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Full text of "Storia della pedagogia italiana dal tempo dei romani a tutto il secolo XVIII seritta da Everardo ..."

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f 



STORIA 

DELLA PEDAGOGIA ITALIANA 



DAL TEMPO DEI ROMANI 



A TUTTO IL SECOLO XVIII 



SCRITTA 



h EVERABDO KK 



éiXlB Senoto Pto 



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1876 

T«ri»§ — TOMMASO VACCARINO -- itfit§f« 

Ft» Cavour^ 17. 



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Proprietà htUrarta. 



Toriiio,. Tip. A. FINA, Via Cavour, 15*<^ 



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TOMMASO PENDOLA 

SCOLOPIO 

PADRE E MAESTRO 

DEI SORDO-MOTI 

MERITEVOLISSIMO 






A CHI LEGGERA 



Io mi propongo di scrivere la storia della peda- 
gogia in Italia dai tempi romani sino a tutto il se- 
colo decimottavo. Narrerò in prima la nascita, le 
vicende, il crescere e cadere delle nostre scuole e 
dei nostri istituti educativi, e poi ragionerò degli 
scritti, che fra noi successivamente comparvero, 
ristrìngendomi però a quelli soltanto che, discor- 
rendo di materie pedagogiche e didattiche, lo fanno 
in modo generale, senza discendere al particolare 
e speciale. Anzi d'alcuni di questi libri non ac- 
cennerò che il titolo, perchè, o mi è mancato il modo 
di averli sott* occhio, o perchè, abbenchè gli abbia 
io esaminati, avviso pur che basti di semplicemente 
ricordarli. Mi rammento d'aver letto in parecchi 
trattati che l'educazione, fra li altri caratteri, debba 
aver quello d'esser conveniente a ciascuna nazione, 
aUa stirpe, al genio, alla lingua, al clima e a quanto 
mai vi è per cui si diversifica un paese dall'altro. La 
qual sentenza essendo anche da me giudicata veris- 
sima, così mi parve che anziché aggiungere un libro 
qualunque di più ai molti, e forse troppi, che ab- 
biamo di teorica e di pratica suUa ^^Ai^Qi^ ^ 



— 6 — 

didattica, meglio sarebbe stato di riandare ciò che su 
questo avevano pensalo, operato e scritto i nostri 
vecchi. Credei che in questa maniera avrei spianato 
la via agli italiani a ritrovare una scienza e un'arte 
dell' educare e dello istruire, tale che si potesse 
dire, e fosse opportuna a noi e proprio nostra, né 
essi dovessero sempre mendicare le massime mi- 
gliori d'educazione, le dottrine più giuste sui metodi, 
l'ordinamento più adat to delle scuole, e cose simili, ora 
alla Francia, ora all'Inghilterra, e, oggi specialmente, 
alla Germania, persuasi da ultimo che male o diiS- 
cilmente può una pianta di fuori attecchire e frutti- 
ficare in un terreno non suo, e che a ogni modo 
tutta questa merce forestiera, poniamo pure che sia 
buona, la non sarà mai cosa nostra, né conveniente 
né fatta per esser praticata da noi. Ecco perchè 
misi mano a questo lavoro, che io stesso considero 
tutt'altro che completo, ma sarò conlento se, dopo 
averlo letto, verrà giudicato siccome un ordito, sul 
quale ed io, per il primo, se mi basterà la vita, e 
gli altri che vivranno in seguito, potranno tesservi 
sopra un ripieno, e da poco men che uno sche- 
letro ridurlo ad aver forma in polpa e carne. 

Da Pisa, Ghigno, 187^. 



LIBRO I. 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 

IN ITALIA 

m 



Deireducazione presso i Romani. 



BieJi'aDtica Roma Teducazione, se dobbiamo credere a Ci- 
cefone^ fu aSsiUo domestica, dò governata da leggi, liia data 
da ogni padrefamiglia , e come meglio a lui pareva (i). 

Nato pertanto che fosse il fanciallo^ il padre riconosce- 
vato per suo^ alzandolo da terra (susdpere UberosJ, e al- 
lora si chiamava in obbligo di educarlo, e gl'imponeva il 
nome (2). Però la vera festa del nome era al tempo che 
si assumeva la toga virilis, giacché sino a quell'età lo 
si poteva cambiare. Pertanto nel giorno in cui si dava il 
nome, e che era l'ottavo dalla nascita per le femmine, il 
nono per i maschi, in codesta solennità (éies IttstricìisJ Tava 
o la zia compiva alcuni riti religiosi, bagnando di saliva 
i labbri e la fronte del neonato, inalzando preghiere al cielo- 

■ 

^rchè il bambino crescesse bello e felice, e col tempo di- 
venisse anche ricco e potente (5). 

Altre cerimonie religiose avean luogo quando il bambino 
doveva divezzarsi^ e ce ne fanno testimonianza, fra gli altri, 
Yarrone e Terenzio (4). Che anzi ogni atto di questi primi 
BMunenti della vita umana aveva una diviaità pronta ad 

assisterlo. Difatti in s. Agostino si legge (5) Lucina 

quae a parturtentihus invocetur ; opem ferat miscentìùus, et 
voeettir Opis; in vagita o$ aperiat, et mcetur Deus Vaii- 
emnis; tevet de terra, et vocetur Levaiia; cunas tueatur, et 
tocetur Cunina ; in diva Rumina mammam immulgeat; quia 
rmnam dixerunt veteres mammam; in diva Patina poticnem 
mMstret; in diva Educa escam praebeat; de pavere infan-^ 
Unnn Paventia nuncupatur, etc. 

Fino poi dal giorno della nascita i fanciulli portavano 
al eolio una borchia (bulla), che, secondo Macrobio, aveva 



— 10 — 

cordis figura. Sembra che quest'uso lo togiiessero dagli Etru- 
schi^ e che i più ricchi la portassero d'oro, e i meno di 
materia più vile, come di coio e simili. La tenevano fino 
alla pubertà, raggiunta la quale, allora ai diciassette £ 
marzo (festa liheralia) consacravano ai Lari insignia ptl^ 
ritiae, cioè la bulla e la praetexta (6). Un altro giorno festivo 
era quello in cui il giovane radevasi la prima barba: si 
disse festa giovanile, e si celebrò in famiglia sino a Nerone^ 
<5he, come narra Tacito negli Annali (xiv, 15), la ordinò 
pubblica e solenne. Del rimanente nelFantica Roma, scrive 
lo stesso storico (7), ciascuna madre il figliuol suo castar 
mente nato allattava, non in porcile di balia pagata, ma in 
suo collo e seno, la cui prima lode era governare la casa e 
attendere ai figlioli. Davasi carico ad una parente attempata 
d'ottimi e provati, costumi, che ninno della famiglia dicesse, 
né facesse, presente lei, cosa brutta né disonesta, e che non 
pure gli studi e pensieri dei fanciulli, ma gli scherzi e le 
ricreazioni ancora temperava con santità e modestia (8). Così 
troviamo Cornelia madre dei Gracchi, Aurelia di Cesare^ 
Azia d'Augusto, averli allevati e fatti principi (9). Questo 
severo ammaestrare faceva che la natura di quelli non si 
torcesse per male vie, ma pura e netta pigliasse le buone 
arti; e cui a milizia o a legge o a eloquenza inclinasse, 
a quella tutto si desse, quella tutta s'ingoiasse. — Questa scelta 
dello stato avea luogo a quell'epoca della vita in cui il gio- 
vinetto, abbandonata \di praetexta, indossava la toga viriU^j 
detta ancora toga pura o toga recta o toga libera (10)» È 
questione a quanti anni succedesse questa nuova vestizione. 
Difatti sappiamo che Cicerone la indossò a 16 anni; Vir- 
gilio a lo; Caligola a 19; Caracalla a 15; ecc. Neppure 
si può dire che, assumendola alla pubertà, sarebbe facil 
cosa stabilire un'epoca fìssa; giacché, oltre che vi stanno 
contro gli esempi citati, noi sappiamo come gli antichi (ve- 
teresj pubertatem non solum ex annis, sed etiam ex ha- 



— 41 — 

bitu corporis aexiimari voie^nt (ti). Certo è perii dia fw 
la costituzioQe di Servio Tullio re, Tetà giovanile (jimiùrf^) 
era fissata a 17 auni; e che nella seconda guerra puuioa 
si trovano ricordati come praetextati quelli ohe non ave- 
vano compiti i 47 anni, e juniores gli altri, ohe avevano 
raggiunto cotesta età (12). Questo in antico: stì poi nei 
tempi più vicini a noi, come in verità accadde* si permise 
ai giovani di assumere la toga virilis printa dei 47 anni, 
è da considerare che, poiché <|uosta vestizione portava Hoeo 
Yjus suffiagii, però i vecchi romiuii stahilirono per (Mitesta 
cerimonia un'epoca più avanzata dei moderni, perdio ap- 
punto nell'antico tempo di IiborU\ (|udla lacoltà era ToBer- 
cizio di un diritto grave e serio, mentre noi bassi tempi 
di servitù diventò un gius di nome e non di fatto, un euer- 
cizio di un diritto, che non ebbe più nessuna importanza. — - 
Pertanto il giovanetto, indossata che aveva la toga virilùt^ 
era tenuto un anno in prova. Quest'anno si indicava colla 
frase cohihere brachium, [)erchò in svigno di temperanza e 
di moderazione si teneva un braccio di^ntro la toga (13). 
n primo effetto d'avere assunto la toga virilùi era qucKto 
che i giovani uscivano di sotto la educazione domiistica, 
ed entravano nella pubblica; ossia, per dirlo col linguaggio 
d'allora, fatti tyrones entravano nel tyrocinium, ove face- 
vano le pratiche per quella professione, cui volevano poi 
indirizzarsi. Cosi ad esempio se questui era la milizia, al- 
lora si ponevano sotto la guida d'un esperto c.'ipilano (\^). 
Mentre invece il giovane, se voleva dì venti re uomo di 
stato dì toga, il padre o parenti lo rar^c'^mandavaoo a 
ano dei prìncìpali oratori ddla cìttii. Questo ««guiCava, of>< 
servava e adiva nei m'ój^hiràù, negli arringhi, e trova vai$i 
alle dispute e contese, e imparava a battagliare, ac^juibtando 
pratica, fermezza e giudizio nell'arte dell'elo^^uenza, ^/>fne 
Bel maneggio della cosa pubbli<;a. 
Forte adonque e dura e severa fu f educazione pressi i 



— H — 

romani antichi, della quale ce ne hanno lasciata splendUt 
immagine i poeti nelFatto che la rimpiangevano p^dnt» è 
in peggio cambiata. Difatti Orazio canta di cotesta antiot 
Hdacazione : 

rusticorum mascula milttum j. 

Prolfs sabellis docta ligonibns 

Versare glebas, et severae 

Matris ad arbitrium recisos 

Portare fmtes, sol vUn tnontium 

Mutaret umbras, et juga demeret 

Bobns fatigatis, amimm 

Tempus agens, abeunte mimi (i5j. 

£ prima di Orazio, Virgilio ci ha lasciato memoria & 
come fosse maschia e robusta l'antica, educazione in lidia, 
là dove Evandro consegna il figlio Fallante ad Eitea, pà^ 
clìè q^uesti alla sua scuola impari a tollerare le fatiche éfi 
granoso Marte. Com<% in uu altro luogo, Numano, descri' 
vendo ni Trojani le maniere d'allevare i figliuoli pratient» 
già da tempo fra noi, esce in queste parole: 

In una gente 

Avete dato, che di stirpe è dura: 

i, nostri figli, tum son nati appena, 

Che si tuffan ne' fiumi; all'onde, al gelo, 

Noi gfinduriamo, e gVincallimo in piima : 

Poscia per le montagne e per le selve 

Fanciulli se ne van la notte e il giorno: 

il lor studia è la caccia, e il lor diletto 

È il cavalcare, e il trar di [romba e d'arco. 

La gioventit, nelle fatiche avvezza, 

È contenta del poco; o col bidente 

Doma la terra, o colVaratro i buoi, 

E col ferro i nemici (16) 

Ma per avventura meglio d'Orazio e Virgilio, Plauto 



— ÌZ — 

aoBe B&eMdn (17) inlrodacendo a parlare un babbo tn>(i|M> 
iadUgenle e un pedagogo piaUosto severo. (|uesti, per far 
riasaTir» il dabbeii aomo. gli vien rammentaiuio ron una 
riva pittura eom'^li era stalo educato duramente, quando 

sra picdno « Grande e grosso di veut^aDDÌ. allorché mei- 

tevi il piede fuori dell'uscio, non v era lecito scostarvi dal 
pedagogo solo un dito,, e se pur questo av^eni^'a sì cadeva 
di male in peggio., perchè e maestro e scolare sareste pas- 
sati per due discoli. Prima della punta del giorno, se non 
vi foste lasciato vedere nella palestra, non piocol pe^ia ne 
avreste avuta dal rettore del ginnasio. Qui "cl corso, nella 
lotta, nell'asta, nel disco, nel pugilato, nel giavellotto, noi 
salto i giovani si addestravano....: e quando dairippodroino 
e dalla palestra voi tornavate a casa, seduto colla cintola 
atte repi su uno gabello, ve ne stavate chiotto cliioUo 
{vesso il maestro, e se. leggendo un libro, solo una sil- 
laba vi fosse scappata in fallo, tante chiazzate prendeva 
la vostra pelle, che non ne ha di pappa il grembiule di 
una balia! » Né, citando queste parole del nostro comico, ho 
voluto soltanto mostrare quale fosso e corno scvora Tantiemi 
educazione in Roma, ma anche perché in questo luogo Plauto 
<ìi dice quali e quanti fossero gli esercizi delia ginnastica 
adoperati nella stessa educazione dai romani (18). I quali 
certo è che in principio tennero in alto onore quo.sia 
disciplina, indirizzandola com'era loro costume d'ogni 
altra cosa, all'utilità pratica, e servendostme come mezzo 
per indurire il corpo al mestiero dello milizia, e an- 
che per crescere la vigorìa dell'animo e la potenza della 
mente. Il celebre giuoco di Troia, di cui si trova memo- 
ria fra gli altri in Virgilio e anche in Tacito (il)), 
non era inflne che una finta battaglia. Ma perì), almeno 
in principio, procurarono che si mantenesse intatto il nio-v 
m^orum, e quindi impedirono che i fanciulli assistessero 
alla palestra, ove i lottatori si presentavano ignudi. In se- 



— 44 — 

goilo Uilt esercizi degenerarono^ e se ne lamenta Seneca^ 
e più di lui Tacito stesso^ che^ narrando come sotto il eoo* 
solato quarto di Nerone e di Cornelio Cosso fossero ordi- 
nate le feste cìnquennali, le quali poi presero appunto 3 
nome di neroniane, dice che i vecchi biasimavano qaelU 

nuova moda di ginnastica, brontolando aòolitos pauUatìm 

patrìos mores, fundiius everti per acdtam lasciviam, ut quoà 
ttsquam corrumpi et corrumpere queat, in urbe visatur, eh 
generetque stucUis extemis juventìis, gymnasia et otia ^ 
turpes amores exercendo^ principe et senatu auctorilm», qm. 

non modo licentiam permiserint, sed vim adhiòeant. (20). 

Aggiungerò poi qui che i romani^ conobbero anche l'arte 
di brandire il bastone, e che ebbero due maniere di salta; 
UBO in alto, Taltro per lo lungo, e si trovano ricordati i^ 
Svetonio anche i maestri di scherma (lanistae) (2i). Pra- 
ticarono, ma un poco tardi, eziandio il ballo che era di 
cinque specie: il gran ballo CeollisJ, il piccolo ballo fpilaj, 
la paganica, il tripone e V harpostum. Degenerò anche que- 
st'esercizio, e sono terribili le parole colle quali vi si scagliò 
contro Scipione Africano, com'è da vedere in Macrobio^(^). 
Insomma tutta intera la vecchia educazione romana aveva 
ceduto il luogo alla nuova, quando corrotti i costumi, cai* 
pestati i giuramenti del matrimonio, sciolti i legami della 
famiglia, non più i romani forti e buoni procrearono figliuoli 
forti egualmente e buoni, e le fanciulle impararono amori 
incestuosi sin dalle fasce, e il sovrano dei lìrici latini cao-^ 
fava profetando: 

Damnosa quid n&n imminuit dies? 

Aetas parentum, pejor avis, tulit 

Nos nequiores, mox diUuros 

Progeniem vitiosiorem! (23) 
Né disgraziatamente tardarono molto a venire cotesti 
t^oipi profetati da Orazio, quando i genitori non solo tra* 
scurarono l'educazione dei proprii figlia ma la insudiciarona 



— 15 — 

Cjim pessimi esempi^ e le madri specialmente^ state sin a lì 
il pernio della famiglia, tatte figliuoli, si divagarono, la- 
seiando il fuso per lo stilo, e alcune anche voltandosi a 
9ose peggiori. Fu allora che come di Grecia si fecero venir 
siiochi per la cucina, così si assoldarono anche schiavi, per 
iffidare ad essi Teducazione dei figliuoli, divenuta peso 
tvoppo grave alla madre, distratta come lo fu in altre oc- 
nipazìoni e faccende, e Oggidì come il figlinolo è nato, scrìve 
ftcito, si raccomanda a una servaccia greca e a uno o 
kie schiavacci, che loro favole e pazzie imprimono nella 
tenera cera di quei nobili animi. Niuno di tutta la casa 
guarda quel che si dica o si faccia, presente il padron- 
ttHe, né gli stessi padre o madre gli avezzano a bontà e 
Diodestia, ma scorretti: onde a poco a poco c'entra la sfac- 
GÌalezza, e il fondere suo e quel d' altri. In corpo alla 
madre pare che nascano i vizi proprii di questa citta. 
Zanni (24), scherme, be' cavalli, che, tenendo Tanimo tutto 
proiSD, che luogo vi lasciano alle belle arti? (25). » E Quin- 
tiliano soggiunge : « Siamo noi che guastiamo i costumi 
dei nostri figliuoli; noi che stemperiamo la loro infanzia 
ooA mille sdolcinature. Quella molle educazione, che noi 
chiamiamo indulgenza, snerva loro anima e corpo. Che 
Qosa mai desidererà, fatto adulto, quel bambino accostumato 
I «aser rinvolto nella porpora? Balbetta, e già sa che cosa è 
it dolore di grana, e dimandare le vesti tinte col succo di 
OQfaehìglia. Insegniamo loro prima a gustare i buoni bocconi, 
che a parlare! crescono seduti in lettighe: se mettono il piede 
in terra v'ha subito chi li sorregge per mano da una banda 
6 dall'altra: se dicono qualcosa di licenzioso, si ride, e li ba- 
camo. E va bene, che tali parole sconce l'hanno imparate da 
aoi, da noi udite: essi veggono le nostre baldracche, le no- 
Ito concubine. Non v'ha convito che non rìsuoni di oscene 
attieni: hanno sott'occhio cose da arrossire. Tutto ciò passa 
ài Aito e poi in natura. Meschinelli, imparano tutte que- 



— 1<> — 

^Lu cose prima di sapere die sudo viziose (i6) ». iNello slam 
modo Persio (27), vestita la persona di stoico, flagella il 
molle vivere e accidioso dei giovani nobili: Giovenale (W) 
asserisce come i figiiaoli sall'esempio eattivo dei genitori cre- 
scevan sa pessimi, e tanto che rovinando di vizio in vizio riih 
scivano da ultimo al parricìdio: e Plauto (29) mette in scena 
dei babbi che non si vei^ognano di farla da rivali e perfia 
da mezzani a' proprìi figliuoli, e scolari che sfracetlaiio il 
capo al proprio maestro e pedagogo. — Del resto la oooi" 
parsa in Roma la prima volta del paedagogiis (m$tos, oa- 
mes) mi pare che la si debba porre non prima <Jei tempi 
di Siila. Innanzi, come noi abbiamo detto, vediamo i fi- 
gliuoli crescere sotto gli occhi dei genitori , della madre 
specialmente e di qualclie vecchio parente di casa. Solo 
quando i greci invasero Roma, vedesi C/Omparìre H pat- 
dagogus,'}] quale però tra noi. a differenza) che in Grecia, 
fu molto stimato: era il custode, il compagno del figliuolo 
ohe conducevalo dalla casa alla scuola e lo riconduceva, se- 
guitandolo al teatro, alla passeggiata, alla guerra, nei viaggi 
e sempre. Il più spesso, come ci ha detto di sopra Tacilo, 
era uno schiavo, e tra questi uno dei peggiori, e si pre- 
ferivano i greci e i siriaci, i quali dai corsari di Gìlieia 
venduti ad Ateniesi sul mercato di Dolo, erano istruiti nel 
greco e poi rivenduti ai romani. Da prima furono laq;»- 
mente retribuiti, e si narra che per uno schiavo greco ielteraia 
si pagarono Uno a duecentomila sesterzi! Però coll'andar 
del tempo scemarono assai assai, e tanto clie Luciano 
menò la frusta contro questi salariati, perchè contenti di 
pigliar poco prostituivano scienza o dottrina (30). Comoft- 
que però ognuno si persuade facilmente qual genere di 
educazione potessero dare costoro, che. oltre non averne 
alcuna, erano per lo più d'indole cattiva e di costumi an- 
che più cattivi, e sotto alla cui disciplina stava il giovi- 
jjetto sino all'età di venti e più anni (51). 



— IT — 



Delle scuole e dei maestri 
presso i Romani. 

La più antica meaiorìa di scuole presso ì romani io l'ho 
Irovata in Plutarco, là dove nella Tita di Romolo racconta 
come questi insieme con Remo furono condotti a Gabio, 
dtlà dei Latini, colonia d'Alba e a dodici miglia da Roma. 
^ertbè ivi i due fratelli apprendessero le lettere e quan- 
t^altro conviene a persone ben nate. Una seconda testimonianza 
di scuole, fuori di Roma, ce Tha lasciata Tito Lì\io, il qu;de 
narra come Gamroillo, entrando coirarmata in Tusculo. mal 
si persuadeva di vedere e sentire cotanto di quiete, spalancate 
le porte^ aperte le botteghe, gli operai intenti al lavoro... et /«- 
doi Uteraruiti strepere discenlinm vocibus (32). Lo stesso sto- 
rico ha poi un cenno di scuole, o m^lio di un luogo dove 
erano in Roma, quando, raccontando del posto in cui fu ra- 
pila Virginia dallo sgherro del decemviro Appio, scrive: 
Virgini tementi in fonim (ibi namque in labernis litorarum 
ludi erant) minister decemviri libidinis manum iniecit (55). 
E poiché sono a citare dei luoghi di Tito Livio, metterò 
anche Taltro dove incomincia il racconto di quella buona 
lana di maestro, il /juaie andò a offrire a Gammillo. al- 
Tassedio di Faleria^ i proprii scolari, figli che erano dei 
principali fra quei cittadini: Mos erat Falisais eodem 
magistro liherorum et comite uti, simulqtie plures pìéen', 
quod hodie quoque in Graeda manet, nnius curae deman- 
detUur: principum liberos, sicut fere fit, qui scientia vide- 
hatur praecellere, erudiebat (54). Sono importanti queste 
parole perchè ci dicono di un costume, che forse allora 
non era comune fra noi, ma proprio di alcune città, e fra 
queste di Falena, cioè che la stessa persona fosse e u\^%- 

MtcBKU, Storia del/a Pedagogia in Italia 



— 18 — 

stro e pedagogo^, e che un precettore solo tenesse presso- 
di sé un certo numero di scolari, e forse a convitto. QìbI 
resto si trovano altre memorie di altre scuole. Nel Phor- 
mio di Plauto si rammenta una scuola^ forse femminile, 
dove va ad imparare la dama dì Fedria. Un'altra scuola, 
per testimonianza di Svetonio, era in Roma stessa presso 
il Tempio della Terra, e lo stesso storico parla ancora, nella 
vita d'Augusto, di un convitto maschile in Capri. Plinio 
poi nelle sue lettere racconta d'aver esortato i suoi di Come 
a fondar colà una scuola pubblica, offrendosi di pagarne per 
un terzo la spesa (55). Pare che col tempo si moltiplicassero 
assai le scuole in Roma, tanto che Svetonio, parlando sol- 
tanto di quelle di grammatica, dice:... temporibus quibusdam 
super viginii celehres sckolae fuisse in urbe tradantur (36). 
Certo è che diversi imperatori favorirono le scuole, e in gene* 
rale la pubblica istruzione. Sappiamo infatti che in Roma e 
fuori Adriano provvide ai fanciulli poveri, e aprì un ateneo 
di studi liberali sul Capitolino. Tito Antonino Pio fondò io 
Roma e nelle provincie dei luoghi di studio, e aprì un 
conservatorio per le fanciulle, le quali volle chiamare Fau- 
stimane, in onore della sua moglie Faustina. Più tardi lo 
imitò Alessandro Severo, che aprì un istituto per i ma- 
schi e un altro per le femmine: Alexander pueros etpuel^ 
las (quemadmodum Antoninus Faustinianas ir^titueraJt) 

Mammeanos et Mammeanas instituit (57) in onore dell^ 

celebre sua madre Hammea. Nerone e Trajano provvidero 
ai fanciulli poveri di condizione libera, destinando al man- 
tenimento di questi e alla loro educazione ragguardevoli 
somme ipotecate ^ailo Stato, e Tamministrazione di queste 
doti e de' frutti, che se ne ricavavano, fu data ai procuratori, 
semplici cavalieri. Ma fino dai primi anni che cominciò a 
governare Mare' Aurelio si trova invece che uomini ecm- 
solari e pretori furono messi a capo di colale istituzione 
jfeì)e varie provincie d'Italia, coi titolo di praefecti aUmen" 



' nnSfri. im fottìi Mm^ntari, uotuiai «gitw> 

i «ressero msggÌMv anioritt. e ^ù larghi pò- 

rare il denaro liei powri, Javosi varisi- 

I riferìre un lut^ detU viu tf Um Aurelio. 

jìnlìo Capitolino. Mfi dira ci» ({aestcì Impora- 

' Itte dr o/fnmM piiblkù imulta pmtUntfr inrfnH.'ì^Mt 4 

poi cIk in occasione <)dle none t)ell.i tlgliuota Lucìlia, 

Xarc'Aarelio tstitni nuove calej;;i)rit' ili poveri rsnuiulU 

fuKÌnlle. che dovevano essere allevnii a sp«st> tiello Stato. 

E per finire le benemereaie di «jucsiu sovrano vorso 1*1- 

struEÌoDe e h educazione, aggiungerò <)ui rum'ngli onli- 

I nasse una niagislralura speciale, col lìlolo dì jnryMrn tu- 

Uìaré. destinata s proleggere griulerossi dei fanciulli or- 

' '. Ma siccome pel buon elTetio di tanti provvmlimeuti 

|i proleggero la ranciullezia. prima ooudiiionn doveva 

gl'esatta cognizione e uoliiia dello tinsciiu iu llatia, 

questo fine Marc'Aurelio istìliii auoora, per to 

I regioni della penisola, degli iiEIIciali iuariituti a 

e dichiarazioni, che ì parenti di condiiìone libera 

l^bbbligati Q fare entro trenta giorni dopo la iiatoilo 

3 figlioli (38). 

uilo poi alla maniera eolla (jiiale erano ordinale i|ut;- 

tole presso ì Romani, (rovo questi) memorie. Semliru 

a cominciassero mollo piU presto duU'alliu, 

tale scrive d'un maestro (M): 

I »<Mi pereat mediae i/uod noclii al' li 

Adùti, qua imno fabur qua nitno sedimi. 

QtU docet obliquo lanam tUducert /etro, 

Dtimwodo aon pereal Midem olfeciuf luc^niu. 

(fuct Italiani pueri, cum tottvi decotm- ruft 

ftacau, (t baerrret tugm fuligo Marimt. 

OMn OD altro maestro .ti scaglia Marziale pcrcM 




— 20 — 

sturbava il sonno ai vicini, incominciando prima del canto 
del gaUo a urlare in iscuola, e far fracasso col nerbo (40). 

Marziale stesso neirepigramma medesimo chiamò il nerbo 
h scettro dei pedagoghi (acepti^a pedagogorumj. E par dav- 
vero che lo fo&se, perchè in molti altri luoghi di classici si 
trova che ì maestri battevano^ si che Orazio stimmatizzò Or- 
bilio maestro col titolo di plagostis (Ai), ed è bellissimo quel 
luogo nelle Istituzioni dell' oratore , dove Quintiliano grida 
contro questo servile costume, dimostrando che col percuo- 
terlo, anche se buona ne sia l'indole, il fanciullo diventerà 
cattivo, e che, perdendo la nativa ingenuità, crescerà sa 
ipocrita e subdolo (42). Gli scrittori ci hanno conservato 
il nome de' diversi strumenti usati in scuola dai maestri, 
ed erano il flageUum, la scìUica e la ferula. Coirultima si 
davano le spalmate, e Giovenale dipinge al naturale il fare 
degli scolari in quell'esametro : 

Et nos ergo manum ferulae subduximus.... (45) 

Come oggi si costuma fra noi, cosi anche allora le scuole 
in certi giorni solenni davan vacanza. Sappiamo di certo 
che tacevano nelle feste minervali e saturnali , e poi dal 
luglio all'ottobre (44). 

DifBcile è indovinare per le memorie venute sino a noi 
quanto fosse il salario pagato ai maestri. Par che fosse 
loro dato ogni mese, il giorno degli idi, che cadeva otto 
giorni dopo le none (45). Qualche volta era pattuito; tal 
altra rilasciato alla generosità dello scolare (46). Si sa che 
Tito Antonino Pio comandò che i maestri fossero retribuiti 
con un salario più grasso e determinato, e Svetonio narra 
che Vespasiano primus e fisco latinis graecisque rhetonhut 
annua centena constituit (47), ossìa centomila sesterzi, o, 
come oggi si direbbe, circa un quindicimila lire. Mentre, 
dopo l'editto di Diocleziano, il magister institutor literarum 
ebbe in singulis ptieris denarios quinquaginta, ossia na 
cinque Jire o sei delle nostre. Certo è che Svetonio stesso, 



— 21 — 

mentre da una parte asserisce che alcuni maestri avevano 
im salario grassissìmo, come Lucio Apuleio pagato con 
({oaranta mila sesterzi annui, e Verrio Fiacco con cen- 
tomila, così racconta dì altri, che invece lo ebbero meschino 
tanto che stentarono la vita, e morirono nella miseria (48). 
Qltre poi il salario i maestri avevano eziandio dei regali, 
massime in certe solennità deiranno, come nel Quinquatrus 
il Minervale Mumis, nei Saturnali la Saturnalia Sportula, 
e al capo d'anno la Sirena Calendana; finalmente altri 

: regali per la cara cognatio e il septimontium (49). 

I Romani ebbero scuole di leggere, scrivere, aritmetica, 
musica, geometria, grammatica, rettorìca, e piCi tardi an- 
che di diritto, delle quali ultime ragioneremo in altro luogo. 
I libri di lettura erano per Io piCi i poeti nelle scuole 
dì grammatica, e i prosatori nelle altre di rettorìca. Può 
ilirsi che i giovanetti romani venissero istruiti ed educati 
sopra un libro solo, i poemi d'Omero, dove imparavano 
lettere, filosofia, religione, morale, politica, insomma tutto 
ciò che appartiene al gusto, all'onesto, al vivere domestico e 
civile. — Quanto al modo d'incominciare l'insegnamento del 
leggere e della calligrafìa ecco quanto scrive Quintiliano (50): 
« Io accetto quell'artifizio a tutti noto di mettere sott'occhio ai 
bambini, per far venir loro sempre più voglia d'imparare, an- 
che delle lettere d'avorio, perchè giuochino, com<^ qualsiasi 
altro trastullo, che dia maggior piacere a quell'età.... Quando 

J>oi il fanciullo comincia a imparare a scrivere si facciano, 
meglio che si potrà, scolpire tutte le lettere sopra una ta- 

.^voletta, affinchè in quei solchi ci vada sopra col suo stilo (51). 

[ Così non andrà Corto, né uscirà fuori del suo modello, e 
a forza di imitare dei caratteri fissi verrà ben presto a 
formarsi la mano sicura, senza aver bisogno che un altro 
gliela tenga, e glie la guidi ». 

' Della scuola d'aritmetica presso i romani ce ne hn la- 
sciato memoria, tra gli altri Orazio: 



— 22 — 

Romani pìteH longis rationihus assem 
IHscunt in partes cmtum didiwere. Dicat 
FiUus Albini: si de quincunce remota est 
Unda, quid super at? poter at dixisse: triens. Eul 
Rem poteris servare tuam. Redit lincia, quid fit? 
Semis (52) 

Il maestro che insegnava Taritmetica si disse cakulator^ 
L'abbaco, nonostante che si inventassero diversi sistemi, 
pure generalmente si faceva sulle dita, e fra le altre cose 
sappiamo che il pollice della destra, piegato a foggia della 
lettera gamma, indicava il numero cinquecento, e cinquanta 
Taltro della sinistra (55). 

La musica, almeno come arte, si coltivò tardi assai in 
Roma, e con meno ardore che in Grecia. Lampridio rac- 
conta che Alessandro Severo cantava, suonava strumenti, 
ma in privato e senza testimoni, e Cornelio, narrando che 
Epaminonda, fra le altre virtù, avea quella di cantare sulla 
cetra e accompagnata dal flauto, osserva che mentre in 
Grecia queste cose sono lodevolissime, in Roma invece levia 
et potius contemnenda (54). Bensì fin dai tempi antichi co- 
stumavasi la musica nei conviti, ove si cantavano carmina 
antiqua in quibus erant laudes majorum (55): e poi la si 
coltivò ancora, e non poco, nei bassi tempi come un mezzo 
d'imparare a meglio modular la voce, e così riuscire con 
più grazia a pronunziare le orazioni e i sermoni, e a recitar 
sul teatro (56). Coiraritmetica e la musica si avvisava utile 
accoppiare lo studio della geometria, al solito come mezzo 
di rendere Fingegno più acuto, più pronto e più facile a 
concepire (57). 

Roma da principio non ebbe scuole di grammatica, che 
Livio Andronico ed Ennio, i quali furono tra i maestri 
più antichi, non fecero che spiegare i greci scrittori, o les- 
sero àgli scolari ciò che di proprio componevano nella la- 



F^ 



- 23 - 



!>■>« fsTella. Primo ad aprire in Roma una scuola di gram- 
>!>atìca fu Graie dì Malto, e precisameote ni tempo fra la 

ttcooda e terza guerra cartaginese. Koiio da prima gua- 
sto iusegnamonto e aa po' rìslratto. ebbe in seguilo forma 
t pieno increni^ito da Lucio Elio Lanuvino e dal suo )je- 
nero Servio Clodio, cavalieri romani, peritissimi dt leUere 
e in cuse di Slato. Da indi in poi crebbe lauto il favore 
della grammatica e dello studio, clje Iìdo gli uomim più 
ragguardevoli non si lennero di scrivere qualcosa, e co- 
testa scuola da Roma penetrò nelle provincii'. e si distese 
anche in paesi stranieri. Ebbero i nomi di lileralì <i Htf- 
fetores, e forse il primo si diede solamenie a coloro che 
■ fondo erano ìsirmli, riserbando l'altro per quelli che fos- 
sero solamente inliuli dì lettere. 1 vecchi grammatici inse- 
goavano anche rettorica, e da qui per uvveulura l'uso che 
' asdie di poi, distinte che furono le due professioni, i 
I giammalìci seguitarono a insegnare qualche poeta, perchè 
j i giovinetti non passassero alia scuola dei retori sfTatlo 
; tiigiani (58). 

.. Assai più tardi di quelle ili grammatica, e con niag- 
ijior difficoltà, entrarono in Roma le scuole di rotlorìca. 
Oh'auzi vi fu un tempo in cui cotesto eserciiio fu proi- 
bito. V'ha un antico decreto del seuato (anno u. e. 593) 
nel quale si legge : " Nel Consolalo di Gaio Fannio Stra- 
tone e Marno Valerio Messala, il preloro Marco Pomponio 
consaJlò il seuaio, e, foltovi parola intorno ai filosofi 6 aì ' 
relori, sopra ciò fu stanziato cosi, dia il pretore Marco Pom-_ 
ponio avesse occhio e ci^a, quanto gli piacesse richieder!! 
il pubblico bene ed ÌI suo dovere, perchè in Roma non 
oe avessero ad essere ■. Seltaul'unni di poi (an. u, e. 662) 
t censori Gneo Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Grasso 
pubblicavano questo bando: ■ Gi fu rapporlalo che v'hanno 
-alcuni, i quali introdussero una nuova maniera d'insegua- 
gffimlo; che la gloventCì si raccoglie intomo ad essi nella 



^ 24 — 

loro scuole; che si posero il nome di retori latini; che i 
giovanetti stanno lì oziosi T intéro giorno. I nostri mag- 
giori hanno già stabilito a quali scuole dovessero andare, 
e che cosa apprendere i loro figliuoli. Cotesto novità, che 
s'introducono fuor dell'usanza e degli istituti de' maggiori, 
non ci sanno di buono, nò le possiamo approvare. Gre- 
diamo dunque di dover significare e a quelli che tengono 
siffatte scuole, e agli altri che le frequentano, nofris non pia- 
cere (59) » . Ciò nonostante a poco a poco anche quest'arte 
parve utile, decorosa, e trovò amatori come d'un'arme buona 
e mezzo potente alla gloria. Sicché in breve tempo creb^ 
bero scuole di rettorica e maestri, dei quali alcuni sali- 
rono per essa dalla più bassa condizione infino all'ordine 
senatorio e alle prime dignità dello Stato. Quanto poi al 
metodo di far questa scuola, diverse vie si praticavano, e 
ognuno insegnava alla sua particolare maniera. Alcuni so-» 
levano esporre qualche bel detto in più e più modi, trat- 
teggiandolo con tutte le figure, e incarnandolo con qual- 
che fatto od apologo: ovvero narrare una cosa ora in 
modo breve e stringato, ora in modo disteso e fecondo: 
ovvero traslatare le scritture dei greci; ovvero lodare o 
biasimare qualche uomo rinomato; mostrare al pari gio- 
vevoli e necessarie che dannose e superflue alcune isti- 
tuzioni di comune uso nella vita: ovvero screditare una 
storia, accreditare qualche favola ; il qual genere è detto 
tesi dai greci. Ma anche questi metodi diversi esciron 
d'uso, e sottentrarono in quella vece le controverste. Si 
traevano anticamente dalle storie, o da qualche fatto 
vero, che per av^ventura fosse accaduto di fresco, spe- 
cificando qualche volta anche il luogo dove il fatto era 
seguito (60). Però coH'andar del tempo quest'arte dei re- 
tori sempre peggio declinò sino al punto che con quelle 
loro famose declamazioni giunsero a sciupare la maschia 
eloquenza del foro antico, a guastare la maestà della lingua. 




n àiK^mpoÈi snii.s>iutc itita sc^:\H'. ^«fsv^X* wvs^siì^aM^ ■ - 
ars*, cu* àGHi: JL sr^' ir» uò . '^'^cir^^a,'' i«j^a o i^^v • 

tana. luà suìbxjXi : :ì:csu:i sa r«K ^i; «\y.»^ rJt^^^M". «^ i^^j^r.-^i 

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km. wuroij ;r:iL:iiu^i: la xvììscj»? ,ìì «v«tjw:^\ ^> j^r^>»iMv 
Tenti ii saultóc» dì nv n più ^'^ivini .^rr^m^ .;^«^^ • frm^ 
delie dnd&mazfcmt i. o &»liDeii:e •ii$).\ r^nn .kIasiNKiIi <c mo 
AeToli e pareii^ e Unì pìonntì o ^kHiQttVn O^^^i^^^ ^"'^^ «^^ ^^*' 
teste DMuiere si nntriscono. unto pi>j^n)o ^iporx\ «)UJi»t«^ «v 
loro che soggiornano fn i tOi:;;;imì nv^mlirt^ imIoiv. I \\t\\\\\ 
eorrompiiori dell'eloquenti. >ìa dotto ivn (^iiv voMi"». tt 
relori, foste voi che.«oon sìflìuio gi>utit> i*iipn^>sìo«i o vuoto, 
avete fatto in modo che h forza dol distvi^o si ^ suor 
Tata e perduta. « Veix) è però rhe non ornuo iu quosto sol 
tanto da incolpare colali inaoslri. ma otìnudit) i gouilort 
tutti, i quali pur di vedere i loro lij^liuoli giunti al uuuuouti» 
di poter guadagnare coirarto dolloratoro. ^li .npiu^ovimo 
innanzi con studi mal digeriti; o d'altni parto poi quoNti ra- 
gazzi mal soffrendo di andare per h via lun^tii o JiitinoRti. 
pigliavano per ischerzo gli studi, e (M)striug()vniin i iiinoHtii, 
se pur questi non volevano vedersi spopolntn lo rtrtiolit. a 
piegare alle loro voglie pazze e aiiibizioMo. (Juitidi *t i!lm 
questo insegnamento dei retori divenn» un vnro ludibrio^ nd 
è a vedere in Luciano la risposta, clipei va i roti h'A intanto f/i 
cendoa un giovanetto, clie Ttia interrogato huI modo di divitiiir 
retore (63) ». Due sonoh; vif; elio 'MHiduc/mo al monto, do! 
quale sulla cima siede la rettorie»; una Urga ti fiorila, 
l'altra stretta e aspra. Fr>chi vanno p^^r qijf$M/> ^^^ÀHuUt tmn 
tiero, e debbono patire fatiche atroci, o |/^r moli// U'.m\Ht, 
che questa salita è diflieiie e binghi^'^Mfo^. Non i% dooqii^ 
irafTiglia che i più mttg^Wf stuzi \h \fntui9 ^t'4, uuiMiik t- 



— 26 — 

brevissima, per la quale agiatamente salendo, presto si tro-' 
vano in cima alla montagna, e senza sudare. A fornire questo 
viaggio aggiunge Luciano quello che e' si conviene avere 
nella bisaccia, cioè ignoranza, presunzione, arroganza, sfac- 
ciataggine. Pudore, modestia, discrezione, verecondia, lasciale 
a casa, come roba inutile e d'impiccio. Le regole poi per 
diventare oratore sì riducono in cotesta scuola alle seguenti: 
scegliere un quindici o venti al più parole attiche, impa- 
rarle bene a memoria, e averle sempre in punta della lingua: 
raccogliere parole misteriose, forestiere, di rado usate da- 
gli antichi, e però nuove, e scoccarle tra la moltitudine, 
la quale così tanto più batterà le mani, quanto meno capirà: 
leggere i libri, vecchi no, ma moderni, e quelle che si chia- 
mano declamazioni, dove ognuno può trovare un magaz- 
zino da arricchirsi: parlare su tutto, non pensando né a 
quel che si dice, né airordine; ma sopratutto non rima- 
ner mai a bocca aperta, o tacere: dir sempre improv- 
viso, senza niente scrivere avanti, anzi senza nemmeno pen- 
sare a ciò che devesi dire. Procura di avere un codazzo 
di amici, che ti battan le mani sempre, e i quali, quando 
hai finito, facciano ala e corteo dintorno a te. Ma il me- 
glio e il più necessario per divenir famoso sia il disprez- 
zare> che farai, tutti i dicitori, lodandoti, vantandoti te solo 
e di te solo dicendo mirabilia. Insomma Taudacìa, la im- 
pudenza, la bugia pronta, il giuramento sempre a fior di 
labbro, l'invìdia contro di tutti, l'odio, la maldicenza, le 
calunnie verisimili ti renderanno celebre in poco tempo 
e famoso. Questi sono i precetti che ti do, e ti giuro che 
io me ne giovai, e ne acquistai non poca riputazione » . 

Appena debbo parlare delle scuole di filosofia presso 
i romani, essendo risaputo da tutti come essi tardi assai, 
e con pochissimo ardore, si diedero 9 coltivare cotesto di- 
scipline, nelle quali, se qualcosa fecero, fu di tradurre, e 
render per avventura più comuni, le dottrine attìnte dai 



— 27 — 

S^ecl Tuttavia ne ebbero di queste scitolu e di questi 
"Qaestri, e Tacito, fra gli altri, loda Musonio, cacciato via di 
da Iterane, perchè iiisegnando fiiosolia ù fi'nwa die- 
gioventù (63). Celebre è poi il bando dato da Boma 
tutta a lutti Ljuesti filosofi, sotto Uiocleziano, cagio- 
la questo che uà di costoro, Giunio Rustico, aveva chia- 
Peio Trasea ed Elvidio Prisco, uomini santissimi (64). 
Nh la storia romana conta soltanto di filosofi banditi da 
Roma, ma ancbe di taatemalici, cacciati due volte, una 
cioè sotto Aulo Vitellio, e. del tempo innanzi, sotto Tiberio 
Nerone, il quale però, promettendo essi .di non attender 
più a quell'arte, loro perdonò (65), — Quanto diversi in ciò 
da costoro gli altri due sovrani Giulio Cesare e Ottavio Au- 
gusto; il primo dei «juali fece cittadini di Roma lutti 1 
doctores iiheralium arlìum, perchè questi più volentieri abi- 
tassero quella città, u gli altri piii volentieri vi venissero 
ad abitare. Ottavio poi, essendo una grandissima carestia, 
cacciò di Roma le famiglie degli scfaiavìj lutti i forestieri, 
maestri (esceplis piaeceploribus) (66). 



Delle leggi romane 
sull'educazione e sull'istruzione. 

Poche leggi aj^^KO momento noi troviamo nella vecchia 
Roma intorno ^mRcazioue <; all'istruzione: e questo, mi 
pare, che torni a capello colla sua storia, co' suoi antichi 
costumi, G anche con ciò che abbiamo detto nei paragrafi 
antecedenti. 11 padre, che nella famiglia romana era so-vrano, 
{lerchè colla patria poteslas aveva un diritto speciale cosi che 
'miti aia sunl homines qui tatem in Uberos habeanl poteila- 
lm,qualem nos habenius (67), e, come è scritto anche nelhi 
ìiurta delle Xll Tavole; Endo lìbeì-is jus vitae necisque 
WKmdandique potestas ei cUo (68), il padre, dico, era e- 



— 28 — 

doveva essere eziandio il naturale educatore e unico dei 
proprii figlioli. Questi egli poteva allevare a suo modo^ 
salvo però si rammentasse d'educarli in maniera che^ fatti 
adulti, potessero servire lo Stato, il quale, volendo costi- 
tuirsi forte neirinterno, e slargarsi al di fuori, chiedeva 
principalmente uomini sommi di toga e valorosi di spada. 
Quindi nella vecchia Roma noi troviamo sopratutte colti- 
vate le arti delFeloquenza e della milizia, e coloro, che 
non erano i più, i quali non potevano o non volevano de- 
dicarsi a una di quelle due, diventavano agricoltori. Co- 
munque però lo' Stato poco o nulla ordinò quanto alla 
pedagogia e alla didattica, lasciandole in balìa dei genitori, 
e solo quando si accorse come, col cambiarsi in peggio 
dei costumi, Teducazione declinasse, e più non si raggiun- 
geva lo scopo da esso voluto, allora solamente intervenne, 
imbavagliandola con leggi, decreti e provvisioni. Si veri- 
ficò insomma allora quello che è sempre stato e sarà, cioè 
che tristo è quel paese, dove riboccano i regolamenti pe- 
dagogici e didattici, imperocché è segno che gli eletti a edu- 
care ed ammaestrare non trovano più in loro stessi il modo 
migliore di compiere questo loro sacrosanto dovere, e, per 
regolare altrui, essi stessi di règole hanno bisogno. — E qui 
lasciando tutto ciò che potrei aggiung«r|^jft proposito, tor- 
nerò a ripetere come nell'antica R(M|ÉÉktruzione e l'e- 
ducazione furono pressoché interamo^^Bè in famiglia; 
del qual fatto a me sembra che sianO^Mne un corollario 
quelle leggi tanto severe, le quali stabiliscono i doveri dei 
figlioli verso i genitori: Filio semper honesta et sancta 
persona palris videri debet (69). Grandi pene si minac- 
ciano contro i figli trasgressori di tali doveri, né avvi 
condizione nella quale trovandosi essi siano dispensati da 
prestara la debita riverenza al padre e anche alla madre: 
EUam militibm pietatis ratio in parentes constare debet: 
fuare si filius miles in patrem aliqua commisit, prò modo 



— ♦> — 

dHùii pHMÌnKÌMis f-<t: .<»' fiif'vs mfifnm ani f^ittrm. tfmi 
remerari oportet , coutuìnflUs aficit, iti imptas mimHf m 
infnri, praefeciuf urbis delictum nd publioam pietatem ptr- 
timtms prò modo tjus rtWiVn/. ìndigHHS miliiia jmitcamims 
est, qmi pairem et matrfm, a qìtHms se (xincaium dixerii^ 
maieficos appellarit (70). Alla qoal l^ge par riie sì possa 
aggiungere Faltra della revoca delleiDancipazìone per ruiìo 
ingrati, la quale apparteneva al padre, so il tìglio mancava 
a' SQoi doveri : FHio$ et fi/ias ceterosgue Utteros ctmtvmtiots^ 
gni parentes rei acerh'ttìte cmìviciì, rei atjuscumque atrods 
fnjuriae dolore pukassent. lege^. etnancipattone irsctssa.dttmmì 
lihertutis immeritae mulctare voluenuìt (71). 

Mancando il padre, chi dovrà provvedere aircducaKÌonc? 
Vediamolo. Nelle X(I Tavole la quinta ordina che se il pa- 
drefamiglìa moia intestato, e sia irapabere Tcrodo, vadane 
la tutela al prossimo agnato: Si paterfamilias intestato 
moritur, cui impubes suus haeres esci't, agnatus ptvximus 
tutelam nancitor. Nel Digesto poi è rimandato il più sposso 
airarbitrio del Pretore il giudicare come e dove debb'es- 
ser educato il pupillo, massime nelle difficoltà che potrobbero 
insorgere su questo proposito: Solet Praetor frequentissime 
adiri ut constituat ubi filli vel alantur vel morentur^ non 
tantum in postumis, verum omnino in puen's (72). — 
Nelle quali questioni il giudice il più delle volto è piena- 
mente arbitro, e stabilisce egli stesso chi debba educare il 
pupillo, e il modo e il tempo. Nel caso speciale poi, ivi 
citato, che un padre avesse nel testamento affidato Tedu- 
«azione del figliuolo a un erede, che gli avesse sostituito, 
dipenderebbe allora dalla prudenza del giudice, uditi ezian- 
^ i parenti del pupillo, il prevenire ogni pericolo, ogni 
sospetto, quando lo giudicasse conveniente, nemmeno tenuto 
conto qualche volta della volontà del padre: Et solet e^ per- 
sona, exconditione, et ex tempore stalliere uhi potine cUendus 
sit, et nonmimquam avoluntate patris recedit Praetor, Deni- 



— 30 — 

que quum quidiim testamento suo cavisset, ut fiUas apud sub- 
stitutum educaretur, Imperator Severus rescripsit, Praeto- 
rem aestimare debere, praesentibus ceteris propinquis libe- 
rerum: id enim agere Praetorem oportet, ut sine ulta ma- 
ligna suspicione alatur partus et educetur (73). — Né 
solamente deve il Pretore, nel giudizio che darà, cal- 
colare che sia rimosso ogni sospetto sulla vita fisica del 
fanciullo, ma, e più specialmente, che venga allontanata 
qualsiasi causa, per la quale potesse esser messa in perì- 
colo la vita morale e il buon costume del pupillo stesso: 
Si disceptetur ubi morari, vel ubi educavi pupillum oporteat, 
causa cognita, id Praesidem statuere oportebit. In causae 
cognitione evitandi sunt qui pudicitiae impubeìHs possunt 
insidiari (74). — Però il più possibile sia rispettata la sacra 
volontà del padre, il quale, appunto perchè vero educatore 
del figliolo, veramente egli solo ha il diritto d'indicare la 
persona, che, lui morto, debba succederli in questo delica- 
tissimo ufficio : e quindi deve ricorrersi al Pretore nel caso 
che il padre non abbia provveduto, o che la persona chia- 
mata si ricusi: Praetor ait Apud eum educatur, apud 

quem parens jusserit. Si autem nifnl parens jusserit, aut 
is, apud quem volueint educari, curam non recipiat, apud 

quem educetur, causa cognita, fonstituam (75). 

Tutte queste provvisioni però suppongono che, venuto a 
mancare il padre, non sia viva nemmeno la madre. Con- 
ciossiachè se questo non fosse, e la vedova sopravvivesse 
al marito, in tal caso essa nell'educazione della prole a lai 
naturalmente succede, purché non vi siano giuste ragioni 
di privarla di questo diritto, e le quali voglion essere 
dicate dal Pretore, né senza il consenso dei parenti. Ei 
ito pupillorum tuorum nulli magis quam matri eorum, si non 
vitrtcum (patrigno) eis induxerit, committenda est. Quando 
autem inter eam et cognatos et tutorem super hoc orta fu^Ht 
dubitatio, aditus praeses provinciae, inspecta personcsrumet 



e gk; 



— 31 — 

qwaliiAU ft cymjmmcticme, pirrjiendft uN pue*' AJtHHn l»^ 
beat. Sem auUm atftimatent apmi qnrm fxiucxìn iitSf^jU is 
mecnfUaifm habeb%t Vv focert qwm prwifs JHSS<rit ^7t>y 
E meglio: Qmmtis atUfm Praetor rt>:HSimUm xtfìmd » 
edmcari man polUceatur se coacturnm. Mamenk qHoestHmis 
est an debeat etiam iacìtum cogert. ut pnta /iM'fNm« ;m- 
rentem rei qnem alinm de afimbus cogmitìsìr : et iNiiyi.\' est 
ut tnterdum debeat id facere (77) : cìoty può benì^imo il giu- 
dice scender anche a costringere colui, cho ritìuta^^> I of- 
ficio d'educatore, in sostituzione al [uidre e alla niadro. i> 
tanto più lo deve fare> se quest*eletto fosso uno tra ì p- 
renti^ afiBni, ecc. 

Finalmente^ mancata l'educazione per parto dei gouitori, 
chi si assume un tal dovere è il tìitore^ il (|ualo dove cu- 
rare che il suo pupillo venga educato della monto o so- 
pratutto del cuore, e fare a tale scopo ogni spesa nocos- 
saria, a seconda delia famiglia donde naaiuo e a misura 
del patrimonio: Qiium Mar non rebus dumtaxat, sed diam 
maribus pupilli praeponatur, in primis mercedes pratxepto- 
ribus, non quas minimas poterit^ sed prò facullatf patri- 
monii, prò dignitate natalium constituet, alimenta servis libvr- 
tisque, nonnumquam etiam exteris, si hoc pupillo vxpediet, 
praestabit, etc. Ante oculos habere debet in decernendo man- 
cipia, quae pupillis deserviunt, etc, (78). 

Anzi circa a queste spese si aggiunge cho non debbono 
inai assorbire tutta l'entrata, e che per i pupilli anche ùnm 
ricdii vuoisi che siano moderate: Modum autem patrimtmii 
spectare debet, quum alimenta decemit, et debet statuere tam 
nuiderate, ut non universum reditum patrimonii in alimenta 
decemat: sed semper sit ut aliquid ex reditu supersit. In 
amplis tamen patrimoniis positis non cwnulus patrimonii, 
sed quod exhibitioni frugaUter sufficit, modum alimenlis 
dM (79). 

In ogni caso questa giusta misura i fissata dal giudÌ4M>, 



— 32 — 

luassiuie se il padre oulla abbia lascialo scritto nel testa- 
mento: OHicìo Judicis, qui tutelae cogmscit, congruit repur- 
tationes tutoris non tmprobas admittere, ut pitta si dicat ita- 
pendisse in alimenta pupilli vel disdplinas. Modus autem, si 
quidem Praetor arbitratus est, is servavi debet, quem Prae- 
tor statuii : si vero Praetor non est adifns, prò modo fa- 
cultatum pupilli debet arbitrio Judicis aestimari; nec emm 
permittendum est tutori tantum reputare quantum dedit, 
si plus aequo dedit. Praetor ad instructionem pupillorum 
vel ojdolescentium pupillarum, vel earum. quae intra vice- 
simum aetatis annum constitutae sunt, solvi decernere respècia 
facultatum et aetatis eorum qui instruuntur. Sed si pater 
statuii alimenta liberis, quos heredes scripseint, ea prae- 
stando tutor reputare poterit, nisi forte ultra vires facul- 
tatum statuerit; tunc enim imputahitur ei, cur, non adito 
Praetore, desiderami alimenta minui (80). — Che se le for- 
tane del pupillo coll'andar del tempo scemeranno o sì ac- 
cresceranno^ allora potranno, in proporzione, coleste spese 
della educazione essere o diminuite o aumentate: Si forte 
post decreta alimenta ad egestatem fuerit pupillus perd»- 
ctus, deminui debent quae decreta sunt, quemadmodum solent 
augeri, si quid patrimonio accesserit (81). 

Mezzo potentissimo a ben educare è il buon esem^o: 
e massime nelle famiglie decorate di nomi illustri e grandi 
memorie^ questi e quelle sogliono spesso spronare i figlioli 
a virtù. Ma pur troppo qualche volta si trovano delle na- 
ture sorde a cotesti inviti, e le quali per lo contrario hanno 
bisogno di ammonimenti e riprensioni severe, e anche di 
castighi per allontanarle dal male, e ravviarle ai bene. Però 
questo castigo vuol esser tutt'altro che sconGnato, ma an» 
rattenuto in una. giusta misura, perchè frutti, e sìa medi- 
cina e non veleno. Ed ecco ciò che in proposito ordim- 
rono gli imperatori Yalentiniano e Valente: In corrigenés 
minoribus prò qualitate delieti senioribus propinqui^ tri- 



— o»> 

èmimtiu poiesialem, ut qììos ad riiae decora domtfsUcue laudìs 
exewtrpia uon prtn:tjcant saitem correciionìs medidiM oympel- 
UU. yeqne nos in puniendis morum vitìis poUstatem à'n 
imwteniìÈim estendi volumus, sed fare patrio anctoritas 
corrigai pmpiwfui jucenis erratum, et privata animad- 
leniome compescat. Quod si atrocìtas facti Jus liomesticae 
tmendatìùmis excedit, placet enormi^ delicti reos dedi Ju- 
dkum moiìom, etc. (82j. Ove è appena a notare la delicatezza 
e la sapienza di qaeste attinie parole, dove chiaro apparisce 
Ja mente del legislatore, il quale, voteudo veramente la cor- 
rezione del giovane, che incomincia a traviare, ordina che 
sia esperimentata prima la via privata e domestica, ri- 
■sapendosi por troppo che molte volte il giovane, non ancora 
TÌzioso. ma cadato in qualche primo fallo, se verrà chia- 
mato a dar ragione di sé dinanzi ai pubblici tribunali, si 
avvisa oramai uomo di fama macchiata, e. perduto ogni 
sentimento e pudore e vergogna, si sottoporrà alla |)enà. 
ma scontatala, ritornerà a imbrattarsi in mist^ie maggiori 
e in veri e proprii delitti. 

Del resto anche le XII Tavole contengono leggi penali 
ai nostro proposito. Nella seconda sta scritto: Jmpubes prae- 
torti arbitratu rerberator, noxiamque decernito; X impube 
ad arbitrio del pretore flagellisi, e al danno sia condan- 
nato: e nella settima si ripete Io stesso, rincarando.... no- 
Mtmque duplione decernito; e al doppio sia condannato. 
li parricida poi, velato il capo e chiuso in un cuoio, sia 
mazzerato: qui parentem necassit, caput obnuhito ctileoque 
insutus . in profluentem mergitor (tav. VII). Ove è ad os- 
servare che questa pena, ripetuta da Siila, Tanno 671, nella 
legge Cornelia de sicariis, fu mitigata ventinove anni dipoi 
da Pompeo, che nella legge de parricidis non la mutò. 
ma. la volle applicata solo quando il reo era confesso. 
Adriano invece la rese anche pff atroce^ ordinando che 
il parridda fosse bruciato vivo e dato pasto alle fiere. Da 

Micheli, Storia della P^tì'tytiyia in Itali» 3 



— 34 — 

ultimo Costantino nella sua de iis qui parent. ocad. ri-* 
cbiamò in vigore l'antico modo praticato in Roma di pu- 
nire il parricida. 

Vengo ora ad alcune leggi, le quali provvedono alle 
scuole, a chi insegna, a chi imparili. E in prima bella- 
mente opportuna mi sembra la seguente sulle doti e qua- 
lità del maestro, nel quale innanzi tutto si chiede l'onestà 
del costume, e poi la parola faconda, e si ordina che i 
professori grado a grado e per prove siano dalla gente me- 
glio pratica del loro mestiere giudicati degni di cotanto 
importante officio. È Giuliano imperatore che comanda così: 
Magistros studiorum docloresque excellere oportet moribus 
primum, deinde facìindia. Sed quia singuUs dvitatiìms ad- 
isse ipse non possum, fubeo, quisquis docere vult, non re- 
pente hec temere prosiliat ad hoc munus, sed jndicio ordinis 
prohatus decretum mnalium mereatnr, optimorum conspi- 
rante consensu (83). Alla quale aggiungo subito quest'al- 
tra, che sebbene non parli strettamente di maestri, pure 
mi sembra trovi qui luogo, e sia questo: JReddatur unus- 
quisque patriae suae (così gli imperatori Yalentiniano e Va- 
lente), qui habitum philosophiae indebite et insolentir usar- 
pare cognosdtur, exceptis bis, qui a probatissimis appro- 
bati, ab kac debent coUuvione secerni: turpe enim est ut pa- 
triae functiones (erre non possit, qui etiam fortunae vim 
se ferre profitetur (84). * 

Che se poi, anche dopo provati, i maestri non procu- 
rassero il vero vantaggio degli scolari^ sieno puniti, e colla 
pena la pili opportuna in questi ca», cioè coll'essere ra- 
diati dall'albo degli insegnanti : Grammaticos seu oratores, 
decreto ordinis probatos, si non se utiles studentibus prae- 
beant, denuo ab eodem ordine reprobari posse, incognitum 
non est (85): così l'indoratore Gordiano. 

Piéfò Farte .deirin^9iare richiede che il maestro sia,, 
per quant'è possibile, libero dà cure e da pensieri, con- 



— 35 — 

i:iossiachè essa voglia tatto Taomo, e bastasse! Inoltre è 
aecessario (lo s'intenda bene anche ai dì nostri) che il 
maestro sia largamente stipendiato^ appunto ' perchè po- 
tendo solamente a cotesto modo vivere in pace^ quiete e 
sicurezza di aver tanto da mantenere sé e la famiglia, at- 
tenderà più di proposito agli studi, e tutto si consacrerà 
a servigio della scuola. Quindi l'imperatore Costantino or> 
dina : Grammaticos et professores alios literarum et docto- 
res, una cum uxoribus et filiù, nec non et refnis, quas in 
oiviiatibus suis possidente ah omni functione et ab omnibus 
mtmeribus civilibus vel puhlids immunes esse praecipimtts, 
et ncque in provinciis hospites redpere, nec ulto fungi mu- 
tiere, nec ad judicium deduci, vel exhiberi, vel injuriam pati, 
ut, si quis eos vexaverit, poena arbitrio judicis pkctatur, Mer- 
cedes etiam eorum et salaria reddi jubemus, quo facilius libe- 
ralibtis studiis et memoratis artibus multos instituant (86). 
E poco sotto sta un'altra légge, dove gli imperatori Onorio 
e Teodosio, dando ai maestri di grammatica, di filosofia e 
agli oratori i privilegi accordati ai Decurioni alessandrini (87), 
ordinavano a questo modo: Grammaticos, oratores atque phi- 
losophiae praeceptores, praeter haec quae retro latarum san- 
ctionum atictoritate consecuti sunt privilegia immunitatesque, 
fruì hoc praerogativa praedpimus ut universi, qui in sa- 
cro palatio inter archìatros militarmi, quum comitivam 
primi ordinis vel secundi adepti fuerint, aut majoris gra- 
dum dignitatis ascenderint, nulla municipali, nulla cariar 
lium conventione vexentur, seu indepta administratione , seu 
accepta testimoniali meruerint missionem: sint ab omni fun- 
ctione omnibusque muneribus publicis immunes, nec eorum 
domus ubicumque positae militem seu judicem suscipiant 
hospitandum. Quae omnia filiis etiam eorum et conjugibus 
illibata praeoépimus custodire Haec autem et professoribus 
memoratis eorumque liberi^ deferenda mandamu>s (88). 
Né soltanto il Codice, ma eziandio il Digesto contiene 



— so- 
leggi sai privilegi concessi ai maestri^ e massime quello 
d'essere esonerati da alcuni pesi^ che dovevano sopportare 
egualmente tutti gli altri cittadini. Cosi sta scritto nel ùr 
tolo « de muneribus » Magistris qui dvilium munerum va- 
cationem habent, itera grammaticis et oratoribus et medieU 
et philosophis ne hospitem reciperent, a Principibus fuisse 
immunitaieni indultam, et divus Vespasianus et divus Ha- 
drianus rescripsentnt (89). Alla quale succede Taltra: Aw- 
gariarum praestatio, et redpiendi hospitis necessitas et mi- 
liti, et liberalium artium professoribus inter cetera remissa 
sunt (90). 

Ma forse poiché codeste immunità portavano qualche di- 
sturbo neiramministrazione della cosa pubblica, troppi es- 
sendo coloro che venivano esonerati da ofiBcii gravi e no- 
iosi, così si pensò a ristringerle, e quindi, nel libro Escusa- 
tionum, Modestino scrive: Grammatici, sophistae, rhetores..,. 
quemadmodum a reliquis muneribus, ita et a tutela et a cura 
requiem habent (V. anche Inst. di Giustiniano, i, 25). Est 
autem et numerus rhetorum in unaquaque civitate, qm va- 

cationem munerum habent Minores quidem dvitaies pos- 

sunt immunes habere tres sophistas, grammaticos toHdem: 

majores autem civitates quatuor qui doceant utramque 

doctrinam: maximae autem civitates rhetores quinque et 

grammaticos totidem. Supra hunc autem numerum ne maxima 
quidem dvitas immunitatem praestat,,, Excedere quidem htmc 
numerum non licet, minuere autem licet... Et philosophos qui- 
dem liberari a tutelis Paulus scribit ita: philosophi, oraiores, 
grammatici, qm publice juvenibus prosunt, excusantur a 
tutelis..,. De philosophis autem eadem constitutio divi PH 
ita didt : Philosophorum autem non constitutus est mt- 
m£rus, quia rari sunt, qui philosophantur. Le quali pa- 
role si hanno da congiungere colle prime di questo squar- 
cio^ dove in realtà si parla di grammatici, sofisti, retori^ 
n(m però di filosofi, e di questa mancanza qui appunto se 



&I . ne dGceDoa la cagione. Poscia continua nel Digesto così: 
^l Eh autem imperaioris Commodi cùnstìtuU'onibus inscri- 
ptum capiiulum ex epistola Antonini Pii, in qua mamfe- 
statur et philosophos hahere immunitatem tutelarum. Sunt 
autem haec verba: Consimiliter autem his omnibus pater 
wieus mox ingrediens principatum constitutione existentes 
honores et immunitates firmavit scnbens : ^philosophos, rhe- 
toreSy grammaticos,... immunes esse a ludorum publicorum 
regimine, ab aedilitate, a sacerdotio, a receptioìie militum. 
ab emptione frumenti, olei; et neque judicare, neque legatos 
esse, neque militia numeran nolentes. neque ad alium fa- 
tntdatum eos cogi. AmpUm et illud scire oportet et eum 
qui in patria propria docet... immunitatem hanc halere... 
Valde tamen disciplinis instructos, et si supra numeì^um, 
et in aliena patria moram faciant, esse immunes Paulus 
scribit, dicens divum Pium Antoninum ita ju^sisse. Romae 
pMlosophantem cum salario, vel sine salario remissionem 
habere promulgatum est a divo Severo et Antonino ita oc 

si in propria patria donerei Legum vero doctores in ali- 

guo praesidatu docentes remissionem non habebunt: Romae 
autem docentes a tutela et cura remittuntur (91). 

E poiché sono in via di citare i privilegi dati agli in- 
segnanti, rammenterò il tit, 1^, lib. SO, Dig,, che ha per 
tema: De extraordinariis cognitionihus, etc. Delle (jualì 
ragionando il Voet, così commenta: Extraordinariae co- 
gnitiones appellatae fuerunt, in quibus ordinaria non con- 
tendebatur acUone, neque judex pedaneus dabatur, sed (ex- 
tra ordm&m) jus dicehatur per praetorem aut praesidem (92). 
Or dunque questo privilegio singolare d'esser giudicati non 
da un giudice ordinario e inferiore {pedaneus), ma straor- 
dinariamente dal pretore o dal preside della provincia, lo 
godevano tra gli altri eziandio alcuni insegnanti, com'è 
a vedere dai luoghi, che verrò riportando qui dairarticolo 
citato, dove nel primo di questi squarci si ha eziandio la 



— 38 — 

preziosa notizia di quali fossero a quel tempo gli Siuéifi 
liheralia e quanti : Praeses provinciae de mercediàus jfu 
dicere solet, sed praeceptorihus tantum studiorum Ubera- 
Uwm. Liheralia atUem studia accipimiis quae Graeci iìpAi^ 
appellante rìietores continebuntur, grammatici, geometrae. 
Poi continua negando questo privilegio /^/^^Toso^At^ et jurii 
civilis professoribus: ai primi' perchè Itoc primum prof- 
Ieri eos oportet mercenariam operam spemere: ai secondi, 
perchè la sapienza civile, cosa santissima^ può stimarsi, 
ma non vendersi, e lo scolare richiede dal maestro dot- 
tore che questi osservi il giuramento fatto. in sull'iptra- 
prendere la sua carriera^ cioè fideliter docendi. Ma ecco 
le parole istesse del testo: Proinde ne juris quidem cieiUs 
professoribus jus dicent : est quidem res santissima civilis 
sapientia, sed quae pretio numario non sit aestimanda, itec 
dehonestanda, dum in judiciojionor petitur, qui in ingresk^ 
sacramenti e fferri debuit: quaedam enim, tametsi /teneste oc- 
cipiantur, in/ioneste tamen petuntur. — Finalmente si dice 
che, perchè è passato omai per abuso, però si accorda co- 
testo privilegio anche ai maestri di scuole letterarie : Ludi 
quoque literarii magistris, licet non sint professores, tamen 
ìisurpatum est, ut his quoque jus dicatur. 

Né i maestri soltanto, ma anche i discepoli godevano di 
privilegi, allo scopo principalmente che non fossero di- 
stratti dallo studio. Gasi scrivono agli scolari d'Arabia gli 
imperatori Diocleziano e Massimiano: Quum vos affrmetii 
liberalibus studiis operam dare, maxime circa juris pro- 
fessionem, consistendo in civitate Berytiorum (95), provin- 
ciae phoenices, providendum utilitati publicae, et spei ver 
strae, decei'nimus ut singuli usque ad vicesimum quinr 
tum annum aetatis suae studiis non aiocéntur (94), cioè 
sino a' 25 anni non potevano, né dovevano esser distolti 
dai loro studi. Gli stossi due imperatori scrivono poi .a 
Teodoro: Quum filios tuos, patria potestate liberatos, adhuc 



— 3fl — 
minorei (egilima aetate eise dicas, merito posttdas, ut li- 
heralibui stvdiis non avocentur. Et ideo muneriÒiu pet-so- 
nalifms, qìiM ad patrimomum non pertiwnl, non adttrin- 
ffcntur, si civium inopia non est (95). Le quali ultime 
parole riiievono tace dalle altre, che si leggono nd Coilic« 
-sies-so, le ijuali dìi»QO: Maura, ijuae patrimoniis puMicae 
atilitati8 gratia indicUHtur. ab omnibus suhevnda sunt (96). 
Dunque erii davvero uu privilegio che da ({ueElo odida 
'/ossero esonerali i ri<;li di Teodoro, e sempre per ragione 
degli studi (97). 

Ma tomiauui al maestro, il quale, compita che abbia per 
vecchiezza la sua carriera e con gloria, e' si conviene re- 
tribuirlo e onorarlo, non tanto per ricompensare in luì i 
suoi benemeriti, quam'anche perdio questo premio sìa di 
sprone agli altri, che tuttora sono in ullicio, a esercitarlo 
coscienziosa mente. Quindi savia e giusta è la provvisione 
che qui segue: Impp. Theodosius H ValentinianKS, etc: 
tìratitmaticos lam graecos quam latìnos, lophisttu etjurispe- 
riUa in Ime regia urbe professionem suam exercentes et 
énter statutos (98) connumeratos, si laudabilem in se pro- 
Ut moribus mtatn esse monstraverint, si docendi periliaw 
facundiamrfue dicendi, inlerpretandique suhtUitatem, et co- 
I diaerentU se habere patefeixrint, et coetu amplissimo 
! dignì fiterint aextimati, quum ad viginti annot 
liione jugi oc sednlo docendi labore pervenerinl, pìa- 
'. et liis qui sunt ex Dicaria dignitate contiti- 
: Vatum Comtantinopoli, etc. (99). Ove è a notare 
I, nel render quest'onore a chi per venti anni aveva 
dovere la carica di maestro, sì inginnga dì 
lare non solo alla bravura, alla facopdia e all'scu- 
\ del precettore, ma eziandio alla sua onestà: massima 

ì parte non per la prima volta trovala da noi nelr 

. . £ttaaie «he abbiamo fatto di questa parie della romana le- 
jpslazione. Del valore poi di quell'onoranza ivi ricordata 



1 
I 



— io — 

(vicaria digmtate) scrive il Gonringio come essa fesse sti* 
mata cosi che prima del tempo^ in cui fu disteso questo " 
decreto, à nessuno era stato concessa, salvo che solis or* ^ 
chiatris caesarei palata (100). 

Vengo finalmente alla legge sugli studi liberali, quali e- 
reno ordinati nelle due città di Roma e Costantinopoli; 
Noi abbiamo veduto come i romani avessero scuole di 
leggere, scrivere, abbaco, grammatica, rettorica, ecc. Ora 
in questa provvisione noi troviamo fatta anche menzione 
di scuole di giurisprudenza, le quali però, ora in un fnodo. 
ora in un altro, già da lungo tempo si trovavano in 
Roma (101). Difatti si è raccontato di sopra del tirocinio 
in cui era messo il giovane, che bramava diveùire uomo 
di toga e di Stato, e dove veniva ammaestrato nel diritto; 
ma in privato, da un abile giureconsulto. Scuole pubbliche 
di leggi si stabilirono più tardi, un secolo forse prima di 
Cristo, e il Tripartito di Elio Peto si ritenne come l'opera 
più antica in fatto di giurisprudenza. Questo quanto alle 
scuole di gius ricordate in questa provvisione. Nella quale 
poi troveremo eziandio distinti i lettori privati dai pubblici, 
di modo che i primi, eletti a insegnare per il vero e reale 
profitto degli scolari, non dovevano, né potevano, sotto péne 
gravissime, leggere pomposamente in pubblico; e viceversa 
ai secondi, se pur volevano godere dei privilegi amplissimi 
concessi al loro ordine, era proibita la lettura in privato. — 
Di questa, che volentieri chiamerei divisione di lavoro fra i 
diversi maestri pubblici e privati, e dei vantaggi che do- 
veva allora e potrebbe anche oggi arrecare, non è qui il 
luogo di discorrerne, sebbene la materia si offrirebbe larga 
e comodissima, — Nella légge medesima, noi lo vedremo, si 
stabilisce anche il numero dei maestri : tre di rettorica, dieci 
di grammatica latina, altrettanti per la greca, e cinque di lo- 
gica. Sembra che questi fossero destinati a compartire un'in- 
segnamento elementare, o meglio tutte quelle dottrine e 



— il — 

in quella misura che possono e debbono servire per tutti. 
Siccome però si credè necessario di provvedere eziandio a 
un insegnamento superiore/ cosi a questi sì aggiunsero 
altri maestri incaricati di leggere le scienze più elevate e 
più profonde, cioè uno per la filosofia e due per la giu- 
risprudenza. Finalmente si ordinò che a ciascuno di que- 
sti lettori fosse assegnata una sala per la scuola, per man- 
tenere la disciplina dei giovani, e perchè ognuno con quiete, 
e senza esser disturbato dagli altri, potesse attendere alla 
propria classe. Fatta questa breve glossa, ecco il testo della 
legge, come appunto si trova nel Codice, tit. 18, lib. xi: 
Impp. Theodosius et Valentinianus , etc. : Universos, qui 
umrpantes sibi nomina magiairorum, in puhlicis magistra' 
Uonibus cèllulisque (case private) coUectos undecumque di- 
scipulos circumferre consuevenint, ab ostentatione vulgari 
praedpimìis amoveri^ ita ut si quis eorum post emissos di-- 
vinae sanctionis affatus, quae prohibemus ntque damnamus, 
iterum forte tentavent, non solum ejus, quam meretar, in- 
famiae notam subeat, vei^um etiam pellendum se ex ipsa^ 
ubi versatur illiciie, urbe cognoscat. Illos leìv qui intra 
plurimorum domos eadem exercere privatimi studia consue- 
tet*unt (maestri privati), si ipsis tantummodo discipulis va- 
. care maluerint, quos intra parietes domesticos docent, nulla 
huiusmodi tntetminatione prohibemus. Sin autem ex eorum 
numero fuerint qui videntur intra capitola auditorium (102) 
coiHStituti, hi omnibus modis privBtarum aedium studia sibi in- 
ter dieta esse cognoscant, scituri quod si adversus coelestia sta- 
tuta facientes fuerint deprehensi, nihil penitvs ex illis pri- 
vilegiis consequentur, quae his, qui in capitolio tantum docere 
praecepti sunt, merito deferuntur. Habeat igilur auditorium 
specialiter nostrum in his primum, quos romanae eloqnentiae 
doctrina commendai, oratores quidem tres numero, gram- 
maticA>s vero decem : in his etiam, qui facundia graecitatis 
polltre noscuntur, qw'nque numero sint sophistae et gram- 



— 42 — 

matici deque decem. Et quoniam non in Ms artiims (gram- 
matica, rettorica, logica) tantum adolescentiam gloriosam 
optamus institui, profundioris qttoque scientiae atque éo- 
ctrinae (filosofìa, giurisprudenza) memoratis magistrù so- 
damìis auctores. Unum igitur adjungi ceteris volumus, qui 
pkilosophiae arcana rimetur ; duos quoqìie, qui juris ac 
legum voluntates pandant, ita ut unicuique loca specialiter 
deputata assignari faciat tua sublimitas (105), ne disd- 
puh sihi invicem possint obstrepere, vel magistri, neve Un- 
guarum confusio permixta , vel vocum aures quorumdam, 
aut menles a studio literarum avertat. Datum Constantino- 
poli, etc, etc. 



Degli . scrittori 
di cose pedagogiche e didattiche 

fra i Romani. 

Benché in quasi tutti i classici latini si leggano massime 
e dottrine intomo alla educazione e alla istruzione^ pure 
volendo io ristringermi a parlar soltanto di coloro che ve- 
ramente discorsero dell'una e dell'altra in modo più di 
proposito^ verrò qui riportando quanto più di notevole 
intorno alla pedagogia e alla didattica si trova negli scrìtti 
di Quintiliano e di Plutarco (104). 

Quintiliano, nato nel 42 di G. C, sembra che insegnasse 
Tarte oratoria in Spagna, trovandosi colà al tempo che 
Galba vi era preside. Certo è che esercitò l'arte di mae- 
stro^ e per molti anni, sotto .Domiziano. L'opera sua prin- 
cipale, dove discorre di cose pedagogiche e didattiche, è 
quella col titolo « De Institutione Oratoria » scritta nel 92 e 
95. Si rifa in questa dall'assegnare le regole sulle pi'ecau- 
zioni da prendersi non appena nato il fanciullo: come in- 



— 45 — 

gii ai debhonio i primi eiemeab. e quali >penAie 
il pdvt cQocepire iatorno ai ftìgliaolo: qoal ne debba 
oser 11 BBtrice» dato il ca:io che la madre, cui s()ecta na- 
tanlBBBle «imsto ^pacro dovere, aou po:s>a di per so ai- 
lattarlo: ffaak i fandalii. mer^sj intorno al iKimbiuo, quasi 
suoi frMeUi di latte, e primi saui cuiupagni : quali ì<* doti 
dei flHflBlri e dei pedagoghi: quale la lia^ua. e in qual 
laB{K> si debba ÌBComincijre a istruirlo. Fa la questione se 
sia migiiore l'edocazione in casa e privata o 1 altra delle 
seonle pobbliche, dove, dopo aver vagliato bene ì vantaggi e ì 
daBBÌ ooà della prima come delia seconda. in)ncludé col pre- 
ferire questa a quella. Vuole che il maestro e l'educatore si 
diano c^ni pensiero, e innanzi tutto, di scauibgtiare iingegno 
deHalonoo e il suo talento, perchè disgraziatamente non av- 
venga ehe il fanciullo sia messo [^r uua strada che non è la 
sua, ma invece ciascuno sia indirizzato a quello a cui per na- 
tura inclina. Raccomando die il maestro sia per eloquenza 
come per costumi eccellentissimo, e tale che sulieseinpio «iel« 
l'omerico Fenice insegni a ben parlare e a U'n opterà re ( 105). 
Come al tempo stesso raccomanda agli scolari di amare i 
loro precettori non meno dello stesso studio, riguardandoli 
siccome padri, da cui se non ebbero la vita del corpo, certo 
è che ebbero quella dell'anima. Tanto scrive Quintiliano 
nelle sue htituzioiù deltOraiore^ e più e più altri bellissimi 
precetti e tutti ntili, sicché facile sarebbe, scegliendoli, e 
disponendoli con un tal qua! ordine, riuscire a mettere 
insieme un trattato pressoché completo di pedagogia e di- 
dattica. 

Ma trattato completo di queste due materie non trovasi nella 
letteratura latina^ e solamente clii più toccò da vicino a com- 
porlo fu Plutarco, che nel suo opuscolo « Della educazione dei 
figlioli » da capo a fondo discorre sulla scienza e sull'arte del 
rinsegnare. Abbenchè greco di nascita e anche ^^' scritti, 
tuttavia^ vìssuto avendo a Roma per quacant' f\f 



— u — 

Simo ai principali dotti di quel tempo, gli storici mettono Pia-» 
tarco fra coloro che illnstrarono la pedagogia romana (107), 
tanto più perchè proprio è per avventura egli il solo cte 
ne scrisse sistematicamente. — PertaiMo questo libretto !è 
diviso in tredici capitoli. Persuaso Plutarco che la ba^ 
di un^ttima educazione è un matrimonio ben fatto, co- 
mincia, subito a discorrere della generazione, dando savi 
ammonimenti ai genitori che vìvano vita sobria, se vogHoti 
avere figli temperanti, e che l'uomo non si congiunga «m 
femmina vile e poltrona, se desidera che la prole riesca 
celebre e illustre. Si educhi il bambino a virtù, al compi- 
mento della quale sono necessarie tre cose: la natura, la 
ragione o disciplina, la consuetudine o Tesercizio. Somma 
cura si metta nella scelta dei maestri : e siano onesti prima 
d'esser bravi; né sì guardi a spesa. Principio, mezzo e 
fine di un'ottima educazione è questo, che l'ordine della 
vita sia virtuoso, l'erudizione sia legittima e vera. I pa- 
dri amino i figliuoli, ma non di troppo: usino la ripren- 
sione, si sdegnino anche, ma il loro adirarsi sia subitaneo 
e non durevole, così che degeneri o sembri degenerare in 
odio. Affidino pure ai maestri i loro figlioli, ma invigilino 
se quelli e questi fanno il loro dovere. Sopratutto è da 
raccomandarsi che i padri siano un bell'esempio e chiaro 
ai loro figli, non solamente non errando, ma facendo tutte 
le cose a dovere e onestamente, acciocché questi, riguar- 
dando nella loro vita come in uno specchio, s'allontanino 
sempre da ogni bruttezza e nel parlare e nell'operare. — 
Fra i precetti didattici noto principalmente quello di 
non lasciar che i fanciulli dicano di troppo all'improv- 
viso, aprendo la bocca in ogni incontro, e questo per non 
assuefarsi a una vana loquacità, fonte di parecchi guai. 
Non si condanni però chi insegna a dir presto e bene^ 
ma si tenga qui una via di mezzo; né si tolga affatto al 
giovinetto questo modo di far prova della sua forza; di- 



— 46 — 
kiMÌsndio sii 'improvviso: [taro ilnliiillro cauto sì j^uardi 
ebe nou uu abusi, rontleadosi teiaerario e asdauemente 
sfaccialo. E poidié a bea parlare- oecessuriu è la maleris, 
questa si attinga da uua buona iilosofia, principale e capa 
4i tutte le altre scienze. Lo quali si debbono iniparare si, 
ma solo nel senso cbo tulle le parti dai sapere si dleao 
nano a vii>;ada, assodando gli scolari ìq una dottrina, cbe 
è appunto la hlosoRs slessa. Alla cultura di questa si unisca 
eiiandìo quella delle civili faccende, accoidando insieme la 
vita i;onieni piativa e l'operativa, in cui sta il pregio del- 
l'uotno veramente perfetto. — l>el resto poi Plul.'irco con- 
-cluile l'opusuolo con una verilii solenne in peda^^ogia e 
in didattica, -cioè che tacile cosa è sciorinare precetti, dif- 
ficilissimo poi metterli in pratica, tanto più che le regole 
sono belle <i care, ma in fallo di educazione e di istru- 
EÌono non bastano, oouuìossiauhà vi sia anche mestieri di 
aver avuta fortuna oell 'incontrare un alunno naturalmente 
docile; benché a ridurre aache queste buone indoli al 
T&ro loro pujito vi sia sempre bìsog:no di molta industria 
e diligenza moltissima (lOft). 



Luoghi ili ucriKori latini siili 'educazione e siili' istruzione. 



per ouiiiodo di coloro, 
pongo qui lu citazione ' 
leggendo i classici e ■ 
accennano a cose p'-'-" 
maestri, ecc. Ne 
ifftv^ ragionasi ìa ^ 



< ili questi stadi, 

■ Liccorso trovare 

II. dove questi 

j> parlano di 

t di luoghi . 

istruzione: 



— 48 — 



3* Classe. 



Ausonio, Commemoratio Profess. BurcUgalensium. 
Cicerone (Lettere), Ad Divei^sos, [X. 18: XII. 16: XVf, 21. 

— De Finihm, IH. 2. 

Cornelio Nipote, Pref. alle Vite, e Vita d'Epaminonda, 1, 2. 

Giulio Cesare, De Bello Gallico, lib. VI. 13, 14. 18. 19, 21. 

Macuoiuo, Satiomali, IH. 14. 

Orazio, Ode 4, IH. — Sai. 6, I: 10. I. — Epist. 1, II; % IL 

Persio, Satira II. 

Plauto, Asinaria, atto 1, s. 1. 

— Bacchides, atto 1, s. 2; atto 5, s. 3: atto o, s. 2. 
Plinio Secondo, Epist. 13, IV. 

Sallustio, Catilin. 7, 13, 14, 16, 17. — Giugurt. 6. 
SuLPiziA, Satira quando al tempo di Domiziano si ban- 
dirono da Roma i filosofi. 
Svetonio, De lllustribus Grammaticis ) .^ .. 

— De Claris Rhetoribn^ ) 

— Vita di Cesare, 26, 42, 44; Augusto, 38, 42, 44, 
48, 64, 65, 89, 94, 98; Tiberio, 6, 14, 32, 36, 56. 
57; Caligola, 18, 34; Clat^dio, 2, 21; Nerone, 6, 7, 
35, 52; Vitellio, 14: Vespasiano, 2, 18: Domiziano, 
10, 20. 

Terenzio, Phormio, atto 1, scena 1. 

Tacito, Dialogo t Della peì^duta eloq. » 28, 29, 30, 31, 32. 

— Annali, IH, 31, 43, 66; IV, 44; XI, 11, 13; XH, 
8, 41; XHI, 2, 3, 11; XIV, 3, 15, 20: XV, 71. 

— Vita d'Agricola, 4. 

Tito Livio, Hist ecc., HI, 44: V, 27: VI, 25. 



— 40 — 



NOTE AL I.IBBO I. 



1) De Repuhliea, ir, 3. 

5) MACROBiOt 1, 16, 36. 
8) Persio, Sat. 2. 

4) Yaaronb, apud Non. 3, 310 — Terbnzio nel Phormio, atto x, 
-sa 1. 

5). De Ci9it. Dei, nr, 11. 

6) Macrobio, Saturn. 1, 4 — Giovenale, Sat. 5 — Persio, Sat. 5. 

7) Dialogo della perd. eloquenza, 28. 

8) Tra i traetuìli da hambini Cicerone ricorda i Crepundia, 

9) Di Giulia Procilla, madre d'Agrìcola, lo stesso Tacito scrìve 
(nr) che fu rarae castitatis : in hujus sinu indulgentiaque educatU9 
(Agrìcola), per omnem honestarum artium cultwn pueritiam adoU^ 

-^entiamque transegit, 

10) Cic. ad Atticum, 6, 1 — Plinio, Ht<^. nat, 8 — Properzio» 5, 1. 

11) Giustiniano, Instit, 1, 22. 

12) Tito Lmo, Hist. ecc. 22, 57. 

13) Cicerone, prò Coelto, v. 

14) Plinio, Epist. 8, 14. 

15) Ode 6, ni. 

16) Eneide, vin, 514, e ix, 599. Trad.. del Caro. 

17) Atto in, scena 3. 

18) Chiamarono pancra%i€iste quel lottatore che usava ogni sforzo 
-^ corpo e arte, come pugni, calci, ecc., pur di abbattere Tav- 
Tersarìo; e questo esercizio lo dissero pancì'azio, 

19) Eneide, ▼, 596 — Annali, zi, 11. 

20) Seneca, Controv. 1, Praef. — Tacito, Annali^ xir, 20. 
31) Seneca, Epist. xv — Svbtonio, Vita di Giulio Cesare, 26. 
22) Saturn. 3, 14. 

28) Ode 4, iv, e 6, ni. 

24) Istrìoni. 

25) Dial. della perd. eloq., 29. 

26) Inst. Orat., 1, 2. 

27) Satira ni. 

28) Satira xnr. 

29) Aeinaria, atto i, se. 1 — Bacchides, atto in, se. 3. 
^0) Nel dialogo « Di quei che stanno co' signorì ». 

MiCBBLi, Steria deila Pedagogia in Italia I 



— 50 — 

31) Orazio, Arte poet, v. 161 — Claudio ebbe per pedagogo an 
cavallaro! — Svetonio, Vita di Claudio, ii, 

32) Hist. VII, 25. 

33) Hist. IH, 44 — Il luogo ove si faceva scuola si disse anch» 
apergula » — Svet. De ili. gram, xvni — E Vita d'Ottav. AttgustOj 94. 

34) Hist. V, 27. 

35) Phormio, Atto i, se. 2 — Svetonio, De ili. gram., xv; e 
Vita d'Augusto, 98 — Plinio, epist. 13, iv. 

36) De ili. gram, 3. 

37) Così Lampridio nella vita d'Alès. Severo, 57. 

38) Vedi discorso posto innanzi ai ricordi dì Marcaurelio tra- 
dotti da Luigi Ornato, ecc. Firenze, 1867. 

39) Satira v. 

40) Epigram. 69, ix. 

41) Orazio, epist. 1, lib. ii — Vedi anche Svetonio, De HL 
gram., ix. 

42) Lib. I, cap. 3. 

43) Satira i, v. 15. 

44) Marziale, epigr. 62, z. 

45) Orazio, satira vi, lib i. 

46) Svetonio, De ili. gram., vii — Varrone, De re rustica, 3, % 

47) Vita di Vespasiano, iviii. 

48) Vedi in generale « De ili. gram. » e in specie i parag. 3 e 17. 

49) Simmaco, epist. 5, 85 — S. Girolamo, Comment. Efesi, 4, 196. 

50) Ist. dell' Orat. 1, 1. 

51) Lo stilo' da una parte era aguzzo, e serviva per scrivere ; 
dall'altra, piatto, e usavasi per cancellare. 

52) Arte poetica, v. 325. 

53) QuiNTiL., inst. lib. xi, cap. 3 — Beda, trattato dei numeri 
degli antichi, ecc. 

54) Vita d'Epamin., capp. 1 e 2 — E anche la pref. alle Vite, ecc.. 

55) Varrone, Nom. 2, 70. 

56) QUINTIL. Ist., 1, 10. 

57) QuiNTiL. Ist., I, 10. 

68) Svetonio, De ili. gram. , 1, % 3, 4. 

59) Svetonio, De Ci. Rhetor,, 1. 

60) Svetonio, ivi. 

61) Sat. 1. 

62} Nel dialogo « H Precettore dei Retori » 

63) Annali, xv, 71. 

64) Svetonio, Vita di Domi%iano, 10 — In tale occasione domi* 



— 51 — 

SuVpizia scrisse la famosa Satira, che in genere si trova a stampa 
-unita a quelle di Persio. 

65) SvETONio, Vita di A. Vitelìio, (14) e di Tih. Nerone (36). 
«6) SvBTONio, Vita di G. Cesare (42) e d'Ott. Augusto, (42). 
6*7) Institus. di Giustiniano, ix, lib. i. 

68). Le stesse leggi delle xii Tavole hanno altri responsi circa 
alla potestà paterna^ e sono questi : « Tosto dal padre uccidasi un 
figlio notabilmente deforme. Sia libero dal padre un figlio ven- 
: duto già tre volte » (Tav. iv). 

%9) Digesto 37, 15, 8, pag. 652 — Cito l'Edizione di Lipsia, in 
tre volumi, 1858. 
•70) Ivi, I, pag. 651. 
71) Codex, 8, 50, 1, pag. 559. ' 
7S) Digesto, 27, 2, 1, pag. 437.* 
73) Ivi, ecc. 
1 74) Ivi, 5, pag. 438. 
L 75) Ivi, 25, 4, 1, pag. 406. 

; 76) CodeXf 5, 49, 1, pag. 345 — Confronta anche Digesto, 43, 
[ 30, pag. 801. 

i 77) Dig. 27, 2, 1, pag. 438. , 
[ 78) Dig, 26, 7, 12, pag. 418 — Dig. 27, 2, 3, pag. 438. 

79) Dig, 27, 2, 3, pag. 438. 

80) Dig. 27, 2, 2 e 3, pag. 438. 

81) Ivi, ecc. 
SS) Codex, 9, 15, 1, pag. 593. 

83) Codex, 10, 52, 7, pag. 666. 

84) Codex, 10, 52, 8, pag. 666. 

85) Codex, 10, 52, 2, pag. 666. 
. 86) Codex, 10, 52, 6, pag. 666. 

[ 87)" Vedi il commento che a questo luogo del Codice fa Gio- 
y)anni De Platea, pag. 82. 

88) Codex, 10, 52, 11, pag. 667. 

89) Digesto, 50, 4, 18, pag. 952. 

90) Digesto, 50, 5, 10, pag. 953. 

91) Digesto, 27, 1, 6, pag. 429. 

92) Voet, Comment. ad Pandectas, Voi. ii, pag. 976, Coloniae 
f Mlohr. 1767. 

ì 93) A proposito di questa città della Fenicia leggesi nel Co- 
{ dice istesso (1, 17, pag, 96) l'elogio di due celebri leggisti, Do- 

toteb'S Anatolio, che ivi insegnarono, e le parole sono queste... 

ZH)rothewrn virwtn illustrem et facundUsimum quaestoriumf quem in 



a 






— 52 — 

Beryttensiwn splendidissima cwitate leges discipulis tradenUm^jpnpUr 
ejus optimam opinùmsm eiglwia'm^ ad nos deduximus^ pariiciptitnqu 
hujus operis fecimiLs (cioè alla compilazione del Codice steKK^i 
isd et Anatolium^ virum illustremf magistrumf qui et ip^è cynfi 
Berytienses juris interpree constitutuSf eie. 

94) Codex, 10, 49. 1, pag. 665. 

95) Codex, 10, 49, % pag. 665. 

96) Codex, 10, 41, 2, pag. 660. 

97) Parlando qui di scolari, ricorderò in nota^ come cosa ji 
minor momento, una provvisione sul domicilio dei medesimi: Qw 
studiorwn causa aliquo loco morantur, nec domicilium ibi haJbsn 
cì'edwntur, nisi, decem annis transactis, eo loci sedes sibi conjft- 
iuerint. Poi soggiunge che nemmeno il padre dello scolare ac- 
quista domicilio, benché, propter filium studentem frequentius ài 
ewn commeat, — • Codex, 10, 39, 2, pag. 659, ^ 

98) Costoro erano in un numero stahiUto, come tra pocQ Tè- 
dremo. 

99) Codex, 12, 15, 1, pag. 731. 

100) De Antiquit. Acad. Diss,t vi. 

101) Vi fii un tempo che come in Grecia /'Luciano, Dial. Àni- 
corsi), cosi anche in Roma i giovanetti imparavano a mente lo 
fondamentali leggi dello Stato, e Cicerone scrive di sé stesso nir- 
rando: Discehamtks pueri zìi tabulas ut carmen necessarium, quat 
jam nemo discit (De "Uqihus^ 2, 23). 

102) Ricordo che più sopra ho detto come Adriano aprì un Ate- 
neo sul Capitolino, 

103) È diretta al Prefetto di Costantinopoli. 

104) Io ho tentato di spogliare tutti i classici e scrittori latinii 
cavando fuori da essi quanto vi si trova intorno all'educazione, 
alla istruzione, e anche a ciò che può importar di sapere per li 
storia dell'una e dell'altra presso i Romani. Questo spoglio è com- 
parso in altrettante lettere pubblicate dalla Rivista Universale^ ma 
non son venute tutte alla luce. Le già stampate sino a oggi si 
possono vedere nei fascicoli dei mesi e anni che qui seguono: 

Orazio maggio, 1871. Satirici agosto e settembre, 1871. 

Comici aprile, 1872. Plinio Secondo agosto, 1872. Plu- 
tarco.... febbraio, 1873. Adriano e i due Antonini giugno, 1873. 

Tacito ottobre, 1873. Luciano marzo, 1874. Seneca..... gia- 

gno, 1874. Storici... luglio, 1874. Quintiliano... dicembre,. 1874. — 
Mancano altre due lettere, cioè una su Virgilio j e l'altra sopra 
Cicerone^ pronte però per la stampa. 



— 55 — 

) Iliade, lib. ix. 

) Plutfrchus Rùmampottnmit Vetpanani Ca$»ari8 temporihus 
t, ibique principibus apprims earusi maanma' ingenti, erudi- 
, doctrinaetfue glcyria fioruit,,, QtMiàragintapropemodwn annos 
e Plutarchum vixisse arhiiratur, ibique uberrimam romanarwn 

i cognitionem hausisse Co:d il mio confratello di Reli- 

, e già collega in questa pisana Unirersità, p. Odoardo Cor- 
aella sua vita di Plutarco, posta innanzi alla dottissima tra- 
36 che fece « De Placitis Philosophorum » Fior. 1750, pag. vn. — 
reo poi nacque il 49 o 50 dopo G. C. 
) ScHMiDT, Geschichte der Pddagogik, Gothen, 1868. z. 447. 
I Pongo qui per ultimo il titolo di certe DietertaHoni ie- 
I, utili a leggersi per la storia della pedagogia romana. — 
lesti Ioan Augusti; De privata veterum romanorum disciplina; 
le, 1747. — b) De Raadt Petri ; Comparatio prindpiorwin edu- 
is apvd romanos et recentùtres ai^tis paedag, auotares; Halae, 
— c)Roèderi Leopoldi; De scKoUistica romanortmi institutUme; 
le ad Rhenum, 1828. — d) De romanorum studiisante Sulla/m; 
romanorum studiispost sullana tempora; -^i) De studiispro- 
.lium; — g) De susceptioney et ediicatione liberorum, etc. Queste 
B quattro si trovano presso Cristofori Cellarii; Oompendivmfk 
Hit, r(yman, Halae Magdeburg. 1759, pagg. 446 ecc., e 631. 



LIBRO II. 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 



IN ITALIA 



dal VI figo a tatto il M secolo (al 1300 ìnciosiTe) 



67 — 



GoDtiDoando io a scrivere la storia deireducazione e* 
deirìstrazione in Italia dal punto a cui Tho condotta^ ra- 
gionando della pedagogìa presso i romani^ e volendo sta- 
bilire qui il tempo^ da cui debbo prender le niosse per 
questa continuazione, mi pare che questo possa collocarsi- 
verso la metà del secolo vi^ conciossiachè, tra le altre cose^ 
io ho parlato ancora delle leggi ordinate da Giustiniano, 
che^ come si sa^ morì ai 14 nov. 565. Mi muoverò adun- 
que da cotesto secolo^ e venendo giù giù per i successivi, 
narrerò delle scuole, degli uomini che v'insegnarono, e delle^ 
opere che mano a mano comparvero in pedagogia e in^ 
didattica. Avevo pensato di dividere la materia secolo per 
secolo, e lo farò, ma intanto, riflettendo come di questa 
tempi tanto remoti da noi poche siano le memorie rimaste, 
così avviso meglio fatto di comprendere sotto una sola di- 
visione un'epoca più larga di cent'anni, e quindi ho pen^ 
sato di discorrere in questa, che sarà la seconda parte del 
mio lavoro, l'intera storia pedagogica italiana dal vi fino^ 
a tutto il xiu secolo, ossia fino al 1300 inclusive. 

Dopo la venuta di Cristo è fra i chierici e fra i mo- 
naci che bisogna cercare i maestri e le scuole, unite alla^ 
chiesa e dentro il monastero. Di queste scuole ecclesiastiche 
la memoria ch'io abbia trovato, delle più antiche fra noi, ^ 
la commemorazione che di queste ne fa un canone del se- 
condo Concilio Vasionense (1) celebrato il vi secolo (an. 5S9), 
e che dice così: Omnes presbyteri, qui sunt in parochm- 
constitnti, secundum consuetudinem, quam per totam Ita- 
Ham satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectoreà 
secum in domo retineant, etc* Questo canone, riportato dal 
Thomassin (2), .dimostra chiaramente come in Italia in 
un tempo anteriore al secolo vi esistevano già queste 



— 58 — 

scuole parrocchiali, e, se lecito fosse, si potrebbe anche 
indovinare da quando, non potendo crederle in piedi pia 
in su dei tempi di Costantino (morto 557); coiiciossiachò 
mi sembri impossibile che esistessero sotto gli imperatori 
pagani. Quindi queste scuole rimontano al secolo iv^ in 
cui si istituì ancora, e fu il primo a introdurla in occi- 
dente Eusebio, pastore della chiesa di Vercelli, la vita co- 
mune dei chierici insieme col vescovo ; il qual fatto m'in- 
duce a credere come in cotesto comunità dovevano esservi 
eziandio delle scuole. Aggiungi un altro argomento tolto 
dalla storia monastica. Nella regola dì s. Pacomio (ro. 548) 
si ordina lo studio delle scienze sacre, bandito però Taltro 
delle profane; per non dir poi delle costituzioni di s. Be- 
nedetto, nato nel v e morto nel secolo vi, ove si comanda che 
ogni monastero abbia una biblioteca, affinchè i monaci pos- 
sano opportunamente giovarsi di questi libri nelle loro let- 
ture (5). Che se le biblioteche monastiche hanno servito 
per farci concludere' come anche presso di loro dovevano 
esser scuole, così, e per la stessa ragione, altre librerie 
che noi troviamo esistere in Italia, ci porteranno alla /ne- 
desirna conclusione. È fama dunque che s. Ambrogio (m. 597) 
vescovo di iMilano, ne avesse una e copiosissima: due erano 
in Roma, presso il Laterano, ai tempi dllario, unto papa 
nel 461; benché si possa supporre con tutta certezza che, 
eziandio avanti, altri pontefici romani avessero procurato 
agli studi e agli studiosi cotesto vantaggio, sapendosi che 
alcuni fra loro, come s. Damaso (m. 584) e S. Leone (m. 461) 
furono letterati chiarissimi. Adunque per tutte queste te- 
stimonianze è facile concludere che in Italia, presso le 
chiese parrocchiali e vescovili, come nei monasteri, esi- 
stevano probabilmente scuole sin dal iv secolo, e con cer- 
tezza nel secolo vi (4). 

Altri documenti, ma posteriori di un dugent'anni ai già 
citati, noi troviamo ove si fa parola di scuole in Italia. — 



— 59 — 

Una carta del 767 ci attesta che sotto il portico della -cat- 
tedrale di Lucca era una scuola, e in due altre carte, an- 
che più vecchie, cioè degli anni 747 e 748, vi Dguraiio come 
maestri i sacerdoti Gaudenzio e Deodato. Negli archivi della 
cattedrale stessa si leggono i nomi di due altri maestri, 
cioè Tendualdo (737) e Benedetto (798). — In Roma erano 
scuole anche in un tempo più antico, imperocché i Bol- 
landisti narrano di Gregorio Magno (m. G04) che disci'- 
plinis Uberalibus, hoc est grammatica, rlietonca, dialecticay 
ita a puero esfinstitutus, ut, eie. (o). E di scuole esistenti 
in Roma parla anche Anastasio, bibliotecario, là dove rac- 
contando della venula di Carlo Magno in quella metro- 
poli. Tanno 774, scrive che T imperatore fu mcontrato a 
un miglio dàlie porte pueris, qui ad discendas literas per- 
gebant (6). — Da una carta dell'archivio cauitolare di Mo- 
dena, sempre di questi tempi, pare che tra i doveri dei 
parrochi di campagna vi fosse anche quello di tenere scuola, 
perchè Gisone, vescovo di detta città, dando la investi- 
tura di una pievania, sul fìnire doirottavo secolo, ingiunge 
al rettore di questa chiesa d'essere eziandio diligente in 
schola kabenda et pueris educandis. 

Cosi seguitando, ai primi del secolo seguente si ha da 
Lotario, re longobardo, un'ordinanza sugli sludi, dove tra 
le altre cose si stabiliscono alcuno città principali italiane 
come centri degli studi medesimi, e si indicano le minori 
le quali dovevano a ciascuna di quelle mandare i loro giovani 

a istruirsi. Primum in Papia convenient de Mediolano, 

de Brixia, de Laude, de Bergamo, de Novaria.... In Cre- 
mona discant de Regio, de Placentia, de Parma, de Mu- 
lina e cosi prosegue per altre città. Tra le quali, ol- 
tre le due ricordate, divennero focolare di sludi Torino, 
Firenze, Fermo, Verona, Vicenza e Cividal del Friuli. Leg- 
gesi nella stessa ordinanza che in Eboreja (Ivrea) ipse Epi- 
scopus per se faciat, e anche vi si nomina un professore. 



— 60 — 

ma ano solo^ che leggeva in Pavia, un certo Dnngala, 
che sembra fosse monaco e scozzese (8). 

Né minore zelo per le pubbliche scuole in Italia mo- 
strarono i pontefici romani di questi tempi. Innanzi a tutti 
Eugenio II rese un grande servigio agli studi colla pub^ 
blicazione del canone formulato nel Concilio di Roma del- 
r826, al quale sottoscrissero sessantasette vescovi italiani. 
Lo riporta il Baronie (9), e dice così: De quibìisdam lodi 
ad no$ refertur non magistros neque curap inveniri prò 
studio literarum. Idcirco in universis episcopiis, subiectisque 
pìebibìà, et aliis locis, in quibus necessitai occurrerit, om- 
nino cura et diligentia habeatur, ut magisiri et dodores 
constituantur, quia studia literarum liberaliutf^ue artium 
oc saneta habentes dogmata assidue doceant; quia in bis 
maxime divincLmanifestantur atque declarantur mandata. 
Sembra però che questo canone non producesse gli ef- 
fetti che se ne aspettavano, per colpa fórse di quella bar- 
barie e di quel disprezzo d'ogni letteratura. Quindi ò che 
ventisette anni dopo in un altro Concilio romano (a. 853), 
sotto Leone iv, i Padri querela vansi che liberalium artium 
praeceptores in plebibus, ut assolet, raro inveniantur. Nò 
doveva esser cosa facile trovar di questi maestri, e tanto 
che i congregati si contentarono decretare che non man- 
cassero almeno dimnae scripturae* magistri, et insUtutores 
ecclesiastici offidi (10). Tuttavia in Roma erano di questo 
tempo coltivati meglio che altrove gli studi, se deve cre- 
dersi ad Anastasio, bibliotecario di sopra ricordato, che 
spesso fa menzione delle scuole della basilica lateranense,. 
ove erano stati educati i pontefici Leone III, Pasquale I^ 
Stefano IV; e poi delle altre del monastero di s. Martino, 
extra moenia, presso la basilica di s. Pietro, ove era stato 
discepolo Leone IV (il). — Nò a Roma provvidero i soli 
pontefici, perchò sappiamo che Alfredo, il grande restau- 
ratore delle lettere in Inghilterra, in un suo viaggio che 



— 61 — 

fece in quella capitale r889, ordinò si rifabbricasse la casa 
dì un collegio^ che già da molto tempo ivi stava aperta a 
benefizio delle sue genti, e la quale per un incendio era 
stata distrutta. Quel convitto si chiamò allora CoUegium 
JSaxonicum, ed è il collegio inglese rimasto in piedi sino 
ai nostri giorni (12). 

Oltre Roma^ due altre città. Verona e Vercelli, ebbero 
scuole di questo tempo. Delle prime ne fa memoria Ra- 
terio, vescovo veronese, quantunque confessi che gli sco- 
lari venivano istruiti soltanto nei primi elementi delle let- 
tere, literis aliguantulum eruditi (13). Ottone vescovo di 
Vercelli ci ha lasciato ricordo delle seconde, ordinando col 
:suo Capitolare (§ 61) che i sacerdoti nelle campagne e 
nei borghi tengano scuola, e gratuitamente insegnino ai 
fanciulli che verranno ad essa mandati : presbiteri etiam 
fier villas et vicos scholas habeant, et, si quilihet fidelium 
mos parvulos ad discendas literas eis committere vtUt, eos 
^uscipere et decere non renuant. 

Prima poi che io lasci di discorrere di questi due se- 
coli vili e IX, aggiungerò qui la notizia di alcune leggi 
scolastiche, le quali si posson vedere nel Corpus Juris Ger-- 
manici pubblicato per cura di Ferdinando Walter a Berlino^ 
1824. — Sono queste quasi tutte ordinanze che si leggono 
nel Capitularéim Karoli Magni et Ludovici Pii, le quali 
mi sembrano da citare, non foss'altro, perchè questi due 
personaggi compariscono nella storia del nostro paese, 
e poi perchè di certo parecchie di cotesto leggi ebbero vi- 
gore anche in Italia, o almeno sul loro stampo se.,ne mo- 
niellarono delle altre. Frattanto, per comodo di chi mi leg- 
gerà, ricorderò come il primo di questi due sovrani, nato 
il 742, ebbe la corona di re longobardo il 774, e poi l'al- 
tra di imperatore d'occidente neirSOO, e dopo quattordici 
«nni morì. A lui successe nello impero d'occidente Lodo- 
vico Pio (814 a 840). — Ecco ora quello che di più no- 



— 62 — 

labile al caso nostro si legge nelle raccolta del Walter. 
Primieramente una Costituzione di Carlo Magno (a. 788) 
de scholìs per. singula episcopia et monasteria instituendis. 
Lamentasi il legislatore che gli siano stati indirizzati da 
alcuni conventi certe scritture, dove ha trovato sensus re- 
ctos, ma sermones mculios. Perciò gli esorta a non negli- 
gere literarum studia. Quindi vuole che si scelgano mae- 
stri, e tales qui et voluntatem et possibiìitatem haheant alios 
instruendi (tomo ii, p. i, png. 63) (14). — Nel Capitolano 
Aquisgraneuse (a. 789) si legge... ut scholae legentium pue- 
rorum fiant. Psalmos, notas, cantiis, computum, grampiaticam 
per singula mffnaslpria vel episcopia dtscant... libros catho- 
licos heri^ emeudaios habeant (ivi, pag. 95). — Nel Capitolarlo 
Francofordiense (a. 79i) si ordina... ul unusquisgue episco- 
pus sihisubditos henedoceatet instruat (ivi, pag. 119). E poco 
appresso: Puellafi, quae a parentibus privatae fuerint, sub ^ 
episcoporum et preshijterorum praevidentia, gravioribus foe- 
minis commendentur (ivi, pag. 120). — Nel Capitolario del- 
r827 si trova comandalo ut parentes filios suos, et patrui 
eos, quos de fonte lavacri suscipiunt, erudire summopere 
studeant: UH, quia eos genuere, et eis a Domino dati sunt; 
isti vero, quia prò eis fidejmsores existunt (tomo ii, p. 2, 
p. 449 e 522). — Finalmente nel Capitolario stesso (ivi, 
pag. 780) si legge: Inter nos pari consensvF decrevimus ut 
unusquisgue episcoporum if scholìs habendis et ad utili- 
tatem ecclesiae militibus praeparandis et educandis, abhinc 
majus studfum adhiberet. Et in hoc uniuscuiusque studium 
volumus probare, ut, quando ad provinciale episcoporum 
concilium ventum fuerit, unusquisque rectorum scìmlas- 
ticos suos eidem concilio adesse faciat; quatenus et cae- 
teris ecclesiis noti sint, et ejus solers studium circa divinum 
cultum omnibus manifestum fiat. 

In tutto il secolo seguente, che è il decimo, trovo altri 
documenti al mio proposito. — Innanzi a tutti una bolla 



— 63 — 

di Benedetto IV, in data deiranno 905, da cui ricavasi che 
a Pisa alcuni canonici leggevano teologia e saci-i canoni (lo). 
•Poi un luogo di Glabro Rodolfo, che nella sua storia (16) 
ricorda un tal Vilgardo, chiamandolo grammatico, il quale 
datosi a credere di essere stato assicurato della immorta- 
lità da Virgilio, Orazio e Giovenale, comparsili in sogno, 
prese a insegnare che quanto quei tre dicevano era tutto di 
fede, e fu condannato dairarcivescovo Pietro. Ciò accadeva 
in Ravenna sullo spirare del secolo decimo. — A questo 
secolo in parte, e in parte al seguente, sono da riporsi quattro 
diplomi della stessa città, degli anni 984, 1002, 1023 e 1036, 
dove si ricordano certi maestri di scuola, forse più vera- 
mente laici che chierici, e furono Giovanni di Leone, Gio- 
vanni, Pietro e Arordo (17). 

Nel secolo susseguente trovo che s. Pier Damiano (m. 1072) 
racconta nelle sue lettere (18) com'egli studiò prima a Faenza, 
poi a Parma; ricorda il nome di due maestri, Ivone e Gual- 
tero, e in fine si duole di vedere i monaci theatralia gram- 
m'aticorum gymnasia insoUnter trrumpere. — Nella storia 
dei vescovi di Siena, scritta dal Pecci, all'anno 1056 si 
ricorda un Rolandus Clericus colla qualifica dìprior scholae. 

— In un sinodo celebrato a Roma il 1078 fu ordinato ai 
vescovi di tenere una scuola di lettere in ciascuna delle 
loro sedi (19). — Sebbene debbo notar qui cosa che forse 
avrei potuto far prima, cioè che non solo alle chiese ve- 
scovili erano aggiunte delle scuole, anche in tempi anti- 
chissimi, ma a molti capitpli e collegiate eziandio, argomen- 
tandosi questo facilmente dal titolo che ivi si dà a un canonico 
di magister scholarum, o scholasttcus, o magis schola, ecc. 

— È di questo secolo xi il poeta Wippo che nel suo pa- 
negirico d'Arrigo III invita questo monarca a mettere su 
in 'Germania quelle scuole, egli dice, che son in uso in 
Italia, e dove accorrono gl'italiani tutti,, non appena ab- 
biano abbandonato i balocchi. — Un altro poeta, Alfano di 



— 64 — 

-Salerno, vissato anch'egli nel xi, celebra la prosperiti delie 
scuole di Aversa, ut optima dispar non sis Atheniiy e canta 
<lì Guglielmo grammatico onorato e divenuto ricchissimo (20). 
— E scuole di certo erano a Milano in questo secolo, e 
senza forse più antiche^ perchè Landolfo il vecchio, scrit- 
tore milanese del secolo xi, ci informa che in atrio inte- 
riori (della metropolitana).... philosophorum scholae diver- 
-samm artium peritiam habentium, ubi urbani et extranei 
clerici philosophiae doctrinis studiose imbuebantur, erant 
duae; In quibus ut clerici,.,, curiose docerentur, longa Im- 
porum ordinatione, arcMepiscoporum antecedentium stipendUs * 
a camerariis illius archiepiscopi, qui tum in tempore eroi, 
annuaMm earum magistris donatis, ipse praesul multoHes 
adveniens, saeculi soUicitudines, a quibus gravabatur, a se 
depeUebat, ac magistros et scholares in studiis adhortans, in 
palatiis se se demum recipiebat Ambrosianis (2i). Questa 
testimonianza storica fa molto, onore alla chiesa, milanese, 
sia perchè ci insegna come queste scuole erano in piedi 
^nche prima del secolo xi, sia perchè è non poco merito 
in quei tempi di tanto grande barbarie il sentire che ivi 
si faòeva una lettura di filosofìa. Del resto anche un'altra 
cronaca di questo secolo istesso ricorda il nome di dae 
.preti Andrea e Ambrogio BifS, Tuno e l'altro maestri a 
Milano (22). 

Cent'anni dipoi, noi troviamo ripetuta presso a poco in 
un altro Concilio la ordinanza istessa ricordata poco più 
^pra. Difatti nel terzo lateranense, celebrato il ii79, 
sotto Alessandro III^ si stabilì che dal vescovo insieme col 
Capitolo fosse eletto un maestro di grammatica, e nelle 
metropolitane aggiunto un lettore di sacra scrittura, e di 
quella che oggi chiamasi teologia pastorale, ossia di ciò che 
è necessario al reggimento delle anime (25). — Ma la città 
più florida per le scuole in questo secolo xu sembra che 
-fosse Parma, se si ha a credere a Donizone, il quale ci lasciò 



— 65 — 

rscrìtto come ivi si insegnavano le sette arti del trivio e del 
^adrivio^ cioè grammatica^ rettorica, dialettica, aritmetica, 
geometria^ musica, astronomia. Fu dunque Parma appel- 
lata Crisopoli, 'ed ecco i versi di questo prete e monaco a 
Canossa in quel di Reggio (24): 

Crisopolis dadum graecorum dicilur usu, 
Avrea sub lingua sonai urbs haec esse latina, 
SciUcet urbs Parma, quia grammatica manet alta, 
Artes ac septem studiose sunt ibi lectae. 

-Fra i maestri, che a Parma insegnarono^ si ricordano i 
tre preti Omodei^ Ingo e Sigifrido. 

Nel secolo xii metto ancora Tincominciamento della Uni- 
versità di Bologna, perchè sebbene nel xi vi fossero alcune 
scuole, tuttavia quella di leggi, che fu il nucleo di quel 
celebrato ateneo, ebbe principio da Irnerio, bolognese di 
nascita, e del quale si perde ogni memoria dopo il 1118, 
ossia sui primi del xii. Questa Università onorata in prima 
da Federigo II, quando per la seconda volta, nel 1158, 
venne in Italia, ebbe poi altri privilegi da Alessandro IH, se- 
nese, il quale prima d'esser papa vi aveva letto sacra scrittura. 
Nuovo argomento è questo che in Bologna, oltre le legali, 
Y^erano in antecedenza scuole di altre discipline. Comunque 
è a ricordare qui che il Paparoni, divenuto pontefice, in- 
dirizzò un'epistola legis doctoribus, caeterisque magistris, 
Bononiae commorantibus, la quale è il primo esempio 
di una lettera papaie scritta a una pubblica Università. 

Né a Bologna soltanto,, in questo secolo, ma forse anche 
in altre città italiane, erano scuole di giurisprudenza, e con 
tutta certezza a Modena, Mantova, Padova, Piacenza, e con 
qualche probabilità a Pisa e a Milano. 

Nel secolo stesso duodecimo debbo ricordare la Gostitu- 

^^one di Federico I Barbarossa, pubblicata sui campì del 

Po, a Roncaglia, presso Piacenza, Tanno 1158, colla quale 

sveniva concesso ai maestri e agli scolari il privilegio del 

Micheli, Storia della Pedagogia in Italia 5 



~ 66 — 

foro, si che non potessero esser chiamati a render conto 
di sè^ nisi coram domino vel magistro suo, hoc est, rectore 
scholarum, seu magistratu academico. La ragione di que- 
sto privilegio è doppia: jjrifna, quia sdentia scolarium et 
maxime professorum totus illuminatur orbis, et ad ohedien- 
dum Beo et hov/tinihus vita subditorum informatur: altera, 
quia stìidiosi amore scientiarum patriam deserunt, et alibi 
quasi exules vivunt; e quindi degnissimi di questo favore. 
Il quale estendevasi alle cause civili come alle crimi- 
nali^ e a quelle di minore e alle altre ^i maggiore gra- 
vità. Lo godevano le scuole tutte in generale^ fossero que- 
ste Università complete, o facoltà speciali, o pubblici 
ginnasi, ecc. Né i maestri soltanto cogli scolari avevano 
cotesto privilegio, ma le loro mogli, anche rimaste vedove, 
i figli e i servi stessi, ai quali si aggiungevano ancora gli 
ofiScialì inferiori delle Università stesse, come i cancel- 
lieri, i notai e i bidelli medesimi (Vedi Maschat e sch. piis, 
Inst. Can, Florentiae, 1854, IL 337). 

Vengo ora al secolo terzodecimo, e trovo che Inno- 
cenzo III papa, e dottissimo, avendo raunato il 1215 il 
quarto lateranense rinnovò il canone stabilito nell'antece- 
dente, da noi sopra riportato, e con più di calore, aggiun- 
gendo fra le altre cose che i maestri godessero ciascuno 
di una prebenda a vivere onestamente (25). AI qual fine, 
e perchè meglio si potesse effettuare cotesta legge, il suc- 
cessore Onorio III ordinò che i Capitoli mandassero alcuni 
giovani canonici a studio nelle pubbliche Università, accor- 
dando a questi la licenza di non risiedere (26). Onorio stesso 
nominò maestro del Sacro Palazzo s. Domenico, che in frat- 
tanto nelle pubbliche scuole leggeva le epistole di s. Paolo 
a un'affollata udienza (27). Altri pontefici protessero gli 
itudi^ come Gregorio IX, successore di Onorio, e più di lui 
Innocenzo lY, il quale ito a Napoli, ove morì Tanno 1254, 
ibi generale Studium theologiae, decretalium, decretorum atque^ 



— 67 — 

lègum, in pakaio suo, sicut ubique fecerat, ordinava (28). 
Del qaal pontefice infine ò ornai celebre^ perchè divol- 
gatissima^ la saa bolla^ in data dell'anno stesso della sua 
morte, dove, considerando come punto fossero curati gli 
studi della teologia e lilosofici, e troppo invece gli altri di 
giurisprudenza, e volendo ricondurre le menti alle lezioni 
della teologia, che è la scienza della salute, o per lo meno 

agli studi filosofici, nei quali si discoprono i primi raggi 

delle verità eteme, e Inanima vi si fa libera dalla cupidità 

radice d'ogni male ordina che d'ora in appresso niun 

lettore di legge o dottore di qualsiasi grado e fama possa 
aspirare a prebende, onoranze e dignità ecclesiastiche, e né 
anche a benefizi minori, se non ha dato prove d^ idoneità.,,. 
Che se qualche prelato s'attenti rompere cotesto salutare di- 
vieto sia nel fatto stesso spogliato della facoltà di conferire 
benefizi vacanti; e se poi sarà recidivo verrà punito collo 
spirituale divorzio e privalo della sua prelatura, etc. 

Ma veniamo a discorrere della fortuna varia che ebbero 
in questo secolo xiii le nostre Università. — In prima 
quella di Bologoa, nel 1204, fu trasferita quasi tutta di 
peso a Vicenza, dove alcuni professori passarono coi pro- 
pili scolari, e solo dopo cinque anni tornarono airautìca 
sede. Più tardi, e cioè nel i26i, si trovano alcuni mae- 
stri a ins^nare legge nella stessa Vicenza, e sembra che 
questo riapparire in essa un'ombra di Università si debba 
attribuire alle pratiche di Bartolomeo da Braganza, frate 
domenicano^ e allora vescovo della chiesa vicentina. — Un 
secondo smembramento soffri l'Università di Bologna il 
i2iS^ quando Roffredo da Benevento sciamò co' suoi sco- 
lari ad Arezzo, dove era già uno Studio, li statuti del quale 
furono poi pubblicati il 1256. Ma la grave sciagura che 
toccò a Bologna fu l'altra del i222, quando, non uno, ma 
molti de' suoi lettori e parecchi scolari se ne fuggirono a 
Padova, dove sebbene, come abbiamo visto, fossero scuole 



— 68 — 

di legge anche nel secolo passato, però in quest'anno ebbe 
il suo vero comìociamento cotesto Stadio, rivaleggiando 
coiraltro di Bologna. E quasi questa burrasca fosse poca 
cosa per lo Ateneo bolognese, un'altra più fiera gliene so- 
pravvenne pel fatto che Federigo II si mise a favorire 
l'Università di Napoli a scapito di quella di Bologna, e 
tanto che il 1225 ordinò si chiudessero tutte le scuole di 
quest'ultima, e che quanti vi fossero scolari si recassero 
invece in quelle della prima. Fortuna volle che appunto 
in quell'anno comparsa la lega delle città lombarde, e tra 
queste essendo Bologna, l'ordinanza di Federigo andò al 
vento: l'Università bolognese restò in piedi, e Io stesso 
imperatore, due anni dipoi, cancellò il fatale decreto di 
chiusura (29). 

Nò minori vicende ebbe l'Università di Napoli. Tutti 
sanno come Federico II, morendo il 1250, lasciò due figliuoli 
Corrado e Manfredi. Il primo, che successe al padre, apri 
ai danni dello Studio napoletano, l'altro generale di Salerno. 
Ma morto anche Corrado, il 1254, e venuto Manfredi al 
governo, tornò in fiore l'Università napoletana, né a Sa- 
lerno rimase che l'unica scuola, divenuta in seguito celebra- 
tissima, di medicina (50). Del resto lo Studio napoletano 
ebbe poi favori anche da Carlo I e da Carlo II. 

E giacché m'é venuto fatto di nominare più volte Fede- 
rico li, voglio dir qui come sia una favola aver egli dato 
vita allo studio di Ferrara. Certo é però, in virtù di te- 
stimonianze del 1264, che anche in questa città erano scuole 
di legge, di medicina, grammatica, dialettica, benché non 
formassero una corporazione vera e propria da qualificarla, 
almeno allora, per Università di studi (51). 

Noi abbiamo già visto quale e quanto grande premura 
avessero per gli studi e per le scuole i sommi pontefici. 
Qui dobbiamo aggiungere due altre notizie; la prima che 
l'Università romana ebbe principio in questo secolo per 



— 69 — 

opera particolarmente di Innocenzo lY. — La seconda che 
a qaesto pontefice deve la sua istituzione l'altra di Pia- 
cenza^ fondata con Breve de' 6 febbraio i248. 

È incerto se a Modena v'ebbero in questo secolo altre 
scuole, che di certo vi fiorivano quelle di legge. — Né 
mancano memorie di cattedre a Reggio, a Parma, a Milano, 
a Pisa, a Bassano, a Trevigi, nella qual ultima città può 
dirsi che veramente formassero una corporazione, e co- 
stituissero propriamente uno Studio. 

Dirò per ultimo che, abbenchò non si abbiano documenti 
a provare che letture teologiche fossero ancora state in- 
trodotte nelle Università, certo è però che dopo la fon- 
<]azione dei frati di s. Domenico e s. Francesco, molte città 
in Italia ebbero scuole e maestri di lettere sacre, tra i quali 
basti ricordare Antonio da Padova (m. 1231) e Tommaso 
d'Aquino, del quale più in particolar e più a lungo par- 
leremo fra poco. 

Accennate così le origini e le vicende delle varie scuole 
italiane dal vi secolo sino a tutto il xiii, veniamo ora, giusto 
quello che abbiamo promesso, a dir poche parole delle opere 
e degli scritti in questo medesimo spazio di tempo com- 
parsi fra noi. 

Però è mestieri che io innanzi faccia una osservazione. 
Siccome in questa istoria non mi avvenne mai fin ad ora 
di ricordare nessuno dei Padri della Chiesa, pongo qui 
quello che negli scritti di costoro, e fra nostri, mi è oc- 
corso di trovare intorno alla educazione. Rammenterò ì 
somi di s. Ambrogio da Milano e di s. Girolamo, i quali 
per ragione dei tempi in cui vissero avrebbero dovuto es- 
sere da me collocati innanzi a questa parte, la quale muove 
dal secolo vi dell'era cristiana. Tuttavia io qui gli colloco, 
perchè proprio non ho saputo trovare per essi luogo mi- 
gliore. — Pertanto fra gli scritti di s. Ambrogio (m. 397) 



— 70 — 

debbo notare un luogo de' suoi Offizi, ove parla, o, a mdr 
glie dire^ fa un semplice cenno dei doveri del giovanetto, 
confortando il suo dottrinale con esempi tolti dalla storia 
degli antichi patriarchi. Questo luogo è il capìt. 17 del 
Lib. I. — Nelle opere poi di s. Girolamo (m. 420) è da 
vedersi la sua lettera a Leta sul modo di allevar le figliuole, 
dove, fra gli altri, sembrano e sono degni di molta consi- 
derazione questi precetti: Le si facciano lettere o di bos- 
solo di avorio, e sieno chiamate per i loro nomi: con 
queste si diverta, acciocché il gioco siale (f erudizione. Né 
sappia solo le lettere per ordine, sì che la memoria dei nomi 
si riduca a una canzoncina, ma e esso ordine delle lettere 

spesso si muti. acciocché le conosca non solo col suono, 

ma anche col vedere. Così prosegue il santo dottore trat- 
tando della maniera di imparare la calligrafìa, ecc.; e tanto 
in questi precetti di didattica, come in quelli di pedagogica 
che detta dipoi, scorgesi bene che egli tiene per guida gli 
scritti di Quintili iano, salvo le aggiunte che vi fa, mas- 
sime ai secondi, di tatto quel più e quel meglio che la 
dottrina cristiana c'insegna. 

Da questi due scrittori passando ora a quelli che vera- 
mente vissero e morirono nello spazio di tempo compreso 
in questa seconda parte del mio libro, innanzi e primo 
di tutti si presenta, nell'ordine cronologico, Ennodio Ma- 
gno Felice, I Maurini lo fanno francese e nato ad Arles, 
ma il Saffi lo afferma invece di una famiglia di Milano (52). 
A me pare che non abbiano abbastanza argomenti per di- 
mostrare il loro diverso assunto né ì primi, né il secondo: 
fatto è però che e gli uni e Taltro e tutti provano e con- 
vengono che Ennodio passò il più della sua vita in Italia, 
e tanto che senza scrupolo lo possiamo annoverare fra i 
nostri. Lasciando agli eruditi che discutano fra di loro 
cotesta questione, io dirò al mio proposito com'egli ci ab- 
bia lasciato alcune orazioni, o, come le chiama lui stesso. 



) 



— lì — 

dictioneSy sette tra le quali discorrono di cose scolastiche. 
Più abbiamo di lui un altro scritto intitolato: Paraenesis 
didascalica (33). Prima però di parlare di queste opere, 
voglio dire che Ennodio fu vescovo di Pavia, dove mori 
il 521, non ancora di cìnquant'anni. Del resto queste di- 
ctùmes, le quali possono importare al nostro proposito, e 
che egli stesso chiama scholasHcae, sono, io mi ripeto, in 
numero di sette, ed ecco i titoli, o meglio le occasioni in 
cui furono recitate: i) in dedicatione auditorii, quando ad 
forum traslactio facta est; 2) dieta Lupicino, quando in aU' 
ditorio traditus est Deuterio V, S. ; 3) quando Arator au- 
ditorium ingressus est; 4) gratiarum acOo grammatico, 
quando Parthenius bene recitavit; 5) quando Eusebii fiUus 
traditus est ad studia; 6) data Aratori, quando ad laudem 
provectus est; 7) quando Paterius et Severus traditi sunt 
ad studia. In generale anche da questi soli titoli facile è 
vedere l'importanza che hanno questi sermoni nella storia 
della nostra pedagogia, non foss'altro perchè ci hanno con- 
servato memoria di cose e di uomini, e tra questi ultimi 
di quel Deuterio, maestro molto eccellente nell'arte sua. 
Si è fatta questione se questa scuola, di cui ragiona il 
samo vescovo, era a Pavia o a Milano. Antonio Gatti stette 
per la prima opinione e Giuseppe Saffi per la seconda, e 
a quanto a me sembra con più di ragione (34). Di fatti e 
in primo luogo osservo come Ennodio visse molto tempo 
a Milano, né andò a Pavia che tardi, e quando dallo studio 
4elle lettere umane si rivolse tutto quanto all'altro df asce- 
tica e cose ecclesiastiche. In secondo luogo, mentre noi 
sappiamo da altre prove, e di certo, che a Milano in quel 
tempo erano aperte scuole, non possiamo in verità affer- 
mare lo stesso quanto a Pavia. Finalmente nel terzo ser- 
mone, dove Ennodio raccomanda a Deuterio il giovinetto 
Aratore, dice che questi, perduto il padre, era stato preso 
sotto tutela da Lorenzo, arcivescovo di Milano, il quale 



— 72 — 

amavalo qaasi figliolo^ e^ come rilevasi facilmente dal con- 
testo^ anche lo teneva in casa presso di se. Penso adunque 
ancor io che quelle scuole^ anziché a Pavia, le siano da 
porsi in Milano, come piacque di sostenere al Saffi. — Re- 
sta ora che io dica due parole dell'altro scritto d'Ennodio- 
della sua Paraenesis didascalica. È questo indirizzato a 
due giovani, Ambrogio e Beato, esortandoli all'amore dt 
alcune virtù e in specie della modestia, della castità e della 
fede, e da ultimo chiude con un ragionamento, breve però^ 
intorno àgli studi della grammatica e della rettorica. 

Dopo tre anni dalla morte di Ennodio, nella stessa città di 
Pavia, il 524 moriva un altro uomo celebre per la vita fortu- 
nosa che visse, e per le opere che ci lasciò scritte, vo' dire Boe- 
zio Severino, romano, e forse parente a Ennodio stesso (35). 
fo lo ricordo qui, perchè o è suo, o almeno sta fra i suoi 
scritti un piccolo opuscolo de scholastica disciplina, che in 
alcune edizioni trovasi coiraltro titolo de disciplina scho- 
larium. V'ha chi non lo crede di Boezio Severino, ma di Boe- 
zio Epo, fiammingo, nato nel 1529 e morto il 1599. Proba- 
bilmente non è nò dell'uno né dell'altro, ma siccome sin dalla 
fine del secolo xiu era noto a maestro Alberto fiorentino, 
che volgarizzava i libri De Consolatione, cosi a me parve 
poterlo collocare qui, e, a ogni modo, che non lo si dovesse 
dimenticare nella storia della pedagogia, essendo uno dei 
trattati che furono scritti di proposito sopra argomento di- 
dattico (56). L'opuscolo è diviso in sette capitoli, dei 
quali d^nuno ha un titolo speciale indicato dall'autore i stessa 
nel proemio: 1) prima puerorvm ohlectamenta sunt praeli-- 
banda; 2) qualiter adultorum elatio magistratui suhii^ 
cienda sit, et disciplinae connectenda; 3) de eorum elatione 
reprimenda, exemplorum commendatone distincte expo- 
nendo; 4) de scholarium sagaci praevisione, eorumque gra- 
duali siatione)' 5) qualiter scholarium veneiabilis oc sin- 
cera devotiù ad magisterium prof erenda sit; 6) de magi- 



— 73 — 

itrantium norma, trinaque divisione yStatuque erga subditos, 
modoque docendi praerognito. Delie dottrine di questo opa- 
seolo ne sceglierò alcane che mi sembreranno le più cu- 
riose e migliori^ sicché possa chi mi tegge acquistarne 
una discreta notizia. In prima l'istruzione sia continuata^ 
non interrotta^ ma ribadita piuttosto con ripetizione dì me^ì 
e anni scolastici^ fìnchò nelle cellule della memoria piglino 
posto gli illustri scrittori, le sentenze dei filosofi, i metri 
dei poeti. L'ammaestramento non sia di nude voci e pa- 
role, come quello dei sofisti, ovvero di' mente che dà la 
scienza soltanto, ma eziandio di uso comune, con che 
s'acquista a poco a poco Tabito al magistero. Come la pru- 
denza senza la giustizia poco o nulla giova, così la scienza 
poco vale senza Tuso, mentre Tuso senza scienza è molto. 
Lo scolare sia soggetto al maestro, che chi non sottopone 
sé alla disciplina, mai avverrà che infine riesca maestro. 
Questi curi sopratutto nel discepolo la costanza dei propo- 
siti, conciossiachò apparisca ridicolo colui che da studente 
divien mercadante, da mercadante ortolano, poi soldato, 
poi geometra, poi astronomo, e quando non ha più in chi 
mutarsi, desidera di cambiar Tessere di uomo in* quello 
d'asino, humanitatcm . eocuere et asinitat%m induere! Cono^ 
sca il maestro il talento de' suoi scolari, e conveniente-^ 
mente indirizzi ciascuno alla sua propria disciplina; gl'in- 
gegni ottusi alla meccanica, i mediocri alla politica, gli 
acuti alla filosofia. Se lo scolare vuol divenire maestro, 
procuri dì professar quest'arte con dignità, cioè che almeno 
possa vivere di suo per un anno, ailinchè non sia costretto 
fin da princìpio a stender la mano e campar d'accatto, 

• appena gli venga meno il minervale. I maestri son divisi 
dall'autore in tre classi : quelli che abitano le grandi città 

• come Atene e Roma: quelli che vivono nelle piccole; e 
gli ultimi che pigliano il titolo di maestro più per le onori- 
ficenze che per esercitare quest'arte. Del resto il maestro 



— 74 — 

sia onesto, veritiero, giusto, provvido, fedele^ costante, era* 
dito, paziente, e sappia egli in prima quello che ha da 
insegnare agli altri. Fra maestro e scolari sia come una 
famiglia, e se qualche volta sarà mestieri di castighi se- 
veri, come quello della verga, ne abbia prima l'assenso 
dai parenti : contumacem, parentum assensu, virgis affligetwr. 
Vi si trovano neiropuscolo molte altre e mille minuzie, 
come sarebbe del modo di regolare le diverse ore della 
scuola, quando sia bene leggere e quando dettare, quando 
dissertare a viva voce, e metter fuori la cartolina degli 
appunti, ecc. — Insomma pare a me nella sua piccoleEza 
un assai completo trattato di materie pedagogiche e didat- 
tiche, tutte importanti, e tanto che chiunque ne sia l'autore, 
lo dimostrano abbastanza conoscitore della scienza e pratioo 
dell'arte di educare e d'insegnare. 

Ma dove veramente in questo spazio di tempo si tro- 
vano scrìtti al nostro proposito è in legger le opere di 
s. Tommaso d'Aquino, e parecchi, poco più poco meno, 
molto importanti, e in modo che se davvero fossero tutti 
lavoro della sua penna, certo egli sarebbe da registrarsi 
fra i maggiori scrittori intorno all'educazione e alla istru- 
zione. Nato, come ognun sa, sulla fine del 1226, o al prin- 
cipio del 1227, resosi domenicano, studiò prima a Colonia 
poi a Parigi, qua e là sotto la guida del celebra tissimo suo 
confratello Alberto Magno. Non aveva che ventidue anni 
quando meritò appunto in Colonia stessa di insegnar bib- 
bia e filosofìa, insieme col suo maestro, e nel 1252 passò 
poi a leggere le Sentenze di Pietro Lombardo a Parigi, dove 
pochi anni dipoi fu conventato dottore di quella famosa Uni- 
versità. Tornò in Italia il 1260 o 61, e presegui a inse- 
gnare a Roma, Orvieto, in Anagni, a Viterbo, a Perugia, 
finché il 1269, alla occasione dì un Capitolo generale del 
suo Ordine, ito di nuovo a Parigi, vi tenne scuola per 
altri due anni. Dopo i quali da capo venne a Roma, e 



~ 75 — 

mentre qui leggeva, Io chiese Carlo I per TUniversità di 
Napoli, ove passò il rimaDente della sua vita, col salario 
d^un'onda d'oro al mese. Infine chiamato da Gregorio X al 
Concilio di Lione, strada facendo morì a Fossanova, in un 
monastero di Cistercensi, il 1274, suo quadragesimottavo. 
Fra gli scritti deirAquinate ricorderò innanzi tutto i 
Commenti che fece ad Aristotele, o meglio le glosse poste a 
quei luoghi dove lo stagirita discorre di educazione. Chi 
brami veder questi commenti li troverà in due lezioni (xiv 
e xy) del libro decimo óeìVEtica, e nelle ultime quattro 
(xu, Lib. 7*; I, li, ni, Lib. 8") della Politica (37). Debbo 
però notare con gli eruditi che s. Tommaso, impedito per 
morte, non giunse a commentare la Politica d'Aristotile 
^1 di là del quarto libro, e che gli altri li ebbe comple- 
tati Petrus de Alvernia (d'Auvergne) fidelissimus disci- 
pulm ejus (38). — E dottrine pedagogiche si trovano an- 
cora in un'altra opera del s. Dottore, cioè nel De erudì-- 
tione pnndpum, e ne è pieno quasi per intero il quinto 
libro (39). Ma al solito i biografi questionano S3 que- 
st'opuscolo si debba o no attribuire a s. Tommaso, e fra 
gli altri il domenicano Echard pensa che lo scrivesse in- 
vece un frate ai primi del xiii, ossia Guglielmo Pérault 
di Vienna nel Delfinato (40). Io però, nonostante che sus- 
sista il dubbio se questi lavori si abbiano o no a credere 
di s. Tommaso, gli ho voluti ricordare, sia perchè si tro- 
vano nella completa edizione delle sue Opere, sìa perchè, 
poniamo pure che non debbano tenersi per suoi, certo è 
però che tutti hanno l'odore di quella scuola. Quindi è che 
io intanto mi rifarò da citare sommariamente le questioni 
discusse nel quinto libro dell'opuscolo rammentato di so- 
pra snlV erudizione dei principi. In prima vi si discorre 
della diligenza da usarsi dai genitori nell'educar la prole, 
e del male chei fa chi non se ne dà punto pena. Sopra- 
tutti gli altri debbono i principi aver a cuore questa edu- 



— 76 — 

cazione, e provvedervi con leggi, procurando che ognun si 
metta presto all'opera, concìossiachò Tetà tenera sia la più 
adatta ad essere educata. Nell'opuscolo stesso si acoen* 
nano le note o qualità proprie del maestro e dello scolare, 
perchè ognun dei due riesca al rispettivo fine. Poi si danno 
regole per bene educare, da prima generali per (^ni 
giovinetto, quindi speciali per quelli nati di famiglia no- 
bile e principesca. Insomma lo scritto è tale che tanto per 
la forma, quanto per la sostanza delle dottrine, che con- 
tiene, è da riputarsi importantissimo, qualunque ne sia stato 
il suo vero autore. — Che se i libri citati sin qui è cosa 
dubbia se debbano o no credersi di s. Tommaso, certissi- 
mamente è suo Topuscolo : Cantra impugnales Dei cultum 
et religionem (41). Prima però che io esponga i luoghi, 
che pid importano al caso mio, di questo libretto, mi con- 
viene accennare alcuni fatti, i quali dettero origine a questa 
celebre scrittura, tanto più che anche questi fatti interes- 
sano la storia della pedagogia. Nella quaresima del 1250 
53 quattro scolari dello Studio di Parigi, notte tempo, fu- 
rono attaccati dalle guardie, colle quali lottando, uno ri- 
mase ucciso, e gli altri feriti e condotti in prigione. Se ne 
querelarono i professori, chiesero giustizia, né avendola 
ottenuta, sospesero di fare scuola. Però i due frati lettori, 
domenicano Tuno, francescano l'altro, s. Tommaso e s. Bona- 
ventura da Bagnorea (n. 1221, m. 1274) seguitarono ciò non 
di meno a insegnare, ognuno dentro il proprio convento. Que- 
sta cosa rincrebbe ai professori parigini, e tanto che quand'eb- 
bero alla fine ottenuta la condanna delle guardie, le quali ave- 
vano assalito gli scolari, riaprirono l'Università, e vollero che 
tutti i maestri giurassero d'osservarne le leggi, e in ispecie 
un decreto formulato di fresco, dove dicevasi che le scuole si 
sarebbero tornate a chiudere ogni volta che in qualsiasi ma- 
niera si fosse recato sfregio al decoro dello Stadio. Cogli altri 
anche i due religiosi soitoscrissero, ma questo non bastò. 



w .-- - 

^eranè talli i proffìssorì sì quietassero. AlcQnimrallicoDtinDa- 
rono la lotta, pretendendo ctiej frali veDÌssura esclusi dallo 
' ÌDsegQa mento, e a capo di questi stette il canonico Gu- 
glielmo di Santo Amore, che, scrivendo allora de pericuUs 
vovissimorum temporum ,Tersù dentro in quel libro tutto 
a suo veleno a danno dei rej^olarì. Contro quesi' opera, 
e in difesa propria e dei frati, fu appunto die l'Aquinate 
compose l'opuscolo poco sopra citato. Dei ventisei capi- 
toli, in cui è diviso, a noi importano il ii e ni, dove il 
S. Dottore ragiona di coso relative allo insegnare. E in 
' prima muove la domanda: an religioso liceat docere? Cui 
risponde di sì, provandolo coll'esempio di Cristo, il quale 
coepit facei-e et dovere (42), e coli'aliro di uomioi santi 
sntiahi, cioè Gregorio Nazinnzeno, il Damasceno, Giro- 
lamo e altri. Soggiunge come il fare sianola sia cosa 
molto propria ai religiosi, ai quali vengono proibite diversa 
oecapazioni secolaresche, come la mercatura, ì iradici, i 
'eommercì e simili; e che d'altra parte lo insegnare essendo 
opera di misericordia (actus misericordiae). ben si con- 
viene che siavi aliqua Rdigio istituita speciaUler ad do- 
emdum; che, come vi sono Religioni destinate alla milìzia 
in difesa della chiesa, nonoslante che vi abbiano eziandio 
.prìncipi secolari, i quali pur hanno lo stesso dovere, cosi è 
' bene che esìstano Ordini destinati a istruire, sebbene vi 
' siano secolari occupati nello stesso olScio; che, essendo buona 
cosa preferire al privato il pubblico bene, otlimamonte fa 
quel monaco o frate, il quale lascia il chiostro, dove pense- 
rebbe solo alla sua salute, e vien nel mondo a seminare 
ila dottrina, in.^tegoandola altrui: e con questi e altri ar- 
I gomenti vien l'Aquinate combattendo le obiezioni degli av- 
t versari, e provando il suo assunto. L'altra questione del 
cap, ut è: an religiosa licite poasil esse de collegio JoecM- 
I larium magistrorum? Risponde come l'opinione contraria 
Jisosienula dal suo avversario è dannosa, falsa e frivola. 



— 78 — 

Dannosa in prima a quella ecclesiastica unità^ di cui dice 
il b. Paolo « noi che siame molti^ siamo un medesimo 
corpo in Cristo, e ciascuno di noi è membro l'uno ad- 
l'altro (45) ». Dannosa eziandio alla carità, seminando dis- 
sensioni e risse fra diversi ordini di persone, e anche perchè, 
nel caso nostro speciale, si privano gli scolari di un aiuto 
potente, escludendo dall'insegnamento alcuni, che potreb- 
bero loro giovare, quia interdum alter ignorai quod aHus 
invenit. Dannosa infine perchè può facilmente accadere che, 
separando fra loro gl'insegnanti, venga a rompersi quella 
unità, la quale è per avventura la miglior base e la più 
salutare d'ogni disciplina e pubblico insegnamento. In se- 
condo luogo cotesta opinione di escludere i regolari dalle 
pubbliche Università è anche falsa, perchè contraria alla 
dottrina degli apostoli, manifestata dal b. Pietro. « A mi* 
sura che ciascuno ha ricevuto qualche dono, passatevelo 
gli uni cogli altri, come buoni dispensatori della svariata 
grazia di Dio (44) ». Lo che dimostrasi ancora pigliando 
le mosse dalla definizione della società, la quale è adunatio 
hominum ad unum aliquid communiter agendum. Ora, nel 
caso nostro, sodetas studii est ordinata ad actum docendi 
et discendi: cum ergo non solum saecularibus, sed etiam 
religiosis, liceat decere et discere, ut ex predictis patet, non 
est dubium quod religiosi et saeculares in una sodetate 
studii esse possunt Finalmente il s. Dottore dà l'ultima 
mano a provare che la sentenza de' suoi avversari è fri- 
vola, quia rationes, quihus innititar, nullius momenti sunt, 
e passa di fatto a combattere le ragioni sui quali costoro 
s'appoggiano, dichiarandole leggierissime e di nessun prezzo. 
-^ Anche nella Summa Theologica il s. Dottore accenna alle 
medesime questioni, e quindi meritano d'esser lette, fra le 
altre, le risposte che dà alle seguenti: Vtrum Religiosis li- 
ceat docere? — Vtrum sit instituenda aliqua Religio ad 
studendum? dove risponde che si, ed espone le ragioni per 



— 79 — 

le quali e' si converrebbe benissimo a un Ordine religioso 
lo stadio delle scieìize e delle buone arti. Finalmente fa. 
oendo la questione: utrum ReUgio, quae vacai contempk^ 
avae, sii poHor ea, quae vacai operìbus vitae activae, ri- 
sponde cbe^ siccome tnajtis est illuminare, quam lucere s(h 
haUy ita majus est contemplata aliis tradere, quam solum 
amtemplari, Qoìndi conclade summum gradum in Reli- 

gionihus tenent, quae ordinantur ad docendum (V. p. n. 

2. guaest. iS7 e i88). Tanto ho trovato d'importante per 
noi in quest'opuscolo^ e nulla più^ che le altre questioni 
ivi discorse non fanno al caso nostro. A completare poi 
la lista delle scritture pedagogiche dell'Aquinate aggiun- 
gerò come fra questi suoi opuscoli medesimi sta ancora 
ona brevissima epistola exhortatoria ad quemdam, in qua 
proponit idoneum modum salubriter acquirendi scientiam 
sive humanam, sive divinam (4^)^ la quale basti aver qui 
semplicemente ricordata. 

Per ultimo tra gli scrittori di questo periodo di tempo 
citerò ancora Albertano Albertani^ giudice di Brescia, della 
contrada di s. Agata. Non so in qual anno, ma di certo 
costui visse nel xiii, compose in latino alcuni trattati 
morali, e probabilmente ciò fece verso la metà del secolo 
istesso (46). Nel primo di questi trattati {del dire e del 
; tacere) al capitolo undici parla di quello ch'e* bisognia a 
' lo studio, e dice* che v'ha mestieri di tre cose, dottrina, 
1 uso e adoperamento, ed esercizio : si aiuta poi l' ingegno 
con forti pensieri sulla dottrina, che si vuole apprendere, 
col leggere continuo, collo scrivere, e con rugumare e ma- 
sticare la scienza che tu impari. Nello studio poi e' si con- 
viene non aver a vile niuna scienza, niuna scrittura; non 
vergognarsi di imparare da chiunque si può, e fiualmeute 
di non spregiare gli altri, acquistata ch'egli abbia la scienza. 
Nel trattato terzo {dell'amor di Dio e del prossimo) al 
capo venti ragionando dell'amore del padre e della madre. 



— 80 — 

non fa Albertano che raccogliere sentenze di savi e spe-' 
cìalmente delle saere scriuare, nelle qaali si espone come 
non vi sìa di questo affetto uno maggiore nò pid degno d'es- ' 
ser onorato. Lo stesso pratica nel capo ventidae, disco^ 
rendo dell'amor del figliuolo, anche qui radunando màs- 
sime e proverbi sulla necessità d'educare i figlia correg- 
gerli, castigarli ancora, né lasciar mai che essi piglino il 
di sopra ai loro genitori. Questo è quanto trovasi di di- 
dattico e pedagogico nei trattati deirAlbertani (47). 



Indice cronologico degli antori, 
le opere dei qaali farono esaminate in qoesta storia 

(dal vi secolo a tutto u. xin). 

Ambrogio (S.) (m. 397), pag. 69. 
Girolamo (S.) (m. 420), pag. 70. 
EsNODio Magno Felice (m. 521), pag. 70. 
Severino Boezio (m. 524), pag. 72. 
Tommaso d'Aquino (S.) (m. 1274), pag. 74. 
Albert ANI Albertano (m. xiu), pag. 79. 



— 81 — 



!li»TE AL IJBB« II. 



1) T'oùon. l'antica Vasto, cinà di Francia, capitale dei loc^nlii, 
-colonia nnnana; e patria di Trogo, storico latino e segretario di 



^ DiMcipì. de Bmef. ii. 1, 88, 10. 

3) lUf . S. Beneiiefì. — Gap. 48. 

4) n poeta Rnlunato (m. 609) ci dice che alla fine del vi S6« 
colo leggevasi solennemente Virgilio nel Foro Troiano : Aut Afar* 
Traimno lectus in urbe for^ (ti. ▼). — Inoltre questo poeta narra 
di sé, nella vita che scrìsse di s. Martino, d'aver studiato, a Rm- 
venna, grammatica, rettorica e Ugge, E tra i grammatici raven- 
nati ricorda, oom*uno dei più celebn. Onorio. 

5) Vita s. Gregorìi. — 2. Augusti. 

6) Vedi in Hadr. 1, voi. ni. Script, rer. ital. pag. 185. 

7) MuRATOBi, Antich. Itaì.AU, 487. 

8) McRATOKi, Script. R. It. i. 2, 151. 
9} AnnaL Eccles. an. 836. 

10) Collectio Chncil xiv. p. 1014. — Venetiis, 1769. 

11) Vedi le vite di questi Pontefici scrìtte dallo stesso Biblio- 
tecario. 

12) Spelmaxi, Vita Alfredi M. pagg. 6 a 106. Oxoniaa, 1768. 

13) Vedi le sue opere. — Sinodica^ n9 13. — Veronae, 1765. 

14) A questa ordinanza ne fa seguito un'altra dello stesso Carlo, 
e del medesimo anno, intestata così : Constitutio librorum et of- 
Hciorum ecclesiasticorum, ecc. (ivi, pag. 64). 

15) Dal Borgo, Dissert. sulle orig. dell' Univ. Pisana, pag. 70. 

16) Lib. n. Cap. 12. 

17; Fantuzzi, Monum. Ravenn, ad annos. 

18) Lib. TI. 30 e 17. — Lib. v. 16. — V. anche De pTfect. mo-^ 
ruichorum. 

19) Collect. Concil, Harduin. vi. 1, 1580. 

20) Ughelli, Ital. sacra, x. 

21) Muratori, Script. R, It. iv. 

22) Muratori, Script, R. It. ix e iii. 

23) Collect. Conc. Hard. vi. 2, 1674. — K anche nel corpo delle 
■DecretaUj 5, 5, De magistris. 

24) Muratori, Script, R, It. v, 354. 

25) Thomassin, De Eccl. discipl. 1, 1, 10. 

26) Martenk e Durand, Collect. Vet. Script, i, 1146. 

27) Cosi Giovanni Colonna negli Ada SS. Vita s. Dominici, eco. 

MiCBELi, Storia della Pedagogia in Italia tt 



— 8^ — 

28) Dice « stcut ubique fecerat » perchè aveva fatto lo stesso a. 
Lione, ecc. — Muratori, Script. R, It. iii. 1, 592. 

29) Muratori, Script R. It. xvui. 109. — E anche Antiq. Ital. 
m. 909. 

30) Martene, ecc. Collect. amplis. ecc., ii. 1208 e ]218. 

31) Muratori, Antiq, It. ni. 910. 

32) Maurini, Storia delle lett. in Francia, in. 96. — Sassi, De 
Studio Mcdiol. V. \ 

33) Le opere di Ennodio furono raccolte dal genita Jacopo Sir- 
mond, e pubbl. ParisiiSy 1611. 

34) Gatti, Hist. Gymnas. Ticinensis, iv. — Sassi, De Stttdio 
Mediai, v. 

35) Si argomenta ciò da alcune «frasi di una lettera da Ennodio 
scritta a Boezio, e che leggesi nelle opere di quest'ultimo a pag. 
221. vedi ediz. Florentiae, 1513. 

36) Nel 1874 il prof. Vincenzo Di Giovanni pubblicò a Palermo 
una Nota su questo trattatello con molte notizie storiche e con 
una analisi ben fatta dell'opuscolo istesso. 

37) lo ho sott' occhio l'edizione completa di tutte le ópei*e, <;o- 
minciata a Parma dal Fiaccadori Tanno 1852. — Vedi volume xxi^. 
pagg. 356 e 680, ecc. 

38) Cosi Tolomeo: Hist. Eccles, xxiii. 11. 

39) Vedi ediz. cit. voi. xvi.^27, ecc. 

40) Script. Ord» Praedicat, pag. 131, ' 

41) Vedi ediz. cit. voi. xv. 1. 

42) Atti Apostolici, 1, 1. 

43) Ai Romani, 12, 5. 

44) Epistola, I. 4, 10. 

45) Vedi ediz. cit. voi. xvii. 338. 

46) Ho sottocchio il volgarizzamento fatto da Andrea di Gros- 
setoj pubbl. da Francesco Seleri, a Bologna, 1873, ecc. 

47) Per la storia pedagogica di questi tempi è importante un'o- 
pera di Giorgio Goffredo Keuffel^ pubbl. Helmstadiit 1743, col ti- 
tolo : Histoì'ia originis ac progressus Scholarum inter ChristianoSy 
ecc. — E anche l'altra stampata Tornaci, 1874, col titolo : De Se- 
minario clericM^um , Disquisit. historico-canonica , aiuit, Bonan. 
Theodoro Pouan, ecc. — Di questa seconda mi sono servito anche 
nelseguito di questo mio libro, ecc. — Finalmente riesce utilissima 
per la storia pedagogica la seguente : Mendo Andreae e Soc» Jesu ; 
De jure acad. quaest, de academiis, magistratihuSy colleg. profess. 
candidatis et scholast, Lugduni, 1668. 



LIBRO 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 



IN ITALIA 



NEL SEGOLO XIV (43(M a 1400) 



J-. 



— 85 — 



Il rumore d'armi e d'armati, le guerre interne ed esteme, 
che travagliarono l'Italia tutta nel corso di questi cento 
anni spiegano abbastanza la diversa fortuna in che furono 
le nostre scuole, come noi vedremo, narrando la istoria 
delle Università italfane nel secolo XIY. 

Imperocché, per rifarsi da quella di Bologna, sappiama 
che nel 1506 fulminata d'interdetto per opera dol cardi- 
"naie Orsini la città, e di scomunica gli scolari, che vi ri- 
manessero, questi colla più parte dei loro lettori passarono 
a Padova. Ma ossia elio una tal pena durasse poco, o i 
bolognesi non ne facessero tanto conto, non molti anni 
dipoi troviamo che i rotoli di quello studio haAno un buon 
numero di maestri, e assai celebri. Quindi nel 1316 i let- 
tori della ragione civile e canonica sdegnati contro il po- 
destà^ da cui si credettero offesi, uscirono in frotta, riti- 
randosi ad Argenta, ove gli avrebbero senza dubbio se- 
guitati gli scolari, se il Consiglio non si fosse messo di 
Tnezzo, facendo ritornare i professori che erano partiti. Ma 
cinque anni dopo essendo stato a causa di una donna uc- 
ciso uno scolare, i compagni con la maggior parte dei 
professori andarono ad Imola, da dove spedirono a molte 
città per avere un ricovero. Primi quei di Siena si fecero 
innanzi, promettendo agli scolari seimila fiorini per riscat- 
tare i libri impegnati, e più che a spese del Comune sa- 
rebbero eglino con tutti gli altri loro mobìli trasportati in 
Siena, dove per sedici mesi avrebbero avuto alloggio gra- 
tuito. Ai professori poi stanziarono che si pagasse all'anno 
un trecento fiorini in oro, colla giunta ancora che si sa- 
rebbero (lati cura d'ottener dal papa il privilegio di lau- 



— 86 — 

reare. Vero è però che a Siena rimasero poco tempo, 
perchè, a quanto pare, coteste promesse non furono poi 
lealmente mantenute. Frattanto il Consiglio di Bologna 
cercò tutte Je vie per riavere e maestri e scolari, e 
ci riusci, sia perchè ordinò che ai professori bolognesi, 
postochè si rifiutassero di tornare, fossero confiscati i 
beni e banditi traditori della patria, sia allettando gli sco- 
lari con maniere cortesi e favori. Nella qual cosa furono 
più che altro aiutati da Giovanni papa XXll, che Tanno 
1522 concesse grazie molte e molti pHvilegi a quella Uni- 
versità. Ma non passarono che tre anni quando, essendo 
stato morto un cittadino, fu mestieri condannar nel capo 
Tuccisore, che appunto era uno scolare. Per questo fatto 
e discepoli e maestri parecchi tornarono la seconda volta 
a Imola. — £ un altro turbamento ebbe poco dopo codesto 
Studio bolognese, e fu quando di nuovo rimase interdetta 
la città sotto il pontefice Benedetto XII. Ciò avvenne nel 
i557, e allora quei cittadini presero la misura di man- 
dare il corpo accademico a Castel san Pietro, ove di fatto 
si condusse, e vi rimase fino a che non fu tolta quella 
pena, cioè fino all'ottobre dell'anno dopo. — Tra queste 
turbolenze e varie fortune stette l'Università di Bologna 
fino alla metà del secolo XIV. Allora i pontefici, che sa- 
lirono sul trono di Pietro, si dettero ogni premura per 
restaurarne il decoro, e questi furono prima Innocenzo VI, 
e poi più e più Urbano V. Allo premure di costui si. ha 
da attribuire la fondazione del collegio per la nazione spa- 
gnuola, fatto appunto dal card. Egidio Albornoz, morto il 
1562, come si deve a Gregorio XI l'altra del Gregoriano, 
il quale ebbe vita l'anno 1571. — Sopravvenuto poi lo 
scisma, che funestò la chiesa per tanti anni, l'Università di 
Bologna essendosi messa dalla parte di Urbano VI, e poi 
del suo successore Bonifacio IX, ebbe dall'uno e dall'altro 
protezioni ed onori. 



— 87 — 

L'Università di Padova sappiamo die era io fiore assai 
il 1510, ma tre anni dipoi, essendosi quei citt.idini rìbel- 
latr ad Arrigo, questi si vendico di loro; fra le altre to- 
gliendo ad essi il diritto d'insegnar pubblicamente, e addot- 
torare. Però, morto essendo Tanno stesso quell'imperatore, lo 
Studio padovano tornò in auge, nonostante che ne nascesse 
di quel tempo un altro molto vicino, da cui poteva giu- 
stamente temere qualche danno. Difatti i Trevigiani nel 
1514 apersero scuole di legge e di medicina. Però anche 
prima di quest'anno, e cioè negli Statuti del 1297 si or- 
dina di condurre quemdam sapientem vù*um de phisica,... 
qui debeat,,,, tenere scholas in civitate Tarvisii, etc. Non 
Sì conosce il nome dell'eletto, ch'anzi codesta benefica isti- 
tuzione, per le cittadine discordie, forse venne dimenti- 
cata. Fatto è però che altre carte del 1 SII- ci dicono come 
aletini cittadini proposero al Consiglio dei Trecento di fon- 
dare in Treviso uno Studio con quattro maestri, due per 
la lettura del gius civile, uno delle decretali e uno di me- 
dicina: umis bonus et suffidans doctor et famosus pMsì- 
cus,,. qui Tervisio moravi debeat continue, et legere schola' 
ribtts, etc. Per tal modo a Treviso fu aperto lo Studio, il 
quale poi nel 1518 ebbe eziandio il privilegio della laurea, 
concessogli da Filippo il Bello, non ancora imperatore, ma 
durò pochi anni (1). E cotesta fu per avventura la ca- 
gione per la quale quest'apparire e scomparire dell' Uni- 
versità trevigiana punto nulla scemò lo splendore della sua 
vicina, la padovana. Anzi è fatto che questa divenne sempre 
pili celebre, massime dopo che Clemente VI nel 1546 con- 
fermò con una bolla tutti i suoi privilegi, e quello in spe- 
cie di laureare nell'uno e nell'altro diritto, e nelle altre 
scienze ancora, eccettuata là teologia, nella quale, è bene 
notarlo qui, né Padova, né le altre città ebbero inai di 
questo tempo l'onore di crear dottori, conciossiachè questo 
fosse un diritto esclusivo della Sorbona di Parigi. Solo nel 



— 88 — 

i362 essendo stato accordato tale privilegio dà InnoceBza'^' 
airUniversità di Bologna, Francesco da Carrara ta ehiesor. 
a Urbano Y anche per quella di Padova, che così Vìa- 
tenne l'anno dipoi. — E come Bologna, anche Padova eìbbé^ 
dì questo teitipo i suoi collegi. Pietro Boaterio fondò qoeller 
che dìcesi di Tournay (4565): un secondo fa istituito dtf 
Jacopo d'Arquà (1590): un terzo da Pier di Carfano (1395)r 
un quarto da Pileo da Prata (1594): un quinto da An^ 
drea da Recanati (1597), e da Niccolo Rido un sesto (4598). 
A questi è da aggiungerne forse un altro fondato per Fran*- 
cesco da Carrara, di sopra nominato, e che era Signore dì 
Padova. Certo è che si hanno memorie che costai dotò di 
possessioni proprie un collegio: ma siccome potrebbe darsi 
che queste munificenze fossero in vantaggio di uno dei 
iramméntati, cosi non posso assicurare che Francesco ve* 
ramente ne fondasse uno del proprio. 

Dopo le Università di Bologna e di Padova, la più h- 
tnosa in questo secolo fu quella di Napoli fondata da Fe- 
derigo II, che l'arricchì dì molti privilegi, confermati pm 
da re Roberto. Morto questo, le -cose di Napoli rovinarono 
in peggio, e quindi anche quella Università, dopo qael 
tempo, cominciò a decadere e venir meno. 

Frattanto in questo secolo sorsero due nuove Università, 
una a Pisa, l'altra a Pavia. — Quanto alla prima vi hanno 
scrittori che ne fisserebbero l'origine alla fine del sec. XI, 
ai primi del seguente: mentre altri all'opposto la dicono 
nata nel XIV. Falsa è di certo l'opinione dei primi, come 
non può giudicarsi del lutto conforme al vero l'altra dei 
secondi. Difatti è provato che i documenti più antichi di 
questo Studio non risalgono più in su dell'anno 4460 circa^ 
e quindi né della fine del secolo XI, né tampoco del prin- 
cipio del XII, ma piuttosto di poco posteriori alla metà di 
questo secolo. Quindi i primi scrittori sbagliarono, nò col- 
sero nel vero i secondi, perchè, mentre è un fatto che 1"'U- 



— 89^ — 

mreFatà pisana trovasi per la prima volta ricordata, oome^ 
già in piè^ nel 1538, ossia nel XIY, però non può dirsi 
che propriamente nascesse in quest'ultimo secolo, concios- 
siaehè, io mi ripeto, si trov^o carte e memorie di un 
tempo mdto più antico. Cosicché parmi poter concludere 
ebe se vuoisi fissare il suo nascimento, questo non rimonta 
più su del i460; e se poi dalFessersi veramente costituita, 
ciò accadde ai primi del secolo, del quale io scrivo, e cioè 
nel 1358 (2). A questa loro Università i pisani rivolsero 
subito le loro cure, e in prima liberarono dalle gabelle ogni 
libro cbe fosse intró^tto in città, e si dettero briga di 
ottenere, come loro avvenne di fatto, privilegi per essa da 
Clemente papa VI e da Carlo IV imperadore. Passata però 
di poco la metà del XIY, lo Studig pisano cominciò a de- 
cadere, né più risorse in quel secolo, per colpa al solito 
dello pestilenze; delle guerre e delle civili discordie, da 
cai era angustiata allora tutta là nostra penisola. 

Benché in questi cento anni Milano avesse parecchie 
scuole di grammatica, di filosofia, di giurisprudenza, di 
medicina,' di chimica, ecc., pure Galeazzo Visconti pensò 
fondare una Università, e scelse a questo suo disegno la 
città di Pavìa^ ove difatti ebbe origiue verso il i550, ar- 
ricchita dipoi di privilegi da Carlo IV. Nò per questo si 
chiusero le scuole a Milano, delle quali si seguita a par- 
lare anche nel d596. Piuttosto il danno le venne dall'altra 
Università più vicina e rivale, quella di Piacenza. Fon- 
data questa, come abbiamo visto, nel 1248, da papa In- 
■ nocenzo IV, poiché di essa non si ha più memoria fino a^ 
4597, pare che non avesse lunga vita. Ma in quest'anno 
appunto sappiamo che i Piacentini chiesero, ed ottennero 
4i poter riaprire il loro Studio, a Gian Galeazzo Visconti, 
il quale, nell'anno dipoi, ordinò cbe quello di Pavia si 
chiudesse, e fosse trasportato nell'altro di Piacenza. Ci é 
rimasto un sillabo di queste due Università riunite, ed è 



— 90 — 

appunto dell'anno 4599, ove l^giaioo che ì professori eraw 
li, dei quali 57 impiegati nelle cattedre del diritto dvile 
e canonico: gli altri in altre letture, tra le quali è a nc^ 
tare quella di Dante, e quelja di Seneca. Curiosa è anche 
la scala degli stipendi mensili, perchè da chi riscuoteva 
centosettanta lire si discende fino ad alcuni, che non ne 
avevano che quattro! 

Il d548 è notissimo nella istoria per la troppa celebre 
pestilenza. Eppure fu in quell'anno istesso che raliettiaia 
la mortalità, e rassicurati i cittadini, che avevano a gè- 
vernare il Comune di Firenze, e t^olmdo attrarre gente aila 
nostra città, e dilatarla in faìna ed onore, e dare materia 
ai suoi cittadini d'essere scienziati e virtuosi, con buono 
consiglio provvidero che in Firenze fosse generale Studio 
di cadauna scienza di legge canonica e civile e di teologia (5). 
Così ai 6 novembre dell'anno stesso si aprì questa Uni- 
versità, la quale poi poco dopo fu onorata da Clemente VI 
di privilegi eguali a quelli delle più rinomate. È da os- 
servare che poiché; come narra lo stesso Villani (4), fu 
in Firenze conferita la prima volta la laurea in teologìa 
il i558, questa è una delle più antiche memorie di co- 
testo, privilegio, il quale, come già abbiamo veduto, lo ebbe 
anclie lo Studio bolognese, ma quattro anni dipoi. 

Abbiamo memorie che il 1520 era apparso in Siena 
uno Studio, il quale presto però si sciolse. Ora il 1552 
i senesi ottennero dilla liberalità di Carlo IV di riaprirlo 
con tutte le letture, meno quella di teologia^ che però nel 
secolo seguente fu loro concessa da Gregorio XII. 

E al medesimo Carlo IV debbono gli Aretini il loro 
Studio, che già in piede sin dal secolo XIII, ma alquanto 
decaduto, risorse. Questo avvenne il d556. Ma fin dal 1558 
era cresciuto per un altro motivo, e cioè che molli pro- 
fessori ria Bologna si erano trasferiti in Arezzo, a causa 
delle turbolenze cittadine narrate di sopra. Sullo scorcio 



— 01 — 

però del secolo queste scuole erano ridotte a poco e mi- 
serevole stalo. 

Dallo stesso imperatore anche Lucca nel 1569 ebbe uno 
Studio generale, al quale nel 1387 Urbano VI concesse 
tutti i privilegi, che in quel tempo erano soliti i pontclici 
regalare alle Università. 

E d'un'altra Università fondata in (juesto secolo parle- 
remo qui subito, cioè quella di Fermo, nata il 1505, sotto 
Bonifazio Vili, il quale con sua bolla la istituisce, e rhiamà 
Studium generale ad itìstar Studìì hononiensis. 

Lo stesso pontefice, e nello stesso anuo^ die origino e 

vita alla Sapienza di Roma, dove sino allora erano slate 

^ soltanto le due facoltà di teologia e di legge. Poi nel 1518 

t Giovanni 'XXII scrisse in una bolla il litodo «la tenersi 

4 per le lauree, dove al solito, non si fa mollo di quella 

* teologica. Naturalmente a questo Studio scemò il concorso, 

diminuendosene la fama, in quel periodo di tempo cbe i 

) papi esularono in Avignone, nò questa si rinnovellò che nel 

secolo avvenire, come vedremo, per opera d'Innocenzo VII. 

Un altro papa, Clemente V. ridusse a Studio generale 
alcune poche scuole, esistenti in Perugia lino dal XUi se- 
colo. La bolla di questa nuov.M fondazione è del 1507. (ìio- 
f vanni XXII successivamente negli anni 1518 e 1521 or- 
dinò il modo della laurea, come Carlo V. nel 1555, ac- 
cordò all'Università stessa i consueti privilegi. Questa diventò 
famosa per Tinsegnamentó del diritto, e per il collegio di 
s. Sofia, lasciato in testamento dal card. Niccolò (L'q)occi. 
morto nel 1369. ■ 

L'ultimo pontefice di sopra ricordato, amantissimo dei 
buoni studi, scrisse (a. 1551) ai marchesi, baroni e no- 
bili di Corsica, raccomandando loro di chiamar maestri e 
aprire scuole. Non trovo però documenti a dimostrare se 
cotesto breve ottenesse il suo effetto, come non pare, per 
le fazioni che tenevan allora miseramente divisa quelfisola. 



— 9^2 — 

' Così noa sembra che avesse vka rUniversità di Verona, 
fondata da Benedetto XII, o se l'ebbe fu brevissima, o» 
ciossiachè di questa non trovasi altra memoria che la bolh 
dì quel pontefice, la quale è dell'anno 1559. - ^^" 

Debbo alla cortesia di Luigi Fumi, giovane diligenlis^ 
Simo e già pratico nel ricercare le carte antiche, 'qnesll 
cenni, che qui porrò, sullo Studio d'Orviéto, rimandando 
per ogni resto a quanto ne "pubblicò poi l'amico mie 
in un suo opuscolo, stampato a Firenze il 1870. Pi8^ 
tanto il documento più importante e per avventura itnieo 
su tale Studio è la bolla di Urbano VI, in data 14 mag- 
gio 1578, colla quale ne ordina la fondazione. Altri do^ 
cumenti ci insegnano che le scuole furono aperte sai finire 
dello stesso anno. Vero è però che Orvieto ebbe Uni- 
versità anche in epoche a questa anteriori. Difatti Cipriàm 
Manente (cosi il Fumi) vuole che sino dal 104B Orvieto 
ottenesse . da Benedetto Vili, e dall' imperatore Enrico II 
il privilegio dello Studio in ogni facoltà, confermato nel 
1043 da Enrico III, e che dipoi per ^assedio del VI En- 
rico smembratosi, nel H93 risorgesse per CelesHno III, e 
nel 12^ lo Hconfermasse Gregorio IX. Nel tomo del ^wU 
ultimo tempo dovette senz'altro essere cekìrratissimo, dac(^è 

egli è certo che vi leggessero s. Tommaso e s. Bonaventura 

Ma per le intestine discordie della città e per gli assalti 
che essa dovè soffrire dal di fuori, anche lo Studio si chiuse. 
Ricomposta la quiete, daccapo sì aprì nel 1562, ,nm durò 
brevissimo tempo, e solamente sedici anni dopo, come adi- 
biamo di sopra narrato, tornò a rivivere. 

L'ultima delle Università italiane nata in questo secolo 
è quella di Ferrara, fondata nel 1591 per opera del mar- 
chese Alberto d'Este, e onorata di privilegi da Bonifazio IX. 
Fra quali ebbe anche quello di laureare in teologia, ed è 
ricchissimo l'albo dei professori, tutti celebri, che in questo 
secolo vi insegnarono. 



I altra Sludio generale cbe in iiuusto i>ocou&óriv« ■ 
:ìa sì hanno poche e non abbaslanu ciliare memorie, 
ad alcuni che fosse cosli lutia propria dei Frati Predi- 
che vi avevano un celebre convenlo, ma È probabile 
}-tH^ non solo ai loro, ma a lutta la città permettessero 
. valersi di coleste scuole a coltivameli lo dei buoni sludi. 
Kimane memoria in questo secolo di altre puhblicbe 
iole. — Alcone nane degli anni 1526, 1327 e 1328 ci 
chiaro che a Modena erano lettori di legge civile, 
.«moniea o di medicina. Le medesime calUMJre erano anche 
«I Raggio, dove sì trovano documenii nuche più copiosi. 
fl SOBO degli anni 1313 e 131fi. 

Finalmente eziandio nel Friuli si tentò di fondare un 
mvo Studio generale, e sappiamo che prima, nel 13ia, 
udeBWiile Yl si contentò che si aprisse queslUniversllà in 
jQivìdal del Friuli, e dieci anni dipoi l'impsrator Carlo IV 
la onorò di un suo diploma. Se tale apertura veramente 
succedesse nou so. ma fatto è che in quella città e nel 
resto del Friulano, e massime in Udine, non mancarono 
• mai maestri a istruire la gioventù, come ce ne fanno larga 
. lesttmonianza dei documenti seguati cogli anni 1301, Iii24. 
.1327, ecc., Tino a un ultimo che è del 1386 (5). 

,1 - Verremo ora a discorrere delle opere pedagogiche e di- 
dattiche scritte in questo secolo XIV, arrivalo fino a noi. 

„Ib quali in verità nou sono moltissime. — Seguendo, come 
« nostro costume, l'ordine doi tempi, primieramente ricor- 
deremo il de Regimine PrinGipuin d'Egidio Colonna Ito- 
mano. Costui professò la regola degli Eremitani di s. Ago- 
sbno, e fu uno degli ultimi scolari che ascoltarono le le- 
zioni di s. Tommaso a Parigi, dove non molti anni dipoi 
lo. troviamo a insegnare teologia e fìlosolia nei luogo del 

^..suo maestro. Sembra che in cotesla occasione egli avesse 
l'incarico dì educare il primogenito di Filippo Hi l'Ardilo, 



— 94 — 

cioè Filippo il Bello, alle richieste del quale compode que- 
sto trattato. Egidio morì il Ì5i6 ad Avignone, da dove, 
secondo il suo desiderio, le sue ossa furono trasportate a 
Parigi, e riposte nella chiesa del suo Ordirle. — Il tèsto 
Ialino del de regimine prindpum (6) ha tre volgarizza- 
menti, posseduti dalle librerie dì Firenze. Noi ci servi- 
remo del Magliabechiano, il quale porta la data del 1^88 , 
e forse fatto da un chierico senese, e che vide la luce^ per 
le cure di Francesco Corazzini, stampato in Firenze da Le 
Monnier il 1858. Tutto il trattato è diviso in tre libri coi 
titoli che seguono: del governo di sé; del governo della 
famiglia; del governo civile. Naturalmente quello che più 
importa al nostro proposito è il secondo, e di questo, in 
specie la secandu parte, ove il nostro Agostiniano discorre 
dei figli. In esso si rifa da dimostrare come il padre, e 
perchè, debba sommamente guardare ì suoi figliuoli, il 
qual dovere aumenta più tanto se i genitori sono re ó prin- 
cipi, massime perchè ì loro nati debbono un giorno go- 
vernare e dare esempio di vivere al popolo. Parla quiadì 
dell'amore paterno inverso ai figlioli, dal quale trae la 
giusta conseguenza che questi ultimi debbono essere ob- 
bedienti ai primi. Discorre anche di ciò che deve essere 
insegnato a' figlioli, e prima le cose di religione, poi i 
buoni costumi e le buone maniere, quindi il retto parlare 
e da ultimo le scienze. Fra le quali ricorda là gramnria- 
tica, la logica, la rettorica^ la musica, Taritmeiica, la geo- 
metria e l'astronomia, e in tutte vuole che sieno istruiti i 
figli dei re e dei principi, non senza aggiungere a quéste 
la metafisica, la teologia, la politica e l'etica. Tre doti poi 
si richiedono nel maestro eletto a insegnare a questi figlioli, 
e cioè : che elli sia savio di scienza di filosofia ; savio nelle 
opere umane, e nelle cose che l'uomo die fare; ched'elU sia, 
di buona vita ed onesta (pag. 170). Costui deve gotemàrè 
i fanchilH hi parlare, e 'm udire, ed. in vedere (pag. 171). 



— 95 — 

Poi discorre come si debbono contenere i garzoni nel man- 
giare^ nel bere, ne' diletti delle femmine, e in generale 
nei sollazzi del corpo, alle quali cose aggiunge le ragioni 
che ellino si debbano molto guardare da ria e da malvagia 
compagnia (pag. 177). — Dividendo poscia il periodo della 
vita deiruomo da educarsi in tre parti, dalla nascita ai sette 
anni, dai sette ai quattordici, e dai quattordici in là, insegna 
minutamente tutto quello che e' si convien fare per allevare 
il corpo, instituire la mente, ed educare il cuore di questi 
fanciulli in ciascuna delle tre età di sopra accennate, e rae- 
Gomanda che sopratutto, conosciuta l'indole del figliolo, a 
quello si volga, ove si vede per natura inclinato. Quindi 
debbonsi affaticare in travagliare coloro, che debbono e vo- 
gliono sapeì" le scienze e leggere e studiare, e li altri, che non 
intendono a scienza, debbono maggiormente esercitarsi in- 
tomo all'arme, acciocché ellino possano valere alla città ed 
al reame (pag. 484j.' — Negli ultimi tre capitoli ragiona 
specialmente deireducazione conveniente alle femmine, le 
quali in genere vuole che non ballino, né vadiano, né 
stieno troppo pei' le piazze, ma che invece sieno piane, 
agevoli e awenevoli. Questo vale per tutte; ma per le 
figliuole dei re e dei principi, raccomanda innanzi tutto 
che non debbano stare oziose (pag. 184, ecc.). — È code- 
sto dunque un trattato, che può dirsi completo, d'educa- 
zione parziale, destinato cioè per i figli dei re e dei prìn- 
cipi, e certamente l'unico scritto che sia pervenuto a noi 
di questo secolo, ove con ordinata chiarezza si discorra di 
materie pedagogiche e didattiche. 

Nelle opere di Dante Alighieri (m. 1321) non ho trovato 
che due luoghi, che mi sembrano da notare nel case nostro. 
— II primo è nella cantica del Paradiso (viii. 93, ecc.) 
quando il poeta si fa risolvere da Carlo Martello il dub- 
bio come di padre buono nasca alcuna volta tristo figliolo: 
Come ìiscir può di dolQe seme amaro. 



— 96 — 

Gai Carlo risponde: Se io ti potrò persuadere d'an vero, 
allora questo tuo dubbio sparirà : chiaro vedrai, come se 
tu l'avessi sott'occhio, quello che ora non vedi, quasi ti 
«tia dietro le spalle: 

S'io posso 

Mostrarti un vero a quel che ne dimancU, , 
Terrai 7 viso come tieni 'l dosso. 

• 

£ si fa poi Carlo risolvere cotesto dubbio nei terzetti che 
seguono, ragionando cosi: La provvidenza di Dio regola 
lutto, tutto governa, non solo pigliandosi cura delie varie 
nature, ma dell'essere e durata loro, e tutte le operazioni 
di quassù sono disposte mirabilmente a un fine, che non 
falla mai, e cui vanno diritte, come^ la freccia nel bersa- 
glio. Insomma il cielo, che opera all'uni versale conserva- 
zione delle cose generabili e corruttibili, muove tatti i 
corpi inferiori, de' quali ciascheduno lavora alla consenra- 
zione della specie propria: 

Lo Ben che tutto 7 regno, che tu scandi, 

Volge e contenta, fa esser virtute 

Sua Provvidenzia in questi corpi grandi; 
E non pur le nature provvedute 

Son nella mente, eh' è da sé perfetta, 

Ma esse insieme colla lor salute. 
Perchè quantunque quest^arco saetta 

Disposto cade a provveduto fine. 

Siccome c/)sa in suo segno diretta. 

Se questo non fosse, cioè se tutto non fosse preordinato, 
produrrebbe non fabbriche fatte ad arte, ma rovine. La 
qual cosa non può essere, se vero è, come è verissimo, 
che e gli angioli e Dio, il quale gli ha creati, sono perfetti : 



— 97 — 

Se ciò non fusse, il del, che tu cammine, 

Producef'ebbe st li stioi effeiH, 

Che non sarehber arti, ma mine. 
E ciò esser non può, se l'intelletti, 

Cfie mtiovon queste stelle, non son manchi. 

E manco il Primo che nolli ha perfetti. 

adi Carlo soggiunge: Vuoi tu che io sempre più schia- 
3 questo vero? Cui l'Alighieri: No^ che ciò mi basta, 
erocchè sono ben io persuaso che la natura mai totil- 
tte manca al suo scopo: 

Vuoi tu cfi€ questo ver più ti s'imbianchi? 
Ed io: Non già, perchè impossibil veggio 
Che la natura, in quel che è uopo, stanchi, 

tinua allora a ragionare lo spirito beato, dimandando: 
i sarebbe egli peggio che l'uomo non fosse animale 
le? E Dante risponde: senza dubbio, e tanto òhe ò inu- 
che tu ne aggiunga il motivo: 

Oiìdegli ancora: Or dk, sarehlìe il peggio 
Per l'uomo in tetra se non fìisse cive? 
Sì, rispos' io, e qui ragion non chieggio. 

ihe se, continua Carlo, la cosa è così, ossia so l'uomo 
ve, e nato quindi per esser socievole, come potrebbe 
dirsi società, senza varietà d'indole e d'arti, come ap- 
to scrive il maestro Aristotile? Per le quali cose tutte 
vìen concludere che varii uffizi chieggono varie facoltà, 
uindi non è da maravigliare se infra l'umana famiglia 
esi tanta diversità, sicché vi- si trovino e legislatori, e 
rrieri, e sacerdoti, e artisti, ecc.: 

E puot'elli esser, se giii non si vive 
Diversamente per diversi offici? 
No, se 'l maestro vostro ben vi scrive. 

Micheli, Storia della Pedagogia in Italia 1 






— os- 
si venne deducendo infine a quid; 
Poscia conchiuse: dunque esser diverse 
Convien dei vostri effetti le raàid: 
Perch'un nasce Ahsalon, e l'altro Serse, 
L'altro Melchisedech, e l'altro quello. 
Che, volando per faere, il figlio perse. (Dedalo) 

Né basta : che la virtù attiva dei cieli circolanti, la quale, 
come fa il suggello nella cera, imprime ne' corpi mortali 
le indoli diverse, adopera bene Toffizio suo, ma non di- 
stingue un'ostello dall'altro, una casa dall'altra, nò sempre 
dà indole regia ai nati dai re, o ingegno ai nati da' sa- 
pienti. Quindi avviene che nasca Esaù diverso tanto dal 
padre suo Giacobbe, e Romolo da genitore sì vile, che la 
sua origine si rende, sì attribuisce a Marte, dio della^ 
guerra : 

La drcular natura, ch'è suggello 
Alla cera mortai, fa ben sua arte. 
Ma non distingue l'un dall'altro ostello. 

Quinci avviene eh' Esaù, si diparte 
Per seme da Jacob, e vien Quirino 
Da sì vii padre, che si rende a Marte, 

Ciò non accadrebbe, e il generato sarebbe sempre simile 
al genitore, se Dio stesso non disponesse altrimenti, e que- 
sto per l'ordine della società. La Provvidenza divina adun- 
que vince la natura, non già ne' germi di chi nasce, ma 
nella volontà, la quale ò la cagione appunto dei vizi e 
delle virtù: 

Natura generata il suo cammino 
Simil farebbe sempre ai generanti, 
Se non vincesse 'l Proveder divino. 



— V>1> — 

Si avYisa d'aver in tal modo Cario schiarito il propostogli 
dabbio. e oontinaando ne dedace qui un'altra consegaenza. 
Se rindole sì trovi in una condizione di cose che non le 
ooifvenga; se loflBcio, la professione sia discorde dalla natura 
deiranimo; se le facoltà naturali sono combattuti' da natura, 
allora succede quello che alle piante, le quali, trasportate 
fuori del clima a loro confacente, intristiscono e muoiono. 
Che se a questo vero si ponesse mente, ossia se ciascuiìo 
considerasse il talento e naturale attitudine dogli uomini, 
collocando ciascuno al suo posto, sarebbe molto maggiore 
il numero dei buoni a qualcosa. Ma il mal ò die noi 
facciamo precisamente a rovescio, e vogliamo far oherìco 
quel fanciullo che era nato per esser soldato, e vogliamo 
diventi re quell'altro nato fatto per vestir la tonaca da 
frate; ond'è che noi siamo sempre- fuori di strada: 

0»* quel che t'era dietro t*è davanti: 
Ma perchè sappi che di te mi giova. 
Un corollario voglio che t'ammanU. 

Sempre natura, se fortuna trova 
Discorde a sé, com'ogni altra semente 
Fuor di sua region, fa mala prova. 

E se 'l mondo laggiik ponesse mente 
Al fondamento che natura pom. 
Seguendo lui, avria buona la gente. 

Ma voi torcete a la religione 

Tal che sia nato a cingersi la spada, 
E fate re di tal, che è da sermone; 

Onde la traccia vostra è fuor di strada. 

Qui dunque il nostro Poeta accenna a due importanti que- 
stioni pedagogiche^ e cioè spiega in prima com'av venga pur 
troppo il fatto che di padri dabbene nascono alcune volte 
figliuoli cattivi, e più come nell'educare il futuro cive si 



— 100 — 

debba tener d'occhio airiudole sua^ non forzarla^ ma in- 
dirizzarla^ e che massima debb'esser la diligenza e la sa- 
gacia nel dirigere Talunno, venuto che sia il tempo di 
scegliere lo stato suo, appunto perchè egli o ingannata, o 
peggio ingannandogli altri, non debba per avventura 'sba- 
gliare la strada^ e rovinarsi per sempre (7). 

Trovo poi nel Canto XXVII del Purgatorio (v. 139) un 
altro luogo^ sul quale voglio fare alcune mie considera- 
zioni. Principio supremo dell'educazione è Tautorità, come 
la libertà ne è il fine; per cui Tairte dell^educare fu anche 
definita « Tarte di render l'uomo libero » . E torna a capello, 
conciossiachè nascendo Tuomo dotato della libertà, non può, 
per le sue condizioni^ subito esercitarla di fatto, godendola 
soltanto di diritto. Ma l'educatore appunto mira a questo, 
cioè d'esercitare la sua autorità in favore della libertà del 
l'alunno; ossia ha per iscopo di condarlo per modo che 
venga finalmente un giorno, in cui senza il bisogno della sua 
guida possa l'allievo liberamente andare da sé. Giunto che 
sia questo giorno^ si rende assolutamente inutile l'azione del- 
l'educatore, che deve riconoscere esser finito l'oflicio suo, 
e scomparire. — Ora tutta questa dottrina, se non prendo 
abbaglio, la si trova meravigliosamente detta nella Divina 
Commedia. Nella quale appena qui è da ripetere ciò che 
a tutti è notissimo, vale a dire che Virgilio rappresenta il 
maestro e l'educatore, come l'Alighieri lo scolare e l'a- 
lunno. Per tacere infatti d'altri mille luoghi di quel poema, 
nel 1" dell'Inferno (v. 85) si legge: Tu se' lo mio mae- 
stro ; come nel XII. 3, del Purgatorio, parlando di Vir- 
gilio: Finch' il sofferse il dolce pedagogo. — E di maestro 
e di pedagogo aveva bisogno Dante, che rappresenta l'u- 
manità nelle sue miserie e, direi meglio, nell'infanzia sua. 
Viene però un momento in cui quest'alunno, istruito ed 
educato sotto cotanto maestro e pedagogo, ha acquistato di- 
rittura nella sua potenza dello intendere^ ne è stato sanato 



s - . .* • 



i 



* 



— 101 — 

il volere, e quindi libera e la sua facoltà di yeramente 
volere. In consegaenza è inutile che Dante più oltre pro- 
segua il viaggio suo guidato da Virgilio, il quale perciò 
sparisce dalla scena^ e queste infatti sono le ultime sue 
parole (Purgai. XXVIl. 139): 

Non aspettar mio dir più né mio cenno; 
Libero, dritto, sano è tuo arbitrio, 
E fallo fora non fare a tuo senno: 

PerchHo te sopra te corono e mitrio. 

Le quali non sono che una rivelazione esatta e vera della 
dottrina da me sopresposta. È evidentemente inutile, dice 
Virgilio a Dante, ch'io illustri la tua mente colle mie pa- 
role, e ne diriga la volontà coi miei cenni. Imperocché il 
tuo arbitrio, la tua volontà essendo stata ormai sanata, 
camminerà diritta, e quindi veramente libera; e sarebbe 
errore che tu dovessi continuare oggi a fare a senno mio, 
tu che oramai puoi andare a senno tuo. Quindi è che io 
faccio te padrone di tutto te stesso, del tuo corpo, dell'a- 
nima tua, della parte temporale di te e della parte spiri- 
tuale^ rafiBgurata la prima nella corona di re, la seconda 
nella mitria di pontefice. Non appena pronunziati questi 
versi sparisce il pedagogo, e Talunno continua il -suo cam- 
mino.. — Ma questo basti deirAlighiéri, considerato qui 
come scrittore di cose attinenti alla educazione. 

Seguitando Tordine cronologico ricorderò adesso un al- 
tro valentuomo, Bartolomeo da san Concordio, frate dome- 
nicano, morto il 1347. Rammento costui primieramente 
perchè la cronaca pisana del suo famoso convento lo loda 
assai come maestro. Da questa infatti si sa che eccitatore 
dei buoni ingegni non disprezzò i mediocri, a tutti ren- 
dendosi accessibile, comunicando senza invidia ciò che 
, aveva imparato senza impostura. Ond'avvenne che anche 



— 102 — 

i più rozzi ascirono dalle sue scuole ammaestrati; che se 
da natura ci viene Tabilìtà , dall'arte ci vien la potenza. 
Ne contentossi d'istruire i suoi frati nelle dottrine severe^ 
ma fece scuola eziandio anche ai laici in oratoria e poe- 
tica. Così la citata cronaca. — In secondo luogo voglio ri- 
cordare ancora i suoi ammaestramenti^ dove ò vero che 
nulla si trova di suo^ salvo averli diligentemente raccolti 
dagli antichi, e bellissimamente volgarizzati. Però in quelle 
distinzioni, che egli fa, vi se ne trovano alcune, dove ap- 
punto stanno riuniti insieme savi precetti di didattica, e 
queste sono le IX, X e XI, coi titoli che seguono: di 
studio; dei dottori; di dottrina e modo di dire. Chiunque 
si farà a leggerle, vi raccoglierà succose sentenze oppor- 
tune agli scolari e ai maestri, e disposte con ordine così 
che quasi ti somigliano a un trattatela di didascalica. 
Farmi dunque che questo bravo frate non dovesse esser 
trascurato in una istoria delFitaliana pedagogia. 

Dopo un anno che mancava frate Bartolommeo, moriva 
anche Francesco da Barberino di Mugello, nato colà il 
1264. — Nei suoi documenti d'amore (Roma, Mascardi, 
1640), trattato in versi dì filosofia morale, trovo alcuni 
appunti di cose pedagogiche, e qui mi contento di regi- 
strarne le principali rubriche: Descrizioni della docilità 
(pag. 9):. S'ammoniscono gli studenti (pag. 77): Della cura 
de' figlioli e d'altre cose domestiche (pag. 240) : Del modo 
da tenersi da chi vuol acqui-star qualche scienza (pag. 291). 
— Basti questo cenno, perchè non vi ho trovato nulla di 
nuovo, né di peregrino, e tanto più che poco invita a 
leggerlo quel suo stile punto facile, punto elegante, e che 
troppo odora di provenzale. 

Ma nei secolo XIY chi veramente ci ha lasciato molti 
e molto preziosi ammaestramenti di pedagogia e di di- 
dattica è Francesco Petrarca (m. 1374). — Di questi 
la più parte si trovano nelle "sue Epistolae, dalle quali 



— 103 — 

"(Xìinincìeremo, e poi ne' suoi due libri De remediis utrtus^ 
que fortunae (8). — Fra le prime, contengono precetti e 
<3onsigli generali d'educazione le seguenti (Famil. YII. 
17; Varie, 8 e 11; Senili, XIII. 5). Eccone alcuni saggi: 
La giovanile timidezza cede alle maniere familiari e cor- 
tesi: l'insolenza colla severità, colle minacce si vince: ot- 
tima regola di scolastica disciplina contro le gravi, usare 
le busse... Ad animo che sia generoso è da ispirare perse- 
veranza; a chi vinto è dalla fatica offnr sollievo; dar co- 
raggio a cui dispera, scaldar chi è freddo, ecc A ma- 
teria, che molle sia, agevole è dare quella forma, che piit 
si vuole; non ancora assodate pi^endono agevolmente le 
membra qualunque piega.,. Nobilissima cosa è la scienza 
delle lettere; piti assai la viriti... a pochi è concesso dive* 
nir letterati; virtuosi, a tutti... è piii faticosa ad apprender 
la prima che la seconda.... Bellissime e ricche di precetti 
pedagogici sono quelle in cui raccomanda egli alcuni gio- 
vaneUi, e tra queste ho notato le seguenti (Famil. XIII. 
2 e 3; XVII. 7; XXIII. 7 e 19; Senili, XV. 4). Che se 
alcuna volta gli avvenga di raccomandare qualche giovane 
che abbia peccato^ ma la colpa sia effetto del bollore del- 
l'età, sa benissimo trovare motivi di scusarlo^ come appa- 
risce chiaro nelle seguenti (Famil. III. 21 e 22; V. 8)- 
Sdegnasi però coi giovani discoli^ né facilmente si induce 
a perdonare il peccato d'ingratitudine, a meno che non 
vegga un pentimento sincero (Famil. XVII. 2, Senili, V, 
5, 6; XI, 8, 9). Lo commovono assai le sventure dome- 
stiche e di famiglia, e fa ogni prova di consolare i padri 
nella morte dei loro figlioli, e questi nel dolore d'aver 
perduto ì loro genitori; non senza tentare di consolare 
anche so stesso colpito dalla stessa disgrazia, cioè d'esserli 
mancato un figlio e un nipote (Famil. Vili. 1 ; XIII. 1 ; 
Varie, 32, 35; Senili, I. 3; X. 4 e 5; XI. 10). Final- 
mente ecco alcuni saggi di ciò che egli scrive confortando 



— iOi — 

a studiare (Senili, XI. 7): Esercita la mente; aecastunuUi 
alla fatica; sforzati e levati in alto. Non darà fruiti l'aur 
tunno, se non dette fiori la primavera. Scrivi, leggi, me* 
dita, impara, studia per farti dotto, ma, quello che più 
importa, per farti buono e sempre migliore. E bada che 
mai per te non giunga a sera un giorno, in cui tu non 

abbia fatto tesoro di qualche dottrina Né vuole che uno 

si stanchi di studiare, ma anzi ne prenda sempre più 
animo, anche se gli sembrerà di far poco profitto ne' suoi 
studi (Senili, XVI. 6): e nemmeno che questa febbre di 
studi cessi e si rallenti; e scrivendo, fra li altri, al Boc- 
caccio, rigetta il suo consiglio, col quale lo invitava a ri- 
posarsi da questa fatica (Senili, XVII. 1 e 2). — Dopo 
V Epistole, esamineremo i libri intorno ai rimedi dell'una 
e dell'altra fortuna. Ricordo innanzi tutto che il primo di 
questi libri fu scritto per opporre dei ripari ai prestigli 
della prospera fortuna, come il secondo per ristorare dei 
danni della fortuna contraria. L'opera è a dialogo, e nel 
primo parlano il gaudio e la ragione; nell'altro questa e 
il dolore. Discorre innanzi il Nostro delle grandi solle- 
citudini, e dei molti e molto gravi pensieri, i quali hanno 
e debbono avere i genitori dei loro figlioli (I. 70); e come 
non debbano di troppo quelli fidarsi di questi, conciossiachè 
spesso avviene che un fanciullo grazioso cresca poi giovane 
ingrato e disubbidiente (I. 71). Né meno è da rallegrarsi 
di troppo nei padre per le doti, delle quali per avventura siano 
ricchi i suoi figlioli, così di quelle naturali, come delle altre 
che si acquistano per abito: difatti se i figlioh son belli, 
la bellezza è di grande pericolo ai macchi, di grandissimo 
alle femmine (I. 72): se sono forti e magnanimi, la for- 
tezza è nobile, la magnanimità è bella, ma l'una e l'altra 
sono faticose e turbolente (I. 73): se finalmente la figliola 
è casta, questa è grande letizia, ma piena di sollecitudine 
{I. 74). — Seguita e parla dei maestri e dei discepoli. A 



— 105 -- 

gioidioare che un maestro sia valente aspetteremo dal ve- 
dere quali sieno gli scolari che riusciranno sotto di lui 
(I. 80). Che se al maestro toccherà in sorte un nobile di- 
scepolo, non può rallegrarsene di troppo, conciossiacbò è 
UHa faccenda importuna e spiacevole di aver adattare /'«n- 
ffegno suo con quello di un fanciullo, che non ti può se- 

gnitare'per la piccola sua età L'insegnare ad altrui è 

una sollecitudine senza riposo, e il fine suo è dubbioso, pe- 
rocché sono alcuni ingegni che mai si dirizzano ad impa- 
rare adunque insegna a colui che è atto ad apparare, 

e non dare fatica a chi non è atto, acciocché indarno 
tu non triboli te e lui insieme; imperocché malagevol- 
mente l'arte vince la natura (l. 81). — Nei capitoli 
(I. %% 85) deirottimo padre, della madre molto amore- 
vole, discorre dei doveri dei figli verso il genitore, e del- 
Taffetto che debbono avere verso la genitrice grandissimo. 
— Nel libro secondo fa cuore a quei parenti, che per av- 
ventura si lamentassero d'aver numerosa prole, mostrando 
loro, tra le altre, che i figlioli sono posti fra i primi doni 

della nostra felicità e in conseguenza che gli uomini tutti 

ne desiderano (II. 12). — E poniamo pure che non siano 
come dovrebbero' essere, pure vi si può rimediare, solo 
che si faccia sul principio, imperocché le cose dure con- 
viene si svolghino col ferro; le tenere agevolmente si toc- 
cano, e torconsi (li. 23).' Nò per quanto il figliolo sia cat- 
tivo, e mostri di esser incorreggibile, si deve cessare, ma 
anche <]uando ci sia poca speranza ch'ei si ravveda, deve 
sempre il genitore inchinarsi a misericordia verso di lui, 
ricordandosi che gli è padre, e non giudice (II. 44). Che 
se viceversa sarà toccnio a un figliolo un "piidre duro, lo 
debbo sopportare, perchè, non foss'allro, questa durezza 
spesse volte é utile (IL 45). — Finalmente si trovano pa- 
role di conforto ne' capitoli (II. 46, 47, 48, 49), ove ra- 
giona della morte dei genitori e dei figlioli. — Per tutte 



— 106 — 

le quali cose discorse chiaro apparisce coQie il Petrarca 
sia in questo secolo da giudicarsi per scrittore^ che più 
largamente di tutti gli altri ragionò di cose pedagogiche 
e didattiche^ e in modo che accuratamente raccogliendole» 
potrebbesi per avventura compilare un intero trattato del- 
l'una e deiraltra di queste discipline (9). 



Indice enologico degli astori, 
le opere dei quali farono esaminate in questa storia 

(secolo xiv) 

Egidio Colonna Romano (m. 1516) . . . Pag. 93 

Alighieri Dante (m. 1321) » 95 

GoNCORDio (da San) Bartolommeo (m. 1347) » 101 
Barberino di Mugello (da) Francesco (m. 1 348) » 102 
Petrarca Francesco (m. 1374) .... » 102 



— iW — 



WTB Ali um« m. 



1) Kelle nozze Fenoglio-Centa/zo vennero in luce (TVevuo, 1875) 
alcuni di questi documenti illustrati da Pietro Vianello, notaio. 

2) Tutto questo è chiaramente dimostrato dal mio collega in 
questa pisana Università, p. Odoardo Corsini^ ecc. Vedi Fabroni, 
HùU Acad. Pù. Pisis, lìdi. 1° voi. da pag. 14 a 45. 

3) V. Storta di Matteo Villani — i. 8. 

4) V. ivi, TL. 58. 

5) Y. TnuBOacEi, St. della Leti. Hai ecc. (1300 a 140C). 

6) Io leggo nell'edizione latina di questo trattato, Romae^ 1556. 

7) y. Tommaseo, note alla Dtoina Commedia — Milano^ 1854. 

8) Per il testo latino d'ambedue queste Opere io mi servo del- 
Tedizione (delle sole opere latine) fatta a Parigi, 1501. — Per la 
traduzione poi, quanto alle lettere, uso quella del Fracassetti, 
stampata da Le Monnier (1863), e divisa in 5 volumi di lotterò 
familiari, e 2 di senili, P«r la traduzione del de remsdiity ecc. ho 
sott' occhio quella del monaco Dassaminiato, Bologna, 1867. 

9) Per non trascurar nulla che riguardi il nostro proposito ri* 
corderemo qui di volo anche il nome di Giovanni Boccaccio (in. 1375), 
il quale, oltredichè merita di esser collocato in una storia della 
italiana pedagogia, per esser egli stato il primo a leggere in Fi- 
renze pubblicamente Dante (1375), lo rammenteremo anche per 
una delle sue più belle Novelle, che si legge nel Decamérone^ e 
la quale tutti conoscono pel titolo che sembra convenirle, cio^^ : 
Lo scolare (Vedi Nov. 7, Giom. 8). 



LIBRO IV 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 



IN ITALIA 



NEL SECOLO XVI (1401 a ISOO) 



._ Ili _ 



Ci rifaremo innanzi tutto dairesamìnare lo stato delle 
scuole italiane di questo secolo/ nel quale i nostri, racco- 
gliendo i frutti di ciò che era stato seminato avanti, e mas* 
sime negli ultimi cento anni, e fecondandoli^ riuscirono 
a fare del XV il secolo più glorioso in Italia per le scienze^ 
per le lettere e per le arti. 

E primieramente, poiché non vi ebbe altro tempo mai, 
come in questo, che. Bologna fosse travagliata da tanti e 
tanto frequenti rivolgimenti, così per tale motivo no ri- 
sentirono gravi danni le sue scuole. Difatti se per testi- 
monianza del Filelfo, il quale nel 1428 entrò a dettare in 
quello Studio, impariamo che allora fioriva per numero 
grandissimo di dottori e di scolari, si sa del pari che nel- 
l'anno stesso d'agosto, sollevatasi in Bologna una generale 
sedizione, molti disertarono da quella Università, la quale 
rimase per tre anni quasi affatto abbandonata. Ritornò quindi 
in fiore alla metà del XV per opera specialmente, prima 
del cardinale Bessarione, poi del pontefice Niccolò quinto, e 
tanto che verso la fine del secolo era frequentata da parecchi 
giovani anche stranieri; e Cristiano re di Danimarca, vistala 
in tanta fama, volle che due de' suoi cortigiani vi si lau- 
reassero uno in legge e l'altro in medicina. 

Anche l'Università di Padova crebbe di splendore in 
questo secolo, massime per le provvigioni del senato ve- 
neto, le quali ordinavano che a nessuno fosse lecito d'in- 
segnare scienza alcuna, sopra la grammatica, altrove che 
in Padova ; e quei di Vicenza per quanto cercassero di 
rimetter su il loro Studio, non vi riuscirono, che anzi ai 
primi di questo secolo fu soppresso eziandio l'altro di Trevigi, 
non appena che i veneziani si insignorirono di quella città. 



— 112 — ' 

Ben in leso però elio questa legge, con cui si vietava di 
tenere scuole di scienze superiori nelle altre città delia 
repubblica, soffri un'eccezione per la wipiiale, dove fu anxi 
fondata una specie di Università, nella quale però non si 
addottorava die in fìlosofia e medicina. 

Le coudizioni nelle quali trovavasi Pisa in pìrincipìó di 
questo secolo, quando nel 1406 venne in mano dei fio- 
rentini, fecero sì che T Università decadesse assaissimo dai 
suo splendore. La cagione principale fu dei fiorentini stèssi 
che, volendo inalzare il proprio Studio, vedevano di mal 
occhio quello così vicino de' pisani, e s'adoperarono a farlo 
morire d'inedia. Né può negarsi che quei di Firenze aves- 
sero i loro giusti motivi, imperocché tutti i monumenti 
del tempo ci attestano che quella loro Università era a 
quei giorni sommamente in fiore, così per i ceiebratissimi 
maestri che ivi insegnarono, come per la copia degli sco- 
lari che vi accorrevano da stranieri paesi e lontani. Ciò 
non di meno, passata la metà del secolo XV, cosa in ve- 
rità singolare e degna di lode, ai fiorentini medesimi sem- 
brò miglior consiglio ristabilire l'Università a Pisa, come 
di fatto accadde per pubblico decreto del 1472. In esso sì 
espongono con sincerità le ragioni; e queste sono che Fi- 
renze pativa carestia di case per degnamente alloggiare e 
dottori e studenti; che questi ultimi venivano troppo di- 
stratti dai loro studi in una città, ove i diletti e i piaceri 
sovrabbondavano, mentre Pisa per la sua situazione vicina 
al mare, la sua ampiezza, la sua abbondanza di vettovaglie (1) 
e il quieto e tranquillo vivere era veramente adattatissima 
a una città di scuole (2). Rimasti dunque in Firenze al< 
cuni professori di lettere, si riaprì lo Studio in Pisa, ciie 
in breve diventò splendidissimo. Non fu lungo però que- 
sto bel periodo dell'Università pisana, perché prima, per 
la peste del 1479, bisognò traslocarla in Pistoia, e per un 
anno: poi, per lo stesso motivo, e per due volte, cioè nel 



— 113 — 

Ì481 e nel 1485, si fece il medesimo trasporto a Priato. 
Tornata rUniversità in Pisa, quando speravasi di farla ia 
pace fiorire, eccoti nel 1494 che Carlo Vili disceso in Italia 
vi mise tale scompiglio che e maestri e scolari doverono 
«salare^ perlochè sulla fine di questo secolo lo Studio pi- 
sano era ridotto a miserabilissime condizioni. 

Tutte queste vicende e questi rimutamenti di fortuna 
non gli ebbe a soffrire in questi cento anni TUniversità di 
Siena, la quale si mantenne sempre assai rinomata. Penso 
ansi che questo fosse proprio il secolo d'orò di quello Stu- 
dio, argomentandolo dal sillabo de' professori che v' inse- 
gnarono, tanti sono e tutti tanto eccellenti. 

Piuttosto alla pisana si assomiglia di questo tempo la 
condizione deirUniversità aretina, e presso a poco per le 
stesse ragioni, cioè che nei primi del XV essendo Arezzo 
venuto in potere dei fiorentini, questi, come abbiam visto, 
furono solleciti di distruggere lo Studio pisano per inal- 
zare il proprio. £ evidente che allo stesso modo fecero, e 
più facilmente, con quello aretino, al quale poi poco, anzi 
puntò più pensando, questo scomparve affatto, né se ne 
ha in seguito altra memoria. 

Nel 1402 quei di Pavia, morto che fu Gian Galeazzo 
Visconti, riebbero la loro Università, la quale quattr'annì 
avanti era stata trasferita in Piacenza dal Visconti medesimo. 
Dì questo Studio, in questo secolo, trovo poche cose degne 
<li memoria, salvo che soffrì le solite vicende di fortuna 
..per colpa delle lotte fra i partiti e delle pestilenze, che in 
più tempi afflissero il paese. Solo aggiungerò che nel 1447, 
morto il duca Filippo Maria, volendo Milano tornare al- 
l'antico stato di repubblica libera, e quei di Pavia ricu- 
sandosi d'assoggettar visi, i milanesi, abbenchè fossero in 
l^nerra con parecchi, tuttavia coraggiosamente dettero mano 
od aprire nella loro città un pubblico Studio, vedendo 
^come non senza gravi pericoli avrebbero potuto mandare 

MioiBLi, Storia della Pedagogia in Italia % 



I 



— HA — 

i loro fìgliuoli a quella di Pavia. In verità fa maravigba 
che questa nuova Università potesse fondarsi e diventare 
celebratissima^ siccome avvenne^ e tanto che non si sa- 
rebbe potuto riuscire a farla tale nei tempi più lieti d'o- 
pulenza e di pace. Fra le altre cose è degnamente da ri- 
cordare che nella medesima fu istituita una lettura di i- 
storia^ e Milano ebbe Y onore di dare per la prima tale 
esempio alle altre città. Però questo Studio durò poco, 
perchè tre anni dopo^ proclamato duca di Milano Fran- 
cesco Sforza^ fu soppresso, e così per il rimanente del se- 
colo tornò a fiorire l'altro di Pavia, massime per i favori ii 
ad esso accordati dalla munificenza degli Sforzeschi. 

Qui aggiungerò come di questo tempo esistevano scuole V 
di grammatica e di rettorica eziandìo a Novara, e gover- u 
nate da maestri di molto credito, delle quali poi, dopo il [ 
secolo XY, ci mancano afiiatto notizie. 

Nel 1402 fu riaperta la Università di Ferrara, chiusa 
da otto anni, e abbenchè da principio sembrasse non go- > 
dere assai fama, però presto si cambiarono le cose, e di- 
venne per avventura la più rinomata in Italia in questo ' 
secolo. Ebbe però anch'essa a soffrire le solite vicende per 
le guerre e per la pestilenza, e massime per quella del 
1463, quando bisognò per un anno trasportarla a Rovigo. 

Poco dirò deirUniversità romana, la quale per il lungo 
soggiorno dei pontefici in Avignone era scemata assai nella 
fama del suo nome. Tentò farla risorgere Innocenzo VII, 
ma, morto che e' fu, ricadde. La gloria di averla stabil- 
mente rialzata devesi a Eugenio IV, come a Niccolò V, 
imitato poi da Paolo II, da Sisto IV e in parte anche da 
Alessandro VI, d'averla rimessa nell'antico suo splendore. 

Mentre queste vecchie Università, quale più quale meno 
crescevano, due altre ne sorsero a principio di questo se- 
colo. — E prima quella di Torino fondata nel 1405 da 
Lodovico di Savoia. Nata però in tempi non molto felici. 



— 115 — 

•d0vè risentirne presto le conseguenze, e al solito per la 
pestilenza bisognò trasferirla più qaà e più là, come a 
Cfaieri prima, poi a Savigliano, quindi a Moncalieri, donde 
nel 1459 fu richiamata a Torino. Nonostante questi pelle- 
grinaggi, pure ebbe abbastanza fama, e tanta che forse fu 
eausa della soppressione dell' Università vercellese, della 
quale non troviamo più fatta nessuna menzione. 

L'altra Università, nata in questo spazio di tempo, e pre- 
cisamente nel 1412, fu quella di Parma, che dovette la sua 
origine a Niccolò III, marchese di Ferrara. Pare però che 
durasse poco, e il motivo forse fu che, cessato in Parma il 
dominio dei signori di Ferrara, e tornata sotto i duchi di 
Milano, questi avendo troppo a cuore le scuole di Pavia, 
non si prendessero pensiero di quelle di Parma, le quali 
perciò dopo breve tempo morirono. 

Detto dello stato delle scuole in questo secolo, ricorde- 
remo ora quelle opere e quelle scritture, colle quali gli 
uomini del XV illustrarono la dottrina e la pratica dello 
educare e deirinsegnare. 

Desiderando mantenere al più possibile l'ordine crono- 
logico, comincierò dal registrare il nome di Pietropaolo 
Vergerio nato a Capo d'Istria nel 1549. Nella storia ò noto 
coìl'aggiunta di Vecchio^ per distinguerlo ds^ un altro di 
egual nome e cognome nato un secolo e mezzo più tardi. 
Pertanto il nostro Pierpaolo è da sapere in prima, che, 
abbenchè giovane, insegnò dialettica in Firenze, dove erasi 
condotto per udire le lezioni dello Zabarella. Quindi nel 
1595 lo troviamo lettore a Padova nella medesima cattedra, 
la quale egli tenne sino al 1405, non però che in questo 
decennio vi stesse sempre, perchè, fra le altre, si trova 
che di quel tempo tornò daccapo a Firenze. Fatto è però 
che a Padova ottenne il favore di Francesco di Carrara 
signore di quella città, che a lui affidò i figliuoli perchò 



— H6 — 

gli educasse. Sappiamo poi che nel 4417 si mise a' ser- 
vigi di Sigismondo imperatore, col quale andato in Un- 
gheria, non molto dopo ivi morì. — Delle opere di Pier. 
paolo io debbo ricordare qaesta: De ingenuis moribus oc 
liheralibui studiis lihellus, ecc. (5) dedicata a Ubertino, ul- 
timo figliuolo del sunnominato Francesco Carrara, e morto 
in Firenze il 1407. Questo libretto meritò, non appena pub- 
blicato, tanta fama che i maestri Tadottarono, e per del tempo 
à costumò di tradurlo nelle pubbliche scuole. In esso, dopo 
una lettera a mo' d'esordio, indirizzata a questo suo discepolo, 
nella quale principalmente ragiona della necessità di una 
buona educazione, massime per i figliuoli de' ricchi e de' ma. 
guati, e poi dello scopo che ebbe di scriver questo libretto, 
e della materia in esso contenuta, scende a dividere questa 
in due parti. Il titolo della prima è il seguente: Qua ratùme 
in pueris ingenia dignoscantur, et qua item tractandi sunt. li 
nostro Pierpaolo comparisce qui ben persuaso della neces- 
sità di conoscere molto addentro l'indole, le forze, le incli- 
nazioni del giovinetto che si piglia ad educare, senza di 
che l'educatore riuscirà a nulla concludere, o peggio a 
vedersi crescer fra mano il suo alunno a rovescio di quello 
che egli avvisava sarebbe divenuto. Quindi scrupolosa- 
mente minuto è l'esame che egli fa, svolgendo tutte le 
maniere da usarsi per conoscere a fondo la natura del 
fanciullo: dopo di che gli è anche più facile di venire ad 
assonare regole e precetti per educarlo come si conviene. 
Questa nel libretto del Vergerio potrebbe dirsi la parte 
pedagogica: mentre l'altra che segue intitolata: Quae sunt 
liberai studia, quibus institui adolescentes deheant, è tutta 
didattica. Chiunque si farà a leggerla da capo a fondo, la 
giudicherà, come la giudico io, un trattato completo, che 
nulla lascia a desiderare , discorrendo in essa Pierpaolo 
di tutti e singoli i generi dei diversi studi, e sempre con il 
senno d'uomo pratico e con prudente discernimento. Sic- 



— 117 — 

ehè quest'oposeoio dei Yergerio è da repatsrsì senxai JuIk 
ilio UDO dei mìgiiori scrini soll'edacaÙMie e sai melodo 
di Codiare eompaisi nel secolo XT (4). 

La storia della pedagogia italiana di questo secolo dexe 
heordare anche la Begoia del ffortmo A' cuixt famiiiart^ trat- 
tato scritto dal beato Giot€mm Dominici (o), a petìxione 
d'una tal Bartoloaunea degli Alberti, perchè delle quattro 
parti, di che si compone, l'ultiina ba per titolo: Cowf 
comcenga educare i figiiMoli. Questo celebre domenicano, 
il quale alcuni Yc^liono della casata Banchini o Bocchini, 
nato in Flrenxe il 4356, sappiamo che lesse pubblicamente 
Sacra Scrittura nello Studio della sua patria e poi a Venezia, 
e che, creato cardinale, fu da papa Martino Y mandato in 
Boemia a convertir qu^li eretici, dove morì a Buda, il 
4420. Pertaijto questo trattatello pedagc^ico è diviso dal 
nostro beato in cinque considerazioni, cioè deireducare i ti* 
gliuoli e nutricarli prima a Dio, poi al padre e alla madre^ 
quindi a sé, dipoi alla repubblica, finalmente alla fortuna. 

Curiose in verità sono le parole che seguono (pag. 435) 

a maschi senza fallo si vorrà far insegnare a feggere più 
onestamente si potrà. E stmido il mondo come sta, i7 por- 
rai a gran pericolo, se il mandi ad imparare con religiosi 
chierici; son tali quali, e poco v'imparerà. Anticamente 
con questi crescevano i buoni figliuoli, e facevansi i buoni 
uomini; ora ogni cosa è terra, e fa fieno da cavagli e fuoco 
e altro. Se il mandi alla comune scuola, dove si rauna 
moltitudine di sfrenati, tristi, labili al male ed al bene con- 
trari difficili, temo non perda infra un anno^ la fatica 
di sette. E tenendo maestro a loro posta, ci sono di molti 
dubbi e contradizioni. Sia tu sollecita in ogni caso a 

munirlo quando torna a casa si che per te non rimanga 

esso non fugga il veleno gli è posto innanzi Non esser 

piatosa a gastigarlo,... in qualunque età si sia; né ancor ciii- 
deie che tu il faccia da te fuggire. E sia abile di pre- 



— 118 — 

miarle quando fa bene, ecc. Grida molto poi contro Vttié 
di leggere i classici pagani, e nataralmente se ne ind(^ 
Tina la ragione, che egli adduce, cioè che quella teme^ 
meda mente si riempie del modo del sacrificio fatto agU 
falsi iddii..... prima diventano pagani che cristiani, eec. 
(pag. 135). — Bellissime, d'altra parte, e pur sempre vere 
le massime che seguono: L infanzia è tal età come di- 
sposta cera, e piglia quell'impronta vi si accosta (pag. 157) 

Tu ddrai lo inizio, la natura il mezzo, e esso fìgUnóle 

nutrito conchiuderà il fine (pag. 141) Assai si posson 

ben governare da piccolini, che quando son grandi, dico 
d^anni dodici, o circa, cominciano a rifiutare il giogo ma- 
terno, ecc. (pag. 148) Se avendo fatto fallo, vengano à 

domandar correzione, diasi loro men disciplina il doppio 
che se sono altrimenti trovati in fallo (pag. 156). — 
Spiega che cosa voglia dire che i figliuoli si debbono 
allevare a sé, soggiungendo: sicché possano dire; nostri 
siamo, liberi siamo (pag. 167). — Vuol che i figliuoli 
e massimamente i maschi, perchè membri deUa repubblim 
siano allevati ad utilità di quella, la quale ha bisogno di 
rettori, difenditori e operatori (pag. 177)..:.. Siano esami- 
nate le inchinazioni de" fanciulli, e quelle seguitarub, si vienx 
a qualche profitto; dove, facendo) il contrario, ne seguita 
presso che fruito inutile; però che la natura aiuta Varie, 
e arte presa contro natura non s'impara òm^ (pag. 182). 
Finalmente, conciossiachè i casi occorrenti per rimuta- 
mento di fortuna posson esser tanti, così bisogna educare 
i figliuoli di maniera che in ogni stato possano passar la vita 
(pag. 184). — Io ho recato in mezzo quello che mi è 
sembrato il fiore di qu^fhto trovasi in questo trattatello del 
padre Dominici, perchè, chiunque legge, giudichi da p^r sé 
1 indole di cotesta scrittura e la sua importanza. 

Seguitando l'ordine cronologico dirò ora di Leonardo 
Bruni (m. 1444), il quale, perchè nato in Arezzo, ebbe 



— 119 — 

-anehe il nome più volgare di Leonardo Aretino, Delle sae 
molte e molto eradite opere io ne debbo ricordare una piccola 
di volume^ ma importante assai, e conosciuta sotto il titolo: 
De studus et literis (&), che è un'epistola a Isabella Mala- 
testa. Prima che io ne parli, dirò come anche di questa 
donna non può passarsi la storia dell'italiana pedagogia. 
Gondossiachè nata costei da Antonio conte di Montefeltro 
insano pubblicamente filosofia e con plauso così che molti 
professori convenuti ad ascoltarla si doverono confessare 
vinti e superati dalla sua dottrina ed eloquenza. Morì per 
voce comune assai giovane, e sulla metà del secolo XY. 
A lei dunque scrive TAretino, e, a quanto sembra, men- 
tre era sempre giovinetta, dandole consigli intorno al modo 
di imparare le lettere. Si rifa in prima dallo studio della 
sgrammatica, e poi ragiona dei libri da leggersi, e quali, 
« come sceglierli. Vuol che la donna si dia alla medita- 
zione non solo delle lettere sacre, ma eziandio delle pro- 
fane, e massime de' poeti, ribattendo parecchie obiezioni 
messe avanti da alcuni, che di questi ultimi vorrebbero 
invece ne fosse proibita la lettura. Finalmente conchiude 
che mai arriverà uno a esser celebre letteratQ, se non ac- 
eoppìa insieme queste due cose, che si giovano Tuna al- 
l'altra, delle quali mancandone una, l'altra ancora divien 
monca, e cioè somma perizia e scienza vasta delle cose, e 
poi splendida forma per vestir queste decorosamente e ren- 
derle piane e facilmente chiare. — Tanto scrive il nostro 
Bruni in cotesta lettera, la quale può in conseguenza giu- 
dicarsi un felice modello di un discorso intorno alli studi 
che convengono ad una donna, e la quale può interessare 
così non tanto la arte didascalica, quanto la storia della 
pedagogia di questo secolo. 

Il trattato del Governo della famiglia d'Agnolo Pandol- 
fini, fiorentino (m. 1446), sebbene sia più specialmente 
ano scritto di morale e di economia, pure Io ricordo qui^ 



-r- 120 — 

perchè in esso dai particolari più minuti deiredacazioBj»- 
domestica si ascende sino ai più generali per la baona re- 
gola non solamente del privato cittadino^ ma sì ancora dei 
magistrato, dando un compiuto ritratto di quanto è bene, 
che si operi in qualsisìa condizione. Bellissima è poi la 
pittura che vi si fa del buon padre famiglia e della dilì- 
gente madre famiglia, come in generale tutte vere appa- 
riscono quelle sue sentenze^ le quali tanto riescono più 
profonde quanto più profondamente sieno esaminate (7). 
Tra le altre eccone alcune al caso nostro: Nmna cosami 
pare tanto necessaria alla famiglia quanto fare la giotoentù 
studiosa e virtuosa, reverente e ubbidiente ai comandamenti: 
perocché quanto manca nei giovani la riverenza e ^ubbi- 
dienza, tanto crescono in loro di dì in dì i vizi, o per 
ingegno depravato o pei' brutte conversazioni e consuetu- 
dini guaste e corrotte, Vedonsi alle volte i figliuoli pieni di 
mansuetudine, continenti, diligenti porgere di sé buona in- 
dole, e nuscire infami per negligenza di chi non gli ha 
bene corretti. Non é pure ufficio del padre della famigUa 
riempire il granaio in casa e la cella, ma vegghiare, guar» 
dare, considerare ogni compagnia de* figliuoli, esaminare le 
loro usanze e dentro e fuori, e ogni costume non buono; 
costrìngerli con parole convenevoli, piuttostoché con ira e 
isdegno; usare autorità piuttostoché imperio; non esser se- 
vero, rigido e aspro dove non molto bisogna ; accendere 

nelle loro menti giovanili amore e studi di cose pregiate e 

stimate Così si vogliono allevare e crescere i figliuoli. 

(Pag. 32). — E precetti bellissimi e più speciali per la 
educazione dei figliuoli dà il PandolGni nell'altro suo opu- 
scoletto. Ammonimenti a fanciulla che va a marito (8), dove 
ragiona della dignità degli oflici materni, del dovere nelle 
madri di allattare del proprio i loro figlioli, e poi educarli, 
e cominciare presto a istruirli, e procurare di far lutto ([ue- 
sto da sé, non aflidandoli, come spesso accade, con cieca 



— 124 — 

M ciirt i & e oom itpensierataggtne, a servi e fantesche, im 
«NMo delie quali, per ordinario, i fanciuiU apprendono ami 
InÉjpo certe malizie, di che poi ben presto divengono essi 
wtedesmi sdolH ad ogni tristizia (pag. 20). Così e tanto 
scrisse il Pandolfini, al quale, come tatti sanno, qualcuno 
contrastò la paternità di qnesti lavori, giudicandoli piut* 
tosto di Leon Battista Alberti. Noi non entreremo in tale 
spinosa questione, non sembrando esser questa di nostra 
appartenenza, e solo diremo qui che a suo luogo parle- 
remo anche di quest'ultimo e d'uno scritto intorno alla fa- 
miglia, comecché in esso ancora si trovino cose attinenti 
alla pedagi^ia. 

Tengo ora a discorrere di un uomo che fu ed è repu* 
tato, né senza ragione, il più grande e il maggiore di 
quanti v'ebbero educatori in Italia; di Vittorino Ramhat- 
doni, più conosciuto col nome tolto dal luogo ove nacque 
di Vittorino da Feltre (9). Venne al mondo verso il 4598, e 
istruitosi più da sé colle proprie risorse che non per lo 
«Qto di maestri, non appena ebbe compiti con plauso gli 
studi nell'Università di Padova, pregato e riprogato, si mise 
ivi stesso a leggere pubblicamente. E prima in Padova 
stessa, poi non molto dopo a Venezia (1^22), aprì un 
eoll^io, ove accolse parecchi giovani, e fu questo il primo 
saggio di quei modelli d'educazione fisica, letteraria e mo- 
rale, che ci lasciò Vittorino. I ricchi pagavano una giusta 
pensione, colla quale manteneva gratuitamente i più po- 
veri, non senza metter anche in comune co' suoi discepoli, 
esempio rarissimo, te stipendio che riscuoteva dal pubblico 
insegnamento! — Frattanto mosso dalla fama dì tanto grande 
maestro, Gianfrancesco Gonzaga, lo richiese per educatore 
de' propri figliuoli Lodovico e Carlo. Vittorino, prese tempo a 
risolvere, finalmente accettò rofficio, e venne in Mantova il 
4425. Ivi trovò che il Gonzaga aveva fatto quello di che era 
Jtato richiesto da Vittorino stesso, cioè di preparare un luogc 



— 422 — 

appartato dal palazzo, ove egli lìberamente potesse esercitart 
il suo ministero. Questa casa ebbe il nome di giocosa o gùh 
iosa, e se lo meritava, tanto era bellissima e fornita dì tutto 
le comodità, con spaziosi prati, ameni Cardini, e grande 
isosi che in quell'area oggi stanno il cortile della Fieret, 
la basìlica di s. Barbara, il teatro e la cavallerizza. Anche 
Ja trovò splendida dì ricchi addobbi, con mense appare»^ 
chiate d'arredi/ d'oro e d'argento, ridondanti di cibi delicati, 
e poi un nuvolo di servi e di altri nobili giovanetti, i 
quali, adulando i figliuoli del principe, formavano neH'inr 
sieme una famiglia di gente ciarliera, oziosa, lussureg- 
giante ed indomita. In sulle prime disperato di poter otr 
tenere intero lo scopo suo, Vittorino pensò destramente di 
rinunziare alla carica: poi, preso miglior consiglio, si trat* 
tenne dissimulando, e intanto cercando dì indagare a pieno 
llndole di ognuno di quella gente sfrenata. Conosciatigli, 
accaparrò i migliori, licenziando gli altri, e ordinò tutta la 
casa con sommo discernimento e molta saviezza, assegnando 
ad ognuno il suo compito. Per tal maniera ebbe origine 
quel collegio, donde uscirono giovani segnalatissimi nelle 
armi, nelle scienze e nelle lettere. Mantova diventò un'al- 
tra Atene, e tanto che Vittorino dovè del suo allestire una 
seconda casa per albergare il numero grande di disco* 
poli, che a lui accorrevano non d'Italia solo^ ma dalla 
Francia, dalla Germania e dalla Grecia. — Ed ecco il me- 
todo tenuto dal Rambaldoni, e prima dell'educazione fisica. 
Bandi i mangiari squisiti, e volle che il cibo fosse sem- 
plice e sano: il vino temperato e sc^l^: il sonno tanto 
che servisse di ristoro: le vestì pulite, modeste, nò troppo 
gravi nell'inverno: proibito il fuoco per riscaldarsi: avr 
vezzati alle privazioni, ai patimenti, ai disagi. Poi ogni dì 
cavalcare, trar d'arco, lottare, provarsi di' spada, correre, 
e ogni altro esercìzio atto a render vigorose, agili, pa- 
zienti della fatica le loro membra: e in tutti questi atti 



— 123 — 

voleva si mantenesse contegno, grazia e decoro. Sommo 
discemitore degl' ingegni , metteva ciascuno sulla strada 
dove era chiamato, e, a seconda deirindole, ve lo guidava. 
Quanto al metodo d'insegnare e alle materie, innanzi tutto 
dava i primi rudimenti quasi per giuoco, perchè i fan* 
ciullini non pigliassero in dispetto lo studio sin da quando 
cominciavano ad assaggiare il sapere. Fatti più adulti, al* 
lora leggeva egli alcuni luoghi dei classici, e i più op- 
portuni; spiegavagli, notandone le bellezze, fissando gli 
occhi suoi in quelli de' suoi scolari, per conoscere se e 
come e quanto apprezzassero le cose: severissimo in tutto^ 
ma sopratutto nell'ordine. Comunque dotto molto e assai 
esercitato, mai avvenne che egli montasse la cattedra senza 
larga e matura meditazione di ciò che doveva insegnare. 
Né erano poche le cose in che voleva fossero istruiti, 
perchè, oltre la conoscenza vasta e profonda di greco e la- 
tino, faceva loro imparare dialettica, rettorica, aritmetica, 
matematica, astronomia e musica. — Che se Vittorino fu a 
questo modo grande maestro, fu anche grandissimo edu- 
catore; né si possono ridire a parole le infinite cure di 
lui, perchè i suoi alunni s'innamorassero della pietas 
e della virtù, sicché riuscissero religiosi, costumati e 
dabbene. Può affermarsi, che Vittorino ottenne quello che 
pochi istitutori raggiunsero, e cioè di cambiar faccia 
al mondo d'allora, conciossiachè le memorie di quel 
tempo ci testimoniano come le virtù della scuola erano 
passate nella famiglia, e dalla scuola e dalla famiglia 
nella città: né solaiùente in Mantova, ma e in tutta 
Italia e fuori si provarono i buoni effetti dell'educazione 
sapiente e vigorosa data da Vittorino. Dal quale è a la- 
mentare che non si abbia di lui opera veruna, e ciò per- 
chè poche ne scrisse, e ninna venne fino a noi. Né io 
me ne maraviglio che poco o nulla scrivesse, occupato 
•com'era da mattina a sera dintorno a' suoi cari discepoli 



— ÌU — 

pier formarne diritta la mente e buono il cuore. — Questo 
uomo sommo morì lacrimato a 68 anni^ il 1446, e fu sepolto 
in Mantova nella chiesa di s. Spirito accanto a sua ma- 
dre. — Il benefizio fatto da lui all'Italia fu incalcolabile^ 
e ben lo dimostra il numero grande de' suoi discepoli, 
valorosi tutti, e i quali colla loro fama illustrarono sempre 
dì più quella del venerando loro maestro. Lui fortunato^ 
del quale può dirsi che verificasse in sé stesso il noto 
adagio: Datemi in mano Teducazione, ed io vi cambierò 
la faccia del mondo! 

Perchè poi la storia della pedagogia italiana non deve 
nulla trascurare, e far tesoro anche delle cose minute 
e da poco, però nomino qui Domenico Burchiello, m. il 
4448. Tra i suoi sonetti, i quali ognuno conosce quanto, a 
e<3cezione di pochissimi, siano miserabil cosa, si legge il se- 
guente (10) che non è tra i peggiori, e che ha per titolo : 
Per correggere i figliuoli: 

Quando il garzon da piccolo scioccheggia, 
Castigai con la scopa e le parole, 
E da self anni in su e' sì si vuole 
Adoperar la sferza e la coreggia: 

Se da quindici in su ei pur folleggia, 
Prova il boston, che altro non ci vuole; 
E tante glie ne dà, che, dove suole 
Disubbidirti, perdonanza chieggia: 

E se da venti in su ei f affatica, 
Fa metterlo in prigion, se te ne cale, 
E quivi presso a un anno tei nutrica: 

E se dai trenta in su ei pur fa male. 
Amico mio, non durar più fatica, 
Che di treni' anni castigar non vale. 

Partii da te cotale 
Me' che tu puoi, benché ti sia gran duolo, 
E fa ragion che non ti sia figliuolo. 



— 125 — 

Il Tiraboschi (ii) dubita se o no Maffeo Vegio da Lodi 
(n. 1406 m, 1458) leggesse nell'Università di Pavia, tanto 
più che le cronache di quello Studio non registrano il suo 
nome. Fatto è però che egli scrisse un libro, del quale 
mi conviene parlare, e che ha per titolo: De educatione 
liberorum et claris eorum moribus (12). Nell'esordio dice 
il motivo pel quale si indusse a scriverlo, e fu che dopo 
aver letto le Confessioni di s. Agostino, innamorossi tanto 
di s. Monica (13), ammirando le sue cure materne inverso il 
figliuolo, e l'affetto caldissimo di questi verso quella donna 
varissima, che pensò appunto dettare un' opera, perchè, ad 
esempio di costoro, i genitori imparassero suae et filiorum 
pariter vilae consulere (pag. 144). Ei divide la materia 
in sei libri, dove pare che nulla tralasci perchè questo 
sia giudicato un trattato perfetto e completo di peda- 
gogia e di didattica. Difatti rifacendosi il Nostro dal buon 
esempio, fondamento dell'educazione, parla poi dell'allevare 
il corpo dei fanciulli, dei modi di correggerli, della neces- 
sità di conoscerne le inclinazioni, del metodo d'istruirli 
nelle diverse discipline dalle infime alle più elevate, del- 
l'officio dei pedagoghi e dei maestri, né trascura nemmeno 
la istituzione delle femmine. Venendo poi a discorrere 
della educazione morale, con mirabile ingegno rìducendo 
tutte le virtù di un giovinetto alla verecondia, come la più 
propria di lui e la più importante, si fa strada a discor- 
rere del modo di abituare a ogni virtù l'animo dell'alunno, 
accostumandolo appunto a questa verecondia internamente 
ed esternamente, in casa e fuori, inverso le persone e le 
cose, inverso i genitori e inverso tutti, concludendo l'o- 
peretta coll'esortare gli alunni a profittare del tempo pre- 
zioso della giovinezza, come il solo e il meglio adatto a 
educarsi. — È dunque vero che questo scritto del Vegio 
potrebbe servire di testo, solo che si avesse ragione ai 



— 126 — 

tempi mutati, per un corso completo di ciò che può dirsi 
sulle due arti dell'educare e deirinsegnare (14). 

Sodo due le opere pedagogiche lasciateci da Enea Siiviù 
Piccolomini (ra. 1464) ; una sulla rettorica, Taltra De li- 
berorum educatione (15), dirizzandola a Ladislao re. di 
Boemia e d'Ungheria. Noi ragioneremo soltanto di que- 
st' ultima, lasciando T altra, perchè è un trattato di dida- 
scalica speciale, come lo annunzia lo stesso titolo. Nacque 
pertanto Enea a Corsignano, terra del senese, la quale, 
lui creato papa, col nome di Pio II, sollevò a esser 
città, chiamandola Pienza. Studiò in Siena, e con tanto 
frutto e plauso che è fama leggesse giurisprudenza in 
quella Università, essendo sempre scolare. Carissimo a Eu- 
genio lY, r ordinò vescovo di Trieste, da dove appunto 
scrìveva a Ladislao questo suo trattato il febbraio 1450. 
Nel quale al solito divide Teducazione fìsica del corpo dai- 
Taltra spirituale delTanìma. E quanto alla prima ragiona 
del come debbano nutrirsi i fanciulli, della sobrietà nel 
mangiare e nel bere, e come in generale siano da abituare 
a tenere in freno i dilettamenti corporali, sicché non av- 
venga che per le troppe cure delle membra riescano in fine 
effeminati. Quanto poi alla seconda, dopo averne dimostrato 
l'eccelsa importanza, raccomanda lo studio della filosofìa e 
delle lettere a tutti, massime poi a chi ò chiamato a go- 
vernare gli altri. Vuole che al più presto possibile diasi 
mano a istruirli, e innanzi tutto nei rudimenti di religione. 
Somma cura si abbia nella scelta dei compagni, e in ge- 
nere delle persone che si metton dintorno al bambino. Fi- 
nalmente detta precetti per imparar a discorrer bene, per 
la lettura e la calligrafia, sullinsegna mento della gramma- 
tica, della rettorìca, della dialettica, della musica, della geo- 
metria, dell'aritmetica e deirastronomia. — Questo tratta- 
tela in somma è più smilzo di quello di Maffeo Yegio, però 
le cose principali vi sono maestrevolmente toccate, così che 



— far- 
di questo oome dell'altro potremo dire ebe ci offre il mo- 
dello di un corso completo di pedagogia e di didattica, se 
non forse m^lio vaol soggiangersi della seconda che della 
prima. 

Di sopra parlando d'Agnolo Pandolfini ricordammo il 
nome di Leon Battista Alberti, e la saa opera. Delia fa- 
miglia, di cai tocca adesso che ci occupiamo. Quest'uomo 
che seppe quasi di tutto, e bene, nacque da gente fioren- 
tina, e forse in Yenesia, il i40i (i6), e morì a Roma il 
1472. Dei quattro libri pertanto in cui ò diviso questo 
dialogo, è specialmente il primo, dove dobbiamo noi por- 
tare il nostro esame. Ecco infatti il titolo : Dell' uffizio 
de* vecchi verso i giovani, e de* minori verso i maggiori, 
e deW educazione de' figliuoli. Interloquiscono Lorenio, 
che è ti padre dell'autore; Àdovardo e Leonardo cugini 
fra loro, e nati ciascuno da un cugino di Lorenro stesso. 
Stanno poi presenti alla conversazione Leon Battista col 
fratello Carlo, ma non parlano. S'incomincia dal ricordare 
i doveri dei vecchi verso la gioventù e di questa verso di 
quelli, facendosi così strada agli obblighi più speciali o 
maggiori de' figliuoli verso i loro padri. Prima dunque 
virtù e principale in un giovane la riverenza; poi le al- 
tre, a ottener le quali ottimo mezzo è sin dai teneri anni 
provare qualche avversità, vincendo le ingiurie della for- 
tuna. — Niun amore vince quello di padre, il quale stimo- 
lato da natura sovente per grande fervore trascendo, o almeno 
offusca gli occhi così che i genitori rado veggono i vizi 
dei loro figliuoli. — Quindi si parla delle cure da aversi 
intorno al corpo, finché piccoli; come debbasi loro dare il 
latte e da chi; e come, fatti più grandi, si debbano indurire 
alla fatica con esercizi continuati, nò farli poltrire nuiro- 
zio, peste del corpo e dell'anima. — Se il fanciullo sba- 
glia, si corregga, ma riflettendo che lo errare ò comune: e 
mai con busse e percosse o con parole acerbe e vitupe- 



— 128 — 

rose, ma sì con severità, senza troppa pietà, ciiè la negli- 
genza ('. ]a licenza dei parenti riasciranno sempre nodie. 
— Parla anche dei maestri e degli stadi, e della loro uti- 
lità, corno del l'importanza che i gioTanetti siano esiandb 
imprntìcMti in qualche mestiere noti servile y col quale» m 
maligna alcuna fortuna accadesse, potessero coUa loro «nAk 
stria e inani onestamente vivere -~ Conclude poi il Nostn 
come gli altri: Sf ano dunque solleciti i padri in ogni moda 
prima con vspmplo di sé stessi insegnando, e poi con pOr 
rote amir.onendo e con la scopa castigando, al tutto cavim 
9 vizi dagli animi die ora verziscono; semenHngii di bmm 
virtù; rcfiidano i figliuoli d' ogni parte culti e ornati di fu- 
Irtissimi costumi. — Ciò che ho detto parmì bastante a fer- 
marci idea dì questo scritto, che non potremo affermare 
esser un trattato d'educazione, e tanto meno, completo, 
ma però le massime che vi si trovano sono giuste, e a 
ogni modo riuscirà sempre piacevole, per non dire otiie, 
la lettura di un libro dettato con purgatissìma lingua e 
dicitura. 

Un'opera molto somigliante a quella di Agnolo Pandol- 
fmi, già esaminata da noi, è il Trattato della vita civile (i7) 
di Matteo PalmieiH, cittadino Gerenti no, nato il 1405 e 
morto il li75, scritto a forma di dialogo, dove gli inter- 
locutori sono i due giovani Luigi Guicciardini e Franco 
Sacchetti, e poi lo stesso Pandolfìni. È diviso tutto in 
quattro libri, il primo dei quali è interamente pedagogieo, 
come si ricava, non foss'altro, dalle parole del proemio 
ad Alessandro degli Alessandri, le quali dicono così: AW 
primo (libro) con diligenza si conduce il nuovamente nolo 
figliuolo infino all'età perfetta dell'uomo, dimostrando cw 
che nutrimento e sotto quali arti debba riuscire piò, che gli 
altri eccellente (pag. 418). Lasciando adunque gli altri tre, 
ragionerò io di questo primo libro, perchè è al mio proposito. 
Com'egli stesso confessa nel proemio medesimo (pag. 416), 



— i29 — 

nel comporre che fece questo suo libretto ben poca parte 
vi mise dì suo, del resto cercando insieme e ordinando 
precetti accomodati ad ammaestrare l'ottima vita dei civili^ 
i guati, diligentissimamente scritti da vani autori greci e 
Mini, sono stati lasciati per sedute del mondo. Difatti in 
questo primo suo libro, per tacere degli altri tre, non, fa 
altro che riportare luoghi tolti dai classici, e specialmente 
dalle Istituzioni oratorie di Quintiliano, i quali spesso e 
volentieri traduce a puntino e alla lettera. Non è men vero 
per ciò che la lettura di quest'operetta non riesca dilette- 
vole e ghiotta, perchè in primo luogo è scritta tutta in 
j)argatissima lingua fiorentina, e poi qua e là egli interpola 
massime ed esempi, cavati dai tempi che correvano, ed è 
^eempre mirabile il modo col quale egli sa ordinare e far 
sue le teorie tolte dai classici, e tanto che tutto ciò che 
dice facilmente si piglierebbe e si considererebbe cosa sua 
ipropria. Cosicché questo dialogo, di poco inferiore in sem- 
plicità all'altro del PandolGni, sarà sempre un bel modello 
da tenersi dinanzi, volendo scrivere di materie pedagogiche. 
•Vengo ora a uno scrittore, che gli storici delle nostre 
lettere, e a me pare non giustamente, hanno appena ri- 
cordato, e del quale in questo commentario dovremo oc- 
-cuparci assai, perchè uno dei più solenni scrittori di cose 
didattiche, e più copioso tra quelli di questo secolo. Ago- 
stino Dati nato in Siena il 1420, ivi educato e istruito: 
mentre era per laurearsi in giurisprudenza, tanto grande 
risuonava la fama di questo giovanetto di 22 anni, che 
Guido duca d'Urbino chiamollo per maestro d'Oddo An- 
tonio suo figliuolo. Vi andò e vi rimase due anni, du- 
rante i quali Oddo essendo stato ucciso. Agostino riuscì ac- 
cetto egualmente al fratello duca Federigo, che, innamorato 
delle buone lettere, lo trattenne. È fama come di quel tempo 
i siciliani chiamassero il Nostro a maestro in quell'isobi 
•ooll'offerta di ricco stipendio e lauto mantenimento. Chec- 

Micheli, Storia delia Pedagogia in Italia 9 r 



— 130 — 

che debba dirsi di questa voce^. fatto è che pochi aimb, 
dipoi lo troviamo in Siena, ove aveva aperta una scuola* 
pubblica per insegnarvi umanità. Ivi a 55 anni si ooq^. 
giunse in matrimonio con una della casa Petroni, e mn 
ostante che le leggi dello Studio senese' vietassero agli am-* 
mogliatì di entrare nell'albo dei professori di teologia^ pure ' 
il cardinal Francesco Piccolomini assolvè da qnesta proi- 
bizione il Nostro, il quale ivi lesse pubblicamente per vani 
anni la Sacra Scrittura. Aprì in patria del proprio una 
biblioteca, ove la sera radunavansi pareeebi giovani^ ai 
quali egli cortesemente prestava l'opera dirìgendoli nei 
loro studi, e massime insegnando loro Tarte difficile di con- ' 
sultare gli autori per cavarne degno profitto. Tant'uomo 
e tanto benemerito della istruzione fu rapito dalla pest5> 
del 4478, ed ebbe sepoltura nella tomba della sua fami-*: 
glia nella chiesa di s. Agostino. — Accennata cosi breve- 
mente la vita, veniamo a dire delle opere. Di queste ne - 
abbiamo due edizioni complete: una di Venezia nel 1517; 
Taltra più antica, curata da Girolamo figlio di Niccolò, fra-» 
tello del Nostro, la quale è stampata a Siena, coi tipi del 
Nardi, il 1503. Questa è quella ch'io ho sott'occhio. Delle 
scritture del nostro senese le più sono didattiche, o almeno 
contengono precetti didascalici, ed io mi rifarò da quella che 
mi sembra la maggiore, e che diresse al figlio Niccolò, col 
titolo: De ordine discendi (pag. 259). In essa gli rammenta 
come a ottenere buon effetto negli studi sia necessario in 
prima ingegno, metodo e studio; e poi, imitazione od eser-' 
cizio. L'ingegno, avuto da natura, lo rendiamo migliore coi 
metodo, ossia co' precetti dell'arte e collo studio; due cose 
che dipendono dalla nostrn industria. L'imitazione poi è 
uno specchio, dove, contemplando le cose nostre, più facil- 
mente vediamo col confronto se siano come deblK>no es- 
sere. Anche è necessario l'esercizio, che vai più della voce 
del maestro e di mille regole. Insomma coi metodo ci. 



— 154 — 

islnùamo, collo stadio andiamo innaDzi, eoU'imitazione ci 
.-^iotiaino, e eolt'esereizk) ci perfezioniamo. E così con tatti 
qaesti mezzi insieme diventiamo celebri^ e si ra^iange 
la gloria^ nUìmo nostro desiderio. Nel resto della lettera 
discorre dei modi di studiare eloquenza, ne espone i di- 
versi g^eri, le varie parti di ana ben composta orazione, 
e raccomanda al figlinolo di meditare a lango salle opere 
di M. Tallio e di Qumtiliano, ove troverà dichiarata ogni 
regola con chiarezza e verità. Somma sia In cura nellt» 
scegliere le parole, ed aiuto grandissimo riceverà per que- 
sto dallo stadio di Terenzio. Si dia pensiero di coUivai*e 
la memoria; fugga Tozio, la vita molle: ami di cuore la 
virtù, e cerchi con tutta In forza del l'animo la lode, e 
vegga di meritarla. Niccolò Bnndiern parlando di questo 
scritto del Nostro dice: Absohitissimum opus meo judicìo 
est; quod iUinam legerent, qui tei publica auctorttate, 
ata £X suMcepto vf'tae instituto, seti victus eomparandi gra- 
tta, lecHssimae juventutis institutionem capessunt, Mehercfe 
enim tnelius de re Uteraria, deqne juvenibus sibi creditis 
meréreiUur (i8)k — Dopo quest'opuscolo dirò delle orazioni 
recilate, com'era costume, il dt di s. Luca (18 ottobre) nella 
solenne riapertura degli studi, dinanzi ai lettori e agli 
scolari 9 i quali dovevano essere in numero grandissimo, 
perdìo si sa da Agostino stesso che ivi s' erano radunati 
da tutta Italia non solo, ma di Francia, di Spagna e 
persino d'Inghilterra. In alcune di queste orazioni ora 
piglia a dimostrare che solamente dallo studio delle buone 
lettere ricavasi la vigoria della mente, e che sola la virtù 
è da cercarsi per sé medesima ; ora parla deireccellenza 
del sapere e dei suoi vantaggi ; ora come la vera felicità 
si abbia peculiarmente dallo studio delle lettere e arti belle; 
e via co^ di altri argomenti tolti dalla pedagogia e dalla 
didattica. — A queste orazioni tengono dietro le prolusioni 
che egli soleva mandare innanzi ai libri che mano a mano 



— 132 — 

prendeva a leggere, come alle Georgiche, sgli sctriui di 
s. Girolamo contro Gioviniano, a diversi trattati di Cicerone, 
ai memorabili di Valerio, alle commedie dì Terenzio, eoe. 
— Vi sono anche delle allocuzioni fatte airoccasione che 
qualche scolare prendeva le insegne del dottorato. — E poi 
delle orazioni recitate quando qualcuno dei professori dello 
Studio assumeva la carica di Rettore dello Studio istesso; ed 
in fine ve ne è una detta dinanzi a Pio II, a nome di tutto 
il corpo accademico della senese università. — Dopo le orar 
zioni vengono le lettere, divise in tre libri. Fra queste ve 
ne sono molte scritte a' figliuoli suoi o a' suoi scolari, o in 
genere a giovani, le quali sono ricche di savi consigli, d'ot- 
time massime a ben condursi nella vita, a studiar con pro- 
fitto, e con qual ordine farlo, con quali metodi, e altri am- 
maestramenti di questo genere. — Scrisse anche un libretto 
sul modo di comporre le lettere e le orazioni, indirizzan- 
dolo ad Andrea Capacci, suo amatissimo discepolo. — N^ 
gli Stromati discorre ancora di materie didascaliche, e 
cioè di musica, di geometrìa, d'eloquenza e dell'arte del 
parlare, e che devesì ai greci il primato nell! officio del- 
l'insegnare. — Né davvero io farei mai fine solo ch'io 
volessi ricordare quanto il Nostro scrisse in questo propo- 
sito: per la qual cosa concludo che io non trovo in questo 
secolo altri da paragonare ad Agostino Dati, giudicandolo 
l'uomo il quale più e meglio di tutti bene meritò della 
istruzione italiana nel decimoquinto. 

Non senza maraviglia, cred'ìo, si vedrà che in questa 
istoria ricordo la seguente lettera (i9) di Lorenzo De 
Medici, chiamato il Magnifico, indirizzata a M. Giovanni, 
suo figliolo, cardinale. In essa sì danno avvertimenti e 
consigli, ì quali sebbene, chiunque li legga, vegga dottati 
più presto dalla mente del furbo politico che dal cuore di 
un padre amoroso, tuttavia, per nulla trascurare al mio 
proposito, ho voluto citarli come una scrittura pedagogica 



— i33 — 

del 1492, ossia deiranno in cui il Magnifico cessò di vi-- 
vere. Tatti sanno come Giovanni vestì la porpora da gio- 
vÌBetto, non avendo che 14 anni, e, poiché era nato nel 
4475, toccava i 17 quando riceveva dal padre questa lettera. 
Nella quale egli da prima a lui raccomanda che faccia 
(more alla sua dignità con una vita santa, esemplare ed 
(mesta, e perseverando negli studi convenienti alla sua pro- 
fessione. Lo avverte che non gli mancheranno partico- 
lari tndtaion e corruttori, i quali s'ingegneranno dimi- 
nuire la sua dignità, col denigrare l'opinione della sua 
vita, e farlo sdrucciolare in quella stessa fossa, dove essi 
sono caduti, confidandosi molto debba loro riuscire per la 
sua giovanile età. A questi egli si opponga fuggetido^ come 
SdUa è Cariddi, il nome dell'ipocrisia e la mala fama, in 
tutte cose usando mediocrità. Il suo conversare sia caritativo 
e senza offensione. Conosciuti i più e i meno accostumati, 
coi meno fugga la conversazione molto intrinseca. Poi con- 
tinua: Una regola sopra le altre vi conforto ad usare con 
tutta la sollecitudine vostra; e qtiesta è di levarsi ogni 
mattina di buon'ora, perchè, oltre a conferir molto alla 
sanità, si pensa ed espedisce tutte le faccende del giorno.... 
Ancora un'altra cosa sommamente necessaria a un pari 
vostro: cioè pensare sempre, e massime in questi pnncipii, 
la sera dinanzi, tutto quello che avete da fare il giorno 
seguente, acciocché non vi venga cosa alcuna immeditata, ecc. 
Checché voglia dirsi di questa lettera del Magnifico, ve- 
niamo piuttosto a un altro fatto che la storia dell'italiana 
pedagogia ricorda ad onoro di Lorenzo, cioè d'avere sag- 
giamente affidata l'educazione e l'istruzione de''suoi figliuoli 
a uno dei più valenti istitutori del tempo suo, ad Agnolo 
Poliziano. Del quale il merito come maestro sta qui d'es- 
ser slato il primo, che, non contento come gli altri d'in- 
segnare la via a divenire colto scrittore ed eloquente^ 
volle nelle opere sue far rivivere, e ci riuscì a maravi- 



— 154 — 

glia, la aobile eleganza degli anùchi scrittorL II Guan&o, 
il Filelfo^ il Valla e altri maestri sapevano correggere, gli 
errori dei (oro discepoli, e dettare precetti a scrivere cpr- 
rettamente, ma non seppero raggiungere quella perfeiione 
che essi predicavano, né davvero i loro scritti farono mo- 
delli di classiche scritture ed originali. Invece il Poliziano, 
insieme colle r^ole, dette a' suoi scolari esempi di stile 
bellissimi in verso ed in prosa, e non solo in latino è in 
italiano, ma eziandio in greco e in ebraico, e nelle diverse 
materie, che furono moltissime, le quali egli prese a trattare. 
La*qual cosa tanto più è degna di elogio, quando si ri- 
pensi che egli fece tanto nel breve spazio di soli quaran- 
t'anni che visse, nato essendo il 1454 e morto il 1494. 
Né minor lode si ebbe il Nostro pei molti e tutti celebra- 
tissimi discepoli, che uscirono dalla sua scuola d'eloquenrt 
greca e latina, tenuta da lui in Firenze, e alla quale fu 
nominato che aveva appena 29 aani (20). — Di lui ab- 
biamo una lettera a Lorenzo il Magnifioo> intitolata: Quod 
ira in pueris optimae saepe indolis est argumeniumy la 
quale noi esamineremo (21). Pare che il Medici si fosse 
scandalizzato come mai Àgnolo non disapprovasse certi 
moviinenti d'ira e di. sdegno che si manifestavano n^l più 
piccolo dei due figliuoli di Lorenzo istesso. Quindi il male- 
stro si difende di fronte al padre, osservando con Aristotile 
che Tira, non chiudendo ai&tto l'entrata dell'animo contro la 
ragione, dirittamente la si stima per il minore dei peccati. 
Inoltre i iianciulli quando mai si adirano, poiché questa 
renitenza non può, per motivo della tenerella età, proce- 
dere da ragione, segno è che costoro sono ebeti e stupidi 
dell'animo, e che questa loro totale pacatezza dipende ap- 
punto da stolidità ed ignavia. Quindi è che se trovisi al- 
cuno che magnifichi questa immobilità dell'animo in un 
giovane, o esalta cosa che è contraria alla comune na- 
tiara o vuol far dei ragazzi tante pietre, tanti tronchi. 



di viu. laiwiiui l'in ÌB ui giaYiAe <^ «ign^ 

colsi e vivo, e d'aitn parte o^ edocdiloare «imi uh^ 

fiio aTerla da fàtt tsm CmcìiiIIì di tj}Me>ia $pede aiitickè 

«QB chi ka .kisci([Bo per maovivsì d«Ua vock» del maMliw 

dei jinproTeri e persìiH) talvolta deUe battitan'. IVrò gii 

.Spartaaì gìudieaTaiio che nessuna buona sperann ;$i pi>« 

. lesse aver di un ragazio ìndìfierenle alla lode e all'ìipio- 

'OMiiia. Quijhtiliano voleva che i suoi seobri«se vìuu«pìan* 

gesserò; se vincitori, si insuperbissero: Plutareo final* 

menle sentenziava cbe non ha ira chi non ha testa. — 

Oisiingne però e saviamente il Poliiiano Tira dal rancore, 

condannando questo come nemico alla virtù e alla bontà, 

e pernicioso ancora alFomano ingegno. — Ma ritornaiklo 

•^ «D'ira soggiunge, che quella quale diuìostrossi nel lìgliuolo 

•di Lorenzo, punto da rimbrotti e da vergogna, non hi 

può tenere per altro che per amore di gloria e di virtù: 

IkL. te non fu battuto, non fu per minaooe spaventato; con 

ie pande soltanto lo sforzasti a lagrimare. Adunque per- 

• che. piange il mio piccolo Pietro? di che si lamenta? Piange 

e si lamenta come i generosi mirmidoni compagni d'Achilli', 

■ i qvtaliy pensando la gloria, die a lui seguitava dal suo 

grande valore, non potevano egualmente conseguirla. E non 

HfAì pare che questa puerile iracondia sia pudore? — * Non ò 

^.men vero per ciò che e' non si debbano regolare quesd 

impeti naturali in un fanciullo, e anzi impiegarvi somma 

cura. Però il Poliziano continuando, scrive: Che se ad ai- 

'^cuno poco esperto delle condizioni di natura parrà un im- 

surdo che abbiamo tanto laudalo l'ira, questa anco li conce- 

•ikremo, sì veramente che non si escluda esser questa nei 

fanduUi segno di nobile e svegliata indole, la quale per gli 

Àmni, per lo studio, per la esercitazione mitigandosi di dt 

in dì, verrà poi acconciamente a maturità e a bene, prima 

aU marcire e guastarsi. Ma tu per avventura non ItiwH 

it iracondia nei provetti, come cosa .pessima e detestafH/^. 



— loG — 

Quella spada medesima, la quale, se portata in mano del 
boia, pare da detestarsi, è argomento a immaginare belle 
opere di virtii, se vedesi al fianco d'un soldato o di un cor 
pitano. Germogliano spesso negli animi generosi dei vizi me- 
scolati con delle virtù, come in grasso terreno non colti* 
vaio nascono spine e piiini Come dunque i buoni agri- 
coltori strappano le male erbe nocive al finimento, abbenchè 
per esse riconoscano la fecondità del terreno, così i parenti 
e i maestri debbono correggere i vizi prima che induHno, 
abbenchè questi diano indizio d'ottima natura e ingenua, 
ecc. ecc. — Io mi sono trattenuto assai sa quest'epistola, e 
riio riportata quasi per intero, perchè mi sembra uno scritto 
singolare nel secolo del quale io narro. Vo' dire che nou^ 
m'è occorso di leggere in altri una sottile analisi, com'è 
questa, delle condizioni in cui si trova l'animo del fan- 
ciullo, rapporto a (juesto determinato affetto delFira. Se 
vero è,«com'ò verissimo, che una buona educazione e frut- 
tuosa la non si potrà ottenere, salvo che non siasi in prima 
conosciuta ben bene l'indole dell'alunno, il quale pigliasi 
ad educare, dovrà dirsi che il Poliziano a pieno conosceva 
quest'arto dello indagare e scrutare l'interno dei giova- 
netti, argomentandolo da questo semplice saggio che il 
caso gli offerse di trattare. Renderebbe pertanto un im- 
menso servizio alla pedagogica chi sulle traccie segnate dal 
Nostro ci desse un'analisi completa di tutti gli affetti, delle 
passioni tutte, nel loro grado, forma e indole, come appa- 
riscono e sono nella prima età, all'oggetto che chiunque 
si ponesse all'opera dell'educare avesse in mano un 'qua- 
dro, ove fossero esattamente disegnate le condizioni del 
cuore e dell'animo del suo alunno. — È per questo che 
io credo meritevole di molto elogio questo saggio apparec- 
chiatoci da Agnolo Poliziano, e tanto più che nessuno fra 
gli scrittori d' educazione nel XV ce ne lasciò un altro 
consimile condotto con tanto di verità e di sottigliezza. 



— 137 — 

Gli scritti esaminati sino a' ora sono stati intorno alla 
educazione e istarnzione in generale: quello che segue sarà 
invece di educazione e istruzione parziale. Francesco Pa- 
trizi senese (n. Ì4i2, m. 1494), chiamato il Setiiore, per 
distinguerlo dall'altro soprannominato il Giovane, dettò il 
suo De regno et regis institutione (22),. coH'animo di scrì- 
vere un trattalo di ciò che sia da farsi per educare e 
istruire un principe. L'opera è dedicata ad inclitum et ce- 
leberrimuni Calabn'ae ducem Alphonsum Aragonum, ed è 
divisa in nove libri. Per noi è importante il secondo, e il 
motivo apparisce chiaro dalle parole colle quali il Nostro 
lo conchiude scrivendo : Sed fam praescribetidns est finis 
huic secundo tolumini (libro), in quo de educatione et efu- 
ditùme futuri regis tractavimus. Tiene presso a poco il 
medesimo ordine degli altri che scrissero deircducazione e 
istruzione in generale, rifacendosi dalle cure che si deb- 
bono prestare al fanciullo appena nato, al quale vuole che 
la madre non solo somministri da so stessa il latte, ma 
ne sia, per dir così, la prima e principale istitutrice, con- 
fortando questa sua dottrina con esempi, che egli toglie 
dalle storie dei greci e dei romani. Poi ragiona di coloro 
che debbono esser messi d'intorno al ragazzo e quindi 
dell'ofiQcio dei maestri e dei pedagoghi. Accenna quali* 
sono gli scrittori che il regio fanciullo dovrà leggere, e 
quali no, e come leggerli. Vuole che il futuro Te si abitui 
a parlare chiaro, con soavità e brevemente sentenzioso. 
Attenda alle matematiche, come all'aritmetica, alla geome- 
tria, le quali a lui gioveranno specialmente per apprender 
bene Tarte della guerra: né trascuri l'astronomia, e nem- 
meno la musica, cotesta potendoli esser d'utilità grandis- 
sima un giorno a sollevare qualche volta l'animo stanco 
dalle cure faticose del governare. — Questo è quanto tro- 
vasi nell'opera del nostro senese, che ha il merito singo- 
lare d*esser la sola ch'io abbia troVata nel secolo quin- 



— 138 — 

todecimo^ la quale ci offra un trattato di pedagogia e 
di metodica parziale e proprio per chi pigli a istruÌFe tà 
educare un futuro principe (23). 



Indice alfabetico di scritture pedagogiche di astori italiani 

pubblicate nel secolo Vi. 

CoRRARO Gregorio: Poemetto satirico intoma aifeducth 
ziùne dei fandutli. 

Veramente non lo dovrei porre qui^ essendoché sia nuh 
noscritto. Così infatti lo trovo annunziato da Carlo Rosmini, 
il quale aggiunge che era conservato presso l'abate JUorelH 
(Idea dell'ottimo precettore; Milano, 1845, pag. iM). — 
L'A. del poemetto nacque a Venezia intorkK) al 1441, fu 
scolare di Vittorino da Feltre, e morì il 1464. 

FiLELFO Francesco; De liberis educqndds. 

L'A. n. ^ Tolentino il 1398, insegnò, né una volta sol- 
tanto, ma andandovi e ritornandovi, a Venezia, a Padova, 
a Vicenza, a Bologna, a Siena, a Milano, a Roma, a Fi- 
renze, ove finì la sua fortunosa vita, e fu riposto nella 
ss. Annunziata. 



— 13» — 



iBdke rron#li;ifo degli astori 
le iperf dei quii fanno esaiiute in qiesU storia 

(Secolo iv). 



Vbrgerio Pietro Paolo, m. poco dopo il 1417. Pug. i 15 

Dominio B. Giovanni (m. 4420; » H7 

Bruni Leonardo (Aretino) (m. i44i) . . . » 118 

Pandolfini Agnolo (m. 1446) » 119 

Rambaldoni Vittorino da Feltre (ni. 1446) . » lil 

Burchiello Domenico (ni. 1448) » 124 

Vbgio Maffeo (m. 1458) » 125 

Piccolobqni Enea Silvio (Pio II) (m. 14&Ì) . » 126 

Alberti Leon Battista (m. 1472) . ...» 127 

Palmieri Matteo (m. 1475) » 128 

Dati Agostino (m. 1478) » 129 

De Medici Lorenzo (m. 1492) » 132 

Pcn^iziANO Agnolo (m. 1494) » 153 

Patrizi Francesco Senior (m. 1494) ...» 137 



— 440 — 



IVOTE AL. LIBRO 1¥. 

1) Nelle antiche sculture, Pisa è raffigurata in una donna che 
dà ^1 latte a due fanciulli, per indicarne l'abbondanza del suolo, ecc. . 

2) Il mio confratello e collega in quest'Università pisana, p. Ales- 
sandro Politi delle Se, Pie, in una sua orazione inaugurale (Flo- 
rentiae, 1772, pag. 214) parlando di questi fatti, e volgendo il 
suo discorso a Pisa, scrive: Academia haec tua traduci, transmit- 
tique alio nullo modo potuit, Cur, auditores? (jum «a, quihus Aca- 
demia Pisana efflorescit ac viget, clementia et saluìrritas aeris^ agro- 
rum, uhertas, terrarum ac marium opportunitas, beata reruni orn- 
nium' copia, denigrare, hinc aliuqne ahsportari minime omnium pò- 
tuerunt. Tanta haec tamqve e.rimia ac propria Arademiae Pisanae 
felicitas bene vobis cognita ac perspecta eraf, summi /lorentinomm 
proceres, iidemque principes Aetruriae, viri prudentissimi et sapien- 
tissimi, qui, post arrtissam a pisanis ìihertatem, jacentem atque af- 
flictam, Academiam Pikanam, prò summo vestro erga bonas literas 
studio, erigendam vobis atque in pristinam ampliiudinem et gloriam 
restituendam existimastis. 

3) Comparve la prima volta per le stampe nel 1472. Poi se ne 
fecero altre edizioni, delle quali io conosco le seguenti: Roma, 1474; 
Milano, 1474 e poi 1477; Brescia, 1485; Parigi, 1494; Venezia, 
1499. — Io ho sott' occhio quella di Basilea del 1541, dove vi sono 
uniti anche altri opuscoli pedagogici e didattici. 

4) Vergerio scrisse anche una Commedia, ad jvvenes tnores cor- 
rigendos, la quale sta manoscritta nell'Ambrosiana di Milano. — 
Vedi Colle, Storia dello Studio di Padova, voi. iv. pag. 48. 
Padova, 1825. 

5) Donato Salvi, accademico della Crusca, ne fece un'accurata 
edizione, Firenze, 1860. 

6) È pubblicata fra le « Grotii et aliorum dissertationes de studiis 
instituejidis » Amsterdam, 1645, pag. 414. 

7) Vedi la prefazione di Luigi Carrer all'edizione fatta da lui 
pe' tipi del Gondoliere, 1841. 

8) Perugia, 1860. — L'aveva pubblicato, pochi anni avanti, traen- 
dolo da una pergamena, il chiarissimo abate Raffaello Marchesi, 

9) Molti hanno scritto di Vittorino, tra i ((ualì io ricorderò i 
seguenti : 

a) Bartoloiiko Platina. Vita di Vittorino, riportata nei Mo- 



— 141 — 

numenli Creynonesi, raccolti dal domenicano Tommaso Vaìzanì. -— 
RomaCf 1778, i. pag. 14. 

h) Ambrogio Tiuteasari camaldolese parla di Vittorino nelle 
seguenti sue lettere (Florentiae. 1759> : Lib. tu. Epist. 3; vui. 49 
e 50; XV. 38. 

e) Bertinblli Saverio discorre di Vittorino- nelle sue Letttn 
Mantovane. — Vedi Opere; Venezia, 1800, pag. 47 e 95. 

dj Franxesco Prendil acqua dettò in dialogo la vita di Vitto- 
rino, pubblicata per cura del Morelli, Patatiiy 1774. 

ej Francbsco da Castiglioni, discepolo di Vittorino, ne 
scrìsse la vita, che conservasi ms. nella Laurenziana di Firenie. 
Se ne leggono dei brani presso il Bandini (Catal. dei mss. Lau- 
renziani, t. in), e nella vita scritta dal Mchus di Ambrogio Ca- 
maldolese, premessa alle Epistole di quest'ultimo: Ediz. Floren- 
tiae, 1759. 

fj Sassuolo da Prato scrisse la vita di Vittorino, lui tuttora 
vivo. La pubblicarono Martene e Durand nella Collectio Script. 
Vel. et Monum. amplissima^ eie. Parisiis, 1724, pag. 842. 

gj Rosmini Carlo. Idea dell'ottimo precettore nella vita e di^ 
sciplina di Vittorino da Feltre e de* suoi discepoli^ Libri 4, etc. — 
Bassano, 1801, e poi Milano^ Silvestri, 1845. — Sopra quest'opera 
■ eruditissima vedi anche: Antologia^ 1823, maggio, x. 117. 

h) Bernardi ab. Jacopo. — Studi su Vittorino da Feltre e suo 
metodo educativo. Pinerolo, 1856. 

i) Lo stesso. — Discorso nell'inaugurazione di un monu- 
mento a Vittorino da Feltre. 

k) Carlotta Ferrari. — Strofe a Vittorino da Feltre. 

l) Cenni su Vittorino da Feltre. — Vedi Glorie italiane; AU- 
manacco, Milano, 1873. 

m) Bbnoit Madamigella E. — Vittorino da Feltro, ossia Te- 
ducazione in Italia all'epoca del risorgimento, ecc. (in francese) 
2 volumi, Parigi, 1853, con un bel ritratto di Vittorino stesso. 

n) Vincenzo Antinori ne' suoi Scritti pubbl. Firenze, Barbera, 
1872, p. 343, parla di Vittorino. 

o) SiNiGAGLiA Giorgio; Discorso su Vittorino, letto nella festa 
liceale di Massa, 1873 (inedito). 

10) È nell'ediz. fatta a Londra, 1751, pag. 201. 

11) y. Storia della Lett. Ital. — Milano, 1834, xvii. 120. 

12) È in quella Raccolta d'opuscoli pedagogici, stampati a Ba- 
iilea da Roberto Winler^ ecc., della quale io parlo qui sopra alla 
nota 3. Di questo libretto di Mafiea Vegio ne è anche stata fatta 
un'elegante edizione a Tournay {Tornaci, \H^y4\. 



— 442 — 

13) Mafieo Vegio fece fabbricare in s. Agostino di Roma una 
cappella, nella quale ripose le ossa di S. Monica, trasferitevi da 
Ostia, e dove poi lasciò che fossero sepolte anche le sue. 

14) Qui, per ordine cronologico, dovrei ricordare Guerino Ve- 
rmiest (m. 1460), ma lo riserbo al xvi, ove parlo di suo figliuolo 
Gianbattista. 

15) Sta nelle sue Opera omnia, Basileoé, 1571, pag. 965. 

16) Tra gli altri, di lui scrisse accuratamente il mio confra- 
tello p. Pompilio Pozzetti, Firenze, 1789. — L'ediz. che ho sot- 
t' occhio « Della famiglia » è quella nella completa raccolta delle 
Opere volgari, tomo 1. — Firenze^ 1844. 

17) V. l'ediz. fatta da Carrer, coi tipi del Gondoliere, Venezia^ 1841 . 

18) De Angustino Dato, ecc. Romae^ 1733. pag. 259. 

19) Si trova in una Raccolta di lettere, compilata da Stanislao 
Bianciardi. Torino, 1856, pag. 58. 

20) Vedf Tirahoschi, Storia della Lett. Ital., ecc. Ediz. cit. ivui. 
pag. 168, ecc. 

21) Trovasi nell' Opera omnia , BasiUae , 1553, pag. 474. — V. 
anche: Dell'educazione dei figli, trad. dal greco, ecc., di Massimi- 
liano Angelelli (BoZo<;na, 1826, pag. 105), il quale riporta il senso 
dì questa lettera del Poliziano. 

22) È stampato Parisiis, 1582. 

23) Nella librerìa comunale di Siena è un ms. del secolo xv, 
intitolato: De comparaiione trium etvdiorum, di cui ne è autore 
un tale Domenico Sabini o Savini, del quale non ho trovato no- 
tizia in veruno. 11 ms. è un dialogo, dove Catone sostiene esser 
di tutti il migliore lo studio delle civili discipline ; Cesare invece 
quello delle cose belliche; e Cicerone in contrario l'altro delle 
lettere umane. Dopo che i due primi hanno ciascuno propugnata 
la loro diversa opinione, sorge M. Tullio il quale, oltre a dimostrare 
anch'esso la necessità e utilità degli studi letterari i, conclude poi 
come il meglio sia applicar l'animo insieme a tutte e tre quelle 
discipline, delle quali, se a una vuoisi dare la palma, questa tocca 
alle civili, conciossiachè, senza di queste, poco o nulla vale il sa- 
pere armeggiare, e poi subito dopo alle lettere, come quelle che 
danno immortalità a chi scrive, e a coloro dei quali si scrive. — 
Benché, come ognun vede, il ms. senese non parli di didattica 
generale, ma piuttosto sia un trattato su materie affatto speciali^ 
tuttavia ne ho voluto far qui un cenno in nota in questa storia 
pedagogica italiana del secolo xv. 



LIBRO V 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 



IN ITALIA 



NEL SEGOLO XYI (1S(M a 1600) 



/ 



Continuando^ scriverò l'istoria della pedagogia in Italia 
nel XVI, e prima dirò delle scuole di quel tempo, e poi 
degli uomini e dei loro scritti intorno alla scienza e al- 
l'arte deireducare e dell'insegnare. 

Fioritissima divenne in questo secolo l'Università di Bo- , 
logna, dove allora leggevano, oltre più altri, Giammaria 
Cattaneo, Galasso Ariosto, Francesco Molza, Giulio Cam- 
mino, Antonio Brocardo, Romolo Amaseo, Giambattista Pio, 
Achille Bocchi, Lazzaro Buonamici, Carlo Gualteruzzi, Gi- 
rolamo Previdelli, Agostino Beroo, maestri celebrati tutti 
per il loro sapere e le opere loro pubblicate a stampa. La 
magnifica fabbrica, che anche oggi si vedo, fu cominciata 
nel 1562 da s. Carlo Borromeo, allora legato di Bologna, 
e da Prfer Donato Cesi, governatore della città medesima. 
Perlochò il Sigonio lodando quest'ultimo scrive: Admiroi' 
autem npn ipsam solum in studiosa juventute undique in 
hanc urbem allicienda industriam, sed in eadem reU'nenda, 

fovenda quid de magnifico ipso ac prope divino scho- 

larum opeì'e dicam? quo, celerità te incredibili, diligentia sin- 
gulari ad exitum fastigiumque, magna cnm admiratione, 
perducto, eum omnem antiquorum in simili genere gloriam 
superasti, tum posteris vix ullam post annos mille laudis 
ejusmodi spem reliquisti. Numeroso fu poi il concorrere 
degli scolari a questo Studio, e fra le altre ne abbiamo una 
prova evidente 'nei molti collegi ivi allora fondati, dei 
quali ricorderò quello fatto fare pei piemontesi dal cardinale 
Bonifazio Ferreri, il 1541; l'altro, nel 1537, per gli un- 
gher'i, e per ultimo il Montalto, istituito da Si:>ta papa V. — 
innanzi però di lasciar Bologna, voglio qui aggiungere come 
43ssa ha il vanto di aver per la prima istituito le scuole 

Micheli, Storia della Pedagogia in Italia 10 



— i46 — 

domenicali j e ciò fu^ secondo la testimoDÌanza del Tira- 
boschi, ÌD questo secolo XYi, giacche si sa che dal Ì5I5 
ai io25, Andrea Bentivoglio vi leggeva avanti umanità e 
poi rettori ca. • * 

Le sorti del TUnì versila di Padova furono in questo se- 
colo meno prospere della bolognese^ o, dirò meglio, meno 
costanti, imperocché trovo che essa ora sali in fiore^ ora 
decadde, a misura che più o meno felici furono le vicende 
della veneta repubblica. Certo è che le scuole di Padov» 
debbono assai al Bembo, il quale, ivi trattenendosi piti 
anni, giovò non poco a ravvivare il fuoco sacro degli studi, 
e a procurare che molti e molto insigni maestri vi corressero 
ad insegnare. Per tal modo tra il io50 e il 1555 AonìD 
Palea rio scrìve a Ciucio Frigepani, così: Poetae, oratores, 
philosophi non ignohiles Patavii habitani; et sapientia in 
nnam urbetii commigravit, veluti in aliquam domum, uftì 
Pallas omnes arles docet, neque ullus locns est, ubi meliut 
tua illa inhesausta legendi et audiendi aviditas exsatiari 
possit. Anche di questo tempo fu grandissimo il numero 
degli scolari, e' particolarmente di stranieri, imperocché 
si contarono sino a dugento tedeschi studenti giurispru- 
denza, e un buon numero di giovani venuti sino dati» 
Russia. — D'altra parte, neHo43, secondochè il Bonfadio 
scrive da Padova al Martinengo, quello Studio era piò 
presto debile che altrimenti; e il Faloppia all'Aldovrandi 
soggiunge che si lasciavano molte cattedre vuote, che i 
lettori erano mal pagati, e altre cose, le quali dimostrano 
come quell'Università era allora in un periodo di deca- 
denza. Se avessi a dire parmi che solo dopo il i550 sali le 
Studio patavino alla più alta fama, e vi si mantenne per 
tutto intero il secolo XVI. — Aggiungerò poi che benché- 
le leggi della repubblica veneta, perché fossero più popolata 
quelle di Padova, vietassero aprire scuole altrove, tuttavia 
questa proibizione limitandosi solamente alle discipline su-. 



— i47 — 

perìorj^ Doi troYÌnmo che in Venezia stessa in questo 
niìcoìo Jessero umanità tre maestri, uno per sestiere, e ab- 
ibiaiuo tuttora un sillabo compiiato da) luarciiese Giuseppe 
Gravisi di coloro che iuseguarono belle lettere a Capò- 
d'Istna. 

Eguali vicende del patavino ebbe a soffrire eziandio lo 
Studio di Pisa^ distrutto e disciolto nel secolo antecedente 
e fatto risorgere ai prinii del XVI. Però la peste che tra- 
varglìò questa città nel io^o, il mancare delle ricche somme 
di danaro elargite in favore deirUuiversità da papa Leone X^ 
e la guerra daccapo accesa fra i fiorentini e casa Medici 
condussero di nuovo lo Studio pisano in miserissima 
£tato. Il quale «fu riaperto poi e ampliato nel io io da Co- 
simo 1, che fondò anche il collegio di Sapienza (iooO), 
pel mantenimento agli studi di quaranta giovani, a cui 
poi si aggiunse quello, detto dal nome di chi lo istituì,, 
che fu Ferdinando 1 (io95); come nel 1568 era sorto 
l'altro per quei di Montepulciano fondato da Giovanni. 
Ricci montepulcianese, cardinale arcivescovo di Pisa. — 
£ sempre in Toscana, anche Firenze ebbe la sua Università 
ìH questo secolo fioritissima d'insegnanti, tra i quali basti, 
ricordare il nome solo di Piero Vettori. — L'Università 
di Siena fu ravvivata da Cosimo I, poi da Francesco I, 
che nel 1583 accrebbe il numero e lo stipendio dei pro- 
fessori, e finalmente e meglio da Ferdinando I, che portò* 
il numero delle cattedre a trentacinque. — Finalmente tra 
le scuole in Toscana meritaqo esser rammentate quelle di 
Lucca, delle quali Ortensio Laudi scriveva nel 1534: Nus-^ 
gitani vidi tantam adhiberi curam quo bonamm artium 
studia floreant; undique, si sit opus, acaersuntur ampio stt-- 
pendio, qui juventutem et bonis moribus imbuant, et opti- 
mii artibus instituant, 

S. Pio V e s. Carlo Borromeo, ambedue scolari della- 
Università di Pavia, la resero celebre in questo secolo colla 



— 148 — 

3oro protezione, e col fondare che vi fecero ciascuno di 
loro due collegi, i quali tuttora ritengono il nome di questi 
insigni benefattori. Per non dir poi che in questo secolo 
istesso i re di Francia, finché fu loro soggetta quella eittà, 
•e poi i re di ^Spagna, quando passò al loro dominio, e in 
ambedue le epoche il Senato di Milano, tutti si adoperarono 
per crescere splendore a questo Studio, singolarmente ono- 
rando con privilegi e maestri e scolari. 

Trovo poi che, come a Padova, così a Ferrara concor- 
sero in questo secolo parecchi discepoli forestieri, e mas- 
sime Inglesi, i quali sommarono a tanti da formare un'in- 
tera nazione. Glie se quest'Università dovè un poco sof- 
frire per le lunghe guerre e ostinate, sótto Alfonso I. 
però ebbe grandissima fama durante il governo di Ercole II 
e di Alfojiso II, e più al tempo di quello che di questo, 
«onciossiachè la guerra, la quale ardeva allora nelle vicine 
provinole, trasse in Ferrara un buon numero di coloro, 
x;he cercavano in essa un sicuro ricovero ai loro studi. 

In Piemonte poi, per tutta la metà e più di questo se- 
diolo, può dirsi che vi ebbe un'ombra soltanto di Univer- 
sità, costretta questa come fu di esulare di città in città, 
51 che quando nel 1562 Emanuele Filiberto rientrò al 
possesso de' suoi Stati, la ritrovò in Mondovi e in mise- 
rissime condizioni. Die mano subito a ricostituirla, e chiamò 
uomini insigni più che potè da ogni parte, ordinando an- 
<M)ra che rimpatriassero e venissero a insegnarvi quanti 
piemontesi leggevano allora in altre Università. Perlochè 
dopo breve tempo trovasi che colà Giacopino Malesossi e 
fiiannambrogio Barba vara dettavano teologia; Aimone Cra- 
vetta, Antonio Govea, Giovanni Manuzio e Guido Panci- 
roli, giurisprudenza; Francesco Vimercati, Marcantònio 
Capra e Giovanni Argenterie, filosofìa e medicina; Fran- 
cesco dell'Ottonaio e Giambattista Benedetti, matematica; 
Giambattista Giraldi, lettere umane: uomini tutti che re- 



— i49 — 

sero cblebratìssimo cotesto Studio. Quando poi Emanuele' 
istesso ricoperò la capitale, volle' che rUniversità di nuovo 
fosse trasportata in Torino (lo che pare accadesse verA il 
1566)^ lasciando però in Mondovi alcune cattedre, per 
non privare a un tratto questa città di un privil^io da- 
lungo tempo goduto. 

Le Università dello Stato pontificio furono nel XVI lar- 
gamente protette dai papi e massime quella di Roma lo- 
dasi della muniGcenza prima di Alessandro VI, poi di. 
Leone X. Che se ai tempi di Clemente VII la Sapienza 
romana per un momento decadde, si elevò in seguito a 
più grande splendore per opera dei due pontefici Paolo IIF 
e Sisto V. — Il primo dei quali fondò poi nel 4540 uno* 
Studio in Macerata^ cui però fu di danno che il secondo,, 
con bolla del i58o, riaprisse T^tro di Fermo, fondato* 
da Bonifacio Vili e poscia chiuso; imperocché queste 
città, essendo troppo vicine, è cosa ben naturale che co- 
teste due istituzioni dovessero necessariamente nuocersi,, 
vivendo Tuna alle spalle deiraltra. — Fiualmente TUni- 
versi tà di Perugia ebbe incremento in questo secolo per 
opera prima di Gregorio XIII, poi di Clemente Vili, il 
quale, nel 1593, con nuovi ordinamenti la rese sempre. 
})iù celebre. 

Il luogo in Italia ove meno fiorirono gli studi nel se- 
colo XVI fu per avventura il regno di Napoli. Tuttavia è 
da ricordare con lode Ferrante Sanseverìno, principe di 
Salerno, che ebbe la buon'idea di riaprire in quella città 
ia scuola tanto famosa, singolarmente per la medicina. 
Però essendo egli siccome ribelle costretto a esulare, que- 
sta forse fu la cagione perchè cotesto Studio o affatto ro- 
vinasse, almeno ne risentisse gravissimi danni. 

Tale fu lo slato delle Università italiane nel secolo XVL 
— Siccome però di quel tempo vi era fra noi ricca co- 
pia d'uomini dottissimi in greco e latino, così anche altre 



— ioO — 

città, senza che avessero udo Studio completo, poterono' 
procararsi maestri eccellenti in quelle due letterature. E 
tra questi furono di certo eccellentìssimi Jacopo Bonfadti* 
e Giampiero MafTei a Genova; Mario Nizzoli a Parma e 
Sabbioneta; Francesco Porto e Carlo Sigonio a Modena; 
Sebastiano Corrado a Reggio; Gianntintonio Flaminio ir 
Imola e Serravalle nella Marca trevigiana; Quinto Mario 
Corrado a Brindisi; Giano Parrasio a Vicenza; Ortensio 
Landi a Lucca e altri più altrove (i). 

In questo secolo si pensò molto più, e forse molto me- 
.glio che negli antecedenti, di provvedere alla educazione 
dei fanciulli e dei giovinetti, massime dei più poveri e 
nati dal popolo. — A tal fine s. Ignazio di Lojola nel creare 
la Compagnia volle che, tra i molteplici oflBcii di carità, \ 
suoi non dimenticassero questo importantissimo delia edu- 
cazione e delle scuole. Giampietro Maffei scrive che pue- 
ros et adolescentes piis, ac liberalibus disciplinis imbuendos. 
quam unam expeditissimam emendandl genens humani •/*«- 
ttonem ducebat esse, per se suosque admonitu piane divino 
suscepit, atque ob id gymnasia, quibus aeque- infimi oc 
summi gratis ertidirentiir, constìtuit (2). Approvata per- 
tanto siccome fu da Paolo IH nel doiO la Società di 
Gesù, parecchi furono i collegi atlidati in Italia a questi 
religiosi. Si citano tra i primi quelli di Messina e di Pa- 
lermo, e poi il collegio romano, della cui celebrità ce 
ne fa fede Aldo Manuzio, pubblicando nel 1565 le stòrie 
di Sallustio con innanzi una lettera di elogio a quelle 
scuole. In seguito, e cioè nel 1551, furono aperti i col- 
legi di Firenze e di Ferrara; nel 1552 quello di Modena; 
nel 1562 quello di Parma; nel 1584 quello di Piacenza, e 
•dintorno a quest'epoche gli altri di Mondovì, dì Chambery 
6 di Torino. S. Carlo Borromeo chiamò i Gesuiti a Milano nei 
4563, quindi nel 1572 affidò loro il collegio di Brera, e quello 
«dei nobili Tanno dipoi, e procurò che altrove ancora avessero 



— m — 

casa^ come fa a VcroDa, a Brescia, a Genova e a Vercelli. 
^— Oltre i Gesaiii, diversi altri ordioi religiosi, massime di 
cberici regolari, aprirono nel XVI secolo collii e scuole, 
come i Teatini, i Somaschi e i Barnabiti, nonostante che i 
fondatori di queste congregazioni non avessero avuto in 
mira instituendole la pubblica educazione e istruzione. — 
Pexò nel secolo medesimo, e precisamente sul suo finire, 
Giuseppe Galasanzio ideò e die vita a una congregazione, 
h quale ebbe per unico iscopo e principale l'educare e 
l'istruire i poveri giovanetti, e che appunto fa chiamata 
deUe Scuole Pie. Àbbenchò il fondatore fosse nato a Pe- 
ralta in Spagna, la istituzione merita d'esser considerata 
siccome italiana, sia perchè pausata e incarnata a Roma, 
sia perchè il fondatore venne in Italia a trentasei anni, e 
vi rimase tutto il resto della sua vita lunghissima, che 
fu di novantadue. — Partendo frattanto il Calnsnnzio dal 
provato principio che si diligenier a teneris annis pueri 
pielate et literis imhuaniur, feUx totius lilae cursus procul 
duhio sperandus est, ordina che i suoi piglino a educare 
e istruire i fanciulli, massime i più poveri, e stabilisce il 
fine unico della sua congregazione dicendo: erit ei^go insti- 
tuli nostri a primis elementis modum recte legendi, com- 
puta faciendi, linguam latinam, pietaiem praccipue et do- 
4:tnnam christianam puei^s docere, et haec, qua fieri poterit 
facilitate, executioni demandare (5). A <]uesto modo comin- 
ciarono le Scuole Pie nel 1597, prima in Roma, poi in mol- 
' lissin^ città d'Italia e fuori, e tanto crebbero in fama che 
Clemente XII accordò che potessero aprire case, collegi, 
convitti, seminari, e colà istruirvi la gioventù di qualunque 
ordine e in qualsivoglia liberale disciplina, comprese anche 
le sciente, che si dicono maggiori. — Ha le Scuole Pie 
oltre il merito che hanno, siccome ho detto di sopra, d'es- 
sere congregazione religiosa destinata esclusivamente e 
solo all'educazione e alla istruzione, portarono anche un 



— ìoì> — 

aliro vantaggio grandissimo, e questo fu di |>orre, direi' 
così, i) fondamento alle altre scuole che di quel tempo »i' 
. avevano. Infatti per non parlare che di quelle dei Gesuiti^ 
le meglio ordinate, le minori non potevano esser più (fi 
cinque, e cioè una rhetoricae, altera humanitaiis et trft 
grammattcae , le quali multiplicari nullo modo dtbeànH^ 
Potevansi per lo contrario scemare, e supplire collocando- 
due classi in una e medesima scuola: però in ogni casose 
il numero doveva esser minore, si ordinava che le prime- 
a esser levate via fossero appunto le scuole piti basse, sa- 
crificando sempre queste alle più elevate. Che se il nu- 
mero degli scolari fosse troppo grande, allora si potevano 
moltiplicare le classi, ma non mai le scuole (4'). Aggiungi 
poi che per il collegio romano era legge invariabile que^ 
sta che nemo qui in grammatica fiindamentum non jecerit 
admittatur (o). Ora dunque mancavano affatto in cotale or* 
dinamento le scuole dei primi rudimenti, o ' quelle chd 
oggi si dicono elementari e tecniche, alle quali largamente- 
provvide la carit<^ illuminata del Calasanzio, aprendo scuole^ 
di leggere, scrivere, aritmetica, matematica, architettura 
e disegno; e tanto predilesse egli questo genere di istru- 
zione, che nelle sue lettere (6) lo raccomandò sempre con 
calore a' suoi, e molli ne incoraggi allo studio, ordinando' 
ancora che alcuni tra questi, scelti fra i migliori e più ca- 
paci, andassero a perfezionarsi in coleste più nobili discipline- 
sotto la guida deirimmorlale Galileo (7). — Ma lo spirito. 
del Calasnnzio anche meglio e più chiaramente si dimo- 
stra nelle leggi sapientissime che egli stesso scrisse, e volle^ 
che fossero osservate dai suoi figliuoli. Primieramente da 
uomo prudentissimo comanda che si abbia la massima 
cura nello scegliere quelli tra coloro che chiedono di en*-- 
tra re nelld congregazione, conciossiachè un maestro debl^aì 
avere carità e pazienza grandissima, squisita erudizione, 
industria singolare, grazia nel parlare^ facilità d'insognare^. 



— io5 — 

^ jmQhe e molte nltre virtù, le qunli né sì trovano in 
\nU\, ftè tutte per avventura sì acquistano con una educa- 
zione specialmente fatta i>er formar maestri. La quale però 
raecomaDda con premura che sìa data buonissima ai no- 
vizi^ acciocclìò questi possano dopo educare bene e istruire 
gli ^Itrì (8). Nella scuola poi il maestro sia modello di 
(^i virtù^ non permetta che sì facciano giuramenti, che 
si lancino ingiurie né con parole né con fatti, impedendo 
qualunque cosa sia disonesta e licenziosa, guardandosi da 
prediligere uno o più de' suoi scolari a preferenza degli 
altri, ma a tutti insegnando le buone lettere e i sani co- 
stumi, né mai osando di percoterli, massime sulle nude 
carni (9). Severa però sia la disciplina nelle scuole, e da 
per tutto e per tutti la stessa: così il metodo d'insegnare 
si mantenga uniforme: ì libri di testo siano di bella stampa e 
corretti: si scrìvano in un catalogo i nomi degli scolari, e 
ogni anno vi si noti il loro profitto: si tengano due se- 
dute di esami, una prima delle feste di pasqua, la se- 
conda innanzi alle vacanze deirottobre: la scuola duri 
due ore e mezzo la mattina e altrettanto la sera: fmal- 
mente sono assegnati i testi da spiegarsi, gli esercìzi da 
fare per ciascuna delle scuole (10). Dove mi sia concesso 
far rilevare, fra le molte una cosa soltanto, che a me 
pare singolare e importantissima, cioè come il Calasanzio 
avesse introdotto sin da quel tempo nelle sue scuole lo 
studio della lingua greca, della quale, in una sua lettera (li) 
del giugno 1646, confessa che, nonostante i suoi novant'anni, 
faceva lezione egli stesso! — Forse io mi sono trattenuto 
un fòco troppo e troppo minutamente a discorrere di 
questa istituzione, ma Tbó fatto volentieri, perchè Tappa- 
parire che fecero le Scuole Pie nel XVI, sembra a me un 
fatto degno d'esser considerato da chi scrive la storia della 
pedagogia italiana in quel secolo, quando si rifletta che 
queste furono veramente le prime scuole aperte al povero 



— ìoA — 

popolo, e a quella numerosa clasi^e di giovanetti, i quali 
intendono consacrarsi al commercio, alla mercatura, alle 
arti liberali di a un mestiere; per non dire che non a 
questi fanciulli soltanto, mn cogli insegnamenti che inoltre 
vi erano della grammatica, delle lettere umane, greche e la- 
tine, della filosofia e delia matematica davano i mezzi di 
^guitare poi i corsi degli studi superiori, e conseguire la 
laurea nelle Università, a tutti gli altri, che amano invece 
avviarsi alle più cospicue e più alte professioni. 

Dopo aver considerato tutte queste istituzioni che nel 
secolo XVI provvederono mirabilmente all'educazione e 
alla istruzione in generale, veniamo ora a ricordarne qual- 
cuna di quelle che ebbero per iscopo la coltura speciale, 
e tra queste parlerò precisamente di alcune che intesero 
a informare la mente e il cuore dei giovanetti destinali a 
diventare in seguito uomini di chiesa. Il sacrosanto Con- 
cilio di Trento, cominciato sotto Paolo III il 1542, e ter- 
minato, dopo veutuu'anno, sotto Pio IV promulgò leggi 
savissimo e ordinamenti mirabili per Teducaziune e la 
cultura del giovane clero. Si provvide innanzi tutto che 
da presso a quelle cattedrali , che non avevano ricco pa- 
trimonio, fosse almeno aperta una scuola, ove i poveri 
gratuitamente Venissero istruiti nella grammatica (12). Si 
ordinarono meglio gli studi e lo scuole, comii:cìando dalle 
elementari fino alle superiori di morale teologia e dogma- 
tica; si raccomandò, e fu estesa la lettura della Bibbia e 
deirinsegnamento della storia ecclesiastica; si dettarono 
norme per gli esami di coloro che domandavano gli or- 
dini sacri; ed infine si stabilì che in ogni diocesi si fon- 
dasse un seminario, in cui i gióvani avessero il modo di 
iniziarsi completamente al ministero ecclesiastico (i3). — 
Quindi si spiega il perchè in questo secolo troviamo che 
il numero dei seminari fu grandissimo. Il solo Gre- 
gorio XVI ne fondò ventitré, parte in Roma, parte fuori. 



— loD — 

• 

provvedendoli di patrimonio, all'oggetto che colà dentro i 
•chierici venissero istruiti nella pietas nelle lettere, nel 
-canto, nello cerimonie e nelle scienze divine. Seguirono 
l'esempio del manificentissimo pontefice parecchi vescovi 
italiani, e fra tutti mi basti ricordare s. Carlo Borromeo, 
che aprì e dotò otto seminari nelle sua diocesi milanese. 
E qui io pongo termine alla prima parte di questa 
storia, e dopo aver narrato delle scuole e delle istituzioni 
per la cultura morale e intellettuale, le quali ebbero ori- 
:gine, e fiorirono nel XVI, vengo ora a discorrere degli 
uomini, che in questo secolo scrissero opere sulla scienza 
e sull'arte dell'educare e dell'istruire, dei quali ragio- 
nando mi studierò di mantenere più che mi sia possibile 
Tordine dei tempi. 

Quindi è che primo fra tutti pongo Matteo Bossi, ca- 
nonico regolare lateranense, nato in Venona il i428 e 
morto a Padova il 1502. Di lui si hanno due lettere (i4), 
che qui voglioA esser ricordate. La prima è indirizzata 
ad Johannem Baptisiam, Desiderium ei Adeodatum Vicen- 
tinos, ardentìssimos Christi tyrones et magnae spei fu- 
venes, etc, e vi si ragiona de studiis literarum religiose 
eolendis. Innanzi tutto il nostro Matteo dimostra i van- 
taggi dello studio delle lettere; poi che questo studio deve 
andar congiunto coll'aitro della virtù, massimo nei chie- 
.rici: che questi debbono amare la scienza, ma non quella 
vuota che gonfia, bensì la vera che riconduce a Dio; e 
In fine dà dei precetti per leggere con profitto i libri. 
Nella seconda lettera ad Albertum Zobolum, de adolescentia 
insiituenda, anche più largamente che nell' altra distende 
le stesse dottrine e presso a poco i medesimi precetti. 

Un libretto molto importante per la storia della peda- 
gogia, non solo italiana, ma in generale è il seguente: 
Dell'educazione usata dagli antichi in allevare i loro figlioli 



— io6 — 

e come partivano il tempo ad insegnarli le dottrine e le 
scienze delle lettere, ecc., di Messer Pandolfo CoUenucdo 
da Pesaro, ecc., Venezia, i^43. — L'autore è morto nel 
i504f, come ultimamente dimostrò Giulio Perticar! (i5), che^ 
si diede anche pensiero di correggere molti errori dei bio- 
grafi anteriori, massime sulle cause per cui il povero 
Collenuccio fu dallo Sforza strangolato in prigione. — Per* 
tanto Topuscolo è dedicato ad Ascanio Colonna, duca di 
Taglìacozzo, al quale dice di averlo scritto in prò' dei 
figlioli del duca istesso. Incomincia da notare, cosa veris- 
sima, che sebbene molte e molto diverse sieno le scienze 
variamente divise secondo la necessità e cupidità umana, 
tuttavia la scienza è una sola, come una sola è la verità^ 
e uno il principio, al quale tutte le altre verità si indiriz^ 
zano. Né propriamente dotto può chiamarsi se non chi 
possiede tutta questa armonia di dottrine. Che se alcuno 
dicesse esser questa cosa ardua e difficile e quasi impossibile, 
la sbaglia, perchè prima per conseguirla non ci vuole che 
ragione, ordine, modo e tempo: in secondo ^uogo molte di 
queste facoltà non si debbono imparare che sino a un 
certo termine, oltre il quale sarebbe un perder l'opera: 
Analmente gli esempi dì molti che arrivarono a conoscere 
tutto questo gran corpo di dottrine è argomento bastante 
a convincerci che la cosa è tuti'altro che impossibile. — 
Venendo poi al modo che gli antichi praticavano per in- 
segnare ed imparare tali facoltà ai loro figlioli, dice che 
quelli, dividendo l'età in periodi, nel primo, che era sino 
ai sette anni, nutrivano, convalidavano e disponevano le 
membra, il corpo, la sanità del fanciullo, per farlo ben 
fermo e robusto non solamente agli studi, ma a tutte le 
azioni della vita. Nel secondo settennario, e cioè fino 
ai quattordici anni, insegnavano quella prima parte di 
filosofia, chiamata logica, che ha cinque parti principali, la 
grammatica, la dialettica, la rettorica, Ict poetica e la istorica. 



— 157 — 

Nel terzo settennario, e così dai quattordici ai ventuno, fa- 
oevano ina parare ai giovanetti la seconda parte della filosofia, 
ehiauìata matematica, e distinta nella geometria, aritmetica, 
musica e astrologia, E poìbhè queste sono insieme scienza 
€ arte, così aspettavano l'età deW adolescenza, perchè le im- 
parassero, essendoché in questa, e non nella infanzia, si 
|)OSSono apprendere i principj, che governalo cotali disci- 
pline, assai piti facilmente e piti sv udentemente. Suc- 
cede il quarto settennio, dai ventuno ai ventotto, e allora 
s'impara la fisica, terza parte della filosofia, la quale per- 
chè piii ardua e bisognosa di esperienza era appunto ri- 
serbata a quest'età piti solida. Seguita appresso il quinto 
settennario, dai ventotto ai trentacìnque, ed in esso davano 
opera alla quarta parte della filosofia, cioè alla morale, 
partii» in etica, economia e politica. Resta l'ultimo setten- 
nario (dai trentacinque ai quarantadue anni), in cui im- 
paravano la quinta e l'ultima parte della filosofia, chiamata 
divina o soprannaturale, e distinta nelle due parti di metafi- 
sica e teologia. Poi continuando scrive: Queste sono le 
prime divisioni delle dottrine, e l'ordine da impararle, e 
quivi si potria far fine: ma per soddisfazione delle menti 
pellegrine, che piit oltre vogliono indagare, sono alarne al- 
tre notabili, piacevoli e utili facoltà...; cose da gentili in- 
gegni e animi generosi : delle quali vogliamo qui breve- 
mente discorrere, perchè ciascuna di esse, al suo settennio 
e loco e tempo, come scienze accessorie, si possano vedette 
ed intèndere: verbigratia, agricoltura, architettura, pittura, 
cosmografia, medicina e arte militare. Conclude poi os- 
servando sottilmente che, benché a molte di queste fa- 
coltà siano deputati i predetti settennari, nondimeno per- 
chè Yuna apre l'altra ed il tempo le apie tutte, cosi se 
aUa bontà dell'ingegno e naturale vivacità del fanciullo 
si aggiunga la diligenza dei maestro in partir^ bene il 
tempo, e nello insegnare soltanto le cose principali e d'im- 



— 158 — 

portanza, molto di questo tempo ne avanzerà, e qaindi ii^. 
uà numero assai minore di anni si arriverà ad aver no- 
tizia di tutte le predette facoltà, purché ordine e modo et 
sia e, generalmente parlando, prudenza, — fiellissimi pre-- 
cetti e a ogni modo verissimi, conciossiachè nelt'ins^uare 
altrui necessario sia il sistema, con questo che però si 
ripensi esser fatto il metodo per il maestro, e non questo 
per quello. — Pertanto l'opuscolo di Pandolfo Collenuccio 
sembra a me da giudicarsi prezioso e di grande utilità^ 
sia porcile di esso se ne possa servire io storico d«ila pe- 
dagogia, e ricavarne poi, fatta ragione dei tempi cambiati, 
vantaggiosi ammaestramenti per quanti architettano metodi 
e regole per la pubblica istruzione. 

L'i storia della pedagogia, che a mio credere non può 
tacere nessun nome e nessuna opera^ la quale in qual- 
siasi maniera si riferisca alTeducazione e alla istruzione, 
deve ricordare eziandio Giovanni Gioviano Fontano, um- 
bro, morto nel 1503. E primieramente lo rammenteremo 
come maestro di lettere ad Alfonso, figliolo di Ferdi- 
nando I di Napoli, e poi come scrittore delle « Neniae la- 
tinae » ossia di dodici cantilene per le balie che allattano^ 
i bambini (16). Se i suoi versi in generale meritarono a^ 
lui giustamente la fama di colto poeta e dotto, questi,, 
come appunto lo voleva il tema, splendono per finezza dL 
concetti ed eleganza di forma. 

Antonio Mancinelli da Velletri tenne scuola prima iov 
patria, poi in altre città d'Italia, e sempre affollatissima, 
da ultimo in Roma, ove morì il 1506. Pubblicò un opu- 
.scolo : Scribendi orandique modus (17), il quale sebbene 
dal titolo sembri un trattato speciale di didattica, e in. 
gran parte lo sia, pure vi sono alcuni capitoli, ove di-' 
scorre di «ose generali, come appunto sarebbero le se- 
guenti: Discendum esse: Stttdendi modtis: Lectio gualis: 
Discipulorum officium: Praeceptoris (ffficium: Praeceptoris^ ■ 



— 159 — 

contubernium vtile esse. In questi capìtoli non v'bn altra 
merito, né mi sembra piccolo, che d'aver raccolto quanta 
di meglio e di più a proposito si legge nei savi antichi 
su quelle materie, e specialmente fra gli scritti di Seneca 
e di Quintilliano. 

Ma veniamo a lavori di maggior importanza. — Antonio' 
Ferrari nato in Calatone^ borgata della Giapigia (Otranto), 
prese il nome dalla patria, e si fece chiamare Antonio^ 
Galateo. Lodatissimo come sommo geografo, e molto ad- 
dentra negli studi della filosofia e della medicina, morto 
nel Ì5i7, a setlantatrè anni, ci ha lasciato diverse opere 
in latino, e tra queste alcune, che meritano d'essei^ con- 
siderate in questa istoria. Sopra tutte celebrata è quella 
che ha per titolo: De edticatìone filiorum regnm (18), scritta 
a un tal Crisostomo, che di quel tenf o educava Ferdi- 
nando figlio di re Federigo. È risaputo dalla storia come 
quest'ultimo cacciato da Napoli sì rifugiò in Tours, dove 
il 1504 mori, spegnendosi in lui l'ultimo degli Arago- 
nesi a Napoli. Il duca di Calabria Ferdinando, suo pri- 
mogenito, fu mandato prigione in Spagna e tenuto assai 
stretto e ben guardato. Gli furono date due mogli, cioè 
Mencia di Mendoza, e poi, morta questa, Germdna di 
Foix, ma ambedue sterili, perchè appunto non avesse 
prole, e in lui si estinguesse la famiglia d'Aragona, come 
difatti avvenne nel 1550, nel qual anno Ferdinando 
cessò di vivere (19). — All'educatore pertanto di questo 
infelice è indirizzato l'opuscolo dei Nostro, ove per inco- 
minciare accenna il motivo di questa scrittura cosi: Temo 
forte che l'illustre giovinetto (Ferdinando) non tolga co- 
stumi stranieri pei dolci parlari degli spagnoli, e che non 
disimpari le lettere, e scordi la gravità italiana, in mezzO' 
a tutto cotesto fumo e sensuali delizie; imperocché chi ha 
che fare con dei cervelli balzani spesso ne resta profon- 
damente commosso: ptrò sappi, o Crisostomo, cfie ei pò- 



— iOO — 

Irebbe tenere il tao modo di vivere. Dichiara poi il tema 
deiropuscoletto seguitando: Dirò brevemente, e in forma 
di una lettera quali maniere praticassero i diversi, popoli, 
così come le mi verranno innanzi alla memoria scrivendo 
neW educare i fanciulli; eh* io non son buono a tratiare 
ogni cosa per filo e per segno, né ho tempo di scoi^tabellare 
dei volumi. E neppure^ se io ho a dire il vero^ sta sempre 
egli in questo solco, ma divaga spesso qua e là^ special- 
mente ragionando sugli avvenimenti del tempo suo. Però, 
poco badando a queste sue digressioni, mi occuperò spe- 
cialmente di quello che si riferisce ai caso mio. Paria, ma 
così di volo, degli ateniesi, spartani, macedoni, babilo- 
nesi, persiani, cartaginesi, romani e dì altri popoli, fer- 
mandosi ogni tanto a paragonare il sistema praticato neiredu- 
care da ognuno di' loro con quello che allora era in uso, e 
quasi sempre concludendo che in quel confronto il nostro ò 
peggiore. E concedendo pure che neireducazione italiana 
vi sia del buono, gli eiletli però che se ne ricavano sono 
cottivi, e questo specialmente per colpa delle nostre di- 
scordie: Secondo il patrio costume i nostri genitori man- 
dano noi ai maestri, che c'ingegnano ad astenerci dall'al- 
trui, non leticare, non rubare, non mentire, non simulare, 
non spergiurare, non tendere insidie, non farsi sicarii, le-^ 
noni, pirati, rapitori, voraci, beoni, impudenti e audaci; 
ma di studiare il greco, il latino, la musica^ la ginnastica, 
di cavalcare, d'andare a caccia, di badare alle faccende 
domestichp, non darsi alla lussuria, a inutili e vani di- 
scorsi, non parolai, non versipelle, non scaltri, non arguti, 
non sfrontati, non furbi, non fallaci, non astuti^ non .ma- 
liziosi e infinti; ma prudenti, religiosi e pii, non ipocriti,, 
mei, moderati, umani, verecondi, pudichi, veritieri, tardi a 
parlare, semplici, saggi e istruiti dagli esempli dei gen- 
tili e dei cristiani, del vecchio, testamento e nuovo. Ma non 
so percliè queste arti non giovarono a noi servi di stra- 



— Ì6Ì — 

meri, che sono da meno di noi per ingegno e vinti da noi 
per natura. Noi c'inchiniamo a chiunque voglia vincerci, 
•é se anche una frotta di vagabondi, poveri e imbelli zin- 
^tÉri ardisse d'invaderci, noi cederemmo: solamente siamo 
fòrti ed audaci fra noi stessi; infingardi e femminucce 
'wtttro gli stranieri. Oh! la piit triste, ohi la piti danne- 
<fDole fra tutti i mali che è la discordia e la smodata bra- 
mosia di libertà. Noi miseri! Se ci stringessimo a concordia 
non temeremmo punto le armi straniere, — Fra tutte le 
città italiane poi rimmagÌD6 deirantica nostra libertà è ri- 
masta solo a Venezia, che custodisce le lettere greche e la- 
tine, gli studi delle arti liberali, e tutte le discipline 

ivi'i figli dei nobili e d^ cittadini attendono allo studio 
dette lettere e dell* aritmetica; non furonvi più lettere in 
Atene che oggi in Venezia. — Tutto il contrario è però 
presso i francesi e gli spagnuoli: Se vuoi sapere, o Cri- 
storno, come io la pensi di costoro in fatto di educar 
zione, nulla di buono : dispregiano le lettere, né si cohfanno 
ai nostri costumi,..., I giovanetti dei Galli menano oscena 
vita per le bettole e le taverne; luridi, cenciosi, arruffati, 
-discinti, sporchi, sudici, senza istruzione, senza maestri, 
mendicando un quattrinello da questo e da quello per com- 
prar del vino: educazione da schiavi! Quali 'uomini credi 
tu nasceranno da costoro ? E dei nostri spagnuoli posso io 
dire qualcosa. Sento che fra loro i magnati non che i cava- 
lieri mandino i loro figli a cavalieri e nobili assai inferiori. 
Quàl cura uno può prendersi dei figli altrui, quando gli 

-stessi genitori spesso non badano punto ai loro nati? 

E Cosi seguita a trattar gli spagnuoli come e forse peggio 
-ài quello che ha fatto di sopra per i francesi.. — Quindi 
volgendosi a Crisostomo l'esorta a ben educare Ferdi- 
nando^ e a questa maniera : Lo educa nell'insegnamento 
italicmo, nei buoni precetti e costumi greci, nella disciplina 
^'lettere latine, non già nelle galliche e spagnuole: sia mor 

MiCBBLi, Storia della Pedagogia in Italia 11 



— 162 — 

destó, òmve, serbi il decorò dell'età sua e del grédo: pia- 
cerni mi fanciulli la verecondia e il pudore, anziché^ ^aih 
dacia e la sfrontatezza. Gli rammentd il verissimo achgio 
platonico : doversi aver maggior cura dei giovinetti deor 
celiente ingegno, che di quelli che sono d^oUuiOy per^ i 
primi a differenza dei secondi, sono corrivi alla virfù tOfM 
al vizio. Poi continua : conosca pure i costumi e\ la Mn§m 
di molte genti, ma italiano lo ricevesti, eOaliàno ce lo 
rendi.,,,. Siagli però il natio parlare severo, non blando, 
né finto, ma raro, grave, aperto, semplice, verace. Gli wu> 
comanda che lo avvezzi frugale nelle mense, modesto nel 
vestire, non donnaiuolo, né giuocatore: che io educhi agU 
esercizi ginnastici, i quali fortificano il corpo insieme 
colV anima: che attenda alla musica, ma a quella mascMa 
e grave, non alla molle ed effeminata: e conclude cAtf ^ a 
tutti è necessaria una buona educazione, lo è a mille 
doppi piit per chi ha a divenire re e sovrano di popolt, 
imperocché costui appunto, perché collocato in alto, ha bi- 
sogno di virtit più splendide, e di non aver quei difetti, 
che difficilmente si occultano a chi sta in piiA basso luogo. — * 
Quest'opuscolo poi intorno aireducazione lo manda it no* 
stro Antonio a Pirro Gastriota^ famiglia chiarissima per 
uomini valorosi in guerra; e nella lettera d'invio oosi gli 
scrive: quantunque abbi innanzi agli occhi tanti esempi 
degli avi da poter seguire e trame profitto, pure io ti 
mando la mia operetta sul f educazione, che aveva scritto 
per Ferdinando ' figlio di Federico, Leggila, e meditavi so* 
pra, se ti piace, che vi troverai molte cose le quaU po^ 
Iranno guidarti alla dottrina e ai buoni costumi, «r— Fi- 
nalmente tra gii scritti didattici del Ferrari debbo dir dot 
parole di una lettera a Bona figliuola deirinfelicissima ' 
Galeazzo Sforza. Se in questa piccola scrittura vi si legge 
qualche buona massima e utile^ ve ne sono altre che tali 
non mi sembrano^ e delle quali credo però se ne debba 



. — 165 — 

dar colpa al tempo^ o forse al concetto che aveva il No> 
stro dei fatàri destini di questa fanciulla^ cui egli scri- 
veva. Difótii e a me e a molti più non piace né piacerà 
di certo sentire come egli la consigli a non trattare la 
lana, il lino e il fuso, cose vili, ma invece stìAdiar Vir- 
gilio e Cicerone; che grandissima è la distanza fra lei e 
le altre giovinette: ella è 'nata a comandare, queste a ser* 
vire..,.: cominci ad aver qualcosa d'uomo essa che nata è 
per comandare agli uomini. D'altra parte giusti mi sem- 
brano gli ammonimenti che seguono: Usa del felice tuo 
ingegno, né disprezzare le doti che la natura e la fortuna 
ti regalarono a larga mano; imperocché in nessun' altra 
cosa siamo piti meritevoli d'accusa e di gastigo quanto nel 
ricusare, e far gitto con ingratittidine dei beni da natura 
a noi largiti..... E quest'altra tutta morale: Non credere 
che il padrone sia da più del servo, perchè può piti,, 
perchè disceso da sangue più illustre, o perchè possegga 
piU orò e piti argento e più, vasti poderi, ma perchè va 
innanzi per ingegno e virtù. — Da quello che ho detto parmL 
poter raccogliere che Antonio Ferrari abbia il merito non 
piccolo davvero^ quando in specie si consideri in qual secala 
egli scriveva, di avere confortato gli Italiani a una edu- 
cazione conveniente alla loro indole e natura. Se vero è, 
come è verissimo che ogni popolo viene, per dir così, deter- 
minato dalle sue condizioni, e cioè dalla sua stirpe, dal suo 
genio, dalla sua lingua, dal suo clima, dalle sue consuetu- 
dini storiche, dalle sue tradizioni e religiose, se ne conclude 
facilmente che anche e sopra tutto Teducazione debb'essere tal& 
da poter essa pure condurre questo popolo a quello scopo» 
per cui la Provvidenza lo creò. Quindi a me pare, siccome 
altrove ho detto, che mal si adoperino quanti pretendona 
trapiantare fra noi teoriche di educazione e sistemi di istru- 
zione eccellenti per altri paesi diversi affatto dal nostro, 
; quali sarebbero coloro che nulla di meglio trovano di quanto* 



— 164 — 

-si scrive e si pratica in Germania, in Inghilterra ed in 
Francia^ e vogliono a ogni costo innestarlo in Italia. Non 
cosi la pensava Antonio Galateo^ benché vissuto in un se- 
«olO; dove non si faceva pompa, come oggi, d'nmtà e indi- 
pendenza nazionale, ma però sin d'allora si sentiva in cuore 
d'essere italiani in fatto di educazione, di istruzione e di 
cultura. 

Abbenchè il Cortigiano di Baldassarre Castiglione (m. 1529) 
non si possa cpnsiderare un libro intorno a tutta quanta 
Teducazione, pure sia perchè discorre del modo in parti- 
colare di educare l'uomo di corte, sia perchè più qua 
e più là contiene massime, che potrebbero benissimo col- 
locarsi in un trattato completò di pedagogia generale, 
però io mi avviso di cavar fuori da esso specialmente 
queste ultime, e in tal modo dimostrare come il nostro 
mantovano ben meritasse eziandio della pedagogica io 
questo secolo. — Così per esempio mi sembra vero e 
parlante il ritratto, che egli fa dell'educatore, e di ciò che 
^ lui tocca, scrivendo queste precise parole: Con dottrina 
e buoni ricordi susciti e risvegli in noi quelle virtit mo- 
rali^ delle quali avevamo il seme incluso e sepolto nell'a- 
nimo, e come buono agricoltore le coltivi, e loro apra ìa 
via, levandoci d^intorno le spine e 'l loglio degli appetiti, i 
gitali spesso tanto adombrano e soffocan gli animi nostri, 
4^he fiorir non gli lasciano, né produrre quei felici frutti, 

■ 'Che soli dovriano desiderare che nascessero nei cori umani 
{4 13). Sentenza giustissima è questa, cioè che l'educatore 
non può far altro che aiutare madre natura, e che da lui 

. ;a torto si esige che ponga nell'alunno quello che vi naanca, 
Tiducendosi invece il suo uffizio soltanto a sbarazzare il 
lerreno, perchè i semi naturali possano senza ostacoli 6o- 

' rire dapprima, e poi fruttificare. Quindi in altro luogo 

. eonsiglia (1. 58) i maestri che abbìan riguardi ai loro 
discepoli, alla loro natura, per non far come i mali agri- 



— 465 — 

coitori^ che talora seminano grano là dove il terreno ^' 
acconcio soltanto per le viti. Raccomanda anch'oggi come 
principale strumento d'educazione l'esempio nel maestro» 
a cui vuole che il discepolo non solo sì assomigli^ ma in. 
lui sì trasformi, e che quegli, osservando diversi nelle di- 
verse loro azioni, faccia come le api, vada scegliendo^ 
cioè or da uno or da un altro con buon giudizio le va* 
rie virtù, di cui ognuno in particolare scorge esser for- 
nito, facendosi ad imitarle (1. 26). — Finalmente nek 
libro IV, dopoché il signor Ottaviano Fregoso ha molto- 
laudato la buona educazione, e mostrato come questa sia, 
principal causa di far l'uomo virtuoso e buono, il signor 
Gaspare Pallavicino, intavola una sottile questione peda- 
gogica, cioè se debbasi prima, educando, introdurre nel- 
l'animo del giovinetto, e fondar la virtù colla ragione e la. 
intelligenza, ovvero con le consuetudini. Cui il signor Otta- 
viano risponde, dicendo: Secondo che l'animo e l corpo in^ 
noi sono due cose, così ancora l'anima è divisa in dìie parti,, 
delle quali una ha in sé la ragione, Coltra ^appetito. Come 
adunque nella generazione il corpo precede l'anima, cost^ 
la parte irrazionale dell'anima precede la razionale: 
il che si comprende chiaramente ne' fanciulli, ne' quali 
quasi subito che son nati si vedono l'ira e la concupi- 
scenza, ma poi con spazio di tempo appare la ragione,. 
Però devesi prima pigliare cura del corpo che dell'animai 
poi prima deW appetito che della ragione, ma la cura del 
corpo per rispetto dell* anima, e dell'appetito per rispetto della 
ragione, che, ^econdochi la virtù intellettiva si fa perfetta con 
la dottrina, così la morale si fa con la consuetudine, Devest 
adunque far prima l'erudizione con la consuetudine, k^ 
quale può governare gli appetiti non ancora capaci di ror 
gione, e con quel buon uso indirizzarli al bene; poi stabi-^ 
Urli con la intelligenza, la quale, benché più tardi mostri 
U suo lume, pur dà modo di fruire più perfettamente kk 



— 166 — 

virtù a chi ha bene instituito l'animo dai costumi, nei 
quali, al parer mio, consiste il tutto. Ho riportato per in- 
tero questo luogo^ non tanto perchè io credo yev^ la dot- 
trina contenutavi^ ma più specialmente perchè parmi poter 
•dire che cotesta maniera di discorrere di cose pedagogiche 
non fu molto comune agli scrittori di questo se6olo, e 
per avventura il nostro Baldassnre è il solo ad usarla. In 
generale nel XVI si dettero precetti di educazione^ si cotn- 
posero opere didattiche, ma sempre o quasi sempre -te- 
nendo una via empirica, e mai elevandosi alla dottrina 
scientifica dei principii, dai quali Tarte e la pratica sono 
governate, come appunto tenta di fare, fra gli altri, in 
questo squarcio il Castiglione, felicemente riescendovi. La 
questione non era agevole a risolversi, pure se meditiamo 
a una a una le poche parole riportate di sopra, ci mara- 
viglieremo del come proceda serralo l'argomentare che si 
fa per venirne a capo. Ànima e corpo siam noi; ma in 
ordine di tempo, prima corpo che anima: dunque le prime 
^ure al corpo, le seconde alKanima; e anche le prime 
all'appetito, le seconde alla ragione: Con questo però che, 
poiché il primo è inferiore alla seconda come il terzo 
alla quarta, così le cure del corpo abbiano sempre di mira 
quelle dell'anima, e le cure dell'appetito quelle dèlia ragione. 
Quindi in ordine cronologico prima bisogna parlare alle po- 
tenze corporee, come al senso, alla fantasia, e cercare che il 
fanciullo per questo modo acquisti buone abitudini, le quali 
serviranno a tenere in freno i suoi appetiti, che in quella 
piccola età non possono esser governati dalla sua ragione 
non per anche sviluppata. Quando poi questa ultima abbia 
raggiunto il suo svolgimento, allora è tempo di parlare alla 
ragione» la quale, benché adoperata più tardi, lo è però in 
tchi ha già l'animo informato al buon costume, e quindi non 
fa che venire in aiuto e in rinforzo per completare la 
^à incominciata educazione. Queste massime di per so 



— 167 — 

-stesse volgari e comuoi, esposte però con questo filo lo> 
.gico di sottile ragioDameato, sono il merito principale del 
nostro Castiglione, e nella storia della pedagogia indicano 
un passo fatto innanzi, e cioè una maniera scientifica di 
discorrere de' principii supremi, che regolano, o dovreb- 
bero regolare l'umana educazione. 

Fra gli scrittori, i quali ci hanno lasciato documenti per 
ia storia della pedagogia nel XVI, merita che sia ricordato 
ancora Lodovico Ariosto (n. 1474, m. 1532). Nelle Satire 
^e ne ha una a messer Pietro Bembo, dove gii chiede un 
umanista per Virginio, il minore dei due figli naturali 
del nostro poeta. Comincia così: 

Bembo, io vorrei, com'è il comun desio 
De' solleciti padri, veder l'arti 
Ch'esaltan Vuom, tutte in Virginio mio. 

E perchè di esse in te le miglior parti 
Veggio, e le piti, di questo alcuna cura 
Per l'amicizia nostra vorrei darti. 

Non creder però che esca di misura 
La mia domanda, ch'io voglia che tu facci 
L'ufficio di Demetrio o di Mu>sura. 

Demetrio Calcondila e Marco Musura furono gramma- 
tici greci dei tempi del poeta. Il primo, ateniese, nato nel 
1437, insegnò a Perugia, a Firenze, a Milano, ove mori 
il 1511. Il secondo, di Creta, lesse a Padova, a Venezia 
e a Roma, ove in età immatura morì nel 1517. È rioor- 
Jato anche neWOrlando Furioso (46. 13). — Dice dun- 
que l'Ariosto che, così scrivendo, non pretende che il 
Bembo stesso si faccia maestro di greco al Virginio, ma 
ne cerchi uno a garbo e capace: 

Non si danno a par tuoi simili impacci, 
Ma sol che pensi, e che discorri teco, 
E saper dagli amici anco procacci, 



— 168 — 

S* in Padova o in Vinegia è alcun buon Greco,, 
Buon in scienza, e più in costumi, il quale 
Voglia insegnarli, e in casa tener seco. 

Dottrina abbia e bontà, ma principale 
Sia la bontà, che non vi essendo questa. 
Né molto quella, alla mia estima, vale. 
So ben che la dottrina sia più, presta 
A lasciarsi trovar, che la bontade: 
Sì mal Vuna nell'altra oggi s'innesta. 

nostra male avventurosa etade. 
Che le virtudi, che non abbian misti 
Vizi nefandi, si ritrovin rade 

Senza quel vizio E qui il poeta comincia una 

tirata d'orecchi^ che davvero non è il più bell'eic^o dei mae- 
stri del tempo suo, facendone una pittura sconcia così cbe 
io per pudore vi tirerò un velo sopra^ proseguendo oltre 
questa non corta digressione. La quale finita^ continua: 

Ma per tornar là dondHo mi son tolto, 
Vorrei che a mio figliuolo un precettore 
Trovassi, meno in questi vizii involto 
Glie nella propria lingua dell'autore 
GVinsegnasse d*intender dò che Ulisse 
Sofferse a Trqja, ecc.. cioè che gli insegnasse.il greco,, 
e a intendere Tlliade, TOdissea, gli scritti d'Apollonio, di 
Euripide, di Sofocle, d'Esiodo, di Teocrito^ di Pindaro, ecc- 
Soggiunge poi che Virginio è ornai abbastanza pratico nel 
latino, insegnatoli dal padre istesso, e forse per mezzo di 
questo potrebbe giungere a conoscere qualcosa anche della 
greca letteratura: 

Ma perchè meglio e più sicur vi vada, 
Desidero che egli abbia buone scorte, 
Che sien della medesima contrada. 

Potrei, continua T Ariosto, sobbarcarmi io stesso a co- 



— i69 — 

testa fatica, ma^ fatti meglio i conti, si confessa incapace. 
E qui trasportasi col pensiero alla prima .età sua giova- 
nile, e lamenta forte che il padre suo, qoand'era lì per 
diventar poeta, lo costringesse, siccome proprio avvenne, a 
studiar legge, dove perse molto tempo, e giunto a venti anni, 
e messo in libertà dal genitore, s'accorse d'esser indietro 
nelle lettere così da non sapere nemmeno tradurre Fedro! ^ 

Fortuna molto mi fu allora amica, 

Che mi offerse Gregorio da Spoleti, 

Che ragion vuol ch'io sempre benedica. 
Tenea d'ambe le lingua i bei secreti, 

E potea giudicar se miglior tuba 

Ebbe il figliuol di Venere o di Teli,,,,. Ossia se 
Virgilio Omero. Ed è verissimo, imperocché lo spole- 
tano fu dottissimo in greco e latino. Isabella d'Aragona, 
vedova di Gian Galeazzo Sforza, prese questo frate agostiniano 
per maestro di suo figlio Francesco, a cui Lodovico il 
Moro^ suo zio, aveva usurpato lo Stato di Milano: 

Mi fu Gregof^o dalla sfortunata 
Duchessa tolto, e dato a quel figliuolo, 

A chi aveailzio la Signoria levata Quando poi 

il Moro cadde nelle mani di Luigi XII, re di Francia, al- 
lora Francesco fu condotto a Lione, e fattosi monaco nella 
badia di Borgogna, poco dopo per una caduta da cavallo 
si mori. Gregorio, ai preghi d'Isabella, accompagnò il suo 
scolare in Francia, ove egli pure cessò di vivere: 

Gregorio a' prieghi d^ Isabella, indulto 

Fu a seguire il discepolo là dove 

Lasciò, morendo, i cari amici in lutto Continua 

qui l'Ariosto a narrare molti casi avvenutigli, pei quali 
poco nulla potè attendere ai cari suoi studi : dopo di 
che, rientrando in tema, così conclude: 



— 170 — 

Bembo, io ti prego insomma, pria die il passo 
Chiuso gli sia, ch'ai mio Virginio porga 
La tua prudenza guida, che in Pamasso, 

. Ove per tempo ir non sepp'io, lo scorga Ciò basti 

di Lodovico Ariosto. 

Celebre nella storia delle lettere italiane è la Simiglia 
flei Flaminii. Noi qui dobbiamo di essi ricordare in prima 
Giannantonio , il quale nato a Imola da Lodovico Za- 
rabbini, prese poi nell'antica accademia veneziana, cui fa 
ascritto, il nome di Flaminio, conservato in seguito da 
tutti i suoi discendenti. Sui ventun'anno ebbe la scuola di 
lettere in Serravalle^ in quel di Trevigi: insegnò poi a 
Montagnann, a Imola, e di nuovo a Serravalle, ove apri 
anche, e resse un convitto. Fra gii alunni di questo ebbe 
Alfonso Fantuzzi, di famiglia nobilissima bolognese, il quale 
k) condusse nel suo palazzo avito, perchè potesse con più 
d'agio esercitare l'arte sua, e dove anche morì ai 18 mag* 
gio 1556. — ' Fra le opere sue citeremo un dialogo intito- 
lato al Pucci, vescovo di Pistoia, e che ha per titolo: De edu- 
catione ac institutione liherorum (20). Nell'attenta lettura, che 
ne ho fatta, nulla vi ho trovato di nuovo o di pellegrino, 
conciosiachò l'autore non faccia per Io più che seguire al 
solito la dottrina di Quintiliano, del quale spesso copia le 
precise parole. Sono però a mio credere degni di nota due 
luoghi, i quali, non foss'altro, ci fanno conoscere quali fossero 
allora ì maestri, e in quale stato le scuole. Dei primi si narra 
come i più ricercati, non erano davvero i migliori, ma sì i 
più audaci, impudenti e sfacciati; e delle seconde, almeno 
di alcune, si confessa che mentre dovrebbero essere sanctus 
locus, ubi ingenuarum artinm et vitae recte instituendote sola 
cura, erano invece diventate uno stabbiolo da porci, e piii 
sozze d'un lupanare! 

Dopo il padre metteremo subito il figliolo Marcantonio 
Flaminio, benché questi morisse nel 1530. Ch'io sappia. 



— 174 — 

: «gli non Im cbe poche code tra quelle da ricordarsi da 
-^ me^ cioè dae sole lettere, ma importanti. La prima è a 
Luigi Calino, dove saggiamente insegna a scriver bene il 
latmó, e strepita contro alcuni maestri, che esercitavano i 
^. loro scolari sopra certe miserie cotìnposte da loro, invece 
\ >d'avvezzarH a scrivere colla lettura attenta e collo studio 
{ a^idao dei classici, e massime di Cicerone. — Nella seconda, 
f in data da Viterbo a 6 agosto 1542, e indirizzata a Galeazzo 
Florimonte da Sessa, ragiona di un'utilissima istruzione e 
facilissima per bene ammaestrare i fanciulli nelle lettere (21). 
Vengo ora a discorrere di tale uomo che è per avventura 
da riputarsi fra gli scrittori di cose pedagogiche il migliore 
fra quanti fiorirono nel XVI, voglio dire del cardinale Ja- 
4xpo Sadoleto. Nato a Modena il 1477, m. in Roma il 1547, 
fa grande teologo, più grande filosofo e scrittore, massime 
in latino, da paragonarsi con pochi. L'opera sua pedagogica 
ohe io prendo qui ad esaminare è intitolata: De liberis recte 
instUuendis. È un dialogo dedicato a Guglielmo Bellai, in 
occasione delie nozze- di quest'amico suo, ed è scritto special- 
«ente per Paolo, figliuolo di Jacopo Sadoleto, che fu cu- 
^00 (22) del nostro cardinale. Paolo, dopo essere stato nei 
primi anni scolaro in Ferrara di Giglio Gregorio Giraldi, stette 
poi quasi continuamente presso lo zio, che l'educò a virtCì 
« all'amore dei buoni studi con felicissima riuscita. Né 
poteva essere a meno, imperocché sentiremo che Jacopo 
avea giuste idee e dirittissime in fatto d'educazione. Co- 
mincia infatti col dire che questa vuol esser data di buo- 
n'ora ai bambini: Chi è male educato da fanciullo non 
può dar di sé buone speranze nell'adolescenza, e come 
dalia radice l'indole e la qualità dell'albero si conosce, 
4S0SÌ dalla fanciullezza la costumata e onorata gioventù. 
Quindi si fa a dimostrare la necessità che lo Stato abbia 
leggi intorno all'educare, e loda sopratutto i Greci che 
praticarono a questo modo; i quali come sapientissimi uo» 



I 



-^ 172 — 

mini giudicarono doversi tenere in gran conto la prinut 
età, che essendo quasi il vestibolo della vita, a tuiH ^ 
anni avvenire dà forma e base. Divide poi qaant'ò la materia 
del dialogo in dnfi partiy discorrendo innanzi dei oostamì 
quindi delle lettere; suddividendo i primi in quelli che ci 
sono estranei, e nei propri! ; che Vawezzarli ad obbedirt 
al comando della ragione altrui, è disciplina; VawtzxarU 
poi ai comandi della propria è virià, E rifacendosi dall'in- 
fanzia^ ecco i precetti che dà: nato' il fanciullo, la madr» 
lo allatti da sé; e> caso che non possa^ scelga una na- 
trice costumata e ingegnosa: giunto che sia all'età d'arti- 
colar parola, diligentemente* si guardi che non gli entrino 
negli orecchi discorsi turpi o empi, nò alcun gesto osceno 
gli corra agli occhi: sia prima cura dei genitori por ben 
addentro nell'animo del fanciullino il nome e il pensiero- 
di Dio, perchè se sincera pietà e sincera religione mette^ 
ranno ben addentro in quel cuore e in quella menta, 
vuoti d'ogni ingombro, le loro radici, queste abbarbiche^ 
ranno, e faranno seme d'ogni virtù, d'ogni dignità, di> 
lieta e riposata vita. Ma sopratutto ai genitori è da racco^ 
mandare il buon esempio, imperocché i bambini attenta- 
mente osservano tutto, prima adoperando l'occhio che l'o- 
recchio: quindi nella prima età valgon più gli esempi ^che- 
i precetti. E bellissima e degna d'essere le mille volte- 
letta e considerata é la figura che il nostro cardinale ti 
dipinge del buon padre-famiglia, il quale tutto dispone e 
ordina nella casa per modo che i figliuoli abbiano in Ini, e- 
in tutto ciò che gli circonda, un lucido speòchio d'ogni 
morale e civile virtù. — Passata la prima età, succede- 
l'altra, in cui all'esempio vivo vuol essere accoppiato il 
savio ammaestramento a ben fare. Però il padre istruisca» 
prima il fanciullo nei doveri verso Dio, poi verso i geni-^ 
tori e in generale verso i vecchi e maggiori d' età : euri 
sopratutto il pudore, segnale di buona indole e di virtà;. 



— 173 — 

imde abbiamo la sentenza antica: Arrossì? hitto è salvo. 
Abbia ii padre coi figlioli un contegno che non manchi 
d'amorevolezsa e di grazia, e con questa via se li renda 
obbedienti, accendendoli ancora nel desidèrio della lode: 
li corregga ma con moderazione, né mai li percuota, per 
ito» abbassare H ingenua natura alla condizione di servo: 
sommamente invigili la condotta dei familiari e dei com- 
pagni, e, se ha da scegliere un pedagogo, veda che sia di 
4moni costumi e di fede paragonata: raccomanda special- 
mente che il fanciullo sia avvezzato a dire sempre la 
verità, a fuggire la frode e la bugia, a guardarsi dall'er- 
rore, a biasimar Tignoranza, a innamorarsi della sapienza: 
dichiara minutamente il Nostro quali siano i giuochi e le 
ricreazioni che si debbon permettere ai giovani e in quale 
misura, e conclude che grandi beni san per derivare a 
una città prima dalla buona educazione dei fanciulli pub- 
blicamente coltivata, poi sovente dall'esempio stesso, e dal- 
l'imitazione di un giovinetto rettamente educato, — Dopo 
<lei costumi viene a parlare delle lettere. E prima di 
tutto si ponga il fanciullo sotto un maestro, di cui i co- 
stumi e la diligenza nel4o insegnare siano specchiati. 
Parla distesamente dei migliori sistemi d'insegnamento, 
rifacendosi dai più elementari^ come del leggere^ dello 
scrivere, della grammatica^ e poi della rettorica e della 
maniera di studiare i prosatori e i poeti. Loda che slm- 
{)ari la musica e la gintiastica, accennandone i motivi, e 
dicendo come e in che modo si debbano coltivare tali di- 
;scipline. Vuole che non si trascuri lo studio deiraritme- 
lica e della geometria, e in generale di queste come di 
taita le altre arti, che sono di soccorso alla filosofia. Della 
-quale ragionando il Nostro, al modo che egli sommo in 
potestà disciplina poteva e doveva, ne tesse un magnifico 
dogio, e conohiude il dialogo assicurando che òhi nella 
filosofia ha fermato stanza, per tutta la vita si leva sopra 



— i74 — 

l'umana condizione, sicché diventa simUè a mi lUoì -^ 
Qaesfò analisi dri dialogo del Saddeto, ahhanfìhè hnn^ 
sima, parmi sufficiente a dare un concetto deiropasoob, e 
della sua molto grande importanza. Tale fa giadicato da 
uomini sommi, i quali colle loro proprie parole^ che io 
fedelmente riporterò, dichiararono come' e quanto questo 
scritto pedagogico fosse apprezzato non appena compar» 
alla luce. Pietro Bembo rallegravasi coirautore, scrives- 
dogli: aureum adolescentem, tegue, qui tam eelerilìNr 
tuorum in eo erudiendo laborum snsceptorum frucius uberes 
jucumdissimosque perdpis, piane felicem! (23) -— È anche 
più chiaramente Reginaldo Polo scrive a( Sadoleto stesso 
che in leggendolo vi ha trpvato prudenza, gravità d dottrina; 
ne loda i precetti, perchè santissimi tutti e tatti prudentìs- 
simì, e conclude che nel farla da maestro e da educatore,^ 
artium singularum vires et virtutes explicas, uà prope tnon- 
strando in earum jam possessionem mittere adolesoenkm 
videaris, atque eas recensendo tradere (24). — Quanto a 
me credo come questa sia senza dubbio la migliore scrit- 
tura, che intorno alla pedagogia uscisse fuori nel sec. XYI, 
non foss'altro perchè, oltre ad esser bene architettata e 
benissimo distesa, è poi su tutte le altre la più completa. 
Discorrendo del Sadoleto mi è occorso ricordare il nome 
del Bembo. Anch'esso (n. a Venezia il 4470, e .morto in 
Roma il 1547) a buon diritto dev'essere registrato nella 
storia della pedagogia italiana , non foss' altro perchè si 
rese altamente benemerito della pubblica istruzione còlla 
ricca sua biblioteca , colle magnifiche sue collezioni di 
medaglie e di rarissimi monumenti , coir istituire , come 
fece in Padova, un bellissimo orto botanico, coiraprire la 
sua casa ai dotti, e insomma col promuovere a tuti'aomo 
Je scuole e gli studi. — Fra gli scritti poi di lui io citerò 
qui alcune lettere. In prima quella a madama Veronica 
Gambara di Correggio, in occasione d'essergli morto 



— i7o — 

Lacilio, figlioliiM) d'anni nove. In questa lettera spira nn 
sentimento melanconico d'un padre addoloratissimo, ni^ 
pare rassegnato a Dio nella dura prova a cui era stato 
messo l'animo suo. -^ In altre lettere trovo delle sen- 
tenze molto vere e molto a proposito. Loda infatti Cam- 
mino di Simone perchè ha bene studiato, ma nello stesso 
tempo l'avverte^ che per questi elogi non voglia restare 
nella via così ben incominciata e percorsa, ma piuttosto 
gli siano sprone a farlo andare più veloce per lo innanzi, 
vedendo d'aver fatto buon viaggio per l'addietro, e cam- 
minato in\]uei suoi primi anni profittevolmente. — Distoglie 
Elena Bembo dall'imparare il monocordo, che il sonare è casa 
da dorma vana e leggiera. Bisognerebbe arrivare a sonar bene, 
perchè quanto al sonar male, meglio è non sapere. Ora 
per raggiungere a cotesta perfezione, vi vorrebbe l'eser- 
cizio di dieci dodici anni, senza mai pensar ad altro. 
E quanto questo faccia per te , tu il puoi considerare da 
per te senza ch'io il -dica. Dunque lascia stare di pen- 
sare pOi a questa legget^ezza, e attendi ad essere e umile 
e buona e savia e obbediente, e non ti lasciar portare a 
quesH desideri, ecc. Cosi il Bembo, il quale qui per av- 
veaiura si .mostra troppo severo ed assoluto, anche con- 
siderati i tempi suoi, dove lo studio della musica veniva 
raccomandato da buoni e savi pedagogisti, siccome noi 
stessi nel eorso di questa istoria abbiamo spesso provato. 
— - E finalmente a Torquatasuo figliolo scrive : Non perdere 
il tup tempo, e sii certo che nessuno divenne mai dotto né 
degno, né pregiato, che non si faticasse assai e con molta assi^ 
duità e costanza. Oggimai tu sei fatto grandicello, e devi avan- 
zare non meno in dottrina e buoni costumi e accortezze, 
che in età ed in persona. Se penserai quanto la viriti e 
te bìume lettere sono estimate da tutti gli uomini, e fanno 
più amati ed onorati dal mondo quelli, che le hanno, degli 
altri, che non le hanno, tu ti faticherai per esser dotto e 



— 476 — 

virtuoso. E di tal modo osservando che Tutìle, che De 
ricaverà, sarà cosa tutta sua, sempre più l'accende nello 
studio delle lettere e dei costumi. Io ho tanto più volen- 
tieri riportato questo brano di questa epistola, anche perchè 
vo' aggiunger come in essa il Bembo loda a cielo Bene- 
detto Lampridio, chiamandolo eccellente e singolare precet- 
tore ed amorevole del suo Torquato, Cosi infatti era costui, 
il quale nato a Cremona sul finire del XY, oltrecché sommo 
poeta, fu eziandio maestro valentissimo, prima a Roma, 
poi a Padova, finalmente in Mantova, chiamatovi apposta 
dal duca a insegnare ai propri figlioli, e dovè passò di 
vita immaturamente nel 1540. 

Dovendo ora per ordine di tempo rammentare il nome 
e le opere pedagogiche di Rapido o Ravizza Giovila da 
Chiari, presso Brescia, lo farò colle parole stesse che nar- 
rando di lui usa il Morcelli: natìis est anno 4476, atquein 
patria sua sub Oliviero praeceptore Hrocinium posuit..... 
Bergomi in primis et Vicentiae et Venetiis ludum aperuit 

dicendi, multosque eloquentia informàvit obiit Venetiis^ 

4SS4 (25). — Né Giovita fu soltanto maestro, come dice 
il Morcelli, ma eziandio scrittore di un'operetta didattica, 
pubblicata a Venezia nel giugno dei 1551. Lo scopo 
di questa facilmente ricavasi da ciò che Teditore scrive 
nella dedica a Francesco Donati, uno dei più caldi nel 
progettare che nei quartieri di Venezia (26) si aprissero 
scuole; e cioè che si persuasa di stamparla, dappoiché 
in essa exquisita quaedam ratio ac via ostenditur, qfia 
longe minori parentum molestia atque impensa, majori ac 
certiori docentium quaestu, leviori ac breviori discentium 
labore, ad bonam frugem possint ingenia perdmi. Nò senza 
ragione; difatti il nostro Giovita ivi parla di molte cose 
specialmente importanti por chiunque abbia figlioli da 
istruire. £ in primo luogo si rifa dal luogo designato 
alle scuote, dove io credo apparirà curioso il sentirne la 



— 477 — 

«nìnata descrizione, e di assai interesse per la storia pe- 
dagogica di qaesto secolo. Sia dunque, egli scrive, innanzi 
4atto salubre, e voltato da quella parte in cui non soffiano 
venti troppo impetuosi e nocivi, ma dove vi batte per pa- 
recchie ore della giornata il sole, e così vi sia molta luce, 
acciò che il buio non rechi impedimento e uggia ai mae- 
stri e agli scolari. Sia ampio talmente da ricevere como- 
damente tutta la scolaresca, e che gli uni parlando non 
impediscano gli altri: le sale siano capaci almeno di conte- 
nere dodici ragazzi. Abbia vicina una biblioteca in servigio 
di chi insegna, e di chi impara. Non manchi acqua per 
bere. Né una bottega lì presso, ove si venda carta, penne, 
libri, inchiostro, e altre cose necessarie per una scuola. 
Il locale chiuso da tutte le parti non abbia che un'unica 
porta, e sempre serrata, meno nello ore in cui debbono 
entrare ed uscire gli scolari: dei quali si noteranno esatta- 
mente i nomi di chi senza giusto motivo o arriva piti 
tardi, se ne va prima che la scuola. finisca; nò si lascino 
impuniti i negligenti. Ho volentieri riportato quasi per 
intero questo primo capitolo deiropuscolctto, perchè, ripeto, 
parmi importante nella nostra storia per conoscere le abi- 
tudini e la disciplina scolastica del secolo XVI. — Per la 
ragione contraria sarò più breve nei capitoli che seguono, 
dove il Nostro discorrendo dei maestri, dei loro costumi e 
dottrina e degli officii loro, nulla scrive di nuovo o di più 
di quanto trovasi in Quintiliano nello istituzioni oratorie, le 
quali per altro (cx)me dicemmo) contengono massime vere e 
opportune anche ai tempi nostri. Quello di nuovo e di inusi- 
tato che trovo in quest'.ordinamento di scuole pensato da 
Bapicio è piuttosto là dove discorre deWipodiduscalo e de' 
saoi aiuti. Oramai si sa che con quel primo nome s'intende 
unificare colui che oggi dicesi sotiomaestro, e in questo 
aeaBO troviamo Taltre parole di prosculus e suhdoctor, im- 
piegate dagli antichi e precisamente da Ausonio (27). 

Micini, Storia della Pedagogia in Italia ì% 



— 178 — 

QuaDd'io DOD abbia inteso maie^ sembra che il Nostro 
voglia che uno solo sia il vero e proprio maestro^ che a 
una certa ora determinata parli a tutta la scolaresca^ e 
disponga quello che nel resto della giornata si abbia da 
fare: e questo perchè non è facile trovare molti maestri 
e bravi^ massime dove lo stipendio è povero; poi perchè 
rinsegnamento abbia non solo maggiore unita, ma anche 
migliore efficacia: imperocché riflette Rapicio (accostandosi 
anche in questo a Quintiliano) che tanto più felicemente^ 
si riesce neirinsegnare quanto più grande è la corona degli 
scolari che ci stanno a sentire. Però siccome un maestro- 
è impossibile che provegga a tutti e a tutto, così abbia 
sotto di se un ipodfdascalo, e questo altri, sicché tutti a vi- 
cenda si aiutino. Ne stabilisce anche il numero, e dice ba- 
starne quindici in tutti. Officio del primo come dei secondi 
è quello di aiutare il maestro, spiegare quello che egli a 
non espose o toccò di volo, invigilare che gli scolari stu- 
dino a dovere le lezioni, soccorrerli nelle loro difficoltà e 
a questa maniera insegnare e imparare, e sopratutto a 
poco a poco con questa pratica imparare a insegnare. 
Del resto si contenta che costoro tengano un buon me- 
todo, e quel poco che insegnano non sia vizioso. — Io noa 
vo' dir qui se questo sistema potrebbe essere molto o poca 
nulla fruttuoso, ma é certo che m'apparisce nuòvo, e< 
per questa ragione mi ci sono trattenuto sopra e forse 
troppo. — Il rimanente deiropuscolo parla delle ore asse- 
gnate alla scuola e delle vacanze, delToffizio degli educa- 
tori privati e dei pedagoghi, dei doveri dei discepoli e dei' 
genitori, dove da per tutto segue, come sopra, le dottrine 
di Quintiliano. Finalmente discorre dei rettori degli Stati, 
dimostrando come e quanto debba loro star in cima ai 
pensiero la educazione e Tistruzione, fondamento e base: 
del buono o cattivo vivere civile. Quindi ad essi lo sce-. 
gliere buoni maestri e bravi, dar loro un salario conve- 



— 479 — 

niente, allontanarne gli inutili e i cattivi, visitare ogni tanto 
le scuole, associandosi in questo alcuni de' più specchiati 
tra i genitori che vi abbiano i loro figlioli, e lì esami- 
nare e maestro e scolari, lodando gli» studiosi, castigando 
i negligenti: poi curino, se la scuoia ne ha, che il pa-^ 
trimonìo sia regolarmente amministrato, e formino un con- 
siglio di trentasei magistrciti destinato a invigilare su tutto 
ciò che spetta al buon audamento e alla rigorosa disci- 
pliw delle scuole. — Oltre quest'opera, Rapicio scrisse 
ancire •De puertlìinstUutione » intitolandola ai reggitori di 
Bergamo, dopo che da quindici anni ivi faceva da mae- 
stro. Siccome però in quest'opuscolo discorre specialmente 
di cose troppo particolari, relative all'istituzione della 
prima età, e dove tocca di massime generali si attiene al 
solito a Quintiliano, pressoché ricopiandolo, così io mi con- 
tenterò d'aver citato questo libretto, e passerò oltre (28). 

Ricorderò Antonio Bruciali fiorentino, del quale benché 
non si conosca preciso Tanno di morte, sappiamo però- 
che viveva tuttora nel iòoA. Autore di alcuni dialoghi 
sulla morale filosofia, ne ha uno intitolato « dello istruire i 
figliuoli » dove entrano a ragionare messer Giorgio Tris- 
sino, Francesco Guidetti e Cosimo Rucellai (29). Benché 
il dialogo meriti d'esser letto non foss'altro per quella 
maniera aurea di scrivere usata dai più nel XVI, tuttavia 
non mi sembra che contenga nulla di singolare e di pel- 
legrino, e al solito si contenta di dire quello che è ripe- 
tuto dagli altri, o contemporanei o più antichi, e massime^ 
da Quintiliano, dove tutti attingono, e collo stesso ordine, 
cioè ragionando in prima dell'educazione del corpo, poi 
di quella del cuore, e infine della coltura della mente. 

Con più di ragione è degno d'esser rammentato nella storia 
della pedagogia italiana del XVI il nome di mons. Geo- 
oanni della Casa, nato in Mugello il 1505, e morto d'anni 
cinquantatrè a Roma. Il suo Galateo (50), oltreché è una 



— .180 — 

clelle più care prose ed elegantissime^ scritte nel cinqae- 
•cento^ è ancora un'opera che appartiene alla pedagogica, 
non solo per la materia che vi si discorre, ma in ispecie 
j)er lo scopo preso di mira dairautore. Il quale chiaro 
apparisce dal vedere ivi introdotto un vecchio ammaestrante 
un giovanetto intorno ai modi che si debbono tenere^ o schi- 
fare nella comune conversazione. E benché questi possano 
per avventura sembrare frivola cosa, non di meno sono o 
virtù molto a virtù simiglianti; per non dire ch^ la 
convenevolezza delle maniere e delle parole ei si coi^Rtae 
usarla da noi, nel conversar che facciamo ogni di cogli 
-altri uomini, molto più spesso e di frequente che la giu- 
stizia, la fortezza e le altre più nobili virtù e maggiori. 
Quindi è che ninno potrà almeno metter in dubbio come il 
discorrere della grazia e della piacevolezza dei modi non 
sia dottrina degna d'appartenere in genere alle cose spet- 
tanti a una buona educazione. — Esposte cosi le ragioni 
per le quali il Casa pensò trattare di questo tema, senz'altro 
«ntra in materia, e fissato il principio che bisogna tem- 
perare e ordinare i nostri modi, non secondo l'arbitrio 
proprio, ma giusta il piacere delle persone con cui si usa, 
si rifa da investigare minutamente quali sono quelle cose, 
che dilettano generalmente il più degli uomini, e quali 
quelle che noiano, per concludere che sono da eleg- 
gersi le une, e schifare le altre. Quindi enumera tutto 
dò che rende noia ai sensi, all'immaginazione, all'appe- 
tito, dove mostra, fra le altre cose, quanto sia odiosa la 
superbia, i modi strani, e quanto la ritrosia e la rusti- 
chezza alieni l'animo di coloro, coi quali noi conversiamo. 
Poi della maniera da tenersi nel favellare, e qui della 
bugia, della maldicenza, del contraddire agli altri, dei 
modi di dar consiglio, di riprendere e correggere gli al- 
trui difetti, delle beffe, dei motti arguti, e in generale del 
come si debba condurre ogni nostro discorso. Prende 



— 481 — 

quindi occasione di confortare ì gioTanettì ad avveziarsì al 
baon costarne sin dalla tenera età. E inCne dopo aver 
descritto che cosa sia bellezza^ e dimostrato come le cose 
spiacevoli ai sensi e all'appetito spiacciono eziandio all'in- 
telletto^ conclude che sopratatto sono da fuggirsi i vizi, la 
sconcezza dei quali è superiore a ogni altra. — Ora se vuoisi 
pesare il merito di questa bella scrittura, considerandola 
nella storia delKumana^ducazione^ a me sembra grandissimo, 
perchè^ lasciando da banda ogni altra sua eccellenza, bi- 
sogna pur dire che essa è da valutarsi assai per questo 
solo perchè è unica nel suo genere, e fu il Casa il primo, 
che io mi sappia, a discorrere di questa parte deireduca* 
zipne, la quale si riferisce al conversare cogli altri, e in modo* 
coa)j)leto quanto alla materia, e in uno stile purissimo 
quanto alla forma. — Né meno grande maestro in peda- 
gogia dimostrasi il nostro Giovanni nelle sue lettere. Si 
leggano per esempio quelle ad Annibale Rucellai (51), 
cui scrive: lo sviarsi è la piii facil cosa, e quella che si 
fa con meno considerazione di tutte le altre; ma il rav- 
viarsi poi è molto diffìcile, ed ogni sema leggera e frivola 
basta a impedirlo: e sai anco che quel che ti ho detto ti 
è riuscito per prova molte volte: ed oltre a questa puoi 
similmente sapere quanto danno ti Ita fatto questa agevo^ 
lezza, e questa prontezza di lasciare lo studio; che se tw 
avessi continuato di faticare con diligenza sino a qui, come- 
tu cominciasti, e come tu mi promettesti, saresti ora il piii' 
letterato gentiluomo della tua età, come io prometteva a te 
che sarebbe: e quanto ciò importasse a' tuoi disegni e al 
tuo contento e al mio, non è necessario che te lo scriva, E 
se in luogo di studio tu avessi avuto o pensieri o ne^ 
gozi pure almanco piaceri, che meritassino il prezzo, 
l'uomo ti potrebbe scusare; ma tu sai cfie poco sollazzo fu» 
occupato il tuo tempo ed il luogo di sì fruttuosa opera ^ 
con vergogna e^con ispesa e con male soddisfazione di tuo 



fiodre e di tutti. Per la qual cosa io ti prego che tu im- 
pari a star saldo nelle buone operazioni e deliberazioni, e 
quando ti nascono quelle farfallette nel capo così alfim- 
jyrovviso, che tu le lasci volar via; che ancora sei tu a 
tempo di farti dotto con facilità, avendo e prindpii e mae- 
stro e ozio e ingegno che bastano a farlo e pros^ae 

€osì di questo tono, da ultimo raccomandandoli molto lo 
studio dei latino e del greco, e dandoli su questo oppor- 
iiinissimi avvertimenti. — I quali sono pressoché ripetuti 
in un'altra scritta al medesimo Annibale da Venezia li lo 
aprile 1549, ove profondamente discorre anche dell'ambi- 
zione e della vanagloria, e come quest'ultima si distingua 
dalla gloria vera, e dei mezzi per conseguirla. -^ la fìne 
altre massime buone di pedagogia e di didattica si trovano 
in altre di queste lettere dal Casa indirizzate al nipote, e 
in una diretta a Pandolfo, fratello d'Annibale, ove è a no- 
tare il modo severo, col quale lo riprende della sua cattiva 
condotta (52). 

Non molto dissimigliante da quello del Galateo o del 
Cortigiano è il fine della Donna di Corte, operetta scritta 
da Ludovico Domenichi, piacenlino (m. in Pisa il 1564), 
•e nella quale si ragiona dell* affabilità ed onesta creanza da 
-doversi usare per gentildonna d'onore (33). Vissuto pa- 
recchi anni alla corte del duca Cosimo de' Medici, Lodo- 
vico compose questo discorso, del quale ho fatto qui me- 
moria, perchè mi parve, leggendolo, molto vicino alle 
opere citate di sopra del Castiglione e del Casa. Del resto 
poiché nulla vi si trova di generale intorno alla educa- 
zione, ma solo precetti, e tutti speciali, per la gente di 
corte, avrebbe dovuto da me esser ricordato in fondo a 
^uestistoria del XVI, ove intendo di porre un catalogo 
d'opere pubblicate nel secolo stesso, fra quelle che o trat- 
tano le materie pedagogiche in modo che non mette conto 
far del libro un accurato esame, o di scrj^ture, che sap*f 



— 185 — 

piamo esser dì quel teropo^ ma che non sono riuscito a 
poterie avere sott'occhio. 

Piuttosto aggiungerò che dei modi da usare cella con- 
versazione, oltre al Della Casa ed altri^ scrisse in questo 
secolo Stefano Guazzi da Casale, morto a Padova nel 1565. 
A' suoi tempi ebbe molta fama il dialogo: La civile convet^- 
nazione (3i). Diviso in quattro libri ^ troveremo qualcosa 
nel quarto, dove dichiarando le maniere che s' hanno da 
serbare nella domestica conversazione tra padre e figliolo, 
tocca il Nostro di alcune materie pedagogiche. Nello scor- 
rerlo ch'io ho fatto però non mi ò avvenuto di trovar nulla 
per avventura di singolare, salvochè questo che, a diffe- 
renza di tutti gli scrittori del secolo XVI, il Guazzi im- 
piega alcune pagine a ragionare deireducazione conveniente 
alle donne, insegnando alcune massime, le quali se non mi 
paiono tutte giustissime, bisogna però, fatta ragione dei 
tempi, ch'io le lodi assai, come sarebbe, ad esempio, quella 
fondamentale, che se in genere neireducazione o nella istru- 
zione sono da fuggire gli estremi, ciò è tanto più vero in 
quella femminile. Dove d'altra parte è molto facile pec- 
care, allevando le fanciulle troppo strettamente o in 
modo troppo rilassato, e anche, o insegnando loro lavori 
donneschi, e questi soltanto, ovvero trascurandoli affatto 
per dar luogo che si istruiscano nelle lettere e nello 
scienze. Il Guazzi saviamente consiglia di tenere una via 
di mezzo riducendo Teducazione e massime l'istruzione 
delle femmine ad una giusta misura. 

Fra i molti e molto celebri nostri giureconsulti, che 
accusati d'eresia dovettero in questo secolo esulare dal- 
l'Italia^ e andarsene in Aiemagna, è senza dubbio Matteo 
Gribaldi o Giribaldi, nativo di Chieri in Piemonte, morto 
il 1564. — Nel catalogo delle sue opere vi è anche la 
seguente : De methodo ac rottone studendi , libri tres; 
Lugduni, iSS6, dove abbenchè per la più parte tratti da 



— 184 — 

par sao del sistema di studiare la legge^ tuttavia i primi 
capìtoli del libro primo contengono delle massime gese^ 
rali di didattica^ delle quali credo bene dirne qui qualcosa. 
Comincia dairiusegnare molto giudÌ£Ìosamente che poiebè 
il vero è il fine d'ogni umano sapere^ cosi chiunque si 
pone a speculare intorno a qualsiasi scienza, deve avere 
in prima Tanimo libero da ogni passione^ sia perchè cosi 
il cammino sarà più retto, sia perchè ci sarà più agevole 
raggiungere in questa' maniera lo scopo, che è la verità. 
Vuole inoltre che chi si consacra ad una disciplina, vi si 
dia a tutt'uomo, e a quella soltanto: né per questo esclude 
che si coltivino eziandio molte delle altre^ salvochè ciò si 
faccia col fine che le seconde servano d'aiuto e d'orna- 
mento a quell'unica^ che abbiamo scelto di professare. 
Dice, e poi dimostra (cosa da vero importantissima) che 
ogni e qualsiasi scienza debb'essere una catena di cognh- 
zioni per modo legate fra loro che le une dipendano e 
siano illustrate dalle altre, e tutte poi si raccomandino a 
certi principii universali^ i quali debbono spiegare tutte e 
singole le altre parti della scienza stessa. Quindi è che^ 
lo studio delle discipline deve essere principalmente in-^ 
torno a questi universali, base e fondamento della scienza; 
che abbiamo preso ad imparare. Da ciò la conseguenz» 
che il Gribaldi deduce, insegnando come non potrà mai 
nessuno arrogarsi il titolo di scienziato, se abbia delie^ 
notizie e delle cognizioni, ma non ne conosca la ragione, 
il perchè, la causa. — Queste massime, oltrecchò a quanti 
le leggeranno appariranno vere, sembra a me giusto dV 
verle notate qui, perchè al solito non è cosa tanto comune 
negli scrittori di didattica, in specie di questo secolo, prò- 
cedere in cotale maniera, risalendo cioè sino ai principii 
scientifici, che debbon poi governare l'arte dello insegnare^ 
pnghi e contenti, come sono i più, di dettare dei precetti- 
pratici ed empirici. 



— 485 — 

Nella biblioteca oomunale senese sta un maDOScritlo con 
questo titolo: DeUe vie delle dottrine, cioè eome si debbano 
apparare le arti e le scienze. Non è originale, ma copia, 
di un lavoro di Benedetto Varchi (n. a Firenze 1503, 
m. a Montevarchi 1565), indirizzato a Lucio Gradini. Mi 
daole doverne dir poco, perchè il manoscritto ò mancante» 
e non ce ne sono rimaste che solo venti pagine. Dal breve 
prol(^o che è posto innanzi allo scritto ricava.*^! che il Varchi 
piglia qui a -ragionare del metodo e del modo d'insegnare. 
Comincia infatti dal definire che cosa sia il metodo; poi 
dimostra se e come questo sia necessario ad acquistare le 
scienze e le arti; in seguito accennato come, secondo lui, 
i jmetodi siano cinque, parla del divisivo, che è il primo, 
e ne compie la trattazione : incomincia a discorrere del 
secondo, che è il risolutivo, e dopo poche parole rimane 
in tronco, perchè, torno a ripetere, il manoscritto è muti- 
lato. Nonostante che in questa prima parte il Varchi si 
mostri fedelissimo discepolo d'Aristotele, e quindi nulla dica 
di nuovo, e forse di suo, però rincresce che non sia ve- 
nuto a no» completo tale opuscolo, e per T appunto man- 
chi di quella parte, dove il Nostro ragionava del metodo 
d'insegnare, e dove son sicuro che avrà detto cose sue e 
cose utilmente vere. 

La medesima biblioteca ha un altro manoscritto, che al 
solito non credo originale, ma copia di una lettera di For» 
tunio Martini a Fabio Mandolì Piccolomini. — Non mi è stato 
possìbile conoscere Tanno di nascita dell'autore né quello 
di morte, e solo ho constatato che viveva e scriveva sulla 
fine *del XVL — Lo scopo della lettera si argomenta dal 
suo incominciare co»: Voimiatete pregato ch'io vi faccia 
una lista di libri, o di natività toscani, o nella toscana da 
altra lingua portati, riferendovi a me della elezione; ch'io, 
dico, scelga quelli che più conosca confarsi all'esser vostro, e 
dai quali io credo voi poter trarre maggior profitto. Nono- 



— 486 — 

stante però ehe qoeste parole dimostrìoo come la lettera (K 
Fortuoio abbia ano scopo didattico speciale, tattavia ho mriato 
ricordarla, perchè oltre questa nota delle opere^ i^ana delle 
quali è accompagnata da un giudiiio che fa per giostift^ 
carne la scelta, vi sono poi qua e là riflessioni generali 
sui libri e sulla lettura, e anche qualche digresàone sulla 
necessità che i giovani in ispecie hanno di studiare. 

Di sopra parlando di Stefano Guaui notai com'egli nel 
suo libro toccasse della educazione femminile. Meglio e 
più ampiamente ne scrisse su questo tema Lodovico Dolce, 
veneziano, morto il 1066. — Di lui abbiamo infatti' il 
dialogo della instituzione delle donne, pubblicato in Vi- 
negia il 1553 (35). È diviso in tre libri, in ognuno dei 
quali si tratta del modo di iiistituire virtuosamente la donna 
nei tre stati che occorrono nella vita umana, formando a 
perfezione una donzella, una maritata, una vedova. Da 
queste parole si ricava facilmente che a noi deve princi- 
palmente interessare la lettura del primo libro, dove di- 
fatti, massime sul principio, troviamo ammaestramenti e 
precetti generali suir arte dell' educare. Difiaiti il nostro 
Lodovico rifacendosi dairallattatura, vuole che al più pos^ 
sibilo non si dia la fanciullina a balia, o, nel caso, ch^ 
questa si scelga sana e buona. Poi insegna quali debbano 
esser i giuochi della giovinetta, e come si convenga in- 
formarla ai santi costumi, e le maniere di riprenderla, e 
d'esortarla a virtù. Vuole che due siano i fini dell'educa- 
zione femminile, e cioè la religione e il governo della fa^* 
miglia, e due le virtù principali, cioè vergogna e timidità. 
Narra dei lavori usati dalle antiche romane, e di quelli 
che si hanno da praticare oggi : dice come fin da piccole deb" 
bon essere avvezzate a fare tutte le faccende di casa. Non 
diniega alla donna lo studio delle lettere, ma che si badi 
bene alla scelta del maestro, e anche a ciò che insegnerà, 
e ai libri che metterà in mano all'alunna. Sopratutto poi 



— i87 — 

raccomanda alle madri la yigilaoza assidua solle proprie 
figliole « e ai padri le care diligentissime che debbono 
prendere tpstochò esse sodo in età da prender marito. — 
Qqesto basti intomo al dialogo del Dolce, il quale ne 
:scrÌ8S6 anche un altro e sempre pedagogico, dove si ra- 
giona del modo di crescere e conservare la memoria; Ve- 
nezia, 4à7S. In questo trovo da notare in specie la ric- 
chezza spiegata dairautore neirimmaginare tanti ordigni e 
tanto industriosi per tradurre le idee in figure, cosi che 
facondo queste feconda impressione sul senso e sulla fan- 
tasja^ facoltà sensitive, riescano quelle prime a meglio di- 
ugnarsi, e più profondamente scolpirsi nella memoria. 

Non ho potuto molto raccogliere dalle opere A'Annibal 
Cetro: per altro la storia della pedagogia Io ricorda in 
prima perchè, nato nel 1507 in Civìtanova di Ancona da 
oaesta m9 poco agiata famiglia, fu costretto in sua gio- 
ventù, per sfamare sé e i suoi, a far da maestro in Firenze; 
ove istruendo i figliuoli di Luigi Caddi, questi ne sco- 
perse lo squisito ingegno, e fu il primo a sollevarlo dal- 
runùle sua condizione. Ho cercato ne' suoi scritti, e mas- 
sime nelle lettere, se vi era qualcosa al mio proposito, e 
non ne )io trovato che una scritta da Roma il 20 mag- 
gio 1555 ad Alfonso Cambi in Napoli. Ve ne sarebbero 
altrd consimili, ma sodo per avventura didattiche sì, ma 
troppo speciali, perchè in e^tfM^ si discute in generale 
di petodi e di studi, ma si'a^B al particolare, notando 
per esempio, come si fa anche iFquesta al Cambi, i modi di 
potjere studiar bene prima l'italiano, poi il latino, di usare 
delle traduzioni, quando non si conosca la lingua del testo, 
ecc., ecc.; ammaestramenti tutti utilissimi, ma che non 
<)redo siano da raccogliersi da chi va scrivendo la storia 
della educazione e della istruzione in generale. Però (|ue- 
5to basti del Caro, che morì il 1566. 

Il giudizio dato dal Tiraboschi (56) delFopuscolo: De 



— 488 — 

methodo, hoc est de reeta investf'gandamm ' tradendanvmqu 
sdentiarum ratione (57), scritto da Jacopo Acconcio di 
Trento, mi sembra tanto vero che lo ricopio fedelm^te. 
Esso non ha Tombra della barbarie scolastica, ma è scritlo 
con precisione e con eleganza, e spiega assai bene ìd 
qual maniera e con qual ordine in noi si formino le oh^ 
gnizioni; come debbasi definire ogni cosa, e con quali 
gradi di verità si passi all'argomento d'un'altra. Né v'ha 
il minimo dubbio d'asserire come il maggior merito del 
nostro Jacopo è appunto quello d'avere adombrato in qu^ 
st' operetta il celebre modo d'analisi, che fu poi esposto 
mirabilmente da Bacone di Verulamio, e del quale si reca 
r invenzione a quel sottilissimo ingegno inglese. Quindi 
è che quest'opuscolo dovrebbe esser letto e meditato assai 
da chi piglia a far da maestro, e son persuaso che vi 
troverà molta dottrina e vera da fame tesoro, sia per ciò 
che riguarda l'ordine, con cui dobbiamo grado grado avan- 
zare nella istruzione, come anco sulla forma, che deve te- 
nersi nel comunicare agli scolari le cose da impararsi. — 
Mi duole di non conoscere con precisione l'anno in cxà 
l'Acconcio morì, sapendo io soltanto che ciò fu poco dipoh 
del i566, e che forse passò di vita in Inghilterra, dove 
egli, da parroco che prima era in Trento, accusato d'ere- 
sia, rifugiossi, dopo esser vissuto qualche tempo in Svizzera. 
Egualmente ignoto ò JlMj^ di morte di Luigi Tansillo, 
illustre poeta, nato sec(J|Hplcuni a Venosa, secondo altri 
a Nola, e uscito di vita ìe^hamente verso il 1568. Di 
lui vo' ricordare il grazioso poemetto La Bàlia (38). De- 
dicato a mons. Antonio Scarampi, vescovo nolano, è scritto 
in terzine, e diviso in due capitoli. Chiunque lo legger» 
vedrà che al nostro Luigi non è sfuggita pur una delle 
ragioni e delle considerazioni messe in campo dagli edu- 
catori per dimostrare la necessità e il preciso dovere, che 
hanno le madri d'allattare da per sé il bambino, né affi- 



— 189 — 

"darlo inconsideratamente a un petto mercenario e stra- 
niero. E queste ragioni sono dette bene, con eleganza e 
^tte eOicacemente, e fanno di questo libriccino una let- 
tura ghiotta a$sai, e assai più istruttiva. 
. Bartolammeo Rkd, romagnolo nato a Lugo, fu mae- 
stro in scuole pubbliche p in case private, e tra queste 
^seconde in corte di Ferrara, ove istruì prima Alfonso, quindi 
Luigi suo fratello, divenuto poi cardinale, figlioli ambedue 
d'Ercole II. Bisogna innanzi tutto che la storia della peda- 
gogia registri del primo di questi due suoi scolari un do- 
<;nmento, che fa molto onore al discepolo e moltissimo al 
maestro. £ una lettera del duca Alfonso II, dei 15 maggio 
1561, dove ordina a' suoi fattori di dare al Ricci, a titolo 
^i feudo, rinvestitura di una tal possessione in quel di 
Lugo, e dice cosi: Dilettissimi nostri : Ci sentiamo grande- 
mente obbligati all'eloquente oratore e da noi molto amato 
precettore nostro messer Bartolommeo Riccia non tanto per 
la sua esaita diligenza, quale mentre fossimo sotto la sua 
disciplina in la nostra puerile etade cessò mai con tutto l'a- 
nimo usare, per introdurci in la intelligenza delle Iruone 
lettere, quanto per le amorevolissime ammonizioni, ottimi 
ammaestramenti e l-audatissimi ricordi, che continuamente 
-ci faceva, adducendoct anche varii esempi d'uomini illustri 
ù antichi come moderni, acpiò sostenessimo, e sapessimo 
conservare con gloria e laude la dignitade e grandezza di 
casa nostra, ad imitazione delti nostri antenati. Questi uf- 
ficii, aggiunta la sua singoiar divozione e fede vet^so noi, 
ce l'hanno fattx) carissimo, e degno che lo connumeriamo fra 
quelli, verso i quali intendiamo di mostrare segno della 
mostra gratitudine e liberalilade. Per questo abbiamo deli- 
herato, ecc. — - E tanto davvéro si meritava il nostro Bar- 
tolommeo, come bravo e buon maestro non solo, ma anche 
<x)me scrittore di cose relative aireducazione e airistru- 
lione, nelle quali occupò sempre la sua vita, che fu di 



— 490 — 

seitantanove anni^ morendo nei 1569. Tra le altre egli 
scrisse an'operelta: De evitanda atque compescenda ira- 
cundia (59), dettandola a Giulio Cocchi, suo diserò, 
che da fanciullo aveva un pò* del bizzarro. Gome si ri- 
cava dnl titolo, questa è scrittura più morale che pedago- 
gica, ma tuttavia Tbo voluta ricordare, non fosd'altro per- 
chè io scopo di chi la scrisse fu di correggere un giovinettt^ 
il quale, visto che per questa brutta passione deirìra pe- 
ricolava assai sin da quella tenera età, trovò nel maestra 
un medico prudente, che subito si fé' a curare i prton 
segni del male, innanzi che questo divenisse incurabile. 
— Ma dove si trova ricca messe di dottrine pedagògiche, 
e più in particolare didattiche, è nelle lettere (40) mandate^ 
;i diversi dal nostro Ricci. Cosi, scrivendo a Renata, prin- 
cipessa di Ferrara, dice d'aver fatta una scelta dai mi- 
gliori autori di sentenze opportunissime all'educazione, è 
gliela manda, perchè se ne serva per le sue figliuole. Ag- 
giunge il motivo che lo indusse a compilare qaestà lista 
di massime, e cioè che, poiché i fanciulli pigliano in ug- 
gia una lunga fatica e uno studio troppo assiduo, così 
troveranno qui modo di educarsi, di istruirsi, e per una 
via facile e piana (pag. 44). — In un'altra a Rartolommeo 
Ferrini raccomanda che quando si veggano nel bam- 
bino i germi d'ottime disposizioni a qualche disciplina, pia 
presto che si può, e meglio subito, vi si applichi, perchè 
molte volte accade che, crescendo cotesti ingegni precoci, 
bi fanno più ottusi, o in genere pigliano a noia quello* 
studio, che da prima era loro tanto gustoso. E scendendo» 
poi al caso particolare dei figlioli dei principi dimostr» 
che quegli argomenti di sopra recati valgono a mille^ 
iioppi più per essi che per gli altri, conciossiachè costoro 
«ibbiano spesso gente d'intorno, che zufolano nelle lòra 
orecchie essere cosa vile e plebea lo stadio o almanco inu- 
tile per chi è ricco e polente (p. 537). — Scrive ad Er- 



— i9i — 

cole di Ferrara, iDdìcandoli minutamente il sistema che 
terrà nello istruire il figlio Alfonso: ego iaeto semper vuUu 
ad puerum accederem, eumque inter docendum pari prae- 
starem ratione, - blandum, comitem, hilarum in omnibus 
iUi praeberem; nisi res iamen ea inciderei quae humani- 
tati illi meae aliquid etiam gravius ascisceret; in qua re 
tum mihi graviori vultu, verbis etiam cum vuUu consen- 

tientibus praesto adessem in verberando aut nullus, aut 

perparcens essem Aggiunge che, massime da principio, 

insegnerà, ma quasi per giuoco, e senza di troppo stan- 
care il discepolo. Anzi per questo appunto non userà 
libro alcuno, o meglio lo ammaestrerà in quelle cose che di 
libro non hanno bisogno. Miror novnm docendi genusl Nova 
secum aliquam semper adferunt admirationem, sed cutm sunt 

m 

postea percognita, miram afferunt etiam voluptatem (p. 5). 
Ritorna su questo argomento, cioè d'alcune novità intro- 
dotte nel modo di insegnare, scrìvendo a Marcantonio Fla- 
minio, e dice che se ì più lo biasimeranno^ egli si terrà 
contento del voto dei pochi, che siano però gente di pra- 
tica, e capaci di approvare o no un metodo di istruzione 
(p. 406). Ritocca la questione accennata di sopra, e cioè 
di quanto maggior facilità sia Tinsegnamento orale per i 
fanciulli, anziché fatto sui libri. Difatti scrivendo a Fran- 
cesco Siseni, dice d'aver usato questo modo in i specie con 
Alfonso di Ferrara, il quale ne ea, quae erant itti memo- 
riae mandando, multa vidisset in libro perscripta, e quindi 
si disanimasse, e seccato gittasse via il libro, liber ego 
illi fui, qui quùtidie prò puerili captu aliquid suppetebam 
(p. 34i). — Bellissimi avvertimenti paterni contengono 
le lettere del Nostro a suo figlio Cammillo, e in specie 
merita d'esser letta quella indirizzatagli a Bologna, dove 
questi era scolare, nella quale gli suggerisce il sistema da 
tenersi nello studio, gli parla del luogo da scegliere per 
siarvi a dozzina; e poi dei maestri, e come ascoltarli, de- 



— 192 — 

gli amici e delle compagnie, e come frequentarle» e mille 
altri precetti e tatti utilissimi a far riuscire un giovanetto ' 
studioso e dabbene (p. 104). E infine precetti anche più 
particolari intomo agli studi delle lettere noi gli troviamo 
in parecchi altri luoghi di questo prezioso epistolario, 
dove Bartolommeo Ricci ci ha lasciato documenti non dubbi 
della potenza del suo ingegno e della molta sua capacità 
come educatore e come maestro (41). 

Ho dovuto spesso dichiarare il mio rammarico di non 
aver trovato talvolta, neir esame minuto che feci dei di- 
versi nostri scrittori, che poco di quello si riferisce alla 
educazione e alla istruzione. Però in certi casi anche il 
poco è molto, com'è appunto quello di Bernardo Tasso 
(n. a Bergamo 1495; morto a Mantova 1569), del quale 
io non ho a registrare che una lettera a Porzia De Rossi, 
sua moglie: bellissima lettera però e gravissima, e degna 
d'essere imparata a memoria da quante madri abbiano da 
allevare figlioli, massime se questi siano femmine. Dice 
dunque il nostro Bernardo che poiché l'educazione ha due 
parti, cioè dei costumi e delle lettere, vuole che dei primi 
(verità santissima!) si pigli pensiero speciale la moglie, 
riserbando la cura delle altre al marito. Dimostra la ne- 
cessità, Topportunità, e direi la facilità dell'educare, con- 
ciossiachè non vi sia terra che coltivata diligentemente 
non riesca buona; né per lo contrario, albero che non col- 
tivato, non ritorni sterile: così ogni ingegno rozzo sarà fatto 
docile, come invece, anche se buono, senza diligente creanza, 
si corromperà, e riuscirà degenere. Però come finché l'al- 
bero è tenero, é eziandio pieghevole, cosi l'animo del fan- 
ciullo lasciato indurare, non vi sarà forza che valga a 
raddirizzarlo. Sia dunque primo ofiìcio lo istillar nei figlioli 
il timore e l'amore di Dio, dall'innesto dei quali affetti 
nasce la religione, senza di che l'uomo non sarà per con- 
seguire la felicità in questa vita, la beatitudine nell'altra. 



-.- 193 — 

Sabito dopo vengono i buoni costami, cioè serbare mo- 
4]estia e onestà nelle parole; ordine e convenienza nei 
fatti. Dae poi sono i modi d'insegnare; con ammaestra- 
menti e con esempi; pi Ci giovevoli i secondi dei primi ; 
•ohe Torecchio è meno veloce deirocchio. Siano adunque 
in prima i;genitori stessi specchio di virtù ai loro figlioli 
nelle parole e negli atti; e poi si guardino dal peccare 
nei due estremi, cioè o d'usar con essi troppo d'indul- 
genza^ per contrario un soverchio rigore. Delicatamente 
{[entile è da ultimo la chiusa deirepistola^ che dice così: Vi- 
eete lieta, e col piacer che pigliate de' cari figlioli (Torquato 
e Cornelia), che ognor presenti vi rappresentano l'imma- 
gine mia, passate il fastidio della lontananza del marito! 

— Bramerei davvero che questo breve sunto di lettera così 
pi:e2Ìosa svegliasse la voglia di conoscerla tutta per intero, 
persuaso come sono che chi lo farà vi troverà quanto di 
ineglio e di più opportuno possa esser consigliato da un 
padre in prò deireducazione de' suoi figlioli. 

E davvero figliolo degno di cotanto padre ri usci Tor- 
quato, del quale dovendo io pur in questa istoria ragio- 
nare, preferisco di farlo qui subito, abbenchè, come tutti 
sanno, ei morisse nel 1595. — Sono principalmente due le 
scritture, ove il Tasso si chiarisce della scienza e dell'arte 
dell'educare peritissimo, e cioè la lettera sìiWamore vicen- 
devole fra il padre e il figliolo, indirizzata ai signori Guido 
ed Ercole Coccapani (42), e il dialogo che ha per titolo: il 
padre di famiglia, offerto al signor Scipione Gonzaga (43). 

— Due possono dirsi le parti, in cui è divisa la lettera ai 
Coccapani; e la prima è un commento stupendo a pa- 
recchi luoghi dell'Eneide, ove Virgilio parla deiramoro 
vicendevole fra padre e figliolo. — Chi infatti non ricorda 
sempre con piacere il bellissimo esametro (1. 646): 

■ MiCRLi, Storia deUa Pedagogia in Italia - 13 



— i94 — 
Omnis in Ascanio cari stat cura parentis? 

Che in Ascanio mai sempre intento e fiso 
Sta del suo caro padre ogni pensiero (44). 

Sai quale esametro osserva con vera IBnezza di critica ìì 
Tasso come il poeta mantovano, volendo darci' a divedere 
che l'amore d'Enea verso Ascanio era tale che fornivano in 
lai i saoi pensieri, adopera la parola stat, la qaale dinota 
posatura, il presente, non però nel suo stretto, ma nel suo 
largo significato, non come egli significa solo quel mo' 
mento indivisibile, che divide il futuro dal pas^to, ma 
anche il tempo che dee prossimamente succedere, o eh& 
di poco passò; e in quell'occasione di cose niun maggior 
pensiero aveva Enea che d' Ascanio. — Però non è men 
forte dell'amore verso il figliolo l'amore inverso al padre, 
siccome chiaro apparisce dai versi che seguono, ove leg- 
gasi tanto e quanto Enea amasse Anchise padre suo (2. 720): 

Haec fatus, latus humeros, subiectague colla. 
Veste super, fulvique insternor pelle leonis; 
Succedoque oneri. Dextraè se parvus Julius 
Implicuit, sequiturque patrem non passibus aequis; 
Pone subii conjux. 

Ciò detto con la veste e con la pelle 
D*un villoso leon m'adeguo il tergo, • 
E il caro peso agli òmeri m'impongo. 
Indi a la destra il fanciulletto Julo 
Mi si aggavigna, e non con moto* eguale 
Ei segue i passi miei; Creusa l'orme. 

E all'esametro 727 continua Virgilio: 

Nunc omnes terreni aurae; sonus exdtat omnis 
Suspensum, et pariter comitique onerique timentem. 



— 495 — 



, or ogni suono, ognt aura 

Empie di tema; sì geloso fammi 
E la soma e il compagno 

Dove quella parola comiti, compagno, parrebbe di primo 
che si potesse tradurre anche compagnia, e intendersi al- 
trettanto della moglie quanto del figliuolo; nondimeno per 
quello che poi ne avvenne si conosce che non intende di 
Crensa, la quale si smarrì senza che pur egli se ne ac> 
corgesse, ma d' Ascanio figliolo, del quale aveva tanta 
cura quanta del padre e degli dei insieme. — Né questa 
pietà d'Enea dura finché vive Anchise, ma anche dopo ch& 
fu morto ^ come si vede nella preghiera di Palinuro 
(6. 364): 

Per genitorem oro, per spem surgentts Juli, 
Eripe me his, invicie, malis 



Per tuo padre Anchise, 

Per le speranze del tuo figlio Julo 
Priegoti a sovvenirmi 

£ anche nella preghiera di Magone (10. 524): 

Per patrios manes, et spem surgentis Juli, 

Te precor, hanc animam serves natoque patrique. 

Per tuo padre e tuo figlio, Enea ti prego, 
A mio padre^ a mio figlio mi conserva. 

Né l'amore d' Ascanio verso Enea minore si dimostra 
di quel che l'amore d'Enea verso Anchise si dimostrasse^ 
come si comprende dalla risposta che Julo stesso fa a 
Niso e a Eurialo (9. 254): 

Jmmo ego vos, cui sola salus genitore reducto, 
Excipit Ascanius, per magnos, Nise, penates, 
Assaracique larem, et canoe penetralia Vestae, 



— 196 — 

Ohtestor; quaecumque mihi fortuna, fidesque est, 
In vestris pono gremiis: revocate parentetn, 
Redatte conspectum; nihil ilio triste recepto, 

Anzi io, soggiunse Julo, 

Che senza il padre mio la mia salute 
Veggio in periglio, per gli dei penati. 
Per la casa d'Assaraco, per quanto 
Dovete al sacro e veneraMl nume 
Della gran Vesta, ogni fortuna mia 
Ponendo, ogni mio affare, in grembo a voi. 
Vi prego a rivocare il padre mio : 
Fate che io lo riveggia, e nulla poi 
Sarà di ch'io piti tema 

Uè questo vicendevole amore solamente tra pietósi si i 
Tede^ come tra Ànchise e Enea, fra Enea e Ascanio^ ecc., 
ma ancora fra ]M[ezenzio e Lauso, l'uno dei quali era af- j 
fatto empio e sprezzatore degli dei. Onde^ vedendo il pa- 
dre ferito da Enea (10. 788): 

Ingemuit cari graviter genitoris amore, ! 

Ut vidit Lausus: lacrimaeque per ora volutae. 

Lauso, che in tanto rischio il caro padre 
Si vide avanti, amor, tema e dolore 
Se ne senti, ne sospirò, ne pianse. 

E poco dopo soggiunge il poeta (iO. 795): 

Proripuit juvenis, seseque immiscuit armis: 
lamque assurgentis dextra, plagamque ferentis 
Aeneae subiit mucronem, ipsumque morando 
Sustinuit: sodi magno clamore sequuntur, 
Dum genitor gnati parma protectv^ abiret 

il buon garzone 

Succede nella pugna, e del già mosso 



i 

ì 



— 197 — 

Braccio e del brando, che strìdente e grate 
Calava per ferirlo, il mortai colpo 
Ricevè collo scudo, e lo sostenne. 
E perch'agio arretrarsi il padre avesse. 
Riparato dal figlio, i suoi compagni 
Secondar colle grida 

La qaal pietà di Laaso pietoso da Mezenzio empio in- 
sieme e pietoso con egual pietà ò ricompensata (10. 842): 

Agnovit longe gemitum praesaga mali mens: 
Canitiem immundo deformat pulvere, et ambas 
Ad coelum tendit palmas, et corpore inhaeret: 
Tantane me tenuit vivendi, nate, voluptas. 
Ut prò me hosiili paterer succedere dextrae 
Quem genui? 

Udì Mezenzio il pianto, e di lontano. 
Come del mal sovente è Vuom presago, 
Morto il figlio conobbe. Onde di polve 
Sparso il canuto crine, ambe le mani 
Al del alzando, al suo corpo accQstossi; 
Ah! mio figlio, dicendo, ah! come tanto 
Fui di vivere ingordo, che soffrissi 
Te di me nato andar per me di morte 
A sì gran rischio, a tal nemica destra 
Succedendo in mia vece? 

Ove il Tasso fa considerare le parole « guem genui » colla 
qaali chiaro vuol dire il poeta che il padre non deve 
consentire che il figliolo si esponga a morte per lui. Il 
qual sentimento si accenna anche nei versi che segaona 
(10. 869): 

Aaestuat ingens 

Uno in corde pudor, mixtoque insania luctu, 
Et furiis agitatus amor,' et conscia virtus. 



_ 198 — 

.... Amor, vergogna, insania e lutto 
E dolore e furore, e coscienza 
Del Sito stesso valore, accolti in uno. 
Gli arsero il core, e gli avvamparo il volto. 

Perchè infatti^ riflette Torquato, di qaale altra cosa poteva 
in questa occasione vergognarsi, o essere infuriato Mezen- 
3Ìo, uomo valorosissimo , se non per avventura d' avere 
mancato alTuiììcio di padre, il quale forse 'perverte Tor- 
dine naturale, consentendo che il figliolo si esponga a 
morte per lui? Anzi è caso questo contro il fatto, quanto 
-contro la natura, che cioè al figliolo sopravviva il padre, 
«come si raccoglie dalle parole d'Evandro in altro luogo, 
<ma neiristesso proposito dette (li. 160): 

Contra ego vivendo vici mea fata, superstes 
Restar em ut genitor 

Quanto infelice e misero son io, 

Che vecchio e padre al mio diletto figlio 
Sopravvivendo, i miei fati e i miei giorni 
Prolungo a mio tormento 

Nel qual caso giova avvertire che il vocabolo « fata » qui 
£ta invece di natura, perciocché se lo sì prende nel senso 
degli stoici, il senso non regge, essendoché non sia con- 
tro il fato di un padre che egli sopravviva al figliolo. — 
Finalmente il Tasso riporta i versi , nei quali Mezenzio 
si vergogna d'aver mancato all'officio di padre, e rincre- 
scendoli non meno la morte por sé stessa che' per le cir- 
costanze, mentre sta per spirare, parla così (ICi. 899): 

Hostis amare, quid increpitas, mortemque minaris? 
Nullum in caede nefas; nec sic ad praelia veni, 
Nec tecum meus haec pepigit mihi foedera Lausus: 
Unum hoc per, si qua est victis venia hostibus, oro; 



— 199 — 

Cùtptis humo pattare tegi: scio acerba meorum 
Circtimstare odia: hunc oro defende furorem. 
Et me consortem gnati concede sppulcro. 

Crudele a che m* insulti, a me di biasmo 
Non è eh' io moia; né per vincer (eco 
Venni a battaglia. Il mio Lauso morendo 
Fé* con te patto che morissi anch*io. 
Solo ti prego, se di grazia alcuna 
, Son degni i vinti, che il mio corpo lasci 
Coprir di terra. Io so gli odii immortali 
Che mi portano i miei. Dal furor loro 
Ti supplico a sottrarmi, e col mio figlio 
Consentir che mi giaccia 

. Da questi luoghi pertanto deir£aeide^ e da altri che 
per avventura si potrebbero addurre (45), è raosso Tor- 
quato a filosofare, e filosofando ricercare in prima da 
qual cagione l'amor vicendevole tra il padre e il figliolo 
sia generato; quindi quale di questi amori sìa il più 
grande; e da ultimo, sino a che termine l'uno e Taltro 
riesca degno di lode e di riputazione. — E cominciando dice 
che poiché tutti gli amori umani, e forse pur anco i natu- 
xali, hanno origine dall'amor di sé stesso, così e non altri- 
menti da questo deve ripetersi la òausa dell'amore, che passa 
a vicenda tra il genitore e il generato. Nella qual sentenza 
egli si trova d'accordo con quanto insegnarono i due sommi 
filosofi di Grecia e di Roma, Aristotile e Cicerone. Difatti il 
primo se vuole che l'uomo dabbene, tuttoché conceda altrui 
la maggior parte de' piaceri e degli onori e degli utili, desi- 
deri non di meno per sé la maggior parte dell'onesto, e che 
chi in tal modo é amatore di sé stesso non meriti biasimo, 
vuole in conseguenza che ami più sé medesimo di ciascun 
altro, e che coll'amor di sé stesso regoli tutti gli altri amori, 
j^iché a sé più desidera di quel bene, che é maggiore di 



— 200 — 

tatti gli altri beni, e questo è Toiiesto (46). — La stess» 
opinione, e cioè che tutti gli amori^ eziandio quello di benevo- 
lenza e l'altro d'amicizia^ abbian origine dall'amor di so stesso, 
è valorosamente difesa nel De Finibiis (47) da un discepolo 
d'Epicuro; e se Marco Tullio sorge poi nel libro che se- 
gue a combatterla. Io fa in parte, e in parte no, per* 
ciocché vero è che l'oggetto dell'amicizia debb'essere l'o- 
nesto, ma falso è che l'uomo delle cose oneste, per sé stesso, 
non sia amatore. — Dunque e il paterno e il figliale amore 
che tutti gli altri amori trapassano, hanno sull'amor di so 
stesso poste le loro radici, dalle quali l'uno e l'altro ger- 
mogliando si producono molte fiate esempi di pietà maravi- 
gliosi. — Dei quali esempi ne ricorda qui il Tasso specialmente 
alcuni che più che l'amore di padre a figlio riguardano 
quello di figlio a padre, e in prima quello di Cimone con- 
dannato nella prigione stessa, ove era morto Milziade padre- 
suo, cui non fu possibile pagare i cinquanta talenti, dei 
quali era stato multato, siccome in voce d'aver tradito la 
patria (48). Vengono poi gli esempi di Scipione, che di- 
fese il padre ferito alia Trebbia, e l'altro del tìglio di Creso^ 
il quale non avendo mai parlato, non prima vide nella 
presa della città uno, che di dietro voleva ferire il padre, 
che gridò: guardati padre: così gran forza ebbe la paterna 
pietà che potò spezzare i legami naturali, che gli legavano 
la parola, e dar la favella a un mutolo. Finalmente l'esem- 
pio de' figlioli del conte Ugolino, i quali vedendo che il' 
padre si mordeva ambe le mani,- credendo che '1 facesser 
per voglia di mangiare, di subito levaronsi, e dissero (49): 

Padre, assai ne fia men doglia , 

Se tu mangi di noi; tu ne vestisti 
Queste misere carni, e tu le spoglia. 

^ Viene poi il Tasso alla seconda questione, quale di questi 
due amori sia per avventura il pia grande, e non dubita* 



— 201 — 

iia momento d'asserire cbe ò maggiormente degno di lode,: 
sotto un certo rispetto , quello del figliolo iu verso il pa-: 
dre^ Imperocché questi ama per natura, Taitro per elezione;; 
Ama il padre i figliuoli, vedendo in loro adempirsi quel 
desiderio d'immortalità, che la natura ha generato in cia« 
seuno. Tanto è ciò vero che spesso avviene che Tamor 
dei figlioli s'estenda^ e qualche volta anche cresca, verso 
i nipoti, massime se il padre sia decrepito, quasi che in 
questi secondi senta il vecchio maggiormente contentata 
quella bramosia che ha di sopravvivere nelle generazioni: 
che verranno. Onde, benché Ascanio fosse amato da Enea, 
non si fermava nondimeno l'amor del padre in lui figliolo, 
ma passava ne' nipoti (8. 729) : 

Talia per clypeum Vulcani dona parentis 
Miratur, rerumqve ignarus imagine gaudet, 
A ttollens humero famamquè, et fata nepotum, 

A tal da tanta madre avuto dono, 
E d'un tanto maestro, Enea mirando , 
Benché il velame del futuro occulte 
Gli tenesse le cose, ardire e speme ' 
Prese e gioia a vederle, e dei nepoti 
La gloria e i fati agli òmeri s'impose. 

Che se però più lodevole sembri, e lo sia dìfatto, l'amor 
del figliolo, perchè in lui ha maggior parte la virtù, 
meno la natura, pure paragonando l'uno all'altro amore, 
non tanto in questa coudizione di lodevole , quanto in 
quella di grande, i padri sogliono amare molto più clie i 
figlioli non amano, non fosse altro perchè la cagione già 
accennata di sopra , la quale muove il padre ad au)are, 
è più efficace, imperocché nulla vi abbia di più possente di 
questo connato desiderio della immortalità. — Resta ora 
che à consideri sino a che termine l'uno e l'altro amore 



— 202 — 

sia lodevole. Al qual proposito e' si convien richiamare II 
massima giustissima che quest'amore vicendevole di padre 
a figlio vuol esser governato dalla diritta ragione^ perdiè 
non devii né trabocchi, e la quale è regola e misuri 
così d'ogni altro amore e anche dell' odio, e di tatti is- 
somma gli affetti umani, che da quei due, siccome da 
genitori, derivano. Quindi è in virtù di questa regola, 
che mentre si vitupera Niobe divenuta, per il troppo com- 
piacimento verso i figlioli , sprezzatrice degli dei, per lo 
stesso motivo si spiega e si giustifica la condanna di Bruto, 
il sacrifizio difigenia, Taltro di Abramo, quello di lefte, 
l'uccisione di Virginia, e altri simili fatti o inventati nelle 
favole raccontati dalie istorie, dove è a vedere che sem- 
pre l'assolvere o il condannare dipende da uà contrario 
giudizio, che si fa, conosciuto se vi sìa accordo o no fra 
l'amore e l'odio che produssero l'azione, e quel lume di- 
vino di ragione, che splendendo alla mente dell' nomo è, 
dovrebb'essere, a ognuno di guida sicura a bene operare. 
— Questo scrisse Toniuato in cotesta lettera, dove in verità 
sembra a me di ravvisarvi il filosofo sottile prima che il 
pratico educatore, mentre son persuaso che le parti di 
questo secondo personaggio compariscono meglio, e in modo 
più chiaro sostenute dal Tasso nel dialogo sul Padre di 
famiglia, all'analisi del quale è ormai tempo che sì dia 
principio. Che se per avventura a qualcuno sembrerà che 
in questo dialogo Torquato non ragioni propriamente del- 
l'educazione de' figliuoli, non voglia, io lo prego , accusar 
me che lo riporto siccome un saggio delle dottrine peda- 
gogiche del nostro poeta, e tanto meno incolparne l'autore, 
il quale anzi innalzandosi qui alle più alte ragioni delle 
cose è a mio credere molto più lodevole e da ammirarsi, 
in quantochè risalendo, come e' fa, a discorrere della edu- 
cazione dei padri-famiglia, argomentava saggiamente quel 
valentuomo che quando questi siano bene educati non pò* 



— 903 — 

4rà esser a meno die noo sieno ottimamcDle per essi edu- 
<»ti i loro figlioli. Questo accenno io di passaggio^ e vengo 
«tosto air istoria del dialogo e alla sua occasione. — Dopo 
la seconda sua fuga dalla corte di Ferrara^ non contento 
il Tasso nò del soggiorno di Mantova, nò di quello di 
Yenezia, ov' erasi recato, rifugiossi finalmente presso il 
Duca di Urbino. Ma qui entrato in sospetto di non essere 
abbastanza sicuro dalle supposte insidie dei suoi nemici, 
risolvette d^ andarsene, e di ricorrere al patrocinio del Se- 
reolpimo di Savoia. Scrìsse egli pertanto a quel sovrano, 
«sponendogli la necessità e il desiderio che aveva di esser 
protetto dair Altezza sua, e nel tempo medesimo si partì 
colatamente da Urbino, ed avviossi verso il Piemonte. Or 
mentre dopo la metà del mese di ottobre del 1578 il po- 
vero Torquato, in abito di sconosciuto pellegrino, se ne 
andava da Novara a Vercelli , avvenne che sopraggiunto 
dalla sera presso il fiume Sesia, che per essere oltremodo 
cresciuto, molto malagevole sarebbe stato il passarlo, si 
abbatto in un giovane, il quale pieno di cortesia gli pro- 
feri albergo nella sua casa, che era di quivi poco lontana. 
Accettò il Tasso l'invito, e incamminatosi trovò veramente 
una bella abitazione e comoda. Il padrone aveva moglie e 
due figlioli, Tuno di dìciotto anni, e fu quello che aveva 
gentilmente fatto invito a Torquato, e l'altro minore di 
sedici. Seduti a tavola sulla quale era stata apparecchiata 
una buona cena, e ragionando, il padre di famiglia prese' 
a dire che il cielo non gli aveva concessa eziandio una fi- 
gliola, e a lameniarsene, non per sé, ma per la consorte, 
la quale era spesso perciò costretta a essere abbandonata 
a rimaner sola, e che quindi aveva in pensiero dì ammo- 
gliare il maggiore dei due maschi, perchè la nuora facesse 
in verso la consorte le parti di figlia. — Da qui entra 
bellamente il Tasso in materia, e discorrendo per prima 
la questione del quando debbasì dar moglie ai giovani. 



— 204 — 

parla così: Io non posso in alcun modo lodar l'usanza dr 
dar così tosto moglie ai giovani; perciocché ragionevole 
mente non si dovrebbe prima attendere all' uso della ge- 
nerazione^ che Tetà dell' accrescimento fosse fornita. Oltre* 
di ciò i padri dovrebbero sempre eccedere i loro figlioli 
di vent'otto o trent'anni, conciosiachè altrimenli sono anoo' 
nel vigor dell'età, quando la giovinezza de' figlioli comin- 
cia a fiorire: onde nò essi hanno sopite ancora tutte quelle 
voglie le quali, se non per altro, almeno per esempio dei 
figlioli debbono moderare, nò lor dai figlioli è poitato' 
a pieno quel rispetto che si dee al padre, ma quasi com- 
pagni e fratelli sono molte fiate nel conversare, e talora, 
il che ò più disdicevole , rivali e competitori nell' amore. 
Per lo contrario poi se di molto maggior numero d' anni 
eccedessero, non potrebbono ì padri ammaestrare i figlioli, 
e sarebbero vicini alla decrepità, quando questi fossero 
ancora nella infanzia o nella prima fanciullezza, nò da loro 
potrebbero quell'aiuto attendere e quella gratitudine, che 
tanto dalla natura ò desiderata. A questo proposito cita il 
Tasso la leggiadra sentenza di Lucrezio: Nalis munire 
senectam (50); perciocchò i figlioli sono davvero, per 
natura, difesa e fortezza del padre; nò tali potrebbero es- 
sere, se in età ferma e vigorosa non fossero, quando ap- 
punto i padri alla vecchiaia sono arrivati. — Dopo di che 
il Tasso mette il padre di famìglia sul ragionare del modo 
migliore di divider le terre, delle varie specie di coltiva- 
zioni assegnate a quelle, delle stagioni, e quale tra queste 
sìa per avventura la migliore, e altre e altre questioncellfr 
tutte per so medesime importanti, ma che io credo di poter 
trascurare, non trovandovi cose opportune allo scopo mio. 
— Ben io trovo però messe da raccogliere, e abbondantis- 
sima, nel luogo che segue, ove Torquato pigliando a fare 
il ritratto del buon padre dì famiglia, lo colorisce cosi che 
ò difficile immaginare non chi lo superi, ma nemmeno un. 



— 205 — 

«he da lontano possa eguagliarlo. Di questo lungo brano 
io m'ingegnerò riportar soltanto ciò che sembrerà meglio 
^i caso mio, e lo farò sempre al più possibile colle parole 
«tesse e colle stesse frasi dell' autore . benché capisca 
quanto sia malagevole non ricopiarlo tutto intero preci- 
samente come sta scritto nell'originale, tanto belli ne sono 
i concetti, e con grazia e splendore di forma vestiti. — 
La cura> cosi incomincia, del padre di famiglia a due 
•cose si stende: i) alle persone, 2) alle facoltà: e colle 
persone tre ufficii deve esercitare: a) di marito, h) di 
pa4re, e) di signore: e nelle facoltà due fini proporsi: (2) 
la conservazione, e) l'accrescimento: e intorno a ciascuno 
4ì questi cinque capi egli ragiona. — E prima delle 
persone che delie facoltà , perchè la cura delle cose ra- 
gionevoli è più nobile che quella delle irragionevoli. — 
il) Deve dunque il buon padre di famiglia principal- 
mente aver cura della moglie, con la quale sostiene per- 
-sona di marito, che con altro nome, forse più eiScace, è 
^etta consorte: conciosiachè il marito e la moglie debbon 
esser consorti d'una medesima fortuna, e tutti i beni e 
4ntti i mali della vita debbon fra loro esser comuni. Stretta 
dunque essendo la congiunzione del marito con la moglie, 
deve ciascuno procurare di fare convenevole matrimonio. 
E questa convenevolezza in due cose principalmente si 
•considera, nella condizione e nell'età. Quindi donna d'alto 
«ffare con uomo di picciola condizione, o, per lo contrario, 
aomo gentile con donna ignobile non ben si possono sotto 
il giogo del matrimonio accompagnare. Quanto poi all'età, 
il marito deve procurar di averla anzi giovinetta che at- 
tempata, non solo perchè in quell'età giovanile la donna 
è più atta a generare, ma anche perchè, secondo il testi- 
monio d'Esiodo, può meglio ricevere, e ritenere tutte le 
forme dei costumi che al marito piacerà d' imprimerle. 
Da ultimo il Tasso riassume tutte le virtù della moglie 



— 206 — 

Deirobbedienza^ modestia e pudicizia, e del marito nellar' 
prudenza, nella fortezza e nella liberalità. — b) Passando 
ai figlioli , deve la cura così tra il padre e la madre 
esser compartita , che alla madre tocchi il nutrirli, al 
padre T ammaestrarli. Non dee la madre, se da infer- 
mità non è impedita, negare il latte ai propri figlioli, 
imperocché, oltreché chi niega il nutrimento par che in 
certo modo nìeghi d'esser madre, è anche poi da ricordare 
che quella prima tenera età molle, e attsf a informarsi di 
tutte le forme, agevolmente beve col latte il costume di 
chi glielo somministra. I bambini poi non siano allevati 
ili soverchia delìcatura, e poiché questo suol esser il 
vizio delle madri tenere, il padre provveda che non siano 
troppo dolcemente nutriti. Non si pecchi però per il di- 
fetto contrario, né l'educazione sia data così che riescano 
troppo fieri, ma si contenti di formarli d'una comples- 
sione virile e robusta. Siano poi allevati nel timor di Dio 
nella ubbidienza paterna, egualmente che nelle arti lode- 
voli, dell'anima e del corpo esercitati. — e) Coi servi poi 
si usi non il gastigo ma 1^ ammonizione; non però come 
quella del padre col figlio, ma piena di maggior austerità 
e di più severo imperio: se questa non giovi, diasi licenza 
al servitore inobbediente ed inutile, e provvedasi d'altro che 
maggiormente soddisfaccia. Venga a ciascuno di essi pagato 
il salario, maggiore o minore secondo il merito e la fatica 
loro, e ordinato che il cibo sia loro dato sì che piuttosto 
soverchi che manchi. Ma perché la famiglia dei servi, ben. 
nutrita e ben pagata, nell'ozio diverrebbe pestilente, e pro- 
durrebbe malvagi pensieri e tristi operazioni, sia cura prin- 
cipale del capo di casa di tener ciascuno esercitato nel suo 
ufficio, e tutti in quelli che sono indivisi, perciocché non 
ogni cosa nella casa necessaria può esser fatta da una per^- 
sona che abbia una cura particolare. Ma sovratutto la ca-^ 
rità dei padrone verso i servi deve dimostrarsi nelle loro 



— 207 — 

infermità, ponendoli in letti più morbidi ed agiati, e nu- 
triti di più dìlìcate vivande. — d) e) In queste due ultime 
H^rti poi il Tasso discorre delle diverse maniere di con- 
servare le facoltà e di accrescerle. Ma poiché quello che 
qui dice più da vicino si riferisce alla scienza deirecono- 
mia domestica che a quella dell'umana educazione, così lo 
tralascio come meno importante al caso mio (51). 

Ripigliando ora Tordine cronologico dirò di Giovanber- 
nardo Gualandi, poeta fiorentino, morto verso il 1570, e 
con assai fama di bravo traduttore. Noi faremo un cenno 
del suo dialogo: De liberali institutione, Florentiae 1S64^ 
scritto ad Cosmum Medicen junior em, e che può dirsi 
faccia seguito all'altro: De optimo principe, dedicato dallo 
stesso Gualandi a Francesco Sforza. Pertanto in quel primo 
dialogo si distende assai il Nostro a parlare dei diversi aus- 
teri degni d'esser letti dagli scolari, e sui meriti di ciascuno 
di essi in particolare. Non è per questo però che ogni 
tanto non si sollevi ancora a toccare di alcune massime e 
dottrine generali di didattica, dando, per esempio, eziandio 
precetti in genere sulla lettura, e questo più specialmente 
là ove dimostra per via di ragionamenti e di fatti quanto 
grande sia la necessità di scegliere per maestro un uomo 
dotto e per bene. 

Molto simile al dialogo del Gualandi è l'altro: De recta 
adolescentiUorum institutione; Veronae, 1S93, composto da 
Federigo Ceruti, il quale nato nel 1541 e morto il 1571, 
tenne in Verona, sua patria, una scuola di lettere fioritisi 
sima e molto frequentata. Con una epìstola in data del 
1578 dedicò questo dialogo al suo discepolo Giangiacomo 
Toniali. L^peretta la direi divisa in due parti: nell'una si 
enumerano tutti o i più degli ostacoli, che possono im- 
pedire, ovvero ritardare il progresso e il fine degli studi: 
nella seconda, i modi che mirabilmente conferiscono a im- 
parar presto e bene le ottime discipline. Questi modi sono 



— 208 — 

da Filopono, uno degrinterlocatorì, lucidamente riassanti 
là dove dice: Haec sunt, mi ArisUppe, quae sibi ipsis prò- 
ponere juhehat adolescentes gymnasiarca noster, ut scilie^ 
nusquam aherrarent; laboris patientisstmi essent; non- de- 
sperarent; non superbia elati divitiarum causa de cursu 
virtutis deflecterent; quin potius ut proborum laudibus acrius 
incitati ita diligenter studia tractarent, ut tandem illorum 
conatibus fortuna respondere posset, — Il resto poi del 
dialogo si occupa specialmente di discorrere sa dottrino 
speciali di didattica, come di precetti sullo scrivere^ sullo 
stile, ecc. Quindi a me basta il cenno che ne ho fatto, e 
di aggiungere che ^operetta tutta è piena di savi consi- 
gli esposti con graziosa eleganza. 

Anche coloro i quali in questo secolo scrissero di cose po- 
litiche non lasciarono di toccare nelle loro opere della edu- 
cazione, persuasi che dovevano essere come questa datn 
bene o male sìa poi causa precipua della prosperità e vita, 
per lo contrario del decadimento e morte delle città e 
degli Stati. — Fra coloro pertanto che nel XVI scrissero 
di cose civili, mescolandovi qualcosa d»" pedagogico, vien 
primo in ordine di tempo Donato Giannotti, nato in Fi- 
renze il 1492, e morto esule a Venezia il 1572. Ne' suoi 
quattro libri della repubblica fiorentina (52) , ove mo- 
strò tutta la sua carità di cittadino, tutto il suo senno 
d'uomo politico, ma precisamente nel terzo, al colpitolo de- 
cimottavo parla dell'allevare i giovani, e dimostra in prima 
che cotesta cura se la tolsero tutte le repubbliche antiche, 
perchè pensavano che gli uomini, i quali nella giovanile età 
non erano tali quali dovevano, non potessero anco nella vec- 
chi(^ia avere quelk qualità che tale età ricerca (pag. 227). 
E si lamenta che in Italia, e precisamente in Firenze, ai 
suoi tempi si trascurasse quest'opera necessaria dell'edu- 
cazione, e racconta dei fatti in appoggio a ooteste sue que^ 
rimonie. Poi più sotto scrive: 1 giovani siano allevati di 



— 209 — 

':8orte che apparischino poi temperati, gravi, riverenti a* 
vecchi, amatori dei buoni, nimici dei malvagi, studiosi del 
fiene pubblico, osservatori delle leggi, timorosi di Dio, ed 
in ogni loro azione lieti e giocondi (pag. 229). Soggiunge 
in conseguenza tutte le cose che si dovrebbero loro proi- 
bire^ come male^ e tutto il bene che introdurre, e tutte le 
belle usanze pejr voler far gli uomini buoni. Fra le quali 
noto questa di mandare a partito ogni anno quelli, che 
non aggiungono all'età che fosse determinata al potere ot- 
tenere tutti i magistrati, e quelli, che vincessero il partilo 
fossero a tutti i magistrati ammessi. £ ne dice subito il 
perchè: Simile ordine accenderebbe mirabilmente gli animi 
dei giovani alla virtù, vedendo adito di poter conseguire 
nella giovanile età quelli onori, li quali rendono gli altri 
nella vecchiaia gloriosi. Dove riflettendo il Nostro che i 
giovani sono massimamente istigati alla gloria, ne con- 
clude che se presto comincino a gustarla, si daranno in- 
feramente a quelle cose, per le quali crederanno poterla 
conseguire (pag. 271) (53). 

Al nome di uno accoppio quello di un altro segretario 
della repubblica fiorentina, cioè di Niccolò Machiavelli. Nel- 
r aprile dell'anno in cui egli mori (1527), scrivendo da 

Imola a Guido suo figliuolo, esce in questi ammonimenti 

dura fatica a imparare le lettere e la musica) che vedi quan- 
4!' onore fa a me un poco di virtù che io ho. Sicché, figlici mio, 
se tu vuoi dar contento a me, e far bene e onore a te, fa bene 
e impara, che se tu ti aiuterai tutti ti aiuteranno. — Mi 
ditole che di questo grand' uomo io non abbia potuto tro- 
vare nelle sue opere né di più né di meglio che valesse 
al mio scopo. Ma poiché mi son fatto un dovere di ricor- 
dare tutti coloro fra i nostri, che in qualsiasi modo ci 
hanno lasciato scritto cose risguardanti la pedagogia, cosi 
non ho voluto tacere il nome di Machiavello, abbenchò 

AliCDELi, Storia iifUa P.'rfiflro^vj! in fluU/i M 



— 210 — 

abbia poco o quasi nulla raccolto di messe nelle sue gravr 
e importanti scritture. 

Non so ora se recherà meraviglia il sentire che cito fra 
gli scrittori di pedagogia Girolamo Cardano, nato nel 1508^ 
morto nel 1576^ quando sì ripensi che non vi fu disciplina^ in 
cui quell^ingegno vasto e bizzarro non ponesse poco o molto- 
la mano. Nel suo « Praeceptoì-um ad film Ubellus » mise 
egli insieme una serie di sentenze per l'educazione fisica 
e morale^ e se non sempre colse nel vero^ però è tanto 
mirabile la disinvoltura colla quale quel libretto è coro- 
posto da insegnarci una volta di più quanto grande fosse- 
la capacità e svariata del nostro filosofo milanese (54)» 
Per ora basti di Cardano, sul quale dovrò però ritornaro* 
quando ragionerò a parte di lui, e di tutti coloro che in ' 
.Italia diedero principio, sviluppo e incremento alla insti- 
tuzione dei poveri mutoli. 

Di un altro scrittore, morto settuagenario e due anni dopo 
il Cardano^ debb'io qui far memoria, cioè d'Alessandro 
Piccolomini, senese, arcivescovo di Patrasso. Uno degli In- 
fiammati di Padova, lesse in quell^accademia per parecchi 
anni filosofìa morale, ed è suo il merito d'aver egli il primo, 
contro i pregiudizi de' suoi coetanei, tentato di sostituire- 
la lingua italiana alla latina nel trattare le materie di 
questa scienza. E bisogna dire che vi riuscì a meraviglia, 
massime nell'opera pedagogica, scritta da lui nel 1540, eòi 
titolo: Istituzione di tutta la vita dell'uomo nato nobile e im 
città libera; libri dieci, Dedicolla a Laudomia Forteguerri, 
nobilissima donna senese, di cui poc'anzi avea tenuto al 
sacro fonte un figliolo. Il manoscritto girò per le mani 
di molti, i quali apprezzandone la bellezza dello stile e la . 
bontà dei pensieri, fecero sì che Girolamo Scoto Io pub- 
blicò in Venezia due anni più tardi. Questa stampa fruttò 
ad Alessandro dei dispiaceri, ed ecco come e perchè. Aveva- 
egli incastrato nel suo libro alcuni luoghi tolti dai dia- 



— 211 — 

ÌQgìà di Sperone Speiv^ui. senn par rìcoi^riiX P^r ^Ut^ 
sto colai % ne bmentò. sfo^auJa il suo :$d^^v «^ jkkh* 
5ando il Piocalomini dì coletto farlo. Vero i^ però chi» 
Alessandro paò difendersi tvli\>$c$ervare coui't'^lì ikmi HTttt» 
scrìtto qad libro che per oso pnvalo deiU Liudomì^i, ^ 
che. posto lo avesse egli mes^^ alle stampe, forse avK^Jk^ 
citato 1 autore dei dialoghi^ donde qaei lui^hì erano «tati 
tolti. Tarn e ciò vero che. o fosse per questo iiuuivo, 
perchè Alessandro non si trovasse contento di quel suo 
primo getto, rifase Topera per intero, e la ripubblicò nel 
1560 con questo quasi nuovo titolo: Ihi'iVìHShtHzioH^ in(>- 
rale^ libri dodici, nei quaii ievando le cose soverchie, ef a^t- 
giungendo molle importanli, ha emendohK e a miglior fof^nm e 
ordine ridotto tulio quello, che già scnsse m sua giovinezztì 
della Istituzione dell'uomo nobile (5o). — Dopo i primi due 
libri, che sarebbero come a dire i prolegomeni dì tutta lo* 
pera, viene nel terzo a discorrere iu particolare doll'edu- 
cazìone; e dividendo l'età dei fanciulli in epoche, e preoida- 
mento dalla nascita al terz'anno, dal terzo al quinto, dal (|uinto 
al decimo, dal decimo ni quartodeoimo, e dal quartodo- 
cimo al decimottavo, ragiona dello diverse maniero di edu- 
carli e di istruirli. Cosi insegna come dal terzo al quinto ai 
incomincia a porre nella mento dei fanciulli il Home della 
legge divina ; come dal quinto al decimo &i debba avvtiz* 
zarli ai^buoni ed onesti costumi, e intanto ammaestrarli nella 
grammatica, e abituarli a ben parlare e scrivere (Uirretta* 
mente; e come nelle altre due epoche si debbano introdurre 
allo studio delle scienze e delle arti, ({uali sarebbero la lo- 
gica^ la rettorica, la poetica, la musica, il disegno, la ma- 
tematica, la cosmografia, la geografia, la topografia, lo 
meccanica, la prospettiva, ecc. ecc. Arrivato all'anno deci- 
mqttavo e' si conviene che il giovinetto si applichi allo 
studio delle scienze morali, nel discorrere <lelle quali im- 
piega Alessandro quattro libri, sino al nono, dove, e poi iu 



212 

quello che segue, discorre deiramicizia e dell'amore, e finisca 
l'opera ragionando negli ultimi due del reggimento della 
famiglia. — Tutta questa molto grande dottrina, esposta con 
grazia e sapore di lingua e di stile, dimostra die il Pic- 
«olomìni aveva profondamente studiata e intesa la natura 
deiruomo, ed io sono persuaso che se oggi si ristampassi) 
questo libro, fatta anche ragione dei tempi in cui fu scrìtto, 
somministrerebbe una lettura piacevole e utilissima per 
quanti amano specialmente conoscere i metodi, che allora 
si usavano negli studi, e se ne potrebbe cavare assai pro- 
fitto per l'ordinamento della pubblica e privata istruzione. 
Parlando di Alessandro Piccolomini mi è occorso di ri- 
cordare i dialoghi di Sperone Speroni. Anche di costai 
debbo ora discorrere, come di celebre scrittore di cose pe- 
dagogiche. Nato in Padova il 1500, a diciott'anni meritò 
ivi la lettura di logica e poi di filosofia, la quale cattedra 
egli tenne, tolta una breve interruzione, sino al 1528, rinnn- 
ziandola in seguito per attendere alle cose domestiche. Nel 
maneggio delle quali dev'esser riuscito a meraviglia, se, 
come è a credere, mise in pratica quanto egli ne scrive nel 
suo « Trattato della cura famigliare » intitolato a Cornelia 
Morosini, nata Cornaro (56). Mi passerò di fare una mi- 
nuta analisi di questo trattato, perchè non vi trovo in ve- 
rità moltissimo che faccia al caso mio, e per lo stesso 
motivo mi contenterò di semplicemente accennare il di- 
scorso (non compilo) del lattare i figliuoli dalle madri, 
dove troverei qualcosa di più, ma forse nulla di nuovo e 
d'importante intorno a questo tema. Mi tratterrò piuttosto sui 
duo discorsi « del modo di studiare » indirizzati a Luigi Cor- 
nare, fratello di Cornelia, ricordata più sopra. Nel primo dei 
quali dimostra innanzi tutto la necessità di noi\ scompagnare 
la parola dairintelletto, sentenziando che chi gli disunisce, 
mostra di non capire quella massima, la quale è verissima, 
che l'eloquenza e la sapienza sono ordinate alla nostra felicità, 



— 213 — 

ijuando le sieno poste fra loro ii compagnia. Dividendo poi la 
sapienza in speculativa ed attiva, dimostra la necessi4àdi im- 
jparare la prima, ma solo col fine che questa sia scala alla 
seconda^ ove, come a suo destinato bersaglio, dobbiamo driz- 
^re Tarco deirintelletto. Si cominc'r dunque a studiare la 
geometria d'Euclide, la logica d\\ristotcIe; sì assaporino, ma 
senza troppo intrattenervisi, i curiosi quesiti e presun- 
jQOsi dei filosofi, sempre però tirando di lungo, e affret- 
tandosi in verso li studi civili, come a proprio albergo, 
dove debbesi finire la nostra peregri unzione. Questi poi 
jsono divisi in tre parti: una ci mostra la via d'imparare 
t baoni costumi; Taltra ci rende atti al reggimento della 
repubblica, e nella terza impariamo a governar casa no- 
stra. Avendo così ragionato delle scienze, passa poi lo 
.Speroni nel secondo discorso a parlare dell' eloquenza. — 
Tutta questa esposizione di dottrina è dettata con sommo 
artifizio, forse qualche volta troppo, per cui pecca qua, e 
là di affettazione, ma sempre con una certa urbanità con- 
.Teniente ai costumi, che già di quel tempo cominciavano 
a rammollirsi, e molto conforme per avventura al paese 
.nel quale egli vivendo scriveva. 

Per non tacere di quanti i quali o poco o molto mi pare 
interessino la storia della nostra pedagogia, ricorderò anche 

. il nome del fiorentino Anton Francesco Grazzinì, detto fra 
gli Umidi il Lasca, nato il 1503 e morto il 1383. Notis- 

• simo scrittore di Novelle, cito la seconda della prima cena, 
nella quale piacevolmente si narra di una beffa che un 
. giovine ricco e nobile fa per vendicarsi di un suo pedagogo. 
Dove è chiaro che il Lasca volle per avventura burlarsi 
della somaraggine, per non dir peggio, di certi pedagoghi 
del tempo suo, imitando in questo l'antico Luciano, che 
.di cotesta razza di gente ci lasciò Targutissima satira da 
latti conosciuta, e dello quale io stesso ho parlalo (37). — 
Né di questo contento Anton Francesco ritorna alla carki^ 



— 214 — 

nella novella settima della s^nda cena^ ove racconta come 
Taddeo pedagogò innamorato di una fanciulla nobile le manda 
una lettera d'amore, la quale venuta in mano al fratello di 
lei, lo fa, rispondendoli in nome della sirocchia, venire in 
casa di notte; e qui coli* aiuto di certi suoi .compagni li fa 
una beffa di maniera che il pedagogo quasi morto, e vitu- 
perato affatto si fugge da Firenze. Ho voluto ricordare 
queste due piacevoli novelle del Grazzini non fosse altro 
perchè^ io mi ripeto^ come il Samosatense sparse lume sui 
pedagoghi del tempo suo, mordendoli^ così per avventura 
i due racconti del Lasca potrebbero riuscire di qualche 
importanza nella storia della pedagogia di questo secolo. 

Tra i nostri scrittori di pedagogia nel XVI non credo 
bene tacere il nome di Marcantonio Mureto. Benché nato 
presso Limoges nel d526^ tuttavia perchè visse lunga- 
mente in Italia, e qui morì nel 1585^ e fra noi ebbe catte- 
dra, prima in Roma , poi in Ascoli , io lo considero come 
uno dei nostri, e lo rammento quale autore di un poe- 
metto latmo di cento e pochi più esametri, col titolo d*lns- 
titutio puerilis; Patavii, 1740, scritto per Marcantonio 
suo nipote. Restato costui orfano di padre^ ebbe Teducazìone 
dallo zio, il quale, tra le altre cose, gli intitolò quest'ope- 
retta con una lettera da Roma, primo gennaio 1578, nata- 
lizio del giovinetto. Pare che il Mureto qui abbia preso a 
modello Taltra antica, conosciuta col nome di Distica mo- 
ralia Catonis. Di fatti M. Antonio procede anch'esso a ma- 
niera sentenziosa e quasi proverbiale, e in genere ogni 
esametro contiene un precetto, o, com'oggi sì direbbe, un 
imperativo morale. — Due anni dopo, e cioè il 1580, in- 
dirizzò un altro libretto al medesimo suo nipote, ove pres- 
s'a poco ripete le stesse massime, ma però in versi greci, 
che poi furono tradotti letteralmente in latino da Innocenzo 
Giscaferio. Eccone il titolo, dove penso che specialmente 
darà in occhio la tenera età di questo bambino, al quale 



— 215 — 

-si mette in mano a leggere un libro scritto in greco : M, 
Antonii Mureti presbiteri ad M. Antonium fratìis filium, 
puerum novennem, sententiae grecae cum inierpretatione 
latina, etc, etc,; Patavii, 4740. La meraviglia deiretà però 
ìa parte diminuisce da queste parole che si leggono nella 
dedicatoria.... igitur pridie kalendas januarii (1580) , qui 
dies tihi natalis est, ingressurus sis, cum Beo propitio oc 
benevolente^ in annum aetatis tuae decimum; egoque te eo 
ipso die graecis literis initiare constituerirn, etc, Anclie 
questa però è notizia importante alla storia nostra , il ve- 
dere cioò che di quel tempo i fanciulli erano messi a stu- 
diare il greco in molto fresca età, qual è appunto quella 
dei nove in dieci anni. 

E sempre alla storia della pedagogia in Italia nel XYI 
si riferiscono le tre opere, che io pongo qui sotto, comin- 
ciando dal Commentarinm de Gymnasio Patavino , in cui 
Antonio Riccoboni narra i fasti di quella Università, rifa- 
cendosi* dair origine fin quasi al termine del XVI. L' au- 
Xore di quest'opera, divisa in sei libri , fu appuntato , e 
forse giustamente, di non aver saputo abbastanza illustrare 
quella scuola celebre tanto, e d'aver piuttosto presa occa- 
sione di lodare sé stesso, anziché di porre in luce le glo- 
rie dello Studio padovano. — Del resto il Kìccobuni fu di 
Rovigo, e dal 1571 al 1599, in cui morì, professò elo- 
quenza in quella Università. 

Le altre due operette che voglio qui citare sono due 
orazioni lette a Bologna al tempo che questo Ateneo cambiò 
di locale, e furono edificate le nuove scuole con (|uella ' 
magnificenza, della quale ho ragionato in principio di 
questo libro. Cotali discorsi furono ambedue stampati a 
Bologna Tanno istesso 1565; e il titolo dell'uno ò: Ama- 
^aei Pompila ; Oratio de òononiensium scholarum exae- 
dificatione: e del secondo: Cosci Venturae; Oratio habita in 
>ausptciis dedicationeqne novi Gymnasii, XII kal. IXbris, 4S65. 



— :2i6 — 

— L' autore della prima orazione fu bolognese , e nei 
1540 ebbe la lettura di latino; due anni dopo l'altra di 
greco, cbe tenne fin a che non morì, ossia verso il d5S5<. 

— Dello scrittore dell'altra orazione, non sono riuscito a 
procacciarmi notizia alcuna. 

Ne in questo secolo mancò chi prese a studiare la na- 
tura fìsica e animale del bambino, dando savi precetti per 
ben allevarlo, e mantenerlo in solute, a traverso le molte 
malattie, e spesso nfoito gravi, che sogliono colpire quella 
tenerissima età. — Giulio Alessandrini da Trento, morta 
ottuagenario il i590, protomedico cesareo, fu dei primi 
in Italia a studiare i rapporti strettissimi che corrono fra 
ie passioni dell'animo e le infermità del corpo, dando cosi 
principio a quella dottrina , oggi volgare, che parecchie 
'malattie voglion es^r prima guarite con mezzi morali an- 
ziché cogli specifici e coi farmachi. Di lui abbiamo la Pae- 
dotrophia, site de pìierorum educatione (58), elegante poe- 
metto didattico in settecento trentasei esametri. Tocca ap- 
pena qua e là alcunché intorno all' educazione morale, e 
poi, quanto alla fisica, ragiona distesamente dell'allattatura, 
delle cure da aversi in questa, e poi di quelle all'epoca 
della dentizione, e come e quando si debba il bambino 
abituare a camminare, e molte altre minuzie relative tutte 
ai bisogni di quella età; e tutto questo espone l'Alessan- 
drini con assai giocondità di stile ed eleganza di dettato , 
così che desta maraviglia com' abbia saputo ridurre un 
tema secco e fastidioso in una forma, che volentieri si legge 
e con pia(tere. 

Monsignor Fabroni nella storia della pisana Università (59) 
ricorda Girolamo Borri aretino, che dotto in teologia, in 
lettere, in medicina, in filosofìa, dottissimo poi nella lingua 
santa, sarebbe passato ai tempi avvenire come cima d'uo- 
mo, se il suo naturale bisbetico, stizzos(9, d'attacca brighe 
non lo avesse deturpato, facendolo grave a sé e di noia 



_ 2i7 — 

ai suoi contemporanei. Costai lesse a Roma, a Parigi, a 
Pisa, a Siena, e da ultimo a Perugia, ove ottuagenario 
morì il 4592 (60). Tenendo egli pertanto nello Studio pi-, 
sano la lettura di filosoGa, parlò, nel 4585, del metodo 
aristotelico rispetto allo insegnare e allo imparare ; ma poi- 
ché correvano fra le mani di tutti alcuni appunti di que- 
ste lezioni poco corretti, e presi forse dagli scolari, cosi 
egli si indusse a rivederli, e mandarli in luce, come fece 
a Firenze, Vanno di poi col titolo: De peripatetica docendi 
atgue addiscendi methodo , dedicandoli a Francesco Maria 
Feretrio, duca d'Urbino. Lo scopo del libro, abbenchò si 
possa conoscere facilmente dal frontespizio, è benissimo poi 
indicato dai seguenti distici di Sebastiano Sanleonini (64), 
dettati a questo proposito: 

Quisquis Aristotelem et sophiae penetralia sanctae 
* Sive decere brevi, discare site cupis, 

Pergito diffldlis qua par compendia callis 
Borritis, aut potìus monstrat Apolìc viam 

— Del resto attenendosi interamente a quella dottrina che 
allora andava per la maggiore, il Borri non fa che glos- 
sare Aristotele. Sono però notevoli i luoghi ove egli, par- 
lando in persona propria , discorre dei vantaggi e delle 
difficoltà del metodo; di dover mandar innanzi lo studio 
di questo a quello di qualsiasi scienza; come debba chiun- 
que fa scuola accennare innanzi quale fra i metodi sia per 
usare; che non v'ha di peggio che insegnare senz'ordine, 
alla rinfusa, e non sapendo dove siamo, e dove debbasi 
arrivare ; che maestro e scolari hanno bisogno, anzi neces- 
sità, di scegliere un metodo, e mantenervisi, se desiderano 
raggiungere con sicurezza e presto il loro fme; e mille 
altre dottrine esposte tutte con mirabil chiarezza e profondo 
«capere, e dalle quali egli credeva, e lo credo ancor io, ne 
dovessero cavare profìtto grandissimo i suoi discepoli prima 



— 218 — 

per bene stadiare, e poi un giorno per ammaestrare beile 
gli altri su quello che avevano imparato. 

Il Tiraboschi fra i rettorici del secolo XYI ricorda Na- 
sdmbene Nascimbeni da Ferrara, che fa chiamato nel 4561 
^ insegnare eloquenza a Ragusa. Costui è autore d' un 
opuscoletto intitolato « De juventute » scritto a Francesco 
Gonzaga, principe di Mantova (62). Pigliando in esso a 
modello Cicerone, come questi scrìsse il « Calo major, seu 
de senectute » così il Nostro compose lo « Scipie minor, seu 
de juventute , e come Tarpinate intrecciò in quel maravi- 
glioso dialogo il più bell'elogio della vecchiaia, mostrandone 
i vantaggi tutti, e tutti confutando coloro che accusavano co- 
testa età, così il ferrarese si adopera in far lo stesso rapporto 
alla gioventù, seguitando le orme di Marco Tallio non 
tanto nella incastellatura del suo dialogo, e nel modo di 
svolgere via via il tema, ma anche per lo stile e per il 
dettato, che a me sembrano eleganti e purissimi. • 

Lo stesso Tiraboschi nella storia stessa, ma fra i gram- 
matici di questo secolo, fa cenno di Lucio Vitruvio Roseto, 
parmigiano, canonico regolare di s. Salvatore. Costui ha un 
libretto (guam utifissmus) intitolato: De modo docendtat- 
que studendi, ac de claris puerorum monbus (63). In esso 
sì rifa ad enumerare le disposizioni naturali in un fan- 
ciullo necessarie a ben educarlo, e istruirlo: parla poi 
degli officii reciproci fra padre e figliolo, fra maestro e 
scolare: si distende assai a ragionare del T educazione fi- 
sica, e come si provveda a che il corpo sia allevato sano e 
robusto: discorre dei metodi di istruire prima in generale, 
poi in particolare deUe scuole di grammatica, d'eloquenza 
e della lettura: tocca anche del greco: finalmente delle 
virtù, e di quelle specialmente che sono più proprie d'un 
giovane buono e civilmente educato. Di tutte queste cose 
ragionando, può giudicarsi però che non dice nulla di nuovo: 
tuttavia appunto il merito deiropuscolo sta neir aver rao- 



— 249 — 

4X>Uo quaoto di meglio si trova nei classici greci e romani 
4n propo<«ito ili tali dottrine, le quali il nostro Roscio espone 
^oon ordine e chiarezza mirabili. 

ìlesser Luigi Bardano, nato^ Venezia di certo^ ein questo 
secolo, ha un breve trattato di ammaestrare li figlioli; o 
meglio questo non è che il Ubro settimo di un' altra sua 
operetta intitolata: La bella e dotta difesa delle donne (64). 
Pertanto si allarga molto costui a discorrere in prima della 
gravidanza, deirallattamento e delle nutrici: quindi parla 
della educazione e deiristruzione, al solito tenendo il fare 
dei suoi coofemporanei, col recare in mezzo massime ed 
^esempli tolti da antichi scrittori greci e latini; e tutto con 
uno stile, per avventura troppo gonfio e manierato, nem- 
meno serbando molto ordine nella disposizione dei precetti, 
<;he viene mano a mano esponendo. 

Opera migliore fece Orazio Lombardelli, senese, maestro 
ài umanità nello Studio e nel seminario della sua patria, 
perchè seppe nei suoi Aforismi scolastici (65) brevemente 
e succosamente mettere parecchi consigli e ammaestra- 
menti utilissimi* per chi vuole studiare con profitto e con 
gusto. Divide Topera in dieci libri, che comprendono set- 
tantasette distinzioni, e vi si leggono brevi ricordi sul modo 
d'apparecchiarsi allo studio, sui maestri, sui compagni, 
sulla lettura, sullo scrivere, sul mandare a memoria: e 
,poi aforismi religiosi e sul vivere costumato e civile: e da 
ultimo altri e altri più speciali, come sul tradurre e illu- 
strare autori, sul comporre in verso e in prosa, ecc., ecc. 
Il merito principale di questo libretto parmi che sia Tavere 
in poche pagine rojccolto quanto si può trovar di meglio 
in cento e più scrittori di didascalica, e Taver vestito di 
forme corte e sentenziose cotesti precetti, sì che chiunque 
leggerà gli aforismi del nostro senese ne caverà assai frutto, 
<:onciossiachè esposti in quella maniera succosa, agevolmente 
^li si imprimeranno nella memoria, in modo da non troppo 



— 220 — 

facilmente esserne cancellali. — Delio stesso Lombardelli 
è anche una seconda operetta col titolo : // giovane stu- 
dente, nel quale con hellissimi discorsi si ammaestra un 
giovane, quasi dalle fasce, fino al tempo di darsi ad una 
professione, ecc.; Venezia, %4^P4. — Sono diverse lettere, 
quindici in tutte, nelle quali si ragiona dei modi diversi 
di studiare, delle scuole, degli esercizi da farsi nelle me- 
desime, dei doveri dei maestri e dei discepoli, della creanza 
da osservarsi a scuola e in casa , delie comp,agnie , della 
lettura, delie ricreazioni, sulla scelta da farsi della scienza 
arte, che si vuol professare, venula che sia Tela del di- 
scernimento, ecc., e di cento più altre materie simili a 
queste, tiitle didattiche, e con esposizione minuta da poter 
trarne ^vantaggio assai nella pratica deirinsegnamento, e 
dello imparare. In una dedicatoria a Leonardo Lombar- 
delli, suo cugino, in data da Siena del giugno 1591 , di- 
chiara come gli nascesse fra mano questo libretto, e lo 
scopo che ebbe di pubblicarlo. 

Un libro ben fatto, e sto per dire un trattalo ampio, se 
non per avventura completo, di pedagogìa* è il Reggimento 
del padre di famiglia di M. Francesco Tommasi da Colle 
di Val d'Elsa , medico e filosofo , ecc. ; Fiorenza , 4^80, 
dedicato a Giulio Pallavicino con lettera dello stesso autore, 
in data da Aoma dell'anno medesimo. £ diviso in due 
libri, dei quali il primo potrebbe suddividersi in cinque 
parti, composte ciascuna di capitoli, e cioè di venticinque 
la prima, di ventidue la seconda, di ventisette la terza, di 
quattordici la quarta e di undici la quinta. Il libro che 
segue ha centrotrè capitoli. — Nella prefazione dimostra in- 
nanzi tutto quale sia stato il modo di dire, che egli ha cre- 
duto bene adottare nelrintero ragionamento: dipoi manifesta 
le cagioni per le quali fu mòsso a scrivere in tal maniera: 
da ultimo accenna le difficoltà, che piCi volte lo hanno ri- 
tardalo e interrotto dall'impresa cominciata. — Nella prima 



— 224 — 

parte del libro primo ragiona del padrefamiglia e dei saoi 
costumi/poi della famiglia in generale, e come questa possa 
raggiungere la sua perfezione. Nella seconda parte intito- 
lata: il governo della moglie e del marito, discorre ap- 
punto del matrimonio; della sua origine^ natura e suoi 
eilettì, e dei doveri reciproci dei coniugi. La terza parte 
è quella più importante per io scopo di questo nostro 
scritto^ conciossiachè vi si parli del governo dei figlioli da 
usarsi dal padre. L'educazione è un dovere comandato 
per una legge di natura, e ai figlioli bisogna provvedere 
con Tallevamento del corpo e la istituzione delio spirito. 
Discorre il Tommasi della sollecitudine che debbono avere * 
ì genitori per educare la loro prole nei buoni costumi, 
nelle lettere, nelle scienze, nelle arti liberali; poi dei mae- 
stri, e quali hanno da essere e del loro oilìcio; non senza 
in fine scendere in particolare air esame se i figlioli dei 
nobili si debbono esercitare nel modo che si esercitano 
quelli de' plebei; e infine .delle cure e diligenze da usarsi 
dai genitori, e massime dalla madre, verso le figliole. La 
quarta parte è riserbata al governo del padrefamiglia sui 
servi; come nella quinta, intitolata: del governo del padre- 
famiglia con gli amorevoli della sua casa, ragiona dell'ami- 
<;izia^ della natura di essa e delle sue leggi. Qui finisce il 
libro primo^ in cui può dirsi che il Nostro abbia conside- 
l^rato il reggimento interno della casa. — Nel secondo piglia 
a trattare dello stesso reggimento , ma estemo , ossia eoo 
quali industriosi esercizi deve il padrefamiglia onesta- 
mente procurare le facoltà di fuori, acciocché possano efh 
sere per la su£5cienza e bastanza del comodo vivere di 
tutta la famiglia. Ora siccome il Nostro esaminando tutti i 
modi, mediante i quali una casa può rimaner contenta e 
soddisfatta, non ne ritrova migliori di quelli, che promette 
e ne dà Fuso l'agricoltura, così tutto il resto di questo 
libro può riguardarsi come un discorso intorno alle cose 



— 222 — 

di campagna^ o un trattato d'agronomia e pastorizia. — 
Pertanto dairanalisi che abbiamo fatto di quest'opera sarà 
faciJe argomentarne la sua importanza, non foss'altro per- 
chè in essa il Tommasi mostrasi dottissimo nelle dottrine 
pedagogiche o attinenti alla pedagogia, peritissimo di eia 
che l'antica sapienza ci lasciò scritto intorno a questa ma- 
teria, e notevole perchè tra i pochi che in questo secolo- 
XYI dettassero un corso quasi completo sul tema dell'edu- 
cazione. 

Fra Bartolommeo J/erfuna, conventuale francescano, ci 
ha lasciato un altro libro importante al solito, perchè scrìtto- 
da capo a fondo colla intenzione di comporre un'opera di 
pedagogia e didattica; e questo h ^ Lo Scolare » pubblicato- 
a Venezia il 4588. Il primo libro tratta della generazione 
ed educazione dei figlioli, delle qualità del corpo e dell'a- 
nimo dello scolaro, dell'utilità delle arti liberali, ecc. Nel 
secondo si muovono e si risolvono molti bei quesiti e cu- 
riosi, e si ragiona sulla carica e sull'elezione del lettore,, 
dei vantaggi delle scienze, e del modo dello studiare. Nel 
terzo si discorre intorno la civile conversazione, le virtù e 
i vizi degli scolari, ecc. — Tra le materie del primo libro 
mi sembrano degne di particolare considerazione le seguenti^ 
perchè per la più gran parte riesciranno opportune a 
illustrare la storia pedagogica di quel tempo. Primiera- 
mente se meglio sia che il padre ammaestri il figliolo da^ 
sè stesso, gli faccia insegnare da altri; e in questa ipo- 
tesi se in casa o fuori. Il Nostro risponde esser cosa mi- 
gliore la istruzione patema, quando il genitore si riconosce 
capace di darla ; altrimenti si provv^ga d'un ottimo e va- 
lente maestro, al quale affiderà l'educazione del figliolo, 
con questo però che ciò non succeda se non dopo che il 
fanciullo abbia raggiuntò l'età dei sette anni. Divenuto poi- 
più grande, e al tempo di attendere agli studi superiori ,. 
allora piuttosto che nella propria venga inviato in altra città, 



dave sa on. pubblico 5fiujiiu. e «{uiesta il piJL pge^kib 
toaboa, mainnssiacfae ctua soHnerauM le ocv*ifc>iuiù clk^ ^ 
trovano ia fiiniÌ!gii.i >J1 >Tnora drilli Sfinii, e (k^ (K^rch^ 
Te^ggeadxi io scolare ia uà ceno qkhìo ibb^raioiuik' J^ì 
poKiLtfc e ia^ti amid. '.-oitàdererì <{ue:>(iL> tia((i> cx?m<^ um ^«t 
ledtaziiiBe 2 ^r coòe ^ndi e Qu^u>n, e ^nueiiJerÀ |>iià 
di pcopoàfia agli stadi per quìadi ritorcere ìa (><ita;ji (ùù 
poleBie t Taioroso. — Fa pi.ù il Meduiu U curio;!;» v)ue^ìott«> 
se ad ìoa òmma si ccmnenf ia *i?rmtA deih s^vàite^ J^i|)M 
molle considerazkMii io prò e c\.)uUra. cv^uctuJe c)k» ik^oo^ 
stanteebè le femmiiie abbiano ragione mente e f»\ella. e 
possano non solo attendere allo studio con^e i lua^^bi, ma 
ancora gar^giare con questi, e qualche volta viuivrli;. uon 
pare però cosa conveniente, considerata in ispe^'ìe la natura 
loro e II loro vocazione, di permetterti ad es.<t^ quello i^he 
d'altra parte è un obbligo per i maschi, e cii^^ di vo.<tire 
la giornea di scolare, e accomunarsi con es.<i nello pnhhiiolio 
scuole. — Importantissime poi e ben ragionate sono (|ui altre 
e altre questioni come sarebbe della scelta del lettoti, dei 
suoi doveri^ e reciprocamento di quelli del discepolo veriio 
il maestro; e poi le altro, se un kutore solo poitsn dottarti 
più scienze; se uno scolare debba apparare tuttt^ le dottrine; 
quali le compagnie, che debbo sceglions come fra (|U(mto 
preferire quella del suo maestro, e molto più comi^ lo quali 
tutte danno a questo libro, secondo ch'io giudico, un ca- 
rattere^ una fisoQomia spec^iale, porche iu vero uuu ho tro- 
vato in altri scrittori del XVI un trattato cohì complico, ovo 
pienamente, come qui, sia discorso della vita inloriiu od 
esterna conveniente ad uno scolaro. 

Scritta in questo secolo, e precisamente da Vuroau, il 
capo d'anno i540, abbiamo una loll^u'a di FrancéMCo Ihlla 
Torre a Cornelia da Bagno (00), ov(f ò «jualcoHa di impor* 
tante per la storia della nostra pedagogia. Difatti VnumwÀì 
consiglia a questa signora, che stava iu Maut^iva, e che 



— 224 — 

ne lo aveva richiesto di uq maestro di lettere per ì fi- 
glioli^ a profittare per questo di messer Francesco Contemio, 
del quale non è a dubitare che fosse eccellentissimo^ se si 
ha a credere agli elogi, che di costui fa alla Cornelia il nostro 
Della Torre. Ragiona anche del salario da retribuirsi al mae- 
stro, e scrive che la provvisione di scudi cento è grande io 
vero, ma facendole d'altra parte considerare 1;he non ha a 
durare più di tre anni o quattro, e che questi tre o quattro- 
cento scudi sono investiti in una possessione perpetua, con- 
clude progettando cotesta somma, la quale potrà dirsi messa 
ad usura del cento per uno. Esorta donna Cornelia a non la- 
sciarsi sfuggire di mano la favorevole occasione, che altri- 
menti sarà costretta a mandare i figlioli lontani da Mantova, 
dove né troveranno un maestro così bravo, e dove forse si 
svieranno, non essendo più sotto gli occhi della lyadre e 
senza le materne ammonizioni. Quindi continua : poiché poi 
messer Francesco, oltre ai vostri cento scudi, viene con spe- 
ranza di guadagnarne altri cento da diversi giovani, come 
sapete, vi bisognerìa adoperarvi sino a otto o dieci, che piti 
numero non ne vorrei, che gli dessero sino fi dieci o dodici 

scudi per ciascheduno ma Voi, in ogni caso non vi 

avete ad obbligare a piti di cento. — Queste, e altre no- 
tizie che vi si potranno leggere, serviranno non fosse altro 
di documento importante per la storia dei co.stumi, che di 
quel tempo usavano, in specie quanto alla misura che te- 
nevasi nel salariare i maestri privati. 

Finalmente in questo secolo XVI, e anzi nel 1572, trovo 
stampato a Bologna, coi tipi di Alessandro fionacci, un 
discorso sopra la cura e diligenza, che debbono avere i padri 
e le madri verso i loro figlioli, si nella civiltà , come nella 
pietà cristiana, di fra Andrea da Volterra, teologo agosti- 
niano. Nella lettera 4t dedica a messer Gaspare Bocchio si 
raccapezza come occasione a questa scrittura la dettero alcune 



— 225 — 

-conversazioni teoate con quel signore da questo frate^ che 
nel 1551 predicava a Bologna in san Petronio. Piana e sem- 
plice è la partizione di tutto il lavoro, conciossiachè di- 
videndo Tetà in infantile, puerile e delTadolescenza, ragiona 
il frate agostiniano in questo opuscolo, di genere pressochò 
tatto ascetico, delle cure che in prima debbono avere i 
genitori verso i loro figlioli, poi dell'elezione de' maestri, 
-degli esercizi da farsi dai giovinetti, e del modo di instil- 
lare in essi i principii della pietà e della religione cri- 
stiana. Benché nulla vi sia di nuovo e di raro, pure il 
discorso si legge con piacere, perchè scritto alia buona e 
senza pretensione che l'autore voglia darsi l'aria di maestro 
delle cose pur vere e tutte importanti che egli dice. 



indice alfabetico di scritture pedagogiche di autori italiani 

pubblicate nel secolo IVI. 

Asili infantili C^), — In Milano l'anno 1555 esci alla luce 
un'operetta col titolo: Questa è la regola de* servi diputtini 
in charità, che insegna le feste ai puttini et puttine a leggere, 
scrivere et li boni costumi christiani, gratis et amore Dei, 
principiata in Milano Iranno 4S36, 

Questo scritto non potrebbe egli per avventura rivendi- 
<»re all'Italia la fondazione degli asili infantili, della quale 
^ fanno belli i forestieri? 

Ballino Giulio. — Sua traduzione dell'opuscolo di Plu- 
tarco fi Dell'amor dei figliuoli » Venezia, 1564. — L'A. fu 
giureconsulto e letterato veneto del XYI. 

Boezio Severino. — De Scholastica disciplina. — Fio* 
retUiae, 1513. 

MiCBBLi, Storia della Pedagogia in Ilaha IS 



— 226 — 

BoNViciNi — De discipulorum praeceptorumque" 

morihm et vita scholastica. — V. Ricardi Egidii, Oratùme^ 
decem, Venetiis, 4540, e anche Brixiae, 1528. 

Bruto Michele (n. a Venezia, 1515? m. 1594). — Lo. 
istituzione di una fanciulla di nohil casato ; Anversa, 1555.. 

BuzzAGÀRiNi Francesco. — De recta ingenui adolescentis 
institutione, liber unus; Patavii, 1593. 

Gagnolo Girolamo. — De recta principis institutione; 
Lugduni, 1579. — L'A. n. a Vercelli il 1490, lesse diritto 
a Padova, ove mori il 1551. 

Gamilli Gammillo. — Sua traduzione dallo spagnolo del- 
Topuscolo « Esame degli ingegni degli uomini per appren- 
dere le scienze, ecc. » : Venezia, 1582. 

Gatonìs. — Distica Moralia; Venetiis, 1534. 

GuRiONE Gelio Secondo. — « Della istituzione dei fan- 
ciulli » , libri V. Opera citala dal Tiraboschi, xxv. 333, ediz. 
di Milano, 1833. — L'A. nacque in Piemonte il 1503. In- 
segnò lettere in varie città d'Italia, e poi a Basilea, ov& 
morì il 1569. 

Giraldi Gintio Giovanbattista. — Discorso intorno a 
quello che si conviene a giovane nobile e ben creato nel ser- 
vire un gran principe. — Ne ignoro il luogo e l'anno ove. 
fu stampato. — L'A. fu ferrarese, e lesse logica, medicina e 
lettere in diversi città d'Italia. Morì in patria il 1573. — Di 
lui narra il Tiraboscbi, xxnL 243, ediz. di Milano, 1833* 

Guarino Giov. Battista. — De ordine docendi et stur 
dendi, — Non ne conosco il luogo ove stampato, né Tanno. 
L^A. è figlio (V. Tiraboschi, ediz. cit., xvni. p. 24) di 
quel Guarino da Verona (m. 1460), che fu ai suoi tempi 
solenne maestro, insegnando in Venezia, Padova, Verona^ 
Trento, Firenze, Bologna e Ferrara. Delle opere di costui ia 



— 227 — 

non ricorderò allo scopo mìo che la traduzione fatta deiKo- 
puscolo di Plutarco: Dell* educare i figlioli. 

Leonardi Giovanni (B.) — Della buona educazione dei 
figli; Napoli, 4594. — E ultimamente a Roma, i862. — 
L'A. lucchese fondò la congregazione dei Mairilani, e morì 
in odore di santità il 1609. 

Manutu Aldi. — Munus Praeceptoris ; Dilingae, 1556, 
p. 363. 

Matràini Chiara. — Sua traduzione dell' « Orazione a 
Demonico di Isocrate » . — Firenze, 1556. — ^ Fu poetessa 
lucchese. Nel 1595 era morta. 

Mattei Francesco. — Costui, del quale non trovo no- 
tizie biografiche, ha tradotto Epitelio « Arte di correggere 
la vita » ove sono due capitoli nei Commentarli di Sim- 
plicio, uno degli officii dei figli verso i genitori (cap. 62), e 
poi degli scolari verso il maestro (cap. 64). L'opera è slam- 
pata a Venezia, 1583. 

Roseo Maìibrino da Fabriano. — Sua traduzione dallo 
spagnolo dell'opuscolo « L'istituzione del principe cristiano t». 
Venezia, 1544. 

Trungonii Jacobi. — De custodìenda puerorum sanitate 
ante partum, in partu, et post partum, etc; Florentiae, 
1593. — Nacque alla Pieve di s. Stefano in Toscana, e 
di Ini ne parla Francesco Inghirami nella sua Biografia, ecc. 

Verino Michele. — De Piierorum moribus, dtsticha. — 
Lugduni, 1557. — Di famiglia fiorentina, nato a Minorca, 
mori di soli 19 anni noi 1514. — V. Tiraboschi, ecc., èdiz. 
milanese cit., XYII, 142. 



— 228 — 



Indice cronologico degli aatori, 
le opere dei quali furono esaminate in questa storia 

(Secolo xvi) 

Bossi Matteo (m. 1502) Pag, 155 

GoLLENuccio Pandolfo (m. 1504) » 155 

Fontano Giov. Gioviano (m. 1505) .... » 158 

Mancinelli Antonio (m. 1506) » 158 

Ferrari Antonio (m. 1517) » 159 

Machiavelli Niccolò (m. 1527) » 209 

Castiglione Baldassarre (m. 1529). . . . » 164 

Ariosto Lodovico (m. 1533) » 167 

Flaminio Giov. Antonio (m. 1536) . . . . » 170 

Sadoleto Jacopo (m. 1547) » 171 

Bembo Pietro (m. 1547) » 174 

Flaminio Marcantonio (m. 1550) .....»/ 170 

Rapicio Giovita (m. 1553) » 176 

Brucioli Antonio (m. 1554) » 179 

Della Gasa Giovanni (m. 1556) » 179 

Gribaldi Matteo (m. 1564) » 185 

Domenichi Lodovico (ra. 1564) » 182 

Guazzi Stefano (m. 1565) » 183 

Varchi Benedetto (m. 1565) » 185 

Dolce Lodovico (m. 1566) » 186 

Caro Annibale (m. 1566) » 187 

AdcoNcio Jacopo (m. poco dopo il 1566) . . » 187 

Tansillo Luigi (m. verso il 1568) . ...» 188 

Ricci Bartolommeo (m. 1569) » 189 

Tasso Bernardo (m. 1569) » 192 

Gualandi Giov. Bernardo (m. verso il 1570). » 207 



— 229 — 

Ceruti Federigo (m. i57i) Pag. 207 

GiANSOTTi Donato (m. 1572) » 208 

Cardano Girolamo (id. i576) » 210 

PiccoLOMiNi Alessandro (m. 1578) . . . . » 210 
Grazzini Ant. Francesco (m. 1583). ...» 213 

MuRETO Marcantonio (m. 1585) » 214 

Amaseo Pompilio (m. 1585?) » 215 

Speroni Sperone (id. 1588) » 212 

Alessandrini Giuuo (m. 1590) » 216 

Borri Girolamo (m. 1592) » 216 

Tasso Torquato (m. 1595) » 193 

RiccoBONi Antonio (m. 1599) » 215 

Martini Fortlnio (m.?) » 185 

Nasgimbeni Nascimbene (m.?) » 218 

Kosao Lucio Vitruvio (m.?) » 218 

Cardano Luigi (m.?) » 219 

Lombardelli Orazio (m.?) » 219 

ToMMASi Francesco (m.?) » 220 

Meduna Bartolommeo (m.?) » 222 

Della Torre Francesco (m.?) » 225 

Andrea da Volterra (m.?) » 224 



— 250 



NOTE lUL LIBRO ¥. 



1) V. TiRABOscHi, Storia della leti, ital, dall'anno 1500 al 1600. 

2) V. Vita s. Ignatii, ni. 13. 

3) V. Const. ScK Piar.^ etc. Proemittm. 

4) V. Ratio Stud. societ. Jesu. — Regulae Provincialis, rxi. 1 a 5. 
Su questo opuscolo « Ratio Studiorum » si -legga quanto se ne 
scrive nell'opera stampata agli Stati Uniti col titolo : Essay on e- 
ducational ReformerSy by Robert Herbert Quidc^ ecc.; Cincinnati, 
1874, pag." 1. 

5) Cosi il gesuita Possevino nella sua Bibliol. de cult, ingen. 1. 4. 

6) V. Vita di s. Giìis. Caìas. del p. Vincenzo Talbnti Scolopio, 
Roma, 1767, alle pagg. 908, 289, 310, ecc. 

7) Furono particolarmente tre : Angelo Sesti, Clemente Settimii 
e Famiano Michelini, il quale, autore d'un libro famoso « Sulla 
direzione dei fiumi » meritò poi di leggere dalla cattedra stessa 
del maestro nello Studio pisano. 

8) V. Const. Sch. Piar. Proemiiim e- anche i. 1, 8. 

9) V. Ivi. — II. 3, 4 e anche Regulae magistr. 

10) V. Ixì. — II. 11, e anche DeScholis: De Libris; Distributùt 
horarum, etc. 

11) V. Talenti. — Vita cit. p. 405. 

' 12) V. Sessio, IV. De reformat. — Carlo Botta nella Storia d'I- 
talia (a. 1563, L. Tni) scrive: Il Concilio di Trento, non che mi- 
rasse aUa ignoranza, promoveva anzi la scienza, ed ottimamente 
giudicava ninna peste esser maggiore che l'ignoranza dei chie- 
rici. Immenso benefizio fu questo della tridentina sinodo : gli uo- 
mini pii e buoni debbono restarle perpetuamente obbligati. 

13) V. Sessio, xxui. — De Reformat. 18. — Anche nel sinodo 
fiorentino, tenuto il 1517, si stabilirono diverse regole per lo 
studio delle lettere, della filosofia, scienze sacre, ecc. ecc. V. Sta- 
tuta Conc. Fior. Florentiae, 1564 : De Magistris, etc. 

14) V. Opera omnia, Bononiae, 1627. — pagg» 200 e 233. 

15) V. Opere di Perticari, foìogna, 1823, in. 102. 

16) V. Carmina, stampati 'dall'Aldo, Venetiis, 1505. — Ne ab- 
biamo anche una traduz. ital. fatta da Emanuele Gerini. Pita^ 
Nistri, 1817. 



— 251 — 

17) Mediolani, 1509, 22 decembris. 

18) Nella Collana degli scrittori di Terra d' Otranto^ Lecce, 1867, 
II. 101, ci è il testo di questo opuscolo, e la traduzioi^e, ma non 
indovino il perchè sia intitolata: Educazione degl'Italiani ff). 

19) V. GiANNONE, Ist, civ. del regno di Napoli, xxix. 4. 

20) Bononiae, per Hier. De BenedictiSy 1524. 

' 21) Queste due lettere si trovano nell'Ediz. fatta dal Cornino 
^Padova, 1727) dei Carmina di M. Ant. Flaminio, pag. 282. — 
In una delle lettere di Bartolommeo Ricci (delle quali discorreremo 
ira poco) si parla di questo metodo di insegnar le lettere racco- 
mandato dal Flaminio al Calino, e con assai lode. 

22) Benché spesso lo chiami figlio di fratello, sembra che qui 
hi parola fratello si debba intendere nel senso, frequentemente 
usato, di cugino. Tanto più che in una lettera al Bembo il car- 
dinale lo dice chiaro fratris patruelis filius. — V. Bibl. Modenese 
del Tiraboschi, voi. iv. — Di questo dialogo ne abbiamo una tradu- 
zione italiana di Gius. Ignazio Montanari (Parma, 1847); ed una 
francese, dì P. Charpenne (Parigi, 1855). 

. 23) V. Bembi, Opera omnia, Venetiis, 1724; iv. 179. — A que- 
sta lettera rispose il Sadoleto, come è a vedersi la Bihl. Mod, 
Tiraboschi, iv. 

24) Questa lettera è nella collez. .delle Epistolae del Sadoleto; 
Coloniae, 1590, p. 299. 

25) V. Electorum, Brixiae, pag. xvi. 

26) V. indietro pagg. 146 e 147. 

27) V. Commem. Profess, Burdigal. 22. — E anche un mio ar- 
ticolo nella Riv. Univ. Firenze, settembre, 1871. 

28) Su queste e altre opere di Rapicio vedi Ang. Maria Que- 
rini nel suo* Specimen Lit. Brix. Brixiae, 1739, ii. 63 e 94. 

29) Nell'Ediz. fatta a Venezia, 1544 è il Dialogo V. — Del Bru- 
cioli e sua vita, vedi Mazztccchelli, Scrittori Ital. all'art. Brucioli. 

30) V. Ediz. di tutte le Opere, Venezia, 1728, ni. 287. 

31) V. ivi. III. 147. 

• 32) U Casa ha una lettera a Pier Vettori, ove gli chiede un 
buon maestro per il figlio di Giorgio Cornaro. — Ivi, ni. 121. 

33) E stampata a Lucca per il Busdrago, 1564. 

34) Venezia, 1577 — poi ivi, 1621 . 

35) Trovo che a Venezia nel 1622 fu stampata come opera del 
Dolce la seguente : Libri tre degli ammaestramenti delle donne. Non 
SODO riuscito a vederla, ma dubito che sia una ristampa del Dia- 
^go, tanto più che questo e quella sono divisi in tre libri. 



— 232 — 

36) V. Storta della letU Hai. Ediz. milanese, 1833, voi. xxi. 
p. 102. 

37) Fu stampato prima a Basilea, 1558, e poi è nella Ck)lIezione 
di alcuni opuscoli didattici, pubblicati Ultrajecti (Utrecht), 1651. 

38) Ne conosco due edizioni : la prima fatta a Vercelli dal JRanxa, 
1767; ed un'altra dal mio amico e collega prof. Carlo Minati; 
Pisa, 1871. 

39) È stamp. Bononiae, 1561, e fu tradotta elegantemente da 
Gius. Ignaiio Montanari; Parma, 1847. 

40) V. Opera Omnia, Patavii, 1747. — Le pagine citate nel testo 
corrispóndono a questa edizione. 

41) V. particolarmente le lettere segg. nella cit. ediz. pagg. 127, 
128, 132, 143, 156, 190, 377. 

42) Per questa lettera mi servo dell'Ediz. fiorent. d'Alcide Pa- 
renti, 1847. Ultimamente Lemonnier, Firenze, 1875, stampando^ 
le Prosq del Tasso, pubblicò questa lettera stessa nel voi. II, p. 215. 

43) V. Ediz. Lemonnier, Firenze, 1858. 

44) Qui e in seguito riporto la traduz. del Caro. 

46) Non son questi soltanto i luoghi della Eneide, ove si ac-, 
cenna a cose pedagogiche, ma molti altri, i quali abbiamo citati 
di sopra a pag. 47. — Vedi una mia lettera stampata a Siena, 
1875, su Virgilio educatore. 

46) V. Morale a Nicomaco, ix. 8. 

47) V. De Finibus, i. 20. 

48) V. Cornelio Nipote, Vite di Milziade (7) e di Cim,one (1). 

49) Nel canto 33, 61 dell'Inferno, 

50) De Natura Rerum, iv. 1250. 

51) Del Tasso, come educatore, ha scritto Guizot nelle Médita- 
tions et études morales ; Bruxelles, 1852, p. 343. 

52) Cito le pagg. come nell'Ediz. Lemonnier, 1850. 

53) Anche Augusto ordinò che i figlioli dei senatori, non ap- 
pena avessero vestito la toga virile, dovessero intervenire alle 
adunanze del Senato, e che quelli, che fra loro si arrolavano nella 
milizia, avessero il comando di un'ala nell'esercito, ne quis^ eccpert 
ca^trorum esset. Così Stetonio, vita Augusti, 38. 

54) V. Optra Omnia Lugduni, 1663, i. pag. 61. — ^ E anche 
una mia prolusione letta nell'Università di Pisa il 1869, e stam- 
pata in quell'anno dal Nistri, 

55) Questa ristampa comparve in Venezia, per Giordano Ziletti. 
— Di qest' opera del Piccolomini, si ha una parafrasi spagnola^ 
fatta da Barahona j Padilla Giovanni di Xeres. 



— 233 — 

. 66) Questo trattato, come i seguenti, si trovano nell'Ediz. che 
di tutte le Opere fece a Venezia Domenico Occhi. 
67) V. pag. 16. 

58) È stampata a Trento, 1586. 

59) Voi. u. pag. 341. 

60) Fu anche maestro a Giovanni Salviati, poi cardinale. — 
V. Inghirami Francesco, Storia della Tose. Biografie ecc. 

. 61) Lodato come poeta latino del zvi da Pier Vettori. 

62) Nell'Ediz. che ho io leggesi in fine : Barthol. Bonardut et 
M* Ant. Groscius, Bononiae, excudeh. 1544. 

63) È stamp. a Venezia, 1538. 

64) È stamp. in Venezia, per Bartolom. detto l'Imperatore, 1554. 

65) Stampati a Siena per Silvestro Marchetti, 1603. 

66) La riporta il Fanfani nelle sue lettere fi'ecettive, Napoli, 
1857; ed è la prima. 



LIBRO VI. 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 



IN ITALIA 



NEL SEGOLO XVII (1601 a 1700) 



La narrazione delle vicende, alle quali anjdarono soggette 
le pubbliche scuole italiane, nel secolo decimosettimo, sarà 
breve, conciossiachè non abbondi la materia, e possa dirsi 
che esse eziandio caddero in quel languore in cui piombò 
la letteratura nostra in questi cento anni. 

Diffatti per cominciare dalle tre Università di Bologna, 
di Padova e di Pavia, delle due prime non si sa altro che 
si mantennero nello splendore dei secoli antecedenti, la 
qual cosa forse non fu della terza, dove il numero dei 
maestri celebri venne piuttosto scemando. 

Più copioso argomento di storia ci offrono le Università 
toscane di Pisa, Siena e Fipenze, ma in questo solo che 
nel' secolo XYII ebbero un numero così grande di famosi 
lettori, che un eguale non si era mai visto per lo innanzi, 
né si vide di poi. — A quella di Pisa poi in particolare si ag- 
giunse nel secolo (1605) per il testamento di Carlo An- 
tonio Dal Pozzo, arcivescovo pisano, oriundo piemontese, 
un collegio (detto però Puteano) a benefìzio dei suoi com- 
paesani. 

Napoli, governata dai viceré spagnoli , ne ebbe alcuni 
«he protessero queir Università, tra cui il conte di Le- 
mos, per opera del quale fu inalzata la vasta e magnifica 
fabbrica dì quello Studio, architettata dal Fontana. Ma i 
più di questi viceré o non si curarono, 'b peggio distrus- 
sero quel poco di meglio fatto dai loro antecessori. 

Quanto alle Università dello Stato pontificio, é a ricor- 
dare in prima che Clemente Vili, divenuto signore di Fer- 
rara, cercò che si mantenesse quello Studio nel buon nome 
che aveva avuto sotto gli Estensi. Ma non ostante questo, 
« sebbene anche nel secolo diciasettesimo vi insegnassero 



— 238 — 

uomÌDi valenti, pure decadde, principalmente per causa di 
una diminuzione che fu fatta nelle provvisioni annue dei 
professori. — Per la ragione opposta, e cioè perchè fu au- 
mentato lo stipendio ai lettori, prosperò d'assai in questo 
secolo la Sapienza romana, per la quale Alessandro VII 
compì la fabbrica delle scuole, già cominciata innanzi da 
più pontefici, ed inoltre Tarricchì di un orto botanico, di 
una scelta biblioteca, di un teatro anatomico, e aggiunse 
sei nuove cattedre alle antiche. — In seguito Clemente IX 
ordinò nel 1668 che ninno potesse aprire scuola pubblica, 
senza che il rettore avesse data la sua approvazione, come 
Innocenzo XII vietò che si leggesse gius civile e canonico 
fuori della Sapienza istessa. 

Quanto poi air Università di Torino non è a dubitare 
che la munificenza di Carlo Emanuele I non vi provve- 
desse, ma non trovo testimonianze che me lo comprovino. 

Finalmente debbo aggiungere che in questo secolo si 
aprì uno Studio a Modena, e fu rinnovato l'altro di 
Parma. Il primo ebbe principio il 1685, e il secondo fa 
riaperto da Ranuccio il i600, chiamativi da ogni parte 
celebri lettori, e lautamente stipendiati. 

Venendo ora a discorrere degli uomini che scrissero dì 
educazione in questo secolo e delle loro opere, io non 
disgiungerò Tuno dall'altro i nomi di Silvio Antoniano e 
dì Giovanpietro Giussano, abbenchè il primo morisse nel 
i605, e il secondo una dozzina d'anni più tardi. Ài quali 
aggiungerò quello di un terzo, Carlo Borromeo, ii quale 
benché mancato ai vivi nel secolo antecedente (1584), tuttavia 
trova posto qui, perchè fu per consiglio di lui che i due 
surricordati scrissero ciascuno un'opera pedagogica. — Ebbi 
di già a rammentare con lode il Borromeo , quando ragio- 
nando dell'Università di Pavia, accennai alla istituzione che 
vi fece di un collegio nel 1564. Ora poi aggiungerò altre 



— 239 — 

ed altre benemereDze di questo santo arcivescovo in pro^ 
dell'edacazione (1). £ primìermente ripeterò quello che ho 
accennato nel libro antecedente, cioè come si deve a luì la 
fondazione di un grande seminario in Milano e di altri più 
piccoli poco distanti dalla città stessa; e tutto questo allo 
scopo di educare alla chiesa dotti sacerdoti e dabbene, dei 
quali gli parve fosse difetto nella diocesi pur esso lui am- 
ministrata. — Né si contentò di provvedere all'educazione 
del clero, ma eziandio a quella del popolo, e persuaso sic- 
com'egli era che la riforma dei costumi deve incominciare 
dall'alto, così fondò un collegio, per i giovani di nobile 
famiglia, nelle case che un^ tempo furono degli Umiliati 
(1575). — Cercò insomma il Borromeo per ogni verso 
d'aiutare l'educazione e l'istruzione, aprendo scuole di dot- 
trina cristiana, con leggi e costituzioni dettate da lui op- 
portunissime , il quale zelo non terminò che colla sua 
morte, imperocché narrasi che, sentendosi venir meno le 
forze, e assalito da quella febbre che poi realmente lo 
uccise, da Arena navigando ad Ascona, in quest'ultima 
aprì un collegio, e dopo pochi giorni spirò. — Né merito 
minore ha il nostro santo arcivescovo d'aver consigliato, 
siccome io dissi, YAntoniano e il Giussano a comporre due 
libri, siccome fecero, intorno all'educazione, e dei quali è 
tempo che qui se ne parli. — Pertanto Silvio Antoniano, nato 
in Roma il 1540, all'età di soli sedici anni tenne cattedra di 
amane lettere nella Università di Ferrara; poco più tardi 
in quella di Roma; dove non stette molto ad esser eletto 
vice-rettore, maravigliando tutti della sua dottrina profonda 
e splendida eloquenza , per modo che basti qui recare la 
testimonianza di riverenza usatali dal Tasso, il quale sot- 
topose alla critica del nostro porporato la sua Gerusalemme, 
Scrìsse deW Educazione cristiana e politica (2) in tre libri, 
deHa quale opera egli stesso ci dà una chiara idea sul come 
sia composta, dicendo, che nel primo si discorre della grande- 



— 240 — 

importanza di allevare cristianamente i figlioli, il che con 
voce latina, benché assai nota, si è detto educazione. Si ror 
giona ancora della dignità e santità dello stalo matrimo- 
niale, che è la pianta, per così chiamarla, benedetta da Dio, 
di cui sono proprio e soavissimo frutto i legittimi figlioli, 
E finalmente si trattano alcune altre cose , che sono come 
preparatorie e ^disposizioni precedenti alla buona educazione. 
Nel secondo libro, poiché la sostanza dell'educazione cri- 
stiana consiste nella cognizione e nella osservanza delia 
divina legge , si tratta necessariamente di alcuni capi prinr 
cipali della nostra santa religione, brevemente però e con 
facilità, riducendo tuttavia la dottrina alla pratica, aedo 
il padre veda la mira dove continuamente deve guardare, 
e secondo la quale deve regolare tutti i suoi studi nell'ai- 
levare il figliolo. Nel terzo e ultimo libro, incominciando 
dalla fanciullezza, e procedendo per le seguenti età, si di- 
mostrano le condizioni e i pericoli di ciascheduna, e si dice 
quali di tempo debbano essere gli uffici paterni. Per ultimo 
si parla dei varii stati ed esercizi lodevoli della vita co- 
mune, accioché vivendo il nostro figliolo, non inutilmente 
ma virtuosamente, nella patria e fra gli uomini, possa poi, 
dopo questa breve peregrinazione, più, felicemente vivere con 
Dio, e con i santi eletti suoi, nella vera patria celeste 
(pag. xii). — Dietro queste parole , dalle quali ognuno 
facilmente ricaverà come il libro sia fatto, e che cosa con- 
tenga^ nulla a me rimane di aggiungere^ salvochò questV 
pera ha il merito singolare d'esser forse la prima a discor- 
rer fra noi completamente di educazione^ non essendomene 
mai capitata fra mano un'altra più antica^ dove meglio e 
in maniera più distesa si discorra e molto bene di questa ma- 
teria. Chi oggi la leggerà la troverà di un vantaggio pratico 
grandissimo^ e^ tolte poche cose^ le quali risentono delle con- 
dizioni di quel secolo, e le quali furono saviamente notate 
dagli editori fiorentini, il resto è tutto vero e utilissima 



— 241 — 

Anche per noi^ che la leggiamo dagento e più anni da che 
fii scrìtta. — Dopo qaant*ho detto sull'opera deirAntoniano, 
poco^ anzi nulla, aggiungerò sulPaltra, composta egualmente 
per consiglio di s. Carlo^ da Gianpietro Giussano, nobile mi- 
lanese^ e sacerdote fra gli oblati ambrosiani. Sono scritte 
ambedue collo stesso spirito^ e quindi della seconda mi con- 
tenterò annunziarla tale quale venne pubblicata a Milano, 
nel 1603, col titolo d'Istruzione ai padri per sapere ben 
governare la famiglia. 

Vengo ora a discorrere di un opuscolo singolarmente 
curioso, di cui nel frontespizio si legge: Idea dello scolare, 
che versa negli studi, di Cesare Crispolti, perugino, canonico 
e dottore, ecc. Perugia 1604. — Costui (m. 1606) scrive come 
la sua intenzione fu quella principalmente di parlare dette 
proprietà, qualità e condizioni, che allo scolaro si ricercano^ 
affine di conseguire la perfezione della sua professione. E per- 
chè la definizione è il mezzo col quale le proprietà delle cose 
si dimostrano e palesano , però in questo trattato si i>errà 

principalmente alla definizione dello scolare (pag. 6) 

Difatti nei primi cinque capitoli rifacendosi da questa de- 
finizione, prima pigliandola dal nome, poi dalla causa ma- 
teriale, quindi dalla formale, in seguito ddiìV efficiente, e in 
nltimo dalla finak, si fa ad accennare qua e là i principali 
ufficii dello studente, toccando anche, benché leggermente, 
alcune quistioni df didattica. — Negli altri sette capitoli, dopo 
il quinto, discorre delle insegne che dar si sogliono nel 
dottorato, dimostrando a parte a parte quello che ciascuno 
di quelli atti significhi, affinchè lo scolare, conosciutolo , se 
ne renda degno (pag. 51). — Noi, senz' essere troppo te- 
neri per queste antiche cerimonie, giudichiamo però che 
non fu cosa ben fatta di fresco abolirle, prima per la ra- 
gione generale che chi si fa a distruggere dovrebbe per 
Io meno sostituire qualche altra cosa e migliore , e poi 
perchè gli uomini' tutti, e massime i giovani , hanno pur 

Micheli, Storia della Pedagogia in Italia 19 



— 242 — 

bisogno che sì parli alla loro accesa fantasia, specialmente 
in certi momenti della vita in cui si compiono atti solenni, 
dai quali spesso dipende appunto il tempo avvenire della 
vita istessa. — Chi vorrà dunque divertirsi a sapere il 
significato nascosto dì coleste insegne dottorali, legga il 
Crispoltì, e ci troverà dovìzia di cognizioni. Io mi conten- 
terò di ripetere quali e quante erano queste cerimonie, e 
cioè sedere in cattedra, il libro serrato, l'anello , la cintura 
d'oro (questa non era comune a tutte le università), t7 
bacio della pace, la berretta e la benedizione. 

Trova in qualche modo posto in questa istoria anche il 
nome di Alberico Gentile. — Nato in Castel Sangenesio nella 
Marca d'Ancona, resosi protestante, esulò a trentadue anni in 
Inghilterra, ove divenuto professore di diritto alla Università 
d' Oxford, ivi morì nel 1608. — Io ne fo un breve cenno, per- 
chè nella sua opera Dejure belli, Hannonìae, 1598, al cap.21, 
L. II. svolge ampiamente e con molla dottrina ed erudi- 
zione i motivi per i quali in guerra si debbono , fra gli 
altri, risparmiare i fanciulli, provandolo con fatti tolti dalla 
storia, e con ragioni cavate dal gius delle genti. 

Molto più importante per noi, è Topuscolo: De antiquis 
jmerorum praenominibus (3), scritto da un altro dotto 
giureconsulto, Giuseppe Castaglioni , anconitano, morto in 
Roma il 1616. — Ripeto che a me sembra di qualche 
importanza, non foss'altro per la storia della pedagogia, e 
massime di quella presso i romani. Lo scopo infatti del 
libretto è semplicissimo, e cioè di confutare uno scrìtto di 
Francesco Roberlellì, dove costui pueris (romanìs) nulla 
fuisse praenomina ante virilem togam diserte disputai, e 
che lustrico die, qui erat maribus a natali nonus, al fan- 
ciullo s' imponevano soltanto nomina gentilicia (pag. 1). 
Così la pensò anch'un altro antiquario, cioè Onofrio Panvinio. 
Contro costoro argomenta il Nostro anconitano, dimostrando 
chiaro l'opposta sentenza, appoggiandola in specie a una- 



— 243 — 

serie d'astiche epigrafi^ che egli riporta^ e dalle quali si 
fa manifesto che i fencìulli in Roma ebbero questi prae- 
nomina, anche prima che indossassero la toga virile (4). 

Non ho volalo separare uno dall' altro questi due giure- 
consulti^ abbenchè avessi dovuto per ordine di cronologia 
porre innanzi Antonio Possevino (m.i612), di cui ragionerò 
adesso^ dicendo come/ nato in Mantova, ebbe in prima a 
educare Francesco , nipote del cardinale Ercole Gonzaga, 
e poi che fu lettore nello studio di Ferrara. Resosi in fine 
gesuita, cessò di vivere in quest'ultima città. — Io dirò 
qualche parola della sua: Bihliotheca selecta de ratione stu- 
ddorum ad disciplinas et ad saluterà omnium gentium prò- 
curandam, ecc., stampata in due volumi, Venetiis, 1603. — 
L'opera tutta è divisa in diciotto libri, ma noi non dob- 
biamo esaminare che il primo, conciossiachè gli altri di- 
scorrano della ragione degli studi, delle scienze e lettere 
in particolare, come della teologia, filosofìa, giurisprudenza^ 
medicina , matematica , poesia , storia, ecc. ecc.; mentre il 
primo libro tratta in generale della coltura degli ingegni, e 
delle loro diverse capacità alle singole discipline. Il Nostro 
mantovano si rifa dal provare che a chiunque si dedichi alle 
buone arti conviene di conoscere tre cose, il fine, i mezzi per 
conseguirlo e gli ostacoli a codesto fine. Il quale è costituito 
dalla sapienza e dalla religione, cose affatto inseparabili. 
Fra i mezzi, ve ne sono alcuni intrinseci, i quali dipen- 
dono dalla diversa qualità e inclinazione diversa degli in- 
gegni, dalle facoltà spirituali e corporee: altri estrinseci, 
e cioè le doti naturali, i maestri, i libri, la pratica delle 
cose, ecc. Gli impedimenti ed ostacoli poi a raggiungere lo 
scopo dipendono o dalla nostra inferma natura, o perchè 
ci si mette sulle spalle un peso troppo grave, o perchè 
gli studi non si sono bene avviati in principio, o si sono con- 
tinuati senza metodo, ecc. Quindi, e sempre in questo libro, 
si discorre in prima dei doni che la provvidenza compartisce 



— 244 — 

ad ognuno, perchè sìa dì vantaggio non di danno a sé e agli 
altri: in seguito dei gradi pei quali a pyco a poco si ascende 
dalle inferiori alle scienze più alte e sublìmi: poi delle 
maniere diverse dì coltivare i vari ingegni; delle scuole^ 
dei libri e di altri mezzi per acquistare il sapere^ e in fine 
si numerano gli ostacoli, che si frappongono a che quésto 
fine non sia raggiunto. — Insomma l'opera tutta dimostra 
chiaro che il nostro gesuita fu dottissimo, e massime che era 
uomo di pratica somma, la quale facilmente egli aveva po- 
tuto acquistare insegnando, e disimpegnando molti ufBcii e 
gravi nella sua congregazione. 

Bernardino Baldi d'Urbino (m. 1617) fu uomo ai tempi 
suoi singolarissimo, perchè congiunse insieme cognizioni 
molte e molto svariate, essendoché riuscì profondo nelle mate- 
matiche, nella filosofia, nelle scienze sacre, nelle antichità 
etrusche, nelle lingue straniere, di cui .ne conobbe dodici, 
valente scrittore in latino e in volgare , valentissimo poeta. 
Ed è appunto fra le sue poesie, che io debbo qui ricor- 
dare una sua Egloga sulla Madre di famiglia (5) , dove 
sono alcuni accenni a cose pedagogiche. Nel luogo che qui 
cito, dopo aver discorso delle virtù della donna, siccome 
moglie, ragiona di quelle che son proprie della madre, 
poetando : 

Le nozze 

Ordine^ non far perchè le donne 

Sol divenisser mogli, che ciò fora 

Spezie di servitii , ma perchè quinci 

Ne divenisser madri. Il figlio è frutto. 

Se noi sai, de le nozze; e questo frutto 

È dolce sì, che la dolcezza sua 

Può temprar mille amari ond'è condita 

La gravidanza e il maritale stato. 

Lascio che a noi, che padri e madri siamo. 

Reca estremo contento il veder nati 



— 2ÌD — 

Figli dei nostri figli, e molto tempra 

La doglia del morir riconoscendo 

Noi stesse (6) ne' nipoti, in cui speriamo 

D'aver morendo una seconda vita. 

Però se fia che Dio ti faccia madre , 

Odi guai sian di madre diligente 

Le parti. Nato il figlio , a me non piace 

Che 'l costume tu segua ingiusto ed empio 

Di quelle donne che a' figlioli loro , 

Che nel ventre portar , negano il latte. 

Ben vediam tutto il dì molti animali 

Gli altrui parti nodrir , ma non vediamo 

Però mancar a' proprii. Or guai più alpestre 

Fera è de l'orsa? e pur verso i suoi figli 

Tenera è sì che la salute loro 

Stima assai piti che la sua propria vita. 

In tutto nega , dunque , d'esser madre 

Chi nega a' figli il latte; e in tutto nega 

D'esser donna colei , che d'ogni fera 

È contra i proprii figli assai più fiera. — 

Impara , dunque , ad esser donna e madre ; 

Donna e madre pietosa, lo non vorrei 

Però che per soverchia tenerezza 

Gli allevassi vezzosi e delicati : 

# 

Perchè se ciò disdice a cittadini , 

Com' a noi starà ben, che nati siamo 

A continue fatiche, e non abbiamo 

Riposo mai né 'l giorno né la notte ? 

I maschi sian tua cura in sin che 7 passo 

Móvan più fermo , e possan con la verga 

Cacciar al pasco il mansueto armento ; 

Che, da quel tempo in su , del padre dee 

Esser l'uffizio l'insegnarli quello, 

Ch'^a lor s'aspetti, e castigarli, quando 



— 246 — 

Pertinaci eì li trovi e negligenti. 

De le femmine poi la madre sempre 

Il pensier aver dee', né pur lasciarle 

Già mai d'un passo, se gelosa è punto 

De Vonor proprio ; e ciò fin che , cresciute 

A l'età piti matura , il padre prenda 

Cura di maritarle, a cui s'aspetta, 

Non a la madre , il ricercar partito 

Conveniente al grado ed a la dote 

Ho voluto riportare per intero questo lungo brano, per- 
chè in fede mia non so se sia più da ammirare in esso 
la bella e scelta forma del dire, oppure la verità e la 
bontà di cotali precetti opportunamente dati alla figliuola 
da una madre la sera innanzi che quella si maritasse. Certo 
è che questi versi del Baldi resteranno non solo nti bel 
documento del come seppero spesso gli italiani, in specie 
dei secoli XVI e XVU , riuscire molto capaci a vestire le 
cose più arìde in poesia elettissima, ma insieme d'ammae- 
stramento a quanti scriveranno sulla filosofìa morale e sulla 
didattica, perchè vogliano tutti una volta smettere il vizio di 
curare solo la materia, posta in un canto affatto la forma. 
Parlerò ora di un uomo che nato dal popolo nulla 
scrisse, molto fece , in fatto d'educazione, cioè d' Ippolito 
Galantini, venuto alla luce in Firenze il 1565, ivi morto 
il 1619, e belkifìcato da Leone XII, due secoli dopo. Figliolo 
di un tessitore di drappi in seta, continuò Ippolito l'arte 
dei padre, non senza però che ragazzo appena di do- 
dici anni si die tutto alla istruzione religiosa e morale 
della gente povera e rozza e dei fanciulli. Venne in tanta 
fama, che la famiglia de' Medici lo ebbe caro , e sopra- 
tutti Alessandro, allora arcivescovo di Firenze, poi papa 
Leone XI, chiamollo Tapostolo di quella città. Desiderando 
però il Nostro Beato di render perpetuo questo suo bene- 
fizio, istituì la Congregazione della dottrina cristiana. 



— 247 — 

«composta tutta di laici, regolata da sapientissime leggi per 
lai stesso dettate, e roffieìo dei quali è appunto d'ammae- 
strare nella religione e nelle buone opere i giovanetti, spe- 
cialmente i popolani. I quali sono allettati a radunarsi nei 
luoghi della congregazione istessa, ove trovano anche one- 
ste ricreazioni rallegrate dalla musica. — Queste scuole non 
solo si aprirono in Firenze , ma a Lucca , a Modena e in 
altre città d'Italia, etuttora ai giorni nostri sono in piedi, 
e fioriscono. Tanto può la carità informata dal vangelo 
che è legge suprema di vero amore! 

La storia della pedagogia italiana deve ancora registrare 
il nome di Girolamo Sommaja , fiorentino, nato il 1575, 
« morto il i63o. Fu provveditore dell'Università pisana 
per lo spazio di più che venti anni (1614-35). — Il mio 
cojlega prof. Michele Ferrucci , qualche anno fa , regalò 
alla biblioteca di Pisa un manoscritto di costui, intitolato: 
Ricordi circa al ruolo et altro : con il modo tenuto di di- 
versi stati, 4618 e 1619 E poi di mano più recente 

vi si legge: Questo quaderno è utile per i provveditori, 
lassato dalla f. m. di monsignor Sommaja. — Or dunque 
sarebbe prezzo dell'opera cavar fuori da questo zibaldone 
quel più e quel meglio (e ve ne è assai) d' importante 
per la storia in generale della pedagogia e in particolare 
della nostra Università pisana. Ma poiché questo lavoro fu 
fatto con fino discernimento e somma diligenza da un altro 
mio collega ed amico carissimo, Emilio Teza, così io non 
potrei che ricopiar fedelmente quant'egli ne pubblicò nella 
Rivista Bolognese (anno in. fase. iv. 1869) , alla quale 
volentieri rimando i miei lettori (V. anche Annali delle 
Univ. toscane, vii). 

Un altro libro destinato a illustrare la storia della nostra 
pedagogia, e comparso in questo secolo, è il seguente; Toma- 
^inii Jaoohi Philippi, Gymnasium Patavinum; Ulini, 1654, 
— ^^ Questa storia dello Studio di Padova è divisa in cinque 



— 248 — 

libri. Nel primo si rifa Taatore dalle origini^ e discorre^ 
degli accrescimenti che ebbe codesta Università^ dei locai» 
delle scuole^ dei privilegi goduti dai professori, del nu- 
mero delle cattedre, insomma di quanto può importare 
perchè si abbia chiara idea dello stato primitivo e antico 
di cotesta istituzione. Nei libri secondo e terzo si ragiona 
dei singoli professori, i quali lessero a Padova nelle diversa 
facoltà di teologia, giurisprudenza, filosofia e medicina. 
Negli altri due libri, che restano, si continua la storia dei 
fatti universitarii fino al cinquecento (ad annos quitigentos) 
— Il Tommasini, nato a Padova nel 1597 e morto a 
Citlanuova d'Istria nel 1654, dove Urbano Vili V aveva 
eletto vescovo, ebbe il merito singolarissimo di muover 
guerra aperta contro lo strampalato gusto degli scrittori del 
tempo suo, e T altro non piccolo davvero di aver composto- 
questa istoria con assai critica e con molto grande diligenza. 
Un uomo, tutto di Dio, fu Paolo Segneri, nato di famiglia^ 
romana a Nettuno, e morto il 1694. Conosciutissimo è l'aureo 
suo trattalo del « Cristiano istruito » dove fra le altre cose 
(Ragionamenti xiii, xiv, xv, xvi), discorre deireducaziono 
dei figlioli. Ne dimostra la necessità con documenti tolti dalle 
istorie civili e dalle sacre scritture. La raccomanda perchè 
guanto da piccoli è facile apprendere il bene, altrettanto è 
difficile da grandi. Dimostra le tristi conseguenze che na- 
scono se la educazione sia trascurata ; conseguenze le quali 
sono gravissime e a carico non che dei figlioli, ancora dei 
genitori, rendendosi questi eziandio rei dei peccati com- 
messi dalla loro prole mal educata. Gonchiude che il be- 
nefizio d'aver dato la vita ai figli è monco, e può anzi dirsi 
una sventura, se i genitori non somministrano ad essi ezian- 
dio una buona educazione, che è, come a dire, una seconda 
vita più preziosa assai che la prima. — Non merita poi il 
titolo di buon padre chi nega ai figlioli quella libertà che 
si dovrebbe loro concedere, e concede per l'opposto quella^ 



— 249 — 

die si dovrebbe loro negare: come inGne sono da condan> 
nare di yitapero qaei figlioli che non corrispondono col- 
F onorare, sostentare^ obbedire a' loro genitori, i quali 
d'altra parte diedero ad essi i tre grandissimi pregi del- 
l'essere, deiralimentarli, deiredacarli. 

Importante mi sembra per la storia della nostra pedagogia 
ima epistola di Francesco Redi (m. 1698) a Lorenzo Bellini^ 
notomista di Pisa (7). La lettera è scritta dall'Àmbrogiana 
a Pisa il 15 dicembre 1682. Di questo tempo morto essendo 
a Padova Antonio Pichì, il Bellini era invitato cola a suc- 
cederli nella cattedra d'anatomia con splendidissime pro- 
messe di grosso salario. Ora il nostro Redi lo sconsiglia 
dall'accettare , sia perchè egli ha wi onorevole stipendio, 
U quale è credibile che sarà per augumcntarsi a luogo e 
tempo; sia perchè Taccademia di Pisa lo promosse al grado 
di dottore; sia perchè, posto pure che i veneziani gli as- 
segnino maggiore provvisione, contuttociò questa sarà pm 
in apparenza che in sostanza per impinguare la borsa, 
qondossiachè i lettori di Padova devon tenere gran posto 
di uomini neri, di palafrenieri a livrea, e si debbon fare 
di maestose toghe giornalmente rinnovate; altrimenti chi 
non tiene questo borioso posto, quand'anche fosse il pia 
dotto e il più saputo cristiano del mondo , non è stimato 
in Padova né poco né punto. Gli aggiunge poi Tesempio 
di un professore che non nomina , il quale di soppiatto 
ito a Padova, se ne pentì, né voleva più andarvi, e bi- 
sognò cacdarvelo colle spinte; e poi Tal irò del Borellì, che 
nomina, al quale rincrebbe essersi licenziato da Pisa, e 
che aveva stuzzicato i suoi ferruzzi per tornarvi, ecc. ecc. 
— Ho voluto recar qui questi luoghi, perchè, ripeto, mi 
sembrano importanti per la storia della pedagogia. E difatti 
se ne giovò mons. Fabroni in quella che scrisse della 
nostra Università, dove appunto racconta che le esortazioni 
del Redi riuscirono a buon effetto, e, se non fu per queste. 



— 250 — 

certo è però che il Bellini rimase in Pisa, né altrimenti 
accettò la scuola di Padova (8). 

Cesare Franciotti, lucchese, della congregazione dei Matri- 
tani, scrisse : Della giovane cristiana, ovvero ammaestrar 
menti per una figliola ben nata; Venezia, 1625. — L'o- 
pera è divisa tutta in cinque libri. Nel primo si ragiona 
delle madri-famiglia, e della custodia, in cui debbon avere 
le loro figliole, dei modi di governarle, correggerle, ecc. 
Nel secondo e nel terzo lo scrittore rivolge il discorso alle 
figlie, discorrendo delle diverse maniere , colle quali sì deb- 
bono venire di per sé stesse educando fin dalla giovinetta età. 
Negli ultimi due libri finalmente traccia alle fanciulle le 
vie da tenere, quando siano fatte adulte, a seconda dei casi 
in cui si troveranno , e massime a seconda del diverso 
stato di vita che avranno scelto. — 11 libro del nostro 
Matritano é assai pieno e completo, e benché in buona 
parte si debba giudicare un'opera semplicemente ascetica, 
però anche in questo modo mi sembra che potrà tornare 
sempre utilissima a quelle madri, che desiderano educare 
a vera religione le loro figliole. 

. Dopo di aver parlato di questi uomini (9) che nel XVII 
scrissero opere di pedagogia e didattica, ricorderò ora 
un libro pubblicato a principio di questo secolo medesimo 
{Roma, 1606), dove si trovano cose relative alle stesse 
materie, e cioè la Ratio atque institutio stttdiorum Socie- 
latis Jesu, Mi pare che al solito questo scritto possa servire 
principalmente per la storia della nostra pedagogia. Vi si 
leggono infatti regole dei professori superiorum famliatum, 
le quali sono sacra scriptura, lingua hebraea, theologia 
scolastica, casus conscientiae , philosophia , philosophia mo- 
ralis, mathematica; e poi quelle dei maestri classium in- 
feriorum , le quali si riducono alle scuole rhetoricae, hu- 
manitatis, grammaticae supremae, mediae, infimae. La lin- 
gua greca è insegnata privatamente. Quindi le regole del 



— 251 — 

rettore e prefetto degli studi; quelle degli scolari cosi in- 
lerni come esterni; le altre adjutom magistri seu bidelli, 
ed infine le regole deiraccademia in' generale e delle ac- 
cademie in particolare, come del prefetto dell' accademia 
istessa. In ognuno di questi capitoli è accennato il fine 
proprio di ciascuna cattedra, enumerati ì testi e i libri da 
spiegarsi^ il modo di far lezione, ecc. Anche vi si trovano- 
gli anni che debbono durare i corsi dei varii studii; le ore 
assegnate alla scuola; i tempi delle vacanze; il modo e 
Tordine degli esami; il sistema del premiare come quello 
del correggere, e in genere di mantenere la disciplina; la 
forma da darsi alle ripetizioni, e mille altre cose, le quali 
hanno di certo molto grande importanza per chi voglia 
conoscere la storia pedagogica di quei tempi. — (Intorno a 
quest'opuscolo vedi più indietro alla nota 4 del Libro Y.). 



Indice alfabetieo di serittare pedagogiche di antori italiani 

pubblicate nel secolo XYII. 

Alidosi Pasquali Giannicolò. — Li Dottori Bolognesi 
di legge canonica e civile dal principio di essi per tutto 
l'anno 46i9; Bologna, 1620. — La slessa opera fu pubbli- 
cata a Bologna^ quattro anni dipoi, col titolo: Li Dot- 
tori, ecc. dal iOOO al 1623. 

An literarum studia militiam enervent. — Gito questa 
dissertazione perchè la si dice di un Veneziano, lo la trovo 
in una raccolta di opuscoli pedag. e didatt. fatta da Thom, 
Crenius; Lugduni, Batavorum 1699, col titolo: De eru- 
cUtione comparanda. — V. ivi, pag. 553. 

Badii Raphaelis. — Constitutiones et decreta sacrae fio- 
rentinae Universit, teolog. una cum illius primaeva Cìngine, 
oc illustrium vicorum , qui ex illa frequenter pf^**^^^*^'^^ 



— 252 — 

narratione, ecc.; Florentiae, d683. — L'A. nato a Castel^ 
fiorentino , vesti Tabìto dei Domenicani^ tra i quali lesse 
teologia^ e morì in Firenze nei secolo avvenire, e preci- 
samente il 1701. 

Benvenuti Francesco. — Metodo della correzione pa- 
tema. — Trento, 1693. 

y « 1 

BosCiE P. Pauli. — Hemidecas de orìgine et statu hi^ 
bliothecae ambrosianae ; Mediolani, 1672. — L'A. milanese 
e conservatore dell'Ambrosiana, morì nel 1699. 

Buoninsegni Girolamo. — Orazione intorno alle lodi 
degli insegnaiori delle scienze e delle arti , e di chi bene 
appararle procura; Siena, 1612. — Orazione della forza 
della naturale inclinazione, e che, nell' indirizzare i giovani 
alle scienze e arti, a quella si vuole avere principalissiftuo 
riguardo; Siena, i615. — Orazione intorno allo studio, 
e agli effetti utili e onorevoli, che da esso si producono f 
Siena, 1620. — Sono queste tre inaugurali recitate neiit 
collegiata senese di Provenzano, in occasione del riaprirsi 
gli studi, dall'autore che fu di Siena, e umanista in quella 
Università. 

CampanelLìE TuoMìE. — De recta ratione studendi, Sin- 
tagma; Lugduni in Bataviìs, 1696. 

Catanei Hieronimi. — De institutione Collegii Germa- 
nici et Ungarici; (senza data). — Pongo qui quest'opu- 
scolo perchè lo credo d'un Cattaneo Girolamo, gesuita, nato 
a Barletta, in quel di Genova, il 1620. 

Chiocco Andrea. — De Collegii Veronensis illustribus me- 
dids et philosophis ; Veronae, 1623. — L'A. morto nel 1624, 
fu veronese, e lesse filosofìa in questo suo patrio collegio. 

Clou Andrea. — Pubblicò (Firenze, 1619) certi « Saggi 



— 253 — 

mor€Ui» fra i quali noto qui i seguenti: (iv) Dei padri e 
dei figlioli: (xx) Della gioventù: (xxiv) Dell* educazione. 

Costituzioni del Seminario fiesolano, istituito l*anno 463S; 
Roma, i639. 

Ferrari Octavii. — Dos patavinae academiae titulus; 
Patavii, 1668. — Questa prolusione sul ^o, che cosi vol- 
garmente chiamasi il locale dello Studio padovano, fu letta 
dairA. mentre vi insegnava eloquenza e greco. Egli era 
nato a Milano il 1607, e in patria tenne la cattedra di 
lettere. Morì in Padova a settantacinque anni. 

FoRNASÀRi HippoLiTi. — De jure professoris emeriti. — 
L'A. n. a Bologna il 1628, ivi lesse diritto, e vi mori il 1697. 

Galeottis (De). — Praeceptio qua ostenditur juventw- 
tem odo permittendam non esse, et quomodo sit educanda. 
— - L'A. nacque a Pescia, fu canonico regol. lateranense 
e abate del monastero di s. Maria degli Angeli (Valli) 
presso Siena. 

Giani Arcangeli. — Catalogus virorum eli. colleg. Univ. 
theol. florentinae; Florentiae, 1614. L' A. Servita nacque 
a Firenze il 1555, e vi mori il 1623. 

Lbonii Joan. Dominici. — Novus Areopagus, sive de lau- 
dibus florentinae Universitatis, Oratio, ecc.; Florentiae, 1609. 
— L'A. nacque a Firenze, fu frate domenicano e priore 
del convento di s. Maria Novella. 

Frazzo P. Gio. Benedetto. — Dell'educazione dei figli 
€ obblighi di quelli ai genitori; Venezia, 1697. 

RaUo libros legendi. — E un manoscritto del secolo XVII, 
die si trova nella libreria comunale di Siena. 

SoMCtiones reformatae Sludii senensis ; ' Senh, 1651. — 
¥i sta innanzi una storia documentata di questo Studio. 



— 254 — 

Sagghini francisci. — Ltbellus de rottone libros cum prò- 
fectu legendi; Ingolstadt, 1614. — E del medesimo au- 
tore: Protrepticon ad magistros scholarum inferiorum So- 
ciet. Jesu; Dillingen, 1626. — Questo gesuita, nato vicino 
a Perugia, il 1570, professò reltorica in Roma, dove morì 
nel 1625. 

Vedova Francisci. — Literarum studia ad humdnam 
foelicitatem esse necessaria ; (senza data). — Lo cita, anche 
Francesco Colle nella sua Storia dello Studio di Padova 
(iv. x), ove è eziandio una vita del Vedova, padovano, 
e ivi professore di leggi, morto il 1608. 



Indice cronologico degli Antori 
le opere dei quali furono esaminate in questa storia. 

(Secolo xvii). 

r 

Antoniano Silvio (m. 1605) Pag. 239 

Grispolti Cesare (m. 1606) » 241 

Gentile Alberico (m. 1608) » 242 

PossEViNO Antonio (qi. 1612) » 243 

GlUSSANO GlANPlETRO (m. 1615?) » 241 

Gastaglione Giuseppe (m. 1616) » 242 

Baldi Bernardino (m. 1617) » 244 

Galantini Ippolito (B.) (m. 1619) » 246 

SoMMAJA Girolamo (m. 1635) » 247 

ToMMAsiNi Giacomo Filippo (m. 1654). ...» 247 

Segneri Paolo (m. 1694) » 248 

Redi Francesco (m. 1698) » 249 

Franciotti Cesare (m. ?) » 250 



I 



— 255 — 



NOTE AL LIBRO ¥1. 



».'■ 



1) Queste notìzie sono cavate dalla vita del santo (in latino), 
aeri ita da Gìovanpietro Giussano, stampata Mediolani^ 1751. 
3) Ho sott'occliio Tediz. fìorent. 1852, condotta sulla milanese, 1821. 

3) É stampato Romae, 1594 ; e si trova anche nel Graevio^ Thes. 
Antiq. II. 1071, Venetiis, 1732. 

4) Il Rohertelli nacque a Udine, e insegnò lettere a Lucca, a 
Pisa, a Venezia, a Padova, ove mori, poverissimo, nel 1567. — • 
U Panvinio poi, frate agostiniano da Verona, lesse teologia in Fi- 
renze, e fìni a Palermo un anno dopo la morte del Rohertelli. 

5) Nell'ediz. fìorent. Lemonnier, 1859, pag. 125, v. 200. — Ci- 
tando questo poeta del XVI, vo* ricordare anche un pittore, morto 
nello stesso secolo, cioè Pietro Berrettini da Cortona (n. 1596, 
m. 1669), il quale dipinse un quadro, dove in allegoria rappre- 
sentò l' educazione della gioventù. — V. catalogo dei quadri venduti 
dal Monte di Pietà di Roma; Romay 1875, pag. 29. 

6) Chi parla è una madre sotto il nome d'Aresia. 

7) Si trova nelle Opere del Redi. — Ediz. Milano^ 1811, r. 165. 

8) Vedi Hist. Acad. Pis., in. 553. 

9) Ricorderò qui Bartoli Daniello (m. 1689) ma in nota, perchè 
tra le sue opere non ho trovato che una sola lettera scritta al 
Nipote, il novembre 1675, ove si compiace de' suoi avanzamenti 
negli studi. — É nella Raccolta di lettere fatta da Stanislao Bian- 
«tardi; Torino, 1856, pag. 100. 



LIBRO VII 



STORIA DELLA PEDAGOGIA 



IN ITALIA 



NEL SEGOLO XVIII (1701 a 1800) 



VfCHBLi, Storia della Pedagogia in Italia YI 



Se la storia delie nostre scuole, nel secolo antecedente, 
ebbe poche cose da dire, ne avrà molte di più in questi 
cento anni che corsero dal 1701 al 1800; conciossiachè 
crebbero assai e di numero e d'importanza. 

Difattì^ per cominciare dall'Università di Napoli, ci restano 
documenti del tempo, dai quali imparasi come, sotto il 
governo di re Ferdinando IV, il numero delle cattedre 
ascendeva a sessantatrò, cioè sei di teologia , diciannove 
(li fisica e matematica , nove di giurisprudenza , ventidue 
di medicina e chirurgia, e sette per le lettere umane e la 
filosofìa. E come air istruzione maggiore, così lo stesso re 
provvide anche allo incremento della minore , istituendo 
licei, collegi per maschi e per femmine, scuole di nautica, 
convitti pei sordo-muti, ecc. 

DeirUniversita di Roma furono molto benemeriti in que- 
sto secolo i pontefici Innocenzo XII, Clemente XI, Bene- 
detto XIV, Clemente XIII e Clemente XIV, i quali tutti 
in un modo o in un altro aumentarono lo splendore di 
quel celebre archigjnnasio. 

Airuitimo di questi pontefici deve il suo risorgere che 
fece rUniversità di Ferrara (novembre 1771). Perchè il 
Ganganeili le restituì il patrimonio, fondò il collegio dei 
riformatori dell'almo Studio di Ferrara, assegnò premi agli 
scolari più diligenti, e accrebbe il numero delle cattedre 
sino a dìciotto, delle quali sei per la facoltà di legge , 
altrettante per quella di medicina, due per la teologia, a 
quattro per il collegio di filosofia e lettere. 

Ebbe aumenti notevoli eziandio TUni versila di Bologna. 
Difetti nel 1712 si cominciò a fabbricare la specola astro- 
nomica, corredata poi da Clemente XII di macchine lavo- 



— 260 — 

rate diligentemente a Londra. Nel 1725 si pose mano a 
costruire il laboratorio chimico, aperto poi undici anni 
dopo , e corredato di ricca suppellettile dalla generosità di 
Vittoria Caprera. Benedetto XIII regalò un magnifico astuc- 
cio di ferri chirurgici avuti in dono da re Luigi XV. Fi- 
nalmente il gabinetto anatomico cominciò a crescere nel 
1742 per le cure d'Ercole Lelli, e fini d'ampliarsi poi, 
nel 1776, per ì lavori d'Anna Morandi Manzolini, celebra- 
tissima donna , che preparava i cadaveri con perizia singo- 
lare tanto che se ne maravigliavano quanti t osservavano (1). 
Le scuole di Firenze furono protette assai in questo se- 
colo da Cosimo III de' Medici , da Giovangastone suo fi- 
gliuolo^ succeduto ai padre nel 1725, e anche da Fran- 
cesco I granduca della casa di Lorena. — Ma più grandi 
augumenti ebbero da Pietro Leopoldo, il quale, a favorire 
gli studi di medicina e di chirurgia , istituì le scuole dello 
spedale di s. Maria Nuova (1785), e a proprie spese fondò 
nel quartiere di s. Spirito un nuovo ginnasio, come die 
incremento all'agricoltura con una cattedra aggiunta a 
quella di botanica nell'orto dei semplici. — Lo stesso principe 
apri le scuole leopoldine perchè in esse le fanciulle popo- 
lane si educassero a diventare buone massaie , imparassero 
un mestiere per campare onoratamente, la vita, né si tro- 
vassero nella condizione di perder di buon ora il pudore 
e il buon costume, come spesso avviene di queste creature 
collocate nelle grandi fabbriche. — Né alle femmine soltanto, 
ma anche ai maschi provvide Pietro Leopoldo, riformando 
la casa di rifugio dei traviati fanciulli, istituita in Firenze 
nel 1655 da Filippo Franci. V'aperse a benefizio degli arti- 
giani un corso domenicale di ornato e disegno lineare, 1a 
prima scuola di questo genere, della quale si abbia memoria. 
— Benemerito poi della pubblica istruzione in Firenze fu 
eziandio Leonardo Ximenes, che lasciò scritto nel suo testa- 
mento la fondazione delle due cattedre d'astronomia e d'idrau- 



— 261 — 

|ica nel ooU^io di san Gìovaimiiio, abitato una volta dai 
gesuiti^ e, questi soppressi per la bolla di Clemente XIV» 
dai padri delle scuole pie. — Anche, e sempre in questo 
secolo, provride alFeducazione dei cherici della diocesi fio- 
rentina rarciyescovo Tommaso Buonaventura Della Gherar- 
desca coli' aprire che fece per essi un seminario (4712). 
— Finalmente non è a tacere che per le cure dì Angiolo 
Maria Bandini, bibliotecario della Lanrenziana .. i monaci 
cassinosi di Badìa e i vallombrosanì di s. Trinità istituirofio 
in Firenze (1795) scuole di lìngue orientali. — Anche 
le due Università toscane di Siena e dì Pisa ebbero nel 
XYIII accrescimento dì nuove cattedre, e di quest' ultiuìa 
è a ricordare come fu ordinato se ne scrivesse la istoria, 
alla quale die subito mano il p. Odoardo Corsini delle 
scuole pie^ continuandola in seguito mous. Angiolo Fa- 
broni^ sotto il cui nome comparve poi per Io pubbliche 
stampe in Pisa nel i79i (^). 

La repubblica di Venezia fece neirUniversità di Padova, 
in questo secolo^ i migliorameutì seguenti. Riapri nel 1759 
la scuola di botanica; fabbricò il teatro anatomico; fondò 
il museo di storia naturale; inalzò la specola^ ovo può 
dirsi che incominciasse fra noi un sistema ordinato di os- 
servazioni meteorologiche^ istituì nuove cattedre d'agraria, 
di clinica medica e chirurgica, d'ostetricia e di pratica ar- 
chitettura. Quindi e in Padova e in Venezia si accrebbero 
i locali destinati al convitto dei giovani studiosi, e in que- 
st'ultima^ dopo la soppressione della Compagnia di Gesù , 
si aprirono scuole di teologia, storia ecclesiastica o lingue 
orientali, corredando queste istituzioni di savissimi statuti 
e di ordinanze opportune (5). 

Parma deve all'infante D. Ferdinando so nel 1768 vido 
sorgere la sua Università, la quale nacque e diventò grande 
a un punto solo. — Alla stessa maniera Modena ò debi- 
trice a Francesco HI se nel 1772 fu richiamato a nuova 



vita quello Studio, costruita una fabbrica maguifìca per 
quelle scuole, provvedute di ricchi stipendi^ e aumentate 
assai. — Finalmente Milano e Pavia gareggiarono in questi 
cento anni nel crescere il numero degli insegnamenti e delle 
cattedre, sulle quali sedettero gli uomini per avventura i 
più celebri e i più dotti del secolo XVIII. — A me basta • 
qui ricordare, siccome un l'atto singolare, che nella Lom- 
bardia in genere comparvero di (|uesto tempo saggiamente 
ordinate le scuole per il popolo , ove esso cominciò bd 
istruirsi nel leggere, noi la calligralia e neirarìtmetica, alia 
qual cosa, cred'io, dettero mano in specie jjìIì ordini re- 
ligiosi , come i somaschi , i barnabiti, i padri della Codì- 
pagnia di Gesù e da ultimo quelli ancora delle scuole pie, 
i quali vennero a stabilirsi a Milano il 1770. 

A completare le notizie sulle istituzioni educative dì 
questo secolo nominerò le Scuole gàraventane (A), che 
trassero il nome dal loro fonda toj-e, Lorenzo Garaventa, naio 
in Uscio, sulla fiumana di Rocco, presso la riviera orien- 
tale di Genova. Questo caritatevole sacerdote, aiutalo nella 
pietosa opera da Paolo Girolamo Franzone e dal canonico 
Giuseppe Lertora, ha il merito singolare d'avere istituito 
deHe scuole, molto simili ai nostri asili d'infanzia. Le co- 
minciò a conto proprio, e in casa sua, e vi spese lutto, 
riducendosi pressoché ignudo , vendendo fino un pode- 
retto lasciatoli per eredità dal padre. Poi confortato da 
larghe elemosine potè in ogni sesto di Genova aprire 
scuole, raccogliendo in ognuna ben più di quattrocento 
fanciulli. Tutto ciò accadeva a mezzo il secolo decimottavo, 
quando la Liguria era angustiata da guerre desolantissime. 
— Né basta, che il Garaventa fu eziandio inventore di quei 
metodi d'insegnamento, che noi raccogliemmo dipoi come 
forestiero trovato, e fortemente si dubita che lo svizzero 
Pestalozzi attingesse i suoi sistemi didattici dalle scuole 
<àe\ nostro povero prete. Ma nostra è anche la vergogna 



— 263 — 

» 

òhe dì cotanto grand'uomo quasi ne sia scomparsa da) 
mondo ogni memoria! 

Più fortunato in questo fu Giovanni Borgi (m. nel 1798), 
il quale vedendo vagabondare per le strade di Roma, sua 
patria, molti fanciulli^ poco, anzi nulla, curati dai loro ge- 
nitori, cominciò loro a tener luogo di padre, aprendo ad 
essi la sua povera casa. Egli tutto il dì lavorava nel fa- 
ticoso mestiere di muratore, e la sera divideva con essi 
il pane del suo sudore, ammaestrandoli insieme colla pa- 
rola, e più coir esempio, a virtù. Perchè poi nella giornata 
non scapitassero quello che avevano acquistato, gli allogava 
presso i migliori maestri di qualche arte, collo scopo ezian- 
dio che quelle creature si procacciassero in seguito un 
onesto collocamento. Ne passò lungo tempo che non fosse 
costui largamente sovvenuto di elemosine, colle quali prese 
un palazzo a pigione, e lo convolati in ricovero dei suoi 
fanciulli. Anzi papa Pio VI, udita la virtù di quest'uomo 
singolarissimo, lo vòllp conoscere, e, comperato il locale, 
^lie lo regalò. Tanto poi il nostro Giovanni sapeva insi- 
nuarsi nell'animo dei suoi bambini che essi in dialetto ro- 
mano lo chiamavano tata, che viene a dire padre: il 
buon vecchio si compiaceva di tale soprannome, e anche 
oggi continua queiropera santa sotto il titolo d' Ospizio di 
Tata Giovanni, 

Vengo ora a discorrere delle opere pedagogiche e degli 
uomini che le scrissero, durante questi cent'anni, dal 1701 
al 1800. — Seguitando Tordine cronologico, incomin- 
cio da Benedetto Averani , fiorentino , il più dotto pro- 
fessore di greco che avesse T Università di Pisa a quei 
tempi, morto troppo presto, perchè di cinquantadue anni, 
il 1707. Bench' io potessi citare diversi luoghi delle sue 
Orazioni inaugurali (5), e per avventura tutti al mio pro- 
|»osito, io mi limiterò a dir qualcosa della sesta, che, reci- 



— 264 — 

tata il primo di novembre i685^ ha per titolo: AdolescenHàt 
iempiis idoneum maxime studiis esse. Tre sono infatti^ oos^ 
il Nostro scrive, le condizioni a bene studiare: la salute 
del corpo; l'ingegno pronto e sottile, con sovra più la 
memoria forte e tenace; gli aiuti esterni, ossia la quiete, 
la copia d'uomini dotti, l'opportunità del luogo scelto per 
' gli studi, la speranza dei premi, della lode, di una |pran- 
dezza avvenire. Dimostra brevemente la necessità di tutte 
queste cose, e poi in modo più largo come esse sieno 
più facili ad aversi in gioventù, che nell'età più adulta, e 
meno poi nella vecchiaia, per concludere che il tempo più 
propriamente adatto agli studi è quello della prima età. 
E tutto questo è detto dall' Averani in una maniera facile, 
solenne, e£Scace, così che mi pare che niuno meglio di lui, 
quando lo tentasse, potrebbe svolgere questo tema, sia per 
la base, sulla quale soi) posti i fondamenti della orazione, 
sia per le ragioni solide e confortate di bellissimi esempi, 
aia per la forma splendida e sempre eloquente. 

£ risaputo quanto sia celebre nella storia della giuri- 
sprudenza il nome di Vincenzo Gravina. Egli però oceupa 
un posto non meno degnauiente in quella della pedagogia- 
italiana. Nato in Calabria fu scelto a leggere diritto cÌTÌIe 
in Roma, il 1698, e, dopo cinqu'anni, giure canonico. Chia- 
mato a dettare in diverse Università tedesche, si ricusò, 
adducendo la scusa della sua mal ferma salute, e per ultimo 
invitato da Amedeo di Savoia non solo ad insegnare nello 
Studio torinese, ma anche per reggerlo^ non potè accettare ' 
l'offerta, perchè fu rapito di soli cinquantaquattr' anni, il 
i718. -^ Delle molte sue opere e molto svariate io citerò 
in prima l'epistola de disciplina poetarum, la quale mi con- 
tento solo di ricordare, giacché al solito riguarda un róme 
speciale della didattica, ossia la istituzione dei poeti. Piut- 
tosto mi fermerò a considerare l'altra, che è il regolamento^ 
degli studi di nobile e valorosa donna (6), sebbene anche 



— 265 — 

questa scrittura^ fatta per la principessa Isabella Santa 
droce, sia anch'essa di nn genere speciale. Tuttavia Toglio< 
Botare le ragioni colle quali, nel proemio, dice il perchè 
.anche le donne debbano coltivare gli studi , b cioè che 
adendo esse a custodire un gran tesoro, qxial è la pudicizia 
e t onestà, in mezzo al commercio civile, han bisogno di 
wiaggior lume, se non per reggere altri, per reggere almeno 
sé stesse, nelle di cui operazioni si sostiene la fama. E 
particolarmente ai tempi nostri, nei quali dal costume è 
permesso alle nobili donne trattare e conversare cogli ilo- 
mini con qualche pratica e famigliantà, se non è questa ali- 
mentata da sublimi ed eruditi discorsi, convien che si pasca 
di ragionamenti o bassi o malevoli o disdicevoli, sinché 
duri l'età fresca e fiorita : poiehè come qìiesto fiore inari- 
disce, subito si sciolgono le amicizie fra gli uomini e le 
donne contratte dalla forza dell'aspetto e non dal rigore delle 
virtii. Il che non avviene quando alla bellezza mortale del 

corpo si aggiunge collo studio quella immortale dell* animo 

E cosi continua il Gravina di questa maniera a dimostrare la 
necessità che anche le donne coltivino gli studi; e poi con- 
clude: che essendo ad esse commessa f educazione dei fan- 
ciulli nell'età piti tenera, nella quale più. attamente i semi del 
bene e del male s'imprimono, conviene quanto si può toglierle 
dal^ ignoranza , percìiè non distendano gli errori e le tenebre 
nei loro fanciulli , con avvezzarli nella morbidezza e nella 
stolidità, invece della virilità e della prudenza. — Quindi 
passa a distendere brevemente in iscritto le ragioni ej'ordine 
degU stìidi conveniei^tì a una donna. — Del Gravina istesso 
ricorderò anche due orazioni, cioè la prima de conversione 
doctrinarum: e Tal tra de instauratione studiorum ad Cle- 
mentem XI P. M. (7), dove chi le leggerà, particolarmente 
dall'ultima, ricaverà molto frutto per imparare quali sieno 
le materie da insegnarsi nelle scuole di lettere e di scienze 
filosofiche, e l'ordine e metodo da tenersi nel dettare co- 
deste discipline. 



— 266 — 

Miclielangioto Fardelia, nato a Trapani il 1650, si rese 
frate fraocescaDO, e lesse in Roma dapprima geometria, poi 
teologia, quindi a Modena la filosofia. Ito in Francia per 
alcuni anni, e, tornato fra noi, si fermò a Venezia, ove 
preso ad educare diversi giovani, finché il 1695 ebbe la 
cattedra d'astronomia e di fisica nelTUniversità di Padova. 
Mori a Napoli il 1718. — Di lui si trova una lettera nella 
Galleria di Minerva (Venezia, 1696, pag. 361. Tomo I.), 
nella quale per rintracciare colla maggior facilità il vero 
metodo dello studiare, brievemente s'espongono la corruzione 
ed abusi delle umane scienze, i vizi e i difetti dei letterati. 
— È questo, come ognun vede facilmente, un modo in- 
diretto di stabilire il vero sistema di studiare; la qaal 
materia, dice il Nostro, e con ragione, costituisce il piit 

arduo e più difficile problema delle nostre cognizioni 

Molti studiano, ma pochissimi sanno studiare, e sovente 
accade che alcuni, dopo avelie lungamente disputato nelle 
scuole, e divorate, pei^cost dire, le librerie, divengono piò. 
ignoranti, e tutto il frutto delle loro fatiche si riduce ad 
avere caricata la memoria di innumerabili nomi e dottrine, 
che per il loro contrasto, diveì^sità e confusione opprimono 
la mente, e ci fanno credei^e d'esser giunti sulle altissime 
cime della sapienza, quando nemmeno l'abbiamo rimirata 
da lontano. — Ragiona quindi de'vizii e difetti degli uomini 
di lettere, sempre in rapporto al tema proposto, cioè per 
dimostrare quale debb'essere il metodo degli studii, perchè 
infine si^ raggiunto lo scopo di chiunque si mette a im- 
parare. £ tutto questo fa il frate francescano in pochissime 
pagine, ma ricchissime di verità solide e di dottrina pra- 
ticamente didattica, tantoché non dubito d' asserire che 
questa lettera, abbenchè piccolo lavoro, è uno dei più 
degni d'esser ricordato fra le scritture pedagogiche del 
secolo XVIII. Basti però quanto ne ho detto, perchè, quando 
volessi riportare i luoghi migliori e più importanti, ri- 
schierei di copiar la lettera per intero da cima a fondo. 



— 367 — 

E passo a discorrere di uno scriuure senese, il qu»le 
-in tatti i suoi lavori, ma specialmente in alcuni dei quali 
debbo io qui far p<irola. dipinse l'indole projtrio bizzarra, 
vivace, sottile di ijuel popolo, in mezzo a cui egli obl»e 
origine. Girolamo GiylL natu il 1660^ morto il 177:^, per 
alcani anni ebbe nel patrio Stadio la lettura di lingua 
volgare^ la quale fu costretto a lasciare^ o per di più an- 
darsene in esilio^ colpa aver egli^ per avventura troppo 
acremente, combattuto nei suoi scritti la ipocrisia in ^\ì' 
nerale, e in ispecie i padri della compagnia di Gesù. 
Anzi a questo proposito dirò subito come le due scritture, 
delle quali io debbo qui tener proposito, furono dettate 
precisamente contrq costoro, e contro la loro maniera di 
educare e di istruire. Ne al Gigli mancava il modo di co- 
noscere i sistemi dei Gesuiti, conciossiacliè questi dì quel 
tempo tenessero il Tolomei, collegio celebratissimo in Itali.i 
G fuori. — Pertanto ceco il titolo della prima di queste^ 
opere, la quale è forse la meno importante : Il seminano 
degli affetti, ovvero V ipocrisia (8). È in ottave, e so no 
può ricavare facilmente il costrutto, leggendo i versi die. 
seguono, ove parla del genitore, il quale, tornato che è il 
figlio dal collegio, ne scandaglia l'educazione ricevuta, e 
la trova una bella e buona ipocrisia : 

. Tosto che giunta alla magion paterna 
Fu la sacra lustrata gioventude, 
Ogni padre la cinica lanterna 
' Prese per riconoscer guai virtude 
Appresa avesse, e se pietade esterna 
Sia dò che vede, o se nel cor la chiude : 
Ma in pochi cfi fu conosciuto a prova 
Ch'ipocrisia nel sen le ha fatto l'uova, (pag. 105). 

Chiaro si vede leggendo queste stanze che il poeta se- 
nese volle mettere in sospetto, se non in discredito, Tedu- 



— 268 — 

cazione che i gesuiti^ molto potenti allora in toscana sotto 
Cosimo III, davano in diverse città del granducato^ e forse 
ebbe più in mira quella che era in uso- nel Tolomei, dove 
(cosa curiosa) era stato scolare Girolamo^ e aveva collocati 
a convitto due dei suoi quattro figlioli (9). — Del resto 
sembra che di quel tempo molti anche tra coloro che ave? 
vano in uggia cotali sistemi d' educazione e dì istruzione» 
tuttavia preferissero di mandare i loro figlioli alle 8cnol#^ 
dei gesuiti, dai quali, in forza appunto della loro potenza, 
speravano poi che cresciuti avrebbero ottenuto favorì assai 
e le cariche migliori e più splendide dello Stato. Per questa 
il Gigli stesso scrisse il famoso sonetto « la scuola dei ge- 
suiti » dove pigliando occasione da una, tela posta in Siena 
nella loro chiesa di s. Vigilio, e dove è rappresentata 
s. Anna in atto d'insegnare a leggere alla Vergine Maria, 
chiude con questa graziosa terzina: 

Figlio, queir è la Vergine Maria, 
E non farà miracoli, finch* ella 
Non verrà a scuola dalla Compagnia (10). 

— Ma Topera nella quale il Gigli cercò di flagellare certi 
che egli stimava vizii, e per avventura lo erano^ del si- 
stema allora in uso nello insegnamento, è il celebre Coln 
legio Petroniano (li). In questo libro s'abbandonò a briglia 
sciolta air impeto delta sua fantasìa, non tanto però che 
chi legge possa un momento dubitare che e' sia una crear 
zione cervellotica, e non piuttosto una istoria vera e 
genuina di un collegio realmente esistente, del quale con 
molta minuzia si narra Torigine e il suo progredire. Fatto 
è che molti forestieri, e forse qualche italiano non senese, 
dopo averlo letto, non è raro che arrivando in Siena do- 
mandi curioso se il Petroniano è in piedi tuttora, e dov^ 
^ trovi ! Nò senza ragione, perchè vi si introducono a ìb- 
terloquire dame e cavalieri di casate illustri di Siena» ^ 



— 269 — 

Ititfe persone o vive o v'issate in Siena istessa. e poi si ci- 
tano atti^ documenti;, accademie, feste, discorsi, pranzi e che 
altro, fatti in occasione che il collegio fa solennemente e 
con pompa grandissima inaugarato: insomma si dà a c|aes(a 
Valvola tanto colorito di verità che non è a meravigliare se 
laohi in baona fede abbiano credato, e forse credano, che 
il libro del Gigli parli sai serio d'una vera e propria isti- 
Inrione senese. Difattì narra come il cardinale Riccardo 
Patroni, vedendo decaduto assai in Italia F antico decoro 
della lingaa latina, deliberò di raddomesUcarla in Siena, 
perchè^ airesempio di questa, ogni altra italiana popola- 
itone a ravvivare si prendesse Cantica favella dominatrice 
del mondo, A tal fine il porporato istesso scrisse nel suo 
tìQStamento che di Polonia e d'Alemagna, dove le stesse donne 
latinamente parlavano, fosse condotto in Siena un numero 
di dette matrone co* loro mariti accompagnate, acciocché 
quivi raccolte prendessero ad allevare i bambini d'ogni sesso, 
ed a quelli non altra lingua insegnassero che la latina. Ma 
questo disegno non potè per lungo spazio di tempo andare 
ad effetto, sia per la morte del Peironi, accaduta in Ge- 
nova Canno 4343, sia per una serie di avvenimenti, che il 
Gigli racconta esser seguiti, e per i quali il detto collegio 
non si aprì che quasi quattro secoli dopo, ossia il 4695. 
Difatti in cotest'anno si inaugurò, dice il Gigli, il Petro- 
niano, e giusta la mente del cardinale fu incominciato con 
ventiqtiottro matrone dei paesi settentrionali, alle quali se 
ne aggiunsero altre quattordici senesi, già fatte educare ed 
esercitare rigorosamente sotto due btioni maestri di gram- 
matica latina. Il collegio è governato da una vedova to\ 
titolo d' archimagistra, la quale dipende da una consulta, 
eletta dal Comune, e composta di quattro censores infan- 
tiae, con a capo un archimagister et praefectus censurae. 
Air archimagistra si dettero in aiuto ventiquattro modera- 
friei, le quali, due per mese, dovevano assisterla nel go- 



— 270 — 

verno del collegio. Prima cura della sannorainata consalta 
fu quella di scrivere le leggi fondamentali del collegio, 
le quali scolpite in XII tavole di bronzo furono poste nella 
sqfa, e dicono così : 

I. Nutrices infante^ latina lingua instruclurae , honesto 
ììQtae genere, ore venusto, ingenua et non imbecilli valetwH-- 
noe commendatae sunto. 

II. Duodexncesimvm saltem annum attingtmto, nee tnce- 
simum sextum egressne cooptantor. 

IH. Latine sobnn loquuntor. 

IV. Quatuor censores illas. uuterjuam in collegium ad- 
mittantur. quam accuratissime eaaminanto. 

V. Viris honestate probatis jiinctae connubio sunto. 

VI. Suos viros nonnisi ad clathros, nec. sine archimagi- 
strae prrmi-ssu, alloqmintor. 

VII. Solavi Cic^ronis. Caesaris, Livii, Virgilii, aliorum- 
que auvei saecuH scriptorum opera legunto. 

Vili. Infaìitibus Pkiedii fabulas narranto . et optimo- 
rum inter veteres poetarum carmina solum canunto. 

IX. Singulae unum vel duos tantum infantes efusdem 
sexus lactanto. 

X. Lac recms a parta esto. 

XI. Infantium nobilium nutrices pufpereo coloì^e tinctas 
vestes; caeterae vero coeruleo induunto. 

XII. Occupationibns non distentae, choreis et cantibus 
hotyxs transigunto ; seque vel colendis floribus, rei nutrien- 
dis avibìis, et cateUis exer cento. 

— Degno sopratulto è il capitolo, ove si discorre del me- 
todo degli studi ordinato dall'infanzia sino a dopo i venti 
anni, nel (juale spazio di tempo si debbono compire gli 
studi, incominciando dai più elementari sino ai meglio ele- 
vati, ma tutto e sempre in latino; e dove soltanto negli 
tUtimi quattro mesi, prima che i collegiali escano, dovranno 
avere una piccola tintura d'italiano, e in una camera ap- 



— 274 — 

partala! Si rivela qui principalmente lo scopo che ebbe 
il Giglio cioè di mordere con acerba satira quel metodo 
di studi assai in uso ai tempi suoi di insegnar troppo la- 
Uno, e tutto e sempre in latino, servendosi persino di 
grammatiche scritte in quella lingua per imparare la lin- 
gua ìstessa ! — Si seguita in questo modo per tutto il resto 
del libro, ove si ragiona delle discipline di queste balie, 
delle nènie latine, che esse dovevano cantare per conciliare 
il sonno al batnbino, delle veglie letterarie, delle accademie, 
delle commedie latine recitate nel collegio, ecc. — Certo 
che Topera è molto singolare, e manifesta bene come an- 
davano gli studi d'allora, il metodo de' quali non andando 
a sangue al nostro Gigli, tenerissimo com'era dell' idioma 
volgare, gli offrì campo di sbizzarrire la sua fantasia, com- 
ponendo questo libro, che, non fosse altro, rimarrà sempro 
un documento fedele n testimoniarci il sistema praticato -,) 
quei tempi nel pubblico e privato insegnamento. 

Dopo il Gigli dirò dell'abate Antonmaria Salvini , nato 
iu Firenze il 1653, mancato il 1729, e che di soli ven- 
titré anni meritò in patria la lettura di greco. — Di costui 
voglio in prima citare alcuni luoghi che si trovano nei 
suoi Discorsi Accademici, pubblicati a Firenze il 1695. 
Facendo la questione se per ammaestrare la gioventù nella 
morale, abbia più forza la teorica de' precetti o la pratico 
degli esempì, naturalmente dà la preferenza a questi se- 
condi sui primi {Tomo I. discorso 19). Dimandando poi 
qual sia il più bel regalo che i padri possano lasciare ai 
figlioli e nipoti, risponde che questo è il patrimonio dei 
gravi paterni precetti, dall'esempio della vita confeinnati; 
poi la bruma mente, e infine quella cosa di cui è si gran 
caro, il giudizio (I. 68). In un altro discorso (I. 69) prova 
come l'educazione necessaria a tutti e in tutti i tempi della 
vita^ lo è a mille doppi più e più in quello della gioventù. 
Però tale educazione sia piuttosto piacevole che severa,. 



— 272 — 

ossia abbia il dono di una piacevole severità e di utia.Mh 
■vera piacevolezza; talché la troppa facilità non renda Vwmo 
dispregevole e senza stima, e la soverchia durezza non ac- 
catti odio e disamore. Confessa tuttavìa che Xaìe giusta mi- 
sura non è agevol cosa imboccarla ; quindi è da vedere in 
generale se pel baono incammìnamento de' figlioli sia più 
da eleggere o la severità o la piacevolezza; e al Sai vini 
pare, io mi ripeto, di dovere stare per qaest' ultima, con- 
chiudendo che la natura, mentre raccomanda ai genitori la 
prole, impone loro la figura di maestro non tremendo, ma 
amoroso; che il rigore necessita a tempo, la piacevolezza 
per il contrario in perpetuo; che da ultimo sono piit sta- 
bili i fondamenti i quali dall'amore, che quei che dal Or 
more si gettano (II. i7). — Venendo poi a materie che 
riguardano gli studi, pone il quesito: qual età sia la più 
acconcia a imparare le scienze? Risponde, che abbendiè 
questa sembri essere la vecchiezza, però il forte e il meglio 
del sapere s'acquista nell'adolescenza e nella giovenHi^ e che 
la vecchiaia vi aggiunge soltanto ripulimento e sodezza: 
quindi è che nella prima età, la quale di scienze non è ancor 
capace, si dee però a quelle per bella e facile e più corta via 
incamminare (III. 1). — Finalmente a me sembrano molto 
degni d'esser letti i due discorsi (2 e 18, III.), dove il No- 
stro mette insieme una ricca suppellettile d'argomenti^ tratti 
dalle istorie, a provare che eziandio alle donne e' si con- 
viene lo studio. Nò è a credere che questo le demerà daUe 
loro principali obbligazioni, sol che si guardi che la donna 
si applichi qon giudizio , scelga le materie acconcie, gli 
autori opportuni, insomma studi bene a fine di cavarne 

profitto, e divenire migliore Del resto non vi ha ragione 

alcuna che tanto alla donna quanto all'uomo lo studiare 
non si convenga, essendo tanto l'uno che l'altra di ognipu- 
limento di dottrina e di ogni raffinamento capaci, — Da 
ultimo, per completare quant'ho trovato al mio proposito 



— 973 — 

^Aakwimns, ctletv m l« f*i«tt Mnnt, ti^ 

h tf^iMir Mmm « Sopn il Mteloiln ài ìudun* 

(KMbè il N«s(ro soMhte i*i a minnii prwMll • 

rtìcidarì, basii che ahbis bllo ({ni iid :^irnplk« ri* 

> Orlandi. Gorenlioo. saconJolo dello scuoio pie, 
rrersi anni fa maesiro io qu«IU> cli>l »uo Onlina 
rovìncie di Firenie, di Napoli, o di Hitma, o mori 
a dì Cento il 1741. — Di luì abbiamo un'opoivtU 
: Idea del gìovawtlo, espirua ih doiMKfitti woraN 
ÌS, ristampala per la tenti volta iu Fitmtr. il lattS. 
Visa in quaiiro parli, pigliando )'A. ii disoorrora delle 
che debbono abbellire In viln di^l giovino in unni, 
P «mola, in chiesa e nftla pratica dti mondo, l'nr la [ilQ 
'opera deirOrlandi è asooiìcn. ina vi sono puro dailu 
e podagogìcbe e anche didntliche dì loinma oiiliUk 
fieiliasìnio fra gli altri e verissimo é il unpitolo, 
ime l'obbedienza a fomiamunto d' una bmna tdiiai' 
f trovandosi qui d' ac(»rdo cor migliori suriltor» di 
i materia, i quali, oonsiilerando coni» il giovaiiollo, 
i saa tenera età non essendo cnpai^e ili rogolnmi dn 
b-bisogno dell'altrui autorìlò, pongunn fjiiosla appittitd 
: priDcipio e base deli' educare. Tulla In mnturin h 
I teoricamente, e confortata il'esempì per lo piti Udii 
t scrtUure: è insomma un libro, elio pii^i tiHer 
pre con frutto dagli alonni e dai loro oduolori. 
a iiue&U) secolo diciannove vi ebbe cf)i ai ocnip/j 
aiìone parziale, come fu appuoui, ha gli nitri, 
)aUia Daria. Nato a Napoli nel 167.1 t> mitilo il 
Hado cioè ([uel Tp.gao era ammioisimio da' v iecrA 
, MHDagiaó la iìlitiuione di un gttvnrwr popoliwe, 
o a lai uopo • l-i rila caile • eoi fa tonilo « Vtdmea- 
» M prindpe ■ . Si racconta che queste opere, pntMìeUa 
i 4'Mìa, noQ appena faroa» eaooaàttU, vesBer» iMta 

tatù, ìloni iella Ptii-i3^it m llalia M 



— 274 — 

autorità bruciate è disperse. Io ho sottocchio la seconda- 
edizione fatta ad Angusta, 4710, ricorretta e accresciuta 
dell' A., e ne conosco un'altra stampala poco fa a Torino, dal 
Pomba, nel 18o2. — Non mi fermerò mollo sul primo di» 
questi due scritti^ conciossiachè nella vita civile poco trovo^ 
al mio proposito, e soltanto qualche massima, che si può 
vedere nei capitoli, ove discorre dell' amor della propria 
casa e della famiglia (pag. 168), e come debbono essere i 
magistrati di politica e dei loro obblighi (pag. 276). Piut- 
tosto mi occuperò della seconda, divisa in sei capitoli, dei 
quali i primi quattro contengono, può dirsi, un trattato 
d'educazione parziale, ossia di quella conveniente ad un 
principe. Incomincia il Doria a insegnare alle madri dei 
principi come si debbano governare nelle loro gravidanze, 
e poi del modo con cui si ha da reggere la prima infanzia 
del principe istesso. Dove, fra le altre, noto questa mas- . 
sima verissima, dalla quale egli parte, e cioè esser tmpos- 
siìrile educar l'uomo con ordine opposto alla natura (pag. 9). 
Yien poi del governo della seconda età del principe, che 
è dai sette ai quattordici anni, ove si ragiona sui modi di 
insegnargli a usare il raziocinio collo studio della lingua 
latina e della poesia. Sopratutto importantissimo per la ma- 
teria molta e vera e per sapienti considerazioni è il ca- 
pitolo IV ( pag. 23 ) : della terza età del principe, e del , 
modo di darli le scienze e gli esercizi convenevoli a questa j 
età. Appunto qui si discorre dello studiare la geometria, , 
la logica, la metafisica, la fìsica, V eloquenza, la morale e ., 
la politica. Della quale ultima in specie sono da leggere l 
precetti e le massime del Nostro, e vedere come sienp- 
tutte accomodate a far sì che T alunno riesca un ottimo ^ 
principe. Voglio anche notare come il Doria la pensi circ9 { 
al tempo necessario per imparare tutte le sette scienze in- ^ 
dicate di sopra, il quale secondo il suo avviso sembra che- ,j 
possa essere di quattro anni e mezzo. Di questi ne assegns^,^ 



— 2/.> — 

no alla prìma^ uno alia seconda e terza^ uno alla sesta 

aìtima^ e diciotto mesi olla quarta e quinta. Del resto 
opera del Doria e bellissima e sarà sempre utilissima, 
erchè mi ò comparsa, in leggendola, il trattato più com- 
peto e meglio pensato in Italia intorno alla maniera dV 
Qcare un principe. 

Un anno dopo che mancò ai vivi Paolo Doria, avvenne la 
aorte di un altro suo celebratissimo concittadino, di Giani' 
Hittisia Vico. La nostra istoria deve incominciare con dolore 
\ ricordare un fatto vergognoso, imperocché tutti sanno 
X)me e quanto valesse quest'uomo, massime negli studi di 
!ÌYile filosofia, e d'altra parte è egualmente risaputo da 
otti che, concorrendo neir Università di Napoli a una 
attedra di giurisprudenza, con manifesta ingiustizia gli fosse 
egata ! Tuttavia consumò egli la non breve e travagliata 
la vita, e il tempo che gli avanzava dai profondi e ini- 
)rtaDti suoi studi, nel fare scuola. Conciosiachè da prima 

vescovo d'Ischia gli aflidò l'educazione e l'istruzione di 
irti suoi nipoti, e dopo dieci anni potò appena aver la 
ttedra di rettorica nello Studio napoletano, col povero sti- 
mdìo di cento scudi, e la quale ritenne per ben quaran- 
inni ! E appunto io debbo esaminare di lui una prelezione 
Ita da questa cattedra il 1708, col titolo : De nostra tem- 
Wi8 studiorum ratione (15;. L'argomento è utra studiorum 
Uio rectior meliorque nostrane, an antiquorum ? Lo di- 
de in tre punti: de instnimentis, de adJumenUs, de fine 
tudiorum). Del contenuto poi di quest' orazione , e del 
udìzio clie se ne possa fare, io non so come megho dir 

primo, ed esporre il secondo, che riportando le parole 
H Giornale dei letterati (f Italia, pubblicato in Venezia, 

qaale dice così (anno 1710, I. 5il): Il signor Vico, a 
ir vero, discorre in tutto coti tanto di dottrina e di giù- 
izio, che ben mostra d'aver meritato il titolo die lo gua- 
ficà nella repubblica delle lettere (cioè di lettore neirUni- 



— 276 — 

versila napolìtana), dando motivo a noi di desiderare che 
si fosse esteso un poco di più su qualche materia, iìè 

l'avesse solamente, per cosi dire, accennata Quindi in 

un altro luogo Io stesso Giornale continua, dicendo (To- 
mo II. 496) che quasi tutta la dissertazione è concepita, 
senza farne rumore, per dimostrare i danni, che fa U 
metodo geometrico trasportato dalle matematiche, le quaU 
ne sono unicamente capaci, nelle altre scienze: che i 
sistemi nocdono sommamente alle cose mediche.,.,: che oggi 
il fine di tutti gli studi è solamente la verità, senza tener 
conto dell'utilità e della dignità; la qual cosa arreca gra- 
vissimi danni alla prudenza civile, che in verun conto non 
soffre che delle cose agibili l'uomo pensi con metodo geomè- 
trico : che pigliano abbaglio coloro che credono sia il 

medesimo sottigliezza e acutezza d'ingegno, perchè, per es., 
i francesi sono sottili e delicati, ma non già acuti e inge- 
gnosi, ecc. — Ora da questa breve rivista penso che fa- 
cilmente ognuno ricaverà che l'orazione del Vico è moKo 
importante^ e massime per la istoria della didattica^ giacòhè 
il sommo uomo vide bene ì difetti delle scuole d'allora^ e 
tentò in questo discorso di correggerli, e raddirizzare U 
metodo^ e chi doveva adoprarlo. 

Ne meno importante per la istoria della nostra pedagogia, 
in ispecie dì quella antica romana^ è la dissertazione sollà 
bolla d'oro de' fanciulli nobili romani e quella dei liber- 
tini (14), scritta da Francesco Ficoroni, nato a Lugoano 
nel Lazio il i66i, e morto in Roma il 1747. Qui basterà 
che sommariamente io dica come nella prima parte 41' 
celesta dissertazione si recano le volgari testimonianze d6gli||i 
autori latini, come di Maorobio, di Stazio, di Plinio, Gio-ji 
venale, Persio, Svetonio, Properzio e altri, pei quali laogUll 
si fa manifesto l'esistenza di questa bolla, portata dai lii-liì 
ciulli sino a che non indossavano la toga virile; e eoHÈmi 
cotest'uso sembra lo pigliassero i romani dagli etruschi ;-l|<i 



— 277 — 

in Jìne che i figlioli dei nobili tenevano al collo queste 
bolle fatte di materie preziose come oro e argento, a dif- 
ferenza di quei dei libertini, che le avevano, di materie 
più comuni, e in specie di coìo. Ivi si parla ancora di 
alcune di tali bolle trovate in scavi fatti, e particolarmente 
ia alcuni sepolcreti, e se ne offre al curioso lettore una 
copia fedele intagliata in rame. A chiunque però piacesse 
conoscere questi oggetti propri della puerizia romana riu- 
scirà sommamente importante Topuscolo del nostro Ficoroni. 
E poiché sono a trattare di questa materia metto qui 
sabito una dissertazione di Lodovico Antonio MuratoH 
(m. 1760) (15), la quale, come Taltra del Ficoroni, illu- 
stra anch'essa un periodo della storia pedagogica presso i 
romani. Ecco il titolo: Dell* insigne tavola di bronzo spet- 
tante ai fanciulli e fanciulle alimentari di Traiano Augu- 
ro, ecc., Firenze, 1749 (16). Questa tavola fu trovata due 
anni innanzi, a diciotto miglia da Piacenza, nella villa di 
, Macinesso. Da questo ritrovamento piglia occasione il dottis- 
; Simo antiquario di Modena per ritesser da capo la istoria di 
, quello che fece Tioiperatore Traiano (vedi indietro pag. 18), 
decretando gli alimenti in molte città italiane ai fanciulli e 
fanciulle di povera condizione, impiegando del proprio grosse 
. soinme di denaro per istabilire un annua rendita a questo 
^ fine. Quindi il nome che si ebbero cotali fanciulli di ali- 
, mentori. Osserva che forse Traiano ebbe tanto buona ispi- 
razione dall'uso introdotto fra i cristiani di far collette per 
provvedere alle necessità dei poveretti. Riporta alcune altre 
epigrafi, per le quali si conclude che questa istituzione ebbe 
prÌBcipio nel 103 dopo Cristo nato. Parla delle aggiunte 
fatte in seguito a cotesta liberalità per opera di Elio 
Adriano, d'Antonino Pio e d'Alessandro Severo. Mostra 
ehe questi fanciulli erano alimentati non più in là dei 
-diciott'anni ; e poi a quanto ascendeva il capitale fissato 
da Traiano, e i frutti che anno per anno se ne cavavano. 



— 278 — 

— Finalmente mettendo a profìtto la tavola stessa piaoen 
tina^ oltre a illustrarla, se ne serve ancora come di me^zo 
per render più chiari gli altri monumenti che attestano 
questa liberalità di Traiano, ed è una meraviglia a ve- 
dere come quell'uomo dottissimo con sicurezza e lucidità 
somma discorrere di tali materie, e tanto che T opuscolo 
è un vero gioiello per chi voglia mettersi di proposito a 
studiare l'istoria della pedagogìa presso i romani degli 
ultimi tempi. 

£ un terzo opuscolo metto pur qui, perchè anche 
questo può servire d'aiuto a dichiarare V istoria della pe- 
dagogia romana. Lo scrisse il prete Giovanni Oliva, nato 
a Rovigo il 1689, e morto il 1752 a Parigi, ove era bi- 
bliotecario del Cardinale Di Rohan, e porta per titolo : De 
antiqua in romanis scìwlis grammaticorum . disciplina; 
Veneiiis, 4718. — È divisa tutta la dissei^tatio Uidicra^wi 
quattordici capitoli. Dopo aver dimostrato che i romani 
da prima molto coUìvarono V agricoltura e la milizia, e 
poco le lettere (la qua! cosa ci narra anche Svetonio par- 
l^do dei grammatici e rettorici illustri latini), viene a 
dire che, solo dopo la guerra punica, comparve la grani- ' 
matica in Roma. Curiose in verità sono le notizie, che 
qui troviamo raccolte, e tutte corredate di luoghi cavati 
dai classici, come sarebbe della veste che indossavano i 
grammatici stessi, della cattedra dove sedevano, dei metodi 
e dei libri usati, del come mantenevano la disciplina^ del 
loro salario, delle vacanze, e in fme dei molivi pei quali 
i grammatici decaddero da quella stima, che godevano in 
principio. Anche quest'opuscolo è davvero meritevole, di 
molta lode, non foss' altro perchè qui tu hai, raccolto, in 
poche pagine, e ben ordinato , tutto quello che. trovasi 
sparso qua e là e a brani nelle diverse scritture della 
classica latinità. 

Dopo questi tre opuscoli, che ho messi insieme perehò 



— 279 — 

appunto discorrono di materie molto simili fra loro^ ri- 
tornando di nuovo all'ordine cronologico^ esaminerò alcuni 
•iavorì d'Ercole Francesco Dandini, morto il 1747. Il quale 
•è a saper che nacque in Ancona^ il i69é, da famiglia ce* 
senato; che ebbe in Padova la lettura di pandette, e che il 
«ardinal fiezzonico, poi papa Clemente XIII^ ce ne lasciò il 
ritratto scrivendo al Fabroni : pancos se cognovisse qui cum 
4eo integritaie, religione, diligentiaqiie in liheris educandis cer- 
tare possent (17). Egli ha due opere, delle quali mi debbo 
occupare io; la prima, e meno importante, è la sua tra- 
duzione del Galateo di mons. Della Casa, in cui acquistossi 
lode di sapere con gusto squisito la lingua latina :' poi i 
cinque dialoghi « de urbanis officiis » intitolati eziandio 
otium aricinum (18), dove anche di più dimostrò una quasi 
perfetta imitazione dei dialoghi filosofici di Cicerone. Dei 
quali nel primo dimostra le ragioni perchè egli abbia messo 
in latino il Galateo, nonostante che da altri, prima di lui, 
fosse stata fatta cotesta traduzione. Poi gli altri dialoghi che 
«eguono possono dirsi un trattato di quei doveri di urba- 
nità e di convenienza soliti a praticarsi dalle gentili per- 
one e ben nate; tanto che parmi poter concludere che i 
due lavori del Casa, cioè « il Galateo » e « Degli officii » in- 
sieme coi Dialoghi del nostro Dandini sieno opere che a 
vicenda si dichiarano e si illustrano, se meglio non vuol 
olirsi che questi sono la glossa e commento agli scritti 
■del fiorentino monsignore. 

Un'opera che può servir molto alla storia della nostra 
pedagogia è (juesta di Giuseppe' Antonio Sassi, intitolata : 
De stndiis litei^ariis Mediolanensium antiquis et novis, ecc., 
Mediolani, 4729. — L' autore nato a Milano il 1675, fu 
sacerdote nella congregazione degli oblati, maestro di let- 
tere nel collegio ambrosiano, del quale fu anche prefetto^ 
e mancò il 1751. — L'opera è composta coirinlendimento 
-di raccoglier notizie per scriver dopo la storia letteraria 



— 280 — 

della tipografia milanese, della quale questa, di cui noi 
parliamo^ è il prodromus. La divide in quindici capitoli; 
rifacendosi da dimostrare quanto antica sia in Milano la 
istituzione di biblioteche, tra le quali una pubblica eravi 
già nel primo secolo di Cristo, come ne fa fede una iscri- 
zione trovata in pezzi dall' Alciato, e da lui con somma 
cura rimessa insieme. Quindi mostra il Sassi come le scuole 
di Milano fiorissero nel secolo quarto, insegnandovi lo 
stesso s. Agostino, e poi e meglio nei due secoli dopo, 
quinto e sesto. Che se esse decaddero, sotto il dominio 
dei Goti e dei Longobardi, furono però anche presto, e 
per le prime in Italia, fatte risorgere dai re Franchi. £ 
crebbero sempre di più sotto i Visconti, gli Sforza, e par- 
ticolarmente in seguito per le cure dei due Borromeo. — 
Conclude poi il suo libro il nostro Sassi indicando le con- 
dizioni nelle quali si trovavano queste scuole nel XYII, e 
r incremento cui sarebbero giunte nel secolo seguente, se, 
com'era da credere, si fossero mandali ad effetto i divisa- 
menti ideati per promuovere e favorire gli studi. Lo scritto 
del Sassi, com'ognun vede, è una semplice monografia, fatta 
però con amore, e tale che quando tutte le città di studi 
ne avessero una consimile, facilmente si potrebbe disten- 
dere la storia della pubblica istruzione in Italia. 

Alessandro Politi, nato a Firenze il 1679, resosi scolo- 
pia, dopo aver insegnato lettere e scienze in diverse 
case dell'Ordine, ebbe poi la lettura di greco neirUniver- 
sità a Pisa il n33, e due anni dopo l'altra di umanità, 
che tenne fino alla morte, avvenuta in patria nel 1752. Il 
suo confratello Everardo Audrich, venti anni dipoi, pub- 
blicò in Firenze le Orationes, che il Politi stesso per ol- 
ficio della sua cattedra recitava ogni anno nel rinnovarsi 
degli studi nella pisana Università. In tutte sono diciannove, 
delle quali dieci soltanto mi sembrano da ricordare al mio 
proposito, e sono: 1.* De liierarum graecoìum necessitate;. 



— 284 — 

K.* De UheraUum omnium artium ac dactrinarum ad elo- 
guenUam necessitate ; 3/ De literis humanioribus ; 4/ De 
àumanarum disciplinarum ad religionis christianae usum 
opportunitaie ; 5/ De nobilitate literarum : 6.* De uni- 
verso disciplinarum orbe; 7/ De optimonim studiorum 
mniversitate ; 8.* De lectionis assiduitate ; 9.* De recto 
ardine studiorum ; 10.* De laudi bus academiae pisanae. 
Ma non sa tutte farò io ie mie considerazioni^ sembran- 
domi potere lasciare in disparte la prime cinque, le quali 
dal titolo stesso argomentasi che discorrono di temi troppo 
speciali, e trattenermi invece sulle altre dell'altra metà. — ^ 
•Comincerò adunque da quella che neir ordine sopraccitato 
è la sesta, e dove il Nostro piglia a combattere la diffi- 
eolta accampata da alcuni,, che cioè la vita è breve così che 
non che a tutte, nemmeno a un arie soltanto si possa dar 
opera: e questo fa, come egli dice, perchè cotesta diiB- 
eoltà, quando non fosse dileguata, sarebbe di grande no- 
camento, massime ai giovani, i quali persuasi di quella, e 
in conseguenza disanimali e scoraggiti, non si volgerebbero 
con amore agli studi. Non importa ch'io dica quanto grave 
argomento sia questo e quanto importante nell'umana edu- 
cazione, come non meno grave né meno importante è il 
fine che si propose il Politi nell'allra orazione, che sarebbe 
la settima, e dove prese a ridere della molla presunzione 
di coloro che perchè da poco o eziandio da qualche tempo 
sederono sulle panche di una scuola, s'avvisano oramai dotti 
cosi che più nulla resti loro a conoscere, dimostrando il 
nostro scolopio in questa sua inaugurale come chi più sa, 
e più ha dovere di sempre più imparare. £ bellissimi pre- 
eetti, e tutti di somma utilità pratica si trovano nelle altre duQ 
che s^uono, le quali sarebbero 1' ottava e la nona, e in 
tutte poi un sapore squisito di lingua, un' eloquenza viva, 
calda, efficace, una nobiltà di concetti e di forme, sempre 
..temperata da una facilità e chiarezza da meravigliare. — 



— 282 — 

Non ho volato trascurare 1' ultima o la decima^ perchè ci 
otTre una breve istoria dei TUni versila pisana^ o almeno toéca 
in essa dei fatti principali di essa e degli uomini più grandi 
che ivi lessero, degli scolari più celebri che ivi studiarono^ ed 
è notevole poi, fra gli altri, il luogo seguente, ove il Politi 
accenna le ragioni per le quali non conveniva che il nostro 
ateneo fosse traslocato da Pisa in Firenze, scrivendo così:.... 
Ahstrahi e sinu gremioqw ttio, e sacrario cimeliarcoque tuo 
(urbs nobilissima PisarumJ transferri Florentiam potuit sa- 
crosantum illud volumen Pandectarum tuarum. Pandectae 
illae tuae, urbs praeclarissima, abalienari abs te, et quae ve- 
teri proprioque Jure pisanae erant, transire in florentinas pò- 
tuerunt (19). Academia haec tua traduci, transmittigue alio 
nullo modo potuit. Cur, auditorcs? quia ea quibus academia 
pisana efflorescit ac vigct, clementia et salubritas aerts, agro- 
rum uhertas, terrarum ac marium opportunitas, beata rerum 
omnium copia (20), demigrare hinc alioque asportare mi- 
nime omnium potuei'unt. l'anta haec tamque eximia ac pro- 
pria academiae pisanae felicitas bene vobis cognita ac per- 
speda erat, summi florentinorum proceres, Udemquc princi- 
pes etruriae, viri prudentissimi et sapientissimi, qui, post 
amissam a pisanis libertatem, jacentem atque afflictam acade- 
miam pisanam prò summo vestro erga bonas literas studio, 
erigendaììu'vobis atque in pristinam amplitudinem et gloriam 
restituendam existimastis. Nec vero Ubi, Laurenti Medices, 
Cosmi illius majoris, avi tui, maxime aemulator, satis fuit 
literarum gloriac atque incremento apud florentinos tuos 
consuluisse ac prospexisse, virosque maxime literatos Flo- 
rentiae fovisse, summi sque beneficiis ornasse; sed quod nv4la 
alia academia commodiori loco , aere salubiiori, maiori 
ad altiera quaeque doctrlnarum studia oppurtunitate esset, 
qnam academia pisana, ut aetruscarum literarum linguae- 
que aetruscae, ex omnibus Aetruriae populis, principatum 
penes florentinos esse voluisti, ita universae sapieniiae. 



owuuumquf doctrinw^im pfn^ pisjuos (|Nig. iM"^. Ho 
volato riportare per intero questo laogo. sehUnie akh^ 
stanza Ionico, giacche non solo iliostra un perìodo impor- 
tantissimo dello Stadio pisano, confermando d' alira parte 
quello che gli storici ci raccontano {'ìì\ ma più «(voiaN 
mente perchè mi paiono assai da notare quelle uliiine [va- 
role^ dalle qaali chiaro apparisce che lo scopo voluto almeno 
da Lorenzo il Magnifico riguardo allo Studio di Fireuzo 
era quello soltanto di formare colà una grande scuola dì 
lingua, .scegliendo molto opportunamente per questo la 
città ove parlavasi meglio e più puro il noslw idioma, 
volendo poi che tutte le altre discipline foss<'ro lust^gnato 
nell'Università di Pisa. — Da ultimo non credo sia fuor di 
luogo ricordare qui un'altra operetta del nostro scolopio. 
Difatti se vero è^ come ò verissimo, che una dolio questioni 
pedagogiche è anche quella, che si pone, sulla patria podestà, 
mi pare che ^ possa honìssinio trovar luogo nella nostra 
istoria eziandio Topuscolo, pubblicato dal Politi in Fironio, 
1712, col titolo: De patHa in trstamentis oontinìdis pò- 
testate. Non imprenderò io, ad analizzario, ma mi basterà 
dire che riscosse tanto applauso da meritare d'essere ri- 
stampato dipoi nel Tìiesaurum olandese, ove si raccolse 
quanto di meglio trovasi fra gli scritti dei più solenni 
giureconsulti. 

Nell'anno 1752, in cui moriva il pad^ Politi, cessava 
anche di vivere il cardinale Gmlio Alberonì, di cui nò 
può né deve tacere la istoria della pedagogia italiana. Di- 
fatti nato costui a Firenzola, villaggio del parmigiano, 
ebbe, come tutti sanno, una vita piena di fortuna. A me 
qui basta ricordare come da vecchio, ritiratosi in Piacenza, 
scrisse nel testamento che lo parte dei beni posseduta da 
lui nel lombardo, e calcolata di seicento mila ducati, pas- 
sasse in benefizio di quel famoso collegio, che tuttora 6 in 
piedi, a che piglia il nome dallo stesso Alberonì. 



— 284 — 

Un' opera che paò essere importante per i fasti delle 
pedagogia iu generale, e per una porzione della pedagogia 
stessa, è la Storia dei Seminari chiericali (22)^ scritta da 
Giovanni Di Giovanni, siciliano, nato a Taormine il 1699^ 
e morto in Palermo il 1755. Nei primi tre capitoli fa ana 
rapida istoria di queste case d'educazione, discorrendo della 
loro origine^ dei progressi, della decadenza e in6ne del risor- 
gimento delle medesime. Quindi nel resto del libro dà un 
idea del come debba esser formato, a giudizio suo, il se« 
minario, parlando del locale destinato a questi convitti ec- 
clesiastici, del loro patrimonio, delle qualità dell'ingegno e 
del corpo di coloro che vi si debbono ammettere, del moda 
con cui si ha da regolare la loro educazione, degli studi 
e del sistema di insegnare e di imparare, e molte altra 
cose che a me sembrono assai giuste e molto opportune. 
Ma così per avventura non, parvero a parecchi contem- 
poranei del Di Giovanni , forse perchè ebbe in mira di 
togliere il. governo e T amministrazione di tali convitti 
ai sacerdoti regolari, e massime ai gesuiti, i quali mossero 
al nostro canonico guerra fortissima, collegandosi insieme 
con questi le due Università di Catania e di Palermo, \& 
quali d'altra parte si tennero offese, perchè il Di Giovanni 
propone che i chierici abbiano le scuole alte di teologia in 
seminario, né siano costretti per addottorarsi di frequentare 
le altre degli atenei. Questa lotta finì in maniera che il ca- 
nonico siciliano ebbe il torto, e quindi fu costretto a lasciar 
Tofficio che aveva di rettore del seminario di Palermo, rima- 
nendoli tuttavia la stima e Taifetto di papa Benedetto XIV, 
a cui l'opera stessa è dedicata. 

Un altro pontefice. Clemente XI, tenne in molta stima 
il padre Paolino Chelucci delle scuole pie, nato a Lucca 
il 1682. Gli dette a educare il proprio nipote, e poi lo 
nominò alla cattedra di eloquenza nell'archiginnasio romano, 
la quale tenne con amore quarantun'anno, morendo il 1754 



— 285 — 

Fa anche rettore del collegio Nazzareno, e vi lesse- per 
molti anni le matematiche. — Tra le sue opere io debbo 
ricordare alcune delle sue Oratùmes (^), dette all'Univer- 
^tà romana^ le quali, tulle raccolte^ videro la luce a Roma 
in due tomi, l'uno nel 1727, Kaltro nel 1748, ed essendo 
poi pervenute a Giovanni Kappio, professore d' eloquenza 
nella università di Lipsia; le ristampò con parole di altis- 
sima lode. Io ne ricorderò qui tre che si trovano nel pri- 
mo volume, le quali portano in testa ì titoli seguenti: 
i/ In ùptimts stìuUis lente festinandum ; 2.* De expedita 
discendi ratione ; 5.* De ingeniòrum delectu ad studia litt' 
rctrum habendo. — Nella prima si fa a combattere quella 
sciocca arroganza, la quale sembra che sin d'allora appa- 
risse in nielli, cioè di potere in breve tempo praeclaros in 
omni liberalium artium genere progressus facere (pag. 2(K)). 
Dalia quale saggiamente deduce la spiegazione del fatto 
che gli uomini d'oggi, così appellati dotti, non siano punto 
nulla da paragonarsi cogli antichi, e meno che mai le opere 
di polso di quelli colle opere miserabili di questi. Bella 
e minuta è l'analisi che egli viene facendo degli studi legali^ 
medici, filosofici, teologici e letterari , dimostrando come 
in ciascun ramo e' si convenga impiegare molto tempo 
per venirne a capo con frutto, per concluder poi, siccome 
egli fa, che i giovani debbono con diligenza e costanza 
attendere alla facoltà che hanno scelta, e che nihil esse soli-^ 
diori doctrinae noxium magis, aut inimicum, quam nimiam 
stìuliorum festinationem (pag. 288). — Nella seconda ora- 
zione espone adìtus quosdam breves admodum et expeditos 
cupidae lìterarum juventuti.:.,., per quos, si velit, propere 
possit ad vcram doctrinae laudem pervenire. Riduce quindi 
a due questi mezzi per ottenere di arrivare presto e bene 
al fine proposto, cioè Tamore e la diligenza, e con esempi 
opportuni, tolti dalla storia letteraria, prova e dimostra la 
sua proposizione. — Nella terza finalmente dichiara la ne- 



— 286 — 

cessità che ognuno si faccia a ben ponderare le forze del 
proprio ingegno prima di mettersi all' opera degli slndii, 
ed ò meraviglioso a vedere con quanto di sottigliezza 
quest'insigne scolopio venga esaminando i diversi e vari 
talenti^ e di qual maniera uno sia chiamato piuttosto a una 
facoltà che ad un altra, dimostrando come e quanto sia ne- 
cessario che ogni buon educatore studi profondamente ria- 
doie del proprio alunno, per non farli sbagliar la via, ma 
per metterlo invece hi quella, cui dalla natura è soave- 
mente invitato. 

Di queste orazioni lette pubblicamente a una raccolta di 
giovani ne trovo una del gesuita padre Niccolò Galeotti, 
intitolata «^ De juventute honorihus tempestiva; Romae, 1747 ì^ 
la quale cito per non trascurar niente, conciossiachè la sia 
poca cosa, e mi sembri piuttosto che no un complimento 
d'adulazione a Gianfrancesco Albani, cui ò dedicata, e che 
di quel tempo era stato fatto cardinale, abbenchè giovanis- 
simo, da papa Lambertini. Lo scopo adunque dell'orazione 
è di mostrare che i giovani possono eziandio esser pro- 
mossi agli alti onori, quando essi abbiano wagnam indolem, 
authoritatem, ac rerum usum (pag. 6). — Del resto V A. 
nacque, il 1692, a Vienna da famiglia italiana, insegnò Osica 
a Macerata e rettorica a Roma, dove morì il 1758. 

Metterò qui subito le Orationes (24) di un altro gesuita, 
del padre Girolamo Lagomarsini, abbenchè morto il 1773, 
recitate in s. Giovannino, a Firenze, dove, come prima ad 
Arezzo, insegnò lettere latine e greche, e da ultimo ebbe 
la stessa cattedra in Roma. Era nato in Spagna, il 1698, 
da madre spagnuola e padre genovese, ed è celebre la con- 
troversia tra il Lami e i gesuiti in proposito della massima 
dallo stesso Lagomarsini adottata d' insegnare ai giovani 
l'idioma latino con una grammatica latinamente scritta. — ^• 
Anzi questa lite mi fa ricordare il nome d'un altro gesuita^ 
del padre Giulio Cesare Cordara, nizzardo, nato in Alessan* 



— 287 — 

drìa della Paglia, il 170i, maestro che fa dr reUorica in di- 
versi collegi del sao Ordine^ e morto il 1785. Costui iu eia-- 
qae sermooi latini, cou tutu la Gnezza e Telegnuza, oùse in 
ridicolo quelli che disapprovarono il metodo gesuitico degli 
stadi, dirigendo questi sermoni al padre Lagomarsiuì, chia- 
mandolo sotto il finto nome di Salmorio, ma col solo fine che 
esso gli esaminasse. 11 padre Girolamo invece gli mise in 
luce, e per dì più corredati di note, nelle quali si palesò 
quel poco di oscuro e di incerto che il Cordara aveva vo* 
luto velare. Stampati pertanto sotto il nomo di Settaìw figlio 
di Quinto, ecc., e col titolo : De tota graeculorum hujus 
aetatis literatwa ad C Salmorium seti^wnes 1 V (!25), non 
è a dire il rumore, che levossi in Italia, e massime in Fi- 
renze, e quindi le ire e gli scritti di Giovanni Lami. — 
Del resto il padre Cordara vuol esser qui ricordato anche 
per altri suoi lavori, e cioò in prima per la sua « JUiJìtona 
Collegii Germanici et Hungarici, etc, Romae, 1770 » /love fa 
appunto la storia di questo collegio fondato in Roma da 
Giulio papa III, con bolla del settembre i55!2, e la continua 
sino ai tempi suoi, e poi mette in fondo un catalogo dei 
più celebri uomini educati in cotesto convitto. — Finalmente, 
per allontanare la gioventù dalle mode e dai costumi fore< 
stieri, compose questo gesuita * dieci dialoghi latini», nei 
quali discorre dell'antica disciplina, della urbanità siucera e 
dei viaggi d'oltremente (26). — Dopo questa digressioue por 
avventura un poco lunga, ma che pur doveva trovar luogo 
nella nostra istoria, torno alle Orazioni del padre Girolamo 
Lagomarsini. Di queste io ricorderò in prima (quella npro. 
fframmaticis ItcUiae scolis »^ appunto^ perchò egli difende il 
metodo d'insegnare il latino con latine grammatiche, pi- 
gliandosela contro i novatori e tra questi in specie con Vin- 
cenzo Gravina. — L'altra orazione *pro lingua latina» la. 
ricordo per la singolarità deirassonto che ivi vuol provare, 
€ cioò se italica iatinae^ a» itaUcae latina lingua oraestch 



— 288 — 

ret (pag. 51) ; concludendo che il latino all'italiano sua vi 
atque natura nihil inferior est, omnium vero gentium opi- 
nione atque ipsa utilitate, multo superior (pag. 84). Penso 
forse cke questa orazione potrebbe importare per la storia 
della pedagogìa di quel tempo^ massime per il metodo al- 
lora usato di dar molte ore e grande studio al latino^ 
poco nulla insegnando la lingua patria e nazionale. — -> 
Da ultimo il Lagomarsini ha tre Orazioni prò scholis piun 
hlicis. Nelle prime due le difende da diverse accuse, come 
che la scelta dei maestri non è sempre la migliore, e 
quindi che i genitori sono obbligati a mettere i loro figlioli 
sotto la disciplina di tale di cui non hanno tutta la stima: 
poi che nelle scuole pubbliche^ troppo essendo il numero dei 
discepoli, riesce troppo più lungo il tempo per compire il 
corso delli studi : infine che nelle scuole pubbliche i fan- 
ciulli s'avvezzano cattivi, e mal costumati. Nella ultima poi 
di quelle tre orazioni lamentasi del vizio comune degli 
scolari, cioè d'esser per lo più ingrati verso i loro maestri, 
e pone innanzi esempi di discepoli, che divenuti adulti con- 
servarono e crebbero anzi affetto e riverenza per chi gli 
aveva indirizzati da principio nella via dell'imparare. Questa 
tre orazioni sono bellissime e importanti, piene tutte di 
savie considerazioni, forti argomenti e di una lucidezza 
meravigliosa, e a quando a quando con luoghi splendidi 
per vivacissima eloquenza. Dirò finalmente che ne rieso» 
eziandio fruttuosa la lettura, conciossiachè può dirsi eiie 
in questi tre discorsi il gesuita raccolse tutte le migliori 
prove a dimostrare i vantaggi delle scuole pubbliche sulle 
private, e a combattere le difficoltà accampate da chi. 
avversando le prime, pretenderebbe a queste fossero da 
preferirsi le seconde. 

Come di volo citerò qui una lettera di Domenico Fabri (37) 
a Bartolommeo Dal-monte, in cui lo invita a cercar ben 
addentro in quel che si studia, e non fermarsi alla corteccia 



— 289 — 

di fuori. Lo loda perchè, stadiando, legge poco, postochò 
però hgga molto quel poco, e lo studi moltissimo. Grande 
è terrore dei nostri dì che ài vuol sapere di tutto, e non 
si sa in effetto di nulla : si cerca di comparir letterato 
agogni maniera di lettere, e non di esserlo realmente d'al- 
cuna E che cosa mai avrehbe detto il Fabri, se vivesse 

oggi ? — Egli nacque il Ì75t7 in Bologna, ove insegnò let- 
tere, ed ebbe scuola fioritissima, e vi morì nel 1761. 

Vengo ora a discorrere di tre uomini celebratissimi nella 
pisana Università, non tanto per il loro sapere, che partico- 
larmente nel terzo fu prodigioso, ma anche perchè costoro 
mossero i primi passi per chiarire i tempi più oscuri della 
storia di essa e delle sue origini. ;— Primo in ordine crono- 
logico è Stefano Maria Fahbrucci, fiorentino, lettore prima 
di canonica, poi di civile, morto il 1762, vecchio d'ottantadue 
anni. Di lui dirò con mons. Fabroni che magna sane ei 
lans dehetur, quod academiae (pisanae) historiam primus 
scribendam susceperit, quam tamen minime absolvit, cum 
ad Cosmi primi usque tempora et paullo ultra produxisset. 
Illa ipsa, qua£ de hac edidU, sylvam potius quam histo- 
riam dixeris; nihilo tamen minus multa et diligentia 
et industria in iis comparet (28). E ciò è verissimo, nò 
migliore né più giusto giudizio può darsi dei lavori del 
Fabbrucci, i quali hanno il merito grande di aver aperta e 
forse appianata la strada agli altri storici che vennero dopo 
dì lui. Basterà dunque qui ch'io dica come questi scritti 
del nostro Stefano Maria sono divisi in quattordici discorsi^ 
i quali sì possono vedere nella ricca raccolta d'opuscoli 
del Calcerà (29). 

Al nome del Fabbrucci deve aggiungersi subito Taltro di 
Flaminio Dal Borgo, imperocché egli ancora tentò di met- 
tere in luce l'erigine della pisana Università nella sua Disser- 
iazione su quest'argomento, pubblicata in Pisa Tanno 1765. 
£ in forma di epistola al padre Corsini, del quale riporta 

Micheli, Sioria della Pedagogùi in Italia 19 



— 290 — 

:Delle note alla prefazione due lettere a lai stesso dirette^ 
dove lo scolopio ragionando della dissertazione medestma, 
dice di averle dato una prima occhiata, e la giudica fatta 
con diligenza mirabile tanto da meritare che sia resa di 
pubblica ragione. E tale sembra anche a noi^ che ci con- 
tentiamo però d'averla citata, come uno di quei preziosi 
documenti^ per i quali in seguito, come vedremo, si potò 
compilare intera la storia di questa nostra Università. — 
Del resto il Dal Borgo nacque il 1706 da famiglia nobile 
pisana, lesse nel patrio studio le pandette, e manca ai vivi 
il 1768. 

Chi veramente per il primo incominciò a servirsi di 
questi lavori preparatori j)er tessere la istoria dell'Univerr 
sita pisana fu il padre Odoardo Corsini, uno degli uomini 
dottissimi di questo secolo, il quale nato a Panano, il 1709^ 
e vestito l'abito delle scuole pie, dopo che ebbe per vari 
anni insegnato Glosofìa e matematiche in alcune case della 
sua Congregazione, fu chiamato alla Studio di Pisa, ove 
prima lesse logica e poi umanità fino alla morte,, che ac^ 
cadde nel 1765. — Eletto pertanto a storiografo deirCniver- 
sita, dio mano a scriverne i fasti cominciando dalle originL 
E primieramente combatte la opinione di coloro che pone- 
vano la nascita dello Studio pisano troppo indietro, cioè o in 
sai morire del secolo undecime o sul cominciamento del 
decimosecondo, come nello stesso modo confuta la sentenza 
degli altri che viceversa lo credevano nato nel qoartode- 
cimo. Mettendosi in mezzo egli crede che dello Stadio 
pisano se ne possa fissare T origine circa ai 1160^ tant'ò 
vero che vi sono memorie, e il Corsini le ripo(*ta, cbo 
ci parlano di professori che di quel tempo insegnano, e di air 
cune cattedre di medicina e di legge. L'anno vero però iu 
cai può dirsi che la nostra Università fu completamente oosór 
tnita è il 1538, in cui da ogni parte si chiamarono lettori^ ^ 
crebbe il numero delle scuole, e vennero in aiuto a rea- 



— :29i — 

deria più stabile e più celebre i pontefici, onoraDdola di 
privilegi. Dice anche il p. Odoardo dei luoghi dove in diversi 
tempi stettero le scuole; ma nella narrazione non oltre- 
passa i primi anni del secolo XV, essendone per morte ri- 
ihasto impedito (30). E nemmeno quel tanto che scrisse 
{pubblico egli, ma sì il Fabbroni, e molto più tardi, cioè 
nel 1791, confessando però come i nove capitoli, che for- 
cano la prima parte, sono tutto lavoro del padre Corsini, 
-r Del quale, prima che io Onisca di dire, vo' ricordare 
un luo^o della sua Ethica (Disp. IV, cap. A,% XI e segg.), 
ove brevemente, ma pure accumulando molto in poco, di^ 
scorre dei doveri dei genitori inverso i figlioli, e di questi 
inverso quelli, con tanta maestria, che chi leggerà quelle 
tre quattro pagine vi troverà in ristretto quanto altri spar- 
pagliò in più volumi, e per avventura con più di verità e 
di eleganza. 

Come il Corsini, così ancora V abate Antonio Genovesi 
nelle sue due opere, la Diceosina (L. % cap. 3) e De jure 
et offidis (L. % cap. 3 e 5) discorre appunto dei doveri e 
dei diritti reciproci fra i genitori e i figlioli, press' a poco 
ripetendo nella seconda quello che ha detto nella prima' 
delle succitate sue opere. Basti i' aver notato questi due o 
tre luoghi del filosofo napoletano, il quale d'altra parte deve 
esser qui ricordato anche con maggiore onore perchò fu il 
primo a dettar lezioni d'economia e di commercio. La isti tu- 
iione di questa cattedra si deve a Bartolommeo Intieri, naia 
nel contado fiorentino, circa il 1680, ito da giovane a Napoli, 
ove professò filosofia e matematica. Fatto ricco fondò questa 
scuola di commercio in Napoli il 1744, chiamandovi a 1^- 
g0re il Genovesi, amico suo, dotandola di annui ducati 
trecento, ed esaudendo che vi salissero su i regolari di qua- 
IXinque ordine e istituto. — Del resto il nostro abate Antonio 
àVeva avuto innanzi la lettura di metafisica e poi di morale in 
ìtpiello Studio, il quale deve a lui stesso nuove leggi e nuovi 



— 292 — 

re^^olamenti, che ne accrebbero la fama e lo splendore. — 
Mori il Genovesi ii 1769, d'anni o7, essendo nato a Casti- 
glione, nel regno di Napoli, il 1712. 

Dopo il Corsini e il Genovesi convien porre Jacqpo 
Stellini, sacerdote somasco, il quale similmente agli altri 
due, ma in modo* più largo, nella sua Ethica (51) tratta 
delle medesime materie. Quesi' uomo dottissimo^ nato in 
Cividal del Friuli il 1699, educò in prima i figli dell'Emo, 
procuratore in Venezia, e nel 1739 fu fatto professore 
nello Studio ai Padova, dove appunto recitò queste lezioni 
di morale. Io mi contento di accennare brevemente quei luo- 
ghi ove discorre di educazione e di istruzione. Comincia 
egli dallo esporre le ragioni per le quali la natura accese nel 
petto dei genitori un così tanto infuocato amore verso i 
figlioli, e per tal maniera si fa strada a dire della neces- 
sità deireducazione, e in prima di quella^ del corpo e poi 
dell'altra dell'anima. Vuole che i bambini da principio si 
istruiscano col mezzo di favolette, di racconti, di esempi 
morali, e soppratuito raccomanda che sia educata la loro 
ragione. Divenuti adolescenti passino a imparare la storia 
della natura, dell'arte, e del genere umano, e le loro animo 
siano informate ai sentimenti del bello, del buono, del 
vero. Pone anche la questione se sia migliore la scuola 
pubblica della privata, e tocca infine dei doveri, che i 0- 
glipli hanno verso i loro genitori. — Duole assai che lo 
Stellini sia poco letto e meno studiato di quello che vor- 
rebbe il suo valore ; colpa per avventura lo aver dettato 
egli in latino, tanto che spesso per l'indole della materia, 
per la sottigliezza di trattarla, e sopratutto per aver volato 
dire cose nuove in una lingua vecchia, il suo stile riesce 
un poco troppo intralciato. Ma non vi è dubbio però che 
nessuno meglio di lui seppe dare un ritratto più ampio, 
più profondo e più vero dell'uomo, e rispondere al fine 
per cui era instituita quella cattedra padovana, dove il 



— 293 — 

maestro^ che la saliva, doveva riunire le due facoltà di 
eloquente oratore e di sommo filosofo. 

In questo secolo VXIII si pensò anche di procurare in be- 
nefizio dèlie scuole e degli studiosi una eloquente e corretta 
edizione della più parte di classici latini, e la si fece sotto 
la direzione di Gwvannantonio Volpi, editore Giuseppe 
Cornino di Padova. Per questo titolo merita il Volpi di 
essere ricordato in questa nostra istoria : ne per questo 
soltanto^ ma eziandio per un suo discorso recitato nella 
accademia de' Ricovrati sul tema che non debbono am- 
mettersi le donne allo studio delle scienze e delle arti (Pa- 
dova, 1723). — Leggendolo, non vi ho trovalo che i soliti 
argomenti, cento volte ripetuti e mille volte combattuti, 
perchè mentre da una parte è vero che la donna ha per 
natura un fine diverso da quello che si propone chi studia 
le scienze, le lettere, le arti ; non è men vero per questo 
che essa ancora non possa dar opera con modo e misura 
a taligliscipline. Quindi la tesi del Volpi, in senso gene- 
rale, non è possibile di sostenerla e difenderla, senza ca- 
dere, com'egli fa, in molti abbagli ed errori. Io ho voluto 
ricordare questo discorso, perchè al solito mi sembra utile 
per la storia della pedagogia di quel tempo, conciossiachè 
fu letto nell'anno stesso che venne anche stampato. — Del 
resto il Volpi fu Padovano, insegnò umanità in quello Stu- 
dio, e mori il 1766. — Aggiungerò qui che il Volpi lesse 
questo discorso all'occasione che a Padova, nell'accademia 
de' Ricovrati, Antonio Vallisnieri, reggiano, professore di 
medicina teoretica in quella Università (m. 1750), aveva 
appunto proposto il problema se le donne si dovessero am- 
mettere allo studio delle scienze e delle arti nobili. — Il 
Volpi, come abbiamo veduto, tenne per il no, mentre per 
lo contrario Guglielmo Camposampiero, padovano, e biblio- 
tecario di quello Studio, sostenne Topinione d'ammetterle. 
— Il Vallisnieri chiamato a giudicare fra questi due liti- 



— 294 — 

ganti, tagliò nel mezzo, e decise che si accettassero alio 
studio delle scienze ed arti solamente quelle che innamoraie 
sono delle medesime, e che da un nobile e occulto gmù 
alla virtil e cUla gloria sono portate, nelle quali scorre per 
le vene un chiaro e illustre' sangue, e ferve, e sfavilla imo 
spirito fuor dell'usato, ecc.; non senza però lodare eziandio 
le altre danne, che attendono all'economia della casa, e ni 
reggimento intemo della famiglia. — Cornee a ìmoiagiDar'^ 
solo, anche altri presero parte a cotesta curiosa questioqe, 
e di costoro tre scrissero in favore degli studi delle donoe, 
e sono V Areto fila Savini Dei Rossi, senese; Giuseppe Salio, 
padovano, primo segretario dei Ricovrali , morto giovane 
assai nel 1757, e ultima quel miracolo di donna, che fa 
Gaetana Maria Agnesi, milanese, degna che Benedetto XlV 
le conferisse la lettura di matematiche a Bologna, e morta 
il 1799. Costei, maravigliosa cosa da credersi appena, trattò 
il tema in una orazione latina, non avendo ancora com- 
piti nove anni ! — Tutto questo rumore svegliaflbi nel 
campo dei letterati fece sì che il Volpi stesso pubblicò una 
protesta, in cui venne dichiarando alcune frasi del suo 
discorso, e in qual senso si avevano a prendere le sue 
parole. — La raccolta di tutti questi lavori si trova .in an 
libretto stampato a Padova, il 1729: Discorsi accademici 
di vari autori viventi intorno agli studi delle donne, la mag- 
gior parte recitati nell'accademia dei Ricovrati, ecc. 

Celebratissima nel XYIII fu la fama, come celebrata mai 
sempre nei secoli avvenire sarà la santa memoria di.C^ 
mente papa XIV. Nato a s. Àrcangiolo in Vado, il 1705 
Lorenzo Ganganelh\ vestì V abito dei conventuali, e ira 
loro insegnò ora teologia, ora filosoGa, a Recanatì, a Fapo» 
ad Ascoli e a Milano. Ito a Roma, e creato cardinale jdal 
Rezzonico, successe a questo nel pontificato, governando la 
chiesa per poe^ più di cinque anni, morendo il 1774.^— 
Di lui abbiamo parecchie lettere (52) : né io voglio qai 



— 295 — 

occuparmi della nota questione se le abbiano da giudicarsi 

geniune od apocrife^ dappoiché quand' anche fosse vero che 

Énàl gli siano state apposte^ sono tali però che in prima ^ 

^tòe sembrano degne di lai, e da ultimo degnissime d'essor 

Scordate in questa nostra istoria^ poco importando il ri- 

'!^q[)ere con certezza chi ne sia il vero autore. — Vi si 

^^^volgono infatti temi di pedagogia e didattica^ cominciando 

9ai più elementari. Così, parlando d' educazione in gene- 

tAe, e, scrivendo a un signore toscano, gii loda la domestica^ 

perchè più sicura guanto ai costumi, ma tiepida e languida 

cosi che scoraggisce, e toglie la emulazione: affidi i figli a tm 

timo sicuro , e poi lo lasci operare a modo suo (pag. 118): 

miti in casa la divinità, la quale non si vede, ma vede tutto 

(pag. 117): istruisca non col punire, ma col rendere amabili 

le sue istruzioni (pag. 119). £ così continua il Ganganelli 

di questo mòdo a dar precetti per ogni specie d'insegnamento 

letterario e scientiOco; e altre e altre massime tutte salutari, 

ianto che questa lettera sola, a chi ben la mediti, sembrerà 

' un succoso trattato di una completa educazione. — Così per 
itiid buona direzione di studi, massime per quelli di teologia 
e di filosoGa, è bellissima Taltra diretta a un giovane dei 
Minori Conventuali, scritta tutta con sapientissimo affetto 
-(pag. 226). Né da questa dissimile è quella al cardinal 
Querìni (pag. 106), dove ritoma sul metodo di studiare 
le scienze sacre e canoniche, nelle quali si dimostra pra- 
ticissimo. — Non meno pratico s'argomenta che fosse il no- 
^0 fra Lorenzo nelle fìsiche e nelle matematiche, quando si 
legge la lettera indirizzata a un conte, e che può vedersi 
alla pagina 113. — Altre lettere contengono precetti vari e 
bellissimi sulla scelta dei libri e sul modo di leggerli 
(jpagg. 78 e 282). — Che se gli avvenga di dover ricondurre 
sulla retta strada qualche traviato, lo fa da par suo, e la 

' ' correzione in mano sua é .severa e dolce ad un tempo, è 
ferro che brucia e risana, che condanna, ma non seorag- 



— 296 — 

gisce (pagg. 45 e 47). — Finalmente sa benìssimo discorrer» 
ancora di educazione speciale, e scrivendo alla signora Pi- 
gliani (pag. 145) mette giù precetti savissimi d'educazione 
femminile; come nell'altra, indirizzata a un maestro di no- 
vizi, insegna massime santissime a ben informare l'animo 
e il cuore di quei giovani che attendono a diventar clan- 
strali (pag. 184). — Insomma in tutte queste lettere da ma 
citate, e in altre ove son cose di minor conto, trovasi Canta 
dottrina e tanta pratica da poter .cavarci qualcosa più che 
uno scheletro di un trattato completo di pedagogia e dì 
didattica. 

Dopo fra Lorenzo un altro regolare , il p. Ubaldo Gi^ 
raldi delle scuole pie. Nato a s. Andrea di Pergola nella 
Marche, ito a Roma, vi insegnò da prima filosofia e uma- 
nità, e fotte poi rettore dell'accademia ecclesiastica, mori 
il 1775, d'anni Si. Dottissimo in giure canonico, pubblicò 
in questa materia diverse opere classiche , tra le quali 
VExpositio Jurù Ponti/idi, Romae, 1769. — Della quale 
nella seconda parto si dichiarano e si illustrano i decreti 
del concilio di Trento. Di questa noi non faremo caso qui, 
perchè a suo luogo narrammo quanto, in ciò che si rife- 
risce ad educazione, fece quel sinodo tenuto nel secolo XYL 
Profitteremo però della prima parte, ove sono leggi e or- 
dinanze della chiesa innanzi al concilio tridentino, e que- 
ste pure riguardano l' istruzione e V educazione , massime 
del clero. Così , per esempio, una decretale del concilio III 
lateranense, celebrato il 1179, sotto Alessandro III, ordina 
che ogni cattedrale abbia un maestro per insegnare gra- 
tuitamente ai oberici e ai poveri; che colui sia investita 
d'un benefizio, a titolo di stipendio, e ne venga privato^ 
quando si scopra che siasi fatto pagare, e in fine che non si 
proibisca lo insegnare a chiunque, purché idoneo, ne dimandi 
licenza (pag. 592). — Nò soltanto le cattedrali, ma anche 
le altre chiese minori, posto che ne abbiano i mezzi, dovranno 



— ^297 — 

n^ter su questa scuola di grammatica per i cherici e i 
poveri : tanto venne fissato nel IV concilio lateranense , 
celebrato il 1215 sotto Innocenzo III. Nò in tali decreti 
si parla soltanto delle scuole di grammatica^ ma anche di 
lettori di teologia e di sacra scrittura, in specie se ia 
chiesa era una metropolitana (pag. 595). Questi maestri go- 
dono privilegi, e privilegi sì accordano ancora ai loro scolari, 
e tqtto questo in virtù particolarmente di decreti del concilio 
lateranense IV, celebralo sotto Onorio III (pag. 600). — 
Più tardi , e cioè nel concilio tenuto a Vienna nelle 
Gallio il i5ii, sotto Clemente V, compariscono altre scuole, 
e sono le cattedre di lingua ebraica, araba e caldea 
(pag. 60S). — Così nel concilio istesso si stabiliscono ancora 
norme e leggi per la tassa da pagarsi nella solennità della 
laurea, ne ultra tria millia turonen. argenteonim (33) in so- 
lemnitate circa doctoratum expendant... nisi forsan nobills 
oondittonis extiterint ([Jhg. 602). — Basti cb' io abbia ri- 
cordato il libro di questo religioso per prender appunto di 
tali notizie sulle antiche scuole ecclesiastiche. 

Viene ora per ordin di tempo il nome d'un terzo reli- 
gioso; del p. Cesareo Pozzi, abate olivetano , bolognese, 
lettore di matematica nella Sapienza di Homa, uomo dotto 
in fisica, in teologia, in gius pubblico, in antiquaria, e 
morto il 1782, — Quello tra i suoi scritti che io debbo ricor- 
dare è un assaggio di educazione clamtrale n stampato a Ma- 
drid il 1778. Contro questo libretto mosse acerbissime cen- 
sarò lo spagnuolo Giambattista Mugnos, dalle quali si 
difese il p. Pozzi con una Apologia, pubblicala a Perpi- 
gnano, il 1780. — Pertanto lo scopo di questo Saggio è san- 
lissimo^ e abbenchè il p. Cesareo protesti di scrivere sola- 
mente per i suoi monaci correligiosi (pag. 2), tuttavia 
oredo che potrebbe essere opera utile a tutti , dappoiché 
ha per fine di educare e di istruire talmente ì novizi che, 
mantenuto lo antico spirito e gli antichi metodi e sistemi. 



— 298 — 

riescano questi^ accomodandosi ai tempi mutati, a diventar 
monaci, i quali colla pietà, coW esempio e colle scienze ben eòi- 
tivate si rendano utili alla pubblica società. Il Saggio ^ 
diviso in due parti. La priroa^ qaantoDqae si oceapi di 
discorrere deireducazione conveniente a un futuro monaco, 
tuttavia penso che la potrebbero leggere con frutto anche 
gli altri educatori, giacché le massime dalle quali il nostro 
olivetano muove, e le conseguenie a cui egli giungermi sem- 
brano praticabili da ognuno e da tutti. Tra gli altri luoghi si 
veda il capitolo secondo dì questa prima parte^ e si gìndidii 
se meglio e più veramente si possa discorrere della necessità 
dell'educazione^ dei vantaggi che porta, non che delle di- 
verse maniere le quali deve tenere reducatore a seconda della 
varietà deirindole del suo alunno^ per condurre a dovere 
tutta la opera sua. La quale ultima dottrina ripete anche 
pia chiaramente a pag. li 9. dove ragiona del dirigere la 
inclinazione dei diversi talenti alle diversità delle scienze, 
alle quali sono portati. — E precetti giudiziosi si troveranno 
nell'opera medesima sul metodo di studiare (pag. 121); e con- 
siderazioni verissime sulla necessità di togliere /ò spirito d!e^ 
prevenzione e del partito nello scolare che incomincia a stu- 
diare, appunto perchè la verità comparisca a lui tutta rag- 
giante e senza velo (pag. 125); e ammaestramenti utili sui 
libri e sulla maniera di leggerli con profitto (pag. 125); e 
mille altre cose, massime nella parte seconda, ove il p. Ce- 
sareo discende ai particolari, ragionando dei metodi per im- 
parare le lingue, la filosofia, la matematica^ la teologia, la 
storia, Tantiquaria, ecc. Insomma l'operetta del p. Pozzi è 
tale che in verità dimostra come e quanto egli conoscesse 
la natura deirintelletto e del cuore, le vie per le quali e la 
mente e la ragione debbono essere condotte al vero,* e 
come svariato fosse il corredo delle cognizioni, delle quali 
egli era profondamente arricchito. 
Francesco Serao, nato nelle vicinanze di Aversa , nella 



— 299 — 

Campania felice, ebbe la lettura d'anatomia airUniversità 
di Napoli^ il Ì7Z% alla quale, l'anno successivo, aggiunse 
l'altra di medicina teorica e poco dopo anche di pratica. 
Morì di più che ottant'anni il ^85. — Di lui abbiamo 
un discorso : « De puhh'conun gtmnasiorum ad optimam di- 
seiplinam utilitate, ecc.; Neapoli, 4755»; dove dimostra i 
vantaggi che hanno le scuole pubbliche sulle private, con- 
ciossiachè nelle prime siano raccolte le scienze tutte e le 
arti; nelle prime più che nelle seconde l'insegna mento sia 
dato nel modo che conviene; maggiore vi sia e vi si trovi 
lemulazione, e poi tutti gli altri argomenti, di cui sono 
soliti usare quanti pigliano a trattare cotesto tema. 

Cammillo Zampieri, nato a Imola Tanno 1704. e morto 
il 4784, scrisse il Tobia, o deW educazione, — È questo 
un bel poema in versi sciolti, scritto particolarmente per 
confutare e ribattere le massime peda*gogiche dell' £mt7to 
di Giangiacomò Rousseau. Dai biografi del nostro imolese 
noi impariamo quanta diligenza egli usasse in questa scrit- 
tura, e davvero comparisce grandissima, e tale che non è 
a maravigliare di quello, che costoro asseriscono, cioè che 
lo Zampieri per ben tre volte corresse, e quasi rifece il 
suo lavoro, prima di darlo alla luce. Ciò avvenne nel i778, 
stampandolo in Cagliari, e dedicandolo all'Ercolani, sena- 
tore bolognese. 

Era costume, ai tempi dei quali qui noi parliamo, che 
in quasi tutte le Università, e di certo in quella di Pisa, 
l'umanista avesse l'obbligo di fare l'orazione inaugurale 
degli studi al riaprirsi dell'anno accademico. Ora essendo 
avvenuto che il p. Corsini, ricordato di sopra, fu eletto 
generale della sua congregazione, e quindi licenziato di 
starsene a Roma, un tale incarico fu dato a Leopoldo Gua- 
dagni, che nel 1754 pronunziò in quell'occasione un di- 
scorso de periculis ex copia subsidiorum in lileranim stu- 
dio cavendis, Pisìs, 1755. — In verità che il tema di questa 



— 500 — 

orazione è assai curioso^ né, per quanto io abbia letto^ mai 
stato trattato da altri, benché facilmente se ne vegga la molto 
grande importanza didattica. Difattì non credo che si possa ne- 
gare esser utile a chi impara il saper la maniera di distinguere 
gli aiuti, i soccorsi, che tali veramente siano al nostro stu- 
dio, dagli altri che non meritano quel nome, ma sì il con- 
trario, comecché piuttosto ed invece portino ostacolo e 
impedimento agli studi medesimi. Ma il fine che ebbe il 
nostro Leopoldo in cotesta orazione è lucidamente esposto 
da mons. Fabroni, che viveva di quel tempo, e ne parla 
tosi (34) : Verendum sane est ne subsidiorum copia, quae 
ad comparandas bonas artes liac aetate plurima suppetunt, 
retardent magis , quam inflamment adolescentium indù- 
stfiam. Nihil enim est tara sapiente)' inventum , nihil tam 
utile , quod vel ignavia perdere , vel stultitia in pemiciem 
convertere non axideat. E ciò è verissimo, e ben queste pa- 
role del nostro istoriografo si attaglierebbero anche meglio 
ai tempi che corrono, dove un'immensa colluvie di libri- 
ciattoli, fatti senza discernimento, e per sola sete di gua- 
dagno, h«n inondato, e seguita a inondare le nostre scuole, 
nel leggere e studiare i quali e impararvi sopra le cose, 
i nostri ragazzi con facilita pigliano quel poco che vi si 
trova dentro, e con maggior facilità lo dimenticano, e poi- 
ché anche quel poco è detto male, così si sciupano la testa, 
empiendola di falsi giudizi, sicché ne riescono poi quanto 
ignoranti, altrettanto presuntuosi. — Ma torniamo al Fabroni 
che continua dicendo : Dolens itaque Guadagnius esse mul- 
tos, qui ahutentes librorum copia , et iis praesertim , qui 
fucilem et quasi compendiariam ad sapientiam se viam 
monstraturos promittunt , ne malum latius manaret atque 
inveterasceret, eos convincendos suscepit minime qui multo,, 
sed qui uUlia legerit sapientis nomine esse censendum; tardi 
ingenii esse rivulos consectari , fontes rerum non videre ; 
aemulandam maiorum nostrorum diligentiam atque indù- 



— 301 — 

striam, qui in literis graecis atque latini^ addiscendis, . qui 
tn noscendiSj perscrutandis, pefvolutandis grainssimis aucto- 
ribus et magisiris intelligendi atque dicendi, quique in jor 
ciendù stabilimdisque disciplinarum fundameniis omnem 
aeiaiem contrivei-e. Com'è facile immaginarlo, (juesi'orazione 
suscitò UDa fiera burrasca, gridando molti contro il. Gua- 
dagni perchè avesse tentato extorquere e manibus liominum 
utilissima instrumenta, coi quali è permesso comparir dotti 
anche a coloro che meno studiano. Né a me sembra fa- 
bene il Guadagni a dar troppo retta a cotesti urli e 

Ffla, e taulo che in un'altra orazione sneritatem mitiga- 
tit dalla prima. Meglio fece però a non pubblicare questo 
sao secondo scritto^ avendo, a mio credere, anche di troppo 
blandito all'accidia e all'altra passione, che suol trovarsi 
particolarmente nei giovani, di lavorar poco e presto, per 
arrivar presto a saper molto. — Aggiungerò qui come 
Leopoldo Guadagni, nato in Firenze, insegnò per cinquan- 
latrè anni legge nello Studio pisano, e meritò che il Fa- 
broni Io dicesse vir in principibus hujus saeculi juriscon- 
stUtis nitmerandus (35). Mancato ai vivi di 81 anno, il 1785, 
fa riposto degnamente in quel celebre camposanto. 

Vengo ora a uno dei più celebri scrittori di questo se- 
colo, Gasparo Gozzi, Nato a Venezia il 1713, avrebbe po- 
tuto avere la cattedra d'umanità in Padova, se, coiue di- 
cono, fosse stato più pratico nel latino, lingua allora molto 
in uso in quella Università. Accaduta la soppressione dei 
gesuiti, ebbe V incarico, e Io eseguì , di compilare un re- 
golamento per le nuove scuole che si aprirono in Venezia 
in sostituzione di quelle chiuse dei gesuiti medesimi ; e od 
poco più tardi Taltra incombenza, anche più onorevole, di 
restaurare gli studi deirUni versi tà di Padova. Morì il na- 
tale del 1786. — Il suo lavoro sulla Riforma degli stwU 
(36) merita davvero di esser Ietto e considerato, non tanto 
per le cose che vi si dicono, quanto per acquistare una 



— 302 — 

idea del come erauo ordinate le scuole italiane di quel 
tempo. Bellissime in fatti mi sembrano le prime parolq di. 
questo scritto, ove rettamente si stabilisce qual fine debbano, 
avere le scuole, e poi si mostra come nò le private nò le 
pubbliche d'allora soddisfacevano in verità a cotesto scopo. 
Anche più importanti sono le poche pagine che seguono^ 
dove ia modo breve, ma chiaro, si fa una istoria dell'edu- 
cazione e delia istruzione pubblica in Venezia , allegando 
le ordinanze di quella repubblica, dalla metà del XV fino 
all'altra metà del secolo XVII, le quali riguardano^ 
scuole, e quali e quante ; i collegi , i maestri e i ìm 
doveri, e come e dove sceglierli, e mille e mille altre no- 
tizie, le quali mentre fauno onore a quella repubblica 
sempre sollecita d'educare e istruire i suoi figlioli, spar- 
gon luce sulla storia pedagogica d'Italia, o meglio di quella 
parte dell'italiana famiglia (li. da pag. 297 a 333). Biso- 
gna leggerlo tutto, né io non posso davvero non maravi- 
gliarmi vedendo come cotesta repubblica, già fin nel bel 
mezzo del secolo XVI, avesse scuole di etica non solo^ ma 
di economia e di politica, istituite, come dice un decreto 
dei 14 ottobre 1533, a fine che gli uomini imparino da 
simil lezione a moderar sé stessi, governar la casa e la 
repubblica insieme (pag. 319). — Vien poi il nostro Ga^ 
sparo a discorrere delle scuole di Venezia da porre invece 
di quelle de' gesuiti (pag. 334). Dove è a notare che egli 
non si contenta, come fa, d'enumerare una serie di inser 
guarnenti, ma indica anche la ragione, massime quando la 
scuola istituita è nuova di pianta. Mi paiono specialmente da 
considerarsi i motivi che egli viene dicendo riguardo in spe^ 
eie alle cattedre di storia, di geometria, di geografia e 
alle scuole di disegno. Scende anche a minuti particolari, 
come egli scrive , indicando il tempo in cui debbono du- 
rare i cor^i, e financo scuola per scuola delinea il metodi 
da lenersi, i libri da usarsi, ecc. — Distese ancora un 



— 303 — 

sao parere sopra ^ il corso di studi, chepiit convenga all'ac- 
cademia della Zìiecca (pag. 362), ove stavano in educazione 
i figlinoli di famiglie patrìzie. Anche qui col medesimo si- 
stema e ordine discorre dei maestri da scegliersi, delle scuole 
da fondarsi, e come ordinarle: le quali cose tutte, o quasi 
tutte ripete in una sua quarta scrittura sullo stesso tema, 
e cioè delle scuole che dovevano in Padova essere sostituite 
a quelle dei gpsuiti (pag. 372). Nò è a dire con quanta cura e 
scriipoio il Gozzi si pose all'opera di distendere questi suoi 
consigli, richiesto dal veneto senato, e ben si argomenta 
da questo che fra le sue carte si trovarono frammenti di 
scritture, dalle quali si vede bene come e quanto si dette 
a studiare per poter con tutta coscienza presentare un 
progetto di riforma di studi, che degna fosse della repub- 
blica e dei tempi. Tutti questi appunti si posson leggere 
bene ordinati dal Tommaseo uell'edizione da me citata^ ecc. 
(II. pag. 377 e segg.). — indicate queste che a me sem- 
brano le maggiori scritture del Gozzi suH' educare e sul- 
ristrnire, toccherò ora di volo altri luoghi delle sue opere, 
ove ritorna su questi temi. Parla in fatti della potenza 
deireducare (1. 176); della educazione delle donne (1. 165); 
a queste raccomanda d'allattar da so i propri figlioli 
(I. 170); argomenta che buona educazione sarebbe quella 
data ai fanciulli a seconda della loro inclinazione (1. 123); 
ha una parola di conforto per un maestro che dolevasi 
della poca voglia dei suoi scolari (I. 174); dà precetti a 
lina madre per ben allevare le figliole (I. 183); crede 
assai nell'educazione all' efficacia degli esempi (I. 195) ; 
ed infine, per tacere di molti altri luoghi, ingegnosamente 
dimostra come la pittura potrebbe in modo mirabile di- 
Tentare educatrice (IH. 542). — E siccome tutta questa 
molto e molto grande dottrina è vestita con una leggiadria 
dì forma^ e vivacità di stile e lingua da maravigliare, così 
io credo che la nostra istoria della pedagogia e didattica 



— 5()-i — 

debba mettere il Gozzi fra i più eccellenti scrittori italiani 
di tali materie nel secolo XYIII. 

La storia medesima deve ricordare qui un altro» che 
forse fu il più grand' ingegno italiano di questo medesimo 
secolo, vo dire Gaetano Filangeri di Napoli, massime se si 
consideri quanto egli fece in soli 56 anni di vita, morto es- 
sendo il i788. Non ne aveva che diciannove quando meditava 
e scriveva un libro «dintorno alla privata e pubblica educar 
zione», riguardandola come base dei costumi e delle leggi > e 
come capare, dirigendo i primi moti dell'anima; e formando 
il carattere, di divenifire Tunico e il più forte mezzo della 
felicità infelicità dei popoli e degli Slati. Uno dei più celebri 
letterati del nord, lo svedese Giona Bjoernstach1,cì ha lasciato 
memoriadi quest'opera del nostro giovinetto, visitato da lui in 
un viaggio fatto in Italia. Ma abbenchè questo prezioso lavoro 
non fosse compito, e nemmeno ci sia pervenuto, tuttavia dob- 
biamo credere che il succo di quella scrittura sìa stato messo 
dal Filangeri (57) nel libro IV della «Scienza della legisla- 
zione», ove appunto discorre delk kggi che riguardano l'edu- 
cazione e l'istruzione pubblica. — Egli qui si rifa dal dividero 
il popolo in due classi : nella prima comprende tutti coloro 
che sei^vono, e potrebbero sentire la società colle loro brac- 
cia {quelli che si destinano all'agricoltura, ai mestieri, alte 
arti meccaniche) : nella seconda , gii altri che servono la so- 
cietà, potrebbero servirla coi loro talenti (coloro che si 
destinano alle arti liberali, al commercio, al sacerdozio, alla 
medicina!, all'istruzione, all'esercito, ad amministrare il go- 
verno, ecc.) (pag. 187, li). Fissate poi le differenze gene- 
rali tra l'educazione di queste due classi, discorre del modo 
(li educare la prima, degli stabilimenti ove riceverne i fan- 
ciulli, come ripartirli, e in specie come allevarne il corpo. 
Passa poi a discorrere della loro educazione morale e scien- 
tifica, dell'esempio, come base dell'educazione, delle letture 
che questi fanciulli hanno a fare, dei gastighi, dei premia 



— 503 — 

4ella religione, e di mille altri particolari. Vien poi alla 
edacazione della seconda classe, la quale, a differenza della 
qprima^ che deve sostenersi a spese dello Stato, questa 
invece lo dev'essere dagli individui che ne partecipano. 
Qui pure, come di sopra , discorre dell' educazione Qsica, 
morale e scientifica. Quant' a quest'ultima è a notare che 
il Filangeri vuole che il bambino la incominci tra il quinto 
e il sesto dalla nascita , e poi su su la prosegua e la 
compia in quattordici anni. Né si contento, anno per anno, 
di indicare minutamente tutti gli esercizi che debbono aver 
luogo, ma scende anche a più particolari considerazioni 
per quelli che si educano a professioni speciali , e quindi 
parla delle scuole di marina, di commercio, di medicina , 
chirurgia , farmaceutica , arti belle , e da ultimo delle 
scuole ove si istruiscono i candidati al sacerdozio. Chiude 
tutto questo trattato con alcune considerazioni sulla ma- 
niera di educare le donne. — Espone quindi le leggi della 
pubblica istruzione , ragionando in prima della importanza 
che essa ha sulla morale e sulla felicità dei popoli , e 
specialmente dei molteplici rapporti tra l' istruzione e la 
pubblica opulenza. Ragiona del modo col quale duvrebbero 
essere composti gli sludi nelle Università, e dei metodi ivi 
da adoprarsi nell'insegnamento; e finalmente, dopo un di- 
scorso sulle accademie, sui premi scientifici, e sulla libertà 
di stampa, come altrettanti soccorsi all'istruzione, enu- 
mera i vantaggi che da tale educazione, ordinata a questo 
modo, ne verrebbero a profitto del popolo e della nazione. 
— Il giudizio che mi sembra dover fare su questo scritto 
pedagogico del Filangeri è il seguente, cioè che, mentre in 
esso si trovano massime bt'Jlissiine e di utilità pratica, tut- 
tavia forse ha il difetto di allldare esclusivamente al governo 
la intera educazione ed istruzione, .per le quali, cred'io, che 
io Stato debba piuttosto esercitare la vigile e benefica 
-azione di tutore, appianando tutte le vie, togliendo di mezzo 

Micheli, Storia della Vedagogia in Italia SO 



— 306 — 

gli ostacoli, airoggetto che gli educatori e i maestri otten* 
gano il Goe che si propoDgonoJasoiaodo però molta iibertàue 
rimanendo^ quasi direi, neutrale, limitandosi a reprìmere, 
più che a dirigere l'educazione e l'istruzione 

Un altro napoletano è Fortunato Bartolommeo De FeU€», 
nato però a Roma il 1725. Dopo d'aver insegnato GsJea< 
nella sua patria, andò ramingo qua e là in molti paesi di 
Europa, e morì in Svizzera il i789, dopo una vita forta*,: 
nosa e piena di svarìatissimì casi e accidenti. — Egli ha 
un discorso sur la manière de former l'esprit et le coeur. 
des enfans, ecc., scritto come introduzione alle « istituzioni di 
educazione ragionevole della gioventù, all'uso degli studi di . 
Yverdon » dei quali egli stesso era il direttore. — loy 
non ho sott'occhio questi lavori, ma si conosco on estratla > 
di quel discorso, che leggesi nel Giornale di Berna (38).. 
Ecco quanto ne dice l'autore dell' articolo nel periodico, 
svizzero : Il De Felice vuole che dal momento in cui nate^ 
la curiosità nei fanciulli si allontanino da essi tutti colora 
che con false idee e favolosi racconti posson guastar loro ia 
facoltà di pensare..,, si pongano nelle mani di un filosofo^ 
che contenti la loro curiosità, rispondendo loro con giustezza 
e precisione,,,, poco occupandosi di legar queste idee con si- 
stema ragionato,,., ma limitandosi a seminare. In questo 
tempo diano mano i fanciulli alla lingua materna, al disegno^ 
alla musica e ad esercizi ginnastici,.,. Arrivato così il fan*, 
ciullo all'età di dieci o dodici anni, continua il De Felice a 
enumerare le discipline da insegnarsi,ed ecco con qual ordine: 
gli elementi delle matematiche e della logica; quindi le aiti» 
parti della filosofìa, e poi la fìsica, l'astronomia, la gec^rafia^ 
la storia, le istituzioni di diritto naturale e politico^ di mo- 
rale, di religione, e da ultimo le belle lettere, alle quaH . 
questi studi debbono aver preparato lo spirito. -— Del rimaro 
sente basti il già detto per formarsi un concetto dì questo dh.. 
scorso, il quale vedesi bene che ha per ìscopo quello:^»; 



— 507 — 

oìolti contemporanei del De Felice avvisarono fos^se il 
metodo migliore^ ossìa che le matematiche debbon essere la 
base principale dell'educazione, non senza vagheggiare l'al- 
tra idea^ pur di moda a quei tempii cioè che Tislruzione 
debb'essere di preferenza affidata a gente laica anziché a 
nomini di chiesa. L'epoca in cui visse il nostro napoletano 
spiega chiaramente ed abbastanza V origine e il perchè di 
queste massime in fatto di pubblica educazione. 

E appunto qui io debbo registrare nella mìa storia il 
nome di un uomo di chiesa, d' un gesuita , Guidone Oli-- 
viero Ferrari, nato a Novara il ÌIM , maestro di umane 
lettere a Como^ a Pavia, nelle scuole di Brera, e invitato 
da Maria Teresa a Vienna per leggervi la storia delle 
guerre austriache contro i prussiani, dove, pregando, ot- 
tenne di non andare, mori in Monza il i79i. — Di lui 
citerò 1' « Epistola de institutione adolescentiae » volgarizzata 
dal suo confratello Pietro Savi, e pubblicata J/^Gf/o^ani, 1750. 
In essa divide la materia tutta m due parti, cioè qua ra- 
tiane se ipsum secum adolescens gerat; e poi del modo col 
quale Cìim aliis utatur. Nella prima parte discorre a una 
a una tutte le principali virtù che debbono essere orna- 
mento del corpo e deiranimo nel suo giovinetto, il quale 
aveva già tertium uno amplius anno lustrum praetergressus. 
Nella seconda, delle maniere colle quali egli ha da gover- 
narsi cogli altri , incominciando da quelle da tenersi coi 
superiori, pòi cogli inferiori, e infine cogli uguali. Bellis- 
sima è tutta la lettera, e con tale elegaoza di sapere latino 
che sembra più presto scritta da un classico, anziché da. 
uno vissuto nel bel mezzo del secolo XVIII (39). 

A prima vista molti maravigtieranno di veder qui ricor- 
dato il nome di Carlo Goldoni (n. i707, m. i792), ma 
ne intenderanno facilmente il perchè solo che ripensino 
come questo sommo pittore dei caratteri e dei costumi, non 
poteva trascurarcene trascurò in fatti di lasciarci bellissima 



— 308 — 

pittare di genitori, di maestri e di pedagoghi. Per esempio 
nel « Padre di famiglia » Pancrazio è il modello del genitom 
baono e discreto ; Ottavio è un maestro sciagarato , che 
odia Lelio uno dei figlia e il migliore, e predilige il peg^ 
giore Florindo , andandoli ai versi nei suoi capricci^ e aia* 
tandolo a dare sfogo alle sue laidezze. — Nella « Madre amo- 
rosa » donna Aarelia ci rappresenta il caldo affetto materno 
verso una figliola (Laurina) che, abbenchè non lo meriti, 
è salvata da un preci[)izio per le tenere cure delia geni- 
trice. — Del medesimo genere, ma anche molto più bella è 
la « Buona madre n ove in specie maestrevolmente sono dL 
pinti e il carattere e le maniere di una vedova popolani 
(Barbera), la quale in principio della favola si illude cre- 
dendo il figlio un ragazzo da bene, mentre è una forca.; 
e benissimo di poi sono tratteggiate le smanie materne, 
quando si scoprono le nefandezze di Niccoletto (40).—- «£ 
sull'amore materno ha il Goldoni uno squarcio anche nelle 
sue Memorie (p. i* cap. i8), là dove parlando della vir- 
tuosa sua madre, per la quale aveva un tenero cUtaccch 
mento, esce in queste riflessioni : Qual differenza deli a- 
more d'una madre per sìio figlio da quello d*un figlio per 
sua madre! 1 figli amano per gratitudine , le madri per 
impulso di natura, e V amor proprio non ha la minima 
parte nel loro tenero affetto.... Una madre non alerebbe 
meno amore per un- figlio, che le fosse stato bof^attato a 
balia , se V avesse ricevuto in buona fede per suo, se si 
fosse presa il pensiero della di lui prima educazione, e 9i 
fosse abituata ad accarezzarlo, e tenerselo caro. 

Qualche altra volta , nel corso di questa istoria , mi è 
avvenuto di citare alcuni luoghi tolti da opere, che discor- 
rendo dì doveri e dirìui, acceonnno a cose, che aireduea- 
zinne si riferiscono. — Fra queste opere ricordo qoi il 
capitolo XVil della L parte del diritto pubblico univertak 
di Giammaria Lampredi (41), dove si potranno leggere 



— 309 — 

«aestrevolmente discorsi i mutai o£Bci dei genitori e dei 
figli, le questioni principali sulla patria potestà , sulla tu- 
teh, e sui doveri reciproci fra tutori e pupilli. — L'au- 
tore, nato a Rovezzano, vicino a Firenze, il ilZ% e morto 
nel 1795, ebbe nella verde età di trent'anni la cattedra 
di canoni a Pisa, e poco dipoi inaugurò egli stesso nella 
Università medesima la lettura di diritto pubblico, tanto 
da lui desiderata. 

Anche degli studi propri delle donne v'ebbe chi si oc- 
cupò in questo secolo, e, fra gli altri , Benvenuto Robbia 
di san Rafaele , nato a Chieri, riformatore, sotto re Carlo, 
dell'Università torinese, e mancato ai vivi il i794. — Nelle 
disgrazie di donna Urania, cui va unito il ragionamento 
sopra gii stvdi delle donne (42) trovo i solili argomenti ri- 
cantati le mille volte, e sempre sullo stesso tono, dove 
apparisce al solito la esagerazione, la qu^e tanto più dà 
nel naso in questo libretto del nostro Benvenuto, dove, 
mentre si vede chiaro che ha in uggia tutte le letterate 
e scienziate in generale, e vorrebbe tutte le donne condan- 
nate indistintamente al solo ago e al solo annaspo, finisce 
poi con un panegirico a quel miracolo che davvero fu 
Gaetana Maria Àgnesì, della quale anche noi facemmo già 
un breve ricordo (pag. 294). 

MoHo dotta e piena di svariata erudizione e recondita è 
la lettera « sugli studi n scritta dal gesuita Francescantomo 
Zaccheria a Lorenzo Covi da Brescia (43). — L'autore 
nacque di padre toscano e di madre veneziana, il 1714. 
Successe al Muratori nella prefettura della biblioteca di 
Modena (44): sotto Pio VI diresse gli studi di storia ec- 
clesiastica nell'accademia dei nobili prelati in Roma, e morì 
in questa città il 1795. 

Nel 1774, colla data di Lione, ma stampato in Firenze, 
comparve un opuscolo anonimo, dove parlasi di un nuovo 
metodo per le scuole pubbliche d'Italia (45). Lo scrisse 



— 540 — 

Gian Rinaldo Carli, e fu poi ripubblicato nelle sue opere, 
edite a Milano il 1789 (voi. XVIII. pag. 263). Anche il 
Carli, come il Filangeri, sostiene la massima che Y edaca- 
zione dev'essere data dal governo, anzi dal principe, e in 
specie la pubblica. Dà una rapida occhiata alla storia delle 
nostre scuole antiche e moderne: in queste ultime trova 
che manca un sistema ragionato di studi: al quel difetto 
egli intende supplire con la sua operetta , ordinando una 
regola di studii, massime. di quelli più elementari, e che 
preparano agli altri superiori delle Università. — Non può 
negarsi che qua e là il Carli non dica delle cose vere e 
bene appropriate, ma il pregiudizio che ha di condannale, 
senza eccezione veruna, in tutto e tutte le scuole tenute 
dai regolari, fa si che, a mio credere, cade in errori o 
per io meno in delie inesattezze, come avviene a chinnqae 
toglie a discorrere di una materia , preso un partito, cui 
tutto si sacrifica, non esclusa la verità. — Del resto il 
Carli,, nato a Capo d'Istria il 1720, lesse in prima nautica 
nella Università di Padova, poi da Maria Teresa fa eletto 
a presiedere agli studi in Milano, dove morì il 1795. 

Molto degno di lode, siccome benemerito della educa- 
zione e della istruzione è dementino Vannetti, nato a Ro- 
vereto il 1754, e ivi morto di poco più che quarant'anni, 
il 1795 (46). — Nel dialogo l'Educazione (I. 99) fa una 
acerba satira di quella maniera solita a praticarsi in certe 
case, dove i figlioli sono allevati sotto un pedagogo, che 
nulla male s'occupa di loro, e dove eziandio quel po' 
di bene che forse ne caverebbe il maestro è distrutto dai 
cattivi esempi del padre, e più e più della madre: Ecco 
s'alleva la gioventù con sUidi superficiali, e, peggio, fra Vir- 
religiosità domestica e la superstizione, t ignoranza e la li- 
cenza, le inezie e le borie, i puntigli e gli scandali; e pai, 
Dio Inumo! e poi ci promettiamo figlioli e nipoti che siano 
tonar del sangue e il sostegno della patria? Nei due 



— 314 — 

Aaloghi sulU studi (I. 331) ragiona della necessità di met- 
tersi a tutt'aomo in quello, dove più ci sentiamo inclina ti, 
e poi ribatte la opinione di coloro, che pensano esser utile 
-soltanto lo studio delle scienze, di poco o nessun vantaggio 
: l'altro delle lettere, quasiché l'uomo fosse dotato solamente 
a intelletto e volontà , e non avesse ancora ingegno e 
IftQtasia, e syo scopo non fosse soltanto il vero, ma eziandio 
U vero congiunto col bello. — Difficile cosa è poi ridire 
JL meriti di dementino per i suoi AvvertimetUi ai maestri 
(YI. 65), i quali bisogna vedere per giudicare quanto sono 
stipendi per dottrina e di pratica utilità. Mi studierò di 
•darne qui un piccolo saggio allo scopo che chi mi legge 
resti invogliato di conoscerli, meditarli e giustamente sti- 
marli. Prima cura del maestro sia d'esplorare i costumi e 
l^indok degli scolari, per prender J>arttto sai come gover- 
narli. Si studino eziandio le varie qualità di difetti, che 

regnano in loro per medicarli e guarirli, Si scelga il 

tempo persino dei divertimenti di riprenderli,... Si colgano 
molles aditus et tempora, affinchè ogni riprendimento sia 

ben collocato Le pene sian sempre ordinate al maggior 

profitto degli scolari..,., A ogni modo si mitighi sempre la 
severità colla dolcezza, si che i giovani amino piii presto 
che tentino i loro maestri; che l'amore è padre di pronta 
e. lieta obbedienza; il timore è vicino all'odio, e breve e 

mal fidato custode di diligenza ed ossequio Poiché 

la vita è corta, cosi non si soprattengano nello studio 
quelli che si conosce non nati per esso, massime conoscendo 
che in altro modo potranno diventare buoni artefici, mercanti, 
agricoltori,,.,. Si temano gli intelletti primaticci, si dia tempo 
eti lenti, si rimandino i disadatti, E qui basti : del resto i 
maestri tutti^ e in particolare quelli di umanità^ potranno 
•0ontìnuare questa lettura, ove troveranno precetti utilissimi 
idi didattica speciale adattati alle loro scuole e al loro in- 
segnamento. -r Per le quali cose discorse parmi davvero poter 



I 

— 512 — 

concludere che ìi nostro Yannetti sia da ri porsi fra i loir 
giiori che in questo secolo XIX scrissero intorno a questa 
materia di educazione pubblica e d'istruzione. 

Bruno Bruni, sacerdote delle scuole pie^ nacque a Cu- 
neo il i714; lesso filosofìa in Cortona e in Correggio; per 
trent'anni governò le scuole fiorentine, come prefetto^ e in- 
fine a Roma, ove insegnò teologia^ morì nel collegio Naz-. 
zareno il 1796, d'anni 8<2. — Tra le sue molte opere e 
dottissime, io mi debbo limitare a discorrere di questa: 
Del buon uso dell'educazione; Roma , illì. Accennerò lo 
scheletro dell'opera colle parole dello stesso autore : ho di^ 
visato di trattare in primo luogo dei doveri del cristiano, che 
sono i primi ai quali di buon'ora debbon piegarsi i giovani, 
per mettei^e in sicuro la loro eterna salute: tiene il secondo 
luogo l'educazione letteraria, perchè col mezzo delle umane 
cognizioni salgono alle divine, che sono la vera sapienzfl: fi- 
nalmente, essendo sceso in terzo luogo a spiegar loro gli offici 
dell'umanità, ho avuto intenzione di mostrare le diverse ap* 
plicazioni del gran concetto della carità, secondo la sublime 
dottrina di san Paolo, ecc. (pag. xxui). — Quindi il p. 
Bruni colorisce questo suo disegno, parlando in prima 
degli ostacoli che si mettono dai giovani stessi alla loro 
cristiana educazione; poi della necessità di conoscere la 
religione, e di praticarne le santissime leggi. — Circa agli 
studi, accenna le cagioni per le quali i giovani d'ordinario 
vi fanno poco profitto; quindi dell'opportunità di non di- 
strarre l'intelletto nello studio di più cose^ ma fermarlo in 
una, e profondamente arrivare a conoscerla. Insegna come 
questo si possa ottenere con un buon metodo. — Nella terza 
parte finalmente ragiona della società in generale e ia 
particolare di quella di famiglia^ poi delle amicizie, e con*^ 
chiude il trattato con degli assonnatissimi proietti per una 
regola di vita da praticarsi dai giovinetti. — Insomma . 
l'opera di questo dotto scolopio può giudicarsi un libro>, 
ove quasi completamente si discorrono le materie tutte più. 



— 5i3 — 

importanti d'una buona educazione, e d'una savia istruzione. 
Avendo ora io, per ordine dei tempi, a discorrere di 
Giuseppe Panni, dovrei per avventura limitarmi a citare, 
illustrandola, la sua ode « sulla educazione » e ragionarotdi 
qualche altro scritto di lui su tale materia ; ma siccome 
egli non fu solo autore di lavori pedagogici e didattici , 
ma bensì anche eccellente maestro, e per di più pit- 
tore eccellentissimo dei costumi del tempo suo, così vo' 
parlarne un poco più distesamente, colla persuasione 
di far per tal modo viemaggior luce sopra questo pe- 
rìodo della storia nostra nel dccimottavo, tanto più ripen- 
sando che Parini, nato nel 1729, durò settuagenario sino al 
1799 (47). — E morì povero, come visse, e fu appunto la 
povertà^ che l'obbligò in sulle primo alia faticosa arte e 
disaggradevole di maestro, e per di peggio in case private, 
la quale però esercitata a dovere, se riesce sempre onore- 
Yole, onorevolissima fu per lui, non foss'altro, perchò col 
mezzo di essa provvide il pane a so e alla veneranda ma- 
dre sua, di cui scrive all'amico generoso, canonico Candido 
Agudio : 

La mia povera madre non ha pane 
Se non da me, ed io non ho danaro 
Da mantenerla almeno per domane (pag. 425). 

— Pertanto il Parini entrò maestro nelle case aristocratiche 
dei Borromeo e poi dei Serbetloni, le quali aprirono a lui 
la porta di altre e altre famìglie nobili, ove conobbe a 
nudo quei costumi, che in seguito stuzzicarono il suo u- 
more satirico, versato tutto nel maraviglioso poemetto dei 
Giùmo. Vivendo in quest'atmosfera presto s'accorse e ben 
bene quanto e come fosse nulla o peggio, depravata l'edu- 
caiione, per colpa in prima della donna, la quale, figlia 
marallevata, cattiva moglie, pessima madre, non essendo più 
il pernio (48) della famiglia, poco o niente curava i fi- 
gUbli^ i quali 



— 314 — 

dal giorno 

Che le alleviaro il delicato fianco 
Non la rivider piti : d'ignobil petto 
• Esaurirono i vasi, e la ricolma 

Nitidezza lasciaro al sen materno (49). 

E quindi come oggi mai fosse della donna 

il cane . '. . 

Al par del giuoco, al par de* cari figli 
Grave sua cura ! (50). 

— Rotti perciò i legami di famiglia^ calpestato il matrimo- 
nio^ fatta la donna innanzi amante del cicisbèo che del ma- 
rito^ non è a maravigliare se i figlioli, avendo sott' occhio 
tanto grandi mali esempi, e in casa (51), riuscissero imbozzac- 
chiti frutti di pianta marcita (52), e che l'ozio, padre com'è 
di tutti i vizi, fosse poi, e pur troppo lo era, il verme 
roditore di questi fanciulli fatti adulti. A uno dei quali 
indirizzandosi il nostro abate ironicamente scriveva : 

Come ingannar questi noiosi e lenti 
Giorni di vita, che si lungo tedio 
E fastidio insoffribile accompagna ■ 

Or io t'insegnerò, 

Se in mezzo agli ozi tuoi ozio ti resta 

Pur di tender gli orecchi a* versi miei! (53). 

— Erano effetti poi naturalissimi di quella corrotta educa- 
zione che il giovane divenisse sfrenato nelle libidini, pazzo 
per il giuoco, e odiasse ogni occupazione di una maschia 
vita e robusta: 

Già Vare a Vener sacre e al giocatore r 

Mercurio 

Devotamente hai visitate, e porti 
Pur anco i segni del tuo zelo impressi. 



— 315 — 

Invan te chiama 

Lo dio dell'armi, che. ben folle è quegli 
Che a rischio della vita onor si merca ; 
E tu naturalmente il sangue aborri (54). 

^— Ma invece di qaeste arti, che, mentre ingagliardiscono 
il corpo, rendono anche forte Tanimo (55), si prediligevano 
qaelle più sollazzevoli, tra le quali, massime il ballo, in- 
segnato dal 

dolce ' 

Maestro che il tuo bel pie, com'a lui piace 
Modera e guida ! (56) 

— • E alla danza andava congiunto lo studio del canto e del 
saono, e il giovinetto imparava 

A modular con la flessibil voce 
Soavi canti 

e poi ad 

. . . . agitar con maestrevol arco 
Sul cavo legno armoniose fila (57). 

— Né finalmente mancava n terminare questa squisita 
filastrocca di facili discipline e dilettevoli 

Il precettor del tenero idioma, 
Che dalla Senna, delle Grazie madre. 
Pur ora a sparger di celeste ambrosia 
Venne all'Italia nauseata i labbri (58). 

— Ma la lingua francese non si studiava già, come pur 
la si dovrebbe, per conoscere una lingua di più e leggere 
nel fonte gli autori, ma si perchè la si voleva scioccamente 
sostituire all'italiana, messa affatto in disparte, dimenticando 
persino che Francesco Petrarca aveva cantato di Laura a 
Valchiusa, e Luigi Alamanni letto il suo poema didascalico 



— 316 — 

a Fontainebiau dinanzi a Francesco I ed Enrico II. Gontr<y 
questa febbre di cinguettare in gallico da tatti e in tutta 
grida ironicamente il Parìni^ dicendo come all'apparire del 
maestro francese 

l'itale voci 

Tronche cedano il campo al lor tiranno, 

E a la nova ineffabile armonia 

De* soprumani accenti odio ti nasca 

Pili grande in sen contro a le impure labbra, 

Ch'osan macchiarsi ancor di quel sermone, 

Onde in Valchinsa fu lodata e pianta 

Già la bella Francese, e i culti campi 

A Vorecchio dei re cantati furo. 

Lungo il fonte gentil da le bell'acque: 

Misere labbra che temprar non sanno 

Con le galliche grazie il sermon nostro. 

Sì che men aspro ai delicati spirti, 

E men barbaro suon fieda gli orecchi (59). 

— Leggiera dunque l'istruzione, che è quanto dir cattiva^ 
pessimi i maestri : i quali, poniamo pure che fra i tanti 
avessero trovato un fanciullo di buona volontà, giieravreb- 
bero fatta fuggire a gambe, riponendo costoro ogni argo- 
mento nello staffile e nel nerbo, e rendendo odiosi allo sco- 
lare t mesti studi della dea Pallade, avverso ai quali 

Ti feron troppo i queruli ricinti, 
Ove Varti migliori e le scienze. 
Cangiate in mostri e in vane orride larve. 
Fan le capaci volte echeggiar sempre 
Di giovanili strida (60) 

— Come conseguenza di questa leggiera istruzione e cattiva 
era la lettura (6i), che si faceva, di libri o frivoli,. o capaci 
soltanto di solleticare la voluttà del senso. Quindi s'amava 



— 317 — • 

4'àver quelli sopratutto^ ove fossero incise con venereo ttiìe 
delle immagini, per le quali 

Fia die nel cor ti si ridesti, e viva 
La stanca di piaceri ottusa voglia (62). 

— Fra gli autori poi avevano il primo posto^ già si in- 
lande , ì francesi , e tra questi Voltaire , contro il quale 
il poeta grida così : 

della Francia Proteo muUifomne, 
Scrittor troppo hiasmato e troppo a torto 
Lodato ancor, che sai con novi modi 
Imbandir ne' tuoi scritti etetiìo cibo 
Ai semplici palati, e se' maestro 
Di color che a sé fingon di sapere : 
Tu appresta al mio Signor leggiadri studi 
Con quella tua fanciulla, all'Anglo infesta. 
Onde l'Enrico tuo vinto è d'assai, 
L'Enrico tuo, che invano abbatter tenta 
UitaJlian Goffredo, ecc. (65) 

— Ovvero si divoravano con avidità le lettere della 
Ninon de Lenclos, femmina licenziosa nella vita e negli 
scritti; e anche una ghiotta lettura erano quei versi di La 
Fontaine, ove sono tradotte le pia oscene novelle del nostro 
Giovanni Boccaccio da Certaldo : 

Tu della Francia onor, tu in mille scritti 

Celebrata dai tuoi, novella Aspasia, 

Taide novella, ai facili sapienti 

Bella gallica Atene i tuoi precetti 

Pur detta al mio Signore ; e a lui non meno 

Pasci l'alto pensier, tu, che all'Italia, 

Poi che rapirle i tuoi l*oro e le gemme. 

Invidiasti il fedo loto ancora 

Onde macchialo è il Certaldese (64). 



• _ 318 — 

— Da ultimo^ e qai forse stava il male minore^ si legge- 
vano le opere di Lodovico Ariosto^ 

Per cui va sì famoso il pazzo conte (65). 

— Questi adunque i libri più favoriti , per non parlar 
poi dei mille e mille romanzi francesi, che fornivano ampio 
e facilissimo cibo ai semplici palati, siccome erano appunto 
le Novelle arabe, le Novelle persiane, ì Divani, ecc. : 

Questi, Signor, i tuoi studiati autori 
Fieno, e miWaltri che guidaro in Francia 
A novellar con le vezzose schiave 

I bendati sultani, i regi persi 
E le peregrinanti arabe dame ; 

che, con penna liberale, ai cani 
Ragion denaro e ai barbari sedili, 
E dier feste e conviti e liete scene 
Ai polli ed a le gru d'amor maestre (66). 

— Ora se questi erano gli studi, coi quali si trastullavano 
i giovani d'allora, pensi ognuno, che abbia senno, qaali 
frutti dovevano attendersi. Pur troppo e pur bene ce Io 
dice il Nostro, che con Giancarlo Passeroni sfogava l'animo 
suo addolorato nei versi seguenti, i quali io tanto più vo- 
lentieri oggi trascrivo, perchè e' mi pare che dipingano a 
puntino la moda de' tempi miei, e dicono precisamente 
cosi: 

i detti nostri 

Beffa insolente il giovin, che pur ien 
Scappò via da le scuole, e cAe provvisto 
Di giornali e di vasti dizionari 
E d'un po' di francese, oggi fa in piazza 

II letterato, e ciurma una gran turba 
Di sciocchi eguali a hti. Odi che ei dice: 



— 319 — 

vecchierelli miei, troppo è già nota 

L'usanza vostra : di sprezzar vi giova 

L'età presente, ed esaltar Vetade 

Che voi vide sbarbati {(òl). E guai vi resta 

In questi di cadenti altro conforto 

Fuorché la dolce vanità con molte 

Vane querele lusingar tossendo ? (Pag. 369). 

— Tale pertauto , o a un di presso, essendo la maniera 
praticata allora nell'educare e neiristraire, a questa fangosa 
fiumana, che ogni giorno piìi minacciava allargarsi, tentò 
porre un argine il nostro Giuseppe, massime quando di 
privato diventò maestro pubblico. Infatti sapendo noi dai- 
risloria della sua vita essersi riconosciuta la stima grande, 
che si era meritato, mentre fu precettore nelle diverse case 
di Milano, e per ciò eletto prima nel 1769 a insegnare 
eloquenza nel collegio Palatino, e poi, soppressi i gesuiti. 

Dell'altro di Brera, e finalmente fatto professore di arti 
belle neirAccademia milanese, non è a dire in questi tren- 
t'anni, che pubblicamente lesse, quanto fosse bravo mae- 
stro, amorevole e tutto per i suoi scolari, i quali tornati 
per lui alle sorgenti del bello, del buono e del vero (68), au- 
guravasi il Parini che saprebbero un dì, e lo potrebbero, 
onorare la patria col loro ingegno (69). Né si ingannò; che 
da quel tempo la Lombardia crebbe in fama di studi, e 
anche gli uomini, che l'onorano adesso, sono, per chi ben 
guardi,' splendori accesi alla luce di quel maestro, del quale 
narrasi che parlando dalla cattedra s'infiammasse della sua: 
stessa parola, insegnando come le arti dell' immaginazione 
si danno mano tra loro; com'hanno comuni i principii 
generali; come tutte debbono cospirare a svegliare e a 
mantenere in noi i germi della virtù operosa, e come i 
sommi esemplari della poesia e dell'eloquenza giovino mi- 
rabilmente a educare l'animo degli artisti tutti quanti.-* 



— 520 — 

E latte quante le doti d'eccellente maestro ebbe il Parini, le 
quali apparvero mai sempre nelle sue letture, che im- 
portantissime per la grandezza delle dottrine^ per l'ordine e 
la chiarezza del metodo, per la facondia e la grazia dell'espo- 
sizione rapivano gli animi di chi lo ascoltava, sì che tutti 
pendevano attoniti dalla bocca di lui. Quindi i pi£i ardui 
dettami della filosofìa, i più sottili ragionamenti sali' elo- 
quenza e sulle arti belle, dimostrati da lui, vestivano le 
forme piti evidenti. Condiva egli spesso la lezione col garbo 
socratico, mescolandovi la più leggiadra urbanità, e largo 
di meritata lode verso gli scolari, e delicato nel velare 
chi non la meritasse, pareva nel ripetere la cosa non in- 
tesa che correggesse sé medesimo con bella disinvoltura* 
— A questo modo conducevasi il Parini come maestro. 
Come autore poi di scrìtti sull'arte deHInsegnare e dell'e- 
ducare si manifesta mirabilmente eguale a sé medesimo, e 
dì accordo con ciò che egli praticava. Basti per tutti ricor- 
dare quel savio ammonimento, dove raccomanda che il 
precettore sopra tutte le virtù abbia quella della carità^ 
mancando la quale « il maestro non sale giammai sulla 
cattedra con intenzione d'insegnare l'utile e il vero, ma 
unicamente per insegnare sé stesso, e per irrigare, assie- 
pare, e rassodare sempre più le proprie opinioni, o quelle 
che colà trova già da lungo tempo piantate da' suoi mag- 
giori. Così vien tradita l'innocente gioventù alla sua dire- 
zione afiSdata; così i mìseri padri veggono tornare dalle 
scuole e da' collegi i loro figlioli vuoti d' ogni verace sa- 
pere, e colla mente ingombra d'idee false e di stravaganti 
principii, secondo i quali regolandosi essi poscia, o riman- 
gono affatto ignoranti, o si danno in preda ad inutili stadi 
della ignoranza medesima assai peggiori, perciocché più 
dell'ignoranza nocevoli alle famiglie e alle patrie loro. Io au- 
guro bene della patria nostra, imperocché m'immagino che 
nessuno di questi soltanto curiosi ed ambiziosi maestri pre- 



— 321 — 

«ieda ai nostri studi; anzi mi giova di lasingarmi che sìo- 
isome non sonosi mossi ad attendere privatamente alle let- 
tere per verun altro spirito fuorché per quello della carità^ 
-così il facciano vie pia ogni qual volta loro ne corra maggior 
obbligo^ per lo essere eglino posti a guidare ed ammaestrare 
gli altri (70) ». — Nessuna maraviglia pertanto se fin da 
princìpio i più savi uomini applaudissero ben di cuore alla 
scuola del Parini, come tra gli altri ce ne fa fede il Kannitz, 
il quale vedute le prime lezioni sulle belle lettere scriveva 
al Firmian : « Da questo saggio traspira il buon gusto e il 
calore^ da cui è animato Tautore^ e ho motivo non solo di 
compiacermi della scelta di lui, sembrandomi collocato nella 
vera sua nicchia, ma anche di ripromettermi il vantaggio di 
chi vorrà mettere a profìtto i lumi del professore (71) ». — 
Come gli uomini fatti, così e più i giovani scolari ebbero 
per il loro maestro affettuosa riverenza. Né senza ragione^ 
imperocché sapevano d'esser ricambiati di tenerissimo amore 
da lui, il quale racchiudeva in essi soltanto le speranze di 
un migliore avvenire. La storia ci ha lasciato la lista di 
quelli fra- i suoi discepoli , che più singolarmente gli era- 
no cari> e tali sono Agostino Gambarelli, Giambattista 
Scotti^ Antonio Mussi, Palamede Carpani, Antonio Conti, 
Febo d'Adda e Giovanni Forti (72). Quest'ultimo, fra gli 
altri, scrivendo al De-Gristoforis, dipinge vivo vivo il Pa- 
rini nei versi che seguono, i quali non so se onorino più 
lo scolare che loda o il maestro laudato : 

L'acerba 

Tua giovinezza e Vinvido recinto, 

Che fu de* tuoi prim'anni a guardia eletto. 

Ti vietàro il mirar sopra gli infermi 

Fianchi e l'infermo pie' proceder lente 

Le altere forme, e il più che umano aspetto 

Del veneraHl vecchio e le pupille 

MiCHKLi, Storia della Pedagogia in Italia 2t 



— 322 — 

Eloquenti aggirarsi, e vibrar dardi 
Di sotto agli occhi dell'augusto cigliò^ 
Né tu l'immensa delle sue parole 
Piena sentisti risonar nell'alma, 
Attor che apria dall'ispirata scranna 
I misteri del bello , e, rivelando 
Di natura i tesori ampi , abbracciava 
E le terrestri e le celesti cose. 
E a me sovente nell'onesto albergo 
Seder fu dato all'intime cortine 
De' suoi riposi, e per le vie frequenti 
Ali* egro pondo delle membra fargli 
Di mia destra sostegno; ed ei scendea 
Meco ai blandi consigli, onde all'incerta 
Virtù, non men che all'imperito stile, 
Porgea soccorso , ed anco, oh maraviglia! 
Anco talvolta mi bear sue laudi, 

— Bella cosa e senza fine commendevole questo scambia 
recìproco d'affetti tra maestro e scolare^ molto somigliante a 
quello d'amoroso padre verso figlioli dolcissimi. — E padre 
prima che precettore fu il Parini^ che volle un gran bene 
ai suoi discepoli giovinetti, e lo continuò loro per tutta la 
sua vita, come può argomentarsi dai versi seguenti intitolati 
a Febo d'Adda, caro alle muse e a tutti i buoni, e già di 
sopra ricordato, dove il Parini delicatamente lamentasi 
che lo scolare, divenuto marito, abbia appeso in un canto 
la cetra di poeta^ e ne' quali una volta di pia rivelasi il 
cuore di tanto solenne maestro: 

perchè quella sì grata un giomO' 

Del giovin cui die nome il dio di Deh 
Cetra si tace, e le fa lenta intorno 

Polvere velo? 



— 323 — 

Ben mi sovvien quando, modesto il aglio, 
Ei già scendendo a me, giudice fea 
Me dei suoi carmi, e a me chiedea consiglio , 

E lode avea. 

Ma or non più. Chi sa? Simile a rosa 
Tutta fresca e vermiglia al sol che nasce, 
Tutto forse di lui l'eletta sposa 

L'animo pasce 

Musa, mentr'ella il vago crine annoda, 
A lei t'appressa, e con vezzoso dito 
A lei premi l'orecchio, e dille, e foda 

Anco il marito: 

Giovinetta crudel, perchè mi togli 

Tutto il mio D'Adda, e di mie cure il pregio, 

E la speme concetta, e i dolci orgogli 

D'alunno egregio ? 

Costui di me, de' genii miei s'accese 
Pria che di te. Coleste forme infanti 
Erano ancor, quando vaghezza il prese 

De' nostri canti. 

Et t'era ignoto ancor, quand* a me piacque: 
lo di mia man per l'ombra e per la lieve 
Aura de' lauri l'avviai ver l'acque, 

Che, al par di neve, 

Bianche le spume scaturir dall'alto 

Fece Aganippe il bel destrier che ha l'ale: 

Onde chi beve io tra i celesti esalto, 

E fo immortale. 

Io con le nostre il volsi arti divine 
Al decente, al gentile, al raro , al bello , 
Finché tu stessa gli apparisti alfine 

Caro modello. 



— 324 — 

E se nohil per lui fiamma fu desta 
Nel tuo petto non conscio, e s'ei nodrta 
Kobil fiamma per te, sol opra è questa 

Del cielo e mia. 

Ecco già Vale il nono mese or scioglie 
Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvai 
Te chiaramente infra le madri accoglie 

Il giovin alvo. 

Lascia che a me sólo un momento ei torni , 
E novo entro al tuo cor sorgere affetto, 
E novo sentirai dai versi adorni 

Piover diletto (pag. 271). 

— Ma è tempo ornai che io venga a dire di Carlo Imbo- 
natì^ lo scolare prediletto del Parini^ e a ragionare dell'ode 
sùìV educazione, che egli scrisse per lui e a lai intitolò. 
Carlo , la cui acerba morte fu lacrimata da Alessandro 
Manzoni giovanissimo, fu Tultimo fiato (73) della nobilis- 
sima famiglia Imbonati, la quale ebbe origine da un Ubi- 
cino^ decurione di Milano fin dal 1340, e da nn Bassando» 
onorato dello stesso officio 'quarant' otto anni dipoi. Giu- 
seppe Giusti nella biografia del Nostro, pubblicata da L^ 
monni^r a Firenze il 1860, asserisce che quest'ode fa de- 
dicata invece a Febo D'Adda, né io indovino facilmente il 
motivo (74). Comunque se vero è che il Parini fu singo- 
lare fra gli italiani , perchè restaurò la poesia , dsandoia 
pel miglioramento morale dell'uomo, e* richiamando la li- 
rica in particolare alla sua natura e al suo scopo, è ve- 
rissimo che massime in quest' ode cotesto fine altamente- 
nobile anche più chiaro si manifesta. Fu detto, e in parte 
con ragione, che le più belle fra le canzoni pariniane fa- 
rono quelle composte da vecchio, come la Caduta, il Pe- 
ricolo, il Messaggio, quella in morte del Sacchini, e l'altra 
sopratutte, del vestire alla ghigliottina; tuttavia questa sul- 



— 325 — 

* educazione, scrìtta in età più verde, se forse tu tolga 
|ua e là pochi modi di dire non abbastanza eleganti e 
)isognosi di nuova lima^ del resto a me pare eccellente^ 
àa pel* il concetto in generale, che è nobilissimo^ sia per 
precetti pedagogici, tutti sapienza, dei quali è ricca oltre 
)gni misura, come meglio apparirà da quanto son io per 
lire pigliandola in esame. — Pareva al Parini, e pare anche 
) me, che ottimo mezzo e per avventura unico a render 
migliore Tumana famiglia è l'educare sapientemente la gio- 
ventù, imperocché siccome poco o nulla si raccoglie di 
frutto da chi oramai è adulto nelle cattive abitudini o 
peggio, invecchiato, così invece abbiamo grandissima spe- 
ranza, e possiamo riprometterci doviziosa raccolta da chi 
la tuttora la mente vergine di pregiudizi e il cuore di 
iMsse passioni. — Pertanto da questa fiducia incoraggito 
1 Parini, come noi l'abbiamo già veduto da savio maestro 
consacrare tutto so stesso alla scuola, così in quest'ode lo 
iroviamo valente poeta, tutto lì nel dettar precetti d'educa- 
cione, e tutti opportunissimi. — Difatti, per principiare dal 
concetto generale che da cima a fondo governa la canzone. 
Dulia v'ha di più vero e meglio provato quanto questo, cioè 
che, poiché anima e corpo siam noi, così l'educatore deve 
provvedere convenientemente all'una e all'altro, se intende 
e vuole, come è appunto suo officio, educare tutto l'uomo: 
il qual concetto generale forse meglio si chiarirà pigliando 
a spezzare l'ode nelle parti che* la compongono, come ap- 
punto qui ora mi proverò di fare. — Rifacendosi pertanto 
I Parini da una graziosa immagine e vera del suo Carlo 
[abbonati» ricavandola, a quanto sembra, da questo che l'a- 
unno risorgeva allora allora da una grave malattia, inco- 
nÌDcia così (pag. 194): 

Torna a fiorir la rosa 
Che pur dianzi languia, 
E molle si riposa 
Sopra i gigli di pria: 



— 326 — 

Brillano le pupille 
Di vivaci scintille. 
La guancia risorgente 
Tondeggia sul bel viso; 
E quasi lampo ardente 
Va saltellando il riso 
Tra i muscoli del labro , 
'Ove riede il cinabro. 

— Il fanciullo Imbonati entrava allora negli andici anni, 
come più chiaro dirà tra poco il nostro poeta, e quindi 
in quell'età, la quale più specialmente abbisogna del freno 
e della briglia di una buona educazione; conciossiachè sia 
ootesta l'epoca quasi di mezzo tra la fanciullezza e l'adole- 
scenza, quando cioè fan capolino i germi delle umane pas- 
sioni, le quali vogliono essere ben indirizzate Gn dal loro com- 
parire. Né dico così per concludere che debba appunto a que- 
sta età;, e non prima, cominciare la educazione^ la quale 
anzi per me principia colla vita, e in un certo largo senso, 
colla vita finisce, bensì per assolvere, se ve ne fosse bisogno, 
il Parini dall'accusa di aver raccomandato una sollecita edu- 
cazione anche in cotesta tenera età. — Ma si ascolti il poeta, 
che da bravo pittore dipinge il suo alunno all'undedoì'anno, 
scrivendo : 

/ crin che in rete accolti 
Lunga stagione ahi foro! 
Sull'omero disciolti 
Qual ruscelletto d'oro , 
Forma attendon novella 
D'artificiose anello. 

— Né il Parini era per avventura di quelli educatori, che 
si inalberano della vivacità , dell' irrequietezza, della prò- 
pensione a ruzzare , propria dei ragazzi , nei quali il muo- 



— 327 — 

versi, e il mutarsi facilmente di cosa in cosa ò una neces* 
sita salutare, perchè a questo modo assodasi il corpo, il 
quale prepara così ed aiata, senza pur saperlo, Tanimo a 
divenir robusto. Perciò il Nostro, compiacendosi di veder 
rinverdire quel tenero germoglio, a ragione chiama utiU 
ì trastulli fanciulleschi, cantando: 

Vigor novo conforta 
U irrequieto piede: 
Natura ecco ecco il porta , 
Si che al vento non cede. 
Tra gli utili trastulli 
De* vezzosi fanciulli. 

— Ed oh! quanto sono cari i fanciulli I II poeta istesso si 
accorge da so che scrivendo del suo Imbonati, anche sonta 
volerlo, i versi gli riescono più teneri e più puliti, e ne 
gode, e gradirebbe anzi che scorressero simili a miele 
dolcissimo per addolcire il cuore dell'alunno, sua cura e 
' suo diletto. Il quale, io mi ripeto, ristabilito appena da 
una grave malattia, in quel giorno stesso, in cui il Pari ni 
scriveva, egli compiva il decimo anno. E questo giorno ^ra 
appunto quello del mese di moggio, quando il sole, per- 
isorrendo lo zodiaco, entra nella costellazione di Castoro e 
Polluce, figliuoli gemell; che furono da Leda partoriti a 
Giove : / 

mio tenero verso 

Di chi parlando vai? 

Che studi esser piii terso 

E polito che mai? 

Parli del giovinetto, 

Mia cura e mio diletto ? 
Pur or cessò V affanno 

Del morbo ond'ei fu grave: 



— 328 — 

Oggi VundecinCanno 
Gli porta il sol, soave 
Scaldando con sua teda 
1 figlioli di Leda. 
Simili or dunque a dolce 
Mele di favi iblei, 
Che lento i petti moke, 
Scendete, o versi miei. 
Sopra l'ali sonore 
Del giovinetto al core. 

— Poi, volgendosi al fanciullo, il poeta continua così: 
pianta di buona semenza, o nato di famiglia onoratissima^ 
che cresci.su dandomi tu stesso il prezzo alle mie fatiche 
e la corona. Iddio ti salvi in questo giorno tuo natalizio, 
nel quale vorrei regalarti di dono maggiore e più gradito, 
ma sventuratamente non posso dare a te se non quello 
che io ho, runico mio tesoro, dei versi! 

pianta di buon seme, 

Al suolo,, al cielo amica. 

Che a coronar la speme 

Cresci di mia fatica, 

Salve in sì fausto giorno 

Di pura luce adorno. 
Vorrei di geniali 

Doni gran pregio offrirti: 

Ma chi die liberali 

Essere ai sacri spirti? 

Fuor che la cetra, a loro 

Non venne altro tesoro. 

— Innanzi di continuare questa lettura dell'ode è mestieri^ 
per intenderla, ripeter quello che in parte Tistoria, in parte 
la favola racconta di alcuni personaggi nominati qui sotto 



T 



— Ò99 — , 

I dal poeta. — RìfHceDdomi da Chirone, dirò che con finis- 
simo giudiiiQ venne ìntrodollo in quest'ode, della qoale lo 
GhismerGi anzi il proingonìsLi, imperocché in costai, prìn- 
cìpaliasimo tra i ceoianrì , l'amichila venerabile raflìgiirò 
il simbolo del perfelh) pedagogo e universale. Educalo 
Io slesso Chirone fin dn fanciullo alla caccia e agli al- 
tri esercizi del corpo, ìmparù a fondo la scienxn dei sem- 
plici e dell'astronomia. Quindi la sua grotta presso il 
monte Pelio in Tessaglia divenne la scuola pili celebrata 
in Grci;ia, e furono suoi allievi, olire molti altri. Bacco, 
Giasone, Ajace, Esculapio, Nestore, Peleo, Teseo, Palamede, 
disse, Diomede, Enea, Castore e Polluce, e sopraiutli 
solai die È f|ui da rammentarsi. Achille nato da Peleo, fi- 
polo d'Eaco, e da Teli. Chirone infatti, che era anco avo 
arno d'Achille, lo prese nd allevare con maggior cura 
morosa, e ne educò le membra a grande vigoria, eser- 

' iHtsndole in prove fìerissime, come oe iogenlili l'animo 
colle grazie di tulle le arti e particolarmente della musica. 
Però Oraiio scrisse nel XIII Epodo: 

I^ohilis vt grandi cednit centaiirus alnmno. 

I — Del resta di Chirone parlano anche Esiodo nello Scudo, 
Filottele negli Eroidi, Ovidio nella Metamorfosi, e Omero 
in più luoghi delle sue opere. — Aggiungeremo due parola 
sopra Ercole e Teseo, ricordali anch'essi dal nostro poeta 
nello squarcio dell'ode che segue. Il primo nato da Giova 
e da Alcmena, figliuola di Alceo, ebbe l'educazione in 
Tirintia , cìtiù <lelIa«Morèa , e però fu chiamata Alcide 
e anche Tirintio. Quanto a Teseo noi rammenleremo 
quello soltanto che più imporla al caso nostro, cioè quella 
sua grande fama meritata per le azioni in numero e 
io natura miracolose, che questo re d'Alene compi, 
e per le quali la mitologia ce lo dipinse uomo di valore 
alraordìnario e degno d' esser celebralo, dopo Ercole e 



1 



— 330 — 

Minosse, il terzo fra gli eroi deirantica Grecia. — Ritor- 
niamo ora all'ode^ dove è a notare in prima con quanto di 
naturalezza il poeta fa passaggio dalla stanza precedente a 
questa che segue, e come con disinvoltura si prepara la 
via a ciò che è per dire. Di fatti dopo «he ha manifestato 
il suo rincrescimento di non poter offrire al suo scolare 
che poveri versi e versi soltanto^ quasi invidiando alla ric- 
chezza di Chirone e alia sua celebrità, per le quali^ quando il 
poeta le possedes^, potrebbe ben con queste regalare più 
magniGcamente il suo carissimo alunno^ soggiunge: 

Deh perchè non somiglio 
Al tessalo maestro, 
Che di Tetide il figlio 
Guidò sul cammin destro? (75) 
Ben io ti farei doni'' 
Pili che dforo e canzoni, 

— Chirone però, il quale^ come si disse^ era anche medico, 
educava nel suo alunno corpo e anima, e innanzi quello a 
questa, e con tutta ragione. — Né ricanteremo noi qui quelle 
molte e pur tutte importanti pratiche che gli scrittori rac- 
comandano per allevare sano e forte nelle membra il fan- 
ciullo fin dalla nascita, e le dottrine tutte vere sulle quali 
appoggiano questi loro precetti, ma ripeteremo esser troppo 
necessaria questa fisica educazione, in riguardo non fosse 
altro dello stretto rapporto fra il principio che sente, intende 
e vuole, e Tistrumeoto per il quale noi sentiamo, pen- 
diamo ed esercitiamo la nostra libertà. ^orse gli antichi pas- 
sarono il segno in questo proposito, e sono per avventura da 
valutarsi ì lamenti di Eschine (76), ma d'altra parte è certis- 
simo che allora cotesta maschia educazione produceva no- 
mini forti di braccia e di mente valorosi^ in paragone dei 
quali oggi noi siamo pigmei dirimpetto a' giganti. -^ Goà 
l'intendeva anche Chirone, che ingegnosamente volle rendere 



— 331 — 

Achille fiero e sano, prima pensando al corpo, avvezzandolo 
^Ila lotta, al correre, al tiro dell'arco e agli altri esercizi^ 
coi quali avrebbe potuto ottenere quello per cui poi in ve- 
rità riuscì famoso il figlio d'Eàco, cioè di formare il pid 
potente sostegno del popolo greco. E tutto questo medi- 
tava di fare il centauro, e lo fece di fatto sulla giusta consi- 
derazione che venendo in seguito a educare Tanima, questa 
trovasse pronto ai suoi ordini un corpo robusto, e tanto che 
essa sentisse da ultimo come raddoppiata la sua vigoria. 
Imperocché in fine di quanta mai forza non sarà ella ca- 
pace quell'anima, la quale, educata arditamente, si trova ad 
avere al suo servizio un corpo egualmente forte? 

Già con medica mano 

Quel centauro ingegnoso 

Rendea feroce e sano 

Il suo alunno famoso; 

Ma non men che alla salma 

Porge vigore all'alma. 
A lui, che gli sedea 

Sopra l'irsuta schiena, 

Chiron si rivolgea 

Con la fronte serena. 

Tentando su la lira 

Suon che virtute ispira (77). 
Scorrea con giovanile 

Man pel selvoso mento 

Del precettor gentile ; 

E con l'orecchio intento 

B' Eacide la prole 

Bevèa queste parole : 
Garzon nato al soccorso 

Di Grecia, or ti rimembra • 

Perchè a la lotta e al corso 



— 332 — 

10 V educai le membra: 

Che non può un'alma ardita 
Se in forti membra ha 'vita? 
Ben sul robusto fianco 
Stai; ben stendi dell'arco 

11 nervo al lato manco. 
Onde al segno, ch'io marco, 
Va stridendo lo strale 

De la cocca fatale. 

— Che se rallevare il corpo, rendendolo forte, è cosa da 
reputarsi buona, anzi necessaria, come abbiamo detto, però 
quando a cotale educazione non vada unita quella ancora 
dello spirito, la prima riesce piuttosto dannosa o per lo 
meno inutile. Di fatti a che la gagliardia delle membra , 
se poi la mente non sappia e non possa governarla ? Sarà 
il caso d'avere una nave senza nocchiero, una macchina 
di grande potenza senza un abile maestro, che valga ad 
adoperarla, insomma un uomo nerboruto il quale, abusanda 
della propria forza, riuscirà a quello che la favola narra 
esser appunto accaduto ai temerarii giganti, quando stolta^ 
mente pretendevano toccare il cielo, nuovi monti ammas- 
sando sopra altri monti ! 

Ma invan, se il resto oblio, 
T'avrò possanza infuso : 
Non sai guai contro Dio 
Fé' di sue forze abuso 
Con temeraria fronte 
Chi monte impose a monte? 

— È l'anima e l'anima soltanto quella che muove e ha da 
muovere le membra, le quali debbon essere fatte capaci, 
per mezzo psincipalmente deireducazione, di obbedire come 
fa il servo : e quindi il merito dell'opera buona o cattiva, e 



— 355 — 

il vitupero o il biasimo^ che ne conseguita, è tutto proprio 
<leli'anìma, la quale siede padrona. Questo merito poi che si 
acquista colle nostre azioni è vero e reale^ a differenza del- 
l'altro che si eredita dal ceppo illustre onde siamo nati. 
Anzi se corre nelle nostre vene sangue puro di nobiltà ^ 
a noi ciò ò di danno piuttosto che di vantaggio, quando 
l'anima nostra non riesca che a intorbidarlo con un fare 
vile e plebeo. Quindi il poeta educatore parlando all'alunno^ 
nella persona di Chirone ad Achille, continua dicendo : Tu 
perchè figliolo di Peleo e nipote d'Eaco, e pef questo schiatta 
d'eroi, non darti a credere di poter raggiungere la fama 
di Teseo e d'Ercole gloriosissima, se non ti pigli la pena 
di guadagnartela da te stesso coi tuoi virtuosi fatti. Perciò 
Io consiglia di scegliere a modello in ispecie quest'ultimo 
che, abbenchò nato di Giove, sostenne molte e molto grandi 
latiche, per le quali soltanto tra ì più famosi divenne fa- 
mosissimo, e di lasciar che altri scioccamente tenga in pre- 
gio la nobiltà della casata e le superbe fortune, ornamento 
anche delle anime abbiette, e conclude che, se il desiderio 
<li gloria lo scalda, faccia d'acquistarlo, ma soltanto colle 
«uè proprie virtù: 

Di Teti odi, figliolo, 

Il ver che a te si scopre: 

Dall'alma origin solo 

Han le lodevoli opre : 

Mal giova illustre sangue 

Ad animo che languc. 
jyEaco e di Pelèo 

Col seme in te non scese 

Il valor, che Teseo 

Chiari e Tirintio rese. 

Sol da noi si guadagna, 

E con noi s'accompagna. 



— 334 — 

Gran prole era di Giove 

Il magnanimo Alcide; 

Ala quante egli fa prove, 

E quanti mostri ancide, 

Onde s'inalzi poi 

Al seggio degli eroi? 
Altri le altere cune 

Lascia, o garzon, che pregi : 

Le superbe fortune 

Del vile anco son fregi. 

Chi de la gloria è vago 

Sol di virtù, sia pago. 

— Enumera quindi il poeta quali e quante hanno da essere 
le virtù^ cui l'alunno deve a poco a poco assuefarsi sin 
da giovinetto, conciosiachè la virtude sia un abito^ e l'abito 
non si acquisii se non colia frequente ripetizione e assidua 
dell'atto. Tutte queste virtù poi sono racchiuse sapiente- 
mente dal Parini nei precelti che seguono : — Onora Id- 
dio^ ma nel fondo dell'anima^ e non già colla nuda appa- 
renza soltanto di sterili cerimonie : 

Onora, o figlio, il Nume, 
Che dall'alto ti guarda, 
Ma solo a lui non fumé 
Incenso o viitim'arda : 
È d' uopo, Achille, alzare 
Nell'alma il primo altare. 

— Sii giusto; dì sempre la verità^ e^ usando carità con 
tutti^ fai di maniera che le mani tue, simili a quegli al- 
beri, da cui distilla odoroso umore e soave, spandano sui- 
Tumana famiglia salute e felicità : 

Giustizia entra il tuo seno 
Sieda, e sul labbro il vero : 
E le tue mani sieno 



— 535 — 

Qual albero straniero. 
Onde soavi ìmgiienti 
Siillin sopra le genti. 

— SottopoDÌ gli affetti^ dì cui Dio ti fece largo dono, alla 
ragioDe> che divenuta cosi regina del tao cuore^ questo 
non potrai a meno d'operare virtuosamente : 

Perchè si pronti affetti 
Nel core il del ti pose ? 
Questi a ragion commetti 
E tu vedrai gran cose : 
Quindi lealtà rettrice 
Somma virtude elice, 

— Fuggi a tutto potere Y ipocrisia^ e lascia che sul tuo 
volto sì dipinga interamente e al dì fuori quello che ti 
passa dentro deH'animo : 

Si bei doni del cielo 
No,, non celar, garzone, 
Con ipocrito velo, 
Che a la virtù s'oppone : 
Il marchio, ond'è il cor scolto. 
Lascia apparir nel volto. 

— Indirizza a retto scopo i tuoi affetti, i quali solamente 
dal fine o buono o reo acquistan nome e natura di virtù 
di vizi. Perciò in prima quell'ira, che ti bolle neiranimo 
e infiammandolo accresce il tuo coraggio, adoperala pure 
al bene del tuo paese, difendendolo da prode: 

Da la lor meta han lode. 
Figlio, gli affetti umani. 
Tu, per la Grecia, prode 
Insanguina le mani : 
Qua volgi, qua l'ardire 
Delle magnanim'ire. 



— 336 — 

■ - « 

— Mn quest'ira, quest'ardimento sia appunto d'uomo magni- 
DÌmo^ e cioè non giunga a spengere in te quel dolce senso 
che t'inchina al Ta more, ma anzi qnesto sentimento ti faccia 
pietoso inverso il debole, difenditore del povero^ amante 
fedele, indomabile amico, e, per dir tutto in una sola sea^ 
tenza, ti sia di regola quella legge, la quale ìtf generale 
governa V animo umano , cioè d'adoperare in certi mo- 
menti alcuni affetti, e invece poi servirti dei loro contrari 
in diverse occasioni ed oppòste dalle prime : 

Ma quel più dolce senso. 

Onde ad amar ti pieghi. 

Fra lo stiwl d'armi denso 

Venga, e pietà non nieghi 

Al debole che cade, 

E a te grida pleiade. 
Te questo ognor costante 

Schermo renda al mendico; 

Fido ti faccia amante , 

E indomabile amico. 

Così con legge alterna 

Inanimo si governa, 

— Noi abbiamo ascoltato i precetti di Chirone ad Achille» 
opportuni tutti a riuscire con frutto nelTopera difBcilissima 
della educazione, ma i quali a nulla valgono o a ben poco, 
se prima d'ogni altra cosa manchi la cooperazione deH'i- 
lunno. Qualunque infatti sia l'autorità, del reducatore, la soa- 
vità, la potenza di lui, non si raggiungerà lo scopo del- 
l'educazione, che principalmente consiste nello acquistare 
delle buone abitudini, se l'allievo non esercita le sue fa- 
coltà, uniformando l'opera sua a quella del pedagogo. In 
secondo luogo e allo stesso modo nulla s'ottiene^ quando 
manchi l'accordo necessario tra la casa e la scuola» tra i 
maestri e i genitori» i quali come primi e per avventar» 



aulici adaeatorì ddi prjprìi figlioli possono, e anche deb- 
Imhio chiaoure altri e altri in aiuto a soddisfare il sacro- 
santo doTere^ ma non eoa da darsi a credere d avere sca- 
ricata salle spalle altrai tatta la loro soma, d'esser dispen- 
sati dallo ioTigilare se il maestro eserciti o no il suo of- 
ficio come si deve, mentre per lo contrario e' d conviene 
che e genitori e maestri si pongano tra loro in perfetta 
armonia, e cerchino i primi di completare quella educa- 
, xione che i fanciulli ricevono dai secondi. — Ora , se io 
non m'mganno, mi sembra che il Pari ni avesse dinanzi 
agli occhi della sua mente la verità di queste due massime, 
necessarie alla buona riuscita d'un'ottima educazione, quando 
dipingendo come si diportassero e il figliolo Achille e la sua 
'madre Teti, dopoché ebbero udito gli ammaestramenti di 
Ghirone, conclude la sua ode cosi: 

Tal cantava il centauro : 
Baci il giovin gli offriva 
Con ghirlande di lauro, 
E Tetfde, che udiva, 
A la fera divina 
PlaiuUa da la marina. 

— Dopo Tanalisi di quest'ode bellissima vorrei conchiu- 
dere dicendo quello che io pensi sul Parini corno educa- 
tore, ma non debbo né posso dispensarmi qui per ultimo 
dallo spendere alcune parole sui versi, che il Nostro scrisse in 
occasione, quando la Pellegrina Amoretti prendeva la laurea 
in ambe le leggi neil' Uni versi là di Pavia, conciosiachè anche 
in essi troveremo cose al nostro proposito. Sopra questo 
singolare avvenimento il Parini cantando, osserva io prima 
che, abbenchè' la donna possa dedicarsi alle scienze e alle 
lettere, però l'Amoretii aveva superato tutte le altre sue 
compagne addottrinate nelle diverse discipline, per il ge- 
nere severo e grave di studi, a cui si era messa (Vedi 
ediz. ciL pag. 201) : 

MfCKSLi, Storia della Pédagogia in Italia ti 



— 338 — 
So ben che il tuo sesso 

I 

Tra gli uffizi a noi cari e Vumil arte 
Puote inalzarsi, e ne le dotte carte 
Immortalar sé stesso: 
Ma tu gisti colà, vergin preclara. 
Ove di molle pie l'orma è jpiù rara. 

— Ed è invero cosa ben fatta che ana donna, piuttostoch& 
mettersi, suiresempio di Saffo e di Corinna, a coglier rose 
sui colli di Pindo ameni e vari, siasi cimentata invece in 
un aspro sentiero, quarè lo studio della giurisprudenza, 
ove sforzo virile appena basta: tanto più che parecchi di 
coloro in fra gii uoraÌDÌ , i quali indossarono la giornèa 
di giurisperiti, furono e sono di vergogna alla Dea Gia-^ 
stizia, imperocché mentre essa breve sul marmo il suo 
volere incide, e con stile aureo, sincero, costoro per lo con^ 
tra rio 

.... la serena piaggia 

Occuparon così di spini e bronchi, 

Che fra i rami intncati e i folti tronchi 

Appena il sol vi raggia; 

E l'aere inerte per le fronde crebre 

V'alza dense all'intorno folte tenèbre, 

— Ben fatto adunque che una donna siasi consacrata a 
studiar cose ingrate, secche, aride e difficili, concìosiachò 
rindole sua femminile, portata naturalmente a tutto ab- 
bellire, renderà certo codeste discipline piane , facili , di- 
lettevoli : 

Chi può narrar guai dal soave aspetto 
E da* virginei labbri 
Piove ignoto finora almo diletto 

Su i temi ingrati e scabri? 

• ' |.- 

— Del resto, dopo tutto, il fatto che una donna si è. in»-... 



k |£iis conijiz 




minala coraggiosamenle m «laesu vìa 

, sarà d'esempio e pungolo : 

; fare allrellanli) e maglio ancora, avuto riguardo in prima 

{che il sesso più forte ora trova la strada appianalo da 

^ {quello pid debole; e poi perchè è naturale clic il primo 

InuD voglia, nÈ debba esser viaio, e starsollo al secondo; 

Ecco la folta schiera 
De' giovani vicaci, a te rivolta. 
Vede sparger di /tur, mentre tascolla, 
' Sua nobile cari'iera: 
l *** ' ' B al novo esempio della tua tenzone 

Sente aggiungersi al fianco acuto sprone. 

T-T'-pa ultimo perchè nulla si trascuri di quanto di pe- 
rd^gogic-o si trova in quest'ode. Unirò col riportare la stanza 
1 segui', ove il poeta volendo descrivere lo stalo del 
e nel momento dì riabbracciare la figliola, che ritorna 
I seno della famiglia, dipingi? il cuore paterno 
BStrevolmenle cosi: 

E il buon parente, che sull'alte cime 

Di gloria oggi ti mira. 

A forza i moti dfl suo cor comprime. 

E pur con sé s'adira: 

Ma poi cotanto è grande 

La piena del piacer che in sen gli abbonda, 

Che l'argin di modestia alfine innonda, 

E fuor trabocca, e spande; 

E anch'ei col pianto, che celar desta. 

Grida tacendo: Questa è figlia mìa! 
— Ma basii dì Giuseppe Panni , perchè oramai mi 
pare come da tutte le cose sin qui discorse, e dalle 
molte altre di minor conto, le quali per avventura si po- 
trebbero aggiungere , sìa facii cosa giudicarlo allamenle 



— 340 — 

benemerito del T educazione e della istruzione > conciofiia^ 
che a tntt' uomo colla parola , cogli scritti , coli' esempio 
e coli' opera procurò , perchè queste fossero restaurai» 
e richiamate ai loro veri e saldi principii, e che quindi 
con tutta ragione la storia dell'italiana pedagogia debbi 
ricordare e celebrare il nome di Giuseppe Parinì , ào- 
come quello d' uno dei più insigni educatori e maestri 
del secolo decimottavo. 

Visse fra i camaldolesi, nel monastero di Murano, il p. 
Antonio Gardin, nato a Venezia e niorto vescovo di Crema il 
4800. Egli nel 1780 lesse airaccademia di Padova un ragio- 
namento, In cui si prova che l'educazione morale dette nazioni 
è meglio affidata alle istituzioni poetiche di quello che alle 
filosofiche (78). Qui piglia a dimostrare come il linguag- 
gio dei filosofi non è, secondo lui^ né universale, né sicuro 
abbastanza, né pronto negli effetti, né operativo, né esente da 
non leggieri pericoli, mentre invece Tal irò usato dai poeti 
ha e accoppia in sé tutti questi pregi, né può produrre 
alcun effetto nocivo. Dopo di che esamina a una a una 
le produzioni poetiche, dimostrando coma da ognuna si 
potrebbe trnr materia e argomento di educazione. Per tal 
guisa conclude facendo voti che 'si formi un corso di 
morale poetiai, dove maritandosi insieme Tutile col diletto, 
si giunga con questo mezzo a far amare ai giovani la 
virtù. — Se tutti in leggendolo non converranno con tutto 
quello che il p. Gardin espone in questo suo discorso, 
pure piacerà sempre per una certa novità, e per il modo 
ingegnoso Con cui é pensato e scritto. 

Debbo anche ricordare il nome dì Mario Pagano , nato 
vicino a Salerno, professore per qualche tempo prima. di 
etica poi di gius criminale a Napoli, ove miseramente ebtte 
troncata la testa il 6 ottobre 1800, a 52 anni. Nei suoi 
« saggi politici » ragionando delle interne cagioni ohe ren- 
dono debole o potente un corpo civile, ha un luogo ioConio 



r^ 



— .111 — 

ali'edaeaiio&e (maggio V. capo 5) : Dall' edwaziùiu si torma 
il diverso costume e le opinioni diverse e gli usi e gli 

oMli Ed egli {ler eJuuazioDe intende il concorto di tutte 

le taleme cagioni fisiche, morali e accidentali eziandio, che 
$vBuppando i naturati talenti fegnano per mezzo delle ^«n- 
sasioni dell' animo gli indelebili caratteri de' costumi, for- 
mano lo spirilo, e ne (oi-niscono certa guanlità d'idee, die 

creano il nostro intemo uniuerso Contribuiscono alla 

HiiieDa edacazioDQ il nostro corpo, il clima, la fisica disposi- 
'tiOR del paese, i cibi, i genitori, gli amici, i concittadini, e. 
sùwa d'ogni altra cosa, le circostanze e l'attuale slato delia 
•tocktà, secondo quel punto del deile corso, ove eXa si ritro- 

I ^. Esempio ne è Roma, die ne' primi secoli /ormava i 

' NCtri Regoli, i rigidi Catoni; e l'islessa nei suoi pili bril- 
1 lOHti giorni produsse i generosi Cesari e i Luculli, e nella 

\ ^Hecadenza t vili Sejani Questo poclie righe sono davvero 

\'à» giudicarsi ud saggio fra noi di cosa non comuno 
|'« 'dirò nuova, perchè in esse Mario Pagano segnò egli 
fw il primo le linee elementari d'un iraitato di educa- 
'liftas nazionale, mentre gli ultri scrittori innanzi di lui . 
'it^'io sappia, si conientarono di discorrerò soltanto della 
'edacaiione pubblica e privata, ma sempre individuale, 
pania natia occupandosi di quella civile. 
■ Vengo ora a ragionare d'un uomo carissimo a me, come 
'Tfatello, celebre nello Studio pisano, dove 4uasi per 
ilioeuo secalo insegnò filosofia prima e poi lettere greche 
>'é latine, ricordato anch'oggi, sellanla e più anni dopo la 
sua morie, dai pochissimi che lo conobbero, vo' dire Cario 
"ABlonioli delle scuole pie, nato in Correggio il 1738. 
^mancalo ai vìvi 1' oi^n issanti del 1800. Egli al modo die 
''(Mr avvenlara sarebbe sialo giudicalo in altre età singola- 
''liBSiino, così di certo nella nostra comparisce un miracolo, 
•concìosìachè in lui lelleraio la modestia fu alla gloria di 
M^ndiraenio (79). La qual cosa m'ingegnerò io di sempre 



— 542 — 

fueglio provare, ragionando particolarmente d'un suo li- 
bretto suireducazione, che, pensato da lui, fu scrìtto però 
e pubblicato- da un altro; nei che appunto, o io m'inganno, 
si fa chiaro anche una volta di più quanto grande fosse 
la modestia di questo insigne scolopio. Ma innanzi che ne 
parli credo bene discorrere di altre sue opere, e raccon- 
tare di lui (80) quel tanto che lo mostra , siccome fu di 
vero, solenne maestro e bravissimo educatore. — Pubblicò 
egli infatti da prima nel 1759 le insiituHones linguae gre- 
cae (81), dove in quattro libri espone Tetimologia, la sintassi, 
la prosodia e i vari dialetti, agevolando il modo di cono- 
scere quésta lingua, e mescolando, secondo l'antico adagio, 
rutile col dilettevole. Poi nel 1761 stampò gli « epigtwn- 
mata ad usum scholarum » in tre centurie, ponendo nella 
prima gli epigrammi scelti da Catullo , Marco Valerio e 
Marziale; nella seconda da Ausonio e Claudiano, e nella 
terza dai migliori poeti del quinto e sesto decimo , corre- 
dando tutta questa antologia d'eruditissime annotazioni (83). 
Quindi, nel 1780, videro per lui la luce gli insegnamenti 
della «grammatica latina» esposti in volgare per quelli che 
cominciano a esercitarvisi, dove il valentuomo si fa piccolo 
coi piccoli, pur di condurli con metodo facile e piano in 
questo studio, per lo più in uggia ai fanciulli, perchè 
spesso fatto spinoso dalle vane sottigliezze e pesanti dei 
grammatici. Anche provvide ai giovanetti , chiosando le 
favole di Fedro (1769), aureo libretto di dottrina pratica 
e sana morale; e poi e finalmente, nelle selecta ex graecis 
scriptoribus (1774), facendo una scelta degli apologhi di 
Esopo, dei dialoghi di Luciano, delle orazioni d' Isocrate, 
di Demostene, di Tucidide , di Platone , degli opuscoli di 
Ippocrate , delle canzoni d' Anacreonte , e più d'un libro 
deir Iliade, d' un idilio di Teocrito, e di una tragedia di 
Euripide, raccogliendo insomma con fino discernimento^ e 
disponendo con ordine mirabile il meglio che fosse a van- 



— 543 — 

laggio della studiosa gioventù. — Dalle opere pubblicate 
"veDÌamo ai fatti (83). Nei quarantotto anni che lesse in 
questa Università non è a dire con quanto di metodo e 
di luce esponesse in prima la logica^ poi la metafisica e 
l^etiea^ e da ultimo con qual finezza di gusto e profondo 
criterio dettasse gli ammaestramenti della oratoria e della 
poetica, vivendo tutto per i suoi scolari^ presto a tutti, 
ma' singolarmente ai più poveri (84), ai quali era largo 
ancora di beneficenze; nò per avventura è morta in Pisa 
la voce, che egli, novella Cimone (85), desse il proprio 
mantello a un candidato, perchè se ne cucisse la toga 
da vestirsi il dì solenne della laurea dottorale! Ed è 
uno stupore a pensare come uomo cosi valoroso vivesse 
modesto , e tanto da pubblicare pochissimi scritti , e 
senza nome, il quale rare volte soltanto s' indusse a por- 
velo (86), costretto dal volere per esso lui rispettabile 
di quel miracolo d' erudizione , che fu Odoardo Corsini, 
cui egli amava siccome confratello, e maggiormente 
rìveriya come maestro. Quindi è che Angiolo Fabroni , 
inviando al primo la vita del secondo, scrive: « Ger- 
ir sinius vero nunc etiaro vivere mihi videtur, quod te 
<« velati haeredem suorum munerum et meritorum reli- 
« querit, cumque ei par sis ìngenii facultale, nequeo non 
« mirari quod adeo publicam lucem reformìdes, ut niliil 
« te modestius, nihil tìmidius umquam viderim (87) », 
Né d'altra parte mancava air Antonioli di che sentire alto 
di so medesimo, conciosiachè oltre il testimonio citato, lai 
vivo celebrarono e Gianlorenzo Berti agostiniano e Fran- 
cesco Lalande e Girolamo Tiraboschi e Yalperga Caluso, 
(;he venuto da Torino, a Pisa, vi stette per quaranta giorni 
a bella posta per ascoltare le lezioni del p. Carlo , delle 
quali non rifiniva di dir bene, tanto grande gli era sem- 
brata la facilità e splendida eleganza nel dettarle. Le quali 
testimonianze tutte dimostrano quanto savio educatore a 



— 344 — 

bravo maestro sia di ragione da riputarsi rAntonioii, sé 
punto nulla da maravigliare se il Fabroni stesso, invitti» 
dal granduca Pietro Leopoldo a proporre un maestro di 
amena letteratura per gli arciduchi, non trovava di meglio 
che porre innanzi il p. Carlo, del quale in una lettera a 
quel principe, del 12 febbraio 1776, così ne discorre (88)... 
« A mio credere fra tutti i maestri che dovranno servire 
gli arciduchi quello della maggiore importanza e delia 
maggiore difficoltà a trovarsi, per Tunione di molle qualiti, 
tutte necessarie, è il maestro di belle lettere. Dovrebbe 
essere un uomo dotto, ma che sapesse e nascondere e far 
uso opportunamente della sua dottrina; di maniere dolci e 
insinuanti, che tanto possono allettare i giovani allo studio; 
d'un talento tale che mentre si occupa dello piccole cose 
non perde di mira le grandi, i semi delle quali non me- 
glio si spargono che nella tenera età; prudente ed avve« 
dutp per sapere accomodare le sue istruzioni all' età , ca- 
pacità e proQtto dei giovani; buono, ma dì bontà soda e 
sincera , che senza interrogare altri che il suo cuore me- 
desimo sappia cavare dalla istruzione dei buoni precetti di 
morale; e, se possibile fosse, di grato aspetto , sapendosi 
dalla esperienza quanto importi che gli oggetti, che cir- 
condano i giovani di tenera età, presentino sempre esempi 
imitabili. Dice Plutarco che Alessandro dal vedere il suo 
maestro Aristotele difettoso in una spalla contrasse, senza 
accorgersene, questo difetto. Ora ha l'onore di servire Y. 
A. R. nell'Università pisana il p. Carlo Antonioli soolopio^ 
nato in Correggio. Io ho gran pratica di quest'uomo, con 
cui ho passato delle settimane intere alla campagna. Le 
sue cognizioni sono quelle d'un uomq superiormente grande: 
scrive bene; parla con precisione e chiarezza; tutto quello 
che si presenta a lui è veduto in grande; di un carat- 
tere piti ohe sincero; buono senza bigottismo; senza iote^ 
resse, senz'ambizione; dolce di maniere, amante di pace» 



— 3.Ì5 — 

laborioso a paziente; si fioameiite pratico del mondo, e sì 
accorto nel giadicare degli errori della vita umana , og- 
getti i più importanti della morale, che per qaeste qualità 
io ardisco dire di non conoscere persona più adattata di 
lai. Ho detto il bene; dirò ora anche il male. Il p. Auto- 
DÌoli ha un fondo di timidezza che qualche volta porta la 
sua modestia alla bassezza : è curioso, ma non però indi- 
screto indagatore dì fatti e nuove altrui: la sua curiosità 
serve a soddisfare unicamente sé medesimo, perchò inca- 
pace di servirsene a danno del prossimo, e di mancaro 
alia più rigorosa prudenza: il suo personale non ha di- 
fetti, ma le sue maniere non sono graziose ; la sua salute 
non è robusta, e la corta vista in lontananza d'oggetti lo 
obbliga di far uso continuamente degli occhiali. » Lo quali 
parole io non so se facciano più onore alla persona rac- 
comandata a chi così la loda, ma di certo pro^'nno che il 
rettor magnifico dì Pisa teneva in gran conio il suo umanista, 
siccome maestro che a molta dottrina congiungeva rarissima 
bontà. — Ma egli è tempo ornai ch'io discorra del libretto 
pedagogico del p. Carlo Antonioii stampato la prima volta 
in Firenze (4775) col titolo di riflessioni intorno alle pubbli- 
che scuole, e sopra quanto hanno scritto di esse alcuni dei 
più celebri autori del nostro secolo (89), dal (|unlo più e 
più sì argomenterà quanto egli potesse nella scienza e ncl- 
Tarte difficilissima dell' educare e dcirammacsirare , e il 
quale, ne son certo, verrà anche a proposito al tempo 
mio, conciasiachò in esso, se non tutti, ben si risolvono 
i più importanti problemi, che oggi pure stanno in cima 
della mente di chi ci governa, e sui quali h.uino vaghezza 
di questionare quanti pigliano a discorrere di pedagogìa. — 
Per incominciare ripeterò come volgarmente quest'operetta 
fosse creduta, e tuttora da qual(!uno si eroda frutto della 
mente focosa o dell'ardita penna dell'altro mio (tjnfrateilo 
Stanislao Canovai, mentre è fuori di dubbio che se rjuesti la 



— 346 — 

scrisse^ rAntonioli la peDSÒ^ come fra le altre si fa chiaro da 
queste parole, le quali si leggono nella prefazione: Un tfomo 
freddo, e per sua grande ventura non soggiogato ancora dalla 
moda, ci ha partecipato ultimamente delle riflessioni su questo 
proposito (sulle scuole), che crederemmo delitto di tenere 
più lungamente celate (p. 5). Quindi è che e il p. Poni- 
pilio Pozzetti e Giuseppe Saccozzl (90) danno il merito 
maggiore di questo lavoro al p. Carlo, -come che egli ne 
sia stalo il principale autore. Pertanto, lasciando io volen- 
tieri una tale oziosa questione, dico che Toperctta è divisa 
in quattordici capitoli, d'ognuno dei quali parlerò quel tanto 
che basti ad acquistare un concetto dell' intiero opuscolo, e 
a vedere come e quanto valesse in questa materia il p. An- 
tonioli. — Il quale si rifa da osservare e giustamente che 
gli antichi, massime i greci e i romani (91), molto avendo 
operato e poco scritto in fatto d'educazione, a torto, qnaà 
l'abbiano dispregiata, vengono accusati dai moderni, i quali 
invece pubblicano assai in questa disciplina : e mentre i 
primi ci narrarono le loro praticìie d'educare , i secondi 
per l'opposto si contentano di esporre le loro idee; in guisa 
che mentre gii uni riuscirono a formare dei cittadini, gli 
altri viceversa non possono forse, né potranno gloriarsi se 
non di aver composti parecchi libri. E appunto di questi 
libri allora usciti in folla daW Inghilterra , dalla Francia, 
dalV Alemagna, dall' Italia vuol ragionare il Nostro, ed esa- 
minare se quelle dottrine pedagogiche sarebbero utilmente 
da innestarsi sul grand' albero dell* educazione ed i frutti 
che esso potrebbe produìTe , qualora vi si praticctsie H 
nuovo innesto, che con tanto strepito si progetta, — Passa 
quindi a più ordinatamente fissare l'argomento deU'oftUr 
scolo, dimostrando in prima, siccome gli è facile, il diritto 
e il dovere dei genitori sull'edncare la loro prole; poi 
come quflsti si associno altri e altri, i quali, onorati AfX 
titolo di maestri , continuano Topera santissima delia fa* 



— 347 — 

miglia^ informando i (ìglìoli o nello sraole privnio o n«i 
collegi convitti o nelle pubbiidio . tielle quali n^ionaii(k) 
conclude che, fioicliè «-ilia civile società mfHìNtì flfìt\ìormfnkt 
aver nei suoi membri figlioli osseqitiasi, capi di famiglia 
ùSiennati, ciUadini illuminati ed tmvsh\ l'ssa piit rhe altri 
deve affaticarsi allo stabilimnito di certi' scuole, da cui o 
m tutto in parte si ottcfigano questi rantaggi. Per altiv^ 
^ perchè le cognizioni dello spirito possono molto influire 
sulla bontà del cuore, st perchè i maestri neiratto d'insf' 
gnare le lettere possono anche far luogo a gualche nltiyi 
punto d'educazione piii omogeneo a quelle, la letteratura è 
sempre la base di tali scuole pubbliche, e l'educazione che 
vi si dà prende quindi il nome di letteraria. Le tiostre ri- 
flessioni però prendono questa di mira, e di essa sola ci 
proponiamo di ragionare (p. 14). Al lume poi doH'isto- 
ria discende il p. Carlo prima a dimostrare come i governi 
lutti hanno aperto scuole sul riflesso deirutilit», la r|unle 
avvisarono ne sarebbe ad essi venula da quello, o poi 
ribatte con le vecchie ragioni le vecchie obiezioni contro 
il pubblico insegnamento letterario, (]uaHÌclH> (|uosto e allotti 
i giovani mancanti affatto di voglia e talento, e buoni solo 
per f agricoltura e per le arti, e serva più spesso a corrom- 
pere il buon costume che a far prosperare il sapon) (i^2;, 
e finalmente non raggiunga lo scopo di una r/ìmjnuUt edur/ir 
zione^ — Dalie quali difllcoltà viete ed antiche e [>er avven- 
tura troppo generali passando TAntonioli più da vicino al par- 
ticolare, piglia ad esame due opere francesi di quel tempo; 
Tana^ ma senza nome, intitolata : de l'èdur/UUm j/uhlique , 
Amsterdam, 1762, e l'altra: essai déducation naliowile, oh 
pian d^éludes pour lajeunesse, par M. Iajuìs tiene de Cam- 
dfsst de Chalótais, 1765. — E poiché le obiezioni cfintro le 
finbblicbe scnole italiane costoro le compendiano nei dire 
che in queste mal s'insegna la religione, p^^co la morale, 
e che t'ìstroxione delle lettere sì ridoce a uno studio jùm- 



<(ro del lAtJao. l'Antoaioll coi fatti alla mano rissponde lit- 
toriosamenti^ a ile dae prime, e in pia largo modo e striE- 
gente alla lerza, dichiarando come già da qualche tempo 
>i era, con savio accorrrimento. allo stadio della lin^aa ro- 
mana accoppiato qaello dell'aritmetica, della geografia^ della 
^'toria , di tutte insomma le discipline , che sembrano e 
?ioao OD corredo di qa^^Ili Itngaa, la qoale perchè som- 
mamente precisa, molti) semplice, e in mirabil modo ana- 
litica, K oramai riconiosciuta <.*ome il migliore e I' anico 
mezzo e strumento d'intellettuale e<Jucazione (93). — 
Oim battute cosi le vecchie e nuove difficoltà ci mette TAd- 
tonioti dinanzi l'ordinamento degli stadi pensato da co- 
testi scrittori, e lo fa pigliando a guida in specie l'opa- 
scolo dell'anonimo (9A), esponendo il parere di costai salle 
materie da insegnarsi, e con qaal metodo e in quanto 
spazio di tempo. \^ qui ripeterò io cotale esposizione, che 
meglio per avvffnturn sarà intesa dall' udire le difficoltà 
opposte dal p. Otrlo dicendo : come un siffatto ordine di 
studi, perchè troppo iJisteso^ appena sarebbe da adottarsi 
nella capitale di uno Stato e nelle città grandi soltanto, 
imperocché richiederebbe un lusso pomposo di maestri, di 
scuole, di biblioteche, di musei, di gabinetti e di macchine: 
che troppo corto è il tempo assegnato di otto anni allo 
studio della lingua latina e nazionale, della religione, della 
morale, della cronologia, della storia, della geograBa, del- 
l'aritmetica, deiralgebra, della geometria, della logica, delli^ 
fisica e della chimica ; e che volendo un ordinamento tale 
[)er ogni paese dello Stato riesce impossibile di trovare an 
numero così copioso di maestri buoni e capaci a bene inse- 
gnare tutte quelle molteplici discipline e svariatissime (93). 
Perciò conclude che, poiché si tratta di formare un praticò 
ordinamento di studi , meglio avvisa colui che con sottile 
giudizio ne propone uno più smilzo, ma possibile, dell'al- 
tro che te ne pone sott'occhio un diverso più compietà 



— 349 — 

-e forse, perfetto, ma di difficile e starei quasi per dire im- 
possìbile esecuzione. La pietra di paragone ove si prova U 
talento d'un progettista è l'esperienza. Aver lo spirito gra- 
vido di prospettive, figurarsi dei disegni che abbagliano , 
trattenere un circolo d'oziosi con immagini sempre nuove 
di ripari, di compensi e di riforme, questo è u/n pregio di 
fantasia, che da sé solo, lungi dal costituire l'uomo savio e 
profondo, può anzi farlo stimar meritevole di avere un 
posto meschino tra i metafisici o tra i poeti: ma ideare un 
progetto, ed esaminarlo senza passione , conoscerne le piii 
minute difficoltà, e prevenirle con scrupolo, sentirne pro- 
porre l'esecuzione e profetizzarne senza equivoci una fausta 
riuscita, questo è il merito dell'ingegno , che rende a sé 
Stesso una generosa testimonianza delle sue forze, e la 
strappa poi o con dolcezza o con violenza da tutti gli al- 
tri. Quei primi progettisti sono degli architetti arbitrari, i 
quali sapranno dirvi con Archimede che può muoversi il 
globo terraqueo con certe leve, ma non cercate già loro se 
ti saranno fuori di esso dei punti d'appoggio, ove mettere 
un piede: essi non curano, o suppongono tutto questo, e le 
determinazioni gli imbarazzano a segno che se rovinasse 
l'universo, avrebbero ben essi il segreto di rifabbricarne 
uno novello, ma non col patto di adoperare i materiali del 
vecchio. All'incontro i secondi, di cui per grande sventura 
è troppo rara la specie, cominciano a pensare dal punto 
precisamente ore quelli cessarono; la natura dei dati, a cui 
Insogna adattare il disegno, è l'orizzonte cite tutte racchiude 
intomo le loro idee; osservano i luoghi, misurano le forze, 
calcolano le spese, e combinando insieme esattamente ogni 
cosa decidono del facile o del difficile, del possibile o del- 
f impossibile d'una impresa (p. òò). Adunque ella è cosa 
iDÌgiìore^ anziché ioventare nuovi metodi, studiarsi di per- 
fezionare gli antichi, dai quali scegliere il buono , riget- 
tando il Tecchio e fuor d'uso ; né davvero a ottenere sin- 



— 330 — 

cerarHente il fine deireducazione e' sembra necessario sco^ 
starsi affatto da quello che ci hanno tramandato i nostri 
maggiori, prendere una direzione diametralmeìite opposta , 
dare un totale addio al mondo vecchio per riceixame nno 
tutto nuovo, ma piuttosto cercare un compenso per cui ai 
beni sperimentati nel sistema sinora praticato si uniscano, 
per qtuinto è possibile, quei nuovi vantaggi, che ora tanto si 
desiderano (p. 70). — A qaesto panto l'Àntonioli accenna 
egli stesso a un ordinamento di studi non nuovo, siccome da 
sé confessa^ ma scelto da qaantodi buono e di meglio si trova 
negli altri, e breve sovratutto e semplice, così da essere inteso 
facilmente. E in prima ti dà il prudentissimo consiglio di 
non accrescere il numero delle cattedre e de' maestri se 
non in quei luoghi, ove sieno aumentati i bisogni e gli 
scolari, e bastanti TentratO;, perchè non avvenga |o sconcio 
che e il precettore si trovi senza discepoli, e sia in troppo 
misero modo approvisionato, ossia venga ad essere moral- 
mente ed economicamente mortificato. Poi suggerisce ai 
maestri che s'istnifscano dei correnti metodi d'insegnare, e, 
senza fasciarsi molto trasportare dall'applauso, che alcunt 
sistemi lianno ottenuto, scelgano fra tutti non il più facile 
assolutamente (96), ma quello che alla facilità unisca la 
sodezza e la chiarezza delle idee, e il vantaggio di lasciare 
una forte impressione nella mente dei giovani, e che, tw- 
vando come queste qualità non possono riunirsi in un tal 
metodo, preferiscano sempre alla facilità le altre qualità di 
sopra annunciate (97); e da capo raccomanda che fra i 
metodi si scelga sempre sopratutti quello, che dopo molte 
inflessioni e lunga esperienza si è trovato generalmente il più 
praticabile (p. 73). — Ma poiché T operetta è particolar- 
mente indirizzala ni maestri di belle lettere, però il padre 
Carlo scende n discorrere con* essi, e vuole che nutrano in 
sé medesimi una somma stima per la lingua paesana, la 
ispirino a chiunque accorre ad ascoltarli, e non permettana 



— 551 — 

che esca mai dalla loro scada un giovane senza tutte le 
rq^ie di ben parlarla e scriverla correttamente: si appli- 
chino a dare ai giovani una compiuta intelligenza della 
lingua latina, ma non li costringano a scriverla o in prosa 
o in verso se non quanto loro piace, o meglio quanto può 
occorrere per render ad essi più famigliare e più facile la 
lettura dei latini scrittori: conservino nelle scuole Tuso di 
impiegar lo ingegno in composizioni di vario tema, e a 
quel latino, il quale fu già tanto in moda, sostituiscano ora il 
linguaggio materno: non ardiscano di proporre agli scolari 
degli argomenti a trattare superiori alle loro cognizioni, e 
nemmeno li espongano ai più comuni, senza averli prima 
gaernìti delle opportune regole sulla connessione dei pen- 
sìeri> sul legittimo raziocinio e sul buon senso comune 
(p. 74). Che se poi, egli scrive, sembrerà ad alcuno che 
tale ordinamento di studi sia un pigmeo dinanzi agli altri 
immaginati oltre mare e giganti, di grazia non voglia ri- 
derne, ma piuttosto rammenti che la repubblica di Platone 
empie un libro in ottavo, e una legge di Giustiniano appena 
«fiuf facciata; ma questa può eseguirsi e quella no! (p. 76). 
— Lascia da ultimo il p. Àutonioli la più spinosa tra le 
questioni del pubblico insegnamento, quella cioè sulla scelta 
dei maestri, la quale però delicatamente risolve , propo- 
nendosi il problema se meglio convenga V ammaestrare e 
Teducare al laico o al chierico, e da capo se nirammogliato 
più che allo scapolo, se al prete secolare meno che al re- 
golare. Hi paiono sopratutto da ricordarsi le parole con 
cui lucidamente pone egli, siccome oggi si scrive, lo stato 
della questione, e le quali dicono cosi : le scuole pubbliche 
urna un compenso inventato dalla società per supplire in 
parte al dovere de* genitori: e come rari sono i compensi 
senza i loro disappunti, distruzione delle pubbliche scuole 
meoessariamente ne ha dtie. Il padre solo , supposte eguali 
iutte le altre cose, può istntire i suoi figli con una assi- 



— 3o2 — 

Huttà , con una industria e con un affetto esattamente prih 
porzionale ai loro bisogni: chiunque altro debba fame Ir 
veci avrà per avventura le doti stesse, ma queste saranm 
in lui l'opera più dell'arte e della riflessione che della na- 
tura e del sentimento, e non giungeranno mai a quel punto 
di perfezione che potrebbero avere nel cuore d*un padre; ed 
ecco in quel compenso un primo discapito della educaziom. 
Di nuovo il padre solo può servire i suoi figli grattUkt- 
mente, e non esigere in premio che la riconoscenza ed il 
rispetto: ogni altro, che debba far le sue veci, non si ap- 
pag/ierà di questa bella ma sterile ricompensa, e per giu- 
stizia e per necessità converrà passarli uno stipendio; ed 
^cco in quel compenso un secondo discapito di finanze. Ora 
la società, che trovò necessario il compenso, acconsentì di 
buon grado anche ai discapiti che l'accompagnano ; ma però 
costrettala sostituire maestri ai genitori, e a premiare te 
loro cure con qualche somma, si sforza nei suoi medesimi 
danni di non soggiacere che al più, piccolo danno possibile, 
e quindi preferisce a tutti gli altri quei soli maestri , che 
è nell'impegno e nel disinteresse si avvicinano il piin ai 
naturali maestri dei giovani, cioè, per dir lo stesso in ter- 
mini relativi alfa questione, tra le quattro proposte specie, 
quella per le pubbliche scuole è la migliore, da cui posson 
trarsi degli uomini, i quali nell'ammaestramento della gio- 
ventù abbiano la massima somiglianza coi genitori, ed ap- 
portino il minimo aggravio all'erario (p. 83). Qui odi con- 
cede la preferenza alT ammogliato sullo scapolo, appanlo 
perchè il primo somiglia più ai genitori ,. naturali educa- 
tori dei loro figlioli, sebbene vi sia spésso, da* temere che 
l'affetto di padre vinca il dovere di maestro, e che la casa 
s'impossessi di tutta V anima per lasciare alla scuota il 
nudo corpo: mentre il secondo, se per il solito vince l'al- 
tro neirabbondare molto più d'attività, è poi alla sua volta 
vinto per mancanza di dolcezza, sicché non avendo que$ia 



— 333 — 

il iemperamento di quella, poco ci vuole a foeder gli sca^ 
poU in braccio alla impazienza e alla ferodo. Quanto poi 
« cherìci ,_ massime se regolari , rAntonioli , tra le altre 
«ose, osserva come le scaole governate da questi sieno por 
^ordinario ben servile (98)> conciosiachè connessi essendo 
-^ra di loro, la riuscita buona o mailvagia di quelle tion 
.può esser per essi indifferente, perchè i fausti e gli iu fausti 
successi sono in comune, e ciascuno gli attribuisce o a de- 
■coro Sfio proprio o a suo proprio disonore. Se l*uno manca, 
fedirò supplisce; se quello è pigro, questo lo stimola; il 
giovane ascolta il vecchio che lo inizia nelV arte; il mmo 
.ricorre al piif, abile; tutto si tenta , tutto si fa , tutto si 
eoffre, perchè la scuola consensi il suo lustro, ed i giovani 
^uopran di gloria sé medesimi coi loro maestri (p. 00). 
Nò per questo motivo soltanto sembra al p. Carlo di avere 
a preferire gli ecclesiastici ai secolari nello eso(;cizio deU 
•i'insegnare, ma anche perchè i primi si contentano di una 
provvisione piCi piccola dei secondi, i quali, se particolare 
iQiente ammogliati, vogliono anzi che sìa pingue a campare 
so Slessi, e a sopportare i gravi carichi d'un' intera fami- 
glia. Mentre i chierici , e più di loro i regolari , se adem- 
'piono bastantemente ai propri doveri, un meschino stipendio 
■è valevole a sostentarli ; se si distinguono con istraordinari 
■successi, basta un applauso o un attestato di gradimento , 
perchè benedicano ai loro stenti, e si tengano per altamente 
ricompensali. Tutto adunque d fa vedere in essi dei padri 
pntaiivi, che subentrano all'impiego dei genitori, e con tanto 
^nobili prerogative e vantaggiose, da farci dubitar con ra- 
gione se certi ritratti non vincano spesso in bellezza i loro 
4nedesimi originali (p. 92). Che se sciaguratamente vi fa 
un tempo in cui alcuni maestri tra i regolari abusarono 
^deWeducazione in pregiudizio della ragione di Stato, questo 
«on lo nega il p. Àntonioli , TalTerma anzi , riconfortato 
l^rò nella speranza che i presenti e i futuri impareranno 

MioiKLi, Storia della Pedagogia in Italia f3 



— 354 — 

a spese dei passati, e, facendo seono, si riconosceranno sem- 
pre chierici egualmente che cittadini. Quando poi di tal 
maniera non si governassero, la pubblica autorità non po- 
trebbe esser meno tutelata e sicura , vietando loro severa- 
mente qualunque dispotismo nel magisiero, non accogliendoli 
nelle sue scuole, senza un precedente patto solenne di sotto- 
mettersi alle sue leggi, e invigilandoli per mezzo di oculati 
esattori. Che se poi trasgredissero il divieto, e infrangessero 
il patto, allora, perchè di utili divenuti nocivi, cedano con- 
fusi e dispersi a quel sovrano volere, al quale, dopo le 
giuste e formali promesse, osarono di contravvenire. Noi 
però d seQitiamo ispirati d'entrare mallevadori che un pub- 
hlico savio e manieroso non prescriverà loro giammai cosa 
alcuna, di cui una prudente ed illuminata coscienza non 
possa ragionevolmente credersi soddisfatta, e che i regolari, 
ali non resta forse altra miglior via di raccomandarsi alla 
società, fuorché la buona istruzione, si impegneranno per 
zelo e per interesse ad uno scrupoloso adempimento di tutto 
dò che verrà loro prescritto (p. 100). — Finalmente il 
p. Carlo Autonioli conchiuile il suo opuscolo con alcune 
parole che testualmente trascrivo, e sulle quali mi guar- 
derò ben io di far chiosa, tanto sono chiare, eloquenti, e 
dette a proposito in un tempo massime che la smania 
del nuovo e del forestiero minacciava di farsi potente 
e tiranna del nostro bel paese. Voi, così egli parla agli 
italiani , voi che a forza d' imitare i disparati caratteri 
delle varie nazioni piti non avete alcun carattere; voi che 
vi fate discepoli di coloro, che tante volte vi venerarono come 
maestri; voi che nella terra dei dotti cercate dallo straniero 
i metodi per erudirvi, voi dunque non temete punto che 
colmatasi un giorno la misura di quel disprezzo , in <nf». 
cadeste, passi il vostro nome in proverbio tra i popoli che . 
vi circondano, e che pfr esprimere con enfasi un aninio 
poco culto si dica forse: un italiano? l^utto congiura (^ 



fnunMom' ta qtie$U> ohbnArio . aitri lù l-aiawi tUuoprina 
m noi- e «oi troriano nfiU rostrv «noft iapifse ilei pia- 
ifnli oiotin per tftnere cJtf *i act-fnno «n gwmo i litro 
jùretagi. Come? si riti^ve dì cangiar le scvoJe t turit » fimsa. 
WH^iarf MI primo le cnxe (dftj? Si tratta iti (iHmmbtri> ni 
/* fatiche, t non *t wrco di divùnnir torn gli sv^ 
jUsHiift'.'' A> acivrrà «xi cAr ■/ peso atroce di-tU tooUsU- 
àbe oceiipa:Ìonf cagionando una mortai* opprtssione allo 
aftrito, guf.ito ntm avrà altro scampo ai suo tncUe cht ap- 
^f^arsi 'i quel partito staso, cui si appiglia h atomaco 
sgravato olire misura dot cibo, cioè rigetterà tutto ituiemr 
it superfluo e il necessario; f impeto di quest'incommodo 
^tomaliero indebolirà chetamente le sue font ; perderà ogni 
ulta regolare digesHoxe; il succo ed il sangue delia 
éoOrina wm onderanno piti ad alimentare fé sue potenze^ 
direnlerii uno scheletro spaventoso, e l' ignoranza trio» frrn 
/ikàlnenle di lui. Prevenite di grazia la dolorosa dtsav- 
wnbav, e se il moderno incantesimo vi lascia (ina»'ii tanto 
dì likeì'là da sefjuire un buon contigbq, riftetlete che, senta 
là riforma della domestica educazione , voi tentate invano 
di riformare In letteraria , e finché <{uellu sarà guale è , 
questa now ditenlerà quale potrebbe essere. Comincino mlun- 
genilori ad adempiere i loro doveri, e allora i maé~ 
stri non airiinuo bisogno di tanti teorici progettisti par 
m Uno (\i. 103). — Qui Tuccìu puDto ìntoroo all'Aiito- 
'passo 3(1 altri uouiì e uJ altri Invuri. 
iDte per la storiai iliilb peda^jù^ìa uiissinte dei 
'TOtnani, è il ragionamento topragli antichi ornamenti 
fy'ìiHiiUi di' bambini d' Ignazio l'alrrnò Custrllo. principe di 
slunipnlu u Ficmie, ÌIHÌ. — Qa'\ il falerno 
didiSirre specialmente dei dÌddoIÌ segueuli, comu. ai| (Stempio. 
da'/repundia e loro varie specie, delle Imllne. dei tinlin- 
naimla, dei crepilacula, doi pupi e pupae. dei dindaroU o 
i, ecc., carredaodo il ino opaKolo con tiquante 



— 356 — 

figure ìataglìate in rame^ le quali rappresentano cotesti ba*< 
lecchi, e appoggiando tutto il suo ragionamento alle testimo- 
nianze di classici latini e d'altri scrittori di cose antiche. 

Il gesuita Egidio Maria Giuli prese a difendere il me- 
todo di' studi» praticato dai suoi confratelli, in una lettera, 
colla data da Roma dei 15 giugno 1748, e stampata a Lucca 
due anni dipoi. Le accuse erano queste: che Tinsegnamento 
della grammatica era troppo lungo; quello della filosofia 
barbaro; poco coltivato Taltro delie matematiche; trascurato 
quello della teologia e delle lingue orientali; trasandato af- 
fatto quello della lingua volgare, e altri appunti di simil ì 
genere. Ai quali il gesuita risponde come può e meglio sa, 
e, benché non sempre benissimo, tuttavìa vi si trovano qua è 
là delle savie considerazioni, come quella, ad esempio, in 
cui vuole bandita dalle scuole di scienze l'usanza del det- 
tare, imperocché lo scolare perde assai tempo, si affatica, e 
s'annoia. — Del resto l'opuscolo del p. Giuli può servire alla 
storia della istruzione fra noi, giacché vi si narra la lotta 
che allora incominciavasi tra le vecchie e nuove scuole, 
tra i metodi antichi e quelli più. recenti, i quali incomin- 
ciavano a farsi strada nello insegnamento. 

Trovo che a Firenze, per i tipi del Cambiagi, nel 1792, 
Giovacchino Ferrini stampava alcuni capitoli in terza rima, 
dedicandoli a Francesco Alamanjio Pazzi, intitolati : la gio- 
ventii istruita nel buon costume, il Ferrini stesso ne aveva 
fatto una edizione cinque anni innanzi. — Questi capitoli, 
venti in tutti , possono dirsi un galateo , e contengono 
precetti intorno alle cortesi maniere e civili da usarsi a 
tavola, nelle visite, al giuoco, in chiesa, al passeggio, ecc. — 
11 libretto poi ha una seconda parte, ove sono traduzioni 
poetiche d'opere latine o greche intorno a materie pedagò- 
giche morali, e queste sono; a) l'istruzione morale di 
Marcantonio Mureto a suo nipote; b) insegnamenti morali 
di Teognide Megarese; e) ammonizioni di Focilide; d) mas- 



— 357 — 

^me di Pitagora; e) scelta dei mimi di Publilio Siro; e 
infine f) la traduzione in prosa del discorso d' fsocrate a 
Den^onico, g) e delle sentenze di £pitetto. 

Antùnio Giandolini, sacerdote veneto^ è autore d' una 
istoria critica della vita civile, pubblicata a Bologna, 1754. 
•-- Gito quest'opera perchè vi si trovano quattro capitoli^ e 
SQlip.il II. ni. V. e VII, ove si discorrono materie peda- 
gogiche, e precisamente quelle che seguono: dell' edìicazione 

I 

io generale; dell* educazione delle femmine in specie; del 
padrefamiglia; dei doveri dei figlioli. -. — Basti averli ricor- 
datij perchè nulla ho trovato di particolare in questi scritti, 
ove TAutore non fa che ripetere cose volgarmente cono- 
sciate e dette da quanti presero a trattare cotesti temi. 

Morosini mons. Giovanni, vescovo di Verona, fra le sue 
omelie^ ne ha una recitata V 8 settembre 1780, e pubbli- 
cata a Verona Tanno dipoi , sulla educazione. Piglia mo- 
tivo dalle parole deirangiolo nel vangelo di s. Luca: bè- 
nedicta tu in mulieribns, et henedicius fructus ventris tui; 
Q principiando da dire che non la benedizione e f allegrezza, 
ma la vergogna, la maledizione e l' esterminio stanno a 
canto di una gran parte dei figlioli o punto allevati , o 
male^ si fa a discorrere dei modi più. convenienti prima 
per educarne l'anima e il cuore, poi per istruirne Tiotel- 
ligenza e la mente. Le dottrine delTomelia sono santissime 
e vere, e vi spicca mirabilmente quel colorito pratico il quale 
mostra nell'oratore un uomo ben addentro nel conoscere 
come dovrebbe esser ordinata un'onesta famiglia e cristiana. 

Dopo il nome del Morosini cito quello di Luigi Torri, 
che a quel prelato dedicò !e sue considerazioni fisicìie, meta- 
fitiche^ morali e politiche per istabilire i principii d'una oppor- 
iuna educazione, ecc.; Verona, 1776. — Costui pone a base del 
ino ragionare che la felicità o la miseria degli Stati dipende 
4alla buona o cattiva educazione. Ora poiché ogni governo 
ha in sé medesimo delle forze per ottenere il fine che si 



— 358 — 

propone^ cosi è mestieri conoscer bene la cultura di queste 
fone medesime^ e anche* meglio poi il modo di impiegarle. 
Questi savi prineìpii sono in seguito applicati dal Torri alta 
pedagogia^ e quindi si rifa in prima a discorrere della cuUura 
del corpo nei fanciulli, poi della cultura dei loro intell^lo 
e della loro volontà. Esaminate così le cose opportune ri- 
sguardanti la cultura delle forze dei fanciulli, affinchè di- 
venuti adulti possano, robusti della persona e rischiarati di 
mente e puri di cuore, efficacemente operare, scende all'esame 
del come si debbano impiegare quelle forze medesime. Ora 
cotesto impiago debb'essere aj secondo lo scopo principale 
del governo; b) secondo la classe diversa dei fanciulli; e) 
secondo che dalla provvida natura vennero loro queste forze 
in gradi diversi conferite. Qui finisce il libro primo del- 
Topera, nel quale il Torri mirabilmeute e con savie osser- 
vazioni e profonde svolge la materia di sopra accennata. — 
Nel secondo libro poi ragiona dei mezzi per promovere 
l'educazione. Vuol in prima che questa sia appunto promossa 
dalla desti a del principe, il quale deve provvedere intorno 
alia salute, regolando i matrimoni, e in genere pigliando 
a cura Tallevameuto fisico e materiale dei figlioli: poi ai co- 
stumi, quindi agli studi, e infine ai mezzi per svegliare gli 
ingegni, assegnando premi col fine di incbraggire i migliori. 
— L'operetta del Torri è profondamente pensata^ e abbenchè 
non tutti in leggendola potranno tutto approvare, massime 
nel volere che egli fa l'educazione in balìa afifatto e rego- 
lata dal governo, però il libro piacerà sempre, e posto in 
confronto con altri autori di pedagogia di questo secolo, per 
esempio, col Filangeri, ci insegnerà come fosse cominciato 
un tempo in cui molti scrittori d' educazione , vedendola 
strumento di corruzione in mano dei privati, tentarono 
restaurarla, ridonandola in quelle del pubblico, come ap- 
punto ai tempi di Roma, e meglio a quelli di Licurgo in 
Sparta e di Solone in Atene. 



;* 



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— 2M» — 

Nel 4768 a Firenze coi tipi della Ikindocciana fu slam- 
pata una Decisione in Pon(remì9ÌeHsi\ etc. I^ati ctiHsa stu^ 
dforfffii. È questo un volo legale di PMro Aiccodto Forti, 
mnfoeato del collegio dei nobili fiorenlini e autUlort ge- 
nerale al governo di Pnnlremoli, ecc. — Kd OlU^Ule la 
oGcn^ione. Un tal Àngiolo Manssi lasciò , iitoreudo . otto 
cento scndi a favore di certi suoi nipoti « tiglioii della 
figliola Paola , perchè con questo mezzo attendessero agli 
^hkU della sacra scrittura, delle leggi, della medicina, («rtv 
In processo di tempo, e precisamente spento rultiino tìnto 
maschile della casa di Paola^ sorsero questioni, o (luiudi com- 
parve la scrittura di questo voto, dove il Forti giureconsulto 
si mise a provare la perpetuità di quel pio leg.'ilo. (Irodo 
che' possa importare al caso nostro in specie per le ;iutnrilà 
e testimonianze d'ordinamenti e dì responsi, ohe (|ui si nl> 
legano, tutti relativi a leggi e statuti intorno agli studi. 

Domenico Valentini, lettore di teologia nello Studio Kenoso, 
stampò in Firenze, 1741, un'orazione « de scientiarum et Uni- 
versilalum utilitate», recitata il 10 agosto dell'anno istt'SHo. 
in occasione appunto che quell'Università ora stata allora 
optimi principis beneficio instaurata. Il tema è rpiesto : 
quam utile, quam salutare reipuMicae sit cives hnnis studiin, 
bonisque doctrinis in scholis publicis, quas Universitnle» ap- 
peUanl, a probaJtis selectisque prarceptoribas erudiri. Il Va- 
lentini si dilunga molto nella prima parto, e va assai ri- 
stretto nella seconda, in quella cioè dei vantaggi delle pulitdi- 
cbe Università, la quale meglio importa al nostro proposito, 
e doTe da ultimo non mi pare che dica nulla di nuovo o 
di più di quello che trovasi in altre scritture di siinil gè 
n0re. — Nuterò piuttosto che il dottissimo Lami arricchì t\\ 
glosse questo discorso, le quali, perchè molU> opportune, dan- 
no all'opuscolo un prezzo che forse di per sé non avrehlw 

Fra coloro i quali discorsero in questo f»ecolo dell'e'lijca- 
^one speciale, è a ricordare l'abate Frawaxcft Oommichi, die 



— 360 — 

nel SQO « piano di sUidi per istruzione (t un nobile giovanetto » 
pQbbiieato a V^ezia, 1790, dettò la maDÌera di coltivar» 
l'ingegno dei figlioli di alto lignaggio, e chiamati perdo- 
daUa loro nascita a grandi impieghi. In specie nella prefa- 
zione a questo libretto si trovano molto belle ragioni e tutte 
appropriate a dimostrare la necessità cbe i nobili hanno 
di istruirsi e in modo migliore dei nati dal popolo, appunto 
perchè qaelli più facilmente di questi sono chiamati a eser- 
citare offici i maggiormente delicati e di maggiore difficoltà. 
Ma del resto poi nel piauo dì studi progettato dal nostro abate 
nulla trovo che sia notevole di speciale considerazione. 

Al modo istesso può giudicarsi una scrittura intorno IV 
ànca^zìoue speciale il libro del dottor Niccolò Olivari, pubbli- 
cato in due tomi a G^not^a, 1786/ col titolo: t educazione 
fisica e fisico-morale, ecc., opera diretta a profitto non solo 
delVinfanzia, ma di tutte ancora le successive età. Ctii la 
piglia in mano anche la prima volta ben si avvede che 
l'opera è scritta da un medico anziché da un educatore. 
Difatti è divisa in quattro parti. Nella prima si ragiona 
della cura dell'organizzazione , e quindi si danno avver- 
timenti pratici intorno all' uso delle vesti, e al modo di 
regolare l'ama, perchè questa sìa salubre. Nella seconda si 
discorre della nutrizione e della scelta degli alimenti, comin- 
ciando dal latte, e giù giù lino agli altri cibi e bevande. 
Nella terza parte si parla della cultura dei temperamento^ 
dei sensi esterni ed interni, e quindi delle passioni, e cosi 
della mente e del cuore in generale. Finalmente la quarta 
parte è un trattato sulle malattie infantili, e sulla maniera 
di medicarle. — Anche da questo semplice specchio facil- 
mente sì concluderà, come io ne concludo, che il merito 
maggiore e singolare dell'opera dell' Olivari sta in que- 
sto d'essere uno 'dei più minuti e più diligentati lavori,! 
quali intorno all'educazione fisica siano stati scritti nel se- 
colo XVIH. 



— 50i — 

4 Curioso ia verità è il discorso sulle influenze dei viaggi 
neitedueazione, perchè chi ne vede il titolo si avvisa di 
rinvenire , in leggendo T opuscolo , un argomento , e in 
qoelia vece trova precisamente il suo contrario. Difatti 
t'ubata Idelfonso Valdaslri, pigliò in esso a dimostrare la 
ìnatilità dei viaggi in rapporto aireducazione ^ e pubbli- 
candolo lo indirizzò al marchese Giammaria Riva^ con una 
lettera in data di Mantova, 13 maggio 1788. A tale scrit- 
tara dette occasione TAccademia di Lione, che nel marzo 
dell'anno innanzi propose il seguente quesito: les voyages 
peiiventrtls étre considérés conime un moyen de perfectionner 
^édwsaHùn? — Pertanto il nostro Idelfonso comincia col 
dichiarare qual valore si abbia il verbo educare: questo 
significa per lui dirigere le forze del corpo , del cuore , 
détto spirito. Nella prima parte del discorso disamina 
ehe cosa »a la perfezione nella sua indole, ne' suoi oggetti, 
Be' suoi limiti, e ne* due distinti riguardi all' educazione pro- 
posti dello spirito e del cuore. Dopo quest'analisi passa a 
dimostrare l'assoluta inutilità dei viaggi. La materia poi 
delia seconda parte è un esame particolare de* più insigni 
0' rilevanti benefici, che si pretendono derivare dai viaggi , 
wnsiderati perciò necessari a rendere l'educazione perfetta. 
— E non è a dire che il Valdastri in questo suo ragie- 
jiamento cammini sempre, come potrebbe a qualcuno pa- 
xere, faori di strada, e che inutile ne sia la lettura, come 
Ài un discorso il quale contiene un paradosso, un assurdo. 
Ciò non è vero, che anzi qua e là vi sono delle rifles- 
sioni vere e, a mio giudizio almeno, savissime e pratiche. 11 
male è che egli non ha visto, nò ha voluto vedere che solo 
ì. danni, che recano seco i viaggi, o meglio sentenziare che, se 
-wm nocivi, sono per lo manco inutili, incappando così in 
quell'errore, d'altra parte comunissimo a tutti coloro i quali 
incocciati a dimostrare o i danni o i vantaggi d'una cosa 
qualsiasi te ne mettono sott' occhio soltanto una parte , 



— 562 — 

occnllaodo o nascondendo V siUva, quasi dimentichi affililo 
che non v'ha cosa al mondo la quale non produca al tempo 
stesso frutti buoni e frutti cattivi. Così giudico io la ricisa 
asserzione del Valdastri quando sentenzia assolutamente es- 
sere i viaggi inutili a render perfetta una buona educazione. 

Verso lii metà del secolo XVIII nacque, lite a Mantova 
fra i gesuiti e gli altri regolari, sostenendo i primi che 
essi soli avcvan il diritto di insegnare in quello Studio^ 
esclusi affatto da questo i secondi. Una tale pretensione 
provocò il voto seguente, che è del 1749: De j tire tra-^ 
dendarum doctrinarum quihuscumque slwiiosis, eliam Ica- 
di, dissertano, qua evertUur privativumjus allegatum a ten, 
patribus societatis Jesu Mantuae, apud quos ducakm (Tniter- 
sitatem pacificam mantuanam ncm extitisse unqiiam nec 
extare, solidissimis argumentis demonstratur; ad exceli^ntissi' 
mum senatwn mediolanensem prò caeteris regularibus efasdém 
civitatis. — Il voto ha due parti. Nella prima ò una raccolta 
di documenti tutti a proposito di tale questione, tra i quali 
importante por la storia dell'italiana pedagogia è Teditto di 
Ferdinando duca di Mantova e di Monferrato, in cui si 
stabilisce l' apertura di quest'Università, pubblicato il 16 
settembre 1625. Nella parte seconda poi, coli' appoggio di 
tali documenti , e sopra altre ragioni legali , si dimostra 
come per giustizia non potevano esser esclusi da coprir 
cattedre in quella Università gli altri regolari, benché non 
appartenessero alla compagnia di Gesù. — Questo voto ò 
sottoscritto da due avvocati, cioè da Carlo Biraghi e da 
Orazio Bianchi. — Il Bianchi fu romano, professore di latino 
e greco nelle scuole palatine di Milano, e morì nel 1756. 
Del Biraghi ricavo solo che fu sacerdote cremonese e so- 
lenne giureconsulto. 

Passo ora a discorrere d'alcune opere e scritture, lei 
quali trovo pubblicate in questo secolo, ma senza il nome 
del loro autore. — Dirò in prima £ un discorso pronunr * 



— 305 — 

ziato da uu membri) del comitato d'isti'iaione per la città e 
provincia di Sìena^ la sera del 4 fiorile anno Vii (23 a- 
ptiU 4799) e stampato a Firenze l'auno istesso. — £ una 
delle solite dicerie vaporose le quali veagon di inod.i, inassime 
in tempi di politiche ri soluzioni e sommosse. Fosse .il meno 
sci'itia decentemente^ ma non lia nemmeno questo merito, 
coQciusiachò la sia da capo a fondo una diatriba contro i 
regolari e le loro scuole. Le quali Tauonimo scrittore del- 
l' opuscolo si augura che adesso torneranno in dorè, in 
quanto che cavate di mano a questi soppressi, e date a fare 
a gente laica: punto nulla considerando costui che uu mae- 
stro none buono o cattivo, perchè porta la cocolla o altra 
veste, ma per le doti della mente e del cuore. 

Abbiamo ancora d'un tal abate 0. G., scolare pisano, e 
pubblicato a Livorno, il 4761, un discorso accademico sul- 
i'abuto di qìielli ecclesiastici, che insegnano alle donne leg- 
gere, scrivere, il canto, il suono , il disegno , la poesia , U 
scienze e le lettere, — Incomincia da riportare alcune leggi 
canoniche che vietano agli ecclesiastici di farla da maestro 
alle donne. Deplora quindi l'abuso che di colali ordinanze 
si fa da molti nell'esercitare quest'arte, per il danno che 
ne risentono le coscienze dagli ecclesiastici. Dagli uomini 
di chiesa in generale passa in ispecie a quelli che vivono 
nel chiostro, discorrendo anche qui del male che questi se- 
condi recano alla regolare disciplina dei conventi, mot* 
lendosi a insegnare alle femmine, e del danno che procu- 
rano alle femmine stesse e alle loro famiglie. In fine ac- 
cennando agli scandali che soglion nascere in questo pro- 
posilo, ribatte le scuse diverse e i vari pretesti, con cui 
gli ecclesiastici sogliono giustificare T esercizio di cotale 
professione. — Bastino queste poche parole su tale opusoo. 
letto, per giudicare il quale bisognerebbe dire al solito che 
la questione ò trattata per avventura troppo da un lato sol- 
tanto, e forse da quello peggiore, e che non sarebbe difficile 
^d un altro dimostrare quasi per intero il tema contrario. 



— 364 — 

Il precettore, ossia l'arte del ben educare % nobili gior 
ranetti, stampato a Pistoia nei 1782, è ìin libretto, doven^ 
solo si discorre della maniera d'educare i fanciulli di nòhiiù 
casato, ma anche vi si ragiona d'educazione in generale. & 
un assieme di regole utili e sane, nelle quali, per proceder 
con ordine, V anonimo considera i tre obietti, che debb^ 
avere un savio precettore neW educazione dei suoi akumif 
cioè il bìwn costume, lo studio e la civiltà. Su questi Irè^ 
capi è tessuto tutto l'opuscolo, nel quale trovo non nuova, 
roa abbastanza dottrina e bene accomodata. 

Colla falsa data di Basilea, 1765, venne fuori un li- 
brettino sotto il titolo seguente: o' kakomaohi:; ossia^degH 
studi mal fatti per istruzione della gioventik, — Suppone 
V anonimo di pubblicare una lettera d' un suo amico 
carissimo., dove rifacendosi dallo investigare quali sieoa 
gli studi piii utili, conclude che un buon governo do* 
vrebbe avere queste tre scuole; d' agricoltura , di com- 
mercio e di politica; alle quali, in certi casi, potrebbe 
aggiungere la quarta, cioè una scuola militare. Accenna 
anche brevemente come dovrebbe essere composto T inse- 
gnamento e ordinato in queste tre o quattro scuole. Gon^ 
danna i sistemi allora più volgarmente usati , e massime 
lo studio del latino, del greco, o almeno i metodi con cui 
quelle lingue allora s'insegnavano. Vuol che si studino 
queste lingue classiche, ma non da tutti. Lamenta che poco 
o nulla siano allevati i fanciulli a pensare, e che sia così 
barbaramente trascurata la lingua della nazione, e con essa 
la geografia e la storia. Udiamone dell' anonimo stesso la 
conclusione: Che cosa ha egli imparato questo giovane per gli 
studi fatti sino a venticinque anni? Ei non sa mdla di quello 
che è utile e necessario al bene dello Stato: non sa essere 
uomo, né padre famiglia, né cittadino. Anzi, e di più, gli 
studi stessi che ha fatto sono stati d' impedimento ond^ egli 
non impari né sappia le cose utili e necessarie per lui e 



— 365 — 

IMI la società in generale oggi si studia dai più per non 

^(s^Htrare Non dico che tatto qaello, che in questo 

upasoolo si asserisce, sia oro colato, ma vi è molta verità» 
•« in generale mi sembra an libretto importante per la sto- 
fià della italiana pedagogia, perchè con molti altri, che in 
tpMto secolo gli somigliano, segna quell'epoca quando si 
«oarincìò a sentire il bisogno di dividere gli studi dassici 
•dagli stadi tecnici, preparando così il cammino al secolo 
austro, in cui, e parmi saviamente, si è alla fine fatta la 
sopra indicata separazione. 

Nel 1765 furono pubblicati in Firenze gli avvertimenti 
^A^H^ta Caterina Piccolomini Petra, duchessa del Vor 
Uogirardi, ad Ugone suo figlio, ecG. Costei s' indusse a 
slaaipare questo suo poemetto in sestine, alle preghiere 
4el senese Lorenzo Marsili. Sono tre canti: nel primo si 
ngiona degli affetti e della maniera di regolarli : nel se- 
condo si parla delle virtù religiose, morali e civili , cui 
si deve abituare il giovanetto; e finalmente nel terzo si 
jparla d'amore, e delia scelta che il giovane dovrà fare di 
QM oompagna per sua sposa. La Caterina piglia comin- 
oiamento ad educare il suo figliolo, quando questi, rag- 
gtonta l'età della discrezione, trovasi dinanzi le due op- 
posti strade del bene e dei male; 

Fiorita Z'tina, agevole ed amena, 

Scoscesa f altra e d*alto orror ripiena (i, i.). 

^aindi volgendosi al figlio, seguita così: 

Uelade è questa, o caro figlio, in cui 
Incominci a saper che cosa è vita : 
Furo finor tranquilli i giorni tui. 
Ma tal tranquillità, figlio, è finita: 
A turbare i tuoi placidi diletti 
' Sorger già veggo i violenti affetti (1, 7,). 



.■■ ■ t 



— 366 — 

E continua così su questo andare. Nel leggerlo se non 
sempre vi si troverÀ una molto forbita eleganza, certamente 
però assai disinvoltura e facilità di verso, tanto che il li- 
bretto riescirà a ogni maniera piacevole ed istruttivo^ me- 
scolando saviamente il dolce coH'utile. 

In Venezia, nel 1765, dalla stamperia di Carlo Palese 
comparvero alcune lettere « sull'educazione delle fanciulle > 
dedicate alla contessa Faustina Di Cattaneo. È ignoto il 
nome della signora a cui sono scritte , o si immaginano 
scritte, ed è ignoto eziandio, o almeno non sono riuscito 
a sapere chi ne sia l'autore, il quale si è contentato fir- 
marle colle side: F. G. d, C. — Sono dodici lettere, det- 
tate con linguaggio e stile vivo e spiglhito, e dove lo scrit- 
tore rifacendosi da dimostrare in prima la necessità d'una 
buona educazione così fisica come morale, vien poi gi(i 
giù nelle prime otto ad esporre i modi di allevare a do- 
vere il corpo, e poi nelle ultime quattro a discorrere dei 
sistemi per educare sapientemente V intelletto ed il cuore 
delle giovinetto. 

Egualmente a Venezia, ma nel 1778, si pubblicò un 
saggio d' un piano di educazione proposto alla gioventù 
italiana. Antonio Graziosi, che in queir anno lo pubblicò, 
ci avvisa come <]uella fosse una ristampa, essendoché l'opu- 
scolo era già comparso (jualdie tempo prima, ma in po- 
chissimi esemplari, e che avevalo scritto Tabate Giacomo 
Pelliz^ari. — L'opuscolo è diviso in diciasette capitoli. Le 
parole che seguono, e le quali sì leggono da principio^ 
dicono chiaro quale fosse l'intenzione del Pellizzari nello 
stenderlo: lo credo oramai dimostrata a sufficienza la ne- 
cessità d'istruire la gioventù, per mezzo cf osservazioni , 
dail^ quali gradatamente si hanno a ricavare le regole e i 
teoremi. Questo si è il metodo naturale, e tutte le nazioni 
spontaneamente vi si appigliano Gli apologhi e le favo- 
lette, tanto care alla gioventù , sono appoggiate a questo 



— 507 — 

tMtodo e ne dimostrano ti vantaggio e le verità, — Jiellis- 
àiino mi è parso, fra gli altri, il capìtolo secondo, dove il 
nostro abate discorre delle varie regole da tenersi dal precet- 
tore perchè la sua scuola cammini con fratto; come diri- 
gere e regolare Tosservasione nei fanciulli; come di questi 
conoscere Tindote e il talento; come riuscire «a farsi ben 
volere; come impegnarne Tattenzìone, sicché questa non 
svolazzi a destra e sinistra; come tutto Tinsegnamento 
debba procedere concatenato così che le cose, le quali man 
mano vengono imparate, preparino la via a quelle di se- 
guito; e mille e mille filtri precetti didattici, ottimi e degni 
d'esser meditati e posti in pratica da qualsiasi maestro. 
Nei capitoli che segueno il nostro Giacomo, scendendo ai 
partioolari, discorre della maniera da usarsi in ciascijn ramo 
dello insegnamento, cóme nel leggere , nello scrivere, nel- 
l'abbaco, nella grammatica, nella eloquenza, e così proce- 
dieado fino alle scienze maggiori, la matematica, la logir^i, 
la metafisica, la morale, ecc. — Nò davvero sono da tra- 
scurarsi, ma anzi, a mio credere, da valutarsi assai le 
riflessioni, colle quali il Pellizzari conclude il suo opusco- 
lettQ, quando annovera alcune pratiche le quali, secondo 
lui, mancavano negli istituti d'allora, e moltissime di que- 
ste io le giudico da ritenersi per utili assai a quei tempi, 
come altre molte sono sempre per avventura opportune 
eziandio ai nostri. 

Metterò qui per ultimo uno scrittore vissuto e morto in 
questo secolo, e del quale mi dolgo che non ne facciano 
pure una parola gli storici della nostra letteratura. Bernardi^ 
GugUelmini fu un celebre scolopio, che in Roma, oltre alla 
cattura che tenne di rottorica, esercitò eziandio altri offioii 
di ^a§sai riguardo, e tutti con moltissimo onore. Tra le ope- 
re sue io debbo ricordare qui i suoi ^i sermones 9 dedicati 
a Benedetto papa XI V> stampati Romoe 1742, e poi Fruh 
UilqKiQB il 1755, e d«i aUinio Coiocae in Ihng^ria, 1780. 



— 508 ■— 

— Preso a maestro e ad autore Orazio, così bene lo imilò 
che è QD piacere leggere queste satire scritte con gusto ve- 
ramente antico. Sono ventiquattro sermoni, otto per libro, e 
perciò tutta l'opera riesce divìsa in tre parti. Io mi fermerò 
specialmente ad esaminare quegli soltanto, i quali meglio 
si riferiscono all'educazione e alla istruzione. — Bellissimi 
e tutti bene appropriati sono gli avvisi che egli suggerisce a 
un giovinetto, quando, mon appena terminati gli studi, mette 
il piede fuori di collegio, dandogli dei precetti generali di 
morale e di civiltà, coi quali ei si possa regolare fserm. 2. 1.). 
Vien poi al parii(^olare, e lo esorta a esser sopratutto reli- 
gioso, a fuggire l'ambizione, a preferire tra gli studi diversi 
quello delle leggi (Dai lustinianus honores, auget opesidem), 
a rispettare i maggiori e da più di lui, non senza indi- 
care i modi d'entrare nelle loro buone grazie (5. 1.). Che 
se per lo contrario piacerà al giovinetto farsi soldato, allora 
nel sermone sesto del medesimo libro primo troverà al vivo 
dipinti gli incomodi della milizia, e poi il decoro e i vantaggi 
di quell'arte nobilissima. Lo stesso presso a poco è n dirsi 
del sermone ottavo, sempre del libro primo, dove il 6u- 
glielmini ragiona maestrevolmente delle altre tre arti, ar- 
chitettura, pittura e scultura. Poi nel terzo del libro secondo 
indirizza il discorso a un giovinetto desiderósissimo di im- 
parare, prescrivendoli la forma, il metodo e il sistema degli 
studi da farsi. Massime si trattiene sulla lettura: cosa bruita 
leggere a un tempo molti libri e di troppo svariata dot- 
trina: a ogni modo si eviti di leggere quelle opere che 
recano pregiudizio alta religione e ai buoni costumi. Mft 
nello imparare sopratutto nemica nostra è la superbia, 
sicché vien la voglia di preferire spesso un ingegno pie- 
colo, debole, rozzo, ma docile ad un altro grande , forte, 
perspicace, ma che ricusa obbedire alla briglia ed al freno 
(4 IL). — Peste poi delle lettere sono gli scioli, che si 
danno l'aria di maestri, e vendono al volgo ignorante per 



— 369 — 

liiiODa roba falsa ed orpello (7. IL). — Tutto il male però 
come tatto il bene dipende a seconda deiredacazione baona 
o cattiva che si sia ricevuta, e quindi sono da grandemente 
rimproverare quei genitori, i quali poca o nessuna cura mo- 
strano d'avere per i loro figlioli (2. III.). — fiastino questi 
pochi cenni sulle satire del nostro dotto scolopio^ nelle quali^ 
chiunque leggerà, son certo che troverà molte altre cose, 
tutte vere, tutte elegantemente esposte, e parecchie molto a 
proposito per gli studi e per le scuole, per i maestri e 
per gli educatori. 



Jidiee alfabetieo di serittare pedagogiche di autori italiui 

pubblicate nel secolo IVIIL 

AuGUSTiNi JoSEPHi. — Oratto ad Angelum Franceschi, ar- 
ckiep. cura seminarium suum primum adirei; Pisis, 1779, — 
Questo discorso fu letto in occasione che fu trasferito il 
Seminario pisano, dalle case dov'era, nell'antico convento 
dei domenicani in s. Caterina. 

Auusio DoBfENico. — Delle scuole sacre; libri due, ecc. : 
Nàpoli, 4723. — Metto qui quest'opera anziché nel testo, 
perchè può servire alla storia speciale delle scuole teolo^ 
giche, piuttostochò a quella delle scuole in generale. Difatti 
nel i** libro vi si tratta deW origine, mirabile progresso e 
iocrilego fine delle scuole sacre fra gli ebrei; e nel 2"* dell'o- 
rigine e degno processo delle scuole sacre fra i cristiani, — 
L'A. nacque a Napoli, ove lesse diritto civile e architettura 
militare, e vi morì nel 1717. — Suo è anche un opuscolo 
« De Gimnasii constructione » che si trova nelle Antiquitates 
Groivii et Gronovii; Venetiis, 1735. 889. 

Biblioteche. -* Sulla Quiriniana di Brescia, eretta da 
Angiolo M* Quirini, eie: Atti spettanti alla medesima, etc.: 
Brescia, 1747. 

MicniT, Storia dilla Pedagogia in Italia ii 



— 370 — 

Biografie. — Vita di s. Giuseppe Calasanzzo, fondatore 
delle scuole pie, etc; fìoma^ 1767. — Scritta dallo scolopio 
Vincenzo Talenti, che, nato a Marradi, insegnò rettorica, fi- 
sica, matematica e teologia per diversi anni in diverse case 
dell'Ordine, e mori il 1770. — Suo ò anche il Compendio 
della vita stessa, etc.; Firenze, 1735. 

— Vita dis. Giuseppe Calasanzio, etc; Roma, 4767. — 
Scritta da Tosetti Urbano, scolopio, nato in Firenze, e che 
insegnò filosofia a Roma, ove mori il 1768. 

— S.Josephi Calasanctiiy vita carminihus expressa;^omdiQ, 
4758 (anonima). 

— Vita dell'ab. Domenico Lazzerini, scritta da un suo 
scolare; Macerata, 1785. — La cito perchè il Lazzerini, 
n. a Macerata il 1668, perseguitò il metodo allora usato 
nelle scuole, facendosi molti nemici, e tra questi i gesuiti. — 
Nel 1711 ebbe la lettura d'umanità a Padova, e lì finì la 
travagliata sua vita il 1734. 

RoRSETTi Ferrantis. — Historiae Gymnasii Ferrariae, 
etc.; Ferrariae, 1755. — È una storia che dalle origini di 
quella Università viene sino all'anno in cui il libro fu stam- 
pato. — L'A. nato a Ferrara il 1682, e morto il 1764, 
fu cancelliere di quello Studio. — Siccome poi questo suo 
lavoro ebbe delle critiche, e tra queste una di Girolamo 
Baruffaldi, mascherato sotto il nome di Giacopo Guarini, 
cosi si ha alle stampe un altro opuscolo dello stesso Bor- 
setti intitolato: Defensio supplementi in Hist. Gimnasii Ferr 
rariensis, efó.; Venetiis, 1742. 

Calino Cesare — Il giovanetto Giuseppe proposto ai gio- 
vanetti studiosi; Venezia, 1794. — Questo gesuita di Bre- 
scia morì il 1748. 

Caraccioli. — Le véritahle mentor, pu l'éducation de la 
noblesse; Liòge, 1759. — Luigi Antonio Caracciolo, napo- 



— 374 — 

lelaao, ma a. a Parigi il 17^1, e ivi morto nel 1803, fu 

^"* prete dell'oratorio, educò i figli del principu Rewsky, ma- 

"tesciallo tedesco, e sorisse quesl'opereila. 

,, , Caraffa Joseph 1 SocrET. Jesu. — De gitnnasio ìvmanoet 

,_ de ejus prufessoribus,ab urbe condita, tisquead kaec tempora, 

eie.; Romae, 1751. — La storia difaHJ comincia dalle 

scuole romane sotto Num;i Pompilio, a vieae sino alla metà 

~^del XVII. 

Carli Paolo Francesco. — Cito di lui ■ La Svinatura ■ 

e ■ il lamento di Bietolone • chit le fa seguilo, perchè queste 

Jae poesie furono scritte per mellere in ridicolo Gimian 

Paolo Lucardesi, maestro di scuota al Borgo a Buggiana. 

toL'oecasioue fu uq pessimo sonetto clie questo insigne pe- 

■ P^Biite fece in lode d'un predioalore, dove, fra lo altre, ctiiama 

Mifiqsù nostro signore — Cristo crocifisso e trino! 

. Garsl'gbi Cristofaro. — La Biblioteca Lancisiatia, &rHta 
nello spedale di s. Spirilo in Iioma,il 1714, eie; Roma, 1718. 

Catechismo. — Istoria dilla fondazione, e norma con cui 
,j,^' regola l' Arciconfratemita della Dottrina Cristiana in 
~yma, etc; Roma, 1750. 

p I — Regole della congregazione e scuole delta Dottrina Cri- 
w'^'itiana della eittà e diocesi di Milano, etc-; Milano, 1720, 

' m Catone Dionisio. — U Uhro dei costumi, eie.; Firenze, 
^- 1734. 

.-->■ Cerracchini Luca Giuseppe. — Catalogo getierale dei teo- 

1 iogi dell' Università fiorentina, dalla sua fondazione al 17S3: 

- Fijcenze, 1725. — R catalogo comincia dal 1342, anno in 

n jràì principiò quella Università, fondata dal domenicano 

L Angiolo Acciaioli, arciv. Eorenliuo. Innanzi al catalogff vi 
sono notizie della istituzione, dell'accrescimento e dei pri- 
vilegi del rCni versi là. 



— 372 — 

CerhagghiNi (predetto). — Fasti teologali della Unitferàità 

fiorentina, etc, — È una preziosa raccolta di notizie storiche 

sili teologi di quella Università, a cominciare dal 1542, in 

cui fu fondata, al 1738, quando fu stampato in Firenze 
questo libro. 

Collegi. — Istnizione per l'ingresso dei signori eonvittori 
nel collegio imp. dei nobili di Palermo; Palermo, 1728. 

— Regolamento nuovo per l'Istituto ed Accademia dei no- 
bili, ordinata da Pietro Leopoldo; Firenze, 1768. 

— Regolamento d'educazione per i signori collegiali di 
Vallombrosa; Firenze, 1784. 

— Statuti del collegio Randinelli della nazùm fiorentina 
in Roma; Roma, 1759. 

— Statuti dei due collegi greci di Padova; 4772. 

— Statuti e ordinazioni del collegio Ferdinando di Pisa ; 
Pisa, 1746. 

— Rinnovazione e riforma delle costituzioni del collegio 
reale di Sapienza (in Pisa); Firenze, 1719. 

— Statuti del collegio di s. Marco a Venezia; 1771. 

— Statuti delle pubbliche scuole di Venezia; 1774. 

GoNTARiNi G. Batt. — Notizie dei professori dello Studio 
di Padova; Venezia, 1769. — L'A fu frate domenicano. 

Cremàni Aloisii. — Oratio quam sexto kdl.jul. é777habuit, 
cum Mariae Peregrinae Amorettiae juns insignia traderet 
in R, C. Arcfùgimn, Ticinensi, etc,, 4777, — Quest'ora- 
zione sembrami importante p^r la stona della pedagogia 
in questo secolo. Noi abbiamo già detto di sopra che 
Maria Amoretti n. ad Oneglia il 1756, si laureò in légge 
in Pavia a 21 anno, e dopo dieci mori , il 1787. ( Vedi 
pag. 337 ). 

Creuona Gian Giuseppe. — Della civile conversazione; 
Roma^ 1760. — L'A. fu un celebre soolopio da Reggio di 
Modena, morto a Roma il 1762. 



— 373 — 

Dotune, — Discorso intorno agli studi delie donne; Vene- 
zia, 1729. 

-* Della istituzione delle donne^ divisa nei tre stati, che 
occorrono nella vita umana; Venezia, 1772. 

— Degli studi delle donne; Venezia, 1740. 

-~ Mie idee sopra Veducazione del bel sesso, o ristretto 
d^un piano d'educazione per mia figlia; trad, dal frq,ncese 
di A. D. p. — Firenze, 1785. 

Educazione. — Del ristabilimento de' Gesuiti, e della 
pubblica educazione (traduz. dal francese); stamp. a Em- 
merick (?) 1800. — Nel frontispizio si legge: Trovasi ven- 
dibile dal veneto stampatore Francesco Andreola a s. Fantin. 

— Dell'educazione cristiana, secondo le massime della sa- 
cra scrittura, dei santi padri e della chiesa; Siena, 1781 
(traduz. dal francese). 

— Dell'educazione e dei costumi di G. L.; Torino, 1797. 
-^ L' A. taglia assai corto sulla educazione, allungandosi 
di più quanto ai costumi. 

— Dissertazioni approvate dall'Accademia di Padova sul 
quesito proposto: « Trovare i mezzi più aiti ad accendere 
e conservare la passione del bene degli uomini nell'animo 
di quei giovani, che dovranno un giorno esser potenti per 
autorità o per opulenza »; Padova, 1784. — Carlo Bettoni, 
nobiruomo e venerando, nato a Bagliaco, sul lago di Garda, 
il 1735, e morto il 1786, propose un premio allo scrittore 
di venticinque novelle pei giovani , nelle quali venissero 
poste in luce le principali virtù ; e poi un secondo premio 
a chi avesse sciolto il quesito di sopra accennato. La dis- 
sertazione premiata fu quella scritta da Filippo Lieberkuhn, 
rettore delle scuole a Neu-Ruppiu; e le due altre, che 
meritarono Vaccessit, furono, una del sig. Villaume d'Halber- 
stadt, e Taltra del sig. Jacopo Hottinger, professore a Zurigo. 
— > Sa queste dissertaz. vedi anche il Giornale lett; Pisa, 
1787 , t. 67, pag. 190. 



— 374 — . 

— Saggio d'un piano d* educazione; Venezia, 1778. 

— Saggio suir educazione della nobiltà; Venezia, 1755. 

— Saggio stili' educazione che si dà agli alunni del con- 
vitto stabilito a Soreze, sotto la direzione del cittadino Ferlus, 
membro dell'Ist. nazionale, ecc., ecc. — Trovo questa tradu- 
unione anonima dal francese, senza né la città, né V anno, 
ma evidentemente stampata nel XVUL 

— Sull'educazione data a Ennio Quirino Visconti, — Vedi 
Novelle letterar. Firenze , xvi. 6G6. — Quest' è un articolo 
importante, in cui si narra come il padre d' Ennio Quirino , 
avendo incominciato a istruirlo sin dalle fasce, riuscì a 
far dare al figliolo un esperimento su ciò che aveva impa- 
rato, quando non aveva che poco più di tre anni e mezzo! 
L'esame fu di leggere Ti ta liane, il greco, il latino, narrare 
la storia sacra, e rispondere al catechismo. 

— Su Topera dell' Hel veti us: De l'homme et de son édu- ' 
cation. — È un articolo nel Giorn, lett.; Pisa, 1774, t. J6. 
p. 205. 

— Terminazione dei signori riformatoìH dello Studio di 
Padova per la dtscipliìia del medesimo; Padova, 1763. 

— Traduzione italiana anonima dell'opera di Locke: On 
éducation; Venezia, 1735. 

— Traduzione anonima dell'opera di Rollin: Istruzione 
per la buona educazione dei fanciulli e deUe giovinette ; 
Pesaro, 1738. 

— Traduzione anonima delle seguenti tre opere di Beau- 
mont: a) Scuola delle giovani; b) Istruzione per le giovani ^ 
dame; e) Scuola delle fanciulle. — Tutt' e tre pubblicate a 
Roma, 1772. 

Facciolati Jacobi. — Fasti Gimnasii Patavini; Pata- 
vii, 1757. — Quest'istoria comincia dal 1260, primo della 
fondazione dell'Università, e viene fino al 1756. — Cinque 
anni innanzi lo stesso A. mandò fuori come saggio di questa 



— 375 — 

più in grande UDoperettn più piccola. .ed titolo: De Gimna- 
^'o Patavino, Sintagmata \ìu fx ejusdem Gmuasìì fastis f x» 
cetpta, ecc.: Paiavii, 1732. — Anzi gli storici siiiiKino più 
la minore dell'opera maggiore. — DA resto il Faci-iolatì, n. 
a Torrigia, sui colli Euganei, il Ì6^% ebbe prima la cattedra 
di lettere e la prefettura delle scuole nel seminario di Pa- 
dova, e poi rinsegnamento della logica in (juclla Univer- 
sità. Morì vecchissimo il 1769. 

Paini Dl\mante. — Dissertazione suiti studi coHvenevoli 
€Ule donne. — Questa poetessa, nata a Savallo, su (]uel di 
Brescia, morì nel 1770. 

FiERBERTO Niccolò. — Galateo di mons. Della Casa, con 
a fronte la traduzione latina di) — Fierberto fu inglese, e 
questa trad. fu stampata in Roma il i595 e poi a Padm^u 
il 1728. — Io ne ho fatto parola qui solamente, noiiostnntochò 
Ja dovessi giù aver ricordata fra i libri pubblicati ud XVI. 

Gatti Antonii. — Bistorta Gimnasii Ticinensis, a sae- 
culo V, ad finem XV ; Mediolani, 1704-. — L'A. fu profes- 
sore di leggi nella stessa Università di Pavia. 

GiASWELLi Basilio. — Della educazione al figlio; iNa* 
poli , 4781. 

Incontri mons. Carlo Filippo. — Costituzioni prescritte 
ai convittori del nuovo suo seminario episcopale aretino, 
l'anno 474S; Firenze. 174o. 

Ippoliti mons. Giuseppe. — Pastorale per l'apertura del 
nuovo seminario di Cortona, colle regole e costituzioni del 
medesimo; Arezzo, 1772. 

Laitfredini card. Giacomo, vescovo d'Osimo e Cingoli. — 
Pastorale agli artisti; Osimo, 1738: poi ristamp. a Pisa ^ 
3er cura dell'arciv. Guidi, il 1739. — L'ho citató perchè 
I pag. 27 vi è un paragrafo: sulla educazione dei figliuoli. 
— L'A. morto nel 1741, era nato a Firenze il 1680, 



— 376 — 

Lattànzi mons. & Battista. — Trattato dei semincoTì 
e collegi; CUià di Castello, 1770. 

Levis Giovanni Agostino. — Riforma degli studi, dedi- 
cala al cav. Granieri, ministro dello interno, ecc.: 4793. 

— L'A. Lacfiue a CresceniÌDO, il 1740, e fu agostiniano. 

Marguini Fabio. — Traduzione dall'inglese deiropera di 
Locke: On education; Lucca, 1735. 

Marogna Giuseppe. — Del modo di studiare; Vero- 
na , 1760. — V. anche Novelle Leti; Firenze, 1761-62. 

Helani ab. Enea Gaetano. — Nuovo metodo per ren-- 
dere amabile V odiato aspetto delle scuole; Venezia, 1748. 

— Quest'opera, sebbene non discorra di didattica generale, 
ma speciale, pure la cito per la sua singolarità, giacché 
in essa si vien decifrando come la sacra scrittura può tm* 
pararsi dai giovani col comhinamento di giuochi da farsi 
in diverse caselle, o lezioni per via di scacchi, dadi e carte, 

— È formata in tre grandi fogli, e TA. promette che nei 
successivi darà il metodo per imparare la storia del nuovo 
testamento, la geografia, la filosofia e altre scienze. — Vedi 
anche Novelle letter. di Venezia; 1748, 401. — Avverto 
poi che nel Dizionario Biografico stampato dal Passigli in 
Firenze, 1840, quest'opera si da per sbaglio come scritta 
da Girolamo Metani, fratello maggiore che fu d'Enea, e 
che morì a Ferrara, dove avea fatto da segretario al mar- 
chese Bentivoglio. Girolamo è ricordato dal Borsetti nei 
fasti dello Studio ferrarese (fi, 300), ma non tra i pro- 
fessori. — Del resto la famiglia di questi Metani è oriunda 
di Càsole (Toscana), ma d'Enea ignoro l'anno di nascita 
e di morte, e soltanto so che fu protonota rio apostolico e 
religioso gerosolimitano ad honorem. — Vedi Romagnoli^ 
Bibliografie mss. nella libreria senese; H. 68, ecc. 

Melani ab. Enea Gaetano (predetto) — Il libro delle donne: 



— 377 — 

pmrU'prma; Yenezia, 1757. — Sono otto dialoghi, dei 
quali alcuni discorrono sulPalnlità che le donne hanno per 
ie scienze. — Non vi è il nome vero deirautore, ma Tar- 
eadico, che era « Enesto Eleucanteo » . — Queste notizie 
Iq debbo alla cortesìa del senatore Scipione Borghesi, il 
quale le ricava da un ms. del Pecd ^xxgYi ^ Scrittori senesi n 
«mservato nell'archivio di famiglia. — Vedi anche Roma- 
gnoli, Biografie citate dì sopra, II. 68. 

Metodo. — Trattenimenti sulle scienze, nei quali si insegna 
il metodo di studiarle, ecc.; Padova, 1750. — È un'anonima 
traduzione dal francese di un'opera scrìtta da P. Bernardo 
Lamy, 

Morelli ab. Frano. Giuseppe. — Sua traduzione dal- 
Kinglese dell'opera di Dorell: Il gentiluomo istruito nella 
condotta di una virtuosa e felice vita; Padova, 1752. 

HuzzARELLi Alfonso. — L'Emilio disingannato; Dialo- 
$ki, ecc.; Siena, 1782, 

Ogerii Pauli MarIìE, ordinis Carmelitarum, sacrae seri- 
ptorae et lingu. orient. R. Professoris. — Oratio in so- 
lenini instauratione Academ. Calaritanae, hahita III nonas 
decembris, 1754. 

Olfva Giovanni. — Della scelta e del metodo degli studi; 
irai, dell'opera istessa di Claudio Fkury. — Padova, 1729. 
Di questo traduttore vedi indietro pag. 278. 

Palbsii Feligis. — Oratio de adolescente nobili adelo- 
qumUiam insiit, ecc.; Panormi, 1750. 

Pàpadopoli Nicolai. — Historia Gimnasii patavini; 
Venetiis, 1726. — Lo cito, abbencliò nato in Candia, nel 
1655. Si fece gesuita, e, dopo aver retto il collegio di Capo 
d'Istria, fu nominato professore di canonica a Padova, ove 
morì il 1740. 



— 378 — 

Paradisi Agostino. — Orazione nel solenne apriment^ 
dell' Vnivers. di Modena^ restaurata da Francesco^IU, ecc,; re- , 
citata il 2S novembre 4772; Toriuo, 4772. — Vi è unita 
una traduz. in francese dello stesso autore^ il quale nato 
a Tignola, il 4736, da famiglia reggiana, educato dagli 
scolopi nel coli. Nazzareno, ebbe la lettura di economia 
civile neirUniversità modenese, e mori troppo presto, cioè 
nel 4783. 

Parenti Luigi Ant. — La madre cristiana istruita nelle 
obbligazioni che le corrono; Messina, 4732. 

Poggio Federigo Vincenzo. — Notizie della libreria 
dei Domenicani di Lucca; Lucca, 4792. 

Porta Josephi. — De studiis monasticis; Veneiiis, 4705, 
e anche. 4729. — Quesi'ò una traduzione in Ialino del 
trattato sugli studi monastici, scritto dal benedettino Gio- 
vanni Mabillon (m. 1707). Il traduttore, monaco anch'esso 
di s. Benedetto, e nato ad Asti, lesse teologia in Roma. 

QuiRiNi Angeli Marine. — Oratio de Mosaicae Hist 
praestantia, hab. Florent. in abalia monach. cassinetis. prò 
auspicandis ibidem ad hebraicae verit. fontes sacrar, lite- 
rar. studiis, anno 170S, ecc. — Gito quest'orazione, perchò 
ci insegna l'anno in cui nella Badia fìorent. aprì scuola 
d'ebraico questo monaco dottissimo, nato a Venezia il 4680» 
e morto cardinale in Roma il 4755. — Quest'orazione fu 
ristampata a Verona, 4744. 

Raimundi Francisci. — Methodus sludii philos. et theoi. 
atque affinium quarundam disciplin. cui vacare debent, in- 
tegro novennio, religiosi juvenes s. Ordinis Serv, B. Mon 
riae, ecc.; Florentiae, 4769. 

Rizzetti Luigi. — Piano di studi per i giovani nei collegi; 
Venezia, 4774. — V. Nuova Raccolta Calogerà, t. 24. 



— 579 — 

Roberti G. Battista. — Istruzione cristiana a un giovi-- 
netto cavaliere e due dame sue sorelle; Parma, 1787, e an- 
che nelle Oj)ere tutte: Bassano , 1797, xi. pag. 1. — È 
opera in verità più ascetica e morale che pedagogica : tut- 
tavia perchè scritta per i tre figlioli , un maschio e due 
femmine, di Don Vincenzo Carrara, Tlio voluta ricordare. 
— L'A. gesuita, nato a Bassano il 1719, lesse sacra scrit- 
tura a Bologna, e, soppresso TOrdine dal Ganganelli, fece 
il maestro privato fino al 1786, in cui morì. 

Roberti G. Battista (predetto) — Due discorsi, uno 
contro, l'altro a favore deWuso di fasciare i bambini — Vedi 
Opere tutte, Bassano, t. ui. ecc. 

RovÀRELLi Luigi. — Sua traduzione dal francese del 
libro di Fénélon: ^educazione delle fanciulle; Venezia, 1788- 

Salvini Salvino. — Fasti consolari dell'Accademia fio- 
rentina; Firenze, 1717. — Questo libro è importante per 
la nostra istoria pedagogica a cagione delle notizie che vi 
si trovano sullo Studio fiorentino. L'opera comincia dal 1541, 
e viene sino all'anno in cui fu stampata. — L'A., fratello 
d'Antonmaria, morì il 1751. 

Salistri Gian Crisostomo. — U Istruzione Cristiana; 
Roma^ 1711. — L' A. fu un dotto e santo scolopio fio- 
rentino, morto il 1717. 

Santorini Giovanni. — ^ Didascalica teorico-pratica; Ve- 
netiis, 1745. 

ScACERNi Francesco. — U Allievo della natura; Lei- 
da^ 1770. — Costui, sotto il nome accademico di Polite 
Eudemone, pubblicò questa, che è una traduzione di uno 
scritto di GiANGiACOMO Rousseau. 

ScARSELU Flaminio. — Il Telemaco in ottava rima, 
tratto dal francese di Fénélon, ecc., Roma, 1747. — Per 



te 



— 380 — 

questo lavoro^ dedicato a Luigi XY, lo ScarseiU ebbe 
dono dallo stesso re otto medaglie iu oro^ rappresentairfb^s 
le principali gesta di esso principe. — Lo Scarselli poi in- 
segnò umane lettere in Bologna , sua patria , dove mori 
il 1776. ^ 

Scuole. — Piano d'un'opera in difesa del metodo delle 
scuole, estratto dai pensieri dell'abate Wirth, tedesco, ecc.; 
Ferrara, 4776. — Piccolo opuscolo, dove si parla prinei-*: 
palmente della lingua latina, della necessità e modo d'iit*.: 
segnarla ai fanciulli, ecc. ecc. 

Seminarii. — Costituzioni del Seminario fiorentino; Fi- 
renze, 1780. j 

Storia della Pedagogia. — De claris archigimnasii èonfh,- 
niensis professoribus; Bononiae, 1769-72, — Mauro Sàrt]> 
nato a Bologna il 1709, resosi camaldolese, ias^nò teologia-, 
e filosofia in diversi monasteri della sua CongregazioBe : poi., 
storia ecclesiastica neir Università di Bologna, della quale-, 
prese a scrivere i fasti, per ordine di papa I^mbertini. M^i . 
morto il 1766, senza averne finita nemmeno la prima parte, • 
continuò il lavoro, e lo pubblicò il suo confratello Mauro • 
Fattorini. — La prefazione contiene una breve istoria dello 
Studio, e poi vien dietro una serie di notizie sui professori^ 
che vi lessero dal XI al XIV secolo, disposti secondo l'ordine 
delle diverse facoltà. 

Studente (lo) alla moda: Napoli, 1785. — È un poe- 
metto in versi sciolti (cui va unito l'altro « Il letterato alla . 
moda») dove Tanonimo in un discorso sulla satira, il quale 
potrebbe essere una prefazione, dice di aveì' voluto spargere 
un certo ridicolo solamente in quei pochi studenti, che, di- ■. 
mentichi della loro vocazione, tradiscono le comuiti ape-- 

ranze, e ingoiano le sostanze paterne Però soggiunge ; 

che il suo grido somiglierà più, il belato dell'agnello , ch/tj 



— 381 — 

mùrsie latrati del cane E a me, cho Tho lettor pare 

Afe abbia raggìaoto completamente il suo fme ! 

^ Studi, — Costituzione per i nuovi regii studi di Parma; 
Parma, 1768. 

^ — <- Piano di studi per la gioventù ; Roma, 1753. 

: TmABOSCHi GmoLAMO. — Molte notizie, e tutte molto 
importanti per i fasti della nostra pedagogia, si trovano 
nella « Storia della letteratura italiana » libro oramai fa- 
moso di questo dottissimo bibliotecario di Modena, nato a 
Bergamo il 1731, e morto il 1794. — Al nome di tanto 
illoistre gesuita voglion esser aggiunti, e per la stessa ra- 
gione, prima quello dello scolopìo Pompilio Pozzetti, n« 
alla Mirandola, il 1760, e poi l'altro d' Antonio Lombardi. — 
i eerto ehe il p. Pozzetti, morendo nel 1815, lasciò pa- 
reodii appunti sulla nostra storia letteraria, in continua- 
xione a quella del Tìraboschi,la quale arriva solamente a tutto 
il XVII. Fatto è però che il Lombardi, in nome proprio, e 
seoia pur ricordare quello del p. Pompilio, pubblicò a Mo- 
dena, fra gli anni 1827 e 30, la storta letteraria italiana 
na secolo XVII L 

Teologia. — Stato presente dell' accademia dei teologi 
ammalici delle scuole, pie a Firenze, col sommario delle 
funzioni che si fanno dai signori accademici, ecc.; Fi- 
renze, 1706. 

Villa Angeli Theodori. — De studiis Uterariis liei- 
««fMfUfn, ante Galeatium II Vice-Comitem , sive ad histo- 
riàm Gimnasii Ticinensis Prodromus, ecc.; Ticini, 1782. 
^ L'A. nato nel territorio di Pavia, e in Pavia professore 
f eloquenza e lingua greca, prese a scrivere la storia di quella 
Università, ma la condusse sino al punto indicato nel fron- 
iespuio dell'opera, ossia poco piCi oltre della metà del XIV» 
impedito prima dalle malattie, e il 1784 dalla morte. 



— 3^2 — 



indice cronologico degli Autori 
le opere dei quali furono esaminate in questa stori. 

(Secolo xviii). 



Avbkàni Benedetto (m. 4707) Pag 

Gravina Vincenzo (m. 1718) , 

Fardella Michelangelo (m. 1718) 

Gir.Li Girolamo (m. 1722) 

Salvini Ant. Maria (in. 1729) 

Vallisnieri Antonio (m. 1730) 

Salio Giuseppe (m. 1737) 

Orlandi Eugenio (m. 1741) 

Dori A Paolo Mattia (m. 1745) 

Vico Giambattista (m. 1744) 

FicoRONi Francesco (m. 1747) 

Dandini Ercole Francesco (ra. 1747) .... 

Sassi Giuseppantonio (m. 1751) 

Pouti Alessandro (m. 1752) 

Di-GiovANNi Giovanni (m. 1755) 

Chelucci Paolino (m. 1754) » 

Bianchi Orazio (m. 1756) » 

Oliva Giovanni (m. 1757) '. » 

Galeotti Niccolò (m. 1758) 

Muratori Lodovico (m. 1760) 

Fabri Domenico (m. 1761) 

Fabbrucci Stefano Maria (m. 1762) .... 

Corsini Odo ardo (m. 1765) 

Volpi Giannantonio (m. 1766) 

Dal Borgo Flaminio (m. 1768) 

Genovesi Antonio (ra. 1769) 






— 385 — 

Stbllini Jacopo (m. 1770) Pag. 292 

Lagomarsini Girolamo (m. 1775) ...... 286 

Ganganelli Lorenzo (Clemente XIY) (m. 1774) » 294 

GiRALDi Ubaldo (m. 1779) » 296 

Pozzi Cesareo (m. 1782) » 297 

Sbrao Francesco (m. 1785) » 298 

Zampieri Cammillo (m. 1784) » 299 

CoRDARA Giulio Cesare (m. 1785) » 286 

\ Guadagni Leopoldo (m. 1785) ...•..» 299 

'Gozzi Gaspare (m. 1785) » 301 

" FiLANGERi Gaetano (m. 1788) » 504 

Db Felice Fortunato Bartolommeo (m. 1789) . » 506 

^ Ferrari Guidone Oliviero (m. 1791) .... » 507 

'/Goldoni Carlo (m. 1792) » 507 

Lampredi Giammaria (m. 1795) » 508 

Robbia di san Rafaele Benvenuto (m. 1794) . » 509 
^ Zacgheria. Frangescantonio (m. 1795) ...» 509 

!; Carli Gianrinaldo (m. 1795) » 510 

Vannetti Clementino (m. 1795) » 510 

[ Bruni Bruno (m. 1796) » 512 

Agnesi Gaetana Maria (ra. 1799) » 294 

Parini Giuseppe (m. 1799) » 515 

" Gardin Antonio (m. 1800) » 540 

Pagano Mario (m. 1800) » 540 

Antonioli Carlo (m. 1800) » 541 

1 Paterno Castello Ignazio (m. ?) » 535 

y Giuli Egidio Maria (m. ?) » 536 

...Ferrini Gio vacchino (m. ?) » 556 

...Giandòlini Antonio (m. ?) » 557 

/:||orosini Giovanni (m. ?) . » 537 

;!^_Torri Luigi (m. ?) » 537 

^[.FoRTi Pietro Niccolao (m. ?) » 339 

]:,^ALENTiNi Domenico (m. ?) » 559 

' DoiDBNicui Francesco (di. ?) » 539 



— 384 — 

Olivari Niccolò (m. ?) Pag. 360 

Valdastri Ildefonso (m. ?) » 361 

BiRAGHi Carlo (m. ?) » 362 

0. G. (?) (ra. ?) » 363 

PiccoLOMiNi Petra Augusta Caterina (m. ?) . » 365 

F. G. d. C. (?) (m. ?) » 366 

Pellizzari Giacomo (m. ?) » 366 

Camposabìpiero Guglielmo (m. ?) » 293 

Savini De' Rossi Aretofila (m. ?) • 294 

GuGLiELMiNi Bernardo (n. 1693) » 367 



— 385 — 

NOTE AL LIBRO ¥11. 

. 1) Vedi RoNDELLi Gbmixiaxo. — De Bononiensi ScienU Insiit^ 
KUmiment.j etc. vi. 13. 

, -3> Tutta la prima parte (fino a pag. 73, Ed. cit.), ove si di^ 
sporre dell'origine dell'Uni v. pisana, è lavoro del p. Corsini. 

3) V. Statuti dei due collegi greci in Padova (1772) ; Statuti del 
tfjittegio di s. Marco a Venezia (1771); Statuti delle puhbl, scuole 
die Venezia (1774). 

. 4} V. Celesia, St. dellu pédagogia ital. Milano, 1874, ii. 53. 

. 5) Furono pubbl. a Firense, 1688, pag. 92. 
6) Ambedue questi scritti furono stampati ultimamente a Firenze^ 

1857; pagg. 289 e 329. 
, 7) Venetiis. — Voi. ii. pagg. 108 e 149. 

8) Ultimam. pubbl. a Siena^ 1865, pag. 91. 

9) Questo collegio, fondato nel 1676, lo ebbero i Gesuiti, e dopo 
la soppressione di essi per la bolla di Clemente XIV (1773), passò 
sotto la direzione dei pp. delle scuole pie, che lo tengono tuttora. 

10) V. ediz. cit. Siena f 1865, pag. 117. 

11) Si trova nella Collez. completa delle Opere edite- e inedite 
stampata all'aia (Siena?) 1797, Voi. I. 

12) Questo discorso diciasette fu ristampato a Imola, 1829, in 
occasione delle nozze Cedron chi — Del Pero. — Del resto dello 
stesso Salvini vi sono lettere, che contengono accenni di cose pe- 
dagogiche. I.e due più importanti stanno nella Raccolta di lettere 
precettive messa insieme dal Fanfani, ecc.; 1871, pagg. 13 e 16, 

13) Vedi Opera omnia^ Milano, 1835, ii. pag. 1. 

14) E stamp. a Roma; Rossi, 1732. 

15) Dello stesso Mdratori vedi ciò che dice sulla educazione 
nella sua filosofia morale esposta ai giovani; Venezia, 1735, cap. 42, 
pag. 428. — E anche la Rivista Univers. pubbl. a Firenze, no- 
vembre, 1872, pag. 338, ove sono alcuni pensieri del nostro Lo- 
•dovico sulla educazione dei principi. 

16) Sullo stesso argomento abbiamo : Pittarelli Secondo Giu- 
seppe: Spiegazione della tavola alimentaria di Traiano, scoperta 
nel Piacent. il 1747; Torino, 1790. — Molte sono del resto le 
jopere scritte a proposito di queste tavole alimentari : ma quella che 
vale per tutte, perchè quasi tutte le comprende, è la seguente pub- 
blicata Parisiis, 1851 : De tahulis alimentariis, -disputationem histo^ 
rivam Facultati literarum parisiensiproponehat Ernestus Dssjardins^ 

MiCHEt.i, Storia della Pedagogia in Italia 23 j 



— 386 — 

17) V. Fabroni, VitaCj xii. 141. 

18) Sono stampati insieme: JRoma«, 1728. . , 

19) È fama che queste Pandette le avessero i pisani da Àmal6 
(1135), espugnata avendo cotesta città. 11 codice stette in Pisa: 
poi fu traslocato nella Laurenziana di' Firenze, ove conservasi 
tuttora. Molte e molte questioni si fecero su questo famoso esem* 
piare, e le si possono vedere nel Fabroni, Hist. Acad, Pis» ni. eoìo. - 

20) In alcune antiche Sculture Pisa è raffigurata in una doima. 
che allatta due bambini, quasi a significare che essa era ricca cofiì^^ 
da provvedere ai suoi e ai figliuoli altrui. — Tra le altre, bellisr 
sima è quella scolpita da Giovanni pisano, una delle statue die- 
sorreggevano il pulpito della Primaziale, il quale rotto e barbar* 
ramente diviso ne' suoi pezzi, sul finire del cinquecento e al co» 
minciare del seicento, oggi finalmente, per le cure di Giuseppe- 
Fontana che lo ricostruì, torneremo . a vederlo rimesso nel suo 
posto, ad onore e vantaggio dell'arte. 

21) Fabroni, Hist. cit. i. cap. i, parte 2*. Vedi anche qui sopn^. 
pag, 282. 

22) È stamp. in Roma, 1747. 

23) Com'è costume dei cherici della sua congregazione egli- si . 
chiamò Paulinus a s. Josepho^ e cosi le sue Orationes vanno sotto 
questo nome. 

24) Sono stampate in Roma, 1753. 

25) Ecco alcuni schiarimenti bibliografici su questi Sermones. 
Io conosco Tediz. di Hage-Comitum^ ossia ìsl sesta^ la quale con- 
tiene i soli prtmt quattro di questi Sermones, Lo stesso è dell'al- 
tra fatta GenevaCj 1737, apud Tornesios, Il quinto trovasi stam- 
pato a parte colla data : Corithiy typis etrusco^ societatis, senza 
anno. — Quéste due ultime ediz. contengono delle note di un. 
pseudonimo ^M. Philocardaj, che combatton quanto si asserisce 
nei Sermones. — Anche altre opere si scrissero di quel tempo in poi 
contro i Sermones. Eccone i titoli : a) I pifferi di montagna; Ragio- 
namento di Cesellio Zilomastice; Leyda e Londra, senz'anno: b) 
ìienippea Thimoleontis; Londinif 1738: e) La stessa egualm. stamp. 
Londiniy ma tre anni dipoi. - . . 

26) y. Lombardi, SL della lett. ital, Venezia, 1832, v. 262. . 

27) V. Fanfani, Op. cit., pag. 18. - , ,j^' 

28) Hist, Acad, Pis. Ed. cit. in. 330. 

29) V. voi. 51 di questa Raccolta, all'Indice, pag. 73. u 

30) y . di sopra la nota (2). — Del resto il p. . Corsini, pigliane^ . 
appunto occasione dall'essere stato eletto storiografo deWUniiserr 
sita, e toccando a lui umanista di sempre inaugurare l'anno acca» 



— 587 — 

demicoy scelse per tema della sua orazione, recitata il primo no> 
vembre 1764, di mettere innanzi ai giovani ì ritratti degli uò- 
mini più celebri che avevano insegnato a Pisa, perchè coti questi 
modèlli sott*occhio si infiammassero allo studio. Narrasi che mentre 
sppùnto diceva le laudi di Galileo, colpito da apoplessia, dovè 
scendere dalla cattedra, e condotto alla sua abitazione, nel con- 
vento dei pp. Teresiani di s. Eufrasia, si riebbe, e tanto che, 
Gonae ho detto, visse stentatamente sino al 27 novembre dell'anno 
dipoi. Nella Bibliot. della n. Università si conserva manoscritta 
questa magnifica orazione, che fu l'ultima inaugurale di tanto 
valentuomo.— Fu sepolto nella chiesa di s. Eufrasia, con sopra 
un epigrafe dettata dal suo confratello p. Antonioli, che gli suc- 
cesse nell'insegnamento. — Non sono molti anni che, riattandosi il 
pavimento di detta chiesa, si fece la ricognizione del cadavere del 
nostro Corsini, tutto poi riponendo in una cassa, con sopra l'ac- 
cennata iscrizione, e tutto collocando dinanzi allo scalino del 
presbiterio. 

31) Opera .omnia ; Patavii^ 1779; iv. pag. 61. — Dello Stellini 
importa anche che si consulti il iv. tomo, pag. 47, delle sue Opere 
varie, raccolte da Antonio Evangelisti, e stampate in Padova, 178d, 
ove' nel Uher singularis eltKubrat. Ethica/rum si trova un capitolo in- 
titolato 4c Qua ratione adolescentibus consulendumf ut eorum voluntas 
ad honesta paretur ». 

89) Firenze, Lemonnierf 1845. — Mi servo di questa ediz. 

93) 'Questa somma equivale a un 130 scudi, ossia Lire it. 770 circa. 

H) Hist Acad. Pis. m. 347. ^ 

85) Ivi, ni. 308, ecc. 

Wi Io mi servo deli'ediz. fatta da Tommaseo ; Firenze, Levncn- ■ 
nièv, 1849. — Sulla riforma degli studi, scritta dal Gozzi, vedian- ' 
chie ti& articolo della Bihliot. Ital., voi. 79, p. 80. 

•37) -V. ediz. di Milano in due voi., 1856. 

-S8| Anno 1764: tomo i, pag. 84, pubbl. a Yverdon, città del 
cafttone svizzero Vaud, ecc. 

^41 p. Ferrari scrisse anche un'orazione « de optimo patrefa- 
miUas » pubbl. il 1756. — Nella bibliot. della nostra Univ. pisana vi 
è un 'è&émplare della Epistola molto prezioso, perchè è un regalo 
fatto a Francesco Albizi dal giovinetto march. Domenico Serra, 
cui Tepistola stessa fu dal p. Guido dedicata. 

40) V*. anche atto 3, scena 3, delle Done di casa soa, ove dia- 
Ic^ìa&iìb insieme Angiola e Beta sulla necessità che le madri 
diiUè^^a isè il latte ai propri figlioli. 



— 388 — 

41) Comparve nel testo latino a Ltvottio, 1776. Poi, colla tra- 
duzione di Defendente Sacchi,' a. Milano^ Silvestri, 1828. 

42) Sono stamp. a Firense^ 1798. — Il Robbia scrisse anche un 
altro lavoro sulla educazione, cioè: L'apparecchio agli einicatori. 
— Vedi Lombardi. SI. della lett. Hai, Venezia^ 1832, vr, 271 : e 
anche Giorn, lett. pis. 1787, voi. 68, p. 274, 

43) V. cit. Raccolta del Calogerà; T. 41, pag. 69. 

44) Abbiamo infatti di lui, stamp. a Modena, 1764, la Orazione 
nel solenne aprimento della Bihliot, puhlL di Modena, 

45) Su quest'opuscolo Vedi Novelle lett. Firenze, 1757, p. 177. 

46) Non par possibile che in cosi breve tempo il Vannetti scri- 
vesse tanto e tanto bene. Le sue Opere ital, e latine furono pub- 
blicate a Venezia, in otto volumi, il 1826. — Del Vannetti, come 
scrittore di cose pedagogiche. V. Bihliot, itaì., voi. 81, p. 325. 

47) Del Parini e de' suoi scritti ragionarono, oltre altri, Fran- 
cesco Reina, Cammillo Ugoni, Cesare Cantù, Luigi Rramieri, Giu- 
seppe Giusti e il p. Pompilio Pozzetti scolopio. — L'ediz. che ho 
tenuto sott'occhio, è quella del Barbèra, Firenze, 1868 per Je 
poesie; e per le prose l'altra di Milano, 1801. 

48) Per le nozze Giuliani — Fiori scriveva (p. 422) ; 

E voi, sposa, abbiate buon governo 
De le cose domestiche e de' figli, 
Però ch'e' son la ruota, e voi il perno. 

49) Meriggio. — pag. 78. — Il mio confratello p. Carlantonin 
Morondi voltò in eleganti e stupendi esametri il Mattino' e il 
Mezzogiorno. Non so se traducesse anche la Notte. Io conosco 
la versione soltanto dei due primi , pubblicata a Milano negli 
anni 1791-92. — Un nostro professore, stoltamente fidando che 
Topera dello scolopio fosse dimenticata, la ristampò, pochi anni fa, 
sotto il proprio nome, ma scoperto, ebbe i fischi del pubblico, e 
la perdita della cattedra! 

50) Vespro. — pag. 111. 

51) Anche in un altro luogo {Notte, pag. 153), torna a dire dei 
cattivi esempi domestici. 

52) Parlando di figlioli scrive alla Rosa Giuliani: 

Io per me ve ne pre^o un centinaio 
Pur ch'agguaglino il padre e la sua sposa, 
E sian di buona pianta buone frutta 

53) Mattino, pag. 7. 

54) Mattino, pag. 8. 

55) In un luogo del Mattino (pag. 80, i tomo, 1. Ediz. milanese) 



r 



il Pu-ini & un Mofrontt) tra l» g?DerWioDe forte d«i vecchi M 
e queIJi de' suoi molle, fnvoli, ere. 

56) ì/atiino — pag. U. 

57) Itallino — psg. 15. — Tr« le irti, il iiMgtw 
iato, carne si può argomentire leggendo più inni 

destra 





San 
Che 
Cui 
E pi 


abbaEsossi 
fu uell'altr 

DObìIi cu 


alla volgar mal 
a età cani ai tu 


'^ 


58) Mattino 


- ve- 15. 









60) Ivi — pig. 8. 

61) Sulla Jcltura il Nostro ha la seguente massima 
giuEtissima |V. lo Studio, pag. 450] : 

Esser ai ^biotto 

Di libri aoD si vuole, chà pia sovente 
Il gran libro del mondo altrui ta dotto. 
63) ìtallino — pag. 31. 

63) Qui si accsnoa alla PvlctlU d'Orlifans e iìVHmriadr, h 
di Voltaire. — Mattino. — pag. 34. 

64) Matlitio — pag. 3fi. 
M) Ivi - ivi. 

66) Ivi — ivi. 

■ffj) lavdaior temporis adì. 

Si pufru Orazio; Poetica, 173. 

66) Quale concetto gmsio avesse il Parini su una cattedra d'n- 
ìnqucma superiore, e con quanlo di sapienza didattica ne ragio- 
nasse ai ricava da una sua lettera ài conta di Wil/eck, la ijuatu 
io raccomando di leggere e meditare da lutti quelli che son chin- 
mati a insegnare lettere umane — V. Fanfani. op, cit.. pag. 99. 

69) Nell'ode « lo Gratilwdine a quasi profetando, canlft dei 
frutti della sua scuola cosi Ipag- 3511) ; 

Vedrò, vedrò da le mal nate fonti, 
Che di zolfo e d'impura 
Fiamma e di nebbia oscura 
Scendoo l'Italia ad infettar da i manti, 
Vedrò la gioVKntude 
1 labbri torcer disdespasi e schivi, 
E ai limpidi tornar di Grecia rivi, 
Uade natura schiude 
Almo sapor, che a sé contrario il folle 
Secol noti guata, e pur con laudi estolle 

70) V. pdiz. mil. 1B03, iv. pag. 111. — Ecco un'altra massima 
■(iuBla del Parini sulla scelta dei precettori; ■ Si badi più alle 




J 



— 390 — 

qualità dei maestri che degli insegnamenti, i quali sogliono sMn- 
pre dipendere dalle qualità dei maestri stessi (ivi, v. 158) <c Aurea 
sentenza molto «simile all'altra più trita, ma verissima, che il 
HMUMtro fa il metodoy il metodo non fa il maestro! 

71) Kannitz era ministro di M. Teresa. — Firmian, tirolese, col 
titolo di plenipotenziario, governava la Lombardia. Nel 1783 gli 
successe Wilzeck, ricordato di sopra. 

72) Giacomo Leopardi scrive che il Nostro ebbe parecchi di- 
scepoli, ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e le 
cose loro, e quindi a dilettarli colla eloquenza e colla poesia 
(Ediz. Firenze, Lemonnier; 1849, i. 239). 

73) Morì nei primi del xix. — Alessandro Manzoni lo canta in 
versi dedicati a Giulia Beccaria, dove è anche un elogio del Pa< 
rini, ecc. (Pisa, Capurro, 1826, pag. 803). 

74) V. pag. Liv. — Vedi poi Caniù, il Parini e la Lombardia nel 
secolo passato; Milano; 1854, pag. 78. 

75) Confronta Persio, Satira III. verso 57. 

76) postqxiam sepiem annorum aetatem adtigerit, gymnasiae 

puerum tirannice habent Dial. Axiochus ; versione Joannis Cle~ 

'rid, etc, 

77) Ho già notato di sopra che Chirone, per ingentilire l'animo 
d'Achille, adoprò specialmente la musica. — Qui aggiungerò che 
Giovanbattista Regnault, celebre pktore, nato a Parigi il 1754, e 
ivi morto il 1829, dipinse VEducazione di Achille in una tela, la 
quale, intagliata poi da Bervic, è ora nel museo parigino, e fruttò 
allo stesso Regnault d'essere aggregato all'Accademia. * 

78) Vedi Saggi scient. e lett. delVAccad. di Padova; Padova, 1796, 
I. pag. 510. 

79) V. NiccoLiNi G. Batt., Elogio del Sarchiani; Firenze, 1831, 
III. 142. — Dell'Antonioli scrissero elogi il p. Pozzetti {Modena, 
1801) e l'altro mio carissimo confratello ed amico p. Alessandro 
Checcìicci nelle sue Lettere Pozzetiiane; Firenze, 1858. 

80) Ricorderò qui che TAntonioli, venuto a Pisa il 1752, abitò 
dapprima col p. Corsini fra i Xeresiani di s. Eufrasia: poi dal 
1789 a quando mori in via s. Lorenzo, in quella casa segnata 
oggi col num. comunale 1349 e 3 rosso, come ho potuto ricavare 
dagli stati d'anime di s. Caterina. Fu sepolto nel chiostro di s. Croce, 
fuori la porta alle Piaggie con un'iscrizione forse del Fabroni. 
— Prendo qui occasione per aggiungere che quando il p. Fa- 
miano Michelini leggeva matematica nello Studio di Pisa, si ado> 
prò perchè ivi fosse aperta una casa di Scolopi, e vi riusci mas- 



— 591 — 

sime per le cure di Leopoldo de' Medici. Questi padri vennero a 
Pisa nel 1641 (s. p.) e abitarono la casa della Spina^ che fa canto 
■al Nicchdot ossia quella che è in fondo a Borgo-largo, segnata 
X)ggi col numero 1264 e 21 rosso. Quivi stettero, e insegnarono 
•abbaco, scritto, ~ grammatica e umanità sino al 1657, quando se 
ne partirono. — Tutte queste notizie le ho raccolte neìV Archivio 
di Stato in Pisa e nell'altro del Capitolo della PrimaziaU, e tra 
qttjBste carte meriterebbero essere pubblicate alcune lettere dello 
«tesso Michelini, e altre , in maggior numero, tutte onorevolis- 
BÌme per la nostra Congregazione, del prefato cardinale de' Medici. 
81) À proposito della grammatica e àeìVantologia greca del 
^ Antonioli mi piace di riportare una lettera del p. Gaetano del 
RiccOi scolopio, a Beniamino Sproni^ provveditore dello Studio 
pisano, in data 4 ottobre 1818, e la quale ho trovato nell'archivio 
di questa Università: In replica all'ultima stia posso assicurarla 
che, quantunque non siasi fatto sin qui ai nostri alunni un obbligo 
d^imparare la lingula greca^ si è però in,segnata. Il sig, Degerando 
senti 'Spiegarsi extempore^ e a sua richiesta^ dei pezzi di Isocrate, 
Jt^mostene, Ornerò^ ecc. Ella dunque può persuadersi che il suo rim- 
provero non cade punto su questo collegio^ e che saranno bene acoette 
le fc Selectae e la Gram/matica greca » del fu p. AnUmiolij di cui 
non ^olo si è fatto sempre uso finché vi sono stati esemplarii ma 

pojiao gloriarmi d'esser io quello che ne consigliai la ristampa 

Vedesi chiaro da questa lettera quanto innanzi fossero alle altre 
le nostre scuole fiorentine, dove già lo studio del greco era stato 
introdotto dagli scolopi. — Del resto siami permesso di qui ram- 
mentare come ai tempi della soppressione francese, le scuole pie 
in Toscana rimasero sotto la dipendenza della Università di Pisa, 
ed è perciò che in quest'Archivio si conservano moltissime (ne 
ho trovate 147) di tali lettere del p. Del Ricco, rettore di s. Gio- 
«rannino, allo Sproni. Tra le quali sono bellissime quelle, ove toglie 
a dimostrare la poca convenienza della tassa scolastica^ cui erano 
«tati condannati gli alunni delle nostre scuole gratuite; né meno 
importanti sono tutte le altre, perchè rivelano la mente e il cuore 
dli^^ quell'insigne scolopio, che colla sua bontà, prudenza, e col 
sud giudizio seppe salvare la nostra Congregazione in quella fu- 
rit^Bsima tempesta. — Anche da questo carteggio si fa chiaro 
«cffaó il Del Ricco era tenuto in alta stima dallo Sproni, come, in- 
Qàiizi a questo lo era stato presso mons. Fabroni, il quale in 
uWa- lettera (15 sett. 1797), proponendo al Granduca un succes- 
«ùrie nella cattedra di geometria e meccanica, rimasta vacantei 



— 392 — 

9 

per la rinunzia, di Ramiro Bianchi, camaldolese, il Fabroniscrire^ 
Piacend,0'a V. A, JR. di fare l'elezione d'un nuow) professore, ar*^ 
dÀrei di farle preserie il merito del padre Del Riceo^ lettore nelle 
scuole di s. Giovannino^ ecc. £ in altra del giorno dipoi 90g^ 
giunge: Nominai ieri nella mia informaiione il padre Del Riocé 
scolopio, la riputazione del quale è estesa ariche fuori di Toscana,, eco. 
Non fu è vero eletto, ma due anni dopo, con decreto dei 38 no- 
yembre, il suo nome venne scritto nell'albo dei professori ono- 
rarii di questa Università, come in fine poi ai 16 febbraio 1813 
lo Sproni gli scriveva: Che in vista degli eminenti servigi da lui 
resi alla pubblica Istruzione^ il Gran Maestro si è degnato aecm'- 
darle la decorazione d'ufficiale dell'Università, consistente in ttnet^ 
doppia palma ricamata in argento c((i portarsi sull'abito dalla parte 
sinistra del petto (V. Filza, ecc. Ordini e negozii dello Studio pi- 
sano; ad annum). 

82) Quesia raccolta va sotto il nome del padre Cammillo Nic- 
coli scolopio, ma al solito il merito di essa è dovuto all'Antonioli 
(V. Pozzetti, 39). 

83) Elenco d'opere inedite del padre Ant^ioli non rammentate 
dal» Pozzetti né dal Saccozzi nella Continuazione alla Biblioteca 
Modenese; Reggio, 1837, (V. p. 114). 

a) Logices institutiones quas in pisano lyceo a patte jCaróì» 
AntoniolOy s. p, pisis lectore, ecc. — È un MS. nella libreria della 
Sapienza di Pisa. 

Nella libreria di s. Giovannino in Firenze stanno i seguenti MSS. 

b) Trenta Praelectiones Academicae dette a Pisa nell'apertura 
solenne degli studii, una per anno, dal 1767-97. 

e) Uno squarcio di Storia in latino dell'Università pisana, di- 
viso in capitoli, che vanno di seguito dal X al XXVI. 

d) Diversi corsi di Lezioni di Logica. 

e) Un frammento di quel lavoro sopra i costumi dei greci, del 
quale parla il Fabroni nelle vite degli uomini illustri (8, 69). Esi- 
stono solamente le seguenti dissertazioni: 1) De Atheniensium re» 

publica; 2) judiciis; 3) religione; 4) miUtia; 5) ...., 

vita privata; 6) De Spartanorum ritibus. 

f) Una serie d'epigrafi', di sunti di lezioni di lettere greche « 
latine, ed altri scritti di minor conto. 

Queste le opere inedite. Per le edile poi si vegga il Catalogo 
nel Saccozzi doperà citata, p. 109), il quale mi sembra completo, 
e solo avverto che il Nostro scrisse anche le orazioni, che si re- 
citano nella liturgia pisana per i ss. Torpè , Bona , Ubaldesca e 
Guido Gherardesca, e di quest'ultimo anche le lezioni. 



— 593 — 

84) 11 padfe Carlo visse e mori povero!. Benché negli ultimi 
mimi della sua vita godesse la ricca (né di certo piccola per quel 
tempo) provvisione annua al netto di lire toscane 3380, o italiane 
S899,30, còme si ha dalle carte dell'archivio universitario (V. Fììtti, 
Prùvvistonaii dello Studio pisaìio^ ecc.); tuttavia da una di queste, 
senza data , e sottoscritta da Camillo Giusti scolopio , mandato 
ffù per raccogliere Ter^dità del padre Antonioli, si legge come 
costui nan lasciò vertma somma di danaro^ né cosa alcuna di va- 
lore, e che il collegio di s, Giovannino dovè supplire alle spese fu- 
ntrarief saldare la pigione e il salario dei domestici, estinguere di" 
versi deìnti, ecc. Lo stesso in altra carta del 1° novembre 1800 
afferma Matteo Del Grande, curato di s. Caterina, parrocchia dove 
il Nostro morì, e cioè che lasciò una tenue eredità, alcuni mobili, 
Utti, poca biancheria, punti contanti, ecc., e questo parroco si offre 
di supplire alle spese funerarie , le quali gli saranno rimborsate 
dalle scuole pie fiorentine (V. Filza cit. Ordini, ecc., dello Studio 
pisano, ad annum). — Questi ed altri documenti provano quanto 
grande fosse la carità del nostro insigne scolopio! 

85) Cornelio Nipote racconta di Cimane che saepe quum aliq'uem 
ùffetuum fortuna videretminus bene vestitum, suum amiculum dedit. 

86) Che io sappia, col suo nome non comparvero di opere sue 
ehe la Grammatica greca, e il famoso opuscolo sull'Antica Gemma 
Etrusco, ecc. Pisa, 1757. 

87) Vite degli uomini illustri, ecc., viii. 68. — Lo stesso Fa- 
bioni aveva preparato un elogio del padre Antonioli da porsi nel 
ly volume della Storia dell'Università pisana , se V avesse potuta 
continuare. Questo prezioso autografo è tra le carte del Saccozzi, 
e fra le altre vi si leggono queste parole sul valore del padre 

Carlo come pubblico maestro Has (literas umanas) doc^ns tum 

iis qui ingrediebantur ad studium, tum iis qui erant in cwsu ita 
tonsulehat ut diligentiorem praeoeptorem minime requisisses. Op- 
primi se onere suscepti officii maluisset , quam id quod sibi cum 
fide semel impositum fuerat propter laborem prope incredibilem de- 
ponere, Quot annis novas aci'oases texebat quas in schola habebat^ 
praecepta tradens vel poetices vel or*toriae et nobiliores tum graecos 
fufn Uitinos scriptores interpretans ; quotannìs etiam in sludiorum 
instauratione novas orationes diu et multis lucuhationibus com- 
mendatas et sapientissimis sententiis et gravibus verbis omatas at- 
<f%ie perpolitas dicebat. Quamquam hae his aÙsque nominiìms essent 
cammendatissimae , et prorsus quod voleiant p^^obarent, carebant 
tamen iis eloquentiae luminibus, quae admirationem habent quaeque 



~ 594 — 

cculeos in animis aydientwnm relinquunt, lìlum adjwoare ^ìuàm 
tteuere juventuUm maluisse dixÌMses, Erat illi in animo ferficem 
multa quoé martu velitti ducerent adolescentes ad sapientiam ìbù»- 
ciftendanì;^ quod facile potuisset, quia praeditus erat juiieio tteti 
-et certo ad occulta et recondita perspicienda atque illustrandaf-'MÌ 
perpauca emisit cum modestia quadam, addam etiam timiditate; 4dc. 
88> È inedita néìV archivio dell' Università di Pisa, e méì^- 
rebbe d'essere stampata per intero, tanto assennate sono le* co» 
pedagogiche ivi raccolte e bellamente esposte» ..^- '. 

89) Fu anche ristampato, ma sotto il nome del Canovai, dai 
.padre Mauro Bernardini nel 1817, Firenze, in. Ild. ?'•. 

90) V. Pozzetti, Elogio cit., 79, e Saccozzi, Bibl. cit..iI8i 

91) È inutile il cercare fra i romani, e massime fra i ^iù aù^ 
tichi, una teoria sull'educazione, la quale per loro fu essenzìal* 
mente pratica. Forse i primi accenni di una dottrina pedagogica 
in Roma appariscono negli scritti di Gneo Flavio e di Appio 
■Claudio cieco, ossia poco dopo il 300 a. G. C. — {V. Schmidt 
Karl, Geschichte der Pàdagogik, i. Band, Gothen^ 1868, 390. — 
E anche Ussing, Darstellung des Erziehungs-und Unterrichtswe- 
sens bei den Griechen und Jldm-«m, aus dem Dànischen iibersetz von 

^ P. Friedrichsen ; Altana^ 1870). 

92) A queste obiezioni rispose Quintiliano, Inst, wat. i, 2. 

93) Oltre queste considerazioni cavate dall'indole della lingua 
latina, e per le quali la si preferisce, come strumento d'educa- 
zione intellettuale, a tutte le altre lingue antiche e moderne, 
rive e morte, è anche da aggiungere che, massime per noi ita- 
liani, ha una letteratura né troppo dissimile né troppo simile 
alla nostra, ma sufficientemente diversa e fortemente connessa 
alla medesima, perchè sia da reputarsi un anello della tradizione 
letteraria del nostro paese. — (V. Raynkri, Pedagogica^ Torino, 
1861, pag. 261). 

94) Sull'altro opuscolo del sig. De la Chalotais fu scritto un ar- 
ticolo nel Giornale di Berna (1764. i. 37), ove in mezzo a delle 
considerazioni che io non posso approvare, vi si leggono alcuni 
appunti molto giudiziosi, specialmente sull'impossibilità di porre 
4n pratica il metodo del pedagogo francese. 

95) 11 più efficace fra tutti i mezzi d'istruzione è quello di avere 
, dei grandi maestri: ora il mondo formicola di milioni di maestri! 

Nell'antichità non si risparmiarono lunghissimi viaggi per tro- 
vare qualche grand' uomo, alla cui scuola formarsi: solo i grandi 
f uomini formano altri grandi uomini. — (V. Rosmini, Logica^ To- 

rino, 1854, pag. 325). 



— 395 -^ 

.96) Sopra questi metodi facili^ e specialmente sulla moda, che 
• noi veime di Francia, di ridurre quasi a giuoco l'insegna- 
mento, hanno fatto delle serie riflessioni il Giordani in più luo- 
^^li delle sue opere, il Gioberti nel RinfiovoAnéntOf n. 8, la Gate- 
ràa Ferrucci nell'Educazione intellettuale I, 2, e Tommaso Val* 
lauri nella sua Vili inaugv/raley Torino, 1865. 
' j97) Per me la prima e forse unica regola per chi insegna e che 
comprende tutte le altre, è quella dell'ordina, e chi sa bene or> 
^nare, sa eziandio bene insegnare. Difatti l'ordine delle idee di- 
mostra in prima che si possiede pienamente la materia che s'in- 
segna: poi, siccome le idee si rischiarano a vicenda, e la mente 
le fa. sue quando bene le connette, e le connette bene quando 
passa dalle une alle altre, senza salto, ma per continuità, cosi 
4'cnrdine è la principale qualità da osservarsi da un maestro. 



LIBRO Vili 



APPENDICE 



STORIA 

(BALLB ORIGINI SINO A TUTTO IL SECOLO XVIII ) 
DELLA PEDAGOGIA ITALIAf^A 

IN PRO DEI SORDOMUTI 



— 399 — 



In quest'appendice discorrerò di quanto fu fatto e scritta 
in Italia in vantaggio della educazione e dell'istruzione dei 
mutoli, rifacendomi dalle origini sino, al solito, a tutto il 
secolo decimottavo. — Narrerò prima quello che si riferisce 
agli istituti e alle scuole nate fra noi per i sordomuti, e 
poi esaminerò alcune opere sopra sistemi didattici inventati 
dai nostri per educare ed istruire questi infelici. 

In Italia, a dir la verità, il tempo in cui più specialmente 
si aprirono case e ricoveri per i sordomuti fu il secolo 
decimonono, come può vedersi da chiunque legga Le isti- 
tuzioni dei sordomuti in Italia (Siena, 1867), scritte da 
quell'uomo carissimo e tutto cuore per questi poveretti, che 
è il p. Tommaso Pendola delie scuole pie (i). — Dovendomi 
io però, seguitando i limiti di questa storia, ristringermi 
a tutto il secolo passato, non ho a registrare che la nascita 
di due istituti, cioè di quello di Roma e dell'altro di Napoli. 

Il nome dell'abate De l'Épée era portato dalla fama per 
tutta Europa. Quindi eT Austria, e Svizzera e Spagna e 
Olanda mandavano in Francia dei giovani, perchè sotto 
quel celebratissimo maestro imparassero l'arte di educare 
i mutoli, e quindi la trapiantassero ciascheduno nel proprio 
pisiese. Pertanto incoraggiato da questi nobili esempi, l'av- 
vocato Romano, uomo pio quanto generosissimo inviò, 
il 1784, nella capitale della Francia l'abete Silvestri, 
il quale in pochi mesi imparato il sistema, tornò a Roma 
con Ietterà del De l'Épée, che lo dichiarava ottimo insegna- 
tare. Si aprì allora la nuova scuola, ma non molti fu- 
rono i sordo-muti cho vi concorsero ad istruirsi. Nel 1789, 
morto il Silvestri, poco mancò che anche la scuola non si 
chiades.se. Se ciò non accadde fu per volontà della famiglia^ 
dei signori Di Pietro, i quali spinsero un altro prete, don. 



— 400 — 

Cammiilo Mariani^ airopera pietosa. £i vi si mise, e fece 
quanto a lui concedevano le sue forze, e per quel tanto 
che quei pochi sordo-muli avevano imparato sotto la gui()t 
del Silvestri. 

Non molto tempo dipoi da questa istituzione della scuola in 
Roma, un'altra ne sorgeva in Napoli, ed ecco coma Fin dal 
1786 re Ferdinando IV raccomandava al prelodato ^bate Sil- 
vestri, e manteneva a sue spese in Roma il sacerdote Benedetto 
Cozzolino da Resina, affinchè questo secondo venisse am- 
maestrato nel metodo recato di Francia dal primo. Impa- 
rato che Tebbe, il Cozzolino tornò a Napoli, e presso al- 
rUniversìtà fu destinato un piccolo locale per radunarvi, 
ma solo come scolari esterni, alcuni poveri sordo-muti. Il 
Cozzolino doveva loro insegnare tre volte la settimana; con- 
dizione la quale non può giustiGcarsi se non colla scasa 
della inesperienza, perchè tutti capiscono che con tale si- 
stema né il maestro avrebbe mai raccolto grandi frutti, né 
i discepoli fatto per avventura grandi progressi. Tanto av- 
venne, e pochi mesi dopo la scuola fu resa giornaliera, e i 
sordo-muti aumentarono, e quindi la lezione convenne tra- 
sportarla in una delle sale più ampie deirUniversìtà, e cre- 
scere le braccia al Cozzolino, fatto incapace di sopperire a 
questo numero cresciuto d'alunni. Venne allora scelto an 
direttore, e un sotto-direttore; furono nominati quattro 
maestri; e fra la provvisione data a costoro, e quella che 
si erogava in sussidio ai piìi poveri, e in premio ai più 
diligenti, si calcola che il Governo ogni anno spendesse la 
non piccola somma di più che ventimila lire. Re Ferdinando 
fece anche un altro decreto, ordinando che i boi latori della 
dogana dovessero essere sordo-muti in questa scuola edu- 
cati, provvedendo cosi al campamento di molti di questi 
infelici. Nonostante che Napoli, con tutti gli altri Stati 
d'Italia, soffrisse considerevoli cangiamenti, sul finire del 
passato, e sul cominciare del corrente secolo, siccome noi 



— 401 — 

tatti conosciamo dalla istoria^ tattayia la scuoia napoletana 
4ei sordo-mnti sì mantenne ferma su questo piede, sino al 
termine della francese dominarione. 

Narrata cosi brevemente Torìgine di questi due Istituti, 
adesso Terrò qui, per ordine di tempo, a parlar di coloro 
^fie in Italia si occuparono deireducazione e della istruzione 
di queste povere creature, rifacendomi dai più antichi, i quali 
tra noi non risalgono più in su, per quanto io sappia, del 
secolo XYI, e continuando giù giù sino ai moderni , che , 
giusta i limiti assegnati a questo mio lavoro, son quelli 
che scrissero e morirono nel XYIII. 

II primo e più antico che abbia trovato è Girolamo 
Cardano da Pavia, nato il i501, morto il iK76. Fu, come 
tutti sappiamo, un miracolo di sapere ai tempi suoi, con- 
cìosiachè professasse matematica, medicina, astrologia, filo- 
sofia, scienze naturali, musica, e quanto di più e di meglio 
sì poteva allora conoscere. Ingegno bizzarro, svariato, stu- 
<lioso di maraviglie, non solo ci ha lasciato un libro di 
precetti sull'educazione in generale (2), ma anche ha il 
merito grande d'essere stato il primo in Italia a portare il 
suo pensiero sopra i sordo-muti, la qual cosa d'altra parte 
non doveva esser difficile a lui, il quale, avendo unito insieme 
lo studio della psicologia a quello della fisiologia , aveva 
fatto un esame diligente e minuto sugli organi dei sensi. 
Pertanto nei suoi paralipomena, lìb. IH. cap. YIII. voi. X. 
p. A&ì. (ediz. Lugdnni, 1663), De surdo et muto literas 
fdocfo, scrive queste parole che traduco: Narra Giorgio 
Agricola (3) nel terzo libro de Inventione Dialectica di 
aver veduto un uomo nato sordo-muto, il quale aveva im- 
parato a leggere e scrivere di maniera che poteva esprimere 
dò che voleva. E in verità pento che questo si potrebbe 
fare anche noi, cioè che il muto intenda leggendo, e parli 
scrivendo. Difatti il sordo-muto percepisce col pensiero che, 

MicviLi, Sttrié Mia Pédagogia in Italia SG 



— 402 — 

per esempio y la parola pane, com* è scritta^ significa quella 
cosa islessa che egli mangia: la sua memoria ritiene gtiesk^ 
significazione: egli contempla nel suo spinto le immagini 
delle cose; e al modo che rilenendo in mente una pittìàra, 
che si sia veduta, la si può riprodurre in un quadro ehi 
là rappresenti, così si potrà anche il pensiero effigiare coi 
caratteri della scrittura; e alla maniera che i diversi sì/umi 
emessi dalla voce umana ebbero significati diversi e convenr^ 
zionalmente stabiliti, così i vari caratteri segnati per iscritto 
possono ricevere egualmente per convenzione un valore con* 
simile. — In un' altra opera poi, che ha per titolo € de 
uUlitate ex adversis capienda » parlando il Nostro de sur-- 
ditale (lib. II. cap. VII. voi. II. pag. 75.) distìngue a(^ 
curatamente tre generi di sordi. Vi sono infatti, egli dice, 
quelli sordi a nativitate, i quali sono anche mutoli: nam 
cum discamus audiendo loqui, qui audire non possunt me 
loqui etiam. Poi vengono quelli divenuti sordi dopo la na- 
scita, ma antequam loqui discanL Dove Cardano saggiar 
mente osserva che questi secondi sono alla pari coi primi, 
e quindi anch'essi sordo-muti. Finalmente vi sono i terzi, 
qui surdi fiunt postquam aut loqui tantum , aut scribere 
etiam didicerunt. È di costoro, e quindi dei sordi soltanto 
che Girolamo ragiona principalmente in questo capitolo. 
Però verso la fine ripiglia il discorso sul sordo-muto, e 
dice: oportet ut discat scribei^e oc legere; e lo potrà, cane 
lo può appunto il cieco, qualmente ho insegnato a fare tn 
altro luogo. Cosa difficile in vero, ma possibile anche per 
un che sia nato sordo. Nondimeno è nel difficile soltanto 
che si trova grande utilità, gloria e lode maggiore, eziaw- 
dio che qualche volta c'avvenga di far fiasco! condosiachè 

non tuite lo ciambelle riescano col buco! Possiamo c^al- 

tra parte manifestare i nostri pensieri colte parole come 09i 
gesti. Ce ne offrono testimonianza i mimi romani, i qu/àU 
esprimevano gesticolando ogni concetto per modo che un te. 



— 403 — 

bàrbaro avendone chiesto due di loro altimperatore , acce-- 
ptos prò maximo tnunere habueriL Sed et res ipsas et seri- 
ptOj atra vocis sonum, literis hieroglyphicis , quaemadmo- 
ditm olim, repraesentare licet. — Dal che sì deduce che 
il Nostro aveva giudicato saviamente come la scrittura si 
associ! alla parola, e per la parola al pensiero; ma per di 
più che la scrittura stessa può altresì manifestare diretta- 
mente il pensiero, senza Tintermezzo della parola, come ò 
appunto il fatto dei geroglifici, il carattere dei quali è in 
tutto e per tutto ideografico. — Finalmente Cardano) nello 
stesso capitolo, continua scrivendo: 1 sordo-muti conoscono 
Iddio, e ciò perchè hanno intelligenza. Per la guai cosa 
non vi è ostacolo che diventino capaci di esercitare un' arte ^ 
e tra queste forse le piit nobili e delicate, et sibi ipsi ma- 
gis vivant, unde omnibus, ut et oh morum elegantiam, ma- 
jòre sunt admiratione. Mi ricordo di aver conosciuto dei 
sordo-muti al servizio di principi e grandi signori, i quali 
eisdem erant grati, minusqne turhae ab illis excitahatur in 
aaUa, minus et ipsi ab aliis infestabantnr. In generale a 
chi ha intelligenza non pare che debba mancar cosa, per 
qxtanto grande la sia, che e* non si possa procacciare col 
mezzo dell'intelligenza stessa (4). 

Questo è quanto ho potuto trovare, intorno alla maniera 
di educare e istruire i mutoli, scritto nelle opere di Car- 
dano. Del quale, io mi ripeto, oltre il merito singolare di 
esser egli stato il primo in Italia a parlarne, dai luoghi 
che ho riportato parmi si possa facilmente giudicare comò 
costili conoscendo benissimo la orìgine e la natura di questa 
malattia, e le principali conseguenze che ne derivano , 
toccò del modo più comune dì rimediarvi , qnal è l'uso 
della lingua gesticolata. Rincresce soltanto che il Nostro 
qm, come in genere in tutti i suoi pensamenti, abbia detto 
poco^ ooDciosiachè pare che Tindole di queUIngegno biz- 
zarro fosse tale da non poter fermarsi sulle cose e mata* 



— 404 — 

rarle> ma aceennarle' di toIo e come un lampo, iaseisiHio 
a chi gii Ydnìva dopo la pena di fecondare gli eHibrioni 
del suo genio creatore. 

Dopo il Cardano, tra coloro che per i primi tentarono di 
far qualcosa in prò dei sordo-muti, viene Girolamo Fabrizio^ 
nato in Acquapendente verso il 1557 , il quale lesse con 
plauso notomia e chirurgia neirUniversità di Padova, ove 
fece costruire un pubblico teatro per le sezioni, che fu in 
Italia il terzo dopo quello di Pisa e l'altro di Pavia; scrìsse 
opere, di assai valore, e lasciò grande desiderio di sé» mo- 
rendo il 1619. Tra queste noi ricorderemo i trattati: de 
aure auddtus organo; de larynge vocis inetrumento; de 
locuzione et ejus instrumentie: de bnitorum loquela, che si 
trovano nella sua anatomica e phisiologica (Lipsiae, 1667), 
e nei quali leggiamo dottrine degne d'esser conosciute per io 
scopo nostro. — Crede Fabrizio come la causa della sordo- 
mutolezza dipenda da una membrana molto grossa che di 
rado ma qualche volta si forma dinanzi all'altra dei tim- 
pano; la qual mostruosità confessa d'aver due volte trovata 
in piccoli bambini. Poi soggiunge: surdos nonnunquam, 
et coneequenter mutos a nativitate saepe fieri autumo, quia 
a primordiis crassior kaec membrana exterius tympanum 
obvelat (pag. 250). Accenna eziandio come fosse conosciuto 
dai chirurghi il modo di togliere questa membrana, la 
quale dum adest, surdum meatum auditorium auditumque 
effidt (ivi). — Distingue poi , giusta Aristotele , la Wice 
dalla loquela, la prima appellando materia e fondamento 
della seconda (p. 307. e 525.) — Quindi osserva che 
muti loquela prorsus destituuntur, vocem tamen emittuiU, 
quae tantum abest ut aliis nuntiare animi conceptus muti 
possint, ut potius ad id praestandum inepti habeantur, ne- 
que quisque mutos intelligat nisi qui in eorum conversatiane 
fuerit dite, multumque exercitatus: nisi praeterea mutiipsi, 



— -405 — 

ptmeter vocem, varias manuum toHusque eorparis ges^icu* 
Miùnes adhibeant, quasi vero corporis gestus ad animi af* 
fectus signi ficandos voci praepolleant , aut deficienti hquelae 
aequipolleant (pag. 325.) — Dunque il mutolo manca di 
lò(}aela, non ha che la voce, col mezzo della quale egli 
però non riesce a manifestare T interno suo pensiero , o 
difficilmente, e solo a chi ha avuto con esso lunga pratica; 
e quindi supplisce coi gesti delle mani e di tutto il corpo, 
coi quali crede o di esprimer meglio i suoi concetti che 
non con la voce, ovvero che il gesto sia un mezzo equi- 
poUente della voce istessa. Vero è che nel capitolo il quale 
segue a questo dimostra facilmente come per manifestare 
te affezioni dell'animo il mezzo della voce sia da preferirsi 
mille volte altro del gesto. Però anche il gesticolare è utile, 
jdèéessarìo anzi ai mutoli, che con questo e con questo 
sólo possono, secondo il Nostro, manifestare i loro affetti. 
Né è a maravigliare come tanto sia dato di ottenere col ge- 
sto soltanto, appellato e lodato a delo da Txdlio tamqtiam 
eloqttentiam corporis : in quo sensu antiquiores romani ali- 
piando corporis gestum sumpsere, qui, ut refert Plutarchus, 
tragedias solo corporis gestu, absque ulta aut voce, avt lo* 
'quela, integras totas repraesentabant , atque hi saltatores 
nniiquitus vocabantur, ac gesOculatores, qui, ut prodit Ari' 
stoteles , primo gesticulationis numerosa varietale mores , 
perturbationes actionesque imitantur, de qua re Lucianus 
fuse (in libro de Bs^iùtìone) plurima prodidit, quibìis animi 
affectus, gestibus corporis] saltatores repraesentabant, aiqve 
integras fabulas unus saepe numero tantum saltator quinqtn^ 
personas, quasi quinque haberet animas , suscipiebat , refe- 
rebatque (pag. 525). — A noi poi che oggi ci ingegniamo 
di avvezzare nelle nostre scuole i sordo-muti a intenderci 
sfmza l'uso dei gesti, ma a far sì che cotali infelici leg- 
gano sul nostro volto, sulle nostre labbra i concetti e le 
parole, non dispiacerà di certo udire quanto a questo prò- 



i 



— 406 — 

posilo narra il nostro Fabrizio a pag. 324: sebbene la lo- 
quela non possa slare senza la voce, come la forma n&k 
può mancare di materia, tuttavia ho in pronto un esempio 
per dimostrare che la loquela da per sé sola , e senza l'a- 
iuto della voce, può manifestare Vinterno dell'animo nostra. 
Cum enim pueri ad humaniores literas percipiendas muUi 
in cubiculo uno essemus, essetque nobis a praeceptore loqiii 
interdictum, nos, solo labiorum ac linguae motu, absque 
ulla prorsus voce, quamvis distantes , animi conceptus et 
affectus invicem communicaremus. 

Per le quasi cose tutte le quali noi scrivemmo sulle opere 
deir Acquapendente^ mi pare potere concludere che sebbene 
non discorra particolarmente di un metodo da seguirsi 
neireducare i sordo-muti, tuttavia è importante assai quanto 
egli venne osservando sulla natura e sull'indole dello stalo 
di questi infelici, e quantunque sembri che voglia ridurre 
ogni mezzo per istruirli al solo gesto, tuttavia scorgesi 
com'intravedessè di poter benissimo a questo accoppiar 
l'altro della voce e della lingua articolata. 

Giovanni Andres gesuita pubblicò una lettera dell'origine 
e delle vicende dell' arte d' insegnare a parlare ai sordo' 
muti (5)/ dove con mia meraviglia neppur si ricorda il 
nome di coloro, dei quali abbiamo fatto e faremo cenno a 
eccezione del p. Lana , suo confratello. — Noi che vo- 
gliamo essere scrupolosi nel compilare Tistoria di questa 
arte in Italia, crediamo di non dover trascurar nemmeno 
i piccoli lavori e forse di minor conto, persuasi siccome 
siamo che questi lastricarono a poco a poco la via ad aìtti 
migliòri e di maggiore importanza. — Egli è perciò che 
qui registriamo il nome di Giovanni Bonifacio, nato ?n 
Rovigo il 6 settembre 1547. Uomo di buone lettere , sto- 
rico e grande giureconsulto, morì in Padova assai vecchio 
nel i635 (6). — Fra le sue opere, le quali sono e molte e 



— 407 — 

svariate, noi rammenteremo ai nostro proposito V arte dei 
tenni, pubblicata in Vicenza nel 16i6. Essa è divisa in 
due parti: nella pnma si tratta dei cenni, che da noi colle 
membra del nostro corpo sono fatti, scoprendo la loro si' 
gnificazione, e quella coir autorità di famosi autori confir- 
mando : nella seconda si dimostra come di questa cognizione 
tutte le arti liberali e meccaniche si prevagliano. Così si 
legge nel frontespizio di quest'opera, e di fatti nella prima 
parte^ la quale è divisa in quarantanove capìtoli, e occupa due 
terzi dell'intero libro, si rifa da dire come Tuomo, senza 
parlare, si faccia intendere coi cenni, e anzi meglio si ri- 
conosca la sincerità dell'animo suo da questi che dalle pa- 
role. Detto poi della dignità , dell' utile e del diletto di 
quest'arte^ passa senz'altro ad una minuta analisi dei sin- 
goli cenni, segni e gesti che si posson fare colle diverse 
membra del nostro corpo^ recando in mezzo i migliori 
luoghi di scrittori italiani, greci e latini a confortare quanto 
«gli mano a mano viene esponendo. Nella seconda parte 
poi, che è divisa in capitoli ventuno, dimostra come que- 
st'arte sia ad ogni qualità di persone bisognevole, ragio- 
nando delle varie scienze ed arti, per esempio di metafì- 
sica, di musica, di geometria, di storia, di politica, d'agri- 
coltura, di medicina, di nautica, d'architettura, ecc., e 
dimostrando come in ciascuna di queste abbian luogo i 
cenni, e anche qui con un ricco corredo di citazioni tolte 
da classici autori. 

Ma basti su quest'opera del nostro Giovanni, la quale, 
io mi ripeto^ ho voluto qui ricordare^ non perchè di- 
rettamente vi si ragioni del metodo d' insegnare ai mu- 
toli, ma perchè in una maniera indiretta essa contiene 
còse che posson giovare, e debbono aver giovato di fatto 
a chi dopo il Bonifacio pensò di provvedere veramente 
airistruzione di questi infelici. Nel linguaggio dei quali 
ognuno sa quanta parte vi abbiano i oenni , i gesti , e^ 



— 408 — 

loassime qaelli natarali^ non imparati da nessaoo, m» 
proprii d'ogni nomo qualsiasi. Ora io non credo ingaAr 
naroii giudicando appunto questo libro del Bonifacio comò- 
un lavoro^ il quale preparò e agevolò la stradatila didattica 
in servizio dei sordo-muti^ sia perchè in * esso si trovana 
minuziosamente notati tutti quei cenni e gesti che gli uo-^ 
mini di tutù i tempi e di tutti i luoghi ebbero dalla q9* 
scita^ ad esprimer i molti o pressoché ognuno dei loro sen- 
timenti e delle loro affezioni; sia perchè il Nostro si die 
la cura di esaminare ancora come e quanto le scienze e 
le arti potessero profittare di cotesti segnì^ concludendo 
nulla esservi in natura che per un verso o per Taltro non 
possa^ per il mezzo dei segni stessi, chiaramente manifestarsi. 
Leggano adunque il libro del Bonifacio eziandio i maestri 
d'oggidì^ e spero non fosse altro^ che vi troveranno assai 
di che arricchire il linguaggio mimico, quando di questa 
si voglia far uso per educare ed istruire i sordo-muti. 

Cardano prima e il d'Acquapendente poi, ragionanda 
così per caso dei sordo-muti, e dei metodi di istruirli, 
aprirono fra noi quella via, nella quale entrò dopo di loro 
il padre Francesco Lana Terzi gesuita. Nato in Brescia il 
1651, e ivi m^orto a 56 anni, cotale ingegno curiosissimo, 
e scrupoloso osservatore della natura, fece d'assai progredire 
il sistema da tenersi nell'educare queste povere creature. 
Tanto si ricava dalla sua opera il Prodromo, scritta in 
volgare, dedicata a Leopoldo I imperatore, nel i670, e 
nell'anno stesso uscita alla luce in Brescia pei tipi dei 
Rizzardi. Quest'opera, come* lo dice il nome, è una intro- 
duzione ad un'altra, dettata in latino, divisa in tre yoJuoìì». 
intitolata: magisterium naturae et artis, il cui primo tomo. 
fu stampato pure in Brescia il 1684. — Pertanto nel 
primo di questi due libri, e precisamente, in testa al 
capitolo IV, pag. 51, si legge: Come si possa insegnore^ 



— -409 — ^ 

a parlare ad uno , che per esser nato sordo sia muto^ 
facendo insieme che intenda con gli occhi l'altrui parole. 
Dove il Do$tro gesuita si fa a ragionare cosi: Quando 
fnserfmito non nasca da alcuno impedimento della lin- 
gua, la quale sia o tronca o legata pet^ indisposizione 
di nervi, ma proceda solo per esser nato sordo, e per cmi- 
seguenza non udendo le parole altrui non abbia potuto im- 
parare ad imitarle, dico che si può con arte far sì che un 
tal muto sciolga la lingua, ed impari a parlare; e, quello 
che è piik mirabile, intenda, benché sordo, k altrui parole. 
£ qui riferisce alcuni esempì. Primieramente quello d'un 
nobile Castìgliano, sordo-muto a nativitate, il quale da un 
sacerdote spagnolo venne istruito in modo che intendeva 
benissimo ogni parola proferita da altri, anche in linguaggio 
difficile, e di cui non intendeva il significato, ma però egh 
la ripeteva felicemente, e parlava nella propria lingua, e ri- 
spondeva senza difficoltà. Confessa che per ottener questo e 
maestro e scolare avevano dovuto impiegare molta fatica 
e assidua applicazione^ e che molti nell'udire come quel 
sacerdote si metteva a quest'opera, ne avevano fatto le 
matte risate, ma che poi era riuscita la cosa con istupore 
di tutti, vedendo che il giovane ripeteva le parole proffe- 
rite da un altro anche con voce sommessa, e lontano guan- 
tiera la lunghezza della sala. — Dopo questo e altri 
pochi esempi, continua il p. Lana così: Niuno però ch'io 
sappia ha scntto del modo, che si deve tenere per appren- 
dere quest'arte veì'amente mirabile; onde fio stimato che 
non sia per ispiacere, se io ne dirò qui ciò che sento (7). 
— » Devesi adunque considerare che nel profferire ciascuna 
leUera dell' alfabeto (sia qualunque la lingua) necessaria- 
nunie si fa diverso moto o nelle labbra o nella lingua o 
im denti o in tutti insieme,.. Ciò che succede nelle lettere soli- 
tarie, succede parimente nelle lettere accompagnate, cioè nelle 
sillabe, e poi nelle parole intiere. Se dunque alcuno si av- 



— 410 — 

vezzerà a conoscere tutte le differenze idi questi moti, potrà 
parimente intendere ciò, che vien detto da unr altro, benché 
non oda la voce; e per conseguenza ad imparare a prof- 
ferire le medesime parole, procurando d'imitare tali moti 
di labbra, di denti e di lingua : il che non si deve sU- 
mare tanto difficile, come a prima vista rassembra, per- 
ciocché ognuno di noi, eziandio prima che avesse l'uso 
della ragione, imparo a profferire le parole con maravi- 
gliosa industria della natura, che stimolata dalla necessità 
si affaticava d'imitare l'altrui parole, con dare alle laibra 
vari moti, fintantoché ritrovasse quello, che articolava la ri- 
cercata parola. — Continua poi osservando come questa dif- 
ficoltà sia dimimuita dalla provvida e cortese natura, che al 
difetto d'un senso suol supplire con la perfezione degli air 

tri: così il difetto deU'tidito su^l ricompensarsi dafla 

perfezione della vista, e parimente dalla immaginazione e 

memoria, non distratta dagli oggetti strepitosi Tanto 

asserisce il padre Lana^ ove è appena da notarsi^ perchè 
la cosa è oggi risaputa da tutti, che pur troppo questo 
compenso neirarmonia dei sensi esìste, ma non è esatto 
ripeterlo dalla natura, bensì dalla necessità in cui si trova 
il sordo di esser tutt'occhi e il cieco tutt'orecchi; per la 
qual cosa avviene da ultimo che in forza del continuato e 
ripetuto esercizio, nel primo si acuisce l'organo del ve* 
dere , e nel secondo quello dell' udire. — Scende poi il 
padre Francesco ai particolari, e detta regole pratiche 
per chi vuol farsi maestro in quest' arte. Primieramente 
si ponga davanti agli occhi del sordo un alfabeto , e in- 
cominciando ad accennarli la prima lettera, la si prof- 
ferisca nel medesimo tempo con moto gaglia9*do della bocca 
e della lingua, accennando al sordo che anch' egli procuri 
d'imitare lo stesso. moto: e dò si deve fare fintaantOGhè, 
imitandolo perfettamente, profferisca ciascuna lettera. Ap- 
preso che averà il sordo tutto l'alfabeto, dovrà avvezzarsi 



— 411 — 

a profferire li monosillabi. poi le sillabe composte di 

due tre lettere: poscia faremo che ne congiunga insieme 
alcune, aite a formare alcuna parola intera significativa 
di alcuna cosa; e nel medesimo tempo procureremo di 
insegnargli il significato di essa parola, col mostrargli la 
cosa significata. Per esempio, dopo che avrà imparato a 
profferire quéste due sillabe (ma, no), glie le faremo con- 
giungere insieme, mostrandoli la nostra mano, ed cLCcenr- 
nandoli che quella parola significa la tal parte del corpo. 
Così un giorno imparerà le parole e il significato di tutte 
le parti del corpo umano; un altro, quelle che apparten- 
gono alV intelletto ; poi quelle che alla volontà, così quelle che 
appartengono ai sensi, alle arti, ecc. ; poiché il procedere con 
questa divisione e ordine di cose gli gioverà alla memoria, 
scrivendole di mano in mano che le impara, per ripeterle poi 

da sé stesso, e stabilirsele nella mente 

Ecco ì pensamenti per istruire i sordo<muti esposti dal 
padre Lana. I quali chiunque gli leggerà non potrà far 
a meno di concludere com'egli, più e meglio di coloro 
che lo precedettero, dichiarò questa materia, svolgendola 
colla sagacia dì osservatore diligente, e colla premura di 
maestro valentissimo.' L'Italia sì onora di questo gesuita 
come di colui che innanzi a tutti, eziandìo ai forestieri, 
immaginò il sistema di potere a dirittura, senza il mezzo 
che per avventura comparisce il più naturale, del gesto, 
istruire i ràntoli mercè la parola, e oggi che da parecchi 
anni in quelle di Germania e da poco tempo nelle nostre 
scuole si introdusse questo metodo, farà gusto il sapere 
come un italiano nel bel mezzo del secolo XVII lo avesse 
già teoreticamente pensato, e ridotto anche alla pratica (8). 

Unisco insieme il nome di Pietro di Castro e d'Antonio 
da Ravenna, due benemeriti della educazione e istruzione 
dei sordo-muti, perchè poche cose di quel poco che se se 



— 412 — 

sa bo potato raccogliere. — ^ Sono ambedue del secolo XVBj^ 
nel quale di eerto morì il primo, ossia nel 1663. Fu mih 
dico a Mantova , e archiatro di quella Corte. Nelle sue 
opere, che alcune ne scrisse sulla medicina e in latino ^ 
non trovo che perii di sordo-muti, salvochè in un discorso 
intitolato il Colostro, stampato a Venezia il 1626, insieme 
a un altro libro la Comare. A pagine 535 st legge: U 
modo col quale i bambini muti si possono curare è mi- 
racoloso, ma però riuscibile ainngegno umano: si Érmmnù 
esempi numerosi in Spagna di figlioli muti ò per naturi^ 

per accidente i quali parlano volgarmente e ehia-. 

ramente, restando però sordi, ma non muti. Un figUeh 
del serenissimo principe Tommaso di Savoja (dicono o^ 
fosse scolare dello stesso di Castro), il marchese di Frigio; 
il marchese di Del Fresno, fratèllo del contestabile di €«h 
stiglia, che erano muti, parlano oggidì senza difficoltami 
esitazione alcuna, e solo si conosce il difetto della sordità;, 
e molti altri esempi di persone private, che hanno riem^uio 
questo .singolare benefizio dal valore di Emanuele Bamirez 
di Carione (9). Questo raro segreto ho io imparato parte 
discorrendo collo stesso inventore , e parte filosofando con 
straordinaria perseveranza, e mi è riuscito assai bene: ma 
non to rivelerò qui, per farne discorso a parte, piacendo a 
Dio, nelle mie varie lezioni. — Questo però non avvenne, 
almeno non sappfamo che avvenisse, giacché il nostra 
Pietro negli' altri suoi scritti arrivati a noi non ne parla 
più. Nemmeno si può congetturare con verità quale fosse 
cotesto metodo, perchè sebbene egli confessi d'averlo per 
la più parte preso da quello del Ramirez, tuttavia sog- 
giunge ancora di averlo modificato con qualcosa di suo. — • 
Del resto Emanuele Ramirez nacque sordo-muto in Spagna 
sul declinare del secolo XVI, e come ne fa testimonianza 
Antonio Nicolas, nella sua « biblìotheca hispana nova » apud 
7U>s artem invenit , cioè di insegnare ai sordo-muti il leg^ 



— 415 — 

gare , lo scrivere , e dnche il proflferire qualche parola ^ 
aut Cèrte solus exercuit aetate sua, 

D'Antonio da Ravenna poi abbiamo notìzie anche minori 
e di numero e d'importanza, coneiosiachè si sappia soltanto 
che egli fu de' monaci cistercensi, che tenne una scuola 
di sordo-mut'r, insegnando ad essi la lettura, la calligrafia 
e il catechismo religioso. 

Prifna però che io lasci di discorrere delle opere sul- 
i' educazione e sulla istruzione dei sordo-muti pubblicate 
in questo secolo XVII, e degli uomini i quali le scrissero^ 
debbo notare come il dottor Pietro Atke Castberg, viag- 
giando in Italia , disse che Giacomo Affinati d' Acuto , 
della provìncia romana, aveva composto un'opera sopra 
queste infelici creature col titolo: Il muto che parla; dia- 
logo ove si tratta dell'eccellenza e dei difetti della lingua 
ternana, e si spiegano piti di centonovanta concetti spirituali 
sopra il silenzio, con l'applicazione degli evangeli , i quali 
servono per comodo dei padri predicatori; opera molto utile 
a chi desidera di favellare rettamente e senz'essere Imsi' 
tnato; Venezia, Zaitieri, 1606. Si vede bene che il nostro 
viaggiatore non ebbe sott'occhio que^o libro, e soltanto lo 
conobbe per le prime linee del frontespizio. Se l'avesse 
avuto in mano avrebbe facilmente capito che è opera tut- 
i' affatto ascetica , composta da questo frate domenicano^ 
morto poco innanzi il 1615. 

E un altro gesuita, dopo il p. Lana, si occupò intomo 
alla educazione ed all' istruzione dei sordo-muti in Italia. 
— Federigo SanvitaU, nato in Parma, il 1704, dal conte 
Luigi e dalla Corona Avogadro, resosi gesuita a ventitré 
anni, insegnò le scienze matematiche e fìsiche a Brescia, 
ove morì nel 1761. — Gli storici lo lodano, e con ragione, 
percbè, quantunque uomo di alta mente e d'altissima me- 
ditazione,, ciò nondimeno sapeva con maravigliosa pazienza 



— 414 — 

ed amore impiccolirsi^ adattandosi alle diverse capacità dei 
suoi scolari, ai quali divideva il pane della sua dottrina 
vasta e profonda. — Scrisse opere e molte e diverse, delle 
quali io non ricorderò qui che la disseriazione sopra ia. 
maniera d'insegnare a parlare a coloro che, essendo nati sordi, 
sono ancora muti (10). Questa fu Ietta il 5 maggio 1757, 
ed è divisa in tredici paragrafi. Dei quali nei primi due eoa- 
frontando la infelicità del cieco con quella del. sordo/ am- 
bedue a nativitate , e saviamente giudicando maggiore assai 
questa dell'altra, viene il padre Federigo concludendo Ver^ 
logie di coloro, che con industria e pazienza si sono posti 
a cercare un'arte per insegnare ai sordo-.muti a parlare, ^ 
intendere gli altri che parlano. Tra questi ricorda Rodrigo 
Pereira, il quale a quei dì faceva di cotararte un mistero, 
per timore che altri gli togliesse questo segreto, che a lui, 
ebreo portoghese, fruttava assai guadagno. — Nomina poi 
Giovanni Corrado Amano, e le sue due operette, cioè il 
« surdus loquens » e Taltra « de loquela » pubblicate ad Am-. 
sterdam, la prima il 1692, e la seconda otto anni dipoi. Tuttb 
sanno il metodo progettato da questo medico svizzera, cioè 
che poiché alla formazione delle parole concorrono diversi 
movimenti di varie parti della bocca, dei labbri, della gola, 
e della lingua, così fosse facile insegnare la parola al mu-^: 
telo con fare che toccasse colla mano le parti delia bocca 
di chi parlava, e che da ciò che col tatto avesse sentito, 
potesse poi esercitarsi a dare a quelle diverse parti le stesse 
positure e i moti medesimi. Cotesto sistema è giudicato 
dal Sai^vìtali presso che impossibile nella pratica , perdiè 
questi movimenti, per riguardo alla diversità delle stesse. pa-^ 
rote, hanno differenze così leggiere e poco sensibili, che noik 
si sa indurre a credere che la mano possa tutte distinguerk : 
e ne conclùde che il muto toccando molti movimenti dèlia 
fola e delle parti della bocca, benché diversi e producenti 
diverse voci, li prenderà per un movimento istesso «. e. 



— 415 — 

quindi invece di pronunciare parole diverse , canterà bene 
spesso la stessa canzoìie, — Tale è il giudizio che il pa- 
dre Federigo fa del sistema svizzero, e pas^ ad esami- 
nare l'altro di Niccolò Cabeo, morto il 1650. Questi, 
commentando le meteore d' Aristotele, propone d'insegnare 
la favella ai mutoli col mezzodì un cannello, fatto presso 
a poco come i cormstti acustici, e da introdursi nella 
loro bocca. Si avvisa che a questa maniera le vibrazioni 
dell'aria si propagheranno nell' interno dell' orecchio per 
la via della tromba eustachiana, e produrranno quelle 
impressioni, le quali non possono entrare per il canale 
estemo, percotendo la membrana del timpano. Per tal 
maniera il sordo, ascoltato il suono della voce trasmesso 
per il cornetto nella bocca, e dalla bocca per la tromba 
d' Eustachio nell' interno dell' orecchio , potrà poi inge- 
gnarsi con diversi tentativi a produrne dei simili, e quindi 
gli riuscirà a poco per volta d'imparare a parlare. — Anche 
contro questo metodo il Sanvitali fa alcune considerazioni, 
le quali ci sembrano molto più giuste di quelle opposte al 
sistema del medico svizzero, e fra le. altre le seguenti : 
Questo ripiego non è universale, e niente vale per quei sordi, 
che tali sono non per qualche vizio del meato uditorio o 
della membrana del timpano, ma perchè la parte più. in- 
terna dell'organo non è atta a far bene l'officia stio..,. Ag- 
giunge poi che sebbene a questo modo il sordo potesse 
arrivare a parlare, non imparerebbe però ad intendeì'e gli 
altri, che parlano con lui, perché non ne vedrebbe i movi- 
menti della bocca, labbra e denti onde, rimosso il cor- 
netto^ non saprebbe a quali voci corrispondono i movimenti 
deità bocca altrui (11). — Viene poi ad esaminare il 
melodo dei suo confratello p. Lana, e innanzi tutto lo 
loda^ coneìosiachè per esso il mutolo non solo impara 

egU a parlare , ma eziandio ad intender gli altri, 

m più impara a leggere , a scrivere e poi una 



— 416 — 

linpua, r, dopo questa, altre, e così apresi il campo per 
apprendere tutte le scienze. Ne è meno vero per questo 
che il sistema del Lana non abbia qualche difetto > a^ 
condo la critica dei p. Federigo , imperocché oltre nm 
essere questo metodo valente ad insegnare e moderare in- 
flessione della voce, pare che non possa servire a fare in- 
tendere al muto il presente, il passat(f e il futuro dei verbi,,. 
Né il Sanvilali sa se si potrà co' cenni fargli capire che 

egli ha da intendere piii tosto un tempo che un altro 

Ciononostante conchiude che quando questa difficoltà ancora 
si potesse superare, non saprebbe che cosa di piii desiderare, 
— In quello che rimane di questa dissertazione il nostro 
gesuita ricorda ancora i metodi dell' Helmonzio (12) e dei 
Waiisio^ sui quali poco si trattiene , conciosiachè siano a 
un di presso eguali ambedue all'altro del padre Laiia> già 
di sopra giudicato. — Tocca per ultimo di coloro che 
sono mutoli, non perchè siano sordi, ma per qualche difetto 
nell'organo delia favella, e, accennando alcuni fatti a qaeslo 
proposito , parla brevemente dei metodi che si potrebbero 
impiegare per sopperire a questa mancanza. 

Questo è quanto ebbi a dire sulla dissertazione del p. San- 
vitali, la quale, se ho da pronunciare il mio povero giudizio, 
sembrami che abbia un merito storico piuttostochò didattico. 
Difatti, com'abbiamo veduto, egli non fa che esporre dei 
metodi trovati per istruire i sordo-muti, corredando questa 
sua diceria con diverse note prò e contro, delle quali al- 
cune giuste, e altre che non potremo mai accettare siccome 
vere, dimostrandosi in esse non abbastanza pratico dello 
stato di questa malattia e dei mezzi per rimediarvi. Noi 
dunque non lo celebreremo, come scrissero alcuni (15), 
quasi un precursore dell' abate De l'Épée , per la buona 
ragione che egli nulla inventò in fatto di metodica ap[)li- 
cata all'istruire ed educare i sordo-muti, ma piuttosto gli 
concederemo la lode, a lui ben dovuta, d'aver lasciato un 



mgpu dflili stona della pedagogia ia ctò . «^^b» ct-^ 
li ìstrozìfBifr e rofhiBaQoiie «ii '{oesttr ioMitn^sM» 



le ipm ài igaSL fatm mmtk ìi <|int^lffi\IKt 



Gasdabo GauAjkao (tn. 1S76) IVsr UH 

AcQUAPiaDcm (d') Gsolaxo Fabroio {m. 1^19) • MU 
Bdbipacio GiovASR r ni. 1655) 

Gabbo NioooLd (m. 1630) 

PkBTRO DI Castro (m. 1663) 

JLasa Terzi Fratesco (m. 1637) 

RAvraHA (da) Astosh) (Tìsse nel XYU) . . « lt& 

^8AHVITAU FEDERIGO (od. 1761) » 11^ 



ioti 

II» 

IH 

UM 



MiCumu, St0rim éells PeéUg^fU «m fUlU t? 



— 4i9 — 



NOTE AL LIBRO ¥111 



APPENDICE 

1) Mi servirò delia citata Opera di questo mio confratello per 
quelle poche notizie che qui metterò sulla origine delle scuole 
italiane pei sordo-muti, ecc. — Anche di libri e scritti di nostri 
sui sordo-muti poco ho trovato, all' infuori di quelli qui da me 
esaminati. Anzi dirò francamente come a tutto il secolo XVIII , 
dopo quelle opere, io non ho trovato che un articolo sulla scuola 
dei muti nel Giorn. lett. pis.^ 1784, T. 13, pag. 176. E si che ho 
potuto riscontrare un libro, prezioso assai, pubblicato a Gronin- 
quCj 184*2, il quale è in somma una diligentissima lista letteraria di 
ciò che è stato stampato, fino ai nostri giorni, sui sordo-muti, sul- 
Varecchio, la voce, la m,imica, ecc., compilata dai signori Guyot , 
institutori dei sordo-muti nella medesima città, ecc, — Bisogna 
pur ripetere che in Italia il sacro fuoco di carità per queste in- 
felicissime creature primo lo accese il p. Ottavio Assarotti 
delle scuole pie, cominciando l'opera sua santissima allo spuntare 
del secolo presente. Dietro di lui e sul suo esempio si aprirono 
parecchi istituti, si studiarono i metodi antichi, se ne introdussero 
dei nuovi, e molti si dettero eziandio a scriver libri su questo 
ramo della pedagogia e della didattica importantissimo. — V. 
Hill ; Del sordo-muto e della su^ educazione (opera tedesca), e un 
Articolo nel giornale : Dell'educazione dei Soi'do-muti in Italia, ecc; 
Siena, 1872, pag. 120. — E anche un discorso accademico reci- 
tato dallo Zanelli alla tiberina di Roma. 13 marzo 1843 , e pub- 
blicato nel giornale arcadico, 1843, tomo 94, pag. 167. « Sul- 
l'origine, progresso e stato attuale della istituzione dei sordo-muti ». 

2) Vedi indietro a pag. 210. 

3) Rodolfo Agricola tedesco, nato nel 1442 e morto nel 1485, 
dice appunto nell'opera ricordata : Ho veduto un sordo dalla na- 
scita , e per conseguenza muto , che aveva imparato a intendere 
quanto gli altri scrivevano^ e ad esprimere per via di scritto ogni 
suo pensiero, proprio come se avesse avuto l'uso della favella. — 
Sulle quali parole Lodovico Vives nei suo di anima, lib. II. cap. 
de discendi raiione , soggiunge : . . . . mirar fuisse mutum et sur- 



— 420 — 

dum natum qui literas didicerit : fides sit penes Rodulphum Agri- 
colam^ qui id memoriae prodidit^ et se illum vidisse affirmat. 

4) Nel de suhtilitate ; lib. xrvr. voi. ili. pag. 584, scrive : Illui 
enim saiis nohis experimento compertum est pueros^ cum legere 
discunt, ex visione soni prof erre voceni: unde qui swrdi sunt a 
natura^ etiam necessario sunt muti. -— Nello stesso trattato poi, 
lib. XVII. in. 627, discorre eziandio del modo d*isPruire i ciechi. 

5) Stamp. da FoglieHni, Venezia, 1793. 

6) Vedi la sua st^ia di Trevigi (Venezia, 1744), ove è un eh' 
gio di Bonifacio, e il catalogo delle sue Opere, 

7) Ma io, con buona pace del gesuita, non debbo credere che 
a lui, nato e vissuto in Brescia, potessero essere ignote le dot- 
trine pensate in questo proposito, prima da Cardano, poi dal- 
TAcquapendente, Tuno morto cent'anni, e l'altro cinquanta, inr 
nanzi che il p. Lana pubblicasse questo suo Prodromo, 

8) Il padre Lana provvide anche all'istruzione dei ciechi. Di- 
fatti il cap. II dello stesso Prodromi) discorre del modo col quale 
un cieco nato possa non solo imparare a scrivere , ma anche a 
nascondere sotto cifra i suoi segreti , e intendere le risposte nelle 
medesime cifre. 

9) Costui pubblicò un libro intitolato : Maravillas de naturalefsa, 
en que se continen dos mila secretos de cosat naturales, 

10) È stampata nel voi. n della Buccolta del conte Mazsuc- 
chelli, ecc.] Brescia; Rizzardì, 1765. — Ho sospetto che il ^p. Fe- 
derigo dettasse qualche altra cosa sullo stesso tema, e forse 
queste scritture giaccidno inedite a Brescia in casa di Cesare 
Arici, il quale somministrò molte notizie di questo gesuita a 
Pompeo Litta, quando questi scriveva la sua Storia delle famiglie 
celebri italiane, ecc. 

11) Niccolò Càbeo o Cabei nacque il 1586 e mori il 1650. — 
Del resto il sistema di questo dotto idraulico ferrarese fu rinno- 
vato ai nostri tempi, e anche nell'Istituto dei sordo-muti a Siena. 

12) Helmomt Francesco Mercurio , celebre medico , naeque a 
Vilvorde verso il 1618, e mori a Colonia nel 1699. 

13) Vedi memorie dei letterati parmigiani, cominciate dal p. 
Ireneo Affò, e continuate da Angiolo Pezzana, ecc., tomo rn. 



— 421 — 

INDICE 

DI TUTTA L'OPERA. 



A chi leggerà Pag. 5 

LIBRO L — Storia della pedagogia in Italia ai 
tempi romani » 7 

Dell' educazioqe presso i romani. — Educa- 
zione nell'amica Roma. — Festa del nome. — 
Del divezzare il fanciullo. — Delle divinità de- 
stinate ad assistere il fanciullo nei primi momenti 
della vita. — La bolla. — Luogo di Tacito 
suir antica educazione romana. — La scelta dello 
stato^ la pretesta, la toga virile e il tirocinio. — 
Luoghi di Orazio, di Virgilio e Plauto sull'antica 
educazióne. — La ginnastica. — Come e quando 
l'educazione romana declinasse. — Luoghi d'Ora- 
zio, di Tacito e di Quintiliano sulla corruzione 
della educazione. — Il pedagogo » 9 

Delle scuole e dei maestri presso i romani. 

— Memorie sulle scuole in Roma. — Dell'ora 
in cui coihinciavano. — Dei gastighi. — Delle 
vacanze. — Del salario. — Delle scuole di leg- 
gere, di scrivere, d'abbaco, di musica, di geo- 
metria, di grammatica e di rettoi:ica. — Dei 
retori 'e loro metodo. — Delle scuole di filo- 
sofia » 17 

Delle leggi romane suH' educazione e sull'istru- 
zione — L'educazione e l'istruzione i;i famiglia 
nell'antica Roma. — Leg^i sui doveri dei figlioli 
verso i genitori. — Chi debba educare, morto 
che sia prima il padre, poi la madre. — Del tu- 
tore. — Delle spese per l'educazione del pupillo. 

— Leggi penali. — Leggi sulle doti, sulla scelta, 
sulle punizioni e sui privilegi dei maestri. — 
Leggi sui privilegi degli scolari. — Dei maestri 
collocati a riposo. — Delle scuole di giurispru- 



— 422 — 

denza in Roma. — Legge sugli sludi liberali 

in Roma e in Goslanlinopoii Pag, 27 

Degli scrittori di cose pedagogiche e didat- 
tiche fra i romani. — Analisi delle « istituzioni 
dell'oratore » di Quinlilinno. — Analisi dell'opu- 
scolo « sull'educazione dei figlioli » di Plutarco . » 42 

Luoghi di scrittori latini sulla educazione e 
suir istruzione » 45 

Note al 'Libro I » 49 

LIBRO IL — Storia della pedagogia in Italia dal 
VI fino a tutto il Xlil secolo (al 130Ò inclu- 
sive). — Donde piglia le mosse questo libro , 
e perchè, e materie in esso trattate. — Me- 
morie di scuole nel IV, V, e VI secolo. — 
Memorie di scuole nel VII e Vili. — Memorie 
di scuole nel IX. — Scuole in Roma e altrove 
nel IX. — D' alcune ordinanze sull' educazione 
e sull'istruzione nel capitolario di Carlo Magno 
e di Lodovico Pio. — Memorie di scuole nel 
X, XI e. XII. — Origine deir Università a Bo- 
logna. — Scuole di legge in alcune città. — 
Una costituzione del Barbarossa sui privilegi 
concessi a maestri, scolari, ecc. — Ordinanze 
di pontefici nel XIII sopra scuole, sludi, ecc. 

— Vicende delle Università di Bologna e di 
Napoli nel XIU. — Scuole a Ferrara. — Ori- 
gine delle Università romàna e piacentina. — 
Altre scuole io altre città. — Analisi critica di 
opere pubblicate dal VI al XIII, e per le quali 

vedi Vindice seguente ' . » 55 

Indice cronologico degli autori, le opere dei 
quali furono esaminate in questa storia (dal VI 
secolo a tutto il XIII) » 

Note al Libro II » 

LIBRO III. — Storia della pedagogia in Italia nel 
secolo XIV (1301 a 1400). — Vicende delle 
Università di Bologna, Padova, Treviso e Napoli. 

— Origine di quelle di Pisa, Pavia e Firenze. 

— Delle Università di Siena e d'Arezzo. — Ori- 
gine delle Università di Lucca e di Fermo. — 



— 423 — 

Ingrandì meato della Sapienza romana. — Studio 
a Perugia. — Breve di Giovanni XXII ai Corsi 
sui maestri e le scuole. — Origine delle Univer- 
sità di Verona, d'Orvieto e di Ferrara. — Stu- 
dio a Brescia, e cattedre a Modena e Reggio. 

— Le scuole nel Friuli. — Analisi critica di 
opere pubblicate nel XIV, e per le quali vedi 
Vindice seguente Pag, 83 

Indice cronologico degli autori, le opere dei 
quali furono esaminate in questa storia (se- 
colo XIV) » 106 

Note al Libro III » 107 

LIBRO IV. — Storia della pedagogia in Italia nel 
secolo XV (1401 a i500) — Università di Bo- 
logna e di Padova. — Scuole a Venezia. — Uni- 
versità di Pisa, di Firenze, di Siena, d'Arezzo, 
di Pavia e di Milano. — Scuole a Novara. — 
Università di Ferrara. — La Sapienza romana. 

— Origine delle Università di Torino e di Parma. 

— Analisi critica d' opere pubblicate nel XV, e 
catalogo di scritti venuti in luce nel secolo stesso 

(vedi i due Indici seguenti) » 109 

Indice alfabetico di scritture pedagogiche d'au- 
tori italiani pubblicate nel secolo XV . . . . » 158 

Indice cronologico degli autori , le opere dei % 
quali furono esaminate in questa istoria (se- 
colo XV) » i39 

Note al Libro IV » 140 

LIBRO V. — Storia della pedagogia in Italia nel 
secolo XVI (i501 a 1600). — Università di Bo- 
logna. — Scuole domenicali a Bologna. -^ Uni- 
versità di Padova. — Scuole a Venezia. — Uni- 
versità di Pisa, di Firenze e di Siena. — Scuole 
di Lucca. — Università di Pavia, di Ferrara e 
in Piemonte. — La Sapienza romana. — Origine 
dello Studio di Macerata. — Università di Fermo 
e di Perugia. — Le scuole nel regno di Napoli. 

— La scuola di Salerno. — Uomini celebri che 
di questo tempo insegnarono in diverse città. — 
La Compagnia di Gesù. — I Teatini. — I So- 



1 



— 424 — 

maschi. -— I Bernabiti. — Le scuole pie. — 
Ordini e decreti salle scaole stabiliti e promul- 
gati dal Concilio di Trento. — I seminari. — 
Analisi critica d'opere pubblicate nel XYI^ e ca- 
talogo di scritti venuti in luce nel secolo stesso 
(vedi i due Indici seguenti) Pag. Ì4S 

Indice alfabetico di scritture pedagogiche d'au- 
tori italiani pubblicate nel secolo aVi . ...» 225 

Indice cronologico degli autori^ le opere dei 
quali furono esaminate in questa storia (se- 
colo XVI) : . . » 228 

Noie al libro V » 230 

LIBRO VI. — Storia della pedagogia in Italia nel 
secolo XVIl (i601 a 1700). — Delle Università 
di Bologna, di Padova, dì Pavia, di Pisa, di Siena 
e di Firenze in questo secolo. — Collegio Pu- 
teano a Pisa. — Università di Napoli. — Lo 
Studio di Ferrara. — ^ La Sapienza romana. — 
L'Università di Torino. — Origine dell'Univer- 
sità modenese e riapertura di quella parmigiana. 

— Analisi critica d'opere pedagogiche pubblicate 
nel XVII, e catalogo di scritti veduti in luce nel 
secolo stesso (vedi i due Inddd seguenti) ...» 255 

Indice alfabetico di scritture pedagogiche d'au- 
^tori italiani pubblicate nel secolo XVH ...» 251 

Indice cronologico degli autori, le opere dei 
quali furono esaminate in questa storia (se- 
colo XVII) » 254 

Note al Libro VI » 255 

LIBRO VII. — Storia della pedagogia in Italia nel 
secolo XVIII (1701 a 1800). — Università di 
Napoli, di Roma, di Ferrara e di Bologna. — 
Le scuole in Firenze sotto gli ultimi granduchi 
Medici, poi sotto i Lorenesi, e in specie al tempo 
di Leopoldo primo. — Scuole di s. Maria Nuova. 

— Ginnasio nel quartiere di s. Spirito. — Scuola 
d'agraria e scuole per le fanciulle. — La casa 
di rifugio di Filippo Franci. — Prima scuola 
d'ornato e disegno lineare. — Istituto Ximeniano. 

— Apertura del seminario fiorentino. — Scuole 



— 425 — 

di lingue orientali a Badìa e s. Trinità. — Uni- 
Tersità di Siena e di Pisa. — Dì questa sì or- 
dina di scriverne la storia. — Università di Pa- 
dova, dì Parma e dì Modena. — Scuole a Mi- 
lano e a Pavia. — Scuole elementari nella Lom- 
bardia. — Scuole Garaventane a Genova. — 
Ospizio dì Tata Giovanni a Rom». — Analisi 
crìtica di opere pubblicate nel XVIII, e catalogo 
di scritti venuti in luce nel secolo stesso (vedi 
i due India seguenti) Pag. 257 

Indice alfabetico di scritture pedagogiche d'au- 
tori italiani pubblicate nel secolo XYin ...» 569 

Indice cronologico degli autori, le opere dei 
quali furono esaminate in questa storia ( se- 
colo XVni) » 382 

Note al libro VII » 385 

LIBRO Vili, APPENDICE. — Storia, dalle ori- 
gini fino a tutto il secolo XVIII, della pedagogia 
italiana in prò' dei sordo-muti » 399 

Indice cronologico degli autori, le opere dei 
quali furono esaminate in quest'appendice . . » 417 

Note al Libro Vili, o Appendice » 419 



FINE. 



ERBATA 



CORRIGE 



Pag. 18 V. 19 



» 18 V. 22 — 



» 64 V. 18 

» 69 V. 13 

» 70 V. 18 

» 87 V. 19 

» 98 V. 13 

» 142 V. 20 

» 278 V. 13 



apri un conservatorio 
per le 

che apri un istituto 
per i maschi e un 
altro per le fem- 
mine 

queste 

s. Domenico e s. Fran- 
cesco 

Quintiiliano 

sufflcians 

padre 

il senso 

1752 



Qrdinò il mantenimento 
di alcune 

facendo lo stesso per le 
femmine e per i ma- 
schi 

quelle 

s. Domenico (m. 1221) e 
s. Francesco (m. 1225) 
Quintiliano 
sufflciens 
fratello 

il volgarizzamento 
1757 



Librerìa Scolastica di T. VACCARINO — Editore 

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Libri di Testo ad uso delle Scuole Tecniche 

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gistrali, tecniche e ginnasiali . . . . L. — 50 

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Le parti separate: 1* Dell'elocuzione . . »» — 60 

'ì* Dei principali componimenti 

in prosa ed in poesia » — 60 
3" Notizie di Storia letteraria 

latina ed italiana . » — 75 

iIBA E. — Manuale per l'insegnamento della compo- 
sizione italiana agli alunni delle scuole elementari, 
tecniche, ginnasiali e normali . . . . » 1 50 

^NÀ C. — L'Arte del comporre insegnata per gradi ed 
esempi alle famigli^ ed alle scuole primarie, spe- 
ciali e tecniche. 5' Edizione . . . > 2 50 

ARD P. G. — Elementi di mitologia estratti dal Corso 
educativo di lingua materna; libera versione dal 
francese ad uso delle scuole elementari superiori, 
tecniche e ginnasiali » 1 — 

lDI T. (da Siena) — Regole per la pronuncia deUa 
lingua italiana jt 1 25 



- 1 



IK 



NERI L. — La famiglia Bolognani^ esercizio di lettere fa- 
migliari e di letture pei giovanetti, ad uso delle fa- 
miglie e delle scuole primarie e secondarie . L. 2 — 

SCAVIA G. — Principìi di composizione italiana a com- 'f^ 
pimento degli studi grammaticali nella A* classe eie- 
menlare e nelle scuole tecniche. Operetta approvata 
dal Consiglio superiore della pubblica istruzione » 1 20 

A. C. e C. E. — Geografia pratica o Raccolta di eser- 
cizi per Io studio della geografia nelle scuole tecni- 
che, ginnasiali e normali . . . . » 1 25 

CANTU' 1. -;- L* Italia, storia compendiosa adattata alle 

scuole tecniche, normali e popolari. 3' Edizione » — 60 

DE-BARTOLOMEIS L. — Nozioni popolari d'astronomia 

precedute dalle deflnizioni di geograQa per servire 
d'introduzione allo studio di questa scienza, con quat-' 
Irò tavole illustrative >» .2.50^ 

Fatti (I) degli antichi romani, compilati sopra versioni 
in massima parte del trecento e del cinquecento^ 
ad uso delle scuole ginnasiali e tecniche . » 2 — 

SCHIAPARELLI L. — Manuale completo di geografia e 
statistica, compilalo per uso delle scuole classiche, 
tecniche, normali e magistrali, 1"* ristampa della 
Xir edizione, con notabili correzioni ed aggiunte e 
coi dati statistici deiranno 4875 sull'Italia, corre- 
data di un indice geografico, di una carta cosmo- 
grafica e di tavole statistiche; 1 volume di pagine 
560 airincirca » 3 50 

— L'Europa in generale e l'Italia in particolare nel 1874 

secondo gli ultimi programmi di GeograQa e Stati- 
stica pel Iranno delle scuole tecniche e ginnasiali; 
S'' Edizione, eoa carta cosmogralìca . . . » i 50 

— La stessa, colla carta d'Europa e colla carta d'Italia » 1 '80 

— Manuale di Storia Romana per le scuole tecniche; 

Quarta edizione, S"" ristampa, corredala di una carta 
d'Italia antica » 2 — 

— Manuale di Storia del Medio-Evo pel T anno delle 

scuole tecniche; 4"" edizione^ corredata di un copioso 
indice storico-geograflco » i 20 



M —fi plll|.liMBI,U« ■ 

UAP&BELU • XAn ~ Attuta {7»Hràsìm.1 « 6m~ 

trnttmaitrmafa kscsolee per Ir fimidit. dise- 
jpuM da E. Min laUa UT «duMoe óH MomboU 

del prof. L. Sumtftasm. Si caapwe dj 1$ c*ne 

diUfenlemeBLe c»lor*ie. nelle qntli è leuuia c«ain 

delle so<^rte e delle matuiDDi polilicbe più racwiì • 

Lo StMio AtUaU, Ediuoue di 12 carie incise e mi- 



Ltlaate (Piccolo) di Gsografia Moderna ad usodrile sctio<« 
primarie e secoadarìe , conlenenle quKllrn Garis : 
r Mappamondo omalografico, T Enropn fisica • 
politica, 3° Italia fisica. 4' Italia moderns (doppia) > 
UBA E. — Raccolta di 1300 problemi gradasti d't- 
ritmetiea ad uso delle scuole elcmeDlan superiori, 
lecnicbe, sinoasiali e mapisirali . . . ■ 
Soluzioni racfionata dei suddelii problemi graduali di 
arilraelica: 

Paste V 

> 2', dal !S° 690 al 1300 (compimenlD 

dell'opera) ...» 

SBANl B. — Il maneggio del Regalo nelle operntinni 

aritmelicbe e irjgnnomelricbe: islruzione pratica con 

tBToia incisa in rame > 

EIROLO L. — Stadi commerciali in ordine ai roccnlj 
programmi governalivi per le scuole tecnìcbe; opera 
divisa in ire parli ; 

Pahtk ]■ — Compendio di computisterìa ad ino 
degli alunni del 1° corso delle «scuole tec- 
niche; 3' edizione correità ed ampllnla • 
Parte 2' — CompntiBteria ad uso deiili alunni 
del 2" corso delle scuole tecniche; 2' edi- 
zione corretta ed ampliala ..." 
PARTE 3*— CompntistBda, ovvero Tenuta d«Ì 
conti in partita doppia, ad uso degli alunni 
I delle scuole tecninbe ...■■• 




QDEIROLO L. — Elementi di ragioneria;. esposizione te- 
orico-pratica secondo il programma governalivo da 
servire per il corso di ragioneria negli istituti in- 
dustriali e professionali. Un volume in-8' di oltre 
600 pagine L. 5 

— Della registrazione a doppia partita per un'Azienda 

agraria; esposizione teoricor-pratica da servire di 
guida al proprietario-coltivatore e di Appendice agli 
Elementi di ragioneria » 1 

— Contabilità applicata a Commercio ed alla banca ad 

uso del 3^ anno degli istituti industriali e professio- 
nali, 2' edizione corretta ed ampliata . . » 3 

— , Dell'interesse, sconto, annualità ed ammortizzazione ; 

esposizione teorico-pratica per lo studioso delle disci- 
pline computistiche e da servire d'Appendice pel 
3« e 4** volume degli Studi commerciali . . » 1 

— Trattato completo di contabilità commerciale^ divisò 

in Ire parti : 

Parte 1" pel 3^* anno delle scuole tecniche . * 3 
» T pel 1** anno degli istituti tecnici . » 3 
» 3* pel 2° anno degli istituti tecnici . » 7 

D. C. — Lezioni comparative di lingua italiana e fran- 
cese, con frasario delia conversazione famigliare e 
primi esercizi di composizione francese: 

Parte 1" » 2 

» 2" e 3* . . . . . . » 2 

— Corso compendioso teorico-pratico di lingua fran- 

cese estratto dalle Lezioni comparative delle lingue 
italiana e francese » ì 

GARNIER I. I. — Ignorances et curiosités littéraires- 
historiques. Livre de lecture et anthologie à l'usage 
des écoles » 2 

NOÉL ET DE LÀ PLACE. — Le^ons fran^aises de littóra- 
ture et de morale. Nouvelle édition d'après celle 
de M. Gollombey^ revue par I. 0. Mellé . . » 3 



IHETTI C. E. — Brève grammatica francese propo- 
sta agFitalianì . . . . L. i 20 

Srammatica francese proposta agl'italiani. Contiene : 
1° Le regole della pronuncia disposte in ordine me- 
lodico; 2° Un'Antologia per esercizi' di letture e di 
versioni in italiano; 3° La Sintassi francese inse- 
gnata per via di esempi. Un voi. di pag. 420 » 2 — 

Kegole per imparare a leggere la lingua francese 
proposte agritaliani, con breve Antologia graduata 
di prose e poesie francesi per esercizio di lettura e 
di versione in italiano » 1 25 

Lntologia di prose e poesie francesi preceduta dalle 

regole per imparare la lingua francese . . » 4 — 

:CARDO G. — Diritti e doveri dei cittadini pel 3* 

anno tecnico » 1 — 

^EO F. — Nozioni intorno ai diritti e doveri dei cit- 
tadini. Lezioni agli alunni delle scuole tecniche ita- 
liane. 2' Edizione riveduta . . . . » 1 — 

iSÀRELLI G. B. — Dei diritti e dei doveri del citta- 
dino. Trattatene compilato ad uso delle scuole tec- 
niche del Regno, colFaggiunta di utili note . » — 60 

SONA M. — Elementi di Storia naturale e di fisico- 
chimica pel 3<^ anno del corso delle scuole tecniche. 
2^ Edizione con 107 disegni intercalati nel testo » 2 — 

DI G. — Guida per l'insegnamento del disegno geo- 
metrico nelle scuole e negli istituti tecnici^ ecc., ad 
uso degli insegnanti ed aspiranti all'insegnamento 
del disegno. Un volume in-S** di 352 pagine con in- 
cisioni inserite nel testo e con XXI tavola . » 8 —