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Full text of "Sommario della storia della republica di Venezia"

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9- 



AGOSTINO SAGREDO 



SOMMARIO 



DELLA 



STORIA DELLA REFlìBLICA 



DI 



VENEZIA 




. 1887 



Drucker e Senigaglia 

Libreria airUniveraità 

PADOVA 



'Drucker e Tedeschi 

Libreria alla Minerva 

VERONA 



Stabilimento Cromo - lito - tipografico Prosperini in Padova 






2 

4 






AVVERTIMENTO AI LETTORI 



Le trattative per la ristampa di questo Som- 
mario erano già incominciate coll'editore Bar- 
bèra e C. fin dall'anno 1850, come risulta dalla 
lettera di dedica qui premessa; ma la morte del 
conte Agostino Sagredo troncò ogni cosa. Pen- 
sarono quindi gli attuali editori, cui venne di 
buon grado ceduto il manoscritto, che occasione 
migliore non potrebbe offrirsi dell'Esposizione 
artistica che ora ha luogo in Venezia per ripub- 
blicare nella sua piena integrità un lavoro storico 
che tanto onora V autore, ed al quale la lettera 
dedicatoria serve d'illustrazione. 



AGLI EGREGI GIOVANI 



FRANCESCO E FERDINANDO PICCOLI 



/ 



Voi eravate quasi fanciulli quando stendevo 
questa scrittura intorno alla storia di Venezia, e 
da qualche anno vi avevo conosciuti e vi tenni 
quasi foste miei propri figli. Vi ho veduto crescere 
consola-^ione e giusto orgoglio degli onorati ge- 
nitori vostri, e mio carissimo conforto perchè 
avete sempre ricambiato io amore che a Voi porto 
con ugualità di amore. Ora che questa scrittura 
rivede la luce a Voi la intitolo affettuosamente. 

Nel 1846, il Comune di Venezia, fra le 
onorande colle quali si preparava ad ospitare gli 
scien:(iati Italiani che doveano racco gliervisi per 
la occasione del IX Congresso, volle dar loro 
come tessera di estimandone e di affetto fraterno, 
un libro che ritraesse il passato e il presente della 
Città nostra, che in ognitempo fu gloria di tutta 
Italia. Si elesse una giunta, e commesso a me 
l'ufficio dzl dover proporre il piano dell' opera, 
ebbi la soddisfa:(ione, che con poche modificazioni 



fosse accettato. Ci unimmo poscia in parecchi 
cultori degli studi, e ognuno ebbe a tratiare quella 
parte che formava lo studio proprio. V impresa 
era ardua, stretto il tempo per compierla, pure 
con alacre animo, per lo amore della città e 
della patria nel lasso di pochi mesi V opera fu 
compiuta. A me non lece il proferire alcun giù- 
dii^io sull'opera stessa. 

Quanto a quello spetta al passato, pensai do- 
versi aprire V opera con un sunto della storia civile 
e politica della nostra Repubblica; nel quale, dopo 
avere dato conto degli avvenimenti, si esami- 
nasse le istituiioni civili e politiche, e fosse quasi 
la cornice del quadro. 

Le singole noti^^ie parziali le seguono, cioè 
storia ecclesiastica, giurisprudenza, finanze e banco 
giro, lecca e monete, for^e militari, pittura, 
architettura, scultura e calcografia, letteratura e 
dialetto, musica. Il primo volume di $G'j f accie 
in sesto di quarto, è chiuso da appendici. Sono, 
le tavole cronologiche della storia veneta, le fa- 
miglie patrizie, le magistrature venete, la colonia 
greca, le comunità religiqse protestanti ed israe- 
litica. Nella seconda parte dell' opera che ri- 
spetta al presente (mi 1S46) si toccano alcuni 
su g getti del passato, come nelle leggi idrauliche, 
igieniche, gli studi ed altro. 



%A me. fu dato il trattare la storta civile e 
politica, al certo non facile compito, per la va- 
, stità della materia, la quale dovea essere svolta 
in ristretto e sollecitamente, perchè, la prima da 
doversi consegnare al tipografo. E intanto do- 
vevo pensare a raccogliere notizie per la stati- 
stica presente che è nella seconda parie, e perchè 
mancarono tre scrittori, stendere come meglio 
potevo quello spetta all' architettura, alla scultura, 
alla calcografia. Nello stesso tempo fui chiamato 
a leggere estetica nell'Accademia di Belle Arti. 
Sebbene quasi undici anni siano passati. Voi non 
avrete forse dimenticate le mie vigilie di quel 
tempo, le mie dure fatiche. 

tKa per me era principale e pia caro che 
tutto il sunto di storia civile e politica. Da lunghi 
anni vi avevo posto mente, e fatti molti sludi 
sopra questo suggeito, e se V amor di me stesso 
non m' inganna, con vedute diverse e forse più 
larghe di quelle altri avessero avute prima di 
me. Il mio lavoro non poteva però riuscire quale 
lo avevo ideato, perchè ndl' opera eh' ebbe il ti- 
tolo di Venezia e le sue Lagune, parti princi- 
palissime della storia o spettanti alla storia della 
nostra città, erano trattate da altri. Intanto cor- 
sero quasi undici anni, che sono tanta parte nella 
vita di un uomo, sorvennero avvenimenti che non 



potevano che far pensare al passato, e nuove ri- 
flessioni sorsero nella mia mente. Di più, per 
tutta Italia crebbe il fervore degli studi storici, 
i dotti vi rivolsero il pensiero disseppellendo e il- 
lustrando preziosi documenti antichi. Venezia 
offeriva più largo campo che le altre città ita- 
liane neir epoca della rinata civiltà ; vennero 
parecchi stranieri a mieterlo, ma i nostri non 
furono meno operosi che gli stranieri, ed in 
ispecie i giovani. Due grandi corpi di storia ve- 
neta vennero impresi (dopo che il mio sunto fu 
scritto) uno compiuto, quello di Monsignor Ca- 
nonico Cappelletti, Valtro del Signor Samuele 
Romanin è giunto alla mela e più dello assunto. 
Non io vorrò giudicare questi lavori di persone 
che mi accordano benevolen:^a, solo dirò che da 
amendue, e in ispecie dal secondo furono rischia- 
rate mólte parti oscure della nostra storia, e furono 
recati in luce documenti prei^iosi. 

Traile quali cose sorge chiaramente che se 
il mio sunto era assai imperfetto quando fu 
scritto, ove fosse ristampato unicamente come 
quando fu scritto, imperfetto ancor più sarebbe 
al presente. Quindi è che assai volentieri accettai 
la prof erta a me fatta dai Signori Barbèra e C. 
di Firen:(e per poter darvi compimento, facendo 
senno di quello che era venuto in luce dopo la 



prima stampa, correggerlo, e farvi delle giunte, 
darlo intero coinè lo scrissi quantunque non molte 
né gravi fossero le ommissioni, non volontarie. E 
poi potevo compierlo in ogni sua parte di mio, 
traetìdo pur profitto da quello fecero i miei col- 
leghi, e aggiungendo alcune cose che venturo in 
luce alla spicciolata in alquanti miei lavori di 
mole minore. Io ringra'^io la onorata memoria 
di Daniele Manin, di Luigi Carrer, di Gio- 
vanni Casoni, di Giuseppe Cadorin, miei com- 
pagni nella Venezia e sue lagune, ora trapas- 
sati ; .ringra^^io i miei compagni vivi e i citati 
autori di storie intere, e i moltissimi scuopritori 
e illustratori di documenti pel bene che hanno 
fatto al lavoro presente. Ringra:(io quelli che 
hanno giustamente fatto delle critiche alla fat- 
tura mia, quelli che l'hanno citata, e quelli ancora 
che sen:(a citarla la hanno parafrasata. Poiché 
un sommario non ammette larghe:(^a di citazioni, 
le ho ommesse, devo però dire che per la storia 
ecclesiastica mi servì di guida la Chiesa di Ve- 
nezia illustrata da Monsignore Cappelletti, opera 
in vero notabilissima. E rammento con gratitu- 
dine e affetto il mio come fratello, amicissimo, 
Cavaliere E. A. Cicogna, il nome dà quale è 
così illustre come lo merita la sua grande opera 
delle Iscrizioni Veneziane. Egli mi concesse ri- 



stampare le sue tavole cronologiche della storia di 
Venezia. 

Scopo del mio sommario di storia della Re- 
pubblica di Vene:(ia dalla sua fonda:(ione fino 
al ly^y non è punto lo scriverne una storia par- 
ticolareggiata. Chi vuole addentrarsi nei parti- 
colari trova una guida nella Bibliografia Vene- 
ziana del Cicogna, che fa conoscere la vastità 
dei materiali editi, li quali sono anche minori 
degli inediti che sono specialmente in Venezia, e 
in particólar modo in quella amplissima miniera 
che è lo Archivio pubblico detto dei Frari, nel 
quale ora è concesso lo studiare. Chi sen:(a du- 
rare gran fatica, pure vuol conoscere alquanto 
minutamente la storia Veneziana ha dei grandi 
corpi, e quello del Romanin compiuto che sia 
recherà soddisfa:(ione allo studioso. 

Il mio desiderio sarebbe che questo sommario 
servisse come manuale agli studiosi che vogliono 
ricordarsene leggendola per sommi capi la Storia 
di Venezia nelli suoi avvenimenti principali, e 
nelle sue istitu:(ioni. A chi ama il leggere solle- 
cito e non patisce il darsi a lucuhra:(ioni lunghe 
e a fatica di studi in opere voluminose, vorrei 
potesse dare una idea esatta del passato della 
città dove i miei padri ebbero lunga parte e non 
inonorata della signorìa. E sovra tutto mi sa- 



rebbe carissimo che servisse a torre ubbìe anti- 
che, a stringere sempre più i vincoli d' affetto dei 
miei connazionali, e in ispecie i giovani incuo- 
rasse ad operare generosamente a prò della patria 
twstra. Li quali scopi di questo libro se io po- 
tessi raggiungere, e avesse buona fortuna, e po- 
tesse sopravivermi, un altro ne otterrei, che mi 
sarebbe di sommo conforto, pensando che il più 
della mia vita è passata, e sarebbe il restare viva 
e perpetua la ricordanza di quelV affetto che a 
Voi porto. 



Di Villa Sarmazza, Dicembre 1857 



Agostino Sagredo 




CAPITOLO I 



ORIGINE DEI VENEZIANI 




oloro che scrissero intorno a Ve- 
nezia, hanno, qual più qual meno 
diffusamente, quale con erudizione 
profonda, quale col ricopiare le in- 
dagini altrui, incominciato le storie loro ri- 
cercando le antichissime origini degli abitatori 
della regione italiana, che ebbe nome di Venezia, 
e dal Po stendevasi oltre l'Isonzo. Si fecero 
dotte disquisizioni sui popoli aborigini di queste 
contrade, su quelli che vi trasmigrarono da lon- 
tani paesi. Il nome di Venezia, chi volle dato 
dagli Eneti, popolo asiatico; chi dai Windi, 



popolo celtico. Si esaminarono le tradizioni, 
perchè monumenti sicuri non ve ne sono delia 
trasmigrazione di Antenore e dei Trojani. La 
linguistica che, sebbene sia ancora adolescente, 
pure reca qualche luce nelle incertezze e nelle 
tenebre delle storie antiche dei popoli, nella 
Venezia, dal pendio delle Alpi Rezie alle ma- 
rine dello Adriatico, dal Mincio al Tagliamento, 
nota quasi uniforme il parlare delle genti. E 
questo parlare, e usanze antiche ancora con- 
servate hanno singolare analogia colla favella 
e le usanze di quei popoli della penisola ita- 
liana dove vigoreggiò la civiltà etrusca. E 
monumenti etruschi si rinvennero anche ai 
nostri giorni nelle parti mediterranee della Ve- 
nezia, che confermano essere qui giunta quella 
antichissifha civiltà. 

Chi volesse addentrarsi nelle ardue disqui- 
sizioni di leggieri trova autori che ampiamente 
le svolgono. 

A noi basta. Non ci giova addentrarci nelle 
ardue questioni intorno alle origini antichissime, 
avendo, siccome abbiamo, un punto di partenza 
pel cammino che dobbiamo correre, il quale 
raccoglie in se stesso tutte le origini antichis- 
sime. Quando l'aquila romana dalla vetta del 
Campidoglio stese ali ed artigli sovra la intera 



penisola italiana, delle origini prime forse ri- 
masero alcune parziali istituzioni, ma le diverse 
nazioni italiche furono sottoposte a quella fu- 
sione per la quale si amalgamarono i vinti coi 
vincitori, gli alleati cogli alleati. Noi siamo 
d'avviso che la parte più vera (perchè consta 
da scritti e monumenti) deve nella storia d'Italia 
e delle regioni che la compongono riferirsi alla 
sua unificazione romana, la quale non mutava 
quello che era essenziale della costituzione par- 
ziale dei popoli vinti e alleati il comune. D Comune 
in Italia è di tale antichità che si confonde 
colle prime origini, né venne ottriato da chic- 
chessia, ma è una istituzione primitiva. £ il 
Comune aveva in se stesso la duplice parti- 
zione di patriziato e di popolo, facilmente ve- 
nuta dalla partizione fra genti immigrate ab- 
antico e genti aborigine. Q,uesta divisione Roma 
lasciò nella sua interezza dove Tha trovata, e 
perchè esisteva in Roma surse anche nelle co- 
lonie che Roma dedusse, e per sollevare se 
stessa dalla soverchianza della popolazione, e 
per tenere in fireno i vinti, come rimase nel 
resto. 

Egli è indubitato che in tutta Italia il 
sommo potere dei Comuni risiedeva nel con- 
sentimento universale del popolo, e che vi fu- 



rono comizi, ma che l'amministrazione della 
cosa pubblica e quasi la vera signoria muni- 
cipale apparteneva ad una aristocrazia ereditaria 
aperta al popolo che poteva esservi introdotto. 
I decurioni formavano quest'aristocrazia, la quale 
come nota il Garzetti (i) divenne peso gravis- 
simo a chi doveva sostenerla. Questa è la 
origine e la storia dei nostri Comuni, e della 
nostra nobiltà. 

Il patriziato italiano poteva esser sorto dai 
vincitori nelle prime immigrazioni, ma perdette 
co.si nel senato di Roma imperante sovrana, 
come nel decurionato delle suggette città, ogni 
carattere soldatesco, e si connaturò nella co- 
stituzione della penisola, facendone parte inte- 
grante. 

La storia civile di Venezia, viene da queste 
origini : sovranità nel popolo universo con en- 
tro lo elemento aristocratico, e per la condi- 
zione dei tempi, prevalenza dell' aristocrazia 
sulla democrazia spodestata. Alla indole del- 
l'aristocrazia, naturalmente conservatrice, Ve- 
nezia deve la sua longevità, come la sua caduta 
alla prepotenza di due grandi imperi di popoli 

(1) Citiamo volentieri la dottissima opera del Gar- 
zetti sulla condizione d* Italia e dell' Impero. 



estranei. E se la sua caduta poteva essere più 
gloriosa, non poteva non essere inevitabile. 

Risibile sarebbe il voler comparare la si- 
gnoria dei Romani con quella dei Veneziani, 
quasi si volesse comparare un uomo di mez- 
zana statura con un gigante, e Roma fu tale 
gigante che sfasciato il suo impero, nessun al- 
tro potè rifarlo nei tempi passati, né lo potrà 
mai rifare, poiché le nazioni si costituiscono 
entro i limiti naturali e razionali che le distin- 
guono fra loro. Oltrecchè risibile, sarebbe an- 
che illogica la comparazione, perché quelle due 
potenze, massima Tuna, minore tanto la seconda 
seguirono una via diversa. I Romani erano sol- 
dati che conquistarono, i Veneziani erano mer- 
cadanti che pensavano ai traffici ; e se furono 
soldati e fecero conquiste codesto avveniva per 
dilatare o conservare la signoria dei traffici, o 
per propria difesa. E come nei traffici, e nelle 
industrie che sono tanta parte dei traffici, l'ari- 
stocrazia aveva tanto bisogno del popolo, così 
ne venne che dovette smettere ogni superbia 
per accostarsi al popolo, che negli aristocratici 
non vedendo orgogliosi padroni, ma colleghi, 
si evitarono quegli scontri di autorità che hanno 
fatto perdere a Roma la libertà repubblicana, 
sostituendo al governo di tutti o di pochi, 



— 6 — 

quello di un solo, e alla sovranità dei comizi, 
quella dei pretoriani e delle legioni armate, da- 
trici, toglitrici, e fino venditrici del serto im- 
periale. 

Che le isole poste nelle lagune, dove li- 
beramente correvano al mare tutti i fiumi del- 
l' Italia superiore, fossero abitate al tempo del- 
l' impero romano, e fiorenti fossero, non è punto 
da dubitarsi, poiché lo accennano antichi scrit- 
tori, e lo dimostra il Pillasi (i). E se non fos- 
sero testimonianze irrefregabili quelle che egli 
adduce, basterebbe a dimostrarlo l'essersi tro- 
vati in esse isole ruderi di antichi monumenti 
are, sepolcri, urne cinerarie, medaglie, monete, 
e il trovarsene ancora al presente. Vuole ra- 
gione, e vuole la storia, che le isole delle la- 
gune, anzi le diverse parti delle lagune, fos- 
sero di spettanza dei territorii delle città più 
prossime, Aquileja, Aitino, Padova, ricche e 
piene di traffici, alle quali servivano di porto. 

Qliesta riflessione a parer nostro, solve 
tutte quelle questioni per le quali si arrabbat- 
tarono gli storici sulle origini di Venezia, città 
e sede della repubblica, sulla sua antica sog- 
gezione ad un altro Comune, quello di Pa- 
dova, che avrà facilmente mandato magistrati 

(1) VbNBTI PRIjn B SBCONDT, Vol. I. 



municipali a governare Ja sua parte littorana e 
insulare delle lagune; sparisce ogni pretesa di 
primitiva signoria di Padova e di fondazione 
della Città, se la storia irrefragabile c'insegna 
che quando il Rialto già dei Padovani non 
era che piccolissimo luogo, il seggio della na- 
scente repubblica, ed Eraclea, e Jesolo, e Tor- 
cello, e Grado sulle marine orientali, che erano 
di spettanza antica di Aquileia e di Aitino, 
erano città floride e, relativamente ai tempi, 
città potenti. 

Vennero i barbari: per chi e come venis- 
sero in Italia, quale governo abbiano fatto 
d* Italia, non è del nostro compito il discor- 
rere. Avevano armi validissime contro debo- 
lissime resistenze di un impero già vecchio e 
infermo per i vizi e le corrutele dei potenti, 
il disamore dei popoli. La Venezia collocata 
alle porte orientali d'Italia, con aditi facilissimi, 
era naturalmente la prima invasa dai barbari, e 
le toccò prima saziare la sete di ricchezze e 
di sangue che avevano. Dice la storia, convalida 
la tradizione che ad ogni venuta di loro, i mag- 
giorenti e gli abbienti, e anche popolo, di Aqui- 
leja, di Aitino, di Treviso, di Oderzo, di Asolo, 
di Padova, di Vicenza cercassero rifugio dpve 
la natura dei luoghi e la mancanza di arti ma- 



— 8 — 

rittime degli invasori, rendeva sicuro lo asilo. 
La maggior parte di queste invasioni era com^ 
torrente che distrugge e passa, compresa quella 
ferocissima di Attila che adeguò al suolo la 
potentissima Aquileja. Facilmente parecchi ri- 
fugiati rimasero nelle lagune e nei luoghi cir- 
costanti; i più tornarono a casa. Fu veramente 
dopo la invasione dei Longobardi, e le stragi 
che la Venezia ebbe a patirne, che la condi- 
zione se non al tutto servile, al certo non li- 
bera degli abitanti, persuase moltissimi a non 
lasciare più le inviolate lagune. La storia ec- 
clesiastica viene al soccorso della storia civile. 
Da quella si conosce come i vescovi delle città 
finitime si riducessero nelle lagune, portandovi 
le sedi loro coi riti della religione cattolica, 
perseguitata dai Longobardi. Lo prova la sede 
patriarcale di Aquileja trasferita a Grado. 

Qjiali poi furono i rifugiati ? Pensiamo non 
errare se crediamo che la più parte fossero dei 
maggiorenti delle città vicine, perchè i minori 
e quelli che nulla hanno da perdere, sogliono 
rimanere in balia dei vincitori, e in generale 
non fugge o prima o dopo la vittoria altrui, 
se non se chi abbia qualcosa da perdere. Che 
velassero da parti diverse della Venezia lo di- 
mostra l'essersi rifugiati i vescovi delle città 



— 9- 

continentali, lo dimostra la varietà nelle parole 
e le inflessioni della pronunàa nel volgare 
veneto, che tuttora vive nelle lagune, dove 
quei di Chioggia hanno accento diverso da quei 
di Burano, e nella città stessa chi abita il se- 
stiere di Cannareggio ha parlare che diversifica 
dà chi abita il sestiere di Castello ; come diver- 
sifica il parlare delle genti agiate da quello 
della plebe. Differenze, alcune notabilissime, e 
facilmente conosciute da ogni orecchio ; altre 
sottili e non facilmente conosciute se non se da 
coloro i quali abbiano pratica grande del no- 
stro dialetto. 

Per certo entro la cerchia delle lagune, al 
tempo romano tutti gli abitanti non erano po- 
veri pescatori e fabbricatori di sale, se esiste- 
vano nelle lagune le stazioni di porto delle 
città vicine, se si trovarono monumenti romani 
sotto a parecchi metri di terreno, e ruderi di 
ingenti edifizi. Gli abitatori primitivi facilmente 
^i consociarono coi sopravvenuti, e se sparisce 
quella poetica idea dei rifugiatisi in povere ca- 
panne conteste di giunchi, e il posare i bam- 
bini sul letto di alghe, sorge la idea generosa 
dello accordato ospizio ai rifugiati. 



— 10 — 



CAPITOLO II 



LA CONSOCIAZIONE DI VENEZIA 



La istoria dei quattro primi secoli della 
repubblica di Venezia è oscura e confusa, ma 
presenta un fatto il quale non avvertirono gli 
scrittori, la consociazione dei rifugiati che for- 
marono dimora stabile nelle lagune cogli abi- 
tanti primitivi. La consociazione costituì il 
Comune da Grado a Capo d'Argine composto 
degli estremi lembi di alcune parti del conti- 
nente italiano dove erano i porti delle città vi- 
cine; delle isole sparse nelle lagune stesse e in 
quelle che protendendosi lunghe, le separano 
dall'Adriatico, interrotte dalle diverse foci per 
le quali i fiumi si fecero strada per buttarsi in 
questo mare. La città di Venezia non esisteva 
quando la consociazione sorse inosservata, creb- 
be, guerreggiò, e la isola di Rialto, che ne 



— II — 

fu quasi direbbesi il nocciolo, non figura punto 
nei primi secoli della storia veneziana. La storia 
ecclesiastica serve mirabilmente a mostrare lo 
ambito della consociazione, mostrando oltre alla 
parte sua insulare quella continentale dove i 
vescovi fuggendo dai barbari, o posero sede o 
conservarono il dominio spirituale che rimase 
soggetto al patriarca di Grado, ai vescovi di Era- 
clea e Aitino, di Jesolo o Equilio, di Caorle, di 
Torcello, di Malamocco, di Castello mutato poi 
nel patriarcato di Venezia. E anche al presente 
che i vescovati delle lagune sono ridotti a due 
soli, Venezia e Chioggia, quei limiti stanno, 
depauperati soltanto della isola di Grado e ter- 
reni circostanti che si unirono, stranamente alle 
Provincie littorane austriache. 

Un bel documento storico abbiamo sul 
primitivo governo e sulla primitiva condizione 
delle lagune al tempo romano, le quali rimasero 
intatte quando la consociazione andò costituen- 
dosi. È la lettera di Cassiodoro scritta ai veneti 
abitanti al mare in nome di Teodorico, scrittura 
ampollosa, ma che mostra la condizione fìsica 
e la condizione materiale, le industrie di questa 
parte della Venezia romana. Il ministro del re 
barbaro accenna essere le isole piene di nobili, 
accenna al popolo e dice costà la povertà vive 



— 12 — 

in ucrualità coi ricchi. Ricorda le arti nautiche 
per le quali gli abitanti affrontavano i pericoli 
di mari lontani, le pesche, le saline. Lo stile 
di Cassiodoro è tronfio per istudiata magnilo- 
quenza. Ma i fatti stanno. Egli dirige la sua 
epistola ai tribuni dei marittimi^ e la storia ci 
insegna che i preposti o dai municipi o dal 
governo a reggere i paesi littorani avevano il 
titolo di Tribuni. Nella storia del Troja si 
trovano documenti che lo mostrano. 

QjLiando per le invasioni posteriori a quella 
dei Goti, la consociazione si andò stabilendo, 
il centro era nella parte orientale delle lagune, 
siccome quella che era compresa nei distretti 
di Aquile j a e di Aitino, più crudelmente bi- 
strattate da Unni e Longobardi e città impor- 
tanti. 

Una tradizione antichissima mette la fon- 
dazione di Venezia nel giorno 21 Marzo del- 
l'anno 421, dell'era cristiana, coma quello nel 
quale fiorendo felicemente e copiosamente il regno 
dei Padovani, spedirono tre consoli a fondare 
una città presso a Rivoalto e unirvi le isole vi- 
cine. La quale tradizione si fonda sopra un 
documento allegato prima dai cronisti, tutti po- 
steriori di parecchi secoli, poscia riferito dagli 
storici. Documento che la critica più indulgente 



— n'- 
ha distrutto, perchè senza fondamento, con er- 
rori di data ed evidentemente falso (i). E la 
tradizione segue a narrare, che un uomo greco 
di nazione (e nota che gli abitatori di Rialto 
erano Padovani) diversamente nominato dai 
cronisti, votò a S. Jacopo apostolo T erezione 
di una chiesa, se cessavano le fiamme d'un in- 
cendio che minacciava distruggere quella bor- 
gata. E ottenuta per intercessione di quel Santo 
la estinzione dell' incendio, dicono fosse eretta 
la chiesa e consacrata da vescovi vicini, dei 
quali il nome è incertissimo. La critica poste- 
riore mise fuori argomenti comprovanti esservi 
state altre chiese nelle isole componenti la Ve- 
nezia presente, o coeve o anteriori «Ila fonda- 
zione di quella dedicata a san Jacopo (2). 

Qiiand'anche però fosse vero che l'epoca 
delia prima abitazione di genti a Rialto e nelle 
isole vicine fosse stata nell'anno 421, non si 
potrebbe, a ragione di critica, chiamarla epoca 
della fondazione della Venezia presente, e meno 
ancora del suo governo, ch'ebbe seggio seco- 
lare prima sul lido estremo orientale della la- 
guna in Eraclea, poi traslatato in un' isola me- 
ridionale, Malamocco. Il qual Malamocco non 

(1) Gallicioli, lib. II, 22. 

(2) Qalliciolì, lib. II, 23, Cornei.^ Eccl. Vbnbt. 



— 14 — 

è il borgo che porta questo nome al presente, 
ma un' isola posta in mezzo al mare ; che il 
mare altre di quelle isole distrusse, come due 
principali, Ammiano e Costanziaco, altre impo- 
verì colle sue corrosioni, come avvenne a Po- 
veglia. Rialto non era che un' isola, facilmente 
cosi detta perchè ivi sfociava il Prealto, fiume 
che nel padule segnò col suo corso il canale 
grande che divide in due parti principali la 
presente città di Venezia. Specchi di acque, 
paduli, sbocchi di fiumicelli che venivano libe- 
ramente da altre parti del continente, dividevano 
Rialto dalle altre isole prossime, da Luprio, 
Braida, Burri, Castelforte, Dorsoduro, Gaffaro, 
Zirada, Mendigola, dalle Gemine, dal Castello 
dell'Olivolo etc. Le quali poi, colmati li specchi 
d'acqua, interrati i paduli, lasciandovi il ne- 
cessario interstizio di canali sui quali si eres- 
sero ponti, formano la Venezia dr oggigiorno. 
Dove il terreno era molle, e quindi nel più 
dei luoghi, si supplì al difetto con palafitte, si 
sostenne con opere laterizie la mota lunghesso 
i canali che servono alla intema navigazione. 
Così stettero e stanno tanti splendidi edifizi che 
devono destare maggior sorpresa per quello 
che non si vede, di quello sia per quello che si 
presenta allo sguardo dello spettatore. 



— 15 — 

Tutto questo andò facendosi quando, sotto 
il governo di Agnello Partecipazio doge, nel 813, 
la se4e del governo fu trasferita in Rialto, ab- 
bandonata la isola di Malamocco, per la guerra 
indetta da Pipino re, di schiatta franca, in Italia. 
Questa è la vera epoca della fondazione di Ve- 
nezia, perchè Rialto, fatto centro della conso- 
ciazione, gran parte degli abitanti delle lagune 
vi si accostò. Ebbero dimora stabile ov'era 
terreno sodo : il non sodo riassodarono ^con 
industria somma ; ogni padule ogni melma di- 
venne preziosa ; con ogni cura si attese a di- 
fendere il terreno naturale e «r artifiziale dalle 
offese del mare. S' istituì una magistratura che 
governava i lavori delle bonificazioni (i). Po- 
steriormente, parecchie delle isole sparse nella 
laguna furono abbandonate ; rimasta quasi de- 
serta quella zona di terreno che la consocia- 
zione possedeva sul continente d' Italia, isole 
e zona, le quali, stendendosi da Grado a Ca- 
varzere, formavano il Comune di Venezia. Le 
isole che restarono abitate, e la parte della 
zona continentale, vennero, come si è detto, 
in dipendenza del governo posto nel centro 

(1) Gallicioli ; Codice di Piovdgo ; Codice Trevisa- 
neo ; Giustiniani, Trattjlto dblla laquma ; Sabellico, 
De sito urbis-, Piliasi. 



— i6 — 

delle isole aventi a capo Rialto, ed alle quali 
restò il nome collettivo di Venezia: Veneiiae, 
artim. Anzi negli atti pubblici, fino ai tempi 
posteriori, la data porta il nome di Rialio. 
(Rivoalii) quando si trattava della sola città, di 
Venera ( Venetiarum o Veneiiae) quando si trat- 
tava di tutto lo stato brevissimo. 

Cosi fu che Venezia stette, e sta ; sebbene 
però r epoca della fondazione di Venezia, po- 
sta al di 25 Marzo del 421, non regga alla 
critica, pure V accettiamo, e ciò per reverenza 
all'antichissima tradizione, che è sempre pro- 
fanità lo schernire. Inoltre l'accettiamo perchè 
colui, il quale scrive la storia di Venezia, 
la troverà accettata dagli scrittori precedenti, 
ed in ispezie da quelli del XVI e XVII se- 
colo, quando era forte l' andazzo dello sci- 
mieggiare Roma antica e i Romani. Per imi- 
tare Livio, si trovano notati gli anni dal primo 
ab urbe condiia (i), e questo primo si riferisce 
air era sopra detta. Rovesciarla sarebbe stra- 
nezza inutile; cagionerebbe confusione; e di- 
mostrata l'epoca vera della fondazione di Venezia 
nulla si toglie al retto e generalmente ricevuto 

(1) In ispecìe dopo il Sabellico, cha mutò anche 
il proprio nome per farla da romano antico. — Sul 
Sabellico veggasi il Foscarini, Lbttbrat. Vbmsz. 



— 17 — 

ordinamento degli avvenimenti accettando, l'era 
consueta. Per parlare e intendersi bisogna ado- 
perare la lingua comune. 



CAPITOLO III 

EPOCA I — I PRIMI AVVENIMENTI 
(Dall'anno di C. 421 all' ^3) 



L'epistola scritta da Cassiodoro ai tribuni 
dei mariitimi, come a capi e governatori delle 
lagune, mostra che tali si chiamavano, con vo- 
cabolo di origine romana, i magistrati della 
consociazione. È assai presumibile che nella 
confusione, nella commistione dei primitivi abi- 
tatori coi sopravvenuti restasse l'autorità in chi 
la possedeva. Le isole, che furono popolate dai 
soli rifugiati, ebbero nuovi tribuni, sia per 
imitare le altre, sia per non mostrarsi da meno, 
e questa autorità ed uffizio ragionevolmente 
ebbero coloro che nelle città vicine dalle quali 



• — i8 — 

venivano possedevano la qualità ereditaria di 
decurioni. Nel comune pericolo, era necessa- 
rio il comune consentimento, e quindi è na- 
turale che si chiamassero tutti i consociati a 
deliberare sulla cosa pubblica. Ecco P origine 
di quell'assemblea, eh' ebbe nome di concione 
od arengo, composta degli uomini tutti che 
abitavano da Grado a Capo d'Argine, cioè di 
tutta la consociazione. 

Che i tribuni fossero elettivi, e l'autorità 
loro trasmettessero in eredità, non sembra dif- 
ficile a determinarsi, se sappiamo ereditario il 
decurionato limano. Dalla tradizione inaltera- 
bile e dalle testimonianze dei cronisti, si ac- 
certa r ereditaria trasmissione del tribunato. 
Nelle memorie gentilizie vedonsi molte famiglie 
di coloro, che poi allontanato il popolo dal 
reggimento, ebbero soli il governo, venute 
dalla città della Venezia e chiamate di tribuni 
o uomini antichi. La cronaca altinate parla di 
tribuni due padre e figliuolo, il che da altre 
cronache si conferma. 

Si volga lo sguardo all'Italia. Scomparso 
anche il fantasima della signoria propria, per 
quell'altemare di barbari che le storie ram- 
mentano, alcune parti del suo territorio erano 
ancora in signoria de' Cesari bisantini, che si 



— 19 — 

tenevano come eredi dell' imper# romano, ed 
erano sempre in guerra coi barbari : lotte con- 
tinue di uomini che alla fin fine per noi erano 
tutti stranieri. D' in mezzo a queste lotte, e a ca- 
gione di queste lotte, la consociazione vene- 
ziana cresceva. 

Una gran lite qui si presenta, accesa fira 
gli storici, ed è quella dell'antichissima, anzi 
perpetua ed assoluta indipendenza dei Vene- 
ziani ; lite che fece vergare assai fogli, stam- 
pare assai libri. I nemici della repubblica, fatta 
grande e potente, fondarono la sua dipen- 
denza da Teodorico sull'epistola di Cassiodoro; 
dall' impero greco la vogliono dipendente, e lo 
argomentano dalle dignità e dagli uffizii dei 
dogi nella corte bisantina, e da un breve di 
papa Gregorio riportato dal Sagomino, il no- 
stro più antico cronista, in cui sono chiamati 
contro Liutprando re longobardo, ut ad pri- 
stinum statum sanctae reipublicae et imperiali 
serviiio dominorum filiorutnque nostrorum Leonis 
et Constantini, magnorum Impp. ipsa rovocetur 
Ravennantium civitas (i). La fondarono sulla 
formula che si trova in molti atti pubblici : 
Regnante tale o tali imperatori, domino o dominis 

(1) Sagoroino, Cbron. Vbn. pag. 13. 



— 20 — 

nostris; e sul ♦ecarsi molti dogi in Costanti- 
nopoli quando erano eletti, e dai crisoboli, 
decreti scritti in rosso con bolla d' oro, che 
accordavano loro privilegi. Vogliono anche 
che dipendesse dai re d' Italia e dagli impera- 
tori che succedettero; dipendenza, la quale 
dicono constare da* tributi pagati e dai patti 
fermati. Gli scrittori veneziani si aiutano a 
smentire o indebolire tali asserzioni. Alla epi- 
stola di Cassiodoro danno interpretazione di- 
versa da quella data ad essa dagli altri. Ciò 
che questi hanno per comando, i Veneziani 
intendono fosse preghiera. Intorno alla dipen- 
denza dei Greci dicono: il breve del papa 
r obbedienza di lui risguardare, non già quella 
dei Veneziani ; là dignità e gli ufficii della corte 
bisantina accordati ai dogi essere state mere 
onorificenze, averle avute anche dai re firancesi, 
e da Clodoveo in ispecie ; la formula del con- 
trassegnare gli atti pubblici col nome loro, 
non significare servitù, non i privilegi accor- 
dati ; i tributi dati dai re d' Italia agli impera- 
tori germanici, non essere veri tributi, ma so- 
lamente gabelle ad oggetto di condurre le 
mercanzie e farne traffico ; i patti non esser al- 
tro che trattati da pari a pari. 



— 21 — 

Qjiesta lite vorrebbe più spazio e tempo 
che non abbiamo a. discuterla e a definirla de- 
bitamente. Ci contenteremo di esporre alcune 
riflessioni. E, prima di tutto, diremo, che il 
libro che forse primo, e forse più ferocemente, 
accenna alla servitù originaria di Venezia si è 
lo Squittinio della libertà veneziana ; scrittura in- 
gegnosa, ma mercenaria, pagata dalla Spagna 
quando nel secolo XVII, non contenta del mal 
goveipo che faceva d'altre bellissime regioni 
della penisola, colle arti di Giuda voleva az- 
zannare anche Venezia. Risposero scrittori ve- 
neziani, a* quali, caldi d'amore di patria, che 
pur troppo talvolta accieca, s'aggiunse un Teo- 
doro Grasvichelio olandese (quindi nemico della 
Spagna), il quale fu remunerato dalla repub- 
blica. Non era imparzialità né negli uni, né 
negli altri, e non v'era ponderazione di critica. 
Le accuse poi furono riprodotte dall' Amelot 
de la Houssaie e dal Daru, scrittori questi 
preoccupati contro ai Veneziani. Ma dove non 
è imparzialità, né spassionatezza, non é storia ; 
si confonde il vero, col falso ; il vero, o noi 
si vuol vedere, oppure si guarda attraverso una 
lente che lo ingrandisce, lo impiccolisce, o lo 
colora a senno di chi se 1* ha già fabbricata e 
l'adopera ; si batte quasi col martello sull' in- 



/ 



— 22 — 

cudine, per foggiarlo in quella figura e dimen- 
sione, che giova alle superbie proprie od ai 
proprii interessi. 

Le questioni erudite sopra i titoli originarii 
dei domimi sono tante, quanti sono i dominii ; 
parole di quel grand' uomo del Foscarini (i), 
dette a proposito di questa lite ; e segue di- 
mostrando, non essere stata nessun' altra più 
romorosa, considerati i tempi nei quali venne 
essa promossa, le gelosie delle corti, le ^tuzie 
della politica, gli interessi che si volevano ado- 
nestare con argomenti eruditi. Parole gravis- 
sime, che dimostrano il convincimento dello 
storico e statista sommo, sulla vanità del sog- 
getto della lite. E di vero, quando un popolo 
si è levato al potere, a acquistò vita indipen- 
dente e sicura, che giova voler trovare V in- 
dipendenza della sua infanzia? 

Né al certo offende la nobiltà di una na- 
zione l'essere stata direttamente o indirettamente 
soggetta ad altra, come nulla offende la nobiltà 
o ricchezza degli individui 1' essere venuti da 
povera ed oscura origine. Salire alla potenza, 
possedere la ricchezza, frutti del proprio inge- 
gno, del coraggio proprio, da nessuno eredi- 

• (l) Lktt. ven., lib. I, a fac. 91 not. 218. 



— 23 — 

tati, è gloria vera. La storia ainmira un popolo, 
che sorge e risorge dalia oscurità, dall'abbiet- 
tezza, dalla miseria. Noi vorremmo poter ad- 
dentrarci in questa lite, e vedremo che offensori 
ed offesi hanno assai torto, e che la verità sta 
nel mezzo, e non s'è voluto conoscerla. Per 
provare la libertà originaria e conservata sem- 
pre da' Veneziani, bisognerebbe provare che i 
Romani non avessero dominata la Venezia, 
fatta suddita di Roma. Per provare poi che i 
Veneziani non fossero liberi, bisognerebbe pro- 
vare che, assunti alla dignità di cittadini ro- 
mani, non avessero avuto comunanza di diritti 
coi cittadini romani ; che sebben venuti in do- 
minio degli imperatori, pure erano liberi, spet- 
tando loro l'eleggere i propri magistrati mu- 
nicipali, e facendo parte delle tribù di Roma. 
L'epistola di Cassiodoro, a chi ha logica e critica, 
suona comando, la dipendenza dai Greci non 
era dipendenza di suddito, ma osservanza. E 
chi si conosce delle tortuose determinazioni di 
diritti, di sovranità assoluta e sudditanza im- 
mediata, di alto patrocinio e vassallaggio lon- 
tano, originati dalle incursioni dei barbari e 
dal governo loro intemo, ed esterno, trova 
questa dipendenza dai Goti e dai Greci, che 
non può negarsi, non essere che un lontano 



— 24 — 

vassallaggio, non servitù, né sudditanza imme- 
diata. 

I trionfi di Belisario segnano la epoca 
della mutata supremazia di dominio sulla Ve- 
nezia marittima, e la incontrovertibile venuta 
nelle lagune (a. 551) di Narsete fa prova come 
alla supremazia dei Goti succedesse quella dello 
impero greco, e ne fa prova lo avere dedicato 
al greco imperatore Eraclio, la città di Eraclea 
fondata dopo la invasione dei Longobardi. Me- 
glio protettore lontano, che padrone vicino, e 
i Veneti non furono mai vassalli dei Longo- 
bardi, la qual cosa nessuno contende. 

La più lunga dominazione che avessero i 
barbari in Italia fu quella che parve stabile dei 
Longobardi; poi quella di Carlo il Grande e 
de' suoi successori. Furono tutti costoro vi- 
cini alla consociazione veneziana. I Veneziani 
crescevano in potere, ma non erano tali e 
tanti da poter resistere alla potenza dei vicini. 
Vollero, e credettero utile, e fu utile, il con* 
giungersi coli* imperatore greco lontano, inde- 
bolentesi sempre, non ostante valido e perpetuo 
nemico dei barbari possessori d' Italia. Ai Ve- 
neziani giovava la congiunzione coli* impero 
greco, anch* esso di origine romana ; congiun- 
zione fatta sacra dal patto, tacito ed esplicito, che 



— 25 — 

fosse, di dominio mediato e di lontano vas- 
sallaggio. Se anche sia vero il trattato fra 
Carlo il Grande e Niceioro d'Oriente, riferito 
dal Sigonio (i) e, sulla fede di lui, dal Mu- 
ratori, che, segnando i limiti dei due imperi, 
lasciò Venezia come indipendente, tornava uti- 
lissima ai Veneziani la protezione dei Greci. 
E quanto più crebbero, tanto meno ne abbi- 
sognarono. E questo patto, esplicito od impli- 
cito, fu spezzato da Enrico Dandolo, quando 
piantò il vessillo di san Marco sulle torri del 
palazzo imperiale di Bisanzio, e nepote di Roma 
compieva le sue vendette sui nepoti di Costan- 
tino. 

Quanto alle transazioni dei Veneziani col 
Regno d' Italia, ebbe torto il senato veneziano 
quando proibì la stampa già fatta di un libro 
che recava concessioni d'Ottone I imperatore 
alle monache di santo Zaccaria ; basta leggerlo 
per vedere che non risguardavano che i pos- 
sessi delle monache nel regno d'Italia, ai quali i 
Veneziani non furono mai soggetti. Ma vi è unito 
anche un diploma del doge Giustiniano Parteci- 
pazio, figlio e successore del doge Agnello, 
* nel quale diploma chiaramente apparisce la 

( 1 ) Db rbono iTALtAB — Muratori, Antiq Ital. — 
LiBBi Pactobum, neli' Arcb. gen. di Venezia. 



-26- 

osservanza, anzi quasi il vassallaggio verso gli 
imperatori d'Oriente, che male garbava si ri- 
cordasse nel 1674, epoca nella quale fu stam- 
pato quel libro, del quale la storia è narrata 
per filo e per segno dal Cicogna nelle sue in- 
scrizioni di santo Zaccaria. 

La sede primitiva e principale del go- 
verno era nella città di Eraclea, e se badiamo 
all'asserzione di alcuni cronisti il governo si 
era ridotto nelle mani di un solo tribuno per 
tutta la consociazione. Questa asserzione, e 
l'altra che dopo ottanta anni ciascuna parte 
della consociazione racquistasse il proprio tri- 
buno, non hanno fondamento altro che le pa- 
role di uomini vissuti in tempi posteriori di 
secoli. Ma ha fondamento ragionevole la divi- 
sione degli animi e delle menti sorta negli 
abitanti della consociazione, il desiderio di 
primeggiare, e quindi le discordie, i tumulti, 
il sangue sparso. Era naturale che non fosse 
armonia di pensieri e di sentimenti fra i primi 
abitanti e i consociati, ne fra questi stessi ve- 
nuti da città diverse, e ci vuole il lasso di 
secoli, ci vogliono grandi traversie per togliere 
di mezzo ogni scabrosità nella costituzione de-' 
gli stati, dei quali nessuno uscì bello e fatto e 
armato, come la Minerva pagana dal capo di 



-27- 

Giove, e tutti per opera del tempo si sono co- 
stituiti da parti diverse. 

A queste cause di eteme discordie si univa 
la condizione periclitante esterna della conso- 
ciazione. Dair una parte aveva ai fianchi la po- 
tenza longobarda. I papi che cominciavano a 
sorgere in poteri civili professavano osservanza 
allo impero orientale, per sostenersi e crescere, 
e i Longobardi agognavano quei pochi possessi 
che il detto impero conservava in Italia, e che 
coi papi furono ostacolo alla grande unifica- 
zione alla quale tendevano le mire loro, e 
quella potenza che sfumò quando il pontificato 
chiamò in Italia i Franchi, e cinse Carlo Magno 
della corona imperiale. E ne venne quello 
ibrido impero 'romano, prima franco, poi te- 
desco, origine dei lunghi guai della penisola 
nostra. Di più la consociazione era marinara e 
mercadante, e nello Adriatico era osteggiata 
dagli Slavi. In questo stato di cose, Cristoforo 
patriarca di Grado e i vescovi e il clero delle 
lagene convocarono la consociazione nelle pia- 
nure di Eraclea. 

Ivi .i consociati convenuti, per le insinua- 
zioni del clero, statuirono dare allo Stato un 
capo ; avesse autorità suprema ; fosse elettivo e 
a vita; sovrantendesse ali* aumento e agli in- 



— 28 — 

teressi della consociazione orinai divenuta re- 
pubblica. La influenza de' tempi, le condizioni 
della civiltà hanno sempre potenza grande sulla 
conformazione dei governi. Ricalcitrare ai tempi 
e alla civiltà è inutile, anzi è sorgente di rovina 
ai principi e ai popoli, e le federazioni senza 
unità di capo di rado è che attechiscano e 
siano utili al bene comune. 

Il capo dello stato ebbe nome di dux, non 
già, come dice il Leo (i), per imitare il nome 
dei capi che sotto alla soggezione del re, co- 
mandavano all' aristocrazia militare longobarda. 

Il nome e Tautorità del dux (onde venne 
la parola doge) è tutta romana. D'accosto al 
doge si trova un magister miliium : uffizio mi- 
litare, che suppone milizia regolata; uffizio di 
origine puramente romana. Grande era l'au- 
torità del doge, simile a quella di monarca ; mo- 
derata però da nobili, da mezzani cittadini, da 
minori ; soggetta all' adunanza generale del po- 
polo nelle grandi deliberazioni. La qual cosa 
noi sappiamo dai cronisti e dal maggiore sto- 
rico e più imparziale che sia del governo civile 
de' Veneziani, Giannantonio Muazzo;. dei la- 
vori del quale Foscarini dice: dopo Marco Barbaro, 

(1) Storia dei popoli italiani, tom. I. 



-29- 

non sapremmo additare alcun cittadino, che più ab- 
bia coltivata la storia interna della patria e con 
maggior frutto (i). La qual cosa riferiamo, per- 
chè abbiamo tolto per guida il Muazzo, e le sue 
opere non sono venute in luce. Nato nel secolo 
XVII, quand'era radicata la credenza, o la si vo- 
leva radicata, che il Governo fosse stato sempre 
di soli patrizi, e non avervi mai avuto ragione il 
popolo, le sue scritture non potevano ottenere 
Ponore della stampa. Diligente nel raccogliere 
i fatti e i documenti, alle sue scritture non 
manca che il lenocinlo della bella parola (2). 
Per documenti sicuri sappiamo il doge 
aver avuto redditi dal comune uguali alla di- 
gnità, terre, caccie, pesche, decime. Ricchezza di 
vesti rispondeva all' autorità del dominio ; ebbe 
serventi; si cantavano le sue lodi nelle chiese 
(3) ; benediceva il popolo ; intronizzava i pre- 
lati; dava l'awocazia delle chiese soggette al 
suo dominio (4); giudicava le liti; mandava 

(1) Lett. ven. a f&c. 331, 332. 

(2) Maazzo, Codice nella Marciana, n. C. ci. VII e 
presso privati. 

(3) Bandur.; Dand ; Sanut. ; Cronaca di Martino 
da Canale ; tutti i cronisti e documenti nei pubblici e 
privati archivi. 

(4) Murat., Antiq. Ital. diss. V. — Temanza, So- 
pra IL TBRRITOBIO DI 8. ILARIO. 



— 30 — 

messi o gastaldi a giudicarle. Poteva dirsi so- 
vrano, per quanto era conceduto dalla condi- 
zione del tempo ; cioè, sovrano che avea d'ac- 
costo due potenti av\'ersarii : il potere della 
aristocrazia, che lo guatava a traverso per ispo- 
destarlo; la mobilità del popolo, che sempre in- 
certo, o lo sosteneva contento del giogo, o lo 
balzava dal soglio, lo uccideva, lo abbacinava, 
lo mandava a confine, lo vestiva della cocolla, 
serbando le sorti medesime al successore, che 
veniva eletto fra gli applausi e con universale 
acconsentìmento. 

Controverso è il tempo della elezione del 
primo doge, noi accettiamo l' epoca nella quale 
il comune dei cronisti e storici la mette, l'anno 
di Cristo 697. Nelle pianure di Eraclea fu eletto 
Paoluccio Anafesto, e mastro dei militi Mar- 
cello Tegalliano che gli succedette. Alla morte 
di questo fu eletto doge Orso, che ottenne 
da Bisanzio la dignità di Ipato, o console. I 
Longobardi assalirono Ravenna, e lo esarca 
imperiale dimandò soccorsi ai due maggiori 
vassalli dello impero d'Oriente in Italia, il du- 
cato di Roma e quello di Venezia; e fu papa 
Gregorio III che invitò i Veneziani a soccor- 
rere il ministro de' comuni signori. Orso venne 
co' suoi, pugnò arditamente per conservare Ra- 



— 31 — 

venna all' impero bisantino. Al suo ritomo, sia 
che montasse in superbia, ossivero e meglio, 
nelle guerre civili fra Eracleani e Jesolani, restò 
morto. Parve miglior consiglio sostituire alla 
dignità e autorità del doge a vita una magi- 
stratura elettiva ed annua, e il capo dello Stato 
suddetto Magister militum. Dopo cinque anni 
si tornò ai dogi e fu eletto Teodato figlio di 
Orso. Combattè i Longobardi, e per torre di 
mezzo le cause delle discordie civili, traslatò la 
sede del governo da Eraclea a Malamocco. Per- 
rivolta del popolo e di congiurati mossa da 
Galla Gaulo fii deposto e abbacinato a mo' 
dei Greci, e succedutogli Galla non durò che 
un anno nel ducato. A lui succedette Dome- 
nico Monegario e dopo otto anni di regno ebbe 
la sorte medesima. Vi sono cronisti che dicono 
essere stati creati allora due tribuni, consiglieri 
e sindacatori dei Dogi; con buoni fondamenti 
il Muazzo lo nega, e dice che se quella magi- 
stratura vi fu non era che temporanea. 

Dopo il Monegario, Maurizio Galbajo salì 
il trono ducale, principe che resse con giustizia 
mori tranquillo. Chi vuole e chi nega che com- 
battesse contro i Longobardi, in favore di Car- 
lomagno. Il popolo gli concesse associare al 
suo governo il proprio figlio, incauto e primo 



— 32 — 

tentativo di rendere ereditaria la dignità su- 
prema. Morto Maurizio gli succede il figlio e 
collega Giovanni. Sarebbe sotto questo doge 
che Carlomagno e Niceforo avrebbero soscritto 
il trattato di divisione dei due imperi, pel quale 
si lascia libera la repubblica dall'uno e dall'altro, 
il trattato che il Muratori riferisce sulla fede del 
Sigonio. Giovanni Galbajo uomo spudorato e 
feroce, associa al ducato il figlio Maurizio pari 
a lui nello animo e nei vizi. Ai rimproveri del 
patriarca di Grado che aveva recusato consa- 
crare vescovo d'Olivolo un greco favorito dal- 
l' imperatore di Oriente, rispose col farlo buttar 
giù da una torre. Il popolo se ne commosse, 
per quetarlo, fu eletto Fortunato, nipote del 
morto. Ai danni del tirannesco governo dei 
Galbai si aggiunsero disgrazie pubbliche per le 
acque e le guerre civili. Fortunato con Obelerio 
ed altri congiurò contro il doge, e la congiura 
fu scoperta e i capi hanno potuto fuggire. Obe- 
lerio restò a Treviso, Fortunato andò in Francia 
per chiamare i Franchi. Pericolo supremo per 
la repubblica, che avea deposto i Galbai che 
tenevano le parti dei Greci. Succedette a loro 
Obelerio (a. 804). 

La guerra dei Veneziani contro i Franchi 
accaduta in questo mezzo è un difficile problema 



— 33 — 

storico. V è il maraviglioso nella favola della 
vecchierella, la quale, rimasta sola in Mala- 
mocco, ingannò i Franchi, e li fece cadere ne- 
gli agguati dei Veneziani, che gli sconfissero 
in un canale, al quale, dicono, rimase il nome 
di canale orfano, per le madri franche disertate 
dei figli. Vi sono contraddizioni patenti fra i 
cronisti franchi (i), che dicono vinti i Vene- 
ziani e soggettati ai re franchi, ed i cronisti 
veneti (2), che dicono vincitori i padri loro, 
e un documento lo afferma (3). Costantino 
Porfirogenito ha una terza sentenza, secondo 
la quale pare che la fortuna della guerra fosse 
dubbia, e la guerra finisse con pace: per cui, 
come abbiamo detto sopra, i Veneziani si to- 
gliessero dai pericoli, assoggettandosi ad un 
tributo che poi fu tolto o non più pagato. 
Concordare pareri cosi diversi non è facile per 
lo storico di Venezia; ma, limitandoci noi ad 
osservazioni generali, diremo che vittoria e 
dominio qui non avessero i Franchi, perchè 
non troviamo segni del dominio di loro sulla 

(1) Annal. Frano — Eginaed. 

(2) Sagomino ; Dandolo ; Sansovino, Vqnbzia eco , 
lib. XIII. 

(3) Mariu, — Storia del Commercio di Venezia. 
cap. Vili, lib. I. 

3 



— 34 — 

repubblica. Sappiamo che i cronisti francesi, 
come i veneziani, come tutti i cronisti, non 
sono senza parzialità. Lo attestano le lodi date 
anche ai misfatti di Carlo il Grande, levati a 
cielo come fossero giuste e nobili imprese. 
Sappiamo che, allorquando una nazione esce 
dalla dominazione di un' altra, serba sempre 
qualche vestigio della condizione passata, e 
cosifatta verità è dimostrata dalla storia. Ora, 
nessun vestigio è rimasto di dominazione fran- 
cese. Dal che concludiamo, la sentenza del 
Porfìrogenito essere la più consentanea alla 
verità. Infrattanto Obelerio fu deposto; alcuni 
dicono ucciso, ma è falso ; e fu eletto Agnello 
Partecipazio, nativo di Eraclea, che, visto il 
pericolo di lasciare la sede del governo in 
luogo cosi esposto alle incursioni dei nemici, 
com' era Malamocco, lo traslatò in Rialto, e fu 
il vero fondatore della Venezia presente. Così ha 
fine la prima epoca della storia veneziana, piena 
di incertezze, intarsiata di prodigii e maraviglie, 
lorda di sangue cittadino, ma che accolse il 
germe d' un gran popolo italico. 



— 35 — 



CAPITOLO IV. 



EPOCA II — DALLA FONDAZIONE DELLA CITTÀ. 
DI VENEZIA AI PRIMI CONQUISTI IN DALMAZIA. 



La traslazione della sede del governo da 
Eraclea a Malamocco avvenne per causa di po- 
litica intema, per torre l'adito ai commovimenti 
popolari e alle ire fra gli Eracleani e gli Jesolani 
i quali rappresentavano nelle lagune le antiche 
lotte che hanno diviso Roma tra patriziato e 
popolo. Gli Altinati, gli Opitergini, gli Aqui- 
lejesi delle classi maggiori fondarono Eraclea, 
quelli delle classi minori fondarono Jesolo, e di 
qui le ire che assidue guastavano la consocia- 
zione. La traslazione della sede del governo da 
Malamocco a Rialto fu opera di prudenza. 
Agnello Partecipazio conobbe che Malamocco 
era esposta agli assalti dei nemici estemi, e 
Rialto sicura, tanto più che il suo territorio 



-36- 

s'allargava sul continente, e dalla parte di mare 
aveva la difesa dei canali ristretti delle lagune 
dove navile grosso non poteva penetrare, da 
quella di terra possedeva il territorio di Santo 
Ilario (ora Gambarare) nel quale correvano di- 
versi fiumi. 

Chi a nostri giorni scrive la storia non 
sagrifica più alla Clio degli antichi, musa su- 
perba, narratrice di avvenimenti romorosi e 
solenni , e i quali non mostrano che la parte 
esteriore nella storia delle nazioni. Gli storici 
più famosi di rado si addentravamo nella parte 
interiore della storia per notomizzare le cre- 
denze, i sentimenti, le condizioni, le abituatezze 
e anche gli errori e i pregiudizi falsi di quella 
che è principalissima parte delle nazioni, il 
popolo. Dalle quali circostanze si viene a co- 
noscere le intime cause, le conseguenze, la de- 
scrizione vera degli avvenimenti. Ai tempi no- 
stri si cercano e si studiano documenti poveri 
in apparenza, ma che hanno merito sustan- 
ziale, le cronache più aride, le quali ridondano 
di leggende soprannaturali, che sono il velame 
sotto al quale si accoglie la verità storica, ve- 
rità che bisogna sceverare dalla nube che la 
involge. 

Due tradizioni pie sono raccolte dai ero- 



— 37- 

nisti, e spettano alla città di Venezia. La prima 
risguarda la città stessa , la seconda la città e 
lo stato. 

Dice la prima che San Magno vescovo di 
Eraclea ebbe .'una visione che gli indicava do- 
versi fondare una città nelle lagune di Venezia, 
che Venezia doveva nominarsi, e i Santi Pietro 
e l'Arcangelo Rafaele e il Salvatore, e Nostra 
Donna, e San Giovanni Battista, e Santo Zac- 
caria, e Santa Giustina, e i dodici Apostoli, e, 
giusta alcune cronache, anche San Geremia, gli 
indicarono i luoghi diversi dove volevano che 
fossero edificate le chiese per onoranza del 
nome loro. 

Abbiamo osservato sopra che diverse fu- 
rono le occasioni nelle quali i Veneti della Ve- 
nezia terrestre ^i rifuggiarono nella marittima, 
nelle diverse invasioni dei barbari. L'anno 42 1 
si mette come l'anno della fondazione di Ve- 
nezia, perchè si edificò in Rialto la chiesa di 
San Giacomo. La leggenda di San Giacomo 
non dice punto quella di S. Magno e la chiesa 
dei SS. Apostoli non è quella di San Giacomo. 

La storia sicura adopera l'accetta intorno 
alla leggenda. San Magno era vescovo catto- 
lico di Oderzo (Opitergium), si ridusse nella 
Venezia marittima quando i Longobardi ade- 



-38- 

guarono al suolo quella infelice città. Ma della 
leggenda anche rabberciata resta che diverse 
chiese erano nelle isole che Agnello Partecipazio 
univa per formare la città. É da notarsi che dalla 
venuta dei Longobardi alla fine del regno loro 
corrono circa due secoli, e i cronisti scrissero 
assai più tardi. Di qua il travolgimento delle 
idee, e S. Magno vescovo non di Oderzo ma di 
Eraclea, capitato non per causa dei Longobardi 
ma per causa di quell'Attila il nome del quale 
è tuttora nome che desta terrore nel popolo. 
La più parte delle cronache narrando que- 
sta leggenda, dice San Magno vescovo di Citlà 
nova. I Longobardi padroni del Trivigiano as- 
salirono Eraclea e la distrussero. Agnello Par- 
tecipazio che era cittadino di Eraclea, uomo 
generoso e splendido, la riedificò col nome di 
Città nova che le durava fino a che fu abban- 
donata. La leggenda o fu creata o fu raffazzo- 
nata, quando egli poneva la sede del Governo 
n Rialto, e fondò Venezia. Così Venezia ebbe 
come Roma or'gini divine. Roma ebbe anche 
segni materiali delle divine origini e della pro- 
tezione dei suoi numi, gli anelili, i libri sibillini 
il palladio. Venezia ebbe un segno materiale dell 
protezione celeste al quale unì la seconda dell 
sue. leggende. 



-39- 

Tutti sanno in qual conto si tenesse in 
quella età il possesso delle reliquie di santi fa- 
mosi, argomento di religione, ma nello stesso 
tempo anche di utilità materiale per le città che 
le possedevano, pei numerosi e frequenti pel- 
legrinaggi e pei traffici e le industrie. A que- 
sto suggetto il Muratori consacrò la LVIIP delle 
sue preziose dissertazioni sulle antichità italiane, 
e lo svolse con quella sua sapienza e fran- 
chezza onesta, che ebbe sempre, e non sem- 
pre riuscirono gradite ai retrivi. 

Nell'anno 828, regnante Giustiniano Par- 
tecipazio figlio di Agnello, era osservata in Ve- 
nezia una legge dello imperatore Leone Isaurico, 
la quale vietava il traffico coi Saraceni. Il com- 
mercio dei Veneziani era ormai fatto larghissimo, 
e due mercadanti veneti, Bono da Torcello e 
Rustico da Malamocco, infransero la legge e 
col proprio naviglio approdarono in Alessan- 
dria, fosse per violenza di mare o avidità di 
guadagno, come nota Flamminio Corner nelle 
sue Chiese Venete. In Alessandria riposava il 
corpo di San Marco, custodito dai Saraceni ge- 
losamente, sia per i pellegrinaggi, sia perchè 
narratore di fatti di Gesù Cristo , che crede- 
vano predecessore di Maometto. I due merca- 
danti sedussero il custode, involarono il corpo 



— 40 — 

santo , ingannarono i gabellieri colla frode di 
cuoprirlo di carni vietate dal Corano, e lo con- 
dussero in Venezia , dove fu ricevuto con 
grande allegrezza , e ai mercadanti si perdonò 
la legge violata. San Marco era congiunto ai 
Veneziani dalla pia tradizione che a lui si 
dovesse il vangelo bandito in una parte della 
Venezia, e lo avere fondata la cattedra metro- 
politana di Aquile j a, della quale quella di Grado 
era tenuta succeditrice legittima. 

Non bastava questa congiunzione ; ci vo- 
leva anche un nesso più speciale fra San Marco 
e Venezia. Riferiamo le parole del cronista, e 
quasi storico primo, di Venezia, Andrea Dan- 
dolo : « Ritornando il Santo da Aquileja dove 
« aveva piantato il vangelo a Roma, giunse al 
« padule chiamato Rivoalto, ivi incalzando il 
« vento si fermò in un luogo eminente nella 
« laguna, e rapito in estasi udì dirsi da un 
« Angelo : Pace sia con te, o Marco, qui ripo- 
« sera il tuo corpo. Credette V apostolo, che 
« con ciò gli venisse predetto il naufragio, ma 
« soggiunse 1' angelo : non temere Evangelista 
« di Dio, molto ti resta da patire. Dopo la tua 
« morte qui si fabbricherà una città, ove sarà 
« trasportato il tuo corpo, e tu ne sarai il 
« protettore. » 



— 41 — 

Giovanni Partecipazio, fratello e successore 
di Giustiniano, vicino al suo palazzo, buttava 
le fondamenta del magnifico tempio dove sono 
riposte le sante reliquie, checché altri possa 
dire per giustificare le asserzioni di possederle 
altrove. Il luogo dove erano deposte si tenne 
celato a tutti, e si tenne come segreto di 
stato. Il perderne la memoria nel 1094, si tenne 
come calamità grande dello stato, e il doge, e 
i maggiorenti e il popolo con digiuni e pre- 
ghiere invocarono il Signore acciò concedesse 
che si rinvenissero le reliquie del santo. E si 
narra come egli apparisse miracolosamente e 
si degnasse significare dove erano nascoste. 
Perduta di nuovo la memoria furono ritrovate 
ai giorni nostq, e giacciono sotto l'altare mag- 
giore della basilica di San Marco. 

Sebbene questi particolari non si attaglino 
bene all'indole del nostro sommario, non ci 
siamo punto peritati di narrarli. La beffarda 
filosofia del secolo passato li avrebbe derisi : 
non la storia nel tempo presente. La quale, 
ove mancano documenti sicuri, raccoglie le 
tradizióni, e vi cerca per entro quello che 
ritrae, fatti ed uomini antichi. Dalla prima leg- 
genda si conferma la fondazione di Venezia, 
mostrando l'antichità delle diverse chiese, che 



— 42 — 

quasi ne descrivono l'ambito presente. La se- 
conda leggenda spiega tutti i fatti pei quali 
San Marco e Venezia furono una, cosa sola, e 
la saranno sempre. A Venezia nulla manca che 
possa rassomigliarla, in tante minori propor- 
zioni, a Roma : anche la divinità delle origini. 
Dalle quali gli storici odierni trassero lume per 
designarne gli inizi. 

Tornando ora ad Agnello Partecipazio di- 
remo che visse e morì tranquillo e onorato, e 
solamente ebbe a sopportare qualche discordia 
domestica. La rifatta Eraclea è opera sua, ed 
attese con appositi magistrati, a bonificare la 
nuova città. Egli avea inviato il figlio suo 
Giustiniano a Costantinopoli acciò attendesse 
agli affari dello stato, e intanto associò al du- 
cato il secondogenito Giovanni. Giustiniano 
tornato da Costantinopoli, se ne adontò, ma 
le discordie cessarono, perchè Giovanni cedette 
al primogenito la colleganza ducale ; e Giusti- 
niano fu doge dopo il padre. Armò un navile 
in difesa dei Greci contro ai Saraceni, impresa 
inutile ; sotto al suo governo succedette, conit 
si disse, la traslazione del corpo di S. Marco 
associatosi il fratello Giovanni, Giustiniano morì 
e questi gli succedette. 

Giovanni Partecipazio vinse i pirati sla> 



— 43 — 

di Narenta, pure contro questo principe buono 
e vittorioso si ordì dai Carossii una congiura 
che fu domata, ma che lo costrinse a spargere 
molto sangue di cittadini. Dovette fuggire. Ri- 
chiamato, ribollirono le fazioni, e i suoi nemici 
prevalendo, gli fu raso il capo e lo si rivesti 
della cocolla monacale. Facilmente causa della 
congiura e delle passioni concitate, il timore 
che la corona ducale si facesse ereditaria, tre 
principi essendovi stati della casa medesima. 
Gli succedette Pietro Tradonico. Vinto com- 
battendo pei Greci contro ai Saraceni, vinse i 
pirati slavi ; associò al ducato il figlio, che gli 
premorse. Venne sotto al suo reggimento in 
Venezia Papa Benedetto III. Guerra civile fra 
le case più potenti dello stato, e il Tradonico 
fu assassinato; il popolo nelle sue giustizie 
tremendo, lo vendicava coUa uccisione degli 
assassini. Dopo il Tradonico, fu doge Orso 
Partecipazio II. I Veneziani cresciuti in potenza 
si collegarono con Carlo il Calvo imperatore 
contro i Saraceni che avevano presa e sac- 
cheggiata l'isola di Grado. Allo apparire del 
navile veneto capitanato dal figlio del doge, 
fiiggirono. Poi guerra, contro ai pirati slavi, 
felice. Orso manda in dono all'imperatore d'O- 
riente dodici campane, segno che le industrie 



— 44 — 

fabbrili fiorivano nelle lagune. Poi altra impresa 
felice contro ai pirati soliti, e una guerra coi 
Saraceni. Muore Orso, e gli succede il figlio Gio- 
vanni II Partecipazio. Pare che la lunga sequela 
di dogi nella sua casa avesse scosso i nervi 
di Giovanni II, e volesse una signoria per la 
sua casa. Ottenne dal papa quella di Comac- 
chìo, spossessandone l'antico signore. Non osò 
il doge chiederla per sé, la domandava pel 
fratello di nome Badoero, e ottenutala questi 
si presentò a Comacchio. Il conte Marino che 
possedeva questa città, lo fece rapire e T uc- 
cise, duindi guerra e stragi a Comacchio, e 
sangue italiano sparso. Il doge fallita la impresa 
abdicò: gli succedette Pietro I Candiano, il 
quale mosse contro i pirati, fu vinto e ucciso. 
Q,uesto fatto miserando mise la confusione 
nello stato: si andò al monastero dove aveva 
trovato asilo Giovanni I Partecipazio, vecchio 
d'anni e pago della pace monastica, e lo si 
supplicava di tornare al seggio dei dogi. Egli 
stette lungamente sul niego, poi nel pericolo 
della patria si trovò in debito di accettarlo, ma 
dopo sei mesi lo rinunziò a Pietro Tribuno, 
forte guerriero. 

Bello il trionfo, come quelli dei romani, 
di Pietro Tribuno. Anche gli Ugri o Magyari 



— 45 — 

popolo di nazione tartara, capitarono in Italia 
e misero a sangue e ruba il paese. Si spinsero 
fino alle lagune, il doge li vinse, e tornò a 
casa onusto delle spoglie dei nemici. 

Dopo il ducato di Orso Partecipazio II suc- 
cessore al Tribuno nel ducato di Pietro II 
Candiano, il comune dei cronisti mette il ra- 
pimento delle spose veneziane fatto da pirati 
dell' Istria. 

Non è certo se sotto il ducato di Pietro 
II Candiano o de' suoi successori immediati 
avvenisse il ratto delle spose. Ai due di Feb- 
braio le donzelle veneziane solevano giurar 
fede di moglie nella cattedrale, ed il vescovo 
che dal quartiere della sua residenza chiamavasi 
di Castello, benediceva le nozze. Recavansi con 
pompa solenne i fidanzati all' altare ; usavasi 
che le donzelle portassero con loro l'arca, nella 
quale era riposta la dote, che, per semplicità 
e frugalità dei tempi, non poteva esser ricca. 
A nozze non si va coU'armi, e, appiattatisi i 
nemici nei pinetti e nelle boscaglie delle isole 
vicine, colsero alla sprovveduta il corteo nu- 
ziale. Assaltarono i Veneziani disarmati ; rapi- 
rono le spose e le doti e fuggirono. Non era 
tempo di protocolli e di atti diplomatici ; era 
età di caldo sentimento. Il popolo si arma, il 



-46- 

doge alla testa. Raggiungono i nemici che 
stanno dividendo la preda : pugnano, vincono, 
e riacquistano le spose. Il valore de' legnajuoli 
abitanti nella parrocchia di Santa Maria For- 
mosa fu, causa principale della vittoria. Co- 
desti legnaiuoli , fabbricando gli stipi e le 
casse che servivano al commercio avevano 
nome di casselhri. Il doge li lodò, e ringra- 
ziandoli domandava loro che cosa volessero. 
Risposero : che ogni anno visitasse la chiesa 
loro. Il doge sorridendo soggiunse : « E se 
avrò sete ? — Vi daremo a bere. — E se pio- 
verà, vi daremo di che cuoprirvi. — Sia, e 
sarà sempre », finiva il doge. E cosi fu sino 
al terminare della repubblica. I dogi <ii Ve- 
nezia ogni anno nel giorno della Purificazione 
visitarono la chiesa di Santa Maria Formosa. 
Tennero la fede e il piovano offriva loro due 
fiaschi di malvagia, due aranci, due cappelli 
dorati. Anche il popolo mantenne la fede data. 

Sotto a Pietro Partecipazio godettero i Ve- 
neziani profonda pace ; ma ducando Pietro Can- 
diano accadde una guerra contro gli Slavi e 
gli intimori. 

Fu infelice Candiano nella famiglia, per- 
chè associatosi il figlio, lo vide congiurare e 
torgli lo scettro. La moltitudine era per il pa- 



— 47 — 

dre, scacciò il figlio, giurava non volerlo doge. 
Il figlio protetto dal re d' Italia Berengario, 
mosse contro il padre e alla patria e fu ban- 
dito, il padre ne mori di dolore. 

Lui morto, quel popolo stesso che aveva 
scacciato il figlio, lo richiamò ; lo elesse doge ; 
mosse ad incontrarlo festosamente ; tanta è 
incertezza nella moltitudine. 

Il suo ducato, se si guarda all'intemo, fu 
duro e crudele ; se all'esterno, ebbe gloria ed 
astuzia politica. Sdegnatosi coi Ferraresi, mise 
a sacco quel territorio; fece subire la sorte 
medesima ad Oderzo. Destreggiò con Ottone I 
imperatore, che, passate le Alpi, venne a ven- 
dicare Adelaide, regina d' Italia, captiva nella 
rocca di Garda, e si fece re d' Italia. Il Can- 
diano ottenne da lui la continuazione dei 
patti antichi. Destreggiò cogli Orientali. Vietò 
con legge severissima il traffico degli schiavi 
coi Saraceni. Inoltre, ai Veneziani proibì re- 
care dispacci di principi stranieri a Costanti- 
nopoli senza passare per Venezia. La qual cosa 
dimostra quanto importava alla politica vene- 
ziana di avere sola nelle mani il filo di tutto 
che si trattava fra l'Oriente e l'Occidente. Ma 
toccò fine infelice a costui, che, peggiore di 
Caino, fu causa della morte del padre. Scacciò 



-48- 

la moglie veneziana, di nome Giovanna, l'u- 
nico figlio costrinse alla tonsura, per isposarc 
Waldrada, figlia di Ugo marchese di Toscana. 
Il popolo inviperì, si ammutinò, e dato 
fuoco al palazzo ducale, V incendio si propagò 
nella chiesa, dov'erano riposte le reliquie di 
San Marco, e si stese sino a Santa Maria Zo- 
benigo, ardendo trecento case ; tanto era cre- 
sciuta la città. Pietro Candiano IV, non « po- 
« tendo più patire il calore del fuoco, il soffocare 
« del fumo nell' interno del palagio, per le 
« porte dell'atrio di San Marco, si arrischiò 
« fuggire con pochi dei suoi. Ivi parecchi trovò 
« de' maggiorenti de* Veneziani suoi congiunti 
« che guardavano il pericolo suo. E tale parlò 
« loro : E anche voi fratelli, avete voluto unir\ù 
« per venire al mio esizio ? Se ho peccato colle 
« paroh, se nelle opere pubbliche peccai, prego 
« concediate tempo alla mia vita, e vi fo sa- 
ie gramento di soddisfarvi. Allora eglino, af- 
« fermandolo uomo scelleratissimo e degno di 
« morte, con grande schiamazzo di parole dis- 
« sero, che non avrebbe potuto fuggire. E tosta- 
le msnte dato mano alle spade, ferendolo cru- 
« delmente, l' anima del doge, lasciato l'erga- 
« stolo del corpo, andò alle sedi superne. Ed 
« il figliuoletto ancora lattante, che la nutrice 



-49- 

« avea salvato dall'incendio, da un ferro ne- 
« quissimo fu trapassato, e furono uccisi i 
« militi suoi che cercavano favorirlo. E i freddi 
« cadaveri del padre e del figliuolo, per infa- 
« mia , in piccola barca furono mandati 4 
« luogo dell' ammazzatoio ; poi per le preghiere 
« di Giovanni Gradenigo, uomo santissimo, 
« portati nella badia di Sant' Ilario (i). » 

Ci vorrà perdonare il lettore se questi par- 
ticolari gli abbiamo posti innanzi , dettati da 
autore quasi contemporaneo ; non vanità di 
frase liviana, ma bella, e semplice e candida 
espressione di un cronista, che scriveva come 
l'animo dettava. 

Poco è da narrare di Pietro Orseolo eletto 
doge dopo il Candiano (a. 976). Fu pietosissimo 
uomo, dove era la basilica incendiata dal po- 
polo nella rivoluzione contro il Candiano pose 
le fondamenta della presente basilica di San 
Marco, l' antecedente essendo stata bruciata. 
Lasciò il ducato ; fuggì a vestire la cocolla di 
monaco in Francia. Fu dalla Chiesa levato al- 
l'onore dell'altare. Luigi XV, re di Francia, 
gratificò la repubblica donandola di alcune re- 
liquie di lui. Ottone II imperatore s' interpose 
perchè dalla repubblica fosse restituita la dote 
(1) Sagomino, pag. 6^ e seg. 



— 50 — 

alla vedova Waldrada, e fu restituita. Q.ue' di 
Capo d* Istria rinnovarono i patti e le obbliga- 
zioni del tributo. Poco è da dire dell' ultimo 
Candiano che fu doge dopo TOrseolo, ed ebbe 
nome Vitale. Riconfermò i patti e la pace con 
Ottone imperatore. Vitale Candiano lasciò il 
ducato fattosi monaco nella badia di Sant' Ila- 
rio. Gli fu surrogato Tribuno Memmo, che 
sofferse le discordie delle due case potentissime 
Morosini e Caloprini. Il doge pare tenesse pei 
Morosini, avendo donato V isola di San Giorgio 
di contro al palazzo ducale a Gio. Morosini, 
monaco benedettino, da cui fii fondata una fa- 
mosa badia, che Napoleone mutò in emporeo 
di libero commercio e al presente è fortezza. 
Le ire civili de 'Morosini e de'Caloprini fi- 
nirono col tradimento e col sangue. I Calo- 
prini furono trucidati dai Morosini, che gli 
aspettarono in agguato, e i buoni cronisti nar- 
rano del sangue loro intrise le rive di un ca- 
nale. Fu, egli è vero, Stefano Caloprino, padre 
di loro, traditore della patria; aizzò a' danni di 
lei il regnatore straniero: ma i figli erano in- 
nocenti, e la madre e le spose vedovate, che 
a stento poterono ricuperarne i cadaveri. Il po- 
polo, sdegnatosi dell'atto crudele, conobbe la 
debolezza del doge, la sua parzialità pei Morosini, 



— 51 — 

e lo condannò al chiostro. Gli succedette 
Pietro Orseolo II (a. 991). 

QjLiando lo storico di Venezia arriva a nar- 
rare i fatti di questo gran doge, gli si allarga 
l'animo. Non è più che di fatti minori debba 
far raccolta, dai fatti minori trarre argomento 
e dar ragione dei successivi; non è più di un 
popolo nascente che dee parlare. Parlerà di 
una nazione divenuta adulta, ricchissima, signora 
di grandi traffici, conquistatrice. Ed avrà la scorta 
di un cronista contemporaneo, il Sagomino, che 
era creatura degli Orseoli, ma che parla con quel 
candore eh' è della verità. Noi e dei fatti e di 
quell' uomo parleremo brevemente. 

Fu sua prima cura abbassare l'orgoglio 
dei maggiorenti, la insolenza del popolo. Al- 
largò la potenza dello Stato colla forza, come 
nelle imprese contro gli Slavi, onde a Venezia 
acquistò la signoria delle città marittime della 
Dalmazia e delle sue isole, e tramandò ai suc- 
cessori il titolo di doge della Dalmazia. Con- 
quista grande, se si guardi a tempi e agli uo- 
mini che l'hanno operata; conquista che ebbe 
a principio la sorte che hanno tutte le conqui- 
te, il malcontento dei vinti. Poi, e col progresso 
di tempo, l'astio si mutò in tale amore di 
suggetto verso i signori, quale poche volte 



— sb- 
alla storia vien concesso narrare; amore con- 
giunto a fede così intemerata e sicura, che per 
quanto alto possa levarsi quella nobilissima 
parte della famiglia slava, fornirà suggetto alle 
pagine più gloriose della sua storia. 

Dopo le vittorie nella Dalmazia, Pietro Or- 
seolo ottenne nuovo diritto al nome di Grande. 
I Saraceni di Sicilia tentarono torre ,alla si- 
gnoria dell' impero greco la città di Bari. L'Or- 
seolo capitanò forte armata; si condusse a 
Bari, distrusse i Saraceni, acquistò merito col- 
r impero, liberò l'Adriatico da forte nemico. 

Grande nelle battaglie, noi fu meno nelle 
arti della politica. Dai Cesari orientali ottenne 
onori e privilegi amplissimi pel suo popolo. 
Per allargarne il commercio, spedi ambascierie 
ai signori dei Saraceni che governavano l'Asia 
e l'Africa; ed il commercio veneziano si avanzò 
in quelle parti remote come nell' Occidente. 
Dagli imperatori tedeschi ebbe favori sommi. 
Ospitò Ottone III nelle lagune, e questi rimise 
il censo che si pagava per la libertà del traf- 
fico nel regno d' Italia e nella Germania, e 
concesse luoghi nuovi pei mercati. Li concesse 
anche il vescovo di Trevigi. Trattò cogli altri 
signori d' Italia ; al vescovo di Belluno oppose 



— 53 — 

fermezza, e lo costrinse a rimanersi da ingiuste 
pretensioni. 

Non dimenticò le cose interne dello 
Stato ; restituì allo splendore Grado ed Eraclea. 
Protesse l'arte compiendo il palazzo ducale e 
la parte massiccia della ducale basilica inco- 
minciata dal padre. Udite alcune inquietezze del 
popolo, radunò la concione ; chiese le cause 
dello scontentamento, e il popolo confessò i 
suoi torti ; quel popolo cosi feroce contro a 
tanti predecessori di lui. Fu pio, liberale ; ebbe 
corona di figli ; pel primogenito, nozze con 
donna della casa imperiale bisantina. La sposa 
fu accolta trionfalmente con allegrezza del po- 
polo, al quale il doge fece gran largizione di 
denaro. Tanta felicità pubblica, tanta felicità 
domestica gli si ottenebrò sul finire della vita. 
La fame tribolò il popolo; segui la peste che 
gli rapì figlio e nuora. Vissuto felice, mori con- 
tristato e misero. 

A questo tempo e ai trionfi dell' Orseolo 
gravissimi scrittori mettono l' incominciamento 
della cerimonia delle annue sposalizie della re- 
pubblica col mare, e non la reputano frutto di 
un privilegio di Alessandro III papa. Comun- 
que pur sia, quella cerimonia era veneranda, 
perchè mostrava impero di marito, che do- 



— 54 — 

vrebbe aver sempre per fondamento V affetto. 
Q.uando il doge con tutta la maestà di prin- 
cipe, accompagnato dagli ambasciatori, dal se- 
nato, apriva lo sportello del suo navilio dorato, 
e buttando un anello in mare diceva : O mare 
te sposiamo in segno di vero e perpetuo dominio, 
il popolo frequente, dai suoi mille navicelli e 
gondole e palischermi parati a festa, applaudiva 
lietissimo. Era giorno di allegrezza il dì nel 
quale Pietro Orseolo usci dal porto per re- 
carsi a conquistare la Dalmazia) né meno glorioso 
quello in cui i Veneziani furono pacieri fra il 
sacerdozio e l' impero. Molti, ed in ispecie nel 
secolo passato, schernirono tale cerimonia, ma 
ebbero torto. Nella religione per le antiche me- 
morie è riposto tanto bene e tanta gloria delle 
nazioni. Le quali, allorché si accontentano di 
ciò che godono alla giornata, allorché si ac- 
contentano di pochi beni materiali, ponno com- 
pararsi al cavallo ed al mulo, in cui non è 
intelletto, e meritano le sorti loro. Due dei po- 
tenti intelletti d' Italia trattarono T argomento 
del dominio dei Veneziani sull' Adriatico. Il 
Sarpi lo difese a prò della patria; in tempo 
assai posteriore, il Giannone lo negò. Qjuei 
due nobilissimi intelletti hanno sprecato V in- 
gegno: sul mare, come sulla terra è domi- 



— 55 — 

natóre chi ha forza, e la forza non essendo 
perpetua, non è dominatore che sia veramente 
perpetuo. 



CAPITOLO V. 

EPOCA III — DAI PRIMI CONaUISTI 
NELLA DALMAZIA ALLA PRIMA CROCIATA 



Prima socio, poi successore a Pietro Or- 
seolo, fu Ottone suo figlio secondogenito. Fu 
uomo giusto, e le decime che gli si pagavano 
per le spese dello Stato regolò; costrinse il 

• 

vescovo di Adria ad umiliarsi; vinse anche 
egli gli Slavi, ed accrebbe la repubblica con la 
Croazia. Però per un moto popolare fu costretto 
a fuggire co' suoi fratelli che avevano le prin- 
cipali dignità ecclesiastiche. Il patriarca di Aqui- 
le] a mosse a' danni dei Veneziani, profittando 
delle confusioni intestine. Il doge, richiamato 
dall'esilio, lo doma. Pure Ottone una seconda 
volta viene scacciato per una congiura ordita 



-56- 

da Domenico Flabanigo, raso il mento, m 

a confine in Costantinopoli. Gli storici la e 

di questo duplice esilio di un principe, bi 

e prode, riferiscono alla instabilità del poj 

e contro all' ingratitudine verso di lui, veri 

memoria del padre e ai benefizii ,che da 

trambi ricevette lo Stato, si scagliano in in 

tive. I Veneziani erano mercatanti che vis 

vano tutto U mondo, esperti nei negozii, ei 

osservatori diligenti della condizione civile 

gli altri popoli per trame aumento d' inten 

e dopo Pietro Orseolo il Grande furono an 

conquistatori. Videro radicarsi in Europa qu 

peste del feudalismo militare trasmesso in e 

dita, e trepidarono che la potenza degli Ors( 

i legami di parentela co' Cesari d'Oriente e( 

re d' Ungheria Geiza, i legami d' amicizia ce 

imperatori tedeschi, le enormi ricchezze, le 1 

gizioni alla plebe avessero per conseguenza 

perdita dei diritti comuni, e a' diritti comi 

sacrificarono la giustizia. Le case dei Partei 

pazii e dei Candiani ebbero quasi la stei 

sorte, e da quel momento cominciò la gelo: 

delle comuni firanchigie, della indipendenza e 

zionale : per conservare la quale più tardi 1 

sciarono prevalere l'aristocrazia, preferendo 

signoria di molti a quella di uno solo, che 



— 57 — 

causa della perdita delle civili franchigie, quando 
le città italiane, riscosse dal giogo feudale, eb- 
bero si corta vita. Pietro Centranigo fu doge 
dopo Ottone Orseolo, che si cercò di riavere, 
ma i legati spediti a Costantinopoli lo trovarono 
morto. S' intruse nel ducato un Domenico Or- 
seolo ; l'ebbe per pochi di ; non è noverato nella 
serie dei dogi. Poscia fu doge Domenico Fla- 
banigo (a. 1032), capo della rivolta contro gli 
Orseoli; ed il sapere sotto di lui- stanziata la 
legge che nessun doge potesse associare i figli 
o congiunti al ducato ; il sapere sotto di lui 
due tribuni stabiliti o consiglieri (i) senza dei 
quali nulla il doge potesse proporre "è delibe- 
rare, fa prova dell'asserzione nostra sulle cause 
del bando dato all'Orseolo. Moderata l'autorità 
ducale, il Flabanigo governò saviamente; non 
perseguitò gli Orseoli, visse in pace e morì 
tranquillo. Dopo il Flabanigo viene Domenico 
Contarini. I re ungheresi soffiavano nei Dal- 
mati, e li condussero a sottrarsi dalla signoria 
dei Veneziani ; fu rimessa, ma non bene sta- 
bilita. Il Contarini ebbe regno lungo e pacifico 
vide sopite le discordie coi patriarchi d'Aquileja. 
Morto in pace, gli fu sostituito di comune con- 
sentimento Domenico Selvo dal popolo, mentre 

(1) Muazzo. 



-S8- 

si recava sulla marina detta San Nicolò di L 
dove soleasi radunare la concione. Della qu 
elezione, fatta per empito d' aura popolare 
particolari sono narrati da Domenico Rino, < 
ne era spettatore. L'estrema parte d' Italia 
caduta in balia dei Normanni; gente setto 
trionale ardita, chiamata per liberarsi dal e 
minio greco, per quella solita stoltezza dei pa 
nostri nel chiamare estranei come liberatori 
un giogo, che non potevasi sofferire, e non 
voleva spezzato dalle proprie forze. Senza 
qual cosa, non era possibile che di veder ri 
novato l'esempio dell'ostrica d' Esopo ingojs 
dal terzo chiamato a decidere cui spettasse fi 
due litiganti. I Normanni s' erano spinti fi 
nella Dalmazia ; il Selvo ne li cacciò ; ma t( 
nato a combatterli per l' impero greco, ne 
sconfitto. E fu deposto e messo in un mon 
stero. Al Selvo devesi il compimento della b 
silica di San Marco, cominciata da Giovan 
Partecipazio, proseguita da Pietro Orseolo 
Santo, da Pietro Orseolo il Grande costrutt 
ed ornata dai successori. 

Vitale Fallerò fu capo dei nemici del Selv 
e fu doge dopo di lui. Nel suo ducato cont 
nuò la guerra coi Normanni ; guerra, la stor 
della quale trovasi aridamente descritta dai cn 



-59- 

nisti veneti, con ogni particolare da Anna Com- 
nena (i), che la vide sotto i suoi occhi.- I 
Veneziani aiutarono cosi potentemente i Greci, 
che la vittoria può dirsi tutta di loro; ed ot- 
tennero il vantaggio di amplissimi privilegi. 
L' imperatore Alessio confermò il possesso della 
Dalmazia e della Croazia, spettanze dello im- 
pero; accordò quartiere distinto in Costanti- 
nopoli, libertà assoluta del commercio nelle 
terre dello impero. Le quali cose furono semi 
delle successive discordie sorte fra loro e i Ge- 
novesi e i Pisani: due repubbliche italiane fatte 
potenti e contenditrici ai Veneziani del com- 
mercio marittimo. Discordie lunghe, macchiate 
di sangue fraterno, celebri per vittorie, infami 
perchè di danno e ferita alla madre comune, che 
finirono colla rovina di Pisa, colle miserie di 
Genova, e con discapito grandissimo di Ve- 
nezia ; la quale per esse mutò di condizione, 
fattasi potenza terrestre, di marittima ch'era 
naturalmente. Onde le venne invidia e male- 
voglienza; la lega di Ferrara, poi quella di 
Cambrai, una delle efficacissime cause del suo 
scadimento. Ma di queste cose ai luoghi loro. 
Erra sempre quello storico, che vuole rie- 

(l) Annae Comnenue àlr!CIas; Bysant. Hist. 
Scrip. 



— 6o — 

<• 

■ dificare il passato colle norme della pres 
condizione dei popoli e della civiltà; che 
provera alle nazioni le colpe, le stoltezze 
tiche ; come cadrebbe in errore colui che 
proverasse l' inesperto garzone, il giovane b: 
perchè non operano colla forza dell' uc 
maturo, col senno del vecchio. Cadrebbe p 
in errore, colui che pretendesse rimpro 
rare a Genova, a Pisa, a Venezia le ire 1 
ghe, l'astio, che ne fu conseguenza, le arti 
grete, le aperte offese. La condizione del pa 
diviso in tanti Stati, le parti della Chiesa 
dell' Impero in (Continua lotta, toglievano 
spirito di unificazione alla famiglia italica, 
può dire, per altra parte, che se le tre repi 
bliche ricche, forti, animose, generose si f( 
sero confederate insieme, e vi fosse stata un' ai 
italica, come vi fu 1' ansa germanica, sarebbe 
state sole signore della penisola. 

Nel ducato di Vitale Fallerò, per quei 
spetta all' interno dello Stato, è da notarsi 
instituzione del Magistrato detto del Propn 
che giudicava liti. Ed è da notarsi come n 
strizione dell'autorità ducale; per lo addietro 
giudizi! civili e criminali essendo di giudici 
di messi o gastaldi che dal doge erano eleti 
A questi tempi, e facilmente al primo mode 



— 6i — 

rarsi delPautorità ducale sotto al Flabanico, si 
deve attribuire la più regolare conformazione 
di un corpo intermediario fra il doge e la con- 
clone, e quindi un avanzamento dell'aristocra- 
zia. Fino dai primi tempi il doge univa i tri- 
buni e maggiorenti (majores) per consultarli 
prima dì sottoporre le sue deliberazioni alla 
sanzione del comune (coUaudatione populi Ve- 
netiarum) che componevano i maggiorenti, i me- 
diocri, i minori (majores et mediocres et mi- 
nores), come dicono atti antichi tuttora con- 
servati nella storia e negli archivii, e lo stesso 
statuto veneto. Però questo consiglio de' mag- 
giorenti divenne più potente, quando furono 
pregati dal doge uomini di senno maturo ad 
assisterlo, onde venne loro il nome di pregadi. 
Il consiglio fu detto dei pregadi (consiìium ro- 
gatorum vel rogati). Qjiesto Consiglio andò 
crescendo nell'autorità non consentita da legge 
esplicita, ma consentita sempre ; e fu poi detto 
senato, sebbene negli atti pubblici conservasse 
sempre il nome stesso primitivo. Se ne dirà a 
suo luogo più largamente. 



— 62 — 



CAPITOLO VI 



EPOCA IV — DALLA PRIMA CROCIATA ALLA PRESA 
DI COSTANTINOPOLI PER I LATINI • 



Fin qui abbiamo corso sulla storia di Ve- 
nezia rapidamente sì, ma non senza soffermarci 
ad ogni doge, perchè ci parve non disutile il 
dimostrare come a mano crescesse lo Stato, si 
allargasse la sua politica estema, e colla poli- 
tica il commercio, e col commercio la ricchezza 
influire ancor nelle grandi transazioni intema- 
zionali. Abbiamo segnato, per quello che si sa, 
i mutamenti interni che prepararono altri e mag- 
giori mutamenti. Ora il nostro discorso prende 
altra forma, e non trattandosi più di uno Stato 
nascente, o nella prima età, non guarderà gli 
avvenimenti che nella connessione ebbero fra 
loro. 

Vitale Fallerò era stato eletto al ducato, 
quando una voce suonò per l' Europa ; voce di 



-6j- 

uomo povero, alieno dal mondo, senz' altro 
potere che quello grandissimo di una volontà 
incrollabile, e di un coraggio che gli ostacoli 
accrescono : e per le parole di Pietro V Ere- 
mita, r Europa si rovesciò sulFAsia a liberare 
il sepolcro di Cristo. Dopo ardue prove di va- 
lore commiste ad ogni delitto; dopo la vittoria 
di prodi soldati seguita da singolari errori di 
politica, che i nuovi principati divise anzi che 
amalgamare, il santo scopo delle crociate andò 
a vuoto. Il sepolcro di Cristo restò in mano 
degli infedeli ; ma da que' luoghi d'onde venne 
al genere umano il maggiore mutamento di 
sorti che la storia narri, T emancipazione del 
pensiero, la purità del cuore, le franchigie cosi 
dell'animo come del corpo, e la fede vera, e 
la speranza che non fallisce, e la carità che 
opera senza interesse, da que' luogi venne un 
rinnovellamento al genere umano, caduto in 
sorti pessime. La storia delle crociate, è campo 
mietuto ; pure vi resta ancora da spigolare : la 
storia delle crociate è strettamente congiunta 
colla storia di Venezia. 

Ben avvisò il sapientissimo Foscarini, quando 
notava dovervisi attendere con somma cura dallo 
storico di Venezia, ed accennava alle fonti cui 
attingere. Venezia era potente, e la sua devo- 



-64- 

2Ìone air impero d' Oriente fatta un' ombra ; la 
sua posizione geografica tale, che nessun al- 
tro luogo era più propizio per esser tramite 
verso rOriente ai pellegrini armati e disarmati, 
che si recavano per liberare i luoghi santi, o 
per adorare; tutti dicendo recarvisi per lavare 
i peccati ; pochissimi però per questo fine, 
avendone poi altri e ben diversi. Intanto si 
rassodavano e crescevano i commerci , che 
Genova e Pisa, rivali poderose, invidiavano. Ve- 
nezia approfittò degli avvenimenti, ogni facilità 
procacciando al passaggio dei crociati, traen- 
done privilegi amplissimi, quartieri propri nelle 
città vinte, dove govemavansi colle proprie leggi, 
liberi da angherie. 

Gli stranieri movono accusa contro gli Ita- 
liani anche per quello risguarda le crociate, 
imprese che se hanno aspetto di poesia pel 
fine che si proponevano, in tempi ne' quali al 
raziocinio predominava l'immaginativa di po- 
poli ignoranti, non hanno punto sodezza di 
logica per lo intento che, difficilissimo a con- 
seguire, era impossibile il conservare. E, male 
ideate, fiirono assai peggio condotte talché non 
ebbero che effimere apparenze di esito felice, 
e parve che la Provvidenza le permettesse sol- 
tanto come una delle forze motrici del con- 



-6s- 

sorzio umano nella via degli avanzamenti per 
la civiltà. Le nostre tre maggiori repubbliche 
littorane Genova, Pisa, Venezia si accusano 
come quelle che non sentivano Teffervescenza 
della età, né religione o cavalleria le moves- 
sero, ma operassero per sottigliezza di specu- 
lazioni mercantili e usuraje esose taglieggias- 
sero i Crociati che aveano necessità dei navili 
loro. Noi non vorremo escusarle, anzi quel- 
l'accusa accettiamo, perchè le nostre tre re- 
pubbliche erano di mercadanti, in età nella 
quale si sentivano i commovimenti deìlo a- 
nimo, ma assai poco dominava la sicura po- 
tenza della ragione. E que' mercadanti avvi- 
sarono bene che difficilmente avrebbero avuto 
buon esito imprese di genti raunaticcie, che 
s'illudevano credendo che fosse il solo e vene- 
rando scopo di liberare il sepolcro di Cristo 
che li guidasse, mentre sotto, almeno dopo la 
prima crociata, c'era l'avarizia del possedere il 
dominio di territori lontani e che pareano do- 
vessero essere miracolosamente ricchi e acqui- 
stare potenza mondana. I mercadanti vollero 
far prò anche per loro di quella migrazione 
succedentesi di popoli, e lo fecero. Ma poiché 
la è una verità provata dalla storia passata 
non meno che dalla presente, potentissimo in- 



— 66 — 

flusso avere lo spirito dominatore di un secolo 
su tutti coloro che vivono in quel secolo, e 
chi vi si oppone è stolto, que' mercadanti, che 
in uno erano anche guerrieri, provarono an- 
ch'essi l'influsso del secolo. Potenti come e- 
rano di ricchezze, non lo erano meno per le 
forze marittime, e Dio pur avesse voluto che 
non ne avessero fatto sciupio a danni dei fra- 
telli, che r Italia potentissima e designata dalla 
sua naturale condizione ad esser signora di tre 
mari, non avrebbe subito quella diuturna e 
incessante serie di danni che la hanno tribo- 
lata. E qui è da notare che se altre nazioni, 
se la civiltà europea ebbero a vantaggiarsi 
dalle Crociate, Italia ne ebbe scapito gravis- 
simo. Fra le tre repubbliche che allora erano 
la vera parte italiana d'Italia, per le Crociate 
crebbero a dismisura le gelosie, quindi le ire, 
e i mari rosseggiarono di sangue fraterno. Non 
è del nostro compito il favellare degli altri 
danni recati alla patria nostra dalle Crociate 
che empirebbero molte pagine a chi impren- 
desse a narrarli. 

Parlando di quello spetta a Venezia, no- 
tiamo che Vitale Michiel preparò un' armata 
di assai legni (i) ; la capitanarono il vescovo 
(l) Dandolo, Tbos. lib. IX, cap X. 



-67- 

d'Olivolo, Arrigo Contarmi e Giovanni Michiel 
figlio del doge, e fu di valido soccorso alla 
prima Crociata. E perchè quelle sante imprese 
dovevano essere sempre lorde da colpe, Ve- 
neziani e Pisani in Rodi si bruttarono di sangue 
fraterno. Asseriscono i cronisti veneziani, che 
vinsero i primi, ed usarono generosamente 
della vittoria. 

Ordelafo Fallerò, doge dopo il Michiel, 
venne in ajuto con un'armata ai secondi cro- 
cesignati, ed ottenne privilegi in Tolemaide. 
Il Fallerò ebbe vita concitata e guerresca ; soc- 
corse l'impero bisantino contro i Normanni, e 
prese Brindisi. Cominciò al suo tempo la re- 
pubblica a provare i danni e l' invidia de' vi- 
cini, che aspettavano il momento nel quale 
erano occupati in guerre lontane per offendere 
rivali pericolosi. Furono assaliti dai Padovani 
e li vinsero; gli Ungheresi, che assalirono la 
Dalmazia, respinsero ; allargarono il dominio 
nelle terre slave. 

Ma in più alta impresa i Veneziani ebbero 
mano sotto al regno di Baldovino II di Ge- 
rusalemme. Capitanata da Domenico Michiel 
doge, la flotta Veneziana era uscita in mare a 
combattere gli emuli Genovesi. Superatili, sper- 



— es- 
però un'armata di Saraceni, il Doge volse le 
prore a Tolèmaide, e vi sbarcò, e recatosi ad 
adorare il Santo Sepolcro, vi fu ricevuto come 
trionfatore. Ivi fu messo il punto se dovesse 
cingersi d'assedio o Tiro od Ascalona, e rimesso 
il giudizio della scelta, come allora dicevasi, a 
Dio, si gettarono le sorti, e usci il nome di 
Tiro. I Veneziani erano mercadanti, e vollero 
statuire la divisione della città, e del bottino 
anche prima della battaglia ; ma erano anche 
guerrieri e acremente pugnarono. Lungo fu 
l'assedio, le discordie de' Cristiani crebbero le 
difficoltà. Poveri gli assedianti di vettovaglia, 
era scarsità di danaro, e il Doge Michiel fu 
costretto a battere una moneta di cuojo. I Ve- 
neziani stringevano la città dalla parte di mare, 
impedendo ogni soccorso, e questa del Michiel 
che era sapienza di capitano avveduto, ai Cro- 
ciati che di tale sapienza difettarono sempre, 
parve ignavia, e la rinfacciarono cogli insulti 
ai Veneziani, dicendo combattere essi da prodi, 
se avversa fosse fortuna non avere scampo, 
mentre i Veneziani che non scendevano dalle 
navi a pugnare, poter a ogni momento sal- 
pare le ancore, e tornare a casa sani e salvi, 
lasciandoli in balla degli infedeli. Era l' età di 
magnanimi ordinamenti; il Doge fa torre gli 



-69- 

attrezzi alle galee, li fa recare in mezzo al 
campo de* Crociati, e dice : 

« Io qur, se avversa , 

A noi volge fortuna, io qui depongo 
Ogni speme di scampo; il pegno é questo 
Della veneta fede. Or guerra voi 
Sol cogli uomini avrete; a noi più fieri 
Sovrasteran nemici, i venti e Tonde (1). > 

Q.ueste parole, narrate dai cronisti, noi 
abbiamo voluto recare come le tradusse Vit- 
tore Benzon, nobilissimo ingegno, involato da 
morte quando Tetà maturata prometteva che 
soli gli studii sarebbero stati la sua vita e la 
sua gloria. « 

Da questi fatti e dai susseguenti, si co- 
nosce come sia falsa l'accusa dell'aver i Vene- 
ziani mercanteggiato sulle crociate, e non com- 
battuto. E ai fatti si unisce il raziocinio. Era 
il secolo delle ardite imprese. Ebbe anche il 
Michieli a combattere cogli Ungheresi per la 
Dalmazia. Del suo ducato, è da notarsi un 
altro avvenimento di grandissima importanza. 
Calojanni, imperatore d'Oriente, male soppor- 
tando le imprese dei Crociati, con ogni arte 
gli avversava. Era furibondo contro a' Vene- 
ziani che li soccorrevano, e mosse a danni di 
(1) Benzon, Nella, cant. II, pag. 60. 



— 70 — 

loro; i Veneziani lo assalgono e lo vincono. 
Ecco rotto Tantico patto di osservanza; ecco 
il vassallo fatto uguale al signore. Si può ben 
confessare una mediata dipendenza antica, se 
l'indipendenza assoluta si acquista col sangue 
e con la vittoria. 

Non dimentichiamo gli avvenimenti in- 
terni della repubblica e della città accaduti in 
quest'epoca. Sotto Vitale Faliero la traslazione 
del corpo di san Nicolò vescovo di Mira, che 
fu tenuta come pubblica allegrezza dalla pietà 
dei padri nostri. 

Gli avvenimenti accaduti posteriormente 
devono dividersi in due parti distinte fra loro ; 
le cose d'Oriente, che finirono col conquisto 
di Costantinopoli ; le cose d'Occidente, ch'eb- 
bero termine colle franchigie delle città italiane. 

Volendo presentare un' idea chiara delle 
cause e degli effetti di questi avvenimenti, ab- 
biamo pensato di partire il resto di questa 
epoca. E prima parleremo dell'Oriente. I vas- 
salli avevano levato il capo, combattuto e 
vinto il santo impero, che accordò loro nuovi 
privilegi. Noi possediamo il crisoholo (i) ac- 

(1) Libri Pactorcm, Dell'Archivio di Venezia — Ma- 
rin, St. dbl Com. — Dand. iM Chron., Voi. XII. Rerum 
Italie. Scrip. 



— 71 — 

cordato da Manuele Commeno, quando chiamò 
i Veneziani in soccorso contro Guglielmo re 
di Sicilia, valoroso guerriero. Dettato col fasto 
orientale, è preghiera con parole di conces- 
sione e comando ; chiaro dimostra l'idea del- 
l' alto dominio, non dell' immediato ; accorda 
titoli e stipendii al doge, e al patriarca di 
Grado ogni ampiezza e libertà di commercio. 

Ma il mal animo delle due nazioni cre- 
sceva sempre, e lo si vide quando le due ar- 
mate si congiunsero insieme a Corfù, dove 
le ire non potendosi frenare, vennero alle mani, 
e fu sparso molto sangue. Felice fu poi l'im- 
presa contro a re Guglielmo, che i Veneziani 
temevano, perchè aveva potenza marittima ed 
incitava le ribellioni della Dalmazia. Più tardi 
si collegarono con lui contro ai Greci. 

Regnando Vitale Michele II, le male arti 
di Manuele Commeno fecero nuovamente pi- 
gliar l'armi contro l'impero. Fu visto il pro- 
digio di armare cento galee in cento giorni ; 
ogni galea aveva cento quaranta remiganti, 
non contando la soldatesca e gli uffiziali. E 
abbiamo detto prodigio, perchè forse nessuna 
potenza marittima de' nostri giorni potrebbe 
fare altrettanto. Causa della guerra, causa per 
altro apparente, era 1' aver negato soccorso a 



^7 • 



Manuele contro i Siciliani; causa vera, i pri- 
vilegi grandi accordati ai Pisani. Fu guerra in- 
felicissima pei Veneziani : i cronisti nostri di- 
cono, Manuele aver vinto appestando le acque 
dei pozzi ; i Greci, che i Veneziani furono 
presi da spavento all'accostarsi dell'armata loro. 
Probabilmente, né gli uni, né gli altri dicono 
intera la verità ; ma la verità é, che delle galee 
veneziane se ne salvarono appena diciassette ; 
che la sconfitta si fu intera. Vi perirono tutti 
i Giustiniani, nobilissima stirpe, che tutti, e 
vecchi e giovani, avevano prese le armi; non 
ne rimase che un solo, Nicolò, perché avea 
indossata la cocolla di monaco. Fu sciolto dal 
voto di castità, sposò Anna Michele figlia del 
doge ; n'ebbe prole numerosa : assicurata la 
famiglia, tornò al chiostro ; la moglie prese il 
velo ; morirono divisi, e furono levati all'onore 
degli altari. Così la prosapia illustre ebbe sus- 
sistenza, e l'ha. 

Vinti i Veneziani domandarono pace. La 
accordò Manuele a duri patti. Ma per quei po- 
poli che sanno cedere, che non s'illudono di vane 
chimere, che aspettano la maturità dei tempi, il 
favore delle circostante, che le speran:(e pròprie 
a se medesimi soli confidano, è sicure^a che 



— 73 — 

giunge il tempo di rifarsi. Covava nell' a- 
nimo dei Vene:(iani Tastio contro ai Greci, e 
arrivò a tale, che fu proibito da una legge 
portar barba a foggia dei Greci. Piccolo fatte- 
rello, che i cronisti raccontano ; di que' piccoli 
fatterelli trascurati dagli storici de* tempi pas- 
sati, non dagli storici contemporanei, i quali 
da' fatterelli traggono grandi induzioni, diluci- 
dazioni amplissime alla storia. La proibizione 
della barba alla greca dimostra patentemente 
che non si voleva neppure rassomigliare ai 
Greci. 

La disfatta avvenuta irritò il popolo, e lo 
commosse a tale che fu ucciso il doge Vitale 
Michiel. Nei ducati di Pietro Ziani e di Orso 
Mastropiero, nulla si operò contro i Greci, 
anzi si aiutarono ; ma l'ora della vendetta 
scoccò, quando, vecchio d'anni, ma giovane di 
coraggio e per senno maturo, Arrigo Dandolo 
sali al trono ducale. Egli è uno di que' colossi 
che sorpassano nell'altezza il comune degli 
uomini, e che di se lasciano tale un'orma che 
fa stupire le generazioni. Odiatore dei Greci 
che l'avevano offeso anche nella persona, quando 
ambasciatore fu quasi abbacinato contro al di- 
ritto delle genti, seppe cogliere il destro di 
vendicare sé e lo Stato. 



-74- 

La stona è una voce solenne che le pas- 
sioni umane gridando forte ricuoprono: tal- 
volta le grida non suonano per un anno, non 
per una generazione od un secolo ; la storia 
talvolta è ingannata da queste grida. Ma viene 
l'ora in cui lo schiamazzo delle passioni si 
acqueta; se la storia fu ingannata si sganna, 
ammira il colosso ; pure esaminando le sue 
azioni, non tace il vero. Arrigo Dandolo fu il 
più grande uomo del suo secolo, ma il con- 
quisto di Costantinopoli è una di quelle grandi 
colpe delle quali sola ultrice è la storia. 

Di questo avvenimento oltre ai cronisti 
veneziani, alle storie raccolte dal Ramusio, alla 
narrazione di Andrea Morosini, possediamo due 
storici stranieri che furono contemporanei , 
anzi attori importanti dell'avvenimento. Niceta 
Coniate, senatore bisantino, segretario dell'aula 
imperiale scrisse come uomo, che vide la ro- 
vina della sua patria, della famiglia; che assi- 
stette agli orrori, ai vituperii dei vincitori cri- 
stiani crocesignati, che giunsero a mutare il 
te-npio del Signore in postribolo ; che avvinaz- 
zati, bestemmiando, giocavano a' dadi la preda 
sull'altare santo,; che distruggevano i monu- 
menti illustri barbaramente; crudelmente non 
rispettavano le infermità della vecchiaia, il pu- 



-75- 

dore delle vergini consacrate, tutto concedendo 
alla libidine della vittoria. Gotifredo de Villar- 
duino, maresciallo della Sciampagna, uno dei 
capi dei vincitori, scrisse con franchezza, ma 
perdonò di troppo ai suoi. L' uno e V altro 
ftiettendo nel crogiuolo, schiumandone il so- 
verchio del dolore in uno, della baldanza nel- 
l'altro, sorge facilmente la verità. Un buon mo- 
naco svizzero Guntero scriveva la sua cronaca, 
che il potente, ma spesso troppo scettico Gib- 
bon mette in deriso, sotto del suo abate Martino 
de Litz, il quale come la più parte degli ec- 
clesiastici, e lo stesso Papa Innocenzo III av- 
versavano le due imprese di Zara e Costanti- 
nopoli. Pure anche questa cronaca giova alla 
storia, come le giovano documenti altri venuti 
in luce in Germania. 

Non furono principi regnanti sopra vasto 
impero che nel 1202 prendessero la croce per 
liberare Terrasanta, ma ricchi e potenti feuda- 
tari. Pensano lasciare la patria, e raccolte molte 
ricchezze, spediscono legati a Venezia per con- 
trattare il passaggio sul navile veneziano. En- 
rico Dandolo doge e i governanti trattano l'ar- 
gomento grave, ma lo sottomettono alla sanzione 
del popolo che volonteroso accetta la proposta. 
Per Tanno seguente il navile sarà pronto : il 



-76- 

pontefice benedice la impresa. Cavalieri ita- 
liani capitanati da Bonifazio Marchese di Mon- 
ferrato, al tempo stabilito, ^ uniscono in Ve- 
nezia a cavalieri oltramontani. 

Ma sorge una difficoltà : una parte del 
prezzo pattovito doveva solversi prima di sal- 
pare da Venezia, e il danaro manca. Con acuto 
accorgimento il Dandolo propone ai crocesi- 
gnati, a sconto di prezzo, che soccorrano la 
repubblica, domando Zara che si era ribellata 
nuovamente, per darsi al re d'Ungheria. In tale 
anfratto la più parte di loro consente, tanto 
più che non era da dilungarsi molto dal cam- 
mino per la impresa di Zara. Altri dissentono 
dicendo non essere questo lo scopo al quale 
avevano consacrato sangue ed averi. Paghereb- 
bero tutto finita l'impresa. Il Dandolo insiste 
il papa scomunica i Veneziani, ma Zara è ri- 
presa e messa a sacco. 

Intanto un gran dramma si era compiuto 
nel crollante impero d'Oriente, e il gran de- 
litto di Costantino cominciava ad avere 1' ora 
della punizione. Nazioni barbare prevalenti lo cir- 
condavano allo estemo ; nello interno continue 
le discordie, strapotente l'audacia del clero greco, 
le disquisizioni teologiche campo pella guerra 
civile, effeminata e piena di lusso inutile la 



-77- 

corte, milizie straniere chiamate a difesa dei 
Cesari, più che contro nemici stranieri, contro 
propri sudditi, il popolo avvilito e senza amore 
di patria. E chi amava la patria non aveva capo 
degno che lo guidasse. Cosi Costantinopoli, 
nella quale si era ristretto il nerbo dell' impero, 
non era punto impresa difficile il conquistarla 
per guerrieri robusti. 

Reggeva V impero Isacco Angelo : fu spo- 
destato, abbacinato, cacciato in carcere dal fra- 
tello Alessio. Un figlio di Isacco, anch' egli 
di nome Alessio viene in Zara, e si presenta 
ai crociati implorando quel soccorso che in- 
damo aveva chiesto al papa e ai regnanti. Fu 
larghissimo promettitore di aiuti per la impresa 
di Terrasanta ; promise sottomettere la chiesa 
greca alla latina. Nei crociati dubbio era il 
consiglio dello accettare o no, la impresa. Il 
Dandolo più che ottuagenario, ma .rinverdito 
nella forza fisica aveva maturi e sottili gli av- 
vedimenti. Si accettarono i patti dai più dei 
guerrieri, altri tornarono a casa, altri si volsero 
a Terrasanta ; e nuovi fulmini dal Vaticano. Il 
navile dirizza le prore verso Costantinopoli ; i 
crociati con valore grande, Arrigo con valore 
grandissimo assalgono la città, vastissima, mu- 
nita, gremita di popolo. Ma era popolo discorde. 



-78- 

disunito dalle fazioni, anneghittito dal lus 
dai vizi. Un pugno di venturieri, unanimi 
durati nelle fatiche, pieni di coraggio, ce 
denti nel valore e nella prudenza dei capi, v 
un popolo, spezza i ceppi d'Isacco, e col fi 
lo rimette sul trono. Guai a quel popolo, 
che credette potersi difendere diviso qual 
senza possedere quella forza che sprezza i 
ricoli, quella annegazione che antepone a 1 
materiali il bene grande e vero di un re^ 
mento operoso I E dopo guai a lui, che 
tese assalire non misurando cogli avversar; 
forza e la volontà propria. 

Vecchio e cieco, ad Isacco venne re 
tuito il trono. Ha nome d'imperatore, ma il v 
sovrano è Alessio. Questi diffidando dei suoi, 
ga una parte del prezzo del ricuperato domi 
ai Crociati, che per prezzo d'oro avevano n 
canteggiato se stessi. Mente pusilla, Ales 
non trova il modo di saldare la mercede p 
tuita per allontanare al più presto codesti m 
cenarii liberatori, anzi li blandisce colle preghi^ 
pregandoli a restare ancora, per prezzo, in { 
difesa. E questo cresce l'odio dei sudditi, e 
approfitta Alessio Duca, detto il Murzuflo ] 
le grandi incrocicchiate sopracciglia che av 
Succede una lotta in Costantinopoli fra Cr 



-79- 

ciati, Greci e Saraceni, soldatesche a servizio dei 
Greci; nella notte susseguita l'incendio. Alessio, 
istigato dal Murzuflo, muta stile coi Latini, e 
li tratta con orgoglio ; quindi resta senza aiuto 
e cade ucciso dal Murzuflo, che si corona im- 
peratore. I Latini vogliono credersi offesi: si 
preparano ad un secondo assalto, non più soc- 
corritori d'alcuno, ma per solo vantaggio pro- 
prio. Soscrivono un turpe patto fra loro, pel 
quale designano, anche prima di ottenere la 
preda, la divisione della preda stessa. Patto 
turpe, mettere nella bilancia un popolo che non 
gli aveva offesi; che se era colpevole, non lo 
era contro di loro, metterlo nella bilancia e 
spartirselo come pecore al mercato ! 

Delle due parti che soscrissero questo con- 
tratto di spartizione anticipata di quello che 
ancor non si possedeva, V una, i Francesi, non 
avevano la menoma ragione d'essere offesi dai 
Greci, i Veneziani altra ragione non avevano 
d'esserlo in quel momento ; né gli uni, né gli 
altri avevano diritto di sorta alcuna sulla preda. 
I Crociati vinsero ; ebbero la preda, se la spar- 
tirono ; r impresa fu benedetta dal pontefice, 
e la vittoria parve atto di giustizia. Ma la sto- 
ria sopravvive ai popoli, e non perdona i delitti 
giammai. Conseguenze di questo patto furono 



— So- 
le nequizie che V hanno accompagnato. É da 
compiangersi la disunione del popolo bisan- 
tino ; da disprezzarsi il vergognoso abbandono 
4ei capi che non seppero anzi morire che ce- 
dere; ma la storia è giusta; almeno nei Cro- 
ciati ha da lodare valore immenso, coraggio 
insuperato. Il patto era turpe ; ma perchè avesse 
compimento era d' uopo sanzionarlo col san- 
gue; bisognava vincere, mettendo al paragone 
le poche vite dei Latini colle molte de' Greci; 
e il Dandolo era ottuagenario, povero nella 
luce degli occhi, ma veggente col pensiero, 
ma ardito, che poi moriva per causa delle fe- 
rite. La storia s' inchina innanzi al Dandolo, 
ma per questo non perdona alla turpezza del 
patto ; ammira quella vittoria, ma non può, ne 
deve lodarla. La divisione della preda fu fatta ; 
chi ebbe più acuto giudizio, ebbe la parte che 
meglio conveniva a* propri interessi, e se il 
Dandolo fu sommo capitano, fu anche spertis- 
simo negoziatore. Non chiese vastità di terri- 
tori, non qualità di terreni ubertosi, non nu- 
mero ingente di sudditi, sibbene una linea di 
possessi che dalle isole Jonie, costeggiava e 
dominava tutto il mare fino alla Propontide ; 
ebbe tutti gli scali del commercio facili a cu- 
stodirsi, perchè terre in riva al mare. Mancava, 



— 8i — 

per avere intera signorìa del mare, V isola di 
Candia, fu comperata dal Marchese Bonifazio 
di Monferrato a prezzo d* oro. E Foro non di- 
fettava, per la metà del bottino e i crediti pa- 
gati del passaggio dei crocesignati, ed anche il 
pagamento del credito che professavasi verso 
Alessio. Nulla fu dimenticato. In Costantino- 
poli quartieri indipendenti dal governo impe- 
riale, governati a modo e colle leggi di Ve- 
nezia ; specie di colonia reggentesi di per sé, 
alla quale la sovranità dell'imperatore non co- 
mandava, ed era soggetta alla repubblica. Che 
il Dandolo medesimo ricusasse la dignità im- 
periale, è favola careggiata da pittori e poeti. 
Fu Pantal'eone Barbo che nel consesso degli 
elettori la ricusava per lui, non consentendo 
che un cittadino divenisse sovrano. I Veneziani 
ebbero per loro la elezione del patriarca: su- 
prema dignità ecclesiatica. Baldovino di Fiandra 
fu imperatore, cioè ebbe titolo d'imperatore, 
perchè quasi tutta l'Asia era ancora de' Greci, 
divisa in diverse sovranità ; un quarto e mezzo 
dell' impero lo avevano i Veneziani : gran parte 
del rimanente era di feudatari orgogliosi e po- 
tenti ; quindi ebbe corta vita il nuovo impero. 
Il pontefice si rabbonì, perchè vedeva tolto di 
mezzo lo scisma colla nuova signoria di cat- 

6 



— 82 — 

telici, che credette sicura, ribenedisse gli sco- 
municati ; ma incollerì di nuovo per la -ele- 
zione di Tommaso Morosini in patriarca , 
volendo serbata a se solo la elezione. Vi ebbe 
una transazione e fu eletto da lui V eletto dai 
Veneziani. Egli però ebbe nuove contese per 
la giurisdizione ecclesiastica. 

Ora è da volgersi retro lo sguardo da 
esaminare le cose d'Italia. 

Regnando il Polani, si registra la volon- 
taria dedizione della città di Fano, e guerra 
coronata dalla vittoria contro Ravennati e Pesa- 
resi che vi si opponevano. Poi guerra fortunata 
contro i Padovani. I primi offendevano lo Stato, 
essendo popoli in riva all'Adriatico; gli altri 
erano vicini inquieti ed invidiosi. Nella guerra 
coi Padovani si nota avere la repubblica ve- 
neta assoldate soldatesche forastiere, la qual 
cosa ebbe luogo anche dopo; venne dalla ne- 
cessità per mancanza di cavalleria, e pel doversi 
combattere popolo mediterraneo che ne aveva. 

Le guerre orientali di Domenico Morosini 
non impedirono guerre cogli Anconetani, altro 
popolo in riva dell'Adriatico che fu vinto, e la 
ricuperazione dell' Istria. Guerra v' ebbe cogli 
Adriesi, sotto Vitale Michele ; guerra con Ul- 
rico patriarca d' Aquile j a. Fu vinto e cattivo ; 



-83- 

se gli impose tale un tributo che mostra il se- 
colo : un bue, dodici porci ogni anno, ricor- 
danza del patriarca e de' suoi canonici; il riceverlo 
fu festa pubblica, che, mutata poi nella forma, 
durò sino al termine della repubblica, celebrata 
nel giovedì grasso. La repubblica, già fatta po- 
tente, vide la necessità di prendere qualche parte 
nella politica italiana contro a Federigo di Ho- 
henstaufen, detto il Barbarossa, che misera- 
mente trattava il nostro paese. Soscrisse il patto 
di Pontida; soccorse colle armi la lega lom- 
barda; la soccorse co' tesori. Non fu estranea 
alla battaglia di Legnano e alla vendetta dei 
Milanesi; parteggiò per Alessandro IIL Qui la 
storia fu lungamente mascherata sotto il ve- 
lame strano delle tradizioni, che essendo poe- 
tiche, piacquero, e si tennero tutte intere per 
verità. La fuga di Alessandro III nelle lagune ; 
il serenare di lui, povero e travestito, sotto il 
portico di Santo Apollinare; il suo prestarsi 
all' ufficio di cuoco nel monastero della Carità ; 
l'avvenutone riconoscimento, la battaglia di 
Salbore, la vittoria sopra un figlio di Federigo, 
l'ambizione dello stesso Federigo, l'alterigia del 
pontefice che lo conculcò sotto ai piedi, sono 
cose piene di poesia ; ma che nessuno può 
più credere dopo che Angelo Zon illustre amico 



-84- 

nostro troppo presto rapito agli studi, dimostrò 
con evidenza la verità (i). La verità è che 
Alessandro e il Barbarossa convennero in Ve- 
nezia; che furono accolti ambidue splendissi- 
mamente ; che soscrissero le tregue foriere della 
pace di Costanza, e che il papa largheggiò a' 
Veneziani indulgenze ed onorificenze. 

In quest'epoca, la repubblica saliva a tanta 
altezza, da potersi dire che, temuta e rispet- 
tata, aveva autorità ed influiva nelle sorti del 
genere umano. L'ombra dell'antica osservanza 
verso r impero d'Oriente era sparita coll'awe- 
nuta distruzione dell' impero stesso ; anzi i ne- 
poti di coloro che usavano i titoli d' ipato, di 
protosebaste, di protovestiario, intitolarono il capo 
della veneta repubblica doge di Venezia, Dalma- 
zia, Croazia, signore (dominus) di un quarto e 
mezzo dell' impero di Romania. Né dovevan poi 
gli ordinamenti antichi dell' interna politica così 
durare come erano per l'addietro, mentre a tanta 
diversità di politica estema dovea corrispondere 
l'analogia della intema politica. Il govemo di 
Venezia, era un governo che (come osserva il 
Foscarini (2) sapientemente) non ebbe legisla- 

(1) Zon, presso Cicogna,' IscBiz. ybnbz. voi. IV pa- 
gina 574. 

(2) Lbttbrat. vbnez. 



-Ss- 

tore, perchè non venne mai dominato assolu- 
tamente dal potere di un solo. Né era neces- 
sità di legislatore e di diritto scritto dove il 
governo potea dirsi un fatto che andò lenta- 
mente compiendosi. Male si appone al vero 
chiunque creda potersi nella storia procedere 
sempre con sicure testimonianze, doversi i fatti 
assoggettare ad un ordinamento prestabilito, ed 
in ispecie allorquando si tratta degli avveni- 
menti di tempi incerti ed oscuri. Abbiamo ve- 
duto che r intemo ordinamento dello Stato di 
per se solo si trovò come costituito nelle due 
autorità, maggiorenti e popolo, le quali, unite 
formavano la podestà suprema. Abbiamo ve- 
duto la podestà suprema consegnata ad un 
principe elettivo ; moderata talvolta, sebbene 
irregolarmente, dalle due autorità e più spesso 
dalle concitate passioni del popolo. Abbiamo 
visto poi moderata regolarmente l'autorità del 
principe; prima togliendo il pericolo che si fa- 
cesse ereditaria, poi mettendogli ai fianchi due 
consiglieri, poi togliendogli l'autorità giudiziaria. 
Ma tutto ciò non venne da ordinamenti pre- 
stabiliti, Venezia non ne ebbe mai, e manchiamo 
di documenti ordinati e sicuri. Conosciamo prin- 
cipalmente tutte quelle mutazioni apparire dalle 
formule di legalità data agli atti pubblici, dalle 



— 86 — 

quali apparisce la divisione degli ordini (ma- 
jores, mediocres, tninores) il doge col suo mi- 
nore consiglio {suo minori Consilio), e sempre 
la confermazione del popolo (coìlaudatione pò- 
puh Venetiarum). Ed il comune di Venezia lo ve- 
diamo cosi chiamato da- principi stranieri coi 
quali si trattava, dagli altri comuni d' Italia te- 
nuto come vera sovranità. Non paja strano 
al lettore, se ritorniamo a quello che si è detto 
sopra, ma sono verità cardinali da non ripetersi 
abbastanza. 

Dalle quali verità ne sorge un' altra, ed 
è, che i mutamenti della costituzione nacquero 
di per sé soli col mutare le circostanze cosi dell'e- 
sterna come dell' interna politica. Non recarono 
violenti scosse, perchè non mutarono le forme 
esteriori del governo; e se col progresso del 
tempo le forme, gradite e riverite dalla molti- 
tudine, ebbero anche mutamento esteriore, ciò 
avvenne sempre lentamente, e quando la mol- 
titudine s'era abituata all' intrinseco del muta- 
mento, e quando ne conobbe la necessità. Cosi 
la lotta dell' autorità dei maggiorenti coll'auto- 
rità del popolo procedette queta, lenta; e se 
l'autorità dei maggiorenti ottenne la vittoria, 
il popolo non se ne sdegnò che una sola volta 
quando il Marino Bocconio ordì una trama che 



-87- 

sarà a suo tempo dichiarata. Cosi il governo 
aristocratico si rassodò, e prevalse: governo 
durabile, perchè governo essenzialmente con- 
servatore ; sia che governi da sé solo, e meglio 
se entri siccome elemento di conservazione nel- 
r equa distribuzione dei poteri e nella econo- 
mia civile delle nazioni. Belle pagine e gene- 
rose offrono alla storia le democrazie, ma pa- 
gine piene di errori e di colpe. Fino a che 
l'elemento popolare prevalse in Venezia, ab- 
biamo vedute continue riotte ; dei primi dogi, 
anche se ottimi, la maggior parte o finirono 
di morte violenta, o furono abbacinati, o messi 
a confine, o cacciati in un monastero per fu- 
rore di popolo. 

Le sconfitte che i Veneziani ebbero dai 
Greci sotto al Ducato di Vitale II Michel, 
furono causa d'una sollevazione del popolo. 
Ormai i tempi erano maturi ; una forte scossa 
intema poteva essere mortale allo Stato; si 
conobbe necessario antivenirla pel fiituro. L'au- 
torità del Doge fii ristretta, limitata l'autorità 
del popolo universo. Si statui di eleggere ogni 
anno un consiglio di quattrocentottanta cittadini 
di ogni ordine, tratti ottanta per ognuno dei sei 
sestieri della città. E questo consiglio, detto 
maggiore (major consilium), ebbe le autorità del 



— 88 — 

popolo universo; ma quando si trattava di ar- 
gomenti importanti, diveniva ancora necessaria 
la collaudazione del popolo universo ; (coUauda- 
tione popuìi Venetiarum). Si accrebbero in se- 
guito i consiglieri al doge; di due, fatti sei, 
uno per ogni sestiere, formarono il consiglio 
minore (minor ^ consilium). I pregadi (rogati) 
erano una consulta, che il doge ascoltava, ma 
non regolarmente ; si elesse un consiglio di 
quaranta, che duravano a tempo, eletti dal 
maggior consiglio, ed ebbero autorità giudi- 
diziarie e politiche. Poi l'autorità di quel con- 
siglio fu stretta al giudizio dei delitti ; ebbe 
nome di quarantta criminale. Ma siccome le 
antiche forme non solevansi mutare , cre- 
sciuta l'autorità dei pregadi, e delegato ai pre- 
gadi il potere per fatto, non per diritto, il con- 
siglio de' quaranta ebbe sempre parte nelle 
transazioni politiche ed economiche che furono 
assoggettate ai pregadi del quale era punto in- 
tegrante, duesti mutamenti non constano da 
leggi scritte, ma dalla testimonianza dei cro- 
nisti, da documenti che gli accennano esistenti; 
constano dalla sicura testimonianza di uno sto- 
rico contemporaneo , Gotifredo Villarduino , 
quando narra il modo onde si procedette nella 
negoziazione della crociata. La quale il doge 



-89- 

intavolò, poi presentò al minor consiglio ed a 
quello dei quaranta, quindi al consiglio mag- 
giore. E non ebbe validità, se non quando ot- 
tenne la sanzione del popolo universo radu- 
nato nella basilica di san Marco. 

Siccome non sono scritte le leggi costi- 
tuzionali di Venezia, cosi non sappiamo vera- 
mente con quali forme si eleggessero la prima 
volta i quattrocento ottanta, che formavano il 
maggior consiglio. Secondo il Muazzo, la sen- 
tenza più probabile si è, che i consiglieri del 
doge insieme ad altri uomini notabili sceglies- 
sero due elettori per sestiere, e che dai dodici 
elettori si scegliessero i membri del maggior 
consiglio. Poi gli elettori annui furono scelti dal 
maggior consiglio medesimo. Si riformò la ele- 
zione del doge, e fu tolta al popolo. Si statuì che 
da quind' innanzi il doge sarebbe eletto da undici 
elettori, e la scelta degli elettori fosse del mag- 
gior consiglio. Il popolo che acconsenti alla 
riformazione che minorava la sua preponderanza 
nel reggimento del comune, questa, che lo spo- 
gliava del diritto di scegliere, non volle ac- 
consentirla. Tumultuò, ma si acquetava ; quando 
si venne ad uno spediente, e fu, che si bene 
il doge fosse eletto da undici elettori, ma co- 
lui che gli elettori designavano come principe 



-90- 

fosse presentato al popolo, e la scelta non 
fosse valida, se non venisse approvata dal po- 
polo. Vedremo come mutata nell' intrinseco, 
ridotta pura formalità, restasse fino al ter- 
minare della repubblica la memoria di così 
fatta usanza. E fii statuito, che, al doge appro- 
vato, il popolo giurasse fedeltà. D primo doge 
così eletto fu Sebastiano Ziani, uomo ricchis- 
simo, che dopo la sua elezione largheggiò de- 
nari col popolo ; usanza imitata da tutti i suoi 
successori. Diminuita l'autorità del doge, se 
gli accrebbe lo splendore ; non si concesse che 
uscisse in pubblico senza 1' accompagnamento 
di uomini cospicui, ed ebbe ogni apparenza di 
sovranità. 

Queste riforme ebbero lo scopo di rasso- 
dare il governo in un* epoca nella quale, 
alla grandezza e potenza estema, dovea ri- 
spondere la saldezza degli ordinamenti intemi, 
affinchè non potesse un tumulto popolare met- 
tere a grave rischio le Stato ; e meno ancora 
potessero prevalere la forza, la ricchezza, le 
astuzie di un solo, né la signorìa si mutasse 
in govemo assoluto. D popolo non era escluso 
dal maggior consiglio, la sua sanzione era gua- 
rentigia delle buone qualità del principe ap- 
provato da esso ; né gli elettori osavano prò- 



— 91 — 

porre al principato tale uomo, che non godesse 
il favore del popolo. Cosi avvenne, e, tranne 
Marino Falier, condannato nel capo, perchè 
congiurò contro lo Stato, nessun altro doge 
morì da morte violenta, dopo Vitale Mi- 
chele II. 



CAPITOLO VII 



EPOCA V — DALLA PRESA SINO ALLA PERDITA 

DI COSTANTINOPOLI RECUPERATO DAI GRECI 

(Dall' anno di C. 1204 al 1259) 



Coli' epoca IV chiudesi l'epoca eroica dei 
Veneziani; per epoca eroica intendendo un'epoca 
nella quale gli uomini compiono alti fatti mossi 
più dal sentimento dell'animo, che dal freddo 
calcolo della politica, nella quale la civiltà gio- 
vane non concede sempre documenti sui quali 
fondare la certezza storica. Nei tempi eroici i 



-92- 

popoli non sono ancora sottratti dal giogo del- 
Tamore pel maraviglioso. Le tradizioni vengono 
oscurate da questo amore. Ma dall'epoca, della 
^ quale ora accenniamo gli avvenimenti principali, 
cominciano i documenti ad abbondare ; i cro- 
nisti sono contemporanei ; la storia non ha 
solamente da fabbricar conghietture, si trova 
nella pienezza del suo uffizio ; esaminare, cioè, 
per certificarne le autorità, i documenti, e dal- 
l' involucro delle forme trame il succo; sot- 
toporre i cronisti a severo sindacato per isce- 
verare le passioni, che non li scompagnano 
nella narrazione, per trarre le generalità delle 
vedute loro, che assai spesso non s'allargano 
sopra più vasto orizzonte che quello del luogo 
ove nacquero. 

Il ducato di Pietro Ziani fu uno di quei tempi 
felici dei principati e dei popoli, quando dopo un 
gran trionfo avviene che si riposa e si gode 
il frutto delle vittorie e dei trionfi. Consolidare 
le conquiste in Oriente con savi ordinamenti, 
trarne profitto per lo allargamemo dei com- 
merci e per lo spaccio delle industrie, furono 
le prime cure della repubblica. Il feudalismo 
opprimeva il genere umano ; il feudalismo, 
allora necessità dei potenti per mantenersi. 
I Veneziani gelosi delle franchigie loro 



-93- 

nell' intemo della repubblica, furono costretti 
di ricorrere al feudalismo per conservare molte 
terre conquistate. 

Ebbero per altro Tacume di non lar- 
gheggiare nell'ampiezza dei feudi, per evitare 
il pericolo che i vassalli potessero alzare la 
bandiera contro i signori. Alcuni del maggio- 
renti si ebbero de* feudi, i duerini T isola di 
Stampalia, i Sanudo quella di Nasso, e ne eb- 
bero anche stranieri. Adrianopoli fu di Teo- 
doro Brana ; Negroponte di Robano dalle Car- 
ceri ; altri s'ebbero altre terre, e fino un greco, 
Michele Comneno, la regione fra Durazzo e 
Lepanto. Erano vassalli ligi ; pagavano tributo ; 
cantavano nelle chiese le lodi del doge ; pre- 
stavano sagramento di fedeltà ed aiuti in caso 
di guerra. Niun commercio potevano fare che 
coi Veneziani ; nelle terre infeudate, i Vene- 
ziani erano indipendenti dalla giurisdizione dei 
feudatari, e si governavano da per sé soli. Per 
tal guisa si otteneva il duplice intento : di do- 
minare, e non avere le fatiche e le cure del 
dominio. £ siccome la maggior porzione di 
quella parte dell* impero ch'era dei Veneziani 
si stendeva lungo le rive del mare, nel caso che 
i feudatari avessero recalcitrato contro gli or- 
dini dei dominatori, tornava facilissimo il con- 



-94- 

tenerli, le armate venete scorrendo sempre 
quei mari. 

In Costantinopoli poi la cosa era diversa. 
Ivi erano accorsi assai cittadini di Venezia, e 
tu statuita una costituzione analoga a quella della 
capitale per la parte della città, ch'era indipen- 
dente dagli imperatori francesi. Dipendente da 
Venezia, come in Venezia v'erano maggiorenti 
e fu un consiglio maggiore, ed era necessaria 
la sanzione di tutti pegli atti pubblici. Il primo 
podestà, Marino Zeno, l'avevano eletto da se 
soli ; gli altri furono spediti da Venezia, come 
in Venezia era eletto il patriarca. 

V erano magistrati come in Venezia ; 
leggi civili si adottarono quelle adottate dagli 
imperatori francesi, cioè a dire, le assise del 
regno di Gerusalemme ; leggi nautiche, quelle 
harceìlonesi dette consolato di mare ; nelle ver- 
tenze tra Veneziani e Francesi, i giudici erano 
tratti dalle due nazioni. 

Non può qui ommettersi di notare, che 
Tommaso Temanza, ingegnere ed architetto 
storico, uomo di molto merito, ma non sem- 
pre esattissimo nella storia, trovò in una cro- 
naca da lui citata (i), che il doge Ziani ab- 

(1) Temanza, Antica pianta di vembzia a p. 4>. 



-95 - 

bia proposto di trasportare la sede del governo 
veneziano in Costantinopoli, e che Angelo 
Falier, procuratore di san Marco, se gli sia 
opposto. Anzi il cronista porta le due aringhe 
dette dai due oratori ; una dimostrando il 
vantaggio di abbandonare le isole della laguna 
recando il governo nel centro delle terre con- 
quistate, Taltra opponendo la carità della pa- 
tria, le antiche memorie, la sicurezza de* luoghi, 
l'utilità dei commerci. Ed il cronista segue di- 
cendo, che poco mancò che il partito dello 
Ziani non fosse coronato dai suffragi del mag- 
gior consiglio. La storia non ha fondamenti 
sicuri per credere questa narrazione, e la ri- 
cusa. Ma certo è che le due aringhe sono di rara 
bellezza e piene di calda eloquenza. 

Restav% Candia da ordinare. Era isola 
troppo ampia da concedere ad un feudatario 
solo ; era popolatissima, ed abitata da uomini 
greci di nazione per religione e tendenze bi- 
santini, nemici della nuova signoria. I Geno- 
vesi avevano cercato di comperarla dal mar- 
chese di Monferrato, e la bramavano per loro. 
Incitarono ed ajutarono un Arrigo conte di 
Malta, ma l'impresa andò a vuoto. 

Gli abitanti dell' isola si sollevarono, 
e si dovette pensare ad assicurarla dai pe- 



-96- 

ricoli estemi, come dagli interiori. Anche in 
questo s'imitarono i Romani, e vi si spedì una 
colonia. Fu colonia feudale e militare de' ca- 
valieri tratti dai maggiorenti, dei fanti tratti 
dal popolo. Non perdevano il diritto di citta- 
dini veneziani ; tornando lo avevano come per 
lo addietro. Si rispettò il ceto nobile del paescf 
e lo si fece partecipe del reggimento; si ri- 
spettò un'antica colonia di Saraceni ivi stabilita. 
L' isola si governava di per sé sola per quello 
che spettava al reggimento interiore. Capo del 
governo era un governatore, chiamato duca, 
eletto dal maggior consiglio [di Venezia, sic- 
come due consiglieri, che col duca aveano la 
somma del governo, ed eletti in Venezia i 
capi delle milizie. Gli altri magistrati gli eleg- 
geva il maggior consiglio di Caj^dia. Ebbero 
libertà e protezione uguale le due religioni 
latina e greca ; furono patroni san Marco di 
Venezia, e san Tito di Candia. La diversità 
della religione non portava differenza nei di- 
ritti civili. Q.uesta costituzione però non po- 
teva identificare uomini diversi di origine, di 
religione, abitudini tendenze politiche, e Can- 
dia spesso levò lo stendardo della ribellione. 
Per domarla vi si dedussero nuove colonie. 
Ma come dimostrava Agostino Thierry, i popoli 



-97 — 

non si identificano e si fondono insieme che per 
la jorxa delia civiltà, quando le lingue si amal- 
gamano in una sola lingua con poche diversità 
di favella, quando la equa distribu:(ione dei po- 
teri giunge a distruggere col lasso dei secoli, 
quella gran divisione di vincitori e di vinti. 

Sotto al ducato di Pietro Ziani v' ebbe 
una guerra singolare. Soleva celebrarsi in Tre- 
vigi una festa detta del castello d'amore. Le più 
belle e nobili donne e donzelle dei paesi vicini 
convenivano a Trevigi, e colle Trevigiane di- 
fendevano un castello di legname «assalito dal 
fior dei giovani dei vicini comuni. Non ba- 
liste ed argani, né altro ingegno di guerra, 
ma erano armi i fiori, le finitta, i profumi, le 
confetture ed ogni gentile squisitezza del lusso ; 
e più, la beltà e cortesia ; le difenditrici a co- 
loro s'arrendevano che meglio sapevano blan- 
dirne r animo. I giovani, divisi in drappelli 
secondo le città dalle quali venivano, alzavano 
il vessillo del comune loro. Dopo la batta- 
glia, feste e baldorie. Vinsero i Veneziani ; e 
qualche cronista dice, i Veneziani avere usato 
Toro per vincere. Noi lascianio la verità a suo 
luogo per onore del sesso gentile. 

I Padovani sdegnati strapparono all' al- 
fiere veneziano il gonfalone del nostro co- 

7 



-98- 

mime, e l'ebbero lacerato e pesto nel fango. 
Q.uindi guerra ; il patriarca d'Aquile] a istigava 
e ajutava i Padovani. Si bandirono le rappre- 
saglie, barbara usanza del medio evo, per la 
quale nulla era sacro che fosse dei nemici. 
Si pugnò la più strana battaglia che forse la 
storia abbia narrato. Accampati i Padovani coi 
collegati loro sul margine della laguna dove 
il terreno si avvalla acquitrinoso, coperto dalle 
maree straordinarie ; una fortuna di scilocco 
ostinata infuriava. I Veneziani ne approfitta- 
rono, e levatasi la marea a cuoprire il ter- 
reno, mandarono un'armatetta di barche sot- 
tili a combattere cavalli e cavalieri. Dopo la 
vittoria, si venne agli accordi, e s' ebbe pace 
coi vicini 'di Padova e Treviso. I Padovani 
dovettero cQnsegnare Jacopo di Sant' Andrea, 
del quale l'Alighieri ha fatto eterno il nome 
cacciandolo nello inferno, e venticinque che 
furono dell'insulto di Trevigi od autori o com- 
plici. E i Veneziani h rimandarono alle case 
loro senza riscatti. 

V'ebbe anche una guerra e una pace coi 
Genovesi, forse la prima di quelle che hanno 
contaminato due secoli, interrotte da paci ap- 
parenti, e, come abbiamo accennato, sempre 
con danno e vituperio della madre comune. 



-99 — 

E ve n'ebbe una seconda, pretesto della 
quale fu l'uso di una chiesa in Oriente, di 
cui le due repubbliche solevano avere il pa- 
tronato; ma vera causa la sempre crescente 
gelosia che aveano 1' una deli' altra, 1' avarizia 
del crescere le ricchezze, la cecità del non ri- 
cordarsi della madre comune e del vero bene 
reciproco. 

Non è al certo epoca più importante nella 
passata storia d'Italia, che il regno di Fede- 
rigo II imperatore nella quale la lotta fra il 
sacerdozio e lo impero mostrò tutta la sua 
ira furibonda e fu esiziale al paese. Due po- 
tenze combattevano una contro 1' altra, il sa- 
cerdozio e lo impero. Federigo non potè do- 
minare tutta Italia, quantunque nobile Signore, 
cavaliere cortese e forte d'armi, legislatore sa- 
piente, poeta gentile, protettore degli studi. 
Non i suoi vizi personali e domestici erano 
che lo avversassero, non lo essere nato stra- 
niero alla Italia, ma la inimicizia assidua dei 
papi che intendevano proseguire l' opera di 
Gregorio VII, che taluni pure si ostinano a 
voler provare utile alla nazione nostra non 
solo, ma alla intiera umanità, ed era opera di 
ambizione e cupidigia di dominazione. E quella 
che poteva sorgere potenza mediana, la na- 






— 100 — 

zione non si poteva dire che esistesse, o se 
esisteva non poteva far crollare la bilancia da 
una o dair altra delle parti contendenti. I co- 
muni si erano levati in potenza ed aveano 
vita, e quella dell' Italia superiore 1' aveano 
mostrata a Legnano e altrove. Ma d* accosto 
ai comuni sorgevano i feudatari, gente quasi 
tutta straniera, i quali ora destreggiando ora 
per forza si aggavignavano intomo ai comuni 
e finirono collo spegnerne la libertà e la for- 
tezza. E i papi non erano cosi forti da fon- 
dare in Italia potente unità teocratica, né lo 
erano i cesari tedeschi, e gli uni e gli altri 
blandivano i feudatari e i comuni per far- 
sene partigiani. I quali comuni non seppero 
sorgere per liberare il paese dalle due potenze 
che, nimiche fra loro, erano inimicissime del 
paese che agognavano padroneggiare come si- 
gnoria propria ed assoluta. I comuni non sep- 
pero, o per meglio dire non potevano, ne- 
mici com* erano 1* uno ali* altro, confederarsi 
per modo che fra i due litiganti fosse il 
terzo che godeva, perchè V idea di una patria 
grande e comune, alla quale debito e vantag- 
gio è il sagrificare la piccola e individuale 
patria del municipio, non era idea di quei 
tempi : né in que* tempi né in altri, le fede- 



— lOI — 

razioni di popoli giunsero a soggiogare le al- 
tre, né fra loro era buona fede, sincerità, e tutti 
avevano interessi piccoli e diversi. Piccoli e 
diversi interessi che anteponevano al bene co- 
mune e che lo aveano sempre avversato. 

In tanto tramestio di passioni e violenza 
di fatti, Venezia stava alla veletta. Ricca, po- 
tente nelle terre lontane, signora del commer- 
cio, pensava a mantenere Futilità di quello 
lontano. Q.uindi destreggiava con tutti ; ma 
quando Federigo II fece uccidere Pietro Tie- 
polo, podestà di Milano, figliuolo di Lorenzo, 
ch*era doge, i Veneziani si collegarono col pon- 
tefice e Pisa e Genova ed altre città italiane 
contro l'imperatore, e ai collegati fornirono 
soldatesche e denaro. Sotto al ducato stesso, 
combatterono, vinsero, condussero captivo in 
Venezia Salinguerra, vicario imperiale in Fer- 
rara, e la domata città consegnarono al pon- 
tefice. Il ducato di Marino Morosini fu paci- 
fico, e quando sotto quello di Ranieri Zeno 
lu bandita la croce contro Ezzelino da Romano, 
detto il tiranno, virilmente ha combattuto in- 
sieme cogli alleati per distruggere questo feu- 
datario dell'impero ; per distruggere una casa 
di troppo potenti vicini. Fu chi appose ai Ve- 
neziani la nefanda strage di Alberico suo fira- 



— 102 — 

a 

tello e della sua figliolanza in Santo Zenone, 
castello del Trevigiano. È un errore ; non fii 
quella strage operata dai Veneziani, si bene 
dai collegati. Un Badoer .veneziano era po- 
testà di Treviso, e guidava gli assalitori del 
castello; ma tutti sanno che nelle costituzioni 
dei comuni italiani il primo magistrato, giu- 
stiziere in uno e capitano, chiamato potestà, 
era uomo forastiere, durava un anno nell' uf- 
fizio, e per quell'anno non poteva avere rela- 
zioni col proprio comune. 

Ma mentre i Veneziani volgevano lo sguardo 
alle cose d' Italia, soprastavano loro disgràzie 
.grandi in Oriente. L'impero dei Latini in Co- 
stantinopoli fii vittima del patto stesso che lo 
fondò. Autorità apparente nell'imperatore ; vera 
nei feudatari e nei Veneziani ; odio dei vinti 
contro i vincitori ; amore nessuno fira le due 
nazioni vincitrici ; nessuna simpatia nelle re- 
lazioni politiche. Intanto nella parte asiatica 
dell'impero sorgevano dominazioni greche. Gio- 
vanni Vataze, signore di una parte dell'Asia, 
tentò la fortuna dell'armi contro i Latini e fu 
respinto. Non cosi Michele Paleologo, uomo 
illustre, che riunì in sé tutta la potenza de' 
Greci nell'Asia. Un impero può reggersi, anzi 
ha saldi fondamenti, dal contrasto di due o più 



— 103 — 

nazioni che lo compongono, fino a che queste 
siano isolate, o se contrastanti fra loro sono 
deboli. Ma cade quando queste nazioni hanno 
trovato un centro esterno potente, col quale 
poter convergere. Avvenne ai Latini di Costanti- 
nopoli : durarono fino a che i Greci erano divisi ; 
uniti che furono, quei di Costantinopoli ste- 
sero loro le mani e cacciarono 1' inimico co- 
mune. I Veneziani soli si opposero ; chiesero 
ajuti dagli altri credenti della fede romana ; 
tutti furono sordi. Anzi i Genovesi coadjuva- 
rono il Paleologo ; onde ne venne nuova 
guerra coi Veneziaai, e fu crudelissima guerra, 
meglio da barbari che da uomini della nazione 
stessa. Dopo varia fortuna, i Veneziani vin- 
sero i Genovesi nelle acque di Trapani. Il Pa- 
leologo trattò di pace coi Veneziani ; i patti 
li conserviamo ; le condizioni furono onore- 
voli ed utili ; i Veneti ebbero privilegi con- 
siderabilissimi pel commercio ; conservarono la 
parte importante del conquisto ; le isole e i 
porti. Cosi dopo im mezzo secolo fu fatta giu- 
stizia del patto che squatrava il popolo greco. 
La giustizia di Dio talvolta è sollecita ; tal- 
volta serba a tempi lontani il far veder le sue 
prove. Ma la giustizia di Dio vive, non assonna. 
Per quello spetta al governo della repub- 



— 104 — 

blica, molte magistrature furono create. Col 
creare le magistrature si fomentò T ambizione 
dei nobili, ch'essendo la parte più potente del 
governo, perchè la più eulta, e la più ricca 
per causa dei commercii, vide i pericoli che 
soprastavano se il popolo prevaleva, i pericoli 
che poi scoppiarono nelle altre città italiane. 
Si preparava intanto la mutazione della quale 
parleremo all'epoca seguente. Noteremo, che 
si resero più difficili le forme della elezione 
del doge. Quaranta erano gli elettori stabiliti ; 
ma il numero essendo pari, accadde che nella 
elezione, tanto il Tiepolo quanto Ranieri Dan- 
dolo, riunissero venti suffragi per ciascheduno, 
e che, rinnovandosi la parità, si dovette pro- 
cedere alla elezione col gittare le sorti, ed il 
Tiepolo fu favorito dalla fortuna. Per evitare 
questo inconveniente, il numero degli elettori 
fu portato a quarantuno, e rimase fino al ter- 
mine della repubblica. 

Giacomo Tiepolo ebbe il merito di rifor- 
mare lo statuto, e di questo sarà fatto cenno 
al suo luogo. 



— 105 — 



CAPITOLO Vili 



EPOCA VI — DALLA PERDITA DI COSTANTINOPOLI 

ALLA ISTITUZIONE DEL CONSIGLIO DEI DIECI 

(Dall'anno di C. 1259 al 1310) 



Nelle epoche anteriori abbiamo veduto na- 
scere e crescere la repubblica; Tabbìamo ve- 
duta lottare e vincere T impero di Romania. E 
mentre possedeva tante terre in Oriente, tante 
forze navali, sterminate ricchezze, civiltà cre- 
scente, non crebbe d'un palmo il pochissimo 
terreno che possedeva in Italia. Colla perdita di 
Costantinopoli si mutarono le condizioni della 
sua politica estema; per conservarsi dovette 
volgere le forze sul continente italiano, do- 
vette proseguire la lotta coll*emula del Medi- 
terraneo, e le due grandi sorelle, Genova e 
Venezia, continuarono una guerra di ester- 
minio. Venezia volse le sue forze verso il con- 
tinente italiano, perchè diminuita la sua potenza 



— io6 — 

verso r Oriente, doveva difendersi alle spalle. 
Continuò le guerre orrende con Genova, affin 
di mantenere il suo commercio. E mentre mu- 
tava la politica esterna, dovette pur mutare 
anche la interna, fatta accorta dei danni recati 
dalla prevalenza del popolo. Forse che alcuno 
ne accusi del replicare di soverchio queste pa- 
role, ma noi crediamo disutile ; uno dei punti 
principali della controversia sulla storia vene- 
ziana essendo quello della così detta usurpa- 
zione degli ottimati. Non si cesserà mai abba- 
stanza di ripetere quella sentenza — che quando 
le nazioni e i reggimenti vogliono restare im- 
mutabili cadono nel disordine, da cui viene con- 
quista di nemici esterni e anarchie interiori. E 
succedono quindi nuovi ordinamenti imposti o 
dalla forza altrui, e quindi argomento di oppres- 
sione toglimento di nazionalità, ovvero se im- 
posti dalla prevalenza di uno o più cittadini 
sono causa di lunghi e dolorosi dissidi interni. 
Neir un caso e neir altro il sangue corre, si 
diminuiscono le ricchezze, nascono odii inestin- 
guibili. E tutto ciò potrebbe evitarsi se na- 
zioni e reggimenti non volessero perpetuare 
certi ordini civili, procedendo cdi secolo e non 
ostinandosi a volere opporsi al moto del secolo. 
Il male minore che può accadere può rassomi- 



— 107 — 

gliarsi alla tabe pulmonare dell' uomo, per il 
qual male nel non volere cedere poco si fini- 
sce col perdere tutto. È morbo lento che non 
ispaventa colla sua gagliardia, ma che corrode 
la vita e distrugge le forze incapaci di opporre 
resistenza valida nella ora suprema. 

Di massima importanza per i Veneziani 
era il conservare la supremazia sull'Adriatico, 
perchè da questa dipendeva la signoria loro sui 
commerci della Italia superiore in gran parte, 
e tutto quello ricchissimo di Lamagna. Impo- 
nevano gabelle agli Stati confinanti che vole- 
vano partecipare a questo commercio, combat- 
tevano coloro che potevano mettere gelosia e 
volevano recusare le gabelle. Cosi al tempo di 
Lorenzo Tiepolo si vinsero i Bolognesi, si ac- 
cettò la dedizione di Cervia. Sotto al ducato 
d! Jacopo Contarini si vinsero gli Anconitani, 
si acquistarono Almissa in Dalmazia, Montona 
coUa sua selva utilissima per le costrutture na- 
vali in Istria, si doma Capo d' Istria ribellata. 

Nel ducato di Giovanni Dandolo non ac- 
caddero fatti importanti. Con var a fortuna si 
pugnò col patriarca d'Aquileia, assiduo nemico 
dei Veneziani, e le coste dell' Istria videro vit- 
torie e perdite da ambo le parti. 

Nelle contese orientali non s' immischia- 



— io8 — 

tono, né in quelle di Angioini e Aragonesi 
pel dominio della Sicilia. Per causa però di 
queste contese ebbero la seconda scomunica 
papale, e per tutt'altro che per causa spirituale. 
Papa Martino IV, francese di nazione, teneva 
per i suoi francesi, nella guerra del vespero 
siciliano, e impose ai Veneziani che li soccor- 
ressero, ed essi ricusarono ed egli balestrò la 
scomunica, che durava poco, e fu tolta, non 
senza molte difficoltà da Onorio IV successore 
di Martino, i Veneziani volendo sostenere la 
maestà e la podestà del principato civile. La 
città ebbe a sopportare infortunii atmosferici, 
una donzella veneziana di gran casato, Tom- 
masina Morosini, andò sposa ad Andrea Re di 
Ungheria. Nel 1283, sotto il ducato di Giovanni 
Dandolo si cominciò a coniare il ducato di 
oro, detto zecchino, e da lui ne comincia la 
serie tanto pregiata dai nummofili. 

Sebbene non avesse più quell'interno domi- 
nio dei mari che la perdita di Costantinopoli le 
aveva rapito, Venezia era ancora potentissima ; 
e larghi territori ancora non possedendo sul 
continente italiano, poteva apprestare armate 
poderose e tali da recar sorpresa a' nostri giorni. 
Le guerre co' Genovesi furono guerre marit- 
time; quelle cogli Slavi, gli Istriani, i patriar- 



— 109 — 

chi di Aquileja, gli Anconitani, i Bolognesi, i 
Padovani, i Trevigiani, salvo quella del castello 
di amore, furono guerre per causa di commerci. 
I commerci erano vastissimi, e non caddero 
per la perdita di Costantinopoli ; la ricchezza 
pubblica attestano i monumenti pubblici che 
andavano a mano a mano innalzandosi, il fiorire 
delle arti belle, come delle arti utili. Durava an- 
cora r ordinamento della aristocrazia elettiva ; 
ma il popolo non interamente .escluso dal mag- 
gior consiglio, si contentava esercitare il suo 
diritto di approvare il doge. Le elezioni an- 
nue del maggior consiglio, per lo più cade- 
vano sulle persone stesse, e prevalevano i no- 
bili siccome quelli che erano i più ricchi e 
potenti. Né il popolo se ne lamentava; il po- 
polo che vedeva retta, inflessibile la giustizia 
esercitarsi ugualmente sui primi, come sugli 
ultimi cittadini. Il popolo aveva una vita ga- 
gliarda e concitata. Era associato agli ottimati 
nel commercio loro, vedendosi da' documenti 
citati dai Mann i popolari uniti ne' contratti 
di cottimo per le navigazioni lontane fatte colle 
galere da traffico. Era occupato nelle industrie 
fiorenti, e nel governo peculiare delle industrie 
stesse per la conservazione delle fraglie, o con- 
sorterie di artigiani, eh' erano tutelate da' ma- 



— no — 

gistrati. Non temeva tale prevalenza dei nobili 
da mutarsi in tirannide, perchè i nobili non 
avevano possedimento di terreni, non castella, 
non armigeri, ugualità intera col popolo sotto 
al dominio della legge. Le abbondanze erano 
mantenute a spese pubbliche: per mantenere 
le abbondanze si facevano guerre e trattati. Il 
popolo prendeva parte nelle guerre continue, 
e tali guerre essendo quasi tutte per causa del 
commercio e delle industrie, ed avendo il po- 
polo parte principale in esso commercio e nelle 
industrie, ne seguiva che le tenesse come guerre 
proprie. Ma non è a dirsi che guerreggiasse 
solamente per l' interesse proprio ; combatteva 
per la guerra nazionale : San Marco era la pa- 
rola della nazione. Viva San Marco ! gridò 
quell' uomo del popolo che piantava il vessillo 
sulle terre di Bisanzio. Nei campi di Trevigi 
fu onta pel popolo intero Tonta recata dai 
Padovani al vessillo di San Marco. 

Qjaanto ai nobili la condizione loro conti- 
nuava come per lo addietro, avendo per sor- 
gente ed alimento di ricchezza il commercio. 
Sappiamo per documenti sicuri, che fino dai 
tempi remotissimi, i Veneziani avevano po- 
deri fuori del territorio della repubblica; in 
quelle regioni finitime, ch'eran primo regno 



— Ili — 

d' Italia, poi, scosso il giogo, formarono i co- 
muni liberi. Ma la ricchezza territoriale non 
era la vera e principale ricchezza dei nobili come 
quella che fondavasi in uno Stato diverso, 
spesso nemico, soggetta quindi a quella bar- 
bara legge delle rappresaglie, per la quale ed 
averi e persone del nemico si tenevano buona 
preda. Dopo la perdita di Costantinopoli, i 
feudi dell'Arcipelago cominciarono a diminuire ; 
lontani perchè potessero recar ombra alla ugua- 
lità della repubblica; piccoli, divisi, lontani i 
feudi di Candia. Essendo necessaria la sanzione 
del popolo per la scelta del doge, la scelta era 
sempre fatta di uomo che non avesse eccezioni, 
che non recasse sul soglio ambizioni di as- 
soluto dominio, e le leggi crescevano per re- 
stringerne l'autorità e togliere ogni pericolo. 

Accomunati, collegati col popolo (me- 
diante quel non ultimo vincolo delle umane 
consociazioni, l' interesse) i nobili allora, come 
lo furono anche quando V aristocrazia si con- 
solidò, erano sottoposti alle medesime leggi. 
Siccome 1' origine della aristocrazia veneziana 
non fu l'aristocrazia militare dei settentrionali, 
non ebbero mai privilegi di foro. Sia che le 
leggi anticamente emanassero dal comune con- 
sentimento, cioè dalla conclone; sia che dopo 



— 112 — 

il maggior consiglio delegato dalla conclone, 
le statuisse ed avessero forza quando erano 
sancite dalla conclone ; sia finalmente, che Tari- 
stocrazia togliesse tale sanzione, le leggi civili, 
le commerciali, le criminali esercitavano V im- 
pero tanto sul doge, capo e sommità dello 
Stato, come sul più povero popolano. Il de- 
bito della difesa pubblica era di tutti ; inalberato 
il vessillo di San Marco, indetta, o ricevuta la 
dichiarazione di una guerra tutti erano soldati. 
Ne fa prova il gran fatto de' Giustiniani tutti 
spenti nella guerra contro Manuele Comneno, 
tranne quel monaco di cui sopra si è detto. 
Dei nobili, alcuni godevano le ricchezze ere- 
ditate dai maggiori, altri se le acquistavano. 
Nella prima gioventù lasciavano le case loro, 
e spediti a trafficare in paesi lontani, erano 
addetti alla marineria mercantile. Tornati a 
casa, vi recavan ricchezze, sperienza degli af- 
fari, conoscenza delle altre nazioni, pratica e 
coraggio di guerra. Viste le mutate condizioni 
dei popoli vicini, erano sempre attenti perchè 
alcuno di loro non sovrastasse tanto sugli al- 
tri. Lorenzo Tiepolo doge in quest'epoca, era 
marito di una Slava ricchissima e signora di 
molte castella. Ammogliò il figliuolo Pietro 
con ricca e potente giovane vicentina. Inso- 



— 113 — 

spettitasi la repubblica di tali parentela e delle 
possibili conseguenze, stanziò legge dopo il 
Tiepolo, che doge non potesse essere colui che 
avea per donna una forastiera, che eletto doge 
non potesse ammogliare i figli con donne fo- 
rastiere. Ad ogni nuova elezione di doge si 
strinse sempre l'autorità di lui, quanto più si 
allargavano le signorìe assolute nelle altre parti 
d* Italia. Tale era la condizione della Repub- 
blica quando Pietro Gradenigo sali al soglio 
ducale. Il popolo voleva doge Giacomo Tiepolo, 
figlio e nipote di due dogi. Restò doge il Gra- 
denigo, e il Tiepolo buon cittadino esiliò se 
medesimo. 

È da osservarsi, che sebbene quella sa- 
viezza di ordinamenti che si sono notati pa- 
resse dover assicurare una distribuzione di po- 
tere valida a torre lo spirito di parte, lo spirito 
di parte minacciò penetrare in Venezia. Sotto 
al ducato di Ranieri Zeno, potentissime case 
erano i Dandoli ed i Tiepoli. I Dandoli tene- 
vano la parte popolare, e pei Tiepoli erano i 
nobili. Fra le due case esisteva inimicizia a- 
perta per causa di una rissa accaduta fra Lo- 
renzo Tiepolo, che fu poi doge, e due dei 
Dandoli. Si rappacificarono, e una legge statuì 
che nessun popolano potesse tenere armaiuras 

8 



— 114 — 

alicujus nohilis in domo sua gli stemmi genlili:^ di 
qualche nòbile. Il Ducange nel suo Glossario ha la 
voce armatura anche come stemma gentilizio, 
scuta gentilitia. A questo passo della legge si vede 
chiaro che esisteva fra^i maggiorenti e il po- 
polo una specie di patronato e clientela, per le 
quali cose potevano sorgere le fazioni. E nello 
stesso tempo si conosce essere cresciuta l'au- 
torità dei maggiorenti. Nasceva però (noi se- 
guiamo sempre la incontestabile autorità del 
Muazzo), che nelle elezioni del maggior con- 
siglio vi si introducessero nomi spregievoli 
per illegittimità di natali ; locchè si teneva gran 
colpa in que' tempi, nei quali le virtù dome- 
stiche e la purezza dei costumi erano tejiute 
in gran conto. Una legge fermata nel 1271 
sotto al ducato del Tiepolo escluse i bastardi 
dal maggior consiglio. Fu il primo passo alle 
restrizioni successive. Avvenendo spesso scan- 
dali ed àmbito nelle elezioni, ai tre di otto- 
bre 1286, sotto il ducato di Giovanni Dandolo, 
capo della parte popolare, si propose al mag- 
gior consiglio uria legge, che modificava la 
elezione del maggior consiglio e del pregadi, 
sottoponendola ai quaranta. Non fu accettata. 
Nel giorno cinque, i capi de' quaranta propo- 



— us- 
sero un* altra legge, che diceva, non potesse 
eleggersi dei consigli se non con coloro che od 
essi medesimi, o i progenitori, avessero seduto 
nei consigli, e se alcuno che non fosse di tale 
condizione si eleggesse a qualche consiglio, 
non potesse essere eletto che colla approva- 
zione del doge, della maggioranza, dei consi- 
glieri del doge e del Maggior Consiglio. Il 
doge opinò doversi mantenere gli ordini con- 
sueti, e vinse il partito. Nulladimeno si tornò 
all'assalto. Si modificò la proposizione ai 17 
di ottobre dell'anno stesso, lasciando gl^ elet- 
tori come per lo passato, e solamente si pro- 
pose, che gli eletti dovessero essere approvati 
dalla maggioranza dei pregadi e dei quaranta. 
E fu anche^questa legge scartata. Nella ele- 
zione del Dandolo, s'era visto l'ambito arrivare 
all'eccesso di allontanare un competitore col 
ducato. Morto il Dandolo, gli succedette Pietro 
detto Pierazzo Gradenigo, in onta a Jacopo 
Tiepolo, che voleva il ducato, e sotto al Gra- 
denigo fu proposta, non da lui, ma dal suo 
consiglio, la legge seguente : 

ce La elezione del Maggior Consiglio dovrà 
« farsi come segue : 

ce Chiunque da quattro anni addietro era 
« del Maggior Consiglio, dovrà essere sotto- 



-ii6- 

« posto allo squittinio dei quaranta. Ottenuti 
« dodici suffragi, sarà del Maggior Consiglio 
« per un anno. 

« Se alcuno uscito della terra perdesse il 
« posto nel Maggior Consiglio, tornato, possa 
« domandare ai capi dei XL se possa essere 
« no del Maggior Consiglio. Se ottenga do- 
c( dici suffragi, sia del Maggior Consiglio. 

« Si eleggano tre elettori, che, come il 
« signor doge e suo consiglio lo domandasse 
« loro, possano eleggere degli altri che non 
a fossero del Maggior Consiglio (de aìiis qui 
« non fuissent de M, C.) In tal taso, gli eletti» 
« debbano essere sottoposti imo per uno allo 
a squittinio dei XL, e ottenere dodici suf- 
« fragi. » • 

dueste sono le condizioni della legge, la 
quale non si poteva revocare se non colla mag- 
gioranza di cinque fra i sei consiglieri del doge, 
di venticinque fra i quaranta. La legge in capo 
all'anno doveva essere confermata dallo stesso 
Maggior Consiglio, per cura dei consiglieri del 
doge, punendoli con multa se ommettevano 
questo debito. Non potevano per questa legge 
essere del Maggior Consiglio coloro, che fossero 
esclusi dai consigli. Pegli eletti di nuovo, i 
capi dei XL doveano notificarli ai XL tre 



— 117 — 

giorni prima della elezione, né potevano es- 
sere eletti se non vi fossero presenti trenta- 
cinque dei XL. 

Il senso di questa legge famosa forni 
molte parole tanto a coloro che, credendo alla 
perpetuità dell'aristocrazia ereditaria, non ne 
videro che la confermazione, quanto a quelli 
che dissero l'autorità usurpata al popolo. 

Questa legge per giudicarla, bisogna guar- 
dare alla storia delle altre città italiane preda 
delle fazioni, e quindi dei signori assoluti, che 
col nome, quasi tutti, di capitani del popolo 
le hanno annichilite. Col togliere le annue e- 
lezioni, si toglieva l'adito a' danni dell'ambito, 
alimento delle fazioni ; il popolo allora non fu 
escluso ; restava la speranza di- essere de aliis, 
né fu distrutta, come accadde dipoi. L'aristo- 
crazia saliva al potere lentamente, e non cre- 
diamo errare pensando che gli accorti mercatanti 
non furono spinti # unicamente dall'ambizione a 
ghermire la podestà sovrana. Erano in uno 
acuti politici e forti' guerrieri ; molte terre vi- 
sitavano ; vedevan in molte parti d'Italia uo- 
mini destri ed arditi cogliere le divisioni fra 
nobili e popolo per impadronirsi del potere, e 
adonestarlo con privilegi di stranieri impera- 
tori e di pontefici. In alcuna parte di Italia, 



— n8 — 

come nella generosa e sfortunata Firenze, ve- 
devano incertezze continue, guerre intestine, 
esiliì, saccheggiamenti, mutazioni di leggi e di 
ordini civili. Fuori d'Italia poi, lotta continua 
di vassalli potenti, che facevano vacillare la 
corona sul capo di monarchi, i figli dei vinci- 
tori acremente contrastando col figlio di quello 
che i padri aveano levato sui pavesi, salutan- 
dolo capo nei campi di marzo o di maggio. 
E questo figlio del capo essere costretto di 
ricorrere ai vinti, rialzarli dall* abbiezione, ri- 
donar loro franchigie, creare il comune. Guar- 
dando la storia contemporanea, non possiamo 
persuaderci che fosse unicamente la cupidigia 
del potere, che conducesse i nobili veneziani 
a torre l'autorità al popolo. Era suprema ne- 
cessità, per conservare V indipendenza nazio- 
nale, e coUa indipendenza la gloria, V onore, 
la forza nazionale, la sicurezza dei commerci 
e la conservazione delle ricchezze. 

Il popolo, poi che non sentiva il peso della 
mutazione, vi si avvezzò senza contrasto. Una 
congiura si trova notata ne' tempi precedenti, 
ma fii di nobili. Simeone Steno congiurò sotto 
il ducato di Lorenzo Friuli ; scoperto, fu ban- 
dito. Sotto a Fierazzo Gradenigo v fu una 
congiura di popolari, autore Marino Socco o 



— 119 — 

Bocconio. La storia la narra confusamente ; 
chi la disse contro la persona del Doge, chi 
contro i nobili ; mancano documenti per darne 
circostanziata relazione ; sappiamo che i con- 
giurati furono dannati nel capo. Fermata Ta- 
rìstocrazia ereditaria, il popolo era molto ; i 
nobili pochi, ed il popolo era ricco ; le con- 
sorterie delle arti potevano sollevarsi, e noi 
fecero mai. 

Il popolo primi, poi i sudditi, amavano 
il governo, siccome notava nella introduzione 
alle notizie di Lombardia Carlo Cattaneo, uomo 
d'alto senno, di cuor generoso, quando scrisse : 
che il fondamento de^overno veneto non era il 
terrore, ma una nobile amici:(ia dei popoli. 

Il ducato del Gradenigo ebbe travagli di 
guerra e poca fortuna d'armi. Con Trieste ed 
il patriarca d'Aquileja ebbesi a pugnare perle 
sciite gelosie d'interessi ; guerra non fortunata, 
seguita però da una pace onorevole ed utile. 
Si voleva poi liberar Tripoli caduto in mano 
a' Turchi ; ma fra Cristiani non vi fii accordo, 
e l'impresa non ebbe luogo. Si combattè col- 
l'impero di Romania e co' Genovesi ; fu guerra 
crudele ; i Veneziani minacciarono Costanti- 
nopoli, devastarono Pera e Calata, le coste 
dell'impero, penetrarono nel Mar Nero, reca- 



rono danni a Gaffa, colonia genovese floridis- 
sima. Tre uomini sono notabili, guerrieri for- 
tissimi, arditissimi : Ruggero Morosint, Belletto 
Giustiniani, nobili ; Domenico Schiavo popo- 
lano. Imbaldanziti par la fortuna che sorrideva 
loro, i Venedani ricusarono la pace offerta 
colla mediazione di Bonifacio Vili pontefice, 
pace vantaggiosa ; i Genovesi furono vincitori, 
e nelle acque di Curiola interamente sconfis- 
sero l'armata veneziana. Il Visconti, signore 
di Milano, ed altri furono mediatori di pace, 
che non fu punto gloriosa pei nostri. In que- 
sta, guerra vidersi imprese cavalleresche ; segno 
che il secolo non era an^r raffreddato. Tre 
galee genovesi spinsero i! corso sino a Mala- 
mocco minacciando Venezia; Domenico Schiavo, 
per riscattare l'onore de' suoi, spinse le sue ga- 
lee sino sulla marina di Genova ; scese a terra, 
coniò moneta soito gli occhi degli emuli ; poi, 
piantato un vessillo di san Marco, se ne parti. 
Glorie delle quali non si può menar vanto ; 
erano ferite alia madre comune. 

Altra guerra più lunga succedette infeli- 
cissima ; quella di Ferrara. Gli Estensi se n'e- 
rano fatti padroni sotto all'alto dominio della 
sedia romana ; stirpe assai spesso macchiata di 
sangue domestico. Accadde, che, morto Aizo X 



— 121 — 

d*Este, vennero a contesa del trono Francesco 
fratello di Azzo e Prisco figliuolo bastardo del 
defunto ; quest' ultimo, cacciato di Ferrara, 
chiese ed ottenne ajutò da Veneziani (i). 

I quali vinsero, presero Ferrara, vi man- 
darono un rettore ; ma collegatisi altri Stati 
italiani, fu scagliata contro la repiftblica una 
scomunica da Papa Clemente V, e i Vene- 
ziani furono sconfitti dal cardinale Arnaldo 
Pelagrua e dai Ferraresi. La scomunica fu di 
gravissimo danno pei Veneziani, perchè i na- 
vigli loro, i vasti commerci, i fondachi sparsi 
in ogni parte, parvero a tutti buona preda. 
Dovettero chiedere la pace, e la ottennero 
con duri patti. Causa anche della terza sco- 
munica non fu la religione ma la politica. Gli 
interessi terreni, la gelosia dell* autorità tem- 
porale, originarono sempre le differenze dei 
Veneziani colla sede ro.nana. Erano contese 
fra due Stati nemici, e non i figliuoli di Cristo 
che il suo vicario avversassero. 

Un grande avvenimento nella storia di 
Venezia è la congiura dei Querini e dei Tie- 
poli. Al tempo della guerra di Ferrara, Gia- 
como duerini, patrizio potente e che nella sua 

(1) Vedi Pigna, Stor. db' pbinc. D'EsTB,Iib. IV — 
Sandi, Pbincipii di stob. civ. ec, Voi. I par. II p. 53. 



— 122 — 

parte aveva i Tiepoli, i Badoeri, i Barozzi ed 
altri patrizi, tenne nei consigli le parti del 
papa e voleva si restituisse Ferrara alla prima 
domanda di lui. Si offese il doge colle parole, 
ma fra il tumulto dei contendenti, questi vinse 
il partito del negare la domanda papale. Per- 
duta Ferrara, sotto allo incubo della scomu- 
nica ^'inasprirono gli animi, i partigiani del 
doge accusando Marco Querini che difendeva 
la città, come se avessero perpetrato un tradi- 
mento nel cederla. Il Querini non fu proces- 
sato, ma le ire ingrossarono, e divennero scan- 
dalo nei consigli per la elezione a consigliere 
del doge del Conte Deimo di Veglia, dalmatino 
di nazione e patrizio che i Q.uerini non vo- 
levano. Perchè le risse non si mutassero in 
ribellione aperta, il doge col suo minor con- 
siglio vietarono il portar armi ai cittadini, e 
commisero lo eseguimento del decreto alla 
magistratura detta i Signori di notte. Di bel 
giorno, nella piazza di Rialto si accosta ad uno 
dei duerini se avesse armi indosso, e questo 
gli risponde col buttarlo per terra con uno 
stramazzone. Il Querini fu condannato per 
questo eccesso. 

Marco Querini inviperì e tramò contro il 
doge e il governo, unendo i suoi partigiani, a 



— 123 — 

capo dei quali il genero Boemondo (nel vul- 
gate veneto Bajamonte) Tiepolo, giovane, ar- 
dito, facinoroso, che avea sofferto condanna 
per malversazione del denaro pubblico. Baja- 
monte, figlio di Jacopo Tiepolo che non riuscì 
a doge quando fu eletto il Gradenigo accettò 
il governo della Congiura. Forse lavorava pei 
duerini, ma forse anche per le sue proprie 
ambizioni. Credette necessario aggiungere ai 
congiurati anche soccorsi dal di fuori, e inviò 
Badoero Badoer a Padova per raccogliere genti. 
Il Badoer non era punto podestà di Padova, 
non essendovi stato né lui né altri della sua 
casa in quell'officio. La trama fu cosi segreta 
che il doge non la seppe che quando era per 
attuarsi la ribellione. 

Tre casi salvarono lo Stato : un tempo- 
rale che fece far sosta ai congiurati ; lo aver 
lasciato perder tempo nel concedere il sac- 
cheggio di Rialto ; un mortajo caduto sul capo 
dello Alfiere che a bandiera spiegata stava per 
entrare nella piazza di san Marco, dove il doge 
lo aspettava in armi, duindi fuga di Baja- 
monte, che si riparò oltre Rialto. Se il doge 
venne a' patti con Bajamonte e lo lasciò fug- 
gire, forse fu generosità per non ispargere san- 
gue, o più facilmente fu acume di politica per 



— 124 — 

non avventurare le sorti dello Stato in una 
pugna. Bajamonte andò a Padova per tentare 
la riscossa, ne fu scacciato, e andò a morire o- 
scuramente in terre lontane. Gli altri congiu- 
rati furono messi al bando. Di Bajamonte si 
rase al suolo la casa, vi si posa una pietra d'in- 
famia, miseramente sparita da Venezia, la casa 
dei duerini fu pubblico ammazzato) o. 

Quando i Francesi prima di attuare i 
patti del Campoformio consegnando la Venezia 
all'Austria, che era la sua amica, vollero an- 
che spudorarla, intimarono lo antico governo 
democratico. La città fu incolta come da una 
f^ibbre ardente, e tant'oltre andò il furore, che 
si volle restituire in onore la memoria di Baja- 
monte, il quale, od operasse'per sé o per Marco 
Q.uerini, voleva distrutta la repubblica sosti- 
tuendovi la signoria di un solo. 

Fu statuito un premio a chi dilucidasse 
la storia della Congiura di Bajamonte Tiepolo ; 
l'abate Cristoforo Tentori ebbe il coraggio di 
scrivere un libro, nel quale, coi documenti alla 
mano, provò che Bajamonte non era punto 
un Bruto, che la congiura era di patrizj, con- 
tro ai patrizj, che il popolo stette col doge 
conservatore degli ordini civili. Se il popolo 
avesse veramente parteggiato per la congiura, 



— 125 — 

come avrebbe potuto resistere il Gradenigo ? 
I popolani grassi erano per lui, e ne fa fede 
il soccorso recatogli da una delle sei confra- 
ternite maggiori, quella di Santa Maria della 
Carità. 

Facilmente alcuni proletari, e come dice 
un documento recato dal Marin nella sua sto- 
ria del Commercio dei Veneziani, rinforzati 
da banditi, da forestieri, e da malandrini di 
ogni spezie, erano i militi di lui, la memoria 
del quale è ricacciata fra i traditori della pa- 
tria. Della istituzione del Consiglio de' Dieci 
che ebbe luogo per quel fatto, si dirà ampia- 
mente altrove. 

Né la grande riforma del governo, né la 
scomunica di Ferrara, né la trama dei Querini 
e dei Tiepoli, né la istituzione del Consiglio 
dei Dieci furono i soli avvenimenti memora- 
bili accaduti sotto al ducato procelloso del 
Gradenigo. Un altro qui se ne ricorda del 
quale se ne diranno le conseguenze altrove in 
questo sommario. Nel primo anno del suo du- 
cato, pontefice Nicolò IV, Venezia ricevette la 
santa inquisizione, con quelle restrizioni che 
fecero ampia guarentigia alla preservazione dei 
diritti dell'autorità civile. Il papa le accettava, 
sanzionando cosi i diritti del principato. Il 



— 126 — 

Gradenigo resistette gagliardamente alle pre- 
tese di Frate Antonio inquisitore che voleva 
giurasse osservare le costituzioni del santo of- 
ficio, la qual cosa non ebbe punto luogo. 

Vuoisi anche notare che nel 1309, come 
poi nel 1314 e 131 7, vennero a rifugiarsi in 
Venezia molti cittadini di Lucca, fuorusciti, 
vi posero stanza ed ebbero importanti privi- 
legi, perchè recarono con loro l'arte dei tes- 
suti in seta. Una Costanza Morosini si maritò 
con Ladislao re di Servia. In questi tempi 
visse Marco Polo. Di lui se ne dirà nei viag- 
giatori veneziani. 

Pietro Gradenigo mori, e molti scrittori 
dicono fosse il veleno causa della sua morte. 



— 127 — 

CAPITOLO IX 

EPOCA VII — DALLA ISTITUZIONE DEL CONSIGLIO 

DEI DIECI ALLA CONGIURA DI MARINO FALIER 

(Dall'anno di C. 1310 al 1355) 



Singolare fu la . elezione di Marino Giorgi. 
Gli elettori aveano scelto per doge Stefano 
Giustinian che recusò. Uno di loro stava alla 
finestra della Sala del Maggior consiglio e 
vide passare per la piazza il Giorgi uomo di 
rara pietà, lo propose ai colleghi che unanimi 
lo proclamarono xloge. Suol dirsi che la for- 
tuna viene a chi dorme ; a lui venne che pas- 
seggiava. Non era però sola fortuna per lui, 
ma la sua elezione dovette più che ad essa ai 
propri meriti. 

Breve ducato. In questo nuova ribellione 
dei Zaratini che non si potè domare pel tra- 
dimento di un Dalmas capitano di ventura che 
passò ai nemici. Causa della ribellione la per- 
durante scomunica per la guerra di Ferrara, 



— 128 — 

che concedeva ogni misfatto contro al governo 
e ai cittadini di Venezia. La quale fii tolta 
sotto al successore di lui, e governo e citta- 
dini furono ribenedetti dal Papa. Zara fu rac- 
quietata, si allargò la dominazione sopra altre 
città della Dalmazia. Candia era inquieta; gli 
aperti ribelli furono gastigati apertamente ; 
Leone Calergi, istigatore occulto dei moti nella 
isola, fu morto occultamente, duindi ribellione 
che si acquietò allo aspetto di forze prepon- 
deranti. 

In questo tempo visse Marino Sanudo 
detto Torsello, o il seniore, che avrebbe vo- 
luto iniziare una nuova crociata, e scrìsse quel 
suo prezioso libro Secreta Fidelium Crucis che 
reca notizie storiche delle crociate precedenti, 
e per evitarne gli errori reca importanti no- 
tizie geografiche. Parlano alcuni cronisti di uno 
scontro cogli Inglesi nei mari loro, colla vit- 
toria dei nostri ; notano fatti d' armi coi Ge- 
novesi, e dice Giustiniano Giustiniani aver 
fatto represaglie delle piraterie di quelli, assa- 
lendo la colonia genovese in Galata. Nello 
intemo una congiura di Giovanni duerini e 
due Barozzi, triste reliquia della congiura di 
Bajamonte sventata e impiccati i colpevoli. 

Francesco Dandolo successore del Grade- 



— 129 — 

nigo fu sopranominato Cane, Era un appella- 
tivo di uno dei rami della illustre casa dei 
Dandoli, e non gli venne, come dicono alcuni 
cronisti, dallo essersi umiliato a chieder pietà, 
mettendosi, sotto la tavola dove Clemente V 
gustava cibi ghiotti in Avignone, e si rallegrava 
colle squisite libazioni. 

Nel ducato di Francesco Dandolo deve 
notarsi che la civiltà europea cominciò ad es- 
sere minacciata dalla invasione di una nuova 
barbarie per parte dei Turchi, potenza per lo 
addietro ignota. La storia di Venezia dice pur 
troppo e lungamente della lotta di più secoli 
dei veneziani contro ai turchi, dei benemeriti 
che ebbero verso la civiltà per avere spesso 
arrestato e talvolta paralizzato il gigante che 
si avanzava colla tremenda scimitarra nella 
destra, nella sinistra il Corano per piantare la 
sua mezzaluna dove era la croce. Quando i 
turchi giunsero in Bitinia, papa Giovanni XXII, 
il re di Francia, l'imperatore di Costantino- 
poli e la signorìa di Venezia si collegarono 
insieme per combatterli. La guerra non ebbe 
luogo per la morte del pontefice. 

Se il ducato di Pietro Gradenigo è pieno 
di fatti importantissimi, il ducato di Francesco 



— 130- 

Dandolo segna l'epoca non meno importan- 
tissima nella quale la repubblica di solamente 
marittimo principato ch'era, allargò il suo do- 
minio sopra non brevi e ricchi territori in 1- 
talia. Fino a quel tempo duravano sul conti- 
nente italiano i confini strettissimi della primitiva 
consociazione, confini che durarono fino alla 
sua fine, col nome di dogado o ducato. Co- 
loro i quali avevano fondachi alla' Tana, aveano 
posseduto una quarta parte e mezza dell' im- 
pero di Romania, che dominavano Candia, la 
Istria, la Dalmazia, parte della Croazia, non 
potevano far pochi passi sul continente italiano 
senza uscire dal proprio confine. Ed erano 
circondati da nemici assidui, coi quali continue 
le guerre, piccole, brevi, quasi sempre coro- 
nate dalle vittorie, lontani sempre dal pensiero 
e desiderio di conquiste. Fino a che 1' oriente 
era aperto loro, le guerre lunghe non erano 
che contro i Genovesi, per le reciproche in- 
vidie e gelosie del predominio sui mari e quindi 
della signoria dei commerci. Dopo la perdita 
di Costantinopoli, e lo scemarsi della potenza 
marittima, si sentirono più forti le offese che 
da tergo moveano ai veneziani altri italiani, 
tanto più gravi in quanto che erano mutate 
le sorti dei vicini. 



— 131 - 

Era piaga incancherita d'Italia quella delle 
due parti che se ne conrendevano la signoria, 
Papato e Imperio, le quali non mai recarono 
danni allo interno della repubblica veneziana. 
Anche nella Venezia i comuni si erano levati 
a libertà, ma divisi fra loro, erano divisi anche 
in se stessi. Contro la libertà erano i feuda- 
tari o tedeschi di origine, o creati dai cesari 
tedeschi, i quali affettarono mendicare il diritto 
di cittadinanza nei comuni che si reggevano 
democraticamente. 

Il patriarca di Aquileja, principe che si 
mutava nella persona, era immutabile nella 
sua devozione allo impero. Le democrazie dei 
comuni non resistettero alle interne divisioni ; 
il patriziato veramente nazionale e originato 
dai decurioni romani, fu soprafatto dal patri- 
ziato feudale e tedesco. E il vessillo della li- 
bertà consacrato dal sangue sparso a Legnano 
fu lacerato, e quello si levò delle signorie as- 
solute deUi Scaligeri in Verona, dei Carraresi 
in Padova, dei Caminesi, dei Collalto, dei Tem- 
pesta in Trevigi. 

Prevalsero gli Scaligeri sugli altri, e Can- 
grande allargò la sua signoria entro e fuori 
della Venezia terrestre, e a quei formidabili 
ghibellini che portavano sulla Scala il santo tic- 



— 132 — 

cello era alleato il ghibellino prelato, signore 
del Friuli. Alla repubblica non poteva punto 
piacere un cosi formidabile vicino, e per questo 
entrò mediatrice, perchè se ai Carraresi non 
restava assoluta la signorìa di Padova, almeno 
vi rimanessero quasi vassalli delli Scaligeri. 
Cangrands blandiva i Veneziani, e fu egli che 
consegnò a loro il Qjuerini e i due Barozzi 
del quale si è detto. 

Morto Cangrande, Mastino che gli succe- 
dette ebbe animo diverso verso la repubblica, 
e si colhgò col patriarca a' suoi danni. La re- 
pubblica che sul mare era stata vinta dai Ge- 
novesi in una battaglia navale, accettò la pugna. 
Mosse prima contro il patriarca, poi fece al- 
leanza coi Fiorentini, i Visconti, gli Estensi, 
ed altri signori italiani, e nella lega fu ammesso 
anche Carlo figlio di Giovanni re di Boemia. 
La lega era fratricida, e per soprassello aveva 
il pessimo esempio di aggiungere uno stra- 
niero nelle contese italiane. 

In Venezia furono coscritti quaranta mila 
uomini, fu eletto capitano dello esercito Pietro 
de' Rossi già signore di Parma spodestato dalli 
Scaligeri, e morto gli succedette nel comando, 
il fratello. Gli Scaligeri ovunque sconfitti do- 
vettero chiedere la pace. Marsilio da Carrara 



— 133 — 

che mandarono in Venezia a trattarla, li tradì 
per la seconda volta. Il primo tradimento era 
stato lo incitare Mastino a innalzare un forti- 
lizio prossimo alla laguna, che fu causa della 
guerra. Il secondo tradimento era, egli am- 
basciatore di Mastino trattare pubblicamente 
gli affari di lui, segretamente patteggiare per 
§e il possesso assoluto di Padova. Ridotto agli 
estremi, Mastino dovette cedere quasi tutto il 
suo stato, e ai Veneziani toccò il possesso di 
Trevigi e del suo territorio, quasi intero. 

Fu soggetto di questione se per chi al 
mare doveva tutta la sua grandezza e signoria, 
fosse utile lo allargarsi in Italia. A solvere la 
questione ardua convien notare che le sorti 
del paese italiano erano mutate, e ai comuni 
autonomi erano succedute le autonome signorìe 
dei principati. In Oriente, cresceva la potenza 
turchesca. Non era quindi stolto consiglio 
quello di rafforzarsi alle spalle, per poter più 
liberamente menare le braccia. 

Il ducato breve di Bartolommeo Grade- 
nigo, non fu turbato che da una ribellione in 
Candia. Al doge fu vietato di mandare i suoi 
castaidi a governare le isole delle lagune. Vi 
si sostituirono rettori patrizi eletti dal Maggior 
Consiglio. 



-134- 

Andrea Dandolo fu doge dopo il Grade- 
nigo, e il Dandolo fu sapiente uomo, il padre 
vero della nostra storia, che raccolse intera e 
distesa nella sua cronaca maggiore, compen- 
diò nella cronaca minore. Sotto al suo governo 
cominciò la prima guerra dei Veneziani che si 
aggiunsero ad altri collegati contro gli Osmanli. 
Fortunati i collegati presero Smirne che trat- 
tarono barbaramente. I Veneziani conchiusero 
la pace a patti onesti, ottenendo privilegi pel 
traffico loro coi nuovi venuti sulla gran scena 
delle battaglie^ 

Le ire fra i Veneziani e i Genovesi fer- 
vevano più che mai. Gli scrittori veneziani 
sogliono numerare le guerre contro i Geno- 
vesi ; ma chi si fa a guardar bene dentro, vede 
che fu sempre una sola dal momento che il 
vessillo di san Marco e quello di san Giorgio 
primeggiarono sui mari. Le paci erano tregue 
necessarie per riprendere nuova lena ; le rare 
alleanze erano necessità del momento, come 
l'alleanza soscritta in quest'epoca per sostenere 
l'impeto dei Tartari nel Mar Nero. La qual 
tregua Venezia fu la prima a rompere ; che 
non sapeva patire le colonie genovesi a Ga- 
lata e Gaffa, e quindi la rivalità del commer- 
cio. Battaglie ad ogni istante ; spesso tutte e 



— 135 — 

due le parti cantavano vittoria : talvolta bat- 
taglie grandi, come quelle nelle quali Nicolò 
Pisani presso Costantinopoli restò sconfitto ; 
come quella nella quale Paganino Doria fu 
rotto alla sua volta dal Pisani nelle acque della 
Sardegna, da' Veneziani, e Genova dovette 
umiliarsi sotto la signoria dei Visconti. Da ciò 
nacque una nuova complicazione di politica 
per Venezia ; guerra coi Visconti ; per la quale 
sotto il reggimento di Marino Falier i nostri 
ebbero una grande sconfitta a Portolungo. Pa- 
ganino mandò in Genova le spoglie e i cap- 
tivi, ed ebbe trionfo a guisa di quei dei Ro- 
mani. Ma i Romani trionfarono di barbare 
genti nemiche ; qui era trionfo di firatelli sui 
fratelli ; era trionfo di avarizia, era fomite a 
nuove ire e vendette. I Veneziani dovettero 
chiedere la pace, essi la ottennero dal Visconti 
come signore di Genova ; ma questa pace non 
piacque ai Genovesi, e fu istigazione per sot- 
trarsi alla signorìa dei Visconti. 

Q.ueste lunghe guerre, ed altre, davano 
modo agli inquieti abitatori di Candia di ri- 
bellarsi, e cosi agli Zaratini che chiamarono in 
ajuto gli Ungheresi. Più volte gli Zaratini in 
quest'epoca furono domati, e gli Ungheresi 
dovettero ritrarsi ; poi si cedette loro la Dal- 



-136- 

mazia. Parecchie furono le guerre contro i Pa- 
dovani pei confini. Quando la repubblica pado- 
vana stava, erano guerre di due popoli gio- 
vani ; brevi e generose ; ma quando in Padova 
non isventolava più il suo vessillo di libertà 
colla croce rossa, ed il popolo levò in alto la 
casa da Carrara, le guerre furono lunghe e fra 
signorìa assoluta e repubblica adulta. Le lunghe 
guerre erano contro i Carraresi, non contro i 
padovani ; né per certo hanno sempre leal- 
mente operato cotesti distruttori delle fran- 
chigie di una città nobilissima e benemerita 
della penisola. 

Ma intanto che fuori succedevano tali av- 
venimenti, i Veneziani andavano incontro ad 
un gravissimo pericolo, e per poco che non 
sovrastasse loro la sorte delle altre città d' I- 
talia. Marino Falier, uomo ricco e potente, e 
sebbene vecchissimo, pure giovane dell'animo, 
s'era più volte dimostrato violento e senza 
modo. Podestà in Treviso per la repubblica, 
egli schiaffeggiò in pubblico il vescovo. Fatto 
doge, avvenne che in un festino pubblico. Mi- 
chele Steno, giovane nobile, corteggiasse una 
donzella, forse più che noi concedesse la maestà 
del luogo, e preso il doge da ira, lo fece cac- 
ciare. L'insulto pubblico dolse forte al giovane. 



— 137 — 

e nel primo moto della collera, uscito della 
sala emrò in altra, e scrisse sulla sedia ducale 
parole ingiuriose contro al doge insultandolo 
nella parte più delicata di vecchio, marito a 
donna giovane. Fu tradotto innanzi ai qua- 
ranta, che, vista Tetà dello Steno, compatito 
allo errore subitanto, non meditato, venuto da 
un primo moto di collera, secondo dice il Sa- 
nudo, cronista diligentissimo, fu condannato 
ad un esilio temporaneo, e ad essere fustigato 
con code di volpe. La sentenza non satisfece 
al doge ; che il vecchio marito volea sangue. 
Accadde che in quel tempo alcuni gentiluo- 
mini maltrattassero dei lavoratori nell'arsenale, 
i quali, arrecatisi delle offese, ebbero ricorso 
al doge. Rispose, non avere autorità, egli stesso 
offeso senza che fosse giustamente vendicato. 
Ascoltò le parole di distruzione dell' ordine 
presente del governo ; sì lasciò sedurre dal- 
l'idea di farsi signore assoluto per la forza del 
popolo. Col nipote, e con altri gentiluomini, 
ordì una trama, per la quale i congiurati do- 
veano uccidere tutti i nobili chiamando il Fa- 
lier al principato assoluto. Un creato di Ni- 
colò Leoni volle salvo il patrono : lo avverti 
che un tal giorno non andasse al consiglio. Il 
Leoni insospettito ne informa i dieci, si radu- 



-138- 

nano fuori del palazzo, aggiungendosi buon 
numero di senatori. Fanno il processo, il doge 
convinto è decapitato, e cosi nobili e popo- 
lari, e fra questi Filippo Calendario sovrano 
architetto e scultore di que' tempi. 

Cosi la storia raccolse lo avvenimento. 
Esaminandolo con secura sincerità né la of- 
fesa dello Steno recata al doge, né gli stra- 
pazzi dei gentiluomini ai popolani dello arse- 
nale potevano essere le cause vere e principali 
della congiura. Si bene doveva avere una causa 
occulta che il tempo e la logiea manifestano. 
Il Falier era uomo violento e ambizioso, fu 
podestà in diversi comuni d'Italia, aveva ve- 
duto come la signorìa dei comuni era caduta 
in mano di cittadini arditi, i quali ajutati dal 
popolo distrussero la libertà del popolo. 

Era traricco, possedeva il feudo di Valma- 
rino nel Trivigiano, e sebbene figli non avesse, 
pensò che se si fosse fatto signore di Vene- 
zia, avrebbe potuto lasciare lo scettro al nepote 
Bertuccio, colse il destro del fatto dello Steno 
e dei popolani dell'arsenale, e tentò la sua im- 
presa, che il caso volle scoperta e finita colla 
sua morte e quella de' suoi. Non ci era più verso 
a signoria del popolo, mutata facilmente e 
come sempre, in signorìa di un solo, sovrano 



— 139 — 

piccolo, debole,, non sicuro del principato, in 
guerra sempre coi vicini, e prevalenza delFa- 
ristocrazia, e leggi robustissime perchè fra gli 
ottimati nessuno potesse alzare il capo, e al- 
lontanassero il popolo dalla padronanza. Per 
la giustizia che non muta mai la sua essenza 
questo allontanamento del popolo era una colpa; 
ma la logica mostra come in politica sieno 
colpe fatalmente necessarie per la salvezza co- 
mune. E comune salvezza era quella di asse- 
curare la indipendenza dello stato col o asso- 
dare l'aristocrazia, perchè nella indipendenza, 
se il popolo perdeva i suoi diritti, conservava 
il suo proprio interesse. Mettendosi a que' tempi 
col criterio retto si vede che non si usciva da 
questo dilemma : o la casa dei Falier sovrana 
e la repubblica morta, e il popolo ridotto a 
nulla, servo del principe, ovvero l'aristocrazia 
dominante e il popolo socio in tutto col prin- 
cipato aristocratico fuorché nella sovranità. Nes- 
suno avrebbe allora pensato agli ordini costi- 
tuzionali che reggono al presente i popoli della 
vecchia Europa, e anche dai quali tanta parte 
del popolo viene esclusa. O se vi si quella 
tale idea del suffragio universale, vediamo a 
che cosa si riduca. 



— 140 — 

La esperienza parla sul presente, e la idea 
della democrazia assoluta, padrona, governante 
in uno stato grande, pel fatto non può essere 
che una illusione che è messa in campo da 
queglino ai quali può giovare, per mutare la 
condizione loro. La vera democrazia negli or- 
dini costituzionali del presente ha luogo se 
lasciano aperti gli aditi per salire. al potere a 
quelli del popolo che hanno vero merito ; nei 
tempi passati non poteva aver luogo quello 
che ci vollero dei secoli per maturare. 



— 141 — 



CAPITOLO X 



EPOCA Vili — DALLA CONGIURA 

DI MARINO FALIER ALLA GUERRA DI CHIOGGIA 

(Dairanno di C. 1355 al 1380) 



Nel ducato di Giovanni Gradenigo appar- 
vero i pericoli degli acquisti sul continente 
italiano. Recusando la repubblica concedere al 
re d'Ungheria una flotta che trasportasse le 
sue soldatesche contro la regina Giovanna di 
Napoli, la Ungheria mosse guerra ai Veneziani 
nella Dalmazia, facile alle ribellioni, e nella 
Marca Trivigiana, e Trevigi assediò. Intanto 
moriva il doge Gradenigo e gli fu eletto suc- 
cessore Giovanni Dolfin che era rettore a Tre- 
viso stretta dai nemici. Egli avvisato passò 
incognito fra i nemici ; altri dicono che i ne- 
mici gli lasciassero libero il passo. Il re di Un- 
gheria aveva per alleati i due perpetui nemici 
della repubblica, il patriarca di Aquileja, e il 



— 142 — 

Signore di Padova. La fortuna si mostrò av- 
versa, e si dovette venire ad accordi onerosi, 
fra i quali cedere al re la Dalmazia e la Croazia, 
rinunziare anche il titolo di duca di quelle 
regioni. 

Tutti sanno quali fossero que' tempi e 
quanto danno abbia recato alla Italia lo er- 
rore dei pontefici romani di consacrare i re di 
Germania cingendo al capo loro la corona im- 
periale di Oriente, per la quale si tenevano come 
sovrani signori anche della nostra penisola. La 
cessione delle coste dalmate al re di Uiigheria 
aveva assicurata alla repubblica la padronanza 
di fatto sul Trivigiano e delle coste della Istria ; 
parve che si dovesse munirla anche della san- 
zione imperiale, per sicurezza maggiore del 
dominio. Né questo avvedimento deve parere 
strano, se si pensa che i patriarchi di Aquileja 
tenevano il potere loro temporale per dono 
degli imperatori tedeschi, e ai Carraresi quando 
furono messi nella signoria assoluta della città 
loro, non bastò il voto del popolo, ma si fe- 
cero eleggere vicari del Santo romano impero. 
La investitura del Trivigiano e della Istria 
impartiva nel doge e comune di Venezia u- 
guaglianza di diritti coi due vicini, che non 
avrebbero potuto offendersi senza mancare ai 



— 143 — 

debiti del vassallaggio verso un sovrano signore 
comune. Per ottenere questa investitura man- 
darono in Germania tre ambasciatori, Lorenzo 
Gelsi, Marco Gomer, Giovanni Gradenigo uo- 
mini dei principali della repubblica. Fu inutile 
ogni arte diplomatica, l'imperatore negò la in- 
vestitura. Partirono dalla sua corte il Gorner 
e il Gradenigo, e passando per gli stati del 
duca d'Austria furono imprigionati a tradi- 
mento, né libertà ottennero se non se allora 
che il duca volle amicarsi i Veneziani per com- 
battere più sicuramente il patriarca di Aquile j a, 
anzi domandò poter visitare Venezia dove ebbe 
magnifici accoglimenti. Lorenzo Gelsi rimasto 
nella corte dell'imperatore più tardi che gli 
altri, ha potuto giungere sano e salvo in Ve- 
nezia. Il ducato del Dolfin ebbe non lieti av- 
venimenti e anche la peste. 

La elezione di Lorenzo Gelsi al ducato, 
effli la dovette a un caso. Gli elettori radu- 
nati nel consesso loro udirono che il Gelsi, 
allora capitano delle galere che presidiavano 
il golfo, aveva vinta una battaglia contro i 
Genovesi, duesta notizia gli fece ottenere tutti 
i suffragi, e non era punto vera. Perchè il 
caso non si replicasse, si prescrisse che da 
quind'innanzi gli elettori del doge dovessero 



— 144 — 

procedere alla elezione in segreto conclave, e 
non potessero durante le pratiche avere nes- 
suna comunicazione col di fuori 

Nel ducato del Gelsi si nota anche per- 
chè ornasse con una croce il beretto ducale, 
del quale i dogi doveano sempre presentarsi 
coperti nei consigli. Era vivo il suo genitore, 
che dal momento nel quale Lorenzo fu doge, 
non portava più il suo beretto nero, perchè 
avrebbe dovuto torselo di capo alla presenza 
del doge, e questo stimava essere indegno 
della sua dignità patema. Qjaando la croce fu 
sul beretto ducale diceva alla croce inchinarsi 
non a chi la portava, il quale, sebbene prin- 
cipe, era sempre suo figlio. 

Il reggimento del Gelsi fu contristato dalla 
più tremenda delle ribellioni di Gandia, nella 
quale i coloni di origine veneziana si erano 
uniti ai naturali della isola elevando lo sten- 
dardo di san Tito, e stracciarono quello di san 
Marco. Si adoperò prima ogni possibile dol- 
cezza per reprimerla, e fu inutile ; si dovette 
schiacciarla colle armi, e Luchino dal Verme 
fu mandato con truppe assoldate e li vinse. 
Grandi allegrezze se ne fecero a Venezia, e ne 
abbiamo esatta e splendida narrazione di Fran- 
cesco Petrarca, che mandato dal Carrarese, suo 



— 145 — 

ambasciatore, assistette al gran torneo che si 
fece nella piazza di san Marco. Il Petrarca che, 
sebbene fosse accolto e protetto da un prin- 
cipato assoluto, distruggitore della libertà pa- 
dovana e vicario imperiale, pure aveva spiriti 
repubblicani, donava alla repubblica il più pre- 
zioso dei tesori che possedesse, i volumi che 
aveva raccolti nelle sue peregrinazioni. La re- 
pubblica ricambiò il dono col regalargli una 
casa in Venezia. 

Lorenzo Gelsi moriva lasciando di -sé dub- 
bia fama, quasi lavorasse occultamente a farsi 
signore della patria. Egli ostentava, ricchis- 
simo com'era, tale fasto che quasi regale potea 
dirsi. La storia non è chiara su questo pro- 
posito ; il fatto che prima della elezione del 
suo successore fu ristretta ancora l'autorità du- 
cale, farebbe provare lo asserto. 

Era ottuagenario Marco Corner quando 
ascese al trono ducale. Nel suo tempo i ve- 
neziani si collegarono coi Lusignani di Cipro, 
e mossero contro i saraceni d'Egitto. Ales- 
sandria fu presa e saccheggiata, poi la si ab- 
bandonò. Vi fu nuova ribellione in Candia 
che male sopportava la sua dependenza da 
Venezia, e fu domata. Q.uando Urbano V tornò, 
per breve tempo da Avignone a Roma, la 

10 



— 146 — 

flotta veneziana si unì a quella degli altri Stati 
marittimi d'Italia per trasportario. Se quel papa 
fosse stato italiano e non francese, se avesse 
avuto gli spiriti di alcuno de' suoi predeces- 
sori, se avesse potuto e saputo farsi capo d'I- 
talia, quanti danni si sarebbero risparmiati al 
nostro paese! 

Ma cosi non avvenne e nuovi e gravis- 
simi danni ebbe subito il paese nostro. Non 
si dice di quelli venuti dagli stranieri, ma di 
quelli che gli procurarono gli italiani. 

Egli è degli imperscrutabili decreti della 
Provvidenza, che se un popolo deve sussistere 
e risorgere, anche se ridotto a tale che la sua 
vita sembri sfidata da credere che debba irre- 
missibilmente perire, si compiano fatti che 
sembrano miracolosi. E le umane previsioni 
sulla fine, che pare certa, di quel popolo fal- 
liscono, e le armi di forze poderose e di acuta 
malvagità s'infrangono per la sapienza, il co- 
raggio, la costanza, la robustezza, le annega- 
zioiii di pochi generosi che sanno insignorirsi 
delle moltitudini, e consentono unanimi ad 
ogni sacrifizio. Nella dolorosa e vergognosa 
pagina di storia italiana che or ora si legge, 
Venezia novera tre di que' generosi, Andrea 
Contarìni doge. Vittore Pisani, Carlo Zeno dei 



— 147 — 

quali non si sa quale fosse il maggiore, e vi 
si può aggiungere anche Taddeo Giustiniano. 

I Veneziani mostrarono quella unanimità di 
consentimento, la quale è la vera e inconcussa 
e irremovibile base della grandezza per le na- 
zioni. 

Se il tempo nel quale Andrea Contarini 
fu sostituito al vecchio doge Corner non fosse 
stato contaminato dal sangue sparso d'italiani, 
da altri italiani, la storia troverebbe diffìcil- 
mente più gloriosa pagina da descrivere, e assai 
di rado si scontrano pagine piene di maggior 
poesia. 

Il tempo del Contarini non era tempo di 
leggende meravigliose. E pure la storia rac- 
colse una specie di leggenda meravigliosa. An- 
drea Contarini, come i più dei giovani patrizi, 
n^lla sua gioventù era mercadante in Sona. 
Ivi, un indovino gli profetò che sarebbe di- 
venuto principe nella sua patria, la quale, lui 
principe, avrebbe sopportato disgrazie grandi. 

II vaticinio non fu mai scordato dal Conta- 
rini, che pare si dilettasse come altri molti del 
tempo suo di astrologia. Salito ai primi onori 
dalla repubblica, quando moriva il doge Marco 
Corner, senti essergli designata dalla^voce pub- 
blica la dignità ducale. Il vaticinio lo assalse, 



— 148 — 

fuggi da Venezia, e sì raccolse in un suo ca- 
stello fuori del territorio della repubblica, nel 
territorio padovano, a San Bruson, distrutto 
interamente da pochi anni. Il voto pubblico fu 
compiuto, fu eletto doge : gli si inviò un'am- 
basceria di dodici Senatori che gli annunzia- 
rono la corona ducale. Egli la recusò, e fu 
necessario che uno degli ambasciatori gli or- 
dinasse, in nome della patria, lo accettarla. Il 
gran cittadino obbedì. 

Per certo il vaticinio sulle tribolazioni di 
Venezia non ha altro valore che mostrare, 
come ancora i tempi amassero il maraviglioso, 
e forse fu trovato quando pure si avverasse. 
Appena doge, i Triestini si ribellarono*, e do- 
mandarono soccorsi al duca di Austria. Per 
allora furono domati ; più tardi i Veneziani 
perdettero Trieste per sempre. Sempre mal 
fido e inquieto vicino era Francesco il vecchio 
da Carrara, signore di Padova. I Veneziani 
verso il territorio padovano non avevano punto 
allargato il territorio della primitiva consocia- 
zione, e possedevano soltanto il territorio del 
vasto villaggio detto le Gambarare. Coi pado- 
vani sempre ire e gelosie, e crebbero quando 
la insegna del Carro trascinò sotto le ruote 
del carro il libero vessillo della croce rossa in 



— 149 — 

campo bianco, finché i Signori da Carrara fe- 
cero alleanza con altri signori italiani, e anche 
con genti straniere per noi, non per loro, vi- 
cari del santo romano, ma tedesco impero. E 
le ire e le gelosie crebbero tosto che la re- 
pubblica acquistato il Trevigiano, più larghi 
furono i confini delle due dominazioni. Gli 
storici narrano di brutte arti usate dal Carra- 
rese contro i Veneziani, di una congiura sco- 
perta e punita, dello avere sedotto patrizi col- 
Toro perchè gli manifestassero segreti dello 
stato. Vi è chi le dice calunnie, ma la puni- 
zione dei congiurati fa puntello alla storia. 

Si venne poi a guerra aperta, e il Signore 
di Padova, che era italiano, implorò l'alleanza 
del re di Ungheria, e del duca di Austria. La 
guerra fu con varia fortuna, e i Veneziani vin- 
citori alla fine dettarono la pace onerosa e 
non onorevole pel Carrarese. Cedette territo- 
rio, pagò le spese della guerra, distrusse i for- 
tilizi eretti sul margine della laguna, si obbligò 
a un tributo per dieci anni, perdonò a un 
congiunto ribelle. Di più ed egli, e il figlio 
suo Francesco II detto il Novello, dovettero re- 
carsi a Venezia per domandare perdonanza 
alla Signorìa. E cosi fu, e compagno e quasi 
inter-cessore del perdono ebbe Francesco Pc- 



— 150 — 

trarca. Il vecchio Carrara raccolse V ira nel 
petto, e solamente aggiunse per cimiero al suo 
scudo una testa di toro, col moto, memor. 

Nel regno lungo, conserto di dissolutezza, 
pieno di strani e luttuosi eventi di Giovanni I 
Paleologo, detto anche Calo Janni (Giovanni il 
bello) imperatore di Oriente, vi ebbero anche 
discordie domestiche. Per la prepotenza tur- 
chesca fu costretto a gastigare collo abbacina- 
mento e il carcere il proprio figlio che aveva 
favorito un figlio ribelle del Sultano Amurat. 
Andronico figlio di Calo Janni usciva dal car- 
cere, e vi cacciò il padre. Si trovava allora 
per ragione di traffico Carlo Zeno, che godeva 
la grazia di Calo) anni : con singolari ardimenti 
giunse a liberarlo due volte, e ottenne da lui 
la donazione delle isole del Tenedo alia re- 
pubblica, che tosto se ne impossessò. Da que- 
sto fatto lontano, da altri fatti in Cipro, e 
più che da tutto dalle ire del Carrarese si 
originò la guerra esiziale fra le due repub- 
bliche di Venezia e di Genova, questa seconda 
ingelosita per lo acquisto del Tenedo. I Ge- 
novesi trovarono soccorritori facili il Carrarese 
e il patriarca di Aquileja, sempre avversi a 
San Marco, e domandarono e ottennero ajuto 
dal re di Ungheria. 



— 151 — 

Fu la guerra più crudele che Venezia sop- 
portasse, sola contro nemici tanti e cosi po- 
derosi. Opposero ai nemici Vittore Pisani, va- 
loroso capitano, ma fu sconfitto nelle acque 
di Fola ; i nemici si accostarono a Venezia, 
giunsero presso Chioggia, se ne impadroni- 
rono, minacciarono la città che vide il suo 
territorio invaso dai nemici anche nella parte 
di terra. Vorremmo poter addentrarci in tutti 
i particolari di quella guerra. Dobbiamo con- 
tentarci di notare solamente che Andrea Con- 
tarini non disperò della patria e salì una galera 
con allato Taddeo Giustinian per recuperare 
Chioggia. Carlo Zeno arditissimo capitano men- 
tre Genova incalza a morte Venezia, col suo 
navile vola ad offenderla su tutti i mari e fino 
sulle sue stesse marine e giunge a tempo per 
salvare la patria. Vittore Pisani ingiustamente 
era carcerato per la colpa non sua ma del- 
l'avversa fortuna. Il popolo lo domanda al 
senato, vuol combattere la battaglia suprema 
capitanato da luì, e grida ai cancelli del suo 
carcere Viva Pisani, ed egli — Non viva Pi- 
sani, viva San Marco per quanto gli basta la 
voce. È scarcerato, con modestia di cittadino 
ricusa ogni corteo, si ritrae alla sua casa, e 
n'esce per andar a combattere per la patria. 



— 152 — 

e per morire circondato da gloria imperitura. 
Stretti da ogni parte i Genovesi in Chioggia 
dovettero cedere. Vollero i nobili, e più che 
tutto volle il popolo che se stesso e i suoi 
averi offerse alla terra materna, » mostrò con 
un fatto cospicuo, solenne, indistruttibile amare 
svisceratamente coloro che la aveano spode- 
stata, e gli usurpatori aveano a che fare con 
un popolo che mostrò la sua gioventù e la 
sua potenza nella guerra di Chioggia. 

La pace che segui fu merito del Duca di 
Savoja; le conseguenze della guerra furono 
assai diverse per Genova e per Venezia. QjLiesta 
risorse più gagliarda, quella non potè più re- 
cuperare la sua grandezza. 



— 153 — 



CAPITOLO XI 



EPOCA IX — DALLA GUERRA DI CHIOGGIA 

ALLA ULTIMA GUERRA COI GENOVESI 

(Dall' anno di C. 1380 al 1453) 

Siamo giunti all'epoca che segna l'apogeo 
della grandezza veneziana ; epoca della quale 
abbondano i documenti, e se lo storico veri- 
tiero non reca nei suoi scritti né odio, ne 
amore soverchiante, incede sicuro, e può gio- 
vare ai futuri sponendo utili verità. Si asso- 
dava l'autocrazia pura ed ereditaria. Memorie 
dell'esistenza e del convenire tutti i Veneziani 
neUa conclone od arengo il Miazzo le trova 
fina al 1326. Nel 1423 vacante il ducato per 
la morte di Tommaso Mocenigo, fu stanziato 
che arengum ampUus non vocetur. Convocare 
V arengo era una* delle podestà del doge ; to- 
gliendo Varengo, si limitava la sua autorità, si 
allargava quella dei nobili : questa legge fu 



— 154 — 

messa nella promissione ducale (i). Nel ca- 
pitolare poi de' consiglieri v' è la spiegazione 
della legge ; vi si dice arengo per messer lo 
dose, né per altri poi esser chiamado, salvo che 
creado el dose, debba esser chiamado arengo a 
puhlicar la creation secondo usanza. Un momento 
opportunissimo si colse per torre al popolo 
l'autorità, quello, cioè, nel quale le ricchezze 
abbondavano ; il commercio cresceva, e nel 
commercio si associavano nobili e popolo ; le 
industrie erano floridissime, ed erano in mano 
del popolo. Si era andato smettendo 1' uso di 
adunare il comune ; si rispettò la sanzione del 
comune alla elezione del doge. Ed era mo- 
mento nel quale urgeva la necessità di strin- 
gere il potere in un numero minore di go- 
vernanti, per evitare i danni delle signorie 
assolute, nelle quali si mutarono i governi 
popolareschi degli altri comuni italiani. I no- 
bili, avendo comunanza di diritti, aveano ge- 
losia l'uno dell'altro ; dal che veniva che alcuna 
esterna potenza non poteva padroneggiarli tutti 
direttamente o indirettamente ; e gelosi V uno 
dell'altro individualmente, né tutti dominati da 
estema potenza, nasceva l'equilibrio necessario 

(1) Promiss. due. È libro a stampa; si pubblicava ad 
ogni elezione di doge; così il capitolare de' consiglieri. 



— 155 — 

alla cosa pubblica. Chi credesse che il popolo 
lasciasse imporsi il giogo, perchè avvilito, senza 
coscienza politica, senza morale domestica, si 
troverebbe in errore. Era anzi ricco, indu- 
strioso, pieno di vita e di coraggio ; e lo pro- 
vano i suoi atti generosi, il disinteresse, la 
devozione che mostrò al tempo della guerra 
di Cambrai, come al tempo della guerra di 
Chioggia. Chi credesse che i nobili, acqui- 
stando il potere, acquistassero privilegi speciali, 
crederebbe il falso, perocché basta esaminare 
gli atti del consiglio de' dieci e de' magistrati ; 
basta leggere gli annali del Malipiero e quelli 
del Sanudo, per vedere con qual severità erano 
puniti ; come fossero soggetti allo stesso peso 
de' pubblici aggravi. Cosi si consolidò l'aristo- 
crazia ereditaria ; ma non ebbe vera sanzione 
se non se colla legge del 1 506, del 3 1 Agosto, 
colla quale fu istituito il così detto libro d'oro, 
che raccolse legalmente le prove della nobiltà. 
Prima di quest'epoca, vediamo dai documenti, 
che aggregando un estraneo al maggior con- 
siglio, si dice assunto alla dignità di nostro 
concittadino. Dopo, è detto di nostro nobile. 
Corsero lunghi secoli prima che si conpiesse 
questo fatto, e se v'ebbero lotte posteriori, 
furon tra nobili e nobili. Stabilita l'aristocrazia 



-IS6- 

ereditaria, sorgeva vicino ai nobili un altro 
ordine, quello dei cittadini. Cittadino di Ve- 
nezia era in antico chiunque faceva parte della 
concione. Quando fu escluso il popolo dal 
reggimento, la concione abolita, una seconda 
aristocrazia di fatto venne stabilendosi, che 
coadjuvava V aristocrazia dei nobili. Leggesi 
nei documenti più antichi majores, mediocres 
et minores formare il . comune di Venezia. Col- 
r acquistare il potere i maggiorenti crebbero i 
mediocri, e cosi andò formandosi l'ordine se- 
condo dello Stato, ch'ebbe nome di cUtadini 
originari. Negli antichissimi tempi troviamo 
due qualità di cittadini ; dù intiis, che godevano 
tutti i diritti di cittadinanza veneziana ; de extra 
che ne godevano una parte. I cittadini de intus 
si chiamarono poi cittadini originari ; ebbero 
soli il diritto di esercitare tutti i ministeri del 
governo, e sovra tutto la cancellerìa ducale, 
che divideva coi nobili il segreto dello Stato ; 
alla quale erano confidati gli archivi, e date 
incumbenze gelose, cosi nella intema come 
nella politica esterna. Il gran cancelliere della 
repubblica era tratto dai cittadini originari ; 
magistrato gravissimo, che compartecipava nello 
splendore e nella dignità dei nobili. I ministri 
de' magistrati, come avvocati fiscali, ec, do- 



— 157 — 

veano essere cittadini originari, anche quando 
in tempi posteriori per le necessità dello Stato 
molti di codesti ufHzii secondari furono ven- 
duti. Mala usanza, ma ch'era usanza di quasi 
tutti gli Stati, e della quale forse ha dato l'e- 
sempio Luigi XII di Francia. I cittadini origi- 
nari esercitavano le professioni liberali : medi- 
cina, avvocazione, notariato (quando non fu 
più esercizio del clero), le arti nobili, archi- 
tettura, pittura, ec. Erano anche mercanti ; 
racchiudevano la parte più eletta del popolo. 
Se l'aristocrazia divenne sovranità, i cittadini 
originari potevano dirsi nobiltà. Gli abitanti 
delle isole principali che rimasero abitate, 
Chioggia e Murano, governate da rettori no- 
bili, aveano un consiglio proprio, e l' essere 
ammesso a questo consiglio dava il diritto alla 
cittadinanza originaria di Venezia. Cosi si con- 
servavano le traccie dell'antichissima consocia- 
zione, fondamento della repubblica. 

Quando la sovranità fu del Maggior Con- 
siglio, composto di soli nobili, che la trasmet- 
tevano in eredità ai discendenti, crebbe l'autorità 
del senato o pregadi. Fu riconosciuta la sua 
autorità dal Maggior Consiglio, che gli delegò 
l'amministrazione della repubblica, il diritto di 
far guerra e pace. Era composto il pregadi di 



-158- 

sessanta senatori, a' quali sessanta altri si ag- 
giunsero. I primi conservarono il nome di 
pregadi ; gli altri si chiamarono della ^onta 
(aggiunta). Erano eletti per un solo anno dal 
Maggior Consiglio ; potevano essere rieletti. La 
quarantìa criminale avea voto nel senato. 

Torniamo alla politica esteriore. Al trava- 
gliato e glorioso governo di Andrea Contarini 
succedette il brevissimo di Michele Morosini. 
Due memorie ci restano di questo ducato : il 
testamento di Gherardo da Camino uno dei 
principali baroni della Marca Trivigiana, l'altro 
un patto del Tenedo. Il Caminese istituì erede 
dei suoi feudi la repubblica che li rinunziò al 
duca di Austria al quale avea ceduto il Trevi- 
giano per non averlo nimico nella guerra di 
Chioggìa. Le piaghe dello Stato sanguinavano, 
perchè la repubblica potesse coi feudi del Ca- 

' minese farsi argomento di contese col duca 

' tedesco. 

La isola del Tenedo, importantissima per 
la sua postura, era stata la prima causa della 
guerra coi Genovesi sdegnati perchè i Vene- 
ziani se ne fossero impossessati accampando la 
donazione dell'imperatore Calo Janni. Nel trat- 
tato si statui che il Tenedo sarebbe conse- 
gnato al duca di Savoja il quale entro due 



-159- 

anni deciderebbe cui spettasse, se a Venezia o 
se a Genova. Il governatore veneziano Zanuchi 
(Giannetto) Muazzo negò consegnarla ai com- 
missari del duca di Savoja, resistette anche 
colla forza, e si dovette mandare da Venezia 
un'armatetta per costringerlo alla cessione. Il 
suo amore di patria pel quale non voleva farle 
perdere quel bel possesso utilissimo ai com- 
merci, gli fece perdonare la inobbedienza. 

dui non si può non riferire un passo 
della cronaca, intitolata Vite dei dogi, stupendo 
lavoro di Marino Sanudo Giuniore. Parlando 
del Tenedo, dice : qnesta (la detta isola) fu la 
cagione che i Turchi passarono nella Grecia, e 
molte anime si perdettero per tale cagione. Che 
la fortezza del Tenedo nelle mani dei Vene- 
ziani, potenti allora, avesse avuto la forza dello 
impedire lo iHipeto turchesco e le secolari sue 
conseguenze, le quali sono tanta parte anche 
delle incertezze presenti nella politica europea, 
non si oserebbe affermarlo. I Genovesi ebbero 
il Tenedo, e non furono avversi ai turchi, 
come lo si vedrà. Egli è da deplorare la cecità 
delle guerre fraterne per le quali rimangono 
astii che ci vuol secoli e avvenimenti gravis- 
simi per annichilare. E per questi astii e per 
lo interesse proprio, la povera Italia non ha 



— i6o — 

potuto, quando avrebbe potuto, opporre resi- 
stenze al nemico dei cristiani. 

Qjuali fossero i cittadini di Venezia lo mo- 
strano due fatti di Antonio Venier. Egli era 
duca o supremo governatore di Candia, quando 
gli giunse la notizia della morte di Michele 
Morosini, e che era stato eletto doge in suo 
luogo. Egli era in contesa col comandante delle 
milizie : saputa la elezione, lo mandò a chia- 
mare. Recusava l'altro e gli fece rispondere 
che se avesse qualcosa da dirgli, venisse egli 
da lui. Fece replicare il Venier non egli lo 
domanda che si rechi dal Venier o dal duca 
di Candia, ma dal Doge di Venezia. Subito 
viene e il doge se gli fa incontro e affet- 
tuosamente l'abbraccia, e d'allora in poi furono 
amicissimi. 

Ma se gentile era lo animo del Venier 
come uomo, come cittadino ebbe petto di 
bronzo. Condannava al carcere il proprio figlio 
colpevole di pubblico scandalo ; ammalò e mo- 
riva, ma il doge non volle vederlo, sebbene 
richiesto, perchè non aveva scontata la pena. 

Francesco da Carrara, nemico assiduo dei 
Veneziani, per prepararsi alla riscossa, dopo 
aver osteggiato il duca d'Austria comperò da 
lui il Trivigiano che la repubblica aveva ce- 



-i6i- 

duto a questo, non ritenendo per sé che i ca- 
stelli di Mestre, e Musestre, sue difese da quella 
parte. Intanto moriva Marquardo patriarca di 
Aquileja, e papa Urbano V concesse in com- 
menda il patriarcato di Aquileja al francese 
cardinale di Alen^on. 

Il Friuli con annesse terre tedesche ebbe 
una costituzione che lasciando la sovranità al 
patriarca, gli metteva d' accosto un parlamento 
composto di baroni ecclesiastici, di baroni laici, 
di comunità libere. Principalissimi fra i baroni 
laici erano i Savorgnani casa potentissima e 
quasi sovrana. Questi e i Spiiimbergò, i Col- 
loredo, i Maniago, i Prampero ed altri, e le 
comunità libere di Udine, Sacile, Marano, non 
potevano patire scemati o tolti i diritti del 
parlamento, che sarebbero stati conseguenza 
della commenda. Si collegarono ai Veneziani 
contro il cardinale che si alleava col Carrarese. 
Il quale nel possibile trionfo del cardinale a- 
vrebbe tenuto possibile lo insignorirsi della 
Venezia terrestre, e poter tentare le sorti di 
una vittoria sulla marittima. Prodigò Toro per 
sedurre due patrizi, Pietro Giustinian Avoga- 
dore del comune, Stefano Menolesso membro 
della quarantia, che gli svelavano tutti i segreti 
dello Stato, per mezzo di un suo fattore. Sco- 
li 



— l62 — 

pcrti i traditori furono dannati nel capo. Il 
Carrarese mentre pugnava pel cardinale teneva 
l'occhio teso verso gli Scaligeri, perchè del 
dominio loro potesse conseguire la sempre am- 
bita Vicenza. Antonio della Scala strettosi coi 
Veneziani imprese una guerra nella quale fu 
vinto due volte dai capitani Carraresi, e co- 
stretto a fuggire. 

Il Carrarese era salito a tanta potenza da 
potersi credere vicino il momento di compiere 
i suoi propositi contro Venezia, e si ajutava 
anche per acquistare la isola di Corfìi che si 
era ribellata alli Napoletani che ne erano Si- 
gnori. Un'altra Signorìa si era intanto formata 
nella Italia superiore e si allargava nella media 
che parve potesse unificare sotto una sola do- 
minazione tutta la nostra penisola. Non si sa- 
prebbe dubitare che tale fosse il proposito di 
Giangaleazzo Visconti Conte di Virtù, e co- 
nobbe che per allargarsi nella Venezia gli sa- 
rebbe stato ostacolo la potenza del Carrarese, 
che osteggiare apertamente non volendo egli 
allora, volle e seppe pigliarlo a gabbo. Gli pro- 
pose ajuti contro Antonio della Scala, e pat- 
teggiarono degli stati di lui. Al Visconti Verona, 
Vicenza al Carrarese. Ma il fedifrago Signore 
di Milano non solo non mantenne la data fede. 



-i65- 

ma ruppe la guerra al Carrarese che aveva le 
sue forze distratte nel Friuli e nel Trivigiano. 
Venuto a battaglia, il Carrarese fu sconfitto e 
fatto prigioniere dalle soldatesche milanesi. Il 
figlio di lui Francesco Novello da Carrara fu 
costretto a duro esilio. 

Giangaleazzo si rivolse ai Veneziani per 
averli favorevoli contro ai Carraresi, promet- 
tendo loro il Trivigiano e alcune terre pado- 
vane conterminanti alle lagune. Parve a taluno 
che fosse meno terribile la prossimità della Si- 
gnorìa Carrarese che quella della Signoria Vi- 
scontea. Però molto era il recuperare il Tri- 
vigiano, e quand'anche il Visconti fosse, come 
lo era, padrone di Padova, e avesse ampio ma 
contrastato dominio, doveva pensarci prima 
di assaltare Venezia. Come mancò di fede al 
Carrarese al quale aveva promessa Vicenza, 
negò poi Trevigi ai Veneziani. Il popolo tri- 
vigiano si ammutinò, e gridava — Marco — 
Marco. Sia che Giangaleazzo, che il titolo di 
Conte di Virtù aveva mutato in quello di duca 
di Milano comperato dallo imperatore (il qual 
titolo fu causa di danni infiniti ai suoi suc- 
cessori e della perdita della sovranità) sia che 
Giangaleazzo non trovasse il suo tornaconto 
nello inimicarsi la repubblica, o sia che il del- 



— 164 — 

Verme suo capitano non fosse sordo alle pro- 
poste di questa, il fatto sta che riebbe Trevigi, 
Feltre, e Belluno. E fece la pace col patriarca 
di Aquile j a Giovanni di Merovin successore del 
cardinale d'Alen^on, rimettendogli in grazia i 
baroni friulani nemici del suo predecessore. 

Assicuratasi la repubblica nei suoi possessi 
sijl continente italiano, mentre Giangaleazzo 
era gravemente assalito dai fiorentini e dai 
bolognesi, andò destreggiando con lui. Fran- 
cesco Novello da Carrara con grande acume 
fuggi dalle zanne del Visconti e con grande 
coraggio arrivò a sorprendere la guarnigione 
del Sire Lombardo in Padova collo ajuto del 
popolo e se ne impadronì. I Veneziani gli fu- 
rono larghi di soccorsi, ed egli mandò in so- 
lenne ambasceria i suoi figli, a rendere alli 
Signori solenni grazie, e proferirsegli quasi 
figlio. 

Mentre si allargava la potenza dei Vene- 
ziani in Italia, cresceva anche verso oriente. Si 
dedicavano a loro gli isolani di Corfù per ti- 
more della potenza turchesca che si avanzava, 
e cosi pure Argos, Napoli di Romania, Durazzo, 
Alessio, Scutari per spontanea cessione. 

I veneziani poi non vollero prender parte ad 
una crociata indetta da Urbano VI, ma, media- 



-i6s- 

tore Carlo Zeno, mandarono forte navile alle 
foci del Danubio, che fu spettatore e partecipe 
della grande sconfitta che Bajazet diede ai col- 
legati cristiani a Nìcopoli. La quale sconfitta 
avrebbe allargata la potenza turchesca in Eu- 
ropa, se non già un prodigio, ma un accesso 
di gotta (come nota il Gibbon) non avesse 
impedito a Bajazet il cogliere quel frutto che 
la sua vittoria pareva ripromettergli, e pel quale 
forse avrebbe potuto verificare la sua minaccia 
di dar da mangiare la biada al suo cavallo sulla 
mensa delVdltare di San Pietro in Roma. 

Vuole esser ricordato un fatto intemo di 
Venezia che mostra gli acuti avvedimenti della 
repubblica. Una delle pratiche di divozione più 
strane di que' tempi era quella del flagellarsi 
le spalle, e confraternite di battuti vi erano 
anche in Venezia. Nell'ultimo anno del ducato 
di Antonio Venier si istituirono in Italia grandi 
compagnie di battuti, detti penitenti biamhi, i 
quali vestiti di bianco andavano da città in città 
girovagando e gridando misericordia. Il Con- 
siglio dei dieci che si era insospettito di tali 
adunanze e che avendo saputo che i penitenti 
bianchi di altre città d'Italia erano giunti sino 
a Chioggia, dopo essere stati bene accolti dal 
Signore di Padova, prescrisse addì io Settem- 



-i66- 

bre 1398 al podestà di Chioggia di far si che 
non giungano a Venezia, sed recedendo de clugia 
(Chioggia) vadant prò factis suis, observando 
in hac potestatem nostrum clugia iìlam honestaiem 
quam poterti, ostundendo quod faciat a se et quod 
non procedat a nostro dominio. Si voleva evitare 
ogni pericolo senza esporre il governo. 

Vi era in Venezia una specie di sètta, di 
mistici capitanati dal fiorentino Beato Giovanni 
de Dominici e che avea per ajuto il patrizio 
Andrea Soranzo e prete Leonardo Pisani. Questi 
pensarono d'istituire penitenti bianchi anche in 
Venezia, e senza farlo sapere al governo, im- 
presero una processione. Giunti a SS. Giovanni 
e Paolo scontrarono uno dei Capi del Consiglio 
dei dieci co* suoi uomini, che intimò loro, si 
separassero. Non vollero : si venne a risse, e 
vi furono busse, e dice una cronista monaca, 
che non si risparmiò il Crocefisso che era por- 
tato dal Soranzo. Il Consiglio dei dieci ordinò 
che i capi fossero arrestati in casa. E si fece 
regolare processo. Il Dominici fu dannato allo 
esilio per quattro anni da Venezia e dal suo 
ducato, il Pisani al bando dalla sola Venezia 
(de civitate Rivoalti) per un anno, ugualmente 
il Soranzo. Un frate Girolamo da Treviso fu 
sciolto dall'accusa. Tutti quelli che ebbero parte 



— 167 — 

nella processione se la cavarono con una pa- 
ternale severa. I documenti di questo processo 
si leggono nelle Inscri:(ioni di Santo Andrea de 
Zirada, pubblicate e illustrate da quello illustre 
raccoglitore e spositore di tesori storici eh' è 
E. A. Cicogna, e mostrano i tempi, gli uomini, 
e come si esercitasse la giustizia in Venezia. 

Un giovane aveva scritti insulti sul seggio 
ducale di Marino Falier ; chi gli avrebbe vati- 
cinato che più che mezzo secolo dopo sarebbe 
stato doge ? Pure la fu così ; dopo la morte 
di Antonio Venier, fu doge Michele Steno, ed 
ebbe ducato glorioso. 

Non è del nostro compito il narrare le 
guerre di Bajazet con Tamerlano e i tartari. Ri- 
cordare dobbiamo i danni che questi recarono 
a Venezia col distruggere la fiorente colonia 
che avevano alla Tana, e come collegati coi 
Genovesi e Francesi siano accorsi in sussidio 
dello impero di Costantinopoli, contro di Ta- 
merlano. 

Nella ultima guerra che vi fu tra Venezia- e 
Genova, i Genovesi erano capitanati dal fran- 
cese Boucicault, i Veneziani da Carlo Zeno. I 
Genovesi saccheggiarono i fondachi dei Vene- 
ziani a Beruti. Vennero a battaglia alla Maina 
e vinsero i Veneziani ; la pace fu firmata in 



n 



— i68 — 

Genova. QjLiesti commisero una inutile crudeltà, 
dannando a morte un francese, perchè aveva 
detto volersi lavare le mani nel sangue vene- 
ziano. 

Le insegne di Genova e di Venezia da 
allora in poi non furono più contaminate di 
sangue fraterno, e i figli di coloro che l'hanno 
sparso, hanno debito di amarsi fra loro quanto 
i padri loro si odiarono ; e di amare la patria 
comune, ignota ai padri loro. 

Nel finire questi accenni sulle lunghe e 
turpi guerre di Venezia e di Genova, non pos- 
siamo ommettere un atto bello e generoso che 
conforta l'animo di chi dovette ricordare co- 
teste lunghe tragedie. Nel 1380 le matrone 
veneziane vennero al soccorso dei captivi di 
Genova, diedero loro vesti e ajuto prestarono 
ai nemici, agli uccisori di mariti, di padri, di 
figli, di fratelli. Atto generoso che fa prova il 
cuore di donna essere sorgente inesauribile di 
affetto, e di carità : magnanimo sentimento, pel 
quale la memoria delle avole nostre resta nella 
benedizione. 



— 169 — 



CAPITOLO XII 

EPOCA X — DALLA ULTIMA GUERRA COI GENOVESI 

ALLA MORTE DI MICHELE STENO DOGE 
(Dall'anno di C. 1405 al 1413) 



Giangaleazzo Visconti moriva, e con lui 
sfumavano i suoi progetti di signorìa sopra 
tutta Italia. Lasciò due figli, e uno Giovanni 
Maria fii duca di Milano, il secondo Filippo 
Maria fu Conte di Pavia. Erano fanciulli e la 
madre Caterina che nasceva anch'essa dai Vi- 
sconti fu la tutrice e la reggente degli Stati 
dei figli. Strana parve la divisione dei suoi stati, 
tra i due figli ordinata dallo stesso Gianga- 
leazzo. Morto il quale, si disfece quasi lo Stato 
che egli avea composto ma non reso com- 
patto, e che la sua volontà e li avvedimenti 
suoi tenevano unito per forza. Chi legge la 
storia di quel tempo vede una confusione, atti 
di barbarie che sorprendono. Discordie e ri- 



— 170 — 

voluzioni in Milano, uccisioni di uomini prin- 
cipali ; rinnovamento delle fazioni dei guelfi e 
dei ghibellini nelle altre città ; signori sposses- 
sati da Giangaleazzo che cercano recuperare il 
dominio. Dice il Muratori (a. MCCCCVII.) 
Era attaccato il fuoco al bosco, anche Francesco 
da Carrara pensò a scaldarsi e mosse contro 
Brescia le sue soldatesche, inutilmente. 

NelFanno seguente tolse presso di sé una 
specie di fantoccio Guglielmo della Scala, ba- 
stardo degli antichi Signori di Verona e lo 
presentò suffragato da forte esercito innanzi a 
Verona, e in nome di lui la ebbe, ed ebbe 
Vicenza. Caterina Visconti ricorse ai Veneziani 
promettendo ad essi la dominazione di Ve- 
rona, di Vicenza, di Belluno e Bassano e Feltre, 
ove soccorressero ai Visconti. Era morto Gu- 
glielmo della Scala, chi dice di morte naturale, 
chi di veleno propinato dal Carrarese : gli suc- 
cedettero i figli Brunoro ed Antonio, ma come 
trattavano coi Veneziani, il Carrarese se li fece 
venire a Padova prigioni e ottenne la domi- 
nazione di Verona. Vicenza si era data alla 
repubblica, e il Carrarese dovette rispettarla, 
togliendole l'assedio. Egli che non aveva voluto 
badare ad una ambascerìa dei Veneziani, ab- 
bandonato anche dal suo congiunto Nicolò di 



— 171 — 

Este, marchese di Ferrara, richiese la repub- 
blica per averne pace, e non ricevette che 
amare parole. Q.uindi si apparecchiò a guerra 
con gran coraggio e fu vinto, e anche tradito 
dai suoi, fatto prigioniero coi figli, fu condotto 
nelle carceri di Venezia, processato, strozzato 
coi figli in segreto. E i Veneziani furono pa- 
droni di Padova, Vicenza, Verona, Belluno, 
Feltre, Bassano. 

Tolga Iddio che per noi si voglia giusti- 
ficare i Veneziani dalle accuse che li vennero 
da queste morti, e spezialmente dai vicini. Noi 
vivi vediamo vivere tranquilli assai principi 
spodestati, né chiedersi mai da nessuno che si 
consegnino a loro, né cercare di affrettarne la 
fine. Egli é da ringraziarne la civiltà del nostro 
tempo. Se da noi si scrivesse non già un som- 
mario, ma una storia distesa di Venezia, vor- 
remmo esaminare se questo atto di crudeltà 
sia stato assolutamente ingiusto. E per esa- 
minare se assolutamente ingiusto, dovremmo 
mettere sulla bilancia i fatti precedenti, ac- 
curatamente riconoscere se i signori da Car- 
rara hanno trattato con lealtà verso i Vene- 
ziani ; se furono buoni vicini, leali collegati 
negli interessi, aiutatori nei pericoli, fedeli nel 
mantenere le promesse ; se abbiano o no avuto 



— 172 — 

benefizii dai Veneziani. Né vorremmo preter- 
mettere l'esame della ragione di Stato, per 
sapere, se poteva essere compatibile la sussi- 
stenza di quella famiglia colla sicurezza della 
repubblica, la quale poteva avere vicino un 
comune, non un signore assoluto. E se la ra- 
gione di Stato non avesse concesso tal vicino 
non sicuro, inimico sempre, che usava armi 
aperte e segrete a' suoi danni, vorremmo at- 
tentamente, e senza dar adito a preoccupazioni, 
considerare la condizione de' tempi, i fatti degli 
altri popoli in quei tempi, non anticipando i 
progressi della civiltà, non accusando un po- 
polo, perchè non prevenne quello che non è 
'altro se non frutto de' secoli. Ed anche quando 
i secoli maturarono questo frutto, vorremmo 
cercare se mai ne' tempi più inciviliti avve- 
nissero fatti analoghi ; se v' abbia nazione o 
principato senza colpe. Allora potremmo pro- 
nunziare retto giudizio, e sarebbe giudizio 
conforme a giustizia, né quelli che condanna- 
rono a morte il Carrarese, e travolsero nella 
sua fine infelicissima i suoi figli innocenti, a- 
vrebbero minore il biasimo perchè furono 
padri nostri. Nei solenni giudizi della storia 
bisogna mettere nella . bilancia le condizioni 
dei tempi e della civiltà. La giustizia del- 



— 173 — 

r uomo si risente della umana natura, e 
le crudeltà inutili non sono che dei princi- 
pati barbari o stolti. Dalla morte dei Carra- 
resi, da quella del Carmagnola, dalla deposi- 
zione del doge Foscari venne tanta ira contro 
alla repubblica. Pure barbaro non ne era il 
principato né stolto, né poteva aver paura per 
ricorrere alla frode e alle crudeltà inutili. 

Fatti Signori della Marca Veronese e Tri- 
vigiana i Veneziani non si trovarono più ne- 
mici alle spalle fuorché il patriarca di Aquile j a. 
Recuperata Zara, ebbero a sostenere una guerra 
crudele contro Sigismondo re di Ungheria che 
li minacciò da vicino. Filippo Scolari cono- 
sciuto col nome di Pippo Spano, uomo ita- 
liano capitanava io esercito di Sigismondo. Fu 
detto che i Veneziani lo avessero sedotto a 
forza di oro perchè li facesse vincitori, e il re 
poi lo avesse fatto morire facendogli ingoiare 
oro per le fauci. Della nota di tradimento e 
della favola sul gastigo, crediamo averlo pur- 
gato in uno scritto da noi pubblicato nello 
Archivio Storico Italiano. 

Questa guerra però ebbe grandissima con- 
seguenza. Il patriarca di Aquileja, Lodovico di 
Tek, tedesco, prestò ajuto a Sigismondo, dal 
quale fu abbandonato, e rimase solo contso la 



-174- 

ira antica dei Veneziani molestati da una do- 
minazione che ostinatamente e perpetuamente 
li avversava tanto come potenza secolare che 
come potenza ecclesiastica per causa del pa- 
triarcato di Grado che quello di Aquile] a non 
poteva patire, e che parteggiava sempre per i 
tedeschi. Vinto il patriarca di Tek, finì la Si- 
gnoria temporale seconda d'Italia, e forse d'Eu- 
ropa, nessun'altra Signorìa di principato eccle- 
siastico essendo più lunga di quella della sede 
Aquilejese, che non fu avanzata in potenza che 
dalla sede romana. I Veneziani al pontefice 
che li rimproverava di questo fatto, risposero, 
esser pronti a restituire il Friuli ai patriarchi 
purché fosse chi li soddisfacesse delle spese 
della guerra, milioni di oro. 

Nessuno li pagò, e il Friuli rimase in po- 
destà di San Marco. Si venne ai fatti : i pa- 
triarchi ebbero la Signoria di due castelli in 
Friuli, San Daniele e San Vito al Tagliamento, 
gli antichi diritti al parlamento furono rispet- 
tati e così le leggi statutarie. Il patrizio man- 
dato a governare il Friuli ebbe nome di luo- 
gotenente ed esercitò i diritti dei patriarchi. 

Questo punto di storia fa sorgere una 
riflessione che non si può ommettere. Signori 
di vasto e potente dominio, i patriarchi di A- 



' 



— 175 — 

quileja, e a cavaliere d'Italia e Lamagna furono 
sempre in armi, erano sempre osteggiati dai 
vassalli, e più la spada doveano trattare di 
quello sia il pastorale, più combattere che pre- 
gare e benedire. Spodestati del potere tempo- 
rale, non avvenne per questo che il potere 
spirituale perdessero o sminuissero, che lo ac- 
crebbero anzi, e gli uomini eminenti che cin- 
sero al capo la infula, tolti dalle ambizioni 
temporali hanno potuto attendere a quella 
parte del santo ministero che è la sola essen- 
ziale. Né il pontificato romano ebbe mai a 
scontentarsene, né il principato civile. 

Abbiamo antecipato la fine di queste con- 
tese avvenuta sotto al ducato del Mocenigo, e 
abbiamo trasvolato sui fatti contemporanei in 
Italia, in Dalmazia, in Istria. Né del grande 
scisma di occidente abbiamo tenuto parola, dal 
quale venne il Concilio di Costanza dove fini 
colla elezione di Martino V. I tredici anni del 
Ducato di Michiele Steno furono concitatis- 
simi. Ai grandi fatti di guerre civili italiane 
nelle quali i Veneziani giunsero a distruggere 
le case della Scala e da Carrara, alle battaglie 
con Sigismondo e il duca d' Austria, ad ac- 
quisti di città sulle rive del Po e in Levante, 
si unirono fatti intimi. Cospirazioni, sedate, in 



— 176 — 

Verona e Padova per gli spodestati signori, 
una cospirazione tentata da un Francesco Bal- 
dovino che avrebbe voluto essere ascritto al 
Maggior Consiglio, riferita da un suo amico, 
al quale la fece conoscere, al Consiglio dei 
dieci, e il Baldovino fu morto di capestro. Al 
Maggior Consiglio furono rimessi i Q.uerini e 
i Tiepoli che ne erano stati allontanati dopo 
la congiura. Vi fu la peste e un oragano tre- 
mendo. Lo Steno ricchissimo e potente uomo 
era fermo nei suoi propositi. Ebbe uno scontro 
forte nel senato cogli awogadori che volevano 
condannarlo, ed una multa perchè aveva mosso 
opposizione ad una proposta loro, allegando 
la promissione che aveva giurata, e per la 
quale non avrebbe potuto opporsi, sennonse 
col consentimento di quattro dei suoi Consi- 
glieri. Egli tenne robustamente saldo il suo 
proposito di non pagare la multa. Per lo in- 
tervento dei consiglieri la facenda quetò. 

Lo acquisto di tanto territorio in Italia 
presenta alcune considerazioni. Che fìno alla 
guerra di Chioggia lo avessero desiderato vi- 
vamente non consta, né questa era idea pre- 
conceputa dai nostri guerrieri si, ma essenzial- 
mente mercadanti. Fu la guerra di Chioggia 
che li avverti dei pericoli che avevano alle 



— 177 — 

spalle» mentre moveano le braccia sui mari. 
Ritratti che furono da quel frangente gravis- 
simo, vollero evitare nuovi pericoli, tanto più 
che la potenza turchesca si avanzava, e quanto 
più avanzava a danni loro, non potevano av- 
venturarsi che i principati i quali avevano as- 
sorbito la libertà dei comuni potessero dan- 
neggiarli. La venuta di Sigismondo fu un grande 
avvertimento che mostrava gli intenti degli 
stranieri, e fu alla sua potenza in Italia che la 
repubblica dovette la sua lunga vita. 



1-2 



-178- 
CAPITOLO XIII 

EPOCA XI — DALLA MORTE DI MICHELE STEKO 

DOGE 

ALLA PRESA DI COSTANTINOPOLI 

PER MAOMETTO II 

(Dairanuo di C. 1413 al 145:)) 

Uno degli avvenimenti più importanti della 
storia interna della repubblica accadde nello 
interregno fra la morte di Michele Steno e 
l'assunzione al ducato di Tommaso Mocenigo. 
Si è veduto come di mano in mano si an- 
dasse stringendo il governo e l'autorità popo- 
lare scemasse. Ma non era distrutta esistendo 
sempre in diritto lo arengo o convocazione ge- 
nerale del popolo, la quale pel fatto si ri du- 
ceva a una formula di approvazione del popolo 
alla elezione del nuovo doge. 

Morto un doge, come lo si vedrà in se- 
guito, si eleggevano cinque gentiluomini i quali 
esaminassero la sua promissione e propones- 



-179- t 

sero tutto quello che poteva tenersi come più 
opportuno per il bene dello Stato. Nella cor- 
rezione fatta alla morte dello Steno, si leggono 
queste parole : Arengum ampìius non vocetur. 
Col non chiamarsi più lo arengo si distrug- 
geva anche la ultima rappresentanza popolare 
nel governo, e Taristocrazìa si rendeva padrona 
assoluta. 

duesto colpo era grosso, ma chi lo por- 
tava era fortissimo, chi lo sopportava non si 
diede punto avviso, perchè la signorìa dei no- 
bili era andata a mano a mano innalzandosi 
lentamente, e serbava tutte le forme antiche 
restringendo l'autorità in se sola. 

Era necessario il colpo, poiché la signorìa 
larga acquistata in Italia dalla repubblica, av- 
vertiva dei pericoli dai quali non poteva an- 
dare scompagnata. I comuni italiani che la 
repubblica aveva suggettati avevano in sé gli 
elementi aristocratici cosi dei decurioni romani, 
come dei feudatari di origine straniera o se 
patrizi di origine italiana investiti di feudi dal 
santo romano impero che era roba o franca o 
tedesca. Nei comuni italiani lotte sanguinose 
continue, e prevalendo il popolo, si venne alle 
dominazioni del feudatario più potente. Lo 
esempio del Falier non era molto lontano, non 



^ — i8o — 

molto lontano il Gelsi sul quale la storia pende 
incerta se volesse seguire lo esempio del Falier. 
Un doge ardito e potenle avrebbe potuto rin- 
novare il fatto, e per questo prima di eleg- 
gere un nuovo doge se ne stringeva l'autorità ; 
si mettevano argini novelli alle sue possibili 
ambizioni. Si toglieva il caso che potesse suc- 
cedere quello che ora si usa chiamare colpo 
di stato perchè di doge non si mutasse in duca 
e invocando l'autorità imperiale potesse otte- 
nere la sanzione al suo dominio. 

Il popolo non era punto composto da una 
geldra di pecore. Era popolo acuto, merca- 
dante, e intese la ragione della legge, dalla 
quale si manteneva incolume la sua indipen- 
denza. Nella quale indipendenza vedeva consi- 
stere la propria sicurezza, la sicurezza de' suoi 
commerci e delle sue industrie. E quel popolo 
che aveva così gagliardamente pugnato per la 
indipendenza nella guerra di Chioggia, che 
pugnò poi anche interamente spodestato nelle 
guerre successive, lasciò fare. E non se ne com- 
mosse punto né allora, né mai dopo. Nella 
solidità del governo vedeva e sentiva la pro- 
pria solidità, e cedette al potere preponderante 
e se ne fece sostegno. $e avesse voluto, in 
città disarmata dove l'aristocrazia non aveva 



— i8i — 

soldatesche che mantenessero T autorità agli 
aristocratici, avrebbe ad ogni istante potuto 
rovesciarne il governo. Locchè non avvenne 
giammai. E Taristocrazia da se stessa con- 
servò una perfetta uguaglianza di diritto, né 
le forme furono punto mutate. I dogi nuova- 
mente eletti, poiché avevano giurata la pro- 
missione erano presentati ancora al popolo, la 
differenza consistette nelle parole della presen- 
tazione. In antico si diceva : quisto è il vostro 
doge, vi piace ? E il popolo rappresentato da un 
sindaco approvava. Si disse invece : questo è il 
vostro doge, sappiamo che vi piacerà. E il popolo, 
applausi. 

Tommaso Mocenigo era con Francesco 
Foscari e Antonio Foscarini ambasciatore a 
Cremona dove erano convenuti papa Gio- 
vanni XXIII e Sigismondo allora re dei ro- 
mani. Saputa la sua elezione segretamente parti, 
e giunto in Venezia ebbe solenne ricevimento, 
feste, fra le quali un torneo nel quale scesero 
nell'agone due principi italiani, i Marchesi di 
Ferrara e di Mantova. Tommaso Mocenigo, 
prima mercadante, poi guerriero, statista, era 
il più notabile fra i senatori per la sapienza e 
pratica degU affari. 

Trovò lo Stato in Italia dall' Isonzo al 



— l82 — 

Mincio, possedere le isole del mare Jonio, 
Candia, aver domimi in Morea, nell'Epiro. Le 
vittorie ottenute da Pietro Loredano ripulsa- 
rono i Turchi ; racquistarono Sebenico ed altre 
città della Dalmazia. La grandezza del com- 
mercio era tale, che da un'arringa del doge 
si conosce, che il commercio coi soli Milanesi 
e Fiorentini metteva in moto ogni anno un 
capitale di dieci milioni di zecchini. La mari- 
nerìa mercantile noverava tremila trecento navi 
private ; quarantacinque galee pubbliche, che 
facevano e proteggevano il commercio ; il nu- 
mero dei marinai era di trentasei mila. Alle 
città fatte suddite si mantennero santamente le 
industrie loro ; per qualche industria fu pos- 
posta la capitale, come per le saline, abban- 
donate quasi interamente quelle ch'erano nelle 
lagune dopo l'acquisto dell'Istria e della Dal- 
mazia. Il ducato di Tommaso Mocenigo è il 
meriggio della storia veneziana. Dopo di lui, 
restò per alcun tempo nella grandezza mede- 
sima la potenza della repubblica ; quindi co- 
minciò il suo scadimento. E si sarebbe evitato 
e ritardato se alle parole di quel gran citta- 
dino morente avessero badato, colle quali rac- 
comandava non eleggessero doge Francesco 
Foscari procuratore di san Marco, giovane ir- 



-i8j- 

requieto e superbo. Parole notabili, conservate 
da tutti i cronisti, pubblicate quando il padre 
e principe della storia italiana, Lodovico Mu- 
ratori, stampava le vite dei dogi di Marino 
Sanudo. Notabili parole che soccorrono lo sto- 
rico nello spiegare la procellosa vita del Fo- 
scari e gli avvenimenti del suo ducato. , 

Non si può chiudere il ducato di Tommaso 
Mocenigo senza accennare un fatto che mostra 
intero il suo animo. Una legge dettata dalla 
economia aveva vietato proporre al senato spese 
per riedificare edifizi caduti o crollanti. Un 
incendio aveva consunto la parte del palazzo 
ducale che sorge verso il Canale. Il Mocenigo 
non si peritò di proporne la ricostruzione, e 
la propose. Gli avvogadori gli intimarono la 
legge e la multa. Il doge solve la multa, se- 
guita il suo discorso, e ottiene i voti del se- 
nato per la ricostruzione. 

E non possiamo non ricordare la morte 
dello Scipione veneziano, Carlo Zen. Il quale 
ebbe tutti i gaudi e dolori del romano ; vit- 
torie grandissime e condanna. Nel visitare gli 
archivi del Carrarese, si trovò aver egli rice- 
vuto da lui trecento ducati al tempo della 
guerra de' Veneziani contro a' Visconti, quando 
al Carrarese fu restituita Padova. Non volle, 



— i84 — 

o non seppe giustificare la colpa, e siccome si 
sapeva avere altre volte i signori di Carrara 
sedotto de' nobili perchè rivelassero i segreti 
dei consigli di Stato, ei fii condannato. Egli 
sopportò la breve condanna ; rispettò in silenzio 
le leggi della patria ; trovò rifugio negli studi. 
Morto, ebbe funerali dal pubblico come fosse 
doge. E fu sepolto nella chiesa di santa Maria 
della Celestia ; non se ne sono potute trovare 
le ossa, per quante ricerche se ne facessero 
a' nostri di, ne' quali le memorie antiche sono 
rimesse in onore per tutta Italia, e si vogliono 
rispettate le ossa dei trapassati illustri. Q,uello 
che il gran doge Mocenigo profetò, avvenne. 
Il Foscari fu doge, e tosto ebbe luogo la 
guerra. Non fu ducato più lungo e meno pa- 
cifico del Foscari ; non fu epoca più sangui- 
nosa della storia d'Italia. Due repubbliche, un 
principato, nelle ire loro trascinarono la mag- 
gior parte del paese. Firenze distrusse la libertà 
di Pisa ; Venezia s'impadronì di Brescia, Ber- 
gamo, Crema ; Filippo Maria Visconti signo- 
reggiava Genova. Fiorentini e Veneziani erano 
collegati insieme ; i Veneziani lasciarono la 
difesa della libertà di Lucca ad un principe 
assoluto, il Visconti. Grandi uomini di guerra, 
Francesco Bussone da Carmagnola, Francesco 



-i85- 

Sforza, Nicolò Piccinino, Erasmo Gattamelata 
da Nami, Bartolommeo Colleoni da Bergamo, 
ed altri molti, vissero: grandi uomini di guerra; 
uomini di nessuna fede, che sé e le soldatesche 
vendevano, e in uno Tanirna e la patria a chi 
meglio pagava. Passare dallo stendardo del bi- 
scione a quello di san Marco, a quello del gi- 
glio, alle chiavi di san Pietro; mancare alla 
fede non reputavano infamia. Fu una lotta 
lunga; brevi paci; guerre che si riaccendevano; 
vittorie inique in terra ed in mare. Vinse per 
San Marco il Carmagnola, a Macalò, il suo 
benefattore Visconte ; furono vinti i Veneziani 
sul Po ; poi vinsero, capitanati da Pietro Lo- 
redano, a Rapallo, i Genovesi che pugnavano 
pel Visconti. Furono vinti ad Imola, avendo 
capitano generale il Gattamelata. I Veneziani 
vinsero a Brescia, condotti da Francesco Bar- 
baro ; vinsero a Mademo sotto gli ordini di 
Pietro Avogaro e Paris da Lodrone ; furono 
vinti a Salò, avendo a' servigi loro Taddeo da 
Este ; vinsero a Trento, a Riva di Trento ; 
furono vinti e poi vinsero a Casalmaggiore. 
Distrussero un corsaro nel reame di Napoli, 
onde ebbero un nemico nuovo. Alfonso re di 
Napoli. Alle vittorie succedevano le sconfìtte; 
era un alternare di fortuna, uno sciupio di 



— i86 — 

sangue e di tesori ; detrimento all' interesse 
vero dèlia repubblica e dell' Italia ; ,e furono 
avverate le previsioni di Tommaso Mocenigo. 

Oltre alle città della Lombardia, acquista- 
rono Ravenna ed altre città della Romagna, 
poi alcune città nella Macedonia, cedute dai 
Turchi, co' quali s'era combattuto, come s'era 
pur combattuto col despota della Rascia. 

Nel ducato del Foscari, porsero argomento 
a dure parole contro i Veneziani la morte del 
Carmagnola e i tristi eventi della casa Fo- 
scari. Come dal fatto esterno dei Carraresi, 
cosi di* questi due fatti intemi, 1' uno del ca- 
stigare colla morte un capitano assoldato , 
poiché il si tenne infedele, 1' altro dello avere 
deposto il proprio doge, perchè si credette 
fatto ormai troppo vecchio, vennero le più 
forti, anzi le capitali accuse contro i Vene- 
ziani. Se da noi si scrivesse una storia distesa, 
potremmo anche noi accrescere il numero delle 
parole che furono dette prò e contro i Vene- 
ziani, perchè abbiamo avuto la curiosità di 
fare studi lunghi su questi soggetti. Noi, se- 
guendo il nostro proposto e l'indole della scrit- 
tura presente, ci contentiamo di presentare 
alquante riflessioni. Incominciamo dal Carma-' 
gnola. 



- 187 - 

E prima di tutto replichiamo la nostra 
fede, che scrivendo istorie si debba portarsi 
a' tempi ne' quali succedettero gli avvenimenti 
e all'ordinamento della repubblica. Sappiamo 
pur troppo che i nostri capitani di ventura 
italiani erano appaltatori di carne umana, non 
ancora carne da cannone, come si vuole affer- 
masse il Bonaparte ; ma i soldati, che erano 
mercenari e combattevano senza ira e senz'altro 
scopo fuorché lo stipendio, ai q^uali quando 
cessavano le guerre, cessavano pure gli sti- 
pendi, si mutarono in masnadieri ; i soldati 
erano carne da frombole, da alabarde, da spade. 
Codesti illustri appaltatori non aveano fede 
che nel denaro. La repubblica di Venezia, se 
ne serviva per gelosia dei propri cittadini ; pel 
timore (e che fosse savio e ben fondato, questo 
non è luogo da giudicare) che, prevalendo 
nelle armi, mutar potessero lo Stato in signoria 
di un solo uomo, di una sola casa, come fe- 
cero i Visconti in Milano, i Gonzaga in Man- 
tova, gli Estensi in Ferrara, i Medici in Fi- 
renze, e tanti altri in tante altre parti della 
penisola. 

Avevano i nostri la somma delle cose 
pubbliche in mano di codesti capitani di ven- 
tura, e se da un lato dovevano allettarli con 



— i88 — 

premi generosi, dall' altro era suprema neces- 
. sita dello Stato mantenerne intatta la fede fino 
a che durava il contratto. Triste e misero spe- 
diente è la paura in tempi, nei quali regni 
ragione, e la giustizia dei reggitori possa non 
discostarsi dalla ragione e dalla giustizia uni- 
versale. Ma quelli non erano già tempi di ra- 
gione e giustizia ; lo attesta la storia miseranda 
del nostro paese. 

Il Carmagnola fu valoroso capitano, anzi 
fu il capitano valorosissimo de' suoi tempi. 
Ma per quanto buone ragioni si vogliano ad- 
durre in sua difesa, non fu al certo fedele al 
Visconti. Vendette sé stesso ai Veneziani ; i 
Veneziani lo ricolmarono di onori e di ric- 
chezze ; lo scrissero fra i nobili padroni dello 
Stato. Ma certo che dovettero vigilare sul suo 
procedere ; che i fatti di lui anteriori erano 
ammaestramenti. Venne accusato di tradita fede ; 
l'accusa fu esaminata dal consiglio dei dieci con 
notabile aggiunta; più che trenta giudici. Si 
trovò dover inquisire ; si adoperava l' astuzia, 
perchè, insospettito, non fuggisse ; sostenuto, 
fu esaminato da un collegio di giudici. Fu con- 
dannato, non con unanimi suffragi, ma dalla 
maggioranza ; la sentenza non venne eseguita 
nella oscurità e nel silenzio delle carceri, ma 



— 189 — 

solennemente nella pubblica piazza al cospetto 
della città e del mondo. Ciò consta dal suo 
processo pubblicato dal cavaliere Luigi Cibrario. 
Mancano nel processo i costituti del prigio- 
niere. Noi non vogliamo mai in questa scrit- 
tura assumere le parti di apologisti. Narriamo 
succintamente; ma narrando osserviamo, in 
questo caso, che il giudizio non fu prematuro ; 
e fu regolare ; e più di tutto, la sentenza fu 
pubblicamente eseguita. Che le legislazioni dei 
popoli possano essere censurate, nessuno è che 
voglia dubitare ; nella censura però la condi- 
zione della civiltà non deve essere dimenticata. 
I tempi del Carmagnola che tempi fossero, 
ognun sa che conosca la storia d'Italia; né ci 
sembra giustizia volere, che i Veneziani fos- 
sero tanto maggiori del secolo, da non usare 
astuzia perchè il tenuto colpevole non fuggisse 
dal castigo. Che il processo sia stato regolare, 
lo provano gli atti che, come poc' anzi dice- 
vamo, il Cibrario pubblicava, e sui quali uni- 
camente perchè pubblicati, parliamo. Egli, per 
accusare i Veneziani (le non sono accuse sem- 
plici, ma esposte con tutta V ira possibile ad 
uno scrittore), per dimostrarne la iniquità, reca 
due atti che mostrano una offerta di avvele- 
nare il duca di Milano, fatta a que' tempi e 



— 190 — 

accettata, sebbene non messa in opera. Ma se 
i Veneziani erano iniqui, se avevano paura del 
Carmagnola, e perchè non ispacciarlo col ve- 
leno od il pugnale del sicario ? L' hanno in- 
vece processato ; fu giudicato da un consesso 
numeroso ; fu giustiziato alla chiara luce del di, 
in mezzo alle colonne di San Marco. 

Confessiamo che la nostra logica non può 
persuaderci*, che i Veneziani fossero cotanto 
sciocchi da sfidare il giudizio del mondo contro 
ragione e giustizia. Se erano iniqui, avevano 
il modo di liberarsi del temuto capitano, senza 
che sul fatto atroce potesse pesare alcun so- 
spetto. Il sig. Cibrario è largo di perdono ad 
una donna, e questa era la Giustina. Michiel, 
perchè chiama traditore il Carmagnola, e per- 
dona un poco anche al buon Tiepolo che di- 
scolpa i Veneziani ; ma noi confessiamo, e ce 
ne duole, di non poter perdonare al sig. Ci- 
brario, valente e onesto scrittore, e al valoroso 
giovane che scrisse sui capitani di ventura, le 
avventate e irose parole che scagliavano contro 
ad uomini ch'essendo italiani erano fratelli dei 
padri loro ; parole che si prestano ad alimen- 
tare le tristi conseguenze del passato. 

La storia della casa Foscarì narra di que' 
dolori che soverchiano ogni dolore. Un figlio 



-191- 

innocente, incolpato di delitto non suo, messo 
a confine, lo rompe per riabbracciare i suoi 
cari ; è sentenziato una seconda volta, e muore 
nell'esilio. Un padre che, primo magistrato della 
repubblica, deve soscrivere la sentenza, né la 
mano deve tremargli, né una lagrima bagnargli 
le gote. E questo primo magistrato della re- 
pubblica, logoro dalla fatica, vedendo disgrazie 
pubbliche, sentendo le sue private, chiede de- 
porre il berretto ducale, ritirarsi a vita privata 
e piangere liberamente. Glielo diniegaho ; ed 
egli intrepido si rimane al suo luogo. La ven- 
detta di amici efferati, i Loredani, non era 
sazia ; volle martoriarlo, finirlo a spilluzzico. E 
nell'estrema vecchiezza, quando pochi giorni 
di vita gli poteano restare, lo fa deporre ; è 
cacciato fiiori del palazzo ducale e muore u- 
dendo lo scampanio che annunziava l'elezione 
del successore. Antonio Loredano, in quell'ora 
fatale, freddamente scancella dal suo libro di 
conti una partita. La morte del padre e dello 
zio procurate dal Foscari erano per lui un cre- 
dito ; balzato il doge dalla sedia ducale, scrive : 
L'ha pagata. Q.uesti dolori erano degni d'in- 
spirare la musa potente di Giorgio Byron. 

Tali avvenimenti sono narrati da qualche 
cronista. Noi abbiamo una cronachetta che li 



— 192 — 

racconta distesamente, e dice che Pietro Lo- 
rcdano, valoroso e fortunato capitano, sia stato 
avvelenato per comando ed arte del Foscari, 
e che morisse anche il fratello di lui. Il doge 
voleva vendicarsi, perchè fu ricusato il mari- 
taggio di una sua figliuola con uno dei Lo- 
redana Questa cronachetta, copia di una copia, 
che accenna memorie senza recarne le fonti, 
non ci pare credibile. L'innocenza di Jacopo 
Foscari è provata da sicuri documenti, e cosi 
pure la ricusata abdicazione del doge, la sua 
deposizione forzata. È però certo che Francesco 
Foscari fu uomo superbo e violento ; lo atte- 
stano le parole di Tommaso Mocenigo ; lo at- 
testa l'aver egli fatto alzare di un piano il pa- 
lazzo (che avea comperato dai Giustiniani), 
perchè primeggiasse sopra tutti. Era bello il 
rispettare la sua vecchiaja ; ma il ducato lun- 
ghissimo e pieno di guerre poco felici, e l'età 
cadente, possono far credere non irragionevole 
la sua deposizione. Sempre avviene che quando 
uno è misero, si ponga in obblio il passato. 
Noi non crediamo colpevole Jacopo Foscari ; 
rispettiamo la sua memoria, i suoi dolori e 
quelli del padre suo ; ma riflettiamo che altro 
è scrivere una tragedia siccome fece il Byron, 
altro è scrivere storia. 



— 193 — 

Molte colpe e molti errori politici si eb- 
bero a rimproverare ai Veneziani, che se verrà 
scritta una buona storia spariranno. Ma nes- 
suno rimprovera loro una colpa od un error 
vero che non si può scancellare. Morto Filippo 
Maria ultimo de' Visconti usurpatori delle fran- 
chigie di Milano, i Milanesi pensarono che un 
popolo non è cosa da legarsi per testamento, 
da vendersi con giustizia, e che non vi ha che 
la forza, la quale possa far valere diritti simili 
testamentari o di vendita o di permuta. Leva- 
rono il gonfalone di Sant'Ambrogio ; vollero 
reggersi a comune ; resistettero a Francesco 
Sforza, capitano di ventura, bastardo di na- 
zione, che avea combattuto contro i Visconti. 
Egli fondava il suo diritto sulle ragioni della 
moglie, figlia di Filippo Maria. L'aurea repub- 
blica ambrogiana, che cosi s'intitolò il comune 
di Milano, durò tre anni sempre lottando ; fu 
vinta alla fine dallo Sforza, il quale lasciò ad 
inetti successori il trono rapito loro da un tra- 
ditore della penisola, Lodovico detto Moro, 
e poi fini aggiunto alla monarchia di Spagna. 

La repubblica ambrogiana mandò amba- 
sciatori alla veneziana ; pregarono, supplica- 
rono per averne soccorsi. I Veneziani furono 
sordi ai preghi, alle suppliche dei fratelli. La- 

13 



— 194 — 

sciarono distruggere le rinnovate franchigie di 
un comune nazionale. Non è chi possa scu- 
sare questa colpa, e che fosse eziandio errore 
di politica, non dubitiamo affermare; una guerra 
succedette subito fra lo Sforza e i Veneziani. 
Il comune di Firenze e quello di Genova si 
collcgarono collo Sforza; il comune di Siena 
e re Alfonso di Napoli, coi Veneziani. Si la- 
cerava la patria. Bartolommeo Colleoni era agli 
stipendi di Venezia. Fu guerra crudele come 
tutte quelle che accadono in una nazione stessa, 
dove ogni stato tiene se stesso come fosse na- 
zione diversa, e perchè combattevano soldati e 
capitani mercenari. Finalmente si venne agli 
accordi, e la pace fu opera di un frate, Simeone 
da Camerino, pio e destro, che seppe acquie- 
tare gli animi. 

Ma intanto un grande avvenimento si com- 
pieva, che minacciò l' Europa di una seconda 
barbarie. E facilmente avrebbe ottenuto T in- 
tento, se tre nazioni, e al certo non le più 
potenti, non avessero repulsata la barbarie no- 
vella. Polacchi, Ungheresi, Veneziani hanno 
lungamente combattuto la forza turchesca con 
un coraggio che le sconfitte facevano mag- 
giore ; né le altre nazioni tennero conto degli 
sforzi loro, i quali hanno potuto moderare 



-195- 

Tempito di un Ipopolo caldo di gioventù, avido 
di ogni lautezza, pieno di fede cieca in una 
religione, che l'educava nelle annegazioni com- 
miste a ogni lussuria e ambizione. Sfidava 
i pericoli trovando, o vittoria, che ambizioni e 
lussurie soddisfaceva, o morte, che recava su- 
premo contentamento dei sensi ; sommo bene 
di genti salvatiche ed ignoranti. 

Maometto II distrusse il debole impero di 
Romania ; Costantinopoli cadde in suo potere, 
e i suoi discendenti T hanno ancora per con- 
cessione de* principi cristiani. Ma se T impero 
di Romania cadde, almeno la sua ultima pa- 
gina è gloriosissima. Costantino Paleologo vivrà 
sempre, e avrà onore di pianto presso coloro 
che tengono santa cosa lo amare la patria più 
che la vita, e amarla tanto da non poterle so- 
pravvivere. Egli imperatore, seppe e volle mo- 
rire prima che cedere la porta di San Romano ; 
non sopportò gli insulti o le inutili commi- 
serazioni della servitù ; non fu superstite alla 
sua fama. E ben disse Lodovico Sauli (i), il 
fine di lui è ben degno di onore e di lode eterna. 
Per lo innan:^i ebbe pochi esempi ; ebbe in ap- 
presso pochi imitatori. 

(1) Colonia di Gbnovbsi in Galata, lib. VI. 



— 196 — 

Bene al vero si appose Girolamo Dan- 
dolo nel suo bel libro Vene-^ia e i suoi uìtitni 
cinqnant'anni, collocando la prima epoca dello 
scadimento della repubblica alla presa di Co- 
stantinopoli fatta dai Turchi. Si trovava di 
fronte la potenza turchesca, di retro gli stra- 
nieri che agognavano dominazione in Italia. 

Somma cecità in politica è il contentarsi 
del presente e non antivedere il futuro, e pel 
presente piccolo e gretto non evitare i danni 
infiniti del futuro. I principati cristiani rimasero 
sordì alle suppliche dei Greci, non vollero 
ascoltare le grida trionfali degli Osmanli. Papa 
Nicolò V alza un poco la voce, e spedisce le- 
gati a Costantinopoli, ma per ottenere la unione 
delle chiese. Che c'era tempo da pensarvi al- 
lora. QjLiello che i Veneziani hanno fatto e lo 
ardimento del comandante Cocco, che quasi 
liberava la città dallo assedio, e le stragi com- 
pagne della vittoria di Maometto II, sappiamo 
per lo scritto di Nicolò Barbaro che fu pub- 
blicato da un valoroso italiano, Enrico Cornet. 
I Veneziani dovettero soscrivere quella pace 
che il vincitore dettava. 

Q.ue' tempi presentano esempio memora- 
bile. In Italia diverse e divise le signorie, ma 
tutte nazionali; e la nazione se non avrebbe 



— 197 — 

potuto unificarsi, avrebbe potuto identificarsi 
per opporre valide resistenze agli stranieri nella 
confederazione che allora si fece fra tutti gli 
Stati d'Italia, tranne Genova e qualche Signo- 
rotto di Romagna. Nella confederazione non 
entrava nessun elemento straniero, e nessun 
elemento nazionale poteva cosi prevalere da ri- 
durre gli altri in servitù. Ma a che cosa valse 
la confederazione ? Q.uanto lungo tempo du- 
rava ? Produsse una potenza nazionale che va- 
lesse a unificare la nazione ? I papi si conten- 
tarono del potere temporale che avevano, e 
non cessarono di lavorare per crescerlo ? Fu- 
rono gli italiani tanto avveduti da non sagri- 
ficare superbie e interessi alla pa'tria comune ? 
La confederazione ebbe la sorte delle confe- 
derazioni, avversare anziché produrre la esi- 
stenza, una e compatta, delle nazioni. 



— 198 — 



CAPITOLO XIV 



EPOCA XII — DALLA PRESA DI COSTANTINOPOLI 

PER MAOMETTO II ALL^ACaUISTO DI CIPRO 
(Dall'anno di C. 1453 al 1489) 



Le campane che suonavano a festa per 
significare la elezione al ducato di Pasquale 
Malipiero cosi dolorosamente fecero eco nello 
animo del Foscari, che tosto si mutarono nel 
funebre rintocco che annunziava la sua morte. 
Ebbe funerali da doge, splendido monumento 
nella chiesa dei frati minori, sul quale fu scol- 
pita questa stupenda iscrizione : 

« Accipite cives Francisci Foscari vestri 
« ducis imaginem, ingenio, memoria, eloquen- 
« tìa, adhaec justitia, fortitudine animi, si nihil 
c( amplius, certe Summorum Principum gloriam 
'« aemulari, contendi. Maxima bella prò vestra 
« salute et dignitate, terra marique per annos 
« plusquam triginta gessi, summa felicitate con- 



-199- 

« feci. Labantem suflfulsi libertatem, turbatore?? 
« quietis, compescui ; Brixiam, Bergomum, Ra- 
ce vennam, Cremam imperio adjunxi vestro. 
« Omnibus omamentis patriam auxi. Pace 
a vobis parta, Italia in tranquillum faederes re- 
« dacta, post tot labores exhaustos aetatis an. 
<y^XXXIIII, Ducatus quarto supra tricesimum, 
« Salutisque MCCCCLVII. Kal. Novemb. ex hoc 
a ad aeternam requiem commigravi. 

« Vos Justitiam et Concordi am quo sempi- 
« ternum hoc sit Imperium, conservate. » 

Per certo nessuna più nobile vendetta po- 
teva avere il Foscari, che sponendo tutti i me- 
riti di lui, tacendone le sventure, finisce col 
raccomandare ai cittadini la giusti:(ta e la con- 
cordia. 

Siamo giunti alla età veramente storica, 
della quale sono assai libri, assai più docu- 
menti, fra i quali salutiamo volentieri quelli 
lasciati da un amico nostro, ormai vecchio, 
Domenico Malipiero, che abbiamo avuto la for- 
tuna di diseppellire e far noti agli studiosi. Do- 
menico Malipiero dettò i diari del suo tempo, 
vi collocò molti documenti ; Francesco Longo 
quegli annali ordinava e abbreviava, e furono 
per nostra cura pubblicati nel VII volume dello 
Archivio Storico Italiano da quel venerando 



— 200 — 

G. P. Vieusseux, la memoria del quale starà 
sempre nella benedizione degli italiani, non 
solo, ma di quanti anche fuori della cerchia 
delle Alpi danno opera agli studi storici. 

Ai diari del Malipiero per alcuni anni 
fanno riscontro i preziosi diari di Marino Sa- 
nudo, dei quali ha dato cosi buon conto Rawdoji 
Brown, gentiluomo inglese. Con queste scorte, 
proseguiamo il nostro sommario. 

Breve il ducato di Malipiero e senza fatti 
notabili, fuorché un trattato col Soldano d'E- 
o-itto. Con Pio II i Veneziani ebbero forte con- 
tesa pel vescovato di Padova, negando V as- 
senso alla elezione fatta dal papa del Cardinale 
Barbo, e resistettero e vinsero. Nei fatti dolorosi 
d'Italia, e le contese fra Angioini e Aragonesi, 
i Veneziani rimasero neutrali. 

Al Malipiero succedette Cristoforo Moro, 
uomo avaro e altiero al quale fu detto che 
San Bernardino profetasse il ducato. Comincia 
allora quella grande e secolare epopea delle 
guerre turch esche, gloriosa ma esiziale per Ve- 
nezia. Ebbe incominciamento in Morea con 
varia fortuna, e forse sarebbe stata interamente 
propizia ai nostri senza il tradimento di Giro- 
lamo Valeresso che aveva per denari intelli- 
genze coi nemici, e il quale si rifugiò presso 



— 201 — 

a Maometto II, ma ottenutone il cambio con 
un prigioniero di altra portata, fu impiccato. 

Pio II pubblicò una crociata contro ai 
Turchi, e volle esseme il capitano e invitò il 
doge coll'armata veneta. Cristoforo Moro ri- 
luttava, ma il senato lo costrinse a recarvisi. 
Andò in Ancona, ebbe magnifiche accoglienze, 
ma il papa moriva, e la crociata sfumò. Gli 
succedette Paolo II Barbo, Veneziano. Ma la 
guerra coi Turchi continuava, e Venezia si 
trovò nella gran lotta abbandonata dai prin- 
cipi cristiani. Anzi Paolo II quantunque vene- 
ziano, forse colse il destro che Sigismondo 
Malatesta Signore di Rimini, capitano generale 
delle truppe terrestri della repubblica era in 
Morea, mosse contro di lui, e vietò che si 
levassero decime sul clero, accordate poi a 
stento. 

Si strinsero alleanze con Ussam-Cassan 
re di Persia, col principe di Caramania, e pu- 
gnava contro ai Turchi quel potente guerriero 
che fu Alessandro Castriotto, conosciuto col 
nome di Scander-beg, il nome del quale vive 
ancora sulle bocche del popolo. Vittore Cap- 
pello prode ma sfortunato generale di mare, 
vinto a Patrasso, morì di dolore. Se ha avudo 
gran despiaser dela so morte, perchè V era homo 



— 202 — 

lìe gran virtù. Cosi il Malipiero : e le semplici 
parole del cronista valgono più che ogni ma- 
gniloquenza. 

Tre fatti interni si ricordano sotto al du- 
cato del Moro. Le nozze di Caterina Corner 
col re di Cipro, delle quali si dirà a suo luogo ; 
il dono della sua biblioteca fatta dal Cardinale 
Bessarione ; la stampa recata in Venezia da Ni- 
colò Jansen. 

La guerra continuava e si perdette la isola 
di Negroponte facilmente perchè lo ammiraglio 
Nicolò de Canale si ostinò a non difenderla. 
Paolo Erizzo, Alvise Calbo, Giovanni Bon- 
dumiero difendono inutilmente Negroponte, e 
muojono martiri della religione e della patria. 
La storia non ha altro fondamento per con- 
validare la narrazione della morte d'Anna figlia 
ali 'Erizzo, che una tradizione non contrastata, 
e la asserzione di messer Giovanni Sagredo 
nel suo libro : Memorie isioriche de' monarchi 
ottomani, scritto con istile del seicento, ma sa- 
piente e per nulla preoccupato lodatore de' suoi, 
e al quale anco da dottissimi uomini si rende 
onore. La storia però non ricusa di raccogliere 
l'atto generoso della donzella veneziana, che 
amò meglio la morte, che le splendide lascivie 
del serraglio ; la storia che accoglie, in tempi 



— 203 "" 

posteriori, il coraggio di un'altra donzella ve- 
neziana, Bjlisandra Maravegia, la quale fatta 
prigioniera de' Turchi, incendiò la nave dov'era 
tenuta cattiva, morendo colle compagne prima 
che fossero vendute come bestie al mercato. 
Il coraggio è bello sempre ; bellissimo poi 
quando è dato mostrarlo a quello che la su- 
perbia maschile intitola sesso debole. 

Al Canal destituito e messo a confine si 
sostituisce Pietro Mocenigo al quale sorride 
sempre fortuna, e dove si presenta vince e 
saccheggia, incendia Smime, reca stragi al ne- 
mico dovunque si trova. Antonio Loredano è 
assediato a Scutari ; si difende, resiste alla po- 
tenza del nemico, resiste alla fame e ai pati- 
menti. Ai soldati e al popolo stanco della fame 
e dei patimenti, si presenta col vessillo di S. 
Marco spiegato, snuda il petto e dice : « Ec- 
ce covi le mie carni, saziatevene, ma durate nella 
a difesa. » E venne il Mocenigo, e i Turchi 
lasciarono l'assedio. 

« Havete, Antonio, superato tutti li me- 
« riti delli progenitori vostri, che sono stati 
« tanti quanti può esser quelli di cadaun'altra 
« nobile famiglia nostra ; et quando ben voles- 
cc Simo commemorar tutti li fatti grandi, le vit- 
« torie, et li trionfi delli maggiori cittadini 



— 204 — 

« nostri ab Urbe condita fin questo giorno, 
« siamo certi che non trovaressirao operazion 
« alcuna di tanta difficoltà, di tanti pericoli, et 
« di tanta grandezza. » Cosi scriveva al Loredan 
il Senato. 

Era ancora il tempo di fatti gloriosi. Un 
Antonello Siciliano vuol incendiare V arsenale 
di Costantinopoli, e muore impavido. I frieri 
di Rodi sono assaltati da' Turchi, e que' mo- 
naci soldati di S. Giovanni di Gerusalemme, 
rendono inutili gli sforzi di Maometto II. Cir- 
condata da pericoli, abbandonata da* cristiani, 
la repubblica soscrisse la pace perdendo Scu- 
tari, Stalimene, e quasi tutto quello che pos- 
sedeva nella Morea, assoggettandosi a pagare 
un'annua somma di denaro, per continuare 
nel commercio ; pace che fu indizio dello sca- 
dimento di Venezia. 

La pace fermata con Maometto II non 
durò lungamente ; alleanze sicure con altri 
principi non se ne poteano sperare, anzi il re 
di Napoli, e Lodovico Sforza incitarono Ba- 
jazet contro i Veneziani, e in ispecie Ales- 
sandro VI, perchè il Borgia, Vicario di Cristo, 
era in buoni termini col Sultano, e per oro 
gli sagrificò Gem o Zigim suo fratello, il 
quale si era riparato setto la egida della 



— 205 — 

cattedra di S. Pietro. Nella guerra contro Ba- 
jazet, i Veneziani furono sconfitti, e Antonio Gri- 
mani capitano generale della flotta, che per- 
dette ma non fu rotta, venne sostenuto e messo 
a confine. Le repubbliche sono sempre seve- 
rissime coi generali vinti. Il figlio di lui, ec- 
clesiastico, di nome Vincenzo con virtù di 
cittadino e amore di figlio, volle egli stesso 
cingere le catene al padre, e non lo abbandonò 
mai finché durava il suo processo. Non fu atto 
di giustizia condannare un capitano perchè 
vinto ; ma Antonio Grimani non odiò, non 
maledisse la patria ; anzi più tardi lo trove- 
remo ancora, e fra i dolori dell' esilio, lo ve- 
dremo scordare le offese ricevute, e adoperarsi 
a salvare la patria ; e vedremo la patria far 
solenne emenda delle ingiustizie, levandolo al 
seggio ducale. La perdita di città in riva al 
mare nella Morea fu conseguenza della guerra. 
Delle vittorie dei latini sullo impero greco 
poco restava ai cristiani, e le tre parti più im- 
portanti erano Candia, Cipro, Rodi. Il coraggio 
di pochi valorosi cavalieri salvò per alcun tempo 
dallo essere preda dei Turchi Cipro, bellissima 
isola in signorìa dei Lusignani che vi si ripa- 
rarono, perduta la corona di Gerusalemme, per 
conservare la quale indarno implorarono soc- 



— 206 — 

corsi dalla cristianità. I tempi erano mutati, 
mutate le condizioni dei popoli, e la idea di 
liberare e assecurare il sepolcro di Cristo non 
iscuoteva più le intime fibre dei cristiani. Del 
sangue legittimo dei Lusignani non rimaneva, 
unico rampollo, che Carlotta figlia dell'ultimo 
re, maritata ad un principe di Portogallo, poi 
rimasta vedova, passata a seconde nozze con 
Luigi Conte di Savoja. Il reame di CiprcJ era 
costituito come per lo addietro quello di Ge- 
rusalemme, e quindi aveva feudatari turbolenti 
ed inquieti, e per di più potenti e divisi fi-a 
loro. Il re di Cipro temendo la potenza dei 
Turchi si era assoggettato ai mamelucchi si- 
gnori di Egitto, e pagava loro un tributo. 
Morto il re Giacomo II di Cipro, un suo ba- 
stardo, fomite assiduo delle contese fra i feu- 
datari, si era fatto coronare dal suo partito 
re di Cipro in Egitto collo assenso del Sol- 
dano che riconobbe come Signore Sovrano. 
Volle stabilire una dinastia, e per questo am- 
mogliarsi, ma come non era facile trovarla 
presso a* principi, scelse una donzella la quale 
era bellissima, se è vero il ritratto che ne la- 
sciava Tiziano e che esisteva nella ora dispersa 
pinacoteca Manfrin di Venezia. Questa don- 
zella era Caterina Corner, di cospicuo casato 



— 207 — 

veneziano. Il senato conobbe la importanz.i 
dello avere una mano nelle facende di Cipro, 
e Tadottò sua figlia, e la dotava generosa- 
mente. 

Il marito di Caterina pare morisse di ve- 
leno o di altra mala morte. Ebbe un figlio 
dalla Caterina che in fasce fu coronato, ma 
non gli sopravisse a lungo. Legittima erede 
dei Lusignani era la Carlotta di Savoja, ma la 
destra Caterina sostenuta dai Veneziani si fece 
riconoscere per regina ; ma poco durò il suo 
regno. Giorgio Comaro suo fratello fu spedito 
da Venezia, il quale con arti acute, la persuase 
a cedere la corona alla sua Madre adottiva, la 
repubblica. La Casa di Savoja non era allora 
in tali circostanze da poter mantenere il suo 
musto diritto. 

Caterina Corner tornò a Venezia, col ti- 
tolo e gli onori di regina, ebbe, vita sua du- 
rante, la signoria di Asolo, castello del Trivi- 
giano, sopra amena collina, dove passò la sua 
vita e che per la sua corte, e più venne in 
gran fama pel libro, gli Asoìani, di Messer Pietro 
Bembo, il qual libro per verità nessuno più 
legge, benché sia un tesoro di lingua italiana, 
e non valse a nascondere le fralezze di Cate- 
rma. Venuta a Venezia per timore di peste, la 



— 208 — 

Caterina vi mori, ed ebbe funerali da regina. 
Non fu mai felice, né moglie, né madre, né 
vedova. Sempre attorniata da adulatori e da 
spie, senza affetti domestici, pensando sempre 
al regno perduto, gelosa delle sue damigelle 
negli amoruzzi, meglio che salire un trono, 
sarebbe stato per lei vivere la vita frugale e 
modesta delle gentildonne veneziane dei suoi 
tempi. E vuole un cronista che anche morta 
avesse uno sfregio ; la cassa dove doveva es- 
sere riposta era troppo piccola, perché, anziché 
farne una maggiore, giusta il cronista le fu mozzo 
il capo. Forse, anzi facilmente sarà una favola, 
pure é da notarsi essendo che ricorda il ter- 
mine di tanta umana grandezza alla quale era 
stata levata. Fu seppellita in Ss. Apostoli, poi 
si trasferirono le sue reliquie nella chiesa del 
S.""* Salvatore dove le fu eretto ricco monu- 
mento, ma al quale manca il compimento, cioè 
suo busto. 
La repubblica lasciò a Cipro le cose come 
erano, e si pagò il tributo al Soldano, e spedi 
al governo dell'isola un patrizio col nome dì 
luogotenente, ma durava poco il suo governo 
in Cipro. Esaminando il fatto di Cipro col 
criterio della giustizia, non può lodarsi per 
certo, né lo si vorrebbe lodare. Ma si deve 



— 209 — 

riflettere, che quello fece la repubblica era il 
solo modo col quale si poteva conservare alla 
cristianità il possesso di quella isola, impor- 
tantissima. 



CAPITOLO XV 

EPOCA XIII — DALLO ACaUISTO DI CIPRO 

SINO AL TERMINE DELLA LEGA DI CAMBRAI 

(DaU^anno di C. 1489 al 1516) 

Venendo ora alle cose d* Italia, non di- 
remo guerra un assalto dai Veneziani dato alla 
città di Trieste per causa di commerci, nel 
quale ebbe ajutatori i tedeschi, ed essendovisi 
intromesso Pio II tornò presto la pace. Ma 
un gran fatto di storia italiana avvenne in 
sullo scorcio del secolo XV. Altro che con- 
federazioni di principi italiani per la salute 
d'Italia ! 

Il Ferrarese era la chiave del commercio 
fluviatile della valle Padana, e i Veneziani che 
ne conoscevano l'importanza aspiravano sempre 

u 



— 210 — 

ad un certo predominio sulla Casa di Este che 
ne era la Signora. Avevano ottenuti molti 
privilegi da loro, e tenevano in Ferrara una 
propria corte di giustizia, capo della quale era 
il vicedomino. La guerra di Ferrara del 1308 
della quale si tenne parola fu causa di gravi 
danni alla repubblica per la scomunica tre- 
menda di papa Clemente V ; ma causa di danni 
maggiori fu alla dinastia Estense, che allora 
riconobbe 'l'alto dominio della curia romana, 
dal che, dice il gran Muratori, (anno 1308) si 
erano guardati nel secolo addietro gli altri Estensi, 
e che fu origine della perdita che fecero di 
quel. ducato nel secolo XVII. 

In generale gli Estensi erano amici dei 
Veneziani, ma sorsero delle questioni sull'au- 
torità del vicedomino. Papa Sisto IV era stret- 
tamente unito ai Veneziani per la speranza che 
potessero spodestare gli Estensi cedendo loro 
il Polesine di Rovigo, che avevano posseduto 
in pegno per una somma di danaro prestata. 
E sperava che il ducato di Ferrara divenisse 
retaggio del suo nipote, o figlio che fosse, 
Girolamo Riario. A codesti patti non poteva 
consentire il senato, e fece un subito volta- 
faccia, e strìnse alleanza con tutti i principi 
italiani contro Veneria, e osava intitolare questa 



— 211 — 

lega santa. Fu mossa accusa ai Veneziani del 
non avere impedita la presa e il sacco dì 
Otranto fatta dai Turchi, di averne seguito 
l'armata col proprio navile. I Veneziani non 
potevano incontrare una nuova guerra contro 
di loro. 

Sisto IV non contento di aver mosso le 
armi temporali contro di loro scaraventò anche 
una tremenda bolla di scomunica, ^e fu ri- 
stampata al tempo delle ire di Parno V. Per 
l'alto dominio sopra Ferrara, dal pontefice ìa 
scomunica, interdetto, anatema, la maledizione 
eterna fu scagliata chiamando in soccorso il 
braccio temporale dei principi italiani. Alla 
lunga bolla i Veneziani risposero collo appel- 
larsi al futuro concilio. La guerra durò due 
anni. I nostri furono sconfitti a Melusa ; si 
ricattarono della sconfitta colle vittorie poste- 
riori ; nel regno di Napoli si combattè e si 
vinse. Nell'assedio di Gallipoli, Jacopo Mar- 
cello, capitano generale de' Veneziani, cadde 
sul cassero. Tanto fervè la pugna, che non se 
ne accorsero i suoi ; il segretario lo ricopre 
del mantello e comanda in suo nome. Il cro- 
nista Malipiero gli succede, e colla mano colla 
quale poi scrisse modestissimo, quando parla 
di sé medesimo, compiè la vittoria e lasciò 



— 212 — 

ronore del trionfo all'estinto capitano. La pace 
segui. « Le condicion è queste : che sia resti- 
tuido a la Signoria Asola e Roman, e tutto 
quello che ghe sta occupa in Lombardia : 
che tutto quello eh 'è sta tolto a Hercule da 
Este de qua e de là da Po, ghe sia restituido, 
eccetto el Polesene de Rovigo, el qual resti 
libero a la Signoria ; a la qual sia reservà le 
giurisdiiipn antighe e moderne che Tha in 
Ferrara : che sia restituido per la Signoria al 
re Ferando Galipoli e altri luoghi ocupadi da 
i so ministri in Calavria fin a quel di : che 
Ruberto Sanseverini sia capitano general de 
tutta Italia ; che la pase no se intenda con- 
clusa se '1 Papa no consente. No è sta de- 
chiario che Castel Vielmo (Castel Guglielmo, 
terra del Polesine) s' intenda compreso nel 
Polesine, per inavertenzia de i cancellieri. E 
questo è sta '1 fin che ha abuo la guerra de 
Ferrara ; in la qual è sta speso in do anni 
do milioni d*oro (i). » Abbiamo voluto lasciar 
parlare il nostro cronista che narrò i partico- 
lari di questa guerra nella quale ha pugnato. 
La narrò anche Marin Sanudo in un commen- 
tario, ch'è a stampa. Per la pace fatta senza 

(1) Malipiero, Annali veneti, part. I pag. 296. 



— 213 "" 

il suo consentimento Papa Sisto IV morì di 
rabbia. 

Qjuesta guerra civile d'Italia fu preludio a 
quella di Cambrai. Intanto il traditore Lodovico 
Sforza chiamava i Francesi in Italia. Carlo VIII 
varca le Alpi, compiè le imprese di Napoli, 
ma dagli italiani è sconfitto al Taro, e cogli 
altri hanno combattuto le soldatesche della re- 
pubblica. Ultima gloria della nostra nazione 
per secoli ; come per secoli ultime le parole di 
Pier Capponi. Le nostre glorie finirono per 
secoli sul rogo del Savonarola, che voleva in 
Firenze un governo come il Veneziano, e il 
pontefice soltanto capo della religione. 

Ebbero i Veneziani una guerricciola non 
fortunata cogli Austriaci, seguita da pace ono- 
rata. Il gran fatto che si disse ebbe fatali con- 
seguenze. I Fiorentini agognavano Pisa, i Ve- 
neziani mossero a difenderla, e il Malipiero 
che ha combattuto quella guerra la narra di- 
stesamente. Guerra vergognosa perchè contro 
ai Fiorentini mosse le sue soldatesche anche 
Massimiliano re tedesco eletto re dei romani, 
e anche soldatesche spagnuole. Venezia ebbe 
la colpa di combattere poi coi Francesi per 
aggiungere Cremona alle provincie che aveva 
già acquistate in Lombardia. Il papa Borgia 



— 214 — 

soffiava per crescere il dominio del figlio. I 
Veneziani guadagnarono al re di Napoli Trani, 
Otranto, Brindisi, incitamento a nuove invidie, 
le quali furono causa poi del patto di Cambrai, 
in cui papa Giulio II, Luigi XII re di Francia, 
l'imperatore Massimiliano, il re di Napoli, hanno 
soscritto il patto che divideva le terre dei Ve- 
neziani. Papa Giulio voleva Ravenna, Cervia, 
Faenza ed altre città di .Romagna ; i Francesi, 
le città venete nella Lombardia; Massimiliano 
Padova, Vicenza, Verona, Treviso, il Friuli ; il 
re di Napoli le città in riva al mare che pos- 
sedevano nel suo regno. Il contratto fra gli 
stranieri e il pontefice principe italiano era sti- 
pulato, le sorti gettate sul manto regale di Ve- 
nezia. Ma vi era coraggio nei Veneziani, che 
alla stretta dei conti, soli pugnavano una guerra 
italiana per la Italia, popolo e nobili fecero 
sforzi inauditi, e vinti i Veneziani nella bat- 
taglia di Chiara d* Adda, parve la repubblica 
dovesse finire o essere almeno ridotta al ter- 
ritorio della prima consociazione. Il Romanin 
nella sua storia di Venezia provò non esservi 
decreto che prosciogliesse i sudditi dal giu- 
ramento di fedeltà, ma dallo esame dei docu- 
menti, e dello storico contemporaneo Mocenigo 
si conosce essersi lasciato libero ai sudditi o 



— 215 — 

seguire le parti dei vincitori, ovvero mantenersi 
fedeli alla repubblica. La eroica Brescia ha dato 
prove di singolare annegazione. Verona, Vi- 
cenza non resistettero; in Padova i nobili so- 
verchiarono il popolo e innalzarono la bandiera 
imperiale. In Treviso un popolano Marco Pe- 
lizzer fece mantenere la fede a San Marco, e 
quella nobile città non vide sulle sue torri lo 
stendardo dei nemici. Andrea Gritti, vero eroe, 
uomo che provò tante sorti di fortuna, rac- 
quistò Padova e la difese gagliardamente, e 
poi captivo dei Francesi, e trattato da prode 
cavaliere nemico, operò a suo tempo per la 
pace. 

Fu altro eroe Cristoforo Moro del quale 
i fatti generosi sono narrati dal Cicogna nelle 
Inscrizioni di San Giobbe. Nel Friuli sostenne 
gagliardamente l'impeto dei nemici, il prode 
Girolamo Savorgnano. Vecchio e affranto Leo- 
nardo Loredano non disperò mai della patria, 
e alla difesa di Padova mandò i suoi figli e 
cento e cento patrizi, e le soldatesche di San 
Marco, è il popolo padovano con generosa an- 
negazione si opposero alla grande oste capi- 
tanata dallo stesso imperatore < Massimiliano, 
che fu costretto a levare lo assedio, e gli eser- 
citi dei nemici stranieri ai quali era congiunto 



— 2l6 — 

quello dello iroso e sconsigliato Giulio II si 
spersero. Antonio Grìmani, esule, vecchio, mal- 
trattato dalla repubblica era in Roma. Ma il 
gran cittadino non pensava che alla patria e 
staccò Giulio II dalla lega col restituirgli le 
città della Romagna. Fu richiamato in patria, 
gli si restituirono le onorificenze, e mori doge. 
Nel momento nel quale saliva il trono ducale 
s'inginocchiò per benedire il Signore che lo 
aveva compensato dei suoi lunghi dolori. 

Staccatosi il pontefice dalla lega, poiché 
se gli fiirono date le città di Romagna eh* e- 
rano sotto al dominio della repubblica, si col- 
legò con essa contro i Francesi, d* onde ne 
venne la presa e la ripresa di Brescia, e la 
battaglia di Ravenna. I Veneziani soscrissero 
tregue con Massimiliano ; poi pace e alleanza 
pur colla Francia, alla quale cedettero Cre- 
mona e la riva dell'Adda. Fu in questi tempi 
che comparvero per la prima volta Spagnuoli 
a combattere contro Francesi in Italia, contro 
i quali qui combattevano anche Svizzeri. La 
terra nostra trovavasi preda di nemici, che se 
la destinarono per premio. I Veneziani ebbero 
parte alla vittoria de' Francesi contro gli Sviz- 
zeri in Marignano. Sostenuta coraggiosamente 
con isforzi incredibili una lotta di otto anni. 



— 217 — 

non ebbero pace se non dopo il trattato di 
Noyon. Di tutte le perdite, le più dolorose 
furono Trieste, che assicurava all' imperatore 
un porto nell' Adriatico, d* accosto a Venezia, 
rivale assiduo de' commerci ; Gradisca e Riva 
di Trento chiavi dello Stato veneto. E paga- 
rono forte somma di danaro a Massimiliano 
che ne difettava sempre. Coraggio nei nobili, 
'devozione nel popolo e nei sudditi, valsero a 
sostenere sì dura lotta ; sì crearono prestiti ; 
s'incominciò allora a vendere gli ufHzi secon- 
dari per mantenere la guerra. Da cotanti danni 
e pericoli uscimmo con gloria ; ma Venezia 
riportò tale una ferita, che non rimarginò mai 
più. Ogni particolare di questi tempi si sfor- 
tunati abbiamo nei diari diligentissimi di Marin 
Sanudo, e vera storia nelle lettere di Luigi 
da Porto, scrittore vicentino, colto e sapiente, 
delle quali alcune furono stampate spicciola- 
tamente. All'edizione e illustrazione di tutte 
intendeva un amico nostro, valoroso uomo 
Giacomo MUan Massari da Vicenza, allorquando 
morte lo rapi, la compieva un suo valoroso 
concittadino Bartolommeo Bressan. 

Noi abbandoniamo quest'epoca luttuosa, 
ma gloriosa ; lasciamo Venezia impoverita in 
Oriente, ferita in Italia, già alle prese con 



— 2l8 — 

potenze straniere che andavano ingrandendosi 
e facendosi compatte, i Turchi crescenti sempre, 
il trono di Francia potente dopo che Luigi XI 
liberò da pericolosi vassalli la mostruosa mo- 
narchia de' suoi predecessori. Venezia divenne 
potenza di secondo ordine, senti che la forza 
non le bastava e che nei connazionali non era da 
sperare salute. Dovette ricorrere agli scaltrimenti 
della politica. Una nuova causa di danno ebbe 
prima nello scuoprimento di un cammino più 
facile verso le Indie Orientali, che disseccò le 
fonti del suo commercio ; poscia nella sco- 
perta del nuovo mondo. Nel dir vale a quest'e- 
poca, dalla quale s' incamminava a gran passi 
la caduta di Venezia, non ci consolano le let- 
tere fiorenti per l'asilo dato xii Greci fuggitivi 
da Costantinopoli, non la stampa qui recata 
da Nicolò Jenson, non la pittura né la scol- 
tura che mettevano germogli coli' architettura 
ancora tutte pure e nazionali. Furono scorza 
dorata, ma il tarlo era dentro; erano piante 
verdeggianti che si aggavignavano sopra un 
tronco nel quale cominciava ad allentarsi la 
vita. 



— 219 — 



CAPITOLO XVI 



EPOCA XIV — DAL TERMINE DELLA LEGA DI 

CAMBRAI 

ALLA PACE DI CARLO WITZ 
(Dall'anno di C. 1516 al 1699) 

Sebbene ci siamo ajutati di delineare più 
speditamente che fosse possibile questo sunto 
di storia veneziana, pure in principio abbiamo 
seguito passo pacso gli avvenimenti. Credemmo 
necessario notare per quali vie ed in quali con- 
dizioni di civiltà le repubblica nascesse e sia 
cresciuta quasi isolata dal resto d'Italia. Qiiando 
la storia d'Italia si congiunse alla storia della 
repubblica, quando Venezia divenne lo Stato 
più importante della patria nostra abbiamo 
alquanto allungate le fila del discorso. Nel 
tempo del quale ora imprendiamo a parlare, 
e nei tempi che seguono, la troviamo in con- 
tatto cogli stranieri ; ma la sua preponderanza 



— 220 — 

commerciale e politica ebbe fine, si sviluppò 
una maniera di politica presso gli altri po- 
poli diversa dalla politica anteriore ; i poteri 
predominanti si strinsero in poche e grandi 
nazioni, le quali tolsero di mezzo gli Stati 
inferiori in potenza, e quindi facile fu il pre- 
dominio loro sopra Italia divisa. Comincia- 
rono col servirsi degli Stati minori siccome 
satelliti ; poi li posero sulla bilancia per ag- 
giustare le partite nelle contese loro. Sino a 
che si tenne come importante o comodo che 
sussistettero, li hanno lasciati in vita ; poi se 
ne sono spicciati, e oggimai non possono più 
sussistere che nazioni grandi e compatte. Il 
nostro sommario procederà ancora più rapi- 
damente, perchè la repubblica di Venezia, dopo 
le sue male fortune venute dalla guerra di 
Cambrai non potè noverarsi più fra le prin- 
cipali potenze di Europa, e le sorti furono 
gettate sopra di lei. 

Dal 1537 al 1540 i Veneziani guerreg- 
giarono contro Solimano sultano dei Turchi. 
Poco giovò a loro l'alleanza con Carlo V, che 
si servi dei Veneziani per divertire le forze 
del comune nemico, che minacciava i suoi 
Stati di Germania. In questa guerra si perdet- 
tero dai nostri bellissime occasioni di vittorie. 



— 221 — 

I Turchi entrarono nelF Adriatico. Ariadeno 
Barbarossa, valoroso guerriero, assaltò invano 
Cattaro, virilmente difesa da Giammatteo Bembo. 
La guerra fini colla perdita di Malvasìa e di 
Napoli di Romania. 

Intanto si compieva un grande avveni- 
mento per l'Italia. Carlo V cumulò sul suo 
capo tante corone, quante altri non ne ebbe 
mai nella seconda civiltà. E forse sarebbe egli 
arrivato a quel sogno della monarchia univer- 
sale, se avesse potuto superare gli ostacoli che 
parevano, per la grande potenza alla quale era 
giunto, facili da superare. Ma in Africa non 
ebbe fortuna ; ma i Turchi gli ha potuti sola- 
mente ripulsare da Vienna ; ma non ha potuto 
ammutolire la lingua di un frate apostata ; ma, 
trovò in re Francesco I di Francia un cava- 
liere magnanimo, che, vinto e fatto prigioniero, 
poiché ebbe perduto tutto hors Vhonnemr, sejTpe 
risorgere. Francesco trovò nei suoi sudditi 
quella unanimità che identifica il principe colla 
nazione. 

La battaglia di Pavia, combattuta da stra- 
nieri nel nostro paese, della quale fummo mi- 
seri ed inetti spettatori, è al certo uno dei più 
grandi avvenimenti della storia nostra. Noi ita- 
liani pagammo lo scotto ; e dappoiché Carlo V 



— 222 — 

vinse, la potenza spagnuola prevalse nel nostro 
paese. Roma saccheggiata ; la maestà del primo 
sovrano d'Italia, del capo della religione cri- 
stiana, fu vituperata ; il suo potere temporale 
sminuito. Firenze sventuratissima fu posta al 
giogo d'uomini iniqui. Taluno accusa i Vene- 
ziani dell'avere abbandonata Firenze che viril- 
mente pugnava per la sua libertà. L' accusa 
sarebbe giusta, se la ferita di Cambrai fosse 
stata rimarginata, se i Veneziani non aves- 
sero dovuto tenersi parati contro le offese dei 
Turchi. Indarno Francesco Ferruccio razzolò 
le ceneri del Savonarola ; era scritto che le 
franchigie di Firenze dovessero finire quando 
si radicava la potenza spagnuola in Italia, 
quando Venezia volgeva all'occaso. 

Dopo la morte di Carlo V i due rami 
della sua famiglia si divisero la sua eredità. 
L* uno possedeva bellissima parte nella peni- 
sola nostra, l'altro ne desiderava la podestà ed 
era limitrofo. Venezia era il solo Stato d' I- 
talia che potesse opporre resistenza, e l'uno e 
l'altro la odiavano, quando occulti, quando 
aperti nemici ; fortunatamente per Venezia non 
mai amici fra loro. 

Il ramo primogenito il quale non aveva 
marinerìa, minacciato del continuo dai Turchi, 



— 223 — 

avea necessità che la repubblica ne divertisse 
le forze sul mare ; come pure giovava che 
fosse mediana fra la Spagna potente e ric- 
chissima ed i suoi Stati. Pur nulladimeno la 
occulta nimistà dei due rami della Casa d' Au- 
stria, s'intravedeva sempre quando poteva mo- 
strarsi senza pericolo o danno proprio. Cosi 
gli Austriaci di Lamagna ajutarono, ora se- 
gretamente, ora in palese, una mano di valo- 
rosi pirati slavi, che aveano messo nido nelle 
coste montuose della Croazia e infestavano 
l'Adriatico, gli Uscocchi. Prodi, agguerriti, ma 
ignari di qualsiasi umanità, crudelmente dan- 
neggiavano il commercio che restava ai Ve- 
neziani. Nel 1545, nel 1593, nel 1606 ebbero 
luogo le pugne principali contro gli Uscocchi, 
che parevano spenti e risorgevano. Cresciuta 
la inimicizia del potente vicino, la repubblica 
nel 1593 fondò la fortezza di Palma, per di- 
fendere il Friuli aperto agli assalti di lui. Fi- 
nalmente, nel 16 14, si venne a guerra mani- 
festa che durò sino al 1622. Gradisca, fortezza 
del nemico, fu assediata dai Veneziani ; gli 
Uscocchi alleati e protetti dal potente vicino, 
furono combattuti. Col vicino si fermò la pace, e 
poiché l'ausilio degli Uscocchi non gli era più di 
giovamento, gli abbandonò. Sparvero dai mari. 



— 224 — 

Filippo II, re delle Spagne e delle Indie, 
signore in Italia di Lombardia, di Napoli, di 
Sardegna, protettore dei Medici, fu uomo di 
tale altezza d'ingegno, che nessuno lo ha su- 
perato ; Tingegno gli tenne luogo di coraggio 
e di umanità. Si collegò nella guerra detta 
sacra, coi Veneziani e col pontefice. Immense 
furono le prove di coraggio date dai Cristiani 
nel giorno 7 ottobre 1571 ond'ebbe nome im- 
mortale il golfo di Lepanto. Ma questa vit- 
toria di Sebastiano Veniero, di Marcantonio 
Colonna, di don Giovanni d'Austria, che fu 
una delle maggiori battaglie navali che la storia 
registri nelle sue pagine, rimase interamente 
sfruttata. Filippo II al quale bastava aver reso 
illustre il suo nome con tale vittoria, si ac- 
corse che se fossesi incalzato V inimico scon- 
fitto, Venezia avrebbe riacquistate le terre per- 
dute sui lidi d'Oriente e la sua preponderanza 
sui mari. Il predominio di lui in Italia ne 
avrebbe scapitato, e colle sue ambagi fece per 
modo che gli Ottomani si rinforzarono. A Fi- 
lippo non garbò che Venezia ridivenisse grande ; 
il sacrifizio di Cipro fu consumato colla morte 
di Marcantonio Bragadino, martire della reli- 
gione e della patria, contro ogni fede scorti- 
cato vivo. Si fermò dai Veneziani la pace per 



— 225 — 

causa di Filippo II ; Cipro fu perduta. Sopra 
questo avvenimento dettò una stupenda scrit- 
tura Francesco Longo, contemporaneo, che 
dimostra le cause e gli effetti della mala fede 
di Filippo, i danni della potenza spagnuola in 
Italia (i). Morto Filippo, la sua politica oscura 
e malvagia, ma, perchè messa in atto da così 
grande intelletto acutissima, potentissima, cadde 
in mano di uomini inetti. Al principio del se- 
colo XVII ebbe luogo la gran lite con papa 
Paolo V della quale si dirà più sotto. Non si 
può qui non osservare come consta dal gior- 
nale di quel tempo fortunoso pubblicato da 
Enrico Comet che Spagna soffiava contro Ve- 
nezia. I nostri sapevano quali disegni Spagna 
covasse sull'Italia, e per questo nel 1617 si 
congiunsero col duca di Savoja contro gli Spa- 
gnuoli, ajutando quella schiatta di principi ita- 
liani che incominciava a crescere nella potenza. 
Fermata la pace nel 16 18 fu tramata la famosa 
congiura degli Spagnuoli, che al Daru piace 
di mettere in dubbio, ma sulla quale nessuno 
può più dubitare, dappoiché l' illustre storico 
tedesco Leopoldo Ranke, narrò per filo tutti 
gli avvenimenti, recò in luce documenti sicuri, 

(1) 1/ abbiamo pubblicata nello Archivio Storico 
Italiano. 

15 






— 226 — 

c dimostrò tutta la trama dell' Ossuna, viceré 
di Napoli, del Toledo governatore spagnuolo 
di Milano, e del Bedmar ambasciatore di Spagna 
in Venezia, i quali si servirono di tristi uo- 
mini, quasi tutti francesi, per annichilare la 
repubblica , soggettandola al monarca nello 
Stato del quale non mai tramontava il sole. 
Fallito il colpo, la corte di Spagna disconfessò 
tutta la trama, quei tre attori secondari furono 
puniti, facilmente perchè era mancato il di- 
segno. Venezia dovette contentarsi di essere 
salva, e tacque. 

Tutti e due i suoi nemici la repubblica 
ebbe a combattere nel 1628, difendendo il 
duca di Mantova. Fu vinta a Valeggio, per 
l'inesperienza di Zaccaria Sagredo, capitano 
poco valente, ma uomo generoso, che seppe 
e volle perdonare a chi poi T avea posto in 
deriso colle scritture. Conseguenza di questa 
guerra fu la peste del 1630. 

La guerra sostenuta insieme col gran duca 
di Toscana e col duca di Modena contro al 
papa Urbano VITI e ai suoi nepoti Barberini, 
non ebbe scomuniche. La pace si stabili in 
Venezia nel 1640. 

La guerra più lunga e più esiziale che la 
repubblica abbia mai sostenuta fu quella di 



— 227 — 

Candia, la quale senza posa durò per ventitre 
anni. Signori di Rodi e Cipro e dello Arcipe- 
lago i Turchi non potevano non volere Candia. 
Venezia che era stata mediatrice della pace di 
Westfiilia era in pace col Sultano, quando im- 
provvisamente un' armata turca move verso 
quell'isola e prese la Canea.. Si volle che capo 
«Ila impresa del difendere il resto e racqui- 
stare il perduto fosse Francesco Erizzo doge, 
che morì prima di salpare. Le battaglie marit- 
time furono da giganti ; uomini si videro di 
tal valore e annegazione che sorprendono. 
Tommaso Morosini che non potè chiudere i 
Dardanelli, con una sola nave si spinge in 
mezzo a ventxinque galere turche, vi trova 
morte gloriosa, e giunto il capitan generale 
Grimani, il nemico è superato. Vince Leo- 
nardo Mocenigo, ma non può fare uno sbarco 
nella isola, e muore di crepacuore. Vince Gi- 
rolamo Battaggia contro forze maggiori, e cosi 
Giacomo da Riva. Un Dolfin con una galera 
illude cosi il nemico che crede essere egli sus- 
seguitato da forte armata. Lorenzo Marcello 
muore sul cassero della sua galera. Lazzaro 
Mocenigo vince una gran battaglia ai Darda- 
nelli, e muore. Caterino Corner è morto so- 
stenendo l'impeto degli Ottomani. Ma a che 



— 228 — 

prò' tante vittorie ? La potenza turchesca era 
formidabile, e Venezia fu abbandonata dagli 
alleati cristiani in Candia, ed erano Francesi. 
Ma rabbandono più crudele fu quello degli 
Austriaci; dopoché l'italiano Montecuccoli vinse 
la battaglia di S. Gottardo, lo imperatore Leo- 
poldo I soscrisse una sua pace parziale col 
Sultano, inscia la repubblica. Noi possediamo 
tutti i documenti di quel fatto, al certo illau- 
dabile, e li metteremo in luce, quando che sia. 
Francesco Morosini difendeva Candia, ma 
le difese furono inutili. Egli non cedette al- 
l'inimico che un mucchio di rovine. Conse- 
guenza della guerra di Candia, fu il tracollo 
della repubblica, e si facilitarono ì disegni an- 
tichi de' suoi avversari e vicini, di razza stra- 
niera. La guerra di Candia costò milioni e 
milioni di oro, e la vita di trentamila soldati ; 
distrusse il commercio che ancora restava ; 
domò gli uomini e li fece desiderosi di pace, 
pronti a sagrificare tutto alla pace. Erano pas- 
sati i tempi di Chioggia e di Cambrai ; ma 
viveva ancora Morosini, e fino eh' ei visse, 
v'ebbe un uomo potente in Venezia, e quando 
vi sia un uomo, una nazione può dirsi ancora 
in vita. Il Morosini tornato a casa, ebbe a sop- 
portare gravissimo dolore. Marcantonio Corraro, 



— 229 — 

avvogadore del comune, salì la ringhiera del 
Maggior Consiglio, accusò pubblicamente col- 
pevole il Morosini per aver ceduto Candia e 
stabiliti i preliminari della pace ; domandò fosse 
spogliato deir uffizio di procuratore di San 
Marco, e fosse inquisito sulla sua condotta. 
Giovanni Sagredo si levò a difenderlo, e vinse; 
il Morosini fu giustificato. 

Il Morosini era di quei grandi che amano 
la patria sempre, che sentono la gloria essere 
necessità, gaudio supremo della vita loro. Sop- 
portò impavido l'accusa ; Tesserne uscito con 
fama illesa noi fece insuperbire ; la coscienza 
lo assicurava dello aver fatto il debito suo, 
nulla aver pretermesso per salvare Candia. Ma 
la perdita involontaria era una piaga del suo 
animo che dolorava forte ; sapeva come .molti 
siano che recusano lode ad una gloriosa scon- 
fitta, perchè non credono all'ingegno ed al va- 
lore ove manchi fortuna, perchè giudicano 
dall'esito dell'imprese senza pesare le circo- 
stanze estrinseche che possono moderarle. 

Volle vendicare la patria ; e nella guerra 
che si raccese col Turco, pugnò, vinse, ot- 
tenne, prima quella formula di lettera pub- 
blica del doge, la quale per T animo di un 
nobile veneziano tenevasi per la maggior ri- 



— 230 — 

compensa che potesse sperare, e diceva : Vi 
lodiamo col Senato. Poi ebbe perpetua nella sua 
famiglia la dignità di cavaliere della stola d'oro ; 
quindi fu eletto doge. Il pontefice lo donò 
dello stocco e del pileo, premip dei capitani 
benemeriti della cristianità ; e più di tutto ebbe 
il nome di Peloponnesiaco, consecrato dalla sto- 
ria, col quale i contemporanei lo riverirono, 
come lo riveriscono i posteri. Fu levato il suo 
busto di bronzo nella sala delle armi del pa- 
lazzo ducale. Forse sarebbe stato distrutto, o 
recato altrove, spoglia opima di un trionfo 
senza battaglia, a far superba qualche terra 
straniera del segno di patria gratitudine, che 
a lui, ancora vivente, dedicava la patria, ed 
ora per cura di una sua nobile discendente è 
messo in serbo nelle pareti domestiche di lui. 
Di questo uomo parlammo più a lungo che 
noi concedesse V indole della presente scrit- 
tura, perchè pronunciando il suo nome ab- 
biamo dato il vale aeternum alla gloria vene- 
ziana. Delle sue imprese diremo succintamente. 
Sebbene avesse perduta Candia fu eletto 
capitan generale. Nel 1684 tolse in tre anni, 
ai Turchi l'isola di santa Maura, poi Prevesa, 
poi Corone e tutto 'il Peloponneso. Si accusa 
il Morosini che spintosi ad assalire Atene, la 



— 231 — 

quale poi prese, non abbia rispettato il Par- 
tenone, da chi non conosce che cosa sia l'im- 
peto guerriero, l'odio nazionale, la vendetta 
che trionfa. Eletto doge nel mentre capitanava 
Tarmata, fu confermato nell' uffizio, tentò di 
sorprendere l'isola di Negroponte, ma la im- 
presa fallì. Conquistata Malvasia, si ritrasse in 
Venezia per curare la salute logora dalle fa- 
tiche. Domenico Mocenigo gli succedette nel 
comando ; poteva racquistare la fortezza di 
Canea nell' isola di Candia ; noi seppe, e fu 
deposto. Vecchio di settantacinque anni, il 
Morosini tornò al supremo comando, e morì 
prima di sguainare la spada. Giace in Santo 
Stefano di Venezia. Di lui non v' è la statua, 
sebbene in quella stessa chiesa vi sia la statua 
dello Alviano, il quale perdette la battaglia in 
Chiara d'Adda. La sepoltura del Morosini è 
intarsiata di bronzo, e più che ogni statua 
vale la scritta che vi sta attorno : 

FRANCISCI MAUROCENI 

PELOPONESIACI VENETIARUM 

PRINCIPI OSSA 

Dopo la sua morte, si combattè con varia 
fortuna. La guerra durò fino a che i Veneziani 



— 232 — 

furono abbandonati dagli alleati loro, che vo- 
levano pace per assalire Luigi XIV e domare 
la sua potenza soverchiante. La pace ebbe 
luogo a Carlowitz. Rimasero alla repubblica 
le isole di santa Maura e di Egina, il Pelo- 
ponneso, alcune terre in Albania e Croazia ; 
non però tutte le conquiste del Morosini. 



CAPITOLO XVII 

EPOCA XV — DALLA PACE DI CARLOWITZ 

ALLA FINE DELLA REPUBBLICA 
(Dall'anno di C. 1699 al 1798) 

Il volgere dei tempi aveva veduto mutarsi 
la politica europea col mutamento di uomini 
e di cose. 

Dopo la morte di Filippo II il ramo degli 
austriaci di Spagna era caduto in mano di prin- 
cipi inetti che lasciavano governare i ministri, 
e questi volendo scimieggiare Filippo II non 
fecero che guastare tutto. Finché la gran mac- 
china fu governata da lui, principe fornito di 



— 233 — 

volontà ferma ed assoluta e che non ebbe co- 
scienza, e dominava tanta parte di mondo, egli 
potè dire di essere il primo potentato di Eu- 
ropa. Sprofondare nell'ignoranza e nelle super- 
stizioni i sudditi, distruggere gli antichissimi 
privilegi che avevano acquistato col sangue 
proprio ; lasciarli espilare o per se o pei suoi 
luogotenenti ; quando colle armi aperte, quando 
colle arti segrete intrudersi da per tutto, in mano 
di Filippo II erano avvedimenti sagacissimi di 
governo. Per i ministri dei suoi successori di- 
vennero cause di danni esiziali. 

Due rivali sorsero alla Spagna che diven- 
nero potentissime, Francia e Inghilterra. La 
Francia per Enrico IV, il Richelieu, il Mazza- 
rino Luigi XIV giunse a contendere il primato 
alla Francia, e arrivò a superarla. Enrico IV 
principe cavalleresco davvero collo abbracciare 
il cattolicismo tolse di mezzo ostacoli fortis- 
simi alla preponderanza di Francia ; il Richelieu 
e il Mazzarini col fiaccare i grandi nello in- 
temo, e combattere allo esterno apersero la 
via alla stragrande potenza di Luigi XIV. Il 
quale riducendo in meno i poteri, spendendo 
tesori in guerre e magnificenze, fii per un 
tempo quasi il capo del concilio dei re. Ma 
apri quella piaga nel cerchio di vita della 



— 234 — 

Francia dalla quale venne il gran cataclisma 
del 1789. 

La Inghilterra dopo la potente e validis- 
sima Elisabetta cadde sotto alla dominazione 
degli Stuardi, principi poveri d'intelletto, e i 
quali credettero possibile lo sbarazzarsi degli 
antichissimi privilegi della nazione per regnare 
assolutamente e senza freno. Il patibolo di 
Carlo I aprì la via alla soldatesca domina- 
zione del Cromwello, la quale non ha punto 
messa radice, ma che giovò assai alla gran- 
dezza del paese perchè fu dominazione con- 
citata e robusta. Morto lui, tornati gli Stuardi 
non fecero senno, e la rivoluzione del 1682, 
e lo equilibrio dei poteri nel governo, hanno 
levato la nazione inglese alla sua presente po- 
tenza. 

Dopo la morte di Carlo V, nella sparti- 
zione dei suoi dominii, il ramo secondogenito 
di casa d'Austria ebbe i possessi di lui in La- 
magna e i possessi czechi, magiari, slavi e ru- 
meni. I successori del fratel suo Ferdinando 
ebbero contrasti lunghi per consolidarsi , e 
avevano addosso la potenza turchesca che non 
lasciava loro posa, che divenne signora di 
mezza Ungheria, e spinse i suoi eserciti sotto 
le mura della capitale. A poco a poco, e colle 



— 235 — 

diversioni dei Veneziani, questa potenza andò 
crescendo, la guerra tedesca dei trent'anni, lasciò 
loro libere Slesia e Boemia, e la Ungheria fu 
riguadagnata palmo a palmo colle sue due 
grandi appendici slava e rumena. Uni le Si- 
gnorìe degli Arciduchi d'Innsbruk e di Gratz 
a' suoi stati, e divenne potenza grandissima 
mediante una politica acuta e tempore ggia- 
trice. Intanto però nel cuore di Germania le 
sorgeva una valida nemica la Prussia, onde 
venne quel gran dualismo tedesco che ai fu- 
turi darà una Germania unita e strapotente, 
ove uno degli emuli possa schiacciare 1' altro, 
e possa assorbire quelli staterelli che restano, 
perchè decimati cominciando dalla pace di 
Westfalia. 

Nel secolo XVII l'Italia era in balìa di 
Spagna che vi possedeva le due Sicilie, la 
Sardegna, il ducato di Milano, le città litto- 
rane di Toscana : Spagna in capo, nel centro, 
nel fondo della penisola. Per questo Spagna 
lasciò fare nel tentativo deirOssuna, del To- 
ledo, del Bedmar : se riusciva e Venezia fosse 
caduta, l'Italia era tutta spagnuola. Il dominio 
temporale i papi lo mantenevano barcame- 
nando fra Spagna e Francia, cosi si sostenne 
Toscana, cosi la Casa di Savoja. Genova era 



— 236 — 

scaduta subitamente, gli altri staterelli vivevano 
vita meschina. E dopo la guerra di Candia, con 
tutte le vittorie del Morosini, Venezia era cosi 
scaduta da non poter opporre valide resistenze 
ai suoi nemici. 

Luigi XIV cinse al capo del suo nipote, 
Filippo di Borbone, la corona di Spagna, che 
dovea spettare al ramo secondogenito della 
casa d'Austria, essendosi spento il ramo pri- 
mogenito colla morte di Carlo II re delle 
Spagne e delle Indie, uomo infermiccio e po- 
vero di spirito. Per mantenere questa corona 
sul capo del nipote. Luigi XIV sostenne una 
guerra lunghissima. Qiiasi ottenne io scopo ; 
ma la Francia ne riportò tale ferita che fu 
prima scaturigine dei rivolgimenti che, svilup- 
patisi negli ultiiTii anni del secolo, mutarono 
la civiltà europea. Filippo V fu re delle Spagne 
e delle Indie. Ma si può dire che lo scopo di 
Luigi XIV non fu raggiunto interamente, perchè 
il nuovo monarca spagnuolo perdette le più 
belle gemme della sua corona. Lombardia, Na- 
poli, Sicilia, Sardegna erano fonti di ricchezze 
più sicure che quelle dell'America recate dai 
galeoni ; perchè ricchezze sempre rìproducen- 
tisi, ad onta del governo pessimo di Spagna 
in quelle provincie, che parve a tutto potere 



— 237 — 

operasse per disseccarne le sorgenti. Colie 
Fiandre perdette V elemento principale della 
forza militare spagnuola, le soldatesche val- 
lone forti e coraggiose. Tranne, la Sicilia e 
una parte di Lombardia, le quali col titolo di 
re furono date a Vittorio Amedeo di Savoja, 
uomo che fu accusato di fede incerta, ma che 
la storia colloca fra i più grandi monarchi, 
avendo egli saputo crescere la grandezza della 
sua casa ; il resto fu dei discendenti di Ferdi- 
nando fratello di Carlo V. Vi aggiunsero poi 
Mantova, i Francesi avendo abbandonato ini- 
quamente i signori da Gonzaga. Più tardi le 
nozze di Maria Teresa, moglie a Francesco di 
Lorena al quale fu concesso il retaggio dei 
Medici, accrebbero la potenza austriaca col 
granducato di Toscana. Nelle guerre poste- 
riori, i nuovi signori di tanta bellissima parte 
della penisola perdettero poche terre in Lom- 
bardia date alla casa di Savoja, che fu co- 
stretta commutare la Sicilia colla Sardegna. 
Napoli e Sicilia formarono un nuovo regno 
per la casa di Borbone che il tempo avrebbe 
dovuto rendere nazionale ; sul trono dei Far- 
nesi sedette un altro ramo di Borbone. 

Q.uando la repubblica ebbe in Lombardia 
per vicini gli Spagnuoli, e dall'altra parte era 



— 238 — 

L amagna, si trovava in condizioni ben diverse 
di quelle nelle quali Tha posta l'essere circon- 
data da tutte le parti dalla potenza alemanna. 
Mantova, fortezza munitissima, stava a cava- 
liere de' suoi Stati. Due statisti illustri vene- 
ziani. Paolo Renier e Nicolò Tron, antevidero 
quello che avvenne dappoi. Chi ad uno chi 
ad altro di quei due splendidi ingegni attri- 
buisce che ogni mattina allo svegliarsi do- 
mandava se ancora non erano giunte scolte 
tedesche nella piazza di San Marco. Tanto 
r uno e r altro vedevano approssimarsi la fine 
della repubblica. La quale ebbe una nuova 
ferita nel suo scaduto commercio col porto 
franco concesso da Carlo VI a Trieste, dal 
papa ad Ancona, colla istituzione della fiera 
di Sinigaglia. Talché del suo dominio sullo 
Adriatico non le rimase ehe la sterile ceri- 
monia delle annue sponsalizie del mare. Nella 
guerra per la successione di Spagna, le due 
grandi potenze che combattevano per la ricca 
corona di Filippo II, proposero patti d'oro ai 
^-^eneziani se volevano accostarsi ad una di 
loro. Ricusarono le offerte ; non seguirono 
l'esempio di Vittorio Amedeo, che destreg- 
giando, ma combattendo, usci con onore e 
utilità dalla lotta. La repubblica era un corpo 



— 239 — 

rifinito dalle guerre coi Turchi ; ma credette, 
anzi si persuase d' aver perduto ogni potenza. 
Si dichiarò neutrale, e cosi piccole forze im- 
piegò per difendere il suo territorio, che i 
due grandi nemici noi rispettarono plinto. Fu 
violato, e si sopportarono i danni della guerra 
senza ritrarne alcun frutto. 

Rotta la pace di Carlowitz, la repubblica 
aveva avuta una nuova guerra col Turco, e fu 
r ultima. Fuorché V assedio e la memorabile di- 
fesa di Corfù, nel 171 5, operata dal valore del 
maresciallo di Schulemburg, non vi furono altre 
imprese gloriose. L'imperatore Carlo VI s'era 
collegato coi Veneziani ; un italiano Eugenio di 
Savoja, trionfava in Ungheria. Poi Venezia fu 
abbandonata dal suo alleato ; dovette calare agli 
accordi. Nel 1718 in Passarowitz fu soscritta 
la perdita del frutto recato dalle imprese del 
Peloponnesiaco. 

Nelle due guerre del 1730, per la succes- 
sione del ducato di Pamia, del 1740 per la 
successione degli Stati Austriaci (delle quali ab- 
biamo detto le conseguenze) la repubblica si 
dichiarò ancora neutrale, né pensò che le neu- 
tralità non possono recare vantaggio che a po- 
tenze grandi e possenti.' Ma la debolezza colla 
quale difese la sua neutralità , le ottenne dai 



— 240 — 

combattenti lo stesso rispetto che le mostra- 
rono al tempo della guerra per la successione 
di Spagna. Poi pace lunga e quella quiete che 
precede la morte. Il sole era caduto a Car- 
lowitz; poi succedette la luce di crepuscolo che 
va spegnendosi lentamente, cosi che le tenebre 
ti cuoprono e non te ne accorgi. Tranne una 
controversia coli' Olanda per le truffe di un 
astuto mercante, che ingannò un mercante o- 
landese, mentre incautamente un ministro ve- 
neziano soscrisse e guarentì alcune cambiali, 
nulla s'ebbe d'importante intomo alla metà 
del secolo passato. Siccome l' Olanda minac- 
ciava la guerra, si armò a stento una flotta di 
otto vascelli, e parve miracolo in quel paese 
nel quale per una guerra cogli imperatori greci 
s'erano potuto armare cento galee in cento 
giorni. La controversia coU' Olanda non ebbe 
alcuna conseguenza. La repubblica, per man- 
tenere la sicurezza del suo commercio impo- 
verito pagava annua corrisponsione di denaro, 
come altri Stati d'Europa, alle nazioni barba- 
resche. Insolentirono. Nel 1765, il cavaliere 
Giacomo Nani condusse a buon termine le fac- 
cende con que' di Tripoli ; il bey di Tunisi 
volle anch' egli quella corrisponsione (che si di- 
ceva regalo) e danneggiava i Veneziani. L'ar- 



— 241 — 

mata preparata contro l'Olanda si volse contro 
Tunisi, capitano Angelo Emo. L'Emo fu uomo 
antico ; nato in miseri tempi, ebbe altezza d'in- 
gegno, volontà incrollabile, severità giusta, a- 
nimo generoso, braccio forte. Posto a capita- 
nare una flotta radunata d'improvviso in un 
tempo in cui gli ordini antichi erano rilassati, 
pace e quiete si tenevano ragioni di Stato, e 
il vivere lautamente e l' imprevidenza del fu- 
turo rendevano grave ogni sacrifizio ; l' Emo in 
sei soli mesi seppe restituire gli antichi ordini, 
infondere coraggio ai gentiluomini ed agli uf- 
fìziali che combattevano con lui. In sei mesi 
l'armata fu prode e volonterosa. Egli si recò 
a Tunisi e la minacciò. Noi sopra questa guerra 
e suir Emo abbiamo interrogato due uomini 
degni di riverenza che hanno combattuto le 
battaglie dell'Emo, Silvestro Dandolo e Pier 
Antonio Zorzi. Q.uesto secondo, uomo noto per 
le sue scritture, che teniamo siccome padre, 
perchè a lui dobbiamo l'amore degli studi che 
sono conforto della nostra vita modesta, ebbe 
cosi a risponderci : « Abbiamo bombardato Sfax 
« e la Goletta (ne è lieto qui ripetere le pa- 
« role che egli ci scrisse) colle nostre lance, 
a abbiamo catturato due bastimenti barbareschi 
(c ancorati presso la spiaggia. S'impose loro i 

16 



— 242 — 

« nomi di Annibale e di Cartagine, Poco o nulla 
« servirono, e non so come abbian finito. Ma 
« quello che rese celebre rammiraglio Emo fu 
« il bombardamento di Sfax. Quella città, la 
« seconda nella reggenza di Tunisi, è circon- 
« data da vastissimi bassi fondi, che non con- 
te cedono accesso a navigli di qualche portata. 
« L' Emo immaginò le famose galleggianti, che 
« erano composte di un quadrato fatto di quattro 
« pennoni di nave di quelli che ne' combatti- 
« menti si tengono per supplire ai bisogni. Il 
« quadrato era empiuto da quattro file di botti 
« vuote ; un grosso assito lo copriva ; ogni gal- 
ee leggiante portava un cannone di grosso ca- 
« libro, od un obizzo. I militi erano difesi da 
« sacchi pieni di sabbia sovrapposti l' uno al- 
ee l'altro. Di notte si conducevano sotto le 
e< mura della città nemica trascinate da pali- 
ee schermi. Si gettava l'ancora dei palischermi, 
ee e i marinai di questi col mezzo della fune 
ee dell'ancora, il cui capo era in quella nuova 
ee specie di batteria, li muovevano. Io stesso 
ee ho comandato una divisione di galleggianti, 
ee Mirabile trovato invero, perchè il materiale 
ee necessario per queste batterie era natural- 
ee mente portato dalle navi per cui era indi- 
<e spensabile. 



— 243 — 

« Ti voglio aggiungere due aneddoti. Nel 
« bombardamento della Goletta, una piccola bat- 
te teria radente, incomodava le nostre navi. L'E- 
« mo domandò chi volesse inchiodare i can- 
ee noni. Quattro dalmati si presentarono ; si 
« offersero di assumere l' impresa ; si confessa- 
« rono, fecero testamento, poi volonterosi si git- 
« tarono in un palischermo ; vengono quieta- 
te mente verso la spiaggia dove giunsero ina- 
ee spettati. Uccisero i cannonieri nemici inchio- 
ee darono i cannoni, e tornarono salvi e sani, 
ee L' altro aneddoto ti mostra la forza morale 
ee che r Emo aveva acquistata sui suoi dipen- 
ee denti. Un colonnello soleva giornalmente ub- 
eebriacarsi. L'ammiraglio, che volea favorire i 
ee soldati della repubblica provvedeva ai bisogni 
ee della flotta col vino dell' isola della Brazza in 
ee Dalmazia. Certo capitano Marcantonio giunse 
ee con un carico di vino. Si vide scritto nel- 
ee r ordine del giorno che era incaricato il co- 
ee lonnello Antelmi intendentissimo in quel genere 
ee (sono le parole dell'ordine) di giudicare della 
ee qualità, e stabilire il prezzo del vino. Il co- 
ee lonnello Antelmi dopo quel giorno non bevve 
ee mai più vino. 

ee Mahmud bascià di Scutari erasi ribellato 
ec contro la Porta, e fece uccidere ai confini 



— 244 — 

« del suo governo i Chiaus, che recavano il 
« fatale cordone. Il divano spedi una flotta di 
« otto o dieci fra sultane e caravelle nelF A- 
« driatico per sottometterlo. H Senato se ne 
« insospetti. L' Emo fu ordinato d' invigilare e 
« di non perdere d'occhio la squadra turca. 
« La scontrammo nelle acque di Cerigo e l'ac- 
« compao^nammo da per tutto dove andava. 
« I Turchi entravano in porto tutte le notti. 
« Noi incrociavamo dinanzi al porto come se 
a lo tenessimo bloccato. Così si fece fino al 
a termine di quella impresa turca, che durò 
« poco, e non ebbe esito molto felice. Fu in 
« quella occasione, che la repubblica si trovò 
« a capello di perdere tutta la sua squadra 
« sulle roccie che formano il canale di Cat- 
« taro. Infuriavano le burrasche ; ma V Emo 
« era fermo, e non voleva cedere neppure 
« alle burrasche ed entrare in porto a salva- 
ci mento. Siccome non ci siamo tutti annegati, 
« questo ultimo fatto non sarà meritevole della 
« dignità della storia, e lo tralascierai. » 

Noi però lo notiamo per significare, che 
se Angelo Emo fosse vissuto, avrebbe resa, se 
anche era inevitabile, almeno gloriosa Tultima 
ora di Venezia. 

Si fece la pace coi Barbereschi. Angelo 



— 245 — 

Emo moriva in età fresca nella città di Malta. 
Alcuni affermano morisse di morte naturale. È 
però opinione dei più che sia morto, come di 
altri disse il cardinale Bentivoglio, di morte 
ajutata. 

Scoppiò la rivoluzione di Francia lunga- 
mente preparata, e promulgando quelle due 
gran verità , che ci volle quasi un secolo 
perchè i principi le intendessero, e i popoli, 
quale più quale meno ne fruisse, libertà ed 
eguaglianza,* e sostenendole con valorose sol- 
datesche, trovò dovunque aperti gli aditi. Il 
re di Sardegna propose una lega italica per 
difesa degli aditi alpini al torrente che mi- 
nacciava. La male consigliata repubblica re- 
cusò, e la fine della repubblica fu sollecita. I 
nemici d'Italia si avanzarono, non si volle al- 
leanza coll'Austria per salvezza contro Francia 
qhe si mostrava amica. Più strette le faccende 
Francesco Pesaro perorò per una neutralità 
armata fortemente: parteggiatore dell' Austria 
credeva che lo esercito veneto di leggeri si 
sarebbe unito allo Austriaco. Zaccaria Valle- 
resso tenne che era impossibile creare un eser- 
cito agguerrito, propose la neutralità disarmata. 
Pareva dovesse vincere il Pesaro, uomo di gran 
seguito nel senato. Fu un caso, strano, che 



— 246 — 

fece prevalere il Valleresso. Nella sera nella 
quale si doveva votare per Tuno o per l'altro 
dei due partiti si apriva il Teatro della Fenice. 
È doloroso, ma è verità, lo scrivere queste pa- 
role,' e il nerbo del partito del Pesaro preferi 
il teatro al senato e vinse il Valleresso, uomo 
onesto ma di corta veduta. 

Il Bonaparte, originario* italiano, nato nn 
una isola italiana scese in Italia con uno eser- 
cito raunaticcio, operò quei prodigi di guerra 
contro r Austria che tutti sanno, e costituì o 
raffermò la repubblica Cisalpina, satellite anzi 
vassalla d' Italia, ma che pure ebbe un centro 
e una vita propria. Le città della Lombardia 
veneta si levarono contro San Marco, generosa- 
mente resistendo i territori di Bergamo e Bre- 
scia. Verona resistette; e se, invece di un somma- 
rio si scrivesse una storia, per noi si vedrebbe a 
che si ridussero veramente quelle cosi dtlte pa- 
sque veronesi, per cui il Bonaparte credette onesto 
dichiarare la guerra in nome della repubblica 
di Francia alla repubblica di Venezia, la quale 
era in perfetta pace coir Austria. Intanto si 
trattava di pace a Leoben, e nei preliminari 
fu statuito che i territori veneti di Lombardia 
fossero della Cisalpina, dandole in permuta- 
zione i territori che il papa aveva ceduti col 



— 247 — 

trattato di Tolentino, sempre la repubblica 
restando fuori dalie trattative. 

Ridotti all'estremità, senza forze, tranne 
poche soldatesche fedelissime di Dalmazia, i 
nobili nel giorno 12 maggio 1797 richiama- 
rono tutto il comune all' antica sovranità. Vi 
furono subbugli ; il popolo fu più generoso 
c\^ i suoi signori, e fu quetato per forza. I 
Francesi entrarono nella città il giorno 15 
maggio. Fu promulgato da loro il governo a 
popolo, e fu da loro riconosciuto. Rappresen- 
tava il popolo una municipalità provvisoria* 
creata dai Francesi, intenta ad alzare alberi di 
libertà, a gridar libertà, uguaglianza, o morte. 
GDverno miserabile, isolato, perchè tutti i co- 
muni dello Stato veneto si tennero come re- 
pubbliche separate e Senza centro. Fermata 
la pace dal Bonaparte a Campoformio nel 
giorno 17 Ottobre, i Francesi l' hanno la- 
sciata ignorare al governo repubblicano po- 
polare di Venezia. Saputasi, la municipalità di 
Venezia dichiarò sé aggiornata Nel giorno 18 
Gennaro 1798 entrarono in Venezia le sol- 
datesche austriache. Francesco II imperator 
de' Romani aggiunse a suoi titoli quello di 
duca di Venezia, e fini la repubblica. 

Nell'ultimo tempo, mancaroao gli uomini 



— 248 — 

che pure avrebbero potuto se non salvarla 
almeno farla finire gloriosamente, Marco Fo- 
scarini e Paolo Renier dogi, Nicolò Tfon ed 
altri, i quali avrebbero potuto essere vivi. 

E qui ha termine il compito di questo 
sommario per quello spetta agli avvenimenti 
che si tentò di segnare con lievi contorni. 
Gli avvenimenti ultimi derivarono dai primi 
avvenimenti del secolo. Succeduta alla preva- 
lenza degli austrìaci spagnuoli quella degli 
austriaci tedeschi, era inevitabile una lotta tra 
questi e i francesi, dopo tante lotte prece- 
denti, e succedette inaugurata sotto il nome 
di libertà e uguaglianza contro governi de- 
spoticamente assoluti. Italia dovette pagare i 
lottatori, e Venezia cadde. Lasciamo ad altri 
il racconto delle sue miserie, alle quali inu- 
tilmente sperò ristoro, quando a Villafi-anca 
per la Venezia sì rinnovò Campoformio. 



INDICE DEI CAPITOLI 



Gap. I. - Origine dei Veneziani . pag. i 
Gap. 2. - La consociazione di Venezia » io 
Gap. 3. Epoca I. - I primi avveni- 
menti. Dall'anno di G. 421 al 813 » 17 
Gap. 4. Epoca IL - Dalla fondazione 
della città dì Venezia ai primi con- 
quisti in Dalmazia. Dall'anno di 

G. 813 al 997 » 35 

Gap. 5 Epoca III. - Dai primi con- 
quisti nella Dalmazia alla I. Gro- 
ciata. Dall'anno di G. 997 al 1099 » 55 
Gap. 6. Epoca IV. - Dalla prima Gro- 
ciata alla presa di Gostantinopoli 
per i Latini. Dall'anno di G. 1099 
al 1204 » 62 



Gap. 7. Epoca V. - Dalla presa fino 
alla perdita di Costantinopoli ri- 
cuperato dai Greci. Dall'anno di 
C. 1204 al 1259 pag. 91 

Gap. 8. Epoca VI. - Dalla perdita di 
Costantinopoli alla istituzione del 
Consiglio dei X. Dall'anno di 
C. i259ali3io ....... 105 

Gap. 9. Epoca VII. - Dalla istituzione 
del Consiglio dei Dieci alla con- 
giura di Marino Falier. Dall'anno 
di C. 1310 al 1355 » 127 

Gap. IO. Epoca Vili. - Dalla congiura 
di Marino Falier alla guerra di 
Chioggia. Dall'anno di C. 1355 
al 1380 » 141 

Gap. II. Epoca IX. Dalla guerra di 
Chioggia all'ultima guerra coi Geno- 
vesi. Dall'Anno di C. 1380 al 1405 » 153 

Gap. 12. Epoca X. - Dall'ultima guerra 
coi Genovesi alla morte di Mi- 
chele Steno. Dall'anno di C. 1405 
al 141 3 » 169 

Gap. 13. Epoca XI. - Dalla morte di 
Michele Steno alla presa di Costan- 
tinopoli per Maometto II. Dal- 
l'anno di C. 1413 al 1453 • • » 17^ 



Gap. 14. Epoca XII. - Dalla presa di 
Costantinopoli per Maometto II 
all'acquisto di Cipro. Dall'anno di 
C. 1453 ^ U89 . . . •• • pag. 198 

Cap. 15. Epoca XIII. - Dall'acquisto di 
Cipro fino al termine della lega 
di Cambrai. Dall'anno di C. 1489 
al 15 16 » 209 

Cap. 16. Epoca XIV. * Dal termine 
della lega di Cambrai alla pace di 
Carlowitz. Dall'anno di C. 15 16 
al 1699 » 219 

Cap. 17. Epoca XV. - Dalla pace di 
Carlowitz alla fine della Repub- 
blica. Dall'anno di C. 1699 al 1798 » 232 









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