This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project
to make the world's books discoverable online.
It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover.
Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the
publisher to a library and finally to you.
Usage guidelines
Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we bave taken steps to
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying.
We also ask that you:
+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for
personal, non-commercial purposes.
+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the
use of public domain materials for these purposes and may be able to help.
+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it.
+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe.
About Google Book Search
Google's mission is to organize the world's Information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web
at |http : //books . google . com/
Informazioni su questo libro
Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google
nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo.
Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è
un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico,
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire.
Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te.
Linee guide per l'utilizzo
Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili.
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate.
Inoltre ti chiediamo di:
+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali.
+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto.
+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla.
+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall' utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe.
Informazioni su Google Ricerca Libri
La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico piti ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web
nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . google . com
aaA
7/
►
xtoX h^'[X.4
l^arbart ColUgr liirarg
FROM TUE BZQUEST OF
JOHN HARVEY TREAT
or LAWRENCE, MASS.
Digitized by V^OOQIC
Digitized by
Google
i
y
r
V
Digitized by VjOOQIC
STORIA
DELLA
PREDICAZIONE
NEI SECOLI DELLA LETTERATURA ITALIANA
MoNs. FRANCESCO ZANOTTO
PROFESSORE Di LETTERE ITALIANE
nell'istituto LEONIANO
IN ROMA
MODENA
TIP. PONTIFICIA ED ARCIVESCOVILE
dell' IMM. CONCEZIONE
EDITRICE
1899
Digitized by
Google
X l cJÌ t^l^^^T
^
J. tCVi \ ' Y f * t ^ *\^
proprietà letteraria.
oogle
PREFAZIONE
Juesta storia vuole essere una continuazione dei-
r altra g-ià uscita a discorrere lungo il periodo dei
Ss. Padri; salvo che quella guardando le cose più in
largo tenea conto di tutte le principali opere di elo-
quenza sacra che onoravano le due letterature greca
e latina, che in tempi più antichi abbracciavano tutto
il mondo civile; e questa raccoglie la sua veduta sopra
le opere piii strettamente oratorie che apparvero in
Italia nei secoli della letteratura italiana e per lo piti
scritte in italiano. Viene di qui la ragione del suo
titolo come in appresso diremo.
Lo scopo però è il medesimo dell' altra istoria :
conoscere il vario atteggiarsi dell'eloquenza sacra
secondo le esigente e il gusto dei tempi, col fine di
esaminarne i pregi e forse più spesso i difetti^ il che
il giovane oratore fissi da sé le norme più sane ed
utili ad un retto avviamento- S'aggiunga che, quan
tunque i sommi oratori scarseggino tanto, tuttavia
nm ne mancano di qualche merito letterario^ ofidc
m' arride la speranza che pur questo studio arrechi
un contributo non ignobile alla storia della patria
letteratura.
Digitized by VjOOQ IC
r
VI
Anche il metodo si approssima a quello altra volta
tenuto: ragioneremo cioè degli oratori e delle opere
loro più meno a lungo secondo la loro importanza :
recando qua e là, specialmente avvicinandoci ai tempi
nostri, qualche piccolo brano, tolto dai migliori o più
rinomati. È vero, i saggi recati saranno in assai ri
strette proporzioni, perchè non s'intende affatto df
fare un* antologia, e per ciò ad alcuni potrebbero pa
rere odiosi; ma a me non sembrano tali, in quanto
basta anche farne un piccolo saggio per avvolarare
un giudizio suir arte, quando vi si appresti un op
portuno commento. Ebbi in mira inoltre, cercando
tali saggi, che aggiungessero qualche cosa alla piena
cognizione deli* oratore o delle questioni e vicende
dei tempi, di guisa che servissero a compimento della
storia.
Ognuno, credo, pitrà riconoscere che si è per
corso un campo in buona parte non arato, e che bi-
sognò talvolta mettere a prova la pazienza con ri-
cerche per lo più originalmente condotte sopra le
opere degli oratori e sopra le loro prefazioni. Anzi
sono queste non di rado le fonti a cui si ricorse per
le richieste notizie, come apparirà nelle non infre
quenti citazioni Ci servirono inoltre particolari mo-
nografie o biografie, o storie più note, corte quella
del Tirabo^hi, le quali saranno rammentate, quando
non si tratti di cose ovvie e comuni
Riguardo poi a molti nomi di oratori men noti,,
massime appartenenti ad Ordini religiosi, e che si
trovano d ordinario raccolti nelle Appendici, ne trassi
per lo più le notizie dai loro principali storiografi,
tra i quali senza dubbio primeggiano le cronache dei
PP. Q.ue'rif et Echard per i predicatori dell' Ordine
domenicano t dell* O^smgtr per gli agostiniani, di
Wadding e suoi continuatori per i francescani, dei
PP. Agostino e Luigi Backer per la Compagnia di
y Google
Cesù. Mi giovò ancora qualche Dizionario storico,
come quello dei PP. Richard e Giraud, quello del Mo-
roni e qualche altro.
Imagino che qualcuno dica: ma perchè quelle fi
latesse di nomi ornai caduti in oblio? Rispondo che
qui SI voleva fare la storia della predicazione e non
della grande eloquenza soltanto; e quegli uomini,
certo benefici e di molta anione sociale, ai loro giorni
sotto questo rispetto andavano per la maggiore. Del
resto si osservi che stanno nelle Appendici, le quali
sono un di piii di ciò che si stimava necessario per
dare un'idea abbastanza compiuta della qualità del
f eloquenza e della feracità dei tempi; e perciò non
possono allettare che qualche curioso che desideri
autori i quali abbiano particolari attinente col suo
paese.
Quanto poi ai nomi di oratori non italiani, non se
ne discorre che un poco nelle Appendici; a dir vero
con qualche cura maggiore per gli oratori della let-
teratura francese, che ha più relazione con la nostra ;
ma proprio senf altra pretensione che di registrar
qualche nome, perchè c'è venuto casualmente incontro.
Non so se così mi sia riuscito di mettere insieme
intorno alle vicende dell' eloquenza sacra in Italia una
storia alquanto più. compiuta dei pochi tentativi fatti
ler lo più fin qua in rapide legioni; e se con f ampio
quadro di una operosità non meno utile al vivere ci-
vile che alfine religioso e soprannaturale io possa
sperare di aver prestato qualche buon ufficio alle
patrie lettere e ad un arte che starà sempre a cuore
agli amici della civiltà cristiana e della Chiesa Cat-
tolica.
Digitized by
Google
Digitized by
Google
INTRODUZIONE
1 rattando la Storia della Sacra Eloquenza al Prospetto
tempo dei Ss. Padri, vedemmo l'innesto della pa- ^uejfza* dèi
rola di Dio e delP arte cristiana nelle letterature ^*n"» p®?^
greca e latina, le quali s' erano già prima maturate colie forme
sotto il concetto del politeismo pagano. Fummo per- ""°^^
tanto spettatori di un prosperoso svolgimento che
raggiunse un'ammirabile grandezza specialmente
nei secoli IV e V dopo Cristo, non ostante i poco
consoni elementi letterari di cui si componeva quella
eloquenza, la quale seppe mantenersi non ignobile,
quantunque non sì bella, pur nei secoli VI e VII.
Notammo quindi una continua decadenza, che, se
mandò a quando a quando qualche lampo più vivo
di luce, altro non fu che bagliore di fiamma che
si andava spegnendo. Soltanto nei primordi »ielle
lingue volgari, al tempo delle Crociate, rinasceva
un fervore che segnava i tempi nuovi con migliori
auspici. Si potè cogliere la ragione di tali fatti nelle
successive vicende di quelle società: quei popoli,
corrotti da prima e precipitanti a rovina, furono ri-
Storia della Predicazione ecc. i
Digitized by
Google
2 INTRODUZIONE
composti, rinvigoriti e ricondotti a miglior civiltà
con le dottrine di Cristo; e quando moltiplicarono
le discordie e irruppero d' ogni parte i Barbari del
settentrione e del mezzodì nello sfasciato Impero
Romano, e ogni ordine che ritentava assodarsi fu
più volte demolito e conquiso, anche la sacra elo-
quenza dovette correre la medesima sorte ; ma per ri-
vivere da ultimo sotto nuove forme, in nuove lingue
e tra nuovi popoli risorgenti a civiltà diversamente
foggiata: nel che pur si fa manifesto come P opera
di Gesù Cristo è una continua e progrediente risto-
razione della naturale decadenza della umanità dopo
il peccato.
PtTchù A e Ili considera i fatti secondo T evoluzione delle
delia tfhksi ^^^^ puramente umane potrebbe parere che la Chiesa
non swano cristiana, avendo legato in gran parte il proprio
normale pensiero alle letterature greca e latina e avendo
^"^u^J^g^* ottenuto con quel te una splendida e artistica ma-
nifestazione nel mondo, avesse dovuto poi con la
totale decadenza di quelle letterature scompaginarsi
e sciogliersi. E forse sarebbe naturalmente successo
così, se la Chiesa e l'eloquenza da essa ispirata
fossero opera umana; ma a quel modo che Gesù
cadde in mano de* suoi nemici e tutte patì le umi-
liazioni della peggior morte dei giustiziati, ma poi
risorse per sovrumana virtù a vita più bella, inco-
ronata di gloria; cosi possiam dire che anche la
Chiesa, a imitazione del suo fondatore e maestro,
ripigliò spesso dopo là umiliazioni più splendida e
perfetta vita, e che del pari rifioriscono di novella
gioventù tutte le opere sue. Pertanto quella predi-
cazione che servì da prima ad annunziare, a pro-
pagare, a difendere la fede cristiana, modificandosi
solo nelle accidentalità della lingua e della forma
esteriore, riappare la stessa nella sua sostanza, e
sempre coi medesimi finì ispira l'arte della nuova
Digitized by
Google
INTRODUZIONE 3
parola. Ciò che Orazio dicea della Grecia, che, presa
e doma, vinse il fiero vincitore per avergli parteci-
pato il benefizio della sua letteratura e delle sue
arti, ben più a ragione si può ripetere della Chiesa
e della sua azione sociale; perchè, vittima tante
volte delle prepotenze e della barbarie, ricomincia
tosto un lavoro men clamoroso con la bontà della
sua parola; e ammansa la ferocia, solleva le idee,
raddolcisce i costumi, in modo da riconquistare col
benefizio delle verità divine l'animo e l'ammira-
zione degli stessi nemici che la bistrattarono e vin-
sero, tenendosi sempre al metodo imposto da Gesù
medesimo, e che consiste non nel sopraffare e ven-
dicarsi ma neir insegnare e predicare. La forza
della Chiesa fu, è e sarà sempre nella divinità della
dottrina e nella bontà del pensiero che risponde ai
veri bisogni della intelligenza e del cuore umano.
Quella storia dunque che s' è potuta raccogliere .Dubbi
percorrendo i tempi dei Ss. Padri, si potrà ora ri- airutìmà
tentare lungo i periodi e le vicende della nostra ^'storfa'*
letteratura italiana. Qualche cosa, a dir vero, tal-
volta s' è fatto intorno a questo soggetto, ma con
assai brevi schemi, quali possiamo leggere nelPAu-
disio, in Ottaviano da Savona, nelle lezioni del Pa-
ravia e in pochi altri, lasciando stare i parziali
lavori sopra oratori di alto valore; una storia però
abbastanza particolareggiata e compiuta non si ha.
Non nascondo che un'obiezione, che allontanerebbe
ognuno dall'intraprenderla, mi si presentò alla mente
tosto che siffatta idea mi sorrise; ed è che non
giovi turbar le ceneri di tanti uomini che da tanto
tempo si giacciono nella pace del silenzio. Che prò
infatti, diranno alcuni, può venirci da uomini che
a qualche merito troppi difetti accompagnano? Ma
d'altronde io veggo che anche altre arti, che non
credo di maggiore importanza della sacra eloquenza,
Digitized by
Google
4 JNTRODUZIONE
tengono conto di tutti i loro passi, mettendo in
vista quanti ottennero un considerevole plauso nelle
varie età; ancorché, assolutamente parlando, non
sieno degni di altissima stima, e restino non poco
lontani dall'onore dei sommi. Il vedere inoltre le
varie fasi di un'arte in un numero più ampio di
persone, anche là dove più facilmente si scoprono
i difetti del tempo, sempre serve a conoKcere più
profondamente la vita dei tempi e dell'arte e a per-
suadere i vantaggi dì buone norme e di buoni
studi. Pur ne Ha iettemtura profana non è questa
forse la tendenza della nostra età? Se per cono-
scere più addentro ogni aspetto della storia tante
e sì minute ricerche si fanno? talvolta anche quando
si tratti di qualche obliala poesiuccia? magari della
scienza gaia e de' canti goliardici? Invece nel no-
stro caso, diciamolo pure francamente, si tratta di
far rivivere alla memoria un movimento che agitò
e utilmente commosse tanta pL^rte della società.
Perchè sappiamo che gli oratori più rinomati, specie
nei tempi addietro, traevano sui propri passi le
moltitudini delle città e delle campagne, in tempi
procellosi ne governavano gli animi, e sempre ser-
vivano a ordinare santamente i costumi, a confor-
tare nelle e venture, a informare nobilmente i ca-
ratteri; cosicciiè si vogliono dire nomini di grande
azione sociale e assai benemeriti, molto più che
certi seminatori di morte e di stragi sui campi di
battaglia e certi autori di fortunate congiure, i quali
or si rizzano immortali sui monumenti.
Gli oraioTj Un tributo pertanto di giusta riconoscenza, non
^'jp"^g'^*' disgiunta da qualche vantaggio, può condurci a ri-
poch( fare i passi di quest'arte, quantunque, come si di-
e pere e ^^y^^^ g]j oratori di alto valore, assolutamente par-
lando, scarseggino tanto. Il che avviene in gene-
rale, non già perché essi mancassero di elevato
Digitized by
Google
liNTRODUZIONE 3
ingegno e di splendida coltura (parecchi anche in
letteratura gareggiavano coi migliori), ma perchè
il genere oratorio presenta in sé di singolari diffi-
coltà. Non solo infatti e' richiede di molta dottrina,
eh' è sempre la base di ogni vera eloquenza, ma
ancora slancio di sentimento, poetico splendore di
fantasia e fine coltura di eloquio, tale che sappia
accomodarsi alle varie qualità dell' uditorio. Alle
quali intrinseche difficoltà voglionsi aggiungere
altre esteriori, e che noi enumeravamo nella intro-
duzione alla nostra Storia della sacra eloquenza al
tempo dei Ss. Padri, Laonde, se si va a caccia sol-
tanto di questi sommi, la stessa Francia (che se
cede a noi in altri generi di letteratura, certo ci
vince per numero e qualità di splendidi oratori) non
avrebbe poi molto da metterci innanzi. Non bisogna
quindi spingere di soverchio le nostre esigenze, ma
contentarci di ciò che si è potuto far dai migliori.
Abbiamo anzi per tal motivo intitolato questo qual-
siasi lavoro Storia della predicazione nei secoli
della letteratura italiana, appunto perchè, mentre
intendiamo di tenerci strettamente al genere ora-
torio, vogliamo rivolgere il nostro sguardo anche
a quelli che più che oratori di giusto peso, si de-
ATono chiamar predicatori. Tanto più che vediam di
portare così qualche contributo alla storia della
patria letteratura, là dove altri meno amorevol-
mente (non ne cerchiam le ragioni) sogliono ri-
guardare le opere d'ingegno di illustri italiani.
Accingiamoci pertanto a ordinare il nostro studio Metodo che
in questa seconda parte, che abbraccia il movimento IJ'sgfjf^
dell'arte oratoria e sacra nei tempi moderni. Se- in questa
guitando il metodo nella prima parte intrapreso, ^^**"*
avremmo potuto estendere le nostre ricerche tra tutti
i più celebri oratori delle moderne nazioni cristiane.
Ma tale studio sorpasserebbe, nonché le nostre forze
Digitized by
Google
t) INTRODUZIONE
anche il nostro scopo, che è di preparare una storia
che serva ad agevolare il compito dell'oratore sacro
italiano. Era bene ed importava assai ricercare più
largamente un tal movimento nella eloquenza greca
e latina tra i Ss. Padri, quantunque ora non si pre-
dichi né in greco né in latino; perché, lasciando
stare i vantaggi che vengono dalla parentela delle
lingue e delle letterature, quella eloquenza risonò
in tempi e in uomini tali che si riguardano giusta-
mente come fonti primarie e come i modelli più
originali e appropriati del tipo vero della sacra
eloquenza, ciò che non si può affermare dei mo-
derni. Scopo principale e continuo del nostro studio
saranno adunque i predicatori italiani. Del resto
consentiamo che nei riguardi dell'arte hanno sem-
pre la loro importanza anche gli stranieri; essendo
regola, oggi sancita e giusta, che il bello, il gramle
abilmente espresso in qualsivoglia lìngua, (quando
si sappia fare) si studia con utilità, senza che ci
•conduca a cancellare la nostra fisionomia. Perciò
quasi a mo* d'appendice al termine dei singoli capi
farò breve menzione anche dei principali oratori
stranieri. Da prima, appunto perchè il movimento
é più uniforme in Europa, parleremo di alcuni col-
dettivamente secondo gli ordini religiosi a cui ap-
partennero, toccando invece, nei tempi più prossimi,
in modo particolare dei francesi, a noi più affini, e
poi di qualche altro; ciò che facciamo riguardo a
-questi ultimi proprio per incidenza, senza la me-
noma pretensione di dar nulla che si possa dire
ordinato e compiuto, ma solo perchè alcuni nomi,
quantunque non ricercati, ci sono venuti incontro
da sé.
Ora, attese le qualità e il metodo che ci pre-
senta la sacra eloquenza in Italia, ci pare di divi-
derne la storia in quattro grandi periodi, che pos-
■ «^^ "-«
Digitized by
Google
iNc^
INTRODUZIONE 7
sono ammettere alla lor volta delle suddivisioni,
e corrono:
1) Dai primordi della nostra letteratura fino Divisione
al Savonarola; periodo in cui V arte nuova nasce in peViodi
rozza e senza documenti di alto pregio, svolgendosi
sotto il predominio della maniera scolastica e della
lingua latina.
2) Dal Savonarola al Concilio di Trento; pe-
riodo in cui il discorso progredisce nelP ampli-
ficazione letteraria, ma non si presenta ancora in
un tutto bene organato e composto.
3) Dal Concilio di Trento fino alla Rivoluzione
francese; periodo nel quale la eloquenza acquista
il suo sviluppo più splendido, degenerando ben
presto in un fare soverchiamente artifìziato e ac-
cademico. Io credo un progresso vero della prima
parte di questo periodo il ridurre d' ordinario il di-
scorso alPampliamento di una proposizione sufficien-
temente determinata nella introduzione o esordio.
4) Dalla Rivoluzione francese fino a noi; tempo
in cui domina la maniera accademica, a cui da ul-
timo si viene sostituendo a mio credere un modo
più franco, spigliato e popolare.
Nei varii capi di questa storia , svolgeremo la
detta traccia.
Digitized by
Google
Digitized by CjOOQIC
CAPO I.
Lotte della lingua e letteratara italiana per concretarsi, e conse-
guente stato dell» eloquenza sacra — La scuola di S. Domenico
e di S. Francesco d'Assisi — Gli oratori delle adunanze più colte
e Alberto Magno, S. Tommaso d'Aquino, S. Bonaventura.
L.
/ungo i secoli XII e XIII anche T Italia, se- La lingua
guendo Y impulso degli altri popoli neolatini, svolgeva letteratura
e sempre più determinava la sua nuova lingua; svol- italiana
, , . , lotta per
gimento procedente da cause assai remote, e che non concretarsi
è di gran momento per il nostro studio di ricercare, s^ue'forme
Sovra la gran base adunque del volgare latino, già
modificato prima alcun poco dalla letteratura più
colta; ossia sovra la gran base della lingua parlata
nelle varie Provincie d'Italia durante il più basso
medio evo germogliava e cresceva tra le altre lingue
romanze anche la italiana. Procedeva, nascendo, con
incertezza, appunto perchè i dialetti dell'Alta e Media
Italia e della Meridionale, avendo pure un fondo co-
mune, presentavano accidentalità e modificazioni di-
verse. Ma queste tentennanti modalità s' andavano
sempre più togliendo e avvicinavano a un tipo unico e
comune tanto la lingua che la letteratura. E parec-
chie cause concorrevano a portar questa felice e de-
siderata fusione. Tra le quali sono da annoverare la
lingua letteraria latina, che tutte le persone alquanto
I
k
Digitized by
Google
IO CAPO PRIMO
colte conoscevano e di cui si valevano i ciotti per
esprimere la scienza, e che era la lingua che ordina-
riamente adoperavano gli uomini di chiesa. Questa
lingua nelle sue flessioni, nella sua sintassi e nelle
sue frasi serviva naturalmente a concretare, a ripu-
lire, ad elevare e nobilitare tutto ciò che si toglieva
dal popolo e dovea costituire il volgare scritto; era
come un modello che agevolava l'avviamento di sif-
fatto lavoro. Al qual modello se n'aggiunse ben presto
un altro, che valse non poco a sospingere e incre-
mentare la nostra letteratura nascente. Non parlo
deir araluco troppo difforme dalla nostra lingua e la
cui azione, se fu di qualche conto nella lingua spa-
pnuola, si riduce tra noi alle più ristrette proporzioni.
E nemmen intendo ragionare del tedesco, che più
volte e intronò gli orecchi coi Barbari, ma che lasciò
leggerissime tracce, perchè chi allora sapea meno,
ancorché più forte, non poteva dettare i vocaboli di
ciò che ignorava. Dico invece del provenzale, che ci
precedette, avendo ottenuto da bel principio uno svi-
luppo notabile e non piccola fama letteraria. Infatti i
popoli neolatini più lontani dal centro dell' impero,
sciolti appena dal dominio politico di Roma, quan-
tunque non rinunciassero alla benefica azione della
Chiesa Romana, ebbero vita e leggi più aliene da
■quelle che loro erano state imposte, svolgendo a un
tempo con esse anche una più propria civiltà e lingua.
Quindi parecchie lingue e letterature romanze na-
cquero prima fuori d'Italia che qui; perché da noi
il latino era cosa tutt' affatto nazionale e gli animi
erano naturalmente più proclivi ad usarlo e con più
abilità lo parlavano. Ora il provenzale, avendo otte-
nuto una maggiore rinomanza ed essendosi diffuso tra
i signori e i castellani d'Italia per mezzo dei trovatori,
a segno che parve un momento diventasse anche la
lingua italiana, servi insieme col-latino quasi di cri-
Digitized by
Google
CAPO PRIMO ti
terio e di norma per guidarci a fissare e a render
letteraria la nostra. Ma per determinare finalmente il
trionfo della unità della lingua giunsero i dialetti
toscani, anzi in ispecie il fiorentirto, il quale natural-
mente, e per essere più consono d'ogni lingua stra-
niera ai nostri dialetti e per la nativa e maggior sua
perfezione e per la fortuna di essere stato trattato da
più abili e potenti scrittori, riusci a togliere in gran
parte le incertezze di lingua e a dare uno stampo
uguale, preciso, indelebile alla letteratura che diventò
comune e italiana. L'azione politica poi dei Guelfi,
che s! incentrava in Toscana, giovò mirabilmente a
diffondere il movimento letterario in tutta la penisola.
E chiaro pertanto che in tale stato di formazione, in, au stdto
o di lotta per cosi dire della lingua e della lettera- ^'.^'^^f """
. rt- 1 • • s^ poteva
tura nascenti pei affermare la propria esistenza, non ouenere
si poteva ottenere una eloquen^ oratoria che meri- tìoquenia
tasse nemmen da lontano tal nome, ma solo una oratoria
predicazione semplicissima della divina parola. Lo
avvertimmo: che cosa si richiede da prima, perché
il pensiero acquisti una intera e splendida manifesta-
zione e possa agire senz altri amminicoli sulle mol-
titudini in tutto il suo intrinseco valore? Certo una
lingua ricca e varia, conosciuta dall'oratore e inresa
dagli uditori, la quale si pieghi agevolmente a tutte
le modificazioni di un concetto e possa riguardare
sotto molteplici aspetti le cose, e tutti sappia inter-
pretare i sentimenti più reconditi dell'animo. Perciò
l'alta eloquenza degli oratori e degli scrittori, che sì
mostrarono meglio ispirati, fu paragonata a' fiumi.
Già Omero qualificava in tal modo la faconda pa-
rola di Nestore:.... « di sua bocca uscieno — più che
mei dolci d'eloquenza i fiumi. » Ora il fiume riceve
questo nome e attrae l'ammirazione altrui col suo
maestoso incesso, quando cioè molte acque da pa-
recchi capi si sono raccolte, e, ricoprendone con ampia
Digitized by
Google
12 CAPO PRIMO
mole il letto, costanti e trionfatrici d'ogni ostacola
s'avanzano verso la foce. E così la vera eloquenza i
chiede, tra l'altre cose, una lingua ricca e matuc
senza di cui mancherebbe la copia e la versatilità dd^
dire e il pensiero non ricrescerebbe in tutta la sua
naturale grandezza.
Ciò fn E fu davvero una grande disgrazia che l'eloquenz
una grande • . i , . .
disgrazia, sacra, nel periodo che incommceremo a correre, nowi
mancavano ^^^^^ trovato, massime nel suo principio, una Iingu«|
altre favo- matura e adatta, perchè quasi tutte le altre circo-^
revoh cir- ini,;. . • i i 4
costanze Stanze, che allo splendore di quest arte si doraandano^ì
erano al tutto favorevoli. Non mancavano infatti ,
grandi cause da trattare e da cui dipendesse il benes-
sere dei popoli, e non mancavano popoli fidenti nella ;
Chiesa e che da lei aspettassero la parola che Ji or-
ganasse e disciplinasse. Anche le ragioni politiche
si associavano in grtin parte agl'intendimenti bene-
fici della Religione, e la libertà era impotentemente
contesa da pochi tiranni; di guisa che chi osava potea
farsi valere, malgrado l'opposizione dei nemici. S'erano
formati inoltre anche dei buoni centri, da cui si esten-
deva una larga azione. Chi non rammenta quanto
per siffatte condizioni fecero pur in Italia i seguaci
di Domenico e di Francesco per togliere feroci e in-
veterati dissidi tra principi e popolo, tra comune e
comune, tra signorotti e sudditi, per ammansare le
più rubeste passioni e disciplinar santamente il lavoro,
i costumi, la vita? L'Italia di quei tempi, se mal
non m' appongo, rassomigliava non poco alla Grecia,
quando partita in Provincie or collegate or lottanti,
ma congiunte da una lingua che tutte intendevano,
generava i suoi più vantati oratori politici. Ma la
Grecia di allora possedeva una lingua già più ricca
e artistica, mentre l'Italia, uscente vittoriosa a fa-
tica da una lunghissima lotta colle prepotenze di
un impero che perdeva ogni giorno più le sue ra-
Digitized by VjOO^^IC
CAPO PRIMO 13
gioni, era costretta a balbettare una lingua teste for-
mata. Che meraviglie di eloquenza non avrebbero
fatto sentire un Antonio di Padova, un Giovanni da
Schio, un fra Reginaldo e tanti altri gran pacieri di
quella età, r.e avesse sonato sul loro labbro la piena
€ maestosa favella del Cinquecento? Ma cornee raro
che in uno stesso uomo si trovino tutte quante per-
fette le facoltà della mente e tutte armonicamente
accordate, così è pur troppo assai raro che nel corso
dei secoli tutte le buone condizioni cospirino a pre-
parare le somme produzioni dell* arte; ed è da lamen-
tare che, per mancanza di una lingua ricca e matura,
non siasi ottenuto un tanto importante accordo in
questo priffio periodo della sacra eloquenza.
Tanto più che fioriva a' que'di una sana coltura Tanto più
scientifica, teologica cioè e filosofica, pur necessaria, ^''« fi<>"^a
' i » , .1 UQ* buona
come ognun sa, perche nel campo sacro si svolga una coltura
vigorosa eloquenza. In effetto la coltura scientifica era J filolofica
tra noi più che mai promossa, se fin dal secolo XII
nelle nostre principali città prendevano incremento
quegli studi che poi si chiamarono università e che
propagarono nelle nostre regioni un gran movimento
di vita intellettuale; basti dire che nel secolo XIII già
si contavano nell'Alta Italia parecchi di questi studi,
cioè a Bologna, a Padova, a Vicenza, a Vercelli, a
Piacenza, a Treviso; e lascio stare quegli altri di Sa-
lerno, di Napoli, di Roma, di Perugia. La filosofia
scolastica raggiungeva allora il sommo suo splendore
con S. Bonaventura e S. Tommaso d'Aquino, e ba-
stava a maturare grandi uomini, specie nei conventi;
sicché la Chiesa valse a preparare con essa la sua ca-
valleria, se così posso esprimermi, per le battaglie del
pensiero, come avea preparato e benedetta la caval-
leria delle crociate contro le minacce e il terrore della
spada maomettana.
Chi esamina la letteratura italiana nel suo primo
Digitized by V^OOQIC
14 CAPO PRIMO
periodo è preso talvolta di meraviglia nell' accertarne
i rapidi progressi e nel veder che tanto si appressa in
un solo secolo alla sua perfezione; mentre altre let-
terature romanze incedevano sì lente. Ma cesserà
meraviglia, quando si ponga mente, com* io diceva
alla assai diffusa coltura teologica e filosofica ; e cosÈ
si spiegherà come Dante abbia potuto sì presto com-
porre un poema di tanta perfezione di concetto e di-
stile. Tuttavia perchè questa coltura si propagava an-
cora per mezzo della vecchia lingua latina e perchèr
nelle solenni adunanze si preferiva pur nella stessa
oratoria il latino, credendo inetto il volgare a ricevere
un alto pensiero, avvenne che la eloquenza non ne
sentì tutto il vantaggio che potea. E quando poi parca
bastare la lingua, venivano meno altre circostanze
favorevoli, non senza però che si udisse prima qual-
che voce potente e animatrice del popolo.
Qaai ca- Ora le larghe e rapide osservazioni fatte fin qui ci
"torio ne* conducono a contrassegnare il carattere della sacra
neuV^due ^^oquenza in questo primo periodo, carattere pur
suddivisioni troppo determinato da un cattivo accordo tra alcune
pnmo^° circostanze esteriori al tutto favorevoli e lo stato
periodo jg|ja lingua e dell'arte affatto insufficienti per una elo-
quenza degna di ammirazione. Questo carattere però
si viene a poco a poco armonizzando, per modo che
il periodo si può suddividere in due parti abbastanza
distinte. Nella prima, che corre dai vagiti della nuova
letteratura fino al Trecento e a Giordano da Rivalto,
troviamo cause interessanti e grandi oratori che le
comprendono e in esse si esaltano, popoli a un tempo
ben disposti a riceverne la parola, e sufficiente libertà
o concessa dai comuni o impotentemente disputata
dai tiranni; ma la lingua è sì balbettante, i popoli
ancor sì rozzi e l' arte quindi sì greggia, che non ne
restò alcun monumento di vero valore. Anzi quando
si volea far qualche cosa di piiì polito e letterario,
Digitized by
Google
CAPO PRIMO IS
parlando a ecclesiastici o ad adunanze di maggior
coltura, gli oratori, spregiando il volgare, si teneano
ancora al latino, che, come avremo a vedere, continua
sulle tracce dei tempi passati; onde possiam dire che
la predicazione al popolo andavasi alternando in due
lingue, l'una troppo bambina e l'altra troppo vecchia
e sfigurala per produrre alcunché di buono sotto
r aspetto letterario. Nella seconda parte poi che corre
da Giordano da Rivalto fino al Savonarola, se per
molte favorevoli congiunture di vita pubblica essa
può discendere animosa tra il popolo e combattere il
vizio e accorrere a molti bisogni sociali e fissar quindi
la sua forma volgare, così da metterci in mano la-
vori degni di qualche considerazione; dall'altro lato
bassi però ancora a notare, oltre a un improvviso
decadimento, V incertezza e l'inesperienza di chi tenta
delle orme nuove, onde la tessitura dei discorsi lascia
molto a desiderare, perchè ora si cammina a vànvera,
ora t'imbatti in un peso di scienza male accumulato,
ora in tratti di troppo bonaria rozzezza e che han
del grottesco.
Entriamo dunque nella prima parte del primo pe- vi fu gran
riodo. Niun dubbio che non vi fosse un grande anzi "di^p?edi-°^
straordinario movimento di predicazione. Sappiamo nazione;
che uomini, sorti per lo più dal popolo, appartenenti
ad ordini religiosi, autorevoli per le loro virtù, dotti
secondo che portava il tempo quant' altri mai, rispet-
tati o temuti dai principi, correvano di terra in terra,
traevano a sé con la loro parola le moltitudini, e, so-
stituendo un' azione assai negletta dai Vescovi e dal
clero secolare, s'intromettevano da pacieri nelle loro
discordie e predicando la dottrina di Gesù Cristo e
la fraterna carità arrecavano infiniti benefici a quella
società. Predicavano nelle chiese, o sotto i portici
adiacenti alle chiese, predicavano anche con maggior
frequenza nelle piazze o in altri luoghi di convegno,
Digitized by
Google
l6 CAPO PRIMO
specie quando le chiese non bastavano a capire i nu-
merosi uditori che essi richiamavano a sé. Il gran
movimento cominciò specialmente per mezzo di due
celeberrimi atleti e riformatori della Chiesa S. Dome-
nico e S. Francesco, dietro ai quali vengono altri ge-
nerosi eroi, di cui son piene le cronache di quei
tempi. Amendue pensarono non solo alla santifica-
zione propria e dei religiosi addetti alla loro regola,
ma anche alla riforma e al bene della società col
mezzo della predicazione. Erano animati da un alto
amore; e T amore, che tende di sua natura a diffon-
dersi, non poteva dimenticare nessuno. Dante, che
sintetizzò nelle tre Cantiche della Divina Commedia
la vita de' suoi tempi, li saluta quali
I dud campioni al cai fare, al cai dire
La pD[>o! disviato si raccorse (i).
E q siesta Prima però di additare le opere di questi due
per % pili campioni, e degli altri che mossero sulle loro orme,
" ■"in'u^i^nó e di quanti fra il clero si adoperarono a spargere il
buon seme della divina parola, convien mettere in
chiaro una questione, vale a dire se sia da ritenersi
che tutti costoro predicassero in latino ovvero se so-
vente usassero il volgare, e quando preferissero una
forma all' altra. Veramente non ci restano documenti
di prediche antiche in volgare che tronchino netta la
questione; il meglio che si ha sono sunti di prediche,
come quelle di S. Antonio di Padova, e sono dettate
in latino; ma qualche antica memoria e ragionevoli
supposizioni ci conducono a conchiudere che d'ordi-
nario al popolo non si predicava in latino. Oramai
la nuova lingua, svolgendosi, come sé detto, sulla
base dei dialetti sempre vivi e modificantisi, si era
staccala nello stessa secolo XII dalla lingua madre.
\t) pATid xn, 4^-
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 17
affermando una propria esistenza. Il popolo lo sen-
tiva, e perciò, lasciando ai chierici il dottoreggiare in
latino, nella piccola arte che gli apparteneva, facea ri-
sonare il proprio linguaggio, e tesseva così i suoi ri-
spetti amorosi come le laudi sacre in volgare, perchè
assai gli premeva che non ne passasse inosservato il
senso. Or figuratevi se quegli uomini pieni di zelo
che correano a scuotere davvero e a convertire le
moltitudini non dovevano abbassarsi al linguaggio
popolare per essere integralmente compresi. Già esì-
stono le prove che S. Francesco il fece, quando volea
insegnar dei canti che alimentassero la pietà» ed è
notissimo il suo cantico del sole: « Altissimo, onni-
potente e bon Signore, tue son le laude, la gloria e
lo onore et ogni benedictione; a te solo si con fan no
e nullo homo è degno de nominarte. Laudato sia
Dio, mio Signore, con tutte le creature; spezialmente
messer lo frate Sole, il quale giorna e illumina nui
per lui, ecc. » Ora se quest'uomo di Dio piglia la
lingua dal volgo, senza tema di spregio, quando vuol
mettere sulla bocca del popolo canti di pietà, in cui
non importa gran fatto che tutto s'intenda, bastando
anche il tòno della voce e la devota armonia l1 dc^
stare il sentimento; chi non penserà che egli, presen-
tandosi alle turbe per esortarle all' adempimento dei
doveri cristiani, non si mettesse in un franco com-
mercio dì pensieri col popolo, usando il volgare?
Dissero alcuni: ma il popolo in Italia capiva an-
cora non poco il latino. Rispondo: certo più che non
se ne capirebbe ora, perchè il distacco delle due lingue
era recente, e la morfologia antica non sonava agli
orecchi come cosa al tutto nuova. A siffatta conchiti-
sione ci conduce anche un documento del 11S9, re-
cato dal Muratori (i), e che rammenta un fatto acca-
(1) Antich. Est. t. 1. e. 36.
Storia della Predicazione ^ecc.
Digitized by
Google
l8 CAPO PRIMO
duto a Padova nella consecrazione della chiesa dì
S, Maria delle Ceneri. Il documento attesta che il
patriarca d' Aquileia, colà invitato per la straordinaria
so 1 e n n i i à , p red icò n ella eh iesa litteraliter et sapientery
ossia nella lingua latina, che già restava la lingua
degli ecclesiastici e dei dotti; ma si legge ancora che
Gherardo, vescovo di Padova, raccogliendo dopo il
patriarca la parola, si rivolse al popolo maternaliter,
cioè nel linguaggio vivo e parlato e quindi da tutti
inteso. Anche di qui si può argomentare che a questi
tempi il latino, ancorché oltre ai chierici fosse da
molt' altri inteso, non era però comunemente inteso
dal popolo, e però quando urgeva di farsi intendere,
bisognava valersi del volgare. Avveniva pertanto che
nelle maggiori solennità, dentro il recinto del tempio,
specie quando conveniva in pompa rituale il clero, si
parlasse in latino, perchè parea di venir meno alla
riverenzia dovuta al sacro luogo e alla divina parola,
se si fosse parlato come si parlava in piazza; proprio
come a' nostri giorni si usa comunemente in chiesa
la lingua letteraria e grammaticale, mentre in piazza
ci contentiamo del dialetto. Anche S. Tommaso ci fa
sapere che « orrmes loquuntur litteraliter in ecclesia,
quia omnia dicuntur in latino » (i). Del resto pur nel
tempio, ma più spesso fuori, quando si volea ammae-
strare la plebe, gli oratori sì valeano della lingua usata
dalla plebe- Quindi Mons. Fontanini, ragionando
della predicazione nella cappella papale, osserva che
« in volgare si predica fuori di cappella in sala del
Concistoro, a porte chiuse e privatamente, senza che
alla scoperta vi si vegga il Pontefice, quasi che egli
in sua presenza non ammetta altro linguaggio che il
sacro, che è il latino. » Il che succedeva in tempi al-
quanto posuriori a quelli di cui ragioniamo.
Ili Dàlie L«z. di Ales. Paravia pag. 318.
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 19
E quella predicazione in volgare che già usavasi
dal secolo XII in poi in Italia, attecchiva maggior-
mente e prima nelle regioni straniere che subirono
il dominio romano; mancando quell'affezione al la-
tino, che per ragioni di patria doveva allignare tra
gF Italiani. Ce lo fa supporre anche Pietro di Blois,
allorché, durando ancora il secolo XII, dice di riscri-
vere in latino il sermone che avea tenuto al popolo
in lingua francese. « Petis a me, charissime frater^
ut habitum sermonem ad populum scribendi of-
ficio Ubi communicem: et quae laicis saiis Cì^ude
et insipide fsicut eorum capacitatis eratj propcisuìi
in latinum sermonem studeam transferre. Speras pro-
fectOy non solum dicendi celeritate, sed ìatinae h
cutionis volubilitate, nitescere posse materiam, quia^
quadam hujus idiomatis praerogativa, sententtacplu^
rimum honoris et efficaciae ex ver bis accedila et ad
finem suum sic cjmmodius sermo decurrit ► [[)- E
Lecoy de la Marche (2) dimostra queste due propo-
sizioni riguardo al linguaggio che usavasi sermo-
nando nei templi in Francia, cioè i) che tutti i sermoni
rivolti ai fedeli, anche quelli che sono stati scrìtti in
latino, erano predicati interamente in francese; 2] che
solo i sermoni rivolti ai chierici erano ordinariamente
predicati in latino. E Alberico di Tre Fontane, ripro-
ducendo Tepitafio scolpito sulla tomba dell' Ab, Not-
gen, morto nel 998, ci fa capire che un siffatto uso
era già introdotto fin da allora. L' elogio suona cosi :
Vulgari plebem, clerum sermone latino
Erudit, et satiat magna dulcedine verbi.
Bastano anche le testimonianze citate ad accertarci
che prima fuori d'Italia, e poi anche in Italia, per lo
II) Petrus Bles. Sermo 65.
(2) La chaire francaise aa moyen age.
I
1
Digitized by VjOOQIC
20 CAPO PRIMO
più in chiesa si parlava in latino, ma e nella stessa
chiesa, quando volevasi ammaestrare il popolo, e in
piazza e in altre adunanze si predicava in volgare. É
naturale pertanto che debbasi ammettere che il volgare
a poco a poco venisse sempre più sostituendosi alla
lingua morente; né si può credere al Fontanini che
dice che nei due secoli, susseguenti a quello di cui ra-
gioniamo, si teneva una misura medesima; opinione
giustamente confutata dal Tiraboschi (i). In effetto
anche le compilazioni delle prediche di fra Giordano
da Rivalto, tratte dai codici magliabecchiani, ci per-
vennero in italiano; e Fra Jacopo Passavanti nel pro-
logo al suo Specchio di penitenza, afferma di aver in
quel suo lavoro raccolto il succo della predicazione
fatta volgarmente nella sua lingua fiorentina. Vuoisi
pertanto ritenere che S. Domenico parlasse sì in la-
tino, quando ad esempio spiegava a Roma le lettere
di S. Paolo o quando predicava come primo maestro
dei Sacri Palazzi alla corte di papa Innocenzo III; e
che S. Francesco pur parlasse in latino, quand'ebbe
ordine di predicare alla presenza di Onorio III; nella
quale occasione, come narra S. Bonaventura, dimen-
ticò tutto r imparato, e dovè sostituire alla meglio un
discorsetto estemporaneo; ma e questi oratori e gli
altri inviati da loro certo non soffersero di tenere un
linguaggio poco o nulla inteso dalle moltitudini,
quando voleano riformarne i costumi, e sbandirne
gli errori.
Fissata adunque la lingua in cui facevasi d' ordi-
nario la predicazione, notiamo subito come il gran
movimento, che cominciò coi due gran luminari di
santità che furono S. Domenico e S. Francesco, in
certo modo si divise e portò impresso per lungo tempo
un proprio carattere tradizionale; carattere che con
(i) Storia della lett. t. IV, pag. 641. Ed. di Venezia 1823.
Digitized by
Google
Lv
CAPO PRIMO
2ì
rapido tocco è tratteggiato da Dante, là dove mtrte tn
rilievo l'indole dei due santi dicendo:
L'un fu tutto serafico in ardore.
L'altro per sapienza in terra fue
Di cherubica luce uno splendore <i) ;
onde più studio di dottrina e più di elevatezza nei
seguaci di Domenico, e più di semplicità, di senti-
mento e di popolarità nei seguaci di Francesco. Fac-
ciamoci quindi a dirne qualcosa in particolare, e
prima di colui che fu capo dell'Ordine detto dei Pre-
dicalori.
Domenico Gusman (i 170-1221) la cui grandezza Domenico
fu pronosticata da un celebre sogno della madre, più ^"^"^^"
che per la nobiltà dei natali attrasse presto T altrui
attenzione per la singolarità delle sue virtù e per lo
zelo nella predicazione. Nato a Calaroga nella Spa-
gna, forniti gli studi a Pallenza, canonico regolare di
S. Agostino, brillò come un astro nella chiesa d'Osma
per la sua abilità nello spiegare le Sante Scritture e
nel tenere altri discorsi. La potenza della sua parola^
associata com' era all' istituzione del S. Rosario, ot-
tenne un po' più tardi singolari trionfi nella Lìn-
guadocca contro gli Albigesi e i Valdesi; pert-Iò lu
invitato a prender parte al Concilio lateranese IV, in
cui furono condannati i detti eretici ed altre sètte.
Avendo dinanzi a sé lo spettacolo delle crociate, di
animo mite com'era e rifuggente da ogni violenza,
pensò alle crociate agguerrite soltanto con l' arma
della parola, e concepì il disegno dell'ordine dei Pre-
dicatori, e venne una seconda volta a Roma per at-
tenerne da Onorio III l'approvazione. Fu in questa
occasione che il Pontefice ne ammirò il sapere e voile
affidargli delle predicazioni in città, e inoltre T invitò
(I Farad XI. 37 ecc
Digitized by
^ CAPO PRFMO
a commentare le lettere di S. Paolo nelle pubbliche
scuole. A quel che ne dicono, idee nette, animo in-
trepido e inalterabile, come il suo viso, servirono
mirabilmente a far trionfare la sana tradizione cat-
tolica sopra il rinascente manicheismo; e lo zelo della
sua carità, lampeggiante nello sguardo, ammansava la
ferocia degli animi, per sollevarli uniti nella preghiera.
Quindi la perfidia ereticale fu sgominata dinanzi
a" suoi passi e Ìl poeta potè dire di lui, celebrandone
le lodi, che
. , . con dottrina e con volere insieme
Con V uffizio apostolico si mosse,
Quflsi torrente ch'alta vena preme;
E negli sterpi eretici percosse
L'impelo suo, più vivamente quivi,
iiove le resistenze eran più grosse (i).
Fra* primi che sull'orme sue salirono in gran
naid"o castri fama s avan/.a fra Reginaldo, che tornato da Terra-
domenifanigjjj^^^ preditTÒ con grande successo a Bologna e con-
tava tra suoi uditori gli stessi maestri dello studio
già fondato in qaella città. Andava poi a conseguir
glorie anche maf^giori nella dotta Parigi; onde fu
altamente compianto per esser venuto a morte in
troppo fresca età e prima dello stesso fondatore del
nuovo Ordine a cui apparteneva. Sembra che mirasse
molto alla pratica e a battere il vizio; le cronache
infatti il dicono assai rigoroso contro i turbatori della
proprietà e i fautori dell' usura: « tantus rigor circa
corrigenda vitia et maxime proprietatis vitium serva-
batur, ut modicum acceptum vel datum sine speciali
licenda, graviter puniretur » (2).
Nella città dì Bologna si segnalò pure un Tan-
4:redi di Bologna, che trattò le armi a servigio di
fi\ ?ariid. XU. loi ecc.
[2] Ann- Ord. Pred. B. M. F. Reglnaldus. Vit» frat. p. 4 e. 2.
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 23
Federico II, ma poi, mutando divisa, si fece monaco
e predicò in patria; accanto al qual nome si trova
quello d' un tal Matteo Gallico. Ma 1' uomo che, se
si guardi agli effetti, va posto tra i più valenti ora-
tori fu il B. Giovanni da Schio, o come altri dicono,
da Vicenza, tanto rinomato quale abile paciere, in
quei tempi di prorompenti discordie. Nel 1220 vestì
l'abito domenicano in Padova, e si guadagnò ripu-
tazione di esperto predicatore tre anni dopo a Bo-
logna; onde quella città se l'ebbe assai caro, l'onorò
e chiese ai Pontefice che mai non fosse allontanato
dì là. Né valsero ad alienargli l'animo del popolo le sa-
tire di untai Buoncompagni, maestro di grammatica
e arguto motteggiatore; anzi più tardi, quando papa
Gregorio volle usare di quell' uomo abilissimo per
alcune legazioni ad Ancona, a Firenze, a Siena, do-
vette minacciar le scomuniche, affinchè il popolo ne
sopportasse in pace l'assenza. L'anno medesimo che
predicò a Bologna, imitando altri frati pacieri, si recò
a Padova, a Treviso, a Feltre, e negli anni successivi
a Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, dapertutto
con la forza della sua eloquenza ammansando l'animo
dei dissidenti. Parve toccare il sommo della gloria
quando potè radunare a Pasquara sull'Adige, dicono
un 400,000 persone, sedando al momento gravi discor-
die, che poi troppo presto si raccesero. Né Grecia né
Roma apprestarono più splendido campo all' elo-
quenza; alla quale pur devesi attribuire alcun valore,
quantunque il meglio venisse dalla santità; veggasi
con quanta larghezza di lodi ne parli anche il De-
nina (i) e Io stesso protestante Sismondi, nonché le
cronache antiche (2). Morì nel 1263 (?)
<n Riv d' Italia lib 12. e. 6.
'2) Rolandino De factis in Marchia Tervisana e Gerardo MaU'
risio vicentino nella sua Historia.
Digitized by
Google
24 CAPO PRIMO
Emuli dei domenicani diventavano i francescani,
«cod'As8i$ionde, come si accennò, va posto fra i predicatori lo
stesso S. Francesco d'Assisi (1182-1221), che all'in-
tento della riforma spirituale dell* individuo tini lo
zelo della predicazione. Di nobile famiglia fiorentina,
che allora esercitava la mercatura in Assisi, s'ebbe
nel battesimo il nome di Giovanni, che poi mutò in
quello di Francesco, per essere vissuto a cagione dei
negozi domestici alcun tempo in Francia. Al suo
ritorno in patria fu capo di una compagnia di giovi-
notti godenti, ma mutò poi vita, come ognun sa, per
darsi a pratiche di severa penitenza. Quanti ne par-
larono da S. Bonaventura e Dante fino a que' mo-
derni che non seppero cogliere integra la sua figura,
come il Sabbatier (i) e il Bonghi (2), n'esaltano la
santità e la grandezza degl* intendimenti sociali, e
non è nostro ufficio il seguirli. Ideò l'ordine che s'ap-
pella dal suo nome, n' ottenne la sanzione da Inno-
cenzo III e poi da Onorio III e ne popolò la terra.
Tentennò da prima tra una vita puramente contem-
plativa e l'attiva, e, pieno d'amor di Dio e del pros-
simo com'era, pensò di associarle, alternandole, nella
sua regola; dubitò se dovesse accingersi anche alla
predicazione. « Un giorno, scrive S. Bonaventura (3!,
disse a' suoi frati: che mi consigliate, fratelli miei?
Qual delle due cose giudicate migliore, ch'io attenda
all'orazione o che vada a predicare? » Il dubbio na-
sceva da ciò che il santo, ponendo ad esame le sue
qualità personali e disputandosene prò e contro, ri-
conosceva che più che il dono della parola aveva ri-
cevuto quello della preghiera. Però non volendo de-
li) Vita dì S, Francesco d'Assisi.
(2) Francesco d' Assisi — Studio di Ruggero Bonghi. Città dì
Castello, 1884.
(31 Vita S. Francisci e. 12.
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 25
cidere da se questione di sì gran momento, ricorse
al giudizio di fra Silvestro, che stavasi in orazione
sul monte Assisi, e di Suor' Chiara; i quali amendue
risposero con le parole di Cristo: andate e predicate;
aggiungendo che erano chiamati non solo per la
propria salute, ma per quella ancora de* prossimi.
Quindi Francesco passò presto air azione, e predicò
a Bavegna, ove guarì una giovane cieca e convertì
molti, e poi a Roma, ad Ascoli, altrove. Volea rifor-
mare il mondo, anche maomettano:
E poi che, per la sete del martiro,
Nella presenza del Soldan superba
Predicò Cristo e gli altri che il seguirò;
Hi per trovare a conversione acerba
Troppo la gente, e per non stare indarno,
Reddissi al frutto dell' italic' erba (i).
Certo ora non è facile a dire quali fossero le doti
della sua eloquenza; tuttavia se il grazioso libretto,
fior di celeste fragranza e tutto semplicità, che s' ap-
pella Fioretti di S. Francesco, è una ispirazione della
sua parola, bisogna dire che il santo predicasse con
una amabilissima schiettezza e con imagini còlte
fresche fresche dalla natura, di cui era innamorato e
di cui si valea per elevare gli animi alla carità di
Dio. E tale schiettezza, se crediamo a S. Bonaventura,
s'accompagnava a profondo convincimento e a uno
zelo che non guardava in faccia a persona, ma dicea
nuda e cruda la verità ai grandi e ai piccoli, senza
dar tregua al vizio. (^ Et quoniam primo sibi prof erat
opere, quod aliis suadebat sermone, reprehensionem
non timens,veritatem fidelissime predicabat. Nesciebat
aliquorum culpas palpare, sed pungere; nec vitam
fovere peccantium, sed asperare, increpatione ferire.
(I) Parad XI.
Digitized by
Google
20 CAPO PRIMO
Eadem mentis constantia magnis loquebatur etparvis,
eademque spiritus jucunditate paucis loquebatur et
multis. Omnis aetas, omnis sexus properabat virum
novum, mundo coelitus datum, et videre et audire.'
ipse vero per diversas regiones egrediens evangeli-
^abat ardenter, domino cooperante^ et sermonem con"
firmarne sequentibus signis^ (0- E segue il racconto
dei miracoli,
s. Antonio Dieiro le orme di questo insigne campione della
4i Padova ^^^^ andarono molti de' suoi seguaci, che secondo la
regola dovevano poi guardarsi dall* assumere un tale
ufficio di proprio capo: nullus minister vel predicator
appropn'et sìbi ministerium vel officium predicationis .•
sed quacumque hora ei injunctum fuerit, sine omni
contradictione dimittat officium suum » (2). Onde
fra primi si segnalò Frate Egidio, di cui si parla con
tanta lode nei Fioretti; ma come oratore va senza
confronto più celebre 5. Antonio di Padova ( 1 195-123 1 ),
che S^ Francesco chiamava il suo vicario (3). Nato a
Lisbona d' illustre casato, appartenne da prima ai ca-
nonici regolari di S. Agostino. Carattere intrapren-
dente ed ardilo, quantunque avesse imparato a vin-
cersi con profonda umiltà, ammiratore di alcuni
francescani, vittime degl'infedeli nel Marocco, entrò
nell' Ordine di S. Francesco; e avido del martirio
tentò recarsi a predicare nell' Africa; ma, altri essendo
i divisamenti del Cielo, risospinto da una procella in
Sicilia, riparò nel convento d' Assisi. Dopo un ritiro
a Montepaolo fu ordinato sacerdote a Forlì, ove per
comando del vescovo fece ai compagni un'esorta-
zione che lo manifestava oratore. Mandato a studiar
fiù di proposito teologia nel convento di S. Andrea
{i) Vhi B. Ff^ncisci e. XII. Parigi, 1641.
\%\ [d e. XVIE.
t3> Fioretti
Digitized by
Google
j
CAPO FRIHO 37
<fì Vercelli, mostrandovi un forte Ingegno, fu fatto
lettore, e come tale insegnò negli studi, allora unì*
versitari, di Monpel[ierì, Bologna, Padova, Tolosa,
unendo alT insegnamento una frequente predicazione
deHa divina parola. Lottò contro gli eretici, special-
mente a Rimini, a Milano, a Tolosa, sostenendo pub-
bliche dispute. Egli e per la forza della sita eloquenza
e per essere sì grande operatore di miracoli da me-
ritarsi il sopra nome di taumaturgo, traeva cran gente
a sé; e si leggono meraviglie delle converj^ioni che
faceva e delle pubbliche riforme che ne seguivano (t)*
Oli ultimi e più gloriosi allori li cohe a Padova, ove
concita che vi erano più di 40 scuole di eretici, spe-
cialmente Valdesi, e dove trasse molti alla fede, re-
golando santamente ì costumi de* peccatori più scan-
Halosi. Le chiese non potevano capire il suo uditorio,
le cronache ci dicono che talvolta da 30 mila persone
^1 affollavano ad ascoltarne la parola; predicava quindi
nelle piazze o nelT aperta campagna, come usava di
tare a Cam posa mpiero. Sorpreso dalla morte, mentre
tornava in città, nel luogo detto 1' Arcelia presso Pa-
dova, ove ora un mio compagno di studi eresse uno
^splendido tempio, tu tosto onoralo di culto, anzi si
chiamò per eccellenza il Santo. Nella sontuosa ba-
silica che s" appella dal suo nome se ne conserva il
corpo e l'incorrotta sua lingua.
Tra gli oratori che fiorirono in questo periodo Tiene
«gli tiene il posto pili elevato, anche perché della sua po^t^Ta
predicazione ci sono rimasti notabili documenti, lad- i ^^^J'g^^^"
dove degli altri che pur salirono in gran fama non ^^'^^"^
rimane più nulla. Vero e che, quantunque tutte le
circostanze ci attestino eh' ei dovea predicar in vol-
gare, i suoi scrini, secondo un' usanza che durò assai
tempo, sono in latino, e non ci presentano quindi
[t) Vedi Ada Ss. Vila S. Autoaìi.
Digitized by
Google
28 CAPO PRIMO
tutto il colorito e tutta la popolarità dell* arte eh* ei
dovea possedere. Anzi possiam dire che chi li ri-
guarda ora quali sono nel lor latino non saprebbe
spiegarsi la fama straordinaria di valente dicitore che
godeva. Dal loro esame però si capisce di leggeri
come quelli non erano se non brevi sunti che gli
servivano a mantenere un ordine nei concetti, rimet-
tendone r amplificazione alla ispirazione del mo-
mento. Se non fosse così, bisognerebbe dirlo troppo
secco e troppo pieno di passi scritturali in modo ve-
ramente contrario al gusto del popolo, né si capirebbe
come quei discorsi avessero sollevato così alto ro-
more. Fra le qualità in lui eminenti va notata una
franchezza che sapea di ardimento; basti a proyarlo
il coraggio (smentito a torto da alcuni critici) di pre-
sentarsi al tiranno Ezzelino da Romano per rinfac-
ciarne e contenerne le crudeltà. Neil' arte sua segue
r uso di allora: prende d'ordinario le mosse dal Van-
gelo, svolgendolo parte a parte con un commento
più o meno ampio, d'onde pigliava l'aire per inveir
contro il vizio; come ognun può vedere leggendo le
spiegazioni ch'ei ci dà dei vangeli dell'Avvento e
degli altri tempi dell'anno ecclesfastico. Non si pro-
pone quindi alcun assunto per trattarlo con unità di
concetto; tuttavìa non manca un fondo di osserva-
zioni che collimano ad uno scopo e che danno al
discorso un colorito abbastanza uguale o di terribi-
lità, o di speranza, o di pentimento ecc. e che sup-
plisce all'unità artistica dei concetti: il che fa tenen-
dosi molto stretto allo spirito della Chiesa; onde pon
mente ne' suoi commenti non solo al vangelo e al-
l' epÌT^tola che si legge nella Messa, ma ancora ai
brani della Sacra Scrittura che si recitano nell' uf-
fizio di quel giorno. Abbonda di sensi allegorici, e ne
Trae spesso dalle etimologie dei nomi delle persone e
delle terre o d'altro; e s'intende, cadendo talvolta nel
Digitized by VjOOQIC
I
■ c:a[>o primo ^
^Ifo e nello strano. Vi si not^i menle vasta, frequenti
divisioni chz ti fanno sentire ravviamento dato dalia
scolastica (avviamento che continuerà per un gran
pezzo), fantasia ardente che si rivela in im^igini assai
icflfìcaci e situazioni drammatiche molto attraenti e
frasi scultorie.
Piglia ad esempio il vangelo della prima domenica Esempi
d' A V ve n t o, e 1 egg i e d osse r v a il punto dove dice: ^j" " V p er/
<< al termine della vita gli uomini carnali arrossi-
ranno d'aver corso i giardini della gola e della lus*
suria che nella lor vita amarono; e resteranno nudi
e secchi come le querele quando cadono le foglie,
cioè quando perderanno le ricchezze e le delizie, e
come orti senz' acqua, perchè cesserà ogni diletto, j'
Or ima^ina in questo punto Voratore che suirima-
gine sintetizzata faccia una bella e popolare amplifi-
cazione di quei giardini della gola e della lussuria, di
cai dovevano arrossire i peccatori. Di quanto effetto
doveva riuscire Ì! rammentar qui gli splendidi con-
viti, i lauti cibi, il ricco vasellame, gli aurei doppieri,
il lusso delle corti bandire, il pittoresco vestire dei
cavallleri, i complimenti delle dame, le etichette del
Cadice d'amore, le ignomìnie e le turpitudini; e dal-
l'altro lato i poveretti che languivano invano alle
porte dei grandi, o penavano in squallide catapecchie,
o sudavano pei campi a procacciar tanto spreco al
crudi signori, mentre non aveau nulla da satollarci
bambini che chiedevano un pane. Imagina inoltre
quanto gli dovea fare buon giuoco, subito appresso,
quell'altra imagine delle quercìe nude e secche per
raffigurare quei crapuloni ridotti già allo stremo della
I vita con l'abbandono di Dio e degli uomini, abbat-
turi dalla sventura e dalle malattie, tratti al giudizio
divino senza meriti e coperti d'ignomìnia. È così, io
I credo, che dev^i spiegare l'eloquenza del santo, quale
ce la dicono le raccolte tradizionL Senza dubbio va-
Digitized by
Google
30 CAPO PRIMO
levano moltissimo il miracolo e la santità, ma non
può ammettersi che non concorressero per la lor parte
anche i mezzi umani. Certo se S. Antonio avesse
posseduto la lingua e T arte dei tempi maturi con
le sue qualità personali, e con le circostanze sociali
che lo favorivano sarebbe oggi collocato fra i sommi
oratori ; ma resta sempre che nessuno può uscire dal
proprio ambiente.
Già talvolta riesce a farci sentire negli stessi suoi
schemi alcun saggio del suo modo di amplificare.
Ne traduco un piccolo brano dal Sermone sopra la
Cananea, quale ce lo diede il mio amico e quondam
mio compagno Locatelli nella recente e magnifica
edizione che ne preparò (i). Ecco dunque com'ei
commentò il silenzio di Gesù dinanzi alla donna che
grida miserere mei. « Qui non respondit et verbum.
Oh arcano consiglio di Diol Oh imperscrutabile pro-
fondità dell'eterna sapienza 1 II Verbo che era in
principio appresso il Padre e per cui furono fatte
tutte le cose, non risponde una parola a quella donna
Cananea cioè ad un'anima penitente! O Verbo del
Padre, o tu che crei e conservi ogni cosa e tutto go-
verni e sorreggi, rispondi almeno una parola a me
povera donna, a me penitente. E io tei provo con
r autorità dello stesso tuo profeta Isaia che t' è forza
rispondermi. Queste promesse infatti il Padre dà di
te ai peccatori e parla così in Isaia: Verbum meum
quod egredieiur de ore meo, non revertetur ad . me
vacuum, sedfaciet quaecumque volui et prosperabitur
in his ad quae misi illud. Or che volle il Padre?
Proprio questo, che tu accogliessi chi fa penitenza.
(I) S. Anlonii Pat. Sermones doraenicales et in soleranìtatibus
quos ex mss saec. XIII codicibus qui Patavii servantur, consultis
etiam Vaticano, Casanalensi, aliisque exemplaribus, edidit notisque
et illustrationibus locupletavi! Àntonius Maria Locatelli.
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 31
che gli rispondessi una parola di misericordia. E tu
stesso non hai detto; cibus meus est ut faciam vo-
luntatem ejus qui misit me Patris? Abbi dunque
pietà di me, o figliuolo di Davide, rispondi una pa-
rola, o tu che se' il Verbo del Padre. Perchè posso
provarti anche con l'autorità del profeta Zaccaria che
ti conviene usar misericordia e rispondermi. Sai che
egli di te profetò in questo modo: In die illa erit
fons patens domui David in ablutionem peccatoris et
menstruatae. O fonte di pietà e di misericordia che
fosti nato in una terra benedetta, vo' dir nel virgineo
seno di Maria, che pur fu della casa e della famiglia
di David, lava le sozzure del peccatore e della con-
taminata. Abbi pietà di me, o figlio di Davide, la
mia figlia è con gran danno travagliata dal demonio.
— Ma perchè dunque il Verbo non rispose una pa-
rola? Certo perchè l'animo della penitente si ecci-
tasse con maggior stimolo di compunzione e di do-
lore » (Dom. n quadrag. 2* clausula). Vi è qui un
vero slancio lirico che lo innalza a un colloquio con
la stessa verità personificata.
Con la predicazione, qual noi abbiam ora veduto,
il santo rispecchiava più che mai tutta l'arte del suo
tempo, seria, strettamente sacra e perciò aliena dalla
scienza e letteratura profana. Anzi per mantenerla di
questo gusto si narrava di un Minorità in Anglia, il
quale si dilettava di speculazioni filosofiche, che in
una visione gli apparve Gesù, additandogli un libro
aperto, nel cui mezzo stavano parole d'oro (segno
della perfetta dottrina del testo sacro) ma i cui mar-
gini erano tutti deturpati da corrose postille, (segna
della dottrina raccolta d' altro luogo e piena dell' ele-
mento eterogeneo somministrato principalmente dalle
scuole filosofiche) (i).
(I) Wadding — Annales Minoram voi. III.
Digitized by
Google
32 CAPO PRIMO
Tra i predicatori popolari sul modello di Antonio,
Altri pre- ..... .
dieatori ma con meriti minori e minor rinomanza, possiamo
rammentare Adamo Rufo che molto lavorò in ispecie
nelle Marche e morì nel convento francescano di
Fermo l'anno 1234; il b. Gentile de Marchia^ di cui
si lodano le molte conversioni e che fiori presso a
poco nel medesimo tempo; Giovanni da Santo Al-
bano^ che faticò tra quei Minoriti che predicarono la
crociata a' tempi di Federico II per ordine di Gre-
gorio IX, il quale avea lanciato la scomunica a chi
tra i fedeli ricusasse di sentirne le prediche. Con esso
andava Maestro Ruggero De le Wes, che aveva sa-
nato una rattratta; il b. Gerardo da Modena, della
nobile famiglia dei Rangoni, che verso il 1233 cor-
reva l'Italia come celebre predicatore, ed estinse in
patria gravi discordie, e a Venezia converti il nobile
Rodolfo che si fece francescano, mentre la moglie li-
beramente entrava tra le Clarisse; Guglielmo De
Cordela che diceano predicando a Toscanella in piazza
avesse guarito un cieco e una rattratta (i). Agostino
Ascolano, che entrò novizio nel Convento degli Ago-
stiniani ad Ascoli e resse poi gli studi a Padova, di cui
si hanno mss. i sermoni, e fiorì nella seconda metà del
sec, XIII (2). Va poi degno di speciale menzione S- Pie-
tro Martire, nato di genitori manichei a Verona, ma
franco e ardente nemico degli eretici. Entrato nel-
r Ordine de' Predicatori e fatti gli studi a Bologna
predicò e lottò molto specialmente in Lombardia e
fu proditoriamente ucciso, mentre da Como tornava
a Milano nel 1253. Emulo della santità e dello zelo
di costui si mostrò un nobile fiorentino, cioè quel
(1) Wadding. t. I e HI.
(2) Ex Ossinger Bibl. Augastìniana. Sermones fr. Augustini Escu-
lani Ord. Eremiti ad sastantiam scholariam ejusdem Ordinis ia stadio
4>atavino, 1394 - in 4. teste Tomasino in nostra Bibl. Patavina.
Digitized by
Google
tr-vrr^i <'•?!
CAPO PRIMO 33
S. Filippo Beni{i che dopo aver fatto i suoi studi a
Parigi si ascrisse ai Servi di Maria dei Monte Senario
e predicò non solo in Italia ma in molte parti d'Eu-
ropa e d* Asia, e mandò de' suoi fratelli a predicar
nella Scìzia; fu gran paciere e morì a Todi nel 1285.
Egualmente benemerito appare S. Ambrogio da Siena,
dell' illustre famiglia dei Sanfedoni, che si fece de* frati
predicatori nel 1237: studiò a Parigi, pacificò, predi-
cando, molte città d'AUemagna, di cui aveva impa-
rato ottimamente la lingua, e poi tornò in patria, per
riconciliarla con Gregorio X che avea rinnovato l' in-
terdetto di Clemente IV; ricevendo nuove missioni
che diventavano fruttuose per mezzo della parola
evangelica (i). Predicò molto in Lombardia il b. Bar-
tolomeo da Vicen!(a, della nobile famiglia Braganza,
che fu poi vescovo nella nativa città; lottò con Ez-
zelino, che lo costrinse ad esulare, ma tornò nella
propria sede dopo la morte del tiranno ed ivi morì
nel 1270.
Sostenne pure delle lotte con Ezzelino, anzi fu
posto da esso prigione nella torre di S. Zenone degli
Ezzelini, un altro rinomato oratore di que' tempi,
ve' dire il benedettino B. Giordano Forcate che la-
vorò assai nel disciplinare le case de' suoi religiosi,
ma lavorò non meno con una feconda predicazione
in mezzo al popolo; S. Antonio di Padova fu tra' suoi
uditori per ammirarne l'abilità; morì nonagenario a
Venezia nel 1248.
Tra questi predicatori che d'ordinario correano tra
il popolo minuto e si serviano del volgare, più in
piazza che nelle chiese, ve n' erano altri che si tene-
vano d'ordinario alle adunanze del clero, dei mo-
naci, e delle persone più colte e ragguardevoli; essi se-
guitavano la tradizione dei discorsi che ^i legano con
(i) Vita B. Ambrosi! Senensis e. 1-4 x\cta Ss. 20 martyrum
Stona defla PredicaiiùJie ecc. 3
Digitized by
Google
34 e APO PRIMO
quelli dei Ss. Padri. Era naturale che si mantenes-
sero più elevati e più densi di una dottrina eletta,
quali maestri delle classi dirigenti. A compimento
della nostra storia gioverà prolungarne la schiera at-
traverso i secoli del nascente volgare.
Alberto Alberto Magno dì Svevia (i 193 -1280), maestro a
Magno Colonia anche di S. Tommaso, va certo annoverato
tra questi predicatori. È vero ch'ei deve la sua principale
riputazione agli studi filosofici e teologici, in cui era
eminente; ma come retore, specialmente per il suo
trattato della topica, servì a disciplinar l'arte del dire,
nella quale egli stesso si esercitò predicando la divina
parola; molti discorsi infatti sui vangeli delle dome-
niche e sulle feste dell'anno, van sotto il suo nome;
e posto pur che sieno veri i dubbi che si muovono
contro la loro autenticità, non sarebbero stati a lui
attribuiti se non avesse lasciato alta fama di oratore.
Fu vescovo di Ratisbona, ed ebbe assai larga in-
fluenza neir avviamento del pensiero e dell' arte, an-
che per esser vissuto in tempi in cui tra la classe colta
poco si distinguevano i confini delle varie nazioni;
ciò che vuoisi ascrivere alla benefica azione della
Chiesa. Neil' arte sua si fa sentire più che mai la
scuola; e alle divisioni sempre saccedono di molte
suddivisioni: cosi ad esempio nella quarta domenica
di quaresima, che tratta della moltiplicazione dei
cinque pani e due pesci, attribuisce a ciascuno dei
pani e dei pesci un significato speciale; e nel vangelo
dei Dieci Lebrosi trova la violazione dei dieci coman-
damenti della legge di Dio. L'analisi però procede
sempre ricca di buoni pensieri quanto scarsa d'imaginì.
S. Tomma- Degno figlio della scuola d'Alberto e ascritto al me-
so d'Aqui-desimo ordine domenicano ci viene innanzi l'aquila
opere delle scuole e il più gran genio de' suoi tempi S. Tom-
oratone ^^^^ d' Aquino (1227- 1274). Sedette a scranna fra i
dottori della Sorbona, ma in nessuno, meglio che in
Digitized by
Google
CAPO PRIMO
3^
lui, si rispecchia tutto il lavoro della filosofia scola-
stica; Urbano IV gli offriva invano T arcivesccivado
di Napoli; Gregorio X, che ne conosceva il vabre,
lo mandava al Concilio di Lione, ma per via a Kos-
sanova fu sopraffatto da morte. A noi qui non s' a-
spetta tesser l'elogio della sua mente, ampia co^ì da
abbracciare tutte le cognizioni dei Ss. Padri e dei
migliori filosofi antichi e raccoglierle nella meravi-
gliosa sintesi delle due Somme, netta e profonda così
da sgroppare agevolmente i nodi più riposti delle più
arruffate e contrarie opinioni. Secondo me nessuno
scrittore vale quanto Tommaso a formar la mente
del sacro oratore; il quale, fissato che abbia il suo
tema, potrà trovar, massime nella somma teologica^
larga messe di opportuna dottrina. Già si sono fatti
dei lavori sopra di ciò, e stanno raccolti in alcune
edizioni del santo (i); e rammento di aver utilmente
anch'io esercitato gli scolari con siffatto metodo. Per
tal modo anche nel campo dell'arte si promoverebbe
quello studio che il grande e dotto Pontefice Leo-
ne XIII ora inculca a vantaggio delie scienze tcaio^
giche e filosofiche. Ben si capisce che non preten-
diamo insegnare con S. Tommaso lo splendore della
forma; niente sarebbe più contrario al fine; chi
non sa con quanta secchezza è in quei volumi esposto
il pensiero? Ma chi non sa d'altra parte quanto im-
porti ad una maschia eloquenza la forza delle ra-
gioni più concludenti, còlte sotto un aspetto preciso
e perentorio? Laonde non parteciperò mai ai timori
del P. Rapin, che dice di essere persuaso che la let-
tura di S. Tommaso arrechi più male che bene agli
(1) Vedi 5 T/tomae Aquinatis Summa Theologica dilfg^enier
emendala De Rubeis, Biluart et aliorumnotis seleclis ornata.. Tomus-
Sextus. Augustae Taurinorum typ. Marietti. Index Quintus fosi-
eionatorum.
J
i
gitizedby^B)OgIe
^6 CAPO PRIMO
oratori (i). Come sacro oratore il Santo ci presenta
un gran numero di discorsi e di opuscoli che gli do-
vettero servire alla predicazione, e che furono recen-
temente stampati a vantaggio del clero (2). Del resto
più che discorsi sono schemi di discorsi che doveano
^uidarìo nello svolgimento de' suoi temi. Per convin-
cersene basta appressare i detti schemi al discorso sul
Sacramento dell'Altare recitato evidentemente qual fu
scrìtto. In generale il gran Dottore anche nelle predi-
che é sempre l'espertissimo atleta della ragione, il teo-
logo e il filosofo delle Somme; partendo da un passo
scritturale, passa à una divisione, spesso triplice, che
^QÌ svolge con molteplici suddivisioni, cosicché di-
venEa un intreccio di pensieri, concatenati con rigo-
rosa unità di concetto, ma spogli quasi affatto d'ima-
gidi e senza movimento d'affetti. Servono quanto
mai a disciplinare la mente; credo sia questo il prin-
cipiale, forse r unico ma non piccolo vantaggio che ci
deriva da una tale lettura; vantaggio a cui accennava,
scrìvendo all' ab. Raulx (3), anche il vescovo di Nancy
con queste parole: « io giudico, come voi, che la
meditazione di questi schemi tanto nutriti di dottrina
^ia per il predicatore un'eccellente preparazione. »
Lecoy de la Marche (4) trova il tipo di siffatti sermoni
nel vangelo della dom. VII dopo la Pentecoste, in cui
spiega y Attendile a falsis prophetis, che è veramente
un sermone assai ben lavorato; ma possiam dire che,
qual se ne prenda, il santo non esce mai dal suo me-
todo. I quattro primi, che servono per la I domenica
d' Avvento, sono precisamente svolli col medesimo
ordine, e assai belli; ad esempio nel terzo di questi
tu Hcilexions sur 1' Eloqueiice.
(3f D, Thomae Aquinatis Sermones et opuscula concìonatoria
«diti a J. B. Raulx. Parisiis. 1881.
{3^ Ed. citata. Leti, a Raulx.
Ì41 LiJ chaire fran<;aise au moyen age.
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 37
discorsi e' spiega VEcce rex tuus venit libi mansuetuSr
e di questo re che viene guarda prima la dignità, e
Io trova cleniente, giusto, buono, sapiente, terribile,,
onnipotente ed eterno; ne nota quindi l' utilità, e
come sopra avea riconosciute sette qualità che lo ren-
devano degno a' nostri sguardi, così riconosce ora
sette vantaggi di questa venuta, in quanto illumina
il mondo, spoglia V inferno, ripara ai diritti del Cielo,,
distrugge il peccato, vince il diavolo, riconcilia l'uomo
con Dio, rende beato T uomo; studia da ultimo il
modo con cui viene, e X osserva venire nella man-
suetudine, per ottener quattro fini, quello di correg-
gere con più facilità i cattivi, di mostrarsi amabile,,
di attrarre a sé tutti quanti e di insegnare la detta
virtù. Ciascuna suddivisione vien corredata di uno o
più passi scritturali, il cui commento potrebbe ser-
vire all'amplificazione. A' nostri dì, secondo la scuola
più recente, nell'arte tutto è la forma e in ciò si va
fino all'esagerazione; qui si troverebbe un antidoto
contro tale scuola assai acconcio, perchè tutto é
pensiero e sostanza. Di questi discorsi parecchi trat-
tano dei Santi principali della Chiesa. Gli opuscoU
poi dettati per servire alle concioni sono evidente-
mente un ottimo catechismo, in cui è l'esposizione
del simbolo apostolico, trattando dopo più ex pro-
fesso della Incarnazione di G. C in sessant' otto capi^
^che forniscono la materia ad altrettante istruzioni}
e del giudizio finale in 27 capi, e in sette capi delia-
beatitudine. Spiega quindi in 30 capi il Decalogo, in.
24 i divini attributi, in 13 l'orazione domenicale, in.
3 la salutazione angelica. Altri opuscoli ragionano dei
Sacramenti. Chi fosse vago di raffrontare i Sermoni*
di S. Tommaso a quelli di S. Antonio troverebbe
qualche cosa di comune (stile del tempo) nel com-
mentare i passi, cominciando spesso dalle etimologie
per trarne sensi allegorici e morali; nel domenicana
Digitized by
Google
38 CAPO PRIMO
però è evidentemente maggiore la compattezza del-
l'organismo e l'abilità nel distinguere, come nel fran-
cescano si nota maggior usod'imagini e movimento
d'affetti e quindi vera potenza di commuovere.
S. Bona- Una vena d'affetto abbastanza ricca e soave ri-
/quaìuà scontriamo pure in S- Bonaventura di Bagnorea
delle sue (1221-1274) alla qualc si associa, una mente molto
netta e ordinata. Abbandonando la nativa Toscana,
fece i suoi studi sotto Alessandro de Hale's a Parigi,
dove poi commentò, come maestro, il libro delle
Semenze. La prudenza e la santità che in lui ac-
compagnavan*?! alla scienza lo fecero eleggere, ancora
a 35 anni, getierale dell'Ordine; dopo di che Gre-
gorio X lo promosse al cardinalato. I suoi scritti sono
preziosi per il sacro oratore, non già perchè ci abbia
iasciaco molto nel genere oratorio, ma perchè le sue
-opere ascetiche sono nate fatte a porgere buon ali-
mento a quella vita di spirito che vuoisi innestare
nei sacri ditscorsi. Egli scrisse parecchi discorsi che
intitola Luminaria EcclesiaCy i quali, partendo dal
commento del Genesi, trattano di ciò che è più fon-
damenrnle nella Religione; dettò inoltre i Breviloquii
■e Cenliioquu^ che sono trattatelli di dommatica e mo-
rale. Akri trattati assumono aspetto di apologie ed
hantìo maggior movimento oratorio, come quello
De paupertate Christi, con cui combatte gli spropo-
siti di Guglielmo da S. Amore, e Y Apologia pau-
jferunì, rivolta a difendere la povertà francescana
contro gli assalti di certo Giraldo dottore di Parigi.
<iioverebbero poi ancor di più alla predicazione i la-
vori asceTìci, quali sono, per tacere di parecchi altri.
De perfectione vltae e De institutione vitae christianae.
Quanto calore di sentimento non seppe effondere il
sanio negli opuscoli Stimuli amoris, Soliloquiuniy
Laudes Crucis, De meditatione vitae D. N. J. C, In
^endia amorist Amatorium? Chi non si preparerebbe
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 39
a parlar degnamente della Vergine, ispirandosi a
quegli altri opuscoli De laudibus Vtrginis, In Salve
Regina? È fornito di un'unzione soavissima. Morì
a Lione di Francia durante il Concilio. Di lui ci ri-
mangono anche parecchi schemi che dovettero ser-
virgli a spiegare il Vangelo al popolo.
Per giudicar poi rettamente questo insigne scrit-
tore e in generale gli scrittori e oratori di questo
periodo non bisogna partir dalle idee e dalla stregua
critica dei nostri tempi. Quanto ora si fanno dei di-
scorsi e anche applauditi che sono molto poveri per
l'intrinseco valore della dottrina esposta, ma brillano
di frasi che fanno viva impressione sul sentimento,
altrettanto allora studiavano di far impressione col
cavar importanti riflessioni dal proprio soggetto ; ossia
quanto allora si vivea di pensiero, tanto opa si vive
di sensazione; onde noi predilegiamo il lenocinlo
della forma, quant' essi prediligevano la bontà e la
molti plicità dei concetti; un eccesso potrebbe benis-
simo giovarsi di un altro eccesso per trovar Y equa
armonia. Potrà inoltre il novello oratore imparare,
anche dalle brevi ricerche fatte, quanto valgano per
il trionfo della parola sacra, in qualunque modo sia
bandita, la santità della vita, eh* è persuasione piena
delle verità cristiane che si traduce in fatti, lo zelo
accompagnato al sacrifizio e lo studio amoroso dei
mali del popolo per tentar ogni via di risanarli.
APPENDICE AL CAPO I.
Diamo uno sguardo, ma rapidissimo, anche fuori
della nostra regione; per non allontanarci affatto dal
metodo già incominciato nella Storia della sacra e/o-
quen^a al tempo dei Ss, Padri. Non promettiamo (co-
me si disse) di far nulla di compiuto, ma soltanto di
Digitized by
GooqIc
40 CAPO PRIMO
registrar qualche nome in cui ci siamo imbattuti nelle
nostre ricerche. Se v' ha genere di letteratura che si
risponda con reciproca influenza in tutta la cristianità»
questo credo che sia V oratoria sacra come quella che
riceve la prima ispirazione da un unico centro. Sif-
fatta corrispondenza si mantenne poi più evidente e
compatta in tutto quel tempo che nella massima parte
dell'Europa cristiana gli oratori solevano dettare i
loro pensieri in lingua latina, ancorché parlando al
popolo per lo più usassero il volgare. Fu quello un
periodo in cui si sentivano molto meno che oggi i
confini delle nazionalità. È naturale poi che tra gli
oratori stranieri attirino singolarmente la nostra at-
tenzione i francesi, sia perchè le due letterature si svol-
sero con un reciproco e spesso benefico influsso, sia
perchè la vicina nazione mostrò un' abilità superiore
e brillante nel campo oratorio. Cominciamo dunque
a rammentarne i più famosi, per passar poi agli stra-
nieri di altre nazionalità, secondo che ci verrà fatto
d' incontrarne alcuno. Si segnalarono dunque in
Francia:
Giovanni Halgrin d Abbeville, arcivescovo di Be-
sangon e poi cardinale: fu predicatore di grande ri-
nomanza e di lui ci restano ancora molti schemi di
discorsi: morì nel 1237.
Giacomo de Vitrjr, morto il 1240, cistercense, ca-
nonico e parroco nella diocesi di Liegi, indi vescovo
e cardinale, che predicò la crociata contro gli Albi-
gesi nel Belgio. Destò gran romore nel suo tempOt
perchè conoscitore di molte lingue e adorno di pa-
rola vivace e popolare; inseriva spesso ne' suoi ser-
moni favole e aneddoti.
Guglielmo d Auvergne lasciò 342 Sermoni sopra
le epìstole e i vangeli delle domeniche, i quali mo-
. strano la sua coltura, estesa anche agli antichi tìlosotì.
Se si tolga r abuso dei paragoni e delle metafore.
Digitized by
Google
CAPO PRIMO 41
presenta nella sua brevità non comune semplicità. Fu
vescovo di Parigi per dicianove anni e morì nel 1249.
Arnoldo Le Bescochier, canonico d' Amiens, che
predicò spesso a Parigi. Ma ottenne assai maggior
rinomanza Roberto de Sorbon, caro a S. Luigi dì
Francia che lo volle cappellano di corte e suo com-
mensale; morì nel 1274. Aggiungi 5. Ivone, nato a
poca distanza da Tréguier (Bretagne), ch'ebbe il so-
pranome di avvocato dei poveri. Fu parroco e uomo
di grandi penitenze e gran santità; predicò molto
nella sua parrocchia e nella sua regione; morì ne!
1303 (i).
Vanno segnalati tra gì' Inglesi Roberto Canuto dì
Oxford, che fra molti scritti di vario genere lasciò
41 sermoni; e Stefano de Langton che insegnò teo-
logia a Parigi e fu a Roma chiamatovi da Inno-
cenzo III e poi arcivescovo di Cantorbery; scrisse di
molti sermoni, e morì nel 1228.
(I) n sopra citato Lecoy de la Marche, nel suo premiato lavoro,
pubblicato la prima volta nel 1868, La chaire francaise au moyen
age, dopo gli studi fatti per lo più sopra manoscritti, raccoglie pa-
recchi predicatori francesi, di alcuni dei quali qui rammentiamo i
Domt : Folchetto di Neully che molto giovò ad eccitare gli animi a
favor delle crociate, Stefano di Cudot, il can. Simone di Tournai
che ha il Sermone De Deo et divini», Stefano di Reims, decano
del capitolo di Parigi, morto il 122 1, Guglielmo di Monchy, An-
noldo d* Humbliéres. Nota inoltre tra i domenicani: Stefano di
Bourbon, Parloiomeo di Tours, Ugo di Samt'Cher, Gerardo di
Liege, Guglielmo Perraud di Lione^ Pietro di Tareniaise che nel
1276 fu papa per pochi mesi col nome di Innocenzo V, Umberto di
Romani, Sicolò di Gorran, Gerardo di Reims, che predicò nella
seconda metà del secolo e lasciò dieci sermoni, Maestro Prevostino,.
Filippo di Greve, Gauthier de Chateau- Thierry, Pietro di Limoges
e qualche altro. Nota tra i francescani: Ugo di Digne, Gio. di
Sarnoit, Eudes Rigaud arcìvesc di Rouen, Guiberto di Tournai,
Gio, di Gali, e pochi altri. Appartengono tutti al secolo XIK e ri-
mando chi vuol conoscere largamente l'azione dell'oratoria in Fran-
cia al detto autore che si abilmente e dottamente ne tratta.
Digitized by VjOO^^IC
42 CAPO PRIMO
Altri celebri oratori furono S. Giacinto, della Slesia
•polacca, che si fece domenicano a Roma nel 1228, e
poi intraprese innumerevoli missioni in Polonia e in
molle altre regioni nordiche; dicono che ritornò a
Cracovia nel 1257, ^opo 21 ver percorse 4,000 leghe;
Corrado de Marpury francescano, che predicò molto
in Germania e nelle Provincie Renane contro gli
«eretici, dai quali fu ucciso; e Giovanni de Dyst, pur
francescano, che al tempo d* Innocenzo IV predicava
contro Corrado figlio dell'imperatore Federico; poi
fu fatto vescovo (i). Ottenne pur fama un Bertoldo
di Ratisbona.
(1) Le notizie dei Francescani furono spesso attinte, come par
<|ueste, dall'Opera: Annales Minorum, seutrium Ordinum a S. Fran-
x,isco institutorum, autore A. R P. Luca Waddingo Hiberno S. T.
lectore jubiUto et ordinis chronologo. Roraae, Typ. Rochi Bar-
4iabò 1731.
Digitized by
Google
43
CAPO II.
Attinenza tra le regole d'arte, la lingua e l'oratoiiB — Altre causi; eh?
le nocquero — Notizie del b. Giordano da Rivisito, qn^litn e sag]TÌ
della sua eloquenza — Si parla di parecchi predicatori, ma par-
ticolarmente di Dom. Cavalca, del B. Simone Fidtiii e dt Jac.
Passavanti — Altri predicatori della seconda metà del Trecento
Entrando nel più noto Trecento finalmente pos- ^
. . Ili * Traiiati
«lamo ricreare lo sguardo sopra qualche documento di oraiorta
in volgare, e farci un'idea più precisa deli oratoria ^^1°'"* ^^^"*
^acra, che non si può dire tirasse innanzi senza norme
e studio. Già non mancava qualche maestro d' arte
ne' tempi più grossi: Boncompagni^ uomo Entrano e
mordace (lo rammentammo già come censore del
B. Giovanni da Schio) insegnava a Bologna nel 1221;
il quale, numerando parecchie opere proprie, dice di
avere scritto tra 1' altro un trattato dei vizi e delle
virtù del dire; a lui pure si fa appartenere il Pratum
eloquentiae. Fra Guidotto, forse bolognese, aliiuanto
più tardi scriveva il suo Fiore di rettorica, pigliando
assai dalla Rettorica di Cicerone ad Erennio; e per
tacer d'altri maestri di lettere. Brunetto Latini go-
deva grande rinomanza a Firenze e insegnava a
Dante come 1' uom s'eterna, e certo nessuno inten-
derà che si trattasse di insegnamenti morali. I frati
predicatori erano la vita delle scuole e comparivano
sempre tra i più dotti; non si può suvH'^^rre quindi
che fossero alieni da questo movimento e primi non
I
Digitized by
44 CAPO SECONDO
ne sentissero i vantaggi. Troviamo delle norme sen-
sate anche nel trattato Frutti di lingua attribuito al
Cavalca (i).
Cosi e' cominciavano a disciplinare quel linguaggio
che pigliavano vivo dalla bocca del popolo, e che
oramai si usava anche nelle solenni tornate dei rap-
presentanti del Comune. Ce lo attesta fra gli altri il
Commentario storico di Dino Compagni che reca
brevi e vibrati discorsi; e Giovanni Villani ci parla
del sermone, fatto nella piazza vecchia di S. Maria
Novella a Firenze dal card. Latino Orsini, per sedare
nel 1278 le discordie civili; il cronista lo dice savio
e bello predicatore (2).
La nuova ^^^ apparire pertanto di questo secolo non solo la
eloquenza cronaca e la poesia sacra ed erotica, ma anche Tora-
"'vera* ma° toria sacra ci si mostra nella nuova veste; povera
polita però, q-ual poteva aspettarsi da una lingua che ancora
non sapeva muoversi a tutto suo agio, e che gli ora-
tori d'ordinario si vergognavano di scrivere, ma nella
sua povertà assai polita. La lingua infatti era prege-
volissima, oro fino; fissava il suo tipo fresco e gio-
vanile, e il P. Cesari avea ragione quando c'invitava
a studiarla e ad usarla per fornire un buon antidoto
a certi gusti eterocliti, e per dar sapore legittimo alla
nostra; quantunque desse in esagerazioni anche lui,
quando quasi quasi volea che bastasse da sola a' no-
stri dì e che si pigliasse in non convenienti propor-
zioni, non facendo il dovuto conto della lingua viva.
Figurarsi I non bastava nemmeno alla scienza di quei
tempi lontani. Tuttavia è patente la sproporzione tra
una coltura filosofica che spingevasi allora molto in-
nanzi nelle scuole mercè il latino, e la nuova e troppo
ristretta favella. Nella Grecia Omero, Erodoto, So-
di Vedi capo 27 e 28
(2) Lib. VII. 56.
Digitized by V^OOQIC
CAPO SECONDO 43
focle precedettero i bei tempi di Pericle e di Demo-
stene; fra i Latini Ennio, Plauto, Lucrezio precedet-
tero Cicerone e altri grandi oratori; e così bisognerà
aspettare che la nostra nascente letteratura ci fornisca
di molti e svariati lavori letterari!, prima che T ora-
toria ne risenta in sul serio i benefici effetti.
Inoltre un'altra causa, non proveniente dalla ne- Altra causa
cessità delle cose, ma accidentale, ebbe a nuocere assai '^S* *"^p^'
ulSC€ UD
alla nascente eloquenza popjlare. ampio svoi-
Kersi del-
... , l' oratoria
Per apparer ciascun s ingegna e face sacra
Sue invenzioni ; e quelle son trascorre
Da' predicanti, e il Vangelo si tace.
Un dice che la luna si ritorse
Nella passion di Cristo, e s' interpose
Poi che il lume del sol giù non si porse.
Ed altri che la luce si nascose
Da sé; però agl'Ispani ed agl'Indi,
Come a' Giudei, tale eclissi rispose.
Non ha Firenze tanti Lapi e Bindi
Quante si fatte favole per anno
In pergamo si grìdan quinci e quindi;
Sicché le pecorelle che non sanno,
Tornan dal pasco pasciute di vento,
E non le scusa non veder lor danno.
Non disse Cristo al suo primo convento :
Andate e predicate al mondo ciance;
Ma diede lor verace fondamento.
E quel tanto sonò nelle sue guance;
Si che a pugnar, per accender la fede.
Dell' Evangelio fero scudi e lance.
Ora si va con motti e con iscede
A predicare, e pur che ben si rida.
Gonfia il cappuccio, e pili non si richiede, (i).
Dunque quel difetto, di cui già si scorgono tracce
ne' due secoli precedenti, per attestazione del poeta,
profondo conoscitore della sua età, veniva crescendo;
e il pulpito perdeva della sua dignità e importanza,
(I) Farad. XXIX, v. 94 ecc.
Digitized by
Google
n
46 CAPO SECONDO
perchè abbondavano più che in passato i commenti
capricciosi, e i lazzi da piazza. E l'origine di questo
isdicevole modo credo che naturalmente derivasse dal
l' accostarsi che faceano i predicanti al volgo, il qualeJ
si sa, non solo non gusta, ma non intende il discorsoJ
quando si elevi alquanto sopra la sua capacità, e stl
diletta invece di ciò che è cibo troppo ordinario nei'
crocchi del popolino. ,
Fra Gior- Tuttavia tal pecca, certo comune a molti predi-
^TaUo'^^sua ^^^^^^^^^^ ^^^ appare gran che nelle prime prove voi-,
predica- gari degli oratori di maggior conto, forse anche per-l
jcionc ^j^^ j^giiQ scrivere troncavano lo scherzo e i capric-
ciosi ricami che nel momento della recita si permet-
tevano di inserir nel discorso. Tra i quali dobbiaia
subito collocare il B. Giordano da Rivalto o da Pisa,
come sostengono alcuni (i26o?-i3ii). Nacque proba-
bilmente nella detta terra del contado, a poca di-
stanza dalla città, e non lunge da Pontadera. None
a credere che vi sieno due Giordani, come registra
il Quétif nella sua opera sugli scrittori dell' Ordine
domenicano (i); quantunque anch' egli sospetti che si
confonda Rivalto del Pisano con Rivalta del Pie-
monte o di Lombardia e che siasi alterato il nome
del secondo. Domenico Maria Manni, scrivendo al-
l' ab. Leone Pascoli di Roma (2) riconosce nei due
Giordani indubbiamente un unico scrittore toscano.
Ma, checché sia di ciò, consta dalle memorie dell'Or-
dine che a vent' anni professò e che si maturò alla
sua carriera con buoni studi a Bologna e a Perugia.
Non pare che rimanesse lettore a Bologna, ma che
si desse tosto alla predicazione, che fu sempre il
campo principale de' suoi sudori. Antica cronaca (3) lo
(I) Quètif et Echard, t. f pag. 512 e 513.
(3) Notizie intorno al b. Giordano premesse alle sue prediche
Milano, Giov. Silvestri 1832
(3) Chron. D. Cath. Seraf. e Pietro Cardosi.
Digitized by
Google
CAPO SECONDO /\J
dice fornito di singoiar memoria, a segno che sapea
bene a mente l' Antico e Nuovo Testamento colle
glosse ordinarie, il Messale e Breviario del suo Or-^
dine, ed una gran parte della Somma di S. Tom-
maso. Imparò la lingua ebraica, come asserisce egli
stesso nella sua predica sulla Circoncisione, detta il
1° gennaio 1304 nella chiesa di S. Maria Novellar
non farà quindi meraviglia se, con una preparazione
remota così diligente e piena, ebbe pei tempi che cor-
reano una parola assai dotta. Pari alla scienza fu la
pietà, menando una vita molto mortificata; d'onde
si capisce come la sua predicazione diventasse tanto
efficace. Ecco che si trova registrato nella cronaca di
S. Caterina da Pisa: « Frater Jordanus Pisanus
inter filios conventus hujus, velut sol inter stellas,
emtcuit, sive morum sanctitatem attendas, sive emi-
nentem ejus scientiam consideres, sive predicationis
verbi Dei efficaciam et in dicendo eloquentiam spectes » ;
soggiungendo poco appresso: « merito Sanati sibr
nomen vindicaviU miraculis adhuc vivens clarus. y>
Segue il racconto delle molte conversioni eh' egli
facea; e va celebre quella di tal Ventura, purgatore
di lana e cardassiere, che era de' primi ad ascoltarlo-
e grande ammiratore della sua eloquenza. Del quale
anche si narra che, per compassione del predicatore
che vedea rifinito, gli portasse a mezzo il discorso ur^
fiaschetto di vino per rifocillarlo; onde il santo gli
prese amore e lo trasse alla sua sequela e al suo Or-
dine; l'uomo pietoso era il b. Silvestro. Fra Gior-
dano dimorò per lo più a Firenze tra il 1303 e il
1309, ove tenne i discorsi che ancor abbiamo. Si sa
che predicava due o tre volte al giorno, ora all' an-
golo di qualche piazza, e specialmente in quella di
S. Maria Novella, ora nella propria Chiesa o a S. Re-
parata o ad Orsammichele. E quasi fosse poco tale
operosità, insegnava, come lettore, nel proprio con-
Digitized
6y Google
opere
48 CAPO SECONDO '
vento. Godeva infatti nome di valente teologo, tanto
che l'anno 131 1 il suo generale, levandolo da Fi-
renze, lo nnandò a Parigi ad insegnare nella univer-
sità della Sorbona, dove continuava a raccogliersi il
fiore *degli uomini dotti. Ma per via, propriamente a
Piacenza, fu còlto da morte in ancor fresca età; e il
suo corpo fu trasportato a Pisa e sepolto nella chiesa
di S. Caterina, ov'ebbe ed ha culto. Le sua tomba
porta questa epigrafe:
Hic sita Jordanis fratris sunt ossa, bearunt
Quem vitae integrilas relligioque virum.
Si raccolsero in più fiate dai codici delle biblio-
oraiorre teche di Firenze duecento prediche del nostro Beato,
4ei Beato ^j^^ come sono preziosissimo monumento della na-
scente letteratura, così ci rispecchiano l'arte oratoria
di quel tempo. Quaranta versano sopra il Genesi,
continuando per tal modo l'uso antico di mettere in
chiaro Y origine di tutte le cose con l' esamerone.
Con un numero anche maggiore di discorsi si svolge
il suo Processo sul Credondeo, predicato a S. Maria
Novella nel 1304, e col quale dà una spiegazione,
quasi a mo'di catechismo, del simbolo degli Apostoli.
Tutte le altre prediche sono spiegazioni dei vangeli
della domenica o delle feste principali dell'anno ec-
clesiastico.
Pur troppo è da dolere che non sieno opera im-
mediata del celebre oratore, ma sunti abboracciati
con maggiore o minor diligenza da un assiduo udi-
tore, che volea raccogliere a propria ed altrui edifi-
cazione le istruzioni del frate. Il che appare da tante
espressioni seminate qua e là in molti suoi discorsi.
Così ad esempio finisce la predica XXXVI, detta il
\2 marzo 1304, « E disse qui Frate Giordano; io ve
ne dicerei un mese, pur delle cose eh' io ne so, non
di me, ma di quelli che vcgnono a me, che sono
Digitized by
Google
CAPO SECONDO 49
TTìolti^ e che già furon di mala vira, ed oggi sono
così mutati. Or quanti sono quelli che vegnono agli
altri frati? Non si potrebbe dire. Vedete come Iddio
questa fede hae provata e confermata e verificata in
tutti i modi, come detto e mostrato avemol In questa
predica raccontoe Frate Giordano più storie, e an-
tiche e novelle, che per non prolungare l'hoe la-
sciate. » Nella predica seguente, e detta il giorno dopo,
il raccoglitore premette questa nota: « Non ci fui io,
ma riebbila da più di bocca che ci furo. » Certo ab-
biamo perduto per siffatta ragione i tratti di mag-
gior movimento d' affetto, e amplificazioni e imagini
che sarebbero più compiute e tornite, e soprattutto
tanti di quei particolari minuti che rispecchiano tutta
la vita del tempo, e che sono di grande effetto per
gli uditori delle prediche, e di grande importanza pei
ricercatori della storia.
Passiamo a considerarne l'arte. Non è a dire che Riflessioni
proceda proprio con le semplici norme che vengono ^'^'^ JJJ.*j
istintivamente dalla natura. Ce ne lascia una prova saggi
esplicita lo stesso oratore, spiegando il Vangelo delle
nozze di Cana (i) dove chiama accorto il modo di
domandar grazia della Vergine, vinum non habent,
trovandovi entro tutta Tarte della rettorica. « Se con-
sideriamo il modo di questa parola, vi ci trovo tutta
la sapienza e tutto magisterio, ed ècci entro tutta
r arte della rettorica. 11 più savio maestro che mai
ne fosse fu Tullio di Roma. Questo fu il migliore
parlatore del mondo. Questa rettorica è un' arte che
non è altro se non dottrina di saper bene impetrare
grazia per sue parole bene ordinate ed acconce. » Si
capisce dunque che l'oratore volea mostrare d'averla
studiata e che sapea trarne profìtto.
(1) Predica XVI II.
fiorili della PreJica^ione ecc.
Digitized by
Google
50 CAPO SECONDO
Nello svolgimento del discorso (si tratti di spie-
gazioni di Vangelo, di istruzioni o di panegirici, che
son condotti press' a poco ad un nìodo) si sente il
maestro di teologia formato dalla scolastica, e da una
scolastica che cominciava a degenerare. Non v' è gran
differenza tra i modelli latini del secolo precedente e
il lavoro eh' ei fa. Quindi quasi tutte le introduzioni
hanno un peso di divisioni e suddivisioni, condite
da formule latine, che ammazzano la spontaneità
d'ogni eloquenza. Suol fissare con molta chiarezza
il suo argomento spesso anche qui con divisioni.
Così ad esempio nella HI predica, in cui spiega il
vangelo Homo quidam fecit coenam magnam, si pro-
pone di mostrare che i beni di vita eterna vanno
rassomigliati a una cena « per tre cose che ci sono :
prima per la dolcezza e soavità dei cibi della cena;
appresso per la sazietade; 1' altra per lo desiderio e
volontade, la quale altri hae a ciò, e questo é dinanzi
che pigli cibo. » Ma talora va spiccio e semplice;
così, nella predica XXIV sulla Presentazione al tem-
pio, dopo aver osservato che Dio dà i suoi doni in
misura calcata e piena e noi si risponde con misura
scema, soggiunge: « ma Maria la die colma e piena,
e questa sarà la quarta cosa, della quale prediche-
remo ora » (i).
Accumula di molta dottrina e tende a istrufre più
che a commuovere; la dottrina poi è un frutto spic-
cato evidentemente da S. Tommaso. Sa formularla
bene e mantenerla pura da errori, se togli qualche
idea che si riferisce a dottrine più tardi accertate o
definite; come quella intorno all'immacolato conce-
pimento di Maria. Oggi par secco, più, credo, che
non dovesse parere allora, perchè oggi, come diceasi
(I) Aveva tenuto altre tre prediche sullo stesso soggetto, ma
con assunti diversi, perciò dice la quarta cosa.
Digitized by V
CAPO SECONDO 5I
altrove, si amano le frasi taglienti o i periodi riso-
nanti quanto allora il pensiero addensato. Non manca
però a quando a quando di movimento. Ecco come
fa un raffronto tra la nullità delle grandezze umane
e la durevole grandezza di S. Pietro nella predica XVII :
« Che è oggi di quanti papi e signori spirituali sono
stati? Ov'è la gloria loro? Ov'è 1' apparenzia loro?
Che n'è oggi di loro? Nulla; tutti sono iti via, e la
loro dignitade e gloria è caduta, é spenta, se non se
di quelli che sono buoni. Ove altresì sono i signori
del mondo e la gloria loro? Tutta è ita via, e non
è rimaso nulla. Ove sono i palagi degl'imperatori che
non doveano venir meno? Non è oggi nulla; tutte
sono distrutte le loro opere. Più è durato il fonda-
mento d' uno Pescatore e la memoria sua, che tra
tutti gl'imperatori del mondo, e più ha di gloria uno
Apostolo, che tra tutti i segnori che mai fuoro ecc. »
L'amplificazione, che riflette alquanto del sentimento
democratico dei Fiorentini e degli Ordini religiosi,
continua qui ancora per buon tratto. E il movimento
incominciato si può dire che dura fino alla fine di
questo discorso, dove si lagna che noi non solo non
accresciamo l'edifizio, come fece S. Pietro, ma lo ro-
viniamo col malo esempio, terminando con una ti- .
rata contro le donne fiorentine, troppo vaghe di or-
namenti e immodeste.
Come studia i costumi del popolo per correggerli
mettendo la mano sulla piaga, così sa talvolta anche
trarre dalle usanze del popolo e dalla natura simili-
tudini o raffronti per colorire e tornire un poco
l'ordinaria secchezza. Sentite l'esordio della predica
LXXXVII, eh' è delle più belle: « L'uomo merca-
tante, che va a comperare, si è mestieri che abbia
senno in sapere conoscere la mercatanzia s'ella è
buona o ria e di sapere la valuta, acciocché non la
comperi troppo cara; che se il mercatante non avesse
Digitized by
Google
52 CAPO SECONDO
senno, e non si conoscesse della mercalanzia quale è
buona e quale no, ed anche non sapesse s' egli la
comperasse cara o no, molte volte riceverebbe di male
bottate; ma ben paiono di uomini sì fatti suttili e
tali comperatorì che rade volte si lasciano ingannare,'
e quegli che compera e quegli che vende; anzi pa-
iono le genti in ciò sì scaltrite che eziandio V uno si
pena d'ingannare l'altro se può, e quegli che vende
e quegli che compera. Qui ognuno pare che sia fine
mercatante (i); ma nella fine mercatanzia, nei fatti
di Dio, qui pare ogni uomo cieco, anzi nullo se ne
cura, ma nei beni terreni qui mettiamo tanta cura
e tanta sollecitudine eh' è troppo.... I figliuoli delle
tenebre, cioè i mondani, più suttili sono e più scal-
triti e più prudenti nelle cose che vogliono fare, che
i figliuoli della luce, cioè i Santi, non sono in cer-
care il bene e il guadagno spirituale. » E' si può dire
in generale che la parte migliore de' suoi discorsi
viene appunto da siffatto elemento e in ispecie dalle
allegorie che vengono svolte e commentate, come la
parte più popolare si presenta nei racconti che per lo
più occupano uno degli ultimi posti; dopo di che
non fa che chiudere inculcando la morale.
E per riguardarlo sotto tutti i migliori aspetti, pos-
siamo concedere inoltre a questo oratore quel fare
drammatico che è di tanto pregio e con cui, quando
si toglie dalle sue teoriche, egli sa investire il suo udi-
tore. È noto che il Segneri amò molto questo oratore
e lo studiò accuratamente e non pel solo fine di in-
fiorarsi il labbro con le grazie di una favella na-
scente; forse imparò qui quel modo dì botta e ri-
sposta che torna spesso nell'arte di entrambi. A propo-
sito di che considerate la chiusa della predica LXXXVI:
(I) La botta va contro i Fiorentini; l'oratore conotceva i suoi
polli.
Digitized by
Google
>>i«^is^-
CAPO SECONDO 53
« Or potresti già dire: questa ragione io l'ho già
meco; che uopo mi fa scrivere legge? non Y ho io in
me? non veggio io ciò che é buono a fare e ciò che
non è da fare? e conosco quale è torto, e qual di-
ritto, e quello che è onesto? — Ben ti confesso che
tu r hai in te la ragione; ma che però t' è data scritta
perocché questa ragione non riluce com' ella dee, pe-
rocch' è ottenebrata e nascosta sotto le molte nuvole.
Come la stella, che per le nebbie si cela, così la ra-
gione tua è un lume in te chiaro, ma per i peccali
e le nebbie che tu ci hai poste, sì si cela e si macula
e appiattasi questo lume in te chiaro, e così non co-
nosci bene ; come addiviene de' Seracini. Perchè a noi
ci appare fare così male a fare fornicazione, al Sara-
cino non pare fare contro a ragione? perchè é que-
sto? non ha egli altresì ragione, cóm'io? Certo sì. Il
Giudeo altresì non gli pare peccare a tórre usura in
certo modo; ma a te sì; perchè è questo? Dicolti.
Imperciò che per lo peccato ha fatto tante nebbie e
tanta oscurità, che hae appiattata la ragione, e non
riluce a ciò che per la moltitudine della colpa e della
sozzura che ci ha posto suso. Ma tu, cristiano, che
l'hai netta, vedi meglio il vero ed baila più espedita:
ma non tanto che ancora per gli peccati nostri, che
catuno è peccatore, non si maculi la ragione nostra;
e però ci è data scritta, acciocché, quando per le
nebbie non vedessimo ciò eh' é da fare, la Scrittura
il manifesta e puoi vedere; e però è data scritta. »
Possiam dire pertanto, che non ostante i difetti no-
tati e certi altri, come i pensieri schiacciati, o situa-
zioni alquanto rozze o grottesche, periodi rotti e ca-
cofonie (certo in buona parte dovute al raccoglitore)
l'autore presenta assai del buono; e quanto alla
lingua non dubitiamo di recare l' elogio di Lionardo
Salviati il quale dice che i suoi discorsi; « come cosa
finitissima ed opera di purità e semplice leggiadria.
Digitized by
Google
54 CAPO SECONDO
quanto la materia il patisce, rasentano il primo
segno. »
Accanto a quest' uomo di Dio, di cui si ha il
primo saggio e assai notabile della predicazione in
volgare, nei tempi che immediatamente lo seguono,
noi troviamo di molti che si segnalavano nel suo
arringo, senza però che ci ^esti altro di loro che me-
morie di cronisti o sermoni latini, per Io più mano-
scritti, che non sono ordinariamente se non schemi,
e che troppo si rassomigliano fra loro- Vegliamo però
occuparcene alquanto, affinché il quadro della predi-
cazione si spieghi abbastanza largamente a' nostri
sguardi.
... Vanno annoverati tra più illustri di que'dì pa-
oratprì recchi altri dell' Ordine a cui apparteneva il Gior-
aomenicnì^g^j^Q. j^^rnigto Clari, fiorentino, che fu lettore a Pa-
rigi e poi fu da Bonifacio Vili chiamato a insegnare
a Roma, mostrandosi ardente nemico di Filippo il
Bello; lasciò due volumi di discorsi varii che si con-
servavano mss. a S. Maria Novella (i) e un quaresi-
male; e morì il 1309. Pietro Cilo da Chioggia che
scrisse molte vite di Santi (Bibl. Barberini) ed anche
discorsi quaresimali, di cui non resta che la memoria;
morì nel 1310. Più che un Francesco Gravano, ligure,
un Giovanni da Parma, un Aldobrandino da Tosca-
nella, i cui discorsi, dice l'Echard, si conservavano
nella biblioteca degli Eremitani a Padova, un Dome
nico Sinarra di Fabriano, morti tutti nel 1314, pa-
iono degni di lode un Matteo Medici, dell'illustre fa-
miglia fiorentina, fatto vescovo di Chiusi da Boni-
facio Vili; e Alberto Mandiigasino da Brescia che fu
(I) Rammento il luogo de' manoscritti qai e altrove salla fede
di Quétif et Echard: ex opere Scriptores Ordinis Predicatorum
recensiti notisqoe historicis et criticis illustrati etc. inchoaWt Ja-
cobus Quétif, absolvit Jacobus Echard Lutetiae Parisiorum 1719.
Digitized by
Google
CAPO SECONDO 55
scolaro di S. Tommaso e studiosissimo delle sue opere
e che lasciò i suoi Sermones de temp. quadrag. et de
SancttSy che 1' Echard dice fossero conservali nel con-
vento di Vicenza; e Girolamo da Forlì i cui sermoni
sono detti tnultiplices et opulentissimi; Giacomo da
Voragine i cui sermoni furono stampati a Venezia
nel 1584. Maggior fama però godette Gio\yanni Go
rino da S. Geminiano in Toscana; già i suoi sermoni
furono stampati a Parigi nel 1511 (tip. Barbier e Petit)
e le Concioni funebri ebbero due edizioni a Lione
nel 15 IO e 1536, alle quali seguirono altre edizioni. Gli
si attribuiscono anche Diaiogi inter ìatronem et Chri-
stum. Gain et Christum per il sabbato santo, ma non
é ben certo se gli appartengano; scrisse anche opero
di fisica e una Swnma de exemplis et similitudinibus,
che molto dovette giovare ai sermonatori del suo
tempo. E del pari va assai rinomato Ugo di Prato
florido, ardentissimo predicatore, che richiamava a sé
spettacolosi uditorii, specialmente a Napoli, e morì
nel 1322. I suoi sermoni ebbero varie ristampe in
Westfalia, Heidelberg, Parigi, Venezia (i), al tempo
degli umanisti. Non si deve credere però ch'egli avesse
gran coltura di forma; è arido come i più; comincia
con un passo scritturale da cui vuol cavare la triplice
divisione, a cui seguono in ciascuna parte altre sud-
divisioni, corredate da sentenze della Scrittura accu-
mulate, commentate col solito metodo, traendo alle
gorie anche dalle parole; qua e là si distende alquanto
in osservazioni morali. Eccone un breve saggio, che
traduco dal volume dei sermoni sui santi, e in cui
parla di S. Antonio Abate: « In die illa pullulahit
corna domni Israel, et tibi dabo apertum os in medio
eorum (2)... E il b. Antonio che oggi si propone ai
(I) Kx Qaètif et Echard. (2) Kzech XXIX. 21
Digitized by
Google
56 CAPO SECONDO
fedeli, come esempio che essi devono imitare nelle
lotte e nelle pugne spirituali, ci viene indicato in certo
modo nel corno che serve a difesa. Perchè gli ani-
mali colle corna sogliono difendersi; e i fedeli imi-
tando Antonio otterranno vittoria sui demoni. Ed
egli invero combattè virilmente, proprio come Cristo,
di cui fu detto: perchè virilmente hai combattuto farò
che il tuo nome si spanda sopra tutta la terra. E
Tarme sue non furono carnali ma spirituali: cioè lo
studio delle sacre lettere, una frequente e assidua pre-
ghiera e la virtuosa imitazione dei santi monaci che
lo precedettero. Imperocché, come si legge, attendeva
ad udire le sante Scritture cosi che non cadeva pa
rola dalla sua mente, e serbando tutti i precetti del
Signore nella memoria, ne usava senza bisogno di
codici; e pregava con assai frequenza, regolando la
sua vita per modo che si guadagnava il favore di
tutti i fratelli tee. ».
Francescani Andava di pari passo lo zelo di molti francescani,
dei quali pur conviene ricordar alcuni nomi. Fioriva
al principio del secolo Jacopo de Grisanto, che si dice
avesse composto molti libri sopra materie predicabili;
Bindo da Siena, detto egregio concionatore di quei
dì; Antonio De Luca che molto lavorò nelle Marche
e nella Toscana; tutti frati della provincia fiorentina;
più dott) di loro fu Francesco Rossi di Pignano, scrit-
tore anche di opuscoli filosofici e teologici. Si sa
che Bonifacio Vili nelle sue lotte coi Colonnesi
mandò a predicare contro di essi tre francescani
celebri; cioè fra Nicolò de Campi, suo penitenziere,
per la Marca Anconitana, e fra Giacomo di Gordiano
per la Toscana e fra Angelo Remino per la Cam-
pania, Sabina e Lazio. Francesco Ferracano predi-
cava con molto grido a Milano a* tempi di Matteo
Visconti, vicario imperiale; e perchè inveiva con im-
perterrita costanza contro i dettrattori dell' autorità
y Google
Digitized by V
^^a^À I
CAPO SECONDO 57
pontificia si tentò di cacciarlo giù dal pulpito, e da
ultimo fu esigliato (i). Il b. Francesco Venimbeni
da Fabriano, dell' Ordine 'dei Minori, predicò pure in-
defessamente in molti luoghi e fu insigne per santità
di vita e miracoli (2). Molti altri e domenicani e fran-
cescani portavano il frutto della loro parola nelle
missioni 'orientali; né vogliamo dimenticato fra questi
il b. Odorico del Friuli, vero emulo dell'intrapren-
dente operosità di S. Giacinto; si portò sfidando
grandi pericoli fino a Ceylan, a Già va, a Pechino, e
tornò dopo 16 anni di viaggi, recando preziose no:
tizie di quelle nazioni; mori ad Udine nel i33r.
Percorse inoltre le principali città d'Italia, con fama Agostino
affatto straordinaria, un agostiniano, Agostino di An- j^fonfo
cena, detto anche Trionfo. Per ordine di Gregorio X e altri
a 31 anno aveva preso parte al Concilio ecumenico "^°**'"'*"'
di Lione, come uomo di motta riputazione per la sua
dottrina, in luogo del defunto S. Tommaso. Fran-
cesco Carrara lo chiamò a predicare a Padova e
Carlo II a Napoli, dove morì nel 1328. Dice l'epi-
taffio che lasciò 36 volumi di manoscritti che furono
più tardi mandati alla biblioteca Vaticana dagli An-
conitani, che gli avevano eretto una statua. Prima di
costui tra gli stessi Agostiniani si segnalò pur nella
sacra eloquenza, più però nelle scienze teologiche e
filosofiche, Giacomo Capponi dì Viterbo, di cui si tro
vavano parecchi discorsi nella Biblioteca dei canonici
di S. Pietro; da Bonifacio Vili fu fatto arcivescovo di
Benevento e poi di Napoli e morì nel 1308, anno in
cui moriva anche S. Nicolò di Tolentino che assai
fruttuosamente predicò nella nativa città, e certo più
cogli esempi che colla parola. Si rammentano inoltre
(Il W.-^dding. Ann. Min.
(31 Vedi p. Luigi Tassi da Fabriano che ultimamente ne scrisse
la vita. Fabriano, tip. Gentile 1893.
Digitized by
Google
5^ CAPO SECONDO
come otrimi predicatori Alberto di Padova, che
un monumento in quella città, e fatti i suoi stu
Parigi riuscì de' primi oratori e fu chiamato da Bo
nifacio Vili a predicare al Sacro Collegio. Percorse
tutta Italia ed era detto un nuovo Paolo. Ecco k
opere che più tardi furono pubblicate: Sermones de
tempore Parisiis, 1344 ■ e Venetiis 1530, Expositìó
in Evangelia domenicalia totius anni et aliquarum
solemnitatuM. Parisiis, 1330. Sermones de Sanctis.
Venetiis, 1334- Sermones quadragesimales. Vene-
tiis, 13S4. Michele de Massa di Siena, morto a Pa-
rigi nel 133Ó; e Dimalduccio di Forlì, morto nello
stesso anno e che lasciò molti manoscritti, cioè: Ser
mones quadragesimales super Epistolas et Evangelia
(nella Bibl. d'Augusta, secondo l'Ossinger) e Ser
mones dominicales totius anni: incipiunt: Corde ere
ditur ad justitiam, e Sermones adclerum; incipiunt:
Ille arguet mundum de peccato (i).
43omenico Ma non possiamo chiudere questa prima parte dt)
Cavalca gecolo senza occuparci di due oratori contemporanei,
le cui opere non é ancora ben noto a qual dei due
appartengano, e che destano in noi maggior desi
derìo di conoscerli per esserci pervenuti dei loro scritti
in volgare. Il primo è Domenico Cavalca, notissimo
nei fasti della nostra letteratura. Nacque a Vico Pi-
sano dalla famiglia Mosca, e giovane ancora si ascrisse
air Ordine dei Predicatori. Visse per lo più a Firenze,
segnalandosi con una vita esemplare e piena di ca-
rità pel prossimo, e occupandosi a predicare e a scri-
li' Qui ed altrove, citando l'Ossinger, mi riferisco all'opera
intitoUta: B bliotheca Augustiniana historica, critica et chronologica,
in qua mille quadriiigenti augustiniani ordinis scriptores etc. Hedegit
P. Mag. F. Jo. Felix Ossinger Ordinis Eremitarum S. Augustini,
provìnciae Bavariae ac utriusque Germaniae, quondam assistens g^'
neralis. — Ingolstadii et Augustae Vindelicorum, impeusìs Jo. Fran-
cisci Xaverii Craetz, universitatis bibliopolae 1768.
Digitized by V^OOQIC
i
CAPO SECONDO 59
vere, specie traduzioni, a vantaggio del popolo. Gli ap-
partenga o meno Lo Specchio della Croce (i), poco per
noi importa; là è detto fin dal prin:ipio qual'era |il
fine di que' buoni frati, quando usavano il volgare, cioè
fare una opera, non sottile né per grammatica, a van-
taggio di alquanti devoti secolari, i quali « però che
sono idioti e molto occupati, non possono vacare se-
condo che desiderano et intendere al studio dell'ora-
zione. » Questo frate ha certo giovato assai alla
predicazione de' suoi confratelli non solo col suo
esempio, ma con la traduzione delle vite dei Santi
Padri raccolte in gran parte da S. Girolamo, le quali
dovettero riguardarsi come una miniera e un tesoro
da quei predicatori, non meno che adesso si ri
guardino come una miniera e un tesoro dagli stu-
diosi di lingua. Oltre alla detta opera gli si attribuì
ì Esposi {ione del Credo, che certo servì per la pre-
dicazione, il Pater nostro commentato, il trattato della
pafien^a, quello delle Trenta stoìtipe, la M indivia
del cuore, e Y Ammonitone a S. Pa)la, riprodotta da
S.Girolamo. Il Pungilingua non é che una traduzione
di fra Guglielmo di Francia; e, come il traduttore
asserisce, non v' é di suo che alcuni esempi e storie (2).
La sua parola, se si voglia trarre il giudizio anche
dalle sole traduzioni che, almeno in parte, uscirono
certo dalla sua penna, dovette manif::starsi più fles-
sibile e saporita di quella che notammo in fra Qiro
[amo da Rivalto. Parecchie sue opere andarono per-
dute; e che ne scrivesse di molte possiamo argomen
tarlo anche dalla fama goduta. Mori nel 1342.
In Lorenzo Franceschini nel suo dotto lavoro: Fra Simone da
Cassia e il Cavalca, non solo ascrive quesi' opera al primo, ma
difende r opinione che sìa stata scritta originalmente in volgare.
Roma, tip. della Pace, 1897.
(21 Vedi Pungilin i^ua - Prologo *
Digitized by VjOO^^IC
6o CAPO SECONDO
B Simone L'altro Oratore, che vuoisi mettere accanto al Ca-
da Cascia valca, anche perchè con le sue opere probabilmente
Bartolomeo ^^ncorse alla gloria del primo, è il b. Simone Fidati
das. Con-(ja Cassia. Appartiene all'Ordine di S. Agostino e
cordio . ^^. , . ,, ,1 . Il
ben gareggiava m lui 1 amore alla scienza e alla san-
tità. Fondò un monastero di religiose a Firenze, e
mori nel 1346. Sono sue opere indiscusse: De gestis
Domini Salvatoris in 15 libri (i), stampati prima a
Basilea nel 1517, e poi a Colonia nel 1333 e 1540, e
De Beata Vergine^ opera stampata a Basilea nel 1517.
Opere volgari, che alcuni dissero perdute (2) e altri
vollero sien quelle attribuite al Cavalca, (oggi non
pare più ragionevole dubitar dello scambio) sa-
rebbero il trattato Della dottrina cristiana. Della
papen^a. La spiegatone del Simbolo, lo Specchio
delia Croce, Della disciplina degli spirituali e alcuni
opuscoli minori e lettere. Se siffatte opere rispondono,
com'è a credere, al modo di predicazione del Fidati,
certo il suo dire doveva essere pregevole assai per chia-
rezza e talvolta per vigore. Affinchè s'intenda quanto
sonava giusto il detto dell' Alfieri che qualificava il
Trecento come il secolo che diceva, e s' impari in
sieme a quali fonti noi dobbiamo ricorrere per tornar
nitidi e popolari col ridurre a grande semplicità la
dottrina, reco qui un brevissimo saggio dello Specchio
della Croce. L'autore vuol mostrare che l'amore di
Cristo é puro, a differenza dell' umano, che è sempre
interessato; ed ecco come ne discorre: « Dice il Sal-
mista: tu sei solo mio Dio, il quale non hai bisogno
di nostro bene. Et ciò volle Cristo dare ad intendere
a li suoi discepoli, quando disse: poi che havete fatto
(n Se n' ha un volgarizzamento co! titolo: Esposizione dei Van-
geli volgarizzata ; che va ira le scritture registrata come testo di
Imgna. LMIIustre Isidoro Del Lungo fa voti che se ne faccia un'edi-
zione critica, che manca.
'21 Vedi Diz. Richard e Giraud.
Digitized by
Google
CAPO SECONDO 6l
ciò che io vi comanderò, dite servi inutili siamo.
Quasi dicat, d'ogni bene che voi fate a me non
torna utilità. Onde chi considera tutti gli coman-
damenti di Dio, Iddio non ci comanda e non ci
proibisce niente p^r sé, ma per noi. Però, come dice
S. Gregorio, a Dio il nostro male non nuoce et il
bene non gli giova. E però fu detto al paziente Job
da un suo amico, il quale si credeva che Job per le
grandi adversità mormorasse contro Dio, se tu farai
bene che gli gioverai, et se tu farai male che gli no-
cerai? Quasi dicat, niente gli doni facendo bene, et
facendo male niente gli nuoci. Et però soggiunge e
dice: all'uomo giova e nuoce la malizia et la bontà
propria. Questo ancora ci mostra Cristo, quando, es-
sendosi partiti da lui alquanti discepoli, disse a quelli
che erano rimasi: et voi volete partire. Quasi dicat,
chi se ne vuole andare, guardi pure al fatto suo, però
che il vostro stare non m'è utile, né il vostro par-
tire non m'è danno. Tutto il contrario è l'amore
dell'uomo, che non si trova se non chi ami la pro-
pria utilità. Onde veggiamo che né il marito la mo-
glie né la moglie il marito, né il padre il figliuolo né
il figliuolo il padre non ama, se non quando gli torna
onore o altra utilitade o consolazione o diletto » (i).
Un anno dopo la morte del Fidati, moriva in Pisa
ed era sepolto nella chiesa di S. Caterina un altro
dotto domenicano, fra Bartolomeo da S. Concordio
di Pisa (1262 -1343) rampollo della nobile famiglia
dei Granchi. Fu grammatico e filosofo, e anche per
questo doveva primeggiare tra i buoni dicitori di quel
tempo. Non ci rimane però nulla delle sue opere ora-
torie; ed ora é specialmente ricordato per l' opera De
documentis antiquorum che egli stesso tradusse e inti-
tolò Ammaestramenti degli antichi, la quale ci fa co-
{i\ e. ni.
Digitized by VjOOQIC
02 CAPO SECONDO
noscere «li autori che gli doveano essere prediletti
anche nella predicazione.
Jacopo Pas- Vola poi sopra questi ultimi oratori per la eccel-
c*^'!"tfl? lenza di un dettato più fine fra Jacopo Passavanti di
penitenza poco posteriore, e di religione domenicana. Di nobile
casato fiorentino, professò a S. Maria Novella ; e suo
zio, che era il card. Tornaquinci, l' avviò agli studi
e ne Io confortò, sicché più tardi potè recarsi a com-
pierli nel noto centro del sapere teologico e filosofico
di que' di, a Parigi. Appresso insegnò a Pisa, a Siena,
a Roma, d'onde fu mandato vicario vescovile in
patria, ove morì nel 1357, avendo la sepoltura nella
stessa chiesa in cui professò. Va salutato tra i primi
dotti del suo tempo, e come tale fece le Addi:[ioni ai
commenti di Tommaso da Valois sopra la Città di
Dio di S. Agostino, della quale diede anche una tra-
duzione; e in altri lavori teologici e filosofici, di cui
resta memoria, s' ingegnò di mettere in accordo Pla-
tone con le verità scritturali. Tradusse anche un
omelia di Origene e alcuni luoghi delle Storie di
Tito Livio. Quanto fosse studioso di S. Girolamo, di
S Agostino, di S. Isidoro, di S. Pier Damiano, del
ven. Beda e di S. Tommaso, il dichiarano ad evi-
denza i suoi scritti. I quali, in volgare, si riducono
allo Specchio di penitenza, il quale altro non è, come
confessa lo stesso autore nel prologo, che il succo
della sua ordinaria predicazione, e in ispecie della
quaresima del 1354 predicata a Firenze, anno in cui
raccolse, a beneficio del popolo, il detto trattato, af-
finchè potessero trarne vantaggio le devote persone,
che di tanto 1' aveano pregato. Il trattato prima che
in volgare fu scritto in latino, come spesso usavasi
di fare, e come attesta egli stesso di aver fatto a prò*
de' chierici, « a' quali potrà essere utile per sé, e per
coloro i quali eglino hanno ad ammaestrare predi-
cando o consigliando o le confessioni udendo. »
Digitized by
Google
CAPO SFXONDO 63
L'arte sua è semplicissima, quella che abbiamo già
veduto negli scrittori precedenti, salvo un miglior
tornimento di forma: propone una verità religiosa,
s'ingegna talvolta a darne qualche motivo di pura
ragione, adduce per lo più sentenze scritturali o dei
Padri a provarla e s'intrattiene alquanto a commen-
tarle, e fa quindi seguire alcuni esempi. Gli esempi
ci presentano non di raro della credulità bonaria, di-
fetto anche questo generale del tempo. Bisogna però
notare che non è sulla necessità del crederli che
l'oratore insiste, ma sulla forza che hanno a spiegar
la dottrina. Anzi a questo proposito farò mia un' os-
servazione di Luigi Fornaciari, là dove dice che questi
buoni antichi, come altri scrittori fioriti nei tempi
che precedettero, non guardavano tanto pel sottile in
ciò, contenti che le narrazioni servissero meglio alla
intelligenza e al gusto della moltitudine: nel che se-
guivano l'esempio del Divino Maestro. E aggiunge:
« quanto al credere, se una volta per avventura si
peccò nel troppo, si pecca oggi forse nel poco. » E
questo un metodo che continuò, come potrebbesi ve-
dere esaminando lo Speculum exemplorum omnibus
christicolh salubriter inspiciendutriy ut exemplis di-
scant disciplinam (Urbe Argentina 1495}; anzi, quan-
tunque con maggior moderazione, per effetto dei
tempi, si può dir che continua. La forma dominante
nello Specchio di peniteni^a è la didascalica, come è
necessario che avvenga in tempi di molta ignoranza,
a nei tempi di molta miscredenza, in cui si assalgono
e impugnano le verità religiose. Lo stile poi non solo
è schietto ma morbido e grazioso oltre ogni dire; e
non mancano tratti, quando l' autore racconta o de-
scrive, di un colorito assai caldo e vivo; io non du-
bito di rassomigliare molti de' suoi esempi alle gra-
ziose miniature, con cui s' adornavano di que' dì le
Bibbie e gli Antifonari, e che oggi si tengono meri-
Digitized by
Google
64 CAPO SECONDO
tamente in tanta stima. Vo'che il giudizio qui dato
si confermi col farne delibare almeno un piccolo as-
saggio. Cosi ei fa sentire la necessità di svincolarsi
con la penitenza dalle male abitudini, tanto più pe-
ricolose quanto sono più lunghe: « L' altro inconve-
niente si è che quanto l'uomo più indugia la peni-
tenza più pecca, e più peccando fa maggior soma,
sotto la quale conviene che perisca, se non tiene il
consiglio di S. Paolo che dice : deponentes omne pondus
et circumstans nos peccatum, pognamo giuso il peso
del peccato, che ci sta d' intorno da ogni parte. Leg-
gesi nella vita dei Santi Padri che una volta Santo
Arsenio udì una voce, la quale disse: vieni ed io ti
mostrerò T opere degli uomini. E andando vide uno
che tagliava legne, e fattone un gran fascio, s' inge-
gnava di portarlo, e non potendo per lo grave peso
il poneva giù. E anche tagliando delle legna, aggiun
geva al fascio, e riprovava se portar lo potesse; e non
potendo, ancóra tagliava delle legna e arrogeva al
fascio, dove ne doveva scemare, se portar lo voleva.
E pure accrescendo del peso e ponendosi addosso, vi
cadeva sotto. E disse la voce: questi sono coloro che
arrogendo peccati a peccati vi cadono sotto » (i).
Non credo che nel periodo percorso vi sia oratore
da preferirsi a questo; e chi vuol maturarsi alla pre-
dicazione con buone letture tratte da tutti i varii pe-
riodi della nostra letteratura, quale rappresentante
dell'aureo Trecento non dimentichi il Passa vanti;
perchè non solo vi troverà purezza di dottrma, n>a
il gusto di una incomparabile bellezza artistica.
Parecchi Collocheremo qui sommariamente parecchi degli
^*'**°Jq^|"* oratori di maggior rinomanza che illustrarono il
metà del mezzo e la seconda metà del Trecento. Il b. Venturino
da Bergamo, propriamente di Almenno e della fa-
Trecento
(Il Gap V.
Digitized by
Google
CAPO SECONDO 65
miglia De Apibus, commosse con la sua eloquenza
gli animi specialmente nell'Alta Italia; perciò soleano Domenicani
chiamarlo Nuncius Dei. Avendo guidato dei pelle-
grini a Roma, venne in sospetto a Benedetto XII che
sedeva ad Avignone, il quale lo sospese dalla predi-
cazione, che gli fu più tardi restituita; dopo di che
predicò nelFAlta Italia la crociata contro i Turchi;
mori nella fresca età di 42 anni, durante un viaggio
a Gerusalemme, ove dovea predicare la quaresima
del 1346 (i). Taddeo Dini fiorentino, dicono fosse assai
addottrinato in o^ni scienza, e lasciò molti sermoni;
Luca Manellij pur fiorentino, celebre filosofo e caro
a più pontefici, lasciò un bel discorso tenuto da lui
nella cappella del papa ad Avignone 1' anno 1343, e
morì vent' anni appresso. Rinomati per zelo di pre
dicazione, santità di vita, e per aver suggellato col
sangue la fede in Piemonte, sono il b. Pietro da
Ruffia, martirizzato nel 1365, e Antonio Favonio
nel 1374. ìjoddxo per straordinaria erudizione e fa-
condia da Nicolò di S. Martino^ pisano, il quale corse
predicando tutta Italia e da ultimo fu vescovo di
Macerata e Recanati; morì nel 1367. Jacopo Gna da
S. Andrea di Colle, costituito nell'ordine domenicano
predicatore generale, dettò Conciones domenicales,
quadragesimales y funebres, ad Clerum; pare che
chiudesse la sua vita nel 1380. Domenico de Nardi,
fiorentino e aggregato ai teologi dell'Accademia fio-
rentina, morto nel 1385, lasciò manoscritti tre volumi
di concioni. Tommasino da Ferrara, maestro di sacra
teologia, lasciò pure un quaresimale che fu poi stam-
pato a Colonia nel 1474. Anche Tommaso da Che-
rascOy piemontese, provinciale della Lombardia e con
(1) Giaseppe Clementi ci dà molti particolari nel suo opuscolo:
Un Savonarola del secolo XTV Roma, 1898; e dice in corso di
stampa una vita del Beato.
Storia della Freclica{ione ecc. 5
Digitized by
GooqIc
66 CAPO SECONDO
fessore del Conte Amedeo di Savoia, fatto poi car-
dinnle dal pseudo pontefice Clemente VII, ebbe nome
di buon oratore e lasciò utili sermoni, come pure
Andrea de* Bocagni o dei Franchi di Pistoia, che ai
tempi di Clemente VI fu fatto vescovo in patria.
Tutti costoro furono domenicani (i).
FfftnccsciBì Tra i francescani trovo eminenti in Calabria Mae-
stro Guglielmo, che era detto la stella dei predicatori
e Tommaso Porta lodato assai per la scienza teolo
gìca e Leonardo Ventura; inoltre il b. Umile da Pe
rugia, Antonio di Dura^^o vescovo in patria e che
predicò ai Saraceni, Maestro Antonio Forti del con-
vento di Montevarchi, Aurelio ^/ P/e/ro che percorse
predicando tutta Italia, e Bartolomeo da Lojanoiiri'
signis per optimas Italiae urbes è pur detto il p. An-
tonio Brasclìi di Faenza (2). Fiorirono tutti verso la
fine del secolo.
Afiostinvani Lasciarono inoltre sermoni ed ebbero fama come
oratori gli agostiniani Teobaldo da Verona, della fa-
miglia degli Scaligeri, ab. di S. Fermo, e da ulìimo
vescovo in patria; Ruggero da S. Vittoria, anconi-
tano; Gregorio da Rimini, più celebre però come
scienziato; fu generale dell'Ordine, molto onorato a
Parigi e morì a Vienna nel 1338; Pagi Matteo, mi-
lanese, che gareggiava coi primi, mori nel 1354; se ne
conservano i mss. nella biblioteca di S. Marco a
Milano; Malabranca Ugolino di Orvieto, che fu de-
stinato ad esaminatore dei predicatori del suo ordine
e da Urbano V, nel 1370, fu fatto patriarca di Costan
tinopoli e amministrò tre anni la diocesi di Rimini;
Veronese Lorenzo morto il 1362 e Veronese Paolo,
morto il 1390, tutti e due priori a Verona; Badoer
Bonaventura^ padovano, che lottò contro Francesco
Carrara per le libertà ecclesiastiche, e nel 1380 fu
11» Ek Quét>f et Echard. <3) Ex Wadding
Digitized by
Google
j
CAPO SECONDO 67
nunzio apostolico in Ungheria e poi cardinale; sem-
bra che il Carrara stesso ne avesse ordinato quella
proditoria uccisione che avvenne sul Ponte S. An-
gelo in Roma; Bartolomeo da Bologna nel 1398 pro-
vinciale della Romagna (i mss. erano nella bibl. di
S. Agostino in Cremona); Cavalcanti Aldobrandini
assai applaudito (i mss. si conservavano nella bibl.
fior, presso S- Spirito a Firenze, altri' nell'Ambro-
siana di Milano); De Cremona Gregorio, De Cre-
mona Pietro e Simone; il quale ultimo predicò molto
nel Veneto (i mss. erano nella bibl. appartenente ai
duchi Altemps a Roma) (i).
APPENDICE AL CAPO II.
La nazione francese conta anch'essa eletti oratori,
quantunque ancora si cammini sopra orme comuni.
Rammentiamo tra i più illustri di questo periodo:
Giovanni da Parigi o Quidort, dotto filosofo e teo-
logo, morto il 1306; restano alcuni discorsi integri
(Bibl. Colbert. cod. 3725) e Guglieimy di Cqyen che
fu due volte provinciale in Francia.
Giacomo di Losanna, morto nel 1321, e che fu oratori
uomo di grande sapere e fecondo scrittore. Di lui si ^''anceiì
pubblicarono, tra le altre opere, Sermones domenicales
et festivales per totum anni circulum (Parigi 1530).
Nicolò di Freanville morto a Lione nel 1322, che fu
cardinale, e scrutatore alla elezione di Clemente V.
Armando di Bellevue, che nel 1326 reggeva il gin-
nasio di Mompellieri, e fu promosso ad alte dignità
ecclesiastiche; scrisse- Sermones de tempore et de
Sanctis. Durando di Saintpourcin, della diocesi di
Clairmont, che poi fu vescovo di Limose, ove morì
il) Ex Ossinger.
Digitized by
Google
n
68 CAPO SECONDO
nel 1334; e Guglielmo di Pietro da Godine, dì Ba-
jonna, che da Clemente V fu fatto maestro dei sacri
palazzi; tutti e due lasciarono molti discorsi. Pietro
de la Palu, che fu uno dei più illustri, e- che oltre
a sermoni, lasciò parecchi commenti; morì patriarca
di Gerusalemme nel 1342. Giovanni de Mokndini
Molini, maestro di teologia e inquisitore a Tolosa, il
quale lasciò un trattato De reparatione hominis lapsi
(mss. a Parigi), che altro non è che una serie di pre-
diche sopra il Figliuol prodigo; sembra sia morto ad
Avignone nel 1353. Simone Lingonese (Langres),
maestro di teologia e provinciale, morto nel 1352, e
sì fruttuoso oratore che al suo tempo conoscevasi col
nome di pescatore d'uomini; oltre ai sacri lasciò di-
scorsi di vario genere. Giovanni di Basilea, che fu
fatto vescovo di Tolosa nel 1389, e lasciò un volume
di prediche e conferenze. Nicolò Emmerico, giron-
dino, oratore di buon nome, ma più celebre per le
parti che prese nelle discordie religiose a favore del
pseudo - pontefice Clemente VII, morì nel 1399. Tutti
costoro appartengono all'ordine domenicano (i). Va
inoltre tra i rinomati di questo secolo T agostiniano
Giovanni da Carcassona detto praeco validissimus in
urbe Tolosana (2). Vuoisi aggiungere Giovanni Fauler
di Strasburgo che per le sue tendenze alla mistica fii
detto il dottore illuminato; predicò molto nella patria
città, specialmente dal 1348 al 1361, anno della sua
morte; va lodato per un movimento più libero, onde
s'abbandona al sentimento, sciogliendosi dalle pa-
stoie scolastiche. ♦
Oratori Ricordiamo qui altri oratori appartenenti a varie
d' altre na- nazioni europee, e li ricordiamo senza distintamente
classificarli secondo le loro nazioni trattandosi di un
tempo in cui il comune incivilimento cristiano molto
(I) Ex Quétif et Echard. (3) Ex Ossioger.
Digitized by
Google
CAPO SECONDO ÒQ
toglieva delle particolari qualità nazionali. Ottennero
adunque maggior [ama Guglielmo Mackelfield, in
glese, maestro ad Oxford e morto a Tolosa il 1304.
Benedetto XI, ignorandone la morte, lo fece cardi-
nale. Gualtiero di Winterburn, parimenti inglese e
fatto cardinale dal Boccasino, morto nel 1305; e di
cui è fama che molto predicasse al Clero e nella
Corte dinanzi allo stesso re. Fra Eccardo o Eckard,
sassone, che insegnò a Parigi col Clari, e fu con
quello chiamato a Roma da Bonifacio Vili; morì
nel 1309. Ugo di Due tona e Guglielmo Encurt in-
glesi e maestri ad Oxford, fiorivano verso il 1340; il
primo lasciava Sermones de tempore et de sanctis, e
il secondo Sermones ad populum. Esercitò un' azione
straordinaria nella predicazione il b. Enrico Suso^
svevo a quel che pare, e che predicò molto, prima
nell'Alsazia e Svevia e poi in tutta la Germania, morì
r anno 1360. Di lui si loda principalmente V unzione,
che si riconosce anche nelle sue opere ascetiche, che
dovevano rispecchiare lo stile della sua predicazione ;
tale si mostra il libro tessuto in forma di dialogo.
Della sapienza eterna, assai diffuso a' suoi tempi, e
il Trattato dell' unione dell' anima con Dio. A Co -
Ionia si stamparono parecchi de' suoi discorsi nel 1555
e 1558. Di Giovanni di Dambach si loda la molta
dottrina. Bernardo Ermengaudi di Barcellona, che
fu inquisitore generale, predicò assai anche per torre
le discordie che scoppiavano al tempo dello scisma;
come pure Bertrando Teutone, morto nel 1387, il
quale oltre a varii discor^ lasciò un trattato sullo
scisma tra Urbano VI e Clemente VII. Dotti ed ele-
ganti son detti i sermoni di Guglielmo Giordano, in-
glese. Fiorirono verso la fine del secolo i due tedeschi
Giovanni di Spernegasse ed Enrico di Franchovar e
l'inglese Guglielmo Bottlesam fatto vescovo da Ur-
bano VI e che predicò nella stessa corte, alla pre-
Digitized by
Google
70 CAPO SECONDO
senza del re. Tutti appartengono all' ordine dome-
nicano (i).
Anche gli agostiniani contano in tutta Europa
de' bravi oratori, tra' quali Winterton Tommaso, in-
glese, che fu professore a Parigi e poi a Oxford, morto
il 13 io; e un altro omonimo che fiorì alla fine del
secolo e fu prima amico di WiclefTo e poi ne com-
batté gli errori; i due fratelli Waldebio Giovanni e
Roberto, l'ultimo dei quali fu arcivescovo di Dublino;
e Worsop Roberto, morto il 1350; Aschobum Tom
maso, laureato a Oxford, che si adoperò assai per radu-
nare un sinodo di vescovi, a Londra, e per condannar
le dottrine di WiclefFo e lasciò dei sermoni; morì
nel 1382; si levò contro il medesimo WiclefFo un
altro oratore celebre, Bankino, Enrico de Buri dot-
tore di sacra teologia alla Sorbona, e provinciale in
patria, lasciò sermoni specialmente in lode di Maria
Vergine. Riccardo Chefer, oltre a parecchi discorsi,
scrisse De quatuor Novissimis; furono tutti anglo-
sassoni. Inoltre Pietro Dudesfelder dì Spira fu ora-
tore ed anche rinomato filosofo; nel 1363 era provin-
ciale nel Reno. Sul finire del secolo andavano celebri
due altri inglesi Edvarston Tommaso e Guglielmo
£gumonde che fu anche suffraganeo del vescovo di
Lincoln. Così pure Ruggero Glactone, intimo di
Roberto, vescovo di Salisbury; Giovanni Gotmco di
Norfolk che contava tra suoi assidui uditori i ma-
gnati inglesi e lo stesso re; Golf rido Grandefeld di
Northampton, grande oratore e filosofo; mori ve-
scovo di Fermo nel 1348; Golf rido Hardebio di Lei-
cester, morto a Londra il 1360, predicatore del re;
scrisse Sermones de sanctis e Se^inones in festività-
tibus B. M. V.; inoltre Lectiones in vetus et novum
Testamentum, Benedetto Jceno di Norfolk fu pure
(I) Quètif et Echard.
Digitized by
Google
CAPO SECONDO Jl
assai rinomato e morì vescovo. Giovanni Cleucoch,
sassone, professore a Oxford e morto a Praga il 1352.
Dionigi de Marcia, spagnuolo, che lavorò molto in
Sicilia colla sua eloquenza a spegnere le lotte tra i
Francesi e gli Aragonesi. Nicolò de Luna, di Praga,
maestro colà di sacra teologia, i cui discorsi si con-
servavano mss. in quel monastero agostiniano. Cri-
stiano Pragner di Kuff Stein, tirolese, che fu priore a
Monaco di Baviera nel 1367 ed eccellente oratore;
lasciò: Serinones log de tempore e Sermones 20 de
sanctis. Tommaso Radclyt di Leicester oratore e sot-
tile filosofo, vescovo di Lincoln. Giordano di Sas-
sonia, che studiò a Bologna e morì a Vienna d'Au-
stria il 1380; i suoi sermoni ebbero più tardi parecchie
ristampe. Ermanno de Schuldig di Westfalia, di grande
santità e operosità nelle scienze, oltre a molti trattati
lasciò anche discorsi oratorii (i).
(n Ex Ossioger.
Digitized by VjOOQIC
V-
CAPO HI.
Nuovo avviamento delle lettere dopo il Passavanti e lungo 11 le-
ccio XV, ed effetti non sempre buoni nell'arte oratoria — B.
Giov. Dominici e oratori intorno a luì — Importanza di S. Ber-
nardino da Siena e sooi più ttretti discepoli — S. Lorenzo Giu-
stiniani, S Antonino, Michele da Milano ed altri — I Monti di
pietà — Appendice I e IT.
Poco dopo la morte del Passavanti i letterati ita
' umanisfi ' liani modificarono più sensibilmente i loro studi e
quindi l'avviamento dell'arte, perché all'ardore in-
genuo di manifestare in componimenti originali la
vita di cui fervea l'età dei Comuni, piena di tem-
peste civili e di fede, succedeva la curiosità d'inda-
gare e conoscer meglio gli antichi. Questo movi-
mento, come ognun sa, incominciò col Petrarca e col
Boccaccio, che ammirarono l'arte classica più che
prima non si facesse, e ne promossero lo studio. Ab-
biamo quindi una serie di eletti ingegni, che pigliano
il nome di umanisti, i quali cercano codici e memorie,
specie nei più celebri monasteri, fondano biblioteche,
copiano, postillano, commentano, notano le ragioni
dell'arte e con la critica preparano il cosi detto ri-
nascimento dell'arte. Studio siffatto fu evidentemente
ispirato da ciò che faceasi con religiosa accuratezza
sopra il libro dei libri, la Sacra Scrittura, e portò a
poco a poco un rivolgimento letterario, perchè lasciò
languire quel carattere tutto semplice, fresco e po-
polare, quantunque greggio ancora non poco, che fu
Digitized by
Google
'«"!t^^^'
CAPO TERZO 73
proprio dei primi nostri scrittori; e indusse vaghezza
di emulare i modelli ereditati dall'arte romana e ta-
lora anche dalla greca, sostituendo una maniera più
regolare, ripulita e tersa, quando si usava il latino, ma
spesso stentamente ricercata, quando si usava la no
stra lingua; la quale del resto troppo era negletta o
spregiata, come cosa da lasciarsi al volgo e alla lette-
ratura di cui esso più avidamente si pasce. Sempre
però servi ad importare nelle nostre lettere un peso
d'imitazione che troppo le allontana dalla nativa ori-
ginalità e vietò loro di crescere e maturarsi come
pianta nel proprio clima; e quel che è peggio cor-
ruppe non poco lo spirito cristiano dell'arte; e al-
l' ideale purissimo di una perfezione che deriva dalla
dignità della coscienza individuale per mezzo della
virtù e del sacrifizio generoso, nelle aspirazioni ad
un eterna felicità, andava sostituendo V ideale pa-
gano della potenza e della gloria nella patria terrena
e dei piaceri nella vita presente. A noi non preme
qui né rammentare i nomi dei nuovi letterati, né
seguire ad uno ad uno gli effetti che portarono, fino
a quella splendida festa letteraria che arricchiva più
tardi di egregi capolavori il Cinquecento, ma troppo
scarsi di spirito cristiano; bensì ci giova notare l'a-
zione che il nuovo avviamento esercitò sull' oratoria
sacra.
E tale azione, a dir vero, non fu sempre buona. Effetti
In generale sotto qualche rispetto si può riconoscere "^"buoni^'^^
alcun vantaggio; la esposizione della dottrina suol
diventare più ordinata e più piena e anche comincia
a ricevere un colorito più vivo di imagini e di cose
particolareggiate; ma molti difetti o continuano o
s'aggravano. Cresce intanto la smania di far pompa
di erudizione che scema in parte quello spirito grave
e severo che deriva da un animo unicamente preoc-
cupato dalla importanza delle verità religiose; onde.
Digitized by CjOOQIC
74 CAPO TERZO
per isvagarsi nel raccogliere dottrine anche aliene, si
perde più di mira la pratica. Quindi le citazioni mol-
tiplicano, e si portano talvolta nel campo letterario e
profano, producendo un agglomeramento arido e in-
digesto dì cose, e raffreddando di necessità quel sen-
timento da cui scatta la vera eloquenza. Arroge che
la scolastica degenerava ogni giorno più dal serio e
giusto avviamento che ricevette da S. Tommaso; e
lasciando le questioni più larghe e comprensive si
lambiccava il cervello in sottigliezze di minor conto
o di troppo difficile soluzione; già si propagavano le
scuole dei nominalisti e dei realisti. La teologia do-
veva necessariamente lordarsi il piede in tutto questo
pecoreccio; e i predicatori, che erano per lo più frati
e teologi di conto, ne macchiarono non di rado i
loro discorsi, nocendo anche per sì fatto modo al
t^empliciià spontanea e popolare della loro parola;
e certe questioni, come quella sul culto di latria da
darsi o meno al Sangue di N. S. G. C, o quella
deir usura entro certi confini da alcuni permessa da
altri negata ai Monti di pietà recentemente istituiti,
e parecchie altre facevano capolino rivestite di frasi
appassionate anche sul pergamo, con poco profitto se
non con danno degli uditori. Meglio infatti sarebbe
tornato il trarre dottrina, norme ed esempi dai Santi
Padri, inculcando le necessarie riforme dei costumi,
piuttosto che avvolgersi in analisi o troppo aliene o
troppo minute; difetto che continuò anche nel secolo
susseguente; onde va celebre la scusa addotta dal
Bembo, quando a Padova fu chiesto perchè non an-
dasse a predica: « che vi debbo io fare? Perciocché
mai altro vi si ode che garrire il Dottor Sottile con-
tro il Dottor Angelico, e poi venirsene Aristotele per
terzo a terminar la questione » (i). Un siffatto av-
hl Tirabowhi 1. HI, e VII. 7.
Digitized by VjOOQIC
CAPO TERZO 75
viamento però fu temperato, massime nella prima metà
di questo secolo dal gran numero di Santi, che pre-
sero parte alla predicazione anzi la diressero con uno
zelo che non li lasciava gran fatto fuorviare.
Potrebbesi credere che T eloquenza sacra facesse i centri
qualche guadagno nei sommi oratori di questo tempo, „^n*|fò°"„o
per ciò che si andavano costituendo coi principati Pjf .^""^o
r ,. . , . ... . . '^ ., *^ , di liberta
itahani dei centri di maggiore importanza, d onde
potevano propagarsi più largamente le idee; ma in
effetto però il guadagno non e* è, perchè ai centri
maggiori faceva ostacolo la diminuita libertà, che
credo fosse più ampia ai tempi di S- Antonio di Pa-
dova, che non quando Girolamo Savonarola mal si
avventurava tra i partiti degli arrabbiati e dei pal-
leschi a un ardimento di non misurata franchezza.
Ciò naturalmente toglieva che il domma religioso e
la morale cristiana potessero chiaramente applicarsi
alla vita sociale e politica; e spogliava quindi Telo
qiienza di quell'interesse che le viene sempre dal-
l'essere figlia del proprio tempo e delle circostanze
che r han generata. Se il Savonarola sotto questo
rispetto fece più degli altri, fii perchè più degli al-
tri osò.
Viene poi da se che l' avvia nento letterario degli Perchè
umanisti non dovesse in sul principio recar dei va n- ®f"/g|,*j°^
taggi alla lingua e alla forma volgare. Se scarseg- . oratoria
... . . , . .... in volgare
giano le buone scritture in tutte le vane specie di let-
teratura, non scarseggiano meno in oratoria, che del
resto avea più ragione degli altri di servirsi del vol-
gare. Ciò che diceva Voltaire parlando della eloquenza
francese, vale a dire che in questo periodo si tesses-
sero dei discorsi mezzo latini e mezzo nella lingua
del popolo, e che anzi da questa mescolanza mo-
struosa nascesse lo stile detto maccaronico, se si ri-
getta giustamente da una sana critica per la lettera-
tura francese, vuoisi rigettar non meno per la lette-
Digitized by
^ CAPO TERZO
raTura italiana, e nulla poteva naturalmente darsi
di siffatto ibridismo a contaminare le chiese. Bensì è
vero che non solo continuavano in certe occasioni
pi il solenni ad usare il latino, ma gli oratori stessi
che più spesso di prima pur doveano predicare al po-
polo in volgare, credeano di macchiare ignominio-
samente le carte, ove raccogliessero le loro idee nella
lingua materna, la cui vita letteraria era ancora con-
tesa. Figurarsi se non doveano far così in -quel se-
colo di nuovi latinisti, se il mal vezzo continuò ben
più a lungo, e se lo stesso sommo oratore di Francia,
il Bossuet, in pieno Seicento, faceva in latino parecchie
tracce che gli serviano a svolgere i sublimi discorsi
eh' ei teneva dai pulpiti più insigni della colta Pa-
rigi i Nel Quattrocento adunque, quantunque in Italia
si predichi ordinariamente in volgare, scarseggiano i
discorsi oratorii in volgare; e se ne abbiamo anche
del celeberrimo S. Bernardino da Siena, ciò va ascritto
a meriro di que' pii uditori che e con una loro ste-
nografia e con l'aiuto della memoria faceano tesoro
delle sue parole. Si capisce assai di leggeri come il
dettato non potesse gareggiare con quello del Passa -
vanti, per quel discredito di lingua che nocque a tutta
ta nostra letteratura, quantunque preparasse non po-
chi vantaggi dell'arte per un tempo futuro. Ancora
Troviamo che talvolta rapidamente e bruscamente si
mesceva il nobile ed elevato a un fare rozzo e grot-
tesco, vuoi nei concetti vuoi nelle parole, guaio del
resto che preesisteva e che vedemmo lamentato anche
da Dante. Notammo inoltre che, sebbene gli oratori
^ì tengano come nei tempi passati a un carattere di
semplice istrui^ìone, e gli assunti non si formulino
nettamente e con unità o si foggino con troppa
lai^hezza a mo' di trattato, tuttavia, oltre a qualche
progresso già avvertito, ci pare che anche certe am-
pUfica^ioni svolte con opportuni paragoni e con po-
Digitized by
Google
CAPO TERZO 77
polare franchezza, e certi ritrovati che tendono a
destar l'attenzione sopita, predispongano l'arte alla
magnificenza di tempi migliori.
Parecchi oratori che fiorivano al terminare del primi ora-
secolo XIV ed entrano a far parte del susseguente ^^oio x"
ci attestano già un siffatto movimento. Va tra costoro intorno
Leonardo Dati, fiorentino, che fu generale dell' Or- Do^^minid
dine domenicano e delegato nel Concilio di Costanza
all'esame delle dottrine di Giovanni Huss; egli at-
tese non poco alla predicazione in Italia, lasciando
un quaresimale intitolato: De petitionibus animae e
poi un altro detto: De flagellis peccaiorum festi-
nanter converti nolentium. Anche Ugolino da Carne
rino fu, di questi dì, non solo teologo assai reputato
e maestro di sacro palazzo sotto Gregorio XII, ma
pur molto predicò, come dimostrano i suoi sermoni
quadragesimali, domenicali e sui Santi; da ultimo fu
fatto vescovo di Lodi. Si eleva però assai sopra di
questi un altro domenicano, cioè il B. Giovanni Do-
minici (1356- 1420) rammentato con onore anche da
S. Antonino, come quello che alla prestanza del-
l' aspetto, alla sonorità della voce e alla dignità dei
modi aggiungeva grande erudizione e tenacissima
memoria, onde percorse con gran plauso per 25 anni
le maggiori città italiane. Nacque di poveri artigiani
in Firenze, e il suo casato pare che fosse quello dei
Banchini o Bacchini. A 17 anni vestì l'abito de' Frati
Predicatori in S. Maria Novella, e incontrò qualche
difficoltà ad esservi accettato, non tanto perché privo
affatto d'istruzione, quanto perchè non avea bene
sciolta la lingua. Cominciò a predicare probabilmente
Tanno del beato transito di S. Caterina da Siena,
cioè nel 1380, ciò che si ricava da una sua lettera alla
madre, nella quale dice come: « trovandosi in Siena
e sentendosi avere il fervore del predicare, e non gli
parendo, secondo gli altri, mancare di sapere, e non
Digitized by VjOOQIC
y& CAPO TERZO
potendo per Io legame della lingua, pregò con quella
devozione che seppe nnaggiore innanzi all' imagine
della Santa predelta (ch'egli avea incontrata più volte
a Firenze e a Pisa) che gì' impetrasse dal celeste suo
sposo il benetizio della lingua espedila, acciò potesse
pronunziare in salute delle anime il verbo divino; e
quanto questa grazia gli fosse concessa noto é a gran
parte del mondo » (i). Si sa che S. Vincenzo Ferreri
lo stimava tanto che, quando alcuni Fiorentini si
rivolsero a lui affinchè corresse con le sue missioni
anche la Toscana, se ne meravigliò, rispondendo che
avevano già in patria un eccellente predicatore quale
era fra Giovanni Dominici. Infatti il nostro Beato
non venne mai meno né alla grazia ottenuta né alla
missione che ricevette dal suo Ordine, onde conseguì
ben presto gran fama. L'ordinaria sua residenza fa
a Venezia in S. Gio. e Paolo, quantunque spesso si
trattenesse altrove, specie per molivi di predicazione.
S. Antonino, che ne novera le opere, rammenta ira
r altro le lezioni scritturali eh' ei tenne appunto a
Venezia sopra il libro dell'Ecclesiaste; lezioni che
ancor si conservano tra suoi manoscritti. Diventò
inoltre molto benemerito della Chiesa per la riforma,
che ìn[raprese e raggiunse, di molti conventi di frali
e di suore. Nel 1400 andò pellegrino a Roma nell'oc-
casione del giubileo ; e soffermandosi a Firenze, dove
fu assai onoralo da suoi concittadini, predicava fin
tre o quattro volte al giorno, lasciando prove di pro-
fonda umiltà. Fu fatto vescovo di Ragusa e poi car-
dinale, ed ecco con che sentimenti ne partecipi quest'ul-
tima notìzia alle monache del Corpus Chrisli a Ve-
li Dalla F'reFizione del Prof. Donato Salvi, accademico della
Crusca ili' opera intitolata : Regola del governo di cura famigliare,
compilato dal B. Giovanni Dominici - re»to di lingua - 1860.
Digitized by
Google
CAPO TEkZO 79
nezia: « In Cristo dilette sorelle. Quando la navi-
cella di Pietro pastore è nella grande fortuna, io, che
non so navicar per *lo quieto mare, sono eletto per
aiutatore di quegli che la debbono guidare. Imperoc-
ché ieri el papa santo me elesse con tre altri suoi
cardinali, la quale dignità m'è convenuto accettare,
come Cristo la corona delle spine; sperando nella
obbedienza di chi mei comanda e nelle orazioni di
voi e degli altri servi e serve di Dio, le quali aiutano
molto, e domandole perch' io n' ho gran bisogno. Non
sento sensitivamente di tale promozione alcuna alle-
grezza, eccetto che una; la quale é la speranza ho di
potervi aiutare ne' vostri bisogni. Fermo ancora nella
mente mia, se Dio mi presta vita tanto ch'io vegga
la Chiesa posta in pace, di ritornare nell' umile ovile
di messer S. Domenico. Valete. Datum aprilis 1408.
Totus frater vester Johannes Dominici, cardinalis ra-
gusinus. » Dopo il Concilio di Costanza, a cui in-
tervenne, schiacciato alfine il funestissimo scisma oc-
cidentale, e' fu spedito come legato del papa in Un-
gheria, ove molto lottò per vincere l' eresia dei resi-
stenti Boemi; e morì a Buda e fu ivi sepolto nel
monastero dei frati di S. Paolo primo eremita.
Le sue qualità come oratore dovettero essere emi- opere de»
nenti, non solo se si giudichi con le lodi di S. An- g^s^ggjo
tonino e di S. Vincenzo Ferreri, ma anche se si at-
tenda alle opere da lui dettate in volgare. Ha infatti
potenza di osservazione anche elevata, congiunta
sempre a gran chiarezza di modi; ha forza che viene
da vivacità di sentimento nobilmente contenuto e
governato, e una paterna discrezione nei consigli.
Quanto alla lingua basti dire che va fra i testi citati
dalla Crusca. Lasciò, come nota l'Echard, due qua-
resimali, che non trovo sieno stati pubblicati>e il Trat-
tato della santissima carità, scritto, come afferma
r autore da principio, ad istanza di una donna de-
Digitized by VjOO^^ IC
80 CAPO TERZO
vota, pubblicato nel [415 (i), e spedito poi alle Man-
teJlaCe dì 5. CaterLn;^ da Sìen^t^ come sì ricava dAh
leUera con cui un padre anonimo accompagna toro
il libro. Ammirabile è ìnohre l'altro suo trattato che
intitolò: Regola del f^overno di cura familiare; bel-
lissimo saggio deir arte sua nello scrivere e che ci fa
supporre quanto graziosa dovesse essere la sua pre-
dicazione: fu composto perchè servisse a ben dirigere
una famiglia secondo il principio crisriano^ mostrando
che tutto che l'uomo possiede viene da Dio^ e a Dio
lo deve rendere. Dettò ancora parecchi altri opuscoli
e ieitere. Chi vuol libare qualche cosa dell' arte sua,
legga questo breve SL^uarcio che riguarda una sua
raccomandazione intorno alla cristiana educazione
dei figli : ^t Io dico che né padre né madre debba
permettere hgliuolo abbi di proprio^ o a sé guadagni,
ma lutto che rraftìca sia in podestà de' suoi, e se lasci
guidare di vestimenti, cibi e tutti altri bisogni. Che
giustizia è questa o che equitade, che ciò che il padre
può avanzare, sviscerando sé ed altri, serbi al suo fi-
gliuolo; e il Hgliuoio, che non può guadagnare se non
con quel del padre^ avanzi per sé? Dirà il mondano:
questo si fa perché impari a buon' ora amare il da-
naro, saperlo guardare, diventi buono massaio, sappi
con quanto affanno s acquista, impari di fare le mer-
catanzie, mentre che é sotto il paterno giogo e ha
chi gr insegna, dirizza e corregge. Oh cechità de mor-
tali 1 Risposta di chi ha poca fede e meno amore al
cielo, e dell'anima poco cura o nulla. La radice d*ognì
male è cupidità; ninno é più vizioso che \ avaro; non
é sì gran male al quale l'avarizia non sospinga; e
commendasi sollecitare i figliuoli diventino cupidi, e
desiderino la morte de" padri, per empir lor petto
deir abominevole fame dell'oro, la quale tanto più
li^ Ne furono poi farle aUte tre edìiioni, 1' ultima nel 1615
Digitized by
Google
CAPO TERZO 8l
cresce quanto più se ne raguna? Non ti dimenticare
il figliuolo evangelico, volse la parte sua, visse diso-
nestamente e diventò guardatore di porci, morendo di
fame; il quale sarebbe morto a stento, abitacolo dello
inferno, se avesse avuto padre mortale, come hanno
gli altri de' quali scriviamo. Fate ricchi di virtù i
vostri figliuoli, o padri cristiani, dispregiatori del
mondo, amanti della povertà, fedeli a Dio, a voi su-
bierti; e non gli avvelenate col lusinghevole veleno
della pecunia, di tutti suoi amatori traditrice. E però
tu che desideri avere i tuoi figliuoli generati al cielo
più che al mondo, non nutricati allo'nferno ma al
dolce Dio, fa in quanto poi onorino te della sostanzia
loro, se alcuna cosa acquistano: e comincia di buona
ora, sia che piccinini giuochino alle noci o noccioli, o
maggioruzzi avendo da'lor maestri salari, o da' pa-
renti mancia o altri doni, tutto sia posto in tua balia;
e non patire abbino salvadanari o cassa o cassettina,
ne mai dicano questo è mio, insino che tu vivi » (i).
Con poco minor fama si elevava accanto al Domi-
nici, Gabriele Garofoii, patrizio napoletano, detto per
la sua abilita oratoria haereticorum mastix acerrinus;
il quale, predicando a Venezia nel 1423, trasse quattro
personaggi della veneta nobiltà a istituire 1' Ordine
dei canonici di S. Spirito, approvato da Martino V.
S'era ascritto agli Agostiniani e nel 1429 fu fatto ve-
scovo di Nocera, ma dopo quattro anni di governo
si ritirò in patria, ove fu sepolto. Scrisse alcuni trat-
tati contro i Fraticelli e sermoni per le feste dell'anno
e della Vergine.
Ma nella prima metà di questo periodo non solo
primeggia fra gli oratori, ma esercitò una grande
azione su tutto il movimento dei contemporanei e
ne modificò a suo modo la predicazione, un perso-
lo Ediz citata, pag- 161 e seg.
Storia della Predica\ione ecc.
Digitized by
Google
82 CAPO TERZO
naggio insigne non meno per istraordinaria santità
s. Bernar- che per fruttuose missioni; vo' dire S. Bernardino
^na e*sur^ Siena (1380-1444) (1). Nacque a Massa Marittima,
prepara- l'anno che moriva S. Caterina, dalla nobile famiglia
zione alle 1 i- * 1. • • 1 • • ... .
missioui sanese degli Albizzi, e perduti 1 genitori in assai
fresca età, si ricoverò presso i parenti di Siena, che
lo avviarono alla pietà ed agli studi. Uscito di grave
malattia, si fece francescano; e i suoi superiori rico-
nosciutolo d'ingegno molto abile e pronto e di ar-
dente zelo gli additarono la via del pergamo. Incontrò
un primo ostacolo nella voce, troppo esile ed incerta
per un incomodo inveterato di gola, ma prodigiosa-
mente guarito per ricorso alla Vergine, con V eser-
cizio la ravvalorò per modo da ottenere una nota
vibrata e robusta e da poter farsi intendere a numero-
sissime udienze. Al pregio della voce si aggiungeva
quello di una maniera di porgere educata e piena di
garbo. Presto diventò famoso in tutta Italia, e la sua
andata in questa città o in quella riguardavasi come
un avvenimento: ne lo accompagnava davvero la
grazia del Signore, se succedevano dapertutto strepi-
tose conversioni. Il bene fatto fu immenso, tanto più
che siffatte missioni continuarono per ben 42 anni.
D'onde tanta virtù? era dovuta soltanto allo splendor
deir ingegno? Interrogato un giorno il santo sul
vero modo di predicare, dicesi abbia risposto cosi:
« Ponete mente a cercar da prima in tutte le vostre
azioni il regno e la gloria di Dio; non vi proponete
altro che la santificazione del suo nome; mantenete
sempre la carità fraterna e praticate voi per primi
tutto ciò che volete insegnare agli altri. » Evidente-
mente la fama di una santità intemerata, seria e mite
ad un tempo, circondava di attraente aureola la
(I) Vespasiano de' Bisticci ne scrisse con molti particolari la
vita.
Digitized by XjOO^lC
CAPO TERZO 83
fronte dell' oratore. Non gli mancarono tuttavia con-
tradditori, tra i quali possiamo annoverare il Filelfo,
che confessava sì i buoni effetti della sua predica-
zione ma ne censurava la forma, forse perché, quando
il santo parlava in latino, nulla avea di sapore clas-
sico, e il suo volgare altro non era che la lingua viva
della nativa città. Altri, male apprezzando o avendo
in sospetto la sua pietà, credettero di muovergli ac-
cuse presso la stessa S. Sede, perchè aveva introdotto
il culto al Nome di Gesù e diffondeva tra il popolo,
per eccitarne la devozione, una certa sigla di quel
nome da lui composta e ricinta di sacri emblemi;
ma siffatte malevolenze furono ben presto sventate e
isuoi nemici giudicati per quel che valeano. Morì ad
Aquila.
Lasciò tre quaresimali, uno intitolato De /^e/i- Quaresimali
gione Christiana, T altro De evangelio aetemo e il *^""*
terzo Seraphin. I due primi cominciano dalla dome-
nica di Quinquagesima e constano ciascheduno di
sessantasei prediche; il terzo comincia dal giorno
delle Ceneri e ne ha quarantanove. Sono scritti al
solito in latino, e più a modo di trattato che di di-
scorsi oratorii, ma per non essere recitati né in quella
lingua né in quella forma soverchiamente didattica.
Quei discorsi segnavano, come s'è detto, T ordine
dello svolgimento, e servivano di base a un'amplifi-
cazione ricresciuta principalmente con fatti e aned-
doti o nuovi o impolpati di nuovi particolari e con
altre invenzioni momentanee fornite dalle circostanze,
specie per ridestar 1' attenzione. Se egli non si libe-
rava così al tutto dal peso delle divisioni e suddivi-
sioni, certo ne temperava non poco la secchezza e la
noia, e dava uno slancio spontaneo all'eloquenza
con una frase viva, spigliata e fresca, come la verità
del sentimento che la dettava. Adunque quelle pre-
diche latine raccoglievano i materiali, che sono dav-
Digitized by V3OOQ IC
64 CAPO TERZO
vero abbondanti e pregevoli per soda e svariata dot-
trina, e li raccoglievano non solo per lui, ma per
tutti quelli che avessero voluto giovarsene. E affinchè
ognuno tra quella selva di cose, per così esprimermi,
potesse attingere e foggiare a suo modo i discorsi
proprii, accumula quanta materia più può, di guisa
che i suoi sermoni, quali ivi si leggono, eccedono
quasi tutti in lunghezza; non esagero a dire che
quattro o cinque prediche, quali oggi si tengono, si
trarrebbero agevolmente da una di quelle sue pre-
diche; basti dire che nella sesta predica del primo
quaresimale, non solo tratta dell'orazione in gene-
rale, ma svolge tutte le sette petizioni, del Pater noster.
I suoi intendimenti sono apertamente dichiarati nel
discorso di proemio al secondo quaresimale: « Et licet
in praesenti opere quosdam prolixos sermones con-
scripserim, non tamen ea intentione illos posui, ut
omnes integre uno sermone populo proferantur, sei
utilitas dicendorum me proUxum quandoque fedU
quam tamen prolixitatem ego ipse non semper servo,
sed abbrevio, diiato, antepono atque vario, secundum
quodet tempus et commoditas et auditor um utilitas hoc
exposcunt, ipsum servandum alUs derelinquens » (i).
La stessa cosa nota più brevemente nella conclusione
del primo quaresimale (2) e per incidenza altrove.
In ogni suo quaresimale l' oratore aggira oi*dina-
tamente intorno a un concetto fondamentale tutta la
dottrina necessaria a informare sotto ogni rispetto
cristianamente i costumi; la qual cosa se non era
nuova, certo presenta della novità per la maggiore
ampiezza e abilità con cui eseguisce il disegno, il che
può notarsi come un progresso dell'arte; ove però
non si faccia sentire al popolo il peso delle divisioni.
(1) De Evangelio aeterno. Sermo proemialis.
(a) Sermo 66.
Digitized by
Google
CAPO TERZO 85
Così nel quaresimale De Religione Christiana si oeReii-
proponedi insegnare la vera religiosità cristiana, come ^'^^f^jj""
accenna il titolo; osserva quindi fin da principio che
la fede n'è il fondamento, premette per tanto quattro
contemplazioni (per usar la sua parola) intorno alla
fede; cioè tratta i) della fermezza ossia dei motivi di
credibilità della fede, 2) della sua necessità, 3) della sua
singolarità e unità, 4) della sua graziosita, ossia degli ef-
fetti benefici che produce. Seguita per tal modo a svol-
gere il suo concetto dividendo e suddividendo senza
misura. La predica, ad esempio, sulla fermezza della
fede é divisa nientemeno che in dodici parti, perché
trova dodici motivi che rendono ferma la fede. Ecco
tradotte le sue parole: « A convincere gli eretici e i pa-
gani e a raffermare alcuni cristiani vacillanti nella fede
servono: i) i vaticinii profetici, 2) la concordia delle
scritture, 3) l'autorità degli scrittori, 4) la diligenza di
quelli che custodirono gli scritti. Ma se ne vogliono
aggiungere altri quattro: i) la onestà delle cose con-
tenute, 2) la disonestà dei singoli errori, 3) l'asprezza
dei martirii, 4) la evidenza dei miracoli. E a questi
ne sono da aggiungere altri quattro: i) l'onore che
ne viene a Dio, 2) la stabilità della Chiesa. 3) la cat-
tività degli Ebrei, 4) la equità della Provvidenza, per-
chè Iddio andrebbe accusato d'iniquità, se avesse
fatto trionfare una dottrina erronea. » In somigliante
tnaniera divide in dodici i benefici che la hot ap-
porta; ne trova quattro per gl'incipienti, quattro per
i proficienti, e quattro per i perfet4:i. Dopo aver par-
lato nei quattro primi sermoni della fede, passa nel
quinto a ragionare delle varie religiosità, ossia delle
virtù da praticarsi o dei vizi da fuggirsi, svolgendo
così nella sua integrità ed ampiezza il grandioso con-
cetto.
Invece nel suo quaresimale De Evangelio aeterno
comincia nel proemio a parlar della legge e delle
Digitized by VjOOQIC
86 CAPO TEkZO
varie sue specie, e ne trova il compimento nel Van-
Vìo ^eterno ^^^^ che accoglie in se la legge più pura ed elevala
eSeraphin e consona all'umana natura e perciò destinata a domi-
nare in eterno, come quella che ha la sua consumma-
zione nella carità. Quindi nella prima settimana s'in-
trattiene a parlare della carità, e poi passa in tutto il
resto a specificarne i precetti. Il terzo quaresimale è
detto Seraphin, perchè si propone di ragionar pura-
mente della carità rappresentata ne' più vivaci ardori
dai serafini; prende pertanto le mosse dal serafino
della S. Scrittura, il quale, allegoricamente e a suo
modo interpretato, diventa il punto centrico da cui
partono, come altrettanti raggi, tutti i discorsi del
quaresimale. Esamina infatti il significato che se-
condo lui si può dare alle quattro gemme del capo,
e quindi interpreta quello delle sei ali aventi ciascuna
sette penne, e delle tre gemme del piede; il conto
torna a meraviglia e le prediche son 49. Chi però
non ha paura di quest'irta selva di divisioni, che
nell'allegoria hanno più ingegnosità che verità, tro-
verà una dottrina quanto soda e piena altrettanto
graziosa e soave, e intenderà i secreti di quell'amore
che è principio di tutta la vita cristiana. Eccone in-
tanto specificato l'ordine, e con le stesse parole del
sunto: « Quattuor gemmae capitis sunt quae sequun-
tur: amor altus, longus, latus, probans. Prima ala,
quae vocatur mobilis habet pennas septem quae se-
quuntur: amor radiosus, timorosus, non dubiosus,
miraculosus, vigonosus, gaudiosus, gratiosus. Se-
cunda ala, quae vocatur incessabilis, habet pennas
septem quae sequuntur: amor honorans, lamentans,
condemnanSy bene utens, remunerans, bene conver-
sans, amplexans. Tertia ala, quae vocatur calidus
amor, habet pennas septem quae sequuntur: amor
sanctificativuSy purgativus, avisativus, correctivus, sa
nativus, injlammativus, acutus. Quarta ala, quae vo -
Digitized by
Google
CAPO TERZO 87
catur amor acutus, habet pennas septem quae se-
guuntur : amor speronatus, iratus, non conventuatus,
illuminatuSy desolatus, putridus, evisceratus. Quinta
ala, quae dicitur amor fervens, habet pennas septem
(piae sequuntur: amor fervens, restituens, conterens,
honestansy incarnans, convertens, preparans. Sexta
ala, quae dicitur amor liberalis, habet pennas septem
quae sequuntur: amor officiosus, ineffabiiis, pavidus,
sanativusy soporosus, angustiosus, quietus. Tres gem-
mae pedum sunt quae sequuntur: amor victoriosus,
misericordiosus, gloriosus » (1). Questi tre ultimi
amori gli servono assai opportunamente a celebrare
nelle ultime prediche i trionfi di Cristo nella sua ri-
surrezione, come gli altri gli servono a inculcare i
doveri del buon cristiano. Oltre ai tre quaresimali ha
un gran numero di altri discorsi per le domeniche e
e le feste dell'anno.
Bastano anche i brevi saggi di latino qui riportati Giudizio
pe'r intendere che S. Bernardino non s affiatava coi '"' ^?"*,.
• 1 ...» 1 1 > 1 • quaresimali
purgati latinisti del suo tempo ed era tutt altro che
un umanista; egli aveva ben altro a pensare; ma
basta anche il sapere che i suoi quaresimali appena
pubblicati furono avidamente cercati non solo in
Italia, ma in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in
Germania per comprendere che il pregio della dot-
trina applicata ai costumi non era comunale e di poco
conto; pur oggi i novelli oratori potrebbero giovar-
sene assai. Presenta inoltre sufficiente ricchezza d'ima-
gini e di paragoni; quantunque talvolta sieno pro-
tratti con gusto che sa di secentismo; difetto che non
si riscontra in lui solo. Già quel secolo tanto incri-
minato ebbe i suoi precursori nel Trecento e nel
Quattrocento, per non dire di certi saggi di data più
(i) S. Bernardini senensis Ordinis Minorum opera quae extant
omnia — Venetiis apud Juntas 1591.
Digitized by VjOOQIC
à
dÈ CAPO TERZO
vecchia; con questa differenza però che nei tempi più
antichi derivavano delle bizzarie dalle sottigliezze sco-
lastiche o dalle grottesche imaginazioni del popolo, e
nel Seicento invece vi fondevano insieme stranezze
tolte dalla mitologia e dal più indisciplinato capriccio.
Per dire un esempio, S. Bernardino nella predica 66(1).
insegna il modo con cui si deve conquistare la Ge-
rusalemme celeste, raffrontandolo col modo con cui
si conquistano le città terrene. Ora egli trova cfce
somigliano agli armati di piccolo scudo quelli che
sono muniti delle letture spirituafi, agli armati di
grande scudo quelli che hanno dispensato i tesori ce-
lesti; al balestrieri quelli che esercitano il ginocchio
o altra parte del corpo con atti esterni di culto, ai
sagittari i quelli che si slanciano al cielo con ardenti
desideri! e con giaculatorie ecc. La similitudine è
evidentemente protratta con cattivo gusto.
Maaresi' ^^ "^^^^ Citate Opere latine vi è troppo poco di
maìe in voi- tloquenza perchè, oltre al teologo e dottore, vi si possa
*^'^*^ riconoscere l'oratore; né con esse potrai renderti ra-
gione delle meraviglie operate. Per ravvisarvi T ora-
tore bisogna coglierlo nella sua azione e udir come
quelle sue idee e quel suo latino venivano sminuz-
zati e spiegati in volgare al popolo; e fortunatamente
abbiamo di che poter farlo. Già possediamo tra altre
piccole operette volgari un quaresimale, se non uscito
dalla sua penna, uscito certo dalla sua bocca e rac-
colto da un buon cimatore di panni che 1' anno 1427
andò ad ascoltarlo nel Campo di Siena, ove con uno
stilo e tavolette di cera e una specie d' arte stenogra-
fica ch*ei sapeva, notava, come è detto nel prologo,
fino a ogni minima paroluzza; copiando poi tutto
nella pace della sua bottega. S'ebbero così dei ma-
noscritti, recentemente pubblicati dal signor Lucrano
(U De Rei, christ.
Digitized by
Google
CAPO TERZO 89
Banchi tra il 1880 e il 1888 (1). Mi piace togliere dalla
stessa prefazione dell'editore la descrizione di alcune
circostanze della predicazione di cui ragioniamo; « Il 15
agosto 1427 una moltitudine di popolo frequentissima
si riuniva nella piazza del Campo di Siena, rimpetto
al palazzo pubblico. V* era gente d' ogni ordine e
d'ogni età, e il conversare animato e vivace e il
balestrar continuo degli occhi accusava in tutti un
sentimento come d'impazienza. Allato a una delle
porte centrali del palazzo erano venuti frattanto a
prender posto su stalli distinti il Capitano del popolo
ed i magnifici priori del Comune, rosso vestiti. Tace
allora la campana della torre che sonava a raccolta,
ed al rumore cupo e confuso che usciva dalla folla
ed echeggiava per la piazza succede un silenzio pro-
fondo. Gli occhi di tutti si volgono verso una cat-
tedra di legno addossata al palazzo, vicino ai priori ; ,
sulla quale finalmente appare un uomo già presso ai
50 anni, cogli occhi infossati e il mento aguzzo e
sporgente, proprio tutto ossa e pelle. Guarda intorno
agli astanti e li saluta coi dolci nomi di padri, fra-
telli e figliuoli suoi, quindi con voce sicura, con pa-
role d'intenso affetto comincia a magnificare le virtù
e la gloria della Vergine assunta in Cielo. Da quel-
l'istante pende ciascuno dal labbro di lui che par-
lando s'infiamma; e quella sobria e naturale elo-
quenza pare che gli uditori sollevi di terra in cielo,
a contemplarvi Maria irradiata da splendore divino.
Stanco dal lungo viaggio, affaticato dal lungo predi-
care che avea fatto in altre città d' Italia, non più che
il giorno avanti era tornato a Siena; e se non fos-
sero state le preghiere dei magnifici Priori, quel giorno
(1) Le prediche volgari di S. Bernardino da Siena dette nella
piazza del Campo l'anno 1427, ora primamente edile da I ucìaoo
Banchi. Siena, Tipogr. S. Bernardino.
Digitized by CjOOQIC
90 CAPO TERZO
non sarebbe salito sul pulpito. Ma dovunque acca-
deva così; bastava ch'egli mettesse piede in un paese,
perchè i popoli r,i mostrassero come assetati delk pa-
rola di lui, ed egli bramosissimo di schiuder loro la
fonte della sua carità e dottrina. »
i'rogr.-sso ^" questo quaresimale, che è composto di 45 pre-
artistico r.ei diche, si vede da capo a fondo l'uomo di Dio che
resìm "k si avanza col cuore in mano. Qui ci son tutti i con-
torni di quelle circostanze e di quei particolari che
danno vita e polpa all'eloquenza e che non poteano
entrare in quelle scritture latine che fornivano per lo
più la materia comune. Infatti ora si fa a dire come
ivi lo mandi a predicare il Papa, or che sa le loro
discordie e brama che si faccia la pace, perchè la
città nella pace fiorisca, quella città che gli sta a cuore,
perché la riguarda come la patria sua, or altre di si-
mili cose, che all' uopo infiora inoltre con molti pro-
verbi, apologhi, novellette; tutti abbellimenti popolari
da inserirsi secondo l'opportunità nei discorsi che
andava qua e là facendo, e che si riscontrano pure
in questo quaresimale. Il quale senza perdere punto
della soda dottrina che abbiamo altrove riconosciuto,
e pur troppo senza perdere di quelle divisioni mi-
nute che a quando a quando inaridiscono anche
qui la sua vena, ci mostra come sappia a quando a
quando rinforzare e colorire la dottrina con ben fatte
amplificazioni, descrizioni e racconti. E spesso con
una certa spigliatezza drammatica, nata fatta a pa-
droneggiare gli animi e a tenerli legati con 1' atten-
zione; con la quale discende a trattare familiarmente
col popolo, parlando se occorre anche di sé, ma per
tutt'.altro fine che quello di pompeggiare e gloriarsi I
Togliamone un esempio dalla predica 27 che si svolge
sopra il seguente tema: Ck)me si de' domandare a
Dio che e insegni a fare la sua volontà. Vuol mo-
strare nel luogo che citiamo, che anche nelle pratiche
Digitized by
Google
CAPO TERZO 91
religiose vi ha da essere una misura e una propor-
zione tra le forze e la vocazione avuta dal Cielo.
Sentitelo adunque: « Donne, o donne, perchè saggio
questo toccò già a me di questo fervore, io ve ne
posso dire qualche cosa; e vòvì dire il primo mira-
colo eh' io facesse mai, e fu innanzi eh' io fussi frate,
che fu doppo i Bianchi (i). Egli me venne una vo-
lontà di volere vivere come un angelo, non dico
come un uomo. — Dehl state a udirei che Iddio vi
benedica! Egli me venne uno pensiero di volere vì-
vere d'acqua e d'erbe, e pensai d'andarmi a stare in
uno bosco, e cominciai a dire da me medesimo:
— che farai tu in un bosco? Che mangerai tu? —
Respondevo così da me a me, e dicevo: — bene sta,
come facevano e' santi padri: io mangerò l'erba quando
io arò fame; e quando io arò sete, barò dell'acqua.
— E cosi deliberai di fare; e per vivere secondo Iddio,
deliberai anco di comparare una Bibbia per lègiare e
una schiavina per tenere indosso. E comparai la
Bibbia, e andai per comparare uno cuoio di camoza,
perchè non passasse aqua dal lato dentro, perchè non
si mollasse la Bibbia. E col mio pensiero andava
cercando dove io mi potesse appollaiare, e deliberami
d'andare vedendo insino a Massa; e quando io era
per la valle di Bacheggiano, io andava mirando quando
su questo poggio quando su quell' altro, quando in
questa selva e quando in quell'altra; e andavo di-
cendo da me a me: — oh, qui sarà il buono essare!
oh, qua sarà anco migliore! — In conclusione, non
andando dietro a ogni cosa, io tornai a Siena e de-
liberai di cominciare a provare la vita che volevo te-
nere. E andàmi costà fuore dalla porta Follonica, e
incominciai a cogliere un' insalata di cicerbite e altre
erbucce, e non avevo né pane né sale né olio; e dissi:
(1) Fu accolto nell'Ordine de' Francescani il 5 Settembre 1403.
Digitized by
Èoogle
92 CAPO TERZO
cominciamo per questa prima volta a lavarla e a ra-
schiarla, e poi l'altra volta noi faremo solamente a
raschiarla senza lavarla altrimenti; e quando ne fa-
remo più usi, e noi faremo senza nettarla, e dipoi
e noi faremo senza cògliarla. E col nome di Gesù
benedetto cominciai con uno bocone di cicerbita, e
messamela in boca cominciai a masticarla. Mastica,
mastica, ella non poteva andare giù. Non potendola
gollare, io dissi: oltre, cominciamo a bere uno sorso
d'acqua. Mieffe! l'aqua se n'andava giù; e la cicer-
bita rimaneva in boca. In tutto, io bebbi - parecchi
sorsi d' aqua con uno bocone di cicerbita, e non la
•potei gollare. Sai che ti voglio dire? Con uno bocone
di cicerbita io levai via ogni tentazione. Questa che
è seguitata poi, è stata elezione, non tentazione. Oh,
quanto si vuole bilanciare, prima che altri seguiti
quelle volontà che talvolta riescono molto gattive, e
paiono cotanto buone? Indi disse Bernardo: non
semper credendum est bonae voluntati: — Non si
vuole credere ogni volta alla buona volontà, no. —
e' santi antichi, come al tempo de' santi padri, come
facevano ellino? pure vivevano d'erbe. — Io ti ri-
spondo: Distingue tempora et concordabis scripturas:
— Distingui i tempi. Sai che cosa facero i Santi, che
tu non lo poresti far tu? — O santo Francesco come
tece, che digiunò quaranta di, che non mangiò mai?
— Roteilo far lui, noi potrei far io. E dicoti eh' io
noi vo' far già, io; e non vorrei che Iddio me ne
desse la voglia. Cosi ti dico di S. Pietro: non sai tu
che elli andò su per l'aqua, come si va in su per la
terra? Non mi ci mettarei già io! Adunque non voler
fare quello che tu puoi pensare che noi potresti fare;
che se tu pure il volesse fare, tu te ne moresti. Pensa
che se il contadino ponesse la soma all' asino, mag-
giore che elli non la potrebbe portare, elli lo scorti -
carebbe: ella se li vuol pònare,e pònargliela nel luogo
Digitized by
Google
CAPO TERZO 93 j
dove esso ha la forza. Se egli la ponesse in sul collo,
egli lo scorticarebbe ; e così se gli ponesse in su la ||
coda: ponendolisi in mezzo, la potnà portare. Simile, 1
non vedi tu quanto sarebbe grande pericolo a cavai- I
care uno polero brado senza la briglia e senza la i
sella? Chi salisse in su uno polliero sfrenato, senza
sella, è pericolo di pericolare te e lui a uno trattò. '
Inde disse santo Giacomo nella sua pistola al terzo •
cap.: potest etiam freno circunducere totum corpus.
Si autem equis frena in ora mittimus ad consentien • ,
dum nobis, et omne corpus illorum circunferimus. '
El fervore è uno cavallo da non potersi vincere. E i{
però dico che la religione è ottima via a volere vèn- i
ciare questo cavallo; e però fu ordinato per niettare '
il freno a questi fervori; e quando hanno cosi il '
freno, si possono fare saltare, trottare, andare di passo ■
piano e ratto, come bisogna. E questo sia per la se- j
conda regola. A l'altra. »
Anche nelle grandi città i tempi senza dubbio do- Natura
mandavano allora tal popolarità che discendesse al J^opoig^uà ''
livello del volgo, la quale del resto in qualche parte sa- !
rebbe non solo tollerabile ma utile anche a nostri
dì, nei quali si recò gran nocumento all'arte sacra
con un fare troppo accademico. Non sarebbe però
né tollerabile né utile abbassarla ora fino a quel
segno a cui la conducevano i predicatori di allora e
lo stesso S. Bernardino, i quali per il nostro gusto e
per le nostre abitudini talvolta eccederebbero non \
poco; già s'intende est modus in r^ebus. Tuttavia
questa tendenza del suo secolo non impedisce che
il santo sappia quando occorre nobilmente elevarsi;
e reco, perché se ne senta anche la nobile intona-
zione, la preghiera a Maria ch'ei fa nell'esordio della
prima sua predica nel giorno dell' Assunta; « O reina
del Cielo, genitrice di Dio, madonna del mondo, av-
vocata di questa nostra città, fontana di misericordia.
/
zed by j^J
oogle
■ •"1l
94 CAPO TERZO
in cui si posa ciascuna virtù e da cui tutte le grazie
vengono; dirizza il mio dire per tal modo, che io
dica cosa che sia laude e gloria ed onore del tuo
dolce Figliuolo, nostro creatore e redentore; e anco
che io dica cosa che sia atta a far muovere a divo-
zione tutte le creature che staranno a udire. E come
i* priego io, così priego ciascuno di voi che divota-
mente e umilmente preghiate, acciò che tutti noi
siamo esauditi, che per la salute delle anime nostre
dia impetri questa grazia dal suo diletto figliuolo. »
Così i] già citato Banchi nella sua prefazione ne giu-
dica lo sTìle: ^i V*ha una mirabile trasparenza di
forma, una grazia e serenità senza pari, e dovizia di
parole eleganti ed efficacissime. Direi che vi si sen-
tono le aure fresche e leggere che spirano nelle prime
ore del giorno al cadere della state; di quelle ore in
cui le prediche furono dette acciocché il traffico ola
bottega non impedisce al mercatante e air artefice
d' ascoltarle e alla buona massaia la famiglia. »
S- Bernardino recò senza dubbio infiniti beneficf
air Italia con ia sua predicazione, sì per la soda ri-
forma morale che dappertutto iniziava, si per avere
ravvivato la fede e l'ossequio all'autorità religiosa. È
noto infatti come il deplorato scisma d'Occidente,
che troppo a lungo sconvolse la Chiesa, apportasse
gran nocumento agli spiriti, non solo in Germania,
dove fu pur troppo non ultima causa di disastrose e
moltiplicate eresie, ma ancora tra noi. Or ciò che fia-
ceva il suo contemporaneo S. Vincenzo Ferreri nella
Spagna, in Francia e altrove, S. Bernardino cercava
di operare tra noi sostenendo la retta fede, lo spirito
religioso e l'ossequio alla suprema autorità del pa-
pato. Nota giustamente Luca Wadding (ij che,
subito cessato lo scisma sotto Martino V, quattro
{ti Annil» Mlaorom.
Digitized by
Google
CAPO TERZO 95
grandi luminari si ebbero in Italia a ristorarne i mali
sotto ì pontefici Eugenio IV, Nicolò V, Callisto HI e
Pio II, e furono in primo luogo S. Bernardino da
Siena e b. Alberto da Sarzana, S. Giovanni da Ca-
pistrano e Giacomo Piceno; i quali seppero tenersi
stretti alla sua scuola.
Infatti, quando S. Bernardino da Siena predicavajit,. Alberto
a Treviso, tra la folla de* suoi uditori non solo trovò <ia Sarzana,
. I , . , , ^^ . SUOI studi,
tanti che lo ammiravano e che voleano mettere in suo carat-
pratica le sue massime, ma chi si propose di correre ^„^Qi^nJJ°^ti
sulle sue orme; e questi fu appunto il b. Alberto da
San^ana (1385 -1450). Ebbe costui nella sua età gio-
vanile un avviamento all'arte dello scrivere da quel
celebre umanista contemporaneo che fu Guarin9 da
Verona; onde, avendo preso amore agli studi lette-
rarii, non contento del latino, studiò con lui anche il
greco e con tanto profitto da passar poi tra gli uo-
mini più colti del suo tempo. Tale si manifesta anche
nel suo Epistolario, non che in parecchi altri la-
vori (i). Era naturale che la sua coltura si disvelasse
anche sul pulpito, e non mancarono alcuni che di
ciò ne lo accusarono, quasi volesse rendere profano
lo spirito della sua eloquenza; ma egli rispondeva
che ciò non dovea punto guastar 1' arte sua, perchè
più che di Cicerone e di Demostene voleva saper
approfittare dello studio dei Santi Padri. Dopo il 1434
predicò per sei anni specialmente nella sua nativa re-
gione, la Toscana, e così 1* Aroldo loda la sua elo-
quenza: a Erat verbum Dei ex ore ejus gladius
utrimque acutus» nam et doctos aliquos alioquin
adversos, rationum pondere et erudita eloquentia con-
(i) B. Alberti a Sarthiano Ord. Min. Reg. Observantiam vita et
opera. Illim coUegit et conscripsit, ista in ordinem collegit et re-
censuit, omnia argumentis et illustrationibus adnotavit Fr Frane!-
scas Aroldus ejusdem Ordinis Cronographus generalis. Romae apud
Jo. Baptam Bussottnm.
Digitized by
Google
9^ CAPO TERZO
vincebat^ et ignaros ciarliate sermonis et suavi quadam
condescentione dulciter erudiebat, atque in Dei ti
morem et amorem et mandatorum observantiam for
titer concitabat. » Si sa anzi che le sue calde racco-
mandazioni si mutavano non di rado in vere invet-
tive contro il vizio e contro quelli che, eredi dei dis-
sidi religiosi del recente scisma, detraevano ali* onore
della Santa Sede; a segno che alcuni amici, che te-
mevano eh' ei provocasse contro di sé delle vendette,
ne lo ammonivano affinché si temperasse. Sì racconta
infatti che, mentre predicava a Milano, Francesco
Sforza, stimolato da mali cortigiani, desse in escan-
descenze per le libere parole del frate. E vuoisi che
Alberto, appena seppe il pericolo che correa, si prò
ponesse tosto di misurar tanto le sue parole che nes-
suno, nemmeno i più maligni, trovassero di che ri-
dire sulla sua correttezza, onde il duca potè rabbo-
nirsi. Accadde però che nel venire alla prova l'ora-
tore non seppe mantenere il proposito, tanto poteva
in lui la forza della verità, quando le questioni più
scottanti entravano nel suo discorso. Manco male
che questa volta non ebbe a sofiFrirne, perchè il prin-
cipesche seppe il suo proposito e che riconobbe che
era pienezza di zelo che il facea traboccare, dichiarò
ai cortigiani accusatori non dispiacergli una verace
franchezza. Le cronache narrano che la gente che si
accalcava per udirlo non potea* capir nelle chiese.
S. Gio. Capistrano in una lettera agli Aquilani, scritta
da Cracovia 12 maggio 1434, il colloca tra i grandi
predicatori a lato di S. Bernardino da Siena e (^\
Giacomo da Marchia, che dice tutti uomini santi. Le
prediche del B. Alberto andarono perdute; restano
però alcuni discorsi in latino: sul Sacramento del-
l' Eucaristia, in cui ragiona della grandezza del' nni-
stero e della sua utilità e delle disposizioni richieste
per riceverlo salutarmente; sulla penitenza riguardata
Digitized by
Google
CAPO TERZO 97
come virtù; sulla elezione del ministro generale del-
l'Ordine, in cui mostra quali sono in tal circosianza
i doveri dei padri elettori. In questo ultimo discorso
principalmente osservo buoni tratti di movimenro
oratorio, che in lui certo doveva abbondare più che
in altri de' suoi contemporanei. Altri discorsi che per-
vennero fino a noi sono sulle condizioni dell' ami-
cizia e sulla malizia dell* invidia; sopra il fatto che la
bassezza dei natali non porta alcun ostacolo alla
vfrtù, sopra i rimproveri che deggionsi fare agF inso-
lenti, e un trattato diretto ad Eugenio IV contro co-
loro che biasimano i martiri.
Tutta la sua fama però non la deve alla predica-
zione; e' diventò caro ad Eugenio IV per la sua abi-
lità nel trattar gli affari, onde il Pontefice si servì di
lai e prima e dopo il Concilio di Firenze ( 1439), per
mandarlo in Oriente a disporre gli animi air unione
latina; fu quindi preposto a Terrasanta e poi gene-
rale di tutto l'Ordine de' Minori Osservanti e Con-
ventuali. Gli ultimi cinque anni di sua vita li passò
di bel nuovo predicando, quantunque non avesse
proprio mai lasciata la predicazione; perché anche in
Oriente cercò la conversione degl'infedeli; e si sa che
al Cairo, predicando contro Maometto, fu minacciato
di morte, e poi salvato dai cristiani che con doni
placarono l'ira del Sultano. Presentì il danno che
sarebbe venufo alle lettere per lo spirito pagano che
vi s' introduceva, e scrisse contro le licenziose poesie
del Panormita. Morì il 1450 a Milano.
Discepolo di S. Bernardino da Siena fu purcg q^^^ ^^
S.Giovanni da Cavistrano (1^85-1456), abruzzese, camstrano
. . .^ , '^ . ri. j' ._, predicatore
Che commcio la sua camera come prefetto di citta delia cro-
sotto Ladislao di Napoli, ma fatto prigioniero a Pe-'^j^/*^^**J[!'^'*
rugia, che trovavasi in guerra col re di Napoli, e mor- ^^ ^^
tagli la moglie, entrò nell'Ordine francescano, dan-
dosi non solo allo studio delle scienze sacre, ma an-
Storia della Predicazione ecc. 7
98 CAPO TERZO
Cora alle pratiche di una severa pietà. Riusci esimio
oratore e percorse come tale si può dir tutta T Italia;
ebbe molti incarichi dai Pontefici, prese parte al Con-
cilio di Firenze, fu inquisitore e ultimamente nunzio
presso Federico IH di Austria. Ennea Silvio Piccolo-
mini narra di averlo veduto già in età di 65 anni a
Vienna, esausto e tutto pelle ed ossa, ma pur assiduo
predicatore. Da venti e trentamila persone conveni-
vano ad udirlo, e diceva il suo sermone in latino,
mentre un interprete lo spiegava al popolo. Recava
con sé un berretto di S. Bernardino, di cui era molto
devoto, e un po' del suo sangue; già per la stima e
r amore che portava a quel santo uomo erasi recato
a Roma per difenderlo dalle ingiuste accuse dei ne-
mici ; cosicché potea dirsi che il santo avea peroralo
la causa del santo. Nel 1455 fu fatto predicatore della
crociata contro Maometto li; e prima avea molto
lottato contro gli Ussiti, gli Adamiti, i Thaboriti, e
gli Ebrei; né vanno attribuite a lui, ma alle civili
autorità, le violenze e le crudeltà usate contro alcuni
di quegli eretici. Contribuì molto alla vittoria di Bel-
grado e tre mesi dopo morì nel convento di Willech
presso Sirmio. Di lui si hanno due trattatelli che ri-
specchiano senza dubbio la sua predicazione e sono:
De judicio universale e De bello spirituali; ove si
nota facondia e energia di sentimenti, quantunque
non manchino le aride divisioni del maestro. Restano
inoltre molti altri lavori, come Speculum ciericorum,
Defensorium tertii Ordinis, De Papae et concilii aucto-
ritate e altro; si perdettero parecchi discorsi e trat-
tatelli di cui resta soltanto memoria,
s. Giicomo Ebbe strette attinenze tanto con S. Bernardino da
dalla Mirci Siena quanto con S. Giovanni da Capistrano un altro
santo, cioè S. Giacomo dalla Marca che fu compagno
di entrambi nella predicazione. Nacque a Monte Pran-
done non lunge da Ascoli, fece i suoi srudi a Pe-
}
Digitized by
CAPO TERZO ggt
rugia, fu educatore del figlio di un gentiluomo fio-
rentino, e molto studioso di Dante; passando un
giorno per Assisi e orando a S. Maria degli Angioli
si sentì ispirato a vestire l'abito francescano. Da quel
giorno la sua vita fu una serie di pratiche di carità
e di penitenza e di fatiche apostoliche. Non solo per-
corse molte città d'Italia, coi sopradetti santi, ma fu
ancora in Germaaia e in Ungheria, ed ebbe missioni
anche dai Pontefici. Fu accusato di eresia per aver
predicato che il sangue sparso da Nostro Signore non
era da adorarsi cultu latriae, ma ne lo prosciolse
Pio II, che non definì la questione e impose silenzio;
lavorò assai per combattere la setta dei Fraticelli.
Toccò i novant'anni, e morì nel convento della Tri-
nità vicino a Napoli nel 1479; dettò parecchie ope-
rette ascetiche, rammentate negli Annali dei frati
Minori; e dicevami il p. Marcellino da Civezza di
aver veduto nella patria del santo i mss. del suo qua-
resimale, in cui si notano non rade citazioni di
Dante; anzi avrebbe desiderato di trascrivere qual-
che discorso, se malevole circostanze non gliel' aves-
sero vietato.
Un altro santo e celebre oratore, che sorge con- s Lorenzo
temporaneo ai tanti altri santi di questo periodo, anzi f Ju^iz-one
tra essi primeggia, è 5. Lorenzo Giustiniani, primo '° Venezia
patriarca di Venezia ( 1381 - 1455) (i) che restrinse quasi
tutta la sua azione alla nativa città, azione quanto
più ristretta altrettanto più intensa e feconda di am-
mirabili effetti. Nacque il giorno che festeggia vasi la
famosa vittoria di Chioggia contro i Genovesi, e si
dimostrò molto pio e studioso fin dalla prima gio-
vinezza; fu però di salute per lo più cagionevole.
Vestì r abito dei canonici regolari di S. Giorgio in
Alga, i quali lo riguardavano come il fondatore per
(i) Ne scrisse la vita un suo nipote, Bernardo Giustiniani.
Digitized by
Google
itìD CAPO TERZO
aver loro dettato eccellenti regole di vita. A un terzo
comando di Eugenio IV, nel 1434, accettò la dignità
di vescovo di Venezia, a cui diciasette anni dopo si
aggiunse quella di patriarca, trasferita prima da Aqui-
leia a Grado, ed ora da Grado alla città dominante.
Entrò nel Concilio di Firenze, e per il suo sapere e
per le attinenze aristocratiche che aveva con le nobili
famiglie della sua città, esercitò un'utile influenza
nelle pubbliche cose. Si tenne però sempre in una
profonda umiltà di spirito e serbò una maniera di
vivere semplice e austera ad un tempo. Tra le dotte
sue opere lasciò molti sermoni in latino: Andrea
Picco) ini ne tradusse trentanove in volgare. Versano
intorno alle feste e ai santi dell' anno, e vi si nota un
importante progresso, quale è quello di spogliarsi af-
fatto delia pesantezza scolastica. S' introduce d' ordi-
nario nel sermone con qualche osservazione generale
che lo porti a fissare 1* aspetto sotto cui vuol consi-
derare la solennità o il santo, e poi svolge con sem-
plicità il suo tema senza divisioni, con abbondanza
di riflessioni e sentimenti morali, tenendo nella sua
somma il discorso entro i confini di molta brevità.
Ha una vena ricca e fluida, un affetto dolce e me-
lanconico che tocca il lamentevole, e che spicca so-
vrano in tutta l'arte sua, e un conseguente movi-
mento oratorio solenne e pieno di unzione. Presen-
tano le stesse qualità, più ancora dei discorsi, e
diventano perciò utilissime al novello oratore, le altre
opere dei santo, che sono: Signum vitae, De Disci
pìina monasticae perfectionis, De spirituali et casto
connubio Verbi et animae. De humilitate. De spiri-
tuali interiiu animae, De triumphali agone media-
toris Christi, De interiori conflictu, De complanctu
Ecclesiae, De corpore Christi et sanguine, De vita
solitaria, De contemptu mundi, De sermone Domini
in Coena, De officio pastorali, De obedientia. De
gradibus perfectionis.
Digitized by
Google
CAPO TERZO lOI
E accanto a questo alto dignitario, che s ebbe
l'onore degli altari, converrà ne mettiamo un altro
di pari gloria insignito in questo secolo di santi; ed
è S. Antonino arcivescovo di Firenze ( 1389- 1459) sua
nativa città. Si fece domenicano a 16 anni, e la gra-
vità austera delle sue virtù Io condusse ancor gio-
vane agli uffici più importanti dell'Ordine, fin che
lo stesso Pontefice che diede il Giustiniani a Venezia
affidò ad Antonino la diocesi di Firenze, che egli
seppe guidare non meno con l'esempio delle sue
virtù e con 1' abilità di governo che con la forza di
una eloquenza efficace. Ci attesta quanto fosse dotto
teologo la sua Summa theologiae moralis e quale
oratore ei fosse le Lodi alla Vergine e parecchi trat-
tati sulle virtù, sui precetti, sui peccati, che dovettero
guidarne la predicazione. Falsamente fu attribuito a
lui il quaresimale intitolato Flos.
Jacopo Butif domenicano, predicò molto in Fran- iiqaarcsi-
cia, ma poi anche in Italia, e morì priore a Siena, "tuvo^dì
lasciando parecchi sermoni (i). Di questo tempo si ^^p^-^^^"^*
segnalavano pure due predicatori tra loro amici e che Daniele
pubblicarono insieme con un lavoro collettivo un " *"°"
quaresimale a vantaggio dei declamatori e sono:
Giovanni Aquilano e Daniele da Vicenza (2). Il qua-
resimale comincia cosi; « Incipiunt Sermones aurei
quadragesimalescompilatiperven.fratresfr. Jo. Aqui-
lanum et fr. Dantelem Vincentinum divini verbi de-
clamatores fructuosos, sacri ordinis Predicatorum de
observanlia. » Affinchè poi si vegga quanto bisogni de-
trarre a qutW aurei e quanto 1' amor della scuola e
un po' di scienza profana venga ad ingombrare la
genuina semplicità del discorso, prendo un piccolo
(I) Mazzucchelli.
12) Quaresimale di Ciò. Aquilano. Lugduni an. D. 1507 die
50 aug.
Digitized by
Google
102 CAPO TERZO
saggio dalla prima predica, che è sul Vangelo di Sel-
tuagesima. Così si definisce qui l'assunto: « accepe-
runt autem singulos denarios, et quia denarius iste
datur bene operantibus, ideo de ipso bono opere hoc
mane tna considerare debemus: i.^) defimtionem ,
2.^) inductionem, 3.**) remunerationem. » Dopo di che
si entra per tal modo nello svolgimento della prima
parte; « Primo boni operis considerare debemus
definitionem. Definitio enim secundum Aristotelem
(2.* p. 6 Eth. et 7.* Meth.) est sermo judicans quod
est essentìa rei- Et debet dari per causas, ut tnquit
idem ; unde unius rei tot possunt esse definitiones quot
sunt causae, ut ait idem. Et ideo semper definitio di -
ligenter et in principio aUendenda: Et Marcus Ci-
cero: ( De Off. ) Omnis quae a ratione suscipitur de
aiiqua re institutio debet a definitione proficisci, ut
intelligatur quid sit et de quo disputetur: Bonum igitur
facere, sive bonum opus, est actus liberae voluntaiis,
regulatus ratione circa debitum obiectum propter bea-
titudinem consequendam. Haec definitio constat ex
omnibus causis: primo ex causa efficienti, cum di
catur bonum facere est actus liberae voluntatis, per
cujiis declarationem quaeritur a theologis: utrum
corpora coelestia possint cogere voluntatem humanam
ad bonum facìendum vel male. Impossibile est quod
corpora coelestia possint cogere humanas voluntates.
Et prò declaratione hujus conclusionis praesuppono
duo valde necessaria, primum quod coelum est corpus
et materiale. Ut firmissime tenet omnis theologorum
et phisicorum schola, et maxime princeps phisicorum
Aristoteles etc. » Ognun vede che qui c'entra più la
cattedra che il pulpito.
Tra questo vario movimento però non vien meno
la continuazione della scuola di S. Bernardino da
Siena sulle cui orme seguitava a camminare Mi-
<:hele Carcano, milanese, che ebbe a Treviso eccita '
Digitized by
Google
Ì«=s-
CAPO TERZO 103
Tneiìti dal santo, al cui Ordine apparteneva, a darsi
«Ha predicazione, e che percorse la segnata carriera
con grande successo, specie nella Lombardia, accom-
pagnando la propria predicazione con ammirabili
opere di carità, e sopratlutto fondando ospitali. Fu
assai caro a Francesco M. Sforza dì Milano. Lasciò
molte opere oratorie, tra le quali il Sermonarium de
commendatione virtutum et reprobatione vitiorum (i).
Quadragesimale de fide et articulis fidei (mss.).Sèr^
monarium triplicatum per adventum in quo tracta-
tur de peccato in generali, et per duas quadragesi-
mas, in quarum una tractatur de tribus peccatis
principalibus, superbia videlicet, luxuria, avaritia cum
speciebus et filiabus suis ; in reliqua vef\>, de reliquis
quatuor peccatis capitalibus, gula videlicet, acedia^ira
et invidia, cum speciebus ac etiam filiabus suisy dif-
fuse describitur .{2)1 un altro quaresimale De Poe
nitentia, sermoni De Adventu e da ultimo Sermones
undecim more scholastico in decalogum. Morì con
riputazione di santo il 1483, secondo altri 1490.
Il Tiraboschi crede che costui sia tutt'uno con un
altro oratore di quel tempo. Michele da Milano; dis-
sente però il Richard (3), che dice esser nato l' in-
ganno da ciò che le loro opere, per essere state attri-
buite ora all'uno ora all'altro, male or si distinguono.
Ammette del resto questo nuovo Michele, come ap-
partenente al medesimo ordine dell' altro, e autore di
altre opere teologiche, e di sermoni di vario genere
che vanno sotto il suo nome. Il cronista portoghese
frate Marco da Lisbona (4) ci dà, come opere com-
(!) Milano 1496 in 4." '
{2\ Venezia, 1475. • ^ .
13) Vedi Richard et Giraud. Dizionario ecclesiastico.
14) Croniche deg'i Ordini istitniti dal p. S. Francesco ; terza
parte, composta da frate Marco da Lisbona in lingua portoghese^
tradotta di lingua spà^nuólà nella nostra italiana dà Orazio Diola.
Napoli, 1680
Digitized by
Google
104 C^^ TERZO
poste da questo Michele: un Trattato delli dieci co-
mandamenlu in sermoni: un Trattato della Tpeniten^Oy,
in sermoni: un Trattato de' peccati, superbia, ava-
ri:j[ia e lussuria e alcuni altri libri in sermoni. Traggo
dal detto cronista anche le seguenti notizie: « Nel
monastero di S. Maria degli Angioli di Milano fu
sepolto frate Michele da Milano, ferventissimo predi-
catore apostolico della verità evangelica. Essendp gio-
vine, visse assai spensierato e poco s'occupava deirOr-
dine: ma ammonito da S. Bernardino e dal b. frate
Alberto de Sarteano, mutò vita; e così bene si diede
allo studio delle lettere, che divenne in poco tempo»
per grazia di Nostro Signore, così chiaro nella pre-
dicazione e nella scienza delle lettere, che in ogni
luogo era tenuto per santo, e illustrò tutta Italia col
lume del suo esempio. Aveva special grazia di com-
muovere il popolo a lagrimare, quando voleva ; né si
trovò uomo cosi duro di cuore che potesse resistere
udendo i suoi sermoni. Perla gran moltitudine de' po-
poli che s' univano alle sue prediche era sforzato di
predicare in piazza, ovvero ne' campi.... Per non ta-
cere la verità, ma predicarla in pulpito, patì molti
travagli e persecuzioni, fino all'essere bandito dallo
stato di Milano » (i). Sarebbe morto nel 1480, secondo
altri nel 1483. Il p. Marcellino da Civezza dei Minori
pubblicò nella edizione teste citata quattro suoi di-
scorsi a' monache « che gli parvero (son sue parole)
sempre più ammirabili per 1 aurea semplicità in cui
erano scritti; mentre il pensiero che gì* informa, scio-
gliendosi affatto dai modi della scuola, comincia a
svolgersi nelle forme di una libera e facile eloquenza
popolare, che t'incanta. » Sarà buono che libi ui>
picciol sorso di siffatta eloquenza anche il nostro let-
ti) Dalla Pref. del p Marcellino da Civezza nell'opuscolo inti-
tolato: Cinqno prediche a monache ecc. Prato 1881.
Digitized by
Google
r...
CAPO TERZO 105
tore.Ecco pertanto come il nostro oratore, nella prima
delle quattro prediche or memorate, mostri come il
voto della obedienza aggiunga agli atti di virtù un
inerito speciale: a È maggior merito a votarsi ctie a
promettere: ed è tanto maggiore el merito quanto
una cosa fatta per obedienzia e un'altra senza: ed
evvì tarito merito quanto vale la virtù della obedienzia ;
perché quella ha solo el merito di quella opera buona,
ma non v' è el merito della obedienzia; perché la può
fare e non fare, secondo che lei vuole e che gli piace
e che la può. Ma votandovi non v* interviene cosi^
perché e' te lo conviene fare se ti crepassi el core ; e
perciò é maggiore merito a votarsi. Sapete voi quanto
divario e* v*é? Porrovvi qui uno caso. Egli é qua un
contadino, che vuol bene alle monache e ha di motta
possessione, e dona tutti Ij frutti d'esse alle monache,
e ogni settimana una volta o due recasse delle frutte
e dicessi: io ho queste mie possessione; tutte le frutte
di quelle vi voglio donare. Oh quanto bene gli vor-
rebbero le suore! Oh! quanto dire si può. — Ben be'
eir hanno delle frutte! Le goderanno pure un poco!
Ella va bene. — Or se venisse un altro e dicessi : io
ho tante possessione e tutti li frutti di esse con li
pedali e eoa ogni cosa io vi voglio donare, e non
voglio da voi niente, se non che voi mi vogliate bene
e pregate Iddio per me. Or ditemi un poco: chi ame^
resti voi più «di questi dua? quel solamente ti dà lì
frutti al tempo quanto è possibile, o quello che ti ttà
li pedali con li frutti, e con ogni cosa il terreno, ciò
che lui ha? e se lui avessi più, più vi darebbe. — O
padre, e' sarebbe mattezza chi credessi che s'amassi
più quello che solo ci dà li frutti, che quello che ci
dà ogni cosa. E' sarebbe ingratitudine a non lo amare
più. — Cosi interviene con Gesù Cristo, perchè quando
voi vi votate, voi gli date la terra e gli albori con li
frutti e con ogni cosa; e quando voi promettete, voi
Digitized b
,I06 CAPO TERZO
date a Dio solo li frutti, e ritenetevi el più el meglio,
cioè gli albori e la terra, che significa la vostra vo-
Jontà: perchè volete poter dargliene e torgliene, se-
condo che a voi piace; cioè volete essere povere, e
tenere e non tenere, secondo che a voi pare » (i).
Anselmo Anselmi nel suo libro: Il Monte di pietà
di Arcevia, dice che questo Michele sia stato il primo
ad attuare la fondazione dei Monti di pietà che fe-
cero tanto bene a' q uè' dì; crede però che l' idea sia
venuta da un altro predicatore francescano, il p. Lo-
dovico da Camerino^ il quale, per essere insorte delle
turbolenze, non avrebbe potuto mettere in pratica il
suo concetto. Gli sarebbe avvenuto qualche cosa di
simile a quello che toccò anche a S. Bernardino da
Feltre la prima volta che si recò a Firenze: voleva
il santo che si istituisse il. Monte di pietà e il popolo
n*era contento; ma venne un giudeo di Pisa, che
era capo dei banchieri della Toscana e gittò l'oro a
manate per corrompere i rettori e consiglieri della
città, che forzarono il predicatore ad andarsene; e per
allora non se ne fece più nulla. Il Wadding invece
attribuirebbe siffatta invenzione al p. Barnaba da
Terni che, essendo dottore in medicina, si fece mi-
norità e predicò con molto frutto, specie contro l'usura,
€ fondò a Perugia un Monte di pietà contro le usure
spadroneggianti degli Ebrei. A lui si sarebbe unito
un legale di quella città, Fortunato de* Cogoli, il quale,
mòrta la moglie e fattosi minorità, predicava insieme
con Barnaba al medesimo scopo. Certo è che appena
l'idea di tale invenzione si divulgò, trovò generale
accoglienza; e i predicatori, principalmente francescani,
(i quali affiatandosi di più col popolo, meglio sa-
peano quanto valga anche al bene delle anime il
sottrarre le famiglie alle distrette di un' estrema ne-
(^l Op cit. p«g. 32 e segg.
Digitized by
Google
CAPO TFRZO I07
cessità) raccomandavano e introducevano tale istitu-
zione. Ciò che ottiene conferma anche da un docu-
mento, recentemente pubblicato del p, Marcellino da
Civézza nell'opera citatale che rischiara le origini del
Monte di pietà di Prato in To^^cana^ il quale sarebbe
stato fondato per opera di un altro predicatore mi-
norità, il b. Cherubino da Spoleto. Ecco il documento
che si conserva in Prato in una Raccolta antica di
memorie: « li Monte ebbe la prima sua origine e
principio neir anno 1476; avanti il quale stavano in
Prato gli Ebrei a fare usura: onde mossi i Pratesi
dalle esortazioni del b. Cherubino da Spoleto, frate
Minore Osservante di S. Francesco, predicatore di
Prato, furono, per deliberazione del General Con-
siglio, eletti otto prudenti uomini con piena autorità
e facoltà di erigere il Monte di pietà; i quali, in vi-
gore di una tale autorità concessagli, sotto il 22 di
ottobre di detto anno 1476, adunati col podestà di
detta terra di Prato, determinarono che si erigesse
detto Monte» »
APPENDICE P AL CAPO IH.
Tra i domenicani ebbero fama di buoni oratori predicatori
in Italia; Antonio Parvo dì Bologna che fioriva an- »**''«°'
cera al principio del secolo, e lasciò un quaresimale
ìnXìXohXo Anima Jidelis, che ebbe parecchie edizioni
senza il nome dell'autore; Giacomo Romano morto ^°°"*"'«^*°^
il 1406, e Angelo da Bari, che fu vescovo e morì
Tanno dopo; tutti e due lasciarono i sermoni sulle
domeniche e feste dell'anno; Giacomo da Perugia,
da Gregorio XII fatto vescovo di Narni, dettò pure
un volume di sermoni; Tommaso da Cassano fu
assai lodato per la facondia. Seguono un/r. Benedetto
€ fr. Lorem^o da Verona e fr. Domenico de Peccioli
Digitized by CjOOQIC
I08 CAPO TERZO
da Pisa, che sembra fosse più comunemente accla-
mato degli altri, e /r. Jacojpo Zinedolo, lombardo;
questi quattro ultimi morirono il 1420; due anni
dopo mori l' altro predicatore Pietro da Ripa Frati-
sona del Piceno. Aggiungi: Nicolò di Tenda di Sa-
vona, che dà Martino V fu fatto vescovo di Fama-
gosta; Antonio dei Conti d' Elei, da Siena, onorato
del titolo di predicatore generale, e morto assai vec-
chio il 1433; Giacomo Arigoni dei Balardi^ che fu
vescovo di Lodi, sua patria, e che tenne una splen-
dida orazione al Concilio di Costanza, morto 1433;
Andrea Boria, ligure, morto 1436; Antonio Macco d\
Faenza; Matteo dei Bonaparte, vescovo di Mantova,
che scrisse Sermones de tempore de Sanctis et Qua
dra^esimales, morto il 1444; Antonio Correr, ve
neziano, fatto da Gregorio Xll vescovo di Ceneda;
Damiana da Finale, lodato per la veemenza e morto
il 1450; Girolamo di Giovanni, fiorentino, rmomato
filosofo e di molta eloquenza, e che era aggregato
air accademia fiorentina (i). Appartiene pure a quei
tempi fr. Cesario de' Coniughi ferrarese e maestro di
filosofia e teologia in patria.
fnnc«cani ^^^ ^ francescani vanno ricordati: /r. Marco da
Bologna, detto eloquentissimo; /r. Antonio da Si-
tonto; fr, Alberto Calabrese, e fr. Pacifico Romano
che fu compagno di Francesco Magrone, che predicò
nelle principali città d'Italia; ma più di tutti questi
ebbe fama fr. Bartolomeo de Yano» compagno di
S. Bernardino da Siena e che predicò non solo in
Italia, ma anche in Grecia e a Costantinopoli al
tempo dell'imperatore Giovanni Paleologo, coope-
rando all'unione tra i Greci e i Latini; inoltre /r.
Paolo d' Assisi che fece in tante città il discorso in
lode di S. Bernardino di Siena ; e Antonio da Rimila
{() E3C Queiir et Ecbard.
Digitized by CjOOQ IC
CAPO TERZO 109
che pure percorse gran parte d' Italia e fu di singo-
lare santità (i).
Tra gli agostiniani primeggiarono: Agostino rf^' tgostinUni
Campelli di Leonessa nell' Abruzzo Ulteriore, illustre
scienziato al tempo di Eugenio IV e che morì a Roma
nel 1435 iSermones 40 super Orationem dominicam
et 28 super Salutationem angelicam^ Coloniae IS02)\
Lodovico Marsigli nobile fiorentino, profondo teo-
logo e sottilissimo filosofo, lodato da Petrarca e da
Poggio Fiorentino, morto il 1436(2); ha Sermofie^rfe
Conceptione B. M. V. e Sermones varii; Paolo Ma-
tafussi, romano, penitenziere a S. Pietro e Cappel-
lano di Nicolò V, detto di stupenda eloquenza; Car-
magnola Alippio torinese. Agostino de* Cavucci cre-
monese. Michele Duranpno toscano, Favaroni Ago-
stino, detto Agostino di Roma, che fu insignito di
alti uffici, e chiamato da Urbano VI ad esaminare le
rivelazioni di S. Brigida, Antonio Santafiora d'Amelia ;
Gregorio di Alessandria, confessore di Filippo Maria
Visconti, morto il 1447; Andrea de Bilio, patrizio mi-
lanese, che nel 1432 reggeva lo studio di Bologna,
uomo dottissimo; oltre a tre libri De Artedicendit
a sei altri libri di Sermoni diversi, lasciò i Sermoni
dall'Avvento alla festa della Risurrezione, i quali ul-
timi erano mss. nella biblioteca di S. Marco a Milano,
ove era ancora il discorso funebre fatto per Galleazzo
Visconti; Simone o Simonetto da Camerino, che, gran
paciere, contribuì alla pace tra Venezia e Francesco
Sforza; e nell'epitaffio, a S. Maria di Camposanto, è
detto corona praedicatorum (3).
<i) Kx Wadding.
(2) Ha nella cattedrale fiorentina un monumento in cui si legge:
Fiorentina civitas ob singularem eloquentiam et doctrinam viri ma-
gistri Luisi! de Marsìliis sepuicbrum hoc ei pubblico sumplu fa-
ciendum statuii.
(3) Ex Ossinger.
Digitized by V
)ogle
IIO CAPO TERZO
APPENDICE IL*
Predicatori Rinomati predicatori ebbe anche in questa prima
trtneesi parte del nostro periodo la Francia. 5. Vincenzo Fer-
reria q uantunque, nato a Valenza di Spagna (1357- 1419),
predicasse molto a Barcellona, nella nativa città e in
altri luoghi della sua patria, tuttavia molto predicò
anche in Francia, specie a Parigi, ove fu condotto
dal card, Pietro De Luna, e poi ad Avignone. Dopo
di che, rinunciando a prelature e al cardinalato, andò
facendo missioni nelle dette regioni e in quasi tutti
gli Stati dell'Europa. Già lo vedemmo anche in Italia.
Morì però in Francia, a Vannes, ove il suo corpo
riposa ed ha culto. Accompagnato dalla fama della
sua santità ognun sa qual frutto ei cogliesse, dotato
com' era dì una voce tonante e di una eloquenza
veemente, a segno che com moveva ed atterriva gli
animi particolarmente con le sue celebri prediche
sopra i novissimi. Un suo Quaresimale fu stampato
a Colonia nel 1482; del resto oltre a parecchie opere
oratorie lasciò anche trattati, specialmente teologici e
ascetici, tradotti in più lingue e stampati.
Gersone ( [363- 1429), così chiamato dal suo paese
nativo, eh' é nelle vicinanze di Rèthel, che studiò
alla Sorbona e predicò pili volte alla corte di Parigi;
fu al Concilio di Costanza e morì a Lione; si nota
che talvolta manca di naturalezza e di buon gusto
nei molti discorsi che lasciò. Nicolò Oresme, precet-
tore del delfino e vescovo di Lisieux, e Giovanni il
piccolo, conosciuto per la sua apologia del regicidio;
di lui si ha anche un discorso letto al Sinodo fran-
cese del 1406. Enrico del Berry, agostiniano, detto
eloquentissimo.
Irì altre regioni fiorirono i domenicani tedeschi.
Digitized by
Google
CAPO TERZO I U I
Giovanni Nyder^ non si sa se nativo d'Alsazia o di
Svevia, che molto lottò in Boemia contro gli Ussiti, Qualche
e scrisse sermoni che furono più tardi pubblicati con ^^d^a"{e'^
la slampa; Giovanni di Francoforte y che pure, oltre nazioni
a una proposta contro Giovanni da Praga, lasciò dei
sermoni; e i francescani pur tedeschi Nicolò Lakman,
sassone, gran declamatore, Pietro de CollCy detto assai
facondo, Enrico de Werlis della provincia di Colonia
che compose parecchi volumi di prediche e fu lodato
anche per la sua santità da S. Bernardino da Siena,
e Lodovico de Molle che predicò molto nella Vestfalia,
inoltre Roderico de Ona celebre oratore spagnuolo.
Aggiungiamo a questi gli agostiniani tedeschi Nicolò
de Byart e Zaccaria Gio, Dehosa turingio e profes-
sore ad Erfurt, che combatté contro Gio. Huss, e
prese parte al Concilio di Costanza, ove sostenne la
prova del fuoco.
Digitized by
Gèogle
f
112
CAPO IV.
L'eloquenza cqnivnua sullo stesso tipo con poche modificazioni —
Alcuni oratori intorno a S. Bernardino da Feltre — Il fiorentino
Paolo Anavp,nlif il milanese Bernardino de' Busti e il napoletaDO
Roberto Caraccioli — Mariano da Genazzano, Girolamo SaTO>
ìiàrola e Gabriele Barletta — Appendici.
Lungo questa seconda metà di secolo che stiamo
^cominut'' ^^^ percorrendo l'eloquenza sacra continua del tenore
j:on poche della precedente; soltatito possiamo dire che viene
"^zioor smettendo a poco a poco di quella maniera scolastica
che la rendea troppo irta, ricevendo invece qualche
cosa più dell'elemento letterario e classico, ma con
esso ancora uno spirito che faceva illanguidire al-
quanto la pietà più severa. In ciò l'arte sacra corre
in parte le fortune della profana; i predicatori santi
non tornano pur troppo con la frequenza di prima.
E da avvertire inoltre che sempre più gli oratori in-
tendono la necessità di scrivere i loro discorsi in vol-
gare. È vero che continuiamo ad avere una gran mèsse
di sermoni latini, uniformi e di poco o niun valore
per Tane oratoria, anche perchè i frali ordinariamente
erano tenuti, per mostrare ai superiori la loro abilità e
maturità, a comporre in latino un quaresimale, un
domenicale e un sermonario dei Santi; tuttavia molti
sentivano il grande vantaggio di dettare i loro di-
scorsi proprio in quel linguaggio in cui doveano pre-
sentarli al popolo, specie quando si trattasse di par-
lare ad udien^e che almeno relativamente si poteano
dir colte. Possiamo intanto con queste semplici os-
servazioni generali seguitar la rassegna degli oratori
sino alla fine del tracciato periodo.
Digitized by
Google j
CAPO QUARTO II3
Consegui rinomanza di insigne oratore Aurelio
Brandolini di nobile famiglia fiorentina, sopranomi-
nato il CippOy perchè losco fin dalla nascita. Fu uomo
di gran memoria e di versatile ingegno; e venuto
perciò in fama di valente uomo di lettere, fu invi-
tato a insegnare rettorica a Buda e in Strigonia dal
re Mattia Corvino, gran mecenate di letterati, alla
maniera dei principi italiani. Dopo la morte di questo
re» si fece agostiniano, dimorò parecchio tempo a
Roma nel convento di S. Agostino, ove morì di
peste r anno 1497. Q^^i^c oratore non lasciò che due
orazioni: una De virtutibus D. N. J. C. nobis in
ejus passione ostensis, V altra Pro S. Thoma Aqui-
nate in tempio S. Mariae Minervae ad cardinales et
populum habita. Aldo Manuzio, giudicando il primo
discorso, dice che V oratore « Ciceronem romanae eh-
quentiae parentem aequat, materia procul dubio su-
perat » E evidente che non abbiamo Torator popolare.
Ottenne invece popolarità Leonardo Mattei, co- Leonwdo
munemente detto da Udine, domenicano, che ebbe
fama grande in tutta Italia. Nel 1435 predicò a Fi-
renze dinanzi ad Eugenio IV e alla corte pontificia;
fece più quaresimali in patria e a Venezia. Il suo
stile è quello di addensare molta dottrina e per lo
più sulle orme di S. Tommaso; pare sia morto
nel 1470. IvSuoi sermoni e quaresimali ebbero più
edizioni a Venezia, a Parigi e altrove. Ecco il titolo
di una di siffatte edizioni; Quadragesimale aureum
editum per egregium, excellentissimum et famosis-
simum sacrae theologiae doctorem fr. Leonardum
de Utino, almi ordinis fratrum Praedicatorum ac
doctrinae Angelici acutissimum defensor em (i).
Mattei
(Il L'ed fatta a Parigi porla questo titolo: Sermones quadra-
gesimales de legibus aniroae fidelis, simplicis et devotae. Parisiis,
Martini Uldarici et Michaelis an. XVII Ludovici XI, I477-
Storia della Predicazione ecc. 8
Digitized by
H4 CAPO QUARTO
Cammina alquanto sulle sue orme in fatto d'arte,
''^SpUsra ° ^^ ^^" minore ingegno. Ambrosio Spiera di Treviso,
servita; il quale ebbe la poco felice idea di legarsi ad
un metodo uniforme nello svolgimento de* suoi 44 ser-
moni. Egli stesso lo dichiara in questi termini: « tres
quidem omnibus sermonibus partes faciemus^ et uni-
cuique parti tres conclusiones per tria notanda, aut
per tres veritates, aut per triplex probandi genus di-
ligenter subiungemus » (i).
S.Bernardi- Con minor pretensione letteraria, ma con maggior
e°diffiwfoneP^P^^^^^^^ ^ maggior frutto di tutti, dettava le sue
dei Monti prediche Martino Tomitano, comunemente noto col
* ^**^ nome di S. Bernardino da Feltre ( 1438- 1494), detto
anche il frate piccolino per la sua statura; il quale se
non raggiunge l'operosità e la grandezza del santo
omonimo sanese, non ne resta però molto lontano;
ed è peccato che siensi smarriti tanti suoi sermoni
che meglio potrebbero attestarcene il valore. Nacque
di famiglia illustre, fu di precoce e splendido ingegno»
avido di sapere, e nella sua giovinezza visibilmente
inclinato alla gloria; nelle feste fattesi a Feltre perla
lega tra i Veneti, Napoletani e Lombardi contro i
Turchi lesse, essendo ancora trilustre, un applaudi-
tissimo carme. Trovandosi allo studio di Padova, e
udendo predicar sui Novissimi il b. Giacomo della
Marca, deliberò di lasciare il mondo e di aggregarsi
alla sua famiglia religiosa, eh' era dei Minori Osser-
vanti (2). Avanzò straordinariamente nella virtù, e
fattosi predicatore, esordì a Mantova col panegirico di
S. Bernardino da Siena; fece appresso la quaresima
(i) Incipit Quadragesimale de floribas sapientiae peroptimom,,
editum et compilatum per egregìum sacrae theologiae doctorem et
magistrum Ambrosium Spiera, soavissimum etc. Impressum Venetiis
an. dom. 1484 die 24 Martii.
(2) Scrisse la vita di S. Bernardino da Feltre Bernardino da
Chiasteggio Min. Oss. — Pavia, Gio. Magri stampatore.
Digitized by
Google
CAPO QUARTO 11^
a Peschiera, due volle si recò a Firenze e percorse le
principali borgate e città d'Italia con molto frutto,
sìa per l' abilità nell* arte del dire, sia per i prodigi
che accompagnavano la sua parola. Ecco che ne dica
la Cronaca, composta da frate Marco da Lisbona e
che è la terza parte delle croniche degli Ordini isti-
tuiti da S. Francesco: « Le sue prediche erano piene
di prudenza e di gran zelo, secondo la forma della
Regola, denunziando i vizi e le virtù, la pena eterna
e la gloria che per le virtù si merita. Non si curava
di mostrare con sottigliezze sapienza; ma attendeva
a fare frutto colla sua predicazione di salute delle
anime: predicava con divozione e umiltà: era nel dir
grave e modesto, e pietoso verso i bisognosi, ripren-
deva vivamente 1' usura » (i). Anzi per combatterla
grandi meriti nella comune estimazione si guadagnò
con r istituzione in molte città dei Monti di pietà,
destinati al soccorso dei poveri nell'estrema miseria,
e soprattutto a salvarli dalle angherie usuraie degli
Ebrei. Uno ne fondò anche a Padova, dove gli Ebrei
solevano prestare il danaro al venti per cento. Restano
del pari documenti di quello fondato a Mantova,
come si rileva da un Breve di Innocenzo Vili, dato
l'anno i486. Oltre il favore di detto pontefice, egli
s'era guadagnato prima anche quello di Sisto IV, ed
entrambi gli affidarono importanti uffici. Quantunque
non avesse ordinariamente una sede fissa, dimorò
più a lungo a Mantova, ove fece più di trecento pre-
diche, parte in latino e parte in volgare (li); morì a
Pavia il 28 settembre. Parecchi suoi manoscritti si
conservano a Feltre. Un suo trattatello sulla maniera
(Il Dalla Prefazione del P. Marcellino da Civezza fatta alle
Cinque prediche a monache. Prato, 1881.
(2) Vedi Prefazione alla predica sull' Umiltà, stampata a Feltre
il 1754 e dedicata a Mons. Carlo Rezzonico, cardinale e vescovo di
Padova.
Digitized by VjOO^^ IC
Il6 CAPO QUARTO
di ben confessarsi fa stampato in Brescia il 1542; e
alcuni suoi sern:ioni dettati in lingua volgare sopra
la perfezione della vita cristiana furono pubblicati a
Venezia nel 1532. Il p. Marcellino da Civezza ne pub-
blicò uno, che forma parte dei cinque rammentati in
nota, detto a monache sopra le virtù richieste dai
loro voti speciali.
Il suo Anche il discorso sull' Umiltà è tal saggio che ne
suii'ummàfa conoscere l'arte sua, nutrita di buona dottrina, ma
schietta e facile a un tempo; evidentemente vuol
farsi piccolo coi piccoli. Seguendo l' usanza accumula
passi, divide molto, e dà natura d'istruzione al suo
dire; tuttavia quando tratta la sua materia con si-
militudini o con esempi, traendone applicazioni, si ac-
calora di più e diventa più eloquente. Ecco l' ordi-
tura di questo discorso, eh' io raccolgo dalle stesse
sue parole nell'epilogo che ne fa: « Avete ben intesò
come r humilità santa è il fondamento di tutte le
virtù e come lei rompe tutte le arme del diavolo e
fugge li suoi lacci, come fece S. Antonio, e però tutti
la dovemo amare e cercarla con tutto il cuore. Voi
avete inteso come la Fede, la Speranza, la Carità, la
Temperantia, la Justitia, la Fortezza e la Prudentia
tutte hanno origine e principio da lei, che hanno 1
fisse le sue radici nella humilità. Nella seconda I
parte avete inteso quanto soavi e odoriferi frutti na-
scono da lei, e poi in quest' ultima parte avete inteso
che conditioni sono quelle della humilità, et a che
modo se poi conoscere chi è umile e chi è superbo,
e questo vi ho detto per cinque gradi; or adunque
non resta altro se non mettere in opera le sopradette
cose. » Si capisce anche da questo epilogo che la
forma dominante è più didascalica che no: qua eia
però non mancano esortazioni che erompono dal
sentimento e rendono più mosso e vigoroso lo stile,
Cosi poco prima dell'epilogo eccita gli animi a umiltà:
Digitized by
Google
CAPO QUARTO II7
« Et che bisogna che in questa vita misera si glo-
riamo di cosa alcuna, essendo noi tanto vili e miseri,
pieni di difetti et miserie assai ? Non dovemo far più
stima de questo corpo quanto sei fusse proprio una
pezza da piedi, perchè questo più tu lo vorrai hono-
rare tanto ti farà peggio. Sai tu che ne fa questo
corpo? Se noi noi domiamo molto bene con le
asprezze della pienitentia el ne fa rompere el collo, el
ne tradisce in man del demonio. »
Più letterato e più colto, ma meno popolare e,, .
r X ... ; , . . , L' oratore
fruttuoso, pero oratore di buon conto e de primi, e letterato
fr. Paolo Attavanti (1419-1499) nobile fiorentino,
servita fin da' più giovani anni, laurealo in diritt:) a
Pisa, appartenente all' Accademia platonica e quindi
in corrispondenza coi letterati più celebri del suo
tempo; ascritto inoltre al Collegio dei teologi di Siena
fin dal 1472. Predicò a Milano e in molte altre città
d'Italia e trasse a se non solo l'ammirazione del po-
polo, ma anche dei dotti; Marsilio Ficino disse che
la sua eloquenza pareva animare fin le pareti dei
templi. Il Giano ne' suoi Annali dell' Ordine dei Ser-
viti fa menzione di lui in questi termini: « M, Paulus
AttavantuSy florentinuSy vir undequaque dociissimuSy
et in concionando apprime facundus » ; e il Puccianti
nel suo Catalogo degli illustri uomini fiorentini è
ancor più largo di elogi. Visse qualche tempo a Roma,
essendo passato, pare per forza di circostanze fami-
liari, dall'Ordine dei Serviti a quello dei Cavalieri
regolari di S. Spirilo, ma prima di morire ritornò
a' suoi. Nella sua dimora a Mantova attese a scrivere
la Storia dei tìgli di Monte Senario; morì a Firenze
e fu sepolto all'Annunziata. Pubblicò un suo qua-
resimale a Milano col titolo di Thesaurus Concio-
natorius o anche Quadragesimale de reditu pecca-
toris ad Deum (i). Ha inoltre un altro grande qua-
li 1 MediolaDÌ, per Uldericum Scinzengeler et Leonardum Ra-
chel 1479.
Digitized by V^OOQIC
ì
à
Il8 CAPO QUARTO
resimale in tre volumi e diviso in tre parti, ove si
propone di trattare delle cose spirituali in triplice
forma, cioè i) con argomenti tolti dall' autorità degli
scrittori ispirati ; 2) con argomenti tolti dalla ragione;
3) con argomenti tratti dagli esempi. Ed in ciò va
di pari passo col suo correligionario Ambrosio Spiera;
cosa del resto che si trova, comune a molti che sen-
tivano troppo l'influenza della scuola. Questo lavoro,
dettato come gli altri in latino, presenta poi un ca-
rattere speciale in quanto vi son parecchie citazioni
di Dante e Petrarca (i), tanto che il Razzoli ni potea
nel 1876 pubblicare una monografia, facendo notare
di Dante i pezzi contenuti nel quaresimale e le va-
rianti che se ne poteano trarre. E le citazioni sono
seguite da commenti, per modo che talvolta pare
metter su cattedra dantesca; infatti comincia tosto
a rammentar la Divina Commedia facendo mae-
strevolmente una descrizione dell' Inferno dantesco.
Sono suoi lavori ancora i Commentaria in duodecim
prophetas, Vitae beatorum Joachim et Francisci Se-
nensium, De origine et progressus Ordinis Servo-
rum, Sermones de Sanctis, un* esposizione dell' ora-
zione domenicale per la diocesi di Milano e altro;
parecchi manoscritti si conservano nella biblioteca dei
Serviti a Firenze. Ne va solo l'Attavanti tra quegli ama-
tori di Dante che sanno trarne buon partito anche
per la predicazione; ma gli possiamo mettere accanto
Bernardino da Fossa (provincia di Aquila), che con-
vertito da S. Giacomo della Marca, abbandonò il
mondo e fattosi minorità, diventò zelante predicatore,
quale ce lo dimostra la Cronaca di Marco da Li-
sbona (2). 11 p. Marcellino da Civezza pubblicò un
(1) Vedi Agost. Bartolini: II Quaresimale dantesco del p. Paolo
Attavanti. Roma, 1895.
(2) Marco da Lisbona. Croniche degli Ordini istituiti da S. Fran-
cesco p. Ili, lib. VII.
Digitized by
Google
^^•Jt^tfÉlJ Éì ìili riB
de' Biiiri
CAPO QUARTO II9
frammento di sermone (i), gentilmente favoritomi
dall'autore, nel quale in lode di Maria si commenta
la preghiera messa in bocca di S. Bernardo nell' ul-
timo canto del Paradiso dantesco. 11 Da Fossa morì
nel 1503. E da notarsi che altri frati, specialmente
francescani, furono a un tempo studiosi di Dante e
predicatori in questo periodo.
Cammina sulle loro orme, in quanto vuol mo- BeTtiirditio
strarsi colto letterato e insieme oratore sacro. Ber-
nardino de* Busti, nato di Lorenzo in Milano, e fa-
moso giureconsulto di quella città. Si itct dei Minori
Osservanti, amò le lettere fin dalla sua gioventù, di-
ventò molto dotto in teologia e filosofia, e si mostrò
tale specialmente sul pergamo. Morì a Melegnano sul
finire del secolo. Scrisse il Manale seu sermones de
Beatissima Virgine Maria, opera che, come ram-
• menta anche il Mazzucchelli, ebbe parecchie edizioni ;
e il Rosarium sermonum per quadragesimam ac in
omnibus diebus tam dominicis quam festis per anmint,
altro lavoro ristampato più volte. Fu inoltre autore
di poesie latine ed italiane. Quanto allo Spi era e al-
l' Attavanti arridevano le triplici divisioni, altrettanto
piacevano al De' Busti le divisioni in due parti, per-
chè, dice nella predica di Settuagesima, Boezio gl'in-
segna a fare cosi : quod omnis bona divisio dehet esse
bimembris. Si capisce anche da ciò quanto bisogni
andare a rilento prima di trinciare così spiccate sen-
tenze e di legarsi ad un metodo uniforme; perchè
l'importante sta nel dare al tema, con divisioni o
senza, tutto lo svolgimento che la sua natura e il
fine richiedono. Il suo movimento oratorio è scarso
nel dettato latino; la gran fama ch'ei godette ci fa
supporre che sapesse lavorar meglio quando lo spie-
fi) B. Bernardini a Fossa Ord. Min. Oss super laadé ad B, Vir-
ginem in XXXIII Cantico Paradisi Dantes Alighieri. Firenze, iB^.
DJgitized by
120 CAPO QUARTO
gava al volgo in italiano: accenna al precetto, for-
mula la sua sentenza e poi infila una serie di cita-
zioni che servono di prova, restando al di qua di
un* equa amplificazione; cita poi i suoi passi tanto da
ArisTotele, Tullio, Seneca e altri autori pagani, come
da S. Gregorio, S. Girolamo, S. Agostino e altri dei
Ss. Padri. Abbonda di similitudini, ma toccandole
rapidamente. Ecco, per intendere alcunché della sua
maniera, h chiusa della predica sul digiuno: Sicut
ergo miles terrenus non ipotesi bravium acquirere, si
ad pugnam corpulentus accedat, sed oporiet eum a
muhis abstinere; ita et de militibus spiritualibus di-
cendum esty de quibus ad Corinth, g cap. Paulus ait:
« omnis qui in agone contenda ab omnibus se absti-
nett et isti quidem ut corruptibilem coronam acci-
pianta nos autem incorruptam. » Quid dicam de sacro
jejunio ? Audite quid de eo S. Mater Ecclesia canit:
» Paradisi portas aperuit nobis jejunii tempus. Et
ideo Hetras post jejunium raptus est in coeium;
sicut eniftì qui vult intrare per portam strictam ne--
cesse est quod non sit nimis pinguis, sed oportet eum
esse tenuem, iuxta illud Hjratii in epistolis dicentis:
« forte per angustam tenuis vulpecula rimam — rep-
serat in cameram frumenti, pastaque rursus — ire
foras pieno tendebat pectore frustra. — Cui mustela
procuii si vis, ait, effugert istinc — macra cavum
repetas quem macra subisti. » Sic nobis volentibus
intrare jannam Paradisi, quae valde strida est, (sicut
diciiur Matth. cap. ']? ) necesse estesse tenues et ma-
cikntos per abstinentiam ; ideo dicit Dominus: intrate
per angustam portam, scilicet jejunii et abstinentiae.
Et ideo S. Mater Ecclesia, ut nos invitet adjejunan -
dum, quotidie hoc tempore cantal in praefactione
Missae jejunii utilitates, dicens Domino: " qui cor-
porali Jejunio vitia comprimis, mentem elevas, vir-
tutem largiris et praemia » seu in hoc saeculo ter-
Digitized by V^OOQIC
CAPO QUARTO 121
renae prosperiiatis et in alio aeternae gloriae » (i).
Si fa manifesto anche da questo breve saggio quanto
nocciano alla grave e solenne eloquenza certe ghiot-
tornie letterarie.
Contemporaneo a questi ultimi, ma con maggior Roberto
fema di oratore, s' innalza fr. Roberto Ciracctoit di ài Lecce e
Leccey chiamato comunemente Robertus de Licio^condg^vT
(1425- 1495). Nacque a Lecce, e di famìglia illustre,
s'ascrisse alla regola dei Minori Osservanti, ma pa-
rendogli di soverchio rigore, passò a quella dei Con-
ventuali, ove ottenne uffici ragguardevoli. Sembra
uomo d' indole piuttosto inquieta e incostante, onde
non fu ugualmente stimato da tutti, come nota il
De Angelis, scrittore della sua vita e a lui favorevole.
Tenne con onore una cattedra di teologia, ma deve
la sua grande rinomanza a' suoi trionfi nell'oratoria.
Predicò nelle principali città, e più volte alla presenza
del Pontefice; a Roma tenne i suoi discorsi per lo
più alla Minerva e in S. iClaria Maggiore. Ne lo lodò
Nicolò V in un Breve, con cui lo sottrae all'obedienza
dei superiori dell'Ordine; Callisto HI lo hct suo
nunzio a Milano; Paolo II lo dichiarò predicatore
apostolico; Ferdinando II re di Napoli lo scelse come
suo confessore; Sisto IV lo fece vescovo d' Aquino e
poi lo trasferì nella sede di Lecce (2). Il Filelfo gli fu
largo d'elogi; soltanto ne accusa il modo di decla-
mare e l'azione, come mancante di naturalezza. Morì
ad Aquila, ove fu sepolto nel convento del suo Or-
dine. I contemporanei lo chiamavano un secondo
Paolo, ciò che rammenta anche l'epitaffio posto sulla
sua tomba (3). Predicò per 50 anni, e molti sono \
(i) Rosarìum etc. Coloniae apud Ànt. Hierat. 1607.
(2) Vedi Tiraboschi, Storia della leti, e Richard e Giraud^
Diz. eccl.
(3) Ille Robertus hic est Chnsti quo praesule vatum
Nemo post Paulum clarior orbe fuit.
Digitized by
Google
122 CAPO QUARTO
suoi scritti oratorii. Ricordo i principali: Quadrage^
simale de peccatis, che, vivente ancora 1' autore, ebbe
cinque edizioni; Quadragesimale perutiltssimum de
poenitentìa, che n'ebbe quattro prima che finisse il
secolo; Sermones de tempore et de laudibus Sancto-
rum, Sermones de Christo^ B. Virginis et SanctiSy
Sermoneni de timore judiciorum Dei, e altri molti, i
quali turtì furono più volte stampati. Lascio stare
parecchi trattati teologici. In una prima edizione delle
sue prediche nel 1472 si leggono versi di elogio fat-
tivi apporre, perchè servissero di richiamo, dallo stam-
patore, mettendo in bocca ai libro stesso le pa-
role (i).
Con tutti questi elogi però l'autore non si solleva
gran (aito sopra degli altri; procede molto a mo' di
trattato e per via d' istruzione, come fanno general-
mente anche gli altri, e quindi con poco movimento,
né si può dire che sappia sviscerare il proprio tema
con libero ragionamento: per lo più cita e fa T eru-
dito; tuttavia attrae col lucido ordine e con la pre-
cisione nel formulare il pensiero. Il più delle prediche,
come sé visto dai titoli è in latino; però predicava
quasi sempre in volgare, e anche di siffatte prediche se
ne trasse un'edizione, fatta nel 1491, che porta il se-
guente titolo: Prediche di fra Roberto in volgare,
stampate a Firenze da Lorenzo de Margiani e Gio.
da M^ganza, Nel raffronto si potrà riconoscere nella
forma iralìana la semplicità popolare che rifugge da
un ampio apparato dottrinario e invece discende a' mi-
nuti particolari e al racconto; semplicità del resto che
tocca talvolta la negligenza e la rozzezza.
fu RolicriuB celeber fiDxit non parva Minorum — Gloria me
fratrtim, Piulo regnante Secando. — Quarto sed Xisto veniens
Halbruiia Ali^mannus — Francìscus veneta tandem me presait in
urbe — Mille quadringentis et teptuaginta daobus.
Digitized by
Google
u
CAPO QUARTO I23
Serva di esempio il brano che tolgo dalla predica
sulla elemosina: « Starà un povero alcuna volta, o
ricco crudele, una ora alla porta, e si batte e si ri- Siggio
batte, ma poi se ne va con Dio. O ingrati de' divini L^gJitcasui-
benefizi, o animi canini, o figliuoli del diavolo, an- *' elemosina
drete al fuoco eterno, e sarete privati de' beni su-
perni. E' si legge nella Vita de' Ss. Padri che era uno
ricco che combatteva ogni dì con uno suo vicino
poverello artigiano :il ricco aveva quattro figliuoli e
due schiave e duoi servi, quattro figliuole e la sua
donna, sicché in tutto erano in casa circa quindici.
Or odi cosa meravigliosa. Diceva il ricco infra sé: io
ho a fare le spese a quattro figliuoli, io ho a mari-
tare quattro figliuole. Perciò in casa sua viveva alla
contadina, sicché per miseria si metteva in tavola una
guastada de vino et tre d' acqua, a fare buone spese.
Il povero si aveva in casa buon pane, buon vino
bianco e vermiglio, et semper apparecchiava la tavola
con buona vivanda et abundantia, et se qualche po-
vero picchiava alla porta, sempre gli dava elemosina.
Or un dì questo gentiluomo domandò questo calzo-
laro poveretto e dissegli: amico mio, tu se' uno grande
pazzo, tu se' povero et ogni dì tu hai pesce, carne,
cacio e frutte in casa tua. Et più forte: se tutti i
gaglioffi di questa terra cento volte el dì venissono a
casa tua, sempre daresti loro elemosina. Oh, povera
la vita tua! Non ti ricordi tu delle tue figliuole che
non le potrai maritare, et si andranno in cattiva vita ?
Io, che ho quindici migliaia di ducati di valore, non
farei tante spese. Oh grande e giusto Iddio! Aspetta,
aspetta: quanto più el povero donava, tanto ogni dì
cresceva più in roba, in tanto che maritoe nove fi-
gliuole grassamente e con grande onore. Il ricco ogni
dì impoveriva: ora si era rubato, or el fuoco gli bru-
ciava la casa, ora tempestava le biade et il vino per
tal modo che in pochi anni venne in tanta povertà
j
Digitized by
Google
114 CAPO QUARTO
e miseria che a lui conveniva domandare elemosina
a' suoi parenti, et si stava rinchiuso in casa. Final-
inenre e' maritò due delle sue figliuole a' duoi figliuoli
di quello povero, et l'altra figliuola divenne mere-
trice; la quarta figliuola fece monaca per fame. Oh
duro giudizio, oh terribile sventura I Fate dunque
elemosina, o tiranni avari, o crudeli rubatori: date al
povero del bene che Iddio vi ha dato ; la roba non è
vostra, non è mia, ma di tutti. Dio ve la presta che
r usiate ai vostri bisogni quanto vi basti; del resto
siate diapensatori di Dio inverso di quelli che sono
nudi. Voi tate contro la volontà di Dio ascondendovi
e appropriandovi il bene di Dio, gittando i poveri da
canto. Dio poi da te ingrato leva di subito ogni suo
dono, e mandati a casa calda. »
, Oratore di professione e rivale, agli occhi di al-
Genazzano cuni, di Girolamo Savonarola, di cui diremo appresso,
fiii'^furono ^LJ fra Mariano da Genais[ano (1450- 1498) agosti-
^**« niano e poi generale dell'Ordine. Religioso a sedici
anni, di bell'ingegno, educato alla classica letteratura,
ottenne grande rinomanza a Firenze, ove dimorò
pareiTchio tempo. A 27 anni si diede alla predicazione,
come si raccoglie dal discorso sul vangelo della III do-
menica d' Avvento, tenuto alla presenza d' Innocen-
zo Vni nel [^87, in cui dice che non s'avrebbe mai
imagi nato in dieci anni d'essersi maturato tanto da
doversi presentare a quel sommo consesso. Ebbe ca-
riche onorevoli e missioni di paciere in cui riusci
felicemente, specie a Siena, ove acchetò fiere discordie.
Scrittore raffinato, secondo il gusto che allora correva,
si guadagnò le carezze di Lorenzo de Medici e gli
elogi del Poliziano. Ecco come quest' ultimo ne parli
in una lettera a Tristano Calchi (i): « Io dirotti sin-
ceramente ciò che mi avvenne, quando egli la prima
(1} Vedi Tiraboschi l. VJ, p. 5.
Digitized by
Google
CAPO QUARTO 125
volta predicò qui fra noi. Andai ad udirlo, secondo
il mio costume per assaggiarlo, e a dir il vero quasi
per ridermene. Ma poiché il vidi, e ne osservai l'at-
teggiamento e un non so che di straordinario che
avea negli occhi e nel volto, cominciai a lusingarmi
di udir cosa che mi piacesse. Eccoti adunque eh* ei
comincia a parlare ed io drizzo gli orecchi ad udirlo.
Odo una voce armonica, parole scelte, sentimenti
nobili e gravi. Viene alla divisione e nulla io trovo
d'intralciato, nulla di inutile e nulla di ampolloso.
Colle sue prove mi stringe, colle sue risposte mi as-
sicura, co' suoi racconti m'incanta, colla dolcezza della
sua pronuncia mi rapisce. Se si fa talvolta a scher-
zare io rido, se m' incalza e mi preme, io mi arrendo
e mi do vinto; se viene a' più teneri affetti mi cadon
dagli occhi le lagrime; se si sdegna e minaccia, io
mi atterrisco e non vorrei esser venuto ad udirlo.
Insomma secondo le cose di cui ragiona, egli varia
le figure e la voce, e col gesto sostiene sempre ed
accompagna l'azione ecc. » Anche il Fontano tien
bordone al grande umanista; peccato che troppo poco
ci resti oggi per poter darne un equo giudizio, e de-
cifrar quanta parte aveva in siffatti giudizi lo spirito
dì partito. Infatti fra Mariano si mostrò favorevole al
partito aristocratico dei Medici, e ottenne perciò dal
principe che gli fosse edificato un convento fuori di
Porta S. Gallo.
Avverso quindi .al Savonarola, talvolta lo assalì
scandalosamente; e più che mai il giorno dell' Ascen- coi Savo-
sione nel 1491; e solo quando s'accorse che per tal "*'°^*
modo perdeva l'amore del popolo, perchè il Savo-
narola dal pulpito di S. Reparata gli rispondeva trion-
falmente, e' cercò la pace, e invitò fra Girolamo a
cantar la Messa in S. Gallo. Dolorose scene, che non
fruttano mai bene alla Religione l Né quella stessa
pace durò a lungo, se é vero ciò che narra il Mansi,
Digitized by VjOO^^ IC
Sua arte
126 CAPO QUARTO
cioè che fra Mariano, andando poco dopo a Roma e
predicando alla presenza di Alessandro VI, ripicchiò
contro il Savonarola a segno da uscire in queste espres-
sioni: a abbrucia, abbrucia, S. Padre, lo strumentQ
del diavolo, abbrucia, dico, lo scandalo di tutta la
Chiesa. » Così sarebbe diventato una causa remota
della tragica fine del Savonarola, il quale vuoisi al-
l' udir le invettive dell* avversario ne profetasse in
duomo la punizione e la morte, che realmente sor-
prese r agostiniano non molto dopo a soli 48 anni.
Per quel che si può rilevare dal sopra citato di-
scorso e da quello tenuto dinanzi ad Alessandro VI
sulla passione di Gesù Cristo, soli saggi che restino
della sua valentia, pare che dovesse fuggire assai T ari-
dità dottrinaria de' suoi contemporanei, per inculcare
la santità delle buone opere. Ecco come parli in un
eccitamento che rivolge ad Innocenzo Vili: Erravi-
nuSy certe erravinus et invia quaeque sectati per prò-
ctiva vitiorum et dcvexa voluptatum vestigia torsimus.
Igitur non surda aure audiamus vocem clamantis in
deserto et crebro repetentis: dirigite, dirigite viam Do
mini, rectas facite semitas ejus. Hincjam providendus
est ne nos in hac pace Ecclesiae, in hac securitate
qua fruimur, plus amissuri simus quam fuerit a no-
bis cruento bello quaesitum. Quodnefiat, tibi primum
assurgendum est. Beatissime Pater, quem Deus opti-
mus maximusque christianae gentis ducem esse voluit
et pastorem ; quem S- Mater Ecclesia tot jam saevis
cruentisque seditionibus acta legitimum accepit virum
qui innocens sit manibus et mundo corde, qui non
accepit in vanum animam suam nec juravit in dolo
proximo suo. Accipiens quidem benedictionem a Do--
mino et misericordìam a Deo salutari suo, si qua tibi
astiterint generatio sit illa quaerentium faciem Dei
Jacob. Igitur viri qui ut de se male sic et de Deo
pessime meriti sunt careant splendore ; jaceant op-
-.«r-^W»!
Digitized by
Google
CAPO QUARTO \^'^
Tpressa vitia ; nullus pateat aditus ad dignitatem, nec
unquam extollantur. At honorum consiliis honestìs-
simis referta sit Ecclesia; ferveat optimorum con-
siliis sacer Christi Senatus. » E continua insistendo
perchè si puniscano sotto la guida del Pontefice gli
empi, dicendo che questa è l'opera affidatagli e che
gli deve star più a cuore che non i comodi e 1' ab-
bellimento di Roma. Indi così qualifica questa puri-
ficazione spirituale: « Egregium certe opus et inter
proemia gloriae tuae memorandum posteritati; fa-
maeque tradetur non coctili laterculo stravisse Urbem,
non lapideo ponte /lumini imposito junxisse te Romam^
non viarum angustias eo latitudinis deduxisse ut
quadrigae inter ^se sine periculo occursent, etsi id
genus etiam gloriosum, sed multo praeclarius divinae
legis parricidas esse te ultum, neminem impium ef-
fugisse manus tuas, purgatamque multo scelere Ec-
clesiam Apostolorum temporibus reddidisse. »
Ma r uomo che empì Firenze e Toscana del suo Girolamo
nome, e lo fece echeggiare in tutta Italia e fuori, é^"g°"„o°**
fra Girolamo Savonarola (1452-1498), il quale pos- ^y**^*"
sedeva certo molte di quelle doti che costituiscono il
grande oratore. Pio fin dalla prima gioventù, si di-
sgustò della corrotta società che lo circondava, ap-
pena potè aprire gli occhi a riconoscerla; carattere ri-
soluto e di costanti deliberazioni, fuggì dalla casa
paterna per vestire la bianca tonaca del domenicano.
Tanto appare anche dalla lettera che scrisse da Bo-
logna al padre (i), per chiedergli perdono dell'occulta
fuga. « In primis la ragione la quale mi mosse ad
entrare in religione è questa: prima la gran miseria
del mondo, le iniquità degli uomini, gli adulteri!, li
latrocinii, la superbia, la idolatria, le bestemmie cru-
di La lettera è premessa all'edizione delle prediche sopra Job^
bue a Firenze dal 1494. al 1495. Venezia, Nicolò Boscarini 1545.
(
Digitized by
Google
128 CAPO QUARTO
deli, che il secolo è venuto a tanto che più non si
trova chi faccia bene. Dov' io più volte cantava que-
sto verso lagrinjando ; Heu fuge crudeles terras, fuge
litus avarum; e questo perch' io non potea più \
tire la gran malizia de'cecati popoli d'Italia. E tanto
più quant' io vedea le virtude essere spinte al fondo
et i vizi sollevati. Quest'era la maggior passione ch'io
potessi avere in questo mondo; per la qual cosa io
pregavo ogni giorno messer Jesu Cristo che mi vo-
lessi levare di questo fango. » Con sifiFatti principi
non potea mancare lo zelo d'un gran predicatore.
* Ma non gli mancava nemmeno un operoso ingegno,
perchè progredì tosto e assai negli studi, tanto che!
superiori vedendo in lui la dottrina associata a facile
parola pensarono di farne un lettore di filosofia e il
posero a insegnar metafisica a Ferrara. Ma ben presto
l'aridità di Aristotele e della scolastica lo annoiò,
trovando miglior pascolo per la sua ardente imagi-
nazione nelle Sacre Scritture, che diventarono tutto
il suo amore.
La sua pre- Quindi dopo che fuggì di Ferrara, per l' assedio
<iiwzione ^.^g ^j volean porre e vi posero di fatto i Veneziani,
in Firenze , . ^ —. ^ ni.,, j-
avendo riparato a Firenze, penso darsi alla predica-
zione, e tosto s' accorse di respirare nel suo vero am-
biente. Cominciò a rivolgere la sua ardente parola
a' suoi frati, ch'ei raccogliea nel chiostro del con
vento, dove un rosaio gli serviva di padiglione; e
poscia prese più largo campo in mezzo al popolo fio-
rentino, facendo tonar la sua voce specialmente dai
pulpiti di S. Maria Novella e di S. Reparata (ora
S. Maria del Fiore). Indole focosa, imaginazione
esaltata, perorava con un accento vibrato che ricevea
maggior colorito da un tono di voce cupo e robusto;
uomo di vita austera e penitente, scolpita per giunta
ne' lineamenti bruschi e sporgenti per irsuta magrezza,
trovava in se un più facile modo di trasfondere in
Digitized by
Google
CAPO QUARTO I29
altrui il profondo convincimento dell' animo. Fornito
di soda dottrina e conoscitore a un tempo della vita
del popolo fiorentino, de* guai che lo tribolavano,
della corruzione che lo avviliva, egli non solo potè
parlargli con una franchezza che non temea della
scienza paganeggiante, ma metlergli sotto gli occhi
le sue condizioni e fargli comprendere le riforme da
farsi. Al qual fine lasciava opportunamente le specu-
lazioni elevate e scolastiche per dettar massime pra-
tiche e cristiane e regolare con esse tutta la vita pri-
vata, domestica, cittadina, politica. Per tal modo di-
ventò popolare e la gente d'ogni classe affluiva ac-
calcata ad ascoltarlo. Era un uditorio composto di
uomini educati nella fede di Dante, ma affievolito e
guasto dal lusso, dalle discordie e da un pratico ma-
terialismo, che s'infiltrava sempre più nelle vene col
classicismo pagano; grassi mercanti, donne dalle
pompe lascive, giovinolti dediti alla crapula e al pia
cere, banchieri usureggianti, popoluccio che curvo
sotto il peso della servitù ottundeva ogni nobile e
religiosa aspirazione E la città, già divisa, sotto la
forte eloquenza del Savonarola si divise ancor più.
La parte democratica infatti, che vi trova l' interprete
delle sue idee, si schiera intorno a lui. Egli intanto
prega, tuona, minaccia per aver la riforma religiosa
e in tutta Italia: « Firenze, secondo che tu farai più
o manco bene, così saranno le tue tribulazioni o pic-
cole o grandi. Io te V ho detto altre volte, ma sappi
che tu debbi scacciar via quelli tre peccati (sodomia,
lussuria, usura)... Io son qua per difender questa ve
rità e per Cristo, e non son qua per predicare a Fi-
renze sola, ma a tutta Italia. Tu sai, tu mi hai co-
nosciuto per li tempi passati e sai eh' i' non ero atto
a questa impresa, che non arei saputo muover una
gallina, et tamen oggi tu vedi che per questa predica
tutta Italia et ogni cosa è commossa. Io sono tenuto
Storia della Predicazione ecc q
\
Digitized by
Google
130 CAPO QUARTO
a Star qua infin che arò di spirito. Firenze, fa quanto
tu vuoi, fa che fantasia lu vuoi, imaginati quel che
tu vuoi, eh' io t* ho a dir questo questa mattina, che
quest'opera tu non la gitterai per terra, ma ella andrà
innanzi sebbene io fussi morto, perchè elFé opera
di Cristo... Signor mio, io mi voto a te, tu se' la
prima verità et volesti morire per la verità et mo-
rendo tu vincisti ; così io sono parato per la tua ve-
rità voler morire. Tu sai quel ch'io ho detto l'ho
detto nel lume tuo; et così nel medesimo lume an-
nunzio questa mattina che l'opra tua ha andare in-
nanzi e aviamo a vincere. Tu sai. Signore, che non
dico questa cosa da me, né mi confido in me, ma in
te solo. Signore mìo, che difenderai la tua verità,
perchè io da me non arei saputo niente » (i). E, nota
anche a questo luogo il raccoglitore, il popolo gridò
ad altissime voci misericordia e viva il regno di G. C.
tanto da interrompere la predica. E sì gettano via gli
arnesi che servivano al lusso, alla corruzione, ai tra-
stulli: carte, dadi, strascichi, fogge di vestire diso-
neste, libri di novelle indecenti e altro; i fanciulli
vanno per le vie a raccoglierli e se ne fanno dei pub-
blici falò per le piazze. I godenti del mondo sorri-
dono, arrabbiano, formano un partito ostile al frate.
Ma egli, animato dai primi trionfi, continua, chiede
riforme generali nelle arti, nelle lettere, nella stessa
repubblica, nella corte del principe, nel clero, nella
corte romana; né guarda più alla sola Firenze, ma
a tutta l'Italia. « O Italia, o Roma, dice il Signore:
io ti darò nelle mani di gente che ti dissiperà insino
a' fondamenti Io condurrò tanta pestilentia che poca
gente resterà; io condurrò in Italia e Roma uomini
bestiali, uomini crudeli che saranno affamati come
leoni, come orsi; e morrà tanta gente che stupirà
d» Sopra Amos pred. 21.
Digitized by VjOO^^ IC
CAPO QUARTO I3I
Ognuno. Credetelo a questo frate, che non sarà gente
che seppelisca i morti » (i). Volge quindi il discorso
a Milano, a Venezia. E piglia spesso in tal modo
tono profetico, s impadronisce del suo uditorio, la
fama si diffonde e chiama gente da lontano; quando
e' va a predicare, gli amici gli fanno ala perchè
nessuno osi toccarlo; e così egli si trova, quasi senza
avvedersene, a capo di un partito e uomo d* azione
tra quelli che bramavano ristorare le antiche e per-
dute libertà. I nemici lo rispettano talvolta per ti-
more, Lorenzo de* Medici cerca di parlargli e di vin-
cerlo con doni, ma il frate non cede; già si vocifera che
chiamato al suo letto di morte ricusasse di assolvere
il principe che non volea ripristinare le conculcate
libertà. Intanto la forza imperiosa delle circostanze
lo sospingeva a ingolfarsi più che non si convenisse
ad un oratore sacro nelle faccende politiche, e ad
alludere inconsultamente ai grandi del ceto ecclesia-
stico; e non s'appartiene a noi il seguirlo vittima di
quelle congiure che gli si tramarono contro, e pro-
vocarono ordini dalla Corte di Roma, a cui egli si
ribellò, fino alla tragica fine che lo condusse sul pa-
tibolo nella piazza della Signoria, la domenica delle
Palme del 1498. Alcuni lo giudicarono un eretico, e
a torto; altri lo riguardarono come un martire e ne
fecero V apologia, come il Benivieni e Gianfrancesco
Pico tra gli antichi. Cesare Cantù e il P. Vincenzo
Marchese tra i moderni. Cesare Balbo lo definì un
uomo esaltato e fanatico; forse coglie più nel segno
chi ammettendo una dose di siffatto esaltamento, che
lo rendeva non sempre prudente nella scelta dei mezzi,
gli attribuisca insieme rettitudine e santità ne' suoi
fini.
{ty Pred. sopra Zaccaria ecc. XXI. Venezia, per Alvise De
Fortis I5t4.
Digitized by
Google
132 CAPO QUARTO
A noi però giova meglio cavarci da questioni ali-
Studio mentale talvolta dallo spirito di parte, per istudiarne
*^odo di ° l'eloquenza. Tra le sue opere oratorie vanno princi-
predicare palmente annoverale le lezioni scritturali o prediche
sopra Job, falle nel 1494 e raccolle dalla voce del
predicatore da un frale dell'ordine in numero di 47(1),
e sopra Ezechiele in numero di $0 (2), e tenute a
S. Maria del Fiore nel 1496; e sopra Amos, Zaccaria,
Evangeli e Salmi in numero di 48; già del commento
dei Profeti si dilettava maggiormente trovandovi ima-
gini e ispirazione che consonava con la natura del-
l' animo suo. Non si possiede però né tulio ciò ch'ei
fece in materia oratoria, né come io fece, se logli
r esposizione dell' orazione domenicale, dellata in la-
lino. Egli scrivea poco ; e le prediche che si leggono
furono raccolle da di voli uditori, i quali ebbero sì,
come dichiarano, la massima cura di fedeltà, ma non
è da ritenere che ci trasmettessero con lulla preci-
sione il pensiero dell' oratore e la sua frase, se do-
veano servirsi della memoria o di una stenografia più
imperfetta della moderna. Tuttavia possediamo la
sostanza dei discorsi sì da poterne giudicar il valore.
Veramente non si può riconoscere in essi un lutto
compatto e organico, quale si ha per una lessi lura
ordinala e per prove bene svolle e aggiranlisi inlorno
a uh assunto: non dimostra gran fallo, digredisce
spesso portatovi dalla sua focosa imaginazione ; ha
lalvolla del capriccioso ne' suoi commenti, lasciando
il senso letterale e correndo ad arbilrarie applicazioni
(i) Venezia, 1545.
(2) Prediche del Rev do Padre fra Hieronimo da Ferrara del-
l' Ordine de' Predicatori sopra Ezechiele profeta, fatte in S. Maria
del Fiore l'anno 1496, cominciandola 1.* domenica d' Avvento a' dì
27 di novembre raccolte per ser Lorenzo Viovoli dalla viva voce
del predicante; stampate a Ferrara per Jo. Mozzocho dal Bondeoo
nell'anno del Signore 1516 a' di io di Settembre.
Digitized by
Google
•^'*t//
>' ^
ri
to
a a
;ico
inta
Qui
ilis, Ve-
iitiarum,
Venetiis
iiipliciraie
irigi 1674;
.'-lùnj sopra
La prima
predica
su Job
134 CAPO QUARTO
vorrei che studiasse il novello oratore per intender
bene quest' arte e trarne profitto. Prendete anche la
prima predica su Job, che certo non è di quelle che
presentino maggior movimento, e voi vi accorgete
subito di siffatta qualità. Ella si svolge quasi tutta
come una grande azione teatrale, essendo per la mas-
sima parte costituita da un apologo e dalla sua in-
terpretazione: il Signore discende a osservar Y Arca
nostra, di cui l'antica era figura, e vi trova tre donne;
la prima é T umana sapienza che ode i salmi che
soavemente si cantano dalle persone entrate nell'Arca
e si rifiuta d'entrare; la seconda è l'impazienza
umana, a cui pare che il Signore indugi troppo nei
castighi; la terza è la misericordia, la quale, vedendo
tante tribolazioni che devono colpire l'umanità, vuol
tenere le mani al Signore affinchè non mandi il di-
luvio dei castighi, e riesce ad ottenere che aspetti an-
cora un poco affinché i più volonterosi tra gli uomini
trovino salute. E così à quando a quando e' si prepara
scene drammatiche, in cui nessuno è che lo superi.
L'oratore, dopo aver detto che l'umana sapienza ri-
cusò di entrare nell' Arca, la cita subito al suo tri-
bunale: a Fatti innanzi, sapienza umana: che di' tu
di questo diluvio? — Che noi diciamo? E di queste
tribolazioni che noi predichiamo? Che hanno a ve-
nire, (lei risponde e dice): queste son cose naturali;
furono sempre delle tribolazioni e sempre ne saranno,
e quando poche e quando assai, secondo che danno
le diversità dei tempi... — O stolta sapienza umana,
ti pare aver dette bene: ora ascolta ora un poco mo'.
Tu vuoi che qualche costellazione produca questi
effetti nelle cose umane. Dimmi, questa tua stella
qual'è? Che io ho caro di cognoscerla et sapere se
tu l'hai provata sola, senza l' influentia dell'altre
stelle et di tutto il cielo... Però tu, sapienza umana,
non puoi sapere la sua virtù propria, ne quello che
Digitized by
GoqqIc
CAPO QUARTO 135
l'adoprì quaggiù, massime in questi parlicobri, et
massime nel libero arbitrio dell' uomo, che non é
suggetlo ai cieli né alle stelle né dee e^i^^ere sforzato,
se lui non vuole, quia sapiens dominati tur astris. Et
però, sapienza umana, questa tua stella t' ì\a ingan
nata. Tu se' la ingannata, tu, e non io. Tuo danno,
se non sei voluta entrare nell'Arca. Tuo danno;
stani fuora, et el diluvio ti troverà, et porterattene
via. La sapienza umana non passa coli' occhio suo
sopra el cielo, ma solamente s'aggira circa queste cose
inferiori ecc. »
Anche un' altra cosa è da notare, L' abilissimo
oratore, pur quando pare che vada più lontano se-
guitando nei proprii commenti le più remote circo*
stanze di altri tempi, mira a rispondere a qualche
bisogno del proprio tempo. In questo stesso discorso,
di jcui abbiamo ora parlato e che serve di preambolo
al libro di Job, voi siete portato a quando a quando
nel bel mezzo della vita di Firenze. Ad esempio dopo
aver notato le grazie concesse da Dio ai popoli del
tempo noetico e quella ostinazione nei peccati che ap
portò il diluvio, passa a ragionare così delle condi
zioni del suo popolo: « Io ho fatto, dice Iddìo, sem-
pre misericordia, e massime al popolo tiorentìno. lo
gli ho dato la libertà. Io gli ho fatto annunziare le
cose future e hogli fatto dire che se lui farà bene
sarà il più glorioso e il più ricco et più polente che
mai fusse. Et dixi iniquis nolite inique agere et de-
linquentibus nolite exaltare cornu. Non vogliate,
come dice il Salmo, voi iniqui fare iniquamente, né
esaltare la vostra superbia. Io ho detto à Firenze
tante volte: lasciate andare le vostre pompe, lasciate
le vanità, lasciate l'ambizione, datevi alla semplicità.
Et non pare che vogliate intendere. Voi vedete or
ITlalia tutta piena di genti estranee, et essere op-
pressa da ogni verso, et tamen ognuno di voi cerca
gìtIHGoogle
136 CAPO QUARTO
la degnila e! essere superiore. Nolite extollere in altum
cornu vesirum. Dice qui el Salmo e con più altre
parole vi esorta de non cercare di innalzar le vostre
superbie; perchè el diluvio isbasserà ogni cosa. Io
v'ho detto e così vi ridico: guai a chi vorrà innal-
zare el capo a Firenze. Humiliatevi et abbiate fede
in colui che vi ha liberati. La fede voi l'avete intesa
et Dìo ve X ha fatta toccare si può dir con mano.
Se voi farete quello che Dio v'ha detto et dimostrato,
ogni cosa n'andrà bene; ma se noi farete, né nostra
sapiencia ne potentia alcuna vi gioverà, perchè el Si-
gnore è quello che è giudice d'ogni cosa. Et però a
questa donna Misericordia disse il Signore: sta con-
tenta^ ma va a quel fanciullo e dirailì che denunzi a
ciascuno ch^ chi vuole misericordia non s' indugi. Et
però: o Firenze, o increduli, venite a penitentia. Noi
vogliamo predicare quest'anno a quelli che sono nel
r Arca ed esortarli alla perseverantia, et chiamare
quelli che volessero ancora entrare. O savi del mondo,
la vostra sapientia umana non vi lascia credere né
venire alla vostra salute. Oh! quanto vi è nociva
questa vosira sapientia, non vedete voi ch'ella v'in-
ganna? Cominciate horamai a credere quello che voi
vedere^ Fate penitentia, ch'el Signore vi chiama et
ancora aspetta. Et voi principi e prelati della Italia,
fate peniienlia et non confidate in altro, perchè io vi
dico che non c'è altro rimedio che questo; e ve-
drete, se non lo credete, che poi sarà vero et uno
jota non mancherà di quello che v' ho detto. Et dirci
ancora più altre cose, ma voi non siete degni né di-
sfosti a riceverle. »
, . Per siffatto modo cielo e terra mettono mano di
La prima ...,,.
preiica Buconiinuo alle sue composizioni, ed egli, quantunque
talvolta sia greggio e urtante nei modi, si eleva poi con
solennità, come farebbesi in un'epopea, senza perdere
popolariià. Osservate anche la prima predica sopra
Digitized by
Google
^
CAPO QUARTO I37
IDzechiele: con che franchezza fa che Dio venga a
pigliar le sue difese 1 « Oh, dirà quel tepido, guarda
quel frate quel che dicel — Io ti dico che mea doc-
irina non est mea. Vien qua, dice Iddio, se questo
frate ti ha ingannato, che vuol dire che non s* è mai
scoperta questa fallacia tant'anni? Tu hai tentato
con lettere false, con testimoni falsi a Roma, con
spade et per ogni verso; tu non hai potuto scoprire
questa fallacia. » E scende spesso a osservazioni pra-
tiche per dirigere i costumi nelle più svariate parti-
colarità della vita. Così chiude la prima predica su
Ezechiele: « Bisogna fare oratione per questi ufficiali
dell' abondantia, che Dio gli spiri a provvedere se-
condo i bisogni della città. Fate lo advento, chi può,
date delle elemosine; provvedete voi, ricchi: uno
dica, a questo poverello voglio provvedere io; l'altro:
et io voglio provvedere a questa casa. Attendi al bene
civile, se vuoi che Dio ti dia le tue prosperità... Ju-
stitia, ti dico, justitia. Che state a fare voi, signori
Otto? El si giuoca per tutto. Castigate li sogdomiti.
El se tu ne avessi fatta una di queste justitie. Dio ti
aria aiutato tanto che tu ti maraviglieresti. Attendete
a queste lingue che dicono male tutto el dì de' cit-
tadini. — Castigate queste lingue, perchè sono quelle
che guastano la città. Quando voi eleggete uno ma-
gistrato, non date mai fave nere a quelli che sono
inviluppati in questi vizii che si hanno a castigare.
Magistrati, andate gagliardamente, che Dio è con voi.
Fa quello che ti dico, Firenze, che se tu fai così,
sarai beata; così Dio ha giurato che se non farete
questo, voi non entrerete nella sua requie: queste
sono le squadre, questi sono li cavalli, cioè il viver
bene e ricorrere a Dio, qui est benedictus in saecula,
amen, »
Contemporaneo al Savonarola e di fama non
meno diffusa in Italia, ma d' indole assai diversa e
Digitized by
Google
i-_^'fìA' •■-- '•^lir-Hl'^/v •
138 CAPO QUARTO
di meriti oratorii assai inferiori, fu un altro domeni-
Gabriele cano, Gabriello Barletta. Non si sa determinare con
sna nfanUra ^"^^^ Certezza né r anno né il luogo della nascila,
quantunque paia più probabile che il cognome al-
luda alla patria. La sua vita ci si presenta molto
operosa, sì che percorse, come oratore, molte illustri
città. Sfornito di forza ed elevatezza di sentimento,
tende per lo più ad accumulare dottrina e citazioni,
anche di autori profani, secondo l' uso del tempo,
però con chiarezza. Abbondano, e ciò costituirebbe
il suo carattere speciale, gli esempi, le facezie e ta-
lora anche le buffonerie, a cui sembra che dovesse
la sua popolarità, la quale crebbe tanto da far cor
rere a que dì il detto cht nescit praedicare qui nescit
barlettare. I suoi discorsi ebbero parecchie edizioni;
anohe quella che mi sta sott' occhio, fatta a Venezia
(1310) ne conferma la celebrità col suo titolo: Cele-
berrimi et omnium excellentissimi praedicatohs fr.
Gabrielis de Barletta Ord. Praed. Sacrae theologiae
eximii professoris solemnissimi sermones feliciter
incipiunt. Il Liron, che ne parla (i), e colloca la prima
edizione tra il 1495 e il 1500, opina che questi sermoni
non sieno stati recitati quali stavano scritti, ma che,
recitati in volgare, sieno stati raccolti da uditorio
e quindi tradotti in lingua latina', quali oggi si
hanno; e che per tal modo si sieno introdotti in
essi lazzi e grottesche impertinenze che li contami-
nano a segno da guastare affatto la serietà della sacra
eloquenza. Non mancò chi li credette un'impostura
letteraria a scopo di guadagno, valendosi di un nome
cinto dair aureola della celebrità. Osservo però che
bisognerebbe dire altrettanto dei sermoni di altri
oratori, come dei francesi Maillard et Menot. Oggi,
(1 ) Singularités historiques et litteraires t. 3.
Digitized by VjOO^^IC
i^tt^É^^A.^.
CAPO QUARTO 139
se non se ne scopre qualche dato positivo, torna
troppo difficile la soluzione di siffatto dubbio.
Ecco intanto un breve saggio dell' autore, tratto
dalla predica; An divites possint salvare {i). « Ideo
ego praecipio ut aperias manum fratti tuo egeno et
pauperi qui tecum versatur in terra : debet homo esse
lèeralis dando, Talis fuit Alexander Magnus, qui
nihil habere volebat quo cum suis militibus participare
non posset, Unde cum semel per quandam sylvam
pergeret, et ipse cum suo exercitu deficeret sibi, qui-
dam prò magno munere scjrphum aquae sibi dedita
quam ille effundi mandavit; noluit solus bibere, post -
quam aliis non poterai communicare. Sed eheu! ex
penduntur haec bona in pompis, in equis ; pauperes
fame moriuntur, et daemon super hoc ridet Et cauda
mulierum est sella diaboli. Exemplum habetur. Sanc-
tus Zenoy dum semel irei post beatum Ambrosium,
vidit quandam mulierem cum longa cauda incedentem,
et coepit ridere. Requisivit beatus Ambrosius cur ri-
sisset: vidi, inquit, quasi daemones dormientes super
caudam hujus mulieris, et dum transiret ipsa per
viam lutosam elecavit caudam, et daemones in ea
dormientes ceciderunt in lutum, unde alii, ipsam se-
quentes, valde riserunt. »
APPENDICE P AL CAPO IV.
Trovo sul finire di questo secolo stampati discorsi^
di parecchi oratori nazionah e stranieri, ma che pre- pre"icarono
dicarono in Roma, nelle cappelle che si teneano al jjj?^^^ "èn^.
Vaticano o in varie altre chiese, alla presenza del *^^pp*5|^
S. Padre. Figurano tra costoro Tommaso dei Capi
toni de' Colleoni, domenicano, oratore del re di Francia
Oratori che
(I) Feria V, a* Ebdom.
Digitized by VjOO^^ IC
140 CAPO QUARTO
ed esimio professore di teologia; Bernardino Corvajal^
maesrro di camera del Papa; Pietro Terrasse, car-
melirano: Roderico di S. Ella, dotto spagnuolo; Ales-
sandro Cortes, che cantò le lodi di Sisto IV in un
poema-f e n' ebbe un rescritto con amplissimo en-
comio; Ambrosio Corano, agostiniano; predicarono
tutti alla presenza di Sisto IV; e sotto Innocenzo Vili
Antonio Lollio, geminianese; Teglia^io, vescovo di
Torcello; Battista Signorio, genovese, agostiniano; e
al tempo di Alessandro VI, Pietro Gravina di Pa-
lermo; Timoteo de Totis di Modena, domenicano;
Leonello de Chieregati, vescovo di Concordia, e re-
ferendario domestico di Sua Santità, il quale tenne
a S» Pietro un discorso assai lodato in occasione del-
l' alleanza tra Alessandro VI, il re dei Romani e di
Spagna e ì duci dei Veneti e dei Milanesi contro i
Turchi, Pietro Bosca disse pure un discorso di rin-
graziamento dinanzi al senato dei Cardinali, per ce-
lebrare la viuoria di Malaga, riportata da Ferdinando
ed Elisabetta di Spagna.
Rammento inoltre tra domenicani: Giovanni da
irBiianì Napoli^ notissimo a' suoi giorni e che lasciò, oltre a
un volume dì sermoni, un elogio di S. Caterina da
Sieiia; Bartolomeo Lapacci, di nobile casato fioren-
tino, stella dell' Ordine, che scrisse a Pio II un trat-
domerìtcanitato sopra il Sangue Prezioso, per la questione avuta
coi Minori Osservanti, e un altro al Card. Bessarione
intorno alla distinzione dello Spirito Santo; fu ve-
scovo e lasciò tra Y altro molli sermoni, alcuni dei
quali tenuti alla presenza di Pio II; (i mss. si dicono
a S. Maria Novella); Bartolomeo da Cervere che
predicò molto in Piemonte, e fu martirizzato nel 1466;
Paolo Mataglianidì Bologna morto il 1469; Pier Paolo
Cianciano di Chiusi; Leonardo Mansueto di Perugia;
Michele Ghislieri; Alessandro di Bologna, assai lodalo,
e morto a Roma il 1479; Stefano da Taranto, che
Digitized by
Google
CAPO QUARTO ì^ì
dicono abilissimo nel commuovere gli affetti e dì cui
si pubblicò un sermonario, morì nel 1485; Antonio
da Brescia; B. Simone Taparelli morto di cent' anni
nel 1495; i due fiorentini Marco Pietro daSacchieUi
e Giovanni Caroli, scolaro di Cristoforo Landino,
lodato assai da S. Antonino, e che scrisse parecchie
vite in latino e volgare, un quaresimale e altri ser-
moni; morirono tutti sul chiudersi del secolo (i).
Si segnalarono tra i francescani Cristoforo i^fl fi in««ciBÌ
Mon^a, milite del duca di Milano, tratto poi all'Or-
dine religioso da S. Bernardino da Siena; fondò a
Como il convento di S. Croce e mori a Milano
nel 1460; Francesco Aretino fiorente ancora nel 1467;
Giacomo di Cagli del Piceno, che tra T altro, in oc-
casione del capitolo generale tenutosi a Firenze nel
1467, predicò con molta lode ivi per otto giorni; Ma-
riano da Cisterna^ insigne per la sua facondia; Pan
cranio Casini f Bernardino Rendano; Fortunato Pe
rugino, che predicò assai in patria e in tutta la To-
scana: Francesco Trivulpo da Milano, di nobile fa-
miglia; sposatosi appena, persuase la consorte a L\t^ì
Clarissa, facendosi lui francescano; percorse, predi-
cando, r Italia; fioriva ancora nel 1482; Giacomo da
Cortona, morto nel 1484; Bartolomeo de Apone^ del
convento di S. Maria degli Angioli ad Assisi, detto
magnus predicator; Antonio di Balocco, vercellese,
che riuscì a rappacificare gli Orvietani; Bernardo di
Caymo, milanese, mandato da Sisto IV nunzio a
Ferdinando il cattolico; Giacomo Grumello di Bre-
scia, che si mostrò avverso al Savonarola; Nicolò
Carrettino del convento di Savona (2).
Notiamo tra gli agostiniani: Nicolò d' Aquape?!- ^gosxìnhm
dente di Firenze morto 1456 che lasciò Sermones de ^
sanctorum festivalibus. Quadragesimale e altro; Gu- '
(I) Ex Quétif et Ecbard. (21 Ex Wadding.
Digitized by
^
142 CAPO QUARTO
gltemo Becchi, patrizio fiorentino, generale dell' Or-
dine e vescovo di Fiesole nel 1470, che lasciò Ser-
mones ad Clerum, Sermones ad populum; e si dice
che gareggiava coi primi; Ambrosio da Ckyri, molto
erudito e reggente gli studi di Perugia e poi di Na-
poli; fu messo in prigione a Castel S. Angelo per
espressioni attribuitegli contro Innocenzo Vili; nella
biblioteca regia di Parigi si conservavano varii suoi
discorsi; Da Cremona Agostino e Luca, tutti e due
della detta città; Filippo Groppantes, fiorentino, che
nel 1438 reggeva lo studio in patria; Mellini Fran-
cesco di Pisa, detto il zoppo, morto il 1462; Ales-
sandro Oliva di Sassoferrato card, sotto Pio II; Gh.
Rocco di Pavia, caro a Francesco Sforza; Filippo da
Venezia, maestro di sacra teologia, sepolto a S. Ste-
fano con questo epitaffio: Philippo Veneto Ord, Erem.
S* Angus tini, magno theologo et celeberrimo concio-
natori 1466; Michele Duranpno del convento di
Empoli, di cui si ha Opus predicabile - Florentiae •
typis Frane. Bonacursii 1490; Benedetto da Fiorenja^
anche letterato di qualche valore] Luchino Ar conato,
milanese, uno dei quattro predicatori generali del-
l' Ordine; Luchino Corvino di Arezzo; per la fama
che godeva le città se lo disputavano; lasciò Con-
ciones quadragesimales et dominicales ; Gio- Batta
Paggio, patrizio genovese, di gran pietà; Giacomo
da Prato, posto tra quelli che primeggiavano, lasciò
Sermones dom. super epistolas, cioè tre discorsi sopra
ciascuna epistola, e Sermones dom. super Evangelia (i).
(I) Ex Ossinger.
Digitized by V3OOQ IC
CAPO QUARTO
*43
APPENDICE IP AL CAPO IV.
Or:] «oh
fra a Ce' si
Notiamo tra gli oratori francesi il b. Alano de la
Roche, domenicano, gran promotore della devozione
del S. Rosario. Guglielmo Joncon dì Tolosa, agosti-
niano, che scrisse due libri sui vangeli di tutto l'anno
e sermoni sulle feste di Maria Vergine, un quaresì
male e altri 50 discorsi. Più celebre di tutti però vuol
dirsi il francescano Oliviero Maillarddì Parigi, morto
il 1502, dotto teologo, predicatore alla corte di Luigi XI
e poi confessore di Carlo Vili. Per classificare il ca-
rattere della sua eloquenza, si racconta che una
volta, a un cameriere che lo avvertiva che il mo
narca, adirato per la violenza della sua parola, avev:i
minacciato di farlo buttare a fiume, rispondesse: io
giungerò più presto al Cielo per. acqua, che non lui
co' suoi cavalli di posta. La pòsta era un'istituzione
nuova di que' dì. In generale l'oratore si tiene al ge-
nere del nostro italiano Barletta e perciò vi abbon-
dano le facezie volgari; le sue prediche ebbero pa
recchie edizioni. Giorgio Orter di Frikenhausen, in-
faticabile, e morto nel 1497.
Fiorirono in altre regioni i domenicani: Giovanni^
di Salamancaj uomo dì molta prudenza ed crudi- domenicani
zione, che lasciò tra l'altro un volume di discorsi in nlz^ionl
lingua spagnuola e Cristoforo di Galve^ di Ilerda;
Giovanni Kuned di Lipsia, pubblico commentatore
della Bibbia; furono stampati i suoi Sermones de
tempore; Enrico Kaltisen, nato nei pressi di Treviri,
che studiò a Vienna e fu poi inquisitore per tutta la
la Germania; lottò contro gli eretici di Boemia detti
Orfanelli, fu maestro di sacro palazzo di Eugenio IV
e legato sotto Nicolò V, indi arcivescovo di Dron-
thein in Norvegia; morì nel 1465; Gerardo de EUen
PredrcRiorì
Digitized by
144 CAPO QUARTO
di Colonia, assai lodato per la sua abilità; Giovanni
Preslamt:( di Elbinga che lasciò molte orazioni dette
al clero e al popolo (i).
francescani Sono da rammentare inoltre i francescani: Gio
vanni da Toledo, che predicò molti anni con tre altri
compagni emulanti il suo spirito in tutto il regno di
Spagna; Benedetto Valentino della provincia d'Ara-
gona, oratore di corte presso Ferdinando il cattolico,
lodato per il suo ardore e per la santità; Andrea de
Chib, che lavorò con gran frutto in Ungheria e fu
dal Papa salutato come acerrimo difensor della feàt\
Agostino da Cracovia, convertito da S. Giovanni da
Capistrano, e che, fatto maestro in quella università,
diventò celebre predicatore; Leonardo di Cracovia
di nobile casato e che predicò con gran zelo^ prima
come sacerdote secolare e poi come Minore Osser
vante; Nicolò da Costie, polacco, detto facondissimo,
e il connazionale Girolamo Prpbino lodato per la sua
dottrina; Lodovico de 'Varca della città di Varsavia,
che per il soverchio concorso dovea predicar nelle
piazze; Giovanni Brugman della provincia di Co-
lonia; Paolino e Serafino di Polonia tutti e due di
molta celebrità; Stanislao de Gorjep che fioriva a
Cracovia nel 1487; Paolo Moravo che lottò molto
cogli Ussiti (2).
agostiniani Abbiamo tra gli agostiniani: l'inglese Giovanni
Capgrafio, confessore del fratello di Enrico V, che
scrisse Orationes ad clerum, Sermones per annum
e il connazionale Giovanni Erghon professore a Ox
ford; Guglielmo Galion di Norfolk morto nonage-
nario nel 1507; Hollen Gotschalco, sassone, apparte
nente al convento di OsnabrUch, che studiò in Italia
e molto predicò in patria; furono stampati: Opus
sermonum dominicalium super epistolas^ — Hage-
(1) Ex Quétif et Echard. (S) Ex WaddinK.
Digitized by
Go e^e
^
CAKJ QUARTO 14^
noi'ae i^ij e 1520 (cento e sette discorsi) e Sermones
de B. Virgine — Hagenoiae 1520; scaldo Reinlein
dì Norimberga, che fu il principale promulgatore del
decreto intorno alla riforma dei religiosi dato dal
Concilio di Costanza e poi da Martino V^ lasciò
Sermones donintcaies: Francesco Vieìand^ tedesco*
di cui s' ignora il paese nativo, il cui quaresimale fu
stampato nel 1453 e si conserva a Ratìsbona; Paolo
Veigy bavarese di Monaco, che abbreviò molte pre-
<ijche di S. Bernardino da Siena e raccolse parecchi
discorsi intorno alla Passione di N. S. G. C, (1).
Va inoltre ricordato Giovanni Geikr di Sciaffusa
( 1445* r 510) che molto predicò a Strasburgo e scrisse
setmoni e trattati [2).
iif Ek O^sing^r^ [i] Ei Richard di7.
Storia della Predicazioni ecc. 10
Digitized by V^OOQIC
146
CAPO V.
Dalla predicazione del Savonarola al niiovo movimento recato dal
Concilio di Trento — Cause per cui V eloquenza sacra non
s' accompagna allo splendore letterario di questo periodo — Van-
taggi che voglionsi pur riconoscere — Oratori che prefcri'cona
ancora il latino — Oratori che fanno maggior opposizione al-
l' eresie dominanti — Oratori prima apostoli e poi apostati -
Egidio da Viterbo, Francesco Visdoroini« Gabriele Fiamma —
Principale, Cornelio Musso — Appendice di altri oratori italiani.
Parrebbe che il periodo che ci facciamo a percor-
Sembra che rere, e che va dal Savonarola al nuovo movimento
in questo recato dal Concilio di Trento, dovesse tornar oltre-
vwTe^mouò "^0^0 favorevole ad un pieno sviluppo della sacra
progredire, eloquenza, hifattì gravi questioni, cjae agitavano i
s'avvera popoli del settentrione e facevano sentire un eco lon-
tano lungo i versanti dell' Appennino, potevano ac-
cendere non meno i teologi che gli oratori; e gli
studi classici del periodo precedente e le principali
forme letterarie, che raggiungevano la più corretta e
splendida manifestazione, potevano fornir loro un
artistico svolgimento oratorio. Chi non conosce la
festa delle arti e delle lettere nel secolo detto di
Leone X? Fu tale che gl'Italiani non s'avvedevano
in generale dei mali enormi che li minacciavano
nella fede e nell'indipendenza politica. Sa perciò
strano che, mentre le arti belle vantavano sommi
ingegni, come un Michelangelo, un Raffaello, un Pier
Luigi Palestrina; e le lettere rinvennero assai perfetti
Digitized by
Goo<
CAPO QUINTO 147 l
rappresentanti neir Ariosto, nel Tasso, nel Macchia- ^
velli, nel Varchi, nel Celli, nel Castiglioni e in molti
altri; e mentre la stessa eloquenza politica potè edu-
care Claudio Tolomei, Ciovanni Della Casa, Guic-
ciardini, Cuidiccioni, Paruta e altri, sicché con tutti
i suoi difetti niun tempo si mostra più fecondo di
questo e più degno di gloria per il culto della forma;
sa, dico, strano che nulla di elevato e che si appros-
simi a perfezione si rinvenga nella sacra eloquenza.
Or quali ne saranno le vere cagioni ?
A mio giudizio F eloquenza sacra per due pnn-^['J*che"il*
cipali motivi non potè entrare a parte di rutti questi lo«a reii-
trionfi, e tra l'arti sorelle se ne va più dimessa. E^mfnaccla"
prima di tutto: quelle questioni che avrebbero po-g^Ji'^vidno
tuto agguerrirla e animarla alla lotta, se in Ger-
mania erano troppo tempestose e passavano alle vie
di fatto, e perciò impedivano che si svolgesse quella
eloquenza che pur richiede una certa pace e tempo
alla riflessione; in Italia, che per cura più sollecita
della Chiesa trovavasi abbastanza fuori di combatti-
mento, erano poco sentite e da pochi agitate, e non
poteano destar popolare interesse. Perchè par mi che,
come non si suol vedere proprio buon maneggio
d'armi ne tra coloro che in troppo serrata mischia
tirano colpi disperati all'impazzata, né tra coloro che
fanno finte mosse per dare un saggio di scherma,
così avvenga anche nell'aringo della eloquenza, che
cioè non s ottengono buone prove né tra i tempe-
stosi rivolgimenti, né quando manchi una lotta reale
comunemente diffusa e vivace.
E quanto a quelle lotte che sono eterne in mezzo
agli uomini, voglio dire de' combattimenti che tutti
hanno a durare contro le proprie passioni e intorno
a cui ogni oratore deve principalmente parlare a' pro-
pri uditori, esse perdevano della loro importanza;
perché il nuovo movimento letterario, se insegnava
b
(
Digitized by
Google
148 CAPO QUINTO
r arte di dar corpo a' bei concetti, sì che il vero avesse
Seconda tutta la sua parvenza ed efficacia, dall'altra parie in-
g?*JJj*QjJ*g duceva uno spirito paganeggiante che sempre più am-
ano spirito molliva i caratteri e infiacchiva lo sforzo generoso
paganeg- della virtù, detraendo alla purezza e nobiltà dell'idea
*d?s°ra/e* Cristiana. Aggiungi che molti degli stessi ecclesiastici
guasta non di migliore ingegno, attratti dall'amore di gloria,
ci«iast*ici perdevano dello zelo e dello spirito della loro mis-
sione , e o non attendevano punto air eloquenza
sacra o non la rendevano quanto si conveniva vi-
brata e potente, guastandola con lenocinii, imagini
profane, sali e smancerie troppo aliene, o con un
po' di rettoricume male pescato in Boccaccio in
altri scrittori profani. È sempre grande la tentazione
di accomodarsi al gusto, sotto colore di tirar con
siffatto mezzo maggior concorso al tempio. Dice bene,
parlando del Cinquecento, il Paravia (i) ; « io sostengo
che la vera eloquenza sacra non sia fiorita allora in
Italia, perché la nostra letteratura, essendo tutta clas-
sica, era per conseguenza tutta profana, e però troppo
lontana da quella sublimità e da quella eccellenza
che la Religione sola ha diritto d'imprimere su quel
componimenti che so.io da essa ispirati. » Così per
non aver saputo assecondare, in un modo libero e
consono all' ispirazione sacra, quel movimento di pro-
gresso che vuoisi riconoscere nelle nostre lettere, gli
oratori sacri non giunsero nemmeno a gareggiare
cogli oratori politici contemporanei. A questo difetto
poi si accompagna 1' altro già introdotto nel secolo
precedente, e che non mostrava ancor di scemare
quanto facea di bisogno. Accenno all' uso di tirar
troppo nel proprio campo certe controversie degl' in-
terpreti della Sacra Scrittura e delle scuole filosofiche
€ che poco o punto potevano attirare 1' attenzione
(I) Eloquenza sacra, lez. 33.
Digitized by
GooqIc
j
CAPO QUINTO 149
degli ascoltanti. Al qual proposito narra di sé il Pa-
nigarola, che va tra i primi oratori di questo secolo,
che un giorno il Card. S. Carlo Borromeo, buon
oratore esso pure, si recò a sentir la sua predica, e
che dopo, pur lodandolo dell' abilità consentita da
tutti, lo ammonì a lasciare le controversie e tutto
ciò che sapea d* astruso, e a prediligere quei senti-
menti che predispongono il cuore al bene e alimen-
tano la pietà. A che valgono infatti certe aride discus-
sioni sul pulpito ? È molto se gli uditori n' escono
senza alcun danno, mentre T oratore vuol darsi T aria
di dotto.
Il movimento letterario accennato credo inoltre Anche dì
che abbia portato un altro danno all'eloquenza sacra, *gV! "u "
a cui non si riparò in parte che immediatamente i,^'^^'Jj°e
dopo il Concilio di Trento, ed è il decadimento degli
studi teologici; di quegli studi cioè che, quando son
coltivati a dovere e messi in armonia coi bisogni del
proprio tempo, comunicano sostanziale nutrimento
al discorso sacro, e quando sono negletti o male ap-
plicati lo fanno vaneggiare e il rendono inutile. Pur
troppo r Italia, come osserva anche il Tiraboschi, non
fu in questo periodo feconda di teologi quali si
sarebbero richiesti a combattere efficacemente la na-
scente riforma dei Protestanti (i); anche perchè i
migliori ingegni, pur tra gli ecclesiastici, asseconda-
vano con troppa passione gli studi letterari! allora
comunemente applauditi, e la teologia si rimaneva
nel disprezzo e per lo più confinata nei chiostri;
d'onde si vendicava col disprezzare alla sua volta
l'erudizione dei letterati, la loro coltura ed eleganza.
Quindi mancò in gran parte, specie nella prima metà
di questo secolo, quella copia di dottrina soda, at-
tinta alle prime fonti, e nettamente esposta, la quale
(i) Storia della lett. it. t. VII p. H e. i.
Digitized by
Google
150 CAPO QUFNTO
forse avrebbe potuto più presto e meglio opporre una
barriera insormontabile all' eresia, e mancò ancora
quella vigorosa paróla che avrebbe potuto elevare
r eloquenza alla grandiosità della lotta che s' intra-
prendeva, ed eccitare poderosamente gli animi anche
in Italia;, in modo da portare un utile contraccolpo
nella scissa Germania. È vero che il popolo ita-
liano allora attendeva più che mai a divertirsi; ma
é vero ancora che quando vi sono potenti agitatori,
anche i popoli addormentati alcun poco si destano. Ag-
giungi che altri, un po' piegandosi alla maniera esage-
rata del Savonarola, e atteggiandosi a profeti, non rifi-
nivano di predir mali e atterrire il popolo con la mi-
naccia di prossime e inaudite sventure. Traviamenti
tutti contro i quali fin dal principio del secolo sentì
bisogno di alzarsi lo stesso Pontefice Leone X con una
Bolla De Predicatorum verbi Dei munere, examine et
approbatione, che porta la data del 15 16; e di cui riferirò
un piccolo brano che ci riguarda più da vicino: Quo-
rum ffìdelium) falsas et inanes mentes, praedicantes
ipsi praefati non modo in rectam veramque viam redu-
cere minime studenl, sed illas majoribus etiam erro-
ribus implicante dum sine ulla canonum attestatione
vei reverenda, immo contra ipsas canonicas sanctiones,
Sacrae Scripturae sensum multìfariam perverientes,
temereque ac perperam plerumque interpretantes, con
tra veritatem praedicare, terroresque ac minas mul-
taque mala propediem affuturay jamque ingruentia,
nulla prorsus legitima ratione muniti, sed suo dum-
taxat sensuiobsequenteSy comminantur, repraesentant,
adesseque asseverant; plerumque etiam vana quaedam
et inania et alia hujusmodi populis ingerere, et fquod
enormius eslj ab aeternitatis lumine et Sancii Spi-
ritus admonitione aut infusione illa se habere asse-
rere audent. »
A questi difetti intrinseci all' arte se ne aggiunge-
Digitized by
Google
CAPO QUINTO 151
vano altri dì estrinseci. Alcuni oratori non sentivano
che i tempi s'andavano mutando e che certi mezzi, Mewi in-
che furono per lo passato di gran potenza in mano di d*[**atc"ni
santi predicatori, quali le proprie flagella zioni, le pub-
bliche paci ed altre esteriori manifestazioni di peniten-
za, non %'alevano più al fine proposto o nocevano, specie
se non sapeano abilmente prepararne gli animi. Onde
il Card. Federico Borromeo, (i cui meriti ogRi sono
tanto noti per opera del Manzoni)^ loda il france-
scano Alfonso Lupo perchè sapea guardarsene: Cavit
(e dice j semper etiam iUud prudentia Lupi^ ne se
cùmmitteret in ea pericuìa, quae temere adetmi ilti
qui, de papuìaribus animis omnia siti spondentes, ju -
betant subito iìlos ve! tollere clamorem, indicem poe -
nitentiae, vel intersese complexari, vd dextras in al-
tum erigere, cum nondum scilicet auditor es in id per-
motos anitììos habeant (i)- E racconta quindi di un
tale che i m pradentemente minacciò l'indisposta udien
za dì abbandonare il pulpito e la città, se tutti non
alzavano le richieste grida di penitenza^ e perché tutti
nmasero in un glaciale silenzio, dovette effettivamente
abbandonare il pulpito e la città, senza il rimpianto
^\ alcuno.
Né senza causa di danno alla volgare eloquenza si fa an-
tornava inoltre il protrarsi soverchiamente T uso di'^°J^J'"^f]P"
^rivere in una lingua morta^ non solo in circostanze latino
più solenni, quando si dovea parlare principalmente
a ecclesiastici, ma anche quando il popolo accorreva
in gran folla, specie quando si trattava di discorsi
in funere. Così, per dire qualche esempio, Cristoforo
Amaroni, frate agostiniano, disse e pubblicò in la-
I tino la sua orazione in morte di Mons. Antonio Al-
toviti, arcivescovo di Firenze (2), quantunque lo stesso
l
IH Dt lacrii oratorlbua lib. It.
tij Edìm ■ Firenze^ pr«uo Giorgio Mar»cotLÌ 1^74.
Digitized by VjOOQIC
152 CAPO QUINTO
oratore ne facesse poi una traduzione in volgare; e
in latino lasciava le sue Orationes funehres il Cre-
monese Corrado Feliciano, agostiniano e poeta e giu-
rista di qualche rinomanza, morto il 1554; e pari-
menù Spìrito Angosciolo da Vicenza, delegato presso
ì Cavalieri di Malta e generale degli Agostiniani, e
mono a Bologna nel 1582, dettava nella stessa lingua
i suoi discorsi a' Pontefici, re e principi. Anche il do-
menicano Vincenzo Barattieri da Piacenza ne scrisse
moki in occasione di elezioni di prelati, dottorati^
dispute teologiche ecc.; né si finirebbe si presto la
litania, chi avesse voglia di prolrar le ricerche.
Del resto se tutte le dette ragioni impedirono un
progresso quale si nota negli altri rami di letteratura
e quale poteva attendersi dalla sacra eloquenza, bi-
sogna pur convenire che sotto qualche aspetto anche
quest'arte si avvantaggiò: perchè in generale non si
corre troppo ampia materia o sopra materie troppo
svariate e dissonanti, né si viene come prima sovrap-
ponendo citazioni a citazioni. Perciò le amplificazioni
cominciano a pigliar corpo e le idee principali re-
stano meglio illuminate e acquistano maggior valore.
Al quale vantaggio tien dietro anche quello di un
procedimenlo più regolare del discorso. È vero, ancor
non abbiamo generalmente assunti precisi e ben trac-
ciati^ né prove ben combinate e disposte in modo
da ottenere una splendida unità del discorso e una
grande efficacia; ma non può negarsi che lo svolgi-
mento non proceda più ordinato e non si stacchi più
dì prima dalla secca forma didascalica. Convien dire
ancora che la lingua, la frase, il periodo, per essere
a contatto con una letteratura più splendida, anche
nei discorsi sacri smettono dell' antica rozzezza, rice-
vono una pieghevolezza più varia e artistica e sanno
appropriarsi qualche ornamento, quantunque non
sempre con buon gusto e troppo spesso con noiose
sinonimie.
Digitized by
Google
CAPO QUINTO 153
Ora, per venire ai singoli oratori, ci piace notarne
da prima alcuni che sentono le novità dei tempi e Polemisti
fanno perciò risonare qua e là ne loro disco» sì la nota ^'^ ^^^«tfr^
polemica; ed è bello vedere che in ciò si segoiìlarono
alcuni Agostiniani, quasi in ammenda dell'aver nu-
trito alcun tempo nel proprio seno il grande ribelle
che inalberò audacemente in Germania il vessilo
della discordia. Tra questi va Ambrosio Quisteìiio dì
Padova, che spiegava con eloquenza le lettere di
S. Paolo in quel vescovado; d'onde fu chiamato a
Roma, e ove pur troppo fu sopraffatto dà morte,
quando Paolo III voleva mandarlo in Germenia a
pacificarne gli animi. Ambrogio Flandino di Na
poli (1462-1531), maestro privato dei Conti Landi a
Piacenza, e poi vescovo ausiliare in Mantova, che
predicò e lottò col Pomponazzo, contro cui *;crisse il
libro sull'immortalità dell'anima (i), e T apologia
Pro Alexandro Afrodisaeo de fato contra Pelrum
Pomponatium ; più, lasciò, oltre i sermoni latini per
l'Avvento e la Quaresima già pubblicati, altri scritti
inediti contro Lutero (2). Ma più di costoro si mostrò
col ministero della predicazione oppositore acerrimo
delle dottrine provenienti dalla pseudo riforma fra
Girolamo Negri dì Possano (Piemonte), morto a
più che sessant'anni dopo la metà del secolo XVI;
uomo di singolare operosità che, percorrendo le val-
late di Lucerna e quelle delle regioni vicine, convertì
molti eretici, procacciandosi naturalmente Todio dei
settarii, che ipocritamente seppero renderlo sospetto
a Roma, d'onde gli venne la sospensione dalla pre-
dicazione, di bel nuovo restituitagli l'anno J557. Pub-
blicò un erudito lavoro suU' Eucaristia per combat-
tere gli errori di Lutero, lasciandone inedito un altro:
II) Edito a Mantova 1519.
(3) Tiraboschi, St. della lett. it. t. VII p. 2
Digitized by
154 ^^^O QUINTO
Aaron sive de institutione Pontifids Christlani. Pm-
siamo aggiungere tra costoro, quanrunqae vìssuto al-
quanto più [ardi* Luigi Barile di Bergamo, teologo
e direttore spiritoale del duca di Mantova e vescovo
ausiliare di Bre^icia, morto il i^qj. Di lui si pubblicò:
A mbrosianum quadragesimale in quo unicuique evan-
gelio, praeter ipsius expositioneni, speciales tractatus
€xponuntm\ quiÒus verità fes eathoiicae comprobantur
et haereses eontranae confutantur (il
E nel campo di un'opposizione speciale agli ere-
tici, che or tacitamente ora scopertamente diffon^
deansr, colsero pure di begli allori i padri francescani."
Bernardino da Baltano (Lucania), cappuccino, fio-
rente verso la mera del secolo, e che predicò molto
nelle Provincie meridionali^ massime a Lecce, ove
distrusse colla sua eloquenza i crescenti eretici, e
Giacomo da Melfi, celebre per la sua erudizione, il
quale purgò dai Valdesi la Calabria, tanto che per
tali benemerenze ad Otranto gli fu innalzata una
statua; e poi lottò ntì Friuli contro altri dissidenti,
prendendo specialmente di mira gli usurai; mori
nel 1561, dopo aver rifiutato il vescovado di Ragusa;
lasciando tra i molti trattati Commentaria in decem
Decalogi praecepta ( Venetiis 1375 ) (2)- Assai bene me
rito inoltre della polemica Angelo Giustiniano di ChiOt
abile ed erudito (3); e fra Tommaso ////nco che pre*
dicando a Torino dinanzi a Carlo Ut assaliva prin-
cipalmente i Valdesi; già diciotto di questi suoi di-
scorsi furono stampati a Venezia [q); t Francesco da
Novara, morto il 1588, della nobile famiglia Tor-
nielli, che predicò con irutto 50 anni, specie nella
|if B^r^amì lypis Tomini Venturae 1^94-
\7ì Waddinfl. Annale*^ Mmorum fontlnuaii k Jos. Maria De
j^ncona voi XIX
13» Waddìng Ul &upf4 voi. X^.
Ì4) Waddtng. Ut supra voL XXI
DigitizedbyG005;iIe
^rS^
CAPO QUINTO 135
Marca trivigiana, prendendo di mira in singoiar modo
l'errore di Lutero in quanto distrugge 1' unità della
Chiesa (i). Né è tra costoro da trapassare in silenzio
il benedettino Isidoro Ciarlo (i49S"t555)i così detto
per essere nato a Chiarì in quel di Brescia, (al se-
colo chiamavasi Taddeo Cucchi); dotto teologo e
valentissimo nelle lingue orientali, prese parte al
Concìlio di Trento e fu vescovo di Foligno; lasciò
più volumi di omelie, prediche e orazioni (2). Può
accompagnarsi meritamente a costoro il domenicano
Tomaso Radini Tedeschi di Piacenza, oratore di corte
pontifìcia, il quale tra gli altri suoi discorsi ne lasciò
uno espressamente contro Lutero; e alquanto più
tardi e con assai maggior gloria il Card. Roberto
Bellarmino. Questi va certo assai più lodato per le
dotte opere teologiche e per gli eminenti servigi pre-
stati alla Chiesa; Clemente Vili nel crearlo cardi-
nale (1398) lasciava uscir dal suo labbro questo ma-
gnifico elogio : « hunc eligimus, quia non habet parem
Ecclesia Dei quoad doctrinam » ; basta ad attestar ciò
l'opera delle Controversie; tuttavia anche come ora-
tore fece udir la sua voce, specie contro i Protestanti
a Lovanio e a Capua, dove fu arcivescovo.
È pur troppo da dolersi che anche in Italia, quan-
tunque non sì di frequente come al di là delle Alpi,^J,a*Qiiesa
alcuni egregi oratori, che si erano messi nel glorioso
aringo dei difensori del domma e della Chiesa ne
mutassero poi con grave scandalo le parti. Van tra
•costoro, Giulio Terenpano di Milano, non d' alto in-
gegno favorito, appartenente all' Ordine di S Ago-
stino, del quale si rammentano dall' Argelati alcune
prediche stampate a Venezia (3); e il domenicano
(I) Wadding. Cont. a patre Stanislao Melchiorri de Cerreto.
(3) Dice il Tiraboschi che le sue opere stanno registrate nel
Catalogo del P. Armellini. Bibliot. benedettina cassinese p. IL
(3) Bibl. Script. Mediol.
Digitized by V^OOQIC
10 CAPO QUINTO
Tommaso Cajano di Firenze, che predicò special-
mente nella chiesa di S. Marco, ma oiienne rino-
manza in Tuua Italia e fa lodato dal Leander perla
lindura del dettato: ^f quam bene, quam levigate^
quam repastìnate verta sua proferti » Dopo il sacco
dì Roma predicò contro 1' autorità ponlitìcia, e '>ì
crede morisse avvelenato nel 152S. Ma in ciò più
trista rinomanza ottenne Pietro Martire Vermi gHo,
fiorentino {1500- 1^62), che entralo da giovanetto tra
i Canonici Regolari ri usci tosto assai buon pre-
dicatore e fu fatto priore a S. Frediano di Lucca ;
ma poi traviò, guidalo all'errore da Giovanni Val-
dese, spagnuolo; e fuggendo dali' Italia propugnò le
nuove dottrine a Strasburgo, a Oxford e a Zurigo,
dove morì. Percorse la medesima parabola Bernar-
dino OchinOi cappuccino ( 14S7- 1564); uomo torbido»
incostante, ambizioso. Nacque a Siena e si volse da
prima ai Minori Osservanti; d'onde, per non essere
stato promosso agli onori a cui aspirava, passò èx
Cappuccini, ove tu due volte generale. La 5iua rino-
manza nella eloquenza fu grande; e quando predi-
cava a Lucca ebbe tra suoi ammiratori lo stessa
Giovanni Guidiccioni che dettò in sua lode tre so-
netti, il primo dei quali comincia cosi:
O mewagger di Dìo, che id bì^jia veste
L^oro t. ì terreni oiior dispregi tanta
E nei cor duri imprimi il *«Tmon santo
Che te sLesao e pm il w^t ne mamfe«tt,..
Anche il Bembo, si rigido censore, quando rOchino
nel 1539 predicava la quaresima a Venezia, gli tribu-
tava ampie lodi in una lettera alla marchesa di Pe-
scara, nella quale dice non solamente di averlo udito
assai volentieri, ma « di non aver mai udito parlar
più utilmente e più santamente di lui », onde se Io-
prese per qualche tempo a suo direttore di spirito.
DJgitized by VjOO^ IC
■•r"
HAPO dUtNTO Ì%f
Ma invanitosi di tanti trionfi, V Ocliino cominciò a
erigersi a suo modo contro le stesse dottrine della
Chiesa; il che apparve più chìaramenfe nella seconda
sua predicazione a Venezia nel 1542; onde, sapendosi
accusare a Roma, fuggi a Ginevra, ove srampò cinque
volumi dì prediche, che^ infette di errori, s' ebbero le
confLUazIonì di Ambrogi Catarina e del Muzio. Da
quel dì menò vita randagia e inquietLi^ attese a dif-
fondere r eresia in Inghilterra dopo la morte di En-
rico Vni, unendosi a Pietro Martire Vermìglio e a
Ugone LalimerOy oratore faceto ^ fu da ultimo perse-
guitato dagli stessi eretici per la esorbitanza delle sue
opinioni, massime dopo che si fece sostenitore della
poligamia (e).
Ji maggior numero però degli oratori continuava oratori più
quella tradizionale eloquenza che appena per ìndi- ^'^*"' ***^'f
retto pon mente alle controversie e tende a regolare ed Ej^tdio
santamente i costumi dei credenti. E in ciò fare al- ^ '^^^ ^
cuni mostrano cura anche del buon dettato e della
eleganza della fcirma. Nel che troviamo de* più lodati
i domenicani Tommaso da Calvisano di Brescia,
morto il 1512; Lodovico Campana di Campagna ve-
ronese, di qualche rinomanza anche come poeta;
come pure il cremonese Filippo Manna, morto il [517;
Sante Pagnino di Lucca (1470-1541), di cui dice ti
filosofo Champier in una lettera del r536 che ^^ erat
in exortando dulcis, in redarguendo vehemens, in
probando gravis. in persuadendo Jìdelis, in laudandis
viriutibus copiosa Sf in Jleclendis populorum animìs
nane frenis nunc calcar ibus utehatiir jj ; Paolo Zaba-
rdìa, patrizio padovano e provinciale degli agosti-
niani nella Marca tnvigìana, che mori arcivescovo di
Paro nel 1525 e lasciò due volumi di discorsi in ita-
ti) Tiraboachi, Si. leu t. Vii. p. LE e Ann, Mìp* commiati
I Jo De Loca Veneto t. XVIU. .,
Digitized by
Google
158 CAPO QUINTO
Itano e fu da alcuni salutato come uno dei primi
oratori del suo tempo. Ma vanno realmente per la
maggiore fin dal principio di questo periodo Egidio
da Viterbo (1470- 1532), che fu generale degli Ago-
stiniani e insignito della porpora cardinalizia da Leo-
ne X, per servirsene in diplomazia presso Massimi-
liano I d'Austria e presso Carlo V in Spagna. Gio-
vane assai si fece ammirare per la sua abilità ora-
toria, tanto che Alessandro VI volle per questa ra-
gione che fissasse la sua dimora in Roma. Predi-
cando a Napoli ebbe tra i suoi uditori il Pantano,
che non pago di lodarlo assai, intitolò dal suo nome
uno de' suoi dialoghi, e recò anche, probabilmente
compendiandola a suo modo, una delle orazioni del
detto oratore. Giulio li riserbò a sé stesso il diritto
di siabiìire quale dovesse essere in ciascun anno il
luogo fortunato che l'avrebbe per oratore quaresi-
male, e due volte il condusse con sé a Bologna, e,
nel 1507, lo mandò con una missione al Senato ve-
neto per ottenere la restituzione di Faenza, che fu
però ricusata allora da quella repubblica. Prodighi
pure di elogi gli furono il Giovio, il Bembo e Paolo
Conese nell'opera De Cardinalatu; quest'ultimo lo
dice, secondo che ne riferisce il Tiraboschi, pieno di
soavità, di forza ed eleganza. É peccato che i suoi
manoscritti perissero nel famoso sacco di Roma sotto
Clemente VII, e, unico documento di tanto valore, ci
resti l'orazione ch'ei tenne ai padri del Concilio
Lateranese, stampata agli Atti. Ottenne pur rino-
manza a que' tempi, specie nelle lezioni scritturali,
D. Callisto di Piacenza, nato in questa città nel 1484.
11 Giuntini (i) lo chiama « Concionator inter primos
sui tenìporis. » Sembra che tentasse di emulare il Sa-
vonarola, ma senza raggiungerne né la forza, né la
(1) Cdend. Astrol.
Digitized by
Google
^ *-WW"
CAPO QUINTO 159
libertà, come accade quasi sempre degli imitatori. È
tale il giudizio che ne dà il Tiraboschi, che reca per
prova il giudizio che in una delle sue lezioni l'ora-
tore diede di Leone X, descrivendone la morte. Nel
1537 ^^^^^ una serie di lezioni scritturali sopra Aggeo,
nel duomo di Mantova.
Restano invece maggiori documenti, quantunque f^^^^^^^
non molto felici, di Franceschino Visdomini da Fer- addino
rara, che resse parecchio tempo lo studio dei frati ^^ **™"^^
Minori in quella città, e predicò in molte altre e spe-
cialmente a Roma, Venezia, Genova, Brescia e anche
al Concilio di Trento. Morì nel 11,73. Uomo dotto e
pieno di uno spirilo severo e grave, non cura una for-
ma polita e studiata, tanto da diventar talvolta rozzo
e negletto; non manca però di robustezza; e le sue
Omelie ebbero più ristampe. Non formula il suo as-
sunto entro determinati confini, ma si occupa a recare
molta dottrina teologica intorno al proprio soggetto
generalmente annunziato, procedendo alquanto a vàn-
vera. Comprende però il suo tempo e ora indiretta-
mente ora anche direttamente flagella gli errori degli
eretici, come si può vedere nell' Omelia sul primato
della S. Romana Chiesa, o in quella delle « nuove
e grandi allegrezze di Roma per la riconciliazione
del gloriosissimo regno d'Inghilterra (1555), nella
Omelia sul Purgatòrio, e più e meglio nella predica
sulla necessità del Concilio. Dice di lui Federico
Borromeo (i), che magnos et uberes concionando ani-
morum motus fecit; e davvero che bisogna conve-
nire eh' egli ha dei tratti pieni di vigorosa eloquenza-
Così, ad es. dopo aver enumerato con vivo movi-
mento oratorio i mali che affliggeano tutti gli stati
d' Europa per aver ritardata la convocazione del Con-
cilio, si volge con un' apostrofe ad Enrico II di Fran^
(I) Op. cit. I.
Digitized by
Google
l6o CAPO QUINTO
eia, testé morto, lamentandosi che quella nazione più
non risponda alle glorie aniiche: « Anima gloriola,
se par dolerti puoi, quanta é la doglia tua, mo'chc
dalla partita tua, in così breve spalio, fluttua tantoe
tituba la cristianissima Francia tua, che i sacerdoti
ei i sacramenti e i santuari, Je croci e Ì croci tlissi non
son più sicuri Delle vittorie degrinfedeli, delle per-
dite dei poveri cristiani, delle riviere desolate, delle
città spogliate, delle sacre vergini violate, delF armate
reali dissipate, degli eserciti sconfitti non vo* parlare;
che il gran dolore e la vergogna non lo permette:
basta che a termino tale siamo condotti, e son le
forze nostre tanto scemate, che solo a udire che So
limano spedisce armate, impallidiscono li visi, tre-
mano l cuori, s'agghiacciano Ì sangui e si perdono
le speranze, e non senza cagione; perché, se verranno
nei nostri mari le armate orientali, tanti saranno
contro di noi; e chi sarà per noi? S. Marco non osa, j
la Chiesa non ha^ Francia é impedita. Spagna vuok
ma Dìo sa se puoie *' (i). Ed ha Foratore anche una
certa franchezza e libertà, onde sa dare a tutti il suo", i
e nella stessa predica, mentre accusa Lutero, perchè '
mostra di prezzare la Bibbia e poi la manomette non i
solo co' suoi commenti, ma peggio ancora co' suoi I
disordinati costumi, si lamenta pur de' catlolici, i |
quali, mentre vantano i sinodi, i concilii, poi si mo-
strano troppo negletti nelf osservarne le leggi.
Oratore invece che unì a una buona sostanza una
GabrìdE ^ou comune coltura dì forma fu Gabriele Fiamma^ ,
suT^aìo? Nacque a Venezia, studiò a Padova, appartenne al
l'Ordine dtì canonici regolari lareranesi; coltivò le
lettere e si guadagnò un nome tra i poeti contem-
poranei con le sue Rime Spirituali, pubblicate nel j
1370, Ercole Gonzaga cardinale e suo protettore lo I
[ì) Om<lk del P* Fran calchino VisdominL Vcoeiiù, 1585^
Digitized by V^OOQIC
CAPO QUINTO l6l
volle a predicare un anno intero in quella città e
andava ad udirlo, godendo poi di trattenersi con lui
in ragionamenti sull' arte (i). Si ricava dalle lettere
di questo canonico che nel 1562 predicava a Napoli
con gran lode e frutto, e che per invidia di alcuni
tristi fu accusato al tribunale d' Inquisizione, ma
senza ch'.e' riuscissero nel maligno intendimento;
perchè, trovate false le accuse e fattisi più chiari i
meriti suoi, fu da Gregorio XIII premiato col vesco-
vado di Chioggia. Nel 1566 fece di pubblica ragione
un volume delle sue prediche che attestano la sua
valentia. Non sono tutto oro^s intende: i temi sono
proposti per lo più con incerta larghezza; ragionando
ad es. a Ravenna sul peccato si contenta di tracciar-
sene la via così: « Vengo oggi a ragionar con voi
delle brutte et horrende conditioni del peccato; e mi
terrò a gran ventura, s'io potrò far tanto acquisto
con voi, che resti impresso ne' vostri cuori per le
parole mie un odio perfetto d*ogni vizio »; predi-
cando nel 1565 nel duomo di Treviso sulle grandezze
di S. Pietro e S. Paolo, promette di trattare a del
merito e del premio di questi due apostoli. » Gli
piace talvolta filosofare aridamente, secondo il vecchio
gusto; e i passi scritturali sono più accumulati che
svolti, né sempre rettamente interpretati; tuttavia
vuoisi riconoscere un ordine d' idee abbastanza net-
tamente rivolte ad un fine, megho che altri non fac-
ciano; e non s'incontrano di rado i buoni tratti in
cui r oratore spiega e dà corpo a' suoi concetti, anche
con forza di sentimento e potenza d'imaginazione;
cosicché neir abilità di darci un tutto organico e nella
bontà della forma vorrei dire che portasse il vanto
su tutti i suoi contemporanei; il card. Fed. Borromeo
(i) Vedi Pref. all'ediz. del 1 390 in Venezia presso Francesco De
Franceschi.
Storia della Predicazione ecc, 11
Digitized by
Google
]€^ CAIK} QUINTO
neir opera citata lo chiama: condtatìor et ornathr.
Nella predica sui santo timor d\ Dio cosi in vira
Tuomo a trepidare dinanzi alia sua triontante onni-
potenza: « Se temi e fuggi il fuoco, se paventi tanto
Vira e Ja rabbia dei rnare^ se un furioso temporale
ti fa cercare ogni luogo riposto per salvarti; se non
puoi patire di vedere un leon fiero; se agghiacci e
sudi quando odi che s'avvicina un esercito vittorioso
a tuoi danni; se un'ombra^ una larva ti drizza i
capelli e ti fa perdere le parole, come non temi l'ira
di Dio e la sua forza contro gli empi? che ad opra il
fuoco^ l'aria, la terra-^ quel eh' è sotto la terra e quel
e* è sopra il fuoco, e l'ombre e glì spiriti tristi e buoni
contra quei popoli e con tra quelle persone, eh' egli
vuole, dopo haverli ben sopportati, ga^tìgar delle loro
scelerità. Sai quel che (tct il fuoco in Penta poli?
r acqua nel cataclismo? la terra contra Datan? Taria
appestata contra Israel? i leoni e gli orsi contro t
fanciulli e contro il profeta di Samaria? gli eserciti
contro gii Evei^ Etei e TerezeiP e contro gli Ebrei
stessi, quando furono empi? Pensi tu forse di poter
nascondere agli occhi suoi le tue colpe? jj (i). L'ora-
tore si occupò anche a scrivere Vite di Santi.
Curò parimenti la bontà della forma, ma associane
moùo'co'r" *^^1^ a maggiore copia di erudizione e più faconda pa-
ntUoMuBtorola, Cornelio Musso^ che ottenne grandissimo plauso
anche dai princtpah" uomini di lettere del suo tem-
po {1511-1575). A detta del card. Federico Borromeo
gareggierebbe colla eloquenza del Savonarola; quan-
tunque a mio credere ciò non avvenga quando si
parli di potenza e veemenza oratoria. Parve il primo
a introdurre in chiesa una forma dignitosa ed ut -
bana, posthabita rudi et agresti^ qua usi fuerant
1
ili Pptd, HI.
Digitized by
Google ^^_,
^
CAPO (QUINTO 163
pnores {i). Il Massone dice dì luì (2): tr Cornelius
Mussus ehqueniìssimus omnium mortalium^ si eloqui
est italice dìcere ; tam diserte enim appositeque vir
iile cancionabaiuty ut rapere liominum menies atque
a seipsis abaiienare videretur, >^
Nacque d' Illustre casato a Piacenza, entrò giova^ Cenoì
netto nell'Ordine dei Minori Conventuali, e a soli ^^ ^^^*- ^
diciannove anni esordì ia sua carriera in S, Marco
di Venezia con un panegirico sliIT Annunciazione di
Maria. Molti patrizi e dotti uomini ne partirono in-
nati] orati predicendone i futuri trionfi, che il novello
oratore, forniti gli studi e laureato nella università
di Padova, seppe realmente cogliere nelle principali
città d* Italia. Fu anche professore di teologia nelle
università di Pavia e Bologna, nella quale ultima
insegnò dal 1537 al 1540. Dimorò part:cchio tempo
in Roma, e Pio (V lo volle presso di sé come teo-
logo consultore, e lo inviò in missione presso Y ìm-
perator Ferdinando. S' ebbe il vescovado di Ber-
tinoro e poi di Bi tonto, ma morì in Roma, ove
era stato chiamato da Gregorio Xlll. Neir anno
1554 furono stampate dieci delle sue prediche, pre-
cedute da on elogio dd celebre professore Tom ita no;
e s'ebbe, tra T altro, le lodi del Bembo e del Casa,
il quale ultimo, dopo la morte dell'oratore, gli de-
dicò un'ode. Oltre al suo quaresimale pubblicò dì-
3CorsÌ sul Cantico della Vergine, sul Simbolo degli
Apostoli, sulle due dilezioni, sul Decalogo, sulla pas-
sione di N. S. G- C, Di questi discorsi non solo si
fecero tra noi più edizioni, ma furono tradotti in
irancese, in spagnuolo e alcuni anche in latino (3).
U] Viia dd Ecv.mo Mons. Cornelio Musiso, deacriila dal Rev.do
D, Giuseppe Musso. Venezis, Giunti^ 15S7,
11) in lib. de Urbii epiac. in Grt^gor, XIH
i^h Conciones Rùmae habitae in Canticuni B M. Virgtnis Ma-
gmficau veneote Ialine ex italico sermone et ideate Ir. rhll[pp{>
Bosquìero. Coloaìae, 16 tS.
Digitized by
Google
164 CAPO QUINTO
Dopo tanti segni di estimazione però chi si faccia
qualità ad esaminare le opere sue converrà, credo, che manca
^*^' ancor molto per dirlo un modello di oratore per-
fetto; e certo dovette contribuire non poco alla sua
fama Y arte, in cui fu valentissimo, del ben decla-
mare e gestire. Osserva Io stesso Tira boschi (i) che
s' egli ha il merito di aver deposto in gran parte il
peso delle speculazioni scolastiche e delle declama-
zioni vuote e volgari e di avere assunto una dignità
che meglio s addice all' eloquenza sacra, tuttavia
manca di un ordine esalto e di argomentazioni strin-
genti. E parmi che il suo giudizio colga nel segno;
il commento d' un passo che serve sotto alcun aspetto
alla sua dimostrazione basta a farlo talvolta assai
digredire, onde procede non di raro a vànvera, sicché
il discorso non presenta piià un tqtto organico. Ad
es, nella predica sopra il Vangelo: Cum iejunatis no-
lite fieri skut hypocritae tristeSy dopo il solito bre-
vissimo proemio, ch'egli chiude con una preghiera,
si occupa in tutta la prima parte a parlar del sacro
oratore e della necessità della sua missione, per en-
trar nel suo argomento soltanto nella seconda parte.
E anch' egli, quantunque meno di altri, accumula
enumerazioni faticose e superflue, magari elaborate
con le relative antitesi, a ripetere le quali doveva dav-
vero occorrere quella portentosa memoria di cui lo
dicono fornito; troppo spesso deriva la scienza da
fonti profane e specialmete da filosofi greci. Però a
questi principali difetti associa belle ed ampie spie-
gazioni di dottrina, copia di erudizione, imagìni co-
lorite con abbondanza oratoria, sapendo talvolta toc-
care anche il sentimento, benché lo faccia in un
modo non molto intimo ed efficace.
Così ad es. nella predica sulla dilezione dei na-
ti) Tom. Vri. p. VII. II.
\ .
Digitized by
Google
CAPO QUmxo tfij
mici (i) pretta ra gli uditori alla necessità del perdono,
mostrando che le acque che lor porge sono amare. Etempi
ma saranno raddolcite dagli amabili esempi di Gesù
Cristo. « Qaando le peregrine genti d'Israele che per
lunghi errori e vari casi, per strani pencoli e infiniti
disagi, tendevano alle quiete stanne preparatele dalla
divina dispositìone, stanche, assetate, arse, trovarono
queir acque; non cosi leggero corre il cervo alla fon-
tana, come veloci e pronti s* inchinarono alle ripe
del fiume per bere. Ma appena avevano bagnate le
labbra, che della grande speranza defraudatf, cre-
scendo con la privazione il desiderio, tutti si ritira-
rono indietro: amarae sunt nimts aquae islae ad
hìbendum. Dacci delle acque dolci, o Mosé, da bere,
che queste sono amare come assenzio e tele. Prese
Mosé un legno per comandamento di Dio e gittollo
neironde, e tantosto, chi il crederebbe? diventarono
dolcissime.,. L odierno vangelo è quell'acqua amara,
f^llil^, della dilezion dei nemici che ci dà da bere
o^i il Salvatore. "
Ecco come spieghi nella predica delle Ceneri il
desiderio delF immortalità- « Ogni uomo, ogni donna
intìn dalle fa^cie porta questo desiderio naturale della
vita; e perché il corpo ha inevitabile necessità di
morte, ogni grado, ogni stato, ogni sesso desidera
che almeno l" anima rimanga viva. O Roma, è forza,
é forza, essendo tutti questi desideri!, tutte queste
emulazioni della divinità, dell'eternila si veementi e
si naturali a tutti gli uomini, che s' adempiano. Non
comincia mai la namra un moto che non lo possa
finire, perché non fa mai alcuna cosa indarno: que-
sto desiderio è un moto; bisogna che s'adempì e si
finisca. La terra e tutte le cose gravi desiderano il
centro: hanno anche la gravità del pervenirvi- Il
'ii^ Quarciimale pjig. ^^^
Digitized by
Google
ì66 CAPO QUfNTO
fuoco desidera di salire in alto, ed ha anche la leg-
gerezza da potervi salire. Non sapete quel che dicono
i filosofi che se il cielo fosse inclinato ol moto pro-
gressivo, come gli animali, la natura gli averebbe
dato le gambe e i piedi, ma perché è inclinato al
moto circolare, però gli é data la figura sferica?
L'uomo adunque sarà inclinato ad emulare Iddio in
ogni C05ia: e non sarà mai vero che gì tinga a questa
perfezione d'esser simile a Dio in ogni cosa? Sarà,
sarà senza fallo. Romani miei. Mentre siamo quaggiù
nelle membra morra li non sarà mai; desideriamo su
ma non s* appaga quesio desiderio. Quando, vi priego,
l'intelletto vostro in questa vira intende ogni verone
la volontà gode ogni bene, se i maggiori Jìtosofi di-
cono che tutto quel che sappiamo e la minor parte
di ciò che sappiamo? e se l'esperienza prova che
quanto s assaggia qua giù di dolce è una gocciola
sola, a comparatione del fele e delf assenzio ch^ si
trangugia? quando siamo superiori a tutte le cose,
se da ogni cosa, a dispetto nosirOn riceviamo mille
detrimenti? Io non voglio discorrere, ma non vi basta
questo, che infin la troppa sanità ci dà sospetti?
quando abbiamo stato quieto ed immobile, se fino
in sogno bene spesso nel più gran colmo della quiete
ci spaventiamo? et quanti di vision crude et hor-
rende impauriti, di repente son morti? come serbiamo
la pace e la giustizia, se l'ancella signoreggia e la
signora serve? Non vedete che la carne ribella fa
sempre mille torti alla pane dello spinto? Come ci
possiam dilettar di noi medesimi, se, quando hab*
bìam rocchio della mente più purgato, tanto tro-
viamo più errori e più macchie in noi stessi che ci
dispiacciono? Et come possiamo viver vita gioconda
et beata, se abbiam sempre bisogno di qualche cosa
et non ci veggiamo satii in eterno? Et come viviamo
in tutti i secoli, se già è spento il nome di
V^^^^B
7/ l
Digitized by
Google
' CAPO QUIKTO 167
tanti savi et di tanti signori? In cielo, in cielo, anime
care, s'adempiranno questi desideri Ì nostri: Satiabor
€um apparuerk gloria tua (ri, dice il Profeta. Allora
Tanime beare potranno da buon senno intendere ogni
cosa: Quid est quod non videant qui videntem omnia
vìdent? Signoreggieranno ogni cosa: Regnahuntcum
agno et agnus citm illis, omnia vero subiecta erunt
é, praeter eum qui subiecit sìbi omnia (2). Non
havran paura di morte: 1 une Jiet sermo qui scriptus
€sl^ absorpta est mors in Victoria [3). Non sarà guerra
!rj carne e spirito: Sedebit populus mms in taber-
nacuiis fiduciae, in pukhritudìne pacisi^]- Viveranno
vita gioconda et piena di gaudio : Exuliabunt sancii
in gloria ^ (5).
Non e a dire però che il nostro oratore talvolta
non sì compiaccia alquanto dell' artìfiziOn Così nella
predica della Natività, spiega, fra Ì titoli largiti dal
profeta fsaia al predetto Messia, V admirabilis ^* « Co-
minciate dal primo, admirabilis. Non vi pare che sia
tutto ammirabile hoggi, poiché e eterno e nasce?
poiché è ristessa luce, eppure non luce? poiché è la
parola di Dio, eppure non parla? poiché è il fonte
d'acqua viva, eppure ha sere? poiché è il pane degh
Angeli, eppure ha fame? poiché è il caldo che scalda
e fomenta il mondo, eppure ha freddo? poiché rin-
chiude ogni cosa, eppure è rinchiuso? Deh! cristiani:
quella lunghezza elerna di Dio, quanto s' abbrevia in
questo Cristo nato, che sotto l'angustia del tempo
vivcrà tra noi se non trentatre annii (Quella larghezza
\
{V I Cor. 15.
\.3 fs. 33
f4l t's. 49.
'^\ frediclie del veMJovo Mons Corn. Musso ìr Venezia presso
rCioliti, ijSa Prcd. delle Ceneri fatta in Roma a S, Lorenzo in
t^icrtuo h i9 giorno di quaresima. 15^2*
Digitized by
Google
/
l68 CAPO QUINTO
immensa quanto è ristretta, che cape in un tugurio
fra due giumenti! Quell'altezza inaccessibile quanto
è spianata, che si vede .dagli occhi nostri in questa
bassissima valle di lagrime! E quanto è empiuto
quello inscrutabile, se lo toccano le nostre stesse
mani! O Padova (i), quella infinita potenza non si
lascia ella reggere da Maria e da Giuseppe? non si
lascia istruire la sapientia? sostentare la virtù? haver
bisogno r abbondanza? impaurir la fiducia? attri-
stare la letizia? patir la salute? morir la vita? Ohimè?
che questo è più mirabile! L* infirmila di questo barn-
bino è quella che ci foj-tifica; la mestizia è quella che
ci rallegra; le lagrime sono quelle che ci consolano;
la paura è quella che ci inanimisce; la passione è
quella che ci salva, la morte all' ultimo sarà quella
che ci darà la vita: admirabilis, admirabilìs. »
L'Agosti- Ottenne pur rinomanza, quantunque resti assai
niano lontano dalla eccellenza del Musso, Alessio Stradella
Stradeiia da Fivizzano. Professò la regola di S. Agostino in
Genova e resse lo studio di S. Giacomo a Bologna.
L'anno 1566 predicò ad Augusta, al tempo della
Dieta, dinanzi all'imperatrice Maria d'Austria; anzi
dedicò, l'anno dopo, la stampa di quei discorsi alla
stessa regal donna con una lettera abbastanza sfor-
zata e tronfia (2) e che perciò ci fa presentire la fu-
tura corruzione delle lettere. Morì vescovo di Sutri e
Nepi. Il suo stile, posto in confronto col Musso, è in
generale più faticoso e duro. Così ad es. nella pre-
dica sulla Trasfigui azione ragiona della felicità ce-
leste; a L'anima sua s'empie di gloria da per tutto.
Allora quello che si chiama rationaie, nobilissima
parte di noi stessi, conoscerà et apprenderà quello
che tanto tempo avrà cercato di conoscere e d'in-
(1) La predica fu fatta nella cattedrale di Padova Tanno 1331.
(2) Prediche del Rev.do P. Alessio Stradella. Bologna, 15O7.
Digitized by
Google
CAPO QUINTO 169
tendere. Allora Y irascibile goderà queir amore a cui
avrà tanto sospirato, e lo concupiscibile si viverà
anch'esso nel proprio diletto che sempre averà desi-
derato; e però allora veramente sì che saremo felici,
veramente beati e veramente santi: e per dire tutto
ad un tratto, allora che contempleremo il nostro Dio
faccia a faccia, veramente sì che saremo trasformati
in altrettanti dèi. E quando poi saranno riunite le
anime con i corpi suoi e che anche loro saranno
fatti gloriosi, et ornati delle loro convenienti doti, oh I
io non ho lingua per potervi esprimere che pienezza
di contento e di gloria sarà quella. Questo sì posso
dirvi che splenderanno quei corpi come soli, saranno
agili come folgori, penetrativi come spiriti, incorrut-
tibili et immortali come gloriosi. Fulgebunt justi et
tamque scintillae in arundineto discurrent » (i). Ma
basti questo piccolo cenno a intendere l'inferiorità di
quest'arte; l'oratore è anche portato con frequenza
ad accumulare i testi scritturali.
APPENDICE AL CAPO V.
Furono in grido in questo periodo, quantunque
con minor fama, parecchi oratori appartenenti ad Predicato^
Ordini religiosi. Trovo tra gli Agostiniani: Lodovico
Aia^:(a piemontese, che sì diceva fornito di singoiar
facondia e lasciò sermoni in latino; lo ricorda anche
il Mazzucchelli (2), come pure ricorda Paolo Belloni
di Vercelli ;£orertfO^/Crewo«a, morto il 151 1 priore *°°*^'°**"*
a S. Maria del popolo a Roma; Ferri Angelo di
Venezia, che resse lo studio di Napoli e lasciò molti
discorsi sui Vangeli e un quaresimale; i4rcaw^^/orfa
Gallaratej morto il 1519 e lodato per la grazia del
(l> Sap. 3. (2) Voi. I. p. I. p 22}
Digitized by
Google
^JO CAPO QUIWTO
dire; Giovanni Gailico, di cui s ignora la patria, e
che lasciò Sennones de Annunciatione B, M. Vir-
ginis: Agostino da Vicenza, maestro di quel Giulio
della Rovere che fu poi Giulio II; De Sane tis Giro-
lamo di Padovti, vescovo ausiliare nella sua città e
morto il T533: SanteUio Nicolò di Trento, dotto gre-
cista^ provinciale della Marca Trivigiana e visitatore
in Germania, ove mori il 1542, e pubblicò ì discorsi
sulla Passione di N. S, G. C. e un* orazione funebre;
Long-obardo Teofilo da Treviglio, che fu vicario gè-
nerale delia Lombardia; Pandino Timoteo di Gre
mona, che indusse i suoi compa!riotIì alla fonda-
zione dì un ospitale (t).
domenieanì Tra i più valenti domenicani trovo annoverati:
Tomaso Donato, veneziano e di casa patrizi a^^ austero
nell'aspetto^ d'animo intrepido, di elevato sentire e
perciò magniloquente; fu patriarca di Venezia e mori
nel 1505, lasciando parecchi sermoni che, sì dice, fos
sero stati stampaci ; e inoltre Bernardo di Como^ Ga-
spare PerufrinOy Francesco di Tomaso, fiorentino; i
bolognesi Filippo Musotto, Tomaso di Carpii Vale-
lerianfì da So ne ino, veneto, Domenico di Castanedolo
di Brescia, Giovanni di Fabriano^ tutti mord tra il
15 ro e il 1517; il cremonese Filippo Bo{foio, lodalo
per la facondia, Bartolomeo Rondanini da Faenza, il
bresciano Antonio De Cìari^ ammirato perla grande
memoria e la veemenza del dire; Vincenio Nfffo di
Sinoessa, Girolamo Plgafetta di Vicenza, che si crede
fratello del famoso via^j^iatore, Sante Marmocckino
di Firenze, Cletnente Araneo^ i cui discorsi furono
stampati a Vg^v\^?a^ì nel 154T, Zanobio de Medici, fio-
rentino, Leonardo da Udine detto il giuniore, tutti
oratori che decessero tra il 1517 e il 1550; Nicolò
Della Croce, veneziano, che stampò Homiliae in /.^*
(I) Eh Ossìnger.
Digitized by
Google
CAPO QUINTO 171
Ep. ad Corinthios e prediche diverse, Nicolò Fab-
troni di Pistoia (i).
Fiorirono tra i francescani: Francesco Modesto, francescani
veneziano, Tomaso da Bibiena, Giovanni da Tortona,
Francesco da Sonpno, Giacomo da S. Salvatore, In-
nocenzo da 5. Angelo, Matteo da Leopoli {diocesi di
Urbino) morto predicando presso Camerino il 1551,
Giovanni da Fano, Giovanni Navareto, che attese
specialmente a diffondere la devozione a Gesù sacra-
mentato, Giacomo da Gubbio, Ambrogio da Civitella,
che predicò molto nella Capitanata, Angelo da Sa-
vona che fondò un convento presso Bologna, Giu-
seppe da Ferno detto anche da Milano, che primo
istituì le quarant' ore, e mori nel 1555 (2).
Una raccolta di prediche, tratta da celebri oratori
contemporanei e pubblicata da Tomaso Porcacchi
nel 1566 ci mette innanzi, come degni di ricordanza:
Angelo Castiglione di Genova, carmelitano, i serviti
Giampaolo Car dello di Novara, Girolamo Quaino di
Padova, Girolamo Franceschi dì Venezia; Ippolito
Chi^i^uola dì Brescia, canonico regolare, e S. Fran-
cesco Borgia, spagnuolo.
(1) Ex Quétif et Echard.
•21 Vedi, all' anno 1553, Annalium seu sacrarum historiarum Ord.
Min. S Fraiicisci qui cappucini nuncupaniur etc. Lugdani, 1632.
k
Digitized by V^OOQIC
172
CAPO VI.
Continaazione del periodo precedente: Movimento intorno al Con-
cilio di Trento — La Compagnia di Gesù — S. Carlo Bor-
romeo e altri rammentati dal Card, nipote — Evangelista Cerbi
— Francesco Panigarola.
Contìnua Intorno al Concilio di Trento, prima e dopo, con-
io stesso tinua press' a poco lo stesso movimento che si è ve-
carattere, ^ '^ . . . , .
con qualche duto, e la Oratoria sacra va guadagnando m una
jieiu flcneià sP^'**^o che Connette al sentimento religioso una sen-
f*^^ tita sollecitudine di salvare la purezza delia dottrina
sentimento ,. /» . . ^.^ ,
cattolica fortemente minacciata. Già ne vedemmo 1
segni in parecchi oratori, specialmente polemici, della
prima metà di questo secolo, e i segni si fanno nella
seconda metà ancor più manifesti. Vero è però che
in Italia siffatto movimento seguitava ad essere non
più che un eco di quanto succedeva in altre regioni,
e specialmente in Francia, nel Belgio, in Germania,
in Inghilterra. Tra le quali nazioni hassi pure a ri-
conoscere delle differenze nel modo, perchè in Fran-
cia e nel Belgio, ove era più numerosa e trionfante
la parte cattolica e i suoi oratori trovavano maggior
favore, l' arte potè spiegarsi con maggiore eloquenza,
laddove in Germania e in Inghilterra, per l'impeto
vertiginoso della rivoluzione e per le conseguenti
violenze, 1' arte non potè svolgersi con quella rifles-
sione e ampiezza di osservazioni che si richiede. Pos-
siamo però notare che anche in Francia, nella se-
Digitized by
Google
CAPO SESTO 173
conda metà del secolo, al tempo della Lega, vi fu-
rono lotte assai tempestose e contrarie allo svolgi-
mento sereno di una eloquenza più riflessiva, quando
cioè alle questioni religiose si aggiunsero le politiche,
alle quali tanti oratori presero parte, a segno che più
tardi Madama di Montpensier potè dire: « io ho fatto
più per la bocca de' miei predicatori che non facciano,
messo tutto insieme e con tutto il lor tramestio, arme
ed armati » ; ed Enrico IV potè scrivere « tutto il
mio male viene dal pulpito ». Mi sembra che Parigi
nel detto tempo rendesse imagine di ciò che fu in
altre circostanze Firenze, ai tempi di fra Mariano da
Genazzano e del Savonarola.
Un altro fatto però porta nuove schiere di militi
generosi e valenti nel campo della oratoria e delle con- qSesio^ar"
troversìe religiose a favore della Chiesa cattolica, ed j^Jj°|°jjJq.
è la istituzione della Compagnia di Gesù, avvenuta rpsamente
nel 1540 sotto Paolo IH; perchè non solo que' reli-
giosi attesero all'istruzione della gioventù, allo studio
delle scienze e delle lettere e ad altre opere di bene-
ficenza del prossimo, ma in special modo alle opere
del ministero ecclesiastico e quindi alla predicazione
e alle missioni. E quanto slancio di vita nuova abbiano
recato nella società cristiana lo raccoglieremo da
poche parole di uno de' loro congiurati avversarli, il
d'Alembert, che scrisse: .« Qualunque altra corpora-
zione, nessuna eccettuata, non può vantare un sì
gran numero d' uomini celebri nelle scienze e nelle
lettere. I Gesuiti si sono esercitati con buon successo
in tutti i generi: eloquenza, storia, antichità, geo-
metria, letteratura profonda e dilettevole, non v' ha
quasi nessuna classe di scrittori in cui non contino
uomini di primo merito » (i). Ora i seguaci di
S. Ignazio di Lojola, nati allora principalmente col
(1) Sulla distrazione de' Gesuiti.
Digitized by
174 CAPO SESTO
divisa mento di opporsi alla fanesta pseudo-riforma
di Lutero., diedero immantinente come dei grandi
teologi, così anche dei grandi controversìsti ed ora-
tori- Era naturale che essi da princìpio si segnalas-
sero pili tra gli stranieri che in Italia, appunto per-
chè la lotta ferveva maggiormente tra gli stranieri;
e perchè tra gli stranieri ebbero la loro culla. Basta
rammentare che cosa (tct in Germania il b, Pietro
Canìsìo (primo provinciale della Compagnia in quella
regione) contro Bùcero Melantone e Pistorio, e quanti
frutti cogliesse ivi la sua predicazione, quanto dotta
ed esatta altrettanto piena di vigore e di unzione.
Tornarono inoltre oltremodo benefiche le sue molle
opere, e specialmente Summa doctrinae chrhtianae,
e Commentaria de Veràì Del corrupteiis^ scritti con-
tro le favole inventate dai Centuriaiori di Magdc-
burgo.
Tuttavia alcuni dei Gesuiti primitivi si resero he-
Nomi dei nemeriti atisai nella predicazione anche in Italia e
pricDi ora* "^ . ' ^
tori gesuiiì giovarono molto alla conservazione della fede. Fra \
quali non é certo da dimenticare Alfonso Salmeron
(151^- 1585)1 tolelano, uno dei primi dieci compagai
di S- [gnazio. Non meno che in Alemagna, in Po-
lonia, ne' Paesi Bassi e in Francia, ove cercò occa-
sioni di combattere le dotlrine del novatori, mani-
festò il suo zelo anche tra noi; predicò a Roma, nel
Napoletano, a Venezia, a Belluno^ nella quale ultima
città léce ammirare la sua abilità contro le male arti
degli eretici che tentarono di diffondere in quelle
terre il veleno degli errori teutonici II maggior bene
però lo fece nel Regno di Napoli, ove fu superiore
del suo Ordine, preservando quelle popolazioni con
la sua parola e co* suoi scritti dall'eresia. Usava pre-
dicando delle proprie Selve^ tessendo per tal modo
con gran facilità discorsi assai eruditi, quantunque,
a giudizio del Card. Federico Borromeo, alquanto
Digitized by
Goccile
d
CAPO SESTO 175
pesanti e prolissi. Lasciò Commenti in latino sui
Vangeli e i suoi Tractatus in parabolas evangelicas
totius anni (i). Altro gesuita straniero e benemerito
dell'Italia fu Francesco Tolet o Toledo ( 1532- 1596),
il primo della Compagnia che fosse insignito della
sacra porpora. Fu predicatore apostolico in Roma
sotto Pio V e gì' immediati suoi successori, ebbe mis-
sioni diplomatiche, scrisse Commentari ed altre opere
teologiche. Come oratore, il Card. Lod. Borromeo lo
dice vario, senza leccornie, pratico e breve; non par-
lava però molto speditamente l' italiano. E accanto a
questi gesuiti, quantunque scalzo, possiamo collocare,
come straniero che fa udire tra noi la sua voce. An-
gelo del Pas, spagnuolo, e che predicò in più luoghi
in Italia, e due anni e mezzo di seguito in Genova.
Fu detto a lepido nel dire, potente nel discorso, pe-
netrante i cuori, ardente, efficace fino ad eccitare alla
compunzione, alle lagrime, alla penitenza » (2). Morì
nel 1596.
Frattanto seguitavano gli oratori di tipo più schiet-
tamente nostrano, e intenti più alla riforma dei co- s. Carlo
sturai e alla pietà, come maggiormente richiedeva Borromeo
tra noi il bisogno. E tra questi vuoisi da prima as-
segnare un posto al celebre cardinale S. Carlo Bor-
romeo {1538- 1584), gloria di Milano e arcivescovo in
quella città ; gran santo, gran riformatore della sua
diocesi, gran luminare del Concilio di Trento, gran
benefattore dei poveri. La maggior nominanza certo
ei l'ottenne dalla santità della vita, dai gradi conse-
guiti, dagli uffici esercitati, ma fu di non comune
valore anche nell' oratoria. Le omelie eh' ei soleva
teucre al clero e al popolo non solo lo dimostrano
un santo, ma, dice il Pahigarola nel suo discorso
li) Antuerpiae ex off. Peiri Belleri 1600.
12) Waddiog.
DigitiAy Google
ìy6 CAPO SESTO
funebre, lo dichiarano ancora uomo litteratissimo.
Che se al superlativo sarà da detrarre, certo è però
eh* egli aveva cura non solo che fossero nutrite di
buona dottrina e piì sentimenti, ma ancora che fos-
sero dettate convenientemente; egli che, umile come
<;ra, solea dire essere da stimarsi ben poco l'uomo
che non si sforzasse di conseguire la cognizione di
tutte le cose. Si sa che studiava Cicerone e che facea
gfiin conto della coltura letteraria; anzi, per sempre
più possederla e anche per vincere la straordinaria
sua timidità e difficoltà di pronuncia, solea tratte-
nere gli amici (tra i quali entravano dei cardinali e
il celebre Sperone Speroni) ad una specie di acca-
demia, che si chiamò, perchè teneasi a sera inoltrata,
Le Notti Vaticane. Ognuno, seguendo le usanze del
Tempo, si ribattezzava col suo psuedonimo, che per
il santo fu quello di Caos. Il card. Federico Borro-
meo, dopo aver lodato la sostanza della sua predi-
cazione, così parla del suo stile; « in verborum de-
leclu ea summa ìaus ejus fuit, quod nihil unquam
excidit vel deteriori sensu ve! ancipiti, nihil temere
dicium, in quo tamen plerique concionatorum fai-
luniur » (i). E appresso; « magna vis erat ei quan
documque locum e sacris litteris aliquem explicaret,
ncque descendebat ad eas ineptias quae sunt propriae
concionatorum, dum e suo quisque ingenio trahere et
mterpretari sententias volunt. » La gravità e serietà
che contraddistingueva il suo carattere si rende in-
fatti visibile anche nell'arte sua. Il qual giudizio con-
corda appieno anche con la definizione che dà dello
stile del santo Carlo Dalla Basilica di Pietro, che fu
vescovo di Novara e ne scrisse la vita; « rejectis
JÌQsculis inanique ornatu, locutiones eas verbaque prò-
baret quae decorum ecclesiasticum quoddam reti'
in De sacris nostri temp. orat pag. loi.
Digitized by
Google
CAPO S9STO 177
nerent; multo magis sensum personis rébusque ecck'
siasticis accomodatum quaesivit » (i).
Le sue omelie, raccolte dai codici dell' Ambro-
siana, sono 126 (2), e furono scritte originalmente in sue Omelie
italiano, e soltanto molto più tardi tradotte in latino,
tranne però quelle che furono recitate nei sinodi, che
furono dettate originalmente nella lingua del Lazio.
Vero è però che anche delle omelie italiane si ha di
poche il testo originale italiano. Talvolta le frequenti
divisioni rammentano il fare della scuola, ma pro-
cede sempre con grande ordine e chiarezza; sapendo
all'uopo rivestirsi di una certa solennità, e diven-
tando alquanto pieno e numeroso. Può darne un
esempio T esordio del discorso funebre per la Sere-
nissima Anna d'Austria, regina di- Spagna. Molto
esperto si mostra pur nel toccare la corda degli af-
fetti teneri; e una prova potrebbe riconoscersi anche
nel discorso XII dei 17 sermoni familiari (3), fatti per
le monache. Nel detto sermone tratta di S. Marghe-
rita, e presenta con forme molto amabili la virginità
e la vita delle comunità religiose. Abbonda di savi
ammonimenti, rivolti a informar santamente i co-
stumi.
Torre un esempio del suo stile dalla Omelia su
S. Stjpfano, tenuta l'anno 1567 al popolo, ove, dopo aver deuPsu»
detto che il protomartire si volse a Cristo con quelle ***'»^o"*
parole: Domine Jesu, suscipe spiritum meum, prosegue:
« Piacesse a Dio che oggi noi imparassimo questa
bella dottrina da Cristo e da Stefano di ricorrere a
(1) Lìb. VII. e. 3.
(2) Sancii Caroli Borromei Homrlìae - Augustae Vindelicoram -
somptibus Adami et Veith, 1758.
(3) Sermoni familiari di S. Carlo Borromeo, fatti alle monache
dette Angeliche del monastero di S. Paolo, raccolti fedelmente dalla
viva voce del santo per la Rev da Madre angelica Agata Sfrondata.
Padova, 1720.
Storia delta Predicazione ecc. 12
Digitized by
Google
ly^ CAPO SESTO
Dio e raccomandarci a lui, principalmente nelle croci
nostre, nelle infermità, in tutte le afflizioni di qual-
sivoglia sorte. Ma quanti sono tra noi che nelle in-
fermità ricorrono agi' incantatori, ai malefizi, ai su-
perstiziosi, al demonio stesso! Altri nei travagli ri-
corrono piuttosto alla prudenza carnale, e lasciano
r aiuto principale della orazione, di ricorrere alla
mano di Dio potentissima, quando non vi sono più
altri rimedii; altri nel fine della vita sua, o per poco
buone disposizioni loro o per l' ingratitudine e ava-
rizia de li falsi parenti ed amici che hanno appresso,
sono più che mai solleciti delle cose del mondo, e
non hanno punto di cura né sollecitudine di racco-
mandar l'anima sua nelle mani di Dio, e se ne
muoiono da bestie. O povera cristianità, non è que-
sta una confusione del nome e professione che fac-
ciamo di cristiani? Non così fa Stefano il quale dà
volentieri il corpo suo in preda ai persecutori, e nelle
orazioni dà l'anima a Cristo, anzi nelFistesso tempo
del martirio fa profìtto nell'orazione, fa profitto nella
carità e nelle perfezioni evangeliche, imperocché nel-
r orazione fatta per sé stesso aggiunge, ad imitazione
di Cristo, r orazione per li persecutori suoi, per quelli
che gli danno la morte: Domine, ne statuas illishoc
peccatum (i); e già scopre manifestamente nel suo
esempio la perfezione che ha portata Cristo nel mon-
do, della quale egli diceva: Audistis quia dictum est
antiquis: diliges proximum tuum et odio habebis ini-
micum tuum ; ego autem dico vobis ; diligite inimicos
vestros, benefacite his qui oderunt vos (2). Non co-
mandava la legge antica che si odiasse il nemico, ma
la cecità ebrea aveva talmente angustiato le interpre-
tazioni della legge nella nuda scorza della lettera, la
quale pareva che escludesse il nemico, si che non
(I) Act. VII. 59. (2I Matth. V. 43.
Digitized by
Google
CAPO SESTO ty^
fosse compreso nel precetto che avevano della dile-
zione del prossimo; ma venne Cristo, vero lume del
mondo, e e' insegnò che non solo i parenti, non gli
amici soli, non i benefattori, non quei che sono nati
nell'istessa patria, non quelli che ci sono congiunti
di qualsivoglia legame naturale, ma i forestieri, gl'in-
cogniti, i peccatori ancora, purché sieno in istato che
non sia disperata affatto la loro salute; parimente lì
nemici e persecutori nostri vengono compresi sotto
questo precetto; tutti quelli dobbiamo amare alli
quali può esser comunicata la carità di Cristo, e la
partecipazione della sua gloria. In questa sapienza
cristiana è instrutto S. Stefano, il quale prega per
quelli che durissimamente lo percuotono; e mentre
in questo modo nella replicata orazione, con più di-
ligenza la seconda volta prega con le ginocchia iu
terra, scuopre maggiormente la perfezione della ca-
rità sua; non altramente che il granello di pepe,
quand'è più pesto e fracassato, fa più sentire aperta-
mente l'acutezza e la virtù sua >^ (i). È facile accor-
gersi che una religione profondamente sentita e la
mira di puramente giovare alle anime con la sua
parola lo salvano dalle intemperanze della fantasia^
che già cominciavano a manifestarsi e che risuonano
in parecchi dei lodatori del santo; come, per dirne
uno, in D. Paolo Aresi, milanese. Chierico Rego-
lare, e contemporaneo al santo (quantunque faccia
un piccolo buco nel secolo XVII); oratore che tra
molti altri discorsi lasciò due elogi di S. Carlo Bor-
romeo di forme abbastanza rigonfie.
E presso a questo santo sarà bene rammentare due
altri santi uomini, il primo dei quali fu suo amico, cioè
il b. Alessandro Sauli, di illustre casato milanese, che
si consecrò a Dio tra i barnabiti. Fece molto con la
Il S. Caroli Borromei Homiliae. Medie lani, 1747,
Digitiz(
l80 CAPO SESTO
sua apostolica predicazione e come vescovo di Aleria
in Corsica, mandatovi da S. Pio V nel 1571, e ulti-
mamente a Pavia, ove lo avea inviato Gregorio XIV;
morì nel 1592. L'altro è 5. Francesco Caracciolo,
fondatore dei Chierici regolari minori, che professò
la sua regola sotto Sisto V nel 1589 e attese con gran
cuore alle missioni insieme co' suoi confratelli e morì
a 40 anni nel 1608.
Uno pure che fu stimato e amato dal grande ar-
civescovo di Milano, per il carattere austero e sacro
della sua eloquenza, e che fu -detto sommo al suo
tempo dal Card. Fed. Borromeo (i), fu il francescano
Alfonso Lupo, che tornò gradito nella sua predica-
zione a Milano e in molti altri luoghi. Metteva ri-
spetto con la sua gravità e inteneriva fino al pianto
con vibrata parola; e quantunque in ciò non fosse
sempre uguale, a lui non noceva. Mostra vasi alieno
dalle manifestazioni esagerate o di lamenti o di pub-
bliche paci o d'altro; e faceva gran frutto special-
mente coir atterrir santamente il popolo vaticinando
con tono profetico mali al peccatore; notavasi però
difetto d' ordine e di splendore nella forma. Ma non
lasciò nessun monumento per giudicarlo, tranne un
piccolo Commentario sopra Isaia^ autore a lui predi-
letto e da cui forse derivò l' intonazione del suo ter-
rorismo. Parea gareggiare con esso Benedetto Palmio,
che seguiva le orme del Salmeron; sembra però che
dovesse la sua celebrità, più che alla bontà intrinseca
dei discorsi, alla sua sfacciata memoria, sì che citava
pagine intere dei Ss. Padri; del resto, dice il Card.
Fed. Borromeo « nihil afferebat comptum et expoli-
tum » (2); tuttavia scoteva con l'impeto della sua
parola. Calmo invece incedeva, fino a toccare una
(1) De sacris nostri temp. orat. lib. II.
(2) Op. cit. I. I.
Digitized by
Ggo^Ie
CAPO SESTO iSl
languida prolissità Mattia Bellintano, lodato del resto
per copia e facilità.
Più abilmente, come oratore popolare, sovente fa- pv Cerbi
ceto, predicava il P. Evangelista Cerbi o il P. Mar- « «aggio di
ir 11- • •^ / \ XT ' ^ sua predi-
ceilino, come lo dicono i più (i). Nato in Toscana a cazione
Pistoia, si fece Minore Osservante, e lavorò assai a
Roma. Tenne le sue lezioni sopra Giona , Profeta in
S. Lorenzo in Da ma so, stampate poi nel 1381, e, nella
chiesa di Aracoeli nel 1586 predicò le lezioni sopra
Tobia, pure appresso stampate; l'anno precedente
predicava nel Duomo di Firenze. Percorse per 38 anni
l'Italia convertendo Ebrei, donne perdute, peccatori
ostinali. Ecco come, nella lez. V sopra Giona, in -
culchi il dovere del soccorrere il povero. « O ricchi,
avvertite, pregovi, al caso vostro. Al tempo della morte
sentirete gran tempesta; se non distribuite le vostre
ricchezze, temo l'ultima vostra rovina; distribuitele,
altrimenti voi sentirete con che gran furore vi sarà
àtWo: ite maìedicti in ignem aeternum; esurivi et
non dedistis mihi manducare: sitivi et non dedistis
mihi bibere etc. Distruggete i vostri granari e fateli
maggiori, ma non come quel pazzo ricco, di cui parlò
Cristo nel Vangelio; migliori granari sono le viscere
dei poveri, dice il magno Basilio; congrega le tue
ricchezze in loro, che le congregherai in Cielo: ri-
cordati che al servo, che volse chiedere il debito, fu
messala catena al collo; e tu che togli quello che è
dei poverini che soffrirai? Ma ecco che tu forse mi
rispondi et dici: io non la tolgo, questa è roba mia;
che mal fo usandola come mi piace? Dimmi, ricco»
non sei tu nato nudo? come adunque è tuo quello
che non hai? Da altri adunque hai la roba, se pur
l'hai. Da chi adunque? dalla fortuna? Ah non voler
(I) Vedi Card. Frid. Borromeius - De sacris orai. lib. Ili e
Wadding Ann. Min. continuali a P. Stanislao Melcbiorri de Ceireto.
É
Digitized by
Google
l82 CAPO SESTO
esser così empio che tu non riconosca Iddio per tuo
benefattore; che sai che da luì viene ogni bene.... E
ben diceva l'Apostolo: in presentì tempore vestra
abundantia illorum inopìam suppleat; ut et iltorum
abundantia vestrae ìnnpiae sìt supplementum (r). Non
dire adunque tua quella roba di cui sei solo dispen-
satore e non signore sei stato farro. Se dìspensatore,
dimmi, a chi devi dispensarla? QLiando un signore
per governo dì sua famiglia dà il mese cento scudi
al maestro o fattor dì casa, in che è tenuto spendere
i denari ricevuti quel fattore? In quello che é l' in-
tenzione del signore o in contrario? Dimmi, ricco,
sopporteresti tu un tal dispensatore? Cerro no, che
non è giusto- Adunque Iddio non sopporterà que' ric-
chi i quali non spendano la roba assegnata loro neUa
famiglia sua- La famiglia di Cristo sono i poveri, ai
quali e tenuto provvedere, essendo scritto: libi dere-
iictus est pauper. Adunque, se tu copra le mura della
tua casa di tappeti, adorni i tuoi cocchi dì drappi di
velluto, habbiano i tuoi cavalli le copertine di seta,
strascini due braccia di veste per terra, o donna vana,
spenda in un paio di calze quaranta o cinquanta
scudi, o lascivo giovane; ed ì suoi poveri sieno ignudi^
e le povere verginelle, i poveri orfani et pupilli si
muoiano la vernata dì freddo, né possano uscir di
casa non avendo da coprirsi le carni, come anderà^
o ricco? che vento tempestoso credi tu che di qui a
poco soffi d'intorno alla tua nave? Non sai tu es-
sere scritto: Domimi s in tempestate et turbine viae
ejus (2). Oh come poco ti gioverà (simile a costoro)
che tu gridi al tuo Dio. Il tuo Dio è stato Toro e
l'argento, essendo l'avarizia (secondo l'Apostolo)
culto degr idoli. Credimi, ricco, che né i tuoi grandi
palazzi, né le tue credenze, né ì tuoi cocchi, né i tuoi
\i\ [[. Cor. Vilt* {31 Nih. i.
r\
Digitized by
Google
r
CAPO SESTO "1%
cavalli, ne i tuoi cani, ne ì tuoi buffoni, ne i tuoi
adulatori, né i tuoi ganimedi, né le tue veneri (siemi
lecito di così dire) ti salveranno. Questi son quelli
ne' quali spendevi le tue entrate, et i poveri di Cristo
si morivano dì fame. Oh quanto vino si consumava
in lavare i pie' a' cavalli, e le membra di Cristo pe*
rivano di sete! Oh quanto pane mangiava un branco
di cani che tenevi! ed infinite vedove, orfani e per*
sone vecchie et inferme stanno i giorni interi senza
TTiangiar nulla. Oh quanti banchetti e spese superflue
sì son fatte t et infinite verginelle hanno venduto la
pudicizia loro per non aver da vivere. Che rispon-
derai a questo, o ricco? » Nota il citato storico che
il popolo potè gustarlo a lungo, perché anche da
vecchio predicava con vigor giovanile ^r Rara in eo
concionatore laus futt, quod in ipso exaclae aetatis
termino preclare dicebat » (i).
Ma r uomo che empi del suo nome questa se-
conda metà di secolo, e col quale nessuno parve poter PinlgaVoil
gareggiare è Francesco Panigarola (j 548 -1594). Ec- ^j,-pJi''v "**
ciuto a predicare dal Musso, si tenne molto alla sua ""^^
maniera, ma vincendo la gloria del maestro. Come
si raccoglie da una sua autobiografia, da cui tolse il
Tiraboschi le sue notizie, nacque a Milano di padre
avviato alla diplomazìa e che fu usato in pubbliche
commissioni dalT ultimo duca di quella città. Quando
il Musso andò a predicare colà, il padre di Francesco
l'invitò a un pranzo di famiglia; e il giovanetto, che
prima aveva udito il decantato oratore, gii ripetè
verbo a verbo un buon pezzo del suo discorso a me-
moria, onde si trassero pronostici di futura gran-
dezza- Studiò all'università di Pavia e quindi a Bo-
logna; e narra egli stesso alcune sue avventatezze,
che attribuisce air indole battagliera che tenea da
Francesca
(I) De aacf. orat. Ub, Iti.
Digitized by
Google
r*A /•/-» r» frt-r» oli AT*. '
184 CAI*Or SESTO
natura e che seppe appresso rivolgere contro gli ere-
tici. Dopo la morte del padre, che gli avrebbe fallo ;
delle difticoltà, a diciannove anni vestì l' abito di Mi-
nóre Osservante a Firenze, mutando il nome di Gi-
rolamo in quello di Francesco sotto al quale oggi va j
noto; nome che apparteneva pure a un suo zio, re- j
ligioso dello stesso Ordine e rinomato predicatore.
Esordì a Sarzana, ove sostituì di botto e senza pre-
parazione il guardiano del convento, che predicando
la quaresima cadde ammalato. In tale circostanza
diede tal saggio di abilità che gli piovvero gl'inviti,
onde predicò poi a Pisa, a S. Maria del Fiore in Fi*
renze, e a Roma, intraprendendo una così elevata
missione ancor troppo immaturo d'anni e di studio.
Ma S. Pio V, che se n' avvide, appunto perchè ap*
prezzò r ingegno singolare di quel giovane, lo mandò
a perfezionarsi nella teologia a Parigi. Forniti i quali
studi il Panigarola predicò agli Italiani di Anversa e
di Lione, e lottò con assai vigore e abilità coi cal-
vinisti, traendone non pochi in seno alla Chiesa.
Tornato in patria destò tanto romore, che, ovunque
giungeva, veniva accolto con applausi, e sì impaziente
era il desiderio di udirlo, eh* e* dovea mettersi a pre-
dicare prima di riposarsi. Nel 1580 trovavasi a Mo-
dena, e S. Carlo, che ne intese le- lodi, V anno ap-
presso lo volle a Milano, e andava a predica, e, come
sì disse, pur facendo le sue appuntature, molto ne lo
commendò. Così si strinse sempre più queir affetto e
queir alta stima che il Panigarola nutriva per T il-
lustre cardinale, conie dimostrano le due orazioni
funebri dette in lode del gran porporato. Il celebre
oratore, per sua sventura, fu più tardi fatto vescovo
di Ferrara; e dico per sua sventura, perchè o per in-
vidia e non fondate accuse di cortigiani, o per qual-
che imprudenza dovuta all' impetuosità del suo ca-
rattere, cadde in disgrazia di quel duca^ che dopo
Digitized by
Google
CAPO SESTO tftj
pochi mesi gr intimò lo sfratto. Ne lo accolse però
benignamente S. Pio V, che gli commise dì predi-
care a S. Pietro e poi lo mandò in compagnia dei
Card. Gaetano a Parigi, al tempo delle lotte tra la
Lega ed Enrico IV; nella quale occasione uni la sua
voce a quella di tanti altri oratori, sostenendo le pani
della Lega. Morì a soli 46 anni, vescovo di Asti.
Come nella sua vita, così anche nelle sue opere
si riflette assai l'ambiente in cui visse. Scrisse per- oraroVle
tanto contro gli eretici, come dimostnmo special-
le sue Legioni sult eresia di Calvino e i Discorsila-
nuti nella sua ultima dimora a Parigi. Attese inoltre
a diffondere r opera del Concilio di Trento, come
attestano le Legioni sopra il catechismo dei parochi^
e le Dichiarazioni dei Salmi e delle Lamentafioni di
Geremia, e altri commenti e parafrasi della Santa
Scrittura. Soprattutto poi col Quaresimale e co' sUoi
Panegirici attese alla cristiana riforma del popolo. E
nel tessere i suoi lavori non si condusse a capriccio,
ma studiò la tradizione dell'arte; anzi egli stesso
volle dettarne delle norme e commentarle nella sua
Rethorica Ecclesiastica, eh' è una parafrasi del libro
dell'eloquenza di Demetrio Falereo; come V altro suo
scritto: // modo di comporre una predica non né
che un commento pratico.
Si domanderà: si riconosce una perfetta equazione
tra le lodi ricevute da questo oratore e Tane sua ? Suoi meriti
Del buono ce n'ha: è vivace, talvolta energico, fe-
condo sempre, pieno di erudizione, specialmente bi-
blica, non tratta male la lingua che cornea; doti che
aggiunte ai pregi del portamento, del gesto e soprat-
tutto di una voce sicura e robusta poterono a' quei
dì eccitare una specie di fanatismo. Convien dire
però ch'ei non ci sa dare proprio un discorso sotto
ogni rispetto eloquente e compiuto; tiene un modo
più da istruzione che da discorso oratorio, anche
Digitized by
Google
:i8q capo sesto
quando non fa legioni morali; ti processo delle ar-
gomentazioni non suol mostrarsi compatto, ma qua
e là divaga, gli affetti vibrano di raro-^ le filatesse
-degli epiteti ristuccano, si compiace d' ingegnosità e
artifizi che preludono al periodo futuro. Ecco ad
esempio come, dopo il proemio, e' s' introduca a
commentare il Vangelo della lesta di S. Stefano:
ft Meravigliosa e altissima lezione, nella quale, qua^l
in collo di colomba po^to al sole, da quante partì
miri, da altrettante vedi varii colori dì variationi e
diverse virtù di S. Stefano: grazioso, o Roma, ve-
diamo Stefano oggi, bravo Io vediamo, miracoloso,
odiato, disputante, vincente, savio, spiritoso, invidiato,
santo, ascoltato, cacciato, lapidato, invocante, racco-
mandante, inginocchiato, gridante, orante, tacente,
m oriente: grazioso. Stephanus phnus gratta; bravo^
•et fortitu din e : m ì r a co I oso, facieba t signa m agna ;
odiato, surrtxerunl quidam de Sinagoga ; disputante,
disputantes cum Stephano; vincente, non po/^rjn^ re^
sistere; savio, sapitntiae; spiritoso, et spiri tuì qui /o-
^uebalur,.. 3> e cosi fino alia fine, mettendo rutti gli
epiteri di fronte al testo latino. E ho recato questo
tratto, perchè rispecchia una maniera su cui spesso
ritorna il nostro oratore; maniera del resto comune
al Musso e ad altri, e che più che a convincere o a
muovere al bene dovea servire a farsi ammirare con
4' artifizio- Da siffatte pedanterie niuno può aspettarsi
vera eloquenza.
A quando a quando però sa nutrire con giuste
ragioni il discorso e disporle con buon ordine e di-
ventare efficace. Cosi ad esempio nella predica sul
Santo Sacrifizio della Messa mette alle strette Lu-
tero: « Scelerafissimo Lutero, il quale dice in questo
modo: della Eucaristia non ne doviamo fare se non
<]uello che fece lo stesso Cristo, che disse hoc facile;
tua Cristo diede bene l'Eucaristìa a discepoli, ma
Digitized by
Goccile
CAPO SESTO 187
non si legge che la offerisse a Dio; dunque anche
noi doviamo bene usare l' Eucaristia in darla per sa-
cramento agli uomini, ma non offerirla per Sacrifizio
a Dio. — Sì eh, arrogante > Ma che dirai se io, o
€01 pio Golia, trattati la spada di mano, con la stessa
ti uccido? Della Eucaristia non ne doviamo fare se
non quello stesso che fece Cristo, io lo consento:
ma ove tu dici che egli non la offerì, e io dico che
l'offerì prima a Dio, e poi ne diede agli Apostoli;
•dunque non solo per Sacramento ma anche per sa-
crifizio doviamo ancora noi usare l'Eucaristia san-
tissima. È certo, ascoltatori, che Cristo offerisse prima
r ostia al Padre ch'egli la desse agli Apostoli; leggete
l'istoria in qualsivoglia degli Evangelisti e lo vedrete
chiarissimo. Hoc est corpus meum quod prò vobis
datur ; datur in presente dice S. Luca; e sebbene
del sangue soggiunge in futuro fundetur, nondimeno
il testo greco dice funditur in presente; e tutti i
luoghi degli Evangelisti suonano: corpus quod tra-
ditur, sanguis qui funditur. Ma a chi si dava, a chi
si offeriva allora questo corpo? Agli Apostoli forse?
No no, leggete, che non dice quod datur vobis, ma
quod prò vobis datur; per loro si dava quel corpo
che dovevano ricevere, ma a chi poteva darsi, se non
si offeriva a Dio ?» E qui conferma il suo concetto
col paragonare l'Eucaristia all'agnello pasquale im-
molato per ordine di Mosè, per poi conchiudere:
« Sì sì, dolcissimo Signore, te ipsum ferebas mani-
bus. O miracolo nuovo 1 te stesso comunicasti per
istituire un sacramento, ma te stesso prima sotto
specie di pane e di vino offeristi, per darci ad inten-
dere che il tuo stesso corpo sotto specie di vino e
di pane doveva nella nostra legge e nel nostro altare
essere sacrificato da noi. »
Prima e dopo il Concilio, per assecondarne lo
spirito e le leggi, alcuni attesero con maggior cura
Digitized by
Google
/
l88 CAPO SESTO
non solo a lezioni scritturali, nelle quali si segnala-
rono parecchi tra gli oratori testé ricordati, raa anche
ad altri discorsi istruttivi e catechistici. Così meglio
si ponea mano, specie tra il popolo men colto, a quella
riforma di costumi che richiede s illuminino le in-
telÌTgenze e si sospingano al bene le volontà.
Illustre in questo campo s avanza Luigi Lippa
Lavori ci- mano, morto prima che si chiudesse \\ Concilio, cioè
t Luigi Tanno 1559. Nacque a Venezia, si acquietò grande
^'Pf'°"''°^riputazione per la conoscenza di lingue antiche, della
Scrittura, dei Ss- Padri, e in generale come assai eru-
dilo teologo. Fatto vescovo dì Modena, coadiutore a
Verona e ultimamente vescovo di Bergamo, fu sotto
Giulio ni uno dei tre presidenti del Concilio, e sotto
Paolo IV andò nunzio in Polonia. Si mostrò pieno
di zelo neir opera del sedare le discordie religiose in
Germania e nelT opporsi alla diff'jsione delle nuove
ere5;te in Italia. Oltre a una grande raccolta di vite
di santi, e a commenti tratti dai Padri sui primi libri
dell" .antico Testamento, scrisse la Conferma di tutti
I donvm cattolici ^ le Aggiunte di prato spirituale di
Giovanni Mosso^ le Cìstituponi sinodali e Sermoni
sui santi.
Come grande catechista poi dettò Y Esposizione
^'mìì^dll' ^^^ simbolo^ che va congiunta a quella del Palerno-
Simboio j^gi- e dei Comandamerìti* E da avverfire però che
errori dei Siffatto lavoro non tu tutto opera sua. Dovendo par-
Prmettanti jjpg per la Germania, mentre ancor trovavasi a Ve-
rona, aveva afHdato, come narra nella lettera di pre-
faEione, ai Rev.di Maffeo Albertino canonico e Gio-
vanni Del BenCj arciprete di S. Stelano « uomini
dotti, timorati e soprattutto zelatori delle anime ^ di
comporre questo libro per le persone basse, confu-
tando le dottrine dei moderni eretici^ che già porta-
vano le loro controversie in piazza; riservandosi però
a suo tempo di rivederio per darne T approvazione.
Digitized by
Goo<^le
A
CAPO SETSTO 189
Ma nel rivederlo, quantunque si dichiari contento
deir opera loro, avendo conosciuto molto addentro
gli eretici ne* suoi viaggi e nelle sue trattative con
essi, credette necessario di accrescerlo più d*una metà;
cosicché la spiegazione del simbolo da lui ideata,
ampliata e ritoccata vuoisi ascrivere principalmente
a merito suo. Egli avverte bensì il pericolo che viene
dal portare certe controversie tra il popolo, ma d* altra
parte sente ancora la necessità del provvedere, quando
la peste è già scoppiata. « Come vedrò io la greggia
di Dio, la quale egli mi ha dato a pascere, ogni
giorno più corrotta con la falsa dottrina degli eretici,
con i colloquii pravi dei nemici della verità, con leg-
gere libretti volgari stampati e dati nascostamente,
con il cicalare di alcune filalane e pettegolette, (per
dire il nome che si meritano) che non sanno se sieno
vive; ed io tacerò, starò con le mani in croce, ser-
rati gli occhi, chiuderò le orecchie e sarò come muto
che non potrò gridare? » (i). Quanto le obiezioni
sono poste con molta chiarezza, altrettanto le risposte
si presentano schiette e precise; è un libro che ai
controversisti e ai catechisti potrebbe giovare; anche
la dizione è abbastanza commendevole.
Come pure non invenusti si vogliono dire i 22 j j, 3^^-
sermoni che pubblicò nel 1541 sopra le feste princi- moni sopra
pali dell'anno. Furono dedicati all'illustrissima si-
gnora Costanza Farnese Sforza; e nella dedica dice
di apprestare tal libro quale ottima lettura per la
santificazione delle teste, perchè gli parea che troppo
erano neglette e che troppi eran quelli che ascolta-
vano « i membri del demonio che dicono col salmi-
sta (2): togliamo dalla terra tutti i giorni del Signore ».
La sostanza de' suoi discorsi viene dalla Scrittura,
(I) Lettera al clero e al popolo veronese.
(2» Ps. 73.
Digitized by
Google
ICP CAPO SESTO
ma schivando dì accumiiiarne i passi; sa adornarli
ancora con qualche imagi ne acc Lira rame n te descnUa;
e quando gli viene il destro, coi fatti meite bene la
morale in azione. Kcco ad esempio com' ei si taccia a
descrivere il martirio dì S. Vincenzo: « Allora Da-
ciano, sentendosi ingiuriaEO, pianse di sdegno, e chia-
mata la guardia, disse: levate vìa Valerio, e lasciate
qui solo Vincenzo, al quale ha bastato V animo in
gi urlarmi pubblicamente; flagellatelo iu[to da capo
a' piedi* fino a che si stracchino i battitori; ponetelo
suireculeo e con i pettini di ferro levategli la carne
a pezzo a pezzoi fricate poi le ferite con il sale, po-
netelo in una catasta di ferro sopra le brage ar-
denti, ed ogni sorta di supplizio consummate in lui.
Oh furore senza ritegno! o pazzìa sfrenata! oh rabbia
brutale! Potete qui pensare, diletti miei, che il glo-
rioso Vincenzio niente si turbasse, anzi pieno di al-
legrezza spirituale ringraziasse Dio nel cuore suo che
fosse fatto degno di essere martirizzato per lui e poi
con una invincibile costanzia dicesse: O misero, che
ti pensi di fare? Che avrai guadagnato quando m'avrai
fatto morire eoa diversi tormenti? Vedi tu questo
cielo com'è bello nel suo aspetto? e questa terra abi-
tabile com'è grande nel suo circuito? e quante cose
meravigliose sono in lei? Tutto è niente in compa-
razione della felicità e beatitudine che aspettano i
giusti in Cielo, « Collega nelF università di Padova
al Lippomano fu il b. Giovanni Marinone dì Ve-
nezia (1490-1562) che, direttore da prima di uno
spedale, ove lasciò esempi di sublime carità, aggre-
gatosi poi alla famiglia religiosa di S. Gaetano, passò
per molte città come zelante apostolo; morendo disse
che provava una grande soddisfazione rammentando
che per 50 anni avea predicato le verità della fede.
Ma più compiuto dicitore discende in questo
aringo Girolamo Seripando, cardinale. Nacque di fami-
Digitized by
Google
CAPO SESTO tri-
glia patrizia in Troia { 1493 1563); si formò alla scuola
di Egidio da Viterbo che lo incitò a vestir T abito
agostiniano, diventò dotto assai nelle lingue orientali
e gli furono affidate moke cariche. Si rammenta la
sua predicazione a Sorrento Tanno della peste 1516
come un fatto di grande importanza e che arrecò-
molto frutto. Dopo di che le città dVItalìa gareggia-
rono per averlo. A Napoli fu ad udirlo Carlo V, pel
quale T oratore dovea più tardi compor queir orazione
funebre in latino che ancora si ha. Fu generale del-
l'Ordine, sostenne importanti legazioni politiche, passò^
vescovo di Salerno e nel 1361 fu cardinale, e mori
due anni dopo andando legato al Concilio di Trento.
È peccato che molti lavori, anche Qratorii> di questo
insigne personaggio siensi smarriti. Nel tempo che
trova vasi a Sorrento attese a spiegare al popolo la
dottrina cattolica, forma di predicazione eh' ei predi-
ligeva e che torna sempre utilissima quando vi si
sappia innestare calde raccomandazioni per muovere
la volontà. Perciò possediamo ancora buona parte
dei discorsi Sopra il Simbolo degli Apostoli dichia-
rato COI Simboli del Concilio Nkeno e di S. Atana-
sio (i). Fin dalla prima predica mastra 11 dovere di
farlo, « Già sono oramai due anni, o diletrissimi in
Cristo Gesù, che essendo io desideroso di pagarvi
quel principal debito che ho con voi, cominciai a^
parlarvi la parola di Dio, conoscendo che questa è la
prima cosa a cui ci obbliga Iddio benedetto, quando
ci chiama al ministero episcopale, che abbiamo a
pascere la sua greggia nel campo delle S. Scritture-
li che apertamente manifestò, quando Cristo Gesù.
chiamò Pietro al sommo pontificato dicendogli: l'of-
ficio tuo sarà di pascere le mie pecorelle e i mìei
agnelli.... Io mi sono accorto in questi due anni che
Ul Srampatì a Venezia 1617.
Digitized by
Google
Siggio
[93 CAPO SESTO
t}ue' ragionamenti, ancora che nascessero da affetto
paterno, fùr poco fruttuosi: perchè non ho veduto,
carissimi mìei figliuoli, che voi ne siate diventari ne
più sa vii di quello che vi trovai, né più giusti, né
più Fanti, né più liberi; anzi mi pare che in tutte
queste quattro cose siate peggiorati- E perciò mi do-
glio acerbamente dì non aver saputo ben porre Cristo
ne' vostri cuori e imprimerlo ne' vostri petti tanto
efficacemente che, a consolazione mia, a salute vo-
stra, apparisse nella vita e nelle opere vostre qualche
frutto della parola piantatavi predicando j^ (i), Tut*
tavia spera che ii nuovo metodo che inCraprende
riuscirà a qualche cosa di meglio; e prepara una
traccia della nuova materia.
Si mostra parco, preciso, dotto teologo; e quan^
tunque in generale nella esposizione sia alquanto
secco, non manca però a tratti dì un movimento af-
feituoso, semplice, pastorale più* che elevato. Nella
predica IlL dopo aver parlato di Dio Padre, sog-
giunge: « Io vorrei che questa fede, con la quale dite
di credere in Dio padre, onnipotente, creatore del
cielo e della terra, voi, carissimi figliuoli, la congiun-
geste con T obedienza et osservanza dì tutte quelle
case che da questo vostro padre vi sono state co-
mandate? altrimenti con che fronte direte di credere
che vi sia padre, se voi non V onorate come padre,
osservando i suoi comandamenti? Con che cuore ÌI
chiamate voi onnipotente? Non temete voi che, po-
tendo ogni cosa, possa et abbia a punirvi di tante
vostre disobedienze ? Non sapete voi quello che disse
per uno de' suoi proferi a quel popolo il quale il chia-
mava, come voi fate, padre et Signore? Se io sono
padre, ov'è L' onor che mi porti, come a padre? Se
(Il Prt4!c« I.
Digitized by
Google
CAPO SESTO I(»3
io sono Signore, ov* è il timore che tu hai di nìe,
come di Signore? Con che animo il chiamate voi
creatore del cielo e della terra? Con animo" vera-
mente pieno d'ingratitudine; poiché avendo ricevuti
da lui tali e tanti doni, quali e quanti ne contiene
il cielo e la terra, non solo non gli rendete le debite
grazie, ma dispregiate gli ordini e i comandamenti
di sua divina Maestà. Venite qui. Non v* ha egli co*
mandato che dalle cose visibili, prodotte per servigio
vostro, voi vi levaste alla contemplazione delle cose
invisibili che sono in lui? Ditemi un poco: quante
volle vedete voi il cielo, la terra, e tante varie bel-
lezze di questo mondo, e alzate l'animo vostro a
contemplare V invisibil potenza, sapienza e bontà di
Dio? dicendo S. Paolo che coloro che dalle cose
create e visìbili non si destarono alla contemplazione ^
delle cose invisibili et increate, furono inescusabili.
Non v' ha egli detto et comandato che per li bene-
fizii, che voi ricevete ogni hora dal cielo et dall' altre
creature, voi ne rendeste gratie a lui? Non v'insegna
questo David ? quando parlando con Dio dice: Che.
cosa è r uom che tu. Signore, abbi a tener memoria
di lui? Che cosa è il figliuol dell'uomo, che tu. Si-
gnore altissimo, babbi a visitarlo con le gratie tue?
Tu, Signore, Y hai fatto poco minore degli Angeli.
Tu r hai coronato di gloria et d' onore et preposto
alle opere delle mani tue; tutte l'hai poste sotto
a* piedi suoi, gli animali di terra, gli uccelli dell'aria
e i pesci del mare. Onde rendendo in questa sua
contemplazione gratie a Dio dice: O Signore uni-
versale e Signor nostro, quanto è meraviglioso il
nome tuo in tutta la terra! Guardiamci dunque
d'usare le creature di Dio ad altro fine che a quello
al quale sono state create da Dio » (i). Vito Fornari,
(I) Predica HI.
Storia della Predicazione ecc, 13
Digitized by
Google
194 CAPO SESTO
dopo aver detto che i Cinquecentisti sono in generale
oratori insipidi (e ha ragione quando si giudichino
alla stsegua dei sommi delle più splendide lettera-
ture) concede qualche soffio di eloquenza al Seri-
pando (i).
Sisto Ai già ricordati si può aggiungere il domenicano
is om n ^.^^^ j^. Visdomini. Nacque a Como e molto attese
agli studi esegetici, come dimostrano anche le opere
che pubblicò, cioè le sue Homiliae in Isaiam nonché
le Conciones in Evangelia ac in Catechismum Ro-
manum sapienter et eleganter scriptae (2).
APPENDICE 1« AL CAPO VI.
Raccogliamo i nomi di altri illustri che onorano
'^kaiian?' 1^ seconda metà di questo secolo. Fiorirono tra i
Domenicani ; Girolamo Trevisan, veneziano, vescovo
di Verona, morto al Concilio di Trento e Tommaso
Stella, pur di Venezia e vescovo di Trani, morto il
domenicani ^5^' ^^^^^ Arighetti, fiorentino, che predicò molto
alia Minerva in Roma e fu sepolto in patria a
S, Marco; Antonio Giustiniani dì Venezia; Angelo
Gojjino di Lugo; Gio. Batta Cuerani di Siena, che
predicò in molte città; Michele Ghislieri, nato presso
Alessandria in Piemonte, che prima di portare il
nome di Pio V, (ognun sa che fu santo), predicò
molto, specie nella Valtellina e nel contado di Ghia-
venna; morì sul trono di S. Pietro nel 1574; Sisto
da Siena^ che, nato da genitori ebrei, si fece cristiano
in assai giovane età e che, prima che domenicano, fa
francescano. Ma cadde e ricadde in errori, onde fu
posto nelle prigioni del S. Uffizio a Roma; ma
(1) Arte del dire lib. HI, lez 27. Napoli, 1881 .
(2) Venetiis typ. Scoti 1576.
Digitized by
Google
CAPO SESTO 195
ravvedutosi predicò con frullo e valore, e morì
a Genova nel 1569 in età di 49 anni; Eustachio
Locatelli di Bologna, caro a Paolo IV, Pio IV e
Pio V; Paolo Zigari di Ragusa che studiò e rimase
in Italia; Remigio Nanni, fiorentino, lodato princi-
palmente come uomo dotto, ma anche come egregio
sermonatore; dimorò qualche tempo a S. Zanipolo a
Venezia, d'onde Pio V lo chiamò a Roma per emen-
dare le opere di S. Tommaso; mori nel 1580; e fece
oltre a molti lavori teologici e storici (tra i quali
F Istoria d' Italia di Francesco Guicciardini riscontrata
con altri istorici ecc. Venetiis 1368) anche una Rac-
colta di orazioni in materia civile, criminale, e mili-
tare, tratte dagli antichi greci, romani e moderni.
Antonino Stabili, napoletano che, oltre // nuovo Ro-
sario , scrisse anche un Manuale Praedicatorum ; An^
gelo FHentini di Corsignano (Toscana) di cui ^ì
stamparono dieci prediche (Giunti 1589); Teofilo Fé-
dini, fiorentino; Vincemmo Ferrini di Castel nuovo di
Garfagnana, scrittore anche di opere ascetiche; Sera-
fino Ro^p, che oltre una Storia degli uomini illustri
de' Predicatori , pubblicò i Discorsi per l'Avvento
nel 1591; Francesco Fontana di Como; Gio. Maria
Solari, ligure; e Pietro Franchini di Treviso, di cui
si ha Quindici meditazioni sopra gli quindici misteri
del Rosario (Treviso 1584, e una Lettera spirituale agli
illustri suoi Trivigiani, Discorsi ecc., Treviso 1598) (i).
Vanno tra gli agostiniani: Eugenio Pesarese, an- ^
conitano, morto vescovo sufFraganeo di Velletri, che ^^*** "^'*^'
scrisse un quaresimale; Sebastiano Broilo di Faro,
morto nel 1568, i cui discorsi furono stampati a Ve-
nezia nel 1562; Teofilo Gallinoni da Vairano, che
nel 1563 predicando a S. Petronio di Bologna tanto
commosse quei cittadini a pietà verso i poveri, che
1
II) Ex Quétif et Echard.
Digitized by
Google
igÓ CAPO SESTO
li condusse a fabbricar loro alcune case fuori delle
mura presso S. Gregorio^ e dopo la sua morte, av-
venuta repentinamente a Palermo nel 1575, lasciò due
volumi di discorsi sopra i Vangeli, quaresima e av-
vento; Giustiniano Guerrini di Cremona, di cui si
rammentano i discorsi sopra la Salutazione angelica,
dettati in italiano; i padovani Gregorio Patavino che
percorse tutte le cariche dell'Ordine, e accusato al
tribunale d'Inquisizione, fu dichiarato innocente; e
Cristoforo Patavino, generale dell* Ordine; morirono
entrambi a Roma, il primo nel 1555, e T altro
nel 1569 (i).
Sono non ignobili tra i francescani : Luigi Po{{ii
ancescant piacentino, lodato dal Panigarola e stimato assai da
Pio IV; morì nel 1580, essendo nato tre anni prima
che incominciasse il secolo; Tommaso Illirico che
predicò assai nella corte di Carlo lil di Savoia, e at-
tese molto a combattere in quelle regioni i Valdesi;
Cristoforo da Verucchio, che pubblicò in italiano tre
volumi di Esercizi Spirituali (2); Pietro da Macerata;
Cherubino da Pescara ; Antonio Pagani da Venezia;
che scrisse anche dei poemetti, e come predicatore
facea gran fcutto; Giuseppe da OnegUa, di cui si ri-
cordano le penitenze, morto il 1589; Giacomo di Fa-
rosarsino, della provincia di Genova; Pietro da
Murro, marchigiano. Felice Peretti che fu poi car-
dinale e papa col nome di 5ii>to V; Girolamo Ti-
nelli che fu dotto teologo e vescovo di Modena e
pubblicò discorsi sopra i Vangeli e l'orazione dome-
nicale; Gio. Batta Canati; Francesco Grassi, dal-
mata; Gabriele di Montenuovo che morì a Fabriano
nel 1598 e scrisse anche libri ascetici; Trebapo Mar-
cotti morto nel 1599 ad Assisi, segnalato per la pietà;
(1) Ex Ossinger. (2) Lione, 1590.
Digitized by VjOO^^ IC
^fmmimm
CAPO SESTO 197
Francesco De Sanclis, morto l'anno appresso, e che
predicò con lode anche nella Spagna.
Troviamo tra i gesuiti, che cominciavano a dif- u gesuita
fondersi in Italia, Francesco Adorno dì Genova, morto ^j^^^^^^^
nel 1586 e che fu primo rettore di un Collegio a
Milano.
APPENDICE 11^ AL CAPO VI.
Lungo tutto il secolo XVI trovo segnalarsi tra i
Francesi: Antonio Du Four d'Orleans, oratore di Francesi
corte presso Luigi XII, vescovo di Marsiglia nel 1507,
e morto per via accompagnando Luigi Xli che ve-
niva in Italia contro dello Sforza nel 1509. Gio-
vanni De VillerSj di Valenciens, morto nel 1531; Gm-
glielmo Pepin della Neustria che predicò più volte
alla presenza di Francesco I di Francia e lasciò mol-
tissimi sermoni sulle domeni. he, sopra Maria SS. e
il Rosario e sui Santi, e che furono stampati nel 1533;
Raimondo Goussin di Linguadocca, lodato per la sua
facondia e morto nel 1334; i tre ultimi furono dome-
nicani. Parecchi si circondano di maggior gloria per
ciò che più potentemente lottano contro l' eresia in-
vadente, e va tra questi specialmente Pietro Diooié
di Auxerre, pur domenicano, che per 35 anni calcò
i pergami più lodati di Francia, passando tra i primi
oratori del suo tempo; combattè con molta vivacità
e buon successo contro i calvinisti e ne fu detto il
martello, onde quegli eretici arsero di tanto odio
contro di lui che, nel 1534, avendolo preso, voleano
crocifiggerlo, se i suoi amici con molto danaro noi
redimevano. Dopo questo fatto tornò a predicare con
U stessa forza di prima sotto Carlo IX a Parigi, ma
l'anno appresso morì. Pubblicò: Instructions et Ser-
mons pour tous les jours de caréme e Dix Sermons
Digitized by
Google
198 CAPO SESTO
de la S. Messe. Altri domenicani, celebri avversari
dei Calvinisti furono: Giovanni Dumay di Fiandra,
che lasciò Sermones quadrag. e Conchnes in psalmos
graduaìes; Jacopo Le Hongre^ che (tCQ T orazione
funebre il 20 marzo 1562 per il duca di Guisa, assas*
sinato dai Calvinisti ; e Giuliano Fresneau, che vìsse
alla corte d' Enrico 11, Fran cestro 11 e dirlo IX, di^
fendendo le verità cattoliche; inori nel ^57^. Né meno
operoso si mostrò l'agostiniano Francesco Riccar-
doto della Borgogna, che a 21 anno diede ottimi
saggi del suo ingegno commentando S. Paolo a Pa-
rigi, e predicò poi molto in Francia e in Germania
contro i calvinisti, i quali duranfe un discorso gli ti-
rarono una schioppettata senza colpirlo; fu vescovo di
Artoìs, prese parte al Concilio di Trento, mori di 6;
anni nel 1574, Lasciò tra altro: Sermones in oratio-
tiem dùmenicalem^ Sermones duo de sacris imaginibus
et indulgeniiis, Sermones quatuor de ìncarnaiione, e
parecchie orazioni funebri per ragguardevoli perso-
naggi, e tra questi per Enrico II di Francia e Carlo V
imperatore. Aggiungi i domenicani: Jacopo Fourré
di Mainvilliers (diocesi di Carnot] che predicò tnoJto
a Parigi e altrove e fu lodato assai per grazia e fa-
cilità; fu consigliere e predicatore di corte sotto En-
rico n, Francesco il e Carlo IX; disse a Notre Dame
l'orazione funebre per l'imperatore Ferdinando f,
edita, e lasciò mss. Sermons dirers préchés à Parts,
morì nel 1578. Giooanni Champaigne^ lodato per la
copia e la veemenza, che stampò nel 1575 il di-
scorso per l'incoronazione di Enrico 111, e pubblicò
anche: Flores ex S. Joannis Chrisostomi operiòus
collecti: Reims 1579, anno della sua morte. Giovanni
de MonluCf av]uilano, di illustre casato, ma dì poco
spirito religioso e dì dubbia fama; fn dì molta grazia
nel dire e di grande sagacia nelf operare e perciò da
Margherita di Navarra introdotto alla corte di Fran-
Digitized by
Google
i
CAPO SESTO 199
Cesco I. Mori vescovo di Valenza, e sta sepolto nella
chiesa di S. Stefano a Tolosa con questo epitaffio;
Illmus vir Joannes de Monluc episcopus comes Va*
tentinensis et Diensis qui suis temporibus non parum
opera Consilio et virtute res frallicas j'uvit obiit anno
D. MDLXXtX pridie id. apr. Scrisse: Instructions
chrétiennes de T éveque de Valence sur les comcnde-
ments de la hi et des saints Sacrements etc. Paris
1557. — Sermons de téoeque de Valence sur les ar-
ticles de lafoi et l'oraison domenicale etc. Paris Ifi57.
— Sermons de l'éoeque de Valence sur certains points
de la Religion, saooir la foi, la charité, f espénmce^
la patience etc. Paris 1559; e altro. Fu anche am-
basciatore e oratore politico, e ha parecchi discorsi
tenuti dinanzi al re, e due anche in italiano detti
nel Senato di Venezia: Ragionamento d'un amba-
sciatore di Francia, Giovanni Monluc, contro quelli
che biasimano il re di Francia per avere ambascia*
tore a Costantinopoli, e. Discorso del medesimo am-
basciatore alla repubblica di Venezia contro l'ambi*
zione di Carlo V (Mss. nella bibl. regia catal. n. 8) (1)1
Abbiamo inoltre Baldassare Dressel del Brabanre che
contraddisse efficacemente agli anabattisti, dalle cui
mani fu sottratto dai cattolici mentre quelli voleano
bruciarlo vivo. Lasciò: Homiliae de fìlio prodigo. An-
tonio Abelly di Parigi, morto nel 1589, e pubblicò!
Sermons sur les Lamentations du Saint Prophòte
Hieremie, faits en la présence de la reine, mère du
rei etc. et dediés à la néme. Paris 1582. Giacomo
Le Feore, della Fiandra francese (da non confondersi
con un altro omonimo di Lisieux in Normandia,
morto nel 1716) che predicò assai contro gli eretici,
ed essendo caduto nelle loro mani, fu tormentalo e
(I) Ex Quétif et Echard, d'onde furono tratte anche l'altre nc^
tizie riguardanti i domenicani. *
200 CAPO SESTO
poi ucciso nel 1591. Lasciò: Conciones prò dominiàs
et festis. Giovanni Fourré di Carnot, oratore di corte
presso Enrico IH, e Medardo De la Val, dello stesso
paese, morii entrambi nel 1598. Gerardo Verunstis
Fiandra, agostiniano intrepido contro gli eretici, dai
quali ebbe pesti i denti ; pubblicò tre discorsi sulla
Passione di N. S. G. C. e morì nel 1396.
Fra i seguaci di S. Ignazio sono degni di men-
zione in Francia Anger Edmondo di Alleman (presso
Troyes) (1530-1591) che secondo lo spirito del fon-
datore del suo Ordine oppugnò principalmente l'ere
sia: fu rettore di parecchi collegi e confessóre di En-
rico Ilf. Lo storico Matthieu lo dice il Grisostomo
della Francia e il più eloquente e dotto oratore del
suo tempo. Ottennero fama il suo Catechismo e le
Opere apologetiche in difesa dell* Eucaristia contro
Lutero, Zuinglio ecc., e in difesa ancora degli altri
Sacramenti, e i Discorsi sul Matrimonio e sulla Pe-
nitenza. Dalier Odet, i cui Sermoni per le domeniche
e feste e i cui panegirici furono stampati a Lione
nel 1684 (1).
Sjsagtiucii e La Spagna e il Portogallo contano molti oratori,
portoghcjì nfjaturati specialmente dalla pietà e dallo zelo degli
ordini religiosi, non pochi dei quali lasciando le
palme artistiche che avrebbero potuto cogliere in pa-
tria, si recarono a diffondere la religione tra i selvaggi
delle nuove terre scoperte. Rammento tra gli agosti-
niani: S. Tommaso da Villanova, arcivescovo di Va-
lenza, detto l'elemosiniere, per le sue carità, riforma-
tore delle costituzioni agostiniane e oratore di molto
frutto e valore, come attestano i suoi sermoni, che
(I) Le notizie rigaardanti ì Gesuiti, specialmente di minor fama
e importanza e qui e altrove furono d'ordinario prese dall'Opera:
Bibliotèque de la Compagnie de Jesus - Première partie: bibliogra-
pbie par les Pères Augustin et Aioys de Backer. Nouvelie edition
*par Carlos Sommervogel S. I. Strasbourgeois 1890.
Digitized by
Google
-♦ CAPO SESTO *10r
ebbero parecchie edizioni; mori nel 1555 Dionmo
Vasque^ di Toledo, che in^ie^no in tre università e
da Leone X fu iodato a Cado V chiamandolo un
nuovo Elia. Ahare^ ^it^gu iodato specialmente per
b zelo nella conversione depV infedeli; lasciò le se-
gue n f i o p ere latine: Do min ica /e» ^ dr^en tua /e, Qu adra
gtiimakt Sanciovahy Sermones in laude ni B. M. ViV'
giniSf Condones funebres. Predicò molto a Limaea
Quilo in America, e mori nel 1 576, rovesciato da un
mulo nelle acque d' un fiume, eh' ei stava per passare,
Giovanni Ab Amìunciatione^ che^ missionario nel Mes-
sico, oltre a una grammatica messi e Lina, scrisse: Ser-
mones in dominicas totms anni et dies festos. Mori
nel 1593. De Atjecedo Luigi morto a 38 anni sul fi-
nire del secolo. Pubblicò: Discorsos morales en la
festas de nuestra Se nuora (Valladolid 1600,1.
Tra i domenicani; Pasquale de fa Fuensanta di
grande santità ed erudizione, morto il 15 12 Scrisse;
Expositìon de todos lo*^ evangelios de X a rio. Fran-^
Cesco di Cordova f della casa dei marchesi Ut Priego,
ullimcimente missionario nelle Indie; lasciò: Sermones
de tempore et de sanctis. Didaco De^a morto 1^23 che
tra le altre opere scrisse le ometie sui Vangeli* Didaca
da Viitoria, caro pe' suoi sermoni a Carlo V e a tutta
la Spagna. Balda^ar Sdirlo di Valenza, morto 1357*
scrisse : Ck^nciones, Quadragesimalia ; e Domenico Bai-
tùms, mono nel 1560, lasciò pur due volumi di con-
cioni latine* Ebbero pure fama di grandi oratori: Tofn-
ntaso Costa, porto^^hei^e, Andrea de Sforguer, che pre-
dicò moko nel Messico, Dìdaco Ximenes Arias d'Al-
cantara, e Domenico La Pa^ di Lisbona che percorse^
guadagnando molta celebrità, il Portojiallo, ta Spagna
e ritLilta, conoscendone bene le lingue, e pubblicò;
Sermmes in quìbus vere christiani hominis specimen-
exhibctur (Yenetiis, Fr. Ziletli ISSo) mori nel 1580.
Celebre su tutti non solo per le opere ascetiche, mt^
Digitized by
Google
202 CAPO SESTO
anche per aver molto predicato nella Spagna e Por-*
roga Ho è Luigi di Granata ^ che dettò più volumi di
concioni in latino e morì a Lisbona 15S8. Gli Spa-
gnnoli lo riguardano come il primo prosatore di
quel secolo, ammirandone la forza, Tabbondanza^la
niaestà dello stile; scrisse anche La guida dei pec-
catori e cn Catechismo. GÌo. Granata^ aragonese,
morto 1592, scrisse: Paraboìae e^angelicae moraìibu&
discursibus exflicatae (Caesaraugustae 1585) cui-
scursos sopra el psalmo Misererei Cesaraupustae i$Q\} ]
Francesco Foreiro di Lisbona, chiana per la sua eru-
dizione, ma anche per la sua eloquenza, m. 1581;
Giovanni da Segovia e Tommaso di Truxiilo oUrt
l'aver scritto trattati il primo De praedicatione ecan-
ff elica e ì) secondo De ratione accurate concionanS
lib. sex^ pubblicarono anche concioni in latino; e
Lodomco Torre di Burgos, dettò; Veinte y qaatro
di scursos sobre lus pecca dos della lengua ecc, [ Bur*
gos 1580), Giooanni Guttiere^ di Sai m antica e Al-
fonso di Cabrerà di Cordova furono predicatori di
corte sotto Filippo K e III; e quest'ultimo, di mag*
gìor fama, pubblicò in spagnuolo sermoni sui van*
geli, avvento e quaresima e Sermons que predico a
Ja honras del rey Filippo W [Madrid i^^S). Nel detto
anno mori a cinquant' anni.
Tra i francescani si segnalarono Antonio Guevara
{1475- 1545) delle Asturie che stette in corte fino alla
morte della Regina Isabella, indi si fece religioso;
dotto e fervente, Io consideravano a que' di come un
perferro oratore, onde Carlo V lo chiamò a predi-
care in corte e lo te^c^ suo storiografo e poi lo pro-
pose vescovo di Accitano e il volle compagno nella
spedizione di Tunisi. Didaco da Vera fece gran con-
versioni nelT America meridionale, come pure Gia-
como Testerà, che fu prima oratore di corte a Madrid;
Antonio Lope^t di gran santità, morto ìi 1^59, nel
Digitized by
CAPO SESTO iOJ'
qaaJ anno morì pure a Xerez Girolamo de An^a
detto concionatorum suae aetcttis facile priuceps. An-
tonio Nunej del convento di Valenza morto nel 1585;
Pietro da S. Maria ^ Francesco M orale , Ferdinando
di Torres di Granala, morto 155Ì9; Alfonso Urbani
che predicò in patria e poi andò nel Messico; Fratt-
Cesco Ramos che dopo aver percorsa la Spai^^na sì
recò nelle Filippine. Fioriva ancora nel 1595 Mei-
chiorre Hnelamo^ della provìncia di Cartapena, che
s[ampò in lingua spagnuola Discorsi spirituali e Con-
siderazioni predicabili, tratte dalle cerimonie e dal
misteri della Messa.
Tra gì' infaticabili predicatori e missionari spa-
gnnolì non vogliamo omettere alcuni Gesuiti, quali
S^ Francesco Saverio (1506-1 552 }, notissimo apostolo
delle Indie Orientali; dei quale tanto scrisse il nostro
Daniello Barcoli; Giovanni Perpihan di Elche-^ lette-
rato di valore, morto a Parigi nel 1566 e che dettò
Orationes duodeviginti. Romae 1587; ed Escriva
Francesco di Valenza, che entrò nella Compagnia
nel Tjjo e lasciò Discorsi sui Novissimi e sugli ob-
blighi del proprio stato, Ignazio d'Azevedo, porto-
ghese di Porto ( 1527- 1570) che si recò a predicar nel
Brasile, e poi quando, tornato in Portogallo, volea
riprendere in quella lontana regione la predicazione
con maggior numero di missionari, sorpreso dai cor-
sari, per opera del calvinista Giacomo Sourie-, fu uc-
ciso in odio alla religione coi 39 suoi compagni. Ga-
spare Sanche{ ài Ciranata morto nel i^')[ e che lasciò
due volumi dì concioni in latino.
Si presenta inoltre come grande apostolo dell'An-
dalusia, quale semplice sacerdote, Giovanni dAoUa^
che fu mezzo a numerose conversioni e guidò nella
sua vocazione T ardentissima sposa di Gesù, S- Te-
resa. Fornito di voce tonante era a un tempo pieno
di calore e dì slancio; quantunque dal lato dt\\%
Digitized by
Google
Tedeschi
""^^li^^
204 CAPO SESTO
forma riesca, per la fretta del comporre, negletto.
Morì a settant'anni in Andalusia nel 1569.
Va lodato fra i Tedeschi Bartolomeo Arnoldo di
Utingen^ agostiniano, che si oppose al primo dilagarsi
delle doiCrine di Lutero e predicando ad Erfurt cen-
surò la connivenza dei magistrati ecclesiastici e seco-
lari, e predisse la jattura della fede e la guerra dei
contadini, onde sofferse molte persecuzioni. Morì nel
1532, lasciando parecchie opere e sermoni editi in
piccola parte. Giovanni Le Fèvre, canonico di Co-
stanza e arcivescovo di Vienna in Austria, ove morì
nel i54r. Tenne molte conferenze contro gli eretici
e dettò altri scritti intitolati: Malleus haereticorum.
Mattia ZiUardt, domenicano, nato ad Aquisgrana,
che visse buon tempo alla corte di Ferdinando I im-
peratore e pubblicò: Homiliae scu conciones 27 in
/■" Ep S. Joannis Ap.li, e Duae conciones funebres
in exequiis Ferd- I. Coloniae 1571- Giovanni Wild,.
che lanosi francescano, diventò operoso missionario
e valente oratore in Germania; l'arciduca di Ma-
gonza !o nominò predicatore della cattedrale; mori
nel 1 554. Ma più celebre assai appare il b. Pietro Canisio^
nato nel 1521 a Nimega nei Paesi Bassi, gesuita dottis-
simo e zelantissimo quanto esperto oratore. A 26 anni
fu mandato, come teologo al Concilio di Trento;
dopo di che corse qual missionario varie regioni della
Germania. Sostenne forti controversie con Bucero,
Melontone e Pistorio; facendosi ammirare per la sua
scienza pronta e sicura della S. Scrittura e delle opere
dei Ss. P'^dn. Predicava nelle corti, nelle chiese, nelle
piazze; onde gli eretici, alludendo al suo nome, lo
chiamavano per isfregio il cane dell' Austria. Le sue
opere principali sono: Summa doctrinae christianae,
Commentaria de Verbi Dei corruptelis, ove confuta
le favole inventate dai Cenluriatori di Magdebourg^
Instituìiones christianae pietatis. De Beatissima Vir-
Digitized by
Google
CAPO SESTO 205
gine Maria ; inoltre un Manuale pei cattolici, il Com-
battimento del cattolico e altro. H libro che ci lascia
un saggio della sua predicazione porta il titolo di
Note evangeliche. Mori a y/ anni nel 1597. Verso
il 1580 fioriva in Germania Giorgio Gothard che
lasciò due discorsi sulle opere buone e sulla neces-
sità dei Sacramenti contro gli eretici, e altri lavori
polemici stampati a Ingolstadt.
Noto tra i domenicani: Giovanni Jet^el, morto
nel 15 19, predicatore del giubileo e primo difensore
contro Lutero della dottrina cattolica sulle indul-
genze. Giovanni di Dietembergh sul Meno, che pas-
sava come dotto oratore; mori nel 1534; Bernardo
di Lussemburgo, inquisitore a Colonia, che scrisse:
Sermones de diabolica colluctatione septem vitiorum
capitalium et virtutum spiritualium^ editi per fr. Ber -
nardum de Lut^emburgo O. P. — Impressi sunt
sermones isti in Officina liberorum, Quentell 1516.
Inoltre: Sermones de Rosario; morì nel 1535.
Tra i predicatori di altre nazionalità mi si presen- ^ ..
., . T^ f »^ 1^ r 1 Predicatori
tarono: il gesuita Bembo Matteo, nato a Posen, che d'altre
entrò nella Compagnia nel 1387 e fu operoso missio- "^^'^"a*»^^
nario; i domenicani: Cornelio De Snekis, olandese,
che morendo nel 1531 lasciò molti sermoni sopra il
Rosario, 75 sopra, il Missus est, 4 su S. Giuseppe e
altro; Giovanni Blak, scozzese, che nel 1562 confermò
col sangue la fede, e lasciò discorsi dotti e pii; Egidio
Domenico Vanden Prierle, d'Anversa, morto nel 1579,
che dettò concioni per le epistole e vangeli delle do-
meniche. Inoltre il francescano Adriano Holstadt di
Lovanio che diventò famoso oratore in tutto il Belgio
e morì ad Utrecht nel 1598.
Digitized by
Google
206
CAPO VII.
Il decadimento della eloquenza fino a Paolo Segneri o il secentismo^
nell'arte oratoria — Studio sulle cause di siffatto traviamento -
Giuglaris, Orchi ed altri che matteggiano — Oratori spagnaolll
in Italia e italiani in Spagna — Altri che seguono l'andazzo, 4
come cerchi il Tiraboschi di scagionarli — Oratori più tollera*^
bili: Reina, Rho, Spinola e altri.
Chi considera le occasioni di loita e di riforma
Alcune cir- j-eligiosa che si apprestarono alla sacra eloquenza ne
costanze . , , . . 1 ^ .1. •• rr^
sono vera- tempi che volgonsi intorno al Concilio di Trento
"^Iv^H^^aìuT^ s'avvede di un movimento sufficientemente buono
eloquenza; e che sotto qualche aspetto accennava ad un vere
progresso nella predicazione, ha motivo di vagheg-
giare come prossimo alcunché di più luminoso i ]■
di più grande. E in effetto qual arringo favorevoli Itj
non si apriva dinanzi al dispensator della divina pa- ;,
rola, ora che il Concilio di Trento riannodava tutte
le forze cattoliche e impediva efficacemente il dila-J
gare dell'eresia! Giacché l'errore, come avvertiva
Lippomano, aveva fatto pur troppo sentire la sua
voce anche per le piazze, l' oratore avrebbe potuto ini; .j
certo modo abilmente pigliar l'offensiva, e specicT
nelle grandi città associare allo svolgimento dell|
morale cattolica 1' apologia delle dottrine, notandoo
la bellezza e i vantaggi sociali, di fronte alle rovino»
conseguenze del protestantismo; e così mentre avrebbe .,
provveduto a disciplinare i costumi, avrebbe ancorai ^^
apprestato una più vigorosa resistenza all' azione dis- ^j.^
solvente dei novatori.
Digitized by
Google
I
CAPO SETTIMO 2O7
Ma pur troppo chi considera qual era V assetto
sociale in concreto, deve subito accorgersi che siffatte ma sono
buone circostanze erano contrabbilanciate da altre che undate^da
premevano in senso contrario. Certo non mancavano altre
gl'ingegni; la natura, uguale a se stessa, più o meno
si, ma ne produce sempre di eccellenti e vigorosi. E
non mancarono nemmeno gli uomini pii e santi. E
quanti non ne fiorirono, specie negli Ordini religiosi,
i quali ottennero 1' onor degli altari! E parecchi
diedero opera anche alla predicazione e nonché cogli
esempi giovarono con la loro parola eloquente ad
innestare negli animi lo spirito della santità.
E tra quelli che con si puri intendimenti in Italia ^,
.. 1 1- • 1 . . 1 Non man-
meglio trattarono la divma parola, annunciandola canopredi-
con un sentimento profondo e schietto del bene, ciò ^^^°" ^^"^^
che non dovea lasciarli capricciosamente divagare in
follie oratorie, come portava l'andazzo del secolo,
sono degni di speciale memoria S. Giuseppe da Lio-
nessa e S. Lorenzo da Brindisi, che stanno per così
dire a cavaliere dei periodi storici che ora pefcor-
riamo. 5- Giuseppe di Lionessa (1556-1612) al secolo
Eufrasio Desidèri, dopo la morte del padre suo entrò
neir Ordine de' Cappuccini a Viterbo, e dedicatosi alle
missioni, non solo si recò con proprio pericolo a soc-
correre i prigionieri cristiani che gemevano nelle car-
ceri di Costantinopoli e ad istruirli e confermarli nei
propositi della fede, ma sopravissuto ai tormenti ivi
inflittigli, predicò con frutto di grandi conversioni
specialmente nell' Umbria, e fino al termine di sua
vita, che cessò nel convento di Amatrice. 5. Lorenzo
da Brindisi (i 559-1619), al secolo Giulio Cesare De
Rossi, e appartenente a cospicua famiglia, dacché entrò
fra i cappuccini a Verona a 19 anni, crebbe sempre più
nella stima dei suoi stessi compagni, a segno che fu
più tardi fatto generale dell' Ordine. Era ancora dia^
cono che cominciò a predicare a Padova, facendo
Digitized by CjOOQIC
4
208 CAPO SETTIMO
gran frutto specie tra gli studenti di quella univer-
sità. Dopo che fu sacerdote predicò molto agli Ebrei,
e facendo di molte conversioni, specie per la grande
urbanità e amorevolezza dei modi; ciò che succedeva
ancor più tra i fedeli in molte città d' Italia e in par-
ticolare nella regione veneta. Ebbe importanti mis-
sioni dai Pontefici presso principi stranieri, e in Au-
stria andò nelle prime file dell'esercito a incoraggiare
i cristiani che pugnavano contro i Turchi. Mori a
Lisbona, ove si era recato a perorare la causa dei
suoi Napoletani dinanzi a Filippo IH di Spagna.
fero quantunque non mancassero uomini di co-
lera Ubonà tanto zelo, che sogliono riprovare ogni artifizio di
inutile o nocevole pompa, per varie e note cagioni la
eloquenza sacra in generale seguì peggio che mai i
traviamenti deplorati nelle lettere, folleggianti special-
mente nelle accademie. Mancava una libertà vera, la
quale come giova alla prosperità del popolo, giova
molto più al sacro oratore. Come mai potrà esso ele-
varsi, iniìammarsi, e tutte ridestare le lOrze del suo
ingegno, ove non senta che immensi beni dipendono
dall' operu sua, e che gli è dato di recare un rimedio
alle piaghe che rendono piij sanguinante il corpo
fociale? Ma allora pur troppo i principi tendevano a
infeudare al carro dello Stato la Chiesa, e quanto
più potevano si sostituivano ad essa coi loro tri-
bunali d* Inquisizione. Era naturale pertanto che i
principi e i loro ministri, che miravano più al fine
politico che ad altro, si contentassero delle apparenze ;
più cioè di mantenere il principio religioso affinchè
non succedessero torbidi nello stato, che di promuo-
vere la sincerità della fede e la bontà del costume:
ad essi importava soprattutto che non si offendesse
quella accasciata società di privilegiati che sempre
più si corrompeva nella mollezza. Quindi il popolo
italiano, preso nella sua generalità, non aveva a im-
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 2O9
pensierirsi di nulla; c'era chi avea tolto sopra di sé
il carico di ogni cosa; e anche il sacerdozio, al di
qua del domma, dovea molto lasciar che gli si me-
nasse la mano: tutti non dovevano far altro che
piegarsi alle gride e ai bandi, che in molti luoghi
uscivano da una corte straniera, che poco ne com-
prendeva i bisogni. Guai pertanto a queir oratore che
dal pergamo avesse trattato materie troppo scottanti,
e con ardita parola avesse bollato certi disordini con-
sentiti o voluti dai potenti. Sia pur che si ragionasse
di fede e di morale cristiana, o di ordinamenti civili
che avevano stretta attinenza con essi; avrebbero
gridato che sì metteva la falce nel campo altrui, e gli
sarebbe stata chiusa immantinente la bocca. Il che
succedeva in Italia molto più che in Francia, dove
il governo rispecchiava meglio la nazione e i comuni
sentimenti; tanto più che colà si avea particolare
interesse a mantenere con una proficua libertà quel
sentimento religioso che respingeva o limitava di
molto razione della protestante Alemagna. L'ora-
tore quindi, massime tra noi, si moveva con non
poco impaccio; certo sentiva che i beni religioso-
sociali, che pur avrebbe potuto ripromettersi, non
dipendevano da lui, e che la sua missione perciò
si ravvolgeva fra troppo ristretti confini; sentiva
ancora che il popolo lo sapeva, e che, se molti
andavano ad udirlo per compiere un alto di reli-
gione e regolare santamente i propri costumi, altri,
particolarmente della società più colta, andavano per
aver occasione di darne un giudizio, per procacciarsi
un po' di passatempo, o prender parte ad una costu-
manza che i tempi esigevano. Domando io, in sif-
fatte circostanze la grande eloquenza è più possibile?
Diventò apparato, pompa, apparenza con poca so
stanza.
A questa viziatura fondamentale, a cui parteci
Storia della Predicazione ecc. 14
Digitized by V3OOQ IC
210 CAPO SETTIMO
pavano in diversa misura anche altre nazioni, s* ag-
Amore di giungono altre cause, diramanti dal medesimo tronco
"novità*** e che aduggìarono l'eloquenza di questo periodo, a
segno da renderla in mano di molli un lavoro vorrei
dire eroicomico. In generale v*è sforzo di parere,
senza verità e profondità di sentimento^ appunto per-
chè sulle vere piaghe non si potea sempre metter la
mano. D'onde nasceva la voglia di cercare una no-
vità capricciosa, lasciando la vera, che i tempi o sotto
un aspetto o sotto l'altro in varie proporzioni sem-
pre presentano; quasi pigliando a imitare la moda,
che talvolta, modellandosi sulla natura, riesce a com-
piere e ornare in certo modo la naturale bellezza, ma
poi cacciata dalla necessità di dover mutare, dà nello
strano e pare compiacersi delle sue medesime scon-
ciature. Ed ecco che quasi tutti gli oratori sul pul-
pito fanno a gara coi poeti e co^li accademici di
quella età, attruppandosi intorno al Marini che det-
tava :
Esser dell'arte il fin la meraviglia;
Chi non sa far stupir vada alla striglia.
Però era manco male se l'epica, ad esempio, ri-
stucca del correre sulle orme del Tasso, cercava del
nuovo col farne delle parodie; e nulla vietava che alcu-
no intrattenesse le brigate anche goffamente ridendo o
meglio satireggiando. Ma la bisogna correva altrimenti
quando si dovea parlare sotto le volte del tempio e
nella solennità delle sacre funzioni; laonde, io credo,
s'ebbero in questo campo i peggiori componimenti
letterari di questo periodo. E la ragione è perchè
nell'eloquenza sacra si dovea contraffare il sentimento,
parte precipua di essa e delicatissimo sempre; quindi
avvenne che l' oratoria, non altrimenti che la lirica,
che pur vive di sentimento, matteggiò oltre ogni
misura.
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 211
Del resto nessuno creda che il guaio s'appartenga
soltanto air Italia. Si fa questione presso di noi quanta Quanto
parte avesse in un tale avviamento la dominazione cf„^**a"do-
spagnuola che tenea sotto di sé parecchie regioni minazione
della penisola ed esercitava grande influenza politica
in tutto il resto. E possiamo davvero concedere che
la lingua risonante, o il linguaggio degli Dei, come
diceva Carlo V, che prendea molto colorito dalle vi-
vaci fantasie arabe e da un po' di sussiego spagno-
lesco e tendeva a un modo di grandeggiare che si
piace dell' artifizio, abbia appiccicato tra noi più sen-
sibilmente il morbo; ma il fatto è che anche le altre
nazioni che avevano una letteratura tutta propria, se
ne mostrano più o meno contaminate, come avremo
a vedere, anche nell' oratoria sacra. Già la maniera
cadenzata, alquanto ritorta e faticosa, monotona pa-
recchio, che discendeva dall' imitazione dei classici,
cominciava ad annoiare. Quel pigliare a piene mani
pensieri e imagini dalle opere antiche, quello stri-
sciare suir altrui falsariga, quel chiudere i concetti
in periodi affettati secondo una medesima architet-
tura, quasi bachi da seta che maestrevolmente si
chiudono in un bozzolo, più non poteva andare. E
pur troppo i primi ad uscir di tutela fecero come
quei giovani che, stando di mal animo sotto la di-
sciplina del pedagogo, non appena si sentono padroni
di sé, tirano a far delie scappate da rompersi il collo.
E perciò dapertutto, dove s' era inteso l' influsso clas-
sico, si corse da prima a vànvera cercando il nuovo
nella molteplicità dell'errore piuttosto che nell'unità
del vero, nella stranezza di una parvenza frenetica,
piutto^sto che nella semplicità del bello.
Il che forse accadde maggiormente tra noi per Raffronto
mancanza di un certo rigoglio di vita rivolto a fini letteratura
pratici^ religiosh O* civili. r^ifoqifenza
Se nel se€plo XVlf vf fosse stato quel sentimento sacra
Digitized by
Google
"1
2J2 CAPO SETTIMO
religioso, jiemplice e verace, che signoreggiava i tempi
di S. Antonio di Padova, via, Y eloquenza sacra si
sarebbe contenuta entro più giusti confini! Perchè,
come si diceva, il sentimento verace e forte non per-
mette mai di divagare in manierose vanità. Pertanto,
mentre la letteratura scientifica, che avea da cimen-
tarsi in serie lotte, non traviò, anzi diede il più grande
scrittore che abbiamo in materia scientifica, quale è
Galileo Galilei, e una pleiade d'astri minori ma pur
risplendenti di bella luce; l' eloquenza sacra, che cercò
il nuovo in ciò eh* era più alieno dalla sua natura.
Fallì. Sì allontanò sempre più dal tipo grave e parco
dei Padri, ampliò i difetti, di cui già si trovavano
esempi nel precedente periodo e diventò un conti-
nuato artifizio. Si compiacque del paradossale nelle
proposizioni, pescò dottrine e fatti non solo fuori di
ciò che parea troppo noto nelle Sante Scritture, ma
tra ciò che parea più strano tra i filosofi e gli storici
antichi, le cui citazioni tanto sono frequenti quanto
le altre scarseggiano; gonfiarono le imagini a tutto
potere, di guisa che ciò che un oratore antico avrebbe
significato con una semplice metafora, diventa nelle
loro mani una interminabile diceria che serve ma-
gari a formare un esordio. Così accadde che gli esordi
hanno assai spesso un legame sottilissimo col corpo
del discorso*
Giagiaris Fornito d' ingegno, che potrebbe dirsi anche splen
*ai^V^ncrpf did*^^ ^^^^^'^^*o S^"^''^^"^^"^® a' suoi dì, ma pieno
dei rammentati difetti, va tra' i primi il P, Luigi
Giuglaris [1607 1653). ^" ^^^^ ^^^^ ^^^^^ ^* Savoia,
ove educò per cinque anni Carlo Emanuele I, per
cui anzi scrisse un' opera, certo più soda e impor-
tante delle sue prediche: La scuola della verità aperta
ai principi. Anche nella oratoria non -manca di me-
riti: pon bene il suo assunto, non perde di vista il
concetto principale e sa connettervi intorno molti
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 21 3
pensieri a provarlo; possiede copia di dottrina, benché
troppo profana, mostra una certa franchezza e un
fare drammatico che attrae l'attenzione; di guisa che
nel disegno e nella regolarità del discorso $1 avvan-
taggia sugli altri; ciò che può affermarsi in generale
come un progresso di questo sopra il periodo prece-
dente. Il guaio sta sempre nella maniera di presen-
tare lì pensiero; ciò che fece dire al Tira boschi eh' ej
raccolse la quintessenza del secentismo (i). Eccone
un saggio, eh* io tolgo dalla predica sulla IH dome-
nica d' Avvento.
Si noti prima che, partendo dal vangelo di quella jf^f^sua
domenica, vuol trattar della labilità dei beni terreni, inamem
per incorarci buona umiltà. Intitola pertanto la sua
predica, proprio secondo il gusto paradossale del
tempo: T anatomia del nostro nuJla. Crede di tro-
vare Ìl germe del discorso e la ragione del suo ti-
tolo nel passo di S. Giovanni : interrùg-averunt eum :
tu quis es? et dixìt non sum [2); sforzandone il senso,
ir. quanto il Battista non disse di essere assoluta-
mente un nulla, ma di non essere ne il Cristo, né
Elia redivivo.
Or come esordisce? Giacché gli era venuta t'idea
di fare la notomia del nostro nulla^ ti mette subito
sotto gli occhi un chirurgo addottrinato, che fa Ja
sezione di un cadavere non ancor fetente e lavorando
coi ferri distingue da prima fr quattro gran parti:
capo, torace, ventre e T ultima che sorto il nome di
artus quel che ne avanza comprende jj. Ciascuna poi
delle dette parti suddistìngue in parecchie altre ; e par-
lando soltanto del capo ne novera vent' una. Ne va
pago di tutto ciò, ma si crede in dovere di fare anche
In St della \ett. - VcneEÌi, \%y2.
\z\ Avvento del P. Luigi CiugUrìs d. C d. G, e aUre prediche
Digitized by
Google
214 CAPO SETTIMO
un po' di storia della anatomia stessa, rammentando
che Averroe distingue nel corpo umano 529 muscoli
e 248 ossa, le quali per Galeno son più di 300; pa-
ragona quindi gli umori del corpo ai quattro fiumi
classici; soggiungendo che vi son tante altre vene,
che rassomigliano ai fiumi provinciali; e raccoglie
tutta questa roba col solo intento di conchiudere che
a come i medici costumano di far in pubblico di tali
notomie, avendo a tale effetto da' principi il corpo
di qualche reo giustiziato, perchè si accertino le ca-
gioni dei morbi e manco si falli nella applicazione
dei rimedi; così facendo tutti noi professione di curar
noi medesimi ora dalle lividure che fa T invidia, ora
dalle frenesie che cagiona la collera, ora dai parossismi
della lussuria, si mostra di tanto in tanto con ogni
minuzia il nostro essere, acciò da una tal notomia
rimasti totalmente convinti che siamo niente, con
frequentare ogni giorno più prese di cordiale umiltà,
medichiamo tutte le nostre miserie nella radice. »
Ora, lasciando di esaminare le ultime mal accoppiate
metafore, domando io: chi non s'avvede che una sì
prolungata analisi di ciò che fa l' anatomico, soltanto
per dirci che vuole anch' egli farci un' analisi anato-
mica sul nostro nulla, è nata fatta per mostrarci che
la verità predicata fece poco o punto impressione
sull'animo dell'oratore, che da bel principio ha tempo
di svagarsi con cose tanto aliene?
Il Giuglaris procede quindi ligio al suo assunto:
e dopo aver detto che come il chirurgo vuol nudi
sopra la sua tavola i cadaveri, così anch' egli vuoici
suoi uditori spogli di vesti appiccicate e superflue,
cioè vuole il gentiluomo senza gli splendori della no-
biltà, i mercanti senza le loro ricchezze, i principi e
i pontefici senza la corona e la porpora, la mitra e
il piviale; passa ad enumerare prima nell' ordine della
natura e poi della grazia i mali, le passioni, i difetti
1
DJgJtized by
Goo^^Ie
J
CAPO SETTIMO 215
che opprimono questa povera umanità. E parlando
dell'ordine della natura, si accomoda di nuovo aìU
quadruplice divisione del corpo umano in capo, to-
race, ventre ed artus. E quanto a lungo si trattiene
sulle malattie del cervello! Comincia ad abbordare
il letterato; « Ma fermati, o letterato, che, senza che
ti spieghi, già intendo quel che vuoi dire; sono zin-
gari di nostra mente i pensieri che, se vi passano,
!K)n si fermano; gli abiti delle scienze e dell'arti,
quelli sono gli abitatori ordinarli. — Siamo d' ac-
cordo. Questi però cosa sono che tanto gloriar te ne
debba? Hai l'arte di grammatica in capo? in che si
risolve ella tutta? In nomi, pronomi, verbi, che non
sai che cosa sieno; in preposizioni, interiezioni, con-
giunzioni, che da sé nulla valgono; in preteriti che
mai non furono, in presenti che mai non sono, in
futuri che mai non saranno; in infiniti che sono tra
sillabe; in attivi che non ebber mai forze. » E con
un gusto di questo genere ti passa in rassegna i poetL
i rettorici, i filosofi, i medici, i legali e i matematici,
sempre cercando di che accusarne e rinfacciarne la
boria.
E sapete come, dopo aver così corso tutto il camj^o
tracciatosi, faccia da ultimo una specie di perorazione ?
Col richiamare di sana pianta il dialogo di Luciano,
in cui s' imagina che Mercurio conduca Caronte sulla
sommità d' altissima montagna e gli additi i più re-
putati fra gli uomini, mentre Caronte si compiace
dicendo che tutti avrà da passarli sulla sua barca.
Scrive adunque il Giuglaris; « Grand' uomo è colui
(parla Mercurio) che può portar in ispalla anche un
bue, e Milone Crotoniate si chiama. — E per questo
tanto applauso? Così grasso com'è, nella mia barca
l'aspetto. — E quella cosa gialla che é mai? — Oh,
tu sei ben novizio nel mondo che non conosci Toro '■
— Come? quello è l'oro per cui si fanno tante fur-
Digitized by
Google
2l6 CAPO SETTIMO
berle! Ma non é egli che una terra mal colorita da' ve
leni, o sciocchi. Ma quello che vi siede sopra coh
tanta corte, chi é di grazia? — Tu dunque non ca
nosci Creso, gran re di Lidia, il più ricco tra i prin-
cìpi. E queir altro tu non conosci che è Ciro, graa
monarca di Persia. — O poverucci! pur li conosco;
se sapessero quel che so io, e me Y han detto k
Parche; il prìmo^ degradato, presto s' ha da riporre
sopra una carasta; e il secondo, decapitato da Ti-
miri, ha da finire in un sacco. — Quel formicaio che
è mai ? — Quel formicaio è Roma, la regina e si-
gnora del mondo. — Quella é Roma! Aspetta che i
Goti e gli Alemanni le insegneran la modestia ecc. »»
E chiude dicendo: « Ricordiamoci del nostro niente,
o signori; che ne' suoi servi tutt* altro che la superbia
sopporta Iddio; e a S. Caterina una delle prime le-
zioni che desse fu questa: ego sum qui sum, tu es
quae non es. Studiamola ancor noi; che se la capi-
remo, non faremo poco. » Per tal modo egli conduce
il suo uditorio attraverso una fantasmagoria di scene
svariate, di osservazioni nuove ma strane, a cui ri-
spondono a c<ipello le frasi, mettendo troppo in mostra
r artifizio dell'oratore, che par che balocchi, e mediti
troppo poco [a verità di cui ragiona e che non fa più
[a dovuta impressone. Leggo nella Bibliotéque de la
Compagnie de Jesus dì Backer che di questo autore
furono pubblicati, oltre al citato Avvento, anche al-
cuni discorsi sulla Passione di N. S- G. C. e il Qua-
resimale (r).
\\ p. Em Batte la stessa via, e in modo più sciammanato
ancor pifg- ancora, il P- Emmanuele Orchi da Como, cappuc-
*vcr(!hio *-^"^^ morto il 1049. In lui può dirsi che c'è il so-
verchio da per lutto; e che quanta capricciosità ha
il Giuglari^ nei concelti, altrettanta ei ne mostra
■ [I MII^Ticii 1679.
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 217
nel colorir le imagini. Guardate i Santi, con cui i
pittori e gli scultori di quel tempo popolavano gli
altari; troverete sempre un grande studio di esterio-
rità e di movenze, di lusso e di svolazzo di vesti, in
una parola lo sforzo del parere. E gli oratori sacri
seguono a briglia sciolta l'andazzo, senza nemmeno
attentarsi a combatterlo. Il p. Orchi poi sembra che
ne trionfi, dal gusto che ci prova. In lui v'è sempre
uno studio appassionato di ricrescere ogni piccola
còsa, come se tutto dovesse guardarsi attraverso a
una lente d'ingrandimento. Non so poi se si trovi
fantasia più indisciplinata della sua, che trapassa fa-
cilmente dalla pompa artefatta, che vuol camuffarsi
a magniloquenza, al grottesco più volgare. Lo stesso
fra Benedetto da Milano, che ne pubblicò le prediche
dopo la morte, s' avvide che il modello che presen-
tava avea troppo dello strano. Ammette sì, quasi rac-
cogliendo il giudizio del pubblico, che « non tanto
saranno stimate degne di stampa, quanto delle me-
raviglie di un mondo intero » ; però poco appresso
soggiunge che, se sono degne di ammirazione, non
sono da imitarsi, perchè « la floridezza soverchia dd *
dire è diametralmente opposta a quel fine della con^
versione delle anime, che dev' essere 1' unico oggetto,
dopo l'onore e la gloria divina ».
Quasi tutti gli esordi (stile del tempo) sono una g^g ^j^^j^,
studiata e pomposa descrizione; e non occorre cercar di teaseTe
molto a trovarne, se la prima predica, in cui si prò-
pone mostrar la vanità dei beni di questo secolo,
comincia subito con una minuta e leccata descrizione
del pavone. « Innamorato di se stesso il pavone, ecco,
signori, che in largo giro la stesa coda spiegandola
appresenta alla vista dell'occhiuta sua pompa la ri-
guardevole prospettiva, e con muta favella parlando
a chi il vagheggia: vedesti, dice", d'ago ingegnoso in
drappo sottile industrioso ricamo, che fra labiiinti
gli esordi
Digitized by
2l8 CAPO SETTIMO
gentili di seta e d'oro avviluppando le gemme, su-
peri con le ricchezze dell'arte i tesori della natura?
Contemplasti di pennello famoso in piana tela gra-
ziosa pittura, che in delicati lineamenti rappresen-
tando al vivo una proporzionata figura, con l'appa-
renza di un' ombra vinca il verace d' un corpo? Ora
se r uno o 1' altro alla non so ben s' io dica rica-
mata pittura o dipinto ricamo dell' occhiuto mio
circolo tu paragoni, sciapita ti riesce Y arte di Palla,
semplice istimi la scuola d'Apelle; ed è forza il dire
che ragionevolmente augello felice mi formo, e porto
in capo, in queste sottili e rilucenti piumette d'aghi
e pennelli, trionfatrice corona; segno chiarissimo delle
belle vittorie della mia coda. Né meraviglia é che l'arte
qui vinta resti (va pur seguendo il millantatore pa-
vone) ove cede natura stessa. Che rintrecci pur que-
sta nel verde smalto dei prati le calte alle viole;
mischi a' giacinti i narcisi e nelle siepi gli acanti av-
viticchi a' gelsomini; ed a così beli' oggetto opponendo
poscia lo specchio terso del cielo, faccia che in tante
dorate stelle riflettano le amorose imagini de' vaghi
fiori; che ad ogni modo né il vivace fiorito, né lo
splendente stellato pareggeranno mai quell'iride splen-
dentissima e viva, che di sé stessa invaghita apre nel
proprio cerchio occhi ben mille per contemplarsi;
onde a ragione nelle mie glorie rapito mi sdegno di
rimirar il cielo sebbene stellato, pesto col piede la
terra, benché fiorita ». Però rammentare il piede, ac-
corgersi della sua bruttezza e lordura, e vergognarsi
e chiudere gli occhi della superba coda è tutto un
punto. E così egli insegna che deve fare anche l'uomo,
riconoscendo la vanità dei beni del mondo. Il con-
cetto è giusto, la similitudine il riproduce esatta-
mente, non c'è che dire; ma ognuno s'avvede su-
bito che manca la proporzione, che 1' oratore si smarrì
in un gingillo e fece dell' arte per 1' arte, troppo di-
Digitized by
Google
r
CAPO SETTIMO 219
menticando il concetto che doveva empirgli il cuore.
Ciò che si fa ancor più manifesto, quando subito
dopo si vede che T oratore, traendo partito dalla sen-
tenza di S. Anselmo: sicut poma habent suos vermes,
ita et divitiae vermem suum habent, lasciando ogni
serio svolgimento del concetto, si ferma invece a de*
scrivere il pomo, osservando che nel rotondo suo
giro rappresenta 1' anno, e nei colori le quattro sta-
gioni, più le quattro parti del giorno, indi il cielo
co' due suoi poli, mentre il mondo basso è denotalo
dalla materia polposa. E sappiate che nella stessa
predica v'intrattiene a lungo col giuoco del pallone,
con r erbette del prato, con Tolomeo, con Ticone e
rracasloro e non so che altro; e finisce la commedia
(è meglio dir così) facendo di sé stesso una grottesca
figura, allorché si rappresenta « disprezzabile pigmeo,
fantaccino inesperto, che ardisce sottoporre il dorso
e dar di piglio alle redini del cielo, cioè del bucefalo
del suo pergamo ».
Il brevissimo esame di questa predica serva dij^j^j^fg^^j^
saggio a qualificare tutto il resto della merce. Il ancora n
Cantù (i) parlando di questo autore, rammenta la^^deUe"**^
comica figura del peccatore pentito, che l' oratore de- ^«s*^»"'^'^"»
scrive simile ad una lavandaia che risciacqua il bu-
cato; ma di quelle pompose miserie, soggiunge il
principe dei nostri storici, ce ne son proprio a ogni
pie sospinto. Mi cade sott* occhio la descrizione del
turbamento della natura alla morte di Cristo. Sen-
tite: a Toccò la terra i bellicosi tamburi dei terre-
moti, e all'armigero suono ampie le voragini aprendo,
parve rugginose le porte di mille templi di Giano
strepitosamente ispalancasse alla guerra; spiegò il
cielo deir oscurata luce solare sanguinosa T insegna,
e suir arco dell' ecclissata cornuta luna le saette le-
ti) St. delia lett. ital. pag. 413.
Digitized by
Google
220 CAPO SETTIMO
tali, di mille influssi maligni sdegnosamente incoc-
cate, stava per bersagliare il seno alla più bassa na-
tura. E togliendosi dagli avelli i coperchi, e risorgendo
i morti, scoppiarono le pietre, saltando le schegge in
giro, quasi che, non bastando i vivi, dasse V inferno
i defonti al rollo della guerra... » E l'oratore parea
scaldarsi davvero, e gli uditori ascoltarlo sul serio,
perchè il gusto dell' uno quadrava a capello con l'edu-
cazione e il gusto degli altri ; i quali si legge che a
fatica si conreneano dagli applausi,
Saiv Cada- Ognuno potè accorgersi, anche dai piccoli saggi
na e i'jbu&o recati, come quest' arte si diletti di parallelismi^ di
jfsmi*" del Paradossi e dì antitesi. Ora tra coloro che a questo
paradossi modo sciuparono T ingegno può collocarsi il P. Sal-
vatore Cadana di Torino, minore osservante, teologo
e con*5Ìgliere dell* Altezza di Savoia, contemporaneo
del Giuglaris e delT Orchi, ma di molto minore in-
gegno. E per difetto d' ingegno, e non per il falso
gusto, che avea comune cogli altri, si tirò addos«)
delle censure e dei frizzi contro im quaresimale che
avea prima stampato, se nella prefazione del suo
Manale dìcea: « io scrìvo seriamente in stile fami-
liare, prosciolto e ordinario di Maria, perché la sola
forza di questo santissimo nome deve indurre timori
reverenziali nei più barbari spiriti a Dio rubelli, non
che addomesticare f acerbe {^a di punture crudeli di
critici e aristarchi, j^ Onde muove lagnanze anche
poco appresso, poiché ^f chi vuole l'eminenza di sti-
racchiate parole, chi affettati concetti, chi vane iper-
boli, chi mendicate allutìioni, chi inaspettate peripezie''
chi arditi parado5.si, chi Intrecciati paralleli, chi triz-
zanti pensieri »; tutte cose, è chiaro, eh' ei riguardava
come altrettanti gioielli e che gli rincresce di non
aver potuto gettare ne' suoi scritti in quella copia che
avrebbe desiderato- Quindi si raccomanda air indul-
genza del benigno lettore: e Se umano, perchè ma-
1
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 221
nomettere a* fulmini della maldicenza? se devoto,
perchè diroccare la fabbrica delle lodi della Madre
di Dio? se cristiano, perchè non celi i difetti del
prossimo?... Il modello della perfezione è restato in
cielo ».
Questo autore adunque è singolare per una vera . .
mania di contrapposti, non solo nelle parole, ma s"rane«?e *
anche nei pensieri e in tutta la tessitura del discorso.
Svolge infatti i suoi argomenti in due punti che pre-
sentano continue contraddiponi di scrittura, per usar
le sue testuali parole, e difficoltando. Fioccano per-
tanto le sciocchezze, quando la stranezza del pensiero
e della frase non ecceda per modo eh' ei meriti le ri-
flessioni del tribunale dell'Indice. Parlando ad esempio
nella seconda predica di quaresima della fede viva,
accompagnata cioè dalie buone opere, e della fede
morta, cioè priva delle buone opere, e commentando,
per ispiegarla, quel passo dei Proverbi che ragiona
della donna forte, e' dice: digiti ejus apprehenderunt
fusum (i); dopo aver sciolta la difficoltà che una si
gran donna filasse, soggiunge: « Ma trapassa più
oltre il dubbio. Che vuol dire che Salomone . dice
che questa donna pigliò il fuso, e non cTice che pi-
gliasse la conocchia? Al mio paese, quando le donne
vogliono filare, pigliano prima la conocchia e poi il
fuso. Perché non disse Salomone: digiti ejus appre-
henderunt colum /> — Ah ! è vero che per filare si piglia
prima la conocchia, ma una che vogli pigliare il fi-
lato, piglia prima il fuso. Donne, che ci sta sopra il
fuso? e che ci sta sopra la conocchia? sulla conocchia
ci sta il lino, la stoppa in fieri, ma sul fuso vi sta il
filo, r opera fatta, il filato in facto esse. Ora voleva
dire lo Spirilo Santo: Se voi volete farvi una bella
veste per la gloria del Paradiso, bisogna prendiamo
{l\ Prov. XXX h
Digitized by
Google
222 CAPO SETTIMO
il fuso delle buone opere e non la conocchia della
sola fede ». E con un* altra contraddizione, %tnz2^\^-
lerrompere, domanda perchè Giacobbe, quand' ebbe
la fangosa visione del Cielo, gridò poi : terribilis locus
iste; e quando lottò con 1' Angelo, che lo rese strop-
pio, soggiunse: nunc salva facta est anima mea.
« Mentre leggo questa scrittura mi faccio segni di
croce. Gran cosai Iddio fa vedere a Giacob la gloria
del Paradiso, ed egli grida; terribilis etc; l'Angelo
lo stroppia ed egli canta: salva etc Perdonami, o
Giacob, ma dubito che la gloria del Paradiso ti fa-
cesse perdere il cervello. Dovevi dire tutto il contrario,
cioè nella visione del Paradiso salva etc, che colassù
si salvano le anime nostre; e quando fosti stroppiato:
terribilis etc. Signori, come va? Ah! sembrava più
ragionevole, lo confesso, che Giacob dicesse in con-
trario di quello che disse, e pur noi fece, perchè ecc. »
E r oratore trova che nel primo caso Giacobbe dor-
miva, e perciò oziava, e nel secondo caso lottava e
perciò operava ; e il Cielo, com' ei vuol provare, si
guadagna con le opere. E a questo perpetuo finto
duello, per lo più comico, a cui si atteggiano i suoi
discorsi, si accompagnano qua e là le solite descri-
zioni. Così nella citata predica egli comincia col de-
scrivere il rossignolo che « qua! musico gentile, prima
che chiara altamente la voce al canto si snodi, all'ar-
monia gli animi altrui prepara con dolci ricercate e
bassi modi, temperando la voce or longa or tronca,
or piena or sottile, (nota le antitesi di parola) or
grave or leggera, or aspra or pia, or raccolta or
sparsa, or legata or sciolta, or presta or tarda, e or
ride or langue, or fugge or ritorna, or non si sente
or ti riempie le orecchie, ecc. E ripete tutto codesto
lavorio descrivendo poi V uccello come « gran mastro
di cappella ». Aggiungivi certe leccornie in tutta sue:
attufììamoci nel mare delle Sante Scrittore; qui pom-
Digitized by
GooqIc
CAPO SETTIMO 223
peggia la difficultà; or ridifficultiamo noi; qui piglia
spirito il mio pensiero, ecc., e vedrai quanto sia giusto
il giudizio proferito in generale intorno alla prima
metà di questo secolo da un austero cattolico di
Roma in un Diario contemporaneo, recato da Ce-
sare Cantù (i): « Colla quaresima la commedia fi-
nisce nelle case e nelle sale e comincia nelle chiese e
sui pulpiti; la santa occupazione della predica serve
a soddisfare la sete di celebrità o l'adulazione. S'in-
segna la metafisica, che 1' oratore intende poco, e gli
uditori niente; invece d'istruire e correggere, si de-
cantano panegirici col solo intento di far passata; la
scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal
fovore ».
Gli oratori di siffatto gusto si riconoscono di ^^^j p^^.
primo tratto fin dai titoli che sogliono premettere ai d^atori
discorsi, nei quali tentano d'inverniciare la lor va- scinola*
nità con l'ampollosità e stranezza delle loro prò
messe; e già s'intende che il libro poi é composto
sulla maniera del frontespizio. Rammentiamone al-
cuni de' più famosi, per compiere il quadro storico
incominciato. Mario de' Simoni, di Venezia, che pro-
fessò nell'ordine de' Cappuccini, intitola il suo Qua-
resimale: Splendori serafici degli opachi delle più
celebri accademie, rilucenti fra le ombre di vaghi
geroglifici. Antonio Gagliardi, milanese, morto il 1688
neir ordine agostiniano, e che visse molto a Venezia,
e fu assai caro ai reggitori dì quella repubblica, chiama
i varii suoi Sermoni per il carnovale e per le dome
niche e i venerdì e sabato della quaresima: Conserve
spirituali per gt impensati bisogni dei dicitori evan •
gelici. Ho qui sotto gli occhi Arminio Fulgem^io,
agostiniano, teologo in Roma del card. Colonna, a
cui nel 1637 cledicò i suoi panegirici. Eccone i titoli:
II) Stor. della lett. ital.
Digitized by VjOO^^ IC
, . ..... .^
224 CAPO SiETTfMO
// mondo SantOy pan. per S. Francesco stimmatizzato;
// Paradiso terrestre, per S. Tolentino; La Musica
per S. Carlo Borromeo: L'Adamo delia ^ra|/a, per
S. Agostino; // Afose delia nuova legge^ per S. Pe-
tronio; Le gare della grafia, per S- Antonio dì Pa-
dova; La diffida della morte^ pei' S. Tommaso di
VilJanova. E, almeno nei titoli, non è costui de peg-
giori- Certo Cesare Battaglia, di Milano, avea più
dello strano, egli che definì il pan- di S. Caterina da
Sìena^ La sacra terra del faro; quel di S. Antonio,
// Carbonchio fra le ceneri; quel di S- Gaetano, /
teson del niente; quel di S. Nicola, // Briareo delia
C/r/eia ecc. Ognuno può imaginare come alla stranezza
dei titoli corrisponda la stranezza dello svolgimento;
perchè d' ordinario si trae dal titolo quel concetto
che viene poi stiracchiato in tutto il lavoro con as-
surdi raffronti. Anche Celso Millini, di nobile famì-
glia romana, e assai stimato allora, tanto che potè
dedicar il ì^uo quaresimale ad Alessandro VII nel 1662,
se non delira proprio, come molti altri, però è do-
minato dal mal gusto, e va per giunta troppo pe-
destre nello svolgimento de' suoi discorsi.
^^^^. Già cercando le cause di tanto traviamento si sc-
ìa Italia cennava anche all' influenza spagnuola. Nessuno in-
fatti, io credo, negherà che a ditìondere vieppiù tra
noi il mal gusto e la tendenza ad un grandioso esa-
gerato non abbia contribuito in parte quella domi-
nazione che ci regalò tanti spagnuoU negV impieghi
e che attirò a sé tanti italiani, infondendo in essi Io
spirito della loro educazione. Per mezzo loro si pro^
pagò non poco quel fare che si dicea cavalleresco, e
quelle caricature di formalità e di titoli, che presso
di noi dovevano tornar tanto più ridicoli quanto
meno consonavano con la nostra natura che tira al
semplice e paesano; quantunque, come si dicevaj ii
morbo fosse comune e se ne trovino le tracce fin tra
Digitized by
GooqIc
CAPO SETTIMO 225
i Tedeschi. Ora servirono senza dubbio a siffatta
propagazione specialmente alcuni oratori spagnuoli
che predicavano nelle nostre terre e alcuni oratori
nostri che calcavano i pulpiti più rinomati di Spagna
e poi di là tornavano al patrio suolo. Già ne ab-
biamo rammentato alcuni che appartennero alla se-
conda metà del secolo scorso; altri spagnuoli eserci- |
tarono un' influenza specie per essere stati mandati i|
come vescovi dalla Spagna nel Napoletano, o come q
residenti a Roma. Va tra questi il rinomato /r. £)/- ^
duco Alvare^, domenicano, che fu chiamato da Cle- li
mente Vili a Roma per istudiare sopra l' accordo ]|
tra la divina grazia e la libertà umana, e pubblicò a ;|
Trani nel 1623 il suo Manuale concionatorum. ^
Tra gì' Italiani che percorreano, predicando, la e italiani ^
Spagna, ritornando a tratti fra noi, è degno di men- ^" Spagna j
zione specialmente Nicolò Riccardi di Genova
(1385- 1639) che^passò colà la sua giovinezza, predicò '
alla presenza di Filippo III, che lo qualificava un
mostro, per l'entusiasmo che destava in tutti; anzi ']
sotto questo titolo di mostro furono stampati i suoi
discorsi (i). Da ultimo fu chiamato a Roma, ove la
gente accorreva in gran folla ad udirlo, ma princi-
palmente i giovani, dice il Tiraboschi (2), allettati
dalla novità delle sue frasi, che rasentavano l'eresia;
morì maestro di Sacro Palazzo a 54 anni. Pubblicò
in lingua spagnuola il Sermon de S. Theresa por la
fiesta de là suya beatification (3); e in lingua italiana
parecchi Sermoni e i Ragionamenti sopra le litanie, '
Il suo stile, almeno in quest' opera, più che a cercar
frasi di conio nuovo tende a svolgere le sue dottrine
con nuove vedute e impensate osservazioni, e spesso i
con un certo ardimento, che attrae quasi per forza
(I) Venezia, 1643. (2) T. Vili. lib. III. n. IX.
'3) Madrid, 1615.
Storia della Predicazione ecc. 15
\
Digitized by
Google
226 CAPO SETTIMO
r attenzione. Cosi ad esempio nel ragionamento XII!
deile litanie vuol fissare le proporzioni numeriche
degli Angeli secondo l'ordine gerarchico a cui ap-
partengono: (( Gli angeli sono in sì gran numero
che vincono il numero delle sostanze corporee: le
arene del mare, gli atomi del sole, le foglie degli al-
beri, tutti i vìventi e non viventi e infine le stelle
del cielo... Ci sono tanto più soldati o cantori in
ciascheduna squadra o coro, quanto è più nobile e
sublime ver abbondare la loro perfezione; sicché ci
sono più Serafini che Cherubini. E siccome per esem-
pio r eccesso degli elementi si (ralcola che sia in pro-
porziotT decupla, di maniera che dieci volte sia mag-
giore il fuoco che l'aria, che l'acqua; così intendesi
che per ognuno degli angeli dell'infimo coro ci sieno
dieci arcangeli, cento prencipati, mille virtù, dieci
mila potestadi, cento mila dominazioni, un milione
di troni, dieci milioni di cherubini, cento milioni di
serafini «. La rinomanza ottenuta fu di molto supe-
riore al merito. Anche il veneziano Marco Pio Pini,
domenicano, detto il facondissimo, corse una mede-
sima via e pubblicò discorsi nelle due lingue italiana
e spagnuola. Seguì l'ambasciatore veneto Giorgio
dVAmbusson de La Feuillade, prima alla corte di
Luigi XIV poi a quella di Maria Teresa a Madrid,
e morì nel 1661.
In che siasi SÌ domanderà: in mezzo a tanti traviamenti e a
*^che p^o^ sforzate imitazioni, la sacra eloquenza può dirsi che
grefiso abbia progredito sotto nessun rispetto? Certo nella
prima parte di questo periodo il danno é tale che
nella somma delle cose non v'ha nulla che proprio
compensi: tuttavia parmi che l'arte di prendere un
determinato soÉ;getto e di fissarne i confini con mag-
gior precisione, per non procedere a vànvera, e ! di
svolgerlo con maggior ordine spicchi meglio in que-
sto che nei periodi precedenti; cosicché il discorso
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 227
nella sua struttura é più logicamente composto. Resta
però che il guaio della forma é assai più grave, tanto
che appena si avverte il vantaggio.
I più pertanto seguitano a camminare per una t,
. ^ , , , . 1.1, Tommaso
Via rovinosa, contuttoché non manchmo di qualche Caraffa
lato buono. Tale ci si mostra Tommaso Caraffa ,
domenicano. Nacque a Napoli di nobile casato e pre-
dicò da prima molto e con molto plauso in quella
città, e quindi a Roma e altrove. Gli piaceva un or-
\- namento esagerato e frondoso, a segno che dopo la
1 sua morte, avvenuta il 1614, vi fu chi si tolse il poco
[ utile incarico di raccogliere una « Ghirlanda di varie
j descri:^ioni , cavate dalle sue eloquentissime predi'
1 che » (i). Cosi, io credei, col plauso e con l'appro-
i vazione si apriva a tutti gì' ingegni morbosi più che
! mai incontrastata la via al mal gusto. Per avere una
idea di ciò che valgono quelle prediche, sentite come
dà principio al suo primo discorso, che intende a
mostrare che non vi è mezzo più efficace per dare il
cuore a Dio che la considerazione di esser cenere.
« Sono proporzionate sembianze, adequati paralleli,
vive pitture, degni geroglifici,*dovuti paragoni di un
peccatore convertito, o miei signori, le figure del ce-
nocefalo, di vapori, di Pirro, di biscia, di tigre, di
cristallo, di calamita, di guerriero. » E dopo aver
brevemente corredato tutte queste asserzioni con 1' au-
torità d' un passo scritturale, sceglie come suo lavoro
prediletto Y imagine del guerriero, facendone una de-
scrizione in lungo e in largo; e seguita per tutta la
predica a raffrontarlo col peccatore.
Meno gonfio pare Giulio Ma^^arino di Palermo Giulio
(1544-1622), che volea battere la via del Panigarola; Mazzarino
ma, non avendone V ingegno, n' esagerò i difetti. Si
fece gesuita, e predicò 16 anni a Bologna. Sorgendo,
(I) MessaDae, 1627.
Digitized by
Google
228 CAPO SETTIMO
mentre predicava a Milano, la questione delle im-
munità, stette contro il card. S. Carlo Borromeo, e
fu accusato al tribunale d' Inquisizione, ma ne uscì
assoluto. Non si sarebbe allora parlato tanto di lui,
s' egli non fosse slato lo zio del celebre card. Maz-
zarino, primo ministro di Francia. Il p. Caminata
paga più largo tributo al nuovo gusto. Ciò si capisce
fin dal suo primo sermone, tenuto in S. Pietro in
Vaticano, nel quale fabbrica la statua dell'ambizione,
per darne poi, in ciascuno dei sermoni susseguenti,
quattro martellate a levarne le pecche. Fra Giuseppe
Paolo, comasco, così principia il suo quaresimale:
a Per adunare contro dei vizi, legionari di Satana,
un numeroso esercito, tocca tamburo questa mattina
la penitenza, e per bocca de' suoi trombettieri pro-
clama un bando, che quelli che pretendono arruo-
larsi sotto le sue bandiere, e tirar stipendio sotto la
sua milizia, hanno di tutto punto ad armarsi. Ve-
stirsi la corazza d' un spinoso cilicio- e duro sacco;
fabbricarsi di cenere fatale la celata, che in funesta
memoria gli suggerisca l'utile rimembranza dell'istan-
tanea caducità del suo- essere fragilissimo: memento
homo eie. ». Si mostra pieno di citazioni oziose, di
false interpretazioni, di descrizioni puerili, di arguzie
sciocche. Pure nella sua prefazione alle prediche si
compiace di aver predicato 33 anni nelle più famose
città d' Italia ; segno evidente della buona parte eh' ebbe
il popolo col conceder malamente il suo plauso a
formar siffatto barocchismo. Ci dà anche la ragione
del suo dono oratorio: « Ho giralo (dice) predicando
lo spazio di 33 anni, ora non esco di stanza; il vi-
vere in questa ozioso mi sarebbe tormento maggiore
della gotta che col storpiarmi me ne fece il sequestro;
per fuggire dunque l'ozio ho ordinato questo qua-
resimale ». E certo ottenne questo primo intento;
ma dopo questo, niun altro davvero.
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 22(»
Maurilio da S. Brijio, milanese, agostiniano, dedi- Maurilio
cando all' arcivescovo di Milano, Alfonso Litta, il suo di s. Brizio
Avvento, si lagna della falsa via che tutti prendono: * * *"
« Non v' ha dubbio essere oggidì sì corrotto il palato
degli uomini, che non soddisfatti di cibi schietti ed
usuali, è di mestieri condirli talmente che quanto
meno vi sono, tanto più aggradiscono ». Ma quan-
tunque egli avverta il difetto, o non sa o non può
ire a ritroso della corrente, e tira avanti sulla falsa-
riga degli altri. Questo ha di proprio, che, dilettante
di poesia latina com'era, abbellisce di troppi versi i
suoi ragionamenti; insiste però più degli altri, e in
ciò va lodato, sulla morale. Varmo per la maggiore,
pienamente paghi dell* andazzo del secolo, Alessandro
Maria Brianto, Tommaso Caracciolo, arcivescovo di
Taranto, Giuseppe Maria Fornara, che intitola i sei
discorsi sul santo Chiodo; « Nuovo sole sotto del
santo chiodo ascoso » ; e si sforza di provare che
quella reliquia è « un sole che nasce, che illumina,
che riscalda, che essicca, che corre, che riposa »;
Ignaiio del Vio, gesuita, scrivea « Le gare di scam-
bievole amore fra la rosa virginale, S. Rosalia, li
gigli reali di Filippo V, nostro signore, e l'orto della
Sicilia, Palei mo, intrecciate nella solenne festa di
S. Rosalia ». Annibale Adami di Fermo (1626 1706)
maestro di reltorica al Collegio Romano e tradut-
tore delle prediche del p. Antonio Vieira, tesse il pa-
negirico di S. Francesco Borgia, chiamandolo il santo
che fra i grandi di Spagna é grande di quattro gran-
dati; cioè che S. Francesco Borgia esprime nella sua
santità e nel suo nome le virtù di quattro santi
Franceschi, quello di Assisi, di Paola, di Xavier, di
Sales, secondo il detto dell'Ecclesiastico: fuit wa-
gnus Jusia nomen suum (1). Anche il p. Oliva Gian-
ni £d Roma, 1672.
Digitized by
Google
230 CAPO SETTIMO
paolo, gesuita, volendo comporre le sue prediche non
da pievi, (com' egli dice nella prefazione a suoi 70
discorsi tenuti al palazzo apostolico alla presenza di
Alessandro VII) « per riverenza a chi 1' udiva », fi-
nisire talvolta a cadere nel pecoreccio delle comuni
pazzie, quantunque meno di altri. Morì nel 1681.
Come il II Tiraboschi, ragionando di tanta mèsse di ora-
^acaci'on?' ^^^^ ^^^ "^" ^^ possono leggere « se non talvolta per
quefiR ora- prendersi trastullo e giuoco e per conoscer fin dove
loro'^cflulvD P^ò arrivare 1' abuso dell' umano ingegno », si me-
gusto ra viglia come potessero sperare « di raccogliere quel
frutto che debb'essere l'unico fine del loro ministero ».
Cerca però di scagionarli alquanto, notando che «ap-
pena poteano sperar di piacere quelli che non seguis-
sero la via comunemente battuta ». Già osservammo
anche noi che parte della colpa va data all'ambiente.
Chi non troverebbe argomento da ridere e da deri-
dere sfogliando i moltissimi discorsi, dettati con tanto
sussiego e con tanta pretensione dai numerosissimi
accademici di que'dì? Già anche l'oratore, come in
generale i letterati e gli artisti, non possono che es-
sere figli del loro tempo. Il che non toglie che i più
illaminati e valenti tra essi non debbano, con perti-
nacia di sforzi, senza cancellare le tendenze, dirigerle
alla pura e corretta idealità. E non mancarono in-
fatti alcuni che, desiderando men di piacere e più di
giovare si mantennero sopra una via più diritta e
riuscirono men cattivi degli altri. E furono quelli
appunto che, o intendendo a istruire in lezioni scrit-
turali e morali erano forzati a mettere più in freno
la fantasia, o rivolgendosi al popolo men colto si
tenevano ad una maggiore semplicità di forme. La
loro eloquenza non grandeggerà, né prepareranno le
foni commozioni, ma certo n' è più tollerabile la
lettura. Alcuni così seppero accoppiare alla sempli-
cità potenza non comune di discorso.
Digitized by
Goo"
CAPO SETTrMO 23 1
Tra i quali parmi giusto di collocare fra Giro- va tra
iamo da iViirm (1565- 163 1). Nato di nobile casato i (Migliori
, , i. . j. . . • .* . r . f. Girolamo
trovo begli esempi di cristiana virtù in famiglia, e a, da Nami
sedici anni si mise nel noviziato de' cappuccini ad
Amelia. Percorse le principali città d' Italia, predicò
molto a Roma, ove fu anche predicatore apostolico
sotto Urbano Vili, e vi fece da per tutto molte con-
versioni. Certo gli giovarono assai la santità della
vita, la gravità dei modi e la robusta voce di cui
andava fornito, non che la veemenza con che faceva
la sua recitazione; più, non mancava di buon con-
tenuto. 11 p. Arnolfo, predicatore del re di Francia,
10 chiamava un altro S. Paolo, né dissimile elogio
gli faceva il card. Bellarmino. Morì a sessant' anni.
11 29 ottobre 1630 licenziava per la stampa e dedicava
al card. Ludovisi i suoi cinque avventi e cinque qua-
resimali. Chi vorrà farne saggio s'avvedrà tosto che
non rispondono alle lodi date da Urbano Vili, quando
dicea; « neminem unum interfuisse aliquando di-
centi, qui insolita robustaque et ad animum usque
pertingente eloquentia captum se esse non senserit^,
A dir vero, T affetto non abbonda e quindi difettano
i tratti di maschia e vigorosa eloquenza; ma la chia-
rezza della mente e una certa gravità, che ben s'ac-
corda colla sua pietà e umiltà, lo salvano, se non cja
Tutti, da parecchi errori del tempo, e lo rendono mi-
gliore di molti. Suol dividere in due o tre parti il
discorso, passando quindi con molto ordine alle
prove; però non senza qualche proposizione para-
dossale e qualche descrizione artifìziata. Ebbe l'onore
di una versione in francese.
Luigi Albri^io ( 1 579 - 1655 ) piacentino, ascritto alla Luigi
Compagnia di Gesù, dedicando le sue prediche a Aibrizio
Innocenzo X, dice: « qui non troverà niente di ciò
eh' è proprio di buon oratore, ma non mancherà
nulla di ciò che s' appartiene a buon amico ». Siamo
Digitized by
Google
23^ CAPO SETTIMO
ai punto altre volte toccato, cioè che bisognava non
affettar V arte per fare abbastanza bene, perciò che
r arte allora si confondeva con un capriccioso e de-
plorevole artifizio. Anch' egli infatti va tra i migliori
per essere immune da parecchi difetti del tempo, e
non gli mancano tratti di spontanea eloquenza, an-
che perchè mostra abbastanza affetto. Sentite come
assale i suoi uditori al termine della I parte della
prima predica. Dopo aver mostrato che gli uomini
non trarranno che guai dalle opere di peccato, sog-
giunge: a Espugnate la castità delle matrone, molti-
plicale le ingiustizie, avanzatevi con so perchierie, fa-
tevi formidabili con le vendette; che quanto sarà la
vostra vita più viziosa, tanto sarà la vostra pena più
toimentosa. Perocché non può mentire chi disse:
iribulatio et angustia in omnem animam hominis ope-
rantis malum, gloria et honor et pax omni operanti
honum. Rispondetemi ora, dilettissimi, dite qualche
cosa, parlate in vostra difesa, scolpatevi, date ragione
del vostro vivere, giustificate le vostre azioni. Voi
correte dietro al vizio e fuggite la virtù, dì quello
vi gloriate, vi vergognate di questa; v'innamorate di
quello, v'inorridite di questa. Perchè? qual' è il mo-
tivo? Forse l'onore? ma questa non è gloriosa e
quello infame? forse il diletto? ma questa non è
tutta gioie e quello tutto angosce? forse la facilità?
ma questa non è discretissima e quello intollerabile?
forse l'utilità? ma questa non è utilissima e quello
infruttuosissimo? Ah, mendaces filii hominum in sta-
terisl Voi correte, ma fuori di lizza; voi coltivate, ma
sterili grillaie; voi seminate, ma senza frutto ». Il
lettore s' accorgerà subito del soverchio nella parola ;
ma tuttavia tira avanti senza sforzi pretenziosi, fa-
cile e netto. Dimorò gran tempo a Roma, dove mon\
e predicò tanto nelle chiese del popolo quanto nello
stesso palazzo apostolico; anzi si può osservare che
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 233
nei discorsi tenuti alia prelatura romana, appunto
perchè parlava a buoni intenditori, l'oratore si mo-
stra naturalmente con più artistica sobrietà.
Tommaso Reina, milanese e gesuita, morto nel Tommaseo
1653, sa pur cavarsi non poco dal pecoreccio delle Reina
male usanze. Le sue prediche ebbero più edizioni, e
per la slima che se ne aveva, furono anche tradotte
in latino. La ragione per cui riuscì migliore parmi
che sia la minor pretensione eh' egli ebbe. Dice nella
sua prefazione: « Giudicai men male comparire di-
fettoso nel sapere che manchevole nell'affetto... Mi
sono astenuto sovente a bello studio da quelle va-
ghezze ed ornamenti che sono proprii del genere su-
blime di dire, ne mi sono obbligato a sottili precetti
dell'arte oratoria, persuadendomi che la gravità e
altezza delle materie che si trattano né dell' una né
dell'altra cosa avessero mestieri ». L'oratore entra
pertanto ne' suoi discorsi con molta semplicità, e
specie senza apparato di ampollose descrizioni; pon
bene il proprio argomento, dividendolo in più
parti e dando quasi in iscorcio un'idea rapidissima
di tutta la tessitura, come usavano i Francesi. Sa
anche presentare il soggetto con attraente curiosità.
Così neir esordio della l* domenica di quaresima, vo-
lendo parlar delle tentazioni, dopo aver rammentato
il passo di S. Giacomo: Beatus vir qui suffert ten-
tationem, e la sentenza di Cristo : vigilate et orate ne
intretis in tentationem, soggiunge: « Ma ponderiamo,
se vi piace, 1' una e V altra delle suddette sentenze,
€hè forse nel progresso del discorso ci sarà dato d'in-
tendere se la tentazione si debba fuggire o cercare e
s'ella sia sciagura d'uno sventurato o ventura d'un
beato » (i). Ed ecco come nella stessa predica, per
farci comprendere l'incostanza dei beni del mondo»
li» Quares. Ed. Venezia, 1636.
Y — ' T "- •
Digitized by VjOOQIC
:234 CAPO SETTIMO
descriva Assalonne ort^aglioso: ^ Andava Y empio
Assalonne tutto orgoglioso e pieno dì fasto aspirando
al regno dt suo padre, e però con arnni sacrileghe e
ftarricidiali aprendosi il varco alla smoderata passione.
Già si tìnge assiso suJ paterno trono, coverto di por-
pora, incoronato d'oro; già gli pare dì ricevere
r omsfìgio dei popoli, il tributo dei vassalli, i dona-
tivi da'prìncipin le congratulazioni da' domestici, Tanfi'
bascierie dagli stranieri. Già si forma il governo»
promulga le leggi, stabilisce la prammatica, premia,
, <:astigai assolve, condanna, innalza, deprime, nobilita,
disonora, donar impoverisce. Che fai, infelice? dove
Ti conduce la tua empietà? dove sei dalla tua pa^za
ambizione trasportato? contro il padre vorrai dunque
muovere le armi sacrileghe e temerarie, e tramar la
morte a chi rì diede la vita? dunque per arrivar al
regno arriverai al colmo d* ogni sceleratezza, metten-
doti sotto i piedi le leggi di Dio, degli uomini, della
natura? Sfortunato in ogni modo, sia che tu ottenga
la vittoria, sia che tu perda. Se tu vinci sei empio,
se tu perdi sei infame ». Cammina d* ordinano di
questo tenore, e ognuno potrà sentir Varia del tempo
in qualche antitesi cercata a bella posta col lanter-
nino, ma non fa pazzie,
<jto vanni Giovanni lihò, come il Reina, milanese e gesuita,
Rhò e per giunta di casa patrìzia, se non può dirsi egual-
mente puro dai vizi del tempo, non si contamina
però che per qualche tratto. La sostanza del suo di*
scorso è grave e sacra, benché Io stile si mosrri piìi
che non convenga studiato e faticoso. Scrisse e pub-
blicò trenta orazioni sulla Eucaristia (2), quattro qua-
resimali, e inoltre orazioni sulT Esamerone e sugli
uomini illustri del Testamento antico e nuovo. Anche
nel discorso, detto nella chiesa dell' Anima a Roma.
[t\ Roma, (657.
DJgitized by
Google
CAPO SETTIMO 233
per la vittoria dei serenìssimi re d* Ungheria e infante
di Spagna contro gli eretici di Germania ^1634) non
trasmoda gran che, quantunque fossero queste le oc-
casioni più proprie per iscapricciarsi coi colori della
fantasia. Ecco come descriva la battaglia (di Donaert):
a Sorgeva il sole, o signori, quando surse altresì colle
sue furie Tarte nemica; e quantunque vedesse l'armi
•e le bandiere nemiche ondeggiare e folgoreggiare sulla
collina, quantunque sentisse l'orribil suono delle
nostre bombarde, provandone ancora i danni, non
pertanto con temeraria superbia, sprezzatore di ogni
pericolo, portò intrepidamente innanzi le insegne;
ma non era più questo improvviso assalto (i). Qui
trovò egli de* veterani spagnuoli la costanza immo-
bile, delle italiche genti il risoluto valore, delle squadre
tedesche le fortissime destre: assaggiò le punte delle
picche, sentì delle spade il filo, vide monti di corpi
morti, e non cede. Non è, signori, sì facile descrivere
l'orrore della battaglia, il tuono, il terremoto delle
gran canne di bronzo, gli urli, le strida di chi fe-
risce, di chi muore, la mischia di chi assalisce, di
chi cede, come or si ritirano or crescono le squadre,
come non meno delle bandiere ondeggiano le spe-
ranze, ecc. » E così tira avanti in modo da sentirne
il rettoricume; ma senza tutti i notati effetti.
Più dimesso, ma più nutrito di opportuna dot- Giuseppe
trina e con maggiore compostezza di forma predi- ^*""
cava Giuseppe Mansi, della Congregazione dell' Ora-
torio in Roma, scrittore assai fecondo di opere che
anche ora possono tornar utilissime al sacro oratore,
quantunque per lo più dettate in latino; tra le quali
vanno da prima il Prontuario e 1' Erario evangelico
per la quaresima e tutte le domeniche; quest'ultimo
(i) Il duce dei caltolici avea preveduto la mossa e s' era pre-
parato alla difesa.
Digitized by
Google
236 CAPO SETTIMO
fu scritto anche in italiano. Ma migliore vuol dirsi
la sua Biblioteca predicabile, pubblicata nel 1666, di-
sposta in ordine alfabetico e che fornisce la soluzione
di molti temi con ampia mésse di citazioni tolte
dalla Scrittura e dai Ss. Padri, e di commenti e di
fatti raccolti principalmente dalle storie ecclesiastiche.
Ha per guida l' Angelo delle scuole e il Dottore se-
rafico. Anche pochi anni fa si credette opportuno di
farne a Parigi una nuova edizione; e a proposito di
questa ristampa il Lamonreux nel Polybiblion del
1892, dopo aver recato le lodi del Journal des Savans
(dell'anno 1740) soggiungeva che 1* autore seppe riu-
nire ed ordinare le più belle ed utili considerazioni
su tutti gli argomenti che si possono trattare sul pul-
pito, presentandole in uno stile corretto e semplice e
in guisa che tutte le sue pagine respirano il profumo
della più squisita pietà. U autore infatti, che successe
nell'incarico del sermoneggiare nella Chiesa Nuova
al card. Tarugi (che fu onorato dal Baronio col ti-
tolo di dux verbi) predilesse lo spirito del fondatore
della sua Congregazione, S. Filippo Neri, e fu assai
studioso della popolarità del Santo. Anzi lo confessa
egli stesso nella Prefazione alla Biblioteca, dicendo:
a 11 fine che m'ha indotto a questa pubblicazione è
stato il guadagno che spero ritrarne, cooperando al
frutto delle anime, e tenendo la mira a quanto ni' in-
sinuò S. Filippo ». Bisogna però convenire che il
Mansi non ha ala d'ingegno per sollevarsi sopra il
modo di una piana istruzione.
- Molto più potente di lui, come oratore, e più
noia e ai- d* altri prossimo alla riforma, del padre Paolo Se-
cuni lette- g^^^ì, vuol dirsi il gesuita Fabio A. Spinola, che
nel 1667 pubblicava a Genova il suo quaresimale.
Generalmente si mostra molto ordinato ed anche ef-
ficace, sia perchè prova bene le sue asserzioni, sia
perchè colloca le sue prove in buon lume. Ecco come
rati
Digitized by
Google
Sàr^n^-^w^^—^i'''. ia^"»!.
CAPO SETTIMO 237
s'introduce nella predica 33*. in cui muove dalla
sentenza scritturale: Expedit ut unus moriatur prò
popuio. a Non prova il cuore umano più violento
tiranno deW expedit, il consigliero più sospetto del-
l' utile, la regola più fallace nelle deliberazioni del-
l' interesse temporale. Ove questo s' intrométte, non
ha più luogo legge di natura, dettame di ragione, ti-
tolo di gratitudine, rispetto d'innocenza. Separa le
compagnie, dimentica le conoscenze, offende le pa-
rentele. La contesa dei pascoli separò Abramo da Lot,
la lite della primogenitura seminò disgusti mortali
tra Esaù e il fratello, il compartimento della greggia
necessitò Jacob a partir da Labano, 1* appreso avvili-
mento della dignità reale armò lo sdegno di Saul alle
rovine dell'innocente David. Ma se è cosi imperioso
questo expedit, altrettante il più delle volte è cieco:
addimanda guadagno ciò che in fatto è perdita; in-
terpreta per iniquità la rettitudine; finge malizia ove
è sincerità; decreta come dannoso quello che è pro-
fittevole e con r ombra del vizio oscura e annerisce
la virtù... Ma perché non è del solo concilio di Je-
rosolima questo dettame; e purtroppo il mondo mo-
stra di credere che sia espediente per 1' acquisto dei
beni temporali non fare conto del Cielo e della legge
divina; per abbattere sì pernicioso principio mi sfor-
zerò di provare nel presente discorso che non vi è
strada la quale di sua natura più infallibilmente con-
duca alla rovina del temporale che la poca stima di
Dio e della sua legge, dicendo S. Ambrogio: « utile
esse non posse nisi quod honestum est » (i). Chi vo-
lesse raffrontare questo esordio e tutta la predica con
quella che il Segneri fece sullo stesso soggetto, dovrà
certo riconoscere che nel sommo nostro oratore vi
ha si un discorso più pieno e potente, un fare più
(!) De Off. lib. 3. e. 2. 14.
Digitized by
Google
2^8 CAPO SETTIMO
drammatico e una forma più corretta ed artistica, ma
dovrà anche ammettere che vi ha qualche cosa di
comune nel fondo delle idee e nella ispirazione, sicché
Io Spinola parche ci prepari all'eloquenza segne-
riana* Anzi^ perché ciò spicchi più chiaro, veggasi un
sentimento che non dirò bello, ma che è comune a
tutti e due nella predica sopra la dilezion dei ne-
mici. Lo Spinola adunque dopo aver fissato cosi nella
detta predica il suo assunto: -i non vi può essere
azione la quale nel merito dell'onore uguagli questo
del perdonare, per li due accennati motivi, cioè che
in essa s'imita T esempio e s'eseguisce il comanda-
mento d' un Dìo », viene alle prove cercando dì di-
struggere un sospetto che imagina entrare nell'animo
di alcuno de' suoi uditori. « E per cominciare non
vi crediate che, mentre sono per trattare della dile-
zione del nemico, il mìo fine sia avvocare a favore
del nemico. Guardimi Iddio che voglia questa mat-
tina farmi protettore di chi, temerario col suo spar-
lare, ha macchiato il nome vostro, con villano por-
lamento ha demeritato il vostro affetto, e s'è reso
degno di non pagare l'enormità de' suoi falli con
prez/50 minore che di sangue. Non ho in mira d'im-
pedire il danno temporale di chi v'ha offeso; pre-
tendo dì liberarmi da un male assai più grave che,
non perdonando, sovrasta a voi ». Ora questi stessi
sentimenti si possono leggere nella 3.* predica del
quaresimale del Segneri, ed espressi, se si vuole, con
maggior colorito di torma; ma questa volta, parmi,
con minor naturalezza e verità. Più si studiano, raf-
frontandoli, i due oratori, e più vi si sente la co-
munanza di idee, derivate in parte, io credo, anche
dalla comunanza della vita religiosa e della istitu-
zione ascetica.
Fra gli oratori più scevri da stranezze possono
collocarsi alcuni^ che furono anche letterati di mag-
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO Ijg
gior fama, come Carlo Dati, accademico fiorenUno,
che tra V altro s* acquistò rinomanza per il suo di-
scorso in lode di Luigi XIV, che glj fruttò una pen-
sione annuale di cento luigi. Scrisse ancora un eloi^io
a S. Benedetto, e nelle sue Prose fiorentine raccohe
quel che gli parve meglio della toscana eioquenisa^
ma attendendo più al merito letterario degli scritti
che non all'efficacia religiosa. Nei parecchi volumi
che pubblicò si leggono pertanto anche dodici di*
scorsi sacri, alcuni dei quali furono dettati da uo-
mini di lettere assai rispettabili, come Benedetto Buoni-
matteU il canonico Alessandro Stro^p, Vincenzo Fh
licaia, Lodovico Adimari e altri. Ma dice bene Ales-
sandro Paravia (i), censurando l'assunto del pane-
girico di S. Filippo Neri, e alcuni luoghi di quello
di S. Benedetto, che in sostanza in tutù questi la-
vori alla vera eloquenza si sostituisce un' elegante
vacuità.
APPENDICE P AL CAPO VII.
Dopo aver dato uno sguardo agli oratori di mag-
gior fama che precedono i tempi più gloriosi del
P. Segneri, (non troppo cronologicamente, a dir vero»
perchè si volea principalmente classificarli secondo
una certa scuola a cui appartenevano), crediamo op-
portuno di compiere le ricerche e la rassegna no-
tando con maggior ordine cronologico quelli che^
seguitando l'orme tracciate, portarono un contributo
notabile all'opera della predicazione. Registreremo
qui gli Italiani che vennero a morire nella prima
metà del secolo, quando 1' arte trova vasi nella mas-
sima decadenza.
II) Lez. di Sacr. Ei. 2^.^
LilKi^
x.
240 CAPO SETTIMO
Celebri Vanno più celebri tra i domenicani; Eustacctno
^Jomenkani Boìci di Bologna, morto il 1600; che lasciò varie
ora'/^ioni e sermoni. Cipriano C/ierft' d'Ivrea, che lottò
cogli erenci, specie ai tempi di S. Pio V e di Gre-
gorio XI [1; mori il [607, e lasciò: Sermones de tem-
pore et de sanctis. Domenico Cadagli, bresciano,
morto il t6to; lasciò un quaresimale intitolato: La
sferra del peccatore, pieno di bellissime pratiche, mo-
ralità e riprensioni, Innocenzo Cibo Chigi di Genova,
morto i(H2; ebbe celebrità maggiore di molti, e pub-
blicò parecchi discorsi, anche politici, e i Discorsi
sui 7 salmi penitenpali (Venezia 1607). Gio. Balta
Bracceschif dotto teologo, poeta e oratore. Paolo dei
Francesi, che stampò: Orationes selectae habitae in
sacello apostolico (Romae 1606). Tommaso Locatelli
di Bologna, morto il 1625, che predicò in moire città,
e lasciò moki sermoni; Raffaele Delle Colombe, fio-
rentino e accademico della Crusca, che stampò Pre-
diche sui Vangeli [Firenze 1612), della quaresima
(Firenze 16(4] e altro tino al 1626, anno della sua
morte. Vincenzo D' Areania, di Muro di Basilicata,
morto nel 1628 e che lasciò un Quaresimale e Ma-
nale. Ambrogio Brandi, romano, che fu predicatore
ai PaUi?.zi Apostolici e lasciò Ragionamenti sopra al-
cuni Salmi; morì nel 1645. Domenico Paolacci, to-
scano, professore dì teologia a Padova, e che lasciò:
Pensieri predicabili per tutti i giorni di quaresima
(Napoli [640), e Pensieri predicabili per i sabati di
quaresima (VeneEia [644). Girolamo Gattico, mila-
nese, che percorse predicando tutta Italia, e dettò:
L'aio dei pergami, ovvero teatro sacro d ogni ma-
teria predicabile, diviso in sette parti, corrispondenti
alti sette gradi del vivere umano (Venezia 1641);
mori nel 1047. Tommaso M. Bracchi, di Como, uomo
dì molta dottrina dettò: L'impresa della catena del
Santo Rosario della B. Vergine, discorsi 27 (Bre-
Digitized by VjOO^^ IC
ì
CAPO SETTTMO 24!
scia 1633); e Discorsi sopra le imprese del re, della
regina e del principe dei Santi e de* Beati, festeg-
giati dall' Accademia dei Salutiferi (Venezia 1643); e
Discorsi predicabili sopra f imagine del giusto beato
(Bologna 1647), R^ginaldo Sgambati, siciliano, morto
giovane il 1648; gli amici stamparono de' suoi ma-
noscritti: La quadriga di E^echiello, orazione per
r incoronazione di Luca Giustiniano, doge di Ge-
nova; // Giacobbe evangelico, orazione per S. Do-
menico; e sei altri discorsi, i cui titoli disvelano senza
bisogno d'altra lettura il falso gusto. Basilio Ama
bile di Messina, diplomatico nella corte di Filippo IV,
lasciò parecchi discorsi funebri stampati a Messina;
mori nel 1650. Nel qual anno mori pure Innocenzo
Bignami di Lodi, che avea pubblicato la spiegazione
di tutti i vangeli dell'anno e un quaresimale (Ve-
nezia 1640).
Si segnalarono ancora tra gli Agostiniani Paolo
Emilio Barbarossa, milanese, che a profondi studi agostiniani
teologici uni lo studio della poesia e fu consigliere
del card. Borromeo; a tante sue doti congiunse an-
che quella di oratore, e come tale lasciò: Scala Jacob
prò instructione concionatorum, e Speculum praedi-
catorum consistens in 2S discursibus. Gianpaolo Ber-
tendo, bergamasco, pubblicò tra poco altro: La scala
di Giacobbe sopra le Otto Beatitudini ed Elogi di
Maria Vergine sopra le litanie. Ambrogio Cantullo,
cremonese, oratore di molto nome; lasciò due vo-
lumi di discorsi varii, e di discorsi sopra i venerdì
del mese di marzo. Ottaviano Epifani, bolognese,
lasciò 6 volumi di discorsi. Gabriele Foschi, dì An-
cona, socio di molte accademie, fu ammirato per la
facondia e lasciò Panegirici. Nicolò Morano, cremo-
nese, pubblicò trenta discorsi sull' apostasia di Giuda
(Autuerpiae 161 1). Celestino Sinagra, napoletano, lo-
dato per l'impetuoso fervore, lasciò pur molte prediche.
Storia della Predicazione ecc, 16
Digitized by
Google
242 CAPO SETTIMO
I Gesuiti pure, pieni di robusta gioventù, si suc-
GcBDiit cedono sempre più numerosi nell' arringo oratorio; e
oltre i già ricordati, è degno di menzione: il ven.
P, Roberto Bellarmino ( 1542- 1 621), certo più celebre
assai come dotto teologo che come oratore, ma che
pur lavorò molto anche nella predicazione e prima e
dopo che fosse arcivescovo di Capua e cardinale. Deve
la sua fama specialmente all'opera del Catechismo e
delle Controversie. Diceva il Bayle che nessuno a* suoi
di meglio onorò la Compagnia e meglio difese la
causa della Chiesa e del Papa. Vanno inoltre ricor-
dali Gessi Girolamo dì Bologna, che morì nel 16226
pubblicò tre prediche sulle nozze dell'anima con Gesù
nel Ss. Sacramento. Mastr UH Mu {io [che poi mutoli
proprio nome in Gregorio) di Nola, che fu superiore
in varie case e come buon predicatore lasciò: Cento
discorsi intorno alla passione e morte del Nostro Re-
dentore e al Sacrosanto Sacramento dell' Eucaristia
(Roma 1615), e Trenta discorsi sul profeta Giona
(Napoli 1630); più Discorsi sulle domeniche e feste,
e Novem discursus spirituales super septem Antà-
phonas majores, ante Natalem Christi (Napoli 1620).
Tesauro Emanuele, celebre anche per gli studi sto-
rici, e che tra discorsi di vario soggetto pubblicò pa-
recchie orazioni funebri per illustri personaggi di
Casa Savoia (Torino 1642); era cavaliere dei Ss. Mau-
rizio e Lazzaro. Capeci Marcantonio di Napoli, morto
il 1640, che pubblicò discorsi sulle eccellenze di Maria
Vergine e un'orazione in morte di Margherita d'Au-
stria (Bari 1617). Recapito Giulio Cesare di Napoli,
ivi morto il 1647, ^^^ stampò: Prediche e panegirici
nel 1636. Grisogono Lorens[o di Spalatro, morto a
Trieste nel 1650 che lasciò Mundus Marianus 1. 1
(Viennae 1646) e t. II (Patavii 1651). Di Lauro Mar-
cello di Catanzaro, di cui si pubblicarono le Pre-
diche per la quaresima (Venezia 1654). P. Nicolò
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 24^^
Zucchi di Parma (1586- 1670), scienziato e materna*
tico del Collegio Romano e insieme valente, estem-
poraneo e fruttuoso oratore; sotto Alessandro VII fu
anche predicatore del Sacro Collegio.
APPENDICE n* AL CAPO VIL
La strana gazzarra, che perturbò V arte letterark
e segnatamente l'oratoria sacra in Italia, non é un
fatto, come si accennò, che riguardi soltanto le nostre
regioni. Il morbo era diffuso più o meno dapper-
tutto, massime tra le letterature romanze, che si svol-
gevano con reciproco influsso. Anche la Francia pagò
dunque il suo tributo all'andazzo generale, specie ai
tempi di Enrico III, Enrico IV e Luigi Xlfl. Nel qual
tempo gli oratori presero molta parte alle lotte poli-
tico-religiose; ciò che non valse a salvarli in tutto da
eccessi nocivi ad una sana arte; così ffio. Boucher é\
Parigi combatteva Enrico IH, e più accanitamente
ancora Enrico IV, predicando in uno stile artifiziato,
specialmente per le imagini piene di boriosa am-
pollosità e per la ricerca di frasi incisive e di rìtor*
nelli monotoni. Ora più o meno macchiati delle
scapestrerie del tempo, ma non isforniti di merito
vanno:
Bertaut (1552 161 1) che lasciò un volume di Ser- oratori
moni; e basta anche il prolungato paragone ira il fr^mceii dì
__ , . ^-^. , , maggior
Verbo incarnato e Giano, per mostrarci a qual gusto fuma
fosse informato. Giacomo Du Perron (1556-1618)^
che fece le orazioni funebri del poeta Ronsard, dì
Maria Stuart, e di Enrico IV, alla cui conversione
avea contribuito, come a quella di molti eretici; ul-
timamente fu vescovo di Sens e cardinale. 5. Fran-
c^.sco di Saks (1567- 1622) certo si mostrò più abile
scrittore nella Introduzione alla vita divota e in altre
DJgitized by
244 ^^^^ SETTIMO
Opere ascetiche, nelle quali seguiva una via tutta sua
propria; ma anche come oratore, quantunque sen-
tisse ['aria del tempo, seppe spogliarsi di molti arti-
fizi, fatto che vuoisi soprattutto ascrivere alla verità
d* un profóndo sentimento. Madama di Chantal ne
ammirava la semplicità e chiarezza, nonché lo zelo
e r ardore^ va fornito principalmente d'un' amabile
unzione. Non è però esente da difetti, specie per
r abuso delle imagi ni ora soverchie ora ricercate. Sif-
fatto abuso spJLca molto più nell' amico del santo,
CamuSi fatto vescovo di Belley nel 1609. Basti a con-
vincersene questo breve saggio, tolto dal Sermone
sopra il Natale: ^ Ecco l'iliade della divinità sotto la
conchiglia delf umanità! ecco il gran naviglio del-
l' infinito sotto le ali della mosca dell'infanzia! ecco
il cielo nella sfera d' un bicchiere, con tutti i suoi
astri, tutti i suoi movimenti, tutte le sue dimensioni!
ecco Tutto r universo, non in un disegno, ma in fatto
sotto uEi mappamondo! O S. Agostino, non fate più
le meraviglie, ecco Toccano in una conchiglia, ecco
la perla della divinità nella madreperla della morta-
lità! » Pielro Cotton di Neronde (1564-1626), gesuita,
uomo assai garbato ed accorto, caro a Enrico III che
lo ^tc^ suo confessore; lottò assai contro i Calvinisti;
predicando sopra il giudizio universale, comincia de-
scrivendo i prodigi che succederanno gli ultimi quin-
dici giorni precedenti la fine del mondo. Di lui ab-
biamo: Sermons sur les principales et plus difjiciles
mailer es de la fois etc. (Paris 16 17) Pierre de Besse,
morto il J63C1, e che ricevette sotto Enrico IV il ti-
tolo di predicatore del re, ottenne molta rinomanza,
tanto che altri affettavano di imitarlo; ma, vago di
narrazioni colorite, di bizzarie, di similitudini strane
e protratte e di erudizione profana, specie in fatto di
storia naturale, sì presenta tutt' altro che come sano
oratore. Valìadier Andrea (1365-1638), che scrisse la
1
Digitized by VjOOQ
mi
CAPO SETTIMO !443
santa filosofia dei f anima o i sermoni d'Avvento, la
Metamologia o penitenza sacra, sermoni per la qua-
resima, e ie No^^e divine e spirituali tra Dio e
l'uomo o sermoni per l'ottava del Corpus Domini,
e inoltre alcune orazioni funebri. Tali discorsi ri-
specchiano il nostro seicento nella stranezza delle
imagìni; e per giunta sono macchiati da lunghe ci-
tazioni, anche greche, e da una logica zoppicante. Sì
avrà un maggio della sua maiiiera anche in questo
brano di lettera^ con cui dedica il suo quaresimale
alla regina Maria de' Medici, e ch'io traduco da
Edoardo Boucher Ji): ^t Questo viso alabas^trino (di
Maria de' Medici ), dagli occhi di colomba, dalla trec-
cie di mille solchi incre?;pate, non altrimenti che le
gregge erranti al pascolo e quasi ondeggianti sulle
coste di Galaad; dalle due file di perle orientali,
bianche come le pecorelle uscenti dalla fontana ; dalle
guance vereconde e vermiglie, come 1' apertura d'una
melagranata; dalle labbra sottili e imporporate, quasi
filo di seta cremisi* d'onde stilla il miele, com' ambra
e balsamo, é veramente il soggiorno gradito-^ ove Ìl
poeta Pindaro faceva sedere le Cariti, La si scoprono
tutti i tratti e le attrattive della bella natura; là il
brillar degli astri, del sole, della luna, la varietà del-
l'iride, la lucentezza delFaria dolcemente rischiarata^
lo splendore argenteo e cristallino delle Nafadi ; l'acqua,
la rotondità, la gaia trasparenza della perla; lo scin-
tillar del diamante, il fuoco dei rubini, l' attrattiva
della calamita e dell'ambra, il vermiglio della rosa,
il candore dei gigli, il filtro e la magia pericolosa
della natura incantata. " Filippo Cospéan { 1568 1646},
ultimamente vescovo di Lìsieux, detto da alcuni ri-
formatore dell' eloquenza, ma in sostanza pedissequo
della moda; mostra però più gravità nei componi-
(1] L'Elaquence de la chaire. Uilt: 1^94.
Digitized by
Google
24^ CAPO SETTIMO
menti dettati durame V ufficio episcopale. Seguiran
Gaspare di Alx (1569-1644), gesuita, che Enrico IV
mandava a predicare a la Rochelle, e Luigi XIU volle
per suo confessore; pubblicò Sermons sur les Emn-
giles des dimanches et sur fes prmdpales féies de
t année (Paris 1643); fu più sodo di altri nella dot-
(rina e meno artificiosumente fiorito, ma troppo sco^
jastrco. Nicola ijoeffeHeau^ domenicano, celebre con -
troversista, predicatore di Enrico IV, a cui hct una
orazione funebre; s'ebbe le lodi di La Bryére;
mori nel 1Ó23. Agostino Andrej morto nel [647,
che predilige spesso le forme grossolane, e troppo ram-
menta il nostro secentismo. Presentano in grado mi-
nore i difetti del tempo il gesuita Caussin che segue
una maniera alquanto patetica; e Stefano Molinìir,
riguardato da alcuni come avverso all'andazzo; fio-
rivano entrambi ai tempi di Luigi XIIL
Rammento inoltre sommariamente tra i Gesuiti (i):
Msum ^^^^^d Nicolò di Toul, che fu vescovo di Verdun.
e pubblicò : Sermons pour les dimanches de l* Avent
et fétes (Paris 1600); e Sermons sur tes sacrés mysè-
res (Paris 1604! Ridìéome LuÌ^Ìd\ Digne(i544 1625),
che lottò molto contro gli Ugonotti difendendo la
fede, e fu detto il cicerone francese; Enrico IV ne
leggeva le opere; morì a Bordeaux. Nei due tomi
pubblicati a Parigi vi sono molti discorsi sacri. Suf-
frin Giovanni di Provenza^ che fu confessore di
Maria de' Medici e di Luigi XIII, ne accompagnò la
regina madre nel Belgio e in Inghilterra; fu oratore
assai noto, specie per la sua franchezza; mori il 1Ó41*
Dettò : Sermons pour lous les dimanches de t année
{t^ DallH Bib1JQt£qEi£ d& \a Compagnie de Jesu — ?re Olière parti^^
bibliographit par la Pèrca Augusiin e: Aloys de Bue ber. Nou«l3c
edition par Carlos Sonimervo^el S. J. - Sirabourgeob 1890. Seconje
["artie: histoirc par le Pere Auguste Carayon - fifUKellea. OiCif
Scliepen^ iSgo.
Digitized by
Google
CapD settimo 44^
(Paris 1622). Scrisse altre opere spirituali- Carlo Rue
di Parigi, poeta e latinista, fu ammirato per la sua
imaginosa eloquenza. Pubblicò parecchie orazioni fu-
nebri e i Sermons sur f Evangile du Caverne et sur
les Mystères. che ebbero più edizioni. S. Gio. Fran-
cesco Regis della Gailia Narbonese, che molto pre-
dicò ndle missioni e specìalmenre contro 1 Calvinisti,
e mori nel 1640.
Tra i Domenicani: Neelsh Nicolò dei Brabtinte, Aironi
scrittore di concioni in latino; mori nel 1600. Michel "^^^^^^^^^^
Sebastiana, della diocesi dì Marsiglia, di veemente
eloquenza; pubblicò: Orarson funebre pour Henry IV
e Homelies et consoiatìons s^iriiueiles sur ies diman-
ches et festes depuìs Pasques jusqu à la Trinité.
Breton Giovanni, morrò il \6i% lottò molto coi Cal-
vinisti, e laf^ciò molte concioni e omelie. Guellin Ro-
berto di Chartres, morto il [620, pubblicò: Les sept
kmpe^ sacrées ardente s devant le tróne de Dieu
(Paris ìGi^) e altro; va tra quelli che più servono al
fal^o gusto del tempo: Nardot Adriano dì Digione^
morto il 1625, pubblicò: Discours predicables^ Gì-
rardel Pietro di Chameroy, intrepido debellatore degli
eretici nel Tolo-^ano, lasciò mss. Mèditations et exer-
cices pour la préparation aux grandes soìenmiés ;
mori nel 1633, D' Amour Pietro, maestro a Lovanio
e definitore a Roma, predicò mollo in Francia, ma
non si ha di lui che T Oraison funebre d' Henri le
grande roi de Frauce et Navarre, prononcee à Or-
léans (Paris 1611); morì nel 1637. Fngelf^rave As-
suero^ morto nel 1640, belga, lasciò varii sermoni.
Wiltart Andrea, belga, morto nel 1648, lasciò di-
scorsi e panegirici, i cui titoli rivelano più che mai
il malgusto che correa. Cosie^ .Claudio pubblicò:
Sermons théjlogiques et moraux sur les evangiles du
cavèrne, e altro; mori nel 1650.
Tra gli Agostiniani noto: Di Bye Cornelio dì agoitinlini
Digitized by
Google
248 CAPO SETTIMO
Bruxelles che fu celebre missionario delle Indie Oc-
cidentali, e morì nel 1612 lasciando; Sermones d)-
minicales et de sanctis.
NOTA IIP AL CAPO VII.
Stranieri Raccogliamo qui anche parecchi altri oratori che
di varie appartengono a varie nazionalità e acquistarono mag-
gior rinomanza. E prima notiamo gli Spagnuoli la
cui letteratura, dopo la francese, ebbe più strette re-
. lazioni con la nostra. Si segnalarono dunque i Do-
spagnuoi j^gpj^3j^j. piqiy-q di Porto Correrò che ebbe assai ri-
nomanza e morì nel 1600; Giron Ildefonso di Ta-
lavera, morto il 1607, che lasciò: Sermones prò fe-
stivitatibus D. N. J. C et Ss. Dei Genitricis; De
Luna Giovanni che stampò il suo quaresimale e morì
nel 1610; Arias Baldassare di Valenza, morto il 1614,
e che lasciò Discursos predicables. Blamas Francesco,
delle Isole Filippine, che si mostrò in Spagna grande
oratore, e andò poi missionario in America, lasciando
sermoni anche in lingua spagnuola. De Caceres An-
tonio di Granata, che fu vescovo di Cartagine, det-
tando Sermones y discursos de tiempo (Valenza 1612):
Alvare{ Damiano di Medina de Rio Seco, morto
il 1621 che dettò: Exposicion de los Evangelios de
Adviento, y del primero lunes de quaresima, y dia de
Navidat eie. (Burgos 1610). Rebultosa Jacopo dì Ca-
talogna, morto nel 1621, e che predicò molto a Bar-
cellona. Stampò: Sermones de la quaresima para
cada dia (Barcellona 1614)', Sermones quadruplicados
de Adviento (Barcellona 1617); Sermones del Ss. Sa-
cramento (Barcellona 1621). Perej Andrea, morto
nel 1621, che stampò: Sermones de quaresma e Ser-
mones de los sanctos (Pinciae 1621); De Sellan Gi-
rolamo, aragonese, che da dotto vescovo qual era
Digitized by
Google
CAPO SETTIMO 249
pubblicò molte omelie per la quaresima e sul Sacra-
mento; morì nel 1625. Pietro Calvo, di Porto lusi-
tano, predicò alla corte di Filippo III e IV e stampò
parecchie omelie; morì nel 1625. Cayrosa Gio. Lo-
ren!(o, dì Saragozza, di cui, dopo morto, (1625) si
stamparono le omelie. Marco de Soavedra di Villa-
mayor, predicò molto nel Messico e lasciò; Sermones
de todo r anno; morì circa il 163 1; De Mata Gio-
vanni, predicatore generale per la Spagna, lasciò: Pa-
rayso virginal de discursos predicables en lasfiestas
de la semper Vergen etc. (Pompejapoli 1631) e altri
discorsi d'avvento e quaresima; moti nel 1640: De
Torrebianca Giovanni, morto il 1642, che lasciò editi
ili due volumi Sermones de quaresma.
Tra i Gesuiti sono da notarsi: Avila Alfonso di
Belmonte, morto a Valladolid nel 1613, lasciando
concioni per r avvento e la quaresima; U Arnaja
Nicola di Segovia, morto il 1622, e che lasciò delle
Conferem^e spirituali. Labata Francesco, di molta
celebrità, morto a Valladolid l'anno 163 1, dopo aver
pubblicato: Discursos morales sobre los Evangelios
de los Sanctos (Valladolid 1624), Sermones sobre los
Sanctos e Diversos Sermones ; e inoltre Apparatus
concionatorum, seu loci comunes ad conciones ordine
alphabetico digesti [V.ugdun\ 1621). Anguillera Fer-
dinando, del Chili, morto nel 1637; De Bae^a Diego
di Ponferrado, morto a Valladolid il 1647, di gran
grido e scrittore di molti sermoni sulle feste di No-
stra Signora, e di sermoni funebri e per le anime
purganti; H Armenia Giovanni di Cordova, che di-
resse parecchi collegi (i 582-1651) e passava pure tra
gli oratori più eloquenti.
Trovo segnalarsi tra gli Agostiniani: De Camo
Marcantonio di Barcellona, che sotto Filippo IH fu
fatto vescovo di Trani e morì nel 1606: nell'epitafio
è detto concionator non vulgaris; pubblicò: Institu-
Digitized by V^OOQIC
i ^1 ■
2^0 CAPO SETTIMO
don de Vida honesta y Christiana. Gon^aìes De Men^
do^a, morto nel 1608^ ambasciatore al re della China
nel 1584 e poi vescovo nelle Indie Orientali; lasciò
una Selva di paragoni utilissimi ai predicatori. De
Vaiderama Pietro, di Siviglia, di grande pietà ed
esperto maestro di spirito; morì in patria nel ì6iie
pubblicò: Eserciti spirituali per la quaresima^ av-
• vento e altri tempi dell' anno, Fon seca Cristoforo dì
Toledo, morto il [D!2; pubblicò varii dif^corsi in
litigua spaglinola (Barcellona 1599)1 quelli per le do
meni che e feste furono anche tradotti in lingua fran
cese e italiana. De Santa Maria Geronimo lasciò:
Exercitia spiritiialia [Salmanticae iGi'^)^ De Leon
Francesco dì Toledo pubblicò sette discorsi su Giobbe
( Pamptona 1622) Masquej Giovanni di Toledo, morto
nel i()2i, nelTepitafio fu detto: ehquentiae Jlumen et
fuìmen^ De Serrerà Giovanni, confessore del duca
Orsuna che mori nel 1^27, lasciando discorsi eleganti
ed eruditi. De Castaneda Francesco di Bargos, posto
dair Ossinger inter concionatores suo tempore prae-
cipuos: lasciò: Tratados sobre los Evangelios de las
dominicas etfiestas de Sanctos de t'Adviento et pasqua
(Matritì r6[g). Ponce de Leon Basilio^ di nobile fa
miglia; dicono fosse dì un' azione incantevole; pub-
blicò: Conciones totius anni et de sanctis; Ponce Di-
daco, suo contemporaneo, lasciò 215 sermoni; e De
Aldovera, morto nel 1630, lascio pure tre volumi di
Concioni sui Santi e sulla Madre di Dio. De Caslilio
Francesco dì Cadice pubblicò: Para los Fvangelios
de g«iir^Jfm^{ Pam pilone i6igl De Cordova Giuseppe,
Salmaticese, stampò: Sermones de Adviento et de
quaresma.
Nel Prjrfù^ii//o Uovo insigni tra i Gesuiti: Bo-
por og esi ^^^^^ 5^^ajf/ario di Lisbona, morto a Coimbra il
1615, detto l'apostolo di quella regione 'e Mendù{a
Francesco di Lisbona, che governò piij collegi, e
CAPO SETTIMO 25 1
scrisse, oltre ad opere teologiche, Sermones dos Sanctos^
Tempus Adviento, Quaresma a outras dominicas, e
due sermoni nell* occasione di due autodafé. Tra
i Domenicani; Feo Antonio dì Lisbona, morto il 1622,
e che pubblicò in lingua patria un quaresimale e di-
scorsi varii; men famoso va il contemporaneo Ro-
gado Antonio.
Tra gli Agostiniani; Della Concezione Emma-
nuele, che insegnò a lungo nella facoltà teologica di
Roma e morì di 77 anni nel 1624, lasciando tra altro
Sermones quadragesimales , stampati due volte a
Colonia nel 161 4 e nel 1620 e anche Sermones de
operibus sex dierum. De Amorim Gasparo, di Li-
sbona, morto a Goa nel 1646; pubblicò discorsi fu-
nebri recitati in varie occasioni. Lopej Didaco, detto
il principe degli oratori del suo tempo, morto il 1635,
e che pubblicò un quaresimale (Madrid 161 5 e 1617)
e un [estivale (1622). De Luce Filippo, cappellano
del re, che lasciò un quaresimale (Lisbona 1627) e un
Avventuale. Ossorio Agostino, che fu oratore del re
di Francia nel 1642, e pubblicò in lingua spagnuola
l'Avvento e un Quaresimale.
Nella nazione inglese: Hearney Barnaba, gesuita^
di Cashel (Irlanda) morto nel 1640, che lavorò assai
per la conversione degli eretici, e scrisse; Conciones
tum de festis quam de dominicis, et de sacerdotio et
de morte (Lugduni 1622), e inoltre Helitropium al-
ierum, sive conciones de mysteriis redemptionis hu-
manae (Lugduni 1632).
Tra i Tedeschi noto Rose/fio Gregorio di Lands- tedeschi
hut, gesuita, che predicò molto ad Ausburgo e man-
tenne al cattolicismo questa città; morì nel 1617, e
stampò le sue Concioni. Gretser Giacomo di Marck-
dorf in Svevia, appartenente alla stessa Compagnia
di Gesù, che combaaé con sapienti apologie speciaN
mtnìt Lutero, e die buoni saggi di polemica. Cop-
inglesi
Digitized by
Google
2^2 CAPO SETTIMO
penstein Giovanni Andrea domenicano, che scrisse
e predicò molro contro i Calvinisti, e pubblicò: Ho-
miliae domimcates et festivae per annum (Colonia
\(n^), Passionis D. N. J. C, quadripartitae praedi-
catto quadrihoraria (Coloniae 1615), Passio altera
ex solis Ss. Patrum sententiis contexta ( Maguntiae
ifji5}. [no] tre dispose in omelie i Commentari di S.
Tommaso su S. Matteo e S. Luca e i Commentari
dì S. Bonaventura su S. Luca; e compilò la Biblio-
theca concionatorum e l' Aurora concionatorum, che
servono per Tutte le domeniche dell'anno; morì nel
1627. Ciucio Rodolfo di Lussemburgo, pur domeni-
cano, e morto nel 1630, lasciò dei sermoni.
Digitized by
Google
253
CAPO Vili.
La restaurazione della sacra eloquenza per mezzo di Paolo Segnerì
— Sua educazione ed operosità come oratore e missionario —
Sue opere e qualità che ne contraddistinguono l'arte — Cen-
sure e pregi — Segneri il giuniore, Pinamonti, Casini e altri
intorno a loro — Appendici.
Già si sentiva un bisogno di reazione contro le
denunciate scapestrerie dell' arte; e già alcuni dei più ^Jaztone""
assennati, come abbiamo visto, tentarono un avvia- <^eiia eio-
mento migliore. Tuttavia anche quelli che fecero deve princi-
meno male, o perchè l' ingegno non potea sollevarsi ^fp^Q\Q
al volo dell'aquila, o perchè troppo si lasciarono Seguerì
guastar dall' ambiente, non si possono presentar come
riformatori della sacra eloquenza; lode che va con-
cessa sopra tutti a Paolo Segneri (1624- 1694) che
sale a tanta altezza fra noi da non aver tema della
rivalità di alcun altro. Così ragiona ottimamente di
lui Ales. Paravia (i): « Leggete le prediche di tutti i
più famosi italiani che lo precedettero in questo ar-
ringo: quelle cioè del Savonarola, del Seripando, del
Musso, del Fiamma, del Panigarola, del Giuglaris e
di tanti altri che a' loro tempi levaron di sé tanto
grido; raffrontatele poi col quaresimale e con le altre
prediche del padre Segneri, e negategli il titolo di
restauratore della sacra eloquenza, se lo potete. » E
in effetto quella somma di lavori che abbiamo po-
tuto esaminare fin qui, ancorché per meriti parziali
ti) Lezioni di Sacra Eloq. lez. 23.
Digitized by
Google
254 CAPO OTTAVO
e sotEO qualche risreiro sieno degni di ammirazione,
in sostanza ci fanno chinar la fronte depressa dalla
vergogna, perchè troppo lontani dalla richiesta perfc-
zìone. Ma la lìngua del si dovrà dunque dichiararsi
inetta a raccogliere e luminosamente riflettere nei-
r oratoria la grandezza, la maestà, la potenza della
Religione? E griraliani che pur seppero conformare
ad essa le loro più vitali i^^tituzioni, e tanto s'ispira-
rono ad essa nelle opere architettoniche e della pit-
tura e scoltura, non avran potuto con pari ingegno
in nessun tempo associare 1' altezza e la bontà della
dottrina religiosa allo splendore di una forma con-
veniente ed eletta? Senza metterci per la via perico-
losa dei confronti possiamo dire che abbiamo anche
noi qualche cosa che gareggia colle produzioni più
perfette di altre letterature, e che meglio d'ogn' altro
il Segneri va tra noi posto sul candelabro.
Già nella ste^^sa Compagnia di Gesù, a cui ap-
g^j?^^^"J'^^^ parteneva , s'era manifestata della disapprovazione
danna lein-coniro ii delirio di certe menti esaltate. Anche il
?cmpo"ra*^netì P- Daniello BartoU ( i5o8 - 1685 ) , predicatore an-
ch' esso, prima che totalmente si desse alle lettere
e alla storia, contuttoché ranto amasse per T indole
sua il lussureggiare della forma [qua] vero Bernini
delle lettere), s'avvide della falsa via che battevano!
contemporanei neir oratoria sacra, e li feri sul vìvo
co' suoi frizzi. Quindi, mentre insegna che i predica-
tori devono far sentire la verità per profitto e noii
la vanità per diletto, rinfaccia e condanna ì deliranti,
perché si rendeano simili a Nerone, quaEido in tempo
di gran carestia facea venir dall'Egitto una nave ca-
rica di sacca di sottile arena da spargersi a servizio
dei lottatori; onde il popolo aflamato, che accorreva,
e sognando le sacca di grano affrettava col desiderio
l'approdo della nave e lo scarico, senti, nella pia
cruda derisione, aggravata la propria miseria. Infatti co-
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 255
testi predicatori porgeano davvero più borra che pane.
E perciò soggiunge: « Oh quante volte si veggono
fare all'ignorante popolo le meraviglie, e guardarsi
1' un r altro e dire, nunquam sic locutus est homo,
air udir che fanno una descrizione, una tirata, come
dicono, di memoria o un di quegli, eh' essi chiamano
concetti, lavorato, par loro, con arte di sottilissimo
ingegno! Ed è poi che? una pulce incatenata. Questi
hanno le piene udienze? questi le meraviglie e gii
applausi? questi vanno in fama di gran predicatori^
e di loro si parla, di loro si scrivono novelle e si
stampano poesie, per ispargerle come i pappagalli di
Psaffone, a cantar d'essi per tutto il mondo? » (i).
Vorrebbe pertanto che le teste degli uditori che la
tanno da giudici si pesassero e non si contassero^
perchè in tal caso tanto fa numero una testa scema
quanto una piena di sale; ed è per ciò che molti
predicatori s' illudono credendo al giudizio del nu-
mero che si diletta di ciance. « Or qui al contrario
un'attenzione da estatici, un godimento da beati, un
plauso da pazzi, in udir che vi predica con più di-
letto degli orecchi, che frutto dell'anima? Que' bei
pensieri, que' motti frizzanti, quei periodi armoniosi;
quelle descrizioni, alle quali, come la tela, cede alla
dipintura, così ad esse 1' Evangelio, perchè di prin-
cipale conviene che in grazia loro diventi accessorio;
quegli intrecciamenti di varii passi di Scrittura, che
sembrano snodare e anzi aggroppano il paradosso»
que' concetti alzati con più macchine che l' aguglia
del Vaticano, e quanto più tirati da lungi, tanto più
come cose pellegrine e d'un altro mondo stimati;...
queir addurre autorità, non del Boccadoro, non de' ire
Gregorii, non d' Ambrogio, di Girolamo, d' Agostino,,
che pur sono i mari della cristiana sapienza, che han
(i) Eternità consigliera e. V. pag. 82. Veuezia 1832.
Digitized by
Google
256 CAPO OTTAVO
più perle che gocciole d' acqua, ma di certi altri che
mai non s' intesero nominare, e uditi con tanta am-
mirazione e credito del dicitore, quasi il citare uno
d'essi fosse risuscitare un morto, seppellito già da
molti secoli nella tomba d' un libro vecchio e mezzo
roso dalle tignuole; insomma, a dir breve, quanto
non dà altro che gusto alla curiosità e pascolo all' in-
gegno: queste come vogliam noi chiamarle? come il
volgo degli ascoltanti, diamanti, perle, rubini, pietre
preziose? » (i). Laonde lo scrittore finisce a chiamar
siffatti oratori matrone che vestono da meretrici. E
il Bartoli ebbe proprio la fortuna di veder tra suoi
stessi confratelli 1' uomo della riforma invocata. In
fatti il Segneri diventò tra noi quello che si può dir
r Ariosto neir epopea cavalleresca e il Tasso nel-
r eroica e il Manzoni nel romanzo moderno, cioè
maestro a' maestri. Sostiamo adunque più a lungo
intorno a questo autore considerando per quali vie
venne maturandosi alla santità e alla scienza del suo
ministero e all' abilità oratoria, e quali sieno i pregi
e i difetti delle sue opere.
Cctini Oriundo di Roma e di nobile casato, nacque da
ài vita del pii genitori a Nettuno il 21 maggio 1624, e fu il
p. efijien ^^-^^^ ^| (jjcJq^o fratelli. Il padre lo collocò a stu
diare nel Seminario Romano, allora diretto dalla
Compagnia di Gesù; e qui senza dubbio germogliò
neir animo suo il desiderio di aggregarsi ai seguaci
del Lojola. Quando fece palese alla famiglia A divi-
samento di vestir l'abito degli amati istitutori, in-
contrò forte opposizione nel padre, ma con la sua
festiva bontà e con le lagrime seppe ottenerne lo
spontaneo assenso; sicché il 1° decembre 1637 ^^ "'
cevuto nel noviziato dì S. Andrea del Quirinale. Si
trovò così subito alla dipendenza del già ricordato
(I) Id. e. V. pag. 89.
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 257
P. Oliva, maestro de' novìzi a Roma e poi gtenerale
deir ordine, predicatore apostolico sotto quattro pon-
tefici, e perciò rinomato oratore; anzi oltre alle pre-
diche recitate a palazzo nel 1659, pubblicò altri 40
sermoni tenuti in varìi luoghi, e i sermoni domestici
detti nella Casa Romana^ che furono anche tradotti
in lingua francese.
Ora ii Segneri durante il tempo che faceva gli Sua hicIìdi»
studi di rettorica e di filosofia spiegò un' indole canto ^loqueni/"
vivace, che ì suoi direttori di spinto quasi remeano
non potesse accomodarsi alla disciplina religiosa; vi-
vacìtà che poi parve servirgli di sprone allo zelo:
mostrava del pari ingegno pronto, perspicace, atto
alle scienze e alle lettere. S* accompagnava a siffatte
qualità una manifesta tendenza alToratoria sacra, ali-
mentata forse dagli esempi del p. Oliva; già fin dai
prim'anni suo prediletto giuoco era stato di salir sopra
una sedia o un tavolo, e, quasi fosse sul pergamo,
di far gesticolando prova de' suoi polmoni. Fin da
giovanetto pertanto volgeva a questo fine ogni suo
studio. Mentre attendeva alle lettere umane, com-
prendendo il gran vantaggio che deiiva ad nn ora-
tore da un abil;? e vario maneggio della lingua, per
addeslrarvìsi, voltò dall' idioma latino in italiano la
seconda decade delle guerre di Fiandra del p. Fa-
miano Strada, traduzione che fu poi pubblicata sotto
ii suo nome. Ebbe la fortuna che egregi uomini com-
presero il posseduto talento, e lo incorarono a met-
tersi per la via delT oratoria con tutto il suo animo;
vanno annoverati tra questi il p. Vincenzo Caraffa,
generale dell'ordine, e il p. Sforza Pallavicino, for-
bito e notissimo scrittore e che fu sollevato più tardi
alia dignità della sacra porpora da Alessandro VII.
Ognun sa che un dicitore non ha mai parola al-
tamente efficace, massime neir arringo dell' oratoria
sacra, se non isti mi assai e altamente ami le cose di
i
Digitized by
Google
2^8 CAPO OTTAVO
Siniìtà ^^' favella; laonde il Segneri che volea maturarsi al
che rende nobile ufficio, educò in sé medesimo uno spirito di
^'V^uV^^^^ntita e profonda pietà religiosa e di purissima e
«loqtieniy innocente vita; così da meritarsi quel grazioso ana-
gramma, con cui il p. Sforza Pallavicino, poi cardi-
nale, mutò il suo nome Paulus Segnerus in ]purus
* angelus es. E si videro ben presto i frutti di questo
felice connubio di santità, di dottrina e d'arte, quando,
trovandosi maestro di grammatica a Pistoia nel terzo
anno del suo noviziato, introdusse quivi la devo-
■^ zione della buona morte, facendo in tutte le dome-
niche dei discorsetti con grande concorso di quei
Ip cittadini. E fin da questo tempo cominciò a scrivere
il suo famoso quaresimale, dandosi a studi speciali
sopra le Sante Scritture e i Santi Padri, dai quali
particolarmente volea trarre le prove de* suoi discorsi;
e svolgendo a un tempo le pagine di Cicerone, dal
quale si proponeva di apprender T arte di una buona
forma. E con tanto ardore si mise in tali studi da
trarne, contuttoché fosse di robusta complessione,
un'alterazione di umori, che dicono lo rendesse sor-
^d astro, onde assai poco e con difficoltà poteva udir
le confessioni, quando si recava nelle principali città
a declamar le sue prediche.
Nel 1661 predicava la quaresima a Piacenza, e già
^ rcdìcT^ era in fama di assai valente oratore, onde il card. Pal-
/iqni e (odi lavìcino, classificando Y arte sua, e parlandone in tale
ricevute Q^^^gjQne, lo loda in una sua lettera « tanto per una
egregia virtù di spirito, quanto per una santa e frut-
tìfera eloquenza di lingua; congiungendo mirabil-
mente la coltura accademica col zelo apostolico e con
la serietà persuasiva. » E nello stesso anno predicò
r avvento a Fermo, e Tanno dopo salì sul pulpito
di Orvieto e nel 1663 fu invitato a Torino, e fu tale
la soddisfazione degli uditori che il sopra ricordato
suo maestro se ne consolava per la sua « non men
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 259
gloriosa che fruttuosa predicazione in Turino » se-
guitando a dire che se ne consolava non tanto per
il merito che ne veniva all'oratore quanto per la
gloria eh* ei procacciava a Gesù Cristo, « la cui causa
tanti suoi avvocati abbandonano in pulpito, per far
la causa del proprio loro interesse o del proprio loro
applauso. » Che se altri allora guadagnavano su
questa via maggior rinomanza del Segneri, ciò vuoisi
attribuire al cattivo gusto dominante e in parte an-
che alla mancanza di una voce robusta e di una
maniera di porgere che non era la più attraente in
lui; anche la sua sordità dicono alcuni che causasse
alquanto di monotonia nella recita, per ciò ch'egli
non sentiva bene sé stesso.
Dopo il 1660, crescendo assai il suo fervore mentre
dimorava in Perugia, chiese ma non ottenne di re-
carsi nelle Indie, ove sperava di sacrificarsi a Dio col
martirio; onde, mutando quel suo divisamento in
un' opera affine, e riguardando dietro la voce de' suoi
superiori l' Italia come Y Indie a cui Iddio lo chia-
mava, attese ad alternare la predicazione di quare-
simalista con le missioni; ciò che potè eseguire con
gran frutto in compagnia del p. Giampietro Pina-
monti^ dal 1665 fino all' anno in cui fu chiamato da
Innocenzo XII a Roma, come predicatore dei Sacri
Palazzi. 11 p. Massei, raccogliendo le memorie della
vita di lui, descrive a lungo il metodo eh' ei teneva
nelle missioni, e il gran concorso che avea, i frutti
che ne ricavava e le espiazioni di penitenza che si
facevano da lui e da ogni maniera di peccatori. Ram-
menta in ispecie le frequenti e pubbliche paci che si
ottenevano per mezzo delle sue prediche, e paci non
solo d' individui ma di parliti e fazioni che fino al-
lora s'erano combattute accanitamente fra loro. Né
minore era lo zelo per togliere i giuochi più rovi-
nosi o le canzonette amatorie più scandalose e cor-
Digitized by V^OOQIC
200 CAPO OTTAVO
ruttriciv sostituendo delle laudi sacre, anche da lui
composte, e piene di sentimento religioso. In siffatte
missioni durò ben 26 anni, correndo per castelli, bor-
gate e grandi città, nella Romagna, nelle Marche,
nella Toscana, nella Lombardia. Solea cominciare
dopo le feste di Pasqua^ e seguitava fino a novembre,
ritirandosi nel tempo intermedio in qualche collegio
della Compagnia, massime a Firenze. E anche nel
tempo assegnato al riposo dalle missioni, e specie in
quaresima, assumeva predicazioni in quei paesi e in
quelle città dove più lo desideravano, e ciò fino al
1679, anno in cui diede alle stampe per la prima
volta il suo Quaresimale, che fu apprezzato ed am-
mirato dallo stesso Innocenzo XII.
K nominato Tanto cbe alquanti anni più tardi lo nominò suo
P»'edjcatore predicatore apostolico a Roma, ove, malgrado della
ed entra sua ripugnanza proveniente da semplice umiltà, si
dets* &a"re presentò la prima volta ali* augusta adunanza del
Sacro Collegio, presieduto da Sua Santità, sul finire
della quaresima del 1692, per recitarvi le due ultime
prediche con cui si suol chiudere quel tempo di pe-
nitenza. E non solo il suo dire tornò gradito al
nuovo uditorio, ma crebbe sotto ogni rispetto la
stima dell'uomo, di guisa che il S. Padre lo am-
metteva spesso alla sua presenza, per giovarsi del
senno di lui che dimostravasi buon conoscitore delle
corti e dei maneggi politici, ed esperto anche nella trat-
tazione di gravi affari. Anzi possiam dire che in ciò
era in grado ora di servirlo meglio che come oratore;
perchè il suo ingegno, affievolitosi a cagione dell' età
avanzata e delle fatiche durate, naturalmente man-
cava nel comporre di quella potenza e di quello
slancio che brilla nella pienezza della forza virile.
Tuttavia, contuttoché vecchio ed esaurito, ivi pre-
dicò tutto il seguente avvento e la seguente quare-
sima. Nel qual tempo, essendo morto il p. Nicolò
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO iSf
Maria Pallavicino, teologo della sacra Penitenzierìa
ed esaminatore dei vescovi, fu nominato a succe-
dergli; quantunque non accettasse (e dopo molta in-
sistenza de' suoi superiori) se non ìt primo ufficio»
allegando la sua sordità per sottrarsi al secondo.
Colse poi questa occasione per esimersi dall'incarico
di predicatore apostolico, suggerendo egli stesso al
S. Padre, che ne lo richiedeva, il proprio successore
nell'ufficio del predicare- Morì ai q di decembre del
1694,6 la memoria della sua non comune santità gli
valse il titolo di venerabile.
Le opere più rinomale di questo insigne scrittore,
com' è da aspetrarsi, sono di genere oratorio; ciò che '"'fs^icipaiì
,. , T ,, * . . . opere orp-
non toghe che molto egli non abbia scritto in trat- lorìe. di*
tati di ascetica e apologetici, tanto da farci mera vi ^ "««liche
gliare che cosi grande fecondità d' ingegno potesse
accordarsi con tanta operosità nel ministero. \ì suo
capolavoro, a detta dei più in tendenti, e il Quaresi-
male^ Con esso maturò meglio d' ogni altro quella
riforma di cui si sentiva gran bisogno e di cui si
tnani Testavano anche in altri lavori gì' indizi, e che
vedremo appresso in che propriamente consista. Con-
corrono al medesimo fine i Panegirici, nei quali
parmi che la maggior ricercatezza dell" ornamento
noccia alquanto, e più lo avvicini al gusto del suo
tempo. Sono queste due le opere che lo rendono il
vanto (iella eloquenz i sacra iraliana, come quelle che
sono dettate con arte più fine e rivolle a udienze
più colte. Le prediche delie alpala^^o apostoUco per
le ragioni già accennate non raggiungono quella vita
di pensiero e di sentimento e quella freschezza di
forma che si ammirano nelle prime. Più dimesso
nella eloquenza, eh' é rivolta ad ammaestrare il po-
polo, ma di maggior pregio letterario per la sobrierà
della forma, per la ricchezza e boncà della lingua é
// Cristiano istruito, sene di dotte e preziosissime
b
Digitized by
Google
202 CAPO OTTAVO
istruzioni tra catechistiche e oratorie, divise in tre
parti, e intente a svolgere quella parie del Catechismo
Romano che riguarda il peccato, la necessità di com-
batterlo e di riformare cristianamente i costumi. La-
I voro che si compie con altri opuscoli, a mo' di tratta-
teli i, quali il Parroco istruito^ W Confessore istruito, il
Penitente istruito. Scrìtti di [nolta lena e da ascri-
versi tra j prificipali, quantunque non di genere ora-
torio, sono: La Manna dell* anima, che guida il
buon cristiano con tanto nerbo di elette e rapide ri-
flessioni a meditare sulle verità religiose che più ser-
vono a informare il costume; e L Incredulo senja
scusa, che e una piena e profonda apologia della
nostra religione, alla quale ben poco anche oggi si
potrebbe aggiungere. Rammento tra le opere minori,
e che partecipano ai pregi delle altre. La Concordia
tra la fatica e la quiete, libro composto per com-
battere gli errori dei Qiiietisti, intorno al quale si
disputò prò e contro, ma di cui si riconobbe la bontà
f e r opportunità delle dottrine. Aggiungi la Lettera
di risposta, ì Sette principi, Fascetto di varii dubbi,
Il divoto di Maria, Il Magnificat, V Esposizione del
Misererei La Pratica di star interiormente raccolto
con Dio, i Cinque venerdì di Maria Mad. de Pa{p,
le Meditazioni di lutti i giorni d' un mese, e poco
altro.
Ora passiamo a rilevare, segnatamente nelle opere
]i come ora- Oratorie, ì meriti di questo sommo restauratore della
^^^^cheir'^ sacra eloquenzti. Cominciamo dal considerare le teorie
guìduroTiQ che lo guidarono all'arte; perchè la loro giustezza e
bontà portano sempre ottimi effetti, ancorché talvolta
tremi la mano stesa ad attuarle. L'oratore stesso le
espose nella sua Prelazione alle prediche quaresimali,
per farci capire che non è uno che cammini avven-
tato o che si commetta ai capricci del caso, ma che
ha un disegno pre meditato, un lavoro riflesso da
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 263
fare, uno scopo fisso a cui volgersi. Dovrà sì molto
alla rettitudine naturale del suo sentimento, ma assai
ancora all'accortezza della sua mente, che vide e
notò i più gravi difetti dell'arte contemporanea,
quando le macchie si pigliavano per bellezze; e mise
subito il dito sopra la piaga e si propose di risa-
narla. Tanto apparisce dalla breve esposizione del
suo metodo. « Mi son proposto di provare, e' dice,
ogni volta una verità, non solamente cri siriana, ma
pratica, e di provarla davvero. » Egli avvertì infatti,
mentre ancora dominavano l'errore e il falso gusto,
ciò che i critici assai facilmente potevano condannare
più tardi; e sta qui la massima parte del suo me-
rito; perchè sogliono appagarci anche gli arnesi mal
fatti ed incomodi, fin che non se ne scopra e co-
cosca uno più perfetto e proprio.
Notò dunque da prima l'abuso (il difetto era di
data più vecchia, ma durava ancora in alcuni) dì yth^aio%
condurre una predica quasi una lezione ài scuola ""' ^™^i'
,. !• . . , z'oJie non
con copia di pesante erudizione, con ardue specula- conveniente
zioni, e in generale con apparato di ragioni accumu-
late per pompa di scienza, piuttosto che al fine di
chiaramente persuadere e muovere gli animi; notò
la malaugurata erudizione aliena dalf argomento e
dallo scopo e accattata per giunta in autori profani
e che si appiccicava a pompa inane e scandalosa;
simile, per dirla con le sue parole (i), a quella rea
femmina di cui si parla nei Proverbi [2), che per aU
iettare ad inganno comperava le tappezzerie, non dai
fondachi della sua Palestina, ma dall' Egitto. Quindi
il Segneri pensò saviamente a sbarazzarsi di cotesta
falsa merce che togliea chiarezza, serietà e credenza
alle prove; e si propose, non di comparire, come dice
IO Vedi Pref, al Quarta.
ti. Prov. VII itì,
Digitized by VjOOQIC
— ^- n^ m^ \
264 CAPO OTTAVO I
lui, ora filosofo, ora fisico, ora legista, ora alcbìmlz-
zatore, or astrologo, or notoraista, o tutte queste cose
insieme, ma di tenersi a una dottrina più domestica 1
e comune e che forse potea parer meno ammirabile
a coloro che delle cose non prezzano che il peregri no» '
ma che certo tornava più conveniente al soggetto e
più efficace a raggiungere il fine.
«! vàbùio Ne lo disgustò meno F abuso cKe faceasi nel com-
nei com- nientare le Sacre Scritture, perchè gli oratori cor-
rncnti delle . . , , ,.
S Scriiiuretemporanei-f tratti com erano ad accontentare 1 amore
di novità, richiesta ad ogni costo da un uditorio
male educato, ne stravolgevano a capriccio il senso,
con applauso sensibilissimo ma ingiusto. Laonde il
Segneri, a provare davvero, sì che una mente assen-
nata dovesse restarne paga, vuole « armarci sì di
Scritture numerosissime ma che fossero tutte leali e
limpide: anzi apportate le più di esse in quel senso
proprio a cui non può re pugnarsi, eh' e il letterale.
Non perchè il mìstico, qualora egli é ben fondato,
non sia meritevolissimo dì ogni stima, ma perché
non è sì robusto- » Condanna inoltre le citazioni ac-
cumulate, quali faceansi dallo stesso S- Bernardino
da Siena e dai Cinquecentisti, cadendo in un eccesso
contrario all' eccesso moderno di non citar quasi mai;
proscrive le dicerie prolisse e le tirate di memoria
così affannose nelle enumerazioni che mai non re-
stano, quali forse egli ebbe a riconoscere nelle opere
del Panigarola; ripudia le perpetue descrizioni e gli
ornamenti gittati a piene mani, pecca speciale del
suo tempo, quali forse avea inteso che accattarono
fama e romoroso uditorio al p. Orchi; ed elevant^osi
a giudice severo su tutti, seppe imitar nella sua elo-
quen^a la vittoria di Davide, che atterrò il gigante
senza maneggiar con fasto la fionda. E va inteso
ch'egli non mira a privarsi di varia erudizione e di
vario ornamento, ma soia vuole che sìeno più propriì,
Digitized by V
CAPO OTTAVO 265
e soprattutto che se ne sfrondi il soverchio che in-
gombra, che ne muta il tipo; però senza spogliar
l'eloquenza di quella giusta grandiosità chele com-
pete; anzi possiamo dire fin d'ora che, con lutti i
suoi buoni propositi di sobrietà, in lui stesso è più
facile toglier senza nuocere che aggiunger qualche
cosa alla pienezza della forma.
E in effetto egli promette di aver sollecita cura di „
. ^ . T i^- I Ha cura
questa, perche ve la posero un Leone, un uirolamo, dei buon
un Crisostomo, un Cipriano, specialmente per otte- <i«"a^o
nere un buon dettato; per ciò che « il parlar nitido
a nessun oratore scemò credenza, laddove l'imperito
ed inculto continuamente ingenera vilipendio. » Re-
putò quindi suo dovere di esercitarsi assai nello studio
della lingua, non con intendimento di cercar le voci
che servano al lusso, ma quelle che mantengono
soltanto il decoro, e « godono credito di sincere in
quella città che fatica tanto per coglierne ad uso pub-
blico il più bel fiore. » Tutto in una parola, secondo
lui, deve accomodarsi ad uno stile proprio, piano,
popolare, quale volea che fosse la sua eloquenza.
Rifiuta inoltre di mescere cose di natura tra loro « di non
troppo disparata o contraria, dichiarandosi avverso a^™|®^*'^
quella parte buffa che piaceva ad alcuni di innestare disparate
al serio, riproducendo la mostruosità del pesce ora-
ziano. Non vuole pertanto una veste né di più co-
lori né fatta con stoffa di due qualità; cosa, e' dice,
eh' è proibita nel Levitico: veste quae ex duobus est
texta non tndueris (1). hi sostanza si propone di fare
un discorso che sia come d' un solo getto, uguale a
sé medesimo in tutte le sue parti e che soprattutto
corra diffilato al suo fine, senza divagare in ciance
inutili, con argomenti sempre più forti, che or ac-
crescano le ragioni or abbattano le opposizioni, e
li) Levit. I 151
fej*";S- -"iX- -..
Digitized by VjOO^^ IC
266 CAPO OTTAVO
somigli al torchio « che quanto più cammina, tanto
più strigne. »
Ninno è che non vegga la bontà di siffatti pro-
positi, e quanto mostrino di tornar vantaggiosi al-
l' arte degenerata dei "contemporanei, perdentesi prin-
cipalmente in esagerazioni e futilità. Vero è che, come
dice un proverbio, tra il dire e il fare corre di mezzo
il mare; e che non avviene di raro che un generale
d'esercito conosca appieno le mosse che sono da
contrapporre alle mosse del nemico; ma o trovi
troppo disadatto per gravi ostacoli il terreno, o troppo
fiacche le forze dei soldati. Ora che dire intorno al-
l' abilità effettiva del Segneri nell' attuare i suoi pro-
positi? Se non coglie sempre nel segno, certo vi si
appressa assai.
Il suo dì- ^^ ^"^ primo e incontrastabile merito sarà sempre
scorso è quello di aver ridotto la predica a un tutto veramente
bucm 7uao organico, a un discorso cioè che propone di trattar
organico qualche soggetto ed effettivamente lo tratta con ar-
gomenti che concludono, con ordine costante di parti
che chiaramente si connettono, e con la mira sempre
rivolta ad un punto. E vero che, pur in mezzo ai
traviamenti del tempo, s'era fatto su ciò del pro-
gresso anche da altri, ma in siffatto progresso tutti
stanno a non poca distanza dal Segneri. In effetto
quest'arte brilla sovrana in lui; ed é per questo, io
credo, che si potè paragonarlo al francese Bourda-
loue, il quale talvolta si troverà migliore nella scelta
delle singole prove (che raccolgono una più ampia
o importante dottrina), ma non nel collegarle in un
compatto organismo, perchè in ciò il Segneri vale
quanto lui, né può additarsi agli studiosi più perfetto
modello. Più lo metti ad esame e più t' appare un
forte atleta della ragione, e perciò addita praticamente
la via più sicura per diventar grandi oratori ; e qual-
che rara ciambella che non esce col buco non può
Digitized by
Google
feV:^v.
CAPO OTTAVO 267
dar diritto che a ripetere il quandoque bonus dor-
mitat Homerus.
Consideriamolo ora alquanto anche nelle parti di con buone
un discorso. Il modo d' introdursi nelle singole pre- ^°j?^^^JJ5'°°^
diche del suo quaresimale è quello allora in uso: l'uso dei
trar partito cioè dalla narrazione del vangelo prò- ^^^^^
posto dalla Chiesa per determinare un libero as-
sunto. Che se coglie talvolta qualche idea pellegrina
e che a primo aspetto sembra disparata dal tema,
bisogna poi ammirare T arte con cui sa legarla al
discorso e alla proposizione ch*ei vuol determinare.
Troppi oratori a que* dì appiccicavano quasi per forza
la detta proposizione a un pensiero balzanamente
strano; troppi più se la cavavano con una descri-
zione che a nulla giovava, quando non noceva al-
l'ordine e air efficacia; ma parmi che raro o mai
si possa gittar in faccia tale accusa al nostro ora-
tore. Senza andar in cerca degli esordi migliori, basta
aprire il Quaresimale per riconoscere la sua agevo-
lezza neir introdursi. Vuole lasciare una viva impres-
sione ne' suoi uditori, provando la presunzione anzi
l'audacia di coloro che vivono un sol momento in
peccato mortale? Come tutto viene a proposito! Ram-
menta la comune necessità del morire, si lamenta
della poca o ninna impressione che fa un tale an-
nunzio e poi (pensiero affatto di circostanza) che
essi sapendolo abbiano potuto abbandonarsi ai tri-
pudi capricciosi del carnovale. Era la gran verità da
cui si riprometteva di cogliere buon frutto, e per cui
^veva durate volentieri le fatiche del viaggio (altro
pensiero di circostanza), ma tuttavia non dispera un
vantaggio dalla dimostrazione a cui mette mano.
Nessuno negherà che e' è un po' d' artifizio nel modo;
potrà dirsi inoltre che i pensieri non in tutto rispon-
dono al gusto moderno, e che meglio andrebbero
sostituiti da altri ; tanto più che le baldorie carno-
Digitized by
Google
208 CAPO OTTAVO
valesche si sono molto trasformate e che i viaggi
col vapore, di cui approfittano non che i gesuiti anche
i francescani, tornano agevolissimi; ma non si potrà
dir certo che l'oratore non si faccia avanti con giuste
ed opportune osservazioni, che vanno ottimamente a
legarsi col proprio tema. E se passate in rassegna gli
esordi che seguono senza correre ai migliori, assai di
raro troverete alcunché da censurarlo nell'ordine di
ben appropriati pensieri. E vo' che notiate per giunta
la nitida semplicità di quelle sue proposizioni d'as-
sunto che ci si presentano affatto spontanee, senza
nessuna pompa pretenziosa e con un gusto vera-
mente artistico. Altri preferiranno di darvi, enume-
randone con maggiore apparato le parti, una divisione
o doppia o tripla, come usavano tanti suoi contem-
poranei anche in Italia; altri preferiranno di metterci
anche Y appendice di una suddivisione, come faceva
il Bourdaloue in Francia; ma in tutto ciò non vi
ha che questione di gusto e di metodo diversi ; certo
è però che il metodo del Segneri lascia molta libertà
di svolgimento all'oratore e il piacere di inaspettate
novità air uditore; senza che si possa tacciarlo di
uscir punto dal soggetto proposto.
Nel che vale davvero sopra tutti gli oratori che
or*po?tu°na- Possediamo nella nostra letteratura, specie quando si
mente con- osservi lo svolgimento dell'intero discorso. Piantata
scolte la sua proposizione, si mostra sempre abihssimo a
indovinarne le prove con verità, con varietà, con
copia, con naturale spontaneità di trapassi, e su ben
poche cose e' é alcunché da ridire. Onde affatto me-
ravigliosa riesce la concatenazione del tutto, cosicché
Tra la molti plicità dei pensieri e dei fatti non avviene
mai che si perda di vista l' idea cardinale e che si
possa dire non erat his locus; le digressioni sono
parche e misurate, e la conclusione di tutte le argo-
mentazioni é sempre la proposizione ch'ei vuol di-
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 269
chiarare e provare. Tutti i suoi colpi somigliano a
quelli di esperto fabbro, i quali quanto più spesseg-
giano e più vanno puntualmente a battere sul me-
desimo ferro e sulla medesima incudine. Alessandro
Paravia, dopo aver detto che nella confermazione del
tema giova crescere di continuo, sicché l'argomento
più debole serva di ponte al più forte, soggiunge:
ce Grande maestro in questa parte è il p. Segneri, il
quale, addestrato in siffatta palestra dalP esempio di
Cicerone, converte le prediche in vere arringhe, nelle
quali egli si fa a dimostrare la sua proposizione con
tale una copia di stretti e incalzanti argomenti, che
non so qual uomo lo possa udire e non darsi per
vinto » (i). Infatti specialmente in questo lavorio del
convergere a un punto le prove si mostra ammira-
bile la lucidità della sua mente, che tutto agevolmente
dispone con ordine. Non occorre scegliere, è sempre
il medesimo in tutti, si può dire, i suoi discorsi.
Io non dico che la seconda predica del Quaresi-
male sia delle migliori, ma dico che non ostante al- toitoTaiu
cune censure opposte, essa è bella, e risponde perfet- "^^J-^J
tamente a questa esigenza dell'arte. L'oratore, ap-
prezzando egregiamente la fede del Centurione, lo-
data nel Vangelo da Gesù medesimo, si lagna che
r uomo troppe volte mostri di fidarsi più de' suoi
amici mondani che di Dio, per basare tutto il suo
ragionamento sulla proposizione che ninno c'è amico
fedele quanto Iddio: « con buona pace di quanti
spacciano al mondo gran fedeltà, dimostrar voglio
non trovarsi altro amico di cui possiamo interamente
prometterci, se non Dio. » Ebbene, che era da fare?
Raffrontar il modo di operare che tengono gli amici
del mondo e il modo che tiene Iddio. Or vedete con
quanta semplicità e sodezza di argomenti il faccia:
(1) Lezioni di Sacra Eloquenza. Treviso, Turazza 1871. ). XII.
Digitized by
Google
270 CAPO OTTAVO
I ) gli amici mondani sono libéralissimi sol di parole,
come Labano che promette Rachele e dà Lia, pari
alle nuvole estive che sembrano pregne di acqua e
si sciolgono con pochi spruzzoli; Dio invece attende
più che non prometta; 2) gli amici mondani sono
tali più per ricevere che per dare, come le api sono
amiche dei fiori, mentre il rovescio si scorge nel-
l'opere di Dio; 3) il quale predilige i poveretti, i tri-
bolati, laddove gli amici mondani sogliono imitar le
rondini, che al primo crollo abbaitdonano il tetto
ov' hanno il nido; 4) gli amici mondani ostentano
con pompa il beneficio e umiliano, e Dio ci benefica
continuamente senza che quasi noi stessi ce n' avve-
diamo; 5) essi talvolta mutano per capricciosa inco-
stanza, e un picciol caso ve li toglie, laddove Iddio
se in noi non è colpa non ci lascia mai; 6) anzi gli
amici del mondo, benché molto da noi beneficati,
non perdurano nella benevolenza, perchè ci riguar-
dano come creditori e si sentono da meno; mentre
si legge di Dio che nel giorno del finale giudizio si
dichiarerà debitore a tutti di ciò che gli demmo, si
trattasse anche d'un bicchier d'acqua; esurivi enim
et dedistis mihi manducare etc. Dunque? Dunque
ogni argomentazione ci fa concludere che non si
trova altro amico di cui possiamo interamente pro-
metterci, se non Dio, e perciò ci mette in cuore, in-
sieme con la riconoscenza e l' amore, una grande fi-
ducia in lui. E notate la precisione e la verità del
concetto, quale esce da quell' interamente! Perchè
senza quell' interamente fino a un certo segno po-
tremmo dire che bisogna fidarci anche degli uomini.
Come fa quindi piacere il veder che non mai si di-
vaga inutilmente! che la verità annunziata acquista
sempre più lume! Laonde non può succedere ch'essa
non resti profondamente impressa. Passa da ultimo
con tutta spontaneità ad una pratica conseguenza,
Digitized by
Goo^^Ie
CAPO OTTAVO 271
ch'ei svolge brevemente nella seconda parte per re-
golare santamente sotto questo rispetto i costumi
de' suoi uditori, conseguenza riposta nel dovere che
ne segue di non disgustare Iddio per compiacere ad
un amico mondano, affine di non essere a ragione
tacciati di nera ingratitudine. Perciò bisogna imitare
il fantaccino che non volle per compiacere a Gioabbo
disobbedire a Davide, eh' era il re; perciò non bi-
sogna cedere alle lusinghe di falsi amici che ci allet-
tino a peccato, separandoci da quel Dio che sarà il
nostro più efficace consolatore sopra il letto di morte.
Il Segneri adunque nella disposizione e nel ma-
neggio delle sue prove mi sembra proprio 1' uomo
che sa mettersi sopra il colle più eminente e domi-
nare sui circostanti poggi e preparare a sé un' ampia
visuale qual può fornire una compiuta idea del
luogo e rendercelo ad un tempo dilettevole; vo'dire
ch'ei sa possedere appieno il suo soggetto e trarne
abilmente le migliori bellezze. Per tal modo il di-
scorso riesce come di getto, perchè tutto si lega
a fil di logica e procede senza pesantezza scolastica.
E questa una dote spiccatissima in lui e che lo sol-
leva a vera grandezza, porgendogli quel nerbo di
eloquenza che viene principalmente dall' escogitare
un buon numero di ragioni ben concatenate a pro-
vare r assunto. Certo in altri tempi potranno tornar
più opportuni altri assunti ; ogni età a seconda dei
bisogni ha le sue particolari esigenze ; ma chi pensa
alla società dei tempi del Segneri e a quegli uomini
che conservavano in generale la fede e alcune pra-
tiche religiose, ma erano affievoliti da molli costumi,
troverà io credo che ben poco si poteva fare di
meglio.
L' altra dote, sovrana del pari, e che attrae e in-
canta, per cui il nostro oratore vince di gran lunga
quanti altri oratori vennero in fama nella nostra let-
Digitized by
Google
2y2 CAPO OTTAVO
leratura, è quella forza di fantasia, quella potenza di
i'oria di colorito, che ricresce con giusta misura ogni cosa che
colorirete importi, e la fa apparire in un lume vivo e giocondo,
./i|^^^^^^[|_ rivestita di tal naturalezza e garbo, onde bisogna
so k pani collocarlo tra i più perfetti scrittori. Nel che e* torna
più ammirabile quando si rammenti che sa in ciò
salvarsi dalle sforzate esagerazioni, dagli artifizi fron-
dosi e dal manierismo dell'età sua, conducendo Tarte
a un fare ben più castigato e corretto. Pietro Gior-
dani lodava tanto quel benemerito contemporaneo e
confratello del Segneri che fu il p. Daniello Bartoli,
uomo che vale assai come scrittore, per la ricchezza
e bontà della lingua e per lo splendore delle descri-
zioni ; ma chi sarà che s' affiati co' più perfetti scrit-
tori e non s'avveda quanto s'avvantaggi lo stile se-
^neriano? Perchè qui non si tratta soltanto di pit-
tura delle cose esteriori e con circostanze talvolta
oziose al fine dello scrittore. Il Segneri possiede ve-
ramente r arte di dar corpo alle idee principali, e con
quella misura che giova al suo scopo, eh' è di render
visibili i concetti più astratti e con somma e piacevole
nitidezza, raccogliendo storie, aggruppando imagini,
inventando casi, e delle imagini e dei casi toccando
i più opportuni particolari; sicché un pensiero che
poco innanzi parca che dovesse tornar languido e
sbiadito, finisce a fare un'efficace impressione. Abi-
lità che convien riconoscere a ogni pie sospinto. Leg*
gete nella predica III il paragone eh' ei toglie da Ari-
stotele. Come sa svolgerlo con mano maestra I « Ari-
stotele paragonò l' ira al cane. Avete osservato il cane
quand'egli sente picchiare all'uscio di casa? Forte
egli abbaia, e si accende, e corre alla soglia per av-
ventarsi alla vita di chiunque accostisi. E non con-
sidera prima se quei cui egli va incontro sien pochi
o molti, se forti o deboli, se inermi o se ben armati:
ond'egli molte volte è costretto a tornare indietro
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 273
col collo chino e col capo rotto. Il che non gli av-
verrebbe, se avesse un poco di pazienza di veder
prima chi è; e poi se lo conoscesse suo pari, sfidas-
selo co' latrati e lo assalisse co' morsi. Così appunto
fa, se ben guardasi, l' uomo irato. Egli qual cane
imprudente si lancia subito a investir chi che sia;
né prima esamina bene, come dovrebbe, quale sia
quel cimento cui va ad esporsi, e quante sien le sue
forze, quante le altrui; ond'è che spesso, mentre va
per offendere, resta offeso, e in cambio di vendicare
gli oltraggi vecchi, viene a riportarne altri nuovi.
Chi vi assicura pertanto che ancor a voi non suc-
ceda ristessa sorte? Perocché quand'ancora giun-
geste fino a scacciar via dal mondo il vostro nemico,
non rimangon altri che prendano le sue parti? Rare
volte una vendetta riesce felice a pieno. Avrete spento
li vostro avversario, ma vi avrete irritata la sua fa-
miglia, irritati i suoi fautori^ e per uno che cade
morto, può essere che ne sorgano cento vìvi. Quanti
son però che si pentono di essersi vendicati I quanti
ancor che si attristano dì aver vinto! O quoties poe-
nituit defensionis! Così io [rovo notato in Tertul-
liano. *j E or basti, per additare qualche altro esempio,
eh' io citi semplicemente alcuni punti della predica XI,
ove fa toccare con mano l'accecamento in cui ca-
dono facilmente i procrastinanti. Non so infatti se
qui ei potesse meglio render visibile ed efficace o il
castigo delle rane e T insensatezza di Faraone, che
alla proposta di liberamelo risponde immantinente
crosto il caso lagrimevole di Sansone» ches'accieca
nel non riconoscere gl'inganni di Dalila; o T ostina-
zione del cavaliere che ricusa di rimandare la fan-
ciulla a cui e legato di libidinoso affetto,
E alle due dette spiccatissime qualità se ne ag-
giunge una terza, eh' io riguardo pur come effetto
della sua splendida fantasìa, e che consiste nel saper
StùriiX dflia Predicazione ecc^ 18
l
Digitized by
Google
274 CAPO OTTAVO
dare aspetto drammatico a tante parti de* suoi di-
Aspetto scorsi, onde va pieno di frequenti dialogismi, e svolge,
de "uofni° quasi al modo che avvien sulla scena, tante osserva-
gionamemi 2Ìoni ch' ei sa tirar nel suo campo e tanti tratti sto-
rici e descrittivi ch'ei mette innanzi a' suoi uditori,
incatenandone T attenzione. Troverete in effetto, leg-
gendolo, eh' egli ha sempre da abbordare questo o
quello, da stringersi a colloquio particolare ed intimo,
da proporre dubbi, da prendere deliberazioni con
amichevoli dispute, da soddisfare a cento domande
con cento risposte. Laonde siamo sempre avvolti in
un gran movimento. E tutto ei fa con ammirabile
agevolezza, sì che torna impossibile non seguirlo in
tutte le sue vie. Di siffatti luoghi ogni discorso non
ha penuria; magnifica anche sotto questo rispetto
vuol dirsi la chiusa della predica sulla dilezion dei :
nemici. [
Il senti- Non può dirsi, a mio credere, che il nostro au-
mento, se tore rapisca con ardui voli, con slanci di vibrato af- <
"vibrato o fetto, con Una frase ampia, luminosa ed elevata; cose 1
f^nJ2YJj5 tutte che sorreggono meravigliosamente l'eloquenza j
dapertutio e per cui va sì rinomato il Bossuet; non può dirsi '.
u vita. ^ , , . ... . ' , . \
nemmeno ch ei sappia insinuarsi nelle anime con .
queir unzione dolce e soave che distingue tra gli altri
oratori il Massillon ; il Segneri, più che all' intime
commozioiii, si tiene a un ragionamento sereno, lu-
meggiato da ciò che colpisce esteriormente la imagi-
nazione; ma tutto ciò non toglie ch'egli non sia
sufficientemente fornito d' un sentimento schietto,
caldo, talora erompente, che nasce spontaneo dalla
semplicità della sua fede e che si volge spesso ad in-
fiammare gli animi, dopo le fatte riflessioni, il sua
carattere personale appare sì qual d'uomo di tem-
peramento vivace, ma insieme docile, e molto lon-
tano quindi da quelle indoli nervose che s'impen-
nano, scattano e scoppiano ; cosicché d' ordinario il
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 275
3UO dire si spiega tranquillo, agevole e anche fino a
un certo punto vibrato, ma non appa^^sionato e ar-
dente quale suol essere in anime faciTmente impres
sionabili e prorompenti, come, per dire un ei^empio,
tu quella del Savonarola, ZI che non significa, lo ri-
petiarao, che anche nel Segneri non sì senta una pa-
rola calda e piena di zelo e che quindi rispecchia
realrà e profondità dì commozioni. La cui veracità
ci viene inoltre attestata dalla sua operosità per il
bene delle anime^ dalla sua costanza nelle missioni,
dalle sue penitenze e dalla austera santità della vita.
Una forza siffatta di senùmento ci si fa pertanto ma-
nifesta in molti luoghi più mossi de' suoi discorsi, e
specialmente nelle perorazioni. Chi non ammirerà la
chiusa deìla predica terza sulla dilezion dei nemici?
E tutta si può dire la predica XV, in cui dice agi' in-
creduli che se non vogliono dar fede ai tuoni non
tarderanno a provare il fulmine? Com'è per questa
ragione eloquente la seconda prova, in cui fa T enu-
merazione dei castighi che piombarono al suo tempo
sopra r Europa! Come sa investirsi de' casi altrui,
godere all' altrui gaudio* piangere all'altrui pianto!
Leggete nella predica XKVllE la descrizione degli
Ebrei che fanno T annuo pianto intorno alle rovinose
mura della città dominatrice delle genti e sentirete
^e il lutluoso singulto non trovi eco nelle anime
vostre. Non neghiamo che viene talvolta a guastarlo
un po' di rettorica tirata sopra una falsa imitazione
di scrittori antichi e moderni, vezzo comune a' suoi
dì, sicché piacerebbe dì più se fosse alquanto più
^mplice; ma il guaio non è poi tale che perturbi e
I isformi la verità delle cose.
I Né viene ultimo a vestire decorosamente il suo
I pensiero quel tesoro di lìngua eh' ei possiede e Tabi- abilmente
liti nel maneggiarla con ricchezza e varietà. E un '^ ^^°&^^
I tesoro che si procurò con speciale ed amoroso studio^
Digitized by
Google
2y6 CAPO OTTAVO
e ci teneva d' averlo, sapendone il grande vantaggio
in chi assume L'ufficio di ammaestrare ed esorlare.
Nel che è più mirabile, perché sa allontanarsi dal
falso gusto del suo tempo; onde lasci i di pescare il
peregrino e lo strano e preferisce ciò che è proprio eia
frase che, mentre si lefsa cogli seri [lori classici, sonava
viva sulla bocca del popolo. Seppe quindi trascegliere
quanfé più sano e di tipo prettamente italiano e
ch'é più destinalo a durare; anche oggi io credo che
se si recitasse al popolo una predica del Segneri, non
dico che la troverebbe in tutto fatta pei nostri [empi,
ma dico che l intenderebbe meglio ancora di certi
discorsi di autori moderni-, che accattano, come fos*
sero gemme, certe frasi vaporose ed esotiche, nate
fatte a rendere indeterminato il pensiero. Su di che
mi piace recare il giudizio che ne dà Alessandro Pa-
ravia (j): « con tanta perseveranza s'applicò egli alio
studio della nostra lingua, e con tanto giù dicto seppe
fare suoi proprii i modi più scelti e nativi di essa,
che schivò nel suo scrivere ogni ombra di stento,
ogni taccia di affettazione, che meritò di esser pro-
posto (e io il primo non mi stancherò mai di pro-
porlo) alla gioventù italiana, sì come uno de' più
corretti, efficaci, copiosi e a un tempo stesso candidi,
schietti e disinvolti scrittori, che vanti la nostra bel-
lissima favella. » Fece ridere pertanto alle proprie
spalle il p. Bandiera, quando con inconsulto propo-
sito tentò di raccomodargli in bocca il latino, meri-
tandosi le severe censure di quel sommo giudice che
tu il Parini.
Ma anche una fortezza suoìe avere i suoi lati
deboli, e certo li ha T eloquenza del Segneri. Furono
notati da molti, riguardati con lente d'ingrandimento
e non senza invidia da alcuni; e ri converrà non
{t\ Lezioae dì eloquenza inaerà, \cz. XXV. pag. 5S5.
y Google
CAPO OTTAVO 3J7
solo non negarli, ma, iratTandosi di un grande, ri-
metterli un poco ad esame, perché ogni cosa Torni
al suo posTo.
OTtiiviano da Savona (t) sì ferma molto sulle ac- ^^j^^^
CQse, tolte, com'egli confessa, principalmente dall' ab. conrro i ^
Finazzi (2]; e comincia dalle censure sopra alcuni *^^' **"
esordi, notando o che nella introduzione non si passa
con giusto Icf^ame all'assunto, o che lo stesso as-
sunto non è ben preso. Però senza voler isca^ionarne
al tutto il grande oratore, mi sembra che nei pochi
esempi citati si facciano spiccare più che non con
venga le ombre. Io ad est m pio non dirà, col com-
mento del Malmusi (3), bello per la somma natura-
lezza con cui fu inventato e ottimamente lavorato
in tutte le sue parti l'esordio della predica VI, nel
quale T oratore fa una rassegna delle divini[à genti-
lesche per appressarle al concetto del Dio vero, e a r-
f fomentar quindi quanta sìa la insensatezza del pec-
catore che arriva a pigliarsela contro un Dio onni-
potente; ma non mi sembra che quell'esordio possa
dirsi frivolo e curioso^ Non trovo invero alieno dal
suo soggetto che V oratore anche per questo modo di
raffronto cercasse di far comprendere la superiore
grandezza dei concetto cristiano. Non si negherà
ch'ei non p^i tesse anche scegliere pensieri più adatti
a incutere fin da principio un sacro spavento della
divina onnipotenza, ma tra ciò e il dir frivolo l'esordio
ci corre. Né direi stranissimo l' esordio della pre-
dica VII, in cui il Segneri vuol dimostrarci quanto
sia da apprezzare la salute dell'anima nostra- Non è
I forse bella e giusta la prima osservazione, che cioè
*2\ Memorie dd!a eloquenza del p* Segneri.
\}' AiibUs^ del Quàreitimate dti\ p, Segnati del &ac. Gius. Md—
EiBM^ Torino, Miiricuì 1S36
V
Digitized by
Google
2^8 CAPO OTTAVO
nel tempo antico principalmente attendevano a di-
fendersi dalle minacce de' feroci animali, mentre ora
tendono piuitosto a trarne profitto? E non è adatto
questo pensiero a farci intender bene che conver-
rebbe che noi facessimo altrettanto col demonio?
Tanto più che 1' oratore ha da spiegare il fatto con-
tenuto nel vangelo di quel giorno: cum spiritus im-
mundu^ exìerit ab homine, ambulai per loca arida,
quaerens requiem et non invenit} (i) ed opportuna-
mente insiste sulla avidità che esso ha di possedere
un' anima, e sulle mali arti che esso adopera, per
trarne la conseguenza ch'egli per assoggettarla e per-
derla la pregia più di quel che non la pregiamo noi
per salvarla? lo crederei che quell'esordio non fa-
cesse elettiva figura nemmen oggi; imaginarsi poi in
un tempo in cui con furibonda avidità si cercava il
nuovo, te ampollosità della descrizione, specie negli
esordi! Non dirò incensurabile l'esordio della pre-
dica Hi: trovo inopportuno quel sentimento, ond'ei
fin da principio dispera di vincere la passione contro
cui vuol tonare, (non tornava meglio sperare almeno
negli aiuti della grazia?) e più inopportuna trovo
quella tirata eh' ei fa contro gli offensori delle per-
sone a cui predicava; ma anche qui si tratta di cosa
assai breve. Affatto sconveniente pare anche a me
rintrodu7Jone alla predica XXII; volle fare l'arguto
senza garbo e gravità; però una gran parte di quello
stesso esordio va meraviglioso per bontà di pensieri, per
copia di belle imagini, per ardore di animo retto; né
meglio potrebbe passare all'assunto, che richiede di
dare il superfluo a' poveri. Non ardirei affermare con
Ottaviano da Savona che pecca alcun poco d' insulsa
ostentazione T introduzione alla predica XXX, in cui
l oratore, che vuole additare a' suoi uditori il mondo
\i) Malth XT1.
Digitized by VjOO^^IC
e contro
CAPO. OTTAVO 279
come un traditore, comincia dal rivendicare per sé
un po' di quel merito e di quelle ricompense che
ebbero tanti cortigiani, quando salvarono ragguar-
devoli personaggi dalle male arti dei traditori. Io ci
sento piuttosto alcunché di quell'umorismo che pur
serve a far spiccare un concetto e che poteva passare
assai bene nel secolo della poesia eroicomica, e che
non disdice, quand' è misurato, come nel caso nostro,
nemmeno all'eloquenza sacra.
Quanto agli assunti in se considerati, altri potrà
forse desiderare che mettano in nrxaggior vista or la "iVuòif
grandezza, or la bontà, or T ampiezza della verità di *"""*'
cui toglie a ragionare, e in ispecie la loro importanza
sociale o il loro valore e la loro rettitudine e ragio-
nevolezza di fronte agli errori degli eretici ; ma se il
Segneri noi fa come e quanto gli oratori contempo-
ranei di Francia, bisognerà pur rammentare che
questi si trovavano in una società sconvolta e mi-
nacciata di continuo da calunnie che s'insinuavano
a detrimento delle verità cattoliche, e dall' eresia che
prometteva false riforme con disastrose dottrine : lad-
dove il popolo italiano, guasto più dai vizii nel cuore
che dall'errore nell'intelligenza, abbisognava più di
temi strettamente morali. E quanto l' insigne ora-
tore romano insista sopra di questi, ognuno il può
vedere. Anzi si può osservare che in ciò veramente
corrispose al suo proposito, specialmente fuggendo 1
temi troppo astratti o arguti o troppo bizzarri e
perciò meno utili. Del resto si potrà anche qui am-
mettere che qualche assunto poteva esser posto meglic^
ad esempio mi sembra pericoloso alquanto, non però
falso, quello della predica XII, in cui mostra di con-
tentarsi che chi vuol esser peccatore, sia almeno pec-
catore modesto; e così forse si troverà da ridir giu-
stamente su qualche altro. Ma non m' accorderei con
coloro che tirano giù le accuse con soverchia facilità
\
Digitized by
Google
28o CAPO OTTAVO
e censurano, per dirne ale u ai, gli assunti delle pre-
diche II, XV, XXVIL XXXIU.
Aliti poco In^iistemmo a parlar degli esordi, perchè è vera-
■i troTido xneiiTe in essi che il Segneri si piega e compiace al
neUe con- gusto dcj tempi, forstf per meglio accaparrarsi 1 animo
ferm«nini ^ l' aHen^ione degli uditori. Né con ciò voglio dire
che lutto il resto corra ammodo secondo ogni esi^
genza. Ma quafé to scritiore, benché si scelga tra i
sommi, che talvolta non apparisca uomo e in qualche
parte manchevole, specie quando si discenda all' esame
dei particolari ? Perciò sì dirà che, nel caso della pre-
dica del Purgatorio, tutto il corpo della cosi detta
confermazione non pare ben legato alla proposizione
fatta. Né direi plausibile il corpo della predica sul
Paradiso, quantunque ci faccia entrare in essa con
sì bell'esordio; non già perché, come altri disse, l'au-
tore esca dal soggetto proposto; (in ?u>tanra, avendo
promesso di descrivere il primo ingresso d' un' anima
nella gloiia celeste, anche trattenendosi per ben due
terzi del discorso fuori del Paradiso propriamente
detto, egli parlò di quel trasumanarsi dell' anima che
vorrà essere tanta parte del primo saggio della sua
felicità); ma perchè in quella traversata dei cieli
troppo si occupa di un sistema oramai fortemente
contestalo^ mentre poiea con le ragioni Teologiche
e col Padri alla mano trovar assai più validi argo^
memi per farci imaginare qualcosa della futura fe-
licità.
AKri mi- ^^^^ quali mende, che son certo le maggiori, si
Duii difesi porrà aggiungere che egli, che pur si dolea delf altrui
soverchia erudizione, specie profana, non rammenta
sempre i buoni propositi e talvolta alquanto eccede;
e che, mentre voleva armarsi di Scritture leali e lim-
pide e intese per Io più in senso letterale, ne reca
qualche rara volta dì superflue o non conveniente-
mente commentate; ma chi vuol darsi la pazienza
Digitized by
Google
^R?^'!^''?^
CAPO OTTAVO 28 r
di cercar tali minutezze anche nei grandi, ove sarà
che non trovi da ridire? Noi sappiamo quanto e' valga
nella lingua, di guisa che la stessa Accademia delia
Crusca collocò il Quaresimale e Y altre sue opere fra
i testi perfettamente autorevoli in «ffatta materia, e
sappiamo quanto per buon uso di lingua si avvantaggi
su tutti; eppure chi potrebbe dire che non lasciò
correre anche lui qualche frase di cattivo gusto?
Vito Pomari (i), così severo giudice della sacra elo^
quenza in Italia, a segno che non vi trova che poco
nulla di buono, parlando del Segneri pur dicer
« che, nato oratore, formatosi oratore con gli studi
convenienti, per santità degno dell' ufficio di oratore^
è riuscito in effetti oratore, se non in quanto il se-
colo vince e il fa cadere dalla eloquenza nella ret-
torica. » Questo vizio infatti, che, se togli Galileo
Gatilei e pochi altri cultori di scienze, co ti ramina va
in generale tutta l'arte del tempo, si lascia alcun
poco scorgere anche nell' eloquenza del Segneri, onde
come notammo, ìn qualche caso o sostituisce ai bei
pensieri Ìl colorirò delle imagini, o ai vibrati senti-
menti le ingegnosità. Ma tutte quelite pecche, tor-
niamo a dirlo, non rapgìungono mai gravi propor-
zioni, e appena qua e là si mostrano; onde rimane
sempre tanto di verace, d'importante, dì succoso, di
vibrato che convien dire che sì tratta soltanto di nei
sparsi in un bellissimo corpo„ i quali non tolgono la
bellezza e la proporzione dei lineamenti e non sce
mano T ammirazione per la sua colorita freschei^a.
Non accettiamo pertanto il giudizio che ne diede g^ confur»
ìl card. Maury {2), perché in parte troppo severo, ìn '' Biudiaio
parte evidentemente falso; quantunque anch egli necard, Mawry
ammirasse « l'imaginazione e il vigore dell' eloquen-
ti) Arte deJ dire. Napoli 1S61.
12) Car^lteri d«' più celebri oratori sacri.
Digitized by
Google
^^2 CAPO OTTAVO
za. VofUìamo citarlo tal quale. « Il cattivo gusto
(e' dice) era al suo tempo cosi dominante fra gli
scrittori d' Italia, il vero spirito di critica vi aveva
fatti si pochi progressi, che in mezzo a tutte le belle
frasi del Segnerì si può quasi in ogni predica rim-
proverargli la credulità puerile de' suoi racconti, il
paralogismo delle sue prove, l'inopportunità delle
^ue pitture^ la pretensione continua delle parole scien-
tifiche e 1' abuso stravagante delle sue comparazioni. »
Non credo che vi sia giudice intendente e imparziale
che meni buono un tale giudizio. Jacopo Bernardi,
in una nota alle Lezioni di sacra eloquenza del Pa-
ravia, dice giustamente che queste ed altre accuse
del Maury « vengono esibite con parole, io dirò con
frase moderna, troppo accentuate. Non si accuserà il
Maury di critica partigiana, ma forse, trattandosi di
giudicare un oratore italiano, gli falliva la conoscenza
intima. Fa meravìglia che il Paravia vi acconsentisce
in gran parte. ?j E in effetto, lasciando stare Y accusa
^del paralogismo delle prove, di cui s'è detto abba-
stanza per intenderne la falsità, e lasciando stare an-
che r altra accusa dell'inopportunità delle pitture o
della stravaganza delle comparazioni, di cui pure
s'è dettò quanto basti a capir le piccole proporzioni
che prende il difetto; non so davvero perchè il Maury
faccia entrar tanto nel conto la facile credulità del-
l' oratore nella scelta di alcuni esempi; perchè la
massima parte è tolta dalle Sacre Scritture o da cla-
morosi e accertati avvenimenti della storia ecclesia-
stica. Che se qua o là ne raccoglie alcuno da pie
cronache, e' son di quelli che hanno la loro impor-
tanza in quanto accennano a ciò che suole avvenire
in simili circostanze e quindi, storicamente veri o
meno, non infermano la validità della prova; noto
inoltre che ciò ha luogo molto piij nelle istruzioni
rivolte agli uditorii men colti, come nel Cristiano
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO Ì%
Istruito, che non nel Qua re<;ì male. Quanto poi alla
censura della perpetua pretensione delle parole, Jo
stesso Paravia è costretto a dichiarare che questa ac
casa per verità non Y intende. E come intenderla, se
r aver lasciate quasi al tutto siffatte parole è uno
dei meriti più evidenti della forma del grande ora-
tore? Che se alcuna ne Trovi, son proprio di quelle
già rese comuni anche tra ì] popolo da clamorose
questioni teologiche di que' dì. Davvero che il Maury
con tal giudizio dimostra che non conosceva V in-
dole della nostra lingua e della nostra letteratura!
Concludiamo adunque. Alcuni critici, senxa saper
bene trasportarsi nel tempo dell' oratore e mettersi
nel suo ambiente, cercarono alcuni difetti eh' ei pur
ha, ne li gonfiarono alquanto^ registrandoli F uno
appresso l'altro li riguardarono poi nella lor colle-
j zione e quasi restandone sopraffatti ne depressero il
[ merito più che non convenga. II vero è che i difetti
I sono non altro che un po' di riflesso del tempo e
non sono mai tali da nuocere alla sostanza dì una
efficace e grande eloquenza^ tal che bisogna ricono-
scere nelle opere sue, e in i«pecie nel Quaresimale e
nei Panegirici, un ingegno dì alta porenza nell' in-
venzione, un oratore di primo ordine nel congegnare
un forte discorso, uno scrittore forbitissimo nell'esporlo
e quindi il più compiuto modello che vanti la nostra
letteratura in siffatta materia. Gli oratori non solo
religiosi ma politici e criminali avranno sempre da
avvantaggiarsi nell'arte con lo studiarlo, perchè egli
si fa vero interprete della natura delle cose, e la con-
dotta de* suoi discorsi può certo convenire anche ai
nostri tempi. Il che si dice senza pretendere che si
Ottino tutti i discorsi nello stampo stereotipato del
Segneri e tanto meno che servilmente s' imiti, cosa
che non insegneremo mai; come nessuno insegna la
Divina Commedia di Dante, perché si facciano dei
()oemi sulle orme tracciate da lui.
[
Digitized by
Google
284 CAPO OTTAVO
Quando Paolo Segneri discendeva piene dì me-
Francesco riti e di gloria dal pulpito della corte apostolica in
contbuaTa^^'"^'» ^^^ succedeva un altro celebre oratore, e per
riforma mantenerlo in quel decoro di cui seppe circondarlo
il suo predecessore: questo è il notissimo p. Fran-
cesco Maria Casini ( 1648- 1 719). Certo egli ebbe agio
di por mente all' arte del Segneri ammirata e lodata,
se il Segneri pubblicava il suo Quaresimale nel 1Ó79
e il Casini diceva la sua prima predica al palazzo
apostolico 18 anni appresso; né gli doveva mancare
lo stimolo di farlo, se egli andava ad occupare il sua
posto. Quantunque però e* mostri di continuare con
elevato ingegno la riforma già incominciata e com
batta col suo esempio le follie del secolo che qua a
là ancor duravano, sa mantenersi sopra un'orma
propria secondo l'impulso della propria ispirazione e
va tra i pochi che son degni di studio. Nacque ia
Arezzo, di nobile casato, e proclive per natura e per
educazione alla pietà, a quindici anni si fece cappuc-
cino. Erudito seriamente nelle discipline sacre, pieno
di zelo per la causa delle anime e per la riforma degli
ecclesiastici, si esercitò con gran frutto nella predi-
cazione; e ne furono riconosciuti i meriti con pa-
recchie dignità ch'ei ricevette nell'Ordine. Né pre-
dicò solo in Italia, ma anche in Francia, nella cui
lingua era perito e dove ne lo trasse, come uno del
suo seguito, il padre generale. Carlo Denina (i), par-
lando di lui, dice di non saper con certezza affermare
se Massillon udisse lui, o se il Casini udisse l'ora-
tore francese; tuttavia non si può ritenere estraneo
all'arte francese, e già nel suo stile ne fluisce un'
onda, contuttoché sia ben diversa da quella dì Mas-
sillon. Salì in tanta fama che Innocenzo XII mal-
grado della sua renitenza il volle predicatore appsto-
y%) Rivoluzioni d'Italia
Digitized by
Google
CAPO OTTAVO 285
lieo, nel quale incarico rivelò principalmente tutto il
suo valore, perdurandovi fino a che Clemente XI,
che prese altamente a stimarlo, lo innalzò alla sacra
porpora. Tanno 1712. Come principe della Santa
Chiesa si mostrò mollo sollecito della Congregazione
di Propaganda Fide, che fece erede de' suoi averi, e
si rese ammirabile per avere anche nell'insigne sua
dignità strettamente conservata la semplicità del cap-
puccino.
Nell'età giovanile parve come oratore proclive al^^^ .^^
gusto del tempo, ma ben presto s'avvide della falsa cede al mal
via che percorreva,* il che e' è dimostrato anche dalla sf^orr'egge
cura ch'egli ebbe di distruggere quante copie gli po-
terono venire alle mani de' suoi panegirici stampati
nel 1677. In veste quindi assai migliore, ma che non
si può dir emula di quella del Segneri, ci si presenta
nei parecchi Avventi e Quaresimali pubblicati nei
quindici anni che fu predicatore apostolico e che
sommano a 134 prediche; e' dice che non li avrebbe
fatti di pubblica ragione, se non vi fosse stato il co-
niando del Pontefice a cui li dedicava, e che certo se
ne attendeva dei vantaggi tra i prelati che lo circon-
davano. Dichiara le sue prediche « accomodate piiì
a giovare che a dilettare » (1), e perciò avrebbe vo-
luto che « quel pulpito stesso che era stato la loro
culla, dovesse essere altresì loro sepolcro. » Ma ap-
punto perchè mirava a dir cose gravi ed utili e in-
ttndea sul serio a fare del bene, riuscì a sottrarsi
quasi del tutto alla depravazione dei ciarlieri.
E invero egli ti viene sempre innanzi come uomo
altamente compreso di ciò che dice, e che ad altro Ha gravità
non attende se non che alla santificazione delle anime e di forma
con una pura dottrina, levata di sana pianta dalle
Sante Scritture, dai Ss. Padri, esposta con severa di-
li ) Prefazione.
i
Digitized by
Google
286 CAPO OTTAVO
gtiità, aliena affatto dalle ingegnosità e dalie ar-
guzie; e corre così sempre affiitto uguale a sé mede-
simo. Sotto questo rispetto parmi che porti innanzi
la riforma della sacra eloquenza meglio ancora del
Segneri. Aprire il primo de' suoi volumi, leggete il
primo de suoi esordi. In cui poteva essere più tentato
a inventare alcunché d'ingegnoso, e vedete con i^uale
solennità tranquilla e fidente incominci la sua mis-
sione. È la festa di S. Andrea Apostolo, prende il
testo di quel vangelo: Ambuians Jesus juxta mare
Galiìeae, vidit duos fratres, Simeon qui vocatur Pe-
trus ^ et Andream, el aii iUis: venite post me. Ai iUi
contìnuo, relictis r elibus ^ secuti sunt eutn » (i).
«S'io dovessi stamane fare in breve compendio
^uriuiT ^^ nobilissimo elogio de' vanti innumerabìlì delfapo-
primp stolo di Cristo, potrei restringere a un solo periodo
esordio . , ^ . .- < é
quanto mai e stato detto fin ora con eloquenti am
plificazionì ìn commendazione di coloro che degna-
mente corri spoi;ero alla nobiltà dì vocazione tanto
sublime; e senza nuli' altro aggiugnere, basterebbe
solo che dicessi: secuti sunt eum^ tennero dietro a
Cristo; ma come Pietro-, come Andrea. Imperocché
questi due primogeniti dell'Evangelio non accetta-
rono il grande onore del ministerìo apostolico, of-
ferto loro da Gesù, se non con patto di accompa-
gnarlo solamente o tra gli strepiti sonuri de* suoi
miracoli, o tra gli applausi universali delle sue glorie*
Molto meno sì posero a seguitarlo per essere prov
veduti colle altre turbe di miracolosi alimenti, o per
vana ambizione dì occupar tra gli altri seguaci i
posti più onorevoli del suo Collegio. Nulla di ciò.
Ma, come disse il padre S. Bernardo, si sottomisero
alla gran carica sine pacti conventione ; e giurarono
di accotnpagnarlo e fra le con tradizioni dei popoli, e
\i\ s. Maiih, IV,
Google
CAPO OTTAVO 287
fra le persecuzioni dei nemici, e fra' tradimenti dei
confidenti, e fra le gelosie dei politici, e fra le ingiu-
stizie de' tribunali, e fra gli strazi de' manigoldi, senza
esenzione procurata con pretesti, senza privilegi o-
dispense pretese per meriti, ma fedeli, coraggiosi ed
intrepidi, in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni ci-
mento, secati sunt eum. Anzi lo spogliamento loro
di tutto, e lo staccamento da tutto fu così generoso
che ne stupì S. Pier Grisologo; il qual parlando di
Andrea e insieme lodando Pietro; Ad unum vocem
Domini, disse, sicut Petrus patrem, patriam, censum
reliquit; laboribus, opprobriis, itineribus, contumeliis,
vigiliis se indefesse germana societale donavit. Però
in tutto il corso del loro apostolato non dissero mai
a Cristo per qualsivoglia grande accidente di timore
di speranza ; veni post nos, ma con eguale indif-
ferenza alla prospera e all' avversa fortuna, e con per-
fetta rassegnazione alle disposizioni divine, sempre in-
tenti alla scorta sicurissima del Direttore divino, se-
cuti sunt eum. Servirà l'eroico esempio di questi due
fratelli apostolici per un muto rimprovero: Primie-
ramente a taluni che, chiamali alla prelatura da
Cristo, non si movessero a seguitarlo, se non a patti
di tener dietro a lui sotto gli stendardi gloriosi dei
suoi trionfi, col privilegio in mano di ritirarsi in si-
curo, qualora mireranno spiegarsi le bandiere insan-
guinale della sua croce. E in secondo luogo a certi
altri, che invece di seguir Cristo ove sono da esso-
chiamati a promuovere il suo divino servizio, voles-
sero strascinar Cristo ove sono essi rapiti dai loro
interessati e ambiziosi disegni; e di seguaci fattisi
condottieri osassero dire ai Signore: veni post nos.
Cominciamo dal primo ^ [ij.
- Nel qual esordio si riconosce subito V uomo già.
\\) Prediche ài fr Franceico M. Casini. Venezia 1741.
Wi ah -r ■
Digitized by
Google
'^^
288 CAPO OTTAVO
pieno della saa materia, a segno da dimenticare sé
Slesso, anzi quella stessa trepidazione che nella de-
<!ica confessa di aver provata grandissima quando la
prima volta si presentò a predicare; nulla quindi
caparla di se né in bene né in male; si riconosce
inoltre un uomo che inlila diritto lì suo tema con
riflessioni che attraggono e ti costringono a medi-
tare, lì suo carattere si è subito svelato per intero; e
tale apparisce nel determinare e dividere il suo assunto,
tale in tutto il resto del discorso, giacché niente con-
tiene d' ingegnoso, di vano, di ricercato, ma tra sode
dottrine mira sempre alla moralità. Le sue argomen-
tazioni poggiano, come su base di granilo, quasi
esclusivamente sulle Sacre Scritture e sui Ss. Padri,
quasi del tutto lasciando le fonti profane. Fu questo
il suo studio prediletto, ed era questo lo studio che
inculcava a" suoi uditori: « Ma lo studio principale
de' sacerdoti dee aggirarsi intorno alle Divine Scrit-
ture, ai sacri canoni, alle tradizioni della Chiesa, alla
lettura dei Ss. Padri e a tutto ciò che riguarda la
scienza dei Santi; la quale non solo illustra la mente
a conoscere i divini misteri, ma accende T animo a
praticarli; cosa da S. Girolamo lodatissima in Nepo-
zia no, qui hctiont assidua pectus suum bibliothecam
f ecera i Chris ti ^ E veda ognuno quanto ind egn a cosa
sarebbe che Taluno degli ecclesiastici sapesse quante
lettere scrisse Ovidio e a chi e di che, e non sapesse
quante epistole scrisse S. Paolo, né di che in quelle
trattasse; e se Timoteo, al quale ne inviò due fosse
il vescovo di Efeso o il generale di Atene. L' erudi -
zione profana sia come furono le campanelle dì
Aronne fregio solo alle fimbrie, non gemme del ra-
zionale e non ornamento de! petto ^ (t).
E a siffatta gravità congiunge una lodevole evati-
{ìj PredSM X,
y Google
CAPO OTTAVO 289
gelica libertà; onde mentre sì mostra pur benevolo
e pratico conoscitore della vita umana, vuol dire le Libertà
cose come stanno senza malizia che irrida, ma anche *Jhe^p^irò*
senza troppi complimenti, punto non guardando in °<>° ^eg«-
faccia alle persone. Pur dalla predica ora citata pos- in satira
siamo trarne dei saggi: « Sì, sì; finché Cristo dice:
ecce ascendimus Jerosolimam, perchè vi si ha da en-
trare in trionfo, tra le acclamazioni dei popoli, tra le
adorazioni delle turbe, e tra le solennità delle palme
non ci bisognano inviti: tutti corrono a seguitarlo.
I bissi, gli ermellini, le mitre, i palii, le porpore par-
lano con voci mute, ma oh quanto, oh quanto elo-
quenti a persuadere a coloro che battezzano la viltà
dell' ambizione col nome venerabile di apostolato una
spedita e rovinosa carriera! Ognuna di quelle insegne
dice alle orecchie dei cuori innamorati di gloria :ve-
nite post me; e tutti gli affatturati dagl'incantesimi
della grandezza rispondono con liete voci: eccenos;
e vanno e corrono e volano, e Iddio sa con quali
ale. Molto più è accompagnato Cristo alla cena, ove
il provvido dispensatore con mano libéralissima ri-
parte pani e prebende: e qui dicono tutti e con se-
renità di fronte e con armonia di voci che esprimono
i sentimenti del cuore: apud te facio pascha (i).
All'Orto poi, al Calvario, alla Croce, all' orazione, al
coro, all'altare e all'altre sacre funzioni, se conven-
gano e tutti e sempre, o se taluno si ritiri da Cristo,
ancorché non cercato a morte o assediato da sbir-'
raglia o straziato da manigoldi, ma regnante, im-
mortale e incoronato di gloria, io, che nulla affatto
ne so, lascio a voi il formarne retto giudizio : vosju-
dicate quod dico, ego non judico quamquam » (2). Il
colpo è ito, come ognun vede, assai accortamente,
ma con quella urbanità che si conveniva al ragguar-
(I) Matth. XXVI. 18. (2) I. Cor. X. 25.
Storia della Predica\ione ecc.
Digitized by
Goo^^Ie
290 CAPO OTTAVO
devole consesso a cui rivolgea la parola; e di questa
sua maniera ei presenta saggi quasi in tutte le pre-
diche, e talvolta anche con frase alquanto cruda e
frizzante, a segno che il Maury, ma con esagerazione
anche qui, osò definire i suoi discorsi una perpetua
satira alla prelatura romana; giudizio che in parte fu
accolto dall' Audisio, che trovò che la veemenza de-
generasse talvolta in causticità e virulenza. Ma chi
apprezza le cose nei lor giusti confini deve pur pen-
sare ch'ei parlava esclusivamente a prelati e che
perciò dovea toccar dei difetti e delle colpe che s'insi-
nuano talvolta fra essi; tanto più che, com'egli os-
serva, le porte di quella sala erano incatenate da
bronzi e custodite da guardie armate, e impenetra-
bili a persona del secolo; cosicché quel suo modo
non mi pare mancanza di rispetto ma franchezza
evangelica che l'onora. Il che si fa piii manifesto,
quando si avverta che sa poi mescere gli elogi do-
vuti agli uffici, alle glorie di tanti personaggi e ai-
Fazione benefica e santa che esercitano sopra la so-
cietà, e quando si osservi che gli eretici, i principi
insidiatori della Chiesa sono alla loro volta con ben
più grave parola fulminati; e molti passi s'incon-
trano ne' suoi discorsi che cel comprovano.
Sopra là tessitura de' suoi discorsi non v' è da rì-
d?«iS"3i-^*^^' ^^"^ sempre ben legati al passo del vangelo
scorsi da cui partono, e finiscono con buone proposizioni,
svolte appresso con valide ragioni, ricresciute a suf-
ficienza, e accompagnate da sentimenti gravi, spesso
vibrati, lasciando sempre un posto importante alle
riflessioni morali, che come notammo erompono con
difilata franchezza. Lo stile da quel che s'è detto
puossi imaginare: incesso maestoso, senza ricerca di
troppi ornamenti, di gingilli o di pòse affettate; il
che però non vuol dire che non gli piaccia quel de-
coro d' arte e un pochino quel parlar figurato che si
e stile
Digitized by
Goo,
*y^àii££-i;r.'
CAPO OTTAVO 291
confaceva al suo gusto e a quello del Tempo. Si sa
che amava lo studio dei poeti, a cui talvolta attinge
la frase ; e se per lo più tira avanti pago delle ma-
niere che sogliono essere più in uso nella espressione
del pensiero, a volte però si mostra indulgente con
la sua fantasia, e la forma acquista una maggiore
parvenza. Né 1' autore vuol dirsi negletto nella lingua
e che non curasse d' averla eletta ; anzi si raccoglie
da un suo discorso (i) come facesse sotto questo ri-
spetto grande stima del Passavanti; ciò che certo non
é segno di cattivo gusto- Il che però non significa
che lutto sia oro puro ne* suoi scrìtti, vuoi nei ri-
guardi della lingua che in quelli dello stile; il se-
colo gli fece dei regali cesellati dalla sua mano, e
non mancano frasi che a quando a quando risen-
tono di quel gusto depravato. Nella prima predica,
ad esempio, dice che Gesù nella sala dell' ultima Cena
* alzò l'orrendo palco di predizioni terribili; nella
seconda troverete le aquile generose della Chiesa
ft pasciute colle midolle de* cedri de* celestiali mi-
steri »; e qua e là qualche altra cosa di siffatto conio.
Ma il guaio non è grosso e per esser giusti convien
riconoscere che la frj^se e la parola sono d' ordinario
bene scelte e corrette. Adunque ne' suoi discorsi sì ha
una nobile successione di pensieri elevati, opportuni,
utili alla santificazione delle anime, svolgentisi in
periodi pieni ma chiari e con un movimento talora
vivo, risonante, conveniente, che lo dichiarano dav-
vero eloquente. Si sentirebbe sì desiderio di maggior
varietà neir alternare le fonti della sua dottrina, o di
maggior originalità nei pensieri o nelle imagini,odi
gusto più fine nel dire; ma pur qual è resta un
grande oratore, e quello de' suoi tempi che più si av-
vicina ai meriti dei Segneri.
{lì Predica X.
Digitized by
Google
292 CAPO OTTAVO
Con le quali parole vengo a toccare un raf-
Che dire fronto, che SÌ fece nei secoli scorsi e pur oggi da ta-
chc il fanno luni SÌ fa, tra ì due grandi oratori. Ripigliamolo al-
^'^Sccneri*^ quanto, che gioverà. Non mancano dunque di quelli
che facendo eco al p. Bandiera e alle semenze av-
ventate del Maury, mettendo con troppi colori in
vista le censure contro il Segneri, cercano che me-
glio rifulgesse la gloria di colui che riguardano
come il suo gran rivale. Il Maury infatti dopo una
critica sul Segneri dice che i discorsi del Casini « sono
scritti con grande brio e nobiltà, con molto gusto e
molta grazia. » Ora, dico io, qual è quell' italiano
che s intenda di gusto e di grazia nell'arte del dire
e non riconosca la disianza che corre sotto questo
rispetto tra V oratore romano e l' oratore aretino? Ha
un bel dire Carlo Denina nelle sue Rivoluzioni
d'Italia che « il cappuccino oscurò allora la riputa-
zione del gesuita »; può domandarsi Ottaviano da
Savona, osservando che i più levano a cielo il Se-
gneri: « v'ha o no parte in siffatto giudizio lo spi-
rito di patria, di cieca sommissione all'autorità, di
preconcette opinioni ?» ma chi s' intende di lettere
e d' arte, chi voglia far saggio da sé con accurate let*
ture e lungo esame, dovrà sempre riconoscere, a mio
parere, che nella eloquenza del Segneri v' ha troppo
di abilità d'oratore per negargli la palma. Ditemi:
quella gran varietà di prove con cui spaziando per
larghissimo campo ci sorprende e quel nesso mira-
bile che tutte le congiunge, quel fare drammatico
che attrae a se e ti lega con tanta forza e natura-
lezza e grazia, non ti dà nel postutto un che di
squisito molto superiore al modo di procedere del
Casini ? E che dir del colorito? Sì anche il Casini ha
il suo, specie quella certa solennità che signoreggia;
ma tale è la freschezza dell' altro, l' arte di persua-
dere e di ricrescere e dar valore alle particolari cir-
Digitized by
Google
mm^^v^ì
CAPO OTTAVO 293
costanze con una pieghevolezza che trapassa dal
grande al semplice, dal forte al soave, che mentre
rende evidente il pensiero ti porge molto diletto con
la bontà e pulitezza dello stile. E lascio stare la
lingua che nel Segneri è molto più ricca, eletta e
popolare a un tempo, onde va posto giustamente fra
gli scrittori più purgati. Laonde senza toglier nulla
ai pregi del Casini, io mi meraviglio a dir vero che
si voglia farlo rivaleggiare col Segneri. Con Pietro
Valle, che succedeva al Casini, V illustre cattedra del
palazzo apostolico perdeva del primitivo splendore.
Con la riforma additata e introdotta principal-
mente da questi due sommi oratori non è da ere- Ma' g"stp
, , . , . ... , . . che conti-
dere che tutti e subito pigliassero la intonazione nua e
nuova. Già i periodi non si dividono mal con un ta- ^"'** ^■''**
glio sì netto, che Y un genere non si vada prolungando
neir altro ; e anche nell' ultima parte del secolo XVII
si ode r antica nota dell' esagerazione e del mal gusto.
Ancora tra il 1692 e il 1700, Mons. Carlo Labìa, nato
di nobile famiglia veneta, arcivescovo di Corfù e poi
vescovo di Adria, pubblicava, nell' età di 61 anno,
un'opera oratoria, divisa in 4 volumi in foglio, e
stampata a Venezia, nata fatta a consigliare e pro-
lungar co' suoi esempi T arte già condannata. Infatti
€i raccoglieva in quell' opera simboli predicabili dai
vangeli che corrono nella quaresima e da quelli di
tutto il resto dell'anno e da quelli delle solennità
principali di Nostro Signore, della Vergine e d'altri
Santi, a cui aggiungeva un ultimo volume cioè
« L'Horto simbolico » che con geroglifici di varii
alberi e diverse piante rappresenta le virtù singolari
d'alcuni Santi e d'alcune Sante; volume da bel
principio dedicato con un'epigrafe: « Al celeste Hor-
tolano - dell' Horto simbolico della Chiesa - Giesù
Cristo - Dio et h uomo, salvatore del mondo.» Traendo
partito dalle preposte imagini, che riproduce e diluisce
{
Digitized by
Google
294 CAPO OTTAVO
con noiose lungaggini e ridicole gonfiezze, egli tesse
dei discorsi a cui mesce una mal cucita erudizione pro-
fana tolta specialmente dai poeti e filosofi pagani. Già
il soverchio uso del simbolismo ha i suoi gravi pe-
ricoli e allontana l'arte da un discorso ben nutrito e
che va naturalmente a trovar la sua forma, come
potrebbesi vedere anche a' nostri dì in un recente la-
voro su cose oratorie, dettato da Mons. Gio. Batta
Rossi vescovo di Pinerolo. Vuole, ad esempio, il
Labia fare il panegirico di S. Giacomo Maggiore?
Comincia col motto exaìtahilur et elevabitur^ e pa-
ragona subito i gran Santi e in ispecie S. Giacomo
ai monti; e dà valore alFimagine con la sentenza di
S. Gregorio papa « Sancii viri montesjure vocantur,
quia per vitae meritum ad coelestia propinquaverunt » ;
e passa tosto ai particolari della somiglianza, dicendo
i santi « monti che hanno per sotterranea radice
r umil cognizione di sé stessi, per stabil base la fer-
mezza degli animi, per sodi marmi gli spiriti co-
stanti, per ricche miniere T opere buone, per zeffiri
soavi le divine ispirazioni, per gorgoglìo dell'acque
le grazie celesti, per confini più propinqui li cieli me-
desimi. » E crescono le curiosità e le stranezze quando
passa a far le applicazioni sopra S. Giacomo. Cre-
dendo di far meglio dei veri riformatori, aveva tro-
vato la via di far rinculare il secolo, chi avesse vo-
luto pigliar le mosse dalle sue lezioni e da' suoi esempì.
E veniva così a dar ragione ad altri oratori che non
ismettevano l'antico vezzo, quale un Bocconi Alfonso
dì Savona, domenicano, morto circa il 1681, dilet-
tante di poesia e lodato per la maestà del dire ora-
torio, che pubblicò: La statua effigiata in un inonte
(panegirico dì S. Alessandro), // Cadavere taumaturgo
della B. Caterina da Bologna, Il dito taumaturgo
(panegirico di S. Tommaso apostolo) e altri di questo
tenore; e quale, un Sesti Lodovico di Lucca, purdo-
Digitized by
GooqIc
CAPO OTTAVO 293
menicano, morto nel 1699 e che dieci anni prima
di morire stampò a Venezia i suoi panegirici, in
cui al panegirico del Sacro Chiodo (e serva di saggio)
si legge dato il seguente titolo: // Sacro Chiodo di
G. C. N. Red. ad inchiodar la ruota della fortuna
di Colle mandato da Dio. Del resto gli esempi di
siffatta predicazione, insana sotto il duplice aspetto
religioso e artistico, venivano per buona fortuna
sempre più diradandosi.
Al qual fatto credo che abbia contribuito ^nche^^. ^^^^^.^
una nuova forma di predicazione già incominciata Spirituali e
da un pezzo, ma che si svolgeva sempre più larga- ^jij fimoti
mente in mezzo alle popolazioni e che vantavasi di
tenere una maniera affatto semplice, per affiatarsi e
intendersela con piena schiettezza, familiarità e quasi
intimità con tutti gli uditori; e questa nuova forma
di predicazione erano gli E'^ercizi spirituali di S. Igna-
zio di Lojola. Costui infatti aveva dato ordine a' suoi
figli non solo di raccogliersi insieme per la loro in-
dividuale santificazione e di opporsi con la scienza e
dotte pubblicazioni alla pseudo-riforma luterana, che
avea piantato stabilmente le sue tende in Germania,
ma anche di cercare V altrui santificazione col mezzo
della predicazione degli Esercizi spirituali. Quindi
non mancarono e non mancano discorsi oratorii che
sempre più tendono ad attuare l' idea del santo, specie
neir ultima parte del secolo che percorriamo. Noto
tra questi il p. Giuseppe Agnelli di Napoli ( 1621 1706},
gesuita, che visse trent'anni nella casa generalizia di
Roma e ottenne rinomanza non solo pe' suoi cate-
chismi, che pubblicò negli ultimi suoi anni sotto il
titolo, // parrocchiano istruttore ; e per le sue Con -
ciom quaresimali e d'avvento, dettale in latino, ma
più per la sua Arte di goder f ottimo contenuta negli
£serci!(i Spirituali di S. Ignazio di Lojola; dove con
esortazioni, considerazioni, riflessioni, conferenze se-
Digitized by
Google
296 CAPO OTTAVO
gue le quattro settimane del santo, raccogliendo mola
e molto utile materia, quantunque in modo troppo
secco, spicciandosi con un eccetera quando sentia la
necessità di ampliare Ìl pensiero o di destare gii af-
fetti. Fu ancora molto benemerito di tali missioni
il p. Fontana Fulvio di Parma, che fu parecchio
tempo compagno di Paolo Segneri e molto predicò
non solo in Italia, ma nella Svizzera e nel Tirolo.
Di lui si stampò tra 1' altro: Pratìcha delle missioni
del p. Paolo Sentieri d. C. d. G. continuata dal
p. Fulvio Fontana della medesima religione per lo
spazio d'anni 24 per una gran parte d'Italia e di là
dai monti neir Elvezia, Rezia, Valesia e Tirolo, con
l'aggiunta dì prediche e discorsi e metodo distinto
tenutosi nelle funzioni sacre (Venezia 1714).
Segneri '^'''^ ^ molti poi, specialmente gesuiti, che batte-
iunìore rono la medesima via vogliamo qui ricordato il
p. Paolo Segneri juniore (1673-1713), così detto per
distinguerlo dal sommo oratore, di cui era nipote-
Col suo ardote, quantunque morisse a 40 anni, Fasciò
una memoria indelebile. Il suo dire era riboccante
di vivo sentimento e di tenera unzione; e lo stesso
Lodovico Muratori, che V udì a Modena e ne lo am-
mirò, volle scriverne la vita, che distese in 14 capi-
toli. Percorse la massima parte dell'Italia Media e
alcune regioni della superiore, e dapertutto fece ri-
splendere la sua pietà e il suo zelo, mostrandosi
emulo dello /àq nel far grandi conversioni. Aveva
un metodo proprio e adatto a quei tempi di condur
Je missioni, dando molta importanza a un certo ap-
parato esteriore che agisce assai sopra l'imaginazione
popolare, e facendo gran conto delle processioni di
penitenza. Diede T ultima missione a Senigallia, ove
si legge che trionfò d' ogni cuore dopo la sua pro-
cessione di penitenza, nella quale aspramente si fla-
geliò, predicando insieme con singolare energia. E
Digitized by
CAPO OTTAVO 297
fu qui che ammalò, sicché dovette terminar la mis-
sione il p. Lana suo compagno; e poco appresso
morì e fu sepolto nelle tombe di quei vescovi. La-
-sciava a' suoi compagni la nota della terribilità; egli
voleva espugnare gli animi con la dolcezza che fluisce
veramente con pieno affetto dal suo siile. Pare in-
fatti che si mesca col popolo, ragioni intimamente
con lui, preghi, scongiuri. Incalza di continuo con
sentenze, con imagini, e corre vìa rapido, a scatti,
<5uasi senza periodo, a tal segno che i suoi discorsi
paiono talvolta tracce eh' ei doveva poi empire con
più compiuto eloquio. Ma è sempre popolare, pra-
tico, efficace; e basta leggere anche il principio del
primo discorso per introdursi nella missione per con-
vincersene. Ecco come ne parli il Muratori nel cap. 9
della sua vita: « Dopo aver io ascoltato tanti e tanti
^Itri predicatori sacri, ed anche insigni nell'arte ora-
toria, anche rinomati per la pietà, pure non so di
aver udita mai eloquenza sì efficace e vincitrice dei
cuori, come quella del p. Paolo Segneri juniore. Era
in bocca sua la parola la più soave, viva, penetrante
del mondo. Piaceva ugualmente agi' ignoranti e ai
•dotti, e tutti r intendevano e stavano ad udirlo ra-
piti da inesplicabil piacere per quella nobil chiarezza
e insieme vivacità, che si osservò sempre ne' suoi ra-
gionamenti. Predicava inoltre il suo volto, tutto spi-
rante divozione e umiltà, predicavano i suoi occhi,
Jie' quali ognun leggeva una santa modestia e una
amabilità singolare. » L' ab. Francesco Carrara ne
raccolse in tre volumi le opere, che consistono in
prediche, discorsi, istruzioni, esercizi spirituali, opu-
•scoli inediti e operette spirituali. Gioverà anche ram-
mentare i soggetti, eh' ei preferiva sempre di to-
gliere dall' opera famosa del fondatore del suo Or-
dine, e che servivano alla meditazione, e sono: me-
«ditazione preparatoria, fine del tempo, fine dell'uomo.
Digitized by
Google
298 CAPO OTTAVO
il peccato mortale, castighi del peccato mortale, sopra
i peccati proprii, la morte, il giudizio particolare, Tin-
ferno; il Figliol prodigo, la vita di N. S. G. C, il
Ss. Sacramento, tre sulla passione del Signore, il pa-
radiso, r amor di Dio. Seguivano gli esami, che soi>
ricerche pratiche sulla propria condotta per riformarla
e che talora assumono aspetto di istruzioni.
. . Contribuivano pure a richiamare la oratoria a
di lezioni maggior naturalezza nel dire que' predicatori che si
e'istrurioni occupavano di lezioni scritturali e morali, come
morali quelli che dalla stessa materia e dal metodo con
cui la svolgevano erano tratti a fuggire il lusso defili
ornamenti. Non va dimenticato tra questi il p. An-
gelo PaciucchellU da Montepulciano, che s' ascrisse
all'Ordine de' Predicatori e dettò le sue Legioni Mo-
rali sopra Giona Profeta (i) che dedicava al B Gre-
gorio Barbarigo, quando questi era ancora vescovo
di Bergamo. Morì nel 1660 e fu detto facondissimo
e ardentissimo. Si mostra fornito di molta dottrina e
partendo dal commento dei varii testi del Profeta sa
trarne dei buoni discorsi morali, che quanto alla forma
quasi al tutto si salvano dagli eccessi dei contemporanei.
Di questo tenore scrisse inoltre i Discorsi morali sulla
Passione di N. S. G. C. (Venezia 1693), il p. Francesco
Dunelli o Duneau d. C. d. G. Nacque in Francia,
ma visse molto a Roma, ove morì di 85 anni il 1682.
Dettò 72 discorsi sopra l'Epistola di S. Giacomo, che
dedicò ad Innocenzo XI e stampò a Roma l'anno
stesso ch'egli ivi moriva. Con un commento let-
terale di singoli passi della lettera determina degli
assunti, che poi svolge per renderne chiaro il con-
cetto morale, illustrandoli in varii modi e sul finire
del discorso inculcandone la pratica. Raccoglie molta
dottrina e perciò lascia le ampollosità, procedendo
(i) Venezia Baglionì, 1658.
Digitized by VjOO^^ IC
CAPO OTTAVO È^
sobrio e chiaro, ma secco. Pubblico anche discorsi
morali e teologici sul Ss. Sacramento^ per Y ottava di
Tutti i santi, sui misteri di Gesù e sugli evangeli di
tutto l'anno, ma per la maggior parte in lingua
francese.
Per le sue lezioni morali e istruzioni ottenne an-
cora molta riputazione in tutta Italia, m.i special-
mente a Mihmo, il p. Carf Ambrogio Cattaneo, nato
nella detta città. Preferi un genere assai dimesso per
meglio mettersi a co:itatto col popolo più rozzo; ma
fece tuttavia dei discorsi assai urili; onde i suoi la-
vori furono ricercati anche dopo la sua morte ed eb*
bero parecchie edizioni. Quella di Milano del 1719
contiene in 5 volumi: {discorsi sufi' esercito delia
buona mnrte^ Lejhni sacre. Panegirici^ Orazioni fu-
neon. Esortazioni, Selve di pensieri ^cc. Fu gesuita,
maestro di retcunca in patria, e quindi oratore tutta
la sua vita, che durò tino al 1705. La sua potenza e
il suo merito sta quasi Culto nelT arte di saper indi-
viduare e rappresentare la legge nei particolari; ed è
per questo che a' suoi di traeva dietro a sé il popolo,
e fu anche dappoi studiato da quelli che amano
spezzare minutamente il pane agli uditori men colti.
Era naturale che fuggisse le pompose gonfiezze, ma
evitando un eccesso non seppe sempre evitare Top-
posto, e dà buone volte nel disadorno-, nel grosso-
lano e nel grottesco, tirando innanzi con una forma
negletta. Inoltre quanto abbonda d' imagini, d' esempi
e di minute analisi nel censurare i costumi, altret-
tanto é scarso nella investigazione delle cause, nel-
r abilmente spiegarle e nelT accendersi con vigorosa
parola. Ecco come vengano descritte da chi T intese
k sue qualità esteriori: '■( era di voce aspra e fosca,,
di ciglio e guardatura severa, di maniera che al
primo incontro sembravano ruvide e piene di rigi-
dezza; eppure era tale l'affahilità, e aveva una si
L
Digitized by
Google
300 CAPO OTTAVO
forte attrattiva nel parlar privato e nel discorrere in
pubblico che, oltre la confidenza che in lui aveva
ciascuno, la chiesa era piena di sceltissima nobiltà, e
la sua congregazione era fioritissima di gran numero
di cavalieri e singolarmente di giovani, i quali con-
<:orrevano a udirlo senza mai annoiarsi, tirati da una
secreta forza che in certo modo pareva forza d'in-
canto » (i). In forma più dotta e migliore pubblicava
in Roma fin dal 1697 venti lezioni sopra il principio
dei Proverbi di Salomone un altro gesuita Giovanni
Lorenzo Lucchesini teologo e letterato di buon nome,
Scrisse tra l'altro: Saggio della scioccheria di Ni-
colò Macchiavelli, scoperta eziandio dal solo discorso
naturale e con far vedere dannose anche agt inte-
ressi della terra le principali sue massime.
APPENDICE P AL CAPO Vili.
Notiamo anche qui, come operai che si solleva-
"^atorFha- rono alquanto sopra la turba, parecchi altri oratori
liani della italiani. Tra i Gesuiti: Zuccarone Francesco di Na-
aeconda .. ,. , . ... » , ,, ,
metà del poli : uomo di molti menti, insegno belle lettere e
«ec. XVII j^Qj.j jj ^^ g^^j^j ^ |^^j.j i^gj jg0. ^^ vittima della sua
carità assistendo gli appestati. Come oratore ha tutta
l'esagerazione e il mal gusto dei tempi peggiori. Di
gciuiii j^j ^j pubblicarono Panegirici sacri (Bologna lójOe
Prediche quaresimali (Napoli 1668); e seguirono altre
edizioni. Mirabello di Scigliuno (Calabria), morto il
1656, che pubblicò Ragionamenti e Sermoni sopra
varii luoghi delle Sante Scritture (Roma 1652). Cor-
done Andrea, siciliano, morto a Palermo nel 1636,
che pubblicò due quaresimali e panegirici. Bianchi
(1) Prefazione all' Ed. di Venezia 1745.
,.^'
CAPO OTTAVO 3or
Andrea di Genova, letterato di qualche nome, morto
in patria nel 1637 ^ ^^^ scrisse prediche sopra le feste
del Signore, e sei sul Ss. Sacramento, trenta sulla
passione di N. S. G. C, edite tutte a Genova. Tana
Luigi dì Chieri, parente di S. Luigi Gonzaga (1612-1663)
che insegnò belle lettere e poi si diede al ministero
della predicazione e morì a Torino, lasciò: Freno
alla lingua che punge e censura le azioni altrui, cioè
discorsi nove, dati per saggio dell'opera dell' Huomo
rinnovato (Torino 1650). Paolucci Scipione ài ì^d^^oVu
morto il 1665, stampò: Panegirici sacri (Venezia 1663),
Balestrieri Vincenzo di Napoli (1595-1671) che pub-
blicò due volumi di prediche e panegirici. Tedeschi
Ottavio dì Catania, che insegnò eloquenza a Messina,
filosofia a Catania, teologia a Siracusa e pubblicò i
Panegirici sacri e morali (Catania 1665) e le Prediche
quaresimali (Napoli 1672), nell'anno della sua morte.
Filopa^{i Diego di Caltanisetta, morto a Palermo di
63 anni nel 1675; nel quale anno si stamparono nella
stessa città i suoi panegirici. Conti Sebastiano dì Pi-
stoia ( 1623- 1676), stampò alcuni panegirici. Avancino
Nicolò dì Trento, che molto predicò a Gratz e a
Vienna, e lasciò tre volumi di orazioni. Manni Gio.
Batta di Modena (1606- 1676) rettore di più collegi,
che oltre a varie opere d'ascetica pubblicò: Prediche
del Purgatorio, ovvero trigesimo di varii discorsi per
aiuto delle anime del Purgatorio ( Bologna 1673 ) e il
Quaresimale coi sabati di M. V. (Venezia 1666).
Bianchetti Antonio di Bozzolo, morto a Milano nel
i67q; pubblicò due quaresimali e panegirici. Casaletti
Antonio dì Palermo, di molta fama a' suoi dì, pub-
blicò i suoi panegirici (Palermo 1689). Gagnoli Gio.
Paolo, morto a Saluzzo nel 1690; scrisse prediche
morali e panegirici, pubblicati a Torino nel 1698,
Argananjio Domenico dì Messina (1617-1694}, che
predicò 33 anni e lasciò molti volumi di sermoni.
Digitized by
Go^8
le
3^2 CAPO OTTAVO
Ferro Antonio à\ Trapani ( 1630-1704) che pubblicò:
La satira santificata al T uso de'pergaTtii (Piilermo 1704):
dimostrando ,ìnche nel titolo il mal gusto non an
Cora estirpato. Stm^tri Tommaso, napoletano, che
attenne ^^ran fama; entrò nella Compagnia di Gesù
nel 164S, e lasciò alcune orazioni di occasione, un qua-
resìmale e panegirici (Napoli 1706 e Padova 1708) (i).
Tra i Domenicani: Pecch'm Gin. Batta^ morto
domenicani ^"'"'^"^^ una sua predica a Mantova nel 1653, che pub-
blicò seguendo Ìl mal gusto del tempo due panegirici in-
titolati: La Ceraunia, e ta Via lattea, Genusio Ignazio,
piemontese, che pubblicò a Napoli nelT anno della
sua morte 1654 ^ ^^^^ panegirici. Bona Gh. Lodo^
vico, veneziano, morto nel (655, lasciò discorsi pa*
neRìrici dei Santi e Beati dell' Ordine domenrcano.
Della Torre Gio. Tomaso, ligure, morto il 1056 di
qualche nome nelle lettere, lasciò panegirici. Romano
Vincenzo, siciliano, morto il i65o, di cui si stampa-
rono: le Orazioni sacre (Palermo [6Ó5)- fica Basilio
dì Napoli, morto nel 1664, che predirò con gran
plauso e gran frutto specialmente nel Veneto, e fu
sepolto a S. Secondo, ove sì conservano neir archivio
le sue prediche. De Sanctis Domenico di Calabria,
che Tanno della sua morte 1667 pubblicò: Conside^
razioni predicabili sopra i vant*e)ì della quaresima
p. [ e p. Il [Sariani \66y]. Dalli Domenico di Lucca
che stampò un suo avvento e una sua quaresima e
mori nel 166S. Emmanuele Pietro^ palermitano, che
scrisse: Orto di Maria o Sermoni del S, Rosario
(Palermo 1669); mori nel 1672- Ricciardi Giovanni
di Altamura che dettò ri suo Domenicale per tutto
Tanno, e modo di fondare ed esercitar le scuole di
mortificazione; p, l [Napoli 1640) p^ Il e HI (Na^
poli 1644); postume uscirono le prediche in onore
4i) Btblioteque àc N Compagnie de Jesas de Backer»
Google
J
CAPO OTTAVO 303
della B Vergine per la Novena del Natale (Napoli
1694); morì nel 1675. Pietro Maria Passerino di Se-
sTula, cremonese, che fra parecchi trattati pubblicò ;
Sermones ìiabiti coram Ss. PP. Innocentio X et Ales-
sandro VII primis adventus et quadragesimae do-
tninicis (Romae 1666); morì nel 1678. Galliano Do-
menico, romano, che pubblicò orazioni panegiriche e
morì nel 1679. Agudi Lodovico Maria di Milano,
che ottenne gran fama al suo tempo e lasciò mss.
che non si pubblicarono. Rusca do. Alessandro di
Torino, maestro in patria, e predicatore, che pub-
blicò: Discorsi morali sopra i vangeli della quare-
sinna (Torino 1670) e sermoni nelle festività di al-
cuni santi (Torino 1677); morì nel 1680. Fracassi
Ani. Francesco, romano, che pubblicò parecchi pa-
negirici e Benedetto Bovio di Feltre che scrisse pa-
recchi discorsi che esistono nella Biblioteca Cassana-
lese e Alfani Antonio, romano, che pubblicò Discorsi
sacri (Roma 1684) Tanno della sua morte. Lepori
Nicolò, siciliano, che morì vescovo di Saluzzo nel
1688; la Biblioteca Sicula dice di lui che floribus et
lenociniis omnium aures capiebat; e un tale elogio a
que giorni è un brutto segno. Felina Odoardo pub-
blicò un Quaresimale di sermoni del S. Rosario
(Bologna 1688) e poi un altro quaresimale e pane-
girici. M^ffa Tomaso di Forlì, che combatte Mi-
chele Molino e gli errori dei Quietisti, fu molto eru-
dito e poeta; come oratore pubblicò le prediche delle
domeniche e dei santi; morì nel 1688. Zani Dome-
nico di Cremona, che lasciò Sermoni sugli evangeli
e feste dell'anno, stampati l'anno della sua morte
(Cremonae 1689). De Benedetti Lodovico Vincenzo,
detto facondissimo, pubblicò a Palermo nel 1689,
anno della sua morte, i Sacri Entusiasmi per le glorie
di molti santi, pagando largo tributo al mal gusto.
Rechiedei Paolo di Brescia, morto nel 1689, lasciò un
Digitized by
Google
304 CAPO OTTAVO
quaresimale e altri discorsi che ebbero più ristampe.
Pencini Innocenzo, veneziano, professore di metafi-
sica per 14 anni all'università di Padova, fu anche
predicatore di gran nome, e lasciò parecchie orazioni.
Spannocchi Ambrogrio Caterino^ mìssìonàvìo fiorentino,
pubblicò: Eserciti spirituali, ordinati per uso della
ven. Compagnia di S. Benedetto Bianco dì Firenze
dal eh. p. Domenico Gorz dell' Ordine de' Predicalori
riordinati e accresciuti dal p. Ambrosio Caterino
Spannocchi (Venezia 1682), Dainesi Giusìiniann, ho
logne.^e, stampò un volume di panegirici (Bologna
i6g6) e Sctssetti Vincenzo di Macerata varii di se 01 si;
morivano nel 1700 (1).
figosiinìBDi "^''^ ^^^ Agostiniani! Salomon de Aventino Paolo
che lasciò: Assunti evangelici per fune le domeniche
e feste dell'anno (Venezia [651). Lan^oni Marco di
Bologna, professure di meta tìsica nelT università di
Fermo, indi dì teologia in quella di Bologna; lasciò
discorsi di quaresima- Paoletti Af^oslmo dì Siena,
considerato tra i primi del suo tempo; lasciò Di-
scorsi predicabili di tutte le domeniche e feste cor-
renti (Verona 1656) e un quaresimale {Venezia 1651].
J^sconti Filippo di Milano, che nel [649 fu fatto ge^
nerale dell' Ordine e sotto Alessandro VII fu nomi-
nato vescovo di Catanzaro e morì nel 1G64; lasciò
trattari e discorsi per la maggior parte inediti. Got-
teii Fedele f genovese, che stampò due volumi di di-
scorsi sopra la Passione dì G. C. e i Dolori di M. V.
(Genova 1673); morì nel 1Ó75. Roverda Raffaelij
d' Argira o città di Filippo-, morto il i68f, che oltre
ad opere tilosofiche lasciò: Sacri problemi sopra gli
evangeli di quaresima resoluti e disposti in forma
predicabile. Goro Gto, Batta^ della provincia romana,
dotto nelle lingue orientali e zelante oratore, che
ti) £z QDéiif ei Echard.
Lpoogle
CAPO OTTAVO 305
pubblicò: Cornucopiae concionum sacrarum et mo-
raliurriy sive Sermones parati supra cunctas ferias
et dominicas quadragesimae - partes duae (Coloniae
1680) Ferraguto Frane. Maria di Carmagnola, che
stampò: Panegìrici sacri (Asti 1683). Aurelio Filuccì
da Pesaro, che nel 1686 fece una ristampa a Venezia
de' suoi brevi sermoni, che intitolò: Delle consolazioni
della morte; raffrontato con altri bisogna dire che
ha un buon dettato. Z)e Valvassori Domenico, mi-
lanese, che morì vescovo di Gravina nel 1689, e pub-
blicò un suo quaresimale; come pure De Valvassori
Girolamo, che fu professore di Sacra scrittura nel-
r Archiginnasio Romano e vescovo di Pesaro. Nicolò
di S. Giovanni dì Palermo, scalzo, morto in patria nel
1692, filosofo e oratore, che lasciò dei panegirici sacri.
Pino Mauro da 5. Francesco, milanese, scalzo, alle
cui prediche volle intervenire Leopoldo I imperatore
de* Romani, che stampò: Orazioni panegiriche dedi-
cate a Leopoldo I augustissimo imperatore de'Romani
(Roma 1695). Eustachio da S. Eubaldo, che predicò
molto in Lombardia e morì nel 1700; stampò i suoi
discorsi a Roma nel 1665 (i).
Noto tra i Francescani : Marco d Aviano, al quale franceiciM
dimostrava amplissima stima il vescovo di Feltre
Mons. Antonio dei Conti di Polcenigo e Panna,
come si ricava dalle sue lettere. Nel 1685 predicava
ad Oderzo nel Veneto, ove si dice che da varie parti
convenivano un sessanta mila persone ad ascoltarlo.
Sembra che tanta rinomanza dipendesse in gran
parte dalla sua santità. Fra Giacinto da Casale, ope-
rosissimo, e che s' ebbe le lodi di Alessandro Tas-
soni, che di lui scrive ne' suoi Pensieri diversi: « E
chi ha avuto cognizione di fra Giacinto da Casale,
(I) Ex Ossinger.
Storia della Predicazione ecc.
Digitized by
Google
306 CAPO OTTAVO
pur cappuccino, saprà anche i mirabili effetti parto-
riti dalla facondia sua, non solamente nel commuo-
vere il popolo di Milano, di Brescia, di Piacenza, di
Cesena e d'altre città, ma nel captivare gli animi di
principi e di grandi, che non sapeano negargli cosa
che la sua lingua chiedesse ». Il p. Mattia Piemontese^
nato nella diocesi di Mondovì, nel 1600 fu predica-
tore assai popolare in quella regione; scrisse anche
in latino una storia delle Missioni in generale, e in
particolare di quelle del suo Ordine nelle valli al-
pine, pubblicata a Torino nel 1659.
Ai Chierici Regolari appartenne Francesco Maria
Maggio, che predicò in Napoli i Sermoni sopra la
vita e la morte di S. Gaetano, pubblicati nella me-
desima città r anno 1672.
APPENDICE II* AL CAPO Vili.
Oratori
francesi
Mette conto davvero, ragionando della seconda
metà del secolo XVII, occuparsi della Francia che
giunse in questo periodo al colmo della sua gloria.
A mano a mano infatti che il secolo avanzava, gli
Grandi oratori mostravano di battere una via più ampia e
m'^Franda sicura; quel movimento che in Italia vedemmo metter
capo al Segneri e al Casini, in Francia toccava il
sommo della parabola con Borsuet e Bourdaloue.
Con questa differenza però che in Francia il movi-
mento fu più pieno e più luminoso; e chi volesse
accattar vanto alle nostre lettere sopra le francesi,
credo che per amor del vero debba cercarlo in altri
generi di letteratura, ma non nell'eloquenza oratoria-
E le ragioni potissime mi sembrano due, cioè che gli
oratori francesi, che avevano un nemico vero e vici-
no da combattere e sentivano di essere in certo modo
le sentinelle avanzate del Concilio dì Trento, non
Digitized by V^OOQIC
:%rt
CAPO OTTAVO 307
avevano tempo di far delle finte manovre, perden-
dosi nelle vanità rettoriche. In secondo luogo essi ave-
vano formato un gran centro di resistenza a Parig ,
ove conveniva il fiore non che di Francia ma di tutta
r Europa Occidentale, e d' onde quindi la voce dei
sommi oratori spargeasi tra le nazioni vicine, specie in
Inghilterra e Germania; i quali naturalmente ne ap-
prendevano l'importanza e vieppiù s' infiammavano a
farla vibrar vigorosa; e la natura non lascia deviar chi
tratta le cose proprio sul serio, vale a dire con tutta
la veracità del sentimento ch'é mosso dalla realtà dei
bisogni.
Il movimento in meglio producevasi a poco a
poco, come ordinariamente suole avvenire; e già se
ne trovano i segni in Claudio di Lingendes, supe-
riore della Casa professa dei Gesuiti a Parigi; pec-
cato che, secondo 1' uso antico, egli scrivesse, piut-
tosto che sermoni, dei trattati in latino, che presen-
tano tutto il peso della cattedra e della scuola. Del
resto i suoi discorsi si trovano succosi e ben con-
dotti; Bourdaloue li fece oggetto di studio partico-
lare. Eccoli: Conciones decem de Ss. Eucharistiae Sa-
cramento ( Parisiis i66'}^)y Conciones in quadrage^
sima (Maguntiae 1664), Sermons sur les evangiles
(Paris 1666J. Altri importanti oratori furono: Il
Card. Armando Gio. Richelieu ( 1585 -1642): il celebre
uomo di stato che esordì la sua carriera di sacerdote
predicando, anche in corte, e cor^ abilità d* ingegno
superiore; oltre a parecchi discorsi lasciò anche una
specie di catechismo intitolato: l'Istruzione del cri-
stiano. 5. Vincenzo de Paoli ^576 - 1660), sotto il cui
nome vanno due volumi di sermoni, che veramente
non furono scritti dalla sua mano, ma da quella
de' suoi uditori. Evidentemente egli giovò all' arte,
perchè la veracità e santità del suo zelo gì' insegnò
il modo di gettar via gli artifizi e il rettoricume dei
Digitized by
Google
30S CAPO OTTAVO
contemporanei. E egli sforzi di S. Vincenzo coope*
ravano i preti dell' Oratorio, tra i quali Già* Lejeune,
nato a Dòte e prete dell'Oratorio, che impiegò la
ina^^sima parte della sua vi la nelle missioni per le
città e per le campagne, e che sapea mostrarsi, quanto
preciso e succoso nella dottrina, altrettanto piano e
popolare: era detto il missionario cieco, perché du-
rante un suo discorso a Rouen improvvisamente ac*
cEizò, senza smettere né quella volta né poi la sua
predicazione; mori nel 1672 a ottanta anni. Fran-
cesco Bourgain^ [ 1 585 - 1641 }, che s' ebbe un' orazione
funebre e molte lodi da Bossuet, e fu terzo generale
deir Oratorio., a cui successe nel medesimo utricìo il
p. Gio- Francesco Senati ìi, che al culto della forma
aggiunse sodezza di dottrina, e pubblicò panegirici e
orazioni funebri ; vanno più celebri le orazioni per Lui'
gì XII t e Maria dt Medici; morì nel 1672. Antonio
Godeau, socio ddf Accademia Francese, che fu fatto
vescovo di Grasse dal Richelieu, e det!ò con eleganza
e dolcezza le sue omelie sopra i vangeli e sopra h
vocazione allo slato ecclesiastico e sugli ordini sacri;
le Omelie furono pubblicare nel 16S2. Il vescovo mori
dieci anni prima. Claudio Joìyi ióeo- 167S), curato Jj
Parigi, che acquistò da prima grande riputazione per 1
i suoi discorsetti sul vangelo (prónes); fu vescovoj
d' Agen: non Ijscìò che schemi in latino; dicono che
la sua ispirazione avesse molto del patetico. Francese»
Faure^ vescovo d' Amiens, che predicò più volte alla
corte ed ebbe gran fama; però manca molto dì ele-
vatezza e di colorito; il 12 febbraio i566 fece a S. Deni^
r orazione lunebre per Anna d' Austria. Card. Gio*
Francesco De Ret^ (1613- 1679), '^omo strano e am
bizioso, più noto come letterato, e che predicò av-
venti e quaresime a Parigi, ma senza rispondere nel/a;
sacra eloquenza ai progressi che altri facevano. GìuIÌìì
Mascaron [ 1634- 1703), che percorse molte città àék
Digitized by
Goos ^k
I
sommi
CAPO OTTAVO 309
Francia e ultimamente predicò a Parigi alla corte
e ottenne gran fama; fu accusato a Luigi XIV per la
sua franchezza; ma si sa che quel re ne lo difese
rispondendo: « il predicatore ha fatto il suo dovere,
s' appartiene a noi di fare il nostro » ; fu nominato
vescovo di Toul; l'orazione funebre del generale
Turenne si riguarda come il suo capolavoro.
Qui bisogna però essere giusti coi due sommi, ed j
occuparcene più a lungo. 11 primo posto, non solo in oratori
questo periodo ma in tutta la oratoria francese, e
potrebbesi dire anche europea, va dato per comune
consenso a Giacomo Benigno Bossuet (1627-1704)
che fu detto l'aquila di Meaux. Nacque a Digione, e
lo studio neir età giovanile fu pari all' ingegno, tanto
che dal suo nome si trasse Y anagramma: bos suetus
{aratro). Cominciò la sua carriera a Metz, ma ben
presto fu chiamato a Parigi, ove predicò sui pulpiti
più illustri, e dal 1659 ^^ ^^ ^^'^ corte. Nel 1682 fu
fatto vescovo di Meaux, ove con sermoni e con mis-
sioni continuò ad esercitare il suo zelo. Non ostante
le molte lodi concesse, non fu appieno compreso nel
suo secolo, e perciò la sua nominanza crebbe non
poco nel secolo posteriore. Nella sua eloquenza regna
una grande armonia tra l' intelligenza e la fantasia,
cioè tra la forza dei concetti e la forza del colorito.
Figlio dell' arte di S. Vincenzo de' Paqli, si spogliò
delle vanità e delle caricature alla moda; ammiratore
della eloquenza dei primi tempi cristiani, seppe ispi-
rarsi alla nota dei Ss. Padri, e predilesse soprattutto
il nerbo di S. Agostino, la magnificenza di S- Gio
Crisostomo, la profondità di Tertulliano e la erudi-
zione di Origene. Parte da una soda dottrina che gli
permette di slanciarsi ben allo sulle ali di un'ima-
ginazione che rapisce e incanta. Il che non gl'impe-
. disce di appressarsi a quando a quando quasi dome-
sticamente a' suoi uditori per toccarne gì' intimi af-
Digitized by
Google
310 CAPO OTTAVO
ferri ; 1' aposrrofe, l' epifonema, il dialogismo gli ven-
gono incontro spontanei, come la cosa più naturale
del mondo. « Mille volte (dice di lui TAudisio/siè
domandato perchè sì alta sia stata la sua eloquenza.
Io risponderò con brevità e fidanza: perchè alta, cioè
in Dio, ne collocò la sorgente. Non la vedete? Ella
è un torrente che sgorga con divina forza dal seno
dell'Eterno; foratore par non faccia altro che rice-
vere e spargere sopra i mortali quell' abbondanza di-
vina. J' E in effetto la sua parola viene ordinaria-
mente ispirata da un sentimento elevato e vivace e
si riveste dì magnificenza e splendore; che se talvolta
sembra discendere al comune livello, si può rispondere
col citato scrittore: « che il sublime dello stile sup-
pone per necessità delle ineguaglianze, in quella ma-
niera che i monti non saprebbero elevarsi senza le
valli » [[}. Ed è proprio cosi; egli sa innalzarsi e ab-
bassarsi con tale naturalezza che vi si sente una po-
tenza che Trionfa senza lo sforzo, ciò che serve a
generare infinito diletto; tanto piià che possiede sopra
ì ?uoi rivali l'arte del ben dire e la lingua, cosicché
meritamente va contato tra i pili perfetti scrittori.
Le opere del sommo oratore, dopo esser passate per
le mani di due suoi nipoti, si poterono raccogliere
non senza minute ricerche e cure pazienti; si ridu-
cono a 147 sermoni, tre discorsi per vestizioni in
monastero, 23 panegirici e io orazioni funebri, la-
sciando stare ciò che scrisse di storia, di filosofìa,
d' ascetica. Del resto il Bossuet predicò molto più di
quello che scrisse di genere oratorio, specie nella sua
gioventù, e poi quand'era a Parigi; e i suoi discorsi,
eh' egli sapeva mirabilmente accomodare ai varii udi-
loTÌì che sì vedeva dinanzi, si svolgeano per lo più
U} Sacra Eloquenza Voi. II. lez. V.
Digitized by V^OOQIC
CAPO OTTAVO 311
sopra brevi tracce eh* ei solea farsi in lingua materna
o in latino, evitando in questo il pericolo di ripetersi
dinanzi alle numerose adunanze che attirava intorno
a se. Ne' suoi trionfi non s'inalberò: a chi parlava di
gloria al vecchio cadente rispose; « cessate questi
discorsi, domandate a Dio per me perdono de' miei
peccati. »
L'anno 1670, cioè l'anno dopo che il Bossuet e
aveva predicato in corte l'ultimo avvento, gli succe- ^**"''^**^"*
deva il p. Luigi Bourdaloue ( 1632- 1704), che allora
pareva oscurarne la fama. Come il primo fu detto il
predicatore della imaginazione, perchè spiccava in lui
lo splendore della forma, questi fu definito il predi-
catore della ragione, perchè i suoi discorsi sono prin-
cipalmente nerbo di argomentazioni e si spiegano
con la poderosità d' un trattato. Nato a Bourges, gio-
vane ancora, s'ascrisse alla Compagnia di Gesù, ove
da prima passò 18 anni negli studi e nell' insegna-
mento delle lettere umane, della filosofia e della teo-
logia, esercitandosi però talvolta anche nella predica-
zione, e con tanto plauso che i suoi superiori pen-
sarono di liberarlo da ogni altro ufficio, perchè a
tutt'uomo impiegasse l'ingegno nel ministero della
parola. Predicò ad Eu, e in altre città, né molto si
tardò ad invitarlo a Parigi, ove conveniva il fiore
degl' ingegni e della coltura francese, e ove ei predicò
per lo spazio di 34 anni. Rammento un discorso del
card. Parocchi, tenuto ai predicatori di Roma l'anno
1895, in cui l'insigne Porporato proponeva, come
modello che serve a nobilitare l'eloquenza sacra, la
potenza delle ragioni teologiche del Bourdaloue e la
maestria dello scrivere e il buon dettato del Segneri ;
e dicea bene; perchè senza dubbio questo oratore ci
presenta un apparato così ricco di dottrina e cosi
magistralmente ordinato che non so che cosa si possa
inventare di meglio per convincere, conquidere, con-
Digitized by
Google
312 CAPO OTTAVO
durre a retti e santi costumi chi non abbia smarrito
ogni fede. Appena Luigi XIV V intese se ne invaghì,
(e Foratore non accarezzava gli orecchi ad alcuno)
e lo volle in corte per ben cinque avventi e cinque
quaresime, cosa affatto insolita, onde se da prima lo
chiamavano il predicatore dei re, poi lo chiamarono
anche il re dei predicatori. Il principe di Condè al
suo presentarsi sul pulpito solea dire: silenzio, il ne-
mico é qui; egli che, avvezzo ad ordinar le battaglie,
sapeva apprezzare le ordinate argomentazioni che,
quasi schiere disciplinate nelle loro evoluzioni, ren-
deano trionfante un discorso. Infatti il Bourdaloue
sapeva disporle quasi capitano che con definite e
giuste mosse circuisce e debella il nemico; onde il
Villemain lo definì l'atleta della ragione. E di una
ragione, possiamo aggiungere, non abbandonata a se
stessa e infetta di razionalismo, come troppo appare
nei tempi posteriori del filosofismo, ma di una ragione
basata sopra una sana teologia. Le Sacre Scritture
sono il r,uo fondamento, tra le quali mostra di pre-
diligere Isaia e S. Paolo, come tra i Santi Padri suol
preferire Tertulliano, Agostino, il Crisostomo. Per
tutti questi motivi la fama del sommo oratore giunse
a tal punto che non si sapeva imaginare alcunché
di più grande nel suo campo. Chi tentò crollarne al-
quanto il merito fu Fénélon, che l' aveva udito, e
non che il gesto e il modo della declamazione, ardì
e non senza scandalo di censurarne 1' arte. Quando
però diceva di non trovarvi nulla di familiare, d'in-
sinuante, di popolare, nulla di vivo, di figurato, di
sublime veniva a mettere la mano sopra un difetto
eh' egli nel calore della critica avea troppo ricresciuto,
ma che però realmente in qualche grado esisteva. È
vero, non è difficile trovare anche in Bourdaloue
qualche tratto che commuova, che innalza con la
forza del suo sentimento che nasce sincero e spazia
Digitized by
Google
Altn
CAPO OTTAVO 313
ad agio trar le ampie vedute che ci presenta con !e
sue riflessioni, ma bisogna pur convenire che si de-
sidererebbero più frequenti e talvolta più mossi; dì
guisa che abitualmente egli e il gran maestro che
rsgior^a e insegna, facendo alcun poco sentire il peso
della cattedra e impacciando alquanto lo slancio di
un'anima che vorrebbe versare la piena de' suoi af-
fetti dinanzi alfa contemplazione del vero. Cosicché
il Bossuet otterrebbe la palma per un migliore ac-
cordo delle fucolrà oratorie.
Registriamo ancora secondo il nostro rrsetodo al-
cuni altri di questa seconda metà di secolo che vanno di'iniflor
collocad per così esprimermi in un più basso ordine ^* ^'^^
di eccellenza. Troviamo tra i Gc?>u\l\: Ceìlot Luigi óì
Parigi morto nel i6^è e che stampò in Ialino Pane*
gXrici et orationes (Parisiis i^jrj^ Omiet Lorenzo ***'^*
di Besan^one, morto ad Anversa nel 1658, che lasciò:
^Mtechisme en 16 ie^ons^ e molte opere ascetiche; è
notabile per [a dolcezza, quantunque a derta del
Maury non molto si elevi. Parys Giovanni d'An-
versa, morto in patria nel 1670, che pubblicò; Mar-
garita evangelica, sive D. N. J. C. vrVa, docirina eie.
^'am concionatoribus accomodata. Castillon André dì
Caen, mono a Parigi nel 1671, che ebbe assdi ripu-
tazione e scrisse: Sernmns pour tous ks dimane hes
de i Avent, préchés devant ses Majestés (Paris i(ì']2}
e Panegiriques des SainCs fi6y6J. Bienvilie Olivieri
di Parigi, morto nel i^jSo, che pubblicò il Paradiso
terrestre o Esercizi spirituali (Reims 1670). De la
Co/o?7^è/ère C/awifib, direttore spiri ruale dì B. Mar
ftherita Alacoque, morto nel 1G82, che scrisse: Ser-
mùns préchés devant san Altesse Rojraie fLyon 1684}^
armoni che furono ripubblicati in lingua più cor-
^^\'^^^ Adamo Giovanni dì Limo^es ( i6dB ì(~ì^^4\ morrò
a Bordeaux, che scrisse assai contro i Giansenisti e
i Calvinisti; di lui come oratore si pubblicarono:
i
Digitized by
Google
3*4 CAPO OTTAVO
Octave de controverse sur le tres S. Sacrement de
t autel f Bordeaux i6ys) ® Sermons pour un Avent.
Bertal Stefano di Lione, morto in patria nel 1687.
Texier Claudio^ rettore di più collegi di Gesuiti, che
va segnalato per egregie doti. Pubblicò: L' impie
maiheureux, ou ies trois maledictions du pecheur, pré
chés pendant t Avent; e inoltre: Sermons du ca-
resme, Octave du S. Sacrement, Mystères, fétes de
la Vierge; opere tutte edite a Parigi pochi anni
prima della sua morte, avvenuta a Bordeaux nel 1687.
Hagard Cornelio, celebre controversista di Aude-
narde, morto nel 1688, che passò 20 anni ad An-
versa e scrisse in lingua paesana e francese molte
opere ascetiche; tra l'altro in latino: Discursus mo-
rales in selectiora loca Genesis, etc. fAutuerpiae 1688)-
Giroust Giacomo di Beaufort, che predicò sui pulpiti
più illustri e morì a Parigi nel 1689, lasciando cinque
volumi di sermoni. Cheminais de Montaigu, morto
il 1689, che scrisse: Sermons f Paris 1 6 pò J e Remar
ques sur t eloquence. Crassei Giovanni di Dieppe,
morto nel 1692, che predicò assai, lasciando pregevoli
opere ascetiche. Wespin Tomaso di Namur che pre-
dicò con plauso nel Belgio e morì nel 1693; stampò:
Morale evangelique pour tous Ies dimanches de l'année
(Liegi 1680J. Orleans Pietro Giuseppe di Bourges,
morto a Parigi nel 1698, che fu scrittore di buon
nome e pubblicò: Sermons et instructións sur diverses
matières,
^menicani Tra i Domenicani: Le Paige Tomaso della Lo-
teringia, che ottenne buon nome per T abilità di tes-
sere orazioni funebri e ne lasciò alcune; morì nel
1658. Vivin Basilio di Vannés che predicò molto,
specie a Tolosa e Parigi. Casalas Giovanni di Muret,
morto nel 1665, che ebbe assai rinomanza, ma non
pubblicò che 1' Oraison funebre de Louis XIIL Frè-
dérix Giacinto del Brabante che lasciò sei quaresi-
u
Digitized by
Google
mé^d.-
CAPO OTTAVO 3^S
mali; morì nel 1670 Doufrène Marco, morto nel
i686, che pubblicò dei panegirici. Serrani Giacinto^
romano, visse molto in Francia, predicò alla presenza
di Anna e Maria Teresa austriache, e tra X altro
lasciò : Discours publics prononcés en differentes ùc
^asions. Dassìer La^i^aro di Parigi, ove molto pre
dico, pubblicando poi due avventi, un quaresimale,
varii discorsi e tre volumi di panegirici; morì nel
1692. Ducos Gto, Carlo d* Aquitania catechizzò asciai
il popolo nei villaggi e nelle borgate e morì nel 1692,
lasciando: Le pasteur apostolique ense furiant aux fi-
dèles par des instructions familières dressees en fanne
de catechisme (Tolosa 1687)- Bouquin Carlo di Ta
rascona presso il Rodano, scrisse, più da teologo che
da oratore: Sermone^ apologetici quibus sanctae ca
tholicae et romanae Ecclesiae fides cantra novatores
defenditur ac propugnatur etc. (Lugduni iGSffJ.
Inoltre: Annus apostolicus sive Sermones prò Adv. mss.
Tra gii Agostiniani: Cortade Germano, const.le- agostinUni
rato tra i più rinomati del tempo, che pubblicò:
Marial ou panegiriques de toutes les festes de la
S. Vierge avec les sermons de quatres confrairies etc.
(Toulouse i6j6) e Panegiriques des Samts cholsis
de tous les Ordres et Etats de t Eglise (Paris 16 6^^).
Van Hoorn Carlo di Gand, che dicono fosse di rara
elcxjuenza e pubblicò: Cornucopia concionum sacra
rum super cunctas ferias et dominicas quadragesimae
(Coloniae jGjo e i6j6), Tractatus Marianus de
kudibus et praerogativis B, M. Virg. (Gand 1660).
Stassart Nicolò, belga, detto facondissimo, lasciò
75 discorsi in frnncese sul libro di Judith, e alcuni
volumi di altri discorsi.
Vilìamaert Giacomo di Bruges, priore e provin-
ciale nella città nativa, assai gradito come oratore,
che stampò: Lezioni evangeliche sulle domeniche e
ferie di quaresima^ con meditazioni sulla Passione
*del Signore e sermoni sulla Pasqua ( Autuerpiae 1685).
Digitized by
Google
j
^\6 CAPO OTTAVO
Un pio e celebre cappuccino che venne a morire
ik*iiceicaDiin questa seconda metà di secolo fu Ivone di Parigi.
Aveva esercitato la professione di avvocato nel par-
lamento della città nativa, e fattosi religioso attese
per gran tempo alla predicazione con uno zelo instan-
cabile e con grandi conversioni di peccatori; morì di
85 anni nel 1678, e lasciò molte operette ascetiche,
come: Pratiche di pietà e amori divini; Massime
moriili e cristiane; L'Agente di Dio nel mondo; Le
false opinioni e le vane scuse del peccatore; Il ma-
gistrato integro; Il penitente cristiano; Il principe e
gentiluomo cristiano, e parecchie altre cose.
APPENDICE II1« AL CAPO Vili.
Aicum ora- ^^^^ tra gli Spagnuoli i Gesuiti: Naxera Em-
yoT\ à\ a\\Tc manucle di Toledo, nato nel 1623 e che predicò con
gran lama un trent' anni, lasciando, oltre ad opere
teologiche, Sermones varios, panegiricos, discursus
, moraies para las dominicas de Ad^iento, de qua-
pignuoL j^^^j^^. qy^sta quaresima fu tradotta anche in lingua
italiana (Venezia 1633). A guillar Stefano ( 1606-1668)
nato a Guadalascara (Messico) che pubblicò in lingua
spaf^nuola: Elogi e altri discorsi. Mendo Andrea di
Longrono, predicatore alla corte di Madrid, ed ivi
morto nei 1684, che lasciò: Quaresma, Sermones va-
rioSy Asswnplos predicabiies- Arauda Filippo d'Ara-
gona (1642 1Ò93) che predicò molto a Saragozza e
lasciò una quaresima di 26 sermoni. Inoltre i Dome-
nicani: De Sala^ar Cavallero^ morto nel 1633, ^^^
pubblicò modelli di orazioni funebri; Herrera Fer-
dinando che pubblicò due volumi di sermoni. Sai
cedo Antonio che stampò: Sermones de Santos e
mori nel i'j/o; Antonio de Lorea che fu assai lodato
per facondia e facilità e stampò un volume di ser-
Digitized by V^OOQIC
1^
CAPO OTTAVO 3Ìy^
moni, morì nel 1688; Francesco de Sobrecasas dì
Barcellona, che predicò in corte di Carlo II e quindi
fu vescovo in Sardegna e morì nel 1694; pubblicò:
Sermones celebres jr varias {Madrid !(%). L'ago-
stiniano Pietro da S Giuseppe, scalzo, detto ti pit-
tore, perché abile in quell'arte, morto nel [652, che
predicò molto e lasciò molti discorsi in lingua spa-
gnuola per le domeniche e ferie quarte e seste dì
quaresima (Madrid 1649) e sulle feste di Maria Ver-
gine (Madrid 1652).
Noto prima tra i Portoghesi l'oratore che st con- po^fogi^e^t
sidera tra i più grandi di quella nazione e di cui
l'anno scorso 1897 ^^ celebrava con feste il secondo
centenario dalla sua morte; vo' dire il p. Antonio
Vieira dì Lisbona ( 1608- 1697). Nei 1623 entrava nella
Compagnia di Gesù; caro a Giovanni IV fu predi-
catore della regia cappella e gli rese importanti ser-
vizi, segnalandosi nella politica non meno che, nella
oratoria. Classico prosatore, si mostra anche profondo
conoscitore def cuore umano. I Geisuiti Cardeyra
Luigi, morto nel 1684, che pubblicò dei sermoni e
Reys Emmanuele, che fu celebre predicatore a Li-
sbona e stampò molti sermoni; morì nel 1699. Gli
Agostiniani Almeida Cristoforo, che morì nel 1679 e
fu vescovo ausiliare del patriarca di Lisbona, emi-
nente predicatore, lasciando quattro volumi di di-
scorsi. Da Grafia Simone, priore a Goa, morto nel
1682, che lasciò tredici panegirici su va Hi santi.
Noto fra i Tedeschi: I Gesuiti Faber Mjtiia, ba- Tedeschi
Varese, morto a Tyrnau nel 1653; andava tra i più
rinomati del suo tempo; pubblicò: Concionum opus
tripartitum (Ingolstadt 1647). Mentpits Giorgio dì
Magonza, morto nel 1672, che stampò a Fulda, due
anni prima, il suo Concionator extemporalis. Kiselius
Filippo di Fulda (1610-1674) che predicò con j^ran
fama a Magonza, Spira, VUrtzburg, e pubblicò: Nili
Digitized by
Google
3^8 CAPO OTTAVO
my siici ex paradiso voluptatis, sive verbi divini septem-
piici alveo dcfluentes, et totidem effusionibus pretto-
sissimì san^uinis D. N. J. C. Alveus /«* sive primus
annus amcionum in dom. e//(?^/a (Bambergae 1666).
Alveus 11^^ etc. usque ad VII^^, Radau Michele di
Braunsberg, che predicò con gran successo a K5ni-
sberg (1675) e scrisse Y Orator extemporaneus. Dir
rheimer Ulrico, che predicò ad Ausbourg dal 1678
al i&?4 e pubblicò molti sermoni in latino. Hartung
Filippo, boemo (1629-1682}, che fu indefesso predica-
tore in Moravia e Slesia e pubblicò Conciones terge-
minae rusticae, civicae, aulicae totius anni (Norim-
bergae ijifì: Philippicae seu invectivae LX in no
torios peccatores prò singulis totius anni dominicis
{Augustae 16 gs); Problemata evangelica sive quae
stiones curiosae in singula evangelia {Augustae 1 6gs)'
Hayes Giacomo del ducato di Limburg, che predicò
con gran frutto le missioni in Boemia, Amburgo,
Alton a verso la fine del secolo. La Guida fedele che
conduce i deviati pel più breve cammino alla Chiesa
di Gesù Cristo fu da lui scritta in francese e sì stampò
anche tradotta in italiano (Firenze 1686). L'Autore
ridusse anche in domande e risposte il Catechismo
del ven. Canisio. Noto inoltre i Domenicani Gessner
Giovanni che stampò a Francoforte nel 1667: Rosa
Jeric/ìOi seu conceptus predicabiles de Rosario. Raf-
faello de Lamenet^, boemo, che pubblicò: Paradisus
conciofiaturum, tetralogiae misticae, sive quatuor ser-
mones predicabiles, interdum vero plures, ex utroque
Testamento sacrae scripturae etc. in ordinem redacti
et divisi in quatuor tomos ( Achaffemburgi 1667);
Eustachio de RosanOj che dimorò per lo più a Co-
lonia e pubblicò; Centuria concionatoria in dom. et
festa iCoìonlae)', mori nel 1678. L'Agostiniano ^norr
Egidio^ morto a Vienna nel 1701 di 71 anno, che
lasciò due volumi di sermoni sulle domeniche e un
mss, di panegirici.
Digitized by VjOOQIC
r'^T'
CAPO OTTAVO 3[g
Trovo celebre ira gl'Inglesi Gio, Goter, nato nella
Contea di Southampton e eduaito da prima nella
religione anglicana ma poi convertito al cattolicismo.
Fatiosi prete diventò un Fervido missionario e motto
predicò nelle cappelle aperte a Londra sotto il go
verno di Giacomo II (1685-1689) rimettendo il seme
di quella vita che dovea rifiorire più tardi. Si kce
molto onore nelle conferenze pubbliche sostenute
contro i più celebri dottori anglicani. Prendeva parte
alla sua azione il gesuita PuHon e Godeau e Serjeant
Il Goter, oltre a moke opere ascetiche, scrisse pa-
recchie controversie, tra le quali si notario: Ragione
ed autorità, La Transustanziazione difesa.^ Il papista
mal rappresentato. La Guida del cristiano nella scelta
di una religione. Mori nel [704, mentre si recava a
Lisbona (r).
{[^ £« Diz^ Richard € Gìraud.
Digitized by
Google
320
CAPO IX.
Dal fpfhicipia del secoìo XV HI fino alla rivoi oziane francese — Ci-
ran«re di qui^^ts periodo — Il p. Giucco e oratori che tramea»
zaiio tvA 11 gusle delk ampollosità e òéWa. artifii^iBta ]|n ar« —
Oratori più poEiti ma ttoa ssntì affetiazìocK? e Siverlo Vant'
lesti e Settustiano Paoli — Il celebre Girolamo Tornlelli — Pre-
drcalori più gravi fi pii e S, Leonardo da Porto Maurizio —
Aarori di lezioni morali, di spifigazlone di Vangalo e di lettere
pastorali — Appendice 1, II, IH.
Il secolo, in questa istoria ora percorso, ci mise iti-
gli questo nanzi un fatto che pare indecifrabile, cioè una strana
periodo mania di grandezza che gonfiando sé medesima di-
venta per tante guise ridicola, ma che pur ci con-
duce ad avere la migliore riforma che vanti la nostra
letteratura oratoria. Però non si creda che tra queste
due fasi storiche non esista un nesso che possa for-
nirci la spiegazione del fortunato passaggio. Quella
tendenza al grandeggiare che signoreggiata dal ca-
priccio dava in eccessi-, contenuta dentro i giusti con-
fini dalla realta delle cose poteva riflettere mera vi-
gliosamente la grandiosità del concetto cristiano e de!
sentimento religioso, e quindi sollevare la parola ora-
toria alla sublimità che le aspetta, e circondarla dì
un'incantevole aureola; perciò si attagliava più che
mai alfeloquenj^a del pulpito, che viene a spiegare
per quanto è possibile le attinenze tra il finito e Tin-
finito e tende di sua natura al sublime* Ma pur
troppo la piena armonia che pareva prossima ad ot-
tenersi durò poco e si ruppe per le a nove tendenze e
Digitized by
Google
CAPO NONO 321
i nuovi gusti che s' introducevano, e per circostanze
che certo non si potevano dire le più favorevoli ; onde
acquista una certa pòsa, che, se si vuole, ha del sem-
plice e del pastorale, ma con affettazione e con una
specie di fiacco abbandono. La nota arcadica facile e
soave ma troppo ricercata e senza nerbo, tende a
sostituire gli sforzi ampollosi della pi ima metà del
secolo precedente; e quando vuole rinvigorirsi o
troppo si accosta al filosofismo di moda, o troppo
segue e pedantescamente le orme tracciate dagli ora-
tori francesi perdendo il suo tipo sincero. Spieghiamo
a parte a parte il nostro giudizio.
Giova avvertir da prima che l'uditorio tra noi non
1 ^- . . V L' uditorio
solo non mancava, ma contmuava numeroso; m ciò « numerosa
gì' Italiani seguivano ancora le tradizioni dei niag-g^JJ* 2°°^.
glori: certo, tirati i conti, noi non avevamo argo- giosamente
mento di lagnarcene quanto se ne lagnavano i Fran- sposfò
cesi. Ma pur troppo in molti era un vezzo, un uso
r andare a predica, più che un atto di sentita pietà; e
le pratiche religiose avevano qualche cosa di ufficiale
nelle nostre abitudini. Nelle città principali, specie
nella quaresima, il popolo si affollava intorno al pul-
pito de' più celebri oratori, e vi prendea gusto e solea
non di raro concedere sensibilmente la sua approva-
zione, non solo con lo stropiccio de' piedi o con altri
non meno ignobili segni, ma talvolta anche con ap-
plausi romorosi e battendo le mani. Leggo appunto
in un opuscolo anonimo, stampato a Venezia verso
la metà di quel secolo, (opuscolo in cui si difende
come un progresso l'arte contemporanea del predi-
care) che proprio per i fatti progressi la gente non
solo si accalcava intorno agli oratori, ma « acclamava
a battuta e ribattuta palma » (i). Ma siffatta fi-e-
(I) I novelli predicatori d'oggidì, ossia i caratteri del predicar
moderno. Venezia 1748.
Storia della Predicazione ecc. ai
Digitized by
Google
322 CAPO NONO
quenza non era sempre un segno di buon desiderio
di perfezione cristiana; spesso si andava per compia-
cere agli altri, per passare il tempo, per trovar ma-
teria di giudizi oziosi. Il cappuccino Antonio Dalla
Borra così se ne lagna al principio del suo quaresi-
male (men che mediocre, a dir vero) pubblicato dopo
la morte dell'oratore dal confratello ed amico fr. To-
maso da Cardeto; « Se Iddio mi avesse conceduto
il dono di far miracoli, questa mattina appunto vorrei
farne due: uno di rendermi da visibile invisibile,
l'altro di poter replicar la mia presenza in tanti
luoghi in quanti siete voi che mi avete ascoltato.
Ma, padre, a che servirebbero questi miracoli? A che
servirebbono? Oh se lo sapeste voi! Ma via, voglio
dirvelo. Vorrei, terminata la predica, invece di andar
a prender fiato alla stanza, andarmene invisibilmente
appresso a ciascuno di voi, e siccome voi avete in-
tesa la predica mia, cosi ancor io vorrei andar sen-
tendo le prediche vostre. Oh che belle prediche sen-
tirei! Chi direbbe: il primo argomento portato dal
predicatore non batte al chiodo; chi direbbe: il se
condo è un poco fiacco; chi direbbe: il periodare non
è sonante; chi direbbe: le invettive sono troppo agre;
uno andrebbe postillando le virgole, un altro censu-
rando le parole, questo criticando la voce, quello vi-
tuperando i gesti. » Al medesimo modo il p. Dolera,
assai più valente del primo, deplora: « che altri vada
in chiesa per contentare l' ingegno nel diletto di uno
che parli di rose e di viole; altri per passar T ore più
rincrescevoli, fin che giunga l'ora del pranzo » (i).
E la ragione principalissima di questo stato degli
animi si troverà in quel gelo d' incredulità e in quella
conseguente indifferenza religiosa che spirava di Fran-
cia sia con le dottrine giansenistiche che troppo al
(i) Predica i di quaresima.
Digitized by
Google
j
CAPO NONO 323
tecchirono tra noi, sia col malefico influsso dell' En-
ciclopedia; onde si raffreddavano in gran parie anche
le aure più temperale e miti del cielo italiano; sì che
la viva fede e lo zelo della propria spirituale salute
restringevasi sempre più al popolo delle campagne. E
ognuno può imaginar di leggeri quanto siffatte di
sposizioni dell'uditorio nuocano all'animo dello stesso
oratore.
Di che usciva un altro guaio, cioè di lasciar molto si rompe
da parte il dogma e le gravi argomentazioni fondate ""^^IJJ^^^^
sopra di esso, rompendo quell' intreccio armonico che tra il
ha da essere tra le verità religiose e la morale che e ia°m"raie
deve ad esse informarsi. Perché se è vero che il sacro
oratore non deve far larghe esposizioni di dottrina e
nnolto meno speculare con ragionamenti o troppo
alti e sottili o scolasticamente formulati, imitando il
teologo che fa la sua lezione in cattedra: è vero an-
cora che l'analisi dei costumi e le norme pratiche
che devono guidarli non si reggono bene né si svol-
gono efficacemente quando non si vegga nettamente
il nesso che hanno col dogma. Non é forse questo
uno dei grandi motivi per cui l'eloquenza sacra de-
generò e declinò tra i protestanti, i quali sentendosi
a disagio nella dottrina, per le loro stesse divisioni,
riparavano tra le norme di una morale comunemente
accetta ? Mor giorno i soli, muoversi in leggiadro fulgor le stelle,
scuoter la superba chioma i monti, infiorarsi di gigli
<e di rose le arene più aduste, scorrere latte e miele
Digitized by
Google
332 CAPO NONO
i macigni più alpestri; e all'alto festevol clamore
de' boschi, de' fiumi risentita e commossa dall' imo al
sommo la natura tutta, cangiarsi, fui per dire in canti
di benedizione e di laude, le orrende strida finanche
e le bestemmie ferali dei demoni? Che se egli è così,
chi dirà quale, signori miei, sia l' impresa e il cimento
del ragionarne per fortunato e prode, non che per
meschino e disacconcio oratore? Vergine bella. Ver-
gine santa, cara e graziosissima Vergine, se vaghezza
di lodarvi nacquemi in cuore gemella con la ragione»
ah per me nutrite la ben amata religiosa fiamma,
Dnde di voi arsi mai sempre ed ardo. Ma timoroso
anche troppo, e non a torto, di non lodarvi con di-
gnità, credetti il meglio di riverirvi con un profondo
umilissimo silenzio, anzi che porre a rischio il de-
coro e la vostra gloria. Ma poiché vi piacque, o gran
Regina, di vincere finalmente la pietosa ritrosaggine
mia ecc. »
Seguitano così a tenere or dell'una or dell'altra
Altri maniera Ercole Mattioli di Bologna (1622-1710) che
tramezzano scrisse : 11 Cielo maestro di politica e sana moralità;
maniere ^ Andrea Girolamo Savini d. C. d. G-, che in qua-
lità di maestro dettava i precetti di eloquenza al gio-
vanetto Gianfrancesco Albani dì Pesaro, giovanetto
che diventava oratore di buon nome da prima e poi
per tanti altri meriti saliva alla cattedra di S. Pietro
col nome di Clemente XI ( 1700-1721 ). Il Savini nel
1716 aveva l'onore di dedicargli il suo quaresimale.
A leggerlo però si riconosce che non seppe molto
giovarsi della riforma segneriana, perché s'incontrano
frequenti i giuochi di parole, le imagini di cattivo
gusto e un fare che se talvolta sa accontentarsi del
semplice e di una certa naturalezza che tocca gli af-
fetti, trapassa non di rado al gonfio e allo strano-
Non ha inoltre l' ingegno del Ciacco. E tiene assai
di quest' arte il p. Giacinto Tonti d' Ancona, agosli-
Digitized by
Google
CAPO NONO 535
niano, che fu professore all' Università di Padova, e
tre volte predicatore cesareo alla Corte di Carlo VI;
ebbe molta rinomanza, ma in realtà va tra ì me*
diocri (i). Di lui si pubblicarono prediche per V av-
vento e qu areici ma, panegirici e altri discorsi, tra i
quali l'orazione funebre derta in Torino nel 1712
nelle esequie di Lodovico di Borbone e Adelaide di
Savoia, delfini di Francia. Di poco lo precedeva Cio^
Maria Muti^ di Venezia, dometiicano, che nel Tanno
1692 dedicò il suo Concistoro dei Santi, ossìa pane-
girici, al card. Pietro Ottoboni, e pubblicò anche [
tre impegni del divino Amore, ossia Sermoni del
Ss. S.icramento, del Pury;atorio e dell' Espetta s^Jone
del Parto (Venezia 1709); ma lo sforzo del concetto
e I oscurità che ne deriva lo rendono poco de^no di
attenzione. Stampò anche quattro orazioni in lode
degli alleali contro il Turco (Venezia 1688) e un
quaresimale (Venezia 1711)- Va assai più spigliato
Teloquìo del p. Gio. Paolo CagnoU d. C. di G., per-
chè la forza del sentimento lo allontana dagli arti-
fici; ciò che sì riconosce subito anche dalT esordio
della prima predica suir avvento. Cominciò la sua
carriera a Cremona e la finì troppo presto, per esser
stato colto da improvviso malore a Torino, Tanno
1703. Cammina tra questi due il p. Luigi Vedova ,
tninore osservante del convento della Vigna in Ve-
nezia, sua patria, che predicò molto a Roma e nelle
principali città d'Itaìia, e morì di 49 -inni nel J714*
Folleggia assai più, quantunque con migliore indegno
Giùr Pellegrino Turri, nato a Bilicano della Garfa-
gnana. Pubblicò i suoi panegirici nel 1720, cinque
anni prima della sua morte; dedicandoli a Sua San-
tità Clemente XI. Per dar saggio del suo gusto basta
il titolo del discorso sul Sacramento dell'altare « ti
(iF \, Eàu. Vcn»ia 1620. 11. Ed. Venezia ]73i'36.
Digitized by
Google
334 CAPO NONO
Sacramento in cui il ritrailo è più bello dell' origi-
nale » e dell' orazione funebre per donna Teresa de la
Cenda e d'Aragona, marchesa di Solerà «l'apologia
della morte. » Anzi in questo discorso comincia coq
una descrizione dell' ecclisse solare, fatta con tinte
assai caricate, per far intendere a' suoi uditori lo
sgomento generale degli uomini in quella luttuosa
circostanza; e continua inventando una scena dram-
matica in cui Amore si querela contro la morte, che
rotando la falce inesorabile estinse in un sol fiore le
delizie di mille cuori, per non aver aspettato che
passasse T oro degli anni biondi e venisse l' età ca-
nuta a inargentarle il crine. Si mostra invece più
semplice ed alieno tanto dalle gonfiezze dei secolo
che tramontava, quanto dall'artifizio più galante dei
contemporanei, il card. Vincemmo Maria Orsini, do-
menicano. Di lui si pubblicarono parecchi discorsi
del tempo quaresimale, cento sermoni di vario ar-
gomento e trenta sopra il Purgatorio (i) e inoltre
novanta lezioni scritturali sopra 1' Esodo. Ma a dir
vero quanto questo illustre domenicano procede chiaro,
ordinato e dotto, altrettanto si riconosce privo di
quello slancio oratorio e di quella parola potente e
piena che governa i cuori. Ottenne gran nome di
oratore e andava tra i primi il p. Pantaleone Doleva
dei Chierici Regolari; ma è troppo indulgente con le
esigenze del suo tempo. Aweite egli stesso nella pre-
fazione alle prediche pubblicate nel 1724 che il suo
secolo è schifiltoso in fatto di gusto e che conviene
tener conto di questa tendenza nel preparare i di-
scorsi. Perciò egli piacque molto allora e si tentava
con l'aiuto di qualche stenografia e della memoria
di rubargli i discorsi e diftbnderli tra il popolo; anzi
dichiara egli stesso d' essersi determinato a pubbli
(1) Opere dell' E.mo fr. Vincenzo M Orsini ecc. Ravenna 1718.
Digitized by
Google
i:.:.^
CAPO NONO 355
Carli appunto perchè se n'erano tratte copie dalla
viva sua voce assai errate, le quali andaviino per le
inani di Tutti. Tra' suoi artifizi non manca però di
serietà e sa dar conveniente sviluppo a* suoi temi.
Protesta di non montar sul pergamo se non <^ per
dichiarare la volontà del Signore e per Invitare i suoi
uditori a rompere quei ceppi che troppo li stringono
alle creature e a rubare alcun pensiero alla terra per
darlo allo spinto jj (t). Sostanzioso invece, con con-
catenate idee ma troppo accumulata erudizione svolge
i suoi argomenti Cesare Bambecari, canonico late-
ranese, che pubblicò le sue prediche nel 1730; manca
però molto di vivacità oratoria. E a chi volesse alcun
altro che in certo modo stia a cavalcioni dei due
periodi potrei rammentare il p, Giuseppe Bernardoni,
dei Chierici Regolari, il quale con mediocre abilità
presenta ancora nel 1737, anno in cui pubblicò i suoi
lavori, qualche cosa di quello sforzo d'imagìne e di
frase che già quasi del tutto tramontava.
A mano a mano però che ci avanziamo verso ìIq|j oncori-
pien mtzm del secolo Tarte acquista mag^i^ior poli- r'ù poim
tezza e lindura, benché non al tutto dt sano gusto: Vanaieiii
e abbiamo parecchi oratori di uno stile più preciso e
corretto. S" intesi de che il retto rìcu me fa sempre le
sue prove, e ti disgustarlo una certa liacchezza di
pensiero e d'affetto, in mezzo a fucata appariscenza,
e una lìngua che non si battezza s^empre nelle acque
del suo paese; Tuttavia non mancano oratori che as-
sociano delle buone qualità e meritano T attenzione
della critica e della storia. Cosi di modi soavi, polito
anzi troppo lindo talvolta, ci si presenta il p. Saverio
Vana/ejft' ( 1Ó7S-1 741 ), viva imagine di quella dol-
cezza troppo ricercata che già era di moda. Nato a
Napoli, ascrittosi alla Compagnia di Gesù, colto nelle
tu Predica IV,
Digitized by
Google
33^ CAPO NONO
lettere non che nelle scienze sacre e fornito di buon
gusto, piacque assai nella sua predicazione; tanto piii
<:he alle altre sue qualità aggiungeva una voce piena
e sonora e un portamento dignitoso e garbato. Pre-
dicò a lungo in Italia e a Vienna. Quanto sdegnava
le già viete ampollosità, altrettanto s' avvicinava a
<iuella maniera studiata, composta e fiorita ch'era
la novità che s' introduceva e di cui solevano com-
piacersi, a Q.ual meraviglia se anche i sacri oratori,
a' quali troppo giova l' accomodarsi al talento di chi
gli ascolta, pongono il meglio della lor arte per esser
nuovi nel dire o per apparirlo? » (i)- Non ha molta
dottrina, né molto ragiona; abbondano piuttosto le
imagini e spesso descrive « Non così timido vian-
dante tra i labirinti di folto bosco confuso perdesi;
non così mal esperto nocchiero tra i gorghi di vasto
mare diffida incerto; non così ruvido pastorello tra
le magnificenze di colta città smarrisce attonito, com'io,
uditori, smarrisco, diffido, perdomi confuso, incerto,
attonito, qualora entro a ponderare la vita del grande,
del massimo, del divino Francesco Saverio » (2). Che
il gusto frondeggi ognuno lo capisce anche da quel
tantino che se n'è abboccato; ciò che si fa più ma-
nifesto a chi tiri innanzi nella lettura. Conta e mi-
sura tutti i suoi passi, e pon mente financo ai tre
aspetti delle cose, ai tre verbi, ai tre epiteti, seguendo
quei retori che trovavano nelle dette corbellerie qual-
che cosa di più perfetto nella forma. Non si facciano
<iuindi le meraviglie se quando gli torni opportuna
un* imagi ne, un racconto egli l' accarezzi e lo lecchi
con amore, e così troppo indugi, tagliando i nervi a
una vigorosa eloquenza. Ad esempio nel secondo suo
discorso sopra l' Eucaristia vuol far apprezzare i mol-
(1) Pan. in onore di S. Francesco Saverio.
(3) II. Proemio al pan. di S. Francesco Saverio
Digitized by
Google
CAPO NONO 337
teplici e svariati effetti che apporta quel cibo divino,
e gli cade in acconcio l'imagine di una pioggia pri-
maverile e benefica in un ben coltivato giardino.
Davvero che pare non possa più lasciar quel giar-
dino! tanto se ne invaghisce a descrivere le erbe, le
piante, i fiori, per farci apprendere la gran varietà di
effetti che produce una medesima pioggia e passar
quindi agli effetti del cibo eucaristico. Del resto non
va senza qualche potenza oratoria, e quando sa con-
densare alquanto il pensiero e rinvigorisce il suo
sentimento presenta dei buoni tratti; né certo deve
tutto alle doti esteriori, se nelle principali città d'Italia
e a Vienna fu ascoltato non solo con plauso ma
anche con frutto; perchè si dice che i suoi uditori
più che meravigliati uscissero meditabondi e gravi
dalla chiesa dove avea predicato il Vanalesti.
Batte questa via, ma accostandosi più al fare del Emilio
Segneri, il p. Emilio Manfredi { iSjg 1742), bolognese, Manfredi
che nell'arte sua non disonora la parentela coi due
letterati suoi fratelli e più celebri di lui, vo'dire di
Gabriele ed Eustachio Manfredi. Non ha grande
slancio, ma scrive più correttamente e con gusto più
fine di molti suoi contemporanei. Ha forse maggiore
potenza di parola, perchè piij condensato, Antonio
Bassaniy d. C. d. G., le cui prediche furono pubbli- Bassani
cate a Bologna nei 1752 da Gio. Batta Roberti e de-
dicate a Benedetto XIV. Nacque a Venezia e morì a
Padova l'anno 1747. A' suoi giorni s'ebbe in conto
di uno tra i più valenti riformatori della vera elo-
quenza; e certo l'essere insigne letterato ed elegante
poeta gli giovò a quella perfezione di forma che si
riconosce in lui.
E tra costoro, con meno lindura ma con più ef- .
ficacia, si solleva Sebastiano Paoli di Lucca (1684- 175 1). Paoli
Uomo di ingegno superiore, ottenne gran rinomanza
non solo come oratore ma anche come letterato for-
Slorìj della Predicazione ecc. 22
i
Digitized by
Google
33^ CAPO NONO
nito di varia erudizione. Parve pagare un po' di tri-
buto al secolo che gli diede i natali con certe sue
poesie giovanili; ma ben presto seppe allontanarsene
seguendo il nuovo avviamento dato dall' Arcadia. E
raffinò senza dubbio il suo gusto, quando attese, dopo
il suo noviziato presso i Chierici Regolari della Con-
gregazione della Madre di Dio, all'insegnamento
delle lettere nella patria città, presiedendo air Acca-
demia detta dell' Anca ed esercitandosi in erudite
controversie (i). Corroborato quindi da' buoni studi
teologici, dopo aver vinta una malattia che lo mi-
nacciò nella vita, si diede, senza dimenticar le lettere,
alla predicazione, e colse di belle palme, non solo a
Salerno e Cosenza, dove incominciò la fatica di un
quaresimale quotidiano, ma più alla Corte di Vienna,
dove predicò alla presenza di Carlo Vi V avvento
del 1721 e la quaresima nel seguente anno. Fu in
quella corte che tenne parecchi discorsi intitolali
sacro- politici, ma che in realtà sono sacri, benché
rivolti e applicati in modo speciale ai bisogni dei
principi e della corte. Nel che mostrò una lodevole
franchezza, simile a quella del p. Casini, sempre però
tenendosi dentro i confini del rispetto e della conve-
nienza, onde fu applaudito e caro specialmente al-
l' imperatore, che gli affidò poi importanti incarichi
e molto lo onorò. Eccone il metodo. Fa il discorso
della prima domenica d'Avvento? Non s'allontana
dallo spirito della Chiesa, ragiona sul giudizio uni-
versale, ma il suo assunto è: il principe esaminato
dal divin Giudice. « Dunque verrà un dì in cui non
parlerà più di voi né il Tibisco che tante volte im-
porporaste di sangue, né il Pò che tante volte in-
gombraste con l'armi; né l'Istro che circondaste sì
spesso di palme; né la città di Bisanzio che impal-
(I) Vedi Giornale dei Letterati t. X art. 12.
Digitized by
Google
CAPO NONO 339
lidi sovente alle nuove strepitose delle vostre vittorie?
Si, augustissimo, verrà giorno di confusione e di
scompiglio, quando per dar luogo al nuovo regno di
Dio si volgeranno sossopra i fondamenti dei vostri. —
Io spero che rivedrete scritte allora indelebilmente
in quella vasta interminabile eternità le vostre vit-
torie e i vostri trionfi. Spero che godrete di legger
colassù la serie di quelle gloriose imprese che faceste
nel mondo per vantaggio dei vostri regni e per so-
stegno della nostra cattolica Religione. Ma ciò non
potrà impedire che voi ancora non rimaniate sog-
getto all'esame. Esame accompagnato per voi e per
tutti quelli che son simili a voi da due terribili cir-
costanze; le quali come spero che vi renderanno più
glorioso, perchè innocente, così crediate che vi po-
trebbono rendere più misero se foste reo. l principi
sanno molto: colpa loro se sapendo non governarono
i regni colla dovuta attenzione. I principi possono
molto: colpa loro se potendo non purgarono i regni
da' vizi. Queste sono le due circostanze che aggra-
vano in quel dì le colpe dei principi; e questi sa-
ranno i due punti sopra i quali mi darò ora il primo
fortunatissimo onore di ragionarvi » (i). E svolge il
suo assunto con temperato uso di Scrittura e dei
Padri, con decorosa gravità e non senza che la legge
morale efficacemente imperi nella sua parola, quan-
tunque proprio non sorga a una eloquenza grandiosa.
Ecco come parli suU' abuso della potenza dei prin-
cipi nella predica ora citata. « Or mirate che grave
colpa ella è questa dei grandi. Potere sbarbar il vizio,
e lasciarselo non dico crescere ma lussureggiare sugli
occhi! Tener oziosa l'autorità del comando, quando
certi alberi d'ombra vasta succian quanto paese è
(I) opere oratorie di Sebastiano Paoli. Napoli 1785. — Fred. I.
d'Avveoto.
Digitized by
Google
340 CAPO NONO
lor vicino, e convertono in propria grassezza gli scarsi
alimenti dell' erbe più tenere, che loro giacciono in-
tisichire air intorno! Non ardere di giusto sdegno
allorché il privato interesse, travestito di pubblico
bene, propone sul tappeto i sospetti per delitti e le
apparenze per merito! Sospendere il braccio e non
ischiacciar il capo a certi maliziosi pretesti che sotto
il manto della pietà trafugano il vizio, incatenan la
libertà delle leggi, e sotto V ombra di una cristiana
compassione fan passare impunite le colpe! Ahi che
il far ciò non sarebbe già esser principe, ma Tessere
una figura e un' imagine di principato. Sarebbe un
tenere in mano lo scettro, come appunto le statue
vi tengon la spada, per abbellimento della persona e
per timor de' fanciulli. Sarebbe come un sedere in
trono appunto come i passeggeri seggono in nave,
per lasciarsi trasportare a voglia altrui nelle bonacce
e perdersi nella universal confusione fra le tempeste.
Un buon principe dev' essere un buon padre ecc. »
In tal modo con libertà evangelica e con buon me-
todo si conduce nello svolgimento di parecchie sue
prediche, tra le quali noto: La verità disgraziata nelle
corti. La sollecitudine nel decider le cause, L' ele-
zione dei ministri, I grandi non si fidino sempre dei
ministri. Il principe sia sollecito della Religione, Ob-
bligazioni di chi serve al principe. Si conchiude per-
tanto che il Paoli va giustamente tra i primi al suo
tempo, specie per un fare sobrio, grave, franco, nu-
trito più di buoni pensieri che di ricercati ornamenti.
Tali generalmente si presentano anche il suo Qua-
resimale, i suoi panegirici, i suoi discorsi funebri e
quelli fatti in altre occasioni. Potrà notarsi qualche
scorrettezza nel dire, proveniente da comuni negli-
genze del tempo più che dell'autore, e in parte da
difficoltà nel decifrare i suoi manoscritti logori e po-
stillati; ciò che ben poco toglie alla sostanza del me-
Digitized by
Google
CAPO NONO 341
rito; mi pare che schifando le artificiosità precedenti
e' si salvi insieme non poco dalle leccature invadenti. 11 celebre
L'oratore però che vinse tutti, a parere di molti, TornfeTH
in questa prima metà di secolo, e certo raggiunse la
maggior celebrità, fu Girolamo Tornielli (1693- 1752).
Possiam dire che quanto il Vanalesti tende al delicato
e soave, altrettanto il Tornielli tende al grandeg-
giare; sempre però coi mezzi preferiti dal suo tempo,
avendo l'Arcadia ormai trionfato delle passate follie.
Mi sembra che stieno fra loro nelle stesse relazioni
in cui il Frugoni si trovava coi sonettisti e cogli au-
tori di canzonette tanto in voga a que' dì. Nacque a
Cameri presso Novara, e giovanetto di 17 anni en-
trava nella Compagnia di Gesù, ove per ben 13 anni
attese all' insegnamento, maturandosi per tal modo a
quella facilità di esposizione del pensiero che tanto
giova ad un oratore. Quindi, avendo dato segni di
speciale attitudine nell' arringo della eloquenza, attirò
intorno a se numerose e colte udienze nelle princi-
pali città italiane, cominciando a Venezia e termi-
nando a Bologna, ove, durante una sua predicazione,
uno sgorgo di sangue gli tolse la vita. Fornito d' in-
gegno poetico, come si può rilevare anche dalla po-
tente imaginazione che manifesta nelle sue prediche,
pubblicò le Canzoni marinaresche su Nostra Signora.
Ma certo valeva assai più come oratore che come
poeta, e deve la sua rinomanza principalmente al
Quaresimale (i) e ai panegirici (2), opert stampate più
volte dopo la sua morte. Il suo discorso non prende
le proporzioni ampie e complicate di augusta mole
che congiunta in unità stupenda con tutte le sue
parti sopraffa lo spettatore; s'egli avesse potuto far
tanto, andrebbe addirittura collocato tra i sommi;
tuttavia non di rado si eleva con gran movimento e
i) Venezia 1753 e 1762. {2) Carpi 1768.
Digitized by CjOOQIC
à
342 CAPO NONO
scuote gli animi anche con Ja forza del pensiero, ma
più con r apparato delle imagini e dei sentimenti che
lo sorreggono.
Il carattere infatti della sua eloquenza nasce da una
Caratteri- ... , , ^ . . .
siica prin- potente imagmazione che suol congiungersi a viva-
e^saggio ^i^à ^^ sentimento, più facile ed espansiva che pro-
fonda; la quale lo conduce spesso a prediligere quel
vero che splende di bellezza e a rivestirlo con pompa
Quindi d' ordinario i suoi esordi grandeggiano o per
tinte larghe e vivaci o per lo slancio del sentimento
Vuol predicare sulla credibilità della fede? Ecco come
comincia : « Terre, isole, mari, popoli, genti, nazioni
tutte deir universo, udite, O voi avete qui a scior
l argomento di Agostino, o voi avete cggi a rendervi
tutte cristiane. L' argomento gli è questo: la santa
fede di Cristo, in cui già credono tante genti, o ella
venne creduta nel mondo in vigore de' suoi mira-
coli, o ella venne creduta senz'opera di miracoli.
Comunque vi apparecchiate a rispondere vi conviene
restar convinti. Primieramente se presso di voi punto
vale chiarezza di testimoni, ecco i Vangeli, ecco gli
Atti Apostolici, ecco gli Annali della storia ecclesia-
stica. Mirate qui. Questi sono i miracoli di Santo
Stefano, tramandatici per Agostino, questi i prodigi
del grande Antonio, tramandatici per Atanasio... Un
sol d'essi, badate bene, un sol d'essi che ci meniate
per vero, basta a dar per legìttima la Religione che
ravverò; non si potendo dar caso che quel Signore
il quale tiene il miracolo per divisa, qui f adi mira-
bilia solus [t), di un tal divino sigillo mai ne im-
pronti Terrore, senza incorrerne egli la taccia d'in-
gannatore Or tragga innanzi il Gentile, venga
r Ebreo, venga il Maomettano, mostrinsi a un tempo
tutti i nemici al nome cristiano. Su che dite, che
(i; Pa, 7U li*.
Digitized by
Google
CAPO NONO 343
rispondete? Non dubitate voi dunque di dar solenne
mentita a scrittori sì autorevoli? Non vi sgomenta
ne santità né dottrina né numero di tante penne?
Voi dunque avete per fermo non darsi veri miracoli
nel cristianesimo? Or qui appunto entra Agostino,
qui vi aspettava; una fede già sì oscura nei dogmi,
si rigida nelle leggi, qual è la fede di Cristo, venne
ciò non ostante creduta e ammessa nel mondo senza
miracoli? Or questo stesso appunto è il maggior dei
miracoli : hoc nobis unum grande miraculum suffìciU
quod terrarum orbis sine ullis miracults credidit » (i).
Con tanto brio e pieghevolezza di modi scende con
un pensiero non nuovo a determinare il suo assunto,
eh' è di mostrare « che gran miracolo stato sarebbe,
qualora il mondo avesse creduto senza miracoli >;
assunto che compie bene la predica precedente sul
fondamento e sulla credibilità della fede, ove parla ap-
punto anche dei miracoli.
E chi volesse vedere ancor meglio com'ei sguazzi
nelle imagini con gran gusto e con ozio, ma senza
ricrescerle stranamente a mo' de' secentisti, può averne
un saggio anche nel commento di un passo di S. <jÌo.
Crisostomo ch'ei fa servire di esordio alla predica
sull'interesse: « Se il mar giammai non tien pace
ferma, ma ad or ad or turbando il fondo rigonfia le
acque, erge i marosi, rompe con impeto tempestoso
il freno a* lidi, il corso a' legni, il commercio alle
genti; pur alla fine il fiero elemento abbassa Tarme,
ricalma Tonde, si rabbonaccia e posa: commovebuntur
aquae et iterum sedantur; se la terra, talor man-
cando alla natia fermezza muove con forti scosse
d'improvvisi tremuoii a crollar mura, a balzar torri,
ad affondare città e castella; pur alla fine, racchetate
le smanie, ripiglia il centro, rigiace immobile e posa:
(i) De Civìt Dei. 34. 5.
Altro
saggio
Digitized by
Google
344 CAPO NOMO
moveiur terra et iterum subsidit- Se Y aria per na-
turai leggerezza or diradata or compressa, dal vario
umor delle esalazioni ora frigide ora focose trae a
furiose tenzoni gli opposti venti, che la ingombran
di nuvole, la distemprano in piogge, la percuoton
con grandini, la squarcian con tuoni; pur alla fine
cessate le offese, vinte le gare, rivien ella nel suo
tranquillo equilibrio, si liscia, si rasserena e posa:
venti impelluntur et tandem quiescunt Se il fuoco,
pigliando lena dalF alimento, cova le prime vampe in
secreto, poi si palesa con alto fumo, poi si dichiara
con maggior fiamma, poi finalmente con implacabile
incendio arde, scoppia, sfavilla: pur alla fine, man-
cata r esca, spente le forze, ricade anch' egli tra le sue
ceneri e posa -: fiamma excitatur, et consumata demum
materia^ consumitur. Tu solo, grida il Crisostomo,
tu solo, o cuore umano, poiché ti ha preso a scom-
pigliar gli affetti la frenesia dell' interesse, V amor
dell'oro, mai non fai tregua e mai non posi: a/ vero
homo, cum semel pecuniae cupiditate coeperit agitari,
nunquam desinit. Mare nelle sue smanie sempre agi-
talo; terra nelle sue scosse sempre inquieta; vento
sempre nuovo né perciò stanco; fuoco che sempre
pasce né perciò sazio, nunquam desinit; ed è insa-
ziabile nella smania d'avere: nunquam desinit; ed é
insaziabile nella violenza dell'acquistare: nunquam
desinit; ed é insaziabile nella ingiustizia del posse-
dere ». Per tal modo l'oratore discende a stabilire
l'assunto che cotesta insaziabilità si oppone alla ca-
rità verso Dio, verso il prossimo e verso sé stesso.
Chi però qui non sente che vi é del soverchio? E
che l'imagine torna buona soltanto fin che serve a
rivestire convenientemente il vero? Del resto si può
concedere che il Tornielli seppe tratteggiare abilmente
molte scene in modo da ottenere il fine che si pro-
poneva, come potrebbe dimostrarci anche il suo Giu-
Digitized by
Google
CAPO NONO 345
dizio universale, che alcuni stimano il suo capola-
voro; pare che con l'arte della parola voglia emu-
lare un buon colorista della scuola veneziana.
Osservo inoltre che non manca di sufficiente va-
. X , , .... . T^ .* n<jn manca
neta nel modo con cui svolge i suoi argomenti. Perciò di varietà
se talvolta si piace di tratteggiare grandi scene con
descrizioni, come nel citato Giudizio universale, tal
altra o commenta abilmente un fatto, come nella
predica sulla durezza del cuore, che diventa uno
studio sopra 1' ostinazion di Faraone, e in quella
sulla misericordia di Dio in cui commenta la con-
versione del Figliuol prodigo, o svolge teoricamente
e con soda dottrina le verità morali cristiane e la
loro importanza, per derivarne pratiche obbligazioni
e informare i costumi del popolo. Talvolta ancora
riesce nell'intento con buone analisi psicologiche delle
passioni, come potrebbesi vedere in particolare nella
predica sulla passion predominante, del mal abito,
Sulla Maddalena, e in generale dapertulto dove gli
torna che Y uomo si rifletta sulla propria coscienza
e pesa i motivi che lo conducono ad operare e la
responsabilità che ne segue. Il che assai gli giova a
incatenare l'attenzione e a padroneggiare gli animi,
specie quando si vale in ciò del dialogismo, che
serve spesso a renderlo molto popolare. Ognuno ca-
pisce dal già detto che il suo stile potrebbe dirsi pom-
poso e pieno ma a un tempo nutrito; tanto più che,
mentre é studioso di un'armonia risonante e che em-
pie l'orecchio, il soverchio non nuoce all'intelligenza
delle cose, tenendosi lontano dal rigiro faticoso dei
Cinquecentisti.
Ma i Santi son sempre quelli che, quando sì ac-
cingono a qualche impresa per desiderio del bene,
colgono meglio di altri nel segno, perchè corrono
sempre più spediti a cercare la gloria di Dio e la sa-
lute delle anime. E anche nel periodo che or per-
I
Digitized by V^OOQIC
34^ CAPO NONO
corriamo ci viene innanzi un uomo di Dio che seppe
cofaono ^^^^^ ^^^ pulpito un' eloquenza tutta semplice e
meglio nel sgorgante di pietà ardentissima e quindi più effi-
s. Leonar-cace, e quest uomo e 5. Leonardo da Porto Mau-
^Mluriz'm^^'V'o (1676-1751). Miglior modello tra tutti gli ora-
li dimostratori di questa prima parte del secolo non saprei con-
sigliare per avviarsi a un' arte veramente sacra, po-
polare, libera da pastoie e da vani artifizi. Leonardo,
portatosi a dodici anni dalla riviera del Genovesato
a Roma presso un suo zio paterno, frequentò le scuole
del Collegio Romano, mostrandosi pieno d'ingegno
ed emulo insieme delle virtù di S. Luigi Gonzaga.
Qui si decise ben presto per la vita monastica, e nel
cenobio di S. Bonaventura in Roma trovò asilo tra
i Minori osservanti di regola più stretta. Fu qualche
tempo lettore di filosofia, ma ben tosto si sentì tratto
dal suo zelo alla predicazione. Avrebbe voluto prima
recarsi tra i Cinesi a portar loro il lume della fede,
e poi lungo la valle di Lucerna a convertire i pro-
testanti; ma il card. Colloredo gli additò come campo
delle sue evangeliche imprese l'Italia, ed egli credette
di udir nella sua parola la volontà del Signore, e si
mise air opera, appena guarito prodigiosamente da
mortale infermità. Quindi percorse molte regioni della
penisola, e specialmente la Toscana: faceva il qua-
resimale ma più spesso predicava gli esercizi spiri-
tuali, seguendo il metodo di S. Ignazio e accomo-
dandolo alla capacità e alle condizioni del popolo.
Levò gran rumore non solo per la sua santità ma
anche per la sua valentia. A Firenze, all'Impruneta,
eh' è a poche miglia da quella citlà^ volle recarsi ad
ascoltarlo anche il Granduca; è fama poi che il po-
polo accorresse in numero così straordinario che tal-
volta l'oratore trovavasi dinanzi a non meno di cento
mila persone; e tuttavia la sua voce si faceva inten-
dere a tutti. Predicò così 44 anni, fin che vecchia
.^
Digitized by
Google
CAPO NONO 347
cadente, appena tornato al prediletto convento di
Roma, morì fra il compianto de suoi, e fu sepolto
in S. Bonaventura, ove oggi ha culto di santo.
Per ciò che non pensava a gradire con fucate bel-
, f . , . ... Buona arte
lezze, trovo un arte che rispecchia candidamente tutta ch'ei segue
r anima sua. Il suo pensiero scorre come limpidis-
simo ruscello, la tessitura del discorso si svolge or-
dinata e semplice insieme, cosicché chi legge le cose
sue rifa molto agevolmente il cammino percorso.
Non si solleva a troppo alti o peregrini concetti, non
cerca le vedute nuove, ma nemmeno perde il decoro
e la nobiltà, né discende a maniere troppo rusticane
o triviali. Un affetto paterno e confidente e un vivo
zelo, che si trasfonde con una certa forza irrompente,
porgono la nota dominante nel suo stile. Molto si
serve dell' imagine e del racconto per rivestire popo-
larmente il pensiero, non vi si sofferma con troppo
minuti ornamenti, perchè è ben altra cosa quella che
gli preme. È sempre uguale a se sia che tu lo con-
sideri nel quaresimale o negli esercizi spirituali o in
altri discorsi, specie per un certo fare drammatico,
col quale investe e scuote V uditore, senza lasciarlo
un momento. Leggete la predica sullo scandalo; che
splendidi tratti e senza punto darsi Y aria di far
r oratore! « Oh ma, padre mio, date in eccessi sta-
mane. Che eccessi, che eccessi! Recito evangeli, né
mi pento di averlo detto, anzi lo replico: uno scan-
daloso é un vivo e vero diavolo... V'è nessuno di voi
che possa dire: padre, a me é comparso il diavolo.^
e m' ha insegnato a fare la tale iniquità? No che non
vi sarà; ma quanti vi saranno che con tutta verità
mi potrebbero dire: padre, il tal compagno mi ha
insegnato la quintessenza della malizia. Ecco dunque
se gli scandalosi sono più efficaci assai ad insinuare
il male che gli stessi diavoli. Sapete perché? Perché
sono diavoli travestiti. Se un lupo si traveste da cane.
Digitized by
Google
34^ CAPO NONO
sarebbe amato dalle pecore, sarebbe accarezzato dai
pastori e ben visto da tutti, non è cosi? Che mera-
viglia dunque se quel diavolo in carne, quando va a
quella casa, sia accolto con tanta festa: quella fan-
ciulla tutta lesta gli va incontro e lo prende per
mano; la madre si lamenta perchè va troppo di rado;
il padre l'invita a cena come amico; perchè, sebbene
è un diavolo incarnato, è però un diavolo travestito
da giovane; né è conosciuto, che se fosse conosciuto,
colle sassate egli sarebbe cacciato via da quella casa.
Ora che dite adesso? arrivate a comprendere, o scan-
dalosi, il gran torto che fate a Dio in collegarvi col
demonio suo nemico, per rubargli quelle anime ch*ei
tiene più care che la pupilla degli occhi suoi? » (i).
Credo che non vi sia oratore di qualche conto che
sappia fuggire più di lui V artifizio e la vana rettorica,
anche quando adopera le figure rettoriche, che in lui
rivestono molta naturalezza.
Preferisce un pensiero che si svolge per lo più su
È pratico, cose pgle
CAPO NONO 357
l'anno (Tuderi 1702); Ambrogio Cappello da Udine
che lasciò un quaresimale e panegirici; Giuseppe Tom-
maso Riotta da Trapani, lodato per erudizione ed
eleganza, che pubblicò orazioni di circostanza e il
quaresimale (Trapani 1704); Tommaso Borelli da
Genova che dettò il Rosario meditato e recitato, di-
scorsi morali ecc. (Genova 1708); Gio- Batta Ma^{0-
leni dì Bergamo, che pubblicò alcuni panegirici e
sermoni in lode del Rosario (Parma 171 1); Cheru-
bino Paraferà di Napoli che pubblicò il quaresimale
(Napoli 1712); i^a/wonrfò 5on/2//o, siciliano, che com-
pose 1' Anno sacro, ovvero sermoni del Ss. Rosario
per tutte le domeniche e fs^ste principali dell' anno
(Catania 1708) e morì nel 1714; Cesare Lod. Sami-
niati di Lucca che lasciò panegirici sacri.
Sono degni di menzione tra gli Agostiniani: Ca- ^ ,. . .
, ... agoitiniani
luscni Taddeo, milanese, morto al principio del se-
colo, che lasciò molte prediche e panegirici mano-
scritti, e di cui si pubblicò l'opera: Esame della re-
ligione protestante, ossia pretesa riformata (Vene-
zia 1720); Ambrogio De Nobili da S. Carlo, mila-
nese, scalzo, morto nel 1715, che fu assai lodato per
la facondia e pubblicò: Prediche per 1' Avvento (Mi-
lano 1688), Discorsi sacri (iMilano 1690), Prediche qua-
resimali (Milano 1696), Discorsi sopra i dolori della
Vergine (Milano 1702), Discorsi sopra le eccellenze
del Rosario (Milano 1711); Staurengo Prospero da
S. Giuseppe, milanese, priore in varii conventi, pro-
vinciale, morto nel 171 5, che fu indefesso oratore e
stampò: Orazioni sacre, dedicate a Mons. Alessandro
Croce vescovo di Cremona (Milano 1700), Discorsi
per l'Avvento e alcune feste dei santi (Milano 1709)
Discorsi claustrali sopra la Regola di S. Agostino
(Milano 1704 e 1711 ), Quadragesimale (Milano 1714).
Borsa Pietro, cremonese, che lasciò parecchi discorsi
e morì nel 1724; Cataneo Giacomo da S. Lucia, mi-
Digitized by
Google
35^ CAPO NONO
lanese, scalzo, morto nel 1737, che predicò per 37 anni
nelle primarie città d' Italia e sempre con straordi-
nario concorso e di cui si stamparono orazioni fu-
nebri e parecchi panegirici, per i quali era principal-
mente richiesto; Pancero Gio. Bortolo da S. Claudio,
pur milanese e scalzo, definitore a Roma, commis-
sario apostolico in Germania, assai erudito nella
storia e poeta, che come oratore lasciò le prediche
d'avvento e di quaresima.
L« raccolta Gaetano Maria Travasa, bassanese, chierico re-
di Gaetano golare teatino e predicatore, nel 1754 pubblicava in
ravasa^ volumi a Venezia (tip. Gio. Manfrè) una Raccolta
di varie orazioni de* più pregiati autori del tempo.
Diceva di togliere dagli altri piuttosto che dare del
proprio, perchè non riconosceva nei proprii compo-
nimenti quella eloquenza mirabile che voleasi rico-
noscere negli oratori raccolti « che sono di grande
riputazione nel secol d' oggi » e degni per lo più
d'encomio qual più qual meno « per dottrina pro-
fonda, nerboruta eloquenza e leggiadria di stile e
purità di vocaboli ». Leggo tra costoro (lasciando
stare alcuni già rammentati) i nuovi nomi: del sa-
cerdote Innocenzo Molinaro, del gesuita Igna{io
Chiaberge, del padre Benedetto Verini della Congre-
gazione della Madre di Dio, di Giuseppe M. Platina,
minore conventuale, di Mons. Giuseppe Porporato,
vescovo di Saluzzo, che fece anche il discorso fu-
nebre di Teresa Elisabetta di Lorena regina di Sar-
degna, dell' Ab. Gaetano Zuanelli, che poi fu vescovo
di Belluno e stampò a Venezia nel 1735 il suo qua-
resimale, lavoro che va tra i migliori; dell' Ab. Do-
menico Aurelio Franceschi di Reggio, del p. Carlo
Sanseverino, gesuita, del quale facevano grande stima
il Roberti e il Pellegrini, del p. Lorenzo Mora, pur
gesuita, dell' ab. Giorgio Baronio, del p. Pier Tom-
maso Campana, bresciano, dell'Ordine de'Predica-
Digitized by
Google
CAPO NONO 359
tori, di Francesco M- Da Bergamo, cappuccino, di
Gto. Stefano Granara, dei Chierici Regolari, di Fran-
cesco Anton Gervasi, minore conventuale, di Do-
menico Anton Fabbroni, minore conventuale, di Giu-
seppe Anton M. Santini, carmelitano, di Michelangelo
da Reggio, cappuccino, dell' ab. Enea Gaetano Me-
tani, di Antonio Monti, del dottor Girolamo Metani,
sanese, del p. Michelangelo Carmeli di Cittadella,
minore osservante, di D. Gio. Andrea Ghirardi, del
p. Ferdinando M. Giuliani da Venezia, minore osser-
vante, del p. Daniele Felice Donati, minore conven-
tuale, del p. Luigi Ant. Locatelli, di Giuseppe De
Nobili Vittelleschi, del dottor Paolo Lana, di Gio.
Benedetto da Torino, cappuccino, di Giannalberto
Bianchi dì Verona, di Bartolomeo Dagìio, agosti-
niano, di Francesco Angelo Pastrovicchi, dì Giu-
seppe M. Olmo, minori conventuali, del Card. Pas
sionei, che fece il discorso funebre per il principe
Eugenio di Savoia, di Gio. Andrea Baratti, ferrarese,
di cui si dà l'elogio funebre fatto in onore del car-
dinale Alessandro Aldobrandini, dell' ab. Matteo Ugo-
Uni che ha l'orazione in funere del card. Gio. An-
tonio Da via, di Jacopo Agnelli, ferrarese, che ha
l'orazione in funere di Mons. Bonaventura Barbe-
rini, arcivescovo di Ferrara, del p. Sebastiano M. da
S. Marcello, carmelitano scalzo, di Luigi Giusto, ve-
neziano, che scrisse 1' orazione funebre di Carlo VI
imperatore, letta nell'Accademia degli Affidati, di
Angelo Melchiori, gesuita, che disse in chiesa il me-
desimo elogio, del marchese Andrea Alamanni^ di
cui si ha r elogio del Granduca di Toscana Co-
simo in, dell' ab. Giuseppe Buoldelmonti, che disse
quello di Gastone VII, di Romualdo da Parma, cap-
puccino, di Mons. Francesco Bianchini, di Francesco
M. Salesio Villi, di Luigi M. Ma^^oni da Siena, di
Agostino M. da Lugano, cappuccino, del p. Teodosio
Digitized by
Google
■^^
360 CAPO NONO
Romani dd Minimi, di cui si ha rotazione per la festa
del V secolare anniversarìo del sacro Ordine de Pre-
dioitori. Non parlo d' altri discorsi puramente accade-
mici che sono nella detta Raccolta.
Altri, di cui restano stampate le opere sono: Mas-
pA^teptaii similiano Deja, lucchese, della Congregazione della
"dìafreìt^ Madre di Dio, che nel 1704 faceva la 4.* edizione dei
gioii o al suoi panegirici, accompagnandoli con una prefazione;
McoUpe i^ suo gusto però sta più col secolo precedente
che col nuovo; Girolamo Renda Ragusa, siciliano
di Modica, che pubblicò a Venezia nel 1707 i suoi
panegirici; Elia Mignati che nel 17 17 pubblicò a Ve-
nezia due prediche e quattro orazioni sacre; fr. Gae
lano da Bergamo^ cappuccino, che pubblicò L'uomo
apostolico al pulpito (1729) eh' è un savio e copioso
trattalo sul modo di regolarsi nella predicazione,
come pure U uomo apostolico al confessionario,
i' Umiltà nel cuore, e parecchie altre operette asce-
tiche; Gio. Francesco Biron, cappellano della chiesa
di S. Procolo a Venezia, che nel 1733 pubblicò i suoi
discorsi e panegirici sacri, che segnano la riforma che
andavasi preparando dai buoni ; Ottavio Reggio^ noto
per il suo catechismo; fra Domenico Righini che
stampò l'opera II predicatore istruito nel gesto e
nella voce (Venezia 1736); fra Serafino da Ferrara
che stampò le sue orazioni sacre (Venezia 1737);
Tomaso Villacastin, che nel 1738 stampò a Brescia i
suoi Esercizii spirituali; fra Giuseppe M. Sardi, z^x-
melitano, che pubblicò a Venezia i suoi Sermoni e
Prediche nel 1741; le prediche sono tratte dai coman-
damenti della legge di Dio e della Chiesa; Benedetto
Pasqualigo, nobile veneziano, canonico della catte-
drale di Padova, che pubblicò le sue Concioni a
Maria colla stamperia del Seminario nel 1740, dedi-
candole al card. Guadagni, allora Vicario in urbe di
Clemente XII; dettò anche l'orazione in funere per
Digitized by
Google
r
CAPO NONO "jB!
Marco Gradenigo, patriarca di Venezia; Carlo An-
tonio Donadoni [ 1 672 - 1 756 ), m » n ore co n v e n r u a le, eh e
stampava a Venezia nel 1717 il suo Quaresimale, e
zhe nelle sue prediche procede ordinato, tripartendo
ogni suo discorso; è ^.carso però di pregi oratorìì.
Nota ancora parecchi nomi di predicatori appar-
tenenti all'Ordine de' Cappuccini ricavati da una (ratta da
Raccolta di varii discorsi panegirici de' sog-^etti più ^/appuc^^i*
ceiebri delt Ordine de' Minori Cappucdni [2.^ ediz,
Venezia 1759}- E' sono: p. Filippo da Civitattova che
taceva il quaresimale in patria nel \y4^; p. Fedele da
Piacenza f che predicava in patria nel 1736; p. Ste-
fano da Cesena, p, Giuseppe M, da Ferrara, p. Giù-
le^pe da Cannobio^ che nel 1738 faceva un triduo a
Milano; Bernardo da Bologna^ Fortunato da Bo-
lo gna. I^odovico da Bologna, Agostino AI. da Lu-
gano , Serafino da Vicen^a^ Ippolito da Milano, Giù -
seppe M. da Savorgnano provi ncìale nella Venezia,
Angiolo Francesco da Par ma ^ Giannan Ionio d'Acqua-
negra, Giuseppe Ant di Fossombrone, Vincenzo da
S, Eraclio, Andrea da Faenza, Apollonio da Cadore^
Nicola d' Offida^ Nicola d' Osinio, Giuseppe M. da
SassuolOy Carlo Filippo da Milano, Tinoieo da Bre^
scia^ Benedetto da Torino^ Bernardo M. da Lanciano,
Alfonso M da Reggio, Anastasio da Crema, Gau-
denzio da Brescia. Costoro fiorii ono tu! ri nella prima
mela del secolo di cui ragioniamo.
Merto in mostra altri nomi che trovo in un'altra Raccolta
Raccolta di panegirici sopra tutte le festività di ^^O' ^ooHgoaT*^
stro Signore y di Maria Vergine^ e dei Santi recitati
da* pili celebri oratori del nostro secolo, sì statupati
che manoscritti, come pure tradotti dalla lingua fran-
cese (ed. 2^ in Venezia 1760 - Gir. Dorigoni) (1),
I
n) La lA edÌJEJone fa filla dal Savioli od 17^9 in 4 tomi, meatie
]'«d. presente ttl compone dì t> EumL
Digitized by
Google
^
362 CAPO NONO
S'intende che om metto i nomi degli oratori che ci
sono già noti o che sono stranieri. Sono adunque:
p. Vincemmo da S. Jacopo, veronese, agostiniano scalzo,
appartenente all'Accademia dei Timidi; p. Giuseppe
M. da Udine, cappuccino, p, Nicolò Bona chierico
regolare teatino, veneto; D. Giovanni Brutti teologo
del vescovo e principe di Trento; p. Angelo M. Ven-
tura, mantovano, generale dell'Ordine dei Servi di
Maria; p. Pier Antonio Capitanio, agostiniano scalzo;
p. Agostino Or:(alli, chierico regolare teatino, veneto;
p. Giambatta Chiappi dell' Ordine dei Servi di Maria;
p, Giuseppe da Cittadella, riformato francescano, che
nel 1739 predicava il quaresimale a Pavia; p. Filippo
M. Papini, fiorentino, appartenente all'Ordine dei
Servi di Maria; Francesco AnU di Ferrara, minore
osservante; D. Giovanni Donati, sacerdote veneto e
canonico di Pola; p. Giannantonio Fedrici, dì Fi-
renze, detto il p. Cavallini; p. Enrico Vercelli, fio-
rentino, dei Servi di Maria; p. Giuseppe M. Rossini,
dei Servi di Maria; p. Leonardo Cominelli, d. Cd G.;
p. Prospero M. Gibellini, d. C. d. G.; p. Pier Andrea
Lombardi^ carmelitano di Firenze, Giannantonio Pe-
dolli, sacerdote veneto, p. Francesco M- Quadrio, de-
fìnitore e guardiano de' Cappuccini; p. Bernardino
Ball Asta, veneto; p. Angelo M- Rinaldi, barnabita;
p. Francesco M. Cavalli, veneto, dei Chierici Rego-
lari minori; ab. Tomaso Rinaldi, rettore della chiesa
di Reno; D. Valentino Faustini, sacerdote padovano;
p. Pio Ant. Fochi, mmore conventuale, p. Enrico
Capra d. C. d. G.; p. Gio. Clemente da Venezia,
francescano riformato; p. Alessandro Ignazio Sa-
gramoso d. C. d. G.; p. (Mrlo M. Roffeni, bolognese,
dei Servi di Maria; D. Giannantonio Volpi, accade-
mico dei Ricoverati a Padova; D. Francesco M. Ma-
nara, somasco, e pubblico lettore nell'università di
Padova; Pier Ant. diS. Elisabetta, agostiniano sclazo;
Digitized by
Google
CAPO NONO 363
X). Leandro Gius. Ant. Merusio, canonico regolare
Materanese; p. Gabriele M. de Valem^uela, barnabita;
T^. Ortensio Rossi, monaco camaldolese; D. Antonio
leggio; Gian Francesco da Verona, minore rifor
inato; Carlo Andrea Castagnola d. C. d. G.; abate
J^aolo Vendramini, trivigiano e dottore in teologia;
conte D. Carlo Barbieri, nobile vicentino, accade-
mico dei Ricovrati; D. Matteo Benettelli; D. Ferdi-
nando Porr etti* D. Girolamo Bariiffaldi, arciprete
deir insigne collegiata di Cento; p. Giuseppe Ignazio
Spagnolini, barnabita ; p. Francesco Grandi d. C d. G. ;
D. Giulio Sacrati, ferrarese; fr. Ermenegildo da Roma,
de* Minori Riformati; D. Gregorio Visconti, barna-
bita; D. Giuseppe Peri; D. Guido Ignazio Vio, mo-
naco camaldolese, che nel 1748 faceva il panegirico
di S. Parisio a Treviso nella chiesa del detto Santo;
Ignapo Savelli di Ortaca, minore osservante; Papa
Benedetto XIV, che nel 1748 faceva un discorso nel
monastero di Regina Coeli per la professione di
Suor M. Anna Teresa Imelda di Gesù Crocifisso;
p. Alfonso M. da Reggio; p. Gianpietro Bergantini,
chierico regolare; p. Demetrio Panicelli dei Minimi;
Giuseppe Giacinto Jrivieri, vercellese; p. Pellegrino
M. Galeotti, provinciale dei Servi di Maria; Gius.
Orazio Longo , minore osservante; p. Emmanuel
Cappa, minore osservante; ab. Carlo Maurilio Ron-
joni, milanese; p. Lorenzo Fusconi, minore conven-
tuale; ab. Gaetano Teran^a, mantovano; p. Dome-
nico Stancari d. C. d. G.; D. Francesco Andreoli,
veneziano; p. Innocenzo del Ss. Rosario, agostiniano
scalzo.
Digitized by
Google
364 CAPO NONO
APPENDICE IP AL CAPO NONO.
L* eloquenza sacra in Francia avea toccato T apice
La predi- della sua grandezza con Bossuet e con Bourdaloae;
in^Frtncia ^''^i ^ nuovi tempi ne preparano la decadenza. La
nella se- forza di un sodo ragionamento basato sullo sviluppo
conda meta ,. , , . . , ,.
del te- di una larga dottrina non si lega nelle proporzioni
colo XVHI ^j prima con lo splendore della forma, e il senti-
mento che prima era più elevato e dignitoso diventa
più delicato e talor troppo molle. Accadde in so-
Va^^prwe"- stanza anche qui quello che accadeva in Italia e in
tire il suo altri luoghi, r elemento umano entrò in maggior
to anche copia con danno dell' elemento soprannaturale, e
in Francia ^y ^^^j ^^^ g^jj^ ^j^^ parve ai contemporanei più ac-
costevole e ripulito, ma che in fatto era più fiacco.
Il filosofismo intanto, a mano a mano che inoltra-
vasi il secolo, insinuavasi nella scienza di allora e la
pervertiva, facendosi sentire indirettamente anche nel-
r eloquenza sacra e svisandone la natura. L'eloquenza
sacra così preparava un' argine troppo debole al tor-
rente della rivoluzione che sordamente ingrossava,
fin che romorosamente straripò. Sul principio del se-
colo s' incontrano però tre grandi oratori, che non
ostante i loro difetti gareggiano coi sommi, e sono
Flechier, Fénélon e Massillon.
s irito Spirito Flechier (1632-1710) visse tra i migliori
Flechier rappresentanti dell' eloquenza sacra. Nacque a Pernes,
diocesi di Carpentras, e per la sua abilità letteraria
ebbe l' onore di entrare nell' Accademia di Francia
in compagnia del famoso tragico Racine. Sacerdote,
ottenne la stima dei grandi anche per le sue virtù,
e fu fatto da prima vescovo di Lavaur e poi di Nimes.
Digitized by
Google
r
CAPO NONO 365
Fece molte orazioni funebri e passa come suo capo-
lavoro quella del general Turenna, specie per il suo
incomparabile esordio. Ma la sua vena noi soccorre
che a tratti, e perciò sta al di sotto dei sommi; TAu-
disio il dice più letterato che profondo teologo, più
elegante ed ornato che veemente ed ispirato. Il signor
De Treveret (i), raffrontandolo con Eossuet, giusta-
mente osserva che mentre il primo non si servia
della parola che per il pensiero, e del pensiero per la
verità, Flechier troppo spesso si serviva della parola
per la parola, e pensava più a piacere col lenocìnlo
dello stile, che a istruire e commuovere i suoi udi-
tori. Ebbe più traduzioni nella nostra lingua; la
Tipografia del Seminario di Padova ne fece una ri-
stampa nel 1733.
Francesco Fénélon (1651-1715) di facile ingegno,
di splendida imaginazione, dopo aver maturato i suoi
studi a S. Sulpizio in Parigi, si fece largo ben presto
tra i grandi; e l'arcivescovo di quella città gli affi-
dava la direzione de' nuovi cattolici. Luigi XIV l'edu-
cazione di tre suoi nepoti, dando cosi un attestato
di fiducia all'autore dell'opera: Sopra l'educazione
delle giovani. Pieno di zelo per la Religione visse
da prima col popolo tra gli uffici più umili del
ministero sacerdotale, e così si ritemprò il cuore,
pronto ed ardente, ad un nobile entusiasmo. Fu as-
siduo nella predicazione, e ogniqualvolta le circo-
stanze glielo permettevano, predicava ai grandi e ai
piccoli, massime dopo che fu fatto arcivescovo di
Calais. Peccato che scrivesse poco assai. Soleva pre-
pararsi dinanzi a Gesù Crocifisso, e senza aver messo
nulla in carta, o avendo soltanto tracciato dei sem-
plici schemi, commoveva gli animi con una parola
limpida, faconda, soave, perchè s'accompagnava a una
(1) Do Panegìrique des Saintes au XVII siede.
Féaélaa
Digitized by
Google
366 CAPO NONO
dolcezza persuasiva e rìpolita eleganza. Dicevano al-
lora che parea sentire l' abbondanza e la nota pate-
tica del Crisostomo. Così la stessa facilità del pero
rare estemporaneo fece che, mentre lasciava egregi
documenti del suo valore letterario in altre specie
di scritture, pochi saggi lasciasse ai posteri della sua
potenza oratoria, giacché tutto si riduce ad alcuni
sermoni e alcuni panegirici, quantunque di squisita
fattura. E condito sempre di sentimenti nobili e de-
licati e sa spargere a piene mani le grazie e i fiori
nel suo dettato, come fa in generale in tutte F altre
opere sue. La sua virtù ebbe durissime prove. 11 libro
a La dichiarazione delle massime dei Santi » gli sca-
tenò contro una grossa tempesta; perchè molti, con
Bossuet a capo, T accusarono di quietismo, e gli pro-
vocarono una condanna da Innocenzo Xll, il quale
del resto credette bene di dover rispondere agli ac-
cusatori: peccavit aie excessu amoris Dei, sed vos
peccastis defechi amoris proximl Andò ammirato,
perché egli stesso lesse al suo popolo il decreto che
lo condannava, sottomettendosi alla legittima auto-
rità di Roma. E quasi non bastassero le lotte nel
campo religioso, anche la corte e lo stesso Luigi XIV
(che definiva il buon vescovo come l'ingegno più
bello, ma più fantastico del suo regno) gli si mo-
strarono avversi dopo la pubblicazione del suo Té-
lemaque, ove si volevano vedere allusioni satiriche
contro alti personaggi e contro lo slesso re; lamenti
che in realtà valeano quanto quelli di alcuni nobili
lombardi contro la satira del Perini, o quanto var-
rebbero quelli di un avaro o di un dissoluto che se
la pigliasse contro T oratore che riprova siffatti vizi
dal pergamo. Ma la incostanza della fortuna e le
sofferte vicende servirono a fargli più presto inten-
dere la vanità delle speranze umane, e a rendere più
eminente la sua santità. E T efficacia del suo zelo e
Digitized by
Google
CAPO NONO 367
della sua bontà non solo risplende nelle dette opere,
ma anche in altre operette spirituali e nei Dialoghi
sulf eloquenza, in cui fa molte sensate osservazioni e
traccia un buon avviamento al sacro oratore.
Gio. Batta Massillon d'Hières (1663 1742) è un ^..^ g^^^^
altro grande che, come oratore, ottenne maggior ri- Massìiion
nomanza di Fénélon, sia per essere salito più spesso
su più alti pergami, sia per aver lasciato maggior
copia di discorsi col suo avvento e col quaresimale,
co' suoi panegirici, con le sue orazioni funebri e ser-
moni di circostanza. Avviatosi a' primi studi in patria
e a Marsiglia, a 18 anni si ascrisse alla Congrega-
zione dell' Oratorio, di cui fu gran luminare. Due
discorsi funebri, per il defunto arcivescovo di Lione
r uno, e per Camillo di Neuville 1' altro, lo misero
in fama di valente oratore, e gli sgombrarono la via
di Parigi. Nel 1699 si presentò sul pulpito di Ver-
sailles con la predica tratta dal passo: beati qui lugenty
quoniam consolabuntur e furono sempre più sensibili
e manifeste le approvazioni e le lodi concesse ai suc-
cessivi discorsi; quantunque si sapesse che Bossuet,
(eh* ebbe occasione di udirlo in uno di quei discorsi )
ne avea dato un giudizio sfavorevole, dicendo che
s' era allontanato dal sublime, e che non 1' avrebbe
raggiunto giammai; giudizio del resto che lo stesso
sommo critico dovette in appresso modificare al-
quanto. Tuttavia il nuovo oratore guadagnava ogni
giorno più del pubblico favore e, fatto vescovo di
Clermoni nel 1717, fu invitato a predicare l'avvento
davanti al giovane principe Luigi XV. Si sa che ir»
sei settimane compose le dieci prediche che occorre-
vano, e che furono giudicate per lungo tempo il ca-
polavoro di Massillon. S* ebbe il plauso dei migliori
letterati di Francia, era chiamato il Racine del pul-
pito per la sua frase poetica ed elevata, e il Cicerone
della Francia per la sua facondia; Voltaire stesso, che
1
Digitized by
Google
368 CAPO NONO
faceva gran conto dell* arte sua, solca tenerlo sopra
il suo tavolino, e scriveva in una lettera (i) « I sei^ ]
moni del p. Massillon vanno tra le più piacevoli 1
opere che noi possediamo nella nostra lingua, mi
piace farmelo leggere a mensa ». Ma gli elogi dovuti 1
all'avvento van pur dati anche a molte prediche
del quaresimale, le quali sono egualmente annmira-
bili per potenza di composizione e per i colorì di
uno stile smagliante. La qualità poi che primeggia
in tutte le opere di detto autore consiste, per gene-
rale consenso, nell' arte di muovere gli affetti, toc-
candone delicatamente e piacevolmente le corde. Così
ne pària V Audisio (2); « Né ardendo ne lanciandosi
come Bossuet, ne stringendo né argomentando come
Bourdaloue, qual abile negoziatore, dolce, soave, tran- i
quillo indirizzasi, più in aria di amico leale ed af-
fettuoso che di tremendo espugnatore, alla difficile
rocca dell* uman cuore ». Molta parte del suo pre-
stigio viene dallo stile; la sua frase eletta, ripojita, si
piega abilmente a tutti i concetti, e corre fluida, ab-
bondante, fiorita, legandosi in periodi ampi, torniti,
armoniosi; e cosi passa quasi con la persuasione di
confidente amicizia a insinuarsi blandamente negli
animi, sollevandoli in una regione superiore e in una
vita più serena. Tuttavia i difetti della decadenza si
manifestano, e la cura di una certa appariscenza della
frase offende talvolta la semplicità e la naturalezza.
Ciò quanto alla forma; ma riguardo alla sostanza
vi ha più da ridire. Tende sovente a una certa esagera-
zione del pensiero, fino a doverne mettere talvolta
in dubbio la precisione e la giustezza; come si può
osservare neir assunto stesso della predica sull'im-
penitenza Knale, che pur contiene tante bellezze e
(i) A. D'Argentai 7 luglio 1769.
(2) Lez. di sacra eloquenza. Voi. IL
Digitized by
Google
CAPO NONO 36^
Ottenne più volte uno splendido effetto sugli animi.
Nei panegirici raccoglie troppa dottrina e troppa mo-
rale, difetto in generale dei Francesi, ma più parti-
colare di lui, che poco si occupa delle particolarità
storiche e del lumeggiare il carattere dei Santi.
L'Ab. Edoardo Boucher (r) mette inoltre la mano
sopra un' altra causa che altera alquanto la natura
della sacra eloquenza e che consiste nel seguir troppo
il filosofismo allora invadente: ^ La sua morale, quasi
distaccata dal dogma, più filosofica che cristiana, è
per ciò stesso alquanto fluttuante- Volendosi "dlon-
tanare dalle sane tradizioni, e' s'è perduto. Infatti
rammenta si la Bibbia, ma solo per arricchirne il
tessuto dello stile; quanto ai Padri non ne fa quasi
mai menzione; le prove del sentimento sono tirate
in campo più che le ragioni della dottrina, e il Dio
del cristiano si presenta come l'autore della natura 33.
Vero è però che questi difetti non prendono tali pro-
porzioni da guastare il complesso dell'opera sua, e
le molte bellezze di colorito sacro rimuovono per lo
più il guardo da ogni altra cosa e tanno ammirare
la dottrina di Gesù Cristo. Gli ultimi vent'anni di
vita non predicò, perchè gli era venuta meno la
memoria.
/Vltri minori, appartenenti alla prima metà del se- Fraocmi
colo, sono: Antonio Anselme i 1652- [737), ab. di S. Se- ^VaiJj^r
vero, predicatore ordinario del re, ammesso alla Real
Accademia di belle lettere. Quantunque lodato da
Madama di Se vigne, n:jn si trovò poi avere quel ca-
lore e quella forza che innalzano il valor della pa^
rola; i suoi panegirici furono più srimati del quare-
simale.
Parecchi brillarono tra i Gesuiti: Gio^ i>ef di
Sciampagna, rettore dell* università di Strasburgo, che
(ti Eloquence de la dmire. LIlLai 1694.
SlQrin dittia Predicazione ecc.
Digitized by
Google
370 CAPO NONO
sostenne con onore molte controversie coi Calvinisti,
e molti ne converti; moriva l'anno iji2\ Francesco
D* Avril di Moulins, ove morì nel 1719; predicò con
grande successo l'avvento e la quaresima a Parigi;
pubblicò: Suite des Saints et retours sur soi meme
pour les Epitres et Eo, de fannée. Giacomo Corei
di Valenciennes ( 1631-1721 ) di grande zelo e di forma
originale. I titoli delle sue opere pubblicate sono;
Maison de t etemite\ in 4 tomi, e Le seconde Adam
ou Jesus sur la Croix, Bonheur de cette vie, ecc.
Dauberton Guglielmo d' Auxerre, che da Luigi XIV
fu dato per confessore a suo figlio Filippo V, quando
andò nelle Spagne. Morì nel 1725. Come oratore pub-
blicò parecchie orazioni funebri di principi. Houdry
Vincenzo di Tours (1631-C729) che insegnò umanità,
rettorica e filosofia nel Collegio di Luigi il grande.
Come oratore lasciò: Sermons sur tous les sujets
de la morale chrétìenne. Inoltre compose la BibUo-
tèque des prédicateurs {i.\ 2.*, 3.* e 4.^ parte) che
ebbe più edizioni. Pallu Martin dì Tours, morto a
Parigi nel 1742, oltre ad opere ascetiche lasciò pa-
recchi sermoni, pubblicati due anni dopo la sua
morte. Anche Porée Carlo di Vendes, celebre maestro
di eloquenza, lasciò: Orationes variae. Ma predica-
tore di maggior grido degli annoverati testé, fu il
p. Carlo de la Rue, che pubblicò un avvento e un
quaresimale tratti da quattro avventi e sei quaresi-
mali predicati alla Corte di Francia. Nel 1733 Giu-
seppe Bettinelli stampava a Venezia una traduzione
in lingua ital/ana di detto quaresimale. Lo lodano
per la chiarezza, naturalezza e zelo di apostolo; non
si eleva però né s'infiamma molto, cerca con forma
troppo scolastica le divisioni e le suddivisioni, sicché
lo svolgimento sa di trattato. Possedeva in grado
eminente le doti esterne, e tra T altro una statura
alta, un portamento maestoso, aria di gravità, azione
Digitized by
Google
CAPO r»ONo 371
patetica e naturale, voce penetrante. Gaillard Ono*
rato di Aix di Provenza, educatore dei figli di Luigi
De la Tour, che fu più volte predicatore alla Corte
del re lungo il corso di trent' anni e gareggiava tra'
primi; ma non restarono di lui che quattro discorsi
funebri, che attestano una non comune potenza ora-
toria. Meriti speciali poi vanno riconosciuti in Gu-
gUelmo De Segaud (1647- 1748) ^^^ cominciò la sua
carriera a Rouen e la finì sul pulpito della Corte,
ove predicò un avvento e tre quaresime dinanzi ai
re. Il che non impedì che molto travagliasse e assai
fruttuosamente in mezzo alle campagne Dopo la sua
lunghissima vita, si pubblicarono di lui un avvento
e una quaresima, con panegirici, orazioni funebri e
poco altro; e non ostante alcune negligenze, parecchi
de' suoi discorsi dimostrano abilità non comune, e
vaono lodati in ispecie per gran fondo d'istruzione,
per ardente zelo, e per la soave unzione che li ram-
morbidisce. Nel 1758 se ne pubblicò a Venezia una
traduzione italiana.
Raccolgo ancora alcuni domenicani: Carto Petru
belga, d' Anversa, che svolgeva i suoi argomenti quasi
esclusivamente con la dottrina di S. Tomaso; dettò
Conciones ihomisticae dominicales et festivae per an-
num et quadragesimales ( Antuerpiae 1693); Conciones
thomisUcae sive discursus morales in omnes totius
anni soiemnitates, (Coloniae 1698); mori circa il 1703,
Francesco Chauchemer, dì Blesis, che ottenne grari
plauso, ma non pubblicò che Sermons sur les my-
stères de la Religion (Paris 1709), e mori nel 1713*
Van Oeyenburch Enrico, di Bruxelles, che pubblicò
Manuale concionatorum (Bruxelles T708J, morì nel
1713. Fejacq Jacopo Giacinto, di Piccardia, che pre-
dicò trent' anni con gran plauso nelle principali città
di Francia.
Digitized by
Google
\]1 CAPO NONO
APPENDICE IIl^ AL CAPO NONO.
Predìcaiori Nella Spagna si segnalarono i Gesuiti : Rancori
nJ\ònlm Pasquale, dì Taragona, morto a Saragozza nel 171 1,
che ottenne buona riputazione per i suoi sermoni.
Lobato Diego, nato presso ad Evora, che lasciò 5 vo-
Spagnuoii lumi di sermoui, che avea preparati per la stampa.
Alberite Girolamo, della provincia d* Aragona che
pubblicò 52 orazioni (Barcellona 1737). Bono Fran-
cesco, di Algìra, morto a Valenza nel 1740 e che pub-
blicò: Quaresma entera e orazioni.
Nel Portogallo noto: Luigi Alvares[, che vi$se
°* *^*93 anni, lasciò Sermoni per la quaresima e altri di-
scorsi; Emmanuele Sylva che compose a proprio uso
e ad altrui vantaggio la Sylva concionatoria, che si
riguardava come una miniera assai ricca ed utile;
tutti e due morirono nel 1709; Pietro Amarai, morto
nel 171 1, Paolo Pereyra, morto a Lisbona nel 1713,
e Simone Gama, morto nel 1718; lasciarono varii
Sermoni. Appartennero tutti alla Compagnia di Gesù.
Tra gli Agostiniani trovo ricordati: Emmanuele
Figueiredo, esaminatore degli ordini militari, con-
sultore della Bolla Crociata e cronista del suo or-
dine, il quale lasciò anche alcune orazioni panegi-
riche e funebri. Giovanni da S. Ignazio di Lisbona,
che ebbe bella fama e pubblicò parecchi panegirici.
Emmanuele De Lima di Lisbona, maestro di retto-
rica e predicatore, stampò Les Ideas Sacradas nel 1720.
Giovanni di S. Margherita, scalzo, che insegnò filo-
sofia e teologia, fu illustre oratore e pubblicò: Di-
scorsi varii politici, morali e panegirici (Lisbona 1744).
Digitized by
Google
CAPO NONO 373
Fra i Tedeschi noto i è^esuiti: Cario Linek dì
Praga, che si esercirò nel ministero della predicazione
12 anni e mori nel 1715, lasciando Concionum do-
minicaHum lib, K et FesHvalmm Iib- IV. Clamerò
Nagel ^ delia provincia Renana,, che si segnalò nella
predicazione a Paderborn e morì pure nel 1715, la-
sciando prediche. Slcheffer Vito, boemo, morto il 1717,
che lasciò Conciones quadragesimale^. Reinfestuel
Ignazio dì Liiienfeld [Austria) che predicò molto
e con molta abilità, specie a Gratz, e morì nel 1720.
Gio. Bernardino Arnnldt di Troppau ( 1662 1726) che
predicò per [8 anni continui, e lasciò Concioni per
tutte le domeniche delfanno e feste dei Santi, edite
ad Ausbourg. Averhausen Giuseppe di Kempem
(diocesi di Colonia ), che predicò per iS anni e morì
nel 1734: pubblicò: Fiori di esempi o catechismo
storico. Bartolomeo Bassar di Locopol (Carniola),
predicatore ordinario a Leybach, morto nel 173^, che
era dettò il Grìsosromo del suo paese e lasciò con-
cioni secondo gli Esercizi di S. Ignazio. Anche Fran-
cesco PJxffer di Lucerna, morto nel 1750, lasciò
prediche.
Spiccano tra gli Agostiniani: Volfango Eder^ ba-
varese, caro a Massimiliano H e morto W 1703, Ìl
quale lasciò: Dieandere ^Velt^ e altri sermoni. Abramo
di S. Chiara, svevo, scalzo, morto il 1709, che fu pre-
dicatore cesareo sotto l'imperatore Leopoldo a Vienna,
e va tra' primi; pubblicò parecchi lodati discorsi e
operette morali e ascetiche in tedesco, anche il Maury
ne reca alcuni saggi. Assai lodato fu pure Ignazio
Erti di .Monaco che pubblicò nella propria lingua
discorsi per tutti i tempi dell'anno e sulla Passione
del Signore, stampati ad Augusta nel 1712. Bene-
detto Vogrìn della Stirìa, sono priore a Vienna
morto nel 1712, che stampò in tedesco otto di-
scorsi ^u S. Giovanni Sahaguntino, ScìiUnauher Da-
Digitized by
Google
374 CAPO NONO
niele che predicò molto in Austria e pubblicò pa-
recchi panegirici; morì in patria nel 1718. Giuseppe
Danger di Vienna, che predicò parecchi anni in pa-
tria e a Turstenfeld, e pubblicò alcuni panegirici in
tedesco. Ferdinando Dorfner, bavarese, oratore di
gride, morto a Monaco nel 1719. Leopoldo Gramiller
di Monaco, che pubblicò nella patria lingua nnolti
sermoni per le domeniche e feste deir anno e otto
panegirici; morì nel 1722. Giuseppe Runger dì Vienna,
che predicò con molta fama in patria e in Ungheria,
ma non lasciò che due panegirici; mori nel 1728.
Gelasio Hieber di Dunckelspil (Svevia), detto a* suoi
giorni un altro Tullio, che predicò 18 anni a Mo-
naco, facendo molte conversioni; aveva fama anche
di filosofo e poeta e mori nel 1731. Di lui si stam-
parono il Catechismo esposto in sermoni (Monaco
1732) e 14 panegirici. Guglielmo Angerer di Vienna,
detto eloquentissimo; ma non pubblicò che tre di-
scorsi di circostanza nel 1735 e ijyj^t Anselmo An-
napacher della stessa città. Michele Schmid^ pure di
Vienna, che pubblicò in tedesco un discorso sulla
Pentecoste, tenuto ali* università e tre sopra il suf-
fragio delle anime purganti, mori a 60 anni nel 1747.
Noto tra gl'inglesi: Edmondo Scanbrik di Lan-
cashire, morto nel 1709, che fu predicatore di Gia-
como II e lasciò alcuni sermoni.
In America inoltre si segnalarono i gemiti: Giu-
seppe Aguillar di Lima (1566 1708) che lasciò varii
sermoni, Pietro d Avendano di Messico, che usd
dalla Compagnia a cui si era iscritto e predicò molto,
mandando alle stampe parecchi de* suoi discordi. Gia-
cinto Borrada di Lima, morto ivi nel 1704, che^pub-
blicò due volumi di sermoni. Qua e là abbiamo an-
cora altrì celebri gesuiti, come Giorgio DebskU po-
lacco, che predicò molto a Vilna, al principio di
questo secolo; Stefano Csetó, ungherese, che morì
Digitized by
Google
C4P0 NONO 375'
nel 171S e lasciò: Sermones sacri e Panegirici San-
ctorum. Fabiano Wesseiy di Hradisc, morto presso
Pzìbrum nel 1729, che ebbe grande celebrità e lasciò
molti sermoni in lingua slava per le domeniche e
le feste dell' anno.
Digitized by
Google
376
CAPO X.
La Rivoluzione francese, ossia la seconda metà del secolo XVIIIe
la predicazione — Spicca il carattere polemico, infrenato dal
Roberti — Quirico Rossi. Em. Lucchese — La lezione morale
e Gio. Granelli — Van tra i migliori Ignazio Venini, Gio. Trento
e Pier M- da Pederobba — Seguono S.. Alfonso De Liguori,
Ant. Valsecchi, Adeodato Turchi e altri intorno ad essi — Ap-
pendice I, II, III.
L'eloquenza ^ mano a mano che il secolo avanza Tarte no-
coniinuandostra si mantiene in sostanza sulla via già incomin-
sullorme . ^ ^ .* . ....
^ià note ciata e nota, pero sempre più rivestendosi di uno
^po^iJlSì^j" spirito polemico, per opporsi all'incredulità dififon-
dentesi non poco in Italia con 1* Enciclopedia francese
e coi lazzi di Voltaire; che, abile scrittore quanto
leggero e superficiale, avea raggiunto una fama troppo
superiore a' suoi meriti, ed esercitava quindi una
nocevole influenza. Sulle orme pertanto di oratori
sacri francesi, e massime di Neu ville, che vivendo a
Parigi con fama di letterato e filosofo tentò vera-
mente delle brillanti cariche contro i prodromi della
rivoluzione, anche fra noi, non solo per indiretto e
parlando di morale e di argomenti affini, ma ex pro-
fesso molti venivano a scoperta battaglia con i cosi
detti spiriti forti. E siccome il morbo parea crescere»
dopo le prime avvisaglie, giudicarono spediente di
tornarvi su con frequenza, a tal segno che non solo
non v' avea oratore di qualche conto che non spez-
zasse la sua lancia contro la nuova irreligiosità, ma
anche i meno esperti se ne occupavano troppo a
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 377.
lungo con poca utilità e talvolta con danno degli
uditori, falsamente figurandosi di avere una numerosa
falange di nemici nelle borgate e nei villaggi dove
v'era appena alcuno che fosse ammorbato da sif-
fatta incredulità- I curiosi franante accorrevano, e la
predica degli spìriti torti era diventata la predica di
moda e il mezzo per accattare nominanza di ora-
tore valente. Però le persone più autorevoli e inten-
denti s'avvidero che si faceva uno spreco di forze
non giudizioso; onde avvenne qualche cosa di simile
a ciò che vediamo oggi contro coloro che fanno
abuso di polemica sul pulpito; e non pochi si mo-
stravano ristucchi di così improvvide battaglie, per-.
che si sperdevano for^e che mt^glio si sarebbero rac-
colte a combattere 1 vizi e la corruzione, vere cause
di miscredenza e di incredulità, Quindi a quel modo
che ora la Sacra Congregazione dei Vescovi e Rego-
lari, per ordine di Sua Santità Leone XIII, con ap-
posita lettera diretta a tutti gli Ordinari d'Itatia, in-
tende a regolare [a mania delle conferenze rivolte ad
adescare la mente più che a smuovere la volontà,
così allora sorsero vescovi ed egregi personaggi a mo-
derare e mettere un limite alle polemiche contro gli,
spiriti forti. Rammento tra questi il bassanese p, Ro-
berti che si mise alla testa delf opposizione, pubbli-
blicando a tal fine una lettera (i;, diretta ad un il-
lustre prelato e condannando in generale un siffatto
modo di predicare.
L' illustre letterato si propone di dimostrare che l* lettera
« r arringare dal pulpito ex professo e con frequenza be^ti'^boprà
contro sV increduli è un combattimento d' ordinario i' predicare
+ 1 * - ' I - ' -1 ■ contro gli
inutile; inutile riguardo ai veri dotti, mutile riguardo ipiritì iont
iì] Lettera ad on illustre prelato sopra W predicare contro gU
ipìrici foni ddVab. Gio, Baita Conte Roberti. Lì^aano [78J. Tip.
Remondmì
Digitized by
Google
378 CAPO DEaMO
ai falsi ciotti, e inutilissimo poi riguardo al popolo.
So che tal costume dal pulpito diviene più comune
di anno in anno, e so che viene seguito da eccellenti
ingegni, pieni dei doni della cortese natura, e delle
ricchezze dei buoni studi ecc. » Dimostra in effetto,
{per darne un breve sunto) che una tale predicazione
non arreca vantaggio ai veri dotti, i quali vanno in
chiesa, come tutti i fedeli, per edificarsi e nutrire il
sentimento della Religione e della perfezione cristiana;
€ se pur vogliono meglio addottrinarsi nelle verità
della fede e nel modo di difenderle, ricorrono ai trat-
tati (allora erano in voga quelli del Valsecchi e del
Noghera); perchè quei polemisti non insegnano nulla
meglio di quanto s insegna nei detti trattati. Non
arreca vantaggio vero ai falsi dotti, che non sogliono
andar a predica, e posto pur che ci andassero, sono
sempre leggeri e si appigliano a futili motivi per con-
traddire alle verità religiose, e raramente si conver-
tono, onde quelle prediche diventano lezioni acca-
demiche prive di frutto religioso. Anzi non solo la
detta predicazione non arreca vantaggio, ma avvolge
in non lievi pericoli: torna infatti difficile dare in un
•discorso alla dottrina quello svolgimento ampio che
richiederebbe la sua natura; onde o V uditore imma-
turo non piglia sempre le cose per il loro verso e
fraintende, o il predicatore imperito e tiranneggiato
dal tempo non scioglie le questioni in un modo
pieno, chiaro, trionfante. Non vuoisi però abolire ad-
dirittura tutte le polemiche rivolte a combattere gli
•errori del tempo; i Santi Padri tonarono dinanzi al
popolo contro le eresie contemporanee, e gli oratori
del Cinquecento credettero più volte di alzar la voce
-contro i Luterani; ma sunt certi denique fineSy e bi-
sogna attendere sopratutto alla opportunità del luogo,
del modo^ della misura^ secondo le regole di S. Carlo
•e del card. Valerio, che ebbe dal santo T incarico di
Digitized by
Google
CAPO DECfNo 379
scrìvere T aureo suo opuscolo sul predicare ecclesia-
stico. L'aurore quindi della lettera concederebbe che
•sì pigliasse così di fronte Terrore nelle metropoli e
in generale nei grandi centri e quando fa peste dot-
trinaria sé diffusa largamente fra il popolo, ma non
nelle piccole città e dov'è ristretto a pochi il morbo,
per non concorrere, col parlarne sovente, alla diffu-
■sione. Vorrebbe inoltre che l'oratore secondo le buone
fiorme insegnate da S. Zenone e da S- Ilario, non
-si dilettasse troppo del tìlosofeggiare; e che quindi
non discendesse a individuazioni e minute partico-
larità che avvolgono in troppo irto ginepraio, per
sottrarre indirettamente le cause delle ribellioni; come,
ad esempio, seppe fare il Tornieili, che non ha la
predica contro gli spiriti fortin ma invece nella pre-
dica sopra r umiltà cristiana sa accortamente ovviare
ai mali del tempo. Ne i detti discorsi, anche dove
tornano opportuni, vogliono essere troppo frequenti;
* perciò non consiglia di imitare Carlo Frey di Neu-
ville che assalì di fronte e con molto romore il filo-
sofismo a Parigi, o il p, ChapelaJn che più degli altri
tonò contro gì' increduli a Vienna.
Le quali opinioni del p. Roberti, a dir vero, son
savie e possono servire di norma a ben regolare anche
i dispareri dell' età nostra, e dare un giusto avvia-
mento alla predicazione, come servirono allora a
mettere un qualche freno nei più intemperanti. Da
tutto ciò poi si capisce Qual nuova nota si facesse
sempre più spiccata nell'eloquenza sacra. Alla quale
inoltre univasi una tendenza a esporre la dottrina
cristiana con un certo apparato tìlosofico e con più
^pecifìcati intendimenti civili, onde l'arte, quando
non si eccedeva, senza perdere il colorito ecclesia-
stico, acquistava una certa dignità e vigore; perché è
sempre bello vedere che ragione e tede possono la-
vorar di concerto a spiegare e illuminare una deter-
Digitized by
Google
Quirico
Rossi
e l'arte
della sua
predi-
cazione
380 CAPO DECIMO
minata verità religiosa. E ho detto quando non si
eccedeva, perchè pur troppo i più di costoro, dimen-
ticando di fornirsi di buona sostanza raccolta dai
Padri e dalla teologia, più che prediche ammanni-
vano agli uditori dei discorsi accademici. Del resto
parecchi sempre s intersecano a questi oratori po-
lemici che si tengono alla maniera prima metà del
secolo, come sarà a vedere nella enumerazione ch'ora
faremo; soltanto in generale si può aggiungere che
allo stile più frondoso e rettorico si sostituisce un fare
più tirato suU' imitazione classica, cadendo da uno in
altro difetto.
Tra più eminenti si presenta il p. Quirico Rossi.
Nato a Lonigo, ascrittosi alla Compagnia di Gesù,
amante delle lettere e fornito alquanto di vena poe-'
tica, si diede con molto zelo alla predicazione. Il
teatro principale delle sue glorie fu Parma, dove fece
le sue lezioni scritturali e più che altrove predicò,
anche in corte, e dove mori Tanno 1760. D'indole
grave, di sentimento elevato e mite, sapea dare al
discorso, anche nel modo della recita, un non so che
di forza e di solennità che molto attraeva. Nel 1758
e nei due anni seguenti pubblicò in 4 volumi le sue
Lezioni scritturali sopra la vita di Giuseppe Ebreo,
sopra lo stato del popolo ebreo in Egitto dalla morte
di Giuseppe fino alla nascita di Mosé, sopra la vita
di Mosé e ultimamente sopra quella di Ester e di
Giosuè. Il sentimento morale si manifesta assai vivo
in lui, onde sempre mira ad applicare gli esempi e
la dottrina ai costumi, inculcando la virtù e solle-
vandosi alquanto sulla naturale semplicità della le-
zione. Se n* era accorto anche lui; e perciò, dedicando
il suo lavoro al p. Gius. Luigi Pellegrini, confessa
il timore che ha di aver trasformato la lezione in
predica, per le molteplici e protratte applicazioni mo-
rali. Peccato, seppur e* è, che ognuno volentieri gli
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 381
perdonerà. Infatti, quando gli viene il destro, non
manca di coglierlo. Vede, ad esempio, Giuseppe, che
dubita assai di lasciar partire Beniamino, non ostante
le iterate istanze dei fratelli? Soggiunge: ^< Dio pur
volesse, o ascoltanti, che somigliante timore ne ren-
desse i padri cristiani per egual modo solleciti alla
custodia e alla guardia dei lor figliuoli I Ma chi dì
lor si cura di risapere con quai compagni essi prati-
cano e quali luoghi essi frequentano a perdizione
perpetua delle loro anime? Puossi veder senza senso
di compassione ciò che si vede a' dì nostri quasi ogni
giorno? Veder io dico dei giovani di primo pelo, i
quali air aria del volto mostrano un* indole buona e
facilmente pieghevole alla pietà, abbandonati a sé
stessi dai genitori, vagar qua e là per le strade so-
spette, alla ventura d' imbattersi in qualche lupa che
il bel candor ne guasti e la pudicizia, o di brigata
con certi scavezzacolli, i quali nelle parole, nelle con-
ciature, negli abiti, nel portamento impertinenza re-
spirano, bravura sciocca, lascivia e libertinaggio? »
E simili tratti s'intersecano con frequenza tra il com-
mento e la dottrina, secondo che la materia il con-
duce. Però tira giù, spesso con una torma non ben
pesata e compaginata. Più dì studio invece e più di
vigore egli presenta nel quaresimale e nei panegirici,
in cui con robusto pensiero e con magistero di stile
più sostenuto e compatto sa talvolta elevarsi a far
vibrare la corda del sentimento, mentre deplora i
mali della società. Molto espliciti in lui si sentono i
tempi nuovi dell' incredulità, eh' egli scopertamente
assale. Anzi dettò parecchi discorsi con questo inten-
dimento; ne certo potea condannarsi il suo tentativo,
quando predicava a corte, dove stavano ad ascoltarlo
persone colte e infette dall'invadente tendenza. Cerca
anche della novità negli assunti, ma non imbercia
sempre nel segno. Così ad esempio nella solennità
Digitized by
Google
382 CAPO DECIMO
del Natale si propone di studiare il motivo onde Iddio
dopo il j)ecc^to di Adamo tardò sì lungamente a
mandar nel mondo il promesso Redentore; assunto, a
mio credere, non troppo felice, perchè arduo troppa
e poco fruttuoso. Meglio nel primo giorno di quare-
sima, parlando a signorile adunanza, mostra che la
condizione delle persone signorili suole ispirare i) pen-
sieri di indipendenza, mentre la S. Chiesa con la
ceremonia delle ceneri ci ricorda la dipendenza es-
senziale che abbiamo da Dio; 2) pensieri di maggio-
ranza, mentre la S. Chiesa con le ceneri ci ricorda
la equalità naturale che abbiam cogli uomini.
Assai da meno, perchè di pochi meriti fornito^
el^Ern.^^uc-^^ mostra il p. Alessandro Ti?r;f/ ( 1689- 1761), minor
chese conventuale, il cui quaresimale fu pubblicato in Ber-
gamo nel 1765 e dedicato al card. Ganganelli. Il
detto autore procede alieno dèi tutto dalla polemica.
Ma altrettanto vi si mette in mezzo a capofitto,
più assai del Rossi, il p. Emmanuele Lucchese ( 1720-
1766), che si slanciò nel nuovo arringo con tutto
l'ardimento di un ingegno meridionale. Nato a Pa-
lermo, d' indole svegliata e pronta, pose mente al
nuovo movimento dottrinario, comprese tutto il ve-
leno e i pericoli degli errori piovutici di Francia con
l'Enciclopedia, e assalì, più ancor che non appaia
dagli scritti rimastici, Montesquieu, PufFendorf, Ba-
beirac e quanti altri venivano sotto il tiro della sua
polemica. Fu de' Chierici Regolari, predicò alla corte
di Savoia, di Napoli, dinanzi al Senato di Venezia,
ove disse nel giorno di Pasqua un'orazione che fu
molto lodata e che si riguardava come il suo capo-
lavoro. Studioso assai de' filosofi, solea dire che le
loro disparate opinioni lo convincevano degli stretti
limiti dello spirito umano. La precocità della sua
morte il fece lasciare assai imperfetti i suoi mano-
scritti; che pur furono pubblicati, quantunque e' di-
Digitized by
Google
r^
CAPO DECEMO 3S3
cesse che non v' avea ripulito lo stile come avrebbe
desiderato. Tuttavia va tra i migliori ed è di tutti
il più originale. Dì lui abbiamo un quaresimale e i
panegìrici.
Giovanni Granelli dì Genova (1703-J770) <^alcò ^^ i^^j^^^^
pure i pulpiti più celebri d'Italia e s'ebbe dì molti ^P^*^^ =
applausi; Maria Teresa lo volle a Vienna nel 1761. '°ndii"^
Venuto in fama di esperto letterato tra i Gesuiti, a
cui apparteneva, ottenne la cattedra di belle lettere
neir università di Padova; ove, fornito com'era di
svariata erudizione e di mente assai chiara, ebbe a
mostrarsi più valente maestro che valente poeta.
Dal 1736 in poi brillò principalmente come illustre
predicatore e lasciò molti discorsi. Più tardi, quando
gli tornavano troppo moleste le fatiche del ministero,
condusse vita ritirata e fu rettore del collegio di Mo-
dena- Preferiva nella sua predicazione il commento
delle Sacre Scritture, e perciò va presentato come
uno de' più abili espositori di esse, e scrisse a tal
fine un gran numero di lezioni morali, ossia l'Istoria
santa dell'Antico Testamento, spiegata in lezioni mo-
rali, isToriche, critiche e cronologiche, giungendo fino
al Libro dei Re [1). Divide il Genesi in cinque parti:
Dio creatore. Dio padre. Dio legislatore, Dio giudice.
Dio ristoratore dell' uomo. Dà una spiegazione accu*
rata ed ampia dei punti principali del testo, specie
sotto r aspetto morale. Raccoglie molta dottrina dai
Santi Padri e dai più reputati espositori, rispondendo,
sempre che ne viene il destro, alle opposizioni dei
novatori, e senza sottigliezze inutili, con molta e ap-
propriata erudizione e in modo affatto popolare.
Ecco il metodo ch'ei si propose e che dichiara a suoi
uditori fin dalla prima' lezione: « Parlerò chiaramente
e con semplice e piano stile, sicché persona alcuna
(1/ PHrma i?6è * Vep«2ia 1780 t.^ ed. ed altre.
u
Digitized by
Google
Ignazio
Ve ni ni
3^4 CAPO DECIMO
non vi abbia che per difetto mio non m' intenda.
Lascierò le questioni sottili e astratte, che sieno inu-
tili al fine. Ma i primi Padri e i più dotti interpreti
seguirò per maniera che né oscura vi resti la dilet-
tevole cognizione della storia, né incerta l' istruzion
profittevole che per essa ha voluto lasciarci Iddio. »
E veramente non fallì a siffatto intendimento, co-
sicché mentre ammaestra copiosamente il cristiano, sa
trar buona occasione, specie nella chiusa dei discorsi,
a informarne i costumi. E tanto si può dir che la sua
mente il traesse a questa specie di discorsi, che anche
nel quaresimale e nei panegirici prende spesso il tòno
di maestro più che di commosso e robusto oratore.
E in effetto son frequenti le divisioni e suddivisioni,
abbondano le analisi minute intorno ai costumi del
popolo, e va parco invece d'imagini e similitudini,
però, mentre fugge così il rettoricume di moda,
manca di slancio e di elevatezza nel sentimento. Più
tardi aggiungeva altre lezioni a quelle del Gra-
nelli il p. Saverio Bettinelli^ uomo più noto come
letterato che come oratore, ma che anche come let-
terato fu fatto segno a gravi e non immeritate cen-
sure, specialmente da Gaspare Gozzi, per il suo falso
giudizio su Dante.
L' oratore poi che nella serie dei men pugnaci va
tra primi e riscosse i maggiori applausi tra i con-
temporanei fu Ignapo Vi?mm( 171 1 - 1778) che allora
si riguardava come un emulo del Segneri, se non
superiore ad esso. Leggo tra l'altro, nella prefazion-
cella alla quinta edizione delle sue prediche, che
r editore trova soverchio di ricantarne le lodi nel ri-
produrre quei discorsi che « compose e recitò con
tanto fruttuoso applauso nelle più cospicue e rino-
mate città d' Italia questo robusto oratore, che vivrà
immortale nella mente dei giusti estimatori della sacra
eloquenza, e sempre sarà decantato per uno de' più
Digitized by
Google
CAPO DEaMO 385
vasti e sublimi geni del suo tempo. » Nato sulle in-
cantevoli rive del lago di Como, percorse con felice
ingegno gli studi e si ascrisse alla Compagnia di
Gesù. Spese quasi tutta la sua vita nel predicare, e
seppe davvero mostrarsi nell' arte sua uomo di molla
abilità, quantunque si debba far non poca tara agli
elogi dei contemporanei. Entra con assai chiarezza
ne' suoi argomenti, per lo più divisi in due parti, li
svolge con buone ragioni, confortate da citazioni delle
Sante Scritture e dei Padri, non accumulate ma op-
portunamente spiegate; né gli manca un sufficiente
colorito, quantunque il ragionamento talor si brami
più vivace ed incalzante, cosicché in sostanza ha più
di splendore che viene dall' imaginazione che vigore
e potenza di discorso. Conosce abbastanza bene le
vie del cuore e conduce spesso l'uditore a ripiegarsi
sulla sua coscienza, tentando di ritrarne l'intime
lotte; credo che per questa nota, che risuona abba-
stanza spiccata, alcuni l'abbiano salutato come il
Massillon dell' Italia. Fin dalla prima predica se ne
trovano buoni saggi. Dimostrando come il pensier
della morte ci distacchi dagli oggetti sensibili e dal
peccato, dice: « Io mi trovo, per somiglianza d'esem-
pio, dalla passion dominato di traricchir senza fine, e
cosi elevarmi in fretta da una condizione ad un'altra.
Questa per avviso di S. Paolo è una radice feconda
d' infiniti peccati. Ma come vincer la forza e decli-
nare gl'inciampi conche m'insidia e combatterai?
Io ricorro al pensiero di mia mortai condizione; e
mira, dico a me stesso, cui. tu fatichi ed in che: dies
mei breviabuntur et solum mihi superest sepulcrum.
Forse che i giorni tuoi si stanno già sul finire, e per
molti che sieno, son passeggeri e veloci, e li fai forse
più brevi nella dura vita e sollecita che conduci. Ep-
pure di tanta roba che tieni ti resterà solo il sepolcro.
Ma se le adunate ricchezze si rimarranno al mondo,
Storia della Predica\ione ecc. 25
Digitized by
Google
386 CAPO DECIMO
i vili mezzi ed ingiusti che tu tenesti nel farle ti se-
guiranno nell* altro... Non è l'interesse, è l'ambi-
zione piuttosto che m'aggira e travolge?... Ricorro
dunque al pensier di mia mortai condizione, e mira,
dico a me stesso, a che riescon da ultimo le distin-
zioni del mondo: Dies mei breviahuntur etc. Come
tu sia posto ad abitar nel sepolcro, non vi sarà dif-
ferenza tra il ricco ed il povero, il plebeo ed il no-
bile, il conquistatore e lo schiavo; che un destino
comune li avvolgerà nella polvere: la vita sola ed il
vizio distingueranno appo Dio tra uomo e uomo.
Chi sa che un vile famiglio ed un pezzente mendico
non vadan salvi in Cielo, e tu sepolto per sempre in
un abisso di fuoco? Così io parlo con meco, e senza
più m'avveggo che le ventose idee si posano, e il
gonfio cuore appassisce, e tutto l'uomo ricreduto di
sue vane illusioni si rimette già e si tiene entro i
dovuti confini della moderazione cristiana. » Allo
stesso modo ragiona quindi cogli uomini schiavi
delle passioni sensuali. Tuttavia, anche dal poco che
s è messo in vista, si potrà capire che l' oratore in
queste ricerche interiori, a cui tende, manca di certa
profondità e novità, che servirebbero bene a mettere
r uomo dinanzi a se stesso con maggiore attrattiva
e gusto. Senza dubbio il Massillon sa insinuarsi più
abilmente e maneggiare a suo piacimento gli affetti.
11 Venìni riconobbe un difetto al quale conveniva ov-
viare in una buona predicazione, e che consisteva in
una specie di conciatura letteraria che non s' atta-
gliava troppo alla parola di Dio; e che quindi avrebbe
giovato imitare la libera semplicità di quei missio-
nari che non lusingano nessuno e si fanno intender
da tutti; ma ognun sa tra il dire e il fare c'è in
mezzo il mare. « Egli è pur vero che gli uomini
santi, più assai di coloro che non son tali, trattano
la divina parola d' una più acconcia maniera a pene-
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 387
trare e compungere gli ascoltatori. Scelgono essi gli
argomenti più forti e le verità più terribili della Re-
ligion nostra santa; le spongono con semplicità, le
avventano con veemenza, le trattano con libertà; si
fanno intender dai rozzi, non lusingano i saggi, non
risparmiano i grandi, e quindi la divina parola una
maggior forza riceve da trattazione siffatta... Ma og-
gimai si predica, è vero, la dottrina di Gesù Cristo,
ma sì ristretta e avviluppata e stravolta dalle umane
maniere e dalle estranie conciature, che dove Y umiltà
e la fede degli uditori non la secondi, T ha isterilita
di fatto la vanità, il riserbo e la sapienza carnale
degli oratori » (i). Ma se le buone intenzioni avranno
salvato r oratore dal far peggio^ certo non si può
dire che abbia raggiunto la vagheggiata semplicità,
anzi del non averlo potuto fare rovescia la colpa
sugli stessi uditori, ossia sull'ambiente. « Dove ciò
fosse, o fratelli, dovreste anzi incolparne gli uditori,
che ogni maniera di predicare, siccome insipido cibo
nauseando, a così far ci conducono, pur per veder
di predarli con quell'esca medesima che loro piace. »
Ha cura della lingua e ci tiene di fare un po' il let-
terato; onde, non potendo più reggere alle fatiche della
predicazione per la troppa età, fu eletto rettore nel 1772
del Collegio Brayda a Milano, nel quale ufficio fu
confermato dal governo austriaco anche dopo la sop-
pressione dell' Ordine.
Un altro gesuita, che gareggiava col precedente e Qi^oiamo
non godea minor fama, fu il p. Girolamo Trento Trento
(1713-1784), quantunque presentasse uno stile assai
diverso, perchè quanto il Venini appare n:isurato e
amante delle ingegnosità polite e garbato nel senti-
mento, altrettanto si può dire che il p. Trento pro-
rompe con slancio di imaginazione e tende al gran-
di Predica IT.
Digitized by V^OOQIC
388 CAPO DECIMO
deggiare. Nato di nobile famiglia padovana, e reli-
giosamente educato, univa a profonde convinzioni
un alto sentire, d' onde seppe trarre quella grave di-
gnità che domina nel suo discorso e suona elevata
ed impera senza perdere una certa popolarità. Con-
dusse una vita assai laboriosa, che nelle prove ora-
torie cominciò e finì a Venezia nella chiesa di S. Lo-
renzo, come si può raccogliere dall' epitafio ivi posto,
e che ora trascrivo, perchè mi dispensa dal cercare
altre memorie della sua vita. « Hieronimus — ex
comitibus Trento patavinus — quadragesimali prae-
dicatione Venetiìs in D. Laureniii tncaepta — tum
alibi intra et extra Italiam — per annos XXXIX
continuata — hoc tandem in tempio — consumptis
poene viribus — magno cum spiritu expleta — post
innumeros etiam prò Dei gloria — exantlatos labores
— ipso D. Leonis infesto die— anno MDCCLXXXIV
dormivit in Domino — annos natus LXXI — ejus
corpus — honestissimo funere elatum — hicponicu-
rarunt — sodalitatis Ss. Sacramenti praesides. Di
complessione robusta, di zelo ardente, non si conten-
tava di predicar quaresimali tra le più colte adu-
nanze cittadine, ma percorrea spesso le umili bor-
gate, dando missioni, specialmente in compagnia del
p. Tolomeo Marsili di Bologna, che dopo la morte
di detto oratore ne curò la stampa delle opere a Ve-
nezia nel 1785. Il Trento, d' indole austera, si com-
piace d' ordinario delle verità più terribili della Re-
ligione, e riesce talvolta a colorirle in modo conve-
niente con potenza d' imaginazione poetica, ma non
senza sforzo e pompa fittizia che talor finisce con
vuota rettorica. Studia spesso una risonante facilità,
onde fu detto da alcuni il Metastasio del pulpito.
Hai un saggio di siffatto gusto anche neir esordio
della predica sulla pace. « Egli è pur grato e dolce
il nome di pace. L' ode appena il mare agitato da
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 3%
Strepitose burrasche, e tranquillando i flutti sdegnosi
si placa infine e s'acqueta. L'ode Tarla combattLita
da venti opposti, e tingendosi di un beli' azzurro si
rabbonaccia e si rasserena. L' ode !a terra, scossa ta-
lora da sotterranee impetuose esalazioni, e compo-
nendosi nell'antica fermezza ripiglia il suo centro e
siede. Risuona pace; e vedete l'accigliato ministro in
corte levar il capo e trarre dal petto un respiro di
gioia. Risuona pace; e vedete lo statico gaerriero
scioglier r elmo feroce e terger la fronte dal sudor
bellicoso. Risuona pace; e rallegrasi il cielo, e n'esulta
la terra, e le genti tutte prostese su d'ogni riva al
suono di liete cetere s'accolgono e gustano ì frutti
non più contrastati delle loro terre. ^' Dopo però di
aver così rubate alquante frasi ai poeti d" Arcadia,
dice che questa pace fu il dono carissìnrìo recato agli
Apostoli da Gesù risorto, e l'augura anche l'oratore
a' suoi uditori, seguitando a dire, pur con f^arbo
poetico: a Quale accoglimento mi fate voi sperare
che trovi presso di voi cotesto mio sincerissimo au-
gurio? Ho io forse a temere di vedermela questa
pace che annunzio, qual già la colomba uscita dal-
l'arca di Noè, non trovando sopra che riposare il
piede, ripiegar indietro il volo e a me ritornarsi?
Così certo predisse il Redentore medesimo che sa-
rebbe talvolta accaduto. « Si ibi fuerit fiUus pads^
requiescet super illum pax vestra, sin autem, advos
revertetur. » Dopo di che passa a determinare il suo
assunto così: « non ha bene chi non ha pace e non
ha pace chi non se la tiene con Dio ».
A me pare che, più del Trento e del Venìuì, valga pj^^ j^^^^.^
per buona composizione e buon dettato il p- Pier da
Maria da Pedarobba^ dei Minori osservanti della e miglior
provincia di S. Antonio in Venezia (170^-1785), ^^<i^ii°
quantunque non si possa dire che a' suoi giorni go-
desse maggior rinomanza dei primi. Nato in ameno
Digitized by
Google
390 CAPO DECIMO
paesello alle radici del Monfenera, là dove il Piave
dopo essersi tortuosamente aggirato tra le Prealpi
bellunesi accumulando ghiaie discende sonante nella
pianura trivigiana, sembrò trar dalle bellezze del
luogo natio molla semplicità e un gusto fine per
r arte, e se vuoisi, anche fattezze corporee regolari e
veniisTe; come ci attesta l'ab. Melani che sotto il me-
daglione del suo ritratto, qual si vede nella edizione
di Vicenza 1786, apponea questo distico: Te pìctura
cupit, c'^^pit ipsa referre poesis; — Vultus et eloquium
vinài utramque iuum. » Fattosi francescano, mani-
festò ben presto tra gli studi il suo prestante ingegno,
massime per la predicazione, nella quale lavorò senza
interruzione per 42 anni. Notisi che pari alle grazie
delle forme corporee erano le grazie del porgere. Be-
nedetto XIV il disse concionator condonatorum ; e per
la sua dottrina gli furono offerte cattedre nelle uni-
versità di Torino e di Pisa. Alla buona arte accop-
piava esimie virtù, e in ispecie gran sincerità e pro-
fonda umiltà, onde le sue prediche tornavano in modo
straordinario fruttuose. Salì sui pulpiti più rinomati
e particolarmente a Torino, ove andava ad ascoltarlo
Vittorio Amedeo III re di Sardegna, al quale furono
dedicate le prediche quando uscirono alla luce dopo
U morte dell'oratore. Predicò a Roma nel 1750 e
dieci anni dopo nelle chiese di S. Eustachio e di S. Pie-
tro; nella corte di Toscana predicò nel 1770, e nel '74
in quella di Milano; i manoscritti delle sue prediche
si conser%'ano nella Biblioteca capitolare di Treviso.
Morì a Treviso santamente, com' era vissuto, in età
di 83 anni; Giuseppe Fornari si tolse la briga di ri-
durne le prediche in altrettanti sonetti. L'arte sua
consìste nel procedere con un ragionamento giusto
e stringente, senza sfarzo nel colorire, senza apparati
rettorie! e finzioni di sentimenti accattati dalla fan-
tasia e non dal cuore, e senza lusso di descrizioni.
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 391
onde raggiunge una forma più sobria, più naturale,
più bella e corretta. Da lui più che da altri credo
quindi che si potrebbero togliere dei buoni nìodelli
di prediche da presentarsi alla studiosa gioventù.
Oltre al Quaresimale, possediamo di questo autore
una Novena del S. Natale e molti panegirici. Ecco
un breve saggio del suo dire tratto dalla chiusa del
panegirico del B. Enrico da Bolzano, di cui si pro-
pone di lodare la semplicità della mente e del cuore.
« Ma quanti più (i) sono i durevoli monumenti che
della persona e della pietà di Enrico tra voi sussi-
stono, ascoltatori! Voi avete i ritratti che al vivo lo
rappresentano; la stanza ch'egli abitò; le chiese che
visitava ogni giorno; quel portico sotto di cui preve-
niva ginocchioni T aurora; questo tempio nel quale
a tutte le sacre funzioni e messe che gli era possi-
bile interveniva. E non la sentite voi forse una de-
vota impressione di giubilo, pietà e tenerezza, pen-
sando che questa è l'aria da Enrico santificata co' suoi
ardenti pensieri? che queste sono le imagini davanti
alle quali offeriva Enrico le sue lunghe preghiere?
che questi sono gli altari a pie' de' quali assisteva
Enrico al divino servizit) e di copiose lagrime li ba-
gnava? Multa piaetatis monumenta habetis. Ecco le
rozze vesti che in vita ed il sanguigno lenzuolo che
lo raccolsero in morte; ecco i legni, le funi, le pietre,
i flagelli ed ogni altro arnese della sua penitenza;
ecco l'intero e incorrotto suo corpo; ecco il fluido e
prodigiosamente sgorgato suo sangue, il quale non
ira, vendetta o castigo, come quello di Abele, ma
grida per voi al Cielo chiedendo grazie, perdono,
beneficenza; e pel corso di più di 4 secoli e mezzo
11» Il panegirico fu detto nella cattedrale di Treviso; e l'ora-
tore aveva accennato alle compiacenze della Sunamiiide nel rimi-
rtre gli oggetti che servirono al profeta Eliseo.
Digitized by
Google
392 CAPO DECIMO
rimanendo sciolto, florido e rosseggiante, vale d' in-
dubitato ed autentico documento, da cui rilevare i
meriti della vita d'Enrico, per imitarne gli esempi,
la grandezza della sua gloria, per accrescerne il culto,
e per impetrarne i favori e la efficacia del suo vali-
dissimo patrocinio: multa piaetatis monumenta habetis.
Vani dunque, o piissimi Trevigiani, per colpa vostra
non sieno vani ed inutili sì preziosi monumenti; ne
vi accontentate soltanto di attribuirli a sommo pregio
e singolare ornamento, come lo sono, di questa per
antichità e privilegi venerabile e illustre chiesa, ma
date inoltre a vedere che a maggior gloria di Dio
nell'esaltazione di Enrico, e più che in riguardo ai
temporali vantaggi, a motivo della vostra eterna sa-
lute, con una ferma fiducia e divozione sincera ne
profittate spiritualmente ».
Paolo M. Paciaudi (1710-178$) conseguì certo
maggiore celebrità come dotto archeologo che come
grande oratore, tuttavia non si può non concedergli
un posto assai onorevole anche nell' oratoria. Nacque
a Torino, e dopo aver percorso in patria gli studi
universitari si fece religioso della Congregazione dei
Teatini. Fu bravo maestro, tanto che l' Alfieri gli
leggeva le sue prime prove poetiche per udirne i con-
sigli; e per parecchie sue pubblicazioni su materie
d' archeologìa e sopra argomenti storici fu caro assai
a Benedetto XIV. Ma il suo zelo, nello stesso tempo
che attendeva ad altri studi, lo spingeva alla predi-
cazione, in cui si esercitò in modo speciale per dieci
anni, e fu ascoltato con grande ammirazione sui pul-
piti più rinomati della Lombardia e del Veneto.
Va collocato pur tra i predicatori, quantunque
sia più noto come letterato, anche il C. Gio. Batta
Roberti (1719-1786). Nato a Bassa no -veneto, affiglia-
tosi alla Compagnia di Gesù, maestro di filosofia per
18 anni, si segnalò principalmente per varia erudi-
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 393
zione e per buon gusto nelle lettere; mantenne ami-
chevoli relazioni cogli uomini più dotti ed illustri e
molte cose dettò in prosa e in verso. Ma per i suoi
discorsi sacri e morali spicca non poco anche nel-
r oratoria sacra, e il suo ragionamento si presenta
ben nutrito e dettato con buona grazia, quantunque
gli piaccia un po' troppo il filosofeggiare e si pieghi
a non buone esigenze del tempo. Notammo già come
scrivesse a favore di un'eloquenza sacra dì !ipo ve-
ramente ecclesiastico.
E tale seppe darcela, meglio dì moiri, uri santo g ^jf^j^^^
uomo, dono teologo e dortissimo moralista, S. Al- t)e Ligaori
fonso M. De Li gnor i^ recentemente incoronato dalla
Chiesa della gloria di suo dottore ( 1696-1787). Delle
molte opere teologiche, e di quelle ascetiche, tanto
care e opportune ad alimentare la cristiana pietà, non
tocca a noi qui di rtigionare; lermiamocì air oraiore.
Nato in un sobborgo di Napoli e percorsi gli studi
conne s' addiceva a giovane di famiglia titolata, si
diede all'avvocatura, ma l'eloquenza giudiziale gli
venne presto in disgusto, perchè gli presentava troppi
pericoli, e lasciò quindi il foro per lavorare nella
vigna di Cristo. Vinte le ragioni della nobiltà e della
famiglia e messosi nello stato ecclesiastico, ancora da
chierico travagliò con grande ardore nelle mì-jisìoni,
ma ancor più da sacerdote. Fornito d ingegno rioetico^
come attestano le belle canzonette composte per il
popolo, egli attirava tutti ad ascoltarlo, non solo con
la pietà e la dottrina, ma anche con le semplici grazie
del dire. Anzi per promuovere sempre più le mis-
sioni e una fruttuosa predicazione fondò la Congre-
gazione del Ss. Redentore, che fu i^pprovata da Be-
nedetto XIV nel r74g- Dovette più tardi accettare il
vescovato di S. A^ata de Goti. Molto più disse che
non ci riportano le sue opere oratorie; ma anche le
sue Selve predicabili, che gli serviano a comporre
Digitized by
Google
394 CAPO DECIMO
tante prediche e discorsi sacri e morali, ci attestano
la sincerità e soavità dell' affetto e la santità e sem -
plicità della sua parola. Era di quelli che portano il
cuore in mano; avea ripetuto severamente a se stesso
la sentenza di Paolo: « an quaero hominibus pia-
cere? si adhuc hominibus placerem, Christi servus
non essem » (i). Così solca convertire i peccatori più
indurati.
M. Anto- '" ^"^ predicazione più dotta e più romorosa,
nino Vtìi- anche perchè più battagliera, si mise il p. Maria Ari-
ci àhcotf^Uonino Fa/^ecc/?/ dell' Ordine dei Predicatori (1708*
poifmici ^^^j j Nato a Verona, riparando ben presto all'ombra
del convento, visse a lungo nella città di Padova,
dove fu per 38 anni professore primario della facoltà
teologica in quella università. Ed a Padova morì, e
nel primo chiostro del suo convento se ne vede
r epitafio che ci piace di recare, perchè raccoglie in
poco la sua vita. Memoriae — Antonini Valsecchi O,
P. — domo Verona — habitis Italia tota concionibus
— Sacris doctrinis ex S. C in gymnasio traditis —
Religionis ventate et dignitate — quinis voluminibus
vlndicata — de re Christiana optime meriti — Pon
tificum maximorum virorum principum — gratia et
favore honorati — coenobii patres PP. — docuit
annjs XXXIII — pius vixit LXXXIII — diem
suum functus idibus Martii MDCCXCL Conobbe i
suoi tempi e lo straripamento delle dottrine rivolu-
zionarie che maturavano il frutto dell'incredulità
anche all'Italia, e vi si oppose a tutt'uomo; princi-
palmente colle sue opere apologetiche, quali il libro
dei Fondamenti della Religione e dei fonti del! em-
pietà, e gli altri Della Religione vincitrice e della
Verità della Chiesa Romana. Per tal modo si asso-
ciava air azione del savoiardo Giacinto Sigismondo
(I) Ad Galatas e. I. io.
Digitized by
Google
r
CAPO DECI HO 39 j
Ger^z/ ' 1718- r8o2) barnabita, professore air univer-
sità di Torino e poi cardinale, che con T introduzione
delU Religione, con la confnrazione de* filosofi an-
tichi e moderni circa V Ente supremo, con la disser*
Iasione sopra T origine del senso morale, sopra T esi-
stenza di Dio, con la sposizione dei caratteri della
vera Religione, col trattato suU' immortalità delKanima
dimostrata contro Locke e con molti altri scritti di
iquesta natura lavorò validamente a salvare la fede
in Italia (i). Come lui lavorava del pari contro T in-
vadente incredulità Ìl siciliano Nicola Spedaiieri che
combatteva Rousseau e i suoi Dirti ti dell' uomo e
altri tautori di novità con la Confutatone dell'esame
dd cristianesimo del sig nor Gibbon nella sua storia
della decadenza deir impero romano e con VA nalisi
dell' esame critico del signor Fréret sulle prove del
cristianesimo. E contro questo FreVer in modo spe-
dale e contro ìl Sistema deJla natura di Mira beau
mirava pure ìl nostro Valsecchi, e ciò per abbattere
con invincibili ragioni i fondamenti della religion na-
turale, propugnata da quei novatori. E Valsecchi non
men che come polemista va chiaro per le prediche,
generalmente ammirate in Ituliu e che attraevano im-
menso concorso intorno al suo pulpito. E perciò
anche del pulpito ei si valeva per assalire nelle ul-
time conseguenze ì nuovi errori e tirar loro contro,
quando gli veniva ìl bel tratto-^ una qualche frt^ccia.
Non manca poi della sua brava predica di moda
contro gli spiriti forti, anzi fin dal princìpio del-
l' esordio difende le ragioni del farla. ^ Diritto con-
sigilo fu stimato mai sempre e giovevole avviso quello
di parecchi oratori, i quali nel novero delle quaresi-
mali loro orazioni consecrata una ne vollero a ce-
U) Nel 1806, per cura dui p Fontina si fece un'edmoac dellE
opere del defunto cardi mie divìsa In so voluini.
Digitized by
Google
39^ CAPO DECIMO
lebrare della ortodossa e santissima religione nostra
i trionfi; e comecché a udienza cattolica favellassero,
non altrimenti però che se o sulle coste stati fossero
di Tripoli o nelle piazze della pervicace Ginevra,
tutti si posero ad ischierar gli argomenti che la di-
vinità di lei ne dimostrano, ed i sofismi, onde gV in-
fedeli combattono, a rifiutare. Vagliono, dicea Ago-
stino, vagliono a meraviglia simiglianti argomenti
per risvegliar ne' cristiani petti la fede, per nudrirla,
per rischiararla e per destare in noi sensi di com-
passione verso di quegli infelici, che fuor del grembo
si trovano di questa madre. Poiché però alla funesta
stagion presente è toccato specialmente di udir, e non
già o sotto i poli ò nella deserta Libia o nella fredda
Laplanda, ma nella nostra medesima Europa, essere
tant' oltre spinta di non pochi cervelli torbidi l'em-
pietà, che non contenti di quegli errori, onde o gli
eretici o gì' idolatri han fatto guerra alla Chiesa,
stendon gli sforzi indegni a rovesciare sino dai fon-
damenti la Religione, negando intrepidi e eternitade
e Provvidenza e Dio; così io ho riputato non disdi-
cevole rivelare in oggi dinanzi a voi codesti misteri
d' iniquità, di cui dall' Aquilone, onde giusta il dir
d' un profeta ogni male diffondesi sopra la terra, il
mormorio per ventura alle orecchie vostre non senza
orrore e disdegno alcuna volta sarà arrivato. Non è
però che io a solenne tenzone ammetter voglia questi
empì stamane, seria difesa della religi on naturale
contro di loro imprendendo, e gli argomenti tutti
schierando direttamente, onde con chiarezza di sol
di meriggio confutata rimane e distrutta la loro mal-
vagità. Indegni io li reputo di tanto onore, e di en-
trare in lizza non dirò con un bandilor del Vangelo,
ma con un uomo onesto e che fa profession di ra-
gione. Non altro adunque io pretendo che farvi il
loro ritratto, e quali in verità essi sono questi mostri
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 397
deiruman genere (comunemente delti ateisti) rap-
presentar veli. Due caratteri, contrari appunto a que'
ch'eglino, come propri loro, si usurpano, ve ne re-
cheranno r imagine più sincera: essi si credono di
tutti gli uomini più illuminati e più saggi, ed io ve
li mostrerò del restante degli uomini i più ignoranti
e i più sciocchi; ecco il primo attributo, onde ne
conoscerete la mente. Essi si stimano pel lor sistema
che ogni timore discaccia, di tutti gli uomini i più
felici, ed io ve li mostrerò, in virtù di sistema, di
tutto il restante degli uomini i più miserabili e sciau-
rati; ecco il secondo attributo che scopriravvene il
cuore » (i).
L'oratore, come si comprende pur dall'esordio
citato, procede in generale chiaro, composto, solenne,
anche con buona lingua, ma con risonanza e pie-
nezza troppo rettorica, e contorcendo troppo il pe-
riodo a modo dei Latini, sicché sotto questo rispetto
diventa un po' stucchevole, massime a' nostri giorni.
Ognuno però potrà riconoscere che va fornito di
belle doti oratorie. Le sue prediche quaresimali fu-
rono stampate come opera postuma in Venezia nel
1792; e sono precedute da alcune notizie intorno
alla vifa e le opere dell' autore, dettate dal p. Dome-
nico M. Pellegrini, suo compagno in religione. Nello
stesso anno a Bassano si pubblicarono anche i suoi
Panegirici e discorsi; vuoisi aggiungere (Venezia 1750)
r orazione funebre di Apostolo Zeno.
Il trivigiano Francesco Frassen di Castelfranco-p^a ncesco
veneto (1725- 1792) fu pure un valente oratore, orna- Frassen
mento dell' Ordine dei Conventuali minori. Studiò
lettere presso i Gesuiti a Padova, entrando a 20 anni
tra i francescani. Insegnò filosotia e teologia in pa-
recchi conventi dell'Ordine nella provincia romana,
(I) Predica KXIK. Venezia, 1805.
Digitized by
Google
398 CAPO DECIMO
come pure nel seminario di Montefiascone, ove (di-
ceva il card. Garambi) avea saputo farvi rifiorire i
buoni studi. Invitato da ultimo ad insegnare al
Ss. Apostoli in Roma, preferì, forse per amore di pa-
tria, quel magistero nel convento di Padova. Dopo la
soppressione del convento di Castelfranco, dove erasi
ritirato, si recò a Venezia, dedicandosi all' insegna-
mento privato; e fu specialmente in questo tempo
che si diede con molto buon successo alla predica-
zione. « Ivi, (dice mons. Soldati, vescovo di Treviso,
che volle farne T elogio) comparve l'indole del suo
dire, a formar il quale s' era affaticato cotanto fin
da' prim' anni, dire piacevole ai dotti e facile ai rozzi,
dire lontano ugualmente dall' abiezione e dalla gon-
fiezza... ivi si vide la sceltezza della sua erudizione,
vaga bensì d' infiorar l' argomento con fiori i più
piacevoli e gai, non già di caricar d' inutil peso la
memoria degli ascoltanti » (i). Chi volesse però far
saggio delle sue prediche e orazioni panegiriche (2),
credo che riconoscerebbe pur qui una buona dose
di artifizio accademico, con cui anche questo autore
paga il suo tributo alla scuola del tempo. Sotto le
sue cure venne in qualche fama di oratore il suo
compatriota e correligionario p. Giuseppe Antonio
Trento, morto a 45 anni predicando a Brescia nel 1784.
Tra più battaglieri, ma molto fruttuoso, fu Anton
Vaninr° S/ro 7<:imm da Verona ( 1 72 1 1 795 ); che però tratta
baule ied ^' ^^^^"^"0 argomenti comuni e in forma assai sem-
plice, a Queste prediche (scrivea Vincenzo Giorgi
nella prefazione) non presentano novità negli argo-
menti, l'orditura non pare artificiosa e di macchina,
le frasi non hanno quel calore e quella quintessenza
(1) Elogi storici di cinque iilustrNac^rrdoti dì CflSttJfrinco, du-
rati nell'anno 1812 da Mons. Sebastiano Soldati. Padova, iSa^.
(2) Venezia. Corti, 1792.
Digitized by
Goaale
CAPO DECIMO 399
spiritosa e lirica che Canto piacciono oggidì,., ed io
accordando di buonissimo grado il tutto, dirò poi
che perciò appunto le prediche del Vanini son vere
prediche, cioè vera parola di Dio «. E dicea in gran
parte il giusto, perché sono schiette, senza artifizi che
facciano perdere Ì\ tempo e dettate con uno zelo che
facilmente si trasfonde e con eloquenza molto natu-
rale. Certo è però che non gli sarebbe nociuto se lo
studio e r ingegno lo avessero guardato da certi tratti
troppo negletti e cascanti; perché è sempre vero ciò
che diceva il Segneri, che cioè il parlar nitido non
scemò credenza ad alcuno. Qua e là accenna non di
rado alle male dottrine che s' infiltravano in quella
società; ma toglie a battere V incredulità «specie in tre
discorsi, posti al principio del suo quaresimale. Uno
è sulla religione cristiana, e mostra eh' essa e onor
del cristiano, santificazione del cristiano, beatitudine
de[ cristiano; un altro suH' incredulità, in cui, sup-
ponendo di parlare a cattolici, mira a confermarli
nella fede, e mostra che i rivoltosi finiscono a ren-
dere più luminosi ì caratteri del cristianesimo; un
terzo sul perdere la fede, onde domanda a* suoi udi-
tori umiltà d* intelletto, purezza dì cuore, esercizio di
opere buone, perchè son questi i fondamenti della
fede. Ecco come s'introduce in questo dtsLiorso:
tt Ahimè! Italia misera e tralignata, che sul ti-io capo
s adempie quella profezia minacciosa del Redentore^
che dair oriente e dall'occidente genti sorgono e ti
rapiscono il regno della tua fede! E tu che per gloria
di fede eri tra le prime annoverata, or a poco a poco
tra le ultime sei caduta! ventent ab oriente etc. Tu^
Italia, un tempo la gloria eri ed il trionfo più splen-
dido del cristianesimo, e più che per le chiavi di
Pietro alla tua Roma concesse, più che per lo sangue
sacrato di tanti martiri che ti hanno innaffiata, più
che per le vestigie di tanti santi che ti han passeg-
Digitized by
Google
400 CAPO DECIMO
giata e corsa, più che per li tesori di tante ceneri ed
ossa sante che in te riposano, per la tua fede pura e
inviolata eri a tutte le genti specchio chiarissioio di
religione, e da ogni cristianità straniera osservata e
magnificata. Ora codesto tuo oro finissimo s è oscu-
ralo, mutato s'è in te il color ottimo, e la tua fede
indebolita te finalmente va abbandonando; e le ri-
nate nazioni che una volta in tenebre e in ombra di
morte sedevano, quelle sono che da te ripudiata
ne' loro confini l'accolgono e ne fanno acquisto av-
venturoso ». E così dopo aver dato un rapido sguardo
ai trionfi della fede nell' oriente e nell'occidente, teme
per l'Italia e si lagna dei fatti che succedono; onde
per preservare la fede degli uditori passa all' assunto
detto più sopra.
Anche Giuseppe M. Luvini di Lugano, cappuc-
cino, caro a Pio VI e da lui fatto vescovo di Pesaro,
nelle omelie che teneva al suo popolo, e che furono
pubblicate a Roma nel 1795, assale con frequenza lo
spirito di ribellione, d*^ incredulità ^ di libertinaggio
de' suoi tempi; ne tratta però per via indiretta se-
condo che gli porgono il destro le varie solennità
dell' anno.
Meno battagliero, e invece studioso di attilature,
drLui^l secondando (dice il Cantù) il gusto dei fronzoli, fu
Pellegrini Qj^^^pp^ Luigi Pellegrini da Verona ( 1718 ijgg)*
Tuttavia non è privo di merito e destò grande am-
mirazione ne' contemporanei, predicando molto, spe-
cialmente a Venezia e a Vienna, ove andava ad
udirlo Maria Teresa. A sentir le norme che si pro-
poneva, parea dovesse riuscire qualche cosa di singo-
lare. In effetto ei dichiara nella sua prefazione al qua-
resimale di non voler camminare sulle tracce dei
Massillon e dei Bourdaloue, come molti faceano,
perchè gl'imitatori restano sempre di dietro; e os-
servava che siffatti predicatori erano men chiari e
Lo stile
Digitized by
Copale
CAPO DECIMO 401
men robusti di quei sommi, e più aridi e disadorni,
a segno che la gente si portava ad ascoltarli rara e
languida, anche perchè quella foggia di parlare non
si con faceva al gusto italiano. Dichiara inoltre che
non terrà dietro ai predicatori pantomimi, che non
son da citare, ma nemmeno ai disputanti; perchè
non è per queste vie che si raccoglie buon frutto.
Si propone quindi di avvicinarsi a quelli che toccano
il cuore, ai missionari che mirano alla conversione
dei peccatori, ciò che dev' essere il fine di ogni ora-
tore. Sotto questo aspetto si mostra ammiratore dei
Bassani, dei Tornielli, dei Trenti, dei Sanseverini
deirab. Carlo Gorgo e singolarmente di quel Rossi
eh' egli ebbe a maestro. Ei nota per giunta che farà
gran conto delle imagini che avvicinano gli oratori
ai pittori, stante che il popolo intende meglio questo
linguaggio, ciò che può vedersi principalmente nelle
prediche sul Purgatorio, sul dissipamento, suU' edu-
cazione, suir obbligo dell' elemosina. Ma pur troppo
altro é dire e altro è fare, e il Pellegrini con tutti i
suoi buoni propositi incespica non poco nelle affet-
tazioni letterarie, sicché parve, quasi in omaggio al
suo nome, andasse sovente in cerca d' un far pere-
grino. Ognuno infatti che voglia far saggio de' suoi
discorsi riconoscerà facilmente che le sue descrizioni
hanno non di raro del leccato, che le frasi non di
raro si allontanano dai modi pur buoni e popolari
e che il periodo troppe volte è con isforzo invertito.
Del resto e' non manca di discorsi ben ragionati e ben
condotti; e gli stessi difetti notati spiccano punto o
poco quando si lascia guidare dal sentimento. Ecco
per esempio come ci si mostri più spigliato trattando
del dovere dell' elemosina. Vuol confutare il pretesto
di alcuni\che negano la limosina, perchè dicono che
si fomenta l'ozio. « E poi dond'è, soggiungo, che.
oggi sieno più (i poveri) che in addietro? — Dal-
Storia della Predicazione ecc. 26
Digitized by
Google
402 CAPO DECIMO
Tozio che regna in loro., mi sì ripete — Ed io norì
nego che alcuni con la fatica trar non si possano
dalla miseria. Ma no gì* infermi, gli storpi, gì' inutili,
i vecchi che appena stannosi sui lor piedi. No quelli
che, per quantunque ricerchino, non ritrovano presso
cui mettersi a faticare. No quelli che, per quantunque
fatichino, non ricevono la mercede. No quelli che,
per quantunque ricevano la mercede, non ne hanno
assai per mantenersi colle loro famiglie, che, talor
civili, occupar non si debbono di ogni lavoro. Or
tranne questi, già più pochi restano i poveri che ac-
cusar si possono d'ozio: e per mio avviso, se far
vogliasi quest' accusa, d' un ordine in general di per-
sone, non è di loro che si debba fare, credetelo, ma
di voi. Di voi che vi godete le molli piume fino al
meriggio, non di loro che sul mattino si levano dalla
paglia; di voi che i lauti conviti prolungate fino alla
sera, non di loro che non hanno la sera di che acque-
tare la fame di tutto il giorno; di voi che lenti a
mormorare sedete o ad una visita o ad una bottega,
non di loro che errano al sole e alla pioggia per pro-
cacciare di che nutrirsi; di voi che ne' teatri vi pas-
sate la notte in canti e in danze, non di loro che
nella notte albergo nemmen non trovano negli spe-
dali; di voi che immobili v' intertenete di giuochi e
d' amori ad ognora, non di loro che ad ogn' ora ripen-
sano come condurre la vita, e intanto la pascono di
lagrime e di travaglio. Sì, di voi certamente, grida il
Crisostomo, e di voi soli si debbe dire che siete oziosi :
si haec dicenda, non aliis sane, nisi vobis ipsis di-
cenda sunt. » Oltre alle prediche scrisse ancora dei
Ragionamenti, commentando alcuni libri della Sacra
Scrittura: quello di Tobia, pubblicato a Venezia
nel 1772, e quelli di Debora, Ester, Giona, pubbli-
cati nella stessa città tre anni dopo la sua morte;
sono però questi ragionamenti poco più che un'am-
^GdoqIc
CAPO DECIMO 403
pliaia narrazione slorica con V aggìunca di semplici
riflessioni morali.
Chi però più pienamente riassume il suo tempo L'uomo
e ne rispecchia i* eloquenza è il p, Adeodato ^«^^'^'' specchulr
(1724- 1803), cappuccino e vescovo dì Parma; uomo suo tempo
fornito di molta dottrina, conoscitore della grande e ^ Tnrchf
piccola società; ed abile dicitore, benché nella lingua
e nei gusto si mostri non poco infranciosato. Pose
mente agli errori che s'importavano con la merce
che ci piovea di Francia, s'avvide delle macchine
occulte che $Ì montavano contro T opera di Cristo e
della sua Chiesa, e raccolse tutte le sue forze per af-
fievolire l'impeto e arrestare i colpi di quella rivolu-
zione, che da ultimo svolgeasì sotto gli occhi di lui,
già vecchio e cadente. Parmense di nascita, portante
il nome dì Carlo dal battesimo, nome che nei farsi
religioso mutò neir altro più noto, fece i primi suoi
studi sotto i Gesuiti, apprendendo filosofia dal p. Bel-
grado, entrò a 17 anni tra ì cappuccini e tu lettore di
teologia assai stimato a Modena, e stimato special-
mente da mons. Giuliano de Conti Sabbatino delle
Scuole Pie, ( oratore di buon nome, due volle guar-
diano del convento in patria, poì definitore e provin-
ciale (i) e ultimamente vescovo di Modena). La ro-
busta complessione di cui era fornito il Turchi, non
solo gli mantenne il carattere faceto e gioviale che
lo rendea caro agli amici, ma gli die modo di sod-
disfare all'ardente zelo da cui era animato per il
bene delle anime; sicché percorse predicando le
principali città italiane, Arezzo, Pisa, Firenze, Roma,
Genova, Bologna ecc. Fece l'avvento alla corte di
Filippo duca di Parma, e poi alla corte di Napoli;
alla corte di Parma da ultimo fu fatto predicatore
(if Le OTadom stcre e i ragiona mentì di Mon&. Siibbatìni furono
stampate a Venezia nel 1759.
Digitized by
y
Google
404 CAPO DECIMO
ordinario. Anzi il principe D. Ferdinando, infante di
Spagna, volle dargli un attestato maggiore di stinga
col farlo educatore de* suoi figli, al quale incarico ri-
spose con abilità e prudenza, ammaestrandoli nelle
cognizioni convenienti al loro grado ed educandoli
alle virtù cristiane. Anche come oratore sostenne
sempre con franchezza e dignità il suo uffizio, onde
quindici anni prima della sua morte fu nominato e
consecrato vescovo di Parma. Meglio de' suoi con-
temporanei sa piegar Y arte della predicazione ad
un' accorta polemica, ciò che ben s' addiceva ad un
uomo già posto in alto, esperto, e che evidentemente
aveva il mandato di tutelare la fede nella parte più
colta della società. Anche trattando argomenti co-
muni sa innestare certe idee a tempo e luogo che
servivano a confutare i sofismi di moda; e checche
se ne dica, queste idee, ben poste e ben formulate,
giovano al popolo più delle lunghe dicerie. Del resto
chi piglia in mano le sue opere tosto s'avvede che
r oratore vuole anche ex professo, sostituendo nuovi
argomenti agli argomenti più comuni, sanare i morbi
speciali dell'età sua. Cerca ad esempio se il secolo XVIII
meritasse il titolo (che con poca modestia ei si diede)
di illuminato; tratta della fermezza della fede non
ostante le presenti vicende, in parecchi discorsi ab-
batte le contraddizioni degl' increduli e assale e con-
danna la loro condotta, ragiona in ispecie della esi-
stenza della vita avvenire, della ignoranza delle cose
cristiane che mostrano gì' increduli con la pretensione
di parlarne, della perpetuità della Chiesa Cattolica,
de' suoi beni temporali, quanto essa valga a rendere
felice un governo, studia in due discorsi le relazioni
che corrono tra la religione e la filosofia, esamina
l'importanza dell'educazione privata, porta in senso
religioso e cristiano, i pericoli dell'amore di novità
nei grandi e nel popolo, confronta la filosofia del se-
Digitized by
Google
CAPO DECrMO 405
colo con la filosofìa dei Vangelo, difende il culto
esterno, il culto delle reliquie, la libertà cristiana, per
tacere dì altri argomenti che si approssimano a questi
e che manifestano le condizioni del tempo. Basta
anche questo solo accenno ai soggetti trattati, per
capire che questo oratore presenta più originalità di
altri, e attrae più T altrui attenzione.
Le sue opere oratorie consistono nel quaresimale, opert
panegirici, prediche alia corte, di cui si kc^ una ijl^tore*'
splendida edizione a Parma nel 1805, nelle omelie,* ^""^P'^b»
e in tre orazioni funebri a Filippo, duca di Parma,
a Elisabetta, madre di lui, e a Maria Teresa, la
quale orazione alloia si riguardava come il suo ca
polavoro. L'oratore svolge i suoi temi dottamente
si, ma senza soverchio peso di dottrina, e tanto più
senza sottigliezze che avvolgerebbero in troppe dif-
colta le menti dtl popolo; sì richiama per lo più al
senso comune e alla rettitudine naturale, e fa che si
senta l'urto e la ripugnanza delle nuove empietà.
Ecco, ad esempio, come dopo l'esordio s accinga alle
prove intorno all' esistenza della vita avvenire, nel-
l'omelia detta nel 1798. « Abbiamo dunque anche
a' dì nostri di quei che si chiamano be^li spirili, spre-
giudicati e tilosoli, che dicono di non credere ad una
vita avvenire, e di essere intimamente persuasi che
finisce tutto V uomo alla morte. Sembrano innamo-
rati del nulla, ed avere per bene supremo il loro to-
tale annienlameiuo. Ma come mai tanto amore del
nuHa con un desiderio e sì acceso e si innato che
abbiamo in noi di viver sempre e di non finire giam-
mai? Confesso, uditori, che questa idea di distruzione
e di annichilamenio mi fa ribrezzo ed orrore. Quel-
la io dunque che sento si vivamente in me stesso, ed
a cui sono per una vera necessità sì fortemente at-
taccato, dovrà sfumare ben presto e disciogliersi in
nulla, e confondersi nel caos di una materia insen-
Digitized by
Google
406 CAPO DECIMO
sibile, per riprodursi a suo tempo in un albero, in
un macigno, in una bestia feroce ? Per adottare una
sì desolante opinione bisogna essere affatto stordito,
ed aggiungo di più che bisogna essere empio. Freme
un uomo dabbene solamente a pensarvi. I soli liber-
tini possono convenire, non già perchè non la sen-
tano, ma perchè non la vogliono una vita dopo la
morte. Questo è il loro scoglio, questa è la terribile
larva che li spaventa. Temono un castigo alla vita
loro brutale. Non avrebbero difficoltà a credere tutti
gli altri dommi di Religione; ma quando si tratta di
una vita futura, di un giudizio terribile che li mi-
naccia, di una pena interminabile ai loro misfatti, oh
qui s' inalberano, si contorcono e per non credere
questo solo articolo, ricusan di credere a tutti gli
altri. Ed oh se potessero annientare egualmente nel
loro spirito i legislatori, i magistrati, e le leggi che
perseguitano i delinquenti nelle umane società! Che
bel mondo sarebbe questo per essi, dove poter im-
punemente commettere qualunque strano delitto,
senza timore di castigo né nella vita presente, né nella
vita avvenire; che bel mondo sarebbe per essi! Quanto
a me lascierei volentieri che sei dividessero e godes-
sero insieme, e non penserei che ad uscirne il più
presto possibile.
Chiamiamoli alla ragione con tutta carità e dol-
cezza. O genii sublimi, che esaminate la terra fin
Tieir interno de' suoi abissi, percorrete il cielo ed ob-
bligate quegl' immensi corpi luminosissimi a gui-
darvi nei vostri viaggi, abbellite la natura e superate
coir arte le stesse sue produzioni, io vi domando,
son elleno queste operazioni che alla materia con-
vengano? Se r uomo è tutto materia, come mai potrà
essere egli solo di tali cose capace? Interrogate voi
stessi. Troverete nel fondo della vostra esistenza un
^erto essere che vede, approva ed ammira costante-
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 407
mente tutto ciò che è giusto, onesto e virtuoso: ma
la materia non giudica ne della giustizia né del-
l' onestà né della virtù* Questo essere adunque non
può confondersi con la materia. Un essere che in
mezzo agli urti, alle scosse delle più terribili traversie,
ne" più atroci tormenti del corpo stesso trova in parte
la sua felicità fino ad esultare e gioire nei dolori e
nelle afflizioni, fi rio ad esclamare coli' Apostolo di
sentire un vero piacere nel profonda delle più gravi
amarexze. Vedete un uomo giusto legato in un letto
di ferro con intorno ì carnefici che lentamente lo
sbranano, ed iti faccia un tiranno che gli conanda
o dì commettere un delitto o di pronunziare una
menzogna. Tutto 1" uomo è già infranto; eppure con-
serva in se stesso un'aria di serenità, di virtù, di
costanza che giunge fino al miracolo, né si può strap-
pargli dal labbro una sola bugìa. Pieno di ferite e
di sangue sorride in me?tzo ai dolori, e senle in cuore
una pace che i suoi persecutori non hanno mai co-
nosciuta. E che cosa può esser mai tutto ciò, se non
è una particella di aura celeste che abbiamo in noi,
un fiato della divinità, uno spirito indestruttibìle
scevro di corruzione, ed a cui per conseguenza sta
preparata una vita futura? Siamo grandi, vogliamo
esser grandi, facciamo tutti gli sforzi per esser grandi :
ma se non esiste una vita avvenire, qual è mai la
nostra grandezza ? Tutte osservate le creature. In
breve volger di tempo voi le vedrete a quel grado di
perfezione condotte che ad esse può convenire, L'uom
solo nella vita presente non può mai giungere a
quella perfezione cui sente di essere destinato. Muore
pieno di desiderio di sapere^ pieno del desiderio di
perfezionare sé stesso. E quella perfezione che l' Au-
tore Supremo della natura non negò ai più piccoli
insetti, vorrà negarla all' uomo solo, opera la più
nobile delle sue mani? Ma se non esìste una vita
Digitized by
Google
40S CAPO D£C!HO
avvenire, quando giungerà T uomo a perfezionare se
sresso^ giacché non può giungervi nella vita presente?
Esìste adunque, e deve esistere per necessità, una vita
futura, a meno che non vogliamo riguardar noi me-
desimi come i più vili, i più miserabili, ì più imper-
fetti nel ruolo di tutti gli esseri ^ (i^^ Ognun vede
anche da questo breve tratto che T oratore sa trat-
teitgìar maestrevolmente quel sentimento che e pur
tanto comune e che salutarmente si ribella a cene
enormezze; e vede inoltre che sa anche addentrarsi
nella cosa con una buona analisi, bacile sì^ ma par
giusta e scientifica; ciò che si potrà riconoscere an-
dando innanzi nella lettura di detto discorso e dì
tanti altri. Né si creda che per le nuove argomenta-
zioni dimentichi ia vita pratica, per santamente at-
terrire e condurre i peccatori alla coti versione. Ct>sf
per esempio, nella stessa omelia or sortopo^ta a qual-
che commento, fa a questo fine delle utili riflessioni
invitandoci a imaginar un incredulo agli estremi dd
viver suo, tra le angosce in uno spinto fi attuante,
agitato. Né mancano tratti in cui si sente lo slanciti
dei sentimento che V ispira, anzi se ne trovano da
per tutto, e di tali che bastano a destar T entusiasmo,
Eccone un breve saggio senza uscire dal nostro di-
scorso. « O filosofi che bramate di correre a inabis-
sarvi nel nulla e lo amate e lo volete, disingannatevi
una volta: non vi fidate del nulla, che questo non é
per voi. Vogliate o non vogliate, una vita eterna vi
aspetta. Le regole deir Onnipotente non posson mu-
tarsi né pei vostri desideri né per le vostre mormo
razioni né per le vostre buffonerie. Le cause partico-
lari quaggiù si urtano, si combattono, si collidono
tìno a distruggersi scambievolmente. La causa gene-
fi} Opere iciedlLe di Moas, Àdeodaio Turchi In Fuligoo, t^i
OmelU V.
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 4C9
rale, die é Dìo, che abbraccia il lutto e ìe parti, ri-
mane sempre la stessa, sempre immutabile, ordinata
sempre e tranquilla. Voi non vedete in quest'oggi,
voi non sentite gli effetti di questa causa motrice-
Verrà quel giorno in cui la vedrete a luce di me:i-
zodl, e ne sentirete le funeste e dolorose influenze.
Sarà questo V ultimo giorno di vostra vita ». E no-
tabile ancora in lui V arte del cogliere in contraddi-
zione gli avversari, pigliaEido cosi un tono più vi-
vace nel rituzzare le loro spavalde pretensioni. Il suo
affetto poi si mostra spesso inteso al vero bene del
popolo, cercando sempre nelV ordine il conseguimento
di ogni giusto diritto. Cessare Cantiì (i) gli fa un ap-
punto, ed asserisce che il predicatore del quaresimale
e delle omelie non gli pare l'autore delf orazione in
morte di iVlarìa Teresa e delle prediche alla corte;
e che certe verità che suonano chiare e vigorose nei
primi discorsi, flagellando i vizi dei potenti, si ap-
piattano nei secondi. Ma si capisce, parmi, che qualche
riserbo conveniva al ministro del Vangelo nel ma-
lato ambiente, per ciò che qualche osservazione più
avanzata e non necessaria poteva tornare ne deco-
rosa né opportuna né utile al suo scopo di guada-
gnare le anime. La prudenza sta l^ene dappertutto.,
quando si usi senza tradire il vero e la giustìzia. Del
che non va accusato il p. Turchi, che anche a corte
fa sonar alto delle belle verità, e che acchiudono in
sé, anzi additano nelle penombre quelle che non
s' annunziano esplicitamente. E riguardo a qualche
sua opinione, se giudicò col Beccaria buona V aboli-
zione della pena di morte (ma per motivi diversi da
quelli addotti dal detto aurore) e dop:3 lasciò andare
un siffatto zelo.f non e da meravigliarsene; poiché
vide come, per non mozzare a tempo qualche testa*^
II) Siorìa d^-ILe Uttcralur^ e. XIV.
Digitized by
Google
410 CAPO DECIMO
se ne dovettero in Francia mozzare con la ghigliot-
tina le migliaia e le centinaia di migliaia, seminando
il lutto in tutre quelle desolate Provincie. Chi consi-
deri poi questo insigne oratore nelle sue qualità di
scrittore troverà senza dubbio di che lodarlo perchè
si scosta dagli artifizi, dalla pompa e dalle classiche
imitazioni che inquinavano i più, e possiede perciò
molta chiarezza, semplicità, spigliatezza e slancio.
Però schivando Scilla ruppe alquanto in Cariddi, e
striscia troppo stretto ai Francesi, e spezza troppo
secondo il loro gusto il suo dire, e nemmeno la
lingua gli si conserva sempre intemerata; difetto come
dicemmo molto comune, ma in lui più spiccato. Del
resto nella somma delle sue qualità il Turchi rimane,
io credo, il più grande di questo secolo per la lotta
abilmente sostenuta contro T invasione delle idee ri-
voluzionarie, pur accettando il buono da qualunque
parte venisse e non perdendo mai di mira la sana
riforma dei costumi.
Alcuni Rammentiamo, prima di chiudere questo capo,
*^iez\oni^' anche alcuni che principalmente attesero alla spiega-
«crittoraii zjone dei libri santi; tra i quali trovo degno di me-
moria Alfonso Nicolai, gesuita, (1706-1784), nato a
Lucca, e morto a Firenze. Va tra i migliori ed oltre
a panegirici e orazioni, pubblicò otto tomi di disser-
tazioni e lezioni sopra la Sacra Scrittura (i). Tien
conto ne' suoi commenti degli errori del tempo, e
della stessa scienza, richiamando talvolta a memoria
le nuove scoperte, specie di storia naturale, in quanto
avevano attinenza coi detti del sacro lesto. Giovanni
Marchetti pure per più di tre lustri, dal 1789 in poi,
spiegò la Sacra Scrittura nella Chiesa del Gesù a
Roma, e fu teologo pontificio per la Dataria Apo-
stolica e arcivescovo d'Ancira. Le sue lezioni ver-
I) Firenze 1756-1763.
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 411
sarono sopra il libro di Giosuè, Giudici, Samuele o
II dei Rè, III e IV dei Rè, Daniele, Giuditta, Ester,
Tobia. Anch' egli sulle orme del p. Nicolai, predi-
cando in tempi di questioni religiose e di commo-
vimenti politici, ha in mira a quando a quando di
ribattere certi errori, e di assodare la propria dottrina
secondo le esigenze della critica più recente. Lo dice
-egli stesso nella sua prefazione al Giosuè, pubblicato
nel 1803; anzi si duole di non poter fare quanto vor-
rebbe, perchè vuole a un tempo « non lasciare al-
cuna difficoltà rilevante senza elucidazione propor-
zionata, e mantenere l'andamento facile e interes-
sante nella storia ». Perciò si tenne agli schiarimenti
più popolari e piacevoli, riservandosi di mettere stam-
pate in nota le più difficili ed importanti. La mas-
sima parte però del suo lavoro si riduce alla esposi-
zione storica e a commenti morali, che hanno luogo
principalmente nella seconda parte del discorso. Non
è né molto eloquente né molto accurato nella lingua.
Contemporaneo ad esso si segnalò il can. teologo
Conte Giuseppe Lavingy patrizio romano, che disse
nella cattedrale di Fano le sue Lezioni sacre e morali
suir epistola di S. Paolo ai Corinti, che furono molto
lodate nelle effemeridi letterarie di Roma, quando
la prima volta uscirono, edite in Ancona nel 1769.
Propone di seguire la massima di S. Girolamo che
dicea: « De Scripturis disputantem non decet Ari-
stotelis argumenta conquirere, nec ex flumine Tul-
lianaé elegantiae ducendus est rivulus, nec aures
Quintilliani flosculis et scìwlari declamatione mul-
cendae, sed pedestris et quotìdianae similis et nulla
lucubratione redolens oratio necessaria est, quae rem
explicet, sensum edisseret, obsura manifestet » (i). E
in effetto si mostra erudito sì, ma semplice esposi-
d' £p. ad Damasum.
Digitized by V^OOQIC
412 CAPO DECIMO
tore. non dimenticando buone applicazioni morali.
In sua gioventù fu autore d* un poema intitolato il
Paradiso riacquistato. Battè le medesime orme Lo-
rem^o Baratti dì Ferrara (1724 i8o(), gesuita, scrit-
tore di biografie e poeta. Pubblicò tra l'altro le sue
Lezioni scritturali sui libri di Tobia, di Giuditta e di
Ester (i).
Catechisti Aggiungo tra quelli che in più umili componi-
menti attesero alle spiegazioni dei Vangeli e alle istru-
zioni catechistiche Gio. Batta Campadelli, padovano»
dottore in sacra teologia, il quale trasse dai vangeli
delle domeniche i suoi Discorsi sacri morali, e li
pubblicò a Venezia nel 1758, principalmente ad uso
dei parrochi di città; unisce la facilità al decoro, e
passava tra i più rinomati predicatori. Ancha Sera-
fino Petrobelli di Lendinara, cappuccino, oltre alle
prediche, lasciò dei lodati catechismi sopra l' orazione
domenicale, T Ave Maria, T Eucaristia e i precetti del
decalogo e pocc altro; furono pubblicati a Venezia
nel 1774. Ottenne maggior fama di lui il p. Ildefonso
da Bressanvido (1696-1777) vicentino, che a 18 anni
si fece minorità, e passò la sua vita predicando in
molte città, e specialmente a Padova, alla presenza
dello stesso cardinale Rezzonico, che poi fu papa col
nome di Clemente XIII. I suoi catechismi ebbero-
molte edizioni, e piacque perché sapea temperare la
parte Istruttiva con la parte esortativa.
{ly Parma 1789.
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 413
APPENDICE [^ AL CAPO X.
Tra gh oratori di qualche rmomanza che lascia- . ,.., ,
^ . ^ . . _ _ Altri italiMl
rono opere stampate trovo 1 Gesuiti: Tommaso Carli
di Cesare morto nel [752; U Amari ihia Bartolomeo
di Mazzarino di Sicilia, che viveva a Napoli ancora ^^^.^.
nel 1766; Afessandrù Sagramoso, d'illustre famiglia
veronese, direttore spirituale del Collegio Romano,
che stampò il suo quaresimale a Venezia nel 1764;
Giulio Cesare Corderà di Alessandria, morto nel 1785,
più noto cóme letterato che come oratore, ma che
lasciò parecchi discorsi dì occasione; Bartolomeo Vio
di Venezia, il cui quaresimale fu stampato in patria
nel 1789, che fu Tanno della sua morte; Siniscalchi
Liborio che srampò panegirici ed esercizi spirituali a
Venezia nel 1751.
Alirì o sacerdoti secolari o appartenenti a varii
ordini religiosi sono: Giacinto Jaucci che nel 1752 iori"p'Jfar-
pubblìcò parecchi panegirici dei santi del suo ordine ^*^5!^"^f^^^^_
domenicano; Vincen^^o da S. Erdclio^ cappuccino, lare e re-
che pubblicò le sue orazioni sacre (Venezia 1754); ^°*^*
Giambenedetto da Torino, pur cappuccino, che pub-
blicò tre volumi di prediche assai stimate^ mori in
patria nel 1766; Giovanni Lorem^o Tessari dei Ri-
formati, che stampò a Vicenza, nel 1760, ì suoi pa-
negìrici; Michelangelo da Reggio d'Emilia, cappuc-
cino, di cui si stamparono discorsi e panegirici nel 1766,
come opera postuma; Giuseppe M* Prrawr, che pub-
blicò le sue orazioni sacre a Genova nel 1767; ab*
Bonaventura Fadinelli, dì cui si pubblicarono i ser-
moni alle monache nel 1773; Atanasio Stacciolo^ be-
nedettino, di cui fu stampato T avvento ad Osimo
Digitized by
Google
414 CAPO DECIMO
nel 1778; Ignafio Porro della Congregazione dei
Chierici regolari, nato a Torino; come oratore, ricco
d'imagìni e di pensieri elevati; pubblicò orazioni pa-
negiriche e quaresimali e mori nel 1780; Pietro Già.
Venier, le cui orazioni sacre furono stampate a Ve-
nezia nel 1782: non grandeggia, ma scrive con molta
naturalezza; Giuseppe Manzoni, sacerdote veneziano,
che pubblicò i sermoni recitati nella chiesa parroc-
chiale dei Santi Apostoli a Venezia (Ven. 1789), nei
quali combatte francamente gli errori che ci venivano
di Francia; il p. Cristoforo Callegari ddV Ordìnt dei
Predicatori, veneziano, e morto in patria nel 1799,
oratore dotto e talvolta robusto, benché negletto al-
quanto nella forma; le sue prediche ebbero due edi-
zioni. P. Prever di Giacomo dell' Oratorio di Torino,
assai fruttuoso, morì di 67 anni nel 1789.
Ricavo parecchi nomi di predicatori illustri dal
Quaresimale de* più celebri oratori italiani, la cui
seconda edizione fu fatta a Venezia nel 1822: ab. Fran-
cesco Mu{{ani barnabita, che, tenendo bordone al
Parihi, assale dal pergamo con lodala orazione la
mollezza dei grandi, ragionando Sul costume di vi-
vere inutile e ozioso; p. Francesco Masotti d. C. d. G.,
che si eleva per abilità sugli altri; Gaetano Belcredi,
chierico regolare somasco, che difendea spesso la Re-
ligione contro gli assalti dell'incredulità; ab. Gae-
tano Bugan^a, ex gesuita, che in una predica trattò
la storia d'Italia; Carlo Barbieri, prete dell'Oratorio;
Acazio Saracinelli tx gesuita; ab. Bartolomeo Scardua,
ferrarese; mons. Gio. Luigi Magri ab. di Misna e
prevosto di Cenate; Pier Giuseppe Casser, minore
conventuale; ab. Gio. Batta Manp, ex gesuita; Pel-
legrino Albertini dei Servi di Maria; Giusto da Pa-
dova dei Minori Riformati; Marcellino da Venezia
dei Minori Riformati; ab. Vincenzo Giorgi ex gesuita;
Anton Francesco Bellati d. C. d. G. ; Francesco Fran-
Digitized by
Googte^
CAPO DECIMO 415
ceschini, chierico regolare somasco; Salvatore Bal-
duinOy barnabita; Andrea Rabbi ex gesuita (i). Pier
Ant. Del Borghetto dei Minori Riformati.
APPENDICE IP AL CAPO X.
Si procede suH'orme incominciate, e la seconda oratori
metà del secolo risponde perfettamente alla prima: i>aTi«*i
soltanto converrà notare che il filolofismo e T ele-
mento umano entrano in maggior copia, e sono più
frequenti le allusioni alle nuove dottrine e le pole-
miche che scopertamente e di fronte le assalgono. Un
oratore però che parve più alieno da queste novìrà,
e predicò molto e fece del gran bene fu Jacopo Bri-
daine (1701-1767) che percorse le città e le campagne
della Francia con 256 missioni. Alla robustezza della
voce e della complessione congiungeva un carattere
non men forte e un animo altamente ispirato alla
Religione, onde potè tonar gravemente sulla decre-
pita e corrotta società francese, salvando molte anime
dal comune naufragio. Conviene lodare l' intonazione
al tutto religiosa de' suoi discorsi, la succosità, la brza,
talvolta lo slancio; però ha delle negligenze dì forma,
delle parti incoerenti e delle trivialità. Dicono che
Massillon, avendolo inteso, l' additasse come T uomo
che avrebbe tolto il posto a tutti gli oratori, se uno
studio di maggior coltura n'avesse perfezionato i
doni naturali. Somiglia dunque a una miniera d oro,
in cui ancora il raro metallo va confuso con le sabbie
e la roccia. Ebbe minor fama Giovanni Billot ( 170^1-
1767); ma fu lodato per copia e semplicità. Nacque
(i) l titoli di ex gesuita, che abbondano in questo tempo, pro-
vengono dalla nota e temporanea soppressione dell' Ordìn?, rimesso
ben presto da Pio VI.
Digitized by
Google
4^6 CAPO DECIMO
in Dole (Franca Coatea) e fu prete della diocesi di
Besanzone. È autore dei Discorsetti (prònes) rivolti
4illa pratica per le domeniche e feste principali dei-
ranno. L'edizione più compiuta fu fatta a Lione
nel 1785 in 5 volumi e fu tradotto in tedesco e in
italiano.
Vola poi sovra gli altri con la sua rinomanza
<Mrlo Frey di Neuville (1693 -1774) gesuita. Nacque
di nobile famiglia a Coutances e visse molto a Parigi
ove predicò per trent' anni, facendo udire la sua voce
anche alla corte. Si segnalava per uno stile vivace e
brillante tra i letterati, e per acume di mente tra
i filosofi, e lottò molto contro Voltaire; il signor
Troublet riconobbe delle affinità in quei due ingegni
che tanto abilmente si oppugnarono. Le sue prediche
(quaresima, avvento, panegirici, esercizi spirituali e
altri; furono pubblicate a Parigi nel 1776, ed ebbero
traduzioni anche nella nostra lingua. Ne lodavano
la bellezza del disegno, la vivacirà delle idee, la sin-
golare abbondanza di uno stile pittoresco. Hanno
però non poco di vero le accuse del Maury, che ne
condanna l' affettazione, la mancanza di unità e spe-
cialmente le enumerazioni interminabili e soffocanti,
e quindi una noiosa prolissità.
Elia Bertrand fu pur predicatore di molta fama
nella regione francese in Svizzera. Professò lettere,
ma attese insieme a dispensare la divina parola, e
lasciò una raccolta di sermoni, stampati in due vo-
lumi a Neuchàtel (1773), che intitolò; La Morale
evangelica; e ne lasciò anche un'altra raccolta pub-
blicata a Jverdon (1777); morì a Neuchàtel nel 1779.
Va considerato come oratore di eletto ingegno
l'ab. Luigi PouUe (1703- 1784) d'Avignone, ove co-
minciò ad acquistarsi nominanza col predicare, fino
ad essere ammesso all' Accademia e alla Corte. Du-
rante il suo ministero solea scrivere poco o nulla,
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 417
bastandogli una conveniente preparazione su breve
traccia; restano però per giudicarlo undici discorsi
ch'egli già vecchio e ritirato in famiglia dettava ad
un suo nipote, che poi li pubblicò. Molte lodi s'eb-
bero i due intitolati: Esortazioni di carità, che ar-
recarono molto buon frutto quando furono recitati,
e che resistono anche ora al dente della critica. In
generale sostituisce alla vera eloquenza i concetti
arguti.
Il fare brillante del Neuville si riproduce sott' altre
forme nell'ab. Nicola Thy rei de Boismont {lyiy iy86),
che fu vicario generale della diocesi d'Amiens, e pre-
dicalore di corte. Nacque in un paesello presso Rouen,
ed amò i colori poetici ed il fare accademico nel suo
stile; ed è perciò che l'eloquenza sacra nelle sue mani
serve troppo al mal gusto del tempo, specie toglien-
done la sostanza religiosa. Vanno più lodate parecchie
orazioni funebri e altri discorsi di circostanza, e si
giudicò suo capolavoro un discorso ch'ei tenne per
l'apertura di un ospizio militare ed ecclesiastico,
opera di carità collettiva; il fece un anno prima della
sua morte, e si raccolsero in quella occasione 150,000
franchi.
Nicola Silvestro Bergier ( 1718 1790), parroco nella
diocesi di Besanzone e poi canonico della metropoli
di Parigi, va additato non solo come buon oratore
ma come eccellente polemista della Religione per le
belle opere che scrisse contro i corifei dell'incredulità.
In effetto con l' opera // deismo confutato da sé stesso,
stampata nel 1765 egli combatteva Gian Giacomo
Rousseau, quasi sempre valendosi dei sentimenti da lui
in altro luogo espressi e cogliendolo in contraddi-
zione, ribattendone più tardi, nel 1771, con Y Esame
del materialismo, le dottrine tanto nocive del Sistema
delia natura. Così con l' Apologia della Religione
cristiana si opponeva specialmente a Boulanger, che
Storia della Predicaiione ecc. 27
Digitized by
Google
4l8 CAPO DECIMO
aveva pubblicato il Cristianesimo smascherato ; onde ^
e per questi e per altri scritti, non ostante alcune sue
debolezze, va considerato fra i più zelanti apologisti
moderni. Di lui scrive il p. Richard (i): « Ciò che
contraddistingue le opere dell' ab. Bergier è il carat-
tere esclusivo di cui ha improntate le sue apologie,
una logica d' una precisione e d' una robustezza stu-
penda, che mostrandosi in una stessa materia sotto
svariatissime forme, ribatte il sofisma in mille modi
ad una volta, lo colpisce con tanto calore nelle parti
in cui la sua forza sembra inconcussa, che la vittoria
si decide sempre per questa luce piena e vivida, che
disperde ogni nube d'errore ». Ne' suoi sermoni in-
vece e panegirici tiene un modo condito di pastorale
semplicità e di soave pietà, lasciando da parte il lin-
guaggio dell' apologia e della controversia.
G. B. De Beauvais ( 1731-1790), nato a Clherbourg,
attese con grande onore alla predicazione e fu ora-
tore in corte e vescovo di Senez, officio eh' ei depose
sett' anni prima della sua morte. Alieno dalle corti-
gianerie si mostrò franco e severo anche dinanzi ai
grandi, franchezza del resto che gli attirava gli altrui
l>enefizi. Il giovedì Santo del 1774, predicando alla
presenza di Luigi XV, prese per testo d' introduzione
« Entro 40 giorni Ninive sarà distrutta » ; e 40 giorni
dopo il re era morto; il caso fu notato con molti
commenti. Perorava la causa del povero, e profligava
la corruzione dei grandi; secondo l'uso del tempo
non insiste nello svolgere il dogma; scrive corretta-
mente e con molta semplicità; le orazioni funebri
presentano un pregio maggiore.
Battè r orme di quest' ultimo predicatore anche
l'ab. Cambacères (1721-1802), nato a Monpellieri e
(i) Dizionario Universale delle scienze ecclesiastiche, opera com-
pilata dai pp. Richard e Girand. Napoli 1844.
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 419
arcidiacono nella cattedrale di detta città. Nel 1757
predicava alla corte e accusato di soverchia arditezza
ne' suoi modi a Luigi XV, dicono il re abbia risposto
asciuttamente agli accusatori: egli ha fatto il suo do-
vere. Si piacque molto degli studi letterari, ma pos-
sedeva insieme le doti di oratore cristiano, e si mo-
strò uomo di severe virtù. Fu molto lodato un pa-
negirico di S. Luigi, detto all'Accademia francese.
Dell'aver campato dai rivolgimenti e dalle stragi che
travolsero tanti suoi colleghi deve ringraziare suo
nipote, il famoso Cambacéres, che riusci a proteggerlo
efficacemente.
Parecchi oratori ci vennero dalla Compagnia di
Gesù, tra i quali rammento Luigi Ant. Cuny di Len-
gres, che fu predicatore del re e morì nel 1755; lasciò
alcune orazioni funebri; Silvano Perissault, confes-
sore del figlio di Luigi XV, che ìaisdò Sermons choisiSy
pubblicati a Lione nel 1758; morì cinque anni prima ;
Carlo Giuseppe Perrin dì Parigi, che impiegò nella
predicazione tutta la sua vita, e finì a Liegi nel 1767,
dopo il quale anno si stamparono i suoi Sermoni
sopra la morale e i misteri della Religione. Enrico
Griffet di Moulins {1698- 1771) maestro di belle let-
tere a Parigi, attese anche a predicare, senza però sa-
lire in gran fama: pubblicò: Sermons pour t Avent,
le carème et les fétes principales de l année (Liegi
1773); scriveva inoltre difese e risposte a favore dei
Gesuiti, mentre se ne trattava la causa in Parlamento.
Carlo Gio. Batta Chapelain d\ Rouen, che alla chia-
rezza e all'eleganza aggiunge forza di ragionamento
e abilità di commuovere. Maria Teresa d' Austria lo
chiamò come oratore in sua corte; e lasciò 35 tra
discorsi, panegirici, orazioni funebri; fu lodato mag-
giormente il discorso per la vestizione di Mad. d' Eg-
mont. Gio. Gaspare Dufay^ morto nel 1774, stampò
Sermons pour caréme, advent, octave du tres S, Sa-
Digitized by
Google
420 CAPO DECIMO
crement; valeva assai nelle grazie del porgere. Gfo-
Batta Geoffroy di Borgogna, oiorto nel 1782, e che
godea non piccola fama; di lui si pubblicarono: Ser-
mons et oraisons funèbres (Lion 1788) Bartolomeo
Baudrand dì Nevache, morto a Vienne nel 1787, che
pubblicò i suoi panegiiici a Lione ( 1780) e fu celebre
scrittore di opere ascetiche. Francesco De Lig'r^
d'Amiens (1709 1788) che va tra i migliori; predicò
anche nella capitale e piaceva assai per la sua un *
zione e per la soda dottrina; i suoi sermoni furono
stampati in due volumi a Lione nel 1828. Anna Ales-
sandro Lenfant di Lione (1726-1792) che ottenne
molta celebrità e fu chiamato a predicare anche a
Vienna dall'imperatrice Maria Teresa; fu vittima
della rivoluzione e perì nella strage di settembre a
Parigi. Di lui si ^uhbXxcdiVono Sermons ^our t advent
et le caréme (Paris 1818 e 1825). Claudio Francesco
Nonnotte di Besanzone, che predicò in molte città
con buona fama, ma fu più noto per aver lottato
con Voltaire; morì di 82 anni nel 1793, e pubblicò:
Erreurs de Voltaire.
APPENDICE IIP AL CAPO X.
In Spagna: Pietro Dia!(, prete della Congrega-
oratori zione regolare di S. Gaetano stampò 4 volumi di
di diverse panegirici (Madrid 1777).
In Portogallo si segnalò: Emmanuele De Goitven,
agostiniano, lodato molto per la viva azione e per la
canora voce, ma non privo di merito intrinseco; at-
tirava un concorso straordinario, predicò anche alla
presenza del re, stampò a Lisbona molti de' suoi
discorsi.
Abbiamo fra i Tedeschi i Gesuiti Giorgio Grill
dì Crems che predicò molto a Presburgo e Gratz in
Digitized by
Google
CAPO DECIMO 421
tedesco e ungherese e lasciò molti discorsi; Michele
Krammer dì Kroneubourg,che predicò molto a Praga,
e nel 1778 fu fatto capo degli elemosinieri militari in
Boemia; lasciò varii discorsi. Francesco Schmitt di
Colonia, morto il 1781, che lasciò concioni in tedesco.
Leopoldo Fischer di Vienna, ove morì nel 1787; fu
maestro di rettorica e matematica e predicatore di
buon nome; lasciò Conciones quadragesimales, e pa-
recchi panegirici. Luigi Mert{ dì Doresdorf nella
Svevia (1727- 1792) che predicò 21 anno nella catte-
drale di Ausburgo, e scrisse con molta efficacia contro
il protestantismo, lasciando parecchi discorsi. Cri-
stiano Gern di Thalein, che predicò molto, specie a
Mannhein e Bamberga e morì dopo la soppressione
della Compagnia di Gesù,- lasciò in tedesco prediche
per tutte le teste dell'anno. Il gesuita Scholl pubblicò
inoltre i sermoni del celebre predicatore tedesco Hw
nold. Noto tra gli Agostiniani; Antonio Magerl ài
Vienna, morto in patria nel 1751, che pubblicò 99
discorsi sulle feste dell' anno. Carlo Gassner, morto
nel 1752, stampò in tedesco parecchi panegirici. Leo-
poldo Rackenfeld pure viennese, che ebbe molta ri-
nomanza e morì a Leuca il 1759, ma non lasciò stam-
pati che due panegirici su S. Pellegrino. Agostino
Suppan della Stiria, che ottenne gran fama special-
mente a Vienna e pubblicò sei panegirici. Simpliciano
^atjel, boemo, lasciò in lingua tedesca discorsi e
panegirici. Giacomo Simonio dì Neustadt (1719-177);
fu tre anni predicatore ad Erfurt e molto lottò coi
protestanti. Oltre alle opere teologiche, filosofiche,
giuridiche, letterarie, attestano il suo valore anche i
Discorsi suli' incarnazione passione e morte di N.
S. G. C.
Alcuni Polacchi sono; Casimiro Bn^o^^owski dì
Lituania, gesuita, che predicò alla corte polacca e
mori a Vilna di 69 anni nel 1736; Antonio Bieykouscki,
Digitized by
Google
422 CAPO DECIMO
della piccola Polonia, che predicò con buon successo
nelle principali città di quella regione e morì a Cra-
covia nel 1763. Francesco Bohomelec, oratore e poeta
polacco morto nel 1767. Gtovanni Borner dì Giczin
che predicò in polacco 32 anni e con buona fama;
tutti appartengono alla Compagnia di Gesù.
Digitized by
Google
423
CAPO XI.
Oai tempi della rivoluzione francese fino ai giorni nostri — Suddi-
visione del periodo e note caratteristiche — Oratori che ci le-
gano alla prima metà del periodo, come Canovai, Zaretti, Meazza,
Corvesi, Ànfossi, Donadoni, Nani — Oratori che affettano, non
senza artifizio, cura di lingua e stile, come Cesari, Buffa, Vii-
lardi, e altri fino a Barbieri — Vescovi che aggiungono serietà
all'eloquenza, come Cadolini, Gianelli, Clary, Monico, Soldati
e altri — Catechisti e espositori dei vangeli —Appendice f, II e III.
Non vogliamo smettere questa storia senza inol- L'eioqueu-
trarci a dare uno sguardo al nostro secolo, che al trar ^J*!j^j?JJ*^
dei conti non crealo debba abbassar molto vergo- e difficoltà
^nosa la fronte dinanzi ai secoli passati, quando si carne^ beile
-entri nel nostro campo. Non parlo della oratoria po-
litica, risorta mercè le repubbliche e i governi costi-
tuzionali, e che nel secolo XIX presenta, a esser giusti,
una mèsse letteraria più copiosa di tutti i secoli pas-
cati, compreso lo stesso Cinquecento; mèsse che non
•s' appartiene ora a noi di giudicare. Invece l'oratoria
sacra abbonda, press' a poco, come nei secoli passati,
e con tutte le pecche che noteremo non va priva di
belle doti che la rendono notabile e pregevole; ne
manca davvero di uomini illustri. É naturale che nel
giudicare ci prenda una maggior trepidazione, perchè
il giudizio sui fatti recenti, ancorché non si tratti di
politica, dì leggeri appassionano gli animi, e vuoi
nelle lodi, vuoi nelle censure nasce il sospetto di par-
tigianeria; ma guarderemo di attendere ai documenti.
f
Digitized by VjOpQlC
4^4 CAPO DEGIMOPRIMO
alle sentenze dei più reputali oratori e critici, per
trattarne con serenità, come se il giudizio si riferisse
a tempi remoti.
Suddivi- ^^^ gettare uno sguardo generale, e indipendente
sione di dalla divisione del tempo, sul carattere di questa let-
r?odo^e note teratura, parmi che, come il secolo passato potrebbe
*^"«tiche*" dividersi in due periodi abbastanza spiccati: quello
della prima metà del secolo, in cui V arte sacra si
ripulisce sul gusto arcadico, e quello che va dai pro-
dromi fino al termine della rivoluzione francese, in
cui l'arte diventa di necessità più battagliera e più
strisciante sull'imitazione francese; così anche il no-
stro secolo nell'eloquenza sacra presenti due fasi, Tuna
che corre dalla rivoluzione francese compiuta e re-
pressa fino dopo la metà del secolo, periodo in cui
si sente l'eco che tuona contro l'assalto fiero e car-
dinale dato ai principii religiosi, ma che ha tempo
di abbellirsi negli ozi della pace con quel fare acca-
demico che gli oratori esumavano dalle rovine del
secolo precedente e che troppe volte contraffa la sem-
plicità naturale ; e l' altra che si trova alle prese con
la scredente irreligiosità di molti, specialmente set-
tarii, de' nostri giorni, che traendo pretesto dalle lotte
per l'indipendenza italiana, mirarono e mirano ad
abbattere l' azione e la potenza della Chiesa, in Italia
da prima, e poi in tutta la cristianità; fase che farà
un buco anche nel secolo avvenire, e in cui 1' arte
sacra non ha troppo tempo da cercar dei gingilli, e
deve svolgersi più seriamente dotta, spigliata e con
maggior naturalezza. Noi ci occuperemo principal-
mente della prima fase del periodo, non senza però
fermarci alquanto anche sui tempi di cui facciamo
parte, s' intende lasciando ai posteri un giudizio più
largo e accurato sui viventi, di cui non toccheremo
che di volo.
Dunque dopo le scosse rivoluzionarie, che trassero
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 425
ì più esperti e ì più gagliardi oratori fuor dei temi
usali, perturbando salutarmente gli artifizii rettorici ai genere
e le armonie misurate, al genere polemico e più bat- g accede con
lagliero sembra succedere 1* espositivo e T esortativo P^"j?«^fl"^«^"/
con temi più rivolti a informar santamente i co- tWo ed
stumi; il che avveniva principalmente nelle molte in'una^ma-
missioni che si davano per le città e borgate a ^o ajf/^'^^^f
gliere i mali innestati dai dolorosi rivolgimenti. Resta
però un* eco del passato, appunto perchè gli effetti
perdurano, e quindi gli oratori di maggior grido tor-
nano sopra alcuni temi in difesa della Religione, mas-
sime per ammirarne i trionfi, dopo che sì violente-
mente s'era attaccato il Pontificato Romano, e gli
sforzi degli increduli tornarono vani. Gl'ingegni in-
sieme hanno tempo di sbizzarrirsi alquanto con la
ricerca degli ornamenti; chi è ricco e in pace tende
naturalmente a far mostra de' suoi tesori e a compia-
cersene con sentimenti di esultanza. Però vorrei dire
che alla posa piuttosta ricercata e talvolta sdolcinata,
che notammo negli oratori del secolo passato, si so-
stituisce una maniera più dignitosa e grave, ma d'or-
dinario troppo studiata e accademica. Quindi si gon-
fiavano i pensieri in periodi rigirati e faticosi e con
parole che non erano le più ovvie, e ciò con danno
della chiarezza e della popolarità. Già col Monti e
co' suoi seguaci dominava la scuola classica, e gli ora-
tori sentirono assai più tardi il soffio del romanti-
cismo. A quel modo che il Canova vestiva le sue
statue di paludamento greco, anch'essi studiavano
un po' di classicità che non sempre conveniva alla
materia e al fine; nel che più d'altri spicca il bas-
sanese Barbieri. E l' eccesso dava già negli occhi di
quelli che li tenevano aperti; perchè altro è un dire
proprio, misurato, convenientemente adorno secondo^
la natura delle cose e la maestà che s'addice al tem-
pio; e altro è il soverchio della sontuosità, specie se.
Digitized by
Google
426 CAPO DEClMOPRfMO
aliena dallo stile e dalla santità della Casa di Dio.
Laonde contro una tale eloquenza tonò giustamente
il p. Ventura, che insegnò ad attingere a fonti proprie
dell'arte sacra e a rivestirsi di gravità ecclesiastica.
Diceva: « Non contenti di averlo fatto un'altra volta
torniamo qui ancora ad anatemizzare ben di cuore
quella sacra eloquenza che si vorrebbe oggi mettere
in voga a gran detrimento delle anime, a gran di-
scredito della predicazione; quella eloquenza ricca di
figure e povera di pensieri, feconda di espressioni e
sterile di sentimenti, fastoso apparato di una mendace
opulenza, che, facendo servire al desiderio di piacere
il gran ministero dell' istruire, e la parola di verità a
mendicar V adulazione, lusinga le orecchie e lascia in
pace le passioni, e invece di predicar Gesù Cristo,
non fa che predicare se stessa; quell'eloquenza, vano
sfoggio di spiriti leggeri, di anime profane, che si
perde in dottrine vaghe, in frivole descrizioni, in pit-
ture troppo delicate, in concetti stravaganti, in pe-
riodi rotondi, in parole, in frasi affettate, in arti-
fizi, in fiori, in ornamenti che il gusto più indul-
gente perdonerebbe appena a un romanzo, e di cui
la verità santa è obbligata ad arrossire, come un'onesta
matrona a vedersi ricoperta delle vesti di una danza-
trice; quell'eloquenza in fine che, profana nelle dot-
trine non meno che nelle* forme, degradando il sacro
ministro fino al comediante, e fino alla con?.edia il
divino ministero, altro non ha di sacro che l'ardire
sacrilego di profanare, trattandole in modo mate-
riale ed umano, le cose sacre, spirituali e devote » (r).
viù tardi A mano a mano però che il secolo avanza, se Telo-
^*"/iego**« '^^^"za nel suo contenuto non diventa seria, ispiran-
pigiia un dosi al modo di discorrere dei Santi Padri (sotto
turale"* questo aspetto parmi che lasci non poco da desiderare
(I) Scuola dei Miracoli - Prefazione.
Digitized by
Gòogle
CAPO DBCiMOPRIMO 427
anche a* nostri dì) tuttavia prende una naturalezza
maggiore di esposizione, e una semplicità e spiglia-
tezza, che la fa smettere del sussiego accademico, e
diventar più popolare. Forse fu questo in parte un
effetto della scuola romantica, che, chiedendo col
Manzoni il vero per base, l' interessante per mezzo e
il bene per fine, allontanava anche i predicatori più
sensali da certi leccami che sapevano omai di stantio.
Per questa ragione mi pare che meglio facesse il to-
rinese Giordano, che lasciandosi guidare con sempli-
cità dal sentimento sa bene conciliare la facilità col
decoro, ed ha un'eloquenza più erompente e sentita.
Già i predicatori dei principi, dopo il colpo della ri-
voluzione, avevano finito, T aristocrazia degenerata
disertava le chiese, e gli oratori si trovano innanzi
al popolo che domanda cose schiette e pratiche.
Un' altro difetto poi, abbastanza grave e che pur
troppo a' nostri tempi, più che nel secolo scorso, gUgc'u^'
si fa visibile in molti, consiste nel non tener nel ^g®*/*^"
dovuto conto le ragioni teologiche delle verità re-
ligiose annunciate e nel darci quindi una dottrina che
si regge troppo sulle ali della pura ragione umana.
Certo bisogna concedere la sua parte anche ad essa,
e specie ai nostri tempi di vantato umanesimo gio-
verà far sentire che anch'essa ci conduce ai veri re-
ligiosi, anch' essa serve a renderli accettabili, a di-
chiararli, a farcene apprezzar i vantaggi e gustar la
bellezza; ma noi siamo sempre nel caso di dire che
qui essa deve far le parti di ancella e non più; altri-
menti daremo all'eloquenza sacra una tendenza ra-
zionalistica che, troppo apprezzando i trovati della
scienza umana, neglige il commento della Bibbia e
dei Padri, e che darebbe ansa al sofisma degl' ingegni
ribelli, che trovano facilmente appigli in distinzioni
e dubbi ad uscire pel rotto. D' onde avviene che non
pochi, a quel modo che nel Seicento andavano ac-
Digitized by
Google
428 CAPO DECIMOPRIMO
cattando tra gli antichi filosofi e scienziati una eru-
dizione che solleticasse l'altrui curiosità, ora la cer-
chino tra i filosofi, pubblicisti e letterati fautori del
movimento moderno.
Ritorna ora Inoltre noto che l'eloquenza sacra del nostro se-
non senza* colo, fatta da prima un po' troppo accademica e nuova,
7endenza^ nella seconda metà riprese la tendenza apologetica e
e^ipoìoge- polemica che avea dimostrato tra i romori della ri-
tica voluzione francese. Un siffatto avviamento anche nel
nostro secolo (come nel passato) parte di Francia, ove
s iniziarono le lotte e dove salirono sul pulpito di
Notre Dame insigni con fere nzisti, quali il Frayssinou,
Lacordaire, Ravignan, Felix, per tacer dei più recenti,
l quali trovarono eco nella patria nostra, appunto
perchè anch'essa attraversa, massime in questi ultimi
lustri, condizioni di vita e lotte religiose mollo so-
miglianti alle francesi. Gli errori infatti del raziona-
lismo o naturalismo o umanesimo, che sempre son
volti a togliere la fede nel soprannaturale, a legare ie
speranze umane puramente alla terra e a suoi beni
e piaceri, e finiscono a sguinzagliare, anche non vo-
lendo, tutte le passioni, ora si gittano a tutto pasto
con libri e giornali, e con una propaganda attivissima
non solo tra le classi colte ma anche tra il popolo
più basso; e perciò è necessario che poco o molto se
ne parli, per mettere all' erta gli uomini di buon vo-
lere. Può riconoscersi un segno di siffatto bisogno
anche nel concorso affollato che circonda il pulpito
degli oratori che saviamente ne parlano. E dico che
saviamente ne parlano, perchè giustamente si osserva
che e nelle città e fin nelle borgate di campagna
troppi senza vero bisogno, senza udienze adatte, e
quel che è peggio senza 1' abilità richiesta, sostitui-
scono alle prediche, alle istruzioni, agli esercizi spi-
rituali, che assai meglio converrebbero, le così dette
conferenze; discorso non ben definito che in parte si
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 429
regge a mo' d' istruzione pigliando a svolgere e in-
terpretare Il dogma e ad esporne le bellezze, e in parte
si mette di fronte alF errore per condannarlo ed ab-
batterlo, e tiene della polemica. Anzi ognun sa che
l'abuso andò tant* oltre da rinnovar la questione in-
sorta ai tempi del Roberti e provocare una lettera -
circolare della Sacra Congregazione dei Riti, affinchè
si desse alla predicazione un avviamento che rispon-
desse meglio ai bisogni del popolo. La qual circolare,
senza condannare la novità della conferenza, intesa
com'oggi s'intende, s adopera a limitarne Fuso, re-
stringendolo cioè, quasi secondo le norme del p. Ro-
berti, alle persone più esperte e competenti e ad al-
cuni pergami più rinomati e centrali, intorno a cui
si possano avere delle udienze sufficientemente colte
e capaci di seguire un discorso dotto. Intorno a che
un celebre oratore de' nostri giorni, il p. Alessandro
Gallerani, scrisse molto opportunamente nella sua
Guida del predicatore (i) un autorevole commento
alle decisioni della Congregazione Romana. In so-
stanza egli non domanda la soppressione di siffatto
modo di predicare, ma il retto uso. Sente infatti
'f necessaria la polemica, primieramente pel disinganno
degli erranti, cioè per offrir loro, se sono bene di-
sposti dell' animo, la luce che si richiede per isgom-
brare le tenebre dei loro errori, e far che ad essi ri-
fulga nel suo nativo splendore la verità. È necessaria
per la giustificazione di Dio... per la gloria della
Chiesa, che vuol essere vendicata dai tanti improperi
che le si lanciano contro... a presidio dei credenti,
cioè per preservarli dal contagio delle massime irre-
ligiose che si spargono nei libri» nei giornali e nelle
mondane conversazioni... a conforto dei deboli ». Però
ammettendo un tal genere si affretta a dichiarare che
(I) Róma. Tipogr. Vaticana, 189J.
Digitized by
Google
430 CAPO DECIMOPRIMO
se è necessario nella Chiesa non è tale in tutte le
chiese e neppure in tutte le città, e infine che non è
peso da tutti gli omeri.
Come si Senza dubbio un accorto e zelante oratore, potrà
possa spes- benissimo, dovunque vegga in qualche modo insi-
*^ia*conf<!^^ nuarsi Terrore, contrastarlo proporzionatamente al
''*,'J"j?P°" pericolo; ma, senza contrastarlo di fronte e col tono
della conferenza, per lo più basterà ch'egli, modifi-
cando forse di poco i temi morali e dando così va-
rietà lodevole agji assunti, inculchi specialmente quelle
verità religiose e quella pratica cristiana ch'ei vede
impugnata dai tentativi dell' incredulità. Come la
palla al balzo, gli verrà insieme molto ovvia e op-
portuna qualche osservazione assai efficace contro
r errore, e qualche frecciata ben diretta che il faccia
ire con fronte dimessa. Anzi sto per dire che col po-
polo giovi più qualche colpo dato abilmente all' uopo
e di volo che non le dimostrazioni lungamente esposte
e con grande apparato. Avverrà per tal modo che vi
sia proporzione giusta tra il male e il rimedio, e
dove l'errore serpeggia e si regge con una specie
d'ingranaggio logico vi saranno le conferenze ex pro-
fesso, e dove si apprende incerto e si regge con 1* aiuto
delle passioni e di volontà fiacche e corrotte vi sa-
ranno i discorsi che spiegando la dottrina retta e
combattendo le passioni preparano la sferzata anche
per l'errore.
Giudizio Che cosa dunque si dovrà pensare in generale
contempo- ^^^'^i eloquenza sacra del nostro secolo, mettendo in-
ranea sieme e difetti e pregi? Ha fatto nessun passo in-
nanzi verso un'arte migliore? o declina di male in
peggio, come affermano alcuni? I giudizi sui contem-
poranei sono naturalmente sospetti; ma mi sembra
che ove si guardi puramente alle opere, astraendo
dalle passioni che ci agitano, si debba ammettere, non
ostante alcuni difetti, un qualche progresso sopra le
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 43 1
oziose descrizioni e la rettorica di convenzione e il
sussiego accademico che dominavano nel secolo pas-
sato e nella prima metà del nostro. In generale ora
nei nostri migliori oratori il discorso si presenta come
un buon tessuto di sode ragioni, esposte senza cari-
catura, con veracità di sentimento e con la dignità
che s' addice al tempio; e tende così a sostituire un
quieto e concludente ragionamento alle espressioni
enfatiche e che poco o nulla concludono. L*ab. Bou-
cher giudicando la predicazione francese nella lette-
ratura contemporanea, dice così: « Non si saprebbe
negare che la sacra eloquenza si trovi in progresso.
Il cattivo gusto è generalmente bandito; lo studio
serio della divina parola e de' suoi più eloquenti in-
terpreti, la dignità del pensiero e dello stile sono buone
qualità dei predicatori contemporanei. E quel che più
salta agli occhi si é che un tale perfezionamento non
è più soltanto il privilegio di alcuni oratori più ri-
nomati, di cui i secoli scorsi ci legarono una lista
sempre troppo corta; ma in provincia, nelle campagne
non v' ha angolo che oggi non conti uno o più di
questi ammirabili artisti della divina parola, edificando
i loro parocchiani e giocondando gli uditorii che
hanno la bella ventura di ascoltarli » (i). Non saprei
a nostro riguardo che dire intorno all' abbondanza di
tali dicitori in Italia, ma parmi di non dare nel falso
affermando che la naturalezza, che si compiace di
proprietà e semplice decoro, trionfi nei migliori anche
presso di noi, forse perchè più che ne' tempi addietro
gli oratori si sentono stretti dalla realtà di tanti er-
rori che hanno libero il passaporto per le nostre
terre.
Sentita così la nota generale dell'eloquenza sacra
nel nostro secolo passiamo in rassegna gli uomini.
(i) L'EIoqueoce de la chaire.
Digitized by
Google
-i
432 CAPO DEOMOPRIMO
più nobili che fanno intendere la loro voce nella prima
Il p. su- metà di questo secolo. Ragguardevole tra molti fin
""dovi?* da principio ci appare, benché giunto già al termine
della sua carriera, il p. Stanislao Canovai delle Scuole
Pie (1740-1811). Nacque a Firenze e fu insigne nel-
r Ordine specie per operosità nelle scienze e nelle let-
tere e per buon zelo di religione. Fu matematico di
grar> valore, e a un tempo buon letterato e poeta. Nel
1765 dopo vinta un* emottisi che lo insidiava, insegnò
filosofia a Cortona, e colle sue lezioni morali, dette
in Seminario, contribuiva alla formazione di esem pia-
rissimi sacerdoti, e dal 1786 in poi fu quasi sempre
a Firenze, occupato negli studi e nell' insegnamento
di fisica e matematica. Animo ardente e alquanto
battagliero, lottò contro le novità irreligiose e lasciò
spesso e volentieri la cattedra per salire sul pergamo.
Le ingiustizie dei nuovi dottori gli davano sui nervi,
e sa far udire il suo lamento: « Ma con qual fronte
calpestan costoro gli elementi inalterabili del buon
senso, i canoni della critica più volgari e T attestato
autentico delle storie imparziali, di quelle storie me-
desime a cui con una strana incoerenza ricorrono,
se si tratta di fissare un'epoca, di confermare un fatto,
di asserire un'usanza? Come? tutto adunque è sin-
cero, tutto è infallibile, tutto è prezioso in quei libri,
quand'offrono un pascolo alle scoperte erudite; e
tutto è apocrifo, tutto è fraudolento, tutto é chime-
rico, allorché raccontano le azioni eroiche, i lumi-
nosi portenti degli uomini celebratissimi in quella
età » (i). Quanto all'arte sua possiam dire che sa
fuggire pili d' altri gì' invadenti francesismi, conser-
vando un buon tipo d' italianità, e il suo discorso si
regge con buone osservazioni rivestite di nobiltà e di
(I) Panegicicì di Stanislao Canovai voi. 2. <^ Milano • Trurti, 1830.
— Pan. di S. Mauro ab.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 433
splendore. Vanno lodati principalmente i suoi pane-
girici. Sentiamone un saggio nell'esordio del pane-
girico di S. Pietro: ^ ^ In Petra exaltavit me — (i)
All'architetto imbelle, che per fondamento d'un gran-
dioso edifizio elesse altre volte l'instabile arena, qual
vaticinio faceste voi dunque, o mio Dio? Non gli
diceste, in aria quasi di scherno, che scenderebbe la
pioggia, che verrebbero i fiumi, che soffierebbero i
venti, ed investita di fronte e di fianco la fabbrica
vacillante, ne farebbero rimbombar d'intorno la stre-
pitosa ruina? Voi però dimenticaste ben presto la
vostra medesima profezia: sopra un sostegno mortale
inalzare un immortale edifizio? la colonna eterna di
verità sopra una base d'argilla? sopra Pietro la vo
stra Chiesa? L'ardito rimprovero diverrebbe ancor
più pungente, quando alle generali imperfezioni del-
l' uomo si aggiungessero le debolezze particolari di
Pietro; quando piacesse di rilevarne o la confidenza
orgogliosa, o la selvaggia durezza, o la stolida non
curanza, o l'importuna curiosità; quando si volesse
dipingerlo or sui flutti del mare in atto di som-
mergersi, per poca fede, or nei recinti del Getsemani
tranquillamente sopito^ in mezzo alle mortali agonie
del suo Maestro, or tra gli schiavi di Caifa per osti-
narsi amoroso nel ripetuto spergiuro... Ah compian-
gete, o Signori, il Luterano insolente e il Calvinista
maligno, che troncar volendo in un tratto i capi della
Chiesa di Dio tutto dì rinascente, avventarono un
disperato colpo all'Apostolo fondatore, ed imbratta-
rono di nera bava attossicata il celeste disegno del-
l' architetto che lo prescelse. Strana stupidità! Colici
che può suscitar dalle pietre i figli d' Abramo, non
potrà dunque all' incontro cangiare in pietra quei
(Il Ps. 26.
Storia della Predicazione ecc. 28
Digitized by
Google
-434 ^^^^ DECIMOPRIMO
figli, far dell' argilla uno scoglio, consolidare in dia-
mante l'arena?
Or tale appunto è la metamorfosi di S. Pietro.
Incapace una volta di consistenza, facile a stritolarsi
sotto il peso più lieve, miratelo trasformarsi di subito
in un altr' uomo, in quel marmo impenetrabile, in
quella pietra fondamentale, ove anderanno a rom-
persi gli strali infiammati, i furibondi arieti e le porte
medesime dell'inferno: in Petra exaltavit me. Fis-
siamo, o signori, più chiaramente il pensiero. Scen-
derà violenta la pioggia, verranno turgidi i fiumi,
softìeranno adirati i venti, e T insensato idolatra e
l'eretico raggiratore, e*il filosofo sedizioso piombe-
ranno sul divino Edifizio, risoluti di sconvolgerlo con
le procelle, di minarlo coi vortici, di rovesciarlo coi
turbini: ma tutto invano; simile a quella rupe che
vede morirsi al piede il fulmine che la percosse, Pietro
resiste (ah! questo è poco) Pietro ha la palma e trionfa
di tutti gli urti nemici: egli stordisce ed addomestica
r idolatra, egli convince ed anatematizza l'eretico, egli
confonde ed annienta il filosofo. Non vi è gloria in
terra che si assomigli a questa gloria; non può es-
servi elogio che meglio la esprima di quelle voci prò
fetiche: in Petra exaltavit me. » L'imagi ne, se vo-
lete, soffoca il pensiero, però nell' imagine non manca
il pensiero.
Vincenzo Mette un piede nel nostro secolo, benché abbia
^eru'forma ^^^^^ sentire la sua parola quasi esclusivamente nel
al Canovai passato, il p. Vincenzo M. Zaretti, nato a Semise,
dT ben^ordf- borgo della Basilicata, e morto in odore di santità a
"* rina^ Napoli nel 1810, ove dimorò quasi sempre e molto pre
dico. Fu di salute scarsa e cagionevole, il che non
impedì ch'ei diventasse bastantemente operoso. Non
é, a dir vero, attraente per la venustà della forma
per r abbondanza del sentimento, ma è pieno di dot-
trina sana, chiaramente ordinata e svolta, anzi co-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 435
stantemente tripartita, e presentata con dignità di
maestro in divinità; di guisa che vi si sente più il
dottore che T oratore. Ecco com' ei ragioni dell' arte,
seguendo S. Tomaso: « Tre cose, dice l'Angelico,
dee avere il predicatore, che ai popoli dispensa la di-
vina parola : la stabilità, la chiarezza, e V utilità. La
stabilità, onde col suo parlare dalla verità che inculca
non vada mai a deviare. La chiarezza, onde il suo
parlare a chi l'ascolta impercettibile non si renda.
L' utilità, onde nel suo parlare la propria gloria non
cerchi, ma solo quella di Dio (i). Che perciò allora
egli il ministro di Dio nella prima condizione difetta
e dalla verità che inculca viene a deviare, quante
volle nel suo stile vi si mischiava e diffuse digres
sioni e spesse circonlocuzioni e varie narrazioni di
cose inutili, impertinenti e dal punto che si tratta
air intutto aliene. Allora poi alla seconda condizione
egli manca ed il suo dire diviene troppo difficile a
capirsi, inintelligibile, oscuro, ogniqualvolta il suo
stile contiene certi periodi o intralciati con affettate
e violente trasposizioni e metaforiche espressioni, o
distesi e prolungati a tal segno che per ognuno di essi
un' intera pagina spesso non basta. Allora finalmente
neglige la terza condizione, e nella sua predicazione
non la lode di Dio ma la sua prepria egli cerca, sem-
pre che uno stile egli adotta tutto adorno d' inge-
gnose e piacevoli descrizioni, tutto sparso di retto-.
fiche frasi e figure e pieno tutto di nuove profane
voci, già éàiV Apostolo al suo Timoteo (2) proibite. »
(1) Tn'a notantur quae debet habere praedicator verbi divini:
primum est siabilitas, ut non devici a ventale ; secundum est cla-
ritas, ut non doceat cum obscuritate ; terlium est utilitas, ut quaerat
Dei Ijudem et non suam. D. Th. in cap 3 Mallh.
(2) O Timothee, deposilum custodi, devitans profanas vocum
novità tes I. Tim. e. 6.
Digitized by
Google
43^ CAPO DECI MOPU IMO
Molto prende dal gran lunninare dell' Ordine cui
s'ascrisse, S. Tommaso, servendosene a commentare
la Bibbia e i Padri. L'eloquio è commendevole per
la spontaneità e precisione dottrinaria; vi manca però
quel sapore di lingua e di stile che non nuoce mai
alla chiarezza, ma la rende più nitida e luminosa.
Del restò a' suoi giorni ebbe assai grido, e quando
nel 1778 predicò la prima volta nel duomo di Na-
poli, tanto fu l'entusiasmo destato, che gli chiesero
per la stampa i suoi discorsi, ch'ei pubblicò soltanto
nel 1794 (i). Affinchè si senta un pochino la sua
maniera, trascrivo qui la divisione della predica VI:
« Ahimè, esclama il Divin Redentore, o ingrata Ge-
rusalemme, tu ti prometti una lunga vita, e non sai
quanto si sono per le tue colpe i tuoi giorni accor-
ciati. Restava solo questo rimedio della visita odierna :
dopo la quale, perchè tu non finirai di vivere mala-
mente, finirai prestamente di vivere, e stringendoti
da per tutto le vincitrici aquile di Vespasiano e di
Tito, non lasceranno in te una pietra sopra V altra,
a potervi la tua sciagura intagliare: eo quod non co
gnoveris tempus visitationis tuae, Tant' è, uditori. Se
Gerusalemme fosse vissuta bene, viverebbe tuttavia
gloriosa. Ma perché, non contenta d'esser vissuta
male, non rinsavì dopo la visita odierna di Cristo; per
ciò, dopoché fini di vivere due volte sotto di Antioco
e di Nabucco, finì di vivere anche la terza volta e per
sempre dopo la morte di Cristo. Un tal fatto m' im-
pegna oggi a mostrarvi come vive poco chi vive
male. E poiché tre vite io considero in noi, una na
turale che consiste nella quantità dei giorni, T altra
civile che consiste nella quantità delle imprese, la
(it Del p Maestro Vincenzo M Zaretti dell'Ordine dei Predi»
calori della provincia del Regno. Prediche quaresimali, panegirici e
sermoni, torni 2. Sta uperia Simoniana. Napoli 1794.
Digitized by
Google
CAPO decjMoprimo 437
terza cristiana e morale che consiste nella quanti tò
dei meriti; in rapporto a tutte queste tre vite ve-
dremo quanto poco vivono i malvagi. Credimi pure,
scriveva Seneca a Lucilio, che di tutto il nostro vi-
vere molte porzioni si scemano per nostra colpa;
altre perchè a noi rapite, altre perchè da noi trascu.
rate, altre perchè in noi perdute: quaedam tempora
eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam ef-
fluunt. E in questa guisa tra noi vive poco chi vive
male quanto alla vita e naturale e civile e morale.
Vive poco quanto alla vita naturale per li giorni che
a lui si rapiscono, quaedam tempora eripiuntur ; vive
poco quanto alla vita civile, per le imprese che da
lui si trascurano, quaedam tempora subducuntur ; vive
poco quanto alla vita morale per li meriti che in lui
si perdono, quaedam tempora efjluunt »
Contemporaneo al Canovai e allo Zaretti, ma di p^j. L„|gi
maggior grido nella pubblica opinione fu Pier Luigi ^'ro«s>
Grossi (1741 1812), carmelitano scalzo. Le date cro-
nologiche ci dicono subito che la sua vita si svolse
durante l' incubazione e lo scoppio della rivoluzione
francese, ciò che si ta manifesto anche ad ognuno
che legge le sue prediche. Nacque a Brescia, e amò
molto nella prima giovinezza le lettere e la poesia,
amore che si prolungò quanto la sua vita. Vestì
l'abito claustrale a Vicenza, mutando in quello di
Pier Luigi il nome di Tommaso Vincenzo che rice-
vette nel suo battesimo. Sortì da natura una mente
assai chiara ed una vivace fantasia ; perciò, come nel
poetare si mostrò seguace del Monti cercando le
brillanti imagini e l'armonia alquanto romorosa del
verso, così anche le sue prediche spiccano spesso per •
vivace ornamento e per chiarezza di disegno e di
dettato. Negli argomenti non esce gran fatto dagli
usali e comuni, ma nella trattazione sa piegarli ai
bisogni più sentiti. Alcuni però sono più specialmente
Digitized by
Google
Saggio
438 CAPO DECIMOPRIMO
rivolti contro T incredulità dominante, come: (Mira-
coli, Dei peccati del secolo XVIII, Della cattolica re-
ligione. Dei libri moderni. Degli spiriti forti. Gli spi-
riti illuminati e i liberi pensatori. Del cittadino e del
cristiano.
Anzi, per libare alcunché della sua maniera, ecco
come richieda in quest* ultima predica che i due
doveri e del cittadino e del cristiano abbiano a mei-
tersi in pieno accordo: « Sono sì ben socievoli tra
loro i doveri di buon cristiano e di buon cittadino,
ch'io non posso non altamente raccapricciarmi, o
signori, ad udire pel mondo cattolico disseminata ed
accolta, con sentimenti di approvazione e con plausi,
l'erronea massima, l'assurda ipotesi, la manifesta
impostura de' liberi pensatori i quali la spacciano,
che la Religione sia molesta alla società, che rovesci
i vantaggiosi disegni della politica, e che tradisca assai
volte gli affari di stato. Ed è possibile, io dico, che
alligni nelle ingannate menti degli uomini sì reo ger-
moglio, dacché l'increata Sapienza del Verbo, nello
inculcarci i civili e i cristiani doveri, tenacemente gli
unisce tra loro, ed accoppia gli uni agli altri con
santo vincolo nell' umano individuo, da cui vuole e
comanda con pari zelo che renda, buon cittadino, a
Cesare quello che è di Cesare, e buon cristiano, a
Dio quello che é di Dio? Ah! che non é ingiusto
nelle sue pretese, non é crudele ne' suoi precetti quel
Dio che sì governa, e tale sarebbe, a dir vero, qua-
lora esigesse dall'uomo due tributi incom possibili, e
due doveri gì' ingiungesse l'uno all'altro sì opposti
che nel soggetto medesimo non potessero associarsi
in bel modo di perfetta alleanza. E potrò io soffe-
rirmi silenzioso, indolente che così a rovescio si pensi
e si bestemmi così all' impazzata e della Religione e
di Dio? Che mi gioverebbe avere sparsi tanti sudori
nel corso della quaresima, che omai declina, o pre-
Digitized by
Google
CAPO DECfMOPRIMO 439
sidiando le verità sacrosante della fede o rintuzzando
gli errori dei liberi filosofanti, se non m* adoprassi a
schiantarvi eziandio dalla sedotta mente un'impo-
stura sì perniciosa, e non per altro sognata dai falsi
politici e dai progettisti moderni, se non per rendere
odiosa ai governi ed ai popoli la Religione? Ah!
questo, questo era il punto più rilevante che ancor
mi restava al compimento dell'ardua impresa, e l'ho
riservato a questi ultimi giorni di mia travagliosa
carriera, perchè vi rimanga indelebilmente nel cuore.
Eccovi dunque in quai termini diametralmente op-
posti all'error di costoro sia concepita la mia prò
posizione. Tanto è lungi che la cattolica Religione
imbarazzi gli affari di stato e sovverta i vantaggi
della politica, che anzi ella vi dà la mano e ne prò
muove ella stessa l'utilità, la fortuna, l'ingrandi-
mento; e perchè i veri cristiani di massima e di co-
stume sono utili cittadini, e perchè i falsi cristiani,
cioè gl'increduli, sono perniciosi allo stato » (i). E
r oratore viene regolarmente provando la prima parte
della sua proposizione in modo dignitoso ad un tempo
e popolare, ancorché a quando a quando lasci passar
qualche frizzo vivace. Giunto alla seconda parte, ecco
come, fatto forte della precedente dimostrazione, as-
salga gli avversari: « Quanto poi alle dottrine, di-
temi, a qual setta volete voi che appartengano questi
increduli, onde sien utili cittadini? Li vorreste atei?
Un labbro cattolico non vi degnerebbe nemmen di
risposta; guai, vi direbbe il pirronista Bayle, gli atei
sono anime bruttate di tutti i vizi, e capaci delle più
nere sceleratezze; come volete ch'esser possano utili
cittadini? Guai, vi risponderebbe Montesquieu, io non
vorrei giammai cadere nelle mani di un ateo, da cui
(I) Quaresimale e pan. del p Pier Luigi Grossi. Voi. II. Brescia.
Tip. Bendiscioli i8.'0 - Fred. XIX.
Digitized by
Google
440 CAPO DECIMOPRtMO
temerei ogni momento d' esser sacritìcalo. Guai., coii-
chiuderebbe Voltaire, s' io fossi sovrano, non vorrei
atei nel mio stato, perchè, se fosse loro interesse di
pestarmi in un mortaio, e potessero avermi nelle lor
mani, sono certissimo che ne sarei pesto. E costoro
son tollerati nella società, e sublimati talora a posti
autorevoli nel ministero? Li vorreste deisti? Ma qual
sistema più funesto all'ordine di un buon governo?
Un Dio a cui non cale né dei nostri dispregi né dei
nostri omaggi, un Dio che non ha né castighi per
la colpa né per la virtù ricompense, un Dio che non
vuol culto o eh' é indifferente ad accettare ogni culto,
un Dio che permette ed approva e la fornicazione e
il meretricio e il divorzio e tutti quegli infami de-
litti che il pudore divieta dì nominare, questo é ciò
che sogna il deista! Quali assurdi! quali dottrine*
Chi può, adottandole, serbare i patti sociali, coltivar
le virtù morali e civili, e giovare alla patria? Li vor-
reste materialisti? Ma riflettete che non ammetton
costoro né divine leggi né umane; e come potranno
essere utili cittadini? Lo che dee dirsi con sicurezza
de' naturalisti, panteisti, fatalisti, e di quanti mostri
d'apostasia ruppero in questi ultimi anni nel sen della
Chiesa. A qualunque setta . adunque s' ascrivano i
falsi cristiani, é certo che abbracciano sempre il par-
tito dell'empietà, partito in cui diverranno per insti-
tuto e per massima scelerati, voluttuosi, brutali, a
dir breve, la peste della società ed i perturbatori dello
stato »
Il giureconsulto Francesco Treccani, che tramandò
alcune memorie di questo oratore, racconta come la
sua parola non solo era potente a destare l'ammira-
zione, ma spesso la commozione e le lagrime, e che
il dotto non meno che l' uomo del volgo soleano
trarne vantaggio. 11 Grossi apparteneva, come buon
cultore di lettere, a varie e rispettabili accademie. Ec-
Digitized by
Google
Vincenzo
CAPO DECIMOPKIMO 44I
colie, a cui piacesse mirarlo, il ritratto: a Fu il no-
stro Pier Luigi di convenevole statura, pingue anzi
che no della persona, volto gioviale, fronte alta e
spaziosa, occhio vivace ed aperto, onde traspariva una
mente svegliata e piena di brio, piacevole e faceto
cotanto che, dovunque egli si trovasse, era forza che
la malinconia n'andasse in bando; laonde egli era
nelle civili adunanze tenuto assai caro: amorevole
cogli amorevoli, prodigo anziché liberale » (i).
Fu molto fruttuosamente operoso sui pulpiti delle
pnncipah citta itanane, e attrasse a se 1 altrui ammi- Dania
razione mons. Vìncendo Dania (1743- 1818), che, nato ^i « [^
in Voltri nel Genovesato e ascrittosi all'Ordine dei
Predicatori, fu apprezzato assai da Pio VII, che lo
fece vescovo di Albenga, Lo dicono di forbita e mae-
stosa eloquenza, quantunque poco ci resti da giudi
cario, essendosi smarrito il suo quaresimale, e non
restando che alcuni sermoni e le sue lezioni sopra i
Maccabei; opera postuma, stampata a Genova nel 1820.
Più cose invece ci rimangono di un suo correligio
nario,di fama più clamorosa, che è il p. Ermenegildo
Mea{{a (1739-1818), le cui opere furono stampate
nel 1846 e dedicate al card. Iacopo Monico, patriarca
di Venezia. Nacque a Milano, pio fin dai primi anni,
entrò nel noviziato dei domenicani a Faenza, pri
meggiò fra i compagni negli scudi, fu maestro di fi
losofia e teologia in più conventi dal 1768 al 1779;
si manifestò grande oratore in un quaresimale fatto
a S. Gio: e Paolo a Venezia, e si recò poi a Roma,
a Napoli, in altre illustri città con gran plauso. Co-
nosce l'arte di presentar la dottrina senza la pesan-
tezza scolastica e spiega il suo pensiero senza ricer-
catezza dì lingua, ma con proprietà e decoro; non vi
(i) Notizie di vita premesse ai detto Quaresimale.
Digitized by
Google
442 CAPO DECIMOPRIMO
trovi mai la descrizione per la descrizione e quindi
la vanità. Lottò contro le idee novatrici della rivolu-
zione importata, e si mostrò tetragono all' infuriar
àe suoi colpi. La ferisce ex professo in alcuni discorsi,
ma qua e là quasi in ogni discorso. Cacciato nel 1810
dal suo convento di Piacenza, ove erasi riparato quasi
ad asilo di sua vecchiaia, fu accolto dalla famiglia dei
Conti Scotti, che lo consolò di pane e di cure fino
alla morte.
Nella predica sui libri cattivi cosi descrive i lagri-
mevoli effetti di siffatte letture in coloro che mal di-
sposti di spirito le intraprendono: « Meriterebbe d'es-
sere spiegata quella secreta forza con cui dal nostro
appetito viene assalita la mente» quando si tratta di
giudicare di quelle cose che interessano ristesse no-
stro appetito. L' intelletto allora non siede già padrone
e legislatore, ma ministro e suddito le voci ascolta
delle passioni, in guisa che invece di dolersi air im-
provviso assalto di un nemico che cerca indebolirlo
ed opprimerlo, sembra piuttosto che prenda lena in
credersi assistito da un principio che ne alimenta le
forze. Di qui nasce, uditori, che, qualor T appetito e
l'interesse si mischia coli' operare della mente umana,
il tutto prende ingrandimento. Una piccola ragione
acquista forza di un valoroso argomento, una con-
gettura diviene una certezza ed un sofisma una
dimostrazione. Si unisce al pensiero l'entusiasmo, la
imaginazione al raziocinio, e in una parola il senso
alla ragione fa insulto. Date in mano un libro della
novella letteratura ad un uomo giovine e fervido an-
cora di umori, ad un uomo cui la morale pesi di
troppo, e le massime del Vangelo troppo non vadano
a sangue. Al primo leggere sfrontatamente negata la
esistenza di un Dio, che, se pur si ammette, non ri-
conoscesi qual premiatore, com'è, de' giusti né punitor
de' cattivi, r intelletto, é vero, rifiuta ed abborrisce
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 443
una tale empietà. Ma con quale scaltrezza non entra
subito Tappetito a corregger l'orrore di una tale dot-
trina, ed a screziare di ameni e vaghi colori i senti-
menti che la infiorano coi sistemi della spinosiana e
obbesiana filosofia? Ecco ammansala la ritrosia della
mente dagli appetiti del cuore: ciò che era una be-
stemmia diventa un punto di questione ingegnosa,
che prima fa coraggio a dubitare, ed in appresso a
conchiudere in favor della stessa; onde con tutta ra-
gione io dico avervi in chi legge tutto il pericolo di
andar sedotto, né solamente per parte dell'intelletto,
incapace nei più a conoscer l'errore e a smascherarlo,
ma sopratutto per parte del cuore stesso, disposto
ahi! troppo ad abbracciare ciò che lusinga ed alletta
le passioni. >^
Per facilità e prontezza nelF improvvisare i discorsi j^^^^^^^^,
va lodato tra costoro un altro domenicano, il p. Tom Corve^i
maso Corvesi (1740 1820), che per ben quarant'anni
s'esercitò nel ministero di dispensare la divina pa-
rola, correndo da un capo all'altro d'Italia, e ripor-
tandone ovunque grandi applausi. Nacque in Nizza
di Provenza, dimorò sempre a Napoli, ritirandosi da
ultimo in S. Domenico Maggiore, ove morì di colpo
apopletico; il p. Conciati veneziano tesseva in suo
onore una funebre orazione. Pubblicò oltre al qua-
resimale un gran numero di panegirici e di varii
altri discorsi, ma molti più son quelli che disse su
brevissima traccia. La sua facilità però gli nocque in
in quanto il fece trascurare un buon dettato e la
lima, cosicché mentre i suoi discorsi per la sostanza
potrebbero servir di modello, è da dolersi che non
risponda del pari il finimento dello stile e della
lingua.
A mons. Dania, che andava vescovo ad Albenga, piUppo
dedicava tre omelie il p. Filippo Anfossi^ suo corre Anfo^si
ligionario, che non solo fu profondo teologo ma an-
Digitized by
Google
444 CAPO DECIMOPRIMO
che oratore di inclita fama. Nacque in Foggia di
Liguria, visse a lungo a Roma, ove fu anche maestro
ilei Sacro Palazzo apostolico, e dove mori nel 1823 e
fu sepolto in S. Sabina. Si oppose con gran forza alle
idee novatrici della rivoluzione, massime scrivendo
di molti opuscoli, come le lettere intitolate: Rimedio
contro gli scrupoli per la compera dei beni ecclesia-
stici, e quelle intitolate: La verità dei fatti e la santità
delle leggi, che versano sul medesimo argomento. Le
fisiche rivoluzioni della natura o la palingenesi filo-
sofica di Carlo Bonnet, L' uomo politico religioso,
ossia la cattolica religione ne' suoi rapporti colla civile
società. La restituzione dei beni ecclesiastici necessaria
a salute, e altro. Come oratore stampò nel 1815 il
suo quaresimale, e due anni dopo i panegirici, la-
sciando stare altre parziali pubblicazioni. Metto qui
per saggio l' esordio di un discorso in lode della
B. Stefana de'Quinzani, detto alla presenza di Fer-
dinando I duca di Parma e della sua reale famiglia.
« Quid sunt plagae istae in medio manuum tua
rum (i). Estatico per meraviglia e della più tenera
compassion penetrato al primo veder la gran donna
che là riposa in mezzo al più augusto consesso dei
Santi (2), la Beata, io dico, gloriosa Stefana de' Quin-
zani; estatico per meraviglia e della più tenera com-
passione penetrato: e che son elleno, io dissi, e che
son elleno codeste piaghe, onde aperto io veggo il tuo
lato, trafitti i piedi, insanguinate \t mdsìx} Quid sunt
plagae etc? Effetti forse dell'umana barbarie, o del
furor de' carnefici e de' tiranni, e certi indizi di tua
invitta costanza? — E in cosi dire io già volgeva a'
ferali strumenti che le pendon d' intorno impaurito
lo sguardo; già i graffi di ferro, le acute spine, i fia-
li Zach. XII.
(2) L'urna della Beata trovasi nella cappella de'.lc Reliquia.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 446
gelli... Quand'ecco piacevole voce ed amorosa, che
r anello additandomi in cui fu ella all' Unigenito Fi
gliuol di Dìo in dolce vincolo spirituale congiuntar
ah! no, risponde, che non sono effetti dell'altrui
crudeltà e del furor dei carnefici e dei tiranni, ma
certi indizi dell'amor mio e dell'amor di colui che
mi elesse a sua sposa, e a parte mi volle del suo
amore non meno che delle sue pene: his piagata
sum in domo ejus qui diligebat me.
Oh amore! oh amore! Qual nuovo genere d'inu
sato portento, o piuttosto qual nuova scena compas
sionevole tu mi apri allo sguardo! Così adunque tu
impiaghi coloro che tu unisci col dolce vincolo d'ami
cizia e di pace, e tali sono i piaceri che vai prepa
rande a quelle anime che ardono maggiormente del
vivo tuo fuoco? Sì, uditori, l'amore, solito di trasfor
mare l' amante nell'oggetto che ama, unì di maniera
la B. Stefana de'Quinzani al suo Signor Crocifisso.
che, dal momento che si vide eletta a sua sposa, noiì
ebbe più altro amor che per lui, altro piacere che af-
fliggersi e penare con lui, altri pensieri che la gloria
e r esaltamento di lui. Io già m'avanzo a considerare
più da vicino cotesto nuovo spettacolo di santità, e
voi seguite con attenzione le mie parole, poiché non
è mio intendimento di presentarvi slamane con un'in
gegnosa orazione uno sterile argomento di meraviglia
che vi sorprenda, ma una viva imagine di perfezione
cristiana, che imitare dobbiate con ogni studio, e ri
copiare in voi stessi nel breve esiglio di questa vita
mortale. » D'ordinario non manca questo autore di
unzione e gravità, ma si vede purtroppo anche quella
posa che sa di artifizio, e che riflette la maniera ac- .
cademica già incriminata.
Concittadino del Grossi e assai più esperto scrit- p^c. Dean»
tore e più rinomato predicatore dell' Anfossi fu il
p. Pacifico Deani, (1775-1824) il cui quaresimale fu
Digitized by
Google
44Ó CAPO DECIMOPRIMO
pubblicalo un anno appresso alla sua morte (i). Fu
assai studioso di filosofia, ciò che si fa anche troppo
palese nelle sue prediche; a 17 anni si presentò alla
difesa di più che 200 tesi filosofiche, secondo l'usanza
che ancor vige in qualche istituto ecclesiastico; ne fu
meno amoroso degli studi teologici, dandone egual-
mente dei nobilissimi saggi in pubbliche dispute. Fra
i tumulti del secolo bellicoso vestì le lane dei Minori
Osservanti, tra i quali fu lettore di filosofia. A 27 anni
a Ferrara manifestò il suo ingegno fervido e robusto,
tanto che lo stesso Minzoni l'onorò in questa occa-
sione della sua amicizia. A Roma fu nominato con-
sultore del S. Uffizio, e da Pio VII nel 181 5 vescovo
di Zante e Cefalonia; ma si schermì da quest'ultimo
incarico, per continuare la sua carriera di predicatore,
troppo presto troncata da morte immatura. Lasciò
un quaresimale, panegirici, discorsi funebri, discorsi
sui morti, sui Sacramenti, sulle Beatitudini e gli
esercizi spirituali pel clero. Molti de' suoi temi sono
ispirati alle lotte e alle condizioni speciali de suoi
tempi; e questi e tutti gli altri in generale egli svolge
con un buon fondo di dottrina e di sodezza eccle-
siastica e insieme con un fare ampio, descrittivo, al-
quanto imaginoso, ma chiaro insieme e abbastanza
popolare. Molto giovò ad accrescergli rinomanza la
maniera del porgere che dicono ei possedesse in guisa
da soddisfare a tutte le esigenze dell' arte. Ecco come
s' introduce nella predica XVII - Se la società fosse
cristiana, - Dopo aver detto che non crede che gli
uditori negheranno a lui di vagheggiare una santa
idealità quale è la proposta, se ad altri si concede di
vagheggiare delle strane ipotesi, soggiunge:
« Egli è dunque dall' esatta osservanza de' sociali
doveri, che sgorga, quasi dalla sua natia fonte, la so-
li) Tip. Pasini.
Digitized by
Google
CAPO DECiMOPRiMO 447
ciale felicità. Sieno fedeli gli sposi, e i genitori amo-
rosi, e i padroni discreti, e i servitori attenti, e i sol-
dati intrepidi, i ministri applicali, i compagni leali, i
mercatanti giusti e i cittadini tranquilli; ecco la so-
cietà. Orsù, che ad ottener questo fine sieno deboli
troppo ed insufticienti per sé medesime le civili legi-
slazioni ognun lo sa che conosca 1' uomo e la storia.
Fa d' uopo dunque di invocar un codice più sublime
che parli sempre al cuore dell' uomo e regoli tutti i
suoi passi, e lo sorvegli eziandio fra le tenebre, e lo
intimorisca benché armato d'acciaro e lo rincuori
abbattuto e lusingato lo affranchi e gli proponga mo-
tivi degni di lui e solo capaci di appagar le insazia-
bili sue brame. Questo codice é la Religione, primo
dovere dell' uomo, e primo bisogno della società, le-
game primiero e custodia di tutte le virtù accessorie
alla tranquillità sociale. Questo codice é il Vangelo
di G. C. il quale supplendo con nuovo benefizio a-
gli smarriti lumi della ragione, ed agli abusati prin-
cipi della stessa ragion naturale, avverte 1' uomo dei
suoi errori e de suoi doveri, gli discopre l' origine
de mali suoi e gliene arreca i rimedi, e ristabilisce
in lui la chiara nozione della virtù e gli rende facile
la via di conseguirla; e però rendendolo virtuoso, od
almeno capace di esserlo sinceramente, e sempre, e
in ogni incontro e con sicurezza perfeziona e conso-
lida la sociale felicità. La conseguenza, che forma la
materia dell'assunto, corre da sé medesima, ed io la
pronunzierò colle parole di un uomo non al certo
discaro a begli spiriti: =^ Una società di cristiani sarà
una società di cittadini sommamente illuminati nei
loro doveri, e che avranno uno zelo grandissimo per
adempierli, perchè quanto più crederanno di dover alla
Religione, tanto più riputeranno di dover alla patria. 1
grandi principi sociali del cristianesimo saranno assai
più forti per essi che il falso onore delle monarchie
Digitized by
Google
44^ CAPO DECIMÓPRrMO
e le virtù umane delle repubbliche e il timor servile
degli stati dispotici; e così questa Religione che sem-
bra non aver altro oggetto se non la felicità della
vita futura, forma anche la nostra beatitudine nella
vita presente. = Una tale società non sarà ella una
società di telici, per quanto lo si può essera al mondo?
Ah uomini, se volete esserlo, osservate questa divina
filosofìa portata sulla terra da lui che solo ha potuto
fare, come solo può mantenere quella gran promessa:
si haec scitis, beati eritis si feceritis ea. »
Piglia pure un tòno grave, ma non senza sussiego
D^nTcfo^ni accademico, Y ab. Filippo Donadoni d'Alzano ( provin-
cia di Bergamo), rapito da morte immatura nel 1826.
Si preparò alla sua missione con severi studi ed in-
defessa applicazione, e ben presto la sua fama oltre-
passò i confini della provincia nativa. Quantunque
morendo facesse divieto di stampar nulla delle sue
cose, fu sì vivo il desiderio di possederle ne' suoi am-
miratori, che bisognò cedere alle loro istanze. Abbiamo
così il quaresimale, i panegirici e il settenario dei
dolori di Maria Ss. Il difetto notato non toglie al suo
dire robustezza, dignità e talvolta anche un movi-
mento animato. Serva di prova Tesordio che trascrivo
dalla predica XX contro i seduttori delle anime:
(c Fattosi un giorno il Nazianzeno a riflettere sulla
condotta dell'infernale nemico, profondamente os-
servò, che agitato costantemente il superbo da qud
medesimo malizioso orgoglio, per cui un giorno tentò
di mettersi sul sommo trono, se non può in altro
più riuscire, non cessa almeno con pertinace emula-
zione di contraffare ad una ad una le opere tutte di
Dio, non perdonando neppure a quella che, per co-
mun sentimento, é la più grande, la più santa, la
più mirabile, dir voglio l'incarnazione dell'eterno suo
Verbo. Penetrate, o signori, il pensiero non meno
acuto che solido di questo Padre, il quale mi fa
Digitized by
Google
CAI>0 DEGIMOPRIMO 449
Strada a parlarvi di uno dei più orribili eccessi che
5»i possano da un uomo commettere. Prese già, come
c'insegna la Fede, prese T Unigenito Figliuol di Dio
nostra caduca natura^ e a sé congiunsela con nodo
strettissimo di persona; e ciò non solo ad oggetto di
patire e morire nell' assunta carne per la redenzione
del mondo, ma anche perchè, rendutosi in tal ma-
niera visibile e trattabile agli uomini, potesse, in qua-
lità di maestro, insegnare a tutti, col doppio mezzo
della sua predicazione e de* suoi esempi, la scienza
di quella salute, che col sangue suo avrebbe di poi
a tutti, come redentor, meritata. Or che fa egli il
demonio per emular, come può, e contendere air Al-
tissimo il pregio di sì bell'opera? Prende esso pure,
non già .una singolare umanità, per unirla personal-
mente a sé stesso, che a tanto non montano le di
lui forze, prende sibbene alcuni uomini tra i più per-
versi e corrotti, e a questi si congiunge con unità
d* intenzione, comunica a questi il reo suo spirito, in
questi trasfonde la sua malizia e il suo veleno, per
modo che, fattosi poco meno che una cosa sola con
essi, parla, opra, attende col loro mezzo alla rovina
delle anime; distruggendo così quanto nei giorni
della mortale sua vita e fece e disse l' Uomo-Dio per
condur T anima a salvamento. Ed ohi chi potrebbe
non dirò ragionando descrivere, ma piangendo de-
plorare abbastanza i tristissimi effetti di questa se-
conda diabolica incarnazione? Di qui, vedete, quasi
da fonte sgorga quel rovinoso torrente d'iniquità che
minaccia a' di nostri di naufragio T intiera terra. Cri-
stiani e cristiane, che con orror rimirate nell' indi-
pendenza dei figli, nel libertinaggio dei talami, nel-
r inverecondia degli abiti, nella mescolanza dei sessi,
nella incredulità delle massime il crescere giornaliero
di queste acque sterminatrici d' ogni buon costume,
portate, portate meco lo sguardo alla sorgente, che
Storia della Predicazione eco, a»»
Digitized by
Google
450 CAPO DECIMOPRIMO
chiara la vedrete nelF opera di lai demoni in umane
forme aggirantisi per ogni ramo del socievol mondo;
figli in doppio senso di perdizione; perocché non
contenti di darsi eglino in preda al vizio, pongono
ogni loro studio nel cercar di trarre anche gli altri
sulle medesime loro vie. Per la qual cosa ad ispirarvi
di costoro quel maggiore abborrimento ed orrore,
che per vostro bene desidero ne concepiate, prendo
dalle mani di Cristo il ritratto che ce ne fece nelle
citate parole. Immaginatevi, dice egli, un assassino
che col favore dell' ombre vi si insinui di furto in
casa, e in riposto angolo tacitamente si appiatti. E
perchè vien egli? Che medita? Q.ual è il fine del suo
occultamento? Voi lo sapete, di attender 1' ora del
vostro più fitto sonno, e allor balzando di agguato,
derubarvi, uccidervi, rovinarvi : fur non venit nisi ut
furetur et mactet et perdat. Or tali appunto pensate
che sieno i disegni degli empi di cui vi parlo. Essi
non vi circuiscono che appunto per queste tre mire
scellerate e a voi fatali: per rubare a Dio le vostre
anìme^ ut furentur ; per privarvi della vita nobilis-
sima della grazia, ut mactent; per istrascinarvi con
seco nell'abisso dell'ultima irreparabile perdizione,
ut perdant »
Seguace di questa scuola, oltrepassandone assai i ter-
4f LoUno n^i"i ^ riducendo la maniera accademica ad una spe-
e altri eie di posa teatrale, fu il palermitano Dimaggh^ che
il teologo Benedetto Negri, che ne parla in un suo opu-
scolo critico, (i) metterebbe a capo ; ma parve prometter
molto e poco mantenne. Cosicché in efiPetto a capo
di questo falso manierismo, perché fornito di splen-
dido ingegno, mi sembra di poter collocare il p.JFf-
(i) Delle coedizioni presenti della eloquenza sacra io Italia •
Torino - Tip. Speirani - 1864.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 451
iippo Nani da Lojano{i'^<yg 1828) che con le sue novità
di argomenti e di forma e con lo slancio di un' im -
maginazione mal contenuta destò un vero entusiasmo
e attraeva una calca romorosa intorno al suo pulpito.
Appartiene alla provincia di Bologna, si ascrisse a Mi-
nori Osservanti nel 1774, fu lettore di eloquenza, di
filosofia, di teologia; teologo particolare di Pio VI,
caro al governatore di Bologna sotto Pio VII, cioè al
card. Lante,e consultore di Congregazioni Romane;
onde per tanti studi diventò ricco di svariatissima e
pronta erudizione. Levò poi ben più alto grido di
sé quando percorse predicando le più illustri re-
gioni d'Italia. I suoi discorsi comparivano prodotti
e riprodotti in varii luoghi e si leggevano avida-
mente. Se ne fece una prima edizione a Bologna (1819);
ne seguiva un'altra due anni appresso a Genova, cu-
rata dallo stesso autore e dedicata al card, protettore;
poi quella di Pesaro del 1828, che accoglieva anche
il panegirico sulla lingua di S. Antonio, per tacer
d' altre. Copia intemperante di erudizione, per lo più
profana, sforzo e appariscenza d'imagini, un fare
drammatico ma esagerato qualificano e guastano il
suo stile; anche in fatto di lingua tira giù all'in-
grosso. A chi brama averne una piccola prova metto
innanzi il principio della predica XI sulla società:
« Vattene spento tra l'ombre, o dispettoso misan-
tropo, che pretendi gli uomini di genio alpestre e sel-
vaggio. Sorge là presso Atene un cavernoso dirupo,
cinto d'ispidi pruni e di pendenti macigni, inaccessi-
bile al giorno ad umana frequenza, nido anzi di gufi
e di serpenti e di fiere; e veggio, ciò nulla ostante,
starvi un uomo appiattato. Gli pende inculta la barba
dalle mascelle aggrinzate, s'incurva ispido il crine sul
bieco ciglio arruffato; ha nudo il corpo ed irsuto e
sozzo quasi animale; e scontraffatto così si sta a
seder sur un sasso. — Olà, selvaggio, chi sei? Per-
Digitized by
Google
452 CAPO DECIMOPRIMO
che COSÌ dispettoso? — Io son Timone ateniese, de-
nominato il misantropo. Ho conosciuto abbastanza
codesta umana genia. Mi son dissacrato per sempre
d*ogni rapporto sociale, né bramo altro veder che
r uman genere spento; e mi par T uomo un tal mo-
stro di cui non vi abbia il peggiore, da abbominarsi
perciò, da rifuggirsi e guardarsene. — Ma,o travolto
cervello, che così a torto farnetichi, chi t*ha creato
censore delle comuni costumanze? chi t'ha concesso
tant' oltre di condannar tutt'il mondo? Tu dunque
solo veggente! Tu solo irreprensibile e saggio! E la
comune degli altri un gruppo d'anime stolte! —
Sorgete, o genti, a far onta d'un reo d'umanità con-
culcata. Io insistendo nelle più semplici idee fìsso
così r alte basi d' ogni sociale onestà. U uomo è per
natura socievole, primo punto. Quindi è per natura
legato ai doveri sociali, secondo punto. Perciò natu-
ralmente obbligato ad un vivo amor de' suoi simili^
terzo punto. Mi date orecchio cortese, che tratto i
vostri diritti. »
Combatte sì alcune dottrine del contratto sociale
di Rousseau, di Bayle e di Obbes; ma ognun vede
che r assunto è concepito troppo sotto Y aspetto filo-
sofico; quantunque prepari il posto ad un altro tema
di maggior vantaggio al popolo e eh' è la necessità
dell' ineguaglianza sociale. Ecco il giudizio che ne
diede l' Audisio: « Che è dunque il Nani? Un dovi-
zioso intelletto, se vuoisi, ma il preludio di un nuovo
seicento; l'Italia se ne guardi. » Unì poveretto! tolto
di senno, nell'Ospitale di S> Orsola in Bologna ai 19 di
Febbraio del 1828. Aderiva sfacciatamente alla mede-
sima scuola Giambattista Torricelli di Lugano, cane
nico teologo, che predicò molto, specie in Lombardia,
e nel 1827 recitava nella cattedrale di Bergamo tre ora-
zioni sopra l'Augustissimo Sacramento, le stesse che
sette anni prima avea recitato nella chiesa di S. Marco
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 433
a Milano^ e che furono più tardi pubblicate per le
stampe; ha anche prediche varie e panegirici. Incede
pieno di ammirazioni, d'interrogazioni, di sospensioni,
e pare assai commosso, ma tutto questo commovi-
mento presenta più d'artifizio che di naturalezza.
Porge invece un ottimo farmaco contro siffatti-^
traviamenti, per la semplicità, per l'ordine, per la icit *
bontà del dettato, il p. Antonio Ce^ariX 1760-1828), « ««"«tof*
che cercò un sapore classico e un dire purgato specie
alla maniera dei trecentisti, ma non senza aftetta-
zione, onde fu tatto segno e vivo e morto alle pun-
ture di critiche acerbe, L' Audisio lo collocherebbe
pcimo tra gli oratori del suo tempo, non avvertendo
forse che, se ha invidiabile chiarezza e graziosa sem-
plicità e buon garbo, onde riesce assai bene nei com-
ponimenti didattici e narrativi, manca però non poco
di potenza d'ingegno che lo sollevi ad ampie vedute,
e di slancio d'affetti che lo avvolga in un gran mo-
vimento. Nacque a Verona, s'ascrisse ivi alla Congre-
gazione dei Preti dell'Oratorio, manifestò fin dagli
anni giovanili amore appassionato alla lingua di Dante
e alla pietà religiosa, e ci lasciò ben presto un do-
cumento di siffatta tendenza nella traduzione del-
l' Imitazione di Cristo, (attribuita al Kempis ma che i
critici ora assegnano al Gersen ), e •:h' ei pubblicava a
25 anni. Unì sempre alla fatica degli studi letterari
quella della predicazione, senza troppo correre di città
in città, come tanti altri, sibbene restringendosi prin-
cipalmente al luogo natio. Alcune circostanze esteriori
contribuirono a ciò, come racconta egli stesso nella
prefazione al Mosè e Giosuè: « Lo scioglimento della
Congregazione dei Preti dell'Oratorio, dei quali io
era uno, portò nella chiesa nostra qualche mutamento
nella ufficiatura, che, laddove prima ciascuno sermo-
nava secondo che per ordine gli toccasse la volta, fu
pensato di darne per innanzi il carico a un solo; e
Digitized by
Google
454 CAPO DECIMOPRIMO
fui io quel desso che tolsi di parlare al popolo ogni
domenica. Per iscemarmi fatica, sì che la potessi por-
tare, deliberai di stendere alcune lezioni sopra la Santa
Scrittura, sponendola per vite di Santi dell' Antico
Testamento. » Quando nel 1808 l'Accademia italiana
di scienze, lettere ed arti invitava ì letterati a deter-
minare lo stato della nostra lingua e le cause che la
possono portar verso la decadenza, additando i mezzi
per preservamela, il p. Cesari scrisse quella disserta-
zione notissima che fu coronata di premio; del resto
egli non perdette gran fatto il suo tempo in teoriche
di critica, ma piuttosto molto insegnò co' numerosi
suoi scritti, ai quali volcfTìtieri mandiamo anche noi
gli studiosi di lettere e massime i nuovi predicatorit
non ad attingere un' imitazione troppo ricercata e
artificiosa, che serva a modellarci sui trecentisli
manco sul p. Cesari, ma a purificare un pochino
l'ambiente nostro da tanti neologismi di cattiva fattura,
che or piovono a catinelle, e a rispecchiare alquanto
più quell'aurea semplicità che tanto s'addice alle
lettere e specialmente all'eloquenza sacra, e che oggi
e scrittori e predicatori troppo trascurano.
Qui non diciamo di tutte le sue opere letterarie,
sibbene gioverà rammentare che, come sacro oratore,
dettò molti ragionamenti e fece molte lezioni morali,
genere al quale egli comprese di esser meglio tagliato,
appunto perchè, come notavamo, gli facea difetto lo
slancio e la sublimità del sentimento, l ragionamenti
si svolgono in numero di 145 sulla vita di G. Ce
sugli Atti degli Apostoli; le lezioni morali in numero
di 129 versano su Giuseppe Ebreo, Mosè, Giosuét
Geremia, Ester, Susanna, Giuditta, Daniele, i Macca-
bei, Abramo, Tobia. Aggiungi un gran numero di
orazioni eh' ei tenne nella sua città e fuori. Cosi ad
esempio nel 1822 faceva il panegirico di Alessandro
Sauli in S.Carlo a Catinari in Roma, invitatovi dal'
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 455
card. Fontana, che proprio in quei giorni morì; cir-
costanza a cui Foratore allude nell'esordio e nella
chiusa della sua orazione. Affinché si conosca il fine
morale, a cui principalmente mirava nelle sue lezioni
e si libi alcunché del suo dettato, riproduciamo l'esor-
dio della lezione sesta sopra Giuseppe; « La. prova
più difficile e dura, a cui Dio possa mettere l' uomo
giusto, si é quando del suo ben fare egli acquista
pena e travaglio, e per la giustizia e per la virtù ri-
ceve il cambio dei malfattori. Che al malfattore si
renda male troppo é cosa giusta; ma che il giusto
sia trattato nella stessa maniera, questo duole anche
ai santi. Tuttavia G. C chiama beati coloro che per
la giustizia son tribolati ed afflitti: dunque un gran
bene dev'essere nascosto sotto questa vista di male.
E '1 ben è questo, che in cosi fatti frangenti se'l giu-
sto s'acqueta al volere di Dio, e porta in pace le in-
giustizie degli uomini, né però si parte dalla virtù,
egli più cresce ed acquista nella grazia e nella carità
di Dio, e spesso arriva a grado altissimo di perfe-
zione. Ed oltre a ciò, per li brevi travagli di questa
vita, riceveva ricompensa di immarcessibil corona:
talium est enim regnum coelorum. Sopra il fonda-
mento di questa virtù incoraggiava S. Pietro i primi
cristiani, il cui gran delitto era essere virtuosi e fedeli,
e per questo erano dirubati ed afflitti: vergognatevi
(dicea loro) di patir pena e supplizio per micidiali,
per ladri ed ingiusti: ma se per buoni e cristiani, da-
tevene pur vanto, che egli è per voi somma gloria
il patire per cosi bella cagione. Ora la virtù degli
eletti fu sempre provata con questi ingegni medesimi;
e perocché la virtù di Giuseppe era di buona tempra,
poteva e doveva esser messa alla prova di questo du-
rissimo esperimento: noi Io vedremo. » E segue il
commento della prigionia di Giuseppe per la calunnia
appostagli dalla moglie di Putifarre. Anche da questo
V
Digitized by V^OOgld
45^ CAPO DECIMOPRIMO
piccolo brano si può rilevare T intendimento di dir
cose utili, ma con una lingua attinta alle fonti pri-
mitive e più pure: ciò che esplicitamente egli mani-
festa nella lettera che precede queste lezioni, diretlsi
a mons- Innocenzo Liruti, vescovo di Verona, della
quale riporto alcune parole, affinchè si apprendano
le sue intenzioni dalla stessa sua bocca: « Io ardisco
affermare che nell'esercizio del parlare al popolo (il
che non feci così di rado), quantunque mi potessero
essere apposti altri difetti, quello non mi fu mai ap-
posto deir oscurità per conto della lingua, comechè
io non usassi altra mai che quella di quel secolo,
nella quale lungamente e di vero studio sonomi eser-
citato. » Dunque con questo oratore alla mano, giovi
ripeterlo, schivandone il leccume, potremo correggere
non poco le moderne intemperanze.
Si tiene in generale all'arte del p. Cesari, tranne
dcf^leVari 'esclusivo amore ai trecentisti, il p. Tommaso Buffa
e VH^ardi ('7^7' ^^37) N^cque ad Ovada in Liguria, vestì le lane
dei seguaci di S. Domenico, rivolse i suoi studi e la
sua operosità principalmente a predicare la parola
dì Dio. Il barnabita Gio. Battista Spatorno, professore
di eloquenza latina, ne tesseva gli elogi, additandolo
come ottimo modello di bel dire; al qual fine notava
come l'Accademia della Crusca avesse concesso l'onore
dell' accessit alle sue Lezioni scritturali sopra il libro
di Ruth; e l'eruditissimo cav. Moreni intitolava al
nome del p. Buffa un volume di prediche di fra Gior-
dano da Rivallo, tratte per sua cura da un testo a
penna, affinchè gli onori dovuti a un celebre dome-
nicano de' primi tempi si concedessero anche a un
oratore quale il Buffa, che illustrava la prima metà
del secolo XIX. Il Buffa lasciava andare i temi nuovi,
perchè gli sapea male parlare al popolo di filosofi e
di dottrine di cui poco o punto intendea, e teneasi
costantemente agli argomenti che servono a discipH-
■Digitized by
Google
CAPO DfcCIMOPUIMO 437
tiare i costumi. Mi sembra però che la cura alquanto
pedante del dire e una certa misura troppo compas-
sata eh' egl' impone a se stesso gli tarpi il volo e
5cemi la potenza che agita e commuòve. Il suo qua-
resimale fu stampato quattro anni prima della sua
morte (i).
Ecco come nella predica VII! tenti di rimuovere
i procrastinanti dalla funesta lor negligenza; « Con
tuttociò (cioè quantunque il peccatore sappia che i
giorni, i mesi, gli anni sono in mano di Dio) mirate
pazzia di mente superba ! contuttociò il peccatore tale
sovra di essi si arroga podestà e dominio, quanto
appena sovra de' suoi soldati vantava queir evangelico
Centurione: ego homo sum habens sub me tnilites^
et dico huic vade et vadit^ et alti veni et venit. Passi,
die' egli il procrastinante, anzi ch'io mi converta,
passi questa mia florida gioventù che sì mi rende
agli amori inchinevole e ai piaceri, vade\ e questa
per ammirabile sofferenza divina sen passa, etvadit;
venga l'età più matura, in cui cogli anni crescendo
il senno e confortandosi, potrò a me stesso a più
bell'agio e a' casi mìei provvedere, v^/w'; e questa per
disposizione di abbondante misericordia, i]uesta ancora
sen viene, et venit. Ma non sì tosto é giunta, che,
vada, prosiegue il misero, ancora il rimanente di
questa stagione, che io intanto, anzi ó\ ritornare a
Dio, penserò i modi più acconci onde sciogliermi da
queir impegno o veramente vedrò d'accordare insieme
impegno e Uio^vade; venga intanto la pasqua, e al-
lora converrà cangiar costume: veni. Così impeni-
tenti d' una in altra età che smonta, passano all'altra
che nasce, e mentre questa pure vien meno, dise-
II) Prediche quaresimali e Lezioni sacre del p Maestro Tomenu^i*
Buft'a, aggiuntovi alcun saggio di pan. Discorsi e traduzioni Utili
t I II e III - Milano, Omobono Maniiii - 1833.
Digitized by
Gc^ogle
438 CAPO DECIMOPR'MO
gnano suiretà più lontana, e abusano delle presenti
come fossero certi delle future. Lagrimevol superbia
eirè questa, uditori, nata fatta per tirarci addosso i
più tremendi castighi divini. »
Cultore di lingua alla maniera del Cesari, ma ora-
tore più potente di esso e del Buffa, credo il p. Fran-
cesco VillardU minore conventuale (1781 1833) (i).
Nacque di poveri genitori a Ronca nella provincia
di Verona, e nel seminario di detta città studiò let-
tere, mostrando singolare abilità, onde il p. Cesari
bramò conoscerlo e ne segui un'amicizia che durò
a lungo in una reciproca stima, ma si ruppe più
tardi per frivola cagione di questioni letterarie, che
trassero il Villardi, per difender se stesso, a scrivere
una vita del Cesari, che diventa talora chiacchiera
molto inconcludente. A vent'anni, aspirando al sa-
cerdozio, si recò nel seminario di Vicenza, alla cui
diocesi apparteneva il paesello nativo, ove per amore
alle lettere volle ripetere il corso che oggi direbbesi
di Liceo, attendendo poi allo studio delle scienze teo-
logiche. Fu scelto professore in quel seminario, ma
per censure mossegli da' suoi rivali, specie contro un
discorso in lode di mons. Zaguri, lasciò quella catte-
dra, passando a insegnare, sempre con rinomanza di
valente maestro, da prima a Verona e poi a Mantova.
Dimorò qualche tempo a Milano e contrasse amicizia
col Monti, che gli diede attestati di stima per la sua
valentia di scrittore. Nel 1823, stanco forse di una vita
agitata anclie per T irrequieto animo suo, cercò pace
tra i Conventuali a Locamo, dimorando successiva-
mente a Torino, a Firenze, a Roma, a Napoli, e più
che mai esercitandosi nella predicazione. Amò la poe-
(I) Scrisse notizie intorno allt sua vita l'ab. Antonio Meneghelli
della Università di Padova.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 459
sia, scrivendo odi nella lingua del Lazio (i), e det-
tando in italiano la cantica che intitolò II Trionfo
della Religione nella persona di Pio VII, che è una
visione che oscilla tra il fare del Monti e del Varano,
e parecchie altre cose in verso sciolto e in rima. Come
oratore lasciò un quaresimale, panegirici, le Otto Bea-
titudini, e la novena dei Morti. L'Audisio lo colloca
tra i migliori della prima metà del nostro secolo,
dopo il Cesari. Ma, come si disse, se il Cesari torna
più caro per la politezza e il gusto del dire e per la
chiarezza, il Villardi mostra più potenza e slancio,
quantunque talvolta abbondi troppo in concepimenti
imaginosi e faccia troppo il poeta; come si accerterà
ben presto chi legga la sua predica sul Paradiso.
Cosi, ragionando del primo tra i vizi capitali, de-
scrive il superbo nella sua insoddisfatta inquietu-
dine (2). a E' non è mai della sua sorre contento, per-
suadendosi che i suoi meriti non siano mai abba-
stanza ricompensati. Ei si rode d' invidia e di rabbia
veggendosi posposto a questo ed a quello; accusa di
ingiusta la Provvidenza. Non ascolta altre voci che
quelle della mondana sapienza, la quale gli avvera:
esser gran cosa il primeggiare nel mondo, il tenersi
gli altri sotto dei piedi. Quante frodi, quante insidie
per estinguere la inestinguibile sete degli onori e delle
ricchezze! Non è legge di umanità, di parentela, di
amicizia che altri non calpesti per la superbia; la re-
ligione è niente per arrestare questi furiosi. Ad alle-
nirgli alcun poco non meno richiedesi che la morte o
resterminio dei loro emuli. Non troverete passione più
(i) Carmina Francisci Villardi Min. Conv. Accedit in Aloy-
slum XVI Galliae regem ejasdem oratlo, ab eoiem itaiice red-iita
Augastae Taurinorum 1815. Il volumetto è dedicato al celebre Ga-
leani Napìone.
(2) Prediche e pan. ecc. Padova 1838. Fred. H
Digitized by^OOglC
4Ó0 CAPO DECIMOPRIMO
crudele della superbia. Que' pranzi magni Hci^ quelle
laute cene, ove per dieci nauseati s' imbandisce quanto
basterebbe a cinquanta guidati a tavola dalla fame,
non ponendo mente al palato ch'é largo due dita,
né al ventre che non aggiugne ad un palmo, questi
sfoggi di lautezze noi crediate un trovato dell'avidità
della gola; ella non domanda tanto: ambitiosa non
est fames; conlenta desinerà est; quo desinai non
nimis curai, diceva il filosofo Seneca, e dicea vero.
Or questo vezzo si continua altresì tra i cristiani; e
frattanto si lascieran forse mancare di pane i poveri
nella lor fame... Ahi! superbia, vizio crudele e spie-
tato, che r uomo si porta seco fin dalle fasce! S Ago
stino racconta un caso funesto, cui toccò a lui d\
vedere. Una buona donna, abbondante di latte, dopo
saziato il suo bambolo, sporgeva il soverchio al ^'
gliolino di un'altra che n'era senza. 11 credereste?
Quando già satollo a ribocco vedea la madre porgere
il latte all'altro affamato, l'avreste veduto dare in
furore, piangere, fremere, contorcersi, guatarlo con
occhio truce, e, come potea, minacciarlo ferocemente,
sforzandosi di cavare dalle fasce le piccioletle mani e
cacciarlo di casa. Or se la superbia trova stanza nei
fanciulli, imaginate se debba esser condizione che ne
vada esente. Ella trova luogo fin nelle donnicciuole,
negli artigianelli, ne' zappatori della terra, fino ne' mi-
seri che vanno attorno accattando ad uscio ad uscio
la vita ».
Colse lodi non comuni nella predicazione il p. Fran
*'F.ne«r ^wco Finelli d. C. d. G. (1762-1842). Nacque a Vo-
ghiera in quel di Ferrara, fu educato nel seminario
arcivescovile della propria città; ove si mostrò d'in-
dole amabile e docile, preso di vivo amore per il
canto e per il suono, e insieme di pronto ingegno
tanto nell'apprendere la lingua materna che le lingue
classiche. S' innamorò del Bartoli, cercando imitarne
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 4ÓI
lo Siile. Fatto sacerdote, cominciò tosto la sua car-
riera di predicatore; e nel 1796 fece la quaresima a
Venezia, due anni dopo a Bassano- veneto, sul chiu-
dersi del secolo a Treviso. Nel 1809 andò a Parigi
col card. Roverella, e, nel '12, tornato in Italia, fu no-
minato canonico della cattedrale ferrarese. Ristorata
da Pio VII la Compagnia di Gesù, vi si ascrisse e vi
rimase fedele in tutta la lunga sua vita, seguitando
a predicare in molti luoghi e segnatamente a Roma,
ove fu per parecchi anni espositore delle Sante Scrit-
ture al Gesjj. Nel *22 fu fatto professore di sacra elo-
quenza alla Sapienza. Scrisse e stampò molte lezioni
scritturali sugli Atti degli Apostoli e sull'Antico Te-
stamento, e inoltre due volumi di panegirici; po-
stume uscirono alla luce parecchie delle sue prediche
quaresimali. Fu anche poeta di feconda e facile vena.
La sua maniera incede grave, decorosa, dotta; ma-
neggia con buon garbo la lingua che per la purezza
s'accosta a quella del Cesari, quantunque nello stile
arieggi il Bartoli; difetta alquanto di quella semplice
intimità di modi che s'insinua soavemente nel cuore.
Ne va negletto tra quelli che raggiunsero una prospero
certa eccellenza il p. Prospero Tonso{ij^g 1852). Nato Tonso
dì onorata famiglia in Foglizzo, grossa terra della
prov. di Torino, studiò, come chierico, nel seminario
d'Ivrea; ma poi, smesso l'abito ecclesiastico, entrò
nella carriera militare e per l'elevata sua statura fu
fatto corazziere del re. Ma presto s' accorse che, per
essere troppo amante dello studio, la vita militare
non s'addiceva alle sue tendenze; laonde per alcuni
dispiaceri sofferti, forse per la fortuita esplosione di
un' arma nelle stanze reali, pensò di abbandonarle e
vestir la cocolla di domenicano. Terminati gli studi
teologici a Bologna, si diede al ministero della pa-
rola, predicando in varie città tutte le quaresime
dal 1789 al 181 5. Resta celebre, proprio in quell'ul*
Digitized by
Google
462 CAPO DECIMOPRIMO
timo anno^ la predicazione ch*ei fece a Torino^ ove
si esultava per le decisive jatture toccate a Napo-
leone I. L' oratore vi allude in parecchi discorsi, ma
specialmente in quello sulla credibilità della fede cat-
tolica. Parlando infatti dei trionfi con cui Dio a
quando a quando risolleva in mezzo alle sue lotte
la Chiesa, dopo aver rammentato l'ultime leggi del-
r Impero Cinese temperate a favor dei cattolici, sog-
giunge: « E ciò quando? Quando, uditori, nella eul-
tissima Europa, nel secolo della umanità e dei lumi,
fra tanto clamorosa professione di filantropica tolle-
ranza e largo liberalismo, in nome della dolcissima
filosofìa, promettitrice di una nuova terra promessa,
si atterravano e insanguinavansi troni, chiese, cioci
ed altari, strappavansi dalle loro sedie i pastori e cac-
ciavansi in bando. Quando il padre stesso dei cre-
denti, il vicario di Cristo, l'ottimo e venerabile
Pio VII, rapito alla sua apostolica cattedra, strappato
a viva armata forza da' suoi venerandi consiglieri
porporati» e al suo amatissimo gregge violentemente
tolto, strascinato suU' orme del suo predecessore a
traverso i gioghi degli Appennini e dell'Alpi... Ma
si che vi é Dio in Israele. Ergi, o Sionne, 1* intristita
fronte e, le vati su. Mira ad un gelido settentrìonal
soffio di morte dar volta e sparire il drago immondo.
Ecco il figlio della superbia e dell' anatema, l' uomo
ecco di sangue, che avea la Religione assalita e in-
sultata fin nel suo trono e le pietre disperse del san-
tuario, dal fulmine del Gel tremendo colpito; egli
che, quasi troppo scarso ostello fossero a lui la Fran
eia, r Italia, la Germaoia, l' Olanda, l' Elvezia, la
Spagna, aveva le temute armi dalle Libiche arene
sospinto alle Baltiche rive, aversi a gran mercè che
lasciato gli venga un nudo arido scoglio, ove eserci-
tando una sovranità da scena servir di commento al
vecchio aforismo politico: non vi essere che un passo
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 463
dal Campidoglio alla rape Tarpea. » Torna molto
su questi avvenimenti nel panegirico della S. Sindone,
rammentando i casi dolorosi e felici di Carlo Em. IV,
dairesiglio tornato sul trono. Quel quaresimale si
volle tosto di pubblica ragione, ed ebbe una ristampa
in sei volumi nel 1839 a Forlì, quando l'oratore si
credea già, com' ei dice nella prefazione, con un pie
nella tomba. Gli argomenti eh' ei tratta sono ispirati
ai bisogni dei tempi e svolti con conveniente gravità
e senza eccedere per amore di novità. Nel suo stile
però si caccia avanti alquanto da sciammanato e non
si lascia regolare dalla misura e dal buon gusto,
come un accorto lettore potrà avvertire anche nel
piccolo brano recato; del resto ha dottrina ben dige
rita ed esposta e non manca di forza. Ecco un raf-
fronto che il p. Pio Tom. Maselli istituisce fra i tre
più celebri predicatori domenicani di questo tempo,
il Tonso, il Meazza e il Buffa: « Che se a taluno
piacesse far paragone fra questi tre oratori domenicani,
surti sul finire del secolo scorso da Milano, da Ge-
nova e da Torino, non vi ha dubbio che per robu-
stezza di dottrina, per simmetria di parti e per una
tal quale attraente fòrza, costui preferirebbe il Meazza;
per il purgato stile italiano attinto alle fonti dell'aureo
Trecento, per delicatezza di concetti e per ornamenti
rettorici si appiglierebbe al Buffa; ma per la copia di
dottrina e di erudizione, pel calor del discorso e vi-
vacità d' imagini si pronuncerebbe pel Tonso » (i).
Di questi tempi predicava pure molto applaudito,
specie nel Modenese, l'ab. Antonio Molinari (1784- 1847)
che nato a Spezzano di Modena, non solo ebbe penna
di buon letterato e scienziato, ma anche di egregio
(i) Memorie storiche del p. M. Prospero Tonso, precedute da
brevi notizie circa alcuni più celebri oratori domenicani di lai con-
temporanei, raccolte dal p. Pio Tom. Masetti, penitenziere aposto-
lico liberiano.
Digitized by
Google
4^ CAPO DECIMOPRIMO
teologo ed oratore, e parve ad alcuni un emulo del
Barbieri. Ma l* uomo che, per essere di più potente
Giuseppe ingegno e di più accurati studi fornito, sta sopra gli
^e 'aìtrf ^^atori testé ricordati, credo V ab. Giuseppe Barbieri
(1771M832), quantunque, diciamolo subito, come se-
guace di una maniera troppo accademica e di una
intonazione troppo profana, non sia da proporre a mo-
dello di sacra eloquenza. Possiam dire che certi travia-
menti qui già bollati, lungo questo periodo, si assonn-
mino in questo scrittore, ma accompagnati da qualità
e potenza superiori, che non poteano non destar l'am-
mirazione. Nacque a Bassano-veneto, e se ne tenea
come di colta e gentile città ; ciò che egli addimostra
nell'epigrafe con cui le dedicava il secondo volume
delle sue prediche: Alla regia città di Bassano —-
antica e gloriosa coltivatrice — di belle arti — dove
per ben due volte dal pergamo —a suoi amati con-
cittadini — la parola evangelica dispensava — Giu-
seppe Barbieri — questo povero frutto — ed ultimo
forse del suo religioso lavoro — in argomento di
patria devozione — e carità — .D. D. D. » Fattosi
ben presto conoscere come uomo d' ingegno eletto,
di bella coltura e molta dottrina, entrò fra i profes-
sori dell' università di Padova. Gli piacque la poesia,
e lasciò prove degne anche oggi di studio. Ebbe perciò
gran cura della torma, ciò che attesta egli stesso in
una breve epistola:
Ben dicea l'Astigian ch'opra di lima
A scrittura polir l' animo sega.
Hd io mei so che da mott'anni e molti
Agghiaccio e sudo tra le carte e i libri,
Or levando, or ponendo, e mille volte
Rimutando concetti e frasi e voci,
Bramoso pure di toccar quel segno
Che dentro della mente mi ragiona
E ch'io non basto ad incarnar. Intanto
Lo stomacuzzo affievolisce, il soono
l'Ugge, e tra spene e tema il cor si rode.
Digitized by
Google
CAPO DICIMOPRIMO 465
Passò dalla cattedra al pulpito, portandovi natu
ralmente uno studio d'arte profana che non scacco
modava in tutto all'impeto semplice e vigoroso dello
zelo ecclesiastico, ma che tuttavia piacque alla società
colta del suo tempo e che contiene verimente del
nierito. A que' dì si acclamava come valente oratore^
specialmente nel Veneto, l'ab. Cario DefendU ciò che
puoi rilevare anche dalla seguente iscrizione di Carlo
Leoni ; « A Carlo Defendi — oratore — pieno robusto
profondo -— che le supreme leggi di Cristo — ai fi-
losofici veri collegò — viete malizie di retori vincendo
— con magistero d'arte vigorosa sublime — com-.
piendo in Padova i quaresimali eloqui — al bandi-
tore degno — alcuni del voto dei buoni interpreti —
sacravano. » Ma ben presto il Barbieri ne oscurava
la fama (contuttoché gli mancasse molto il prestigio
del porgere e la prontezza della memoria), tanto che
tra il popolo correva in dialetto veneziano uno scherzo
che suona così: Defendi defendete, se no Barbieri te
fa la barba. Era naturale che fosse invitato nelle
città più illustri e che componesse opere che, se
come dicevo, non sono buon modello ai giovani,'
sono però ragguardevole manifestazione di forte in-
gegno. Pubblicò nel 1836 un quaresimale, detto a
S. Felicita di Firenze, in cui lasciò trasparire un
gusto di descrizioni che sa troppo di profano, una
tornitura di periodo che non nasconde l' arte, anzi
mostra che l'animo attende più ad essa che alle cose,
e quel eh' è peggio una forma di ragionamento che
si fa bella di osservazioni filosofiche, mettendo in
non cale le ragioni teologiche e i Ss. Padri. Ciò eh' ei
fa manifesto anche nella scelta degli argomenti : Amo
re di Dio secondo ammirazione, Amore di Dio se-
condo gratitudine, La Religione conforme a nostra
natura. La Religione necessaria alla società civile, I
giovani, I vecchi, l poveri, l ricchi. Il magistrato, La
Storia della Predicazione ecc 30
Digitized by
Google
466 CAPO DECIMOPRIMO
modestia. L'amicizia, La verità ecc. Anche a S. Fe-
dele di Milano disse un Avvento che tosto pubblicò.
Più tardi licenziò per la stampa il quaresimale reci-
tato nella città di Trieste e alla stessa dedicato; nel
quale accenna, in un avvertimento preposto, alle cen-
sure appostegli, le quali, come ognuno può rilevare dal
già detto, in fine mettean la mano sulla piaga e ri-
spondeano in parte alla realtà. Gioverà ridir quelle
censure con le sue parole: « Ne a lodi ne a biasimi
rispondo, molto meno a quelle recriminazioni che
altri per avventura, ingannato da zelo indiscreto, si
è fatto lecito di sboccare contro di me. Solo dirò che
in queste nuove orazioni, come nelle altre già pub-
blicate, non ho inteso né intendo esporre e tutto per
filo e segno trattare le parti della Religione; sicché
a gran torto mi si apporrebbe, e già mi si appose,
d'aver lasciato ad altri più dotti e più degni ch'io
non sono, la libera trattazione d'alcuni argomenti
più d' uso che d* obbligo. Io mi sono attenuto a
quelli che più si affanno alla tempra del mio animo
ed alla mia insufficienza. Dirò altresì che non ho in
teso mai, né intendo di parlare alla minutaglia; il
che per taluno, sotto bugiardo esempio di apostolica
usanza, mi fu dato a gran colpa; ma che parlando
ad illustri città, e che più é, sottoponendo al giudizio
severo degli occhi le mie parole, ho reputato che
fosse mio debito studiarmi in qualche eleganza. Par-
lando poi, come feci altre volte, a pievi campestri,
ho seguitato altro stile ed altro andamento; e tuttavia
debbo affermare che tanto nelle città quanto nelle
campagne sono stato sempre, checché se ne voglia
dire, compresa Tutto questo per solo amore del
vero. Del resto la rettitudine delle mie intenzioni
con devota fiducia io consegno all' infallibile Salva-
tore dei cuori. — Dalla Ghisolfa presso Milano,
li 12 maggio 1841. » Ammettendo la bontà delle in-
Digitized by
Google'
CAPO DECIMOPRIMO 467
tenzioni (sarebbe da animo malevolo il sospettarne),
rimane però, giudicando T opera sua quaFé, eh* egli
torce e falsa non poco V indole dell* arte sacra per le
ragioni già dette; non ostante il molto di buono che
c'è, e il molto di bene che avrà fatto.
A far sentire qualcosa della sua maniera, ecco
com* ei ragioni della istituzione delle Suore di carità
nell'elogio di S. Vincenzo de* Paoli: « Mi rivolgo
pertanto a questa terza istituzione, la quale è cima
delle glorie di Vincenzo e trionfo sovrano di nostra
santissima Religione: vo' dir la Compagnia di quelle
primogenite del suo cuore, che sorelle o figliuole di
carità si domandano. Giovani e illustri donne git-
tano da un canto i veli, le sete, gli ori, le gemme;
indossano grossi panni, modeste saie; danno le spalle
a tutti i piaceri, a tutte le ambizioni del secolo; ri-
nunciano di buon grado alle più giuste e dolci con-
solazioni, alla scelta d'uno sposo, alla carissima fì
gliuolanza, e fattesi per amor del prossimo in Dio
spedalinghe, infermiere, fantesche, consacrano i loro
studi e si travagliano e vegliano dì e notte a gratuito
servizio ed a generoso soccorso dei malati. Né l'oscu-
ritade, il fetore, la miseria dei luoghi, né i morbi
più fieri e contagiosi, né la vista lagrimevole delle
piaghe e del sangue, né gli spasimi, i tormenti, le
agonie de' moribondi, né la faccia stessa della morte
presente, né tutto infine che suole sdegnare cotanto
la nostra superbia, offendere la nostra schifiltà, spa
ventare la nostra debolezza, non che sia molto a
vincere la pietà di un sesso che pure é men forte, vi
aggìugne anzi coraggio, fermezza, zelo, per cui si
danno volonterose a tutti gli uffizi più bassi, più
nauseosi, più duri, con tale una dolcezza e una so-
vrabbondanza di cuore, appetto a cui ogni facondia
di parole vien meno. Oh! questo è ben altro che pi
gliarsi faccenda di correre a perdonanze, di orar gi-
Digitized by
Google
4618 CAPO DECIMOPRIMO
nocchioni, e con digiuni e cilici il riottoso corpii-
ciuolo aspreggiare! Eroismo di carità, misericordia
sublime, allato a cui ogni altro sacrifizio ci perde'
Ed oh tu sia benedetto ben mille volle, o Vincenzo,
e tu benedetta per tutti i secoli, madamigella Le
Gras, con l'aiuto della quale potè condurre ad ef-
fetto una tanta istituzione! Qual cambio a poveri
malati passare da mani mercenarie alle mani della
carità! E dirò inoltre carità operata da tali, che na-
tura medesima informato avendo per mollezza pie-
ghevole d'organi ad esser più sensibili cosi al pia
cere come al dolore, ha disposto non meno ad essere
più inchinevoli a compassione, e quindi acconce a
recare viemeglio in atto le cure più sollecite, più
minute, più affettuose, che a sollievo degli afflitti,
non che richiedere, bramare si possono. Ed elleno
queste vittime illustri della carità mandate furono da
Vincenzo lor padre, e appresso da* suoi figliuoli della
Missione, alla cui volontà si reggono, e alla cui di
rezione fidate sono; queste vittime illustri mandate
furono a curare spedafi, prigioni, galee, altri ricoveri
di pubblica e privata misericordia; mandate a cu-
rare pei- mezzo all'arme i soldati intermi; mandate
a lontani paesi e tra genti contaminate d'eretica
pravitade; senza che la purità della loro fede e la
santità intemerata della loro condotta ricevesse ombra
di sospetto, non che macchia veruna di colpa... In
quell'epoca funestissima e non mai lagriraata abba-
stanza che la misera Francia nell' ebbrezza de' suoi
delirii la die' per mezzo a tutte le furie dell'anarchia,
minacciando rovesciare da' fondamenti la società in
uno e la Religione; che uomini effeminati e feroci,
dissipatori e rapaci, superbi e vili strappa vansi ar-
mata mano uno scettro di ferro; che i ministri del
santuario, che i pacifici adoratori della divinità ca-
devano sotto al taglio delle bipenni, o perivano maz-
Digitized by
Google
CAPO DECrMOPRIMO 469
zerati ne' fiumi, o sbranati erano dalle scaglie de)
bronzi guerrieri, o se pure della vita risparmiati , esu-
lare forzati erano, e nudi e raminghi peregrinare in
altre regioni; che torrenti di sangue cittadino bagna-
vano le vie ed insozzavano tutte le piazze; in quel-
l'epoca di rabbie, di stragi, d'infernale demagogia,
credereste? al solo Vincenzo de' Paoli vo'dire alla sua
memoria, e quindi alle sante figliuole della sua ca-
rità fu perdonato. E non abbiamo veduto noi stessi,
così fresco è il fatto, uscire ispontanee di Francia,
queste care sorelle, e valicati i Pirenei nelle Spagne
condursi a trattare quegl' infelici, che di mortalis-
sima pestilenza offesi, tra per lo difetto dell' arte e la
inopia degli altri argomenti, finivano abbandonati
d'ogni soccorso? E non hanno tutte a' que' dì riso-
nato le lingue degli elogi e delle benedizioni di Vin-
cenzo? O umana filantropia! Ohi come se' piccola
cosa appetto della evangelica carità! »
Il Barbieri, forse tocco dalle accuse appostegli, an-
dava seco stesso meditando perchè non fiorisce la
sacra eloquenza in Italia quanto sarebbe desiderabile,
e nessun oratore vi fosse che nella estimazione co-
mune meritasse l' applauso sotto ogni rispetto. E
colse un occasione di manifestare i suoi pensieri in
una Memoria sulla sacra eloquenza in Italia, che
lesse all'Ateneo di Venezia in una tornata del 19 giugno,
« Noi abbiamo (dicea) sia lode al vero, dicitori tersi,
graziosi, eruditi; ma petti veramente facondi, ma
fiumi che rompano pieni e maestosi d' ubere vena,
non oserei di contarne tal numero che facesse assai
lieta Italia da poter gareggiare con qualche altra na-
zione. » E pensava ai falsi metodi delle scuole ret-
toriche che abituano a futile pompa di descrizioni e
di amplificazioni, ai dizionari, alle poliantee, ai re-
pertorii che servono a incremento della ignoranza e
della presunzione, alla smania di allacciarsi la giornea
Digitized by
Google
4^0 CAPO DECIMOPRfMO
di filosofi o a quella di comparire addottrinati nelle
scienze teologiche e nelle controversie, onde i primi
sembrano fare sul pulpito discorsi accademici e gli
altri lezioni da cattedra, e non so che altro. E sapete
come gli parve che si potesse risollevar l'eloquenza?
Facendo predicare i vescovi, che hanno la pienezza
della missione e van circondati di tanto sacro de-
coro, e che nella lor maggiore responsabilità sentono
più viva sollecitudine per la greggia commessa. E
possiamo, mi pare, di buon grado ammettere che
l'alta responsabilità che pesa su di loro più agevol-
mente li conduca alla scelta de' ragionamenti più
opportuni e stringenti, e che tutte le circostanze che
s'accompagnano alla loro autorità rendano più au-
torevole e solenne la loro parola e predispongano
meglio i fedeli al trionfo della grazia. Ma é facile
ancora il comprendere che se tutto ciò ha un valore,
però non basta, dovendo anche i vescovi, per riuscire
appieno nell' intento colla forza di opportune ragioni
abilmente esposte e col pieno possesso della lingua
vincere la stesse difficoltà che gli altri sogliono in
contrare. Del resto, come osserva giustamente Ce
sare Cantù, é un fatto che la sacra eloquenza nel
nostro secolo ebbe un impulso più retto dalle omelie
semplici e gravi di molti vescovi che seppero metter
la mano sulle piaghe del nostro tempo e condan-
narne gli errori, sempre mirando alla riforma dei
costumi e alla pratica del bene e rifuggendo dallo
sfoggio di un' arte pretenziosa, intemperante e vana-
^, ,,. . . Giovi rammentarne alcuni. Con sentimenti gravi
bcritton ..... ..... . ^ .
di omelie e mirando principalmente a disciplinare i costumi
dettava delle buone omelie Ignazio Cadolinì^ arci-
vescovo di Spoleto, le cui pastorali furono stampate
a Foligno nel 1836; ma più ancora Antonio Già
nelli ( 1789- 1846), che morì vescovo di Bjbbio. Nato
a Cerreta, tu vicecurato a S. Matteo in Genova, mis-
Digitized by
Google
CAPO DEGIMOPRIMO 47I
sionario e maestro di sacra eloquenza in quel semi-
nario arcivescovile; e pubblicò prediche per quare-
sima e per missioni. Non mira ad eleganze, anzi é
peccato che non maneggi sempre abilmente la lingua^
ma procede con ordine e con buona dottrina e a
Tratti si mostra robusto ed efficace p?r abbondanza
ili spirito apostolico. Col medesimo spirito, ma mi-
rando più a fissare e inculcare una sana dottrina
contro i moderni traviamenti dettava cinque volumi
di discorsi varii mons. Michele Basilio Clary^ arci-
vescovo di Bari. Nel primo volume si propone in
lina serie di omelie di raccogliere la tìlosofia cri-
stiana della mente e del cuore nelle sue attinenze
con Dio e la Religione; il che fa in un modo molto
popolare spiegando gli articoli del Credo; nell' ul-
timo volume ha un discorso funebre su Gregorio XVI.
Nel 1841 pubblicava due volumi sopra lo spirito del-
r episcopato cristiano e suoi principali doveri, lavoro
distribuito in considerazioni. Con non minore gra-
vità e zelo, ma con maggiore abilità artistica scrisse
molli discorsi su svariati argomenti Jacopo Mmico
dì Riese (1778 1831) che fu professore di lettere nel
seminario di Treviso, nel '23 vescovo di Ceneda e
nel '27 patriarca di Venezia e sei anni dopo cardi-
nale. L' ultimo sacerdote eh' egli ordinava fu mon-
signor Domenico Agostini che doveva succedergli
neir alta cattedra e nel cardinalato, e che mollo amò
di predicare qual missionario. Il Monica da giovans
sali in fama di buon poeta, e a dir vero, seguendo
sull'orme del Monti la scuola classica del suo tempo
seppe tessere dei componimenti accademici di egregia
fattura; ma come sacerdote, specie quando lo esige-
vano le nujve cure pastorali, attese non poco alla
predicazione. Le sue omelie, lettere pastorali, pane-
girici, discorsi funebri e altri di vario argomento ag-
giungono a bontà e chiarezza di concelti nobile po-
litezza di esposizione.
Digitized by
Google
47^ CAPO DECIMOPRIMO
Gli si può mettere accanto Sebastiano Soldati.
Piglio dalla storia del mio egregio collega prof. Carlo
Agnoletti questi brevissimi cenni: «Già professore nel
Collegio di Castelfranco, pievano di Noale e canonico
primicerio, fu consacrato vescovo di Treviso il 27 set-
tembre ed entrò il i.° novembre 1829: zelante, ciotto
oratore, autore del nuovo seminario in S. Nicolò fin
dal 1841;... avendo propugnata la credenza dell'lmm.
Concezione di M. V. anche con iscritti, meritò volar
al Paradiso nella festa di tal mistero, ed è in benedi-
zione la sua memoria » (i). Dedicava al Monico le
prime omelie, affidate alla r.tampa nel '34, e se cede
non poco al patriarca nel magistero della forma, va
pregiato per copiosa ed opportuna dottrina, raccolta
con lucido ordine intorno ai soggetti trattati ed esposta
con proprietà. Ha spesso un periodo tessuto con ar-
tifizio letterario che si scopre, tuttavia nella sostanza
intende ad ottenere una semplicità evangelica che
piace, e eh' ei raccomandava al clero trivigiano in
una lettera pastorale sopra la maniera del predicare
apostolico: « Et ego cum venissem ad vos, fratreSy
veni non in sublimitate sermonis. Con queste parole
mostrava S. Paolo di non giudicar né lecito né con
veniente né tampoco ragionevole T annunziare le im-
portantissime verità che spettano all'eterna salute
con un linguaggio elevato, che certo non s' userebbe
con persone rozze alle quali si volesse persuader cosa
conducente al loro temporale interesse. Infatti se un
uomo dotto, che ben si conosce di filosofia e di let-
teratura, volesse privatamente convincere un arti
giano, una femminella, un contadino della fieilsità
del metodo tenuto da loro nell' esercitar il mestiere,
(I) Treviso e le sue pievi, - Illustrazione storica nel XV cen-
tenario dalla istituzione del vescovado trivigiano (396-1896) p. I-
Treviso-Turazza, 1897.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 473
nel compiere le faccende domestiche, nel coltivar il
terreno, forse varrebbesi di ragioni e di una maniera
di siile, che da que' semplici non potesse essere in
leso? Mai no, anzi mirando allo scopo del suo di-
scorso, eh* è quello dì persuadere, servirebbesi di con-
cetti, di espressioni, di linguaggio che fosse benissimo
inteso da' suoi uditori. E se tanto ragionevolmente
si fa dagli stessi dotli in comunicando cogl* ignoranti
su quelle cose che riguardano il bene della vita pre-
sente; perchè non dovrassi fare lo stesso nelle ora-
zioni sacre, che tendono alla felicità della vita fu-
tura? » Nel 47 Fautore ripubblicava le sue omelie
con nuove aggiunte in una edizione di otto volumi,
contenenti 15. sermoni sopra le virtù di S. Antonio
di Padova e altri discorsi sul Santo, 12 omelie sulla
Salve Regina e altro che riguarda la Madonna, molte
omelie sulle principali solennità della Chiesa, apren-
dosi una via a parlar dì svariati e opportuni argo-
menti, alcune orazioni panegiriche e altro.
Commendevole per omelie e discorsi svolti con
dignità di modi e pieni di unzione va pur mon-
signor Zaccaria Bricito di Bassano (i) (1802- 1831).
A Vicenza ebbe a maestro il noto Francesco Val-
lardi; da professore di sacra eloquenza nel proprio
seminario passò arciprete e ab. mitrato in patria, per
essere piij tardi promosso all'arcivescovado di Udine,
ove lasciò gran memoria del suo zelo e della sua
carità. Il suo modo di scrivere si compiace alquanto
di fiori e di ornamenti, ma con una certa misura.
Mons. Domenico Villa (altro celebre oratore che da
arciprete di Bassano fu mandato vescovo di Parma)
u) Istruzioni pastorali, indulti e altri atti dell'episcopato, tre
orazioni, epistolario inedito di Mons. Zaccaria Bricito, bassanese,
già arcivescovo di Udine, aggiuntovi l'elogio storico per 1' ab. Gius.
Jac. prof. Ferrazzi.
Digitized by
Google
474 CAPO DECIMOPRIMO
COSÌ ne parlava nella orazione dettata per le sue
esequie: « Monsignore ascende il pergamo, si pre*
senta air uditorio e per quasi un secreto incantesimo
M é guadagnato i cuori di tutti quanti. Apre la bocca,
silenzio! lo diresti Paolo che vibra i fuochi dell* ar-
dente sua anima, il rapito di Patmos che t* infonde
nel petto un'estasi d'amore, una gioia di paradiso.
Si protesta di non sapere né di voler altro predicare
che G. C. crocifisso; rigetta gli ornamenti, ma senza
avvedersene i fiori spuntano sotto i suoi passi e mo-
deste presenta n si da ogni parte le grazie. Non cerca
che di rendersi intelligibile ai più semplici, eppure
non può far a meno di non far trasparire una ele-
vatezza di spirito che lo rende ammirabile anche ai
più dotti. Tranquillo nel principio del sermoneggiare,
via via s accende e infiamma e si abbandona a tutta
la fecondità del soggetto; ed é allora ch'egli non é
più padrone dell'ardore che divora l'anima sua, i
trasporti raddoppiansi con la foga del dire. Abban-
donato una volta che siasi all'impeto della parola,
tutto intende alla vittoria; interroga, argomenta, in-
terrompe, va, torna, t'incalza, té sopra, in cento
forme assale, stringe e rimette, né ti lascia, fin che
vinto non cadi. Sempre vario, frammischia con por-
tentosa maestria e con un disordine artificioso il
raziocinio all' affetto, il parlar tronco al disteso, il
concitato al tranquillo, sicché mai non istanca, ed
appare sempre nuovo e diletta e incanta, quanto
appar sempre nuova e variata, quanto diletta e in-
canta Id bella natura. » Vi sarà un'ammirazione ali-
mentata dall'idealità dell'arte e dall'affetto che s' in-
fiamma e si duole sulla bara dell'illustre defunto;
ma non si possono negare dei veri meriti al Bricito,
specie per l'abbondanza d'un irrompente atfetlo ;
rammento anch'io, quand'era piccino, che s'andava
in visibilio a parlarne. Quel letterato di buon gusto
Digitized by
Google
CAPO DECiMOIMtIMO 475
che fu il irivigiano Michele Colombo n' era pur preso,
di ammirazione. Tra il 1829 e il 1832 predicò la qua-
resima a Parma, Venezia, Padova, Milano; il cardi-
nale Della Somaglia, decano del Sacro Collegio, l'in-
vitava, quantunque inutilmente, a predicare a Roma.
Con intendimenti religiosi sì, ma insieme politici
e quindi più con ispirilo polemico, pubblicava delle
importanti omelie mons. Francesco Brunii vescovo
di Ugento e pari del regno di Napoli. Prende per
soggetto gli eccessi del moderno liberalismo e va tra
i primi nel combatterlo e proscriverlo; tratta, per
esempio, delle ingiustizie contro Pio IX, del prote-
stantismo, degli attentati contro la proprietà della
Chiesa, della vera e falsa libertà. Declama alquanto,
ma insieme incalza e conclude, non è però molto
corretto nella forma. Le dette omelie, recitate nel-
r avvento del '48, furono più tardi dedicate a Pio IX.
Gli fa buon riscontro sulla stessa cattedra vescovile
il suo successore mons. Vincenzo Branda^ buon let
terato e valoroso polemista cattolico, a cui il mu-
nicipio di Nicotera - Calabiia murava una lapide
onorifica due anni dopo la sua morte, cioè nello
scorso '9S. Certo parecchi altri vescovi, che non ab
biamo nominato né nomineremo appresso, garegge-
ranno coi già ricordati; non ci pare però di passar
sotto silenzio il bergamasco Pietro Aurelio Multi
(1773 1857), "^^^ battagliero degli ultimi e più in-
chinevole alla pietà. Fattosi benedettino, dopo la sop
pressione del 1810 si diede alla predicazione; appar
tenne a molte accademie, diresse gli studi filosofici
in patria pubblicando i suoi Saggi filosofici; fu quindi
nominato vescovo di Verona, e poi patriarca di Ve-
nezia.
Rammento ancora tra i dispensatori più reputati .Catechisti
della divina parola in questa prima metà di secolo,
alcuni celebri catechisti. Ottenne rinomanza tra questi.
Digitized by
Google
47^ CAPO DECI MOPU IMO
Michele Piarlo^ abate di S. Gaudenzio, vicario gene-
rale d' Alba, e poi vescovo in quella città. Le sue
istruzioni dogmatiche ebbero parecchie edizioni e fu-
rono raccomandate da due Brevi, cioè di Leone XII
e di Pio VII); si può dire che l'arte sua risponda
affatto al nome, perché presenta le verità religiose,
derivandone le pratiche conseguenze, in modo com-
piuto e al tutto facile e piano. Anche il torinese
Giuseppe Rebaudengo, rettore del seminario e poi
canonico teologo tenne un applaudito corso di istru
zioni catechistiche. Piace infatti per la semplicità e
per un largo svolgimento della parte morale; é però
alquanto prolisso e disadorno. Con parola più nitida
e con maggiore abilità dettava i suoi catechismi An-
gelo Raineri, che predicò nella metropolitana di Mi-
lano. Le sue istruzioni e i suoi sermoni piacquero
per ben misurata dottrina e chiara disposizione. Tutti
e tre però non mi sembra che si addentrino, quanto
sarebbe oggi necessario per certi errori fatti comuni,
in una sufficiente spiegazione del dogma.
Nelle spiegazioni dei Vangeli si sollevarono tra
gli altri Anton Luigi De Carli (1732-1807) di nobile
famiglia milanese, gesuita, che predicò molto a S. Fe-
dele, in patria, specialmente con lezioni scritturali e
con esercizi spirituali; di lui nel 1828 si stampò in
4 volumi r opera 11 Vangelo delle domeniche. Non
accumula dottrina, ma piuttosto tocca il sentimento
e ha nobiltà di dettato. Anche Francesco Moietta^
nato in Conegliano (1747 i8fi), buon letterato e
parroco di S. Rocco e Domenico in patria scrisse
delle buone spiegazioni dei Vangeli, stampate nel 1837
in 3 volumi. Gio. Batta Maggi, vicario foraneo della
Collegiata di Broni (diocesi di Tortona), vivente
ancora, pubblicò nel 1826 i suoi sermoni sui Vangeli
per tutte le domeniche dell* anno e i suoi discorsi
morali, che ebbero una seconda edizione dieci anni
Digitized by
Google
CAPObDEClMOPRIMO 477
appresso; ha un animo che tacilmente si eftònde e
quindi s' insinua e vince. Luigi Valle, arciprete a
Torino e cappellano dell'esercito fece pur buona prova
in questo arringo; ma più di lui Giulio Ratti, par-
roco di S. Fedele a Milano. Dei resto i suoi discorsi
sono commenti del testo, accompagnati da riflessioni
morali, che toccano più materie e mancano quindi
di quell'artistica unità che potrebbe renderli più ef-
ficaci e belli. Invece mantiene un'artistica unità, in
modo da prendere per lo più le mosse da un sem
plice passo del Vangelo Giuseppe Branca, sacerdote
oblato della Congregazione dei Ss. Ambrogio e Carlo
e parroco del S- Sepolcro in Milano. L'opera sua.
Spiegazioni del Vangelo per tutte le domeniche e
varie feste dell' anno, fu stampata postuma e nel 1833
se ne faceva a Milano la quinta edizione. In sostanza
egli tesse un discorsetto a mo' di predica, con zelo
sentito e vivace, ed in una forma molto semplice e
mirando alla pratica.
APPENDICE P AL CAPO XI.
Da una Raccolta di panegirici per le teste della .
Beata Vergine, stampata a Como da Pietro Ostinelli oratori iia-
nel 1825 prendo parecchi nomi di predicatori di buona /a^meià^dei
fama che fiorirono nel precedente secolo, ma quasi «ec. \ix
tutti fecero anche udir la lor voce nel principio del
nostro. Rammento tra questi:
L' ab. Francesco Vettori y mantovano; Evasto
Leone che predicava a Parma nel i8or, e con buona
arte, quantunque senta troppo dell'accademico; Giam-
battista Canaveri, prete dell'Oratorio di Bologna,
che nel 1896 predicava a Carignano; Carlo M. Ga-
brielli, prete dell'Oratorio di Bologna; Marcellino
da Venezia dei Minori Riformati; Bartolomeo Ma^
Digitized by
Google
47^ CAPO DECIMOPRIMO
lacrida dell'Ordine dei Predicatori; ab. Ilario Cesa-
rottU che nel 1820 recitava cinque discorsi che poi
fra r altre sue cose furono stampati; ab. Tranquii
lino Carcani; Filippo da Rimella, minore riformato;
Pier Grisologo da Castiglione d'Asti, cappuccino;
Stefano' Bonsignore, sacerdote oblato, prefetto degli
studi nel seminario arcivescovile di Milano, e poi
nel 1826 vescovo di Faenza, aperto partigiano di Casa
d* Austria nelle lotte contro la rivoluzione francese
e l'impero napoleonico; Andrej Galli, parroco a
Milano, morto nel 1816; Giambattista Torriani, da
Mendrisio, canonico di Balerna ; Gianfrancesco Guen-
-fi, canonico e pubblico professore a Torino; Santo
Fontana, prete veronese; Antonio Serafino De Luca
da Vicenza: Giuseppe M. da Lugano, cappuccino e
vescovo di Pesaro; Giambatta Conati, canonico della
cattedrale di Verona; Barnaba da Caprile, cappuc-
cino; ab. Francesco ZanolU, veronese, Geminiano da
S. Mansueto, agostiniano scalzo; Prete Paolo Be
naglia, prefetto del ginnasio municipale di Verona;
Giuseppe M. Croce, prevosto di S. Marco in No-
vara; Michele Vismara della Congregazione degli
Oblati di Milano; Gianlorenjo Berti, agostiniano,
professore all'università di Pisa; Luigi Trevisani,
sacerdote secolare, Ottavio Moreno, canonico onorario
della metropolitana di Torino; Domenico Pino, do
menicano Clemente Brignardelli, sacerdote secolare;
ab. Vincenzo Mocchetti, pubblico professore neiri. R.
Liceo di S. Alessandro in Milano.
Aggiungo alcuni celebri Gesuiti: Giuliani Eri-
prando dì Verona morto nel 1805, che spiegava la
Santa Scrittura a Bologna quando Clemente XIV
sopprimeva la Compagnia; la sua opera Le donne
più celebri della santa nazione ebbe più edizioni.
Mujjarelli Alfonso di Ferrara, morto nel 1813, fu
gran propugnatore del Mese Mariano con la sua pre-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 479
dicazione. Avogadro Gio. Andrea ài Venezia, (1735-
1813) che fu vescovo di Verona, ma ristabilita la
Compagnia, tornò ad essa e mori a Padova; si fece
un* edizione delle sue omelie a Verona nel 1795. Gen
tilini Gio Batta^ bresciano, morto nel 1816. Ga-
rulii Camillo dì Fermo, morto nel 1816, pubbli-
cava nel i8oD i suoi panegirici. Marotti Giuseppe di
Allidonia (prov. di Roma) che fu segretario dei Brevi
di Pio Vf e suo compagno di prigionia e quindi servì
anche Pio VH, scrisse i Discorsi ai Romani sui prò
digi operati da Dio a difesa e gloria della sua Chiesa.
Tra i Domenicani ebbe buon nome dì oratore
Vincenzo Pir attorti {\j6^ 1839) che nel 32 fu fatto
vescovo di Albenga e Giacinto de Ferrari dì Oneglia.
che pubblicò a Roma fi mese di maggio, e spiega-
zioni delle Litanie Lauretane nel 1837.
In una Collana di panegirici sacri pubblicata a
Torino nel 1845 trovo che primeggiano gli oratori
prof. Giambatta Gual^etti, che ha facondia e proprietà^
il prof Celestino A/awwrco dell* università di Genova
e il teologo D. Costanzo Malacarne.
Altri sono: il ven. Gaspare Del Bufalo (1786-
1837) sacerdote romano, can. della basilica di S. Marco
e più tardi fondatore della Congregazione dei Mis-
sionari del Preziosissimo Sangue. Zelò la predica-
zione popolare a segno che sul p»*incipio del nostro
secolo era chiamato il giovane apostolo di Roma.
Fu carcerato al tempo del dominio napoleonico, ma
dopo la caduta del tiranno* riprese le sue missioni,
che amò tanto da rinunciare per esse ad una pro-
posta di Leone XH, che voleva mandarlo nunzio nel
Brasile. Degno di stargli appresso, quantunque al-
quanto posteriore di tempo, è X altro sacerdote ro-
mano, ven. Vincenzo Pallotti ( 1793-1850) fondatore
della Pia Società delle Missioni, che rispecchia assai
dello spirito del ven. Gaspare. Predice molto e con
Digitized by
Google
480 CAPO DECJMOPRIMO
molto frutto, specie con le missioni, a Roma e nei
suoi dintorni. Inoltre in questa prima metà di secolo
Reginaldo Panichi pubblicava a Pisa nel 1830: Il
fine dell' uomo, ovvero discorsi di vario argomento
sulla Provvidenza divina. Gennaro Rotondo, napole-
tano e cancelliere della real cappellania maggiore,
rendea di pubblica ragione a Napoli nel 1842 quattro
volumi di sermoni. Giuseppe Gatti canonico teologo
della cattedrale di Casale, stampava una serie di
conferenze dette dinanzi a' suoi uditori per difendere
r autenticità dei Vangeli in generale, e in particolare
contro gli assalti dei protestanti e degl' increduli.
L'opera sua porta il seguente titolo: Critologia evan-
gelica proposta in conferenze apologetiche contro la
nota critica degli Evangeli e gli altri recenti errori.
Mons. Gio. Nicolò Tanara arcivescovo d' Urbino e
poi patriarca di Antiochia dettò le sue Omelie e istru
zioni pastorali (Urbino 1847). D. Gir/o i?o/a parroco
di S. Protaso a Milano: Annuario omelitico (Mi-
lano 1822) Pier Jacopo Coppa ha: Discorsi sacro-
morali per r esercizio della buona morte ( Milano 1844,
voi. 3). Claudio Dalla Pieve missionario ex pro-
vinciale dei Cappuccini: Sermoni quaresimali. Na-
poli, 1835. Stefano Spina del Ss. Redentore: Istru-
zioni al popolo e alle monache. Palermo, 1849; sono
lodevoli, perchè molto nutrite di riflessioni semplici
e pratiche; scrisse inoltre il Ritiramento spirituale
degli ecclesiastici. Palermo, 1847 — ^^^ ^ ""^ ^^"^
di discorsi per gli esercizi spiriruali del clero. Inno
cen{0 Raffaello Savonarola dei Chierici Regolari
Teatini stampò: Orazioni sacre. Verona, 1847. Mons.
Michele Amatore Labettì, vescovo di Asti che dettò
le Istruzioni sulle quattro parti della dottrina cri-
stiana. Alessandro Bossi, parroco di Borsano (prov.
di Milano) autore del Triplice corso di omelie popò
lari e del Corao completo di Istruzioni catechistiche.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO ^(
APPENDICE »« AL CAPO Xf.
Francesco Saverio Feller d. C. di G. (1735-1802) Ortiori
che più che grande oratore fu fecondo scrittore, mas- moA? neiu
sime contro i principi di Voltaire e di altri filosofi *;*2**xil*'
dcir incredulità; però anche come oratore lasciò varii
discorsi sopra diversi argomenti di religione e di mo-
rale cristiana.
Gfò. Nicolò Beauregard di Metz va tra i più ce •
lebri per la franchezza con cui combatteva la rivo
1 azione già prossima allo scoppio. Entiò nella Com-
pagnia di Gesù; era piccolo di persona ma di voce
polente e tonava con gran forza e pieno di sentita
ispirazione. Nel 1789 predicava alla corte facendo pre-
sentire le calamità imminenti, e le sue prediche fu-
rono cólte eoa la stenografia dalla viva voce e pub-
blicate. Tredici anni prima che i fatti confermassero
le sue parole, gridava co.si nella chiesa di Notre Dame
a Parigi: « Si, o Signore, i vostri templi saranno
spogliati e distrutti, le vostre feste abolite, il vostro
nome bestemmiato, il vostro culto proscrittoi Gran
Dio, che sento? che veggo ? Agi' inni santi, che facean^
risonar queste sacre volte in vostro onore, ahimé!
succedono profane e lubriche canzoni! E tu, o divi-
nità infame del paganesimo, o Venere impudica, tu
pur osi venir qui a prendere audacemente il luogo*
del Dio vivente, e a sederti sul trono del Santo dei*
Santi e a ricevere il colpevole incenso de' tuoi nuovi
adoratori! » Facea da profeta. Nel '94 si rifugiò in*
Inghilterra, ove morì nel 1804. Nel medesimo anno^
moriva a S. Fiour, sua patria, Isacco DessaureU che
si segnalò nella predicazione sotto Luigi XV, il quale
per il panegirico di S. Luigi di Francia gli assegnò
Storia della Predica\ione ecc. -51
Digitized by
Google
4^2 CAPO DEHMOPRIMO
una pensione di 1200 lire. Suo nipote nel 1829-30
pubblicava a S. Flour i suoi sermoni, panegirici, ora-
zioni funebri e istruzioni cristiane.
Giuseppe Reyre dì Provenza fu pure gesuita, e
predicatore di sì buon nome che soleano chiamarlo
il piccolo Massillon. Nel 1788 predicava a Notre Dame
di Parigi, e sotto il dominio del terrore fu incarce-
rato. Scrisse molto per l' educazione dei giovani, e di
lui nel 1809 ^''J stamparono a Parigi; Prónes nou
vejux en, forme d homelies, che ebbero poi altre
edizioni: mori nel 181 2.
Bulonde Enrico di Fontaine le-Dun, gesuita, fu
predicatore della regina, e lasciò sermoni sull'av-
vento e sulla quaresima e panegirici, e presenta una
dottrina ordinata e solida ma troppo arida e priva
di grazia; moriva nel 1810.
Si segnalò poi non solo nella eloquenza ecclesia-
stica ma anche nella politica Gio. Siffredo Maury
(1747 1817) che in parte distrusse la propria gloria
col tradire il partito che avea preso, forse traviato
dall' amore di gloria. Nacque a Vauréas nel Venosino,
studiò ad Avignone, si portò assai giovane a Parigi
ove vestì l' abito ecclesiastico per darsi tutto ali* elo
quenza, diede a 26 anni un saggio di splendido in-
gegno con r elogio di Fénélon ottenendo 1' accessit
dall'accademia francese, predicò tre quaresime alla
corte di Luigi XVI, e, fatto deputato all' Assemblea
costituente, fu un de' più forti sostenitori dei diritti
del re e del clero, il solo che sapea confondere i so-
fismi di Mirabeau. Fu di intrepida costanza: una
volta uscendo dall' assemblea la turba, eccitata dai
mestatori, gridò: « alla lanterna l'ab. Maury »;
ond' egli appressandosi a loro senza punto scomporsi
soggiunse: « eccovi l'ab. Maury; quando l'avrete
messo alla lanterna, forse ci vedrete più chiaro? »
Questo tratto di vivacità fu accolto con un plauso-
Digitized by
Google
CAPO DKCIMOPRIMO 483
]l partito preso lo obbligò ad esulare allo scoppio
della rivoluzione, e venne a Roma ove fu accolto da
Pio VI e fatto cardinale e vescovo di Montefiascone
e di Corneto. Ma, invitato sotto l'impero a tornare a
Parigi, non si mostrò alieno da una chiesa nazionale
e accettò l'arcivescovado di Parigi contro il cardi-
nale Tesch, rimosso dall'imperatore; finì umiliato nel
ritiro dei Lazzaristi a Roma. Bruciò le molte sue pre
diche, ma restano i discorsi scelti da lui e stampati
intorno a varii argomenti di religione e letteratura;
di lui principalmente si lodano i panegirici di S. Luigi,
di S. Agostino e di S. Vincenzo de' Paoli. Scrisse an-
cora il suo Saggio sulla eloquenza del pergamo, che
fu assai lodato, e il merita per buon senso critico
nella scelta dei discorsi e nei giudizi; benché venga
meno a se stesso parlando dell'eloquenza italiana che
mostrò di conoscere molto poco.
Attraverso il turbine della rivoluzione spicca pur
la figura dell' ab. Legrìs Duval (1765 1819) che, se
non va sommo tra gli oratori, primeggia tra i carat-
teri franchi nel combattere per la giustizia. Fu lui
che osò presentarsi all' Assemblea che condannava
Luigi XVI per chiedere di essere mandato come con-
fessore al re. Sotto l'impero, senza venir meno a* do-
veri di cattolico, si esercitò nelle opere di carità e
per quanto poteva in una predicazione non clamo-
rosa. Nel 18 16 predicava l'avvento alla corte. I suoi
sermoni vestono il carattere del secolo passato, ma si
piegano alle esigenze del tempo e sono animati da
verace sentimento. Furono lodati principalmente i
suoi discorsi sull'indifferenza pratica, sul buon esem-
pio, sull'amore alla verità.
Gio. Pietro Richard (1743- 1820) (da non confon-
dersi con Gio. Richard, morto nella prima metà del
secolo passato, laico e maritato ma che scrisse e pub-
blicò molti discorsi sacri per il pulpito) fu gesuita e
Digitized by
Google
484 CAPO DECIMOPftlMO
abbracciò con la sua predicazione i tempi della deca-
denza delia dinastia regia, avendo predicato a S. Denis
alla presenza della figlia di Luigi XV; i tempi della ri-
voluzione, poiché predicava nel 1800 l'avvento a
S. Rocco; e i tempi della ristorazione, perchè compiva
la sua carriera col quaresimale alle Tuilleries nel 1818.
Va lodato per imaginazione ricca e brillante e per
nobiltà di sentimenti.
Cesare Guglielmo De la Lucerne ( 1738 1821 ) é
noto principalmente per le sue spiegazioni del Van
gelo, che, a dir vero, non sono un tipo di buoni di-
scorsi, perchè diventano piuttosto un commento mo
rale del testo, trattando svariati arggmenti, ma for-
niscono di molta materia e possono tornar utili ai
dispensatori della divina parola al popolo. Fu ve-
scovo di Lengres, e da ultimo cardinale. Combatté
la rivoluzione, dovette esulare, visse alcun tempo in
Svizzera e molto più a Venezia. Ne suoi sermoni si
mostra dolce e persuasivo.
Stefano Ant De Boulogne { 1747 1825) va pure
tra i buoni oratori. Nacque ad Avignone, si fece co-
noscere alla corte di Parigi nel 1778, arrestato nel '92
per aver ricusato il giuramento, seppe difendersi con
la sua vigorosa parola tanto da esser rimesso in li-
bertà; Napoleone 1 che l'avea nominato vescovo di
Troyes, offeso poi da alcune parole d* un suo di-
scorso, ordinò che si dimettesse o l'avrebbe fatto fu-
cilare^ e per la costanza di quel vescovo sarebbe ve-
nuto a' fatti, se gli Alleati non giungevano in tempo
di liberarlo. Fu fatto da ultimo arcivescovo di Vienne
e pari di Francia. Le sue opere hanno meriti non
comuni; molto fu lodato il sermone sull'eccellenza
della morale cristiana.
Nicolò Mac cartky (1796-1833) contuttoché nato
a Dublino in Irlanda, può dirsi un oratore francese,
perché suo padre, quand'aveva 4 anni, venne a 6s-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOPRIMO 485
sarsi a Tolosa in Francia. Fu ordinato sacerdote a
Cbambery nel 1814 e quattro anni dopo entrò nella
Compagnia di Gesù. Nel '19 predicò a corte, e quindi
percorse le città della Francia come un missionario
e con grande successo, risvegliando ovunque il sen-
timento affievolito della religione. Tenne dei discorsi
anche a Roma e a Torino. Fu in lui meraviglioso
il dono dell' improvvisare, onde assai agevolmente
mutava il discorso e il modo di condurlo secondo le
qualità dell'uditorio; era pure in lui notabile e tutta
propria V azione. Ha molto sentimento e non manca
di bella forma; furono lodati i suoi discorsi sulla
sventura di chi vive nell' incredulità, sulla parola di
Dio, su Gesù Cristo principio di ruina e di risurre-
zione a molti, sui trionfi della Chiesa.
Il miglior rappresentante però della eloquenza del
pulpito al tempo dell' Impero e della restaurazione in
Francia fu Dom. Frayssinous ( 1765- 1841 ). Nacque a
Curiéres nella diocesi di Rodez, fu ordinato sacerdote
nel 1789, e visse pressoché occulto nel suo paese fino
al 1801. Ristabilitosi il culto cattolico sotto la potenza
di Napoleone I, si recò a Parigi, ove insegnò teologia
dogmatica e intraprese una serie di istruzioni cate-
chistiche nella chiesa dei Carmini, già consecrata dal
sangue dei martìri della strage settembrina. Il fiore
della colta città intervenne, giovani e vecchi; egli
senti r ambiente in cui si trovava e mutò i semplici
catechismi in conferenze; si chiedeva una radicale
difesa delle dottrine del cristianesimo radicalmente
disconosciute e manomesse, e vi si accinse con animo
ardito e con competente dottrina; e T uditorio crebbe
a tal segno che bisognò trasportarsi dalla chiesa men
capace dei Carmini a quella di S. Sulpizio, e s' iniziò
un vero trionfo della parola evangelica. Si matura-
rono cosi quelle conferenze che poi furono pubblicate
col titolo di Difesa del Cristianesimo. Quanta via
Digitized by
Google
486 CAPO DECIMOPRIMO
s'era fatta dai tempi di S. Giustino e di Tertulliano)
Et>pur bisognava tornar sugli stessi argomenti. Q,uel
Napoleone che dapprima Y avea lasciato parlare, il
fece tacere quando T oratore gli tornava incomodo.
Ma per poco, perchè, dopo la caduta del tiranno, ri-
comparve sul pergamo con maggior plauso; onde fu
poi fatto vescovo, membro dell' Accademia, rettore
deir università e finalmente ministro degli affari ec-
clesiastici e dell'istruzione pubblica. Egli deve molto
della sua rinomanza alla chiarezza con cui dispone
e svolge la sua materia, e ad uno stile, che, senza
perdere dignità, sa infiorarsi con eleganza e buon
gusto. Torna a sua lode il non aver mai perduto la
nativa modestia.
Digitized by
Google
487-
CAPO XII ED ULTIMO.
Nuovo avviamento dell'oratoria nella seconda metà del secolo XIX
— Oratori insigni che vengono a morire in questo tempo —
P. Gioachino Ventura, Gio Batta Giordano, Tiberio S^grini,
Vincenzo Srocchi, Tom Gaudenzi, Placido M. Schiaffino, Carlo
M C'irci, Gaetano Alimonda, Secondo Franco, Egidio Mauri
— Alcuni vescovi autori di buone paKtorali, e altri oratori che
specialmente attesero a catechismi o spiegazioni di Vangelo ^
Si tocca soltanto di alcuni oratori viventi — xVppendlci I e U.
Già nello sguardo generale che gettammo sopra
tutto il tempo che corre dalla rivoluzione Francesca ^^g^l^ij--*
noi si accennò al nuovo avviamento dell'oratoria, un nuòva
è tale che oserei dire che ora s' inizii un nuovo pe- ^*"^ **
riodo che si stacca spiccatamente dalle convenziona-
lità accademiche, dai troppo uniforme svolgimento
dei soggetti e da una forma tanto compassata che
spesso par lavorata a freddo. Non mancano anche
oggi i difetti, e ne metteremo sotto gli occhi alcuni,
additando qualche rimedio che ci parrà opportuno;
tuttavia bisogna pur dire che si son fatti anche dei
buoni tentativi, che non son senza merito. Si la-
sciano andar in disuso certe questioni e riflessioni
che hanno poco o nulla a che fare con noi, certe si*
tuazioni diventate quasi di prammatica e stucchevoli,
certe frasi diventate rancide e viete, per seguire piut-
tosto il sentimento e ispirarsi alla vita, al pensiero,
alla lingua viva del popolo, nello stesso tempo che
si cerca educarlo e istruirlo, elevandolo in una re-
Digitized by V^OOQIC
à
4ob CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
gione superiore. Avviene così che il discorso, senza
rinunciare a una dottrina, a un ragionamento e ad
uno stile che lo sollevi alquanto, trova modo di ri-
specchiare la semplicità e la naturalezza delle cose
fresche e spigliate. Non mancherà qualcuno tra gli
oratori, come sempre suol succedere, che strilla in una
nota dissonante, atteggiandosi in modo da diventare
una caricatura del passato, ma credo che la critica do-
vrà in generale riconoscere qualche progresso nel senso
accennato. Tutto ciò è buon effetto, come si avver-
tiva, di quella scuola romantica che menò tanto ru-
more al principio del nostro secolo, e che, da prima,
come importazione straniera, bruttò le nostre lettere
con le solite esagerazioni delle scuole, ma che ri-
messa in carreggiata dal poeta degl'inni sacri, fini
coir indurci a spogliare certi vestiti di taglio antico
e ad indossare gli abiti oggi in uso tra la gente am-
modo.
T . -1 Parmi che non si possa dire che l'avviamento più
La morale ,. , '^ , •• • . ,
è troppo recente di questa eloquenza perda di vista la morale
J dispane cristiana e non miri a disciplinare i costumi: la tra-
dizione costante, la vigilanza della Chiesa, il continuo
\ bisogno che se ne sente, richiede sempre più che non
si metta in dimenticanza un tal fine da chi sa che i
I traviamenti della ragione derivano ordinariamente
' dai traviamenti del cuore e delle passioni. Vorrei dire
I però che oggi sotto questo riguardo si pecca per di-
fetto. 1 moderni che sono in maggior grido hanno
per nota dominante, assai più che in passato, la po-
lemica e l'apologetica, e sembra che troppi e troppo
se ne occupino; perché ci furono già regalati su questo
tòno interi quaresimali; e servano d'esempio quelli
del card. Alimonda e del p. Curci. Non già che ne
manchi il bisogno, oggi che con procace spavalderia
l'incredulità assale la fède, cercando di ^demolire da
cima a fondo tutto il grande edifìzio di Cristo e della
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 489
sua Chiesa. Il bisogno e* è e si sente, e sta bene che
la parola dell' oratore cristiano gridi all'erta e appresti
dei rimedi. Ma il troppo stroppia, e gioverà sempre,
come si disse, attendere al luogo, al modo, al tempo,
alla misura, e richiamarsi agli ammonimenti della
lettera recentemente data, e da noi già citata, delU
Congregazione dei Vescovi e Regolari; e sulla quale
non giova ora tornar su.
Resta pertanto il fatto che una delle qualità spe- è buona u
ciali dell' oratoria contemporanea è questa tendenza; *^°"/*^*J"
che sarà, io credo, commendata in quanto gli ora- se mìsorata
tori mostrarono di essersi ispirati ai bisogni dei tempi,
ma certo non troverà plauso quando si sappia spre-
cata per inopportunità di tempo e di luogo. Forse
converrebbe che, come in Francia a Parigi, anche da
noi si fissassero alcuni pulpiti nelle città più grandi,
ove a più eletta udienza si presentassero le più gravi
discussioni religiose e si assalissero ex professo certi
errori moderni; ma che si togliesse il guaio di infilar
in ogni oltavario o triduo controversie e polemiche
davanti ad udienze che abbisognano di ben altro
pane. Tutto al più, ripeterò, mirino rapidamente e per
indiretto a certi errori, e sempre senza cercar troppo
occulte origini e ragionarne a lungo di guisa che l'udi-
tore possa dare una breve e più facile risposta a sé e,
se occorre, anche agli altri intorno agli spropositi pro-
pagati ed uditi. 11 che mi par più savio, quando penso
che questa gente, che si dà l'aria di scettica, di scre-
dente e disprezzatrice di ogni pratica religiosa, non
viene in chiesa, e se talvolta per caso ci viene, è troppo
mal prevenuta, perchè intenda e apprezzi il vero
parzialmente esposto in un discorso. Aftinché la grazia
di Dio vada a trovar costoro converrà meglio illu-
minarli con libri, opuscoli, periodici studiati e seni,
che oratori e teologi sanno in ogni età fornire, onde
il principio cristiano secondo i variì bisogni dei tempi
Digitized by
Google
490 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
brilli in tutto il lume della sua bellezza e si possa
gustare da tutti gli uomini di buotia volontà.
Secondo me l'eloquenza moderna continua an
Cora a valersi soverchiamente di un ragionamento
che troppo spesso si fonda su argomenti puramente
umani, e si diletta di citazioni di filosofi e letterati
miscredenti. Quel difetto di cui si lagnava il Segneri
nel Seicento per il gran ricorso che faceasi ad Ari-
stotele, a Platone, a Seneca, a Cicerone, continua in
parecchi de nostri oratori quanto allo spìrito se non
quanto alle fonti a cui si attinge; eredità anche questa
del secolo scorso. Non di rado infatti si odono certe
litanie di nomi che andrebbero utilmente dimenti-
cati, mentre si tace della Scrittura e dei Padri. S* in-
tende che la censura non é rivolta contro un uso
parco e necessario, specie nei lavori apologetici, ma
contro r abusò, quando cioè si vuole isfopgiare eru-
dizione inconcludente ed inutile lusso. In tal caso
converrà metterci innanzi agli occhi il modello della
predicazione di S. Paolo, che diceva ai Corinti : « lo-
quimur non in doctis humanae sapientiae verbis, sed
in doctrina Spiriius, spiritualibus spiriiualia campa-
rantes (i).
Difetto ^^^^ buono inoltre che gli oratori moderni si
dell' am- guardino da un altro difetto che a mio parere mi-
troppo ?f naccìa Tarte contemporanea e che deriva dal desi-
h'ogoaggio (jerio (pur giusto dentro a certi confini) di trattar la
materia con nuove forme che i tempi richiedono.
Vo* dire del vezzo di alcuni che soverchiamente am-
modernano il linguaggio, in modo che rifletta non
lo stile tradizionale del popolo più sano e che pensa
e parla più correttamente, ma lo stile di certi pub-
blicisti e certi giornali che affrontano le questioni re
ligiose senza fondamento di dottrina, inventando
(i) I. ad Cor II. 13.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 49I
neologismi o falsificando il valore delle parole antiche
e confondendo in tal modo la precisione delle idee.
È a questo proposito che bisogna ricordarci che lo
studio della parola é sovente anche studio di idee, e
che chi non rispetta la proprietà del dire corre peri-
colo di inquinare la sostanza del discorso. Vedano
pertanto alcuni di non venir meno alla precisione
teologica del linguaggio, senza della quale parecchie
espressioni si potrebbero tirare a mal senso o frain-
tendere. Per siffatta inesattezza pur troppo potrebbe
a poco a poco alterarsi nelle menti del popolo il con-
cetto giusto delle verità cristiane. Del resto torniamo
a dire che, non ostante alcuni difetti, ci pare che
ravviamento più recente contenga un progresso, che
continuerà, se si saprà nutrire di soda dottrina teo-
logica il discorso, se la Scrittura e i Padri forniranno
in maggior copia argomento ad opportune rifless'oni
sui tempi nostri, sicché l'eloquenza acquisti una so-
stanziosa gravità.
L* uomo che contribuì molto ad allontanar l'arte
dal manierisnr.o accademico e a scegliere una via che Gioacchioo
va più diritta alla mente e al cuore fu senza dubbio
Gioacchino Ventura (1792 18631 ^^^ presto sollevan
dosi tra' i primi nell' oratoria diede un potente e più
sano impulso alla predicazione. Nato a Raulica in
Sicilia, entrò da giovine nell' ordine de' Teatini, ove
si riconobbe l' ingegno elevato e il suo spirito di pietà
coir affidargli l' ufficio di generale. Per siffatto inca-
rico trasportò la sua dimora a Roma, e molto vi
predicò, specie a S. Andrea della Valle e a S. f^ietro.
La sua abilità si fece conoscere da prima coli' ora-
zione in funere di Pio VII, e continuò poi a rendersi
più certa e splendida con quaresimali e rinomati
elogi funebri, come quello a Daniele O' connell. L'au-
tore sperò nelle promesse di libertà e d'indipendenza
che si facevano risonare in tutta la nostra penisola
Digitized by
Google
492 CAPO OECIMOSECONOO EO ULTIMO
nel '48, ma, dolente di veder rivolti quei moti contro
Pio IX, ritiravasi in Francia, a Monpellieri e quindi
a Parigi. Con singolare ardimento non solo osò quivi
predicare in una lingua non sua, ma presentarsi sulla
cattedra già tanto celebre di Notre Dame, ottenendo
plauso e gloria in una terra si ferace di nobili ora-
tori. Divenne caro per tal modo a Napoleone III, che
mirava a procacciarsi un appoggio a* suoi fini poli-
tici. Tanto più che il Ventura si mostrava abile pub-
blicista e accarezzava le idee del nuovo imperatore,
spargendo nella società parigina degli opuscoli., il cui
eco ripercotevasi in quasi tutta Europa; inconscio
al certo del male che co va vasi nei sinistri divisa menti
deir uomo che vedea squarciata la tela de' suoi sogni
a Sédan. Come sacro oratore com batté, specie in
balia, la scuola accademica e T artifizio (già ne ci-
tammo alcune sentenze ragionando in generale sul
carattere di tutto il nostro secolo); e per questo di-
ventò davvero potente per dottrina bene scelta, per
chiarezza e semplicità di esposizione, per appropriate
applicazioni, e a tratti anche per slancio di senti-
mento. Cosi ragionava dell'arte sua: « Mettiamo poi
uno studio particolare ad evitar le vane descrizioni,
i concetti peregrini, le frasi ricercate, le parole che
non sono d'uso e di una intelligenza comune; ad
evitare insomma tutto ciò che può divertire l'atten-
zione del cristiano uditorio dalla predica, e conci
liarla col predicatore. 11 gran secreto della sacra elo-
quenza consiste in questo, che il sacro dicitore si
comporti e parli in modo da cattivare gli uditori a
quello che esso dice, non a quello che esso è » (1).
Con queste norme e' trova modo di rivestir d* im-
portanza il dogma, di rincalzarlo e spiegarlo con
molte sentenze della Sacra Scrittura e molti commenti
ii) Prefazione alla Scuola dei Miracoli.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 493
dei Ss. Padri. Cosi stringesi tutto alla dottrina e al
mistero di cui tratta, non perchè non curi la nìo^
rale, che viene con rapidi tocchi indicata, ma perchè
la morale trae di qui la sua ragione di essere e la
sua forza obbligatoria: « Volere che si predichi dei
doveri, separandoli dai misteri e dai dogmi, è un
volere far discendere la predicazione cattolica alla
miseria., alla nullità, allo scandalo della predicazione
protestante; é un farsi in certo modo l'eco dei co.
rifei dell'empietà del secolo scorso che gridavano di
continuo: la morale, la morale, il resto è niente; è
un voler trasportare in chiesa la morale dei teatri.
La morale cristiana, divisa dal mistero cristiano e
che non discende dal dogma come la luce dal sole,
è una morale cristiana che non ha base divina; una
morale cristiana più perfetta, se si vuole, di quella
degli Accademici e degli Stoici; ma non però più
certa, più obbligatoria, più importante » (i). E un
tal modo di predicazione chiaro e nutrito di buone
ragioni teologiche piacque a Roma e dovunque, tanto
che la chiesa pur sì capace di S. Andrea della Valle
era riboccante di popolo quando predicava lui, e il
Capitolo Vaticano in sette anni l' invitò a predicar
quattro volte nella basilica di S. Pietro, appuntò
perchè era avidamente udito da tutti. Il che avve-
niva non ostante alcune mancanze che l'oratore me
desimo riconobbe in sé stesso: «L'amor proprio
(diceva nella già citata prefazione) non c'illude a
segno che non conosciamo ciò che come oratori ci
manca: ci manca e voce e gesto e presenza ed ele-
ganza e precisione nel dire e grazia nel pronunciare. *»
E altrove, cioè nella Prefazione agli Elogi funebri:
a Siamo lontanissimi dal credere che questa colle
zione possa meritar lode sotto il rapporto dello stile.
(i) Prefazione alla Scuola dei Miracoli.
Digitized by
Google
494 ^^^ DECIMOSECONDO ED ULTIMO
del linguaggio, del gusto. » Ed è peccato davvero che
una più benigna vena d'ingegno artistico o un più
ampio studio sopra i nostri più purgati scrittori non
abbiano aggiunto a tanti meriti quello d' un più per-
fetto magistero di stile e di lingua; che forse non vi
sarebbe più appropriato modello da mettere oggi in
mano alla gioventù ecclesiastica.
Opere Le sue opere principali sono: La Scuola dei Mi-
racoli composta di 40 omelie dette a S. Pietro, che
si riducono a do(te spiegazioni di parecchi vangeli.
// Tesoro nascosto, che si svolge in una seiie di
omelie sulla Passione di N. S. G. C. che hanno un
compimento nel soave trattato che porta il titolo di
Maria appiè delLi Croce, La bellej^a della fede nei
misteri dell* Epifania, ovvero la felicità di credere in
Gesù Cristo e di appartenere alla sua Chiesa, letture
succose e piene di amorevolezza cristiana; La Madre
di Dio, Eloffi funebri, svolti con pensieri di elevata
dottrina e intenti a infondere la vita cristiana nella
politica e in tutto l'organismo sociale; La donna cat-
tolica, trattato utilissimo ai giorni nostri e adatto
alla predicazione, a cui fanno seguito le Omelie sulle
donne del Vangelo. La ragione filosofica e la ragione
cattolica furono il soggetto di belle conferenze tenute
a Parigi nel '51 ; e il Potere politico cristiano si svolge
in una serie di discorsi, pronunziati la quaresima
del '57 nella cappella imperiale delle Tuilleries di
nanzi a Napoleone III, alla cui politica, come si av-
vertì, r oratore mostravasi favorevole. Si può dire che
il Saggio sul potere pubblico sia uno studio filosofico
fatto per dar più compiuta spiegazione a quei di-
scorsi. Lasciamo andare altri lavori che hanno nìi-
nori attinenze con la predicazione. Ognuno capisce
che il Ventura fu vero oratore originale, senza venir
meno agl'intenti della predicazione cristiana, e che
ben a ragione attirò sopra di sé gli sguardi de' suoi
Digitized by
Google
CAPO DECfMOSECONDO ED ULTIMO 495
contemporanei: seppe sostituire all'eloquenza delle
immagini, delle descrizioni e dell' enfatica declama-
zione quella della dottrina e delle cose, rimettendola
sopra una via più diritta e propria. Il fatto che le
sue opere corrono ancora per le mani di tutti mi
dispensa dal recarne alcun saggio.
Certo assai lontano dalla ben derivata e ben con-
densata dottrina del P. Ventura, ma pur oratore di
non poca efficacia per una parola anfmata, colorita e
popolare dirò il can. Gh. Batta Giordano che ot-
tenne molto favore e fece del gran bene, specie in
Piemonte. Nacque a Torino, ed ebbe la fortuna di
respirare tra le domestiche pareti un'aura di religiosa
pietà che lo avviò al sacerdozio, cantando altri due
fratelli sacerdoti e parecchie sorelle che cercarono un
asilo di pace nel chiostro. Vestì Y abito clericale
nel 1834, e primeggiò negli studi per memoria assai
felice, per sentimento delicato, per vivace imagina-
zione e gusto pel bello, tutte cose che lo predispo
nevano all'oratoria; prese quindi la laurea in teo-
logia e nel '40 saliva all'altare. Nei primi anni del
ministero, pur esercitandosi in qualche breve predi-
cazione, come di spiegazioni di vangelo o di tridui e
di novene, continuò ad attendere allo studio, pro-
gredendo in modo non comune nella pietà, special-
mente nell'amore a Gesù Sacramentato, e mostran-
dosi franco e ardente nell' affezione alla Chiesa e alla
S. Sede, però con la soavità del Salesio. Si unì
nel '49 ai canonici della Ss. Trinità che uffiziano la
chiesa del Corpus Domini, e fu proprio nella detta
chiesa che non solo manifestò il suo zelo coli' ascoltar
le confessioni, ma che addimostrò singolare abilità
nella predicazione; onde nel '53 fu invitato a predi-
care il mese di maggio nella chiesa delle Perpetue
adoratrici in Torino, levando alta fama di sé; dopo
di che si può dire che ovunque si recasse non si tro-
Digitized by V^OOQIC
49^ CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
vava luogo capace di contenere la folla avida della
sua parola: Genova, Milano, Bologna e più altre
città del Piemonte ebbero occasione di ammirarlo e
sperimentarne i frutti. Fu di salute assai cagionevole;
saliva spesso sul pulpito con la febbre addosso» perciò
dovette uscire dalla Congregazione di cui facea parte,
e ritirarsi nella prossima villetta di Rivalla, ove chiuse
la sua travagliata esistenza nel 1877.
Le opere sue, tranne pochi discorsi, furono pub
blicate in più edizioni dopo la sua morte, e sono: il
Quaresimale, le cui prediche mescono ad alcuni ar
gomenti apologetici molti argomenti consueti, ma
aprendosi spesso e abilmente il varco a qualche sor-
tita per combattere gli effetti della moderna incredu-
lità. Inoltre ha la La Novena del Natale e dei Morti,
intente a preparare gli animi alle relative feste; 7
Giovedì eucaristici, splendida e affettuosa predica
zione sopra il Sacramento dell* altare, nella quale
manifesta una pietà profondamente sentita ; le /sl^
jioni catechistiche sopra i sette peccati capitali, tenute,
come i giovedì eucaristici, nella chiesa del Corpus
Domini; e gli Eserciti al clero che avea predicati
con gran frutto ai sacerdoti delle diocesi vicine.
Arte tua A dare un' idea del suo metodo e dell' arte sua
diciamo subito eh' egli rivolge spesso il discorso ai:
bisogni particolari dell* età nostra, ma senza dimen
ticare gran fatto i più comuni e proprie di tutte le
età. Si fermò specialmente sugli apologisti di Francia
e attese pure all'avviamento del p. Ventura, anzi
non di rado li rammenta; però convien dire che la
sua polemica discende molto al livello del popolo e
mira alla riforma de' costumi e può arrecar molto
bene. Le sue più belle qualità io le riconosco in un
sentimento che erompe vivace e nel saper render fa-
cili e concrete le teorie della morale cristiana; onde
abbondano le descrizioni della vita reale del popolo
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 49/
e spesso i concelli che s' incarnano nelle parabole
evangeliche o negli esempi lolli dalle slorie ecclesia-
stiche; di qui venne che fu pronlamenle inleso e gu-
stalo. Non mancano però alcuni difetti, e noto tra
quesli un fare un po' troppo imaginoso, nel quale si
rende visibile alquanto l'artifizio, fino a mettersi tal-
volta in qualche posa che mi pare un pochino tea-
trale; difetto avvertilo da principio dall'autore me-
desimo. Un'altra cosa, che nuoce a mio credere
ancor più, è che la dottrina nello svolgimento del
soggetto non serba sempre le richieste proporzioni,
onde il corpo del discorso, per così esprimermi, sembra
alquanto di membra deboli e incerte, onde, chi volesse
sotto questo aspetto raffrontarlo col p. Ventura, do-
vrebbe collocarlo un gradino più basso. Ad avvalorare
il buon giudizio richiamo un tratto sull'osservanza
della domenica. « Lasciate che si lavori, dicono con
aria di gran sussiego, è meglio occupare la domenica
nella fatica, che gittarla in disordini; mirale nei di
festivi lo scorrazzare per le contrade e gli alti sconci
e le grida che mostrano la ebbrezza di colui che ha
sprecato nella domenica l' avanzo intero degli altri
giorni ; é meglio incatenarlo al lavoro, anziché darlo
in braccio al vizio. — Sta bene fingere così ? Ingrati 1
La Religione medesima che impone di usare aìla
chiesa, non impone pur essa la temperanza? anzi
non è qui slesso da questo pergamo che sente l'ar-
tigiano ricordare i doveri di padre, e i diritti della
famiglia che tiene in casa? Vuoi tu cacciare dal po-
polo r ubbriachezza e quel suo fare ruvido ed ira-
condo? vuoi tu ingentilirne i modi, far che quel
rozzo petto senta le dolcezze della vita? lasciagli un
giorno ove, tra le braccia de' suoi, gusti le gioie di
consorte e di padre, lascia che assista anch' esso alle
belle solennità della Chiesa, lascia all' anima che si
ricrei, che senta una parola di fede e di religione:
Storia della Predicazione ecc. 32
Digitized by
Google
498 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
no, non è in chiesa che apprende i vizi e si attiz-
zano le sue passióni; é là nel fragore delle officine,
nelle licenze de' suoi compagni che diventa malvagio;
cosicché, appena cessato il lavoro, cerca di ristorarsi
con una gioia brutale; lascialo venire in chiesa, qui
non s'impara che ad essere cristiano, vale a dire
galantuomo. Si, uditori, quella massima cosi accetta
a dì nostri e ripetuta con certo sorriso sulle labbra
— chi lavora prega — è massima d' un dispotismo
feroce! E s avvisano di proferire una gran bella cosa;
ma chi sempre lavora non ama, non s' istruisce, non
gusta le soavi emozioni del cuore, e l' uomo è nato
non solo per la fatica, ma per la gioia, per la virtù,
per r amore! Chi lavora prega, ma chi lavora con-
tinuamente vive assorbito dalla fatica, e l'anima di-
giuna di pensieri e di afletti viene soperchiata dai
sensi, allora l'uomo, quell'essere così nobile, con
quella fronte che guarda al cielo e collo spirito che
tende in alto come la fiamma, 1' uomo smarrisce il
sentimento di sua dignità; il suo cuore, incapace di
soavità e di dolcezza, diventa un membro ignobile,
non acconcio ad accoglier Dio, destinato oggimai
nuli' altro che a ricevere e poi respingere il sangue e
misurare co' suoi battiti un tempo vergognoso.... Dire
eh' è giusto si lavori ogni giorno perchè ogni giorno
si mangia è un metter l' artigiano a pari col bue che
mena i solchi dei nostri campi, anzi anche al bue
togli il giogo perché il cuoio della giogaia non s' im-
piaghi, ed allora esso mangia, eppure non lavora, che
fatica non interrotta finirebbe ad ucciderlo; e l'uomo,
ditemi, r uomo... ed è qui dunque che dovea finire
la vostra filantropia? Ah! gli è certo per derisione
sanguinosa che noi chiamiamo fratelli cotesti uomini!
Chi non lavora non mangia, eppure vedo ricchi che
mangiano a due palmenti, e sento uscire dalle cucine
loro migliore fragranza che dal comignolo di chi la-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 499
vera, e a tutto compenso vorranno costoro dargli di-
ritto di lavoro senìpre? Chi non lavora non mangia;
vuol dir dunque che il pover' uòmo dev'essere le-
gato per la gola, e così coi pungoli della fame cac-
ciato sul sentiero, finché stramazzi di stenti; e il suo
padrone può disporre di forze, logoramelo barbara-
mente come un arredo della sua fabbrica; vuol dire
che la povertà debba essere eterna, e la mente, il
cuore, la intelligenza devono sempre rimanere in-
colte nel miserabile, e che una immensa generazione
d' uomini è destinata a consumare i giorni, la vita,
il respiro, come là nella lampada si consuma Tolio
davanti a Dio. Ma allora che valea studiar tanto, e
trovare invenzioni sì peregrine, se nulla giovano a
migliorare le condizioni del popolo, a sollevare le
sue povere braccia, e tutto finisce per costringerlo a
un continuo lavoro perchè non muoia di fame? la-
voro che lo aggioga ad un nodo da negargli persin
un giorno in cui dare un respiro, sentirsi uomo, mo-
strarsi cristiano? Se è così, meglio è la civiltà del
selvaggio: può almeno al levare del sole uscire dalla
sua tenda, piegare il ginocchio sulla sabbia, e col-
r idioma della foresta lodare il Grande Spirito, adem-
pire il suo culto; forse non ha per tempio che il suo
cielo, non ha per lampada che la luna, ma almeno
è libero di sé, può godersi in pace i suoi riposi, le
sue solennità; può carezzare il bambinello che pende
sul petto della madre e ristorarsi nella pace della
famiglia dalle fatiche incontrate nella caccia delle
belve. E noi cristiani, noi educati alla scuola del
Vangelo^ neghiamo al povero questo diritto di fede
e di religione, cui natura e' intima con un grido sì
ragionevole? e il povero, il povero stesso si reca a
gloria di rinunziarvi e menarne vanio quasi fosse un
guadagno? O popolo, te ne avvedrai tosto o tardi,
come francandoti da un dovere di tede, ri rapivano
Digitized by ^
tgle
500 CAPO OECIMOSECONDO ED ULTIMO
un diritto di umanità, nascosto nel precetto naede-
Simo; ritorna, o popolo ad abbracciar questa fede,
sostegno e speranza di tutti quelli che lavorano. E
tu. Padre, perdona, o Padre, perchè non sanno quel
che fanno; calpestano una legge che non era per te,
ma per essi; si credono diventare più liberi sprez-
zando la religione; ahimè! coli' essere raen cristiani
non saranno che più infelici! > (i).
Si tiene più al fare segneriano, di cui evidentemente
si compiace, ma ha minor potenza del Giordano il
p. Tiberio Sagrini della Compagnia di Gesù. Ebbe
da natura una complessione assai gracile e mancò di
quel tòno e di quella vivacità che rende la parola
varia, vibrata ed attraente, e credo che per questa
ragione non abbia raggiunto tutta li rinomanza che
gli competeva. Del resto i suoi discorsi si leggono
volentieri, perchè tessuti con argomenti validi e ben
dichiarati e con sobrietà artistica; onde, non ostante
i difetti del porgere, piacquero nelle città ove furono
recitati, tra le quali rammento Torino, Genova, Pa-
lermo, Roma, e ultimamente Milano, Bologna e
Lucca, cosicché attirava a sé gli uomini più assen -
nati e dotti. Si mostra accorto e conoscitore dei
tempi e degli uomini nella scelta dei temi; e perciò
rimanda e conquide molti errori e mali che infet-
tano e guastano principalmente le grandi città, come
avviene nei tre temi sopra l' antagonismo tra lo spi -
rito del Vangelo e lo spirito del secolo, o nei quattro
intitolati Religione e probità cercandone le attinenze,
o nei tre sulla Chiesa cattolica, a cui se ne aggiun-
gono due altri sulle ingiuste persecuzioni che soffre ;
volle trattare con speciale discorso financo il suicidio
ed il duello, forse mettendosi in un tema troppo ri-
stretto. Tuttavia sono in maggior numero i temi che
di Quaretimale. 2.<^ ediz. Torino, 1874. Voi. I.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 5OI
riguardano le massime cristiane che servono a disci-
plinare i costumi combattendo i vizi e lodando le
bellezze della virtù. Il Marietti, poco tempo dopo la
morte dell' oratore, ne pubblicava le prediche, i ser-
moni e i panegirici in quattro volumi l'anno 1872.
Un oratore poi che merita ancor più di essere ad-
ditato tra i migliori della nostra età, perchè a mag-
gior forza di sentimento e a splendore d'imagini
congiunge pari nutrimento di dottrina abilmente or-
dinata e composta, è mons. Giulio Arrigoni (1806-
1875) ultimamente arcivescovo di Lucca. Nacque a
Bergamo e predicò molto in Lombardia, nel Pie-
monte, nella Toscana, e tanto plauso n' ottenne che
salutavasi da suoi uditori come il principe della mo-
derna eloquenza. A' tempi di Leopoldo II, arciduca
di Toscana, insegnò teologia dogmatica nella uni-
versità di Pisa; si mostrò però contrario, come dice
in una sua dissertazione, a far sentire le sottigliezze
della scuola neir oratoria, volendo piegarsi, per quanto
lo comportava la natura del soggetto, alla comune
intelligenza. Parve ad alcuni, specie da principio, che
mancasse alquanto nel dare un sapore veramente re-
ligioso ed ecclesiastico alla sua eloquenza; ma se
talvolta prende il tono del filosofo e del pubblicista,
poco dura e ben presto rientra nelle osservazioni che
si reggono sulla parola rivelata. Si formò in parte
sopra il Segneri, ma con magistrale libertà, e i suoi
discorsi per ciò si presentano in un buon organismo
e si sostengono con dignità e con forza, attraendo a
sé amabilmente 1' uditore.
Più franco nel dir tutta, intera la verità, e non Vincenzo
meno valente nell' arte, diremo il p. Vincenzo Stocchi stocchi
( 1820- 1881), nato di onesta famiglia in Senalunga.
Percorse gli studi letterari nel seminario di Pienza,
ai quali rivolse il suo animo lungo tutta la vita con
sollecita diligenza e con buon gusto. Si presentò una
Digitized by
Google
OQK
502 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
prima volta per entrar nella Compagnia di Gesù
nel '40, ma n' ebbe Y animo sgomento dalF altezza
della perfezione religiosa; o?ò però ripresentarsi un-
dici anni appresso^ munito di quella costanza che
non vacilla. Nel '53 trovavasi maestro di rettorica e
di eloquenza in un collegio recentemente aperto in
Senigallia dalla munificenza di Pio IX e affidato ai
Gesuiti; e tutti non faceano che lodarsi dell'esperto
precettore. Ma questo sarebbe stato un campo troppo
ristretto per il suo zelo e per la sua pietà; e quindi
attendeva a un tempo, specie quanto le vacanze sco-
lastiche il lasciavano libero di sé, a predicare. Fu
notabile la missione fatta dare dal card. Viale Prelà
a Bologna, nella quale lo Stocchi teneva al popolo
le istruzioni, che parvero un capolavofo di eloquenza
didascalica ; onde da quel!' anno, per ordine de' suoi
superiori, mutò la cattedra col pulpito. L' udirono
con gusto e con irutto Venezia, Firenze, Roma per
12 anni al Gesù, Bologna nell' ultimo decennio di
sua vita. Parlò sempre con dignitosa franchezza, e
nel '63 quando alcuni ribaldi, mentr'ei predicava la
quaresima in S. Maria Formosa a Venezia, fecero
scoppiare con orrendo fragore una bomba tra un
pieno e sceltissimo uditorio, l'intrepido oratore, quasi
generale in campo di battaglia, senza mostrare al-
cuno smarrimento, usci in una terribile invettiva
contro i codardi che maneggiavano armi sì abbiette,
e continuò quindi serenamente il discorso incomin-
ciato, e tenne il popolo fermo fino alla fine, salvan-
dolo così anche dai pericoli di una tumultuosa uscita.
L'arte sua fu maturamente riflessa, e porse così un
valido aiuto al forte ingegno. Egli aveva infatti
un'alta e nobilissima idea dell'oratoria in generale
e della sacra in particolare, com'è a vedere nel suo
discorso tenuto a Senigallia sopra la eloquenza del
pulpito; discorso in cui mette ad esame le gravi dif-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 303
ficoltà che sono da vincere e i pochi quindi che le
seppero vincere, notando appresso i guai della mo-
derna oratoria sacra, che combatte e condanna con
vibrata e talvolta mordace parola, forse pigliando
troppo a mazzo nella condanna tutti i moderni ora-
tori. Ma checché sia di questo giudizio, che per ora
potremo rimettere ai critici del secolo futuro, ei giu-
stamente richiede grandi studi, grande dottrina e
grande coltura, uniti a grande e retto spirito reli-
gioso; e nella nostra letteratura vagheggia come il
più perfetto modello il Segneri, del quale si mostra
sagacemente imitatore, senza che si riconosca alcuna
servilità; non solo nella scelta degli argomenti, ma
anche nel modo della trattazione. Così ne ragiona:
« E del Segneri che diremo? Va il suo quaresimale
per le mani di tutti, e basta aprirlo e girar gli occhi
sopra qualunque luogo si appresenti da prima, per
vedere come dalle orme dei primi (i) non si diparte
e che, come nel figlio e nel nepote si stampano e
campeggiano le fattezze del padre e dell'avo, così in
quella eloquenza del nostro italiano brilla e ride
l'aria, gli spiriti, il brio e la sembianza di quella del
romano e dell'ateniese; ed é che pel Segneri noi
siamo fatti eredi legittimi dell'eloquenza greca e la-
tina. Ma qui mi par di vedere arruffarsi e torcere il
viso i nostri profumati parlatorelli, i quali imporpo-
rano a sentirmi per magnanimo disdegno la guancia
gentile, e a pensare di recar essi quella eloquenza
eh' io propongo, sudano freddo. » Con siffatta idea
e con siffatti modelli lo Stocchi si volse a tutt' uomo
alla magnanima impresa e riuscì non solo vibrato
ragionatore, ma anche abilissimo e purgato scrittore.
Chi passa in rassegna le sue prediche vede subito
che mirò nella scelta degli argomenti a tutti i bi-
li) Cioè di Demostene e Cicerone, di cui aveva prima ragionato.
Digitized by
Google
504 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
sogni della nostra società, e diede la dovuta imiK>r-
tanza ai temi morali che consuonano con quelli di
tutti i tempi, ma non dimenticò le malattie e gli
errori che sono più proprii dell* età moderna; e chi
vorrà percorrere di volo i soggetti dt suoi discorsi e
libare un po' del suo modo di ragionare dovrà ben
presto convincersene. Ora non offriremo che un pic-
colo saggio, tratto dal Ragionamento HI, che versa
sulla Libertà della Chiesa; ove dopo aver detto come
libertà della Chiesa non vuol dire, secondo le nuove
idee, se non considerarla come non ci fosse, equipa-
randola ingiustamente ad una società di commercio,
d'industria, di musica, di letteratura, soggiunge:
« Ma su via contentiamoci: la Chiesa si rassegna
a questa libertà che le promettete: non vi occupate
di lei più di quello che non vi occupereste di una
società di commercio o di musica; meno vi occu-
perete di lei e più sarà contenta, sapendo bene che i
pari vostri di lei non si occupano che allora che si
tratta di angariarla ed opprimerla. Faranno almeno
questo? le lasceranno questa misera libertà di non
brigarsi di lei? Signori no. Non vogliono lasciar-
gliela: non basta, é impossibile che gliela lascino-
Ponete mente. Ogni volta che costoro parlano di li-
bertà della Chiesa, e alla Chiesa, al clero, al ponte-
fice promettono guarentigie e indipendenza, aggiun-
gono sempre libertà, franchigie e indipendenza spi-
rituale. Indipendente il pontefice, ma nell'esercizio
della libertà spirituale; libera la Chiesa, ma nelle
cose spirituali; guarentito il clero, ma nelle funzioni
spirituali. Ora quella parola, spirituale, in bocca di
costoro altro non è che un tranello per angariare la
Chiesa a man salva: perchè notate: la Chiesa none
una società d' angeli, che essendo puri spiriti senza
corpo non operano che spiritualmente; la Chiesa é
una società d' uomini composti di materia e di spi-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 505
rito, e le operazioni esteriori della Chiesa sono e
non possono non essere miste di spirituale e di tem-
porale. Pigliate il culto: volete operazione più spiri-
tuale del culto? Eppure altro non é che una somma
di atti interni ed esterni coi quali si rende dalla
creatura il debito omaggio al Creatore. Pigliate la
predicazione della parola di Dio: è cosa spirituale per
eccellenza; ma pure avete un uomo visibile che ad
un consesso di uomini propone a voce alta le verità
della fede. Pigliate il magisterio della verità, 1' ammi-
nistrazione dei Sacramenti, la condanna dell' errore,
la repressione del delitto; sono tutte operazioni spi-
rituali, spiritualissime, ma però le medesime che eser-
citate da uomini, sono esteriori, visibili, temporali.
Ecco dunque: la parola spirituale è in mano dei
nemici della Chiesa un* arme terribile per opprimerla
legalmente, sempre e in tutto, senza che Ella abbia
schermo o difesa. Chiesa libera: dunque, come ogni
libera associazione, potrà acquistare, conservare, am-'
ministrare la sua sostanza; no: Chiesa libera nelle
cose spirituali, e gli jiveri e i beni sono temporali.
Chiesa libera: dunque potrà aprire scuole e collegi,
insegnare a suo modo la scienza e le lettere; no:
scuole, collegi, lettere e scienze non sono cosa spiri-
rituale ma temporale. Poiché la Chiesa è libera potrà
almeno esercitare a modo suo il culto, amministrare
i Sacramenti, proporre le verità, condannare gli er-
rori; sì: ma a patto che si contenga nei limiti dello
spirituale. Ma chi è, se Dio vi salvi, che determina
questi limili ? Chi definisce quello che nella Chiesa
è spirituale e quello che è temporale? Siamo noi.
Intendete? Vogliono libera la Chiesa nelle cose spi-
rituali e riserbano a sé il definire quali funzioni sono
spirituali, quali non sono. Ahi questo non è dare
alla Chiesa neppure la libertà che si concede a una
associazione di commercio e d'industria, questo è
Digitized by
Google
506 CAPO DECIMOS£CONOO ED ULTIMO
un sottoporre la Chiesa ad un arbitrio tirannico,
quale non le imposero neppure i Domiziani e i Ne-
roni, questo é un volere la distruzione della Chiesa.
I templi, i templi medesimi, dove ci raduniamo per
dare culto al Signore, non sono sicuri, perché le
mura onde si compongono i templi sono temporali,
e temporali i vasi sacri e gli arredi del culto. Esa-
gero forse, esorbito, spingo le cose alle ultime con-
seguenze? Eh! signori miei, guardate quello che sié
fatto e si fa in tutto il mondo. Colla distinzione di
spirituale e di temporale si é spogliata la Chiesa,
vuotati i chiostri, sperperate le sacre vergini, profa-
nati i templi, e quello che non si sarebbe osato di
fare con una società di usurai o con una mandra di
meretrici, si é fatto con le, o Sposa immacolata di
Cristo, ti hanno angariata, insanguinata, oppressa, e
poi ti hanno detto: ora va che sei libera. »
Merita per molte ragioni di stargli accanto il do-
Oaudenzi menicano p. Tommaso Gaudenp. Nacque di buona
famiglia in Bergamo, terra assai ferace di begli in-
gegni, ed ebbe tra suoi uno zio, V avvocato Filippo,
insigne criminalista e lume del foro bolognese. Fatte
le prime scuole in seminario, dopo qualche incer-
tezza tra lo stato di sacerdote secolare o regolare,
chiese di entrare nell'Ordine de Predicatori, ciò che .
mandava ad effetto nel novembre del '49. Giocon-
davasi in modo speciale nello studio di S. Tom-
maso, perchè gli parve che con tal autore gli si schiu-
desse davanti un nuovo mondo di sterminato oriz-
zonte e rischiarato da vivissima luce. Compiuti gli
studi sotto esperti maestri in Viterbo e in S. Sabina
a Roma, passò dalla panca alla cattedra insegnando
filosofia a Faenza, e divise la sua operosità tra gli
uffici di maestro e di predicatore. Si manifestò in-
gegno superiore col panegirico di S. Tommaso, de-
clamato nella chiesa dei Domenicani a Faenza nel
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 507
1837, predicando appresso a Bologna e nei dintorni;
ma dopo che per infauste leggi nel '66 le religiose
famiglie furono derubate e disciolte e dovette forza-
tamente smettere la scuola, ebbe agio di portarsi a
Roma, a Napoli, a Firenze, a Genova, a Venezia e
in altre cospicue città. Ancorché fosse nel portamento
alquanto negletto e di forme tarchiate e tozze, tut-
tavia presentavasi con nobiltà di modi, al che con-
tribuiva anche una voce armoniosa e spiccata; alle
quali cose se aggiungi la vivacità e copia del dire
non che la forza del suo argomentare, spiegherai fa-
cilmente il plauso che dovunque ottenne. Quando
Leone XHI istituì 1' Accademia Romana di S. Tom-
maso d' Aquino, egli entrò a farvi parte come uno
dei dieci residenti in Roma, e vi lesse parecchie dis-
sertazioni.
Nell'arte sua domina la parola del maestro in
cattedra, e quindi si mostra dotto ed esperto a strin-
gere coi nodi di ben meditate prove gli avversari,
tanto più che sa accompagnare alla profondità e copia
della dottrina una mirabile chiarezza di esposizione.
Il che non toglie che non vibri qualche volta ne suoi
discorsi anche il sentimento; cosicché lo stile acquieta
vita e colorito, a cui pur giova una decente politezza
di dettato. Le sue opere, stampate in Bologna dal
Mareggiani in tre volumi, contengono le prediche
morali, a cui vanno unite dieci istruzioni per gli
esercizi spirituali del clero, le conferenze, i panegirici.
Comprese i torti intendimenti delle sètte rn Italia, e
vi si oppose con dignitosa franchezza, lontana dai
modi virulenti ed urtanti^ mirando principalmente
a convincere la mente. E questa mira, che gli fa pre-
dihgere il ragionamento, non lo lende, a dir vero,
di grande popolarità; molto però appaga la mente
dell'uomo che riflette e va fornito di -qualche col-
tura. Il che principalmente si vuol dire delle dieci
Digitized by
Google
508 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
conferenze sul Sillabo; argomento nuovo de' suoi di,
e che offre in compendio un bel trattato sui fonda-
menti della Religione, pieno di risposte adeguate a
molti errori recenti e assai strombazzati, che si ri-
guardano scioccamente come una conquista del mo-
derno progresso. Si reggono del medesimo tenore le
sei conferenze sul protestantesimo, rivolte a compri-
mere quel babelico movimento di sètte nordiche che
penetravano sotto il cielo sereno di Roma per la
breccia di Porta Pia; discorsi tutti che uniti ad altri
pur d' indole apologetica tornano assai opportuni ad
illuminare, anche con una semplice loro lettura, gli
uomini di buona volontà. Pìglio un saggio dalla
Conferenza VI sul Sillabe, ove tende a dimostrare
che la ragione non è T unico arbitro del vero e del
falso, del bene e del male e quindi legge a sé stessa,
e che non si può dire che tutte le verità religiose
scaturiscano dalle native sue forze; e ciò per con-
chiudere che Dio vuol guidarci a salute e a se per
mezzo della fede e della sua Religione.
« Ma se il razionalismo é un'orgogliosa igno-
ranza, perché esalta fuor misura la potenza della ra-
gione senza conoscerla, é altresì una solenne impu-
denza, perché si lagna di non poter trovare la vera
religione senza studiarla. Vedete infatti strano modo
di argomentare che tengono i razionalisti. Le pretese
religioni rivelate, essi dicono, sono molte e diverse e
contradditorie. Dunque gli é mestieri di metterle a
catafascio ripudiandole tutte. Ma piano un poco.
Quando é mai che V uomo savio e prudente ragiona
di tal guisa, allorché si tratta degli interessi, dei bi-
sogni, degli agi della vita? 11 viandante il quale si
abbatte in un crocicchio di vie ignote, ma che vanno
certamente a metter capo a termini diversi ed op-
posti, retrocede egli perciò, o non anzi si studia di
prender lìngua, di conoscere qucU' una che V ha da
Digitized.by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTfMO $09
condurre alla meta e di seguitarla? L'uomo di mondo
il quale sa per una dolorosa esperienza avere di molti
amici infedeli sulla terra, si condanna egli per questo
a far vita romitica o non si briga piuttosto di cer-
care di -scegliere alcuno che gli paia meritevole della
sua fiducia ? E il mercatante abbandona egli forse i
suoi traffichi per ciò solo che corrono fallimenti ? E
il malato ricusa egli forse tutte le medicine, perchè
molte di queste potrebbero condurlo alla tomba? O
perchè dunque l'uomo sì oculato a provvedere ai suoi
materiali interessi, vorrà poi essere sì improvvido, sì
incurante di ciò che si attiene a suoi supremi de-
stini? Perchè, sì bramoso com'è di sceverare il vero
dal falso e il bene dal male nella cerchia delle cose
terrene e mondane, vorrà poi disperare di quei veri
e di quei beni che soli possono procacciargli la feli
cita cui incessantemente aspira? L'esservi pertanto
molte e contradditorie credenze nel mondo, anzi che
indurci a ripudiarle tutte, deve esserci uno stimolo
efficacissimo a studiare, a conoscere, ad abbracciare
e praticare queir una che si rivela opera della pò
tenza, della sapienza e della bontà del Signore, espres-
sione sincera dei nostri rapporti e dei nostri doveri
con essolui,* maestra di verità e di giustizia, pietosa
consolatrice e consigliera fedele tra le distrette e i
pericoli di questa valle di lagrime, fonte di ogni
nostra grandezza nel tempo e arra della nostra bea-
titudine neir eternità... Or fatevi pure ad interpretare
questi pretesi sapienti sulle loro sincere ricerche, sulle
loro accurate premure, sui loro studi, sul loro sa
pere in fatto di religione. Gli uni vi moveranno a
compassione colla loro incredibile leggerezza, gli altri
vi provocheranno ben anche a sdegno colla loro af-
fettata noncuranza. Quelli s' avvisano di sapere anche
troppo di religione, perchè, razzolando negli scrini
de' più famosi eretici, sono riesciti a ragranellare
Digitized by
Google
SIO CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
alcune viete calunnie, alcuni miserabili sofismi, al-
cune sacrileghe facezie, alcune parole indefìnìte e in-
decifrabili; a raccogliere insomma un po' di veleno
e di fango da schizzar contro la veneranda maestà
della Religione. Questi, più sinceri nella loro pietà,
sì gloriano di non saperne punto né fiore, e a chi
mostri scandalezzarsene rispondono che altri studi
ben più importanti non lasciarono loro né il tempo
né la voglia di occuparsi di religione. E tale appunto
fu la risposta di quel celebre astronomo francese dei
tempi nostri a chi il veniva confortando di accon-
ciare, almeno sul finire della vita, le partite dell'anima
sua. Povero Arago! egli avea contemplato gli astri
del firmamento; ma nelle leggi inalterabili che li
governano, egli non avea mai scorto quella mano
onnipotente che li lanciava nell'immensità degli spazi.
Egli avea studiate le meraviglie dei mari, ma giammai
non aveva sospettato di quel cenno imperioso che ne
prescrìveva gì' inviolabili confini. Egli aveva ricercate
le viscere della terra, ma giammai non aveva pensato
a Colui che la stabiliva sui forti suoi cardini. Egli
aveva insomma consultato, pagina per pagina, il gran
libro della natura: ma questo, muto per l'orgoglioso,
non gli aveva mai narrato in quelle sue note, si mi-
steriose insieme e sì eloquenti, il nome e la gloria
del suo Autore. Ebbene, steso sul letto di morte, in
procinto di presentarsi al tribunale di Dio: lasciate,
diceva al sacerdote che si studiava di disporlo alla
grande dipartita, lasciate eh' io mi getti a tutto mio
rischio e perìcolo in seno a questa terribile incognita
della morte: l'anima, l'immortalità. Dio furono
sempre problemi inesplorati per me, né ora che la
vita mi fugge io mi sento in grado di tentarne la
soluzione. Ma, Dio buono! può mai imaginarsi con-
dotta più stranamente impudente di questa? Come?
Essere costretti a riconoscere la impotenza del pro-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 311
prio intelletto in fatto di religione, e intanto non
darsi alcun pensiero di riconoscere per altro mezzo
ciò che più importa alF uomo di sapere ? Darsi vanto
di sapienti e intanto voler ignorare a bella posta ciò
che pur si protestano di conoscere tanti milioni di
uomini, tutto che rozzi e idioti? Logorarsi l'esi-
stenza in andare in traccia di pellegrine teorìe, atte
solo a levare in orgoglio lo spirito, e intanto nulla
curare quei veri e quei beni che soli possono con-
durci al nostro ultimo fine? Chi adoperasse in tal
guisa in ordine ai più vitali interessi del tempo, sa-
rebbe riputato non dirò già solo un imprudente, ma
ben anco uno stolto. Ora con qual nome dovrà chia-
marsi colui che avventura con tanta spensieratezza i
destini dell'eternità? »
Variò incerto tra diverse scuole, ma procaccian- c«rd.
dosi un bel posto tra gli oratori sacri, il p. Placido Schiaffino
M. Schiaffino (1829- 1889) ^^^ vcìotì cardinale. Nato
a Genova, fattosi ancor giovanetto della Congrega-
zione dei monaci benedettini Olivetani, percorse in
parte i suoi studi a Roma, nel Collegio Romano,
quando insegnavano i padri Perrone e Passaglia. Gli
piacque sempre associare ai gravi studi delle scienze
teologiche la coltura letteraria, e valea nel poetare
tanto in latino quanto in italiano, d'onde gli venne
grande abilità nella eloquenza oratoria; anche perché
fornito di splendida imaginazione. Nel ritiro di Monte
Oliveto Maggiore si maturò colla meditazione e cogli
studi alla pietà, allo zelo e alla dottrina che serve
principalmente alla predicazione; S. Tommaso, S. A-
gostino, Segneri, mons. Turchi, e i sommi francesi
ebbero gran parte nel formarlo. Da ultimo modificò
alquanto la sua maniera piegandosi al fare della con-
ferenza, introdotta già come vedemmo, tra noi dal
p. Ventura, nella quale lo Schiaffino pigliava princi-
palmente a modello il celebre Lacordaire. Laonde,
Digitized by
Google
512 CAPO OECIMOSECONDO £0 ULTIMO
nota r ab. D. Camillo M. Seriolo, che scrisse le me-
morie di vita che servono di introduzione alle opere
del defunto cardinale, si possono distinguere in lui
tre diverse maniere abbastanza spiccate; quella che
corre dal '50 al '62 quando predicava nelle terre vi-
cine air archicenobio di Monte Oliveto Maggiore, se-
guendo il fare alquanto accademico della prima metà
del nostro secolo; quella in cui si accostava di più
al fare del Segneri; e quella finalmente che trattò
specialmente a Roma e nella stessa chiesa del Gesù
adottando il metodo della conferenza da lui da prima
molto avversata. 11 dotto oratore ammirava molto Is
pastorali di mons. Pie,- vescovo di Poitier, anzi aveva
ottenuto dall'autore la facoltà di farne una tradu
zione per gì' Italiani che poi non potè eseguire. Nel
'^•] r E.mo card. Gioacchino Pecci, oggi Leone Xlli,
lo invitava a predicare la quaresima a Perugia, e non
solo ne apprezzò i meriti, ma ne presagì i trionfi e
più tardi lo onorava con la sacra porpora. Le opere
oratorie dello Schiaffino si riducono a parecchi vo
lumi di panegirici, di prediche, di conferenze; e si
può dire che in tutti i discorsi, ma principalmente
nelle conferenze, tocchi i guai speciali che nel nostro
tempo travagliano la Chiesa e il popolo cristiano.
Tali ad esempio sono quelle sul papa, sulla Chiesa,
sul frate, sul prete, sulla stampa, sul giornalismo;
tali quelle che riguardano il Papato e l'Italia, Pio IX
e il suo secolo. Pio IX e la civiltà, l' Opera della
Chiesa nella società moderna. Nel suo stile possiam
dire che, se rifugge dal tronfio o da quel modo di
ragionare che per elevarsi s arrampica su per le nu-
vole, disdegna ancora l'andar terra terra; in sostanza
gH piace l'ornamento non senza qualche artifizio.
Ecco, per dare un esempio, come nel panegirico
sul S. Cuore di Gesù bollò l' orgoglio umano: « Qual
meraviglia pertanto che 1' ultima espressione di que
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 313
st' orgoglio sia stato il vecchio grido di Satana, ripe-
tuto nel secolo XIX: non serviremo, saremo uguali
all' Altissimo > Povere divinità della terra, com' è pro-
fonda la compassiorie che fate. Sublime, o signori, è
r ironia onde Iddio nel Genesi accompagna Adamo
cacciato dal Paradiso nella terra d' esigilo, che gli
toccherà d'inaffiare delle sue lagrime e de' suoi su-
dori: Ecco che Adamo è diventato simile a noi! E
r ironia quadra a capello a questo fìglio d* Adamo
che sogna nell' orgoglio d' imitare lo sventurato suo
padre. Ecco 1' uomo del secolo XIX eh' è diventato
un altro Dio, che si argomenta di recarsi in pugno
lo scibile ed incespica quando parla dell' origine della
sua storia, de' suoi destini : ecco l' uomo del secolo XIX
eh' è diventato Dio, che promette di adunare i suoi
eguali sotto un vessillo comune, e condurre alla pace,
alle gloriose conquiste, e getta la discordia che uguale
non si vide mai nel concilio delle omeriche divinità:
ecco r uomo eh' è diventato Dio e si accinge a creare
e dalle cose esistenti a produrre il nulla' Ecco l'uomo
del secolo XIX che è diventato simile a Dio e vuole
la felicità consummata, e si muore di fame, si uccide
per brame non soddisfatte: ecco l'uomo del secolo XIX
che vuole l' integrità della vita e va lacero di ferite,
coperto di piaghe, accasciato d'infermità! Deh! chi
prenderà cura del povero malato, e V aiuterà a ri-
prendere insieme colla ragione smarrita le forze che
gli sono sfuggite? Rientri in se stessa, gli stolidi van-
tamenti ponga giù, e cerchi le ali che lo innalzino a
Dio, sorgente prima di luce e di robustezza, e da' suoi
morbi risanerà. »
Oratore arguto, polito, spigliato, nessuno può ne-
garlo, fu il notissimo p. Carlo M. Cwraf 1809- 1 891) "CurcV
che molto bene e molto male fece con la sua elo-
quente parola. Nacque a Napoli; suo padre fu avvo-
cato e poi presidente della corte criminale di Sa-
Storia della Predicazione ecc. 33
Carlo M.
Digitized by
Google
514 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
lerno; entrò assai giovane nella Compagnia di Gesù,
dimostrandosi per molti anni abile ed accorto zela
tore della causa della Religione e della Chiesa sia
con frequenti predicazioni, che tenne principalmente
al Gesù in Roma, specie negli anni '43, '54 e '65, sia
come fondatore e redattore del rinomato periodico
La CiviUà Cattolica^ che incominciò a pubblicare nel
'50. Bel frutto della sua predicazione vuol dirsi il
quaresimale So]pra la natura e la grafia, col quale
metteva il dito sulla piaga speciale del nostro secolo,
che consiste nel folle tentativo di restringere la vita
dell' uomo alle speranze della vita presente con un
gretto materialismo. Si manifestò non meno- erudito
e colto in molte lezioni esegetiche e morali sopra
/ Quattro Evangeli, sopra // Libro di Tobia e in
altri scritti di questo genere, pieni tutti di ottima
dottrina, di critica ben vagliata e di ponderate rifles-
sioni. Belli e piacevoli si troveranno i nove discorsi
intitolati Le grandej^e di Cristo studiate nella culla
di Betlem; gli otto discorsi // paganesimo antico e
moderno, recitati per la festa dell' Epifania nel '62 in
S. Andrea della Valle; gli altri otto discorsi // Cri-
stianesimo antico e moderno, detti nel medesimo anno
in apparecchio alla festa di S. Ignazio di Loiola in
S. Ignazio. È da dolersi che in un uomo di sì belle
speranze, a cui arrideva un ingegno eletto e supe-
riore, tanti meriti e sì splendide qualità tornassero
in parte distrutti per la sua strana ed anche colpe-
vole condotta. D' indole acre e satirica, pronto alle
opere che potevano accarezzare e soddisfare il suo
amor proprio, ma facilmente disamorato di quelle
che non gli fruttassero rinomanza e gloria, non resse
alle prove della vita e s' impazientì nella lotta. Il
trionfante liberalismo, che raccoglieva i suoi sforzi
contro il poter temporale dei Papi, e s'argomentava
di conservare ai popoli la vera libertà anche senza
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 315
la piena libertà del capo della Chiesa, sedusse il suo
spinto e l'attruppò in quella piccola mano (jiì sacer-
doti che si collocarono nello strano atteggiamento di
amici e promotori delle dottrine cattoliche e nemici
insieme delle dichiarazioni che partivano dal Papa
e riguardavano il modo di custodire e tutelare la sua
piena indipendenza. Così diede del filo e non poco
da torcere ai confratelli dell' Ordine, al quale ei chiese
ed ottenne che fosse strappato il debole vincolo che
lo teneva ad esso legato. Era naturale pertanto che
cessasse ogni sua azione dal pergamo, ed era natu-
rale che nascesse in lui, si pieno di attività, la voglia
di tar parlare di se con gli opuscoli. E ne scrisse pa-
recchi, come // Dissidio, La Nuova Italia, I vecchi
i(elanti, li Vaticano regio, nei quali, non senza errori,
utopie e inconsulti lamenti, vuol tracciare a proprio
modo e contro le decisioni pontificie la via della con
ciliazione tra la S. Sede e il presente governo d* Italia.
Così disfece in parte l' opera che avea cominciato con
la Divinazione, specie di apologia contro II gesuita
moderno di Vincenzo Gioberti. Soltanto sul letto di
morte fece una ritrattazione de' suoi errori, dichia-
rando di voler rientrare nella Compagnia che aveva
abbandonata e di morire in seno ad essa.
A considerarlo sotto 1* aspetto che più ci riguarda,
dobbiam dire il Curci uomo fornito di eccellenti
qualità, che lo costituiscono buon letterato e buon
oratore. Non solo, soccorso da una pronta e tenace
memoria, si mostrò, come si disse, grande erudito,
ma sa valersi della sua erudizione al proprio fine
ordinando con bella intelligenza il discorso; e per
giunta sapea dire le cose sue con lingua ben da lui
posseduta e maneggiata con proprietà e con garbo.
Ciò poi che spicca ancor più nell'arte sua è la so
brietà e la misura, cosicché non vi si sente punto di
artifizio rettorico; non dice chiacchiere ma cose e ne
Digitized by
Google
5l6 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
tratta quanto conviene onde sieno conosciute è gu-
state, senza appiccicarvi nulla che sembri sforzo di
appariscenza. La nota arguta e satirica é quella che
più contraddistingue il suo stile; e nei riguardi della
lingua va posto tra più accurati scrittori del nostro
tempo. Sentitelo nel discorso IX del Quaresimale.
Tratta del demonio principe del mondo;
« Se quindici o venti anni addietro un predica-
tore si fosse posto di proposito a trattare di diavo-
lerie e di diavoli, io non credo che, presso a certi
savii, avrebbe schivata la nota d'imprudenza; e cer-
tamente non vi sarebbe mancato più d' uno che avria
alzate le spalle e fatto il niffolo, come a cosa da fem-
minette e poco meno che da idioti. Né parlo già dei
materialisti di professione, i quali, neppure in loro
medesimi riconoscendo uno spirito, pensate quanto
doveano essere disposti ad ammettere degli spiriti
fuori di loro! Neppure parlo dei razionalisti, i quali
in questo caso, come in parecchi altri, procedendo
niente razionalmente, si erano fitta in capo una co-
tale loro fisima d' ipercritica permalosa, in virtù di
cui negavano quanto di angelico o di diabolico si
recasse loro in mezzo; poniamo che concedessero in
astratto potervi essere degli spiriti non legati alla ma-
teria. Parlo sì bene di cristiani, di cattolici anche
sinceri, i quali per tema di apparire superstiziosi, o
per boria di farla da spiriti forti, a queste faccende
di Farfarelli e Ciriatti aggiustavano poca o nessuna
credenza. E così, interpretando un poco a loro modo
le parole bibliche o notantemente le evangeliche, dalle
quali manifestamente si stabilisce l'esistenza dei de-
moniì e la loro azione nel mondo; e stiracchiando
anche un poco i molti riti della Chiesa, i quali non
meno manifestamente stabiliscono e l' una e l' altra,
si erano incaponiti a non vedere in tutta questa ma-
teria demoniaca che illusione di gente semplice, men-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 517
zogne di furbi o trappolerie da cerretani. Tra somi-
glianti disposizioni, voi intendete bene che si sarebbe
richiesta una dose non mediocre di coraggio, per
parlare di demonii innanzi ad uditori colti e pregiu-
dicati, i quali non temono sicuramente di dovere la
notte sentirsi tirare di dosso le coltrici dal folletto,
in vendetta di averne parlato od udito parlare molto
male nel giorno.
Nondimeno negli anni domini mille ottocento
sessanta cinque la cosa va tutto altrimenti. Grazie
alla nuova specie di magia, ita d' Europa in America
in sembianza di Mesmerismo, e tornata di colà am-
pliata e perfezionata, in condizione di Spiritismo coi
suoi Mediums dell'uno e dell'altro sesso; grazie,
dico, a questi nuovi perfezionamenti di civiltà, la
presente generazione si trova in vasta e persistente
comunicazione col diavolo. Senza poi voler definire
se in altri secoli cristiani esso diavolo siasi mai mo-
strato più intramettente ed attuoso di quello che
faccia nel nostro, è indubitato che da nessuno fu
accolto e festeggiato tanto cortesemente, quanto è
stato nel nostro. Quasi si direbbe che sia venuto in
casa propria presso di vecchi amici, e poco meno che
in sua famiglia. Eh! sì! passarono quei secoli barbari e
intolleranti, che mandavano al rogo le streghe e gli
stregoni! Il nostro accetta a braccia aperte questo
non dirò nuovo, ma certo rinnovato elemento di
civiltà e scienziati e letterati di polso, e diplomatici
e giuristi, ed uomini insigni di spada e di toga, si
stringono in intime consultazioni, per averne responsi,
or con l'uno or con l'altro dei quarantamila me-
diums, che, se è vera la fama, sono in opera nella
moderna Europa.
La Chiesa intanto nulla ha dovuto cangiare nella
sua dottrina, niente modificare nelle sue pratiche; ed
ordinando ogni di nuovi esorcisti, seguita nella lì-
Digitized by
Google
31^ CAPO DECIMOSFCONDO ED ULTIMO
turgia ad esortarci, colle parole di S. Pietro, a pre
munirci della fede contro Y avversario antico, che,
quasi lione che rugge, circuisce cercando cui divori:
tanquam leo rugiens circuit quaerens quem devo-
ret (i). Pertanto i predicatori possono, e forse deb
bono parlarne; ed io a farlo, oltre questa ragione
generale, ho la peculiarissima di porre il debito com
pimento a questa prima serie di discorsi In essa vi
ho dimostrato come il naturalismo domina nella gè
nerazione presente, e come in quello dobbiamo ri
conoscere la forma speciale del mondo nemico di
Cristo e condannato da lui. Bene dunque ed accon-
ciamente si chiude dichiarandovi 1' essere e V azione
del demonio, il quale, stato già autore e primo mo
dello di quel sistema, è il vero principe del mondo
reprobo. Mettiamoci dunque senza più a considerare
con qualche posatezza la verissima esistenza e la forza
tragrande di questo antico nostro avversario; sicché*
ci riesca più agevole, colla divina grazia, scoprirne
le insidie e premunirci contro di quelle. ■
Chi volesse poi conoscere quanto questo egregio
uomo conoscesse le piaghe della nostra società, legga
gli otto discorsi sul paganesimo antico e moderno,
e specialmente il primo di quei discorsi, in cui di-
svela qual naturalismo ci accascia. « Or codesto na-
turalismo, introdotto e dominante nel mondo mo-
derno, è 0uro e pretto paganesimo; ma paganesimo
tanto più reo e condannevole, che non era l'antico,
quanto che questo moderno è effetto di una pratica
apostasia da quella fede, a cui X antico era ordinato
e la quale esso abbracciò con tanta alacrità e devo-
zione. Paganesimo redivivo che dello spento ha tutte
le servilità e tutte le abbominazioni, senza la origi-
nalità e la grandezza; non essendo la grandezza pa
(Il I* Petri 3. 8
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 319
gana cosa possibile a risuscitare, e chi lo ha tentato
non é riuscito che a scimmiotature sguaiate, che sa
rebbon ridicole, se troppo spesso non fossero state
atroci. Paganesimo disperato, perchè nessun Balaam
gli ha promessa una stella di Giacobbe, come all'an-
tico, il quale pure aspettava una chiamata; laddove
il nostro, nato dalla corruzione del cristianesimo, o
piuttosto da una civiltà decrepita e incancrenita, non
aspetta altra chiamata che quella dell'Eterno Giù
dice, che lo condanni di tante abusate misericordie. »
Per tante belle verità, dette bellamente in quella ed
altre opere. Dio gliene perdoni gli errori; sicché come
si unì negli estremi momenti a' suoi confratelli, lo
continui ad unire in ispirito- a queir azione che essi
strenuamente sostengono per h salute degli uomini
e per la civiltà cattolica!
A capo però degli apologisti italiani possiamo met-
tere Gaetano AHmonda (1818-1891) non già perchè Aifmond»
sotto tutti i rispetti si presenti il migliore, specie chi
guardi alla bontà della forma, ma per la maggior
azione che esercitò, e per la maggior fama che come
tale ottenne. Nacque in Genova, ove fece i suoi studi,
fu canonico e prevosto nella metropolitana e poi ve-
scovo di Albenga nel 'jj^ finché nel '79 fu creato
cardinale da S. Santità Leone XIH e quattr' anni
appresso destinato a reggere 1' arcivescovado di To-
rino. La Civiltà Cattolica (i) così ne ragionava sopra
il recente tumulo: « Col card. Alimonda scesero nella
tomba due grandi glorie della Chiesa, in lui perso-
nitìcate: il sommo oratore apologeta in Italia, che a
tempi nuovi e ad errori nuovi contrappose in nuovo
modo, svecchiando le antiche forme, le belle e ine
sauribili verità del Cristianesimo: il sacerdote santo
che unendo a mente d'oro un cuor d'oro, fu uno
(1) Serie 14. io, pag. 741.
Digitized by
Google
520 CAPO DECIMOSECONDO ED UI.T.MO
dei più bei modelli di sacerdote da S. Francesco di
Sales a noi. » Ed é questo senza dubbio un elogio
meritato, perchè lavorò molto, lavorò con grande
franchezza ed abilità e ne potè cor buoni fruiti. Già
s era manifestato di non comune valore fin dal 1856
quando, ispirandosi alla definizione del dogma del-
r Immacolata e agli studi che s'erano fatti a tal fine,
tenne nella metropolitana di Genova, campo ordi-
nario della sua predicazione, i suoi Ragionamenti,
che pubblicò nel '36 col titolo: // Dogma dell' Im-
macolata. Ma certo la sua potenza apparve più piena
nelle sue Conferenze intitolate L'wowo 50/to /a /^^^^
del sopranaturale, recitate dal '64 al '6y. Intende ad
aggiurigere al naturalismo ereticale moderno il so-
pranaturalismo che lo risana, lo raddrizza e l' eleva.
Cosi esprimeva nella prefazione con vivacità oratoria
siffatto in lento: « Cristoforo Colombo scriveva ad
Isabella: il mondo conosciuto è troppo piccolo; ed
egli, scopritore di un mondo incognito, lo ampliava.
Altrettanto io dico a voi, intitolandovi le Conferenze.
Il mondo in cui si attenta ridurci, il mondo della
ragione e dei sensi è troppo piccolo e non vi basta.
Voi potete molto di più; voi siete più grandi. Eb-
bene, io vi scopro un altro mondo; quello che agli
scredenti è incognito e a voi si denega; il mondo
delle idee divine, dei disegni divini e delle divine
leggi; il sovrannaturale evangelico. Mirate che mag-
gior vastità 1 11 nostro atomo vagante, che domandasi
terra, vi si perde, che nuota neh' infinito. Siate ge-
nerosi, o giovani (i); rifiutate le grettezze segnatevi
intorno dagl'increduli e dai sofisti. Seguite Colombo».
Anzi il nostro oratore andava ancor più innanzi nei
suoi intendimenti, e, appunto perchè vedeva i ne-
mici del sopranaturale raccogliere i loro sforzi contro
(I) Ai giovani è fatta la dedica
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 521
ciò che più concretamente rappresenta il sopranatu-
rale, cioè la Chiesa, si propone anche esplicitamente in
particolari discorsi di avvicinare il popolo alla Chiesa,
procacemente calunniata, ma vera benefattrice del
mondo e d' Italia e arca di salute. Rechiamone anche
qui le parole, che ci fanno, ancorché tolte da una
prefazione, manifesta l'arte sua: « L'immortale Pon-
tefice Pio IX il primo giorno del 1863, aringando a
un gruppo di valorosi soldati, proferiva cosa subii -
missima, come è proprio di quelle auguste labbra:
la lotta dell' Italia col Papato paragonava alla lotta
di Giacobbe con Y Angelo. Che facea in questa lotta
il giovine patriarca? Si cimentava di forza con uno
sconosciuto, che credea minore di se, azzuffavasi con
essolui l'intero corso della notte, né riusciva a pro-
strarlo; quando, fattosi giorno, conobbe esser quegli
un angelo di Dio, si inginocchiò e ne chiese la be-
nedizione. Tanto fra la Sedia apostolica e l'Italia poli-
tica é. fisso che accada. Ella, sinché duri la notte dell'er-
rore guerreggia il Papa; ma spunterà l'aurora; agli
odierni i posteri, ai presenti fratelli altri fratelli suc-
cederanno; e r Italia vedrà che 1' avversario combat-
tuto da lei era l' angelo del Signore. Si ritrarrà dalla
lotta, s'inginocchierà la ben consigliata, domandando
al S. Padre che la benedica. Sarà giorno universale
di pace. Deh! voi. Italiani, voi i primogeniti dell'al-
leanza di Cristo affrettateci l' ora delia benedizione. »
Ammettiamo pure, come fu giustamente osservato,
che r oratore si fermi troppo ai prolegomeni della
fede e insista sopra veri che si raggiungono dalla
stessa ragione, e miri a mettere in vista i vantaggi
sociali della Religione, quasi, io credo, per avvici-
narsi a coloro ai quali parla e poter essere ascoltato
da loro; tuttavia trova qua e là buono svolgimento
anche la vita sopranaturale cristiana, se non altro
perché ne attenua 1' avversione facendone intendere
Digitized by
Google
3^2 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
la necessità. Più addentro però si metteva nel me-
desimo soggetto con l' altre Conferenze dette nel '68
e pubblicate due anni appresso, quantunque anche
in esse sì attenga al metodo già accennato. E senza
partire dalla via già presa variava soggetto con quelle
dette nel '72 a cui appose per titolo / Problemi del
secolo XlXf stringendosi così corpo a corpo nella
lotta cogli increduli moderni, e portandoli sul ter-
reno di questioni più individuate, particolari e scot-
tanti. La sua eloquenza si svolge con tratti vibrati
ei efficaci e molte volte con aneddoti, imagini, si-
tuazioni drammatiche e frasi splendide e felici. Non
so poi se tutti diranno che i suoi discorsi sieno fusi
in un tutto ben plasmato e di getto, in modo che le
suè^ idee dominanti brillino, non dirò di sufficiente
chiarezza, che c'è, ma di luminoso intreccio. Il det-
tato poi, sia che si attenda allo stile o alla lingua,
non parmi di un buon colorilo italiano; certo senza
perdere in modernità vera e consona, avrebbe potuto
accostarsi alquanto più a quei nostri scrittori che
meglio intesero V arte dello scrivere. Ma con tutti i
suoi difetti terrà sempre un posto insigne nell' ora-
toria apologetica. L' udiremo qui, per averne un
saggio, a definirci con le sue parole il liberalismo
moderato: « Dacché il liberalismo saltò fuori a cam
biare i reggimenti politici sino al secolo passato vi-
goreggiami e intanto promulgò un governo di suo
gusto per guidare 1' umana stirpe, una gloria eh' egli
si attribuì caramente fu questa: di aver trovato in
politica il giusto mezzo. Io, esclama il liberalismo, io
nacqui ad abbattere il dispotismo regio, e nacqui
altresì per impedire il dispotismo plebeo: io com-
batto del pari la tirannide e la licenza. La libertà
dunque nelle mie mani è ordinata e pura, perchè
schiva gli estremi. Tale la mia bandiera; non copre
della sua ombra né assolutisti né radicali ; bensì cito-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 323
derati. ~ La moderazione inlesa dal liberalismo è
solo a parole e non altrimenti. Non osservammo
testé con lo statista prussiano che il liberalismo ri
conosce e vuole il dominio non diviso ed unico della
massa popolare? Vano è pertanto di allegare un me
todo che schiva gli estremi, quando 1' un estremo,
che è il popolo, tiene il campo assolutamente; se
ritto su questo estremo ponete un re, non altro può
essere che un balocco in mano della plebe. La li-
bertà, come il dominio e il diritto, è relegata nel
basso, dominata dagli appetiti e dalle prepotenze del
basso, o signori: epperò vedete che riesca a tal luogo
il liberalismo: è la menzogna della libertà.
Ma il liberalismo ci parla di moderazione, di
giusto mezzo: vediamo se egli scientificamente ca-
pisca i vocaboli che pronunzia. — La moderazione è
bella dovunque e laudabile; in politica massimamente
è più necessaria: ma in che ella dimora? qual é il
giusto mezzo, in cui più si pare la sua virtù? Il
giusto mezzo è quello che si apre tra due vizi op-
posti: allora calza il noto aforismo: virtus in medio
consistit. Ond'è virtuoso davvero chi, bilanciandosi
tra due vizi che si combattono, sa uscirne netto e
incontaminato; e virtuoso ad esempio chi tra la pro-
digalità e l'avarizia sa essere non avaro, non pro-
digo, ma benefico; chi tra la collera e la snerva-
tezza sa essere non rabbioso, né molle, jna tempe-
rato e forte. È questo il giusto mezzo di che in po-
litica il liberalismo si piace? No. Esso, quando pure
sì mette sulla moderazione non cammina già tra due
vizi opposti ugualmente orribili, ugualmente osceni,
qual sarebbe la tirannia regia e la popolare licenza,
ma si cammina smanioso e baldo tra l'ordine e il
disordine, tra la virtù ed il vizio: cammina tra l'au-
torità della monarchia cristiana e la violenza della
piazza, tra il retto principe e il denìagogo insolente:
Digitized by
Google
524 CAPO DECIMOSECONDO EO ULTIMO
lì SUO corso non é pertanto tra due vizi, ma tra un
vizio e una virtù ; è come chi tra la liberalità e Y ava-
rizia non vuol essere ne avaro né liberale; come chi
fra r umiltà e la superbia non vuol essere né superbo
né umile; come chi fra la religione eia miscredenza
non vuol essere né miscredente né religioso. E che
cosa é costui? É un misto di bene e di male, ha
r anima dimezzata... Sono di una razza neutra, sono
ermafroditi, sono bilingui: hanno l'anima in pezzi,
o signori » (i).
Secondo Parrebbemi una colpa toccar dei migliori cam-
Franco pioni dell'eloquenza sacra in questo nostro periodo
omettendo il nome dell'illustre p. Secondo Franco
(1817-1893) che impiegò si può dir tutta la sua vita
in una continuata predicazione e che dettò bellissime
opere oratorie in tutte le varie forme oggi in uso.
Nato a Torino, entrò giovinetto nella Compagnia di
Gesù (nella quale dovea seguirlo il fratello Giuseppe,
assai benemerito scrittore della Civiltà Cattolica],
Compiti i suoi studi, insegnò la rettorica in parecchi
collegi dell'Ordine; ma ben presto, riconosciutane
r abilità, gli fu da' suoi superiori aperto il nobile
aringo della predicazione. Dotto, pio, pieno di zelo,
non pose da quel giorno alcun limite ad una larga
azione sociale, qual s' addice ad illuminato sacerdote.
Salì sui pulpiti delle più grandi città, ma entrò so
vente e non men desideroso del bene nei collegi dei
giovanetti. Tenne di molte conferenze mostrandosi
abile polemico, ma trattò del pari la predica, il ser-
mone sui vangeli, le istruzioni. Specialmente attese
a dare gli esercizi spirituali nei ritiri dell' Ordine, dei
collegi, del clero di molte diocesi, cogliendone pre-
ziosi frutti. Sono memorabili inoltre le missioni che
diede per quattro anni nel Tirolo italiano; ed é me-
a) I Problemi del secolo XIX. Conf. IX.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 523
morabile ancora, il detto che nel '59 rivolse a Leo-
poldo H, granduca di Toscana, quando per una franca
parola gli si intimò lo sfratto da Firenze: « Altezza,
io partirò; vorrei sbagliarmi, ma dopo me toccherà
partire a qualche altro. — Come sarebbe a dire? ^
La rivoluzione comincia a cacciare i Gesuiti, poi fi-
nisce col dare il passaporto ai Sovrani » (i). Le sue
opere ebbero recentemente una ristampa in 20 vo-
lumi per mezzo della benemerita tipografia Imma-
colata Concezione di Modena; alcune di esse sono
destinate alia lettura, come le assai lodate Risposte
popolari alle obiezioni più comuni contro la Religione.
Noto tra le oratorie parecchi volumi di conferenze e
tre volumi di sermoni. Vuoisi però notare che in
tutti i suoi discorsi polemici egli non si propone di
assalire i nemici della Religione, che assai di raro
sono presenti; ma piuttosto di illuminare la mente
del cristiano intorno alle dottrine che abbattono i
loro sforzi, dando modo di rispondere per le rime a
chi tentasse rinfacciarci, quasi superstizione ed errore,
la verità religiosa. Cosicché 1' autore nel suo stile in
generale non tende a grandeggiare con la ricerca del
sublime, ne vuol tempestare con l'impeto della bu-
fera, ma procede piano, polito e pratico, porgendo un
sodo fondamento alla sua eloquenza e insegnando
r arte di apportare non scosse vibrate e momentanee,
ma verace e durevole utilità.
Ne vogliamo chiudere questa rassegna di oratori
defunti e contemporanei senza lasciar qui memoria Mauri
speciale dell' E.mo card. Egidio Mauri (1828- 1896)
che a bella coltura letteraria congiunse operosità e
abilità oratoria non comune. Nato a Montefiascone,
dopo aver percorsi gli studi filosofici in patria, mutò
il disegno di iscriversi nella facoltà legale dell' uni-
(i) Civiltà Catt. 5erie 15.* voi. 8, pag. 626.
Card.
Digitized by
Google
5^6 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
versità romana in quello di vestir la cocolla dei do-
menicani, ciò che eseguì nei convento della Quercia
a Viterbo, ove fece il suo noviziato. Studiò teologia
a S. Sabina in Roma, poi fu priore a Noto in Si-
cilia, a S. Sabina, a DQsseldort nella Prussia Renana,
d* onde passò nell' ufficio di vicario generale nel
convento di S. Marco a Firenze. Pio IX nel 'ji lo
elevava alla dignità episcopale, nella città di Rieti,
d' onde passava nell' '88 ad Osimo e Cingoli, e da
ultimo nel '93 a Ferrara, come arcivescovo e cardi-
nale. Predilesse le scienze teologiche e nel suo stile
si sente 1' uomo dotto che abbraccia con larghezza
di vedute il suo tema e lascia assai soddisfatta la
mente. Neil' 86 pubblicava a Milano le sue Lettere
Pastorali e alcuni altri scritti che mentre ti dimo-
strano il buon pensatore, ti manifestano ancora il
buon tatto nel dirigere la coscienza cristiana all'adem-
pimento dei più gravi doveri. Il Mauri non neglesse
mai lo studio di una forma nobile e corretta, quan-
tunque tenda per sua natura ad una pompa alquanto
artitìziata.
Gli oratori passati in rassegna fin qui certo ci
^zjnè^ir*^ parvero i più rinomati e potenti tra i contemporanei
defunti di questa seconda metà del secolo che va
presto a registrarsi tra i morti. Con ciò non si vuol
dire che parecchi altri nomi non si potessero legare
intorno ad essi, specialmente di egregi vescovi che
con lettere pastorali e con dotte omelie dal pergamo
fecero udire una vigorosa e colta eloquenza, quan-
tunque non vadano propriamente annoverati tra i
predicatori di professione. E tra questi, rivolgendo lo
sguardo indietro, non sarà buono di passare in si-
lenzio mons. Federico Maria Zinelli (1805- 1879] che'
morì vescovo di Treviso; uomo di forte ingegno, di
molta dottrina, di carattere tenacissimo. Nato di no-
bile famiglia a Venezia ed educato in quel seminario.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 527
manifestò da prima la sua versatile operosità come
professore di filologia, di matematica, di filosofia, di
diritto canonico, di dogmatica e come cancelliere di
Curia; nel quale ultimo ufficio servi a tre patriarchi,
Monico, Multi, Ramazzotti. Occhio pronto a pene
trare nella vita dei tempi, comprese tosto gì' intendi
menti antireligiosi della rivoluzione, e fu de' primi
a lottar con irremovibile franchezza, non ostante la
titubanza dei più.
Capi quanto giova pascere di buone letture le
menti della più colta società cristiana e fu direttore
della Associazione Pia per la diffusione di buoni libri;
senti quanto importa specie a' nostri dì l'avere un
clero seriamente istruito e non inesperto nell' uso
della parola e della penna, e lavorò indefessamente
nella pubblicazione della Biblioteca dell'Ecclesiastico,
scrivendo egli stesso i discorsi filosofici intitolati:
Deir affetto, dell' amore, dell' amicizia. Riconobbe la
malignità di alcuni che volevano ritorcere l'autorità
di Dante e Galileo contro la Chiesa e dettò i due
trattati che lo dimostrano abilissimo critico in lette-
ratura: Lo spirito religioso di Dante, Lo spirito reli
gioso di Galileo Galilei. Nicolò Tommaseo (i) gli
fece questo meritato elogio: « e' ragiona e sente... ed
è de' pochi che la scienza non trattino come trastullo,
a molti scienziati rimprovero, al giovane clero mo-
dello. ^ Ma la sua azione principale nella Chiesa e
nel popolo derivò dalla sua speciale mis^^ione di sa
cerdote e di oratore. Canonico teologo della Marciana
dettò nel 1860 le sue Lezioni sui libri de' Maccabei e
quindi altre lezioni che servivano di compimento alle
prime; vescovo di Treviso, disse e pubblicò delle
omelie e delle pastorali che dimostrano a un tempo
e la potenza della sua mente indagatrice ed esposi-
(i) Studi crìtici p. II.
Digitized by V
.. ......Google
528 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
trice del vero e l' ardor del suo zelo. Mons. Giovanni
Milanese, nel suo discorso in funere letto nella cat-
tedrale, ne sintetizzò giustamente il merito in queste
parole: « A tanta vita di sapienza accoppiava una
vita di zelo infaticabile; visitò più volte, o in modo
privato o solennemente, le parrocchie tutte della dio-
cesi, dalle Alpi alla veneta laguna, dal Piave al
Brenta; e da per tutto, facendo sentire l'autorevole
sua voce e la benefica opera sua, destava un vero
entusiasmo religioso » (i).
E possiam dire che quanto lo Zinelli vale per po-
BìndU altri tente Organismo di discorso e precisione teologica di
vescovi dettato, altrettanto si presenti buon modello per no-
bile politezza ed eleganza un altro vescovo e degno
letterato, Enrico Bindi morto a 62 anni nel 1878. Fu
lungo tempo esperto maestro di lettere, lasciando
anche pubbliche prove della sua valentia col com-
mento di Orazio e altri lavori letterari; quindi da
Pistoia, sua patria, passò rettore del seminario di
Siena e canonico in quella cattedrale, per ritornar
con la mitra fra' suoi a governare le chiese di Pi-
stoia e Prato, e ripassar da ultimo a Siena come ar-
civescovo. I suoi discorsi e- le sue pastorali mi sem-
brano molto pregevoli, poiché, mentre si mostra dotto
senza peso di dottrina, sa presentare con proprietà e
garbo e con dignità le cose sue. Non pochi altri,
anche tra i vescovi defunti in questa seconda metà
del morente secolo potremo trovare degni di lode
per la loro operosità oratoria, ma se mal non m' ap-
pongo, i due testé ricordati possono considerarsi come
specialmente eminenti, T uno per la forza del pen-
siero, r altro per il buon gusto. Solo qui ci conten-
tiamo di mettere in vista una Raccolta di scelte e
<\\ Discorso in mone di mons Federico M. Zinelli vescovo di
Treviso - Treviso 1879
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 529
recenti pastorali dei vescovi (i), che fa parte di una
più ampia Antologia di orazioni sacre e inedite, ove
tra altri trovo i nonìi di mons. Davide dei Conti
Riccardi arcivescovo di Torino, mons. Filippo Ah
legro vescovo di Albenga, mons. Edoardo Falciano
vescovo di Novara, mons. Giuseppe Borraggini ve-
scovo di Savona e Noli, mons. Alfonso M. Vespi-
gnani vescovo di Cesena, mons. Giuseppe Getti ve-
scovo di Volterra, mons. Gioacchino CantagalH ve-
scovo di Faenza, Carlo M. Borgognoni arcivescovo
di Modena, card. Sebastiano Galeati arcivescovo di
Ravenna; alcuni di costoro sono ancor vivi e sani
al governo delle loro chiese. E fra tanti illustri ve-
scovi e cardinali dell'età nostra converrà additare
come insigne per facondia estemporanea lo stesso
Pio IXj come attestano i suoi discorsi già raccolti e
pubblicati.
Né vogliamo chiudere questo periodo contempo-
raneo senza fare almeno un cenno di altri oratori V/'enS
ancora viventi o giovani ancora e che già acquista-
rono un seggio di gloria o mostrano di avviarsi ad
esso. Gioverà però limitarsi ad indicarli, per lasciare
ad altri, in un tempo in cui non può cader sospetto
di parzialità, T ufficio di metter ciascuno al suo posto
con una critica più ponderata. Penso quindi di to-
gliere per prima cosa parecchi nomi ààW Antologia
della sacra ehquem^a moderna recentemente pubbli-
cata da D. Ulisse Micocci, priore della cattedrale di
Norcia, e che serve a darci un concetto dello stato
presente delia predicazione. Avendo detto di fuggire
gli apprezzamenti, seguo l' ordine alfabetico con cui
neir Indice di detta antologia vinno registrati i nomi.
Oratori
(I) Torino, Marietti 1894 voi. IV e V. Alcuni degli altri volumi
dell' Antologia contengono varie specie di discorsi di D. Gaetano
Fineo, parroco del Torresin in Padova.
Storia della Predicazione ecc. 34
Digitized by
Google
530 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
t non aggiungerò che qualche breve notizia che li
spieghi alquanto. Ci si presentano adunque qui come
viventi e rinomati oratori sacri, mons. Giuseppe Alessi,
siciliano, ora canonico teologo della cattedrale di
Padova, autore di un mese di maggio intitolato Rosa
mystìca e di molte conferenze ed opuscoli tessuti
con larghi studi e soda dottrina; mons. Geremia
Bonomelli, vescovo di Cremona, traduttore delle
Conferenze di Monsabrè, e assai fecondo e spigliato
scrittore di omelie e discorsi di vario genere e di
opere polemiche in difesa della Religione; il card
Alfonso Capecelatro, marsigliese, appartenente alla
Congregazione dell' Oratorio di Napoli e ora arcive-
scovo di Capua; non solo uomo di grande valore
neir oratoria sacra, ma anche scrittore fecondo ed
eletto di libri che trattano di Religione, di ascetica,
di vite di Santi e di Storia sacra; Domenico Conti
dì Imola e canonico onorario di quella cattedrale;
ora eh' io scrivo va facendo V ottavario dell* Epifania
in S. Andrea della Valle; il p. Alessandro Gallerani
d. C. d. G. presentemente direttore della Civiltà Cat-
tolica, e che con tanto bel garbo di forma e sodezza
di dottrina sa associare V arte del Segneri alle parti-
colari esigenze della nostra età, come é a vedere in
parecchi discorsi fatti già di pubblica ragione; il
p. F. G. Lombardo domenicano, ora dimorante ad
Acireale in Sicilia, e che, sia nei discorsi che nei
periodici, tuona nelle questioni che più scottano con
vibrata parola; il prof Sebastiano Lisi, autore, tra
altro, di un mese di Maggio intitolato la Nazarena,
e direttore di un ottimo periodico che ha il doppio
intento di difendere la Religione e guidarne la pre-
dicazione; il p. Mauro Ricci, fiorentino, ora generale
degli Scolopi, e autore di molte opere letterarie che
lo collocano meritamente tra i più valenti e sani
scrittori dell'età nostra; mons. Andrea Scotton, bas-
Digitized.by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 53 1
sanese, primo di tre fratelli sacerdoti, e tutti tre va-
lenti nell'oratoria sacra, come attestano anche le
varie loro pubblicazioni; Fortunato Vinelli, canonico
dèlia basilica di Carignano di Genova; p. Gaetano
Zocchi d, C. d. G. milanese, che va per facondia e
vivacità tra i più applauditi nelle grandi città italiane
e principalmente a Roma, ove ora risiede quale scrit-
tore della Civiltà Qittolica; oltre ad opere letterarie,
pubblicò già parecchi volumi di discorsi sacri, tra i
quali rammento le Conferenze sul soprannaturale
nella Chiesa e nella società.
A questi nomi raccolti dal Micocci credo che se
ne possano aggiungere parecchi altri. Rammento per-
tanto tra' primi il card. Lucido M. Parocchi^ manto-
vano, vicario di Sua Santità in Roma, e di cui si
ammira la potente inventiva, la versatile erudizione
e la facile vena; pubblicò già due volumi di pasto-
rali, e due altri di omelie e discorsi varii e parecchie
altre cose minori. Il card. Pietro Geremia Celesia,
benedettino, e arcivescovo di Palermo, sua patria ; lo
dichiarano dotto e felice oratore anche un dieci vo-
lumi di varii discorsi già stampati. Mons. Pio Del
Corona, domenicano, ora vescovo di Fiesole, e che
trae su suoi passi le popolazioni toscane ogni volta
che qua o là faccia sentire la sua colta, imaginosa e
vibrata parola. Il p. Agostino da Montefeltro, dei
frati minori, che toccando il sentimento e riguar-
dando specialmente il lato poetico delle verità religiose
seppe destare in molte città grande entusiasmo. Il
card. Giuseppe Sarto, ora patriarca di Venezia e ben
noto oratore nel Veneto, mons. Giuseppe Callegari
vescovo di Padova, mons. Antonio Polin vescovo di
Adria, mons. Mariano Pagliari arcivescovo di Spo-
leto, mons. Antonio Grasselli vescovo di Viterbo,
mons. Giuseppe Schirò vescovo di Neocesarea, mons.
Nicola Matone, vicario generale di Teano, che nei
Digitized by
Google
532 CAPO DECrMOSECONDO ED ULTIMO
189 [.pubblicava due volumi di conferenze intitolate:
Cristianesimo e civiltà, Giuseppe MontuorU parroco
in Napoli e autore di molti volumi di discorsi
varit, il can. Mirteo Janny di Caltagirone, mons. Ri-
naldo Def^giovanni can. di S. Gio. in Laterano, il
can. Omodei'Zorini : parecchi altri li ricorderemo in
appendice. Tra i più giovani possiamo nominare
mons. Radini' Tedeschi di Piacenza, ora canonico di
S. Pietro in Vaticano, uomo assai intraprendente
neir azione cattolica e di brillante parola, il p. Gio-
vanni Semeriay barnabita, che tre anni fa, predicando
la quaresima a S. Lorenzo in Damaso a Roma, si
circondava di una colta e numerosa udienza, il prof.
77/0 M. Cucchi di Senigallia, rettore del Seminario Pio
in Roma, che nel corrente anno fu per la terza volta
invitato a fare il quaresimale a S. Pietro, il france-
scano Giuseppe Petrinr, che sento che predica con
lode in quest' anno a Capua. Molti altri, che ora non
rammento o non conosco, meriteranno di stare ac-
canto a costoro; ma, lieto di chiudere la rassegna,
rimetterò siffatte ricerche e i giudizi che ne determi-
neranno il valore ad altri che questo tempo chiame-
ranno antico.
APPENDICE r AL CAPO XII.
Altri ora- Raccolgo da prima parecchi nomi di oratori di
tori italiani maggiore o minore rinomanza dalla Biblioteca di
^**tempi ™' sacri oratori moderni italiani e stranieri pubblicati e
tradotti da Baldassare Majjoni e Leopoldo Franchi
canonici della cattedrale di Prato (voi. io); Mons. Gio-
vanni Preralliniy vicario generale di Prato ; mons. Cal-
listo Giorgi che fu direttore spirituale nel Seminario
Pio e canonico nella basilica di S. Lorenzo in Da-
maso a Roma; il quale stampò separatamente parec-
Digitized by
Google
J
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 533
chi discorsi oratorii, tra i quali Panegirici e Orazioni
sacre - Prato 1869; p. Giacinto Celle, domenicano
e professore nell' università di Bologna ; mons. Giu-
seppe Conti, vicario generale e capitolare di Sam mi-
niato; mons. Gioacchino Umberti, arcivescovo di
Firenze; can. Giuseppe Silvestri, can. Giuseppe Tad-
deij rettore delia università di Ferrara^ Michelangelo
Raibaudi can. della cattedrale di Palermo, p. Dome-
nico Rosaguti, dell'Ordine dei Predicatori; can. Leo-
poldo Franchi^ arciprete della cattedrale di Prato,
can. Giuseppe Maineri, Giuseppe Cervio^ prevosto di
Tra vacò Siccomario; mons. Giuseppe Targioni, ve-
scovo di Volterra, p. Domenico Asdrubali, mons. Ales-
sandro de* Marchesi d Agennes, arcivescovo di Ver-
celli; cav. Giacomo Valsecchi, canonico della catte
drale di Alessandria, sacerdote Carlo Cattania, cano
nico Lorenzo Garrone, sacerdote Fedele Luxardo,
mons. Ambrogio Campodonico, canonico Francesco
Ragusa
Aggiungo inoltre: D. Paolo DMr/o, che pubblicò:
Prediche recitate a Torino nell'Avvento del 1844;
Antonio Dragoni, primicerio della chiesa di Cremona,
che pubblicò nel 1846 alcuni sermoni sul primato
pontificio, sulla predicazione apostolica, sull' educa-
zione del clero e sulle arti cristiane; Lodovico Mi-
cara, cardinale, che pubblicò nel 1830 i suoi Ragio-
namenti filosofico morali; Giovanni Fina^^i, cht pub-
blicò: Lezioni scritturali tenute nella cattedrale di
Bergamo sopra il libro dei Giudici e Ruth - Mi-
lano 1858; Francesco Spe^i, che pubblicò: Confe-
renze di Religione lette agli allievi della facoltà su-
periore nel ginnasio di Foligno. (Torino, Marietti^
'836); p- Gianfrancesco da Caggiano, detìnitoredei
Minori Riformali, che pubblicò Undici discorsi e con-
ferenze intorno all' Immacolato Concepimento di Ma-
ria Ss. - Parigi 1838 - e Conferenze sul sacro Avvento^
Digitized by
Google
534 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
dette a Roma nel 1861; p. Eusebio da Monte Santo,
cappuccino, che pubblicò Sette orazioni panegiriche
- Roma, Piazza Borghese 1862. Alessandro Schiavo,
canonico vicentino, di cui fu pubblicato il quaresi
male; Giovanni Renier di Godègo trivigiano (1795-
1871) che morì vescovo di Feltre e Belluno e prìma
fu arciprete di Mestre (r); Francesco Vandoni, bar-
nabita, e prima prevosto di S. Alessandro in Milano,
che pubblicò in 3 voi. le Spiegazioni di Vangelo - Mi-
lano 1862; Pier Paolo Trucchi, della Congregazione
della Missione, vescovo di Forlì, che pubblicò: Con-
ferenze sulle Otto Beatitudini evangeliche e l'aposto-
lato di S. Paolo - Roma 1870; Gesualdo de Luca da
Bronte, cappuccino, che pubblicò: Orazioni sacre,
- 3.* ed. Roma 1874; Giovanni Soracco, preposito
nell'antica abazia di S. Stefano in Genova, che pub-
blicò: Le sciagure del secolo XIX e i necessari ri-
medi - Conferenze religiose - Genova 1874; Pasquale
Signoriello, sacerdote napoletano, che stampò: Il no-
vello missionario istruito e provveduto di prediche e
istruzioni e altri esercizi di missione. - Napoli 1890,
3.* ed. xMons. Angelo Bersani vescovo di Patara, coa-
diutore di Lodi, che tra l'altro pubblicò un Triplice
corso di sermoni sugli Evangeli delle domeniche di
tutto l'anno. Antonio Ai. Belasio da Sartirana, mis-
sionario apostolico e direttore spirituale del Semi-
nario di Vigevano, che pubblicò tra altro le Con-
ferenze pei bisogni del popolo dei tempi presenti, la
Spiegazione storica, critica, morale della Santa Messa;
Prediche per meditazioni ai popoli (Tipogr. Sale-
siana 1883), Istruzioni pel popolo ed Esercizi spiri-
tuali per giovanetti (Tipogr. Sales. 18S6) e parecchie
(I) Angelo Marchesa!) ne scrisse cenni di vita, qual prefazione
alla Cronaca di Mestre degli anni 1848-49, opera dello stesso Re-
nier. Treviso-Turazza, 1896.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 535
altre cose. P. Teodoro Piccone da S. Remo cappuc-
cino che scrisse tra altro un Triplice corso di esercizii
spirituali per i giovani e le fanciulle, per le persone
religiose e secolari d'ambo i sessi (Torino, Pietro
Marietti, 1874) un quaresimale, e le prediche sul Pur-
gatorio. Mons. Pietro Tarino, canonico della catte-
drale di Biella, che pubblicò le sue dotte e ben esposte
Istruzioni catechistiche (Torino, L. Romano, 1883) e
le sue Spiegazioni dei vangeli delle domeniche. Ari-
stide Botti, parroco in Faenza, pubblicò Omelie sui
vangeli della domenica (Bologna. Mareggiani, 1882 j.
Giovanni Scherillo, canonico, dell'almo Collegio della
città di Napoli: Orazioni sacre - Napoli 1872; Ales^
Sandro Tummolini Contestabile: Prediche per Sante
Missioni; Enrico Sani, parroco di S. Girolamo in
Bagnaca vallo : Il Parroco catechista e missionario;
p. Frediano Pardini Min. Oss., nato nel 1810, morto
nel 1872: Prediche di quaresima e panegirici (Prato
1880); mons. Antonio Gianelli, vescovo di Bobbio,
che predicò molto nella Liguria, di cui si pubblica-
rono Discorsi e panegirici (Genova 1878); mons. Ani-
ceto Ferrante, dell' Oratorio di Napoli, e vescovo di
Callinico: Omelie sul Vangelo (Prato 1879); Berto-
lotti Gio. Domenico ex domenicano; Sermoni per la
Novena di Natale e sopra la Ss. Eucaristia (Torino
■ 1880); p. Gio, Batta Centurione d. C. d. G. che pub-
blicò discorsi sulla vita e sui titoli principali onde
si onora Maria Ss., il quaresimale e parecchie altre
cose; p. Serafino M. Cavallari, Min. Conv, che stampò
a Palermo due volumi di panegirici; sac. Paolo Ti-
rmfom arciprete di Berben no (Valtellina): Discorsi
ed Omelie - Firenze, 1881; p. Anselmo da Fontana,
cappuccino: Il parroco di campagna al suo popolo
sul Vangelo delle domeniche - Milano 1894; Gio-
vanni Verdona nato a Gavi di Genova, chierico che
divenne cieco a 20 anni, e che attese come tale a
Digitized by
Google
536 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
insegnare la reltorica fino a 44 anni, quando per la
sua pietà e singolare costanza fu ordinato sacerdote
e si diede alla predicazione con abilità e con frutto;
nel 1887 fu stampato, come opera postuma, il suo
quaresimale. Del sac. prof. Giuseppe Verdona ab-
biamo pubblicate dalla tipogr. Salesiana: Panegirici,
1886 - Quaresimale 1887, Prediche per l'Avvento 1888,
e inoltre nello stesso anno Prediche varie e Orazioni
funebri. Discorsi pel mese di maggio, Oltavari. P. Fer^
dinando Canger d. C. d. G. che diceva il suo primo
quaresimale T anno 1873 nella Basilica vaticana; prof.
Mario Paladino can. della Metropolitana di Napoli;
p. Filippo Bal^qfiore, agostiniano, oratore ed anche
poeta dalle forme piene di luce ma alquanto artifi-
zialmente molli. Come oratore ottenne rinomanza
non comune per un certo movimento lirico con cui
sapea elevare il discorso e per l'arte del declamare
che possedeva appieno, benché non senza affettazione.
Furono lodati il suo Mese Mariano, i suoi nove
discorsi suir Assunta, e i discorsi che versano sui
misteri della Vergine, tratti dal I cap. di S. Luca.
P. Sebastiano Sanguinea d. C. d. G. che pubblicò
Conferenze, Prediche e Discorsi varii, dedicandoli al
S. Padre Leone XIII e lodevoli per soda dottrina,
chiarezza e spontaneità (Roma, Befani 1890). Basilio
da Greccio min. oss. e missionario apostolico, che
dimorò a lungo in S. Maria degli Angeli ad Assisi^
e fu molto avidamente ascoltato; Domenico Zar-
pellon sacerdote padovano e professore in quel semi-
nario e altrove, e ultimamente canonico teologo alla
Marciana a Venezia, poeta di facile vena e oratore di
buon gusto; uscirono stampate nel 1898 e postume
le sue prediche quaresimali. P. Luigi Previti autore
anche della pregiata opera : Giordano Bruno e i suoi
tempi, e Michele M. Musto, d. C. d. G., Teodoro
Trincherà arcivescovo di Osthuni, Lorenzo M. Gè-
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 537
rola^ missionario apostolico del Prezioso Sangue, che
nel Libro per tutti raccolse istruzioni, esercizi, me-
ditazioni che possono servire alla predicazione più
popolare; Gioacchino Tagliatatela dell'Oratorio di Na
poli; Gio, Batta Rossi, canonico della cattedrale di
Piacenza, D. Gaspare Olmi, fecondo scrittore di cose
ascetiche. Francesco Mondin, sac. padovano, che poco
prima della sua morie pubblicò il quaresimale pre-
dicato in Roma nel 1898.
APPENDICE II* AL CAPO XII.
Celebre in Francia, per averla quasi tutta percorsa q^^jo^j
come missionario, va Combalot ( 1798 1868) lodato per francesi ^
parola chiara, faconda, armoniosa; fu chiamato alla ^'" recent»
corte di Carlo X nel 1830. L'opera il Culto della
B. Vergine fu pubblicata in due voi. a Lione nel
1865. Il suo stile è imaginoso, ma non manca di
nerbo. Anche più pieno di sentimento vivace, ispi-
rato, fruttuoso si mostrò il suo contemporaneo, po-
steriore di nascita ma predecessore nella tomba, l'ab.
Coei/r ( 1805- 1860). Parlò principalmente dei misteri
cristiani, esaminando quanta luce gettavano per in-
dirizzarci nel nostro terrestre cammino. Del P. Bry-
dqyne, missionario si pubblicarono dopo la sua morte
molti sermoni.
Ma come innovatore di un'arte che invecchiava
lasciò nella eloquenza una traccia ben più grande,
anzi indimenticabile, il p. Enrico Domenico Lacor
daire, domenicano (1802 1861). La sua importanza de-
riva principalmente dall' aver tentato una via nuova
con quelle stesse conferenze, di cui ci avea lasciato un
bel saggio il Frayssinous. Il concetto eh' ei se ne fece
fu espresso dallo stesso autore nella introduzione alle
prime sue opere. « Le conferenze che noi pubblichia-
Digitized by
Google
53^ CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO
mo, e* dice, non appartengono precisamente ne a una
lezione di dogmatica né a una pura controversia.
È invece una mistura delPuna e dell'altra cosa, cioè
<lella parola che istruisce e di quella che discute, de-
stinata a un paese dove T ignoranza della Religione
e la coltura delle intelligenze vanno di pari passo, e
dove perciò V errore si mostra più ardito che dotto e
profondo; per tal modo abbiamo tentato di parlare
delle cose divine in una favella che andasse al cuore
attendendo pure allo stato dei contemporanei ». Come
ognun vede é il genere che con piccole modificazioni
si mantenne poi costantemente sui pulpiti più rag-
guardevoli di Francia e che non poco si distese in
<)uesti ultimi tempi anche fra noi. L' eminente ora-
tore, fatti gli studi nel Seminario di S. Sulpizio, e
fornito di buona scienza filosofica e teologica, aveva
incominciato una siffatta predicazione nella chiesa di
un modesto collegio di Parigi, ove però si affollavano
ad udirlo i cittadini; e solo nella quaresima del 1835,
pressato dalle istanze degli studenti di diritto, capi-
tanati dal celebre I. Zanam, osò presentarsi sul pul-
pito di Notre Dame. Però le discussioni e le acerbe
-critiche che ne seguirono determinarono l'oratore ad
abbandonare il pulpito e a recarsi a Roma, per at-
tendere a una più profonda preparazione teologica e
ricomparir quindi sulla sua cattedra sette anni ap-
presso, continuando poi per non piccola serie d'anni
•e con plauso crescente la predicazione delle confe-
renze. In tre anni svolse i benefici efletli della dot-
trina di Cristo suir uomo e sulla società; seguitando
a trattar poi di G. Cristo, di Dio, delle attinenze tra
1' uomo e Dio, della caduta dell' uomo e della ripa-
razione e finalmente dell' economia provvidenziale
Tiella riparazione. Preferisce, secondo il fare moderno,
il metodo inquisitivo al deduttivo; ed entrando nelle
scienze umane cerca di trovarvi le tracce della verità
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 539
religiosa, ogni poco che ci predispongano ad essa.
Ardito pensatore egli riveste talvolta dì qualche va -
porosità i suoi concetti, ma ha slancio che lo trae
a darci dei tratti veramente eloquenti per isplendore
<1* imaginazione e per nerbo di sentimento.
Air opera del P. Lacordaire conviene associare
-quella del p. De Ravignan Saverio di Bajonna d. C.
d. G. (1793 1^58) che salì sul pulpito dì Notre Dame,
in quel tempo che il celebre Domenicano lo abban-
-donò per recarsi a Roma, e degnamente lo sostituì,
lasciando un buon numero di conferenze. É peccato
che non abbia potuto dar 1* ultima mano a tutti i
«uoi lavori.
Sulla medesima cattedra e col medesimo metodo
di predicazione si segnalò il p. Celestino Giuseppe
Felix (1810 1891) che succedette ai due precedenti e
non si mostrò da meno. Gloria della Compagnia di
Gesù, fu condotto dall' obedienza sopra quel pulpito,
ove si mantenne per molt' anni, trattando importanti
<)uestioni sociali e riguardandole nelle loro attinenze
con la Religione; più a lungo s* intrattenne sopra il
cosi detti) progresso, che considerò sotto tutti gli
aspetti, cosicché ben poco resta a fare dopo la sua
trattazione. Ultimamente montarono su quella cat-
tedra r ancor vivente domenicano J, M. L- Monsabre\
(le cui opere furono tradotte nella nostra lingua da
Mons. Bonomelli) e poi il defunto Mons. D' Hulsty
-deputato al parlamento. Ne continuò le glorie un
altro domenicano, il p. H. Didon.
Acquistarono rinomanza, tra altri oratori che se-
:guitarono il modo più tradizionale di predicazione,
associandovi all'uopo anche le conferenze, il can. De-
guerry (1797- 1871). Cominciò la sua carriera a Lione,
predicò molto a Parigi, ove fu fatto canonico della
chiesa di Notre Dame, e poi curato della Maddalena.
Nel '^^ predicò la quaresima alle Tuilleries. Scop-
Digitized by
Google
540 CAPO DECIMOSEOONDO ED ULTIMO
pia/a l'anarchia della Comune, dopo la caduta dì
Napoleone III, sancì col proprio sangue la franchezza
de' suoi principi! religiosi.
L'ab. Coquereau (1808-1873) predicò pur molto a
Parigi, e in varie Provincie francesi; era uomo che
con la sua parola si rivolgeva più al cuore che alla
mente e che quindi tornava più popolarmente frut-
tuoso. Accanto ad esso gioverà rammentare l'ab. Bau-
tain che tenne a Parigi tra il '48 e '49 le sue Con-
ferenze sulla Religione e la libertà.
Certo non v'ha persona in questi ultimi tempi che
non abbia udite le lodi dell' eloquenza di Mons. Fe-
//cei)ttpaw/oM|>, vescovo d'Orléans; il quale non solo
fu dotto maestro dell'arte co' suoi Intrattenimenti sopra
la predicazione popolare, mostrandosi nemico dichia-
rato del genere accademico e del filosofico; ma fu
assai buon modello ne' suoi molti discorsi comin-
ciando dalle sue pastorali e terminando col famoso
discorso funebre fatto per il generale Lamoricière.
Magnifici sono i Sermoni sopra la Vergine. Dettò
inoltre molti libri di genere didattico rivolti all'edu-
cazione cristiana del popolo.
Non meno rinomato vescovo, anche nella predi-
cazione, fu Mons. Pie, che si tiene all'omelia, e mira,
nel dar forma a' suoi discorsi a' modelli più antichi
che recenti: È sodo e maneggia con grande abilità
le sante Scritture. Seguono tra i migliori il card. Cle-
mente Villecourt di Lione innalzato all'onore della
sacra porpora nel 1855; mons. Bougaud, vescovo di
Lavai, che predicò nelle principali città di Francia non
che nella capitale, mons. Carlo Freppel oratore anche
politico al parlamento francese, dotto maestro di ora-
toria patriotica e vescovo d'Angers; Mons. Besson
vescovo di Nimes, che predicò 12 anni nella catte-
drale di Besanzone, tessendo con arte di vero mae-
stro le sue conferenze sull'Uomo Dio, sulla Chiesa^
sulla vita futura.
Digitized by
Google
CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 54I
Nel Belgio tiene si può dire il primo posto un
padre redentorista V. Duchamps che cominciò a
segnalarsi nell' avvento predicato a Liegi nel 1843;
morì nel 1883 cardinale e arcivescovo di Malines.
Inoltre in Francia segnalaronsi mons. DufétrCj vesc.
di Nevers; mons. Duquesnay, vesc. di Cambray; il
card. Gtraud, il card. De Bonald, arcivesc. di Lione
e il card. Donnei arcivesc. di Bordeaux; il p. Carlo
di Monmorel, mons. LanJriot arcivesc. di Reims, che
tra r altre cose dettò un bel lavoro sulla donna forte e
parecchie altre conferenze, allocuzioni, discorsi; mons.
Lecourtier, che fu il primo chiamato alla corte di
Napoleone 111; mons Plaintier, vesc. di Nimes; mons.
De Salinis, che tenne belle conferenze a Bordeaux
e Amiens. L'ab. Gujol, che pubblicò le sue Confe-
renze sopra Dio e la creazione nelle sue attinenze
con Dio, predicate a Marsiglia nelle quaresime del
'65, del 'S-j e del '68. L' ab. 1. H. Michon, che pub-
blicò le conferenze intitolate: La donna e la fami-
glia, dette nella cattedrale di Bordeaux; l'ab. Charle
Gay^ teologo e vicario gen. di Poitiers, di cui furono
assai lodate le Conferenze alle madri cristiane. Il
p. Caussette, vero missionario, e superiore dei Preti
del S. Cuore a Tolosa; l'ab. Deplace, canonico di
Parigi, mons. Isoard, vesc. d' Annecy, che pubblicò
le sue Pastorali, e le Conferenze pel sacerdozio, e
altre cose.
Tra i grandi catechisti va posto certamente in
primo luogo l'ab. /. Gaume, canonico della catte-
drale di Nevers, che compose il celebre Catechismo
di Perseveranza, attenendosi al metodo storico. Dettò
un buon Corso di istruzioni parrocchiali, però in
forma più esortativa e popolare, lo pubblicò nel 1860
Tab. VireU parroco della diocesi dì Arras. L'ab.
Ambrogio Guillois, parroco di Mans diede una spie-
gazione del catechismo in modo tutto affatto dottri-
nario e punto oratorio.
Digitized by
Google
54^ CAPO OECIMOSECONDO ED ULTIMO
In una raccolta di oratori contemporanei» fatta
dal curato M, Lelandais^ (i) oratore egli stesso, trovo»
oltre alcuni dei già citati, altri nomi illustri che sono:
Mons. De la BouUleriey arcivesc. di Perga e coadiutore
di quello di Bordeaux, Tab. Rauline missionario apo-
stolico, Fab. Hettinger^ dottore e professore nella uni-
verità di Wurtzbourg, Tab. ifér^enf, canonico della
cattedrale di Costanza, l'ab. Dauphin, can. di S. Denis.
APPENDICE in* AL CAPO XII.
Mi vien fatto di raccogliere tra gli oratori stranieri
Oratori appartenenti alla prima e seconda metà di questo seco-
d'altre ut- , ■^'^ „ . , ,; . r * .. . rv .^ . .
zioni che lo, nella penisola Iberica: Jose Agostino De Maceao che
a^ morire ^® ^^a i più rinomati*, mons. Benedetto M. di Moxqy
nel nostro FroncoUn, vescovo di Charcas; p. Filippo Echeveria,
secolo o tp- •• r^ 1 x^ • ^ >
partengono carmelitano; Emmanuele Gonjales y Sancne{, cano-
ad esso ^-^^^ penitenziere della cattedrale di Siviglia ; Ilde-
fonso Gioachino Infante^ benedettino, che pubblicò
86 conferenze sopra la Chiesa e le sue dottrine: (la
Spagnuoii seconda ed. fu fatta a Madrid 1S73). Riesco Le Grand,
francescano della provincia di Santiago e pubblico
docente: pubblicò la sua quaresima a Madrid. 185/.
Giosuè Domenico Costa y Borràs, vescovo di Bar-
cellona, che pubblicò le sue Esortazioni pastorali nel
1830. Atiliano Melgni^Oj vicario apostolico dell' Or-
dine Cistercense, stampò Sermones para missiones
1835. Giovanni Troncoso, cappellano di onore e pre-
dicatore di Sua Maestà, pubblicò Glorie e trionfi della
Chiesa di Spagna o panegirici di Santi. Madrid 1861.
Giovanni Gon^ales, sacerdote e dignitario della Chiesa
di Valladolid, pubblicò otto volumi di Sermoni dot-
trinali, morali, dommatici e panegirici, di cui nel 1866
si faceva una seconda ed.
Il) La chaire contemporaioe ecc. tomi 5. - Paris. Blonde et
Barrai. 1880.
Digitized by
Google
CAPO DRCIMOSECONDO ED ULTIMO 543
Noto fra i Tedeschi: Antonio Augerer di Sigendorf
(Austria) che predicò molto a Linz e pubblicò tra
poco altro le sue Conciones matutinae; fu gesuita e
morì nel 1802. Gio. Martino Montges di Alf sulla
Mosella, pur gesuita, che predicò molto a Paderbon
e lasciò discorsi sui Vangeli delle domeniche e feste,.
morì nel 1815. (Gratz 1832). Gio. Michele Seiler, altro
gesuita assai dotto e fecondo autore di opere teolo-
giche, ma anche predicatore; fu celebre professore
nella università di .Dillingen e ultimamente vescovo
di Ralisbona. Gius. Em. Veith che fu un Giudeo con-
vertito alla fede- cattolica e che diventò per la sua
predicazione gloria singolare del pulpito di S. Stefano,,
mostrandosi splendido e nobile oratore (Omelie e
prediche - Vienna 1885). Aggiungi un, altro vescova
di Ratisbona, mons. Wittmann e poi Hirscher, En-
rico Himioben, mons. Jacopo Krast, coadiutore in^
Treves, il card. Giovanni De Geissel, arcivescovo di
Colonia, lodato per la nobiltà e l'eleganza dello stile,-
Beda Weber, benedettino e curato a Francoforte, il
card. Melchior di Diepenbrach, principe vescovo di
Breslau, morto nel 1850, e che sembrava riprodurre^
lo spirito e la dolcezza di Seiler. Inoltre mons. En-
rico Foerster, che gli succedette nella detta sede.
Nelle conferenze e nelle missioni vanno rinomati pa-
recchi gesuiti, tra i quali rammento i padri Hassla-
cher, Roh, De Klinkoustroen, De Lame^an, Rive,.
Schmude, Carme, Ambroise; e i Redentoristi Per-
ni{!^a e Zobel. Inoltre il prof. Deitinger, morto nel
1864, e mons. Matteo Eberhard, vescovo di Trèves,.
morto nel 1876, e mons. Ehrler, vescovo di Spira.
Altri sono: Gius. Otmaro Raucher, arcivescovo di.
Vienna, Zaccaria Werner, vicario capitolare di Ka-
minienicz; barone G. E. Ketteler, vescovo di Ma-
gonza, can. Cristoforo Monfang, rettore del Semi-
nario di Magonza, Agostino Holjer, parroco in Mo-
Digitized by
Google
■^
544 CAPO DE< IMOSECONDO ED ULTIMO
gersdorf in Ungheria, che dettò Prediche popolari per
tulle le dom. feste dell' anno ecclesiastico, intrecciate
di molte pie storie della santa Scrittura e delle vite
dei Santi (Vienna 1831). Frane, Sav. Dieringer can.
del capitolo di Colonia e prof, ordinario nelF univer-
sità di Bonn: pubblicò il libro delle Epistole della
Chiesa cattolica teologicamente spiegate (Mainz 1863).
Antonio Kerschbaumer^ prof, di teologia nel semi-
nario vescovile di S. Pòllen: stampò le Prediche del
Mese di Maggio (Vienna 1864). Antonio Lòf^er, par-
roco in Scefeld, pubblicò: Vangeli, Lezioni, Epistole
per le dom. e feste dell'anno ecclesiastico (Vienna
1859). ^' ^^' Schmid, catechista della scuola supe-
riore delle Orsoline di Saltzbourg, il cui Catechismo
storico fu pubblicalo nel 1848; Antonio Westermayer
di Monaco: Prediche della Passione (Schaffhausen
1852). Simone Knoll, pure di Monaco; Prediche per
le dom. e feste (Shaffhaiisen 1860).
Vanno tra gl'Inglesi i gesuiti Giacomo Adams,
morto a Dublino 1802 che pubblicò i discorsi tenuti
a S. Patrizio di Londra; Pietro Gaudolphy di Lon-
dra, a cui si affidò la cappella di Spagna a Londra
€ che pubblicò cinque voi. di sermoni, ma che furono
dal suo vescovo censurati per la dottrina esposta, onde
fu sospeso dal suo uffizio; mori nel 1821. Inoltre i^j-
derico Guglielmo Faber, prete dell' Oratorio, oratore
e insieme fecondo scrittore di splendide opere asce-
tiche. Il card. Nicola Wiseman, anch'esso egregio
scrittore, ma che contribuì molto, anche come ora-
tore, a diffondere il rinnovamento cattolico in Inghil-
terra, Gli tien dietro il card. Gio. Enrico Neun^man,
londinese e appartenente alla Congregatone dell'Ora-
torio, che tra altre cose pubblicò le Conferenze pre-
<licate neir Oratorio di Londra, e quelle ai protestanti
€ cattolica
Fine.
Digitized by
Google
INDICE DEI PREDICATORI
SECONDO L'ORDINE DI QUESTA STOBIA
S. Domenico Gasman, pagina 21.
Fra Eeginaldo e Tancredi di Bologna, p. 22.
Matteo Gallico e B. Giovanni da Schio, p. 23.
S. Framsesco d'Assisi, p. 24.
Frate Egidio e S. Antonio di Padova, p. 26.
Adamo Eufo, B. Gentile de Marchia, Gio. da S. Albano,
M. Ruggero de le Wes, B. Gerardo da Modena, Gnglielmo
de Gordela, Agostino Ascolano, S. Pietro Martire, p. 32.
S. Filippo Benizi, S. Ambrogio da Siena, B. Bartolomeo
da Vicenza, B. Giordano Forzate, p. 38.
Alberto Magno, S. Tomaso d' Aquino, p. 34.
S. Bonaventura da Bagnorea, p. 88.
Gio. Halgrin, Giacomo de Vitry, Guglielmo d'Auvergne p. 40.
Arnoldo Le Bescochier, Roberto de Sorbon, S. Ivone da Tre-
gaier, Roberto Canuto, Folchetto di Neuilly, Stefano de
Langton, Stefano di Cudot, Simone di Toumay, Stefano
di Reims, Guglielmo di Mouchy, Arnoldo d* Humblières,
Stefano di Bourbon, Bartolomeo di Tours, Ugo di Saint-
Cber, Gerardo de Liège, Guglielmo Perraud, Pietro di
Tarentasia, Umberto di Romans, Nicolò di Gorran, Ge-
rardo di Beims, Maestro Prevostino, Filippo di Grève,
Gauthier de Chateau-Thierry, Pietro di Limoges, Ugo
di Digne, Gio. di Samois, Eudes Bigand, Giliberto di
Toumai, Gio. Gali, p. 41.
Storia delia Predicazione ecc. 35
Digitized by
Google
1
M6 INDICE DEI PREDICATORI
S. Giacinto, Corrado di Marasury, Gio. de Dyst, Bertoldo
di Batisbona, p. 42.
Latino Orsini, p. 44.
B. Giordano da Eivalto, p. 46.
Benito Glari, Pietro Gaio, Francesco Gravano, Gio. da
Parma, Aldobrandino da Toscanella, Domenico Sinarra,
Matteo Medici, Alberto Mandagosino, p. 54.
Girolamo da Forlì, Giacomo da Voragine, Gio. Gorino, Ugo
di Prato Florido, p. 55.
Jacopo de Grisanto, Bindo da Siena, Antonio de Lnca^
Francesco Bossi, Nicolò de Campi, Giacomo di Gor-
diano, Angelo Bemino, Francesco Ilerracano, p. 56.
B. Francesco Venimbeni, B. Odorico del Friuli, Agostino
di Ancona, Giacomo Capponi, S. Nicolò di Tolen-
tino, p. 57.
Alberto di Padova, Dimaldaccio di Forlì, Domenico Ca-
valca, p. 58.
B. Simone Fidati, p. 60.
Jacopo Passavanti, p. 62.
B. Venturino da Bergamo, p. 64.
Taddeo Dini, Luca Manelli, Pietro da Buffia, Antonio Fa-
vonio, Nicolò da S. Martino, Jacopo Cina, Dom. de
Nardi, Tommasino da Ferrara, Tomaso da Cberasco, p. 65.
Andrea de' Bocagni , Maestro Guglielmo , Tomaso Porta,
Leonardo Ventura, B. Umile da Perugia, Ant. di Du-
razzo, Ant. Torti, Aurelio di Pietro, Bartolomeo da Lo-
jano, Ant. Braschi, Teobaldo da Verona, Buggero da
S. Vittoria, Gregorio da Bimini, Pagi Matteo, Mala-
branca Ugolino, Veronese Lorenzo, Veronese Paolo,
Badoer Bonaventura, p. 66.
Bartolomeo da Bologna, Cavalcanti Aldobrandini, De Ore-
mona Gregorio, De Cremona Pietro, De Cremona Si-
mone, Gio. da Parigi, Guglielmo di Cajen, Giacomo di
Losanna, Nicolò de Fréanville, Armando di BelleTue,
Durando di Saintpourcin, p. 67.
Guglielmo di Pietro di Godine. Pietro De la Palo, Gio.
I
Digitized by
Google
INDICE DEI PREDICATORI 547
MoHqì, Simone Longonese, Gio. di Basilea, Nicolò Em-
merico, Gio. da Carcassona, Gio. Fauler, p. 68.
Guglielmo Mackelfield, Gualtiero di Winterburn, Fra £c-
cardo Sassone, CFgo di Ductona, Guglielmo Encurt, B. En-
rico Sosone, Gio. di Dambach, Bernardo Ermeogardi,
Bertrando Tentone, Guglielmo Giordano, Gio. di Speme-
gasse, Enrico di Tranchovar, Guglielmo Bottlesam, p. 69»
Winterton Tomaso, Waldebio Gio. e Eoberto, Worsop Ro-
berto, Aschobum Tomaso, Bankino, Enrico de Bari,
RiccJM^do Chefer, Pietro Dudesfelder, Tomaso Edvarston,
Guglielmo Egumonde, Buggero Glactone, Gio. Gotwico,
Golfrido Grandefeld, Golfrido Hardebio, Benedetto J-
ceno, p. 70.
Gio. Cleucoch, Dionigi de Murcia, Nicolò de Luna, Cri-
stiano Pragner, Tommaso Badclyt, Giordano di Sas-
sonia, Ermanno de Schuldig, p. 71.
Leonardo Dati, Ugolino da Camerino, B. Giovanni Domi-
nici, p. 77.
Gabriele Garofcli, p. 8L
S. Bernardino da Siena, p. 82.
B. Alberto da Sarzana, p. 95.
S. Gio. da Capistrano, p. 97.
S. Giacomo dalla Marca, p. 98.
S. Lorenzo Giustiniani, p. 99.
S. Antonino, Jacopo Buti, Gio. Aquilano, Dantele da Vi-
cenza, p. 101.
Michele Carcano, p. 102.
Michele da Milano, p. 108.
Lodovico da Camerino, Barnaba da Terni, Fortunato de
Copoli, p. 106.
Cherubino da Spoleto, Antonio Parvo, Giacomo Romano,
Angelo da Bari, Giacomo da Perugia, Tom. da Cas-
sano, fra Benedetto e fra Lorenzo da Verona, Dome-
nico de' Peccioli, p. 107.
Jacopo Zìnedolo, Pietro da Ripa Transona, Nicolò di Tenda,
Antonio dei Conti d' Elei, Giacomo Arigoni dei Balardi,
Digitized by
Google
548 INDICE DBF PREDICATORI
Andrea Doris, Ànt. Matfco, Matteo dei Bonaparte, Ani.
Correr, Damiano da Finale, Girolamo di Giovanni, Ce-
sario de* Contnf^hi, Marco da Bologna, Antonio da Bi-
tonto, Alberto Calabrese, Paci6eo Bomano, Francesco
Ma^^rone, Bart. de Jano, Paolo d' Assisi, Antonio da
Rimini, p. 108.
Agostino de*Campe11i, Lod. Marslgli, Paolo Matafossi,
Alipio Carmagnola, Agost. de'Cavncci, Michele Dnran-
sino, Agost. Tavaroni, Ant. Santafiora, Gregorio d* Ales-
sandria, Andrea de Bilie, Simone da Camerino, p. 109.
S. Vincenso Ferreri, Gersone, Nicolò Oresme, Glo. il pio-
colo, Enrico del Berry, p. 110.
Gio. Nyder, Gio. di Francoforte, Nicolò Lakman, Enrico
de Werlis, Lod. de HoUe, Roderico di Ona, Nic. de
Byart, Zac. Dehosa, p. 111.
Aurelio Brandolini, Leon. Mattei, p. 113.
Ambrosio Spiera, S. Bernardino da Feltro, p. 114.
Paolo Attavanti, p. 117.
Bernardino de Fossa, p. 118.
Bernardino de Busti, p. 119.
Roberto Caraccioli di Lecce, p. 121.
Mariano da Genazzano, p. 124.
Girolamo Savonarola, p. 127.
Gabriele Barletta, p. 188.
Tom. de' Capitani de' Colleoni, p. 139.
Bernardino Corvajal, Pietro Terrasse, Roderico di S. Elia,
Ales. Cortes, Ambrosio Corano, Ant. LoUio, Tegliazio,
Batta Signorie, Pietro Gravina, Timoteo de Totis, Leo-
nello de' Chieregati, Pietro Bosca, Gio. da Napoli, Bart.
Lapacci, Bart. da Cervere, Paolo Matagliani, Pier Paolo
Cianciano, Lunardo Mansueto, Ales. da Bo^.ogna, Ste-
fano da Taranto, p. 140.
Ant. da Brescia, B. Simone Taparelli, Marco Pietro de* Sac-
chielli, Gio. Caroli, Cristoforo da Mensa, Francesco
Aretino, Giacomo di Cagli, Mariano da Cisterna, Pan-
crazio Casini, Bernardino Rendano, Fortunato Perugino,
Digitized by
Google
INDICE DEI PREDIGATOBI 549
Frane. Trivnkio, Giacomo da Cortona, Bart. de Apone,
Ant. di Balocco, Bernardo di Caymo, Giacomo Gru-
mello, NicI Carrettino, Nic. d' Acquapendente, p. 141.
Guglielmo Becchi, Ambrosio da Cori, Agost. e Luca Cre-
mona, Filippo Groppantes, Frane. Mellini, Alea. Oliva,
Gio. Hocco, Filippo da Yeneaia, Michele Duransino,
Benedetto da Fiorenza, Luchino Areonato, Luchino Cor-
vino, Gio. Batta Paggio, Giacomo da Prato, p. 142.
B. Alano de la Roche, Guglielmo Joncon, Oliviero Mail-
lard, Giorgio Orter, Gio. di Salamanca, Cristoforo Galvez,
Gio. Euned, Enrico Kaltisen, Gerardo de Elton, p. 143.
Gio. Preslawitz, Gio. da Toledo, Benedetto Valentino,
Andrea de Chib, Agost. da Cracovia, Leonardo da Cra-
covia, Nic. da Costie, Girolamo Przibino, Lod. da Varca,
Gio. Brugman, Paolino e Serafino di Polonia, Stanislao
de Gorzep, Paolo Moravo, Gio. Capgrafio, Gio. Erghon,
Guglielmo Galian, Hollen Gotschalco, p. 144.
Osvaldo Reìnlein, Paolo Verg, Frane. Vieland, Gio. Gel-
ler, p. 145.
Cristoforo Amaroni, p. 151.
Corrado Feliciano, Spìrito Angoscio]o,Vine. Barattieri, p. 152.
Ambrosio Quistellio, Ambrogio Flandioo, Girolamo Ne-
gri, p. 153.
Luigi Barile, Bernardino da Balbano, Giacomo da Melfi,
Ang. di Chio, Tom. Illirico, Francesco da Novara, pr 154.
Isidoro Clario, Tom. Badini -Tedeschi, Giulio Terenzia-
no, p. 155.
Tom. Cajano, Pietro M. Vermiglio, Bernardino Ochino,p. 156.
Ugone Latimero, Tom. da Calvisano, Lod. Campana, Fi-
lippo Manna, Sante Pagnino, Paolo Zabarella, p. 157.
Egidio da Viterbo, Callisto di Piacenza', p. 158.
Franceschino Visdomini, p. 159.
Gabriele Fiamma, p. 160.
Cornelio Musso, p. 162.
Alessio Strade! la, p. 168.
Lod. Aia^za, Paolo Belloni, Lor. di (^remona, Angelo Ferri^
Arcangelo da Gallarate, p. 169.
Digitized by
Google
660 INDICE DEI PBBDICATORI
Gio. Gallico, Agost. da Vicenza, Girolamo De Sanctis,
Nicolò Santellio, Teofilo Longobardo, Timoteo Pandino,
Tom. Donato, Bernardo da Como, Gaspare Peragino,
Frane, di Tomaso, Filippo Musotto, Tom. di Carpi, Va-
leriane de Soncino, Dom. di Castenedolo, Gio. di Fa-
briano, Filippo Bozzolo, Ant. de Clari, Vino. Niffo, Gi-
rolamo Pigafetta, Sante Marmocchino, Clemente Arance,
Zanobio de Medici, Leonardo da Udine, Nicolò della
Croce, p. 170.
Nic. Fabbroni, Frane. Modesto, Tom. da Bibiena, Gio. da
Tortona, Frane da Sonzino, Giac. da S. Salvatore, In-
nocenzo da S. Angelo, Matteo da Leopoli, Gio. da Fano,
Gio. Navareto, Giac. da Gubbio, Ambrogio da Civitella,
Ang. da Savona, Gius, da Ferno, Ang. Castiglione,
Giampaolo Cardello, Girolamo Qnaino, Girolamo Fran-
ceschi, Ippolito Chizzaola, S. Francesco Borgia, p. 171.
Alfonso Salmeron, p. 174.
Frane. Toledo e Ang. dal Pas, S. Carlo Borromeo, p. 175.
D. Paolo Aresi, B. Ales. Sauli, p. 179.
S. Frane. Caracciolo, Alfonso Lupo, Benedetto Palmio, p. 180.
Mattia Bellintano, Evangelista Gerbi, p. 181.
Francesco Panig^ola, p. 188.
Luigi Lippomano, p. 188.
B. Giovanni Marinone, p. 190.
Girolamo Seripando, p. 191.
Sisto Visdomini, Gir. Trevisan, Tom. Stella, Mauro Ari-
ghetti, Ant. Giustiniani, Ang. Cozzino, Gio. Batta Cue-
rani, Michele Ghislieri, Sisto da Siena, p. 194.
Eustacchio Locatelli, Paolo Zigari, Eemigio Nanni, An-
. tonino Stabili, Ang. Pientini, Teofilo Pedini, Vino. Fer-
rini, Serafino Bòzzi, Frane. Fontana, Gio. M. Solari,
Pietro Franchini, Eugenio Pesarese, Sebastiano Broilo,
Teofilo Gallinoni, p. 195.
Giustiniano Guerrini, Gregorio e Cristoforo Palatino, Luigi
Pozzi, Cristoforo da Verrucchio, Pietro da Macerata,
Cherubino da Pescara, Ant. Pagani, Gius, da Oneglia,
Digitized by
Google
INDICE DEI PBBDICATOSI 551
Giacomo di Forosawino, Pietro da Murro, Felice Per
retti, Qirol. Ti^elli, Gio. Batta Canati, Frane. Grassi^
Gabriele di Montennovo, Trebazio Marcotti, p. 196.
Frane. De Sanctis, Frane. Adomo, Ant. Du Tour, Gio. De
Yillers, GagUeluio Pepin, Raimondo Gossin, Pietro Dia-
vole, p. 197.
£lio. Dumay, Jacopo Le Hongre, Giuliano Fresneau, Fran-
. ceseo Biecardoto, Jac. Fourré, Gio. Champaigne, Gio.
de Moulue, p. 198.
Bald. Dressel, Ant. Abelly, Giac. Le Fevre, p. 199.
Gio. Fourré, Medardo De la Yal, Gerardo Verunat, Ed-
mondo Anger, Dallier Odet, S. Tom. di Villanova p. 200.-
Dionisio Vasquez, Luigi Alvarez, Gio. ab. Annunciatione,
Luigi De Alzevedo, Pasquale de la Fuensanta, Frane*
di Cordova, Didaco De^a, Didaco de Victoria, Baldazar
Serio, Dom. Baltonas, Tom. Costa, Andrea de Morguer^
Didaco Ximenes Arias, Dom. La Paz, p. 201.
Luigi di Granata, Gio. Granata, Frane. Foreiro, Gio. da
Segovia, Tom. di Truxillo, Lod. Torre, Gio. Guttierez,
Alfonso di Cabrerà, Ant. Guevara, Didaco da Vera,
Giac. Testerà, Ant. Lopez, p. 202.
Girolamo de Ariza. Ant. Nunez, Pietro da S. Maria, Frane.
Morale