 
tavasi più Ih di quel che ora; e a Dante forse piaceva che il 
foro giulio così si ampliasse), andando fin verso Macerata, 
Verona è a circa mezzo la via: ma piuttosto mi piace avver- 
tire che in quest'accenno il Poeta aveva forse un presentimento 
del molto che l'alta Italia sui destini d' Italia tutta potrebbe. 
Non è forse a caso che , dopo aver nominato i due Feltri , 
soggiungasi di quell'umile Italia, non nel senso di umiliata* 
che non è del fare di Dante, ma appunto come l'usa Virgilio, 
indotto a pai-lare qui: e non a caso certamente dicesi quella 
( come appunto nel canto del Da Camino In quella parte della 
terra prava Italica.... ) , determinando quella in cui e per cui 
Camilla ed Eurialo morirono, Turno e Niso. Questo appaiare 
gli avversi per farli cospiranti alla salute d'Italia, è ispira- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 161 

zione di cittadino poeta; il contrario di quel che faceva Me- 
zenzio tiranno aggavignando i morti ai vivi ; il contrario di 
quel che fanno, dividendo le coscienze e lacerando le fame, 
tiranni e vantati nemici della tirannide, preparatori di lei, 
e dissolvitori della miracolosamente ottenuta unità. Inanel- 
lati di sposalizio ideale immortalmente la infelice vergine 
intemerata , e il giovanetto venerando su cui piange la ma- 
dre misera e prega per sé dai nemici la morte ; affratellati 
con sacramento d' immortale pietà il prode amico infelice 
che per sé chiede e conquista la morte , e lo sposo di Lavinia 
da lei forse verginalmente con tacite lagrime riamato. Di tali 
bellezze neanco l' Iliade si vanta ; checché ne paia a certi 
tedeschi eruditi calpestatori della musa latina ispiratrice di 
Dante. 

Il Veltro dunque invocato muoverà di tra' due Feltri, e 
di là vincitore correrà per l'umile Italia a cacciare la lupa 
di villa in villa; e anco dalla gran villa la sniderà per ri- 
metterla nelV inferno. D'inferno invidia la mosse; e la gran 
villa è piena D' invidia si che già trabocca il sacco. Sentiva 
Dante e la grande importanza del Veneto , e le strette colle- 
ganze di quello con la terra toscana , ambedue schiatte delle 
più pure italiche, e nel loro intimo custoditirici della italiana 
unità. Nominato nel poema più volte l'Adige ameno , aggiunto 
di Virgilio che così ce lo fa sentire e vedere; l'Adige alle cui 
sponde meditarono Dante Allighieri e Antonio Rosmini , me- 
ditarono e orarono a Dio: rammentato il Brenta due volte, 
p Verona e Padova più : rammentato due volte il piccolo Bac- 
chiglione. E doveva il Vicentino donare all' Italia Andrea Pal- 
ladio e Ambrogio Fusinieri e G. Zanella e Alessandro Rossi, 
il primo cittadino dell' Italia odierna. 

N. Tommaseo. 



Arch. St. It\l., 3. a Serie, T. X , P I. 21 



162 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Quadro genealogico degli ascendenti paterni e materni sino 
all'ottavo grado delle LL. A A. RR. il principe Umberto e 
la principessa Margherita di Savoia, pubblicato in occa- 
sione delle auspicatissime nozze dei medesimi principi dal 
conte e commendatore Alessandro Franchi-Verney della 
Valetta , cavaliere e giudice d'Armi dell'Ordine di San 
Giovanni di Gerusalemme, Consigliere d'Appello, membro 
e segretario della Regia Deputazione sovra gli studi di 
storia Patria. - Torino , Stabilimento litografico dei Fra- 
telli Doyen : un foglio in carta grand' aquila fortissima, 
con stemmi colorati. - Presso Ermanno Loéscher. 

Sebbene questo quadro , impresso a ristrettissimo numero 
d'esemplari, sia venuto già da qualche tempo alla luce, sembra 
potersene ancora far parola , non essendo una pubblicazione 
destinata ad esistenza effimera, o, secondo che suole dirsi, 
d'occasione, come gli epitalamii e simili, ma un'opera fatta 
per essere consultata e conservata in biblioteche. 

È noto come i lavori genealogici, che comprendonsi comu- 
nemente sotto la denominazione « d'Alberi », siano di due 
maniere , cioè od « Alberi » propriamente detti , o « quadri 
di quartieri » detti anche « quadri genealogici ». 

I primi presentano, o la serie degli ascendenti paterni 
in linea retta, e talora anche i collaterali agnati, d'una data 
persona, d'ordinario indicando anche le « alleanze », cioè i 
nomi delle consorti, ovvero tutti gl'individui d'una determinata 
famiglia discendenti da un solo ceppo : e per dirlo colle parole 
di D. Vincenzio Borghini, nel discorso intorno al modo di far 
gli alberi delle famiglie nobili fiorentine , ne rappresentano 
delle famiglie « l'origine con le descendenze continuate » ; e 
tali sono, per tacer di molti altri, gli alberi dell'Ammirato, le 
tavole del Litta , e le recenti accuratissime monografie di 
molti casati fiorentini del Passerini. Questi alberi , riguardo 
a famiglie illustri , si possono anche spingere , appoggiati , 
quali debbono essere, ad incontrovertibili documenti, a molti 
gradi , conoscendosene alcuni , sebben pochi , che risalgono 
sino al secolo xn. Ma per le varie vicende del medio evo 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 163 

non si possono avere documenti autentici per giustificare 
le discendenze anteriori al secolo suddetto , e la massima 
parte degli alberi che risalgono a tempi anteriori sono sol- 
tanto appoggiati a supposizioni , dettate per lo più da pia- 
centeria. Ne diede curioso saggio quello spagnuolo che , 
dedicando, nel secolo xvi , ad un ministro del suo sovrano 
un albero genealogico del re di cui notava grado per grado 
gli ascendenti sino ai tempi di Noè, lo accompagnò, nell' in- 
tento di cattivarsi il suo mecenate , con un altro in cui era 
registrata la discendenza del ministro direttamente da Adamo. 
I « quadri genealogici » invece non indicano solamente 
gli ascendenti paterni , ma anche i materni , cioè quelli del 
padre e della madre, poi quelli degli avoli paterni e materni, 
e così di seguito , crescendo per ogni grado in progressione 
geometrica, ossia sempre raddoppiando, per modo che hanno, 
nel secondo grado, due persone, il padre e la madre, nel terzo 
quattro, nel quarto otto, e così di seguito (1). E questi « qua- 
dri » soglionsi chiamare « i quarti » d'una data persona, com- 
prendendosi , per estensione , sotto il nome di « quarti » non 
solamente le quattro famiglie del padre, della madre e delle 
avole paterne e materne , che ordinariamente vanno sotto 
questa denominazione, come ne insegna il Vocabolario della 
Crusca, ma anche quegli altri casati da cui uno discenda 
per via di donne. Ora siccome riesce oltremodo malagevole 
il compilare con esattezza tali « quarti », per la somma dif- 
ficoltà di rintracciare gli ascendenti delle donne che siansi 
accasate coi bisavoli, terzavoli, ec. materni, siffatti quadri non 
poterono per lo più spingersi, senza lacuna, oltre ai 64 quarti, 
ossia ai quartavoli ; ed unico esempio, per avventura, di la- 
voro compiuto più esteso è il quadro dei 256 ascendenti in 
settimo grado di Alberto Eusebio conte di Koenigsech, nato 
nel 1669, e dei suoi fratelli, figliuoli di Leopoldo Guglielmo 
vice-cancelliere dell' Imperatore e cavaliere del Toson d'oro 
morto nel 1694, che può vedersi nel tomo II dell'opera dello 



(11 Ricavasi dalla Méthode du Blason del P- Menestrier , edizione di Lione 1770 , 
pag. 502 , che , se si fosse potuto fare un quadro genealogico sino al 29" grado 
ascendente del Delfino allora vivente, si sarebbero avuti 536 milioni 870 mila 
e 912 quarti. 



164 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Spener Mistoria insignium Uluslrìum impressa in Franco - 
forte nel 1680. 

Ma il « quadro » che annunziamo , compilato colla più 
coscienziosa esattezza , risale senza qualsiasi lacuna ai 
512 ascendenti in ottavo grado dei reali Sposi ; quali ascendenti, 
mancando la denominazione speciale oltre i sestavoli, dovet- 
tero indicarsi con quella di « avoli dei quintavoli ». Trovansi 
ivi 768 nomi disposti su nove file, l'ultima delle quali, la su- 
periore, comprende 384 nomi o « quarti », e tutti i 768 sono 
scompartiti in tre distinte sezioni , fra cui , quella di mezzo 
presenta gli ascendenti della real casa di Savoia, comuni ai 
due genitori degli Augusti fidanzati, quella di destra i proge- 
nitori dell'Augusta genitrice del principe Umberto , e quella 
di sinistra gli ascendenti della duchessa di Genova madre 
della principessa Margherita. Realmente poi si ricavano dal 
« quadro » 1022 nomi, e dall'ottavo grado non 384 ma 
512 « quarti » degli eccelsi Sposi, perchè, avendo essi i medesimi 
quarti paterni , i nomi compresi nella sezione di mezzo deb- 
bono intendersi raddoppiati, e così ritenersi aggiunti altri 
128 nomi ai 381 della fila superiore, e 254 al numero totale 
dei 768 nomi compresi in tutto il quadro. Furono poi , oltre 
ai nomi, indicate, pei quattro primi gl'adi, ossia risalendo 
fino ai terzavoli , le date di nascita , matrimonio e morte , 
cosicché d'un solo colpo d'occhio si scorgono disposte per bene 
tutte le indicazioni genealogiche desiderabili, massime sino al 
quarto grado, sugli ascendenti dei reali Principi. A rendere 
poi più vago ed attraente il complesso di questo magnifico 
lavoro , e scemare l'aridità che ingenera una lunga serie di 
nomi , il eh. Autore vi aggiunse gli stemmi di tutti i per- 
sonaggi compresi nel « quadro », segnandone colla più scru- 
polosa precisione gli smalti : quali stemmi , attesa la molti- 
plicità delle alleanze matrimoniali replicatametite contratto 
fra varii dei casati compresi nei 512 quarti , non riescirono 
più che settantasei. 

Noi ci congratuliamo coll'autore per aver egli dato sì lu- 
minosa prova della somma sua perizia nell'arte araldica che 
da lungo tempo coltiva con tanto amore , e saputo disporre 
così bene e con tanta chiarezza , una gran congerie di nomi 
rendendone facilissima la ricerca; e godiamo che siasi pub- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 165 

blicato in Italia un lavoro per nulla inferiore a quelli che 
videro finquì la luce in Germania ed in Inghilterra ove l'aral- 
dica e la genealogica furono sempre , e sono tuttora , colti- 
vate diligentemente, e formano oggetto di studii serii. 

B. 

Statuto agrario di Montefegatese in Valdilima. Lucca, tipo- 
grafia Benedini-Guidotti, 1869; in 8vo di pag. 50 (Nelle 
nozze Moni-Barsantini ). 

In due parti si divide questo libretto. Nella prima si legge 
un'accurata e diligente storia di Montefegatese, scritta dal 
sig. Giuseppe Del Chiappa; nella seconda si trova lo statuto 
campestre di quella borgata, che era inedito fino a qui. 

Montefegatese è un piccolo villaggio della Valdilima, 
posto a tre miglia e mezzo da' Bagni di Lucca. Se ne ha 
ricordo per la prima volta in una carta del 991, e il suo 
nome si riscontra del pari in una sentenza della contessa 
Matilda de' 10 di luglio del 1105. Federigo II, imperatore, 
lo concedette ai Lucchesi nel 1245 insieme con Lugliano e 
Motrone ; poi mutò proposito ; ma indi a poco lo donava di 
nuovo alla Repubblica. I suoi abitanti , come parecchi altri 
di varie borgate della Garfagnana e della Valdilima, vennero 
fatti cittadini lucchesi ; privilegio che in generale non gode- 
vano né gli uomini del distretto né quelli del suburbio. Sem- 
bra che Montefegatese non fosse allora un borgo murato a 
modo di fortezza come erano le altre terre della montagna ; 
e che non avesse fortificazione alcuna apparisce manifesto 
anche sotto il governo di Castruccio degli Antelminelli. Solo 
al tempo della dominazione pisana venne circondato di mura 
e provveduto di una rócca , che fu riattata nel 1385 per 
comando de' Lucchesi. Nel 1437 Montefegatese cadde in mano 
de' Fiorentini , che lo resero nel 1441 alla Repubblica di Luc- 
ca , la quale per rendersi meglio affezionati quegli abitanti 
concesse loro assoluta libertà di governo municipale e lar- 
ghissime esenzioni in materia di gabelle e d' imposte. Ove se 
ne tolgano parecchie quistioni di confine che ebbero gli uo- 
mini di Montefegatese colle terre di Tereglio e di Controne , 
con assai prosperità menarono la vita sotto il governo lue- 



166 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

chese, e solo patirono aspramente al tempo della guerra cogli 
Estensi , che fu la più grande e la più accanita che avesse 
Lucca. Al dire del sig. Del Chiappa , la popolazione di Monte- 
t'egatese è oggi sommamente industriosa. « Essa esercita la 
« pastorizia e l'agricoltura, e, come avviene in molti luoghi 
« della campagna lucchese, una buona parte se ne allontana per 
« qualche tempo, diretta all'estero, ove più specialmente lavora 
« in figure di gesso, o come anche le chiamano, di gelatina. 
« La emigrazione sorpassa i centoventi individui fra uomini 
« e donne. Essa si spinge nella Francia, nella Grecia, nella 
« Turchia , nella Spagna, nell'Inghilterra, nell'Austria, nella 
« Germania, nella Russia, nelle Indie e nelle due Americhe. 
« La indole di questi abitanti è docile e civile ; per cui il 
« visitatore resta preso da maraviglia nel trovare su quelle 
« rupi tanta ospitalità e tanta cortesia. Sono d' ingegno pronto 
« e svegliato : delle cose a loro insegnate e di quelle anche 
« vedute ne' viaggi e vivendo in altri paesi, ritengono il me- 
« glio con finissimo giudizio. Nel parlare mostrano senso ed 
« acume raro ; e la lingua che usano è purgata ed efficacis- 
« sima » (1). 

Dopo le Notizie isteriche t delle quali ho brevemente rias- 
sunto quelle d' importanza maggiore , trovansi gli statuti di 
Montefegatese, che vennero confermati dalla Signoria di Lucca 
per anni dieci ai ventuno di dicembre del 1740. Si dividono essi 
in venti capitoli. Il primo tratta della pena di chi si attribui- 
sce terreni comunali ; il secondo , di non poter far cancellare 
le accuse senza il giuramento d'aversi dato licenza ; il terzo, 
della pena di chi va a pascolare alla bandita dell'alpe avanti 
tempo ; il quarto, della pena a chi impedisce i passi assegnati 
per il bestiame ; il quinto , della pena dell'Offiziale o Camar- 
lingo che non chiama a Comune ogni volta gli sarà imposto 
da' Governatori. Nel sesto capitolo si ragiona dell'obbligo che 
avevano gli abitanti di dare in nota le bestie ; nel settimo 
della pena delle bestie che saranno accusate nel casale. Si 
proibisce nell'ottavo capitolo di tenere in molle e lavar panni 
e spaltennare nel pilone pubblico, e si vieta di levar l'acqua 
alla fontana comunale. Col nono si stabilisce la pena a chi 

(I) Pag. 23 e seg. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 167 

non anderà alla guardia ; e col decimo si obbligano i pro- 
prietari a mandare all'alpe tutte le bestie grosse e minute 
dagli otto di ottobre fino agli undici di novembre. Nell'un- 
decimo si stabilisce la pena alla quale incorreranno le bestie 
forestiere trovate nelle selve o ne' luoghi selvati ; nel duo- 
decimo si decreta la pena a' Governatori che non andranno 
a rivedere i confini del Comune ; nel tredicesimo viene sta- 
bilita la bandita delle capre; nel quattordicesimo la pena 
a quei che non debbono venire in Comune. Il capitolo XV 
tratta della pena delle bestie che anderanno in certi tempi 
nelle prata dell'alpe ; nel decimosesto della pena a chi non 
prenderà l'acqua per quanto si estendono i suoi terreni e non 
terrà aperto il condotto; nel decimosettimo della pena a chi 
taglia o zappa dalla Fegana in là e nella Calda de'Pratuscelli; 
nel XVIII della pena a'ruspatori fuori de'segni ; nel XIX della 
pena agli uomini di Governo che almeno una volta al mese 
non deporranno con giuramento in mano del Cancelliere tutti 
coloro che avranno veduti danneggiare i beni, così di parti- 
colari persone come comunali; nel vigesimo si discorre della 
pena a chi danneggerà ne' beni altrui , e del modo col quale 
debbono esser ricompensati gli accusatori. 

Giovanni Sforza. 



VAIfclET A 



LA TOMBA DEL CARMAGNOLA 



È in Milano in sulla via che conduce al Ponte Vetro 
un grandioso edificio appellato il Broletto , il quale fino 
a pochi anni sono servì per lungo tempo a residenza 
della Magistratura Comunale. 

Esso appartenne dapprima al conte Francesco di 
Carmagnola cui lo aveva donato il duca Filippo Maria 
Visconti innanzi al 1424. È un vasto palazzo in due 
corpi di fabbricato , nel centro dei quali si aprono due 
cortili fiancheggiati da portici con archi e colonne sullo 
stile del secolo xv ; il che prova la rifabbrica che ne 
sarà avvenuta intorno a tal' epoca. Le indagini che si 
fecero recentemente per conoscere le vicende di questo 
edificio, in cui dopo la triste fine del rinomato Capitano 
ricoveravasi e vi moriva la di lui moglie , ci invogliarono 
a dettare alcune linee intorno al trasporlo delle ceneri 
di lui e alla sua tumulazione in Milano , siccome di cose 
non esattamente note , e sulle quali corsero diverse 
sentenze. 

Francesco Bussone di Carmagnola , le cui vicende e 
la misteriosa condanna furono argomento a tanti scrit- 
tori , ed inspirarono ad Alessandro Manzoni que' sublimi 



LA TOMBA DEL CARMAGNOLA 169 

concetti cui anima gentile non v' ha che ignori , erasi 
ancora vivente preparata la sepoltura nella chiesa di 
San Francesco grande in Milano nella cappella della 
famiglia dei Visconti a cui apparteneva la di lui moglie 
Antonia. Dai libri di cassa del nostro Duomo rileviamo 
che nel 26 gennaio 1431 certo Matronìano Coirò (ora di- 
rettesi Corio) pagava a quel tesoriero lire venti e soldi 
sedici per tanto marmo in sei pezzi, che venivano com- 
perati per fare una sepoltura al magnifico Conte di 
Carmagnola nella chiesa di S. Francesco in Milano , 
fatto di ciò contratto col mezzo di mastro Filippino da 
Molena ingegnere della fabbrica di esso Duomo (1). 

Nell'anno seguente il Carmagnola veniva improvvi- 
samente carcerato in Venezia e mandato a morte; ve- 
nivano arrestati i suoi familiari Giovanni Moris e Pietro 
di Carmagnola : la moglie era ricoverata alle Vergini 
del Castello. Il cadavere dell'ucciso ebbe all' istante 
privata sepoltura in Venezia nella chiesa dei Frati mi- 
nori detti li Frari ai quali il conte aveva lasciato il suo 
spoglio personale (panni de dorso quos habebat in dorso 
quando fuit iustificatus) ma indi appoco la vedova An- 
tonia Visconti , figlia di Pietro , che fu podestà di Ber- 
gamo e consanguineo del duca Filippo Maria , otteneva 
dalla Repubblica di trasportarne la salma in Milano , 
ciò che ella fece , depositandola ivi nella basilica di San 
Francesco grande (anticamente detta Naboriand) nella 
cappella della di lei famiglia, la prima a sinistra di 
chi entrava nella chiesa medesima. Colà una doppia 
tomba disposta a fior di terra accolse a suo tempo le 
due spoglie del conte e della moglie , sovra ciascuna 

(I) Matronianus de Coiiris soluit prò prelio centenarior. xxvi lib. x mormoris 
in peziis sex ponderalis per Lafrancliinu de sesto otfitialem fabrice: que pezie vi 
marmoris operari debent ad fatien. sepulturam unam prò magn. c '> Corniti Car- 
magnole in ecclesia Sancti Francisci Mli. , mercato facto per magrum. Filippi— 
num de Mutina inzignerium fabrice: in summa p. f. xnu ad computum s. xxxu 
imperialium prò tloreno , in libris xx, sold. xvm. 

Ita sub die xxvi ianuarii 1431. 

Arch. St. li al. , 3.' Serie, T. X, P. I. 22 



170 LA TOMBA DEL CARMAGNOLA 

delle quali tombe stava il respettivo sigillo collo stemma 
della biscia nel mezzo , e all'estremità nei quattro lati 
l'epigrafe seguente : 

•j- ISTVD. S. EST. MAG 

mFici domini Francisci dicti Cor 
magnole. de. Vicecomitibus. com. cas 
tri. novi. ac. claris. istvd. s. est. magn 

IFICE. DOMINE. ANTONIE. DE. VICECOMI 
TIBVS. CHONSORTIS. PREFATI. DOMINI 
COMITIS. ETC. 

La chiesa di San Francesco in Milano veniva abo- 
lita nell'anno 1798 e quasi tosto distrutta. Le famiglie 
Castiglione e Del Verme che vantavano derivazione dal 
Carmagnola per via di figlie , si divisero le lapidi dei 
due sepolcri ; le ceneri andarono disperse. La pietra che 
toccò ai Del Verme recava l' iscrizione del conte , e non 
si sa come andasse smarrita. Quella che toccò ai Casti- 
giioni , e che ricorda la magnifica donna Antonia dei 
Visconti , rimase in quella casa fino alla morte dell'ul- 
timo suo rampollo, l'illustre orientalista Carlo Ottavio, 
indi fu regalata alla Biblioteca Ambrosiana ove tuttora 
si conserva nel nuovo cortile. Presso alla medesima sta 
pure l'altra epigrafe che leggevasi sul muro presso alle 
tombe nella cappella teste ricordata, ed è la seguente: 

militie princeps bellor. maxime rector 
Francisce armipotens si fata extrema tulisti 
impia : letetur animus bene conscius acti 
imperii: quod fata iubent id ferre necesse e. 

epitaphium invictissimi imperatoris 
bellorum comitis Francisci Carmagnole 
vicecomitis qui obiit in Venetiis 
die quinto mensis maii mccccxxxii. 



LA TOMBA DEL CARMAGNOLA 171 

Ad Alfonso Castiglione padre del ricordato Cari' Ottavio 
e tìglio di altro Ottavio dobbiamo la conservazione di 
queste e di poche altre spoglie della basilica Naboriana. 
Egli anzi volgeva in mente il pensiero (che poi non ma- 
turò) di farne raccolta nel privato oratorio del suo pa- 
lagio , ed aveva perciò preparata fin dall'anno 1808 l'in- 
scrizione seguente : 

ABDE . S . FRANSCISCI . HVIVS . VRBIS . EVERSA 

ALPHONSVS . OCTAVI . F . CASTILLIONAEVS 

VETERES . HOS . LAPIDES 

ALIOS . INSCRIPTOS . ALIOS . INSIGNITOS 

E . SACELLO . IVRIS . GENTIS . SVAE 

INCOLVMES . EXTVLIT 

ET . HEIC . AD . DOMESTICVM . MONVMENTVM 

COLLOCAVIT 

ANNO . M . DCCC . Vili. 

Francesco di Carmagnola era stato creato dal duca 
di Milano conte di Castelnuovo di Scrivia , e dai Vene- 
ziani nel 1428 conte di Chiari. Narra a questo proposito 
Francesco Sansovino , che mostrando costui (il Carma- 
gnola) molta affettione alla Repubblica dalla quale era 
stato arrichito di molti poderi e castella (1)., per grossa 
somma d' entrata, avendo esso rifiutato ciò che posse- 
deva in Lombardia sotto il Duca di Milano , e rinun- 
ziato anco il titolo di conte , fu dal Doge Foscari (sopra 
un palco eminente dinanzi alla chiesa di San Marco) 
creato conte con bellissime cerimonie. Ma lo storico 
della sospettosa Repubblica non ha poi narrato qual 
altro palco si facesse salire al conte quattro anni ap- 
presso , e con quale sentenza. 

Nei primi anni di questo secolo , negli archivi pub- 
blici di Venezia vennero rinvenuti alcuni originali do- 
ti, Il Carmagnola ebbe dai Veneti il feudo di Sanguinetto di cui fu spogliato 
con atto del Doge Foscari che ne investì Gentile da Leonessa. 



172 LA TOMBA DEL CARMAGNOLA 

cumenli del processo dei Carmagnola : essi servirono al 
Cibrario per la compilazione di un aureo opuscoletto (1) 
da cui è agevole l' induzione che la condanna del gran- 
de capitano non avesse altro fondamento che il sospetto 
o la gelosia ; o più facilmente il timore del nome e della 
crescente di lui influenza ed autorevolezza. Il -Carma- 
gnola fu troppo credulo alle carezze , agli onori prodi- 
gatigli dagli astuti patrizii. Più di lui avveduto, il Col- 
leone , allorquando ritiravasi nel suo principesco castello 
di Malpaga , si circondava della scorta di seicento ca- 
valieri e non riceveva visite ne messaggi se non attor- 
niato da' suoi veterani. Le zanne del terribile leone non 
avrebbero potuto arrivarlo. M. Caffi. 

(4) La morte del Carmagnola con documenti inedili, di Luigi Cibrario. (To- 
rino, Pomba , 4834). I documenti sono le deliberazioni del Consiglio dei Dieci. 
E assai grave l'ingiunzione che ivi sta espressa, che niuno possa parlare con 
chicchessia di quell'affare, fosse pur egli uno del Consiglio. Nuìlw possit de ista 
materia loqui cum aliquo , etiamsi esset de Consilio isto. Più grave ancora è ciò 
che appare da due altri documenti pubblicati dal Cibrario, cioè che col mezzo 
di certo Michele Muazzo [Mudatio) nobile veneto, que' patrizii tentassero nell'an- 
no 4434 di far avvelenare il duca di Milano. 



173 



PITTORI ANTICHI LOMBARDI 



In questi ultimi giorni fra alcune vecchie scritture da 
noi esaminate abbiamo rinvenuto i due documenti che 
pubblichiamo qui appresso, e che accennano ad alcuni pit- 
tori del secolo xv appartenenti alle nostre provincie e 
pressoché nuovi alla storia. 

DOCUMENTO I. 

mcccclxvii die vii augusti. 

Illustrissimi Signori miei ho ricevuto una lettera de le vo- 
stre Illustrissime Signorie della continentia abia avisare le 
Vostre Excellentie che messere Iacomino Visimala et compa- 
gni depinctori , restano creditori della camera vostra per la 
dipinctura alias facta nella chiexa de Madonna Sancta Maria 
de Caravagio per devotione del quondam Illustrissimo Signore 
vostro consorte et padre, de lire 789, s. 5. d. 8, imp., et che 
per obedire et così exeguire ho facto vedere alli libri diversi 
concti de lavoreri ducali per Ambrosio de Ferrari rationato de 
detti lavor, et atrouo psr quello me ha riferto a bocha et 
in inscripto , li dicti messeri Iacomino et compagni restare 
creditor per la depinctura de doe capellette depinct nella sud- 
detta chiexa estimat con il Sacramento, dat ad loro per Gre- 
gorio de Zauatari, messere Ione Iacomo de Lode, et per messere 
Rafael de Vaprio , in summa le diete libre settecento octan- 



174 PITTORI ANTICHI LOMBARDI 

tanove, soldi cinque et dinari octo imp., come appar per la lista 
de dieta estima sottoscripta per li dicti tri depinctori , et per 
li suprascripti libri de dicti lavoreri , quali sono presso dicto 
Ambrosio, me ricomando continuamente alle pretate vostre 
Illustrissime Signorie. 

Dat. Mli. die vii augusti 1477. 
E. I. d. d. v. 

Servitor Btolomeus de Cremona. 

(a tergo) 111. et Sing. Ser. d. meis dms. ducibus Mli. etc. 



DOCUMENTO II. 
mcccclxxvii die xxv febrii. 

M. ro Iacomino Vicemala et M. ro Bonifatio de Cremona com- 
pagni dipinctori, denno liauer per resto della depinctura delle 
cappellette depincte nella chiexa de Madonna Santa Maria de 
Caravagio del anno 1474, per devotione del qd. Illustrissimo 
Signore nro, come appar nel libro vdo, delli conti de lavo- 
rerii del Castello de porta Zobia de Mio. in fo. 110, in sum- 
ma L. 798, s. 5, d. 8. 

Idem denno hauer per spexa et depinctura del ducale et altre 
arme depincte sopra la porta della casa che fu della Contessa 
de Melzo come appar indicto 1. in fo. 235, depinct del anno 1475, 
in sumraa lib. 300, s. 13, d. 7. 

Item per la spexa et depinctura del pontille depincto nella 
suprascripta caxa nel dicto anno , corno appar ut supra in 
fo. 236, at. in sumraa lib. 219, s. - d. 

Summa lib. mille trecentu octo, sol. decemnove, denar tres 
imp. vz. lib. 1308, s. 19, d. 3. 

Ego Ambrosius de Ferrarijs 
rationato - Labor ducaliu 
in firìem stor. manu ppia 
subscripsi. 



PITTORI ANTICHI LOMBARDI 175 

Questi documenti or ora scoperti sono assai preziosi 
per la storia delle arti lombarde. Quel Giacomino Visi- 
mala o Vicemala, cui il Duca Galeazzo Maria Sforza fino 
dal 1474 aveva affidata la dipintura di due cappellette , 
oggi non più esistenti, nel Santuario di Caravaggio, e di 
altre cose nella casa della Contessa di Melzo, è Giacomo 
Vismara, pittore assai riputato in Milano a quei tempi, 
e a cui , in società coll'altro pittore Gottardo Scotio, 
aveva il duca medesimo poco prima affidato l'esame e la 
valutazione di altri dipinti eseguiti da M. Zaneto Bugato 
in certa chiesetta delle Grazie ch'egli medesimo, il duca, 
aveva fatto costruire poco lungi dal castello di Vigevano, 
per ricettarvi alcuni frati. I documenti che ora pubbli- 
chiamo ci insegnano come il Vismara, nei dipinti che con- 
duceva pel santuario di Caravaggio avesse seco ben altri 
pittori , e si nominano fra questi il maestro Bonifacio di 
Cremona, cioè il vecchio Bembo, di cui poco o nulla 
ormai più resta di certo, essendo perito quasi tutto ciò 
ch'egli dipinse in Cremona, e in Milano specialmente, 
nelle sale ducali del castello e nel palazzo dell'Arengo, 
ove Bonifacio aveva dipinto con Vincenzo Foppa, con 
Costantino Zenone da Vaprio, con Cristoforo Moretto 
(1460-1466). 

Dai carteggi ducali può dedursi che Bonifacio Bembo 
fosse sovente adoperato dai duchi in opere di pitture , 
e lo si dee forse attribuire all'insigne architetto Barto- 
lommeo Gadio o Gazzo di lui concittadino , il quale era 
stato inalzato da Francesco Sforza al ragguardevole in- 
carico di Commissario Generale sopra le munizioni e i 
lavori di tutto lo Stato , avendosi a soggetto in tale 
ufficio il computista Ambrogio Ferrario che teneva le 
ragioni od i conti di tutti i lavori ordinati dal duca. 

Questo Ambrogio Ferrario figura appunto in tale qua- 
lità nel secondo dei documenti che pubblichiamo; il quale 
è una memoria di pitture condotte dal Vismara e da Bo- 
nifacio cremonese nella casa in Milano della Contessa 



176 PITTORI ANTICHI LOMBARDI 

di Melzo , ossia di quella Lucia Marliana che fu l'ultima 
amante di Galeazzo Maria Sforza : e tale casa sembra 
fosse quella già dei Torelli, nella parrocchia di San Gio- 
vanni sul Muro {Muoni, Melzo, p. 118-1201). 

Tre altri pittori del secolo decimoquinto trovia- 
mo nominati nel primo dei documenti , cioè Gregorio 
Zavattaro , Giov. Giacomo da Lodi , Raffaello da 
Vaprio. 

L'un d'essi è probabilmente altro dei fratelli Zavattarì, 
i quali ancora in sul fare Giottesco nel 1444 , dipinge- 
vano nel duomo di Monza la cappella della Regina, 
e prima ancora lavoravano in Milano nei vetri del duomo 
di Milano. Il secondo nel 1472 dipingeva quivi nell'Ospi- 
tale Maggiore (e precisamente sulla porta del chiostro 
grande) un' Annunciazione in due figure , che perì ve- 
risimilmente allorquando venne nel Seicento ricostrutta 
la porta maggiore quale la vediamo tuttora. Egli era figlio 
di Filippo, e nello stesso anno 1472 aveva dipinta l'ancona 
della chiesa dei padri Gesuati di Milano, intitolata a San 
Gerolamo. Più tardi troviamo maestro Giovanni da Lodi 
co'suoi compagni chiamato nel 1490 a dipingere ancora 
in Milano nelle stanze ducali del castello di Porta Giovia. 
Quanto poi a Raffaele da Vaprio, egli è facilmente lo 
stesso che col nome di Gabriele viene ricordato dal Calvi 
nel volume secondo, pag. 102, degli artisti milanesi, sic- 
come quello che prima del 1452 aveva dipinto certe ban- 
diere per la rócca di Monza, e che abitava in Milano sulla 
piazza del duomo. 

Certamente questi tre pittori, cioè il Zavatlario , il 
Vaprio, il da L.odi , dovevano essere al loro tempo assai 
riputati , se un artista così ragguardevole o di tanta auto- 
rità quale si era il Gazzo (l'architetto del San Sigismondo 
in Cremona) ricorreva ad essi per avere giusta estima- 
zione delle pitture dal duca commesse al Vismara ed al 
Bembo pel Santuario di Caravaggio, a cui egli portava 
singolare divozione. 



PITTORI ANTICHI LOMBARDI 177 

Che se in cose di tanta incertezza , per la deficienza 
dei documenti e persino delle tradizioni , ci fosse lecito 
arrischiare una supposizione , vorremmo immaginare che 
cotesto tanto estimato Giovati Giacomo da Lodi potesse 
aver condotte le magnifiche pitture giottesche della 
cappella di San Bernardino nella chiesa di San France- 
sco in Lodi ; pitture che certo pittore Knoller egregia- 
mente ripuliva nell'anno 1844. Ma il regno delle conghiet- 
ture è troppo affine a quello dei sogni. 

Michele Caffi. 



Arch. St. Itm.., 3.» Serie, T. X , P. I. 23 



178 



D'INA RELAZIONE SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 

CHE SERVONO AGLI EDIFIZI (*) 



Ora che V Archivio si è allargato a trattare anche di ma- 
terie affini al principale suo scopo , e che possono dirsi quasi 
ameno corredo ai più severi obbietti storici , mancherebbe al 
novello compito , il quale pur torna di non iscarsa utilità agli 
studi , se , guardando alle notevoli Relazioni de' Giurati ita- 
liani sulla Esposizione universale del 1867, non porgesse 
ragguaglio di quella , che dà conto delle industrie relative 
alle abitazioni umane, con notizie monografiche sulla scul- 
tura e tarsia in legno (classi xiv e xv). 

Può dirsi argomento nuovo , perocché , sebbene delle sin- 
gole arti e de' lavori che concorrono in così fatte industrie 
si abbiano opere parziali , cionullameno in un aspetto unico , 
in una sorta d'insieme sintetico non furono considerate per 
anco. Al che aggiunge importanza l'averne fatto esame ezian- 
dio nella parte storica , fin dalle origini ; sì che possano ,, 
come in un quadro comparativo , raffigurarsi con le passate 
le odierne condizioni di tali arti. Impresa ardua nel vero ; 
giacché, mentre un immenso campo è da percorrere, biso- 
gna pur soffermarsi dinanzi a gran numero di particolari ; 
ed in tal modo la minuta esattezza accoppiare alla vastità 

(•) Delle industrie relative alle abitazioni umane , con notizie monografiche sul 
mosaico e sulla scultura e tarsìa in legno , del conte commend. Demetrio Caulo 
Finocchietti, membro della Commissione Reale Italiana , Commissario ordina- 
tore e giuralo all'Esposizione universale di Parigi del 1867. - Firenze, stabili- 
mento di Giuseppe Pellas , 1869 ; un volume in 8vo di pag. 363. 



d' una relazione ec. 179 

del concetto, per quanto le arti maggiori si riflettono sulle 
minori , e per quanto le une e le altre danno sentore dei 
diversi periodi della civiltà umana. Se l'occasione ed i limiti 
ne' quali dovea rimanersi ciascun relatore , non permisero 
d'aggiugnere nella sua interezza il fine , la prova è tentata; 
l' idea è messa in luce ; verrà tempo di colorirla tutta quan- 
ta , né forse potrà bastare un solo alla fatica. 



Arti minori in antico. - Mobili. 

Sorvoliamo alle conghietture , come rispetto ai tempi 
trogloditici , così alle tracce d'abitato o di stazioni di genti , 
sien barbare e nomadi e simultanee all'esistenza di popoli 
culti , sieno di schiatta primitiva , conforme sembra agi' in- 
vestigatori delle palafitte e delle terremare (1) da' quali si 
ravvisa in quegli avanzi ed in altri un' età preistorica ; ed 
augurando a quegli studi possibilità di risultati che soda- 
mente li connettano al sostanzioso e positivo della scienza 
archeologica, diamo uno sguardo alle maestose rovine egizie, 
babilonesi, ninivitiche ; per le quali ultime l'archeologia 
appunto va debitrice nei tempi nostri a Paolo Emilio Botta , 
figlio del celebre Carlo , d'aver dissepolto da una tomba di 
secoli e secoli le orme dei popoli assiri nella magnificenza 
dei palagi de' loro Sardanapali (2). 



(1) Per amor del vero dobbiamo avvertire come nella Relazione su cui di- 
scorriamo si legga che alle abitazioni nelle caverne « furono sostituite poi le 
« palafitte lacustri , le terremare e quindi le stazioni marniere ». Propriamente 
le terremare non possono chiamarsi abitazioni ; bensì formaronsi in seguito 
della dimora d'uomini in que' luoghi, ove piantarono le palafitte e vi ebbero 
ricoveri e difese rispondenti ai mezzi ed alle usanze loro. Perciò, ripetiamo, 
esse marniere e tutto l'altro che sopra vien ricordato, non fu abitazione , ma 
è indizio che questa fu. 

(2) Non è fuor di proposito il rammentare che la scoperta del Botta avvenne 
del 1843, e devesi alla coraggiosa perseveranza di lui ed agli aiuti ch'egli ebbe 
dal Governo francese , di cui era console nel pascialato di Mossul. Quanto 
all'aver chiamato palagi di Sardanapali quelli de' monarchi ninivitici, dichia- 
riamo di riferirci alle ipotesi dottamente sviluppate da Cesare Balbo nelle 



180 d' una relazione 

Ma chi potrebbe rinvenire un addentellato nelle arti case- 
reccio fra que' popoli vetusti ed i Greci ? Non v' ha dubbio 
che, mentre questi molto attingevano alle dottrine de' filosofi- 
sacerdoti , massimamente di Menti e di Tebe, non saranno 
rimasti dal farsi prò' eziandio di quelle cose minori che atte- 
nevansi a commodità o bellezza; le quali, trapiantate nelle 
lor domestiche pareti , dovean rifiorire di leggiadria nuova , 
siccome avvenne di quanto negli ornamenti architettonici 
trassero dagli Egizii ; né forse da questi soli (1). Nondimeno 
le solitarie reliquie d' insuperabil grandiosità nella terra 
del Nilo e' impongono per avventura , più di quel che e' inse- 
gnino , almeno in ciò che sguarda il gusto ; e , salvo le biz- 
zarre imitazioni , in grazia della varietà cercata assiduamen- 
te dallo spirito eccletico dei tempi nostri , noi non potremmo 
aver tipi di venustà migliori di que' che la Grecia presenta. 

È la Grecia che avea improntato con la gentile fisonomia 
del suo buon genio le arti asiatiche ; essa , veicolo fra la 
civiltà d' Oriente e l'europea , è spogliata di molti de' suoi 
tesori artistici , come regina cui strappa gli ornamenti chi 
la fece schiava ; e l'esempio greco rifulge a Roma , ove s' in- 
contra col non meno ammirabile , e chi sa quanto antico , 
elemento etrusco ! Nella grandiosità del popolo signore l'arte 
si rivale di ciò che perde nella purezza. A tal punto il 
Relatore , introducendosi nel suo più diretto argomento , 
penetra nelle case etrusche e romane , e ne descrive i par- 



Meditazioni storiche, da Raoul de la Rochctte e da Quatremère de Quincy {Journal 
des Savants, 484", 4849 , 1850) e Gottardo Calvi ( Rivista europea, 1845, f. 60 
e seg. ) ; secondo le quali ipotesi Surdanapalo sarebbe titolo di que' re , come 
Faraone dei monarchi egiziani. 

(1) Nella rappresentazione óeWalbcro sacro, emblema che scorgesi frequen- 
tissimo in Oriente, può notarsi un certo leggiadro intrecciamento di rami in- 
curvati « che terminano in fiori a sette petali, sporgenti da due pampini, o 
« da un addoppiato riccio » ne' quali fiori potrebbesi ravvisare l'origine del vago 
fregio greco, noto nella denominazione di succiamiele. Tal' è l'opinione del ce- 
lebre inglese Layard , scopritore, insieme col colonnello Rawilson, ed illustrator 
sapiente delle antichità ninivitiche, dopo che il Botta ebbe dato il primo impulso. 

Chi scrive, esaminando nelle tavole della magnifica opera Ninive , par Botta 
et Flandin, un rilievo rappresentante una specie d'ara, osservò due colonne 
con capitello sormontato da altro minore, i quali tengono assai del capitello 
ionico, sebbene manchino de' listelli, da cui riceve grazia la voluta. 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 181 

ticolari e le suppellettili (1); segue le vicende dell'arti mag- 
giori e delle minori, che vanno dibassandosi fin che i tempi 
precipitano nel buio e nel disordine delle età barbariche; 
reazione de' vinti contro i vincitori, sfacelo d'un corpo troppo 
gigantesco e corrotto perchè ne possano rimaner congiunte 
le membra ! Ma il nome di Roma sta nella sua gloria , ed i 
barbari capitani pretendono a circondare i loro pesanti elmi 
con l'alloro dei Cesari (2) : cionullameno non pensano, e non 
valgono, a ravvivar la cultura degl'intelletti; e le lettere e 
le arti , al pari, quasi diremmo, dei primi cristiani nelle cata- 
combe , hanno rifugio nelle oscure celle de' monasteri. Nell'at- 
trito fra gli ultimi aneliti della potenza pagana e gì' im- 
peti feroci , ond' è soffocata , sviluppasi la riparatrice civiltà 
nuova; con quelle del figurare, le altre arti relative alle 
abitazioni umane si tramutano , e dalla Roma del Bosforo 
vengono fogge, che in parte si associano a quanto pur si fa 
nell'Occidente, e che ne dicono come dell'etrusco, del greco, 
del romano non restino che i monumenti rovesciati, o nel- 
l'abbandono ; i quali cessano di essere scuola. È smarrita la 
bella ed efficace espressione ; si seminano le pietre preziose , 
ove l'estetica preziosità divenne muta : nondimeno pazienza 
industre va esercitandosi ne' trapunti serici ed in oro , 
negl' intagli di mobili , principalmente nel musaico : testi- 
monio precipuo le celebri basiliche ed altri edifizi in Ra- 
venna (3). 



(1) Relazione sulle industrie relative alle abitazioni umane ecc. , da pag. 178 
a 181- 

(2) La solenne idea dell'impero e dell'aristocrazia romana perdurava lanlo 
che vediamo Odoacre ambire ed assumere il titolo di Patrizio , dignità , della 
quale altri monarchi del basso imperio vollero fregiarsi. Queir idea -medesima , 
ripercussione ne' secoli della grandezza di Roma antica, spingesi tant'ollre che 
il sire austriaco sino al 1508 s'intitola Imperato)- Romanorum. 

(3) È debito notare essere sfuggito nella Relazione che « sopraggiunta l'epoca 
« franca con Carlo Magno, le industrie ebbero più larga protezione special- 
« mente il mosaico.... si conservano tuttora saggi di quel mosaico nelle chiese 
« di Ravenna ec. » [Industrie relative alle abitazioni umane , pag. 182). I mo- 
saici ravegnani son giudicati per comune consenso del iv e del v secolo; e si 
narra che il Conquistatore Franco , lungi dall'abbellire quella città, la spogliasse 
delle doviziose suppellettili che adornavano il palazzo di Teodorico. 



182 d' una relazione 

Spunta al fine quell'aurora del medio evo in cui s' inizia 
coti le repubbliche municipali il rinascimento delle arti mag- 
giori ed il simultaneo aggraziarsi dell'altre ; e via via si 
procede in opere d'ogni maniera pei tempii, pei palagi, per 
gli ornamenti della persona, per le armi, sin che arriva l'età 
fortunata in cui può dirsi tutto esser bello ; e nella quale 
artefici insigni non ricusano l' ingegno e la mano anche a 
lavori d'uso casalingo (1). Cionullameno vicino alla sommità 
è la scesa ; ed ecco tralignamento nel gusto ; ecco all'eccel- 
lenza dei principii surrogarsi le capricciose leggi della moda 
fin sullo scorcio del passato secolo. Vien poi fastidio dell'esa- 
gerato , del meschino , dello scorretto ; si dà uno sguardo 
alle suppellettili di tempi migliori : nelle chiese ed in altri 
pubblici edifizi si cercano i classici mobili del quattrocento 
e del cinquecento ; nelle aule magnatizie si scuote la polve 
che ricopriva i seggioloni , gli stipi , le tavole degli antenati ; 
e sebbene , come notammo toccando dello spirito eccletico in 
voga, piaccia vagare nella imitazione degli stili e delle guise 
d'ogni fatta , quanto all'essenza ed al fondamento artistico, 
il precetto e la scuola voglionsi raddrizzati. La relazione 
su cui discorriamo , collegandosi dopo siffatti ricordi storici 
al presente , viene alla notizia dello stato odierno delle incile 
strie mobiliari in Italia , uè lascia in dimentico veruna con- 
siderazione che importi allo scopo , sì ne' riguardi dell' arte 
e sì della economia. Registra i nomi de' nostri premiati , o 
lodati, in Parigi nelle classi di cui trattasi; dimostra supe- 
riore all' importazione l'esportazion nostra de' mobili : da che 
un utile commercio ed un argomento d'onore. Non la segui- 
remo nelle sue accurate e giudiziose disamine , che ci dilun- 
gherebbero dall' indole di questa raccolta : vorremo soltanto 
accennare come saggiamente conforti a non lusingarci , guar- 
dando il buon lato ; a non avvilirci , tenendo in conto le 
calunniose censure ; a provveder più tosto alle migliorìe che 
possano ottenersi negli opifici nostrali , per condurli a con- 
dizioni della prosperità maggiore. All'ultimo citeremo la copio- 
sa appendice di specchi statistici, mercè de' quali è dato isti- 
tuir paragoni , rispetto a' lavori ed a' commerci de' mobili , 

(1) Industrie ce. pag. 185-. 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 183 

non solo fra le provincie nostre , ma eziandio fra i princi- 
pali popoli dei due mondi ; ed aver sott'occhio di tratto 
quanto è più opportuno a conoscersi in questa parte dell' in- 
dustria umana (1). 



IL 



Mosaico. 

1. Tempi antichi. - Toscana. 

Più particolare e più artistico argomento, che si ripartisce 
in alquanti rami, ed è tuttavia nell'insieme una ragion di 
primato per gì' Italiani , svolgesi in secondo luogo nella Rela- 
zione (2). Ragioniamone, quant'è possibile, velocemente. 

Conosciute le ipotesi intorno il modo con cui venne usato 
il mosaico dalle vetuste genti asiatiche , vediamo come fosse 
pur d'antica pratica presso i Greci , gli Etruschi , i Romani ; 
scendiamo a questi allorché , dopo avere appreso il mosaico 
artificiale (cioè in vetri preparati all'uopo) ed averne fatte 
prove di bella vista , ma non durevoli , volgono , se non 
debba dirsi tornano, al genuina* detto anche litostratico (3). 
Se l'arte sapea colorar variamente i vetri, l' ingegno e la pa- 
zienza giungono a gareggiare, mercè le pietre naturali, con 
la materia elaborata artificialmente. Più che trenta principali 
sono le qualità, fra marmi, alabastri, graniti, diaspri, che 
que' nostri padri aveano eletto per la tavolozza de' musaici: 
qual cemento impiegassero per commeltere insieme le varie 
pietruzze ci è fatto palese dai dissepolti monumenti di tale 



(4) Industrie ec, da pag. 256 a 288. 

(2) Ivi , da pag. 290 e 376. 

(3) È , per avventura , a chiamarsi ritorno e non passaggio l'abbandonar che 
fecesi del mosaico artificiale pel genuino; perocché i r> zzi mosaici primi era 
naturale fossero litostratici. La natura appunto, col semplice contrasto delle 
pietre bianche e delle nere , somministrava elementi primissimi d'ornare. In- 
fatti i Greci denominarono Xi^óoTpura (strato di pietre) i pavimenti de' tempii 
sino in antico formali con pietre di vario colore. 



184 d' una relazione 

maniera, così delle città romane come delle etnische e delle 
galliche , perciocché i vincitori dei nipoti di Brenno aveano 
insegnato a questi a lavorar di quell'arte, che fu tra loro eser- 
citata largamente. Del valore de'musaicisti ne' tempi di Roma 
abbiamo idea dalle stupende opere rinvenute, fra altre, nella 
casa del Fauno a Pompei, in quelle a Palestrina nella villa 
Barberini , ed a Volterra nella piazza. La quale ultima opera 
(una delle scoperte più recentemente) molto importa anche 
per gli utensili e le fogge di vestire che rappresenta. 

Dopo il periodo romano abbiam reliquie del mosaico, pre- 
valente alle altre arti conforme vedemmo, a Ravenna, a Mi- 
lano , nel Duomo di Monreale , in San Marco a Venezia , ed 
altrove. 

Spunta l'età del risorgimento , e con questa un progresso 
nella formazion del mosaico , allorché alle pietre calcaree si 
sostituiscono le silicee , vantaggiando per gran modo l'arte 
nel vario , nel caldo , nel trasparente delle tinte. Dal Lanzi 
è attribuito ad un Lombardo il nuovo trovato: altri lo crede 
anteriormente in usanza a Roma. Comincia a splendere in 
Toscana ai giorni di Fra Mino; con Giotto procede vie meglio, 
ed insieme la pittura si restituisce a sua dignità. Più non è 
mestieri adunque di ricorrere alle faticose , lunghe , mecca- 
niche prove del figurar con pietre: nondimeno quest'arte non 
va perduta; vanta ragguardevol numero d'illustri cultori, 
vede nascere un'arte affine , più magistrale ; ed è quella spe- 
cie di tarsìa lapidea, che ha sì ammirabile tipo nel pavimento 
della cattedrale di Siena, opera di Domenico Beccatomi. 

Gran tempo di fecondità e di eccellenza , perocché sorge 
frattanto pur l'arte delle pietre dure ! Sin dal 1511 il Sacchi, 
il Briosco, Silvestri da Carate ne davan saggio alla Certosa 
di Pavia. Bernardino di Porfirio da Leccio , di cui parla il 
Vasari e più diffusamente il moderno Zobi , eseguiva nel 155G 
un commesso in ottagono di diaspro con ebano ed avorio 
per Francesco de' Medici (1). Le splendidezze granducali fa- 
voreggiando a tutta possa il magnifico trovato , gli dan sede 



(1) Da ciò è dimostrata meno esatta l'asserzione ilei Lanzi , che attribuisce 
a Giovanni Bianchi lombardo l'aver introdotto in Toscana del 1580 l'arte delle 
pietre dure. 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 185 

in San Marco, poscia negli Uffizi, ove pur si congregano va- 
lorosi dipintori, disegnatori, intagliatori di gemme, lavoranti 
in cristallo ed in porcellana. Allora all'arte lapidea, d' inven- 
zion più recente, è affidato rivestir le pareti della celebre 
cappella congiunta al tempio di San Lorenzo ; la quale di- 
venne aula pe' mausolei medicei. Lugubre magnificenza di 
luogo , tanto stupenda che nella popolar credulità invalse 
opinione si fosse per assegnarla a stanza del Divin Sepolcro, 
poiché fosse tolto alle forze de' Musulmani ; la quale impresa 
diceasi affidata ai cavalieri di Santo Stefano ! Né il solo mo- 
numento a' Principi di Casa Medici ; ma conduconsi altre 
meravigliose opere che s' inviano , prezioso donativo , a Corti 
europee. Fra i primi nomi che inaugurano in Toscana l'arte 
delle pietre dure rifulge quello di Benedetto Peruzzi ; la per- 
fezionano Giovanni dalle Corniole ed altri artefici ; poi Co- 
stantino de' Servi , il Buontalenti , Giambologna , il Cigoli ; 
altri tanti che troppo lungo sarebbe l'enumerare. Oltre al 
rappresentar bellissime istorie , offre ornamenti e frutta e 
fiori e farfalle e cose molte graziosissime , con sì grande 
verità che è un prodigio ; e non sembrano obbietti imitati 
con pietre , ma naturali petrificati. 

Francia, vogliosa anch'essa di posseder quest'arte , quan- 
tunque ottenga in Ferdinando Migliarini un artefice che v'ini- 
zia un opificio di pietre dure , non la vede attecchire. Ha 
miglior fortuna oltre i mari. Ferdinando I spedisce nel Mogol 
quattro artisti per acquistarvi pietre silicee, abbondantissime 
in que' luoghi, e colà pare divenissero maestri o perfezio- 
natori dell'arte suddetta , di cui miransi a Delhy monu- 
menti ammirandi. Prosperò anche in Napoli , ove l' introdus- 
sero Giambattista Zucconi e Raffaello Muffati; ed ov'ebbe 
amenissiina officina presso San Carlo delle Mortelle. 

Verso il mezzo del secolo scorso , questa bell'arte fioren- 
tina declinò; risorse dopo il 1818; a merito della famiglia 
Siries produsse la famosissima tavola , denominata delle 
Muse sopra disegno di Giambattista Giorgi e con imbasamento, 
cui modellò il celebre Giovanni Duprè. Ora l'officina delle 
pietre è fra quelle soggette al Demanio (come dicesi oggi il 
patrimonio dello Stato ) ; a cui appartiene dissipare i timori, 
non taciuti nella Relazione, di veder menomati, se non tolti, 

Arch. St. Ital., 3. a Serie, T. X, P. I. 2Ì 



186 d' una relazione 

i mezzi di prosperità ad un'arte cotanto gloriosa per la To- 
scana. Confidiamo; che son vive le tradizioni , recenti l'opere 
egregie , non ancor muto l'opificio , e n'escono valenti maestri. 

I commessi in superfice piana non furono i soli delle pie- 
tre dure ; si fecero altresì rilievi alti e bassi , e liberi scol- 
piti , ch'ebbero parte all'ultima Esposizione universale. Ivi 
alla perizia toscana contrastò quella della fabbrica di Peterkoff, 
che pur ebbe origine da nostri insegnamenti. Piacquero il 
garbo elegantissimo e la novità dei disegni russi ; ma si dovè 
riconoscer migliore il commesso dei lavori italiani , cui di- 
fese energicamente il Commissario nostro, non per solo amor 
di patria , ma per ispirito di ragione e di verità ; né si potè 
negare encomio a' Fiorentini; medaglia d'oro a Giovanni Ricci. 

La relazione , che ci spiega con somma perspicuità ed 
esattezza i metodi per l'opera delle pietre dure , ci dà conto 
eziandio di quella per cui lodasi primamente Gaetano 
Bianchini , che la conduce in men compatte materie , al fine 
di renderla meno costosa; perciocché l'altra non può essere 
accostevole che a Principi, ovvero a doviziosissimi privati. 
Divenuta però meglio produttiva la gentile industria, dall' Ita- 
lia si è propagata in altre regioni europee , in America e 
persino in Australia; ed è consolevole a sapersi che il nu- 
mero de' premii stabilito per l'industria medesima fu, nell'oc- 
casione della esposizion francese , minore di quello degli 
artisti italiani che hanno meritato. 



2. Roma. 

Il più gran tempio del mondo è pur quello dove si ammi- 
rano i più artistici mosaici ; perocché i capolavori de' grandi 
maestri vi son ritratti nella guisa monumentale che più 
d'ogni altra può far perpetue le copie fedeli. È da riferirsi il 
principio di quest'usanza al tempo (non più addietro di tre se- 
coli e mezzo) in cui venne istituito lo studio vaticano, de- 
nominato poscia Fabbrica, perocché dipendente dall'Opera o 
Fabbrica di San Pietro. Marcello Provinciali o Provenzale che 
fioriva del 1576, pontificando Gregorio XIII, è il primo nome 
d'artista che si rannodi a tale fabbrica , unica al mondo per 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 187 

le tante classiche opere riprodotte , e perchè conta smalti di 
circa diciassettemila tinte , mercè dei quali puossi eseguire 
in musaico qualsivoglia imitazione ; persino dei drappi tes- 
suti in oro , siccome fecero Alessio Mattioli d'Ascoli , il Ghezzi 
ed altri ; onde aggiunse la più desiderabile perfezione ; ed 
ora, prosperando sempre, è diretta dall'illustre cav. Agricola. 

Dal mosaico grande germogliò quella specie di miniatura 
che sì graziosamente è usata per anelli , collane, braccialetti 
ed altri vezzi muliebri. Potè ottenersi, dopo che fu inventato 
l' industre , pazientissimo lavoro del filar gli smalti ; di che 
Giacomo Raffaelli fu , se non inventore , primo a far bella 
mostra nel 1755 ; e pur ne stabiliva a Milano una scuola. 
Così l'arte de' mosaicisti ha in Roma , oltre la Vaticana , 
quindici officine , fra cui primeggiano quelle del Barbieri del 
Maglia, del Galanti, del Boschetti, che danno lavoro a mille 
artieri ; e d'onde uscirono opere , che nelle esposizioni uni- 
versali di Londra e di Parigi vennero giudicate adeguata- 
mente a' lor pregi solenni. 

Un'antica , importante arte romana , che si collega al mo- 
saico abbiamo ne' cammei. Essa poteva prosperare in tempi di 
grandi dovizie ; ne' nostri , in cui tanto si va pel sottile , sa- 
rebbe forse perduta, se all' incidere in pietre di gran costo, 
profittando delle tinte naturali, non si fosse sostituito il va- 
lersi di conchiglie , le quali sono altresì di più facile lavorìo. 
La Francia, 1' Inghilterra, la Russia han tratto da noi que- 
st'arte che, sebbene languisca alquanto , ha tuttora in Roma 
quasi la madrepatria a cui si ricorre da fuori come ad autrice 
e conservatrice : ed ha pure in Giovanni Dies un celebratis- 
simo cultore. 



3. Venezia. 

Come Roma, così Venezia richiedeva special menzione 
pel mosaico. Appreso dagli Arabi il modo di preparare splen - 
didamente i vetri ; tenuto il far bizantino, la metropoli adriaca 
ebbe quest'arte in tanta onoranza da conferire il patriziato a chi 
più squisitamente la esercitasse. Con la grandezza della Repub- 
blica sarebbe scaduta, se non fosse entrata in un nuovo cam- 



188 d' una relazione 

pò. Fu sulla metà del secolo scorso, allorché l'abate Moretti 
da Murano e suoi fratelli ebbero inventato . come credesi , 
quello che si reputa il più ragguardevole degli smalti , e che 
venne chiamato Avventurina , nome di rarissima pietra di 
quarzo rossastro punteggiato d'oro , del quale il nuovo smalto 
imitava i colori , vinceva la fulgidezza. Rimanea un segreto 
siffatta composizione, quando, per effetto di studi e sforzi e 
sacrifizi infiniti, venne scoperta da Pietro Bigaglia , e si ag- 
giunse altro smalto, screziato a varii colori , rassomigliante 
il diaspro sanguigno , che denominossi Ossidiana. Ne furono 
ammirati i primi saggi in Esposizioni provinciali del 1826 e 
del 27; ed i vetri colorati a mo' di pietra dieder campo a 
comporre non più visti ornamenti; servirono a fregio di mo- 
bili doviziosi, dieder fonte a considerevoli guadagni, peroc- 
ché in Roma, in Boemia, in Francia, nella stessa Turchia 
venne in gran voga quello smalto , che ottenne trionfi a 
Londra del 1851 , a Parigi del 55, a Firenze sei anni di 
poi. Intanto un terzo valentuomo , Lorenzo Radj , non av- 
vertito nella oscurità della sua povera officina , sudava dì e 
notte per tentar di penetrare il mistero nel quale pur s'era 
avvolto il secondo scopritore. Buona fortuna volle che quel- 
l' indefesso artiere fosse scoperto , compreso , soccorso da 
Antonio Salviati , che gli diede mano sì generosa e lume sì 
efficace da giungere la meta ed oltrepassarla. Il Salviati, spinto 
ineluttabilmente, lascia altra carriera, cui si suole attribuire 
assai più dignità che a quella dell'operaio; si associa a lui ; 
aiuta eziandio un Negri ed un Baldoni; e da tale am- 
mirando consorzio risulta il migliorar gli stromenti da taglio 
de' vetri ; il perfezionar le commettiture ; il racquistar la 
smarrita arte d' imitar l'oro , l'argento , i calcedonii ed altre 
pietre , anche a superficie curva ; il variare gli ornamenti 
composti con questi apparecchi ; il foggiare vasi elegantissimi. 
Tutt' insieme offresi la prospettiva che per Venezia si riapra 
una fonte di commercio , la quale fu doviziosa in passato 
finché i porti d'Oriente accolsero, come accolgonsi ora quelle 
de' maggiori potentati , le navi della gloriosa Repubblica. 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 180 



4. Riepilogo concernente al mosaico. 

Nella Relazione si volle corredata anche la parte relativa 
al mosaico da tavole statistiche, onde abbiamo elenchi dei 
maestri commettitori di pietre dure dal 21 aprile 1574, e 
pregiabilissime notizie , come intorno quelle usate per la ta- 
vola detta delle Muse , così all'altre che serviranno alle sta- 
tuette di Cimabue e dell' Italia ; oltre indicazione delle pietre 
tutte che usansi nell'opificio fiorentino. A conchiudere poi la 
triplice relazione intorno i mosaici, vien fatto un parallelo, 
cui giova rapidamente accennare. Roma e Venezia non si 
distolgono dalle materie usate a principio , si travagliano a 
perfezionar l'arte. Firenze abbandona gli apparecchi vitrei 
per surrogare i calcarei , poscia i silicei , ed ottiene un modo 
tutto suo, durevole, ricco, splendidissimo. Roma prevale 
nella imitazione dei dipinti , ed in un musaico (propriamente 
detto) il più classico. Le va da presso Venezia; ma in par- 
tàcolar guisa per gli ornamenti edilizi e delle mobilie. Una 
bella pagina è segnata dal mosaico nella storia dell'arte 
italiana; liberalità o fasto di principi vi poterono in passato 
spender tesori .- al presente che ne sarà? Rispondiamo col 
voto espresso nella Relazione , che conforta ad eternar con 
monumenti anche di quest'arte le migliori memorie della 
patria comune. 



III. 

Intaglio e tarsìa in legno ed in avorio. 

Nelle suppellettili per uso delle persone o de' luoghi ad- 
detti al culto religioso possiam tuttavia ritrovar monumento, 
rispetto alla nuova èra, di quell'intaglio e di que'commessi, 
che , sebbene in men solida materia e tenuta più ignobile 
de'marmi e de'bronzi , ci offrono pròve squisite , meravigliose. 
Ma non ne rimangono eli lontanissimo tempo ; il seggio o 
cattedra di san Massimiano a Ravenna , lavoro in grandi 



190 d' una relazione 

tavole d'avorio foggiate a basso rilievo , è tra i mobili anti- 
chi di così fatta maniera il più celebre , ed appartiene al 
sesto secolo del Cristianesimo (1). Nella gentil Toscana (quasi 
culla predestinata dell'arti e della lingua d'Italia, poiché 
Roma più non fu che il più gran monumento dell'epoca ante- 
riore) , ed in alcune terre vicine incomincia copiosa e non 
incerta la storia dell'arte a cui alludiamo. Manuello con Parti 
suo figlio lavora nel 1259 al coro del vetusto duomo di Siena. 
Un senese , mastro Vanni dell'Ammanato , disegna nel 1331 
gli stalli in legno a tinte svariate del Duomo d'Orvieto , e 
dà mano a condurlo; noi può recare a compimento, e questo 
devesi'a Domenico di Niccolò, indi a Pietro e ad Antonio del 
Minella , a Giovanni di Lodovico Magno : tutti della scuola 
senese , onorata eziandio dai nomi di Giovanni Talini , di 
Meo Ruto e d'altri. 

Non è a partirsi da Siena, ove in quell'emporio e miracolo 
d"arte eh' è la cattedrale, lavorano all'opere in legno per 
trentatre anni più intagliatori; fra' quali, primo, Francesco 
del Tonghio ; valorosissimo , Barna di Torino. Sempre a Siena, 
quel medesimo Barna nel palazzo del pubblico ; Giovanni di 
Feo detto di Barbecca nella chiesa di S. Giovanni ; in quella 
di S. Domenico , Lorenzo di maestro di Landò si travagliano 
in ragguardevoli intagli e tarsìe ; poscia , per tacere d'altri , 
Cecco di Vanni del Giucca e Pasquale di Matteo chiuderebbero 
la serie degl'intagliatori de' rammentati paesi nel trecento, 
se non fosse a dire di Niccolò di Niccoluccio e di Tommaso 
di Ceccolu ; della perizia de' quali riman testimonio un bel 

(-1) Poiché gli antichi lavori in quest'arte scarseggiano, si amerà che dia- 
mo cenno delle imposte di due porte della chiesa" di Sant'Alessandro in Parma 
( fondata , insieme con monastero di monache Benedettine dalla regina Cune- 
gonda nel ix secolo) ; le quali, a cagion di pia tradizione , vennero gelosamente 
serbate , siccome quelle che dicevasi fossero aperte e chiuse ogni dì da San 
Bertoldo , sul principio del secolo xif. Leggesi accurata descrizione di esse 
nel]' Indicatore modenese del 1852 (31 luglio, N.° 34 ) in una Memoria impor- 
tantissima , pubblicata a più riprese in quel foglio , del nostro illustre amico 
Prof. Cav. Amadio Rondimi sui lavori di scultura in legno eseguiti in Parma. 
Di questa Memoria principalmente ci varremo nelle nostre note ; e , nel propo- 
sito di essa, non dobbiam tacere che, a pag. 309 della Relazione, il mentovato 
Indicator modenese è citato come un'opera del Monchini , mentre non era che 
un giornale arlistico letterario in cui s'inseriva quella Memoria. 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 191 

frammento della tarsìa, ond' era formato il coro del duomo 
d'Assisi. 

Rassegna non breve di nomi abbiamo offerto, eppure dob- 
biam giudicarla , più che scarsa , insufficiente , se volgiam lo 
sguardo alle altre parti d'Italia, ove non fu mai spento, se 
non per tutto ugualmente leggiadro , il culto dell'arti. Della 
quale insufficienza fan fede, tra l'altre, le continue scoperte 
di documenti e d'obbietti , eli cui non lasciarono desiderar 
notizia i diligenti ricercatori; ma noi non ci dilunghiamo 
dall'ufficio di dar conto d'un'opera altrui , e sconverrebbe il 
soverchio allargarsi (1). Avvertiamo inoltre , e non lo tace la 
Relazione, che del moltissimo fatto a que'tempi non abbastanza 
ci resta. L' ignoranza feroce , la stolta grettezza diedero alla 
scure ed al fuoco reliquie preziosissime ; oppure fra mano di 
rigattieri o sordida gente caddero importanti rimasugli , che 
passarono i monti ed i mari, e son testimonio ad altre nazioni 
di ciò che fu la nostra , ed esse allora non furono. 

Il quattrocento, secolo aureo, scala dal rinascimento all'apo- 
gèo dell'arti belle , incomparabile nella semplicità e nel pre- 
stigio del sentimento mistico, presentasi con quei nomi di 
Donatello, del Brunellesco, di Giuliano e Benedetto da Maiano 
e d'altri, dei quali, pur in riguardo alla scultura in legno, 
non è mestieri si ricordino le celebratissime opere. Men 
noti , quantunque non meno commendevoli per tal fatta di 
scultura, Tommaso d'Antonio fiorentino, Domenico d'Antonio 
da S. Severino , Angelo di Gabriello Bruno , eseguirono squi- 
siti lavori ad Assisi; e con loro va lodato Alberto di Betto , 
autore di celebri figure in una cappella della Metropolitana 
senese. L'arte della xilotarsia va innanzi per le fatiche di 
non pochi, fra' quali Matteo di Bernardino; Pietro, Antonio, 
Giovanni del Mulinella; Domenico Tassi, finché arriva a 
Lorenzo Genesino da Lendinara (picciola terra del Polesine 
in quel di Rovigo) detto Canozio , capo di celebre famiglia , 
e di scuola che primeggia, e che non ebbe d'uopo da'succeduti , 
se non di venire arricchita e perfezionata. La Relazione, facen- 



ti Solo riputiam non disutile raeguagliare , alla spedita ed in nota, d'al- 
cuna importante cosa di Parma , patria e dimora nostra, avendo in presenza 
i lavori, e sicurezza di elementi a trattarne. 



192 d' una relazione 

dosi prò' di quanto scrisse il eli. Michele Caffi (1) , mette in 
rilievo e rettifica le inesattezze corse nel proposito di quella 
famiglia, la quale diede sei artisti: Lorenzo suddetto; il 
fratello di lui , Cristoforo; Giovan Marco, figlio, da cui Ber- 
nardino, che fu padre a Daniello, e con loro Pier Antonio 
dell'Abate, da Modena, che s'immedesima co'Lendinaresi a 
cagion di maritaggio con una figlia di Lorenzo (2). Anche per 
questi artefici, che lasciarono discepoli commendati (3) e lavori 
tanti , esempio e lustro in molte città, non è mestieri scen- 
dere a particolari , da' quali nulla si trarrebbe che non fosse a 
notizia degli studiosi (4). Torniamo dunque alla gentile Siena , 



(1> Lettera al Padre Marchese, Modena, Pelloni , 1852. La diligenza e la 
saggia critica , onde sono informate questa ed altre lettere al marchese Giuseppe 
Campori , lasciati desiderio che l'egregio Caffi dia compiuta la storia della Xilo- 
tarsia che sperasi da lui. 

(2) Si hanno esempi d'artisti, che, abbandonando il proprio, assumono il 
cognome di famiglia con la quale s'imparentano. Girolamo Bedolli , fiorito in 
Parma tra gli esimii dipintori, avendo impalmato donna della schiatta dei 
Mazzola , prese questo cognome , ed in questo è , e vuol essere, conosciuto : il 
che notiamo al considerare come , per l'identità di tal cognome con quello di 
Francesco detto il Parmigiani/. o , e pel merito , se non pel fare , delle opere , 
l'uno sia stalo sovente dai meno avvisti confuso con l'altro. 

,3) Ai derivati dalla scuola de'Canozii appartiene il parmigiano Luchino 
Bianchini ; il quale in uno dei molti pregevolissimi suoi lavori volle , col pro- 
prio nome , segnar memoria di sua gratiludiue al maestro , Cristoforo da 
Lendinara . cui ebbe a superare nella linitezza artistica. Egli compiè gli arma- 
dii della sagrestia de' Consorziali nella cattedrale parmense insieme con Cri- 
stoforo suddetto; eseguì buona parte dei suoi intagli e tarsie sulla fine del se- 
colo xv, e del 1524 tramontava la sua vita, già decrepita. 

Altro intagliatore e tarsiatore in legno , di cui Parma onorasi , quasi con- 
temporaneo ai precedenti , perocché , nato del 1469, cessò di vivere nel 1531 , e 
fu Marc'Anlonio di Giovanni Zucchi, al quale Man 'Antonio è dovuto il coro 
magnilico de' Benedettini nella stessa città. Vi lavorò quasi trentanni , ed ebbe 
un degno cooperatore , del cui nome non si ha traccia , ma che il Ronchi DÌ 
stima lecito supporre fosse Biagio Veneziano, del quale trovò relazione in un 
giornale ile' Monaci sotto la partita del Zucchi. Questi nel fratello Aristotele e 
nel nipote Gian Francesco ebbe due del suo casato e della sua medesima arte 
(Ved. Indie, Moderi., 1852, N. 3G e 37). 

(4) Ci par luogo da citare quanto il Bonchini (Memoria suddetta) considera 
per rispetto a quegl' intagliatori che pure esercitavano architettura , i (piali 
forse chiamavansi magistri a muro et lignamine ; e di tal modo vennero intitolali 
Gherardo Fatuli ed Ilario Ugoleto , parmensi , che si possono annoverare fra i 
pregevoli architetti ed intagliatori de' tempi .«u cui discorriamo. Listesso Hon- 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 193 

da cui pigliammo le mosse , che nel suo Antonio Barili , nato 
nel 1453 , nel nipote di lui , Giovanni , ed in parecchi disce- 
poli spinse l'arte a maggiore progresso, mentre Damiano da 
Pola, con gli stalli della Certosa di Pavia, Giovanni da Ve- 
rona e fra Damiano da Bergamo facevano che fiorisse in 
Lombardia. Cremona dà i natali ai valenti Giovanni Maria 
Platina, e Filippo Sacca o Sacchi (1); Genova, Venezia, 
Vicenza , Ferrara , Piacenza e Parma (2) vantano egregi 
maestri d'intaglio; il Piemonte, nel Castel di Pollenza presso 
Torino conserva in una cappella un coro bellissimo , miracolo 
dell'umana pazienza, come il Cicconi lo chiama, di cui è 
ignoto l'autore; e l'istesso Piemonte offre un artista egregio 
in Anselmo de'Fornari da Tortona, che lavorò di tarsìa nel 
sontuoso coro della cattedrale savonese. 

Omettiamo altri artefici ed opere del secolo xv, ed a mag • 
gior brevità ci costringe il fortunato cinquecento , che innu- 
merevoli sono i maestri d'allora , anche nella spece d' intagli 
di cui ragioniamo. Continua l'antica, gloriosa scuola de' Barili 
da Siena e ne rampollano ottimi seguaci. Antonio Mercatello 
nel collegio del Cambio in Perugia, e nel coro della cattedrale 
di Todi si mostra classico artefice , vantaggiato dall' usare 
disegni , forse del Perugino , fors'anco di Raffaello ; Fra Gio- 
vanni da Verona , intarsiatore de'più famosi , inventa ed 
insegna il tingere i legni con colori ed olii cotti; escono 
dalla scuola di lui frate Raffaello da Brescia, eccellentissimo; 
un altro Bresciano , che nomossi Bernardino Tortelli , e fu 
detto anche Benvenuto , finalmente Bartolommeo Chiarini. 
Questi due compiono opere magistrali a Napoli , ove prima 

chini argomenta che i migliori artefici di legname potessero essere altresì ar- 
chitettori , e par giusta osservazione anche guardando al gusto degli ornamenti, 
al disegn i ed agli efletti prospettici degli edifizi ritratti nelle tarsìe, che danno 
a divedere studio, se non diretto, affine, all'arte architettonica. 

(1) Pur dal Ronchini abbiamo conte/za di un Tommaso Sacchi , per avven- 
tura del medesimo casato, com'era della medesima città di Filippo: l'uno e 
l'altro di tal vaglia da potere , il primo , competere con Cristoforo Canozio nel 
concorso aperto dai Santesi della cattedrale di Parma pel coro, che ammirasi 
tuttavia , e fu poi allogalo a Cristoforo; il secondo, da essergli commesso, in- 
sieme con Cristoforo da Milano , un cospicuo lavoro per la casa del conte ih 
Cajazzo , il famoso Roberto Sanseverino. 

(2) Vedi nota 3 a pag. 492. 

Arch. St. Itai.., 3. a Serie , T. X , P. I 25 



194 d' una relazione 

erano sorti Agnolo Agnello del Fiore , allievo del Ciccione , 
Giovanni Mediano da Nola ; e , lodatissimo , Agostino Bor- 
ghetti. Un altro frate , Damiano da Bergamo , reca al mag- 
gior progresso l'arte di colorire i legni, cui ritrovava, come 
dicemmo , il Veronese ; e le tarsìe di Damiano giungono a 
tanto prestigio da emular il dipinto. Ha un fratello di nome 
Stefano , un garzone chiamato Zampiero , i quali , con altri , 
gli son collaboratori ; e , a dimostrar quale artefice fosse , 
bastano il coro di San Domenico in Bologna, e le parole che 
di lui scrisse l'illustre Padre Marchese. Toccando solamente 
del fiorentino Guglielmo Baglioni , e del bergamasco Francesco 
Zabello ; rammentando la buona scuola cremonese d' intaglio , 
nella quale emergono i nomi di Francesco Aureri , di Lo- 
renzo Aili , d'un Paolo Sacca , di Cristoforo e Giuseppe Man- 
tello , omettiamo non pochi altri di varie città, e chiudiamo 
il ragguaglio , che si riferisce al sestodecimo secolo (1) , col 
rammentare che artisti preclari non isdegnarono esercitarsi 
nell' intaglio in legno , siccome fu fatto da Giulio Romano e 
dal Primaticcio in Mantova. 

Superfluo entrar nell'argomento notissimo dell'arte , che 
si esagera, si ammaniera, precipita, nel secolo xvn. Non più 
grandiosità di lavori e di gusto; gonfiezza, imagine della bo- 
riosa prevalenza spagnuola; fasto, scorretto come il costume, 
surrogato alla magnificenza. Dove lo splendor dell'arte manca, 
si cerca quello della materia; né più con severa semplicità, 
ma con mescolanze di bronzi , di porcellane , di musaici si 
fanno gT intagli ; ed a poco a poco più non li trovi nelle so- 
lenni opere pei tempii, pe'cenobii, per le aule de'Municipii, 
ma nelle sale de' signorotti, che mutarono in burbanza la fiera 
grandezza avita. Nondimeno la nostr'arte non al tutto trali- 
gna (2) , e mantengonsi , quanto è dato , in fiore le scuole 

(1) In questo secolo, sullo scorcio, Parma ebbe, fra altri, due egregi inta- 
gliatori in legno ne' maestri Oian Francesco e Pasquale Testi: il primo fu al- 
tresì architettore di molta vaglia. Sono opera sua alcune belle chiese in Parma 
stessa. D'amendue è detto diffusamente nella più volte allegata Memoria ( Indie. 
moderi. , N.° 38). 

(2) Non dubitiamo di rammentare come una delle più grandiose opere 
d'intaglio in legno appartenenti al xvn secolo quella degli armadii che girano 
tutt' intorno all'amplissima sagrestia nobile della chiesa magistrale costantinia- 



SOPRA INDUSTRIE ED ARTI 195 

senese , umbro-toscana , e cremonese ; alla quale ultima ap- 
partiene Giacomo Bertesi da Soresina, commendato di bellis- 
simo ingegno e di rispondente valentìa. Perugia , Brescia , 
Torino , alla breve , molte fra le precipue città italiane se- 
guono a possedere artefici , per quel tempo insigni , sulle 
opere de' quali è diligente discorso nella Relazione che forma 
scopo alle nostre parole. Queste sarebbero viepiù concise, 
guardando all' impeggiorito secolo decimottavo, ove pur esso 
non fosse stato infecondo d' intagliatori ; parecchi , non me- 
diocri ; alcuni , ragguardevolissimi. Fra i quali basta ram- 
mentare Andrea Brustolon, a cui fu patria Zoldo nella pro- 
vincia di Belluno, e che oseremmo chiamar una eccezione 
gigantesca nella generale corruttela. Essa aumentò al decli- 
nare del secolo; divenne men lamentevole all'aprirsi di questo 
nostro decimonono, poiché con le nuove idee, con la più dif- 
fusa istruzione d'ogni classe, fu riconosciuto non doversi dar 
legge alle arti col capriccio e con la moda, ma sì con lo 
studio del bello, del vero, del grande, e con l'esempio dell'an- 
tica eccellenza. Dalla Relazione abbiamo rassegne d'artefici, 
e di lavori , che non doveano lasciarsi in dimentico, sino ai 
nostri giorni; ne' quali l'arte italiana dell'intaglio e della 
tarsìa in legno ed in avorio ottenne trionfo nella gara uni- 
versale a cui Parigi , or fa due anni , dischiuse il campo ; e 
salirono a ventuna le ricompense concedute per l'arte suddetta 
ai nostri; un de' quali venne fregiato di medaglia d'oro, e fu 
Pietro Giusti , cittadino di quella medesima Siena ove l'arte 
rammentata ebbe, conforme vedemmo, i primi germogli nella 
età del rinascimento. 

Con la parte relativa al foggiare artisticamente i legni 
si chiude la Relazione della quale abbiam fatto disami- 
na. Chi vi cercasse, nel senso assoluto della parola, noti- 
zia di tutto che s'attiene a decoro ed a non umil servigio 
delle abitazioni umane meraviglierebbe , per avventura, del 
silenzio intorno gli arazzi, i vasi, ed altri obbietti non pochi, 



na , detta della Steccati, in Parma. Son lavoro di Giambattista Mascheroni, di 
Carlo Rollini e di Rinaldo Torri- Vi si veggono svariati^simi fregi, colonne, ca- 
riatidi e storie in basso rilievo , il cui magnifico effetto fa un po' dimenticare 
lo stile barocco, pesante. 



196 d'una relazione ec. 

di natura, di forma e d'uso diversi da quelli ai quali la Re- 
lazione concerne : ma ragion vuole si consideri che vennero 
prestabilite, col programma della Mostra universale, come le 
classi , così le loro suddivisioni ; che ciò tornava necessario 
in tanta congerie di cose; che quelle di cui è taciuto, rispetto 
alle suppellettili ed agli ornamenti per gli edifizi, furon com- 
prese in altre classi, e tutt'al più sarebbe a notare di soverchia 
ampiezza il titolo di questa : ma non è da farne argomento 
di censura verso chi sobbarcossi al pazientissimo e non facil 
compito della ricordata Relazione. Di che si attribuisce il 
dovuto merito al conte Carlo Demetrio Finocchietti, il quale 
diede testimonio d'erudita diligenza e d'amor patrio a tutte 
prove. Abbiasi dunque lodi , e prosegua alacre in così nobili 
fatiche. Egli ben sa, ed oggimai nessuno di gentil sangue 
ignora, non essere da cercar onoranza negli alberi genealo- 
gici , più o meno frondosi , ma solo potersi con le virtù cit- 
tadine e la dignità dell'opere continuar lo splendore d'un nome 
ereditato. 

Porremmo fine , se non ci giovasse ripetere che opera di 
lunga lena, e non d'un solo sarebbe il dare un compiuto in- 
sieme di quanto può dirsi in riguardo a subbietti copiosi ed 
importanti siccome quello di cui abbiam trattato. Verrà forse 
giorno nel quale, coi documenti, le monografìe, e tutt' altro 
che, da parecchi valentuomini con sapienza; dal più de'stu- 
diosi, con accuratezza ed amore, si va pubblicando, formisi 
il cumulo de' materiali occorrenti a grandi opere storiche di 
critica severa e sicura. Tale vorrà essere il frutto di siffatte 
pubblicazioni, a non renderle vane o di scarsa utilità. E, nel 
rispetto appunto de'materiali , si attaglia allo scopo nostro il 
recarci a più vasto pensiero, col far presente come in piccole 
città, borghi, castella di molte Provincie d' Italia sieno archivi 
inesplorati, dove nulla, dove mal custoditi; o nei quali è di- 
fetto, se non di cura, di cataloghi, e d'Ufficiali competenti : 
cotalchè la collocazione di quelle carte, lungi dal potersi 
chiamare ordinamento, appaga l'occhio, non l'intelletto. Prov- 
veder con efficacia a togliere quanto lamentammo sarà opera 
degna de' tempi nostri ed adeguato complemento alle solleci- 
tudini del Governo per gii studi storici. 

Pietro Martini. 



197 



I DISPACCI DI GIOVANNI MICHIEL 



Les dèpèches de Giovanni Michiel amhassadeur de Venise en 
Angleterre pendant les années de 1554 a 1557 decliiffrèes 
et publiées par Paul Friedmann. - Venise , Impr. da 
Commerce , 1869. 

/ dispacci di Giovanni Miclrìel ambasciator Veneto in In- 
ghilterra (1554-57), Rettificazioni ed aggiunte di Luigi 
Pasini Applicato nel R. Archivio generale di Venezia. - 
Venezia, Stabilimento tipografico Grimaldo e C, 1869. 



Intorno a questi due libri , che contengono una polemica 
non punto mite, crediamo che assai meglio valgano che le 
nostre quelle succose pubblicate nel diario Veneto intito- 
lato la Stampa. Poiché lo autore credette serbarsi anonimo, 
noi non vorremo indagare il suo nome. Ma non possiamo ce- 
lare la nostra supposizione , che sia un giudice competentis- 
simo , sugli scritti dotti e generosi del quale abbiamo tenuto 
parola in questo Archivio Storico. 

« I dispacci cifrati di Giovanni Michiel ambasciatore ve- 
neto alla corte d' Inghilterra negli anni 1554 al 1557 diedero 
luogo a due pubblicazioni recenti. La prima di un forestiere, 
il sig. Paolo Friedmann, pubblicata un mese fa (Le dépéches 



198 * I DISPACCI 

de Giovanni Michiel ec. Venise , imprimerle du Commerce, 
1869; 288 pag. in 8.°) la seconda di un veneziano, il signor 
Luigi Pasini , applicato nel r. Archivio generale di Venezia 
(/ dispacci di Giovanni Michiel, ambasciatore veneto in 
Inghilterra,, Rettificazioni ed aggiunte dell'opera precedente; 
Venezia, Stabilimento tipografico Grimaldo , 1869, pagine 36, 
in 8.°) vide la luce in questi giorni. 

« Questi dispacci relativi al regno di Maria la Sanguinaria 
d' Inghilterra , dispacci fra i più antichi esistenti all'Archivio 
dei Frari , vi giacevano in gran parte non intelligibili , per- 
chè nei punti più importanti e delicati , scritti in cifre senza 
che se ne avesse la traduzione o se ne conoscesse i cifranti. 
Tutti sanno quale luce e verità venne portata alla storia e 
alla critica storica moderna dall'alta saggezza politica rivelata 
nelle relazioni e dispacci degli ambasciatori della Repubblica 
di Venezia. È per ciò che era sempre desiderio particolare 
del Ricord Office inglese , che ne venisse portata a conoscenza 
generale la traduzione in lettere conosciute. 

« Avviene spesso che nelle scienze applicate , essendo 
desiderabile una scoperta , questa venga ricercata in modo 
diverso da alcuni, i quali in materia differente raggiungendo 
la desiderata meta, non mancano poi di accusarsi a vicenda di 
plagio. Un caso simile avvenne per i dispacci di Giovanni 
Michiel. Essi sono di tale interesse per la storia d' In- 
ghilterra, che alcuni anni fa ne venne fatta la riproduzione 
in fotografia per indurre tutti quelli che avvezzati alla dif- 
ficoltà di tali studi avrebbero avuto desiderio di tentarne la 
decifrazione. 

« Il signor Pasini, valente ufficiale dell'Archivio dei Frari, 
a cui si dovette sotto la direzione del conte Dandolo nel 1866 
l'elenco esatto di tutti i manoscritti asportati per conto dell'Au- 
stria dall'abate Beda Dùdick, e che sta preparando da alcuni 
anni una Storia delle cifre usate nei dispacci degli ambascia- 
tori Veneti presso le Corti estere , coli' indicazione delle leggi 
e decreti che vi hanno relazione, si era occupato da un punto 
di vista generale di questi dispacci del Michiel. Ed era già 
riuscito a scoprire il significato di alcuni segni che davano 
speranza di poter condurre a fine il lavoro cominciato , 
quando si presentò all'Archivio dei Frari il prussiano signor 



DI GIOVANNI MICHIEL 199 

Paolo Friedmann. I nostri lettori immaginano il resto. Il va- 
lente forestiere si era messo in mente di arrivare solo al suo 
scopo , ed in questo torse non aveva torto perfetto. Egli pub- 
blicò dunque con più o meno esattezza i dispacci del Michiel 
secondo la chiave inesatta , ch'egli si era fabbricata a forza 
di combinazioni e di pazienza ed in questo era nel suo diritto; 
sennonché nella sua Prefazione egli credè opportuno di scre- 
ditare il signor Pasini non volendogli accordare la soddisfa- 
zione di avere scoperto in maniera « indipendente la chiave 
« della cifra dell'ambasciatore veneto a Londra ». 

« È a questa insinuazione poco cortese ed a qualche gra- 
tuita insolenza del signor Friedmann , che qui non ci tocca 
rilevare , che il signor Pasini risponde oggi col suo opuscolo. 
Egli lo fece con spirito e prudenza, e le sue Rettificazioni ed 
Aggiunte proveranno al signor Friedmann che invece di essere 
geloso dello zelante ufficiale, egli avrebbe fatto meglio di va- 
lersi della sua esperienza e de' suoi lumi. 

« Raccomandiamo d'altronde ai nostri lettori la lettura 
delle opere ora pubblicate dai due competitori: il soggetto in 
sé è abbastanza vasto ed interessante per non essere adom- 
brato dalle questioni personali ». 

Fin qui il giornale La Stampa (N.° 228, 19 Agosto). 

Esaminata, imparzialmente, la lite, pare si debbano trarre 
le seguenti illazioni : 

1.° È fuor di dubbio che il Friedmann abbia avuto il me- 
rito di accingersi alla versione della cifra del Michiel da sé 
solo ; e se la sua chiave non è perfettamente esatta , pure fu 
il primo che ne offrisse al pubbico una decifrazione, della 
quale mostrò il procedimento. 

2.° È fuor di dubbio che il Friedmann abbia provato un 
certo dispetto quando seppe che altri si era accinto a rag- 
giungere lo scopo medesimo', e che oltrepassò i limiti di 
quella critica urbana che dovrebbe usarsi fra gli studiosi , per 
la quale chi rispetta gli altri , rispetta sé stesso. 

3.° È fuor di dubbio che il Pasini da parecchi anni at- 
tende allo studio delle cifre usate dagli ambasciatori veneziani. 
Né poteva dimenticare quella cifra usata da Giovanni Michiel 
che si credeva indecifrabile , e si teneva come tanto irnpor- 



200 I DISPACCI DI GIOVANNI MICHIEL 

tante. E quindi deve aver cominciato a studiarla, e ne ottenne 
i primi resultati. 

4.° È fuor di dubbio che scopertisi due dispacci del So- 
ranzo , immediato predecessore del Michiel colla versione 
officiale , esaminata da lui la cifra trovò 180 segni adoperati 
anche dal Michiel. 

5.° È fuor di dubbio che il Pasini trovò 58 segni , non 
ispiegati dal Friedmann , e cinque, ne ebbe dal Soranzo ; che 
fece molte correzioni alla versione del Friedmann. Ed è fuor 
di dubbio che la versione del Pasini è esattissima. 

Ognuno dei due traduttori ha un merito proprio ; né il 
merito dell'uno può distruggere quello dell'altro. La priorità 
è del Friedmann, la esattezza del Pasini. Noi non mestiamo 
nel fiele della polemica. Solamente non possiamo non ri- 
cordarci la debilità umana e la irritabilità degli studiosi. 
E dire che vi furono soggetti anche uomini sommi ed 
immortali ! Vuoisi da taluno che il Simplicio nei Dialoghi 
famosi di Galileo non sia senza malizia , amaramente pagata. 
E chi non ricorda la controversia fra il Newton e il Leibnitz? 

A. Sagredo. 



201 



OPERE E DOCUMENTI DI STORIA ITALIANA 



PUBBLICATI 



DALLE RR. DEPUTAZIONI DI STORIA PATRIA 



IN ITALIA. 



Deputazioni per le Provincie dell'Emilia. 

Nelle notizie bibliografiche si sono più d* una volta 
annunziati , ma sparsamente , i lavori delle Deputazioni 
italiane sopra gli studi della Storia patria. È parso bene 
riunire ordinatamente queste sparse notizie , e supplire 
alle omissioni, che pur troppo siam certi d'aver fatto in- 
volontariamente , formandone elenchi bibliografici. I quali 
gioveranno ai cultori delli studi storici ; e faranno fede 
a un tempo come , anche in mezzo a tante difficoltà , non 
s' è trascurato in Italia di dare opera ad arricchire il 
tesoro della patria erudizione. Questo primo elenco è opera 
diligente dell'egregio nostro collaboratore cavalier Pietro 
Martini , segretario della R. Deputazione per le provincie 
di Parma e Piacenza. Confidando nell'aiuto di altri col- 
laboratori , abbiamo la speranza di continuare questo la- 
voro per ciò che spetta alle altre Deputazioni. 

La Direzione. 

Arch. St. Ital. , 3. a Serie, T. X , P. I. 26 



202 DEPUTAZIONI ITALIANE 



MONUMENTI 



Deputazione di Parma e di Piacenza (1). 
Parte legislativa. 

1. Statuta Communis Parmae digesto, an. 1255. - Parma , 
pel Fiaccadori, 1856 (editore Amadio Rondimi). 

2. Statuta Communis Parmae , ab anno 1266 ad annum cir- 
citer 1304. Parma, Fiaccadori, 1857 (ed. Ronchini). 

3. Statuta Communis Parmae ab anno 1316 ad an. 1325. 

Parma, Fiaccadori, 1859 (ed. Ronchini). 

4. Statuta Communis Parmae anni 1347. Accedunt leges 

Vicecomitum Parmae i?nperantium usque ad annum 1374. 
Parma, Fiaccadori, 1860 (ed. Ronchini). 

5. Statuta varia civitatis Placentiae. Parma., Fiaccadori, 1860 

(ed. Giuseppe Bonora). - Questo volume contiene gli Sta- 
tuti de' Mercanti dell'anno 1200 circa e del 1323, i Com- 
munitativi del 1391 , quelli de' Giureconsulti (1335), de' No- 
tai (1354), del Clero (1297-1337) e de' Medici (1568). 

6. Ordinarium Ecclesiae Parmensis e vetustioribus excer- 
ptum , reformatum a. 1417. Parma , Fiaccadori , 1866 
(ed. Luigi Barbieri). 

7. Statuta Artium Civitatis Parmae. Parma, per Giacomo 
Ferrari e figli , 1869 (ed. Enrico Scarabelli-Zunti). - È già 
uscito in luce il primo fascicolo di pag. 80 , che comprende 
gli Statuti de' Merciai (Merzadrorum) dal 1324 al 1567. 

8. Statuta artis lanifìcii civitatis Placentiae, ab anno circi- 
ter 1336 ad annum 1386. Parma, per Giacomo Ferrari e 
figli, 1869 (ed. conte Bernardo Pallastrelli). - Opera sotto 
i torchi , di prossima pubblicazione. 

[\) Buona parte de' Monumenti parmensi vide la luce ad opera della pri- 
vata Società , che poi venne compresa fra le Deputazioni di storia patria per 
le provincie dell'Emilia (Ved. Archivio Storico Italiano, serie III, tomo IX, 
parte lì , pag- 37). 



DI STORIA PATRIA 203 



Cronache. 



9. Chr ortica fratis Salimbene parmensis , ordinis Minorum, 
ex codice Bibliothecae Vaticanae mine primum edita. 
Parma, per Fiaccadori, 1857 (ed. Antonio Bertani). 

10. Chronica parmensia a sec. XI ad exitum sec. XIV. Ac- 
cedunt varia , quae spectant ad historiam patriae civilem 
et ecclesiasticam. Parma, Fiaccadori, 1858 (ed. L. Bar- 
bieri ). 

11. Chronica tria piacentina a Ioìianne Codagnello > ab Ano- 
nymo > et a Guerino conscripta. Parma , Fiaccado- 
ri, 1859 (ed. B. Pallastrelli). - La Cronaca del Codagnello 
procede dall'anno 1012 al 1232, quella dell'Anonimo dal 1154 
al 1284, e la Gueriniana dal 1289 al 1322. 

12. Chronica Civitatis Placentiae Iohannis Agazzari et An- 
tonii Francisci Villa. Parma , Fiaccadori , 1862 ( ed. An- 
tonio Bonora). 



Deputazione di Modena, Reggio-Emilia, Massa-Carrara. 

Parte legislativa. 

Statuta Civitatis Mutinae anno 1327 reformata. Parma , per 
Pietro Fiaccadori, 1864 (ed. il march. Cesare Campori). 

Cronache. 

1. Cronaca modenese di Iacopino de' Bianchi detto detto de'Lan- 
cellotti (dal 1469 al 1502). Parma, pel Fiaccadori, 1861 
(ed. Carlo Borghi). 

2. Cronaca modenese di Tommasino 
detto de'Lancellotti dal 1506 al 1523 

3 dal 1524 al 1529 

4 dal 1530 al 1532 

5 dal 1532 al 1535 

6 dal 1535 al 1538 



Parma , Fiaccadori , 
1862-67 (ed. Car- 
lo Borghi). 



204 DEPUTAZIONI ITALIANE 

ATTI 

Parma e Piacenza. 

Sunto dei lavori , letti nelle adunanze accademiche , e pro- 
cessi delle medesime dal 21 novembre 1861 al 4 aprile 1862 
{Lìdgi Barbieri segretario). 

Relazione generale (letta a Bologna) delle cose fatte nell'an- 
no 1861 dalle due sezioni componenti la Deputazione so- 
pra la storia patria per le Provincie di Parma e di Pia- 
cenza ( Luigi Barbieri ). 

Processi, come sopra, dal 4 giugno al 28 novembre 1862 
( Emilio Bicchieri segretario ). Negli Atti della tornata 
del 4 giugno suddetto è inserito un Discorso in morte del 
commendatore Angelo Pezzana ( di Amadio Ronchini ). 

Sunto e processi delle adunanze dal 19 dicembre 1862 a tutto 
il 1867 ( Pietro Martini segretario ). Negli Atti della tor- 
nata del 28 novembre 1867 è inserito un discorso comme- 
morativo del conte Iacopo Sanvitale (di Pietro Martini). 

Relazioni generali delle cose fatte dalla Deputazione per le 
mentovate due Provincie dal 1862 fino al 1865 , lette , ri- 
spettivamente , a Parma , Modena , Ravenna ( di Pietro 
Martini ). 

Modena , Reggio , Massa-Carrara. 

Sunti e processi delle tornate accademiche della Deputazione 
di Modena dal 29 febbraio 1860 al maggio 1863 ( Gio vanni 
Raffaela segretario). 

Relazione dei lavori fatti dalla Deputazione suddetta nel suo 
primo biennio ( Giovanni Raffaelli). 

Sunto delle tornate accademiche della sottosezione di Reg- 
gio-Emilia dal 24 luglio 1861 al 13 dicembre 1863 ( Ber- 
nardino Catelani segretario ). 

Relazione dei lavori fatti dalla predetta sottosezione dal 1861 
al 1862 {Bernardino Catelani). 



DI STORIA PATRIA 205 

Sunti e processi ec. della Deputazione modenese dall' 8 gen- 
naio al 10 giugno 1864 ( Giovanni Rafaelli ). 

Relazione generale della Deputazione per le provincie mode- 
nesi dal giugno 1863 al maggio 1864 ( il medesimo ). 

Sunto ec. delle tornate accademiche della Sottosezione di 
Reggio nel 1864 ( dagli Atti della Sottosezione ). 

Sunti e processi , ec dal 13 gennaio al 29 dicembre 1865. 
Negli Atti di quest'ultima tornata si legge una necrologia 
di Mons. Don. Celestino Cavedoni ( di Antonio Cappelli ). 

Sunto ec. delle tornate accademiche della Sottosezione di 
Reggio nel 1865 ( dagli Atti della Sottosezione ). 

Relazione generale dei lavori della Deputazione di Modena 
1864-1865 ( Giovanni Raffaela ). 

Sunto ec. delle tornate accademiche 1866-67 ( il medesimo ). 



MEMORIE 

Deputazione di Parma e Piacenza. 
Storia. 

Vita della contessa Barbara Sanseverino ( Cav. Amadio Ron- 
dimi ). 

Lettere di Mule}' Hassan re di Tunisi a Ferrante Gonzaga 
( Cav. Federico Odorici e Comm. Michele Amari'). 

Vita di Ottavio Farnese figlio naturale di Ranucio I ( Pro- 
fessore Emilio Bicchieri). 

Lucio Calpurnio Pisone Cesonino ( Conte Bernardo Palla- 
strelli ). 

Dei quartieri alemanni in Italia sul finire del secolo XVII 
( Prof. Emilio Bicchieri ). 

Monsignor Bernardo Rossi, ed una lettera di lui al Guicciar- 
dini ( Cav. Amadio Ronchini). 

Lettere famigliari dell'Imperatore Giuseppe II a Don Filippo e 
Don Ferdinando Duchi di Parma (Prof. Emilio Bicchieri). 

Don Alessandro Farnese e la contessa Scotti- Verugoli ( il 
medesimo ). 



206 DEPUTAZIONI ITALIANE 



Storia letteraria. 

Notizie biografiche intorno Iacopo Marmitta ( Cav. Amadio 

Ronchini ). 
Memorie storiche della nazionale biblioteca di Parma divise 

in parti tre {Cav. Federico Odorici). 
Lettere due di Baldassar Castiglioni ( Cav. Amadio Ronchini). 
Iacopo Caviceo ( il Medesimo ). 
Marco Girolamo Vida ( il medesimo ). 
Il Giureconsulto piacentino ( Conte Bernardo Pallastrelli ). 
Carlo Sigonio ( Cav. Amadio Ronchini ). 



Storia Artistica. 

La Steccata di Parma ( Cav. Amadio Ronchini ). 

Giacomo Bertoia pittore parmigiano ( il medesimo ). 

Michel angiolo, e il porto del Po a Piacenza ( il medesimo ). 

Giorgio Vasari alla Corte Farnese ( il medesimo ). 

Delle relazioni del Tiziano coi Farnesi ( il medesimo ). 

Il Grechetto ( il medesimo ). 

Antonio Sangallo il giovane (il medesimo). 

Leone Leoni d'Arezzo ( il medesimo ). 

Giulio Clovio ( il medesimo ). 

Francesco Paciotti ( il medesimo ). 

I due Vignola ( il medesimo ). 

II Torchiarino da Parma ( il medesimo ). 

Maestro Giovanni da Castel Bolognese ( il medesimo ). 

Iacopo Meleghino ( il medesimo ). 

Genesio Bressani , ingegnere militare del secolo XVI ( il me- 
desimo ). 

Giovan Battista Pelori ( il medesimo ). 

Lorenzo Pomarelli ( il medesimo ). 

Giovanni Bettino Cignaroli, ed una sua lettera inedita ( Pietro 
Martini ). 



di storia patria 207 

Modena, Reggio, Massa Carrara. 
Archeologia. 

Dichiarazione d'un basso rilievo mitriaco ( Mons. Don Cele- 
stino Cavedoni ). 

Dichiarazione d'un'antica iscrizione greca ( il medesimo ). 

Appendice alla dichiarazione suddetta ( il medesimo ). 

Dichiarazione d'alcuni Esagì bizantini inediti {il medesimo). 

Ragguaglio d'uno scavo a Brescello ( Cav. Don Giovanni 
Chierici ). 

Congetture intorno ad un' iscrizione , probabilmente celtica , 
scoperta presso Novara nel 1859 ( Mons. Don Celestino Ca- 
vedoni ). 

La statua di Cesare Augusto scoperta a Prima Porta nel 1863 
( il medesimo ). 

Lettera al eh. Canonico Giuseppe Antonelli intorno un antico 
peso della sua raccolta ( il medesimo ). 

Cenni archeologici intorno le terremare nostrane ( il mede- 
simo ). 

Dichiarazione di un antico bassorilievo scoperto in Modena 
( il medesimo ). 

Appendice ai cenni archeologici intorno le terremare ( il me- 
desimo ). 

Dichiarazione d'un peso di bronzo del secolo XV ( Conte 
Gianfrancesco Ferrari-Moreni ). 

Questione riguardante un antico cippo sepolcrale ( Mons. Don 
Celestino Cavedoni ). 

Ragguaglio archeologico d'un gruppo di sepolcri antichi sco- 
perto a Modena ( il medesimo ). 

Storta. 

Memoria sugli archivi municipale e notarile di Modena 

( Carlo Borghi ). 
Cenni sulle origini della famiglia Guidelli de' Conti Guidi di 

Modena ( Marchese Cesare Campori ). 



208 DEPUTAZIONI ITALIANE 

Di un inventario dei possessi del monastero di S. Domenico 
di Modena nel 1450 ( il medesimo ). 

Lettere di Lorenzo il Magnifico , con notizie tratte dai car- 
teggi diplomatici degli oratori estensi ( il medesimo ). 

Intimazioni legali del vescovo Ardizzone de' Conti al Comune 
di Modena, per la correzione degli statuti del 1283 {il me- 
desimo ). 

Cenni storici intorno l'archivio segreto , ora diplomatico , di 
Modena ( Cav. Giuseppe Campi ). 

La congiura dei Pio signori di Carpi contro Borso d' Este , 
scritta nel 1469 da Carlo Sangiorgio (Cav. Ant. Cappelli). 

Di Eriberto vescovo di Modena ( Marchese Cesare Campori). 

Supplicazione di Marco de' Pii al duca Borso d' Este , con 
appendice di schiarimenti e rettificazioni intorno la con- 
giura attribuita ai Pii ( Cav. Antonio Cappelli ). 

Di Azzo da Correggio e dei Correggi ( Cav. Quirino Bigi ). 

Tre lettere greco-latine di due Paleologhi dirette a Borso 
d'Este (Mons. Don Celestino Cavedoni). 

Degli statuti della Mirandola e di San Martino in Rio ( Mar- 
chese Cesare Campori ). 

Consolatoria di Borso d'Este al Magnifico Lorenzo de'Medici 
( Cav. Antonio Cappelli ). 

Memorie modenesi estratte da tre cronache inedite ( Mar- 
chese Cesare Campori ). 

Fra Girolamo Savonarola, e notizie intorno il suo tempo 
( Cav. Antonio Cappelli ). 

Amalia d' Este , e il Marchese di Villeneuf ( March. Cesare 
Campori ). 

Lucrezia Beniamini ( il medesimo ). 

Pandolfo Malatesta ultimo Signore di Rimi ni ( Prof. Canonico 
Francesco Musettini ). 

Ricciarda Malaspina e Giulio Cybo (il medesimo). 

Notizie di Ugo Caleffìni notaio ferrarese del secolo XV, con 
la sua Cronaca di Casa d'Este in rima (Cav. Antonio 
Cappelli ). 

Vita di Alfonso I d' Este , scritta da Bonaventura Pistufilo 
( il medesimo ). 



DI STORIA PATRIA 209 



Storia letteraria. 

Due lettere inedite di Lodovico Ariosto (Cav. Ant. Cappelli). 
Otto Sonetti attribuiti ad Angelo Poliziano ( Mons. Celestino 

Cavedoni ). 
Sei lettere inedite di Fra Leandro Alberti a Gaspare Sardi , 

ed una del Sardi a Iacopo Tebaldi (^Marcii. Giuseppe 

Campori ), 
Tre lettere inedite di Lodovico Ariosto con altre memorie 

intorno il medesimo ( Cav. Antonio Cappelli ). 
Due lettere inedite di Gio. Giorgio Trissino , e altri documenti 

relativi ( March. Giuseppe Campori ). 
Lettere inedite di Gabriello Falloppia e documenti relativi al 

medesimo {March. Giuseppe Campori). 
Lettera di Lodovico Ariosto ( Cav. Antonio Cappelli). 
Tre lettere di Lodovico Ariosto ed una di Alessandra Strozzi 

( il medesimo ). 
Pietro Aretino e una sua lettera inedita a Francesco I di 

Francia ( Cav. Antonio Cappelli ). 
Testamento di Girolamo Tiraboschi ( Marchese Giuseppe 

Campori ). 
Luigi Alamanni e gli Estensi ( il medesimo ). 
Bartolomeo Cavalcanti ( il medesimo ). 



Storia artistica. 

Cenni storici relativi alla B.^V. Assunta , dipinta da Guido 
Reni per la confraternita di S. Maria degli Angioli in 
Spilimberto|( Conte Giovanili Galvani). 

Descrizione d'un libriccino di devozione che appartenne a 
donna" Renea di Francia moglie di Ercole II d' Este (Mon- 
signore Celestino Cavedoni). 

Memoria agiologica'sopra alcuni dipinti murali scoperti nella 
metropolitana di Modena ( Cav. Carlo Borghi). 

Appunti critici intorno al Battistero di Parma , descritto dal 
Commedatore Lopez ( Don Celestino Cavedoni ). 

Arch. St. [tal. , 3. a Serie, 7. X, P. I. 27 



210 DEPUTAZIONI ITALIANE DI STORIA^PATRIA 

Il Pordenone in Ferrara {Marchese Giuseppe Camporì). 

Delle opere di Alessandro Stradella ( Angelo Catelani ). 

Notizie d' alcuni pregevoli bassi-rilievi in marmo esistenti 
nella galleria in Modena ( Conte Gianfrancesco F errar i- 
Moreni ). 

Delle manifatture della maiolica e degli stucchi, istituite a 
Torino da Orazio Fontana e da Federico Brandani ( Mar- 
chese Giuseppe Camporì). 

Della lavorazione degli ossi e dell'avorio in Reggio dell'Emi- 
lia ( il medesimo ). 

Nuovi documenti per la vita di Leonardo da Vinci ( il me- 
desimo ). 

Notizie inedite di Raffaello da Urbino ( il medesimo ). 

Notizie di Iacopo Seghizzi , detto il Capitano frate , ingegner 
militare ( il medesimo ). 

Sebastiano al Piombo e Ferrante Gonzaga ( il medesimo ). 



NOTIZIE VARIE 



Pubblicazioni storiche dell'editore Palme. 

L'editore Palme di Parigi, che ha intrapreso la ristampa degli 
Ada Sanctorum dei Bollandisti e della Histoire littéraire de la 
France sotto la direzione di Paolino Paris , annunzia un'altra ri- 
stampa di non minore importanza , affidata a Leopoldo Delisle mem- 
bro dell'Istituto; od è la gran raccolta des Historiens des Gaules 
et de la France. I Benedettini della Congregazione di San Mauro 
ne pubblicarono in diversi tempi sino a tredici volumi , e l'Acca- 
demia d' iscrizioni e belle lettere gli portò a 22 , preparando sem- 
pre nuovi materiali alla continuazione. 

La ristampa si fa quasi a fac-simile , pagina per pagina , linea 
per linea, affinchè in opera tante volte citata sia agevole il riscon- 
tro dei testi. E però le correzioni e le giunte che altererebbero la 
impaginatura , si raccolgono in due volumi di supplemento , dove 
pure troveranno luogo nuovi documenti , note e commentari. I 22 vo- 
lumi costeranno 1100 franchi; tenue prezzo, ove si consideri che 
oggi quella collezione non costa meno di 3600 franchi : né è facile 
trovarne un esemplare. 

Noi ci congratuliamo con gli editori francesi , che rendono cos'i 
degni servigi alla storia patria; ma vorremmo che negli editori 
italiani si risvegliasse una bella emulazione. Gli Sc7*iptores Rerum 
Italicarum son fatti ormai rari ; e neppur tutte le biblioteche pub- 
bliche ne posseggono una copia. Bisognerebbe ristamparli con più 
economia , correggendone i testi ; e cosi , anche i privati che 
amano i libri e gli studi , potrebbero metterli in testa a quelle più 
recenti pubblicazioni che da venti anni , massime per opera delle 
Società di Storia patria , si vanno facendo tra noi. 



212 NOTIZIE VARIE 



Dell'Opera le « Famiglie celebri italiane » incominciata dal ponte 
Pompeo Litta e continuata da altri eruditi italiani. 

La grande opera intrapresa dal conte Pompeo Litta, si sa dalli 
studiosi , non è stata interrotta per la morte di lui ; ma invece at- 
tendono a continuarla con alacrità Luigi Passerini , Federico Odo- 
rici e Federico Stefani. Da loro è stata narrata la storia di parec- 
chie famiglie italiane con larghezza di notizie e con acume di cri- 
tica. V Archivio Storico ha informato i lettori di alcuni di questi 
lavori condotti dal signor Passerini; e d'altri darà informazione in 
seguito ; come pure non trascurerà di far note le dotte fatiche dei 
due suoi collaboratori. Chi sa quale sussidio porti alla storia la 
narrazione particolareggiata delle vicende delle famiglie , special- 
mente quando è fatta con amore del vero e con coscienza , ne dà 
agli autori quel merito di lo.de che pure è una ricompensa dovuta. 
Non ci sembra però che sia giustizia continuare a intitolar l'opera 
col nome soltanto di chi la iniziò e la prosegui per molto tempo. 
Perciò abbiamo creduto bene di ristampare la seguente dichiarazione 
che qualche tempo fa mandò al pubblico il signor Odorici: 

« Assicurati per lettere del conte Pompeo Litta , come alcune 
delle famiglie celebri , che poi venivano pubblicate dal 1852 ai no- 
stri dì, si ritrovassero a buon termine condotte e quasi pronte 
per la stampa , nella Prefazione alla parte III dei Malaspina ( Di- 
spensa 136) non esitammo un istante ad assumere sopra di noi 
l'avuta dichiarazione. 

« Passati quei manoscritti in proprietà del conte Luigi Passerini 
Orsini De Ritti, autore di parecchie delle famiglie di continuazione 
alle pagine Littiane , siamo stati da lui rassicurati , che dei mate- 
riali raccolti non aveva egli potuto vantaggiarsene di molto ; co- 
sicché, se gli tornavano opportuni in qualche parte per alcune fa- 
miglie onde aggiungerli ai suoi materiali , non valevasi per altre 
che degli unici proprii studi. Crediamo apporci , collocando fra 
queste i Guidi, i Della Rovere, i Gherardesca , gli Uffreducci , 
i Panciatichi , i Da Polenta e i Soderini. 

« Né per tanto l'autore di esse, per quelle italiche famiglie delle 
quali ebbe schede a noi lasciate dal conte Pompeo, mancò di ri- 
cordarlo. Con esse , e cogli aggiuntivi documenti da lui stesso rac- 
colti , che costituivano la maggior parte dei materiali, riusciva 
darci gli Ordelaffi Manfredi. 

« Così dicasi dello Stefani, altro continuatore delle Famiglie 
Celebri, al quale dovemmo intiere quelle assunte per esso e pub- 



NOTIZIE VARIE 213 

blicate , cioè : Barbo , Steno , Condulmero , Camposampiero , e 
quella in corso tuttavia , dei Mocenigo. 

« Unicuique suum. E però dichiariamo , non tanto in nome no- 
stso come in quello dei due rammentati collaboratori, che ciascuno 
di noi prende , quale autore , la piena responsabilità delle famiglio 
alle quali apponeva il proprio nome , e che pienissima del pari 
intende assumerla per l'avvenire. 

« Con tutto ciò , fra quanto è detto nella nostra Prefazione e la 
realtà dei fatti , non esiste per avventura contradizione alcuna. 
I materiali del conte Pompeo rispondevano a quel carattere di 
stringata brevità , cui negli ultimi tempi della sua vita voleva im- 
prontate le Tavole delle Famiglie Celebri italiane; brevità che 
T importanza e la ricchezza dei sorvenuti documenti rendeva im- 
possibile nei suoi continuatori ; per lo che fu d'uopo loro dilatarsi 
nel campo dei fatti , che vastissimo peraltro aveva il Litta di- 
schiuso e in molte parti già corso. Questa necessità di maggiore 
larghezza cui nella famiglia Gambara e più ancora nei duchi Far- 
nesi abbiam dovuto noi stessi determinarci , non iscema per nulla 
quella venerazione che noi dobbiamo all'autore di un'opera che di 
certo è a collocarsi fra le più nobili , più splendide , più severe , 
che un solo ma potente ingegno pigliasse mai sopra di sé. 



Inaugurazione del Fondaco dei Turchi in Venezia. 

Reiteratamente fu scritto in questo periodico sullo edifìzio ve- 
ramente storico , conosciuto in Venezia col nome di Fondaco dei 
Turchi, del quale A. Sagredo ha tessuta la storia, e il valentissi- 
mo ingegnere Federigo Berchet ha proposto particolareggiatamente 
il restauro per rimetterlo nella sua parte esteriore quale era nella 
primitiva costruttura , della quale non restavano che scarse e im- 
perfettissime memorie. 

Il restauro , e por parlare più esattamente , la ricostruzione della 
parte esteriore, è compiuto mercè le assidue prestazioni dei succes- 
sivi capi del comune , conte Giovanni Correr , comm. Alessandro 
Marcello , conte G. B. Giustinian , principe Giuseppe Giovanelli , 
seguendo il progetto stupendo del Berchet. Il merito maggiore lo 
ebbe il conte Pierluigi Bembo , podestà dopo il Marcello , col per- 
suadere al governo austriaco la erogazione di una ingente somma 
di danaro destinata ad un monumento in onore di Marco Polo, per 
benefìzio di questa grande opera. La quale è anche ricostrutta nella 
parte soda interna , e potrà congiungersi al civico Museo Correr. 



214 NOTIZIE VARIE 

Nel giorno della festività dello Statuto di quest'anno 1869 il 
nuovo edificio fu solennemente inaugurato. Il Sagredo in un breve 
discorso riepilogava la storia del Fondaco , ricordando i benemeriti 
di chi si prestava a procacciare la riedificazione , dello architetto 
che ideò e dirigeva i lavori. Né dimenticava lo egregio appaltatore 
di esso Sebastiano Cadel e quel modestissimo Giacomo Spiera, che 
non ha in Italia chi lo superi nel lavoro dei marmi. S. 



La fondazione Querini in Venezia. 

Intorno al conte Giovanni Querini Stampalìa , patrizio veneziano 
ufficiale del R. ordine Mauriziano, cavaliere di quello della Corona 
d'Italia, morto da poco tempo, sarà parlato distesamente, e dei 
suoi meriti come uomo e come cittadino. Ma il suo atto di ultima 
volontà è tale documento che lo Archivio Storico deve annunziare , 
perchè singolarissimo e potrebbe eccitare imitatori in chi si tro- 
vasse in condizioni familiari simili alle sue. 

Ultimo di un ramo della sua cospicua prosapia , non ebbe che 
una sorella , la contessa Caterina Querini vedova Pollastri , donna 
di robusto, civile, coltissimo ingegno, di sentimenti generosi, di 
rara cortesia e ospitalità. E fu acremente , assiduamente perse- 
guitata dal governo austriaco. Se questa sorella fosse sopravvissuta 
al fratello , egli la istituiva erede usufruttuaria di tutta la sua ricca 
sostanza : ma la proprietà , dopo la morte di lei , doveva passare 
ad una fondazione da intitolarsi Fondazione Querini. La sorella 
gli premoriva , e la Fondazione sarà costituita giusta le sue dispo- 
sizioni. La Fondazione consiste in quanto segue : 

I. Il magnatizio palazzo Querini, colla ricchissima bliblioteca , 
la splendida pinacoteca, il medagliere, è aperto al pubblico. Vi è 
aggiunto un gabinetto di lettura fornito dei migliori giornali e gra- 
tuito. Stanze comode e apprestate serviranno a ritrovo di persone 
eulte per intertenersi insieme. Nelle ore nelle quali si chiudono gli 
altri istituti analoghi come la biblioteca Marciana, quella dello 
Istituto ec. , nei giorni nei quali restano chiusi , e nelle ore della sera 
resta aperto il palazzo per comodo degli studiosi. 

II. Ogni cinque anni sarà fatta la erogazione di lire venticinque 
mila in trentasette doti a donzelle povere e oneste di ogni classe. 
Per una nobile la dote sarà di lire 10,000 ; per sei di civile condi- 
zione di lire 2,000 per cadauna , e trenta di lire 300 a popolane o 
contadine. 



NOTIZIE VARIE 215 

III. Ad un giovane povero, fornito d'ingegno saranno date li- 
re 2000 all'anno perchè possa compiere in cinque anni i suoi studi 
all'Università di Padova, e laurearsi in quella facoltà che meglio 
gli aggrada. 

IV. Il suo ricco gabinetto di macchine e cose di fìsica, chimica, 
storia naturale è lasciato al R. Istituto di scienze , lettere ed arti. 
Di più la somma annua di lire 3000 per un premio annuo a scritti 
di scienze o di lettere , giusta il tema prescritto dallo Istituto me- 
desimo, ma di pratica utilità. 

V. Se vi fossero avanzi della facoltà, soddisfatte queste dispo- 
sizioni perpetue , gli aggravi pubblici ed altri stabiliti dal testatore, 
dovranno esser dati in soccorsi a scienziati e letterati caduti in mi- 
seria , e statuito un premio straordinario di lire 3000 ad opere di 
studi o di arte. 

Il resto del testamento, e un codicillo che le conferma , conten- 
gono legati ad amici e familiari. L'amministrazione della sostanza 
e della fondazione sarà governata da tre curatori eletti da lui , e 
che devono scegliere immediamente i propri successori , e cos'i in 
perpetuo. La vigilanza della fondazione e la revisione dei conti è 
confidata allo Istituto. 

Un decreto reale approvò la fondazione Querini. S. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Notizie storiche «li Iliglioniro , precedute da un sunto 
de' popoli dell'antica Lucania di Teodoro Ricciardi. Napoli, 
1867, in 8vo, Stamperia dell'Iride. 

Le monografie delle città furono sempre di gran giovamento 
alla storia d'Italia e a quella delle famiglie. Ma oggi più , che con- 
tribuiscono a conoscerci meglio , a più strettamente legarci. 

Il Ricciardi , autore di una tragedia , Ferrante , pubblicata 
nel 1862 , ha studiato i suoi luoghi , ma per soverchio amore non 
ha poi saputo decidere se la sua Lucania fosse derivata dall'an- 
tica Enotria o dal Sannio , ovvero dagl' Irpini , poiché il Lticos 
(lupo) de' Greci è il medesimo che Y Irpo del linguaggio |sannico , 
citando l'opera del vivente Niccola Corcia sulla Lucania "e la più 
antica dell'Antonini. 

Dopo di aver toccato di jVari luoghi della Magna* Grecia , di 
Locri e del suo legislatore Zeleuco , di Caulonia, di Crotone, detta 
per antonomasia la città , e del suo Milone , di Sibari e Turio , di 
Eraclea , sede del Gran concilio Italo-greco e di Metaponto , di- 
scorre poi di Miglionico che teneva buon posto ; poiché nell'amplis- 
sima sala del suo castello , lunga 26 metri , denominata ancora la 
Sala del inai consiglio], si raccolsero i baroni dell' Italia meridio- 
nale per togliere a Ferrante I bastardo di Alfonso di Aragona 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 217 

il trono , e offrirlo , come fu antica disgrazia , alla Francia , la 
quale dopo diciotto anni vi riesci anche insieme con la Spagna. 

E quella prima congiura si ordì in Melfi , aiutata e spinta, non 
già da papa Urbano Vili francese , ma da Innocenzo Vili di casa 
Cybo , genovese , in mezzo alle feste che ivi si fecero per le nozze 
di Troiano Caracciolo , figliuolo del principe di Melfi , famosissimo 
guerriero, Giovanni Caracciolo, con la figlia di un Sanseverino 
conte di Capaccio. Vi eran raccolti Pirro del Balzo gran conte- 
stabile , principe di Altamura , conte di Montescaglioso e barone 
di Ginosa, Antonello Sanseverino grande ammiraglio e principe di 
Salerno , e quel Girolamo Sanseverino principe di Bisignano conte 
di Tricarico e barone di Miglionico , il quale li raccolse tutti in 
questa sua terra , dopo essere stati catturati nel giugno dell' an- 
no 1485 il conte di Molitorio e i propri figli. E allora per nascondere 
la trama, partivano come ambasciatori al re il principe di Saler- 
no , il conte di Sarno e il segretario Antonello Petrucci per invi- 
tarlo a Melfi ; ed egli partì il 10 di settembre 1485. 

Ma continuarono le congiure , e Ferrante , dando pan per focac- 
cia, in una festa appunto eh' ei dava nella grande sala di Castel- 
nuovo, dove oggi è l'armeria, catturò i congiurati a dì 4 di luglio 1487, 
e il giorno 23 il barone di Miglionico fu strangolato co' suoi disgra- 
ziati compagni, il conte di Sarno Francesco Coppola, e Antonello 
Petrucci , il cui cadavere ancor oggi si vede in una cassa aperta , 
posta nella sagrestia della chiesa di San Domenico in Napoli , dove 
si vedono manifestamente i segni della morte arrecata dal carnefice. 

Ma la moglie del Sanseverino principe di Bisignano e barone di 
Miglionico , una Mondella Gaetani, andò esule in Francia con quat- 
tro figliuoli e preparò appunto la rovina degli Aragonesi. 

M. D' A. 



Cronisti e scrittori sincroni napoletani dalla donii- 
oeazàonc normanna nel regno «li Puglia e di Sicilia 

raccolti e pubblicati, secondo i migliori codici, da Giuseppe 
Del Re , con discorsi proemiali, versioni, note e commenti dei 
signori N. Corcia, B. Fabbricatore, S. Gatti, Cammillo Mi- 
nieri-Riccio e dell'Editore. - Napoli, dalla stamperia dell'Iri- 
de , 1868 ; in 4to di pag. 766. 

È questo il secondo volume delle Cronache dell' Italia meridio- 
nale durante il periodo degli Svevi , come il primo raccolse quello 
de' Normanni, h" Archivio mancherebbe al suo medesimo titolo se 
trascurasse farne menzione, anche per rendere onoranza alla rae- 
Auch. St. Itu.., 3.» Serie, T. X , P. I. 28 



218 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

moria di Giuseppe Del Re che r.e fu il dotto e sapiente raccoglito- 
re, sin dall'anno 1845, e avea lasciato quasi tutto stampato questo 
secondo volume , quando morte il rapi dolorosamente nel 1864 allo 
amore sì meritato de' suoi amici del Parlamento italiano in Torino; 
un di quei deputati, il quale , sebbene avesse smesso l'antica fiamma 
per la libertà della patria non vedendola più soggetta a essere sof- 
focata da altri uomini che non fossero i Borboni di Napoli , pure 
non dispregiava o odiava gli antichi compagni di sventure e di no- 
bilissimi intendimenti. 

Le ardue materie che egli principalmente ebbe per le mani, e 
che pubblicò in italiano col testo latino in questo volume , furono 
le seguenti : 

1.° Cronaca di Rinaldo da S. Germano tradotta da N. Corda. 

Questo notaio del moderno Cassino , che fu anche poeta , scrisse 
delle cose operate dal 1189 al 1243, e va noverato fra i più chiari 
scrittori di Annali. La cronaca latina era stata pubblicata dall' Ughelli 
nel 1647, dal Muratori nel 1725 e dal Pelliccia nel 1782; ma questa 
è la prima volta che ne fu data la traduzione , e ridotti alcuni versi 
dell'autore a poesia italiana da Giuseppe Del Re. Uomo dotto il 
Corcia , non pare fosse stato troppo felice in questo volgarizza- 
mento. 

2.° Delle gesta di Federigo II imperatore e de' suoi figli Cor- 
rado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia , Storia di Niccolò Jam- 
siila (1210-1258) versione di S. Gatti. 

Anche del Jamsilla o Giamsilla che mostra chiaramente sembian- 
ze di ghibellino, si aveva stampata la cronaca latina, dall' Ughelli 
nel 1662 , dall' Eckard in Lipsia nel 1723 , dal Caruso in Palermo 
sopra un nuovo codice trovato in Messina, finalmente dal Muratori 
nel 1725 e dal Gravier in Napoli nel 1770. 

La cronaca di Jamsilla appare per la prima volta italiana per 
opera dell'attuale prefetto di Benevento , il quale tradusse anche 
il Supplemento dall'anno 1258 all'anno 1265 di un anonimo di parte 
avversa. 

3.° Istoria delle cose di Sicilia di Saba Malaspina (1250-1258) , 
versione di B. Fabbricatore. 

Appartenente forse alla medesima famiglia de' Malaspini di Fi- 
renze , dalla quale uscirono i due cronisti Ricordano e Giacotto , 
il Saba fu scrittore del papa e decano dqlla chiesa di Mileto in Si- 
cilia , quando gli Angioini commisero quelle stragi alla espugnazione 
di Agosta nel 1268. La sua narrazione fu stampata dal Baluzio 
nel 1713 ma monca, meglio ristampata dal Caruso e dal Muratori. 

Il valoroso letterato Bruto Fabbricatore , che sedette alla ca- 
mera de' Deputati , fece italiana questa lunga cronaca guelfa , che , 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 219 

al solito, per speciale interesse della sua fazione, aggrava di colpe 
la memoria degli Svevi e della parte ghibellina. 

4.° Istoria siciliana di Bartolommeo di Neocastro (1250-1293), 
versione di B. Fabbricatore. 

Questo cronista , giureconsulto messinese , non ostante alcune 
inesattezze e un certo colorito poetico , rimane uno degli storici 
più importanti per ciò che spetta ai successi della Sicilia durante 
la ribellione del famoso Vespro. 

5.° I diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo (1147-1268), 
pubblicati dappresso il codice della biblioteca imperiale di Francia 
con note storiche e cronologiche tratte dall'opera del conte di Luynes. 

L'autore , nato ghibellino, morto guelfo , come segue spesso ma- 
lamente , lasciò la più antica benché breve cronaca scritta in ita- 
liano , tradotta e pubblicata in latino dal Papebroch sopra un testo 
di Viterbo , e poi dal Muratori sopra altro scritto a penna forni- 
togli dal noto letterato Tafuri , dal Caruso e dal Gravier in Paler- 
mo e in Napoli. Ma più di tutti fu benemerito il Luynes per aver 
ridotto a miglior lezione e corretta la cronologia dello Spinelli 
nel 1839 in Parigi. 

E il Minieri questa volta co' suoi profondi , continui e coscien- 
ziosi studi ha in gran parte con altri documenti diradate le dub- 
biezze e restituita la verità del testo anche in quelle parti dove 
dal duca di Luynes fu impugnata. 

6.° Esortazione di Pietro de Pretio vicecancelliere di Corra- 
do rv re de' Romani e di Sicilia, ad Enrico l'illustre Langravio di 
Turingia e marchese della Misnia. 

È una violenta invettiva contro Carlo d'Angiò per la morte a cui 
condannò Corradino ; ma v' è men l'opera di un uomo politico che 
quella di un cortigiano. 

Giovanni Hermann , consigliere e bibliotecario in Assia , cui si 
va debitori delle lettere di Pietro delle Vigne , trasse dall'oblio 
quest'opuscolo , pubblicato nell'anno 1745. 

Le difficoltà della traduzione , dice il ricordato nostro Giuseppe 
del Re , furon superate dal nostro egregio amico signore Stanislao 
Gatti , il quale così in questa come in altre sue versioni diede prova 
dell'acuto suo ingegno , egualmente pieghevole ed a' tenui lavori ed 
alle più astruse elucubrazioni letterarie. 

7.° Cronaca di Matteo Spinelli da Giovenazzo ridotta alla sua 
vera dizione ed alla primitiva cronologia con un commento in con- 
futazione a quello del duca di Luynes sulla stessa cronaca, e stam- 
pata a Parigi nel 1839 per Cammillo Minieri Riccio. 

Questo pregevole lavoro corregge in certo modo il primo di cui 
feci parola al numero 5.°, poiché i tempi nuovi d' Italia aprirono di 



220 ANNUNZI BlIiLlOGRAFICI 

nuovo al Minieri, senza gelosia e sospetti, le meno esplorate sale 
diplomatiche degli Archivii nazionali in cui le carte angioine sono 
raccolte in 375 volumi. 

E non ostante sì nobili fatiche , non contento ancora il Minieri , 
tanto più vedendo che in Germania si vuole intìrmare la verità 
della cronaca di Giovenazzo , torna a lavorarvi sopra per tarla ri- 
comparire sempre più splendida della luce della verità , perchè i 
detrattori rimanessero convinti per altri autori sincroni e per altri 
documenti di ciò che scrisse lo Spinelli. 

M. D'A. 



IBoiiumciBti per servire alla storia «lei palazzo «lucale 
«li Venezia , ovvero Serie di atti pubblici dal 1253 al 1797 , 
che variamente lo riguardano, tratti dai veneti archivi e coor- 
dinati da Giambattista Lorenzi Coadiutore della Biblioteca 
Marciana. Parte I.» dal 1253 al 1600. Venezia, tipografia del 
Commercio di Marco Yisentini , 1868-69, di pag. 627 in 4to mas- 
simo. 

Col proposito di scriverne in seguito distesamente , ci conten- 
tiamo di annunziare questo ingente e importante lavoro del Lorenzi, 
che spesso abbiamo ricordato in questo Archivio Storico ; come 
quegli che prestò validi aiuti agli studiosi della storia. Ci volle un 
coraggio singolare , una singolare perseveranza , nel pescare niente 
meno che centinaia e centinaia di documenti in quel mare magno 
che è l'Archivio dei Frari in Venezia , nel trascriverli esattamente 
e intieramente , nel corredarli di note illustrative, sobrie e chia- 
rissime. È un lavoro che farebbe onore a una società di archeologi; 
ed è un uomo solo che lo iniziò e lo prosegue! Ed è un uomo sicuro 
del fatto suo, che non si lascia illudere da tradizioni incerte, ma 
che presenta documenti irrefragabili. Non prelude con oziosi e vani- 
tosi prolegomeni , né mena vanto di quella erudizione di storia 
veneziana che pure possiede larghissima. In poche pagine della de- 
dica narra la storia di questa sua impresa, che gli costò sei anni 
di fatica, e ce ne vorranno altri quattro perche sia compiuta; novera 
le ragioni e lo scopo della impresa medesima. E dire che non mancò 
mai un giorno ai molteplici doveri del suo ministero ; che assi- 
duamente giovò alle inchieste degli eruditi ! Ci contentiamo ora di 
osservare che questa opera colossale è di grande giovamento per 
la storia dell'arte italiana e per la storia di Venezia. 

A buon dritto egli la dedicava allo illustre archeologo inglese 
Iohn Ruskin , autore di un'opera celebro intitolata The Stenes of 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 221 

Yenice (le pietre di Venezia), il quale generosamente gli prestò il 
modo di darla in luce. In Italia avrebbe facilmente trovato altret- 
tanto? Saokedo. 



Firenze - Milasto. - faggio di Ecttcre diplomatiche del 

secolo xav e xv, edite per nozze. Firenze, Barbèra, 1869; 

in 8vo , di pag. 39. 
Manoscritti e alcuni BìRjri a stampa singolari , esposti 

e annotati da Pietro Bigazzi. Firenze, Barbèra, 1869; in 8vo, 

di pag. 31. 

Firenze e Milano pose per titolo il signor Bigazzi al primo di 
questi opuscoli, perchè da lui pubblicato in occasione delle nozze 
del conte Marco Arese di Milano con una gentildonna fiorentina 
dell'antica famiglia dei Serristori. Il qual titolo è poi giustificato dal 
contenuto stesso del libro , che son tutte lettere spettanti alle 
relazioni tra Firenze e Milano: dieci del 1389, 90 e 91 ; scritte in 
parte dai X di Balta e dalla Signoria di Firenze , in parte dal can- 
celliere Benedetto Fortini a Donato Acciainoli e ad altri , mandati 
a Genova e a Padova, per allearsi con quelli stati contro le voglie 
ambiziose del Conte di Virtù ; due di Lorenzo de'Medici, fratello a 
Cosimo il Vecchio, dell'anno 1430, dirette agli oratori fioren- 
tini a Venezia , andati a procacciare una lega contro Filippo Ma- 
ria Visconti , mentitegli , il Medici . poneva dal canto suo ogni 
studio presso il duca di Milano , per distorlo dal dare aiuto ai Luc- 
chesi contro la nostra Repubblica ; un'altra della Signoria a Fran- 
cesco Sforza, allora (1450) nuovamente acclamato Duca di Milano, 
nella quale gli raccomanda le terre spettanti a Lodovico da Cam- 
pofregoso e a Caterina sua madre ; l'ultime tre infine del 496 , dai 
predetti Dieci indirizzate a Francesco Gualterotti , ambasciatore a 
Lodovico il Moro , per far con lui un'alleanza, che invano sperarono 
potesse riuscir migliore di quelle già da essi contratte con gli stra- 
nieri. Ognun sa quanta parte della storia d'Italia siano le relazioni 
politiche di que'due grandi stati della penisola, massime finché 
Firenze fu libera: quindi è facile immaginarsi di quale importanza 
debba riuscire ogni nuovo documento che intorno a quelle venga 
offerto agli studiosi. 

Le presenti lettere sono state partite in quattro serie , preci- 
samente quanti sono i punti di storia ch'esse servono a illustrare ; 
e ad ogni serie prepone il signor Bigazzi un breve e sugoso avverti- 
mento , dove con semplice ed eletto stile discorre le ragioni per 
le quali furono scritte, e i fatti a cui si riferiscono. 



222 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

Tre mesi dopo la pubblicazione di quest'opuscolo (5 d' agosto) il 
signor Bigazzi n'ha dato in luce un altro , anch'esso per nozze , dove 
ha preso a esporre e annotare alcuni manoscritti di storia patria 
toscana, parte di que' molti , raccolti già e posseduti da lui, ed or 
non è molto acquistati dalla Provincia di Firenze; la quale, senza 
darsi pensiero d'ordinarli e farne cataloghi , non ebbe altro a fare 
che allogarli , come stavano , nella sua biblioteca ; a tutto avendo 
già provveduto con lungo amore e fatica il primo possessore. 

I manoscritti presi a illustrare in questo fascicolo (ch'èil secondo 
delle Esercitazioni bibliografiche dell'editore, essendo il primo venuto 
in luce fin dal 1859), sono in numero di dodici; appartengono ai 
secoli xiv a xviii; e son di cose pubbliche e private, svariatissime 
fra loro. Sotto il numero 1 sta un Copialettere di Roberto Ac- 
ciaioli , del tempo eh' e' fu general commissario a Pistoia, con altri 
documenti che si riferiscono al suo ufficio ; ed è seguito dagli Statuti 
antichi e nuovi di Montemarciano nella Marca Anconitana. Un Libro 
del provveditore del Monte di Siena della seconda metà del secolo xvi 
vien dietro a un piccolo codice che reca gli Atti originali della cano- 
nonizzazione del B. Andrea Corsini , del 1629. V'è un Atto relativo 
al feudo di Mulasso dei marchesi Malaspina (n. 9) , e un codice di 
Lettere originali del P. Bartolommeo da Salutìo a fra'Francesco da 
Faltona , dal 1604 al 16 (n. 11); un Ruolo dei consoli dell'Arte dei 
giudici e notai (1384-87) con un altro dei proconsoli (1434-86) , e il cosi 
detto Direttorio marittimo di don Roberto Dudleo duca di Nortumbria, 
profugo inglese , riparato alla corte di Ferdinando II in Toscana ; 
un Libro di contratti e ricordi di Lorenzo di Francesco Albertini , 
e una Cronichetta e alcuni Avvisi di Firenze degli anni 1600-602 
(3 e 4) ; e finalmente uno Stato di cassa del Monte del Comune , 
fatto dopo l'estinzione della linea Medicea , e un curioso Diario 
tenuto per quasi mezzo secolo (1640-89) da Giovambatista Cenni , 
un barbiere , soprannominato V Erudito. 

Ciascuno di questi manoscritti viene illustrato da per sé. Precede 
un'esatta descrizione , ove nemmeno son trascurate quelle minute 
accidentalità , che sfuggon sovente agli occhi de' meno esperti , e 
che notate , crescono 1' importanza d' una scrittura , e rivelano 
quasi sempre la perizia di chi ha tolto a illustrarla. E come parte 
di descrizione , spesso il signor Bigazzi riferisce qualche brano del 
codice che ha per le mani ; la qual cosa, come abbiam potuto notare 
leggendo il libro , molto conferisce a sempre meglio determinare 
la particolar natura di ciascun manoscritto , e invogliare il lettore 
a conoscerlo di presenza. Nò qui s'arresta il diligente bibliografo , 
ma perchè riesca completa l' illustrazione , aggiunge quasi sempre 
in fino a ciascun articolo poche ma interessanti notizie delle persone 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 223 

e dei fatti cui il manoscritto si riferisce. Riassumendo , possiamo 
dire che il saggio del signor Bigazzi è un vero e proprio esempio 
di stile bibliografico : esempio di cui potranno giovarsi quando che 
sia le nostre biblioteche ; delle quali una sola in Firenze , la Lau- 
renziana, possiede un ottimo catalogo dei manoscritti, grazie al 
lungo studio e al grande amore di quel vero modello dei bibliote- 
cari che fu Angelo Maria Bandini. 

Due parole ancora per ringraziare l'egregio editore delle fatiche 
da lui spese in vantaggio dei buoni studi , e per confortarlo a toglier 
via ogni ostacolo , com' egli medesimo ci promette , alla « solle- 
« cita prosecuzione » di questi saggi bibliografici ; dei quali certa- 
mente gli sapranno buon grado quanti sono fra noi veri amatori 
della patria erudizione. A. Gherardi. 



f-escliichtc Girolamo Savonarola** unii seiner Zc>t 

nach neuen Quellen dargestellt voti Pasquale Villari ; Unter 
Mitwirhung des Verfassers aus dem Italienischen ubersetzt 
von Moritz Berduschek. Leipzig 1868. ( Storia di Girolamo 
Savonarola e de' suoi tempi , narrata con l'aiuto di nuovi do- 
cumenti da P. Villari, e con la cooperazione dell'autore vol- 
tata in tedesco da Maurizio Berduschek). 

Egli accade così rade volte che lavori nostri di storia siano 
ammessi all'onore di traduzioni in lingue straniere, e segnatamente 
in lingua tedesca , che quando vediamo un tal fatto succedere sia- 
mo costretti a riguardarlo come un grande avvenimento letterario. 
E mentre le nazioni tedesca e inglese , e la francese stessa , che 
ha, in parte, comune con noi il vizio di rifuggire da analisi sto- 
riche pazienti e accurate , posseggono un repertorio ricchissimo di 
opere storiche , che hanno fatto il giro del mondo ; noi contiamo 
sulle dita le nostre che sonosi aperte un passo ai di là delle Alpi. 
Una di queste opere è la Storia di Girolamo Savonarola di Pa- 
squale Villari , della quale furono fatte già due versioni in inglese 
e in tedesco , e ora si sta scrivendo un compendio in inglese da 
A. Milner. La versione tedesca venne in luce nel passato anno. 
Ne è autore Maurizio Berduschek ; nome già chiaro nella repub- 
blica delle lettere , sebbene ei sia ancor giovanissimo , per le sue 
memorie di bibliografia storica , pubblicate in Italia e in Germania. 
Noi crediamo pertanto di compiere un ufficio doppiamente gradito 
presentando ai lettori dell'Arc/ia^'o un breve ragguaglio di questo 
nuovo lavoro del Berduschek, che onora l'Italia, mostrando alla 
sua dotta sorella che se essa , in fatto di storici studi , occupa al 



224 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

presente in fra le nazioni d'Occidente, un seggio modestissimo, 
tende però con ogni possa a rialzarlo in un prossimo avvenire. 

Alla versione della storia del Savonarola manda innanzi il Ber- 
duschek una breve prefazione , in cui dà ragione del suo lavoro. Per 
quanto sia fra noi popolare, dicagli, il nome del Savonarola e ge- 
neralmente riconosciuto il merito dei lavori del Rudelback e del 
Meier , mancava tuttavia nella letteratura tedesca un'opera, la 
quale considerasse la vita del gran frate e la sua posizione nella 
storia sotto un aspetto strettamente obbiettivo. Ciò ha fatto il Vil- 
lari. Per mezzo di ricerche durate per dieci anni , e con la scorta 
di un ricco tesoro di nuovi documenti da lui scoperti, non solo gli 
ò riuscito di chiarire nella vita del Savonarola punti oscuri o fal- 
samente interpretati , ma eziandio di risolvere le apparenti con- 
tradizioni nel carattere di quell'uomo straordinario , di maniera 
che ora abbiamo di lui una figura piena di verità e di plastica 
chiarezza ». Con queste parole il Berduschek annunzia a' suoi con- 
nazionali il dono ch'ei fa alla letteratura patria dell'opera del Vii- 
lari. E in quale pregio i dotti di Germania tengano il dono e il do- 
natore , ce lo mostrò recentemente il bravo Carlo Hillebrand nella 
recensione ch'ei non è guari pubblicò nella Revue Crìtique della 
versione tedesca del Savonarola. V Hillebrand loda l'accuratezza 
del lavoro del Berduschek ; il quale seppe conservare all'opera 
tradotta quella forma vivace e attraente , che nell'originale tanto 
si ammira ; e ciò che più monta , e in una traduzione maggiormente 
si pregia , ritrarre di questo con rara fedeltà i concetti. E noi che 
raffrontammo pazientemente la traduzione coll'originale , dobbiamo 
confermare , se pure n'era d'uopo , coteste lodi. E perchè il lettore 
si persuada ch'esse sono meritate , riferiremo alcune leggerissime 
mende che abbiamo riscontrate nel nostro raffronto. Le quali , e 
pel numero e per la qualità , anziché menomare il pregio della 
traduzione , ampiamente lo confermano. 

Notammo anzitutto un peccato di omissione : ed ò del titolo dei 
libri , in che l'autore divise l'opera. Il traduttore si limitò a rife- 
rire il titolo dei capitoli. Un'altra omissione , però, assai più lieve 
riscontrammo alla pagina 71 del primo volume ; ed è della parola 
esperienza , che il Villani saviamente aggiugne alla parola ragione 
là dove , esaminando gli scritti del Savonarola, dice « non siamo 
andati cercando quante volte ha tradotto Aristotele , imitato Boe- 
zio , copiato San Tommaso ; ma abbiamo cercato piuttosto se v'era 
qualche pagina in cui il Savonarola dicesse : Vogliamo credere alla 
nostra propria esperienza , alla nostra ragione ec. ». E per con- 
verso , ci parve di trovare un'aggiunta inutile nella versione del 
passo della predica xxm del Savonarola sopra Aggeo riferito dal- 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 225 

l'autore a pag. 289. 11 passo dice : « Io sono stanco , o Firenze , 
per quattro anni di continue predicazioni , ne' quali non ho fatto 
altro che affaticarmi per te ». E il Berduschek lo traduce.... « in 
denen (Jahren) ich mich oline Rasi und Ruhe ausschliesslich fùr 
dich gemùthet habe ». Invece, assai opportuna ci sembrò l'aggiunta 
fatta dal traduttore al passo della lettera del Savonarola ai suoi 
genitori , riferita dall'autore fra i documenti (Doc. III). La lettera 
comincia così : « Di che lacrimate , ciechi , di che tanto piangete ? 
A che mormorate , gente senza luce ? » A queste ultime parole , 
che corrispondono al tedesco oline Licht , il traduttore aggiugne 
und Erleuchtung ; e con quest'aggiunta rende più significativo il 
primo nome, il quale , lasciato li solo, non ritrarrebbe perfetta- 
mente l' idea espressa dalla nostra parola luce. 

E poiché vogliamo dir tutto , noteremo l' inesatta versione della 
parola latrocinii , usata dal Savonarola nella lettera a suo padre 
(Doc. I), con Betrug , che suona Inganno. 

E con ciò abbiamo finita 'a nostra requisitoria, rimanendo più 
col timore , che i giudici condannino noi per la nostra sfrontatezza 
di averli occupati con siffatte futilità, anziché ricusino l'assolu- 
zione piena all'accusato. Per iscongiurare poi questo pericolo , ai 
pregi del lavoro del Berduschek già segnalati , aggiugneremo que- 
st'altro , che esso contiene alcune importanti variazioni e aggiunte 
cavate dal manoscritto, che l'autore tiene in pronto per la seconda 
edizione italiana della sua opera , e che egli ebbe la cortesia di 
comunicare al traduttore. Fra le cose aggiunte , vi è pure un do- 
cumento assai importante trovato dal Villari , ed è la relazione 
di Paolo Somenzio da Crema agente segreto del duca di Milano 
sulla esecuzione della condanna capitale del Savonarola , datato 
da Firenze il 23 maggio 1698. Gli altri documenti aggiunti dal tra- 
duttore alla filza prodotta dall'autore , sono tolti dalle lettere ine- 
dite del Savonarola , pubblicate dal P. Marchese nell'Appendice 
dell'Archivio storico italiano , N.° 25. E perchè la mole del volume 
non riuscisse soverchia , il Berduschek ha accolti nella sua tradu- 
zione i soli documenti che si riferiscono particolarmente al Savo- 
narola, limitandosi ad accennare il contenuto dei rimanenti. 

Francesco Bertolini. 

Ricordi e Biografìe livornesi di Francesco Pera. Livorno, 
Francesco Vigo , 1867. Un volume in 8vo di pagine 482. 

Tuttoché la maggior parte degli abitanti di Livorno sia data ai 
traffichi ed al commercio e poco si curi di buoni studi, nullameno ha 
avuto in ogni tempo degli uomini degni , per le opere dell' ingegno e 
Argii. Sr. Itai.., 3. a Serie , T. X , P. I 29 



226 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

del cuore, di essere ricordati con qualche lode. Di questo è larga e 
buona prova l'opera presente del signor Francesco Pera, colla quale 
ha preso a illustrare l'istoria letteraria, morale e artistica del suo 
paese. Nella prima parte discorre del soggiorno che fecero alcuni 
dotti cosi italiani come stranieri a Livorno : nella seconda ragiona 
della vita e delle opere di oltre settanta livornesi. 

Il primo di che tiene parola è l'Orsilago , letterato e poeta, che 
dal granduca Cosimo I verso la metà del secolo xvi fu inviato com- 
missario a Livorno, e vi stiè assai di mala voglia, come ricavasi 
da un suo capitolo in terza rima al vescovo de' Marzi , nel quale 
lo scongiura a trarlo fuori di quella buca 

« Letto di febbri e nido di morìa ». 

Oltre sei anni vi dimorò Guido Guidi , medico e filosofo , pievano 
della chiesa livornese di Sant'Antonio , poi proposto a Pescia. Vi 
fu pure Benvenuto Cellini nel 1561, e lo narra egli stesso nel IV li- 
bro della sua Vita. Ogni anno passava il mese di febbraio a Livorno 
Francesco Redi e visitava sempre la Vergine di Montenero , e faceva 
di belle veglie nella cameretta di Diacinto Cestoni , farmacista , 
amico suo tenerissimo. Filippo Venuti , letterato e archeologo as- 
sai valente , proposto della chiesa livornese , promosse e aiutò la 
stampa del Magazzino italiano d'istruzione e piacere, letture 
mensuali, proseguite poi col titolo di Magazzino toscano , e giovò 
in ogni maniera gli studi. Sul finire del secolo xvi Agostino Tassi 
da Perugia era nelle galere di Livorno a scontare un atroce de- 
litto ; e la clemenza del Principe gli lasciò trattare i pennelli , in 
che era valente , e dipinse marine , pescatori , navigli e burrasche 
bellissime. Luca Ghini e Michele Anguillara erborarono su quelle 
spiagge ; esaminò palmo a palmo i colli di Montenero Pier Anto- 
nio Micheli ; studiò e descrisse la botanica , la geologia e la storia 
livornese Giovanni Targioni Tozzetti. Di soli diciassette anni visi- 
tava quel paese Vittorio Altieri ; vi soggiornò otto o dieci giorni e 
gli piacque assai « perchè somigliava alquanto a Torino e per via 
« del mare ». In Livorno visse a lungo Giov. Salvatore De Coureil 
mortovi di settantadue anni nel gennaio del 1822 e fu sepolto nel 
pubblico cimitero « senza altro ricordo eccetto il Necrologio della 
« parrocchia nel quale fu notata la sua morte con la semplice e 
« umile qualità di maestro di scuola ». 

Di molti altri italiani morti e viventi che vi soggiornarono di- 
scorre lungamente il signor Pera, e ragiona pure de' forestieri che 
visitarono Livorno o vi fecero dimora. Fra questi sono a ricordarsi 
in particolare maniera Francesco Quesnoy , scultore , più noto col 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 227 

nome di Francesco Fiammingo, che vi mori ai 12 di luglio del 1643; 
Niccolò Wanderbrack , pittore , che vi riparò esule e sventurato 
co' suoi ; Tobia Smollet che scrisse ad Antignano 1' Humphry-Clinker 
romanzo assai lodato dal Goéhte ; il barone Carlo di Montesquieu , 
Giorgio Luigi Buffon e Carlo Linneo , che in differente maniera 
vi fecero studi. Nel 1822 dimorò per sei settimane sui colli di 
Montenero Lord Byron , e una squadra americana , che era anco- 
rata nel porto , lo accolse a bordo con gli onori di un re. « Il ca- 
« pitano gli mostrò una magnifica edizione americana de' suoi poemi; 
« West pittore ottenne di poterlo ritrarre ; e una signora della 
« squadra impetrò una rosa ch'egli aveva in petto , per inviarla 
« in America come ricordo dell'illustre poeta ». Il quale di nuovo 
fu a Livorno nel 1823 a provvedervi polveri e mercanzie in prò 
della Grecia. A Livorno scrisse gran parte della sua tragedia, che 
lia per soggetto la Beatrice Cenci , quello sventurato Shelley che 
su! le spiagge di Viareggio doveva trovare la morte. Vi fu il signor 
De Lamartine ed il Tieck , il Longfellow e Federigo Ozanam. Vi fu 
pure Alessendro Dumas . che disse Livorno « un'osteria posta sulla 
« strada maestra »; e di questo non parla il signor Pera, né mo- 
stra come il Guerrazzi sapesse poi ricacciare in gola la brutta in- 
giuria al francese, che se n'ebbe a pentire (1). 

Di tutti gli uomini di lettere che fiorirono in Livorno , all'autore 
non piace di scrivere la vita, e si contenta solo de' principali ; di che 
eerto io non so lodarlo , nò mi paiono buone le ragioni che adduce 
per levarsene fuori ; giacché niuno pensò giammai a dire al Tira- 
boschi e ad altri valenti che compilarono delle minute biblioteche 
di scrittori municipali , tu hai fatto di ogni straccio veste , come 
temeva per so il signor Pera. Delle diverse maniere colle quali 
poteva egli disporre le vite, ha stimato più conveniente quella per 
ordine cronologico dalla nascita di ciascun personaggio ; giudicando 
inopportuna a una serie di pochi la spartizione per alfabeto dei 
cognomi , come dai più si usa per comodo maggiore degli studiosi. 
Ma al comodo degli studiosi ha largamente provveduto con indici 
copiosissimi e diligenti ; e con diligenza grande e con moltissimo 
amore e con larga dottrina ha scritto il suo libro ; onde a ragione 
disse or non è molto quel valentuomo di Michele Lessona : « sa- 
« rebbe un gran bene per le tante città d' Italia se per ognuna di 
« esse taluno imprendesse a fare quello che per Livorno ha fatto 
« il signor Francesco Pera (2) ». Giovanni Sforza. 

(4) Guerrazzi , Arringa pronunziata ad un pubblico banchetto in Livorno; 
in Zobi , Storia civile della Toscana; V , 386. 

(2) Lessona , Volere è potere , Firenze, Barbèra , 1869 ; pag. 218. 



228 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena. - Me- 
moria del Cav. Antonio Cappelli. Modena, tipografa dell'erede 
Soliani , 1867; in 4to (astratto dal tomo Vili delle Memorie della 
R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Modena). 

Un episodio affatto sconosciuto e di molta importanza per la 
vita di Ugo Foscolo , tanto ricca e svariata di avventure singola- 
rissime e di sconsolate vicende , è questo che racconta i! cavaliere 
Cappelli , sulla fede di alcune scritture giudiziarie che si conser- 
vano a Modena nell'Archivio governativo. Datosi Ugo alle armi , de- 
sideroso di offrire il suo braccio alla libertà dell' Italia, è noto come 
nella primavera del 1799 si trovasse a Bologna col grado di tenente 
nelle milizie cisalpine e coll'ufficio di segretario della Commissione 
criminale. Ed è noto del pari come combattesse e bravamente a 
Forte Urbano ed a Cento , dove rimase ferito d'un colpo di baio- 
netta in una coscia. Che cosa seguisse di lui dopo questo fatto, niente 
sapevasene con certezza. 11 sig. Prospero Viani, discorrendo delle 
avventure del nostro poeta in quei giorni, così scriveva sulla te- 
stimonianza di un tal Pietro Brighenti : « Ugo Foscolo (sono parole 
« del sig. Viani) cominciò a stampare a Bologna nel 1798 co' tipi 
« di Iacopo Marsigli le Lettere di Iacopo Ortis ; ma, condotta l'im- 
« presa fin presso alla metà, se ne rimase in un tratto , e scom- 
« parve improvvisamente da Bologna, ansioso di tornare a Milano. 
« Ma , o non avesse le debite carte da viaggio , o i rigori vigili e 
« sospettosi degli stati modenesi impedissero a' viandanti il libero 
« passaggio , egli con sola una guida passò il Reno e il Panaro , e 
« prese la via delle montagne. Se non che , toccato appena il ter- 
« ritorio vignolese , diede in una squadra di uomini d'arme, dai 
« quali preso in sospetto , fu condotto e sostenuto otto giorni nella 
« ròcca di Vignola. Quivi umanamente raccolto e trattato dal po- 
« desta del paese , entrò in tanta grazia del figlio di lui Pietro 
« Brighenti , per la conformità degli studi e delle opinioni , che 
« questi valse a farlo porre in libertà prima degli ordini di Bolo- 
« gna e di Modena , e ad agevolargli la sicurezza del viaggio (1) ». 
Racconta invece il Cappelli, colla scorta sicura de' documenti da 
lui trovati , che il nostro poeta , malconcio della ferita e impotente 
a combattere, alla buona, mercè del conte Turini, suo amico, si rifu- 
giò prima a Calcara, poi a Monteviglio presso un contadino di lui 
che per mezzo di Antonio Aldini gli fece avere due stanze nel sop- 

(1) Fosool" , Opere. Firenze, Le Mounier, 1852; voi. vi, pa^. 150 e seg. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 229 

presso convento di quel piccolo borgo, che è sul confine di Modena 
e di Bologna. Col Turini carteggiò il Foscolo in que' giorni sotto il 
nome di Lorenzo Alighieri « perchè temeva (come disse egli stesso 
« ai suoi esaminatori) che si sapesse dove fosse a Bologna ». Caduto 
in sospetto di giacobino , ai 30 di maggio fu catturato da una banda 
di contadini « dicendogli che la comunità di Bazzano , cui è soggetto 
« Monteviglio , voleva sapere chi fosse ». Giunti a Bazzano trova- 
rono soppresso il Municipio , carcerato il segretario e parecchi 
paesani ; arrivati che furono poco dopo quattro ussari venne con- 
dotto a Vignola, dove risiedeva una piccola mano di tedeschi , e fu 
presentato a quell'ufficiale austriaco che lo esaminò in latino e poco 
s' intesero. Menato a Modena e posto nelle carceri della cittadella , 
sette giorni appresso dall' imperiale Commissione di polizia , com- 
posta de' cittadini Piazzoni , Schedoni e F abrini , fu esaminato con 
altri prigionieri, che al pari di lui erano sospetti di seguire le parti 
de' Giacobini. Rispose il Foscolo « che da 24 giorni si trovava in 
« Monteviglio, dove era andato per levarsi dall'incontro di dovere 
« unirsi alla guardia nazionale e battersi coi Tedeschi , che si di- 
« ceva fossero per venire a momenti ; e d'altra parte per sfuggire 
« l' incontro di essere accusato presso i tedeschi per essere egli 
« impiegato in qualità di segretario nella Commissione criminale in 
« Bologna ; anche perchè non si trovava molto bene in salute , 
« soffrendo gran mal di petto ». Al Foscolo però non venne fatto 
di occultare il vero in maniera da rimuovere ogni sospetto ; e gli 
esaminatori niente persuasi da queste sue parole, mentre in calce 
di molte altre esamine di Cisalpini scrissero Si rilasci, in quella di 
lui fu decretato Si sospenda; e dovè restare prigione finché, giunto 
a Modena il generale Macdonald , e cacciati gli Austriaci , fu sal- 
vo , e tornò a combattere per la libertà a Novi , a Genova ed a 
Marengo. Giovanni Sforza. 



Di Taddeo della Volpe celebre condottiero delle venete armi. 
Cenni storici novellamente compilati da un oriundo imolese. 
Bologna , Tipi Fava e Garagnani , 1868 ; in 8vo di pag. 37. 

Racconta l'autore come di antica famiglia di origine tedesca , 
che prese stanza ad Imola nel secolo xn , nasceva Taddeo Della 
Volpe nel 1474 da un Niccola , che non solamente fu padre di lui 
ma ben anche di Giambattista e di Cesare e di una femmina di nome 
ignoto ; la quale notizia corregge appieno quanto dissero a torto 
del nostro Taddeo l'Alberghetti e il Cicogna, che lo vogliono ve 
nuto in luce nel 1489 di un Uguccio , savio d' Imola. Fino da gio- 



230 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

vanissimo mostrò Taddeo un'attitudine singolare al maneggio delle 
armi, e trovandosi a Roma, per volere di papa Alessandro VI si 
provò col celebre Fracasio da San Severino, ed entrambi furono 
giudicati di uguale bravura. Sui ventiquattro anni entrato a ser- 
vigio de' Riario , combattè assieme co' Fiorentini nella guerra di 
Fisa; poi col Valentino fu all'espugnazione di Faenza e vi perse un 
occhio, onde ebbe a dire: Oh, di qui innanzi io non potrò vedere 
i pericoli se non per metà ! Servì i Borgia così nella prospera 
come nell'avversa fortuna , e dopo essi Giulio II , che lo fece ca- 
pitano generale delle sue milizie a Bologna. Narra monsig. Pietro 
Bembo nel lib. VII della sua istoria che la Repubblica di Venezia 
die una compagnia di cavalli grossi al nostro Taddeo « per sedi- 
dizione della patria cacciato ». Però l'autore mostra del tutto falsa 
l'accusa , e mercè la testimonianza di Giovambatista , fratello di 
esso Taddeo, e scrittore di un commentario che s'intitola: Thad- 
dae'i Vulpiensis equitis gesta militarla , fa conoscere come di con- 
sentimento del pontefice e di propria elezione passò al servigio 
de' Veneziani. 

Per opera di Taddeo venne salvato l'esercito veneto , sconfitto 
aspramente sull'Adda , e fu ricuperata Padova da quarantadue 
giorni in potere di Massimiliano. Finché visse serbò egli la sua fe- 
deltà e i suoi servigi alla Repubblica. Vinse il Trissino , il Gonzaga 
ed il Naldi; combattè ad Arcola e alla Mirandola; riebbe la Stel- 
lata , e di nuovo trasse a salvamento l'esercito de' Veneziani a 
Bologna. Difese Brescia , salvò Treviso, e ferito gravemente a Gra- 
disca, rimase prigioniero de' Francesi donde poi fu liberato nel 1517. 
Ai 19 di gennaio del 1534 lo colse la morte , e fu seppellito a Ve- 
nezia nella chiesa di Santa Marina, ove. a pubbliche spese gli venne 
inalzata una statua equestre in bronzo , la quale fu poi venduta 
nel 1810 da' Francesi e fatta a pezzi ! 

Sono di corredo a questi Cenni due lettere inedite di Taddeo al 
Duca di Ferrara , cavate dall'Archivio di Modena , e alquanti capi- 
toli de' Commentari che scrisse di lui il suo fratello , che parimente 
sono inediti e vennero trascritti e collazionati sopra due codici 
della Marciana. Giovanni Sforza. 



Lettere di Francesco Pianosa alla Repubblica di Pisa. 

Fisa , dalla tipografia de' fratelli Nistri , 1869; in 8vo (Nelle nozze 
Prina-Bonacossi ). 

Sono due lettere agli Anziani di Pisa , scritte ai 21 di gennaio e 
ai 12 di febbraio del 1498 da Francesco Pianosa , oratore di quella 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 231 

Repubblica presso il Duca di Ferrara. Nella prima il Pianosa con- 
forta la Signoria pisana ad aver gli occhi d'Argo « perchè quelli 
« iudei abatuti chiamati fraudentini de' nostri nemici (così scrive) 
« sono astuti et cativi , et non cessano cum fraude et inganno de 
« mectere ol piede in qualche loco ». Nella seconda accenna a' ma- 
neggi in disfavore di Pisa, che faceva il Duca di Milano a Ferrara 
e a Venezia , e come la Santità del Papa concorresse in quella in- 
telligenza; di che l'oratore dubita forte, ma pure ne sta « de mal 
« animo e di mala voglia. » Mentre in palese scrive che il Duca di 
Ferrara « è ben disposto ad aitare et mantenere la libertà di Pisa », 
in cifra dice : « io vi notifico che non è nostro amico , benché se 
« demostra de parole el contrario ». 

L'editore di queste due lettere , che furono tratte dal R. Ar- 
chivio pisano , è il sig. Saverio Scolari , professore di diritto costi- 
tuzionale in quella R- Università. G. S. 



Per nozze Saccardo-Bolognini e Veronese. Pisa , tipo- 
grafia Nistri , 1869 ; in 4to di pag. 13. 



In soli centocinquanta esemplari fuori di commercio il sig. Gio- 
vanni Antonio Pisoni ha mandato in luce il libretto presente , che con- 
tiene una lettera fino a qui inedita di Antonio Costantini . amico e 
familiare di Torquato Tasso. È scritta da Ferrara ai 17 di febbraio 
del 1586 a Roberto Titi , che fu professore a Bologna ed a Pisa 
ed uomo di assai buone lettere : in essa si ragiona di molte cose , 
ma specialmente del povero Torquato , pazzo allora e sventuratis- 
simo. « Il Tasso non vi conosce (così scrive), non sa chi vi siate 
« né morto né vivo , e pure havendogli fatti leggere li vostri 12 so- 
« netti , di maniera gli ha commendati , eh' io vorrei che voi stesso 
« con le vostre orecchie havessi udito quello che disse.... Per hora.... 
« harete qui inclusi duoi sonetti del Tasso , che a punto hiersera 
« all'ave Maria uscirno di sotto al martello. Non sono de' migliori 
« che il Tasso faccia; ma ricordatevi che la luna è scema; e che 
« sia vero , io hiersera la campai d'una mana di pugna , che se 
« non me gli levavo dinanzi , alla fé' che havevo le mia ; sì che ho 
« fatto giuramento non andarlo mai a trovare , se non quando la 
« luna è ben piena, o almeno parlargli dal fenestrino ». G. S. 



232 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

Documenti della Storia Pisau a , restituiti al R. Archivio 
di quella città, mdccclxix. Pisa, Tipografìa Nistri, 1869; in 8vo 
di pag. 12. 

Rilevasi da questo libriccino come istituito che fu a Pisa il nuovo 
Archivio di Stato in virtù del decreto de' 22 di febbraio del 1860 , 
merco le cure del coram. Francesco Ronaini , soprintendente gene- 
rale ai regi Archivi Toscani , riebbe questa città i documenti più 
insigni della sua passata grandezza. Infatti nel 1865 riacquistava 
gli atti pubblici originali e le deliberazioni e i carteggi degli An- 
ziani che da trecento e sessanta anni si trovavano a Firenze ; 
nel 1868 tutti gli Archivi delle Corporazioni soppresse nel Diparti- 
mento del Mediterraneo a tempo della Signoria Francese; nel 1869 
tutte le pergamene passate dalla città e provincia pisana all'Archivio 
diplomatico fiorentino per comando del granduca Pietro Leopoldo I. 
Il presente opuscolo viene in luce per cura e a spese del Municipio , 
che a voti unanimi ordinò si rendessero solenni grazie al Bonaini 
per aver reintegrato la città di Pisa di tanti e così pregevoli mo- 
numenti della sua storia. X. 



Une epistole del professor E^aolo iiarzoìo e del con- 
te Giovanni da ScStio al professor A. Tromliini , 

intorno a una iscrizione euganea scoperta sul Monte Berico 
di Vicenza. - Schio, 1869, di pag. 16; con tavola. Per nozze 
Da Schio-Thiene. 

Schio , Vicenza , Venezia , Bologna fecero a gara nel festeggiare 
le nozze della contessa Lavinia di Thiene col mio carissimo Alme- 
rico da Schio, tìglio del conte Giovanni, rapito non è gran tempo, 
e i lettori dell'Are/^' rio sei sanno , al culto degli studi storici , ar- 
cheologici e linguistici. Oltre alcune poesie di cui non debbo occu- 
parmi , vennero in luce per la occasione sei opuscoli di storica 
importanza. 11 primo , che ha il titolo in fronte a questo cenno , 
contiene una lettera del compianto professor Paolo Marzolo con la 
data di Treviso 10 febbraio 1856 , e un'altra del conte Giovanni da 
Schio scritta da Venezia il 16 febbraio dello stesso anno, intorno a 
una iscrizione etrusca od euganea poco innanzi trovata. I due egregi 
interpreti recano , com'è ben da pensare, un diverso parere. 11 Mar- 
zolo crede sepolcrale la iscrizione , e la. spiega cosi : Hoc saxum 
S.us Crassus.... sacravit (statuii) hnnori snae uxoris rarae et 
Seoctio Eermonio sua de Tribù. Ma è convinto aver data una mera 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 233 

ipotesi che si appoggia a dati incerti e imperfetti. Invece il Da 
Schio dice esser quella un' iscrizione che ricorda i sacriflcii fatti a 
Tona (nome etrusco di Giove) nella consacrazione del Trivo. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 

Lode di Schio nel 1 •»«<» di Glo. Battista Dragonziuo da 
Fano. - Nuova et. piacevole narratione fosforica. - Schio 1869, 
di pag. 47. Per nozze Da Schio-Thiene. 

Alvise da Schio fratello ad Almerico ripubblica questo raro poe- 
metto , composto di due canti in novanta ottave. Buon documento 
storico, ma infelicissimo saggio poetico, sebbene lodato con dodici 
epigrammi latini da otto critici contemporanei molto compiacenti. 
L'autore , in età di 29 anni , dedica il suo libro a Bartolomeo Ala- 
naro , al Sindaco che al mondo è un uom divino, e chiede a Giove, 
troppo ingrato, la ispirazione del canto. Nel celebrar le lodi di Vin- 
cenzo Schio , sortito vicario della piccola cittadella nel 1526 , gli 
viene spontanea l'occasione di discorrere le cospicue famiglie scie- 
densi, le produzioni agricole e minerali e le altre cose più notabili 
di quel luogo , salito oggi a tanta rinomanza per la nobilissima 
industria delle lane. G. Occioni-Bonaffons. 



Due lettere di Felice Accoremboni e dne di Marco di 
Thlene , dirette da Roma a Gian Giorgio Trissino 

{Dall' Archi rio del conte Trissino). - Vicenza , 1869, di pag. 19. 
Per nozze Da Schio-Thiene. 

Felice Accoremboni , medico , filosofo e poeta , scrive della morte 
di Paolo III Farnese, delle brighe e delle probabilità, durante il con- 
clave, della elezione del cardinale del Monte sotto il nome di Giu- 
lio III. Papa Farnese prima di morire , novembre 1549 , volle tor- 
nare in grazia il nipote Ottavio con restituirgli il dominio di Parma ; 
onde , fatto e segnato un Breve , diede incarico al vescovo di Pola 
suo segretario il recasse al duca. Ma Camillo Orsini capitano , il 
quale teneva Parma in presidio, negò far la consegna della città, 
dicendo che la cosa non erasi ben risoluta in collegio , e che , avendo 
ricevuto Parma, non poteva ad altre mani rimetterla fuorché a 
quelle di un papa. Disapprova l'Accoremboni l'argomento dell'Orsini 
e ne prevede le conseguenze funeste. Ma il duca Ottavio fu rimesso 
nel possesso di Parma da Giulio III. Il quale è così giudicato da 
Marco di Thiene , compagno di Felice Accoremboni nell' informare 
il Trissino delle cose di Roma : « Siamo in mano di un dottor di 
Arch. St. Ital., 3.* Serie, T. X , P. I. 30 



234 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

legge , huomo di molta esperienza ma Theatino , che vuol governare 
e non esser governate ». G. Occioni-Bonaffons. 



Autografo di monsignor Savi, in cai discorre del Car- 
dinali di casa Tbiene. 1827 Giugno - Vicenza 1869. Per nozze 
Da Schio-Thiene. 

Sarebbero stati due , in tempi diversi , cardinali vicentini col 
nome di Uguccione Thiene. Ma del primo , vissuto sotto Celestino III, 
si dubita che fosse vicentino ; dell'altro , che fosse cardinale. La 
critica, che non ha vinto ancora le molte incertezze dell'argomento, 
riconosce che la questione è di leggiera importanza. Giova solamente 
che si sappia come il secondo Uguccione , regnando Gregorio XI , 
componesse le discordie tra l'imperatore di Germania e i duchi 
d'Austria , onde per suo mezzo , dice un'orazione inedita di Matteo 
Bissaro recitata in Padova nel 1440, pulcra pace, fidelique con- 
cordia sedati sunt. G. Occioni-Bonaffons. 



Informazione di Giovanni dall'Olmo console veneto 
in Lisbona sul commercio dei Veneziani in Por- 
togallo e sui mezzi più adatti a ristorarlo (1584 , 
18 maggio) - Venezia , 1869 , di pag. 32. Per nozze Da Schio- 
Thiene. 

Il mio benemerito amico e cultore assiduo della patria storia , 
professor Bartolomeo Cecchetti , fece opera egregia togliendo all'Ar- 
chivio generale di Venezia, e lasciando annotare dall'esimio cavalier 
Federico Stefani , questa relazione del console veneto in Lisbona. 
Il quale la inviò all'ambasciatore di Spagna Vincenzo Gradenigo , 
certo con lo scopo che questo, a sua volta, ne riferisse alla Repubblica. 
È molto interessante per la copia delle notizie positive che riguar- 
dano il nostro antico commercio in quelle parti e il modo di ren- 
derlo più lucroso ed efficace. Il commercio del pepe e delle altre 
spezie , che dovevano arrivare al porto di Lisbona nel peso di qua- 
rantamila quintali annui (180,000 miriagrammi circa) , erasi ridotto 
invece alla metà ; e lo zucchero dell' isola San Tommaso , che fino 
allora si importava per 160,000 arrobe (180,000 miriagrammi circa), 
diminuì asolo un quarto, compreso anche quello dell'isola del Principe. 
Se il re del Portogallo non provvedesse alla creazione di fondaci per 
le spezierie , il traffico ne dovrebbe volgere al peggio. Così pure a 
vincere la concorrenza altrui per la cocciniglia (cremisi), usata fin 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 235 

dal 1542 nell'industria veneziana , converrebbe stabilirne una forte 
casa in Siviglia , con altra casa liliale in Granata per 1' industria 
delle lane e delle sete. 

Il Dall'Olmo consiglia poi la Repubblica di estendere il traffico 
ad altre fonti di guadagno , come sarebbero i vini moscati di Can- 
dia e di Retimo, le uve passe di Zante e di Cefalonia , gli olii, la 
carta da scrivere perchè quella di Francia è « di cattiva sorte », 
vetri , specchi , smalti , acciaio , zambellotti , pelli di cordovani e 
lilialmente le spade serravallesche di cui un tempo si recavano in 
Portogallo da circa diecimila ogni anno. Serravalle infatti , nella 
provincia di Treviso, si vantava di siffatta industria : le lame tem- 
perate dalle acque purissime del Meschio, erano ricerche da fran- 
cesi , inglesi , tedeschi , turchi e schiavoni. Il console voleva inol- 
tre , per qualche rispetto, si facesse concorrenza ad altre industrie 
italiane , come agli ori Alati di Milano e Firenze , ai veli di Bologna. 

La informazione si conchiude con una lunga disamina dei dazi , 
pagati nel regno di Portogallo dai trafficanti di terra e di mare e 
con una notizia dei pesi e delle monete. Egli è notevole poi che fos- 
sero esenti i libri a stampa e le armi sì difensive come offensive. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 

Menzione di alenni intagli In quarzo operati Ha Va- 
lerio Belli detto Valerio Vicentino. - Bologna 1869, di 
pag. 11. Per nozze Da Schio-Thiene. 

Da questa pubblicazione , che è il parere di una commissione 
bolognese del 1854 , sopra una croce e tre medaglioni di cristallo 
di ròcca , ha giovamento la storia dell'arte. Il Belli , lodato dal 
Vasari , dal Gori e dal Cicognara , era valente nella glittica. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 



Dante Alighieri In Germania. Studio di D. Pietro Mugna. 
Padova, 1869. 

Dall' Italia si attende assai perche da essa vennero la civiltà 
romana , la cristiana e l'esempio delle libertà comunali nel medio 
evo, ed il risorgimento delle arti e delle lettere. Quindi lunga schiera 
di dotti stranieri , segnatamente della sapiente Germania, si affatica 
a scrutare ed illustrare le storie italiane , chi ricercando le origini 
romane storiche , giuridiche , artistiche , chi investigando gli ordina- 
menti ed i costumi del cristianesimo, chi rintracciando e seguendo 
i germi delle libertà nostre comunali , e gli svolgimenti delle arti 



236 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

e delle lettere. Degli studi tedeschi sulle cose italiane compose un 
volume intero di indici A. Reumont ; la monumentale raccolta di 
Pertz si compone specialmente di materiali italiani ; e Potthast nei 
due ponderosi volumi Bibliotheca Bistorica medii aevi (Berlino , 1862- 
68) accolse massimamente lavori italiani. 

Onde il nuovo sole che poetando rischiarò l'Italia mentre il mondo, 
come disse il Manzoni , giaceva in lunga notte , diventò anche sole 
europeo , ed i pensatori germanici si posero a contemplarlo colla 
divisione che li trae ad ogni altro fuoco della nostra civiltà. 

17 Italia è la bella cinta di amanti , che quasi non s'accorge di 
loro cortesie. Noi sappiamo assai poco , e curiamo punto ciò che 
la Germania studia delle cose nostre. Onde dobbiamo riconoscenza 
a Don Pietro Mugna , che tolse a farci conoscere i molti studi fatti 
nella Germania intorno il nostro Dante. Quanto il Mugna veneto 
sia versato negli studi germanici si mostrò dalle di lui traduzioni 
con note della storia dell'arte di Lingler , e di quella della poesia 
italiana di Ruth. Se la procella de' nervi gli. avesse dato tregua, 
molti altri tesori egli ne avrebbe dischiusi dalla Germania. Nelle 
brevi tregue si occupò recentemente degli studi tedeschi in Dante, 
e li adunò in spazioso opuscolo. 

La Divina Commedia , egli dice , è, come la Bibbia, fonte inesau- 
ribile. Onde non è meraviglia che la Germania abbia fatto come suo 
il nostro poeta , e ne abbia essa pure celebrato il centenario. Pel 
quale fondò un Manuale della Società tedesca di Dante , dove adu- 
nansi gli sparsi studi novelli intorno al divino poeta , e già se ne 
pubblicarono due bei volumi, 

Dal confronto che fa il Mugna tra il fervore operoso per Dante 
nella Germania e nell'Italia, risulta quanto noi rimaniamo indietro. 
Qui non attecchì il giornale del Centenario ; qui Dante è esposto 
solo a Firenze dal Giuliani, a Padova dal Zanella: nella Germania sono 
sei le università che dal 1865 lo illustrano ; Gottinga, Vurzburgo, 
Gratz , Vienna , Heidelberg , Bonn. 

In questo opuscolo vediamo come , dopo gli incunaboli Dante fu 
tradotto in prosa tedesca da Bachenschwanz dal 1767 , da Howar- 
ter ed Enk dal 1830. L'entusiasmo per Dante vi fu destato nel 1794 
per versioni poetiche parziali di A. G. Schlegel , pubblicate nelle 
Eoren di Schiller. Ed è notevole a vedere come quasi uno spiro 
medesimo di civiltà pervada l'Europa continentale, come bene notò 
il Ferrari , onde il flutto che leva Dante in Italia per Gozzi , Varano, 
Parini , si fa sentire pure nella Germania. 

La Germania , secondo suo costume , non poteva limitarsi alle 
versioni di Dante , ma si gettò con tenacità a commentarlo. Essa 
specialmente , dice il Mugna , mostrò come Dante va studiato nel 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 237 

tempo che rappresenta , e come de' commentatori a consultare 
sieno da preferire i contemporanei. 

E qui il Mugna passa in rassegna i principali commentatori te- 
deschi , partendo dall' illustre Carlo Witte che dal 1852 possedeva 
106 edizioni di Dante, da quella in foglio del Vindelino da Spira, 
Milano 1477. Il Mugna ne annuncia che il di lui amico Witte sta 
preparando ora una edizione critica del libro De Monarchia del 
grande poeta. Tanto poi il Witte , che il di lui collega nell'univer- 
sità di Halle Lodovico Blanc tradussero la Divina Commedia in 
versi j ambici tedeschi ; ed il Blanc fondò una Società dantesca, e 
pubblicò il Dizionario critico del poema. In simili versi è la versio- 
ne di Giovanni re di Sassonia ; ma Carlo Kannegiesser ed Adolfo 
Streckfress si cimentarono anche alla versione in terza rima. Il 
Mugna ne dà notizia anche di altre cinque versioni tedesche intere 
o parziali del poema di Dante , alle quali noi rispondiamo in qual- 
che guisa con quelle che andiamo facendo del Faust di Goethe , 
versioni che ora saranno chiuse colla splendida del Maffei. 

Questo prezioso opuscoletto del Mugna discorre anche dei com- 
menti al poema , e de' vari studi sulle opere minori di Dante , e 
sulla di lui vita, e delle ispirazioni artistiche tedesche sulla Di- 
vina Commedia. Sono minute cose che si vogliono ricercare in quello 
scritto dagli studiosi e che qui male si riferirebbero. 

Dante ha significato altamente politico, nella vita, nel poema, 
nella Monarchia ; onde il Mugna , già involto ne' moti politici di 
Vienna del 1848, non potea chiudere il diligente studio senza allu- 
sioni politiche che ne sollevano anche l'animo esagitato. Noi poli- 
ticanti dalla pubertà , ed impenitenti , pure siamo rimasti repu- 
gnanti alla miscela delle idee politiche passeggiere , con quelle 
universali delle ragioni storiche "ed artistiche; ma qui al Mugna 
perdoniamo in grazia dell'argomento. E raccomandiamo agli Italiani 
la lettura di questo opuscolo tanto importante , che forse sarà tra- 
dotto nella Germania. G. Rosa. 



La battaglia di Montaperti , Memoria storica di Cesare 
Paoli. - In 8.° di pagine 94. Siena, tipografia dell'Ancora di 
G. Bargellini , 1869. 

La battaglia di Montaperti , come uno degli avvenimenti più 
celebri della storia italiana nel secolo xm, ha stimolato il nostro 
collaboratore signor Cesare Paoli a studiarne le cagionile gli anda- 
menti, per correggere e rettificare quello che la leggenda o l'amore 
di parte v' ha mescolato di falso o di meno credibile. Nei cronisti 



238 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

fiorentini e nei senesi leggiamo que' racconti pieni di vita che ci ritrag- 
gono fedelmente il pensiero e il sentimento del tempo loro , quando 
ancor vivi e accaniti erano gli odii fra città e città. Ma volendosi 
rifare la storia , la critica ha bisogno di esaminare coscenziosa- 
mente le testimonianze ; e mentre si vale dell'opera dei cronisti per 
conoscer lo spirito e le tendenze dei tempi , cerca per fondamento , 
se posson trovarsene, le prove rimaste negli atti pubblici. L'Ar- 
chivio di Siena conserva ancora ne'suoi Caleffì preziosi documenti 
di quell'epoca memoranda. E il signor Paoli, impiegato in quell'Ar- 
chivio, studiando e illustrando i Caleffì (V. Ardi. Stor. Ital. Serie III, 
T. I , p. Il) , ne conobbe la importanza. Per la sua memoria sulle 
Cavallate (Arch. St. T. I, p. II) aveva pure esaminato il documento 
che esiste nell'Archivio di Stato di Firenze col titolo di Libro di 
Moni aperti : indi guidato da quel criterio che i nostri lettori hanno 
potuto pregiare in lui , prese a rifare il racconto di quel me- 
morabile avvenimento. 

I Senesi nel 1258 ricoverarono i Ghibellini cacciati da Firenze , 
tenendo fede più ai capitoli fatti coi Ghibellini nel 1251 che al trat- 
tato d'amicizia concluso nel 1254 col Comune di Firenze , col quale 
si obbligavano di non dar ricetto a persone che fossero espulse da 
Firenze , da Montepulciano e da Moltalcino. I Guelfi , che miravano 
a sottometter del tutto la parte avversaria, e nei Senesi trova- 
vano gagliarda resistenza per la costante loro devozione all'impe- 
ro, presero occasione dalla violazione del trattato per rompere 
l'amicizia. I Senesi ebbero ricorso per aiuto a Manfredi , che già 
vittorioso de' suoi nemici nel reame , s'era di recente incoronato re 
di Sicilia e di Puglia; e Manfredi, ricevuto il giuramento di fedel- 
tà e d'obbedienza del Comune , e preso questo sotto la sua prote- 
zione, mandò a Siena il conte Giordano d'Anglano suo consanguineo 
con aiuti -soldateschi, stimando di quale sostegno questa città gli sa- 
rebbe per il suo partito in Toscana. Raccontata l'impresa dei 
Senesi coll'aiuto del conte Giordano per ricondurre all' obbedienza 
Grosseto e altre terre della Maremma ribellatesi , l'autore de- 
scrive gli apparecchi dei Senesi e dei Fiorentini , e narra poi il 
combattimento del 18 marzo 1260 alle porte di Siena presso il mo- 
nastero di Santa Petronilla. Sulla fede dei documenti nega che 
Manfredi mandasse sul primo soli cento Tedeschi; nega lo stratta- 
gemma di Farinata, di fare avvinazzare questi Tedeschi per il fine 
che raccontano i cronisti ; e nega ai fuorusciti la importanza che 
loro attribuiscono in quelle faccende gli scrittori fiorentini. Af- 
ferma che il conte Giordano fu mandato a Siena prima del com- 
battimento di Santa Petronilla e con poderoso soccorso, mantenendo 
Manfredi la promessa fatta con lettera dell' 11 agosto 1259, nella 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 239 

quale diceva: « talem capitaneum et tamtam copiam armatovum cum 
eo curabimws destinare quod in vias planas aspera commutabit , 
provinciam ipsam in pace reget ec. (pag. 13). I nuovi soccorsi del 
re vennero, non già in conseguenza dello strattagemma di Farinata, 
ma perchè a chiederli , fino dal marzo , cioè due mesi avanti, erano 
stati mandati ambasciatori, fra'quali era Provenzano Salvani ; 
e arrivarono pochi giorni dopo il combattimento. Seguitando la 
narrazione delle cose successive, prende in esame il fatto dei Frati 
inviati dai fuorusciti per trarre in inganno i Fiorentini , affer- 
mato dalli storici di Firenze , recisamente negato da quelli di 
Siena: l'autore non lo ammette e non lo esclude, parendogli che 
non abbia alcuna importanza, perciocché i Fiorentini non pote- 
vano non sentire da sé medesimi la necessità di ripigliare la guerra 
dopo che i Senesi si erano impadroniti di Montepulciano ed erano 
sul punto di sottomettere Montalcino : ammette che potesse essere 
un maneggio dei fuorusciti d'accordo con Provenzano Salvani; ma 
esclude del tutto la partecipazione ad esso del Comune. Cerca in 
seguito di determinare il numero dei combattenti messi assieme 
dall'una parte e dall'altra. Con efficace brevità rappresenta il popolo 
senese, dopo che gli ambasciatori fiorentini gli ebbero mandato la 
oltracontante intimazione di mettersi a loro discrezione, animato 
dal pensiero di difendere a ogni costo la libertà , Adente negli aiuti 
soprannaturali; del che la narrazione è tanto passionata e stupen- 
damente viva nelle cronache senesi. Delle quali stampa fra i do- 
cumenti un brano di una ancora inedita, trovata nell'Archivio di 
Siena, dove è raccontata con singolare evidenza l'azione di Salim- 
bene Salimbeni che, nelle strettezze della città natale, offerisce in 
prestito al Comune cento migliaia di fiorini, e altrettanti quando 
questi fossero consumati. 

Giovandosi dell i studi del dottor Carlo Francesco Carpellini , 
descrive il luogo dove fu combattuta la battaglia che prese il nome 
da Montaperti , le posizioni dei due eserciti e le vicende di quella 
giornata, scegliendo con criterio fra le diverse affermazioni di tanti ; 
l'entusiasmo dei Senesi dopo la vittoria , i trattamenti dei prigio- 
nieri ; e poi espone le conseguenze che ne derivarono, cioè l'ac- 
crescimento del dominio senese per le sottomissioni di Montepulciano 
e di Montalcino , la superiorità acquistata dal partito ghibellino in 
Toscana, la elezione del conte Guido Novello a potestà di Firenze per 
due anni ; e il giuramento di fedeltà al re Manfredi di tutti i citta- 
dini rimasti in città. 

La Memoria è corredata dei seguenti documenti : Due capitoli 
della pace conchiusa tra Siena e Firenze in San Donato in Poggio 
il 31 luglio 1255. Lettera del re Manfredi ai Senesi nell' inviar loro 



240 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

per potestà messer Francesco Troghisio, del 7 ottobre 1259. La deli- 
berazione del potestà e dei capitani dell'esercito fiorentino sui pri- 
gionieri presi ai nemici , del 17 maggio 1260. Consulto e delibera- 
zioni del Consiglio generale del Comune e del popolo di Siena , 
tenuto in San Cristofano un giorno dopo il combattimento di Santa 
Petronilla, cioà il 19 maggio 1260. I capitoli dello Statuto senese , 
compilato poco dopo il 1260, relativi alla edidcazione di due chiese 
in onore di San Giorgio , una delle quali , nella via di Pantaneto. 
In line, oltre al rammentato capitolo della Cronaca senese, un brano 
di altra Cronaca pisana del secolo xiv, il cui originale si conserva 
nel R. Archivio di Stato di Lucca. G. * 



Storia della reggenza di Cristina di Francia duchessa 
di Savoia, con annotazioni e documenti inediti per il barone 
Gaudenzio Cla retta. Tre voi. in 8vo -, il primo di pag. xv-893; 
il secondo di pag. 797; il terzo di pag. 313. -Torino, Stabilimento 
Civelli, 1868-69. 

Questo periodo della storia piemontese era stato già argomento 
di narrazioni diverse. Primi ne scrissero Samuele Guichenon e Va- 
leriane Castiglione partigiani di Cristina; e i loro libri intitolati, 
quello del primo Soleil en son apoge'e ou la vie de Christine de 
France , e quello del secondo Eistoria della reggenza di Cristina 
di Francia si conservano manoscritti. In difesa de' cognati che alla 
duchessa contrastarono la reggenza , scrisse tra gli altri Emanuele 
Tesauro: il Brusoni e vari altri contemporanei poi ne parlarono in 
istorie generali : e di quanta fede sian meritevoli questi scrittori lo 
ha mostrato il senatore Ricotti nel V volume della sua Storia della 
Monarchia Piemontese. Nel 1832 il conte Federigo Sclopis pubblicò 
i Documenti ragguardanti alla storia della vita di Francesco 
Tommaso di Savoia principe di Carignano : e più tardi diede 
notizia dei documenti relativi alla nunziatura di monsignor Cecchinelli 
vescovo di Montefiascone, che tenendo quell'utUcio mentre la duchessa 
aveva in mano il governo (1641-44) dava nel suo carteggio diploma- 
tico notizie di molta importanza. Il nostro collaboratore Augusto 
Bazzoni coi documenti raccolti a Parigi fece la storia della Reggenza 
di Cristina , e pubblicò il suo libro nel 1865 avendo in mira più che 
altro di far conoscere le relazioni del Piemonte colla Francia. Dopo 
di lui, il dottissimo Amedeo Peyron stampava fra gli Atti dell'Acca- 
demia delle scienze di Torino (anno 1868, voi. XXIV) una dissertazione 
col titolo Notizie per servire alla storia della Reggenza di Cri- 
stina di Francia , conducendo la narrazione lino al 1642 solamente. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 241 

Finalmente abbiamo sui medesimi fatti il racconto del senatore Ercole 
Ricotti ne' due ultimi volumi della sua Storia della Monarchia pie- 
montese , stampati un anno dopo che il barone Claretta aveva 
messo in luce la prima parte della sua opera. 

Il libro del Claretta però contiene la più ampia esposizione 
di quegli avvenimenti: è una dotta e coscenziosa monografia, 
frutto di cinque anni di studi e d'assidue ricerche ; di quelle mo- 
nografie che , illustrando largamente e con sana critica una parte 
della svariata storia italiana, apparecchiano i materiali a chi vorrà 
e potrà scrivere la storia della nazione , o , se questa non sarà 
per qualche tempo possibile , formeranno un insieme di lavori par- 
ziali atti a, far conoscere esattamente agi' Italiani le passate vicende 
della loro patria. 

Nella prima parte , dopo aver dato un cenno sui regni di Carlo 
Emanuele I e di Vittorio Amedeo I , espone i negoziati e la con- 
clusione del matrimonio di Vittorio Amedeo colla figlia di Enrico IV; 
e dopo aver dato un'idea delle condizioni dello Stato piemontese e 
mostrato il carattere di Cristina , conduce la narrazione dei fatti 
fino al 1642. Nella parte seconda , ripigliando il racconto e condu- 
cendolo fino al termine della Reggenza , dà molte e curiose notizie 
del congresso di Westfalia e della parte che vi prese la diplomazia 
piemontese. Consacra un intero capitolo , il XVI , alla biografia 
degli uomini di stato , dei guerrieri , magistrati , letterati , scien- 
ziati e artisti che si segnalarono in questo tempo in Piemonte : nel 
seguente fa conoscere la munificenza della duchessa colla descrizione 
delle opere artistiche e religiose che si compirono sotto di lei , e 
la protezione che da lei ebber le arti, l'industria e il commercio: 
e finisce col fare una rassegna storico critica de' principali avve- 
nimenti del municipio di Torino al tempo della Reggenza e con una 
estesa relazione dell'ordinamento dello Stato. Il terzo volume contiene 
153 documenti; il catalogo dei cavalieri della SS. Annunziata e dei 
SS. Maurizio e Lazzaro creati dalla duchessa , dei Sindaci e dei 
vicari di Torino dal 1638 al 1648 , degli uomini che tennero in quel 
tempo i principali uffizi nel governo e le principali cariche di corte; 
e da ultimo un indice analitico di tutta l'opera. 

Di questo- libro abbiamo creduto dovere dell" Archivio Storico 
dar per ora questa breve notizia. Sarà poi argomento di una re- 
censione ne' successivi quaderni. G. 



Arch. St. Ital., 3." Serie, T. X , P. I. M 



242 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

Storia dell'antica Torino, Julia Angusta Taurinorum, 

scritta sulla fede de' vetusti autori e delle sue iscrizioni e mu- 
ra, da Carlo Promis. Un Voi. in 8vo di pag. xix-530 con tre 
tavole. Torino , Stamperia reale , 1869. 

A scrivere la storia che annunziamo il dotto autore s'era appa- 
recchiato con trent'anni di ricerche, facendo spogli d'autori antichi , 
di documenti del medio evo , degli storici universali e locali , e 
soprattutto studiando le tante epigrafi nei marmi che son rimasti , 
o nella copia di quelle di cui perirono gli originali. Considerando 
di più come il soggetto propostosi richiedeva la cognizione dell'ar- 
chitettonica e dell'epigrafia , attese allo studio di esse in Roma per 
otto anni. 

È questa un'opera che merita d'esser presa in considerazione dai 
cultori delli studi severi : e nell'Archivio Storico ne sarà degnamente 
discorso in seguito. Frattanto, non volendo ritardarne l'annunzio, 
si dà qui un cenno delle cose che vi sono trattate. È divisa inventi 
capitoli. Nel I parla delle origini dei Taurisci o Taurini , e delle suc- 
cessive variazioni sul nome della loro città. Argomento dei capitoli II, 
III e IV è la storia dei Taurini (Prima Epoca) dai più antichi tempi 
alla guerra annibalica; (Seconda Epoca), dall'occupazione romana a 
Cesare dittatore; (Terza Epoca), da Augusto ai Longobardi. Nel cap. V 
è la storia naturale dell'agro taurino e delle sue adiacenze. Il VI dà 
notizia delle reliquie della lingua gallica in Piemonte. Dal VII al IX 
tratta dell'architettonica descrivendo le antiche piante di Torino, le 
successive demolizioni del suo recinto, le mura e le torri , le strade, 
i selciati, le chiaviche, i fòri, l'anfiteatro, il teatro, la necropoli, i 
cuniculi, la figulina doliare, le porte e specialmente la porta Pala- 
tina. I quattro successivi parlano del Municipio, dando molte e pre- 
ziose notizie dei patroni e curatori , dei tre ordini Decurioni , Augu- 
stali, Popolo o Plebe. Nei cap. XIV, XV e XVI si parla dell'esercito; 
prima del console Quinto Glizio Atilio Agricola; poi de' legati , tribuni, 
prefetti di Ale e di Coorti, dei Primipili, de' Centurioni, de' Pretoriani 
e Urbani, Legionarii, del soldato in coorte ausiliaria, de' cavalieri 
romani e della cavalleria ausiliaria. Del XVII sono argomento i giu- 
dizi supremi, la coscrizione militare, l'assistenza alimentaria, la 
conservazione dei pesi e delle misure, le strade: del XVIII le pro- 
fessioni e le arti: del XIX le divinità: dell'ultimo le iscrizioni 
onorarie d' imperatori e di privati e de' liberti della casa Augusta. 
Viene poi una serie di aggiunte e correzioni, alle quali ha messo 
per epigrafe il detto di Bimard de la Bastie « Praeter operarum 
ofiX(i5iT3( nonnulla peccavit auctor, quae fateri mavult quam de- 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 243 

precari aut excusare. Chiudono il volume un indice generale e tre 
tavole in rame rappresentanti la l. a e 2. a la pianta di Torino roma- 
na; la 3." la fronte a settentrione e verso la campagna della Porta 
Romana o Palatina. G. 



Diari della città di Palermo dal secolo xvi al \ix , 

pubblicati sui manoscritti della biblioteca Comunale, preceduti 
da una introduzione, e corredati di note per cura di Gioacchi- 
no Di Marzo. Voi. I in 8vo di pag. xix-302. Palermo , Luigi 
Pedone Lauriel , 1869. 

È il primo volume della Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia 
di cui stampammo il manifesto nel Tom. Vili, parte II, pag. 200; 
e contiene cinque scritture inedite , che ci sembrano curiose e im- 
portanti per la storia di Sicilia. Se ne sono giovati alcuni scrittori 
di cose siciliane, e meglio di tutti Isidoro La Lumia per il suo li- 
bro che ha per titolo La Sicilia sotto Carlo V, e per altri de' suoi 
pregiati lavori. La prima di queste scritture è il Diario di Fi- 
lippo Parata e di Niccolò Palmerino dal 1500 al 1613. Filippo Pa- 
rata , a cui il Tiraboschi die lode d'aver primo rivolto lo studio 
della numismatica a speciale vantaggio della patria storia , era 
anche scrittore d'una certa eleganza. Son messi insieme i due no- 
mi del Parata e del Palmerino perchè sembra che il primo non 
abbia fatto che trascrivere e abbreviare una cronaca del secondo , 
correggendo la grafia e il dettato, e aggiungendovi ciò che precede 
al 6 maggio 1557 e quel che viene dopo il 25 gennaio 1599. - La se- 
conda è intitolata Notizie di successi vari nella città di Palermo 
dall'anno 1516 sino al 1606 con aggiunta di altre per gli anni suc- 
cessivi lino al 1621 , ricavate da un manoscritto di Vincenzo Auria. - 
La terza sono Memorie diverse di Notar Baldassarre Zamparrone 
dal 1528 al 1603. Lo Zamparrone, che si dice nato nel settembre 1581, 
pare che a questo lavoro attendesse in gioventù attingendo i fatti 
anteriori dagli altri cronisti, e dando poi particolari ragguagli delle 
cose da lui stesso vedute , onde supplisce al difetto degli altri. - 
Nella quarta sono Varie cose notabili occorse in Palermo ed in 
Sicilia cavate da un libro scritto da Valerio Rosso : concernono 
principalmente i pubblici edilizi di cui fu decorata la città di Pa- 
lermo dal 1587 al 1601 negli anni appunto in cui viveva il cronista. - 
Vengono finalmente poche Notizie cavate da alcuni brani di un 
Diario esistenti in un manoscritto miscellaneo della biblioteca Co- 
munale, scrittura del secolo xvn : queste notizie si trovano pure negli 
altri diari , meno poche che l'editore ha avuto cura di ricavare. 



241 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

Chi non si contenta d' imparare la storia dai libri compilati sulle 
altrui testimonianze , sieno pur fatti con critica sapiente e con 
bell'arte , ma desidera di conoscere gli affetti e le passioni che signo- 
reggiarono gli uomini dei secoli passati , legge con curiosità queste 
notizie che a primo aspetto appariscono aride , e vince la noia di 
quella forma disadorna. Sono come appunti di cose o trovate in 
altri appunti o sentite dire e confermare dai vecchi che ci si tro- 
varono ; di quelle cose, parecchie delle quali gli storici non si curano 
di registrare: una frase, un epiteto, a chi sa intendere, rivelano 
spesso più d'una lunga descrizione. 11 primo Diario è scritto nella 
lingua nazionale , benché vi si ravvisi il siciliano : le altre scritture 
sono nel dialetto dell' isola. 

L'abate Gioacchino Di Marzo rende molto profittevole alli studi 
storici questa sua fatica , corredando i Diari di molte annotazioni 
che illustrano o rettificano le cose dette dai cronisti , e che fanno 
fede quanto egli sia bene addentro nella storia della sua isola nativa. 

G. 

Disegno della Storia di Ascoli Piceno. Tom 1. - Dalle 
origini all'anno 1421 , per Gabriele Rosa. In 8vo di pag. 140. 

È un di quei lavori parziali sulla storia delle città italiane che 
giovano a dar più chiara l' idea della vita del popolo italiano nei 
tempi in cui tutto assorbisce la storia di Roma , e nel tempo dei 
Comuni. L'operosissimo Gabriele Rosa non ha voluto intitolare Sto- 
ria questo suo lavoro, ma, Disegno di Storia, perchè s'è proposto 
di lasciare i fatti particolari , e far risaltare le linee della storia 
d'Ascoli più notevoli, « quelle che le connettono meglio alla storia 
della civiltà italiana, e che ne mostrano le qualità peculiari , quindi 
più curiose ed istruttive ». Dopo aver parlato delle origini Picene, 
racconta le origini d'Ascoli; che crede fosse in principio un rifugio, 
un castelluccio sul Cassero, poi Campidoglio, indi fortezza Pia; e 
crede che pei commerci colla valle del Tronto e col mare, per l'agri- 
coltura e per le industrie affini crescesse la città a'piedi della ròcca 
nido dei padri fondatori. Dice qual parte ebbe nelle guerre Sanni- 
tiche e nella guerra civile , e come divenne colonia romana per 
opera di Pompeo Magno, ascritta, pei voti de' comizi , alla tribù 
Fabia a cui era ascritta Brescia e alla Papia nella quale votava 
Ticinum ora Pavia; e coll'esame delle condizioni della città dive- 
nuta città romana termina la parte prima. In questo cenno brevis- 
simo, che serve puramente d'annunzio, non riferiremo le idee dell'au- 
tore esposte al principio della seconda parte in cui discorre dello 
avvenimento del cristianesimo. Dà curiose notizie con giudizi e 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 245 

congetture proprie sulle condizioni d'Ascoli a tempo dei Longobardi 
e de' Franchi , mostrando l'opera dei monaci Benedettini ; discorre 
di tutto ciò che appartiene all'età in cui si manifestarono i primi 
germi del comune italiano. Nella terza parte parla del comune fino 
al 1345 in cui Ascoli si dichiarò repubblica indipendente ; e delle 
costruzioni e della cultura nei secoli xm e xiv. Nella parte quarta 
son raccontate le vicende della repubblica a tempo di Cola di Rienzo, 
la sottomissione al dominio papale per opera del cardinale Albor- 
noz e la rivendicazione in libertà nel 1376, allorquando i Fiorentini 
provocarono le sollevazioni dei popoli soggetti al papa ; le vicende 
che passò durante lo scisma occidentale, e la restaurazione ponti- 
lìcia quando Martino V , composte le cose sue coi Romani e colla 
regina Giovanna, investi Francesco Carrara suo vicario d'Ascoli e 
dello stato romano. Esamina in questa parte lo Statuto redatto 
nel 1377; e brevemente dice della cultura dal 1347 al 1421. G. 



Introduzione alla fllosoOa della storia, Lezioni di A. Ve- 
ra , raccolte e pubblicate con V approvazione dell' autore da 
Raffaele Mariano. In 16mo di pag. lxii-458. Firenze, Succes- 
sori Le Monnier, 1869. 

Lo scopo del signor Mariano ostato di « divulgare, diffondere, 
e diremo quasi , popolarizzare la dottrina e il pensiero di Hegel ; 
e più specialmente poi di mettere alla portata dell' intelligenza , in 
un certo senso comune , uno , a nostro avviso , de' più fertili pro- 
dotti di quell'ingegno sovrano ». Così egli dice sul principio dell'Av- 
vertenza. Egli ha raccolto le lezioni dette dal professor Vera 
all'università di Napoli negli anni scolastici 1862-65, e ha dato ad 
esse l'ordine d'un vero e proprio trattato scientifico, conservando 
più che gli è stato possibile la dizione del professore. Vi ha posto 
innanzi un' Introduzione col titolo « La filosofia della storia e l'idea- 
lismo » , e ne' luoghi dove gli pareva che il pensiero dell'autore 
lasciasse qualche lacuna, e facesse sorgere qualche dubbio, ha cor- 
redato il libro di annotazioni sue. G. 

Cinque orazioni inedite di Gian Battista Vico, pubblicate da 
un Cod. MS. della Biblioteca Nazionale, per cura del bibliote- 
cario Antonio Galasso , con un discorso preliminare. - In 8vo 
di pag. cxxiii-72. Napoli , presso Domenico e Antonio Morano. 

Sono le orazioni di Gian Battista Vico, delle quali fu data noti- 
zia nel precedente fascicolo. Ne annunziamo l'avvenuta pubblica- 



246 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

zione , colla speranza di parlare in seguito e delle orazioni e del 
discorso del benemerito signor Galasso. G. 



Della civile condizione dei Romani vinti dai Longo- 
bardi e di altre questioni storiche , Lettere inedite di 
Carlo Trota e Cesare Balbo con prefazione di Enrico Man- 
darini , prete dell'Oratorio di Napoli. In 8vo di pag. xn-139. 
Napoli , tip. degli Accattoncelli , 1869. 

Son diciotto lettere, delle quali tredici scritte da Carlo Troya, 
cinque dal Balbo. Vennero in pubblico a poche per volta nel perio- 
dico napoletano La Carità; e ora messe insieme formano un opu- 
scoletto a cui è premessa un'elegante prefazione d' Lnrico Manda- 
rini. Le opinioni de' due insigni scrittori che tanto si adoperarono 
a rischiarare i fatti più oscuri e più controversi della storia ita- 
liana nel medio evo , e sopra una grave quistione che ha esercitato 
le menti degli uomini più insigni dell'età nostra , meritano di esser 
considerate seriamente anche da chi non vi consente. Stimiamo 
perciò che questa pubblicazione debba essere accolta volentieri dalli 
studiosi della storia perciocché dalla tranquilla , sapiente e spassio- 
nata discussione può venire la soluzione dei grandi problemi che 
asitano l'età nostra. G. 



Conoscere e governare sé stesso. Proverbi latini illustrati 
da Atto Vannucoi. - In 8vo di pag. 102. Venezia , nel privile- 
giato stabilimento di G. Antonelli , 1869. - Kstr. dal Voi. XIV , se- 
rie III degli Atti dell' Istituto Veneto di Scienze , Lettere e Arti. 

Ci rallegriamo nel vedere che il Vannu^ci va continuando la rac- 
colta dei proverbi latini , legandoli a guisa di trattatelli morali 
sopra vari argomenti con brevi e adattate riflessioni , e col confronto 
de' proverbi di tutte le nazioni. Ripeteremo quel che dicemmo al- 
tra volta : nei proverbi e' è una gran parte della storia dello spi- 
rito umano : e sarebbe di grande utilità imprimerli profondamente 
nella mente degli uomini. A quanti disordini a quanti mali si ripa- 
rerebbe se in generale s' imparasse a conoscere e governare so 
stessi ? G - 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 247 

Cinque lettere di Francesco llorandinl pittore detto 
il Poppi, a Vincenzio Borghini. - In 8vo di pag. 24. 
Firenze , coi tipi di M. Cellini e C. alla Galileiana , 1869. 

Queste lettere che il nostro Alessandro Gherardi ha pubblicato 
come ricordo delle nozze del suo amico Iodoco Del Badia son documenti 
che mi piace chiamar preziosi perchè rivelano un animo buono. Fran- 
cesco Morandini fu di quei pittori del secolo xvi che non arrivarono 
all'eccellenza , dice saviamente l'editore, più per colpa de' tempi che 
per difetto d' ingegno e di studio. Discepolo del Vasari si mostra 
anche per la cultura letteraria, perciocché le lettere sono scritte 
con bel garbo e con una certa eleganza ; al che dovè contribuire 
la consuetudine di Don Vincenzio Borghini , che lo ricevè in casa 
sua a proprie spese e gli diede ogni comodità di fare studi neces- 
sari all'arte della pittura. Quanta riconoscenza serbasse al suo be- 
nefattore si vede dalle presenti lettere piene d'affetto che vero 
apparisce nella schietta semplicità delle parole , e si rivela anche 
nella disposizione testamentaria (è notizia che dà il Gherardi nella 
prefazioncella) perciocché ordinò che una sua casa di Via San Gallo, 
dopo la morte di Curzio degl' Innocenti suo allievo, a cui ne lasciava 
l'uso e l'usufrutto, passasse nella possessione dello spedale degl'In- 
nocenti , del quale aveva per trentanni tenuto il governo Don Vin- 
zio Borghini. Del suo cuore è bella testimonianza anche quello che 
dice nella terza lettera , dove parla di lavori che faceva in Casen- 
tino: « Non vorrei star tanto lontano da bottega ; pure io do qual- 
che sodisfazione alle mie sorelle che non hanno altri , e penso in- 
tanto per loro. E ho acconcio la cosa in modo, per grafia di Dio, 
che morendo io, ognuna di loro rimane con qualcosa. E se io viverò , 
voglio fermare il guadagno di queste tavole qua per una figliuola 
del mio zio, cbe non ha nulla, né altri che me ». Vi si trovano 
notizie intorno a stemmi e iscrizioni che egli ricercava per incari- 
co del Borghini, e notizie intorno ad alcune delle sue opere di 
pittura, specialmente di quelle fattcin Casentino pe' Monaci di 
Camaldoli e a Poppi; notizie accresciute colle note aggiunte a pro- 
posito dal diligente editore. G. 

Le Nozze di Virginia de' Medici con Cesare d' Este , 
descrìtte da Simone Fortuna. - In 8vo di pag. 23. Firenze, 
coi tipi di Federico Bencini. - Per nozze Agelelli-Dalmasse. 

Sono cinque lettere di Simone Fortuna a Francesco Maria II duca 
d' Urbino, scritte con quella disinvoltura elegante che abbiamo già 



248 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

lodato parlando d' un' altra scrittura di questo sacerdote diploma- 
tico. Il Saltini , che ha pubblicato anche queste, ne ha cresciuto il 
pregio colle sue note. Nel 1586 don Cesare d'Este figliuolo d'Alfon- 
so II duca di Ferrara sposò Virginia figliuola naturale di Cosimo I 
e di Cammilla Martelli, legittimata per il matrimonio consigliato a 
Cosimo da Pio V, e mal gradito dai figliuoli. Il parentado fra le 
due case Estense e Medicea doveva far cessare la rivalità per le 
precedenze e pei titoli : tale almeno fu il pensiero dei cardinali 
Ferdinando dei Medici e Luigi d' Este. Il Fortuna racconta con bre- 
vità le feste fatte a Firenze per questo sposalizio : e qui pure ri- 
pete la sua meraviglia per vedere il granduca « in persona alla 
porta perecchie ore a mettere dentro le genti, et provvedere che 
tutti stiano comodi » quando nel teatro mediceo , che era nella fab- 
brica degli Uffizi, si recitò più volte e per contentar tutto il po- 
polo , la commedia che per quella circostanza compose il conte 
Giovanni de' Bardi da Vernio col titolo ì" Amico Fido. Di questa 
recita è una viva e curiosa descrizione in un brano del Diario del 
Settimanni, che l'editore ha messo fra le note. Delle feste il For- 
tuna non poteva raccontare di veduta : « alle feste, egli dice , né 
alle giostre et commedie non sono io comparso, perchè quivi era 
il Gran Duca, intento non ad altro che a' suoi amori et a onorare 
questi Ferraresi ». Accennando ai puntigli per le precedenze dice 
esser « comune opinione, che stante le carezze et onori fatti a don 
Cesare, il signor duca di Ferrara, all'arrivo di esso, abbi ad umi- 
liarsi, et in conseguenza ad accomodarsi ogni differenza per conto 
de' titoli; in che si vede che il signor cardinale de' Medici insieme 
con la Gran Duchessa , si affaticano quanto possono ». Ma più tardi 
manifesta de' dubbi e racconta che i Ferraresi partirono mal sodi- 
sfatti non solamente per causa de' titoli, ma anche per il dare e 
l'avere. G. 



Stadi «li Carlo Trova intorno agli Annali d'Italia del Attiva- 
tori. Voi. I di pag. xlix e 320. - Napoli, Tipografia degli Accat- 
toncelli, 1869. 



Quando nel 1858 morì a Napoli Carlo Troya, i suoi libri, che molti 
erano e rari, e i più portavano i segni delli studi dello storico illu- 
stre, furono comprati dai PP. dell'Oratorio. Tra quei libri c'erano 
gli Annali del Muratori annotati e postillati da lui , ed i compra- 
tori s' erano impegnati a stampare quelle postille dentro due anni , 
altrimenti la Vedova sarebbe rientrata nei suoi diritti di proprietà. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 249 

V Archivio Storico lodò allora , come si meritava , il bell'atto 
degli oratoriani, e li confortò a dar mano alla stampa di queste 
giunte illustrative degli Annali del Muratori. Ma gli anni che cor- 
sero dopo il 58, non erano propizi alle imprese letterarie , e nessuno 
pensò più agli studi del Troya né alle promesse di mandarli in luce. 
Le quali peraltro non furono dimenticate da coloro che le avevano 
date; e appena i tempi si fecero più calmi, si accinsero a sodi- 
sfarle. 

Ed ora infatti a cura degli oratoriani , è venuto in luce il primo 
volume degli studi del Troya sul Muratori ; e quanti tengono in 
pregio l'erudizione storica, debbono averne riconoscenza ai solerti 
e coraggiosi editori , ed alla Vedova tornata proprietaria del ma- 
noscritto, che ne consentiva liberamente la stampa. Il volume 
s'apre con un affettuoso proemio del P. Capecelatro, a cui fa seguito 
un bel discorso sulla vita e sulle opere di Carlo Troya del P. Man- 
darini ; e le postille vengono poi disposte per tempi secondo l'or- 
dine degli Annali. Questo primo volume arriva fino alli anni di Cristo 
ccxxi , e tanta ricchezza di erudizione in un periodo cosi lontano 
dall'epoca più particolarmente illustrata dal Troya, ci dà un' idea 
di questi suoi studi molto maggiore di ciò che ne avevamo potuto 
pensare in prevenzione. 

Le postille comprese in questo primo volume sommano a 288, 
senza contare le molte appendici ricavate da altri manoscritti, e col- 
locate ai loro luoghi dagli editori, colla guida dei richiami appo- 
stivi dallo stesso dilgentissimo autore. 

Per dare un'idea al lettore dell'importanza storica di queste 
postille , riferiremo le parole del P. Mandarini , che così ne ragio- 
na : « Il Troya non si ferma soltanto a discutere gli avvenimenti 
« attenenti alla storia d' Italia del Muratori , narrati cronologica- 
« mente, ma va più innanzi, rimontando ai tempi antichissimi 
« prima dell'era cristiana, ed esaminando la vita primitiva di 
« ciascun popolo, i costumi e i riti religiosi, le leggi e le gner- 
« re , i luoghi ed i confini di qualunque regione che fosse mai 
« esistita sulla terra , per indagare così l'origine delle razze bar- 
« bariche , che poscia invasero 1' Italia. Di qui è che fra i molti 
« commenti e le varie erudizioni dal Troya aggiunte al Muratori 
« in questo primo volume, sono accennate le tradizioni e le favole 
« intorno ai primi barbari , e le più antiche notizie istoriche dei Goti 
« oGeti, dei Daci, degli Sciti, degli Indo-Sciti, dei Celti, degli Unni , 
« dei Finni , e dei Tu-hici , degli Agatirsi e dei Neuri , degli Alani 
« o Massageti , dei popoli dell' Bussino, del Tanai , del Danubio 
« e del Caucaso indiano. Inoltre anche in questo primo volume 
Arch. St. It\l., 3. a Serie, T. X , P. I. 32 






250 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

« sono dal Troya. investigato le origini di altri popoli ; coree degli 
« Alemanni , dei Borgognoni , dei Ligii , degli Slavi , dei Boisci , 
« dei Buri , dei Saraceni , dei Carpi , degli Eniachi , dei Sarmati , 
« dei Derbicci , dei Rossolani, dei Bastami, dei Longobardi, dei 
« Cotoni , dei Quadi , dei Marcomanni e dei Marvingi di Tolomeo 
« o Franchi, dei Salii, dei Vandali, dei Sax-Senne o Sassoni, 
« dei Sennoni delle Gallie, delle genti di razza bionda e di altre 
« popolazioni del mondo. Infine, tanto delle guerre celtiche, traciche, 
« pannoniche e germaniche , che delle invasioni sarmatica e ala- 
« nica, delle imprese longobardiche sotto Arminio e Meraboduo , 
« dei costumi dei Germani , delle vittorie di Traiano sui Daco-Geti , 
« e della perdita della Dacia romana sono pure dall'accorto ed ac- 
« curato storico recate le più antiche e genuine testimonianze 
« di autori Greci e Latini (Ved. pag. xlix e l) ». 

Già dalle altre opere storiche del Troya, appariva manifesto quale 
immenso apparato di testimonianze gli fosse occorso per dare fon- 
damento di verità alle sue narrazioni. Ora da questi studi anche 
meglio si vede quanta suppellettile erudita avesse egli ordinata, 
prima di trattare epoche storiche tenebrose , per le quali molti si 
appagano di argomenti poco più che congetturali. E veramente 
tutto quello che dalla erudizione può ricavarsi, il Troya lo seppe rac- 
cogliere. Che se egli a tanta copia di notizie e di testi , avesse 
potuto aggiungere i sussidi della- filologia comparata, le sue inda- 
gini sulle origini dei popoli e delle genti che distrussero l'impero, 
e presa stanza nell'Europa media, diedero nome e persona alle 
nazioni moderne , sarebbero riuscite più feconde e più sicure. Ma 
egli aveva ormai fatto troppo cammino quando la filologia cominciò 
ad aiutare efficacemente la scienza storica. 

Torneremo in seguito su quest'opera che merita da noi studio più 
diligente, non tanto per il suo valore intrinseco, quanto per la 
riverenza che sempre avemmo per il suo autore ; il quale è sicu- 
ramente una delle glorie più belle e più pure dell'Italia erudita 
del nostro tempo. M. T. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 251 



Ricordi storici intorno a Giampietro 
Viexisseimx e il tempo nostro, riuniti in que- 
sta da aitile edizioni e giornali. In Firenze, coi tipi della 
Galileiana, 1869. 

In questo , che vogliamo chiamar monumento alla vene- 
rata memoria di GIAMPIETRO VIEUSSEUX avremmo a lo- 
dare la bellezza dell'arte tipografica , perchè ci sembra una tra 
le più belle cose della Galileiana. Ma più che tutto dobbiamo 
lodare, e con noi si uniranno tutti quelli che sanno quanto il 
Vieusseux operò per la italiana cultura , e i lettori di questo 
Archivio Storico da lui fondato e sapientemente diretto per 
tanti anni , l'animo del nostro Cellini , che , stampando il 
libro a sue spese , in poche copie destinate alle istituzioni e 
agli amici , ha voluto rimanga come ricordo del suo amore 
riconoscente , e come italiano e come uno dei tanti che nel- 
1' amicizia e nella bontà singolare di queir uomo trovarono 
conforti grandi alla vita. Il nome di Giampietro Vieusseux 
rimarrà nella storia dell' italiana civiltà. Del suo affetto alla 
patria restano documenti principali Y Antologia e X Archivio 
Storico. Il discorso di Niccolò Tommaseo , l'elogio dettato dal 
senatore Raffaello Lambruschini , le parole pronunziate sulla 
tomba dal marchese Cosimo Ridolfi e dal consigliere Marco 
Tabarrini, la iscrizione decretata dal Municipio di Firenze , 
la nota dei soscrittori al cenotafio erettogli nel Cimitero di 
Porta a Pinti, e le addolorate parole di alcuni giornali, riu- 
nite in questo volume , attesteranno quanto bene egli fece e 
quanto ebbe in animo di farne , e come tutte le azioni fu- 
rono regolate da un sentimento altissimo della umana di- 
gnità e dal proposito di giovare agli uomini col consiglio, 
coll'opera e coll'esempio. 



In vendita al Gabinetto Vieusseux 



Pnmmksinni di Rinaldo IWl'AlltÌ77Ì P er n Cormine di Firenze dal 1399 al 1433, con 
lOIMIlISMUIll (Il nlUilldU Uegl AIIJ1ZZI prefazione ed illustrazione del cav. Cesare 
Guasti. Sono in vendita il primo e secondo volume al prezzo di L. 30. 

PAIIH3 1D A1UTA1MA ANNALI D'ITALIA dal 1750 al 1861 ; voi. l5in8vo e due 
LUI 1 I AK. /llHUlìlU ) Indici; prezzo ridotto L. 52, 50. 

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lini. Un voi. in 8vo di pag. 4M ; prezzo L 5. Pesaro, 1868. — Le domande potranno 
anco esser dirette al sig. Annesio Nobili, tip. ed., a Pesaro. 

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Obbligandosi per quattro volumi L. 5 ciascuno. 

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Glossario delle lettere A-B, prezzo L. 4, 50. 

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la direzione degli ingegneri Achille Albanese ed Enrico Naselli. Si pubblica in Pa- 
lermo dall'editore Luigi Pedone-Lauriel , un fascicolo al mese, al prezzo di L. 20 
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di scrittori siciliani dal secolo xvi al xix, per cura di Gioacchino di Marzo. La 
pubblicazione verrà fatta in volumi di 20 a 25 fogli in 8vo ; ogni due o tre mesi ne 
sarà pubblicato uno al prezzo di L 7, 50 franco in Italia. 

T?TA7m'T4 mOTTT A d i Scienze, Letteratura ed Arti. — Si pubblica a 
XiL VlO J- -TV O _L \j U J_i irV f asc icoli mensili di 5 o 6 fogli di stampa in 8vo; 
franco di porto nel Regno L. 18 all'anno. 

E>i prossima pubblicazione. 

Volume secondo. - Statuti inediti della Città di Pisa J a a J c &] & ^trSTfe 

cura del comm. prof. F. Bokaini, soprintendente generale degli Archivi Toscani ; 
esso sarà composto di circa 140 fogli di stampa in 4to. — I Voi. I e III già pub- 
blicati importano L. 101, 50. 



ARCHIVIO STOEICO ITALIANO 

Terza Serie completa, cioè anni 1805 a 1868. Prezzo Lire 80, netto Lire 64. 

NB. Per la serie suddetta, e per le antecedenti, dirigersi a G. P. Vieusseux in Fi- 
renze, oppure ai libra] notati nella quarta pagina della coperta di questo fascicolo. 



ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 

FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



E CONTINUATO 



A CURA DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE 



DELLA TOSCANA , DELL'UMBRIA E DELLE MARCHE 



SERIE TERZA 



Tomo X - Parte II. 

Anno 1869 



IN FIRENZE 

PRESSO G, P. VIEUSSEUX 
coi tipi di M. Cellini e C. alla Galileiani» 

1869 



LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 



A PAPA IWNOCENZIO Vili 



ESTRATTE DALL' ARCHIVIO DI VENEZIA 



fV. Tom VII, Part II . 



Queste lettere fanno seguito a quelle che pubblicam- 
mo nella Parte II del Tomo VII dell'Archivio Storico; 
e per la loro illustrazione rimandiamo i lettori a quanto 
allora ne scrivemmo. Ci occorre soltanto di notare che 
mentre le prime si riferivano alla legazione del Ghe- 
rardi presso Lorenzo il Magnifico, queste ragguagliano 
il Papa delle pratiche avviate con Galeazzo Sforza duca 
di Milano. A Lorenzo non garbava che il negoziato 
aperto segretamente con lui dal segretario pontificio , si 
proseguisse con minori cautele col Duca di Milano : per- 
chè temeva che Lodovico il Moro , il quale governava 
in effetto lo stato all'ombra dell'infelice ed impotente 
duca Gian Galeazzo, pigliasse a volo la mala sodisfazione 
del Papa, e ne eccitasse i risentimenti contro Ferdinando 
d'Aragona , per avere occasione di turbare di nuovo 
quella pace d' Italia che tanto stava a cuore al Magni- 
fico di mantenere. Perciò egli , dopo avere addotto indarno 
buone ragioni per dissuadere il Volterrano dal proseguire 
la sua commissione a Milano, temendo del troppo zelo 
di lui nell'eseguire gli ordini del Papa , gli aveva det- 
tato di suo quella breve istruzione, che pubblicammo, sul 
modo di governarsi con lo Sforza , tastando il terreno e 



4 LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 

non facendo alcuna proposta esplicita dalla quale potes- 
sero nascere impegni. 

Sembra che il Volterrano stasse fedele alle savie istru- 
zioni di Lorenzo, forse non contraclette dal Papa meglio 
avvisato ; giacché dalle relazioni dei primi abboccamenti 
col Duca e con Lodovico non si rileva che si facesse 
parola della lega contro 1' Aragonese , per costringerlo 
colle armi ad osservare i patti della pace , che pure 
era parte principalissima del negoziato col Magnifico. 
Si parla della questione dei censi, ma in modo assai ri- 
messo ; della immissione in possesso del monastero di 
Arona; di favori impetrati per Domenico D'Oria; e più 
che tutto della decima da imporsi nello Stato di Milano 
sui beni del clero in favore della Curia. 

Comunque questo secondo manipolo di lettere del Vol- 
terrano non abbia l'importanza storica del primo, pure 
non poche curiosità erudite ci potranno ricavare coloro 
che cercano la verità storica nei particolari , e dalle te- 
stimonianze sincrone meglio che dalla fantasia dei nar- 
ratori , amano di ritrarre il carattere degli uomini , le 
costumanze e la rappresentazione vera dei tempi. Vedrà 
il lettore come persona viva quel misero Galeazzo, infer- 
mo e impedito nell' uso delle mani , dare udienza e te- 
nere senato in camera sua ; e gli affari più gravi rimet- 
tere a quando sarebbe risanato ; e l'adunanza senatoria 
convocata con grande apparato , cominciare con una 
questione di precedenza e risolversi in barzellette. Vedrà 
quell'astuto e falso Lodovico il Moro, tutto compunto 
nella settimana santa , affermare di recedere in certo ne- 
gozio dei frati Umiliati dall'opinione sua, perchè si ricor- 
da in quei giorni che a Dio si deve render conto dei 
pensieri non che delle opere. E il buon segretario gli 
crede, e lo commenda di tanto scrupolosa religione. Ed 
anche l' infelice Galeazzo ha la coscienza timorata , e 
accetta riconoscente un breve del Papa che lo proscio- 
glie , a quanto sembra , dal voto fatto di andar pelle- 



A PAPA INNOCBNZIO Vili L> 

grino al sepolcro di Cristo, abilitandolo a mandarci un 
frate in sua vece. Notabile ci sembra pure la lettera che 
tratta della uccisione del Conte Girolamo Riario av- 
venuta a Forlì per opera di congiurati nel 1488 ; e della 
consulta che tennero su questo caso alla Sforzesca presso 
Vigevano, il Duca Galeazzo, Lodovico Sforza, il cardinale 
Ascanio suo fratello , il Duca di Ferrara, e lo stesso Vol- 
terrano. Dai discorsi del Cardinale si capisce, come gli 
Sforza sospettassero che il Papa avesse mano in quel- 
l'affare , o che almeno volesse trarne conseguenze di 
suo vantaggio , rivendicando alla Chiesa, il dominio di 
Forlì , che gli Sforza intendevano che fosse ad ogni patto 
assicurato ai figli dell'ucciso ed alla madre loro che era 
sangue sforzesco. Tutte le ragioni addotte dal Cardinale 
per escludere il possibile che il Papa potesse e volesse 
trar partito da quella uccisione , sembrano altrettanti 
avvertimenti per fargli intendere quanto arrisicato sa- 
rebbe riuscito il gioco se anche avesse avuto voglia di 
tentarlo. E di fatto gli Sforza non potevano patire per 
onore di loro famiglia che si facesse ingiuria a Caterina 
Riario sorella del Duca , e avrebbero volentieri colto il 
destro dell'assassinio di quel loro parente, per mettere le 
mani anche nelle cose dell' Italia centrale , che era una 
delle loro ambizioni. Dalle altre lettere che pubblichere- 
mo in seguito , si vedrà il curioso processo di questo 
negozio, dal quale fu messa in forse la pace d' Italia. 
Ma il vigile Lorenzo de' Medici seppe scongiurare anche 
questo pericolo , e la Caterina Riario Sforza trovò rifu- 
gio nella famiglia medicea , ove partorì quel fortissimo 
Giovanni dalle Bande nere , che ritrasse nella sua na- 
tura piuttosto la fierezza indomita della madre , che il 
mite e rimesso animo paterno. 

Queste lettere di Iacopo da Volterra , oltre questo 
breve proemio , avrebbero potuto dare materia ad alcune 
note erudite ; ma mi son rimasto dall'apporvele , pensan- 
do che ai pochi che avranno voglia di leggere questo 



6 LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 

scabro latino , non occorrono illustrazioni , perchè sicu- 
ramente sapranno di storia più e meglio di me ; e per i 
molti che sfogliano i libri alla sbadata , e che quando 
trovano il latino saltano a pie pari , ogni mia cura per 
dichiarare pazientemente nomi e cose , sarebbe fatica 
perduta. 

Pomarance , 26 Ottobre 1869. 

M. Tabarrini. 






LETTERE 

DI IACOPO DA VOLTERRA 



IV. 



Beatissime pater, post pedum osculum beatorum. Incipiam a 
conclusione rerum tractatar uni cum Principe, novissimo collo- 
quio meo, ne Vestra Beatitudo, legens longiores has litteras, sit 
ambigua de illarum exitu, sed statim summam intelligat. In 
primis, Principerà perseverantem invenio in negocio debiti cen- 
sus; decime impositionern consentit; Arone possessionem tradi 
nobis vult expeditam et absque condictione ; negocium ma- 
gnifici Capitanei custodie Vestre differt omnino ad eius 
integram valitudinem , tunc ex voto expediendum : hec sunt 
capita conclusionum : nunc exordior a principio. 

Ultimis meis diei S. Anton ii scripsi Sanctitati Vestre me 
paucis loquutum cum Principe, et in diem sequentem audien- 
tiam meam dilatam. Continuum triduum snm vocatus, sed 
priusquam beri non sum auditus , vel tedio vel langore vel 
curis aliis supervenientibus, ut fit et scit Vestra Sanctitas ab 
experimento. Heri igitur sum admissus , exclusis omnibus qui 
erant in cubiculo, demptis Chalco et Terzago , qui tam a lecto 
digressi sunt , ut... quamque loquentes audire nos poterant. 
Dixi in primis , post generalia, quemadmodum Vestra Sancti- 
tas in negocio regio , nil alimi expectabat in prosequutione 
iurium suorum quam bonam eius valitudinem, quam assiduis 
precibus ad Deum porrectis quotidie adiuvare conabatur. In- 
terim vero dabat operam implere que Sua Excellentia a 
principio fideliter et prudenter commemoraverat eidem Vestre 
Sanctitati, jamque Regem Hispanie decrevisse oratores ad Fer- 



S LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 

dinandum super negocio census qui Rome erat. Et quod Ve- 
stra Sanctitas hortabatur Excellentiam Suam ut ipsa quoque 
rem adiuvaret , prò ut hactenus fecerat et sperabat deinceps 
esse facturam, et hiis similia. Post hec subieci de decima, qui- 
bus potui dulcioribus verbis , circa quod breviter recensiti 
sumptùs maximos et necessarios , quos facere oportuit prò 
tuenda libertate ecclesiastica et liberare eam de manibus 
impiorum. Dixi de potestate Pontificum in petendo et exi- 
gendo a clericis sub dio , cum est opus. Retuli apud Venetos 
unam exactam , alteram exigi ; Florentinos in imam consen- 
sisse ; in Regno de proximo debere unam imponi. Magni esse 
momenti ad publica , consensum huius decime que petebatur 
in ducali dominio. Subieci de possessione Arone , in primis 
prò reverentia Dei et honore Sancte Sedis et Beatitudinis 
Vestre , asserens nihilominus eandem Beatitudinem procul 
dubio credere , nihil aliud obfuisse buie negocio nisi recidivam 
Excellentie Sue , quam sciebat esse memorem verbi sui, nec 
facturam irrita que processerant de labiis suis. Rememoravi 
reiectas conditiones quas Excellentia sua proponi mini man- 
daverat , ut Borromeo morem gereret. Post hec subiunxi 
negocium magnifici Dominici Aurie , narrans quam gratum 
futurum esset Sanctitati Vestre si viro prestantissimo et eidem 
carissimo geretur , mos in re iustissima et bonestissima in 
obsequium eius, sub cuius tutela et Vestra Beatitudo et tota 
Romana Curia requiescat, qui esset etiam eidem afflnitate 
coniunctus. Dignaretur consolari hominem , cuius fidem et 
strenuitatern jam Excellentia Sua experta , et poterat etiam 
experiri , et pleraque alia sunt dieta ad eum inducendum , 
inter que , dicebam pecuniam esse in promptu ; et paratura 
esse prestare iuramentum fidelitatis etc. 

Conatus sum breviter perstringere singula, ne languenti 
essem molestus , et ne medici, et ceteri qui sunt ad corporis 
curam , in futurum audientie mee adversarentur. 

Ad omnia ex ordine Princeps respondit breviter et reso- 
lute, voce multum submissa et debili, que vix admotis au- 
ribus audiri potest. In primis, super negocio census eundem 
fervorem ostendit in satisfaciendo debito suo , quem prima 
vice ostenderat , dicens jam decretimi esse, quod oratores 
federis exequerentur quod iam decretum et responsum lucrai 



A PAPA INN0CE1SZI0 Vili 9 

una cum oratoribus Hispanis , qui Neapolim proficisci debent. 
Nani mittere novos oratores non videri ei , cum Rex ipse 
Hispanie nihil ad eos scripserit; attamen tantumdem hoc 
esse: expectandum quid Rex respondeat Inde eos, juxta 
Regis responsum, auctores esse quod Vestra Sanctitas semper 
iudicabit velie eos mane re in officio secum , et esse memores 
date fiJei et obligationis jam facte ; nec ulterius progressus 
in hanc rem. Venit ad decimam , dicens Clerum plurimis et 
recentibus oneribus fatigatum ; tamen , propter cansas a me 
dictas et propter reverentiam quam habet ad Sanctitatem 
Yestram , contentari ut imponatur, cum ea lmmanitate et 
facilitate que fieri poterit. Circa rem monasterii de Arona, 
dixit Sanctitatem Vestram bene de se iudicare ; narri moram 
Lane omnem non tradite possessionis profectam a valetudine 
sua. Se, a primis vèrbis mecum habitis ad Cusagum , senten- 
tiam non mutasse nec mutare; imo omnino velie nobis 
tradi possessionem. Negocium Capitanei, post nonnulla que 
dixit in eius commendationem , ex quibus perspexi illuni 
plurimum ab Excellentia sua diligi et magnificari , differt 
omnino ad firmano valetudinem suam ; ostendens non posse 
prius eius negocium confici , sed absque dubio illuni esse 
consolaturum ; et ita in fidem principis est pollicitus. His 
dictis vocavit ad se Chalcum et Terzagum, quos dixi presen- 
tes in cubiculo, sed non audientes. Replicavit eisdem bre- 
viter singula capita et eorumdem conclusionem, ac mandavit 
Chalco ut quecumque acciderent et tractarentur in rebus 
census et eius pratice , milii in dies significare! Item , ut 
ageret cum Borromeo , traderetur nobis A.rone possessio , 
sine exceptione ac mora ; ostendens non placituram ei excu- 
sationem aliquam ; ita conclusum est. Egi prò omnibus gratias 
Excellentie sue , et iterum Aurie negocium commendavi. Ad- 
didit illis presentibus , quod etiam superioribus diebus mini 
dici fecerat , non sibi futurum ingratum. Si deinceps essem 
publicus ; eo maxime quod plures essent cause , preter liane 
census, propter quas me ostendere poteram , et quod libenter 
videret me, et ob reverentiam Sanctitatis Vestre honoraret. 
Egi eidem gratias ut debui, dicens me cuncta Beatitudini 
Vestre signifìcaturum ; quod facio. Eius erit imperare cui 
humiliter me commendo. 

Aucu. St Itm.., 3." Serie, T. X, P. II. 2 



10 LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 

Unum non obmittam, quod oro tribuat Vostra Sanctitas 
vere fidei et servituti raee , non audacie vel presumptioni , 
in liac causa census, Vestra Sanctitas nimis jejune mecum 
agit. Non habui quid replicare Principi, nisi generalia. Post 
prima mea mandata, nihil postea eorum que gesta sunt apud 
vos , significatum est mihi. Si quid habeo ab ilio tempore ab 
hiis ducalibus habeo, quorum nonnulla jubet mihi princeps 
significari , nonnulla interloquendum haurio ex eorum fon- 
tibus. Deputationem horum Oratorum ad Regem , hii mihi si- 
gnificarunt, tanqaam rem notam non novam. Ita que scire 
primus de(berem) postremus intelligo, quasi hospes et pere- 
grinus. Ex auctoritate quam hic dabit mihi Sanctitas Vestra, 
crescet semper eius auctoritas et honor et dignitas. Supplico 
Sanctitati Vestre mihi indulgeat, si hec scribens nimis pre- 
sumpsi. Movet me zelus domini mei , et cliaritas modum non 
habet. Ceterum putavi nocere non posse, significare Oratoribus 
nostris qui sunt in Galliis, consensum huius status in decima 
imponenda ; proinde, hodie meis litteris de hac decima ad 
eos scribo: idem agam cum Tarvisino. Non est parvifaciendum, 
iudicio meo, ubique intelligi coniunctionem liane animorum 
et status. Iterum commendo me sanctissimis pedibus Vestre 
Beatitudinis , cai sit comes et custos dominus Deus. 

Mediolani , die-xxn ianuarii, mcccclxxxviii. 
V. B. 

Servus humillimus 
Iacobus de Vulterris. 
Sanetissimo Domino Nostro Papi 



Beatissime pater, post pedumosculum beatorum. Laudetur 
Deus, cuius gratia cepimus possessionem Monasterii de Arona 
prò domino Hieronymo cubiculario Vestre Sanctitatis , cum 
tanto eius honore quanto maximo dici potest, et mira concor- 
dia, gratia, assensu et adiutorio magnifici comitis Ionannis 
Borromei, domini temporalis loci illius; absque, non modo con- 
ditone , sed ne minima quidem mentione alicuius conditionis. 



A PAPA INN0CÌ2XZI0 Vili 11 

Qui quidem comes , non tantum nobis hactenus nocuit odio , 
quantum nunc proflcuit obsequio. Duci illuc nos fecit,et re- 
duci per loca sua et homines ac ministros suos , et toto itinere 
recepit nos laufissime et honorificentissime, ob reverentiam 
Vestre Sanctitatis, cui se et familiam suam humiliter et devote 
commendat: orans ignoscere sibi dignetur, si durior ei visus 
est ad eandem hactenus possessionem tradendam ; non con- 
tumacia id actum esse, sed ex tali causa que, cura nota erit 
Vestre Sanctitati, non dubitat, prò sua equitate et clementia, 
quin probetur ab ea , et eundem excusatum habebit, et obse- 
.quentissimum filium eiusdem Beatitudinis existimabit. Pater 
Beatissime, ut semper scripsi Beatudini Vestre, 
nisi adversa Principis valitudo. Quod ab experimento 

ut primum pò fieri verbum Excellentie sue 

illieo est mandatum tradì possessionem. Egi beri gratias pre- 
fate Excellentie nomine Vestre Sanctitatis et ipsius domini 
Hieronimi. Que et ipsa letata est plurimum, ob letitiam Vestre 
Beatitudinis , cui se offert ad quecunque eidem accepta et 
grata , ostendens nil magis cupere , quam ille in cunctis que 
potest morem gerere ; eique plurimum se commendai Inter- 
rogava nunquid novi haberem a Vestra Sanctitate. Respondi: 
nihil quod sibi esset incognitum ; scire Excellentiam suam 
niliil magis a Vestra Beatitudine desiderari et expectari, quam 
firmam ipsius valitudinem ; que certe quotidie procedit in 
melius. Iacet tamen in lecto , sed vox valida est et clara, 
vivax oculus et leta facies ; attamen non satis adirne firme 
nianus , sed extra periculum esse omnes credimi Ita conce- 
dat Deus. Iussit sepe se adeam , quem libenter et videbit 
et honorabit ob reverentiam Vestre Sanctitatis. Ita dixi me 
acturum , et ab eo discessi , cum iam introissent in cubicu- 
lum Senatores ad consilium vocati. Oratoribus datus ad eum 
aditus heri non fuerat, quamvis petitus. 

Me Vestre Sanctitati commendo , que feliciter valeat. 

Mediolani , die x februarii mcccclxXxviii. 
Vestre Sanctitatis 

Servus ìiumilis 
IACOBUS DE VULTERRIS. 
Sanvtissimo Domino nostro Pape. 



12 LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 



VI. 



Beatissime Pater, post pedum osculum beatorum. Post redi- 
tum meum de Cremona, qui fuit penultimo februarii, cimi que- 
rerem aditum ad Principem , responsum est mihi , fuisse iam 
ordinatimi riullum Oratorem clebere ad se ire ante diem domi- 
nicum, qui nudius tertius fuit, secundus videlicet huius men- 
sis. Eo autem die, cum statuta hora ivissem in arcem, inveni 
Oratores federis vocatos, in anticubiculo expectantes. Adliesi 
illis, et illieo vocati omnes, ingressi sumus in cubiculum Princi- 
pis , confuse et ordine non servato; quum , ante eam lioram, cum 
eis non conveneram, et Princeps, ut opinor, de me nihil dixe- 
rat eis. Sed cum illi in sedendo digniorem locum occupassent, 
vocato ad me Chalco , dixi ad aurem quod , nisi daretur mihi 
locus conveniens, intendebam statim recedere: proinclfi signi- 
ficaret id Principi. Non fuerat adirne verbum aliquod dictum a 
quoquam , et continue ingrediebantur Senatores Senati , ipsi 
etiam vocati. Interim Chalcus , communicata re cum domino 
Galeazio, qui non recedit a latere Principis, illi adlierens 
sub alio pretextu , que lamentabar , Excellentie sue significa- 
vit. Que, statim ad me conversa, rogavitut paululum sece- 
derem. Quo facto , dixit Oratoribus , me esse Apostolicum 
nuntium , curantem negocia Ponti fi eis , quem , prò devotione, 
que debetur Sancte Sedi et quam ipsa habet ad Sanctitatem 
Vestram , intendebat honorare. Quid illi responderint , ignoro; 
sed ego illieo sum vocatus et in loco digniori constitutus. 
Iam comparuerant ultra xx Senatores et cetus non parvus 
procerum. Princeps indutus et extra cubile , sedens , ad 
omnes conversus ., vultu hilari et voce iam valida et firma, 
interroga vit , num diceretur aliquid novi. Leta quedam a 
magis familiaribus , cum risii et iocunditate, dieta et ac- 
cepta sunt ; inde ex diversis ventimi est in mentionem Ma- 
ximiliani, quem Brugie detentum, mercatorum littere , nuper 
aliate vulgo nuntiaverant. Dicebatur , parimi admodum in- 
terdisse inter detentionem ipsius et honorem per Vestram 
Sanctitatem legatis suis exhibitum; ita iocari quandoque for- 
iunam. Iterum reditum est ad facetias et iocos. Supervenit 
interea Orator Venetus , etiam ipse ad eam congregationem 



A PAPA [NNOCENZIO Vili 13 

vocatus. Sermo fuit varius et urbanus , ac quodamraodo que- 
dam general is visitatio. Quod iatelligo frequenter ab hoc 
Principe factitari, et valente et egro , ut videatur et referatur 
in vulgus; in quo, ut alibi etiam, non desunt susurratores, 
nova semper facilibus plebis auribus instillantes. Ego, qui 
eram ad dexteram et selle sue proximus , pluries ei loquu- 
tus sum : reddidiq'ue sibi breve actionis gratiarum, prò tra- 
dita possessione Aronensis monasterii: dixique in eam rem, 
que visa sunt convenire dignitati Sanctitatis Yestre ; decla- 
rans sibi tantum esse satisfactum opinioni et expectationi 
einsdem, quantum ab ea desiderari unquam potest. Gratis- 
sima ei fuit talis coramemoratio: nec minus grata gratia visi- 
tationis Sepulcri Dominici, in personam illius religiosi, cuius 
breve etiam tane tradirli Excellentie Sue, que certe satiari 
non poterat actione gratiarum. Dixit mandaturum se nomini 
illi, ut non minorem curam liabeat, dum erit in illis locis 
sanctissimis, in commendanda Deo salute Vestre Beatitudinis, 
quam voti sui solutione implenda. Respondi : et prudenter et 
amanter fieri ab Excellentia Sua. Non poterat esse apud al- 
terutrum cura salutis , que non esset etiam Status. Sed post 
spatium unius circiter hore cura dimidia, dissoluta est con- 
gregatio; et ego quasi inter primos abii. Quod autpm monet 
Sanctitas Vestra, me taliter habeam ne quid suspitiunis in 
animo cuiusquam insideat, id curabo quam poterò diligenter. 
Si Beatitudo Vestra habet aliquid quod signanter cavere 
debeam , idque verisimiliter cognitum mihi esse non debeat, 
dignetur mihi illud significare. Ego , quantum iudicio et con- 
iectura assequi poterò, conabor non clecipi ; sed super 
omnia per viam sinceritatis et veritatis ambulabo. Hiis vero 
Oratoribus , si quando cura eis convenero , ostendam nil 
minus ad me pertinere, quam negocia status; iamque ipsi 
sciunt plura quotidie negocia incidere ad Vestram Sancti- 
tatem pertinentia. Quod valde probabitur, si decimarum 
negocium aggrediemur ; super quo, ut pluries scripsi, sunt 
expediende oportune littere et mittende. Felix sit Sanctitas 
Vestra , cui humiliter me commendo. Mediolani , in Martii , 

MCCCCLXXXVIII. 

V. Beatitudinis 

Servus liumillimus 
IACOBUS DE VDLTERRIS. 



14 LETTERE. DI IACOPO DA VOLTERRA 



VII. 



Beatissime pater, postpedum osculumbeatorum.Perhosdies, 
etpropter ingentem pluviam et propter adventum Ducis Ferra- 
rie et novi oratoris Venetorum, non fuit tempus idoneum loqui 
cura principe Ludovico de rebus alicuius momenti. Sed heri, que 
fuit dies lune sancta, accessi ad eum. Nuntiavi Excellentie 
sue decimarum bullam ad me missam, ut ex brevi, quod illi 
reddidi, videre poterat. Cupiebam cum gratia et permissione 
sua publicare illam , peractis sanctis et celebribus hiis die- 
bus. Lecto brevi, dixit id esse in potestate mea, ob reveren- 
tiam quam habet ad Sanctitatem Vestrarn et sanctam Ro- 
manam Ecclesiam. Egi ei gratias , nomine Vestre Sanctitatis, 
ostendens liane esse flrmam eius fidem de Excellentia sua. 
Rogavi autem illam , daret mihi aliquem , quocum possem 
conferre que circa eam rem qnotidie accidere possunt; preci- 
pue, cum absens ab hac civitate futura esset, ne propter 
queque minima esset mihi opus illam adire. Adverteret quo- 
que , quod si qui ab ea peterent deputari exactores, nollet 
credere omni spiritui. Nam , intelligens ego fraudes multas 
commissas in exactiune ultimi subsidii, statuebam, cum adiu- 
torio Dei in primis, et grafia illustrissime dominationis sue, 
illas omnes , prò posse meo, evitare. Et quemadmodum ego 
proponebam habere manus mundas , ita cupiebam alios nlei 
non esse dissimiles. Commendavit hoc meum institutum, tam- 
quam conveniens bono nomini Beatitudinis Vestre et volun- 
tati sue multimi conforme. Et ita se acturum promittens , 
dedit mihi hominem quempetebam, virum integritate et mo- 
destia precipuum, dominum Bartholomeum Chalcum prima- 
rium ducalem secretarium. Proinde, cum benedictione Sancti- 
tatis Vestre, post celebritatem pascalem , bullam publicabo 
simplicis decime ut est. Nec est augenda summa aliquo modo, 
quandoquidem intonuit a Vestra Curia sonus eius, et introi- 
vit in aures omnium. Nec, absque maximo scandalo, posset 
alterari forma rei iam vulgate ut dico. Pecunie summa, etsi 
non est magna, tamen contemnenda non est, si exigetur 
cum diligentia et fide, ut spero fiet, Domino adiuvante. Sum 
deinde loquutus de preposito Sancti Abundii , qui prò electo 



A PAPA INNOCENZIO Vili 15 

in generalem Humiliatorum se gerit, accurate advertens , 
esset ne confirmatio eius sibi cordi, an non. Ad summam vidi 
alias sibi fuisse et cordi et cure , nunc rem non magni 
tacere; quin imo permittere totum id negocium voluntati et 
decreto Beatitudinis Vestre. Dixit nihilominus providisse se 
tunc ut in electione huius nulla fraus intervenerit, et ut 
mos religionis servaretur; quod credebat fuisse servatum. 
Ad que verba non potui me continere , quin dicerem , credere 
me Excellentiam Suam bene omnia instituisse quantum ad se; 
sed tamen negari non posse, quin hic in excomunicatione 
fuisset electus , propter quam veniebant omnia infringenda. 
Replicavit ut supra ; dicens insuper esse nunc tales dies 
quibus etiam si fuisset alterius desiderii, deberet nunc mu- 
tare sententiam ; quum, non actionum modo sed cogitationum 
quoque, omnipotenti Deo reddenda ratio esset Respondi bre- 
viter Eccellentiam Suam, prò suo more pio, religiose loqui, 
prò quo ab eodem Deo expectanda esset cumulata merces. 
Monuit me ne vuigarem quod mecum erat loquuta , quam- 
"vis presente domino Galeazio fuit omnis noster sermo; qui 
raro ab eo recedit, debilium et infirmarli m adirne manuum 
officio fungens. Hec autem monitio , iudicio meo, signum 
evidens est eam rem parimi sibi nunc esse cordi. Videat et 
agat nunc Sanctitas Vestra, quid ei videtur. Recitaveram 
prius eidem Excellentie verba illius brevis ad me , quo age- 
bantur sibi gratie quod, in dando mila loco convenienti, do- 
minalo sua illustrissima rationem habuerat honoris Sancti- 
tatis Vestre. Ea verba , quia gravia erant et magna charitate 
et benignitate referta , multum ei placuerunt. Recedet Excel- 
lentia Sua hodie , tridui navigatone, Viglevanum petiturus. 
Hoc mane preierunt Duces Mediolanensis et Ferrariensis pa- 
rare vias eius , ibidem Pasca celebraturi. Cardinalis beri ad 
cenobium Clarevalli se contulit , bos sanctos dies ibi man- 
surus. Secundo die Pasce Viglevanum et ipse petet ; quem 
heri mane visitavi; et se humiliter Sanctitati Vestre com- 
mendai Credunt dominationpm suam, ineunte maio, Bono- 
niam versus ituram. Dominatio Sua Reverendissima et sui 
videntur teneri maximo desiderio releundi in Rumanam ve- 
stram Curiam , quam semper suspirant. 

Visitavi post introitum, quem cum aliis oratoribus hono- 
ravi , Ducem Ferrane ; qui vidit me libentissime ob reveren- 



16 LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 

tiam Sanctitatis Vestre, cui fatetur se debere omnia. Adven- 
tum eius nonnnlli varie interpretrantur ; sed quod preten- 
ditur est visitatio generi egrotantis , et aucupium, quod apud 
Viglevanum, ad quoddam avium genus, dicunt esse preci- 
puum. Ego odorare nihil possimi interius; hic etiam Orator 
Venetus tam levera causata vix credere potest. 

Dominus Simonettus legatus regius palara dicit, Regem 
suum ostendisse Oratoribus JHispanis, eorum Reg.es et hos 
potentatus non teneri ad expromissionem census. Mini quo- 
que inter equitandum idem suadere conatur. Respondeo 
subridens , me Ime non venisse ad disputandum , sed scire 
consuevisse eos quandoque asserere non tam que sunt in 
ventate quam que multum desiderant. Bene facient, et ex 
dignitate regia purgare vestem hac macula que , ceteras 
vestes primum, inde universum corpus est infectura. Ego hac 
de re , cum nihil novi a vobis haberem , hoc ultimo colloquio 
cum Barense , verbum non feci. Expectabo quid me agere 
iubeat ^Sanctitas Vestra , cuius sanctissimis pedibus humiliter 
me commendo, et que feliciter valeat. Mediolani, primo Apri- 

1ÌS MCCCCLXXXVin. 

Si videpr nimis tardasse in respondendo de negocio ge- 
neralis Humiliatorum , sciat Sanctitas Vestra, mihi redditum 
fuisse breve, datimi die v martii, ad sextam et vigesimam 
diem eiusdem , solimi . et absque alicuius alterius literis : 
de quo ego etiam fui aliquantulum admiratus. Tarditatis eius 
causam ignoro. 

Bealiiudìnis Vestre 

Servus humillimtìs 

Iacobus De Vulterris. 

Sanclissimo Domino Nostro Pape. 



Vili. 

Beatissime pater, post pedum osculimi beatorum. Scripsi 
Sanctitati Vestre superioribus diebus, non dici nec scribi posse 
quam moleste ferrenthic illustrissimus Princeps et Status pre- 
sentem novitatein Forliviensem. Qui, non modo cupiunt filios 
et uxorem defuncti comitis Hieronymi in libertatem vindicari, 



A PAPA 1NN00ENZI0 Vili 17 

si^d eos quoque in toto dominio paterno omnino succedere. Quod 
quidem omnibus modis et viis sunt operaturi , etiam adversus 
omnes qui in contrari uni conarentur. Huiusmodi autem eorum 
desiderii et studii Sanctitatem Vestram adiutricem sibi fore 
et credunt et prò certo existimant; tamen, prò eorum erga 
eandem Beatitudinem perpetua devotione et reverentia, quam 
sua erga eosdem benivolentia et afFectione , quippe qui hos 
omnes illastrissimos Dominos paterna charitate semper sit 
prosequuta. Et quamvis , ut ad eam tunc scripsi, allatum huc 
esset , quemdam dominum Azonem Cesenatem, in illam urbem 
ingressum , Ecclesie nomen invocasse, ut eiusdem Ecclesie 
partes in illa excitaret; tamen id totum existimant actum 
fuisse , Vestra Sanctitate penitus ignorante; quam, ut omnes 
quietis et pacis cupidam noscunt, ita ab omni novitate et 
tumulti! alienam esse et fuisse prò comperto arbitrantur. Quod 
autem tunc scripsi , relatione ducalis Secretarli Mediolani 
existens, id nunc Vigevani , facie ad faciem, ex ore Principum 
intellexi. 

Ab bis beri vocatus huc veni , amanter et honoriflce ob 
reverenti ani Vestre Sanctitatis exceptus et hospitatus. Nam 
paulo post adventum meum , ad eosdem Principes cum ho- 
nore deductus , inveni eos in maximo nobilium et procerum 
cetu sermocinantes. Cardinalis reverendissimus et Dux Fer- 
rarle medii erant inter Duces Mediolanensem et Barensem; in 
quorum conspectu mihi soli locus est datus. Tum Barensis , 
missis qui circumstabant, versus ad Cardinalem, qui primum 
locum tenebat, rogavit euin ut prò omnibus loqueretur. Qui 
cum modeste, ut consuevit, onus aliquantulum recusasset, tan- 
dem super eadem re Forliviense , ita prudenter et graviter 
est loquutus , ut facili conceptum dolorem et animi molestiam 

indicaret; quam et sanguis sibi revelaverat, et nihilo- 

minus dignitatem sui mi dimitteret. Ita vero reverenter 

de Beatitudine Vestra et Sancta Sede sua verba fecit, ut 
palam .... et dilucide ostenderet quod , absque dubio , omnes 
credunt eandem non modo facinoris consciam sed totius ne- 
gocii omnino ignaram fuisse; innocentiam eiusdem, argumentis 
evidentissimis et rationibus plurimis, comprobans. Inter cetera 
commemoravit eam novitatem, que, superiore anno, in arce 
eiusdem civitatisPorliviensis acciderat, Sanctitati Vestre, usque 
Arch. St. Itvl. , 3. a Serie, T. X , ? II. 3 



18 LETTERE DI IACOPO DA VOLTERRA 

ad eam horam in qua illam sibi significavit , penitus fuisse 

incognitam. Quod eiusdem innocentie argumentura maximum 
extitisset. Recensebat etiam eandem Vestram Beatitudinem plu- 
ries secum conquestam, quod Comes ipse quandoque cum suis 
durius se haberet; lume vero Azonem credere se prò certo non 
iussum ; sed , levitate quadam et sponte sua motum , nomen 
Ecclesie invocasse ; quem credebat multum eidem Vestre 
Sanctitati displicuisse, et de eo penam aliquando sumpturam. 
Plura de facili natura et mitissimis moribus suis recensuit, 
nonnulla pietatis et clementie sue exempla in medium afferens. 
Sed ante omnia, alienum valde fuisse a prudentia sanctissimi 
et sapientissimi Pontificis novos nunc motus excitare , quibus 
necesse esset et se ipsam et reliquam Italiani illis involvi. 
Non membrum aliquod infinnum esse posse quando etiam 
reliquum corporis pateretur. Omnia hec et multa alia, non 
minus graviter quam reverenter, a Cardinale dieta, Principes 
ipsi summo assensu comprobarunt. Isque et ceteri petierunt 
a me ut quemadmodum ipsi ad eam iam scripserant et per 
ducalem Oratorem supplicari fecerant, ego quoque ab ea hu- 
militer peterem ; ut contra eos qui cedem patraverant et 
tumultum in ea urbe excitaverant , taliter procedere digna- 
retur, ut omnibus innocentia Sanctitatis Vestre innotesceret. 
Et non solum cognoscerent omnes illam novitatis expertem , 
sed ab omni eiusdem suspitione vacuam et immunem fuisse. 
Id ego, tam prò debito offlcii mei , quam ut talibus principi- 
bus morem gererem , recepì me esse facturum. Quod quidem 
libenter ago bis litteris , humiliter supplicans Beatitudini 
Vestre , ut buie Statui , a quo plurimum res nostre pendent , 
et hac in re et ceteris, ubi cum dignitate sua id facere possit, 
piacere maxime studeat. 

Post hoc colloquium reverendissimus dominus Cardinalis 
me vocavit et, prò observantia qua Sanctitatem Vestram ut 
eius devotissimus servitor prosequitur, dixit , seorsum ab 
illis Principibus, velie mecum ea dicere, que, prò suo erga Sancti- 
tatem Vestram officio et observantia, tacere non debet. Nani, 
etsi ipse et ini illustrissimi Principes satis sibi persuadent, 
que faeta fuerunt Forlivii a conjuratis, ea nullo modo ad Sancti- 
tatem Vestram pertinere, que innocentissima sit earum rerum 
omnium; magni tamen referre significavit, ut etiam ceteri 



A PAPA INNOCBNZIO Vili 10 

hoc credant qui cura sciant.... urbem ingressum eum Azonem 

Cesenatem , et id se ex in one nominis vestri ostendat 

iussis et voluntate Sanctitatis Vestre facere; non poterittamen 
hoc unquam refutari, nisi Sanctitas Vestra, non modo susce- 
perit hanc causam uxoris et filiortim comitis Hieronimi in 
paterno dominio restituendo, atque in eos qui facinus perpe- 
trarunt graviter animadverterit ; sed etiam eos castigaverit 
qui nomen vestrum, ad adiuvandam hanc sceleratam causam 
invocare ausi sint. Quo facto , non solum consuletur inno- 
centie Sanctitatis Vestre ut in eam nullus dicere possit, verum 
etiam hoc ipsa Sanctitas Vestra assequetur, quod hos illu- 
strissimos Principes sibi ita devincet, ut alia ne magis spe- 
rare possit. Ait: videre liane occasionem celitus ei oblatam 
ad promerendum huius Status erga se obsequium et benevo- 
lentiam,hoc tempore quo nihil est ipso magis optandum, preter 
Ferdinandi Regis causam , in qua videbitur posse jure suo 
exigere horum Principum opera, etiam extra capitulorum obli- 
gationem ; quando ipsa, castigatis auctoribus huius sceleris , 
sine ulla precipua obligatione , dicere eis poterit , non debere 
ipsos minus promptos in casibus vestris esse quam Vestra 
Sanctitas in ipsorum rebus se prestiterit. Hec multaque alia 
in hanc sententiam reverendissimus dominus Cardinalis mibi 
commemoravit, ut declararent necesse esse, si Sanctitas Vestra 
et occasionem accipere quam ei tempora offerunt et consulere 
nomini suo atque Italie quieti velit , ipsam aniraura arden- 
tissimum ad reintegrandos tilios comitis Hieronimi cura matre 
in patris statu ostendere. Meque rogavit ut hec, suo nomine , 
Sanctitati Vestre scriberem, earaque rogarem ut prò sapientie 
sue magnitudine , rem hanc considerare et ad omnia respicere 
dignaretur. 

Commendo me humiliter Sanctitati Vestre , cui propria 
verba scribo, que idem Cardinalis ad partem mini injunxit. 
Et feliciter valeat. 

Vigeveni , xxi aprilis 1488. 
V. Beatituclinis 



Humillimus servus 

Iacobus de Vdlterris. 



Sanctissimo Domino Nostro Pape. 



L IMPORTANZA DI ADRIA ANI ICA 

LA VENETA. 

DIMOSTRATA DALLE FIGULINE DEL MUSEO BOCCHI 

e 

dalle condizioni marittime e commerciali di essa 
fino alla perdita totale del porto che n'ebbe il nome 



Dissertazione 



I. 



Abbastanza nota al mondo scientifico , ma non quanto 
per avventura meriterebbe di esserlo , attesa l' impor- 
tanza storico-artistica di non pochi de' suoi monumenti, 
è la mia raccolta d'antichità , tutte scoperte nei dintorni 
di Adria veneta , e che porta il nome di Museo Rocchi. 

Qui si parla specialmente della figulina , che ne forma 
la parte più copiosa ed interessante, come quella da cui 
riceve lume l'argomento, quanto lusinghiero altrettanto 
avviluppato e controverso, delle origini dell'italica civiltà. 

La celebrità di Adria veneta nell'era anteromana , la 
vetusta costante tradizione ch'abbia dato al nostro mare 
il suo nome, non ignoravano ne' passati secoli smanco i 
meno versati negli studi severi. Sapevasi dei cospicui mo- 
numenti apparsi in essa ad attestarne la prisca grandez- 
za. Ma, come il teatro scoperto nel milleseicentosessan- 
tuno, così altri edificii erano stati distrutti ; su bellissimi 
musaici s'avea fatto passare bàrbaramente l'aratro ; altri 
capi d'arte , specialmente idoli e vasi , erano stati altrove 
trasportati ; e nessuno , sin sullo scorcio dei secolo de- 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 21 

corso, aveva efficacemente pensato alla fondazione d'un 
patrio museo. Di che poteva mettersi in dubbio l'antico 
stato di Adria da severa critica, giovata dalle contrad- 
dizioni nei passi degli antichi scrittori , come ci vennero 
tramandati , e dalla confusione non infrequente dell'Adria 
Veneta colla Picena. 

Ottavio Bocchi , lo stesso che sul disegno dell'antico 
teatro elaborava un'erudita dissertazione (1), poneva 
mano bensì ad una storia di Adria e ad una collezione 
antiquaria ; ma all' immatura sua morte accaduta nel 
millesettecentoquarantanove (2) , il materiale raccozzato 
da lui andava smarrito , tranne pochi manoscritti che 
passati in proprietà di Francesco Girolamo Bocchi nipote 
d'esso Ottavio e mio avo , si conservano nel mio museo. 

E quel Francesco Girolamo fu appunto il primo che in- 
carnò il desiderato disegno d'un patrio museo (3). Con vera 
passione e rara costanza , mille ostacoli superando (4) , 
spese gran parte delle scarse sue rendite in iscavi brevi 



(1) Ebbe due edizioni a me note, l'una a Venezia per Simone Occhi 4739 : 
l'altra inserita negli opuscoli dell'Accademia di Cortona. 

(2) In Venezia , contando cinquantadue anni , come nato nel milleseicento 
novantasette. 

(3) Raccolse anche molti materiali per una storia di Adria, che compì nella 
parte antica , rimasta inedita. Poco prima del 4810 pareva che il governo no 
volesse assumere la pubblicazione; ma la morte dell'autore accaduta in quel 
l'anno , e ìe politiche mutazioni poco dopo avvenute , fecero dimenticare il 
progetto. Materiali continuò a raccogliere Stefano Bocchi fratello, e Benvenuto 
figlio di Francesco Girolamo, e più io, che formatane una ben copiosa sup- 
pellettile n'ho impreso ampia storia documentata delle regioni site tra il Po 
e TAdige , oggidì con solo nome amministrativo addimandale Polesine , con- 
dotta innanzi sino al secolo decimosesto. La parte antica elaborata dall'avo, 
attese le ulteriori scoperte ed i progressi della critica, dovetti rifondere , 
aumentare pressoché interamente rifare. 

(4) L'acqua che scaturisce a poca profondità, l'imperizia degli scavatori , 
le strettezze economiche specialmente ne' torbidi tempi succeduti al novantasei, 
la facilità delle sottrazioni , il poco favore per parte de'concittadini e persino 
lo scherno; quindi allorché si vide che fra' dotti italiani e stranieri, egli se ne 
acquistava una fama, l'invidia e la concorrenza d'alcuni, che s'accinsero ad 
altri scavi parziali, e formarono altre piccole raccolte , di cui poco o nulla 
sopravanza. 



d2 L IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 

e ristretti bensì , ma tali che gli permisero formare la 
raccolta, accresciuta poi da suo figlio Benvenuto e da me. 

A varie profondità degli strati alluvionali , di cui 
parleremo nella seconda parte , fra il terreno palustre , 
talvolta fra le sabbie marine , s' incontrano gli antichi 
ruderi. Per un raggio di varie miglia tutt' intorno della 
moderna città , non si scoprono che avanzi spettanti 
all'epoca del romano dominio , cominciato a queste parti 
intorno a cento settantacinque anni avanti Gesù Cristo , 
profondi sin circa tre metri ; ma ad ostro di essa , sta- 
bilendo come centro la chiesa della Tomba, per un rag- 
gio di forse un chilometro nella campagna , al di sotto 
de'copiosi ruderi romani , e sino ad altri sette metri di 
profondità , si rinvenne gran quantità di figuline dipinte 
e graffite , che appartengono a tempi ben anteriori al 
romano dominio , e s'addomandano comunemente etru- 
sche : queste pure tra macerie di fabbriche in muro tra 
pavimenti di cotto e di marmo , e spesso altresì tra pan- 
coni e travi trasversali e verticali , che accennano ad 
antichi editìcii in legno (1). 

Unica alla sinistra del Po offre Adria veneta tal ge- 
nere d'anticaglie, eccettuata solo Gavello , già città , ora 
villaggio a circa dieci chilometri a ponente di Adria, e 
che fu probabilmente un sobborgo di questa, ove pure si 
rinvennero frammenti di vasi dipinti (2). Il trovarli quasi 
sempre rotti e scomposti , e sovente le parti d'un mede- 
simo vaso assai disgiunte di spazio l'una dall'altra, in- 
dica che furono travolti e sepolti in momenti di violenti 
disastri , mentre invece della figulina romana moltissimi 

{]) Anche Roma antica abbondava di fabbriche in legno, e a delta di Stra- 
bene Maxima Ravenna era , a tempi di lui , toU tigncis coni-patta edificiis. De 
situ orbis , Lib. V. 

(2) Leggo nel Bullctlìno dell' Istituto di Corrispondenza Archeologica, N. VI , 
Giugno 1869, pag. 138 , che qualche vaso verniciato e figurato siasi trovato 
recentemente a Mantova , città indubitatamente etnisca ; ma per una vaga 
descrizione di pochissimi capi , non peranco illustrali, non credo di dover 
modificare il mio asserto. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 23 

capi si scopersero intatti. Tranne rare eccezioni e da 
non tenersene conto , le antichità etnische non si trova- 
rono mai al medesimo livello delle romane ; i due generi 
non sono commisti giammai. Dunque gli abitatori di 
Adria , ne' tempi romani , ignoravano star sepolte sotto 
i loro piedi quelle preziose reliquie (1). 

Le figuline dipinte che in numero di circa cinquanta 
vasi interi o quasi, e di parecchie centinaia di fram- 
menti osservabili , oltre grandissimo numero di frammenti 
meno osservabili, si contano nel mio museo, vanno 
distinte in due principali classi : la prima su fondo giallo 
o rossiccio ha figure o nere affatto, o nere con linee 
graffite, e qualche volta con tratti di color bianco e 
rosso-scuro: la seconda all'inverso sul fondo nero ha 
le figure gialle o rossiccie , intersecate di linee pur nere. 
Finissima e leggera la creta , lucentissima la vernice 
da parer opera di pochi giorni , e con tutta diligenza 
conservata , quella che giacque sepolta nel fango non 
meno di ventidue secoli. La vernice de'vasi romani , 
meno- antichi d'assai , non è né sì consistente , né sì 
lucida , e mentre presenta spesso guasti e corrosioni , 
ne' vasi etruschi invece è raro oltremodo che ciò si veg- 
ga accaduto. 

Nelle accennate due classi notevolissime differenze: 
nella prima stile secco, contorni duri, figure spesso 
mostruose , estremità imperfettissime, i nudi v'hanno 
tipo selvaggio , ferino (2) ; nella seconda stile largo, 
sontuoso nelle vesti, corretto nel disegno, quasi sempre 
finito nelle estremità. Nella prima predomina il bacca- 



fi) È noto ctie i coloni messi da Augusto a Capua , scavando il suolo per 
fondarvi nuove case , scoprivano quantità di vasi dipinti che agli amatori e 
curiosi vendevano a caro prez/o , come cose antiche e rare. 

(2) Nelle macchie nere che pre.^enlno il pardo e l'antilope, o altri ani- 
mali alternati, l'uno feroce l'altro mite, non un semplice ornato , ma inclinerei 
a vedere i simboli del dualismo orientale , l'antagonismo della produzione e 
distruzione degli esseri materiali , la lotta del bene e del male. 



24 L' [MPORTANZA DI ADRIA antica 

naie , nella seconda la ginnastica : là il convenzionale (1) 
sopperisce all'imperfezione dell'arte; qui le forme delle 
ligure parlano da sé : là fregi semplici ed uniformi, raro 
il meandro volgarmente detto greca ; qui complicati e 
svariati , e frequente quel meandro. Nella prima si pro- 
cede dall'estrema rozzezza ad un certo relativo buon 
gusto ; nella seconda da una certa trascuratezza ad una 
purezza di disegno , grazia di movenze e forza di espres- 
sione , che degenerano poi nell'affettato e nel voluttuoso, 
e dinotano come da un apice di civiltà si cadesse nella 
corruzione sì dell'arte che del costume. Egli è perciò 
che non posso credere le due maniere frutto di due 
scuole contemporanee , quasi dissi parallele ; sì bene di 
due distinte, non solo scuole , ma epoche e forse nazioni, 
tanto più che diverse non di rado sono le armi, i vestiti, 
i soggetti. Come presumere contemporanei i rozzissimi 
satiri e simili bacchiche divinità, ed i ginnasti, suona- 
tori', danzatori di perfetto disegno ? Che potesse vivere 
una scuola di secchi fantocci , con occhi a mandorla, 
nasi rilevati, barbe appuntate, quando un'altra poteva 
dare elegantissime produzioni ? 

Potrei credere parallele le due maniere , se la secon- 
da mi mostrasse anch'essa un procedimento dal rozzo 
all'elegante. Ma non è così. V'ha, come accennai, qual- 
che pezzo della prima maniera di buon disegno , ma ben 
lungi ancora da quello che s'ammira nella seconda ; e 
viceversa v'hanno in questa bensì alcune pitture trascu- 
rate, ma non paragonabili colla rozzezza che in moltis- 
simi della prima maniera si scorge. Né si dica che i 
vasi di questa fossero di più facile e sollecita esecuzione 
o di minor valore , perchè finissima anche in essi è la 
creta, lucidissima la vernice; e le graffi tu re , i colori, 
gli ornati, l' insieme delle rappresentazioni palesano non 
trascuraggine , ma imperizia. I vasi della prima classe 

(1) Per esempio, il piede lungo e puntato per dinotare l'agilità nella danza. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 25 

sono opera di chi meglio non sa fare , perchè poco sa 
l'età sua ; sono dunque di maggiore antichità'; e non 
sarà troppo ardito asserire che si manifesti nelle figuli- 
ne di Adria il processo artistico di almen quattro secoli, 
che minore distanza non può presumersi tra l' infanzia 
dell'arte e la sua virilità , tra questa e la sua decadenza. 
Dove , da chi si fabbricavano questi vasi ? Vennero 
belli e fatti di Grecia ? Od artefici greci , oppure nostrali 
li fabbricavano sul luogo ? Certo tal merce fu larga- 
mente diffusa in Italia , che i vasi d'Adria ai Siculi , ai 
Nolani , soprattutto ai Volcenti somigliano (1) , sì nello 
stile e nelle rappresentazioni , che nelle iscrizioni. Sono 
'poi forti indizii che Adria , come altri luoghi d' Italia 
n'avesse fabbriche (2) 

a) L'opportunità della creta del Po, ottima a lavori 
di figulo , 

b) L'aversi continuata quest'arte . sebben da mani 
meno perite , per tutti i tempi del romano dominio e 
posteriormente , 

e) Il trovarsi tra' nostri vasi alcuni non finiti , 
guasti , mal cotti , essendo inverisimile che tali sconcia- 
ture si recassero d'oltremare al mercato di Adria , 

d) L'aversi rinvenuto ancora, alla profondità stessa 
dei vasi , pezzi di cotto per eccessivo ardore colati e 
ridotti un ammasso informe , vetrificato , simile a lava. 
Ma i vasai erano greci od italiani ? Osservo dappri- 
ma che una città marittima , con nobile porto , emporio 
di commercio , doveva contenere nel suo seno genti di 
più schiatte e lingue. Tirreni ed Heneti , Umbri e Pela- 
.sgi si succedettero nelle nostre regioni sino agli Etru- 
schi , che poco innanzi la guerra troiana assoggettarono 

(1) Somigliano pure a quei di Cuma , di Canino ec Ved. Catalogo di scelte 
antichità etnische trovate negli scavi del principe di Canino , 1828-1829. (Vi- 
terbo , dalla tipografia de' fratelli Monarchi , 1829) ; e la nota che vi segue a 
pag. 171 del principe medesimo. 

(2) Fabbriche si scopersero anche nell' lìtruria propria, come a Chiusi, 
Volci , Volterra. 

Auch. Sr. Itw.., 3.» Serie, T. X, P. II. 4 



26 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

tutte le rive del basso Po. Non è necessario supporre 
perciò che le popolazioni delle rive medesime mutassero 
coll'etrusca dominazione e civiltà e caratteri e lingua. 
Sì bene credo che quella mescolanza di popoli facesse 
di Adria una città, quasi dissi, cosmopolitica, senza 
certo fisso carattere nazionale , e dove diversi costumi 
e lingue saranno stati in vigore. A sostenere i nostri 
vasi fattura greca, si porta in campo che in entrambe 
le maniere di essi veggonsi , sebbene con diverso stile 
ed ornato, Dei ed Eroi, riti e costumi comuni ai Greci, 
e soprattutto caratteri greci dipinti e graffiti , quantun- 
que non vi manchino esempii di scrittura osca ed etni- 
sca , e d'altre antiche italiche. Ma l'antico greco non fu 
che il pelasgo ; gli Elleni , vinti i Pelasgi , n'accolsero 
in gran parte culto , usi , lingua e scrittura , e molti 
degli stessi eroi omerici sono di stirpe pelasgica. Asse- 
riva Erodoto le lettere etrusche e le antiche greche 
essere state uniformi. Osservò anche il Lanzi (1) l'uni- 
formità dei caratteri essere segno manifesto d'antichità; 
e sosteneva il principe di Canino (2) che più sono anti- 
chi i monumenti e più devono presentare caratteri pela- 
sgi , o antichi greci , o antichi etruschi che sono la 
medesima cosa. Gli Etruschi infatti, qual ne sia la pro- 
venienza , più che importata la loro , devono avere 
assunto in Italia della civiltà de' popoli che quivi trova- 
rono , tra i quali primeggiarono ì Pelasgi. Dall'Oriente , 
lor culla, questi in Grecia ed in Italia si sparsero, e 
come là cogli Elleni vincitori, si fusero qui con Tirreni, 
Umbri ed Etruschi. Tal comunanza d'origini tra Grecia 
ed Italia sarebbe sufficiente a dispensarci dal supporre 
l'un paese maestro dell'altro ; ed io credo che molte 
difficoltà svanirebbero se meglio si stabilisse che cosa 
s' intende colla parola Greco. Questo nome si dà tanto 



(4) Nel suo notissimo Saggio di lingua etnisca ec. Roma, Paglierini. 
(2) Nota citala. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANUICA 27 

ai Pelasgi che primi occuparono la Grecia, quanto agli 
Elleni che li soppiantarono ; ma i primi appartengono 
sì all' Italia che alla Grecia , avendo portato ad entram- 
be ne' più remoti tempi le loro colonie (1). "Non è qui da 
discutere se Pelasgi ed Elleni fossero cognati ; basta 
fissare che furono nemici , e rappresentano due epoche 
distinte (2). Greci non sono i Tirreni ne gli Heneti ; ep- 
pure da molti son tenuti d'origine pelasga. A conciliare 
le discordi opinioni , propone taluno (3) che s'abbiano a 
distinguere due epoche in cui fiorissero le arti in Italia ; 
la prima ne' secoli anteromani , epoca della potenza etru- 
sca , la seconda dopo quel Demarato , che venne a Tar- 
quinia sul cadere del primo secolo di Roma (4). Ma in 
tale ipotesi io chiedo , perchè col figlio di Demarato che 
regnò a Roma , non fu portata in questa città l'arte 
dei vasi ? Perchè Tarquinio , non d'artefici greci , sì d'un 
Turiano da Fregelle de'Volsci si vale per fare la statua 
in cotto di Giove Capitolino ed altri lavori ? 

Ma restringendoci ai vasi d'Adria , e posto pure che 
Demarato introducesse l'arte greca in Etruria , ciò non 
poteva recare che pochissima o nessuna influenza tra 
noi. Quella pretesa introduzione precede di poco la prima 
invasione de'Galli , che nel secondo secolo di Roma co- 
minciò a spegnere la potenza degli Etruschi sulle sponde 
del Po. I Cenomani erano a Verona intorno al dugento- 
trentadue di Roma (522 av. G. C. ) ; poco dopo passarono 
il Po Boi e Lingoni , che occuparono dal Taro a Ravenna, 



(1) Colonie pelasghe passarono e ripassarono d'Italia in Grecia, e vice- 
versa , più volte. 

(2) « Giove - fu detto - avea messo in bilancia la sorte loro , e il guscio 
dei Pelasgi fu vinto »• Probabilmente Troja è simbolo della loro storia. 

(3) Canino, nota citata, il quale vorrebbe appellare la prima epoca 
Etrusco-pelasga , la seconda Etrusco-greca, (od Etrusco-romana, secondo 
i luoghi). 

(4) Si vorrebbe che Demarato coll'elemento greco risuscitasse in Italia le 
arti sopite, e così di Grecia ritornassero le arti in queir Etruria , ove qualche 
secolo prima erano di già giunte a perfezione. 



28 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

e giunsero precisamente al fiume Utente , oggi Montone, 
che lì presso si scarica nell'Adriatico. 

Se Adria non giaceva allora preda de' barbari , era 
certamente divisa per essi dall' Etruria propria , in con- 
tinuo pericolo , senza difesa anche dalla parte del mare, 
ove allo scadere degli Etruschi, non dominarono i Galli, 
ma lo infestarono pirati Liburni ed Illirici. E poiché , 
come stiamo per vedere nella seconda parte della Me- 
moria , la floridità di Adria dipendeva per gran parte 
dal governo de' fiumi , assai per tempo infrenati con 
opere insigni di canali e di fosse ; è ben naturale che 
que'barbari , padroni delle sponde superiori del Po e 
dell'Adige , s'anco non le guastarono appositamente , le 
abbiano trascurate , con gravissimo danno degli abi- 
tanti delle inferiori regioni. Fissata l'epoca della conqui- 
sta de' Lingoni e Boi come quella , se non della cacciata, 
nello stretto senso della parola , degli Etruschi e degli 
Umbri da Adria , certo dell'estrema loro decadenza in 
queste regioni ; non è. presumibile che lavori come quelli 
de' nostri vasi vi si eseguissero più , né vi si importas- 
sero. Non cessarono infatti le invasioni ; sorvennero poco 
dopo più terribili di tutti i Senoni , che passando sul ter- 
ritorio de'Boi e de'Lingoni si distesero lunghesso le 
spiaggie dell'Adriatico dall'Utente all'Esi intorno il tre- 
centocinquanta di Roma (404 av. G. C. ). Ma in tal' epoca 
in quale stato trovavansi le arti greche ? Se paresse 
troppo ardita l'espressione del Principe di Canino (1) , 
dalla quale non dissente il Romagnosi (2) , che la Grecia 
non fiorisse nella pittura che quattro secoli dopo Roma 
fondata, resterà sempre vero che appena un secolo in- 
nanzi , nell'era di Pericle , fiorito tra il dugentottantasei 
e il trecentoventicinque di Roma (468-429 av. G. C. ) , 
la Grecia cominciò a levare nell'arti belle quel volo, che la 

(1) Nota citata- 

(2) Osservazioni su quella nota inserite nel Tomo 38 della liiblioteca Ita- 
liuna , e riprodotte in un articolo del Giornale di Milano 1830. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 29 

fece maestra del mondo. È noto che prima di Fidia, 
contemporaneo ed amico di Pericle , le statue greche , 
come le egizie , avevano le braccia attaccate al corpo , 
gambe e piedi uniti , senza gusto ,_ senza atteggiamento, 
senza garbo. E ninno ignora che la scultura doveva di 
molto precedere la pittura. Di pittura non fa menzione 
Omero. Eumaro ateniese , citato come pittore da Eliano 
nell' infanzia dell'arte greca, Cimone Cleonèo notato dopo 
lui immediatamente da Plinio , sarebbero contemporanei 
alle origini di Roma , e Bularco è nominato pure da 
Plinio fra' primitivi pittori greci , come contemporaneo 
di Romolo , quando molto periti erano già i Toscani in 
quest'arte , come accorda il Micali (1). Lo stesso Lanzi , 
supposta nata la pittura in Grecia tutt'al più mezzo se- 
colo avanti Roma, ammette con Plinio, Eliano e Fabio 
uno spazio poco minore di tre secoli tra il nascimento e 
non già il massimo fiore , ma soltanto l'età giovanile 
dell'arte (2). Anche da questo lato ci accostiamo a Pe- 
ricle. Ma l'epoca di Pericle sta appunto tra l' invasio- 
ne de' Lingoni e Boi e quella dei Senoni alle sponde 
del basso Po: dunque l'arte usciva appena di fanciullez- 
za in Grecia, quando la floridezza di Adria periva. Quale 
influenza pertanto poteva recare in Adria la supposta 
introduzione dell'arte greca in Etruria con Demarato e 
Tarquinio , così vicini all'epoca delle galliche invasioni 
e della decadenza di Adria ? Qual notizia , quale indizio 
quale probabilità che Greci già perfetti nell'arti belle si 
stabilissero in questa città, la quale non risorse se non 
molto più tardi , quando passò assieme cogli altri Veneti 
prima in protezione , poscia in dominio di Roma ? In 
Adria , dico , dove i vasi dipinti si trovano tanto al di- 
sotto di quel livello , che ci offre gli avanzi dell'epoca 

(1) Storia d'Italia avanti il dominio de'Romani, Tomo II , pag. 58; Capo- 
lago, 1842. 

(2) Vedi Lanzi, « De'vasi antichi dipinti volgarmente chiamati etruschi, disser- 
tazioni tre ». Firenze, 1806, presso Giuseppe Fantosini , pag. loSesegg. 



30 L' IMPORTANZA DI A.DRU ANTICA 

romana ? Di che argomentava anche il Romagnosi (1) , 
che i vasi d'Adria devono riconoscersi come assoluta- 
mente etruschi, anzi i vasi della raccolta Bocchi poter 
servire di luminosa prova di confronto onde certamente 
giudicare delle opere di puro e schietto gusto etrusco, 
e ben discernerle da quelle che una più tarda perizia 
greca avesse potuto mescolare in Toscana. Il che s'ac- 
corda con ciò che noi volevamo provare , cioè che la 
pittura de' vasi fioriva tra noi prima che tra gli Elleni, 
e che per trovarne l'origine , bisogna risalire più alto , 
cioè a quegli antichi popoli che portarono lingua e civil- 
tà, tanto nella Grecia che nell'Italia. 

Al tempo succeduto all' invasione de' Galli , quando 
un'altra Adria rinacque sulle rovine della prima, ma 
per non raggiungere più l'antico splendore , spettano 
dunque i molti vasi non dipinti, le lucerne, i mattoni, 
le tegole che in non piccola quantità si osservano nel 
mio museo. Anche di tali cotti dovevano esservi fabbri- 
che in Adria. Una barca piena di grandi anfore fu tro- 
vata non sono molt'anni presso l'Adige. Ma in questi 
vasi conosciuti col solo nome di romani } manca la pri- 
sca finezza della pasta, la consistenza e lucentezza 
della vernice. V hanno bensì graffite od impresse lettere 
e sigle greche , etnische , osche , latine ; prova che il 
greco non fu mai dimenticato in Adria, sia che vi rima- 
nesse qualche avanzo di genti primitive che lo parlavano , 
o genti greche sopravvenissero; alle quali per altro, per 
le esposte ragioni , non saremmo debitori de' vasi dipinti 
che si rinvennero sepolti sotto le rovine dell'Adria gallo- 
romana, o veneto-romana, come piaccia meglio appellarla. 

Il Welcker (2) dietro un passo di Giustino (3) che fa 
Adria città greca, ed un altro di Stefano Bizantino sul 

(1) Osservazioni citate. 

(2) Articolo sui vasi d'Adria inserito nel Bullettino dell' Istituto di Corri- 
spondenza Archeologica, N. VII, G Giugno 4834, pai,-. 134. 

(3) XX , I . 



L'IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 31 

mito di Diomede, voluto fabbricatore di Adria nel suo ri- 
torno dalla guerra di Troia , si appoggia a Diodoro Si- 
culo (1) per sostenere verisimile che gli Epidanni siansi 
stabiliti in Adria. Ma veramente le parole di Diodoro son 
troppo vaghe per fondarvi una plausibile conghiettura , 
perchè dicendo Epidamni maris Adriatici accolae in 
un luogo, ed in un altro maris Adriae accolae j sarebbe 
un far violenza al testo il ricavarne che si stabilissero 
precisamente sulle coste della nostra Adria, quando già 
la stessa città di Epidamno , oggi Durazzo , si trova sul 
mare adriatico. E dato pure che quei coloni di Corinto e 
Corcira , dorici , abbiano avuto qualche stanza tra noi , 
se vennero prima del fiore dell'arti elleniche , non pote- 
vano essere maestri agli Adriati di un' arte che questi 
già possedevano ; se più tardi, quando in Adria quell'arte 
era di già caduta , manca qualunque indizio o monumento 
che ve la risuscitassero. Racconta Aristotele nel libro de 
mirabilibus auscultationibus (2) che al monte Delfion tra 
Mentoriche ed Istriane , si teneva un mercato, dove 
scambiavansi Pontici Thasia , Chia ac Lesbia vina , 
Adriatici vero corcirenses amphoras, ed Esichio (3) per 
anfore corciresi intende le adriane. Se ciò è vero , e se 
per quegli Adriatici , come crede il Welcker , devono 
intendersi gli abitatori della nostra Adria , e per anfore 
corciresi , le fabbricate nella medesima dagli Epidanni 
figli di Corcira ; non fu certamente di vasi dipinti che 
s'avrà fatto commercio colà , alla maggior parte de'quali 
d'altronde male addirebbesi il nome di anfore. Quella 
fiera avrà veduto soltanto di que' grandi vasi che por- 
tano propriamente il nome di amphora , Dolium , Ca- 
dus (4), Seria e Seriola , e simili diotae ; vasi tutti soliti 

(4) Bibliotheca, ediz. di Parigi presso Firmin Didot, 4842", lib. 9, capo 9, N. 3. 
(2 Edi/., del Casaubono Aureliae AUobrogum ap. Petrum de la Roviere , 
hdcv, Tom. I , pag 881. 

(3) Ad -verbum. 

(4) Cadus veramente caratello, barile, è anche una specie di vaso che 
finisce inferiormente in punta , ed è simile all'anfora comune. 



32 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

ad essere dissotterrati fra noi a poca profondità e che 
non trovansi misti giammai co' vasi dipinti. 

E quanto a que' stabilimenti greci che si vorrebbero 
fondati nelle nostre regioni da Dionigi di Siracusa , 
nell'anno terzo dell' Olimpiade novantotto (386 av. G. C, 
368 ab. u. e. ) , se furono , non ad altro avranno contri- 
buito che a sollevare Adria dalla sua caduta , liberando 
il mare dai pirati liburni ed illirici , e facilitando forse 
quel commercio delle anfore e degli altri vasi non dipinti. 
A questi , la cui manifattura durò fra noi per tutto il 
tempo del romano dominio, accenna forse Plinio ove dice : 
Cois laus maxima , atrianis firmitas. 

Sorpasso i marmi , i bronzi , i vetri , le gemme ed 
altri oggetti del mio museo , non copiosi , ma degni di 
studio ; e così pure alcune antichità cristiane ed i non 
pochi manoscritti , materiale prezioso ed indispensabile 
per la storia provinciale e municipale che sto elaboran- 
do. Bastami avere esposto le mie idee sulla figulina 
adriana , come quella che illustra la questione delle ori- 
gini italiche. 

E riassumendo questa prima parte della mia memo- 
ria , dico : Se è vero come da tanti indizi! è attestato , 
che Adria Veneta deve la sua prima rovina ai Boi ed 
ai Litigoni od al più tardi ai Senoni , ferocissimi delle 
tribù galliche; se questo fatto, unito alla circostanza 
della profondità donde si trassero i vasi dipinti , e dal 
trovarsi questi costantemente a livello più basso dei 
ruderi romani , ci permette asserire che la loro fabbri- 
cazione non può tirarsi più in qua del trecenciu- 
quanta di Roma , e che doveva cessare tra i cinque 
ed i quattro secoli avanti l'èra volgare; se l'arte in 
Grecia era ancora fanciulla, quando fra noi interamente 
periva ; i vasi d'Adria si presentano come testimonii 
attendibili della priorità dell'arte italica sull' ellenica. 

Forse amore di patria eccessivo ha fatto velo al mio 
giudizio ? Forse mi si addice l'accusa eh' io vada in 



L IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 33 

traccia piuttosto d'una gloriuzza domestica che della 
schietta verità ? Io domando nuovi lumi ai dotti , ai 
quali sono sempre aperte le soglie del mio museo , 
pronto a mollificare le mie opinioni in faccia ad argo- 
menti valevoli a ribattere i miei. 



II. 



A meglio dimostrare 1' importanza dell'antica Adria , 
la Veneta , piacemi ora allargare le vedute alle condi- 
zioni di lei marittime e commerciali ; ed all'antico porto 
che ne riceveva il nome, sino alla totale perdita del 
medesimo. 

Che l'odierna vallata padana fosse in tempi antesto- 
rici un vasto seno di mare , dimostrano i geologi : essa 
infatti si compone di terreno d'alluvione , poco a poco 
depositatovi dal Po , dai tributari di questo e dai fiumi 
del veneto bacino; aggiuntavi in più ristretta misura 
l'azione vulcanica , dalla quale gli Euganei colli vennero 
sollevati. Ma da quando un primo barlume di storia, sotto 
il velo de' miti , traspare sulle basse regioni padane , 
diciotto secoli avanti l' era volgare , intravediamo spa- 
ziare una laguna in gran parte di quello che è oggidì 
il Ferrarese , il Polesine , il Padovano ; e confondersi in 
essa coll'acque del Po quelle de' fiumi tutti che scen- 
dono dall'Appennino e dall'Alpi, cominciando dal Lamo- 
ne ad ostro , sino ai due Medoaci a tramontana. Atria- 
norum paludes è il primo nome che la storia ci traman- 
dò dato a quella laguna, detta anche Septem Maria, 
nella parte almeno che bagnava l'antica Atria. 

Quella laguna poi veniva divisa dal mare per quei 
banchi di sabbia , o cordoni littorali , che s'ergono da 
presso Ravenna , e per San Basilio nell' isola d'Ariano , 
per Donada e Rosolina in quel di Lorèo , e per S. Anna 
in quel di Chioggia , vanno ad incontrare i lidi di Chiog- 

Arch. St. Itu.., 3." Serie, T. X , P. li. 5 



34 L* IMPORTANZA DI ADRIA antica 

già, Pelestrina, Malamocco e Venezia, i quali dividono 
la moderna laguna , piccolo avanzo delle antiche Paludi 
adriane , dal mare medesimo. Come questi lo sono , 
furono que' banchi lido del mare da cui distanno oggidì 
sin dieci e più miglia. 

Tutti sanno che li sedimenti de' fiumi non possono 
disseminarsi nel mare che sino ad una certa distanza 
dalla spiaggia , ove si dispongono nel fondo. I venti di 
scirocco e levante , ed il così detto moto radente , che 
si fa di continuo nel nostro mare da sinistra a destra, 
con azione opposta a quella delle fluviali correnti , spin- 
gono le marine acque contro la spiaggia. Questi movi- 
menti combinati possono bensì distendere le materie 
d'alluvione anche molto lungi dalle foci de' fiumi; ma la 
forza dell'onde crescendo in ragione della profondità 
delle acque, e non sorpassando nell'Adriatico i sette od 
otto metri , è forza che al di sopra di questo limite le 
materie rimangano quiete nel fondo , ed accumulandosi 
per nuove importazioni, facciano emergere, parallela 
alla spiaggia, una diga, la quale separi dal mare alto 
quel tratto di mare basso che gli antichi dissero palus, 
e noi laguna j e che rimane rinserrata tra quella diga e 
la primitiva spiaggia. 

Pertanto come vediamo a traverso della veneta 
diga aprirsi qua e là comunicazioni della moderna la- 
guna col mare , così era delle antiche nostre ; ed alle 
foci de' fiumi e canali , che si versavano in esse , corri- 
spondevano altrettanti porti. 

Chi ponga mente alle mutazioni avvenute solo da 
un secolo nelle foci del Po , non durerà fatica a com- 
prendere come l'apparente discordia degli antichi nel 
descriverle dipenda dal diverso tempo in cui vissero. 
Prima di Polibio , vissuto quasi due secoli av. 1' E. V. , 
nessuna notizia delle foci del nostro Po. Per esso il delta 
del fiume s'apriva ad vocatos Trigabolos , forse ove 
oggidì Ficarolo : di là staccavansi i due rami Padua 



L IMPOBTANZA DI ADRIA ANTICA 30 

ed Giana, corrispondenti ai due rami oggi perduti di 
Priraaro e Volano (1). Di cinque foci parla Diodoro Sicu- 
lo contemporaneo d'Augusto (2) ; eli molte Strattone poco 
dopo (3) ; di sette Pomponio Mela seguito da Erodiano (4) 
confondendo coi rami del Po le altre correnti che me- 
, scevano nelle paludi le loro acque colle padane, come si 
ricava da Plinio il Vecchio. Cinque per questo autore 
erano le foci propriamente padane (5). 

1. Messanicus o fossa Augusta, che traeva a 
Ravenna ; 

2. Vatreni ingrossata dal poco superiore fiumicello 
omonimo , oggi Santerno , la quale s'addomandò anche 
Eridanus , e Spinetica dalla celebre città pelasga di 
Spina , e corrisponde verisimilmente alla Padua di Poli- 
bio , detta poi Primaro , quasi primaria ; 

3. Caprasia , creduta l'odierna Magnavacca ; 

4. Sagis j che ricorda la tosca popolazione de'Sagi 
od Assagi (6) ; 

5. Volane , la Olane di Polibio , al limite setten- 
trionale delle odierne valli di Comacchio. 

Neil' intervallo da quest'ultima foce sino al Porto di 
Brondolo , che riceveva allora l'Adige , correva adunque 
una spiaggia ben più lunga che non corra oggidì fra i 
due fiumi , e restava ampio spazio , ove allargarsi ed 

(1) Veramente la ediz. di Polibio che ho solt'occhio ( Lugduni ap. Seb. 
Griphium , 15i8, Lib II, pag- 155), nomina i due rami Pacloa e Volane, ma 
non i Trigabali. Ma il Filiali ne' suoi Veneti primi e seconJ, Tom. II , pag. 35 
nota 1 , liferisce una lezione del medesimo autore che dice: ad Trig bolim 
dimditur ec. ; ed io vidi altre lezioni colle parole precise ad vocatos Trigibolos, 
ed Olana invece di Volana- Anche il Frizzi , Memorie per la storia di Ferrara, 
Tom. I , pag. 18 , ricorda i Trigaboli di Polibio e le due foci che se ne stac- 
cavano, Padoa ed Olana; e ricorda pure come Cluverio e Cellario leggessero 
Padus3 invece di Padua. 

(2) Hist. ossia Libraria historica , tradotta in italiano da M. Frane. Baldelli. 
Vinegia, appresso Gabriel Giolito de' Ferrari. Lib. 5, C. 9, pag. 264. 

(3) Lib. V, pag. xml , a. dell'edizione latina del 1494. 

(4) Vitae imperai, roman. Lib- VIII , cap. 7, pag. 226. Pad. Semin. 1685. 

(5) Hist. Nat., III, 16. 

(6) Plin. , ibidem. 



3G l' importanza di adria antica 

aprirsi l'accesso nel mare , a quelle minori correnti che 
confondevano le loro acque nelle paludi. Tali erano le 
Fossae P.iilistinae ed il Tartarus, la Carbonaria e l'Atrio- 
nus. Due principali uscite conosciamo di queste correnti 
nel mare : Fossiones e Carbonaria. Fossiones è l'odierno 
Fossori , ove sbocca l'Adige , dopoché la prisca sua foce 
di Brondolo venne ceduta ai due Medoaci : Carbonaria , 
Ostia piena di Plinio (1) , era presso l'odierno Lorèo. 
Quivi s'apriva il porto di Adria , e s'estendeva in vasto 
tratto delle valli e campagne che stanno ora tra Adria 
e Lorèo. 

Mutò faccia a tutta la bassa regione padana il con- 
corso eli due contrarii processi , l'uno d'abbassamento , 
l'altro di sollevamento. Si credette sin poco fa ad un 
progressivo alzamento del livello del mare ; ma invece 
è provato che il ritrovarsi al disotto del livello stesso 
alcuni luoghi, che già n'emergevano, deve attribuirsi ad 
un processo di abbassamento lento ed uniforme in tutto 
il suolo primitivo dell'estuario (2). 

Con efficacia maggiore concorse il processo d' inalza- 
mento , più appariscente ed a tutti notorio, per l'impor- 
tazione delle materie fluviatili , che colmata tanta parte 
delle lagune , stanno invadendo al di là delle dune il 
mare medesimo. 

Lascio agi' intelligenti rispondere al quesito , perchè 
colmata la prisca laguna, non sorgano, simili agli anti- 
chi , nuovi cordoni litlorali di rincontro alle nuove foci 
del Po , e per conseguenza una nuova laguna. Osservo 
soltanto, che quando il Po, condotto colle principali sue 
foci più ad ostro , verso Ravenna , non batteva con esse 
direttamente nelle nostre dune ; il mare ebbe tempo di 
sollevarle notabilmente ; ma quando il fiume s'aperse a 

(1 Ilici 

;2) Ved. Geogr. fìsica ri' Italia in appendice alla Geogr. fisica di M. Som- 
merville, Iraduz. d'Elisabetta Pepoli. Firenze, Barbèra , 18fi1. Tom. Il , pa- 
gine lui e sepp. 



L" IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA o? 

traverso di queste le nuovi foci , l'azione del mare che 
tendeva ad elevare le sabbie , rimase elisa dai fiumi 
spingenti le loro torbide in senso opposto. Osservo anco- 
ra che assai minore scendeva una volta al mare il volu- 
me delle materie d'alluvione , il quale s'accrebbe sempre 
più negli ultimi secoli e pel successivo arginamento dei 
fiumi , e pel conseguente toglimento della dispersione 
dell'acque alle sponde , e specialmente per lo soverchio di- 
boscamento delle montagne. Spina, vivente Strabone, di- 
stava dal mare novanta stadii (circa nove miglia g. it.) (1): 
eam linda rnaris alluerat. Dalla fondazione di Spina 
erano corsi almeno tredici secoli (2) ; abbiamo adunque 
un allontanamento dalla spiaggia in ragione di poco 
oltre dodici metri all'anno. Il mare batteva alle nostre 
dune almeno sino alla metà del secolo decimosecondo , e 
nei quattro e mezzo successivi , quanti ne corsero dalla 
rotta di Ficarolo al taglio di Portoviro , s'allontanò 
dalle dune circa sei miglia , che vale a dire dal più al 
meno metri venticinque annui. I due secoli e mezzo dal 
taglio di Portoviro alla metà del presente videro la nuo- 
va foce , apertagli allora, prolungarsi colle sue suddivi- 
sioni, dieci e in qualche luogo dodici e più miglia ; circa 
settantacinque metri all'anno. Variabilissimo dunque il 
lido negli ultimi secoli , e mentre sino al tempo della 
rotta di Ficarolo non si scostò dalle dune ; dopo questa, 
la combinata azione del mare e dei fiumi non fu a tem- 
po di accumulare in cordoni littorali le sempre più 
copiose importazioni delle correnti , le quali di continuo 
spingendosi innanzi, non cessano di formare invece bassi 
ed estesi banchi, che tratto tratto emergono e si con- 
giungono , mutano il posto delle foci e le suddividono , 
allontanano e dilatano le spiagge. 



J) Lo stadio di che qui parla Strabone è lo stadio comune ossia l'olimpico, 
pari ad <1|8 di miglio romano , ossia kil. 0,-184955. De Situ Orbis , L. v, pa- 
gine xliii , t. ediz. cit. 

(2) Dion. d'Alicarnasso la farebbe ancora più antica. Antiq- Koman., L. I, 
in princip. - Cf. Micali , op. cit., I, pag. 109. 



38 l'importanza DI ADRIA antica 

Dall'esame geografico passiamo allo storico. Henete 
col Filiasi (1), o Tirrene col Balbo (2), forse diciotto 
secoli avanti l'Era Volgare, umane razze venute d'Orien- 
te e per mare , solcavano le nostre acque. Populus lon- 
ge antiquissimus chiama Polibio gli Heneti (3) , e le 
nostre contrade anche geograficamente sono Henete (4). 

Se Phaleg significa dispersione , se pallas-goi vale in 
fenicio migravit gens, e Fenice pure ha senso di 
errante ; Pelasgi e Fenici potrebbero esser nomi ben 
adatti a que' fondatori. Dall'ebraico traeva il Mazzocchi 
la parola Adria ; altri dal fenicio, equivalente a validum , 
deriva queWAetri, Aedri od Atri , primitivi nomi della 
nostra città , e meglio Adri come tuttora il nostro con- 
tado schiettamente pronuncia (5). Edrei fu certamente 
la metropoli della Batanea da Eusebio di Cesarea detta 
Adraa , da Tolomeo Adra. La H preposta non fu che 
posteriore introduzione latina. Filistina e C ar bonaria , 
significanti fossa ; padà, secuit ; spina , fondo di nave , 
sarebbero pure senza alterazione vocaboli fenici. 

Dall'Oriente dunque e per mare vennero gli antichis- 
simi nostri , ed il loro commercio viene adombrato da 
miti. Le sorelle di Fetonte, mutate in pioppi stillanti 
ambra , alludono al traffico di questo bitume che si fa- 
ceva dalle isole Elettridi presso le foci del Po. Lascian- 
done , come fuori del nostro tema , le allusioni politiche, 
il mito fetonteo non potrebbe anche adombrare l'accen- 
sione vulcanica che originò i colli Euganei ? Isola dice- 
vasi qualunque terra prossima al mare , e le isole Elet- 
tridi non potevano essere questi colli medesimi lambiti 
dalle paludi allora estesissime? e l'elettro, una nafta 
od altro bitume da que' vulcani prodotto ? Comunque 

(1) Op. cit. , Tom. I e III passim. 

(2) Meditazioni storiche , XIV, pag. 463. 

(3) Hist. II, pag. 156, dice: Antijuum ex Paphlagonia genus. Filiasi, I , 
7o , n. \, cita il passo con qualche variante. 

(4) Filiasi, op. cit. passim., citando antichi geografi. 

(5) Nel medio evo cadente e in principio del moderno trovasi spesso il 
nome italiano di Adria con Ari ed Are. Ved. per es. l'Itinerario del Sanudo. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 39 

fosse, il commercio d'un' ambra alle basse spiagge pa- 
dane si perde nella notte dei secoli. 

I reduci Argonauti toccano queste spiagge medesime : 
Dedalo, sfuggito all'ira di Minosse, veleggia alle Elettri- 
di , e vi deposita l'effigie sua e del figliuolo in due sta- 
tue maravigliose (1). 

Gli Umbri , posti dal Micali tra' popoli primitivi , dal 
Guarnacci assimilati ai Tirreni , misto di Celti e Liguri 
pel Bardotti , e dati da illustri moderni come fondatori 
di Adria, dovevano occupare le nostre regioni intorno 
a sedici secoli avanti 1' Era Volgare. Narrò Scilace che 
dopo i Traci (per noi Pelasgi ) eravi una gente celtica 
relieta in expeditione ad angustias usque Adriani , et 
isthic est sinus ultimus Adriae (2). 

Poco dopo , intorno a tre secoli avanti la guerra 
troiana, facevansi largo tra Umbri e Tirreni que'Pelasgi 
che fabbricarono Spina; e vi fiorirono, sinché mezzo 
secolo innanzi quella guerra, dovendo, colpiti da molte 
sciagure , abbandonare le Elettoridi , da queste alla loro 
partenza scomparvero le due statue di Dedalo (3). 

Dopo i Pelasgi avemmo quel popolo , che , qualunque 
ne fosse il nome primitivo , si appellò degli Etruschi pro- 
priamente detti , nome che può derivar dall'unione degli 
Aetri e degli Osclii; il che mi darebbe indizio aver esso, 
più che recata , da noi ricevuta potenza e civiltà. 

Ultimi venuti all'acque nostre nell'era mitico-eroica , 
sarebbero Antenore e Diomede l' Etolio. Il nome della 
città, che la tradizione vuol da quello fondata, ce lo fa 
sospettare entrato per la foce contraddistinta col nome 
di Padua: dell'altro si narra che reduce dalla guerra 
iliaca , dopo lungo vagare , svernasse in Adria. 

Sebbene all'etnisca tribù degli Assagi attribuisca Pli- 
nio (4) i magni lavori di regolazione dell'acque , dovet- 
ti) Aiustot. de Mirab. Avscult. Ediz. del Casaubono Aureliae Allobrogum , 
pag. 878 879. 

(2) In Periplo. Vedi Filiasi op. cit. IV, 41, nota 4. 

(3) Cf. Dionigi dAlicarn. i, ed Akistot. loco cit. 

(4) Loco citato. 



40 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

(ero porvi mano anche i Joro predecessori ; condizione in- 
dispensabile in ogni tempo per vivere qui e prosperare. Il 
Mazzocchi fa risalire al tempo delle conquiste israelitiche 
sui Fenici i lavori alle foci padane, persuaso dall'analogia 
de' nomi (1). Bisognava imporre alle acque tal via che le 
alluvioni non colmassero le lagune ed il porto ; qui scavar 
canali, elevare altrove il suolo, fecondarlo e dalle piene 
difenderlo e scolarne le acque piovane ; cose tutte che 
le ragioni dei luoghi esigevano , e che sarebbe d'uopo 
immaginare come affatto verisimili , sebbene non si fosse 
certi che qui esistevano il nobile porto di Adria , e le 
Fosse Filistine , la Carbonaria, l'Atriano e quel Tartaro 
che in parte sussiste. Anzi io sono d'avviso che in remo- 
tissime età le foci del Po corressero più a tramontana di 
quelle che ci vengono descritte dai ricordati autori , e che 
i nostri ne le divertissero verso mezzodì, onde mantenere 
profonde le paludi che stavano intorno ad Adria. Infatti 
un notevole passo di Plinio (da molti riferito , ma non 
peranco , a mio credere , inteso abbastanza) non dei soli 
canali , ma di tutte affatto le foci padane ci parla , come 
a mano condotte : Omnia ea flumina fossasque primi 
Assagi f ecere Tusci > egesto amnis impela per trans- 
versum in Atrianorum paludes , que septem maria 
appellantur (2) : il che parmi significare , che non per- 
misero al Po di spingere i suoi rami direttamente nel 
mezzo delle paludi sì li obbligarono ad entrarvi obliqua- 
mente ; in quella guisa medesima che più tardi i Vene- 
ziani divertirono la Brenta da quella parte delle lagune 
che circondava e circonda la loro città. Questa mia opi- 
nione è anche avvalorata dalla naturale inclinazione, dalla 
costante tendenza del Po a volgere le sue foci a tra- 
montana , dalla conformazione delle antiche lagune di 
cui Adria occupava pressoché il mezzo, dall'essere sialo 
necessario praticare in tempi recenti un analogo lavoro, 



(i) Ved sopra- 
(2) Loco citato. 



L'IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 41 

quando cioè in principio del secolo decimosettimo , lo 
sbocco del Po fu divertito da tramontana a mezzodì , 
spingendolo col taglio di Porto Viro nella Sacca di 
Goro. 

Sorse il dubbio se non forse l'altra Adria , la Picena, 
abbia dato il nome al mare. Abbiamo in favore della 
Veneta l'autorità di quasi tutti gli antichi e moderni 
scrittori , tranne Aurelio Vittore , seguito da Paolo Dia- 
cono , dal Mazzocchi e pochi altri. Luculento è il passo 
di Plinio il naturalista ove parla delle Paludi Addane , 
e del nobile porto Oppidi Thuscorum , Atria , a quo 
Atrianorum mare appellabatur, quod nunc Adriaticum (1). 
E di vero , non può dubitarsi che le foci padane abbiano 
fiorito assai presto per navigazione e commercio ; eppu- 
re dai Pelasgi e da Spina nessun nome si conosce attri- 
buito al mare. E perchè una sola città ciò non potrebbe 
ottenere che dopo lungo periodo di dominazione , oso 
conghietturare che Pelasgi ed Etruschi abbiano trovato 
quel nome ; applicato forse da prima alla sola parte 
occidentale del mare, mentre l'orientale chiamavasi Sinus 
Illiricus , e Sinus Ioniics l'insieme del golfo; esteso 
quindi a tutto il golfo medesimo , e più tardi , sebbene 
con limiti incerti , a buon tratto fuori di esso sino alle 
coste di Sicilia, di Creta e di Malta. Datando solo dalla 
conquista etrusca , abbiamo già a dodici secoli innanzi 
1' Era volgare la presenza qui d'un popolo , le cui forze 
late terra marique patuere (2) ; quando dell'Adria picena 
non si conosce ancora l'esistenza. Fondata questa o dai 
Sabini con Strabone e Plinio , o da' Latini in una pri- 
mavera sacra con Silio Italico (3) , non deriva da popoli 
che in celebrità sul mare siano paragonabili agli Etru- 
schi. Né il colle su cui sorge tuttora , né le piccole 
acque che le corrono a' piedi , poteano fornirle Oppor- 
ci Loco citato. 

(2) Liv. L. V. pag. 463, ediz. di Ven. 46o9, apud H. H. Frane. Babà. 

(3) Cf. Micali , op. cit. I. 449 , nota 4. 

Aur.ii. St. Itai .., 3.» Serie , T. X , I J . IL. 



42 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

turrita di commercio e facili comunicazioni al paro del- 
l'Adria veneta. La quale dalle vaste e navigabili paludi 
cui imponeva il suo nome , dal suo Atrianus e dagli 
altri grossi fiumi che in quelle mescevansi , comunicava 
co' fertili piani e le fiorenti città di tutta la vallata pa- 
dana. Io credo col Mazzocchi , seguito dal Lanzi (1) , la 
Picena essere stata colonia dell'Adria Veneta , né so che 
la figlia ne' tempi etruschi soppiantasse la madre. L'Adria 
picena non potè salire in fiore , se non allora che i 
Romani v'ebbero condotte le due magnifiche strade Sala- 
ria e Valeria ; ma queste non risalgono che al quarto 
o quinto secolo avanti 1' Era Volgare , quando l'Adria 
veneta ed il dominio etrusco erano decaduti. I Romani, 
lungi ancora dall'essere padroni del basso Po , fecero 
dell'Adria picena la scala principale del loro commercio 
orientale , ed importante ne divenne il porto alla foce 
del fiumicello Matrinus _, oggi la Piomba; ma il mare 
allora già da più secoli si diceva Adriatico. Io sono anzi 
d'avviso che in qualche tempo nessuna città marittima 
d'Italia, nemmeno nell' Etruria propria, sia stata al 
paro dell'Adria veneta, celebre e possente sul mare. 
Infatti il mare inferum fu denominato Tirrenum } communi 
vocabulo gentis (2) ; eppure v'erano città marittime cele- 
bri e Populonia e Vetulonia , ed Uva (nell'Isola dell' Elba) 
con porto rinomato sin dal tempo degli Argonauti , che 
lo chiamarono Argoo , e Pirgo porto celebre di Cere , e 
Port' Ercole e Telamone e Pisa ; e v'era pure alla foce 
della Macra nell'odierno golfo della Spezia , quella Luni 
dalle mura di candido marmo , il maggiore emporio 
dell' Etruria cisapennina , il cui porto , capace delle 
armate più numerose , fu cantato da Ennio : 

« Lunai portum est operae cognoscere ceiveis » 



(1) Saggio ài Lingua etnisca ec. Roma, Pagliai-ini 1789, T. II , pag. 6^7. 

(2) Liv., loco cit. 



L'IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 43 

ed a detta di Strabone , maximus et pulcherrimus , ne 
comprendeva in se molti profondissimi tutti , usque adeo 
ut omnium qui maris teneant imperium 3 facile fìeret 
receptaculum tam late patentis pelagi multos per 
annos (1). Contuttociò nessuna città del Tirreno fu capa- 
ce d' imporre il suo nome ad alcun tratto considerevole 
del mare inferiore , come del superiore fece l'Adria 
nostra, che estese il suo dominio eziandio sulle coste illi- 
riche e Dalmate , ed ebbe forse colonie Lissa e Pelagosa. 
Diremo dunque collo storico della Dalmazia Giovanni 
Lucio: Atriatici maris nomen Atriensium Tusco^um 
imperium demonstrat ; mari autem nomen impositum 
absolutum et diuturum Atriensium dominium indicai (2). 
Valga finalmente il fatto che dopo tanti secoli , e tolta 
interamente l'importanza marittima di Adria, la stessa 
Venezia non seppe mutargli il nome ; ed il mare seguita 
a dirsi Adriatico , e quella maravigliosa città poetica- 
mente s'addomanda Adria, come succeduta all'antichissi- 
ma dominatrice. 

Né mancava l'opportunità dell'indigeno legname alla 
marina de' nostri padri : testimoni la strabocchevole 
quantità di roveri , e d'altre grosse piante sepolte sotto 
le alluvioni, che rivedono di continuo la luce. 

« .... Padi ripis.... (cantò Virgilio) 

Consurgunt geminae quercus intonsaque coelo 

Attollunt capita et sublimi vertice nutant (3) ». 

Ne parlano eziandio e Claudiano e Sidonio Apol- 
linare e Ovidio. Ricche inoltre le sponde del basso 
Po d'alni , di pioppi , d'ontani , di salici e persino di 
abeti e di larici , leggendosi in Vitruvio : Larice non 
est nota nisi his municipibus qui sunt circa ripam 

(1) De situ orbis, Ediz. cit., L. V, pag.XLV. Cf. Micali, op. cit., I., 161 162. 
(2 Io. Lucu De Regno Dalmatiae et Croatiie, L. I. 
(3) Aeneìd. ix. 



44 l' importanza di adria antica 

Padi et litora maris Adriatici.... hec autem materies 
larigna per Padum Ravennani d'eportatur.... (1). Vive 
ancora famosa la pineta della Mesola, altre presso Chiog- 
gia : Lauretum (Lorèo) ebbe probabilmente il nome da 
lauri sorgenti sulle sue dune : molti luoghi di nostre 
Provincie ci insegnano le carte del Medio-Evo aver 
tratto il nome da alberi , come Albaredo , Saliceto , 
Fundo populare , Frassineto e Frassinelle ed altri (2). 
E gli antichi non avranno fatto meno de' barbari , se 
Teodorico del materiale abbondantissimo del basso Po , 
costrusse la flotta , che gli valse a tenere in rispetto 
T imperatore Anastasio. Mittat Padiis noster (scrive per 
lui Cassiodoro) indigenas pelago naves _, et abies quae 
ffuentibus aquis nutrita surrexit , marinarum superare 
cumulimi discat aquarum. Ed altrove : Per utramque 
ripam Padi reperiri Ugna comperimus , fabricandis 
apta dromonibus (3). 

Che i Galli non occupassero stabilmente Adria , mi 
sono indizio e il dialetto veneto durato fra noi , e il non 
avere essa , come Felsina ed altre , mutato il nome. Ma 
certo, perduto allora colla floridezza il dominio del mare, 
le antiche opere idrauliche , prive del concorso di costante 
ricchezza ed industria a conservarle e rinnovarle , dove- 
vano tornare nocevoli alla nostra città. Ed in tal 
senso può concepirsi il passo degli Annali di Pellegrino 
Prisciani (4) : Assagiorum Padi scissiones primam fuisse 
causam inundationis et ruinam civilatis. Pertanto se 
Adria, a motivo dell'acque lasciate in loro balìa, non iscom- 
parve dalle lagune come Saga e Butrio e Spina , ridotta 
viculus al tempo di Strabone , e come più tardi Aitino 

(4) II, 9, in Fili \si op. cit. , T. II, pag. 30, ediz. di Padova, 4811. 

(2) Una gran selva era presso Berganlino, ai conlini mantovani dell'odierno 
Polesine, nel secolo X. Fuizzi, Mem. per la St. di Ferr., I, pag. 220. 

(3) Variar. L. V, epist. M , -18,20, Coloniae AlWirogum, MDCLVI. 

(4) Slanno inediti ed in copia non compiuta nella Biblioteca di Ferrara. Il 
Prisciani fu ministro celebre del Duca Krcole I di Ferrara, visse quindi sul 
cadere del secolo XV. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 45 

ed Eraclea , vuol dire che soprapposte alluvioni permi- 
sero una nuova città sorgesse sulle rovine della prima. 
Ecco perchè gli avanzi delle romane abitazioni stanno 
costantemente di varii piedi meno profondi delle etni- 
sche reliquie, e non vi ha esempio di commistione fra 
loro (1). 

Nell'oscuro periodo di circa tre secoli dall'invasione dei 
Boi al dominio dei Romani su Adria, che questa federata 
co' Veneti stringesse amicizia con quelli , mi persuade la 
notizia mandata da Adria a Roma, come Livio narra, dei 
prodigi in Adria medesima avvenuti durante laguerra d'An- 
nibale : Aram in ccelo speciesque hominum circum eam 
candida veste visas (2). E che non subissero notevoli 
alterazioni ne le lagune , ne le circostanti isole e terre, 
ricavo da concordi asserzioni d'autori di tempi diversi. 
Stefano Bisantino , dietro Ecatèo Milesio di forse cinque 
secoli anteriore all' Era volgare , dice : Regio adriana 
pecoribus egregia , ita ut bis pariant in anno , gemi- 
nosque fetos edant , saepe etiam tres, et quatuor haedos 
interdum (3). Aristotele ricorda i copiosissimi raccolti 
delle isole venete. Teopompo contemporaneo di Ales- 
sandro Magno , narra de' Veneti Adriani accolentes i 
sacrifici alle cornacchie perchè rispettassero le sementi. 
Scimno da Chio, un secolo e più prima di Strabone , ap- 
pella tutta la Venezia regionem praestantissimam et 
frugiferam. Dione Crisostomo , de' tempi di Vespasiano, 
cita optimam terram circa Adriam. Plinio dietro molti 
altri loda le galline di Adria celebri produttrici di uova (4), 
ed i salici e l'uva detta Adriana come raccolta ab intimo 
sinu maris. Vitruvio delle paludi nostre, dette allora 
anche galliche , asserisce che i luoghi in esse posti 
incredibilem habent salubritatem. Abbiamo anche traccia 

(4) Vedi sopra. 

(2) Lib. XXIV, ediz. di Venezia , 4 659, ap. H. H. Francisci Babà, pag. 413. 

(3) Cf. Fiuasi, II, 10. 

(4) Hist nat. , L. X, e. 53. 



46 L* IMPORTANZA DI ADRIA antica 

d' irrigazioni dagli avanzi di tubi di piombo presso Adria 
dissotterrati , e da un marmo di Villadose (terra a circa 
otto miglia a ponente di Adria) , ove s'accenna ad una 
concessione d'acqua : Iter aq.... hoc precar. dat. ab Rufo 
Ciloni (1). Cose queste che sarebbero state tutte impos 
sibili , se per radicali mutazioni nell'acque il suolo adri a 
no fosse divenuto allora , come fu poi dal secolo decimo 
terzo al decimosettimo , tutto stagni e canneti. 

Del commercio parla la grande quantità de' vasi 
dipinti , ossia loro frammenti , che mi sono sforzato so 
stenere manifattura adriana ; e la stragrande de' fittili 
romani , la cui arte , al perire di quella de'vasi dipinti , 
si sostenne lungamente fra noi. E sebbene i molti figuli , 
inscritti nei bolli de' nostri cotti, non fossero tutti indi- 
geni , certo n'è provato il vivo traffico alle nostre coste. 
Il mio museo offre tra molti altri i nomi d'un Arunte in 
vaso nero; d'un Murri, d'un Titìcio , d'un Caro, d'un 
Pacato in vasi rossi; d'un Poehaspi , d'un Jegidi, d'un 
Crescente in lucerne : all'agro nostro , o circonvicini , 
spettano le molte tegole della fabbrica Pansiana, fondata 
da un Pansa, forse il Console , e passata agli imperatori, 
come l'attestano i nomi prepostivi di Tiberio , di Cajo , 
di Claudio, di Nerone, e di Vespasiano (2) , che tutti si 
leggono pure nel mio museo , con altri frammenti di 
tegole d'un Solonate e d'un Gneo Fausto : altra fabbri 
ca nostra può ritenersi la Faesonia , come da un pezzo 
di tegola da me recentemente scoperto : ho pure mattoni 
d'un Caio Junio , un'urna d'un Biodoro ; di due cotti 
d'un Secundione , e d'un Tieni Philargiri devo il deci 
fr amento al eh. Mommsen. 

Parlano ancora dell'antico nostro commercio il me- 
tallo coniato , in gran copia scoperto qui in varii tempi, 
sciaguratamente la maggior parte disperso ; come avven- 

(1) « Le antiche lapidi romane del Polesine illustrate dal sacerdote Vin- 
cenzo Devit ». Ven. 485 5, Tip. Perini, pag. <i3. 

(2) Devit, op cit. pag. 109 e segg. 



L* IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 47 

ne di quella (dice una lettera contemporanea) prodigiosa 
quantità di monete d'oro e d'argento rinvenute alla 
metà del passato secolo tra le sabbie delle dune dette 
Monti di S. Basilio nell' Isola d'Ariano. Qualche pezzo 
d'aes rude, frammenti sospettati d'aes grave , parecchi 
assi col Giano bifronte , indizio del nostro commercio 
coll'antica Roma , qualche centinaio di monete consolari 
ed imperiali stanno nel mio museo. 

Dell' importanza commerciale di Adria antica sono 
poi , meglio d'ogni altro, testimonii attendibili i ruderi 
di strade in più luoghi di nostra provincia, e special- 
mente quelli scoperti in Adria presso la chiesa della 
Tomba , colla pietra miliare che vi stava dappresso. An- 
che questa si conserva nel mio museo , e col nome a 
grandi lettere incisovi del console Publio Popilio , e colla 
cifra LXXXI , ci dice che nel seicento ventidue di Roma 
(132 av. l'È. V.) fu condotta, o forse riattata, una strada 
che per miglia ottantuno conduceva ad Adria da Rimini , 
la prima che i Romani imbrecciassero sulla sinistra del Po. 
Infatti M. Emilio Lepido conduceva bensì nel cinquecento 
sessantasette di Roma (187 avanti l'Era volgare) la 
via Emilia Parmense ; ma solo nel seicento trentanove 
di Roma (115 avanti l'Era volgare) altro Emilio, lo 
Scauro , imbrecciava Y Emilia Altinate che da Modena , 
e passato il Po presso Sermide , per Aneiano , Ateste , 
Patavium j, mettea capo ad Aitino. Fu quest' ultima ese- 
guita quando i Romani , signori di tutta la Gallia Cisal- 
pina e dell' Istria , estesero i rapporti anche ai paesi 
transalpini ed ampliarono la rete stupenda delle loro 
strade; ma prima di essa, senza il luugo giro intorno 
alle paludi , la nostra Popilia offriva la più breve comu- 
nicazione da Rimini ad Aitino , cioè di circa centodieci 
miglia geografiche italiane; mentre per Y Emilia Altinate 
se ne contarono circa centonovanta. Le miglia ottantuno 
del nostro marmo, corrispondenti a circa sessantaquattro 
geografiche nostre, combinano colla distanza da Adria a 



48 l' importanza di adria antica 

Riinini. Una vicinale da Adria a qualche punto dell'arni- 
ca Altinate ( dato e non concesso che questa fosse 
più antica della nostra) , per esempio a Sermide , tenuto 
pur conto delle divergenze , non ci darebbe che circa 
cinquanta miglia geografiche. Arroge la costante tradi- 
zione d'una via romana lunghesso le nostre dune, e la 
concordanza colla tavola peutingeriana (1). Secondo que- 
sta , poste da Rimini a Ravenna circa miglia romane 37 
abbiamo poi da Ravenna a Butrio 6 

Da Butrio ad Augusta,, ossia alla fossa di questo nome 6 
Da Augusta a Sacis, che si vorrebbe all'odierno La- 

gosanto 12 

Da Sacis a Neroma , forse Volana 4 

Da Neroma a Corniculani presso l'odierno Codigoro 3 
Da Corniculani a Radriani , il moderno Ariano 6 

Da Radriani a Maria , ossia Septem Maria , il porto 

di Adria 6 



che sono appunto miglia romane 80 

colla non valutabile differenza d'un miglio dal nostro 
marmo che ne dà ottantuna (2). Maravigliosa strada, 
avuto riguardo alle acque che doveà traversare ; che se 
di ponti non poteva esser parola al tragitto delle più 
grosse, ho un saggio dell'industria che si sapeva ado 
perare a rendere carreggiabili gli stagni meno profondi. 
Circa trecento metri a ponente del sito ove giaceva 
quella lapide , nell'orto del nobile Carlo Zorzi , si rin- 
vennero nel 1839 scavando un pozzo , a sei metri 
di profondità , grossi macigni ben connessi alla solita 
foggia delle strade romane , sovrapposti ad un metro 
di cemento misto a macerie ; e questo aveva per base 

(-1) L'itinerario di Antonino pone millia passuum XXXIII redo itinere ab 
Arimino Ravennani. 11 brano della tavola peutingeriana riferito dal Filiasi, quanto 
ai luoghi che c'interessano, porta qualche variante dalla lezione che ho seguila 
io (op. ci L- II, 52 in nota). Ma in qualunque modo di poco ci discostiaino dal 
numero del marmo. 

(2 Cf. Devit , op. cit. pag. 40 e seg. ; e Fidasi: op. cit. T. I , pag. 272 e 
segg. ; e T. II , pag. 82 e segg. 



L'IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 49 

panconi di rovere dello spessore di circa cinque once 
venete (m. 0,142), sotto cui si vide sabbia marina. 

La Popilia proseguiva a tramontana , o sarebbe man- 
cato il precipuo suo scopo , la sollecita comunicazione 
con Aitino ed Aquileia : infatti a quella parte del suburbio 
di Adria, furono posti in luce altri ruderi di strada (1) 
fiancheggiati da romani sepolcri. Da essa furono poi con- 
dotte diramazioni anche a ponente : reliquie di strade e di 
umane abitazioni si rinvennero a Gavello, Rovigo, Massa 
superiore , Melara , Bergantino ed altri luoghi del Pole- 
sine ; Fractcìj Arcuata,, Flexus, Ponticulus ., antichi nomi 
viventi in Fratta , Arquà , Flesso , Pontecchio , ricor- 
dano le curvature , i gomiti , i ponticelli , i traghetti 
formati per condurre quelle comunicazioni ; le quali , 
mancando allora luoghi d' importanza a ponente di Adria , 
non potevano mirare se non a qualche punto dell' Emi- 
lia Altinate. Inoltre documenti de' secoli di mezzo ci 
offrono i nomi di Quarto , Quinto , Settimo , dati a fondi, 
ville , masse , valli del territorio di Adria ; una Valle di 
Quarto era ancora nel secolo decimosesto presso Gavello, 
una Valle di Quinto possedettero i miei maggiori nel 
decimoquarto e nel secolo successivo ; numeri che un 
tempo s'avranno contati dalla citata pietra miliare. Che 
se coli' ingigantire della Romana Repubblica , onde nuove 
vie in diverse parti s'apersero e per terra e per acqua , 
e soprattutto col traripamento de' fiumi fu tolta impor- 
tanza a queste strade ; le nostre dune col nome di stra- 
da romèa non furono abbandonate giammai , e le per- 
correva sino agli ultimi tempi della Veneta Repubblica 
il corriere di Roma. 

Né periva la nautica. Posta da Strabone tra le castel- 
la delle paludi modicis sursum navigationibus mari 
vicina (2) , Municipio , insignita di magistrato decurio- 
ni) Nel fondo Bindola del nob. Zorzi suddetto- 
(2) Lib. V, pag. xliii , T. ediz. cit. 

Arch. St. Ital., 3.* Serie, T. X , P. II. 7 



50 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

naie , Adria ebbe pure collegio di marinai (1) e presidio 
navale (2). Navigarono l'acque nostre da Ostiglia Clau- 
dio imperatore , reduce di Bretagna (3) ; da Aquileia i 
nuncii dell'uccisione del tiranno Massimino (4) ; da Aitino 
Asparre generale di Placidia (5); e ne aumentarono l' im- 
portanza , al tempo delle prime invasioni barbariche , le 
migrazioni dalla terrestre Venezia. Fioriva ne' tempi 
gotici la navigazione del Po , le barche cursorie tragit- 
tavano da Ostiglia a Ravenna ed Aitino , e dalla rada 
di Adria riscuotevansi i regii tributi (6) : Narsete final- 
mente tragittava il suo esercito da Aquileia a Ravenna 
per l'acque e gli scanni delle nostre lagune (7). 

Ma sullo scorcio del secolo sesto avvenne nelle nostre 
acque la prima grande alterazione che la storia ricordi. 
L'Adige che correva per Montagnana, e lambendo i Colli 
Euganei finiva a Brondolo , ruppe al villaggio della Cucca 
poco sotto Verona, e tutte l'acque versò sul Polesine, ove ri- 
masero disarginate per secoli. Non avevano ripreso stabile 
corso quando nel decimo secolo, alPizzone diBadia, un'altra 
rotta originava quel nuovo Adige che inalveato e ristret- 
to fu poi chiamato Adigetto ; mentre la maggior massa 
delle acque, raccolta dopo lunghissime industrie nella 
Fossa Chirola , formò l'Adige odierno (8). Duravano 
tuttavia le occupazioni marinare de'nostri , perchè il 
porto di Adria sussisteva, sebbene il nome se ne andasse 
mutando in Portus Laureti dall'omonima terra allora 
nascente ; in quella guisa che si disse Portus Rivoalti 
e si dice Porto di San Niccolò o di Lido , anziché di 



(!) Lapidi varie nel museo Bocchi ed altrove; vedi Devit, op. cit. , pag. 16, 
35, 88. 

(2) Taciti, L III, Hisl., cap. 12. 

(3) Plin. , loco cit. 

(4) Hekodiani , Vitae imperai, in Ma limino. 

(5) Filiasi, op. cit. IV, 512, e segg. 

(6) Cassiod. , Variir. L. I, epist. 19. 

(7) Filiasi , op. cit. V, pag. 35 e segg. 

(8) Silvestri, Paludi Adriano, pag. 31, 39 ed altrove passim. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 51 

Venezia. Nel secolo ottavo il mare batteva ancora alla 
Pomposa , e verso la metà del nono Arabi Siciliani e 
Cretesi, devastata Dalmazia ed arsa Ancona, Adriensem 
portum qui proximus est Venetie applicuerunt (1). Pi- 
pino di Carlo Magno spinse gran forze contro i Vene- 
ziani dalle acque bel Basso Po : nel decimo secolo , per 
certe contese di questi con Berengario , un Alberto prin- 
cipe tedesco campò per le foci del Po sul dosso della 
Spina e quindi a Ravenna, con navi adriane leggeris- 
sime sopra ogni maraviglia (2). Ad uso di navi accordato 
a Paolo I vescovo di Adria accenna una bolla di papa Gio- 
vanni X del novecento ventuno : sono ricordati un porto 
di Adria « porto vestro » nel testamento del marchese 
Amelrico (od Almerico) del novecentrentotto in favore 
Borni B. Petri S. Adriensis Ecclesiae ; Insula Adriana 
ed Insula intra Adicem et Tartarum , nella bolla di 
papa Marino II (o Martino III) del novecentoquarantaquat- 
tro a Giovanni vescovo, e così pure Portus Laureti; 
Laretum et quantum aqua salsa continet , in un diploma 
di Ottone III al Doge Pietro Orseolo ; di nuovo Portus 
Laureti insieme con diritti d'ancoraggio « ripatico et 
toloneo » come spettanti al vescovo Benedetto I , nel 
Mandiburnium protectionis accordato a questo da En- 
rico II nel millecinquanta quattro. E l' importanza di 
Lorèo da ciò si scorge , che fu cagione di gravi contese 
fra Adria e Venezia , onde ne' secoli undecimo e duode- 
cimo molto sangue si sparse presso quell'acque (3). 

Radicalmente mutò faccia al nostro suolo , e convertì 
Adria in città continentale la rotta del Po nel secolo 
decimosecondo , detta Sicarola dal nome dell'uomo che 

(4) Cronaca Sagomino. 

(2) Storia imperiale di Ricobaldo Ferrarese. 

(3) Cf. Silvestri , Paludi Adriane ; Speroni , Adriens. Episcop. Series. Pa- 
tav. 17S8i e specialmente l'opera dell'autore della presente memoria: Della Sede 
episcopale di Adria Veneta etc. . Adria 1858, Tipogr. Vianello , pag. 451 e segg. 
- Delle guerre di Adria con Venezia ne' secoli XI e Xll, parlano le storie e 
cronache venete. 



52 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

per tradizione se ne crede lo scellerato autore , e di 
Ficarolo dal luogo ove si formò la stabile diversione 
del fiume. L'acque ne corsero assai lungamente disar- 
ginate. Il Sardi (1) narra essere capitate prima nel Lago 
Oscuro , poi a Villanova nel Canal de' Buoi > indi in 
due antichi canali il Tot e la Corbola: il Nicolio (2), 
aver preso in quest'ultimo tanta velocità, che non fu più 
possibile chiudere quella rotta , onde formossi il nuovo 
letto , che dal Bonello per Tessarolo , Racano , Polesella 
correva al mare. Nel millecentocinquantotto si legge nei 
documenti il nuovo ramo « Rupta Padi » a Ficarolo (3) ; 
nel settantacinque , paesi che stavano alla manca del 
fiume compaiono alla destra : nel novantadue , Rupta 
Ficaroli è di già fatta stabile fiume : e tutti convengo- 
no che luoghi abbandonati, confini perduti , alvei antichi 
colmati , nuovi scavatisi furono gli effetti di quella rotta , 
per la quale condotto il gran fiume vicino ad Adria , col 
nome di Po di Lombardia o di Venezia , formò presso 
Lorèo la Bocca delle Fornaci , che interrò affatto il 
Porto , e prolungandosi oltre le Dune , si tripartì in 
quelle di Scirocco , Levante e Tramontana. Il Tartaro , 
che dapprima correva direttamente al mare , fu strozzato 
nel suo corso e divenne influente del Po ; disordinato 
tutto il sistema dell'acque della provincia , molti villaggi 
furono distrutti ; dell'antica città di Gavello non rimasp 
che il nome. Ed intanto l'antico Po , coi suoi rami di 
Volana e Primaro , scemava d' importanza , finche, dopo 
l'immissione in esso del Reno, l'Aleotti lo lamentava 
affatto perduto nel millecinquecentottantadue. 

Sebbene in principio del terzo decimo secolo il mare 
toccasse ancora la Mesola e le dune di San Basilio, 
le alluvioni furono sì copiose che al decimoquarto vediamo 

(\) Storia di Ferrara di G\sp\ro Sardi. 

(2) Storie rodigine del Dottor Andrea Nieolaio di Rovigo. 

(3) Per questa e per tutte le mutazioni del Po è a consultare il diligenti s- 
ìsimo Frizzi : Memorie per servire alla storia di Ferrara. 



L'IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 53 

Adria interamente cinta di stagni e canneti ; e sarebbe 
al paro di Gavello affatto perita , se la sua posizione 
più lontana dalla rotta , ed in mezzo ad acque più pro- 
fonde, non l'avesse preservata. Pur si direbbe che la sola 
memoria della passata potenza e perizia sul mare dei 
nostri maggiori rendesse ombrosi i Veneziani , se un 
patto stabilito fra li due comuni nel diciotto febbraio 
milletrecento nove , non consente agli Adriesi altro uso 
del mare che per l'esportazione del loro pesce , ed una 
limitata importazione : « Non possint ( homines Adriae ) 
ire per mare salvo quod possint portare libere et fran- 
che suos pisces ad partes Bomandiole , Marcile anco- 
nitane , Apulie et Tstrie per mare _, et possint con- 
ducere de dictis partibus mercimonia sicut possuni 
Veneti , intelligendo quod mercimonia que conducer ent 
de dictis partibus primo conducantur Venetias et de 
Venetiis postea extrahantur , sicut olii Veneti similes 
extractiones facere possunt (1). 

L'ultima catastrofe che compì l'interrimento dei resi- 
dui delle nostre paludi furono i tagli operati nell'Adige 
a Malopera e Castagnaro, poco sopra Badia, dal Mar- 
chese Gonzaga e dal Piccinino nel millequattrocentotren- 
totto , per ragioni di guerra contro Venezia. Allagatane 
deplorabilmente l'intera provincia , scomparso il Tartaro 
inferiore ed altri canali, e rimaste molt'anni aperte quelle 
rotte, furono poco a poco raccolte le acque in quell'alveo 
che prese il nome di Canal Bianco, e condotte per esso 
pregne di sabbie a traverso della città di Adria , per 
angusta bocca , detta la Fuosa, nel Po che spesso le re- 
spingeva ; onde spandevansi a colmare i bassi fondi , e 
sinanco le fosse che solcavano la città. 



(1) Pactum Adriae (1309): conservasi originale nell'archivio de'Frari in Ve- 
nezia , in foglio membranaceo del libro pactorum tertio: e fu da me pure ve- 
duto. Frane. Girol. Boccili primo lo fé stampare in fascicolo apposito: ebbe 
qualche altn pubblicazione per le stampe , ma in opuscoli pochissimo noti. 



54 l' importanza DI ADRIA antica 

Tra questa e Lorèo , dove stava il porto antico, s'era- 
no formate valli di ragione dello Stato. Un documento 
del millequattrocentottantuno nomina ancora quel porto, 
ma solo per farci intendere che più non esisteva. Uno 
de' miei proavi Bellino di Benvenuto Bocca , riceveva 
in affitto di cinque anni dalla Camera Ducale di Ferrara 
Portum et Valles Adrie cum clepariaiA) ibi, et omni- 
bus suis pertinentiis } pendisiis et coherentiis , et cum 

vallibus , canalibus , et gurgis , piscariis piscationi- 

bus et venationibus et cum omnibus et singulis aliis ad 

ipsum portum et valles spectantibus et pertinentibus 

per annuos ducatos seoccentum quinquaginta unum auri 
boni et iuxti ponderis venetos (2). Nell'ottantacinque ed 
ottantasette il detto Bellino Bocca con Giovanni Dona e 
Bellino Ama , quali conductores generales vallium por- 
tus Adrie illustrissimi Ducatus Ferrarie sublocano ad 
Ardito e consorti Cappati , Pietro Pezzolato e Barto- 
lommeo Bocca le Valli del Porto di Adria « Valles por- 
tus Adrie ». E di queste valli , che prendevano il nome 
dal porto di Adria , abbiamo non pochi altri riscontri in 
documenti posteriori (3) ; finché se ne perdette affatto 
il nome. 

Nondimeno i canali e fiumi , onde Adria comunicava 
col mare erano ancora profondi tanto , e la città difesa 
dall'acque così , che nel maggio millequattrocentottanta- 
due una grossa flottiglia veneta l'assediava e prendeva 
d'assalto solo dopo accanito combattimento. Nel giugno 
successivo Adria domandava a Venezia che le piacesse 
de donarghe tutte le valle con tutti i monimenti spe- 
danti a quelle e che son poste in la giurisditione della 
città e che za fo del marchese de Ferrara. Ciò non le 



(1) Cleparia ossia Chieppara significa un tratto di terra che emerge dal- 
l'acque, come Dosso, Motta, e simili. Chieppara è parola che sussiste ancora 
nel suburbio di Adria. 

(2) Pergamena autentica presso il mio museo. 

(3) Documenti e copie autentiche varie presso il museo suddetto. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 55 

fu allora accordato, sì bene che ditti servidori (li uo- 
mini d'Adria) possano navigare e mercandare con barche 
e burchi per mare e in tutti gli altri luoghi della sere- 
nissima Signoria , come fanno le Comunità di Lorèo e 
Cavarzere. Ciò è pure ripetuto ne' capitoli della stabile 
dedizione di Adria alla Repubblica , nel diciotto dicem- 
bre millecinquecento e nove accordati dal Doge Leo- 
nardo Loredano alla Comunità , e per essa Prudenti 
viro Benvenuto de Bacca ( Bocchi ) cive et nuntio atque 
oratore fedelissime Comunitatis nostre Adrie nuperrime 
dedite dominio nostro (1) : da' quali capitoli ricavasi che 
unica industria di qualche conto eravi quella dei lavori 
in canna , leggendovisi che ditti fedelissimi possino far 
et dispensar ogni quantità di grisole di ogni conditione 
in le valle delle città di Venetia e Chioza et in li altri 
luochi della Signoria , come sempre per il passato han- 
no fatto et dispensato. Ed ecco la metropoli etrusca ridot- 
ta a vivere della pesca e della canna , quasi unica sua 
ricchezza ; il che risulta pure da ciò , che il suo Statuto 
già esistente nel mille trecento , riformato ed approvato 
dal Marchese Lionello d'Este nel millequattrocentoqua- 
rantadue , occupa un intero capitolo , il nono , de Valli- 
bus et ad valles pertinentibus. 

E qui , finito il compito propostomi coll'aver dimostrato 
la perdita totale del Porto di Adria, mi permetto aggiun- 
gere una breve rassegna de' fatti che mutarono ancora 
la faccia del nostro suolo. Ai tempi del Bronziero (2) , 

(4) Statuto di Adria stampato a Venezia 4707 apud Iacobum Valvasensem col 
titolo Ius municipale Adriae, pag. 122 e seg. Non sarà inutile avvertire che que- 
st'unica edizione dello statuto di Adria ribocca d'errori di stampa così da 
renderne malagevole lo studio senza il confronto con qualche buon testo mss. 

(2) Giangirolamo Bronziero di Badia del nostro Polesine (4577-4630) ce- 
lebre medico lasciò inedita una Storia delle origini e condizioni de' luoghi prin- 
cipali del Polesine di Rovigo. Tratta dalle tenebre per Don Giuseppe Bocchi ca- 
nonico di Trevigi , fu per cura di questo e del sullodato Ottavio Bocchi di lui 
fratello, edita a Venezia per Carlo Pecora 4747. È molto imperfetta; ma è il 
primo saggio d' una storia dell' intera provincia. 



56 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

sullo scorcio del secolo sestodecimo , il mare stava 
ancora a poche miglia da Adria , quante ne sono a 
Contarina , cioè poc'oltre le antiche dune. Ma le acque 
del Po per l'abbandono degli antichi rami di Volana e 
Primaro , per l' insufficienza delle nuove foci e succes- 
sivo loro prolungamento , più sempre elevandosi , cor- 
revano a ritroso non solo del Canalbianco , ma altresì 
del Canal di Lorèo e dell'Adige stesso, che per questo 
canale comunicava col gran fiume. Un radicale rimedio 
o l'estrema rovina di Adria erano inevitabili. Dal quattro 
al novantuno del sestodecimo secolo , nella riva sinistra 
di esso dal Mantovano al mare , più di quaranta rotte 
eransi aperte , una quasi ad ogni biennio. Molti progetti 
si esposero, e se non fu di Luigi Grotto, il Cieco d'Adria, 
quello che fu proposto il diciassette novembre del 
mille cinquecento sessantanove dinanzi al senato veneto 
colla famosa orazione del Taglio di Porto Viro (1) ; fu 
certamente la facondia di quell'uomo singolare che ne 
rese popolare il bisogno , sì che il Senato Veneto emise 
in proposito una parte favorevole. Ostacoli sorvenuti , 
conflitto d' interessi fecero decorrere trentatrè anni an- 
cora prima che si ponesse mano al lavoro. Un per- 
sonale interesse vi die l'ultima spinta. Antonio Grimani 
nel millecinquecentoventiquattro aveva acquistato dal 
Comune di Adria grande estensione di terre palustri , 
spettanti al Comune stesso prò indiviso con quello di 
Cavarzere , e dette Dosso del Canalazzo. Giunto al do- 
gado nel novantacinque Marino Grimani , nipote di 
quell'acquirente, procurò dal Senato il decreto diciassette 
dicembre novantotto che approvava il taglio alla destra 
del fiume, e la bolla di Clemente Vili, otto luglio sei- 

(1) Ebbe varie edizioni. Ricordo, come più facili a trovarsi, quella che si 
trova nel volume di tutte le orazioni del Cieco. Ven. per li fratelli Zoppini 4586, 
pag. 48, l.; e quella inserita nella lodatissima opera det Zendrini sulle venete 
lagune. Le s-tesse orazioni furono stampate ancora dal Zoppini nel 4G02. 



L' IMPORTANZA DI ADRIA ANTICA 57 

cento , che vi acconsentiva nei riguardi dei confini. Fu 
eseguito il taglio al luogo detto la Pioppo, , circa sei 
miglia a levante di Adria , ed abbreviandone il corso di 
ben dieci miglia , fu mandato il Po nella vicina Sacca 
di Goro , poco sotto l'odierna Contarina. Divisa affatto 
la nuova dalle vecchie foci , i rami di Scirocco e Tra- 
montana rimasero abbandonati, e quello di Levante fu 
ceduto al libero e indipendente deflusso del Canalbianco. 
Questo serviva alternativamente a scolo de' bassifondi 
e ad emissario dell'Adige , sinché- francato da quest'ulti- 
ma servitù nel milleottocentotrentotto coll'aversi reso 
stabilmente inoperoso il sostegno Castagnaro , rimase 
esclusivamente destinato al primo ufficio , con sommo 
vantaggio delle valli veronesi e di gran parte de'campi 
del Polesine. Ed ecco come non solo il territorio di qua 
dalle dune , ov'erano Atrianorum paludes ed il nobile 
porto potè convertirsi in feconde campagne , le quali 
mercè l' istituzione delle macchine a vapore idrofore , 
assicurano l'annuo raccolto ; ma eziandio al di là di quelle 
co' rapidi prolungamenti delle foci del novissimo Po, 
vasto tratto di mare in soli due secoli e mezzo diventò 
terraferma, e vi sorsero popolosi villaggi. Primo si fu 
Contarina poco sotto il taglio , eretta a parrocchia nel 
milleseicento sessantasei ; comune che da quattromila 
quattrocento abitanti che contava nel milleottocentocin- 
quantatre , sale oggi ad oltre seimila e cento : poi la 
Grimana , fatta parrocchia nel milleseicentottanta : quin- 
di mano mano le più giovani ville , denominate dalle 
case patrizie che v'acquistavano fondi dallo Stato, come 
Ca'Pesaro, Ca'Venier, Ca'Pasta, Ca'Pisani, Ca'Garzoni 
Ca' Capello, Ca' Farsetti, ed altre molte. 

« Plura quae prius aquosa nunc etiam continens 
fi uni » aveva detto Aristotele : 

« Vidi ego quae quondam fuerat solidissima tellus 
Esse fretum , vidi factas ex equore terras » 

Arch. St. It*x. , 3." Serie, T. X , P li. 8 



58 l' IMPORTANZA DI ADRIA antica 

cantava Ovidio ; ed' un oscuro poeta testé, con molta 
espressione del vero : 

« Ove il pesce guizzò la terra emersa 
La vitale del ciel luce saluta ; 
La reticella in vomere è conversa, 
La torpid'alga in liete erbe si muta, 
La mesta canna de' palustri fondi 
In bionde spiche e grappoli giocondi ». 

E così , con nuove abitazioni , con nuovo territorio 
che d'anno in anno da un lato migliora , dall'altro s'ac- 
cresce , Adria , il cui Comune alla metà del sestodecimo 
secolo era disceso a forse appena duemila anime , con 
territorio ristretto, squallido, in gran parte deserto, og- 
gidì s'accosta alle quattordici, e sta a capo d'un distretto 
d'altri otto comuni che sorpassano insieme le ventisei- 
mila; offrendo il non comune esempio d'una città, che 
mutando natura nelle vicissitudini de' secoli, potè sem- 
pre durare 

« Tante volte sepolta. e morta mai ». 

Adria, 7 agosto 1869. 

Prof. F. A. Doti. Bocchi. 



STATITI DI BRESCIA DEL MEDIO EVO 



Le radici delle libertà moderne sono nel medio evo , 
e si rinvengono più antiche nei Comuni italiani. I quali 
precedettero tutti i popoli della cristianità nei prodotti 
della cultura e del governo. I diplomi , le cronache , i 
monumenti testificano questa precellenza de' Comuni 
italiani ; ma i decreti , le leggi loro , conosciute col nome 
di Statuti, non solo completano quelle testimonianze, 
ma danno loro certezza scientifica. Lo perchè in questo 
secolo di studi critici comparativi storici , di larghi svi- 
luppi teoretici e pratici legislativi e politici , schiera 
crescente di dotti si pose a studiare gli Statuti de' Co- 
muni italiani nel Medio Evo , e ne cavò lumi maggiori 
dell'aspettazione. 

Anche in Italia è nuova la dottrina degli Statuti. Nei 
tempi passati , pure i più diligenti scrittori di storie 
municipali poco ci attesero. Nelle storie del Palma degli 
Abruzzi , del Petroni di Bari , del Rosmini per Milano , 
del Ranchetti per Bergamo , nell'anconitana del Peruzzi , 
nella valtellinese del Romegialli, nella perugina del Bar- 
toli , nella pavese del Carpanelli , nella napoletana del 
Romanelli, nella ferrarese del Frizzi, in quelle di Como 
del Monti , di Todi del Leonij , tutte di questo secolo , 



60 STATUTI DI BRESCIA 

pochissima parte è fatta agli Statuti. Che sono meglio 
ricercati nelle storie municipali più recenti , segnata- 
mente in quella di Torino del Cibrario , in quella di Ge- 
nova del Canale , in quella di Venezia del Romanin , 
in quella di Roma del Gregorovius , in quella di Parma 
del Pezzana , in quella di Como del Cantù , in quella di 
Trento del Gar, in quella di Brescia dell'Odorici. Il quale 
pose tanto amore e studio intorno ai monumenti patrii, 
che , meglio del Romanin , corredò le sue storie del co- 
dice diplomatico bresciano. Per cura dell'Odorici, quattro 
grandi volumi in foglio contenenti gli Statuti di Brescia, 
ed il grande volume originale detto Liber Poteris archi- 
vio di atti pubblici de' secoli XII e XIII , furono tolti 
dalle latebre e collocati nella biblioteca comunale di 
Brescia. Nondimeno l'Odorici non attese specialmente a 
quegli Statuti , non ne sviscerò la storia intima , quale 
quella cavata per Bonaini dagli Statuti di Pisa , e per 
Pezzana Ronchini dai Parmigiani , per Gloria dai Pa- 
dovani. 

Noi nel 1863 pubblicammo a Bergamo l'opuscolo 
Statuti inediti della Provincia di Bergamo anteriori 
al secolo XVI , nel quale non trascrivemmo già quegli 
Statuti , ma esponemmo il manipolo oli storia che da 
quelli si può raccogliere. Più rapidamente intendiamo di 
fare il somigliante ora qui per gli Statuti di Brescia. 

Chi non sa che le storie di Brescia sono delle più 
luminose de' massimi Comuni italiani ? Il popolo che 
operò quelle storie , potè serbare anche la massima parte 
degli Statuti suoi ; e Brescia divide con Treviso e Ber- 
gamo il vanto di possedere serie molto ricca di Statuti 
del medio evo nelT Italia settentrionale. 

In quattro grossi volumi membranacei in foglio , i 
reggitori di Brescia fecero ai loro notai trascrivere le 
deliberazioni statutarie dal 1200 al 1385, non mano 
mano si prendevano , ma nel secolo XIII , indi nel XIV, 
quando rifusero le leggi loro. Per ordinarle così che 



DEL MEDIO EVO 61 

avessero apparenza di unità armonica , intralciarono 
nel volume medesimo ordinamenti di tempi lontani an- 
che più di un secolo. 

Tre di que' volumi membranacei , il primo , il terzo 
ed il quarto , verso la metà del secolo scorso vennero 
pel Comune di Brescia diligentemente copiati in mag- 
giori libri cartacei da Alfonso Lantana , e questi tre, 
ed il secondo in pergamena , per cura dell'Odorici furono 
dagli archivi municipali riposti nella biblioteca comunale 
insieme al grande volume membranaceo del Liber Pote- 
ri*, nel quale sono trascritti atti pubblici dal 1020 al 
secolo XIII. Gli originali delle copie degli Statuti serbatisi 
nell'archivio Comunale , ma da' registri delle delibera- 
zioni anteriori al 1277, non v' ha più traccia. 

Le libertà popolari e comunali nelle valli alpine e 
nelle città lombarde , sono più antiche che non si cre- 
deva pure dal Muratori. La pace di Costanza non le fon- 
dò , ma le riconobbe ; e se non erano prima riconosciute 
di diritto dall' impero , lo erano difatto. I Vicini, il Comu- 
ne , l'Università di Maderno sul Benaco nel 969 ottennero 
da Ottone di poter pescare e cacciare liberamente, elu- 
sone nel 1008 erige il palazzo della valle colle vicinìe 
intorno ; nel 1018 ventiquattro buoni uomini di Borno 
fermano pace colla Valle di Scalve , e rendono il Monte- 
negrino ai vescovi di Bergamo e di Brescia. In questa 
città, nel 1020, avanti la chiesa di S. Pietro, che era il 
duomo , si tiene concione , nella quale cinque cittadini 
pel Comune infeudano la Rocca di Orzi Vecchi collo 
spalto (spoldo) e col fossato agli abitanti di quel Comune, 
pel quale firmano dodici seniori. Dunque sino d'allora 
in Brescia, almeno le classi maggiori, erano indipen- 
denti dal conte , dal marchese trivigiano , dal vescovo , 
ed esercitavano atti di sovranità pure nel contado , e 
sino agli estremi della provincia, dove era il castello 
degli Orci. Questa sovranità risulta esplicita in una de- 
liberazione del 1029 trascritta negli ordinamenti degli 



62 STATUTI DI BRESCIA 

Statuti del 1277 ove si dice : salvo quod in mxxviiii sta- 
tutum et ordinatimi est , quod mortuo debitore sine 
herede ad quem pervenire debeat illum feudum rever- 
tatur totum , scilicet pars domini et pars empia a cre- 
ditore , ad agnatos debitoris si fuerat feudum antiquum 
vel patemum , vel ad dominum si non extiterint debi- 
tores. La costituzione de' feudi di Corrodo II a Milano 
seguì nel 1037, otto anni dopo questa deliberazione Bre- 
sciana , onde appare che quelle costituzioni , come altre 
concessioni imperiali , sancivano fatti già esistenti. Bre- 
scia già aveva assunto il diritto di surrogarsi agi' impe- 
ratori in alcune leggi feudali. 

Quanto il laicato allora prevalesse già al vescovo , 
s'argomenta da un atto del 1041 , nel quale il vescovo 
Olderico cede ai cittadini di Brescia diritti feudali , e 
si obbliga a non erigere forti sul Cidneo , dove è l'at- 
tuale castello , e dove era il campidoglio dominando i 
Romani. Quattro anni prima quel vescovo avea concesso 
ai cittadini medesimi di fare legna, di pascolare, cavare 
pattume (incidendum , capellandum , ingazandum , sive 
pascuandum) nei suoi boschi di Monte Degno , e di 
Castenedolo (1). 

Nelle lotte contro il Barbarossa anche a Brescia erasi 
sviluppata la popolarità del governo e la ricchezza , 
onde già nel 1173, due anni prima della battaglia di 
Legnano, i cittadini si preparano nuovo ampio mercato, 
che volevano chiamare foro fortunato, e che tuttavia 
dicesi mercato nuovo , dove prima era la piazza di San 
Siro il patrono di Valcamonica. Nel 1187 poi cinque anni 
dopo la pace di Costanza , la città provvede per edifi- 
care magnifico palazzo comunale , che si disse Broletto 

(1) Dal Liber Potcris. II monte Degno stendeasi sino a S. Eufemia, dove si 
nomina la Fontana casa ferrea , e dovea essere un mescolo di ferro raccoman- 
d.do con catena alla fonte, nel sito che ora corro! lamenle si dice Casa Furia. 
I boschi del Degno confinavano coi vigneti (ronchi) di Brescia. Nel 4022 in San 
Pietro un prete di Brescia infeuda a Giovanni Guiscano fondi in Cerpentum 
(cerro dipinto) in Vinetis Drixiac. 



DEL MEDIO EVO 63 

come in parecchie città. Lo divisò dove erano dommus 
terraneae di Canonici , et ortulos della chiesa di S. Pie- 
tro. Il fregio alla loggia di quel palazzo , in alto basso 
rilievo , pubblicato dall'Odorici , ed alludente alla Giusti- 
zia , posteriore di pochi anni a quello della porta romana 
di Milano del 1171 pubblicato dal Rosmini e mostrante i 
Milanesi ricondotti dagli alleati , questo fregio bresciano 
mostra sull'altro progresso notevole nella scultura in un 
quarto di secolo. 

Sino dal secolo XI , anche prima delle Crociate , da 
noi colle libertà comunali s'erano ravvivati le industrie 
ed i commerci. Sino d'allora i Bergamaschi provvedevano 
alla irrigazione col fossato magno ( il Serio che passa 
nei borghi della città) , i Bresciani colla Fusia , ch'erano 
forse restaurazioni di canali romani ed etruschi , e che 
poscia vennero migliorati. Sino dal 1047 Enrico III im- 
peratore concesse agli abitanti di Valle Schalve (omni- 
bus homìnibus in monte Schalfì habitantibus) di nego- 
ziare il ferro ed ogni altra cosa liberamente , pagando 
la gabella secondo l'antico costume (secundum suorum 
priscorum morem). Quel ferro passava pel porto d'Iseo, 
dove sino dal mille è nominato il mercato pubblico , e 
dove nel 1107 fu contesa per l'approdo cogli abitanti di 
Lovere che allora pigliava incremento. La provincia di 
Brescia ha tuttavia le campagne incolte di Montechiaro 
e di Ghedi , ora molto diminuite , ma nel 1255 avea 
ancora quella di Pontevico sull' Olio ed ai confini cre- 
monesi , che l'agricoltura trasformò poi in campi "di 
biade e di lino. E dal 1253 li fecondava il naviglio ca- 
vato da Gavardo nel Chiese. 

Nel primo de' volumi degli Statuti è riportata una 
deliberazione commerciale del 1180. Allora colla tuba e 
colle campane venne chiamata una concione nel duomo 
di S. Pietro , dove convengono il console Ardrico de 
Salis con altri sei consoli, e quattro consoli de' mercanti: 
Imberte de Ise , Teudaldo de Bornado , Belebono Cagnolo 



64 STATUTI DI BRESCIA 

Albertono Setesia. Aboliscono ogni dazio per merci di 
transito , stabiliscono di sicurare le vie per Mantova , 
dove giungevano le navi da Venezia , e come esigere 
il feudo o soldo pel Potestà da Trento, dalla Marca, 
dall' Italia, dalla Toscana. Que' podestà mercantili dovea- 
no corrispondere ai baili veneti , agli attuali consoli. 

Brescia sicurata dalla pace di Costanza , ed afforzata 
dall'agricoltura , dalle industrie del ferro , della lana , 
delle armi , del lino , e dai commerci , prese a vivere 
come stato abbracciante territorio quasi eguale alla pro- 
vincia attuale. A sicurarsi dagli alteri nobili imperiali 
interni e dalle repubbliche o stati contermini, fece varie 
provvigioni. Verso Cremona, non bastando il forte d'Or- 
ci vecchi, che vedemmo infeudato nel 1020, Brescia 
nel 1193 cogli abitanti di parecchi casali fonda Orzi 
Nuovi , ovvero il forte S. Giorgio. Nel primo volume di 
questi statuti si riporta la deliberazione del 1217 per la 
quale Brescia vuole riedificato il castello di S. Genezio 
( Canneto) deserto ed incolto. Ad allettarvi abitanti , dà 
loro allodialmente alcuni fondi, a patto non li cedano in 
feudi , che essi e gli eredi abitino nel castello , e che 
perdano la proprietà standone assenti due mesi. Non per- 
mette che vi possano elevare costruzioni più alte che 
venti braccia (metri 9, 60). A quelli che intendano diven- 
tare cittadini venendo ad abitare entro la cerchia, una 
deliberazione del 1249 prescrive, che non comperino case 
fatte, ma le fabbrichino nel vasto (luoghi diroccati), evi 
abitino tutto l'anno, salvo un mese alla messe, uno alla 
vendemmia, in cui si permette loro andare in villa. Allora 
si ordina pure da Brescia che le case in S. Giorgio (Orzi 
Nuovi) non sieno più alte di sette ponti (10 metri, per- 
chè ogni ponte pare % cavezzo, ovvero tre braccia), che 
le case nel forte Gavardo giungano solo a sei ponti, che 
gli edifici privati a Mosio ora mantovano , non si elevino 
oltre gli otto ponti (1252), e che i paesani d'Asola non 
estollano fabbrica oltre i ponti sette, che gli edifici d'Iseo 



DEL MEDIO EVO , 65 

stieno contenti a sei ponti, ad otto quelli entro la cerchia 
di Brescia (1254). 

In questo torno, dal 1217 al 1253 tra le nuove lotte 
contro Federico II ed i ghibellini nobili primarii di lui 
fautori, che indarno con lui assediarono Brescia nel 1238 
per quattro mesi , facendovi prima mostra di elefanti ar- 
mati , questa città salì ancora in potenza , ed agì nel 
territorio come Firenze nel suo contado, Roma antica nel 
Lazio. Per le necessità di guerra s'arrogò potere arbi- 
trario sulle castella ai confini. Nel 1249 ordinò che nes- 
suno edifichi in Pontevico tranne Brescia , che nessun 
privato costruisca sulle porte di Palazzuolo e di Mura , 
di Pontevico, di Quinzano , di Canneto, di Casaloldo, né 
fuori per mezzo miglio. Ordinò che Brescia avesse diritto 
d'espropriazione forzata ne'suoi fortilizii , onde a Mosio 
nel borgo e nella cerchia (circa) sull'Olio impose rendite 
forzate (1252). Dove prevalevano i ghibellini volle che 
rimanessero abbattute le fortificazioni, onde ad Iseo feudo 
degli Oldofredi fidi degli Hohenstaufen ordinò: non debeat 
lecari aliqua turris in terra de Iseo, nec fossatum, nec 
castellimi, nec porta, ed in Gavardo volle che il muro 
rimanesse abbattuto (1277). Nel 1252 il Consiglio di Bre- 
scia ammette che si possa edificare in mezzo alla cam- 
pagna nella via per a Guidizzolo. La costruzione di forti 
anche per la città, stimavasi affare rilevante assai , onde 
nel 1277 si stabilì , non doversi deliberare la costruzione 
d'alcun forte con un Consiglio minore di cinquecento 
votanti. Nel 1281 poi si ripete il luogo ove furono il girone 
[zironum] e le fortificazioni [fortilitia) d'Iseo, e la roc- 
chetta di Montechiaro che furono distrutti dal Comune di 
Brescia, non si debbano mai rilevare né edificare [relè- 
vari nec hedificari) , né farvi alcuna fortificazione. Dante 
tolse a quest' uso volgare il nome de' gironi, che era 
comune anche all' Italia centrale , onde al sito ove era 
il campidoglio romano, ed ora sta il duomo di Fermo, 
tuttavia si dà l'appellazione di Girifalco. Nel 1426 i pos- 

Arch. St. Ital., 3.» Serie, T. X , P. II. 9 



66 STATUTI DI BRESCIA 

sideriti delle valli bresciane-bergamasche fecero pratiche 
segrete di sottoporsi direttamente a Venezia, sottraendosi 
alle rispettive città, perchè così le danneggiavano. 

In questi Statuti è anche molta parte di storia , non 
solo di costumi e de' diritti, ma anche dei fatti che li 
determinarono. Federico II pupillo di papa Innocenzo III, 
nel 1220 seguendo la politica astuta appresa dai prelati, 
a gratificare papa Onorio III che coronavalo imperatore, 
fece truci decreti contro gli eretici , che erano anche 
anzitutto ribelli al potere temporale del clero. Così Fe- 
derigo I per calmare il papato avea catturato Arnaldo. 
Quattro anni dopo (1224) Federico II ordinò che nella 
Lombardia chi fosse convinto di eresia, a richiesta del 
vescovo si pigli e si abbruci. Onde il podestà di Brescia 
in quell'anno giurò negli Statuti di espellere Catari, Ga- 
zavi (forse Valdesi da 67as-selva come Wald), Leonistij 
Speronistij Circoncisi, Arnaldisti (1). Parecchie fiate in 
questi Statuti troviamo usato il nome di arnaldi pei ba- 
rattieri , ed anche Arnaldo seu ribaldo, e sospettiamo 
che sia voce spregiativa inventata dal partito clericale 
in odio del generoso abbruciato a Roma nel 1155. Questo 
epiteto non s' incontra negli statuti dell'altre città. Ma 
nel 1227, tre anni dopo lo statuto contro gli eretici, seguì 
reazione ghibellina, onde si corressero le disposizioni det- 
tate dalla Chiesa , e si registrò : corredo statuto ecclesiae 
partis. Nondimeno nel 1234 è ripetuto lo Statuto di dieci 
anni prima contro gli eretici, perchè i loro spiriti audaci 
e democratici spiacevano anche alle tirannidi ghibelline. 

Vedemmo come nel 1187 si prese a costruire pel Co- 
mune nel Broletto, quantunque Brescia avesse già vec- 
chio palazzo pubblico dove governarono il duca longo- 
bardo , il conte franco. Nel 1223 questo palazzo del 
Broletto fu condotto a compimento coll'aggiunta di curia 
comperata dai Poncarali , onde nel 1245 lo Statuto di 

(1) Lo Statuto di Bergamo del 4 33-1 bandisce tutti questi eretici, ma ha Val- 
desi e non Gazavi, ed aggiunge anche Patanni, Passagini, Giuseppini, Garatensi, 
Bagnaroli, Francisco, Cornisti, Rumaroli, Comincili, Varini, Ortulni, Acquanigrini. 



DEL MEDTO EVO 67 

Brescia nomina Broletum Novurrij e nel 1252 dice del 
palazzo maggiore e del palazzo minore. In quell'anno 1245 
si ordina che gli Statuti sieno scritti in tre copie , delle 
quali una sarà stata affidata in custodia agli Umiliati , 
come lo era ai Francescani in Ascoli del Piceno, altra 
sarà stata nel Consiglio del Popolo , di quel popolo che 
avea anche speciale statuto. Brescia mentre resisteva 
eroicamente a Federico II, non permetteva la soverchia 
ingerenza del Papa alleato. Onde dispose che la Chiesa 
non potesse dispensare dall'ubbidienza agli Statuti, che 
però si elevarono a legge suprema. 

Il primo volume degli Statuti da noi esaminati con- 
tiene molte deliberazioni curiose dal 1248 al 1256, quando 
non era più la passione ghibellina , perchè Federico II 
nel 1248 avea toccato la grande rotta a Parma, ed era 
morto due anni dopo a Faentino. 

Come nell'altre città eleggenti liberamente il Podestà, 
si volle che, non solo lui, ma anche idi lui militi, ov- 
vero cavalieri , ed i giudici , non conducano seco Aglio o 
fratello , o nepote , o germano o consanguineo. Si vole- 
vano isolati onde ottenerne l'imparzialità tra i partiti, e 
togliere il pericolo che attentassero alle libertà colle ade- 
renze. Tanto poi il Podestà che la di lui famiglia non 
doveano ricevere doni, né cavalli, e cavalcando per af- 
fari d'ufficio, il Podestà dovea essere seguito solo da due 
ufficiali del Comune. Il Podestà non avea autorità asso- 
luta , ma ogni proposta di lui dovea essere esaminata 
pria da anziani della parte dominante, e del popolo, e 
da sei sapienti eletti per li anziani da ogni quartiere. Ne 
il Podestà, né la di lui famiglia doveano giocare alla 
zara (azarìam), alla bisca (buschacia), alla tavola nel 
Palazzo e nel circondario di esso. Non dovea permettere 
che dalla sua casa si gettassero immondizie sopra San 
Pietro de Dom. 

Allora la città andava divisa in quattro quartieri , 
rammentanti i Quatuorini romani. Erano i Quartieri di 



68 STATUTI DI BRESCIA 

S. Giovanni, di S. Faustino, di S. Alessandro, e di S. Ste- 
fano , antica chiesa nel maggiore castello. Ai quartieri 
interni corrispondevano le Quadre esterne nel territorio. 
Nel 1250 la città avea due Consigli : quello del popolo 
di mille, che si convocava non solo al suono della cam- 
pana , ma anche colla tuba suonata persino ne' vici e 
pe'sentieri (zapellos). Quel Consiglio alla fine del secolo 
si trova di cinquecento. V'era poi quello degli Anziani o 
Savii, di trecento alla metà del secolo XIII, di cento alla 
fine. Dal Consiglio Generale erano esclusi gl'istrioni, gli 
scudieri , gì' impiegati del Comune, i banditori, gli arnaldl. 

Il capo degli Anziani chiamavasi Abate, e da loro 
erano tolti , a fare come Consiglio di Stato , quando ot- 
tanta , quando sessanta , quando venti , quando otto sa- 
pienti , aventi ufficio in Palatio Pubblico Pioto. Ogni 
quartiere dovea avere un banditore con tromba e ca- 
vallo (1313). 

La città dovea avere due sindaci (defensor 'es li chiama 
una legge d'Arcadio), l'uno giudice, ovvero dottorato, 
l'altro anche layco (non consacrato) per ogni quartiere , 
eletto ogni sei mesi, qui defendeant Commune Brixiae 
in factis suis (1251). Toccavano sette lire di mezzani 
ognuno all'anno, ed erano provocati dal Podestà nel Con- 
siglio Generale. Anche le terre aveano loro Sindaci, ma 
erano eletti dai Vicini con non meno che la metà dei 
voti di tutti. Duae partes vicinorum , omnium puberorum 
et liberorum debeant expresse assentire } sive simul , sive 
separatim (1293). I Consigli generali si teneano due volte 
l'anno : in gennaio ed in maggio , e nel 1252 si dovea 
chiamare a consiglio con dodici suoni della campana 
grossa col martello seu botum. I mille del popolo erano 
non solo per votare , ma anche per combattere a piedi , 
come prima a cavallo i mille de' militi nobili. La città 
avea anche suoi Notai , che potevano patentarsi a diciotto 
anni , ai quali spettava un cavallo per gli atti entro l'epi- 
scopato , due cavalli con vettura fuori. Se andavano am- 



DEL MEDIO EVO 69 

basciadori , doveano recare mandato autenticato. Pei prò • 
cessi somraarii ogni quartiere dovea avere suo Notaio. 
Vedemmo come ai cittadini si dava licenza di rimanere 
alla campagna per le messi e per la vendemmia. In re- 
lazione a ciò sono interdetti i placiti , avvero i processi 
pubblici , nella seconda metà di giugno e nella prima 
di ottobre. La città era assiepata da fortificazioni , che 
ampliò nel 1238 per l'assedio di Federico II , quando 
condusse la terza cerchia sua (1). A quelle fortificazioni 
allora posero stelli } bayedi , rastelli spinati , stote gardi 
{paracavalle). Pure in pace , le facevano guardare sul 
monte Degno da otto Vardas e Scaravaytas. Teneano 
anche custodi agli abbeveratoi, e oertoloti o guardie delle 
bestie del Comune, e berroverii o guardie di polizia. 

Il Podestà forestiero era rinnovato ogni anno , come 
il Capitano del Popolo. Il Podestà giurava all'abate degli 
anziani. Anche il Capitano traeva seco giudici assessori , 
e nel 1292 fu a Brescia assessore del Capitano Ricciardo 
Anesini , il grande agronomo bolognese Crescenzio. A 
Brescia non erano cessate mai alcune tradizioni di dot- 
trine antiche, e specialmente di medicina. I medici vi 
erano stimati e favoriti con esenzioni da scufìe , da an- 
garie. Negli Statuti si trovano parecchie deliberazioni 
di privilegi a medici : nel 1273 al medico fisico Giovanni 
da Passirano , nel 1274 a Bonifacio degli Aguzzani me- 
dico fisico, mentre erano già esenti Guglielmo di Cili- 
zincapo , e suoi figli ed eredi per esercizio di chirurgia 
e medicina , Giovanni Garbagnati , Giacomo Cilincai , Zam- 
bono di Carzago , Giacomo da Iseo maestro in medicina 
crepaturae et malis lapidis , Belino medico di Crema , 
Federico de Bandi , Aliprando Alessio , Giacomo Corgolo 
fisico, Bonfato di Bornato, Bresciano di Asola, Lanfranco 
di Elio , Alberto di Provalio , Guidone di Degoldo , Ber- 
ti) La prima fu sul Cidneo de' Liguri ed Umbri, la seconda romana a Porta 
Bruciata e mura vecchie, la terza giunse alla Palata, la quarta attuale si con- 
dusse per Venezia nel 1467. 



70 STATUTI DI BRESCIA 

nardo di Montechiari , Algariso , Montemarino , Delaido , 
e specialmente ai frati francescani Conforto e Bonaven- 
tura de Iseo medici e chirurghi. 

Esenti poi da dazi eran dichiarati i frati Umiliati ma- 
schi e femmine , che Brescia tenea cari assai e per l'arte 
della lana , e per ufficii alle gabelle. Anche i frati Mi- 
nori erano esenti da dazi ; ma agli Umiliati era pure 
concesso di pascolare nei fondi del Comune. 

Molti di questi decreti riguardano affari commerciali 
ed industriali , e palesano l' indole della cittadinanza di 
allora. Nella città il mercato principale era quello del 
grano, e si prese a tenere del 1146 nel Broletto (coe- 
ptum est mercatiim Broli) , nel cui cortile , detto della 
ragione (rationum) , dopo il 1285 si teneano solo le 
rendite degli sparvieri , de' falchi e d'altri uccelli cac- 
ciatori. Quel mercato del grano già dal 1173 si trova 
trasportato dal mercato vecchio, al Mercato Nuovo. Ma tut- 
tavia ancora vendevasi frumento, milio, segale al Bro- 
letto nella piazza detta dell'arco , dove si proibisce in- 
gombrare con arcivallij dolii bassi tuttavia usati con 
questo nome. Il mercato del grano , secondo antico co- 
stume , tenevasi il giovedì. Dove nel nuovo Fóro que' di 
Valtrompia recavano le legna mentre quella vicina orien- 
tale veniva pel naviglio che apriva porto rimpetto Re- 
buffone. Il mercato del vino all' ingrosso si teneva nella 
città il sabato , e ci venivano anche quelli di Orzi Nuovi, 
di Rudiano, Quinzano , di Pontevico , di Volongo , di 
Canneto ( S. Genezio ) , a ciascuno de'quali era assegnato 
sito apposito. Per garantire i compratori delle misure 
legali lineari , esse erano incise in una pietra pubblica. 
Così a Bergamo lo erano sulla base della basilica di 
S. Maria Maggiore , ad Ancona sul Palazzo del Podestà. 
Inoltre v'erano i tipi del sestaro , della quarta , della 
gerula pel vino , della bazeta per l'olio. V'erano quattro 
consoli speciali di mercanti , e verificatori delle monete, 
che le assaggiavano ogni quattro mesi. Fuori, oltre l'an- 



DEL MEDIO EVO 71 

tico mercato d' Iseo , erano alla metà del secolo XIII , i 
mercati di Pisogne , dove il Gastaldo del Vescovo preli- 
bava dagli arcivalli il sale posto in vendita, di S. Gior- 
gio, od Orzi Nuovi, di Rudiano, di Quinzano, di Pontevico 
di Volongo , di Canneto , di Palazzolo. La città poi avea 
due fiere : quella del Brolo a S. Maria d'Agosto , l'attuale, 
e quella del Castro o Castello , alla quadragesima nei 
primi di marzo. 

Da Vaicamonica si traeva legname da costruzione. 
Pel quale un delegato a Montecchio riceveva le bine o 
zattere scendenti per l'Olio , le faceva descrivere a Piso- 
gne dai Consoli. Da Montecchio a PTsogne l'Olio si man- 
teneva allora navigabile. Altro delegato riceveva que' le- 
gnami ad Iseo e li inoltrava a Brescia. Iseo dovea 
garantire agli esattori della città che que' legnami non 
venivano distratti. Erano uffici di vigilanza a Palazzolo, 
ad Urago perchè non si mandassero fuori i legnami 
d'opera facendoli flottare per l'Olio. Era permesso ai pro- 
prietari di vigneti (chiosi-cfe clausis) di vendere il proprio 
vino, purché non esponessero frondi, rami d'alberi, corone 
{fruscasj vel ramos de arboris , nec fruscatas). I Co- 
muni facevano privativa propria della vendita del vino , 
pel quale tenevano speciale canovaro. Ma Brescia pre- 
scrive che i Comuni del distretto non si oppongano alla 
vendita del vino all' ingrosso , il quale possa girare libe- 
ramente nella città e fuori senza bollo. 

Erano dazi elevati d' importazione e d'esportazione ai 
confini , e dazii murati alla città , dove stavano a bollare 
i frati Umiliati alle porte di S. Giovanni , di S. Matteo , 
di Torrelunga , alli Pilli (come a Genova) di S. Andrea. 
Si prescrive di confiscare le mercanzie rinvenute senza 
bollo ad Iseo , a Peschiera , a Salò , di vegliare alle vie 
per Desenzano e per Iseo , e quella per Bergamo da Pa- 
lazzolo , per Cremona da Pontevico , Manerbio , Bagnolo, 
per Mantova da Guidizzolo. Si volle che sale , rozio per 
tingere , olio , non vadano per le vie di Vobarno e per 



72 STATUTI DI BRESCIA 

Caino , e che paghino secondo il consueto sale , rozio , 
olio, valonia, bambagia, pesce, piombo, guado uscenti 
dalle porte di S. Giovanni e di S. Matteo. Si daziavano 
anche panni di Milano, di Francia, mezzolani eli frati, 
e sacchi o cavalli d'acciaio di trenta pesi ( Idi. 250 ) , 
di ferro di pesi 25 , di lamiere di pesi 25 , di coltelli 
grandi e piccoli di piombo , di stagno , di bruriccio. 
Per sicurare il buon mercato ai cittadini , si prescrive 
non doversi asportare tela o filo. Si proteggono le con- 
sorterie delle arti, ovvero [paratici non imponendo loro 
alcun dazio speciale. Si prescrive che chi batte lana non 
possa essere reso contribuente per la luminaria del pa- 
ratico. Si fissano i prezzi od i calmedri persino delle 
opere : dodici soldi in città , otto fuori al giorno ai mu- 
ratori , e da mangiare una volta la mattina secun- 
dum antiquam consuetadinvm. Ma non si permette che 
essi abbiano paratici ed anziani. I zerlatori della città e 
de' borghi dovevano accorrere con gerle piene d' acqua 
al suono della campana, e toccavano dodici soldi di pia- 
neti. Non si permette l'esportazione delle pelli d'agnello 
per lavorarle. E per serbare la fama buona de' panni 
bresciani si vieta di lasciarvi entrare pelo di bue o di 
capra. 

Allora il popolo volle che i Prelati fossero bresciani, 
ingerenza resa necessaria dai feudi che quelli possede- 
vano con diritti sulle miniere, sulle caccie, sui pascoli, 
sulle pésche, sui canali d'acqua. E quando predomina- 
rono li angioini, esigette anche che fossero di quel par- 
tito (1277). Ma volle anche che non si vendesse agli 
ecclesiastici per due miglia in giro dalla città. Perciò 
non declinava nello zelo religioso. Perchè nel 1273 dispose 
doni comunali a Pasqua ed a Natale per domenicani, pei 
francescani, pel monastero di S. Caterina, per S. Giaco- 
mo della Mella dove era già il ponte, pelli infermi di 
S. Matteo, per le sorelle di S. Maria di Zerpento (Cero o 
Cerro dipinto), pel consorzio di S. Spirito, pei frati del 



DEL MEDIO EVO 73 

Bosco, per gli Eremitani. Esimette da ciazio gli Umiliati , 
i Minori , gli Eremitani de Cusado oltre la Mella. Nel 1255 
ordinò che nessuna finestra guardi in S. Domenico ; ed 
il Vicario Capitano Guglielmo Brunello nel 1273 prescrisse 
che tutti dovessero fare oblazioni a S. Maria Assunta 
che adduceva la fiera. Per riverenza al Duomo di San 
Pietro, nel 1255, fu decretato che si riattasse e coprisse, 
che vi si ponessero panche , che non vi si tenessero le- 
gnami , che non vi si gettassero immondizie, e che i car- 
rocci ivi depositati venissero sicurati con spranghe (1). 

Brescia provvide anche al decoro del palazzo pubblico, 
ordinando che non si edificasse intorno il palazzo del 
Comune , del popolo , ovvero del Broletto o della piazza 
o casa del Comune più alto che i balconi del palazzo 
maggiore del Comune di Brescia. Allora il Broletto con- 
finava verso settentrione colla chiesa di S. Agostino ove 
ora è la sala del Consiglio Provinciale , ed avea cinque 
porte che si chiudevano di notte. Avea anche le carceri 
con due custodi , che ai carcerati ogni inverno doveano 
dare due carra (plaustro,) di paglia. Questi infelici do- 
veano pagare due soldi imperiali per le catene (prò com- 
pedibus et boghis), e mezzo soldo il dì per la custodia. 
Aveano una visita ogni mese dalle autorità. Chi non po- 
teva pagare era bandito. I carcerati, se non erano pe- 
ricolosi , non si lasciavano più di tre dì sotto il palazzo 
del Comune e nella Cappella ; trasportavansi in altre 
carceri. 

Sonvi curiose disposizioni di pulizia. È proibito nella 
città gettare pietre con piombi , mangani , catapulte e 
fare battagliole da fanciulli oltre i dieci anni. È vietato 

(i) Primitiva cattedrale di Brescia sembra sia stata S.Andrea tra S. Giu- 
lia e porta Torrelunga. Poscia Brescia come Pavia, Bergamo, ed altre città, 
ebbe due cattedrali : la estiva e la iemale, S. Pietro già tempio di Apollo, era 
Duomo Nuovo, e S. Maria Maggiore , già tempio di Diana , ora Duomo Vecchio. 
La piazza avanti queste cattedrali diceva si della Conclone perchè vi si teneano 
i placiti ed i Comizj , e per la stessa cagione la piazza avanti la cattedrale 
d'Ascoli Piceno si chiama de\V Arengo. 

Ancu Si Ita;.., 3 a Serie, T. X, P. II. 40 



74 STATUTI DI BRESCIA 

a mezzo miglio dalla cerchia e dai borghi fare candele 
di budella. Non è permesso di purgare le cloache di 
giorno. Gli osti si facevano giurare di vendere a giusta 
misura (bozzolo,), di non lasciar giocare alla bisca con 
tascilli , alla nave , al nero ed al bianco , alla pari , alla 
gurola, ma è permesso il giuoco agii scacchi , alla tavola, 
con danari proprii non pigliati a prestito al dodici per 
cento (ad unicias). Si proibisce anche di giocare alle ossa, 
alla pulvereta , alla ceresola , alla zara nelle chiese , nel 
Duomo, nel Broletto, nei palazzi del Comune di Brescia. 
Non si nomina la inora , quantunque giuoco già noto 
ai greci antichi col nome di tfjcxruÀ'jjv iv:a\\y.^. Onde 
si vede che oltre il Broletto , il Comune avea altri 
palazzi , ed uno di questi nel 1206 è chiamato dei legni 
(lignorum). Di questi palazzi nel 1273 uno è detto mag- 
giore , l'altro minore, ed uno chiamavasi Ptóo-dipinto, 
e forse il più antico era nella cittadella ove ora abita il 
Prefetto. Nel 1264 si ordina di togliere le taverne dal 
Ponte del Gatel , alla Mandaloza , alla palude caprense , 
all'Ospitale. Perchè non sieuo occupati gli spazii comu- 
nali si pone una guardia ad ogni quartiere. Si vuole che 
in città i bifolchi stieno avanti a' buoi, e si permette loro 
di salire sul carro solo passando il cunicolo , ovvero la 
Garza. Si proibiscono le prefiche ai funerali , e nel 1277 
si prescrive che non si usino per quelli più di due can- 
dele , e più d'una croce, e che non si facciano spese inu- 
tili. Dieci buoni uomini eletti dal Podestà doveano vegliare 
all'esecuzione di ciò. Gli Arnaldi o barattieri non potevano 
stare che o nella concione , o sotto la scala della con- 
clone. Nei 1297 i preti della Pieve di S. Stefano in ca- 
stello di S. Martino chiesero ed ottennero che fosse proi- 
bito il domicilio alle meretrici da S. Giulia a S. Stefano. 
Al castello metteva una posteria, e le chiavi del di lei 
ostiolo erano tenute da buoni uomini del vicinato. 

Nel 1254 si ordina che entro quattro anni tutte le 
vie sieno pavimentate di mattoni (solentur a quadrellis) 



DEL MEDIO EVO 75 

e prima quelle dal Medolo (1) al Mercato Nuovo, da S. Gio- 
vanni a S. Andrea, dagli Ugoni a Torrelu.nga. Il Co- 
mune spenda pel pavimento de'quadrivi (Carubii), trai 
quali erano il Cambio di Macelli e S. Giovanni, quello 
della fontana di mezzo, quello al pozzo bianco; dia sabbia 
e vettura , ma il resto sia fatto a carico di frontisti. Indi 
s'aggiunse che si possano anche pavimentare di pietre , 
tranne quelle discendenti dal Castello. Tuttavia alcuni 
castelli dell' Italia centrale sono pavimentati di mattoni 
per la grossezza. È vietato di lasciare letami per le vie, 
di gettare immondizie dalle finestre e dalle porte, di ma- 
cerare il lino , di gettare carogne entro la cerchia. 

Nel 1267 gli orefici di Brescia chiesero di poter lavo- 
rare oro ed argento con statuto simile a quello di Milano 
e di Venezia, e vennero secondati, purché lavorassero 
oro puro di tarino , ed argento di sterlino , donde erano 
i grossi veneti. Brescia avea già imitato Venezia pei bal- 
lottaggi nel 1254, e con quella madre di civiltà e di li- 
bertà nel 1287 e nel 1303 convenne per manutensione di 
vie da commercio per la Francia e pei Grigioni. Nel 1245 
si stabilì di fare opera onde ottenere dal Papa di poter 
redimere le decime consolidandole, e così liberare le terre 
da servitù ; indi si ordinò che le terre comunali alienate 
si debbano lavorare secondo gli Statuti bresciani. Nel 1253 
s'era anche ordinato di far lavorare ai confinanti le terre 
prossime abbandonate. 

Nelle riforme del 1313 addotte dalla reazione ghibel- 
lina per l'assedio ed occupazione di Brescia di Arrigo VII 
del 1311 , non compaiono più i favori al clero imposti 
dal trionfo degli Angioini su Manfredi del 1265, su Cor- 
radino tre anni dopo. E vi spiccano notevoli queste de- 
liberazioni. Sono nominati ingrossatori od arbitri per 
arrotondare, raddrizzare i confini delle possessioni, quel- 
l'operazione che si fa ora nell'Austria. Gli arbitri aveano 

(I) Medolo o metallo ora S. Casciano sembra il sito ove stava la Zecca , 
ed il deposito de' metabili nobili. 



76 STATUTI DI BRESCIA 

diritto di espropriazione forzata con compenso o di terra 

di denaro , di quo' lembi , sino all'estensione di un piò 
(iugero), che stimassero necessaria a raddrizzare il pos- 
sesso del confinante. È comminata pena a chi piglia pic- 
cioni e colombi , con estolano, rete, colombario, lusirolo, 
ed a chi piglia cicogne. Questo rispetto alle cicogne dura 
ancora nella Svizzera tedesca. Per cavare il nitro si lo- 
cavano ai pastori dal luglio a S. Andrea le tese Quin- 
tasio , Pendola, Plana, Som castello, Negro fornicolo , 
Banzola sul monte Degno. Si proibisce cavare nemedoli 
(cave di pietre) del Castello e di guastare i merli. Si vuole 
che non si vendano terre ai forestieri, che tutte le taverne 
sieno comunali , e che vi si venda vino per privativa del 
Comune. Si ordina che chi muta quartiere si faccia in- 
scrivere alla gabella del sale, che dovea essere pure una 
privativa. Si proibisce l'entrata in città di orbi e gayuffi 
(gaglioffi). 

Nel 1379 si fece un censo nuovo a Brescia, e nel 1385 
dominando a Bergamo , Crema , Brescia , Giovanni Ga- 
leazzo Visconti , si riformarono gli Statuti , e tra l'altre 
cose nuove in tali riforme, troviamo queste: 

De'cittadini antichi , uno per quartiere vegli onde non 
sieno occupati gli spazii del castello. Sieno multati i con- 
siglieri mancanti alle sedute. Non si faccia giustizia nel 
Broletto vecchio , ne nel nuovo , né nei palazzi del Co- 
mune. Gli ufficiali del Comune si estraggano a sorte dalle 
borse due fiate l'anno. 1 notai da se , gli altri coll'assi- 
stenza di due Minoriti , due Domenicani, due Eremitani. 

1 sortiti possano sostituirsi. 

I rivenditori (rovensaroli) allora vendevano nella città 
farro (ora coltivato solo in Valle delle Messe oltre Ponte 
di Legno), milio, panico franto, legumi, noci, castagne, 
rape, frutta. È ordinato che le rivenditrici di fichi e 
ciriegie non stieno filando. È permesso tenere uccelli , 
uova, polli, selvaggina sulle scale del Comune e nella 
piazza della Concione a mattina del palazzo del Comune, 



DEL MEDIO EVO 77 

e tre panche nella piazza. Nel 1470 poi a queste merci 
è assegnato lo spazio da Porta Bruciata sino al ponte 
de'Torzani lungo la fossa, o sul mercato grande. Tutti 
i pesci che si vendono nel territorio, si devono prima 
portare a Brescia. De' pesci era proibita l'esportazione , 
segnatamente di carpioni , tranne se cotti e con licenza 
del Podestà. I pescatori doveano al banco tagliare la coda 
a tutti i pesci , tranne agli agoni. Da maggio a settem- 
bre non era permesso vendere pesce cotto o salato. Sino 
alla città i pesci non si doveano salare. A dieci miglia 
dalla città non era permesso comperare pesce per riven- 
dere. I piccoli pesci doveano esporsi su taglieri. Tanto 
si angariavano i pescatori per sicurare ai cittadini pesci 
freschi ed a buon patto. Ma v' ha di più : i miseri pe- 
scatori erano condannati a dover stare al banco in piedi, 
senza cappello, mantello, cappuccio, e scalzi d'ogni sta- 
gione. Nullus piscator seu vendens piscespossit vel debeat 
tenere ad piscarias capellum in capite , mantellum nec 
capiiccium in dorso, nec stare ad coopertum tempore 
aliquo , nec aliquid super pe de s nisi subhdares et calvas 
tenere ( calcias nel 1470), nec sedere sub pena decem 
soldorum platearum. Queste tiranniche prescrizioni sono 
ripetute nel 1470, con aggiunte che i pesci mantovani e 
delle valli si vendano separati. Forse allora si formò il 
proverbio : nel mester del pescadur òna alegreza e 
set dolur. Si prescrivono anche i calmedri in queste 
misure. 

Trota ed anguilla si vendino alla libbra soldi 1,4; lucio 
e tinca 1, 2; pesce minuto denari 6. Pernici per capo 
soldi 1, 8; fagiani 3; piccioni una lira pianeta; tordo de- 
nari 3 ; tortora e beccaccia ( arzia ) denari 8. Al vile 
prezzo pernici e beccaccie doveano abbondare assai. Carni 
di castrato da latte e di vitello cinque soldi pianeti la 
libbra, senza testa ed interiori; manzi con dente da vi- 
tello 4 pianeti; capretti 6; capre, becchi, pecore 4; porche 
castrate 5. Le interiora [buzeche) sieno lavate fuori alle 



78 STATUTI DI BRESCIA 

fonti. Questi prezzi di carni nel 1470 si trovano aumen- 
tati del venticinque per cento. 

Nel 1465, sic n rato il dominio veneto , si fece una quarta 
generale riforma degli Statuti di Brescia, omettendo la 
parziale per la prevalenza d' Eccelino nel 1285. Nel 1465 
cominciò per Venezia riforma Leone Duodo , e la compì 
il Podestà Lodovico Bembo nel 1470, collaborando sei 
dottori , due causidici , sette savii. Quelle riforme vennero 
approvate dal Senato veneto nel 1475, e stampate poi 
da Britannico di Palazzuolo nel 1490. 

In tali riforme degni di nota sono questi Statuti. Chi 
da 30 anni è cittadino, ed ha 25 anni e censo, sia im- 
ballottato , ed ogni anno tratto a sorte per gli uffici 
municipali. I Vicari nelle terre principali nel territorio 
giudichino sino a cinque lire pianeti. Dove non è Vicario 
giudichino i Consoli sino a venti soldi. Questi Consoli 
possano esigere i dazi e gli oneri dai Vicini , dal Comu- 
ne, dall'Università senza chiedere Sindaco, ministeriale, 
Berrovario. I Comuni delle ville e delle terre possano 
e debbano incantare e vendere , locare, dare in enfiteusi 
i beni, e de'beni sì immobili che mobili d'ogni vicino, 
ver le angarie , le imposte , le fazioni , le brighe, i dazii 
i bandi, s'intende non soddisfatti. Salvo ricupera pagan- 
do tutto anche le spese , entro due anni. Pei minori 
questi due anni si computavano da quando toccavano 
l'età maggiore. 

Come si vede , noi li esponemmo succintamente con 
qualche ordine questi decreti del popolo di Brescia nel 
medio evo. Sarebbero a confrontarsi coi pochi avanzi 
de'decreti anche delle terre libere del territorio contem- 
poranei che ancora rimangono , e da porre in correla- 
zione agli statuti dell'altre città. Noi abbiamo messo 
innanzi perchè si vegga quanta parte di storia conten- 
gano. Altri ripigli ed estenda il lavoro. 

Gabriele Rosa. 



I PORTI DELLA MAREMl SENESE 

DURANTE LA REPUBBLICA 

NARRAZIONE STORICA CON DOCUMENTI INEDITI 

DI LUCIANO BANCHI 

(Ved. tom. X , par. I, pag. 58) 

Capo Terzo. 

Sommario. 

Lavori ordinali in Talamone. - Visita fatta al porto., e relazione sulle sue con- 
dizioni e nuovi provvedimenti. - La lega guelfa e il governo dei Nove. - 
Trattato di commercio tra Firenze e Siena. - Vaticinio dell'Alighieri ai Se- 
nesi. - Talamone occupalo dai ghibellini fuoruscili ili Siena. - Torna in potere 
della Repubblica. - I ghibellini genovesi assaltano Talamone e lo mettono 
a ruba. . Altri provvedimenti vinti nel Consiglio generale. - Proposta degli 
Esecutori della Gabelli approvala dal Consiglio. - Franchigie e immunità 
concesse agli abitanti di Talamone. - E occupato ostilmente dall'armata del 
Re di Sicilia.- Allogazione del porto e dei pascoli di Talamone. (An. 4307-1330). 

Aveva il Consiglio della Campana deliberato nel 
marzo del precedente anno che il castello di Talamone 
fosse provveduto di acque e di una chiesa ; e il distretto 
ripartito in cento poderi da distribuirsi uno per ogni 
cittadino che avesse edificato case , o cominciato ad 
edificarle , dentro il castello (1). Se non che questi ed 

(1) Questa provvisione rammenla l'altra de' 15 aprile 130o, concernan'e 
l'estimo e la descrizione de' conimi del distretto di Talamone ( Cf. il cap. 11); 
ed ambedue acquistano da ciò maggiore importanza, che sono anteriori di cir- 
ca dieci anni alla compilazione dell'estimo generale dello Stato senese, che 
è l'estimo più antico che si conosca in Italia. 11 tenore della provvisione 
de' 19 marzo 1306 è il seguente : Item provisum et ordinatimi est. quod totwn 



80 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

altri lavori non furono sì tosto eseguiti , né coloro che 
avevano obbligo di fabbricare nuove case , serbavano i 
patti convenuti. Per la qual cosa , passati quasi tre 
anni, volle il Consiglio che fosse loro assegnato un 
breve tempo , obbligandoli eziandio ad abitare le case 
che avevano fabbricate , o a farle abitare da ucmo di età 
non minore a' vent'anni. Ed oltre a ciò fu ordinato che 
tre cittadini andassero a Talamone a visitare il porto, le 
saline e sopra tutto le strade per riferirne al governo (1). 
Questa visita , e la relazione che ne fecero i tre cit- 
tadini a ciò deputati , diedero motivo a nuovi provvedi- 
menti per sollecitare i lavori già ordinati nel Porto , e 
per migliorare le condizioni di Talamone. Difatti il dì 8 di 
ottobre di questo anno [1309] fu deliberato dal Con- 
siglio che la chiesa fosse condotta a compimento ; il 
cassero fornito a sufficienza di armi ; la casa del Comu- 
ne , sede angusta e indecente dell'assessore del Podestà, 
accresciuta e resa migliore ; che si ponesse un faro nel 
porto per maggior sicurezza delle navi , e vi si costruis- 
se un ponte di legno per agevolare ai marinai il modo 
di caricare o di scaricare le mercanzie (2). E poiché 
tanto vale un paese , come prudentemente osservarono 
que' tre cittadini, quanto valgono le vie che vi conducono, 
fu provveduto che , tenendo ferma la strada che da Siena 
porta a Castelfranco di Paganico , la si continuasse tosto 
per Dotale , fra Campagnatico e Ischia , nno a Talamone , 

tcrrenum Comunis senensis, quod est in districtu Talamonis , partiatur et divi 'ut- 
tur in centum poderibus per bonos et suffìcicntes tabulatores , expensis Co- 
munis Sencnsis , proul vilebilur dd. Nwern vel dominis Portus de Talamone , qui 
prò tempore fuerint , de volunt.tte di. Novem. Salvo quod in di ti divisione non 
vcniut nec venire in tellina tur Ma pars plani sulinarum , ubi saline fieri consueve- 
runt et fieri possenl , svundum tsrminatìonem fiendam per offìciales per dd. No- 
vem eligendos (SUI -ti, N.° 21 , e. 303). 

(1) Queste prov\isioni proposte da una balìa di nove cittadini, eletti Ire 
per T'T/o, lurono vinte nel Consiglio della Campa' a il di 42 agosto 4309. 

(2) Item , cum de neccssil ile opporteat in quolibel porlu esse unam lanernun 
prò lumine fedendo lignis qui intrant et exeunt de nocte portum eie (Statuii, 
N.° 21 , e 388 t.). 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 81 

elevando un ponte di pietre sul fiume Ombrone (1). Ap- 
provò in fine il Consiglio l'altra poposta , che per utilità 
e profitto de'mercadanti dovendosi evitare la lunghezza 
de' piati , l'assessore del Podestà o il Vicario di Talamone 
avessero facoltà di rendere ragion sommaria sopra ogni 
controversia che insorgesse per cose mobili , procedendo 
senza solennità di giudizio , e giudicando senz'appello , 
ma secondo la buona consuetudine de' mercatanti e dei 
porti di mare (2). 

Mentre il governo della Repubblica attendeva a boni- 
ficare il porto e il castello , si preparavano avvenimenti 
che dovevano accrescere l' importanza di Talamone , e 
per conseguenza la soddisfazione nei Senesi di posse- 
derlo. Aumentavano ogni giorno i sospetti sulla calata 
in Italia di Arrigo VII imperatore , contro il quale stava 
quasi tutta Toscana , ad eccezione di Pisa. Anche la 
città di Siena, che cinquantanni prima aveva combattuto 
e vinto i guelfi sui campi di Montaperti , abbandonate le 
parti dell' Impero , erasi alleata con Firenze ed altre 
città contro i ghibellini. Al governo dei Nove deve spe- 
cialmente riferirsi questa mutazione politica ; la quale 
se fece perdere a Siena quella molta importanza che 
aveva conseguito allorché rimase a capo di parte ghi- 
bellina in Toscana, allontanò per assai tempo ogni 
cagione di guerra con Firenze , recando coi benefizi della 
pace notevole incremento alle arti ed ai traffici. Il go- 
verno dei Nove era governo di mercatanti , e come tale 
aggiungeva alla consueta destrezza ed operosità il natu- 

(4) Cum tantum valeat locus et possessio, quantum valeat iter et via ec (Sta- 
tuti, N.<>2I, e. 389 t.) Con questa medesimo deliberazione fu pure statuito che i 
passeggeri potessero transitare per questa strada sine solutione facienda pedagii , 
kabelle, seu maletolte [ivi). 

(2) Sine iuris solempnìtate , sed secundum Imam consuetudinem mereantie, 
portuum et maris. [Ivi, e. 390). Avvertasi che non essendo ammesso appello 
da questi giudizi, era però riservato il diritto a chi si credesse leso di dar 
querela a esso vicario o assessore, quando, compiuto il suo ufficio, era sog- 
getto al sindacato. 

Arch. St. Itu.., 3." Serie, T. X , P. II. 11 



82 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

ral desiderio di rifuggire da tutto ciò che potesse gene- 
rare emulazioni e discordie , ed essere fomite di guerre. 
Fondamento alla sua autorità era la pace , massime coi 
■ vicini ; per amor della quale , rinunziando alle tradizioni 
politiche , contuttoché gloriose , della città, di buon grado 
si accostò ai Fiorentini , accrescendo in tal modo forza 
e riputazione alla parte dei guelfi. Con queste arti j 
Nove non solo rimasero lungamente al governo della 
Repubblica , per lo addietro soggetto a frequenti muta- 
zioni , ma la ricchezza pubblica dal fiorire delle industrie 
fatta maggiore e non più stremata da guerre continue 
volsero ad ornare la città con edifizi sacri e civili , che 
sono monumenti insigni dell'arte italiana. 

E in questo tempo , più che in verun altro , era 
bisogno di concordia tra le città di Toscana; imperciocché 
l' imperatore , passate le Alpi , era sceso in Lombardia , 
accogliendo con favore gli usciti di Firenze e quanti 
altri ghibellini avevano ricorso a lui per aiuto. Ma non 
appena fu manifesto ch'egli preparavasi a venire in To- 
scana per abbattere i guelfi , i Fiorentini attesero a rin- 
novare la lega con Lucca , Siena , Volterra e Pistoia , a 
cui in breve si aggiunsero Bologna e Città di Castello (1). 
Memorabile esempio che non dovevano dimenticare così 
presto le città di Toscana. Avendo con questo mezzo i Fio- 
rentini provveduto ad opporre una più valida resistenza 
alle armi di Arrigo, considerato che il porto di Pisa per le 
imminenti novità non poteva essere acconcio e sicuro al 
loro commercio, deliberarono di abbandonarlo. Per la qual 
cosa, scambiate alcune ambascerie col Comune di Siena, 
e mandatovi oratore Balduccio Pegolotti, fecero solleci- 
tamente un trattato per condurre ogni loro mercanzia 
al porto di Talamone. Questo atto di concordia (2) fu 

(i) La lega fu conchiusa il dì 4.° di giugno del 4311. 

(2) Infrasaipta est concordia Comunis Florenlie et Comunis Senarum : cosi 
comincia questo trattato, del quale non fanno menzione il Villani, l'Aretino, 
il Machiavelli, né veruno degli storici senesi ; tanto che può dirsi essere ri- 
mesto ignorato fino al presente. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 83 

approvato dal Consiglio della Campana nell'adunanza 
de' 17 agosto 1311, essendo podestà di Siena Ranieri 
de'Gabrielli da Gubbio. 

Per autorità di questo trattato potevano i Fiorentini 
usare del porto di Talamone , approdarvi con le merci , 
e dalla spiaggia del mare portarle liberamente a Firenze. 
I diritti di pedaggio e di gabella dovevano pagarsi in 
Talamone , o dove altrimenti piacesse ai Signori Nove , 
e i prezzi delle gabelle furono di buon accordo pattuiti (1). 
Ma per godere di questi benefici dovevano i mercatanti 
percorrere la nuova strada da Talamone a Paganico, e 
quella antica ed usitata da Paganico a Siena e da Siena a 
Firenze. Altre singolari condizioni del trattato erano 
queste , che di qualunque quantità di grano o di altro 
frumento che si portasse a Talamone , poteva il Comune 
di Siena acquistare la quarta parte per quel prezzo che 
a' Fiorentini costava, portata a Talamone ; e che a verun 
cittadino od abitante del contado di Firenze era permesso 
di recare a Talamone grano e frumento qualsiasi che 
fosse stato raccolto in paesi distanti meno che cento 
miglia da Talamone. Obbligavasi dal canto suo il Comu- 
ne di Siena alla sicurtà del porto e dei mercatanti , ed 
in ispecie delle strade , provvedendole di ospizi , di vit- 
tuaglie e di quant'altro torna profittevole e necessario 
ai viandanti. Senza indugio il Consiglio approvò quasi 
concordemente questo trattato , invitando i Signori Nove 
a dargli sollecita esecuzione , essendoché a tutti sem- 
brasse di aver conseguito quel che più si anelava , cioè 
la prosperità e la floridezza del porto della Repubblica (2). 

Se la lega politica fermata con le città guelfe di 
Toscana rassicurava i Fiorentini dal timore della venuta 
dell'esecito imperiale , il trattato conchiuso col Comune 
di Siena guarentiva il loro commercio , tenendo aperte 

(1) Si possono vedere nella Tavola comparativa delle gabelle, inserita dopo 
i documenti. 

(2) 11 testo del trattalo riportasi per intero fra i documenti sotto il N.° I. 



84 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

ai traffici ed alle industrie le vie del mare. Che se Fi- 
renze , postasi a capo della parte avversa all' Impero , e 
fattasi rócca d'Italia, come scrisse Cesare Balbo, ebbi 
ragione di rallegrarsi del buon successo della sua poli- 
tica e de' suoi apprestamenti contro l'esercito dell' impe- 
ratore , sembra che di questi accordi menassero maggior 
festa i Senesi. Poiché non erano ancora passati otto 
anni dall'acquisto di Talamone , che già vedevano in 
esso ridursi tutto quanto il commercio di Firenze , e così 
della più gran parte della Toscana: il che per avven- 
tura eccedeva ogni loro speranza. Ond' è che molto ragio- 
nevolmente può supporsi che le illusioni più che mai 
cresciute dei Senesi pel possesso di Talamone ispirassero 
all'Alighieri , reduce allora in Toscana , e come vuoisi 
inteso in questi anni a comporre la seconda cantica della 
Commedia , l' ironia e il vaticinio quasi in tutto avvera- 
tosi di que' versi , dove alla senese Sapia che gli parlava 
de' suoi congiunti , fa dire : 

Tu gli vedrai tra quella gente vana 

Che spera in Talamone , e perderagli 

Più di speranza che a trovar la Diana (1). 

Se non che , rialzate le speranze dei ghibellini per la 
venuta di Arrigo in Toscana , e Firenze rifiutatasi di 
accoglierne gli ambasciatori , ne seguirono dapprima 
piccole rappresaglie contro i mercatanti fiorentini che 
erano in Genova, e poi quell'assedio durato senza alcun 
frutto cinquanta giorni , nel quale più si parve la irre- 
solutezza di Arrigo, che non la virtù, benché grande, 
degli assediati. Fu in questa che alcuni fuorusciti senesi, 
o eccitati dal desiderio di vendicarsi della patria che gli 
aveva banditi , o piuttosto preso ardimento dalla pre- 
senza dell'imperatore, avuto innanzi segreto trattato 

(4, Purg. XIII , v. -150 152. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 85 

con alcuni terrazzani , diedero improvvisi l'assalto a 
Talamone che , scarso eli difensori occuparono in breve 
e ridussero in loro balìa [1312]. Podestà di Siena era 
messer Filippo di messer Iacopo da Passano di Foligno. 
Otto abitanti del castello, accusati di avere avuto intel- 
ligenza con gli aggressori , e di aver coadiuvato alla loro 
impresa, furono condannali in contumacia al bando per- 
petuo dalla città e dal dominio di Siena , alla perdila di 
ogni loro avere , ed altresì ad essere decapitati , se mai 
cadessero in podestà del Comune (1). Degli accusati un 
Solo era senese, uno di Grosseto , tre del contado di Santa 
Fiora e gli altri del distretto di Pisa. La patria di questi 
ultimi darebbe ragionevole motivo a credere che l'occu- 
pazione di quel Porto fosse promossa ed aiutala dai 
Pisani, forse con animo di recare offesa ai Fiorentini 
che vi mercatavano , e dai conti di Santa Fiora , che 
avevano mandato aiuto di uomini all'esercito imperiale. 
Dei guasti e delle ruberie che si consumarono in 
Talamone durante questa occupazione non è rimasta 
alcuna memoria , ma facilmente s' indovinano. E benché 
la morte quasi improvvisa di Arrigo a Buonconvento 
avesse fatto venir meno le speranze dei ghibellini , pur 
tuttavia passarono due anni prima che i Senesi tornas- 
sero nel possesso di Talamone. Imperocché ai pericoli 
che avevano minacciato la libertà di Toscana per la 
impresa di Arrigo , erano succeduti nuovi pericoli per 
la potenza e l'ambizione di Uguccione della Faggiuola , 
divenuto signore di Pisa; tantoché i Senesi erano, come 
per l'addietro , obbligati a mantenere lor gente nell'eser- 
cito della lega , e perciò a trascurare il riacquisto di 
Talamone. Ma in sul cominciare dell'ottobre del 1314 



(1) La condanna porta la data de' 4 novembre 1312 , e fu trascritta nell' In- 
strumentario del Comune (Ctde/J'o dell' Assunta) a e. 857 e 858. Si legge in essa : 
Ipsi (inquisiti) et alti inimici Comunis Senensis iictum castrum Talmonis et roc- 
cham ipsius occupatimi tencnt in grave d mpnum et preiulidum diete Civitatis Se- 
narum et contra honorem diete dvilatis. 



86 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

vennero in Siena novelle , che Talamone era avuto e 
nuovamente tornato all'obbedienza della Repubblica , e 
per segno di gioia si fecero falò sulla torre de' Migna- 
nelli , sul campanile del duomo e sul palazzo del Po- 
destà (1). 

Non ostante ciò sembra che il cassero e il porto non 
fossero guardati con maggior diligenza , essendoché 
dopo sei anni Talamone cadesse di nuovo in mano di 
altri. Per cagione della carestia che in quest'anno [1320] 
desolava la città e Jo stato, avevano i Signori Nove 
fatto provvedere gran copia di grano che di Sicilia e 
d'altri paesi era stato portato a Talamone. Ora accadde 
che alcuni fuorusciti di Genova , sotto colore di pren- 
dersi vendetta degli aiuti che la Repubblica aveva man- 
dati a re Roberto che difendeva Genova , stretta d'asse- 
dio dai ghibellini usciti della città, assalirono il castello, 
lo presero di viva forza e lo misero a ruba, seco por- 
tando tutto il grano raccoltovi , e moltissime mercatanzie. 
Altri vuole che que' fuorusciti genovesi a ciò s' induces- 
sero , perchè narravasi che il grano acquistato dai Signori 
Nove , doveva essere mandato a Genova in soccorso 
degli assediati. Certo è che grave danno ebbe a soffrire 
Talamone da questa nuova aggressione ; ed è fama che 
dei pochi difensori che vi si trovarono fosse fatta empia 
strage , e che i loro cadaveri fossero gettati con i cavalli 
uccisi in un pozzo del castello. Compiuto il sacco , i 

(]) Sotto la data del 5 d'ottobre di quest'anno si leggono nel registro delle 
spese del Comune questi pagamenti, per le costumanze dei tempi curiosi a co- 
noscersi: - Ancho viij soldi a quatro uomini e' quali feciono faluò in suso la 
torre de'Mignanelli , a ragione di due soldi per uno, per le novelle che ven- 
nero del chastello di Talamone, ch'era avuto ». - « Ancho j soldo, portatura 
uno choppo d'aqua in suso la detta torre , quando si feciuono e' detti faluò ». 
- « Ancho vj soldi a quatro che feciuono faluò in suso el champanile di duo- 
mo , a ragione di diciotto denari l'uno, per la detta chagione ». - « Ancho 
ij soldi a otto uomini che feciono faluòne in suso el palazo di missere la Podestà 
a ragione di diciolto denari per uno , per la detta chagione ». - « Ancho j sol- 
do , portatura uno choppo d'aqua in suso el palazo , quando si feciono e' faluò- 
ne » ( Bkchema, cod. 88, e \1\ t.). 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 87 

Genovesi se ne partirono , lasciando quella terra in gran- 
de squallore e spavento (1). 

Ai 27 d'ottobre di questo medesimo anno furono pro- 
posti nel Consiglio generale alcuni provvedimenti che 
dovevano impedire il rinnovarsi degli ultimi fatti. Ne 
fu autore Branca degli Accherigi , cittadino virtuoso e 
tenuto in molta estimazione. Disse egli adunque che 
alcuni cittadini eletti per Terzo dai Signori Nove pre- 
sentassero nel termine di otto giorni alcune proposte 
per rafforzare la guardia di Talamone e renderne sicure 
le strade ; come altresì per aumentare le entrate , fatte 
assai scarse del porto , e diminuirne le spese. Questa 
balìa doveva insieme proporre in qual modo potessero 
efficacemente costringersi a prendere stanza nel castello 
que' cittadini che vi avevano possessioni e case, e non 
v'abitavano. Piacquero le parole dell'Accherigi agli adu- 
nati e le approvarono. I Signori Nove elessero tosto tre 
cittadini per ogni Terzo , che otto giorni dopo (3 novem- 
bre) portarono al Consiglio le loro proposte , delle quali 
non altro sappiamo che in parte concernevano alle 
gabelle da pagarsi nel porto , e che tutte furono san- 
zionate (2). Nondimeno , corsi appena tre mesi , e' fu 
d'uopo che il Consiglio sospendesse per tempo di un 
semestre l'esazione della pena a cui erano stati con- 
dannati novantadue cittadini che o non avevano fabbri- 
cato case su le piazze loro concesse dal Comune , o fab- 
bricatele non erano andati ad abitarle (3) ; di modo che 
sembra che i provvedimenti approvati il dì 3 di novem- 
bre non riuscissero , come si voleva , efficaci a miglio- 
rare lo stato di quel castello e del porto. 



(1) Malavolti, Ist. Sen. , Part. II , pag. 182 ; Tommasi , Ist. Sen. , Part, II, 
pag. 210; Piccoi.omini F. , Annali, Part. II; e Sestigiani , Notizie delle Terre 
dello Stato Seri., Voi. V, pag. 694 (Ms. del R. Archivio di Stato di Siena). 

(2) Consiglio della Campana, N.° 94, cart. 114 e 121. 

(3) Ivi , N.° 95 , cart. 38 t. 



88 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

Ma , come suole sempre accadere , le provvisioni e 
le leggi che si vincevano in Consiglio , tanto più spesso 
e volentieri s'eludevano , quanto più venivano moltipli- 
candosi , e ciò non era senza detrimento della cosa pub- 
blica. Per lo che nel Consiglio della Campana de' 18 feb- 
braio 1322 , essendo podestà di Siena messer Loffredo 
Gaetani conte di Fondi, il Camarlingo e gli Esecutori 
della generale Gabella portarono una domanda , la quale 
letta dal notaio delle Riformagioni, diceva così: « Dinanzi 
da voi , sapienti cittadini , signori Nove Governatori e 
Difensori del Comune e del popolo della città di Siena , 
propongono e dicono i vostri Camarlingo ed Esecutori 
della generale Gabella che , conciossiachè il Comune di 
Siena molto sia ingannato e frodato dai mercatanti nelle 
mercatanzie ed altre cose e beni moltissimi che traggono 
o trarre fanno dal distretto e dalla giurisdizione di Siena, 
e le conducono o condurre fanno in verso il mare per 
caricare ed esportare le mercatanzie e le altre cose pre- 
dette , nulla per esse pagando al Comune , e astenendosi 
di condurle al porto di Talamone , dove di quelle mer- 
catanzie ed altre cose si paga la gabella debita , secondo 
la forma di certi ordinamenti fatti del mese di novem- 
bre 1320 (1) ; piacciavi provvedere e fare riformare per 
gli opportuni Consigli del Comune e del popolo della 
città di Siena , che li detti mercanti e qualsivoglia altra 
persona che trarranno o trarre faranno tali mercanzie 
ed altre cose che frissero dal distretto o dalla giurisdi- 
zione di Siena , e le condurranno o condurre faranno 
verso il mare , sieno tenuti di pagare quella gabella che 
pagare si deve da' mercatanti e dalle altre persone che 
conducono e caricano mercatanzie o altre cose nel detto 
porto o castello o distretto di Talamone , e in quel 
modo che pagasi nel porto e castello e distretto predet- 



ti) Cioè gli ordinamenti approvati il 3 ili quel mese, per proposta del- 
l'Acchcrigi , come addietro fu detto. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE S9 

ti, secondo la forma degli ordinamenti sopra ricor- 
dati (1). 

Fu questa dimanda degli officiali della Gabella giu- 
dicata provvidissima da messer Vecchietta degli Accherigi, 
il solo che parlasse quel giorno in Consiglio; di maniera 
che restò vinta , opponendosi pochi. E nel 1323 (9 dicem- 
bre) lo stesso Consiglio , approvando la proposta fatta 
dagli officiali del Porto, concesse per dieci anni quelle 
franchigie ed immunità che gli ordinamenti vecchi con- 
cedevano solo per cinque a tutti coloro che avendo dal 
Comune ottenuto in Talamone un podere , una piazza o 
un casaline , andassero a prendervi stabile dimora (2). 
Era oggetto di queste concessioni l'accrescere il numero 
degli abitanti di Talamone , sperando che , considerati i 
privilegi ch'ivi si godevano, molti s'indurrebbero più 
di leggeri ad abitarvi. Ma la mal'aria, che già da tempo 
infestava quelle contrade, e il timore degli improvvisi 
aggredimenti e delle ruberie che ne seguitavano, dis- 
suadevano i più dall'abitare un paese non sano e poco 
sicuro. Imperocché anche in seguito accadde frequente- 
mente che a Talamone prendessero terra milizie fore- 
stiere; come fu nel 1326, allorquando l'armata del re 
Roberto , reduce dalla Sicilia , approdò in quel porto ; 
onde poi molti balestrieri mossero contro Magliano , 
castello dei conti di S. Fiora, e l'ebbero di viva forza, 
e vi fecero grosso bottino (3). E nel maggio dell'anno 
seguente sbarcarono a Talamone e a Grosseto molte 
genti del Duca di Calabria , chiamate sollecitamente a 
Firenze , alle quali era stato fatto divieto dal duca di 
approdare a Porto Pisano (4). Ne molto andò che peggior 

(1) Consiglio della Campana, N.° 96, cart. 53 t. 

(2) Ivi , N.° 98, cart. 400 1. e segg. 

3] M\lavolti, Ist. Sen. , Part. Il, pag. 8t ; e Sestigiaxi, Notizie cit., 
Voi. V, pag. 69 . 

(4) F:cker , Urkunden sur geschichle des roemerzuges kaiser Ludwig des 
Baiern , pag. 38, o e questa ordinanza del Duca è pubblicata per intero. In 
essa è dello: Flrentiam ad excellentiam nostrani, continnatis diebus , quantum 
Anca- St. 'ivi.., 3.» Serie, T X ; P 11. 12 



90 I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 

ventura non incogliesse a Talamone , poiché nel set- 
tembre del 1328 l'armata del re di Sicilia, venuta nelle 
acque di Grosseto , occupò ostilmente il porto , il cassero 
e la terra di Talamone , e vi rimase per qualche tempo 
finché date più battaglie alla città di Grosseto , e non 
avutala , se ne partì (1). 

Queste dolorose vicende , per cui cagione il Porto 
era venuto a molto squallore, già facevano vero il vati- 
cinio dell'Alighieri , ed alle vagheggiate speranze di 
riputazione e di ricchezza era succeduto poco alla volta 
un amaro disinganno ed una sfiducia che in breve si 
manifestò nelle deliberazioni del Consiglio. Il mutamento 
di stato avvenuto a Firenze aveva indotto i Senesi , 
contuttoché ripugnanti, a venire ancor essi ad accordi 
col duca di Calabria , al quale diedero autorità per 
cinque anni di eleggere il Podestà che fu chiamato 
Vicario ducale. Nell'ottobre di quest'anno (1328) era 
Vicario del Duca Albertaccio Vicedomini da Piacenza. 
Questi nell'adunanza del Consiglio generale, tenuta il 
giorno 19, ebbe ad affermare che il paese, il cassero e 
il porto di Talamone non davano quel frutto nò quella 
riputazione che per le molte spese vi erano state fatte, 
avrebbero dovuto derivarne. Disse che frequenti volte o 
per violenza di nimici o per difetto di guardia , sinistri 
casi erano occorsi che avevano recato grave danno a 
que' luoghi e nocumento all'onore della città; ed ag- 
giunse che i Signori Nove , stretti a colloquio su tal 
materia, gli avevano commesso di portare in Consiglio 
la proposta di concedere ai predetti Signori Nove ed 
agli Ordini della città libero arbitrio di allogare il castello, 
il porto ed i pascoli di Talamone e della sua corte con 



cum comodit ite vestrarum personarum poterilis, ces$iniibus mornsis olslaculis, 
festinetis; cum ad poi ima Pisunum vos aliquo modo de linare nolimus nec descen- 
dere i'ù:lem, certa suadente causi, nequaquam presenlibus exprimenda. 

(i) Croniche di Agnolo di Tura ad annum , e Sestigiani, Notizie rit. , 
Voi. V, pay. 695. 



I PORTI DELLA MAREMMA SENESE 91 

quelle migliori condizioni e con que' patii che , salva la 
dignità del Comune , avessero potuto ottenere (1). 

A questo improvvido consiglio del' Vicario ducale e 
dei Signori Nove nissuno degli adunati fece con la pa- 
rola opposizione : anzi non mancò chi alla proposta desse 
aperto consentimento , e fu messer Meo Tederigi che ne 
raccomandò, come di cosa buona, piena ed intera ese- 
cuzione. Soli venti consiglieri , di dugento e cinque che 
erano, diedero la palla contraria, e la proposta rimase 
approvata. La quale non potrà da veruno considerarsi 
come prudente e accomodata alle necessità di quel Porte 
e capace di buoni frutti ; essendoché per essa si abban- 
donasse in preda a speculatori avari un possesso che , 
meglio governato , avrebbe dovuto portare alla Repub- 
blica utilità maggiore , ed accrescimento della ricchezza 
pubblica e dei cittadini. Ma vinta siffatta deliberazione, 
e nell'anno seguente impedito ai mercatanti senesi di 
aver traffico coi Pisani per causa di certe controversie 
nate tra le due Repubbliche , è facile argomentare a 
qual povertà si riducesse in Talamone il commercio dei 
Senesi , e come pur troppo le prime loro speranze non 
fossero altro che vanità. 

(continua). 

(1) Consiglio della C impana , N.» 106, cart. ti5 l. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Vingektii pragensis annales. (Nel tomo XVII dei « Monu- 
menta Germaniae historica », editi dal Pertz). 

L'autore di questi Annali si diffonde a narrare segnata- 
mente quello che accadde a' suoi giorni, e in modo più spe- 
ciale ciò che vide egli stesso ed a cui prese parte ; impercioc- 
ché fu uomo di qualche conto e adoperato in pubblici negozi 
di molta entità. Nacque nel secolo XII già inoltrato, del quale 
toccò quasi il termine ; e fu cappellano del vescovo di Praga 
Daniele, con cui venne in Italia al seguito del re di Boemia, 
per le guerre di Federico Barbarossa. Il suo libro è dunque 
un buon documento anche per la nostra storia; ma non fu 
pubblicato per la prima volta che nel 1761, cosi che il Mu- 
ratori non potè dargli luogo tra gli Script ores rerum italì- 
carum , e né manco avvantaggiarsene per la narrazione della 
Storia; ed anche il Giulini non lo conobbe: il primo fra noi 
che lo citasse credo che sia Pietro Verri, nella Storia di 
Milano , senza però trarne tutto il partito che gli era possi- 
bile , se del medio evo avesse voluto fare maggiore studio. 
Può credersi pertanto che finora questi Annali di Vincenzo 
di Praga non siano noti all' Italia quanto [ture meriterebbero. 

La prima edizione erane stata condotta sopra il codice 
autografo, che fu scoperto nella cattedrale di Praga; codice- 
assai mutilato e che si tentò di compire con altre antiche sue 
copie , ma senza saperlo fare intieramente ; e solo da poco in 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 03 

qua il Pertz , fiproducendoli , ha potuto trovare da aggiun- 
gervi quasi tutto quanto vi si desiderava. 

Su questa ristampa ora noi intendiamo di fare uno studio 
speciale di quella parte dell'opera che tocca delle guerre coi 
Lombardi ; la quale è di tanto rilievo , che recentemente in 
Germania ha forse dato motivo, e di certo prestato il maggior 
materiale ad uno di quei dotti per iscrivere un libro molto 
lodato , e che ai lettori di questo Archivio Storico fu già 
fatto conoscere (1). 

Venuto la prima volta in Italia, nel 1154, Federico I per 
farvisi incoronare imperatore , si diede subito a vedere 
inimicissimo di Milano; che fra le città di Lombardia, 
allora « le più doviziose e potenti dell'universo , aveva il 
primato » (2) ; e pertanto esser doveva il maggiore ostacolo 
al disegno da lui formato di restaurare la potenza imperiale 
nella penisola, ove da più di un secolo andava declinando. 
Ma non si credette allora bastantemente forte per affrontarla; 
ond' è che travagliatine gli amici, contro la superba città 
limitossi a lanciare , mentre partiva, un decreto che la pri- 
vava della sua grazia « per le orribili scelleratezze ». Milano, 
dice bene Pietro Verri , in quel tempo era una repubblica 
piccolissima per ,la sua estensione , ma di una forza e di un 
ardimento meravigliosi ». 

Di ritorno poi in Germania il novello imperatore non ebbe 
altro maggior pensiero che di mettere insieme un validissimo 
esercito, col quale poter venire a capo del suo disegno; e 
non solo chiamò all'armi i signori che per obbligo feudale 
dovevano ubbidirgli, ma sì anche pregò di aiuti la Polonia, 
l'Ungheria e la Boemia: tantae molis erat. Ben tre anni 
spese in questi apparecchi. 

Era la Boemia in allora un semplice ducato; e Federico I 
ne indusse il duca Ladislao a dargli aiuto nella guerra 
milanese , colla promessa di crearlo re. Nell'anno 1158 adun- 
que ( così narra Vincenzo da Praga ) « Ladislao duca di 
Boemia si porta con gran seguito a Ratisbona , dove l' impe- 

(1) Vedi nel tomo Vili, parte I, anno 1868, l'erudita rassegna del profes- 
sore F. Bettolini dell'opera del dottor Fiorenzo Tourtual, Sulla parte che ebbe 
la Boemia nelle guerre dell' imperatore Fecìerico I in Italia. 

(2) Ottone di Frersing. 



94 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ratore aveva chiamata una solenne dieta; ed ivi è fatta pub- 
blica la cosa, che già in segreto erasi trattata,- imperciocché 
addì 3 delle idi gennaio , Ferderigo I , al cospetto di tutti 
i suoi principi, orna di regio diadema il predetto dura, per 
i fedeli di lui servigi; e il nuovo re, in ricambio di tanto 
onore , s' impegna di andare in persona , coi signori del pro- 
prio dominio e con tutto il valente suo esercito , ad assediare 
Milano, regale ed antichissima città della Lombardia, posta 
in luogo assai munito, e per mirabile milizia fortissima. L'im- 
periale esercito presente a questa solenne funzione, oltremodo 
se ne rallegra; e già si vanno imaginando diverse maniere 
di combattere e vincere quei nemici ». 

Acclamato da quanti gli facevano scorta, il nuovo re di 
Boemia ritorna a Praga ; e quivi raccoglie la dieta de'suoi 
baroni , affine di concertare l'andata in Italia. Ma quei no- 
bili signori , più gelosi d^i propri diritti , che allegri di ve- 
dersi trasformato in re il duca loro , « udendo quanto era 
stato fatto e promesso, muovono lamento che senza prima 
consultarli si fosse tanto osato; e sommamente biasimano 
colui, per consiglio del quale credono essere ciò avvenuto »: 
vale a dire il vescovo di Praga Daniele. Ma Ladislao prote- 
sta, essersi egli di suo spontaneo moto così impegnato col- 
T imperatore , per gli onori impartitigli ; e che pertanto chi 
voleva seguirlo nell' impresa « avrebbe da lui avuto fa- 
vori e le spese necessarie ; mentre quelli che alla gloria 
preferissero di restare a casa e baloccarsi oziosamente come 
donnicciòle , erano liberi di farlo ». Bastò questo rabbuffo a 
sviare tutti gli umori contrari , « ed unanimi i Boemi prepa- 
rano l'armi contro Milano , e più fieramente di tutti i valo- 
rosi giovani di nobile schiatta : nei loro canti e nei discorsi 
non si trattava d'altro che di assediare Milano ». L'annunzio 
di questa guerra fu tra i Boemi come la predicazione di una 
nuova crociata: « moltissimi anche fra i coloni, neglette le 
opere agricole , armano di scudi , di lance e d'ogni altra 
maniera di strumenti guerreschi quelle loro mani, assai più 
atte al vomero ed alla vanga. Questo romore di guerra, ve- 
nuto alle orecchie delle giovani donne che amavano di tenero 
affetto i loro sposi , ne turba i cuori , così che aspettavano il 
dì della partenza con gran dolore e gemiti ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 95 

Sceltasi in una generale adunanza , tenuta in Praga , la 
milizia che doveva andare all' impresa, si mettono in cammino; 
e innanzi a tutti muovonsi « i porpurei vessilli » di re Ladi- 
slao. Ma la Germania è la prima a sentire i danni di questa 
guerra preparata contro i Comuni italiani; imperciocché 
giunti i Boemi a Ratisbona , « vi si danno a fare innumere- 
vole preda di bestiame e d'ogni altra cosa ». Alle Alpi , per 
la fuga di quei montanari che si portano seco le loro prov- 
visioni , hanno difetto di viveri ; ma finalmente a Bolz ano 
« trovano grandissima copia di ottimo vino ». 

Scendono poi all'Adige , che tragittano sopra un ponte di 
barche; passano Verona , e pervenuti al lago di Garda « pian- 
tano le tende fra speciosissimi olivi , dove quel prezioso le- 
gname , e i melagrani che pure vi abbondano , sono tagliati 
come vili salici, per farne i fuochi e le lettiere ai cavalli ». 
Ciò vedendo quelli abitatori, inducono il re, con offerta di 
danari, a levare di là il campo e portarlo sul territorio dei 
Bresciani, « ch'erano confederati coi Milanesi contro l'im- 
ratore ». Ladislao adunque, accettati i doni, procede alla 
volta di Brescia, si fa vedere coll'esercito schierato fin quasi 
alle porte della medesima , « provocando all'armi i cavalieri 
bresciani; ma questi curanti della loro salute, non s'arri- 
schiano di uscire , e solo fanno vista di voler difendere le 
mura. Ne va a ruba tutta quella terra ». 

Tale è il racconto di Vincenzo da Praga ; però il lodigiano 
Ottone Morena fa menzione di una bella sortita di quei cittadini, 
narrando che, accampatosi sotto la città re Ladislao , « il quale 
aveva preceduto Y imperatore », i Bresciani tenner d'occhio ove 
si fossero posti gli scudieri , ai quali solevansi dare in custo iia 
i migliori cavalli dei militi ; e che « fatto impeto contro di 
questi , per toglier loro quei cavalli, assai ne uccisero, met- 
tendo in fuga i rimanenti , che , feriti per la massima parte, 
si dovettero lasciar dietro molti semivivi. La qual cosa venuta 
a cognizione del re di Boemia, sommamente lo commosse ad 
ira; e cominciò con tutto il suo esercito numerosissimo a de- 
vastare quanto più potevasi il vescovado di Brescia ». 

Continuando poi l'annalista Vincenzo dice che i Bresciani , 
considerato il gran danno che pativano , « per mezzo del 
vescovo di Praga Daniele , il quale in servizio del suo re 



96 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

colla propria milizia e con molti chierici era venuto a quella 
spedizione, fanno preghiera al re boemo che loro ottenga gra- 
zia dall' imperatore, offerendogli grandissimi doni ». Ladislao, 
compiacente ogniqualvolta era pagato , promette di farlo. 

Stettero colà i Boemi quindici giorni , in capo ai quali 
finalmente giunse 1' imperatore , e allora re Ladislao fedele 
alla sua parola , chiede e ottiene per i Bresciani la grazia 
invocata; « dando quei cittadini all'imperatore e al re di 
Boemia molti doni e ostaggi , e giurando altresì di mandare 
un'eletta di loro militi all'assedio di Milano ». 

Giunto all'Adda l' imperatore Federico ne trovò disfatti i 
ponti , e fu costretto a fermarsi , accampandosi di contro a 
Cassano; e ad un miglio più sotto « venner rizzate le tende 
del re Ladislao di Boemia , di Teobaldo fratello di lui e 
di Daniele vescovo pragense. Frattanto Odolen, figlio di Ztris 
strenuo guerriero , con altri due militi , si dà attorno per 
trovare un guado in quel fiume , e riuscitagli vana ogni 
ricerca , si slancia senz'altro in mezzo all'acque , seguito da 
un solo di que' suoi compagni. Noi li vediamo avvolgersi nei 
11 u tti , e andare sossopra uomini e cavalli. Finalmente, col- 
l'aiuto di Dio, giungono salvi all'altra riva; la qual cosa 
come fu riferita al re , gettansi a terra le mense , si dà nei 
timpani guerreschi , si fa prender l'armi ai militi , e collo 
stesso Ladislao alla testa , spronano tutti i destrieri nel 
fiume e lo tragittano; non senza tuttavia che un buon nu- 
mero ne vada affogato ». 

Di là trovano nemici e vi dan dentro; molti dei quali sono 
uccisi e molti presi : « levansi grida , liete dai Boemi per la 
vittoria , dolorose dai Milanesi per la inopinata sventura. 
Mentre queste cose avvengono , un certo sacerdote rurale , 
uomo canuto e panciuto , sulla riva del fiume , colla cotta e 
la papalina in luogo di elmo e corazza, virilmente si sfor- 
zava con una fionda di liberare coloro che venivano fatti 
prigionieri. Ma fu preso egli stesso , e così colla cotta indosso 
tradotto innanzi al re boemo; il quale di poi supplicato dal 
vescovo Daniele , por rimedio dell'anima sua lo rilascia in 
libertà, non senza prima aver fatto grosse risa di questa 
battaglia, nella quale il [irete con una fionda s'era affannato 
a ricacciare nel fiume gli eserciti regi ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 97 

Vedono queste prodezze gli imperiali dall'altra sponda , 
con molta letizia ed ammirazione ; e i Boemi intanto , messi 
tutti i nemici in rotta , e « più curanti della gloria che di 
preda, danno alle fiamme le castella, le ville, ogni cosa ». 

Il re procura sia riparato un ponte per far tragittare 
l' imperatore , e solo il venir delle tenebre sospende l'opera. 
Passa Ladislao la notte sulla riva milanese , cinto di forte 
guardia e a cielo scoperto. Sull'alba si riprendeva il lavoro 
del ponte , quando viene annunziato che vedevasi un esercito 
di Milanesi muovere a quella volta. Senza indugio i Boemi 
si atteggiano a combattere , e molte loro schiere vengono 
lanciate contro i nemici , i quali ne vanno in fuga: « ne 
faccia meraviglia , imperciocché la morte in tali contingenze 
non si può evitare se non col ferro e coi piedi (1). I Boemi 
non cessano dall' inseguirli quanto più possono; ed anche 
molti di loro riportano ferite , e non pochi vi lasciano la vita ». 
Ma naturalmente è assai maggiore il numero degli uccisi 
nemici , e grande pure quello dei prigionieri ; settanta dei 
quali, de' migliori e più nobili, vengono dati al re. 

Il ponte per l' imperatore fu riparato in breve, e così egli 
potè venire ad unirsi a re Ladislao. « Ma altri Boemi ri- 
fanno per sé un altro ponte ; del quale poi la troppa molti- 
tudine cacciatavisi fa rumare gran parte , così che precipi- 
tano e vanno a perire nell'acque molti così de' Boemi come 
degli Ungaresi ». 

Di poi l'imperatore assedia e prende Trezzo {Trek, scrive 
il nostro Boemo); vi mette presidio e tira innanzi. 

« Giungesi a Lodi, fondata da Pompeo, come dicono quei 
cittadini , ove pose i vinti pirati , e che nominò da Lauda 
principe di quei ladroni. Si piantano le tende in mezzo alla 
città distrutta , e Lodigiani d'ogni condizione traggono sup- 
plichevoli a Federico , tenendo in mano ciascuno , secondo 
un loro costume , una croce. In questo mentre anche i Mila- 
nesi vengono a presentarsi alla curia imperiale , ed offrono 
di fare ammenda di ogni colpa; ond' è che i principi, udendo 
queste umili parole e quanto promettevano , desiderosi di 

(\) a Nec mirtino , mors enim in tali re vel ferro vel peditibus vitanda 
est » ; ed è una lepidezza questa che l'autore ripete in più luoghi. 

Arch. St. Ir al. , 3.* Serie, T. X, P 11. 43 



98 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

far ritorno al più presto alle proprie case , consigliano che 
l' imperatore dia loro ascolto e li rimetta nella sua grazia. 
Ma l'arcivescovo di Ravenna fu di contrario parere , e diceva 
a quei signori , ch'essi non conoscevano punto i Milanesi , i 
quali erano astutissime volpi » : e l' imperatore si tenne all'av- 
viso del prelato. Non è improbabile che avesse parte a 
così accendere contro i Milanesi l'animo di codesto arcive- 
scovo , l'antagonismo che da tempo molto antico esisteva fra 
le due chiese di Milano e di Ravenna. 

Era dunque già svampato il grande entusiasmo per l'im- 
presa di Milano, seppure i principi l'avevano mai avuto; e 
vedremo altri indizi della loro poca disposizione , e quanto 
dispetto abbia fatto il consiglio del Ravennate , pel quale pre- 
vedevano di doversi consumare in un tedioso assedio. Del 
resto, così allora soleva accadere, quando per obbligo feudale 
si era costretti a seguire un sovrano in remoti paesi e in 
lunghe guerre : di modo che un ambizioso trovava ne'suoi 
vassalli quegli ostacoli che oggi sogliono essere creati dalla 
diplomazia. 

Lasciata poi Lodi , vengono ad accamparsi a forse due 
miglia da Milano; « e quivi un certo Herkenberto, principe 
di regia stirpe e parente dell' Imperatore , presi con sé vari 
militi , quasi sdegnato che i Boemi avessero finora fatto essi 
soli tante e sì grandi azioni , si porta verso Milano ; ma non 
appena passata l'abbadia di Chiaravalle, venendo egli armato 
senza cura alcuna, come se andasse a diporto, gli sono sopra 
i Milanesi , e mettono in isbaraglio la sua scorta ; ma egli 
scende di cavallo, e, assistito da pochi fidi, vuol pure conti- 
nuare la battaglia ; ma tutti soccombono. Quel principe ebbe 
sepoltura nel vicino monastero ». 

Infine il campo viene portato sotto le mura stesse della 
città di Milano : « i Milanesi non sembrano volersi arrischiare 
fuori de'nuovi fossati , e delle altre munizioni che avevano 
fatte intorno alle antiche loro mura; ma ristringersi a difen- 
dere queste con tutte l'armi che avevano ». Se non che es- 
sendo state le diverse parti dell'esercito imperiale disposte 
per modo che avessero a custodire tutte quante le uscite della 
città ; e dinanzi alla porta di S. Dionigio avendo rizzate le 
tende il principe Corrado , fratello dell' imperatore ; contro 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 99 

di questo i cittadini fecero un' iraprovisa sortita e mischiarono 
gran zuffa; nella quale « ora sono vinti questi, ora quelli ». 
Però il principe è costretto a mandare per aiuto ai Boemi: 
« viene lo stesso re Ladislao, splendido nelle sue armi, e 
colla forte sua milizia affronta la prima milizia milanese, 
trapassando colla lancia lo stesso loro capitano e il vessilli- 
fero Dacio ». ( Ottone di Morena infatti narra , che usciti 
nella stessa prima sera da quella parte i cittadini , vi soccom- 
bettero due illustri militi, Tazone da Mandello, che è pro- 
babilmente il Dado del Pragense, e Girardo Visconte). « I Mi- 
lanesi combattendo per la libertà , resistono fortissimamente 
agli avversari , e dall'una parte e dall'altra parte cadono dei 
più valorosi militi. La battaglia dura dall'ora vespertina fino al 
crepuscolo. Infine i Milanesi , inabili a sostenere più a lungo 
1' impeto de' Boemi, indietreggiano, riparando entro le mura. 
Il vescovo Daniele seppellì dipoi nel monastero di Chiaravalle 
gl'illustri Boemi restati uccisi in quell'azione ». 

« A questo assedio furonvi coi molti incliti principi e ve- 
scovi di Germania , i seguenti grandi vassalli italiani : Ugo 
marchese di Monferrato (1), Guido conte di Biandrate coi 
figli , Obizone marchese Malaspina , Gerardo da Carpaneto , 
Gerardino da Ferrara , ed altri non pochi. Però il maggiore 
aiuto all'impresa, tanto in forti milizie, quanto in macchi- 
ne e in ogni altro apparecchio, fu portato all'Imperatore dai 
Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani e dai Comaschi, ch'erano 
stati i principali autori dell'assedio stesso ». (2) Vi mandarono 
inoltre loro milizie tutte le principali città dell' Italia impe- 
riale; « fìnanco li stessi Romani, considerato l'impegno 
di codeste città nel venire in aiuto all' Imperatore , inviarono 
a profferirgli servigio il Prefetto Pietro della loro città, co'suoi 
senatori. Confidando in queste forze, l'Imperatore tiene as- 
sediati i Milanesi ». 

« I Boemi mettono a fuoco castelli e ville ; ed anche ra- 
piscono, traendole nei loro alloggiamenti, molte belle e gio- 
vani donne ; le quali però sono loro tolte di mano dal vescovo 
pragense Daniele , parte con preghiere e parte con denaro ; 



(1) Questo marchese veramente era Guglielmo, non Ugo. 

(2) « Qui maxime huius obsidionis fabricatores extiterant ». 



100 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e date in custodia al suo arcidiacono Peregrino. Questi le 
alberga fedelmente nella propria tenda, difendendole e ricrean- 
dole , infino a che può rimandarle con tutta sicurezza nella 
loro Milano ». 

Da ogni parte col ferro e col fuoco i cittadini sono com- 
battuti , e già si apprestano le macchine per distruggere le 
mura. Allora , disperando di poter respingere tante forze , e 
già travagliati altresì dalla penuria dei viveri, si raccoman- 
dano al re di Boemia, che plachi l' imperatore e lo induca 
a concedere loro di arrendersi a discrete condizioni « Intanto 
viene a morire l'arcivescovo della chiesa di Ravenna , e per 
tutto l'esercito si ripete ch'era stato così percosso da Dio , 
per aver consigliato all' imperatore di mettere l'assedio a 
Milano ». 

Avviene la resa; i capitoli della quale, d'ordine dell'im- 
peratore , sono stesi appunto dal nostro Vincenzo da Praga ; 
e ne furono i principali : che le città di Lodi e di Como doves- 
sero risorgere, ad onore dell'imperatore, né più Milano da 
loro esigesse tributo od atto alcuno di sudditanza; che ogni 
adulto giurasse fedeltà all'imperatore; che in Milano si edi- 
ficasse un palazzo imperiale entro la cerchia delle mura; che 
i futuri consoli del Comune fossero eletti sì dal popolo, ma 
dovessero poi farsi confermare dall'imperatore (1); che le 
regalie, come zecca, dazii, pedatico e simili, si dovessero re- 
stituire alla camera imperiale , a quel modo che praticavasi 
in antico. 

Ma da quanto avvenne poco appresso si fa manifesto che 
Federico non concedeva questa resa con animo di finire così 
la guerra, e ch'era a ciò indotto solo dalla necessità di scio- 
gliere, per ora, l'assedio, al quale vedeva per troppi indizi i 
suoi feudali contingenti non volersi più a lungo prestare. 

Firmati che furono i capitoli della resa, i vescovi di Bam- 
berga e di Praga si assumono di pacificare coli' imperatore 
l'arcivescovo di Milano ; il quale da loro condotto , e seguito 
da tutto il numerosissimo suo clero , viene da Federico « ri- 



(1) « Venturi Consules a populo eligantur et ab ipso imperatore confirmen- 
tur ». Di questo capitolo si riporta il testo, perchè fu poi causa, o pretesto , 
della distruzione di Milano. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 101 

cevuto nel bacio della pace (1). Indi escono dalla città dodici 
consoli , tenendo le spade nude sul collo e a piedi nudi , quan- 
tunque avessero offerto molto denaro per poter presentarsi 
calzati a rendere questa soddisfazione ; ma non si volle a 
nessun patio concederla. Fra questi consoli Oberto dell'Orto, 
uomo sapiente e che molto bene usava così la lingua lom- 
barda come la latina, fece queste parole ec. ». Questo Dell'Or- 
to è quel grande giurista che fu console più volte, e li scritti 
del quale ebbero per molti secoli, nelle scuole di diritto feu- 
dale , grande autorità e furono commentati dai dottori di 
maggior nome. Vincenzo da Praga gli fa tenere al cospetto 
dell' imperatore uno di quelli abbietti discorsi , che i cronisti 
imperiali di quel tempo, ogni qual volta se ne presenta l'oc- 
casione , amano di mettere in bocca ai vinti nemici dell' im- 
peratore ; per far credere che confessassero di riconoscere la 
sconfinata autorità ch'egli avrebbe voluto esercitare. 

Toltosi da Milano Federico si portò a Monza « che è pos- 
sedimento della corona imperiale », e che nulladimeno du- 
rante la guerra era stata dai Pavesi incendiata ; e il re di 
Boemia affrettossi a ricondurre in patria i suoi guerrieri ; 
ansioso egli medesimo di ritornarvi , che il troppo dolce cli- 
ma d'Italia aveva nociuto alla sua costituzione. Però il ve- 
scovo Daniele fu dall'imperatore presso di sé trattenuto, 
« imperciocché era pratico della lingua italiana ». 

Due mesi dopo la capitolazione di Milano, raccoglie Fede- 
rico Barbarossa una solennissima dieta nei prati di Roncaglia ; 
alla quale segnatamente volle che intervenissero quei '« legisti 
e sapienti » che già Bologna aveva a lui mandati insieme al 

(1) Era il giorno della nativilà di Maria, una delle maggiori feste della chie- 
sa di Milano; e il Pratense narra che in questa occasione il clero ambrosiano 
celebrò, alla presenza di Federico, i divini uffici, secondo il suo rito : « Ubi 
cantorern eorum.... mirabiles in circuilu canensium giraliones et saltus facere 
vidimus >.. Ma io non so che inlenda descrivere con queste ciurmerie degne 
di un dervizo turco : quali fossero ai tempi del Barbarossa i riti della chiesa 
ambrosiana, ci è dato conoscere molto bene dallo scritto di Beroldo , che ha per 
titolo « Ordo et ctremoniae ecclesiae Ambrosianae mediolanensis », e che il Mura- 
tori stampò nel quarto volume delle « Antiquitates italicae » ; ma per quanto vi 
si travino cerimonie strane, v'è nulla di simile a quello che qui Vincenzo da 
Praga afferma di aver veduto. Tenti qualche dotto in queste materie di com- 
mentare , se è possibile, le parole certamente esagerate dell'annalista. 



102 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

suo contingente per la guerra milanese ; essendo che aveva 
in animo vi fossero una buona volta, col mezzo della tradi- 
zione , delle consuetudini e delle leggi romane , ben definiti i 
diritti dell' impero. 

Il lodo di questa dieta è troppo famoso, perchè si debba 
qui farne più che un semplice cenno: fu quale Federico lo 
voleva, essendovisi dichiarati regalie imperiali, non solo 
quei diritti che le leggi romane avevano attribuito ai loro 
imperatori, ma ben altri molti ancora, che derivaronsi da 
fonti state ignote o diversamente note al mondo romano. 
A noi fra tutti è mestieri di ricordare la facoltà che fu senten- 
ziato avere l'imperatore di nominare i consoli dei Comuni; 
mentre le leggi scritte di Roma non contestarono mai alle 
cittadinanze ch'esse medesime si creassero i propri magistrati 
municipali, e si deve credere che appunto per questa ragione 
a Milano, patteggiando l'arresa, venisse ciò accordato. Vin- 
cenzo da Praga, a proposito di simile facoltà , narra, che, ulti- 
mata la dieta, l'imperatore Federigo volle interrogare a parte 
i deputati milanesi « del modo che avrebbe dovuto tenere 
per conservarsi fedeli le città d' Italia ; e che questi lo con- 
sigliarono a mandare intorno suoi nunzi , i quali assegnassero 
le Potestà* che gl'Italiani chiamano Consolati,, a coloro che 
in ciascheduna città egli avesse a sé maggiormente amici : il 
quale consiglio approvando l' imperatore , se lo tenne in petto 
fino a tempo opportuno (1). 

Ma questa è troppo evidentemente una invenzione dell'an- 
nalista; imperciocché se già era stato pronunziato che all'im- 
peratore spettava la nomina dei consoli comunali , aveva egli 
bisogno Federico che altri gli suggerisse di non accordare 
quelle potestà ad uomini che a lui fossero avversi ? Ed ove si 
volesse dire che interrogò i Milanesi per tendere un laccio , 
ben certo che non potevano fare altra risposta di quella che 



(1) « Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi 
fideles habeat querit. Mediolanenses ei dant consilium, quod eos quos per 
civitates Ualiae sibi fideles habet, per suos niincios eos sibi suos consliluat 
potestales, quas illi consules nominant » etc. Anche lombardi scrittori di quel 
tempo indicano i consoli col nome generico di Potestales; i Morena, a cagion 
d'esempio, hanno più di una volta polestutes Laudae, per significare i consoli 
di Lodi. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 103 

è loro attribuita; di quale valore giuridico poteva egli cre- 
dere che fosse un consiglio dato così dopo la dieta, da pochi 
membri, all' insaputa di tutti gli altri ? 

Però se questo tratto del Pragense non fa troppo onore 
alla sua lealtà, e né manco alla sua perspicacia, serve a 
chiarire che sono caduti in errore gli storici, i quali dissero , 
aver voluto Federico I, dopo la gran dieta di Roncaglia, im- 
porre suoi plenipotenziari ai Comuni, col titolo di Podestà, e 
così mutarne il politico reggimento. Non si trattò che di consoli 
in esecuzione del lodo di Roncaglia , come fa conoscere il no- 
stro Autore con parole che non lasciano sussistere dubbio ; 
né Federico pensò di mettere sul collo ai Lombardi veri Po- 
destà che per lui amministrassero, se non dopo la distruzione 
di Milano. 

Chiusa la dieta e licenziato l'esercito , l' imperatore Fede- 
rico rimase però in Lombardia ; dove avendo frenata Milano 
« la città che poco temeva Dio e meno gli uomini (1) », co- 
me cantavano i poeti del suo seguito , più non aveva sospetti; 
e per esercitare l'autorità conferitagli a Roncaglia, o, come 
dice Vincenzo da Praga , per mandare ad effetto il consiglio 
dei Milanesi, spedì i più gravi personaggi che si trovava in- 
torno, quali 'suoi nunzj ai diversi Comuni per l'elezione dei 
consoli. Furono di questo potere investiti « il vescovo di 
Praga Daniele , il cancelliere Regnaldo , che in quell'anno fu 
fatto arcivescovo di Colonia; Ermanno vescovo Verdenense , 
Ottone conte palatino di Ratisbona e Guido conte di Bian- 
drate , uomo eloquentissimo ». Costoro, dopo aver fatto i co- 
mandi dell' imperatore in Cremona, Pavia, Piacenza ed altre 
città, vengono a Lodi nuova, ch'era stata recentemente dal 
Barbarossa fondata sull'Adda, e che è così descritta dall'an- 
nalista Vincenzo, il quale veniva con quei messeri accom- 
pagnando il suo vescovo : « L'imperatore non l'aveva cinta che 
di un piccolo fossato ; e vi troviamo pochi abitatori , tutta 
povera gente , entro meschinissime capanne poste intorno ad 



(1) « Civitas Ambrosii velut Troia stabat, 

Deuiri parum , homineS minus formidabat » 
così in un ritmo di un anonimo, grande ammiratore del Barbarossa del quale 
era contemporaneo. 



104 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

una chiesa che aveva l'altare circondato di vili graticci di 
vimini, ed una sola campanella, dalla quale erano quei cit- 
tadini del pari chiamati ai divini uffici ed ai pubblici consi- 
gli. Vi troviamo anche un loro vescovuccio , povero , indigente 
esso pure; ed era rattratto., ma di santissima vita » (1). 

In Lodi già quei nunzi sentono che i Milanesi andavano ri- 
petendo di non volere in alcun modo ubbidire ai nuovi co- 
mandi dell' imperatore intorno alla magistratura del Comune ; 
e giunti poi che furono a Milano, ebbero ad affrontare una 
tempesta così furibonda, che la maggiore non potevano aspet- 
tarsi. Quando si seppe qui di certo ch'essi non avrebbero te- 
nuto con^o nessuno dell'articolo della capitolazione, da poco 
più di due mesi avvenuta, pel quale era stata assicurata la 
libera scelta dei propri consoli ai cittadini; affermando die i 
decreti di Roncaglia avevano abrogato ogni anteriore dispo- 
sizione ; si levò un immenso tumulto « e si udirono le grida 
di mora,, inora ». 

Il monastero di Sant'Ambrogio ov'erano stati alloggiati , fu 
circondato in poco d'ora da fittissimo popolo in armi, cui si 
ebbe quel giorno la più grande fatica a contenere , e che all'in- 
domani dovevasi aspettare di rivedere , e ancora più burra- 
scoso ; di maniera che pensarono bene, venuta la notte, di 
evadere e andare difilati a riportare l'accaduto all' imperatore. 
« Sappia dunque ogni lettore, che da questo fermento, da 
questa scintilla è nato l'eccidio di così grande città, così an- 
tica , così nobile , quale era Milano ». 

Sono citati i Milanesi alla curia imperiale ; ma poi , es- 
sendo all'imperatore venuto a notizia, che in luogo di farne 
ammenda gli avevano già rotta guerra e assalito e ripreso 
il castello di Trezzo , ch'egli aveva fortemente presidiato; 
determina di assediare una seconda volta la ribelle città, e 
ne manda avviso a tutta Italia, nonché ai principi tedeschi. 

Non vi fu lungo intervallo fra la minaccia e il castigo , 
poiché già al 18 di maggio i vessilli imperiali e quella parte 
dell'esercito che poteva essere già in pronto , si fanno vedere 
nelle vicinanze di Milano , e si dà mano a disertare tutto il 

(1) « .... et episcopellum eorum, pauperem, inopem, contractum, sed vi- 
tae sanctissimac ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 105 

territorio all' intorno ; svellendo ogni albero e incendiando , 
minando ogni fabbrica. 

Quindi « per consiglio dei Pavesi e dei Cremonesi , asse- 
diasi Crema, castello molto forte per natura e per milizia ». 
Era Crema fedele amica di Milano, che la forniva di armi; 
e aveva anch'essa mostrato baldanzosamente di non tener 
conto dei comandi di Federico. 

« L'imperatore, dopo qualche poco, lascia i suoi a questo 
assedio e ritorna a Lodi ; d'onde una notte con alquanti Pa- 
vesi ed altri de' più fidati militi, si accosta in grande segre- 
tezza a Milano , e appiattasi in un bosco , mandando i Pa- 
vesi a rapire intorno il bestiame , con ordine di retrocedere 
verso di lui, quando fossero affrontati. Ne avviene infatti 
una gran zuffa , nella quale ora superano i Milanesi , ora sono 
superati ; finché l' imperatore , udito il convenuto segnale di 
una tromba pavese , balza fuori , assale quei Milanesi , molti 
ne uccide e ferisce , e molti ne prende traendoseli a Lodi ». 

Fa poi ritorno sotto Crema, che assai valentemente resi- 
steva; « e quivi i Bergamaschi, volendo darsi a conoscere 
fedeli , attaccarono battaglia cogli assediati per molte ore. 
Vennero fatti prigionieri sette militi di Crema dei più illu- 
stri , e l' imperatore li fece appiccare dinanzi alle porte della 
città. Allora i cittadini piantano le forche sulle loro mura per 
quattro imperiali ; il che veduto Federico manda a prendere 
sessanta loro ostaggi , che aveva nelle prigioni di Pavia , con 
animo di mandarli tutti al capestro. 

« I Lodigiani poi gli conducono un nipote dell'arcivescovo 
di Milano , con altri tre nobili militi , ch'erano caduti com- 
battendo nelle loro mani ; e 1' imperatore senza voler ascol- 
tare le preghiere di molti principi , li fece parimente appen- 
dere alle forche. Più volte fu ripetuto fra gli assediatori e 
gli assediati questa orrida gara di dar morte ai prigionieri. 

« Frattanto si presentò a Federico un ingegnere militare 
ch'era stato in Palestina a guerreggiare contro i Saraceni , 
e aveva loro distrutte con sue macchine molte castella; e 
promise di spingere , carica di guerrieri , in mezzo a Crema 
una torre di travi ch'egli avrebbe fatta. I Cremonesi offrono 
a costui denaro ed ogni occorrente per fare simile torre , 
imperciocché ad ogni modo vogliono vedere la mina di Crema ». 

AnC«. St. Ini, 3.» Serie, T. X, P. lì, U 



10G RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

La torre ebbe sei palchi , sui quali potevano stare degli 
armati e combattere ; era sopra delle ruote , e perchè avan- 
zandosi contro la città non fosse respinta da quelle petriere , 
le vennero dinanzi legati gli ostaggi di Crema. Fu mossa di 
notte ; però i Cremaschi non ristettero , e « le lanciarono 
contro gravissime pietre , e quanto altro potevano briccolare, 
per consiglio del diavolo inveleniti anche contro i parenti , 
gli amici, i fratelli, che vedevano posti sulla macchina. 
Questi ostaggi, uomini nobili , alcuni giovani, altri già pieni 
d'anni , con croci nelle mani ed accese faci onde fossero 
veduti dai loro in quella oscurità , chiamavano a nome i con- 
sanguinei e gli amici , pregando che li risparmiassero » (1). 

Da ultimo Crema dovette arrendersi , più che dal ferro 
vinta dalla fame e dalla sete. L' imperatore per consiglio 
de' suoi , « permette che i cittadini escano incolumi dalle 
mura, ma lasciandovi ogni loro avere. Ne vanno i miseri 
dispersi per varie città e Crema è ridotta in cenere : così 
adempiendosi il vaticinio di quelli antichi versi dei Cremo- 
nesi , che dicevano: 

Audio Kremonam cupiat quod Krema kremare , 
Sed verum fateor, Kremam Kremona kreraabit ». 

Mentre durava l'assedio di Crema , venne a morte papa 
Adriano IV; che, malgrado avesse mandato al rogo Arnaldo 
da Brescia , da ultimo aveva veduto convenirgli di avere 
amici i comuni Lombardi che osteggiavano il Barbarossa , e 
già decisamente per loro parteggiava. Ond' è che per la no- 
mina del successore di lui l' Imperatore molto si maneggias- 
se , e gli venisse fatto perfino di dividere il collegio dei 
cardinali elettori in due fazioni. Tuttavia quella parte che 
gli era amica fu vinta , e venne eletto il senese Rolando 
Bandinelli , notoriamente a lui ostile , che prese il nome 
di Alessandro III: però a questo fu opposto un antipapa, il 
quale si disse Vittore IV. 



(I) Qui nel manoscritto autografo vi è una lacuna che non si è potuta sup- 
plire con nessuna delle varie sue copie. Del resto non v'è chi ignori come 
quella orrenda scena avesse fine. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 107 

A Federico dunque non poteva andare a' versi il nuovo 
papa ; per la qual cosa non appena potè spiccarsi da Crema 
si portò a Pavia e vi raccolse , con lettere datate « In trium- 
pho Cremae » , un sinodo di vescovi ( tedeschi in gran 
parte, e che tutti avevano feudi e poteri territoriali rile- 
vanti dall' impero ) acciocché decidesse fra i due eletti dai 
cardinali di Roma. Chiamò al Sinodo anche Vittore IV ed 
Alessandro III ; ma questo non si mosse , mentre l'altro fu 
sollecito ad accorrervi. 

« Allora non pochi di quei vescovi , tutti italiani , dichia- 
rano non potersi giudicare di Rolando (papa Alessandro) as- 
sente ; e che si debba citarlo tre volte, come è ordinato, prima 
di dare sentenza. Ma i tedeschi rispondono , essere venuti da 
troppo lontano paese per poter così attendere ; che se quelle 
citazioni non erano incomode ai Lombardi , eranlo somma- 
mente ad essi ; e che colui , infine , il quale non aveva curato 
l' invito dell' Imperatore , non meritava riguardo alcuno ». 
Venne pertanto da quel conciliabolo dichiarato vero papa il 
docile Vittore IV , che stava aspettando il suffragio in un 
vicino convento. 

Questi allora è tratto di là , e l' imperatore « deposto il 
manto , conduce il bianchissimo ed ornato di lui cavallo fino 
ai gradini della cattedrale , e gli tiene la staffa mentre di- 
scende. Quindi, fattolo sedere in soglio, gli bacia il piede ». 

Dopo di che affrettossi a spedire nunzi per tutta cristia- 
nità, che divulgassero questo giudizio del sinodo pavese; 
imperciocché ben vedeva dipendere l'esito de' suoi superbi 
disegni dalla qualità del papa che sarebbe stato riconosciu- 
to ; e che Milano e i Comuni che le erano alleati , troppa 
resistenza gli avrebbero saputa opporre , ove al loro sponta- 
neo ardimento si fosse aggiunto il morale e materiale aiuto 
di un sommo pontefice. 

In Ungheria ad annunziare questa elezione di Vittore IV 
fu mandato il vescovo di Praga ; il quale di là , con tutto il 
suo seguito, fece poi ritorno in patria, e vi stette, senza 
più rivedere l'Italia, fino al 1106. Non furono pertanto, né 
egli né il suo cappellano, presenti alla distruzione di Mila- 
no ; della quale gli annali pragensi danno solo una rapida 
notizia. 



108 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Quando il vescovo Daniele e con lui l'annalista Vincenzo 
ripassarono le Alpi, fu per andare all'esercito imperiale che 
assediava Roma combattente a favore di papa Alessandro III ; 
ma quivi nella pestilenza mortalissima che fece la vendetta 
dei Romani , distruggendo tanta parte delle forze di Federico, 
anche quel prelato trovò la morte. Il suo cappellano allora, 
scampatone appena , fuggì di volo il fatale paese , e ritornò 
a Praga; dove tosto si accinse a scrivere la sua storia per 
farne omaggio al re Ladislao , e fu promosso al grado di 
canonico di quella cattedrale. 

Gli Annali di Vincenzo da Praga per lo studio che noi 
ne abbiamo voluto fare , non sono dunque più , oltre il sino- 
do pavese , documento che richieda speciale considerazione. 

P. Rotondi. 



Annali del Frulli,, ossia Raccolta delle cose storiche appar- 
tenenti a questa regione, compilati dal conte Francesco 
Di Manzano. - Udine, tip. Trombetti-M urero, 4 voi., 1858- 
1862, e tip. Giuseppe Seitz, 2 voi. 1865-1868. - Sei volumi 
in 8vo gr. di pag. compi. 3027. 

Che cosa sono gli Annali o che dovrebbero essere ? Un la- 
voro che , non pretendendo di accogliere in sé le maggiori 
virtù letterarie e filosofiche , sta contento di esporre gli avve- 
nimenti in tutta la loro nudità e si tiene stretto all'ordine 
cronologico. Ma sebbene l'annalista non doni alla storia un 
paludamento matronale con lo strascico , e voglia vederla in 
veste succinta, deve pure, con la opportuna scelta e dispo- 
sizione dei fatti , dare al racconto una certa connessione e 
un corso non interrotto. Gli Annali di Tacito sono una vera 
opera letteraria , onde ancora non si sa in che vadano distinti 
dalle Storie , se non forse per la ragione della maggior bre- 
vità. Poniamo pure che non meritino il loro nome. Ma gli 
Annali del Muratori sarebbero il modello desiderabile di opere 
siffatte , e a questi l'autore avrebbe dovuto accostarsi. Egli , 
è vero , attribuisce alla sua fatica la qualità di Raccolta , ma 
resta sempre che la raccolta fu fatta, e dobbiam dirlo per 
omaggio al vero, con poca discrezione. E ciò perchè gli Annali 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 109 

non si tengono al solo Friuli e digrediscono ad altre parti 
d' Italia , e dalla storia provinciale fanno frequente trapasso 
alla universale, con offesa di quella temperanza che i lettori 
ebbero sempre ragione di esigere , ma specialmente nel nostro 
tempo. Questo difetto però viene scemando col terzo volume, 
ma invece diventa soverchia la minuzia delle notizie annuali, 
per modo che a cento e più ascendono talvolta i capi che si 
riferiscono ad un solo anno. Nemmeno la scelta delle fonti ci 
pare guidata da inappuntabile critica. Agli autorevoli fra gli 
scrittori friulani , vanno congiunti i meno autorevoli , e , al- 
lato a una cronaca , sta registrato , pongasi , un manoscritto 
di seconda mano , presso il quale uno squarcio delle storie 
universali del Mùller o del Cantù. Opere degne di molta sti- 
ma , ma certo non tali da citarsi in un lavoro che se , come 
fa , conforta ogni frase con l'altrui testimonianza , dovrebbe 
attingere alle prime sorgenti. Così avremmo desiderato meno 
copiose le annotazioni , di cui moltissime , come aliene affatto 
dal subietto degli annali, offendono, benché sieno importanti, 
l'ordine della narrazione. Insomma il nobile autore pecca per 
abbondanza e , sebbene l'opera gli costasse ventott'anni di 
laboriose ricerche, ci sembra dover ancora affermare che man- 
cògli il tempo per esser breve. 

Queste parole franche sembreranno invece un po'dure al 
signor conte di Manzano , cui parrebbe forse di aver gettata 
indarno la fatica , se la critica dovesse mostrarsi a lui poco 
o punto cortese. Ma se abbiamo toccato dei difetti dell'opera, 
non è a dire che le manchino pregi , i quali sono abbelliti 
viepiù dalla perseverante volontà dell'autore , e dal fermo 
proposito di far cosa non al tutto inutile al suo paese e all'Ita- 
lia. E si appose al vero, perchè il massimo di siffatti pregi 
è una diligente ricerca di ciò che sia per dar lume alla storia 
friulana ; onde chi nel futuro se ne faccia narratore non può 
a meno di chiedere al libro del Manzano un valido aiuto, e 
cercando i luoghi, segnati in margine, donde si trassero le 
notizie del testo , conseguire la sicurezza della verità. Poi la 
cronologia vi è con molto rigore osservata, e spesse volte inter- 
viene di veder corrette date, fin oggi credute giuste; il che, 
ponendo gli avvenimenti nel loro tempo preciso, può valere 
spesso a modificare il giudizio dello storico. Dobbiamo anche 



110 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

notare la somma cura ed esattezza nella ricerca delle famiglie 
friulane e dei castelli da esse abitati e delle terre possedute, 
il quale subbietto è trattato nelle note. Ed aggiungiamo che 
le mende onde l'opera può venire tacciata sono largamente 
corrette dagli indici che l'autore condusse , a rao' delle più 
riputate opere tedesche , con molta copia (1) e precisione di 
riscontri. Servigio anche questo non lieve , e di cui si suol 
tenere poco conto da coloro i quali non sanno quanta fatica 
procuri a chi lo imprende , e come spiani la via allo studioso 
e attento scrittore di storie. 

Il primo volume degli Annali va dal 614 av. Cristo fino 
al 1000 della nostra èra. Periodo vastissimo, ma oscuro 
molto , se non per la storia generale di Roma e d' Italia , per 
quella delle singole Provincie. Pochi gli avvenimenti pro- 
vinciali accertati con sicurezza , imperocché sia vero che la 
favola o la tradizione o la leggenda si trovino nell' infanzia 
non solo dei paesi, ma dei singoli popoli. Gli sforzi della 
critica condussero, quando riuscirono a bene, all'acquisto di 
una maggiore probabilità, ma forse non mai al trionfo della 
certezza. Con la scorta del Filiasi e del Micali , l'autore fa 
precedere alla sua Raccolta dei cenni sugli antichi abitatori 
del Friuli, cercando l'antichità e i costumi dei popoli veneti 
misti agli euganei primitivi (2). 

Gli Annali cominciano dal regno di Tarquinio Prisco , 
epoca della venuta dei Galli in Italia, e dei Carni , loro con- 
sanguinei , nel Friuli , dove trovarono i Veneti , da tempo 
immemorabile stanziati. Ma si aggiunsero ai Greci ed agli 
Istri , feroci a danno del veneto territorio , finché i Greci 
furono sconfitti e gì' Istri, molto più tardi e solo nel 130 av. Cr. , 
soggetti al freno di Roma. Intanto al cadere della repubblica 
si erano fondate Trieste e Forogiulio, emporio la prima, 
la seconda mercato dei Carni , come e' insegna la etimologia. 
E col mirabile sistema di strade che faceva capo ad Aquileia, 
la urbem magnani atque immensum in modum frequentem 
di Luitprando , i Romani compierono l'opera conquistatrice. 

(1) Gli indici comprendono 370 pagine. Voi. I , pag 401-433; Voi. II, 
pag. 395-442; Voi. Ili, pag. 419-497; Voi. IV, pag. 467-537; Voi. V, 
pag. 467-555; Voi. VI, pag. 487-542. 

(2) Voi. I, pag. 1-6. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 111 

Ma la vita dell' impero occidentale , con l'avanzare dei 
tempi e per le invasioni dei barbari , si restringeva al centro. 
LaBritannia, la Gallia, la Spagna, l'Affrica o già perdute o 
in pericolo , i confini italiani cominciarono a soffrire la vio- 
lazione forestiera. E il Friuli , fatto teatro delle lotte fratri- 
cide tra i successori di Costantino , divenne preda alla inva- 
sione dei Marcomanni e dei Quadi , e Aquileia fu vittima di 
frequenti assedii e Oderzo cadde distrutta. Prima che l' im- 
pero d'occidente si sfasciasse, Alarico, Radagasio e di nuovo 
Alarico e Ataulfo cognato mostrarono la via del Friuli ad 
Attila e lo persuasero che il nome e nemmeno le armi romane 
non avrebbero sempre bastato ad arrestare la possa virile 
dei barbari. Biorgo con gli Alani nel 463, Vindemiro cogli 
Ostrogoti nel 473, Odoacre coi suoi nel 476 trovarono aperto, 
per venire in Italia, il fatai varco delle Alpi orientali. I po- 
poli impauriti, perchè deboli, si ritraevano sulle ardue vette 
dei monti o fuggivano al mare , e i vescovi , recando in salvo 
le ricchezze della chiesa e proprie , seguivano il timido 
gregge nel più sicuro asilo. 

Il nobile autore , chiusa l'epoca prima della dominazione 
romana (1) , e soggiuntovi , come suole , un opportuno epi- 
logo, tratta, nella seconda (2), del Friuli sotto i barbari. Nel- 
l'ordine storico, siccome nel fisico, sorge splendida dalla 
morte, con perpetua vicenda, la vita. I popoli decrepiti hanno 
bisogno di rinsanguarsi con nuovi e vigorosi elementi ; e 
ora nessuno che rimpianga la ferocità di certe invasioni e 
dominazioni barbariche può astenersi dal pensare che la 
somma dei beni recati da esse all'Europa superi la somma 
dei mali. Alla onnipotenza dello Stato venne grado a grado 
sostituendosi il vigore e la libertà dell' individuo. Ostrogoti e 
Longobardi, in numero troppo ristretto, non poterono in Italia 
impedire lo sviluppamento dei governi municipali né il lento 
acquisto di una libertà più larga e compiuta. Donde la nuova 
e libera vita della penisola nei mezzi tempi , specie nelle sue 
parti settentrionali e centrali ; donde la potenza della feuda- 



li) Voi. I , pag. 7-87. 
(2) Voi. I , pag. 89-226. 



112 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

lità ristretta nello spazio e nel tempo , cioè soltanto ai primi 
secoli del medio evo e a paesi in cui la vita del municipio 
tardi trionfò della feudale energia. Fra questi si vuol porre 
il Friuli , la topografìa del quale iu non ultima causa delle 
sorti che gli toccarono : collocato sulla strada di tutte le 
invasioni straniere , mentre doveva curare la propria difesa 
con opere di guerra, non poteva sempre impedire agli invasori 
di fermare stanza nel territorio che primo si apriva ai loro 
passi. La conquista e i suoi effetti si mantennero qui più lun- 
gamente, e nella parte orientale essa non è per anco cessata. 
E pure la dominazione degli Ostrogoti lasciò immune da 
guerre il Friuli; anzi Teodorico ebbe merito di aver fondate 
le poste di cavalli in un luogo presso Gradisca. La venuta 
dei Longobardi mandò a male la quiete, e intanto durava il 
famoso scisma aquileiese dei Tre Capitoli , e il cielo stesso e 
il mare in tempesta, e poi la siccità, le locuste, la peste 
parevano congiurare ad accrescere la rovina dei popoli. Costi- 
tuitosi il ducato longobardo del Friuli sotto Gisulfo o Gra- 
solfo che fosse, la fatale posizione geografica non impedì la 
tremenda invasione degli Avari , e più tardi quelle ripetute 
degli Slavi. Ma la prima correria degli Avari durò breve , 
benché Gisulfo perisse da prode sul campo di battaglia nel 611. 
Sorte non diversa ebbe Lupo o Lupone quinto duca che 
ribellatosi al re dei Longobardi Grimoaldo, provocò una nuova 
discesa degli Avari, chiamati nel 664. Quattro giorni durò 
la pugna, con la rotta finale dei Friulani; e gli Avari che 
volevano , a prezzo della vittoria , piantar loro stanza in 
Italia , furono finalmente obbligati dal troppo imprudente 
Grimoaldo a ritirarsi nella Pannonia. Questa lotta tra il re 
e il duca longobardo ci rivela la poca unione del regno , già 
nota anche per altri fatti; nò possiamo stupire che s' invo- 
cassero ausiliarii stranieri a punire le ribellioni frequenti, che 
qua o colà pullulavano ad ogni propizia occasione. Tale la 
conseguenza del piccolo numero dei Longobardi , il quale , 
d'altro canto, bastava a tenere in rispetto gl'Italiani, già 
padroni del mondo. 

Ma una prova luminosa della vita quasi indipendente dei 
varii ducati longobardi l'abbiamo nella dominazione dei 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 113 

Franchi, subbietto dell'epoca terza (1), i quali, non pensando 
abolire alla prima conquista il nome del regno longobardo , 
tanto meno ne distrussero i singoli ducati. Vinto Desiderio 
a Pavia nel 774 , continuò a vivere con onore il ducato lon- 
gobardo del Friuli , sebbene aggregato di nome al regno di 
Francia. Anzi crebbe d'importanza, dacché ottenne la qua- 
lità di Marca, e in seguito allargando più e più il suo terri- 
torio , assunse il titolo di Marca Trivigiana e Veronese. Si 
vede chiaro : il forte accentramento dello Stato è una inven- 
zione moderna , figlia dell'assolutismo ; e fatta ragione della 
minor civiltà medievale che rendeva necessario l'esercizio 
delle armi e della resistenza nelle ròcche numerose e ben 
munite , la monarchia di Carlomagno era più un nome che 
un fatto , era per molte parti rispondente alla dominazione 
romana, che lasciava alle Provincie più lontane dal centro 
dell' impero una autonomia quasi compiuta , limitata solo dal 
dovere di pagare i tributi. 

Il ducato o marca del Forogiulio si mantenne gran tempo 
nella sua estensione , e solo nell'828 per alcuni anni fu diviso 
in quattro contee, e tolto a Balderico, in pena di essersi 
ribellato a Lodovico il Bonario. Pure , in grazia della politica 
di Carlomagno e dei suoi successori , alla autorità dei duchi 
prima s'aggiunse, poi sottentrò il dominio dei patriarchi aqui- 
leiesi. Anzi a tale giunse il favore che lo Stato accordava 
alla Chiesa, che con decreto imperiale dell' 879 erano state 
abolite , benché invano , nel Friuli , le dignità di duca , di 
marchese , di conte. 

L' epoca quarta (2) dice del Friuli sotto Berengario e gli 
Ottoni. Come Berengario ebbe il regno d' Italia , nominò suc- 
cessore alla marca friulana certo Valfredo : ma questi ribel- 
latosi e morto, ne riprese il dominio per sé. E durante la 
fortunosa sua storia dovette combattere a più riprese gli 
Ungheri invasori e rimanerne sopraffatto e vinto , non potendo 
impedire la strage inaudita del paese. Anzi , traditore della 
patria , li chiamò appresso più volte contro i suoi antagonisti. 
E le stragi si accrebbero, benché fossero i tempi in cui erano 
cessate le regolari incursioni ! L'Europa fu afflitta anche più tar- 
li) Voi. I , pag. 227 327. 
(2) Voi. I , pag. 329-399. 

Aucw. St. [tal. , 3. a Serie, T. X , P. 11. 16" 



114 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di da nuovi barbari, i quali sembravano essere il retroguardo 
della grande onda di genti che, per più di due secoli, si era 
precipitata sull' impero romano ; e forse non è ancora appie- 
no sicura che sia compiuta la insensata vendetta della bar- 
barie contro la civiltà. Chi potrebbe affermarlo ? 

Anche Berengario, per ingraziarsi la Chiesa, benché gli 
fosse naturale nemica, le fece alcune donazioni; e l'autore, 
con una di quelle sviste che in opera di gran lena ponno in- 
contrarsi frequenti, ricorda tanto sotto l'anno 902 come sotto 
il 921 che Federico patriarca ebbe in dono da Berengario il 
castello di Pozzuolo con un miglio intorno di territorio. 

Se gli storici italiani hanno parole di lode per Ottone I, non 
possono gli storici friulani andar d'accordo con loro. E invero 
Ottone I nel 952 tolse alle marche di Verona ed Aquileia il 
carattere nazionale; e badando a ciò che esse si estendevano 
nella Carinzia e nella Carniola, le diede a governare a stranieri 
mal compensando il paese coli' istituire un conte del Friuli 
con residenza a Cividale. Il primo di codesti stranieri fu Arrigo 
duca di Baviera , ambizioso e crudele , nemico giurato degli 
ecclesiastici , cui ferocemente trattò, avendo fatto evirare il 
patriarca di Aquileia , accecare l'arcivescovo di Salisburgo. Ma 
Ottone I, fedele alla massima di Stato del dividere per impe- 
rare , accresce la dominazione della Chiesa aquileiese ed è 
imitato dal figlio Ottone II. Il che pose il Friuli sotto i patriar- 
chi di Aquileia fino alla caduta della sovranità temporale. 

Così si apre l'epoca quinta che corre per quasi cinque volu- 
mi , dal secondo al sesto , dell'opera del nostro autore, e com- 
prende gli anni dal 1000 al 1420 , ultimo della Raccolta in 
forma di Annali. Il secondo volume si arresta all'anno 1251, 
il terzo al 1310 , il quarto al 1341 , il quinto al 1387 e il sesto 
finalmente al 1420. Se non che , giunto a questo limite , il 
signor conte di Manzano , per non lasciare in tronco l'opera 
sua, compie il sesto volume con un'epoca sesta, che prende 
nome dal dominio dei Veneziani , e in troppo brevi pagine 
traccia la storia del Friuli fino all'anno 1797, meta ultima 
del faticoso viaggio. Ma noi dobbiamo deplorare che il lavoro 
resti sospeso, giusto allora che un nuovo ordine di cose si 
stabilisce e, pel governo della repubblica veneta, spenta o 
fiaccata la resistenza feudale, lo Stato procede più uniforme 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 115 

e sicuro nel suo cammino. La storia, anche a modo di Annali , 
diventa più facile a narrarsi , dacché meno s' incontra il biso- 
gno di correre ansando qua e» là pel paese , a caccia di avve- 
nimenti degni di esser notati. Non trovi più sparsi pel Friuli 
de'grandi audaci che abbiano cercata nella ribellione la loro 
indipendenza e con la ribellione la mantengano. Il governo 
teocratico fu mite perchè debole , e al paragone fu superato 
e vinto dal governo repubblicano perchè aristocratico e forte. 

Ma non sempre la debolezza di un governo torna a trionfo 
della santa causa della libertà. Il popolo , se non era oppresso 
dai patriarchi , che anzi cercavano in lui un appoggio , era 
vittima miseranda dei nobili e dei comuni. Il parlamento 
friulano, o colloquio generale, ordinato forse da Carlomagno 
e regolato dal patriarca Popone, accoglieva anticamente quat- 
tro membri nel suo seno, i prelati, cioè, i liberi, i nobili e 
i gismani o rappresentanti le comunità; più tardi compren- 
deva tredici prelati, ventisette castellani, sedici comuni. Ma 
questo parlamento , benché fosse l'autorità legislativa supre- 
ma ed unificatrice , non impediva che i singoli rappresentanti, 
nella maggior parte dei casi , esercitassero la tirannide feu- 
dale nella cerchia del proprio dominio. Il patriarca che aveva 
bisogno di esser protetto e difeso dal conte di Gorizia , suo 
avvocato , non aveva nemmeno la facoltà di convocare il 
parlamento come signore di esso , ma come principale ; né il 
luogo delle riunioni era stabilito da leggi particolari. Le adu- 
nanze però si tenevano col decoro e la solennità onde vuol 
essere distinto dagli altri un potere sovrano ; e nei tempi or- 
dinari! era sostituito da un consiglio del parlamento , nel 
quale avevano voce il patriarca, tre prelati, tre nobili e tre 
rappresentanti i comuni. 

Dalla bella istituzione del parlamento in fuori , ci sembra 
dover notare molta analogia tra i dominii temporali delle due 
chiese, di Roma e di Aquileia. La forma prevalente dello Sta- 
to, la federazione , era qui e colà consigliata dalla urgenza di 
conservare paesi insofferenti del comando sacerdotale, o teneri 
dell'autonomia. Se non che i pontefici , trovando appoggio 
nella antichità del dominio, nella cieca devozione dei popoli, 
e più ancora nella condizione misera della libertà italiana , 
raffermarono la loro sovranità e tolsero di mezzo le resistenze 



11 fì RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dei principi ; mentre in quella vece i patriarchi , prima con 
frutto ma presto invano , combatterono il privilegio dei forti 
feudatarii e il diritto delle comunità , e dovettero poi cedere 
alla vincitrice repubblica di Venezia, però trascinando nella 
loro rovina molti de'nobili. Se i papi di Roma poterono quindi 
sfruttare le donazioni ottenute a varie riprese, e colla so- 
vranità conseguita di fatto resero legale la mentita origine 
di alcune fra quelle ; i patriarchi d'Aquileia non seppero ap- 
poggiarsi al titolo ottenuto forse prima di Arrigo IV e certo 
al tempo di queir imperatore , che innalzò Sigeardo alla so- 
vranità del ducato o contea del Friuli, e delle marche di 
Carniola e d' Istria. Qui nella estrema Italia i potenti feuda- 
tarii impedivano che il titolo sovrano dei patriarchi corrispon- 
desse pienamente al fatto del possesso , e in capo a più che 
tre secoli la lotta or latente or manifesta tra gli uni e gli 
altri , li rese soggetti , nell'occidente , al dominio veneto , 
nell'oriente, all'austriaco. Nella Italia centrale, per lo con- 
trario , una condizione analoga di circostanze mantenne per 
più secoli i papi in continua debolezza, finché i motivi che 
dicemmo, l'innalzarono, vinti i contrasti, ad una sovranità 
senza rivali nell'ordine ecclesiastico. 

Forse è vero che i patriarchi d'Aquileia , soggetti ai papi 
di Roma nello spirituale, furono lasciati perire , dacché osa- 
rono gareggiare in potenza temporale con questi. Ne viene 
in conferma il fatto del pontefice Urbano VI che , morto 
nel 1381 il patriarca Marquardo , ritenne per sé il dominio 
aquileiese, e poi s' indusse 1* 11 febbraio a darlo in commenda 
al cardinale Alanson , il che fé' scoppiare appresso la memo- 
rabile guerra civile per quasi sette anni di seguito (1). Le 
due città di Udine é di Cividale rinnovarono le antiche di- 
scordie ; quella alleandosi con la veneta repubblica e cogli 
Scaligeri , questa col conte di Gorizia , coi Carraresi e i 
Visconti. I papi non soffrirono che altri accennasse di supe- 
rarli , e quando più tardi videro grado grado sparire , anche 
dalla Germania , i principati ecclesiastici , per opera delle 
riforme religiose e politiche, appena se ne lamentarono. L'aver 
tenuta sempre alta la loro autorità spirituale fece la fortuna 

(1) Voi. V, pag. 320-466. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 117 

temporale dei pontefici , mentre i patriarchi dovettero piegarsi 
umilmente all' altrui protezione. E inoltre i diritti dell'av- 
vocazia dei conti di Gorizia si mutarono, a detrimento della 
sedia ecclesiastica di Aquileia, in ingiustizie e violenze, co- 
ronate da bel successo in causa di giurisdizioni e di acquisti 
sempre più larghi, ottenuti od usurpati col pretesto della 
protezione. 

Non è mai avvenuto nella storia che uno Stato perisca 
di morte violenta, senza aver prima provata una più o meno 
lunga decadenza. Fin dal principio del secolo xm, cioè due 
secoli innanzi la difinitiva caduta del potere temporale dei 
patriarchi, Venezia adocchiava la futura, immancabile con- 
quista. E cominciarono nel 1217 i Veneziani a far correrie 
nell'Adriatico, danneggiando Marano nel Friuli e i confini 
istriani. Due anni appresso ebbe luogo la memorabile lega fra 
i nobili del Friuli e i Trevigiani. Quelli posposero ogni obbe- 
dienza verso il patriarca, accettando, come a nobili di Tre- 
viso , doveri e diritti. Stanno registrati i nomi seguenti : Fe- 
derico di Cavoriaco , Alderico e Varnero di Pulcinico, Enrico 
di Villalta, Bernardo e Leonardo di Sonumbergo , Rodolfo di 
Savorgnano , Artuico di Strasoldo , Dietrico di Fontanabona, 
Corrado ed Artuico di Castillerio , Giacomo di Budrio, Ar- 
tuico di Olderico di Castello (Frangipane). Fu ribellione di 
un anno ma intanto il patriarca , assalito Treviso , ne ven- 
ne respinto per l'alleanza dei Veneziani coi Trivigiani; e se 
fu condotto nel 1222 a conchiuder la pace, dovette accettare 
un vicedomino veneto in Aquileia e concedere alla Repubblica 
molte franchigie e pagare perfino un annuo tributo (1). 

L'ardito animo dei patriarchi che vennero dopo , arrestò 
qualche tempo lo Stato nella precipite via della decadenza. 
Gregorio da Montelongo e i Torriani , specialmente Raimon- 
do della Torre, rintuzzarono l'ardito predominio dei feudatarii, 
e per questo dicemmo più sopra che , se caddero i patriar- 
chi, trassero con sé nella comune rovina anche i nobili. Ma 
la repubblica di Venezia avanzava lenta e sicura nei suoi 
acquisti, pure a danno dei patriarchi. Fin dalla metà del 
secolo xii alcune terre dell' Istria le si erano chiarite , per 

(1) Voi. II , pag. 245, 260 , 265-266 , 277-278. 



118 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



amore , fedeli , e tornò invano la lotta che il patriarca Rai- 
mondo nel secolo appresso combattè contro la repubblica per 
riaverne il possesso ; Capodistria nel 1278 passò ai Veneziani 
ed ebbe a primo podestà Renier Morosini (1). Ma morto Rai- 
mondo patriarca , il Friuli era venuto a più misera condi- 
zione sotto il piacentino Ottobono dei Razzi. La repubblica 
di Venezia continuava a scalzare dall'Istria l'autorità pa- 
triarcale , e più da vicino , ad oriente , i conti di Gorizia le 
si erano fatti ribelli, mentre da occidente, i da Camino 
conti di Ceneda trionfavano con le scorrerie , e nell' interno 
lo stato era commosso da Giovanni di Villalta che disponeva 
di terre a benefizio dei suoi fedeli , pronti a gettarsi sopra 
chi resistesse , fossero nobili castellani , o rappresentanti le 
comunità , o milizie del patriarca. Per tentar di salvarsi non 
dagli interni (era impossibile), ma dagli esterni nemici, 
Ottobono li suscitò gli uni a danno degli altri e , con buon 
frutto , diede al conte di Gorizia il titolo e le facoltà di ge- 
nerale contro i Caminesi. 

Ma come la repubblica veneta, dopo la guerra civile set- 
tenne e la feroce tirannide di Giovanni di Moravia , sotten- 
trò al dominio temporale dei patriarchi, non volle spegnere 
le avite istituzioni del paese che continuava a gloriarsi del 
nome speciale di Patria del Friuli. E invero questo titolo le 
conveniva , dacché Venezia , seguendo anche in ciò l'antica 
politica di Roma, aveva serbato al Friuli meglio che un'ap- 
parenza di vita autonoma , con mantenere in piedi il parla- 
mento o consiglio generale. Vi sedevano settanta membri , o 
vogliam dire dodici prelati , quarantacinque nobili feudatarii 
e tredici comunità. Il luogotenente veneto presiedeva le adu- 
nanze che dal 1420 si tenevano regolarmente ogni anno sul 
cadere del maggio nel castello di Udine. 

Noi non entreremo a dire di questo periodo che l'autore 
discorse di volo nell'epoca sesta in poco meglio di cento pa- 
gine, dividendolo in capi che riguardano la chiesa aquileiese 
e i suoi patriarchi, gli avvenimenti politici , il governo , i 
feudi eia nobiltà, l'agricoltura, il commercio e la industria, 
le scienze e le arti. Nel rapido sguardo ei seppe scegliere i 

(1) Voi. HI, pag. U4. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 119 

punti più memorabili di storia, scusandosi dell'aver abban- 
donato il metodo di prima per la caduta della sovranità e 
dell'autonomia del Friuli. 

Molti vennero in soccorso al benemerito autore nella com- 
pilazione dell'opera. Troviamo citati innumerevoli gli scrit- 
tori friulani e non friulani, e quasi ad ogni pagina gl'indici 
copiosissimi e le raccolte del professore Iacopo Pirona, fami- 
gliare degli studi storici, archeologici e linguistici. Né gli 
fecero difetto gli archivi pubblici ed altri privati , e i docu- 
menti editi ed inediti dell'abate Giuseppe Bianchi , gloria 
paesana, rapito di fresco alle giuste pretensioni di una criti- 
ca forte, sapiente, illuminata. A conchiudere, l'opera del Di 
Manzano, malgrado i difetti liberamente additati, meritereb- 
be un più lungo discorso, e ben lo avremmo scritto, se, per 
nostra colpa , non temessimo di porre a troppo duro cimento 
la cortesia dei lettori. 

Udine, 4 agosto 1869. 

G. OCCIONI-BONAFFONS. 



Notizie sulla vita e sulle opere dei principali architetti t 
scultori e pittori die fiorirono in Milano durante il 
governo dei Visconti e degli Sforza , raccolte ed esposte 
da Girolamo Luigi Calvi. Milano Ronchetti, 1859, 1865, 
1869; in 8vo Parte I-III. 

Mancava alla Lombardia una storia generale delle sue 
arti e dei suoi artisti. Soltanto alcune provincie , Bergamo , 
Brescia , Cremona hanno monografie più o meno esatte , più 
o meno estese : niun lavoro veramente erudito , veramente 
esatto , sia dal lato estetico , sia dallo storico. Milano , fatta 
ragione alle sue antichità e grandiosità , allo sviluppo che 
ebbero in essa le arti , alle sue accademie , le quali datano 
sino dal 1380, alla copia de' suoi monumenti, al numero 
degli artisti che dessa produsse, Milano è la più povera di 
tutte le provincie lombarde in fatto di notizie d'arte. Nel 
secolo passato e prima ancora che incominciassero le sop- 



120 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pressioni religiose e i conseguenti barbarismi e gli spogli di 
tanti monumenti e tesori di arte , un Albuzio raccolse 
memorie e documenti con animo forse di pubblicare alcuno 
scritto su tale argomento , ma poi nulla ne fece. Queste 
memorie , delle quali una copia passò poi a certo de-Pagave 
e da questo successivamente agli eruditi uomini Giuseppe 
Bossi , Gaetano Cattaneo , Ignazio Fumagalli (dei quali alcu- 
no vi fece qualche addizione , non per altro di grande entità); 
queste memorie , dicesi , passarono già da quasi vent'anni , 
alla biblioteca del fu don Gaetano Melzi e servirono oppor- 
tunamente al Rio per compilare il suo libro : Leonardo da 
Vìnci e la sua scuola (1856). Altra copia delle stesse me- 
morie dalle mani del fu avvocato Calcaterra , passò a quelle 
del eh. sig. Calvi, il quale le volse a fondamento dell'egregio 
lavoro che annunziamo , e di cui son già fuori tre parti. 

Ufficio nobilissimo di affettuoso cittadino , contribuire allo 
splendore della patria illustrandone l'epoche e le opere 
gloriose. 

Lo scritto del Rio sovra Leonardo e la sua scuola aveva 
già incominciato a togliere alquanto l'oscurità in che versa 
la storia dell'arte Lombarda e particolarmente della milanese. 
Sembrerebbe quasi che noi non avessimo avuto arte né 
artisti : eppure in tutte le parti d' Italia incontriamo artisti 
lombardi , e in ispecie milanesi ; eppure sappiamo che Mila- 
no ridondava di egregie opere d'arte prima che i vandalismi 
incominciati coi furori religiosi di Carlo Borromeo , ce ne 
disertassero della maggior parte ; eppure Lomazzo , Moriggia, 
Torre ed altri de'nostri scrittori ci avevano da oltre a due 
secoli favellato non iscarsamente né a casaccio dell'arte 
nostra e de' suoi più valenti cultori. Ciò nondimeno , chi ci 
addita oggigiorno i dipinti di Francesco Melzo , di Francesco 
d'Adda , di Giuseppe Arcimboldo , di Ambrogio Maggione , 
Stefano Scoto , Francesco Crivello , Costantino da Vaprio , 
Giovanni Da Valle ? Chi le miniature di Girolamo Figino, 
gT intagli del Suardo , le plastiche di Sovico , le azimine del 
Basso, le armature di Panzò , le incisioni dei Masseroni ? 
Le guide artistiche (peregrine collezioni di errori) e lo sto- 
rico Lanzi esaltano a cielo le tarsie in legname del coro 
nella Certosa di Pavia e ne fanno autore un Bartolommeo 



RASSEGNA BICLIOGRAPICA Ì2Ì 

da Pola -vissuto nel 1486, e lo vogliono allievo del Vinci o 
di Damiano da Bergamo ; e invece i documenti ci dicono 
che Bartolommeo Polli modenese abitante in Mantova (non 
già di Pola città dell' Istria) lavorò di tarsìa ed intagliò il 
coro della Certosa presso Pavia prima forse con un maestro 
Pietro da Velate (1495-1497) poi con un Iacono del Mayno 
(l'assuntore del lavoro) nel 1502. E né per l'epoca né per lo 
stile possiamo ritenere il Polli allievo di Leonardo o di 
fra Damiano. 

Se il Rio ebbe il merito d' intrattenerci pel primo un po' 
di proposito sovra alcuni dei nostri artisti finora assai poco 
noti , quali Anovello da Imbonate , il Gazzo , i Solari Boni- 
forte e Giovanni, Leonardo da Besozzo (de Bisutio), Foppa 
Buttinone e Zenale , l'architetto Battaggia di Lodi , e i pit- 
tori parimente lodigiani Chiesa e Toccagni , assai più fece 
il Calvi scoprendoci nel cremonese Francesco de' Pecora- 
ri l'architetto della magnifica torre e dell'annessa chiesa 
in Milano di San Gottardo in Palazzo (1336) ; in Bernardo 
da Venezia quello della Certosa di Pavia (1396), e della 
Chiesa del Carmine in Milano, rifatta poi quasi tutta da 
Pietro da Solaro nel 1446 , e procacciandoci di altri distin- 
tissimi artisti belle notizie, frutto di faticose ricerche negli 
archivii , e formando ragionevoli conghietture , quantunque 
volta le notizie positive venivano a mancargli : deducendo 
egli tali conghietture dalla pratica sua nell'arte ch'egli stesso 
esercitò maestrevolmente. 

Questa prima parte del lavoro del Calvi che ora abbiamo 
sott'occhio , contiene le notizie di tredici artisti che lavora- 
rono in Milano : Francesco de' Pecorari , architetto ; Giovanni 
di Balduccio da Pisa, scultore; Matteo, Bonino, Marco, 
Giacomo da Campione, architetti; (i due primi anche scultori) 
Giovanni de'Grassi, pittore, scultore, arcbitetto ; Bernardo 
da Venezia, scultore e architetto; Lorenzo degli Spazi, archi- 
tetto ; Michele de' Mulinai-i pittore; Giacomino da Tradate 
scultore ; Stefano da Pandino pittore ; Filippo degli Organi 
architetto. 

La storia dei Campionesi è forse la più interessante. 
Campione , terra sul lago Ceresio , quasi rimpetto a Lugano, 
Arch. St. Itai... 3.» Serie, T. X , P. II. <6 



122 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

nella diocesi di Milano , fu pel corso di secoli la culla di 
architetti e raarmorai distintissimi. Anselmo da Campione , 
forse ancor prima del 1209 , operava come architetto e scul- 
tore nella cattedrale di Modena, e quindi Otacio, Alberto e 
Iacopo suoi figli, e quindi nel 1204, Enrico figlio di Otacio 
continuarono il lavoro. Altro Enrico od Arrigo nel 1319 in- 
nalzava l'ottagona bellissima piramide sulla torre della Ghir- 
landina e nel 1322 il pulpito della cattedrale di Modena. Il 
Calvi ricorda altresì Ugo da Campione che nel secolo XIV, 
scolpiva in Bergamo e rifabbricava la chiesa di Bellano in 
quel di Como (1348); ricorda due Giovanni padre e figlio, 
(1351-1360) che belle opere condussero parimenti in Bergamo. 
Né deve far maraviglia che un piccolo paese fornisse tanti 
egregi artefici , se a tutti è noto come l'agro comense , cui 
pure Campione appartiene , desse sino da tempi più antichi 
gran numero di edificatori in tutta Europa noti pella deno- 
minazione di maestri Comacini ; l'origine dei quali è ben 
rimota, come tutti sanno, né qui occorre ripetere. Ai Cam- 
pionesi pertanto vorrebbe il Calvi attribuire la più parte 
delle opere, sia di architettura che di scultura, condotte in 
Milano nel secolo XIII od al principio del successivo prima 
della venuta fra noi di Giovanni di Balduccio da Pisa, pel 
cui stile sembra l'arte prendesse a migliorare. La sala della 
Ragione col monumento di Oldrado (1233) e prima la loggia 
degli Osii dovrebbero essere opera di Campionesi. Ed al loro 
numero vorremo ascrivere quegli scultori che, al dire del 
Fiamma, lavoravano nel palazzo di Azzone e quelli che più 
tardi operarono o vennero consultati intorno la magnifica 
nostra cattedrale. 

A Matteo da Campione , di cui a luogo il nostro autore 
ragiona , vorrebbe egli attribuire l'arca magnifica di S. Ago- 
stino in Pavia e quella di Bernabò Visconti (1380) ora in 
Brera. Sono poi opere certe di questo architetto-scultore , 
fino da' suoi tempi appellato magnus edificator , l'antico bat- 
tistero ch'era nel Duomo di Monza , l'attuale facciata ed il 
pulpito di quella chiesa, egregi lavori. 

Bonino da Campione credesi appartenesse alla famiglia 
dei Fusina, di cui usciva dopo un secolo quell'Andrea, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 123 

finissimo scultore , il quale lasciala in Siena (1485) un lavoro 
che ce lo farebbe credere emulo od allievo di Desiderio di 
Settignano. Bonino innalzava nel 1375 in Verona il gran- 
dioso monumento di Cansignorio della Scala, aiutato nella 
parte ornamentale da un Gaspare a noi ignoto , e forse egli 
pure lombardo , rammentato però dall'epigrafe : 

« Vere Boninus erat sculptor Gasparque recultor ». 

Crede il Calvi che Bonino dovesse aver condotto prima 
di allora altre opere in Verona , se era scelto dal principe 
Scaligero a scolpire il proprio monumento. Per ciò gli attri- 
buisce il sarcofago di Giovanni della Scala morto nel 1359, 
lavorato con ornamenti di una eleganza e di uno stile che 
corrispondono a quelli dell'altro ; ed arguisce che in appresso 
Bonino operasse in Venezia (ove sembra dimorassero anche 
altri Campionesi) perchè vi si riscontra il suo stile in alcuni 
sepolcri , Cornaro , Dandolo , Morosini. Troviamo Bonino 
nel 1388 maestro del Duomo di Milano , dove le sue memorie 
vanno fino al 1393. « Il di lui stile nell'architettura, scrive il 
« Calvi , si scosta da quello delle opere fatte allora nell'alta 
« Italia; bensì ha qualche riscontro nelle facciate del Duomo 
« di Orvieto e di Siena , anteriori di circa mezzo secolo cui 
« forse il Campionese va innanzi nella scelta degli orna- 
« menti, e specialmente nell'arca di Giovanni Scaligero, la 
« quale è per ordine di tempo (eh' io sappia) in questa parte 
« d'Italia, e forse nell'Italia tutta, prima fra le opere di 
« quello stile di passaggio al greco-romano che fu detto , e 
« dicesi fra noi ancora bramantesco , da Bramante cui pare 
« sia stato di esempio il nostro Bonino ». Marco Frisone e 
Giacomo Buono sono gli ultimi Campionesi di cui occorra, 
seguendo l'autore , far memoria. Nel primo ci si presenta 
con buon corredo di ragioni , in ordine di tempo e di auto- 
rità , il primo architetto del nostro duomo , e forse anche 
l'autore del disegno : del secondo le prime notizie sono in un 
codice civico che lo ricorda all'anno 1388, quale maestro di 
fabbrica della nostra cattedrale , e poco appresso quale inge- 
gnere della medesima , mancato che fu Marco da Campione. 



124 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ci duole che i limiti di un articolo non ci permettano di 
seguire il nostro storico con un' analisi più minuta ed estesa. 
Il perchè , quanto agli altri artisti dei quali egli pure egre- 
giamente favella, non ci fermeremo che a Giacomino da 
Tradate , Giovanni e Michele da Milano. 

Di Giacomino questo si sa, ch'era scultore addetto all'ope- 
ra del nostro Duomo sino dal 1410, che in quell'anno 
doveva pei frati di Sant' Eustorgio compiere un lavoro in 
marmo già prima da lui incominciato , lavoro che non sa- 
premmo additare, quando non fosse la bell'ancona dell'aitar 
maggiore ordinata dal duca Giovan Galeazzo, e in cui è feli- 
cemente prenunziato il risorgimento dell'arte. Fatica di Gia- 
comino è la statua di papa Martino V che vedesi in duomo 
presso la sagrestia de'monsignori. Il Rio la qualifica rozza; 
lo scrittore Ambrogio Nava (1) bellisima.... Non è né l'ima 
cosa né l'altra. Il Rio la vuole il capolavoro di Giacomino, e 
nemmeno questo crediamo. 11 Nava dice (pag. 198) non saperne 
indicare l'autore.... eppure vi sta presso una lunga iscrizione 
che termina cosi : 

« .... imaginis auctor 
« De Tradate fuit Jacobinus in arte profundus ». 

Oh fidatevi talvolta degli scrittori e dei giudizii ! La fama di 
Giacomino cresceva col progresso degli anni , se intorno al 14?0 
il duca di Mantova lo chiamava a lavorare di pietra nella 
sua residenza. Ivi egli moriva indi a poco , e veniva sepolto 
nel chiostro , ora soppresso , di S. Agnese coll'epigrafe : 

IACOBINO DE TRADATE 
PATRI SVAVISS 
QVI TAMQVAM PRAXITELES 
VIVOS IN MARMORE 
FINGEBAT VVLTVS 
SAMVEL OBSERVANTISS. 

Questo Samuele era un suo figlio, il quale esercitava pari- 
menti lo scultore, e trovavasi nel 1463 col Mantegna presso 

(J) Memorie e documenti sul Duomo di Milano ; ivi 1858. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 125 

il lago di Garda a misurare monumenti e ricopiare lapidi 
antiche (1). 

Michelino da Besozzo , detto de' Molìnarì , apparisce fino 
dal 1404 nei libri del duomo quale maestro di vetriate , ed è 
detto pittore grande. Era stato discepolo di Angelo Gaddi 
che conosceva i segreti di quest' arte ; l'unico frammento che 
ci resta di vetri da esso dipinti non è tale che ci dia un bel 
saggio della di lui maestria in lavori di simil genere. Le di 
lui opere di pittura quasi tutte perirono: il Calvi pensa , in 
via di semplice congettura, che possano appartenergli alcune 
pitture murali da lui accennate ; fra esse è la Madonna così 
detta del Parto che vedesi in Milano nella chiesa di S. Maria 
Podone , pittura questa che diede origine ad uno dei più gra- 
ziosi spropositi che infarciscano le guide d'arte, e che venne 
presentato persino al Congresso dei Dotti nel 1844. Tuttavia 
un'opera certa di Michelino possiamo noi accennare benché 
trasformata da recente ristauro: conservasi dessa in Milano 
nel duomo, nella Sagrestia dei Monsignori. È una tavoletta 
dipinta da ambe le parti , che portavasi un tempo a guisa di 
insegna (idea) nelle processioni : in una delle facce è dipinta 
la Madonna col putto e tre angioletti, i quali sostengono il 
panno su cui è posato il bambino: nell'altra parte vedesi la 
purificazione della Vergine con architettura e fondi dorati. 
L'opera è condotta con assai diligenza , in buono stile e con 
vera intelligenza d'arte : nella seconda delle storie testé de- 
scritte v'ha l'epigrafe : 

MCCCCXVIII MICHAE.... DE BESOTIO. 

Giovanni da Milano , figlio di Giacomo , pittore , è dal 
Calvi creduto, per coincidenza di stile, cioè l'aria giottesca 
di alcune scolpite testine, è creduto, dicesi, lo stesso che 
Giovanni de' Grassi architetto e scultore della nostra catte- 



Mi Giacomino aveva nel suo testamento disposto un legato di fiorini dodici 
per la fabbrica del duomo di Milano. Pare ch'egli morisse intorno al 1433, 
giacché nel libro dell'entrate di quell'anno che tuttavia conservasi nell'archivio 
del Duomo Ieggesi in data del primo aprile : Heredes quondam magistri Jacobini 
de Tradate srìuerunt fabrize . . . .prò parte solutionis Igati facti . ■ . .per testa- 
mentimi de fior. XII di te fubrirepcr bonum Antonium ejus plium ; Iibr. 9 : ; 2. imp. 



126 RASSEGNA EIBLIOGRAFICA 

drale (1391). Il Crepuscolo, giornale milanese (a. 1858, n. 6) 
asseriva gratuitamente che Giovanni fosse non da Milano, 
bensì da Melano sul lago C eresio. Ma una di lui tavola che 
è nella galleria comunale di Prato porta l'epigrafe : 

« ego Iohanes. de. Mediolano. pinxi. hoc, opus » 

e ciò basta a convincere ogni incredulo. 

Giovanni studiò a Firenze presso Taddeo Gaddi , e nel 1366 
ebbe la cittadinanza fiorentina, con ordine di ritornare ivi 
entro un anno, probabilmente per condurvi qualche lavoro: 
egli dipinse inoltre in Arezzo e in Casentino (1356-1365). 
Firenze conserva tuttora alcuni de' suoi dipinti. Il Calvi 
accenna poi il merito di Giovanni come scultore , ricorda i 
suoi lavori alle sagrestie del duomo di Milano, enumera 
gli artisti dell'epoca che ragionevolmente possono attribuir- 
glisi ad allievi. Sono questi, il figlio di Salomone dei Grassi 
Paolino da Mont'Orfano, Cristofano e FrancescoZavattari(1414), 
Antonio e Stefano da Pandino , Isacco da Imboliate , Simone 
da Corbetta (1382), e certo Bassanolo che dipinse la chiesuola 
di S. Cristoforo fuori di Porta Ticinese sul Naviglio-vecchio 
di Milano , e che il Calvi per equivoco cognominò de' Cornetti , 
mentre l'epigrafe sincrona sotto alla pittura dice chiaramente: 
Bassanolvs de magistris pinsit. {Continua) 

Michele Caffi. 



Remarhs on the illuminateti officiai manuscripts of the ve- 
netian republic, by Edward Cheney (Osservazioni sui 
manoscritti officiali miniati della repubblica veneta, di 
Odoardo Cheney ) Senza 1. , a. (1869), S. pag. 95 in 8vo. 

Notes on venetian ceramics, by William Richard Drake , 
F. S. A. ( Osservazioni sulla ceramica di Venezia ., di Gu- 
glielmo Riccardo Drake ). London , John Murmy , 1868 , 
pag. 40-xxxiv in 8vo. 

Che la potenza dei mezzi avvalorata dalla nobiltà del 
sentire torni non solo profittevole a quelli che per l'opera loro 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 127 

ne son fatti partecipi, ma eziandio decorosa a chi saviamente 
li impiega , è questa una verità pratica giornalmente atte- 
stata dal provvido uso della ricchezza. Ma non è men confer- 
mato dalla sperienza l'altro vero, che chi si studia di lar- 
gheggiare del proprio per tener dietro a uno scopo determi- 
nato , accresce nell'ordine relativo di idee e di cose il poter 
dell' ingegno , come fu già osservato da Tacito : magnitudine 
rerum vis ingenti crescit. Questi concetti tornavanmi in 
mente al proposito di due opere che , quantunque di piccola 
mole , offrono nullostante preziose indicazioni su due rami 
d' industria artistica veneziana , la miniatura de'codici mano- 
scritti officiali e la fabbrica di maioliche e porcellane. L'ar- 
gomento di patrio interesse parea dovesse invitare taluno 
de'nostri ad occuparsene ; ma non gli si presentarono forse i 
motivi a trattarne , come si offersero spontanei ai due agiati 
gentiluomini inglesi , colonnello Odoardo Cheney e Guglielmo 
Riccardo Drake , i quali in tempi diversi osservarono qui 
in Venezia ed altrove gli oggetti summentovati, ne raccolsero 
in parte, li distribuirono dietro i riguardi molteplici di autori, 
di tempo, di luogo, di uso, di arte, ne' loro musei di cam- 
pagna , e , confrontatili assieme e descrittili , si trovarono 
sotto mano, quasi senza avvedersene, l'orditura del lavoro, 
cui quest'articolo si riferisce. 

Nel che egli mi gode assai l'animo di parlar prima del 
libro del Cheney , cui mi lega un dovere di sentita ricono- 
scenza per la cordiale ospitalità usatami l'autunno 1852 nella 
deliziosa sua villa di Badger Shifnal , a poca distanza da 
Birmingham. Onde mi permetto qui una parola che attesti 
pubblicamente la mia gratitudine , anche perchè ho ivi ap- 
preso come l' Inglese sappia accoppiare la severità degli studi 
e il bello delle arti a ciò che rende il vivere agiato. Nel cen- 
tro al giardino , chiuso intorno dal vasto parco , sorge la casa 
di costruzione recente , le cui ale si convertirono a serre di 
piante tropicali. Distribuiti nella sala d' ingresso , rischiarata 
superiormente, sono oggetti d'arte e curiosità, quadri, marmi 
lavorati, bronzi, terrecotte, intagli in legno, maioliche , vetri , 
imitazioni di pezzi capitali conservati in vari musei. Benchèpaia 
strano, non è men vero che fra gli oggetti trasferiti da Ve- 
nezia si riscontrano un dipinto di Tintoretto in piccole pro- 
porzioni , allusivo alla battaglia delle Curzolari , già nelle 



128 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

sale del Consiglio de'Dieci, e un soggetto mitologico in tela, 
già adattato al soppalco della stanza da letto del doge Lodo- 
vico Manin. A tante lautezze s'aggiunge splendido ornamento 
la copiosa e scelta libreria di opere scelte e di belle arti , 
onde il Cheney allieta gli ozj di quella sua Tempe. 

L'autore , accennati i progressi della miniatura de' libri , 
che si ottennero specialmente in Italia nei secoli quindicesimo 
e sedicesimo , asserisce che l'arte ebbe in Venezia e nelle 
dipendenti provincie, più che in altre parti della penisola, 
lunga e fiorente la vita , dacché la poesia e il genio dell'arti- 
sta v'erano allettati dall'abitudine di ornare con emblemi e 
rabeschi le Mariegole , le Promissioni dei Dogi , ì Capitolari 
dei loro Consiglieri e dei Procuratori di S. Marco , le 
Commissioni ducali. Perciò è ben naturale che si formasse 
uno stuolo di miniatori o veneti o al servigio dello Stato , di 
alcuno de'quali la storia riconoscente ci conservò il nome , 
Andrea Amadio , Giacometto Veneziano , Benedetto Bordone , 
Giovanni Vitale di Brescia, Ventura di Venezia, e fra Vitto- 
rino , canonici regolari di S. Salvatore ; Giorgio Colonna , i 
tre veronesi Liberale , Francesco e Girolamo dai libri ; non 
che il croato Giulio Clovio , che fu al servigio del cardinale 
Marino Grimani. Dalla quale enumerazione il Cheney esclude 
a diritto , per mancanza di prove , i nomi di Tintoretto , Paolo 
Veronese, Tiziano e di altri eminenti ingegni, collo scopo di 
opporsi alle false insinuazioni di cataloghi di librai stranieri. 
A conferma del fatto egli osserva che ogniqualvolta alcun 
pittore di rinomanza miniò qualche manoscritto , lo fece per 
amore o per divozione ; datone ad esempio il Messale di 
Mantova , i capolavori dei cui margini devonsi al Mantegna ; 
e il Dante con figure di Michelangelo , lodate assai dal Va- 
sari. Infatti i miniatori di Venezia , benché inscritti nella 
fraglia delittori , devono essere considerati più come artieri 
che come artisti. È perciò che dotati di meravigliosa destrezza 
di mano , spontaneità d'esecuzione , buon gusto e ricchezza 
di fantasia, primeggiavano negli ornati anziché nelle figure, 
taccia affibbiata pure, e con ragione, dagli storici dell'arte al 
sommo Atavante. 

Decaduta altrove questa professione , si mantenne pur 
sempre fra noi , in botteghe presiedute da un maestro e for- 
nite di operaj e garzoni, fino aliatine del secolo scorso, do- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 129 

vendosi ammettere incontrastabilmente quanto riferì di re- 
cente la Commissione pel riordinamento dell' Istituto musicale 
di Firenze , che i benefizi delle antiche botteghe stanno alla 
pittura, quanto il convitto alla musica e alla drammatica. 
È perciò che il Cheney stupisce come , in onta alla costumanza 
di pubblicare questi libri officiali nella stessa forma , scritti 
cogli stessi termini, dipinti nella stessa maniera, ma con 
grandi differenze nello stile , nessuno abbia pensato in Vene- 
zia a formare una collezione di codici manoscritti miniati che 
avrebbero illustrato le condizioni varie di quest'arte, nel 
lungo periodo indicato. Al quale meritato rimprovero, accom- 
pagnato dall'avvertenza che alcuni di tali codici trovansi rac- 
colti a caso in pubbliche biblioteche, o perchè lasciativi da 
cittadini amanti del paese , o perchè tolti dagli archivi dei 
monasteri e delle fraglie soppresse , fa degno riscontro la 
premura onde la spettabile Direzione di questo Museo Correr 
non lascia mezzo intentato ad arricchire la serie, già accre- 
sciuta notevolmente col legato Cicogna. 

Premesse queste indicazioni generali, il Cheney scende 
alla trattazione storica di ciascuna classe di questi codici. 



MARIEGOLE. 

Lamariegola (mater regula), della cui esistenza l'autore 
trova memoria sin dalla metà del secolo decimoterzo, è lo 
statuto delle confraternite o scuole , come le diceano , delle 
professioni e delle arti. Esaminatane diligentemente la costi- 
tuzione sociale e politica, l'importanza, lo scopo esclusiva- 
mente religioso e caritatevole ; il carattere delle maggiori, 
dette grandi pel numero e per la qualità degli ascritti, per 
la potenza dei mezzi , per la magnificenza degli edifizi in cui 
si riunivano (costruzioni che riscuotono ancor l'ammirazione 
de'posteri), l'autore descrive cronologicamente le mariegole 
da lui vedute , con rapporti speciali all'arte. 

Alla scuola grande di S. Todaro apparteneva la prima 
mariegola con data ( 125S ) , ora al Museo Correr, la quale, 
oltre l'effigie del patrono fra una corona di divoti, rappresen- 
ta il Salvatore seduto fra la Vergine e s. Gio. Battista. 

Anr.ii St. It.u.., 3. a Serie , T. X , P. II 17 



130 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

La seconda ( 1261 ) della scuola di s. Maria gloriosa dei 
Frari , con legatura originale in tavola , fra i molti fregi d'uno 
stile franco dell'epoca , offre nelle tre iniziali della prima 
pagina 1 ; effigie della Vergine , di s. Marco, di s. Francesco. 

Datata il 1392 la mar tegola dalla scuola grande di santa 
Maria di Valverde , detta della Misericordia, è di carattere 
esclusivamente religioso. Soffermatosi il Cheney nella descri- 
zione delle miniature, trova superiori a ogni elogio, per la 
correzione del disegno e la diligenza dell'esecuzione, le scene 
dei penitenti e degli strumenti di pena usati abbattuti* alla 
cui scuola appartiene quella mariegola: le iniziali leggiadra- 
mente dipinte, i ricchi rabeschi dei margini , con teste inserte 
di santi e divoti. 

Benché nella mariegola della scuola di S. Stefano del 1493, 
conservata al Museo Correr, la lettera capitale del testo rap- 
presenti condotto meravigliosamente il ritratto del patrono ; 
non sa l'autore acconciarsi al giudizio espresso da chi più 
tardi possedeva il codice, sia quel lavoro da attribuirsi al 
Carpaccio , come non lo son pure le due miniature , la croci- 
fissione di Cristo e la lapidazione del protomartire. 

Conservansi ivi pure due altre mariegole della scuola di 
S. Marco e della fraglia dei pelizeri. Quella eseguita sullo 
scorcio del secolo decimoquarto, benché in uno stato di mala 
conservazione , è commendevole per la diligenza onde è scritta 
e per le miniature sparse nel libro , condotte con lodevole 
finitezza. La seconda, benché trascritta ed ornata con minor 
cura, porta l'anno 1324; ma la miniatura principale, rap- 
presentante il maestro dell'arte e l'addiscente nell'atto di pur- 
gare delle pelli d'ermellino, è del 1390. 

A questo Archivio generale è deposta la mariegola della 
veneranda scuola della Madonna detta di Santa Maria dei 
marzeri (1481), la data del cui testo, osserva l'autore, s'accorda 
benissimo colla pittura delle lettere iniziali e dei fregi delle 
pagine, condotta con correzione di disegno e colorata con 
gusto; non così con quella del patrono S. Daniele, che, ese- 
guita assai più tardi , fu attribuita a torto da alcuni al Man- 
tegna o ad altro scolare dello Squarcione. 

Al Museo Correr trovasi la mariegola dei corrieri 
del 1558 , già della famiglia Morosini, di cui porta le armi. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 131 

Sulla prima pagina è rappresentata la patrona S. Caterina , 
a'cui piedi stanno inginocchiati due divoti vestiti di nero, 
con istivali a sproni e corno da posta al collo. 

È del cominciamento del secolo decimosesto la mariegola 
della fraglia dei gondolieri, veduta dal Cheney , al cui prin- 
cipio è l'effigie del patrono s. Niccolò e una gondola di vecchia 
forma. 

Contemporanea è la mariegola della scuola di S. Gemi- 
niano, con due miniature delicatamente eseguite. Vi si inse- 
rirono nel secolo scorso tutti i decreti originali od in copia , 
riferentisi alla confraternita , fino all'ultimo della soppres- 
sione e della demolizione della chiesa. 

Però la mariegola in cui più s'accentrano le osservazioni 
del Cheney, è la splendida dei calafati, in una città che uscita 
dalle onde , ne pretende il dominio (1) , la sola riconosciuta 
dal governo e gelosamente confermata dal gastaldo della con- 
fraternita. Legata in argento massiccio a ceselli di sbalzo 
nel secolo XVI , presenta da una parte il leone alato , dal- 
l'altra le armi della confraternita, un vascello a vele spiegate, 
tra fregi dorati e iscrizioni in cartelli. Cesellati sono pure i 
fermagli e lavorati all'agemina in argento i riguardi. All'ester- 
na magnificenza corrispondono le miniature del libro , ricca- 
mente e diligentemente eseguite nel 1578 da Giorgio Colonna. 
Alla prima pagina che, divisa in otto compartimenti, offre 
le varie vicende della vita di s. Foca patrono della fraglia, 
tengono dietro altre rappresentazioni non meno importanti : 
Maria Vergine, s. Marco, s. Foca poggiato al timone, iscri- 
zioni a lettere dorate su fondi azzurri, memorie della libera- 
zione dalla peste nel 1576 , armi dei dogi Sebastiano Venier 
e Niccolò da Ponte. 

Qui l'autore accenna ad altro codice simile al descritto 
per lavoro e per tempo, con miniature illustranti la vita del 
veneziano Carlo Maggi , che questi , tornato dalla guerra di 
Cipro nel 1571, avrebbe offerto al doge. Quel volume già pos- 
seduto dal Duca de la Valliere , fu venduto per 2,000 franchi 
all'asta Gagnat (2). 

(1) ... in a city buit in the waves and claiming to rute over lìiem. 

(2) Ved. Atti dell'i, r. Accademia di belle arti in Venezia, per la distribu- 
zione de' premi, nel 1857, p. 110-1 18. 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



I. Promissioni ducali. 

Sotto nome di promissione intendeasi la promessa fatta 
dal doge il giorno dell'elezione, e riconfermata nell'ottobre di 
ciascun anno, di osservare gli statuti che limitavano i suoi 
poteri e ne definivano i rapporti. La prima conosciuta fu quella 
giurata da Enrico Dandolo nel 1229. Discorso della natura del 
libro; delle correzioni, e delle giunte posteriori, rese necessa- 
rie dalle modificazioni e restrizioni introdotte , morto il doge, 
giunte che portarono quell'atto di poche pagine alle propor- 
zioni di giusto volume ; del tempo in cui apparecchiavansi ; 
degli esemplari dati al doge e a ciascuno de'consiglieri , il 
Cheney avverte che la promissione ducale cominciò a stam- 
parsi nel 1606 all'elezione di Leonardo Donato , chiudendosi 
la serie con quella del 1789. Perciò non le riscontrò mano- 
scritte che in Inghilterra e in poche raccolte del continente, 
•ma specialmente a Venezia. 

La sola Marciana ne possedè nove , tutte procedenti dal 
ricco legato di Iacopo Morelli : fra queste la prima di Giovanni 
Soranzo del 1311 , quella di Bartolommeo Gradenigo del 1339, 
due di Andrea Contarini (1367-1374). Splendida è la promis- 
sione del 1382, la cui prima pagina offre il ritratto del doge 
Michele Morosini , le armi della famigliale ricchi fregi ai 
margini. Duole perciò che alla magnifica legatura in tavola 
ricoperta di velluto chermisi siensi strappate le borchie e i 
fermagli. È singolare il fatto che due promissioni di Antonio 
Venier , datate l'anno 1383 , rassomigliandosi affatto nel for- 
mato , nei caratteri , negli ornati marginali , vadano adorne 
del ritratto dei dogi successivi Francesco Foscari ( 1423 ) e 
Agostino Barbarigo ( 1486 ), locchè fa supporre al Cheney che 
i due documenti destinati pel Venier tornassero , lui morto , 
alla cancelleria , e si adattassero a'suoi successori. Le due 
ultime commissioni sono di Pietro Landò (1539) ed Alvise 
Mocenigo ( 1570). 

Non meno apprezzabili sono nel Museo Correr, quella di 
Andrea Dandolo del 1342, forse la più preziosa delle cono- 
sciute finora, dacché aggiunge alla vaghezza della scrittura 
gli abbellimenti dell'arte: ritratto del doge , mirabilmente 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 133 

condotto , ricche miniature delle iniziali e de'margini ; come 
pure le due di Niccolò Moro (1473) e Francesco Venier (1551). 

Alla biblioteca imperiale di Vienna ammirasi la promis- 
sione di Francesco Dandolo , del 1328. 

Trasmigrarono in Inghilterra due promissioni , che alla 
fine del secolo scorso costituirono parte delle veneziane lau- 
tezze. La prima di Niccolò Tron (1471), membranacea, di bel- 
lezza capitale , venduta in Inghilterra colla ricca biblioteca 
Canonici , fu acquistata da quel gentiluomo Gualtiero Sneyd. 
Benché mancante del primo foglio, la lettera iniziale I fog- 
giata a colonna porta inscritto : Marsilius Bononiensis fecil; 
il qual nome trovasi ripetuto in un codice miniato della Lau- 
renziana di Firenze. Adornano lo stesso foglio la rappresen- 
tazione della Vergine, di S. Marco e S. Niccolò, a'cui piedi 
è inginocchiato il Doge; nonché fiori e rabeschi, ed in pic- 
coli compartimenti rotondi leoni, cervi, lupi, tigri ec. Infe- 
riormente due cherubini alati reggono le armi della famiglia 
Tron. Apparteneva alla libreria di Giuseppe Smith , console 
inglese in Venezia, acquistata dal re Giorgio III pel Museo 
britannico, la promissione di Antonio Grimani, sul cui primo 
foglio riccamente miniato è rappresentato il Doge ai piedi di 
S. Marco, e in un medaglioncino dei margini il prospetto di Mon- 
tegalda, castelluccio presso Padova, eh' è tuttora di pertinenza 
della famiglia Grimani. Della quale torna a disdoro che libro 
sì pregiato , non che il capitolare dello stesso Grimani , Pro- 
curatore di S. Marco , ora al Museo Correr , uscissero di 
mano della famiglia, dopo le parole testuali del Doge mo- 
riente , attestate da Marino Sanudo : Tutto vi lasso; ben vi 
prego per ìionor di casa nostra a conservar la pace.... et 
conservar la mia promissione ducale et di la Procuratia. 

II. (Capitolari dei consiglieri del Doge. 

L'autore riferitosi alla storia e all' indole di questo libro 
statutario , narra come i consiglieri fossero sei, perchè rap- 
presentanti i sestieri; come eletti dal senato formassero il 
Consiglio ducale, cui era demandata la sovranità o nell'as- 
senza, o nel contrario parere del Doge. Stesi i capitolari in 
latino sino alla fine del secolo decimoquinto , si conservarono 



134 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

manoscritti per tutto il decimosesto , riscontrandosi quindi 
pubblicati a stampa. Non parrà strano che trovinsi quasi 
sempre riuniti alla, promissiane ducale, dacché questa giurata 
dal doge consegnavasi a ciascun consigliere. Restituiti , al 
termine dell'ufficio , alla cancelleria ducale , ove non fossero 
soggetti ad alterazione, servivano ai consiglieri succedenti: 
perciò mancano le più volte del nome loro. 

Conservansi al Museo Correr il primo del 1342 , legato 
colla promissione ducale di Andrea Dandolo, il cui principio 
va adorno dalla figura del consigliere in vesta di scarlatto, 
come pure un secondo senza nome e senz'armi, colla data 1531. 
Due altri simili , sempre senza nome di consiglieri, sono riu- 
niti alle promissioni già indicate di Antonio Venier , nella 
Marciana. Si ravvicinano così nella forma di caratteri e nello 
stile di fregi il capitolare di Andrea Muazzo ( 1520 ) della 
Marciana e quello di Sebastiano Moro , senz'anno, del Museo 
Correr, che devono aggiudicarsi allo stesso periodo. Il capi- 
tolare di Andrea Sanudo (1598), posseduto da Lord Orford , 
è apprezzevole per la splendida legatura , dacché i cantoni o 
compartimenti in cuoio di differenti colori , vanno adorni 
delle armi della famiglia e degli emblemi dello Stato, a rilievi 
dorati. Il Cheney osserva opportunamente a questo proposito 
che tal foggia costosa di legatura, propria dei secoli decimo- 
sesto e decimosettimo , era particolare in Italia , se non esclu- 
sivamente a Venezia , ed aggiunge che rade volte la copertura 
era tutta in argento, (come usano gli Ebrei ed i Greci ne' loro 
libri liturgici) , ma più spesso in seta , in velluto , con borchie 
e fermagli d'argento, e fregi in metalli preziosi. Quanto a'ca- 
pitoli giurati , ch'erano molti e onerosi , il Cheney dà rilievo 
a quello sulla persecuzione degli eretici , che riprodotto nel 
capitolare accennato superiormente (1520), si riscontra pure 
in quelli di Andrea Contarini (1374) ed Antonio Venier (1382). 
Intrattenutosi su d'uno degli ultimi a mano di Bernardo Va- 
lier (1611) , osserva giustamente che quanto i più tardi gua- 
dagnarono in correzione di forme grammaticali e in eleganza 
di stile , altrettanto perdettero nella venustà delle mi- 
niature. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 135 

III. Capitolaci dei Procuratori di S. Marco. 

Tessuta la storia di questa importante dignità dello Stato , 
conferita a vita a sei persone di pingue censo e d' importanza 
sociale , l'autore osserva che , quantunque gratuita , fu tal- 
volta a prezzo ; per cui s'accrebbe col tempo il numero loro, 
dacché il titolo divenne oggetto di traffico. È questo e non 
altro il motivo onde gli amici e gli aderenti della famiglia , 
in que' libri stampati splendidamente , talvolta miniati e ric- 
camente legati ad onore dei neoeletti, li chiamavano, a man- 
tenere il decoro , procuratori per merito. 

Ora i loro capitolari scritti accuratamente erano dal cal- 
ligrafo passati , come gli altri , al miniatore , che dietro al 
desiderio de'committenti , ne adornava più o meno i fogli. 

Sotto tale riguardo è sommamente apprezzabile un atto 
(1577) pubblicato dal professore Fuucard : una polizza di lavori 
di miniature eseguite in parecchi capitolari di procuratori, 
per commissione della procuratia de supra, dal prete Gio- 
vanni Vitolo, da lui presentata, per rifiutato pagamento, 
all'arbitrato superiore. Donde pare doversi inferire che quelle 
spese fossero , almeno a quel tempo , sostenute dalla procu- 
ratia. Benché le miniature di cui vanno adorni differiscano 
nello stile e nel sapore artistico , la maggior parte sembra 
essere opera di lavoratori meccanici, bensì capaci ed intelli- 
genti , ma poveri nel variare il soggetto. Di tali documenti 
già conservati gelosamente negli archivi delle famiglie, come 
parte luminosa della storia loro, conservano bei saggi i patri 
istituti del Museo Correr e della Marciana. Nel primo meri- 
tano di esser menzionati: A) il capitolare di Paolo Belegno 
(1367) con miniature; B) quello d'Agostino Barbarigo , pro- 
curatore presso suo fratello Marco , e a lui succeduto nel do- 
gado : la miniatura del secolo decimoquinto rappresenta nel 
titolo i patroni dei due fratelli ss. Marco ed Agostino, con rabe- 
schi ne'margini che si ravvicinano al gusto del secolo decimose- 
sto; C) stupendo è il capitolare di Niccolò Michiel (1500), il cui 
titolo miniato mostra d'essere più moderno che lo scritto e la 
parte ornamentale de'margiiu coperti di rabeschi e medaglion- 
cini ; le armi del Michiel sono chiuse in uno scudo sorretto 



136 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

da cherubini ; il cui fondo rappresenta un paesaggio con cani 
ed altri animali, e soggetto della pittura dell' iniziale è San 
Marco che presenta gli statuti al Michiel inginocchiato; D) bel- 
lissimo è il capitolare di Giovanni da Lezze (1522), la cui 
prima pagina è condotta elegantemente a fiori, rabeschi, me- 
daglioni su fondo d'oro. Conservasi alla Marciana ; E) il capito- 
lare di Federico Correr (1485), con miniatura nel titolo ed 
armi della famiglia ; F) quello di Tommaso Contarmi , sen- 
z'anno, colla solita miniatura nello stile del secolo decimosesto, 
cui si riferisce. 

IV. Commissioni ducali. 

La commissione , preso nome dalla parola onde comincia : 
committimus Ubi, era il diploma che, dato al patrizio in 
nome del Doge , contenea le norme a seguirsi nella sua am- 
ministrazione. Stesa in latino, o in italiano, o in vernacolo, 
secondo i tempi , era scritta in un volume membranaceo in 
quarto, segnato dapprima col monogramma del segretario du- 
cale , poi col nome intero e colla giunta del giorno , del 
mese, dell'anno in cui usciva dalla cancelleria. V'era appeso 
con funicelle, le più volte di seta, il sigillo ducale col ritratto 
e col nome del doge impresso in piombo , o in argento , e 
talvolta in cera, nel qual caso chiudeasi in una scatola leg- 
gera , ricoperta di cuoio impresso. Il nuovo officiale , obbligato 
a tenerla sempre seco , faceala miniare e legare del proprio , 
con più o meno lusso , per poi conservarla come prezioso 
documento di famiglia nell'archivio domestico. Che debba es- 
sere strabocchevole il numero delle commissioni ducali è a 
dedurre da ciò che consegnavansi ad ogni officiale dello Stato, 
agli ambasciatori, ai provveditori, ai censori, ai consoli , ai 
comandanti civili e militari, ai governatori di Provincie, ai 
podestà, ai capitani, ai conti, a ciascuno in fine cui fidavasi 
un reggimento , e ciò dal principio del secolo decimoquarto 
alla caduta della repubblica. Perciò parmi strano che sia com- 
parativamente sì tenue il numero delle esistenti. Ma dacché 
allentatosi l'affetto alle patrie istituzioni , non si riguarda- 
rono più colla stessa gelosa custodia i titoli storici della pro- 
pria sovranità ; quegli abbandonati volumi, se adorni, furono 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 137 

spogliati de' lor fregi , togliendosene le miniature , strappan- 
dosene le pelli dorate e i metalli delle legature , non che i 
sigilli , gettandosi poi dimenticati in un canto , ove non pre- 
stavamo le carte agli scopi dei battiloro , dei legatori di libri, 
della cucina. Cui non e noto che i pociii togli mancanti al 
celebre Virgilio della Laurenziana furono usati da una fan- 
tesca a turaccioli da fiasclietti ? Di questi ritagli ed avanzi, 
che separati dalle commissioni sono quasi senza valore, si 
formarono raccolte speciali che riscontrami in musei pub- 
blici , in collezioni private , presso negozianti di oggetti anti- 
chi. Ciò osservato, l'autore tenta rilevare il perchè un governo, 
che tanto studiava all'economia, non trovasse opportuno, 
dopo l' invenzione della stampa, di risparmiare la spesa dei 
numerosi copisti , collo stampare queste guide dei funzionari 
dello Stato, inserendovi in giunte manoscritte le mutazioni 
richieste dal cangiamento delle circostanze e delle esigenze 
del momento. E vi riesce , avvertendo che la repubblica fug- 
giva abitualmente la pubblicità , e ben lontana dall'esporre 
all'esame e conseguentemente al sindacato i suoi procedimenti 
politici , confidava al solo ofticiale le proprie istruzioni. 

ÌNel Museo Correr , oltre una serie di miniature tagliate , 
v'ha una collezione, accresciuta dall'abbondevole scorta del 
legato Cicogna, distribuita in pochi fogli, dalla ducea di 
Andrea (ìritti alla fine del secolo decimosettimo. 

Il generoso legato di Girolamo Contarmi (1813) contribuì 
ad arricchire onorevolmente questa partita di codici nella 
Marciana , contandosene oltre sessanta ; ma gli esemplari che 
già appartennero a'membri della famiglia Contarmi, o di altre, 
uniti a questa per diritti ereditarj , son quasi tutti imperfetti. 

ìSè di queste lautezze artistiche difettano le nostre fami- 
glie , in onta allo sperpero causatone , dopo la caduta della 
repubblica, dallo smodato desiderio di lucro nel commercio 
cogli stranieri. All'uno de'quali , al gentiluomo inglese Rawdon 
Brown, noi dobbiamo per altro essere col Cheney riconoscenti, 
perchè stabilita fra noi la dimora , preso delle cose di Vene- 
zia , non solo si addentrò nello studio di quell'augusto pas- 
sato e ne rilevò in opere a stampa i rapporti con quello del 
suo paese , ma eziandio raccoglitore industre di oggetti ve- 
neziani , acquistò nella dispersione della magnifica libreria 

Arch. St. Itvl., 3." Serie, T. X , P. II. 48 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Tiepolo codici manoscritti importanti , fra'quali molte com- 
missioni ducali. Puote esserne saggio quella ad Andrea Priuli, 
capitano delle galee di Fiandra (1517) , libro che al valore 
artistico aggiunge lo storico , dacché vi si raccolgono notizie 
importanti allo studioso della storia commerciale e delle re- 
lative leggi internazionali. Ora a chi ama davvero il paese 
torna increscevole che questo codice, la cui miniatura capitale 
alcuni attribuirebbero a Giulio Clovio , per apertura del Che- 
ney , debba fra poco essere offerto dal possessore alla libreria 
del Ricord office di Londra. Altri buoni saggi del periodo 
migliore dell'arte vi riscontra l'autore , cioè alcuni ritratti 
della famiglia Contarini , staccati da commissioni, e quella 
a Bertuccio Contarini (1533) , le cui figure sono incorniciate 
da rabeschi e medaglioncini contenenti il leone emblematico 
e le armi famigliari. 

Delle altre commissioni vedute dal Cheney , l'ima in casa 
Contarini detta delle figure, data a Paolo Contarini, capi- 
tano delle galee di Beyrout (1575) , va adorna d'una diligen- 
tissima mappa dell' isola di Candia. Una seconda a Marino 
Cavalli, capitano generale delle galee (1554) , lo rappresenta 
inginocchiato dinanzi a S. Marco che lo benedice , fra mar- 
gini finamente miniati a figure e paesaggi in medaglioni , 
misti ad emblemi ed armi. Una terza a Marco Cavalli, ret- 
tore di Brescia (1552), parimenti ritratto, si avvicina colla pre- 
cedente per modo alla già descritta mariegola dei calafati , 
che l'autore inclina a ritenerla opera di Giorgio Colonna. 
Egli però avvertendo che la corruzione delle arti di miniare 
e legare non è meno notevole che nelle altre , fin da princi- 
pio del secolo decimosettimo, ne reca ad esempio due com- 
missioni date sul principio del decimottavo a membri della 
famiglia Bollani, nelle quali i ritratti de' rettori inginocchiati 
dinanzi alla Vergine , cui li raccomandano i loro patroni , 
raggiungono appena la mediocrità, i caratteri sono irregolari, 
la legatura, quantunque iu broccato d'oro con piastre d'argento 
a figure di cesello di sbalzo, è di esecuzione meccanica tra- 
scurata e inelegante. 

L'amore al soggetto patrio e la poca probabilità di veder 
pubblicata in veste italiana un'opera così vantaggiosa alla 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 139 

storia artistica del paese , valga a levarmi la taccia di rela- 
tore soverchiamente minuto. Non è con ciò ch'io voglia di- 
sconoscere i servizi resi alla scienza da' nostri , che molto 
prima (1857) il professore Cesare Foucard trattava questa 
materia in un Discorso della pittura sui manoscritti di Ve- 
nezia , pubblicato negli Atti per la distribuzione de' premi , 
all'i, r. Accademia di belle arti in Venezia. Quel lodato la- 
voro accompagnato da A) cenni bibliografici delle opere che 
servono alla storia della miniatura ; B) cenni bibliografici, 
delle opere che trattano sulle miniature italiane ; C) memo- 
ria sulle miniature veneziane ; D) indicazione di alcune 
■miniature veneziane esistenti in Francia, Germania, Inghil- 
terra; E) saggio d'illustrazione di alcune miniature di Ve- 
nezia ; F) documenti relativi alle miniature venete ed ai mi- 
niatori, porse copiosi elementi al più ampio sviluppo dell'ope- 
ra di che ci occupiamo ; ma con tutto ciò resta ancora a co- 
lorare F intero disegno proposto dal Foucard , di un lavoro 
storico-paleogra fico-artistico sulla ornamentazione e pittura 
dei codici veneziani e dei libri a stampa parimenti veneziani. 
Or sia taluno fra' nostri che, posto in agiata condizione, e 
confortato di studi monografici istituiti all'uopo , dia mano 
a tal compito. Non a caso ho accennato a prosperità di con- 
dizioni economiche , perchè le lunghe e faticose indagini non 
approdano fra noi a seducenti prospettive di lucro , e più che 
l'esame di libri non sempre alla mano , e i ripetuti confronti 
resi necessari per le determinazioni del tempo , dello stile , 
degli autori , degli imitatori , dei falsari , impongono il dovere 
di viaggi dispendiosi. Solo in questa maniera potrà essere 
coadiuvata quella commissione che con lodevole intendimento 
s' è istituita a Firenze per apparecchiare la storia della mi- 
niatura italiana. È perciò a desiderarsi che , siccome in Mi- 
lano il marchese Girolamo d'Adda si è consacrato quasi esclu- 
sivamente alla illustrazione di questa arte in Lombardia , così 
in ciascuna regione d' Italia sia chi si occupi singolarmente e 
conscienziosamente del proprio paese. Compiuti questi indivi- 
duali lavori, sarà possibile la storia della miniatura italiana. 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

All'operetta sulla maiolica e sulla porcellana di Venezia 
nei secoli diciassettesimo e diciottesimo porsero occasione al- 
cuni atti archiviali . le cui notizie , benché frammentarie , 
possono tuttavia attirare l'attenzione al soggetto e condurre 
alla scoperta di fatti più complessi e più rilevanti. 

Confessa l'autore da bel principio poco essersi pubblicato 
finora su di quest'argomento, su del quale si spinse più in- 
nanzi che gli altri Vincenzo Lazari nelle Notizie delle opere 
d'arte e d'antichità della raccolta Correr dì Venezia. Riferito 
dettagliatamente quanto questi ne scrisse, appoggiato al ma- 
noscritto già edito del Museo di Kensington , I tre libri dell'ar- 
te del vasaio, esamina a parte le opinioni dei più recenti 
Giulio Labarte , Samuele Romanin , Augusto Demmin, Mar- 
ryat, Robinson, Chaffers , d'Azeglio, appuntando ciò che fra 
loro discordano. 

Recatosi il Drake a Venezia nell'autunno 1867, ottenne dal 
signor Rawdon Brown , le cui conoscenze di storia veneta 
vanno di pari passo colla cortesia nel comunicarle (1) , alcuni 
documenti che spargono molta luce sulla storia patria delle 
arti ceramiche nella repubblica di Venezia , e giovano o a 
confermare fatti già asseriti , o ad emendarne o negarne altri. 

Al principio del secolo decimoquarto le manifatture di vasi 
in terra cotta aveano in Venezia raggiunto tale sviluppo , che 
la famiglia dei Bocaleri o Scudeleri ne avea il monopolio, e 
ne manteneva coll'estero vivo commercio , come dedurrebbesi 
da un salvocondotto di Riccardo II d' Inghilterra (1349), dato 
per dieci anni a due galee veneziane per lo spaccio , immune 
da dazio , di vasi in vetro e in terra cotta , nel porto di Lon- 
dra. Ma al cominciamento del quindicesimo fu in tanta copia 
tal merce introdotta (perchè migliorata) dall'estero, che il 
Senato proibì (1437) l'importazione di vasi di terra, veriadi 
o meno , per le vie di terra e del golfo. Ad eludere le supe- 
riori disposizioni , fu continuata F importazione della stessa 
merce in Venezia , come fosse lavorata in quella parte di costa 
italiana, non veneta, che tocca l'Adriatico. Nuovo decreto del 
Senato ( 1455 ) ne divieta perciò l' introduzione nei domini 



(1) « .... wbose extensive Knouledge on ali subiecls connected witli the 
« history of Vcnice , is only equalled by his Kind courtesy in imparling it ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 141 

della Signoria , cosi dal di fuori come dal di dentro del golfo. 
Tali però erano i lucri ritrattine dagli importatori, che con- 
tinuò l' introduzione coperta dai titoli di commercio di tran- 
sito e di lettere di permesso di vari offici veneti , ai quali 
erano rappresentati i vantaggi dello Stato dalla rendita dei 
dazi. Perciò non valendo i posteriori procedimenti del Sena- 
to (1474, 1510) ad impedire il contrabbando, cui dava ali- 
mento la preferenza del pubblico per la forestiera , sulla stessa 
merce lavorata grossolanamente a Venezia, la famiglia dei Bo- 
coleri e Scudelerì , rappresentata la misera condizione di 
quell'industria cittadina, otteneva dal Senato (1665) a pro- 
prio favore esclusivo, il monopolio dell'importazione, purché 
fosse provveduto il paese di latesinì (1) , monopolio limitato 
alle sole importazioni dai domini veneti e dall' Italia. 

Or qui espone l'autore come , poco giovando allo scopo 
della restaurazione dell'arte, per la crescente frequenza del 
contrabbando , le nuove norme adottate ; il Senato , a darvi 
uno stabile assetto , rivolgevasi ( 1725-1726 ) ai cinque Savi 
alla mercanzia, perchè lo ragguagliassero sulla posizione di 
questo ramo importante di commercio, e si pronunziassero 
sulla convenienza o di vietarne affatto l' importazione , o di 
caricarla di forti diritti doganali. Quel magistrato in un ela- 
borato rapporto ( 17 marzo , 1727) mostrava necessaria la 
libera importazione di quella merce dalle regioni di levante 
e ponente , perchè di qualità superiore alla importata da.' Bo- 
caleri, e perchè si appagavano cosi l' inclinazione del pa- 
triziato al lusso , e le ricerche de' forestieri che avrebbero in 
Venezia trovato ciò che pure riscontravasi altrove. Né dovea 
impensierire il Senato l'uscita del danaro , dacché frequenti 
erano gli scambi con manifatture spettanti alle arti del su- 
pialume, degli specchi, dei metalli lavorati , delle cendoline. 
Oltracciò avvertivano avrebbe il rincarimento dei dazi inco- 
raggiato il contrabbando. Accolto quasi per intero quant'era 
proposto , il Senato poco poi , onde meglio riuscir nell' intento 

(1) Maiolica di Valenza, di cui fu sempre permessa l'importazione libera : 
si è tratto il nome dalla vernice di color latte carico , tendente all'azzurro. 
Non ometterò di osservare che questo commercio mantiensi ancora vivissimo 
da Valenza con tutta la Spagna , per la fabbricazione dei celebri azulecos o 
piastrelle, a fregio dei camminctti e delle pareti delle stanze. 



142 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di rendere indipendente il paese dall'estero, invitava (1728), 
a suggerimento dello stesso magistrato, così i sudditi rome 
gli stranieri ad introdurre nello Stato manifatture di terra- 
glie fine e di porcellane , come pure di maioliche migliorate. 

Però il Drake a ragione stupisce che l'autorità suprema 
mostrasse , colla promulgazione di questo decreto , ignorare 
affatto l'esistenza in Venezia d'una fabbrica di porcellane della 
patrizia famiglia Vezzi, de' cui prodotti conservasi memoria 
fin dal 1726. Ricercati i motivi di quel silenzio , offre oppor- 
tunamente notizie dettagliate su quel casato e sull'opificio, 
somministrategli , com'egli attesta , dall'amico Brown. 

Agli inviti incoraggianti del Senato rispondeva lo stesso 
anno Giovanni Battista Antonibon colla fondazione d'una fab- 
brica di terraglie in Nove presso Bassano (1728), la quale 
così prosperò in pochi anni che , dietro la presentazione di 
undici pezzi* i quali ostentano il magistero del lavoro , la 
esattezza del colorito e la pulizia dell'invetriatura , il Se- 
nato concesse all'Antonibon il privilegio d'una bottega di ri- 
vendita in Venezia, per due anni (1732), riconfermandola, 
a più luminosi titoli di merito (1) per dieci nel 1735. Né ri- 
fiutavasi il Senato di concedergli nel 1741 il privilegio d'aper- 
tura d'una seconda bottega, per vantaggiarsi sulla vendita 
dei prodotti forestieri , che nei dì festivi e nelle grandi ac- 
correnze di popolo, vendevasi a tutti gli angoli della città. 

Altra manifattura di maioliche e latesini teneano aperta 
l'anno 1735 in Bassano le sorelle Manardi , e una simile quel- 
l'anno stesso Giovanni Antonio Caffo, cui il Senato nel 1736 
concedeva l'esenzione dal dazio, come l'avea concessa alla 
fabbrica Antonibon. 

Nel 1738 è concesso ai fratelli Bertolini il privilegio di 
dieci anni, per effettuare lavori di nuova invenzione, con oro 
tanto in opera, quanto in trasparente, e nel 1753, di aprire 

(4) « L. B. Antonibon se n'è mostrato degno (della facoltà di tener 

« bottega aperta) col moltiplico e con la vivacità della fabbrica da esso di- 

« retta , mentre che una non tenue partita di soldo , che rifondevasi per l'acqui- 
« sto delle terraglie di Delf, hnra si trattiene nello Stato, et una piccola por- 
« tion di contante che non capitava nel medesimo, hora s'incomincia ad in- 
« trodurre per l'acquisto delle suddette terraglie , che si vanno sempre più 
« rendendo accette anche agli stranieri ». Rapporto 27 maggio, 1735, dei cin- 
que Savi della mercanzia al Senato. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 143 

bottega in Venezia e nella terraferma, dacché attribuivasi 
a loro inerito speciale Pavere inventato le manifatture di 
maioliche in Murano ; questo privilegio però fu poco dopo 
annullato, perchè la fabbrica senza certi progressi incam- 
minata è decaduta fra poco tempo. 

Erettasi in Bassano nel 1753 da Gio. Maria Salmazzo la 
fabbrica di cristalline e maioliche, furon così lunghe e vio- 
lente, per interessi commerciali, le contestazioni coll'Antoni- 
bon , che nel 1756 il Senato , cedendo alle istanze del Sai- 
mazzo , favorillo in alcuna delle sue inchieste. 

La fabbrica di prodotti imitanti le porcellane di Sassonia, 
ebbe origine nel 1758 , dacché il Senato concesse il domandato 
privilegio a Federico Heweleke e compagni , che , abbando- 
nato , per motivo della guerra dei sette anni, il fiorente loro 
commercio di porcellane in Dresda , chiedeano un asilo , pro- 
mettendo di occuparsi nella manifattura di porcellane di Sas- 
sonia, d'ogni qualità e forma. Non furono però i risultati 
soddisfacenti, dacché la compagnia sassone desistette dopo 
sette anni dall' impresa; forse per la viva concorrenza dell'An- 
tonibon , che fornito di rilevanti capitali avea replicati vari 
esperimenti con molto dispendio per la fabbricazione delle 
porcellane , e richiamato su di sé il favore del Senato , che 
estese la privativa ad ambedue i fabbricatori nel 1705. 

In quest'anno medesimo il Senato, riconosciute come assai 
vantaggiose allo Stato le prestazioni di Geminiano Cozzi , che 
poco avanti avea aperta una nuova fabbrica di porcellane , 
ed ora usava ogni diligenza per portarla a quello stato di 
perfezione che non lascia più dubbio al progresso, assegna- 
vagli 400 ducati per la costruzione di un mulino all'uso dì 
macinare i minerali richiesti, e ducati 30 mensili per pagare 
il dazio d' introduzione di alcuni oggetti occorrenti. Ed il 
Cozzi , come osserva opportunamente Drake , rispondeva assai 
nobilmente alla superiore fiducia , dacché l'inquisitore alle 
arti Gabriele Marcello , senza affievolire i meriti dell'Antoni- 
bon , di cui loda lo zelo indefesso nell'estendere il proprio 
commercio , raccomanda singolarmente al Senato i distinti 
servigi del Cozzi, che primo in Venezia avea fabbricata la 
porcellana simile alla chinese e ad uso del Giappone ; che 
colla scoperta della terra del Tretto di Vicenza , avea reso 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

indipendente lo Stato per l'acquisto di quella sostanza ; che 
n'avea esteso notabilmente il commercio coll'estero , col le- 
vante , con Trieste , colla Lombardia. L'autore , possessore 
egli stesso d'un Ercole che strozza il leone nemeo , in biscuit, 
ed ammiratore di gruppi colorati fabbricati dal Cozzi , nella 
collezione del marchese d'Azeglio , ambasciatore italiano a 
Londra , non trova espressioni bastanti a rilevare la varietà 
delle torme ne' gruppi e ne' vasi , l'eleganza del modellare , 
la bellezza e la durata delle dorature. Perciò mostra assai 
rincrescergli che fabbricatore così distinto desse una serie di 
lavori proporzionatamente ristretta nella carriera di poco più 
che 40 anni , cessata quella manifattura nel 1812. 

Chiudono l'opera un prospetto cronologico delle fabbriche 
di terra cotta e porcellane nel dominio veneto, non che un'ap- 
pendice di documenti tratti dall'Archivio generale di Venezia, 
su' quali s'appoggia l' interessante narrazione. 

Egli torna , a dir vero , di soave conforto ad un animo 
riconoscente il sentire come , nel silenzio domestico , s'alzi la 
voce dello straniero a lodare le cose nostre, cose che furono, 
ma che e' impongono l'obbligo d'una nobile imitazione. 

Venezia, 16 ottobre 1869. 

Giuseppe Valentinelli. 

Essai sur V histoire de la Philosophie en Italie au dix-neu- 
vième siede , par Louis Ferri. Paris , 2 volumes , 1869. 

L'opera del professor Ferri è quale il titolo promette, una 
storia dell'altrui opinioni e dottrine , non un racconto delle 
proprie che intorno a sé torgano l'altre per forza, quasi corde 
levate dal cembalo e attorcigliate ad un rocchetto. Egli distin- 
gue la Filosofia italiana del nostro secolo in cinque parti; 
filosofìa de'sensi e dell'esperienza, ove discorre del Gioia, 
del Romagnosi e del Galluppi : l' idealismo platonico del Ro- 
smini e de'suoi scolari ; l' idealismo più ontologico del Gio- 
berti e de'suoi ; l' idealismo più perfetto e più comprensivo e 
più circospetto del Mamiani ; la seconda filosofìa del Giober- 
ti , e le teoriche degli Egheliani e Scettici e Scolastici , tanto 
diverse od opposte. La esposizione de' sistemi principali è 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 145 

fatta con pienezza e con ragguardevole lucidità e sincerità ; 
i passaggi da un'opinione all'altra s' indagano con molto acu- 
me ; vediamo i contrasti di quelle , e ne'contrasti un vicende- 
vole contemperamento ; le notizie degli uomini poi e de' loro 
tempi offrono le cagioni che, più o meno, ma sempre, infor- 
mano di sé stesse i pensieri. Talché , a dirlo in una parola, 
chi vuol conoscere i pensamenti filosofici nostri , senza leg- 
gere i tanti volumi , ha nel Ferri un ottimo espositore. Farmi 
non mediocre lode codesta, e, per me, io la credo verissima; 
né quindi aggiungo più altro, che farmi espositore compen- 
dioso d'esposizioni ben fatte non crederei servisse a nulla; 
bensì forse gioverà considerare se il Ferri abbia poste sott'oc- 
chio le vere attinenze di que'sistemi con la filosofia in uni- 
versale. 

A me sembra indubitato , ch'a narrare le vicende d'una 
scienza occorra un criterio , e che tal criterio sia lo stesso con- 
cetto della scienza; un criterio , perch'a ogni modo bisogna di- 
stinguere opinioni da opinioni , o dottrine da dottrine , o le dot- 
trine dalle opinioni, e mostrar poi dov' esse si somiglino fra 
loro, differenze e somiglianze che non appariscono senza un con- 
fronto, né si confronta senza un termine di paragone ; il quale 
vien posto (né d'altronde può venire) dal concetto pieno e preciso 
della scienza, poiché si tratti di raccontar ciò che ad essa si 
riferisce, né, davvero, potrei saperlo riferire se non sapessi 
quel ch'ella è ; come non saprei dire, questo è vestigio di piede 
umano in terra se dell'uomo non sapessi niente. Dico verità 
trite , ma necessarie. Arguisco da ciò , che nessuna storia può 
scriversi, non che quella d'una scienza qualunque , non che 
questa della filosofia, senza giudicar i fatti, o fatti di vita 
speculativa , o fatti di vita pratica; giacché, volerò no, 
que' fatti si riscontrano in mente con un' idea , e li diciamo 
conformi o disformi. Ecco il perchè la successione del tempo, 
quantunque sostanzialissima ove si parli di fatti che accadono 
nel tempo , non basta menomamente a spiegare i fatti, e ca- 
dremmo nel post ergo propter hoc. Ma ecco pure un'altra in- 
sufficienza , considerare tutt' i fatti speculativi , cioè tutt' i 
pensamenti di questo e di quello, com'un sistema particolare, 
con determinato nome particolare ; quasiché manchi e debba 
mancare di necessità la scienza nel suo pieno svolgimento ; 

Auch. St. It.l., 3." Serie, T. X , P. II. 49 



146 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e ciò proviene da non raffrontare opinioni e dottrine con la 
nozione della scienza. Mi pare , a me , cosa evidente : se da- 
vanti al pensiero mi risplende l'idea d'una disciplina, ne'suoi 
vari aspetti e rispetti , allora io potrò dire: il tal sistema non 
abbraccia tutti gli aspetti e rispetti principali di quella , è dun- 
que un'opinione particolare, che o dimezza o confonde o nega ; 
oppure, il tal sistema risponde al disegno ideale , alla forma 
genuina e al contenuto d'una scienza , è dunque la scienza , è 
svolgimento progressivo di essa : né io gli darò nomi partico- 
lari , ma lo chiamerò Fisica, Matematica, Filosofìa, senz'al- 
tro. Gli Ecclettici massimamente han dato l'esempio di voler 
sempre apporre una particolare stampina, un certo tal qual 
nome, a ogni dottrina di filosofi; appunto perchè gli Ecclettici 
non miravano all' interiore dispiegamento della filosofia , sì 
all'esteriore raccozzamene de'sistemi. E la conseguenza ultima 
di tutto ciò qual' è? Questa; che non v'è storia d'una scienza, 
bensì cronache di certe o di cert'altre opinioni, e che la scienza 
non v' è , non v' è la Filosofia; come nessuno mai direbbe : 
e' è la Fisica , se altro non avessimo fuorché un visibilio di 
opinioni scompigliate , non un procedimento di osservazioni 
e di fatti e di leggi e di metodi consentito. 

Or mi sembra, che il prof. Ferri non lasci scorgere qual 
criterio lo guida, e ch'egli proceda per designazioni partico- 
lari , necessariamente difettose. 

Parlando del Rosmini (Voi. I, pag. 126, 127), nota il 
Ferri, come nella prefazione al Saggio suW Origine delle Idee 
il Rosmini dichiarasse, voler chiamare gli uomini alla osser- 
vazione di ciò ch'essi hanno in loro medesimi e di ciò eh' e' 
sanno naturalmente , benché non abbian l'abito di rifletterci 
su (Ed. 5). Il Rosmini, adunque, ivi e in altri luoghi dell'ope- 
re sue , dimostra , che la filosofia trova entro l'uomo la sua 
materia , il suo contenuto , il contenuto della coscienza , non 
soggettivamente considerata soltanto , ma della coscienza in 
relazione con la verità, con l'ordine universale della verità; 
e quindi , per lui, la Filosofia non iscopre inai cose nuove, 
ma discopre con ordine riflesso ciò che nell' uomo interiore 
sta o si palesa con ordine non riflesso. A me pare ottima 
dottrina questa, indubitabile anzi; è la dottrina di Socrate, 
il conosci te stesso , nell'universalità del pensiero e del suo 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 147 

ripensamento , è la coscienza filosofica in equazione con la 
naturale coscienza , è come il geografo che descrive la terra 
tal qual essa è nell'ordine del mondo ; la mi pare , pertanto , 
dottrina non di Socrate solo , ma di tutta la filosofìa perenne. 
Quindi abbiamo quel raffronto che si desiderava nella storia; 
poiché, quand'un sistema non rende compito l'ordine della 
coscienza , è opinione particolare , ma quando combaci a 
quell'ordine , allora lo chiamerò filosofia senz'altro nome ; a 
quel modo , che una mano dicesi mano , e un piede dicesi 
piede, ma ritrarre un uomo intero dicesi ritrarre l'uomo: 
ed ecco il perchè la Filosofia, secondo il Rosmini , correg- 
gendo gli errori che vengono da riflessione , conserva tutto 
ciò che avvi di spontaneo e di tradizionale nel senso comune 
e nel genere umano. Ebbene, il Ferri non approva ciò, ed escla- 
ma : Ou en serait la philosopliie moderne dans la science 
de la nature , si elle ne devait faire autre cliose que déve- 
lopper et ordonner les idées du sens communi (Voi. I, 
pag. 307); imperocché la filosofia debba esser la sintesi dell'al- 
tre scienze , né fuori del progresso loro si darebbe progresso 
in quella. Maparmi evidente, che non il Rosmini , com'opina 
ivi l'autore, sì questi sia caduto in qualche confusione; giacché, 
per fermo, egli non abbisogna gli sia insegnato da me e da 
nessuno come le sintesi supreme della Filosofia si facciano in 
virtù di quelle nozioni universali che già rifulgono nella mente 
d'ogni uomo e che sono il più alto soggetto della filosofia 
stessa; ed egli sa poi che queste sintesi han per oggetto di 
rendere riflessivamente più palese nella natura quell'ordine 
universale che si specchia nella coscienza : se no la filosofia 
non avrebbe più limiti proprj , e verrebbe a identificarsi con 
l'altre discipline ; sicché non a torto reputava il Rosmini , 
che la nostra scienza dispieghi ciò che nella naturale coscien- 
za sta involuto , e col Rosmini la Scuola Socratica , e il Pla- 
tonismo de' Padri e de'Dottori , e dal Cartesio in poi la Filo- 
sofia moderna. Indi avviene , che al Ferri s'occulti (sembra) il 
criterio per ordinare nello svolgimento storico della filosofia 
i sistemi, e ch'egli talora titubi e sbagli nel designarli , ap- 
punto perchè non li raffronta col vero termine di raffronto, 
la coscienza naturale dell'uomo. 



148 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Un Professore valente notò nella Nuova Antologia un 
alcun che di sconnesso nella esposizione del Ferri ; ma recava 
tal difetto , almeno in parte , alla natura stessa del filosofare 
di noi Italiani ; giacché , secondo lui , dal Kant in poi ebbe 
l'Alemagna un intimo e graduato dispiegarsi della scienza , 
per un'essenziale e tutta propria ragione sua, dove noi ten- 
tenniamo fra vecchie tradizioni e facciam sentire ne'nostri 
sistemi l'efficacia di cagioni straniere alla filosofia ed al 
pensiero. Io per me , invece , crederei (senza entrare nel 
vigore speculativo di questi o di quelli) che in Italia compa- 
risca una maggiore intima unità di filosofia , e che in Ale- 
magna comparisca un maggiore intimo contrasto; e la cagione 
la rinvengo in ciò , che tra noi si stette più alla coscienza 
naturale , ma in Alemagna si stette più a quel metodo logi- 
cale (come lo Sthal lo chiama) che da certi concetti astratti 
tira giù inflessibilmente le conseguenze , non badando alla 
realtà : ma poiché la vita reale si fa sentire a ogni filosofo , 
di qui le fiere contradizioni di sistemi rigidamente logici. 
Per esempio , dal Galluppi al Rosmini al Gioberti al Mamiani 
riscontro veramente una graduata e perseverante ricerca 
delle ragioni che spieghin 1' ordine universale del mondo e 
dell'uomo con Dio , con certe soluzioni particolari bensì , ma 
senza negar nulla, senza separar nulla, senza confonder 
nulla, sì affermando, distinguendo e armonizzando; mentrechè 
in Germania mi par vedere chiarissimi segni d' un conflitto 
interiore per ciascun filosofo e fra i discendenti d'un filosofo 
stesso. Non è dunque vero , che tra la Ragion pura del Kant 
eia Ragion Pratica di lui v'ha dissenso? E può dimenticarsi 
l'enorme divario che v'è fra la teorica della Scienza del 
Fichte , e que'suoi Bestini del genere umano dov' egli cerca 
riposarsi nella Fede? non corre, adunque, nessuna oppo- 
sizione tra il primo panteismo dello Schelling e l'ultima for- 
ma del filosofare suo , e que'suoi lamenti dell'essere stato 
franteso? Né avvi punta dissonanza tra le continue proteste 
di rispetto al Cristianesimo in bocca dell' Hegel , e quel suo 
sì brusco negare la creazione ? Poi , non ammettono gli stessi 
Alemanni che la scuola dell' Hegel si distinse in una destra 
e in una sinistra e in un centro? E i Positivisti , che discen- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 149 

dono da que' Criticismi , si contengono essi da fierissime in- 
giurie contro r Hegel ? Né gli oppositori difettano là : e quel 
bravo professore , eh' è veramente dotto , sa meglio di me 
quanto il Lotze si dilontani oggi dall' idealismo germanico > 
e da' positivisti , il Lotze tanto stimato anche là, e filosofo 
e medico e fisico di molta eccellenza; o come se n'allonta- 
nasse lo Stahl , e altri ancora. Parmi adunque , che il professor 
Ferri , se mancamento ha di connessione , il quale io non 
n^go , gli venga, non da sconnessione intima del filosofare in 
Italia, sì da trascurare il raffronto con la naturale coscienza; 
ond'egli poi dà nomi particolari a ogni filosofia o dottrina, 
e che non rispondono parmi alla verità , e non senza incer- 
tezze anche per esso. 

Così , al termine della Storia il Ferri poneva una Biblio- 
grafia importante, molto accurata, benché non sempre com- 
pita, pur quasi sempre, a ogni modo bella e utilissima. Egli, 
adunque , ivi distingue in sette ordini gli scritti de' Filosofi 
d'Italia moderni; 1. filosofìa de' sensi ; 2. filosofia dell'espe- 
rienza e filosofia critica; 3. ecclettismo; 4. idealismo e onto- 
logismo; 5. eghelianismo; 6. scetticismo critico; 7. scuola 
teologica e scolastica. Or lasciando di scrupoleggiare sull'esat- 
tezza di questi spartimenti e in genere e in ispecie , vuoisi 
solamente avvertire che nell'ordine 4.° (idealismo e ontologi- 
smo) egli viene a porre tre distinzioni con due note a pie di 
pagina; per l'una distingue coloro che più o meno diretta- 
mente appartengono alla scuola del Rosmini ; per l'altra , 
coloro che appartengono direttamente all'ontologismo del Gio- 
berti, e coloro che seguono un dommatismo ontologico piìi in- 
dipendente. Così è; ma, invece, il v libro dell'opera viene in- 
titolato così : Ultima filosofia del Gioberti , Egheliani , 
Scettici , Scolastici ; dove poi si ritrovano certuni che nella 
Bibliografia prendono il posto d'Ontologi più o meno indipen- 
denti , né possono adunque stare sott' alcuno di que' nomi. Che 
vuol egli dire ciò se non perplessità? Un altro esempio, né scelto 
a caso, ma che riguarda gran parte dell'opera. Il Ferri discorre 
dell' 'idealismo italiano, e intende, conia debita differenza, il 
sistema del Rosmini e del Gioberti e del Mamiani. Come 
mai? dunque idealista il Gioberti, dunque il Mamiani, dunque 
il Rosmini, al modo del Berckeley,o in quel torno? Dunque 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

proprio è vero ciò che il Cousin scriveva : la filosofìa sempre 
altalenarsi fra idealismo e sensismo, fra scetticismo e mi- 
sticismo? No, risponde il Ferri; l'idealismo del Rosmini 
non è quello che la critica intende, un concetto soggettivo, 
ma idealismo platonico (Voi. I, pag. 123). E più oltre (pa- 
gine 126): è dunque il metodo dell'idealismo; ma d'un idea- 
lismo temperato dallo studio del reale ; però il suo sistema 
non potrà essere idealismo assoluto, ma una sintesi o armo- 
nia dell'idealismo e del realismo. Sicché, coni' il Ferri lo 
chiamava idealismo, potrei chiamarlo io realismo, aggiun- 
gendo bensì, un realismo temperato d'idealismo. E che signi- 
fica ciò? Significa, credo, chela filosofia, quando non esclude 
ciò che l'ordine della ragione e della realtà contiene , non 
può ricevere nome di questa o di quella cosa, perdio le ha 
in sé tutte. Un ultimo esempio : il Ferri discorre di scuola 
teologica , e in tal modo la determina « fra la sommissione 
della ragione alla fede e la loro armonia ci è tutta la di- 
stanza che corre tra la scuola teologica e ciò che professano 
lo Spiritualismo e V Idealismo nelle lor forme diverse ». Di 
ciò il Ferri discorre , trattando del Rosmini che premetteva 
per condizione della filosofìa la libertà di filosofare. (Voi. I, 
pag. 85). Va bene ; quanto a me l'armonia tra la ragione e 
la fede vai quanto armonia tra verità e verità, e in tal senso 
è ragionevole la sommissione coni' un accedo , la sommissio- 
ne a ciò che non s' intende, appunto perchè ciò che intendo mi 
mostra la verità del soprintelligibile; né quindi mi par pre- 
ciso quel divario die ivi è posto dal Ferri. E, di fatto: libertà 
di filosofare significa pel Rosmini , come per ogni filosofo de- 
gno di tal nome, che la filosofìa procede con metodi razio- 
nali da principi di ragione, non da principi d'autorità, e 
con esegesi d'autorità. Or quando il Ferri aggiunge che quel- 
l'armonia è voluta da ogni spiritualista e idealista, egli (par- 
mi) confonde disparatissime condizioni d' uomini e di dottrine: 
perchè , io domando, il Rosmini, entro i confini delle verità 
intelligibili, reputava egli possibile il disaccordo tra filosofìa e 
cristianesimo? Il Ferri sa che no. Il Rosmini, dunque, già 
ritiene quest' accordo come un postulato ; un postulato della 
sua ragione e del suo cuore. Ma il Cousin, o Giulio Simon, 
o il Saisset, reputavano essi, a un modo, tale armonia 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 151 

necessaria; talché la Fede , rimanendo Fede, e la Filosofia, 
rimanendo filosofìa, non potessero mai contraddirsi fra loro ? 
Ecco il punto. Per certuni , come pel Rosmini e pel Gioberti 
(nella Introduzione ad esempio) e per la Filosofia Cristiana 
in universale, quell'armonia è necessaria, giacché la natura 
umana è ragionevole , sociale e religiosa, e vediamo nella 
coscienza queste relazioni ; per altri , non altro v' è fuorché 
ragionamento individuale, sempre sicuro di sé stesso, e che 
non guardasi attorno, e che non riscontra sé nelle tradizioni 
universali. Or non avvi qui sostanzialissima differenza ? Pe- 
rò , né avvi differenza non meno sostanziale con quelli, che 
dicono : la ragione ha un solo criterio di verità, la parola 
sacra , e che si dicono tradizionalisti ? Va dunque incerto il 
Ferri, a parer mio, per la mancanza d'un criterio comprensivo. 

Del rimanente, altro è la parzialità, che appunto vien esclusa 
da tal criterio; se no , poiché un'opinione propria tutti si ha, 
questa viene a scappar fuori, e implicitamente fa da criterio lei. 
Però il Ferri , che per animo buono e gentile s'astiene con 
ogni premura da giudicar i sistemi , temendo arrecarvi del 
proprio, si lascia poi andare a giudizi austeri molto e a pa- 
role acerbe; come allora che nella Prefazione discorre del 
Gioberti, e quando del Rosmini dice che in certe sue opinioni 
egli ha del capzioso e del sofistico (Voi. 1 , 216 ) : oppure , 
per contraggenio a certe scuole e per affetto ad altre , rav- 
vicina o separa certe dottrine fra loro , come per allontanare 
al possibile il Rosmini dalla Scuola Teologica non bene defi- 
nita, dice che quegli si congiunge al Tamburini e a Scipione 
Ricci nel libro delle Cinque Piaghe, dov'ognuno sa che il 
Rosmini vuole la libertà della Chiesa e i Giansenisti la vo- 
levano sommessa (Voi. I, 104). 

Queste cose ho avvertite , perchè mi pareva utile non 
tacerle ; ma termino volentieri e doverosamente com'ho prin- 
cipiato : l'opera del Prof. Ferri è quale il titolo proniette. 

A. Conti. 



152 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Lettere di Bartolommeo Cavalcanti , tratte dagli originali, che 
sì conservano nell'Archivio governativo di Parma. Bo- 
logna , presso Gaetano Romagnoli , 1869. 

Queste lettere , in numero di novantacinque , sono un 
nuovo dono , che l' illustre cav. Amadio Rondimi aggiugne 
ai molti , coi quali , massime in riguardo alle cose di Parma , 
egli va da più anni vantaggiando la serie dei documenti 
inediti di storia patria. A presentare acconciamente e con 
utilità le medesime lettere , il benemerito Editore si fa strada 
mercè una Prefazione , che tratta della vita del Cavalcanti : 
alla breve , per tutto che può esser noto; con più larghezza, 
in ciò che sguarda il carteggio posto a luce , sull' importanza 
del quale, tacendo della ragion letteraria (manifesta nel nome 
dell'Autore) , ci proponiamo discorrere alquanto. 

Fuoruscito da Firenze, cui la morte del turpe Alessandro 
non avea francata dalla signoria medicea , il Cavalcanti era 
più presto avverso a quella, che uomo di sensi repubblicani; 
perocché acconciavasi a' servigi d'Ottavio Farnese, che, rispetto 
alla ducèa di Parma , sosteneva una parte non dissimile da 
quella di Cosimo in Toscana. E , come fra Pier Luigi ed Ales- 
sandro suddetto può farsi parallelo per la vita dirotta e pel 
tragico fine , così fra i due rispettivi lor successori, pel corag- 
gio , l'astuzia e la perseveranza con cui riuscirono a ricu- 
perar lo Stato ed assodarvisi. Mentre il Medici, aggrappatosi 
al favor di Cesare , si potea dir sicuro , il Farnese si pun- 
tellava al patrocinio di Francia. L'osteggiavano le pretensioni 
e l'armi imperiali; l'impedivano i timori dell'avo Paolo III 
pontefice , che dubitando non si privassero , alla morte sua , 
del principato i discendenti , volea ridurre Parma , conforme 
le antiche ragioni , in poter della Chiesa , più difficile a spo- 
destarsi : il nipote avrebbe invece riavuto Camerino. Ricu- 
sava quegli d'accomodarsi ad un cambio di tanto scapito ; e 
dalle lettere del Cavalcanti (1) abbiamo particolari della fal- 



(1) Innanzi di entrare nell'argomento degl'interessi d'Ottavio, leggesi una 
lettera (la prima di quelle dal Honchini pubblicate), della quale amiamo dar 
notizia. Essa dà conto dell'eredità dal Cardinal di Ravenna , Benedetto Accolti 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 153 

lita mission di lui e degl' inefficaci tentativi del Cardinal 
Del Monte di smuovere il giovane Principe dalsuo proposito (1). 
A tanta fermezza, ed alla minaccia del nipote di mutar ban- 
diera e volgersi all' Imperatore , suocero suo , dovè cedere il 
Papa ( benché ne infermasse a morte), e consentire lo spaccio 
d'un Breve, che al castellano di Parma, Camillo Orsini, 
ingiungeva di consegnare ad Ottavio la cittadella. In questo 
mezzo il Papa stesso finì ottuagenario sua mortale carriera, 
e quell'Orsini , che avea ricusato obbedire , non parendogli 
possibile si fosse mutato sentenza da Paolo , rinnovò ostina- 
tamente il niego , dichiarando voler aspettare la elezione del 
nuovo gerarca. Fu questi il mentovato Cardinal Del Monte , 
che assunse il nome di Giulio III : ma , sebbene si mostrasse 
propenso ad Ottavio , gli ostacoli e le nimicizie contro di lui , 
pur sempre irremovibile, non discontinuarono. Suscitossi guer- 
ra ; alternaronsi ambascierie a scopo di conciliazione ; il Re 
di Francia seguì a francheggiar il Farnese , e finalmente 
spuntò giorno di pace ; la quale fu solennemente stipulata 
nel 1552 a'29 aprile. Della parte d'uom prode e di assennato 
consigliere , sostenuta dal Cavalcanti in quelle gravi contin- 
genze , le lettere son documento; è dimostrazion chiarissima 
la Prefazione; onde si fa eziandio palese il modo con cui 
Ottavio , malgrado la sciagurata morte del padre , seppe rian- 
nodarsi le fila della possanza e del credito, e raffermare la 
propria dinastia, che durò due secoli sul trono (2). 

Il Cavalcanti adunque, divenuto vie più caro a' Farnesi, 
passò con lor beneplacito, e non senza utilità loro, a Siena, 
dov' erasi riacceso quell'amore di libertà, che pochi anni in- 
nanzi rimanea soffocato a Firenze. Nella incessante rivalità 

fiorentino, lasciata a Cosimo Duca- Consisteva in 5000 scudi sonanti rinvenuti nello 
scrigno del Prelato, in un valsente di 4000 fra argenti e masserizie; in altret- 
tanti di crediti; in 47mila dati, in varia proporzione, a Don Ferrante, a Don 
Diego , a Cosimo stesso , all' Imperatore; 20mila n'erano presso quest'ultimo , e 
buon per lui che il Cardinale , presentatagli una polizza , verso la quale sol- 
tanto dovea restituirsi la somma, morisse cercando invano di raccogliere la 
forza per soscrivere. Cosimo raccomandavasi al Cardinal Farnese per ottener 
da Koma permissione d'accettare l'eredità , della quale proponea far uso in 
beneficenze agli spedali ed in largizioni ai domestici del Prelato. 

(1) Lett. II e III, pag. 9 a 10, e Prefazione del Ronchini- 

(2) Lett. da pag. 12 a 26 , e Prefaz. da xx a xxvu. 

Arch. St. Itvl., 3. s Serie, T. X , P. U. 20 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

fra la Corona di Francia e la cesarea, il sostegno dato da 
quella ad un popolo discioltosi risolutamente da' ceppi spa- 
gnuoli , fece che per quasi tre anni la poca, ma intrepida 
Repubblica senese tenesse fronte all' impero. In quel tempo 
Bartolommeo ebbe non interrotta dimora nell'eroica città, ove 
era stato chiamato col Cardinal D'Este luogotenente di re 
Arrigo , e d'onde tenea informato duca Ottavio de' varii casi 
d'una guerra di tanto momento a' maggiori ed ai minori po- 
tentati. Relativamente alla quale, sebben celebre, non disdice 
porgere notizia di ciò che narra il Cavalcanti. 

Erasi egli tramutato da Parma a Siena sul cader d'ottobre 
del 1552 ; cionullameno le sue lettere non recano particolari 
che intorno fatti dell'anno seguente ; entro il quale , dando 
fede per avventura a voci corse, pareagli che le cose fossero 
al termine ; ma tosto dopo dichiarava come la somma d'uno 
spaccio di fresco giunto dalla Francia (1) affermasse , per detto 
d'Arrigo II , che accordo non sarebbe seguito. In vero quel 
monarca potea confidare nel buon esito d'un' impresa che aveva 
per duce un Piero Strozzi, agguerrito e dentro e fuori con 
buon numero di soldati; provveduto di quanto fa di mestieri 
a difesa ed offesa ; obbietto d' infinita satisfazione alla città (2). 

Né poca era la faccenda del Cavalcanti , che scriveva a 
Domenico Dall'Orsa , un de'segretarii del Duca Ottavio , non 
essére stato mai « tanto oppresso et tanto degno di compas- 
sione » quanto allora, essendosi aggiunto all'altre sue fatiche, 
non solo l'aver a ordinare , ma a metter mano in tutte le 
scritture. Sì nobile ufficio ebb'egli ne' gloriosi accadimenti di 
Siena , ove procedeasi con tanta sicurtà degli animi e saldezza 
de'munimenti , che , per una parte si disfidava il poderosissimo 
nimico; per altra parte se ne rendeano vani gli assalti, sic- 
come allora che fu d'uopo di millecinquecento colpi d'artiglie- 
ria, per atterrare, senza prò, un'antica torre. Ma ben dice 
la nota sentenza del Petrarca , rare volte addivenire che ad 
alte imprese non contrastino le ingiurie di fortuna ; ed a 
Siena cominciò a non essere concordia fra' capi ; perciocché 
il Prelato da Este rifiutavasi di riconoscere nello Strozzi qua- 



li) Lett. XIX e XX , pag. 46 e 47. 
(2) Lett. XXV , pag. 62. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 155 

lità di capitano generale della Maestà francese. S' interponeva 
il Cavalcanti, con buona speranza di rappattumare i due 
personaggi; nondimeno, qual che si fosse l'esito delle sue 
pratiche, non tardò il Cardinale ad abbandonarla città, ove 
era tanto in disgrado , quanto Piero in favore. Né per questo 
cessarono cagioni di gare ; ed è notabilissima la corrispon- 
denza col Duca Ottavio che addimostra lui , per devozion co- 
stante alla casa di Francia, essere in trattato, se non in 
pronto, di capitanar personalmente quante avesse potuto con- 
durre soldatesche da Parma all'oste senese. Suo disegno era 
il divergere con una mossa su Firenze l'esercito nemico : 
pensiero dello Strozzi che le forze alleate si unissero. Ottavio 
avrebbe avuto bensì titolo di Generale , ma di fatto il comando 
sarebbe rimasto all'altro ; e addatosene il Farnese , non tenne 
convenevole a sua dignità l'accettare un grado secondo. Però, 
quantunque lo Strozzi si dichiarasse d'animo disposto a ciò 
che meglio tornar potesse in piacere del Duca (1), nulla si 
avverò del divisato. Due mesi dopo , avvenne la rotta di 
Marciano , che volse in nulla gli effetti delle precedenti vit- 
torie , e preparò la compiuta rovina delle speranze e della 
libertà di Siena (2). L'ardito Piero, con quella risolutezza che 
i magnanimi sanno trovare ne' più sciagurati rovesci , ancor 
badava a far gente , e prolungar la vita della città : ma il 
Cavalcanti prevedeva non fosse per riuscire sforzo alcuno ; 
affermava unico scampo essere un accordo, se non voleansi 
precipitare al fondo la fortuna e la grandezza del redi Fran- 
cia in Italia (3). Ed ogni resistenza , ed i perdurati patimenti 
dovettero finir con la resa, che patteggiossi nell'aprile del 1555. 
Dopo la caduta di Siena, Bartolommeo riparò in Roma, ed 
ivi ebbe cagione di adoperar nuovamente pel Farnese e pel 
Re di Francia, quando, assunto al pontificato il cardinal 
Caraffa (Paolo IV) questi accennava a rompere grossa guerra 
contro Filippo II ; nel che intendeva ad assecondarlo il duca 
Ottavio. Degli andirivieni politici nella corte di Roma ; delle 
persone che circuivano il Papa; degl'impeti, avvicendati con 



(1) Lett. XXXI, pag. 81-83. 

(2) Agosto 1554, Lett XXXV, p. 91, 

(3) Lett. XXXVI, p. 93. 



156 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

le irresolutezze ; del darsi spasso mentre una grave impresa 
era meditata , leggonsi nel carteggio notizie , che offrono un 
quadro fedele de'tempi in cui tutto volgeva a scadimento , e 
chiudono la parte di più generale importanza contenuta nel 
carteggio medesimo. Esso cionullameno può additarsi ezian- 
dio ne' rispetti che ragguardano il particolare del Cavalcanti, 
e stimiamo opportuno il considerarli brevemente. 

Era egli, come a' suoi tempi il più de' letterati di grado, 
quel che sono i diplomatici oggidì ; e , quantunque il Machia- 
velli avesse già divulgato sue dottrine , non vedi uscire il 
confidente d' Ottavio in subdoli consigli al principe : raffi- 
guri invece l'uomo che studia il diffìcile accoppiamento della 
avvedutezza e dell'onestà. « Perseveri ( scriveva da Roma al 
Farnese allorché trattavasi di assegnargli Camerino in cambio 
di Parma) , perseveri con fortezza d'animo, e tenga per certo 
che l'ambiguità è la più dannosa via eh' ella possa piglia- 
re » (1). Ed in altra lettera : « Quando pur o la fortuna od 
« altra cagione riduce i principi a tal necessità , mi par che 
« quegli che son prudenti e valorosi.... debban trarre di simili 
« incomodi questo frutto , che è l'usargli per occasione di di- 
« mostrar la prudenza e '1 valor loro » (2). Né si appigliava 
a procaccianti sollecitudini per trovar grazia; e non iscriveva 
se non per cagioni che ne francassero il prezzo. Di sua par- 
simonia epistolare giustifìcavasi appo il Duca nella forma se- 
guente : « Si accerti... eh' ella ha da me sempre la mera et 
« pura verità ; et non si meravigli se io non le scrivo a ogni 
« ora , come so che desidera chi aspetta qualche risolutione, 
« perchè questo modo di negotiar di qua non lo patisce ; et , 
« se io non fo iuditio di queste cose , lo fo per errar meno , 
« conoscendo che delle cose irregulari non si può dar regola 
« né iuditio fermo » (3). 

Eppure ben poco la fortuna corrispose ai meriti del Ca- 
valcanti , cui la persecuzion medicea tormentò con la confi- 
scazione degli averi, con la prigionia del figlio , con le insidie 
alla vita. Perdi' egli scriveva da Roma al Duca di Parma non 



(1) Lett. VI, pag. HS\e 49. 

(2) Lett. VII , pag. 49 e 22. 

(3) Lett. XLV, p. 114 e seguenti. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 157 

saper quasi più che fare , se non raccomandarsi a Dio , e na- 
vigar per perduto (1). Ad aggravargli le angustie si aggiunse 
la morte del secondo Arrigo , e gli chiuse speranza di aver 
provvedimento dalla corona di Francia, la cui parte non 
aveva disertato mai ; gli venivano sottili i soccorsi farnesi ani ; 
cessavano al tutto allorché Ottavio con un'azienda risparmiera 
cercava rifarsi degli spendii sostenuti al tempo della contra- 
statagli signoria, ed il misero Cavalcanti dopo, avversità sì 
grandi , traea desolati i giorni, ch'ei chiamava di vecchiezza, 
e che in più felici condizioni avrebbero ancora potuto essere 
di virilità rigogliosa (2). Qualche sussidio gli veniva dal car- 
dinal Farnese; dal Duca, nulla. Ma non è raro che i potenti 
mettano in oblio i loro fidi, quasi abito che si gitta, poiché 
cessò l'opportunità di usarne; e dimenticati più facilmente 
sono i più buoni, da'qualinon si teme astiosità , né vendetta. 
Nell'argomento nostro abbiamo dall'Epistolario che, sebbene 
le paghe d'altri attinenti al Duca di Parma fossero state rido- 
nate , tuttor languiva nel bisogno il prestante ministro che , 
sì ne'publici e sì ne'privati negozi , avea consacrato gran parte 
della vita in servigio di quel Principe. Il che si trae dall'ul- 
tima delle lettere or date a luce ; la quale il Cavalcanti scrivea 
da Padova l'anno precedente quello in cui morì fra le ama- 
rezze dell'esigilo , lasciando memoria dell' ingegno negli scritti, 
della virtù nelle sventure. Pietro Martini. 



Storia documentata della Diplomazia Europea in Italia , 
dall'anno 1814 all'anno 1861, per Nicomede Bianchi. 
Voi. V. 

Dopo la pubblicazione del nostro ragguaglio di questo im- 
portantissimo lavoro dell'illustre Nicomede Bianchi, due nuo- 
vi volumi v'aggiunse l'autore, il quinto e il sesto, compren- 
denti il grande periodo che corre dal 1846 al 1850. E noi , 
seguendo il metodo che usammo nella relazione dei tomi 
precedenti, diremo anche di questi, stando il più possibile 
dentro i limiti di un articolo bibliografico. 

(1) Lett. LXI, p. 102-104. 

(2) Lett. XIII , p. 225"e 226. 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Prendiamo le mosse dai documenti aggiunti al volume 
quinto, che costituiscono il fonte principale da cui il Bianchi 
cavò la sua storia. I documenti raccolti in questo volume 
sono settantadue , distribuiti dall'Autore in quarantotto cate- 
gorie. Ne menzioneremo alcune fra le più importanti. - La ca- 
tegoria I contiene una lettera del Mettermeli al conte Appony, 
ambasciatore imperiale a Parigi , in data' del 27 febbraio 1846. 
In essa il ministro austriaco , presentendo la crisi che stava 
per colpire i governi europei, cerca di rassicurarsi l'appog- 
gio del governo di Francia , particolarmente nella quistione 
ardente della emigrazione polacca. - Nella V contengonsi tre 
dispacci del marchese Ricci, ambasciatore sardo a Vienna, al 
conte Solaro della Margherita, ministro degli affari esteri a 
Torino , in data del 26 febbraio. In questi dispacci, di natura 
confidenziale, il Ricci espone al ministro le gravi preoccupa- 
zioni cagionate al Mettermeli dalla politica onde Pio IX inau- 
gurava il suo pontificato, e gli accenna i mezzi di che il 
principe intendeva giovarsi per paralizzarne gli effetti. Fra i 
quali mezzi stavano in prima linea le pratiche per ottenere 
il concorso morale del governo francese nelle cose d' Italia : 
« En lui démontrant' que tonte complication nouvelle , qui 
pourrait surgir dans la péninsule italique, deviendrait un 
grave embarras pour la France , dans sa situation actuelle 
vis a vis du gouvernement anglais; et pour prix de son aclhé- 
sion à ses vues politiques, il lui a promis d'interposer ses bons 
offices auprès de l'Angleterre pour opérer entre les deux ca- 
binets un rapprochement ». - Nella VII troviamo quattro di- 
spacci del conte Revel ambasciatore sardo a Londra al conte 
Solaro della Margherita, in data del 3 e del 14 settem- 
bre 1847. In essi il ministro sardo dà contezza al proprio go- 
verno delle vedute del governo britannico sulle cose italia- 
ne, interamente disformi da quelle del governo austriaco. Anzi 
lo rassicura che , nel caso che l'Austria minacciasse la indi- 
pendenza di uno degli Stati d' Italia , e particolarmente del 
Piemonte , l' Inghilterra manderebbe la propria flotta del Me- 
diterraneo su Venezia e Trieste per costringerla a desistere 
da un cosi insano disegno. 

Notevole è pure la categoria IX , che ci presenta due di- 
spacci del barone Bettino Ricasoli ( 19 e 21 nov. 1847) , in- 
viato in missione straordinaria presso il re Carlo Alberto per 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 159 

definire la vertenza della Lunigiana , al ministro toscano 
conte Serristori. Qui il barone , toccando dei trambusti d' Ita- 
lia, dice francamente doversi compromettere il re di Piemonte 
nella politica italiana a fine di costringerlo ad abbandonare 
le trepidazioni che il popolare movimento ornai iniziato pro- 
duce nell'animo suo. - Di particolare importanza è la catego- 
ria IX contenente un dispaccio del Mettermeli al conte 
Lutzow, ambasciatore austriaco in Roma (2 gennaio 1848). 
Cogliendo occasione dall'entrata nell'anno nuovo il cancelliere 
imperiale espone le impressioni che destarono in lui gli av- 
venimenti d'Europa, e sopra tutto d'Italia, seguiti negli 
ultimi anni. Da questa esposizione chiaro apparisce il disegno 
del ministro austriaco per contenere i moti popolari che si 
andavano allargando e organizzando in Europa. Ed era di 
isolare il partito dei radicali o dei neri com'egli appella i 
novatori togliendo loro l'appoggio dei liberali o bigi collo spau- 
racchio del socialismo. Rispetto a Roma egli avea poi un 
rimedio di efficacia più certa, ed era di confondere insieme 
la questione politica e religiosa , dimostrando come le riforme 
politiche avrebbero per inesorabile conseguenza trascinato 
dietro a sé riforme in materia di religione. « La revolution 
dans les États romains , scrivea il Mettermeli , s'avance sous 
la bannière de la réforme dans 1' État de l'Èglise, circonscrite 
et maintenue dans les limites des réglements administratifs , 
ne s'étendrait pas volontairement ou involontairement, dans 
la pensée des reformateurs , egalement à la reforme religieu- 
se ». - Le categorie seguenti contengono nella maggior 
parte documenti toscani : fra esse ne piace segnalare la ca- 
tegoria XXXII, che ci presenta una lettera confidenziale di 
M. Minghetti, inviato dal ministero romano al quartier gene- 
rale di Carlo Alberto, al conte Terenzio Mamiani , presidente 
del consiglio dei ministri in Roma. Quell'uomo di stato , 'che 
lo spirito fazioso dell'età presente ha fatto segno alle più 
inique contumelie , scrivea da Peschiera il 19 giugno del 1848 
queste sante parole : « Non so se sappiate lo scoraggiamento 
di Milano , e le molte voci che invocano i Francesi. Quanto 
a me non posso pensare a ciò , senza sentirmi il rossore cor- 
rere al volto e la più profonda indignazione svegliarsi nel- 
l'animo ». 



160 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Passando dai documenti al testo, noteremo anzitutto che 
le materie contenute nel presente volume sono distribuite 
dall'A. in cinque capitoli. E di ciascuno di essi tesseremo 
breve rassegna sì come facemmo coi precedenti volumi. 

Il primo capitolo ci conduce a Roma alla dimane della morte 
di papa Gregorio XVI, seguita, come ognun sa, il 1.° giu- 
gno del 1846. L'A. ci espone anzitutto le pratiche tenute dai 
governi cattolici , a fine di ottenere che la elezione del nuovo 
papa riuscisse propizia ai loro particolari interessi. Un an- 
nesso in cifra al dispaccio 7 giugno 1846 di Ramirez , legato 
napoletano a Vienna, lo informa come il Metternich , studioso 
d' impedire « che il concetto vagheggiato dai partigiani di 
libertà, d'alzare il papato al patronato dell' Italia indipenden- 
te », desse all'ambasciatore imperiale in Roma e al cardi- 
nale Gaysruck , deputato a invigilare nel conclave gì' inte- 
ressi austriaci, stretto mandato di adoperarsi per la elezione 
di un papa avversario delle libertà italiane e ligio alla politica 
austriaca. Il governo francese invece, per gelosia dell'Austria, 
anziché per sentimento liberale , caldeggiava la elezione di 
un papa che avesse un concetto chiaro della fede cattolica e 
della nazionalità italiana, e minacciava l'Austria di occupare 
militarmente Ancona e Civitavecchia, se gli Austriaci fossero 
entrati nelle Legazioni. Eguale minaccia faceva il governo 
sardo nel caso che, durante la vacanza della sede, la pub- 
blica quiete fosse stata compromessa. « In tal guisa, dice 
l'A., secondo i propositi dei diplomatici, tre interventi ar- 
mati venivano offerti al sacro collegio per mantenere obbe- 
diente il povero popolo , forzatamente attaccato alla gleba del 
predio ecclesiastico » ( pag. 7 ). Siffatte minacce procedenti 
dai governi , i pericoli di una rivoluzione imminente , il ti- 
more che sortisse eletto un papa straniero ; queste circostanze 
misero ben presto i cardinali d'accordo sulla persona da 
eleggere : e prima ancora che i cardinali stranieri arrivas- 
sero in Roma, nominarono papa Giovan Maria Mastai Ferretti 
con trentasei voti. La parte più influente nella elezione sua 
la ebbe il cardinale Micara ; e senza l'opera sua sarebbe in- 
dubbiamente riuscito il cardinale Lambruschini, candidato 
austriaco. Pure il Metternich non fu malcontento della ele- 
zione del Mastai. La fama che questi avea d'uomo di molto 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 161 

cuore e di scarso ingegno fé' sperare al cancelliere imperiale 
cli'ei sarebbe facilmente riuscito a renderlo ligio agli inte- 
ressi austriaci. Come il governo imperiale , così pure il fran- 
cese mostravasi lieto dell'avvenuta elezione ; e il nuovo conte 
dello Spirito Santo ( come burlescamente i Romani chiama- 
vano l'ambasciator francese per essersi intromesso palesemente 
nelle faccende del conclave), dandone partecipazione a Gui- 
zot , gli scrivea , che il nuovo re dello Stato romano avrebbe 
mente e volontà d'appigliarsi a togliere i più gravi abusi nelle 
cose del governo (Nota 13, Cap. I). Ma gli effetti diedero 
maggior ragione al giudizio del Mettermeli che a quello del 
misero Rossi. 

« Qui , dice l' A. , entriamo a narrare cose grandi , nel 
corso delle quali il papato fece di sé e delle dottrine sue un 
esperimento solenne ; bagnate dal sangue dei popoli , si po- 
sero indestruttibili le prime fondamenta di un nuovo gius 
europeo , e le condizioni d' Italia inopinatamente mutaronsi. 
Singolare periodo di tempo, più spesso per amori e per 
odii partigiani travisato con molte favole , con singolari men- 
zogne , e pure così degno d'essere conosciuto e studiato senza 
orpello , colla virtù della sincerità , nella necessaria quiete 
di opinioni, con sufficiente sicurezza di giudizi ». Ed entrando 
ad esporre la storia di questo gran periodo , pone anzitutto i 
principii su cui fondar devesi l'arte di ben governare ; la 
quale , se malagevole è sempre , « diventa scabrosa all'estre- 
mo , ove la si debba applicare a mettere in assetto uno Stato 
scompigliato per ogni verso ». E in tale condizione trovavasi 
appunto lo Stato romano , allorquando Pio IX fu chiamato a 
governarlo. Dotato di nobil cuore, ma di animo debole, mancava 
il nuovo pontefice soprattutto di quella perspicacia nella 
scelta delle riforme più opportune e praticabili, la quale, se 
è sempre condizione principalissima di buon governo , a Ro- 
ma era allora condizione vitale : l'avvenire riposava su ciò. 

E che di politico senno il nuovo pontefice mancasse , lo di- 
mostra sovrattutto il fatto , che , appena ebb'egli pubblicata 
la sua famosa amnistia, si die in balìa alla marea dei festeg- 
giamenti e degli encomi, senza traveder punto la necessità 
suprema « di ben determinare e tosto le basi e le parti de'suoi 
concetti riformatori, onde dar sesto alla scomposta ammini- 

Arcu. St. Ital.. 3.' Serie, T. X , P. II. 21 



162 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

strazione dello Stato framezzo ad abusi e a desiderii scon- 
finati ». (pag. 11 ). Pure all'inesperienza e al difetto di poli- 
tico accorgimento del pontefice riformatore sarebbesi potuto 
recare efficace riparo quando le sue rette intenzioni fossero 
state secondate dalle potenze cattoliche d' Europa , e da abili 
ministri sostenute. Ma per isventura d'Italia, gl'incoraggia- 
menti e i conforti a perseverare nell'opera iniziata, non ven- 
nero al pontefice che da coloro i quali erano meno capaci di 
dare efficacia ai loro consigli; mentre queglino che erano più 
in grado di far valere i consigli propri , li diedero contrarli 
alle riforme , e studiaronsi con tutte forze d' impedirne il rea- 
lizzamento. Larghi tributi di lode mandarono al papa rifor- 
matore gli Stati Uniti d'America e le Repubbliche dell'Ame- 
rica meridionale, il capo del culto israelita e lo stesso sultano 
di Costantinopoli (pag. 103 e 104). Invece Francia ed Austria, 
più o meno apertamente, ma con fermezza eguale, cercarono 
recare inciampo ai disegni riformatori di Pio. Il governo fran- 
cese ordinò pertanto a Pellegrino Rossi, di tagliare in sul 
nascere ogni filo di speranza di aiuti della Francia a qualunque 
apparecchio d'italiana indipendenza; di consigliare e aiutare 
bensì il papa a riformare il suo governo , ma solamente negli 
ordini amministrativi e fìnanziarii (pag. 14). Dinanzi a 
questo contegno del re Luigi Filippo verso il pontefice non 
sappiamo con quanta ragione F illustre Garnier Pagès dir po- 
tesse che «la France retentissait de ses louanges (1) » pe'bei 
principii del nuovo pontefice. Quel governo, che avea lasciato 
tórre dall'Austria a Cracovia la indipendenza assicuratale 
dai trattati del 1815; che puntellava nella Svizzera la politica 
liberticida della corte di Vienna ; che, infine, mandava al pro- 
prio ambasciatore a Roma la dichiarazione sovraccennata ; tale 
governo erasi fatto conoscere abbastanza perchè si potesse 
estimare quanta sincerità racchiudessero le sue lodi al papa 
riformatore. 

Forte dell'appoggio del governo francese, la corte di Vien- 
na tolse ogni riserbo all' opposizione propria contro i pro- 
positi liberali del nuovo pontefice. Qui l'A. ci fa toccare 
con mano le arti usate dal Mettermeli per impedire al papa 

(4) Histoire de la Revolution de 1848, T. I , p. 47. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 163 

di proseguire nella via riformatrice sulla quale erasi messo. 
Conoscendolo di coscienza timorata e facile agli scrupoli , 
e' cercò dapprima atterrirlo collo spauracchio dello scisma : 
poi , veggendo insufficiente questo mezzo , tentò screditarlo 
nella pubblica opinione , facendo correr voce che le corti di 
Vienna e Roma stessero accordandosi per mettere soldati 
imperiali a presidiare le Legazioni ; e non andò guari che 
mandò infatti ad occupare Ferrara ; ed avrebbe anche fatto 
occupare le altre Legazioni , se non vi si fosse recisamente 
opposto il ministro di finanza , « il quale si fé' a sostenere che 
pel governo imperiale eravi maggiore pericolo nel sobbarcarsi 
alla spesa richiesta per mettere in moto così gran numero 
di soldati, di quello che lo fosse l'altro, cui poteva dar luogo 
la politica liberale di Pio IX » (pag. 21). Il contegno che 
osservò in Ferrara il tenente maresciallo Ausperg dimostra 
qual proposito avesse condotto la corte di Vienna ad occupare 
quella città pontificia. Esso era di provocare tumulti popolari, 
i quali mettessero il pontefice nella necessità di chiedere egli 
stesso l 1 intervento austriaco. E la corrispondenza epistolare 
che fu tenuta fra l'Ausperg e il Ciacchi nell'agosto del 1847 
(note 25-31, cap. I) dimostra chiaramente come il primo fa- 
cesse ogni sforzo per ottenere un simile effetto. Cognita del 
fine a cui erano dirette le provocazioni austriache, la corte 
di Roma s' impose una norma di condotta riserbata e prudente 
per meglio oppugnarlo. E però , mentr'essa faceva pubblicare 
nel diario governativo la protesta del Ciacchi , apprestava 
l'antidoto al passo ardimentoso, col significare alla corte di 
Vienna, essere stato il pontefice a siffatta pubblicazione so- 
spinto da una imperiosa necessità , « per non iscadere nel- 
l'amore de'proprii sudditi , e per salvarsi dallo scredito ine- 
vitabile per qualunque governo italiano, il quale si mostrasse 
facile a tollerare anche l'ombra sola dell'offesa alla propria 
indipendenza « ( n. 32, cap. I). Parimente, mentre la corte 
di Roma lasciava che la stampa quotidiana scapestrasse con- 
tro l'Austria , scusavasene col gabinetto austriaco , e anzi 
riprovava recisamente le severe censure che la stampa pro- 
pria movea contro la condotta dell'Austria in Italia ( n. 33, 
cap. I ). Così il governo tradiva il proprio timore e metteva 
al nudo sua pochezza; e poiché la sola àncora di salvezza 



164 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che gli rimanesse era l'opinione pubblica, il Mettermeli cer- 
cò torgliela col fargli una concorrenza democratica. Né l'ar- 
tifizio era nuovo; più esempì ne porge la storia di tai mano- 
vre, principalissimo quello di Druso contro Gracco il Juniore, 
che rimane monumento perenne della confidenza che l'opinion 
pubblica può inspirare. Il Metternich adunque si fé' accusatore 
verso la Corte romana di avere conservato abusi e vecchiu- 
mi di governo , che sarebbe convenuto togliere per sempre. 
E' s'affrettava però a soggiugnere - e ciò era il fine a cui im- 
portavagli venire - che parimente condannavala per gli abusi e 
le novità di fresco introdotte , le quaii nò avean radici nel 
passato , né davan guarentigia di durata nell'avvenire ( n. 39 
cap. I ). Nel tempo istesso che il Metternich sforzavasi di 
tórre alla Corte di Roma l'appoggio dell'opinione pubblica , 
e' faceva ogni sforzo per indurre la Francia a secondare la 
propria politica in Italia. E come gli riuscissero cotali prati- 
che lo dimostrano chiaramente le istruzioni che il Guizot 
dava a Pellegrino Rossi il 27 settembre 1847. « Noi siamo in 
buone relazioni colla Corte di Vienna , diceva il primo mini- 
stro francese al suo ambasciatore in Roma , e intendiamo di 
restarvi. Crediamo che il papa abbia pure sommo interesse 
di rimanere in pace coli' Austria. Essa è una grande potenza 
cattolica in Europa , ed è prima in Italia. Una guerra contro 
la medesima vuol perciò dire 1' infiacchimento del cattolici- 
smo e la rivoluzione : or bene il Santo Padre non può volere 
che tali cose succedano » (n. 48, cap. I). 

Ma i trionfi del Metternich erano più illusori che reali; 
e intanto eh' e' vantavasi del conseguito appoggio di Francia, 
gli venivan meno quelli su' quali egli vivea più sicuro. Infatti 
nel di stesso in cui il primo ministro di Francia dava all'am- 
basciatore francese in Roma le istruzioni surriferite, il gran- 
duca di Toscana, stretto dai richiami della opinion pubblica, 
chiamava al ministero Ridolfi e Serristori , accettandone il 
programma liberale. Né lì si ristava lo smacco subito dal 
Metternich in Toscana. Otto giorni dopo la rinnovazione del 
ministero toscano , stipulavasi la convenzione per l'anticipata 
riunione di Lucca al granducato , e il granduca lieto del 
precoce acquisto, lasciava che Austria ne sbraitasse. I fatti 
che cagionarono la cessione di Lucca , e gli accidenti che ne 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 165 

seguirono per la incorporazione definitiva della Lunigiana 
al ducato Modenese, lucidamente sono esposti dall'A. e corre- 
dati di lunga serie di documenti ; fra questi vogliamo segna- 
lare la diplomatica corrispondenza del barone Bettino Rica- 
soli col governo granducale , dal quale era stato mandato 
alla Corte di Torino per ottenere l'appoggio del re Carlo Al- 
berto circa all'affare di Fivizzano. Che se il governo sardo si 
prese vivamente a cuore quel grave negozio , ad onta della 
fiera opposizione della Corte di Vienna , ciò si dovè partico- 
larmente all'abile fermezza del legato toscano. Al quale spetta 
pure il merito di avere spinto la Corte di Torino a confor- 
mare la propria politica allo spirito pubblico, costringendola 
a uscire dal pauroso riserbo nel quale era rimasta rinchiusa 
fin qui. Due altre circostanze concorsero a promuovere questo 
grande mutamento nella politica del re Carlo Alberto. L'una 
fu il contegno provocante del Mettermeli ; il quale , togliendo 
argomento da una quistione doganale , recò viva offesa alla 
sovrana dignità del re Carlo Alberto ; e costretto a transigere 
in quel negozio , si vendicò facendo pubblicare da prezzolati 
libellisti violente contumelie contro di lui. L'altra fu il con- 
tegno minaccioso del cancelliere austriaco verso il pontefice. 
« Nell'animo di Carlo Alberto , dice l'A., era infìtta una mol- 
la, che compressa aspramente, dovea scattare con una forza 
irresistibile. Essa ricavava la sua sostanziale vigorìa dal senti- 
mento religioso, signoreggiante in lui a oltranza. Onde il re, 
all' infuori dei calcoli di una meticolosa prudenza , s' infiammò 
d'ira sdegnosa contro lo straniero dominatore come lo vide 
insolentire minaccioso verso un principe benefico a'suoi sud- 
diti , e da lui con mistica fede sincerissima venerato vicario 
di Dio in terra ». E quali fossero i propositi che di quel tempo 
nella mente di Carlo Alberto si agitavano, lo rivela la lettera 
che egli scriveva in data del 2 settembre al conte di Casta- 
gneto ( n. 83, cap. I). « Se giammai Iddio mi fa grazia, di- 
ceva il re , di poter intraprendere una guerra d'indipendenza, 
sarò io solo che comanderò l'esercito , e allora farò per la 
causa guelfa ciò che Schamil fa contro l'immenso impero 
russo ». Pieno l'animo di questo sentimento , il 30 settembre 
autorizzava il pio re una solenne dimostrazione del suo po- 
polo in favore di Pio IX. Ma poi , veggendo come alle grida 



166 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di « viva il pontefice » si mescolassero grida di « Abbasso 
gli Austriaci e i gesuiti » , fé' sciogliere i dimostranti. Questa 
riuscita della dimostrazione parve per un momento potesse 
rimettere re Carlo Alberto sulla via della politica antica e 
raffermarvelo. Il conte Della Margherita fé' almeno ogni possa 
per indurvelo. E ce lo dimostra la lettera ch'ei scrisse al suo 
re , a dì 9 ottobre 1847 ( not. 88, cap. I ). L'A. ne riferisce il 
seguente brano : « Si tenta di viva forza suscitare la rivolu- 
zione in questo paese , che trovandosi felice non ne vuol sa- 
pere. Disgraziatamente vi sono sudditi devoti al trono, i quali 
per difetto di mente . e più ancora per paura eccessiva e in- 
degna di animi nobili , consigliano che si debba pendere a 
concessioni. Ma costoro non pensano che l'avvenire nostro , la 
nostra gloria, la nostra felicità, e la stessa nostra autono- 
mia dipendono dalla fermezza colla quale si rigetteranno le 
insinuazioni dei liberali , qualunque sia il colore sotto cui 
vengono pòrte per essere giustificate » Ma Carlo Alberto non 
avea più orecchi per simili consigli,- ed è veramente singo- 
lare come il conte Solaro, che da quasi dodici anni guidava 
la politica esteriore del re di Sardegna , non avesse avuto 
alcun'ombra del grande mutamento che erasi operato nell'ani- 
mo del suo re. Perciò più dolorosa dovè riuscirgli la caduta , 
perchè improvvisa ed imprevista. E già il 30 ottobre del 1847 
una legge sulla stampa, inspirata a principii liberali, annun- 
ziava all'Italia che il re di Sardegna era entrato ornai nella 
via delle riforme. Ma quanto maggiori ostacoli incontrava la 
politica del Metternich in Italia, tanto più intestardivasi egli 
nel volerla far prevalere. Ma se vi era via che ad opposta 
meta riuscir potesse , tale era quella scelta da lui. Dopo le 
provocazioni di Ferrara , i tentativi di occupare militarmente 
la Toscana e l'intervento compiuto nei ducati, egli aggiunse 
l'uso violento della forza brutale a domare le idee liberali 
campeggianti nella Lombardia e nella Venezia. Alle violenze 
del Governo i popoli opposero una passiva resistenza così 
concorde e disciplinata da scalzare profondamente la base 
primaria d'ogni governo. In questo modo l'Austria, ben dice 
l' A., diveniva efficace preparatrice dei propri danni per l'uso 
di quella stessa politica di violenze e di soprusi , mercè cui 
nel corso degli ultimi 32 anni avea tenuto il pie sul collo 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 167 

alla serva Italia. Cogl' infami suoi procedimenti essa giunse 
perfino a persuadere i meno oculati , che il comune avversa- 
rio di ogni riforma era lo straniero dominatore della valle 
del Po , e che pertanto bisognava cacciarlo di viva forza nelle 
sue case per vivere liberi e tranquilli. E furono dovuti agli 
eccessi austriaci il rapido comporsi delle rivalità e delle gare 
municipali e lo assodarsi fra principi e popoli di una concor- 
dia confidente di concetti e di opere. 

Passando dalla politica austriaca a quella che rispetto alle 
cose italiane nel 1847 seguirono Francia e Inghilterra , l'Au- 
tore segnala la fiacchezza del governo di Luigi Filippo dispo- 
sto a camminare a rimorchio dell'Austria , facendosi con que- 
sta propugnatore della inviolabilità dei trattati del 1815. 
E mentr'esso affannavasi a gridare qua e là ai popoli e ai 
principi italiani, che i trattati del 1815 si dovessero rispet- 
tare da tutti , « si trovò indotto , per rimanere fermo nella 
politica prescelta , di lasciare che l'Austria impunemente 
violasse in Italia quei trattati ». Di qui lo scredito generale 
in cui cadde il governo francese in Italia , e del quale gli 
avversarli della monarchia non tardarono a giovarsi per iscal- 
zare il trono di Luigi Filippo. 

Rispetto all' Inghilterra, osserva anzitutto l'Autore essersi 
a torto attribuito alla diplomazia britannica la lode o il bia- 
simo di essersi fatta , nel periodo riformativo del moto ita- 
liano iniziato da Pio IX, consigliera e istigatrice di desiderii 
e di moti rivoluzionarii. « Lord Palmerston, dice l'A. , temeva 
ed avversava la rivoluzione , quanto Mettermeli e Guizot ; se 
non che più oculato e previdente uomo di governo dell'uno e 
dell'altro , comprese in tempo utile che la natura delle cose è 
inflessibile, e, quando sia possibile vincerla, lo è col vezzeggiar- 
la non coll'assalirla. Quindi egli capì che, se eraci mezzo d' im- 
pedire che le idee rivoluzionarie riuscissero a turbare la 
quiete d' Italia , si era quello di accettare francamente il ma- 
nifestatovi indirizzo politico, frenando i popoli, spronando i 
principi nella via delle riforme e propugnando di fronte al- 
l'Austria la indipendenza piena e assoluta della sovranità de- 
gli Stati italiani ». Il compito di far prevalere siffatte idee 
affidò il ministro al sagace Lord Minto , cui mandò in Italia 
il 18 settembre 1847 col carattere apparente di un visitatore 



168 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

privato , per non mettere in sospetto i gabinetti di Vienna e 
Parigi , né impegnare oltremisura quello di Londra. E come 
lord Minto adempisse il grave e delicato incarico lo dimostrano 
i particolari ragguagli che dell'opera propria diede a lord 
Palmerston , non che quei che intorno le pratiche del diplo- 
matico britannico die il marchese di Carrega al ministro degli 
affari esteri in Torino (n. Ili, 114, cap. I). Basti, per averne 
una idea adeguata, riferire i consigli dati dal Minto a Pio IX. 
Dopo di avergli suggerito d'affidarsi nella Consulta dello 
Stato per restar saldo di fronte alle opposte influenze che lo 
circondavano , così il diplomatico inglese si fé* a ribattere la 
obbiezione fattagli dal pontefice , che la natura del governo 
papale impedisce lo svolgimento di liberali istituzioni. « È vero, 
Santità, soggiunse il legato inglese; mentre negli altri Stati 
la Chiesa è subordinata allo Stato , qui è lo Stato che è sog- 
getto alla Chiesa. Ma non perciò credo che da una tale con- 
dizione speciale di cose si possa dedurre che non si abbiano 
a introdurre ordini più liberi nel governo. I doveri delle so- 
vranità, sono gli stessi dovunque , chiunque ne sia il deposi- 
tario. La Chiesa investita di dominio temporale debbe per- 
tanto attendere al fine principale della felicità pubblica. 
Potrebbesi per avventura nello Stato romano effettuare la 
reale separazione esistente nella Gran Brettagna fra la Chiesa 
e lo Stato , in modo che l'amministrazione delle cose eccle- 
siastiche nulla abbia che fare con quella delle cose civili ». Così 
favellando , lord Minto sfiorava gravi problemi religiosi e po- 
litici, i quali, se fossero stati in savio modo e in tempo oppor- 
tuno risoluti , una lunga serie di guai all' Italia e alla catto- 
lica Chiesa sarebbero stati risparmiati. 

II. Il secondo Capitolo incomincia con un quadro delle 
interne condizioni del reame delle due Sicilie, alla vigilia 
della promessa' di una costituzione strappata a Ferdinan- 
do II dai Palermitani con la famosa sollevazione del 12 gen- 
naio 1848. L'A. , esposto come i maggiori potentati d' Eu- 
ropa , ad eccezione d' Inghilterra , si congratulassero col feroce 
re per avere soffocato nel sàngue la insurrezione messinese 
del settembre 1847, lodandolo di essersi assunta 1' impresa 
di difensore dell' ordine monarchico e dei principi] conser- 
vatori della civile società, assai saviamente soggiugne, 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 169 

che que'go verni non aveano notizia adeguata delle condizioni 
in cui versava la podestà assoluta del re di Napoli. « Quel 
regno , dice il Bianchi , era guasto da infermità molto più 
gravi di quelle che si credeva a Vienna e a Pietroburgo , e 
quindi il suo peso non era di gran valore a far traboccare la 
bilancia dal lato della legittimità monarchica ove contr'essa 
s' impegnasse lotta violenta ». A conferma di ciò ei riferisce un 
brano di un dispaccio confidenziale del conte Solaro all'amba- 
sciator sardo a Vienna , dove è tessuto un quadro assai misero 
delle condizioni interne del reame siciliano, e si conclude 
col dire , essere impossibile immaginare un malcontento 
più generale e marcato. Il dispaccio porta la data del 6 lu- 
glio 1847; e non passarono che poche settimane che la insur- 
rezione messinese venne a dare piena ragione ai pronostici 
del ministro piemontese. Così Ferdinando II, salutato poc'anzi 
dal governo russo difensore della monarchia assoluta , fu il 
primo de'principi italiani a scendere a patti col suo popolo; 
e servì , suo malgrado , agli altri principi d' Italia di esempio 
per far loro concedere nuove e maggiori guarentigie ai popoli 
loro. Carlo Alberto infatti, tre settimane dopo la promessa del 
re Ferdinando, promise ei pure di dare uno statuto ; e 1' 11 feb- 
braio il granduca Leopoldo impegnavasi con pubblico bando 
di dare ai Toscani le franchigie « per le quali , ei dicea , 
erano pienamente maturi , e che aveano meritato colla sa- 
viezza del loro contegno ». Davanti a questi fatti la politica 
del gabinetto francese si studiò di prendere un atteggiamento 
consonante coi medesimi. E quel governo che fin qui avea 
lavorato indefessamente per fare in modo che le riforme non 
valicassero in Italia i limiti dei negozi amministrativi, fu 
udito felicitarsi coi due nuovi sovrani costituzionali di Tosca- 
na e Piemonte « del nuovo pegno d' intimità creato fra i tre 
Stati dalla uguaglianza delle loro istituzioni politiche » (n. 16 
e 17, cap. II). Però, accanto alle felicitazioni, vi erano ammo- 
nimenti di porre ogni cura ad assicurare la conservazione 
scrupolosa dei trattati e di serbare relazioni di buon vicinato 
cogli Stati finitimi, sul proposito de'quali suggerimenti, savia- 
mente osserva l'A., che « ai termini in cui erano pervenute 
le cose, i consigli di Luigi Filippo e di Guizot erano spogli 
di efficacia ■». E soggiugne : « Conservatori liberali italiani non 

Arch. St. iTAt.., 3. a Serie , T. X , P. It. 22 



170 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

poterono essere e mantenersi in credito fino a che la causa 
prima del ribollimento mirava al riscatto nazionale. Era in- 
conseguibile che , soddisfatti delle ottenute costituzioni, gl'Ita- 
liani smettessero il pensiero di far libero il sacro suolo della 
patria , e si accordassero a vivere in pace cogli Austriaci , 
padroni spietati della Venezia e della Lombardia. Il popolo , 
tirato cento volte in piazza, si era fatto di troppo sangue e 
natura dell'agitazione , era stato di troppo infocolato dall'odio 
contro lo straniero per adagiarsi in un'aspettazione tranquilla, 
dopo aver conseguito fra canti e feste ciò che appena per lo 
addietro erasi creduto operabile in lontani tempi » ( pag. 96 ). 
Alla fina oculatezza del Mettermeli non era sfuggito codesto 
indirizzo che stavano prendendo le cose italiane. Di qui il 
moltiplicarsi de' suoi sforzi per reprimere il moto sul suo na- 
scere. E mentre da un lato ei tenta col mezzo della Russia 
di costringere l' Inghilterra a mutare la sua politica propu- 
gnatrice dei moti italiani, infocandole le antiche gelosie contro 
Francia , dall'altro compone e organizza un doppio intervento 
armato in Isvizzera e in Italia con Russia, Prussia e Fran- 
cia. Ma nel momento di raccogliere il frutto di tante fatiche , 
la monarchia orleanese pagava il fio dello avere conculcato 
i liberali principii a cui andava debitrice della esaltazione 
propria , con una caduta ignobile e precipitosa. L'A. nostro , 
discorrendo le cagioni che a sì misera fine trassero la monar- 
chia di Luigi Filippo , acutamente osserva , che sarebbe ap- 
pigliarsi a un criterio storico falso e gretto ove si volesse 
giudicare ch'essa abbia rovinato sotto il peso repentino di 
macchinazioni settariche. « La sua rovina provenne dal lento 
e permanente lavorìo delle cagioni complesse che da lungo 
tempo eransi le une accumulate sulle altre ». La ribellione 
della morale pubblica contro la corruzione del governo : la 
offesa dei liberali istinti del popolo prodotta dalla soverchia 
compressione della libertà di stampa e di associazione : la 
non men grave offesa all'orgoglio nazionale della codarda 
arrendevolezza del governo in faccia allo straniero : l'arrena- 
mento dei minuti commerci e delle minute industrie promosso 
dal sistema corrotto dell'amministrazione governativa: ecco 
gli elementi di una nuova combustione civile che andavansi 
man mano cumulando. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 171 

Qui l'A passa ad esaminare gli effetti prodotti nello Stato 
romano dalle costituzioni accordate a Napoli , a Torino , a 
Firenze e dalla repubblica proclamata in Francia. E rilevando 
come fossero conseguenze logiche e imprescindibili degli or- 
dini statuali liberi promulgati a Napoli, a Firenze, a Torino, 
la civile emancipazione degli acattolici e l'abolizione delle leggi 
ed istituzioni che ponevano lo Stato sotto la dipendenza della 
Chiesa e impedivano lo svolgimento della libertà ; avverte l'A. 
che in questo terreno la lotta inevitabile non tardò a mani- 
festarsi fra il papato e l' Italia avviata a reggersi con libere 
istituzioni. E ne presenta ricca e preziosa collezione di do- 
cumenti , dove sono esposte le controversie nate fra la Corte 
di Roma e i governi liberali d'Italia dalla seconda metà 
del 1847 al giugno del 1848 (pag. 106-111). 

Ma dopo aver tentato con ogni possa d' infrenare lo svol- 
gimento delle libere istituzioni negli altri Stati d' Italia , la 
romana Corte dovè seguire essa stessa la corrente irresistibile 
de'tempi , aprendo l'adito a un costituzionale reggimento. Già 
1' 11 febbraio del 1848, Pio IX, stretto dalle sollecitazioni 
del popolo , pose in un concistoro segreto la quistione della 
opportunità di una costituzione. Una commissione fu nominata 
perchè esaminasse su qual base si dovesse stabilire. Con 
questo mezzo speravasi di poter guadagnar tempo. Ma la ri- 
voluzione francese del 24 febbraio chiuse la via ad ogni in- 
dugio ,• e ricomposto il 10 marzo il consiglio dei Ministri , 
introducendovi sei laici di parte liberale , cinque giorni ap- 
presso fu pubblicato lo statuto. Così il papa , che era stato il 
primo a dare V impulso , fu l'ultimo a seguire l'esempio di 
Napoli , del Piemonte e della Toscana , e con ciò perdette il 
prestigio popolare che erasi tanto facilmente procacciato coi 
primi atti suoi. Del resto, assai giudiziosamente osserva l'Au- 
tore , che cotesto esperimento di un regime costituzionale 
che facevasi in Roma, mancava d'intrinseca virtù a ben riu- 
scire. Instaurare la libertà di coscienza , di stampa , d' inse- 
gnamento, d'associazione nella sede della teocrazia cattolica, 
avrebbe valso lo stesso che mandare in isfacelo il papato spiri- 
tuale. « Ove anco la guerra nazionale e la rivoluzione non 
fossero sopraggiunte a sconvolgere il fragile edifizio princi- 
piato dall' inesperta mano di Pio IX , non perciò il problema 



172 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

della signoria temporale dei papi avrebbe trovato scioglimen- 
to pacifico e durevole in uno statuto politico » (pag. 113). 

Non meno che nello Stato pontificio grave fu la commo- 
zione prodotta dalla rivoluzione francese del 24 febbraio su- 
gli altri Stati italiani. Il redi Napoli, atterrito dall'annunzio 
della caduta dei Borboni in Francia, perdette ogni energia; 
concedette pertanto ai Siciliani la chiesta autonomia e con- 
sentì alla cacciata dei Gesuiti. Anche Carlo Alberto si trovò 
costretto dalla rivoluzione francese a fare un passo avanti. 
E il nuovo ministero Balbo , spingendo innanzi gli arma- 
menti, dovea preparare l'occasione propizia per ingrandire 
il trono , col mezzo della rivoluzione. Ma la politica di 
pace inaugurata dal nuovo governo repubblicano di Francia 
fermò lo sviluppo delle conseguenze che la rivoluzione del 
24 febbraio avrebbe esercitato sulla politica degli Stati italia- 
ni. L'A., esposto in sommario il programma di politica inter- 
nazionale di Lamartine, che consisteva nel modificare i trat- 
tati del 1815 per mezzo di un congresso europeo , e nel 
restringere i casi d'intervento diplomatico o armato all'Ita- 
lia e alla Svizzera, quando nell'uno o nell'altro paese altri 
fossero intervenuti prima , dimostra con numerosa serie di 
documenti com'ei conformasse al suo manifesto il contegno 
usato co' governi italiani , facendosi loro consigliere di una 
politica di pace e di mutua concordia. 

Ad onta però dei pacifici propositi del presidente della 
nuova repubblica, il governo inglese dubitava fortemente della 
loro efficacia. E il sagace lord Palmerston , richiesto di con- 
sigli dal governo sardo sulla politica da seguire , rispondeva 
al signor Revel , essere difficile troppo nelle presenti circo- 
stanze porgere consigli di tal fatta , perocché , ad onta delle 
assicurazioni date dal Lamartine , accader poteva da un mo- 
mento all'altro, « o ch'egli fosse sbalzato da un partito più 
violento, o fosse forzato alla guerra per dare sfogo alle pas- 
sioni del popolaccio armato che infesta Parigi ». E concludeva 
proponendo, che il Piemonte concertasse coli' Austria un piano 
di difesa comune ( n. 44, Cap. II). Questi paurosi dubbi e 
queste suggestioni di riaccostamento all'Austria per parte del 
Piemonte erano l'effetto della politica a cui il governo inglese 
si era appigliato, come alla sola àncora di salvezza per la 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 173 

conservazione della pace europea. E il Mettermeli, facendo 
suo prò delle preoccupazioni del Gabinetto britannico, forzava 
lord Palmerston a dargli anticipate promesse di appoggio nel 
caso che la Sardegna attaccasse il Regno Lombardo-Veneto 
(n. 55, Cap. II). Sapendo il Mettermeli che Carlo Alberto 
era fortemente preoccupato degli ordini republicani stabiliti 
in Francia , tanto più dopo il moto di Chambery, che avea 
reso necessario ¥ intervento della truppa per sedarlo , sei 
giorni dopo quel fatto il cancelliere austriaco propose al le- 
gato sardo che il re Carlo Alberto assumesse l' iniziativa 
presso le Corti di Roma , di Firenze e di Napoli d'una lega 
comune difensiva con le Corti di Vienna , di Modena e di 
Parma , per salvare l' Italia da una nuova irruzione di armi 
repubblicane, promettendo, in compenso di ciò, di usare ar- 
rendevolezza col governo sardo sulle controversie commer- 
ciali in corso ( n. 64 , Cap. II ). Il marchese Ricci accolse 
in silenzio quella proposta; in conseguenza diche l'Austria 
ruppe tosto le relazioni diplomatiche colla Sardegna. Ma quanto 
lodevole è il contegno dignitoso e fiero serbato dal governo 
sardo verso l'Austria, altrettanto biasimevole è la fiacchezza 
ch'esso dimostrò nell'affare della lega politica difensiva fra 
gli Stati italiani proposta da Pio IX, e vivamente caldeg- 
giata dal goveno toscano. Né tampoco volle Carlo Alberto 
accettare la profferta del legato toscano di dirigere, d'accordo 
col nunzio , al suo governo una nota riservata per invitarlo 
ad accedere alla lega , lasciandolo arbitro di notificare le 
condizioni che vi porrebbe. A questo proposito il re rispose , 
doversi aspettare d'avere maggiore certezza sull'andamento 
costituzionale del governo (n. 84, Cap II). E ben dice l'A., 
che Carlo Alberto e i suoi consiglieri , tenendosi in queste 
lentezze, non seguivano una ragione di Stato previdente- 
mente calcolatrice. Imperocché ei non eransi formati un 
concetto adeguato delle condizioni nelle quali versava il 
papato nell' insolito connubio colla libertà di un popolo , 
che per acquistarla appieno dovea sostenere una guerra d' in- 
dipendenza. « Pretendere di condurre il papa ad accedere 
di sbalzo ad una lega offensiva, e indurlo a muovere le armi 
contro la cattolica Austria , dovea apparire , come era, la più 
fallace delle supposizioni ». L'A. prosegue quindi a contare i 



174 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

vantaggi che Carlo Alberto avrebbe raccolti dalla pronta con- 
clusione di una lega difensiva colla Corte romana , e tanto 
più lo censura del non averlo fatto , quanto che allora nel- 
l'animo del re non esistesse nemmeno l'ombra dei disegni au- 
daci a cui ebbe ricorso più tardi, e i quali soltanto avreb- 
bero giustificato il contegno che serbò nell'affare della lega 
(pag. 145-146). 

Non meno vive che quelle della romana Corte furono le 
pratiche della Corte di Napoli per conseguire la formazione 
di una lega fra gli Stati costituzionali d' Italia. Ma mentre 
Pio IX e i suoi consiglieri non aveano in ciò altro fine che 
la salute della patria, il re di Napoli si proponeva di ritrarre 
forza dalla lega per ricondurre i Siciliani nella obbedienza 
propria. Feroci comandi regii, feroci atti soldateschi, astuti 
raggiri diplomatici , lusinghiere promesse , non aveano valso 
a nulla per ispegnere in Sicilia la rivoluzione. Impotente a 
vincerla colle armi e con mezzi propri, tentò Ferdinando II 
servirsi dell' Inghilterra per guadagnar tempo e agevolare 
così il realizzamento del proprio fine. Ma il governo inglese, 
accortosi del brutto gioco che faceagli il Borbone , gli dichiarò 
francamente , che la Gran Brettagna tenevasi moralmente im- 
pegnata a salvaguardare ai Siciliani la costituzione del 1812, 
non riconoscendo nei trattati del 1815 alcuna derogazione agli 
antichi diritti costituzionali dei Siciliani (n. 106, Cap. II). Ma 
questo linguaggio in bocca del governo inglese , se da un lato 
schiudeva l'animo de' Siciliani a liete speranze , dall'altro do- 
vea pur creare serie preoccupazioni non solo a quel popolo , 
ma all' Europa intera. Infatti , una volta che la Sicilia fosse 
riuscita a costituirsi indipendente da Napoli , non avrebbe 
corso pericolo di cadere sotto la dipendenza dell'Inghilterra? 
Questo era il timore che ispirava il linguaggio del governo 
britannico rispetto all'affare di Sicilia ; e fu senza dubbio sotto 
la influenza di siffatta preoccupazione , che il governo repub- 
blicano di Francia volle dichiarare ufficialmente all'ambascia- 
tore napoletano a Parigi che la separazione assoluta, la quale 
minacciava di distruggere l'unità del regno delle Due Sicilie 
era un avvenimento troppo grave , troppo diretto a diminuire 
la potenza e la indipendenza d' Italia e la libertà dei mari , 
per lasciare la Francia nella indifferenza. Concludeva pertanto 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 175 

Lamartine, essere vivo desiderio del governo della repub- 
blica , che le controversie tra Napoli e la Sicilia si accomo- 
dassero per tal modo , che il regno delle Due Sicilie non ne 
rimanesse smembrato , a meno di una deplorabile incompati- 
bilità d' instituzioni fra' due popoli , che pure non esisteva 
( n, 109 , Cap. II ). Il giorno stesso in cui il capo del go- 
verno di Francia teneva questo linguaggio scoppiava a Vienna 
la rivoluzione contro il dispotismo degli Absburgo ! Qui l'A. ci 
spiega innanzi in un maestrevol quadro descritti i grandi 
eventi che nel corso di 22 mesi si svolsero da quella famosa 
rivoluzione. E conclude : « Quando le tradizioni e la storia 
avranno tutto il tesoro che sta rinchiuso negli avvenimenti 
di quel grande moto europeo , quando gli uomini e i fatti che 
ad esso appartengono avranno ricevuto dal tempo la solen- 
nità propria ai lontani ricordi , i posteri v' incontreranno una 
meravigliosa epopea ». 

Rimandiamo alla prossima dispensa il ragguaglio di questo 
famoso periodo a cui il Bianchi consacrò parte del quinto e 
l'intero volume sesto, corredandolo di una ricca copia di 
documenti , parte de' quali fu ignorata o mal nota fin qui. Di 
maniera che all'opera del Bianchi andiam debitori se abbiamo 
finalmente una narrazione genuina e compita di quella famosa 
rivoluzione italiana sulla quale tanti errori furono detti e 
pubblicati in Italia e fuori. 

F. Bertolini. 



VARIETÀ 



DI ALCUNI AVANZI DI FABBRICA ROMANA 

PRESSO 

FONTE ALL'ERTA 
IN MEZZO TRA LE DUE CITTÀ DI FIESOLE E DI FIRENZE 



RELAZIONE (1). 

Mino. Signor Senatore Sindaco 
e Signori Componenti la Giunta del Comune di Firenze. 

In Comunità di Fiesole, lungo la strada di Maiano, luo- 
go detto La Fonte all'Erta , davasi come tuttavia si dà, 
(nel 1868), mano ai lavori della nuova via di circonvalla- 
zione daziaria della città di Firenze , sotto la direzione 
del valente ingegnere, or nostro collega , Cav. Giuseppe 
Poggi , allorché furono dissotterrate alquante vestigie di 
antico edificio che non potevansi passare in silenzio ; 
onde il Direttore dei lavori predetto si rendè sollecito ri- 
ferirne al Municipio , e questi alla sua volta credè op- 
portuno di nominare una Commissione composta dei sog- 
getti qui sottoscritti , a ciascuno dei quali con lettera cir- 
colare di ufficio facevasi dal Sindaco invito acciò voles- 
sero esaminare quelle vestigie e dirne il loro avviso in 

(1) Il professore Pietro Capei fu il relatore della Commissione; e questo è 
l'ultimo suo lavoro. Deliberatane dal Municipio di Firenze la stampa, egli lo ri- 
prese proponendosi di sviluppare più ampiamente il soggetto ; ma prevenuto dalla 
morte , non potè dare eseruzione al suo proposito Furono allora le carte con- 
segnate all' inegnere Orazio Batelli , a cui aveva il Capei manifestate le proprie 
idee;, ma anche questo valentuomo poco tardò nel seguirlo al sepolcro; e per 
ciò la relazione si pubblica conforme al primo suo getto. 



DI ALCUNI AVANZI DI FABBRICA ROMANA 177 

proposito. I quali sotto la scorta e guida del collega ca- 
valier Poggi recatisi insieme ad esaminare quelle vesti- 
gie vollero, per venir meglio in chiaro, che se ne esten- 
desse più sempre la ricerca e lo scavo , in dirittura e 
presso la Fonte air Erta ; che si rilevassero accurata- 
mente la pianta ed i profili dell'edificio ; e infine che si 
raccogliessero e conservassero diligentemente le antica- 
glie ivi rinvenute sul suolo , per poi riferir di tutto , come 
siamo per fare , al Comune. 

Avvenne però frattanto che rimasti brevemente in so- 
speso i lavori di quella via , scoscendimenti e frane di 
terra accadessero , e che reclami in proposito fossero in- 
dirizzati alla Direzione , la quale videsi così costretta ad 
invitare dal suo canto la Commissione acciò volesse per 
urgenza risolvere la questione : « Se quegli avanzi di 
« muramenti avevano tale importanza artistica da me- 
« ritare o non meritare di essere conservati ». E la 
Commissione , rinnuovato osservazioni e disamine su 
que' muramenti , credè dover rispondere : che nel presente 
loro stato non offrissero que' muramenti veruna impor- 
tanza artistica per singolarità di forme e di costruzione 
da meritare che si conservassero alla vista del pubblico, 
e potersi quindi sotterrare di nuovo. 

Ma nel risolvere per incidenza una tal questione, la 
Commissione che ci aveva più volte ripetuto come dicemmo 
le sue osservazioni e disamine , credè sempre doversi 
confermare nella opinione che rispettosamente oggi ras- 
segna al meritissimo Municipio ; cioè : 

Che le costruzioni onde è parola e delle quali avan- 
zano poche vestigie siano parte di fabbrica romana, eretta 
nella decadenza delle arti ; la quale non portando segno 
di terme ; non di stanza e quartiere da soldati ; non di 
vero e proprio serbatojo di acque (castellum) ; ed oggi non 
consentendo nella sua distruzione pressoché totale il rav- 
visarvi tampoco le aperture che già servirono all'ingresso 
e recesso di un edificio , il quale per la sua vastità porta 

Arcu. St. Ital., 3.» Serie, T. X, P. U. 23 



178 DI ALCUNI AVANZI 

ad argomentare , che case o luoghi , non pochi acconci 
all'uso ed alle abitazioni, vi fossero annessi ; si è ritenuto 
concordemente a quanto credè per primo un nostro col- 
lega dotto nella scienza delle antichità e delle arti (1), che 
servisse già all'uso di Fullonium o Fullonica secondo il 
parlare dei Latini , ossia all'imbiancatura e politura delle 
vesti e delle stoffe , e forse ancora a tingerle in colore ; 
ciò raccogliendosi da truogoli , vasche e macchie di varie 
tinte , che tuttavia rimangono a fior di terra , ed ogni 
idea rimuovono di sepolcreti. Al quale effetto ci è sem- 
brato necessario porre ancora sott'occhio al Municipio 
illustre , la planimetria dell'area su cui poggiano quegli 
avanzi , ed alcun poco entrare a render conto della loro 
forma e disposizione. 

I. Sulla china dei monti fìesolani e sottostanti al vi- 
vajo di Fonte all'Erta nel podere dello stesso nome , 
proprietà che è del Sig. Conte Pasolini, alla distanza 
non maggiore di metri 36 vien prima un'area quadrila- 
tera a pendente alcun poco verso il centro , la quale 
termina in foggia di semicerchio o emiciclo b, e nella 
parte superiore che leggermente si alza su quel declive 
ha in un lato un bugigatto e immediatamente attiguo 
a quell'area , recinta qual' è da muri costrutti in pietre 
arenarie conce ed in malta alla rinfusa ; muri sottili 
molto ed oggi pressoché ridotti a fiore di terra. Succe- 
dono poi 9 metri appena più sotto e stendonsi per non 
breve lunghezza nuovi muri attraversati che sono a 
squadra , ora di continuo ed ora interrottamente , da altri 
muri parimente sottili e di centrimetri 45, compresovi un 
addossamento di calcestruzzo pari alla grossezza del muro, 
e inoltre un grosso arriccio nella faccia interna da ri- 
manere esposta agli occhi del riguardante , e più un 
intonaco levigato, apparente, a luoghi , composto di calce 

(4) L'ingegnere Orazio Batelli. 



DI FABBRICA ROMANA 179 

e polvere di marmo , i quali muri insieme raffigurano 
due aree o spazii intermedii e f, e l'ultimo vedesi tra- 
versato da chiavica con fondo lavorato a smalto e so- 
vrappostavi una continua fila di tegoli addentellati l'uno 
coll'altro. Vengono d'appresso due altri spazii ci g più 
grandi ne circoscritti da muri , ed il secondo g- mostra 
piantati in terra, e l'un dall'altro a qualche distanza, due 
truogoletti h. i che si profondano di un metro, ed ai 
quali scendesi per tre scaglioni praticati in un lato di 
que' truogoli a fondo concavato , ed uno ha come una 
piletta ovoidale di pietra nel centro e l'altra reca im- 
prontato nel puro smalto una pari concavità. Sparsi qua 
e là si vedono residui di pavimenti a smalto bianco e 
cenerognoli , quali in calce e ghiaja ec, quali in pietra, 
quali rossigni in calce testacei ; e degno di nota mag- 
giormente ci sembrò quello adiacente al muro x formato 
come egli è di mattoncini quadrilunghi ed a piramide 
tronca, commessi tra loro a guisa di spighe o reste di 
spighe , rappresentandoci per sorta quello che dai Romani 
si chiamava opus spicatum. E infine si ebbero il labbro 
sagomato in buono stile di una conca in terra cotta e 
di non piccola mole che si trovò giacere in piena corri- 
spondenza dei sopradetti truogoli ; frammenti d'intonaco 
(opus tectorium) colorati di bel rosso cinabro e di giallo 
con liste bianche ; frammenti in tazze colorate e ornate, 
alcune delle quali con impronta figulinaria ; anfore e mo- 
nete di bronzo varie per età e per modulo , come appunto 
le consolari della famiglia Antestia , e le imperiali di 
Ottavio Angusto e di Gallieno, e per ultimo un coltello 
con manico di ferro attorcigliato e non dispregevole, 
voglia poi chiamarsi o cultro o secespita. 

II. Senza fermarci adunque su questi minori avanzi 
di antichità e dichiarando ancora di non aver messo in 
conto un tratto di muro y senza calce, e sul quale non 
oserebbe portare sentenza , la Commissione non potè dis- 



180 DI ALCUNI AVANZI 

simulare a sé medesima sin dalle prime , che tutti quanti 
i muri dell'antico edificio si dimostrano così sottili e di sì 
pochi centimetri da rimuovere ogni concetto che giammai 
quello sorgesse ad una qualche altezza e fosse caricato 
di volte , che la costruzione e la esecuzione di quei muri 
e della chiavica , già ricordata sotto lettera f si dimo- 
stravano mancanti a segno di regolarità e diligenza da 
non potersi affatto attribuire ai buoni tempi dell'arte , e 
conviene aggiungere adesso che la distribuzione e lo spo- 
gliamento fatto nello andare dei secoli del materiale 
antico di quell'edifìcio (salvo appena e forse una pietra 
angolare notabile per forma e per dimensione) se lascia- 
rono tuttavia sussistere e venire a noi alcuni pochi fran- 
tumi di antico intonaco e che possono accennare ad una 
decorazione alcunché ragguardevole , mai non consentono 
peraltro alla immaginazione , ancorché calda , levar la 
mente a qualsivoglia grandiosa fabbrica o religiosa o 
militare o civile. Ond' è che niun vestigio più rimanendo 
delle forme e delle aperture dei muri antichi oggidì 
ridotti quasi totalmente a terra , e niun lume potendosi 
più raccogliere dalla Commissione sull'uso al quale ebbe 
già a servire l' edificio in discorso , tenendosi ferma al 
poco che ne avanza e tuttavìa si vede , deve concorde- 
mente scendere nella opinione : 

1.° Che l'area quadrilatera a tutta recinta come 
è da muri , il cui pavimento è per ogni dove coperto 
di smalto bianco a tenuta di acqua , dovè servire a ri- 
cevere senza fallo le acque pluviali che vi scendevano 
dal cielo. E vorremmo potere aggiungere, come si sospettò 
per poco, che in origine avesse forma di atrio con tetto 
o di cavedio, nel cui bel mezzo fosse aperto quello che 
dai Latini dicevasi imphwium o compluvium ; se di tetto 
fosse rimasta una orma qualunque ; se il pavimento che 
ripetesi è tutto quanto rivestito di smalto bianco non 
giungesse appunto per insino ai muri che lo fiancheg- 
giano e consentisse immaginare un ambulacro coperio, 



DI FABBRICA ROMANA 181 

e quanto vogliasi ristretto , per discendere all' impluvio 
almeno con un gradino ; e finalmente se dai muri che ne 
restano anche al dì d'oggi a fior di terra non fosse ne- 
cessario spiccare il salto di più che un metro per condursi 
addirittura su quel pavimento. Se poi per crescere quel 
ricettacolo d'acque pluviali un qualche ingegno si trovasse 
in antico per chiamarvi le acque di qualche sorgente , 
rappresentata come or sarebbe da Fonte all'Erta, o se 
al bisogno fossevi portata a braccia , invero non lo sa- 
premmo dire nemmeno per semplice conghiettura. 

2.° Che l'emiciclo b onde si termina quell'area 
servisse di vasca semicircolare per accogliere viemeglio 
le acque , oltre al suo banco pur semicircolare che l'at- 
tornia, lo mostrano altresì i muri e il pavimento rossigno 
a smalto , durissimi e a tenuta di acqua sì gli uni e sì 

l'altro. 

3.° Che dietro appunto all'emiciclo b servito come 

rilevammo ad uso di vasca , vengono gli spazii segnati 
in lettere e f per noi creduti acconci a prestare ufficio 
di purga e di lavatoi ; e si confermerebbe dallo avervi 
trovato un po' più indietro , ma in piena rispondenza , 
per chi guardi in pianta, quella conca di terra cotta e 
conica di che notammo già rotto il labbro sagomato e di 
buon lavoro. E per la stessa causa inclineremmo a cre- 
dere come a lettera d. fosse il luogo di deposito e di 
custodia delle stoffe e robe consegnatene per curare e 
pulire ai fulloni. 

4.° E che per fermo l'edificio tutto quanto spettasse 
ai fulloni sembra convincerlo apertamente lo spazioso 
luogo g che contiene varii truogoli, due dei quali, h. i, 
bislunghi e con spallette in giro, alle quali potevasi ap- 
poggiare l'oprante per calpestare ossia dar calci e pulire 
e quindi portare a sgrondo le robe sulle spallette ove 
tuttavia si vede collocato all' uopo un grande embrice. 
Uso che ai tempi almeno della Repubblica fiorentina, se 
non forse anco ai nostri , si costumava sempre in Fi- 



182 DI ALCUNI AVANZI 

renze per Y Arte della seta, come abbiamo dal Trattato 
di Anonimo fiorentino del secolo xv ( Capo V, pag. 12 e 
altrove) pubblicato in quest'anno 1868, e cui fan seguito 
i Dialoghi , in verità bellissimi , raccolti dal Comm. Gi- 
rolamo Gargiolli , qui ricordato a causa di onore. 

5.° E finalmente come i truogoli e la conca rin- 
venuti in questo edificio e l'area alcunché spaziosa con 
vasca per ricevere acqua che vi precede, tutto ci conduceva 
ad opinare che quivi sino dall'origine fosse esercitata 
l'arte fullonica, cotanto bisognosa dell'acqua; maggior 
forza poi ce lo faceva il considerare come altresì in antico 
non potè lì presso mancare una sorgente di acqua, oggi 
rappresentata forse da Fonte all'Erta, in vicinanza delle 
quali sappiamo dagli scrittori classici e dalla Legge 3." del 
Digesto, Lib. XXXIX, Tit. Ili, esser solito agli antichi 
fullonicas circa fontem instituisse (1). E non vogliamo 
nemmeno tacere che ai fulloni potendo essere al bisogno 
occorsa acqua calda a sommo, ed in un canto esteriore 
dell'area a tante volte detta, vedesi aperto il bugigat- 
tolo e o una stanzetta a uso di fornello per farvi fuoco e 
scaldare acqua o ad altro uopo qualsiasi , di che fan 
fede l'intonaco dei muri già guasto e adulterato dal fuoco, 
e mucchi in quantità di cenere e di carbone che vi si 
trova ridotto in frantumi. 

E qui senza permetterci veruno sfoggio di erudizione 
intorno all'arte fullonica, e della quale volendo sarà 
facile consultare , oltre un bel dipinto Pompeiano , che 
rappresenta i fulloni allorché attendono all'esercizio e 
l'opera dell'arte, Plinio l'Antico (Historia Nat., Lib. XXXV, 
capo 15-17) e tra i moderni il Cholero (Parergon Cap. XIV), 
nel Tesoro dell'Ottone, Tom. I a pag. 367, e cento altri 

[\] Sopra una collinetta, e perpendicolare a quest'area, trovasi una casa 
colonica appartenente al conte Pasolini , che dicesi la Castellina. Questo nome 
mi fa non irragionevolmente supporre che in quel luogo fosse già una con- 
serva di acqua destinata ad alimentare il fullonium: opinione che con me divi- 
deva il chiarissimo relatore, e di cui proponevasi di far tesoro. 

L. p. 



DI FABBRICA ROMANA 183 

scrittori e luoghi, daremo termine al parere, che in os- 
servanza della commissione impartita a noi sottoscritti 
dall'illustre Municipio di questa Metropoli, ci sembrò do- 
vere pronunziare in rimesso modo sulle vestigie di un 
antico edificio romano , rinvenuto non ha guari presso 
Firenze, non senza per altro esternare il voto che al 
Municipio piaccia perpetuare in marmo, e non fosse altro 
in parte, la iconografia dell'edificio antico acciocché in se- 
guito possa servire di guida ad esplorazioni e dissoda- 
menti ulteriori che si volessero tentare in quei contorni, 
e sieno inoltre segnati esattamente i luoghi ove si rin- 
vennero gli oggetti di antichità stimati degni di conser- 
vare e che già furono inviati al nostro Museo Nazionale. 

Firenze , 4 Maggio 1868. 

Devotissimi 

Pietro Capei 
Luigi Passerini 
Orazio Batelli 
Francesco Gamurrini 
Giuseppe Poggi. 



CIMELJ DEL CANOVA 



È nominato generalmente Possagno per le memorie 
eli Antonio Canova , che v'ebbe i natali , vi fece lunga 
dimora , vi eresse un tempio a imitazione del Panteon 
di Roma , con un gruppo suo in bronzo e un quadro 
pur di sua mano , oltre il proprio ritratto e sette metope 
nel grandioso atrio dorico : e lo dotò sicché divenisse 
parocchia , e vi fossero scuole primarie e scuole ginna- 
siali sotto la direzione di religiosi de' fratelli Cavanis di 
Venezia. Nell'ultima incamerazione de' beni ecclesiastici 
neppur quelli si eccettuarono : ma è sperabile che il nome 
del fondatore e il grido elevatosi a nome men della re- 
ligione che della civiltà, giungano a salvarli. 

I benefizi del Canova furono continuati e compiuti dal 
fratello suo uterino monsignor Sartori-Canova vescovo di 
Mindo. Per cura di lui , la casa natale di Antonio fu tras- 
formata in Museo ; che mal fu iscritto Gipsoteca, avve- 
gnaché non v'abbia soltanto i 194 gessi, ma anche marmi; 
e inoltre molte sue pitture , le incisioni di tutte le opere 
di lui , e abiti , decorazioni , altri preziosi ricordi. 

II forestiero però che si reca fra quei monti a riverire 
la memoria e le ceneri dell' insigne restauratore della 
scultura, si trova deluso se suppone ritrovare colà tutti 



CIMELJ DEL CANOVA 185 

i gessi che esistevano nello studio del Canova, il quale 
è noto che non solo plasmava il modello da mettere a 
punti , ma faceva sempre tirare una copia delle statue 
finite. Monsignor Canova regalò diversi di quei gessi a 
personaggi e regnanti : poi , pregato con patriottica istan- 
za , ne diede una gran parte alla biblioteca di Bassano. 

Chi volesse provare una volta di più che in Italia non 
son concentrate ne le intelligenze ne le preziosità d'arte 
nelle grandi città, n'avrebbe un argomento nuovo in questa 
di Bassano , d'appena undici mila abitanti e relegata in 
un'altura , ben poco visitata da' curiosi. Eppure alla sua 
biblioteca, che non passa i 20mila volumi, oltre moltissimi 
autografi (1), va unito un saggio di tutti i pittori Da 
Ponte, de' quali vantasi quella città; forse tutte le inci- 
sioni degli illustri intagliatori ch'ebbero comune la patria 
col Volpato , come lo Schiavonetto emulo del Bartolozzi , 
il Baletta , il Suntach , lo Zancon , il Vedovato: inoltre 
le due raccolte mineralogiche preziosissime del Brocchi 
e del Parolini. 

Ma quel che fa al caso nostro sono i gessi del Ca- 
nova , fra i quali insigni i due cavalli colossali, destinati 
alle statue di Napoleone e di Carlo III. Fra quei gessi 
ve n' ha di veramente plasmati dal Canova medesimo , e 
sbozzi suoi , e primi tentativi , sui quali si può seguire 
lo svolgersi d'un concetto fin alla perfezione (2). 

Ma non è ancora di questo eh' io vo' parlare. Si rac- 
colsero in tre gabinetti , oltre i libri che parlano del 
Canova, il carteggio suo e i suoi scritti. In 13 non 
piccoli volumi sono disposte 4080 lettere , delle quali le 
scelte formano due volumi distinti. È facile comprendere 

H) Vi è notevole specialmente uno Statuto della città del 4259: e tutte le 
edizioni della famosa tragedia .li Francesco Negri R libero arbitrio, della quale 
ho dato il sunto negli Eretici d'Italia. V'ha pure le edizioni dei Remondini , la 
cui tipografia fiorì lungamente in quella patria del Ferracina , del Vittorelli , 
del Gai ba , del Barbieri ec. 

(2) Voglio non dimenticare il ritratto di Monsignor Canova , per opera del 
Tenerani , che fa un utile riscontro alla maniera canoviana. 

Anni St. Itai .., 3. a Serir , T. X , P. II 24 



186 CIMELJ DEL CANOVA 

quanta importanza possano avere nella storia de' tempi , 
e principalmente in quella dell' arte , essendovene di 
quanti furono illustri nel primo quarto di questo secolo 
e alla fine del precedente. Ve n' ho lette molte di Ennio 
Quirino Visconti , per non dire che di questo ; e tra 
quelle di cardinali , una del vicario di Roma , che rin- 
grazia il Canova della premura che si diede , durante la 
rivoluzione , per proteggere il Museo Vaticano : facen- 
dogli però notare come allora, nel 1815, quella parte 
di palazzo vaticano fosse stata destinata per alloggio 
a soldati austriaci : lo interessava dunque a cercare fos- 
sero rimossi , e così tolti di pericolo i capilavoro. 

È noto come Napoleone facesse all' Italia l' insulto 
più doloroso col rapirle le principali opere d'arte, onde 
fregiarne il suo Museo a Parigi. La vittoria che gli 
aveva tolti di qua , qua li ricondusse , e Antonio Canova 
fu inviato a Parigi per ricuperare quanto si era aspor- 
tato , e renderlo, non già ai padroni nuovi , ma ai paesi 
nostri stessi. Un volume tra quelli serbati a Bassano 
comprende appunto il carteggio sulla Spedizione a Pa- 
rigi, e sono 74 documenti, in gran parte apografi, sopra 
tale restituzione. 

Aggiungiamo 598 lettere autografe del Canova , tutte 
dirette al conte Tiberio Roberti di Bassano , amico suo , 
e donate non ha guari dagli eredi. 

Quattro volumi comprendono le Commissioni date al 
Canova. In due altri son raccolti gli articoli ed altri 
scritti concernenti il grande scultore. 

Un visitatore sente eccitata la sua curiosità, ma non 
può trarre profitto da tali preziosità : ben dinanzi a quelle 
stupisce come finora non sieno state utilizzate dai cultori 
dell'arte , e neppure dai biografi del Fidia moderno. Ho 
domandato invano un catalogo ragionato di esse ; non 
potei neppure accertarmi che il pubblico italiano sia stato 
abbastanza informato di questi tesori , e perciò m'indussi 
a metterne qui questa nota. 



CIMELJ DEL CANOVA 187 

Il piacere che si pruova al vedere i caratteri degli 
uomini illustri , e viver così un momento con essi e con 
quelli che li conobbero e praticarono, qui è cresciuto dal 
trovare i taccuini e il portafogli del Canova stesso , col 
suo temperino , il suo toccalapis, il suo compasso, e 
notato quanto diede ai facchini pel trasporto del tal 
masso , quanto ricevette pel tal lavoro , quanto spese 
per la tal compra. Sono appunti che non servono dav- 
vero all'arte e alla storia , ma il cuore li valuta. 

C. Cantù. 



FEDERIGO OZANAM 



OEUVRES COMPLETES 



Lettres - II Voi. 



Nella povera ma serena cameretta d'un esule , in un alber- 
go della contrada che chiamano il Palazzo Reale in Parigi , 
circa trentatrè anni fa , entrava un giovane di modestia di- 
gnitosa , d' austera soavità , portante la bontà nell' aspetto e 
spirante l'amabilità nella voce armoniosa, entrava senza 
mediazione di conoscenza o di lettera, chiedendo lume agli 
studii iniziati sul poema di Dante ; egli che sin d' allora ne 
sapeva più forse dell' esule , il quale aveva già mandato alle 
stampe 1' abbozzo del suo Comento di Dante. Nel 1846 lo ri- 
vidi in Venezia marito e padre felice , e veniva a chiedere 
per sua moglie un confessore che sapesse la lingua di Francia. 
Nel 1818 lo rividi in Parigi, professore e scrittore de' più ri- 
nomati , fedele alle tradizioni cattoliche de' suoi padri , con- 
fidante , ma senza illusioni , nella novella repubblica ; e lo 
sperimentai a prò della povera Venezia affettuosamente ope- 
roso. Ne, partito me, si scordò di Venezia; e, dopo una di 
quelle sue lezioni non meno eloquenti che dotte , meditate e 
ispirate, si levò dalla cattedra, e di banco in banco andò 
raccogliendo nel suo cappello 1' obolo per Venezia , con quel 
cuore che a Londra , lasciando ad altri gli spettacoli della 
magnificenza , saliva negli squallidi abituri del povero a por- 
tarvi 1' elemosina del soccorso e della consolazione con carità 
riverente. Per lui conobbi queir Arcivescovo , destinato a 
perire di morte violenta, il quale nell' agosto del 49, allorché 
Venezia era già in sul perire, scrisse in favore di lei quella 






FEDERIGO OZANAM 189 

lettera memoranda , degna di sacerdote cristiano , e che ai 
disusati di tale linguaggio suonò novità scandalosa. Aveva 
Federico Ozanam nella propria famiglia ricordanze dell' Italia 
recenti : e la amava per le memorie religiose , per le stori- 
che , per quelle dell' arte , e , come buono , per le sventure 
sue stesse. E , al modo che Dante chiamò le favelle di latina 
origine lingua nostra , egli tutte le nazioni di schiatta latina 
e di civiltà romano-cristiana , ma segnatamente di Francia e 
d' Italia , faceva tutt' una gente , destinata a grandi cose nel 
tempo avvenire ; e a questa distendeva il vaticinio del Poeta 
Tu reg ere imperio populos 3 Romane, memento J intendendo 
il reggimento dello spirito e il benefico impero immortale 
della parola. 

D' alti e ampi concetti era già capace la prima sua giova- 
nezza. E lo prova la lettera scritta nel gennaio del 1831 , 
passati i vent' anni di poco. Nel 1836 , e' faceva 1' anno ultimo 
degli studii legali in Lione sua patria; nel 39 il nome del 
Padre Lacordaire e 1' esempio d'altri giovani di nobile animo 
e ingegno , agiati ed esperti già della vita , lo induceva quasi 
a rendersi frate domenicano. Con più libero andamento e più 
suo egli doveva fare onore alla religiosa e insieme alla civile 
società. L' anno stesso egli è professore di diritto commerciale 
in Lione ; il seguente è professore di letteratura in Parigi : 
nel 1811 egli ha moglie degna. Degno successore all' amico 
d'Alessandro Manzoni, Carlo Claudio Fauriel; erudito e la- 
borioso non meno di lui , atto più di lui a comprendere e 
a sentire la verità e la bellezza del mondo spirituale , cre- 
sciuto in età di scienza più matura e di critica meglio ispirata, 
più scrittore di lui , e formatosi sopra i grandi scrittori del 
secolo di Luigi. La sua prosa tutta vivente , con la dignità 
e la schiettezza del fare antico , doveva da più anni già me- 
ritargli luogo in quell' Accademia francese che di tanti gran 
nomi si onora. Egli di ciò con modestia altera scriveva poco 
innanzi l' immatura, ma già ben prevista, sua morte : « Farò 
« di tutto questo una relazione immensa all'Accademia delle 
« scienze morali , giacché 1' altra giù di lì non ne vuol sa- 
« pere di me. Quest' accademia per del tempo ancora farà 
« senza la luce del mio sapere : e io me ne consolerei se non 
« temessi che questa luce si venga a spegnere prima che ci 



190 FEDERIGO OZANAM 

« abbiano posto 1' occhio. Io conosco gente , fatti accademici 
« per quel che si sperava di loro. E di me non si potrebb' egli 
« sperare altrettanto ? e , per soprappiù , eh' io farei presto 
« a lasciare il posto vacante ? » 

Il maggior pregio dello stile veniva dal cuore a lui, come 
a tutti. E in queste lettere 1' accento del cuore si sente , e 
lascia meglio che indovinare quelle cose che, com'egli dice, 
non ben si esprimono con la penna. Ammogliatosi , e , quanto 
si può umanamente , beato del suo stato novello , egli scrive : 
« Sento che il nuovo affetto non toglierà dal mio cuore quelli 
« che e' erano , e che questo cuore saprà bene allargarsi per 
« non perdere nulla ». A Gian Jacopo Ampère , suo cugino di- 
letto , ancorché in assai cose discordante da lui , scrive , tra 
le altre , queste cordiali parole : « Voi potete esservi scordato 
« di quel che avete fatto per me ; ma sapete ch'io vi vo' bene ». 
E di tratti simili queste lettere abbondano , e mostrano in 
lui delicato il vigore, amabile l'ingegno, la gioventù vene- 
randa. Quel eh' egli dice in lode del popolo, è la più degna a 
lui delle lodi : « Il popolo non sa , come i dotti , concedere 
«un'ammirazione fredda e sterile; onorando, egli ama; 
« amando , egli crede ». 

La fervente facondia di Gian Jacopo all' Ozanam era nel- 
1' anima, e non nella penna; non nel cervello , nel cuore; e 
dal cuore persuaso, non dalla bocca declamante, gli escono 
queste parole ai poveretti : « Voi siete i signori nostri , e noi 
« saremo a voi servitori ; voi siete a' nostri occhi l' immagine 
« sacra di Dio ». Da' prim' anni lo aveva di belle memorie e 
di più belle speranze nutrito la madre. Alla questione poli- 
tica preponeva egli la sociale , ma per edificare coli' affetto , 
non già per distruggere colla passione ; non far le viste di 
proteggere i deboli aizzandoli; ma, consolando, attutarli, e 
renderli per fiducia meritevoli di sorti migliori. « Prima di 
« rigenerare la Francia , noi possiamo di qualche Francese 
« povero consolare i dolori ». - « Bisogna che i signori sap- 
« piano che cosa è la fame , la nudità d' un tugurio , d' una 
« soffitta ; bisogna che veggano degl' indigenti , de' bambini 
« malati, bambini che piangono; li veggano e li amino. Se 
« il vederli non gli fa battere il cuore, questa nostra è una 
« generazione perduta ». 



FEDERIGO OZANAM 191 

Chi scrisse queste parole , era degno di sentire queste che 
ora dirò, e, eh' è il meglio, operarle: « Ciascuno di noi 
« porta in cuore un germe di santità ; e , purché noi lo vo- 
« lessimo , si svolgerebbe ». Santo, ma santo dell'età nostra, 
con fede antica, con fiducia d'anima giovanile. La nostra 
fede, scriveva, giovane sempre , può soddisfare ai bisogni 
di tutti i secoli , può di tutte le anime alleviare i dolori. 
Della fede insieme sentiva le grandezze e le gioie , sentiva 
in essa il sublime del bello : Io credo al culto come profes- 
sione di fede > simbolo della speranza , attuazione in terra 
dell' amore di Dio. 

L'amore di Dio non era a lui scusa per non amare gli 
uomini, come certi pii fanno, che non li amano se non in 
quanto e' gradiscono e ubbidiscono a loro. Egli insegna di- 
stinguere gli estranei alle credenze nostre dai nemici ; sa- 
perli compiangere , saperli stimare; che è già un gran passo 
per guadagnarsi la loro affezione. Non però che agli stessi 
nemici delle credenze sue 1' Ozanam non credesse debita ca- 
rità , e che il suo zelo, sublimando i concetti umani nella 
regione de' celestiali , intendesse poi d'abbassare i celestiali 
al disotto quasi degli umani , facendoli passione. La fede 
patisce d' essere mescolata con gì' interessi e le passioni 
politiche > le quali la mettono in compromésso. 

Anguste e violente egli chiama le massime politiche del 
giornale francese L' Universo ; quelle del Corrispondente , 
impopolari. I regii , al vedere di lui , non si muovono coi 
piedi proprii ; hanno gambe di legno. - Quanto ai retrogradi , 
io domando se non sono pagani al pari diradicali coloro 
che con la forza intenderebbero di regnare. Se e' vuole dal 
campo de' barbari , cioè , de' regnanti alla vecchia , degli 
uomini del 1815 , venire al popjolo ; intende il popolo vivo e 
vero , non le comparse da teatro , né le mascherate , tra schi- 
fose e orribili , de' carnevali di piazza. Non bisogna fare al 
popolo colpa di que' banchetti dov' egli non desina. - li pò- 
polo ha de'capi cattivi > perchè non ne trova di buoni. - Ma 
se non si può cosa alcuna sperare da que' barbari che chia- 
mami il popolo della città e della campagna , son finite le 
nostre dispute , perchè la fine del inondo è venuta. 



192 FEDERIGO OZANAM 

Intendersi , ecco la sua divisa , che comprende ogni cosa, 
e 1' attenzione e l' intelligenza e V affetto , secondo il sapiente 
significato che gli antichi davano a questa parola. Come cit- 
tadino e come cristiano, come maestro e come scrittore, 
e' sentiva essere ministero il suo , ma di pace, lo credo alla 
autorità come mezzo , alla libertà come mezzo , alla ca- 
rità come' fine. - Tutti per uno* uno per tutti; tutti per 
ciascuno , ciascuuo per tutti. 

Professore , abbiam visto come scendesse dalla sua catte- 
dra per accattare ; marito e padre affettuoso, erudito pensoso 
e grave , nobilmente gentile ne' modi , e gracile di salute , 
non sdegnava il noioso servizio di guardia civica; e ne scri- 
ve celiando così : Ero di guardia per i miei peccati e per il 
servizio della patria. Dalle minute cure di giornalista non 
rifuggì ; ebbe nella Nuova Era illustri e virtuosi compagni. 
Poco durò la fiducia di lui nel novello reggimento, repubbli- 
cano di nome, vieto dal nascere, perchè tinto della colpa 
comune oggigiorno a coloro che credono e che discredono: 
l'avere sperato in chi non vuol Dio che si speri. Egli però 
non rinnegava i sentimenti del proprio cuore né i principii 
della propria coscienza; e nell'ottobre del 1852 mestamente 
celiava d'im misero professore relegato in fondo alla Fran- 
cia sulle spiaggie del mare , del mare nel quale bisogne- 
rebbe precipitare gl'ideologi , i cattolici democratici , e tutti 
in ispecie gli scrittori della Nuova Era. Altrove protesta di non 
si voler pentire delle sue illusioni. « Nella nostra coscienza 
« v' è una forza più grande che il malvolere de' nostri av- 
« versarii. A dissimulare i miei sentimenti io non ci guada- 
« gnerei; e, senza amicarmi i superiori, perderei la fiducia 
« de' giovani che mi vogliono bene. Giova a questi tempi sa- 
« per mantenere la propria dignità ». 

Nel 1853 io di Corfù gli scrivevo : « Il non essere dimen- 
« ticato da Lei e da' rispettabili suoi amici, m' è caro : che non 
« è vero esilio quando s ha per patria e rifugio il cuore degli 
« uomini onesti. Lo stato della Francia, è, come d'Europa 
« tutta, doloroso, ma non disperato. Dio gastiga i vanti del 
« primato, per giusti che paiano e siano: e Italia e Francia 
« troppi ne fecero di tali vanti. Ma novità veramente splen- 



FEDERIGO OZANAM 193 

« dide non avverranno se non quando , sferrati fuor delle 
« vecchie tradizioni di Grecia e di Roma, dalle altezze del- 
« l'orientale antichità gli uomini si libreranno nel puro av- 
« venire. Noi siamo troppo europei, troppo accademici, troppo 
« piccini : e però le memorie di due o tre città ci empiono 
« il pensiero e ci gonfiano l'anima. Ella intanto si serbi alla 
« dignità delle lettere puramente eleganti; e mi rammenti a chi 
« di me si ricorda ». 

E due anni prima io scrivevo a lui stesso: « Ho riletto 
« il suo libro su Dante, segnatamente quel passo dov'Ella 
« addita in che la vera originalità sia riposta; passo degno 
« di Dante. Non voglia però abbandonare gli argomenti , 
« non dico politici , ma sociali. Qui sta il punto : non si tratta 
« di tale o tale razza di servitori o padroni del popolo, non 
« di tale o tal forma di reggimento ; dell' intima società, dei 
« destini umani , si tratta. Doloroso a dire , che i nemici o 
« i noncuranti di religione abbiano a porre le questioni me- 
« glio che non facciano i preti. Non dico , sciorre, ma porre. 
« Gesù Cristo non si diede per inteso della questione politica, 
« ma andò alla sociale diritto: e così Mosè, e tutti i grandi isti- 
« tutori. Adesso i socialisti hanno ripreso quel filo abbandonato 
« da' Cristiani : e siccome certi Cristiani alla comunanza apo- 
« stolica, alla comunità religiosa, al Comune libero, am- 
« messo invece la ricchezza avara, il privilegio snaturato 
« e la servitù tracotante, i non credenti a cotesto corau- 
« nismo coagulato , e di pochi , intendono far sottentrare il 
« comunismo ardente di tutti , che sarà da ultimo il privile- 
« gio d'altri ancora più pochi. Ma non i socialisti , egli è Dio 
« che pone la questione così : egli è il maestro che , stanco 
« del vedere lo scolaro canuto , stupido a non voler saper 
« leggere un libro a tanto di lettere , gli dà del libro sul 
« capo. La lite non è oramai tra il Presidente dell'aquila e 
« i figliuoli della Casta verità, e il bambino del Miraco'o e 
« il sottotenente Cavaignac, e i Rossi giallastri; è tra chi ha 
« e chi non ha; tra chi vuol tenere senza fatica e chi vuol 
« prendere senza stento. E la lite non finirà mai sinattanto- 
« che non venga chi insegni che la fatica è il pane quotidiano 
« del ricco , la generosità e la pazienza è il diadema del po- 
« vero, l'annegazione è la suprema necessità della vita. Vo- 

Ahch. St. [tal., 3. a Serie, T. X , P. II. 28 



194 FEDERIGO OZANAM 

« glionsi società nuove che uniscano in amore le due razze 
« degli aventi e de' non aventi , che ammettano l'operaio in 
« parte de' lucri, se questi soprabbondino alla mercede sua 
« giornaliera ; che nobilitino la condizione del villico , che 
« ingentiliscano le arti sordide , che congiungano in nuovi 
« patti gli uomini della medesima professione o di simile ; 
« che assicurino il debole contro il forte 3 , lo spirito contro la 
« materia, la famiglia e il Comune contro lo stato vorace e 
« tiranno. Tale sarebbe la missione della Chiesa: ma io veg- 
« go qua e là preti buoni , pecore mansuete che danno lana 
« e si lasciano sgozzare ; pochi pastori veggo. Quindi neces- 
« sita che i laici parlino e facciano. E non so perchè Gesù 
« Cristo non fosse prete , né Mosè sacerdote. S' Ella lo sa, 
« me lo dica. Sul serio, io credo che a Lei, e a' degni amici 
« suoi , preti o no , corra obbligo d'alzare la voce. Un giornale 
« quotidiano non è neccessario; stracca lettori e autori; ma 
« un foglio per settimana e troverebbe tanto da ricattare la 
« spesa, e sarebbe benefizio memorando. Ci pensi ». 

Quel ch'egli de'suoi scritti politici dice , cosa non lette- 
raria ma dì cuore e di coscienza^ può dirsi degli altri tutti ; 
tutti religiosa fatica. Aveva già , innanzi al ventesim' anno 
d'età , agli occhi e ai passi propostasi un'alta meta : Per fare 
a trentacinque anni un libro , io debbo ordinare i molti ap- 
parecchi ìnsin da' diciotto. Ma la modestia ha sua alterezza 
più nobile d'ogni orgoglio , ha le sue voluttà e esultazioni la 
pazienza. Egli seppe tenersi nell'ombra , e venire crescendo 
a suo agio ; non perde mai del cammino , ma non si sforzò 
a divorarlo precipitoso. Le sue indagini nelle biblioteche 
erano viaggi , o piuttosto pellegrinaggi : alle sorgenti della 
tradizione saliva , guidato dall' affetto e dal senno a evitare 
la pedanteria erudita e la leggiera volgare mediocrità. Ap- 
punto perchè si sentiva scrittore, provava, innanzi i trent'anni, 
come sia faticoso l'apprendere a scrivere. E dall'essere que- 
sta in lui arte insieme e scienza e virtù , e quasi una triplice 
vocazione , venne il merito , maggiore assai della non piccola 
fama, e che sarà sempre meglio riconosciuto col tempo, il 
merito di scrittore sano , sicuro , parco e abbondevole , fer- 
vente e casto ; così come a lui , ragionante in cattedra con 
improvvisata parola cose lungamente meditate , venne la lode 



FEDERIGO OZANAM 195 

forse unica di dotto Benedettino e di piacente oratore. Pia- 
cente, ma serio ; non mai condiscendente a' pregiudizii o alle 
passioni degli uditori , né agli sfoghi della propria fantasia o 
dell' ingegno, o pur dello zelo; austeramente cauto a vincere 
la tentatrice smania dello sfoggiare o dottrina o arguzia o 
eloquenza. 

Anima d'artista la sua : rifletteva in sé netta e lucida la 
bellezza di tutti i luoghi e de' tempi ; e ristringendola quasi 
lente fedele, anziché sformarla , le dava risalto come sovrana- 
mente fa il genio de' Greci. L' illustrazione ch'egli di viva 
voce faceva a me d'opere d'arte in Italia vedute, era d'arti- 
sta poeta , più che di critico meditante : e le pagine che di 
ciò leggonsi in queste sue lettere , sono la più degna guida 
a' viaggiatori, e delle più notabili ch'abbia trattato d'estetica, 
o di che possa vantarsi la letteratura di Francia. La coscien- 
za dell'arte in lui aiutava la fede religiosa ; e questa era 
ispiratrice di quella. Quante volte (scrive egli) accanto al 
fuoco , rivoltando un Uzzo abbruciacchiato , io m' imbar- 
cavo con mia moglie al pellegrinaggio di Terrasanta ! E 
più tardi : « A Pisa io stetti più dì male assai, e pensavo di 
« dovermi tra breve riposare in quel Camposanto , dove io 
« avrei forse trovato un posticino per grazia, in mercede del 
« mio amore all' Italia e al suo sovrano poeta. Ma non e' è 
« stata sin qui cagione a richiedere questo onore grande ». 
Federico Ozanam era degno che la spoglia terrena , ministra 
dell'anima sua, riposasse in quella terra che i figli della 
gloriosa repubblica da' luoghi santi portarono, cara più d'ogni 
merce , per letto alle proprie e alle ceneri de' loro infelici 
nepoti. 

N. Tommaseo. 



SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 



ANNO XII 



L'anno accademico 1868-69 s' inaugurava colla tornata generale 
del 29 novembre , e con elegante orazione del coram. Antonio Crocco 
allora nominato presidente. 

Teneano dietro a siffatta adunanza i parziali convegni delle 
sezioni ; e furono assai frequenti e proficui , come si chiarirà dalla 
presente benché sommaria esposizione. 

Il socio prof. comm. Santo Varni leggeva il seguito degli Ap- 
punti di alcune gite da lui fatte nel territorio di Libarna , a com- 
plemento degli studi già dati a stampa su tale proposito (1). Dice- 
va d'alcuni sepolcri nuovamente scoperti , e riferiva più iscrizioni 
o stampi di fittili ; notava i bronzi , e mostrava i pregi di una 
statuina di Minerva , oggi serbata nel R. Museo d'antichità di 
Torino ; e per ultimo trattava , in diverse Appendici , d'alquanti 
monumenti che vennero scavati in Lunigiana. 

Il socio cav. Cesare De'Negri-Carpani trasmetteva importanti no- 
tizie circa l'agro tortonese ; e facea conoscere parecchie iscrizioni da 
lui medesimo recentemente acquistate o scoperte. Intorno alle quali 
iscrizioni riferiva in più tornate il prof, canonico Angelo Sanguineti ; 
e come quegli cui già per l' innanzi era stato meritamente confidato 
l'incarico di radunare ed illustrare le epigrafi liguri dei primi secoli 
cristiani , veniva in pari tempo esponendo il suo disegno sovra 
tale argomento. Ragionava eziandio di più altre lapidi pagane e 



(1) Ved. Varni, Appunti di diverse gite fatte nel territorio dell antica Libarna , 
Parte Prima. Genova , 1866- 



SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 197 

cristiane scoperte di fresco , oppure comunicate da'colleghi Avi- 
gnone , Desirnoni e Luxoro , ovvero accolte nelle opere del Var- 
nazza e del Brambach. Finalmente offriva contezza d'alcune parti- 
colarità relative ad un marmo delle Catacombe di Roma, e 
restituiva nella sua integrità una iscrizione che vi sta sopra incisa, 
di cui la prima metà si custodisce nella R. Biblioteca di Torino, e 
l'altra nella chiesa di Cremeno in Polcevera. 

Anche il socio Belgrano toccava di un monumento archeologico 
della Liguria , anzi del massimo , quale è la Tavola eli Polcevera ; 
o per meglio dire , accennava ad un punto che ha relazione alla 
storia della sua scoperta. Perchè riferendo due documenti dell'Ar- 
chivio Governativo , mostrava come primo a far conoscere l' im- 
portanza della Tavola medesima fosse stato un maestro Martino 
Betullio da Vercelli , cui nelle nostre carte si dà titolo di dottis- 
simo , ma che rimase ignoto al De-Gregori diligente istorico della 
vercellese letteratura. La Signoria rimunerava il Betullio col dono 
di cento lire -, e del 1507 il regio Governatore in nome di Luigi XII 
di Francia lo nominava pubblico lettore di grammatica in Genova. 

Alla numismatica drizzava quest'anno di proposito le sue ricer- 
che il cav. Desirnoni ; e leggeva parte del suo lavoro , che formerà 
come il Proemio alla Descrizione delle monete e medaglie genovesi , 
cui attendono i soci Avignone e Franchini. 

Trattando , nel primo capitolo , delle monete d'oro , toccava 
anzitutto del genovino, ne rassegnava i diversi valóri, e ne stu- 
diava i motivi. Diceva come i varii punti di fermata che s'incon- 
trano nella loro serie , cagionassero le differenze tra la valuta di 
tariffa e la commerciale , donde tutte le denominazioni di valute 
occorse nella Repubblica e nel Banco di San Giorgio , e che non 
furono sinora con bastevole soddisfazione spiegate. Parlava dello 
scudo, avvertendo come sia da considerare un peggioramento nel 
peso e nel titolo del genovino suddetto ; e di esso scudo e della 
doppia , che durarono con poche modificazioni gli ultimi tre secoli 
della Repubblica , dichiarava i rapporti cogli odierni valori , 
eziandio notando come si possano ridurre del pari , con poche mo- 
dificazioni , sotto lo stesso ragguaglio le ultime due coniazioni 
del 1758 e 1792 , ossiano i pezzi di lire 80 e lire 96. 



198 SOCIETÀ LIGURE 

Nel secondo capitolo ragionava delle monete d'argento, e ne 
mostrava la base nel grosso. Diceva che questo raddoppiando prima 
di grossetto in grosso maggiore , quindi ancora triplicando e qua- 
druplicando quest'ultimo nel grossone o testone, finì nello scudo, 
che fu in origine di quattro testoni o lire, ma venne mano mano 
aumentando fino a lire 9, 16 di moneta corrente. Onde la Repub- 
blica volendo sempre avere una moneta d'argento che fosse dell'ori- 
ginario valore dello scudo , ne faceva del 1670 e 1792 coniare 
altri due , i quali sono contraddistinti dalla effigie di San Giovanni 
Battista. Esaminando poi lo scudo nel peso e nel titolo , ravvisava 
come si fosse mantenuto costante dalla fine del secolo XVI al ces- 
sare della Repubblica , e divenisse a sua volta moneta-base. Che 
se la bontà del metallo fu ognora conservata dal Governo Genovese, 
tuttavia , poiché la detta base passò dal grosso allo scudo , il 
primo cessò di essere a buon titolo , e si convertì nel così detto 
cavallotto , di cui l'autore accennava l'etimologia e le vicende. 

Discorrea finalmente , nel terzo capitolo , del denaro o biglione; 
nel quale ravvisava , più che in ogni altra specie , un notevole 
scadimento. Di che accennava le cause diverse, e pur notava come 
fosse coniato per la .prima volta tutto di rame nel 1631. Ebbe 
poscia il denaro due frazioni: la medaglia, cioè , ed il quartaro o 
clapuccino. La quale ultima specie , non prima rilevata , veniva 
nelle sue origini studiata dall'autore , il quale ricercava inoltre 
perchè recasse l' impronta del grifo , anziché la consueta rappre- 
sentazione del castello. 

Parlava quindi de' biglioni maggiori del denaro: la patachina o 
sesino , che più tardi si biforcò nei pezzi da quattro e da otto 
denari; il soldino, la parpagliola , il cavallotto, i pezzi da dieci 
soldi , ed infine la lira. 

Studiava egualmente il significato e l'etimologia del denaro; 
e dimostrava l'evoluzione storica di tale vocabolo a partire dai 
primi tempi di Roma , fino a' principii della zecca genovese. E qui 
distingueva due sistemi : l'uno romano , o franco-italiano , giusta 
cui esso denaro veniva fissato al peso di 1]24 d'oncia; l'altro di 
Carlo Magno , o anglo-germanico , che stabiliva il denaro di Colo- 
nia , o sterlmo , al taglio di venti per oncia. Ma poiché anche 



DI STORIA PATRIA 199 

questo secondo sistema fu , cogli imperadori Svevi , introdotto in 
Italia, così l'autore concludeva osservando, come la cognizione 
d'entrambi sia necessaria del pari alla perfetta intelligenza dei 
grossi (rinnovazione del denaro di buon argento) che si coniarono 
dalle zecche principali della nostra penisola. 

Alle tornate della Sezione Storica preludeva con opportuno 
discorso il preside march. Antonio Carrega. Il quale , accennato a 
diversi fatti che attendono tuttavia di essere lumeggiati in grazia 
di pazienti e dotte ricerche , soggiugneva parergli degne in ispecie 
di studio accurato , si le origini del Comune , sì i suoi progressi 
e rapporti moltiplici , le leggi , le colonie. 

E circa queste ultime , due lavori di gran lena sopravvennero 
appunto ad occupare molta parte delle tornate della Classe mede- 
sima : la Storia di Scio sotto i Giustiniani, dettata in tedesco dal 
socio corrispondente prof. Carlo Hopf (1) ; e fatta italiana dal prof. 
Alessandro Wolf membro effettivo ; la Storia dì Caff'a dettata dal 
socio P. Amedeo Vigna , ad illustrazione del Codice diplomatico 
delle colonie Tauriche sotto il dominio delle Compiere di San 
Giorgio (1453-1475), che si pubblica negli Alti (2). 

Nella Storia di Scio l'egregio Hopf, illustrate le origini della 
famiglia de' Giustiniani di Genova, di già stranamente confuse dai ge- 
nealogisti con que' di Venezia , toccava delle vicende dell' isola nei 
secoli XIII e XIV , delle sue ricchezze , de'suoi trattici sterminati ; 
notava come la prima colonia genovese sorgesse quivi nel 1201 ; e 
forniva assai importanti notizie degli Zaccaria di Castello , che 
furono signori delle due Focee , e prima de' Giustiniani ebbero pure 
il dominio di Scio. Discorreva più specialmente di lìenedetto I 
Zaccaria , il quale da principio occupò l' isola come nemico dei 
Greci , e poscia l'ebbe in feudo dall' imperatore Andronico II , tras- 
mettendola per tal guisa a' suoi discendenti. Se non che Androni- 
co III , ingelosito della loro fortuna , colto un pretesto , riguada- 

{{) Fu già pubblicata nell'Enciclopédia generale delle scienze edarli (Lipsia, 4838); 
e sarà ora stampata negli Alti, con aggiunta di documenti e con nuove notizie 
comunicate dall'Autore. 

(2) Di questo Codice uscì in luce lo scorso agosto il fascicolo 2.* , che ab- 
braccia i documenti e la storia del 4456. 



200 SOCIETÀ LIGURE 

gnavala al diretto dominio dei Greci; ai quali per altro la ritoglie- 
va non molto appresso una flotta genovese comandata dal prode 
Simone Vignoso. Or come questa flotta, composta di ventinove 
galere, fosse armata a spese d'altrettanti cittadini , narrava l'auto- 
re ; e soggiugneva come la Repubblica , non trovandosi poscia in 
grado di satisfarli , addivenisse alla stipulazione di un famoso 
convegno, giusta cui stabilivasi che mentre il Comune di Genova 
avrebbe l'alto dominio di Scio , i ventinove armatori (detti maho- 
nenses) ne avrebbero l'utile. Ed ecco l'origine della celebre Mahona di 
cui il Vignoso veniva tosto scelto ad essere il primo amministratore. 

Ma all'antica Mahona dovea pur succederne , a breve distanza, 
una nuova. Di che l'autore toglieva ad enumerare le ragioni. Spie- 
gava come di questa società fosse l'anima il valoroso Pietro Reca- 
nelli , e ne sponeva le fasi diverse e le sorti , fatte grandi e pro- 
spere dapprima , intristite più tardi quando ai Giustiniani fu forza 
l'acconciarsi al pagamento d'obbrobriosi tributi , per non incontrare 
nella terribile inimicizia de' Turchi. A questo effetto cercavano i 
Maone si di avere anche propizi quei personaggi che presso la 
corte di Maometto II rappresentavano alcune potenze cristiane-, e 
certo è da rimpiangere che non si possano ai buoni uffici degli 
stessi aggiungere quelli del legato di Genova ; conciossiachè in tali 
frangenti la madre patria non solo non operò cosa alcuna per 
salvare la sua colonia , ma colle istruzioni impartite al proprio 
ambasciatore , tolse invece gli ultimi ostacoli che frenavano ancora 
la immane cupidigia dei Turchi. 

Descriveva quindi il eh. Hopf, con molta copia d'importanti 
particolari, la caduta di Scio nel 1564; la cattività e la morte di 
non pochi Maonesi; la miseria e lo squallore cui primamente Scio 
e più tardi anche altre delle Sporadi si videro ridotte da' brutali 
conquistatori. 

L'egregio autore pigliava poscia a discorrere delle condizioni 
politiche e sociali dell'isola sotto la Maona : trattava dell'elezione e 
degli obblighi del Podestà, del suo Vicario, del Castellano; espo- 
neva tutto il sistema amministrativo della Maona medesima con 
singolare abilità congegnato ; e soggiugneva alcuni ragguagli atti- 
nenti alla pubblica sicurezza ed all'annona , alla igiene pubblica 



DI STORIA PATRIA 201 

ed alla polizia edilizia. Ragionava delle finanze e della loro gestione 
in ogni ramo , nonché dei diritti riservati a' Maonesi ; e ram- 
mentava tra' principali quello di zecca. Le passività riduceva 
sotto tre capi: tributi, spese d'amministrazione, spese straordi- 
narie. 

Rassegnava la parte che tocca alla giustizia ; e rilevava come 
fonte del diritto nell'isola fosse lo statuto Genovese, con qualche 
modificazione richiesta dalle consuetudini e condizioni locali. Esa- 
minava gli ordinamenti religiosi , notava come allato alla chiesa 
cattolica, che vi era predominante, si mantenesse la greca; e 
come entrambi i riti avessero monasteri e templi pregevolissimi 
per arte , e largamente arricchiti dalla pietà dei fedeli. 

Accennava in genere alla pubblica istruzione , ragionava di 
scuole e d'accademie , e ricordava i molti Maonesi che coltivando 
le lettere si levarono in fama. Fra le arti ebbero in Scio peculiare 
onoranza l'architettura e la pittura. 

Altre ricerche volgeva l'autore alla popolazione dell' isola ; in- 
dagava quali elementi la componessero , come ed in quante classi 
venisse distribuita, e chiudeva con un cenno speciale delle singole 
famiglie ch'entrarono a parte della Maona , e delle quali oggigiorno 
il maggior numero è spento. 

Della Storia di Caffa il P. Vigna leggeva quanto si riferisce 
agli anni 1456 e 1457. Descriveva la miserabile condizione de'Caffesi 
allo aprirsi di tale periodo , stretti com'erano dalla fame ed assa- 
liti da' Tartari e Turchi; svolgeva i provvedimenti emanati dall'uffi- 
cio di San Giorgio ad alleviare o cessare quelle afflizioni ; e segna- 
lava le pratiche iniziate a prò delle Colonie Tauriche da papa 
Callisto III presso l' Imperadore di Germania e presso Giovanni 
Uniade signore d' Ungheria. Dicea delle navi da'Protettori delle 
Compere spedite a Caffa con qualche sussidio d'uomini e di grano ; 
e come l'anzidetto Pontefice , a beneficio esclusivo di Genova , 
ristringesse l'esportazione dei cereali da' suoi dominii ; né mai 
cessasse dal favorire questa Repubblica. Anzi la levava a cielo , 
perchè mentre gli altri stati e principi non rispondeano che fredde 
parole a' suoi caldi eccitamenti , essa sola agiva e rallentava gli 
spaventosi progressi della mezzaluna sulla croce. 

Akcii. St. Ìtvl., 3. a Serie, T. X, P. 11. 26 



202 SOCIETÀ LIGURE 

Rappresentava quindi gli sforzi di Callisto per annodare una 
lega di principi cristiani contro Maometto II ; ma Carlo VII di 
Francia ed Arrigo VI d' Inghilterra attendeano a disputarsi un 
lembo di territorio francese ; Alfonso dAragona non poteva dimen- 
ticare l'onta inflittagli da' Genovesi nelle acque di Ponza , ed il re 
di Portogallo chiarivasi del pari assai poco disposto a spingere 
con alacrità gli apprestamenti. Frattanto Maometto che si trava- 
gliava con grosso esercito sotto a Belgrado , riceveva dall'armata 
pontificia quella famosa rotta che fu la salute dell' Ungheria e della 
Germania. 

Alle molestie del Turco si aggiugnevano ora contro de'Genovesi 
i danni loro apportati da Giovanni III di Cipro , ed infine la pesti- 
lenza che mietè fra i Caffesi numerosissime vite. Ma come Dio 
volle , a temperare l'amarezza di tante angustie , giunse opportuna 
la morte di un acerrimo nemico della Colonia, il tartaro Agi-Karei, 
conciossiachè il figlio e successore di lui strinse tosto co' Genovesi 
la pace , e , che è più , la mantenne quindi inviolata. 

Né i Protettori di San Giorgio rimetteano d'ardore nel proposito 
di migliorare le condizioni di quella nobile terra , né il Pontefice 
abbandonava dal canto suo il disegno della lega. Era sempre l'Ara- 
gonese che più d'ogni altro ne frustrava gl'intendimenti; e che 
ora alla guerra subdola faceva succedere l'aperta , ripigliando l'ar- 
mi contro la Repubblica e volgendo a questo fine le decime che 
avea raccolte ne'suoi Stati a vantaggio della Crociata. 

A queste notizie teneano dietro finalmente parecchi accenni rela- 
tivi all' interna amministrazione delle Colonie , così in materia 
civile , come in tema di giurisprudenza e di finanza. 

Nella Storia di Scio , poc'anzi lodata , il eh. Hopf rammen- 
tando come i membri della nuova Maona assumessero tutti il titolo 
di Giustiniani , mostrava come questo dovesse riguardarsi nel suo 
principio, non già quale cognome, sibbene aversi in conto di deno- 
minazione commerciale , equivalente a Compagnia anonima. Altre 
indagini e vedute esponeva pure su questo argomento il socio cano- 
nico Luigi Iacopo Grassi ; e gliene forniva occasione una monografìa 
da lui dettata intorno la torre celebratissima degli Embriaci in 
Genova. La quale dalla linea degli Embriaci di Castello, poi Giù- 



DI STORI V PATRIA 203 

stiniani , passava il 1511 nella famiglia Cattaneo , quindi nei Sale 
e ne'Brignole-Sale fino alla duchessa Luisa Melzi d' Heryl (1). 

Il march. Massimiliano Spinola presentava una Nota , da esso 
lui compilata , di cittadini genovesi che furono Podestà e Capitani 
del Popolo in varie città d' Italia ; ed il cav. Desimoni comunicava 
due documenti del secolo xv , riguardanti il primo un pubblico 
parlamento tenuto dagli uomini della castellania di Ranzo (Diocesi 
d'Albenga), ed il secondo i patti mercè cui il Comune di Castiglione 
Genovese e le ville di Lagorara , Carro e Castello sommetteansi 
volontariamente alla Repubblica. E giovavasi di tali comunicazioni 
per far luogo ad alcuni riflessi circa i parlamenti di quel tempo, 
le relazioni de'Cormmi minori colla Metropoli , e la varietà de'rap- 
porti che correano fra loro. 

Il prof, senatore Michele Amari dava contezza d'un brano di 
storia inedita dell'Affrica settentrionale e della Spagna , spettante 
alla fine del secolo xui , esistente nella Biblioteca di Copenaghen 
e descritta dal eh. Dozy di Leida. Nel quale brano, che appunto 
lo stesso Dozy recava a cognizione dell'Amari , si parla de' fatti 
d'armi occorsi tra' Genovesi e que' di Ceuta dal 1236 al 1238, con 
maggiore chiarezza di quella onde si spiegano su tale proposito gli 
annalisti di Genova. Aggiungeva pure come il Dozy trovasse in 
Ibn-Baitar il nome che i Genovesi di quel tempo davano alla 
zedoaria \ ed il loro costume di giovarsi molto di quest'erba 
eccitante. 

Il prof. sac. Giacomo Da Fieno interteneva la Classe archeo- 
logica da lui presieduta, con una Dissertazione della beneficenza 
ligure; e mostrava come una storia della medesima, oltreché sareb- 
be un degno monumento innalzato alla pietà de'nostri maggiori , 
gioverebbe eziandio l'-arduo compito che incombe ai presenti di 
riformare e sviluppare ancora quegli istituti che esistono tuttavia ; 
e mostrerebbe in ultimo come non pochi problemi che oggidì si 
bandiscono difficili a sciogliere venissero invece felicemente risoluti 
ne' secoli addietro. Piaceva alla Sezione questo disegno del suo 

(1) Ed ora al duca Lodovico di lei marito, essendo la Duchessa morta a 
Ginevra nel settembre ultimo -corso. 



20-1 SOCIETÀ LIGURE 

preside , e perciò votava un ordine del giorno proposto dal socio 
Belgrano , con cui il Da Fieno medesimo rimaneva incaricato della 
compilazione di una storia siffatta. 

Il precitato Belgrano leggeva quindi una Memoria intorno l'opu- 
scolo di Benedetto Portuense , intitolato Bescriptio ad'-entus Ludo- 
vici XII Francorum regis in urbem Genuam, (1); la quale Memoria 
è da considerare come conclusione alla prima parte del suo lavoro 
sulle feste e giuochi de'Genovesi letta nelle tornate del precedente 
anno accademico. Rilevava da questa narrazione le circostanze 
che in altri storici non si trovano registrate ; e fra esse quella 
che al Re , nella chiesa di Santa Maria de'Servi , si presentarono 
in folla uomini e donne affetti da timori frigidi, poiché era fama 
che i successori di San Luigi avessero virtù di sanarli col tatto. 

Di che il riferente pigliava occasione a trattare di certe pratiche 
supertiziose che furono in uso presso gli antichi Genovesi, d'alcune 
strane predizioni e per ultimo d?gli zingari, della cui dimora in 
Genova si ha ricordo non solo per documenti , ma eziandio pel 
nome derivato da essi alla strada che rasenta il palazzo D'Oria 
presso San Tommaso dalla banda del mare. 

Leggeva inoltre il socio Belgrano il capitolo con cui si comin- 
cia la parte seconda dell'accennato lavoro ; ove è detto delle feste 
della Repubblica per vittorie , e per celebrazione e ricordo d'altri 
prosperi eventi. Descriveva la corte bandita del 1227, quando 
Genova tornò in soggezione i ribelli della Riviera occidentale ; mo- 
strava introdotto nel secolo xm il costume della offerta de'palii , 
e cessato a mezzo il secolo xv. Tessea la storia dello stendardo 
di San Giorgio , che solea consegnarsi con grandissima pompa agli 
ammiragli , e recarsi nelle guerresche imprese di momento mag 
giore. Accennava all'istituzione dell'ordine militare ed equestre, 
che ugualmente s' intitolò da quel santo ; ragionava delle ricom- 
pense ed onoranze concedute a'prodi cittadini. Rammentava i giorni 
procellosi corsi per la Repubblica nella prima meta del secolo xvit; 
ed esposto come allora San Bernardo venisse connumerato fra i 

(1) L'opuscolo del Portuense fu pubblicato da Guglielmo de Jaligny nella 
Hisloire de Charles Vili roi de Franre (Parigi , 1647) ; la Memoria del Belgrano 
si leggera stampa nei num. 15 e 16 del Giornale degli studiosi (Genova). 



DI STORIA PATRIA 205 

patroni della Metropoli , e la R. Vergine fosse acclamata Regina 
del serenissimo dominio; ne toglieva argomento a dire di più altre 
feste e religiose cerimonie che da ciò tolsero origine , e del pio 
costume di dotare ogni anno dodici zitelle del pubblico denaro. 
Terminava raccontando le esultanze del popolo per la cacciata dei 
Tedeschi nel 1746. 

Leggeva quindi lo stesso Relgrano una recensione dell'opera 
di S. E. il conte Cibrario intorno la schiavitù ed il servaggio , 
poscia comparsa in questo periodico (1) : il presidente comm. Crocco 
tesseva una breve ma eloquente rassegna dell'egregio volume de! 
barone De Nervo intitolato Le covrite Corvetto.... sa vie, son femps 
son ministère : il socio Da Fieno cominciava a dar lettura d'una 
sua biografia del vivente e celebre violinista cav. Camillo Sivori ; 
ed il canonico Sanguineti pronunciava l'elogio del defunto collega 
prof. cav. D. Paolo Rebuffo. Nel quale toccato degli uffizi dal me- 
desimo sostenuti nel pubblico insegnamento, diceva poi degli 
scritti ; noverando più specialmente le Lettere svila predirazione 
e le Epigrafi latine o volgari. Diceva de'molti- pregi del Giornale 
Ligustico da luì fondato ; e come questo periodico vivesse appena 
tre anni (1827-1829) , mentre era degno di viverne assai. 

Il cav. prof. Tamraar Luxoro trattava della mostra archeologica 
ed industriale aperta in Chiavari lo scorso novembre , in una Let- 
tera al socio Belgrano , che poi comparve nella rivista mensile 
dell'Arte in Italia (2) ; ed il socio D. Giambattista Brignardello 
inviava una sua Memoria, che è prossima ad uscire in luce, intor- 
no Giuseppe Gaetano Descalzi e l'arte delle sedie in Chiavari ; di 
una parte della quale si dava pure lettura. 

Anche agli studi geografici progrediti felicemente negli anni 
addietro , attese in questo la Società. Ne sono documento la favo- 
revole accoglienza incontrata dalla proposta fattale dall' ingegnere 
geografo Nicolò Grondona di sopravvegliare al buon indirizzo di 
una Carta comparativa della Liguria da lui divisata , e l'ampia 
Carta della vallata del Bisagno , delineata dal socio sig. Francesco 



(4) Voi. X, par. I. 

(2) Ved. la dispensa (I (febbraio). 



206 SOCIETÀ LIGURE 

Podestà col riscontro de' nomi antichi e moderni , e da lui presen- 
tata alla Sezione archeologica. Ne sono documento i Xuovi Studi 
del cav. Desimoni sull'Atlante Luxoro , egli Opuscoli di Benedetto 
Scotto con Prefazione del socio Belgrano , gli uni e gli altri usciti 
a stampa negli Atti (1). 

Ma larga parte si fé' del pari in quest'anno alle artistiche 
trattazioni , alle quali è perciò mestieri che ora si accenni. 

Il socio comm. Santo Varai dava lettura della terza ed ultima 
parte della sua Memoria sui fonditori in bronzo che operarono in 
Genova (2). Trattava dei discepoli di Gian Bologna , e cosi dei 
lavori eseguiti fra noi dal Francavilla e dal Tacca ; poi di Massi- 
miliano Soldani , e del genovese Nicolò Roccatagliata , meglio noto 
in Venezia che in patria. Diceva di Pompeo Caccini, d'Orazio Albrizio 
romano , d'Annibale Busca , di Francesco Fanelli e di più altri. 
Giambattista Bianco gittava il gruppo di Maria col Putto , che 
sorge sul maggiore altare in San Lorenzo ; ed Alessandro Algardi 
lasciava un bel monumento del proprio ingegno nella cappella dei 
Franzoni in San Carlo. 

Il cav. Federigo Alizeri , preside della Sezione di Belle Arti , 
conferiva colla medesima de' suoi studi sovra il pittore nizzardo 
Ludovico Brea. Accertando l'esistenza di più tavole di questo arte- 
fice ignorate ai biografi , provando l'autenticità di altre contro- 
verse , e ragionando intorno allo stile ed alle varie epoche di Ludo- 
vico , ne toglieva occasione a rettificare eziandio certe erronee 
asserzioni d'alcuni scrittori circa i primordi e gli avanzamenti 
della nostra scuola e gli statuti dell'arte pittorica in Genova. Mo- 
strava come il Brea dovesse quivi trovarsi del 1481 , ed essere 
poco appresso iscritto nella Matricola deL arte medesima , rifor- 
mata appunto in quell'anno. E proseguendo a noverare i dipinti da 
Ludovico eseguiti pei Domenxani di Taggia , non ometteva di giu- 
stificarlo da certi appunti del Lanzi. Confutava coll'esame dello 
stile e delle date la congettura dello Spotorno , che fa il Brea 
condiscepolo del P. Macari in Taggia, sotto Corrado di Alemagna. 

(1) Voi. V . fascicolo II. 

(2) Delle altre parti già facemmo un breve cenno gli anni antecedenti. 



DI STORIA PATRIA 207 

Indi il San Giovanni di esso Brea , che è piccola parte di gran- 
dissima tavola nell'oratorio dei disciplinanti di Santa Maria di Sa- 
vona , porgeva argomento al cav. Alizeri di considerare la speciale 
ingerenza che sulla nostra pittura dovettero esercitare i Lombardi ; 
ed accennava alle cagioni per le quali in Liguria si fé' ritorno dalle 
forme gotiche del decorare al semplice ed elegante delle latine. 
Finalmente , dopo aver confermati i principali caratteri del Brea , 
col riscontro della tavola che si ha in Genova nella basilica di 
Santa Maria di Castello , concludeva argomentando sulla probabile 
durata della vita di quell'artista dalle date sottoscritte alle tavole 
di lui , e non bene considerate da' biografi. 

Dell'anzidetta gran tavola di Savona porgea successivamente 
l'Alizeri più ampie notizie , avendone opportunità di toccare i ca- 
ratteri della scuola pittorica in Liguria, per quel periodo dell'arte 
che corre dalla metà del secolo XV ai primordi del seguente , e di 
notare distintamente le sembianze di quel ritorno alle forme roma- 
ne ed agli studi della natura , ch"egli derivava in modo speciale , 
quanto alla nostra provincia , da Bramantino. Nel particolare poi 
di essa tavola, il Disserente ne rassegnava i pregi e le qualità, non- 
ché quelle peculiari condizioni che anche agli attenti osservatori 
erano state finora argomento di confusione ed inciampo a sicuri 
giudizi ; e concludeva colla produzione di un documento attinto 
negli Archivi lombardi , mercè cui torna certissimo come autore 
del suddetto dipinto (ad eccezione della parte che già notammo 
del Brea) Vincenzo Poppa , bresciano , discepolo appunto di 
Bramantino. 

Il socio avv. Enrico Lodovico Bensa leggeva una sua Memoria 
sull'architetto militare Fra' Vincenzo Maculano da Firenzuola. Dice- 
va delle opere disegnate o dirette da quel valentissimo nella 
Riviera orientale , e segnatamente ne' golfi di Rapallo e di Spezia; 
poscia a Gavi , a Savona , a Vado , a Portomaurizio , e per ultimo 
a Genova. Quivi , a stringerne la cerchia murale , proponeva che 
ad occidente si evitasse il Promontorio con larga curva abbracciato 
ne'progetti d'altri ingegneri ; e da levante, a cansare le offese delle 
circostanti colline , disegnava una cortina che dalle alture di San 
Bartolomraeo si prolungasse fino all' Acquasola. Compiutosi poi 



208 SOCIETÀ LIGURE 

dalla Repubblica sopra diverse tracce il progetto , era il Maculano 
invitato ad esaminarlo; ed egli, da Roma tornando in Genova, 
ne lodava lo insieme e- ne biasimava alcuni particolari. 

Or questa lettura forniva ragione all'Alizeri di entrare anch'esso 
in alquante osservazioni relative agi' ingegneri militari , i quali 
diceva egli come la Signoria Genovese del continuo ricercasse e 
largamente proteggesse con grandissima cura. Notava come per 
l'opera delle mura succennate si avesse ricorso del pari, buon 
tratto innanzi, a Galeazzo Alessi, e come per documenti da lui 
testé scoperti sia chiarito essere stato a'suoi giorni ugualmente 
richiesto Antonio da Sangallo. Infine ricordava Giovanni Maria 
Olgiati , lombardo, cui si deve il castello di Savona, ed il celebre 
Montecuccoli cui venne afiidata l'opera del rafforzare le mura alla 
Foce del Bisagno. 

Per ultimo lo stesso cav. Alizeri facea relazione di {un recente 
opuscolo dell' insigne statuario Giovanni Duprè , togliendone oppor- 
tunità ad accennare e combattere i dissidi che da più anni sono 
entrati nel pacifico regno delle arti. Mostrava , coll'autorità del 
sommo artefice fiorentino, ugualmente riprovevole la setta degli 
accademici, che affogano il sentimento dell'arte in una compassata 
imitazione degli antichi , e quella de' naturalisti i quali ne immi- 
seriscono lo spirito e ne offuscano il decoro , stringendosi ad una 
pretta riproduzione della realtà. Ne' varii periodi della storia arti- 
stica italiana , additava poi l' Alizeri un'epoca fugacissima , che 
precorse di poco od anche in parte toccò il cinquecento , nella 
quale parve felicemente innestarsi la natura coll'arte , il senti- 
mento del cuore col magistero della mano , ultimo fine e perfezione 
delle discipline imitative. Esprimeva la sua compiacenza nel rico- 
noscere come Giovanni Duprè , ben lungi dall'esciudere l' ideale 
dalla bellezza , lo stimi anzi efficacissimo a conseguire lo scopo 
dell'arte; sì veramente che per questo ideale, malamente frainteso 
o calunniato dai novatori , s' intenda la scelta più acconcia delle 
forme visibili relativamente alle qualità del soggetto ed alla inten- 
zione dell'artefice. 

11 compito delle sezioni si arrestava al termine di luglio ; ed i 
Presidi ne chiudevano le tornate con acconci e dotti ragionamenti. 



DI STORIA PATRIA 209 

Dell'operato poi dalla Società così nell'ordine scientifico come nel- 
l'amministrativo , rendea contezza il segretario sottoscritto all'as- 
semblea generale dell' 8 agosto ; con la quale appunto si terminava 
il XII anno accademico. 

Genova, ottobre 1869. 

L. T. Belgrano. 



Arch. St. Itu.. , 3." Serie, T. X , P. II. ti 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

per le Provincie di Romagna 
Anno 1868-69 






Il conte Gozzadini , framezzando i suoi studi archeologici collo 
studio di cose attenenti al Medio-Evo, diede principio ai lavori della 
Deputazione nell'ultimo anno accademico, leggendo, nella seduta del 
29 novembre, la prima parte d'una dissertazione sulle torri gentilizie 
urbane di Bologna; argomento curioso per chi sa come parecchie 
delle nostre città dovessero offrire un singolare spettacolo al viag- 
giatore avendo l'aspetto come di selve di torri. Il conte Gozzadini ha 
raccolto notizie dagli antichi scrittori e dai documenti pubblici, e di 
più ha esaminato con diligenza e misurato le torri che rimangono 
ancora in piedi e quelle di cui non ci sono che avanzi. Dopo avere 
esposto le origini, gli usi e il significato politico e gentilizio delle 
torri, dopo aver discorso di altre città in cui sorsero questi ediflzi , 
si trattiene a parlare di quelli di Bologna. Di 146 torri si ha memoria 
certa, e di più altre indeterminata, tutte, meno tre , nella cerchia 
antica, di varia altezza, larghezza e conformazione: narra come 
talvolta fossero costruite a spese ed uso comuni da più rami d'una 
famiglia, da consorterie e anche da due famiglie di schiatta diversa 
per saldare la pace fra loro giurata. Circa l'età, il conte Gozzadini 
sta fra il 975 e il 1489. Espone quindi i provvedimenti che il Co- 
mune prendeva e doveva prendere contro i proprietari per allon- 
tanare i pericoli alla quiete pubblica e all'autorità del Comune , 
confrontando la legislazione bolognese con quella di altri Comuni. 
Il disfacimento di parecchie torri fu causato in parte da ordini 
de' magistrati , in parte dalla edificazione di vaste chiese e con- 
venti , in parte dallo spavento delle rovine casuali o per effetto 
di terremoti. 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA EC. 211 

Nell'adunanza del 13 dicembre fu comunicata alla Deputazione 
una lettera del canonico Antonio Tarlazzi archivista arcivescovile 
di Ravenna, il quale annunziava come s'è proposto di pubblicare 
un'Appendice ai Monumenti ravennati de' secoli di mezzo dati in luce 
dal conte Marco Fantuzzi , giacché le moltissime pergamene , oltre 
lOmila, che possiede Ravenna, e i materiali preparati da una So- 
cietà letteraria stabilita in quella città nel secolo passato per ri- 
pubblicare le Storie del Rossi con ampio corredo d' illustrazioni , 
de' quali apparecchi si giovarono in parte il Fantuzzi , il Marini 
pe' suoi Papiri diplomatici e Luigi Amadesi perla Cronotassi arci- 
vescovile, gli somministrano materia abbondante per una nuova 
Raccolta, che, insieme con quelle già rammentate, costituirebbe 
un compiuto codice diplomatico di Ravenna e delle Romagne : do- 
vrebbero far parte di questa collezione lettere e bolle di papi , 
statuti , convenzioni di popoli , disposizioni dei Signori di Romagna 
e della Repubblica veneta, istrumenti d'investitura, contratti ec. ; 
la massima parte de' quali documenti fanno ricco l'Archivio comu- 
nale, cho , secondo un'altra comunicazione dello stesso canonico 
Tarlazzi, fatta il 25 aprile di quest'anno, la Giunta Municipale ha 
stabilito che venga riordinato , e sia provveduto alla conservazione 
di quelle carte preziose per la storia particolare di quella città che 
è anche parte rilevante della Storia generale d' Italia. 

Il cavaliere dottor Luigi Tonini mandò a leggere nell'adunanza 
del 27 dicembre una Memoria intorno alle vicende della biblioteca 
riminese che dal nome del fondatore Alessandro Gambalunga è 
chiamata Gambalunghiana. Del Gambalunga aveva fatto innanzi il 
Tonini una diligente biografia. In questa seconda memoria ricorda 
come a Rimini fossero già due altre biblioteche pubbliche anteriori 
alla presente , una per lasciti di Carlo e Galeotto Roberto Malate- 
sta , un'altra nel convento dei Francescani arricchita di codici rari 
da Sigismondo Pandolfo , e per successivi legati : quindi narra le 
vicende della Gambalunghiana parlando dei quattordici bibliotecari 
che dal 1619 al presente ne hanno avuto il governo; ne descrive 
minutamente le fortune e gli accrescimenti , per larghezza di pri- 
vati , massime del cardinal Garampi , di guisa che dai duemila vo- 
lumi di che si componeva nel 1620, ora ne conta da 26mila , e fra 
essi 809 manoscritti e 300 opere a stampa anteriori al Cinquecento. 

La lettura del seguito dei Ricordi de' pittori e altri artisti 
faentini del secolo XVI compilati dal 'sacerdote Gian Marcello 
Valgimigli ha occupato l'attenzione dei soci nelle due adunanze 
del 10 gennaio e del 27 giugno. Di Giacomo Filippo Carradori non 
poteva dare che scarse notizie. Ricordava le opere di Niccolò Pa- 
ganelli vissuto dal 1538 al 1620 ; il quale , giusta le memorie tra- 



212 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

mandate da un suo nipote « da giovane si dilettò molto del disegno 
e della pittura, e studiò in patria sotto buoni maestri di quest'arte: 
trasferitosi a Roma , sotto la disciplina di bravi uomini divenne 
perfetto ed eccellente pittore , di buon disegno , d' invenzioni copio- 
sissimo , intelligente dell'anatomia, prospettiva e architettura. Segui 
la vera via del colorire con attitudine ed infinita grazia e con ma- 
niera tale che le cose paiono più che vive, e in far ritratti al 
naturale eccellente ». Con poche parole ricordava il nome di Antonio 
Foschi che pare non abbia lasciato opere da essere raccomandato 
alla posterità. Ma di più lungo discorso gli clava materia Giambat- 
tista Arme nini , avendo potuto l'autore coll'aiuto di documenti am- 
pliare le notizie che intorno al medesimo artista produssero il Ticozzi 
ed il Cappi , e l'Armenini stesso nella sua opera De'veri Precetti 
della. Pittura: si tratteneva a parlare di questo libro pregiato per 
la bontà de' precetti , per i fatti che narra e per la forma onde le 
cose sono significate , mentre delle opere di pittura non poteva 
rammentare se non una tavola rappresentante l'Assunzione, con- 
servata ora nella Galleria di Faenza , nella quale, a giudizio degl'in- 
tendenti è di pregevole la maniera del tempo. Enumerava poi le 
opsre di Marc' Antonio Rocchetti, del quale una gran tela rappre- 
sentante San Francesco in atto di ricever le stimate è condotta con 
tanta maestria da venir reputata una delle più belle del Barrocci. 
Finalmente dava notizie di Bartolommeo Garminanti e Antonio 
Zannoni , co' quali si chiude la serie de' pittori faentini del se- 
colo XVI. Passato quindi a parlare d'altri artisti suoi concittadini 
del secol medesimo il Valgimigli dava notizie della vita e delle 
opere di Pietro Barilotti, giudicato da chi ha veduto le sue sculture 
meritevole di maggior fama; di Pietro Palmi rammentato dal Fla- 
minio nella sua lettera De laudibus Urbis Faventiae come celebrem 
Romae Statuarium ; di Antonio Liberi architetto ; e di Antonio 
Gentili, del quale il Baglione lasciò scritto che fu « uomo raro nel 
suo esercizio, e che visse onoratamente infino alla sua vecchia età; 
era valente artefice grossiere e modellava da scultore eccellente- 
mente , siccome le sue belle opere lo dimostrano: fece belli getti 
d'oro e d'argento, e per tirar piastre d'argento e formar figure non 
ritrovossi pari , che in quel genio l'uguagliasse » : autore fra le 
altre cose della bellissima croce d'argento che il cardinal Farnese 
donava alla basilica vaticana e de' due torcieri che ardono del con- 
tinuo dinanzi all'altare del Sacramento nella stessa basilica vaticana. 
Terminava con un Commentario sulla vita di Giovanni Bernardi da 
Castel Bolognese , insigne cesellatore lodato da Benvenuto Cellini , 
vissuto in Faenza dal 1539 fino alla sua morte nel 1555; commen- 
tario che completa quanto ne scrisse il Vasari e recentemente 



DI ROMAGNA 213 

Amadio Ronchini in una Memoria inserita negli Atti delle RR. De- 
putazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi. 

Sul colle detto Monte Giardino al sud-est di Bologna fuori di 
porta Castiglione sorge l'antica basilica di San Vittore cogli avanzi 
di un cenobio. Del tempio si ha notizia fino dal 441 ; le memorie 
diplomatiche risalgono al 1073 , e il Sigonio e il Ghirardacci nar- 
rano come fosse nel 1178 solennemente consacrato dal vescovo Gia- 
como. Dopo varie vicende, nel 1860 l'edilìzio venne per espropria- 
zione in possesso dello Stato. Questo , che può considerarsi come 
uno de' più antichi monumenti dell'architettura cristiana , ha atti- 
rato l'attenzione della R. Deputazione; la quale, avendo delegato 
suoi commissari che insieme al vice-presidente della Commissione 
conservatrice per le arti belle lo visitassero e facessero le oppor- 
tune proposte , udì nella tornata del 24 gennaio un rapporto del 
segretario, che descrivendo l'ediflzio e ricordandone le memorie che 
si collegano colle memorie della civiltà bolognese , mostrò come 
dovesse stare a cuore che venisse conservato : e si spera che la 
Deputazione abbia ottenuto che dalle nuove costruzioni non venga 
almeno impedita la vista della forma originaria del tempio. Nelle 
tornate poi del 9 e 23 maggio , il socio corrispondente avvocato 
Angelo Gualandi ragionò lungamente dell'origine e delle vicende 
del cenobio , con abbondanza di notizie desunte con pazienti ricer- 
che da fonti «prima inesplorate. 

Gli scavi ripresi e continuati dal cav. Giuseppe Aria nella ne- 
cropoli di Marzabotto dettero materia al conte Gozzadini , che a 
quelli scavi sopravveglia , a dotti ragionamenti d'archeologia in 
quattro tornate, 31 gennaio, 14 febbraio, 29 marzo e 13 giugno. 
L'illustre archeologo descriveva le cose nuovamente trovate, fa- 
cendone deduzioni che possono confermare o rettificare le opinioni 
delli scienziati. « Notevole sopra ogni altra cosa si è presentata 
nella parte più elevata della necropoli , ove sorgono gli avanzi più 
insigni , una serie di ben 187 tombe , quasi tutte simili fra loro in 
questo , che sono come altrettante casse formate di quattro o al 
più di sei lastre di tufo calcare bene appianate e riquadrate , ed 
aventi , come altre molte di popoli primitivi , ai quali quel che se- 
guita alla morte appariva come una rinnovazione materiale della 
vita presente, aventi, diciamo, aspetti di case ». Poco lungi da 
queste fu scoperta una stele funeraria di macigno alla guisa delle 
steli egiziane , monumento di gran rilievo per i caratteri d'arcai- 
smo che porge evidentissimi, tanto che potrebbe, per avventura, 
rivaleggiare co' tre soldati in pietra di primo stile toscano addotti 
dal Gori. Descritto l'assetto interno delle tombe e lo stato degli 
ossami ed altri rimasugli , dava informazione precisa degli oggetti 



214 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

che nelle tombe si conservavano ancora, illustrandoli delle opportune 
erudizioni e raffrontandoli ad altri già conosciuti ne' musei 

Nella tornata del 28 febbraio il socio corrispondente consigliere 
Bartolommeo Potestà, incaricato dalla Deputazione insieme col com- 
mendatore Luigi Tonini di esaminare i documenti del Monte di 
Pietà di Savignano , che gli amministratori di quel Monte si pro- 
ponevan di vendere , faceva conoscere la importanza di quei docu- 
menti, e proponeva che fosse provveduto a che siano conservati e 
custoditi depositandoli nell'Archivio del Comune di Savignano. 

Il socio corrispondente professore Gaetano Gaspari continuava 
nelle sedute del 14 marzo e 11 aprile la lettura delle Ricerche, 
documenti e memorie risguardanti la Storia dell'arte musicale in 
Bologna, discorrendo della scuola di Giovanni Spataro e degli esordi 
della musica moderna. 

Nella tornata del 25 aprile erano comunicati i passi di due let- 
tere al presidente del signor de Dartein lodato autore d'un lavoro 
su l'architettura lombarda, il quale raccomanda la conservazione 
e il giudizioso restauro della basilica di S. Stefano : « C'est pour 
une ville un rare titre de noblesse (dice l'illustre straniero) que 
de posseder une église entée sur les débris du paganisme ». 

Il socio effettivo cav. Giovanni Chinassi presentava il 23 di mag- 
gio un curioso documento da lui posseduto. È una lettera di un tal 
Giovan Battista Bianeoli da Cotignola, in data del 4 gennaio 1477, 
con cui dà la notizia ai reggitori del comune di Cotignola della 
uccisione di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano. 



Elenco dei lavori pubblicati dalla Deputazione medesima 



MONUMENTI 



Parte les^Jtttiva. 



Statuti del Comune di Bologna dall'anno 1245 all'anno 1267, 
editi per cura del cav. prof. Luigi Frati (Sono usciti ii 
primo volume, ed il secondo in parte). 

Atti. 

1. Parole del Presidente della Deputazione predetta (Conte 
Giovanni Gozzadini , senatore) nella prima solenne adii- 



DI ROMAGNA 215 

nanza delle tre Deputazioni emiliane di storia patria, te- 
nutasi in Bologna il 9 marzo 1862. 

2. Delle cose operate nell'anno 1861 dalla R. Deputazione di 
storia patria per le provincie della Romagna (Relazione 
del prof. Frati suddetto, segretario). 

3. Delle cose fatte nell'anno 1861 dalle due sezioni componen- 
ti la R. Deputazione di storia patria per le provincie di 
Parma e di Piacenza (Relazione dell'Abbate Luigi Barbie- 
ri , segretario). 

4. Dei lavori fatti nel 1861 dalla Deputazione di storia patria. 
Sezione di Modena (Relazione del cavalier professore Gio- 
vanni Raffaela). 

5. Dei lavori fatti dalla sottosezione dei Deputati reggiani 
agli studi di storia patria nel 1861 (Relazione di Bernar- 
dino Catelani J segretario). 

6. Relazione degli studi e dei lavori della R. Deputazione di 
storia patria per le provincie di Romagna dal marzo 1862 
al giugno 1863 ( Prof. Frati predetto). 

7. Relazione, come sopra, dal giugno 1863 al giugno 1861 
del prof. cav. Luigi Mercantigli , segretario. 

8. Atti della terza adunanza delle tre Deputazioni emiliane 
di storia patria ( Relazione generale). 

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