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Full text of "Storia della predicazione nei secoli della letteratura italiana"

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FROM TUE BZQUEST OF 

JOHN HARVEY TREAT 

or LAWRENCE, MASS. 




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STORIA 



DELLA 



PREDICAZIONE 



NEI SECOLI DELLA LETTERATURA ITALIANA 



MoNs. FRANCESCO ZANOTTO 

PROFESSORE Di LETTERE ITALIANE 

nell'istituto LEONIANO 
IN ROMA 



MODENA 

TIP. PONTIFICIA ED ARCIVESCOVILE 
dell' IMM. CONCEZIONE 

EDITRICE 

1899 



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X l cJÌ t^l^^^T 






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J. tCVi \ ' Y f * t ^ *\^ 



proprietà letteraria. 




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PREFAZIONE 



Juesta storia vuole essere una continuazione dei- 
r altra g-ià uscita a discorrere lungo il periodo dei 
Ss. Padri; salvo che quella guardando le cose più in 
largo tenea conto di tutte le principali opere di elo- 
quenza sacra che onoravano le due letterature greca 
e latina, che in tempi più antichi abbracciavano tutto 
il mondo civile; e questa raccoglie la sua veduta sopra 
le opere piii strettamente oratorie che apparvero in 
Italia nei secoli della letteratura italiana e per lo piti 
scritte in italiano. Viene di qui la ragione del suo 
titolo come in appresso diremo. 

Lo scopo però è il medesimo dell' altra istoria : 
conoscere il vario atteggiarsi dell'eloquenza sacra 
secondo le esigente e il gusto dei tempi, col fine di 
esaminarne i pregi e forse più spesso i difetti^ il che 
il giovane oratore fissi da sé le norme più sane ed 
utili ad un retto avviamento- S'aggiunga che, quan 
tunque i sommi oratori scarseggino tanto, tuttavia 
nm ne mancano di qualche merito letterario^ ofidc 
m' arride la speranza che pur questo studio arrechi 
un contributo non ignobile alla storia della patria 
letteratura. 



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r 



VI 

Anche il metodo si approssima a quello altra volta 
tenuto: ragioneremo cioè degli oratori e delle opere 
loro più meno a lungo secondo la loro importanza : 
recando qua e là, specialmente avvicinandoci ai tempi 
nostri, qualche piccolo brano, tolto dai migliori o più 
rinomati. È vero, i saggi recati saranno in assai ri 
strette proporzioni, perchè non s'intende affatto df 
fare un* antologia, e per ciò ad alcuni potrebbero pa 
rere odiosi; ma a me non sembrano tali, in quanto 
basta anche farne un piccolo saggio per avvolarare 
un giudizio suir arte, quando vi si appresti un op 
portuno commento. Ebbi in mira inoltre, cercando 
tali saggi, che aggiungessero qualche cosa alla piena 
cognizione deli* oratore o delle questioni e vicende 
dei tempi, di guisa che servissero a compimento della 
storia. 

Ognuno, credo, pitrà riconoscere che si è per 
corso un campo in buona parte non arato, e che bi- 
sognò talvolta mettere a prova la pazienza con ri- 
cerche per lo più originalmente condotte sopra le 
opere degli oratori e sopra le loro prefazioni. Anzi 
sono queste non di rado le fonti a cui si ricorse per 
le richieste notizie, come apparirà nelle non infre 
quenti citazioni Ci servirono inoltre particolari mo- 
nografie o biografie, o storie più note, corte quella 
del Tirabo^hi, le quali saranno rammentate, quando 
non si tratti di cose ovvie e comuni 

Riguardo poi a molti nomi di oratori men noti,, 
massime appartenenti ad Ordini religiosi, e che si 
trovano d ordinario raccolti nelle Appendici, ne trassi 
per lo più le notizie dai loro principali storiografi, 
tra i quali senza dubbio primeggiano le cronache dei 
PP. Q.ue'rif et Echard per i predicatori dell' Ordine 
domenicano t dell* O^smgtr per gli agostiniani, di 
Wadding e suoi continuatori per i francescani, dei 
PP. Agostino e Luigi Backer per la Compagnia di 




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Cesù. Mi giovò ancora qualche Dizionario storico, 
come quello dei PP. Richard e Giraud, quello del Mo- 
roni e qualche altro. 

Imagino che qualcuno dica: ma perchè quelle fi 
latesse di nomi ornai caduti in oblio? Rispondo che 
qui SI voleva fare la storia della predicazione e non 
della grande eloquenza soltanto; e quegli uomini, 
certo benefici e di molta anione sociale, ai loro giorni 
sotto questo rispetto andavano per la maggiore. Del 
resto si osservi che stanno nelle Appendici, le quali 
sono un di piii di ciò che si stimava necessario per 
dare un'idea abbastanza compiuta della qualità del 
f eloquenza e della feracità dei tempi; e perciò non 
possono allettare che qualche curioso che desideri 
autori i quali abbiano particolari attinente col suo 
paese. 

Quanto poi ai nomi di oratori non italiani, non se 
ne discorre che un poco nelle Appendici; a dir vero 
con qualche cura maggiore per gli oratori della let- 
teratura francese, che ha più relazione con la nostra ; 
ma proprio senf altra pretensione che di registrar 
qualche nome, perchè c'è venuto casualmente incontro. 

Non so se così mi sia riuscito di mettere insieme 
intorno alle vicende dell' eloquenza sacra in Italia una 
storia alquanto più. compiuta dei pochi tentativi fatti 
ler lo più fin qua in rapide legioni; e se con f ampio 
quadro di una operosità non meno utile al vivere ci- 
vile che alfine religioso e soprannaturale io possa 
sperare di aver prestato qualche buon ufficio alle 
patrie lettere e ad un arte che starà sempre a cuore 
agli amici della civiltà cristiana e della Chiesa Cat- 
tolica. 



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INTRODUZIONE 



1 rattando la Storia della Sacra Eloquenza al Prospetto 
tempo dei Ss. Padri, vedemmo l'innesto della pa- ^uejfza* dèi 
rola di Dio e delP arte cristiana nelle letterature ^*n"» p®?^ 
greca e latina, le quali s' erano già prima maturate colie forme 
sotto il concetto del politeismo pagano. Fummo per- ""°^^ 
tanto spettatori di un prosperoso svolgimento che 
raggiunse un'ammirabile grandezza specialmente 
nei secoli IV e V dopo Cristo, non ostante i poco 
consoni elementi letterari di cui si componeva quella 
eloquenza, la quale seppe mantenersi non ignobile, 
quantunque non sì bella, pur nei secoli VI e VII. 
Notammo quindi una continua decadenza, che, se 
mandò a quando a quando qualche lampo più vivo 
di luce, altro non fu che bagliore di fiamma che 
si andava spegnendo. Soltanto nei primordi »ielle 
lingue volgari, al tempo delle Crociate, rinasceva 
un fervore che segnava i tempi nuovi con migliori 
auspici. Si potè cogliere la ragione di tali fatti nelle 
successive vicende di quelle società: quei popoli, 
corrotti da prima e precipitanti a rovina, furono ri- 

Storia della Predicazione ecc. i 



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2 INTRODUZIONE 

composti, rinvigoriti e ricondotti a miglior civiltà 
con le dottrine di Cristo; e quando moltiplicarono 
le discordie e irruppero d' ogni parte i Barbari del 
settentrione e del mezzodì nello sfasciato Impero 
Romano, e ogni ordine che ritentava assodarsi fu 
più volte demolito e conquiso, anche la sacra elo- 
quenza dovette correre la medesima sorte ; ma per ri- 
vivere da ultimo sotto nuove forme, in nuove lingue 
e tra nuovi popoli risorgenti a civiltà diversamente 
foggiata: nel che pur si fa manifesto come P opera 
di Gesù Cristo è una continua e progrediente risto- 
razione della naturale decadenza della umanità dopo 
il peccato. 
PtTchù A e Ili considera i fatti secondo T evoluzione delle 
delia tfhksi ^^^^ puramente umane potrebbe parere che la Chiesa 
non swano cristiana, avendo legato in gran parte il proprio 
normale pensiero alle letterature greca e latina e avendo 
^"^u^J^g^* ottenuto con quel te una splendida e artistica ma- 
nifestazione nel mondo, avesse dovuto poi con la 
totale decadenza di quelle letterature scompaginarsi 
e sciogliersi. E forse sarebbe naturalmente successo 
così, se la Chiesa e l'eloquenza da essa ispirata 
fossero opera umana; ma a quel modo che Gesù 
cadde in mano de* suoi nemici e tutte patì le umi- 
liazioni della peggior morte dei giustiziati, ma poi 
risorse per sovrumana virtù a vita più bella, inco- 
ronata di gloria; cosi possiam dire che anche la 
Chiesa, a imitazione del suo fondatore e maestro, 
ripigliò spesso dopo là umiliazioni più splendida e 
perfetta vita, e che del pari rifioriscono di novella 
gioventù tutte le opere sue. Pertanto quella predi- 
cazione che servì da prima ad annunziare, a pro- 
pagare, a difendere la fede cristiana, modificandosi 
solo nelle accidentalità della lingua e della forma 
esteriore, riappare la stessa nella sua sostanza, e 
sempre coi medesimi finì ispira l'arte della nuova 



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INTRODUZIONE 3 

parola. Ciò che Orazio dicea della Grecia, che, presa 
e doma, vinse il fiero vincitore per avergli parteci- 
pato il benefizio della sua letteratura e delle sue 
arti, ben più a ragione si può ripetere della Chiesa 
e della sua azione sociale; perchè, vittima tante 
volte delle prepotenze e della barbarie, ricomincia 
tosto un lavoro men clamoroso con la bontà della 
sua parola; e ammansa la ferocia, solleva le idee, 
raddolcisce i costumi, in modo da riconquistare col 
benefizio delle verità divine l'animo e l'ammira- 
zione degli stessi nemici che la bistrattarono e vin- 
sero, tenendosi sempre al metodo imposto da Gesù 
medesimo, e che consiste non nel sopraffare e ven- 
dicarsi ma neir insegnare e predicare. La forza 
della Chiesa fu, è e sarà sempre nella divinità della 
dottrina e nella bontà del pensiero che risponde ai 
veri bisogni della intelligenza e del cuore umano. 

Quella storia dunque che s' è potuta raccogliere .Dubbi 
percorrendo i tempi dei Ss. Padri, si potrà ora ri- airutìmà 
tentare lungo i periodi e le vicende della nostra ^'storfa'* 
letteratura italiana. Qualche cosa, a dir vero, tal- 
volta s' è fatto intorno a questo soggetto, ma con 
assai brevi schemi, quali possiamo leggere nelPAu- 
disio, in Ottaviano da Savona, nelle lezioni del Pa- 
ravia e in pochi altri, lasciando stare i parziali 
lavori sopra oratori di alto valore; una storia però 
abbastanza particolareggiata e compiuta non si ha. 
Non nascondo che un'obiezione, che allontanerebbe 
ognuno dall'intraprenderla, mi si presentò alla mente 
tosto che siffatta idea mi sorrise; ed è che non 
giovi turbar le ceneri di tanti uomini che da tanto 
tempo si giacciono nella pace del silenzio. Che prò 
infatti, diranno alcuni, può venirci da uomini che 
a qualche merito troppi difetti accompagnano? Ma 
d'altronde io veggo che anche altre arti, che non 
credo di maggiore importanza della sacra eloquenza, 



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4 JNTRODUZIONE 

tengono conto di tutti i loro passi, mettendo in 
vista quanti ottennero un considerevole plauso nelle 
varie età; ancorché, assolutamente parlando, non 
sieno degni di altissima stima, e restino non poco 
lontani dall'onore dei sommi. Il vedere inoltre le 
varie fasi di un'arte in un numero più ampio di 
persone, anche là dove più facilmente si scoprono 
i difetti del tempo, sempre serve a conoKcere più 
profondamente la vita dei tempi e dell'arte e a per- 
suadere i vantaggi dì buone norme e di buoni 
studi. Pur ne Ha iettemtura profana non è questa 
forse la tendenza della nostra età? Se per cono- 
scere più addentro ogni aspetto della storia tante 
e sì minute ricerche si fanno? talvolta anche quando 
si tratti di qualche obliala poesiuccia? magari della 
scienza gaia e de' canti goliardici? Invece nel no- 
stro caso, diciamolo pure francamente, si tratta di 
far rivivere alla memoria un movimento che agitò 
e utilmente commosse tanta pL^rte della società. 
Perchè sappiamo che gli oratori più rinomati, specie 
nei tempi addietro, traevano sui propri passi le 
moltitudini delle città e delle campagne, in tempi 
procellosi ne governavano gli animi, e sempre ser- 
vivano a ordinare santamente i costumi, a confor- 
tare nelle e venture, a informare nobilmente i ca- 
ratteri; cosicciiè si vogliono dire nomini di grande 
azione sociale e assai benemeriti, molto più che 
certi seminatori di morte e di stragi sui campi di 
battaglia e certi autori di fortunate congiure, i quali 
or si rizzano immortali sui monumenti. 
Gli oraioTj Un tributo pertanto di giusta riconoscenza, non 
^'jp"^g'^*' disgiunta da qualche vantaggio, può condurci a ri- 
poch( fare i passi di quest'arte, quantunque, come si di- 
e pere e ^^y^^^ g]j oratori di alto valore, assolutamente par- 
lando, scarseggino tanto. Il che avviene in gene- 
rale, non già perché essi mancassero di elevato 




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liNTRODUZIONE 3 

ingegno e di splendida coltura (parecchi anche in 
letteratura gareggiavano coi migliori), ma perchè 
il genere oratorio presenta in sé di singolari diffi- 
coltà. Non solo infatti e' richiede di molta dottrina, 
eh' è sempre la base di ogni vera eloquenza, ma 
ancora slancio di sentimento, poetico splendore di 
fantasia e fine coltura di eloquio, tale che sappia 
accomodarsi alle varie qualità dell' uditorio. Alle 
quali intrinseche difficoltà voglionsi aggiungere 
altre esteriori, e che noi enumeravamo nella intro- 
duzione alla nostra Storia della sacra eloquenza al 
tempo dei Ss. Padri, Laonde, se si va a caccia sol- 
tanto di questi sommi, la stessa Francia (che se 
cede a noi in altri generi di letteratura, certo ci 
vince per numero e qualità di splendidi oratori) non 
avrebbe poi molto da metterci innanzi. Non bisogna 
quindi spingere di soverchio le nostre esigenze, ma 
contentarci di ciò che si è potuto far dai migliori. 
Abbiamo anzi per tal motivo intitolato questo qual- 
siasi lavoro Storia della predicazione nei secoli 
della letteratura italiana, appunto perchè, mentre 
intendiamo di tenerci strettamente al genere ora- 
torio, vogliamo rivolgere il nostro sguardo anche 
a quelli che più che oratori di giusto peso, si de- 
ATono chiamar predicatori. Tanto più che vediam di 
portare così qualche contributo alla storia della 
patria letteratura, là dove altri meno amorevol- 
mente (non ne cerchiam le ragioni) sogliono ri- 
guardare le opere d'ingegno di illustri italiani. 

Accingiamoci pertanto a ordinare il nostro studio Metodo che 
in questa seconda parte, che abbraccia il movimento IJ'sgfjf^ 
dell'arte oratoria e sacra nei tempi moderni. Se- in questa 
guitando il metodo nella prima parte intrapreso, ^^**"* 
avremmo potuto estendere le nostre ricerche tra tutti 
i più celebri oratori delle moderne nazioni cristiane. 
Ma tale studio sorpasserebbe, nonché le nostre forze 



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t) INTRODUZIONE 

anche il nostro scopo, che è di preparare una storia 
che serva ad agevolare il compito dell'oratore sacro 
italiano. Era bene ed importava assai ricercare più 
largamente un tal movimento nella eloquenza greca 
e latina tra i Ss. Padri, quantunque ora non si pre- 
dichi né in greco né in latino; perché, lasciando 
stare i vantaggi che vengono dalla parentela delle 
lingue e delle letterature, quella eloquenza risonò 
in tempi e in uomini tali che si riguardano giusta- 
mente come fonti primarie e come i modelli più 
originali e appropriati del tipo vero della sacra 
eloquenza, ciò che non si può affermare dei mo- 
derni. Scopo principale e continuo del nostro studio 
saranno adunque i predicatori italiani. Del resto 
consentiamo che nei riguardi dell'arte hanno sem- 
pre la loro importanza anche gli stranieri; essendo 
regola, oggi sancita e giusta, che il bello, il gramle 
abilmente espresso in qualsivoglia lìngua, (quando 
si sappia fare) si studia con utilità, senza che ci 
•conduca a cancellare la nostra fisionomia. Perciò 
quasi a mo* d'appendice al termine dei singoli capi 
farò breve menzione anche dei principali oratori 
stranieri. Da prima, appunto perchè il movimento 
é più uniforme in Europa, parleremo di alcuni col- 
dettivamente secondo gli ordini religiosi a cui ap- 
partennero, toccando invece, nei tempi più prossimi, 
in modo particolare dei francesi, a noi più affini, e 
poi di qualche altro; ciò che facciamo riguardo a 
-questi ultimi proprio per incidenza, senza la me- 
noma pretensione di dar nulla che si possa dire 
ordinato e compiuto, ma solo perchè alcuni nomi, 
quantunque non ricercati, ci sono venuti incontro 
da sé. 

Ora, attese le qualità e il metodo che ci pre- 
senta la sacra eloquenza in Italia, ci pare di divi- 
derne la storia in quattro grandi periodi, che pos- 



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INTRODUZIONE 7 

sono ammettere alla lor volta delle suddivisioni, 
e corrono: 

1) Dai primordi della nostra letteratura fino Divisione 
al Savonarola; periodo in cui V arte nuova nasce in peViodi 
rozza e senza documenti di alto pregio, svolgendosi 

sotto il predominio della maniera scolastica e della 
lingua latina. 

2) Dal Savonarola al Concilio di Trento; pe- 
riodo in cui il discorso progredisce nelP ampli- 
ficazione letteraria, ma non si presenta ancora in 
un tutto bene organato e composto. 

3) Dal Concilio di Trento fino alla Rivoluzione 
francese; periodo nel quale la eloquenza acquista 
il suo sviluppo più splendido, degenerando ben 
presto in un fare soverchiamente artifìziato e ac- 
cademico. Io credo un progresso vero della prima 
parte di questo periodo il ridurre d' ordinario il di- 
scorso alPampliamento di una proposizione sufficien- 
temente determinata nella introduzione o esordio. 

4) Dalla Rivoluzione francese fino a noi; tempo 
in cui domina la maniera accademica, a cui da ul- 
timo si viene sostituendo a mio credere un modo 
più franco, spigliato e popolare. 

Nei varii capi di questa storia , svolgeremo la 
detta traccia. 



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CAPO I. 



Lotte della lingua e letteratara italiana per concretarsi, e conse- 
guente stato dell» eloquenza sacra — La scuola di S. Domenico 
e di S. Francesco d'Assisi — Gli oratori delle adunanze più colte 
e Alberto Magno, S. Tommaso d'Aquino, S. Bonaventura. 



L. 



/ungo i secoli XII e XIII anche T Italia, se- La lingua 
guendo Y impulso degli altri popoli neolatini, svolgeva letteratura 
e sempre più determinava la sua nuova lingua; svol- italiana 

, , . , lotta per 

gimento procedente da cause assai remote, e che non concretarsi 
è di gran momento per il nostro studio di ricercare, s^ue'forme 
Sovra la gran base adunque del volgare latino, già 
modificato prima alcun poco dalla letteratura più 
colta; ossia sovra la gran base della lingua parlata 
nelle varie Provincie d'Italia durante il più basso 
medio evo germogliava e cresceva tra le altre lingue 
romanze anche la italiana. Procedeva, nascendo, con 
incertezza, appunto perchè i dialetti dell'Alta e Media 
Italia e della Meridionale, avendo pure un fondo co- 
mune, presentavano accidentalità e modificazioni di- 
verse. Ma queste tentennanti modalità s' andavano 
sempre più togliendo e avvicinavano a un tipo unico e 
comune tanto la lingua che la letteratura. E parec- 
chie cause concorrevano a portar questa felice e de- 
siderata fusione. Tra le quali sono da annoverare la 
lingua letteraria latina, che tutte le persone alquanto 



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IO CAPO PRIMO 

colte conoscevano e di cui si valevano i ciotti per 
esprimere la scienza, e che era la lingua che ordina- 
riamente adoperavano gli uomini di chiesa. Questa 
lingua nelle sue flessioni, nella sua sintassi e nelle 
sue frasi serviva naturalmente a concretare, a ripu- 
lire, ad elevare e nobilitare tutto ciò che si toglieva 
dal popolo e dovea costituire il volgare scritto; era 
come un modello che agevolava l'avviamento di sif- 
fatto lavoro. Al qual modello se n'aggiunse ben presto 
un altro, che valse non poco a sospingere e incre- 
mentare la nostra letteratura nascente. Non parlo 
deir araluco troppo difforme dalla nostra lingua e la 
cui azione, se fu di qualche conto nella lingua spa- 
pnuola, si riduce tra noi alle più ristrette proporzioni. 
E nemmen intendo ragionare del tedesco, che più 
volte e intronò gli orecchi coi Barbari, ma che lasciò 
leggerissime tracce, perchè chi allora sapea meno, 
ancorché più forte, non poteva dettare i vocaboli di 
ciò che ignorava. Dico invece del provenzale, che ci 
precedette, avendo ottenuto da bel principio uno svi- 
luppo notabile e non piccola fama letteraria. Infatti i 
popoli neolatini più lontani dal centro dell' impero, 
sciolti appena dal dominio politico di Roma, quan- 
tunque non rinunciassero alla benefica azione della 
Chiesa Romana, ebbero vita e leggi più aliene da 
■quelle che loro erano state imposte, svolgendo a un 
tempo con esse anche una più propria civiltà e lingua. 
Quindi parecchie lingue e letterature romanze na- 
cquero prima fuori d'Italia che qui; perché da noi 
il latino era cosa tutt' affatto nazionale e gli animi 
erano naturalmente più proclivi ad usarlo e con più 
abilità lo parlavano. Ora il provenzale, avendo otte- 
nuto una maggiore rinomanza ed essendosi diffuso tra 
i signori e i castellani d'Italia per mezzo dei trovatori, 
a segno che parve un momento diventasse anche la 
lingua italiana, servi insieme col-latino quasi di cri- 




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CAPO PRIMO ti 

terio e di norma per guidarci a fissare e a render 
letteraria la nostra. Ma per determinare finalmente il 
trionfo della unità della lingua giunsero i dialetti 
toscani, anzi in ispecie il fiorentirto, il quale natural- 
mente, e per essere più consono d'ogni lingua stra- 
niera ai nostri dialetti e per la nativa e maggior sua 
perfezione e per la fortuna di essere stato trattato da 
più abili e potenti scrittori, riusci a togliere in gran 
parte le incertezze di lingua e a dare uno stampo 
uguale, preciso, indelebile alla letteratura che diventò 
comune e italiana. L'azione politica poi dei Guelfi, 
che s! incentrava in Toscana, giovò mirabilmente a 
diffondere il movimento letterario in tutta la penisola. 

E chiaro pertanto che in tale stato di formazione, in, au stdto 
o di lotta per cosi dire della lingua e della lettera- ^'.^'^^f """ 

. rt- 1 • • s^ poteva 

tura nascenti pei affermare la propria esistenza, non ouenere 
si poteva ottenere una eloquen^ oratoria che meri- tìoquenia 
tasse nemmen da lontano tal nome, ma solo una oratoria 
predicazione semplicissima della divina parola. Lo 
avvertimmo: che cosa si richiede da prima, perché 
il pensiero acquisti una intera e splendida manifesta- 
zione e possa agire senz altri amminicoli sulle mol- 
titudini in tutto il suo intrinseco valore? Certo una 
lingua ricca e varia, conosciuta dall'oratore e inresa 
dagli uditori, la quale si pieghi agevolmente a tutte 
le modificazioni di un concetto e possa riguardare 
sotto molteplici aspetti le cose, e tutti sappia inter- 
pretare i sentimenti più reconditi dell'animo. Perciò 
l'alta eloquenza degli oratori e degli scrittori, che sì 
mostrarono meglio ispirati, fu paragonata a' fiumi. 
Già Omero qualificava in tal modo la faconda pa- 
rola di Nestore:.... « di sua bocca uscieno — più che 
mei dolci d'eloquenza i fiumi. » Ora il fiume riceve 
questo nome e attrae l'ammirazione altrui col suo 
maestoso incesso, quando cioè molte acque da pa- 
recchi capi si sono raccolte, e, ricoprendone con ampia 



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12 CAPO PRIMO 

mole il letto, costanti e trionfatrici d'ogni ostacola 
s'avanzano verso la foce. E così la vera eloquenza i 
chiede, tra l'altre cose, una lingua ricca e matuc 
senza di cui mancherebbe la copia e la versatilità dd^ 
dire e il pensiero non ricrescerebbe in tutta la sua 
naturale grandezza. 
Ciò fn E fu davvero una grande disgrazia che l'eloquenz 

una grande • . i , . . 

disgrazia, sacra, nel periodo che incommceremo a correre, nowi 

mancavano ^^^^^ trovato, massime nel suo principio, una Iingu«| 

altre favo- matura e adatta, perchè quasi tutte le altre circo-^ 
revoh cir- ini,;. . • i i 4 

costanze Stanze, che allo splendore di quest arte si doraandano^ì 

erano al tutto favorevoli. Non mancavano infatti , 
grandi cause da trattare e da cui dipendesse il benes- 
sere dei popoli, e non mancavano popoli fidenti nella ; 
Chiesa e che da lei aspettassero la parola che Ji or- 
ganasse e disciplinasse. Anche le ragioni politiche 
si associavano in grtin parte agl'intendimenti bene- 
fici della Religione, e la libertà era impotentemente 
contesa da pochi tiranni; di guisa che chi osava potea 
farsi valere, malgrado l'opposizione dei nemici. S'erano 
formati inoltre anche dei buoni centri, da cui si esten- 
deva una larga azione. Chi non rammenta quanto 
per siffatte condizioni fecero pur in Italia i seguaci 
di Domenico e di Francesco per togliere feroci e in- 
veterati dissidi tra principi e popolo, tra comune e 
comune, tra signorotti e sudditi, per ammansare le 
più rubeste passioni e disciplinar santamente il lavoro, 
i costumi, la vita? L'Italia di quei tempi, se mal 
non m' appongo, rassomigliava non poco alla Grecia, 
quando partita in Provincie or collegate or lottanti, 
ma congiunte da una lingua che tutte intendevano, 
generava i suoi più vantati oratori politici. Ma la 
Grecia di allora possedeva una lingua già più ricca 
e artistica, mentre l'Italia, uscente vittoriosa a fa- 
tica da una lunghissima lotta colle prepotenze di 
un impero che perdeva ogni giorno più le sue ra- 



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CAPO PRIMO 13 

gioni, era costretta a balbettare una lingua teste for- 
mata. Che meraviglie di eloquenza non avrebbero 
fatto sentire un Antonio di Padova, un Giovanni da 
Schio, un fra Reginaldo e tanti altri gran pacieri di 
quella età, r.e avesse sonato sul loro labbro la piena 
€ maestosa favella del Cinquecento? Ma cornee raro 
che in uno stesso uomo si trovino tutte quante per- 
fette le facoltà della mente e tutte armonicamente 
accordate, così è pur troppo assai raro che nel corso 
dei secoli tutte le buone condizioni cospirino a pre- 
parare le somme produzioni dell* arte; ed è da lamen- 
tare che, per mancanza di una lingua ricca e matura, 
non siasi ottenuto un tanto importante accordo in 
questo priffio periodo della sacra eloquenza. 

Tanto più che fioriva a' que'di una sana coltura Tanto più 
scientifica, teologica cioè e filosofica, pur necessaria, ^''« fi<>"^a 

' i » , .1 UQ* buona 

come ognun sa, perche nel campo sacro si svolga una coltura 
vigorosa eloquenza. In effetto la coltura scientifica era J filolofica 
tra noi più che mai promossa, se fin dal secolo XII 
nelle nostre principali città prendevano incremento 
quegli studi che poi si chiamarono università e che 
propagarono nelle nostre regioni un gran movimento 
di vita intellettuale; basti dire che nel secolo XIII già 
si contavano nell'Alta Italia parecchi di questi studi, 
cioè a Bologna, a Padova, a Vicenza, a Vercelli, a 
Piacenza, a Treviso; e lascio stare quegli altri di Sa- 
lerno, di Napoli, di Roma, di Perugia. La filosofia 
scolastica raggiungeva allora il sommo suo splendore 
con S. Bonaventura e S. Tommaso d'Aquino, e ba- 
stava a maturare grandi uomini, specie nei conventi; 
sicché la Chiesa valse a preparare con essa la sua ca- 
valleria, se così posso esprimermi, per le battaglie del 
pensiero, come avea preparato e benedetta la caval- 
leria delle crociate contro le minacce e il terrore della 
spada maomettana. 

Chi esamina la letteratura italiana nel suo primo 



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14 CAPO PRIMO 

periodo è preso talvolta di meraviglia nell' accertarne 
i rapidi progressi e nel veder che tanto si appressa in 
un solo secolo alla sua perfezione; mentre altre let- 
terature romanze incedevano sì lente. Ma cesserà 
meraviglia, quando si ponga mente, com* io diceva 
alla assai diffusa coltura teologica e filosofica ; e cosÈ 
si spiegherà come Dante abbia potuto sì presto com- 
porre un poema di tanta perfezione di concetto e di- 
stile. Tuttavia perchè questa coltura si propagava an- 
cora per mezzo della vecchia lingua latina e perchèr 
nelle solenni adunanze si preferiva pur nella stessa 
oratoria il latino, credendo inetto il volgare a ricevere 
un alto pensiero, avvenne che la eloquenza non ne 
sentì tutto il vantaggio che potea. E quando poi parca 
bastare la lingua, venivano meno altre circostanze 
favorevoli, non senza però che si udisse prima qual- 
che voce potente e animatrice del popolo. 
Qaai ca- Ora le larghe e rapide osservazioni fatte fin qui ci 
"torio ne* conducono a contrassegnare il carattere della sacra 
neuV^due ^^oquenza in questo primo periodo, carattere pur 
suddivisioni troppo determinato da un cattivo accordo tra alcune 
pnmo^° circostanze esteriori al tutto favorevoli e lo stato 
periodo jg|ja lingua e dell'arte affatto insufficienti per una elo- 
quenza degna di ammirazione. Questo carattere però 
si viene a poco a poco armonizzando, per modo che 
il periodo si può suddividere in due parti abbastanza 
distinte. Nella prima, che corre dai vagiti della nuova 
letteratura fino al Trecento e a Giordano da Rivalto, 
troviamo cause interessanti e grandi oratori che le 
comprendono e in esse si esaltano, popoli a un tempo 
ben disposti a riceverne la parola, e sufficiente libertà 
o concessa dai comuni o impotentemente disputata 
dai tiranni; ma la lingua è sì balbettante, i popoli 
ancor sì rozzi e l' arte quindi sì greggia, che non ne 
restò alcun monumento di vero valore. Anzi quando 
si volea far qualche cosa di piiì polito e letterario, 



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CAPO PRIMO IS 

parlando a ecclesiastici o ad adunanze di maggior 
coltura, gli oratori, spregiando il volgare, si teneano 
ancora al latino, che, come avremo a vedere, continua 
sulle tracce dei tempi passati; onde possiam dire che 
la predicazione al popolo andavasi alternando in due 
lingue, l'una troppo bambina e l'altra troppo vecchia 
e sfigurala per produrre alcunché di buono sotto 
r aspetto letterario. Nella seconda parte poi che corre 
da Giordano da Rivalto fino al Savonarola, se per 
molte favorevoli congiunture di vita pubblica essa 
può discendere animosa tra il popolo e combattere il 
vizio e accorrere a molti bisogni sociali e fissar quindi 
la sua forma volgare, così da metterci in mano la- 
vori degni di qualche considerazione; dall'altro lato 
bassi però ancora a notare, oltre a un improvviso 
decadimento, V incertezza e l'inesperienza di chi tenta 
delle orme nuove, onde la tessitura dei discorsi lascia 
molto a desiderare, perchè ora si cammina a vànvera, 
ora t'imbatti in un peso di scienza male accumulato, 
ora in tratti di troppo bonaria rozzezza e che han 
del grottesco. 

Entriamo dunque nella prima parte del primo pe- vi fu gran 
riodo. Niun dubbio che non vi fosse un grande anzi "di^p?edi-°^ 
straordinario movimento di predicazione. Sappiamo nazione; 
che uomini, sorti per lo più dal popolo, appartenenti 
ad ordini religiosi, autorevoli per le loro virtù, dotti 
secondo che portava il tempo quant' altri mai, rispet- 
tati o temuti dai principi, correvano di terra in terra, 
traevano a sé con la loro parola le moltitudini, e, so- 
stituendo un' azione assai negletta dai Vescovi e dal 
clero secolare, s'intromettevano da pacieri nelle loro 
discordie e predicando la dottrina di Gesù Cristo e 
la fraterna carità arrecavano infiniti benefici a quella 
società. Predicavano nelle chiese, o sotto i portici 
adiacenti alle chiese, predicavano anche con maggior 
frequenza nelle piazze o in altri luoghi di convegno, 



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l6 CAPO PRIMO 

specie quando le chiese non bastavano a capire i nu- 
merosi uditori che essi richiamavano a sé. Il gran 
movimento cominciò specialmente per mezzo di due 
celeberrimi atleti e riformatori della Chiesa S. Dome- 
nico e S. Francesco, dietro ai quali vengono altri ge- 
nerosi eroi, di cui son piene le cronache di quei 
tempi. Amendue pensarono non solo alla santifica- 
zione propria e dei religiosi addetti alla loro regola, 
ma anche alla riforma e al bene della società col 
mezzo della predicazione. Erano animati da un alto 
amore; e T amore, che tende di sua natura a diffon- 
dersi, non poteva dimenticare nessuno. Dante, che 
sintetizzò nelle tre Cantiche della Divina Commedia 
la vita de' suoi tempi, li saluta quali 

I dud campioni al cai fare, al cai dire 
La pD[>o! disviato si raccorse (i). 

E q siesta Prima però di additare le opere di questi due 
per % pili campioni, e degli altri che mossero sulle loro orme, 
" ■"in'u^i^nó e di quanti fra il clero si adoperarono a spargere il 
buon seme della divina parola, convien mettere in 
chiaro una questione, vale a dire se sia da ritenersi 
che tutti costoro predicassero in latino ovvero se so- 
vente usassero il volgare, e quando preferissero una 
forma all' altra. Veramente non ci restano documenti 
di prediche antiche in volgare che tronchino netta la 
questione; il meglio che si ha sono sunti di prediche, 
come quelle di S. Antonio di Padova, e sono dettate 
in latino; ma qualche antica memoria e ragionevoli 
supposizioni ci conducono a conchiudere che d'ordi- 
nario al popolo non si predicava in latino. Oramai 
la nuova lingua, svolgendosi, come sé detto, sulla 
base dei dialetti sempre vivi e modificantisi, si era 
staccala nello stessa secolo XII dalla lingua madre. 



\t) pATid xn, 4^- 



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CAPO PRIMO 17 

affermando una propria esistenza. Il popolo lo sen- 
tiva, e perciò, lasciando ai chierici il dottoreggiare in 
latino, nella piccola arte che gli apparteneva, facea ri- 
sonare il proprio linguaggio, e tesseva così i suoi ri- 
spetti amorosi come le laudi sacre in volgare, perchè 
assai gli premeva che non ne passasse inosservato il 
senso. Or figuratevi se quegli uomini pieni di zelo 
che correano a scuotere davvero e a convertire le 
moltitudini non dovevano abbassarsi al linguaggio 
popolare per essere integralmente compresi. Già esì- 
stono le prove che S. Francesco il fece, quando volea 
insegnar dei canti che alimentassero la pietà» ed è 
notissimo il suo cantico del sole: « Altissimo, onni- 
potente e bon Signore, tue son le laude, la gloria e 
lo onore et ogni benedictione; a te solo si con fan no 
e nullo homo è degno de nominarte. Laudato sia 
Dio, mio Signore, con tutte le creature; spezialmente 
messer lo frate Sole, il quale giorna e illumina nui 
per lui, ecc. » Ora se quest'uomo di Dio piglia la 
lingua dal volgo, senza tema di spregio, quando vuol 
mettere sulla bocca del popolo canti di pietà, in cui 
non importa gran fatto che tutto s'intenda, bastando 
anche il tòno della voce e la devota armonia l1 dc^ 
stare il sentimento; chi non penserà che egli, presen- 
tandosi alle turbe per esortarle all' adempimento dei 
doveri cristiani, non si mettesse in un franco com- 
mercio dì pensieri col popolo, usando il volgare? 

Dissero alcuni: ma il popolo in Italia capiva an- 
cora non poco il latino. Rispondo: certo più che non 
se ne capirebbe ora, perchè il distacco delle due lingue 
era recente, e la morfologia antica non sonava agli 
orecchi come cosa al tutto nuova. A siffatta conchiti- 
sione ci conduce anche un documento del 11S9, re- 
cato dal Muratori (i), e che rammenta un fatto acca- 



(1) Antich. Est. t. 1. e. 36. 
Storia della Predicazione ^ecc. 



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l8 CAPO PRIMO 

duto a Padova nella consecrazione della chiesa dì 
S, Maria delle Ceneri. Il documento attesta che il 
patriarca d' Aquileia, colà invitato per la straordinaria 
so 1 e n n i i à , p red icò n ella eh iesa litteraliter et sapientery 
ossia nella lingua latina, che già restava la lingua 
degli ecclesiastici e dei dotti; ma si legge ancora che 
Gherardo, vescovo di Padova, raccogliendo dopo il 
patriarca la parola, si rivolse al popolo maternaliter, 
cioè nel linguaggio vivo e parlato e quindi da tutti 
inteso. Anche di qui si può argomentare che a questi 
tempi il latino, ancorché oltre ai chierici fosse da 
molt' altri inteso, non era però comunemente inteso 
dal popolo, e però quando urgeva di farsi intendere, 
bisognava valersi del volgare. Avveniva pertanto che 
nelle maggiori solennità, dentro il recinto del tempio, 
specie quando conveniva in pompa rituale il clero, si 
parlasse in latino, perchè parea di venir meno alla 
riverenzia dovuta al sacro luogo e alla divina parola, 
se si fosse parlato come si parlava in piazza; proprio 
come a' nostri giorni si usa comunemente in chiesa 
la lingua letteraria e grammaticale, mentre in piazza 
ci contentiamo del dialetto. Anche S. Tommaso ci fa 
sapere che « orrmes loquuntur litteraliter in ecclesia, 
quia omnia dicuntur in latino » (i). Del resto pur nel 
tempio, ma più spesso fuori, quando si volea ammae- 
strare la plebe, gli oratori sì valeano della lingua usata 
dalla plebe- Quindi Mons. Fontanini, ragionando 
della predicazione nella cappella papale, osserva che 
« in volgare si predica fuori di cappella in sala del 
Concistoro, a porte chiuse e privatamente, senza che 
alla scoperta vi si vegga il Pontefice, quasi che egli 
in sua presenza non ammetta altro linguaggio che il 
sacro, che è il latino. » Il che succedeva in tempi al- 
quanto posuriori a quelli di cui ragioniamo. 



Ili Dàlie L«z. di Ales. Paravia pag. 318. 



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CAPO PRIMO 19 

E quella predicazione in volgare che già usavasi 
dal secolo XII in poi in Italia, attecchiva maggior- 
mente e prima nelle regioni straniere che subirono 
il dominio romano; mancando quell'affezione al la- 
tino, che per ragioni di patria doveva allignare tra 
gF Italiani. Ce lo fa supporre anche Pietro di Blois, 
allorché, durando ancora il secolo XII, dice di riscri- 
vere in latino il sermone che avea tenuto al popolo 
in lingua francese. « Petis a me, charissime frater^ 
ut habitum sermonem ad populum scribendi of- 
ficio Ubi communicem: et quae laicis saiis Cì^ude 
et insipide fsicut eorum capacitatis eratj propcisuìi 
in latinum sermonem studeam transferre. Speras pro- 
fectOy non solum dicendi celeritate, sed ìatinae h 
cutionis volubilitate, nitescere posse materiam, quia^ 
quadam hujus idiomatis praerogativa, sententtacplu^ 
rimum honoris et efficaciae ex ver bis accedila et ad 
finem suum sic cjmmodius sermo decurrit ► [[)- E 
Lecoy de la Marche (2) dimostra queste due propo- 
sizioni riguardo al linguaggio che usavasi sermo- 
nando nei templi in Francia, cioè i) che tutti i sermoni 
rivolti ai fedeli, anche quelli che sono stati scrìtti in 
latino, erano predicati interamente in francese; 2] che 
solo i sermoni rivolti ai chierici erano ordinariamente 
predicati in latino. E Alberico di Tre Fontane, ripro- 
ducendo Tepitafio scolpito sulla tomba dell' Ab, Not- 
gen, morto nel 998, ci fa capire che un siffatto uso 
era già introdotto fin da allora. L' elogio suona cosi : 

Vulgari plebem, clerum sermone latino 
Erudit, et satiat magna dulcedine verbi. 

Bastano anche le testimonianze citate ad accertarci 
che prima fuori d'Italia, e poi anche in Italia, per lo 



II) Petrus Bles. Sermo 65. 

(2) La chaire francaise aa moyen age. 



I 



1 

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20 CAPO PRIMO 

più in chiesa si parlava in latino, ma e nella stessa 
chiesa, quando volevasi ammaestrare il popolo, e in 
piazza e in altre adunanze si predicava in volgare. É 
naturale pertanto che debbasi ammettere che il volgare 
a poco a poco venisse sempre più sostituendosi alla 
lingua morente; né si può credere al Fontanini che 
dice che nei due secoli, susseguenti a quello di cui ra- 
gioniamo, si teneva una misura medesima; opinione 
giustamente confutata dal Tiraboschi (i). In effetto 
anche le compilazioni delle prediche di fra Giordano 
da Rivalto, tratte dai codici magliabecchiani, ci per- 
vennero in italiano; e Fra Jacopo Passavanti nel pro- 
logo al suo Specchio di penitenza, afferma di aver in 
quel suo lavoro raccolto il succo della predicazione 
fatta volgarmente nella sua lingua fiorentina. Vuoisi 
pertanto ritenere che S. Domenico parlasse sì in la- 
tino, quando ad esempio spiegava a Roma le lettere 
di S. Paolo o quando predicava come primo maestro 
dei Sacri Palazzi alla corte di papa Innocenzo III; e 
che S. Francesco pur parlasse in latino, quand'ebbe 
ordine di predicare alla presenza di Onorio III; nella 
quale occasione, come narra S. Bonaventura, dimen- 
ticò tutto r imparato, e dovè sostituire alla meglio un 
discorsetto estemporaneo; ma e questi oratori e gli 
altri inviati da loro certo non soffersero di tenere un 
linguaggio poco o nulla inteso dalle moltitudini, 
quando voleano riformarne i costumi, e sbandirne 
gli errori. 

Fissata adunque la lingua in cui facevasi d' ordi- 
nario la predicazione, notiamo subito come il gran 
movimento, che cominciò coi due gran luminari di 
santità che furono S. Domenico e S. Francesco, in 
certo modo si divise e portò impresso per lungo tempo 
un proprio carattere tradizionale; carattere che con 



(i) Storia della lett. t. IV, pag. 641. Ed. di Venezia 1823. 



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Lv 



CAPO PRIMO 



2ì 



rapido tocco è tratteggiato da Dante, là dove mtrte tn 
rilievo l'indole dei due santi dicendo: 

L'un fu tutto serafico in ardore. 
L'altro per sapienza in terra fue 
Di cherubica luce uno splendore <i) ; 

onde più studio di dottrina e più di elevatezza nei 
seguaci di Domenico, e più di semplicità, di senti- 
mento e di popolarità nei seguaci di Francesco. Fac- 
ciamoci quindi a dirne qualcosa in particolare, e 
prima di colui che fu capo dell'Ordine detto dei Pre- 
dicalori. 

Domenico Gusman (i 170-1221) la cui grandezza Domenico 
fu pronosticata da un celebre sogno della madre, più ^"^"^^" 
che per la nobiltà dei natali attrasse presto T altrui 
attenzione per la singolarità delle sue virtù e per lo 
zelo nella predicazione. Nato a Calaroga nella Spa- 
gna, forniti gli studi a Pallenza, canonico regolare di 
S. Agostino, brillò come un astro nella chiesa d'Osma 
per la sua abilità nello spiegare le Sante Scritture e 
nel tenere altri discorsi. La potenza della sua parola^ 
associata com' era all' istituzione del S. Rosario, ot- 
tenne un po' più tardi singolari trionfi nella Lìn- 
guadocca contro gli Albigesi e i Valdesi; pert-Iò lu 
invitato a prender parte al Concilio lateranese IV, in 
cui furono condannati i detti eretici ed altre sètte. 
Avendo dinanzi a sé lo spettacolo delle crociate, di 
animo mite com'era e rifuggente da ogni violenza, 
pensò alle crociate agguerrite soltanto con l' arma 
della parola, e concepì il disegno dell'ordine dei Pre- 
dicatori, e venne una seconda volta a Roma per at- 
tenerne da Onorio III l'approvazione. Fu in questa 
occasione che il Pontefice ne ammirò il sapere e voile 
affidargli delle predicazioni in città, e inoltre T invitò 



(I Farad XI. 37 ecc 



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^ CAPO PRFMO 

a commentare le lettere di S. Paolo nelle pubbliche 
scuole. A quel che ne dicono, idee nette, animo in- 
trepido e inalterabile, come il suo viso, servirono 
mirabilmente a far trionfare la sana tradizione cat- 
tolica sopra il rinascente manicheismo; e lo zelo della 
sua carità, lampeggiante nello sguardo, ammansava la 
ferocia degli animi, per sollevarli uniti nella preghiera. 
Quindi la perfidia ereticale fu sgominata dinanzi 
a" suoi passi e Ìl poeta potè dire di lui, celebrandone 
le lodi, che 

. , . con dottrina e con volere insieme 
Con V uffizio apostolico si mosse, 
Quflsi torrente ch'alta vena preme; 

E negli sterpi eretici percosse 
L'impelo suo, più vivamente quivi, 
iiove le resistenze eran più grosse (i). 

Fra* primi che sull'orme sue salirono in gran 
naid"o castri fama s avan/.a fra Reginaldo, che tornato da Terra- 
domenifanigjjj^^^ preditTÒ con grande successo a Bologna e con- 
tava tra suoi uditori gli stessi maestri dello studio 
già fondato in qaella città. Andava poi a conseguir 
glorie anche maf^giori nella dotta Parigi; onde fu 
altamente compianto per esser venuto a morte in 
troppo fresca età e prima dello stesso fondatore del 
nuovo Ordine a cui apparteneva. Sembra che mirasse 
molto alla pratica e a battere il vizio; le cronache 
infatti il dicono assai rigoroso contro i turbatori della 
proprietà e i fautori dell' usura: « tantus rigor circa 
corrigenda vitia et maxime proprietatis vitium serva- 
batur, ut modicum acceptum vel datum sine speciali 
licenda, graviter puniretur » (2). 

Nella città dì Bologna si segnalò pure un Tan- 
4:redi di Bologna, che trattò le armi a servigio di 



fi\ ?ariid. XU. loi ecc. 

[2] Ann- Ord. Pred. B. M. F. Reglnaldus. Vit» frat. p. 4 e. 2. 



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CAPO PRIMO 23 

Federico II, ma poi, mutando divisa, si fece monaco 
e predicò in patria; accanto al qual nome si trova 
quello d' un tal Matteo Gallico. Ma 1' uomo che, se 
si guardi agli effetti, va posto tra i più valenti ora- 
tori fu il B. Giovanni da Schio, o come altri dicono, 
da Vicenza, tanto rinomato quale abile paciere, in 
quei tempi di prorompenti discordie. Nel 1220 vestì 
l'abito domenicano in Padova, e si guadagnò ripu- 
tazione di esperto predicatore tre anni dopo a Bo- 
logna; onde quella città se l'ebbe assai caro, l'onorò 
e chiese ai Pontefice che mai non fosse allontanato 
dì là. Né valsero ad alienargli l'animo del popolo le sa- 
tire di untai Buoncompagni, maestro di grammatica 
e arguto motteggiatore; anzi più tardi, quando papa 
Gregorio volle usare di quell' uomo abilissimo per 
alcune legazioni ad Ancona, a Firenze, a Siena, do- 
vette minacciar le scomuniche, affinchè il popolo ne 
sopportasse in pace l'assenza. L'anno medesimo che 
predicò a Bologna, imitando altri frati pacieri, si recò 
a Padova, a Treviso, a Feltre, e negli anni successivi 
a Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, dapertutto 
con la forza della sua eloquenza ammansando l'animo 
dei dissidenti. Parve toccare il sommo della gloria 
quando potè radunare a Pasquara sull'Adige, dicono 
un 400,000 persone, sedando al momento gravi discor- 
die, che poi troppo presto si raccesero. Né Grecia né 
Roma apprestarono più splendido campo all' elo- 
quenza; alla quale pur devesi attribuire alcun valore, 
quantunque il meglio venisse dalla santità; veggasi 
con quanta larghezza di lodi ne parli anche il De- 
nina (i) e Io stesso protestante Sismondi, nonché le 
cronache antiche (2). Morì nel 1263 (?) 



<n Riv d' Italia lib 12. e. 6. 

'2) Rolandino De factis in Marchia Tervisana e Gerardo MaU' 
risio vicentino nella sua Historia. 



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24 CAPO PRIMO 

Emuli dei domenicani diventavano i francescani, 
«cod'As8i$ionde, come si accennò, va posto fra i predicatori lo 
stesso S. Francesco d'Assisi (1182-1221), che all'in- 
tento della riforma spirituale dell* individuo tini lo 
zelo della predicazione. Di nobile famiglia fiorentina, 
che allora esercitava la mercatura in Assisi, s'ebbe 
nel battesimo il nome di Giovanni, che poi mutò in 
quello di Francesco, per essere vissuto a cagione dei 
negozi domestici alcun tempo in Francia. Al suo 
ritorno in patria fu capo di una compagnia di giovi- 
notti godenti, ma mutò poi vita, come ognun sa, per 
darsi a pratiche di severa penitenza. Quanti ne par- 
larono da S. Bonaventura e Dante fino a que' mo- 
derni che non seppero cogliere integra la sua figura, 
come il Sabbatier (i) e il Bonghi (2), n'esaltano la 
santità e la grandezza degl* intendimenti sociali, e 
non è nostro ufficio il seguirli. Ideò l'ordine che s'ap- 
pella dal suo nome, n' ottenne la sanzione da Inno- 
cenzo III e poi da Onorio III e ne popolò la terra. 
Tentennò da prima tra una vita puramente contem- 
plativa e l'attiva, e, pieno d'amor di Dio e del pros- 
simo com'era, pensò di associarle, alternandole, nella 
sua regola; dubitò se dovesse accingersi anche alla 
predicazione. « Un giorno, scrive S. Bonaventura (3!, 
disse a' suoi frati: che mi consigliate, fratelli miei? 
Qual delle due cose giudicate migliore, ch'io attenda 
all'orazione o che vada a predicare? » Il dubbio na- 
sceva da ciò che il santo, ponendo ad esame le sue 
qualità personali e disputandosene prò e contro, ri- 
conosceva che più che il dono della parola aveva ri- 
cevuto quello della preghiera. Però non volendo de- 



li) Vita dì S, Francesco d'Assisi. 

(2) Francesco d' Assisi — Studio di Ruggero Bonghi. Città dì 
Castello, 1884. 

(31 Vita S. Francisci e. 12. 



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CAPO PRIMO 25 

cidere da se questione di sì gran momento, ricorse 
al giudizio di fra Silvestro, che stavasi in orazione 
sul monte Assisi, e di Suor' Chiara; i quali amendue 
risposero con le parole di Cristo: andate e predicate; 
aggiungendo che erano chiamati non solo per la 
propria salute, ma per quella ancora de* prossimi. 
Quindi Francesco passò presto air azione, e predicò 
a Bavegna, ove guarì una giovane cieca e convertì 
molti, e poi a Roma, ad Ascoli, altrove. Volea rifor- 
mare il mondo, anche maomettano: 

E poi che, per la sete del martiro, 
Nella presenza del Soldan superba 
Predicò Cristo e gli altri che il seguirò; 

Hi per trovare a conversione acerba 
Troppo la gente, e per non stare indarno, 
Reddissi al frutto dell' italic' erba (i). 

Certo ora non è facile a dire quali fossero le doti 
della sua eloquenza; tuttavia se il grazioso libretto, 
fior di celeste fragranza e tutto semplicità, che s' ap- 
pella Fioretti di S. Francesco, è una ispirazione della 
sua parola, bisogna dire che il santo predicasse con 
una amabilissima schiettezza e con imagini còlte 
fresche fresche dalla natura, di cui era innamorato e 
di cui si valea per elevare gli animi alla carità di 
Dio. E tale schiettezza, se crediamo a S. Bonaventura, 
s'accompagnava a profondo convincimento e a uno 
zelo che non guardava in faccia a persona, ma dicea 
nuda e cruda la verità ai grandi e ai piccoli, senza 
dar tregua al vizio. (^ Et quoniam primo sibi prof erat 
opere, quod aliis suadebat sermone, reprehensionem 
non timens,veritatem fidelissime predicabat. Nesciebat 
aliquorum culpas palpare, sed pungere; nec vitam 
fovere peccantium, sed asperare, increpatione ferire. 



(I) Parad XI. 



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20 CAPO PRIMO 

Eadem mentis constantia magnis loquebatur etparvis, 
eademque spiritus jucunditate paucis loquebatur et 
multis. Omnis aetas, omnis sexus properabat virum 
novum, mundo coelitus datum, et videre et audire.' 
ipse vero per diversas regiones egrediens evangeli- 
^abat ardenter, domino cooperante^ et sermonem con" 
firmarne sequentibus signis^ (0- E segue il racconto 
dei miracoli, 
s. Antonio Dieiro le orme di questo insigne campione della 
4i Padova ^^^^ andarono molti de' suoi seguaci, che secondo la 
regola dovevano poi guardarsi dall* assumere un tale 
ufficio di proprio capo: nullus minister vel predicator 
appropn'et sìbi ministerium vel officium predicationis .• 
sed quacumque hora ei injunctum fuerit, sine omni 
contradictione dimittat officium suum » (2). Onde 
fra primi si segnalò Frate Egidio, di cui si parla con 
tanta lode nei Fioretti; ma come oratore va senza 
confronto più celebre 5. Antonio di Padova ( 1 195-123 1 ), 
che S^ Francesco chiamava il suo vicario (3). Nato a 
Lisbona d' illustre casato, appartenne da prima ai ca- 
nonici regolari di S. Agostino. Carattere intrapren- 
dente ed ardilo, quantunque avesse imparato a vin- 
cersi con profonda umiltà, ammiratore di alcuni 
francescani, vittime degl'infedeli nel Marocco, entrò 
nell' Ordine di S. Francesco; e avido del martirio 
tentò recarsi a predicare nell' Africa; ma, altri essendo 
i divisamenti del Cielo, risospinto da una procella in 
Sicilia, riparò nel convento d' Assisi. Dopo un ritiro 
a Montepaolo fu ordinato sacerdote a Forlì, ove per 
comando del vescovo fece ai compagni un'esorta- 
zione che lo manifestava oratore. Mandato a studiar 
fiù di proposito teologia nel convento di S. Andrea 



{i) Vhi B. Ff^ncisci e. XII. Parigi, 1641. 
\%\ [d e. XVIE. 
t3> Fioretti 



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CAPO FRIHO 37 

<fì Vercelli, mostrandovi un forte Ingegno, fu fatto 
lettore, e come tale insegnò negli studi, allora unì* 
versitari, di Monpel[ierì, Bologna, Padova, Tolosa, 
unendo alT insegnamento una frequente predicazione 
deHa divina parola. Lottò contro gli eretici, special- 
mente a Rimini, a Milano, a Tolosa, sostenendo pub- 
bliche dispute. Egli e per la forza della sita eloquenza 
e per essere sì grande operatore di miracoli da me- 
ritarsi il sopra nome di taumaturgo, traeva cran gente 
a sé; e si leggono meraviglie delle converj^ioni che 
faceva e delle pubbliche riforme che ne seguivano (t)* 
Oli ultimi e più gloriosi allori li cohe a Padova, ove 
concita che vi erano più di 40 scuole di eretici, spe- 
cialmente Valdesi, e dove trasse molti alla fede, re- 
golando santamente ì costumi de* peccatori più scan- 
Halosi. Le chiese non potevano capire il suo uditorio, 
le cronache ci dicono che talvolta da 30 mila persone 
^1 affollavano ad ascoltarne la parola; predicava quindi 
nelle piazze o nelT aperta campagna, come usava di 
tare a Cam posa mpiero. Sorpreso dalla morte, mentre 
tornava in città, nel luogo detto 1' Arcelia presso Pa- 
dova, ove ora un mio compagno di studi eresse uno 
^splendido tempio, tu tosto onoralo di culto, anzi si 
chiamò per eccellenza il Santo. Nella sontuosa ba- 
silica che s" appella dal suo nome se ne conserva il 
corpo e l'incorrotta sua lingua. 

Tra gli oratori che fiorirono in questo periodo Tiene 
«gli tiene il posto pili elevato, anche perché della sua po^t^Ta 
predicazione ci sono rimasti notabili documenti, lad- i ^^^J'g^^^" 
dove degli altri che pur salirono in gran fama non ^^'^^"^ 
rimane più nulla. Vero e che, quantunque tutte le 
circostanze ci attestino eh' ei dovea predicar in vol- 
gare, i suoi scrini, secondo un' usanza che durò assai 
tempo, sono in latino, e non ci presentano quindi 



[t) Vedi Ada Ss. Vila S. Autoaìi. 



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28 CAPO PRIMO 

tutto il colorito e tutta la popolarità dell* arte eh* ei 
dovea possedere. Anzi possiam dire che chi li ri- 
guarda ora quali sono nel lor latino non saprebbe 
spiegarsi la fama straordinaria di valente dicitore che 
godeva. Dal loro esame però si capisce di leggeri 
come quelli non erano se non brevi sunti che gli 
servivano a mantenere un ordine nei concetti, rimet- 
tendone r amplificazione alla ispirazione del mo- 
mento. Se non fosse così, bisognerebbe dirlo troppo 
secco e troppo pieno di passi scritturali in modo ve- 
ramente contrario al gusto del popolo, né si capirebbe 
come quei discorsi avessero sollevato così alto ro- 
more. Fra le qualità in lui eminenti va notata una 
franchezza che sapea di ardimento; basti a proyarlo 
il coraggio (smentito a torto da alcuni critici) di pre- 
sentarsi al tiranno Ezzelino da Romano per rinfac- 
ciarne e contenerne le crudeltà. Neil' arte sua segue 
r uso di allora: prende d'ordinario le mosse dal Van- 
gelo, svolgendolo parte a parte con un commento 
più o meno ampio, d'onde pigliava l'aire per inveir 
contro il vizio; come ognun può vedere leggendo le 
spiegazioni ch'ei ci dà dei vangeli dell'Avvento e 
degli altri tempi dell'anno ecclesfastico. Non si pro- 
pone quindi alcun assunto per trattarlo con unità di 
concetto; tuttavìa non manca un fondo di osserva- 
zioni che collimano ad uno scopo e che danno al 
discorso un colorito abbastanza uguale o di terribi- 
lità, o di speranza, o di pentimento ecc. e che sup- 
plisce all'unità artistica dei concetti: il che fa tenen- 
dosi molto stretto allo spirito della Chiesa; onde pon 
mente ne' suoi commenti non solo al vangelo e al- 
l' epÌT^tola che si legge nella Messa, ma ancora ai 
brani della Sacra Scrittura che si recitano nell' uf- 
fizio di quel giorno. Abbonda di sensi allegorici, e ne 
Trae spesso dalle etimologie dei nomi delle persone e 
delle terre o d'altro; e s'intende, cadendo talvolta nel 



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I 

■ c:a[>o primo ^ 

^Ifo e nello strano. Vi si not^i menle vasta, frequenti 
divisioni chz ti fanno sentire ravviamento dato dalia 
scolastica (avviamento che continuerà per un gran 
pezzo), fantasia ardente che si rivela in im^igini assai 
icflfìcaci e situazioni drammatiche molto attraenti e 
frasi scultorie. 

Piglia ad esempio il vangelo della prima domenica Esempi 
d' A V ve n t o, e 1 egg i e d osse r v a il punto dove dice: ^j" " V p er/ 
<< al termine della vita gli uomini carnali arrossi- 
ranno d'aver corso i giardini della gola e della lus* 
suria che nella lor vita amarono; e resteranno nudi 
e secchi come le querele quando cadono le foglie, 
cioè quando perderanno le ricchezze e le delizie, e 
come orti senz' acqua, perchè cesserà ogni diletto, j' 
Or ima^ina in questo punto Voratore che suirima- 
gine sintetizzata faccia una bella e popolare amplifi- 
cazione di quei giardini della gola e della lussuria, di 
cai dovevano arrossire i peccatori. Di quanto effetto 
doveva riuscire Ì! rammentar qui gli splendidi con- 
viti, i lauti cibi, il ricco vasellame, gli aurei doppieri, 
il lusso delle corti bandire, il pittoresco vestire dei 
cavallleri, i complimenti delle dame, le etichette del 
Cadice d'amore, le ignomìnie e le turpitudini; e dal- 
l'altro lato i poveretti che languivano invano alle 
porte dei grandi, o penavano in squallide catapecchie, 
o sudavano pei campi a procacciar tanto spreco al 
crudi signori, mentre non aveau nulla da satollarci 
bambini che chiedevano un pane. Imagina inoltre 
quanto gli dovea fare buon giuoco, subito appresso, 
quell'altra imagine delle quercìe nude e secche per 
raffigurare quei crapuloni ridotti già allo stremo della 
I vita con l'abbandono di Dio e degli uomini, abbat- 
turi dalla sventura e dalle malattie, tratti al giudizio 
divino senza meriti e coperti d'ignomìnia. È così, io 
I credo, che dev^i spiegare l'eloquenza del santo, quale 
ce la dicono le raccolte tradizionL Senza dubbio va- 



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30 CAPO PRIMO 

levano moltissimo il miracolo e la santità, ma non 
può ammettersi che non concorressero per la lor parte 
anche i mezzi umani. Certo se S. Antonio avesse 
posseduto la lingua e T arte dei tempi maturi con 
le sue qualità personali, e con le circostanze sociali 
che lo favorivano sarebbe oggi collocato fra i sommi 
oratori ; ma resta sempre che nessuno può uscire dal 
proprio ambiente. 

Già talvolta riesce a farci sentire negli stessi suoi 
schemi alcun saggio del suo modo di amplificare. 
Ne traduco un piccolo brano dal Sermone sopra la 
Cananea, quale ce lo diede il mio amico e quondam 
mio compagno Locatelli nella recente e magnifica 
edizione che ne preparò (i). Ecco dunque com'ei 
commentò il silenzio di Gesù dinanzi alla donna che 
grida miserere mei. « Qui non respondit et verbum. 
Oh arcano consiglio di Diol Oh imperscrutabile pro- 
fondità dell'eterna sapienza 1 II Verbo che era in 
principio appresso il Padre e per cui furono fatte 
tutte le cose, non risponde una parola a quella donna 
Cananea cioè ad un'anima penitente! O Verbo del 
Padre, o tu che crei e conservi ogni cosa e tutto go- 
verni e sorreggi, rispondi almeno una parola a me 
povera donna, a me penitente. E io tei provo con 
r autorità dello stesso tuo profeta Isaia che t' è forza 
rispondermi. Queste promesse infatti il Padre dà di 
te ai peccatori e parla così in Isaia: Verbum meum 
quod egredieiur de ore meo, non revertetur ad . me 
vacuum, sedfaciet quaecumque volui et prosperabitur 
in his ad quae misi illud. Or che volle il Padre? 
Proprio questo, che tu accogliessi chi fa penitenza. 



(I) S. Anlonii Pat. Sermones doraenicales et in soleranìtatibus 
quos ex mss saec. XIII codicibus qui Patavii servantur, consultis 
etiam Vaticano, Casanalensi, aliisque exemplaribus, edidit notisque 
et illustrationibus locupletavi! Àntonius Maria Locatelli. 



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CAPO PRIMO 31 

che gli rispondessi una parola di misericordia. E tu 
stesso non hai detto; cibus meus est ut faciam vo- 
luntatem ejus qui misit me Patris? Abbi dunque 
pietà di me, o figliuolo di Davide, rispondi una pa- 
rola, o tu che se' il Verbo del Padre. Perchè posso 
provarti anche con l'autorità del profeta Zaccaria che 
ti conviene usar misericordia e rispondermi. Sai che 
egli di te profetò in questo modo: In die illa erit 
fons patens domui David in ablutionem peccatoris et 
menstruatae. O fonte di pietà e di misericordia che 
fosti nato in una terra benedetta, vo' dir nel virgineo 
seno di Maria, che pur fu della casa e della famiglia 
di David, lava le sozzure del peccatore e della con- 
taminata. Abbi pietà di me, o figlio di Davide, la 
mia figlia è con gran danno travagliata dal demonio. 
— Ma perchè dunque il Verbo non rispose una pa- 
rola? Certo perchè l'animo della penitente si ecci- 
tasse con maggior stimolo di compunzione e di do- 
lore » (Dom. n quadrag. 2* clausula). Vi è qui un 
vero slancio lirico che lo innalza a un colloquio con 
la stessa verità personificata. 

Con la predicazione, qual noi abbiam ora veduto, 
il santo rispecchiava più che mai tutta l'arte del suo 
tempo, seria, strettamente sacra e perciò aliena dalla 
scienza e letteratura profana. Anzi per mantenerla di 
questo gusto si narrava di un Minorità in Anglia, il 
quale si dilettava di speculazioni filosofiche, che in 
una visione gli apparve Gesù, additandogli un libro 
aperto, nel cui mezzo stavano parole d'oro (segno 
della perfetta dottrina del testo sacro) ma i cui mar- 
gini erano tutti deturpati da corrose postille, (segna 
della dottrina raccolta d' altro luogo e piena dell' ele- 
mento eterogeneo somministrato principalmente dalle 
scuole filosofiche) (i). 



(I) Wadding — Annales Minoram voi. III. 



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32 CAPO PRIMO 

Tra i predicatori popolari sul modello di Antonio, 

Altri pre- ..... . 

dieatori ma con meriti minori e minor rinomanza, possiamo 
rammentare Adamo Rufo che molto lavorò in ispecie 
nelle Marche e morì nel convento francescano di 
Fermo l'anno 1234; il b. Gentile de Marchia^ di cui 
si lodano le molte conversioni e che fiori presso a 
poco nel medesimo tempo; Giovanni da Santo Al- 
bano^ che faticò tra quei Minoriti che predicarono la 
crociata a' tempi di Federico II per ordine di Gre- 
gorio IX, il quale avea lanciato la scomunica a chi 
tra i fedeli ricusasse di sentirne le prediche. Con esso 
andava Maestro Ruggero De le Wes, che aveva sa- 
nato una rattratta; il b. Gerardo da Modena, della 
nobile famiglia dei Rangoni, che verso il 1233 cor- 
reva l'Italia come celebre predicatore, ed estinse in 
patria gravi discordie, e a Venezia converti il nobile 
Rodolfo che si fece francescano, mentre la moglie li- 
beramente entrava tra le Clarisse; Guglielmo De 
Cordela che diceano predicando a Toscanella in piazza 
avesse guarito un cieco e una rattratta (i). Agostino 
Ascolano, che entrò novizio nel Convento degli Ago- 
stiniani ad Ascoli e resse poi gli studi a Padova, di cui 
si hanno mss. i sermoni, e fiorì nella seconda metà del 
sec, XIII (2). Va poi degno di speciale menzione S- Pie- 
tro Martire, nato di genitori manichei a Verona, ma 
franco e ardente nemico degli eretici. Entrato nel- 
r Ordine de' Predicatori e fatti gli studi a Bologna 
predicò e lottò molto specialmente in Lombardia e 
fu proditoriamente ucciso, mentre da Como tornava 
a Milano nel 1253. Emulo della santità e dello zelo 
di costui si mostrò un nobile fiorentino, cioè quel 



(1) Wadding. t. I e HI. 

(2) Ex Ossinger Bibl. Augastìniana. Sermones fr. Augustini Escu- 
lani Ord. Eremiti ad sastantiam scholariam ejusdem Ordinis ia stadio 
4>atavino, 1394 - in 4. teste Tomasino in nostra Bibl. Patavina. 



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tr-vrr^i <'•?! 



CAPO PRIMO 33 

S. Filippo Beni{i che dopo aver fatto i suoi studi a 
Parigi si ascrisse ai Servi di Maria dei Monte Senario 
e predicò non solo in Italia ma in molte parti d'Eu- 
ropa e d* Asia, e mandò de' suoi fratelli a predicar 
nella Scìzia; fu gran paciere e morì a Todi nel 1285. 
Egualmente benemerito appare S. Ambrogio da Siena, 
dell' illustre famiglia dei Sanfedoni, che si fece de* frati 
predicatori nel 1237: studiò a Parigi, pacificò, predi- 
cando, molte città d'AUemagna, di cui aveva impa- 
rato ottimamente la lingua, e poi tornò in patria, per 
riconciliarla con Gregorio X che avea rinnovato l' in- 
terdetto di Clemente IV; ricevendo nuove missioni 
che diventavano fruttuose per mezzo della parola 
evangelica (i). Predicò molto in Lombardia il b. Bar- 
tolomeo da Vicen!(a, della nobile famiglia Braganza, 
che fu poi vescovo nella nativa città; lottò con Ez- 
zelino, che lo costrinse ad esulare, ma tornò nella 
propria sede dopo la morte del tiranno ed ivi morì 
nel 1270. 

Sostenne pure delle lotte con Ezzelino, anzi fu 
posto da esso prigione nella torre di S. Zenone degli 
Ezzelini, un altro rinomato oratore di que' tempi, 
ve' dire il benedettino B. Giordano Forcate che la- 
vorò assai nel disciplinare le case de' suoi religiosi, 
ma lavorò non meno con una feconda predicazione 
in mezzo al popolo; S. Antonio di Padova fu tra' suoi 
uditori per ammirarne l'abilità; morì nonagenario a 
Venezia nel 1248. 

Tra questi predicatori che d'ordinario correano tra 
il popolo minuto e si serviano del volgare, più in 
piazza che nelle chiese, ve n' erano altri che si tene- 
vano d'ordinario alle adunanze del clero, dei mo- 
naci, e delle persone più colte e ragguardevoli; essi se- 
guitavano la tradizione dei discorsi che ^i legano con 



(i) Vita B. Ambrosi! Senensis e. 1-4 x\cta Ss. 20 martyrum 
Stona defla PredicaiiùJie ecc. 3 



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34 e APO PRIMO 

quelli dei Ss. Padri. Era naturale che si mantenes- 
sero più elevati e più densi di una dottrina eletta, 
quali maestri delle classi dirigenti. A compimento 
della nostra storia gioverà prolungarne la schiera at- 
traverso i secoli del nascente volgare. 
Alberto Alberto Magno dì Svevia (i 193 -1280), maestro a 
Magno Colonia anche di S. Tommaso, va certo annoverato 
tra questi predicatori. È vero ch'ei deve la sua principale 
riputazione agli studi filosofici e teologici, in cui era 
eminente; ma come retore, specialmente per il suo 
trattato della topica, servì a disciplinar l'arte del dire, 
nella quale egli stesso si esercitò predicando la divina 
parola; molti discorsi infatti sui vangeli delle dome- 
niche e sulle feste dell'anno, van sotto il suo nome; 
e posto pur che sieno veri i dubbi che si muovono 
contro la loro autenticità, non sarebbero stati a lui 
attribuiti se non avesse lasciato alta fama di oratore. 
Fu vescovo di Ratisbona, ed ebbe assai larga in- 
fluenza neir avviamento del pensiero e dell' arte, an- 
che per esser vissuto in tempi in cui tra la classe colta 
poco si distinguevano i confini delle varie nazioni; 
ciò che vuoisi ascrivere alla benefica azione della 
Chiesa. Neil' arte sua si fa sentire più che mai la 
scuola; e alle divisioni sempre saccedono di molte 
suddivisioni: cosi ad esempio nella quarta domenica 
di quaresima, che tratta della moltiplicazione dei 
cinque pani e due pesci, attribuisce a ciascuno dei 
pani e dei pesci un significato speciale; e nel vangelo 
dei Dieci Lebrosi trova la violazione dei dieci coman- 
damenti della legge di Dio. L'analisi però procede 
sempre ricca di buoni pensieri quanto scarsa d'imaginì. 
S. Tomma- Degno figlio della scuola d'Alberto e ascritto al me- 
so d'Aqui-desimo ordine domenicano ci viene innanzi l'aquila 
opere delle scuole e il più gran genio de' suoi tempi S. Tom- 
oratone ^^^^ d' Aquino (1227- 1274). Sedette a scranna fra i 
dottori della Sorbona, ma in nessuno, meglio che in 



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CAPO PRIMO 



3^ 



lui, si rispecchia tutto il lavoro della filosofia scola- 
stica; Urbano IV gli offriva invano T arcivesccivado 
di Napoli; Gregorio X, che ne conosceva il vabre, 
lo mandava al Concilio di Lione, ma per via a Kos- 
sanova fu sopraffatto da morte. A noi qui non s' a- 
spetta tesser l'elogio della sua mente, ampia co^ì da 
abbracciare tutte le cognizioni dei Ss. Padri e dei 
migliori filosofi antichi e raccoglierle nella meravi- 
gliosa sintesi delle due Somme, netta e profonda così 
da sgroppare agevolmente i nodi più riposti delle più 
arruffate e contrarie opinioni. Secondo me nessuno 
scrittore vale quanto Tommaso a formar la mente 
del sacro oratore; il quale, fissato che abbia il suo 
tema, potrà trovar, massime nella somma teologica^ 
larga messe di opportuna dottrina. Già si sono fatti 
dei lavori sopra di ciò, e stanno raccolti in alcune 
edizioni del santo (i); e rammento di aver utilmente 
anch'io esercitato gli scolari con siffatto metodo. Per 
tal modo anche nel campo dell'arte si promoverebbe 
quello studio che il grande e dotto Pontefice Leo- 
ne XIII ora inculca a vantaggio delie scienze tcaio^ 
giche e filosofiche. Ben si capisce che non preten- 
diamo insegnare con S. Tommaso lo splendore della 
forma; niente sarebbe più contrario al fine; chi 
non sa con quanta secchezza è in quei volumi esposto 
il pensiero? Ma chi non sa d'altra parte quanto im- 
porti ad una maschia eloquenza la forza delle ra- 
gioni più concludenti, còlte sotto un aspetto preciso 
e perentorio? Laonde non parteciperò mai ai timori 
del P. Rapin, che dice di essere persuaso che la let- 
tura di S. Tommaso arrechi più male che bene agli 



(1) Vedi 5 T/tomae Aquinatis Summa Theologica dilfg^enier 
emendala De Rubeis, Biluart et aliorumnotis seleclis ornata.. Tomus- 
Sextus. Augustae Taurinorum typ. Marietti. Index Quintus fosi- 
eionatorum. 



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^6 CAPO PRIMO 

oratori (i). Come sacro oratore il Santo ci presenta 
un gran numero di discorsi e di opuscoli che gli do- 
vettero servire alla predicazione, e che furono recen- 
temente stampati a vantaggio del clero (2). Del resto 
più che discorsi sono schemi di discorsi che doveano 
^uidarìo nello svolgimento de' suoi temi. Per convin- 
cersene basta appressare i detti schemi al discorso sul 
Sacramento dell'Altare recitato evidentemente qual fu 
scrìtto. In generale il gran Dottore anche nelle predi- 
che é sempre l'espertissimo atleta della ragione, il teo- 
logo e il filosofo delle Somme; partendo da un passo 
scritturale, passa à una divisione, spesso triplice, che 
^QÌ svolge con molteplici suddivisioni, cosicché di- 
venEa un intreccio di pensieri, concatenati con rigo- 
rosa unità di concetto, ma spogli quasi affatto d'ima- 
gidi e senza movimento d'affetti. Servono quanto 
mai a disciplinare la mente; credo sia questo il prin- 
cipiale, forse r unico ma non piccolo vantaggio che ci 
deriva da una tale lettura; vantaggio a cui accennava, 
scrìvendo all' ab. Raulx (3), anche il vescovo di Nancy 
con queste parole: « io giudico, come voi, che la 
meditazione di questi schemi tanto nutriti di dottrina 
^ia per il predicatore un'eccellente preparazione. » 
Lecoy de la Marche (4) trova il tipo di siffatti sermoni 
nel vangelo della dom. VII dopo la Pentecoste, in cui 
spiega y Attendile a falsis prophetis, che è veramente 
un sermone assai ben lavorato; ma possiam dire che, 
qual se ne prenda, il santo non esce mai dal suo me- 
todo. I quattro primi, che servono per la I domenica 
d' Avvento, sono precisamente svolli col medesimo 
ordine, e assai belli; ad esempio nel terzo di questi 

tu Hcilexions sur 1' Eloqueiice. 

(3f D, Thomae Aquinatis Sermones et opuscula concìonatoria 
«diti a J. B. Raulx. Parisiis. 1881. 
{3^ Ed. citata. Leti, a Raulx. 
Ì41 LiJ chaire fran<;aise au moyen age. 



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CAPO PRIMO 37 

discorsi e' spiega VEcce rex tuus venit libi mansuetuSr 
e di questo re che viene guarda prima la dignità, e 
Io trova cleniente, giusto, buono, sapiente, terribile,, 
onnipotente ed eterno; ne nota quindi l' utilità, e 
come sopra avea riconosciute sette qualità che lo ren- 
devano degno a' nostri sguardi, così riconosce ora 
sette vantaggi di questa venuta, in quanto illumina 
il mondo, spoglia V inferno, ripara ai diritti del Cielo,, 
distrugge il peccato, vince il diavolo, riconcilia l'uomo 
con Dio, rende beato T uomo; studia da ultimo il 
modo con cui viene, e X osserva venire nella man- 
suetudine, per ottener quattro fini, quello di correg- 
gere con più facilità i cattivi, di mostrarsi amabile,, 
di attrarre a sé tutti quanti e di insegnare la detta 
virtù. Ciascuna suddivisione vien corredata di uno o 
più passi scritturali, il cui commento potrebbe ser- 
vire all'amplificazione. A' nostri dì, secondo la scuola 
più recente, nell'arte tutto è la forma e in ciò si va 
fino all'esagerazione; qui si troverebbe un antidoto 
contro tale scuola assai acconcio, perchè tutto é 
pensiero e sostanza. Di questi discorsi parecchi trat- 
tano dei Santi principali della Chiesa. Gli opuscoU 
poi dettati per servire alle concioni sono evidente- 
mente un ottimo catechismo, in cui è l'esposizione 
del simbolo apostolico, trattando dopo più ex pro- 
fesso della Incarnazione di G. C in sessant' otto capi^ 
^che forniscono la materia ad altrettante istruzioni} 
e del giudizio finale in 27 capi, e in sette capi delia- 
beatitudine. Spiega quindi in 30 capi il Decalogo, in. 
24 i divini attributi, in 13 l'orazione domenicale, in. 
3 la salutazione angelica. Altri opuscoli ragionano dei 
Sacramenti. Chi fosse vago di raffrontare i Sermoni* 
di S. Tommaso a quelli di S. Antonio troverebbe 
qualche cosa di comune (stile del tempo) nel com- 
mentare i passi, cominciando spesso dalle etimologie 
per trarne sensi allegorici e morali; nel domenicana 



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38 CAPO PRIMO 

però è evidentemente maggiore la compattezza del- 
l'organismo e l'abilità nel distinguere, come nel fran- 
cescano si nota maggior usod'imagini e movimento 
d'affetti e quindi vera potenza di commuovere. 
S. Bona- Una vena d'affetto abbastanza ricca e soave ri- 
/quaìuà scontriamo pure in S- Bonaventura di Bagnorea 
delle sue (1221-1274) alla qualc si associa, una mente molto 
netta e ordinata. Abbandonando la nativa Toscana, 
fece i suoi studi sotto Alessandro de Hale's a Parigi, 
dove poi commentò, come maestro, il libro delle 
Semenze. La prudenza e la santità che in lui ac- 
compagnavan*?! alla scienza lo fecero eleggere, ancora 
a 35 anni, getierale dell'Ordine; dopo di che Gre- 
gorio X lo promosse al cardinalato. I suoi scritti sono 
preziosi per il sacro oratore, non già perchè ci abbia 
iasciaco molto nel genere oratorio, ma perchè le sue 
-opere ascetiche sono nate fatte a porgere buon ali- 
mento a quella vita di spirito che vuoisi innestare 
nei sacri ditscorsi. Egli scrisse parecchi discorsi che 
intitola Luminaria EcclesiaCy i quali, partendo dal 
commento del Genesi, trattano di ciò che è più fon- 
damenrnle nella Religione; dettò inoltre i Breviloquii 
■e Cenliioquu^ che sono trattatelli di dommatica e mo- 
rale. Akri trattati assumono aspetto di apologie ed 
hantìo maggior movimento oratorio, come quello 
De paupertate Christi, con cui combatte gli spropo- 
siti di Guglielmo da S. Amore, e Y Apologia pau- 
jferunì, rivolta a difendere la povertà francescana 
contro gli assalti di certo Giraldo dottore di Parigi. 
<iioverebbero poi ancor di più alla predicazione i la- 
vori asceTìci, quali sono, per tacere di parecchi altri. 
De perfectione vltae e De institutione vitae christianae. 
Quanto calore di sentimento non seppe effondere il 
sanio negli opuscoli Stimuli amoris, Soliloquiuniy 
Laudes Crucis, De meditatione vitae D. N. J. C, In 
^endia amorist Amatorium? Chi non si preparerebbe 



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CAPO PRIMO 39 

a parlar degnamente della Vergine, ispirandosi a 
quegli altri opuscoli De laudibus Vtrginis, In Salve 
Regina? È fornito di un'unzione soavissima. Morì 
a Lione di Francia durante il Concilio. Di lui ci ri- 
mangono anche parecchi schemi che dovettero ser- 
virgli a spiegare il Vangelo al popolo. 

Per giudicar poi rettamente questo insigne scrit- 
tore e in generale gli scrittori e oratori di questo 
periodo non bisogna partir dalle idee e dalla stregua 
critica dei nostri tempi. Quanto ora si fanno dei di- 
scorsi e anche applauditi che sono molto poveri per 
l'intrinseco valore della dottrina esposta, ma brillano 
di frasi che fanno viva impressione sul sentimento, 
altrettanto allora studiavano di far impressione col 
cavar importanti riflessioni dal proprio soggetto ; ossia 
quanto allora si vivea di pensiero, tanto opa si vive 
di sensazione; onde noi predilegiamo il lenocinlo 
della forma, quant' essi prediligevano la bontà e la 
molti plicità dei concetti; un eccesso potrebbe benis- 
simo giovarsi di un altro eccesso per trovar Y equa 
armonia. Potrà inoltre il novello oratore imparare, 
anche dalle brevi ricerche fatte, quanto valgano per 
il trionfo della parola sacra, in qualunque modo sia 
bandita, la santità della vita, eh* è persuasione piena 
delle verità cristiane che si traduce in fatti, lo zelo 
accompagnato al sacrifizio e lo studio amoroso dei 
mali del popolo per tentar ogni via di risanarli. 

APPENDICE AL CAPO I. 

Diamo uno sguardo, ma rapidissimo, anche fuori 
della nostra regione; per non allontanarci affatto dal 
metodo già incominciato nella Storia della sacra e/o- 
quen^a al tempo dei Ss, Padri. Non promettiamo (co- 
me si disse) di far nulla di compiuto, ma soltanto di 



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40 CAPO PRIMO 

registrar qualche nome in cui ci siamo imbattuti nelle 
nostre ricerche. Se v' ha genere di letteratura che si 
risponda con reciproca influenza in tutta la cristianità» 
questo credo che sia V oratoria sacra come quella che 
riceve la prima ispirazione da un unico centro. Sif- 
fatta corrispondenza si mantenne poi più evidente e 
compatta in tutto quel tempo che nella massima parte 
dell'Europa cristiana gli oratori solevano dettare i 
loro pensieri in lingua latina, ancorché parlando al 
popolo per lo più usassero il volgare. Fu quello un 
periodo in cui si sentivano molto meno che oggi i 
confini delle nazionalità. È naturale poi che tra gli 
oratori stranieri attirino singolarmente la nostra at- 
tenzione i francesi, sia perchè le due letterature si svol- 
sero con un reciproco e spesso benefico influsso, sia 
perchè la vicina nazione mostrò un' abilità superiore 
e brillante nel campo oratorio. Cominciamo dunque 
a rammentarne i più famosi, per passar poi agli stra- 
nieri di altre nazionalità, secondo che ci verrà fatto 
d' incontrarne alcuno. Si segnalarono dunque in 
Francia: 

Giovanni Halgrin d Abbeville, arcivescovo di Be- 
sangon e poi cardinale: fu predicatore di grande ri- 
nomanza e di lui ci restano ancora molti schemi di 
discorsi: morì nel 1237. 

Giacomo de Vitrjr, morto il 1240, cistercense, ca- 
nonico e parroco nella diocesi di Liegi, indi vescovo 
e cardinale, che predicò la crociata contro gli Albi- 
gesi nel Belgio. Destò gran romore nel suo tempOt 
perchè conoscitore di molte lingue e adorno di pa- 
rola vivace e popolare; inseriva spesso ne' suoi ser- 
moni favole e aneddoti. 

Guglielmo d Auvergne lasciò 342 Sermoni sopra 

le epìstole e i vangeli delle domeniche, i quali mo- 

. strano la sua coltura, estesa anche agli antichi tìlosotì. 

Se si tolga r abuso dei paragoni e delle metafore. 



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CAPO PRIMO 41 

presenta nella sua brevità non comune semplicità. Fu 
vescovo di Parigi per dicianove anni e morì nel 1249. 

Arnoldo Le Bescochier, canonico d' Amiens, che 
predicò spesso a Parigi. Ma ottenne assai maggior 
rinomanza Roberto de Sorbon, caro a S. Luigi dì 
Francia che lo volle cappellano di corte e suo com- 
mensale; morì nel 1274. Aggiungi 5. Ivone, nato a 
poca distanza da Tréguier (Bretagne), ch'ebbe il so- 
pranome di avvocato dei poveri. Fu parroco e uomo 
di grandi penitenze e gran santità; predicò molto 
nella sua parrocchia e nella sua regione; morì ne! 
1303 (i). 

Vanno segnalati tra gì' Inglesi Roberto Canuto dì 
Oxford, che fra molti scritti di vario genere lasciò 
41 sermoni; e Stefano de Langton che insegnò teo- 
logia a Parigi e fu a Roma chiamatovi da Inno- 
cenzo III e poi arcivescovo di Cantorbery; scrisse di 
molti sermoni, e morì nel 1228. 



(I) n sopra citato Lecoy de la Marche, nel suo premiato lavoro, 
pubblicato la prima volta nel 1868, La chaire francaise au moyen 
age, dopo gli studi fatti per lo più sopra manoscritti, raccoglie pa- 
recchi predicatori francesi, di alcuni dei quali qui rammentiamo i 
Domt : Folchetto di Neully che molto giovò ad eccitare gli animi a 
favor delle crociate, Stefano di Cudot, il can. Simone di Tournai 
che ha il Sermone De Deo et divini», Stefano di Reims, decano 
del capitolo di Parigi, morto il 122 1, Guglielmo di Monchy, An- 
noldo d* Humbliéres. Nota inoltre tra i domenicani: Stefano di 
Bourbon, Parloiomeo di Tours, Ugo di Samt'Cher, Gerardo di 
Liege, Guglielmo Perraud di Lione^ Pietro di Tareniaise che nel 
1276 fu papa per pochi mesi col nome di Innocenzo V, Umberto di 
Romani, Sicolò di Gorran, Gerardo di Reims, che predicò nella 
seconda metà del secolo e lasciò dieci sermoni, Maestro Prevostino,. 
Filippo di Greve, Gauthier de Chateau- Thierry, Pietro di Limoges 
e qualche altro. Nota tra i francescani: Ugo di Digne, Gio. di 
Sarnoit, Eudes Rigaud arcìvesc di Rouen, Guiberto di Tournai, 
Gio, di Gali, e pochi altri. Appartengono tutti al secolo XIK e ri- 
mando chi vuol conoscere largamente l'azione dell'oratoria in Fran- 
cia al detto autore che si abilmente e dottamente ne tratta. 



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42 CAPO PRIMO 

Altri celebri oratori furono S. Giacinto, della Slesia 
•polacca, che si fece domenicano a Roma nel 1228, e 
poi intraprese innumerevoli missioni in Polonia e in 
molle altre regioni nordiche; dicono che ritornò a 
Cracovia nel 1257, ^opo 21 ver percorse 4,000 leghe; 
Corrado de Marpury francescano, che predicò molto 
in Germania e nelle Provincie Renane contro gli 
«eretici, dai quali fu ucciso; e Giovanni de Dyst, pur 
francescano, che al tempo d* Innocenzo IV predicava 
contro Corrado figlio dell'imperatore Federico; poi 
fu fatto vescovo (i). Ottenne pur fama un Bertoldo 
di Ratisbona. 



(1) Le notizie dei Francescani furono spesso attinte, come par 
<|ueste, dall'Opera: Annales Minorum, seutrium Ordinum a S. Fran- 
x,isco institutorum, autore A. R P. Luca Waddingo Hiberno S. T. 
lectore jubiUto et ordinis chronologo. Roraae, Typ. Rochi Bar- 
4iabò 1731. 



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43 



CAPO II. 



Attinenza tra le regole d'arte, la lingua e l'oratoiiB — Altre causi; eh? 
le nocquero — Notizie del b. Giordano da Rivisito, qn^litn e sag]TÌ 
della sua eloquenza — Si parla di parecchi predicatori, ma par- 
ticolarmente di Dom. Cavalca, del B. Simone Fidtiii e dt Jac. 
Passavanti — Altri predicatori della seconda metà del Trecento 



Entrando nel più noto Trecento finalmente pos- ^ 

. . Ili * Traiiati 

«lamo ricreare lo sguardo sopra qualche documento di oraiorta 
in volgare, e farci un'idea più precisa deli oratoria ^^1°'"* ^^^"* 
^acra, che non si può dire tirasse innanzi senza norme 
e studio. Già non mancava qualche maestro d' arte 
ne' tempi più grossi: Boncompagni^ uomo Entrano e 
mordace (lo rammentammo già come censore del 
B. Giovanni da Schio) insegnava a Bologna nel 1221; 
il quale, numerando parecchie opere proprie, dice di 
avere scritto tra 1' altro un trattato dei vizi e delle 
virtù del dire; a lui pure si fa appartenere il Pratum 
eloquentiae. Fra Guidotto, forse bolognese, aliiuanto 
più tardi scriveva il suo Fiore di rettorica, pigliando 
assai dalla Rettorica di Cicerone ad Erennio; e per 
tacer d'altri maestri di lettere. Brunetto Latini go- 
deva grande rinomanza a Firenze e insegnava a 
Dante come 1' uom s'eterna, e certo nessuno inten- 
derà che si trattasse di insegnamenti morali. I frati 
predicatori erano la vita delle scuole e comparivano 
sempre tra i più dotti; non si può suvH'^^rre quindi 
che fossero alieni da questo movimento e primi non 



I 



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44 CAPO SECONDO 

ne sentissero i vantaggi. Troviamo delle norme sen- 
sate anche nel trattato Frutti di lingua attribuito al 
Cavalca (i). 

Cosi e' cominciavano a disciplinare quel linguaggio 
che pigliavano vivo dalla bocca del popolo, e che 
oramai si usava anche nelle solenni tornate dei rap- 
presentanti del Comune. Ce lo attesta fra gli altri il 
Commentario storico di Dino Compagni che reca 
brevi e vibrati discorsi; e Giovanni Villani ci parla 
del sermone, fatto nella piazza vecchia di S. Maria 
Novella a Firenze dal card. Latino Orsini, per sedare 
nel 1278 le discordie civili; il cronista lo dice savio 
e bello predicatore (2). 
La nuova ^^^ apparire pertanto di questo secolo non solo la 
eloquenza cronaca e la poesia sacra ed erotica, ma anche Tora- 
"'vera* ma° toria sacra ci si mostra nella nuova veste; povera 
polita però, q-ual poteva aspettarsi da una lingua che ancora 
non sapeva muoversi a tutto suo agio, e che gli ora- 
tori d'ordinario si vergognavano di scrivere, ma nella 
sua povertà assai polita. La lingua infatti era prege- 
volissima, oro fino; fissava il suo tipo fresco e gio- 
vanile, e il P. Cesari avea ragione quando c'invitava 
a studiarla e ad usarla per fornire un buon antidoto 
a certi gusti eterocliti, e per dar sapore legittimo alla 
nostra; quantunque desse in esagerazioni anche lui, 
quando quasi quasi volea che bastasse da sola a' no- 
stri dì e che si pigliasse in non convenienti propor- 
zioni, non facendo il dovuto conto della lingua viva. 
Figurarsi I non bastava nemmeno alla scienza di quei 
tempi lontani. Tuttavia è patente la sproporzione tra 
una coltura filosofica che spingevasi allora molto in- 
nanzi nelle scuole mercè il latino, e la nuova e troppo 
ristretta favella. Nella Grecia Omero, Erodoto, So- 



di Vedi capo 27 e 28 
(2) Lib. VII. 56. 



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CAPO SECONDO 43 

focle precedettero i bei tempi di Pericle e di Demo- 
stene; fra i Latini Ennio, Plauto, Lucrezio precedet- 
tero Cicerone e altri grandi oratori; e così bisognerà 
aspettare che la nostra nascente letteratura ci fornisca 
di molti e svariati lavori letterari!, prima che T ora- 
toria ne risenta in sul serio i benefici effetti. 

Inoltre un'altra causa, non proveniente dalla ne- Altra causa 
cessità delle cose, ma accidentale, ebbe a nuocere assai '^S* *"^p^' 

ulSC€ UD 

alla nascente eloquenza popjlare. ampio svoi- 

Kersi del- 
... , l' oratoria 

Per apparer ciascun s ingegna e face sacra 

Sue invenzioni ; e quelle son trascorre 
Da' predicanti, e il Vangelo si tace. 

Un dice che la luna si ritorse 
Nella passion di Cristo, e s' interpose 
Poi che il lume del sol giù non si porse. 

Ed altri che la luce si nascose 
Da sé; però agl'Ispani ed agl'Indi, 
Come a' Giudei, tale eclissi rispose. 

Non ha Firenze tanti Lapi e Bindi 
Quante si fatte favole per anno 
In pergamo si grìdan quinci e quindi; 
Sicché le pecorelle che non sanno, 
Tornan dal pasco pasciute di vento, 
E non le scusa non veder lor danno. 

Non disse Cristo al suo primo convento : 
Andate e predicate al mondo ciance; 
Ma diede lor verace fondamento. 

E quel tanto sonò nelle sue guance; 
Si che a pugnar, per accender la fede. 
Dell' Evangelio fero scudi e lance. 

Ora si va con motti e con iscede 
A predicare, e pur che ben si rida. 
Gonfia il cappuccio, e pili non si richiede, (i). 

Dunque quel difetto, di cui già si scorgono tracce 
ne' due secoli precedenti, per attestazione del poeta, 
profondo conoscitore della sua età, veniva crescendo; 
e il pulpito perdeva della sua dignità e importanza, 

(I) Farad. XXIX, v. 94 ecc. 



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n 



46 CAPO SECONDO 

perchè abbondavano più che in passato i commenti 
capricciosi, e i lazzi da piazza. E l'origine di questo 
isdicevole modo credo che naturalmente derivasse dal 
l' accostarsi che faceano i predicanti al volgo, il qualeJ 
si sa, non solo non gusta, ma non intende il discorsoJ 
quando si elevi alquanto sopra la sua capacità, e stl 
diletta invece di ciò che è cibo troppo ordinario nei' 
crocchi del popolino. , 

Fra Gior- Tuttavia tal pecca, certo comune a molti predi- 
^TaUo'^^sua ^^^^^^^^^^ ^^^ appare gran che nelle prime prove voi-, 
predica- gari degli oratori di maggior conto, forse anche per-l 
jcionc ^j^^ j^giiQ scrivere troncavano lo scherzo e i capric- 
ciosi ricami che nel momento della recita si permet- 
tevano di inserir nel discorso. Tra i quali dobbiaia 
subito collocare il B. Giordano da Rivalto o da Pisa, 
come sostengono alcuni (i26o?-i3ii). Nacque proba- 
bilmente nella detta terra del contado, a poca di- 
stanza dalla città, e non lunge da Pontadera. None 
a credere che vi sieno due Giordani, come registra 
il Quétif nella sua opera sugli scrittori dell' Ordine 
domenicano (i); quantunque anch' egli sospetti che si 
confonda Rivalto del Pisano con Rivalta del Pie- 
monte o di Lombardia e che siasi alterato il nome 
del secondo. Domenico Maria Manni, scrivendo al- 
l' ab. Leone Pascoli di Roma (2) riconosce nei due 
Giordani indubbiamente un unico scrittore toscano. 
Ma, checché sia di ciò, consta dalle memorie dell'Or- 
dine che a vent' anni professò e che si maturò alla 
sua carriera con buoni studi a Bologna e a Perugia. 
Non pare che rimanesse lettore a Bologna, ma che 
si desse tosto alla predicazione, che fu sempre il 
campo principale de' suoi sudori. Antica cronaca (3) lo 



(I) Quètif et Echard, t. f pag. 512 e 513. 
(3) Notizie intorno al b. Giordano premesse alle sue prediche 
Milano, Giov. Silvestri 1832 

(3) Chron. D. Cath. Seraf. e Pietro Cardosi. 



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CAPO SECONDO /\J 

dice fornito di singoiar memoria, a segno che sapea 
bene a mente l' Antico e Nuovo Testamento colle 
glosse ordinarie, il Messale e Breviario del suo Or-^ 
dine, ed una gran parte della Somma di S. Tom- 
maso. Imparò la lingua ebraica, come asserisce egli 
stesso nella sua predica sulla Circoncisione, detta il 
1° gennaio 1304 nella chiesa di S. Maria Novellar 
non farà quindi meraviglia se, con una preparazione 
remota così diligente e piena, ebbe pei tempi che cor- 
reano una parola assai dotta. Pari alla scienza fu la 
pietà, menando una vita molto mortificata; d'onde 
si capisce come la sua predicazione diventasse tanto 
efficace. Ecco che si trova registrato nella cronaca di 
S. Caterina da Pisa: « Frater Jordanus Pisanus 
inter filios conventus hujus, velut sol inter stellas, 
emtcuit, sive morum sanctitatem attendas, sive emi- 
nentem ejus scientiam consideres, sive predicationis 
verbi Dei efficaciam et in dicendo eloquentiam spectes » ; 
soggiungendo poco appresso: « merito Sanati sibr 
nomen vindicaviU miraculis adhuc vivens clarus. y> 
Segue il racconto delle molte conversioni eh' egli 
facea; e va celebre quella di tal Ventura, purgatore 
di lana e cardassiere, che era de' primi ad ascoltarlo- 
e grande ammiratore della sua eloquenza. Del quale 
anche si narra che, per compassione del predicatore 
che vedea rifinito, gli portasse a mezzo il discorso ur^ 
fiaschetto di vino per rifocillarlo; onde il santo gli 
prese amore e lo trasse alla sua sequela e al suo Or- 
dine; l'uomo pietoso era il b. Silvestro. Fra Gior- 
dano dimorò per lo più a Firenze tra il 1303 e il 
1309, ove tenne i discorsi che ancor abbiamo. Si sa 
che predicava due o tre volte al giorno, ora all' an- 
golo di qualche piazza, e specialmente in quella di 
S. Maria Novella, ora nella propria Chiesa o a S. Re- 
parata o ad Orsammichele. E quasi fosse poco tale 
operosità, insegnava, come lettore, nel proprio con- 



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opere 



48 CAPO SECONDO ' 

vento. Godeva infatti nome di valente teologo, tanto 
che l'anno 131 1 il suo generale, levandolo da Fi- 
renze, lo nnandò a Parigi ad insegnare nella univer- 
sità della Sorbona, dove continuava a raccogliersi il 
fiore *degli uomini dotti. Ma per via, propriamente a 
Piacenza, fu còlto da morte in ancor fresca età; e il 
suo corpo fu trasportato a Pisa e sepolto nella chiesa 
di S. Caterina, ov'ebbe ed ha culto. Le sua tomba 
porta questa epigrafe: 

Hic sita Jordanis fratris sunt ossa, bearunt 
Quem vitae integrilas relligioque virum. 

Si raccolsero in più fiate dai codici delle biblio- 
oraiorre teche di Firenze duecento prediche del nostro Beato, 
4ei Beato ^j^^ come sono preziosissimo monumento della na- 
scente letteratura, così ci rispecchiano l'arte oratoria 
di quel tempo. Quaranta versano sopra il Genesi, 
continuando per tal modo l'uso antico di mettere in 
chiaro Y origine di tutte le cose con l' esamerone. 
Con un numero anche maggiore di discorsi si svolge 
il suo Processo sul Credondeo, predicato a S. Maria 
Novella nel 1304, e col quale dà una spiegazione, 
quasi a mo'di catechismo, del simbolo degli Apostoli. 
Tutte le altre prediche sono spiegazioni dei vangeli 
della domenica o delle feste principali dell'anno ec- 
clesiastico. 

Pur troppo è da dolere che non sieno opera im- 
mediata del celebre oratore, ma sunti abboracciati 
con maggiore o minor diligenza da un assiduo udi- 
tore, che volea raccogliere a propria ed altrui edifi- 
cazione le istruzioni del frate. Il che appare da tante 
espressioni seminate qua e là in molti suoi discorsi. 
Così ad esempio finisce la predica XXXVI, detta il 
\2 marzo 1304, « E disse qui Frate Giordano; io ve 
ne dicerei un mese, pur delle cose eh' io ne so, non 
di me, ma di quelli che vcgnono a me, che sono 



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CAPO SECONDO 49 

TTìolti^ e che già furon di mala vira, ed oggi sono 
così mutati. Or quanti sono quelli che vegnono agli 
altri frati? Non si potrebbe dire. Vedete come Iddio 
questa fede hae provata e confermata e verificata in 
tutti i modi, come detto e mostrato avemol In questa 
predica raccontoe Frate Giordano più storie, e an- 
tiche e novelle, che per non prolungare l'hoe la- 
sciate. » Nella predica seguente, e detta il giorno dopo, 
il raccoglitore premette questa nota: « Non ci fui io, 
ma riebbila da più di bocca che ci furo. » Certo ab- 
biamo perduto per siffatta ragione i tratti di mag- 
gior movimento d' affetto, e amplificazioni e imagini 
che sarebbero più compiute e tornite, e soprattutto 
tanti di quei particolari minuti che rispecchiano tutta 
la vita del tempo, e che sono di grande effetto per 
gli uditori delle prediche, e di grande importanza pei 
ricercatori della storia. 

Passiamo a considerarne l'arte. Non è a dire che Riflessioni 
proceda proprio con le semplici norme che vengono ^'^'^ JJJ.*j 
istintivamente dalla natura. Ce ne lascia una prova saggi 
esplicita lo stesso oratore, spiegando il Vangelo delle 
nozze di Cana (i) dove chiama accorto il modo di 
domandar grazia della Vergine, vinum non habent, 
trovandovi entro tutta Tarte della rettorica. « Se con- 
sideriamo il modo di questa parola, vi ci trovo tutta 
la sapienza e tutto magisterio, ed ècci entro tutta 
r arte della rettorica. 11 più savio maestro che mai 
ne fosse fu Tullio di Roma. Questo fu il migliore 
parlatore del mondo. Questa rettorica è un' arte che 
non è altro se non dottrina di saper bene impetrare 
grazia per sue parole bene ordinate ed acconce. » Si 
capisce dunque che l'oratore volea mostrare d'averla 
studiata e che sapea trarne profìtto. 



(1) Predica XVI II. 

fiorili della PreJica^ione ecc. 



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50 CAPO SECONDO 

Nello svolgimento del discorso (si tratti di spie- 
gazioni di Vangelo, di istruzioni o di panegirici, che 
son condotti press' a poco ad un nìodo) si sente il 
maestro di teologia formato dalla scolastica, e da una 
scolastica che cominciava a degenerare. Non v' è gran 
differenza tra i modelli latini del secolo precedente e 
il lavoro eh' ei fa. Quindi quasi tutte le introduzioni 
hanno un peso di divisioni e suddivisioni, condite 
da formule latine, che ammazzano la spontaneità 
d'ogni eloquenza. Suol fissare con molta chiarezza 
il suo argomento spesso anche qui con divisioni. 
Così ad esempio nella HI predica, in cui spiega il 
vangelo Homo quidam fecit coenam magnam, si pro- 
pone di mostrare che i beni di vita eterna vanno 
rassomigliati a una cena « per tre cose che ci sono : 
prima per la dolcezza e soavità dei cibi della cena; 
appresso per la sazietade; 1' altra per lo desiderio e 
volontade, la quale altri hae a ciò, e questo é dinanzi 
che pigli cibo. » Ma talora va spiccio e semplice; 
così, nella predica XXIV sulla Presentazione al tem- 
pio, dopo aver osservato che Dio dà i suoi doni in 
misura calcata e piena e noi si risponde con misura 
scema, soggiunge: « ma Maria la die colma e piena, 
e questa sarà la quarta cosa, della quale prediche- 
remo ora » (i). 

Accumula di molta dottrina e tende a istrufre più 
che a commuovere; la dottrina poi è un frutto spic- 
cato evidentemente da S. Tommaso. Sa formularla 
bene e mantenerla pura da errori, se togli qualche 
idea che si riferisce a dottrine più tardi accertate o 
definite; come quella intorno all'immacolato conce- 
pimento di Maria. Oggi par secco, più, credo, che 
non dovesse parere allora, perchè oggi, come diceasi 



(I) Aveva tenuto altre tre prediche sullo stesso soggetto, ma 
con assunti diversi, perciò dice la quarta cosa. 



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CAPO SECONDO 5I 

altrove, si amano le frasi taglienti o i periodi riso- 
nanti quanto allora il pensiero addensato. Non manca 
però a quando a quando di movimento. Ecco come 
fa un raffronto tra la nullità delle grandezze umane 
e la durevole grandezza di S. Pietro nella predica XVII : 
« Che è oggi di quanti papi e signori spirituali sono 
stati? Ov'è la gloria loro? Ov'è 1' apparenzia loro? 
Che n'è oggi di loro? Nulla; tutti sono iti via, e la 
loro dignitade e gloria è caduta, é spenta, se non se 
di quelli che sono buoni. Ove altresì sono i signori 
del mondo e la gloria loro? Tutta è ita via, e non 
è rimaso nulla. Ove sono i palagi degl'imperatori che 
non doveano venir meno? Non è oggi nulla; tutte 
sono distrutte le loro opere. Più è durato il fonda- 
mento d' uno Pescatore e la memoria sua, che tra 
tutti gl'imperatori del mondo, e più ha di gloria uno 
Apostolo, che tra tutti i segnori che mai fuoro ecc. » 
L'amplificazione, che riflette alquanto del sentimento 
democratico dei Fiorentini e degli Ordini religiosi, 
continua qui ancora per buon tratto. E il movimento 
incominciato si può dire che dura fino alla fine di 
questo discorso, dove si lagna che noi non solo non 
accresciamo l'edifizio, come fece S. Pietro, ma lo ro- 
viniamo col malo esempio, terminando con una ti- . 
rata contro le donne fiorentine, troppo vaghe di or- 
namenti e immodeste. 

Come studia i costumi del popolo per correggerli 
mettendo la mano sulla piaga, così sa talvolta anche 
trarre dalle usanze del popolo e dalla natura simili- 
tudini o raffronti per colorire e tornire un poco 
l'ordinaria secchezza. Sentite l'esordio della predica 
LXXXVII, eh' è delle più belle: « L'uomo merca- 
tante, che va a comperare, si è mestieri che abbia 
senno in sapere conoscere la mercatanzia s'ella è 
buona o ria e di sapere la valuta, acciocché non la 
comperi troppo cara; che se il mercatante non avesse 



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52 CAPO SECONDO 

senno, e non si conoscesse della mercalanzia quale è 
buona e quale no, ed anche non sapesse s' egli la 
comperasse cara o no, molte volte riceverebbe di male 
bottate; ma ben paiono di uomini sì fatti suttili e 
tali comperatorì che rade volte si lasciano ingannare,' 
e quegli che compera e quegli che vende; anzi pa- 
iono le genti in ciò sì scaltrite che eziandio V uno si 
pena d'ingannare l'altro se può, e quegli che vende 
e quegli che compera. Qui ognuno pare che sia fine 
mercatante (i); ma nella fine mercatanzia, nei fatti 
di Dio, qui pare ogni uomo cieco, anzi nullo se ne 
cura, ma nei beni terreni qui mettiamo tanta cura 
e tanta sollecitudine eh' è troppo.... I figliuoli delle 
tenebre, cioè i mondani, più suttili sono e più scal- 
triti e più prudenti nelle cose che vogliono fare, che 
i figliuoli della luce, cioè i Santi, non sono in cer- 
care il bene e il guadagno spirituale. » E' si può dire 
in generale che la parte migliore de' suoi discorsi 
viene appunto da siffatto elemento e in ispecie dalle 
allegorie che vengono svolte e commentate, come la 
parte più popolare si presenta nei racconti che per lo 
più occupano uno degli ultimi posti; dopo di che 
non fa che chiudere inculcando la morale. 

E per riguardarlo sotto tutti i migliori aspetti, pos- 
siamo concedere inoltre a questo oratore quel fare 
drammatico che è di tanto pregio e con cui, quando 
si toglie dalle sue teoriche, egli sa investire il suo udi- 
tore. È noto che il Segneri amò molto questo oratore 
e lo studiò accuratamente e non pel solo fine di in- 
fiorarsi il labbro con le grazie di una favella na- 
scente; forse imparò qui quel modo dì botta e ri- 
sposta che torna spesso nell'arte di entrambi. A propo- 
sito di che considerate la chiusa della predica LXXXVI: 



(I) La botta va contro i Fiorentini; l'oratore conotceva i suoi 
polli. 



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CAPO SECONDO 53 

« Or potresti già dire: questa ragione io l'ho già 
meco; che uopo mi fa scrivere legge? non Y ho io in 
me? non veggio io ciò che é buono a fare e ciò che 
non è da fare? e conosco quale è torto, e qual di- 
ritto, e quello che è onesto? — Ben ti confesso che 
tu r hai in te la ragione; ma che però t' è data scritta 
perocché questa ragione non riluce com' ella dee, pe- 
rocch' è ottenebrata e nascosta sotto le molte nuvole. 
Come la stella, che per le nebbie si cela, così la ra- 
gione tua è un lume in te chiaro, ma per i peccali 
e le nebbie che tu ci hai poste, sì si cela e si macula 
e appiattasi questo lume in te chiaro, e così non co- 
nosci bene ; come addiviene de' Seracini. Perchè a noi 
ci appare fare così male a fare fornicazione, al Sara- 
cino non pare fare contro a ragione? perchè é que- 
sto? non ha egli altresì ragione, cóm'io? Certo sì. Il 
Giudeo altresì non gli pare peccare a tórre usura in 
certo modo; ma a te sì; perchè è questo? Dicolti. 
Imperciò che per lo peccato ha fatto tante nebbie e 
tanta oscurità, che hae appiattata la ragione, e non 
riluce a ciò che per la moltitudine della colpa e della 
sozzura che ci ha posto suso. Ma tu, cristiano, che 
l'hai netta, vedi meglio il vero ed baila più espedita: 
ma non tanto che ancora per gli peccati nostri, che 
catuno è peccatore, non si maculi la ragione nostra; 
e però ci è data scritta, acciocché, quando per le 
nebbie non vedessimo ciò eh' é da fare, la Scrittura 
il manifesta e puoi vedere; e però è data scritta. » 
Possiam dire pertanto, che non ostante i difetti no- 
tati e certi altri, come i pensieri schiacciati, o situa- 
zioni alquanto rozze o grottesche, periodi rotti e ca- 
cofonie (certo in buona parte dovute al raccoglitore) 
l'autore presenta assai del buono; e quanto alla 
lingua non dubitiamo di recare l' elogio di Lionardo 
Salviati il quale dice che i suoi discorsi; « come cosa 
finitissima ed opera di purità e semplice leggiadria. 



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54 CAPO SECONDO 

quanto la materia il patisce, rasentano il primo 
segno. » 

Accanto a quest' uomo di Dio, di cui si ha il 
primo saggio e assai notabile della predicazione in 
volgare, nei tempi che immediatamente lo seguono, 
noi troviamo di molti che si segnalavano nel suo 
arringo, senza però che ci ^esti altro di loro che me- 
morie di cronisti o sermoni latini, per Io più mano- 
scritti, che non sono ordinariamente se non schemi, 
e che troppo si rassomigliano fra loro- Vegliamo però 
occuparcene alquanto, affinché il quadro della predi- 
cazione si spieghi abbastanza largamente a' nostri 
sguardi. 
... Vanno annoverati tra più illustri di que'dì pa- 

oratprì recchi altri dell' Ordine a cui apparteneva il Gior- 
aomenicnì^g^j^Q. j^^rnigto Clari, fiorentino, che fu lettore a Pa- 
rigi e poi fu da Bonifacio Vili chiamato a insegnare 
a Roma, mostrandosi ardente nemico di Filippo il 
Bello; lasciò due volumi di discorsi varii che si con- 
servavano mss. a S. Maria Novella (i) e un quaresi- 
male; e morì il 1309. Pietro Cilo da Chioggia che 
scrisse molte vite di Santi (Bibl. Barberini) ed anche 
discorsi quaresimali, di cui non resta che la memoria; 
morì nel 1310. Più che un Francesco Gravano, ligure, 
un Giovanni da Parma, un Aldobrandino da Tosca- 
nella, i cui discorsi, dice l'Echard, si conservavano 
nella biblioteca degli Eremitani a Padova, un Dome 
nico Sinarra di Fabriano, morti tutti nel 1314, pa- 
iono degni di lode un Matteo Medici, dell'illustre fa- 
miglia fiorentina, fatto vescovo di Chiusi da Boni- 
facio Vili; e Alberto Mandiigasino da Brescia che fu 



(I) Rammento il luogo de' manoscritti qai e altrove salla fede 
di Quétif et Echard: ex opere Scriptores Ordinis Predicatorum 
recensiti notisqoe historicis et criticis illustrati etc. inchoaWt Ja- 
cobus Quétif, absolvit Jacobus Echard Lutetiae Parisiorum 1719. 



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CAPO SECONDO 55 

scolaro di S. Tommaso e studiosissimo delle sue opere 
e che lasciò i suoi Sermones de temp. quadrag. et de 
SancttSy che 1' Echard dice fossero conservali nel con- 
vento di Vicenza; e Girolamo da Forlì i cui sermoni 
sono detti tnultiplices et opulentissimi; Giacomo da 
Voragine i cui sermoni furono stampati a Venezia 
nel 1584. Maggior fama però godette Gio\yanni Go 
rino da S. Geminiano in Toscana; già i suoi sermoni 
furono stampati a Parigi nel 1511 (tip. Barbier e Petit) 
e le Concioni funebri ebbero due edizioni a Lione 
nel 15 IO e 1536, alle quali seguirono altre edizioni. Gli 
si attribuiscono anche Diaiogi inter ìatronem et Chri- 
stum. Gain et Christum per il sabbato santo, ma non 
é ben certo se gli appartengano; scrisse anche opero 
di fisica e una Swnma de exemplis et similitudinibus, 
che molto dovette giovare ai sermonatori del suo 
tempo. E del pari va assai rinomato Ugo di Prato 
florido, ardentissimo predicatore, che richiamava a sé 
spettacolosi uditorii, specialmente a Napoli, e morì 
nel 1322. I suoi sermoni ebbero varie ristampe in 
Westfalia, Heidelberg, Parigi, Venezia (i), al tempo 
degli umanisti. Non si deve credere però ch'egli avesse 
gran coltura di forma; è arido come i più; comincia 
con un passo scritturale da cui vuol cavare la triplice 
divisione, a cui seguono in ciascuna parte altre sud- 
divisioni, corredate da sentenze della Scrittura accu- 
mulate, commentate col solito metodo, traendo alle 
gorie anche dalle parole; qua e là si distende alquanto 
in osservazioni morali. Eccone un breve saggio, che 
traduco dal volume dei sermoni sui santi, e in cui 
parla di S. Antonio Abate: « In die illa pullulahit 
corna domni Israel, et tibi dabo apertum os in medio 
eorum (2)... E il b. Antonio che oggi si propone ai 



(I) Kx Qaètif et Echard. (2) Kzech XXIX. 21 



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56 CAPO SECONDO 

fedeli, come esempio che essi devono imitare nelle 
lotte e nelle pugne spirituali, ci viene indicato in certo 
modo nel corno che serve a difesa. Perchè gli ani- 
mali colle corna sogliono difendersi; e i fedeli imi- 
tando Antonio otterranno vittoria sui demoni. Ed 
egli invero combattè virilmente, proprio come Cristo, 
di cui fu detto: perchè virilmente hai combattuto farò 
che il tuo nome si spanda sopra tutta la terra. E 
Tarme sue non furono carnali ma spirituali: cioè lo 
studio delle sacre lettere, una frequente e assidua pre- 
ghiera e la virtuosa imitazione dei santi monaci che 
lo precedettero. Imperocché, come si legge, attendeva 
ad udire le sante Scritture cosi che non cadeva pa 
rola dalla sua mente, e serbando tutti i precetti del 
Signore nella memoria, ne usava senza bisogno di 
codici; e pregava con assai frequenza, regolando la 
sua vita per modo che si guadagnava il favore di 
tutti i fratelli tee. ». 
Francescani Andava di pari passo lo zelo di molti francescani, 
dei quali pur conviene ricordar alcuni nomi. Fioriva 
al principio del secolo Jacopo de Grisanto, che si dice 
avesse composto molti libri sopra materie predicabili; 
Bindo da Siena, detto egregio concionatore di quei 
dì; Antonio De Luca che molto lavorò nelle Marche 
e nella Toscana; tutti frati della provincia fiorentina; 
più dott) di loro fu Francesco Rossi di Pignano, scrit- 
tore anche di opuscoli filosofici e teologici. Si sa 
che Bonifacio Vili nelle sue lotte coi Colonnesi 
mandò a predicare contro di essi tre francescani 
celebri; cioè fra Nicolò de Campi, suo penitenziere, 
per la Marca Anconitana, e fra Giacomo di Gordiano 
per la Toscana e fra Angelo Remino per la Cam- 
pania, Sabina e Lazio. Francesco Ferracano predi- 
cava con molto grido a Milano a* tempi di Matteo 
Visconti, vicario imperiale; e perchè inveiva con im- 
perterrita costanza contro i dettrattori dell' autorità 



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^^a^À I 



CAPO SECONDO 57 

pontificia si tentò di cacciarlo giù dal pulpito, e da 
ultimo fu esigliato (i). Il b. Francesco Venimbeni 
da Fabriano, dell' Ordine 'dei Minori, predicò pure in- 
defessamente in molti luoghi e fu insigne per santità 
di vita e miracoli (2). Molti altri e domenicani e fran- 
cescani portavano il frutto della loro parola nelle 
missioni 'orientali; né vogliamo dimenticato fra questi 
il b. Odorico del Friuli, vero emulo dell'intrapren- 
dente operosità di S. Giacinto; si portò sfidando 
grandi pericoli fino a Ceylan, a Già va, a Pechino, e 
tornò dopo 16 anni di viaggi, recando preziose no: 
tizie di quelle nazioni; mori ad Udine nel i33r. 

Percorse inoltre le principali città d'Italia, con fama Agostino 
affatto straordinaria, un agostiniano, Agostino di An- j^fonfo 
cena, detto anche Trionfo. Per ordine di Gregorio X e altri 
a 31 anno aveva preso parte al Concilio ecumenico "^°**'"'*"' 
di Lione, come uomo di motta riputazione per la sua 
dottrina, in luogo del defunto S. Tommaso. Fran- 
cesco Carrara lo chiamò a predicare a Padova e 
Carlo II a Napoli, dove morì nel 1328. Dice l'epi- 
taffio che lasciò 36 volumi di manoscritti che furono 
più tardi mandati alla biblioteca Vaticana dagli An- 
conitani, che gli avevano eretto una statua. Prima di 
costui tra gli stessi Agostiniani si segnalò pur nella 
sacra eloquenza, più però nelle scienze teologiche e 
filosofiche, Giacomo Capponi dì Viterbo, di cui si tro 
vavano parecchi discorsi nella Biblioteca dei canonici 
di S. Pietro; da Bonifacio Vili fu fatto arcivescovo di 
Benevento e poi di Napoli e morì nel 1308, anno in 
cui moriva anche S. Nicolò di Tolentino che assai 
fruttuosamente predicò nella nativa città, e certo più 
cogli esempi che colla parola. Si rammentano inoltre 



(Il W.-^dding. Ann. Min. 

(31 Vedi p. Luigi Tassi da Fabriano che ultimamente ne scrisse 
la vita. Fabriano, tip. Gentile 1893. 



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5^ CAPO SECONDO 

come otrimi predicatori Alberto di Padova, che 
un monumento in quella città, e fatti i suoi stu 
Parigi riuscì de' primi oratori e fu chiamato da Bo 
nifacio Vili a predicare al Sacro Collegio. Percorse 
tutta Italia ed era detto un nuovo Paolo. Ecco k 
opere che più tardi furono pubblicate: Sermones de 
tempore Parisiis, 1344 ■ e Venetiis 1530, Expositìó 
in Evangelia domenicalia totius anni et aliquarum 
solemnitatuM. Parisiis, 1330. Sermones de Sanctis. 
Venetiis, 1334- Sermones quadragesimales. Vene- 
tiis, 13S4. Michele de Massa di Siena, morto a Pa- 
rigi nel 133Ó; e Dimalduccio di Forlì, morto nello 
stesso anno e che lasciò molti manoscritti, cioè: Ser 
mones quadragesimales super Epistolas et Evangelia 
(nella Bibl. d'Augusta, secondo l'Ossinger) e Ser 
mones dominicales totius anni: incipiunt: Corde ere 
ditur ad justitiam, e Sermones adclerum; incipiunt: 
Ille arguet mundum de peccato (i). 
43omenico Ma non possiamo chiudere questa prima parte dt) 
Cavalca gecolo senza occuparci di due oratori contemporanei, 
le cui opere non é ancora ben noto a qual dei due 
appartengano, e che destano in noi maggior desi 
derìo di conoscerli per esserci pervenuti dei loro scritti 
in volgare. Il primo è Domenico Cavalca, notissimo 
nei fasti della nostra letteratura. Nacque a Vico Pi- 
sano dalla famiglia Mosca, e giovane ancora si ascrisse 
air Ordine dei Predicatori. Visse per lo più a Firenze, 
segnalandosi con una vita esemplare e piena di ca- 
rità pel prossimo, e occupandosi a predicare e a scri- 



li' Qui ed altrove, citando l'Ossinger, mi riferisco all'opera 
intitoUta: B bliotheca Augustiniana historica, critica et chronologica, 
in qua mille quadriiigenti augustiniani ordinis scriptores etc. Hedegit 
P. Mag. F. Jo. Felix Ossinger Ordinis Eremitarum S. Augustini, 
provìnciae Bavariae ac utriusque Germaniae, quondam assistens g^' 
neralis. — Ingolstadii et Augustae Vindelicorum, impeusìs Jo. Fran- 
cisci Xaverii Craetz, universitatis bibliopolae 1768. 



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CAPO SECONDO 59 

vere, specie traduzioni, a vantaggio del popolo. Gli ap- 
partenga o meno Lo Specchio della Croce (i), poco per 
noi importa; là è detto fin dal prin:ipio qual'era |il 
fine di que' buoni frati, quando usavano il volgare, cioè 
fare una opera, non sottile né per grammatica, a van- 
taggio di alquanti devoti secolari, i quali « però che 
sono idioti e molto occupati, non possono vacare se- 
condo che desiderano et intendere al studio dell'ora- 
zione. » Questo frate ha certo giovato assai alla 
predicazione de' suoi confratelli non solo col suo 
esempio, ma con la traduzione delle vite dei Santi 
Padri raccolte in gran parte da S. Girolamo, le quali 
dovettero riguardarsi come una miniera e un tesoro 
da quei predicatori, non meno che adesso si ri 
guardino come una miniera e un tesoro dagli stu- 
diosi di lingua. Oltre alla detta opera gli si attribuì 
ì Esposi {ione del Credo, che certo servì per la pre- 
dicazione, il Pater nostro commentato, il trattato della 
pafien^a, quello delle Trenta stoìtipe, la M indivia 
del cuore, e Y Ammonitone a S. Pa)la, riprodotta da 
S.Girolamo. Il Pungilingua non é che una traduzione 
di fra Guglielmo di Francia; e, come il traduttore 
asserisce, non v' é di suo che alcuni esempi e storie (2). 
La sua parola, se si voglia trarre il giudizio anche 
dalle sole traduzioni che, almeno in parte, uscirono 
certo dalla sua penna, dovette manif::starsi più fles- 
sibile e saporita di quella che notammo in fra Qiro 
[amo da Rivalto. Parecchie sue opere andarono per- 
dute; e che ne scrivesse di molte possiamo argomen 
tarlo anche dalla fama goduta. Mori nel 1342. 



In Lorenzo Franceschini nel suo dotto lavoro: Fra Simone da 
Cassia e il Cavalca, non solo ascrive quesi' opera al primo, ma 
difende r opinione che sìa stata scritta originalmente in volgare. 
Roma, tip. della Pace, 1897. 

(21 Vedi Pungilin i^ua - Prologo * 



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6o CAPO SECONDO 

B Simone L'altro Oratore, che vuoisi mettere accanto al Ca- 
da Cascia valca, anche perchè con le sue opere probabilmente 
Bartolomeo ^^ncorse alla gloria del primo, è il b. Simone Fidati 
das. Con-(ja Cassia. Appartiene all'Ordine di S. Agostino e 

cordio . ^^. , . ,, ,1 . Il 

ben gareggiava m lui 1 amore alla scienza e alla san- 
tità. Fondò un monastero di religiose a Firenze, e 
mori nel 1346. Sono sue opere indiscusse: De gestis 
Domini Salvatoris in 15 libri (i), stampati prima a 
Basilea nel 1517, e poi a Colonia nel 1333 e 1540, e 
De Beata Vergine^ opera stampata a Basilea nel 1517. 
Opere volgari, che alcuni dissero perdute (2) e altri 
vollero sien quelle attribuite al Cavalca, (oggi non 
pare più ragionevole dubitar dello scambio) sa- 
rebbero il trattato Della dottrina cristiana. Della 
papen^a. La spiegatone del Simbolo, lo Specchio 
delia Croce, Della disciplina degli spirituali e alcuni 
opuscoli minori e lettere. Se siffatte opere rispondono, 
com'è a credere, al modo di predicazione del Fidati, 
certo il suo dire doveva essere pregevole assai per chia- 
rezza e talvolta per vigore. Affinchè s'intenda quanto 
sonava giusto il detto dell' Alfieri che qualificava il 
Trecento come il secolo che diceva, e s' impari in 
sieme a quali fonti noi dobbiamo ricorrere per tornar 
nitidi e popolari col ridurre a grande semplicità la 
dottrina, reco qui un brevissimo saggio dello Specchio 
della Croce. L'autore vuol mostrare che l'amore di 
Cristo é puro, a differenza dell' umano, che è sempre 
interessato; ed ecco come ne discorre: « Dice il Sal- 
mista: tu sei solo mio Dio, il quale non hai bisogno 
di nostro bene. Et ciò volle Cristo dare ad intendere 
a li suoi discepoli, quando disse: poi che havete fatto 



(n Se n' ha un volgarizzamento co! titolo: Esposizione dei Van- 
geli volgarizzata ; che va ira le scritture registrata come testo di 
Imgna. LMIIustre Isidoro Del Lungo fa voti che se ne faccia un'edi- 
zione critica, che manca. 

'21 Vedi Diz. Richard e Giraud. 



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CAPO SECONDO 6l 

ciò che io vi comanderò, dite servi inutili siamo. 
Quasi dicat, d'ogni bene che voi fate a me non 
torna utilità. Onde chi considera tutti gli coman- 
damenti di Dio, Iddio non ci comanda e non ci 
proibisce niente p^r sé, ma per noi. Però, come dice 
S. Gregorio, a Dio il nostro male non nuoce et il 
bene non gli giova. E però fu detto al paziente Job 
da un suo amico, il quale si credeva che Job per le 
grandi adversità mormorasse contro Dio, se tu farai 
bene che gli gioverai, et se tu farai male che gli no- 
cerai? Quasi dicat, niente gli doni facendo bene, et 
facendo male niente gli nuoci. Et però soggiunge e 
dice: all'uomo giova e nuoce la malizia et la bontà 
propria. Questo ancora ci mostra Cristo, quando, es- 
sendosi partiti da lui alquanti discepoli, disse a quelli 
che erano rimasi: et voi volete partire. Quasi dicat, 
chi se ne vuole andare, guardi pure al fatto suo, però 
che il vostro stare non m'è utile, né il vostro par- 
tire non m'è danno. Tutto il contrario è l'amore 
dell'uomo, che non si trova se non chi ami la pro- 
pria utilità. Onde veggiamo che né il marito la mo- 
glie né la moglie il marito, né il padre il figliuolo né 
il figliuolo il padre non ama, se non quando gli torna 
onore o altra utilitade o consolazione o diletto » (i). 
Un anno dopo la morte del Fidati, moriva in Pisa 
ed era sepolto nella chiesa di S. Caterina un altro 
dotto domenicano, fra Bartolomeo da S. Concordio 
di Pisa (1262 -1343) rampollo della nobile famiglia 
dei Granchi. Fu grammatico e filosofo, e anche per 
questo doveva primeggiare tra i buoni dicitori di quel 
tempo. Non ci rimane però nulla delle sue opere ora- 
torie; ed ora é specialmente ricordato per l' opera De 
documentis antiquorum che egli stesso tradusse e inti- 
tolò Ammaestramenti degli antichi, la quale ci fa co- 



{i\ e. ni. 



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02 CAPO SECONDO 

noscere «li autori che gli doveano essere prediletti 
anche nella predicazione. 
Jacopo Pas- Vola poi sopra questi ultimi oratori per la eccel- 
c*^'!"tfl? lenza di un dettato più fine fra Jacopo Passavanti di 
penitenza poco posteriore, e di religione domenicana. Di nobile 
casato fiorentino, professò a S. Maria Novella ; e suo 
zio, che era il card. Tornaquinci, l' avviò agli studi 
e ne Io confortò, sicché più tardi potè recarsi a com- 
pierli nel noto centro del sapere teologico e filosofico 
di que' di, a Parigi. Appresso insegnò a Pisa, a Siena, 
a Roma, d'onde fu mandato vicario vescovile in 
patria, ove morì nel 1357, avendo la sepoltura nella 
stessa chiesa in cui professò. Va salutato tra i primi 
dotti del suo tempo, e come tale fece le Addi:[ioni ai 
commenti di Tommaso da Valois sopra la Città di 
Dio di S. Agostino, della quale diede anche una tra- 
duzione; e in altri lavori teologici e filosofici, di cui 
resta memoria, s' ingegnò di mettere in accordo Pla- 
tone con le verità scritturali. Tradusse anche un 
omelia di Origene e alcuni luoghi delle Storie di 
Tito Livio. Quanto fosse studioso di S. Girolamo, di 
S Agostino, di S. Isidoro, di S. Pier Damiano, del 
ven. Beda e di S. Tommaso, il dichiarano ad evi- 
denza i suoi scritti. I quali, in volgare, si riducono 
allo Specchio di penitenza, il quale altro non è, come 
confessa lo stesso autore nel prologo, che il succo 
della sua ordinaria predicazione, e in ispecie della 
quaresima del 1354 predicata a Firenze, anno in cui 
raccolse, a beneficio del popolo, il detto trattato, af- 
finchè potessero trarne vantaggio le devote persone, 
che di tanto 1' aveano pregato. Il trattato prima che 
in volgare fu scritto in latino, come spesso usavasi 
di fare, e come attesta egli stesso di aver fatto a prò* 
de' chierici, « a' quali potrà essere utile per sé, e per 
coloro i quali eglino hanno ad ammaestrare predi- 
cando o consigliando o le confessioni udendo. » 



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CAPO SFXONDO 63 

L'arte sua è semplicissima, quella che abbiamo già 
veduto negli scrittori precedenti, salvo un miglior 
tornimento di forma: propone una verità religiosa, 
s'ingegna talvolta a darne qualche motivo di pura 
ragione, adduce per lo più sentenze scritturali o dei 
Padri a provarla e s'intrattiene alquanto a commen- 
tarle, e fa quindi seguire alcuni esempi. Gli esempi 
ci presentano non di raro della credulità bonaria, di- 
fetto anche questo generale del tempo. Bisogna però 
notare che non è sulla necessità del crederli che 
l'oratore insiste, ma sulla forza che hanno a spiegar 
la dottrina. Anzi a questo proposito farò mia un' os- 
servazione di Luigi Fornaciari, là dove dice che questi 
buoni antichi, come altri scrittori fioriti nei tempi 
che precedettero, non guardavano tanto pel sottile in 
ciò, contenti che le narrazioni servissero meglio alla 
intelligenza e al gusto della moltitudine: nel che se- 
guivano l'esempio del Divino Maestro. E aggiunge: 
« quanto al credere, se una volta per avventura si 
peccò nel troppo, si pecca oggi forse nel poco. » E 
questo un metodo che continuò, come potrebbesi ve- 
dere esaminando lo Speculum exemplorum omnibus 
christicolh salubriter inspiciendutriy ut exemplis di- 
scant disciplinam (Urbe Argentina 1495}; anzi, quan- 
tunque con maggior moderazione, per effetto dei 
tempi, si può dir che continua. La forma dominante 
nello Specchio di peniteni^a è la didascalica, come è 
necessario che avvenga in tempi di molta ignoranza, 
a nei tempi di molta miscredenza, in cui si assalgono 
e impugnano le verità religiose. Lo stile poi non solo 
è schietto ma morbido e grazioso oltre ogni dire; e 
non mancano tratti, quando l' autore racconta o de- 
scrive, di un colorito assai caldo e vivo; io non du- 
bito di rassomigliare molti de' suoi esempi alle gra- 
ziose miniature, con cui s' adornavano di que' dì le 
Bibbie e gli Antifonari, e che oggi si tengono meri- 



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64 CAPO SECONDO 

tamente in tanta stima. Vo'che il giudizio qui dato 
si confermi col farne delibare almeno un piccolo as- 
saggio. Cosi ei fa sentire la necessità di svincolarsi 
con la penitenza dalle male abitudini, tanto più pe- 
ricolose quanto sono più lunghe: « L' altro inconve- 
niente si è che quanto l'uomo più indugia la peni- 
tenza più pecca, e più peccando fa maggior soma, 
sotto la quale conviene che perisca, se non tiene il 
consiglio di S. Paolo che dice : deponentes omne pondus 
et circumstans nos peccatum, pognamo giuso il peso 
del peccato, che ci sta d' intorno da ogni parte. Leg- 
gesi nella vita dei Santi Padri che una volta Santo 
Arsenio udì una voce, la quale disse: vieni ed io ti 
mostrerò T opere degli uomini. E andando vide uno 
che tagliava legne, e fattone un gran fascio, s' inge- 
gnava di portarlo, e non potendo per lo grave peso 
il poneva giù. E anche tagliando delle legna, aggiun 
geva al fascio, e riprovava se portar lo potesse; e non 
potendo, ancóra tagliava delle legna e arrogeva al 
fascio, dove ne doveva scemare, se portar lo voleva. 
E pure accrescendo del peso e ponendosi addosso, vi 
cadeva sotto. E disse la voce: questi sono coloro che 
arrogendo peccati a peccati vi cadono sotto » (i). 

Non credo che nel periodo percorso vi sia oratore 
da preferirsi a questo; e chi vuol maturarsi alla pre- 
dicazione con buone letture tratte da tutti i varii pe- 
riodi della nostra letteratura, quale rappresentante 
dell'aureo Trecento non dimentichi il Passa vanti; 
perchè non solo vi troverà purezza di dottrma, n>a 
il gusto di una incomparabile bellezza artistica. 

Parecchi Collocheremo qui sommariamente parecchi degli 
^*'**°Jq^|"* oratori di maggior rinomanza che illustrarono il 

metà del mezzo e la seconda metà del Trecento. Il b. Venturino 
da Bergamo, propriamente di Almenno e della fa- 



Trecento 



(Il Gap V. 



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CAPO SECONDO 65 

miglia De Apibus, commosse con la sua eloquenza 
gli animi specialmente nell'Alta Italia; perciò soleano Domenicani 
chiamarlo Nuncius Dei. Avendo guidato dei pelle- 
grini a Roma, venne in sospetto a Benedetto XII che 
sedeva ad Avignone, il quale lo sospese dalla predi- 
cazione, che gli fu più tardi restituita; dopo di che 
predicò nelFAlta Italia la crociata contro i Turchi; 
mori nella fresca età di 42 anni, durante un viaggio 
a Gerusalemme, ove dovea predicare la quaresima 
del 1346 (i). Taddeo Dini fiorentino, dicono fosse assai 
addottrinato in o^ni scienza, e lasciò molti sermoni; 
Luca Manellij pur fiorentino, celebre filosofo e caro 
a più pontefici, lasciò un bel discorso tenuto da lui 
nella cappella del papa ad Avignone 1' anno 1343, e 
morì vent' anni appresso. Rinomati per zelo di pre 
dicazione, santità di vita, e per aver suggellato col 
sangue la fede in Piemonte, sono il b. Pietro da 
Ruffia, martirizzato nel 1365, e Antonio Favonio 
nel 1374. ìjoddxo per straordinaria erudizione e fa- 
condia da Nicolò di S. Martino^ pisano, il quale corse 
predicando tutta Italia e da ultimo fu vescovo di 
Macerata e Recanati; morì nel 1367. Jacopo Gna da 
S. Andrea di Colle, costituito nell'ordine domenicano 
predicatore generale, dettò Conciones domenicales, 
quadragesimales y funebres, ad Clerum; pare che 
chiudesse la sua vita nel 1380. Domenico de Nardi, 
fiorentino e aggregato ai teologi dell'Accademia fio- 
rentina, morto nel 1385, lasciò manoscritti tre volumi 
di concioni. Tommasino da Ferrara, maestro di sacra 
teologia, lasciò pure un quaresimale che fu poi stam- 
pato a Colonia nel 1474. Anche Tommaso da Che- 
rascOy piemontese, provinciale della Lombardia e con 



(1) Giaseppe Clementi ci dà molti particolari nel suo opuscolo: 
Un Savonarola del secolo XTV Roma, 1898; e dice in corso di 
stampa una vita del Beato. 

Storia della Freclica{ione ecc. 5 



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66 CAPO SECONDO 

fessore del Conte Amedeo di Savoia, fatto poi car- 
dinnle dal pseudo pontefice Clemente VII, ebbe nome 
di buon oratore e lasciò utili sermoni, come pure 
Andrea de* Bocagni o dei Franchi di Pistoia, che ai 
tempi di Clemente VI fu fatto vescovo in patria. 
Tutti costoro furono domenicani (i). 

FfftnccsciBì Tra i francescani trovo eminenti in Calabria Mae- 
stro Guglielmo, che era detto la stella dei predicatori 
e Tommaso Porta lodato assai per la scienza teolo 
gìca e Leonardo Ventura; inoltre il b. Umile da Pe 
rugia, Antonio di Dura^^o vescovo in patria e che 
predicò ai Saraceni, Maestro Antonio Forti del con- 
vento di Montevarchi, Aurelio ^/ P/e/ro che percorse 
predicando tutta Italia, e Bartolomeo da Lojanoiiri' 
signis per optimas Italiae urbes è pur detto il p. An- 
tonio Brasclìi di Faenza (2). Fiorirono tutti verso la 
fine del secolo. 

Afiostinvani Lasciarono inoltre sermoni ed ebbero fama come 
oratori gli agostiniani Teobaldo da Verona, della fa- 
miglia degli Scaligeri, ab. di S. Fermo, e da ulìimo 
vescovo in patria; Ruggero da S. Vittoria, anconi- 
tano; Gregorio da Rimini, più celebre però come 
scienziato; fu generale dell'Ordine, molto onorato a 
Parigi e morì a Vienna nel 1338; Pagi Matteo, mi- 
lanese, che gareggiava coi primi, mori nel 1354; se ne 
conservano i mss. nella biblioteca di S. Marco a 
Milano; Malabranca Ugolino di Orvieto, che fu de- 
stinato ad esaminatore dei predicatori del suo ordine 
e da Urbano V, nel 1370, fu fatto patriarca di Costan 
tinopoli e amministrò tre anni la diocesi di Rimini; 
Veronese Lorenzo morto il 1362 e Veronese Paolo, 
morto il 1390, tutti e due priori a Verona; Badoer 
Bonaventura^ padovano, che lottò contro Francesco 
Carrara per le libertà ecclesiastiche, e nel 1380 fu 



11» Ek Quét>f et Echard. <3) Ex Wadding 



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j 



CAPO SECONDO 67 

nunzio apostolico in Ungheria e poi cardinale; sem- 
bra che il Carrara stesso ne avesse ordinato quella 
proditoria uccisione che avvenne sul Ponte S. An- 
gelo in Roma; Bartolomeo da Bologna nel 1398 pro- 
vinciale della Romagna (i mss. erano nella bibl. di 
S. Agostino in Cremona); Cavalcanti Aldobrandini 
assai applaudito (i mss. si conservavano nella bibl. 
fior, presso S- Spirito a Firenze, altri' nell'Ambro- 
siana di Milano); De Cremona Gregorio, De Cre- 
mona Pietro e Simone; il quale ultimo predicò molto 
nel Veneto (i mss. erano nella bibl. appartenente ai 
duchi Altemps a Roma) (i). 

APPENDICE AL CAPO II. 

La nazione francese conta anch'essa eletti oratori, 
quantunque ancora si cammini sopra orme comuni. 
Rammentiamo tra i più illustri di questo periodo: 
Giovanni da Parigi o Quidort, dotto filosofo e teo- 
logo, morto il 1306; restano alcuni discorsi integri 
(Bibl. Colbert. cod. 3725) e Guglieimy di Cqyen che 
fu due volte provinciale in Francia. 

Giacomo di Losanna, morto nel 1321, e che fu oratori 
uomo di grande sapere e fecondo scrittore. Di lui si ^''anceiì 
pubblicarono, tra le altre opere, Sermones domenicales 
et festivales per totum anni circulum (Parigi 1530). 
Nicolò di Freanville morto a Lione nel 1322, che fu 
cardinale, e scrutatore alla elezione di Clemente V. 
Armando di Bellevue, che nel 1326 reggeva il gin- 
nasio di Mompellieri, e fu promosso ad alte dignità 
ecclesiastiche; scrisse- Sermones de tempore et de 
Sanctis. Durando di Saintpourcin, della diocesi di 
Clairmont, che poi fu vescovo di Limose, ove morì 



il) Ex Ossinger. 



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n 



68 CAPO SECONDO 

nel 1334; e Guglielmo di Pietro da Godine, dì Ba- 
jonna, che da Clemente V fu fatto maestro dei sacri 
palazzi; tutti e due lasciarono molti discorsi. Pietro 
de la Palu, che fu uno dei più illustri, e- che oltre 
a sermoni, lasciò parecchi commenti; morì patriarca 
di Gerusalemme nel 1342. Giovanni de Mokndini 
Molini, maestro di teologia e inquisitore a Tolosa, il 
quale lasciò un trattato De reparatione hominis lapsi 
(mss. a Parigi), che altro non è che una serie di pre- 
diche sopra il Figliuol prodigo; sembra sia morto ad 
Avignone nel 1353. Simone Lingonese (Langres), 
maestro di teologia e provinciale, morto nel 1352, e 
sì fruttuoso oratore che al suo tempo conoscevasi col 
nome di pescatore d'uomini; oltre ai sacri lasciò di- 
scorsi di vario genere. Giovanni di Basilea, che fu 
fatto vescovo di Tolosa nel 1389, e lasciò un volume 
di prediche e conferenze. Nicolò Emmerico, giron- 
dino, oratore di buon nome, ma più celebre per le 
parti che prese nelle discordie religiose a favore del 
pseudo - pontefice Clemente VII, morì nel 1399. Tutti 
costoro appartengono all'ordine domenicano (i). Va 
inoltre tra i rinomati di questo secolo T agostiniano 
Giovanni da Carcassona detto praeco validissimus in 
urbe Tolosana (2). Vuoisi aggiungere Giovanni Fauler 
di Strasburgo che per le sue tendenze alla mistica fii 
detto il dottore illuminato; predicò molto nella patria 
città, specialmente dal 1348 al 1361, anno della sua 
morte; va lodato per un movimento più libero, onde 
s'abbandona al sentimento, sciogliendosi dalle pa- 
stoie scolastiche. ♦ 
Oratori Ricordiamo qui altri oratori appartenenti a varie 
d' altre na- nazioni europee, e li ricordiamo senza distintamente 
classificarli secondo le loro nazioni trattandosi di un 
tempo in cui il comune incivilimento cristiano molto 



(I) Ex Quétif et Echard. (3) Ex Ossioger. 



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CAPO SECONDO ÒQ 

toglieva delle particolari qualità nazionali. Ottennero 
adunque maggior [ama Guglielmo Mackelfield, in 
glese, maestro ad Oxford e morto a Tolosa il 1304. 
Benedetto XI, ignorandone la morte, lo fece cardi- 
nale. Gualtiero di Winterburn, parimenti inglese e 
fatto cardinale dal Boccasino, morto nel 1305; e di 
cui è fama che molto predicasse al Clero e nella 
Corte dinanzi allo stesso re. Fra Eccardo o Eckard, 
sassone, che insegnò a Parigi col Clari, e fu con 
quello chiamato a Roma da Bonifacio Vili; morì 
nel 1309. Ugo di Due tona e Guglielmo Encurt in- 
glesi e maestri ad Oxford, fiorivano verso il 1340; il 
primo lasciava Sermones de tempore et de sanctis, e 
il secondo Sermones ad populum. Esercitò un' azione 
straordinaria nella predicazione il b. Enrico Suso^ 
svevo a quel che pare, e che predicò molto, prima 
nell'Alsazia e Svevia e poi in tutta la Germania, morì 
r anno 1360. Di lui si loda principalmente V unzione, 
che si riconosce anche nelle sue opere ascetiche, che 
dovevano rispecchiare lo stile della sua predicazione ; 
tale si mostra il libro tessuto in forma di dialogo. 
Della sapienza eterna, assai diffuso a' suoi tempi, e 
il Trattato dell' unione dell' anima con Dio. A Co - 
Ionia si stamparono parecchi de' suoi discorsi nel 1555 
e 1558. Di Giovanni di Dambach si loda la molta 
dottrina. Bernardo Ermengaudi di Barcellona, che 
fu inquisitore generale, predicò assai anche per torre 
le discordie che scoppiavano al tempo dello scisma; 
come pure Bertrando Teutone, morto nel 1387, il 
quale oltre a varii discor^ lasciò un trattato sullo 
scisma tra Urbano VI e Clemente VII. Dotti ed ele- 
ganti son detti i sermoni di Guglielmo Giordano, in- 
glese. Fiorirono verso la fine del secolo i due tedeschi 
Giovanni di Spernegasse ed Enrico di Franchovar e 
l'inglese Guglielmo Bottlesam fatto vescovo da Ur- 
bano VI e che predicò nella stessa corte, alla pre- 



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70 CAPO SECONDO 

senza del re. Tutti appartengono all' ordine dome- 
nicano (i). 

Anche gli agostiniani contano in tutta Europa 
de' bravi oratori, tra' quali Winterton Tommaso, in- 
glese, che fu professore a Parigi e poi a Oxford, morto 
il 13 io; e un altro omonimo che fiorì alla fine del 
secolo e fu prima amico di WiclefTo e poi ne com- 
batté gli errori; i due fratelli Waldebio Giovanni e 
Roberto, l'ultimo dei quali fu arcivescovo di Dublino; 
e Worsop Roberto, morto il 1350; Aschobum Tom 
maso, laureato a Oxford, che si adoperò assai per radu- 
nare un sinodo di vescovi, a Londra, e per condannar 
le dottrine di WiclefFo e lasciò dei sermoni; morì 
nel 1382; si levò contro il medesimo WiclefFo un 
altro oratore celebre, Bankino, Enrico de Buri dot- 
tore di sacra teologia alla Sorbona, e provinciale in 
patria, lasciò sermoni specialmente in lode di Maria 
Vergine. Riccardo Chefer, oltre a parecchi discorsi, 
scrisse De quatuor Novissimis; furono tutti anglo- 
sassoni. Inoltre Pietro Dudesfelder dì Spira fu ora- 
tore ed anche rinomato filosofo; nel 1363 era provin- 
ciale nel Reno. Sul finire del secolo andavano celebri 
due altri inglesi Edvarston Tommaso e Guglielmo 
£gumonde che fu anche suffraganeo del vescovo di 
Lincoln. Così pure Ruggero Glactone, intimo di 
Roberto, vescovo di Salisbury; Giovanni Gotmco di 
Norfolk che contava tra suoi assidui uditori i ma- 
gnati inglesi e lo stesso re; Golf rido Grandefeld di 
Northampton, grande oratore e filosofo; mori ve- 
scovo di Fermo nel 1348; Golf rido Hardebio di Lei- 
cester, morto a Londra il 1360, predicatore del re; 
scrisse Sermones de sanctis e Se^inones in festività- 
tibus B. M. V.; inoltre Lectiones in vetus et novum 
Testamentum, Benedetto Jceno di Norfolk fu pure 



(I) Quètif et Echard. 



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CAPO SECONDO Jl 

assai rinomato e morì vescovo. Giovanni Cleucoch, 
sassone, professore a Oxford e morto a Praga il 1352. 
Dionigi de Marcia, spagnuolo, che lavorò molto in 
Sicilia colla sua eloquenza a spegnere le lotte tra i 
Francesi e gli Aragonesi. Nicolò de Luna, di Praga, 
maestro colà di sacra teologia, i cui discorsi si con- 
servavano mss. in quel monastero agostiniano. Cri- 
stiano Pragner di Kuff Stein, tirolese, che fu priore a 
Monaco di Baviera nel 1367 ed eccellente oratore; 
lasciò: Serinones log de tempore e Sermones 20 de 
sanctis. Tommaso Radclyt di Leicester oratore e sot- 
tile filosofo, vescovo di Lincoln. Giordano di Sas- 
sonia, che studiò a Bologna e morì a Vienna d'Au- 
stria il 1380; i suoi sermoni ebbero più tardi parecchie 
ristampe. Ermanno de Schuldig di Westfalia, di grande 
santità e operosità nelle scienze, oltre a molti trattati 
lasciò anche discorsi oratorii (i). 



(n Ex Ossioger. 



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V- 



CAPO HI. 



Nuovo avviamento delle lettere dopo il Passavanti e lungo 11 le- 
ccio XV, ed effetti non sempre buoni nell'arte oratoria — B. 
Giov. Dominici e oratori intorno a luì — Importanza di S. Ber- 
nardino da Siena e sooi più ttretti discepoli — S. Lorenzo Giu- 
stiniani, S Antonino, Michele da Milano ed altri — I Monti di 
pietà — Appendice I e IT. 



Poco dopo la morte del Passavanti i letterati ita 
' umanisfi ' liani modificarono più sensibilmente i loro studi e 
quindi l'avviamento dell'arte, perché all'ardore in- 
genuo di manifestare in componimenti originali la 
vita di cui fervea l'età dei Comuni, piena di tem- 
peste civili e di fede, succedeva la curiosità d'inda- 
gare e conoscer meglio gli antichi. Questo movi- 
mento, come ognun sa, incominciò col Petrarca e col 
Boccaccio, che ammirarono l'arte classica più che 
prima non si facesse, e ne promossero lo studio. Ab- 
biamo quindi una serie di eletti ingegni, che pigliano 
il nome di umanisti, i quali cercano codici e memorie, 
specie nei più celebri monasteri, fondano biblioteche, 
copiano, postillano, commentano, notano le ragioni 
dell'arte e con la critica preparano il cosi detto ri- 
nascimento dell'arte. Studio siffatto fu evidentemente 
ispirato da ciò che faceasi con religiosa accuratezza 
sopra il libro dei libri, la Sacra Scrittura, e portò a 
poco a poco un rivolgimento letterario, perchè lasciò 
languire quel carattere tutto semplice, fresco e po- 
polare, quantunque greggio ancora non poco, che fu 



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'«"!t^^^' 



CAPO TERZO 73 

proprio dei primi nostri scrittori; e indusse vaghezza 
di emulare i modelli ereditati dall'arte romana e ta- 
lora anche dalla greca, sostituendo una maniera più 
regolare, ripulita e tersa, quando si usava il latino, ma 
spesso stentamente ricercata, quando si usava la no 
stra lingua; la quale del resto troppo era negletta o 
spregiata, come cosa da lasciarsi al volgo e alla lette- 
ratura di cui esso più avidamente si pasce. Sempre 
però servi ad importare nelle nostre lettere un peso 
d'imitazione che troppo le allontana dalla nativa ori- 
ginalità e vietò loro di crescere e maturarsi come 
pianta nel proprio clima; e quel che è peggio cor- 
ruppe non poco lo spirito cristiano dell'arte; e al- 
l' ideale purissimo di una perfezione che deriva dalla 
dignità della coscienza individuale per mezzo della 
virtù e del sacrifizio generoso, nelle aspirazioni ad 
un eterna felicità, andava sostituendo V ideale pa- 
gano della potenza e della gloria nella patria terrena 
e dei piaceri nella vita presente. A noi non preme 
qui né rammentare i nomi dei nuovi letterati, né 
seguire ad uno ad uno gli effetti che portarono, fino 
a quella splendida festa letteraria che arricchiva più 
tardi di egregi capolavori il Cinquecento, ma troppo 
scarsi di spirito cristiano; bensì ci giova notare l'a- 
zione che il nuovo avviamento esercitò sull' oratoria 
sacra. 

E tale azione, a dir vero, non fu sempre buona. Effetti 
In generale sotto qualche rispetto si può riconoscere "^"buoni^'^^ 
alcun vantaggio; la esposizione della dottrina suol 
diventare più ordinata e più piena e anche comincia 
a ricevere un colorito più vivo di imagini e di cose 
particolareggiate; ma molti difetti o continuano o 
s'aggravano. Cresce intanto la smania di far pompa 
di erudizione che scema in parte quello spirito grave 
e severo che deriva da un animo unicamente preoc- 
cupato dalla importanza delle verità religiose; onde. 



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74 CAPO TERZO 

per isvagarsi nel raccogliere dottrine anche aliene, si 
perde più di mira la pratica. Quindi le citazioni mol- 
tiplicano, e si portano talvolta nel campo letterario e 
profano, producendo un agglomeramento arido e in- 
digesto dì cose, e raffreddando di necessità quel sen- 
timento da cui scatta la vera eloquenza. Arroge che 
la scolastica degenerava ogni giorno più dal serio e 
giusto avviamento che ricevette da S. Tommaso; e 
lasciando le questioni più larghe e comprensive si 
lambiccava il cervello in sottigliezze di minor conto 
o di troppo difficile soluzione; già si propagavano le 
scuole dei nominalisti e dei realisti. La teologia do- 
veva necessariamente lordarsi il piede in tutto questo 
pecoreccio; e i predicatori, che erano per lo più frati 
e teologi di conto, ne macchiarono non di rado i 
loro discorsi, nocendo anche per sì fatto modo al 
t^empliciià spontanea e popolare della loro parola; 
e certe questioni, come quella sul culto di latria da 
darsi o meno al Sangue di N. S. G. C, o quella 
deir usura entro certi confini da alcuni permessa da 
altri negata ai Monti di pietà recentemente istituiti, 
e parecchie altre facevano capolino rivestite di frasi 
appassionate anche sul pergamo, con poco profitto se 
non con danno degli uditori. Meglio infatti sarebbe 
tornato il trarre dottrina, norme ed esempi dai Santi 
Padri, inculcando le necessarie riforme dei costumi, 
piuttosto che avvolgersi in analisi o troppo aliene o 
troppo minute; difetto che continuò anche nel secolo 
susseguente; onde va celebre la scusa addotta dal 
Bembo, quando a Padova fu chiesto perchè non an- 
dasse a predica: « che vi debbo io fare? Perciocché 
mai altro vi si ode che garrire il Dottor Sottile con- 
tro il Dottor Angelico, e poi venirsene Aristotele per 
terzo a terminar la questione » (i). Un siffatto av- 



hl Tirabowhi 1. HI, e VII. 7. 



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CAPO TERZO 75 

viamento però fu temperato, massime nella prima metà 
di questo secolo dal gran numero di Santi, che pre- 
sero parte alla predicazione anzi la diressero con uno 
zelo che non li lasciava gran fatto fuorviare. 

Potrebbesi credere che T eloquenza sacra facesse i centri 
qualche guadagno nei sommi oratori di questo tempo, „^n*|fò°"„o 
per ciò che si andavano costituendo coi principati Pjf .^""^o 

r ,. . , . ... . . '^ ., *^ , di liberta 

itahani dei centri di maggiore importanza, d onde 
potevano propagarsi più largamente le idee; ma in 
effetto però il guadagno non e* è, perchè ai centri 
maggiori faceva ostacolo la diminuita libertà, che 
credo fosse più ampia ai tempi di S- Antonio di Pa- 
dova, che non quando Girolamo Savonarola mal si 
avventurava tra i partiti degli arrabbiati e dei pal- 
leschi a un ardimento di non misurata franchezza. 
Ciò naturalmente toglieva che il domma religioso e 
la morale cristiana potessero chiaramente applicarsi 
alla vita sociale e politica; e spogliava quindi Telo 
qiienza di quell'interesse che le viene sempre dal- 
l'essere figlia del proprio tempo e delle circostanze 
che r han generata. Se il Savonarola sotto questo 
rispetto fece più degli altri, fii perchè più degli al- 
tri osò. 

Viene poi da se che l' avvia nento letterario degli Perchè 
umanisti non dovesse in sul principio recar dei va n- ®f"/g|,*j°^ 
taggi alla lingua e alla forma volgare. Se scarseg- . oratoria 

... . . , . .... in volgare 

giano le buone scritture in tutte le vane specie di let- 
teratura, non scarseggiano meno in oratoria, che del 
resto avea più ragione degli altri di servirsi del vol- 
gare. Ciò che diceva Voltaire parlando della eloquenza 
francese, vale a dire che in questo periodo si tesses- 
sero dei discorsi mezzo latini e mezzo nella lingua 
del popolo, e che anzi da questa mescolanza mo- 
struosa nascesse lo stile detto maccaronico, se si ri- 
getta giustamente da una sana critica per la lettera- 
tura francese, vuoisi rigettar non meno per la lette- 



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^ CAPO TERZO 

raTura italiana, e nulla poteva naturalmente darsi 
di siffatto ibridismo a contaminare le chiese. Bensì è 
vero che non solo continuavano in certe occasioni 
pi il solenni ad usare il latino, ma gli oratori stessi 
che più spesso di prima pur doveano predicare al po- 
polo in volgare, credeano di macchiare ignominio- 
samente le carte, ove raccogliessero le loro idee nella 
lingua materna, la cui vita letteraria era ancora con- 
tesa. Figurarsi se non doveano far così in -quel se- 
colo di nuovi latinisti, se il mal vezzo continuò ben 
più a lungo, e se lo stesso sommo oratore di Francia, 
il Bossuet, in pieno Seicento, faceva in latino parecchie 
tracce che gli serviano a svolgere i sublimi discorsi 
eh' ei teneva dai pulpiti più insigni della colta Pa- 
rigi i Nel Quattrocento adunque, quantunque in Italia 
si predichi ordinariamente in volgare, scarseggiano i 
discorsi oratorii in volgare; e se ne abbiamo anche 
del celeberrimo S. Bernardino da Siena, ciò va ascritto 
a meriro di que' pii uditori che e con una loro ste- 
nografia e con l'aiuto della memoria faceano tesoro 
delle sue parole. Si capisce assai di leggeri come il 
dettato non potesse gareggiare con quello del Passa - 
vanti, per quel discredito di lingua che nocque a tutta 
ta nostra letteratura, quantunque preparasse non po- 
chi vantaggi dell'arte per un tempo futuro. Ancora 
Troviamo che talvolta rapidamente e bruscamente si 
mesceva il nobile ed elevato a un fare rozzo e grot- 
tesco, vuoi nei concetti vuoi nelle parole, guaio del 
resto che preesisteva e che vedemmo lamentato anche 
da Dante. Notammo inoltre che, sebbene gli oratori 
^ì tengano come nei tempi passati a un carattere di 
semplice istrui^ìone, e gli assunti non si formulino 
nettamente e con unità o si foggino con troppa 
lai^hezza a mo' di trattato, tuttavia, oltre a qualche 
progresso già avvertito, ci pare che anche certe am- 
pUfica^ioni svolte con opportuni paragoni e con po- 



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CAPO TERZO 77 

polare franchezza, e certi ritrovati che tendono a 
destar l'attenzione sopita, predispongano l'arte alla 
magnificenza di tempi migliori. 

Parecchi oratori che fiorivano al terminare del primi ora- 
secolo XIV ed entrano a far parte del susseguente ^^oio x" 
ci attestano già un siffatto movimento. Va tra costoro intorno 
Leonardo Dati, fiorentino, che fu generale dell' Or- Do^^minid 
dine domenicano e delegato nel Concilio di Costanza 
all'esame delle dottrine di Giovanni Huss; egli at- 
tese non poco alla predicazione in Italia, lasciando 
un quaresimale intitolato: De petitionibus animae e 
poi un altro detto: De flagellis peccaiorum festi- 
nanter converti nolentium. Anche Ugolino da Carne 
rino fu, di questi dì, non solo teologo assai reputato 
e maestro di sacro palazzo sotto Gregorio XII, ma 
pur molto predicò, come dimostrano i suoi sermoni 
quadragesimali, domenicali e sui Santi; da ultimo fu 
fatto vescovo di Lodi. Si eleva però assai sopra di 
questi un altro domenicano, cioè il B. Giovanni Do- 
minici (1356- 1420) rammentato con onore anche da 
S. Antonino, come quello che alla prestanza del- 
l' aspetto, alla sonorità della voce e alla dignità dei 
modi aggiungeva grande erudizione e tenacissima 
memoria, onde percorse con gran plauso per 25 anni 
le maggiori città italiane. Nacque di poveri artigiani 
in Firenze, e il suo casato pare che fosse quello dei 
Banchini o Bacchini. A 17 anni vestì l'abito de' Frati 
Predicatori in S. Maria Novella, e incontrò qualche 
difficoltà ad esservi accettato, non tanto perché privo 
affatto d'istruzione, quanto perchè non avea bene 
sciolta la lingua. Cominciò a predicare probabilmente 
Tanno del beato transito di S. Caterina da Siena, 
cioè nel 1380, ciò che si ricava da una sua lettera alla 
madre, nella quale dice come: « trovandosi in Siena 
e sentendosi avere il fervore del predicare, e non gli 
parendo, secondo gli altri, mancare di sapere, e non 



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y& CAPO TERZO 

potendo per Io legame della lingua, pregò con quella 
devozione che seppe nnaggiore innanzi all' imagine 
della Santa predelta (ch'egli avea incontrata più volte 
a Firenze e a Pisa) che gì' impetrasse dal celeste suo 
sposo il benetizio della lingua espedila, acciò potesse 
pronunziare in salute delle anime il verbo divino; e 
quanto questa grazia gli fosse concessa noto é a gran 
parte del mondo » (i). Si sa che S. Vincenzo Ferreri 
lo stimava tanto che, quando alcuni Fiorentini si 
rivolsero a lui affinchè corresse con le sue missioni 
anche la Toscana, se ne meravigliò, rispondendo che 
avevano già in patria un eccellente predicatore quale 
era fra Giovanni Dominici. Infatti il nostro Beato 
non venne mai meno né alla grazia ottenuta né alla 
missione che ricevette dal suo Ordine, onde conseguì 
ben presto gran fama. L'ordinaria sua residenza fa 
a Venezia in S. Gio. e Paolo, quantunque spesso si 
trattenesse altrove, specie per molivi di predicazione. 
S. Antonino, che ne novera le opere, rammenta ira 
r altro le lezioni scritturali eh' ei tenne appunto a 
Venezia sopra il libro dell'Ecclesiaste; lezioni che 
ancor si conservano tra suoi manoscritti. Diventò 
inoltre molto benemerito della Chiesa per la riforma, 
che ìn[raprese e raggiunse, di molti conventi di frali 
e di suore. Nel 1400 andò pellegrino a Roma nell'oc- 
casione del giubileo ; e soffermandosi a Firenze, dove 
fu assai onoralo da suoi concittadini, predicava fin 
tre o quattro volte al giorno, lasciando prove di pro- 
fonda umiltà. Fu fatto vescovo di Ragusa e poi car- 
dinale, ed ecco con che sentimenti ne partecipi quest'ul- 
tima notìzia alle monache del Corpus Chrisli a Ve- 



li Dalla F'reFizione del Prof. Donato Salvi, accademico della 
Crusca ili' opera intitolata : Regola del governo di cura famigliare, 
compilato dal B. Giovanni Dominici - re»to di lingua - 1860. 



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CAPO TEkZO 79 

nezia: « In Cristo dilette sorelle. Quando la navi- 
cella di Pietro pastore è nella grande fortuna, io, che 
non so navicar per *lo quieto mare, sono eletto per 
aiutatore di quegli che la debbono guidare. Imperoc- 
ché ieri el papa santo me elesse con tre altri suoi 
cardinali, la quale dignità m'è convenuto accettare, 
come Cristo la corona delle spine; sperando nella 
obbedienza di chi mei comanda e nelle orazioni di 
voi e degli altri servi e serve di Dio, le quali aiutano 
molto, e domandole perch' io n' ho gran bisogno. Non 
sento sensitivamente di tale promozione alcuna alle- 
grezza, eccetto che una; la quale é la speranza ho di 
potervi aiutare ne' vostri bisogni. Fermo ancora nella 
mente mia, se Dio mi presta vita tanto ch'io vegga 
la Chiesa posta in pace, di ritornare nell' umile ovile 
di messer S. Domenico. Valete. Datum aprilis 1408. 
Totus frater vester Johannes Dominici, cardinalis ra- 
gusinus. » Dopo il Concilio di Costanza, a cui in- 
tervenne, schiacciato alfine il funestissimo scisma oc- 
cidentale, e' fu spedito come legato del papa in Un- 
gheria, ove molto lottò per vincere l' eresia dei resi- 
stenti Boemi; e morì a Buda e fu ivi sepolto nel 
monastero dei frati di S. Paolo primo eremita. 

Le sue qualità come oratore dovettero essere emi- opere de» 
nenti, non solo se si giudichi con le lodi di S. An- g^s^ggjo 
tonino e di S. Vincenzo Ferreri, ma anche se si at- 
tenda alle opere da lui dettate in volgare. Ha infatti 
potenza di osservazione anche elevata, congiunta 
sempre a gran chiarezza di modi; ha forza che viene 
da vivacità di sentimento nobilmente contenuto e 
governato, e una paterna discrezione nei consigli. 
Quanto alla lingua basti dire che va fra i testi citati 
dalla Crusca. Lasciò, come nota l'Echard, due qua- 
resimali, che non trovo sieno stati pubblicati>e il Trat- 
tato della santissima carità, scritto, come afferma 
r autore da principio, ad istanza di una donna de- 




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80 CAPO TERZO 

vota, pubblicato nel [415 (i), e spedito poi alle Man- 
teJlaCe dì 5. CaterLn;^ da Sìen^t^ come sì ricava dAh 
leUera con cui un padre anonimo accompagna toro 
il libro. Ammirabile è ìnohre l'altro suo trattato che 
intitolò: Regola del f^overno di cura familiare; bel- 
lissimo saggio deir arte sua nello scrivere e che ci fa 
supporre quanto graziosa dovesse essere la sua pre- 
dicazione: fu composto perchè servisse a ben dirigere 
una famiglia secondo il principio crisriano^ mostrando 
che tutto che l'uomo possiede viene da Dio^ e a Dio 
lo deve rendere. Dettò ancora parecchi altri opuscoli 
e ieitere. Chi vuol libare qualche cosa dell' arte sua, 
legga questo breve SL^uarcio che riguarda una sua 
raccomandazione intorno alla cristiana educazione 
dei figli : ^t Io dico che né padre né madre debba 
permettere hgliuolo abbi di proprio^ o a sé guadagni, 
ma lutto che rraftìca sia in podestà de' suoi, e se lasci 
guidare di vestimenti, cibi e tutti altri bisogni. Che 
giustizia è questa o che equitade, che ciò che il padre 
può avanzare, sviscerando sé ed altri, serbi al suo fi- 
gliuolo; e il Hgliuoio, che non può guadagnare se non 
con quel del padre^ avanzi per sé? Dirà il mondano: 
questo si fa perché impari a buon' ora amare il da- 
naro, saperlo guardare, diventi buono massaio, sappi 
con quanto affanno s acquista, impari di fare le mer- 
catanzie, mentre che é sotto il paterno giogo e ha 
chi gr insegna, dirizza e corregge. Oh cechità de mor- 
tali 1 Risposta di chi ha poca fede e meno amore al 
cielo, e dell'anima poco cura o nulla. La radice d*ognì 
male è cupidità; ninno é più vizioso che \ avaro; non 
é sì gran male al quale l'avarizia non sospinga; e 
commendasi sollecitare i figliuoli diventino cupidi, e 
desiderino la morte de" padri, per empir lor petto 
deir abominevole fame dell'oro, la quale tanto più 



li^ Ne furono poi farle aUte tre edìiioni, 1' ultima nel 1615 



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CAPO TERZO 8l 

cresce quanto più se ne raguna? Non ti dimenticare 
il figliuolo evangelico, volse la parte sua, visse diso- 
nestamente e diventò guardatore di porci, morendo di 
fame; il quale sarebbe morto a stento, abitacolo dello 
inferno, se avesse avuto padre mortale, come hanno 
gli altri de' quali scriviamo. Fate ricchi di virtù i 
vostri figliuoli, o padri cristiani, dispregiatori del 
mondo, amanti della povertà, fedeli a Dio, a voi su- 
bierti; e non gli avvelenate col lusinghevole veleno 
della pecunia, di tutti suoi amatori traditrice. E però 
tu che desideri avere i tuoi figliuoli generati al cielo 
più che al mondo, non nutricati allo'nferno ma al 
dolce Dio, fa in quanto poi onorino te della sostanzia 
loro, se alcuna cosa acquistano: e comincia di buona 
ora, sia che piccinini giuochino alle noci o noccioli, o 
maggioruzzi avendo da'lor maestri salari, o da' pa- 
renti mancia o altri doni, tutto sia posto in tua balia; 
e non patire abbino salvadanari o cassa o cassettina, 
ne mai dicano questo è mio, insino che tu vivi » (i). 
Con poco minor fama si elevava accanto al Domi- 
nici, Gabriele Garofoii, patrizio napoletano, detto per 
la sua abilita oratoria haereticorum mastix acerrinus; 
il quale, predicando a Venezia nel 1423, trasse quattro 
personaggi della veneta nobiltà a istituire 1' Ordine 
dei canonici di S. Spirito, approvato da Martino V. 
S'era ascritto agli Agostiniani e nel 1429 fu fatto ve- 
scovo di Nocera, ma dopo quattro anni di governo 
si ritirò in patria, ove fu sepolto. Scrisse alcuni trat- 
tati contro i Fraticelli e sermoni per le feste dell'anno 
e della Vergine. 

Ma nella prima metà di questo periodo non solo 
primeggia fra gli oratori, ma esercitò una grande 
azione su tutto il movimento dei contemporanei e 
ne modificò a suo modo la predicazione, un perso- 



lo Ediz citata, pag- 161 e seg. 
Storia della Predica\ione ecc. 



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82 CAPO TERZO 

naggio insigne non meno per istraordinaria santità 

s. Bernar- che per fruttuose missioni; vo' dire S. Bernardino 

^na e*sur^ Siena (1380-1444) (1). Nacque a Massa Marittima, 

prepara- l'anno che moriva S. Caterina, dalla nobile famiglia 

zione alle 1 i- * 1. • • 1 • • ... . 

missioui sanese degli Albizzi, e perduti 1 genitori in assai 
fresca età, si ricoverò presso i parenti di Siena, che 
lo avviarono alla pietà ed agli studi. Uscito di grave 
malattia, si fece francescano; e i suoi superiori rico- 
nosciutolo d'ingegno molto abile e pronto e di ar- 
dente zelo gli additarono la via del pergamo. Incontrò 
un primo ostacolo nella voce, troppo esile ed incerta 
per un incomodo inveterato di gola, ma prodigiosa- 
mente guarito per ricorso alla Vergine, con V eser- 
cizio la ravvalorò per modo da ottenere una nota 
vibrata e robusta e da poter farsi intendere a numero- 
sissime udienze. Al pregio della voce si aggiungeva 
quello di una maniera di porgere educata e piena di 
garbo. Presto diventò famoso in tutta Italia, e la sua 
andata in questa città o in quella riguardavasi come 
un avvenimento: ne lo accompagnava davvero la 
grazia del Signore, se succedevano dapertutto strepi- 
tose conversioni. Il bene fatto fu immenso, tanto più 
che siffatte missioni continuarono per ben 42 anni. 
D'onde tanta virtù? era dovuta soltanto allo splendor 
deir ingegno? Interrogato un giorno il santo sul 
vero modo di predicare, dicesi abbia risposto cosi: 
« Ponete mente a cercar da prima in tutte le vostre 
azioni il regno e la gloria di Dio; non vi proponete 
altro che la santificazione del suo nome; mantenete 
sempre la carità fraterna e praticate voi per primi 
tutto ciò che volete insegnare agli altri. » Evidente- 
mente la fama di una santità intemerata, seria e mite 
ad un tempo, circondava di attraente aureola la 



(I) Vespasiano de' Bisticci ne scrisse con molti particolari la 
vita. 



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CAPO TERZO 83 

fronte dell' oratore. Non gli mancarono tuttavia con- 
tradditori, tra i quali possiamo annoverare il Filelfo, 
che confessava sì i buoni effetti della sua predica- 
zione ma ne censurava la forma, forse perché, quando 
il santo parlava in latino, nulla avea di sapore clas- 
sico, e il suo volgare altro non era che la lingua viva 
della nativa città. Altri, male apprezzando o avendo 
in sospetto la sua pietà, credettero di muovergli ac- 
cuse presso la stessa S. Sede, perchè aveva introdotto 
il culto al Nome di Gesù e diffondeva tra il popolo, 
per eccitarne la devozione, una certa sigla di quel 
nome da lui composta e ricinta di sacri emblemi; 
ma siffatte malevolenze furono ben presto sventate e 
isuoi nemici giudicati per quel che valeano. Morì ad 
Aquila. 

Lasciò tre quaresimali, uno intitolato De /^e/i- Quaresimali 
gione Christiana, T altro De evangelio aetemo e il *^""* 
terzo Seraphin. I due primi cominciano dalla dome- 
nica di Quinquagesima e constano ciascheduno di 
sessantasei prediche; il terzo comincia dal giorno 
delle Ceneri e ne ha quarantanove. Sono scritti al 
solito in latino, e più a modo di trattato che di di- 
scorsi oratorii, ma per non essere recitati né in quella 
lingua né in quella forma soverchiamente didattica. 
Quei discorsi segnavano, come s'è detto, T ordine 
dello svolgimento, e servivano di base a un'amplifi- 
cazione ricresciuta principalmente con fatti e aned- 
doti o nuovi o impolpati di nuovi particolari e con 
altre invenzioni momentanee fornite dalle circostanze, 
specie per ridestar 1' attenzione. Se egli non si libe- 
rava così al tutto dal peso delle divisioni e suddivi- 
sioni, certo ne temperava non poco la secchezza e la 
noia, e dava uno slancio spontaneo all'eloquenza 
con una frase viva, spigliata e fresca, come la verità 
del sentimento che la dettava. Adunque quelle pre- 
diche latine raccoglievano i materiali, che sono dav- 



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64 CAPO TERZO 

vero abbondanti e pregevoli per soda e svariata dot- 
trina, e li raccoglievano non solo per lui, ma per 
tutti quelli che avessero voluto giovarsene. E affinchè 
ognuno tra quella selva di cose, per così esprimermi, 
potesse attingere e foggiare a suo modo i discorsi 
proprii, accumula quanta materia più può, di guisa 
che i suoi sermoni, quali ivi si leggono, eccedono 
quasi tutti in lunghezza; non esagero a dire che 
quattro o cinque prediche, quali oggi si tengono, si 
trarrebbero agevolmente da una di quelle sue pre- 
diche; basti dire che nella sesta predica del primo 
quaresimale, non solo tratta dell'orazione in gene- 
rale, ma svolge tutte le sette petizioni, del Pater noster. 
I suoi intendimenti sono apertamente dichiarati nel 
discorso di proemio al secondo quaresimale: « Et licet 
in praesenti opere quosdam prolixos sermones con- 
scripserim, non tamen ea intentione illos posui, ut 
omnes integre uno sermone populo proferantur, sei 
utilitas dicendorum me proUxum quandoque fedU 
quam tamen prolixitatem ego ipse non semper servo, 
sed abbrevio, diiato, antepono atque vario, secundum 
quodet tempus et commoditas et auditor um utilitas hoc 
exposcunt, ipsum servandum alUs derelinquens » (i). 
La stessa cosa nota più brevemente nella conclusione 
del primo quaresimale (2) e per incidenza altrove. 

In ogni suo quaresimale l' oratore aggira oi*dina- 
tamente intorno a un concetto fondamentale tutta la 
dottrina necessaria a informare sotto ogni rispetto 
cristianamente i costumi; la qual cosa se non era 
nuova, certo presenta della novità per la maggiore 
ampiezza e abilità con cui eseguisce il disegno, il che 
può notarsi come un progresso dell'arte; ove però 
non si faccia sentire al popolo il peso delle divisioni. 



(1) De Evangelio aeterno. Sermo proemialis. 
(a) Sermo 66. 



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CAPO TERZO 85 

Così nel quaresimale De Religione Christiana si oeReii- 
proponedi insegnare la vera religiosità cristiana, come ^'^^f^jj"" 
accenna il titolo; osserva quindi fin da principio che 
la fede n'è il fondamento, premette per tanto quattro 
contemplazioni (per usar la sua parola) intorno alla 
fede; cioè tratta i) della fermezza ossia dei motivi di 
credibilità della fede, 2) della sua necessità, 3) della sua 
singolarità e unità, 4) della sua graziosita, ossia degli ef- 
fetti benefici che produce. Seguita per tal modo a svol- 
gere il suo concetto dividendo e suddividendo senza 
misura. La predica, ad esempio, sulla fermezza della 
fede é divisa nientemeno che in dodici parti, perché 
trova dodici motivi che rendono ferma la fede. Ecco 
tradotte le sue parole: « A convincere gli eretici e i pa- 
gani e a raffermare alcuni cristiani vacillanti nella fede 
servono: i) i vaticinii profetici, 2) la concordia delle 
scritture, 3) l'autorità degli scrittori, 4) la diligenza di 
quelli che custodirono gli scritti. Ma se ne vogliono 
aggiungere altri quattro: i) la onestà delle cose con- 
tenute, 2) la disonestà dei singoli errori, 3) l'asprezza 
dei martirii, 4) la evidenza dei miracoli. E a questi 
ne sono da aggiungere altri quattro: i) l'onore che 
ne viene a Dio, 2) la stabilità della Chiesa. 3) la cat- 
tività degli Ebrei, 4) la equità della Provvidenza, per- 
chè Iddio andrebbe accusato d'iniquità, se avesse 
fatto trionfare una dottrina erronea. » In somigliante 
tnaniera divide in dodici i benefici che la hot ap- 
porta; ne trova quattro per gl'incipienti, quattro per 
i proficienti, e quattro per i perfet4:i. Dopo aver par- 
lato nei quattro primi sermoni della fede, passa nel 
quinto a ragionare delle varie religiosità, ossia delle 
virtù da praticarsi o dei vizi da fuggirsi, svolgendo 
così nella sua integrità ed ampiezza il grandioso con- 
cetto. 

Invece nel suo quaresimale De Evangelio aeterno 
comincia nel proemio a parlar della legge e delle 



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86 CAPO TEkZO 

varie sue specie, e ne trova il compimento nel Van- 
Vìo ^eterno ^^^^ che accoglie in se la legge più pura ed elevala 
eSeraphin e consona all'umana natura e perciò destinata a domi- 
nare in eterno, come quella che ha la sua consumma- 
zione nella carità. Quindi nella prima settimana s'in- 
trattiene a parlare della carità, e poi passa in tutto il 
resto a specificarne i precetti. Il terzo quaresimale è 
detto Seraphin, perchè si propone di ragionar pura- 
mente della carità rappresentata ne' più vivaci ardori 
dai serafini; prende pertanto le mosse dal serafino 
della S. Scrittura, il quale, allegoricamente e a suo 
modo interpretato, diventa il punto centrico da cui 
partono, come altrettanti raggi, tutti i discorsi del 
quaresimale. Esamina infatti il significato che se- 
condo lui si può dare alle quattro gemme del capo, 
e quindi interpreta quello delle sei ali aventi ciascuna 
sette penne, e delle tre gemme del piede; il conto 
torna a meraviglia e le prediche son 49. Chi però 
non ha paura di quest'irta selva di divisioni, che 
nell'allegoria hanno più ingegnosità che verità, tro- 
verà una dottrina quanto soda e piena altrettanto 
graziosa e soave, e intenderà i secreti di quell'amore 
che è principio di tutta la vita cristiana. Eccone in- 
tanto specificato l'ordine, e con le stesse parole del 
sunto: « Quattuor gemmae capitis sunt quae sequun- 
tur: amor altus, longus, latus, probans. Prima ala, 
quae vocatur mobilis habet pennas septem quae se- 
quuntur: amor radiosus, timorosus, non dubiosus, 
miraculosus, vigonosus, gaudiosus, gratiosus. Se- 
cunda ala, quae vocatur incessabilis, habet pennas 
septem quae sequuntur: amor honorans, lamentans, 
condemnanSy bene utens, remunerans, bene conver- 
sans, amplexans. Tertia ala, quae vocatur calidus 
amor, habet pennas septem quae sequuntur: amor 
sanctificativuSy purgativus, avisativus, correctivus, sa 
nativus, injlammativus, acutus. Quarta ala, quae vo - 



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CAPO TERZO 87 

catur amor acutus, habet pennas septem quae se- 
guuntur : amor speronatus, iratus, non conventuatus, 
illuminatuSy desolatus, putridus, evisceratus. Quinta 
ala, quae dicitur amor fervens, habet pennas septem 
(piae sequuntur: amor fervens, restituens, conterens, 
honestansy incarnans, convertens, preparans. Sexta 
ala, quae dicitur amor liberalis, habet pennas septem 
quae sequuntur: amor officiosus, ineffabiiis, pavidus, 
sanativusy soporosus, angustiosus, quietus. Tres gem- 
mae pedum sunt quae sequuntur: amor victoriosus, 
misericordiosus, gloriosus » (1). Questi tre ultimi 
amori gli servono assai opportunamente a celebrare 
nelle ultime prediche i trionfi di Cristo nella sua ri- 
surrezione, come gli altri gli servono a inculcare i 
doveri del buon cristiano. Oltre ai tre quaresimali ha 
un gran numero di altri discorsi per le domeniche e 
e le feste dell'anno. 

Bastano anche i brevi saggi di latino qui riportati Giudizio 
pe'r intendere che S. Bernardino non s affiatava coi '"' ^?"*,. 

• 1 ...» 1 1 > 1 • quaresimali 

purgati latinisti del suo tempo ed era tutt altro che 
un umanista; egli aveva ben altro a pensare; ma 
basta anche il sapere che i suoi quaresimali appena 
pubblicati furono avidamente cercati non solo in 
Italia, ma in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in 
Germania per comprendere che il pregio della dot- 
trina applicata ai costumi non era comunale e di poco 
conto; pur oggi i novelli oratori potrebbero giovar- 
sene assai. Presenta inoltre sufficiente ricchezza d'ima- 
gini e di paragoni; quantunque talvolta sieno pro- 
tratti con gusto che sa di secentismo; difetto che non 
si riscontra in lui solo. Già quel secolo tanto incri- 
minato ebbe i suoi precursori nel Trecento e nel 
Quattrocento, per non dire di certi saggi di data più 



(i) S. Bernardini senensis Ordinis Minorum opera quae extant 
omnia — Venetiis apud Juntas 1591. 



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à 



dÈ CAPO TERZO 

vecchia; con questa differenza però che nei tempi più 
antichi derivavano delle bizzarie dalle sottigliezze sco- 
lastiche o dalle grottesche imaginazioni del popolo, e 
nel Seicento invece vi fondevano insieme stranezze 
tolte dalla mitologia e dal più indisciplinato capriccio. 
Per dire un esempio, S. Bernardino nella predica 66(1). 
insegna il modo con cui si deve conquistare la Ge- 
rusalemme celeste, raffrontandolo col modo con cui 
si conquistano le città terrene. Ora egli trova cfce 
somigliano agli armati di piccolo scudo quelli che 
sono muniti delle letture spirituafi, agli armati di 
grande scudo quelli che hanno dispensato i tesori ce- 
lesti; al balestrieri quelli che esercitano il ginocchio 
o altra parte del corpo con atti esterni di culto, ai 
sagittari i quelli che si slanciano al cielo con ardenti 
desideri! e con giaculatorie ecc. La similitudine è 
evidentemente protratta con cattivo gusto. 
Maaresi' ^^ "^^^^ Citate Opere latine vi è troppo poco di 
maìe in voi- tloquenza perchè, oltre al teologo e dottore, vi si possa 
*^'^*^ riconoscere l'oratore; né con esse potrai renderti ra- 
gione delle meraviglie operate. Per ravvisarvi T ora- 
tore bisogna coglierlo nella sua azione e udir come 
quelle sue idee e quel suo latino venivano sminuz- 
zati e spiegati in volgare al popolo; e fortunatamente 
abbiamo di che poter farlo. Già possediamo tra altre 
piccole operette volgari un quaresimale, se non uscito 
dalla sua penna, uscito certo dalla sua bocca e rac- 
colto da un buon cimatore di panni che 1' anno 1427 
andò ad ascoltarlo nel Campo di Siena, ove con uno 
stilo e tavolette di cera e una specie d' arte stenogra- 
fica ch*ei sapeva, notava, come è detto nel prologo, 
fino a ogni minima paroluzza; copiando poi tutto 
nella pace della sua bottega. S'ebbero così dei ma- 
noscritti, recentemente pubblicati dal signor Lucrano 



(U De Rei, christ. 



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CAPO TERZO 89 

Banchi tra il 1880 e il 1888 (1). Mi piace togliere dalla 
stessa prefazione dell'editore la descrizione di alcune 
circostanze della predicazione di cui ragioniamo; « Il 15 
agosto 1427 una moltitudine di popolo frequentissima 
si riuniva nella piazza del Campo di Siena, rimpetto 
al palazzo pubblico. V* era gente d' ogni ordine e 
d'ogni età, e il conversare animato e vivace e il 
balestrar continuo degli occhi accusava in tutti un 
sentimento come d'impazienza. Allato a una delle 
porte centrali del palazzo erano venuti frattanto a 
prender posto su stalli distinti il Capitano del popolo 
ed i magnifici priori del Comune, rosso vestiti. Tace 
allora la campana della torre che sonava a raccolta, 
ed al rumore cupo e confuso che usciva dalla folla 
ed echeggiava per la piazza succede un silenzio pro- 
fondo. Gli occhi di tutti si volgono verso una cat- 
tedra di legno addossata al palazzo, vicino ai priori ; , 
sulla quale finalmente appare un uomo già presso ai 
50 anni, cogli occhi infossati e il mento aguzzo e 
sporgente, proprio tutto ossa e pelle. Guarda intorno 
agli astanti e li saluta coi dolci nomi di padri, fra- 
telli e figliuoli suoi, quindi con voce sicura, con pa- 
role d'intenso affetto comincia a magnificare le virtù 
e la gloria della Vergine assunta in Cielo. Da quel- 
l'istante pende ciascuno dal labbro di lui che par- 
lando s'infiamma; e quella sobria e naturale elo- 
quenza pare che gli uditori sollevi di terra in cielo, 
a contemplarvi Maria irradiata da splendore divino. 
Stanco dal lungo viaggio, affaticato dal lungo predi- 
care che avea fatto in altre città d' Italia, non più che 
il giorno avanti era tornato a Siena; e se non fos- 
sero state le preghiere dei magnifici Priori, quel giorno 



(1) Le prediche volgari di S. Bernardino da Siena dette nella 
piazza del Campo l'anno 1427, ora primamente edile da I ucìaoo 
Banchi. Siena, Tipogr. S. Bernardino. 



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90 CAPO TERZO 

non sarebbe salito sul pulpito. Ma dovunque acca- 
deva così; bastava ch'egli mettesse piede in un paese, 
perchè i popoli r,i mostrassero come assetati delk pa- 
rola di lui, ed egli bramosissimo di schiuder loro la 
fonte della sua carità e dottrina. » 
i'rogr.-sso ^" questo quaresimale, che è composto di 45 pre- 
artistico r.ei diche, si vede da capo a fondo l'uomo di Dio che 
resìm "k si avanza col cuore in mano. Qui ci son tutti i con- 
torni di quelle circostanze e di quei particolari che 
danno vita e polpa all'eloquenza e che non poteano 
entrare in quelle scritture latine che fornivano per lo 
più la materia comune. Infatti ora si fa a dire come 
ivi lo mandi a predicare il Papa, or che sa le loro 
discordie e brama che si faccia la pace, perchè la 
città nella pace fiorisca, quella città che gli sta a cuore, 
perché la riguarda come la patria sua, or altre di si- 
mili cose, che all' uopo infiora inoltre con molti pro- 
verbi, apologhi, novellette; tutti abbellimenti popolari 
da inserirsi secondo l'opportunità nei discorsi che 
andava qua e là facendo, e che si riscontrano pure 
in questo quaresimale. Il quale senza perdere punto 
della soda dottrina che abbiamo altrove riconosciuto, 
e pur troppo senza perdere di quelle divisioni mi- 
nute che a quando a quando inaridiscono anche 
qui la sua vena, ci mostra come sappia a quando a 
quando rinforzare e colorire la dottrina con ben fatte 
amplificazioni, descrizioni e racconti. E spesso con 
una certa spigliatezza drammatica, nata fatta a pa- 
droneggiare gli animi e a tenerli legati con 1' atten- 
zione; con la quale discende a trattare familiarmente 
col popolo, parlando se occorre anche di sé, ma per 
tutt'.altro fine che quello di pompeggiare e gloriarsi I 
Togliamone un esempio dalla predica 27 che si svolge 
sopra il seguente tema: Ck)me si de' domandare a 
Dio che e insegni a fare la sua volontà. Vuol mo- 
strare nel luogo che citiamo, che anche nelle pratiche 



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CAPO TERZO 91 

religiose vi ha da essere una misura e una propor- 
zione tra le forze e la vocazione avuta dal Cielo. 

Sentitelo adunque: « Donne, o donne, perchè saggio 
questo toccò già a me di questo fervore, io ve ne 
posso dire qualche cosa; e vòvì dire il primo mira- 
colo eh' io facesse mai, e fu innanzi eh' io fussi frate, 
che fu doppo i Bianchi (i). Egli me venne una vo- 
lontà di volere vivere come un angelo, non dico 
come un uomo. — Dehl state a udirei che Iddio vi 
benedica! Egli me venne uno pensiero di volere vì- 
vere d'acqua e d'erbe, e pensai d'andarmi a stare in 
uno bosco, e cominciai a dire da me medesimo: 

— che farai tu in un bosco? Che mangerai tu? — 
Respondevo così da me a me, e dicevo: — bene sta, 
come facevano e' santi padri: io mangerò l'erba quando 
io arò fame; e quando io arò sete, barò dell'acqua. 

— E cosi deliberai di fare; e per vivere secondo Iddio, 
deliberai anco di comparare una Bibbia per lègiare e 
una schiavina per tenere indosso. E comparai la 
Bibbia, e andai per comparare uno cuoio di camoza, 
perchè non passasse aqua dal lato dentro, perchè non 
si mollasse la Bibbia. E col mio pensiero andava 
cercando dove io mi potesse appollaiare, e deliberami 
d'andare vedendo insino a Massa; e quando io era 
per la valle di Bacheggiano, io andava mirando quando 
su questo poggio quando su quell' altro, quando in 
questa selva e quando in quell'altra; e andavo di- 
cendo da me a me: — oh, qui sarà il buono essare! 
oh, qua sarà anco migliore! — In conclusione, non 
andando dietro a ogni cosa, io tornai a Siena e de- 
liberai di cominciare a provare la vita che volevo te- 
nere. E andàmi costà fuore dalla porta Follonica, e 
incominciai a cogliere un' insalata di cicerbite e altre 
erbucce, e non avevo né pane né sale né olio; e dissi: 



(1) Fu accolto nell'Ordine de' Francescani il 5 Settembre 1403. 



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92 CAPO TERZO 

cominciamo per questa prima volta a lavarla e a ra- 
schiarla, e poi l'altra volta noi faremo solamente a 
raschiarla senza lavarla altrimenti; e quando ne fa- 
remo più usi, e noi faremo senza nettarla, e dipoi 
e noi faremo senza cògliarla. E col nome di Gesù 
benedetto cominciai con uno bocone di cicerbita, e 
messamela in boca cominciai a masticarla. Mastica, 
mastica, ella non poteva andare giù. Non potendola 
gollare, io dissi: oltre, cominciamo a bere uno sorso 
d'acqua. Mieffe! l'aqua se n'andava giù; e la cicer- 
bita rimaneva in boca. In tutto, io bebbi - parecchi 
sorsi d' aqua con uno bocone di cicerbita, e non la 
•potei gollare. Sai che ti voglio dire? Con uno bocone 
di cicerbita io levai via ogni tentazione. Questa che 
è seguitata poi, è stata elezione, non tentazione. Oh, 
quanto si vuole bilanciare, prima che altri seguiti 
quelle volontà che talvolta riescono molto gattive, e 
paiono cotanto buone? Indi disse Bernardo: non 
semper credendum est bonae voluntati: — Non si 
vuole credere ogni volta alla buona volontà, no. — 
e' santi antichi, come al tempo de' santi padri, come 
facevano ellino? pure vivevano d'erbe. — Io ti ri- 
spondo: Distingue tempora et concordabis scripturas: 

— Distingui i tempi. Sai che cosa facero i Santi, che 
tu non lo poresti far tu? — O santo Francesco come 
tece, che digiunò quaranta di, che non mangiò mai? 

— Roteilo far lui, noi potrei far io. E dicoti eh' io 
noi vo' far già, io; e non vorrei che Iddio me ne 
desse la voglia. Cosi ti dico di S. Pietro: non sai tu 
che elli andò su per l'aqua, come si va in su per la 
terra? Non mi ci mettarei già io! Adunque non voler 
fare quello che tu puoi pensare che noi potresti fare; 
che se tu pure il volesse fare, tu te ne moresti. Pensa 
che se il contadino ponesse la soma all' asino, mag- 
giore che elli non la potrebbe portare, elli lo scorti - 
carebbe: ella se li vuol pònare,e pònargliela nel luogo 



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CAPO TERZO 93 j 

dove esso ha la forza. Se egli la ponesse in sul collo, 
egli lo scorticarebbe ; e così se gli ponesse in su la || 

coda: ponendolisi in mezzo, la potnà portare. Simile, 1 

non vedi tu quanto sarebbe grande pericolo a cavai- I 

care uno polero brado senza la briglia e senza la i 

sella? Chi salisse in su uno polliero sfrenato, senza 
sella, è pericolo di pericolare te e lui a uno trattò. ' 

Inde disse santo Giacomo nella sua pistola al terzo • 

cap.: potest etiam freno circunducere totum corpus. 
Si autem equis frena in ora mittimus ad consentien • , 

dum nobis, et omne corpus illorum circunferimus. ' 

El fervore è uno cavallo da non potersi vincere. E i{ 

però dico che la religione è ottima via a volere vèn- i 

ciare questo cavallo; e però fu ordinato per niettare ' 

il freno a questi fervori; e quando hanno cosi il ' 

freno, si possono fare saltare, trottare, andare di passo ■ 

piano e ratto, come bisogna. E questo sia per la se- j 

conda regola. A l'altra. » 

Anche nelle grandi città i tempi senza dubbio do- Natura 
mandavano allora tal popolarità che discendesse al J^opoig^uà '' 

livello del volgo, la quale del resto in qualche parte sa- ! 

rebbe non solo tollerabile ma utile anche a nostri 
dì, nei quali si recò gran nocumento all'arte sacra 
con un fare troppo accademico. Non sarebbe però 
né tollerabile né utile abbassarla ora fino a quel 
segno a cui la conducevano i predicatori di allora e 
lo stesso S. Bernardino, i quali per il nostro gusto e 
per le nostre abitudini talvolta eccederebbero non \ 

poco; già s'intende est modus in r^ebus. Tuttavia 
questa tendenza del suo secolo non impedisce che 
il santo sappia quando occorre nobilmente elevarsi; 
e reco, perché se ne senta anche la nobile intona- 
zione, la preghiera a Maria ch'ei fa nell'esordio della 
prima sua predica nel giorno dell' Assunta; « O reina 
del Cielo, genitrice di Dio, madonna del mondo, av- 
vocata di questa nostra città, fontana di misericordia. 



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94 CAPO TERZO 

in cui si posa ciascuna virtù e da cui tutte le grazie 
vengono; dirizza il mio dire per tal modo, che io 
dica cosa che sia laude e gloria ed onore del tuo 
dolce Figliuolo, nostro creatore e redentore; e anco 
che io dica cosa che sia atta a far muovere a divo- 
zione tutte le creature che staranno a udire. E come 
i* priego io, così priego ciascuno di voi che divota- 
mente e umilmente preghiate, acciò che tutti noi 
siamo esauditi, che per la salute delle anime nostre 
dia impetri questa grazia dal suo diletto figliuolo. » 
Così i] già citato Banchi nella sua prefazione ne giu- 
dica lo sTìle: ^i V*ha una mirabile trasparenza di 
forma, una grazia e serenità senza pari, e dovizia di 
parole eleganti ed efficacissime. Direi che vi si sen- 
tono le aure fresche e leggere che spirano nelle prime 
ore del giorno al cadere della state; di quelle ore in 
cui le prediche furono dette acciocché il traffico ola 
bottega non impedisce al mercatante e air artefice 
d' ascoltarle e alla buona massaia la famiglia. » 

S- Bernardino recò senza dubbio infiniti beneficf 
air Italia con ia sua predicazione, sì per la soda ri- 
forma morale che dappertutto iniziava, si per avere 
ravvivato la fede e l'ossequio all'autorità religiosa. È 
noto infatti come il deplorato scisma d'Occidente, 
che troppo a lungo sconvolse la Chiesa, apportasse 
gran nocumento agli spiriti, non solo in Germania, 
dove fu pur troppo non ultima causa di disastrose e 
moltiplicate eresie, ma ancora tra noi. Or ciò che fia- 
ceva il suo contemporaneo S. Vincenzo Ferreri nella 
Spagna, in Francia e altrove, S. Bernardino cercava 
di operare tra noi sostenendo la retta fede, lo spirito 
religioso e l'ossequio alla suprema autorità del pa- 
pato. Nota giustamente Luca Wadding (ij che, 
subito cessato lo scisma sotto Martino V, quattro 



{ti Annil» Mlaorom. 



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CAPO TERZO 95 

grandi luminari si ebbero in Italia a ristorarne i mali 
sotto ì pontefici Eugenio IV, Nicolò V, Callisto HI e 
Pio II, e furono in primo luogo S. Bernardino da 
Siena e b. Alberto da Sarzana, S. Giovanni da Ca- 
pistrano e Giacomo Piceno; i quali seppero tenersi 
stretti alla sua scuola. 

Infatti, quando S. Bernardino da Siena predicavajit,. Alberto 
a Treviso, tra la folla de* suoi uditori non solo trovò <ia Sarzana, 

. I , . , , ^^ . SUOI studi, 

tanti che lo ammiravano e che voleano mettere in suo carat- 
pratica le sue massime, ma chi si propose di correre ^„^Qi^nJJ°^ti 
sulle sue orme; e questi fu appunto il b. Alberto da 
San^ana (1385 -1450). Ebbe costui nella sua età gio- 
vanile un avviamento all'arte dello scrivere da quel 
celebre umanista contemporaneo che fu Guarin9 da 
Verona; onde, avendo preso amore agli studi lette- 
rarii, non contento del latino, studiò con lui anche il 
greco e con tanto profitto da passar poi tra gli uo- 
mini più colti del suo tempo. Tale si manifesta anche 
nel suo Epistolario, non che in parecchi altri la- 
vori (i). Era naturale che la sua coltura si disvelasse 
anche sul pulpito, e non mancarono alcuni che di 
ciò ne lo accusarono, quasi volesse rendere profano 
lo spirito della sua eloquenza; ma egli rispondeva 
che ciò non dovea punto guastar 1' arte sua, perchè 
più che di Cicerone e di Demostene voleva saper 
approfittare dello studio dei Santi Padri. Dopo il 1434 
predicò per sei anni specialmente nella sua nativa re- 
gione, la Toscana, e così 1* Aroldo loda la sua elo- 
quenza: a Erat verbum Dei ex ore ejus gladius 
utrimque acutus» nam et doctos aliquos alioquin 
adversos, rationum pondere et erudita eloquentia con- 



(i) B. Alberti a Sarthiano Ord. Min. Reg. Observantiam vita et 
opera. Illim coUegit et conscripsit, ista in ordinem collegit et re- 
censuit, omnia argumentis et illustrationibus adnotavit Fr Frane!- 
scas Aroldus ejusdem Ordinis Cronographus generalis. Romae apud 
Jo. Baptam Bussottnm. 



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9^ CAPO TERZO 

vincebat^ et ignaros ciarliate sermonis et suavi quadam 
condescentione dulciter erudiebat, atque in Dei ti 
morem et amorem et mandatorum observantiam for 
titer concitabat. » Si sa anzi che le sue calde racco- 
mandazioni si mutavano non di rado in vere invet- 
tive contro il vizio e contro quelli che, eredi dei dis- 
sidi religiosi del recente scisma, detraevano ali* onore 
della Santa Sede; a segno che alcuni amici, che te- 
mevano eh' ei provocasse contro di sé delle vendette, 
ne lo ammonivano affinché si temperasse. Sì racconta 
infatti che, mentre predicava a Milano, Francesco 
Sforza, stimolato da mali cortigiani, desse in escan- 
descenze per le libere parole del frate. E vuoisi che 
Alberto, appena seppe il pericolo che correa, si prò 
ponesse tosto di misurar tanto le sue parole che nes- 
suno, nemmeno i più maligni, trovassero di che ri- 
dire sulla sua correttezza, onde il duca potè rabbo- 
nirsi. Accadde però che nel venire alla prova l'ora- 
tore non seppe mantenere il proposito, tanto poteva 
in lui la forza della verità, quando le questioni più 
scottanti entravano nel suo discorso. Manco male 
che questa volta non ebbe a sofiFrirne, perchè il prin- 
cipesche seppe il suo proposito e che riconobbe che 
era pienezza di zelo che il facea traboccare, dichiarò 
ai cortigiani accusatori non dispiacergli una verace 
franchezza. Le cronache narrano che la gente che si 
accalcava per udirlo non potea* capir nelle chiese. 
S. Gio. Capistrano in una lettera agli Aquilani, scritta 
da Cracovia 12 maggio 1434, il colloca tra i grandi 
predicatori a lato di S. Bernardino da Siena e (^\ 
Giacomo da Marchia, che dice tutti uomini santi. Le 
prediche del B. Alberto andarono perdute; restano 
però alcuni discorsi in latino: sul Sacramento del- 
l' Eucaristia, in cui ragiona della grandezza del' nni- 
stero e della sua utilità e delle disposizioni richieste 
per riceverlo salutarmente; sulla penitenza riguardata 



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CAPO TERZO 97 

come virtù; sulla elezione del ministro generale del- 
l'Ordine, in cui mostra quali sono in tal circosianza 
i doveri dei padri elettori. In questo ultimo discorso 
principalmente osservo buoni tratti di movimenro 
oratorio, che in lui certo doveva abbondare più che 
in altri de' suoi contemporanei. Altri discorsi che per- 
vennero fino a noi sono sulle condizioni dell' ami- 
cizia e sulla malizia dell* invidia; sopra il fatto che la 
bassezza dei natali non porta alcun ostacolo alla 
vfrtù, sopra i rimproveri che deggionsi fare agF inso- 
lenti, e un trattato diretto ad Eugenio IV contro co- 
loro che biasimano i martiri. 

Tutta la sua fama però non la deve alla predica- 
zione; e' diventò caro ad Eugenio IV per la sua abi- 
lità nel trattar gli affari, onde il Pontefice si servì di 
lai e prima e dopo il Concilio di Firenze ( 1439), per 
mandarlo in Oriente a disporre gli animi air unione 
latina; fu quindi preposto a Terrasanta e poi gene- 
rale di tutto l'Ordine de' Minori Osservanti e Con- 
ventuali. Gli ultimi cinque anni di sua vita li passò 
di bel nuovo predicando, quantunque non avesse 
proprio mai lasciata la predicazione; perché anche in 
Oriente cercò la conversione degl'infedeli; e si sa che 
al Cairo, predicando contro Maometto, fu minacciato 
di morte, e poi salvato dai cristiani che con doni 
placarono l'ira del Sultano. Presentì il danno che 
sarebbe venufo alle lettere per lo spirito pagano che 
vi s' introduceva, e scrisse contro le licenziose poesie 
del Panormita. Morì il 1450 a Milano. 

Discepolo di S. Bernardino da Siena fu purcg q^^^ ^^ 
S.Giovanni da Cavistrano (1^85-1456), abruzzese, camstrano 

. . .^ , '^ . ri. j' ._, predicatore 

Che commcio la sua camera come prefetto di citta delia cro- 
sotto Ladislao di Napoli, ma fatto prigioniero a Pe-'^j^/*^^**J[!'^'* 
rugia, che trovavasi in guerra col re di Napoli, e mor- ^^ ^^ 
tagli la moglie, entrò nell'Ordine francescano, dan- 
dosi non solo allo studio delle scienze sacre, ma an- 
Storia della Predicazione ecc. 7 







98 CAPO TERZO 

Cora alle pratiche di una severa pietà. Riusci esimio 
oratore e percorse come tale si può dir tutta T Italia; 
ebbe molti incarichi dai Pontefici, prese parte al Con- 
cilio di Firenze, fu inquisitore e ultimamente nunzio 
presso Federico IH di Austria. Ennea Silvio Piccolo- 
mini narra di averlo veduto già in età di 65 anni a 
Vienna, esausto e tutto pelle ed ossa, ma pur assiduo 
predicatore. Da venti e trentamila persone conveni- 
vano ad udirlo, e diceva il suo sermone in latino, 
mentre un interprete lo spiegava al popolo. Recava 
con sé un berretto di S. Bernardino, di cui era molto 
devoto, e un po' del suo sangue; già per la stima e 
r amore che portava a quel santo uomo erasi recato 
a Roma per difenderlo dalle ingiuste accuse dei ne- 
mici ; cosicché potea dirsi che il santo avea peroralo 
la causa del santo. Nel 1455 fu fatto predicatore della 
crociata contro Maometto li; e prima avea molto 
lottato contro gli Ussiti, gli Adamiti, i Thaboriti, e 
gli Ebrei; né vanno attribuite a lui, ma alle civili 
autorità, le violenze e le crudeltà usate contro alcuni 
di quegli eretici. Contribuì molto alla vittoria di Bel- 
grado e tre mesi dopo morì nel convento di Willech 
presso Sirmio. Di lui si hanno due trattatelli che ri- 
specchiano senza dubbio la sua predicazione e sono: 
De judicio universale e De bello spirituali; ove si 
nota facondia e energia di sentimenti, quantunque 
non manchino le aride divisioni del maestro. Restano 
inoltre molti altri lavori, come Speculum ciericorum, 
Defensorium tertii Ordinis, De Papae et concilii aucto- 
ritate e altro; si perdettero parecchi discorsi e trat- 
tatelli di cui resta soltanto memoria, 
s. Giicomo Ebbe strette attinenze tanto con S. Bernardino da 
dalla Mirci Siena quanto con S. Giovanni da Capistrano un altro 
santo, cioè S. Giacomo dalla Marca che fu compagno 
di entrambi nella predicazione. Nacque a Monte Pran- 
done non lunge da Ascoli, fece i suoi srudi a Pe- 



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CAPO TERZO ggt 

rugia, fu educatore del figlio di un gentiluomo fio- 
rentino, e molto studioso di Dante; passando un 
giorno per Assisi e orando a S. Maria degli Angioli 
si sentì ispirato a vestire l'abito francescano. Da quel 
giorno la sua vita fu una serie di pratiche di carità 
e di penitenza e di fatiche apostoliche. Non solo per- 
corse molte città d'Italia, coi sopradetti santi, ma fu 
ancora in Germaaia e in Ungheria, ed ebbe missioni 
anche dai Pontefici. Fu accusato di eresia per aver 
predicato che il sangue sparso da Nostro Signore non 
era da adorarsi cultu latriae, ma ne lo prosciolse 
Pio II, che non definì la questione e impose silenzio; 
lavorò assai per combattere la setta dei Fraticelli. 
Toccò i novant'anni, e morì nel convento della Tri- 
nità vicino a Napoli nel 1479; dettò parecchie ope- 
rette ascetiche, rammentate negli Annali dei frati 
Minori; e dicevami il p. Marcellino da Civezza di 
aver veduto nella patria del santo i mss. del suo qua- 
resimale, in cui si notano non rade citazioni di 
Dante; anzi avrebbe desiderato di trascrivere qual- 
che discorso, se malevole circostanze non gliel' aves- 
sero vietato. 

Un altro santo e celebre oratore, che sorge con- s Lorenzo 
temporaneo ai tanti altri santi di questo periodo, anzi f Ju^iz-one 
tra essi primeggia, è 5. Lorenzo Giustiniani, primo '° Venezia 
patriarca di Venezia ( 1381 - 1455) (i) che restrinse quasi 
tutta la sua azione alla nativa città, azione quanto 
più ristretta altrettanto più intensa e feconda di am- 
mirabili effetti. Nacque il giorno che festeggia vasi la 
famosa vittoria di Chioggia contro i Genovesi, e si 
dimostrò molto pio e studioso fin dalla prima gio- 
vinezza; fu però di salute per lo più cagionevole. 
Vestì r abito dei canonici regolari di S. Giorgio in 
Alga, i quali lo riguardavano come il fondatore per 



(i) Ne scrisse la vita un suo nipote, Bernardo Giustiniani. 



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itìD CAPO TERZO 

aver loro dettato eccellenti regole di vita. A un terzo 
comando di Eugenio IV, nel 1434, accettò la dignità 
di vescovo di Venezia, a cui diciasette anni dopo si 
aggiunse quella di patriarca, trasferita prima da Aqui- 
leia a Grado, ed ora da Grado alla città dominante. 
Entrò nel Concilio di Firenze, e per il suo sapere e 
per le attinenze aristocratiche che aveva con le nobili 
famiglie della sua città, esercitò un'utile influenza 
nelle pubbliche cose. Si tenne però sempre in una 
profonda umiltà di spirito e serbò una maniera di 
vivere semplice e austera ad un tempo. Tra le dotte 
sue opere lasciò molti sermoni in latino: Andrea 
Picco) ini ne tradusse trentanove in volgare. Versano 
intorno alle feste e ai santi dell' anno, e vi si nota un 
importante progresso, quale è quello di spogliarsi af- 
fatto delia pesantezza scolastica. S' introduce d' ordi- 
nario nel sermone con qualche osservazione generale 
che lo porti a fissare 1* aspetto sotto cui vuol consi- 
derare la solennità o il santo, e poi svolge con sem- 
plicità il suo tema senza divisioni, con abbondanza 
di riflessioni e sentimenti morali, tenendo nella sua 
somma il discorso entro i confini di molta brevità. 
Ha una vena ricca e fluida, un affetto dolce e me- 
lanconico che tocca il lamentevole, e che spicca so- 
vrano in tutta l'arte sua, e un conseguente movi- 
mento oratorio solenne e pieno di unzione. Presen- 
tano le stesse qualità, più ancora dei discorsi, e 
diventano perciò utilissime al novello oratore, le altre 
opere dei santo, che sono: Signum vitae, De Disci 
pìina monasticae perfectionis, De spirituali et casto 
connubio Verbi et animae. De humilitate. De spiri- 
tuali interiiu animae, De triumphali agone media- 
toris Christi, De interiori conflictu, De complanctu 
Ecclesiae, De corpore Christi et sanguine, De vita 
solitaria, De contemptu mundi, De sermone Domini 
in Coena, De officio pastorali, De obedientia. De 
gradibus perfectionis. 



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CAPO TERZO lOI 

E accanto a questo alto dignitario, che s ebbe 
l'onore degli altari, converrà ne mettiamo un altro 
di pari gloria insignito in questo secolo di santi; ed 
è S. Antonino arcivescovo di Firenze ( 1389- 1459) sua 
nativa città. Si fece domenicano a 16 anni, e la gra- 
vità austera delle sue virtù Io condusse ancor gio- 
vane agli uffici più importanti dell'Ordine, fin che 
lo stesso Pontefice che diede il Giustiniani a Venezia 
affidò ad Antonino la diocesi di Firenze, che egli 
seppe guidare non meno con l'esempio delle sue 
virtù e con 1' abilità di governo che con la forza di 
una eloquenza efficace. Ci attesta quanto fosse dotto 
teologo la sua Summa theologiae moralis e quale 
oratore ei fosse le Lodi alla Vergine e parecchi trat- 
tati sulle virtù, sui precetti, sui peccati, che dovettero 
guidarne la predicazione. Falsamente fu attribuito a 
lui il quaresimale intitolato Flos. 

Jacopo Butif domenicano, predicò molto in Fran- iiqaarcsi- 
cia, ma poi anche in Italia, e morì priore a Siena, "tuvo^dì 
lasciando parecchi sermoni (i). Di questo tempo si ^^p^-^^^"^* 
segnalavano pure due predicatori tra loro amici e che Daniele 
pubblicarono insieme con un lavoro collettivo un " *"°" 
quaresimale a vantaggio dei declamatori e sono: 
Giovanni Aquilano e Daniele da Vicenza (2). Il qua- 
resimale comincia cosi; « Incipiunt Sermones aurei 
quadragesimalescompilatiperven.fratresfr. Jo. Aqui- 
lanum et fr. Dantelem Vincentinum divini verbi de- 
clamatores fructuosos, sacri ordinis Predicatorum de 
observanlia. » Affinchè poi si vegga quanto bisogni de- 
trarre a qutW aurei e quanto 1' amor della scuola e 
un po' di scienza profana venga ad ingombrare la 
genuina semplicità del discorso, prendo un piccolo 



(I) Mazzucchelli. 

12) Quaresimale di Ciò. Aquilano. Lugduni an. D. 1507 die 
50 aug. 



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102 CAPO TERZO 

saggio dalla prima predica, che è sul Vangelo di Sel- 
tuagesima. Così si definisce qui l'assunto: « accepe- 
runt autem singulos denarios, et quia denarius iste 
datur bene operantibus, ideo de ipso bono opere hoc 
mane tna considerare debemus: i.^) defimtionem , 
2.^) inductionem, 3.**) remunerationem. » Dopo di che 
si entra per tal modo nello svolgimento della prima 
parte; « Primo boni operis considerare debemus 
definitionem. Definitio enim secundum Aristotelem 
(2.* p. 6 Eth. et 7.* Meth.) est sermo judicans quod 
est essentìa rei- Et debet dari per causas, ut tnquit 
idem ; unde unius rei tot possunt esse definitiones quot 
sunt causae, ut ait idem. Et ideo semper definitio di - 
ligenter et in principio aUendenda: Et Marcus Ci- 
cero: ( De Off. ) Omnis quae a ratione suscipitur de 
aiiqua re institutio debet a definitione proficisci, ut 
intelligatur quid sit et de quo disputetur: Bonum igitur 
facere, sive bonum opus, est actus liberae voluntaiis, 
regulatus ratione circa debitum obiectum propter bea- 
titudinem consequendam. Haec definitio constat ex 
omnibus causis: primo ex causa efficienti, cum di 
catur bonum facere est actus liberae voluntatis, per 
cujiis declarationem quaeritur a theologis: utrum 
corpora coelestia possint cogere voluntatem humanam 
ad bonum facìendum vel male. Impossibile est quod 
corpora coelestia possint cogere humanas voluntates. 
Et prò declaratione hujus conclusionis praesuppono 
duo valde necessaria, primum quod coelum est corpus 
et materiale. Ut firmissime tenet omnis theologorum 
et phisicorum schola, et maxime princeps phisicorum 
Aristoteles etc. » Ognun vede che qui c'entra più la 
cattedra che il pulpito. 

Tra questo vario movimento però non vien meno 
la continuazione della scuola di S. Bernardino da 
Siena sulle cui orme seguitava a camminare Mi- 
<:hele Carcano, milanese, che ebbe a Treviso eccita ' 



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Ì«=s- 



CAPO TERZO 103 

Tneiìti dal santo, al cui Ordine apparteneva, a darsi 
«Ha predicazione, e che percorse la segnata carriera 
con grande successo, specie nella Lombardia, accom- 
pagnando la propria predicazione con ammirabili 
opere di carità, e sopratlutto fondando ospitali. Fu 
assai caro a Francesco M. Sforza dì Milano. Lasciò 
molte opere oratorie, tra le quali il Sermonarium de 
commendatione virtutum et reprobatione vitiorum (i). 
Quadragesimale de fide et articulis fidei (mss.).Sèr^ 
monarium triplicatum per adventum in quo tracta- 
tur de peccato in generali, et per duas quadragesi- 
mas, in quarum una tractatur de tribus peccatis 
principalibus, superbia videlicet, luxuria, avaritia cum 
speciebus et filiabus suis ; in reliqua vef\>, de reliquis 
quatuor peccatis capitalibus, gula videlicet, acedia^ira 
et invidia, cum speciebus ac etiam filiabus suisy dif- 
fuse describitur .{2)1 un altro quaresimale De Poe 
nitentia, sermoni De Adventu e da ultimo Sermones 
undecim more scholastico in decalogum. Morì con 
riputazione di santo il 1483, secondo altri 1490. 

Il Tiraboschi crede che costui sia tutt'uno con un 
altro oratore di quel tempo. Michele da Milano; dis- 
sente però il Richard (3), che dice esser nato l' in- 
ganno da ciò che le loro opere, per essere state attri- 
buite ora all'uno ora all'altro, male or si distinguono. 
Ammette del resto questo nuovo Michele, come ap- 
partenente al medesimo ordine dell' altro, e autore di 
altre opere teologiche, e di sermoni di vario genere 
che vanno sotto il suo nome. Il cronista portoghese 
frate Marco da Lisbona (4) ci dà, come opere com- 



(!) Milano 1496 in 4." ' 

{2\ Venezia, 1475. • ^ . 

13) Vedi Richard et Giraud. Dizionario ecclesiastico. 

14) Croniche deg'i Ordini istitniti dal p. S. Francesco ; terza 
parte, composta da frate Marco da Lisbona in lingua portoghese^ 
tradotta di lingua spà^nuólà nella nostra italiana dà Orazio Diola. 
Napoli, 1680 



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104 C^^ TERZO 

poste da questo Michele: un Trattato delli dieci co- 
mandamenlu in sermoni: un Trattato della Tpeniten^Oy, 
in sermoni: un Trattato de' peccati, superbia, ava- 
ri:j[ia e lussuria e alcuni altri libri in sermoni. Traggo 
dal detto cronista anche le seguenti notizie: « Nel 
monastero di S. Maria degli Angioli di Milano fu 
sepolto frate Michele da Milano, ferventissimo predi- 
catore apostolico della verità evangelica. Essendp gio- 
vine, visse assai spensierato e poco s'occupava deirOr- 
dine: ma ammonito da S. Bernardino e dal b. frate 
Alberto de Sarteano, mutò vita; e così bene si diede 
allo studio delle lettere, che divenne in poco tempo» 
per grazia di Nostro Signore, così chiaro nella pre- 
dicazione e nella scienza delle lettere, che in ogni 
luogo era tenuto per santo, e illustrò tutta Italia col 
lume del suo esempio. Aveva special grazia di com- 
muovere il popolo a lagrimare, quando voleva ; né si 
trovò uomo cosi duro di cuore che potesse resistere 
udendo i suoi sermoni. Perla gran moltitudine de' po- 
poli che s' univano alle sue prediche era sforzato di 
predicare in piazza, ovvero ne' campi.... Per non ta- 
cere la verità, ma predicarla in pulpito, patì molti 
travagli e persecuzioni, fino all'essere bandito dallo 
stato di Milano » (i). Sarebbe morto nel 1480, secondo 
altri nel 1483. Il p. Marcellino da Civezza dei Minori 
pubblicò nella edizione teste citata quattro suoi di- 
scorsi a' monache « che gli parvero (son sue parole) 
sempre più ammirabili per 1 aurea semplicità in cui 
erano scritti; mentre il pensiero che gì* informa, scio- 
gliendosi affatto dai modi della scuola, comincia a 
svolgersi nelle forme di una libera e facile eloquenza 
popolare, che t'incanta. » Sarà buono che libi ui> 
picciol sorso di siffatta eloquenza anche il nostro let- 



ti) Dalla Pref. del p Marcellino da Civezza nell'opuscolo inti- 
tolato: Cinqno prediche a monache ecc. Prato 1881. 



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r... 



CAPO TERZO 105 

tore.Ecco pertanto come il nostro oratore, nella prima 
delle quattro prediche or memorate, mostri come il 
voto della obedienza aggiunga agli atti di virtù un 
inerito speciale: a È maggior merito a votarsi ctie a 
promettere: ed è tanto maggiore el merito quanto 
una cosa fatta per obedienzia e un'altra senza: ed 
evvì tarito merito quanto vale la virtù della obedienzia ; 
perché quella ha solo el merito di quella opera buona, 
ma non v' è el merito della obedienzia; perché la può 
fare e non fare, secondo che lei vuole e che gli piace 
e che la può. Ma votandovi non v* interviene cosi^ 
perché e' te lo conviene fare se ti crepassi el core ; e 
perciò é maggiore merito a votarsi. Sapete voi quanto 
divario e* v*é? Porrovvi qui uno caso. Egli é qua un 
contadino, che vuol bene alle monache e ha di motta 
possessione, e dona tutti Ij frutti d'esse alle monache, 
e ogni settimana una volta o due recasse delle frutte 
e dicessi: io ho queste mie possessione; tutte le frutte 
di quelle vi voglio donare. Oh quanto bene gli vor- 
rebbero le suore! Oh! quanto dire si può. — Ben be' 
eir hanno delle frutte! Le goderanno pure un poco! 
Ella va bene. — Or se venisse un altro e dicessi : io 
ho tante possessione e tutti li frutti di esse con li 
pedali e eoa ogni cosa io vi voglio donare, e non 
voglio da voi niente, se non che voi mi vogliate bene 
e pregate Iddio per me. Or ditemi un poco: chi ame^ 
resti voi più «di questi dua? quel solamente ti dà lì 
frutti al tempo quanto è possibile, o quello che ti ttà 
li pedali con li frutti, e con ogni cosa il terreno, ciò 
che lui ha? e se lui avessi più, più vi darebbe. — O 
padre, e' sarebbe mattezza chi credessi che s'amassi 
più quello che solo ci dà li frutti, che quello che ci 
dà ogni cosa. E' sarebbe ingratitudine a non lo amare 
più. — Cosi interviene con Gesù Cristo, perchè quando 
voi vi votate, voi gli date la terra e gli albori con li 
frutti e con ogni cosa; e quando voi promettete, voi 



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,I06 CAPO TERZO 

date a Dio solo li frutti, e ritenetevi el più el meglio, 
cioè gli albori e la terra, che significa la vostra vo- 
Jontà: perchè volete poter dargliene e torgliene, se- 
condo che a voi piace; cioè volete essere povere, e 
tenere e non tenere, secondo che a voi pare » (i). 

Anselmo Anselmi nel suo libro: Il Monte di pietà 
di Arcevia, dice che questo Michele sia stato il primo 
ad attuare la fondazione dei Monti di pietà che fe- 
cero tanto bene a' q uè' dì; crede però che l' idea sia 
venuta da un altro predicatore francescano, il p. Lo- 
dovico da Camerino^ il quale, per essere insorte delle 
turbolenze, non avrebbe potuto mettere in pratica il 
suo concetto. Gli sarebbe avvenuto qualche cosa di 
simile a quello che toccò anche a S. Bernardino da 
Feltre la prima volta che si recò a Firenze: voleva 
il santo che si istituisse il. Monte di pietà e il popolo 
n*era contento; ma venne un giudeo di Pisa, che 
era capo dei banchieri della Toscana e gittò l'oro a 
manate per corrompere i rettori e consiglieri della 
città, che forzarono il predicatore ad andarsene; e per 
allora non se ne fece più nulla. Il Wadding invece 
attribuirebbe siffatta invenzione al p. Barnaba da 
Terni che, essendo dottore in medicina, si fece mi- 
norità e predicò con molto frutto, specie contro l'usura, 
€ fondò a Perugia un Monte di pietà contro le usure 
spadroneggianti degli Ebrei. A lui si sarebbe unito 
un legale di quella città, Fortunato de* Cogoli, il quale, 
mòrta la moglie e fattosi minorità, predicava insieme 
con Barnaba al medesimo scopo. Certo è che appena 
l'idea di tale invenzione si divulgò, trovò generale 
accoglienza; e i predicatori, principalmente francescani, 
(i quali affiatandosi di più col popolo, meglio sa- 
peano quanto valga anche al bene delle anime il 
sottrarre le famiglie alle distrette di un' estrema ne- 



(^l Op cit. p«g. 32 e segg. 



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CAPO TFRZO I07 

cessità) raccomandavano e introducevano tale istitu- 
zione. Ciò che ottiene conferma anche da un docu- 
mento, recentemente pubblicato del p, Marcellino da 
Civézza nell'opera citatale che rischiara le origini del 
Monte di pietà di Prato in To^^cana^ il quale sarebbe 
stato fondato per opera di un altro predicatore mi- 
norità, il b. Cherubino da Spoleto. Ecco il documento 
che si conserva in Prato in una Raccolta antica di 
memorie: « li Monte ebbe la prima sua origine e 
principio neir anno 1476; avanti il quale stavano in 
Prato gli Ebrei a fare usura: onde mossi i Pratesi 
dalle esortazioni del b. Cherubino da Spoleto, frate 
Minore Osservante di S. Francesco, predicatore di 
Prato, furono, per deliberazione del General Con- 
siglio, eletti otto prudenti uomini con piena autorità 
e facoltà di erigere il Monte di pietà; i quali, in vi- 
gore di una tale autorità concessagli, sotto il 22 di 
ottobre di detto anno 1476, adunati col podestà di 
detta terra di Prato, determinarono che si erigesse 
detto Monte» » 



APPENDICE P AL CAPO IH. 

Tra i domenicani ebbero fama di buoni oratori predicatori 
in Italia; Antonio Parvo dì Bologna che fioriva an- »**''«°' 
cera al principio del secolo, e lasciò un quaresimale 
ìnXìXohXo Anima Jidelis, che ebbe parecchie edizioni 
senza il nome dell'autore; Giacomo Romano morto ^°°"*"'«^*°^ 
il 1406, e Angelo da Bari, che fu vescovo e morì 
Tanno dopo; tutti e due lasciarono i sermoni sulle 
domeniche e feste dell'anno; Giacomo da Perugia, 
da Gregorio XII fatto vescovo di Narni, dettò pure 
un volume di sermoni; Tommaso da Cassano fu 
assai lodato per la facondia. Seguono un/r. Benedetto 
€ fr. Lorem^o da Verona e fr. Domenico de Peccioli 



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I08 CAPO TERZO 

da Pisa, che sembra fosse più comunemente accla- 
mato degli altri, e /r. Jacojpo Zinedolo, lombardo; 
questi quattro ultimi morirono il 1420; due anni 
dopo mori l' altro predicatore Pietro da Ripa Frati- 
sona del Piceno. Aggiungi: Nicolò di Tenda di Sa- 
vona, che dà Martino V fu fatto vescovo di Fama- 
gosta; Antonio dei Conti d' Elei, da Siena, onorato 
del titolo di predicatore generale, e morto assai vec- 
chio il 1433; Giacomo Arigoni dei Balardi^ che fu 
vescovo di Lodi, sua patria, e che tenne una splen- 
dida orazione al Concilio di Costanza, morto 1433; 
Andrea Boria, ligure, morto 1436; Antonio Macco d\ 
Faenza; Matteo dei Bonaparte, vescovo di Mantova, 
che scrisse Sermones de tempore de Sanctis et Qua 
dra^esimales, morto il 1444; Antonio Correr, ve 
neziano, fatto da Gregorio Xll vescovo di Ceneda; 
Damiana da Finale, lodato per la veemenza e morto 
il 1450; Girolamo di Giovanni, fiorentino, rmomato 
filosofo e di molta eloquenza, e che era aggregato 
air accademia fiorentina (i). Appartiene pure a quei 
tempi fr. Cesario de' Coniughi ferrarese e maestro di 
filosofia e teologia in patria. 
fnnc«cani ^^^ ^ francescani vanno ricordati: /r. Marco da 
Bologna, detto eloquentissimo; /r. Antonio da Si- 
tonto; fr, Alberto Calabrese, e fr. Pacifico Romano 
che fu compagno di Francesco Magrone, che predicò 
nelle principali città d'Italia; ma più di tutti questi 
ebbe fama fr. Bartolomeo de Yano» compagno di 
S. Bernardino da Siena e che predicò non solo in 
Italia, ma anche in Grecia e a Costantinopoli al 
tempo dell'imperatore Giovanni Paleologo, coope- 
rando all'unione tra i Greci e i Latini; inoltre /r. 
Paolo d' Assisi che fece in tante città il discorso in 
lode di S. Bernardino di Siena ; e Antonio da Rimila 



{() E3C Queiir et Ecbard. 



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CAPO TERZO 109 

che pure percorse gran parte d' Italia e fu di singo- 
lare santità (i). 

Tra gli agostiniani primeggiarono: Agostino rf^' tgostinUni 
Campelli di Leonessa nell' Abruzzo Ulteriore, illustre 
scienziato al tempo di Eugenio IV e che morì a Roma 
nel 1435 iSermones 40 super Orationem dominicam 
et 28 super Salutationem angelicam^ Coloniae IS02)\ 
Lodovico Marsigli nobile fiorentino, profondo teo- 
logo e sottilissimo filosofo, lodato da Petrarca e da 
Poggio Fiorentino, morto il 1436(2); ha Sermofie^rfe 
Conceptione B. M. V. e Sermones varii; Paolo Ma- 
tafussi, romano, penitenziere a S. Pietro e Cappel- 
lano di Nicolò V, detto di stupenda eloquenza; Car- 
magnola Alippio torinese. Agostino de* Cavucci cre- 
monese. Michele Duranpno toscano, Favaroni Ago- 
stino, detto Agostino di Roma, che fu insignito di 
alti uffici, e chiamato da Urbano VI ad esaminare le 
rivelazioni di S. Brigida, Antonio Santafiora d'Amelia ; 
Gregorio di Alessandria, confessore di Filippo Maria 
Visconti, morto il 1447; Andrea de Bilio, patrizio mi- 
lanese, che nel 1432 reggeva lo studio di Bologna, 
uomo dottissimo; oltre a tre libri De Artedicendit 
a sei altri libri di Sermoni diversi, lasciò i Sermoni 
dall'Avvento alla festa della Risurrezione, i quali ul- 
timi erano mss. nella biblioteca di S. Marco a Milano, 
ove era ancora il discorso funebre fatto per Galleazzo 
Visconti; Simone o Simonetto da Camerino, che, gran 
paciere, contribuì alla pace tra Venezia e Francesco 
Sforza; e nell'epitaffio, a S. Maria di Camposanto, è 
detto corona praedicatorum (3). 



<i) Kx Wadding. 

(2) Ha nella cattedrale fiorentina un monumento in cui si legge: 
Fiorentina civitas ob singularem eloquentiam et doctrinam viri ma- 
gistri Luisi! de Marsìliis sepuicbrum hoc ei pubblico sumplu fa- 
ciendum statuii. 

(3) Ex Ossinger. 




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)ogle 



IIO CAPO TERZO 



APPENDICE IL* 



Predicatori Rinomati predicatori ebbe anche in questa prima 
trtneesi parte del nostro periodo la Francia. 5. Vincenzo Fer- 
reria q uantunque, nato a Valenza di Spagna (1357- 1419), 
predicasse molto a Barcellona, nella nativa città e in 
altri luoghi della sua patria, tuttavia molto predicò 
anche in Francia, specie a Parigi, ove fu condotto 
dal card, Pietro De Luna, e poi ad Avignone. Dopo 
di che, rinunciando a prelature e al cardinalato, andò 
facendo missioni nelle dette regioni e in quasi tutti 
gli Stati dell'Europa. Già lo vedemmo anche in Italia. 
Morì però in Francia, a Vannes, ove il suo corpo 
riposa ed ha culto. Accompagnato dalla fama della 
sua santità ognun sa qual frutto ei cogliesse, dotato 
com' era dì una voce tonante e di una eloquenza 
veemente, a segno che com moveva ed atterriva gli 
animi particolarmente con le sue celebri prediche 
sopra i novissimi. Un suo Quaresimale fu stampato 
a Colonia nel 1482; del resto oltre a parecchie opere 
oratorie lasciò anche trattati, specialmente teologici e 
ascetici, tradotti in più lingue e stampati. 

Gersone ( [363- 1429), così chiamato dal suo paese 
nativo, eh' é nelle vicinanze di Rèthel, che studiò 
alla Sorbona e predicò pili volte alla corte di Parigi; 
fu al Concilio di Costanza e morì a Lione; si nota 
che talvolta manca di naturalezza e di buon gusto 
nei molti discorsi che lasciò. Nicolò Oresme, precet- 
tore del delfino e vescovo di Lisieux, e Giovanni il 
piccolo, conosciuto per la sua apologia del regicidio; 
di lui si ha anche un discorso letto al Sinodo fran- 
cese del 1406. Enrico del Berry, agostiniano, detto 
eloquentissimo. 

Irì altre regioni fiorirono i domenicani tedeschi. 



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CAPO TERZO I U I 

Giovanni Nyder^ non si sa se nativo d'Alsazia o di 
Svevia, che molto lottò in Boemia contro gli Ussiti, Qualche 
e scrisse sermoni che furono più tardi pubblicati con ^^d^a"{e'^ 
la slampa; Giovanni di Francoforte y che pure, oltre nazioni 
a una proposta contro Giovanni da Praga, lasciò dei 
sermoni; e i francescani pur tedeschi Nicolò Lakman, 
sassone, gran declamatore, Pietro de CollCy detto assai 
facondo, Enrico de Werlis della provincia di Colonia 
che compose parecchi volumi di prediche e fu lodato 
anche per la sua santità da S. Bernardino da Siena, 
e Lodovico de Molle che predicò molto nella Vestfalia, 
inoltre Roderico de Ona celebre oratore spagnuolo. 
Aggiungiamo a questi gli agostiniani tedeschi Nicolò 
de Byart e Zaccaria Gio, Dehosa turingio e profes- 
sore ad Erfurt, che combatté contro Gio. Huss, e 
prese parte al Concilio di Costanza, ove sostenne la 
prova del fuoco. 



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112 



CAPO IV. 

L'eloquenza cqnivnua sullo stesso tipo con poche modificazioni — 
Alcuni oratori intorno a S. Bernardino da Feltre — Il fiorentino 
Paolo Anavp,nlif il milanese Bernardino de' Busti e il napoletaDO 
Roberto Caraccioli — Mariano da Genazzano, Girolamo SaTO> 
ìiàrola e Gabriele Barletta — Appendici. 



Lungo questa seconda metà di secolo che stiamo 
^cominut'' ^^^ percorrendo l'eloquenza sacra continua del tenore 
j:on poche della precedente; soltatito possiamo dire che viene 
"^zioor smettendo a poco a poco di quella maniera scolastica 
che la rendea troppo irta, ricevendo invece qualche 
cosa più dell'elemento letterario e classico, ma con 
esso ancora uno spirito che faceva illanguidire al- 
quanto la pietà più severa. In ciò l'arte sacra corre 
in parte le fortune della profana; i predicatori santi 
non tornano pur troppo con la frequenza di prima. 
E da avvertire inoltre che sempre più gli oratori in- 
tendono la necessità di scrivere i loro discorsi in vol- 
gare. È vero che continuiamo ad avere una gran mèsse 
di sermoni latini, uniformi e di poco o niun valore 
per Tane oratoria, anche perchè i frali ordinariamente 
erano tenuti, per mostrare ai superiori la loro abilità e 
maturità, a comporre in latino un quaresimale, un 
domenicale e un sermonario dei Santi; tuttavia molti 
sentivano il grande vantaggio di dettare i loro di- 
scorsi proprio in quel linguaggio in cui doveano pre- 
sentarli al popolo, specie quando si trattasse di par- 
lare ad udien^e che almeno relativamente si poteano 
dir colte. Possiamo intanto con queste semplici os- 
servazioni generali seguitar la rassegna degli oratori 
sino alla fine del tracciato periodo. 



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CAPO QUARTO II3 

Consegui rinomanza di insigne oratore Aurelio 
Brandolini di nobile famiglia fiorentina, sopranomi- 
nato il CippOy perchè losco fin dalla nascita. Fu uomo 
di gran memoria e di versatile ingegno; e venuto 
perciò in fama di valente uomo di lettere, fu invi- 
tato a insegnare rettorica a Buda e in Strigonia dal 
re Mattia Corvino, gran mecenate di letterati, alla 
maniera dei principi italiani. Dopo la morte di questo 
re» si fece agostiniano, dimorò parecchio tempo a 
Roma nel convento di S. Agostino, ove morì di 
peste r anno 1497. Q^^i^c oratore non lasciò che due 
orazioni: una De virtutibus D. N. J. C. nobis in 
ejus passione ostensis, V altra Pro S. Thoma Aqui- 
nate in tempio S. Mariae Minervae ad cardinales et 
populum habita. Aldo Manuzio, giudicando il primo 
discorso, dice che V oratore « Ciceronem romanae eh- 
quentiae parentem aequat, materia procul dubio su- 
perat » E evidente che non abbiamo Torator popolare. 

Ottenne invece popolarità Leonardo Mattei, co- Leonwdo 
munemente detto da Udine, domenicano, che ebbe 
fama grande in tutta Italia. Nel 1435 predicò a Fi- 
renze dinanzi ad Eugenio IV e alla corte pontificia; 
fece più quaresimali in patria e a Venezia. Il suo 
stile è quello di addensare molta dottrina e per lo 
più sulle orme di S. Tommaso; pare sia morto 
nel 1470. IvSuoi sermoni e quaresimali ebbero più 
edizioni a Venezia, a Parigi e altrove. Ecco il titolo 
di una di siffatte edizioni; Quadragesimale aureum 
editum per egregium, excellentissimum et famosis- 
simum sacrae theologiae doctorem fr. Leonardum 
de Utino, almi ordinis fratrum Praedicatorum ac 
doctrinae Angelici acutissimum defensor em (i). 



Mattei 



(Il L'ed fatta a Parigi porla questo titolo: Sermones quadra- 

gesimales de legibus aniroae fidelis, simplicis et devotae. Parisiis, 
Martini Uldarici et Michaelis an. XVII Ludovici XI, I477- 

Storia della Predicazione ecc. 8 



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H4 CAPO QUARTO 

Cammina alquanto sulle sue orme in fatto d'arte, 
''^SpUsra ° ^^ ^^" minore ingegno. Ambrosio Spiera di Treviso, 
servita; il quale ebbe la poco felice idea di legarsi ad 
un metodo uniforme nello svolgimento de* suoi 44 ser- 
moni. Egli stesso lo dichiara in questi termini: « tres 
quidem omnibus sermonibus partes faciemus^ et uni- 
cuique parti tres conclusiones per tria notanda, aut 
per tres veritates, aut per triplex probandi genus di- 
ligenter subiungemus » (i). 
S.Bernardi- Con minor pretensione letteraria, ma con maggior 
e°diffiwfoneP^P^^^^^^^ ^ maggior frutto di tutti, dettava le sue 
dei Monti prediche Martino Tomitano, comunemente noto col 
* ^**^ nome di S. Bernardino da Feltre ( 1438- 1494), detto 
anche il frate piccolino per la sua statura; il quale se 
non raggiunge l'operosità e la grandezza del santo 
omonimo sanese, non ne resta però molto lontano; 
ed è peccato che siensi smarriti tanti suoi sermoni 
che meglio potrebbero attestarcene il valore. Nacque 
di famiglia illustre, fu di precoce e splendido ingegno» 
avido di sapere, e nella sua giovinezza visibilmente 
inclinato alla gloria; nelle feste fattesi a Feltre perla 
lega tra i Veneti, Napoletani e Lombardi contro i 
Turchi lesse, essendo ancora trilustre, un applaudi- 
tissimo carme. Trovandosi allo studio di Padova, e 
udendo predicar sui Novissimi il b. Giacomo della 
Marca, deliberò di lasciare il mondo e di aggregarsi 
alla sua famiglia religiosa, eh' era dei Minori Osser- 
vanti (2). Avanzò straordinariamente nella virtù, e 
fattosi predicatore, esordì a Mantova col panegirico di 
S. Bernardino da Siena; fece appresso la quaresima 



(i) Incipit Quadragesimale de floribas sapientiae peroptimom,, 
editum et compilatum per egregìum sacrae theologiae doctorem et 
magistrum Ambrosium Spiera, soavissimum etc. Impressum Venetiis 
an. dom. 1484 die 24 Martii. 

(2) Scrisse la vita di S. Bernardino da Feltre Bernardino da 
Chiasteggio Min. Oss. — Pavia, Gio. Magri stampatore. 



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CAPO QUARTO 11^ 

a Peschiera, due volle si recò a Firenze e percorse le 
principali borgate e città d'Italia con molto frutto, 
sìa per l' abilità nell* arte del dire, sia per i prodigi 
che accompagnavano la sua parola. Ecco che ne dica 
la Cronaca, composta da frate Marco da Lisbona e 
che è la terza parte delle croniche degli Ordini isti- 
tuiti da S. Francesco: « Le sue prediche erano piene 
di prudenza e di gran zelo, secondo la forma della 
Regola, denunziando i vizi e le virtù, la pena eterna 
e la gloria che per le virtù si merita. Non si curava 
di mostrare con sottigliezze sapienza; ma attendeva 
a fare frutto colla sua predicazione di salute delle 
anime: predicava con divozione e umiltà: era nel dir 
grave e modesto, e pietoso verso i bisognosi, ripren- 
deva vivamente 1' usura » (i). Anzi per combatterla 
grandi meriti nella comune estimazione si guadagnò 
con r istituzione in molte città dei Monti di pietà, 
destinati al soccorso dei poveri nell'estrema miseria, 
e soprattutto a salvarli dalle angherie usuraie degli 
Ebrei. Uno ne fondò anche a Padova, dove gli Ebrei 
solevano prestare il danaro al venti per cento. Restano 
del pari documenti di quello fondato a Mantova, 
come si rileva da un Breve di Innocenzo Vili, dato 
l'anno i486. Oltre il favore di detto pontefice, egli 
s'era guadagnato prima anche quello di Sisto IV, ed 
entrambi gli affidarono importanti uffici. Quantunque 
non avesse ordinariamente una sede fissa, dimorò 
più a lungo a Mantova, ove fece più di trecento pre- 
diche, parte in latino e parte in volgare (li); morì a 
Pavia il 28 settembre. Parecchi suoi manoscritti si 
conservano a Feltre. Un suo trattatello sulla maniera 



(Il Dalla Prefazione del P. Marcellino da Civezza fatta alle 
Cinque prediche a monache. Prato, 1881. 

(2) Vedi Prefazione alla predica sull' Umiltà, stampata a Feltre 
il 1754 e dedicata a Mons. Carlo Rezzonico, cardinale e vescovo di 
Padova. 



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Il6 CAPO QUARTO 

di ben confessarsi fa stampato in Brescia il 1542; e 
alcuni suoi sern:ioni dettati in lingua volgare sopra 
la perfezione della vita cristiana furono pubblicati a 
Venezia nel 1532. Il p. Marcellino da Civezza ne pub- 
blicò uno, che forma parte dei cinque rammentati in 
nota, detto a monache sopra le virtù richieste dai 
loro voti speciali. 
Il suo Anche il discorso sull' Umiltà è tal saggio che ne 

suii'ummàfa conoscere l'arte sua, nutrita di buona dottrina, ma 
schietta e facile a un tempo; evidentemente vuol 
farsi piccolo coi piccoli. Seguendo l' usanza accumula 
passi, divide molto, e dà natura d'istruzione al suo 
dire; tuttavia quando tratta la sua materia con si- 
militudini o con esempi, traendone applicazioni, si ac- 
calora di più e diventa più eloquente. Ecco l' ordi- 
tura di questo discorso, eh' io raccolgo dalle stesse 
sue parole nell'epilogo che ne fa: « Avete ben intesò 
come r humilità santa è il fondamento di tutte le 
virtù e come lei rompe tutte le arme del diavolo e 
fugge li suoi lacci, come fece S. Antonio, e però tutti 
la dovemo amare e cercarla con tutto il cuore. Voi 
avete inteso come la Fede, la Speranza, la Carità, la 
Temperantia, la Justitia, la Fortezza e la Prudentia 
tutte hanno origine e principio da lei, che hanno 1 
fisse le sue radici nella humilità. Nella seconda I 
parte avete inteso quanto soavi e odoriferi frutti na- 
scono da lei, e poi in quest' ultima parte avete inteso 
che conditioni sono quelle della humilità, et a che 
modo se poi conoscere chi è umile e chi è superbo, 
e questo vi ho detto per cinque gradi; or adunque 
non resta altro se non mettere in opera le sopradette 
cose. » Si capisce anche da questo epilogo che la 
forma dominante è più didascalica che no: qua eia 
però non mancano esortazioni che erompono dal 
sentimento e rendono più mosso e vigoroso lo stile, 
Cosi poco prima dell'epilogo eccita gli animi a umiltà: 



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CAPO QUARTO II7 

« Et che bisogna che in questa vita misera si glo- 
riamo di cosa alcuna, essendo noi tanto vili e miseri, 
pieni di difetti et miserie assai ? Non dovemo far più 
stima de questo corpo quanto sei fusse proprio una 
pezza da piedi, perchè questo più tu lo vorrai hono- 
rare tanto ti farà peggio. Sai tu che ne fa questo 
corpo? Se noi noi domiamo molto bene con le 
asprezze della pienitentia el ne fa rompere el collo, el 
ne tradisce in man del demonio. » 

Più letterato e più colto, ma meno popolare e,, . 

r X ... ; , . . , L' oratore 

fruttuoso, pero oratore di buon conto e de primi, e letterato 
fr. Paolo Attavanti (1419-1499) nobile fiorentino, 
servita fin da' più giovani anni, laurealo in diritt:) a 
Pisa, appartenente all' Accademia platonica e quindi 
in corrispondenza coi letterati più celebri del suo 
tempo; ascritto inoltre al Collegio dei teologi di Siena 
fin dal 1472. Predicò a Milano e in molte altre città 
d'Italia e trasse a se non solo l'ammirazione del po- 
polo, ma anche dei dotti; Marsilio Ficino disse che 
la sua eloquenza pareva animare fin le pareti dei 
templi. Il Giano ne' suoi Annali dell' Ordine dei Ser- 
viti fa menzione di lui in questi termini: « M, Paulus 
AttavantuSy florentinuSy vir undequaque dociissimuSy 
et in concionando apprime facundus » ; e il Puccianti 
nel suo Catalogo degli illustri uomini fiorentini è 
ancor più largo di elogi. Visse qualche tempo a Roma, 
essendo passato, pare per forza di circostanze fami- 
liari, dall'Ordine dei Serviti a quello dei Cavalieri 
regolari di S. Spirilo, ma prima di morire ritornò 
a' suoi. Nella sua dimora a Mantova attese a scrivere 
la Storia dei tìgli di Monte Senario; morì a Firenze 
e fu sepolto all'Annunziata. Pubblicò un suo qua- 
resimale a Milano col titolo di Thesaurus Concio- 
natorius o anche Quadragesimale de reditu pecca- 
toris ad Deum (i). Ha inoltre un altro grande qua- 
li 1 MediolaDÌ, per Uldericum Scinzengeler et Leonardum Ra- 
chel 1479. 



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Il8 CAPO QUARTO 

resimale in tre volumi e diviso in tre parti, ove si 
propone di trattare delle cose spirituali in triplice 
forma, cioè i) con argomenti tolti dall' autorità degli 
scrittori ispirati ; 2) con argomenti tolti dalla ragione; 
3) con argomenti tratti dagli esempi. Ed in ciò va 
di pari passo col suo correligionario Ambrosio Spiera; 
cosa del resto che si trova, comune a molti che sen- 
tivano troppo l'influenza della scuola. Questo lavoro, 
dettato come gli altri in latino, presenta poi un ca- 
rattere speciale in quanto vi son parecchie citazioni 
di Dante e Petrarca (i), tanto che il Razzoli ni potea 
nel 1876 pubblicare una monografia, facendo notare 
di Dante i pezzi contenuti nel quaresimale e le va- 
rianti che se ne poteano trarre. E le citazioni sono 
seguite da commenti, per modo che talvolta pare 
metter su cattedra dantesca; infatti comincia tosto 
a rammentar la Divina Commedia facendo mae- 
strevolmente una descrizione dell' Inferno dantesco. 
Sono suoi lavori ancora i Commentaria in duodecim 
prophetas, Vitae beatorum Joachim et Francisci Se- 
nensium, De origine et progressus Ordinis Servo- 
rum, Sermones de Sanctis, un* esposizione dell' ora- 
zione domenicale per la diocesi di Milano e altro; 
parecchi manoscritti si conservano nella biblioteca dei 
Serviti a Firenze. Ne va solo l'Attavanti tra quegli ama- 
tori di Dante che sanno trarne buon partito anche 
per la predicazione; ma gli possiamo mettere accanto 
Bernardino da Fossa (provincia di Aquila), che con- 
vertito da S. Giacomo della Marca, abbandonò il 
mondo e fattosi minorità, diventò zelante predicatore, 
quale ce lo dimostra la Cronaca di Marco da Li- 
sbona (2). 11 p. Marcellino da Civezza pubblicò un 



(1) Vedi Agost. Bartolini: II Quaresimale dantesco del p. Paolo 
Attavanti. Roma, 1895. 

(2) Marco da Lisbona. Croniche degli Ordini istituiti da S. Fran- 
cesco p. Ili, lib. VII. 



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de' Biiiri 



CAPO QUARTO II9 

frammento di sermone (i), gentilmente favoritomi 
dall'autore, nel quale in lode di Maria si commenta 
la preghiera messa in bocca di S. Bernardo nell' ul- 
timo canto del Paradiso dantesco. 11 Da Fossa morì 
nel 1503. E da notarsi che altri frati, specialmente 
francescani, furono a un tempo studiosi di Dante e 
predicatori in questo periodo. 

Cammina sulle loro orme, in quanto vuol mo- BeTtiirditio 
strarsi colto letterato e insieme oratore sacro. Ber- 
nardino de* Busti, nato di Lorenzo in Milano, e fa- 
moso giureconsulto di quella città. Si itct dei Minori 
Osservanti, amò le lettere fin dalla sua gioventù, di- 
ventò molto dotto in teologia e filosofia, e si mostrò 
tale specialmente sul pergamo. Morì a Melegnano sul 
finire del secolo. Scrisse il Manale seu sermones de 
Beatissima Virgine Maria, opera che, come ram- 
• menta anche il Mazzucchelli, ebbe parecchie edizioni ; 
e il Rosarium sermonum per quadragesimam ac in 
omnibus diebus tam dominicis quam festis per anmint, 
altro lavoro ristampato più volte. Fu inoltre autore 
di poesie latine ed italiane. Quanto allo Spi era e al- 
l' Attavanti arridevano le triplici divisioni, altrettanto 
piacevano al De' Busti le divisioni in due parti, per- 
chè, dice nella predica di Settuagesima, Boezio gl'in- 
segna a fare cosi : quod omnis bona divisio dehet esse 
bimembris. Si capisce anche da ciò quanto bisogni 
andare a rilento prima di trinciare così spiccate sen- 
tenze e di legarsi ad un metodo uniforme; perchè 
l'importante sta nel dare al tema, con divisioni o 
senza, tutto lo svolgimento che la sua natura e il 
fine richiedono. Il suo movimento oratorio è scarso 
nel dettato latino; la gran fama ch'ei godette ci fa 
supporre che sapesse lavorar meglio quando lo spie- 



fi) B. Bernardini a Fossa Ord. Min. Oss super laadé ad B, Vir- 
ginem in XXXIII Cantico Paradisi Dantes Alighieri. Firenze, iB^. 



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120 CAPO QUARTO 

gava al volgo in italiano: accenna al precetto, for- 
mula la sua sentenza e poi infila una serie di cita- 
zioni che servono di prova, restando al di qua di 
un* equa amplificazione; cita poi i suoi passi tanto da 
ArisTotele, Tullio, Seneca e altri autori pagani, come 
da S. Gregorio, S. Girolamo, S. Agostino e altri dei 
Ss. Padri. Abbonda di similitudini, ma toccandole 
rapidamente. Ecco, per intendere alcunché della sua 
maniera, h chiusa della predica sul digiuno: Sicut 
ergo miles terrenus non ipotesi bravium acquirere, si 
ad pugnam corpulentus accedat, sed oporiet eum a 
muhis abstinere; ita et de militibus spiritualibus di- 
cendum esty de quibus ad Corinth, g cap. Paulus ait: 
« omnis qui in agone contenda ab omnibus se absti- 
nett et isti quidem ut corruptibilem coronam acci- 
pianta nos autem incorruptam. » Quid dicam de sacro 
jejunio ? Audite quid de eo S. Mater Ecclesia canit: 
» Paradisi portas aperuit nobis jejunii tempus. Et 
ideo Hetras post jejunium raptus est in coeium; 
sicut eniftì qui vult intrare per portam strictam ne-- 
cesse est quod non sit nimis pinguis, sed oportet eum 
esse tenuem, iuxta illud Hjratii in epistolis dicentis: 
« forte per angustam tenuis vulpecula rimam — rep- 
serat in cameram frumenti, pastaque rursus — ire 
foras pieno tendebat pectore frustra. — Cui mustela 
procuii si vis, ait, effugert istinc — macra cavum 
repetas quem macra subisti. » Sic nobis volentibus 
intrare jannam Paradisi, quae valde strida est, (sicut 
diciiur Matth. cap. ']? ) necesse estesse tenues et ma- 
cikntos per abstinentiam ; ideo dicit Dominus: intrate 
per angustam portam, scilicet jejunii et abstinentiae. 
Et ideo S. Mater Ecclesia, ut nos invitet adjejunan - 
dum, quotidie hoc tempore cantal in praefactione 
Missae jejunii utilitates, dicens Domino: " qui cor- 
porali Jejunio vitia comprimis, mentem elevas, vir- 
tutem largiris et praemia » seu in hoc saeculo ter- 



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CAPO QUARTO 121 

renae prosperiiatis et in alio aeternae gloriae » (i). 
Si fa manifesto anche da questo breve saggio quanto 
nocciano alla grave e solenne eloquenza certe ghiot- 
tornie letterarie. 

Contemporaneo a questi ultimi, ma con maggior Roberto 
fema di oratore, s' innalza fr. Roberto Ciracctoit di ài Lecce e 
Leccey chiamato comunemente Robertus de Licio^condg^vT 
(1425- 1495). Nacque a Lecce, e di famìglia illustre, 
s'ascrisse alla regola dei Minori Osservanti, ma pa- 
rendogli di soverchio rigore, passò a quella dei Con- 
ventuali, ove ottenne uffici ragguardevoli. Sembra 
uomo d' indole piuttosto inquieta e incostante, onde 
non fu ugualmente stimato da tutti, come nota il 
De Angelis, scrittore della sua vita e a lui favorevole. 
Tenne con onore una cattedra di teologia, ma deve 
la sua grande rinomanza a' suoi trionfi nell'oratoria. 
Predicò nelle principali città, e più volte alla presenza 
del Pontefice; a Roma tenne i suoi discorsi per lo 
più alla Minerva e in S. iClaria Maggiore. Ne lo lodò 
Nicolò V in un Breve, con cui lo sottrae all'obedienza 
dei superiori dell'Ordine; Callisto HI lo hct suo 
nunzio a Milano; Paolo II lo dichiarò predicatore 
apostolico; Ferdinando II re di Napoli lo scelse come 
suo confessore; Sisto IV lo fece vescovo d' Aquino e 
poi lo trasferì nella sede di Lecce (2). Il Filelfo gli fu 
largo d'elogi; soltanto ne accusa il modo di decla- 
mare e l'azione, come mancante di naturalezza. Morì 
ad Aquila, ove fu sepolto nel convento del suo Or- 
dine. I contemporanei lo chiamavano un secondo 
Paolo, ciò che rammenta anche l'epitaffio posto sulla 
sua tomba (3). Predicò per 50 anni, e molti sono \ 



(i) Rosarìum etc. Coloniae apud Ànt. Hierat. 1607. 

(2) Vedi Tiraboschi, Storia della leti, e Richard e Giraud^ 
Diz. eccl. 

(3) Ille Robertus hic est Chnsti quo praesule vatum 
Nemo post Paulum clarior orbe fuit. 



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122 CAPO QUARTO 

suoi scritti oratorii. Ricordo i principali: Quadrage^ 
simale de peccatis, che, vivente ancora 1' autore, ebbe 
cinque edizioni; Quadragesimale perutiltssimum de 
poenitentìa, che n'ebbe quattro prima che finisse il 
secolo; Sermones de tempore et de laudibus Sancto- 
rum, Sermones de Christo^ B. Virginis et SanctiSy 
Sermoneni de timore judiciorum Dei, e altri molti, i 
quali turtì furono più volte stampati. Lascio stare 
parecchi trattati teologici. In una prima edizione delle 
sue prediche nel 1472 si leggono versi di elogio fat- 
tivi apporre, perchè servissero di richiamo, dallo stam- 
patore, mettendo in bocca ai libro stesso le pa- 
role (i). 

Con tutti questi elogi però l'autore non si solleva 
gran (aito sopra degli altri; procede molto a mo' di 
trattato e per via d' istruzione, come fanno general- 
mente anche gli altri, e quindi con poco movimento, 
né si può dire che sappia sviscerare il proprio tema 
con libero ragionamento: per lo più cita e fa T eru- 
dito; tuttavia attrae col lucido ordine e con la pre- 
cisione nel formulare il pensiero. Il più delle prediche, 
come sé visto dai titoli è in latino; però predicava 
quasi sempre in volgare, e anche di siffatte prediche se 
ne trasse un'edizione, fatta nel 1491, che porta il se- 
guente titolo: Prediche di fra Roberto in volgare, 
stampate a Firenze da Lorenzo de Margiani e Gio. 
da M^ganza, Nel raffronto si potrà riconoscere nella 
forma iralìana la semplicità popolare che rifugge da 
un ampio apparato dottrinario e invece discende a' mi- 
nuti particolari e al racconto; semplicità del resto che 
tocca talvolta la negligenza e la rozzezza. 



fu RolicriuB celeber fiDxit non parva Minorum — Gloria me 
fratrtim, Piulo regnante Secando. — Quarto sed Xisto veniens 
Halbruiia Ali^mannus — Francìscus veneta tandem me presait in 
urbe — Mille quadringentis et teptuaginta daobus. 



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CAPO QUARTO I23 

Serva di esempio il brano che tolgo dalla predica 
sulla elemosina: « Starà un povero alcuna volta, o 
ricco crudele, una ora alla porta, e si batte e si ri- Siggio 
batte, ma poi se ne va con Dio. O ingrati de' divini L^gJitcasui- 
benefizi, o animi canini, o figliuoli del diavolo, an- *' elemosina 
drete al fuoco eterno, e sarete privati de' beni su- 
perni. E' si legge nella Vita de' Ss. Padri che era uno 
ricco che combatteva ogni dì con uno suo vicino 
poverello artigiano :il ricco aveva quattro figliuoli e 
due schiave e duoi servi, quattro figliuole e la sua 
donna, sicché in tutto erano in casa circa quindici. 
Or odi cosa meravigliosa. Diceva il ricco infra sé: io 
ho a fare le spese a quattro figliuoli, io ho a mari- 
tare quattro figliuole. Perciò in casa sua viveva alla 
contadina, sicché per miseria si metteva in tavola una 
guastada de vino et tre d' acqua, a fare buone spese. 
Il povero si aveva in casa buon pane, buon vino 
bianco e vermiglio, et semper apparecchiava la tavola 
con buona vivanda et abundantia, et se qualche po- 
vero picchiava alla porta, sempre gli dava elemosina. 
Or un dì questo gentiluomo domandò questo calzo- 
laro poveretto e dissegli: amico mio, tu se' uno grande 
pazzo, tu se' povero et ogni dì tu hai pesce, carne, 
cacio e frutte in casa tua. Et più forte: se tutti i 
gaglioffi di questa terra cento volte el dì venissono a 
casa tua, sempre daresti loro elemosina. Oh, povera 
la vita tua! Non ti ricordi tu delle tue figliuole che 
non le potrai maritare, et si andranno in cattiva vita ? 
Io, che ho quindici migliaia di ducati di valore, non 
farei tante spese. Oh grande e giusto Iddio! Aspetta, 
aspetta: quanto più el povero donava, tanto ogni dì 
cresceva più in roba, in tanto che maritoe nove fi- 
gliuole grassamente e con grande onore. Il ricco ogni 
dì impoveriva: ora si era rubato, or el fuoco gli bru- 
ciava la casa, ora tempestava le biade et il vino per 
tal modo che in pochi anni venne in tanta povertà 



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114 CAPO QUARTO 

e miseria che a lui conveniva domandare elemosina 
a' suoi parenti, et si stava rinchiuso in casa. Final- 
inenre e' maritò due delle sue figliuole a' duoi figliuoli 
di quello povero, et l'altra figliuola divenne mere- 
trice; la quarta figliuola fece monaca per fame. Oh 
duro giudizio, oh terribile sventura I Fate dunque 
elemosina, o tiranni avari, o crudeli rubatori: date al 
povero del bene che Iddio vi ha dato ; la roba non è 
vostra, non è mia, ma di tutti. Dio ve la presta che 
r usiate ai vostri bisogni quanto vi basti; del resto 
siate diapensatori di Dio inverso di quelli che sono 
nudi. Voi tate contro la volontà di Dio ascondendovi 
e appropriandovi il bene di Dio, gittando i poveri da 
canto. Dio poi da te ingrato leva di subito ogni suo 
dono, e mandati a casa calda. » 
, Oratore di professione e rivale, agli occhi di al- 
Genazzano cuni, di Girolamo Savonarola, di cui diremo appresso, 
fiii'^furono ^LJ fra Mariano da Genais[ano (1450- 1498) agosti- 
^**« niano e poi generale dell'Ordine. Religioso a sedici 
anni, di bell'ingegno, educato alla classica letteratura, 
ottenne grande rinomanza a Firenze, ove dimorò 
pareiTchio tempo. A 27 anni si diede alla predicazione, 
come si raccoglie dal discorso sul vangelo della III do- 
menica d' Avvento, tenuto alla presenza d' Innocen- 
zo Vni nel [^87, in cui dice che non s'avrebbe mai 
imagi nato in dieci anni d'essersi maturato tanto da 
doversi presentare a quel sommo consesso. Ebbe ca- 
riche onorevoli e missioni di paciere in cui riusci 
felicemente, specie a Siena, ove acchetò fiere discordie. 
Scrittore raffinato, secondo il gusto che allora correva, 
si guadagnò le carezze di Lorenzo de Medici e gli 
elogi del Poliziano. Ecco come quest' ultimo ne parli 
in una lettera a Tristano Calchi (i): « Io dirotti sin- 
ceramente ciò che mi avvenne, quando egli la prima 



(1} Vedi Tiraboschi l. VJ, p. 5. 



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CAPO QUARTO 125 

volta predicò qui fra noi. Andai ad udirlo, secondo 
il mio costume per assaggiarlo, e a dir il vero quasi 
per ridermene. Ma poiché il vidi, e ne osservai l'at- 
teggiamento e un non so che di straordinario che 
avea negli occhi e nel volto, cominciai a lusingarmi 
di udir cosa che mi piacesse. Eccoti adunque eh* ei 
comincia a parlare ed io drizzo gli orecchi ad udirlo. 
Odo una voce armonica, parole scelte, sentimenti 
nobili e gravi. Viene alla divisione e nulla io trovo 
d'intralciato, nulla di inutile e nulla di ampolloso. 
Colle sue prove mi stringe, colle sue risposte mi as- 
sicura, co' suoi racconti m'incanta, colla dolcezza della 
sua pronuncia mi rapisce. Se si fa talvolta a scher- 
zare io rido, se m' incalza e mi preme, io mi arrendo 
e mi do vinto; se viene a' più teneri affetti mi cadon 
dagli occhi le lagrime; se si sdegna e minaccia, io 
mi atterrisco e non vorrei esser venuto ad udirlo. 
Insomma secondo le cose di cui ragiona, egli varia 
le figure e la voce, e col gesto sostiene sempre ed 
accompagna l'azione ecc. » Anche il Fontano tien 
bordone al grande umanista; peccato che troppo poco 
ci resti oggi per poter darne un equo giudizio, e de- 
cifrar quanta parte aveva in siffatti giudizi lo spirito 
dì partito. Infatti fra Mariano si mostrò favorevole al 
partito aristocratico dei Medici, e ottenne perciò dal 
principe che gli fosse edificato un convento fuori di 
Porta S. Gallo. 

Avverso quindi .al Savonarola, talvolta lo assalì 
scandalosamente; e più che mai il giorno dell' Ascen- coi Savo- 
sione nel 1491; e solo quando s'accorse che per tal "*'°^* 
modo perdeva l'amore del popolo, perchè il Savo- 
narola dal pulpito di S. Reparata gli rispondeva trion- 
falmente, e' cercò la pace, e invitò fra Girolamo a 
cantar la Messa in S. Gallo. Dolorose scene, che non 
fruttano mai bene alla Religione l Né quella stessa 
pace durò a lungo, se é vero ciò che narra il Mansi, 



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Sua arte 



126 CAPO QUARTO 

cioè che fra Mariano, andando poco dopo a Roma e 
predicando alla presenza di Alessandro VI, ripicchiò 
contro il Savonarola a segno da uscire in queste espres- 
sioni: a abbrucia, abbrucia, S. Padre, lo strumentQ 
del diavolo, abbrucia, dico, lo scandalo di tutta la 
Chiesa. » Così sarebbe diventato una causa remota 
della tragica fine del Savonarola, il quale vuoisi al- 
l' udir le invettive dell* avversario ne profetasse in 
duomo la punizione e la morte, che realmente sor- 
prese r agostiniano non molto dopo a soli 48 anni. 
Per quel che si può rilevare dal sopra citato di- 
scorso e da quello tenuto dinanzi ad Alessandro VI 
sulla passione di Gesù Cristo, soli saggi che restino 
della sua valentia, pare che dovesse fuggire assai T ari- 
dità dottrinaria de' suoi contemporanei, per inculcare 
la santità delle buone opere. Ecco come parli in un 
eccitamento che rivolge ad Innocenzo Vili: Erravi- 
nuSy certe erravinus et invia quaeque sectati per prò- 
ctiva vitiorum et dcvexa voluptatum vestigia torsimus. 
Igitur non surda aure audiamus vocem clamantis in 
deserto et crebro repetentis: dirigite, dirigite viam Do 
mini, rectas facite semitas ejus. Hincjam providendus 
est ne nos in hac pace Ecclesiae, in hac securitate 
qua fruimur, plus amissuri simus quam fuerit a no- 
bis cruento bello quaesitum. Quodnefiat, tibi primum 
assurgendum est. Beatissime Pater, quem Deus opti- 
mus maximusque christianae gentis ducem esse voluit 
et pastorem ; quem S- Mater Ecclesia tot jam saevis 
cruentisque seditionibus acta legitimum accepit virum 
qui innocens sit manibus et mundo corde, qui non 
accepit in vanum animam suam nec juravit in dolo 
proximo suo. Accipiens quidem benedictionem a Do-- 
mino et misericordìam a Deo salutari suo, si qua tibi 
astiterint generatio sit illa quaerentium faciem Dei 
Jacob. Igitur viri qui ut de se male sic et de Deo 
pessime meriti sunt careant splendore ; jaceant op- 



-.«r-^W»! 



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CAPO QUARTO \^'^ 

Tpressa vitia ; nullus pateat aditus ad dignitatem, nec 
unquam extollantur. At honorum consiliis honestìs- 
simis referta sit Ecclesia; ferveat optimorum con- 
siliis sacer Christi Senatus. » E continua insistendo 
perchè si puniscano sotto la guida del Pontefice gli 
empi, dicendo che questa è l'opera affidatagli e che 
gli deve star più a cuore che non i comodi e 1' ab- 
bellimento di Roma. Indi così qualifica questa puri- 
ficazione spirituale: « Egregium certe opus et inter 
proemia gloriae tuae memorandum posteritati; fa- 
maeque tradetur non coctili laterculo stravisse Urbem, 
non lapideo ponte /lumini imposito junxisse te Romam^ 
non viarum angustias eo latitudinis deduxisse ut 
quadrigae inter ^se sine periculo occursent, etsi id 
genus etiam gloriosum, sed multo praeclarius divinae 
legis parricidas esse te ultum, neminem impium ef- 
fugisse manus tuas, purgatamque multo scelere Ec- 
clesiam Apostolorum temporibus reddidisse. » 

Ma r uomo che empì Firenze e Toscana del suo Girolamo 
nome, e lo fece echeggiare in tutta Italia e fuori, é^"g°"„o°** 
fra Girolamo Savonarola (1452-1498), il quale pos- ^y**^*" 
sedeva certo molte di quelle doti che costituiscono il 
grande oratore. Pio fin dalla prima gioventù, si di- 
sgustò della corrotta società che lo circondava, ap- 
pena potè aprire gli occhi a riconoscerla; carattere ri- 
soluto e di costanti deliberazioni, fuggì dalla casa 
paterna per vestire la bianca tonaca del domenicano. 
Tanto appare anche dalla lettera che scrisse da Bo- 
logna al padre (i), per chiedergli perdono dell'occulta 
fuga. « In primis la ragione la quale mi mosse ad 
entrare in religione è questa: prima la gran miseria 
del mondo, le iniquità degli uomini, gli adulteri!, li 
latrocinii, la superbia, la idolatria, le bestemmie cru- 



di La lettera è premessa all'edizione delle prediche sopra Job^ 
bue a Firenze dal 1494. al 1495. Venezia, Nicolò Boscarini 1545. 



( 



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128 CAPO QUARTO 

deli, che il secolo è venuto a tanto che più non si 
trova chi faccia bene. Dov' io più volte cantava que- 
sto verso lagrinjando ; Heu fuge crudeles terras, fuge 
litus avarum; e questo perch' io non potea più \ 
tire la gran malizia de'cecati popoli d'Italia. E tanto 
più quant' io vedea le virtude essere spinte al fondo 
et i vizi sollevati. Quest'era la maggior passione ch'io 
potessi avere in questo mondo; per la qual cosa io 
pregavo ogni giorno messer Jesu Cristo che mi vo- 
lessi levare di questo fango. » Con sifiFatti principi 
non potea mancare lo zelo d'un gran predicatore. 
* Ma non gli mancava nemmeno un operoso ingegno, 
perchè progredì tosto e assai negli studi, tanto che! 
superiori vedendo in lui la dottrina associata a facile 
parola pensarono di farne un lettore di filosofia e il 
posero a insegnar metafisica a Ferrara. Ma ben presto 
l'aridità di Aristotele e della scolastica lo annoiò, 
trovando miglior pascolo per la sua ardente imagi- 
nazione nelle Sacre Scritture, che diventarono tutto 
il suo amore. 
La sua pre- Quindi dopo che fuggì di Ferrara, per l' assedio 
<iiwzione ^.^g ^j volean porre e vi posero di fatto i Veneziani, 

in Firenze , . ^ —. ^ ni.,, j- 

avendo riparato a Firenze, penso darsi alla predica- 
zione, e tosto s' accorse di respirare nel suo vero am- 
biente. Cominciò a rivolgere la sua ardente parola 
a' suoi frati, ch'ei raccogliea nel chiostro del con 
vento, dove un rosaio gli serviva di padiglione; e 
poscia prese più largo campo in mezzo al popolo fio- 
rentino, facendo tonar la sua voce specialmente dai 
pulpiti di S. Maria Novella e di S. Reparata (ora 
S. Maria del Fiore). Indole focosa, imaginazione 
esaltata, perorava con un accento vibrato che ricevea 
maggior colorito da un tono di voce cupo e robusto; 
uomo di vita austera e penitente, scolpita per giunta 
ne' lineamenti bruschi e sporgenti per irsuta magrezza, 
trovava in se un più facile modo di trasfondere in 



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CAPO QUARTO I29 

altrui il profondo convincimento dell' animo. Fornito 
di soda dottrina e conoscitore a un tempo della vita 
del popolo fiorentino, de* guai che lo tribolavano, 
della corruzione che lo avviliva, egli non solo potè 
parlargli con una franchezza che non temea della 
scienza paganeggiante, ma metlergli sotto gli occhi 
le sue condizioni e fargli comprendere le riforme da 
farsi. Al qual fine lasciava opportunamente le specu- 
lazioni elevate e scolastiche per dettar massime pra- 
tiche e cristiane e regolare con esse tutta la vita pri- 
vata, domestica, cittadina, politica. Per tal modo di- 
ventò popolare e la gente d'ogni classe affluiva ac- 
calcata ad ascoltarlo. Era un uditorio composto di 
uomini educati nella fede di Dante, ma affievolito e 
guasto dal lusso, dalle discordie e da un pratico ma- 
terialismo, che s'infiltrava sempre più nelle vene col 
classicismo pagano; grassi mercanti, donne dalle 
pompe lascive, giovinolti dediti alla crapula e al pia 
cere, banchieri usureggianti, popoluccio che curvo 
sotto il peso della servitù ottundeva ogni nobile e 
religiosa aspirazione E la città, già divisa, sotto la 
forte eloquenza del Savonarola si divise ancor più. 
La parte democratica infatti, che vi trova l' interprete 
delle sue idee, si schiera intorno a lui. Egli intanto 
prega, tuona, minaccia per aver la riforma religiosa 
e in tutta Italia: « Firenze, secondo che tu farai più 
o manco bene, così saranno le tue tribulazioni o pic- 
cole o grandi. Io te V ho detto altre volte, ma sappi 
che tu debbi scacciar via quelli tre peccati (sodomia, 
lussuria, usura)... Io son qua per difender questa ve 
rità e per Cristo, e non son qua per predicare a Fi- 
renze sola, ma a tutta Italia. Tu sai, tu mi hai co- 
nosciuto per li tempi passati e sai eh' i' non ero atto 
a questa impresa, che non arei saputo muover una 
gallina, et tamen oggi tu vedi che per questa predica 
tutta Italia et ogni cosa è commossa. Io sono tenuto 

Storia della Predicazione ecc q 



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130 CAPO QUARTO 

a Star qua infin che arò di spirito. Firenze, fa quanto 
tu vuoi, fa che fantasia lu vuoi, imaginati quel che 
tu vuoi, eh' io t* ho a dir questo questa mattina, che 
quest'opera tu non la gitterai per terra, ma ella andrà 
innanzi sebbene io fussi morto, perchè elFé opera 
di Cristo... Signor mio, io mi voto a te, tu se' la 
prima verità et volesti morire per la verità et mo- 
rendo tu vincisti ; così io sono parato per la tua ve- 
rità voler morire. Tu sai quel ch'io ho detto l'ho 
detto nel lume tuo; et così nel medesimo lume an- 
nunzio questa mattina che l'opra tua ha andare in- 
nanzi e aviamo a vincere. Tu sai. Signore, che non 
dico questa cosa da me, né mi confido in me, ma in 
te solo. Signore mìo, che difenderai la tua verità, 
perchè io da me non arei saputo niente » (i). E, nota 
anche a questo luogo il raccoglitore, il popolo gridò 
ad altissime voci misericordia e viva il regno di G. C. 
tanto da interrompere la predica. E sì gettano via gli 
arnesi che servivano al lusso, alla corruzione, ai tra- 
stulli: carte, dadi, strascichi, fogge di vestire diso- 
neste, libri di novelle indecenti e altro; i fanciulli 
vanno per le vie a raccoglierli e se ne fanno dei pub- 
blici falò per le piazze. I godenti del mondo sorri- 
dono, arrabbiano, formano un partito ostile al frate. 
Ma egli, animato dai primi trionfi, continua, chiede 
riforme generali nelle arti, nelle lettere, nella stessa 
repubblica, nella corte del principe, nel clero, nella 
corte romana; né guarda più alla sola Firenze, ma 
a tutta l'Italia. « O Italia, o Roma, dice il Signore: 
io ti darò nelle mani di gente che ti dissiperà insino 
a' fondamenti Io condurrò tanta pestilentia che poca 
gente resterà; io condurrò in Italia e Roma uomini 
bestiali, uomini crudeli che saranno affamati come 
leoni, come orsi; e morrà tanta gente che stupirà 



d» Sopra Amos pred. 21. 



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CAPO QUARTO I3I 

Ognuno. Credetelo a questo frate, che non sarà gente 
che seppelisca i morti » (i). Volge quindi il discorso 
a Milano, a Venezia. E piglia spesso in tal modo 
tono profetico, s impadronisce del suo uditorio, la 
fama si diffonde e chiama gente da lontano; quando 
e' va a predicare, gli amici gli fanno ala perchè 
nessuno osi toccarlo; e così egli si trova, quasi senza 
avvedersene, a capo di un partito e uomo d* azione 
tra quelli che bramavano ristorare le antiche e per- 
dute libertà. I nemici lo rispettano talvolta per ti- 
more, Lorenzo de* Medici cerca di parlargli e di vin- 
cerlo con doni, ma il frate non cede; già si vocifera che 
chiamato al suo letto di morte ricusasse di assolvere 
il principe che non volea ripristinare le conculcate 
libertà. Intanto la forza imperiosa delle circostanze 
lo sospingeva a ingolfarsi più che non si convenisse 
ad un oratore sacro nelle faccende politiche, e ad 
alludere inconsultamente ai grandi del ceto ecclesia- 
stico; e non s'appartiene a noi il seguirlo vittima di 
quelle congiure che gli si tramarono contro, e pro- 
vocarono ordini dalla Corte di Roma, a cui egli si 
ribellò, fino alla tragica fine che lo condusse sul pa- 
tibolo nella piazza della Signoria, la domenica delle 
Palme del 1498. Alcuni lo giudicarono un eretico, e 
a torto; altri lo riguardarono come un martire e ne 
fecero V apologia, come il Benivieni e Gianfrancesco 
Pico tra gli antichi. Cesare Cantù e il P. Vincenzo 
Marchese tra i moderni. Cesare Balbo lo definì un 
uomo esaltato e fanatico; forse coglie più nel segno 
chi ammettendo una dose di siffatto esaltamento, che 
lo rendeva non sempre prudente nella scelta dei mezzi, 
gli attribuisca insieme rettitudine e santità ne' suoi 
fini. 



{ty Pred. sopra Zaccaria ecc. XXI. Venezia, per Alvise De 
Fortis I5t4. 



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132 CAPO QUARTO 

A noi però giova meglio cavarci da questioni ali- 
Studio mentale talvolta dallo spirito di parte, per istudiarne 
*^odo di ° l'eloquenza. Tra le sue opere oratorie vanno princi- 
predicare palmente annoverale le lezioni scritturali o prediche 
sopra Job, falle nel 1494 e raccolle dalla voce del 
predicatore da un frale dell'ordine in numero di 47(1), 
e sopra Ezechiele in numero di $0 (2), e tenute a 
S. Maria del Fiore nel 1496; e sopra Amos, Zaccaria, 
Evangeli e Salmi in numero di 48; già del commento 
dei Profeti si dilettava maggiormente trovandovi ima- 
gini e ispirazione che consonava con la natura del- 
l' animo suo. Non si possiede però né tulio ciò ch'ei 
fece in materia oratoria, né come io fece, se logli 
r esposizione dell' orazione domenicale, dellata in la- 
lino. Egli scrivea poco ; e le prediche che si leggono 
furono raccolle da di voli uditori, i quali ebbero sì, 
come dichiarano, la massima cura di fedeltà, ma non 
è da ritenere che ci trasmettessero con lulla preci- 
sione il pensiero dell' oratore e la sua frase, se do- 
veano servirsi della memoria o di una stenografia più 
imperfetta della moderna. Tuttavia possediamo la 
sostanza dei discorsi sì da poterne giudicar il valore. 
Veramente non si può riconoscere in essi un lutto 
compatto e organico, quale si ha per una lessi lura 
ordinala e per prove bene svolle e aggiranlisi inlorno 
a uh assunto: non dimostra gran fallo, digredisce 
spesso portatovi dalla sua focosa imaginazione ; ha 
lalvolla del capriccioso ne' suoi commenti, lasciando 
il senso letterale e correndo ad arbilrarie applicazioni 



(i) Venezia, 1545. 

(2) Prediche del Rev do Padre fra Hieronimo da Ferrara del- 
l' Ordine de' Predicatori sopra Ezechiele profeta, fatte in S. Maria 
del Fiore l'anno 1496, cominciandola 1.* domenica d' Avvento a' dì 
27 di novembre raccolte per ser Lorenzo Viovoli dalla viva voce 
del predicante; stampate a Ferrara per Jo. Mozzocho dal Bondeoo 
nell'anno del Signore 1516 a' di io di Settembre. 



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ilis, Ve- 
iitiarum, 
Venetiis 

iiipliciraie 

irigi 1674; 

.'-lùnj sopra 



La prima 
predica 
su Job 



134 CAPO QUARTO 

vorrei che studiasse il novello oratore per intender 
bene quest' arte e trarne profitto. Prendete anche la 
prima predica su Job, che certo non è di quelle che 
presentino maggior movimento, e voi vi accorgete 
subito di siffatta qualità. Ella si svolge quasi tutta 
come una grande azione teatrale, essendo per la mas- 
sima parte costituita da un apologo e dalla sua in- 
terpretazione: il Signore discende a osservar Y Arca 
nostra, di cui l'antica era figura, e vi trova tre donne; 
la prima é T umana sapienza che ode i salmi che 
soavemente si cantano dalle persone entrate nell'Arca 
e si rifiuta d'entrare; la seconda è l'impazienza 
umana, a cui pare che il Signore indugi troppo nei 
castighi; la terza è la misericordia, la quale, vedendo 
tante tribolazioni che devono colpire l'umanità, vuol 
tenere le mani al Signore affinchè non mandi il di- 
luvio dei castighi, e riesce ad ottenere che aspetti an- 
cora un poco affinché i più volonterosi tra gli uomini 
trovino salute. E così à quando a quando e' si prepara 
scene drammatiche, in cui nessuno è che lo superi. 
L'oratore, dopo aver detto che l'umana sapienza ri- 
cusò di entrare nell' Arca, la cita subito al suo tri- 
bunale: a Fatti innanzi, sapienza umana: che di' tu 
di questo diluvio? — Che noi diciamo? E di queste 
tribolazioni che noi predichiamo? Che hanno a ve- 
nire, (lei risponde e dice): queste son cose naturali; 
furono sempre delle tribolazioni e sempre ne saranno, 
e quando poche e quando assai, secondo che danno 
le diversità dei tempi... — O stolta sapienza umana, 
ti pare aver dette bene: ora ascolta ora un poco mo'. 
Tu vuoi che qualche costellazione produca questi 
effetti nelle cose umane. Dimmi, questa tua stella 
qual'è? Che io ho caro di cognoscerla et sapere se 
tu l'hai provata sola, senza l' influentia dell'altre 
stelle et di tutto il cielo... Però tu, sapienza umana, 
non puoi sapere la sua virtù propria, ne quello che 



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CAPO QUARTO 135 

l'adoprì quaggiù, massime in questi parlicobri, et 
massime nel libero arbitrio dell' uomo, che non é 
suggetlo ai cieli né alle stelle né dee e^i^^ere sforzato, 
se lui non vuole, quia sapiens dominati tur astris. Et 
però, sapienza umana, questa tua stella t' ì\a ingan 
nata. Tu se' la ingannata, tu, e non io. Tuo danno, 
se non sei voluta entrare nell'Arca. Tuo danno; 
stani fuora, et el diluvio ti troverà, et porterattene 
via. La sapienza umana non passa coli' occhio suo 
sopra el cielo, ma solamente s'aggira circa queste cose 
inferiori ecc. » 

Anche un' altra cosa è da notare, L' abilissimo 
oratore, pur quando pare che vada più lontano se- 
guitando nei proprii commenti le più remote circo* 
stanze di altri tempi, mira a rispondere a qualche 
bisogno del proprio tempo. In questo stesso discorso, 
di jcui abbiamo ora parlato e che serve di preambolo 
al libro di Job, voi siete portato a quando a quando 
nel bel mezzo della vita di Firenze. Ad esempio dopo 
aver notato le grazie concesse da Dio ai popoli del 
tempo noetico e quella ostinazione nei peccati che ap 
portò il diluvio, passa a ragionare così delle condi 
zioni del suo popolo: « Io ho fatto, dice Iddìo, sem- 
pre misericordia, e massime al popolo tiorentìno. lo 
gli ho dato la libertà. Io gli ho fatto annunziare le 
cose future e hogli fatto dire che se lui farà bene 
sarà il più glorioso e il più ricco et più polente che 
mai fusse. Et dixi iniquis nolite inique agere et de- 
linquentibus nolite exaltare cornu. Non vogliate, 
come dice il Salmo, voi iniqui fare iniquamente, né 
esaltare la vostra superbia. Io ho detto à Firenze 
tante volte: lasciate andare le vostre pompe, lasciate 
le vanità, lasciate l'ambizione, datevi alla semplicità. 
Et non pare che vogliate intendere. Voi vedete or 
ITlalia tutta piena di genti estranee, et essere op- 
pressa da ogni verso, et tamen ognuno di voi cerca 



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136 CAPO QUARTO 

la degnila e! essere superiore. Nolite extollere in altum 
cornu vesirum. Dice qui el Salmo e con più altre 
parole vi esorta de non cercare di innalzar le vostre 
superbie; perchè el diluvio isbasserà ogni cosa. Io 
v'ho detto e così vi ridico: guai a chi vorrà innal- 
zare el capo a Firenze. Humiliatevi et abbiate fede 
in colui che vi ha liberati. La fede voi l'avete intesa 
et Dìo ve X ha fatta toccare si può dir con mano. 
Se voi farete quello che Dio v'ha detto et dimostrato, 
ogni cosa n'andrà bene; ma se noi farete, né nostra 
sapiencia ne potentia alcuna vi gioverà, perchè el Si- 
gnore è quello che è giudice d'ogni cosa. Et però a 
questa donna Misericordia disse il Signore: sta con- 
tenta^ ma va a quel fanciullo e dirailì che denunzi a 
ciascuno ch^ chi vuole misericordia non s' indugi. Et 
però: o Firenze, o increduli, venite a penitentia. Noi 
vogliamo predicare quest'anno a quelli che sono nel 
r Arca ed esortarli alla perseverantia, et chiamare 
quelli che volessero ancora entrare. O savi del mondo, 
la vostra sapientia umana non vi lascia credere né 
venire alla vostra salute. Oh! quanto vi è nociva 
questa vosira sapientia, non vedete voi ch'ella v'in- 
ganna? Cominciate horamai a credere quello che voi 
vedere^ Fate penitentia, ch'el Signore vi chiama et 
ancora aspetta. Et voi principi e prelati della Italia, 
fate peniienlia et non confidate in altro, perchè io vi 
dico che non c'è altro rimedio che questo; e ve- 
drete, se non lo credete, che poi sarà vero et uno 
jota non mancherà di quello che v' ho detto. Et dirci 
ancora più altre cose, ma voi non siete degni né di- 
sfosti a riceverle. » 
, . Per siffatto modo cielo e terra mettono mano di 

La prima ...,,. 

preiica Buconiinuo alle sue composizioni, ed egli, quantunque 
talvolta sia greggio e urtante nei modi, si eleva poi con 
solennità, come farebbesi in un'epopea, senza perdere 
popolariià. Osservate anche la prima predica sopra 



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^ 



CAPO QUARTO I37 

IDzechiele: con che franchezza fa che Dio venga a 
pigliar le sue difese 1 « Oh, dirà quel tepido, guarda 
quel frate quel che dicel — Io ti dico che mea doc- 
irina non est mea. Vien qua, dice Iddio, se questo 
frate ti ha ingannato, che vuol dire che non s* è mai 
scoperta questa fallacia tant'anni? Tu hai tentato 
con lettere false, con testimoni falsi a Roma, con 
spade et per ogni verso; tu non hai potuto scoprire 
questa fallacia. » E scende spesso a osservazioni pra- 
tiche per dirigere i costumi nelle più svariate parti- 
colarità della vita. Così chiude la prima predica su 
Ezechiele: « Bisogna fare oratione per questi ufficiali 
dell' abondantia, che Dio gli spiri a provvedere se- 
condo i bisogni della città. Fate lo advento, chi può, 
date delle elemosine; provvedete voi, ricchi: uno 
dica, a questo poverello voglio provvedere io; l'altro: 
et io voglio provvedere a questa casa. Attendi al bene 
civile, se vuoi che Dio ti dia le tue prosperità... Ju- 
stitia, ti dico, justitia. Che state a fare voi, signori 
Otto? El si giuoca per tutto. Castigate li sogdomiti. 
El se tu ne avessi fatta una di queste justitie. Dio ti 
aria aiutato tanto che tu ti maraviglieresti. Attendete 
a queste lingue che dicono male tutto el dì de' cit- 
tadini. — Castigate queste lingue, perchè sono quelle 
che guastano la città. Quando voi eleggete uno ma- 
gistrato, non date mai fave nere a quelli che sono 
inviluppati in questi vizii che si hanno a castigare. 
Magistrati, andate gagliardamente, che Dio è con voi. 
Fa quello che ti dico, Firenze, che se tu fai così, 
sarai beata; così Dio ha giurato che se non farete 
questo, voi non entrerete nella sua requie: queste 
sono le squadre, questi sono li cavalli, cioè il viver 
bene e ricorrere a Dio, qui est benedictus in saecula, 
amen, » 

Contemporaneo al Savonarola e di fama non 
meno diffusa in Italia, ma d' indole assai diversa e 



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i-_^'fìA' •■-- '•^lir-Hl'^/v • 



138 CAPO QUARTO 

di meriti oratorii assai inferiori, fu un altro domeni- 
Gabriele cano, Gabriello Barletta. Non si sa determinare con 
sna nfanUra ^"^^^ Certezza né r anno né il luogo della nascila, 
quantunque paia più probabile che il cognome al- 
luda alla patria. La sua vita ci si presenta molto 
operosa, sì che percorse, come oratore, molte illustri 
città. Sfornito di forza ed elevatezza di sentimento, 
tende per lo più ad accumulare dottrina e citazioni, 
anche di autori profani, secondo l' uso del tempo, 
però con chiarezza. Abbondano, e ciò costituirebbe 
il suo carattere speciale, gli esempi, le facezie e ta- 
lora anche le buffonerie, a cui sembra che dovesse 
la sua popolarità, la quale crebbe tanto da far cor 
rere a que dì il detto cht nescit praedicare qui nescit 
barlettare. I suoi discorsi ebbero parecchie edizioni; 
anohe quella che mi sta sott' occhio, fatta a Venezia 
(1310) ne conferma la celebrità col suo titolo: Cele- 
berrimi et omnium excellentissimi praedicatohs fr. 
Gabrielis de Barletta Ord. Praed. Sacrae theologiae 
eximii professoris solemnissimi sermones feliciter 
incipiunt. Il Liron, che ne parla (i), e colloca la prima 
edizione tra il 1495 e il 1500, opina che questi sermoni 
non sieno stati recitati quali stavano scritti, ma che, 
recitati in volgare, sieno stati raccolti da uditorio 
e quindi tradotti in lingua latina', quali oggi si 
hanno; e che per tal modo si sieno introdotti in 
essi lazzi e grottesche impertinenze che li contami- 
nano a segno da guastare affatto la serietà della sacra 
eloquenza. Non mancò chi li credette un'impostura 
letteraria a scopo di guadagno, valendosi di un nome 
cinto dair aureola della celebrità. Osservo però che 
bisognerebbe dire altrettanto dei sermoni di altri 
oratori, come dei francesi Maillard et Menot. Oggi, 



(1 ) Singularités historiques et litteraires t. 3. 



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i^tt^É^^A.^. 



CAPO QUARTO 139 

se non se ne scopre qualche dato positivo, torna 
troppo difficile la soluzione di siffatto dubbio. 

Ecco intanto un breve saggio dell' autore, tratto 
dalla predica; An divites possint salvare {i). « Ideo 
ego praecipio ut aperias manum fratti tuo egeno et 
pauperi qui tecum versatur in terra : debet homo esse 
lèeralis dando, Talis fuit Alexander Magnus, qui 
nihil habere volebat quo cum suis militibus participare 
non posset, Unde cum semel per quandam sylvam 
pergeret, et ipse cum suo exercitu deficeret sibi, qui- 
dam prò magno munere scjrphum aquae sibi dedita 
quam ille effundi mandavit; noluit solus bibere, post - 
quam aliis non poterai communicare. Sed eheu! ex 
penduntur haec bona in pompis, in equis ; pauperes 
fame moriuntur, et daemon super hoc ridet Et cauda 
mulierum est sella diaboli. Exemplum habetur. Sanc- 
tus Zenoy dum semel irei post beatum Ambrosium, 
vidit quandam mulierem cum longa cauda incedentem, 
et coepit ridere. Requisivit beatus Ambrosius cur ri- 
sisset: vidi, inquit, quasi daemones dormientes super 
caudam hujus mulieris, et dum transiret ipsa per 
viam lutosam elecavit caudam, et daemones in ea 
dormientes ceciderunt in lutum, unde alii, ipsam se- 
quentes, valde riserunt. » 

APPENDICE P AL CAPO IV. 

Trovo sul finire di questo secolo stampati discorsi^ 
di parecchi oratori nazionah e stranieri, ma che pre- pre"icarono 
dicarono in Roma, nelle cappelle che si teneano al jjj?^^^ "èn^. 
Vaticano o in varie altre chiese, alla presenza del *^^pp*5|^ 
S. Padre. Figurano tra costoro Tommaso dei Capi 
toni de' Colleoni, domenicano, oratore del re di Francia 



Oratori che 



(I) Feria V, a* Ebdom. 



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140 CAPO QUARTO 

ed esimio professore di teologia; Bernardino Corvajal^ 
maesrro di camera del Papa; Pietro Terrasse, car- 
melirano: Roderico di S. Ella, dotto spagnuolo; Ales- 
sandro Cortes, che cantò le lodi di Sisto IV in un 
poema-f e n' ebbe un rescritto con amplissimo en- 
comio; Ambrosio Corano, agostiniano; predicarono 
tutti alla presenza di Sisto IV; e sotto Innocenzo Vili 
Antonio Lollio, geminianese; Teglia^io, vescovo di 
Torcello; Battista Signorio, genovese, agostiniano; e 
al tempo di Alessandro VI, Pietro Gravina di Pa- 
lermo; Timoteo de Totis di Modena, domenicano; 
Leonello de Chieregati, vescovo di Concordia, e re- 
ferendario domestico di Sua Santità, il quale tenne 
a S» Pietro un discorso assai lodato in occasione del- 
l' alleanza tra Alessandro VI, il re dei Romani e di 
Spagna e ì duci dei Veneti e dei Milanesi contro i 
Turchi, Pietro Bosca disse pure un discorso di rin- 
graziamento dinanzi al senato dei Cardinali, per ce- 
lebrare la viuoria di Malaga, riportata da Ferdinando 
ed Elisabetta di Spagna. 

Rammento inoltre tra domenicani: Giovanni da 
irBiianì Napoli^ notissimo a' suoi giorni e che lasciò, oltre a 
un volume dì sermoni, un elogio di S. Caterina da 
Sieiia; Bartolomeo Lapacci, di nobile casato fioren- 
tino, stella dell' Ordine, che scrisse a Pio II un trat- 
domerìtcanitato sopra il Sangue Prezioso, per la questione avuta 
coi Minori Osservanti, e un altro al Card. Bessarione 
intorno alla distinzione dello Spirito Santo; fu ve- 
scovo e lasciò tra Y altro molli sermoni, alcuni dei 
quali tenuti alla presenza di Pio II; (i mss. si dicono 
a S. Maria Novella); Bartolomeo da Cervere che 
predicò molto in Piemonte, e fu martirizzato nel 1466; 
Paolo Mataglianidì Bologna morto il 1469; Pier Paolo 
Cianciano di Chiusi; Leonardo Mansueto di Perugia; 
Michele Ghislieri; Alessandro di Bologna, assai lodalo, 
e morto a Roma il 1479; Stefano da Taranto, che 



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CAPO QUARTO ì^ì 

dicono abilissimo nel commuovere gli affetti e dì cui 
si pubblicò un sermonario, morì nel 1485; Antonio 
da Brescia; B. Simone Taparelli morto di cent' anni 
nel 1495; i due fiorentini Marco Pietro daSacchieUi 
e Giovanni Caroli, scolaro di Cristoforo Landino, 
lodato assai da S. Antonino, e che scrisse parecchie 
vite in latino e volgare, un quaresimale e altri ser- 
moni; morirono tutti sul chiudersi del secolo (i). 

Si segnalarono tra i francescani Cristoforo i^fl fi in««ciBÌ 
Mon^a, milite del duca di Milano, tratto poi all'Or- 
dine religioso da S. Bernardino da Siena; fondò a 
Como il convento di S. Croce e mori a Milano 
nel 1460; Francesco Aretino fiorente ancora nel 1467; 
Giacomo di Cagli del Piceno, che tra T altro, in oc- 
casione del capitolo generale tenutosi a Firenze nel 
1467, predicò con molta lode ivi per otto giorni; Ma- 
riano da Cisterna^ insigne per la sua facondia; Pan 
cranio Casini f Bernardino Rendano; Fortunato Pe 
rugino, che predicò assai in patria e in tutta la To- 
scana: Francesco Trivulpo da Milano, di nobile fa- 
miglia; sposatosi appena, persuase la consorte a L\t^ì 
Clarissa, facendosi lui francescano; percorse, predi- 
cando, r Italia; fioriva ancora nel 1482; Giacomo da 
Cortona, morto nel 1484; Bartolomeo de Apone^ del 
convento di S. Maria degli Angioli ad Assisi, detto 
magnus predicator; Antonio di Balocco, vercellese, 
che riuscì a rappacificare gli Orvietani; Bernardo di 
Caymo, milanese, mandato da Sisto IV nunzio a 
Ferdinando il cattolico; Giacomo Grumello di Bre- 
scia, che si mostrò avverso al Savonarola; Nicolò 
Carrettino del convento di Savona (2). 

Notiamo tra gli agostiniani: Nicolò d' Aquape?!- ^gosxìnhm 
dente di Firenze morto 1456 che lasciò Sermones de ^ 

sanctorum festivalibus. Quadragesimale e altro; Gu- ' 



(I) Ex Quétif et Ecbard. (21 Ex Wadding. 



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^ 



142 CAPO QUARTO 

gltemo Becchi, patrizio fiorentino, generale dell' Or- 
dine e vescovo di Fiesole nel 1470, che lasciò Ser- 
mones ad Clerum, Sermones ad populum; e si dice 
che gareggiava coi primi; Ambrosio da Ckyri, molto 
erudito e reggente gli studi di Perugia e poi di Na- 
poli; fu messo in prigione a Castel S. Angelo per 
espressioni attribuitegli contro Innocenzo Vili; nella 
biblioteca regia di Parigi si conservavano varii suoi 
discorsi; Da Cremona Agostino e Luca, tutti e due 
della detta città; Filippo Groppantes, fiorentino, che 
nel 1438 reggeva lo studio in patria; Mellini Fran- 
cesco di Pisa, detto il zoppo, morto il 1462; Ales- 
sandro Oliva di Sassoferrato card, sotto Pio II; Gh. 
Rocco di Pavia, caro a Francesco Sforza; Filippo da 
Venezia, maestro di sacra teologia, sepolto a S. Ste- 
fano con questo epitaffio: Philippo Veneto Ord, Erem. 
S* Angus tini, magno theologo et celeberrimo concio- 
natori 1466; Michele Duranpno del convento di 
Empoli, di cui si ha Opus predicabile - Florentiae • 
typis Frane. Bonacursii 1490; Benedetto da Fiorenja^ 
anche letterato di qualche valore] Luchino Ar conato, 
milanese, uno dei quattro predicatori generali del- 
l' Ordine; Luchino Corvino di Arezzo; per la fama 
che godeva le città se lo disputavano; lasciò Con- 
ciones quadragesimales et dominicales ; Gio- Batta 
Paggio, patrizio genovese, di gran pietà; Giacomo 
da Prato, posto tra quelli che primeggiavano, lasciò 
Sermones dom. super epistolas, cioè tre discorsi sopra 
ciascuna epistola, e Sermones dom. super Evangelia (i). 



(I) Ex Ossinger. 



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CAPO QUARTO 



*43 



APPENDICE IP AL CAPO IV. 



Or:] «oh 
fra a Ce' si 



Notiamo tra gli oratori francesi il b. Alano de la 
Roche, domenicano, gran promotore della devozione 
del S. Rosario. Guglielmo Joncon dì Tolosa, agosti- 
niano, che scrisse due libri sui vangeli di tutto l'anno 
e sermoni sulle feste di Maria Vergine, un quaresì 
male e altri 50 discorsi. Più celebre di tutti però vuol 
dirsi il francescano Oliviero Maillarddì Parigi, morto 
il 1502, dotto teologo, predicatore alla corte di Luigi XI 
e poi confessore di Carlo Vili. Per classificare il ca- 
rattere della sua eloquenza, si racconta che una 
volta, a un cameriere che lo avvertiva che il mo 
narca, adirato per la violenza della sua parola, avev:i 
minacciato di farlo buttare a fiume, rispondesse: io 
giungerò più presto al Cielo per. acqua, che non lui 
co' suoi cavalli di posta. La pòsta era un'istituzione 
nuova di que' dì. In generale l'oratore si tiene al ge- 
nere del nostro italiano Barletta e perciò vi abbon- 
dano le facezie volgari; le sue prediche ebbero pa 
recchie edizioni. Giorgio Orter di Frikenhausen, in- 
faticabile, e morto nel 1497. 

Fiorirono in altre regioni i domenicani: Giovanni^ 
di Salamancaj uomo dì molta prudenza ed crudi- domenicani 
zione, che lasciò tra l'altro un volume di discorsi in nlz^ionl 
lingua spagnuola e Cristoforo di Galve^ di Ilerda; 
Giovanni Kuned di Lipsia, pubblico commentatore 
della Bibbia; furono stampati i suoi Sermones de 
tempore; Enrico Kaltisen, nato nei pressi di Treviri, 
che studiò a Vienna e fu poi inquisitore per tutta la 
la Germania; lottò contro gli eretici di Boemia detti 
Orfanelli, fu maestro di sacro palazzo di Eugenio IV 
e legato sotto Nicolò V, indi arcivescovo di Dron- 
thein in Norvegia; morì nel 1465; Gerardo de EUen 



PredrcRiorì 




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144 CAPO QUARTO 

di Colonia, assai lodato per la sua abilità; Giovanni 
Preslamt:( di Elbinga che lasciò molte orazioni dette 
al clero e al popolo (i). 

francescani Sono da rammentare inoltre i francescani: Gio 
vanni da Toledo, che predicò molti anni con tre altri 
compagni emulanti il suo spirito in tutto il regno di 
Spagna; Benedetto Valentino della provincia d'Ara- 
gona, oratore di corte presso Ferdinando il cattolico, 
lodato per il suo ardore e per la santità; Andrea de 
Chib, che lavorò con gran frutto in Ungheria e fu 
dal Papa salutato come acerrimo difensor della feàt\ 
Agostino da Cracovia, convertito da S. Giovanni da 
Capistrano, e che, fatto maestro in quella università, 
diventò celebre predicatore; Leonardo di Cracovia 
di nobile casato e che predicò con gran zelo^ prima 
come sacerdote secolare e poi come Minore Osser 
vante; Nicolò da Costie, polacco, detto facondissimo, 
e il connazionale Girolamo Prpbino lodato per la sua 
dottrina; Lodovico de 'Varca della città di Varsavia, 
che per il soverchio concorso dovea predicar nelle 
piazze; Giovanni Brugman della provincia di Co- 
lonia; Paolino e Serafino di Polonia tutti e due di 
molta celebrità; Stanislao de Gorjep che fioriva a 
Cracovia nel 1487; Paolo Moravo che lottò molto 
cogli Ussiti (2). 

agostiniani Abbiamo tra gli agostiniani: l'inglese Giovanni 
Capgrafio, confessore del fratello di Enrico V, che 
scrisse Orationes ad clerum, Sermones per annum 
e il connazionale Giovanni Erghon professore a Ox 
ford; Guglielmo Galion di Norfolk morto nonage- 
nario nel 1507; Hollen Gotschalco, sassone, apparte 
nente al convento di OsnabrUch, che studiò in Italia 
e molto predicò in patria; furono stampati: Opus 
sermonum dominicalium super epistolas^ — Hage- 



(1) Ex Quétif et Echard. (S) Ex WaddinK. 



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CAKJ QUARTO 14^ 

noi'ae i^ij e 1520 (cento e sette discorsi) e Sermones 
de B. Virgine — Hagenoiae 1520; scaldo Reinlein 
dì Norimberga, che fu il principale promulgatore del 
decreto intorno alla riforma dei religiosi dato dal 
Concilio di Costanza e poi da Martino V^ lasciò 
Sermones donintcaies: Francesco Vieìand^ tedesco* 
di cui s' ignora il paese nativo, il cui quaresimale fu 
stampato nel 1453 e si conserva a Ratìsbona; Paolo 
Veigy bavarese di Monaco, che abbreviò molte pre- 
<ijche di S. Bernardino da Siena e raccolse parecchi 
discorsi intorno alla Passione di N. S. G. C, (1). 

Va inoltre ricordato Giovanni Geikr di Sciaffusa 
( 1445* r 510) che molto predicò a Strasburgo e scrisse 
setmoni e trattati [2). 



iif Ek O^sing^r^ [i] Ei Richard di7. 

Storia della Predicazioni ecc. 10 



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146 



CAPO V. 

Dalla predicazione del Savonarola al niiovo movimento recato dal 
Concilio di Trento — Cause per cui V eloquenza sacra non 
s' accompagna allo splendore letterario di questo periodo — Van- 
taggi che voglionsi pur riconoscere — Oratori che prefcri'cona 
ancora il latino — Oratori che fanno maggior opposizione al- 
l' eresie dominanti — Oratori prima apostoli e poi apostati - 
Egidio da Viterbo, Francesco Visdoroini« Gabriele Fiamma — 
Principale, Cornelio Musso — Appendice di altri oratori italiani. 



Parrebbe che il periodo che ci facciamo a percor- 
Sembra che rere, e che va dal Savonarola al nuovo movimento 
in questo recato dal Concilio di Trento, dovesse tornar oltre- 
vwTe^mouò "^0^0 favorevole ad un pieno sviluppo della sacra 
progredire, eloquenza, hifattì gravi questioni, cjae agitavano i 
s'avvera popoli del settentrione e facevano sentire un eco lon- 
tano lungo i versanti dell' Appennino, potevano ac- 
cendere non meno i teologi che gli oratori; e gli 
studi classici del periodo precedente e le principali 
forme letterarie, che raggiungevano la più corretta e 
splendida manifestazione, potevano fornir loro un 
artistico svolgimento oratorio. Chi non conosce la 
festa delle arti e delle lettere nel secolo detto di 
Leone X? Fu tale che gl'Italiani non s'avvedevano 
in generale dei mali enormi che li minacciavano 
nella fede e nell'indipendenza politica. Sa perciò 
strano che, mentre le arti belle vantavano sommi 
ingegni, come un Michelangelo, un Raffaello, un Pier 
Luigi Palestrina; e le lettere rinvennero assai perfetti 



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CAPO QUINTO 147 l 

rappresentanti neir Ariosto, nel Tasso, nel Macchia- ^ 

velli, nel Varchi, nel Celli, nel Castiglioni e in molti 
altri; e mentre la stessa eloquenza politica potè edu- 
care Claudio Tolomei, Ciovanni Della Casa, Guic- 
ciardini, Cuidiccioni, Paruta e altri, sicché con tutti 
i suoi difetti niun tempo si mostra più fecondo di 
questo e più degno di gloria per il culto della forma; 
sa, dico, strano che nulla di elevato e che si appros- 
simi a perfezione si rinvenga nella sacra eloquenza. 
Or quali ne saranno le vere cagioni ? 

A mio giudizio F eloquenza sacra per due pnn-^['J*che"il* 
cipali motivi non potè entrare a parte di rutti questi lo«a reii- 
trionfi, e tra l'arti sorelle se ne va più dimessa. E^mfnaccla" 
prima di tutto: quelle questioni che avrebbero po-g^Ji'^vidno 
tuto agguerrirla e animarla alla lotta, se in Ger- 
mania erano troppo tempestose e passavano alle vie 
di fatto, e perciò impedivano che si svolgesse quella 
eloquenza che pur richiede una certa pace e tempo 
alla riflessione; in Italia, che per cura più sollecita 
della Chiesa trovavasi abbastanza fuori di combatti- 
mento, erano poco sentite e da pochi agitate, e non 
poteano destar popolare interesse. Perchè par mi che, 
come non si suol vedere proprio buon maneggio 
d'armi ne tra coloro che in troppo serrata mischia 
tirano colpi disperati all'impazzata, né tra coloro che 
fanno finte mosse per dare un saggio di scherma, 
così avvenga anche nell'aringo della eloquenza, che 
cioè non s ottengono buone prove né tra i tempe- 
stosi rivolgimenti, né quando manchi una lotta reale 
comunemente diffusa e vivace. 

E quanto a quelle lotte che sono eterne in mezzo 
agli uomini, voglio dire de' combattimenti che tutti 
hanno a durare contro le proprie passioni e intorno 
a cui ogni oratore deve principalmente parlare a' pro- 
pri uditori, esse perdevano della loro importanza; 
perché il nuovo movimento letterario, se insegnava 



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148 CAPO QUINTO 

r arte di dar corpo a' bei concetti, sì che il vero avesse 
Seconda tutta la sua parvenza ed efficacia, dall'altra parie in- 
g?*JJj*QjJ*g duceva uno spirito paganeggiante che sempre più am- 
ano spirito molliva i caratteri e infiacchiva lo sforzo generoso 
paganeg- della virtù, detraendo alla purezza e nobiltà dell'idea 
*d?s°ra/e* Cristiana. Aggiungi che molti degli stessi ecclesiastici 
guasta non di migliore ingegno, attratti dall'amore di gloria, 
ci«iast*ici perdevano dello zelo e dello spirito della loro mis- 
sione , e o non attendevano punto air eloquenza 
sacra o non la rendevano quanto si conveniva vi- 
brata e potente, guastandola con lenocinii, imagini 
profane, sali e smancerie troppo aliene, o con un 
po' di rettoricume male pescato in Boccaccio in 
altri scrittori profani. È sempre grande la tentazione 
di accomodarsi al gusto, sotto colore di tirar con 
siffatto mezzo maggior concorso al tempio. Dice bene, 
parlando del Cinquecento, il Paravia (i) ; « io sostengo 
che la vera eloquenza sacra non sia fiorita allora in 
Italia, perché la nostra letteratura, essendo tutta clas- 
sica, era per conseguenza tutta profana, e però troppo 
lontana da quella sublimità e da quella eccellenza 
che la Religione sola ha diritto d'imprimere su quel 
componimenti che so.io da essa ispirati. » Così per 
non aver saputo assecondare, in un modo libero e 
consono all' ispirazione sacra, quel movimento di pro- 
gresso che vuoisi riconoscere nelle nostre lettere, gli 
oratori sacri non giunsero nemmeno a gareggiare 
cogli oratori politici contemporanei. A questo difetto 
poi si accompagna 1' altro già introdotto nel secolo 
precedente, e che non mostrava ancor di scemare 
quanto facea di bisogno. Accenno all' uso di tirar 
troppo nel proprio campo certe controversie degl' in- 
terpreti della Sacra Scrittura e delle scuole filosofiche 
€ che poco o punto potevano attirare 1' attenzione 



(I) Eloquenza sacra, lez. 33. 



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CAPO QUINTO 149 

degli ascoltanti. Al qual proposito narra di sé il Pa- 
nigarola, che va tra i primi oratori di questo secolo, 
che un giorno il Card. S. Carlo Borromeo, buon 
oratore esso pure, si recò a sentir la sua predica, e 
che dopo, pur lodandolo dell' abilità consentita da 
tutti, lo ammonì a lasciare le controversie e tutto 
ciò che sapea d* astruso, e a prediligere quei senti- 
menti che predispongono il cuore al bene e alimen- 
tano la pietà. A che valgono infatti certe aride discus- 
sioni sul pulpito ? È molto se gli uditori n' escono 
senza alcun danno, mentre T oratore vuol darsi T aria 
di dotto. 

Il movimento letterario accennato credo inoltre Anche dì 
che abbia portato un altro danno all'eloquenza sacra, *gV! "u " 
a cui non si riparò in parte che immediatamente i,^'^^'Jj°e 
dopo il Concilio di Trento, ed è il decadimento degli 
studi teologici; di quegli studi cioè che, quando son 
coltivati a dovere e messi in armonia coi bisogni del 
proprio tempo, comunicano sostanziale nutrimento 
al discorso sacro, e quando sono negletti o male ap- 
plicati lo fanno vaneggiare e il rendono inutile. Pur 
troppo r Italia, come osserva anche il Tiraboschi, non 
fu in questo periodo feconda di teologi quali si 
sarebbero richiesti a combattere efficacemente la na- 
scente riforma dei Protestanti (i); anche perchè i 
migliori ingegni, pur tra gli ecclesiastici, asseconda- 
vano con troppa passione gli studi letterari! allora 
comunemente applauditi, e la teologia si rimaneva 
nel disprezzo e per lo più confinata nei chiostri; 
d'onde si vendicava col disprezzare alla sua volta 
l'erudizione dei letterati, la loro coltura ed eleganza. 
Quindi mancò in gran parte, specie nella prima metà 
di questo secolo, quella copia di dottrina soda, at- 
tinta alle prime fonti, e nettamente esposta, la quale 



(i) Storia della lett. it. t. VII p. H e. i. 



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150 CAPO QUFNTO 

forse avrebbe potuto più presto e meglio opporre una 
barriera insormontabile all' eresia, e mancò ancora 
quella vigorosa paróla che avrebbe potuto elevare 
r eloquenza alla grandiosità della lotta che s' intra- 
prendeva, ed eccitare poderosamente gli animi anche 
in Italia;, in modo da portare un utile contraccolpo 
nella scissa Germania. È vero che il popolo ita- 
liano allora attendeva più che mai a divertirsi; ma 
é vero ancora che quando vi sono potenti agitatori, 
anche i popoli addormentati alcun poco si destano. Ag- 
giungi che altri, un po' piegandosi alla maniera esage- 
rata del Savonarola, e atteggiandosi a profeti, non rifi- 
nivano di predir mali e atterrire il popolo con la mi- 
naccia di prossime e inaudite sventure. Traviamenti 
tutti contro i quali fin dal principio del secolo sentì 
bisogno di alzarsi lo stesso Pontefice Leone X con una 
Bolla De Predicatorum verbi Dei munere, examine et 
approbatione, che porta la data del 15 16; e di cui riferirò 
un piccolo brano che ci riguarda più da vicino: Quo- 
rum ffìdelium) falsas et inanes mentes, praedicantes 
ipsi praefati non modo in rectam veramque viam redu- 
cere minime studenl, sed illas majoribus etiam erro- 
ribus implicante dum sine ulla canonum attestatione 
vei reverenda, immo contra ipsas canonicas sanctiones, 
Sacrae Scripturae sensum multìfariam perverientes, 
temereque ac perperam plerumque interpretantes, con 
tra veritatem praedicare, terroresque ac minas mul- 
taque mala propediem affuturay jamque ingruentia, 
nulla prorsus legitima ratione muniti, sed suo dum- 
taxat sensuiobsequenteSy comminantur, repraesentant, 
adesseque asseverant; plerumque etiam vana quaedam 
et inania et alia hujusmodi populis ingerere, et fquod 
enormius eslj ab aeternitatis lumine et Sancii Spi- 
ritus admonitione aut infusione illa se habere asse- 
rere audent. » 

A questi difetti intrinseci all' arte se ne aggiunge- 



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CAPO QUINTO 151 

vano altri dì estrinseci. Alcuni oratori non sentivano 
che i tempi s'andavano mutando e che certi mezzi, Mewi in- 
che furono per lo passato di gran potenza in mano di d*[**atc"ni 
santi predicatori, quali le proprie flagella zioni, le pub- 
bliche paci ed altre esteriori manifestazioni di peniten- 
za, non %'alevano più al fine proposto o nocevano, specie 
se non sapeano abilmente prepararne gli animi. Onde 
il Card. Federico Borromeo, (i cui meriti ogRi sono 
tanto noti per opera del Manzoni)^ loda il france- 
scano Alfonso Lupo perchè sapea guardarsene: Cavit 
(e dice j semper etiam iUud prudentia Lupi^ ne se 
cùmmitteret in ea pericuìa, quae temere adetmi ilti 
qui, de papuìaribus animis omnia siti spondentes, ju - 
betant subito iìlos ve! tollere clamorem, indicem poe - 
nitentiae, vel intersese complexari, vd dextras in al- 
tum erigere, cum nondum scilicet auditor es in id per- 
motos anitììos habeant (i)- E racconta quindi di un 
tale che i m pradentemente minacciò l'indisposta udien 
za dì abbandonare il pulpito e la città, se tutti non 
alzavano le richieste grida di penitenza^ e perché tutti 
nmasero in un glaciale silenzio, dovette effettivamente 
abbandonare il pulpito e la città, senza il rimpianto 
^\ alcuno. 

Né senza causa di danno alla volgare eloquenza si fa an- 
tornava inoltre il protrarsi soverchiamente T uso di'^°J^J'"^f]P" 
^rivere in una lingua morta^ non solo in circostanze latino 
più solenni, quando si dovea parlare principalmente 
a ecclesiastici, ma anche quando il popolo accorreva 
in gran folla, specie quando si trattava di discorsi 
in funere. Così, per dire qualche esempio, Cristoforo 
Amaroni, frate agostiniano, disse e pubblicò in la- 
I tino la sua orazione in morte di Mons. Antonio Al- 
toviti, arcivescovo di Firenze (2), quantunque lo stesso 



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IH Dt lacrii oratorlbua lib. It. 

tij Edìm ■ Firenze^ pr«uo Giorgio Mar»cotLÌ 1^74. 



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152 CAPO QUINTO 

oratore ne facesse poi una traduzione in volgare; e 
in latino lasciava le sue Orationes funehres il Cre- 
monese Corrado Feliciano, agostiniano e poeta e giu- 
rista di qualche rinomanza, morto il 1554; e pari- 
menù Spìrito Angosciolo da Vicenza, delegato presso 
ì Cavalieri di Malta e generale degli Agostiniani, e 
mono a Bologna nel 1582, dettava nella stessa lingua 
i suoi discorsi a' Pontefici, re e principi. Anche il do- 
menicano Vincenzo Barattieri da Piacenza ne scrisse 
moki in occasione di elezioni di prelati, dottorati^ 
dispute teologiche ecc.; né si finirebbe si presto la 
litania, chi avesse voglia di prolrar le ricerche. 

Del resto se tutte le dette ragioni impedirono un 
progresso quale si nota negli altri rami di letteratura 
e quale poteva attendersi dalla sacra eloquenza, bi- 
sogna pur convenire che sotto qualche aspetto anche 
quest'arte si avvantaggiò: perchè in generale non si 
corre troppo ampia materia o sopra materie troppo 
svariate e dissonanti, né si viene come prima sovrap- 
ponendo citazioni a citazioni. Perciò le amplificazioni 
cominciano a pigliar corpo e le idee principali re- 
stano meglio illuminate e acquistano maggior valore. 
Al quale vantaggio tien dietro anche quello di un 
procedimenlo più regolare del discorso. È vero, ancor 
non abbiamo generalmente assunti precisi e ben trac- 
ciati^ né prove ben combinate e disposte in modo 
da ottenere una splendida unità del discorso e una 
grande efficacia; ma non può negarsi che lo svolgi- 
mento non proceda più ordinato e non si stacchi più 
dì prima dalla secca forma didascalica. Convien dire 
ancora che la lingua, la frase, il periodo, per essere 
a contatto con una letteratura più splendida, anche 
nei discorsi sacri smettono dell' antica rozzezza, rice- 
vono una pieghevolezza più varia e artistica e sanno 
appropriarsi qualche ornamento, quantunque non 
sempre con buon gusto e troppo spesso con noiose 
sinonimie. 



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CAPO QUINTO 153 

Ora, per venire ai singoli oratori, ci piace notarne 
da prima alcuni che sentono le novità dei tempi e Polemisti 
fanno perciò risonare qua e là ne loro disco» sì la nota ^'^ ^^^«tfr^ 
polemica; ed è bello vedere che in ciò si segoiìlarono 
alcuni Agostiniani, quasi in ammenda dell'aver nu- 
trito alcun tempo nel proprio seno il grande ribelle 
che inalberò audacemente in Germania il vessilo 
della discordia. Tra questi va Ambrosio Quisteìiio dì 
Padova, che spiegava con eloquenza le lettere di 
S. Paolo in quel vescovado; d'onde fu chiamato a 
Roma, e ove pur troppo fu sopraffatto dà morte, 
quando Paolo III voleva mandarlo in Germenia a 
pacificarne gli animi. Ambrogio Flandino di Na 
poli (1462-1531), maestro privato dei Conti Landi a 
Piacenza, e poi vescovo ausiliare in Mantova, che 
predicò e lottò col Pomponazzo, contro cui *;crisse il 
libro sull'immortalità dell'anima (i), e T apologia 
Pro Alexandro Afrodisaeo de fato contra Pelrum 
Pomponatium ; più, lasciò, oltre i sermoni latini per 
l'Avvento e la Quaresima già pubblicati, altri scritti 
inediti contro Lutero (2). Ma più di costoro si mostrò 
col ministero della predicazione oppositore acerrimo 
delle dottrine provenienti dalla pseudo riforma fra 
Girolamo Negri dì Possano (Piemonte), morto a 
più che sessant'anni dopo la metà del secolo XVI; 
uomo di singolare operosità che, percorrendo le val- 
late di Lucerna e quelle delle regioni vicine, convertì 
molti eretici, procacciandosi naturalmente Todio dei 
settarii, che ipocritamente seppero renderlo sospetto 
a Roma, d'onde gli venne la sospensione dalla pre- 
dicazione, di bel nuovo restituitagli l'anno J557. Pub- 
blicò un erudito lavoro suU' Eucaristia per combat- 
tere gli errori di Lutero, lasciandone inedito un altro: 



II) Edito a Mantova 1519. 

(3) Tiraboschi, St. della lett. it. t. VII p. 2 



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154 ^^^O QUINTO 

Aaron sive de institutione Pontifids Christlani. Pm- 
siamo aggiungere tra costoro, quanrunqae vìssuto al- 
quanto più [ardi* Luigi Barile di Bergamo, teologo 
e direttore spiritoale del duca di Mantova e vescovo 
ausiliare di Bre^icia, morto il i^qj. Di lui si pubblicò: 
A mbrosianum quadragesimale in quo unicuique evan- 
gelio, praeter ipsius expositioneni, speciales tractatus 
€xponuntm\ quiÒus verità fes eathoiicae comprobantur 
et haereses eontranae confutantur (il 

E nel campo di un'opposizione speciale agli ere- 
tici, che or tacitamente ora scopertamente diffon^ 
deansr, colsero pure di begli allori i padri francescani." 
Bernardino da Baltano (Lucania), cappuccino, fio- 
rente verso la mera del secolo, e che predicò molto 
nelle Provincie meridionali^ massime a Lecce, ove 
distrusse colla sua eloquenza i crescenti eretici, e 
Giacomo da Melfi, celebre per la sua erudizione, il 
quale purgò dai Valdesi la Calabria, tanto che per 
tali benemerenze ad Otranto gli fu innalzata una 
statua; e poi lottò ntì Friuli contro altri dissidenti, 
prendendo specialmente di mira gli usurai; mori 
nel 1561, dopo aver rifiutato il vescovado di Ragusa; 
lasciando tra i molti trattati Commentaria in decem 
Decalogi praecepta ( Venetiis 1375 ) (2)- Assai bene me 
rito inoltre della polemica Angelo Giustiniano di ChiOt 
abile ed erudito (3); e fra Tommaso ////nco che pre* 
dicando a Torino dinanzi a Carlo Ut assaliva prin- 
cipalmente i Valdesi; già diciotto di questi suoi di- 
scorsi furono stampati a Venezia [q); t Francesco da 
Novara, morto il 1588, della nobile famiglia Tor- 
nielli, che predicò con irutto 50 anni, specie nella 



|if B^r^amì lypis Tomini Venturae 1^94- 

\7ì Waddinfl. Annale*^ Mmorum fontlnuaii k Jos. Maria De 
j^ncona voi XIX 

13» Waddìng Ul &upf4 voi. X^. 
Ì4) Waddtng. Ut supra voL XXI 



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CAPO QUINTO 135 

Marca trivigiana, prendendo di mira in singoiar modo 
l'errore di Lutero in quanto distrugge 1' unità della 
Chiesa (i). Né è tra costoro da trapassare in silenzio 
il benedettino Isidoro Ciarlo (i49S"t555)i così detto 
per essere nato a Chiarì in quel di Brescia, (al se- 
colo chiamavasi Taddeo Cucchi); dotto teologo e 
valentissimo nelle lingue orientali, prese parte al 
Concìlio di Trento e fu vescovo di Foligno; lasciò 
più volumi di omelie, prediche e orazioni (2). Può 
accompagnarsi meritamente a costoro il domenicano 
Tomaso Radini Tedeschi di Piacenza, oratore di corte 
pontifìcia, il quale tra gli altri suoi discorsi ne lasciò 
uno espressamente contro Lutero; e alquanto più 
tardi e con assai maggior gloria il Card. Roberto 
Bellarmino. Questi va certo assai più lodato per le 
dotte opere teologiche e per gli eminenti servigi pre- 
stati alla Chiesa; Clemente Vili nel crearlo cardi- 
nale (1398) lasciava uscir dal suo labbro questo ma- 
gnifico elogio : « hunc eligimus, quia non habet parem 
Ecclesia Dei quoad doctrinam » ; basta ad attestar ciò 
l'opera delle Controversie; tuttavia anche come ora- 
tore fece udir la sua voce, specie contro i Protestanti 
a Lovanio e a Capua, dove fu arcivescovo. 

È pur troppo da dolersi che anche in Italia, quan- 
tunque non sì di frequente come al di là delle Alpi,^J,a*Qiiesa 
alcuni egregi oratori, che si erano messi nel glorioso 
aringo dei difensori del domma e della Chiesa ne 
mutassero poi con grave scandalo le parti. Van tra 
•costoro, Giulio Terenpano di Milano, non d' alto in- 
gegno favorito, appartenente all' Ordine di S Ago- 
stino, del quale si rammentano dall' Argelati alcune 
prediche stampate a Venezia (3); e il domenicano 



(I) Wadding. Cont. a patre Stanislao Melchiorri de Cerreto. 
(3) Dice il Tiraboschi che le sue opere stanno registrate nel 
Catalogo del P. Armellini. Bibliot. benedettina cassinese p. IL 
(3) Bibl. Script. Mediol. 



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10 CAPO QUINTO 

Tommaso Cajano di Firenze, che predicò special- 
mente nella chiesa di S. Marco, ma oiienne rino- 
manza in Tuua Italia e fa lodato dal Leander perla 
lindura del dettato: ^f quam bene, quam levigate^ 
quam repastìnate verta sua proferti » Dopo il sacco 
dì Roma predicò contro 1' autorità ponlitìcia, e '>ì 
crede morisse avvelenato nel 152S. Ma in ciò più 
trista rinomanza ottenne Pietro Martire Vermi gHo, 
fiorentino {1500- 1^62), che entralo da giovanetto tra 
i Canonici Regolari ri usci tosto assai buon pre- 
dicatore e fu fatto priore a S. Frediano di Lucca ; 
ma poi traviò, guidalo all'errore da Giovanni Val- 
dese, spagnuolo; e fuggendo dali' Italia propugnò le 
nuove dottrine a Strasburgo, a Oxford e a Zurigo, 
dove morì. Percorse la medesima parabola Bernar- 
dino OchinOi cappuccino ( 14S7- 1564); uomo torbido» 
incostante, ambizioso. Nacque a Siena e si volse da 
prima ai Minori Osservanti; d'onde, per non essere 
stato promosso agli onori a cui aspirava, passò èx 
Cappuccini, ove tu due volte generale. La 5iua rino- 
manza nella eloquenza fu grande; e quando predi- 
cava a Lucca ebbe tra suoi ammiratori lo stessa 
Giovanni Guidiccioni che dettò in sua lode tre so- 
netti, il primo dei quali comincia cosi: 

O mewagger di Dìo, che id bì^jia veste 
L^oro t. ì terreni oiior dispregi tanta 
E nei cor duri imprimi il *«Tmon santo 
Che te sLesao e pm il w^t ne mamfe«tt,.. 

Anche il Bembo, si rigido censore, quando rOchino 
nel 1539 predicava la quaresima a Venezia, gli tribu- 
tava ampie lodi in una lettera alla marchesa di Pe- 
scara, nella quale dice non solamente di averlo udito 
assai volentieri, ma « di non aver mai udito parlar 
più utilmente e più santamente di lui », onde se Io- 
prese per qualche tempo a suo direttore di spirito. 



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■•r" 



HAPO dUtNTO Ì%f 

Ma invanitosi di tanti trionfi, V Ocliino cominciò a 
erigersi a suo modo contro le stesse dottrine della 
Chiesa; il che apparve più chìaramenfe nella seconda 
sua predicazione a Venezia nel 1542; onde, sapendosi 
accusare a Roma, fuggi a Ginevra, ove srampò cinque 
volumi dì prediche, che^ infette di errori, s' ebbero le 
confLUazIonì di Ambrogi Catarina e del Muzio. Da 
quel dì menò vita randagia e inquietLi^ attese a dif- 
fondere r eresia in Inghilterra dopo la morte di En- 
rico Vni, unendosi a Pietro Martire Vermìglio e a 
Ugone LalimerOy oratore faceto ^ fu da ultimo perse- 
guitato dagli stessi eretici per la esorbitanza delle sue 
opinioni, massime dopo che si fece sostenitore della 
poligamia (e). 

Ji maggior numero però degli oratori continuava oratori più 
quella tradizionale eloquenza che appena per ìndi- ^'^*"' ***^'f 
retto pon mente alle controversie e tende a regolare ed Ej^tdio 
santamente i costumi dei credenti. E in ciò fare al- ^ '^^^ ^ 
cuni mostrano cura anche del buon dettato e della 
eleganza della fcirma. Nel che troviamo de* più lodati 
i domenicani Tommaso da Calvisano di Brescia, 
morto il 1512; Lodovico Campana di Campagna ve- 
ronese, di qualche rinomanza anche come poeta; 
come pure il cremonese Filippo Manna, morto il [517; 
Sante Pagnino di Lucca (1470-1541), di cui dice ti 
filosofo Champier in una lettera del r536 che ^^ erat 
in exortando dulcis, in redarguendo vehemens, in 
probando gravis. in persuadendo Jìdelis, in laudandis 
viriutibus copiosa Sf in Jleclendis populorum animìs 
nane frenis nunc calcar ibus utehatiir jj ; Paolo Zaba- 
rdìa, patrizio padovano e provinciale degli agosti- 
niani nella Marca tnvigìana, che mori arcivescovo di 
Paro nel 1525 e lasciò due volumi di discorsi in ita- 



ti) Tiraboachi, Si. leu t. Vii. p. LE e Ann, Mìp* commiati 
I Jo De Loca Veneto t. XVIU. ., 



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158 CAPO QUINTO 

Itano e fu da alcuni salutato come uno dei primi 
oratori del suo tempo. Ma vanno realmente per la 
maggiore fin dal principio di questo periodo Egidio 
da Viterbo (1470- 1532), che fu generale degli Ago- 
stiniani e insignito della porpora cardinalizia da Leo- 
ne X, per servirsene in diplomazia presso Massimi- 
liano I d'Austria e presso Carlo V in Spagna. Gio- 
vane assai si fece ammirare per la sua abilità ora- 
toria, tanto che Alessandro VI volle per questa ra- 
gione che fissasse la sua dimora in Roma. Predi- 
cando a Napoli ebbe tra i suoi uditori il Pantano, 
che non pago di lodarlo assai, intitolò dal suo nome 
uno de' suoi dialoghi, e recò anche, probabilmente 
compendiandola a suo modo, una delle orazioni del 
detto oratore. Giulio li riserbò a sé stesso il diritto 
di siabiìire quale dovesse essere in ciascun anno il 
luogo fortunato che l'avrebbe per oratore quaresi- 
male, e due volte il condusse con sé a Bologna, e, 
nel 1507, lo mandò con una missione al Senato ve- 
neto per ottenere la restituzione di Faenza, che fu 
però ricusata allora da quella repubblica. Prodighi 
pure di elogi gli furono il Giovio, il Bembo e Paolo 
Conese nell'opera De Cardinalatu; quest'ultimo lo 
dice, secondo che ne riferisce il Tiraboschi, pieno di 
soavità, di forza ed eleganza. É peccato che i suoi 
manoscritti perissero nel famoso sacco di Roma sotto 
Clemente VII, e, unico documento di tanto valore, ci 
resti l'orazione ch'ei tenne ai padri del Concilio 
Lateranese, stampata agli Atti. Ottenne pur rino- 
manza a que' tempi, specie nelle lezioni scritturali, 
D. Callisto di Piacenza, nato in questa città nel 1484. 
11 Giuntini (i) lo chiama « Concionator inter primos 
sui tenìporis. » Sembra che tentasse di emulare il Sa- 
vonarola, ma senza raggiungerne né la forza, né la 



(1) Cdend. Astrol. 



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^ *-WW" 



CAPO QUINTO 159 

libertà, come accade quasi sempre degli imitatori. È 
tale il giudizio che ne dà il Tiraboschi, che reca per 
prova il giudizio che in una delle sue lezioni l'ora- 
tore diede di Leone X, descrivendone la morte. Nel 
1537 ^^^^^ una serie di lezioni scritturali sopra Aggeo, 
nel duomo di Mantova. 

Restano invece maggiori documenti, quantunque f^^^^^^^ 
non molto felici, di Franceschino Visdomini da Fer- addino 
rara, che resse parecchio tempo lo studio dei frati ^^ **™"^^ 
Minori in quella città, e predicò in molte altre e spe- 
cialmente a Roma, Venezia, Genova, Brescia e anche 
al Concilio di Trento. Morì nel 11,73. Uomo dotto e 
pieno di uno spirilo severo e grave, non cura una for- 
ma polita e studiata, tanto da diventar talvolta rozzo 
e negletto; non manca però di robustezza; e le sue 
Omelie ebbero più ristampe. Non formula il suo as- 
sunto entro determinati confini, ma si occupa a recare 
molta dottrina teologica intorno al proprio soggetto 
generalmente annunziato, procedendo alquanto a vàn- 
vera. Comprende però il suo tempo e ora indiretta- 
mente ora anche direttamente flagella gli errori degli 
eretici, come si può vedere nell' Omelia sul primato 
della S. Romana Chiesa, o in quella delle « nuove 
e grandi allegrezze di Roma per la riconciliazione 
del gloriosissimo regno d'Inghilterra (1555), nella 
Omelia sul Purgatòrio, e più e meglio nella predica 
sulla necessità del Concilio. Dice di lui Federico 
Borromeo (i), che magnos et uberes concionando ani- 
morum motus fecit; e davvero che bisogna conve- 
nire eh' egli ha dei tratti pieni di vigorosa eloquenza- 
Così, ad es. dopo aver enumerato con vivo movi- 
mento oratorio i mali che affliggeano tutti gli stati 
d' Europa per aver ritardata la convocazione del Con- 
cilio, si volge con un' apostrofe ad Enrico II di Fran^ 



(I) Op. cit. I. 



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l6o CAPO QUINTO 

eia, testé morto, lamentandosi che quella nazione più 
non risponda alle glorie aniiche: « Anima gloriola, 
se par dolerti puoi, quanta é la doglia tua, mo'chc 
dalla partita tua, in così breve spalio, fluttua tantoe 
tituba la cristianissima Francia tua, che i sacerdoti 
ei i sacramenti e i santuari, Je croci e Ì croci tlissi non 
son più sicuri Delle vittorie degrinfedeli, delle per- 
dite dei poveri cristiani, delle riviere desolate, delle 
città spogliate, delle sacre vergini violate, delF armate 
reali dissipate, degli eserciti sconfitti non vo* parlare; 
che il gran dolore e la vergogna non lo permette: 
basta che a termino tale siamo condotti, e son le 
forze nostre tanto scemate, che solo a udire che So 
limano spedisce armate, impallidiscono li visi, tre- 
mano l cuori, s'agghiacciano Ì sangui e si perdono 
le speranze, e non senza cagione; perché, se verranno 
nei nostri mari le armate orientali, tanti saranno 
contro di noi; e chi sarà per noi? S. Marco non osa, j 
la Chiesa non ha^ Francia é impedita. Spagna vuok 
ma Dìo sa se puoie *' (i). Ed ha Foratore anche una 
certa franchezza e libertà, onde sa dare a tutti il suo", i 
e nella stessa predica, mentre accusa Lutero, perchè ' 
mostra di prezzare la Bibbia e poi la manomette non i 
solo co' suoi commenti, ma peggio ancora co' suoi I 
disordinati costumi, si lamenta pur de' catlolici, i | 
quali, mentre vantano i sinodi, i concilii, poi si mo- 
strano troppo negletti nelf osservarne le leggi. 
Oratore invece che unì a una buona sostanza una 
GabrìdE ^ou comune coltura dì forma fu Gabriele Fiamma^ , 
suT^aìo? Nacque a Venezia, studiò a Padova, appartenne al 
l'Ordine dtì canonici regolari lareranesi; coltivò le 
lettere e si guadagnò un nome tra i poeti contem- 
poranei con le sue Rime Spirituali, pubblicate nel j 
1370, Ercole Gonzaga cardinale e suo protettore lo I 



[ì) Om<lk del P* Fran calchino VisdominL Vcoeiiù, 1585^ 




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CAPO QUINTO l6l 

volle a predicare un anno intero in quella città e 
andava ad udirlo, godendo poi di trattenersi con lui 
in ragionamenti sull' arte (i). Si ricava dalle lettere 
di questo canonico che nel 1562 predicava a Napoli 
con gran lode e frutto, e che per invidia di alcuni 
tristi fu accusato al tribunale d' Inquisizione, ma 
senza ch'.e' riuscissero nel maligno intendimento; 
perchè, trovate false le accuse e fattisi più chiari i 
meriti suoi, fu da Gregorio XIII premiato col vesco- 
vado di Chioggia. Nel 1566 fece di pubblica ragione 
un volume delle sue prediche che attestano la sua 
valentia. Non sono tutto oro^s intende: i temi sono 
proposti per lo più con incerta larghezza; ragionando 
ad es. a Ravenna sul peccato si contenta di tracciar- 
sene la via così: « Vengo oggi a ragionar con voi 
delle brutte et horrende conditioni del peccato; e mi 
terrò a gran ventura, s'io potrò far tanto acquisto 
con voi, che resti impresso ne' vostri cuori per le 
parole mie un odio perfetto d*ogni vizio »; predi- 
cando nel 1565 nel duomo di Treviso sulle grandezze 
di S. Pietro e S. Paolo, promette di trattare a del 
merito e del premio di questi due apostoli. » Gli 
piace talvolta filosofare aridamente, secondo il vecchio 
gusto; e i passi scritturali sono più accumulati che 
svolti, né sempre rettamente interpretati; tuttavia 
vuoisi riconoscere un ordine d' idee abbastanza net- 
tamente rivolte ad un fine, megho che altri non fac- 
ciano; e non s'incontrano di rado i buoni tratti in 
cui r oratore spiega e dà corpo a' suoi concetti, anche 
con forza di sentimento e potenza d'imaginazione; 
cosicché neir abilità di darci un tutto organico e nella 
bontà della forma vorrei dire che portasse il vanto 
su tutti i suoi contemporanei; il card. Fed. Borromeo 



(i) Vedi Pref. all'ediz. del 1 390 in Venezia presso Francesco De 
Franceschi. 

Storia della Predicazione ecc, 11 



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]€^ CAIK} QUINTO 

neir opera citata lo chiama: condtatìor et ornathr. 
Nella predica sui santo timor d\ Dio cosi in vira 
Tuomo a trepidare dinanzi alia sua triontante onni- 
potenza: « Se temi e fuggi il fuoco, se paventi tanto 
Vira e Ja rabbia dei rnare^ se un furioso temporale 
ti fa cercare ogni luogo riposto per salvarti; se non 
puoi patire di vedere un leon fiero; se agghiacci e 
sudi quando odi che s'avvicina un esercito vittorioso 
a tuoi danni; se un'ombra^ una larva ti drizza i 
capelli e ti fa perdere le parole, come non temi l'ira 
di Dio e la sua forza contro gli empi? che ad opra il 
fuoco^ l'aria, la terra-^ quel eh' è sotto la terra e quel 
e* è sopra il fuoco, e l'ombre e glì spiriti tristi e buoni 
contra quei popoli e con tra quelle persone, eh' egli 
vuole, dopo haverli ben sopportati, ga^tìgar delle loro 
scelerità. Sai quel che (tct il fuoco in Penta poli? 
r acqua nel cataclismo? la terra contra Datan? Taria 
appestata contra Israel? i leoni e gli orsi contro t 
fanciulli e contro il profeta di Samaria? gli eserciti 
contro gii Evei^ Etei e TerezeiP e contro gli Ebrei 
stessi, quando furono empi? Pensi tu forse di poter 
nascondere agli occhi suoi le tue colpe? jj (i). L'ora- 
tore si occupò anche a scrivere Vite di Santi. 

Curò parimenti la bontà della forma, ma associane 
moùo'co'r" *^^1^ a maggiore copia di erudizione e più faconda pa- 
ntUoMuBtorola, Cornelio Musso^ che ottenne grandissimo plauso 
anche dai princtpah" uomini di lettere del suo tem- 
po {1511-1575). A detta del card. Federico Borromeo 
gareggierebbe colla eloquenza del Savonarola; quan- 
tunque a mio credere ciò non avvenga quando si 
parli di potenza e veemenza oratoria. Parve il primo 
a introdurre in chiesa una forma dignitosa ed ut - 
bana, posthabita rudi et agresti^ qua usi fuerant 



1 



ili Pptd, HI. 



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^ 



CAPO (QUINTO 163 

pnores {i). Il Massone dice dì luì (2): tr Cornelius 
Mussus ehqueniìssimus omnium mortalium^ si eloqui 
est italice dìcere ; tam diserte enim appositeque vir 
iile cancionabaiuty ut rapere liominum menies atque 
a seipsis abaiienare videretur, >^ 

Nacque d' Illustre casato a Piacenza, entrò giova^ Cenoì 
netto nell'Ordine dei Minori Conventuali, e a soli ^^ ^^^*- ^ 
diciannove anni esordì ia sua carriera in S, Marco 
di Venezia con un panegirico sliIT Annunciazione di 
Maria. Molti patrizi e dotti uomini ne partirono in- 
nati] orati predicendone i futuri trionfi, che il novello 
oratore, forniti gli studi e laureato nella università 
di Padova, seppe realmente cogliere nelle principali 
città d* Italia. Fu anche professore di teologia nelle 
università di Pavia e Bologna, nella quale ultima 
insegnò dal 1537 al 1540. Dimorò part:cchio tempo 
in Roma, e Pio (V lo volle presso di sé come teo- 
logo consultore, e lo inviò in missione presso Y ìm- 
perator Ferdinando. S' ebbe il vescovado di Ber- 
tinoro e poi di Bi tonto, ma morì in Roma, ove 
era stato chiamato da Gregorio Xlll. Neir anno 
1554 furono stampate dieci delle sue prediche, pre- 
cedute da on elogio dd celebre professore Tom ita no; 
e s'ebbe, tra T altro, le lodi del Bembo e del Casa, 
il quale ultimo, dopo la morte dell'oratore, gli de- 
dicò un'ode. Oltre al suo quaresimale pubblicò dì- 
3CorsÌ sul Cantico della Vergine, sul Simbolo degli 
Apostoli, sulle due dilezioni, sul Decalogo, sulla pas- 
sione di N. S. G- C, Di questi discorsi non solo si 
fecero tra noi più edizioni, ma furono tradotti in 
irancese, in spagnuolo e alcuni anche in latino (3). 



U] Viia dd Ecv.mo Mons. Cornelio Musiso, deacriila dal Rev.do 
D, Giuseppe Musso. Venezis, Giunti^ 15S7, 

11) in lib. de Urbii epiac. in Grt^gor, XIH 

i^h Conciones Rùmae habitae in Canticuni B M. Virgtnis Ma- 
gmficau veneote Ialine ex italico sermone et ideate Ir. rhll[pp{> 
Bosquìero. Coloaìae, 16 tS. 



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164 CAPO QUINTO 

Dopo tanti segni di estimazione però chi si faccia 
qualità ad esaminare le opere sue converrà, credo, che manca 
^*^' ancor molto per dirlo un modello di oratore per- 
fetto; e certo dovette contribuire non poco alla sua 
fama Y arte, in cui fu valentissimo, del ben decla- 
mare e gestire. Osserva Io stesso Tira boschi (i) che 
s' egli ha il merito di aver deposto in gran parte il 
peso delle speculazioni scolastiche e delle declama- 
zioni vuote e volgari e di avere assunto una dignità 
che meglio s addice all' eloquenza sacra, tuttavia 
manca di un ordine esalto e di argomentazioni strin- 
genti. E parmi che il suo giudizio colga nel segno; 
il commento d' un passo che serve sotto alcun aspetto 
alla sua dimostrazione basta a farlo talvolta assai 
digredire, onde procede non di raro a vànvera, sicché 
il discorso non presenta piià un tqtto organico. Ad 
es, nella predica sopra il Vangelo: Cum iejunatis no- 
lite fieri skut hypocritae tristeSy dopo il solito bre- 
vissimo proemio, ch'egli chiude con una preghiera, 
si occupa in tutta la prima parte a parlar del sacro 
oratore e della necessità della sua missione, per en- 
trar nel suo argomento soltanto nella seconda parte. 
E anch' egli, quantunque meno di altri, accumula 
enumerazioni faticose e superflue, magari elaborate 
con le relative antitesi, a ripetere le quali doveva dav- 
vero occorrere quella portentosa memoria di cui lo 
dicono fornito; troppo spesso deriva la scienza da 
fonti profane e specialmete da filosofi greci. Però a 
questi principali difetti associa belle ed ampie spie- 
gazioni di dottrina, copia di erudizione, imagìni co- 
lorite con abbondanza oratoria, sapendo talvolta toc- 
care anche il sentimento, benché lo faccia in un 
modo non molto intimo ed efficace. 

Così ad es. nella predica sulla dilezione dei na- 



ti) Tom. Vri. p. VII. II. 



\ . 



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CAPO QUmxo tfij 

mici (i) pretta ra gli uditori alla necessità del perdono, 
mostrando che le acque che lor porge sono amare. Etempi 
ma saranno raddolcite dagli amabili esempi di Gesù 
Cristo. « Qaando le peregrine genti d'Israele che per 
lunghi errori e vari casi, per strani pencoli e infiniti 
disagi, tendevano alle quiete stanne preparatele dalla 
divina dispositìone, stanche, assetate, arse, trovarono 
queir acque; non cosi leggero corre il cervo alla fon- 
tana, come veloci e pronti s* inchinarono alle ripe 
del fiume per bere. Ma appena avevano bagnate le 
labbra, che della grande speranza defraudatf, cre- 
scendo con la privazione il desiderio, tutti si ritira- 
rono indietro: amarae sunt nimts aquae islae ad 
hìbendum. Dacci delle acque dolci, o Mosé, da bere, 
che queste sono amare come assenzio e tele. Prese 
Mosé un legno per comandamento di Dio e gittollo 
neironde, e tantosto, chi il crederebbe? diventarono 
dolcissime.,. L odierno vangelo è quell'acqua amara, 
f^llil^, della dilezion dei nemici che ci dà da bere 
o^i il Salvatore. " 

Ecco come spieghi nella predica delle Ceneri il 
desiderio delF immortalità- « Ogni uomo, ogni donna 
intìn dalle fa^cie porta questo desiderio naturale della 
vita; e perché il corpo ha inevitabile necessità di 
morte, ogni grado, ogni stato, ogni sesso desidera 
che almeno l" anima rimanga viva. O Roma, è forza, 
é forza, essendo tutti questi desideri!, tutte queste 
emulazioni della divinità, dell'eternila si veementi e 
si naturali a tutti gli uomini, che s' adempiano. Non 
comincia mai la namra un moto che non lo possa 
finire, perché non fa mai alcuna cosa indarno: que- 
sto desiderio è un moto; bisogna che s'adempì e si 
finisca. La terra e tutte le cose gravi desiderano il 
centro: hanno anche la gravità del pervenirvi- Il 



'ii^ Quarciimale pjig. ^^^ 



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ì66 CAPO QUfNTO 

fuoco desidera di salire in alto, ed ha anche la leg- 
gerezza da potervi salire. Non sapete quel che dicono 
i filosofi che se il cielo fosse inclinato ol moto pro- 
gressivo, come gli animali, la natura gli averebbe 
dato le gambe e i piedi, ma perché è inclinato al 
moto circolare, però gli é data la figura sferica? 
L'uomo adunque sarà inclinato ad emulare Iddio in 
ogni C05ia: e non sarà mai vero che gì tinga a questa 
perfezione d'esser simile a Dio in ogni cosa? Sarà, 
sarà senza fallo. Romani miei. Mentre siamo quaggiù 
nelle membra morra li non sarà mai; desideriamo su 
ma non s* appaga quesio desiderio. Quando, vi priego, 
l'intelletto vostro in questa vira intende ogni verone 
la volontà gode ogni bene, se i maggiori Jìtosofi di- 
cono che tutto quel che sappiamo e la minor parte 
di ciò che sappiamo? e se l'esperienza prova che 
quanto s assaggia qua giù di dolce è una gocciola 
sola, a comparatione del fele e delf assenzio ch^ si 
trangugia? quando siamo superiori a tutte le cose, 
se da ogni cosa, a dispetto nosirOn riceviamo mille 
detrimenti? Io non voglio discorrere, ma non vi basta 
questo, che infin la troppa sanità ci dà sospetti? 
quando abbiamo stato quieto ed immobile, se fino 
in sogno bene spesso nel più gran colmo della quiete 
ci spaventiamo? et quanti di vision crude et hor- 
rende impauriti, di repente son morti? come serbiamo 
la pace e la giustizia, se l'ancella signoreggia e la 
signora serve? Non vedete che la carne ribella fa 
sempre mille torti alla pane dello spinto? Come ci 
possiam dilettar di noi medesimi, se, quando hab* 
bìam rocchio della mente più purgato, tanto tro- 
viamo più errori e più macchie in noi stessi che ci 
dispiacciono? Et come possiamo viver vita gioconda 
et beata, se abbiam sempre bisogno di qualche cosa 
et non ci veggiamo satii in eterno? Et come viviamo 
in tutti i secoli, se già è spento il nome di 



V^^^^B 



7/ l 



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' CAPO QUIKTO 167 

tanti savi et di tanti signori? In cielo, in cielo, anime 
care, s'adempiranno questi desideri Ì nostri: Satiabor 
€um apparuerk gloria tua (ri, dice il Profeta. Allora 
Tanime beare potranno da buon senno intendere ogni 
cosa: Quid est quod non videant qui videntem omnia 
vìdent? Signoreggieranno ogni cosa: Regnahuntcum 
agno et agnus citm illis, omnia vero subiecta erunt 
é, praeter eum qui subiecit sìbi omnia (2). Non 
havran paura di morte: 1 une Jiet sermo qui scriptus 
€sl^ absorpta est mors in Victoria [3). Non sarà guerra 
!rj carne e spirito: Sedebit populus mms in taber- 
nacuiis fiduciae, in pukhritudìne pacisi^]- Viveranno 
vita gioconda et piena di gaudio : Exuliabunt sancii 
in gloria ^ (5). 

Non e a dire però che il nostro oratore talvolta 
non sì compiaccia alquanto dell' artìfiziOn Così nella 
predica della Natività, spiega, fra Ì titoli largiti dal 
profeta fsaia al predetto Messia, V admirabilis ^* « Co- 
minciate dal primo, admirabilis. Non vi pare che sia 
tutto ammirabile hoggi, poiché e eterno e nasce? 
poiché è ristessa luce, eppure non luce? poiché è la 
parola di Dio, eppure non parla? poiché è il fonte 
d'acqua viva, eppure ha sere? poiché è il pane degh 
Angeli, eppure ha fame? poiché è il caldo che scalda 
e fomenta il mondo, eppure ha freddo? poiché rin- 
chiude ogni cosa, eppure è rinchiuso? Deh! cristiani: 
quella lunghezza elerna di Dio, quanto s' abbrevia in 
questo Cristo nato, che sotto l'angustia del tempo 
vivcrà tra noi se non trentatre annii (Quella larghezza 



\ 



{V I Cor. 15. 

\.3 fs. 33 

f4l t's. 49. 

'^\ frediclie del veMJovo Mons Corn. Musso ìr Venezia presso 
rCioliti, ijSa Prcd. delle Ceneri fatta in Roma a S, Lorenzo in 
t^icrtuo h i9 giorno di quaresima. 15^2* 



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/ 



l68 CAPO QUINTO 

immensa quanto è ristretta, che cape in un tugurio 
fra due giumenti! Quell'altezza inaccessibile quanto 
è spianata, che si vede .dagli occhi nostri in questa 
bassissima valle di lagrime! E quanto è empiuto 
quello inscrutabile, se lo toccano le nostre stesse 
mani! O Padova (i), quella infinita potenza non si 
lascia ella reggere da Maria e da Giuseppe? non si 
lascia istruire la sapientia? sostentare la virtù? haver 
bisogno r abbondanza? impaurir la fiducia? attri- 
stare la letizia? patir la salute? morir la vita? Ohimè? 
che questo è più mirabile! L* infirmila di questo barn- 
bino è quella che ci foj-tifica; la mestizia è quella che 
ci rallegra; le lagrime sono quelle che ci consolano; 
la paura è quella che ci inanimisce; la passione è 
quella che ci salva, la morte all' ultimo sarà quella 
che ci darà la vita: admirabilis, admirabilìs. » 

L'Agosti- Ottenne pur rinomanza, quantunque resti assai 
niano lontano dalla eccellenza del Musso, Alessio Stradella 

Stradeiia da Fivizzano. Professò la regola di S. Agostino in 
Genova e resse lo studio di S. Giacomo a Bologna. 
L'anno 1566 predicò ad Augusta, al tempo della 
Dieta, dinanzi all'imperatrice Maria d'Austria; anzi 
dedicò, l'anno dopo, la stampa di quei discorsi alla 
stessa regal donna con una lettera abbastanza sfor- 
zata e tronfia (2) e che perciò ci fa presentire la fu- 
tura corruzione delle lettere. Morì vescovo di Sutri e 
Nepi. Il suo stile, posto in confronto col Musso, è in 
generale più faticoso e duro. Così ad es. nella pre- 
dica sulla Trasfigui azione ragiona della felicità ce- 
leste; a L'anima sua s'empie di gloria da per tutto. 
Allora quello che si chiama rationaie, nobilissima 
parte di noi stessi, conoscerà et apprenderà quello 
che tanto tempo avrà cercato di conoscere e d'in- 



(1) La predica fu fatta nella cattedrale di Padova Tanno 1331. 

(2) Prediche del Rev.do P. Alessio Stradella. Bologna, 15O7. 



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CAPO QUINTO 169 

tendere. Allora Y irascibile goderà queir amore a cui 
avrà tanto sospirato, e lo concupiscibile si viverà 
anch'esso nel proprio diletto che sempre averà desi- 
derato; e però allora veramente sì che saremo felici, 
veramente beati e veramente santi: e per dire tutto 
ad un tratto, allora che contempleremo il nostro Dio 
faccia a faccia, veramente sì che saremo trasformati 
in altrettanti dèi. E quando poi saranno riunite le 
anime con i corpi suoi e che anche loro saranno 
fatti gloriosi, et ornati delle loro convenienti doti, oh I 
io non ho lingua per potervi esprimere che pienezza 
di contento e di gloria sarà quella. Questo sì posso 
dirvi che splenderanno quei corpi come soli, saranno 
agili come folgori, penetrativi come spiriti, incorrut- 
tibili et immortali come gloriosi. Fulgebunt justi et 
tamque scintillae in arundineto discurrent » (i). Ma 
basti questo piccolo cenno a intendere l'inferiorità di 
quest'arte; l'oratore è anche portato con frequenza 
ad accumulare i testi scritturali. 

APPENDICE AL CAPO V. 

Furono in grido in questo periodo, quantunque 
con minor fama, parecchi oratori appartenenti ad Predicato^ 
Ordini religiosi. Trovo tra gli Agostiniani: Lodovico 
Aia^:(a piemontese, che sì diceva fornito di singoiar 
facondia e lasciò sermoni in latino; lo ricorda anche 
il Mazzucchelli (2), come pure ricorda Paolo Belloni 
di Vercelli ;£orertfO^/Crewo«a, morto il 151 1 priore *°°*^'°**"* 
a S. Maria del popolo a Roma; Ferri Angelo di 
Venezia, che resse lo studio di Napoli e lasciò molti 
discorsi sui Vangeli e un quaresimale; i4rcaw^^/orfa 
Gallaratej morto il 1519 e lodato per la grazia del 



(l> Sap. 3. (2) Voi. I. p. I. p 22} 



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^JO CAPO QUIWTO 

dire; Giovanni Gailico, di cui s ignora la patria, e 
che lasciò Sennones de Annunciatione B, M. Vir- 
ginis: Agostino da Vicenza, maestro di quel Giulio 
della Rovere che fu poi Giulio II; De Sane tis Giro- 
lamo di Padovti, vescovo ausiliare nella sua città e 
morto il T533: SanteUio Nicolò di Trento, dotto gre- 
cista^ provinciale della Marca Trivigiana e visitatore 
in Germania, ove mori il 1542, e pubblicò ì discorsi 
sulla Passione di N. S, G. C. e un* orazione funebre; 
Long-obardo Teofilo da Treviglio, che fu vicario gè- 
nerale delia Lombardia; Pandino Timoteo di Gre 
mona, che indusse i suoi compa!riotIì alla fonda- 
zione dì un ospitale (t). 
domenieanì Tra i più valenti domenicani trovo annoverati: 
Tomaso Donato, veneziano e di casa patrizi a^^ austero 
nell'aspetto^ d'animo intrepido, di elevato sentire e 
perciò magniloquente; fu patriarca di Venezia e mori 
nel 1505, lasciando parecchi sermoni che, sì dice, fos 
sero stati stampaci ; e inoltre Bernardo di Como^ Ga- 
spare PerufrinOy Francesco di Tomaso, fiorentino; i 
bolognesi Filippo Musotto, Tomaso di Carpii Vale- 
lerianfì da So ne ino, veneto, Domenico di Castanedolo 
di Brescia, Giovanni di Fabriano^ tutti mord tra il 
15 ro e il 1517; il cremonese Filippo Bo{foio, lodalo 
per la facondia, Bartolomeo Rondanini da Faenza, il 
bresciano Antonio De Cìari^ ammirato perla grande 
memoria e la veemenza del dire; Vincenio Nfffo di 
Sinoessa, Girolamo Plgafetta di Vicenza, che si crede 
fratello del famoso via^j^iatore, Sante Marmocckino 
di Firenze, Cletnente Araneo^ i cui discorsi furono 
stampati a Vg^v\^?a^ì nel 154T, Zanobio de Medici, fio- 
rentino, Leonardo da Udine detto il giuniore, tutti 
oratori che decessero tra il 1517 e il 1550; Nicolò 
Della Croce, veneziano, che stampò Homiliae in /.^* 



(I) Eh Ossìnger. 



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CAPO QUINTO 171 

Ep. ad Corinthios e prediche diverse, Nicolò Fab- 
troni di Pistoia (i). 

Fiorirono tra i francescani: Francesco Modesto, francescani 
veneziano, Tomaso da Bibiena, Giovanni da Tortona, 
Francesco da Sonpno, Giacomo da S. Salvatore, In- 
nocenzo da 5. Angelo, Matteo da Leopoli {diocesi di 
Urbino) morto predicando presso Camerino il 1551, 
Giovanni da Fano, Giovanni Navareto, che attese 
specialmente a diffondere la devozione a Gesù sacra- 
mentato, Giacomo da Gubbio, Ambrogio da Civitella, 
che predicò molto nella Capitanata, Angelo da Sa- 
vona che fondò un convento presso Bologna, Giu- 
seppe da Ferno detto anche da Milano, che primo 
istituì le quarant' ore, e mori nel 1555 (2). 

Una raccolta di prediche, tratta da celebri oratori 
contemporanei e pubblicata da Tomaso Porcacchi 
nel 1566 ci mette innanzi, come degni di ricordanza: 
Angelo Castiglione di Genova, carmelitano, i serviti 
Giampaolo Car dello di Novara, Girolamo Quaino di 
Padova, Girolamo Franceschi dì Venezia; Ippolito 
Chi^i^uola dì Brescia, canonico regolare, e S. Fran- 
cesco Borgia, spagnuolo. 



(1) Ex Quétif et Echard. 

•21 Vedi, all' anno 1553, Annalium seu sacrarum historiarum Ord. 
Min. S Fraiicisci qui cappucini nuncupaniur etc. Lugdani, 1632. 



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172 



CAPO VI. 

Continaazione del periodo precedente: Movimento intorno al Con- 
cilio di Trento — La Compagnia di Gesù — S. Carlo Bor- 
romeo e altri rammentati dal Card, nipote — Evangelista Cerbi 
— Francesco Panigarola. 



Contìnua Intorno al Concilio di Trento, prima e dopo, con- 
io stesso tinua press' a poco lo stesso movimento che si è ve- 

carattere, ^ '^ . . . , . 

con qualche duto, e la Oratoria sacra va guadagnando m una 

jieiu flcneià sP^'**^o che Connette al sentimento religioso una sen- 

f*^^ tita sollecitudine di salvare la purezza delia dottrina 

sentimento ,. /» . . ^.^ , 

cattolica fortemente minacciata. Già ne vedemmo 1 
segni in parecchi oratori, specialmente polemici, della 
prima metà di questo secolo, e i segni si fanno nella 
seconda metà ancor più manifesti. Vero è però che 
in Italia siffatto movimento seguitava ad essere non 
più che un eco di quanto succedeva in altre regioni, 
e specialmente in Francia, nel Belgio, in Germania, 
in Inghilterra. Tra le quali nazioni hassi pure a ri- 
conoscere delle differenze nel modo, perchè in Fran- 
cia e nel Belgio, ove era più numerosa e trionfante 
la parte cattolica e i suoi oratori trovavano maggior 
favore, l' arte potè spiegarsi con maggiore eloquenza, 
laddove in Germania e in Inghilterra, per l'impeto 
vertiginoso della rivoluzione e per le conseguenti 
violenze, 1' arte non potè svolgersi con quella rifles- 
sione e ampiezza di osservazioni che si richiede. Pos- 
siamo però notare che anche in Francia, nella se- 



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CAPO SESTO 173 

conda metà del secolo, al tempo della Lega, vi fu- 
rono lotte assai tempestose e contrarie allo svolgi- 
mento sereno di una eloquenza più riflessiva, quando 
cioè alle questioni religiose si aggiunsero le politiche, 
alle quali tanti oratori presero parte, a segno che più 
tardi Madama di Montpensier potè dire: « io ho fatto 
più per la bocca de' miei predicatori che non facciano, 
messo tutto insieme e con tutto il lor tramestio, arme 
ed armati » ; ed Enrico IV potè scrivere « tutto il 
mio male viene dal pulpito ». Mi sembra che Parigi 
nel detto tempo rendesse imagine di ciò che fu in 
altre circostanze Firenze, ai tempi di fra Mariano da 
Genazzano e del Savonarola. 

Un altro fatto però porta nuove schiere di militi 
generosi e valenti nel campo della oratoria e delle con- qSesio^ar" 
troversìe religiose a favore della Chiesa cattolica, ed j^Jj°|°jjJq. 
è la istituzione della Compagnia di Gesù, avvenuta rpsamente 
nel 1540 sotto Paolo IH; perchè non solo que' reli- 
giosi attesero all'istruzione della gioventù, allo studio 
delle scienze e delle lettere e ad altre opere di bene- 
ficenza del prossimo, ma in special modo alle opere 
del ministero ecclesiastico e quindi alla predicazione 
e alle missioni. E quanto slancio di vita nuova abbiano 
recato nella società cristiana lo raccoglieremo da 
poche parole di uno de' loro congiurati avversarli, il 
d'Alembert, che scrisse: .« Qualunque altra corpora- 
zione, nessuna eccettuata, non può vantare un sì 
gran numero d' uomini celebri nelle scienze e nelle 
lettere. I Gesuiti si sono esercitati con buon successo 
in tutti i generi: eloquenza, storia, antichità, geo- 
metria, letteratura profonda e dilettevole, non v' ha 
quasi nessuna classe di scrittori in cui non contino 
uomini di primo merito » (i). Ora i seguaci di 
S. Ignazio di Lojola, nati allora principalmente col 



(1) Sulla distrazione de' Gesuiti. 



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174 CAPO SESTO 

divisa mento di opporsi alla fanesta pseudo-riforma 
di Lutero., diedero immantinente come dei grandi 
teologi, così anche dei grandi controversìsti ed ora- 
tori- Era naturale che essi da princìpio si segnalas- 
sero pili tra gli stranieri che in Italia, appunto per- 
chè la lotta ferveva maggiormente tra gli stranieri; 
e perchè tra gli stranieri ebbero la loro culla. Basta 
rammentare che cosa (tct in Germania il b, Pietro 
Canìsìo (primo provinciale della Compagnia in quella 
regione) contro Bùcero Melantone e Pistorio, e quanti 
frutti cogliesse ivi la sua predicazione, quanto dotta 
ed esatta altrettanto piena di vigore e di unzione. 
Tornarono inoltre oltremodo benefiche le sue molle 
opere, e specialmente Summa doctrinae chrhtianae, 
e Commentaria de Veràì Del corrupteiis^ scritti con- 
tro le favole inventate dai Centuriaiori di Magdc- 
burgo. 

Tuttavia alcuni dei Gesuiti primitivi si resero he- 

Nomi dei nemeriti atisai nella predicazione anche in Italia e 
pricDi ora* "^ . ' ^ 

tori gesuiiì giovarono molto alla conservazione della fede. Fra \ 

quali non é certo da dimenticare Alfonso Salmeron 
(151^- 1585)1 tolelano, uno dei primi dieci compagai 
di S- [gnazio. Non meno che in Alemagna, in Po- 
lonia, ne' Paesi Bassi e in Francia, ove cercò occa- 
sioni di combattere le dotlrine del novatori, mani- 
festò il suo zelo anche tra noi; predicò a Roma, nel 
Napoletano, a Venezia, a Belluno^ nella quale ultima 
città léce ammirare la sua abilità contro le male arti 
degli eretici che tentarono di diffondere in quelle 
terre il veleno degli errori teutonici II maggior bene 
però lo fece nel Regno di Napoli, ove fu superiore 
del suo Ordine, preservando quelle popolazioni con 
la sua parola e co* suoi scritti dall'eresia. Usava pre- 
dicando delle proprie Selve^ tessendo per tal modo 
con gran facilità discorsi assai eruditi, quantunque, 
a giudizio del Card. Federico Borromeo, alquanto 



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Goccile 



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CAPO SESTO 175 

pesanti e prolissi. Lasciò Commenti in latino sui 
Vangeli e i suoi Tractatus in parabolas evangelicas 
totius anni (i). Altro gesuita straniero e benemerito 
dell'Italia fu Francesco Tolet o Toledo ( 1532- 1596), 
il primo della Compagnia che fosse insignito della 
sacra porpora. Fu predicatore apostolico in Roma 
sotto Pio V e gì' immediati suoi successori, ebbe mis- 
sioni diplomatiche, scrisse Commentari ed altre opere 
teologiche. Come oratore, il Card. Lod. Borromeo lo 
dice vario, senza leccornie, pratico e breve; non par- 
lava però molto speditamente l' italiano. E accanto a 
questi gesuiti, quantunque scalzo, possiamo collocare, 
come straniero che fa udire tra noi la sua voce. An- 
gelo del Pas, spagnuolo, e che predicò in più luoghi 
in Italia, e due anni e mezzo di seguito in Genova. 
Fu detto a lepido nel dire, potente nel discorso, pe- 
netrante i cuori, ardente, efficace fino ad eccitare alla 
compunzione, alle lagrime, alla penitenza » (2). Morì 
nel 1596. 

Frattanto seguitavano gli oratori di tipo più schiet- 
tamente nostrano, e intenti più alla riforma dei co- s. Carlo 
sturai e alla pietà, come maggiormente richiedeva Borromeo 
tra noi il bisogno. E tra questi vuoisi da prima as- 
segnare un posto al celebre cardinale S. Carlo Bor- 
romeo {1538- 1584), gloria di Milano e arcivescovo in 
quella città ; gran santo, gran riformatore della sua 
diocesi, gran luminare del Concilio di Trento, gran 
benefattore dei poveri. La maggior nominanza certo 
ei l'ottenne dalla santità della vita, dai gradi conse- 
guiti, dagli uffici esercitati, ma fu di non comune 
valore anche nell' oratoria. Le omelie eh' ei soleva 
teucre al clero e al popolo non solo lo dimostrano 
un santo, ma, dice il Pahigarola nel suo discorso 






li) Antuerpiae ex off. Peiri Belleri 1600. 
12) Waddiog. 




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ìy6 CAPO SESTO 

funebre, lo dichiarano ancora uomo litteratissimo. 
Che se al superlativo sarà da detrarre, certo è però 
eh* egli aveva cura non solo che fossero nutrite di 
buona dottrina e piì sentimenti, ma ancora che fos- 
sero dettate convenientemente; egli che, umile come 
<;ra, solea dire essere da stimarsi ben poco l'uomo 
che non si sforzasse di conseguire la cognizione di 
tutte le cose. Si sa che studiava Cicerone e che facea 
gfiin conto della coltura letteraria; anzi, per sempre 
più possederla e anche per vincere la straordinaria 
sua timidità e difficoltà di pronuncia, solea tratte- 
nere gli amici (tra i quali entravano dei cardinali e 
il celebre Sperone Speroni) ad una specie di acca- 
demia, che si chiamò, perchè teneasi a sera inoltrata, 
Le Notti Vaticane. Ognuno, seguendo le usanze del 
Tempo, si ribattezzava col suo psuedonimo, che per 
il santo fu quello di Caos. Il card. Federico Borro- 
meo, dopo aver lodato la sostanza della sua predi- 
cazione, così parla del suo stile; « in verborum de- 
leclu ea summa ìaus ejus fuit, quod nihil unquam 
excidit vel deteriori sensu ve! ancipiti, nihil temere 
dicium, in quo tamen plerique concionatorum fai- 
luniur » (i). E appresso; « magna vis erat ei quan 
documque locum e sacris litteris aliquem explicaret, 
ncque descendebat ad eas ineptias quae sunt propriae 
concionatorum, dum e suo quisque ingenio trahere et 
mterpretari sententias volunt. » La gravità e serietà 
che contraddistingueva il suo carattere si rende in- 
fatti visibile anche nell'arte sua. Il qual giudizio con- 
corda appieno anche con la definizione che dà dello 
stile del santo Carlo Dalla Basilica di Pietro, che fu 
vescovo di Novara e ne scrisse la vita; « rejectis 
JÌQsculis inanique ornatu, locutiones eas verbaque prò- 
baret quae decorum ecclesiasticum quoddam reti' 



in De sacris nostri temp. orat pag. loi. 



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CAPO S9STO 177 

nerent; multo magis sensum personis rébusque ecck' 
siasticis accomodatum quaesivit » (i). 

Le sue omelie, raccolte dai codici dell' Ambro- 
siana, sono 126 (2), e furono scritte originalmente in sue Omelie 
italiano, e soltanto molto più tardi tradotte in latino, 
tranne però quelle che furono recitate nei sinodi, che 
furono dettate originalmente nella lingua del Lazio. 
Vero è però che anche delle omelie italiane si ha di 
poche il testo originale italiano. Talvolta le frequenti 
divisioni rammentano il fare della scuola, ma pro- 
cede sempre con grande ordine e chiarezza; sapendo 
all'uopo rivestirsi di una certa solennità, e diven- 
tando alquanto pieno e numeroso. Può darne un 
esempio T esordio del discorso funebre per la Sere- 
nissima Anna d'Austria, regina di- Spagna. Molto 
esperto si mostra pur nel toccare la corda degli af- 
fetti teneri; e una prova potrebbe riconoscersi anche 
nel discorso XII dei 17 sermoni familiari (3), fatti per 
le monache. Nel detto sermone tratta di S. Marghe- 
rita, e presenta con forme molto amabili la virginità 
e la vita delle comunità religiose. Abbonda di savi 
ammonimenti, rivolti a informar santamente i co- 
stumi. 

Torre un esempio del suo stile dalla Omelia su 
S. Stjpfano, tenuta l'anno 1567 al popolo, ove, dopo aver deuPsu» 
detto che il protomartire si volse a Cristo con quelle ***'»^o"* 
parole: Domine Jesu, suscipe spiritum meum, prosegue: 
« Piacesse a Dio che oggi noi imparassimo questa 
bella dottrina da Cristo e da Stefano di ricorrere a 



(1) Lìb. VII. e. 3. 

(2) Sancii Caroli Borromei Homrlìae - Augustae Vindelicoram - 
somptibus Adami et Veith, 1758. 

(3) Sermoni familiari di S. Carlo Borromeo, fatti alle monache 
dette Angeliche del monastero di S. Paolo, raccolti fedelmente dalla 
viva voce del santo per la Rev da Madre angelica Agata Sfrondata. 
Padova, 1720. 

Storia delta Predicazione ecc. 12 



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ly^ CAPO SESTO 

Dio e raccomandarci a lui, principalmente nelle croci 
nostre, nelle infermità, in tutte le afflizioni di qual- 
sivoglia sorte. Ma quanti sono tra noi che nelle in- 
fermità ricorrono agi' incantatori, ai malefizi, ai su- 
perstiziosi, al demonio stesso! Altri nei travagli ri- 
corrono piuttosto alla prudenza carnale, e lasciano 
r aiuto principale della orazione, di ricorrere alla 
mano di Dio potentissima, quando non vi sono più 
altri rimedii; altri nel fine della vita sua, o per poco 
buone disposizioni loro o per l' ingratitudine e ava- 
rizia de li falsi parenti ed amici che hanno appresso, 
sono più che mai solleciti delle cose del mondo, e 
non hanno punto di cura né sollecitudine di racco- 
mandar l'anima sua nelle mani di Dio, e se ne 
muoiono da bestie. O povera cristianità, non è que- 
sta una confusione del nome e professione che fac- 
ciamo di cristiani? Non così fa Stefano il quale dà 
volentieri il corpo suo in preda ai persecutori, e nelle 
orazioni dà l'anima a Cristo, anzi nelFistesso tempo 
del martirio fa profìtto nell'orazione, fa profitto nella 
carità e nelle perfezioni evangeliche, imperocché nel- 
r orazione fatta per sé stesso aggiunge, ad imitazione 
di Cristo, r orazione per li persecutori suoi, per quelli 
che gli danno la morte: Domine, ne statuas illishoc 
peccatum (i); e già scopre manifestamente nel suo 
esempio la perfezione che ha portata Cristo nel mon- 
do, della quale egli diceva: Audistis quia dictum est 
antiquis: diliges proximum tuum et odio habebis ini- 
micum tuum ; ego autem dico vobis ; diligite inimicos 
vestros, benefacite his qui oderunt vos (2). Non co- 
mandava la legge antica che si odiasse il nemico, ma 
la cecità ebrea aveva talmente angustiato le interpre- 
tazioni della legge nella nuda scorza della lettera, la 
quale pareva che escludesse il nemico, si che non 



(I) Act. VII. 59. (2I Matth. V. 43. 



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CAPO SESTO ty^ 

fosse compreso nel precetto che avevano della dile- 
zione del prossimo; ma venne Cristo, vero lume del 
mondo, e e' insegnò che non solo i parenti, non gli 
amici soli, non i benefattori, non quei che sono nati 
nell'istessa patria, non quelli che ci sono congiunti 
di qualsivoglia legame naturale, ma i forestieri, gl'in- 
cogniti, i peccatori ancora, purché sieno in istato che 
non sia disperata affatto la loro salute; parimente lì 
nemici e persecutori nostri vengono compresi sotto 
questo precetto; tutti quelli dobbiamo amare alli 
quali può esser comunicata la carità di Cristo, e la 
partecipazione della sua gloria. In questa sapienza 
cristiana è instrutto S. Stefano, il quale prega per 
quelli che durissimamente lo percuotono; e mentre 
in questo modo nella replicata orazione, con più di- 
ligenza la seconda volta prega con le ginocchia iu 
terra, scuopre maggiormente la perfezione della ca- 
rità sua; non altramente che il granello di pepe, 
quand'è più pesto e fracassato, fa più sentire aperta- 
mente l'acutezza e la virtù sua >^ (i). È facile accor- 
gersi che una religione profondamente sentita e la 
mira di puramente giovare alle anime con la sua 
parola lo salvano dalle intemperanze della fantasia^ 
che già cominciavano a manifestarsi e che risuonano 
in parecchi dei lodatori del santo; come, per dirne 
uno, in D. Paolo Aresi, milanese. Chierico Rego- 
lare, e contemporaneo al santo (quantunque faccia 
un piccolo buco nel secolo XVII); oratore che tra 
molti altri discorsi lasciò due elogi di S. Carlo Bor- 
romeo di forme abbastanza rigonfie. 

E presso a questo santo sarà bene rammentare due 
altri santi uomini, il primo dei quali fu suo amico, cioè 
il b. Alessandro Sauli, di illustre casato milanese, che 
si consecrò a Dio tra i barnabiti. Fece molto con la 



Il S. Caroli Borromei Homiliae. Medie lani, 1747, 



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l80 CAPO SESTO 

sua apostolica predicazione e come vescovo di Aleria 
in Corsica, mandatovi da S. Pio V nel 1571, e ulti- 
mamente a Pavia, ove lo avea inviato Gregorio XIV; 
morì nel 1592. L'altro è 5. Francesco Caracciolo, 
fondatore dei Chierici regolari minori, che professò 
la sua regola sotto Sisto V nel 1589 e attese con gran 
cuore alle missioni insieme co' suoi confratelli e morì 
a 40 anni nel 1608. 

Uno pure che fu stimato e amato dal grande ar- 
civescovo di Milano, per il carattere austero e sacro 
della sua eloquenza, e che fu -detto sommo al suo 
tempo dal Card. Fed. Borromeo (i), fu il francescano 
Alfonso Lupo, che tornò gradito nella sua predica- 
zione a Milano e in molti altri luoghi. Metteva ri- 
spetto con la sua gravità e inteneriva fino al pianto 
con vibrata parola; e quantunque in ciò non fosse 
sempre uguale, a lui non noceva. Mostra vasi alieno 
dalle manifestazioni esagerate o di lamenti o di pub- 
bliche paci o d'altro; e faceva gran frutto special- 
mente coir atterrir santamente il popolo vaticinando 
con tono profetico mali al peccatore; notavasi però 
difetto d' ordine e di splendore nella forma. Ma non 
lasciò nessun monumento per giudicarlo, tranne un 
piccolo Commentario sopra Isaia^ autore a lui predi- 
letto e da cui forse derivò l' intonazione del suo ter- 
rorismo. Parea gareggiare con esso Benedetto Palmio, 
che seguiva le orme del Salmeron; sembra però che 
dovesse la sua celebrità, più che alla bontà intrinseca 
dei discorsi, alla sua sfacciata memoria, sì che citava 
pagine intere dei Ss. Padri; del resto, dice il Card. 
Fed. Borromeo « nihil afferebat comptum et expoli- 
tum » (2); tuttavia scoteva con l'impeto della sua 
parola. Calmo invece incedeva, fino a toccare una 



(1) De sacris nostri temp. orat. lib. II. 

(2) Op. cit. I. I. 



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Ggo^Ie 



CAPO SESTO iSl 

languida prolissità Mattia Bellintano, lodato del resto 
per copia e facilità. 

Più abilmente, come oratore popolare, sovente fa- pv Cerbi 
ceto, predicava il P. Evangelista Cerbi o il P. Mar- « «aggio di 

ir 11- • •^ / \ XT ' ^ sua predi- 

ceilino, come lo dicono i più (i). Nato in Toscana a cazione 
Pistoia, si fece Minore Osservante, e lavorò assai a 
Roma. Tenne le sue lezioni sopra Giona , Profeta in 
S. Lorenzo in Da ma so, stampate poi nel 1381, e, nella 
chiesa di Aracoeli nel 1586 predicò le lezioni sopra 
Tobia, pure appresso stampate; l'anno precedente 
predicava nel Duomo di Firenze. Percorse per 38 anni 
l'Italia convertendo Ebrei, donne perdute, peccatori 
ostinali. Ecco come, nella lez. V sopra Giona, in - 
culchi il dovere del soccorrere il povero. « O ricchi, 
avvertite, pregovi, al caso vostro. Al tempo della morte 
sentirete gran tempesta; se non distribuite le vostre 
ricchezze, temo l'ultima vostra rovina; distribuitele, 
altrimenti voi sentirete con che gran furore vi sarà 
àtWo: ite maìedicti in ignem aeternum; esurivi et 
non dedistis mihi manducare: sitivi et non dedistis 
mihi bibere etc. Distruggete i vostri granari e fateli 
maggiori, ma non come quel pazzo ricco, di cui parlò 
Cristo nel Vangelio; migliori granari sono le viscere 
dei poveri, dice il magno Basilio; congrega le tue 
ricchezze in loro, che le congregherai in Cielo: ri- 
cordati che al servo, che volse chiedere il debito, fu 
messala catena al collo; e tu che togli quello che è 
dei poverini che soffrirai? Ma ecco che tu forse mi 
rispondi et dici: io non la tolgo, questa è roba mia; 
che mal fo usandola come mi piace? Dimmi, ricco» 
non sei tu nato nudo? come adunque è tuo quello 
che non hai? Da altri adunque hai la roba, se pur 
l'hai. Da chi adunque? dalla fortuna? Ah non voler 



(I) Vedi Card. Frid. Borromeius - De sacris orai. lib. Ili e 
Wadding Ann. Min. continuali a P. Stanislao Melcbiorri de Ceireto. 



É 



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l82 CAPO SESTO 

esser così empio che tu non riconosca Iddio per tuo 
benefattore; che sai che da luì viene ogni bene.... E 
ben diceva l'Apostolo: in presentì tempore vestra 
abundantia illorum inopìam suppleat; ut et iltorum 
abundantia vestrae ìnnpiae sìt supplementum (r). Non 
dire adunque tua quella roba di cui sei solo dispen- 
satore e non signore sei stato farro. Se dìspensatore, 
dimmi, a chi devi dispensarla? QLiando un signore 
per governo dì sua famiglia dà il mese cento scudi 
al maestro o fattor dì casa, in che è tenuto spendere 
i denari ricevuti quel fattore? In quello che é l' in- 
tenzione del signore o in contrario? Dimmi, ricco, 
sopporteresti tu un tal dispensatore? Cerro no, che 
non è giusto- Adunque Iddio non sopporterà que' ric- 
chi i quali non spendano la roba assegnata loro neUa 
famiglia sua- La famiglia di Cristo sono i poveri, ai 
quali e tenuto provvedere, essendo scritto: libi dere- 
iictus est pauper. Adunque, se tu copra le mura della 
tua casa di tappeti, adorni i tuoi cocchi dì drappi di 
velluto, habbiano i tuoi cavalli le copertine di seta, 
strascini due braccia di veste per terra, o donna vana, 
spenda in un paio di calze quaranta o cinquanta 
scudi, o lascivo giovane; ed ì suoi poveri sieno ignudi^ 
e le povere verginelle, i poveri orfani et pupilli si 
muoiano la vernata dì freddo, né possano uscir di 
casa non avendo da coprirsi le carni, come anderà^ 
o ricco? che vento tempestoso credi tu che di qui a 
poco soffi d'intorno alla tua nave? Non sai tu es- 
sere scritto: Domimi s in tempestate et turbine viae 
ejus (2). Oh come poco ti gioverà (simile a costoro) 
che tu gridi al tuo Dio. Il tuo Dio è stato Toro e 
l'argento, essendo l'avarizia (secondo l'Apostolo) 
culto degr idoli. Credimi, ricco, che né i tuoi grandi 
palazzi, né le tue credenze, né ì tuoi cocchi, né i tuoi 



\i\ [[. Cor. Vilt* {31 Nih. i. 



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CAPO SESTO "1% 

cavalli, ne i tuoi cani, ne ì tuoi buffoni, ne i tuoi 
adulatori, né i tuoi ganimedi, né le tue veneri (siemi 
lecito di così dire) ti salveranno. Questi son quelli 
ne' quali spendevi le tue entrate, et i poveri di Cristo 
si morivano dì fame. Oh quanto vino si consumava 
in lavare i pie' a' cavalli, e le membra di Cristo pe* 
rivano di sete! Oh quanto pane mangiava un branco 
di cani che tenevi! ed infinite vedove, orfani e per* 
sone vecchie et inferme stanno i giorni interi senza 
TTiangiar nulla. Oh quanti banchetti e spese superflue 
sì son fatte t et infinite verginelle hanno venduto la 
pudicizia loro per non aver da vivere. Che rispon- 
derai a questo, o ricco? » Nota il citato storico che 
il popolo potè gustarlo a lungo, perché anche da 
vecchio predicava con vigor giovanile ^r Rara in eo 
concionatore laus futt, quod in ipso exaclae aetatis 
termino preclare dicebat » (i). 

Ma r uomo che empi del suo nome questa se- 
conda metà di secolo, e col quale nessuno parve poter PinlgaVoil 
gareggiare è Francesco Panigarola (j 548 -1594). Ec- ^j,-pJi''v "** 
ciuto a predicare dal Musso, si tenne molto alla sua ""^^ 
maniera, ma vincendo la gloria del maestro. Come 
si raccoglie da una sua autobiografia, da cui tolse il 
Tiraboschi le sue notizie, nacque a Milano di padre 
avviato alla diplomazìa e che fu usato in pubbliche 
commissioni dalT ultimo duca di quella città. Quando 
il Musso andò a predicare colà, il padre di Francesco 
l'invitò a un pranzo di famiglia; e il giovanetto, che 
prima aveva udito il decantato oratore, gii ripetè 
verbo a verbo un buon pezzo del suo discorso a me- 
moria, onde si trassero pronostici di futura gran- 
dezza- Studiò all'università di Pavia e quindi a Bo- 
logna; e narra egli stesso alcune sue avventatezze, 
che attribuisce air indole battagliera che tenea da 



Francesca 



(I) De aacf. orat. Ub, Iti. 



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r*A /•/-» r» frt-r» oli AT*. ' 



184 CAI*Or SESTO 

natura e che seppe appresso rivolgere contro gli ere- 
tici. Dopo la morte del padre, che gli avrebbe fallo ; 
delle difticoltà, a diciannove anni vestì l' abito di Mi- 
nóre Osservante a Firenze, mutando il nome di Gi- 
rolamo in quello di Francesco sotto al quale oggi va j 
noto; nome che apparteneva pure a un suo zio, re- j 
ligioso dello stesso Ordine e rinomato predicatore. 
Esordì a Sarzana, ove sostituì di botto e senza pre- 
parazione il guardiano del convento, che predicando 
la quaresima cadde ammalato. In tale circostanza 
diede tal saggio di abilità che gli piovvero gl'inviti, 
onde predicò poi a Pisa, a S. Maria del Fiore in Fi* 
renze, e a Roma, intraprendendo una così elevata 
missione ancor troppo immaturo d'anni e di studio. 
Ma S. Pio V, che se n' avvide, appunto perchè ap* 
prezzò r ingegno singolare di quel giovane, lo mandò 
a perfezionarsi nella teologia a Parigi. Forniti i quali 
studi il Panigarola predicò agli Italiani di Anversa e 
di Lione, e lottò con assai vigore e abilità coi cal- 
vinisti, traendone non pochi in seno alla Chiesa. 
Tornato in patria destò tanto romore, che, ovunque 
giungeva, veniva accolto con applausi, e sì impaziente 
era il desiderio di udirlo, eh* e* dovea mettersi a pre- 
dicare prima di riposarsi. Nel 1580 trovavasi a Mo- 
dena, e S. Carlo, che ne intese le- lodi, V anno ap- 
presso lo volle a Milano, e andava a predica, e, come 
sì disse, pur facendo le sue appuntature, molto ne lo 
commendò. Così si strinse sempre più queir affetto e 
queir alta stima che il Panigarola nutriva per T il- 
lustre cardinale, conie dimostrano le due orazioni 
funebri dette in lode del gran porporato. Il celebre 
oratore, per sua sventura, fu più tardi fatto vescovo 
di Ferrara; e dico per sua sventura, perchè o per in- 
vidia e non fondate accuse di cortigiani, o per qual- 
che imprudenza dovuta all' impetuosità del suo ca- 
rattere, cadde in disgrazia di quel duca^ che dopo 



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CAPO SESTO tftj 

pochi mesi gr intimò lo sfratto. Ne lo accolse però 
benignamente S. Pio V, che gli commise dì predi- 
care a S. Pietro e poi lo mandò in compagnia dei 
Card. Gaetano a Parigi, al tempo delle lotte tra la 
Lega ed Enrico IV; nella quale occasione uni la sua 
voce a quella di tanti altri oratori, sostenendo le pani 
della Lega. Morì a soli 46 anni, vescovo di Asti. 

Come nella sua vita, così anche nelle sue opere 
si riflette assai l'ambiente in cui visse. Scrisse per- oraroVle 
tanto contro gli eretici, come dimostnmo special- 
le sue Legioni sult eresia di Calvino e i Discorsila- 
nuti nella sua ultima dimora a Parigi. Attese inoltre 
a diffondere r opera del Concilio di Trento, come 
attestano le Legioni sopra il catechismo dei parochi^ 
e le Dichiarazioni dei Salmi e delle Lamentafioni di 
Geremia, e altri commenti e parafrasi della Santa 
Scrittura. Soprattutto poi col Quaresimale e co' sUoi 
Panegirici attese alla cristiana riforma del popolo. E 
nel tessere i suoi lavori non si condusse a capriccio, 
ma studiò la tradizione dell'arte; anzi egli stesso 
volle dettarne delle norme e commentarle nella sua 
Rethorica Ecclesiastica, eh' è una parafrasi del libro 
dell'eloquenza di Demetrio Falereo; come V altro suo 
scritto: // modo di comporre una predica non né 
che un commento pratico. 

Si domanderà: si riconosce una perfetta equazione 
tra le lodi ricevute da questo oratore e Tane sua ? Suoi meriti 
Del buono ce n'ha: è vivace, talvolta energico, fe- 
condo sempre, pieno di erudizione, specialmente bi- 
blica, non tratta male la lingua che cornea; doti che 
aggiunte ai pregi del portamento, del gesto e soprat- 
tutto di una voce sicura e robusta poterono a' quei 
dì eccitare una specie di fanatismo. Convien dire 
però ch'ei non ci sa dare proprio un discorso sotto 
ogni rispetto eloquente e compiuto; tiene un modo 
più da istruzione che da discorso oratorio, anche 



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:i8q capo sesto 

quando non fa legioni morali; ti processo delle ar- 
gomentazioni non suol mostrarsi compatto, ma qua 
e là divaga, gli affetti vibrano di raro-^ le filatesse 
-degli epiteti ristuccano, si compiace d' ingegnosità e 
artifizi che preludono al periodo futuro. Ecco ad 
esempio come, dopo il proemio, e' s' introduca a 
commentare il Vangelo della lesta di S. Stefano: 
ft Meravigliosa e altissima lezione, nella quale, qua^l 
in collo di colomba po^to al sole, da quante partì 
miri, da altrettante vedi varii colori dì variationi e 
diverse virtù di S. Stefano: grazioso, o Roma, ve- 
diamo Stefano oggi, bravo Io vediamo, miracoloso, 
odiato, disputante, vincente, savio, spiritoso, invidiato, 
santo, ascoltato, cacciato, lapidato, invocante, racco- 
mandante, inginocchiato, gridante, orante, tacente, 
m oriente: grazioso. Stephanus phnus gratta; bravo^ 
•et fortitu din e : m ì r a co I oso, facieba t signa m agna ; 
odiato, surrtxerunl quidam de Sinagoga ; disputante, 
disputantes cum Stephano; vincente, non po/^rjn^ re^ 
sistere; savio, sapitntiae; spiritoso, et spiri tuì qui /o- 
^uebalur,.. 3> e cosi fino alia fine, mettendo rutti gli 
epiteri di fronte al testo latino. E ho recato questo 
tratto, perchè rispecchia una maniera su cui spesso 
ritorna il nostro oratore; maniera del resto comune 
al Musso e ad altri, e che più che a convincere o a 
muovere al bene dovea servire a farsi ammirare con 
4' artifizio- Da siffatte pedanterie niuno può aspettarsi 
vera eloquenza. 

A quando a quando però sa nutrire con giuste 
ragioni il discorso e disporle con buon ordine e di- 
ventare efficace. Cosi ad esempio nella predica sul 
Santo Sacrifizio della Messa mette alle strette Lu- 
tero: « Scelerafissimo Lutero, il quale dice in questo 
modo: della Eucaristia non ne doviamo fare se non 
<]uello che fece lo stesso Cristo, che disse hoc facile; 
tua Cristo diede bene l'Eucaristìa a discepoli, ma 



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CAPO SESTO 187 

non si legge che la offerisse a Dio; dunque anche 
noi doviamo bene usare l' Eucaristia in darla per sa- 
cramento agli uomini, ma non offerirla per Sacrifizio 
a Dio. — Sì eh, arrogante > Ma che dirai se io, o 
€01 pio Golia, trattati la spada di mano, con la stessa 
ti uccido? Della Eucaristia non ne doviamo fare se 
non quello stesso che fece Cristo, io lo consento: 
ma ove tu dici che egli non la offerì, e io dico che 
l'offerì prima a Dio, e poi ne diede agli Apostoli; 
•dunque non solo per Sacramento ma anche per sa- 
crifizio doviamo ancora noi usare l'Eucaristia san- 
tissima. È certo, ascoltatori, che Cristo offerisse prima 
r ostia al Padre ch'egli la desse agli Apostoli; leggete 
l'istoria in qualsivoglia degli Evangelisti e lo vedrete 
chiarissimo. Hoc est corpus meum quod prò vobis 
datur ; datur in presente dice S. Luca; e sebbene 
del sangue soggiunge in futuro fundetur, nondimeno 
il testo greco dice funditur in presente; e tutti i 
luoghi degli Evangelisti suonano: corpus quod tra- 
ditur, sanguis qui funditur. Ma a chi si dava, a chi 
si offeriva allora questo corpo? Agli Apostoli forse? 
No no, leggete, che non dice quod datur vobis, ma 
quod prò vobis datur; per loro si dava quel corpo 
che dovevano ricevere, ma a chi poteva darsi, se non 
si offeriva a Dio ?» E qui conferma il suo concetto 
col paragonare l'Eucaristia all'agnello pasquale im- 
molato per ordine di Mosè, per poi conchiudere: 
« Sì sì, dolcissimo Signore, te ipsum ferebas mani- 
bus. O miracolo nuovo 1 te stesso comunicasti per 
istituire un sacramento, ma te stesso prima sotto 
specie di pane e di vino offeristi, per darci ad inten- 
dere che il tuo stesso corpo sotto specie di vino e 
di pane doveva nella nostra legge e nel nostro altare 
essere sacrificato da noi. » 

Prima e dopo il Concilio, per assecondarne lo 
spirito e le leggi, alcuni attesero con maggior cura 



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/ 



l88 CAPO SESTO 

non solo a lezioni scritturali, nelle quali si segnala- 
rono parecchi tra gli oratori testé ricordati, raa anche 
ad altri discorsi istruttivi e catechistici. Così meglio 
si ponea mano, specie tra il popolo men colto, a quella 
riforma di costumi che richiede s illuminino le in- 
telÌTgenze e si sospingano al bene le volontà. 

Illustre in questo campo s avanza Luigi Lippa 

Lavori ci- mano, morto prima che si chiudesse \\ Concilio, cioè 
t Luigi Tanno 1559. Nacque a Venezia, si acquietò grande 

^'Pf'°"''°^riputazione per la conoscenza di lingue antiche, della 
Scrittura, dei Ss- Padri, e in generale come assai eru- 
dilo teologo. Fatto vescovo dì Modena, coadiutore a 
Verona e ultimamente vescovo di Bergamo, fu sotto 
Giulio ni uno dei tre presidenti del Concilio, e sotto 
Paolo IV andò nunzio in Polonia. Si mostrò pieno 
di zelo neir opera del sedare le discordie religiose in 
Germania e nelT opporsi alla diff'jsione delle nuove 
ere5;te in Italia. Oltre a una grande raccolta di vite 
di santi, e a commenti tratti dai Padri sui primi libri 
dell" .antico Testamento, scrisse la Conferma di tutti 
I donvm cattolici ^ le Aggiunte di prato spirituale di 
Giovanni Mosso^ le Cìstituponi sinodali e Sermoni 
sui santi. 

Come grande catechista poi dettò Y Esposizione 

^'mìì^dll' ^^^ simbolo^ che va congiunta a quella del Palerno- 
Simboio j^gi- e dei Comandamerìti* E da avverfire però che 

errori dei Siffatto lavoro non tu tutto opera sua. Dovendo par- 

Prmettanti jjpg per la Germania, mentre ancor trovavasi a Ve- 
rona, aveva afHdato, come narra nella lettera di pre- 
faEione, ai Rev.di Maffeo Albertino canonico e Gio- 
vanni Del BenCj arciprete di S. Stelano « uomini 
dotti, timorati e soprattutto zelatori delle anime ^ di 
comporre questo libro per le persone basse, confu- 
tando le dottrine dei moderni eretici^ che già porta- 
vano le loro controversie in piazza; riservandosi però 
a suo tempo di rivederio per darne T approvazione. 



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A 



CAPO SETSTO 189 

Ma nel rivederlo, quantunque si dichiari contento 
deir opera loro, avendo conosciuto molto addentro 
gli eretici ne* suoi viaggi e nelle sue trattative con 
essi, credette necessario di accrescerlo più d*una metà; 
cosicché la spiegazione del simbolo da lui ideata, 
ampliata e ritoccata vuoisi ascrivere principalmente 
a merito suo. Egli avverte bensì il pericolo che viene 
dal portare certe controversie tra il popolo, ma d* altra 
parte sente ancora la necessità del provvedere, quando 
la peste è già scoppiata. « Come vedrò io la greggia 
di Dio, la quale egli mi ha dato a pascere, ogni 
giorno più corrotta con la falsa dottrina degli eretici, 
con i colloquii pravi dei nemici della verità, con leg- 
gere libretti volgari stampati e dati nascostamente, 
con il cicalare di alcune filalane e pettegolette, (per 
dire il nome che si meritano) che non sanno se sieno 
vive; ed io tacerò, starò con le mani in croce, ser- 
rati gli occhi, chiuderò le orecchie e sarò come muto 
che non potrò gridare? » (i). Quanto le obiezioni 
sono poste con molta chiarezza, altrettanto le risposte 
si presentano schiette e precise; è un libro che ai 
controversisti e ai catechisti potrebbe giovare; anche 
la dizione è abbastanza commendevole. 

Come pure non invenusti si vogliono dire i 22 j j, 3^^- 
sermoni che pubblicò nel 1541 sopra le feste princi- moni sopra 
pali dell'anno. Furono dedicati all'illustrissima si- 
gnora Costanza Farnese Sforza; e nella dedica dice 
di apprestare tal libro quale ottima lettura per la 
santificazione delle teste, perchè gli parea che troppo 
erano neglette e che troppi eran quelli che ascolta- 
vano « i membri del demonio che dicono col salmi- 
sta (2): togliamo dalla terra tutti i giorni del Signore ». 
La sostanza de' suoi discorsi viene dalla Scrittura, 



(I) Lettera al clero e al popolo veronese. 
(2» Ps. 73. 



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ICP CAPO SESTO 

ma schivando dì accumiiiarne i passi; sa adornarli 
ancora con qualche imagi ne acc Lira rame n te descnUa; 
e quando gli viene il destro, coi fatti meite bene la 
morale in azione. Kcco ad esempio com' ei si taccia a 
descrivere il martirio dì S. Vincenzo: « Allora Da- 
ciano, sentendosi ingiuriaEO, pianse di sdegno, e chia- 
mata la guardia, disse: levate vìa Valerio, e lasciate 
qui solo Vincenzo, al quale ha bastato V animo in 
gi urlarmi pubblicamente; flagellatelo iu[to da capo 
a' piedi* fino a che si stracchino i battitori; ponetelo 
suireculeo e con i pettini di ferro levategli la carne 
a pezzo a pezzoi fricate poi le ferite con il sale, po- 
netelo in una catasta di ferro sopra le brage ar- 
denti, ed ogni sorta di supplizio consummate in lui. 
Oh furore senza ritegno! o pazzìa sfrenata! oh rabbia 
brutale! Potete qui pensare, diletti miei, che il glo- 
rioso Vincenzio niente si turbasse, anzi pieno di al- 
legrezza spirituale ringraziasse Dio nel cuore suo che 
fosse fatto degno di essere martirizzato per lui e poi 
con una invincibile costanzia dicesse: O misero, che 
ti pensi di fare? Che avrai guadagnato quando m'avrai 
fatto morire eoa diversi tormenti? Vedi tu questo 
cielo com'è bello nel suo aspetto? e questa terra abi- 
tabile com'è grande nel suo circuito? e quante cose 
meravigliose sono in lei? Tutto è niente in compa- 
razione della felicità e beatitudine che aspettano i 
giusti in Cielo, « Collega nelF università di Padova 
al Lippomano fu il b. Giovanni Marinone dì Ve- 
nezia (1490-1562) che, direttore da prima di uno 
spedale, ove lasciò esempi di sublime carità, aggre- 
gatosi poi alla famiglia religiosa di S. Gaetano, passò 
per molte città come zelante apostolo; morendo disse 
che provava una grande soddisfazione rammentando 
che per 50 anni avea predicato le verità della fede. 

Ma più compiuto dicitore discende in questo 
aringo Girolamo Seripando, cardinale. Nacque di fami- 




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CAPO SESTO tri- 

glia patrizia in Troia { 1493 1563); si formò alla scuola 
di Egidio da Viterbo che lo incitò a vestir T abito 
agostiniano, diventò dotto assai nelle lingue orientali 
e gli furono affidate moke cariche. Si rammenta la 
sua predicazione a Sorrento Tanno della peste 1516 
come un fatto di grande importanza e che arrecò- 
molto frutto. Dopo di che le città dVItalìa gareggia- 
rono per averlo. A Napoli fu ad udirlo Carlo V, pel 
quale T oratore dovea più tardi compor queir orazione 
funebre in latino che ancora si ha. Fu generale del- 
l'Ordine, sostenne importanti legazioni politiche, passò^ 
vescovo di Salerno e nel 1361 fu cardinale, e mori 
due anni dopo andando legato al Concilio di Trento. 
È peccato che molti lavori, anche Qratorii> di questo 
insigne personaggio siensi smarriti. Nel tempo che 
trova vasi a Sorrento attese a spiegare al popolo la 
dottrina cattolica, forma di predicazione eh' ei predi- 
ligeva e che torna sempre utilissima quando vi si 
sappia innestare calde raccomandazioni per muovere 
la volontà. Perciò possediamo ancora buona parte 
dei discorsi Sopra il Simbolo degli Apostoli dichia- 
rato COI Simboli del Concilio Nkeno e di S. Atana- 
sio (i). Fin dalla prima predica mastra 11 dovere di 
farlo, « Già sono oramai due anni, o diletrissimi in 
Cristo Gesù, che essendo io desideroso di pagarvi 
quel principal debito che ho con voi, cominciai a^ 
parlarvi la parola di Dio, conoscendo che questa è la 
prima cosa a cui ci obbliga Iddio benedetto, quando 
ci chiama al ministero episcopale, che abbiamo a 
pascere la sua greggia nel campo delle S. Scritture- 
li che apertamente manifestò, quando Cristo Gesù. 
chiamò Pietro al sommo pontificato dicendogli: l'of- 
ficio tuo sarà di pascere le mie pecorelle e i mìei 
agnelli.... Io mi sono accorto in questi due anni che 



Ul Srampatì a Venezia 1617. 



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Siggio 



[93 CAPO SESTO 

t}ue' ragionamenti, ancora che nascessero da affetto 
paterno, fùr poco fruttuosi: perchè non ho veduto, 
carissimi mìei figliuoli, che voi ne siate diventari ne 
più sa vii di quello che vi trovai, né più giusti, né 
più Fanti, né più liberi; anzi mi pare che in tutte 
queste quattro cose siate peggiorati- E perciò mi do- 
glio acerbamente dì non aver saputo ben porre Cristo 
ne' vostri cuori e imprimerlo ne' vostri petti tanto 
efficacemente che, a consolazione mia, a salute vo- 
stra, apparisse nella vita e nelle opere vostre qualche 
frutto della parola piantatavi predicando j^ (i), Tut* 
tavia spera che ii nuovo metodo che inCraprende 
riuscirà a qualche cosa di meglio; e prepara una 
traccia della nuova materia. 

Si mostra parco, preciso, dotto teologo; e quan^ 
tunque in generale nella esposizione sia alquanto 
secco, non manca però a tratti dì un movimento af- 
feituoso, semplice, pastorale più* che elevato. Nella 
predica IlL dopo aver parlato di Dio Padre, sog- 
giunge: « Io vorrei che questa fede, con la quale dite 
di credere in Dio padre, onnipotente, creatore del 
cielo e della terra, voi, carissimi figliuoli, la congiun- 
geste con T obedienza et osservanza dì tutte quelle 
case che da questo vostro padre vi sono state co- 
mandate? altrimenti con che fronte direte di credere 
che vi sia padre, se voi non V onorate come padre, 
osservando i suoi comandamenti? Con che cuore ÌI 
chiamate voi onnipotente? Non temete voi che, po- 
tendo ogni cosa, possa et abbia a punirvi di tante 
vostre disobedienze ? Non sapete voi quello che disse 
per uno de' suoi proferi a quel popolo il quale il chia- 
mava, come voi fate, padre et Signore? Se io sono 
padre, ov'è L' onor che mi porti, come a padre? Se 



(Il Prt4!c« I. 




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CAPO SESTO I(»3 

io sono Signore, ov* è il timore che tu hai di nìe, 
come di Signore? Con che animo il chiamate voi 
creatore del cielo e della terra? Con animo" vera- 
mente pieno d'ingratitudine; poiché avendo ricevuti 
da lui tali e tanti doni, quali e quanti ne contiene 
il cielo e la terra, non solo non gli rendete le debite 
grazie, ma dispregiate gli ordini e i comandamenti 
di sua divina Maestà. Venite qui. Non v* ha egli co* 
mandato che dalle cose visibili, prodotte per servigio 
vostro, voi vi levaste alla contemplazione delle cose 
invisibili che sono in lui? Ditemi un poco: quante 
volle vedete voi il cielo, la terra, e tante varie bel- 
lezze di questo mondo, e alzate l'animo vostro a 
contemplare V invisibil potenza, sapienza e bontà di 
Dio? dicendo S. Paolo che coloro che dalle cose 
create e visìbili non si destarono alla contemplazione ^ 
delle cose invisibili et increate, furono inescusabili. 
Non v' ha egli detto et comandato che per li bene- 
fizii, che voi ricevete ogni hora dal cielo et dall' altre 
creature, voi ne rendeste gratie a lui? Non v'insegna 
questo David ? quando parlando con Dio dice: Che. 
cosa è r uom che tu. Signore, abbi a tener memoria 
di lui? Che cosa è il figliuol dell'uomo, che tu. Si- 
gnore altissimo, babbi a visitarlo con le gratie tue? 
Tu, Signore, Y hai fatto poco minore degli Angeli. 
Tu r hai coronato di gloria et d' onore et preposto 
alle opere delle mani tue; tutte l'hai poste sotto 
a* piedi suoi, gli animali di terra, gli uccelli dell'aria 
e i pesci del mare. Onde rendendo in questa sua 
contemplazione gratie a Dio dice: O Signore uni- 
versale e Signor nostro, quanto è meraviglioso il 
nome tuo in tutta la terra! Guardiamci dunque 
d'usare le creature di Dio ad altro fine che a quello 
al quale sono state create da Dio » (i). Vito Fornari, 



(I) Predica HI. 

Storia della Predicazione ecc, 13 



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194 CAPO SESTO 

dopo aver detto che i Cinquecentisti sono in generale 
oratori insipidi (e ha ragione quando si giudichino 
alla stsegua dei sommi delle più splendide lettera- 
ture) concede qualche soffio di eloquenza al Seri- 
pando (i). 
Sisto Ai già ricordati si può aggiungere il domenicano 

is om n ^.^^^ j^. Visdomini. Nacque a Como e molto attese 
agli studi esegetici, come dimostrano anche le opere 
che pubblicò, cioè le sue Homiliae in Isaiam nonché 
le Conciones in Evangelia ac in Catechismum Ro- 
manum sapienter et eleganter scriptae (2). 



APPENDICE 1« AL CAPO VI. 



Raccogliamo i nomi di altri illustri che onorano 
'^kaiian?' 1^ seconda metà di questo secolo. Fiorirono tra i 
Domenicani ; Girolamo Trevisan, veneziano, vescovo 
di Verona, morto al Concilio di Trento e Tommaso 
Stella, pur di Venezia e vescovo di Trani, morto il 
domenicani ^5^' ^^^^^ Arighetti, fiorentino, che predicò molto 
alia Minerva in Roma e fu sepolto in patria a 
S, Marco; Antonio Giustiniani dì Venezia; Angelo 
Gojjino di Lugo; Gio. Batta Cuerani di Siena, che 
predicò in molte città; Michele Ghislieri, nato presso 
Alessandria in Piemonte, che prima di portare il 
nome di Pio V, (ognun sa che fu santo), predicò 
molto, specie nella Valtellina e nel contado di Ghia- 
venna; morì sul trono di S. Pietro nel 1574; Sisto 
da Siena^ che, nato da genitori ebrei, si fece cristiano 
in assai giovane età e che, prima che domenicano, fa 
francescano. Ma cadde e ricadde in errori, onde fu 
posto nelle prigioni del S. Uffizio a Roma; ma 



(1) Arte del dire lib. HI, lez 27. Napoli, 1881 . 

(2) Venetiis typ. Scoti 1576. 



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CAPO SESTO 195 

ravvedutosi predicò con frullo e valore, e morì 
a Genova nel 1569 in età di 49 anni; Eustachio 
Locatelli di Bologna, caro a Paolo IV, Pio IV e 
Pio V; Paolo Zigari di Ragusa che studiò e rimase 
in Italia; Remigio Nanni, fiorentino, lodato princi- 
palmente come uomo dotto, ma anche come egregio 
sermonatore; dimorò qualche tempo a S. Zanipolo a 
Venezia, d'onde Pio V lo chiamò a Roma per emen- 
dare le opere di S. Tommaso; mori nel 1580; e fece 
oltre a molti lavori teologici e storici (tra i quali 
F Istoria d' Italia di Francesco Guicciardini riscontrata 
con altri istorici ecc. Venetiis 1368) anche una Rac- 
colta di orazioni in materia civile, criminale, e mili- 
tare, tratte dagli antichi greci, romani e moderni. 
Antonino Stabili, napoletano che, oltre // nuovo Ro- 
sario , scrisse anche un Manuale Praedicatorum ; An^ 
gelo FHentini di Corsignano (Toscana) di cui ^ì 
stamparono dieci prediche (Giunti 1589); Teofilo Fé- 
dini, fiorentino; Vincemmo Ferrini di Castel nuovo di 
Garfagnana, scrittore anche di opere ascetiche; Sera- 
fino Ro^p, che oltre una Storia degli uomini illustri 
de' Predicatori , pubblicò i Discorsi per l'Avvento 
nel 1591; Francesco Fontana di Como; Gio. Maria 
Solari, ligure; e Pietro Franchini di Treviso, di cui 
si ha Quindici meditazioni sopra gli quindici misteri 
del Rosario (Treviso 1584, e una Lettera spirituale agli 
illustri suoi Trivigiani, Discorsi ecc., Treviso 1598) (i). 

Vanno tra gli agostiniani: Eugenio Pesarese, an- ^ 
conitano, morto vescovo sufFraganeo di Velletri, che ^^*** "^'*^' 
scrisse un quaresimale; Sebastiano Broilo di Faro, 
morto nel 1568, i cui discorsi furono stampati a Ve- 
nezia nel 1562; Teofilo Gallinoni da Vairano, che 
nel 1563 predicando a S. Petronio di Bologna tanto 
commosse quei cittadini a pietà verso i poveri, che 



1 



II) Ex Quétif et Echard. 



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igÓ CAPO SESTO 

li condusse a fabbricar loro alcune case fuori delle 
mura presso S. Gregorio^ e dopo la sua morte, av- 
venuta repentinamente a Palermo nel 1575, lasciò due 
volumi di discorsi sopra i Vangeli, quaresima e av- 
vento; Giustiniano Guerrini di Cremona, di cui si 
rammentano i discorsi sopra la Salutazione angelica, 
dettati in italiano; i padovani Gregorio Patavino che 
percorse tutte le cariche dell'Ordine, e accusato al 
tribunale d'Inquisizione, fu dichiarato innocente; e 
Cristoforo Patavino, generale dell* Ordine; morirono 
entrambi a Roma, il primo nel 1555, e T altro 
nel 1569 (i). 

Sono non ignobili tra i francescani : Luigi Po{{ii 
ancescant piacentino, lodato dal Panigarola e stimato assai da 
Pio IV; morì nel 1580, essendo nato tre anni prima 
che incominciasse il secolo; Tommaso Illirico che 
predicò assai nella corte di Carlo lil di Savoia, e at- 
tese molto a combattere in quelle regioni i Valdesi; 
Cristoforo da Verucchio, che pubblicò in italiano tre 
volumi di Esercizi Spirituali (2); Pietro da Macerata; 
Cherubino da Pescara ; Antonio Pagani da Venezia; 
che scrisse anche dei poemetti, e come predicatore 
facea gran fcutto; Giuseppe da OnegUa, di cui si ri- 
cordano le penitenze, morto il 1589; Giacomo di Fa- 
rosarsino, della provincia di Genova; Pietro da 
Murro, marchigiano. Felice Peretti che fu poi car- 
dinale e papa col nome di 5ii>to V; Girolamo Ti- 
nelli che fu dotto teologo e vescovo di Modena e 
pubblicò discorsi sopra i Vangeli e l'orazione dome- 
nicale; Gio. Batta Canati; Francesco Grassi, dal- 
mata; Gabriele di Montenuovo che morì a Fabriano 
nel 1598 e scrisse anche libri ascetici; Trebapo Mar- 
cotti morto nel 1599 ad Assisi, segnalato per la pietà; 



(1) Ex Ossinger. (2) Lione, 1590. 



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CAPO SESTO 197 

Francesco De Sanclis, morto l'anno appresso, e che 
predicò con lode anche nella Spagna. 

Troviamo tra i gesuiti, che cominciavano a dif- u gesuita 
fondersi in Italia, Francesco Adorno dì Genova, morto ^j^^^^^^^ 
nel 1586 e che fu primo rettore di un Collegio a 
Milano. 



APPENDICE 11^ AL CAPO VI. 

Lungo tutto il secolo XVI trovo segnalarsi tra i 
Francesi: Antonio Du Four d'Orleans, oratore di Francesi 
corte presso Luigi XII, vescovo di Marsiglia nel 1507, 
e morto per via accompagnando Luigi Xli che ve- 
niva in Italia contro dello Sforza nel 1509. Gio- 
vanni De VillerSj di Valenciens, morto nel 1531; Gm- 
glielmo Pepin della Neustria che predicò più volte 
alla presenza di Francesco I di Francia e lasciò mol- 
tissimi sermoni sulle domeni. he, sopra Maria SS. e 
il Rosario e sui Santi, e che furono stampati nel 1533; 
Raimondo Goussin di Linguadocca, lodato per la sua 
facondia e morto nel 1334; i tre ultimi furono dome- 
nicani. Parecchi si circondano di maggior gloria per 
ciò che più potentemente lottano contro l' eresia in- 
vadente, e va tra questi specialmente Pietro Diooié 
di Auxerre, pur domenicano, che per 35 anni calcò 
i pergami più lodati di Francia, passando tra i primi 
oratori del suo tempo; combattè con molta vivacità 
e buon successo contro i calvinisti e ne fu detto il 
martello, onde quegli eretici arsero di tanto odio 
contro di lui che, nel 1534, avendolo preso, voleano 
crocifiggerlo, se i suoi amici con molto danaro noi 
redimevano. Dopo questo fatto tornò a predicare con 
U stessa forza di prima sotto Carlo IX a Parigi, ma 
l'anno appresso morì. Pubblicò: Instructions et Ser- 
mons pour tous les jours de caréme e Dix Sermons 




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198 CAPO SESTO 

de la S. Messe. Altri domenicani, celebri avversari 
dei Calvinisti furono: Giovanni Dumay di Fiandra, 
che lasciò Sermones quadrag. e Conchnes in psalmos 
graduaìes; Jacopo Le Hongre^ che (tCQ T orazione 
funebre il 20 marzo 1562 per il duca di Guisa, assas* 
sinato dai Calvinisti ; e Giuliano Fresneau, che vìsse 
alla corte d' Enrico 11, Fran cestro 11 e dirlo IX, di^ 
fendendo le verità cattoliche; inori nel ^57^. Né meno 
operoso si mostrò l'agostiniano Francesco Riccar- 
doto della Borgogna, che a 21 anno diede ottimi 
saggi del suo ingegno commentando S. Paolo a Pa- 
rigi, e predicò poi molto in Francia e in Germania 
contro i calvinisti, i quali duranfe un discorso gli ti- 
rarono una schioppettata senza colpirlo; fu vescovo di 
Artoìs, prese parte al Concilio di Trento, mori di 6; 
anni nel 1574, Lasciò tra altro: Sermones in oratio- 
tiem dùmenicalem^ Sermones duo de sacris imaginibus 
et indulgeniiis, Sermones quatuor de ìncarnaiione, e 
parecchie orazioni funebri per ragguardevoli perso- 
naggi, e tra questi per Enrico II di Francia e Carlo V 
imperatore. Aggiungi i domenicani: Jacopo Fourré 
di Mainvilliers (diocesi di Carnot] che predicò tnoJto 
a Parigi e altrove e fu lodato assai per grazia e fa- 
cilità; fu consigliere e predicatore di corte sotto En- 
rico n, Francesco il e Carlo IX; disse a Notre Dame 
l'orazione funebre per l'imperatore Ferdinando f, 
edita, e lasciò mss. Sermons dirers préchés à Parts, 
morì nel 1578. Giooanni Champaigne^ lodato per la 
copia e la veemenza, che stampò nel 1575 il di- 
scorso per l'incoronazione di Enrico 111, e pubblicò 
anche: Flores ex S. Joannis Chrisostomi operiòus 
collecti: Reims 1579, anno della sua morte. Giovanni 
de MonluCf av]uilano, di illustre casato, ma dì poco 
spirito religioso e dì dubbia fama; fn dì molta grazia 
nel dire e di grande sagacia nelf operare e perciò da 
Margherita di Navarra introdotto alla corte di Fran- 




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i 



CAPO SESTO 199 

Cesco I. Mori vescovo di Valenza, e sta sepolto nella 
chiesa di S. Stefano a Tolosa con questo epitaffio; 
Illmus vir Joannes de Monluc episcopus comes Va* 
tentinensis et Diensis qui suis temporibus non parum 
opera Consilio et virtute res frallicas j'uvit obiit anno 
D. MDLXXtX pridie id. apr. Scrisse: Instructions 
chrétiennes de T éveque de Valence sur les comcnde- 
ments de la hi et des saints Sacrements etc. Paris 
1557. — Sermons de téoeque de Valence sur les ar- 
ticles de lafoi et l'oraison domenicale etc. Paris Ifi57. 
— Sermons de l'éoeque de Valence sur certains points 
de la Religion, saooir la foi, la charité, f espénmce^ 
la patience etc. Paris 1559; e altro. Fu anche am- 
basciatore e oratore politico, e ha parecchi discorsi 
tenuti dinanzi al re, e due anche in italiano detti 
nel Senato di Venezia: Ragionamento d'un amba- 
sciatore di Francia, Giovanni Monluc, contro quelli 
che biasimano il re di Francia per avere ambascia* 
tore a Costantinopoli, e. Discorso del medesimo am- 
basciatore alla repubblica di Venezia contro l'ambi* 
zione di Carlo V (Mss. nella bibl. regia catal. n. 8) (1)1 
Abbiamo inoltre Baldassare Dressel del Brabanre che 
contraddisse efficacemente agli anabattisti, dalle cui 
mani fu sottratto dai cattolici mentre quelli voleano 
bruciarlo vivo. Lasciò: Homiliae de fìlio prodigo. An- 
tonio Abelly di Parigi, morto nel 1589, e pubblicò! 
Sermons sur les Lamentations du Saint Prophòte 
Hieremie, faits en la présence de la reine, mère du 
rei etc. et dediés à la néme. Paris 1582. Giacomo 
Le Feore, della Fiandra francese (da non confondersi 
con un altro omonimo di Lisieux in Normandia, 
morto nel 1716) che predicò assai contro gli eretici, 
ed essendo caduto nelle loro mani, fu tormentalo e 



(I) Ex Quétif et Echard, d'onde furono tratte anche l'altre nc^ 
tizie riguardanti i domenicani. * 



200 CAPO SESTO 

poi ucciso nel 1591. Lasciò: Conciones prò dominiàs 
et festis. Giovanni Fourré di Carnot, oratore di corte 
presso Enrico IH, e Medardo De la Val, dello stesso 
paese, morii entrambi nel 1598. Gerardo Verunstis 
Fiandra, agostiniano intrepido contro gli eretici, dai 
quali ebbe pesti i denti ; pubblicò tre discorsi sulla 
Passione di N. S. G. C. e morì nel 1396. 

Fra i seguaci di S. Ignazio sono degni di men- 
zione in Francia Anger Edmondo di Alleman (presso 
Troyes) (1530-1591) che secondo lo spirito del fon- 
datore del suo Ordine oppugnò principalmente l'ere 
sia: fu rettore di parecchi collegi e confessóre di En- 
rico Ilf. Lo storico Matthieu lo dice il Grisostomo 
della Francia e il più eloquente e dotto oratore del 
suo tempo. Ottennero fama il suo Catechismo e le 
Opere apologetiche in difesa dell* Eucaristia contro 
Lutero, Zuinglio ecc., e in difesa ancora degli altri 
Sacramenti, e i Discorsi sul Matrimonio e sulla Pe- 
nitenza. Dalier Odet, i cui Sermoni per le domeniche 
e feste e i cui panegirici furono stampati a Lione 
nel 1684 (1). 
Sjsagtiucii e La Spagna e il Portogallo contano molti oratori, 
portoghcjì nfjaturati specialmente dalla pietà e dallo zelo degli 
ordini religiosi, non pochi dei quali lasciando le 
palme artistiche che avrebbero potuto cogliere in pa- 
tria, si recarono a diffondere la religione tra i selvaggi 
delle nuove terre scoperte. Rammento tra gli agosti- 
niani: S. Tommaso da Villanova, arcivescovo di Va- 
lenza, detto l'elemosiniere, per le sue carità, riforma- 
tore delle costituzioni agostiniane e oratore di molto 
frutto e valore, come attestano i suoi sermoni, che 



(I) Le notizie rigaardanti ì Gesuiti, specialmente di minor fama 
e importanza e qui e altrove furono d'ordinario prese dall'Opera: 
Bibliotèque de la Compagnie de Jesus - Première partie: bibliogra- 
pbie par les Pères Augustin et Aioys de Backer. Nouvelie edition 
*par Carlos Sommervogel S. I. Strasbourgeois 1890. 



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-♦ CAPO SESTO *10r 

ebbero parecchie edizioni; mori nel 1555 Dionmo 
Vasque^ di Toledo, che in^ie^no in tre università e 
da Leone X fu iodato a Cado V chiamandolo un 
nuovo Elia. Ahare^ ^it^gu iodato specialmente per 
b zelo nella conversione depV infedeli; lasciò le se- 
gue n f i o p ere latine: Do min ica /e» ^ dr^en tua /e, Qu adra 
gtiimakt Sanciovahy Sermones in laude ni B. M. ViV' 
giniSf Condones funebres. Predicò molto a Limaea 
Quilo in America, e mori nel 1 576, rovesciato da un 
mulo nelle acque d' un fiume, eh' ei stava per passare, 
Giovanni Ab Amìunciatione^ che^ missionario nel Mes- 
sico, oltre a una grammatica messi e Lina, scrisse: Ser- 
mones in dominicas totms anni et dies festos. Mori 
nel 1593. De Atjecedo Luigi morto a 38 anni sul fi- 
nire del secolo. Pubblicò: Discorsos morales en la 
festas de nuestra Se nuora (Valladolid 1600,1. 

Tra i domenicani; Pasquale de fa Fuensanta di 
grande santità ed erudizione, morto il 15 12 Scrisse; 
Expositìon de todos lo*^ evangelios de X a rio. Fran-^ 
Cesco di Cordova f della casa dei marchesi Ut Priego, 
ullimcimente missionario nelle Indie; lasciò: Sermones 
de tempore et de sanctis. Didaco De^a morto 1^23 che 
tra le altre opere scrisse le ometie sui Vangeli* Didaca 
da Viitoria, caro pe' suoi sermoni a Carlo V e a tutta 
la Spagna. Balda^ar Sdirlo di Valenza, morto 1357* 
scrisse : Ck^nciones, Quadragesimalia ; e Domenico Bai- 
tùms, mono nel 1560, lasciò pur due volumi di con- 
cioni latine* Ebbero pure fama di grandi oratori: Tofn- 
ntaso Costa, porto^^hei^e, Andrea de Sforguer, che pre- 
dicò moko nel Messico, Dìdaco Ximenes Arias d'Al- 
cantara, e Domenico La Pa^ di Lisbona che percorse^ 
guadagnando molta celebrità, il Portojiallo, ta Spagna 
e ritLilta, conoscendone bene le lingue, e pubblicò; 
Sermmes in quìbus vere christiani hominis specimen- 
exhibctur (Yenetiis, Fr. Ziletli ISSo) mori nel 1580. 
Celebre su tutti non solo per le opere ascetiche, mt^ 



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202 CAPO SESTO 

anche per aver molto predicato nella Spagna e Por-* 
roga Ho è Luigi di Granata ^ che dettò più volumi di 
concioni in latino e morì a Lisbona 15S8. Gli Spa- 
gnnoli lo riguardano come il primo prosatore di 
quel secolo, ammirandone la forza, Tabbondanza^la 
niaestà dello stile; scrisse anche La guida dei pec- 
catori e cn Catechismo. GÌo. Granata^ aragonese, 
morto 1592, scrisse: Paraboìae e^angelicae moraìibu& 
discursibus exflicatae (Caesaraugustae 1585) cui- 
scursos sopra el psalmo Misererei Cesaraupustae i$Q\} ] 
Francesco Foreiro di Lisbona, chiana per la sua eru- 
dizione, ma anche per la sua eloquenza, m. 1581; 
Giovanni da Segovia e Tommaso di Truxiilo oUrt 
l'aver scritto trattati il primo De praedicatione ecan- 
ff elica e ì) secondo De ratione accurate concionanS 
lib. sex^ pubblicarono anche concioni in latino; e 
Lodomco Torre di Burgos, dettò; Veinte y qaatro 
di scursos sobre lus pecca dos della lengua ecc, [ Bur* 
gos 1580), Giooanni Guttiere^ di Sai m antica e Al- 
fonso di Cabrerà di Cordova furono predicatori di 
corte sotto Filippo K e III; e quest'ultimo, di mag* 
gìor fama, pubblicò in spagnuolo sermoni sui van* 
geli, avvento e quaresima e Sermons que predico a 
Ja honras del rey Filippo W [Madrid i^^S). Nel detto 
anno mori a cinquant' anni. 

Tra i francescani si segnalarono Antonio Guevara 
{1475- 1545) delle Asturie che stette in corte fino alla 
morte della Regina Isabella, indi si fece religioso; 
dotto e fervente, Io consideravano a que' di come un 
perferro oratore, onde Carlo V lo chiamò a predi- 
care in corte e lo te^c^ suo storiografo e poi lo pro- 
pose vescovo di Accitano e il volle compagno nella 
spedizione di Tunisi. Didaco da Vera fece gran con- 
versioni nelT America meridionale, come pure Gia- 
como Testerà, che fu prima oratore di corte a Madrid; 
Antonio Lope^t di gran santità, morto ìi 1^59, nel 




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CAPO SESTO iOJ' 

qaaJ anno morì pure a Xerez Girolamo de An^a 
detto concionatorum suae aetcttis facile priuceps. An- 
tonio Nunej del convento di Valenza morto nel 1585; 
Pietro da S. Maria ^ Francesco M orale , Ferdinando 
di Torres di Granala, morto 155Ì9; Alfonso Urbani 
che predicò in patria e poi andò nel Messico; Fratt- 
Cesco Ramos che dopo aver percorsa la Spai^^na sì 
recò nelle Filippine. Fioriva ancora nel 1595 Mei- 
chiorre Hnelamo^ della provìncia di Cartapena, che 
s[ampò in lingua spagnuola Discorsi spirituali e Con- 
siderazioni predicabili, tratte dalle cerimonie e dal 
misteri della Messa. 

Tra gì' infaticabili predicatori e missionari spa- 
gnnolì non vogliamo omettere alcuni Gesuiti, quali 
S^ Francesco Saverio (1506-1 552 }, notissimo apostolo 
delle Indie Orientali; dei quale tanto scrisse il nostro 
Daniello Barcoli; Giovanni Perpihan di Elche-^ lette- 
rato di valore, morto a Parigi nel 1566 e che dettò 
Orationes duodeviginti. Romae 1587; ed Escriva 
Francesco di Valenza, che entrò nella Compagnia 
nel Tjjo e lasciò Discorsi sui Novissimi e sugli ob- 
blighi del proprio stato, Ignazio d'Azevedo, porto- 
ghese di Porto ( 1527- 1570) che si recò a predicar nel 
Brasile, e poi quando, tornato in Portogallo, volea 
riprendere in quella lontana regione la predicazione 
con maggior numero di missionari, sorpreso dai cor- 
sari, per opera del calvinista Giacomo Sourie-, fu uc- 
ciso in odio alla religione coi 39 suoi compagni. Ga- 
spare Sanche{ ài Ciranata morto nel i^')[ e che lasciò 
due volumi dì concioni in latino. 

Si presenta inoltre come grande apostolo dell'An- 
dalusia, quale semplice sacerdote, Giovanni dAoUa^ 
che fu mezzo a numerose conversioni e guidò nella 
sua vocazione T ardentissima sposa di Gesù, S- Te- 
resa. Fornito di voce tonante era a un tempo pieno 
di calore e dì slancio; quantunque dal lato dt\\% 




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Tedeschi 



""^^li^^ 



204 CAPO SESTO 

forma riesca, per la fretta del comporre, negletto. 
Morì a settant'anni in Andalusia nel 1569. 

Va lodato fra i Tedeschi Bartolomeo Arnoldo di 
Utingen^ agostiniano, che si oppose al primo dilagarsi 
delle doiCrine di Lutero e predicando ad Erfurt cen- 
surò la connivenza dei magistrati ecclesiastici e seco- 
lari, e predisse la jattura della fede e la guerra dei 
contadini, onde sofferse molte persecuzioni. Morì nel 
1532, lasciando parecchie opere e sermoni editi in 
piccola parte. Giovanni Le Fèvre, canonico di Co- 
stanza e arcivescovo di Vienna in Austria, ove morì 
nel i54r. Tenne molte conferenze contro gli eretici 
e dettò altri scritti intitolati: Malleus haereticorum. 
Mattia ZiUardt, domenicano, nato ad Aquisgrana, 
che visse buon tempo alla corte di Ferdinando I im- 
peratore e pubblicò: Homiliae scu conciones 27 in 
/■" Ep S. Joannis Ap.li, e Duae conciones funebres 
in exequiis Ferd- I. Coloniae 1571- Giovanni Wild,. 
che lanosi francescano, diventò operoso missionario 
e valente oratore in Germania; l'arciduca di Ma- 
gonza !o nominò predicatore della cattedrale; mori 
nel 1 554. Ma più celebre assai appare il b. Pietro Canisio^ 
nato nel 1521 a Nimega nei Paesi Bassi, gesuita dottis- 
simo e zelantissimo quanto esperto oratore. A 26 anni 
fu mandato, come teologo al Concilio di Trento; 
dopo di che corse qual missionario varie regioni della 
Germania. Sostenne forti controversie con Bucero, 
Melontone e Pistorio; facendosi ammirare per la sua 
scienza pronta e sicura della S. Scrittura e delle opere 
dei Ss. P'^dn. Predicava nelle corti, nelle chiese, nelle 
piazze; onde gli eretici, alludendo al suo nome, lo 
chiamavano per isfregio il cane dell' Austria. Le sue 
opere principali sono: Summa doctrinae christianae, 
Commentaria de Verbi Dei corruptelis, ove confuta 
le favole inventate dai Cenluriatori di Magdebourg^ 
Instituìiones christianae pietatis. De Beatissima Vir- 



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CAPO SESTO 205 

gine Maria ; inoltre un Manuale pei cattolici, il Com- 
battimento del cattolico e altro. H libro che ci lascia 
un saggio della sua predicazione porta il titolo di 
Note evangeliche. Mori a y/ anni nel 1597. Verso 
il 1580 fioriva in Germania Giorgio Gothard che 
lasciò due discorsi sulle opere buone e sulla neces- 
sità dei Sacramenti contro gli eretici, e altri lavori 
polemici stampati a Ingolstadt. 

Noto tra i domenicani: Giovanni Jet^el, morto 
nel 15 19, predicatore del giubileo e primo difensore 
contro Lutero della dottrina cattolica sulle indul- 
genze. Giovanni di Dietembergh sul Meno, che pas- 
sava come dotto oratore; mori nel 1534; Bernardo 
di Lussemburgo, inquisitore a Colonia, che scrisse: 
Sermones de diabolica colluctatione septem vitiorum 
capitalium et virtutum spiritualium^ editi per fr. Ber - 
nardum de Lut^emburgo O. P. — Impressi sunt 
sermones isti in Officina liberorum, Quentell 1516. 
Inoltre: Sermones de Rosario; morì nel 1535. 

Tra i predicatori di altre nazionalità mi si presen- ^ .. 

., . T^ f »^ 1^ r 1 Predicatori 

tarono: il gesuita Bembo Matteo, nato a Posen, che d'altre 
entrò nella Compagnia nel 1387 e fu operoso missio- "^^'^"a*»^^ 
nario; i domenicani: Cornelio De Snekis, olandese, 
che morendo nel 1531 lasciò molti sermoni sopra il 
Rosario, 75 sopra, il Missus est, 4 su S. Giuseppe e 
altro; Giovanni Blak, scozzese, che nel 1562 confermò 
col sangue la fede, e lasciò discorsi dotti e pii; Egidio 
Domenico Vanden Prierle, d'Anversa, morto nel 1579, 
che dettò concioni per le epistole e vangeli delle do- 
meniche. Inoltre il francescano Adriano Holstadt di 
Lovanio che diventò famoso oratore in tutto il Belgio 
e morì ad Utrecht nel 1598. 



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206 



CAPO VII. 

Il decadimento della eloquenza fino a Paolo Segneri o il secentismo^ 
nell'arte oratoria — Studio sulle cause di siffatto traviamento - 
Giuglaris, Orchi ed altri che matteggiano — Oratori spagnaolll 
in Italia e italiani in Spagna — Altri che seguono l'andazzo, 4 
come cerchi il Tiraboschi di scagionarli — Oratori più tollera*^ 
bili: Reina, Rho, Spinola e altri. 



Chi considera le occasioni di loita e di riforma 
Alcune cir- j-eligiosa che si apprestarono alla sacra eloquenza ne 

costanze . , , . . 1 ^ .1. •• rr^ 

sono vera- tempi che volgonsi intorno al Concilio di Trento 
"^Iv^H^^aìuT^ s'avvede di un movimento sufficientemente buono 
eloquenza; e che sotto qualche aspetto accennava ad un vere 
progresso nella predicazione, ha motivo di vagheg- 
giare come prossimo alcunché di più luminoso i ]■ 
di più grande. E in effetto qual arringo favorevoli Itj 
non si apriva dinanzi al dispensator della divina pa- ;, 
rola, ora che il Concilio di Trento riannodava tutte 
le forze cattoliche e impediva efficacemente il dila-J 
gare dell'eresia! Giacché l'errore, come avvertiva 
Lippomano, aveva fatto pur troppo sentire la sua 
voce anche per le piazze, l' oratore avrebbe potuto ini; .j 
certo modo abilmente pigliar l'offensiva, e specicT 
nelle grandi città associare allo svolgimento dell| 
morale cattolica 1' apologia delle dottrine, notandoo 
la bellezza e i vantaggi sociali, di fronte alle rovino» 
conseguenze del protestantismo; e così mentre avrebbe ., 
provveduto a disciplinare i costumi, avrebbe ancorai ^^ 
apprestato una più vigorosa resistenza all' azione dis- ^j.^ 
solvente dei novatori. 



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I 



CAPO SETTIMO 2O7 

Ma pur troppo chi considera qual era V assetto 
sociale in concreto, deve subito accorgersi che siffatte ma sono 
buone circostanze erano contrabbilanciate da altre che undate^da 
premevano in senso contrario. Certo non mancavano altre 
gl'ingegni; la natura, uguale a se stessa, più o meno 
si, ma ne produce sempre di eccellenti e vigorosi. E 
non mancarono nemmeno gli uomini pii e santi. E 
quanti non ne fiorirono, specie negli Ordini religiosi, 
i quali ottennero 1' onor degli altari! E parecchi 
diedero opera anche alla predicazione e nonché cogli 
esempi giovarono con la loro parola eloquente ad 
innestare negli animi lo spirito della santità. 

E tra quelli che con si puri intendimenti in Italia ^, 

.. 1 1- • 1 . . 1 Non man- 

meglio trattarono la divma parola, annunciandola canopredi- 

con un sentimento profondo e schietto del bene, ciò ^^^°" ^^"^^ 
che non dovea lasciarli capricciosamente divagare in 
follie oratorie, come portava l'andazzo del secolo, 
sono degni di speciale memoria S. Giuseppe da Lio- 
nessa e S. Lorenzo da Brindisi, che stanno per così 
dire a cavaliere dei periodi storici che ora pefcor- 
riamo. 5- Giuseppe di Lionessa (1556-1612) al secolo 
Eufrasio Desidèri, dopo la morte del padre suo entrò 
neir Ordine de' Cappuccini a Viterbo, e dedicatosi alle 
missioni, non solo si recò con proprio pericolo a soc- 
correre i prigionieri cristiani che gemevano nelle car- 
ceri di Costantinopoli e ad istruirli e confermarli nei 
propositi della fede, ma sopravissuto ai tormenti ivi 
inflittigli, predicò con frutto di grandi conversioni 
specialmente nell' Umbria, e fino al termine di sua 
vita, che cessò nel convento di Amatrice. 5. Lorenzo 
da Brindisi (i 559-1619), al secolo Giulio Cesare De 
Rossi, e appartenente a cospicua famiglia, dacché entrò 
fra i cappuccini a Verona a 19 anni, crebbe sempre più 
nella stima dei suoi stessi compagni, a segno che fu 
più tardi fatto generale dell' Ordine. Era ancora dia^ 
cono che cominciò a predicare a Padova, facendo 



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208 CAPO SETTIMO 

gran frutto specie tra gli studenti di quella univer- 
sità. Dopo che fu sacerdote predicò molto agli Ebrei, 
e facendo di molte conversioni, specie per la grande 
urbanità e amorevolezza dei modi; ciò che succedeva 
ancor più tra i fedeli in molte città d' Italia e in par- 
ticolare nella regione veneta. Ebbe importanti mis- 
sioni dai Pontefici presso principi stranieri, e in Au- 
stria andò nelle prime file dell'esercito a incoraggiare 
i cristiani che pugnavano contro i Turchi. Mori a 
Lisbona, ove si era recato a perorare la causa dei 
suoi Napoletani dinanzi a Filippo IH di Spagna. 
fero quantunque non mancassero uomini di co- 
lera Ubonà tanto zelo, che sogliono riprovare ogni artifizio di 
inutile o nocevole pompa, per varie e note cagioni la 
eloquenza sacra in generale seguì peggio che mai i 
traviamenti deplorati nelle lettere, folleggianti special- 
mente nelle accademie. Mancava una libertà vera, la 
quale come giova alla prosperità del popolo, giova 
molto più al sacro oratore. Come mai potrà esso ele- 
varsi, iniìammarsi, e tutte ridestare le lOrze del suo 
ingegno, ove non senta che immensi beni dipendono 
dall' operu sua, e che gli è dato di recare un rimedio 
alle piaghe che rendono piij sanguinante il corpo 
fociale? Ma allora pur troppo i principi tendevano a 
infeudare al carro dello Stato la Chiesa, e quanto 
più potevano si sostituivano ad essa coi loro tri- 
bunali d* Inquisizione. Era naturale pertanto che i 
principi e i loro ministri, che miravano più al fine 
politico che ad altro, si contentassero delle apparenze ; 
più cioè di mantenere il principio religioso affinchè 
non succedessero torbidi nello stato, che di promuo- 
vere la sincerità della fede e la bontà del costume: 
ad essi importava soprattutto che non si offendesse 
quella accasciata società di privilegiati che sempre 
più si corrompeva nella mollezza. Quindi il popolo 
italiano, preso nella sua generalità, non aveva a im- 



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CAPO SETTIMO 2O9 

pensierirsi di nulla; c'era chi avea tolto sopra di sé 
il carico di ogni cosa; e anche il sacerdozio, al di 
qua del domma, dovea molto lasciar che gli si me- 
nasse la mano: tutti non dovevano far altro che 
piegarsi alle gride e ai bandi, che in molti luoghi 
uscivano da una corte straniera, che poco ne com- 
prendeva i bisogni. Guai pertanto a queir oratore che 
dal pergamo avesse trattato materie troppo scottanti, 
e con ardita parola avesse bollato certi disordini con- 
sentiti o voluti dai potenti. Sia pur che si ragionasse 
di fede e di morale cristiana, o di ordinamenti civili 
che avevano stretta attinenza con essi; avrebbero 
gridato che sì metteva la falce nel campo altrui, e gli 
sarebbe stata chiusa immantinente la bocca. Il che 
succedeva in Italia molto più che in Francia, dove 
il governo rispecchiava meglio la nazione e i comuni 
sentimenti; tanto più che colà si avea particolare 
interesse a mantenere con una proficua libertà quel 
sentimento religioso che respingeva o limitava di 
molto razione della protestante Alemagna. L'ora- 
tore quindi, massime tra noi, si moveva con non 
poco impaccio; certo sentiva che i beni religioso- 
sociali, che pur avrebbe potuto ripromettersi, non 
dipendevano da lui, e che la sua missione perciò 
si ravvolgeva fra troppo ristretti confini; sentiva 
ancora che il popolo lo sapeva, e che, se molti 
andavano ad udirlo per compiere un alto di reli- 
gione e regolare santamente i propri costumi, altri, 
particolarmente della società più colta, andavano per 
aver occasione di darne un giudizio, per procacciarsi 
un po' di passatempo, o prender parte ad una costu- 
manza che i tempi esigevano. Domando io, in sif- 
fatte circostanze la grande eloquenza è più possibile? 
Diventò apparato, pompa, apparenza con poca so 
stanza. 

A questa viziatura fondamentale, a cui parteci 

Storia della Predicazione ecc. 14 



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210 CAPO SETTIMO 

pavano in diversa misura anche altre nazioni, s* ag- 
Amore di giungono altre cause, diramanti dal medesimo tronco 
"novità*** e che aduggìarono l'eloquenza di questo periodo, a 
segno da renderla in mano di molli un lavoro vorrei 
dire eroicomico. In generale v*è sforzo di parere, 
senza verità e profondità di sentimento^ appunto per- 
chè sulle vere piaghe non si potea sempre metter la 
mano. D'onde nasceva la voglia di cercare una no- 
vità capricciosa, lasciando la vera, che i tempi o sotto 
un aspetto o sotto l'altro in varie proporzioni sem- 
pre presentano; quasi pigliando a imitare la moda, 
che talvolta, modellandosi sulla natura, riesce a com- 
piere e ornare in certo modo la naturale bellezza, ma 
poi cacciata dalla necessità di dover mutare, dà nello 
strano e pare compiacersi delle sue medesime scon- 
ciature. Ed ecco che quasi tutti gli oratori sul pul- 
pito fanno a gara coi poeti e co^li accademici di 
quella età, attruppandosi intorno al Marini che det- 
tava : 

Esser dell'arte il fin la meraviglia; 
Chi non sa far stupir vada alla striglia. 

Però era manco male se l'epica, ad esempio, ri- 
stucca del correre sulle orme del Tasso, cercava del 
nuovo col farne delle parodie; e nulla vietava che alcu- 
no intrattenesse le brigate anche goffamente ridendo o 
meglio satireggiando. Ma la bisogna correva altrimenti 
quando si dovea parlare sotto le volte del tempio e 
nella solennità delle sacre funzioni; laonde, io credo, 
s'ebbero in questo campo i peggiori componimenti 
letterari di questo periodo. E la ragione è perchè 
nell'eloquenza sacra si dovea contraffare il sentimento, 
parte precipua di essa e delicatissimo sempre; quindi 
avvenne che l' oratoria, non altrimenti che la lirica, 
che pur vive di sentimento, matteggiò oltre ogni 
misura. 



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CAPO SETTIMO 211 

Del resto nessuno creda che il guaio s'appartenga 
soltanto air Italia. Si fa questione presso di noi quanta Quanto 
parte avesse in un tale avviamento la dominazione cf„^**a"do- 
spagnuola che tenea sotto di sé parecchie regioni minazione 
della penisola ed esercitava grande influenza politica 
in tutto il resto. E possiamo davvero concedere che 
la lingua risonante, o il linguaggio degli Dei, come 
diceva Carlo V, che prendea molto colorito dalle vi- 
vaci fantasie arabe e da un po' di sussiego spagno- 
lesco e tendeva a un modo di grandeggiare che si 
piace dell' artifizio, abbia appiccicato tra noi più sen- 
sibilmente il morbo; ma il fatto è che anche le altre 
nazioni che avevano una letteratura tutta propria, se 
ne mostrano più o meno contaminate, come avremo 
a vedere, anche nell' oratoria sacra. Già la maniera 
cadenzata, alquanto ritorta e faticosa, monotona pa- 
recchio, che discendeva dall' imitazione dei classici, 
cominciava ad annoiare. Quel pigliare a piene mani 
pensieri e imagini dalle opere antiche, quello stri- 
sciare suir altrui falsariga, quel chiudere i concetti 
in periodi affettati secondo una medesima architet- 
tura, quasi bachi da seta che maestrevolmente si 
chiudono in un bozzolo, più non poteva andare. E 
pur troppo i primi ad uscir di tutela fecero come 
quei giovani che, stando di mal animo sotto la di- 
sciplina del pedagogo, non appena si sentono padroni 
di sé, tirano a far delie scappate da rompersi il collo. 
E perciò dapertutto, dove s' era inteso l' influsso clas- 
sico, si corse da prima a vànvera cercando il nuovo 
nella molteplicità dell'errore piuttosto che nell'unità 
del vero, nella stranezza di una parvenza frenetica, 
piutto^sto che nella semplicità del bello. 

Il che forse accadde maggiormente tra noi per Raffronto 
mancanza di un certo rigoglio di vita rivolto a fini letteratura 

pratici^ religiosh O* civili. r^ifoqifenza 

Se nel se€plo XVlf vf fosse stato quel sentimento sacra 



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2J2 CAPO SETTIMO 

religioso, jiemplice e verace, che signoreggiava i tempi 
di S. Antonio di Padova, via, Y eloquenza sacra si 
sarebbe contenuta entro più giusti confini! Perchè, 
come si diceva, il sentimento verace e forte non per- 
mette mai di divagare in manierose vanità. Pertanto, 
mentre la letteratura scientifica, che avea da cimen- 
tarsi in serie lotte, non traviò, anzi diede il più grande 
scrittore che abbiamo in materia scientifica, quale è 
Galileo Galilei, e una pleiade d'astri minori ma pur 
risplendenti di bella luce; l' eloquenza sacra, che cercò 
il nuovo in ciò eh* era più alieno dalla sua natura. 
Fallì. Sì allontanò sempre più dal tipo grave e parco 
dei Padri, ampliò i difetti, di cui già si trovavano 
esempi nel precedente periodo e diventò un conti- 
nuato artifizio. Si compiacque del paradossale nelle 
proposizioni, pescò dottrine e fatti non solo fuori di 
ciò che parea troppo noto nelle Sante Scritture, ma 
tra ciò che parea più strano tra i filosofi e gli storici 
antichi, le cui citazioni tanto sono frequenti quanto 
le altre scarseggiano; gonfiarono le imagini a tutto 
potere, di guisa che ciò che un oratore antico avrebbe 
significato con una semplice metafora, diventa nelle 
loro mani una interminabile diceria che serve ma- 
gari a formare un esordio. Così accadde che gli esordi 
hanno assai spesso un legame sottilissimo col corpo 
del discorso* 
Giagiaris Fornito d' ingegno, che potrebbe dirsi anche splen 

*ai^V^ncrpf did*^^ ^^^^^'^^*o S^"^''^^"^^"^® a' suoi dì, ma pieno 
dei rammentati difetti, va tra' i primi il P, Luigi 
Giuglaris [1607 1653). ^" ^^^^ ^^^^ ^^^^^ ^* Savoia, 
ove educò per cinque anni Carlo Emanuele I, per 
cui anzi scrisse un' opera, certo più soda e impor- 
tante delle sue prediche: La scuola della verità aperta 
ai principi. Anche nella oratoria non -manca di me- 
riti: pon bene il suo assunto, non perde di vista il 
concetto principale e sa connettervi intorno molti 



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CAPO SETTIMO 21 3 

pensieri a provarlo; possiede copia di dottrina, benché 
troppo profana, mostra una certa franchezza e un 
fare drammatico che attrae l'attenzione; di guisa che 
nel disegno e nella regolarità del discorso $1 avvan- 
taggia sugli altri; ciò che può affermarsi in generale 
come un progresso di questo sopra il periodo prece- 
dente. Il guaio sta sempre nella maniera di presen- 
tare lì pensiero; ciò che fece dire al Tira boschi eh' ej 
raccolse la quintessenza del secentismo (i). Eccone 
un saggio, eh* io tolgo dalla predica sulla IH dome- 
nica d' Avvento. 

Si noti prima che, partendo dal vangelo di quella jf^f^sua 
domenica, vuol trattar della labilità dei beni terreni, inamem 
per incorarci buona umiltà. Intitola pertanto la sua 
predica, proprio secondo il gusto paradossale del 
tempo: T anatomia del nostro nuJla. Crede di tro- 
vare Ìl germe del discorso e la ragione del suo ti- 
tolo nel passo di S. Giovanni : interrùg-averunt eum : 
tu quis es? et dixìt non sum [2); sforzandone il senso, 
ir. quanto il Battista non disse di essere assoluta- 
mente un nulla, ma di non essere ne il Cristo, né 
Elia redivivo. 

Or come esordisce? Giacché gli era venuta t'idea 
di fare la notomia del nostro nulla^ ti mette subito 
sotto gli occhi un chirurgo addottrinato, che fa Ja 
sezione di un cadavere non ancor fetente e lavorando 
coi ferri distingue da prima fr quattro gran parti: 
capo, torace, ventre e T ultima che sorto il nome di 
artus quel che ne avanza comprende jj. Ciascuna poi 
delle dette parti suddistìngue in parecchie altre ; e par- 
lando soltanto del capo ne novera vent' una. Ne va 
pago di tutto ciò, ma si crede in dovere di fare anche 



In St della \ett. - VcneEÌi, \%y2. 

\z\ Avvento del P. Luigi CiugUrìs d. C d. G, e aUre prediche 



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214 CAPO SETTIMO 

un po' di storia della anatomia stessa, rammentando 
che Averroe distingue nel corpo umano 529 muscoli 
e 248 ossa, le quali per Galeno son più di 300; pa- 
ragona quindi gli umori del corpo ai quattro fiumi 
classici; soggiungendo che vi son tante altre vene, 
che rassomigliano ai fiumi provinciali; e raccoglie 
tutta questa roba col solo intento di conchiudere che 
a come i medici costumano di far in pubblico di tali 
notomie, avendo a tale effetto da' principi il corpo 
di qualche reo giustiziato, perchè si accertino le ca- 
gioni dei morbi e manco si falli nella applicazione 
dei rimedi; così facendo tutti noi professione di curar 
noi medesimi ora dalle lividure che fa T invidia, ora 
dalle frenesie che cagiona la collera, ora dai parossismi 
della lussuria, si mostra di tanto in tanto con ogni 
minuzia il nostro essere, acciò da una tal notomia 
rimasti totalmente convinti che siamo niente, con 
frequentare ogni giorno più prese di cordiale umiltà, 
medichiamo tutte le nostre miserie nella radice. » 
Ora, lasciando di esaminare le ultime mal accoppiate 
metafore, domando io: chi non s'avvede che una sì 
prolungata analisi di ciò che fa l' anatomico, soltanto 
per dirci che vuole anch' egli farci un' analisi anato- 
mica sul nostro nulla, è nata fatta per mostrarci che 
la verità predicata fece poco o punto impressione 
sull'animo dell'oratore, che da bel principio ha tempo 
di svagarsi con cose tanto aliene? 

Il Giuglaris procede quindi ligio al suo assunto: 
e dopo aver detto che come il chirurgo vuol nudi 
sopra la sua tavola i cadaveri, così anch' egli vuoici 
suoi uditori spogli di vesti appiccicate e superflue, 
cioè vuole il gentiluomo senza gli splendori della no- 
biltà, i mercanti senza le loro ricchezze, i principi e 
i pontefici senza la corona e la porpora, la mitra e 
il piviale; passa ad enumerare prima nell' ordine della 
natura e poi della grazia i mali, le passioni, i difetti 



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CAPO SETTIMO 215 

che opprimono questa povera umanità. E parlando 
dell'ordine della natura, si accomoda di nuovo aìU 
quadruplice divisione del corpo umano in capo, to- 
race, ventre ed artus. E quanto a lungo si trattiene 
sulle malattie del cervello! Comincia ad abbordare 
il letterato; « Ma fermati, o letterato, che, senza che 
ti spieghi, già intendo quel che vuoi dire; sono zin- 
gari di nostra mente i pensieri che, se vi passano, 
!K)n si fermano; gli abiti delle scienze e dell'arti, 
quelli sono gli abitatori ordinarli. — Siamo d' ac- 
cordo. Questi però cosa sono che tanto gloriar te ne 
debba? Hai l'arte di grammatica in capo? in che si 
risolve ella tutta? In nomi, pronomi, verbi, che non 
sai che cosa sieno; in preposizioni, interiezioni, con- 
giunzioni, che da sé nulla valgono; in preteriti che 
mai non furono, in presenti che mai non sono, in 
futuri che mai non saranno; in infiniti che sono tra 
sillabe; in attivi che non ebber mai forze. » E con 
un gusto di questo genere ti passa in rassegna i poetL 
i rettorici, i filosofi, i medici, i legali e i matematici, 
sempre cercando di che accusarne e rinfacciarne la 
boria. 

E sapete come, dopo aver così corso tutto il camj^o 
tracciatosi, faccia da ultimo una specie di perorazione ? 
Col richiamare di sana pianta il dialogo di Luciano, 
in cui s' imagina che Mercurio conduca Caronte sulla 
sommità d' altissima montagna e gli additi i più re- 
putati fra gli uomini, mentre Caronte si compiace 
dicendo che tutti avrà da passarli sulla sua barca. 
Scrive adunque il Giuglaris; « Grand' uomo è colui 
(parla Mercurio) che può portar in ispalla anche un 
bue, e Milone Crotoniate si chiama. — E per questo 
tanto applauso? Così grasso com'è, nella mia barca 
l'aspetto. — E quella cosa gialla che é mai? — Oh, 
tu sei ben novizio nel mondo che non conosci Toro '■ 
— Come? quello è l'oro per cui si fanno tante fur- 



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2l6 CAPO SETTIMO 

berle! Ma non é egli che una terra mal colorita da' ve 
leni, o sciocchi. Ma quello che vi siede sopra coh 
tanta corte, chi é di grazia? — Tu dunque non ca 
nosci Creso, gran re di Lidia, il più ricco tra i prin- 
cìpi. E queir altro tu non conosci che è Ciro, graa 
monarca di Persia. — O poverucci! pur li conosco; 
se sapessero quel che so io, e me Y han detto k 
Parche; il prìmo^ degradato, presto s' ha da riporre 
sopra una carasta; e il secondo, decapitato da Ti- 
miri, ha da finire in un sacco. — Quel formicaio che 
è mai ? — Quel formicaio è Roma, la regina e si- 
gnora del mondo. — Quella é Roma! Aspetta che i 
Goti e gli Alemanni le insegneran la modestia ecc. »» 
E chiude dicendo: « Ricordiamoci del nostro niente, 
o signori; che ne' suoi servi tutt* altro che la superbia 
sopporta Iddio; e a S. Caterina una delle prime le- 
zioni che desse fu questa: ego sum qui sum, tu es 
quae non es. Studiamola ancor noi; che se la capi- 
remo, non faremo poco. » Per tal modo egli conduce 
il suo uditorio attraverso una fantasmagoria di scene 
svariate, di osservazioni nuove ma strane, a cui ri- 
spondono a c<ipello le frasi, mettendo troppo in mostra 
r artifizio dell'oratore, che par che balocchi, e mediti 
troppo poco [a verità di cui ragiona e che non fa più 
[a dovuta impressone. Leggo nella Bibliotéque de la 
Compagnie de Jesus dì Backer che di questo autore 
furono pubblicati, oltre al citato Avvento, anche al- 
cuni discorsi sulla Passione di N. S- G. C. e il Qua- 
resimale (r). 

\\ p. Em Batte la stessa via, e in modo più sciammanato 
ancor pifg- ancora, il P- Emmanuele Orchi da Como, cappuc- 

*vcr(!hio *-^"^^ morto il 1049. In lui può dirsi che c'è il so- 
verchio da per lutto; e che quanta capricciosità ha 
il Giuglari^ nei concelti, altrettanta ei ne mostra 



■ [I MII^Ticii 1679. 



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CAPO SETTIMO 217 

nel colorir le imagini. Guardate i Santi, con cui i 
pittori e gli scultori di quel tempo popolavano gli 
altari; troverete sempre un grande studio di esterio- 
rità e di movenze, di lusso e di svolazzo di vesti, in 
una parola lo sforzo del parere. E gli oratori sacri 
seguono a briglia sciolta l'andazzo, senza nemmeno 
attentarsi a combatterlo. Il p. Orchi poi sembra che 
ne trionfi, dal gusto che ci prova. In lui v'è sempre 
uno studio appassionato di ricrescere ogni piccola 
còsa, come se tutto dovesse guardarsi attraverso a 
una lente d'ingrandimento. Non so poi se si trovi 
fantasia più indisciplinata della sua, che trapassa fa- 
cilmente dalla pompa artefatta, che vuol camuffarsi 
a magniloquenza, al grottesco più volgare. Lo stesso 
fra Benedetto da Milano, che ne pubblicò le prediche 
dopo la morte, s' avvide che il modello che presen- 
tava avea troppo dello strano. Ammette sì, quasi rac- 
cogliendo il giudizio del pubblico, che « non tanto 
saranno stimate degne di stampa, quanto delle me- 
raviglie di un mondo intero » ; però poco appresso 
soggiunge che, se sono degne di ammirazione, non 
sono da imitarsi, perchè « la floridezza soverchia dd * 
dire è diametralmente opposta a quel fine della con^ 
versione delle anime, che dev' essere 1' unico oggetto, 
dopo l'onore e la gloria divina ». 

Quasi tutti gli esordi (stile del tempo) sono una g^g ^j^^j^, 
studiata e pomposa descrizione; e non occorre cercar di teaseTe 
molto a trovarne, se la prima predica, in cui si prò- 
pone mostrar la vanità dei beni di questo secolo, 
comincia subito con una minuta e leccata descrizione 
del pavone. « Innamorato di se stesso il pavone, ecco, 
signori, che in largo giro la stesa coda spiegandola 
appresenta alla vista dell'occhiuta sua pompa la ri- 
guardevole prospettiva, e con muta favella parlando 
a chi il vagheggia: vedesti, dice", d'ago ingegnoso in 
drappo sottile industrioso ricamo, che fra labiiinti 



gli esordi 



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2l8 CAPO SETTIMO 

gentili di seta e d'oro avviluppando le gemme, su- 
peri con le ricchezze dell'arte i tesori della natura? 
Contemplasti di pennello famoso in piana tela gra- 
ziosa pittura, che in delicati lineamenti rappresen- 
tando al vivo una proporzionata figura, con l'appa- 
renza di un' ombra vinca il verace d' un corpo? Ora 
se r uno o 1' altro alla non so ben s' io dica rica- 
mata pittura o dipinto ricamo dell' occhiuto mio 
circolo tu paragoni, sciapita ti riesce Y arte di Palla, 
semplice istimi la scuola d'Apelle; ed è forza il dire 
che ragionevolmente augello felice mi formo, e porto 
in capo, in queste sottili e rilucenti piumette d'aghi 
e pennelli, trionfatrice corona; segno chiarissimo delle 
belle vittorie della mia coda. Né meraviglia é che l'arte 
qui vinta resti (va pur seguendo il millantatore pa- 
vone) ove cede natura stessa. Che rintrecci pur que- 
sta nel verde smalto dei prati le calte alle viole; 
mischi a' giacinti i narcisi e nelle siepi gli acanti av- 
viticchi a' gelsomini; ed a così beli' oggetto opponendo 
poscia lo specchio terso del cielo, faccia che in tante 
dorate stelle riflettano le amorose imagini de' vaghi 
fiori; che ad ogni modo né il vivace fiorito, né lo 
splendente stellato pareggeranno mai quell'iride splen- 
dentissima e viva, che di sé stessa invaghita apre nel 
proprio cerchio occhi ben mille per contemplarsi; 
onde a ragione nelle mie glorie rapito mi sdegno di 
rimirar il cielo sebbene stellato, pesto col piede la 
terra, benché fiorita ». Però rammentare il piede, ac- 
corgersi della sua bruttezza e lordura, e vergognarsi 
e chiudere gli occhi della superba coda è tutto un 
punto. E così egli insegna che deve fare anche l'uomo, 
riconoscendo la vanità dei beni del mondo. Il con- 
cetto è giusto, la similitudine il riproduce esatta- 
mente, non c'è che dire; ma ognuno s'avvede su- 
bito che manca la proporzione, che 1' oratore si smarrì 
in un gingillo e fece dell' arte per 1' arte, troppo di- 



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CAPO SETTIMO 219 

menticando il concetto che doveva empirgli il cuore. 
Ciò che si fa ancor più manifesto, quando subito 
dopo si vede che T oratore, traendo partito dalla sen- 
tenza di S. Anselmo: sicut poma habent suos vermes, 
ita et divitiae vermem suum habent, lasciando ogni 
serio svolgimento del concetto, si ferma invece a de* 
scrivere il pomo, osservando che nel rotondo suo 
giro rappresenta 1' anno, e nei colori le quattro sta- 
gioni, più le quattro parti del giorno, indi il cielo 
co' due suoi poli, mentre il mondo basso è denotalo 
dalla materia polposa. E sappiate che nella stessa 
predica v'intrattiene a lungo col giuoco del pallone, 
con r erbette del prato, con Tolomeo, con Ticone e 
rracasloro e non so che altro; e finisce la commedia 
(è meglio dir così) facendo di sé stesso una grottesca 
figura, allorché si rappresenta « disprezzabile pigmeo, 
fantaccino inesperto, che ardisce sottoporre il dorso 
e dar di piglio alle redini del cielo, cioè del bucefalo 
del suo pergamo ». 

Il brevissimo esame di questa predica serva dij^j^j^fg^^j^ 
saggio a qualificare tutto il resto della merce. Il ancora n 
Cantù (i) parlando di questo autore, rammenta la^^deUe"**^ 
comica figura del peccatore pentito, che l' oratore de- ^«s*^»"'^'^"» 
scrive simile ad una lavandaia che risciacqua il bu- 
cato; ma di quelle pompose miserie, soggiunge il 
principe dei nostri storici, ce ne son proprio a ogni 
pie sospinto. Mi cade sott* occhio la descrizione del 
turbamento della natura alla morte di Cristo. Sen- 
tite: a Toccò la terra i bellicosi tamburi dei terre- 
moti, e all'armigero suono ampie le voragini aprendo, 
parve rugginose le porte di mille templi di Giano 
strepitosamente ispalancasse alla guerra; spiegò il 
cielo deir oscurata luce solare sanguinosa T insegna, 
e suir arco dell' ecclissata cornuta luna le saette le- 



ti) St. delia lett. ital. pag. 413. 



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220 CAPO SETTIMO 

tali, di mille influssi maligni sdegnosamente incoc- 
cate, stava per bersagliare il seno alla più bassa na- 
tura. E togliendosi dagli avelli i coperchi, e risorgendo 
i morti, scoppiarono le pietre, saltando le schegge in 
giro, quasi che, non bastando i vivi, dasse V inferno 
i defonti al rollo della guerra... » E l'oratore parea 
scaldarsi davvero, e gli uditori ascoltarlo sul serio, 
perchè il gusto dell' uno quadrava a capello con l'edu- 
cazione e il gusto degli altri ; i quali si legge che a 
fatica si conreneano dagli applausi, 
Saiv Cada- Ognuno potè accorgersi, anche dai piccoli saggi 
na e i'jbu&o recati, come quest' arte si diletti di parallelismi^ di 
jfsmi*" del Paradossi e dì antitesi. Ora tra coloro che a questo 
paradossi modo sciuparono T ingegno può collocarsi il P. Sal- 
vatore Cadana di Torino, minore osservante, teologo 
e con*5Ìgliere dell* Altezza di Savoia, contemporaneo 
del Giuglaris e delT Orchi, ma di molto minore in- 
gegno. E per difetto d' ingegno, e non per il falso 
gusto, che avea comune cogli altri, si tirò addos«) 
delle censure e dei frizzi contro im quaresimale che 
avea prima stampato, se nella prefazione del suo 
Manale dìcea: « io scrìvo seriamente in stile fami- 
liare, prosciolto e ordinario di Maria, perché la sola 
forza di questo santissimo nome deve indurre timori 
reverenziali nei più barbari spiriti a Dio rubelli, non 
che addomesticare f acerbe {^a di punture crudeli di 
critici e aristarchi, j^ Onde muove lagnanze anche 
poco appresso, poiché ^f chi vuole l'eminenza di sti- 
racchiate parole, chi affettati concetti, chi vane iper- 
boli, chi mendicate allutìioni, chi inaspettate peripezie'' 
chi arditi parado5.si, chi Intrecciati paralleli, chi triz- 
zanti pensieri »; tutte cose, è chiaro, eh' ei riguardava 
come altrettanti gioielli e che gli rincresce di non 
aver potuto gettare ne' suoi scritti in quella copia che 
avrebbe desiderato- Quindi si raccomanda air indul- 
genza del benigno lettore: e Se umano, perchè ma- 



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CAPO SETTIMO 221 

nomettere a* fulmini della maldicenza? se devoto, 
perchè diroccare la fabbrica delle lodi della Madre 
di Dio? se cristiano, perchè non celi i difetti del 
prossimo?... Il modello della perfezione è restato in 
cielo ». 

Questo autore adunque è singolare per una vera . . 

mania di contrapposti, non solo nelle parole, ma s"rane«?e * 
anche nei pensieri e in tutta la tessitura del discorso. 
Svolge infatti i suoi argomenti in due punti che pre- 
sentano continue contraddiponi di scrittura, per usar 
le sue testuali parole, e difficoltando. Fioccano per- 
tanto le sciocchezze, quando la stranezza del pensiero 
e della frase non ecceda per modo eh' ei meriti le ri- 
flessioni del tribunale dell'Indice. Parlando ad esempio 
nella seconda predica di quaresima della fede viva, 
accompagnata cioè dalie buone opere, e della fede 
morta, cioè priva delle buone opere, e commentando, 
per ispiegarla, quel passo dei Proverbi che ragiona 
della donna forte, e' dice: digiti ejus apprehenderunt 
fusum (i); dopo aver sciolta la difficoltà che una si 
gran donna filasse, soggiunge: « Ma trapassa più 
oltre il dubbio. Che vuol dire che Salomone . dice 
che questa donna pigliò il fuso, e non cTice che pi- 
gliasse la conocchia? Al mio paese, quando le donne 
vogliono filare, pigliano prima la conocchia e poi il 
fuso. Perché non disse Salomone: digiti ejus appre- 
henderunt colum /> — Ah ! è vero che per filare si piglia 
prima la conocchia, ma una che vogli pigliare il fi- 
lato, piglia prima il fuso. Donne, che ci sta sopra il 
fuso? e che ci sta sopra la conocchia? sulla conocchia 
ci sta il lino, la stoppa in fieri, ma sul fuso vi sta il 
filo, r opera fatta, il filato in facto esse. Ora voleva 
dire lo Spirilo Santo: Se voi volete farvi una bella 
veste per la gloria del Paradiso, bisogna prendiamo 



{l\ Prov. XXX h 



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222 CAPO SETTIMO 

il fuso delle buone opere e non la conocchia della 
sola fede ». E con un* altra contraddizione, %tnz2^\^- 
lerrompere, domanda perchè Giacobbe, quand' ebbe 
la fangosa visione del Cielo, gridò poi : terribilis locus 
iste; e quando lottò con 1' Angelo, che lo rese strop- 
pio, soggiunse: nunc salva facta est anima mea. 
« Mentre leggo questa scrittura mi faccio segni di 
croce. Gran cosai Iddio fa vedere a Giacob la gloria 
del Paradiso, ed egli grida; terribilis etc; l'Angelo 
lo stroppia ed egli canta: salva etc Perdonami, o 
Giacob, ma dubito che la gloria del Paradiso ti fa- 
cesse perdere il cervello. Dovevi dire tutto il contrario, 
cioè nella visione del Paradiso salva etc, che colassù 
si salvano le anime nostre; e quando fosti stroppiato: 
terribilis etc. Signori, come va? Ah! sembrava più 
ragionevole, lo confesso, che Giacob dicesse in con- 
trario di quello che disse, e pur noi fece, perchè ecc. » 
E r oratore trova che nel primo caso Giacobbe dor- 
miva, e perciò oziava, e nel secondo caso lottava e 
perciò operava ; e il Cielo, com' ei vuol provare, si 
guadagna con le opere. E a questo perpetuo finto 
duello, per lo più comico, a cui si atteggiano i suoi 
discorsi, si accompagnano qua e là le solite descri- 
zioni. Così nella citata predica egli comincia col de- 
scrivere il rossignolo che « qua! musico gentile, prima 
che chiara altamente la voce al canto si snodi, all'ar- 
monia gli animi altrui prepara con dolci ricercate e 
bassi modi, temperando la voce or longa or tronca, 
or piena or sottile, (nota le antitesi di parola) or 
grave or leggera, or aspra or pia, or raccolta or 
sparsa, or legata or sciolta, or presta or tarda, e or 
ride or langue, or fugge or ritorna, or non si sente 
or ti riempie le orecchie, ecc. E ripete tutto codesto 
lavorio descrivendo poi V uccello come « gran mastro 
di cappella ». Aggiungivi certe leccornie in tutta sue: 
attufììamoci nel mare delle Sante Scrittore; qui pom- 



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CAPO SETTIMO 223 

peggia la difficultà; or ridifficultiamo noi; qui piglia 
spirito il mio pensiero, ecc., e vedrai quanto sia giusto 
il giudizio proferito in generale intorno alla prima 
metà di questo secolo da un austero cattolico di 
Roma in un Diario contemporaneo, recato da Ce- 
sare Cantù (i): « Colla quaresima la commedia fi- 
nisce nelle case e nelle sale e comincia nelle chiese e 
sui pulpiti; la santa occupazione della predica serve 
a soddisfare la sete di celebrità o l'adulazione. S'in- 
segna la metafisica, che 1' oratore intende poco, e gli 
uditori niente; invece d'istruire e correggere, si de- 
cantano panegirici col solo intento di far passata; la 
scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal 
fovore ». 

Gli oratori di siffatto gusto si riconoscono di ^^^j p^^. 
primo tratto fin dai titoli che sogliono premettere ai d^atori 
discorsi, nei quali tentano d'inverniciare la lor va- scinola* 
nità con l'ampollosità e stranezza delle loro prò 
messe; e già s'intende che il libro poi é composto 
sulla maniera del frontespizio. Rammentiamone al- 
cuni de' più famosi, per compiere il quadro storico 
incominciato. Mario de' Simoni, di Venezia, che pro- 
fessò nell'ordine de' Cappuccini, intitola il suo Qua- 
resimale: Splendori serafici degli opachi delle più 
celebri accademie, rilucenti fra le ombre di vaghi 
geroglifici. Antonio Gagliardi, milanese, morto il 1688 
neir ordine agostiniano, e che visse molto a Venezia, 
e fu assai caro ai reggitori dì quella repubblica, chiama 
i varii suoi Sermoni per il carnovale e per le dome 
niche e i venerdì e sabato della quaresima: Conserve 
spirituali per gt impensati bisogni dei dicitori evan • 
gelici. Ho qui sotto gli occhi Arminio Fulgem^io, 
agostiniano, teologo in Roma del card. Colonna, a 
cui nel 1637 cledicò i suoi panegirici. Eccone i titoli: 



II) Stor. della lett. ital. 



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, . ..... .^ 



224 CAPO SiETTfMO 

// mondo SantOy pan. per S. Francesco stimmatizzato; 
// Paradiso terrestre, per S. Tolentino; La Musica 
per S. Carlo Borromeo: L'Adamo delia ^ra|/a, per 
S. Agostino; // Afose delia nuova legge^ per S. Pe- 
tronio; Le gare della grafia, per S- Antonio dì Pa- 
dova; La diffida della morte^ pei' S. Tommaso di 
VilJanova. E, almeno nei titoli, non è costui de peg- 
giori- Certo Cesare Battaglia, di Milano, avea più 
dello strano, egli che definì il pan- di S. Caterina da 
Sìena^ La sacra terra del faro; quel di S. Antonio, 
// Carbonchio fra le ceneri; quel di S- Gaetano, / 
teson del niente; quel di S. Nicola, // Briareo delia 
C/r/eia ecc. Ognuno può imaginare come alla stranezza 
dei titoli corrisponda la stranezza dello svolgimento; 
perchè d' ordinario si trae dal titolo quel concetto 
che viene poi stiracchiato in tutto il lavoro con as- 
surdi raffronti. Anche Celso Millini, di nobile famì- 
glia romana, e assai stimato allora, tanto che potè 
dedicar il ì^uo quaresimale ad Alessandro VII nel 1662, 
se non delira proprio, come molti altri, però è do- 
minato dal mal gusto, e va per giunta troppo pe- 
destre nello svolgimento de' suoi discorsi. 
^^^^. Già cercando le cause di tanto traviamento si sc- 
ìa Italia cennava anche all' influenza spagnuola. Nessuno in- 
fatti, io credo, negherà che a ditìondere vieppiù tra 
noi il mal gusto e la tendenza ad un grandioso esa- 
gerato non abbia contribuito in parte quella domi- 
nazione che ci regalò tanti spagnuoU negV impieghi 
e che attirò a sé tanti italiani, infondendo in essi Io 
spirito della loro educazione. Per mezzo loro si pro^ 
pagò non poco quel fare che si dicea cavalleresco, e 
quelle caricature di formalità e di titoli, che presso 
di noi dovevano tornar tanto più ridicoli quanto 
meno consonavano con la nostra natura che tira al 
semplice e paesano; quantunque, come si dicevaj ii 
morbo fosse comune e se ne trovino le tracce fin tra 



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CAPO SETTIMO 225 

i Tedeschi. Ora servirono senza dubbio a siffatta 
propagazione specialmente alcuni oratori spagnuoli 
che predicavano nelle nostre terre e alcuni oratori 
nostri che calcavano i pulpiti più rinomati di Spagna 
e poi di là tornavano al patrio suolo. Già ne ab- 
biamo rammentato alcuni che appartennero alla se- 
conda metà del secolo scorso; altri spagnuoli eserci- | 
tarono un' influenza specie per essere stati mandati i| 
come vescovi dalla Spagna nel Napoletano, o come q 
residenti a Roma. Va tra questi il rinomato /r. £)/- ^ 
duco Alvare^, domenicano, che fu chiamato da Cle- li 
mente Vili a Roma per istudiare sopra l' accordo ]| 
tra la divina grazia e la libertà umana, e pubblicò a ;| 
Trani nel 1623 il suo Manuale concionatorum. ^ 
Tra gì' Italiani che percorreano, predicando, la e italiani ^ 
Spagna, ritornando a tratti fra noi, è degno di men- ^" Spagna j 
zione specialmente Nicolò Riccardi di Genova 
(1385- 1639) che^passò colà la sua giovinezza, predicò ' 
alla presenza di Filippo III, che lo qualificava un 
mostro, per l'entusiasmo che destava in tutti; anzi '] 
sotto questo titolo di mostro furono stampati i suoi 
discorsi (i). Da ultimo fu chiamato a Roma, ove la 
gente accorreva in gran folla ad udirlo, ma princi- 
palmente i giovani, dice il Tiraboschi (2), allettati 
dalla novità delle sue frasi, che rasentavano l'eresia; 
morì maestro di Sacro Palazzo a 54 anni. Pubblicò 
in lingua spagnuola il Sermon de S. Theresa por la 
fiesta de là suya beatification (3); e in lingua italiana 
parecchi Sermoni e i Ragionamenti sopra le litanie, ' 
Il suo stile, almeno in quest' opera, più che a cercar 
frasi di conio nuovo tende a svolgere le sue dottrine 
con nuove vedute e impensate osservazioni, e spesso i 
con un certo ardimento, che attrae quasi per forza 



(I) Venezia, 1643. (2) T. Vili. lib. III. n. IX. 

'3) Madrid, 1615. 

Storia della Predicazione ecc. 15 



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226 CAPO SETTIMO 

r attenzione. Cosi ad esempio nel ragionamento XII! 
deile litanie vuol fissare le proporzioni numeriche 
degli Angeli secondo l'ordine gerarchico a cui ap- 
partengono: (( Gli angeli sono in sì gran numero 
che vincono il numero delle sostanze corporee: le 
arene del mare, gli atomi del sole, le foglie degli al- 
beri, tutti i vìventi e non viventi e infine le stelle 
del cielo... Ci sono tanto più soldati o cantori in 
ciascheduna squadra o coro, quanto è più nobile e 
sublime ver abbondare la loro perfezione; sicché ci 
sono più Serafini che Cherubini. E siccome per esem- 
pio r eccesso degli elementi si (ralcola che sia in pro- 
porziotT decupla, di maniera che dieci volte sia mag- 
giore il fuoco che l'aria, che l'acqua; così intendesi 
che per ognuno degli angeli dell'infimo coro ci sieno 
dieci arcangeli, cento prencipati, mille virtù, dieci 
mila potestadi, cento mila dominazioni, un milione 
di troni, dieci milioni di cherubini, cento milioni di 
serafini «. La rinomanza ottenuta fu di molto supe- 
riore al merito. Anche il veneziano Marco Pio Pini, 
domenicano, detto il facondissimo, corse una mede- 
sima via e pubblicò discorsi nelle due lingue italiana 
e spagnuola. Seguì l'ambasciatore veneto Giorgio 
dVAmbusson de La Feuillade, prima alla corte di 
Luigi XIV poi a quella di Maria Teresa a Madrid, 
e morì nel 1661. 
In che siasi SÌ domanderà: in mezzo a tanti traviamenti e a 
*^che p^o^ sforzate imitazioni, la sacra eloquenza può dirsi che 
grefiso abbia progredito sotto nessun rispetto? Certo nella 
prima parte di questo periodo il danno é tale che 
nella somma delle cose non v'ha nulla che proprio 
compensi: tuttavia parmi che l'arte di prendere un 
determinato soÉ;getto e di fissarne i confini con mag- 
gior precisione, per non procedere a vànvera, e ! di 
svolgerlo con maggior ordine spicchi meglio in que- 
sto che nei periodi precedenti; cosicché il discorso 



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CAPO SETTIMO 227 

nella sua struttura é più logicamente composto. Resta 
però che il guaio della forma é assai più grave, tanto 
che appena si avverte il vantaggio. 

I più pertanto seguitano a camminare per una t, 

. ^ , , , . 1.1, Tommaso 

Via rovinosa, contuttoché non manchmo di qualche Caraffa 
lato buono. Tale ci si mostra Tommaso Caraffa , 
domenicano. Nacque a Napoli di nobile casato e pre- 
dicò da prima molto e con molto plauso in quella 
città, e quindi a Roma e altrove. Gli piaceva un or- 
\- namento esagerato e frondoso, a segno che dopo la 
1 sua morte, avvenuta il 1614, vi fu chi si tolse il poco 
[ utile incarico di raccogliere una « Ghirlanda di varie 
j descri:^ioni , cavate dalle sue eloquentissime predi' 
1 che » (i). Cosi, io credei, col plauso e con l'appro- 
i vazione si apriva a tutti gì' ingegni morbosi più che 
! mai incontrastata la via al mal gusto. Per avere una 
idea di ciò che valgono quelle prediche, sentite come 
dà principio al suo primo discorso, che intende a 
mostrare che non vi è mezzo più efficace per dare il 
cuore a Dio che la considerazione di esser cenere. 
« Sono proporzionate sembianze, adequati paralleli, 
vive pitture, degni geroglifici,*dovuti paragoni di un 
peccatore convertito, o miei signori, le figure del ce- 
nocefalo, di vapori, di Pirro, di biscia, di tigre, di 
cristallo, di calamita, di guerriero. » E dopo aver 
brevemente corredato tutte queste asserzioni con 1' au- 
torità d' un passo scritturale, sceglie come suo lavoro 
prediletto Y imagine del guerriero, facendone una de- 
scrizione in lungo e in largo; e seguita per tutta la 
predica a raffrontarlo col peccatore. 

Meno gonfio pare Giulio Ma^^arino di Palermo Giulio 
(1544-1622), che volea battere la via del Panigarola; Mazzarino 
ma, non avendone V ingegno, n' esagerò i difetti. Si 
fece gesuita, e predicò 16 anni a Bologna. Sorgendo, 



(I) MessaDae, 1627. 



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228 CAPO SETTIMO 

mentre predicava a Milano, la questione delle im- 
munità, stette contro il card. S. Carlo Borromeo, e 
fu accusato al tribunale d' Inquisizione, ma ne uscì 
assoluto. Non si sarebbe allora parlato tanto di lui, 
s' egli non fosse slato lo zio del celebre card. Maz- 
zarino, primo ministro di Francia. Il p. Caminata 
paga più largo tributo al nuovo gusto. Ciò si capisce 
fin dal suo primo sermone, tenuto in S. Pietro in 
Vaticano, nel quale fabbrica la statua dell'ambizione, 
per darne poi, in ciascuno dei sermoni susseguenti, 
quattro martellate a levarne le pecche. Fra Giuseppe 
Paolo, comasco, così principia il suo quaresimale: 
a Per adunare contro dei vizi, legionari di Satana, 
un numeroso esercito, tocca tamburo questa mattina 
la penitenza, e per bocca de' suoi trombettieri pro- 
clama un bando, che quelli che pretendono arruo- 
larsi sotto le sue bandiere, e tirar stipendio sotto la 
sua milizia, hanno di tutto punto ad armarsi. Ve- 
stirsi la corazza d' un spinoso cilicio- e duro sacco; 
fabbricarsi di cenere fatale la celata, che in funesta 
memoria gli suggerisca l'utile rimembranza dell'istan- 
tanea caducità del suo- essere fragilissimo: memento 
homo eie. ». Si mostra pieno di citazioni oziose, di 
false interpretazioni, di descrizioni puerili, di arguzie 
sciocche. Pure nella sua prefazione alle prediche si 
compiace di aver predicato 33 anni nelle più famose 
città d' Italia ; segno evidente della buona parte eh' ebbe 
il popolo col conceder malamente il suo plauso a 
formar siffatto barocchismo. Ci dà anche la ragione 
del suo dono oratorio: « Ho giralo (dice) predicando 
lo spazio di 33 anni, ora non esco di stanza; il vi- 
vere in questa ozioso mi sarebbe tormento maggiore 
della gotta che col storpiarmi me ne fece il sequestro; 
per fuggire dunque l'ozio ho ordinato questo qua- 
resimale ». E certo ottenne questo primo intento; 
ma dopo questo, niun altro davvero. 



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CAPO SETTIMO 22(» 

Maurilio da S. Brijio, milanese, agostiniano, dedi- Maurilio 
cando all' arcivescovo di Milano, Alfonso Litta, il suo di s. Brizio 
Avvento, si lagna della falsa via che tutti prendono: * * *" 
« Non v' ha dubbio essere oggidì sì corrotto il palato 
degli uomini, che non soddisfatti di cibi schietti ed 
usuali, è di mestieri condirli talmente che quanto 
meno vi sono, tanto più aggradiscono ». Ma quan- 
tunque egli avverta il difetto, o non sa o non può 
ire a ritroso della corrente, e tira avanti sulla falsa- 
riga degli altri. Questo ha di proprio, che, dilettante 
di poesia latina com'era, abbellisce di troppi versi i 
suoi ragionamenti; insiste però più degli altri, e in 
ciò va lodato, sulla morale. Varmo per la maggiore, 
pienamente paghi dell* andazzo del secolo, Alessandro 
Maria Brianto, Tommaso Caracciolo, arcivescovo di 
Taranto, Giuseppe Maria Fornara, che intitola i sei 
discorsi sul santo Chiodo; « Nuovo sole sotto del 
santo chiodo ascoso » ; e si sforza di provare che 
quella reliquia è « un sole che nasce, che illumina, 
che riscalda, che essicca, che corre, che riposa »; 
Ignaiio del Vio, gesuita, scrivea « Le gare di scam- 
bievole amore fra la rosa virginale, S. Rosalia, li 
gigli reali di Filippo V, nostro signore, e l'orto della 
Sicilia, Palei mo, intrecciate nella solenne festa di 
S. Rosalia ». Annibale Adami di Fermo (1626 1706) 
maestro di reltorica al Collegio Romano e tradut- 
tore delle prediche del p. Antonio Vieira, tesse il pa- 
negirico di S. Francesco Borgia, chiamandolo il santo 
che fra i grandi di Spagna é grande di quattro gran- 
dati; cioè che S. Francesco Borgia esprime nella sua 
santità e nel suo nome le virtù di quattro santi 
Franceschi, quello di Assisi, di Paola, di Xavier, di 
Sales, secondo il detto dell'Ecclesiastico: fuit wa- 
gnus Jusia nomen suum (1). Anche il p. Oliva Gian- 



ni £d Roma, 1672. 



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230 CAPO SETTIMO 

paolo, gesuita, volendo comporre le sue prediche non 
da pievi, (com' egli dice nella prefazione a suoi 70 
discorsi tenuti al palazzo apostolico alla presenza di 
Alessandro VII) « per riverenza a chi 1' udiva », fi- 
nisire talvolta a cadere nel pecoreccio delle comuni 
pazzie, quantunque meno di altri. Morì nel 1681. 
Come il II Tiraboschi, ragionando di tanta mèsse di ora- 
^acaci'on?' ^^^^ ^^^ "^" ^^ possono leggere « se non talvolta per 
quefiR ora- prendersi trastullo e giuoco e per conoscer fin dove 
loro'^cflulvD P^ò arrivare 1' abuso dell' umano ingegno », si me- 
gusto ra viglia come potessero sperare « di raccogliere quel 
frutto che debb'essere l'unico fine del loro ministero ». 
Cerca però di scagionarli alquanto, notando che «ap- 
pena poteano sperar di piacere quelli che non seguis- 
sero la via comunemente battuta ». Già osservammo 
anche noi che parte della colpa va data all'ambiente. 
Chi non troverebbe argomento da ridere e da deri- 
dere sfogliando i moltissimi discorsi, dettati con tanto 
sussiego e con tanta pretensione dai numerosissimi 
accademici di que'dì? Già anche l'oratore, come in 
generale i letterati e gli artisti, non possono che es- 
sere figli del loro tempo. Il che non toglie che i più 
illaminati e valenti tra essi non debbano, con perti- 
nacia di sforzi, senza cancellare le tendenze, dirigerle 
alla pura e corretta idealità. E non mancarono in- 
fatti alcuni che, desiderando men di piacere e più di 
giovare si mantennero sopra una via più diritta e 
riuscirono men cattivi degli altri. E furono quelli 
appunto che, o intendendo a istruire in lezioni scrit- 
turali e morali erano forzati a mettere più in freno 
la fantasia, o rivolgendosi al popolo men colto si 
tenevano ad una maggiore semplicità di forme. La 
loro eloquenza non grandeggerà, né prepareranno le 
foni commozioni, ma certo n' è più tollerabile la 
lettura. Alcuni così seppero accoppiare alla sempli- 
cità potenza non comune di discorso. 



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CAPO SETTrMO 23 1 

Tra i quali parmi giusto di collocare fra Giro- va tra 
iamo da iViirm (1565- 163 1). Nato di nobile casato i (Migliori 

, , i. . j. . . • .* . r . f. Girolamo 

trovo begli esempi di cristiana virtù in famiglia, e a, da Nami 
sedici anni si mise nel noviziato de' cappuccini ad 
Amelia. Percorse le principali città d' Italia, predicò 
molto a Roma, ove fu anche predicatore apostolico 
sotto Urbano Vili, e vi fece da per tutto molte con- 
versioni. Certo gli giovarono assai la santità della 
vita, la gravità dei modi e la robusta voce di cui 
andava fornito, non che la veemenza con che faceva 
la sua recitazione; più, non mancava di buon con- 
tenuto. 11 p. Arnolfo, predicatore del re di Francia, 

10 chiamava un altro S. Paolo, né dissimile elogio 
gli faceva il card. Bellarmino. Morì a sessant' anni. 

11 29 ottobre 1630 licenziava per la stampa e dedicava 
al card. Ludovisi i suoi cinque avventi e cinque qua- 
resimali. Chi vorrà farne saggio s'avvedrà tosto che 
non rispondono alle lodi date da Urbano Vili, quando 
dicea; « neminem unum interfuisse aliquando di- 
centi, qui insolita robustaque et ad animum usque 
pertingente eloquentia captum se esse non senserit^, 
A dir vero, T affetto non abbonda e quindi difettano 
i tratti di maschia e vigorosa eloquenza; ma la chia- 
rezza della mente e una certa gravità, che ben s'ac- 
corda colla sua pietà e umiltà, lo salvano, se non cja 
Tutti, da parecchi errori del tempo, e lo rendono mi- 
gliore di molti. Suol dividere in due o tre parti il 
discorso, passando quindi con molto ordine alle 
prove; però non senza qualche proposizione para- 
dossale e qualche descrizione artifìziata. Ebbe l'onore 
di una versione in francese. 

Luigi Albri^io ( 1 579 - 1655 ) piacentino, ascritto alla Luigi 
Compagnia di Gesù, dedicando le sue prediche a Aibrizio 
Innocenzo X, dice: « qui non troverà niente di ciò 
eh' è proprio di buon oratore, ma non mancherà 
nulla di ciò che s' appartiene a buon amico ». Siamo 



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23^ CAPO SETTIMO 

ai punto altre volte toccato, cioè che bisognava non 
affettar V arte per fare abbastanza bene, perciò che 
r arte allora si confondeva con un capriccioso e de- 
plorevole artifizio. Anch' egli infatti va tra i migliori 
per essere immune da parecchi difetti del tempo, e 
non gli mancano tratti di spontanea eloquenza, an- 
che perchè mostra abbastanza affetto. Sentite come 
assale i suoi uditori al termine della I parte della 
prima predica. Dopo aver mostrato che gli uomini 
non trarranno che guai dalle opere di peccato, sog- 
giunge: a Espugnate la castità delle matrone, molti- 
plicale le ingiustizie, avanzatevi con so perchierie, fa- 
tevi formidabili con le vendette; che quanto sarà la 
vostra vita più viziosa, tanto sarà la vostra pena più 
toimentosa. Perocché non può mentire chi disse: 
iribulatio et angustia in omnem animam hominis ope- 
rantis malum, gloria et honor et pax omni operanti 
honum. Rispondetemi ora, dilettissimi, dite qualche 
cosa, parlate in vostra difesa, scolpatevi, date ragione 
del vostro vivere, giustificate le vostre azioni. Voi 
correte dietro al vizio e fuggite la virtù, dì quello 
vi gloriate, vi vergognate di questa; v'innamorate di 
quello, v'inorridite di questa. Perchè? qual' è il mo- 
tivo? Forse l'onore? ma questa non è gloriosa e 
quello infame? forse il diletto? ma questa non è 
tutta gioie e quello tutto angosce? forse la facilità? 
ma questa non è discretissima e quello intollerabile? 
forse l'utilità? ma questa non è utilissima e quello 
infruttuosissimo? Ah, mendaces filii hominum in sta- 
terisl Voi correte, ma fuori di lizza; voi coltivate, ma 
sterili grillaie; voi seminate, ma senza frutto ». Il 
lettore s' accorgerà subito del soverchio nella parola ; 
ma tuttavia tira avanti senza sforzi pretenziosi, fa- 
cile e netto. Dimorò gran tempo a Roma, dove mon\ 
e predicò tanto nelle chiese del popolo quanto nello 
stesso palazzo apostolico; anzi si può osservare che 



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CAPO SETTIMO 233 

nei discorsi tenuti alia prelatura romana, appunto 
perchè parlava a buoni intenditori, l'oratore si mo- 
stra naturalmente con più artistica sobrietà. 

Tommaso Reina, milanese e gesuita, morto nel Tommaseo 
1653, sa pur cavarsi non poco dal pecoreccio delle Reina 
male usanze. Le sue prediche ebbero più edizioni, e 
per la slima che se ne aveva, furono anche tradotte 
in latino. La ragione per cui riuscì migliore parmi 
che sia la minor pretensione eh' egli ebbe. Dice nella 
sua prefazione: « Giudicai men male comparire di- 
fettoso nel sapere che manchevole nell'affetto... Mi 
sono astenuto sovente a bello studio da quelle va- 
ghezze ed ornamenti che sono proprii del genere su- 
blime di dire, ne mi sono obbligato a sottili precetti 
dell'arte oratoria, persuadendomi che la gravità e 
altezza delle materie che si trattano né dell' una né 
dell'altra cosa avessero mestieri ». L'oratore entra 
pertanto ne' suoi discorsi con molta semplicità, e 
specie senza apparato di ampollose descrizioni; pon 
bene il proprio argomento, dividendolo in più 
parti e dando quasi in iscorcio un'idea rapidissima 
di tutta la tessitura, come usavano i Francesi. Sa 
anche presentare il soggetto con attraente curiosità. 
Così neir esordio della l* domenica di quaresima, vo- 
lendo parlar delle tentazioni, dopo aver rammentato 
il passo di S. Giacomo: Beatus vir qui suffert ten- 
tationem, e la sentenza di Cristo : vigilate et orate ne 
intretis in tentationem, soggiunge: « Ma ponderiamo, 
se vi piace, 1' una e V altra delle suddette sentenze, 
€hè forse nel progresso del discorso ci sarà dato d'in- 
tendere se la tentazione si debba fuggire o cercare e 
s'ella sia sciagura d'uno sventurato o ventura d'un 
beato » (i). Ed ecco come nella stessa predica, per 
farci comprendere l'incostanza dei beni del mondo» 



li» Quares. Ed. Venezia, 1636. 



Y — ' T "- • 



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:234 CAPO SETTIMO 

descriva Assalonne ort^aglioso: ^ Andava Y empio 
Assalonne tutto orgoglioso e pieno dì fasto aspirando 
al regno dt suo padre, e però con arnni sacrileghe e 
ftarricidiali aprendosi il varco alla smoderata passione. 
Già si tìnge assiso suJ paterno trono, coverto di por- 
pora, incoronato d'oro; già gli pare dì ricevere 
r omsfìgio dei popoli, il tributo dei vassalli, i dona- 
tivi da'prìncipin le congratulazioni da' domestici, Tanfi' 
bascierie dagli stranieri. Già si forma il governo» 
promulga le leggi, stabilisce la prammatica, premia, 
, <:astigai assolve, condanna, innalza, deprime, nobilita, 

disonora, donar impoverisce. Che fai, infelice? dove 
Ti conduce la tua empietà? dove sei dalla tua pa^za 
ambizione trasportato? contro il padre vorrai dunque 
muovere le armi sacrileghe e temerarie, e tramar la 
morte a chi rì diede la vita? dunque per arrivar al 
regno arriverai al colmo d* ogni sceleratezza, metten- 
doti sotto i piedi le leggi di Dio, degli uomini, della 
natura? Sfortunato in ogni modo, sia che tu ottenga 
la vittoria, sia che tu perda. Se tu vinci sei empio, 
se tu perdi sei infame ». Cammina d* ordinano di 
questo tenore, e ognuno potrà sentir Varia del tempo 
in qualche antitesi cercata a bella posta col lanter- 
nino, ma non fa pazzie, 
<jto vanni Giovanni lihò, come il Reina, milanese e gesuita, 
Rhò e per giunta di casa patrìzia, se non può dirsi egual- 
mente puro dai vizi del tempo, non si contamina 
però che per qualche tratto. La sostanza del suo di* 
scorso è grave e sacra, benché Io stile si mosrri piìi 
che non convenga studiato e faticoso. Scrisse e pub- 
blicò trenta orazioni sulla Eucaristia (2), quattro qua- 
resimali, e inoltre orazioni sulT Esamerone e sugli 
uomini illustri del Testamento antico e nuovo. Anche 
nel discorso, detto nella chiesa dell' Anima a Roma. 



[t\ Roma, (657. 



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CAPO SETTIMO 233 

per la vittoria dei serenìssimi re d* Ungheria e infante 
di Spagna contro gli eretici di Germania ^1634) non 
trasmoda gran che, quantunque fossero queste le oc- 
casioni più proprie per iscapricciarsi coi colori della 
fantasia. Ecco come descriva la battaglia (di Donaert): 
a Sorgeva il sole, o signori, quando surse altresì colle 
sue furie Tarte nemica; e quantunque vedesse l'armi 
•e le bandiere nemiche ondeggiare e folgoreggiare sulla 
collina, quantunque sentisse l'orribil suono delle 
nostre bombarde, provandone ancora i danni, non 
pertanto con temeraria superbia, sprezzatore di ogni 
pericolo, portò intrepidamente innanzi le insegne; 
ma non era più questo improvviso assalto (i). Qui 
trovò egli de* veterani spagnuoli la costanza immo- 
bile, delle italiche genti il risoluto valore, delle squadre 
tedesche le fortissime destre: assaggiò le punte delle 
picche, sentì delle spade il filo, vide monti di corpi 
morti, e non cede. Non è, signori, sì facile descrivere 
l'orrore della battaglia, il tuono, il terremoto delle 
gran canne di bronzo, gli urli, le strida di chi fe- 
risce, di chi muore, la mischia di chi assalisce, di 
chi cede, come or si ritirano or crescono le squadre, 
come non meno delle bandiere ondeggiano le spe- 
ranze, ecc. » E così tira avanti in modo da sentirne 
il rettoricume; ma senza tutti i notati effetti. 

Più dimesso, ma più nutrito di opportuna dot- Giuseppe 
trina e con maggiore compostezza di forma predi- ^*"" 
cava Giuseppe Mansi, della Congregazione dell' Ora- 
torio in Roma, scrittore assai fecondo di opere che 
anche ora possono tornar utilissime al sacro oratore, 
quantunque per lo più dettate in latino; tra le quali 
vanno da prima il Prontuario e 1' Erario evangelico 
per la quaresima e tutte le domeniche; quest'ultimo 



(i) Il duce dei caltolici avea preveduto la mossa e s' era pre- 
parato alla difesa. 



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236 CAPO SETTIMO 

fu scritto anche in italiano. Ma migliore vuol dirsi 
la sua Biblioteca predicabile, pubblicata nel 1666, di- 
sposta in ordine alfabetico e che fornisce la soluzione 
di molti temi con ampia mésse di citazioni tolte 
dalla Scrittura e dai Ss. Padri, e di commenti e di 
fatti raccolti principalmente dalle storie ecclesiastiche. 
Ha per guida l' Angelo delle scuole e il Dottore se- 
rafico. Anche pochi anni fa si credette opportuno di 
farne a Parigi una nuova edizione; e a proposito di 
questa ristampa il Lamonreux nel Polybiblion del 
1892, dopo aver recato le lodi del Journal des Savans 
(dell'anno 1740) soggiungeva che 1* autore seppe riu- 
nire ed ordinare le più belle ed utili considerazioni 
su tutti gli argomenti che si possono trattare sul pul- 
pito, presentandole in uno stile corretto e semplice e 
in guisa che tutte le sue pagine respirano il profumo 
della più squisita pietà. U autore infatti, che successe 
nell'incarico del sermoneggiare nella Chiesa Nuova 
al card. Tarugi (che fu onorato dal Baronio col ti- 
tolo di dux verbi) predilesse lo spirito del fondatore 
della sua Congregazione, S. Filippo Neri, e fu assai 
studioso della popolarità del Santo. Anzi lo confessa 
egli stesso nella Prefazione alla Biblioteca, dicendo: 
a 11 fine che m'ha indotto a questa pubblicazione è 
stato il guadagno che spero ritrarne, cooperando al 
frutto delle anime, e tenendo la mira a quanto ni' in- 
sinuò S. Filippo ». Bisogna però convenire che il 
Mansi non ha ala d'ingegno per sollevarsi sopra il 
modo di una piana istruzione. 
- Molto più potente di lui, come oratore, e più 
noia e ai- d* altri prossimo alla riforma, del padre Paolo Se- 
cuni lette- g^^^ì, vuol dirsi il gesuita Fabio A. Spinola, che 
nel 1667 pubblicava a Genova il suo quaresimale. 
Generalmente si mostra molto ordinato ed anche ef- 
ficace, sia perchè prova bene le sue asserzioni, sia 
perchè colloca le sue prove in buon lume. Ecco come 



rati 



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Sàr^n^-^w^^—^i'''. ia^"»!. 



CAPO SETTIMO 237 

s'introduce nella predica 33*. in cui muove dalla 
sentenza scritturale: Expedit ut unus moriatur prò 
popuio. a Non prova il cuore umano più violento 
tiranno deW expedit, il consigliero più sospetto del- 
l' utile, la regola più fallace nelle deliberazioni del- 
l' interesse temporale. Ove questo s' intrométte, non 
ha più luogo legge di natura, dettame di ragione, ti- 
tolo di gratitudine, rispetto d'innocenza. Separa le 
compagnie, dimentica le conoscenze, offende le pa- 
rentele. La contesa dei pascoli separò Abramo da Lot, 
la lite della primogenitura seminò disgusti mortali 
tra Esaù e il fratello, il compartimento della greggia 
necessitò Jacob a partir da Labano, 1* appreso avvili- 
mento della dignità reale armò lo sdegno di Saul alle 
rovine dell'innocente David. Ma se è cosi imperioso 
questo expedit, altrettante il più delle volte è cieco: 
addimanda guadagno ciò che in fatto è perdita; in- 
terpreta per iniquità la rettitudine; finge malizia ove 
è sincerità; decreta come dannoso quello che è pro- 
fittevole e con r ombra del vizio oscura e annerisce 
la virtù... Ma perché non è del solo concilio di Je- 
rosolima questo dettame; e purtroppo il mondo mo- 
stra di credere che sia espediente per 1' acquisto dei 
beni temporali non fare conto del Cielo e della legge 
divina; per abbattere sì pernicioso principio mi sfor- 
zerò di provare nel presente discorso che non vi è 
strada la quale di sua natura più infallibilmente con- 
duca alla rovina del temporale che la poca stima di 
Dio e della sua legge, dicendo S. Ambrogio: « utile 
esse non posse nisi quod honestum est » (i). Chi vo- 
lesse raffrontare questo esordio e tutta la predica con 
quella che il Segneri fece sullo stesso soggetto, dovrà 
certo riconoscere che nel sommo nostro oratore vi 
ha si un discorso più pieno e potente, un fare più 



(!) De Off. lib. 3. e. 2. 14. 



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2^8 CAPO SETTIMO 

drammatico e una forma più corretta ed artistica, ma 
dovrà anche ammettere che vi ha qualche cosa di 
comune nel fondo delle idee e nella ispirazione, sicché 
Io Spinola parche ci prepari all'eloquenza segne- 
riana* Anzi^ perché ciò spicchi più chiaro, veggasi un 
sentimento che non dirò bello, ma che è comune a 
tutti e due nella predica sopra la dilezion dei ne- 
mici. Lo Spinola adunque dopo aver fissato cosi nella 
detta predica il suo assunto: -i non vi può essere 
azione la quale nel merito dell'onore uguagli questo 
del perdonare, per li due accennati motivi, cioè che 
in essa s'imita T esempio e s'eseguisce il comanda- 
mento d' un Dìo », viene alle prove cercando dì di- 
struggere un sospetto che imagina entrare nell'animo 
di alcuno de' suoi uditori. « E per cominciare non 
vi crediate che, mentre sono per trattare della dile- 
zione del nemico, il mìo fine sia avvocare a favore 
del nemico. Guardimi Iddio che voglia questa mat- 
tina farmi protettore di chi, temerario col suo spar- 
lare, ha macchiato il nome vostro, con villano por- 
lamento ha demeritato il vostro affetto, e s'è reso 
degno di non pagare l'enormità de' suoi falli con 
prez/50 minore che di sangue. Non ho in mira d'im- 
pedire il danno temporale di chi v'ha offeso; pre- 
tendo dì liberarmi da un male assai più grave che, 
non perdonando, sovrasta a voi ». Ora questi stessi 
sentimenti si possono leggere nella 3.* predica del 
quaresimale del Segneri, ed espressi, se si vuole, con 
maggior colorito di torma; ma questa volta, parmi, 
con minor naturalezza e verità. Più si studiano, raf- 
frontandoli, i due oratori, e più vi si sente la co- 
munanza di idee, derivate in parte, io credo, anche 
dalla comunanza della vita religiosa e della istitu- 
zione ascetica. 

Fra gli oratori più scevri da stranezze possono 
collocarsi alcuni^ che furono anche letterati di mag- 



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CAPO SETTIMO Ijg 

gior fama, come Carlo Dati, accademico fiorenUno, 
che tra V altro s* acquistò rinomanza per il suo di- 
scorso in lode di Luigi XIV, che glj fruttò una pen- 
sione annuale di cento luigi. Scrisse ancora un eloi^io 
a S. Benedetto, e nelle sue Prose fiorentine raccohe 
quel che gli parve meglio della toscana eioquenisa^ 
ma attendendo più al merito letterario degli scritti 
che non all'efficacia religiosa. Nei parecchi volumi 
che pubblicò si leggono pertanto anche dodici di* 
scorsi sacri, alcuni dei quali furono dettati da uo- 
mini di lettere assai rispettabili, come Benedetto Buoni- 
matteU il canonico Alessandro Stro^p, Vincenzo Fh 
licaia, Lodovico Adimari e altri. Ma dice bene Ales- 
sandro Paravia (i), censurando l'assunto del pane- 
girico di S. Filippo Neri, e alcuni luoghi di quello 
di S. Benedetto, che in sostanza in tutù questi la- 
vori alla vera eloquenza si sostituisce un' elegante 
vacuità. 

APPENDICE P AL CAPO VII. 



Dopo aver dato uno sguardo agli oratori di mag- 
gior fama che precedono i tempi più gloriosi del 
P. Segneri, (non troppo cronologicamente, a dir vero» 
perchè si volea principalmente classificarli secondo 
una certa scuola a cui appartenevano), crediamo op- 
portuno di compiere le ricerche e la rassegna no- 
tando con maggior ordine cronologico quelli che^ 
seguitando l'orme tracciate, portarono un contributo 
notabile all'opera della predicazione. Registreremo 
qui gli Italiani che vennero a morire nella prima 
metà del secolo, quando 1' arte trova vasi nella mas- 
sima decadenza. 



II) Lez. di Sacr. Ei. 2^.^ 




LilKi^ 



x. 



240 CAPO SETTIMO 

Celebri Vanno più celebri tra i domenicani; Eustacctno 
^Jomenkani Boìci di Bologna, morto il 1600; che lasciò varie 
ora'/^ioni e sermoni. Cipriano C/ierft' d'Ivrea, che lottò 
cogli erenci, specie ai tempi di S. Pio V e di Gre- 
gorio XI [1; mori il [607, e lasciò: Sermones de tem- 
pore et de sanctis. Domenico Cadagli, bresciano, 
morto il t6to; lasciò un quaresimale intitolato: La 
sferra del peccatore, pieno di bellissime pratiche, mo- 
ralità e riprensioni, Innocenzo Cibo Chigi di Genova, 
morto i(H2; ebbe celebrità maggiore di molti, e pub- 
blicò parecchi discorsi, anche politici, e i Discorsi 
sui 7 salmi penitenpali (Venezia 1607). Gio. Balta 
Bracceschif dotto teologo, poeta e oratore. Paolo dei 
Francesi, che stampò: Orationes selectae habitae in 
sacello apostolico (Romae 1606). Tommaso Locatelli 
di Bologna, morto il 1625, che predicò in moire città, 
e lasciò moki sermoni; Raffaele Delle Colombe, fio- 
rentino e accademico della Crusca, che stampò Pre- 
diche sui Vangeli [Firenze 1612), della quaresima 
(Firenze 16(4] e altro tino al 1626, anno della sua 
morte. Vincenzo D' Areania, di Muro di Basilicata, 
morto nel 1628 e che lasciò un Quaresimale e Ma- 
nale. Ambrogio Brandi, romano, che fu predicatore 
ai PaUi?.zi Apostolici e lasciò Ragionamenti sopra al- 
cuni Salmi; morì nel 1645. Domenico Paolacci, to- 
scano, professore dì teologia a Padova, e che lasciò: 
Pensieri predicabili per tutti i giorni di quaresima 
(Napoli [640), e Pensieri predicabili per i sabati di 
quaresima (VeneEia [644). Girolamo Gattico, mila- 
nese, che percorse predicando tutta Italia, e dettò: 
L'aio dei pergami, ovvero teatro sacro d ogni ma- 
teria predicabile, diviso in sette parti, corrispondenti 
alti sette gradi del vivere umano (Venezia 1641); 
mori nel 1047. Tommaso M. Bracchi, di Como, uomo 
dì molta dottrina dettò: L'impresa della catena del 
Santo Rosario della B. Vergine, discorsi 27 (Bre- 



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ì 



CAPO SETTTMO 24! 

scia 1633); e Discorsi sopra le imprese del re, della 
regina e del principe dei Santi e de* Beati, festeg- 
giati dall' Accademia dei Salutiferi (Venezia 1643); e 
Discorsi predicabili sopra f imagine del giusto beato 
(Bologna 1647), R^ginaldo Sgambati, siciliano, morto 
giovane il 1648; gli amici stamparono de' suoi ma- 
noscritti: La quadriga di E^echiello, orazione per 
r incoronazione di Luca Giustiniano, doge di Ge- 
nova; // Giacobbe evangelico, orazione per S. Do- 
menico; e sei altri discorsi, i cui titoli disvelano senza 
bisogno d'altra lettura il falso gusto. Basilio Ama 
bile di Messina, diplomatico nella corte di Filippo IV, 
lasciò parecchi discorsi funebri stampati a Messina; 
mori nel 1650. Nel qual anno mori pure Innocenzo 
Bignami di Lodi, che avea pubblicato la spiegazione 
di tutti i vangeli dell'anno e un quaresimale (Ve- 
nezia 1640). 

Si segnalarono ancora tra gli Agostiniani Paolo 
Emilio Barbarossa, milanese, che a profondi studi agostiniani 
teologici uni lo studio della poesia e fu consigliere 
del card. Borromeo; a tante sue doti congiunse an- 
che quella di oratore, e come tale lasciò: Scala Jacob 
prò instructione concionatorum, e Speculum praedi- 
catorum consistens in 2S discursibus. Gianpaolo Ber- 
tendo, bergamasco, pubblicò tra poco altro: La scala 
di Giacobbe sopra le Otto Beatitudini ed Elogi di 
Maria Vergine sopra le litanie. Ambrogio Cantullo, 
cremonese, oratore di molto nome; lasciò due vo- 
lumi di discorsi varii, e di discorsi sopra i venerdì 
del mese di marzo. Ottaviano Epifani, bolognese, 
lasciò 6 volumi di discorsi. Gabriele Foschi, dì An- 
cona, socio di molte accademie, fu ammirato per la 
facondia e lasciò Panegirici. Nicolò Morano, cremo- 
nese, pubblicò trenta discorsi sull' apostasia di Giuda 
(Autuerpiae 161 1). Celestino Sinagra, napoletano, lo- 
dato per l'impetuoso fervore, lasciò pur molte prediche. 

Storia della Predicazione ecc, 16 



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242 CAPO SETTIMO 

I Gesuiti pure, pieni di robusta gioventù, si suc- 
GcBDiit cedono sempre più numerosi nell' arringo oratorio; e 
oltre i già ricordati, è degno di menzione: il ven. 
P, Roberto Bellarmino ( 1542- 1 621), certo più celebre 
assai come dotto teologo che come oratore, ma che 
pur lavorò molto anche nella predicazione e prima e 
dopo che fosse arcivescovo di Capua e cardinale. Deve 
la sua fama specialmente all'opera del Catechismo e 
delle Controversie. Diceva il Bayle che nessuno a* suoi 
di meglio onorò la Compagnia e meglio difese la 
causa della Chiesa e del Papa. Vanno inoltre ricor- 
dali Gessi Girolamo dì Bologna, che morì nel 16226 
pubblicò tre prediche sulle nozze dell'anima con Gesù 
nel Ss. Sacramento. Mastr UH Mu {io [che poi mutoli 
proprio nome in Gregorio) di Nola, che fu superiore 
in varie case e come buon predicatore lasciò: Cento 
discorsi intorno alla passione e morte del Nostro Re- 
dentore e al Sacrosanto Sacramento dell' Eucaristia 
(Roma 1615), e Trenta discorsi sul profeta Giona 
(Napoli 1630); più Discorsi sulle domeniche e feste, 
e Novem discursus spirituales super septem Antà- 
phonas majores, ante Natalem Christi (Napoli 1620). 
Tesauro Emanuele, celebre anche per gli studi sto- 
rici, e che tra discorsi di vario soggetto pubblicò pa- 
recchie orazioni funebri per illustri personaggi di 
Casa Savoia (Torino 1642); era cavaliere dei Ss. Mau- 
rizio e Lazzaro. Capeci Marcantonio di Napoli, morto 
il 1640, che pubblicò discorsi sulle eccellenze di Maria 
Vergine e un'orazione in morte di Margherita d'Au- 
stria (Bari 1617). Recapito Giulio Cesare di Napoli, 
ivi morto il 1647, ^^^ stampò: Prediche e panegirici 
nel 1636. Grisogono Lorens[o di Spalatro, morto a 
Trieste nel 1650 che lasciò Mundus Marianus 1. 1 
(Viennae 1646) e t. II (Patavii 1651). Di Lauro Mar- 
cello di Catanzaro, di cui si pubblicarono le Pre- 
diche per la quaresima (Venezia 1654). P. Nicolò 



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CAPO SETTIMO 24^^ 

Zucchi di Parma (1586- 1670), scienziato e materna* 
tico del Collegio Romano e insieme valente, estem- 
poraneo e fruttuoso oratore; sotto Alessandro VII fu 
anche predicatore del Sacro Collegio. 

APPENDICE n* AL CAPO VIL 

La strana gazzarra, che perturbò V arte letterark 
e segnatamente l'oratoria sacra in Italia, non é un 
fatto, come si accennò, che riguardi soltanto le nostre 
regioni. Il morbo era diffuso più o meno dapper- 
tutto, massime tra le letterature romanze, che si svol- 
gevano con reciproco influsso. Anche la Francia pagò 
dunque il suo tributo all'andazzo generale, specie ai 
tempi di Enrico III, Enrico IV e Luigi Xlfl. Nel qual 
tempo gli oratori presero molta parte alle lotte poli- 
tico-religiose; ciò che non valse a salvarli in tutto da 
eccessi nocivi ad una sana arte; così ffio. Boucher é\ 
Parigi combatteva Enrico IH, e più accanitamente 
ancora Enrico IV, predicando in uno stile artifiziato, 
specialmente per le imagini piene di boriosa am- 
pollosità e per la ricerca di frasi incisive e di rìtor* 
nelli monotoni. Ora più o meno macchiati delle 
scapestrerie del tempo, ma non isforniti di merito 
vanno: 

Bertaut (1552 161 1) che lasciò un volume di Ser- oratori 
moni; e basta anche il prolungato paragone ira il fr^mceii dì 

__ , . ^-^. , , maggior 

Verbo incarnato e Giano, per mostrarci a qual gusto fuma 
fosse informato. Giacomo Du Perron (1556-1618)^ 
che fece le orazioni funebri del poeta Ronsard, dì 
Maria Stuart, e di Enrico IV, alla cui conversione 
avea contribuito, come a quella di molti eretici; ul- 
timamente fu vescovo di Sens e cardinale. 5. Fran- 
c^.sco di Saks (1567- 1622) certo si mostrò più abile 
scrittore nella Introduzione alla vita divota e in altre 



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244 ^^^^ SETTIMO 

Opere ascetiche, nelle quali seguiva una via tutta sua 
propria; ma anche come oratore, quantunque sen- 
tisse ['aria del tempo, seppe spogliarsi di molti arti- 
fizi, fatto che vuoisi soprattutto ascrivere alla verità 
d* un profóndo sentimento. Madama di Chantal ne 
ammirava la semplicità e chiarezza, nonché lo zelo 
e r ardore^ va fornito principalmente d'un' amabile 
unzione. Non è però esente da difetti, specie per 
r abuso delle imagi ni ora soverchie ora ricercate. Sif- 
fatto abuso spJLca molto più nell' amico del santo, 
CamuSi fatto vescovo di Belley nel 1609. Basti a con- 
vincersene questo breve saggio, tolto dal Sermone 
sopra il Natale: ^ Ecco l'iliade della divinità sotto la 
conchiglia delf umanità! ecco il gran naviglio del- 
l' infinito sotto le ali della mosca dell'infanzia! ecco 
il cielo nella sfera d' un bicchiere, con tutti i suoi 
astri, tutti i suoi movimenti, tutte le sue dimensioni! 
ecco Tutto r universo, non in un disegno, ma in fatto 
sotto uEi mappamondo! O S. Agostino, non fate più 
le meraviglie, ecco Toccano in una conchiglia, ecco 
la perla della divinità nella madreperla della morta- 
lità! » Pielro Cotton di Neronde (1564-1626), gesuita, 
uomo assai garbato ed accorto, caro a Enrico III che 
lo ^tc^ suo confessore; lottò assai contro i Calvinisti; 
predicando sopra il giudizio universale, comincia de- 
scrivendo i prodigi che succederanno gli ultimi quin- 
dici giorni precedenti la fine del mondo. Di lui ab- 
biamo: Sermons sur les principales et plus difjiciles 
mailer es de la fois etc. (Paris 16 17) Pierre de Besse, 
morto il J63C1, e che ricevette sotto Enrico IV il ti- 
tolo di predicatore del re, ottenne molta rinomanza, 
tanto che altri affettavano di imitarlo; ma, vago di 
narrazioni colorite, di bizzarie, di similitudini strane 
e protratte e di erudizione profana, specie in fatto di 
storia naturale, sì presenta tutt' altro che come sano 
oratore. Valìadier Andrea (1365-1638), che scrisse la 



1 



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CAPO SETTIMO !443 

santa filosofia dei f anima o i sermoni d'Avvento, la 
Metamologia o penitenza sacra, sermoni per la qua- 
resima, e ie No^^e divine e spirituali tra Dio e 
l'uomo o sermoni per l'ottava del Corpus Domini, 
e inoltre alcune orazioni funebri. Tali discorsi ri- 
specchiano il nostro seicento nella stranezza delle 
imagìni; e per giunta sono macchiati da lunghe ci- 
tazioni, anche greche, e da una logica zoppicante. Sì 
avrà un maggio della sua maiiiera anche in questo 
brano di lettera^ con cui dedica il suo quaresimale 
alla regina Maria de' Medici, e ch'io traduco da 
Edoardo Boucher Ji): ^t Questo viso alabas^trino (di 
Maria de' Medici ), dagli occhi di colomba, dalla trec- 
cie di mille solchi incre?;pate, non altrimenti che le 
gregge erranti al pascolo e quasi ondeggianti sulle 
coste di Galaad; dalle due file di perle orientali, 
bianche come le pecorelle uscenti dalla fontana ; dalle 
guance vereconde e vermiglie, come 1' apertura d'una 
melagranata; dalle labbra sottili e imporporate, quasi 
filo di seta cremisi* d'onde stilla il miele, com' ambra 
e balsamo, é veramente il soggiorno gradito-^ ove Ìl 
poeta Pindaro faceva sedere le Cariti, La si scoprono 
tutti i tratti e le attrattive della bella natura; là il 
brillar degli astri, del sole, della luna, la varietà del- 
l'iride, la lucentezza delFaria dolcemente rischiarata^ 
lo splendore argenteo e cristallino delle Nafadi ; l'acqua, 
la rotondità, la gaia trasparenza della perla; lo scin- 
tillar del diamante, il fuoco dei rubini, l' attrattiva 
della calamita e dell'ambra, il vermiglio della rosa, 
il candore dei gigli, il filtro e la magia pericolosa 
della natura incantata. " Filippo Cospéan { 1568 1646}, 
ultimamente vescovo di Lìsieux, detto da alcuni ri- 
formatore dell' eloquenza, ma in sostanza pedissequo 
della moda; mostra però più gravità nei componi- 



(1] L'Elaquence de la chaire. Uilt: 1^94. 



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24^ CAPO SETTIMO 

menti dettati durame V ufficio episcopale. Seguiran 
Gaspare di Alx (1569-1644), gesuita, che Enrico IV 
mandava a predicare a la Rochelle, e Luigi XIU volle 
per suo confessore; pubblicò Sermons sur les Emn- 
giles des dimanches et sur fes prmdpales féies de 
t année (Paris 1643); fu più sodo di altri nella dot- 
(rina e meno artificiosumente fiorito, ma troppo sco^ 
jastrco. Nicola ijoeffeHeau^ domenicano, celebre con - 
troversista, predicatore di Enrico IV, a cui hct una 
orazione funebre; s'ebbe le lodi di La Bryére; 
mori nel 1Ó23. Agostino Andrej morto nel [647, 
che predilige spesso le forme grossolane, e troppo ram- 
menta il nostro secentismo. Presentano in grado mi- 
nore i difetti del tempo il gesuita Caussin che segue 
una maniera alquanto patetica; e Stefano Molinìir, 
riguardato da alcuni come avverso all'andazzo; fio- 
rivano entrambi ai tempi di Luigi XIIL 

Rammento inoltre sommariamente tra i Gesuiti (i): 
Msum ^^^^^d Nicolò di Toul, che fu vescovo di Verdun. 
e pubblicò : Sermons pour les dimanches de l* Avent 
et fétes (Paris 1600); e Sermons sur tes sacrés mysè- 
res (Paris 1604! Ridìéome LuÌ^Ìd\ Digne(i544 1625), 
che lottò molto contro gli Ugonotti difendendo la 
fede, e fu detto il cicerone francese; Enrico IV ne 
leggeva le opere; morì a Bordeaux. Nei due tomi 
pubblicati a Parigi vi sono molti discorsi sacri. Suf- 
frin Giovanni di Provenza^ che fu confessore di 
Maria de' Medici e di Luigi XIII, ne accompagnò la 
regina madre nel Belgio e in Inghilterra; fu oratore 
assai noto, specie per la sua franchezza; mori il 1Ó41* 
Dettò : Sermons pour lous les dimanches de t année 



{t^ DallH Bib1JQt£qEi£ d& \a Compagnie de Jesu — ?re Olière parti^^ 
bibliographit par la Pèrca Augusiin e: Aloys de Bue ber. Nou«l3c 
edition par Carlos Sonimervo^el S. J. - Sirabourgeob 1890. Seconje 
["artie: histoirc par le Pere Auguste Carayon - fifUKellea. OiCif 
Scliepen^ iSgo. 



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CapD settimo 44^ 

(Paris 1622). Scrisse altre opere spirituali- Carlo Rue 
di Parigi, poeta e latinista, fu ammirato per la sua 
imaginosa eloquenza. Pubblicò parecchie orazioni fu- 
nebri e i Sermons sur f Evangile du Caverne et sur 
les Mystères. che ebbero più edizioni. S. Gio. Fran- 
cesco Regis della Gailia Narbonese, che molto pre- 
dicò ndle missioni e specìalmenre contro 1 Calvinisti, 
e mori nel 1640. 

Tra i Domenicani: Neelsh Nicolò dei Brabtinte, Aironi 
scrittore di concioni in latino; mori nel 1600. Michel "^^^^^^^^^^ 
Sebastiana, della diocesi dì Marsiglia, di veemente 
eloquenza; pubblicò: Orarson funebre pour Henry IV 
e Homelies et consoiatìons s^iriiueiles sur ies diman- 
ches et festes depuìs Pasques jusqu à la Trinité. 
Breton Giovanni, morrò il \6i% lottò molto coi Cal- 
vinisti, e laf^ciò molte concioni e omelie. Guellin Ro- 
berto di Chartres, morto il [620, pubblicò: Les sept 
kmpe^ sacrées ardente s devant le tróne de Dieu 
(Paris ìGi^) e altro; va tra quelli che più servono al 
fal^o gusto del tempo: Nardot Adriano dì Digione^ 
morto il 1625, pubblicò: Discours predicables^ Gì- 
rardel Pietro di Chameroy, intrepido debellatore degli 
eretici nel Tolo-^ano, lasciò mss. Mèditations et exer- 
cices pour la préparation aux grandes soìenmiés ; 
mori nel 1633, D' Amour Pietro, maestro a Lovanio 
e definitore a Roma, predicò mollo in Francia, ma 
non si ha di lui che T Oraison funebre d' Henri le 
grande roi de Frauce et Navarre, prononcee à Or- 
léans (Paris 1611); morì nel 1637. Fngelf^rave As- 
suero^ morto nel 1640, belga, lasciò varii sermoni. 
Wiltart Andrea, belga, morto nel 1648, lasciò di- 
scorsi e panegirici, i cui titoli rivelano più che mai 
il malgusto che correa. Cosie^ .Claudio pubblicò: 
Sermons théjlogiques et moraux sur les evangiles du 
cavèrne, e altro; mori nel 1650. 

Tra gli Agostiniani noto: Di Bye Cornelio dì agoitinlini 



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248 CAPO SETTIMO 

Bruxelles che fu celebre missionario delle Indie Oc- 
cidentali, e morì nel 1612 lasciando; Sermones d)- 
minicales et de sanctis. 

NOTA IIP AL CAPO VII. 



Stranieri Raccogliamo qui anche parecchi altri oratori che 
di varie appartengono a varie nazionalità e acquistarono mag- 
gior rinomanza. E prima notiamo gli Spagnuoli la 
cui letteratura, dopo la francese, ebbe più strette re- 
. lazioni con la nostra. Si segnalarono dunque i Do- 
spagnuoi j^gpj^3j^j. piqiy-q di Porto Correrò che ebbe assai ri- 
nomanza e morì nel 1600; Giron Ildefonso di Ta- 
lavera, morto il 1607, che lasciò: Sermones prò fe- 
stivitatibus D. N. J. C et Ss. Dei Genitricis; De 
Luna Giovanni che stampò il suo quaresimale e morì 
nel 1610; Arias Baldassare di Valenza, morto il 1614, 
e che lasciò Discursos predicables. Blamas Francesco, 
delle Isole Filippine, che si mostrò in Spagna grande 
oratore, e andò poi missionario in America, lasciando 
sermoni anche in lingua spagnuola. De Caceres An- 
tonio di Granata, che fu vescovo di Cartagine, det- 
tando Sermones y discursos de tiempo (Valenza 1612): 
Alvare{ Damiano di Medina de Rio Seco, morto 
il 1621 che dettò: Exposicion de los Evangelios de 
Adviento, y del primero lunes de quaresima, y dia de 
Navidat eie. (Burgos 1610). Rebultosa Jacopo dì Ca- 
talogna, morto nel 1621, e che predicò molto a Bar- 
cellona. Stampò: Sermones de la quaresima para 
cada dia (Barcellona 1614)', Sermones quadruplicados 
de Adviento (Barcellona 1617); Sermones del Ss. Sa- 
cramento (Barcellona 1621). Perej Andrea, morto 
nel 1621, che stampò: Sermones de quaresma e Ser- 
mones de los sanctos (Pinciae 1621); De Sellan Gi- 
rolamo, aragonese, che da dotto vescovo qual era 



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CAPO SETTIMO 249 

pubblicò molte omelie per la quaresima e sul Sacra- 
mento; morì nel 1625. Pietro Calvo, di Porto lusi- 
tano, predicò alla corte di Filippo III e IV e stampò 
parecchie omelie; morì nel 1625. Cayrosa Gio. Lo- 
ren!(o, dì Saragozza, di cui, dopo morto, (1625) si 
stamparono le omelie. Marco de Soavedra di Villa- 
mayor, predicò molto nel Messico e lasciò; Sermones 
de todo r anno; morì circa il 163 1; De Mata Gio- 
vanni, predicatore generale per la Spagna, lasciò: Pa- 
rayso virginal de discursos predicables en lasfiestas 
de la semper Vergen etc. (Pompejapoli 1631) e altri 
discorsi d'avvento e quaresima; moti nel 1640: De 
Torrebianca Giovanni, morto il 1642, che lasciò editi 
ili due volumi Sermones de quaresma. 

Tra i Gesuiti sono da notarsi: Avila Alfonso di 
Belmonte, morto a Valladolid nel 1613, lasciando 
concioni per r avvento e la quaresima; U Arnaja 
Nicola di Segovia, morto il 1622, e che lasciò delle 
Conferem^e spirituali. Labata Francesco, di molta 
celebrità, morto a Valladolid l'anno 163 1, dopo aver 
pubblicato: Discursos morales sobre los Evangelios 
de los Sanctos (Valladolid 1624), Sermones sobre los 
Sanctos e Diversos Sermones ; e inoltre Apparatus 
concionatorum, seu loci comunes ad conciones ordine 
alphabetico digesti [V.ugdun\ 1621). Anguillera Fer- 
dinando, del Chili, morto nel 1637; De Bae^a Diego 
di Ponferrado, morto a Valladolid il 1647, di gran 
grido e scrittore di molti sermoni sulle feste di No- 
stra Signora, e di sermoni funebri e per le anime 
purganti; H Armenia Giovanni di Cordova, che di- 
resse parecchi collegi (i 582-1651) e passava pure tra 
gli oratori più eloquenti. 

Trovo segnalarsi tra gli Agostiniani: De Camo 
Marcantonio di Barcellona, che sotto Filippo IH fu 
fatto vescovo di Trani e morì nel 1606: nell'epitafio 
è detto concionator non vulgaris; pubblicò: Institu- 



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i ^1 ■ 



2^0 CAPO SETTIMO 

don de Vida honesta y Christiana. Gon^aìes De Men^ 
do^a, morto nel 1608^ ambasciatore al re della China 
nel 1584 e poi vescovo nelle Indie Orientali; lasciò 
una Selva di paragoni utilissimi ai predicatori. De 
Vaiderama Pietro, di Siviglia, di grande pietà ed 
esperto maestro di spirito; morì in patria nel ì6iie 
pubblicò: Eserciti spirituali per la quaresima^ av- 
• vento e altri tempi dell' anno, Fon seca Cristoforo dì 
Toledo, morto il [D!2; pubblicò varii dif^corsi in 
litigua spaglinola (Barcellona 1599)1 quelli per le do 
meni che e feste furono anche tradotti in lingua fran 
cese e italiana. De Santa Maria Geronimo lasciò: 
Exercitia spiritiialia [Salmanticae iGi'^)^ De Leon 
Francesco dì Toledo pubblicò sette discorsi su Giobbe 
( Pamptona 1622) Masquej Giovanni di Toledo, morto 
nel i()2i, nelTepitafio fu detto: ehquentiae Jlumen et 
fuìmen^ De Serrerà Giovanni, confessore del duca 
Orsuna che mori nel 1^27, lasciando discorsi eleganti 
ed eruditi. De Castaneda Francesco di Bargos, posto 
dair Ossinger inter concionatores suo tempore prae- 
cipuos: lasciò: Tratados sobre los Evangelios de las 
dominicas etfiestas de Sanctos de t'Adviento et pasqua 
(Matritì r6[g). Ponce de Leon Basilio^ di nobile fa 
miglia; dicono fosse dì un' azione incantevole; pub- 
blicò: Conciones totius anni et de sanctis; Ponce Di- 
daco, suo contemporaneo, lasciò 215 sermoni; e De 
Aldovera, morto nel 1630, lascio pure tre volumi di 
Concioni sui Santi e sulla Madre di Dio. De Caslilio 
Francesco dì Cadice pubblicò: Para los Fvangelios 
de g«iir^Jfm^{ Pam pilone i6igl De Cordova Giuseppe, 
Salmaticese, stampò: Sermones de Adviento et de 
quaresma. 

Nel Prjrfù^ii//o Uovo insigni tra i Gesuiti: Bo- 

por og esi ^^^^^ 5^^ajf/ario di Lisbona, morto a Coimbra il 

1615, detto l'apostolo di quella regione 'e Mendù{a 

Francesco di Lisbona, che governò piij collegi, e 



CAPO SETTIMO 25 1 

scrisse, oltre ad opere teologiche, Sermones dos Sanctos^ 
Tempus Adviento, Quaresma a outras dominicas, e 
due sermoni nell* occasione di due autodafé. Tra 
i Domenicani; Feo Antonio dì Lisbona, morto il 1622, 
e che pubblicò in lingua patria un quaresimale e di- 
scorsi varii; men famoso va il contemporaneo Ro- 
gado Antonio. 

Tra gli Agostiniani; Della Concezione Emma- 
nuele, che insegnò a lungo nella facoltà teologica di 
Roma e morì di 77 anni nel 1624, lasciando tra altro 
Sermones quadragesimales , stampati due volte a 
Colonia nel 161 4 e nel 1620 e anche Sermones de 
operibus sex dierum. De Amorim Gasparo, di Li- 
sbona, morto a Goa nel 1646; pubblicò discorsi fu- 
nebri recitati in varie occasioni. Lopej Didaco, detto 
il principe degli oratori del suo tempo, morto il 1635, 
e che pubblicò un quaresimale (Madrid 161 5 e 1617) 
e un [estivale (1622). De Luce Filippo, cappellano 
del re, che lasciò un quaresimale (Lisbona 1627) e un 
Avventuale. Ossorio Agostino, che fu oratore del re 
di Francia nel 1642, e pubblicò in lingua spagnuola 
l'Avvento e un Quaresimale. 

Nella nazione inglese: Hearney Barnaba, gesuita^ 
di Cashel (Irlanda) morto nel 1640, che lavorò assai 
per la conversione degli eretici, e scrisse; Conciones 
tum de festis quam de dominicis, et de sacerdotio et 
de morte (Lugduni 1622), e inoltre Helitropium al- 
ierum, sive conciones de mysteriis redemptionis hu- 
manae (Lugduni 1632). 

Tra i Tedeschi noto Rose/fio Gregorio di Lands- tedeschi 
hut, gesuita, che predicò molto ad Ausburgo e man- 
tenne al cattolicismo questa città; morì nel 1617, e 
stampò le sue Concioni. Gretser Giacomo di Marck- 
dorf in Svevia, appartenente alla stessa Compagnia 
di Gesù, che combaaé con sapienti apologie speciaN 
mtnìt Lutero, e die buoni saggi di polemica. Cop- 



inglesi 



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2^2 CAPO SETTIMO 

penstein Giovanni Andrea domenicano, che scrisse 
e predicò molro contro i Calvinisti, e pubblicò: Ho- 
miliae domimcates et festivae per annum (Colonia 
\(n^), Passionis D. N. J. C, quadripartitae praedi- 
catto quadrihoraria (Coloniae 1615), Passio altera 
ex solis Ss. Patrum sententiis contexta ( Maguntiae 
ifji5}. [no] tre dispose in omelie i Commentari di S. 
Tommaso su S. Matteo e S. Luca e i Commentari 
dì S. Bonaventura su S. Luca; e compilò la Biblio- 
theca concionatorum e l' Aurora concionatorum, che 
servono per Tutte le domeniche dell'anno; morì nel 
1627. Ciucio Rodolfo di Lussemburgo, pur domeni- 
cano, e morto nel 1630, lasciò dei sermoni. 



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253 



CAPO Vili. 



La restaurazione della sacra eloquenza per mezzo di Paolo Segnerì 
— Sua educazione ed operosità come oratore e missionario — 
Sue opere e qualità che ne contraddistinguono l'arte — Cen- 
sure e pregi — Segneri il giuniore, Pinamonti, Casini e altri 
intorno a loro — Appendici. 



Già si sentiva un bisogno di reazione contro le 
denunciate scapestrerie dell' arte; e già alcuni dei più ^Jaztone"" 
assennati, come abbiamo visto, tentarono un avvia- <^eiia eio- 
mento migliore. Tuttavia anche quelli che fecero deve princi- 
meno male, o perchè l' ingegno non potea sollevarsi ^fp^Q\Q 
al volo dell'aquila, o perchè troppo si lasciarono Seguerì 
guastar dall' ambiente, non si possono presentar come 
riformatori della sacra eloquenza; lode che va con- 
cessa sopra tutti a Paolo Segneri (1624- 1694) che 
sale a tanta altezza fra noi da non aver tema della 
rivalità di alcun altro. Così ragiona ottimamente di 
lui Ales. Paravia (i): « Leggete le prediche di tutti i 
più famosi italiani che lo precedettero in questo ar- 
ringo: quelle cioè del Savonarola, del Seripando, del 
Musso, del Fiamma, del Panigarola, del Giuglaris e 
di tanti altri che a' loro tempi levaron di sé tanto 
grido; raffrontatele poi col quaresimale e con le altre 
prediche del padre Segneri, e negategli il titolo di 
restauratore della sacra eloquenza, se lo potete. » E 
in effetto quella somma di lavori che abbiamo po- 
tuto esaminare fin qui, ancorché per meriti parziali 



ti) Lezioni di Sacra Eloq. lez. 23. 



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254 CAPO OTTAVO 

e sotEO qualche risreiro sieno degni di ammirazione, 
in sostanza ci fanno chinar la fronte depressa dalla 
vergogna, perchè troppo lontani dalla richiesta perfc- 
zìone. Ma la lìngua del si dovrà dunque dichiararsi 
inetta a raccogliere e luminosamente riflettere nei- 
r oratoria la grandezza, la maestà, la potenza della 
Religione? E griraliani che pur seppero conformare 
ad essa le loro più vitali i^^tituzioni, e tanto s'ispira- 
rono ad essa nelle opere architettoniche e della pit- 
tura e scoltura, non avran potuto con pari ingegno 
in nessun tempo associare 1' altezza e la bontà della 
dottrina religiosa allo splendore di una forma con- 
veniente ed eletta? Senza metterci per la via perico- 
losa dei confronti possiamo dire che abbiamo anche 
noi qualche cosa che gareggia colle produzioni più 
perfette di altre letterature, e che meglio d'ogn' altro 
il Segneri va tra noi posto sul candelabro. 

Già nella ste^^sa Compagnia di Gesù, a cui ap- 
g^j?^^^"J'^^^ parteneva , s'era manifestata della disapprovazione 
danna lein-coniro ii delirio di certe menti esaltate. Anche il 
?cmpo"ra*^netì P- Daniello BartoU ( i5o8 - 1685 ) , predicatore an- 
ch' esso, prima che totalmente si desse alle lettere 
e alla storia, contuttoché ranto amasse per T indole 
sua il lussureggiare della forma [qua] vero Bernini 
delle lettere), s'avvide della falsa via che battevano! 
contemporanei neir oratoria sacra, e li feri sul vìvo 
co' suoi frizzi. Quindi, mentre insegna che i predica- 
tori devono far sentire la verità per profitto e noii 
la vanità per diletto, rinfaccia e condanna ì deliranti, 
perché si rendeano simili a Nerone, quaEido in tempo 
di gran carestia facea venir dall'Egitto una nave ca- 
rica di sacca di sottile arena da spargersi a servizio 
dei lottatori; onde il popolo aflamato, che accorreva, 
e sognando le sacca di grano affrettava col desiderio 
l'approdo della nave e lo scarico, senti, nella pia 
cruda derisione, aggravata la propria miseria. Infatti co- 



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CAPO OTTAVO 255 

testi predicatori porgeano davvero più borra che pane. 
E perciò soggiunge: « Oh quante volte si veggono 
fare all'ignorante popolo le meraviglie, e guardarsi 
1' un r altro e dire, nunquam sic locutus est homo, 
air udir che fanno una descrizione, una tirata, come 
dicono, di memoria o un di quegli, eh' essi chiamano 
concetti, lavorato, par loro, con arte di sottilissimo 
ingegno! Ed è poi che? una pulce incatenata. Questi 
hanno le piene udienze? questi le meraviglie e gii 
applausi? questi vanno in fama di gran predicatori^ 
e di loro si parla, di loro si scrivono novelle e si 
stampano poesie, per ispargerle come i pappagalli di 
Psaffone, a cantar d'essi per tutto il mondo? » (i). 
Vorrebbe pertanto che le teste degli uditori che la 
tanno da giudici si pesassero e non si contassero^ 
perchè in tal caso tanto fa numero una testa scema 
quanto una piena di sale; ed è per ciò che molti 
predicatori s' illudono credendo al giudizio del nu- 
mero che si diletta di ciance. « Or qui al contrario 
un'attenzione da estatici, un godimento da beati, un 
plauso da pazzi, in udir che vi predica con più di- 
letto degli orecchi, che frutto dell'anima? Que' bei 
pensieri, que' motti frizzanti, quei periodi armoniosi; 
quelle descrizioni, alle quali, come la tela, cede alla 
dipintura, così ad esse 1' Evangelio, perchè di prin- 
cipale conviene che in grazia loro diventi accessorio; 
quegli intrecciamenti di varii passi di Scrittura, che 
sembrano snodare e anzi aggroppano il paradosso» 
que' concetti alzati con più macchine che l' aguglia 
del Vaticano, e quanto più tirati da lungi, tanto più 
come cose pellegrine e d'un altro mondo stimati;... 
queir addurre autorità, non del Boccadoro, non de' ire 
Gregorii, non d' Ambrogio, di Girolamo, d' Agostino,, 
che pur sono i mari della cristiana sapienza, che han 



(i) Eternità consigliera e. V. pag. 82. Veuezia 1832. 



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256 CAPO OTTAVO 

più perle che gocciole d' acqua, ma di certi altri che 
mai non s' intesero nominare, e uditi con tanta am- 
mirazione e credito del dicitore, quasi il citare uno 
d'essi fosse risuscitare un morto, seppellito già da 
molti secoli nella tomba d' un libro vecchio e mezzo 
roso dalle tignuole; insomma, a dir breve, quanto 
non dà altro che gusto alla curiosità e pascolo all' in- 
gegno: queste come vogliam noi chiamarle? come il 
volgo degli ascoltanti, diamanti, perle, rubini, pietre 
preziose? » (i). Laonde lo scrittore finisce a chiamar 
siffatti oratori matrone che vestono da meretrici. E 
il Bartoli ebbe proprio la fortuna di veder tra suoi 
stessi confratelli 1' uomo della riforma invocata. In 
fatti il Segneri diventò tra noi quello che si può dir 
r Ariosto neir epopea cavalleresca e il Tasso nel- 
r eroica e il Manzoni nel romanzo moderno, cioè 
maestro a' maestri. Sostiamo adunque più a lungo 
intorno a questo autore considerando per quali vie 
venne maturandosi alla santità e alla scienza del suo 
ministero e all' abilità oratoria, e quali sieno i pregi 
e i difetti delle sue opere. 
Cctini Oriundo di Roma e di nobile casato, nacque da 

ài vita del pii genitori a Nettuno il 21 maggio 1624, e fu il 
p. efijien ^^-^^^ ^| (jjcJq^o fratelli. Il padre lo collocò a stu 
diare nel Seminario Romano, allora diretto dalla 
Compagnia di Gesù; e qui senza dubbio germogliò 
neir animo suo il desiderio di aggregarsi ai seguaci 
del Lojola. Quando fece palese alla famiglia A divi- 
samento di vestir l'abito degli amati istitutori, in- 
contrò forte opposizione nel padre, ma con la sua 
festiva bontà e con le lagrime seppe ottenerne lo 
spontaneo assenso; sicché il 1° decembre 1637 ^^ "' 
cevuto nel noviziato dì S. Andrea del Quirinale. Si 
trovò così subito alla dipendenza del già ricordato 



(I) Id. e. V. pag. 89. 




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CAPO OTTAVO 257 

P. Oliva, maestro de' novìzi a Roma e poi gtenerale 
deir ordine, predicatore apostolico sotto quattro pon- 
tefici, e perciò rinomato oratore; anzi oltre alle pre- 
diche recitate a palazzo nel 1659, pubblicò altri 40 
sermoni tenuti in varìi luoghi, e i sermoni domestici 
detti nella Casa Romana^ che furono anche tradotti 
in lingua francese. 

Ora ii Segneri durante il tempo che faceva gli Sua hicIìdi» 
studi di rettorica e di filosofia spiegò un' indole canto ^loqueni/" 
vivace, che ì suoi direttori di spinto quasi remeano 
non potesse accomodarsi alla disciplina religiosa; vi- 
vacìtà che poi parve servirgli di sprone allo zelo: 
mostrava del pari ingegno pronto, perspicace, atto 
alle scienze e alle lettere. S* accompagnava a siffatte 
qualità una manifesta tendenza alToratoria sacra, ali- 
mentata forse dagli esempi del p. Oliva; già fin dai 
prim'anni suo prediletto giuoco era stato di salir sopra 
una sedia o un tavolo, e, quasi fosse sul pergamo, 
di far gesticolando prova de' suoi polmoni. Fin da 
giovanetto pertanto volgeva a questo fine ogni suo 
studio. Mentre attendeva alle lettere umane, com- 
prendendo il gran vantaggio che deiiva ad nn ora- 
tore da un abil;? e vario maneggio della lingua, per 
addeslrarvìsi, voltò dall' idioma latino in italiano la 
seconda decade delle guerre di Fiandra del p. Fa- 
miano Strada, traduzione che fu poi pubblicata sotto 
ii suo nome. Ebbe la fortuna che egregi uomini com- 
presero il posseduto talento, e lo incorarono a met- 
tersi per la via delT oratoria con tutto il suo animo; 
vanno annoverati tra questi il p. Vincenzo Caraffa, 
generale dell'ordine, e il p. Sforza Pallavicino, for- 
bito e notissimo scrittore e che fu sollevato più tardi 
alia dignità della sacra porpora da Alessandro VII. 

Ognun sa che un dicitore non ha mai parola al- 
tamente efficace, massime neir arringo dell' oratoria 
sacra, se non isti mi assai e altamente ami le cose di 



i 



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2^8 CAPO OTTAVO 

Siniìtà ^^' favella; laonde il Segneri che volea maturarsi al 
che rende nobile ufficio, educò in sé medesimo uno spirito di 
^'V^uV^^^^ntita e profonda pietà religiosa e di purissima e 
«loqtieniy innocente vita; così da meritarsi quel grazioso ana- 
gramma, con cui il p. Sforza Pallavicino, poi cardi- 
nale, mutò il suo nome Paulus Segnerus in ]purus 

* angelus es. E si videro ben presto i frutti di questo 

felice connubio di santità, di dottrina e d'arte, quando, 
trovandosi maestro di grammatica a Pistoia nel terzo 
anno del suo noviziato, introdusse quivi la devo- 

■^ zione della buona morte, facendo in tutte le dome- 

niche dei discorsetti con grande concorso di quei 

Ip cittadini. E fin da questo tempo cominciò a scrivere 

il suo famoso quaresimale, dandosi a studi speciali 
sopra le Sante Scritture e i Santi Padri, dai quali 
particolarmente volea trarre le prove de* suoi discorsi; 
e svolgendo a un tempo le pagine di Cicerone, dal 
quale si proponeva di apprender T arte di una buona 
forma. E con tanto ardore si mise in tali studi da 
trarne, contuttoché fosse di robusta complessione, 
un'alterazione di umori, che dicono lo rendesse sor- 

^d astro, onde assai poco e con difficoltà poteva udir 
le confessioni, quando si recava nelle principali città 
a declamar le sue prediche. 

Nel 1661 predicava la quaresima a Piacenza, e già 
^ rcdìcT^ era in fama di assai valente oratore, onde il card. Pal- 
/iqni e (odi lavìcino, classificando Y arte sua, e parlandone in tale 
ricevute Q^^^gjQne, lo loda in una sua lettera « tanto per una 
egregia virtù di spirito, quanto per una santa e frut- 
tìfera eloquenza di lingua; congiungendo mirabil- 
mente la coltura accademica col zelo apostolico e con 
la serietà persuasiva. » E nello stesso anno predicò 
r avvento a Fermo, e Tanno dopo salì sul pulpito 
di Orvieto e nel 1663 fu invitato a Torino, e fu tale 
la soddisfazione degli uditori che il sopra ricordato 
suo maestro se ne consolava per la sua « non men 



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CAPO OTTAVO 259 

gloriosa che fruttuosa predicazione in Turino » se- 
guitando a dire che se ne consolava non tanto per 
il merito che ne veniva all'oratore quanto per la 
gloria eh* ei procacciava a Gesù Cristo, « la cui causa 
tanti suoi avvocati abbandonano in pulpito, per far 
la causa del proprio loro interesse o del proprio loro 
applauso. » Che se altri allora guadagnavano su 
questa via maggior rinomanza del Segneri, ciò vuoisi 
attribuire al cattivo gusto dominante e in parte an- 
che alla mancanza di una voce robusta e di una 
maniera di porgere che non era la più attraente in 
lui; anche la sua sordità dicono alcuni che causasse 
alquanto di monotonia nella recita, per ciò ch'egli 
non sentiva bene sé stesso. 

Dopo il 1660, crescendo assai il suo fervore mentre 
dimorava in Perugia, chiese ma non ottenne di re- 
carsi nelle Indie, ove sperava di sacrificarsi a Dio col 
martirio; onde, mutando quel suo divisamento in 
un' opera affine, e riguardando dietro la voce de' suoi 
superiori l' Italia come Y Indie a cui Iddio lo chia- 
mava, attese ad alternare la predicazione di quare- 
simalista con le missioni; ciò che potè eseguire con 
gran frutto in compagnia del p. Giampietro Pina- 
monti^ dal 1665 fino all' anno in cui fu chiamato da 
Innocenzo XII a Roma, come predicatore dei Sacri 
Palazzi. 11 p. Massei, raccogliendo le memorie della 
vita di lui, descrive a lungo il metodo eh' ei teneva 
nelle missioni, e il gran concorso che avea, i frutti 
che ne ricavava e le espiazioni di penitenza che si 
facevano da lui e da ogni maniera di peccatori. Ram- 
menta in ispecie le frequenti e pubbliche paci che si 
ottenevano per mezzo delle sue prediche, e paci non 
solo d' individui ma di parliti e fazioni che fino al- 
lora s'erano combattute accanitamente fra loro. Né 
minore era lo zelo per togliere i giuochi più rovi- 
nosi o le canzonette amatorie più scandalose e cor- 



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200 CAPO OTTAVO 

ruttriciv sostituendo delle laudi sacre, anche da lui 
composte, e piene di sentimento religioso. In siffatte 
missioni durò ben 26 anni, correndo per castelli, bor- 
gate e grandi città, nella Romagna, nelle Marche, 
nella Toscana, nella Lombardia. Solea cominciare 
dopo le feste di Pasqua^ e seguitava fino a novembre, 
ritirandosi nel tempo intermedio in qualche collegio 
della Compagnia, massime a Firenze. E anche nel 
tempo assegnato al riposo dalle missioni, e specie in 
quaresima, assumeva predicazioni in quei paesi e in 
quelle città dove più lo desideravano, e ciò fino al 
1679, anno in cui diede alle stampe per la prima 
volta il suo Quaresimale, che fu apprezzato ed am- 
mirato dallo stesso Innocenzo XII. 
K nominato Tanto cbe alquanti anni più tardi lo nominò suo 
P»'edjcatore predicatore apostolico a Roma, ove, malgrado della 
ed entra sua ripugnanza proveniente da semplice umiltà, si 
dets* &a"re presentò la prima volta ali* augusta adunanza del 
Sacro Collegio, presieduto da Sua Santità, sul finire 
della quaresima del 1692, per recitarvi le due ultime 
prediche con cui si suol chiudere quel tempo di pe- 
nitenza. E non solo il suo dire tornò gradito al 
nuovo uditorio, ma crebbe sotto ogni rispetto la 
stima dell'uomo, di guisa che il S. Padre lo am- 
metteva spesso alla sua presenza, per giovarsi del 
senno di lui che dimostravasi buon conoscitore delle 
corti e dei maneggi politici, ed esperto anche nella trat- 
tazione di gravi affari. Anzi possiam dire che in ciò 
era in grado ora di servirlo meglio che come oratore; 
perchè il suo ingegno, affievolitosi a cagione dell' età 
avanzata e delle fatiche durate, naturalmente man- 
cava nel comporre di quella potenza e di quello 
slancio che brilla nella pienezza della forza virile. 
Tuttavia, contuttoché vecchio ed esaurito, ivi pre- 
dicò tutto il seguente avvento e la seguente quare- 
sima. Nel qual tempo, essendo morto il p. Nicolò 



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CAPO OTTAVO iSf 

Maria Pallavicino, teologo della sacra Penitenzierìa 
ed esaminatore dei vescovi, fu nominato a succe- 
dergli; quantunque non accettasse (e dopo molta in- 
sistenza de' suoi superiori) se non ìt primo ufficio» 
allegando la sua sordità per sottrarsi al secondo. 
Colse poi questa occasione per esimersi dall'incarico 
di predicatore apostolico, suggerendo egli stesso al 
S. Padre, che ne lo richiedeva, il proprio successore 
nell'ufficio del predicare- Morì ai q di decembre del 
1694,6 la memoria della sua non comune santità gli 
valse il titolo di venerabile. 

Le opere più rinomale di questo insigne scrittore, 
com' è da aspetrarsi, sono di genere oratorio; ciò che '"'fs^icipaiì 

,. , T ,, * . . . opere orp- 

non toghe che molto egli non abbia scritto in trat- lorìe. di* 
tati di ascetica e apologetici, tanto da farci mera vi ^ "««liche 
gliare che cosi grande fecondità d' ingegno potesse 
accordarsi con tanta operosità nel ministero. \ì suo 
capolavoro, a detta dei più in tendenti, e il Quaresi- 
male^ Con esso maturò meglio d' ogni altro quella 
riforma di cui si sentiva gran bisogno e di cui si 
tnani Testavano anche in altri lavori gì' indizi, e che 
vedremo appresso in che propriamente consista. Con- 
corrono al medesimo fine i Panegirici, nei quali 
parmi che la maggior ricercatezza dell" ornamento 
noccia alquanto, e più lo avvicini al gusto del suo 
tempo. Sono queste due le opere che lo rendono il 
vanto (iella eloquenz i sacra iraliana, come quelle che 
sono dettate con arte più fine e rivolle a udienze 
più colte. Le prediche delie alpala^^o apostoUco per 
le ragioni già accennate non raggiungono quella vita 
di pensiero e di sentimento e quella freschezza di 
forma che si ammirano nelle prime. Più dimesso 
nella eloquenza, eh' é rivolta ad ammaestrare il po- 
polo, ma di maggior pregio letterario per la sobrierà 
della forma, per la ricchezza e boncà della lingua é 
// Cristiano istruito, sene di dotte e preziosissime 



b 



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202 CAPO OTTAVO 

istruzioni tra catechistiche e oratorie, divise in tre 
parti, e intente a svolgere quella parie del Catechismo 
Romano che riguarda il peccato, la necessità di com- 
batterlo e di riformare cristianamente i costumi. La- 

I voro che si compie con altri opuscoli, a mo' di tratta- 

teli i, quali il Parroco istruito^ W Confessore istruito, il 
Penitente istruito. Scrìtti di [nolta lena e da ascri- 
versi tra j prificipali, quantunque non di genere ora- 
torio, sono: La Manna dell* anima, che guida il 
buon cristiano con tanto nerbo di elette e rapide ri- 
flessioni a meditare sulle verità religiose che più ser- 
vono a informare il costume; e L Incredulo senja 
scusa, che e una piena e profonda apologia della 
nostra religione, alla quale ben poco anche oggi si 
potrebbe aggiungere. Rammento tra le opere minori, 
e che partecipano ai pregi delle altre. La Concordia 
tra la fatica e la quiete, libro composto per com- 
battere gli errori dei Qiiietisti, intorno al quale si 
disputò prò e contro, ma di cui si riconobbe la bontà 

f e r opportunità delle dottrine. Aggiungi la Lettera 

di risposta, ì Sette principi, Fascetto di varii dubbi, 
Il divoto di Maria, Il Magnificat, V Esposizione del 
Misererei La Pratica di star interiormente raccolto 
con Dio, i Cinque venerdì di Maria Mad. de Pa{p, 
le Meditazioni di lutti i giorni d' un mese, e poco 
altro. 

Ora passiamo a rilevare, segnatamente nelle opere 

]i come ora- Oratorie, ì meriti di questo sommo restauratore della 

^^^^cheir'^ sacra eloquenzti. Cominciamo dal considerare le teorie 
guìduroTiQ che lo guidarono all'arte; perchè la loro giustezza e 
bontà portano sempre ottimi effetti, ancorché talvolta 
tremi la mano stesa ad attuarle. L'oratore stesso le 
espose nella sua Prelazione alle prediche quaresimali, 
per farci capire che non è uno che cammini avven- 
tato o che si commetta ai capricci del caso, ma che 
ha un disegno pre meditato, un lavoro riflesso da 




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CAPO OTTAVO 263 

fare, uno scopo fisso a cui volgersi. Dovrà sì molto 
alla rettitudine naturale del suo sentimento, ma assai 
ancora all'accortezza della sua mente, che vide e 
notò i più gravi difetti dell'arte contemporanea, 
quando le macchie si pigliavano per bellezze; e mise 
subito il dito sopra la piaga e si propose di risa- 
narla. Tanto apparisce dalla breve esposizione del 
suo metodo. « Mi son proposto di provare, e' dice, 
ogni volta una verità, non solamente cri siriana, ma 
pratica, e di provarla davvero. » Egli avvertì infatti, 
mentre ancora dominavano l'errore e il falso gusto, 
ciò che i critici assai facilmente potevano condannare 
più tardi; e sta qui la massima parte del suo me- 
rito; perchè sogliono appagarci anche gli arnesi mal 
fatti ed incomodi, fin che non se ne scopra e co- 
cosca uno più perfetto e proprio. 

Notò dunque da prima l'abuso (il difetto era di 
data più vecchia, ma durava ancora in alcuni) dì yth^aio% 
condurre una predica quasi una lezione ài scuola ""' ^™^i' 

,. !• . . , z'oJie non 

con copia di pesante erudizione, con ardue specula- conveniente 
zioni, e in generale con apparato di ragioni accumu- 
late per pompa di scienza, piuttosto che al fine di 
chiaramente persuadere e muovere gli animi; notò 
la malaugurata erudizione aliena dalf argomento e 
dallo scopo e accattata per giunta in autori profani 
e che si appiccicava a pompa inane e scandalosa; 
simile, per dirla con le sue parole (i), a quella rea 
femmina di cui si parla nei Proverbi [2), che per aU 
iettare ad inganno comperava le tappezzerie, non dai 
fondachi della sua Palestina, ma dall' Egitto. Quindi 
il Segneri pensò saviamente a sbarazzarsi di cotesta 
falsa merce che togliea chiarezza, serietà e credenza 
alle prove; e si propose, non di comparire, come dice 



IO Vedi Pref, al Quarta. 
ti. Prov. VII itì, 



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— ^- n^ m^ \ 

264 CAPO OTTAVO I 

lui, ora filosofo, ora fisico, ora legista, ora alcbìmlz- 
zatore, or astrologo, or notoraista, o tutte queste cose 
insieme, ma di tenersi a una dottrina più domestica 1 
e comune e che forse potea parer meno ammirabile 
a coloro che delle cose non prezzano che il peregri no» ' 
ma che certo tornava più conveniente al soggetto e 
più efficace a raggiungere il fine. 
«! vàbùio Ne lo disgustò meno F abuso cKe faceasi nel com- 
nei com- nientare le Sacre Scritture, perchè gli oratori cor- 

rncnti delle . . , , ,. 

S Scriiiuretemporanei-f tratti com erano ad accontentare 1 amore 
di novità, richiesta ad ogni costo da un uditorio 
male educato, ne stravolgevano a capriccio il senso, 
con applauso sensibilissimo ma ingiusto. Laonde il 
Segneri, a provare davvero, sì che una mente assen- 
nata dovesse restarne paga, vuole « armarci sì di 
Scritture numerosissime ma che fossero tutte leali e 
limpide: anzi apportate le più di esse in quel senso 
proprio a cui non può re pugnarsi, eh' e il letterale. 
Non perchè il mìstico, qualora egli é ben fondato, 
non sia meritevolissimo dì ogni stima, ma perché 
non è sì robusto- » Condanna inoltre le citazioni ac- 
cumulate, quali faceansi dallo stesso S- Bernardino 
da Siena e dai Cinquecentisti, cadendo in un eccesso 
contrario all' eccesso moderno di non citar quasi mai; 
proscrive le dicerie prolisse e le tirate di memoria 
così affannose nelle enumerazioni che mai non re- 
stano, quali forse egli ebbe a riconoscere nelle opere 
del Panigarola; ripudia le perpetue descrizioni e gli 
ornamenti gittati a piene mani, pecca speciale del 
suo tempo, quali forse avea inteso che accattarono 
fama e romoroso uditorio al p. Orchi; ed elevant^osi 
a giudice severo su tutti, seppe imitar nella sua elo- 
quen^a la vittoria di Davide, che atterrò il gigante 
senza maneggiar con fasto la fionda. E va inteso 
ch'egli non mira a privarsi di varia erudizione e di 
vario ornamento, ma soia vuole che sìeno più propriì, 



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CAPO OTTAVO 265 

e soprattutto che se ne sfrondi il soverchio che in- 
gombra, che ne muta il tipo; però senza spogliar 
l'eloquenza di quella giusta grandiosità chele com- 
pete; anzi possiamo dire fin d'ora che, con lutti i 
suoi buoni propositi di sobrietà, in lui stesso è più 
facile toglier senza nuocere che aggiunger qualche 
cosa alla pienezza della forma. 

E in effetto egli promette di aver sollecita cura di „ 

. ^ . T i^- I Ha cura 

questa, perche ve la posero un Leone, un uirolamo, dei buon 
un Crisostomo, un Cipriano, specialmente per otte- <i«"a^o 
nere un buon dettato; per ciò che « il parlar nitido 
a nessun oratore scemò credenza, laddove l'imperito 
ed inculto continuamente ingenera vilipendio. » Re- 
putò quindi suo dovere di esercitarsi assai nello studio 
della lingua, non con intendimento di cercar le voci 
che servano al lusso, ma quelle che mantengono 
soltanto il decoro, e « godono credito di sincere in 
quella città che fatica tanto per coglierne ad uso pub- 
blico il più bel fiore. » Tutto in una parola, secondo 
lui, deve accomodarsi ad uno stile proprio, piano, 
popolare, quale volea che fosse la sua eloquenza. 

Rifiuta inoltre di mescere cose di natura tra loro « di non 
troppo disparata o contraria, dichiarandosi avverso a^™|®^*'^ 
quella parte buffa che piaceva ad alcuni di innestare disparate 
al serio, riproducendo la mostruosità del pesce ora- 
ziano. Non vuole pertanto una veste né di più co- 
lori né fatta con stoffa di due qualità; cosa, e' dice, 
eh' è proibita nel Levitico: veste quae ex duobus est 
texta non tndueris (1). hi sostanza si propone di fare 
un discorso che sia come d' un solo getto, uguale a 
sé medesimo in tutte le sue parti e che soprattutto 
corra diffilato al suo fine, senza divagare in ciance 
inutili, con argomenti sempre più forti, che or ac- 
crescano le ragioni or abbattano le opposizioni, e 

li) Levit. I 151 



fej*";S- -"iX- -.. 



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266 CAPO OTTAVO 

somigli al torchio « che quanto più cammina, tanto 
più strigne. » 

Ninno è che non vegga la bontà di siffatti pro- 
positi, e quanto mostrino di tornar vantaggiosi al- 
l' arte degenerata dei "contemporanei, perdentesi prin- 
cipalmente in esagerazioni e futilità. Vero è che, come 
dice un proverbio, tra il dire e il fare corre di mezzo 
il mare; e che non avviene di raro che un generale 
d'esercito conosca appieno le mosse che sono da 
contrapporre alle mosse del nemico; ma o trovi 
troppo disadatto per gravi ostacoli il terreno, o troppo 
fiacche le forze dei soldati. Ora che dire intorno al- 
l' abilità effettiva del Segneri nell' attuare i suoi pro- 
positi? Se non coglie sempre nel segno, certo vi si 
appressa assai. 
Il suo dì- ^^ ^"^ primo e incontrastabile merito sarà sempre 
scorso è quello di aver ridotto la predica a un tutto veramente 
bucm 7uao organico, a un discorso cioè che propone di trattar 
organico qualche soggetto ed effettivamente lo tratta con ar- 
gomenti che concludono, con ordine costante di parti 
che chiaramente si connettono, e con la mira sempre 
rivolta ad un punto. E vero che, pur in mezzo ai 
traviamenti del tempo, s'era fatto su ciò del pro- 
gresso anche da altri, ma in siffatto progresso tutti 
stanno a non poca distanza dal Segneri. In effetto 
quest'arte brilla sovrana in lui; ed é per questo, io 
credo, che si potè paragonarlo al francese Bourda- 
loue, il quale talvolta si troverà migliore nella scelta 
delle singole prove (che raccolgono una più ampia 
o importante dottrina), ma non nel collegarle in un 
compatto organismo, perchè in ciò il Segneri vale 
quanto lui, né può additarsi agli studiosi più perfetto 
modello. Più lo metti ad esame e più t' appare un 
forte atleta della ragione, e perciò addita praticamente 
la via più sicura per diventar grandi oratori ; e qual- 
che rara ciambella che non esce col buco non può 



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feV:^v. 



CAPO OTTAVO 267 

dar diritto che a ripetere il quandoque bonus dor- 
mitat Homerus. 

Consideriamolo ora alquanto anche nelle parti di con buone 
un discorso. Il modo d' introdursi nelle singole pre- ^°j?^^^JJ5'°°^ 
diche del suo quaresimale è quello allora in uso: l'uso dei 
trar partito cioè dalla narrazione del vangelo prò- ^^^^^ 
posto dalla Chiesa per determinare un libero as- 
sunto. Che se coglie talvolta qualche idea pellegrina 
e che a primo aspetto sembra disparata dal tema, 
bisogna poi ammirare T arte con cui sa legarla al 
discorso e alla proposizione ch*ei vuol determinare. 
Troppi oratori a que* dì appiccicavano quasi per forza 
la detta proposizione a un pensiero balzanamente 
strano; troppi più se la cavavano con una descri- 
zione che a nulla giovava, quando non noceva al- 
l'ordine e air efficacia; ma parmi che raro o mai 
si possa gittar in faccia tale accusa al nostro ora- 
tore. Senza andar in cerca degli esordi migliori, basta 
aprire il Quaresimale per riconoscere la sua agevo- 
lezza neir introdursi. Vuole lasciare una viva impres- 
sione ne' suoi uditori, provando la presunzione anzi 
l'audacia di coloro che vivono un sol momento in 
peccato mortale? Come tutto viene a proposito! Ram- 
menta la comune necessità del morire, si lamenta 
della poca o ninna impressione che fa un tale an- 
nunzio e poi (pensiero affatto di circostanza) che 
essi sapendolo abbiano potuto abbandonarsi ai tri- 
pudi capricciosi del carnovale. Era la gran verità da 
cui si riprometteva di cogliere buon frutto, e per cui 
^veva durate volentieri le fatiche del viaggio (altro 
pensiero di circostanza), ma tuttavia non dispera un 
vantaggio dalla dimostrazione a cui mette mano. 
Nessuno negherà che e' è un po' d' artifizio nel modo; 
potrà dirsi inoltre che i pensieri non in tutto rispon- 
dono al gusto moderno, e che meglio andrebbero 
sostituiti da altri ; tanto più che le baldorie carno- 



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208 CAPO OTTAVO 

valesche si sono molto trasformate e che i viaggi 
col vapore, di cui approfittano non che i gesuiti anche 
i francescani, tornano agevolissimi; ma non si potrà 
dir certo che l'oratore non si faccia avanti con giuste 
ed opportune osservazioni, che vanno ottimamente a 
legarsi col proprio tema. E se passate in rassegna gli 
esordi che seguono senza correre ai migliori, assai di 
raro troverete alcunché da censurarlo nell'ordine di 
ben appropriati pensieri. E vo' che notiate per giunta 
la nitida semplicità di quelle sue proposizioni d'as- 
sunto che ci si presentano affatto spontanee, senza 
nessuna pompa pretenziosa e con un gusto vera- 
mente artistico. Altri preferiranno di darvi, enume- 
randone con maggiore apparato le parti, una divisione 
o doppia o tripla, come usavano tanti suoi contem- 
poranei anche in Italia; altri preferiranno di metterci 
anche Y appendice di una suddivisione, come faceva 
il Bourdaloue in Francia; ma in tutto ciò non vi 
ha che questione di gusto e di metodo diversi ; certo 
è però che il metodo del Segneri lascia molta libertà 
di svolgimento all'oratore e il piacere di inaspettate 
novità air uditore; senza che si possa tacciarlo di 
uscir punto dal soggetto proposto. 

Nel che vale davvero sopra tutti gli oratori che 
or*po?tu°na- Possediamo nella nostra letteratura, specie quando si 
mente con- osservi lo svolgimento dell'intero discorso. Piantata 
scolte la sua proposizione, si mostra sempre abihssimo a 
indovinarne le prove con verità, con varietà, con 
copia, con naturale spontaneità di trapassi, e su ben 
poche cose e' é alcunché da ridire. Onde affatto me- 
ravigliosa riesce la concatenazione del tutto, cosicché 
Tra la molti plicità dei pensieri e dei fatti non avviene 
mai che si perda di vista l' idea cardinale e che si 
possa dire non erat his locus; le digressioni sono 
parche e misurate, e la conclusione di tutte le argo- 
mentazioni é sempre la proposizione ch'ei vuol di- 



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CAPO OTTAVO 269 

chiarare e provare. Tutti i suoi colpi somigliano a 
quelli di esperto fabbro, i quali quanto più spesseg- 
giano e più vanno puntualmente a battere sul me- 
desimo ferro e sulla medesima incudine. Alessandro 
Paravia, dopo aver detto che nella confermazione del 
tema giova crescere di continuo, sicché l'argomento 
più debole serva di ponte al più forte, soggiunge: 
ce Grande maestro in questa parte è il p. Segneri, il 
quale, addestrato in siffatta palestra dalP esempio di 
Cicerone, converte le prediche in vere arringhe, nelle 
quali egli si fa a dimostrare la sua proposizione con 
tale una copia di stretti e incalzanti argomenti, che 
non so qual uomo lo possa udire e non darsi per 
vinto » (i). Infatti specialmente in questo lavorio del 
convergere a un punto le prove si mostra ammira- 
bile la lucidità della sua mente, che tutto agevolmente 
dispone con ordine. Non occorre scegliere, è sempre 
il medesimo in tutti, si può dire, i suoi discorsi. 

Io non dico che la seconda predica del Quaresi- 
male sia delle migliori, ma dico che non ostante al- toitoTaiu 
cune censure opposte, essa è bella, e risponde perfet- "^^J-^J 
tamente a questa esigenza dell'arte. L'oratore, ap- 
prezzando egregiamente la fede del Centurione, lo- 
data nel Vangelo da Gesù medesimo, si lagna che 
r uomo troppe volte mostri di fidarsi più de' suoi 
amici mondani che di Dio, per basare tutto il suo 
ragionamento sulla proposizione che ninno c'è amico 
fedele quanto Iddio: « con buona pace di quanti 
spacciano al mondo gran fedeltà, dimostrar voglio 
non trovarsi altro amico di cui possiamo interamente 
prometterci, se non Dio. » Ebbene, che era da fare? 
Raffrontar il modo di operare che tengono gli amici 
del mondo e il modo che tiene Iddio. Or vedete con 
quanta semplicità e sodezza di argomenti il faccia: 



(1) Lezioni di Sacra Eloquenza. Treviso, Turazza 1871. ). XII. 



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270 CAPO OTTAVO 

I ) gli amici mondani sono libéralissimi sol di parole, 
come Labano che promette Rachele e dà Lia, pari 
alle nuvole estive che sembrano pregne di acqua e 
si sciolgono con pochi spruzzoli; Dio invece attende 
più che non prometta; 2) gli amici mondani sono 
tali più per ricevere che per dare, come le api sono 
amiche dei fiori, mentre il rovescio si scorge nel- 
l'opere di Dio; 3) il quale predilige i poveretti, i tri- 
bolati, laddove gli amici mondani sogliono imitar le 
rondini, che al primo crollo abbaitdonano il tetto 
ov' hanno il nido; 4) gli amici mondani ostentano 
con pompa il beneficio e umiliano, e Dio ci benefica 
continuamente senza che quasi noi stessi ce n' avve- 
diamo; 5) essi talvolta mutano per capricciosa inco- 
stanza, e un picciol caso ve li toglie, laddove Iddio 
se in noi non è colpa non ci lascia mai; 6) anzi gli 
amici del mondo, benché molto da noi beneficati, 
non perdurano nella benevolenza, perchè ci riguar- 
dano come creditori e si sentono da meno; mentre 
si legge di Dio che nel giorno del finale giudizio si 
dichiarerà debitore a tutti di ciò che gli demmo, si 
trattasse anche d'un bicchier d'acqua; esurivi enim 
et dedistis mihi manducare etc. Dunque? Dunque 
ogni argomentazione ci fa concludere che non si 
trova altro amico di cui possiamo interamente pro- 
metterci, se non Dio, e perciò ci mette in cuore, in- 
sieme con la riconoscenza e l' amore, una grande fi- 
ducia in lui. E notate la precisione e la verità del 
concetto, quale esce da quell' interamente! Perchè 
senza quell' interamente fino a un certo segno po- 
tremmo dire che bisogna fidarci anche degli uomini. 
Come fa quindi piacere il veder che non mai si di- 
vaga inutilmente! che la verità annunziata acquista 
sempre più lume! Laonde non può succedere ch'essa 
non resti profondamente impressa. Passa da ultimo 
con tutta spontaneità ad una pratica conseguenza, 



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CAPO OTTAVO 271 

ch'ei svolge brevemente nella seconda parte per re- 
golare santamente sotto questo rispetto i costumi 
de' suoi uditori, conseguenza riposta nel dovere che 
ne segue di non disgustare Iddio per compiacere ad 
un amico mondano, affine di non essere a ragione 
tacciati di nera ingratitudine. Perciò bisogna imitare 
il fantaccino che non volle per compiacere a Gioabbo 
disobbedire a Davide, eh' era il re; perciò non bi- 
sogna cedere alle lusinghe di falsi amici che ci allet- 
tino a peccato, separandoci da quel Dio che sarà il 
nostro più efficace consolatore sopra il letto di morte. 

Il Segneri adunque nella disposizione e nel ma- 
neggio delle sue prove mi sembra proprio 1' uomo 
che sa mettersi sopra il colle più eminente e domi- 
nare sui circostanti poggi e preparare a sé un' ampia 
visuale qual può fornire una compiuta idea del 
luogo e rendercelo ad un tempo dilettevole; vo'dire 
ch'ei sa possedere appieno il suo soggetto e trarne 
abilmente le migliori bellezze. Per tal modo il di- 
scorso riesce come di getto, perchè tutto si lega 
a fil di logica e procede senza pesantezza scolastica. 
E questa una dote spiccatissima in lui e che lo sol- 
leva a vera grandezza, porgendogli quel nerbo di 
eloquenza che viene principalmente dall' escogitare 
un buon numero di ragioni ben concatenate a pro- 
vare r assunto. Certo in altri tempi potranno tornar 
più opportuni altri assunti ; ogni età a seconda dei 
bisogni ha le sue particolari esigenze ; ma chi pensa 
alla società dei tempi del Segneri e a quegli uomini 
che conservavano in generale la fede e alcune pra- 
tiche religiose, ma erano affievoliti da molli costumi, 
troverà io credo che ben poco si poteva fare di 
meglio. 

L' altra dote, sovrana del pari, e che attrae e in- 
canta, per cui il nostro oratore vince di gran lunga 
quanti altri oratori vennero in fama nella nostra let- 



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2y2 CAPO OTTAVO 

leratura, è quella forza di fantasia, quella potenza di 
i'oria di colorito, che ricresce con giusta misura ogni cosa che 
colorirete importi, e la fa apparire in un lume vivo e giocondo, 
./i|^^^^^^[|_ rivestita di tal naturalezza e garbo, onde bisogna 
so k pani collocarlo tra i più perfetti scrittori. Nel che e* torna 
più ammirabile quando si rammenti che sa in ciò 
salvarsi dalle sforzate esagerazioni, dagli artifizi fron- 
dosi e dal manierismo dell'età sua, conducendo Tarte 
a un fare ben più castigato e corretto. Pietro Gior- 
dani lodava tanto quel benemerito contemporaneo e 
confratello del Segneri che fu il p. Daniello Bartoli, 
uomo che vale assai come scrittore, per la ricchezza 
e bontà della lingua e per lo splendore delle descri- 
zioni ; ma chi sarà che s' affiati co' più perfetti scrit- 
tori e non s'avveda quanto s'avvantaggi lo stile se- 
^neriano? Perchè qui non si tratta soltanto di pit- 
tura delle cose esteriori e con circostanze talvolta 
oziose al fine dello scrittore. Il Segneri possiede ve- 
ramente r arte di dar corpo alle idee principali, e con 
quella misura che giova al suo scopo, eh' è di render 
visibili i concetti più astratti e con somma e piacevole 
nitidezza, raccogliendo storie, aggruppando imagini, 
inventando casi, e delle imagini e dei casi toccando 
i più opportuni particolari; sicché un pensiero che 
poco innanzi parca che dovesse tornar languido e 
sbiadito, finisce a fare un'efficace impressione. Abi- 
lità che convien riconoscere a ogni pie sospinto. Leg* 
gete nella predica III il paragone eh' ei toglie da Ari- 
stotele. Come sa svolgerlo con mano maestra I « Ari- 
stotele paragonò l' ira al cane. Avete osservato il cane 
quand'egli sente picchiare all'uscio di casa? Forte 
egli abbaia, e si accende, e corre alla soglia per av- 
ventarsi alla vita di chiunque accostisi. E non con- 
sidera prima se quei cui egli va incontro sien pochi 
o molti, se forti o deboli, se inermi o se ben armati: 
ond'egli molte volte è costretto a tornare indietro 



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CAPO OTTAVO 273 

col collo chino e col capo rotto. Il che non gli av- 
verrebbe, se avesse un poco di pazienza di veder 
prima chi è; e poi se lo conoscesse suo pari, sfidas- 
selo co' latrati e lo assalisse co' morsi. Così appunto 
fa, se ben guardasi, l' uomo irato. Egli qual cane 
imprudente si lancia subito a investir chi che sia; 
né prima esamina bene, come dovrebbe, quale sia 
quel cimento cui va ad esporsi, e quante sien le sue 
forze, quante le altrui; ond'è che spesso, mentre va 
per offendere, resta offeso, e in cambio di vendicare 
gli oltraggi vecchi, viene a riportarne altri nuovi. 
Chi vi assicura pertanto che ancor a voi non suc- 
ceda ristessa sorte? Perocché quand'ancora giun- 
geste fino a scacciar via dal mondo il vostro nemico, 
non rimangon altri che prendano le sue parti? Rare 
volte una vendetta riesce felice a pieno. Avrete spento 
li vostro avversario, ma vi avrete irritata la sua fa- 
miglia, irritati i suoi fautori^ e per uno che cade 
morto, può essere che ne sorgano cento vìvi. Quanti 
son però che si pentono di essersi vendicati I quanti 
ancor che si attristano dì aver vinto! O quoties poe- 
nituit defensionis! Così io [rovo notato in Tertul- 
liano. *j E or basti, per additare qualche altro esempio, 
eh' io citi semplicemente alcuni punti della predica XI, 
ove fa toccare con mano l'accecamento in cui ca- 
dono facilmente i procrastinanti. Non so infatti se 
qui ei potesse meglio render visibile ed efficace o il 
castigo delle rane e T insensatezza di Faraone, che 
alla proposta di liberamelo risponde immantinente 
crosto il caso lagrimevole di Sansone» ches'accieca 
nel non riconoscere gl'inganni di Dalila; o T ostina- 
zione del cavaliere che ricusa di rimandare la fan- 
ciulla a cui e legato di libidinoso affetto, 

E alle due dette spiccatissime qualità se ne ag- 
giunge una terza, eh' io riguardo pur come effetto 
della sua splendida fantasìa, e che consiste nel saper 

StùriiX dflia Predicazione ecc^ 18 



l 



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274 CAPO OTTAVO 

dare aspetto drammatico a tante parti de* suoi di- 
Aspetto scorsi, onde va pieno di frequenti dialogismi, e svolge, 
de "uofni° quasi al modo che avvien sulla scena, tante osserva- 
gionamemi 2Ìoni ch' ei sa tirar nel suo campo e tanti tratti sto- 
rici e descrittivi ch'ei mette innanzi a' suoi uditori, 
incatenandone T attenzione. Troverete in effetto, leg- 
gendolo, eh' egli ha sempre da abbordare questo o 
quello, da stringersi a colloquio particolare ed intimo, 
da proporre dubbi, da prendere deliberazioni con 
amichevoli dispute, da soddisfare a cento domande 
con cento risposte. Laonde siamo sempre avvolti in 
un gran movimento. E tutto ei fa con ammirabile 
agevolezza, sì che torna impossibile non seguirlo in 
tutte le sue vie. Di siffatti luoghi ogni discorso non 
ha penuria; magnifica anche sotto questo rispetto 
vuol dirsi la chiusa della predica sulla dilezion dei : 
nemici. [ 

Il senti- Non può dirsi, a mio credere, che il nostro au- 
mento, se tore rapisca con ardui voli, con slanci di vibrato af- < 
"vibrato o fetto, con Una frase ampia, luminosa ed elevata; cose 1 
f^nJ2YJj5 tutte che sorreggono meravigliosamente l'eloquenza j 

dapertutio e per cui va sì rinomato il Bossuet; non può dirsi '. 

u vita. ^ , , . ... . ' , . \ 

nemmeno ch ei sappia insinuarsi nelle anime con . 

queir unzione dolce e soave che distingue tra gli altri 
oratori il Massillon ; il Segneri, più che all' intime 
commozioiii, si tiene a un ragionamento sereno, lu- 
meggiato da ciò che colpisce esteriormente la imagi- 
nazione; ma tutto ciò non toglie ch'egli non sia 
sufficientemente fornito d' un sentimento schietto, 
caldo, talora erompente, che nasce spontaneo dalla 
semplicità della sua fede e che si volge spesso ad in- 
fiammare gli animi, dopo le fatte riflessioni, il sua 
carattere personale appare sì qual d'uomo di tem- 
peramento vivace, ma insieme docile, e molto lon- 
tano quindi da quelle indoli nervose che s'impen- 
nano, scattano e scoppiano ; cosicché d' ordinario il 



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CAPO OTTAVO 275 

3UO dire si spiega tranquillo, agevole e anche fino a 
un certo punto vibrato, ma non appa^^sionato e ar- 
dente quale suol essere in anime faciTmente impres 
sionabili e prorompenti, come, per dire un ei^empio, 
tu quella del Savonarola, ZI che non significa, lo ri- 
petiarao, che anche nel Segneri non sì senta una pa- 
rola calda e piena di zelo e che quindi rispecchia 
realrà e profondità dì commozioni. La cui veracità 
ci viene inoltre attestata dalla sua operosità per il 
bene delle anime^ dalla sua costanza nelle missioni, 
dalle sue penitenze e dalla austera santità della vita. 
Una forza siffatta di senùmento ci si fa pertanto ma- 
nifesta in molti luoghi più mossi de' suoi discorsi, e 
specialmente nelle perorazioni. Chi non ammirerà la 
chiusa deìla predica terza sulla dilezion dei nemici? 
E tutta si può dire la predica XV, in cui dice agi' in- 
creduli che se non vogliono dar fede ai tuoni non 
tarderanno a provare il fulmine? Com'è per questa 
ragione eloquente la seconda prova, in cui fa T enu- 
merazione dei castighi che piombarono al suo tempo 
sopra r Europa! Come sa investirsi de' casi altrui, 
godere all' altrui gaudio* piangere all'altrui pianto! 
Leggete nella predica XKVllE la descrizione degli 
Ebrei che fanno T annuo pianto intorno alle rovinose 
mura della città dominatrice delle genti e sentirete 
^e il lutluoso singulto non trovi eco nelle anime 
vostre. Non neghiamo che viene talvolta a guastarlo 
un po' di rettorica tirata sopra una falsa imitazione 
di scrittori antichi e moderni, vezzo comune a' suoi 
dì, sicché piacerebbe dì più se fosse alquanto più 
^mplice; ma il guaio non è poi tale che perturbi e 

I isformi la verità delle cose. 

I Né viene ultimo a vestire decorosamente il suo 

I pensiero quel tesoro di lìngua eh' ei possiede e Tabi- abilmente 
liti nel maneggiarla con ricchezza e varietà. E un '^ ^^°&^^ 

I tesoro che si procurò con speciale ed amoroso studio^ 



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2y6 CAPO OTTAVO 

e ci teneva d' averlo, sapendone il grande vantaggio 
in chi assume L'ufficio di ammaestrare ed esorlare. 
Nel che è più mirabile, perché sa allontanarsi dal 
falso gusto del suo tempo; onde lasci i di pescare il 
peregrino e lo strano e preferisce ciò che è proprio eia 
frase che, mentre si lefsa cogli seri [lori classici, sonava 
viva sulla bocca del popolo. Seppe quindi trascegliere 
quanfé più sano e di tipo prettamente italiano e 
ch'é più destinalo a durare; anche oggi io credo che 
se si recitasse al popolo una predica del Segneri, non 
dico che la troverebbe in tutto fatta pei nostri [empi, 
ma dico che l intenderebbe meglio ancora di certi 
discorsi di autori moderni-, che accattano, come fos* 
sero gemme, certe frasi vaporose ed esotiche, nate 
fatte a rendere indeterminato il pensiero. Su di che 
mi piace recare il giudizio che ne dà Alessandro Pa- 
ravia (j): « con tanta perseveranza s'applicò egli alio 
studio della nostra lingua, e con tanto giù dicto seppe 
fare suoi proprii i modi più scelti e nativi di essa, 
che schivò nel suo scrivere ogni ombra di stento, 
ogni taccia di affettazione, che meritò di esser pro- 
posto (e io il primo non mi stancherò mai di pro- 
porlo) alla gioventù italiana, sì come uno de' più 
corretti, efficaci, copiosi e a un tempo stesso candidi, 
schietti e disinvolti scrittori, che vanti la nostra bel- 
lissima favella. » Fece ridere pertanto alle proprie 
spalle il p. Bandiera, quando con inconsulto propo- 
sito tentò di raccomodargli in bocca il latino, meri- 
tandosi le severe censure di quel sommo giudice che 
tu il Parini. 

Ma anche una fortezza suoìe avere i suoi lati 
deboli, e certo li ha T eloquenza del Segneri. Furono 
notati da molti, riguardati con lente d'ingrandimento 
e non senza invidia da alcuni; e ri converrà non 



{t\ Lezioae dì eloquenza inaerà, \cz. XXV. pag. 5S5. 



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CAPO OTTAVO 3J7 

solo non negarli, ma, iratTandosi di un grande, ri- 
metterli un poco ad esame, perché ogni cosa Torni 
al suo posTo. 

OTtiiviano da Savona (t) sì ferma molto sulle ac- ^^j^^^ 
CQse, tolte, com'egli confessa, principalmente dall' ab. conrro i ^ 
Finazzi (2]; e comincia dalle censure sopra alcuni *^^' **" 
esordi, notando o che nella introduzione non si passa 
con giusto Icf^ame all'assunto, o che lo stesso as- 
sunto non è ben preso. Però senza voler isca^ionarne 
al tutto il grande oratore, mi sembra che nei pochi 
esempi citati si facciano spiccare più che non con 
venga le ombre. Io ad est m pio non dirà, col com- 
mento del Malmusi (3), bello per la somma natura- 
lezza con cui fu inventato e ottimamente lavorato 
in tutte le sue parti l'esordio della predica VI, nel 
quale T oratore fa una rassegna delle divini[à genti- 
lesche per appressarle al concetto del Dio vero, e a r- 

f fomentar quindi quanta sìa la insensatezza del pec- 
catore che arriva a pigliarsela contro un Dio onni- 
potente; ma non mi sembra che quell'esordio possa 
dirsi frivolo e curioso^ Non trovo invero alieno dal 
suo soggetto che V oratore anche per questo modo di 
raffronto cercasse di far comprendere la superiore 
grandezza dei concetto cristiano. Non si negherà 
ch'ei non p^i tesse anche scegliere pensieri più adatti 
a incutere fin da principio un sacro spavento della 
divina onnipotenza, ma tra ciò e il dir frivolo l'esordio 
ci corre. Né direi stranissimo l' esordio della pre- 
dica VII, in cui il Segneri vuol dimostrarci quanto 
sia da apprezzare la salute dell'anima nostra- Non è 

I forse bella e giusta la prima osservazione, che cioè 



*2\ Memorie dd!a eloquenza del p* Segneri. 
\}' AiibUs^ del Quàreitimate dti\ p, Segnati del &ac. Gius. Md— 
EiBM^ Torino, Miiricuì 1S36 



V 



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2^8 CAPO OTTAVO 

nel tempo antico principalmente attendevano a di- 
fendersi dalle minacce de' feroci animali, mentre ora 
tendono piuitosto a trarne profitto? E non è adatto 
questo pensiero a farci intender bene che conver- 
rebbe che noi facessimo altrettanto col demonio? 
Tanto più che 1' oratore ha da spiegare il fatto con- 
tenuto nel vangelo di quel giorno: cum spiritus im- 
mundu^ exìerit ab homine, ambulai per loca arida, 
quaerens requiem et non invenit} (i) ed opportuna- 
mente insiste sulla avidità che esso ha di possedere 
un' anima, e sulle mali arti che esso adopera, per 
trarne la conseguenza ch'egli per assoggettarla e per- 
derla la pregia più di quel che non la pregiamo noi 
per salvarla? lo crederei che quell'esordio non fa- 
cesse elettiva figura nemmen oggi; imaginarsi poi in 
un tempo in cui con furibonda avidità si cercava il 
nuovo, te ampollosità della descrizione, specie negli 
esordi! Non dirò incensurabile l'esordio della pre- 
dica Hi: trovo inopportuno quel sentimento, ond'ei 
fin da principio dispera di vincere la passione contro 
cui vuol tonare, (non tornava meglio sperare almeno 
negli aiuti della grazia?) e più inopportuna trovo 
quella tirata eh' ei fa contro gli offensori delle per- 
sone a cui predicava; ma anche qui si tratta di cosa 
assai breve. Affatto sconveniente pare anche a me 
rintrodu7Jone alla predica XXII; volle fare l'arguto 
senza garbo e gravità; però una gran parte di quello 
stesso esordio va meraviglioso per bontà di pensieri, per 
copia di belle imagini, per ardore di animo retto; né 
meglio potrebbe passare all'assunto, che richiede di 
dare il superfluo a' poveri. Non ardirei affermare con 
Ottaviano da Savona che pecca alcun poco d' insulsa 
ostentazione T introduzione alla predica XXX, in cui 
l oratore, che vuole additare a' suoi uditori il mondo 



\i) Malth XT1. 



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e contro 



CAPO. OTTAVO 279 

come un traditore, comincia dal rivendicare per sé 
un po' di quel merito e di quelle ricompense che 
ebbero tanti cortigiani, quando salvarono ragguar- 
devoli personaggi dalle male arti dei traditori. Io ci 
sento piuttosto alcunché di quell'umorismo che pur 
serve a far spiccare un concetto e che poteva passare 
assai bene nel secolo della poesia eroicomica, e che 
non disdice, quand' è misurato, come nel caso nostro, 
nemmeno all'eloquenza sacra. 

Quanto agli assunti in se considerati, altri potrà 
forse desiderare che mettano in nrxaggior vista or la "iVuòif 
grandezza, or la bontà, or T ampiezza della verità di *"""*' 
cui toglie a ragionare, e in ispecie la loro importanza 
sociale o il loro valore e la loro rettitudine e ragio- 
nevolezza di fronte agli errori degli eretici ; ma se il 
Segneri noi fa come e quanto gli oratori contempo- 
ranei di Francia, bisognerà pur rammentare che 
questi si trovavano in una società sconvolta e mi- 
nacciata di continuo da calunnie che s'insinuavano 
a detrimento delle verità cattoliche, e dall' eresia che 
prometteva false riforme con disastrose dottrine : lad- 
dove il popolo italiano, guasto più dai vizii nel cuore 
che dall'errore nell'intelligenza, abbisognava più di 
temi strettamente morali. E quanto l' insigne ora- 
tore romano insista sopra di questi, ognuno il può 
vedere. Anzi si può osservare che in ciò veramente 
corrispose al suo proposito, specialmente fuggendo 1 
temi troppo astratti o arguti o troppo bizzarri e 
perciò meno utili. Del resto si potrà anche qui am- 
mettere che qualche assunto poteva esser posto meglic^ 
ad esempio mi sembra pericoloso alquanto, non però 
falso, quello della predica XII, in cui mostra di con- 
tentarsi che chi vuol esser peccatore, sia almeno pec- 
catore modesto; e così forse si troverà da ridir giu- 
stamente su qualche altro. Ma non m' accorderei con 
coloro che tirano giù le accuse con soverchia facilità 



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28o CAPO OTTAVO 

e censurano, per dirne ale u ai, gli assunti delle pre- 
diche II, XV, XXVIL XXXIU. 
Aliti poco In^iistemmo a parlar degli esordi, perchè è vera- 
■i troTido xneiiTe in essi che il Segneri si piega e compiace al 
neUe con- gusto dcj tempi, forstf per meglio accaparrarsi 1 animo 
ferm«nini ^ l' aHen^ione degli uditori. Né con ciò voglio dire 
che lutto il resto corra ammodo secondo ogni esi^ 
genza. Ma quafé to scritiore, benché si scelga tra i 
sommi, che talvolta non apparisca uomo e in qualche 
parte manchevole, specie quando si discenda all' esame 
dei particolari ? Perciò sì dirà che, nel caso della pre- 
dica del Purgatorio, tutto il corpo della cosi detta 
confermazione non pare ben legato alla proposizione 
fatta. Né direi plausibile il corpo della predica sul 
Paradiso, quantunque ci faccia entrare in essa con 
sì bell'esordio; non già perché, come altri disse, l'au- 
tore esca dal soggetto proposto; (in ?u>tanra, avendo 
promesso di descrivere il primo ingresso d' un' anima 
nella gloiia celeste, anche trattenendosi per ben due 
terzi del discorso fuori del Paradiso propriamente 
detto, egli parlò di quel trasumanarsi dell' anima che 
vorrà essere tanta parte del primo saggio della sua 
felicità); ma perchè in quella traversata dei cieli 
troppo si occupa di un sistema oramai fortemente 
contestalo^ mentre poiea con le ragioni Teologiche 
e col Padri alla mano trovar assai più validi argo^ 
memi per farci imaginare qualcosa della futura fe- 
licità. 
AKri mi- ^^^^ quali mende, che son certo le maggiori, si 
Duii difesi porrà aggiungere che egli, che pur si dolea delf altrui 
soverchia erudizione, specie profana, non rammenta 
sempre i buoni propositi e talvolta alquanto eccede; 
e che, mentre voleva armarsi di Scritture leali e lim- 
pide e intese per Io più in senso letterale, ne reca 
qualche rara volta dì superflue o non conveniente- 
mente commentate; ma chi vuol darsi la pazienza 



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^R?^'!^''?^ 



CAPO OTTAVO 28 r 

di cercar tali minutezze anche nei grandi, ove sarà 
che non trovi da ridire? Noi sappiamo quanto e' valga 
nella lingua, di guisa che la stessa Accademia delia 
Crusca collocò il Quaresimale e Y altre sue opere fra 
i testi perfettamente autorevoli in «ffatta materia, e 
sappiamo quanto per buon uso di lingua si avvantaggi 
su tutti; eppure chi potrebbe dire che non lasciò 
correre anche lui qualche frase di cattivo gusto? 
Vito Pomari (i), così severo giudice della sacra elo^ 
quenza in Italia, a segno che non vi trova che poco 
nulla di buono, parlando del Segneri pur dicer 
« che, nato oratore, formatosi oratore con gli studi 
convenienti, per santità degno dell' ufficio di oratore^ 
è riuscito in effetti oratore, se non in quanto il se- 
colo vince e il fa cadere dalla eloquenza nella ret- 
torica. » Questo vizio infatti, che, se togli Galileo 
Gatilei e pochi altri cultori di scienze, co ti ramina va 
in generale tutta l'arte del tempo, si lascia alcun 
poco scorgere anche nell' eloquenza del Segneri, onde 
come notammo, ìn qualche caso o sostituisce ai bei 
pensieri Ìl colorirò delle imagini, o ai vibrati senti- 
menti le ingegnosità. Ma tutte quelite pecche, tor- 
niamo a dirlo, non rapgìungono mai gravi propor- 
zioni, e appena qua e là si mostrano; onde rimane 
sempre tanto di verace, d'importante, dì succoso, di 
vibrato che convien dire che sì tratta soltanto di nei 
sparsi in un bellissimo corpo„ i quali non tolgono la 
bellezza e la proporzione dei lineamenti e non sce 
mano T ammirazione per la sua colorita freschei^a. 

Non accettiamo pertanto il giudizio che ne diede g^ confur» 
ìl card. Maury {2), perché in parte troppo severo, ìn '' Biudiaio 
parte evidentemente falso; quantunque anch egli necard, Mawry 
ammirasse « l'imaginazione e il vigore dell' eloquen- 



ti) Arte deJ dire. Napoli 1S61. 

12) Car^lteri d«' più celebri oratori sacri. 



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^^2 CAPO OTTAVO 

za. VofUìamo citarlo tal quale. « Il cattivo gusto 
(e' dice) era al suo tempo cosi dominante fra gli 
scrittori d' Italia, il vero spirito di critica vi aveva 
fatti si pochi progressi, che in mezzo a tutte le belle 
frasi del Segnerì si può quasi in ogni predica rim- 
proverargli la credulità puerile de' suoi racconti, il 
paralogismo delle sue prove, l'inopportunità delle 
^ue pitture^ la pretensione continua delle parole scien- 
tifiche e 1' abuso stravagante delle sue comparazioni. » 
Non credo che vi sia giudice intendente e imparziale 
che meni buono un tale giudizio. Jacopo Bernardi, 
in una nota alle Lezioni di sacra eloquenza del Pa- 
ravia, dice giustamente che queste ed altre accuse 
del Maury « vengono esibite con parole, io dirò con 
frase moderna, troppo accentuate. Non si accuserà il 
Maury di critica partigiana, ma forse, trattandosi di 
giudicare un oratore italiano, gli falliva la conoscenza 
intima. Fa meravìglia che il Paravia vi acconsentisce 
in gran parte. ?j E in effetto, lasciando stare Y accusa 
^del paralogismo delle prove, di cui s'è detto abba- 
stanza per intenderne la falsità, e lasciando stare an- 
che r altra accusa dell'inopportunità delle pitture o 
della stravaganza delle comparazioni, di cui pure 
s'è dettò quanto basti a capir le piccole proporzioni 
che prende il difetto; non so davvero perchè il Maury 
faccia entrar tanto nel conto la facile credulità del- 
l' oratore nella scelta di alcuni esempi; perchè la 
massima parte è tolta dalle Sacre Scritture o da cla- 
morosi e accertati avvenimenti della storia ecclesia- 
stica. Che se qua o là ne raccoglie alcuno da pie 
cronache, e' son di quelli che hanno la loro impor- 
tanza in quanto accennano a ciò che suole avvenire 
in simili circostanze e quindi, storicamente veri o 
meno, non infermano la validità della prova; noto 
inoltre che ciò ha luogo molto piij nelle istruzioni 
rivolte agli uditorii men colti, come nel Cristiano 



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CAPO OTTAVO Ì% 

Istruito, che non nel Qua re<;ì male. Quanto poi alla 
censura della perpetua pretensione delle parole, Jo 
stesso Paravia è costretto a dichiarare che questa ac 
casa per verità non Y intende. E come intenderla, se 
r aver lasciate quasi al tutto siffatte parole è uno 
dei meriti più evidenti della forma del grande ora- 
tore? Che se alcuna ne Trovi, son proprio di quelle 
già rese comuni anche tra ì] popolo da clamorose 
questioni teologiche di que' dì. Davvero che il Maury 
con tal giudizio dimostra che non conosceva V in- 
dole della nostra lingua e della nostra letteratura! 
Concludiamo adunque. Alcuni critici, senxa saper 
bene trasportarsi nel tempo dell' oratore e mettersi 
nel suo ambiente, cercarono alcuni difetti eh' ei pur 
ha, ne li gonfiarono alquanto^ registrandoli F uno 
appresso l'altro li riguardarono poi nella lor colle- 
j zione e quasi restandone sopraffatti ne depressero il 
[ merito più che non convenga. II vero è che i difetti 
I sono non altro che un po' di riflesso del tempo e 
non sono mai tali da nuocere alla sostanza dì una 
efficace e grande eloquenza^ tal che bisogna ricono- 
scere nelle opere sue, e in i«pecie nel Quaresimale e 
nei Panegirici, un ingegno dì alta porenza nell' in- 
venzione, un oratore di primo ordine nel congegnare 
un forte discorso, uno scrittore forbitissimo nell'esporlo 
e quindi il più compiuto modello che vanti la nostra 
letteratura in siffatta materia. Gli oratori non solo 
religiosi ma politici e criminali avranno sempre da 
avvantaggiarsi nell'arte con lo studiarlo, perchè egli 
si fa vero interprete della natura delle cose, e la con- 
dotta de* suoi discorsi può certo convenire anche ai 
nostri tempi. Il che si dice senza pretendere che si 
Ottino tutti i discorsi nello stampo stereotipato del 
Segneri e tanto meno che servilmente s' imiti, cosa 
che non insegneremo mai; come nessuno insegna la 
Divina Commedia di Dante, perché si facciano dei 
()oemi sulle orme tracciate da lui. 



[ 



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284 CAPO OTTAVO 

Quando Paolo Segneri discendeva piene dì me- 
Francesco riti e di gloria dal pulpito della corte apostolica in 
contbuaTa^^'"^'» ^^^ succedeva un altro celebre oratore, e per 
riforma mantenerlo in quel decoro di cui seppe circondarlo 
il suo predecessore: questo è il notissimo p. Fran- 
cesco Maria Casini ( 1648- 1 719). Certo egli ebbe agio 
di por mente all' arte del Segneri ammirata e lodata, 
se il Segneri pubblicava il suo Quaresimale nel 1Ó79 
e il Casini diceva la sua prima predica al palazzo 
apostolico 18 anni appresso; né gli doveva mancare 
lo stimolo di farlo, se egli andava ad occupare il sua 
posto. Quantunque però e* mostri di continuare con 
elevato ingegno la riforma già incominciata e com 
batta col suo esempio le follie del secolo che qua a 
là ancor duravano, sa mantenersi sopra un'orma 
propria secondo l'impulso della propria ispirazione e 
va tra i pochi che son degni di studio. Nacque ia 
Arezzo, di nobile casato, e proclive per natura e per 
educazione alla pietà, a quindici anni si fece cappuc- 
cino. Erudito seriamente nelle discipline sacre, pieno 
di zelo per la causa delle anime e per la riforma degli 
ecclesiastici, si esercitò con gran frutto nella predi- 
cazione; e ne furono riconosciuti i meriti con pa- 
recchie dignità ch'ei ricevette nell'Ordine. Né pre- 
dicò solo in Italia, ma anche in Francia, nella cui 
lingua era perito e dove ne lo trasse, come uno del 
suo seguito, il padre generale. Carlo Denina (i), par- 
lando di lui, dice di non saper con certezza affermare 
se Massillon udisse lui, o se il Casini udisse l'ora- 
tore francese; tuttavia non si può ritenere estraneo 
all'arte francese, e già nel suo stile ne fluisce un' 
onda, contuttoché sia ben diversa da quella dì Mas- 
sillon. Salì in tanta fama che Innocenzo XII mal- 
grado della sua renitenza il volle predicatore appsto- 

y%) Rivoluzioni d'Italia 



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CAPO OTTAVO 285 

lieo, nel quale incarico rivelò principalmente tutto il 
suo valore, perdurandovi fino a che Clemente XI, 
che prese altamente a stimarlo, lo innalzò alla sacra 
porpora. Tanno 1712. Come principe della Santa 
Chiesa si mostrò mollo sollecito della Congregazione 
di Propaganda Fide, che fece erede de' suoi averi, e 
si rese ammirabile per avere anche nell'insigne sua 
dignità strettamente conservata la semplicità del cap- 
puccino. 

Nell'età giovanile parve come oratore proclive al^^^ .^^ 
gusto del tempo, ma ben presto s'avvide della falsa cede al mal 

via che percorreva,* il che e' è dimostrato anche dalla sf^orr'egge 
cura ch'egli ebbe di distruggere quante copie gli po- 
terono venire alle mani de' suoi panegirici stampati 
nel 1677. In veste quindi assai migliore, ma che non 
si può dir emula di quella del Segneri, ci si presenta 
nei parecchi Avventi e Quaresimali pubblicati nei 
quindici anni che fu predicatore apostolico e che 
sommano a 134 prediche; e' dice che non li avrebbe 
fatti di pubblica ragione, se non vi fosse stato il co- 
niando del Pontefice a cui li dedicava, e che certo se 
ne attendeva dei vantaggi tra i prelati che lo circon- 
davano. Dichiara le sue prediche « accomodate piiì 
a giovare che a dilettare » (1), e perciò avrebbe vo- 
luto che « quel pulpito stesso che era stato la loro 
culla, dovesse essere altresì loro sepolcro. » Ma ap- 
punto perchè mirava a dir cose gravi ed utili e in- 
ttndea sul serio a fare del bene, riuscì a sottrarsi 
quasi del tutto alla depravazione dei ciarlieri. 

E invero egli ti viene sempre innanzi come uomo 
altamente compreso di ciò che dice, e che ad altro Ha gravità 
non attende se non che alla santificazione delle anime e di forma 
con una pura dottrina, levata di sana pianta dalle 
Sante Scritture, dai Ss. Padri, esposta con severa di- 



li ) Prefazione. 



i 



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286 CAPO OTTAVO 

gtiità, aliena affatto dalle ingegnosità e dalie ar- 
guzie; e corre così sempre affiitto uguale a sé mede- 
simo. Sotto questo rispetto parmi che porti innanzi 
la riforma della sacra eloquenza meglio ancora del 
Segneri. Aprire il primo de' suoi volumi, leggete il 
primo de suoi esordi. In cui poteva essere più tentato 
a inventare alcunché d'ingegnoso, e vedete con i^uale 
solennità tranquilla e fidente incominci la sua mis- 
sione. È la festa di S. Andrea Apostolo, prende il 
testo di quel vangelo: Ambuians Jesus juxta mare 
Galiìeae, vidit duos fratres, Simeon qui vocatur Pe- 
trus ^ et Andream, el aii iUis: venite post me. Ai iUi 
contìnuo, relictis r elibus ^ secuti sunt eutn » (i). 

«S'io dovessi stamane fare in breve compendio 

^uriuiT ^^ nobilissimo elogio de' vanti innumerabìlì delfapo- 

primp stolo di Cristo, potrei restringere a un solo periodo 

esordio . , ^ . .- < é 

quanto mai e stato detto fin ora con eloquenti am 
plificazionì ìn commendazione di coloro che degna- 
mente corri spoi;ero alla nobiltà dì vocazione tanto 
sublime; e senza nuli' altro aggiugnere, basterebbe 
solo che dicessi: secuti sunt eum^ tennero dietro a 
Cristo; ma come Pietro-, come Andrea. Imperocché 
questi due primogeniti dell'Evangelio non accetta- 
rono il grande onore del ministerìo apostolico, of- 
ferto loro da Gesù, se non con patto di accompa- 
gnarlo solamente o tra gli strepiti sonuri de* suoi 
miracoli, o tra gli applausi universali delle sue glorie* 
Molto meno sì posero a seguitarlo per essere prov 
veduti colle altre turbe di miracolosi alimenti, o per 
vana ambizione dì occupar tra gli altri seguaci i 
posti più onorevoli del suo Collegio. Nulla di ciò. 
Ma, come disse il padre S. Bernardo, si sottomisero 
alla gran carica sine pacti conventione ; e giurarono 
di accotnpagnarlo e fra le con tradizioni dei popoli, e 



\i\ s. Maiih, IV, 




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CAPO OTTAVO 287 

fra le persecuzioni dei nemici, e fra' tradimenti dei 
confidenti, e fra le gelosie dei politici, e fra le ingiu- 
stizie de' tribunali, e fra gli strazi de' manigoldi, senza 
esenzione procurata con pretesti, senza privilegi o- 
dispense pretese per meriti, ma fedeli, coraggiosi ed 
intrepidi, in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni ci- 
mento, secati sunt eum. Anzi lo spogliamento loro 
di tutto, e lo staccamento da tutto fu così generoso 
che ne stupì S. Pier Grisologo; il qual parlando di 
Andrea e insieme lodando Pietro; Ad unum vocem 
Domini, disse, sicut Petrus patrem, patriam, censum 
reliquit; laboribus, opprobriis, itineribus, contumeliis, 
vigiliis se indefesse germana societale donavit. Però 
in tutto il corso del loro apostolato non dissero mai 
a Cristo per qualsivoglia grande accidente di timore 
di speranza ; veni post nos, ma con eguale indif- 
ferenza alla prospera e all' avversa fortuna, e con per- 
fetta rassegnazione alle disposizioni divine, sempre in- 
tenti alla scorta sicurissima del Direttore divino, se- 
cuti sunt eum. Servirà l'eroico esempio di questi due 
fratelli apostolici per un muto rimprovero: Primie- 
ramente a taluni che, chiamali alla prelatura da 
Cristo, non si movessero a seguitarlo, se non a patti 
di tener dietro a lui sotto gli stendardi gloriosi dei 
suoi trionfi, col privilegio in mano di ritirarsi in si- 
curo, qualora mireranno spiegarsi le bandiere insan- 
guinale della sua croce. E in secondo luogo a certi 
altri, che invece di seguir Cristo ove sono da esso- 
chiamati a promuovere il suo divino servizio, voles- 
sero strascinar Cristo ove sono essi rapiti dai loro 
interessati e ambiziosi disegni; e di seguaci fattisi 
condottieri osassero dire ai Signore: veni post nos. 
Cominciamo dal primo ^ [ij. 
- Nel qual esordio si riconosce subito V uomo già. 



\\) Prediche ài fr Franceico M. Casini. Venezia 1741. 



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288 CAPO OTTAVO 

pieno della saa materia, a segno da dimenticare sé 
Slesso, anzi quella stessa trepidazione che nella de- 
<!ica confessa di aver provata grandissima quando la 
prima volta si presentò a predicare; nulla quindi 
caparla di se né in bene né in male; si riconosce 
inoltre un uomo che inlila diritto lì suo tema con 
riflessioni che attraggono e ti costringono a medi- 
tare, lì suo carattere si è subito svelato per intero; e 
tale apparisce nel determinare e dividere il suo assunto, 
tale in tutto il resto del discorso, giacché niente con- 
tiene d' ingegnoso, di vano, di ricercato, ma tra sode 
dottrine mira sempre alla moralità. Le sue argomen- 
tazioni poggiano, come su base di granilo, quasi 
esclusivamente sulle Sacre Scritture e sui Ss. Padri, 
quasi del tutto lasciando le fonti profane. Fu questo 
il suo studio prediletto, ed era questo lo studio che 
inculcava a" suoi uditori: « Ma lo studio principale 
de' sacerdoti dee aggirarsi intorno alle Divine Scrit- 
ture, ai sacri canoni, alle tradizioni della Chiesa, alla 
lettura dei Ss. Padri e a tutto ciò che riguarda la 
scienza dei Santi; la quale non solo illustra la mente 
a conoscere i divini misteri, ma accende T animo a 
praticarli; cosa da S. Girolamo lodatissima in Nepo- 
zia no, qui hctiont assidua pectus suum bibliothecam 
f ecera i Chris ti ^ E veda ognuno quanto ind egn a cosa 
sarebbe che Taluno degli ecclesiastici sapesse quante 
lettere scrisse Ovidio e a chi e di che, e non sapesse 
quante epistole scrisse S. Paolo, né di che in quelle 
trattasse; e se Timoteo, al quale ne inviò due fosse 
il vescovo di Efeso o il generale di Atene. L' erudi - 
zione profana sia come furono le campanelle dì 
Aronne fregio solo alle fimbrie, non gemme del ra- 
zionale e non ornamento de! petto ^ (t). 

E a siffatta gravità congiunge una lodevole evati- 



{ìj PredSM X, 



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CAPO OTTAVO 289 

gelica libertà; onde mentre sì mostra pur benevolo 
e pratico conoscitore della vita umana, vuol dire le Libertà 
cose come stanno senza malizia che irrida, ma anche *Jhe^p^irò* 
senza troppi complimenti, punto non guardando in °<>° ^eg«- 
faccia alle persone. Pur dalla predica ora citata pos- in satira 
siamo trarne dei saggi: « Sì, sì; finché Cristo dice: 
ecce ascendimus Jerosolimam, perchè vi si ha da en- 
trare in trionfo, tra le acclamazioni dei popoli, tra le 
adorazioni delle turbe, e tra le solennità delle palme 
non ci bisognano inviti: tutti corrono a seguitarlo. 
I bissi, gli ermellini, le mitre, i palii, le porpore par- 
lano con voci mute, ma oh quanto, oh quanto elo- 
quenti a persuadere a coloro che battezzano la viltà 
dell' ambizione col nome venerabile di apostolato una 
spedita e rovinosa carriera! Ognuna di quelle insegne 
dice alle orecchie dei cuori innamorati di gloria :ve- 
nite post me; e tutti gli affatturati dagl'incantesimi 
della grandezza rispondono con liete voci: eccenos; 
e vanno e corrono e volano, e Iddio sa con quali 
ale. Molto più è accompagnato Cristo alla cena, ove 
il provvido dispensatore con mano libéralissima ri- 
parte pani e prebende: e qui dicono tutti e con se- 
renità di fronte e con armonia di voci che esprimono 
i sentimenti del cuore: apud te facio pascha (i). 
All'Orto poi, al Calvario, alla Croce, all' orazione, al 
coro, all'altare e all'altre sacre funzioni, se conven- 
gano e tutti e sempre, o se taluno si ritiri da Cristo, 
ancorché non cercato a morte o assediato da sbir-' 
raglia o straziato da manigoldi, ma regnante, im- 
mortale e incoronato di gloria, io, che nulla affatto 
ne so, lascio a voi il formarne retto giudizio : vosju- 
dicate quod dico, ego non judico quamquam » (2). Il 
colpo è ito, come ognun vede, assai accortamente, 
ma con quella urbanità che si conveniva al ragguar- 



(I) Matth. XXVI. 18. (2) I. Cor. X. 25. 

Storia della Predica\ione ecc. 



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Goo^^Ie 



290 CAPO OTTAVO 

devole consesso a cui rivolgea la parola; e di questa 
sua maniera ei presenta saggi quasi in tutte le pre- 
diche, e talvolta anche con frase alquanto cruda e 
frizzante, a segno che il Maury, ma con esagerazione 
anche qui, osò definire i suoi discorsi una perpetua 
satira alla prelatura romana; giudizio che in parte fu 
accolto dall' Audisio, che trovò che la veemenza de- 
generasse talvolta in causticità e virulenza. Ma chi 
apprezza le cose nei lor giusti confini deve pur pen- 
sare ch'ei parlava esclusivamente a prelati e che 
perciò dovea toccar dei difetti e delle colpe che s'insi- 
nuano talvolta fra essi; tanto più che, com'egli os- 
serva, le porte di quella sala erano incatenate da 
bronzi e custodite da guardie armate, e impenetra- 
bili a persona del secolo; cosicché quel suo modo 
non mi pare mancanza di rispetto ma franchezza 
evangelica che l'onora. Il che si fa piii manifesto, 
quando si avverta che sa poi mescere gli elogi do- 
vuti agli uffici, alle glorie di tanti personaggi e ai- 
Fazione benefica e santa che esercitano sopra la so- 
cietà, e quando si osservi che gli eretici, i principi 
insidiatori della Chiesa sono alla loro volta con ben 
più grave parola fulminati; e molti passi s'incon- 
trano ne' suoi discorsi che cel comprovano. 

Sopra là tessitura de' suoi discorsi non v' è da rì- 
d?«iS"3i-^*^^' ^^"^ sempre ben legati al passo del vangelo 
scorsi da cui partono, e finiscono con buone proposizioni, 
svolte appresso con valide ragioni, ricresciute a suf- 
ficienza, e accompagnate da sentimenti gravi, spesso 
vibrati, lasciando sempre un posto importante alle 
riflessioni morali, che come notammo erompono con 
difilata franchezza. Lo stile da quel che s'è detto 
puossi imaginare: incesso maestoso, senza ricerca di 
troppi ornamenti, di gingilli o di pòse affettate; il 
che però non vuol dire che non gli piaccia quel de- 
coro d' arte e un pochino quel parlar figurato che si 



e stile 



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*y^àii££-i;r.' 



CAPO OTTAVO 291 

confaceva al suo gusto e a quello del Tempo. Si sa 
che amava lo studio dei poeti, a cui talvolta attinge 
la frase ; e se per lo più tira avanti pago delle ma- 
niere che sogliono essere più in uso nella espressione 
del pensiero, a volte però si mostra indulgente con 
la sua fantasia, e la forma acquista una maggiore 
parvenza. Né 1' autore vuol dirsi negletto nella lingua 
e che non curasse d' averla eletta ; anzi si raccoglie 
da un suo discorso (i) come facesse sotto questo ri- 
spetto grande stima del Passavanti; ciò che certo non 
é segno di cattivo gusto- Il che però non significa 
che lutto sia oro puro ne* suoi scrìtti, vuoi nei ri- 
guardi della lingua che in quelli dello stile; il se- 
colo gli fece dei regali cesellati dalla sua mano, e 
non mancano frasi che a quando a quando risen- 
tono di quel gusto depravato. Nella prima predica, 
ad esempio, dice che Gesù nella sala dell' ultima Cena 
* alzò l'orrendo palco di predizioni terribili; nella 
seconda troverete le aquile generose della Chiesa 
ft pasciute colle midolle de* cedri de* celestiali mi- 
steri »; e qua e là qualche altra cosa di siffatto conio. 
Ma il guaio non è grosso e per esser giusti convien 
riconoscere che la frj^se e la parola sono d' ordinario 
bene scelte e corrette. Adunque ne' suoi discorsi sì ha 
una nobile successione di pensieri elevati, opportuni, 
utili alla santificazione delle anime, svolgentisi in 
periodi pieni ma chiari e con un movimento talora 
vivo, risonante, conveniente, che lo dichiarano dav- 
vero eloquente. Si sentirebbe sì desiderio di maggior 
varietà neir alternare le fonti della sua dottrina, o di 
maggior originalità nei pensieri o nelle imagini,odi 
gusto più fine nel dire; ma pur qual è resta un 
grande oratore, e quello de' suoi tempi che più si av- 
vicina ai meriti dei Segneri. 

{lì Predica X. 



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292 CAPO OTTAVO 

Con le quali parole vengo a toccare un raf- 
Che dire fronto, che SÌ fece nei secoli scorsi e pur oggi da ta- 
chc il fanno luni SÌ fa, tra ì due grandi oratori. Ripigliamolo al- 
^'^Sccneri*^ quanto, che gioverà. Non mancano dunque di quelli 
che facendo eco al p. Bandiera e alle semenze av- 
ventate del Maury, mettendo con troppi colori in 
vista le censure contro il Segneri, cercano che me- 
glio rifulgesse la gloria di colui che riguardano 
come il suo gran rivale. Il Maury infatti dopo una 
critica sul Segneri dice che i discorsi del Casini « sono 
scritti con grande brio e nobiltà, con molto gusto e 
molta grazia. » Ora, dico io, qual è quell' italiano 
che s intenda di gusto e di grazia nell'arte del dire 
e non riconosca la disianza che corre sotto questo 
rispetto tra V oratore romano e l' oratore aretino? Ha 
un bel dire Carlo Denina nelle sue Rivoluzioni 
d'Italia che « il cappuccino oscurò allora la riputa- 
zione del gesuita »; può domandarsi Ottaviano da 
Savona, osservando che i più levano a cielo il Se- 
gneri: « v'ha o no parte in siffatto giudizio lo spi- 
rito di patria, di cieca sommissione all'autorità, di 
preconcette opinioni ?» ma chi s' intende di lettere 
e d' arte, chi voglia far saggio da sé con accurate let* 
ture e lungo esame, dovrà sempre riconoscere, a mio 
parere, che nella eloquenza del Segneri v' ha troppo 
di abilità d'oratore per negargli la palma. Ditemi: 
quella gran varietà di prove con cui spaziando per 
larghissimo campo ci sorprende e quel nesso mira- 
bile che tutte le congiunge, quel fare drammatico 
che attrae a se e ti lega con tanta forza e natura- 
lezza e grazia, non ti dà nel postutto un che di 
squisito molto superiore al modo di procedere del 
Casini ? E che dir del colorito? Sì anche il Casini ha 
il suo, specie quella certa solennità che signoreggia; 
ma tale è la freschezza dell' altro, l' arte di persua- 
dere e di ricrescere e dar valore alle particolari cir- 



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CAPO OTTAVO 293 

costanze con una pieghevolezza che trapassa dal 
grande al semplice, dal forte al soave, che mentre 
rende evidente il pensiero ti porge molto diletto con 
la bontà e pulitezza dello stile. E lascio stare la 
lingua che nel Segneri è molto più ricca, eletta e 
popolare a un tempo, onde va posto giustamente fra 
gli scrittori più purgati. Laonde senza toglier nulla 
ai pregi del Casini, io mi meraviglio a dir vero che 
si voglia farlo rivaleggiare col Segneri. Con Pietro 
Valle, che succedeva al Casini, V illustre cattedra del 
palazzo apostolico perdeva del primitivo splendore. 

Con la riforma additata e introdotta principal- 
mente da questi due sommi oratori non è da ere- Ma' g"stp 

, , . , . ... , . . che conti- 

dere che tutti e subito pigliassero la intonazione nua e 
nuova. Già i periodi non si dividono mal con un ta- ^"'** ^■''** 
glio sì netto, che Y un genere non si vada prolungando 
neir altro ; e anche nell' ultima parte del secolo XVII 
si ode r antica nota dell' esagerazione e del mal gusto. 
Ancora tra il 1692 e il 1700, Mons. Carlo Labìa, nato 
di nobile famiglia veneta, arcivescovo di Corfù e poi 
vescovo di Adria, pubblicava, nell' età di 61 anno, 
un'opera oratoria, divisa in 4 volumi in foglio, e 
stampata a Venezia, nata fatta a consigliare e pro- 
lungar co' suoi esempi T arte già condannata. Infatti 
€i raccoglieva in quell' opera simboli predicabili dai 
vangeli che corrono nella quaresima e da quelli di 
tutto il resto dell'anno e da quelli delle solennità 
principali di Nostro Signore, della Vergine e d'altri 
Santi, a cui aggiungeva un ultimo volume cioè 
« L'Horto simbolico » che con geroglifici di varii 
alberi e diverse piante rappresenta le virtù singolari 
d'alcuni Santi e d'alcune Sante; volume da bel 
principio dedicato con un'epigrafe: « Al celeste Hor- 
tolano - dell' Horto simbolico della Chiesa - Giesù 
Cristo - Dio et h uomo, salvatore del mondo.» Traendo 
partito dalle preposte imagini, che riproduce e diluisce 



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294 CAPO OTTAVO 

con noiose lungaggini e ridicole gonfiezze, egli tesse 
dei discorsi a cui mesce una mal cucita erudizione pro- 
fana tolta specialmente dai poeti e filosofi pagani. Già 
il soverchio uso del simbolismo ha i suoi gravi pe- 
ricoli e allontana l'arte da un discorso ben nutrito e 
che va naturalmente a trovar la sua forma, come 
potrebbesi vedere anche a' nostri dì in un recente la- 
voro su cose oratorie, dettato da Mons. Gio. Batta 
Rossi vescovo di Pinerolo. Vuole, ad esempio, il 
Labia fare il panegirico di S. Giacomo Maggiore? 
Comincia col motto exaìtahilur et elevabitur^ e pa- 
ragona subito i gran Santi e in ispecie S. Giacomo 
ai monti; e dà valore alFimagine con la sentenza di 
S. Gregorio papa « Sancii viri montesjure vocantur, 
quia per vitae meritum ad coelestia propinquaverunt » ; 
e passa tosto ai particolari della somiglianza, dicendo 
i santi « monti che hanno per sotterranea radice 
r umil cognizione di sé stessi, per stabil base la fer- 
mezza degli animi, per sodi marmi gli spiriti co- 
stanti, per ricche miniere T opere buone, per zeffiri 
soavi le divine ispirazioni, per gorgoglìo dell'acque 
le grazie celesti, per confini più propinqui li cieli me- 
desimi. » E crescono le curiosità e le stranezze quando 
passa a far le applicazioni sopra S. Giacomo. Cre- 
dendo di far meglio dei veri riformatori, aveva tro- 
vato la via di far rinculare il secolo, chi avesse vo- 
luto pigliar le mosse dalle sue lezioni e da' suoi esempì. 
E veniva così a dar ragione ad altri oratori che non 
ismettevano l'antico vezzo, quale un Bocconi Alfonso 
dì Savona, domenicano, morto circa il 1681, dilet- 
tante di poesia e lodato per la maestà del dire ora- 
torio, che pubblicò: La statua effigiata in un inonte 
(panegirico dì S. Alessandro), // Cadavere taumaturgo 
della B. Caterina da Bologna, Il dito taumaturgo 
(panegirico di S. Tommaso apostolo) e altri di questo 
tenore; e quale, un Sesti Lodovico di Lucca, purdo- 



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CAPO OTTAVO 293 

menicano, morto nel 1699 e che dieci anni prima 
di morire stampò a Venezia i suoi panegirici, in 
cui al panegirico del Sacro Chiodo (e serva di saggio) 
si legge dato il seguente titolo: // Sacro Chiodo di 
G. C. N. Red. ad inchiodar la ruota della fortuna 
di Colle mandato da Dio. Del resto gli esempi di 
siffatta predicazione, insana sotto il duplice aspetto 
religioso e artistico, venivano per buona fortuna 
sempre più diradandosi. 

Al qual fatto credo che abbia contribuito ^nche^^. ^^^^^.^ 
una nuova forma di predicazione già incominciata Spirituali e 
da un pezzo, ma che si svolgeva sempre più larga- ^jij fimoti 
mente in mezzo alle popolazioni e che vantavasi di 
tenere una maniera affatto semplice, per affiatarsi e 
intendersela con piena schiettezza, familiarità e quasi 
intimità con tutti gli uditori; e questa nuova forma 
di predicazione erano gli E'^ercizi spirituali di S. Igna- 
zio di Lojola. Costui infatti aveva dato ordine a' suoi 
figli non solo di raccogliersi insieme per la loro in- 
dividuale santificazione e di opporsi con la scienza e 
dotte pubblicazioni alla pseudo-riforma luterana, che 
avea piantato stabilmente le sue tende in Germania, 
ma anche di cercare V altrui santificazione col mezzo 
della predicazione degli Esercizi spirituali. Quindi 
non mancarono e non mancano discorsi oratorii che 
sempre più tendono ad attuare l' idea del santo, specie 
neir ultima parte del secolo che percorriamo. Noto 
tra questi il p. Giuseppe Agnelli di Napoli ( 1621 1706}, 
gesuita, che visse trent'anni nella casa generalizia di 
Roma e ottenne rinomanza non solo pe' suoi cate- 
chismi, che pubblicò negli ultimi suoi anni sotto il 
titolo, // parrocchiano istruttore ; e per le sue Con - 
ciom quaresimali e d'avvento, dettale in latino, ma 
più per la sua Arte di goder f ottimo contenuta negli 
£serci!(i Spirituali di S. Ignazio di Lojola; dove con 
esortazioni, considerazioni, riflessioni, conferenze se- 




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296 CAPO OTTAVO 

gue le quattro settimane del santo, raccogliendo mola 
e molto utile materia, quantunque in modo troppo 
secco, spicciandosi con un eccetera quando sentia la 
necessità di ampliare Ìl pensiero o di destare gii af- 
fetti. Fu ancora molto benemerito di tali missioni 
il p. Fontana Fulvio di Parma, che fu parecchio 
tempo compagno di Paolo Segneri e molto predicò 
non solo in Italia, ma nella Svizzera e nel Tirolo. 
Di lui si stampò tra 1' altro: Pratìcha delle missioni 
del p. Paolo Sentieri d. C. d. G. continuata dal 
p. Fulvio Fontana della medesima religione per lo 
spazio d'anni 24 per una gran parte d'Italia e di là 
dai monti neir Elvezia, Rezia, Valesia e Tirolo, con 
l'aggiunta dì prediche e discorsi e metodo distinto 
tenutosi nelle funzioni sacre (Venezia 1714). 
Segneri '^'''^ ^ molti poi, specialmente gesuiti, che batte- 
iunìore rono la medesima via vogliamo qui ricordato il 
p. Paolo Segneri juniore (1673-1713), così detto per 
distinguerlo dal sommo oratore, di cui era nipote- 
Col suo ardote, quantunque morisse a 40 anni, Fasciò 
una memoria indelebile. Il suo dire era riboccante 
di vivo sentimento e di tenera unzione; e lo stesso 
Lodovico Muratori, che V udì a Modena e ne lo am- 
mirò, volle scriverne la vita, che distese in 14 capi- 
toli. Percorse la massima parte dell'Italia Media e 
alcune regioni della superiore, e dapertutto fece ri- 
splendere la sua pietà e il suo zelo, mostrandosi 
emulo dello /àq nel far grandi conversioni. Aveva 
un metodo proprio e adatto a quei tempi di condur 
Je missioni, dando molta importanza a un certo ap- 
parato esteriore che agisce assai sopra l'imaginazione 
popolare, e facendo gran conto delle processioni di 
penitenza. Diede T ultima missione a Senigallia, ove 
si legge che trionfò d' ogni cuore dopo la sua pro- 
cessione di penitenza, nella quale aspramente si fla- 
geliò, predicando insieme con singolare energia. E 



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CAPO OTTAVO 297 

fu qui che ammalò, sicché dovette terminar la mis- 
sione il p. Lana suo compagno; e poco appresso 
morì e fu sepolto nelle tombe di quei vescovi. La- 
-sciava a' suoi compagni la nota della terribilità; egli 
voleva espugnare gli animi con la dolcezza che fluisce 
veramente con pieno affetto dal suo siile. Pare in- 
fatti che si mesca col popolo, ragioni intimamente 
con lui, preghi, scongiuri. Incalza di continuo con 
sentenze, con imagini, e corre vìa rapido, a scatti, 
<5uasi senza periodo, a tal segno che i suoi discorsi 
paiono talvolta tracce eh' ei doveva poi empire con 
più compiuto eloquio. Ma è sempre popolare, pra- 
tico, efficace; e basta leggere anche il principio del 
primo discorso per introdursi nella missione per con- 
vincersene. Ecco come ne parli il Muratori nel cap. 9 
della sua vita: « Dopo aver io ascoltato tanti e tanti 
^Itri predicatori sacri, ed anche insigni nell'arte ora- 
toria, anche rinomati per la pietà, pure non so di 
aver udita mai eloquenza sì efficace e vincitrice dei 
cuori, come quella del p. Paolo Segneri juniore. Era 
in bocca sua la parola la più soave, viva, penetrante 
del mondo. Piaceva ugualmente agi' ignoranti e ai 
•dotti, e tutti r intendevano e stavano ad udirlo ra- 
piti da inesplicabil piacere per quella nobil chiarezza 
e insieme vivacità, che si osservò sempre ne' suoi ra- 
gionamenti. Predicava inoltre il suo volto, tutto spi- 
rante divozione e umiltà, predicavano i suoi occhi, 
Jie' quali ognun leggeva una santa modestia e una 
amabilità singolare. » L' ab. Francesco Carrara ne 
raccolse in tre volumi le opere, che consistono in 
prediche, discorsi, istruzioni, esercizi spirituali, opu- 
•scoli inediti e operette spirituali. Gioverà anche ram- 
mentare i soggetti, eh' ei preferiva sempre di to- 
gliere dall' opera famosa del fondatore del suo Or- 
dine, e che servivano alla meditazione, e sono: me- 
«ditazione preparatoria, fine del tempo, fine dell'uomo. 



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298 CAPO OTTAVO 

il peccato mortale, castighi del peccato mortale, sopra 
i peccati proprii, la morte, il giudizio particolare, Tin- 
ferno; il Figliol prodigo, la vita di N. S. G. C, il 
Ss. Sacramento, tre sulla passione del Signore, il pa- 
radiso, r amor di Dio. Seguivano gli esami, che soi> 
ricerche pratiche sulla propria condotta per riformarla 
e che talora assumono aspetto di istruzioni. 

. . Contribuivano pure a richiamare la oratoria a 

di lezioni maggior naturalezza nel dire que' predicatori che si 

e'istrurioni occupavano di lezioni scritturali e morali, come 

morali quelli che dalla stessa materia e dal metodo con 
cui la svolgevano erano tratti a fuggire il lusso defili 
ornamenti. Non va dimenticato tra questi il p. An- 
gelo PaciucchellU da Montepulciano, che s' ascrisse 
all'Ordine de' Predicatori e dettò le sue Legioni Mo- 
rali sopra Giona Profeta (i) che dedicava al B Gre- 
gorio Barbarigo, quando questi era ancora vescovo 
di Bergamo. Morì nel 1660 e fu detto facondissimo 
e ardentissimo. Si mostra fornito di molta dottrina e 
partendo dal commento dei varii testi del Profeta sa 
trarne dei buoni discorsi morali, che quanto alla forma 
quasi al tutto si salvano dagli eccessi dei contemporanei. 
Di questo tenore scrisse inoltre i Discorsi morali sulla 
Passione di N. S. G. C. (Venezia 1693), il p. Francesco 
Dunelli o Duneau d. C. d. G. Nacque in Francia, 
ma visse molto a Roma, ove morì di 85 anni il 1682. 
Dettò 72 discorsi sopra l'Epistola di S. Giacomo, che 
dedicò ad Innocenzo XI e stampò a Roma l'anno 
stesso ch'egli ivi moriva. Con un commento let- 
terale di singoli passi della lettera determina degli 
assunti, che poi svolge per renderne chiaro il con- 
cetto morale, illustrandoli in varii modi e sul finire 
del discorso inculcandone la pratica. Raccoglie molta 
dottrina e perciò lascia le ampollosità, procedendo 



(i) Venezia Baglionì, 1658. 



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CAPO OTTAVO È^ 

sobrio e chiaro, ma secco. Pubblico anche discorsi 
morali e teologici sul Ss. Sacramento^ per Y ottava di 
Tutti i santi, sui misteri di Gesù e sugli evangeli di 
tutto l'anno, ma per la maggior parte in lingua 
francese. 

Per le sue lezioni morali e istruzioni ottenne an- 
cora molta riputazione in tutta Italia, m.i special- 
mente a Mihmo, il p. Carf Ambrogio Cattaneo, nato 
nella detta città. Preferi un genere assai dimesso per 
meglio mettersi a co:itatto col popolo più rozzo; ma 
fece tuttavia dei discorsi assai urili; onde i suoi la- 
vori furono ricercati anche dopo la sua morte ed eb* 
bero parecchie edizioni. Quella di Milano del 1719 
contiene in 5 volumi: {discorsi sufi' esercito delia 
buona mnrte^ Lejhni sacre. Panegirici^ Orazioni fu- 
neon. Esortazioni, Selve di pensieri ^cc. Fu gesuita, 
maestro di retcunca in patria, e quindi oratore tutta 
la sua vita, che durò tino al 1705. La sua potenza e 
il suo merito sta quasi Culto nelT arte di saper indi- 
viduare e rappresentare la legge nei particolari; ed è 
per questo che a' suoi di traeva dietro a sé il popolo, 
e fu anche dappoi studiato da quelli che amano 
spezzare minutamente il pane agli uditori men colti. 
Era naturale che fuggisse le pompose gonfiezze, ma 
evitando un eccesso non seppe sempre evitare Top- 
posto, e dà buone volte nel disadorno-, nel grosso- 
lano e nel grottesco, tirando innanzi con una forma 
negletta. Inoltre quanto abbonda d' imagini, d' esempi 
e di minute analisi nel censurare i costumi, altret- 
tanto é scarso nella investigazione delle cause, nel- 
r abilmente spiegarle e nelT accendersi con vigorosa 
parola. Ecco come vengano descritte da chi T intese 
k sue qualità esteriori: '■( era di voce aspra e fosca,, 
di ciglio e guardatura severa, di maniera che al 
primo incontro sembravano ruvide e piene di rigi- 
dezza; eppure era tale l'affahilità, e aveva una si 



L 



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300 CAPO OTTAVO 

forte attrattiva nel parlar privato e nel discorrere in 
pubblico che, oltre la confidenza che in lui aveva 
ciascuno, la chiesa era piena di sceltissima nobiltà, e 
la sua congregazione era fioritissima di gran numero 
di cavalieri e singolarmente di giovani, i quali con- 
<:orrevano a udirlo senza mai annoiarsi, tirati da una 
secreta forza che in certo modo pareva forza d'in- 
canto » (i). In forma più dotta e migliore pubblicava 
in Roma fin dal 1697 venti lezioni sopra il principio 
dei Proverbi di Salomone un altro gesuita Giovanni 
Lorenzo Lucchesini teologo e letterato di buon nome, 
Scrisse tra l'altro: Saggio della scioccheria di Ni- 
colò Macchiavelli, scoperta eziandio dal solo discorso 
naturale e con far vedere dannose anche agt inte- 
ressi della terra le principali sue massime. 



APPENDICE P AL CAPO Vili. 

Notiamo anche qui, come operai che si solleva- 

"^atorFha- rono alquanto sopra la turba, parecchi altri oratori 

liani della italiani. Tra i Gesuiti: Zuccarone Francesco di Na- 

aeconda .. ,. , . ... » , ,, , 

metà del poli : uomo di molti menti, insegno belle lettere e 
«ec. XVII j^Qj.j jj ^^ g^^j^j ^ |^^j.j i^gj jg0. ^^ vittima della sua 

carità assistendo gli appestati. Come oratore ha tutta 
l'esagerazione e il mal gusto dei tempi peggiori. Di 
gciuiii j^j ^j pubblicarono Panegirici sacri (Bologna lójOe 
Prediche quaresimali (Napoli 1668); e seguirono altre 
edizioni. Mirabello di Scigliuno (Calabria), morto il 
1656, che pubblicò Ragionamenti e Sermoni sopra 
varii luoghi delle Sante Scritture (Roma 1652). Cor- 
done Andrea, siciliano, morto a Palermo nel 1636, 
che pubblicò due quaresimali e panegirici. Bianchi 



(1) Prefazione all' Ed. di Venezia 1745. 



,.^' 




CAPO OTTAVO 3or 

Andrea di Genova, letterato di qualche nome, morto 
in patria nel 1637 ^ ^^^ scrisse prediche sopra le feste 
del Signore, e sei sul Ss. Sacramento, trenta sulla 
passione di N. S. G. C, edite tutte a Genova. Tana 
Luigi dì Chieri, parente di S. Luigi Gonzaga (1612-1663) 
che insegnò belle lettere e poi si diede al ministero 
della predicazione e morì a Torino, lasciò: Freno 
alla lingua che punge e censura le azioni altrui, cioè 
discorsi nove, dati per saggio dell'opera dell' Huomo 
rinnovato (Torino 1650). Paolucci Scipione ài ì^d^^oVu 
morto il 1665, stampò: Panegirici sacri (Venezia 1663), 
Balestrieri Vincenzo di Napoli (1595-1671) che pub- 
blicò due volumi di prediche e panegirici. Tedeschi 
Ottavio dì Catania, che insegnò eloquenza a Messina, 
filosofia a Catania, teologia a Siracusa e pubblicò i 
Panegirici sacri e morali (Catania 1665) e le Prediche 
quaresimali (Napoli 1672), nell'anno della sua morte. 
Filopa^{i Diego di Caltanisetta, morto a Palermo di 
63 anni nel 1675; nel quale anno si stamparono nella 
stessa città i suoi panegirici. Conti Sebastiano dì Pi- 
stoia ( 1623- 1676), stampò alcuni panegirici. Avancino 
Nicolò dì Trento, che molto predicò a Gratz e a 
Vienna, e lasciò tre volumi di orazioni. Manni Gio. 
Batta di Modena (1606- 1676) rettore di più collegi, 
che oltre a varie opere d'ascetica pubblicò: Prediche 
del Purgatorio, ovvero trigesimo di varii discorsi per 
aiuto delle anime del Purgatorio ( Bologna 1673 ) e il 
Quaresimale coi sabati di M. V. (Venezia 1666). 
Bianchetti Antonio di Bozzolo, morto a Milano nel 
i67q; pubblicò due quaresimali e panegirici. Casaletti 
Antonio dì Palermo, di molta fama a' suoi dì, pub- 
blicò i suoi panegirici (Palermo 1689). Gagnoli Gio. 
Paolo, morto a Saluzzo nel 1690; scrisse prediche 
morali e panegirici, pubblicati a Torino nel 1698, 
Argananjio Domenico dì Messina (1617-1694}, che 
predicò 33 anni e lasciò molti volumi di sermoni. 




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3^2 CAPO OTTAVO 

Ferro Antonio à\ Trapani ( 1630-1704) che pubblicò: 
La satira santificata al T uso de'pergaTtii (Piilermo 1704): 
dimostrando ,ìnche nel titolo il mal gusto non an 
Cora estirpato. Stm^tri Tommaso, napoletano, che 
attenne ^^ran fama; entrò nella Compagnia di Gesù 
nel 164S, e lasciò alcune orazioni di occasione, un qua- 
resìmale e panegirici (Napoli 1706 e Padova 1708) (i). 
Tra i Domenicani: Pecch'm Gin. Batta^ morto 
domenicani ^"'"'^"^^ una sua predica a Mantova nel 1653, che pub- 
blicò seguendo Ìl mal gusto del tempo due panegirici in- 
titolati: La Ceraunia, e ta Via lattea, Genusio Ignazio, 
piemontese, che pubblicò a Napoli nelT anno della 
sua morte 1654 ^ ^^^^ panegirici. Bona Gh. Lodo^ 
vico, veneziano, morto nel (655, lasciò discorsi pa* 
neRìrici dei Santi e Beati dell' Ordine domenrcano. 
Della Torre Gio. Tomaso, ligure, morto il 1056 di 
qualche nome nelle lettere, lasciò panegirici. Romano 
Vincenzo, siciliano, morto il i65o, di cui si stampa- 
rono: le Orazioni sacre (Palermo [6Ó5)- fica Basilio 
dì Napoli, morto nel 1664, che predirò con gran 
plauso e gran frutto specialmente nel Veneto, e fu 
sepolto a S. Secondo, ove sì conservano neir archivio 
le sue prediche. De Sanctis Domenico di Calabria, 
che Tanno della sua morte 1667 pubblicò: Conside^ 
razioni predicabili sopra i vant*e)ì della quaresima 
p. [ e p. Il [Sariani \66y]. Dalli Domenico di Lucca 
che stampò un suo avvento e una sua quaresima e 
mori nel 166S. Emmanuele Pietro^ palermitano, che 
scrisse: Orto di Maria o Sermoni del S, Rosario 
(Palermo 1669); mori nel 1672- Ricciardi Giovanni 
di Altamura che dettò ri suo Domenicale per tutto 
Tanno, e modo di fondare ed esercitar le scuole di 
mortificazione; p, l [Napoli 1640) p^ Il e HI (Na^ 
poli 1644); postume uscirono le prediche in onore 



4i) Btblioteque àc N Compagnie de Jesas de Backer» 



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J 



CAPO OTTAVO 303 

della B Vergine per la Novena del Natale (Napoli 
1694); morì nel 1675. Pietro Maria Passerino di Se- 
sTula, cremonese, che fra parecchi trattati pubblicò ; 
Sermones ìiabiti coram Ss. PP. Innocentio X et Ales- 
sandro VII primis adventus et quadragesimae do- 
tninicis (Romae 1666); morì nel 1678. Galliano Do- 
menico, romano, che pubblicò orazioni panegiriche e 
morì nel 1679. Agudi Lodovico Maria di Milano, 
che ottenne gran fama al suo tempo e lasciò mss. 
che non si pubblicarono. Rusca do. Alessandro di 
Torino, maestro in patria, e predicatore, che pub- 
blicò: Discorsi morali sopra i vangeli della quare- 
sinna (Torino 1670) e sermoni nelle festività di al- 
cuni santi (Torino 1677); morì nel 1680. Fracassi 
Ani. Francesco, romano, che pubblicò parecchi pa- 
negirici e Benedetto Bovio di Feltre che scrisse pa- 
recchi discorsi che esistono nella Biblioteca Cassana- 
lese e Alfani Antonio, romano, che pubblicò Discorsi 
sacri (Roma 1684) Tanno della sua morte. Lepori 
Nicolò, siciliano, che morì vescovo di Saluzzo nel 
1688; la Biblioteca Sicula dice di lui che floribus et 
lenociniis omnium aures capiebat; e un tale elogio a 
que giorni è un brutto segno. Felina Odoardo pub- 
blicò un Quaresimale di sermoni del S. Rosario 
(Bologna 1688) e poi un altro quaresimale e pane- 
girici. M^ffa Tomaso di Forlì, che combatte Mi- 
chele Molino e gli errori dei Quietisti, fu molto eru- 
dito e poeta; come oratore pubblicò le prediche delle 
domeniche e dei santi; morì nel 1688. Zani Dome- 
nico di Cremona, che lasciò Sermoni sugli evangeli 
e feste dell'anno, stampati l'anno della sua morte 
(Cremonae 1689). De Benedetti Lodovico Vincenzo, 
detto facondissimo, pubblicò a Palermo nel 1689, 
anno della sua morte, i Sacri Entusiasmi per le glorie 
di molti santi, pagando largo tributo al mal gusto. 
Rechiedei Paolo di Brescia, morto nel 1689, lasciò un 



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304 CAPO OTTAVO 

quaresimale e altri discorsi che ebbero più ristampe. 
Pencini Innocenzo, veneziano, professore di metafi- 
sica per 14 anni all'università di Padova, fu anche 
predicatore di gran nome, e lasciò parecchie orazioni. 
Spannocchi Ambrogrio Caterino^ mìssìonàvìo fiorentino, 
pubblicò: Eserciti spirituali, ordinati per uso della 
ven. Compagnia di S. Benedetto Bianco dì Firenze 
dal eh. p. Domenico Gorz dell' Ordine de' Predicalori 
riordinati e accresciuti dal p. Ambrosio Caterino 
Spannocchi (Venezia 1682), Dainesi Giusìiniann, ho 
logne.^e, stampò un volume di panegirici (Bologna 
i6g6) e Sctssetti Vincenzo di Macerata varii di se 01 si; 
morivano nel 1700 (1). 
figosiinìBDi "^''^ ^^^ Agostiniani! Salomon de Aventino Paolo 
che lasciò: Assunti evangelici per fune le domeniche 
e feste dell'anno (Venezia [651). Lan^oni Marco di 
Bologna, professure di meta tìsica nelT università di 
Fermo, indi dì teologia in quella di Bologna; lasciò 
discorsi di quaresima- Paoletti Af^oslmo dì Siena, 
considerato tra i primi del suo tempo; lasciò Di- 
scorsi predicabili di tutte le domeniche e feste cor- 
renti (Verona 1656) e un quaresimale {Venezia 1651]. 
J^sconti Filippo di Milano, che nel [649 fu fatto ge^ 
nerale dell' Ordine e sotto Alessandro VII fu nomi- 
nato vescovo di Catanzaro e morì nel 1G64; lasciò 
trattari e discorsi per la maggior parte inediti. Got- 
teii Fedele f genovese, che stampò due volumi di di- 
scorsi sopra la Passione dì G. C. e i Dolori di M. V. 
(Genova 1673); morì nel 1Ó75. Roverda Raffaelij 
d' Argira o città di Filippo-, morto il i68f, che oltre 
ad opere tilosofiche lasciò: Sacri problemi sopra gli 
evangeli di quaresima resoluti e disposti in forma 
predicabile. Goro Gto, Batta^ della provincia romana, 
dotto nelle lingue orientali e zelante oratore, che 



ti) £z QDéiif ei Echard. 



Lpoogle 



CAPO OTTAVO 305 

pubblicò: Cornucopiae concionum sacrarum et mo- 
raliurriy sive Sermones parati supra cunctas ferias 
et dominicas quadragesimae - partes duae (Coloniae 
1680) Ferraguto Frane. Maria di Carmagnola, che 
stampò: Panegìrici sacri (Asti 1683). Aurelio Filuccì 
da Pesaro, che nel 1686 fece una ristampa a Venezia 
de' suoi brevi sermoni, che intitolò: Delle consolazioni 
della morte; raffrontato con altri bisogna dire che 
ha un buon dettato. Z)e Valvassori Domenico, mi- 
lanese, che morì vescovo di Gravina nel 1689, e pub- 
blicò un suo quaresimale; come pure De Valvassori 
Girolamo, che fu professore di Sacra scrittura nel- 
r Archiginnasio Romano e vescovo di Pesaro. Nicolò 
di S. Giovanni dì Palermo, scalzo, morto in patria nel 
1692, filosofo e oratore, che lasciò dei panegirici sacri. 
Pino Mauro da 5. Francesco, milanese, scalzo, alle 
cui prediche volle intervenire Leopoldo I imperatore 
de* Romani, che stampò: Orazioni panegiriche dedi- 
cate a Leopoldo I augustissimo imperatore de'Romani 
(Roma 1695). Eustachio da S. Eubaldo, che predicò 
molto in Lombardia e morì nel 1700; stampò i suoi 
discorsi a Roma nel 1665 (i). 

Noto tra i Francescani : Marco d Aviano, al quale franceiciM 
dimostrava amplissima stima il vescovo di Feltre 
Mons. Antonio dei Conti di Polcenigo e Panna, 
come si ricava dalle sue lettere. Nel 1685 predicava 
ad Oderzo nel Veneto, ove si dice che da varie parti 
convenivano un sessanta mila persone ad ascoltarlo. 
Sembra che tanta rinomanza dipendesse in gran 
parte dalla sua santità. Fra Giacinto da Casale, ope- 
rosissimo, e che s' ebbe le lodi di Alessandro Tas- 
soni, che di lui scrive ne' suoi Pensieri diversi: « E 
chi ha avuto cognizione di fra Giacinto da Casale, 



(I) Ex Ossinger. 

Storia della Predicazione ecc. 



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306 CAPO OTTAVO 

pur cappuccino, saprà anche i mirabili effetti parto- 
riti dalla facondia sua, non solamente nel commuo- 
vere il popolo di Milano, di Brescia, di Piacenza, di 
Cesena e d'altre città, ma nel captivare gli animi di 
principi e di grandi, che non sapeano negargli cosa 
che la sua lingua chiedesse ». Il p. Mattia Piemontese^ 
nato nella diocesi di Mondovì, nel 1600 fu predica- 
tore assai popolare in quella regione; scrisse anche 
in latino una storia delle Missioni in generale, e in 
particolare di quelle del suo Ordine nelle valli al- 
pine, pubblicata a Torino nel 1659. 

Ai Chierici Regolari appartenne Francesco Maria 
Maggio, che predicò in Napoli i Sermoni sopra la 
vita e la morte di S. Gaetano, pubblicati nella me- 
desima città r anno 1672. 

APPENDICE II* AL CAPO Vili. 



Oratori 
francesi 



Mette conto davvero, ragionando della seconda 
metà del secolo XVII, occuparsi della Francia che 
giunse in questo periodo al colmo della sua gloria. 
A mano a mano infatti che il secolo avanzava, gli 
Grandi oratori mostravano di battere una via più ampia e 
m'^Franda sicura; quel movimento che in Italia vedemmo metter 
capo al Segneri e al Casini, in Francia toccava il 
sommo della parabola con Borsuet e Bourdaloue. 
Con questa differenza però che in Francia il movi- 
mento fu più pieno e più luminoso; e chi volesse 
accattar vanto alle nostre lettere sopra le francesi, 
credo che per amor del vero debba cercarlo in altri 
generi di letteratura, ma non nell'eloquenza oratoria- 
E le ragioni potissime mi sembrano due, cioè che gli 
oratori francesi, che avevano un nemico vero e vici- 
no da combattere e sentivano di essere in certo modo 
le sentinelle avanzate del Concilio dì Trento, non 



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CAPO OTTAVO 307 

avevano tempo di far delle finte manovre, perden- 
dosi nelle vanità rettoriche. In secondo luogo essi ave- 
vano formato un gran centro di resistenza a Parig , 
ove conveniva il fiore non che di Francia ma di tutta 
r Europa Occidentale, e d' onde quindi la voce dei 
sommi oratori spargeasi tra le nazioni vicine, specie in 
Inghilterra e Germania; i quali naturalmente ne ap- 
prendevano l'importanza e vieppiù s' infiammavano a 
farla vibrar vigorosa; e la natura non lascia deviar chi 
tratta le cose proprio sul serio, vale a dire con tutta 
la veracità del sentimento ch'é mosso dalla realtà dei 
bisogni. 

Il movimento in meglio producevasi a poco a 
poco, come ordinariamente suole avvenire; e già se 
ne trovano i segni in Claudio di Lingendes, supe- 
riore della Casa professa dei Gesuiti a Parigi; pec- 
cato che, secondo 1' uso antico, egli scrivesse, piut- 
tosto che sermoni, dei trattati in latino, che presen- 
tano tutto il peso della cattedra e della scuola. Del 
resto i suoi discorsi si trovano succosi e ben con- 
dotti; Bourdaloue li fece oggetto di studio partico- 
lare. Eccoli: Conciones decem de Ss. Eucharistiae Sa- 
cramento ( Parisiis i66'}^)y Conciones in quadrage^ 
sima (Maguntiae 1664), Sermons sur les evangiles 
(Paris 1666J. Altri importanti oratori furono: Il 
Card. Armando Gio. Richelieu ( 1585 -1642): il celebre 
uomo di stato che esordì la sua carriera di sacerdote 
predicando, anche in corte, e cor^ abilità d* ingegno 
superiore; oltre a parecchi discorsi lasciò anche una 
specie di catechismo intitolato: l'Istruzione del cri- 
stiano. 5. Vincenzo de Paoli ^576 - 1660), sotto il cui 
nome vanno due volumi di sermoni, che veramente 
non furono scritti dalla sua mano, ma da quella 
de' suoi uditori. Evidentemente egli giovò all' arte, 
perchè la veracità e santità del suo zelo gì' insegnò 
il modo di gettar via gli artifizi e il rettoricume dei 



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30S CAPO OTTAVO 

contemporanei. E egli sforzi di S. Vincenzo coope* 
ravano i preti dell' Oratorio, tra i quali Già* Lejeune, 
nato a Dòte e prete dell'Oratorio, che impiegò la 
ina^^sima parte della sua vi la nelle missioni per le 
città e per le campagne, e che sapea mostrarsi, quanto 
preciso e succoso nella dottrina, altrettanto piano e 
popolare: era detto il missionario cieco, perché du- 
rante un suo discorso a Rouen improvvisamente ac* 
cEizò, senza smettere né quella volta né poi la sua 
predicazione; mori nel 1672 a ottanta anni. Fran- 
cesco Bourgain^ [ 1 585 - 1641 }, che s' ebbe un' orazione 
funebre e molte lodi da Bossuet, e fu terzo generale 
deir Oratorio., a cui successe nel medesimo utricìo il 
p. Gio- Francesco Senati ìi, che al culto della forma 
aggiunse sodezza di dottrina, e pubblicò panegirici e 
orazioni funebri ; vanno più celebri le orazioni per Lui' 
gì XII t e Maria dt Medici; morì nel 1672. Antonio 
Godeau, socio ddf Accademia Francese, che fu fatto 
vescovo di Grasse dal Richelieu, e det!ò con eleganza 
e dolcezza le sue omelie sopra i vangeli e sopra h 
vocazione allo slato ecclesiastico e sugli ordini sacri; 
le Omelie furono pubblicare nel 16S2. Il vescovo mori 
dieci anni prima. Claudio Joìyi ióeo- 167S), curato Jj 
Parigi, che acquistò da prima grande riputazione per 1 
i suoi discorsetti sul vangelo (prónes); fu vescovoj 
d' Agen: non Ijscìò che schemi in latino; dicono che 
la sua ispirazione avesse molto del patetico. Francese» 
Faure^ vescovo d' Amiens, che predicò più volte alla 
corte ed ebbe gran fama; però manca molto dì ele- 
vatezza e di colorito; il 12 febbraio i566 fece a S. Deni^ 
r orazione lunebre per Anna d' Austria. Card. Gio* 
Francesco De Ret^ (1613- 1679), '^omo strano e am 
bizioso, più noto come letterato, e che predicò av- 
venti e quaresime a Parigi, ma senza rispondere nel/a; 
sacra eloquenza ai progressi che altri facevano. GìuIÌìì 
Mascaron [ 1634- 1703), che percorse molte città àék 



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I 



sommi 



CAPO OTTAVO 309 

Francia e ultimamente predicò a Parigi alla corte 
e ottenne gran fama; fu accusato a Luigi XIV per la 
sua franchezza; ma si sa che quel re ne lo difese 
rispondendo: « il predicatore ha fatto il suo dovere, 
s' appartiene a noi di fare il nostro » ; fu nominato 
vescovo di Toul; l'orazione funebre del generale 
Turenne si riguarda come il suo capolavoro. 

Qui bisogna però essere giusti coi due sommi, ed j 
occuparcene più a lungo. 11 primo posto, non solo in oratori 
questo periodo ma in tutta la oratoria francese, e 
potrebbesi dire anche europea, va dato per comune 
consenso a Giacomo Benigno Bossuet (1627-1704) 
che fu detto l'aquila di Meaux. Nacque a Digione, e 
lo studio neir età giovanile fu pari all' ingegno, tanto 
che dal suo nome si trasse Y anagramma: bos suetus 
{aratro). Cominciò la sua carriera a Metz, ma ben 
presto fu chiamato a Parigi, ove predicò sui pulpiti 
più illustri, e dal 1659 ^^ ^^ ^^'^ corte. Nel 1682 fu 
fatto vescovo di Meaux, ove con sermoni e con mis- 
sioni continuò ad esercitare il suo zelo. Non ostante 
le molte lodi concesse, non fu appieno compreso nel 
suo secolo, e perciò la sua nominanza crebbe non 
poco nel secolo posteriore. Nella sua eloquenza regna 
una grande armonia tra l' intelligenza e la fantasia, 
cioè tra la forza dei concetti e la forza del colorito. 
Figlio dell' arte di S. Vincenzo de' Paqli, si spogliò 
delle vanità e delle caricature alla moda; ammiratore 
della eloquenza dei primi tempi cristiani, seppe ispi- 
rarsi alla nota dei Ss. Padri, e predilesse soprattutto 
il nerbo di S. Agostino, la magnificenza di S- Gio 
Crisostomo, la profondità di Tertulliano e la erudi- 
zione di Origene. Parte da una soda dottrina che gli 
permette di slanciarsi ben allo sulle ali di un'ima- 
ginazione che rapisce e incanta. Il che non gl'impe- 
. disce di appressarsi a quando a quando quasi dome- 
sticamente a' suoi uditori per toccarne gì' intimi af- 



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310 CAPO OTTAVO 

ferri ; 1' aposrrofe, l' epifonema, il dialogismo gli ven- 
gono incontro spontanei, come la cosa più naturale 
del mondo. « Mille volte (dice di lui TAudisio/siè 
domandato perchè sì alta sia stata la sua eloquenza. 
Io risponderò con brevità e fidanza: perchè alta, cioè 
in Dio, ne collocò la sorgente. Non la vedete? Ella 
è un torrente che sgorga con divina forza dal seno 
dell'Eterno; foratore par non faccia altro che rice- 
vere e spargere sopra i mortali quell' abbondanza di- 
vina. J' E in effetto la sua parola viene ordinaria- 
mente ispirata da un sentimento elevato e vivace e 
si riveste dì magnificenza e splendore; che se talvolta 
sembra discendere al comune livello, si può rispondere 
col citato scrittore: « che il sublime dello stile sup- 
pone per necessità delle ineguaglianze, in quella ma- 
niera che i monti non saprebbero elevarsi senza le 
valli » [[}. Ed è proprio cosi; egli sa innalzarsi e ab- 
bassarsi con tale naturalezza che vi si sente una po- 
tenza che Trionfa senza lo sforzo, ciò che serve a 
generare infinito diletto; tanto piià che possiede sopra 
ì ?uoi rivali l'arte del ben dire e la lingua, cosicché 
meritamente va contato tra i pili perfetti scrittori. 
Le opere del sommo oratore, dopo esser passate per 
le mani di due suoi nipoti, si poterono raccogliere 
non senza minute ricerche e cure pazienti; si ridu- 
cono a 147 sermoni, tre discorsi per vestizioni in 
monastero, 23 panegirici e io orazioni funebri, la- 
sciando stare ciò che scrisse di storia, di filosofìa, 
d' ascetica. Del resto il Bossuet predicò molto più di 
quello che scrisse di genere oratorio, specie nella sua 
gioventù, e poi quand'era a Parigi; e i suoi discorsi, 
eh' egli sapeva mirabilmente accomodare ai varii udi- 
loTÌì che sì vedeva dinanzi, si svolgeano per lo più 



U} Sacra Eloquenza Voi. II. lez. V. 



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CAPO OTTAVO 311 

sopra brevi tracce eh* ei solea farsi in lingua materna 
o in latino, evitando in questo il pericolo di ripetersi 
dinanzi alle numerose adunanze che attirava intorno 
a se. Ne' suoi trionfi non s'inalberò: a chi parlava di 
gloria al vecchio cadente rispose; « cessate questi 
discorsi, domandate a Dio per me perdono de' miei 
peccati. » 

L'anno 1670, cioè l'anno dopo che il Bossuet e 
aveva predicato in corte l'ultimo avvento, gli succe- ^**"''^**^"* 
deva il p. Luigi Bourdaloue ( 1632- 1704), che allora 
pareva oscurarne la fama. Come il primo fu detto il 
predicatore della imaginazione, perchè spiccava in lui 
lo splendore della forma, questi fu definito il predi- 
catore della ragione, perchè i suoi discorsi sono prin- 
cipalmente nerbo di argomentazioni e si spiegano 
con la poderosità d' un trattato. Nato a Bourges, gio- 
vane ancora, s'ascrisse alla Compagnia di Gesù, ove 
da prima passò 18 anni negli studi e nell' insegna- 
mento delle lettere umane, della filosofia e della teo- 
logia, esercitandosi però talvolta anche nella predica- 
zione, e con tanto plauso che i suoi superiori pen- 
sarono di liberarlo da ogni altro ufficio, perchè a 
tutt'uomo impiegasse l'ingegno nel ministero della 
parola. Predicò ad Eu, e in altre città, né molto si 
tardò ad invitarlo a Parigi, ove conveniva il fiore 
degl' ingegni e della coltura francese, e ove ei predicò 
per lo spazio di 34 anni. Rammento un discorso del 
card. Parocchi, tenuto ai predicatori di Roma l'anno 
1895, in cui l'insigne Porporato proponeva, come 
modello che serve a nobilitare l'eloquenza sacra, la 
potenza delle ragioni teologiche del Bourdaloue e la 
maestria dello scrivere e il buon dettato del Segneri ; 
e dicea bene; perchè senza dubbio questo oratore ci 
presenta un apparato così ricco di dottrina e cosi 
magistralmente ordinato che non so che cosa si possa 
inventare di meglio per convincere, conquidere, con- 



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312 CAPO OTTAVO 

durre a retti e santi costumi chi non abbia smarrito 
ogni fede. Appena Luigi XIV V intese se ne invaghì, 
(e Foratore non accarezzava gli orecchi ad alcuno) 
e lo volle in corte per ben cinque avventi e cinque 
quaresime, cosa affatto insolita, onde se da prima lo 
chiamavano il predicatore dei re, poi lo chiamarono 
anche il re dei predicatori. Il principe di Condè al 
suo presentarsi sul pulpito solea dire: silenzio, il ne- 
mico é qui; egli che, avvezzo ad ordinar le battaglie, 
sapeva apprezzare le ordinate argomentazioni che, 
quasi schiere disciplinate nelle loro evoluzioni, ren- 
deano trionfante un discorso. Infatti il Bourdaloue 
sapeva disporle quasi capitano che con definite e 
giuste mosse circuisce e debella il nemico; onde il 
Villemain lo definì l'atleta della ragione. E di una 
ragione, possiamo aggiungere, non abbandonata a se 
stessa e infetta di razionalismo, come troppo appare 
nei tempi posteriori del filosofismo, ma di una ragione 
basata sopra una sana teologia. Le Sacre Scritture 
sono il r,uo fondamento, tra le quali mostra di pre- 
diligere Isaia e S. Paolo, come tra i Santi Padri suol 
preferire Tertulliano, Agostino, il Crisostomo. Per 
tutti questi motivi la fama del sommo oratore giunse 
a tal punto che non si sapeva imaginare alcunché 
di più grande nel suo campo. Chi tentò crollarne al- 
quanto il merito fu Fénélon, che l' aveva udito, e 
non che il gesto e il modo della declamazione, ardì 
e non senza scandalo di censurarne 1' arte. Quando 
però diceva di non trovarvi nulla di familiare, d'in- 
sinuante, di popolare, nulla di vivo, di figurato, di 
sublime veniva a mettere la mano sopra un difetto 
eh' egli nel calore della critica avea troppo ricresciuto, 
ma che però realmente in qualche grado esisteva. È 
vero, non è difficile trovare anche in Bourdaloue 
qualche tratto che commuova, che innalza con la 
forza del suo sentimento che nasce sincero e spazia 




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Altn 



CAPO OTTAVO 313 

ad agio trar le ampie vedute che ci presenta con !e 
sue riflessioni, ma bisogna pur convenire che si de- 
sidererebbero più frequenti e talvolta più mossi; dì 
guisa che abitualmente egli e il gran maestro che 
rsgior^a e insegna, facendo alcun poco sentire il peso 
della cattedra e impacciando alquanto lo slancio di 
un'anima che vorrebbe versare la piena de' suoi af- 
fetti dinanzi alfa contemplazione del vero. Cosicché 
il Bossuet otterrebbe la palma per un migliore ac- 
cordo delle fucolrà oratorie. 

Registriamo ancora secondo il nostro rrsetodo al- 
cuni altri di questa seconda metà di secolo che vanno di'iniflor 
collocad per così esprimermi in un più basso ordine ^* ^'^^ 
di eccellenza. Troviamo tra i Gc?>u\l\: Ceìlot Luigi óì 
Parigi morto nel i6^è e che stampò in Ialino Pane* 
gXrici et orationes (Parisiis i^jrj^ Omiet Lorenzo ***'^* 
di Besan^one, morto ad Anversa nel 1658, che lasciò: 
^Mtechisme en 16 ie^ons^ e molte opere ascetiche; è 
notabile per [a dolcezza, quantunque a derta del 
Maury non molto si elevi. Parys Giovanni d'An- 
versa, morto in patria nel 1670, che pubblicò; Mar- 
garita evangelica, sive D. N. J. C. vrVa, docirina eie. 
^'am concionatoribus accomodata. Castillon André dì 
Caen, mono a Parigi nel 1671, che ebbe assdi ripu- 
tazione e scrisse: Sernmns pour tous ks dimane hes 
de i Avent, préchés devant ses Majestés (Paris i(ì']2} 
e Panegiriques des SainCs fi6y6J. Bienvilie Olivieri 
di Parigi, morto nel i^jSo, che pubblicò il Paradiso 
terrestre o Esercizi spirituali (Reims 1670). De la 
Co/o?7^è/ère C/awifib, direttore spiri ruale dì B. Mar 
ftherita Alacoque, morto nel 1G82, che scrisse: Ser- 
mùns préchés devant san Altesse Rojraie fLyon 1684}^ 
armoni che furono ripubblicati in lingua più cor- 
^^\'^^^ Adamo Giovanni dì Limo^es ( i6dB ì(~ì^^4\ morrò 
a Bordeaux, che scrisse assai contro i Giansenisti e 
i Calvinisti; di lui come oratore si pubblicarono: 



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3*4 CAPO OTTAVO 

Octave de controverse sur le tres S. Sacrement de 
t autel f Bordeaux i6ys) ® Sermons pour un Avent. 
Bertal Stefano di Lione, morto in patria nel 1687. 
Texier Claudio^ rettore di più collegi di Gesuiti, che 
va segnalato per egregie doti. Pubblicò: L' impie 
maiheureux, ou ies trois maledictions du pecheur, pré 
chés pendant t Avent; e inoltre: Sermons du ca- 
resme, Octave du S. Sacrement, Mystères, fétes de 
la Vierge; opere tutte edite a Parigi pochi anni 
prima della sua morte, avvenuta a Bordeaux nel 1687. 
Hagard Cornelio, celebre controversista di Aude- 
narde, morto nel 1688, che passò 20 anni ad An- 
versa e scrisse in lingua paesana e francese molte 
opere ascetiche; tra l'altro in latino: Discursus mo- 
rales in selectiora loca Genesis, etc. fAutuerpiae 1688)- 
Giroust Giacomo di Beaufort, che predicò sui pulpiti 
più illustri e morì a Parigi nel 1689, lasciando cinque 
volumi di sermoni. Cheminais de Montaigu, morto 
il 1689, che scrisse: Sermons f Paris 1 6 pò J e Remar 
ques sur t eloquence. Crassei Giovanni di Dieppe, 
morto nel 1692, che predicò assai, lasciando pregevoli 
opere ascetiche. Wespin Tomaso di Namur che pre- 
dicò con plauso nel Belgio e morì nel 1693; stampò: 
Morale evangelique pour tous Ies dimanches de l'année 
(Liegi 1680J. Orleans Pietro Giuseppe di Bourges, 
morto a Parigi nel 1698, che fu scrittore di buon 
nome e pubblicò: Sermons et instructións sur diverses 
matières, 
^menicani Tra i Domenicani: Le Paige Tomaso della Lo- 
teringia, che ottenne buon nome per T abilità di tes- 
sere orazioni funebri e ne lasciò alcune; morì nel 
1658. Vivin Basilio di Vannés che predicò molto, 
specie a Tolosa e Parigi. Casalas Giovanni di Muret, 
morto nel 1665, che ebbe assai rinomanza, ma non 
pubblicò che 1' Oraison funebre de Louis XIIL Frè- 
dérix Giacinto del Brabante che lasciò sei quaresi- 



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mé^d.- 



CAPO OTTAVO 3^S 

mali; morì nel 1670 Doufrène Marco, morto nel 
i686, che pubblicò dei panegirici. Serrani Giacinto^ 
romano, visse molto in Francia, predicò alla presenza 
di Anna e Maria Teresa austriache, e tra X altro 
lasciò : Discours publics prononcés en differentes ùc 
^asions. Dassìer La^i^aro di Parigi, ove molto pre 
dico, pubblicando poi due avventi, un quaresimale, 
varii discorsi e tre volumi di panegirici; morì nel 
1692. Ducos Gto, Carlo d* Aquitania catechizzò asciai 
il popolo nei villaggi e nelle borgate e morì nel 1692, 
lasciando: Le pasteur apostolique ense furiant aux fi- 
dèles par des instructions familières dressees en fanne 
de catechisme (Tolosa 1687)- Bouquin Carlo di Ta 
rascona presso il Rodano, scrisse, più da teologo che 
da oratore: Sermone^ apologetici quibus sanctae ca 
tholicae et romanae Ecclesiae fides cantra novatores 
defenditur ac propugnatur etc. (Lugduni iGSffJ. 
Inoltre: Annus apostolicus sive Sermones prò Adv. mss. 

Tra gii Agostiniani: Cortade Germano, const.le- agostinUni 
rato tra i più rinomati del tempo, che pubblicò: 
Marial ou panegiriques de toutes les festes de la 
S. Vierge avec les sermons de quatres confrairies etc. 
(Toulouse i6j6) e Panegiriques des Samts cholsis 
de tous les Ordres et Etats de t Eglise (Paris 16 6^^). 
Van Hoorn Carlo di Gand, che dicono fosse di rara 
elcxjuenza e pubblicò: Cornucopia concionum sacra 
rum super cunctas ferias et dominicas quadragesimae 
(Coloniae jGjo e i6j6), Tractatus Marianus de 
kudibus et praerogativis B, M. Virg. (Gand 1660). 
Stassart Nicolò, belga, detto facondissimo, lasciò 
75 discorsi in frnncese sul libro di Judith, e alcuni 
volumi di altri discorsi. 

Vilìamaert Giacomo di Bruges, priore e provin- 
ciale nella città nativa, assai gradito come oratore, 
che stampò: Lezioni evangeliche sulle domeniche e 
ferie di quaresima^ con meditazioni sulla Passione 
*del Signore e sermoni sulla Pasqua ( Autuerpiae 1685). 



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^\6 CAPO OTTAVO 

Un pio e celebre cappuccino che venne a morire 
ik*iiceicaDiin questa seconda metà di secolo fu Ivone di Parigi. 
Aveva esercitato la professione di avvocato nel par- 
lamento della città nativa, e fattosi religioso attese 
per gran tempo alla predicazione con uno zelo instan- 
cabile e con grandi conversioni di peccatori; morì di 
85 anni nel 1678, e lasciò molte operette ascetiche, 
come: Pratiche di pietà e amori divini; Massime 
moriili e cristiane; L'Agente di Dio nel mondo; Le 
false opinioni e le vane scuse del peccatore; Il ma- 
gistrato integro; Il penitente cristiano; Il principe e 
gentiluomo cristiano, e parecchie altre cose. 

APPENDICE II1« AL CAPO Vili. 

Aicum ora- ^^^^ tra gli Spagnuoli i Gesuiti: Naxera Em- 
yoT\ à\ a\\Tc manucle di Toledo, nato nel 1623 e che predicò con 
gran lama un trent' anni, lasciando, oltre ad opere 
teologiche, Sermones varios, panegiricos, discursus 
, moraies para las dominicas de Ad^iento, de qua- 
pignuoL j^^^j^^. qy^sta quaresima fu tradotta anche in lingua 
italiana (Venezia 1633). A guillar Stefano ( 1606-1668) 
nato a Guadalascara (Messico) che pubblicò in lingua 
spaf^nuola: Elogi e altri discorsi. Mendo Andrea di 
Longrono, predicatore alla corte di Madrid, ed ivi 
morto nei 1684, che lasciò: Quaresma, Sermones va- 
rioSy Asswnplos predicabiies- Arauda Filippo d'Ara- 
gona (1642 1Ò93) che predicò molto a Saragozza e 
lasciò una quaresima di 26 sermoni. Inoltre i Dome- 
nicani: De Sala^ar Cavallero^ morto nel 1633, ^^^ 
pubblicò modelli di orazioni funebri; Herrera Fer- 
dinando che pubblicò due volumi di sermoni. Sai 
cedo Antonio che stampò: Sermones de Santos e 
mori nel i'j/o; Antonio de Lorea che fu assai lodato 
per facondia e facilità e stampò un volume di ser- 



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1^ 



CAPO OTTAVO 3Ìy^ 

moni, morì nel 1688; Francesco de Sobrecasas dì 
Barcellona, che predicò in corte di Carlo II e quindi 
fu vescovo in Sardegna e morì nel 1694; pubblicò: 
Sermones celebres jr varias {Madrid !(%). L'ago- 
stiniano Pietro da S Giuseppe, scalzo, detto ti pit- 
tore, perché abile in quell'arte, morto nel [652, che 
predicò molto e lasciò molti discorsi in lingua spa- 
gnuola per le domeniche e ferie quarte e seste dì 
quaresima (Madrid 1649) e sulle feste di Maria Ver- 
gine (Madrid 1652). 

Noto prima tra i Portoghesi l'oratore che st con- po^fogi^e^t 
sidera tra i più grandi di quella nazione e di cui 
l'anno scorso 1897 ^^ celebrava con feste il secondo 
centenario dalla sua morte; vo' dire il p. Antonio 
Vieira dì Lisbona ( 1608- 1697). Nei 1623 entrava nella 
Compagnia di Gesù; caro a Giovanni IV fu predi- 
catore della regia cappella e gli rese importanti ser- 
vizi, segnalandosi nella politica non meno che, nella 
oratoria. Classico prosatore, si mostra anche profondo 
conoscitore def cuore umano. I Geisuiti Cardeyra 
Luigi, morto nel 1684, che pubblicò dei sermoni e 
Reys Emmanuele, che fu celebre predicatore a Li- 
sbona e stampò molti sermoni; morì nel 1699. Gli 
Agostiniani Almeida Cristoforo, che morì nel 1679 e 
fu vescovo ausiliare del patriarca di Lisbona, emi- 
nente predicatore, lasciando quattro volumi di di- 
scorsi. Da Grafia Simone, priore a Goa, morto nel 
1682, che lasciò tredici panegirici su va Hi santi. 

Noto fra i Tedeschi: I Gesuiti Faber Mjtiia, ba- Tedeschi 
Varese, morto a Tyrnau nel 1653; andava tra i più 
rinomati del suo tempo; pubblicò: Concionum opus 
tripartitum (Ingolstadt 1647). Mentpits Giorgio dì 
Magonza, morto nel 1672, che stampò a Fulda, due 
anni prima, il suo Concionator extemporalis. Kiselius 
Filippo di Fulda (1610-1674) che predicò con j^ran 
fama a Magonza, Spira, VUrtzburg, e pubblicò: Nili 



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3^8 CAPO OTTAVO 

my siici ex paradiso voluptatis, sive verbi divini septem- 
piici alveo dcfluentes, et totidem effusionibus pretto- 
sissimì san^uinis D. N. J. C. Alveus /«* sive primus 
annus amcionum in dom. e//(?^/a (Bambergae 1666). 
Alveus 11^^ etc. usque ad VII^^, Radau Michele di 
Braunsberg, che predicò con gran successo a K5ni- 
sberg (1675) e scrisse Y Orator extemporaneus. Dir 
rheimer Ulrico, che predicò ad Ausbourg dal 1678 
al i&?4 e pubblicò molti sermoni in latino. Hartung 
Filippo, boemo (1629-1682}, che fu indefesso predica- 
tore in Moravia e Slesia e pubblicò Conciones terge- 
minae rusticae, civicae, aulicae totius anni (Norim- 
bergae ijifì: Philippicae seu invectivae LX in no 
torios peccatores prò singulis totius anni dominicis 
{Augustae 16 gs); Problemata evangelica sive quae 
stiones curiosae in singula evangelia {Augustae 1 6gs)' 
Hayes Giacomo del ducato di Limburg, che predicò 
con gran frutto le missioni in Boemia, Amburgo, 
Alton a verso la fine del secolo. La Guida fedele che 
conduce i deviati pel più breve cammino alla Chiesa 
di Gesù Cristo fu da lui scritta in francese e sì stampò 
anche tradotta in italiano (Firenze 1686). L'Autore 
ridusse anche in domande e risposte il Catechismo 
del ven. Canisio. Noto inoltre i Domenicani Gessner 
Giovanni che stampò a Francoforte nel 1667: Rosa 
Jeric/ìOi seu conceptus predicabiles de Rosario. Raf- 
faello de Lamenet^, boemo, che pubblicò: Paradisus 
conciofiaturum, tetralogiae misticae, sive quatuor ser- 
mones predicabiles, interdum vero plures, ex utroque 
Testamento sacrae scripturae etc. in ordinem redacti 
et divisi in quatuor tomos ( Achaffemburgi 1667); 
Eustachio de RosanOj che dimorò per lo più a Co- 
lonia e pubblicò; Centuria concionatoria in dom. et 
festa iCoìonlae)', mori nel 1678. L'Agostiniano ^norr 
Egidio^ morto a Vienna nel 1701 di 71 anno, che 
lasciò due volumi di sermoni sulle domeniche e un 
mss, di panegirici. 



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r'^T' 



CAPO OTTAVO 3[g 

Trovo celebre ira gl'Inglesi Gio, Goter, nato nella 
Contea di Southampton e eduaito da prima nella 
religione anglicana ma poi convertito al cattolicismo. 
Fatiosi prete diventò un Fervido missionario e motto 
predicò nelle cappelle aperte a Londra sotto il go 
verno di Giacomo II (1685-1689) rimettendo il seme 
di quella vita che dovea rifiorire più tardi. Si kce 
molto onore nelle conferenze pubbliche sostenute 
contro i più celebri dottori anglicani. Prendeva parte 
alla sua azione il gesuita PuHon e Godeau e Serjeant 

Il Goter, oltre a moke opere ascetiche, scrisse pa- 
recchie controversie, tra le quali si notario: Ragione 
ed autorità, La Transustanziazione difesa.^ Il papista 
mal rappresentato. La Guida del cristiano nella scelta 
di una religione. Mori nel [704, mentre si recava a 
Lisbona (r). 



{[^ £« Diz^ Richard € Gìraud. 



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320 



CAPO IX. 



Dal fpfhicipia del secoìo XV HI fino alla rivoi oziane francese — Ci- 
ran«re di qui^^ts periodo — Il p. Giucco e oratori che tramea» 
zaiio tvA 11 gusle delk ampollosità e òéWa. artifii^iBta ]|n ar« — 
Oratori più poEiti ma ttoa ssntì affetiazìocK? e Siverlo Vant' 
lesti e Settustiano Paoli — Il celebre Girolamo Tornlelli — Pre- 
drcalori più gravi fi pii e S, Leonardo da Porto Maurizio — 
Aarori di lezioni morali, di spifigazlone di Vangalo e di lettere 
pastorali — Appendice 1, II, IH. 



Il secolo, in questa istoria ora percorso, ci mise iti- 
gli questo nanzi un fatto che pare indecifrabile, cioè una strana 
periodo mania di grandezza che gonfiando sé medesima di- 
venta per tante guise ridicola, ma che pur ci con- 
duce ad avere la migliore riforma che vanti la nostra 
letteratura oratoria. Però non si creda che tra queste 
due fasi storiche non esista un nesso che possa for- 
nirci la spiegazione del fortunato passaggio. Quella 
tendenza al grandeggiare che signoreggiata dal ca- 
priccio dava in eccessi-, contenuta dentro i giusti con- 
fini dalla realta delle cose poteva riflettere mera vi- 
gliosamente la grandiosità del concetto cristiano e de! 
sentimento religioso, e quindi sollevare la parola ora- 
toria alla sublimità che le aspetta, e circondarla dì 
un'incantevole aureola; perciò si attagliava più che 
mai alfeloquenj^a del pulpito, che viene a spiegare 
per quanto è possibile le attinenze tra il finito e Tin- 
finito e tende di sua natura al sublime* Ma pur 
troppo la piena armonia che pareva prossima ad ot- 
tenersi durò poco e si ruppe per le a nove tendenze e 



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CAPO NONO 321 

i nuovi gusti che s' introducevano, e per circostanze 
che certo non si potevano dire le più favorevoli ; onde 
acquista una certa pòsa, che, se si vuole, ha del sem- 
plice e del pastorale, ma con affettazione e con una 
specie di fiacco abbandono. La nota arcadica facile e 
soave ma troppo ricercata e senza nerbo, tende a 
sostituire gli sforzi ampollosi della pi ima metà del 
secolo precedente; e quando vuole rinvigorirsi o 
troppo si accosta al filosofismo di moda, o troppo 
segue e pedantescamente le orme tracciate dagli ora- 
tori francesi perdendo il suo tipo sincero. Spieghiamo 
a parte a parte il nostro giudizio. 

Giova avvertir da prima che l'uditorio tra noi non 

1 ^- . . V L' uditorio 

solo non mancava, ma contmuava numeroso; m ciò « numerosa 
gì' Italiani seguivano ancora le tradizioni dei niag-g^JJ* 2°°^. 
glori: certo, tirati i conti, noi non avevamo argo- giosamente 
mento di lagnarcene quanto se ne lagnavano i Fran- sposfò 
cesi. Ma pur troppo in molti era un vezzo, un uso 
r andare a predica, più che un atto di sentita pietà; e 
le pratiche religiose avevano qualche cosa di ufficiale 
nelle nostre abitudini. Nelle città principali, specie 
nella quaresima, il popolo si affollava intorno al pul- 
pito de' più celebri oratori, e vi prendea gusto e solea 
non di raro concedere sensibilmente la sua approva- 
zione, non solo con lo stropiccio de' piedi o con altri 
non meno ignobili segni, ma talvolta anche con ap- 
plausi romorosi e battendo le mani. Leggo appunto 
in un opuscolo anonimo, stampato a Venezia verso 
la metà di quel secolo, (opuscolo in cui si difende 
come un progresso l'arte contemporanea del predi- 
care) che proprio per i fatti progressi la gente non 
solo si accalcava intorno agli oratori, ma « acclamava 
a battuta e ribattuta palma » (i). Ma siffatta fi-e- 



(I) I novelli predicatori d'oggidì, ossia i caratteri del predicar 
moderno. Venezia 1748. 

Storia della Predicazione ecc. ai 



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322 CAPO NONO 

quenza non era sempre un segno di buon desiderio 
di perfezione cristiana; spesso si andava per compia- 
cere agli altri, per passare il tempo, per trovar ma- 
teria di giudizi oziosi. Il cappuccino Antonio Dalla 
Borra così se ne lagna al principio del suo quaresi- 
male (men che mediocre, a dir vero) pubblicato dopo 
la morte dell'oratore dal confratello ed amico fr. To- 
maso da Cardeto; « Se Iddio mi avesse conceduto 
il dono di far miracoli, questa mattina appunto vorrei 
farne due: uno di rendermi da visibile invisibile, 
l'altro di poter replicar la mia presenza in tanti 
luoghi in quanti siete voi che mi avete ascoltato. 
Ma, padre, a che servirebbero questi miracoli? A che 
servirebbono? Oh se lo sapeste voi! Ma via, voglio 
dirvelo. Vorrei, terminata la predica, invece di andar 
a prender fiato alla stanza, andarmene invisibilmente 
appresso a ciascuno di voi, e siccome voi avete in- 
tesa la predica mia, cosi ancor io vorrei andar sen- 
tendo le prediche vostre. Oh che belle prediche sen- 
tirei! Chi direbbe: il primo argomento portato dal 
predicatore non batte al chiodo; chi direbbe: il se 
condo è un poco fiacco; chi direbbe: il periodare non 
è sonante; chi direbbe: le invettive sono troppo agre; 
uno andrebbe postillando le virgole, un altro censu- 
rando le parole, questo criticando la voce, quello vi- 
tuperando i gesti. » Al medesimo modo il p. Dolera, 
assai più valente del primo, deplora: « che altri vada 
in chiesa per contentare l' ingegno nel diletto di uno 
che parli di rose e di viole; altri per passar T ore più 
rincrescevoli, fin che giunga l'ora del pranzo » (i). 
E la ragione principalissima di questo stato degli 
animi si troverà in quel gelo d' incredulità e in quella 
conseguente indifferenza religiosa che spirava di Fran- 
cia sia con le dottrine giansenistiche che troppo al 



(i) Predica i di quaresima. 



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CAPO NONO 323 

tecchirono tra noi, sia col malefico influsso dell' En- 
ciclopedia; onde si raffreddavano in gran parie anche 
le aure più temperale e miti del cielo italiano; sì che 
la viva fede e lo zelo della propria spirituale salute 
restringevasi sempre più al popolo delle campagne. E 
ognuno può imaginar di leggeri quanto siffatte di 
sposizioni dell'uditorio nuocano all'animo dello stesso 
oratore. 

Di che usciva un altro guaio, cioè di lasciar molto si rompe 
da parte il dogma e le gravi argomentazioni fondate ""^^IJJ^^^^ 
sopra di esso, rompendo quell' intreccio armonico che tra il 
ha da essere tra le verità religiose e la morale che e ia°m"raie 
deve ad esse informarsi. Perché se è vero che il sacro 
oratore non deve far larghe esposizioni di dottrina e 
nnolto meno speculare con ragionamenti o troppo 
alti e sottili o scolasticamente formulati, imitando il 
teologo che fa la sua lezione in cattedra: è vero an- 
cora che l'analisi dei costumi e le norme pratiche 
che devono guidarli non si reggono bene né si svol- 
gono efficacemente quando non si vegga nettamente 
il nesso che hanno col dogma. Non é forse questo 
uno dei grandi motivi per cui l'eloquenza sacra de- 
generò e declinò tra i protestanti, i quali sentendosi 
a disagio nella dottrina, per le loro stesse divisioni, 
riparavano tra le norme di una morale comunemente 
accetta ? Morale senza dogma è colonna senza base, 
fabbrica senza fondamento. Ora un' equa proporzione 
sotto questo rispetto cominciò a mancare in Francia^ 
rendendosi più spiccato il disaccordo sotto l'azione 
del filosofismo e dell'Enciclopedia, d'onde di contrac- 
colpo estendevansi anche in Italia. Ne nacque per- 
tanto una preferenza per quei soggetti, che si poteano 
legare si all' idea religiosa, ma che arieggiassero temi 
filosofici e sociali, onde piuttosto che ragionar sulla 
necessità della fede gli oratori preferivano parlar del 
Caso, piuttosto che ragionar del difetto di carità verso 



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324 CAPO NONO 

il prossimo si restringeano a dir deìV Egoismo del- 
V Antipatia: e le prediche contro la sensualità si mu- 
tavano in quelle suW Amore platonico, o sul Cici- 
sbeismo; e non mancavano temi sulla Curiosità] sul 
Riso, sul Pianto, sulla santa Agricoltura; e chi più 
ne sa più ne metta. Era naturale che con ciò gli 
oratori si allontanassero, mentre andavano in cerca 
di una povera novità, da quello spirito della Chiesa 
che vuole che i doveri del popolo cristiano si deri- 
vino dai grandi concetti religiosi e dalle Sacre Scrit- 
ture; e inoltre che brigassero a sostituire alla man- 
canza di dottrina e sode argomentazioni il lusso delle 
imagini e delle descrizioni; le quali se non davano 
in istranezze e ampollosità come si usava nel secolo 
antecedente, si diffondevano in prolisse particolarità, 
con troppo studio leccate, sparse di fiori poco dice- 
voli al genere, perchè, per dirla col Gozzi « infiora- 
vano con lisciato parlare pensieri sottili e sofistiche 
prove » (i). 

E da siffatto vezzo, che ci veniva in gran parte 
fervile degH di Francia, ne seguiva anche un altro male, cioè uno 
fran«"i strisciar troppo servile sulle orme degli oratori di 
quella nazione. La grande rinomanza, ottenuta dai 
maggiori, e il bel posto d' onore che sapevano pur 
conservare alcuni dei contemporanei attrassero l'at- 
• tenzione degl' Italiani, i quali troppo si dimentica- 
vano che se si può fino ad un certo punto tener 
conto dei lavori letterari degli stranieri, non conviene 
mai imitarli troppo da vicino, con danno delle tra- 
dizioni nazionali e del proprio tipo. E niun dubbio 
che le cose stessero in questi termini, se fin dal prin- 
cipio del secolo G. Malaspina, in un opuscolo critico 
sulla predicazione contemporanea, divide senz'altro 
i predicatori di allora in due gran classi, cioè; « di 



(I) Gaspare Gozzi. Sermone a fra Filippo da Firenze. 



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CAPO NONO 325 

quelli che fanno da se e perfezionano le cose altrui, 
e di quelli che non fanno altro che tradur le pre- 
diche dall' idioma francese, non già perchè credano 
trovarsi solamente in tale idioma prediche lavorate 
con buon gusto, ma perchè vedono universalmeute 
acclamati i predicatori di tal nazione (i). E che il 
male continuasse anche più tardi, ne fa fede il No- 
ghera nel suo trattato sull'eloquenza sacra, nel quale 
si lagna che gl'Italiani pigliassero troppo stretta fa- 
nniliarità coi Francesi. D'onde avveniva non solo 
che si facessero molte traduzioni anche di autori nei 
quali non e' era un gran che da imparare, e che cor- 
ressero per le mani nostre dei repertorii nati fatti per 
guastar le forze originali dell'ingegno, ma che si 
sformasse il buon gusto dello stile, e che si conta- 
minasse la stessa lingua con frasi e parole di pater- 
nità illegittima e che a ogni pie' sospinto s'incon- 
trano negli scrittori men guardinghi del secolo pas- 
sato. 

Per tal modo imbellettavano il pensiero con eso- ai senti- 
tiche tinte, e correano dietro a leccumi, o frasi vivaci, sosmuisce 
a torniture, a puerilità disdicevoli. Cose che disdicea- la semi- 
no specialmente quando e' voleano rammorbidire gli ™^"^* '^ 
affetti fino a quella bassa sentimentalità che rispecchia 
la fiacchezza del tempo e che troppe volte risuona, 
specie nelle Maddalene e nelle Samaritane che con 
soverchio artifizio erano presentate agli uditori. Se 
n' accorse anche Gio. Batta Noghera, il quale se fino 
ad un certo punto se necompiacea, riconosceva però 
che si dava negli eccessi: « La rusticità del secolo 
passato non è ella scossa tutta quanta? non è suc- 



(i) Osi^ervazioni sopra l'eloquenza sacra del M G. Malaspina» 
sacerdote secolare, date in luce sotto gli auspizi dell' Em. signor 
Card. Annibale Albani, nipote del fu N. S. Papa Clemente XL 
Parma 1726. 



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--7.' 



326 CAPO NONO 

ceduta la naturale e primitiva sonorità e purezza 
della lingua italiana? Così imagino io che sia; ma 
sovvienmi di quel detto di Orazio: pastillos Rufjìllus 
olety Gor^onius hircum. Oh, mirate un poco se mai 
venisse in concio al secol nostro, o voi che così de- 
terminati siete a far onta al secolo trapassato, mirate, 
dico, che dove quello oliva di capro, questo per con- 
ciatura squisita non olezzi di drogheria » (i). 

E i difetti notati fin qui e che vanno uniti a qual- 
Quaiità che vantaggio gioverà che li riconosciamo negli stessi 

confermate .,.,...., .,, , ^ 

dalla critica elogi che alcuni critici davano ali eloquenza contem- 
*^°ranea° poranea che a loro pareva un progresso. Al qual fine 
possiamo servirci d' un opuscolo anonimo, / novelli 
predicatori d oggidì (2); in cui si esalta sopra l'an- 
tica la nuova maniera di predicare per la tendenza 
ad una certa novità più garbata. « L'amor di novità, 
che è nelle fogge del vestire o nella ricerca di ma- 
nicaretti o vivande non usate, agita anche le forme 
del dire. » Laonde si compiace che le cose si dicano 
con più di garbo, e la predica ad esempio della lus- 
suria, della lascivia, dell' incontinenza non si appelli 
più con questi nomi che suonano rozzi o sconci ; ma 
secondo il gusto ( e' dice genio) del tempo, se non 
più casto più cauto, le dette prediche si chiamino le 
conversazioni, il cicisbeismo, la vita molle, T amor 
platonico (3) ecc. In sostanza esso si appaga non di 
un disicorso nutrito di pensieri forti e nuovi, ma di 
politezza esteriore d' imagine. 

Al medesimo modo più innanzi (4) osserva « che 
k leggi della moderna, sacra ed evangelica predica- 



li) Del fa Moderna eloquenza sacra. Venezia 1753. Rag HI. 2. 3* 
(). I [lavelli predicatori d'oggidì, ossia i caratteri del predicar 
moderno. Venezia 1748. Frane. Storta. 
(3. i:. I 
.4) C, IV, 



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CAPO NONO '^Hf 

ZÌO ne sono un'innocenza senriplìcìssima di vergine 
toscanesimo, un' imnn acolata forbitezza dì polizia di 
termini, una schiettissima chiarezza e naturalezza di 
fantasmi, una bellezza di scelte e leggiad rissi me tra* 
sposizioni, una novità vezzosa e squisitissima di frasi, 
un astinente digiuno da ogni intemperanza di tradati 
arrischiali di soverchio e baldanzosi; e che per sif- 
fatte doti la sacra dicitura di oggidì ha fatto uQ 
adorno e spiritosissimo ingentilire, e nello stesso tempo 
un serio e castissimo purificarsi sopra la sconcia, la 
disadatta, l'adultera d'una volta, jj E nel commento 
sopra la propria idea lunghesso il capitolo 1* autore 
mostra di apprezzare assai 1' arieggiare i classici e fin 
il Trasportar la paroletta; cose tutte invero che cu- 
rarono troppo (però senza il vergine toscanesimo) e 
con danno dì una seria eloquenza i più degli ora- 
tori di questo tempo, cominciando dal p. Ciacco, che 
con la sua maniera ci lega benìssimo all'arte dì questo 
periodo, fino ai Pellegrini che, come vedrenno, anche 
in Ciò volle cercar una soverchia peregrinità. Il no- 
stro anonimo poi compie la hgura dell' oratore con- 
temporaneo, allorché, dopo aver detto « delle fantasie 
e delle preziosissime e non mai discare similitudini », 
e al e. VII « del santissimo giovare del pari che del 
delicatissimo dilettar che fanno »>, passa al e. Vili a 
parlar deir affettiva senza accorgersi che degenerava 
in molle sentimentalità, notando: « che oggidì dai 
sacri oratori si fa un capìtalissimo professare e versar 
sali" affettiva; e che se é cosi, forze dunque con- 
chiudere che T arte del sacro dire sia oggidì nella sua 
più luminosa esaltazione; conciossiaché eir è T affiet- 
ti va siccome il pregevolissimo dei modi, giacché dì 
tutti il più malagevole; così Tonni potentissimo al- 
tresì degli arcani, ed il gran me^zo insomma a ben 
colpir quello ch'esser dee alla fine in ogni apostolico 
ministero T intendimento principe, cioè guadagnar i 
cuori e trionfar delle ucnane volontà, » 



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328 CAPO NONO 

Tra le lodi però che, mutatisi i tempi e i giu- 
dizi, tornarono per molta parte in biasimo, ve ne sono 
che reggono alla prova e son giuste, come la fuga 
del tronfio e dello strano, miglior proporzione di 
parti, maggiore intendimento morale, abbandono di 
una soverchia erudizione profana, un commento 
meglio compartito de' passi scritturali, e più corretta 
politezza di frase. E parecchi che seppero nutrirsi di 
buona sostanza e maneggiavano con maggior pro- 
prietà la lingua, non solo ottennero un buon nome 
tra i contemporanei, ma possono anche ora utilmente 
studiarsi come buoni modelli; e il vantaggio parmi 
più visibile verso la fine del secolo quando si sentì 
il cozzo con le idee della gran rivoluzione. 
Bernardo ^ rifacendoci da capo, ci pare che segni il detto 
M. Ciacco passaggio, proprio allorché 1* Arcadia cominciava a 
di due far sentire il suo influsso letterario, Bernardo Maria 
scuole Q^acco (16721744) che aveva 22 anni quando mo- 
riva il Segneri e quando cominciava la sua car- 
riera di oratore, che lo rese tra molli insigne. Napo- 
letano, ornato da* più teneri anni di modi graziosi e 
vivaci, ma insieme contenuti e gravi, studiò sotto i 
padri della Compagnia di Gesù, e a quindici anni, 
mentre i suoi genitori pensavano di avviarlo alle 
leggi e al foro, vestì le lane del cappuccino; né val- 
sero a stornarlo i parenti e gli amici, che troppo te- 
meano che dovesse nuocere la rigorosa disciplina alla 
mal ferma salute. Nell'Ordine si forni di studi teo- 
logici e anche letterari con l'intendimento di accin- 
gersi alla predicazione, specie in quel tempo che tro- 
vavasi a Nocera; predicò la prima volta con molto 
plauso l'avvento a Piedimonte, cominciando subito 
r anno appresso la predicazione della quaresima. Ma 
troppo ne sofferse la sua debole costituzione fisica e 
cadde ammalato, rimanendo poi di una salute ordi- 
nariamente cagionevole, ragione per cui non potè 



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CAPO NONO 329 

essere mollo fecondo oratore. Come si riebbe al- 
quanto, attese all'insegnamento della filosofia e della 
teologia, molestato però da frequenti emorragie; onde 
solo di quando in quando poteva assumere l'inca- 
rico di recitare qualche panegirico. In tal modo si 
acquistò specie in Napoli fama di forbito e splendido 
oratore, come appare dalle lodi che i contemporanei 
gii tributavano. Morì ad Arienzo, nel convento a lui 
prediletto, in età di 71 anno. Due anni dopo D. Giu- 
seppe Aurelio di Gennaro pubblicò, facendosene edi- 
tore, i suoi panegirici, a cui si aggiunse in altre edi- 
zioni poco altro; i suoi frutti oratorii sommano in 
tutto a trentatre orazioni. 

Con assai belle lodi se ne fa una rivista nelle 
Novelle letterarie di Firem^e^ anno 1747, ove dopo 
aver esaltato i suoi talenti naturali e le svariate sue 
cognizioni, si dice : « il suo più bello e singoiar pregio- 
pero fu pur quello di avere una mente fatta al torno 
dell' eloquenza. Imperocché non fu ella una di quelle 
menti rigide, secche ed astratte, fatte soltanto per lo 
tavolino e per la sola meditazione; ma fu una mente 
vasta, creatrice, piena di luminose imagini, ricca di 
nobili ritrovati e pensieri, e che avendo soprattutto- 
all' acume dell' ingegno congiunta una gran fantasia, 
quel vero che ella in piena luce risguardava, sapea 
di sì vaghe e belle forme rivestire, che in leggiadro 
e signorile aspetto, o con la penna o con la voce, 
mettendolo sotto lo sguardo dell' altrui menti, potrà 
a suo grado trasportarle e rapirle dovunque volea. » 
E invero non gli si può negare un certo splendore 
di fantasia che si svolge in composte imagini, onde 
talvolta il discorso prende un forte movimento 
oratorio, e i pensieri grandeggiano e lasciano viva 
impressione. Però talvolta perde la misura e la se- 
rietà, come si potrà vedere anche leggendo l'esordio 
del discorso funebre, fatto a D. Gaetano Argento,. 



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330 CAPO NONO 

presidente del regio Consiglio di Napoli; nel quale 
si troveranno alcune idee che, per essere più di quel 
che convenga gonfiate, danno nel falso. Eccede anche 
in arti fi ifii e sotiigliezze di non sano gusto, onde, ad 
esempio, nel panegirico di S. Gennaro presenta a' suoi 
uditori ìL santo « sempre vivo, qual'ei fu, a' tormenti, 
vivo mai sempre martire; sempre vivo, qual'egli è, 
aNa tede, martire mai sempre vivo. » Insomma si 
sente che le prime aure che respirò furono quelle del 
seicento. Inoltre l'amore ch'ei pose alle opere di al- 
cuni nostri letterati, quali il Casa, il Bembo, il Ca- 
stel vetro, il Varchi, e la voglia di farsi imitatore del 
classicismo del Cinquecento lo trasse a uno stile ri- 
pulito si ma faticoso e contorto, a segno che la let- 
tura del Segneri e del Casini paiono rispetto a lui 
cosa spÉglia[issima e franca. 11 suo fare in generale e 
lussureggiante e artifiziato, specie nelle descrizioni, 
come il lettore potrà argomentare anche dall' esordio 
del primo suo panegirico sopra l'Assunzione della 
Vergine, che porrò qui per saggio. 

« Se lieta oltre costume in viso, e di quante ha 
Sflggio gaie ricchezze, in questo per noi e per la Chiesa 
**pred^*° tutta santissimo dì, abbigliata la Religione, con gio- 
cazioiitf ioso universal rimbombo di squille, di organi, di 
viole, d'inni, di salmi, di panegirici, dovunque ha 
Gesù Cristo templi ed altari, cerca quanto sa meglio 
la (generosa di emulare i trionfi e le feste che si me- 
nano in Paradiso: bella anche troppo e del nostro 
pensare intì ultamente più grande, ben voi lo sapete, 
o signori, che è Lei che ne porge cagione. Non ritor- 
nano già oggi, come in altra men colta parte del- 
l' anno, ì natali e le memorie di un qualchesiesi di 
que' felici innumerabili Eroi, che, chiari un tempo 
quaggiù di lor sovrana virtude, si godono ora nel 
beato regno di Dio im mortai seggio e corona. Si 
celebra, uditori, oh Dio e che si celebrai si celebra, 



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CAPO NONO 331 

torno a dire, il transito beato, il glorioso risorgi- 
mento, la solenne trionfai salita al Cielo e il divino 
incoronamento di Colei che fu al ragionare de' Padri 
-studio, diligenza e lavoro di tutto l'immenso volger 
dei secoli; l'eccesso, lo splendore, il miracolo della 
divina intinita magnificenza; la vaghezza, il compia- 
cimento, la delizia degli eterni incomprensibili amori 
della Triade; preveduta, anziché librato su proprii 
cardini venisse il mondo, donna e signora di tutte 
le creature; eletta prima di qualunque nascere di au- 
rora o di giorno; campo e teatro alle meraviglie più 
strepitose dell'Onnipotenza; predestinata a un parto 
con l'eterna prole; di essolei nella pienezza del tempo 
vera madre e genitrice; di sì ampio e altero seno, 
-che Colui felicemente comprese che a capire non va- 
rgliono le sterminate sfere dei cieli; di candore sì 
terso e feconda, che bambino avvolto in fasce lattò 
il principio fontale dell' essere e della vita; di sì franco 
•e generoso cuore, che non dubitò di mallevare col* 
divin Figliuolo il crudo spaventevol fato del nostro 
comune delitto; centro Ella quindi ed obietto del 
sovrano fatidico lume dei Profeti; desiderio e spe- 
ranza dell'oscuro misterioso credere dei Patriarchi; 
:gioia, contento, felicità di quanti o sieno in Cielo 
ordine e gerarchie di Angioli, o siavi in terra novero 
-e generazioni di uomini. Di costei, o signori, (quanto 
-é dolce a ridirlo! ) di costei in questo giorno quella 
morte si festeggia, quel risorgimento si lauda, quel 
trionfo si onora, onde degnamente e per ogni novero 
fu onorata, ingrandita, magnificata la morte, la ri- 
surrezione e la gloria del Dio Redentore. Ma e non 
vi pare che a tanto e si vasto argomento di alle- 
grezza, poco o nulla sarebbe il raddoppiarsi in fronte 
al giorno i soli, muoversi in leggiadro fulgor le stelle, 
scuoter la superba chioma i monti, infiorarsi di gigli 
<e di rose le arene più aduste, scorrere latte e miele 



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332 CAPO NONO 

i macigni più alpestri; e all'alto festevol clamore 
de' boschi, de' fiumi risentita e commossa dall' imo al 
sommo la natura tutta, cangiarsi, fui per dire in canti 
di benedizione e di laude, le orrende strida finanche 
e le bestemmie ferali dei demoni? Che se egli è così, 
chi dirà quale, signori miei, sia l' impresa e il cimento 
del ragionarne per fortunato e prode, non che per 
meschino e disacconcio oratore? Vergine bella. Ver- 
gine santa, cara e graziosissima Vergine, se vaghezza 
di lodarvi nacquemi in cuore gemella con la ragione» 
ah per me nutrite la ben amata religiosa fiamma, 
Dnde di voi arsi mai sempre ed ardo. Ma timoroso 
anche troppo, e non a torto, di non lodarvi con di- 
gnità, credetti il meglio di riverirvi con un profondo 
umilissimo silenzio, anzi che porre a rischio il de- 
coro e la vostra gloria. Ma poiché vi piacque, o gran 
Regina, di vincere finalmente la pietosa ritrosaggine 
mia ecc. » 

Seguitano così a tenere or dell'una or dell'altra 
Altri maniera Ercole Mattioli di Bologna (1622-1710) che 
tramezzano scrisse : 11 Cielo maestro di politica e sana moralità; 
maniere ^ Andrea Girolamo Savini d. C. d. G-, che in qua- 
lità di maestro dettava i precetti di eloquenza al gio- 
vanetto Gianfrancesco Albani dì Pesaro, giovanetto 
che diventava oratore di buon nome da prima e poi 
per tanti altri meriti saliva alla cattedra di S. Pietro 
col nome di Clemente XI ( 1700-1721 ). Il Savini nel 
1716 aveva l'onore di dedicargli il suo quaresimale. 
A leggerlo però si riconosce che non seppe molto 
giovarsi della riforma segneriana, perché s'incontrano 
frequenti i giuochi di parole, le imagini di cattivo 
gusto e un fare che se talvolta sa accontentarsi del 
semplice e di una certa naturalezza che tocca gli af- 
fetti, trapassa non di rado al gonfio e allo strano- 
Non ha inoltre l' ingegno del Ciacco. E tiene assai 
di quest' arte il p. Giacinto Tonti d' Ancona, agosli- 



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CAPO NONO 535 

niano, che fu professore all' Università di Padova, e 
tre volte predicatore cesareo alla Corte di Carlo VI; 
ebbe molta rinomanza, ma in realtà va tra ì me* 
diocri (i). Di lui si pubblicarono prediche per V av- 
vento e qu areici ma, panegirici e altri discorsi, tra i 
quali l'orazione funebre derta in Torino nel 1712 
nelle esequie di Lodovico di Borbone e Adelaide di 
Savoia, delfini di Francia. Di poco lo precedeva Cio^ 
Maria Muti^ di Venezia, dometiicano, che nel Tanno 
1692 dedicò il suo Concistoro dei Santi, ossìa pane- 
girici, al card. Pietro Ottoboni, e pubblicò anche [ 
tre impegni del divino Amore, ossia Sermoni del 
Ss. S.icramento, del Pury;atorio e dell' Espetta s^Jone 
del Parto (Venezia 1709); ma lo sforzo del concetto 
e I oscurità che ne deriva lo rendono poco de^no di 
attenzione. Stampò anche quattro orazioni in lode 
degli alleali contro il Turco (Venezia 1688) e un 
quaresimale (Venezia 1711)- Va assai più spigliato 
Teloquìo del p. Gio. Paolo CagnoU d. C. di G., per- 
chè la forza del sentimento lo allontana dagli arti- 
fici; ciò che sì riconosce subito anche dalT esordio 
della prima predica suir avvento. Cominciò la sua 
carriera a Cremona e la finì troppo presto, per esser 
stato colto da improvviso malore a Torino, Tanno 
1703. Cammina tra questi due il p. Luigi Vedova , 
tninore osservante del convento della Vigna in Ve- 
nezia, sua patria, che predicò molto a Roma e nelle 
principali città d'Itaìia, e morì di 49 -inni nel J714* 
Folleggia assai più, quantunque con migliore indegno 
Giùr Pellegrino Turri, nato a Bilicano della Garfa- 
gnana. Pubblicò i suoi panegirici nel 1720, cinque 
anni prima della sua morte; dedicandoli a Sua San- 
tità Clemente XI. Per dar saggio del suo gusto basta 
il titolo del discorso sul Sacramento dell'altare « ti 



(iF \, Eàu. Vcn»ia 1620. 11. Ed. Venezia ]73i'36. 



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334 CAPO NONO 

Sacramento in cui il ritrailo è più bello dell' origi- 
nale » e dell' orazione funebre per donna Teresa de la 
Cenda e d'Aragona, marchesa di Solerà «l'apologia 
della morte. » Anzi in questo discorso comincia coq 
una descrizione dell' ecclisse solare, fatta con tinte 
assai caricate, per far intendere a' suoi uditori lo 
sgomento generale degli uomini in quella luttuosa 
circostanza; e continua inventando una scena dram- 
matica in cui Amore si querela contro la morte, che 
rotando la falce inesorabile estinse in un sol fiore le 
delizie di mille cuori, per non aver aspettato che 
passasse T oro degli anni biondi e venisse l' età ca- 
nuta a inargentarle il crine. Si mostra invece più 
semplice ed alieno tanto dalle gonfiezze dei secolo 
che tramontava, quanto dall'artifizio più galante dei 
contemporanei, il card. Vincemmo Maria Orsini, do- 
menicano. Di lui si pubblicarono parecchi discorsi 
del tempo quaresimale, cento sermoni di vario ar- 
gomento e trenta sopra il Purgatorio (i) e inoltre 
novanta lezioni scritturali sopra 1' Esodo. Ma a dir 
vero quanto questo illustre domenicano procede chiaro, 
ordinato e dotto, altrettanto si riconosce privo di 
quello slancio oratorio e di quella parola potente e 
piena che governa i cuori. Ottenne gran nome di 
oratore e andava tra i primi il p. Pantaleone Doleva 
dei Chierici Regolari; ma è troppo indulgente con le 
esigenze del suo tempo. Aweite egli stesso nella pre- 
fazione alle prediche pubblicate nel 1724 che il suo 
secolo è schifiltoso in fatto di gusto e che conviene 
tener conto di questa tendenza nel preparare i di- 
scorsi. Perciò egli piacque molto allora e si tentava 
con l'aiuto di qualche stenografia e della memoria 
di rubargli i discorsi e diftbnderli tra il popolo; anzi 
dichiara egli stesso d' essersi determinato a pubbli 



(1) Opere dell' E.mo fr. Vincenzo M Orsini ecc. Ravenna 1718. 



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i:.:.^ 



CAPO NONO 355 

Carli appunto perchè se n'erano tratte copie dalla 
viva sua voce assai errate, le quali andaviino per le 
inani di Tutti. Tra' suoi artifizi non manca però di 
serietà e sa dar conveniente sviluppo a* suoi temi. 
Protesta di non montar sul pergamo se non <^ per 
dichiarare la volontà del Signore e per Invitare i suoi 
uditori a rompere quei ceppi che troppo li stringono 
alle creature e a rubare alcun pensiero alla terra per 
darlo allo spinto jj (t). Sostanzioso invece, con con- 
catenate idee ma troppo accumulata erudizione svolge 
i suoi argomenti Cesare Bambecari, canonico late- 
ranese, che pubblicò le sue prediche nel 1730; manca 
però molto di vivacità oratoria. E a chi volesse alcun 
altro che in certo modo stia a cavalcioni dei due 
periodi potrei rammentare il p, Giuseppe Bernardoni, 
dei Chierici Regolari, il quale con mediocre abilità 
presenta ancora nel 1737, anno in cui pubblicò i suoi 
lavori, qualche cosa di quello sforzo d'imagìne e di 
frase che già quasi del tutto tramontava. 

A mano a mano però che ci avanziamo verso ìIq|j oncori- 
pien mtzm del secolo Tarte acquista mag^i^ior poli- r'ù poim 
tezza e lindura, benché non al tutto dt sano gusto: Vanaieiii 
e abbiamo parecchi oratori di uno stile più preciso e 
corretto. S" intesi de che il retto rìcu me fa sempre le 
sue prove, e ti disgustarlo una certa liacchezza di 
pensiero e d'affetto, in mezzo a fucata appariscenza, 
e una lìngua che non si battezza s^empre nelle acque 
del suo paese; Tuttavia non mancano oratori che as- 
sociano delle buone qualità e meritano T attenzione 
della critica e della storia. Cosi di modi soavi, polito 
anzi troppo lindo talvolta, ci si presenta il p. Saverio 
Vana/ejft' ( 1Ó7S-1 741 ), viva imagine di quella dol- 
cezza troppo ricercata che già era di moda. Nato a 
Napoli, ascrittosi alla Compagnia di Gesù, colto nelle 



tu Predica IV, 



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33^ CAPO NONO 

lettere non che nelle scienze sacre e fornito di buon 
gusto, piacque assai nella sua predicazione; tanto piii 
<:he alle altre sue qualità aggiungeva una voce piena 
e sonora e un portamento dignitoso e garbato. Pre- 
dicò a lungo in Italia e a Vienna. Quanto sdegnava 
le già viete ampollosità, altrettanto s' avvicinava a 
<iuella maniera studiata, composta e fiorita ch'era 
la novità che s' introduceva e di cui solevano com- 
piacersi, a Q.ual meraviglia se anche i sacri oratori, 
a' quali troppo giova l' accomodarsi al talento di chi 
gli ascolta, pongono il meglio della lor arte per esser 
nuovi nel dire o per apparirlo? » (i)- Non ha molta 
dottrina, né molto ragiona; abbondano piuttosto le 
imagini e spesso descrive « Non così timido vian- 
dante tra i labirinti di folto bosco confuso perdesi; 
non così mal esperto nocchiero tra i gorghi di vasto 
mare diffida incerto; non così ruvido pastorello tra 
le magnificenze di colta città smarrisce attonito, com'io, 
uditori, smarrisco, diffido, perdomi confuso, incerto, 
attonito, qualora entro a ponderare la vita del grande, 
del massimo, del divino Francesco Saverio » (2). Che 
il gusto frondeggi ognuno lo capisce anche da quel 
tantino che se n'è abboccato; ciò che si fa più ma- 
nifesto a chi tiri innanzi nella lettura. Conta e mi- 
sura tutti i suoi passi, e pon mente financo ai tre 
aspetti delle cose, ai tre verbi, ai tre epiteti, seguendo 
quei retori che trovavano nelle dette corbellerie qual- 
che cosa di più perfetto nella forma. Non si facciano 
<iuindi le meraviglie se quando gli torni opportuna 
un* imagi ne, un racconto egli l' accarezzi e lo lecchi 
con amore, e così troppo indugi, tagliando i nervi a 
una vigorosa eloquenza. Ad esempio nel secondo suo 
discorso sopra l' Eucaristia vuol far apprezzare i mol- 



(1) Pan. in onore di S. Francesco Saverio. 

(3) II. Proemio al pan. di S. Francesco Saverio 



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CAPO NONO 337 

teplici e svariati effetti che apporta quel cibo divino, 
e gli cade in acconcio l'imagine di una pioggia pri- 
maverile e benefica in un ben coltivato giardino. 
Davvero che pare non possa più lasciar quel giar- 
dino! tanto se ne invaghisce a descrivere le erbe, le 
piante, i fiori, per farci apprendere la gran varietà di 
effetti che produce una medesima pioggia e passar 
quindi agli effetti del cibo eucaristico. Del resto non 
va senza qualche potenza oratoria, e quando sa con- 
densare alquanto il pensiero e rinvigorisce il suo 
sentimento presenta dei buoni tratti; né certo deve 
tutto alle doti esteriori, se nelle principali città d'Italia 
e a Vienna fu ascoltato non solo con plauso ma 
anche con frutto; perchè si dice che i suoi uditori 
più che meravigliati uscissero meditabondi e gravi 
dalla chiesa dove avea predicato il Vanalesti. 

Batte questa via, ma accostandosi più al fare del Emilio 
Segneri, il p. Emilio Manfredi { iSjg 1742), bolognese, Manfredi 
che nell'arte sua non disonora la parentela coi due 
letterati suoi fratelli e più celebri di lui, vo'dire di 
Gabriele ed Eustachio Manfredi. Non ha grande 
slancio, ma scrive più correttamente e con gusto più 
fine di molti suoi contemporanei. Ha forse maggiore 
potenza di parola, perchè piij condensato, Antonio 
Bassaniy d. C. d. G., le cui prediche furono pubbli- Bassani 
cate a Bologna nei 1752 da Gio. Batta Roberti e de- 
dicate a Benedetto XIV. Nacque a Venezia e morì a 
Padova l'anno 1747. A' suoi giorni s'ebbe in conto 
di uno tra i più valenti riformatori della vera elo- 
quenza; e certo l'essere insigne letterato ed elegante 
poeta gli giovò a quella perfezione di forma che si 
riconosce in lui. 

E tra costoro, con meno lindura ma con più ef- . 

ficacia, si solleva Sebastiano Paoli di Lucca (1684- 175 1). Paoli 
Uomo di ingegno superiore, ottenne gran rinomanza 
non solo come oratore ma anche come letterato for- 

Slorìj della Predicazione ecc. 22 



i 



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33^ CAPO NONO 

nito di varia erudizione. Parve pagare un po' di tri- 
buto al secolo che gli diede i natali con certe sue 
poesie giovanili; ma ben presto seppe allontanarsene 
seguendo il nuovo avviamento dato dall' Arcadia. E 
raffinò senza dubbio il suo gusto, quando attese, dopo 
il suo noviziato presso i Chierici Regolari della Con- 
gregazione della Madre di Dio, all'insegnamento 
delle lettere nella patria città, presiedendo air Acca- 
demia detta dell' Anca ed esercitandosi in erudite 
controversie (i). Corroborato quindi da' buoni studi 
teologici, dopo aver vinta una malattia che lo mi- 
nacciò nella vita, si diede, senza dimenticar le lettere, 
alla predicazione, e colse di belle palme, non solo a 
Salerno e Cosenza, dove incominciò la fatica di un 
quaresimale quotidiano, ma più alla Corte di Vienna, 
dove predicò alla presenza di Carlo Vi V avvento 
del 1721 e la quaresima nel seguente anno. Fu in 
quella corte che tenne parecchi discorsi intitolali 
sacro- politici, ma che in realtà sono sacri, benché 
rivolti e applicati in modo speciale ai bisogni dei 
principi e della corte. Nel che mostrò una lodevole 
franchezza, simile a quella del p. Casini, sempre però 
tenendosi dentro i confini del rispetto e della conve- 
nienza, onde fu applaudito e caro specialmente al- 
l' imperatore, che gli affidò poi importanti incarichi 
e molto lo onorò. Eccone il metodo. Fa il discorso 
della prima domenica d'Avvento? Non s'allontana 
dallo spirito della Chiesa, ragiona sul giudizio uni- 
versale, ma il suo assunto è: il principe esaminato 
dal divin Giudice. « Dunque verrà un dì in cui non 
parlerà più di voi né il Tibisco che tante volte im- 
porporaste di sangue, né il Pò che tante volte in- 
gombraste con l'armi; né l'Istro che circondaste sì 
spesso di palme; né la città di Bisanzio che impal- 



(I) Vedi Giornale dei Letterati t. X art. 12. 



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CAPO NONO 339 

lidi sovente alle nuove strepitose delle vostre vittorie? 
Si, augustissimo, verrà giorno di confusione e di 
scompiglio, quando per dar luogo al nuovo regno di 
Dio si volgeranno sossopra i fondamenti dei vostri. — 
Io spero che rivedrete scritte allora indelebilmente 
in quella vasta interminabile eternità le vostre vit- 
torie e i vostri trionfi. Spero che godrete di legger 
colassù la serie di quelle gloriose imprese che faceste 
nel mondo per vantaggio dei vostri regni e per so- 
stegno della nostra cattolica Religione. Ma ciò non 
potrà impedire che voi ancora non rimaniate sog- 
getto all'esame. Esame accompagnato per voi e per 
tutti quelli che son simili a voi da due terribili cir- 
costanze; le quali come spero che vi renderanno più 
glorioso, perchè innocente, così crediate che vi po- 
trebbono rendere più misero se foste reo. l principi 
sanno molto: colpa loro se sapendo non governarono 
i regni colla dovuta attenzione. I principi possono 
molto: colpa loro se potendo non purgarono i regni 
da' vizi. Queste sono le due circostanze che aggra- 
vano in quel dì le colpe dei principi; e questi sa- 
ranno i due punti sopra i quali mi darò ora il primo 
fortunatissimo onore di ragionarvi » (i). E svolge il 
suo assunto con temperato uso di Scrittura e dei 
Padri, con decorosa gravità e non senza che la legge 
morale efficacemente imperi nella sua parola, quan- 
tunque proprio non sorga a una eloquenza grandiosa. 
Ecco come parli suU' abuso della potenza dei prin- 
cipi nella predica ora citata. « Or mirate che grave 
colpa ella è questa dei grandi. Potere sbarbar il vizio, 
e lasciarselo non dico crescere ma lussureggiare sugli 
occhi! Tener oziosa l'autorità del comando, quando 
certi alberi d'ombra vasta succian quanto paese è 



(I) opere oratorie di Sebastiano Paoli. Napoli 1785. — Fred. I. 
d'Avveoto. 



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340 CAPO NONO 

lor vicino, e convertono in propria grassezza gli scarsi 
alimenti dell' erbe più tenere, che loro giacciono in- 
tisichire air intorno! Non ardere di giusto sdegno 
allorché il privato interesse, travestito di pubblico 
bene, propone sul tappeto i sospetti per delitti e le 
apparenze per merito! Sospendere il braccio e non 
ischiacciar il capo a certi maliziosi pretesti che sotto 
il manto della pietà trafugano il vizio, incatenan la 
libertà delle leggi, e sotto V ombra di una cristiana 
compassione fan passare impunite le colpe! Ahi che 
il far ciò non sarebbe già esser principe, ma Tessere 
una figura e un' imagine di principato. Sarebbe un 
tenere in mano lo scettro, come appunto le statue 
vi tengon la spada, per abbellimento della persona e 
per timor de' fanciulli. Sarebbe come un sedere in 
trono appunto come i passeggeri seggono in nave, 
per lasciarsi trasportare a voglia altrui nelle bonacce 
e perdersi nella universal confusione fra le tempeste. 
Un buon principe dev' essere un buon padre ecc. » 
In tal modo con libertà evangelica e con buon me- 
todo si conduce nello svolgimento di parecchie sue 
prediche, tra le quali noto: La verità disgraziata nelle 
corti. La sollecitudine nel decider le cause, L' ele- 
zione dei ministri, I grandi non si fidino sempre dei 
ministri. Il principe sia sollecito della Religione, Ob- 
bligazioni di chi serve al principe. Si conchiude per- 
tanto che il Paoli va giustamente tra i primi al suo 
tempo, specie per un fare sobrio, grave, franco, nu- 
trito più di buoni pensieri che di ricercati ornamenti. 
Tali generalmente si presentano anche il suo Qua- 
resimale, i suoi panegirici, i suoi discorsi funebri e 
quelli fatti in altre occasioni. Potrà notarsi qualche 
scorrettezza nel dire, proveniente da comuni negli- 
genze del tempo più che dell'autore, e in parte da 
difficoltà nel decifrare i suoi manoscritti logori e po- 
stillati; ciò che ben poco toglie alla sostanza del me- 



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CAPO NONO 341 

rito; mi pare che schifando le artificiosità precedenti 
e' si salvi insieme non poco dalle leccature invadenti. 11 celebre 
L'oratore però che vinse tutti, a parere di molti, TornfeTH 
in questa prima metà di secolo, e certo raggiunse la 
maggior celebrità, fu Girolamo Tornielli (1693- 1752). 
Possiam dire che quanto il Vanalesti tende al delicato 
e soave, altrettanto il Tornielli tende al grandeg- 
giare; sempre però coi mezzi preferiti dal suo tempo, 
avendo l'Arcadia ormai trionfato delle passate follie. 
Mi sembra che stieno fra loro nelle stesse relazioni 
in cui il Frugoni si trovava coi sonettisti e cogli au- 
tori di canzonette tanto in voga a que' dì. Nacque a 
Cameri presso Novara, e giovanetto di 17 anni en- 
trava nella Compagnia di Gesù, ove per ben 13 anni 
attese all' insegnamento, maturandosi per tal modo a 
quella facilità di esposizione del pensiero che tanto 
giova ad un oratore. Quindi, avendo dato segni di 
speciale attitudine nell' arringo della eloquenza, attirò 
intorno a se numerose e colte udienze nelle princi- 
pali città italiane, cominciando a Venezia e termi- 
nando a Bologna, ove, durante una sua predicazione, 
uno sgorgo di sangue gli tolse la vita. Fornito d' in- 
gegno poetico, come si può rilevare anche dalla po- 
tente imaginazione che manifesta nelle sue prediche, 
pubblicò le Canzoni marinaresche su Nostra Signora. 
Ma certo valeva assai più come oratore che come 
poeta, e deve la sua rinomanza principalmente al 
Quaresimale (i) e ai panegirici (2), opert stampate più 
volte dopo la sua morte. Il suo discorso non prende 
le proporzioni ampie e complicate di augusta mole 
che congiunta in unità stupenda con tutte le sue 
parti sopraffa lo spettatore; s'egli avesse potuto far 
tanto, andrebbe addirittura collocato tra i sommi; 
tuttavia non di rado si eleva con gran movimento e 



i) Venezia 1753 e 1762. {2) Carpi 1768. 



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à 



342 CAPO NONO 

scuote gli animi anche con Ja forza del pensiero, ma 
più con r apparato delle imagini e dei sentimenti che 
lo sorreggono. 

Il carattere infatti della sua eloquenza nasce da una 

Caratteri- ... , , ^ . . . 

siica prin- potente imagmazione che suol congiungersi a viva- 
e^saggio ^i^à ^^ sentimento, più facile ed espansiva che pro- 
fonda; la quale lo conduce spesso a prediligere quel 
vero che splende di bellezza e a rivestirlo con pompa 
Quindi d' ordinario i suoi esordi grandeggiano o per 
tinte larghe e vivaci o per lo slancio del sentimento 
Vuol predicare sulla credibilità della fede? Ecco come 
comincia : « Terre, isole, mari, popoli, genti, nazioni 
tutte deir universo, udite, O voi avete qui a scior 
l argomento di Agostino, o voi avete cggi a rendervi 
tutte cristiane. L' argomento gli è questo: la santa 
fede di Cristo, in cui già credono tante genti, o ella 
venne creduta nel mondo in vigore de' suoi mira- 
coli, o ella venne creduta senz'opera di miracoli. 
Comunque vi apparecchiate a rispondere vi conviene 
restar convinti. Primieramente se presso di voi punto 
vale chiarezza di testimoni, ecco i Vangeli, ecco gli 
Atti Apostolici, ecco gli Annali della storia ecclesia- 
stica. Mirate qui. Questi sono i miracoli di Santo 
Stefano, tramandatici per Agostino, questi i prodigi 
del grande Antonio, tramandatici per Atanasio... Un 
sol d'essi, badate bene, un sol d'essi che ci meniate 
per vero, basta a dar per legìttima la Religione che 
ravverò; non si potendo dar caso che quel Signore 
il quale tiene il miracolo per divisa, qui f adi mira- 
bilia solus [t), di un tal divino sigillo mai ne im- 
pronti Terrore, senza incorrerne egli la taccia d'in- 
gannatore Or tragga innanzi il Gentile, venga 

r Ebreo, venga il Maomettano, mostrinsi a un tempo 
tutti i nemici al nome cristiano. Su che dite, che 

(i; Pa, 7U li*. 



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CAPO NONO 343 

rispondete? Non dubitate voi dunque di dar solenne 
mentita a scrittori sì autorevoli? Non vi sgomenta 
ne santità né dottrina né numero di tante penne? 
Voi dunque avete per fermo non darsi veri miracoli 
nel cristianesimo? Or qui appunto entra Agostino, 
qui vi aspettava; una fede già sì oscura nei dogmi, 
si rigida nelle leggi, qual è la fede di Cristo, venne 
ciò non ostante creduta e ammessa nel mondo senza 
miracoli? Or questo stesso appunto è il maggior dei 
miracoli : hoc nobis unum grande miraculum suffìciU 
quod terrarum orbis sine ullis miracults credidit » (i). 
Con tanto brio e pieghevolezza di modi scende con 
un pensiero non nuovo a determinare il suo assunto, 
eh' è di mostrare « che gran miracolo stato sarebbe, 
qualora il mondo avesse creduto senza miracoli >; 
assunto che compie bene la predica precedente sul 
fondamento e sulla credibilità della fede, ove parla ap- 
punto anche dei miracoli. 

E chi volesse vedere ancor meglio com'ei sguazzi 
nelle imagini con gran gusto e con ozio, ma senza 
ricrescerle stranamente a mo' de' secentisti, può averne 
un saggio anche nel commento di un passo di S. <jÌo. 
Crisostomo ch'ei fa servire di esordio alla predica 
sull'interesse: « Se il mar giammai non tien pace 
ferma, ma ad or ad or turbando il fondo rigonfia le 
acque, erge i marosi, rompe con impeto tempestoso 
il freno a* lidi, il corso a' legni, il commercio alle 
genti; pur alla fine il fiero elemento abbassa Tarme, 
ricalma Tonde, si rabbonaccia e posa: commovebuntur 
aquae et iterum sedantur; se la terra, talor man- 
cando alla natia fermezza muove con forti scosse 
d'improvvisi tremuoii a crollar mura, a balzar torri, 
ad affondare città e castella; pur alla fine, racchetate 
le smanie, ripiglia il centro, rigiace immobile e posa: 



(i) De Civìt Dei. 34. 5. 



Altro 

saggio 



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344 CAPO NOMO 

moveiur terra et iterum subsidit- Se Y aria per na- 
turai leggerezza or diradata or compressa, dal vario 
umor delle esalazioni ora frigide ora focose trae a 
furiose tenzoni gli opposti venti, che la ingombran 
di nuvole, la distemprano in piogge, la percuoton 
con grandini, la squarcian con tuoni; pur alla fine 
cessate le offese, vinte le gare, rivien ella nel suo 
tranquillo equilibrio, si liscia, si rasserena e posa: 
venti impelluntur et tandem quiescunt Se il fuoco, 
pigliando lena dalF alimento, cova le prime vampe in 
secreto, poi si palesa con alto fumo, poi si dichiara 
con maggior fiamma, poi finalmente con implacabile 
incendio arde, scoppia, sfavilla: pur alla fine, man- 
cata r esca, spente le forze, ricade anch' egli tra le sue 
ceneri e posa -: fiamma excitatur, et consumata demum 
materia^ consumitur. Tu solo, grida il Crisostomo, 
tu solo, o cuore umano, poiché ti ha preso a scom- 
pigliar gli affetti la frenesia dell' interesse, V amor 
dell'oro, mai non fai tregua e mai non posi: a/ vero 
homo, cum semel pecuniae cupiditate coeperit agitari, 
nunquam desinit. Mare nelle sue smanie sempre agi- 
talo; terra nelle sue scosse sempre inquieta; vento 
sempre nuovo né perciò stanco; fuoco che sempre 
pasce né perciò sazio, nunquam desinit; ed è insa- 
ziabile nella smania d'avere: nunquam desinit; ed é 
insaziabile nella violenza dell'acquistare: nunquam 
desinit; ed é insaziabile nella ingiustizia del posse- 
dere ». Per tal modo l'oratore discende a stabilire 
l'assunto che cotesta insaziabilità si oppone alla ca- 
rità verso Dio, verso il prossimo e verso sé stesso. 
Chi però qui non sente che vi é del soverchio? E 
che l'imagine torna buona soltanto fin che serve a 
rivestire convenientemente il vero? Del resto si può 
concedere che il Tornielli seppe tratteggiare abilmente 
molte scene in modo da ottenere il fine che si pro- 
poneva, come potrebbe dimostrarci anche il suo Giu- 



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CAPO NONO 345 

dizio universale, che alcuni stimano il suo capola- 
voro; pare che con l'arte della parola voglia emu- 
lare un buon colorista della scuola veneziana. 
Osservo inoltre che non manca di sufficiente va- 

. X , , .... . T^ .* n<jn manca 

neta nel modo con cui svolge i suoi argomenti. Perciò di varietà 
se talvolta si piace di tratteggiare grandi scene con 
descrizioni, come nel citato Giudizio universale, tal 
altra o commenta abilmente un fatto, come nella 
predica sulla durezza del cuore, che diventa uno 
studio sopra 1' ostinazion di Faraone, e in quella 
sulla misericordia di Dio in cui commenta la con- 
versione del Figliuol prodigo, o svolge teoricamente 
e con soda dottrina le verità morali cristiane e la 
loro importanza, per derivarne pratiche obbligazioni 
e informare i costumi del popolo. Talvolta ancora 
riesce nell'intento con buone analisi psicologiche delle 
passioni, come potrebbesi vedere in particolare nella 
predica sulla passion predominante, del mal abito, 
Sulla Maddalena, e in generale dapertulto dove gli 
torna che Y uomo si rifletta sulla propria coscienza 
e pesa i motivi che lo conducono ad operare e la 
responsabilità che ne segue. Il che assai gli giova a 
incatenare l'attenzione e a padroneggiare gli animi, 
specie quando si vale in ciò del dialogismo, che 
serve spesso a renderlo molto popolare. Ognuno ca- 
pisce dal già detto che il suo stile potrebbe dirsi pom- 
poso e pieno ma a un tempo nutrito; tanto più che, 
mentre é studioso di un'armonia risonante e che em- 
pie l'orecchio, il soverchio non nuoce all'intelligenza 
delle cose, tenendosi lontano dal rigiro faticoso dei 
Cinquecentisti. 

Ma i Santi son sempre quelli che, quando sì ac- 
cingono a qualche impresa per desiderio del bene, 
colgono meglio di altri nel segno, perchè corrono 
sempre più spediti a cercare la gloria di Dio e la sa- 
lute delle anime. E anche nel periodo che or per- 



I 



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34^ CAPO NONO 

corriamo ci viene innanzi un uomo di Dio che seppe 
cofaono ^^^^^ ^^^ pulpito un' eloquenza tutta semplice e 
meglio nel sgorgante di pietà ardentissima e quindi più effi- 
s. Leonar-cace, e quest uomo e 5. Leonardo da Porto Mau- 
^Mluriz'm^^'V'o (1676-1751). Miglior modello tra tutti gli ora- 
li dimostratori di questa prima parte del secolo non saprei con- 
sigliare per avviarsi a un' arte veramente sacra, po- 
polare, libera da pastoie e da vani artifizi. Leonardo, 
portatosi a dodici anni dalla riviera del Genovesato 
a Roma presso un suo zio paterno, frequentò le scuole 
del Collegio Romano, mostrandosi pieno d'ingegno 
ed emulo insieme delle virtù di S. Luigi Gonzaga. 
Qui si decise ben presto per la vita monastica, e nel 
cenobio di S. Bonaventura in Roma trovò asilo tra 
i Minori osservanti di regola più stretta. Fu qualche 
tempo lettore di filosofia, ma ben tosto si sentì tratto 
dal suo zelo alla predicazione. Avrebbe voluto prima 
recarsi tra i Cinesi a portar loro il lume della fede, 
e poi lungo la valle di Lucerna a convertire i pro- 
testanti; ma il card. Colloredo gli additò come campo 
delle sue evangeliche imprese l'Italia, ed egli credette 
di udir nella sua parola la volontà del Signore, e si 
mise air opera, appena guarito prodigiosamente da 
mortale infermità. Quindi percorse molte regioni della 
penisola, e specialmente la Toscana: faceva il qua- 
resimale ma più spesso predicava gli esercizi spiri- 
tuali, seguendo il metodo di S. Ignazio e accomo- 
dandolo alla capacità e alle condizioni del popolo. 
Levò gran rumore non solo per la sua santità ma 
anche per la sua valentia. A Firenze, all'Impruneta, 
eh' è a poche miglia da quella citlà^ volle recarsi ad 
ascoltarlo anche il Granduca; è fama poi che il po- 
polo accorresse in numero così straordinario che tal- 
volta l'oratore trovavasi dinanzi a non meno di cento 
mila persone; e tuttavia la sua voce si faceva inten- 
dere a tutti. Predicò così 44 anni, fin che vecchia 



.^ 



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CAPO NONO 347 

cadente, appena tornato al prediletto convento di 
Roma, morì fra il compianto de suoi, e fu sepolto 
in S. Bonaventura, ove oggi ha culto di santo. 
Per ciò che non pensava a gradire con fucate bel- 

, f . , . ... Buona arte 

lezze, trovo un arte che rispecchia candidamente tutta ch'ei segue 
r anima sua. Il suo pensiero scorre come limpidis- 
simo ruscello, la tessitura del discorso si svolge or- 
dinata e semplice insieme, cosicché chi legge le cose 
sue rifa molto agevolmente il cammino percorso. 
Non si solleva a troppo alti o peregrini concetti, non 
cerca le vedute nuove, ma nemmeno perde il decoro 
e la nobiltà, né discende a maniere troppo rusticane 
o triviali. Un affetto paterno e confidente e un vivo 
zelo, che si trasfonde con una certa forza irrompente, 
porgono la nota dominante nel suo stile. Molto si 
serve dell' imagine e del racconto per rivestire popo- 
larmente il pensiero, non vi si sofferma con troppo 
minuti ornamenti, perchè è ben altra cosa quella che 
gli preme. È sempre uguale a se sia che tu lo con- 
sideri nel quaresimale o negli esercizi spirituali o in 
altri discorsi, specie per un certo fare drammatico, 
col quale investe e scuote V uditore, senza lasciarlo 
un momento. Leggete la predica sullo scandalo; che 
splendidi tratti e senza punto darsi Y aria di far 
r oratore! « Oh ma, padre mio, date in eccessi sta- 
mane. Che eccessi, che eccessi! Recito evangeli, né 
mi pento di averlo detto, anzi lo replico: uno scan- 
daloso é un vivo e vero diavolo... V'è nessuno di voi 
che possa dire: padre, a me é comparso il diavolo.^ 
e m' ha insegnato a fare la tale iniquità? No che non 
vi sarà; ma quanti vi saranno che con tutta verità 
mi potrebbero dire: padre, il tal compagno mi ha 
insegnato la quintessenza della malizia. Ecco dunque 
se gli scandalosi sono più efficaci assai ad insinuare 
il male che gli stessi diavoli. Sapete perché? Perché 
sono diavoli travestiti. Se un lupo si traveste da cane. 



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34^ CAPO NONO 

sarebbe amato dalle pecore, sarebbe accarezzato dai 
pastori e ben visto da tutti, non è cosi? Che mera- 
viglia dunque se quel diavolo in carne, quando va a 
quella casa, sia accolto con tanta festa: quella fan- 
ciulla tutta lesta gli va incontro e lo prende per 
mano; la madre si lamenta perchè va troppo di rado; 
il padre l'invita a cena come amico; perchè, sebbene 
è un diavolo incarnato, è però un diavolo travestito 
da giovane; né è conosciuto, che se fosse conosciuto, 
colle sassate egli sarebbe cacciato via da quella casa. 
Ora che dite adesso? arrivate a comprendere, o scan- 
dalosi, il gran torto che fate a Dio in collegarvi col 
demonio suo nemico, per rubargli quelle anime ch*ei 
tiene più care che la pupilla degli occhi suoi? » (i). 
Credo che non vi sia oratore di qualche conto che 
sappia fuggire più di lui V artifizio e la vana rettorica, 
anche quando adopera le figure rettoriche, che in lui 
rivestono molta naturalezza. 

Preferisce un pensiero che si svolge per lo più su 
È pratico, cose pratiche e morali e che va a calzare la forma 
dornol'ma ^^^ ^li è propria senza sforzo e senza abbigliamenti 
senza vaniià che distraggano punto dal fine a cui tende. É bello 
che s' intenda una qualità di tanta importanza per 
l'oratore sacro, ed è perciò che tolgo un altro pic- 
colo saggio dalla predica contro l'avarizia: « Risve- 
gliatevi adunque, o carissimi, ed a ben comprendere 
che un ricco avaro prova un inferno in vita, inferno 
di sollecitudini, di disgusti, di struggimenti che l'im- 
mergono in un abisso di colpe, basta che ognuno di 
voi porga r orecchio al detto assai espressivo dello 
Spirito Santo nell'Ecclesiastico: Avaro nihil est sce- 
lestius; cioè che l'avaro è il massimo di tutti gli 
scellerati. Ora qui mi avveggo che a questo grado di 

(i) Pred che quaresimali di S. Leonardo da Porto Maarizio. 
Venezia, tip. Emiliana 1875. Pred. XI 11 3. 



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CAPO NONO 349 

maggioranza superlativa alzate un sopracciglio di 
ammirazione. Massimo di tutti gli scellerati? Oh 
questo poi no, dice ognuno di voi nel suo cuore: 
che r avarizia sia un gran vizio, transeat; ma che sia 
il massimo di tutti oh, oh... questo poi è troppo! Via 
su, se noi credete, contentatevi eh' io faccia qui in 
pubblico il processo dell'avarizia, e siate voi testi- 
moni, per fare un giudizio retto di ciò che ne risulta. 
Venga qui in mezzo l'avarizia. Chi sei tu? come e 
quando nascesti? e con qual artifizio ti sei insinuata 
ad appestare il mondo tutto? che rispondi? Io nacqui, 
risponde l'avarizia, venticinque anni in circa dopo 
Adamo, e dovendo Caino offerire a Dio le frutta 
della terra, io con una mano gli strinsi il cuore e 
feci in maniera che presentasse all'altissimo suo Crea- 
tore il peggio, ritenendo il meglio per sé : com' io lo 
persuasi, così Caino eseguì. Ci è altro misfatto in 
quel principio del mondo? — Nient' altro... — Nient' 
altro? E il rifiuto che Dio fece con segni visibili di 
quelle pezzenti e sordide offerte? e 1' invidia che 
perciò nacque in cuore a Caino? e la finzione con 
cui condusse fuori in campagna l' innocente fratello 
Abele? e la rabbia con cui lo ammazzò? e la dispe- 
razione alla quale si buttò vituperando la miseri - 
ricordia di Dio? Non furono tutti germogli della tua 
radice maligna? Ah ribalda! Del primo sangue che 
si sparse nel mondo, della prima comparsa che fece 
la' morte sulla faccia della terra, tu ne hai la colpa. 
Il primo traditore che violasse la parentela, la pietà» 
la fede, il primo disperato che andasse pei boschi 
più bestia delle stesse bestie, il primogenito di tutti * 
dannati che cominciasse a popolare quel maledetto 
paese, fu pur discepolo della tua scuola. Ah! se fin 
d' allora fosse vissuto l' Apostolo ti avrebbe marcata 
la fronte con quello sfregio di disonore a te sì pro- 
prio: Radix omnium malorum cupiditas. Mirate tutti 



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350 CAPO NONO 

questa madre di tutti i vizi e radice infame di lutti 
i malanni, di tutte le inquietudini, di tutti i guai: 
osservatela come se ne sta colle mani aggruppale e 
strette in pugno, cogli occhi scaltri che gettano gli 
sguardi invidiosi sopra la roba altrui, colla testa pen- 
sosa per architettare frodi ed inganni, colla bocca 
aperta per addentar dove può e non può, e con una 
voglia insaziabile di aumentar in tutti i modi e roba 
e facoltà e averi. Che se tanti misfatti commise costei 
bambina, adulta poi cosa non fece, cosa non fa? Ve- 
diamolo, acciò non abbiate difficoltà a credere che 
un avaro è il massimo di tutti gli scellerati, almeno 
in questo senso, perchè o commette o è in disposi- 
zione di commettere ogni sorta di iniquità. 

Entriamo in primo luogo in una casa privata, e 
a divisare che T avarìzia di un piccolo paradiso che 
v'era ne ha formato un inferno, basta che interro- 
ghiate ad uno ad uno i domestici. — E bene, che mi 
dite? come regna la pace e la carità tra voi? — Ab 
padre, mi rispondono, h casa nostra era una volta 
r isola del piacere, tanto era lieta, V era una tal be- 
nevoien^a e affezione scambievole, v'era una tale al- 
legrezza, un tal sereno dì volto e di cuore, che non 
vi era nemmeno nella cima del monte Olimpo, ove 
giungono nuvole ad ingombrarlo. C era un piccolo 
paradiso, c'era, ma non c'è piùl — Ma dove è ito? 
come è fuggito, come? — Vi entrò quella giovinetta 
di poca età e di men cervello, maritata ad un nostro 
2ÀQ vecchio, contraffatto, scempiato, ma facoltoso, e 
col disegno di dimezzarci T eredità, ci ha tolta tutta 
la quiete, tutti stiamo in rivolta^ già sono in campo 
le liti, le pretensioni, le divisioni. Oh che inferno! 
— Ma piano; fra tanti tumulti come si vive? si dorme 
pure, si riposa? — Pensatelo voi; i pensieri di risen- 
timento ci riscaldano talmente Ìl capo, che mandano 
in fuga il sonno. — Ma non mangiate assieme? — 



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CAPO NONO 351 

Bene, ma Taver in faccia colei, l' avere accanto colui 
è un assenzio che amareggia ogni boccone. — Non 
vi parlate? ~ Sì, ma sempre in guardia, all'uso degli 
Spartani, o coi motti, o stendendosi le stoccate. — 
Ma tra giorno che fate voi ? — Ognuno procura di 
star solitario più che può, digrigna e batte i denti per 
rabbia. — Ma questo per verità è l' inferno, e per 
confronto, notate che descrivendolo il Vangelo, usò 
la frase espressiva; ibi erit fletus et stridor den- 
tium » (i). Io dico che qui c'è movimento e vita 
vera, senza fiato di rettorica; l'oratore è nutrito di 
buoni pensieri; anche la lingua, se togli qualche 
francesismo, è di buon conio. — Teneva poi tanto di 
questa maniera, prima ancora di S. Leonardo, An- 
tonio Baldinucci ò\ Firenze (1665-1717), che diede 
assai missioni in molte parti d'Italia e lasciò tre qua- 
resimali e altre prediche e sermoni; e che, come 
ognun sa, fu di fresco sollevato all'onor degli altari 
da Leone XIIL E cosi pieno di zelo e di unzione re- 
ligiosa si mostrava Giuseppe Antonio Bordoni, tori- 
nese, maestro di belle lettere, di filosofìa e di teologia 
neir ordine dei Gesuiti, a cui apparteneva, e morto 
in patria nel 1742. I suoi discorsi sopra l'esercizio 
della buona morte ebbero molte edizioni, e sono lo- 
devoli per chiarezza ed unzione. 

Fra tanti oratori di quaresimali e di prediche altri p^g^icaiorì 
si segnalarono in un genere più modesto ma non che traiuno 
meno utile, cioè nel commento delle Sacre Scritture lezione 
fatto con le lezioni morali. Va degno di memoria tra ^^nioraìr 
costoro Ferdinando Zucconi di Monte Casciano ( pro- 
vincia di Ancona), gesuita, che visse per lo più a 
Firenze, e in quella città spiegò al popolo parte delle 
Sacre Scritture, le cui lezioni sopra il vecchio e nuovo 
Testamento furono stampate a Venezia nel 1714 in 



(I) Òp cit. Fred. XIV. 3. 4. 



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352 CAPO NONO 

cinque volumi. Lasciando le ricerche curiose o di 
natura scientifica, con l' aiuto specialmente dei Santi 
Padri, e con movimento oratorio semplice e piano, 
inculca soprattutto una sana morale. Seguono le sue 
orme Gio. Batta Sandi, le cui lezioni furono pure 
stampate a Venezia nel 1729 e Mons. Pompeo Sar- 
nelli cht stampava le sue nella stessa città l'anno 1744. 
Due però ottennero maggior rinomanza in questa 
prima metà di secolo. L' uno è Gio. Umberto di Coc- 
conato d. C. d. G. nato a Casale e morto a Mantova 
nel 1748; fu anche autore di un quaresimale, ma 
principalmente attese a spiegar le Scritture, e tre anni 
prima della sua morte pubblicò a Venezia tre vo- 
lumi di siffatte lezioni sopra il Genesi. L' altro è il 
p. Cesare Calino dì Brescia, morto a Bologna nel 1749 
in età di sessantanove anni. Illustrò con le sue le- 
zioni il Libro I della nazione ebraica allo stato di 
monarchia. Scrisse inoltre Trattenimenti sopra i Van- 
geli e gli Atti degli Apostoli; lasciando stare il qua- 
resimale, i panegirici e altri discorsi. In tanta abbon- 
danza di cose si nota anche soverchia abbondanza 
di parole che lo rende prolisso e languido nella sua 
fluidità; attende a svolgere la parte narrativa e mira 
sempre al fine di una educazione ascetica. Il dettato 
è sempre fàcile; già lo stesso autore dice nella prefa- 
zione al Quaresimale (i), di non voler parlare solo 
a* letterati, ma al popolo e che però nei concetti e 
nelle parole vuole essere inteso da tutti, allegando il 
detto di S. Agostino si non vis intelligi non vis legi; 
tuttavia se avesse potuto essere più succoso e vivace 
avrebbe meglio attratto i lettori. Va annoverato tra 
costoro, e anche con maggiore e meritata fama, il 
p. Vincenzo M. De Nobili della Congregazione della 
Madre di Dio, le cui Lezioni sacro morali ebbero più 



(i) Venezia 1732. 



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CAPO NONO 353 

edizioni. Versano sulla creazione del mondo, sulla 
storia de patriarchi dalla nascita di Abramo fino alla 
morte di Giuseppe, e sui Vangeli. Furono tenute a 
Napoli nella chiesa del Collegio di S. Brigida; e tra 
numerosa turba convenivano ad ascoltarlo anche uo- 
mini dotti e ragguardevoli. Furono continuate dal 
p. Domenico de Nobili. Dal Rettore , generale della 
Congregazione furono approvate per la stampa Y anno 
1749. Il p. Vincenzo era rinomato anche nel far pre- 
diche e panegirici. 

Entrano in siffatto genere e spezzano il pane in ^ 

. r .1- 7 . ... , . Le spie- 

modo assai familiare altri predicatori con le spiega- gazionì dei 

ztoni dei Vangeli ed omelie, e ve n* ha parecchi che ^*°8ei» 
si sollevano sulla turba. Metto tra questi Pier Luigi 
Veggi dì Piacenza, morto a Reggio d'Emilia nel 1736. 
il quale pubblicò i suoi sermoni familiari sui van- 
geli delle domeniche in tre diverse mute (i). Ebbe 
anche l' onore di una traduzione in tedesco. Giuseppe 
Musocco, preposito della Congregazione di S. Fi- 
lippo Neri in Trento, che pubblicò nella stessa città, 
r anno 1745 il suo Annuale per li parrochi, ossia di- 
scorsi sacro-morali ad uso dei pastori delle anime 
per tutte le domeniche e feste mobili delF anno. Non 
si può negare che il suo lavoro non sia pieno di 
buone osservazioni, ma nei riguardi dell' arte non è * 
buon modello, perchè troppo scucito e mancante di 
unità nei discorsi. Procede invece molto più accurato 
nel dire e filato nel discorso un altro seguace di 
S. Filippo Neri, anzi fondatore della Congregazione 
dell'Oratorio in Torino, voglio dire Francesco Andrea 
Boschis, che pubblicò nella detta città, un anno prima 
del Musocco, 80 discorsi familiari, non sui Vangeli 
ma sopra i ricordi principali lasciati da S. Filippo 
Neri. « Ho procurato, e' dice nella prefazione, di ado- 



(i) Venezia 1721. Anno I. II, III. 

Storia della Predicazione ecc. 23 



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354 ^APO NONO 

perare uno stile che avesse qualche piccola proprietà 
e pulizia, però semplice e naturale, che non togliesse 
la familiarità e la chiarezza del favellare, ma lo 
rendesse più sensibile ed efficace ». E davvero che 
tira assai rasente al segno. Gio. Batta Guidi arciprete 
e vicario foraneo in S. Maria degli Alemanni a Ve- 
nezia, che pubblicò un duplicato annuale di parro- 
chiali discorsi per tutte le domeniche e solennità del 
Signore, ad uso massime delle persone di campagna, 
contenente la dottrina e morale cristiana sopra cia- 
scuno degli articoli della Fede, dei precetti di Dio e 
della Chiesa, dei Santi Sacramenti, le virtù e i vizi 
ed altre materie e pratiche importanti (i). Pigliando 
le mosse dal vangelo tira nel suo campo le dottrine 
principali del catechismo e ne tesse un discorsetto 
morale, simile a quello che i francesi dicono prone; 
ha slancio e vita, ma é assai negletto, specie nella 
lingua. 

Accanto a questi predicatori che si tennero a un 

Lettere ,. i . . * i. ,. 

pastorali genere di eloquenza schietto si e polito ma di non 
grande movimento si potrebbero rammentare parec- 
chi autori di lettere pastorali rivolte dai vescovi al 
popolo delle loro diocesi, per inculcare i doveri del 
cristiano, specie in alcuni tempi dell' anno ecclesiac- 
tico. Nel che ottenne meritate lodi Mons. Giacomo 
Lanfredini (2), vescovo di Osimo e di Cingoli, e cardi- 
nale, le cui pastorali s'ebbero più ristampe; ha infatti 
dottrina soda, animata da sentimento di pietà, del 
resto per lo più le lettere incedono a mo* di piana 
istruzione. Sono inoltre degne di memoria ventitre 
lettere pastorali stampate a Venezia nel 1750 di Fran- 
cesco Incontri arcivescovo di Firenze, con una delle 



(t) Venezia. Poletti, 1752. 

(2) Lanfredini G. (card.) Raccolta di orazioni sinodali e lettere 
pastorali. Bergamo, 1761. 



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CAPO NONO 355 

quali accompagna alcune lettere dello stesso Lanfre- 
dini, eh' egli stimava molto, ed onorava, anche perchè 
concittadino di Firenze. Mons. Francesco Trevisani 
invece, patrizio veneto e vescovo di Ceneda da prima 
e poi di Verona, scrisse delle Conferenze pastorali 
istruttive sopra la verità della kòt cristiana posta a 
confronto con 1' Ebraismo, e ciò nell' occasione che 
Sara, figlia di Salvatore Conegliano, ebreo di Ce- 
neda, s'era non solo convertita al cristianesimo, ma 
s'era fatta religiosa nel convento di S. Pietro a Feltre 
col nome di Suor Francesca Trevisana. Le confe- 
renze furono stampate a Venezia nel 1733 e dedicate 
a Benedetto Xlll. 

APPENDICE 1* AL CAPO NONO. 

Tra i predicatori italiani che, se non compariscono Altri 
tra i primi, furono tenuti in conto di buoni « pub- ''^tai^n?'^^ 
blicarono le loro opere in questa prima metà di secolo, 
notiamo parecchi altri appartenenti ad ordini reli- 
giosi o sacerdoti secolari. Nella Compagnia di Gesù gesujti 
si segnalarono Cesare Reninoli dì Finale, che pub- 
blicò tre volumi di discorsi morali e panegirici ( Ma- 
cerata 1692) e morì al principio del secolo XVIII; 
Camillo Maria Audiberti di Nizza che predicò spe 
cialmente a Torino in solenni occasioni, e pubblicò 
diverse orazioni panegiriche e funebri nella detta 
città Tanno 1715; morì due anni dopo; fu anche ac- 
cademico insigne e poeta; Francesco Paterno di Ca- 
tania, morto il 1720; Gio. Batta Conti d'Ascoli 
(1649- 1723) ^^^ occupò alle cattedre nella Com- 
pagnia e lasciò le sue Considerazioni sopra i 7 pec- 
cati capitali; Francesco Capra di Vicenza, che stampò 
a Venezia i suoi panegirici e le orazioni nel 1708; 
Sigismondo Nigrelli che le stampò nel ijio\ Simone 



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35^ CAPO NONO 

Bagnati di Napoli (1651-1727) che oltre a prediche 
e panegirici lasciò anche i suoi Discorsi morali sugli 
Evangeli di tutte le domeniche; Benedetto Chiarelli 
siciliano, morto nel 1728; Carlo Giacinto Ferrerò di 
Valperga, che pubblicò le sue orazioni funebri e morì 
nel 1730; Domenico Antinori di Napoli che stampò 
i suoi discorsi e panegirici a Roma nel 1728 e due 
anni dopo a Venezia il quaresimale; Francesco An- 
tonio Baracca di Cosenza, morto nel 1732, di cui 
abbiamo panegirici ; Carlo Lobelli che lasciò le sue 
prediche quaresimali (1729); Gio. Batta Arrighi del 
territorio di Bagni di Porreta, che predicò specie a 
Bologna e a Vienna, e morì nel 1736; Liborio Sini- 
scalchi di Napoli, morto nel 1732, di cui si pubbli- 
carono, oltre il quaresimale, i panegirici e i discorsi 
sulla passione di N. S. G- C; Cesare Francesco Boi- 
talini dì Brescia, che stampò il suo quaresimale a 
Venezia nel 1738 e morì cinque anni appresso; Ni- 
cola Vulcano, napoletano, che stampò i panegirici 
sacri e le sue orazioni a Napoli nel 1724; Anton 
Francesco Bellati (1665- 1742) i cui panegirici furono 
pubblicati a Venezia nel 1747, e il quaresimale nella 
stessa città Tanno 1761, ebbe anche nome di buon 
letterato; Gio. Berlendis di Bari, morto a Napoli 
nel 1745, che entra nella Raccolta di insigni oratori, 
edita a Napoli il 1718; Gio- Batta Campisi che pub- 
blicò a Palermo nel 1745 i suoi discorsi per eccitare 
i fedeli alla divozione di Maria sotto il titolo di Re- 
gina del Paradiso; Jacopo Antonio Rossi, delle cui 
prediche quaresimali si ha un'edizione fatta a Ve- 
nezia nel iy46\ Francesco J^Mro che pubblicò i suoi 
panegirici in Napoli nel 1747. 
domenicani Vengono tra i Domenicani Cherubino Vecci, lono- 
bardo, che stampò i suoi panegirici (Venezia 1701); 
Giacomo Gualtieri da Perugia che pubblicò i di- 
scorsi sul Ss. Rosario e sopra gli evangeli di tutto 



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CAPO NONO 357 

l'anno (Tuderi 1702); Ambrogio Cappello da Udine 
che lasciò un quaresimale e panegirici; Giuseppe Tom- 
maso Riotta da Trapani, lodato per erudizione ed 
eleganza, che pubblicò orazioni di circostanza e il 
quaresimale (Trapani 1704); Tommaso Borelli da 
Genova che dettò il Rosario meditato e recitato, di- 
scorsi morali ecc. (Genova 1708); Gio- Batta Ma^{0- 
leni dì Bergamo, che pubblicò alcuni panegirici e 
sermoni in lode del Rosario (Parma 171 1); Cheru- 
bino Paraferà di Napoli che pubblicò il quaresimale 
(Napoli 1712); i^a/wonrfò 5on/2//o, siciliano, che com- 
pose 1' Anno sacro, ovvero sermoni del Ss. Rosario 
per tutte le domeniche e fs^ste principali dell' anno 
(Catania 1708) e morì nel 1714; Cesare Lod. Sami- 
niati di Lucca che lasciò panegirici sacri. 

Sono degni di menzione tra gli Agostiniani: Ca- ^ ,. . . 
, ... agoitiniani 

luscni Taddeo, milanese, morto al principio del se- 
colo, che lasciò molte prediche e panegirici mano- 
scritti, e di cui si pubblicò l'opera: Esame della re- 
ligione protestante, ossia pretesa riformata (Vene- 
zia 1720); Ambrogio De Nobili da S. Carlo, mila- 
nese, scalzo, morto nel 1715, che fu assai lodato per 
la facondia e pubblicò: Prediche per 1' Avvento (Mi- 
lano 1688), Discorsi sacri (iMilano 1690), Prediche qua- 
resimali (Milano 1696), Discorsi sopra i dolori della 
Vergine (Milano 1702), Discorsi sopra le eccellenze 
del Rosario (Milano 1711); Staurengo Prospero da 
S. Giuseppe, milanese, priore in varii conventi, pro- 
vinciale, morto nel 171 5, che fu indefesso oratore e 
stampò: Orazioni sacre, dedicate a Mons. Alessandro 
Croce vescovo di Cremona (Milano 1700), Discorsi 
per l'Avvento e alcune feste dei santi (Milano 1709) 
Discorsi claustrali sopra la Regola di S. Agostino 
(Milano 1704 e 1711 ), Quadragesimale (Milano 1714). 
Borsa Pietro, cremonese, che lasciò parecchi discorsi 
e morì nel 1724; Cataneo Giacomo da S. Lucia, mi- 



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35^ CAPO NONO 

lanese, scalzo, morto nel 1737, che predicò per 37 anni 
nelle primarie città d' Italia e sempre con straordi- 
nario concorso e di cui si stamparono orazioni fu- 
nebri e parecchi panegirici, per i quali era principal- 
mente richiesto; Pancero Gio. Bortolo da S. Claudio, 
pur milanese e scalzo, definitore a Roma, commis- 
sario apostolico in Germania, assai erudito nella 
storia e poeta, che come oratore lasciò le prediche 
d'avvento e di quaresima. 
L« raccolta Gaetano Maria Travasa, bassanese, chierico re- 
di Gaetano golare teatino e predicatore, nel 1754 pubblicava in 
ravasa^ volumi a Venezia (tip. Gio. Manfrè) una Raccolta 
di varie orazioni de* più pregiati autori del tempo. 
Diceva di togliere dagli altri piuttosto che dare del 
proprio, perchè non riconosceva nei proprii compo- 
nimenti quella eloquenza mirabile che voleasi rico- 
noscere negli oratori raccolti « che sono di grande 
riputazione nel secol d' oggi » e degni per lo più 
d'encomio qual più qual meno « per dottrina pro- 
fonda, nerboruta eloquenza e leggiadria di stile e 
purità di vocaboli ». Leggo tra costoro (lasciando 
stare alcuni già rammentati) i nuovi nomi: del sa- 
cerdote Innocenzo Molinaro, del gesuita Igna{io 
Chiaberge, del padre Benedetto Verini della Congre- 
gazione della Madre di Dio, di Giuseppe M. Platina, 
minore conventuale, di Mons. Giuseppe Porporato, 
vescovo di Saluzzo, che fece anche il discorso fu- 
nebre di Teresa Elisabetta di Lorena regina di Sar- 
degna, dell' Ab. Gaetano Zuanelli, che poi fu vescovo 
di Belluno e stampò a Venezia nel 1735 il suo qua- 
resimale, lavoro che va tra i migliori; dell' Ab. Do- 
menico Aurelio Franceschi di Reggio, del p. Carlo 
Sanseverino, gesuita, del quale facevano grande stima 
il Roberti e il Pellegrini, del p. Lorenzo Mora, pur 
gesuita, dell' ab. Giorgio Baronio, del p. Pier Tom- 
maso Campana, bresciano, dell'Ordine de'Predica- 



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CAPO NONO 359 

tori, di Francesco M- Da Bergamo, cappuccino, di 
Gto. Stefano Granara, dei Chierici Regolari, di Fran- 
cesco Anton Gervasi, minore conventuale, di Do- 
menico Anton Fabbroni, minore conventuale, di Giu- 
seppe Anton M. Santini, carmelitano, di Michelangelo 
da Reggio, cappuccino, dell' ab. Enea Gaetano Me- 
tani, di Antonio Monti, del dottor Girolamo Metani, 
sanese, del p. Michelangelo Carmeli di Cittadella, 
minore osservante, di D. Gio. Andrea Ghirardi, del 
p. Ferdinando M. Giuliani da Venezia, minore osser- 
vante, del p. Daniele Felice Donati, minore conven- 
tuale, del p. Luigi Ant. Locatelli, di Giuseppe De 
Nobili Vittelleschi, del dottor Paolo Lana, di Gio. 
Benedetto da Torino, cappuccino, di Giannalberto 
Bianchi dì Verona, di Bartolomeo Dagìio, agosti- 
niano, di Francesco Angelo Pastrovicchi, dì Giu- 
seppe M. Olmo, minori conventuali, del Card. Pas 
sionei, che fece il discorso funebre per il principe 
Eugenio di Savoia, di Gio. Andrea Baratti, ferrarese, 
di cui si dà l'elogio funebre fatto in onore del car- 
dinale Alessandro Aldobrandini, dell' ab. Matteo Ugo- 
Uni che ha l'orazione in funere del card. Gio. An- 
tonio Da via, di Jacopo Agnelli, ferrarese, che ha 
l'orazione in funere di Mons. Bonaventura Barbe- 
rini, arcivescovo di Ferrara, del p. Sebastiano M. da 
S. Marcello, carmelitano scalzo, di Luigi Giusto, ve- 
neziano, che scrisse 1' orazione funebre di Carlo VI 
imperatore, letta nell'Accademia degli Affidati, di 
Angelo Melchiori, gesuita, che disse in chiesa il me- 
desimo elogio, del marchese Andrea Alamanni^ di 
cui si ha r elogio del Granduca di Toscana Co- 
simo in, dell' ab. Giuseppe Buoldelmonti, che disse 
quello di Gastone VII, di Romualdo da Parma, cap- 
puccino, di Mons. Francesco Bianchini, di Francesco 
M. Salesio Villi, di Luigi M. Ma^^oni da Siena, di 
Agostino M. da Lugano, cappuccino, del p. Teodosio 



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360 CAPO NONO 

Romani dd Minimi, di cui si ha rotazione per la festa 
del V secolare anniversarìo del sacro Ordine de Pre- 
dioitori. Non parlo d' altri discorsi puramente accade- 
mici che sono nella detta Raccolta. 

Altri, di cui restano stampate le opere sono: Mas- 

pA^teptaii similiano Deja, lucchese, della Congregazione della 
"dìafreìt^ Madre di Dio, che nel 1704 faceva la 4.* edizione dei 

gioii o al suoi panegirici, accompagnandoli con una prefazione; 

McoUpe i^ suo gusto però sta più col secolo precedente 
che col nuovo; Girolamo Renda Ragusa, siciliano 
di Modica, che pubblicò a Venezia nel 1707 i suoi 
panegirici; Elia Mignati che nel 17 17 pubblicò a Ve- 
nezia due prediche e quattro orazioni sacre; fr. Gae 
lano da Bergamo^ cappuccino, che pubblicò L'uomo 
apostolico al pulpito (1729) eh' è un savio e copioso 
trattalo sul modo di regolarsi nella predicazione, 
come pure U uomo apostolico al confessionario, 
i' Umiltà nel cuore, e parecchie altre operette asce- 
tiche; Gio. Francesco Biron, cappellano della chiesa 
di S. Procolo a Venezia, che nel 1733 pubblicò i suoi 
discorsi e panegirici sacri, che segnano la riforma che 
andavasi preparando dai buoni ; Ottavio Reggio^ noto 
per il suo catechismo; fra Domenico Righini che 
stampò l'opera II predicatore istruito nel gesto e 
nella voce (Venezia 1736); fra Serafino da Ferrara 
che stampò le sue orazioni sacre (Venezia 1737); 
Tomaso Villacastin, che nel 1738 stampò a Brescia i 
suoi Esercizii spirituali; fra Giuseppe M. Sardi, z^x- 
melitano, che pubblicò a Venezia i suoi Sermoni e 
Prediche nel 1741; le prediche sono tratte dai coman- 
damenti della legge di Dio e della Chiesa; Benedetto 
Pasqualigo, nobile veneziano, canonico della catte- 
drale di Padova, che pubblicò le sue Concioni a 
Maria colla stamperia del Seminario nel 1740, dedi- 
candole al card. Guadagni, allora Vicario in urbe di 
Clemente XII; dettò anche l'orazione in funere per 



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CAPO NONO "jB! 

Marco Gradenigo, patriarca di Venezia; Carlo An- 
tonio Donadoni [ 1 672 - 1 756 ), m » n ore co n v e n r u a le, eh e 
stampava a Venezia nel 1717 il suo Quaresimale, e 
zhe nelle sue prediche procede ordinato, tripartendo 
ogni suo discorso; è ^.carso però di pregi oratorìì. 

Nota ancora parecchi nomi di predicatori appar- 
tenenti all'Ordine de' Cappuccini ricavati da una (ratta da 
Raccolta di varii discorsi panegirici de' sog-^etti più ^/appuc^^i* 
ceiebri delt Ordine de' Minori Cappucdni [2.^ ediz, 
Venezia 1759}- E' sono: p. Filippo da Civitattova che 
taceva il quaresimale in patria nel \y4^; p. Fedele da 
Piacenza f che predicava in patria nel 1736; p. Ste- 
fano da Cesena, p, Giuseppe M, da Ferrara, p. Giù- 
le^pe da Cannobio^ che nel 1738 faceva un triduo a 
Milano; Bernardo da Bologna^ Fortunato da Bo- 
lo gna. I^odovico da Bologna, Agostino AI. da Lu- 
gano , Serafino da Vicen^a^ Ippolito da Milano, Giù - 
seppe M. da Savorgnano provi ncìale nella Venezia, 
Angiolo Francesco da Par ma ^ Giannan Ionio d'Acqua- 
negra, Giuseppe Ant di Fossombrone, Vincenzo da 
S, Eraclio, Andrea da Faenza, Apollonio da Cadore^ 
Nicola d' Offida^ Nicola d' Osinio, Giuseppe M. da 
SassuolOy Carlo Filippo da Milano, Tinoieo da Bre^ 
scia^ Benedetto da Torino^ Bernardo M. da Lanciano, 
Alfonso M da Reggio, Anastasio da Crema, Gau- 
denzio da Brescia. Costoro fiorii ono tu! ri nella prima 
mela del secolo di cui ragioniamo. 

Merto in mostra altri nomi che trovo in un'altra Raccolta 
Raccolta di panegirici sopra tutte le festività di ^^O' ^ooHgoaT*^ 
stro Signore y di Maria Vergine^ e dei Santi recitati 
da* pili celebri oratori del nostro secolo, sì statupati 
che manoscritti, come pure tradotti dalla lingua fran- 
cese (ed. 2^ in Venezia 1760 - Gir. Dorigoni) (1), 



I 



n) La lA edÌJEJone fa filla dal Savioli od 17^9 in 4 tomi, meatie 
]'«d. presente ttl compone dì t> EumL 



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^ 



362 CAPO NONO 

S'intende che om metto i nomi degli oratori che ci 
sono già noti o che sono stranieri. Sono adunque: 
p. Vincemmo da S. Jacopo, veronese, agostiniano scalzo, 
appartenente all'Accademia dei Timidi; p. Giuseppe 
M. da Udine, cappuccino, p, Nicolò Bona chierico 
regolare teatino, veneto; D. Giovanni Brutti teologo 
del vescovo e principe di Trento; p. Angelo M. Ven- 
tura, mantovano, generale dell'Ordine dei Servi di 
Maria; p. Pier Antonio Capitanio, agostiniano scalzo; 
p. Agostino Or:(alli, chierico regolare teatino, veneto; 
p. Giambatta Chiappi dell' Ordine dei Servi di Maria; 
p, Giuseppe da Cittadella, riformato francescano, che 
nel 1739 predicava il quaresimale a Pavia; p. Filippo 
M. Papini, fiorentino, appartenente all'Ordine dei 
Servi di Maria; Francesco AnU di Ferrara, minore 
osservante; D. Giovanni Donati, sacerdote veneto e 
canonico di Pola; p. Giannantonio Fedrici, dì Fi- 
renze, detto il p. Cavallini; p. Enrico Vercelli, fio- 
rentino, dei Servi di Maria; p. Giuseppe M. Rossini, 
dei Servi di Maria; p. Leonardo Cominelli, d. Cd G.; 
p. Prospero M. Gibellini, d. C. d. G.; p. Pier Andrea 
Lombardi^ carmelitano di Firenze, Giannantonio Pe- 
dolli, sacerdote veneto, p. Francesco M- Quadrio, de- 
fìnitore e guardiano de' Cappuccini; p. Bernardino 
Ball Asta, veneto; p. Angelo M- Rinaldi, barnabita; 
p. Francesco M. Cavalli, veneto, dei Chierici Rego- 
lari minori; ab. Tomaso Rinaldi, rettore della chiesa 
di Reno; D. Valentino Faustini, sacerdote padovano; 
p. Pio Ant. Fochi, mmore conventuale, p. Enrico 
Capra d. C. d. G.; p. Gio. Clemente da Venezia, 
francescano riformato; p. Alessandro Ignazio Sa- 
gramoso d. C. d. G.; p. (Mrlo M. Roffeni, bolognese, 
dei Servi di Maria; D. Giannantonio Volpi, accade- 
mico dei Ricoverati a Padova; D. Francesco M. Ma- 
nara, somasco, e pubblico lettore nell'università di 
Padova; Pier Ant. diS. Elisabetta, agostiniano sclazo; 



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CAPO NONO 363 

X). Leandro Gius. Ant. Merusio, canonico regolare 
Materanese; p. Gabriele M. de Valem^uela, barnabita; 
T^. Ortensio Rossi, monaco camaldolese; D. Antonio 
leggio; Gian Francesco da Verona, minore rifor 
inato; Carlo Andrea Castagnola d. C. d. G.; abate 
J^aolo Vendramini, trivigiano e dottore in teologia; 
conte D. Carlo Barbieri, nobile vicentino, accade- 
mico dei Ricovrati; D. Matteo Benettelli; D. Ferdi- 
nando Porr etti* D. Girolamo Bariiffaldi, arciprete 
deir insigne collegiata di Cento; p. Giuseppe Ignazio 
Spagnolini, barnabita ; p. Francesco Grandi d. C d. G. ; 
D. Giulio Sacrati, ferrarese; fr. Ermenegildo da Roma, 
de* Minori Riformati; D. Gregorio Visconti, barna- 
bita; D. Giuseppe Peri; D. Guido Ignazio Vio, mo- 
naco camaldolese, che nel 1748 faceva il panegirico 
di S. Parisio a Treviso nella chiesa del detto Santo; 
Ignapo Savelli di Ortaca, minore osservante; Papa 
Benedetto XIV, che nel 1748 faceva un discorso nel 
monastero di Regina Coeli per la professione di 
Suor M. Anna Teresa Imelda di Gesù Crocifisso; 
p. Alfonso M. da Reggio; p. Gianpietro Bergantini, 
chierico regolare; p. Demetrio Panicelli dei Minimi; 
Giuseppe Giacinto Jrivieri, vercellese; p. Pellegrino 
M. Galeotti, provinciale dei Servi di Maria; Gius. 
Orazio Longo , minore osservante; p. Emmanuel 
Cappa, minore osservante; ab. Carlo Maurilio Ron- 
joni, milanese; p. Lorenzo Fusconi, minore conven- 
tuale; ab. Gaetano Teran^a, mantovano; p. Dome- 
nico Stancari d. C. d. G.; D. Francesco Andreoli, 
veneziano; p. Innocenzo del Ss. Rosario, agostiniano 
scalzo. 




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364 CAPO NONO 



APPENDICE IP AL CAPO NONO. 



L* eloquenza sacra in Francia avea toccato T apice 
La predi- della sua grandezza con Bossuet e con Bourdaloae; 
in^Frtncia ^''^i ^ nuovi tempi ne preparano la decadenza. La 
nella se- forza di un sodo ragionamento basato sullo sviluppo 

conda meta ,. , , . . , ,. 

del te- di una larga dottrina non si lega nelle proporzioni 
colo XVHI ^j prima con lo splendore della forma, e il senti- 
mento che prima era più elevato e dignitoso diventa 
più delicato e talor troppo molle. Accadde in so- 
Va^^prwe"- stanza anche qui quello che accadeva in Italia e in 
tire il suo altri luoghi, r elemento umano entrò in maggior 
to anche copia con danno dell' elemento soprannaturale, e 
in Francia ^y ^^^j ^^^ g^jj^ ^j^^ parve ai contemporanei più ac- 
costevole e ripulito, ma che in fatto era più fiacco. 
Il filosofismo intanto, a mano a mano che inoltra- 
vasi il secolo, insinuavasi nella scienza di allora e la 
pervertiva, facendosi sentire indirettamente anche nel- 
r eloquenza sacra e svisandone la natura. L'eloquenza 
sacra così preparava un' argine troppo debole al tor- 
rente della rivoluzione che sordamente ingrossava, 
fin che romorosamente straripò. Sul principio del se- 
colo s' incontrano però tre grandi oratori, che non 
ostante i loro difetti gareggiano coi sommi, e sono 
Flechier, Fénélon e Massillon. 
s irito Spirito Flechier (1632-1710) visse tra i migliori 
Flechier rappresentanti dell' eloquenza sacra. Nacque a Pernes, 
diocesi di Carpentras, e per la sua abilità letteraria 
ebbe l' onore di entrare nell' Accademia di Francia 
in compagnia del famoso tragico Racine. Sacerdote, 
ottenne la stima dei grandi anche per le sue virtù, 
e fu fatto da prima vescovo di Lavaur e poi di Nimes. 



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r 



CAPO NONO 365 

Fece molte orazioni funebri e passa come suo capo- 
lavoro quella del general Turenna, specie per il suo 
incomparabile esordio. Ma la sua vena noi soccorre 
che a tratti, e perciò sta al di sotto dei sommi; TAu- 
disio il dice più letterato che profondo teologo, più 
elegante ed ornato che veemente ed ispirato. Il signor 
De Treveret (i), raffrontandolo con Eossuet, giusta- 
mente osserva che mentre il primo non si servia 
della parola che per il pensiero, e del pensiero per la 
verità, Flechier troppo spesso si serviva della parola 
per la parola, e pensava più a piacere col lenocìnlo 
dello stile, che a istruire e commuovere i suoi udi- 
tori. Ebbe più traduzioni nella nostra lingua; la 
Tipografia del Seminario di Padova ne fece una ri- 
stampa nel 1733. 

Francesco Fénélon (1651-1715) di facile ingegno, 
di splendida imaginazione, dopo aver maturato i suoi 
studi a S. Sulpizio in Parigi, si fece largo ben presto 
tra i grandi; e l'arcivescovo di quella città gli affi- 
dava la direzione de' nuovi cattolici. Luigi XIV l'edu- 
cazione di tre suoi nepoti, dando cosi un attestato 
di fiducia all'autore dell'opera: Sopra l'educazione 
delle giovani. Pieno di zelo per la Religione visse 
da prima col popolo tra gli uffici più umili del 
ministero sacerdotale, e così si ritemprò il cuore, 
pronto ed ardente, ad un nobile entusiasmo. Fu as- 
siduo nella predicazione, e ogniqualvolta le circo- 
stanze glielo permettevano, predicava ai grandi e ai 
piccoli, massime dopo che fu fatto arcivescovo di 
Calais. Peccato che scrivesse poco assai. Soleva pre- 
pararsi dinanzi a Gesù Crocifisso, e senza aver messo 
nulla in carta, o avendo soltanto tracciato dei sem- 
plici schemi, commoveva gli animi con una parola 
limpida, faconda, soave, perchè s'accompagnava a una 



(1) Do Panegìrique des Saintes au XVII siede. 



Féaélaa 



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366 CAPO NONO 

dolcezza persuasiva e rìpolita eleganza. Dicevano al- 
lora che parea sentire l' abbondanza e la nota pate- 
tica del Crisostomo. Così la stessa facilità del pero 
rare estemporaneo fece che, mentre lasciava egregi 
documenti del suo valore letterario in altre specie 
di scritture, pochi saggi lasciasse ai posteri della sua 
potenza oratoria, giacché tutto si riduce ad alcuni 
sermoni e alcuni panegirici, quantunque di squisita 
fattura. E condito sempre di sentimenti nobili e de- 
licati e sa spargere a piene mani le grazie e i fiori 
nel suo dettato, come fa in generale in tutte F altre 
opere sue. La sua virtù ebbe durissime prove. 11 libro 
a La dichiarazione delle massime dei Santi » gli sca- 
tenò contro una grossa tempesta; perchè molti, con 
Bossuet a capo, T accusarono di quietismo, e gli pro- 
vocarono una condanna da Innocenzo Xll, il quale 
del resto credette bene di dover rispondere agli ac- 
cusatori: peccavit aie excessu amoris Dei, sed vos 
peccastis defechi amoris proximl Andò ammirato, 
perché egli stesso lesse al suo popolo il decreto che 
lo condannava, sottomettendosi alla legittima auto- 
rità di Roma. E quasi non bastassero le lotte nel 
campo religioso, anche la corte e lo stesso Luigi XIV 
(che definiva il buon vescovo come l'ingegno più 
bello, ma più fantastico del suo regno) gli si mo- 
strarono avversi dopo la pubblicazione del suo Té- 
lemaque, ove si volevano vedere allusioni satiriche 
contro alti personaggi e contro lo slesso re; lamenti 
che in realtà valeano quanto quelli di alcuni nobili 
lombardi contro la satira del Perini, o quanto var- 
rebbero quelli di un avaro o di un dissoluto che se 
la pigliasse contro T oratore che riprova siffatti vizi 
dal pergamo. Ma la incostanza della fortuna e le 
sofferte vicende servirono a fargli più presto inten- 
dere la vanità delle speranze umane, e a rendere più 
eminente la sua santità. E T efficacia del suo zelo e 



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CAPO NONO 367 

della sua bontà non solo risplende nelle dette opere, 
ma anche in altre operette spirituali e nei Dialoghi 
sulf eloquenza, in cui fa molte sensate osservazioni e 
traccia un buon avviamento al sacro oratore. 

Gio. Batta Massillon d'Hières (1663 1742) è un ^..^ g^^^^ 
altro grande che, come oratore, ottenne maggior ri- Massìiion 
nomanza di Fénélon, sia per essere salito più spesso 
su più alti pergami, sia per aver lasciato maggior 
copia di discorsi col suo avvento e col quaresimale, 
co' suoi panegirici, con le sue orazioni funebri e ser- 
moni di circostanza. Avviatosi a' primi studi in patria 
e a Marsiglia, a 18 anni si ascrisse alla Congrega- 
zione dell' Oratorio, di cui fu gran luminare. Due 
discorsi funebri, per il defunto arcivescovo di Lione 
r uno, e per Camillo di Neuville 1' altro, lo misero 
in fama di valente oratore, e gli sgombrarono la via 
di Parigi. Nel 1699 si presentò sul pulpito di Ver- 
sailles con la predica tratta dal passo: beati qui lugenty 
quoniam consolabuntur e furono sempre più sensibili 
e manifeste le approvazioni e le lodi concesse ai suc- 
cessivi discorsi; quantunque si sapesse che Bossuet, 
(eh* ebbe occasione di udirlo in uno di quei discorsi ) 
ne avea dato un giudizio sfavorevole, dicendo che 
s' era allontanato dal sublime, e che non 1' avrebbe 
raggiunto giammai; giudizio del resto che lo stesso 
sommo critico dovette in appresso modificare al- 
quanto. Tuttavia il nuovo oratore guadagnava ogni 
giorno più del pubblico favore e, fatto vescovo di 
Clermoni nel 1717, fu invitato a predicare l'avvento 
davanti al giovane principe Luigi XV. Si sa che ir» 
sei settimane compose le dieci prediche che occorre- 
vano, e che furono giudicate per lungo tempo il ca- 
polavoro di Massillon. S* ebbe il plauso dei migliori 
letterati di Francia, era chiamato il Racine del pul- 
pito per la sua frase poetica ed elevata, e il Cicerone 
della Francia per la sua facondia; Voltaire stesso, che 



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368 CAPO NONO 

faceva gran conto dell* arte sua, solca tenerlo sopra 
il suo tavolino, e scriveva in una lettera (i) « I sei^ ] 
moni del p. Massillon vanno tra le più piacevoli 1 
opere che noi possediamo nella nostra lingua, mi 
piace farmelo leggere a mensa ». Ma gli elogi dovuti 1 
all'avvento van pur dati anche a molte prediche 
del quaresimale, le quali sono egualmente annmira- 
bili per potenza di composizione e per i colorì di 
uno stile smagliante. La qualità poi che primeggia 
in tutte le opere di detto autore consiste, per gene- 
rale consenso, nell' arte di muovere gli affetti, toc- 
candone delicatamente e piacevolmente le corde. Così 
ne pària V Audisio (2); « Né ardendo ne lanciandosi 
come Bossuet, ne stringendo né argomentando come 
Bourdaloue, qual abile negoziatore, dolce, soave, tran- i 
quillo indirizzasi, più in aria di amico leale ed af- 
fettuoso che di tremendo espugnatore, alla difficile 
rocca dell* uman cuore ». Molta parte del suo pre- 
stigio viene dallo stile; la sua frase eletta, ripojita, si 
piega abilmente a tutti i concetti, e corre fluida, ab- 
bondante, fiorita, legandosi in periodi ampi, torniti, 
armoniosi; e cosi passa quasi con la persuasione di 
confidente amicizia a insinuarsi blandamente negli 
animi, sollevandoli in una regione superiore e in una 
vita più serena. Tuttavia i difetti della decadenza si 
manifestano, e la cura di una certa appariscenza della 
frase offende talvolta la semplicità e la naturalezza. 
Ciò quanto alla forma; ma riguardo alla sostanza 
vi ha più da ridire. Tende sovente a una certa esagera- 
zione del pensiero, fino a doverne mettere talvolta 
in dubbio la precisione e la giustezza; come si può 
osservare neir assunto stesso della predica sull'im- 
penitenza Knale, che pur contiene tante bellezze e 



(i) A. D'Argentai 7 luglio 1769. 
(2) Lez. di sacra eloquenza. Voi. IL 



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CAPO NONO 36^ 

Ottenne più volte uno splendido effetto sugli animi. 
Nei panegirici raccoglie troppa dottrina e troppa mo- 
rale, difetto in generale dei Francesi, ma più parti- 
colare di lui, che poco si occupa delle particolarità 
storiche e del lumeggiare il carattere dei Santi. 
L'Ab. Edoardo Boucher (r) mette inoltre la mano 
sopra un' altra causa che altera alquanto la natura 
della sacra eloquenza e che consiste nel seguir troppo 
il filosofismo allora invadente: ^ La sua morale, quasi 
distaccata dal dogma, più filosofica che cristiana, è 
per ciò stesso alquanto fluttuante- Volendosi "dlon- 
tanare dalle sane tradizioni, e' s'è perduto. Infatti 
rammenta si la Bibbia, ma solo per arricchirne il 
tessuto dello stile; quanto ai Padri non ne fa quasi 
mai menzione; le prove del sentimento sono tirate 
in campo più che le ragioni della dottrina, e il Dio 
del cristiano si presenta come l'autore della natura 33. 
Vero è però che questi difetti non prendono tali pro- 
porzioni da guastare il complesso dell'opera sua, e 
le molte bellezze di colorito sacro rimuovono per lo 
più il guardo da ogni altra cosa e tanno ammirare 
la dottrina di Gesù Cristo. Gli ultimi vent'anni di 
vita non predicò, perchè gli era venuta meno la 
memoria. 

/Vltri minori, appartenenti alla prima metà del se- Fraocmi 
colo, sono: Antonio Anselme i 1652- [737), ab. di S. Se- ^VaiJj^r 
vero, predicatore ordinario del re, ammesso alla Real 
Accademia di belle lettere. Quantunque lodato da 
Madama di Se vigne, n:jn si trovò poi avere quel ca- 
lore e quella forza che innalzano il valor della pa^ 
rola; i suoi panegirici furono più srimati del quare- 
simale. 

Parecchi brillarono tra i Gesuiti: Gio^ i>ef di 
Sciampagna, rettore dell* università di Strasburgo, che 



(ti Eloquence de la dmire. LIlLai 1694. 
SlQrin dittia Predicazione ecc. 



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370 CAPO NONO 

sostenne con onore molte controversie coi Calvinisti, 
e molti ne converti; moriva l'anno iji2\ Francesco 
D* Avril di Moulins, ove morì nel 1719; predicò con 
grande successo l'avvento e la quaresima a Parigi; 
pubblicò: Suite des Saints et retours sur soi meme 
pour les Epitres et Eo, de fannée. Giacomo Corei 
di Valenciennes ( 1631-1721 ) di grande zelo e di forma 
originale. I titoli delle sue opere pubblicate sono; 
Maison de t etemite\ in 4 tomi, e Le seconde Adam 
ou Jesus sur la Croix, Bonheur de cette vie, ecc. 
Dauberton Guglielmo d' Auxerre, che da Luigi XIV 
fu dato per confessore a suo figlio Filippo V, quando 
andò nelle Spagne. Morì nel 1725. Come oratore pub- 
blicò parecchie orazioni funebri di principi. Houdry 
Vincenzo di Tours (1631-C729) che insegnò umanità, 
rettorica e filosofia nel Collegio di Luigi il grande. 
Come oratore lasciò: Sermons sur tous les sujets 
de la morale chrétìenne. Inoltre compose la BibUo- 
tèque des prédicateurs {i.\ 2.*, 3.* e 4.^ parte) che 
ebbe più edizioni. Pallu Martin dì Tours, morto a 
Parigi nel 1742, oltre ad opere ascetiche lasciò pa- 
recchi sermoni, pubblicati due anni dopo la sua 
morte. Anche Porée Carlo di Vendes, celebre maestro 
di eloquenza, lasciò: Orationes variae. Ma predica- 
tore di maggior grido degli annoverati testé, fu il 
p. Carlo de la Rue, che pubblicò un avvento e un 
quaresimale tratti da quattro avventi e sei quaresi- 
mali predicati alla Corte di Francia. Nel 1733 Giu- 
seppe Bettinelli stampava a Venezia una traduzione 
in lingua ital/ana di detto quaresimale. Lo lodano 
per la chiarezza, naturalezza e zelo di apostolo; non 
si eleva però né s'infiamma molto, cerca con forma 
troppo scolastica le divisioni e le suddivisioni, sicché 
lo svolgimento sa di trattato. Possedeva in grado 
eminente le doti esterne, e tra T altro una statura 
alta, un portamento maestoso, aria di gravità, azione 



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CAPO r»ONo 371 

patetica e naturale, voce penetrante. Gaillard Ono* 
rato di Aix di Provenza, educatore dei figli di Luigi 
De la Tour, che fu più volte predicatore alla Corte 
del re lungo il corso di trent' anni e gareggiava tra' 
primi; ma non restarono di lui che quattro discorsi 
funebri, che attestano una non comune potenza ora- 
toria. Meriti speciali poi vanno riconosciuti in Gu- 
gUelmo De Segaud (1647- 1748) ^^^ cominciò la sua 
carriera a Rouen e la finì sul pulpito della Corte, 
ove predicò un avvento e tre quaresime dinanzi ai 
re. Il che non impedì che molto travagliasse e assai 
fruttuosamente in mezzo alle campagne Dopo la sua 
lunghissima vita, si pubblicarono di lui un avvento 
e una quaresima, con panegirici, orazioni funebri e 
poco altro; e non ostante alcune negligenze, parecchi 
de' suoi discorsi dimostrano abilità non comune, e 
vaono lodati in ispecie per gran fondo d'istruzione, 
per ardente zelo, e per la soave unzione che li ram- 
morbidisce. Nel 1758 se ne pubblicò a Venezia una 
traduzione italiana. 

Raccolgo ancora alcuni domenicani: Carto Petru 
belga, d' Anversa, che svolgeva i suoi argomenti quasi 
esclusivamente con la dottrina di S. Tomaso; dettò 
Conciones ihomisticae dominicales et festivae per an- 
num et quadragesimales ( Antuerpiae 1693); Conciones 
thomisUcae sive discursus morales in omnes totius 
anni soiemnitates, (Coloniae 1698); mori circa il 1703, 
Francesco Chauchemer, dì Blesis, che ottenne grari 
plauso, ma non pubblicò che Sermons sur les my- 
stères de la Religion (Paris 1709), e mori nel 1713* 
Van Oeyenburch Enrico, di Bruxelles, che pubblicò 
Manuale concionatorum (Bruxelles T708J, morì nel 
1713. Fejacq Jacopo Giacinto, di Piccardia, che pre- 
dicò trent' anni con gran plauso nelle principali città 
di Francia. 



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\]1 CAPO NONO 



APPENDICE IIl^ AL CAPO NONO. 



Predìcaiori Nella Spagna si segnalarono i Gesuiti : Rancori 
nJ\ònlm Pasquale, dì Taragona, morto a Saragozza nel 171 1, 
che ottenne buona riputazione per i suoi sermoni. 
Lobato Diego, nato presso ad Evora, che lasciò 5 vo- 
Spagnuoii lumi di sermoui, che avea preparati per la stampa. 
Alberite Girolamo, della provincia d* Aragona che 
pubblicò 52 orazioni (Barcellona 1737). Bono Fran- 
cesco, di Algìra, morto a Valenza nel 1740 e che pub- 
blicò: Quaresma entera e orazioni. 

Nel Portogallo noto: Luigi Alvares[, che vi$se 
°* *^*93 anni, lasciò Sermoni per la quaresima e altri di- 
scorsi; Emmanuele Sylva che compose a proprio uso 
e ad altrui vantaggio la Sylva concionatoria, che si 
riguardava come una miniera assai ricca ed utile; 
tutti e due morirono nel 1709; Pietro Amarai, morto 
nel 171 1, Paolo Pereyra, morto a Lisbona nel 1713, 
e Simone Gama, morto nel 1718; lasciarono varii 
Sermoni. Appartennero tutti alla Compagnia di Gesù. 
Tra gli Agostiniani trovo ricordati: Emmanuele 
Figueiredo, esaminatore degli ordini militari, con- 
sultore della Bolla Crociata e cronista del suo or- 
dine, il quale lasciò anche alcune orazioni panegi- 
riche e funebri. Giovanni da S. Ignazio di Lisbona, 
che ebbe bella fama e pubblicò parecchi panegirici. 
Emmanuele De Lima di Lisbona, maestro di retto- 
rica e predicatore, stampò Les Ideas Sacradas nel 1720. 
Giovanni di S. Margherita, scalzo, che insegnò filo- 
sofia e teologia, fu illustre oratore e pubblicò: Di- 
scorsi varii politici, morali e panegirici (Lisbona 1744). 



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CAPO NONO 373 

Fra i Tedeschi noto i è^esuiti: Cario Linek dì 
Praga, che si esercirò nel ministero della predicazione 
12 anni e mori nel 1715, lasciando Concionum do- 
minicaHum lib, K et FesHvalmm Iib- IV. Clamerò 
Nagel ^ delia provincia Renana,, che si segnalò nella 
predicazione a Paderborn e morì pure nel 1715, la- 
sciando prediche. Slcheffer Vito, boemo, morto il 1717, 
che lasciò Conciones quadragesimale^. Reinfestuel 
Ignazio dì Liiienfeld [Austria) che predicò molto 
e con molta abilità, specie a Gratz, e morì nel 1720. 
Gio. Bernardino Arnnldt di Troppau ( 1662 1726) che 
predicò per [8 anni continui, e lasciò Concioni per 
tutte le domeniche delfanno e feste dei Santi, edite 
ad Ausbourg. Averhausen Giuseppe di Kempem 
(diocesi di Colonia ), che predicò per iS anni e morì 
nel 1734: pubblicò: Fiori di esempi o catechismo 
storico. Bartolomeo Bassar di Locopol (Carniola), 
predicatore ordinario a Leybach, morto nel 173^, che 
era dettò il Grìsosromo del suo paese e lasciò con- 
cioni secondo gli Esercizi di S. Ignazio. Anche Fran- 
cesco PJxffer di Lucerna, morto nel 1750, lasciò 
prediche. 

Spiccano tra gli Agostiniani: Volfango Eder^ ba- 
varese, caro a Massimiliano H e morto W 1703, Ìl 
quale lasciò: Dieandere ^Velt^ e altri sermoni. Abramo 
di S. Chiara, svevo, scalzo, morto il 1709, che fu pre- 
dicatore cesareo sotto l'imperatore Leopoldo a Vienna, 
e va tra' primi; pubblicò parecchi lodati discorsi e 
operette morali e ascetiche in tedesco, anche il Maury 
ne reca alcuni saggi. Assai lodato fu pure Ignazio 
Erti di .Monaco che pubblicò nella propria lingua 
discorsi per tutti i tempi dell'anno e sulla Passione 
del Signore, stampati ad Augusta nel 1712. Bene- 
detto Vogrìn della Stirìa, sono priore a Vienna 
morto nel 1712, che stampò in tedesco otto di- 
scorsi ^u S. Giovanni Sahaguntino, ScìiUnauher Da- 



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374 CAPO NONO 

niele che predicò molto in Austria e pubblicò pa- 
recchi panegirici; morì in patria nel 1718. Giuseppe 
Danger di Vienna, che predicò parecchi anni in pa- 
tria e a Turstenfeld, e pubblicò alcuni panegirici in 
tedesco. Ferdinando Dorfner, bavarese, oratore di 
gride, morto a Monaco nel 1719. Leopoldo Gramiller 
di Monaco, che pubblicò nella patria lingua nnolti 
sermoni per le domeniche e feste deir anno e otto 
panegirici; morì nel 1722. Giuseppe Runger dì Vienna, 
che predicò con molta fama in patria e in Ungheria, 
ma non lasciò che due panegirici; mori nel 1728. 
Gelasio Hieber di Dunckelspil (Svevia), detto a* suoi 
giorni un altro Tullio, che predicò 18 anni a Mo- 
naco, facendo molte conversioni; aveva fama anche 
di filosofo e poeta e mori nel 1731. Di lui si stam- 
parono il Catechismo esposto in sermoni (Monaco 
1732) e 14 panegirici. Guglielmo Angerer di Vienna, 
detto eloquentissimo; ma non pubblicò che tre di- 
scorsi di circostanza nel 1735 e ijyj^t Anselmo An- 
napacher della stessa città. Michele Schmid^ pure di 
Vienna, che pubblicò in tedesco un discorso sulla 
Pentecoste, tenuto ali* università e tre sopra il suf- 
fragio delle anime purganti, mori a 60 anni nel 1747. 

Noto tra gl'inglesi: Edmondo Scanbrik di Lan- 
cashire, morto nel 1709, che fu predicatore di Gia- 
como II e lasciò alcuni sermoni. 

In America inoltre si segnalarono i gemiti: Giu- 
seppe Aguillar di Lima (1566 1708) che lasciò varii 
sermoni, Pietro d Avendano di Messico, che usd 
dalla Compagnia a cui si era iscritto e predicò molto, 
mandando alle stampe parecchi de* suoi discordi. Gia- 
cinto Borrada di Lima, morto ivi nel 1704, che^pub- 
blicò due volumi di sermoni. Qua e là abbiamo an- 
cora altrì celebri gesuiti, come Giorgio DebskU po- 
lacco, che predicò molto a Vilna, al principio di 
questo secolo; Stefano Csetó, ungherese, che morì 



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C4P0 NONO 375' 

nel 171S e lasciò: Sermones sacri e Panegirici San- 
ctorum. Fabiano Wesseiy di Hradisc, morto presso 
Pzìbrum nel 1729, che ebbe grande celebrità e lasciò 
molti sermoni in lingua slava per le domeniche e 
le feste dell' anno. 



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376 



CAPO X. 



La Rivoluzione francese, ossia la seconda metà del secolo XVIIIe 
la predicazione — Spicca il carattere polemico, infrenato dal 
Roberti — Quirico Rossi. Em. Lucchese — La lezione morale 
e Gio. Granelli — Van tra i migliori Ignazio Venini, Gio. Trento 
e Pier M- da Pederobba — Seguono S.. Alfonso De Liguori, 
Ant. Valsecchi, Adeodato Turchi e altri intorno ad essi — Ap- 
pendice I, II, III. 



L'eloquenza ^ mano a mano che il secolo avanza Tarte no- 
coniinuandostra si mantiene in sostanza sulla via già incomin- 

sullorme . ^ ^ .* . .... 

^ià note ciata e nota, pero sempre più rivestendosi di uno 
^po^iJlSì^j" spirito polemico, per opporsi all'incredulità dififon- 
dentesi non poco in Italia con 1* Enciclopedia francese 
e coi lazzi di Voltaire; che, abile scrittore quanto 
leggero e superficiale, avea raggiunto una fama troppo 
superiore a' suoi meriti, ed esercitava quindi una 
nocevole influenza. Sulle orme pertanto di oratori 
sacri francesi, e massime di Neu ville, che vivendo a 
Parigi con fama di letterato e filosofo tentò vera- 
mente delle brillanti cariche contro i prodromi della 
rivoluzione, anche fra noi, non solo per indiretto e 
parlando di morale e di argomenti affini, ma ex pro- 
fesso molti venivano a scoperta battaglia con i cosi 
detti spiriti forti. E siccome il morbo parea crescere» 
dopo le prime avvisaglie, giudicarono spediente di 
tornarvi su con frequenza, a tal segno che non solo 
non v' avea oratore di qualche conto che non spez- 
zasse la sua lancia contro la nuova irreligiosità, ma 
anche i meno esperti se ne occupavano troppo a 



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CAPO DECIMO 377. 

lungo con poca utilità e talvolta con danno degli 
uditori, falsamente figurandosi di avere una numerosa 
falange di nemici nelle borgate e nei villaggi dove 
v'era appena alcuno che fosse ammorbato da sif- 
fatta incredulità- I curiosi franante accorrevano, e la 
predica degli spìriti torti era diventata la predica di 
moda e il mezzo per accattare nominanza di ora- 
tore valente. Però le persone più autorevoli e inten- 
denti s'avvidero che si faceva uno spreco di forze 
non giudizioso; onde avvenne qualche cosa di simile 
a ciò che vediamo oggi contro coloro che fanno 
abuso di polemica sul pulpito; e non pochi si mo- 
stravano ristucchi di così improvvide battaglie, per-. 
che si sperdevano for^e che mt^glio si sarebbero rac- 
colte a combattere 1 vizi e la corruzione, vere cause 
di miscredenza e di incredulità, Quindi a quel modo 
che ora la Sacra Congregazione dei Vescovi e Rego- 
lari, per ordine di Sua Santità Leone XIII, con ap- 
posita lettera diretta a tutti gli Ordinari d'Itatia, in- 
tende a regolare [a mania delle conferenze rivolte ad 
adescare la mente più che a smuovere la volontà, 
così allora sorsero vescovi ed egregi personaggi a mo- 
derare e mettere un limite alle polemiche contro gli, 
spiriti forti. Rammento tra questi il bassanese p, Ro- 
berti che si mise alla testa delf opposizione, pubbli- 
blicando a tal fine una lettera (i;, diretta ad un il- 
lustre prelato e condannando in generale un siffatto 
modo di predicare. 

L' illustre letterato si propone di dimostrare che l* lettera 
« r arringare dal pulpito ex professo e con frequenza be^ti'^boprà 
contro sV increduli è un combattimento d' ordinario i' predicare 

+ 1 * - ' I - ' -1 ■ contro gli 

inutile; inutile riguardo ai veri dotti, mutile riguardo ipiritì iont 



iì] Lettera ad on illustre prelato sopra W predicare contro gU 
ipìrici foni ddVab. Gio, Baita Conte Roberti. Lì^aano [78J. Tip. 
Remondmì 



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378 CAPO DEaMO 

ai falsi ciotti, e inutilissimo poi riguardo al popolo. 
So che tal costume dal pulpito diviene più comune 
di anno in anno, e so che viene seguito da eccellenti 
ingegni, pieni dei doni della cortese natura, e delle 
ricchezze dei buoni studi ecc. » Dimostra in effetto, 
{per darne un breve sunto) che una tale predicazione 
non arreca vantaggio ai veri dotti, i quali vanno in 
chiesa, come tutti i fedeli, per edificarsi e nutrire il 
sentimento della Religione e della perfezione cristiana; 
€ se pur vogliono meglio addottrinarsi nelle verità 
della fede e nel modo di difenderle, ricorrono ai trat- 
tati (allora erano in voga quelli del Valsecchi e del 
Noghera); perchè quei polemisti non insegnano nulla 
meglio di quanto s insegna nei detti trattati. Non 
arreca vantaggio vero ai falsi dotti, che non sogliono 
andar a predica, e posto pur che ci andassero, sono 
sempre leggeri e si appigliano a futili motivi per con- 
traddire alle verità religiose, e raramente si conver- 
tono, onde quelle prediche diventano lezioni acca- 
demiche prive di frutto religioso. Anzi non solo la 
detta predicazione non arreca vantaggio, ma avvolge 
in non lievi pericoli: torna infatti difficile dare in un 
•discorso alla dottrina quello svolgimento ampio che 
richiederebbe la sua natura; onde o V uditore imma- 
turo non piglia sempre le cose per il loro verso e 
fraintende, o il predicatore imperito e tiranneggiato 
dal tempo non scioglie le questioni in un modo 
pieno, chiaro, trionfante. Non vuoisi però abolire ad- 
dirittura tutte le polemiche rivolte a combattere gli 
•errori del tempo; i Santi Padri tonarono dinanzi al 
popolo contro le eresie contemporanee, e gli oratori 
del Cinquecento credettero più volte di alzar la voce 
-contro i Luterani; ma sunt certi denique fineSy e bi- 
sogna attendere sopratutto alla opportunità del luogo, 
del modo^ della misura^ secondo le regole di S. Carlo 
•e del card. Valerio, che ebbe dal santo T incarico di 



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CAPO DECfNo 379 

scrìvere T aureo suo opuscolo sul predicare ecclesia- 
stico. L'aurore quindi della lettera concederebbe che 
•sì pigliasse così di fronte Terrore nelle metropoli e 
in generale nei grandi centri e quando fa peste dot- 
trinaria sé diffusa largamente fra il popolo, ma non 
nelle piccole città e dov'è ristretto a pochi il morbo, 
per non concorrere, col parlarne sovente, alla diffu- 
■sione. Vorrebbe inoltre che l'oratore secondo le buone 
fiorme insegnate da S. Zenone e da S- Ilario, non 
-si dilettasse troppo del tìlosofeggiare; e che quindi 
non discendesse a individuazioni e minute partico- 
larità che avvolgono in troppo irto ginepraio, per 
sottrarre indirettamente le cause delle ribellioni; come, 
ad esempio, seppe fare il Tornieili, che non ha la 
predica contro gli spiriti fortin ma invece nella pre- 
dica sopra r umiltà cristiana sa accortamente ovviare 
ai mali del tempo. Ne i detti discorsi, anche dove 
tornano opportuni, vogliono essere troppo frequenti; 
* perciò non consiglia di imitare Carlo Frey di Neu- 
ville che assalì di fronte e con molto romore il filo- 
sofismo a Parigi, o il p, ChapelaJn che più degli altri 
tonò contro gì' increduli a Vienna. 

Le quali opinioni del p. Roberti, a dir vero, son 
savie e possono servire di norma a ben regolare anche 
i dispareri dell' età nostra, e dare un giusto avvia- 
mento alla predicazione, come servirono allora a 
mettere un qualche freno nei più intemperanti. Da 
tutto ciò poi si capisce Qual nuova nota si facesse 
sempre più spiccata nell'eloquenza sacra. Alla quale 
inoltre univasi una tendenza a esporre la dottrina 
cristiana con un certo apparato tìlosofico e con più 
^pecifìcati intendimenti civili, onde l'arte, quando 
non si eccedeva, senza perdere il colorito ecclesia- 
stico, acquistava una certa dignità e vigore; perché è 
sempre bello vedere che ragione e tede possono la- 
vorar di concerto a spiegare e illuminare una deter- 



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Quirico 
Rossi 
e l'arte 
della sua 
predi- 
cazione 



380 CAPO DECIMO 

minata verità religiosa. E ho detto quando non si 
eccedeva, perchè pur troppo i più di costoro, dimen- 
ticando di fornirsi di buona sostanza raccolta dai 
Padri e dalla teologia, più che prediche ammanni- 
vano agli uditori dei discorsi accademici. Del resto 
parecchi sempre s intersecano a questi oratori po- 
lemici che si tengono alla maniera prima metà del 
secolo, come sarà a vedere nella enumerazione ch'ora 
faremo; soltanto in generale si può aggiungere che 
allo stile più frondoso e rettorico si sostituisce un fare 
più tirato suU' imitazione classica, cadendo da uno in 
altro difetto. 

Tra più eminenti si presenta il p. Quirico Rossi. 
Nato a Lonigo, ascrittosi alla Compagnia di Gesù, 
amante delle lettere e fornito alquanto di vena poe-' 
tica, si diede con molto zelo alla predicazione. Il 
teatro principale delle sue glorie fu Parma, dove fece 
le sue lezioni scritturali e più che altrove predicò, 
anche in corte, e dove mori Tanno 1760. D'indole 
grave, di sentimento elevato e mite, sapea dare al 
discorso, anche nel modo della recita, un non so che 
di forza e di solennità che molto attraeva. Nel 1758 
e nei due anni seguenti pubblicò in 4 volumi le sue 
Lezioni scritturali sopra la vita di Giuseppe Ebreo, 
sopra lo stato del popolo ebreo in Egitto dalla morte 
di Giuseppe fino alla nascita di Mosé, sopra la vita 
di Mosé e ultimamente sopra quella di Ester e di 
Giosuè. Il sentimento morale si manifesta assai vivo 
in lui, onde sempre mira ad applicare gli esempi e 
la dottrina ai costumi, inculcando la virtù e solle- 
vandosi alquanto sulla naturale semplicità della le- 
zione. Se n* era accorto anche lui; e perciò, dedicando 
il suo lavoro al p. Gius. Luigi Pellegrini, confessa 
il timore che ha di aver trasformato la lezione in 
predica, per le molteplici e protratte applicazioni mo- 
rali. Peccato, seppur e* è, che ognuno volentieri gli 



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CAPO DECIMO 381 

perdonerà. Infatti, quando gli viene il destro, non 
manca di coglierlo. Vede, ad esempio, Giuseppe, che 
dubita assai di lasciar partire Beniamino, non ostante 
le iterate istanze dei fratelli? Soggiunge: ^< Dio pur 
volesse, o ascoltanti, che somigliante timore ne ren- 
desse i padri cristiani per egual modo solleciti alla 
custodia e alla guardia dei lor figliuoli I Ma chi dì 
lor si cura di risapere con quai compagni essi prati- 
cano e quali luoghi essi frequentano a perdizione 
perpetua delle loro anime? Puossi veder senza senso 
di compassione ciò che si vede a' dì nostri quasi ogni 
giorno? Veder io dico dei giovani di primo pelo, i 
quali air aria del volto mostrano un* indole buona e 
facilmente pieghevole alla pietà, abbandonati a sé 
stessi dai genitori, vagar qua e là per le strade so- 
spette, alla ventura d' imbattersi in qualche lupa che 
il bel candor ne guasti e la pudicizia, o di brigata 
con certi scavezzacolli, i quali nelle parole, nelle con- 
ciature, negli abiti, nel portamento impertinenza re- 
spirano, bravura sciocca, lascivia e libertinaggio? » 
E simili tratti s'intersecano con frequenza tra il com- 
mento e la dottrina, secondo che la materia il con- 
duce. Però tira giù, spesso con una torma non ben 
pesata e compaginata. Più dì studio invece e più di 
vigore egli presenta nel quaresimale e nei panegirici, 
in cui con robusto pensiero e con magistero di stile 
più sostenuto e compatto sa talvolta elevarsi a far 
vibrare la corda del sentimento, mentre deplora i 
mali della società. Molto espliciti in lui si sentono i 
tempi nuovi dell' incredulità, eh' egli scopertamente 
assale. Anzi dettò parecchi discorsi con questo inten- 
dimento; ne certo potea condannarsi il suo tentativo, 
quando predicava a corte, dove stavano ad ascoltarlo 
persone colte e infette dall'invadente tendenza. Cerca 
anche della novità negli assunti, ma non imbercia 
sempre nel segno. Così ad esempio nella solennità 



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382 CAPO DECIMO 

del Natale si propone di studiare il motivo onde Iddio 
dopo il j)ecc^to di Adamo tardò sì lungamente a 
mandar nel mondo il promesso Redentore; assunto, a 
mio credere, non troppo felice, perchè arduo troppa 
e poco fruttuoso. Meglio nel primo giorno di quare- 
sima, parlando a signorile adunanza, mostra che la 
condizione delle persone signorili suole ispirare i) pen- 
sieri di indipendenza, mentre la S. Chiesa con la 
ceremonia delle ceneri ci ricorda la dipendenza es- 
senziale che abbiamo da Dio; 2) pensieri di maggio- 
ranza, mentre la S. Chiesa con le ceneri ci ricorda 
la equalità naturale che abbiam cogli uomini. 

Assai da meno, perchè di pochi meriti fornito^ 
el^Ern.^^uc-^^ mostra il p. Alessandro Ti?r;f/ ( 1689- 1761), minor 
chese conventuale, il cui quaresimale fu pubblicato in Ber- 
gamo nel 1765 e dedicato al card. Ganganelli. Il 
detto autore procede alieno dèi tutto dalla polemica. 
Ma altrettanto vi si mette in mezzo a capofitto, 
più assai del Rossi, il p. Emmanuele Lucchese ( 1720- 
1766), che si slanciò nel nuovo arringo con tutto 
l'ardimento di un ingegno meridionale. Nato a Pa- 
lermo, d' indole svegliata e pronta, pose mente al 
nuovo movimento dottrinario, comprese tutto il ve- 
leno e i pericoli degli errori piovutici di Francia con 
l'Enciclopedia, e assalì, più ancor che non appaia 
dagli scritti rimastici, Montesquieu, PufFendorf, Ba- 
beirac e quanti altri venivano sotto il tiro della sua 
polemica. Fu de' Chierici Regolari, predicò alla corte 
di Savoia, di Napoli, dinanzi al Senato di Venezia, 
ove disse nel giorno di Pasqua un'orazione che fu 
molto lodata e che si riguardava come il suo capo- 
lavoro. Studioso assai de' filosofi, solea dire che le 
loro disparate opinioni lo convincevano degli stretti 
limiti dello spirito umano. La precocità della sua 
morte il fece lasciare assai imperfetti i suoi mano- 
scritti; che pur furono pubblicati, quantunque e' di- 



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CAPO DECEMO 3S3 

cesse che non v' avea ripulito lo stile come avrebbe 
desiderato. Tuttavia va tra i migliori ed è di tutti 
il più originale. Dì lui abbiamo un quaresimale e i 
panegìrici. 

Giovanni Granelli dì Genova (1703-J770) <^alcò ^^ i^^j^^^^ 
pure i pulpiti più celebri d'Italia e s'ebbe dì molti ^P^*^^ = 
applausi; Maria Teresa lo volle a Vienna nel 1761. '°ndii"^ 
Venuto in fama di esperto letterato tra i Gesuiti, a 
cui apparteneva, ottenne la cattedra di belle lettere 
neir università di Padova; ove, fornito com'era di 
svariata erudizione e di mente assai chiara, ebbe a 
mostrarsi più valente maestro che valente poeta. 
Dal 1736 in poi brillò principalmente come illustre 
predicatore e lasciò molti discorsi. Più tardi, quando 
gli tornavano troppo moleste le fatiche del ministero, 
condusse vita ritirata e fu rettore del collegio di Mo- 
dena- Preferiva nella sua predicazione il commento 
delle Sacre Scritture, e perciò va presentato come 
uno de' più abili espositori di esse, e scrisse a tal 
fine un gran numero di lezioni morali, ossia l'Istoria 
santa dell'Antico Testamento, spiegata in lezioni mo- 
rali, isToriche, critiche e cronologiche, giungendo fino 
al Libro dei Re [1). Divide il Genesi in cinque parti: 
Dio creatore. Dio padre. Dio legislatore, Dio giudice. 
Dio ristoratore dell' uomo. Dà una spiegazione accu* 
rata ed ampia dei punti principali del testo, specie 
sotto r aspetto morale. Raccoglie molta dottrina dai 
Santi Padri e dai più reputati espositori, rispondendo, 
sempre che ne viene il destro, alle opposizioni dei 
novatori, e senza sottigliezze inutili, con molta e ap- 
propriata erudizione e in modo affatto popolare. 
Ecco il metodo ch'ei si propose e che dichiara a suoi 
uditori fin dalla prima' lezione: « Parlerò chiaramente 
e con semplice e piano stile, sicché persona alcuna 



(1/ PHrma i?6è * Vep«2ia 1780 t.^ ed. ed altre. 



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Ignazio 
Ve ni ni 



3^4 CAPO DECIMO 

non vi abbia che per difetto mio non m' intenda. 
Lascierò le questioni sottili e astratte, che sieno inu- 
tili al fine. Ma i primi Padri e i più dotti interpreti 
seguirò per maniera che né oscura vi resti la dilet- 
tevole cognizione della storia, né incerta l' istruzion 
profittevole che per essa ha voluto lasciarci Iddio. » 
E veramente non fallì a siffatto intendimento, co- 
sicché mentre ammaestra copiosamente il cristiano, sa 
trar buona occasione, specie nella chiusa dei discorsi, 
a informarne i costumi. E tanto si può dir che la sua 
mente il traesse a questa specie di discorsi, che anche 
nel quaresimale e nei panegirici prende spesso il tòno 
di maestro più che di commosso e robusto oratore. 
E in effetto son frequenti le divisioni e suddivisioni, 
abbondano le analisi minute intorno ai costumi del 
popolo, e va parco invece d'imagini e similitudini, 
però, mentre fugge così il rettoricume di moda, 
manca di slancio e di elevatezza nel sentimento. Più 
tardi aggiungeva altre lezioni a quelle del Gra- 
nelli il p. Saverio Bettinelli^ uomo più noto come 
letterato che come oratore, ma che anche come let- 
terato fu fatto segno a gravi e non immeritate cen- 
sure, specialmente da Gaspare Gozzi, per il suo falso 
giudizio su Dante. 

L' oratore poi che nella serie dei men pugnaci va 
tra primi e riscosse i maggiori applausi tra i con- 
temporanei fu Ignapo Vi?mm( 171 1 - 1778) che allora 
si riguardava come un emulo del Segneri, se non 
superiore ad esso. Leggo tra l'altro, nella prefazion- 
cella alla quinta edizione delle sue prediche, che 
r editore trova soverchio di ricantarne le lodi nel ri- 
produrre quei discorsi che « compose e recitò con 
tanto fruttuoso applauso nelle più cospicue e rino- 
mate città d' Italia questo robusto oratore, che vivrà 
immortale nella mente dei giusti estimatori della sacra 
eloquenza, e sempre sarà decantato per uno de' più 



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CAPO DEaMO 385 

vasti e sublimi geni del suo tempo. » Nato sulle in- 
cantevoli rive del lago di Como, percorse con felice 
ingegno gli studi e si ascrisse alla Compagnia di 
Gesù. Spese quasi tutta la sua vita nel predicare, e 
seppe davvero mostrarsi nell' arte sua uomo di molla 
abilità, quantunque si debba far non poca tara agli 
elogi dei contemporanei. Entra con assai chiarezza 
ne' suoi argomenti, per lo più divisi in due parti, li 
svolge con buone ragioni, confortate da citazioni delle 
Sante Scritture e dei Padri, non accumulate ma op- 
portunamente spiegate; né gli manca un sufficiente 
colorito, quantunque il ragionamento talor si brami 
più vivace ed incalzante, cosicché in sostanza ha più 
di splendore che viene dall' imaginazione che vigore 
e potenza di discorso. Conosce abbastanza bene le 
vie del cuore e conduce spesso l'uditore a ripiegarsi 
sulla sua coscienza, tentando di ritrarne l'intime 
lotte; credo che per questa nota, che risuona abba- 
stanza spiccata, alcuni l'abbiano salutato come il 
Massillon dell' Italia. Fin dalla prima predica se ne 
trovano buoni saggi. Dimostrando come il pensier 
della morte ci distacchi dagli oggetti sensibili e dal 
peccato, dice: « Io mi trovo, per somiglianza d'esem- 
pio, dalla passion dominato di traricchir senza fine, e 
cosi elevarmi in fretta da una condizione ad un'altra. 
Questa per avviso di S. Paolo è una radice feconda 
d' infiniti peccati. Ma come vincer la forza e decli- 
nare gl'inciampi conche m'insidia e combatterai? 
Io ricorro al pensiero di mia mortai condizione; e 
mira, dico a me stesso, cui. tu fatichi ed in che: dies 
mei breviabuntur et solum mihi superest sepulcrum. 
Forse che i giorni tuoi si stanno già sul finire, e per 
molti che sieno, son passeggeri e veloci, e li fai forse 
più brevi nella dura vita e sollecita che conduci. Ep- 
pure di tanta roba che tieni ti resterà solo il sepolcro. 
Ma se le adunate ricchezze si rimarranno al mondo, 
Storia della Predica\ione ecc. 25 



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386 CAPO DECIMO 

i vili mezzi ed ingiusti che tu tenesti nel farle ti se- 
guiranno nell* altro... Non è l'interesse, è l'ambi- 
zione piuttosto che m'aggira e travolge?... Ricorro 
dunque al pensier di mia mortai condizione, e mira, 
dico a me stesso, a che riescon da ultimo le distin- 
zioni del mondo: Dies mei breviahuntur etc. Come 
tu sia posto ad abitar nel sepolcro, non vi sarà dif- 
ferenza tra il ricco ed il povero, il plebeo ed il no- 
bile, il conquistatore e lo schiavo; che un destino 
comune li avvolgerà nella polvere: la vita sola ed il 
vizio distingueranno appo Dio tra uomo e uomo. 
Chi sa che un vile famiglio ed un pezzente mendico 
non vadan salvi in Cielo, e tu sepolto per sempre in 
un abisso di fuoco? Così io parlo con meco, e senza 
più m'avveggo che le ventose idee si posano, e il 
gonfio cuore appassisce, e tutto l'uomo ricreduto di 
sue vane illusioni si rimette già e si tiene entro i 
dovuti confini della moderazione cristiana. » Allo 
stesso modo ragiona quindi cogli uomini schiavi 
delle passioni sensuali. Tuttavia, anche dal poco che 
s è messo in vista, si potrà capire che l' oratore in 
queste ricerche interiori, a cui tende, manca di certa 
profondità e novità, che servirebbero bene a mettere 
r uomo dinanzi a se stesso con maggiore attrattiva 
e gusto. Senza dubbio il Massillon sa insinuarsi più 
abilmente e maneggiare a suo piacimento gli affetti. 
11 Venìni riconobbe un difetto al quale conveniva ov- 
viare in una buona predicazione, e che consisteva in 
una specie di conciatura letteraria che non s' atta- 
gliava troppo alla parola di Dio; e che quindi avrebbe 
giovato imitare la libera semplicità di quei missio- 
nari che non lusingano nessuno e si fanno intender 
da tutti; ma ognun sa tra il dire e il fare c'è in 
mezzo il mare. « Egli è pur vero che gli uomini 
santi, più assai di coloro che non son tali, trattano 
la divina parola d' una più acconcia maniera a pene- 



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CAPO DECIMO 387 

trare e compungere gli ascoltatori. Scelgono essi gli 
argomenti più forti e le verità più terribili della Re- 
ligion nostra santa; le spongono con semplicità, le 
avventano con veemenza, le trattano con libertà; si 
fanno intender dai rozzi, non lusingano i saggi, non 
risparmiano i grandi, e quindi la divina parola una 
maggior forza riceve da trattazione siffatta... Ma og- 
gimai si predica, è vero, la dottrina di Gesù Cristo, 
ma sì ristretta e avviluppata e stravolta dalle umane 
maniere e dalle estranie conciature, che dove Y umiltà 
e la fede degli uditori non la secondi, T ha isterilita 
di fatto la vanità, il riserbo e la sapienza carnale 
degli oratori » (i). Ma se le buone intenzioni avranno 
salvato r oratore dal far peggio^ certo non si può 
dire che abbia raggiunto la vagheggiata semplicità, 
anzi del non averlo potuto fare rovescia la colpa 
sugli stessi uditori, ossia sull'ambiente. « Dove ciò 
fosse, o fratelli, dovreste anzi incolparne gli uditori, 
che ogni maniera di predicare, siccome insipido cibo 
nauseando, a così far ci conducono, pur per veder 
di predarli con quell'esca medesima che loro piace. » 
Ha cura della lingua e ci tiene di fare un po' il let- 
terato; onde, non potendo più reggere alle fatiche della 
predicazione per la troppa età, fu eletto rettore nel 1772 
del Collegio Brayda a Milano, nel quale ufficio fu 
confermato dal governo austriaco anche dopo la sop- 
pressione dell' Ordine. 

Un altro gesuita, che gareggiava col precedente e Qi^oiamo 
non godea minor fama, fu il p. Girolamo Trento Trento 
(1713-1784), quantunque presentasse uno stile assai 
diverso, perchè quanto il Venini appare n:isurato e 
amante delle ingegnosità polite e garbato nel senti- 
mento, altrettanto si può dire che il p. Trento pro- 
rompe con slancio di imaginazione e tende al gran- 



di Predica IT. 



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388 CAPO DECIMO 

deggiare. Nato di nobile famiglia padovana, e reli- 
giosamente educato, univa a profonde convinzioni 
un alto sentire, d' onde seppe trarre quella grave di- 
gnità che domina nel suo discorso e suona elevata 
ed impera senza perdere una certa popolarità. Con- 
dusse una vita assai laboriosa, che nelle prove ora- 
torie cominciò e finì a Venezia nella chiesa di S. Lo- 
renzo, come si può raccogliere dall' epitafio ivi posto, 
e che ora trascrivo, perchè mi dispensa dal cercare 
altre memorie della sua vita. « Hieronimus — ex 
comitibus Trento patavinus — quadragesimali prae- 
dicatione Venetiìs in D. Laureniii tncaepta — tum 
alibi intra et extra Italiam — per annos XXXIX 
continuata — hoc tandem in tempio — consumptis 
poene viribus — magno cum spiritu expleta — post 
innumeros etiam prò Dei gloria — exantlatos labores 
— ipso D. Leonis infesto die— anno MDCCLXXXIV 
dormivit in Domino — annos natus LXXI — ejus 
corpus — honestissimo funere elatum — hicponicu- 
rarunt — sodalitatis Ss. Sacramenti praesides. Di 
complessione robusta, di zelo ardente, non si conten- 
tava di predicar quaresimali tra le più colte adu- 
nanze cittadine, ma percorrea spesso le umili bor- 
gate, dando missioni, specialmente in compagnia del 
p. Tolomeo Marsili di Bologna, che dopo la morte 
di detto oratore ne curò la stampa delle opere a Ve- 
nezia nel 1785. Il Trento, d' indole austera, si com- 
piace d' ordinario delle verità più terribili della Re- 
ligione, e riesce talvolta a colorirle in modo conve- 
niente con potenza d' imaginazione poetica, ma non 
senza sforzo e pompa fittizia che talor finisce con 
vuota rettorica. Studia spesso una risonante facilità, 
onde fu detto da alcuni il Metastasio del pulpito. 

Hai un saggio di siffatto gusto anche neir esordio 
della predica sulla pace. « Egli è pur grato e dolce 
il nome di pace. L' ode appena il mare agitato da 



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CAPO DECIMO 3% 

Strepitose burrasche, e tranquillando i flutti sdegnosi 
si placa infine e s'acqueta. L'ode Tarla combattLita 
da venti opposti, e tingendosi di un beli' azzurro si 
rabbonaccia e si rasserena. L' ode !a terra, scossa ta- 
lora da sotterranee impetuose esalazioni, e compo- 
nendosi nell'antica fermezza ripiglia il suo centro e 
siede. Risuona pace; e vedete l'accigliato ministro in 
corte levar il capo e trarre dal petto un respiro di 
gioia. Risuona pace; e vedete lo statico gaerriero 
scioglier r elmo feroce e terger la fronte dal sudor 
bellicoso. Risuona pace; e rallegrasi il cielo, e n'esulta 
la terra, e le genti tutte prostese su d'ogni riva al 
suono di liete cetere s'accolgono e gustano ì frutti 
non più contrastati delle loro terre. ^' Dopo però di 
aver così rubate alquante frasi ai poeti d" Arcadia, 
dice che questa pace fu il dono carissìnrìo recato agli 
Apostoli da Gesù risorto, e l'augura anche l'oratore 
a' suoi uditori, seguitando a dire, pur con f^arbo 
poetico: a Quale accoglimento mi fate voi sperare 
che trovi presso di voi cotesto mio sincerissimo au- 
gurio? Ho io forse a temere di vedermela questa 
pace che annunzio, qual già la colomba uscita dal- 
l'arca di Noè, non trovando sopra che riposare il 
piede, ripiegar indietro il volo e a me ritornarsi? 
Così certo predisse il Redentore medesimo che sa- 
rebbe talvolta accaduto. « Si ibi fuerit fiUus pads^ 
requiescet super illum pax vestra, sin autem, advos 
revertetur. » Dopo di che passa a determinare il suo 
assunto così: « non ha bene chi non ha pace e non 
ha pace chi non se la tiene con Dio ». 

A me pare che, più del Trento e del Venìuì, valga pj^^ j^^^^.^ 
per buona composizione e buon dettato il p- Pier da 
Maria da Pedarobba^ dei Minori osservanti della e miglior 
provincia di S. Antonio in Venezia (170^-1785), ^^<i^ii° 
quantunque non si possa dire che a' suoi giorni go- 
desse maggior rinomanza dei primi. Nato in ameno 



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390 CAPO DECIMO 

paesello alle radici del Monfenera, là dove il Piave 
dopo essersi tortuosamente aggirato tra le Prealpi 
bellunesi accumulando ghiaie discende sonante nella 
pianura trivigiana, sembrò trar dalle bellezze del 
luogo natio molla semplicità e un gusto fine per 
r arte, e se vuoisi, anche fattezze corporee regolari e 
veniisTe; come ci attesta l'ab. Melani che sotto il me- 
daglione del suo ritratto, qual si vede nella edizione 
di Vicenza 1786, apponea questo distico: Te pìctura 
cupit, c'^^pit ipsa referre poesis; — Vultus et eloquium 
vinài utramque iuum. » Fattosi francescano, mani- 
festò ben presto tra gli studi il suo prestante ingegno, 
massime per la predicazione, nella quale lavorò senza 
interruzione per 42 anni. Notisi che pari alle grazie 
delle forme corporee erano le grazie del porgere. Be- 
nedetto XIV il disse concionator condonatorum ; e per 
la sua dottrina gli furono offerte cattedre nelle uni- 
versità di Torino e di Pisa. Alla buona arte accop- 
piava esimie virtù, e in ispecie gran sincerità e pro- 
fonda umiltà, onde le sue prediche tornavano in modo 
straordinario fruttuose. Salì sui pulpiti più rinomati 
e particolarmente a Torino, ove andava ad ascoltarlo 
Vittorio Amedeo III re di Sardegna, al quale furono 
dedicate le prediche quando uscirono alla luce dopo 
U morte dell'oratore. Predicò a Roma nel 1750 e 
dieci anni dopo nelle chiese di S. Eustachio e di S. Pie- 
tro; nella corte di Toscana predicò nel 1770, e nel '74 
in quella di Milano; i manoscritti delle sue prediche 
si conser%'ano nella Biblioteca capitolare di Treviso. 
Morì a Treviso santamente, com' era vissuto, in età 
di 83 anni; Giuseppe Fornari si tolse la briga di ri- 
durne le prediche in altrettanti sonetti. L'arte sua 
consìste nel procedere con un ragionamento giusto 
e stringente, senza sfarzo nel colorire, senza apparati 
rettorie! e finzioni di sentimenti accattati dalla fan- 
tasia e non dal cuore, e senza lusso di descrizioni. 



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CAPO DECIMO 391 

onde raggiunge una forma più sobria, più naturale, 
più bella e corretta. Da lui più che da altri credo 
quindi che si potrebbero togliere dei buoni nìodelli 
di prediche da presentarsi alla studiosa gioventù. 
Oltre al Quaresimale, possediamo di questo autore 
una Novena del S. Natale e molti panegirici. Ecco 
un breve saggio del suo dire tratto dalla chiusa del 
panegirico del B. Enrico da Bolzano, di cui si pro- 
pone di lodare la semplicità della mente e del cuore. 
« Ma quanti più (i) sono i durevoli monumenti che 
della persona e della pietà di Enrico tra voi sussi- 
stono, ascoltatori! Voi avete i ritratti che al vivo lo 
rappresentano; la stanza ch'egli abitò; le chiese che 
visitava ogni giorno; quel portico sotto di cui preve- 
niva ginocchioni T aurora; questo tempio nel quale 
a tutte le sacre funzioni e messe che gli era possi- 
bile interveniva. E non la sentite voi forse una de- 
vota impressione di giubilo, pietà e tenerezza, pen- 
sando che questa è l'aria da Enrico santificata co' suoi 
ardenti pensieri? che queste sono le imagini davanti 
alle quali offeriva Enrico le sue lunghe preghiere? 
che questi sono gli altari a pie' de' quali assisteva 
Enrico al divino servizit) e di copiose lagrime li ba- 
gnava? Multa piaetatis monumenta habetis. Ecco le 
rozze vesti che in vita ed il sanguigno lenzuolo che 
lo raccolsero in morte; ecco i legni, le funi, le pietre, 
i flagelli ed ogni altro arnese della sua penitenza; 
ecco l'intero e incorrotto suo corpo; ecco il fluido e 
prodigiosamente sgorgato suo sangue, il quale non 
ira, vendetta o castigo, come quello di Abele, ma 
grida per voi al Cielo chiedendo grazie, perdono, 
beneficenza; e pel corso di più di 4 secoli e mezzo 



11» Il panegirico fu detto nella cattedrale di Treviso; e l'ora- 
tore aveva accennato alle compiacenze della Sunamiiide nel rimi- 
rtre gli oggetti che servirono al profeta Eliseo. 



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392 CAPO DECIMO 

rimanendo sciolto, florido e rosseggiante, vale d' in- 
dubitato ed autentico documento, da cui rilevare i 
meriti della vita d'Enrico, per imitarne gli esempi, 
la grandezza della sua gloria, per accrescerne il culto, 
e per impetrarne i favori e la efficacia del suo vali- 
dissimo patrocinio: multa piaetatis monumenta habetis. 
Vani dunque, o piissimi Trevigiani, per colpa vostra 
non sieno vani ed inutili sì preziosi monumenti; ne 
vi accontentate soltanto di attribuirli a sommo pregio 
e singolare ornamento, come lo sono, di questa per 
antichità e privilegi venerabile e illustre chiesa, ma 
date inoltre a vedere che a maggior gloria di Dio 
nell'esaltazione di Enrico, e più che in riguardo ai 
temporali vantaggi, a motivo della vostra eterna sa- 
lute, con una ferma fiducia e divozione sincera ne 
profittate spiritualmente ». 

Paolo M. Paciaudi (1710-178$) conseguì certo 
maggiore celebrità come dotto archeologo che come 
grande oratore, tuttavia non si può non concedergli 
un posto assai onorevole anche nell' oratoria. Nacque 
a Torino, e dopo aver percorso in patria gli studi 
universitari si fece religioso della Congregazione dei 
Teatini. Fu bravo maestro, tanto che l' Alfieri gli 
leggeva le sue prime prove poetiche per udirne i con- 
sigli; e per parecchie sue pubblicazioni su materie 
d' archeologìa e sopra argomenti storici fu caro assai 
a Benedetto XIV. Ma il suo zelo, nello stesso tempo 
che attendeva ad altri studi, lo spingeva alla predi- 
cazione, in cui si esercitò in modo speciale per dieci 
anni, e fu ascoltato con grande ammirazione sui pul- 
piti più rinomati della Lombardia e del Veneto. 

Va collocato pur tra i predicatori, quantunque 
sia più noto come letterato, anche il C. Gio. Batta 
Roberti (1719-1786). Nato a Bassa no -veneto, affiglia- 
tosi alla Compagnia di Gesù, maestro di filosofia per 
18 anni, si segnalò principalmente per varia erudi- 



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CAPO DECIMO 393 

zione e per buon gusto nelle lettere; mantenne ami- 
chevoli relazioni cogli uomini più dotti ed illustri e 
molte cose dettò in prosa e in verso. Ma per i suoi 
discorsi sacri e morali spicca non poco anche nel- 
r oratoria sacra, e il suo ragionamento si presenta 
ben nutrito e dettato con buona grazia, quantunque 
gli piaccia un po' troppo il filosofeggiare e si pieghi 
a non buone esigenze del tempo. Notammo già come 
scrivesse a favore di un'eloquenza sacra dì !ipo ve- 
ramente ecclesiastico. 

E tale seppe darcela, meglio dì moiri, uri santo g ^jf^j^^^ 
uomo, dono teologo e dortissimo moralista, S. Al- t)e Ligaori 
fonso M. De Li gnor i^ recentemente incoronato dalla 
Chiesa della gloria di suo dottore ( 1696-1787). Delle 
molte opere teologiche, e di quelle ascetiche, tanto 
care e opportune ad alimentare la cristiana pietà, non 
tocca a noi qui di rtigionare; lermiamocì air oraiore. 
Nato in un sobborgo di Napoli e percorsi gli studi 
conne s' addiceva a giovane di famiglia titolata, si 
diede all'avvocatura, ma l'eloquenza giudiziale gli 
venne presto in disgusto, perchè gli presentava troppi 
pericoli, e lasciò quindi il foro per lavorare nella 
vigna di Cristo. Vinte le ragioni della nobiltà e della 
famiglia e messosi nello stato ecclesiastico, ancora da 
chierico travagliò con grande ardore nelle mì-jisìoni, 
ma ancor più da sacerdote. Fornito d ingegno rioetico^ 
come attestano le belle canzonette composte per il 
popolo, egli attirava tutti ad ascoltarlo, non solo con 
la pietà e la dottrina, ma anche con le semplici grazie 
del dire. Anzi per promuovere sempre più le mis- 
sioni e una fruttuosa predicazione fondò la Congre- 
gazione del Ss. Redentore, che fu i^pprovata da Be- 
nedetto XIV nel r74g- Dovette più tardi accettare il 
vescovato di S. A^ata de Goti. Molto più disse che 
non ci riportano le sue opere oratorie; ma anche le 
sue Selve predicabili, che gli serviano a comporre 



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394 CAPO DECIMO 

tante prediche e discorsi sacri e morali, ci attestano 
la sincerità e soavità dell' affetto e la santità e sem - 
plicità della sua parola. Era di quelli che portano il 
cuore in mano; avea ripetuto severamente a se stesso 
la sentenza di Paolo: « an quaero hominibus pia- 
cere? si adhuc hominibus placerem, Christi servus 
non essem » (i). Così solca convertire i peccatori più 
indurati. 
M. Anto- '" ^"^ predicazione più dotta e più romorosa, 
nino Vtìi- anche perchè più battagliera, si mise il p. Maria Ari- 
ci àhcotf^Uonino Fa/^ecc/?/ dell' Ordine dei Predicatori (1708* 
poifmici ^^^j j Nato a Verona, riparando ben presto all'ombra 
del convento, visse a lungo nella città di Padova, 
dove fu per 38 anni professore primario della facoltà 
teologica in quella università. Ed a Padova morì, e 
nel primo chiostro del suo convento se ne vede 
r epitafio che ci piace di recare, perchè raccoglie in 
poco la sua vita. Memoriae — Antonini Valsecchi O, 
P. — domo Verona — habitis Italia tota concionibus 
— Sacris doctrinis ex S. C in gymnasio traditis — 
Religionis ventate et dignitate — quinis voluminibus 
vlndicata — de re Christiana optime meriti — Pon 
tificum maximorum virorum principum — gratia et 
favore honorati — coenobii patres PP. — docuit 
annjs XXXIII — pius vixit LXXXIII — diem 
suum functus idibus Martii MDCCXCL Conobbe i 
suoi tempi e lo straripamento delle dottrine rivolu- 
zionarie che maturavano il frutto dell'incredulità 
anche all'Italia, e vi si oppose a tutt'uomo; princi- 
palmente colle sue opere apologetiche, quali il libro 
dei Fondamenti della Religione e dei fonti del! em- 
pietà, e gli altri Della Religione vincitrice e della 
Verità della Chiesa Romana. Per tal modo si asso- 
ciava air azione del savoiardo Giacinto Sigismondo 



(I) Ad Galatas e. I. io. 



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r 



CAPO DECI HO 39 j 

Ger^z/ ' 1718- r8o2) barnabita, professore air univer- 
sità di Torino e poi cardinale, che con T introduzione 
delU Religione, con la confnrazione de* filosofi an- 
tichi e moderni circa V Ente supremo, con la disser* 
Iasione sopra T origine del senso morale, sopra T esi- 
stenza di Dio, con la sposizione dei caratteri della 
vera Religione, col trattato suU' immortalità delKanima 
dimostrata contro Locke e con molti altri scritti di 
iquesta natura lavorò validamente a salvare la fede 
in Italia (i). Come lui lavorava del pari contro T in- 
vadente incredulità Ìl siciliano Nicola Spedaiieri che 
combatteva Rousseau e i suoi Dirti ti dell' uomo e 
altri tautori di novità con la Confutatone dell'esame 
dd cristianesimo del sig nor Gibbon nella sua storia 
della decadenza deir impero romano e con VA nalisi 
dell' esame critico del signor Fréret sulle prove del 
cristianesimo. E contro questo FreVer in modo spe- 
dale e contro ìl Sistema deJla natura di Mira beau 
mirava pure ìl nostro Valsecchi, e ciò per abbattere 
con invincibili ragioni i fondamenti della religion na- 
turale, propugnata da quei novatori. E Valsecchi non 
men che come polemista va chiaro per le prediche, 
generalmente ammirate in Ituliu e che attraevano im- 
menso concorso intorno al suo pulpito. E perciò 
anche del pulpito ei si valeva per assalire nelle ul- 
time conseguenze ì nuovi errori e tirar loro contro, 
quando gli veniva ìl bel tratto-^ una qualche frt^ccia. 
Non manca poi della sua brava predica di moda 
contro gli spiriti forti, anzi fin dal princìpio del- 
l' esordio difende le ragioni del farla. ^ Diritto con- 
sigilo fu stimato mai sempre e giovevole avviso quello 
di parecchi oratori, i quali nel novero delle quaresi- 
mali loro orazioni consecrata una ne vollero a ce- 



U) Nel 1806, per cura dui p Fontina si fece un'edmoac dellE 
opere del defunto cardi mie divìsa In so voluini. 



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39^ CAPO DECIMO 

lebrare della ortodossa e santissima religione nostra 
i trionfi; e comecché a udienza cattolica favellassero, 
non altrimenti però che se o sulle coste stati fossero 
di Tripoli o nelle piazze della pervicace Ginevra, 
tutti si posero ad ischierar gli argomenti che la di- 
vinità di lei ne dimostrano, ed i sofismi, onde gV in- 
fedeli combattono, a rifiutare. Vagliono, dicea Ago- 
stino, vagliono a meraviglia simiglianti argomenti 
per risvegliar ne' cristiani petti la fede, per nudrirla, 
per rischiararla e per destare in noi sensi di com- 
passione verso di quegli infelici, che fuor del grembo 
si trovano di questa madre. Poiché però alla funesta 
stagion presente è toccato specialmente di udir, e non 
già o sotto i poli ò nella deserta Libia o nella fredda 
Laplanda, ma nella nostra medesima Europa, essere 
tant' oltre spinta di non pochi cervelli torbidi l'em- 
pietà, che non contenti di quegli errori, onde o gli 
eretici o gì' idolatri han fatto guerra alla Chiesa, 
stendon gli sforzi indegni a rovesciare sino dai fon- 
damenti la Religione, negando intrepidi e eternitade 
e Provvidenza e Dio; così io ho riputato non disdi- 
cevole rivelare in oggi dinanzi a voi codesti misteri 
d' iniquità, di cui dall' Aquilone, onde giusta il dir 
d' un profeta ogni male diffondesi sopra la terra, il 
mormorio per ventura alle orecchie vostre non senza 
orrore e disdegno alcuna volta sarà arrivato. Non è 
però che io a solenne tenzone ammetter voglia questi 
empì stamane, seria difesa della religi on naturale 
contro di loro imprendendo, e gli argomenti tutti 
schierando direttamente, onde con chiarezza di sol 
di meriggio confutata rimane e distrutta la loro mal- 
vagità. Indegni io li reputo di tanto onore, e di en- 
trare in lizza non dirò con un bandilor del Vangelo, 
ma con un uomo onesto e che fa profession di ra- 
gione. Non altro adunque io pretendo che farvi il 
loro ritratto, e quali in verità essi sono questi mostri 



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CAPO DECIMO 397 

deiruman genere (comunemente delti ateisti) rap- 
presentar veli. Due caratteri, contrari appunto a que' 
ch'eglino, come propri loro, si usurpano, ve ne re- 
cheranno r imagine più sincera: essi si credono di 
tutti gli uomini più illuminati e più saggi, ed io ve 
li mostrerò del restante degli uomini i più ignoranti 
e i più sciocchi; ecco il primo attributo, onde ne 
conoscerete la mente. Essi si stimano pel lor sistema 
che ogni timore discaccia, di tutti gli uomini i più 
felici, ed io ve li mostrerò, in virtù di sistema, di 
tutto il restante degli uomini i più miserabili e sciau- 
rati; ecco il secondo attributo che scopriravvene il 
cuore » (i). 

L'oratore, come si comprende pur dall'esordio 
citato, procede in generale chiaro, composto, solenne, 
anche con buona lingua, ma con risonanza e pie- 
nezza troppo rettorica, e contorcendo troppo il pe- 
riodo a modo dei Latini, sicché sotto questo rispetto 
diventa un po' stucchevole, massime a' nostri giorni. 
Ognuno però potrà riconoscere che va fornito di 
belle doti oratorie. Le sue prediche quaresimali fu- 
rono stampate come opera postuma in Venezia nel 
1792; e sono precedute da alcune notizie intorno 
alla vifa e le opere dell' autore, dettate dal p. Dome- 
nico M. Pellegrini, suo compagno in religione. Nello 
stesso anno a Bassano si pubblicarono anche i suoi 
Panegirici e discorsi; vuoisi aggiungere (Venezia 1750) 
r orazione funebre di Apostolo Zeno. 

Il trivigiano Francesco Frassen di Castelfranco-p^a ncesco 
veneto (1725- 1792) fu pure un valente oratore, orna- Frassen 
mento dell' Ordine dei Conventuali minori. Studiò 
lettere presso i Gesuiti a Padova, entrando a 20 anni 
tra i francescani. Insegnò filosotia e teologia in pa- 
recchi conventi dell'Ordine nella provincia romana, 



(I) Predica KXIK. Venezia, 1805. 



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398 CAPO DECIMO 

come pure nel seminario di Montefiascone, ove (di- 
ceva il card. Garambi) avea saputo farvi rifiorire i 
buoni studi. Invitato da ultimo ad insegnare al 
Ss. Apostoli in Roma, preferì, forse per amore di pa- 
tria, quel magistero nel convento di Padova. Dopo la 
soppressione del convento di Castelfranco, dove erasi 
ritirato, si recò a Venezia, dedicandosi all' insegna- 
mento privato; e fu specialmente in questo tempo 
che si diede con molto buon successo alla predica- 
zione. « Ivi, (dice mons. Soldati, vescovo di Treviso, 
che volle farne T elogio) comparve l'indole del suo 
dire, a formar il quale s' era affaticato cotanto fin 
da' prim' anni, dire piacevole ai dotti e facile ai rozzi, 
dire lontano ugualmente dall' abiezione e dalla gon- 
fiezza... ivi si vide la sceltezza della sua erudizione, 
vaga bensì d' infiorar l' argomento con fiori i più 
piacevoli e gai, non già di caricar d' inutil peso la 
memoria degli ascoltanti » (i). Chi volesse però far 
saggio delle sue prediche e orazioni panegiriche (2), 
credo che riconoscerebbe pur qui una buona dose 
di artifizio accademico, con cui anche questo autore 
paga il suo tributo alla scuola del tempo. Sotto le 
sue cure venne in qualche fama di oratore il suo 
compatriota e correligionario p. Giuseppe Antonio 
Trento, morto a 45 anni predicando a Brescia nel 1784. 
Tra più battaglieri, ma molto fruttuoso, fu Anton 
Vaninr° S/ro 7<:imm da Verona ( 1 72 1 1 795 ); che però tratta 
baule ied ^' ^^^^"^"0 argomenti comuni e in forma assai sem- 
plice, a Queste prediche (scrivea Vincenzo Giorgi 
nella prefazione) non presentano novità negli argo- 
menti, l'orditura non pare artificiosa e di macchina, 
le frasi non hanno quel calore e quella quintessenza 



(1) Elogi storici di cinque iilustrNac^rrdoti dì CflSttJfrinco, du- 
rati nell'anno 1812 da Mons. Sebastiano Soldati. Padova, iSa^. 

(2) Venezia. Corti, 1792. 



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Goaale 



CAPO DECIMO 399 

spiritosa e lirica che Canto piacciono oggidì,., ed io 
accordando di buonissimo grado il tutto, dirò poi 
che perciò appunto le prediche del Vanini son vere 
prediche, cioè vera parola di Dio «. E dicea in gran 
parte il giusto, perché sono schiette, senza artifizi che 
facciano perdere Ì\ tempo e dettate con uno zelo che 
facilmente si trasfonde e con eloquenza molto natu- 
rale. Certo è però che non gli sarebbe nociuto se lo 
studio e r ingegno lo avessero guardato da certi tratti 
troppo negletti e cascanti; perché è sempre vero ciò 
che diceva il Segneri, che cioè il parlar nitido non 
scemò credenza ad alcuno. Qua e là accenna non di 
rado alle male dottrine che s' infiltravano in quella 
società; ma toglie a battere V incredulità «specie in tre 
discorsi, posti al principio del suo quaresimale. Uno 
è sulla religione cristiana, e mostra eh' essa e onor 
del cristiano, santificazione del cristiano, beatitudine 
de[ cristiano; un altro suH' incredulità, in cui, sup- 
ponendo di parlare a cattolici, mira a confermarli 
nella fede, e mostra che i rivoltosi finiscono a ren- 
dere più luminosi ì caratteri del cristianesimo; un 
terzo sul perdere la fede, onde domanda a* suoi udi- 
tori umiltà d* intelletto, purezza dì cuore, esercizio di 
opere buone, perchè son questi i fondamenti della 
fede. Ecco come s'introduce in questo dtsLiorso: 
tt Ahimè! Italia misera e tralignata, che sul ti-io capo 
s adempie quella profezia minacciosa del Redentore^ 
che dair oriente e dall'occidente genti sorgono e ti 
rapiscono il regno della tua fede! E tu che per gloria 
di fede eri tra le prime annoverata, or a poco a poco 
tra le ultime sei caduta! ventent ab oriente etc. Tu^ 
Italia, un tempo la gloria eri ed il trionfo più splen- 
dido del cristianesimo, e più che per le chiavi di 
Pietro alla tua Roma concesse, più che per lo sangue 
sacrato di tanti martiri che ti hanno innaffiata, più 
che per le vestigie di tanti santi che ti han passeg- 



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400 CAPO DECIMO 

giata e corsa, più che per li tesori di tante ceneri ed 
ossa sante che in te riposano, per la tua fede pura e 
inviolata eri a tutte le genti specchio chiarissioio di 
religione, e da ogni cristianità straniera osservata e 
magnificata. Ora codesto tuo oro finissimo s è oscu- 
ralo, mutato s'è in te il color ottimo, e la tua fede 
indebolita te finalmente va abbandonando; e le ri- 
nate nazioni che una volta in tenebre e in ombra di 
morte sedevano, quelle sono che da te ripudiata 
ne' loro confini l'accolgono e ne fanno acquisto av- 
venturoso ». E così dopo aver dato un rapido sguardo 
ai trionfi della fede nell' oriente e nell'occidente, teme 
per l'Italia e si lagna dei fatti che succedono; onde 
per preservare la fede degli uditori passa all' assunto 
detto più sopra. 

Anche Giuseppe M. Luvini di Lugano, cappuc- 
cino, caro a Pio VI e da lui fatto vescovo di Pesaro, 
nelle omelie che teneva al suo popolo, e che furono 
pubblicate a Roma nel 1795, assale con frequenza lo 
spirito di ribellione, d*^ incredulità ^ di libertinaggio 
de' suoi tempi; ne tratta però per via indiretta se- 
condo che gli porgono il destro le varie solennità 
dell' anno. 

Meno battagliero, e invece studioso di attilature, 
drLui^l secondando (dice il Cantù) il gusto dei fronzoli, fu 
Pellegrini Qj^^^pp^ Luigi Pellegrini da Verona ( 1718 ijgg)* 
Tuttavia non è privo di merito e destò grande am- 
mirazione ne' contemporanei, predicando molto, spe- 
cialmente a Venezia e a Vienna, ove andava ad 
udirlo Maria Teresa. A sentir le norme che si pro- 
poneva, parea dovesse riuscire qualche cosa di singo- 
lare. In effetto ei dichiara nella sua prefazione al qua- 
resimale di non voler camminare sulle tracce dei 
Massillon e dei Bourdaloue, come molti faceano, 
perchè gl'imitatori restano sempre di dietro; e os- 
servava che siffatti predicatori erano men chiari e 



Lo stile 



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Copale 



CAPO DECIMO 401 

men robusti di quei sommi, e più aridi e disadorni, 
a segno che la gente si portava ad ascoltarli rara e 
languida, anche perchè quella foggia di parlare non 
si con faceva al gusto italiano. Dichiara inoltre che 
non terrà dietro ai predicatori pantomimi, che non 
son da citare, ma nemmeno ai disputanti; perchè 
non è per queste vie che si raccoglie buon frutto. 
Si propone quindi di avvicinarsi a quelli che toccano 
il cuore, ai missionari che mirano alla conversione 
dei peccatori, ciò che dev' essere il fine di ogni ora- 
tore. Sotto questo aspetto si mostra ammiratore dei 
Bassani, dei Tornielli, dei Trenti, dei Sanseverini 
deirab. Carlo Gorgo e singolarmente di quel Rossi 
eh' egli ebbe a maestro. Ei nota per giunta che farà 
gran conto delle imagini che avvicinano gli oratori 
ai pittori, stante che il popolo intende meglio questo 
linguaggio, ciò che può vedersi principalmente nelle 
prediche sul Purgatorio, sul dissipamento, suU' edu- 
cazione, suir obbligo dell' elemosina. Ma pur troppo 
altro é dire e altro è fare, e il Pellegrini con tutti i 
suoi buoni propositi incespica non poco nelle affet- 
tazioni letterarie, sicché parve, quasi in omaggio al 
suo nome, andasse sovente in cerca d' un far pere- 
grino. Ognuno infatti che voglia far saggio de' suoi 
discorsi riconoscerà facilmente che le sue descrizioni 
hanno non di raro del leccato, che le frasi non di 
raro si allontanano dai modi pur buoni e popolari 
e che il periodo troppe volte è con isforzo invertito. 
Del resto e' non manca di discorsi ben ragionati e ben 
condotti; e gli stessi difetti notati spiccano punto o 
poco quando si lascia guidare dal sentimento. Ecco 
per esempio come ci si mostri più spigliato trattando 
del dovere dell' elemosina. Vuol confutare il pretesto 
di alcuni\che negano la limosina, perchè dicono che 
si fomenta l'ozio. « E poi dond'è, soggiungo, che. 
oggi sieno più (i poveri) che in addietro? — Dal- 

Storia della Predicazione ecc. 26 




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402 CAPO DECIMO 

Tozio che regna in loro., mi sì ripete — Ed io norì 
nego che alcuni con la fatica trar non si possano 
dalla miseria. Ma no gì* infermi, gli storpi, gì' inutili, 
i vecchi che appena stannosi sui lor piedi. No quelli 
che, per quantunque ricerchino, non ritrovano presso 
cui mettersi a faticare. No quelli che, per quantunque 
fatichino, non ricevono la mercede. No quelli che, 
per quantunque ricevano la mercede, non ne hanno 
assai per mantenersi colle loro famiglie, che, talor 
civili, occupar non si debbono di ogni lavoro. Or 
tranne questi, già più pochi restano i poveri che ac- 
cusar si possono d'ozio: e per mio avviso, se far 
vogliasi quest' accusa, d' un ordine in general di per- 
sone, non è di loro che si debba fare, credetelo, ma 
di voi. Di voi che vi godete le molli piume fino al 
meriggio, non di loro che sul mattino si levano dalla 
paglia; di voi che i lauti conviti prolungate fino alla 
sera, non di loro che non hanno la sera di che acque- 
tare la fame di tutto il giorno; di voi che lenti a 
mormorare sedete o ad una visita o ad una bottega, 
non di loro che errano al sole e alla pioggia per pro- 
cacciare di che nutrirsi; di voi che ne' teatri vi pas- 
sate la notte in canti e in danze, non di loro che 
nella notte albergo nemmen non trovano negli spe- 
dali; di voi che immobili v' intertenete di giuochi e 
d' amori ad ognora, non di loro che ad ogn' ora ripen- 
sano come condurre la vita, e intanto la pascono di 
lagrime e di travaglio. Sì, di voi certamente, grida il 
Crisostomo, e di voi soli si debbe dire che siete oziosi : 
si haec dicenda, non aliis sane, nisi vobis ipsis di- 
cenda sunt. » Oltre alle prediche scrisse ancora dei 
Ragionamenti, commentando alcuni libri della Sacra 
Scrittura: quello di Tobia, pubblicato a Venezia 
nel 1772, e quelli di Debora, Ester, Giona, pubbli- 
cati nella stessa città tre anni dopo la sua morte; 
sono però questi ragionamenti poco più che un'am- 



^GdoqIc 



CAPO DECIMO 403 

pliaia narrazione slorica con V aggìunca di semplici 
riflessioni morali. 

Chi però più pienamente riassume il suo tempo L'uomo 
e ne rispecchia i* eloquenza è il p, Adeodato ^«^^'^'' specchulr 
(1724- 1803), cappuccino e vescovo dì Parma; uomo suo tempo 
fornito di molta dottrina, conoscitore della grande e ^ Tnrchf 
piccola società; ed abile dicitore, benché nella lingua 
e nei gusto si mostri non poco infranciosato. Pose 
mente agli errori che s'importavano con la merce 
che ci piovea di Francia, s'avvide delle macchine 
occulte che $Ì montavano contro T opera di Cristo e 
della sua Chiesa, e raccolse tutte le sue forze per af- 
fievolire l'impeto e arrestare i colpi di quella rivolu- 
zione, che da ultimo svolgeasì sotto gli occhi di lui, 
già vecchio e cadente. Parmense di nascita, portante 
il nome dì Carlo dal battesimo, nome che nei farsi 
religioso mutò neir altro più noto, fece i primi suoi 
studi sotto i Gesuiti, apprendendo filosofia dal p. Bel- 
grado, entrò a 17 anni tra ì cappuccini e tu lettore di 
teologia assai stimato a Modena, e stimato special- 
mente da mons. Giuliano de Conti Sabbatino delle 
Scuole Pie, ( oratore di buon nome, due volle guar- 
diano del convento in patria, poì definitore e provin- 
ciale (i) e ultimamente vescovo di Modena). La ro- 
busta complessione di cui era fornito il Turchi, non 
solo gli mantenne il carattere faceto e gioviale che 
lo rendea caro agli amici, ma gli die modo di sod- 
disfare all'ardente zelo da cui era animato per il 
bene delle anime; sicché percorse predicando le 
principali città italiane, Arezzo, Pisa, Firenze, Roma, 
Genova, Bologna ecc. Fece l'avvento alla corte di 
Filippo duca di Parma, e poi alla corte di Napoli; 
alla corte di Parma da ultimo fu fatto predicatore 

(if Le OTadom stcre e i ragiona mentì di Mon&. Siibbatìni furono 
stampate a Venezia nel 1759. 



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404 CAPO DECIMO 

ordinario. Anzi il principe D. Ferdinando, infante di 
Spagna, volle dargli un attestato maggiore di stinga 
col farlo educatore de* suoi figli, al quale incarico ri- 
spose con abilità e prudenza, ammaestrandoli nelle 
cognizioni convenienti al loro grado ed educandoli 
alle virtù cristiane. Anche come oratore sostenne 
sempre con franchezza e dignità il suo uffizio, onde 
quindici anni prima della sua morte fu nominato e 
consecrato vescovo di Parma. Meglio de' suoi con- 
temporanei sa piegar Y arte della predicazione ad 
un' accorta polemica, ciò che ben s' addiceva ad un 
uomo già posto in alto, esperto, e che evidentemente 
aveva il mandato di tutelare la fede nella parte più 
colta della società. Anche trattando argomenti co- 
muni sa innestare certe idee a tempo e luogo che 
servivano a confutare i sofismi di moda; e checche 
se ne dica, queste idee, ben poste e ben formulate, 
giovano al popolo più delle lunghe dicerie. Del resto 
chi piglia in mano le sue opere tosto s'avvede che 
r oratore vuole anche ex professo, sostituendo nuovi 
argomenti agli argomenti più comuni, sanare i morbi 
speciali dell'età sua. Cerca ad esempio se il secolo XVIII 
meritasse il titolo (che con poca modestia ei si diede) 
di illuminato; tratta della fermezza della fede non 
ostante le presenti vicende, in parecchi discorsi ab- 
batte le contraddizioni degl' increduli e assale e con- 
danna la loro condotta, ragiona in ispecie della esi- 
stenza della vita avvenire, della ignoranza delle cose 
cristiane che mostrano gì' increduli con la pretensione 
di parlarne, della perpetuità della Chiesa Cattolica, 
de' suoi beni temporali, quanto essa valga a rendere 
felice un governo, studia in due discorsi le relazioni 
che corrono tra la religione e la filosofia, esamina 
l'importanza dell'educazione privata, porta in senso 
religioso e cristiano, i pericoli dell'amore di novità 
nei grandi e nel popolo, confronta la filosofia del se- 



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CAPO DECrMO 405 

colo con la filosofìa dei Vangelo, difende il culto 
esterno, il culto delle reliquie, la libertà cristiana, per 
tacere dì altri argomenti che si approssimano a questi 
e che manifestano le condizioni del tempo. Basta 
anche questo solo accenno ai soggetti trattati, per 
capire che questo oratore presenta più originalità di 
altri, e attrae più T altrui attenzione. 

Le sue opere oratorie consistono nel quaresimale, opert 
panegirici, prediche alia corte, di cui si kc^ una ijl^tore*' 
splendida edizione a Parma nel 1805, nelle omelie,* ^""^P'^b» 
e in tre orazioni funebri a Filippo, duca di Parma, 
a Elisabetta, madre di lui, e a Maria Teresa, la 
quale orazione alloia si riguardava come il suo ca 
polavoro. L'oratore svolge i suoi temi dottamente 
si, ma senza soverchio peso di dottrina, e tanto più 
senza sottigliezze che avvolgerebbero in troppe dif- 
colta le menti dtl popolo; sì richiama per lo più al 
senso comune e alla rettitudine naturale, e fa che si 
senta l'urto e la ripugnanza delle nuove empietà. 
Ecco, ad esempio, come dopo l'esordio s accinga alle 
prove intorno all' esistenza della vita avvenire, nel- 
l'omelia detta nel 1798. « Abbiamo dunque anche 
a' dì nostri di quei che si chiamano be^li spirili, spre- 
giudicati e tilosoli, che dicono di non credere ad una 
vita avvenire, e di essere intimamente persuasi che 
finisce tutto V uomo alla morte. Sembrano innamo- 
rati del nulla, ed avere per bene supremo il loro to- 
tale annienlameiuo. Ma come mai tanto amore del 
nuHa con un desiderio e sì acceso e si innato che 
abbiamo in noi di viver sempre e di non finire giam- 
mai? Confesso, uditori, che questa idea di distruzione 
e di annichilamenio mi fa ribrezzo ed orrore. Quel- 
la io dunque che sento si vivamente in me stesso, ed 
a cui sono per una vera necessità sì fortemente at- 
taccato, dovrà sfumare ben presto e disciogliersi in 
nulla, e confondersi nel caos di una materia insen- 



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406 CAPO DECIMO 

sibile, per riprodursi a suo tempo in un albero, in 
un macigno, in una bestia feroce ? Per adottare una 
sì desolante opinione bisogna essere affatto stordito, 
ed aggiungo di più che bisogna essere empio. Freme 
un uomo dabbene solamente a pensarvi. I soli liber- 
tini possono convenire, non già perchè non la sen- 
tano, ma perchè non la vogliono una vita dopo la 
morte. Questo è il loro scoglio, questa è la terribile 
larva che li spaventa. Temono un castigo alla vita 
loro brutale. Non avrebbero difficoltà a credere tutti 
gli altri dommi di Religione; ma quando si tratta di 
una vita futura, di un giudizio terribile che li mi- 
naccia, di una pena interminabile ai loro misfatti, oh 
qui s' inalberano, si contorcono e per non credere 
questo solo articolo, ricusan di credere a tutti gli 
altri. Ed oh se potessero annientare egualmente nel 
loro spirito i legislatori, i magistrati, e le leggi che 
perseguitano i delinquenti nelle umane società! Che 
bel mondo sarebbe questo per essi, dove poter im- 
punemente commettere qualunque strano delitto, 
senza timore di castigo né nella vita presente, né nella 
vita avvenire; che bel mondo sarebbe per essi! Quanto 
a me lascierei volentieri che sei dividessero e godes- 
sero insieme, e non penserei che ad uscirne il più 
presto possibile. 

Chiamiamoli alla ragione con tutta carità e dol- 
cezza. O genii sublimi, che esaminate la terra fin 
Tieir interno de' suoi abissi, percorrete il cielo ed ob- 
bligate quegl' immensi corpi luminosissimi a gui- 
darvi nei vostri viaggi, abbellite la natura e superate 
coir arte le stesse sue produzioni, io vi domando, 
son elleno queste operazioni che alla materia con- 
vengano? Se r uomo è tutto materia, come mai potrà 
essere egli solo di tali cose capace? Interrogate voi 
stessi. Troverete nel fondo della vostra esistenza un 
^erto essere che vede, approva ed ammira costante- 



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CAPO DECIMO 407 

mente tutto ciò che è giusto, onesto e virtuoso: ma 
la materia non giudica ne della giustizia né del- 
l' onestà né della virtù* Questo essere adunque non 
può confondersi con la materia. Un essere che in 
mezzo agli urti, alle scosse delle più terribili traversie, 
ne" più atroci tormenti del corpo stesso trova in parte 
la sua felicità fino ad esultare e gioire nei dolori e 
nelle afflizioni, fi rio ad esclamare coli' Apostolo di 
sentire un vero piacere nel profonda delle più gravi 
amarexze. Vedete un uomo giusto legato in un letto 
di ferro con intorno ì carnefici che lentamente lo 
sbranano, ed iti faccia un tiranno che gli conanda 
o dì commettere un delitto o di pronunziare una 
menzogna. Tutto 1" uomo è già infranto; eppure con- 
serva in se stesso un'aria di serenità, di virtù, di 
costanza che giunge fino al miracolo, né si può strap- 
pargli dal labbro una sola bugìa. Pieno di ferite e 
di sangue sorride in me?tzo ai dolori, e senle in cuore 
una pace che i suoi persecutori non hanno mai co- 
nosciuta. E che cosa può esser mai tutto ciò, se non 
è una particella di aura celeste che abbiamo in noi, 
un fiato della divinità, uno spirito indestruttibìle 
scevro di corruzione, ed a cui per conseguenza sta 
preparata una vita futura? Siamo grandi, vogliamo 
esser grandi, facciamo tutti gli sforzi per esser grandi : 
ma se non esiste una vita avvenire, qual è mai la 
nostra grandezza ? Tutte osservate le creature. In 
breve volger di tempo voi le vedrete a quel grado di 
perfezione condotte che ad esse può convenire, L'uom 
solo nella vita presente non può mai giungere a 
quella perfezione cui sente di essere destinato. Muore 
pieno di desiderio di sapere^ pieno del desiderio di 
perfezionare sé stesso. E quella perfezione che l' Au- 
tore Supremo della natura non negò ai più piccoli 
insetti, vorrà negarla all' uomo solo, opera la più 
nobile delle sue mani? Ma se non esìste una vita 



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40S CAPO D£C!HO 

avvenire, quando giungerà T uomo a perfezionare se 
sresso^ giacché non può giungervi nella vita presente? 
Esìste adunque, e deve esistere per necessità, una vita 
futura, a meno che non vogliamo riguardar noi me- 
desimi come i più vili, i più miserabili, ì più imper- 
fetti nel ruolo di tutti gli esseri ^ (i^^ Ognun vede 
anche da questo breve tratto che T oratore sa trat- 
teitgìar maestrevolmente quel sentimento che e pur 
tanto comune e che salutarmente si ribella a cene 
enormezze; e vede inoltre che sa anche addentrarsi 
nella cosa con una buona analisi, bacile sì^ ma par 
giusta e scientifica; ciò che si potrà riconoscere an- 
dando innanzi nella lettura di detto discorso e dì 
tanti altri. Né si creda che per le nuove argomenta- 
zioni dimentichi ia vita pratica, per santamente at- 
terrire e condurre i peccatori alla coti versione. Ct>sf 
per esempio, nella stessa omelia or sortopo^ta a qual- 
che commento, fa a questo fine delle utili riflessioni 
invitandoci a imaginar un incredulo agli estremi dd 
viver suo, tra le angosce in uno spinto fi attuante, 
agitato. Né mancano tratti in cui si sente lo slanciti 
dei sentimento che V ispira, anzi se ne trovano da 
per tutto, e di tali che bastano a destar T entusiasmo, 
Eccone un breve saggio senza uscire dal nostro di- 
scorso. « O filosofi che bramate di correre a inabis- 
sarvi nel nulla e lo amate e lo volete, disingannatevi 
una volta: non vi fidate del nulla, che questo non é 
per voi. Vogliate o non vogliate, una vita eterna vi 
aspetta. Le regole deir Onnipotente non posson mu- 
tarsi né pei vostri desideri né per le vostre mormo 
razioni né per le vostre buffonerie. Le cause partico- 
lari quaggiù si urtano, si combattono, si collidono 
tìno a distruggersi scambievolmente. La causa gene- 



fi} Opere iciedlLe di Moas, Àdeodaio Turchi In Fuligoo, t^i 
OmelU V. 



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CAPO DECIMO 4C9 

rale, die é Dìo, che abbraccia il lutto e ìe parti, ri- 
mane sempre la stessa, sempre immutabile, ordinata 
sempre e tranquilla. Voi non vedete in quest'oggi, 
voi non sentite gli effetti di questa causa motrice- 
Verrà quel giorno in cui la vedrete a luce di me:i- 
zodl, e ne sentirete le funeste e dolorose influenze. 
Sarà questo V ultimo giorno di vostra vita ». E no- 
tabile ancora in lui V arte del cogliere in contraddi- 
zione gli avversari, pigliaEido cosi un tono più vi- 
vace nel rituzzare le loro spavalde pretensioni. Il suo 
affetto poi si mostra spesso inteso al vero bene del 
popolo, cercando sempre nelV ordine il conseguimento 
di ogni giusto diritto. Cessare Cantiì (i) gli fa un ap- 
punto, ed asserisce che il predicatore del quaresimale 
e delle omelie non gli pare l'autore delf orazione in 
morte di iVlarìa Teresa e delle prediche alla corte; 
e che certe verità che suonano chiare e vigorose nei 
primi discorsi, flagellando i vizi dei potenti, si ap- 
piattano nei secondi. Ma si capisce, parmi, che qualche 
riserbo conveniva al ministro del Vangelo nel ma- 
lato ambiente, per ciò che qualche osservazione più 
avanzata e non necessaria poteva tornare ne deco- 
rosa né opportuna né utile al suo scopo di guada- 
gnare le anime. La prudenza sta l^ene dappertutto., 
quando si usi senza tradire il vero e la giustìzia. Del 
che non va accusato il p. Turchi, che anche a corte 
fa sonar alto delle belle verità, e che acchiudono in 
sé, anzi additano nelle penombre quelle che non 
s' annunziano esplicitamente. E riguardo a qualche 
sua opinione, se giudicò col Beccaria buona V aboli- 
zione della pena di morte (ma per motivi diversi da 
quelli addotti dal detto aurore) e dop:3 lasciò andare 
un siffatto zelo.f non e da meravigliarsene; poiché 
vide come, per non mozzare a tempo qualche testa*^ 



II) Siorìa d^-ILe Uttcralur^ e. XIV. 



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410 CAPO DECIMO 

se ne dovettero in Francia mozzare con la ghigliot- 
tina le migliaia e le centinaia di migliaia, seminando 
il lutto in tutre quelle desolate Provincie. Chi consi- 
deri poi questo insigne oratore nelle sue qualità di 
scrittore troverà senza dubbio di che lodarlo perchè 
si scosta dagli artifizi, dalla pompa e dalle classiche 
imitazioni che inquinavano i più, e possiede perciò 
molta chiarezza, semplicità, spigliatezza e slancio. 
Però schivando Scilla ruppe alquanto in Cariddi, e 
striscia troppo stretto ai Francesi, e spezza troppo 
secondo il loro gusto il suo dire, e nemmeno la 
lingua gli si conserva sempre intemerata; difetto come 
dicemmo molto comune, ma in lui più spiccato. Del 
resto nella somma delle sue qualità il Turchi rimane, 
io credo, il più grande di questo secolo per la lotta 
abilmente sostenuta contro T invasione delle idee ri- 
voluzionarie, pur accettando il buono da qualunque 
parte venisse e non perdendo mai di mira la sana 
riforma dei costumi. 
Alcuni Rammentiamo, prima di chiudere questo capo, 

*^iez\oni^' anche alcuni che principalmente attesero alla spiega- 
«crittoraii zjone dei libri santi; tra i quali trovo degno di me- 
moria Alfonso Nicolai, gesuita, (1706-1784), nato a 
Lucca, e morto a Firenze. Va tra i migliori ed oltre 
a panegirici e orazioni, pubblicò otto tomi di disser- 
tazioni e lezioni sopra la Sacra Scrittura (i). Tien 
conto ne' suoi commenti degli errori del tempo, e 
della stessa scienza, richiamando talvolta a memoria 
le nuove scoperte, specie di storia naturale, in quanto 
avevano attinenza coi detti del sacro lesto. Giovanni 
Marchetti pure per più di tre lustri, dal 1789 in poi, 
spiegò la Sacra Scrittura nella Chiesa del Gesù a 
Roma, e fu teologo pontificio per la Dataria Apo- 
stolica e arcivescovo d'Ancira. Le sue lezioni ver- 



I) Firenze 1756-1763. 



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CAPO DECIMO 411 

sarono sopra il libro di Giosuè, Giudici, Samuele o 
II dei Rè, III e IV dei Rè, Daniele, Giuditta, Ester, 
Tobia. Anch' egli sulle orme del p. Nicolai, predi- 
cando in tempi di questioni religiose e di commo- 
vimenti politici, ha in mira a quando a quando di 
ribattere certi errori, e di assodare la propria dottrina 
secondo le esigenze della critica più recente. Lo dice 
-egli stesso nella sua prefazione al Giosuè, pubblicato 
nel 1803; anzi si duole di non poter fare quanto vor- 
rebbe, perchè vuole a un tempo « non lasciare al- 
cuna difficoltà rilevante senza elucidazione propor- 
zionata, e mantenere l'andamento facile e interes- 
sante nella storia ». Perciò si tenne agli schiarimenti 
più popolari e piacevoli, riservandosi di mettere stam- 
pate in nota le più difficili ed importanti. La mas- 
sima parte però del suo lavoro si riduce alla esposi- 
zione storica e a commenti morali, che hanno luogo 
principalmente nella seconda parte del discorso. Non 
è né molto eloquente né molto accurato nella lingua. 
Contemporaneo ad esso si segnalò il can. teologo 
Conte Giuseppe Lavingy patrizio romano, che disse 
nella cattedrale di Fano le sue Lezioni sacre e morali 
suir epistola di S. Paolo ai Corinti, che furono molto 
lodate nelle effemeridi letterarie di Roma, quando 
la prima volta uscirono, edite in Ancona nel 1769. 
Propone di seguire la massima di S. Girolamo che 
dicea: « De Scripturis disputantem non decet Ari- 
stotelis argumenta conquirere, nec ex flumine Tul- 
lianaé elegantiae ducendus est rivulus, nec aures 
Quintilliani flosculis et scìwlari declamatione mul- 
cendae, sed pedestris et quotìdianae similis et nulla 
lucubratione redolens oratio necessaria est, quae rem 
explicet, sensum edisseret, obsura manifestet » (i). E 
in effetto si mostra erudito sì, ma semplice esposi- 



d' £p. ad Damasum. 



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412 CAPO DECIMO 

tore. non dimenticando buone applicazioni morali. 
In sua gioventù fu autore d* un poema intitolato il 
Paradiso riacquistato. Battè le medesime orme Lo- 
rem^o Baratti dì Ferrara (1724 i8o(), gesuita, scrit- 
tore di biografie e poeta. Pubblicò tra l'altro le sue 
Lezioni scritturali sui libri di Tobia, di Giuditta e di 
Ester (i). 
Catechisti Aggiungo tra quelli che in più umili componi- 
menti attesero alle spiegazioni dei Vangeli e alle istru- 
zioni catechistiche Gio. Batta Campadelli, padovano» 
dottore in sacra teologia, il quale trasse dai vangeli 
delle domeniche i suoi Discorsi sacri morali, e li 
pubblicò a Venezia nel 1758, principalmente ad uso 
dei parrochi di città; unisce la facilità al decoro, e 
passava tra i più rinomati predicatori. Ancha Sera- 
fino Petrobelli di Lendinara, cappuccino, oltre alle 
prediche, lasciò dei lodati catechismi sopra l' orazione 
domenicale, T Ave Maria, T Eucaristia e i precetti del 
decalogo e pocc altro; furono pubblicati a Venezia 
nel 1774. Ottenne maggior fama di lui il p. Ildefonso 
da Bressanvido (1696-1777) vicentino, che a 18 anni 
si fece minorità, e passò la sua vita predicando in 
molte città, e specialmente a Padova, alla presenza 
dello stesso cardinale Rezzonico, che poi fu papa col 
nome di Clemente XIII. I suoi catechismi ebbero- 
molte edizioni, e piacque perché sapea temperare la 
parte Istruttiva con la parte esortativa. 



{ly Parma 1789. 



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CAPO DECIMO 413 



APPENDICE [^ AL CAPO X. 



Tra gh oratori di qualche rmomanza che lascia- . ,.., , 

^ . ^ . . _ _ Altri italiMl 

rono opere stampate trovo 1 Gesuiti: Tommaso Carli 
di Cesare morto nel [752; U Amari ihia Bartolomeo 
di Mazzarino di Sicilia, che viveva a Napoli ancora ^^^.^. 
nel 1766; Afessandrù Sagramoso, d'illustre famiglia 
veronese, direttore spirituale del Collegio Romano, 
che stampò il suo quaresimale a Venezia nel 1764; 
Giulio Cesare Corderà di Alessandria, morto nel 1785, 
più noto cóme letterato che come oratore, ma che 
lasciò parecchi discorsi dì occasione; Bartolomeo Vio 
di Venezia, il cui quaresimale fu stampato in patria 
nel 1789, che fu Tanno della sua morte; Siniscalchi 
Liborio che srampò panegirici ed esercizi spirituali a 
Venezia nel 1751. 

Alirì o sacerdoti secolari o appartenenti a varii 
ordini religiosi sono: Giacinto Jaucci che nel 1752 iori"p'Jfar- 
pubblìcò parecchi panegirici dei santi del suo ordine ^*^5!^"^f^^^^_ 
domenicano; Vincen^^o da S. Erdclio^ cappuccino, lare e re- 
che pubblicò le sue orazioni sacre (Venezia 1754); ^°*^* 
Giambenedetto da Torino, pur cappuccino, che pub- 
blicò tre volumi di prediche assai stimate^ mori in 
patria nel 1766; Giovanni Lorem^o Tessari dei Ri- 
formati, che stampò a Vicenza, nel 1760, ì suoi pa- 
negìrici; Michelangelo da Reggio d'Emilia, cappuc- 
cino, di cui si stamparono discorsi e panegirici nel 1766, 
come opera postuma; Giuseppe M* Prrawr, che pub- 
blicò le sue orazioni sacre a Genova nel 1767; ab* 
Bonaventura Fadinelli, dì cui si pubblicarono i ser- 
moni alle monache nel 1773; Atanasio Stacciolo^ be- 
nedettino, di cui fu stampato T avvento ad Osimo 



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414 CAPO DECIMO 

nel 1778; Ignafio Porro della Congregazione dei 
Chierici regolari, nato a Torino; come oratore, ricco 
d'imagìni e di pensieri elevati; pubblicò orazioni pa- 
negiriche e quaresimali e mori nel 1780; Pietro Già. 
Venier, le cui orazioni sacre furono stampate a Ve- 
nezia nel 1782: non grandeggia, ma scrive con molta 
naturalezza; Giuseppe Manzoni, sacerdote veneziano, 
che pubblicò i sermoni recitati nella chiesa parroc- 
chiale dei Santi Apostoli a Venezia (Ven. 1789), nei 
quali combatte francamente gli errori che ci venivano 
di Francia; il p. Cristoforo Callegari ddV Ordìnt dei 
Predicatori, veneziano, e morto in patria nel 1799, 
oratore dotto e talvolta robusto, benché negletto al- 
quanto nella forma; le sue prediche ebbero due edi- 
zioni. P. Prever di Giacomo dell' Oratorio di Torino, 
assai fruttuoso, morì di 67 anni nel 1789. 

Ricavo parecchi nomi di predicatori illustri dal 
Quaresimale de* più celebri oratori italiani, la cui 
seconda edizione fu fatta a Venezia nel 1822: ab. Fran- 
cesco Mu{{ani barnabita, che, tenendo bordone al 
Parihi, assale dal pergamo con lodala orazione la 
mollezza dei grandi, ragionando Sul costume di vi- 
vere inutile e ozioso; p. Francesco Masotti d. C. d. G., 
che si eleva per abilità sugli altri; Gaetano Belcredi, 
chierico regolare somasco, che difendea spesso la Re- 
ligione contro gli assalti dell'incredulità; ab. Gae- 
tano Bugan^a, ex gesuita, che in una predica trattò 
la storia d'Italia; Carlo Barbieri, prete dell'Oratorio; 
Acazio Saracinelli tx gesuita; ab. Bartolomeo Scardua, 
ferrarese; mons. Gio. Luigi Magri ab. di Misna e 
prevosto di Cenate; Pier Giuseppe Casser, minore 
conventuale; ab. Gio. Batta Manp, ex gesuita; Pel- 
legrino Albertini dei Servi di Maria; Giusto da Pa- 
dova dei Minori Riformati; Marcellino da Venezia 
dei Minori Riformati; ab. Vincenzo Giorgi ex gesuita; 
Anton Francesco Bellati d. C. d. G. ; Francesco Fran- 



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CAPO DECIMO 415 

ceschini, chierico regolare somasco; Salvatore Bal- 
duinOy barnabita; Andrea Rabbi ex gesuita (i). Pier 
Ant. Del Borghetto dei Minori Riformati. 

APPENDICE IP AL CAPO X. 

Si procede suH'orme incominciate, e la seconda oratori 
metà del secolo risponde perfettamente alla prima: i>aTi«*i 
soltanto converrà notare che il filolofismo e T ele- 
mento umano entrano in maggior copia, e sono più 
frequenti le allusioni alle nuove dottrine e le pole- 
miche che scopertamente e di fronte le assalgono. Un 
oratore però che parve più alieno da queste novìrà, 
e predicò molto e fece del gran bene fu Jacopo Bri- 
daine (1701-1767) che percorse le città e le campagne 
della Francia con 256 missioni. Alla robustezza della 
voce e della complessione congiungeva un carattere 
non men forte e un animo altamente ispirato alla 
Religione, onde potè tonar gravemente sulla decre- 
pita e corrotta società francese, salvando molte anime 
dal comune naufragio. Conviene lodare l' intonazione 
al tutto religiosa de' suoi discorsi, la succosità, la brza, 
talvolta lo slancio; però ha delle negligenze dì forma, 
delle parti incoerenti e delle trivialità. Dicono che 
Massillon, avendolo inteso, l' additasse come T uomo 
che avrebbe tolto il posto a tutti gli oratori, se uno 
studio di maggior coltura n'avesse perfezionato i 
doni naturali. Somiglia dunque a una miniera d oro, 
in cui ancora il raro metallo va confuso con le sabbie 
e la roccia. Ebbe minor fama Giovanni Billot ( 170^1- 
1767); ma fu lodato per copia e semplicità. Nacque 



(i) l titoli di ex gesuita, che abbondano in questo tempo, pro- 
vengono dalla nota e temporanea soppressione dell' Ordìn?, rimesso 
ben presto da Pio VI. 



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4^6 CAPO DECIMO 

in Dole (Franca Coatea) e fu prete della diocesi di 
Besanzone. È autore dei Discorsetti (prònes) rivolti 
4illa pratica per le domeniche e feste principali dei- 
ranno. L'edizione più compiuta fu fatta a Lione 
nel 1785 in 5 volumi e fu tradotto in tedesco e in 
italiano. 

Vola poi sovra gli altri con la sua rinomanza 
<Mrlo Frey di Neuville (1693 -1774) gesuita. Nacque 
di nobile famiglia a Coutances e visse molto a Parigi 
ove predicò per trent' anni, facendo udire la sua voce 
anche alla corte. Si segnalava per uno stile vivace e 
brillante tra i letterati, e per acume di mente tra 
i filosofi, e lottò molto contro Voltaire; il signor 
Troublet riconobbe delle affinità in quei due ingegni 
che tanto abilmente si oppugnarono. Le sue prediche 
(quaresima, avvento, panegirici, esercizi spirituali e 
altri; furono pubblicate a Parigi nel 1776, ed ebbero 
traduzioni anche nella nostra lingua. Ne lodavano 
la bellezza del disegno, la vivacirà delle idee, la sin- 
golare abbondanza di uno stile pittoresco. Hanno 
però non poco di vero le accuse del Maury, che ne 
condanna l' affettazione, la mancanza di unità e spe- 
cialmente le enumerazioni interminabili e soffocanti, 
e quindi una noiosa prolissità. 

Elia Bertrand fu pur predicatore di molta fama 
nella regione francese in Svizzera. Professò lettere, 
ma attese insieme a dispensare la divina parola, e 
lasciò una raccolta di sermoni, stampati in due vo- 
lumi a Neuchàtel (1773), che intitolò; La Morale 
evangelica; e ne lasciò anche un'altra raccolta pub- 
blicata a Jverdon (1777); morì a Neuchàtel nel 1779. 

Va considerato come oratore di eletto ingegno 
l'ab. Luigi PouUe (1703- 1784) d'Avignone, ove co- 
minciò ad acquistarsi nominanza col predicare, fino 
ad essere ammesso all' Accademia e alla Corte. Du- 
rante il suo ministero solea scrivere poco o nulla, 



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CAPO DECIMO 417 

bastandogli una conveniente preparazione su breve 
traccia; restano però per giudicarlo undici discorsi 
ch'egli già vecchio e ritirato in famiglia dettava ad 
un suo nipote, che poi li pubblicò. Molte lodi s'eb- 
bero i due intitolati: Esortazioni di carità, che ar- 
recarono molto buon frutto quando furono recitati, 
e che resistono anche ora al dente della critica. In 
generale sostituisce alla vera eloquenza i concetti 
arguti. 

Il fare brillante del Neuville si riproduce sott' altre 
forme nell'ab. Nicola Thy rei de Boismont {lyiy iy86), 
che fu vicario generale della diocesi d'Amiens, e pre- 
dicalore di corte. Nacque in un paesello presso Rouen, 
ed amò i colori poetici ed il fare accademico nel suo 
stile; ed è perciò che l'eloquenza sacra nelle sue mani 
serve troppo al mal gusto del tempo, specie toglien- 
done la sostanza religiosa. Vanno più lodate parecchie 
orazioni funebri e altri discorsi di circostanza, e si 
giudicò suo capolavoro un discorso ch'ei tenne per 
l'apertura di un ospizio militare ed ecclesiastico, 
opera di carità collettiva; il fece un anno prima della 
sua morte, e si raccolsero in quella occasione 150,000 
franchi. 

Nicola Silvestro Bergier ( 1718 1790), parroco nella 
diocesi di Besanzone e poi canonico della metropoli 
di Parigi, va additato non solo come buon oratore 
ma come eccellente polemista della Religione per le 
belle opere che scrisse contro i corifei dell'incredulità. 
In effetto con l' opera // deismo confutato da sé stesso, 
stampata nel 1765 egli combatteva Gian Giacomo 
Rousseau, quasi sempre valendosi dei sentimenti da lui 
in altro luogo espressi e cogliendolo in contraddi- 
zione, ribattendone più tardi, nel 1771, con Y Esame 
del materialismo, le dottrine tanto nocive del Sistema 
delia natura. Così con l' Apologia della Religione 
cristiana si opponeva specialmente a Boulanger, che 

Storia della Predicaiione ecc. 27 



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4l8 CAPO DECIMO 

aveva pubblicato il Cristianesimo smascherato ; onde ^ 
e per questi e per altri scritti, non ostante alcune sue 
debolezze, va considerato fra i più zelanti apologisti 
moderni. Di lui scrive il p. Richard (i): « Ciò che 
contraddistingue le opere dell' ab. Bergier è il carat- 
tere esclusivo di cui ha improntate le sue apologie, 
una logica d' una precisione e d' una robustezza stu- 
penda, che mostrandosi in una stessa materia sotto 
svariatissime forme, ribatte il sofisma in mille modi 
ad una volta, lo colpisce con tanto calore nelle parti 
in cui la sua forza sembra inconcussa, che la vittoria 
si decide sempre per questa luce piena e vivida, che 
disperde ogni nube d'errore ». Ne' suoi sermoni in- 
vece e panegirici tiene un modo condito di pastorale 
semplicità e di soave pietà, lasciando da parte il lin- 
guaggio dell' apologia e della controversia. 

G. B. De Beauvais ( 1731-1790), nato a Clherbourg, 
attese con grande onore alla predicazione e fu ora- 
tore in corte e vescovo di Senez, officio eh' ei depose 
sett' anni prima della sua morte. Alieno dalle corti- 
gianerie si mostrò franco e severo anche dinanzi ai 
grandi, franchezza del resto che gli attirava gli altrui 
l>enefizi. Il giovedì Santo del 1774, predicando alla 
presenza di Luigi XV, prese per testo d' introduzione 
« Entro 40 giorni Ninive sarà distrutta » ; e 40 giorni 
dopo il re era morto; il caso fu notato con molti 
commenti. Perorava la causa del povero, e profligava 
la corruzione dei grandi; secondo l'uso del tempo 
non insiste nello svolgere il dogma; scrive corretta- 
mente e con molta semplicità; le orazioni funebri 
presentano un pregio maggiore. 

Battè r orme di quest' ultimo predicatore anche 
l'ab. Cambacères (1721-1802), nato a Monpellieri e 



(i) Dizionario Universale delle scienze ecclesiastiche, opera com- 
pilata dai pp. Richard e Girand. Napoli 1844. 



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CAPO DECIMO 419 

arcidiacono nella cattedrale di detta città. Nel 1757 
predicava alla corte e accusato di soverchia arditezza 
ne' suoi modi a Luigi XV, dicono il re abbia risposto 
asciuttamente agli accusatori: egli ha fatto il suo do- 
vere. Si piacque molto degli studi letterari, ma pos- 
sedeva insieme le doti di oratore cristiano, e si mo- 
strò uomo di severe virtù. Fu molto lodato un pa- 
negirico di S. Luigi, detto all'Accademia francese. 
Dell'aver campato dai rivolgimenti e dalle stragi che 
travolsero tanti suoi colleghi deve ringraziare suo 
nipote, il famoso Cambacéres, che riusci a proteggerlo 
efficacemente. 

Parecchi oratori ci vennero dalla Compagnia di 
Gesù, tra i quali rammento Luigi Ant. Cuny di Len- 
gres, che fu predicatore del re e morì nel 1755; lasciò 
alcune orazioni funebri; Silvano Perissault, confes- 
sore del figlio di Luigi XV, che ìaisdò Sermons choisiSy 
pubblicati a Lione nel 1758; morì cinque anni prima ; 
Carlo Giuseppe Perrin dì Parigi, che impiegò nella 
predicazione tutta la sua vita, e finì a Liegi nel 1767, 
dopo il quale anno si stamparono i suoi Sermoni 
sopra la morale e i misteri della Religione. Enrico 
Griffet di Moulins {1698- 1771) maestro di belle let- 
tere a Parigi, attese anche a predicare, senza però sa- 
lire in gran fama: pubblicò: Sermons pour t Avent, 
le carème et les fétes principales de l année (Liegi 
1773); scriveva inoltre difese e risposte a favore dei 
Gesuiti, mentre se ne trattava la causa in Parlamento. 
Carlo Gio. Batta Chapelain d\ Rouen, che alla chia- 
rezza e all'eleganza aggiunge forza di ragionamento 
e abilità di commuovere. Maria Teresa d' Austria lo 
chiamò come oratore in sua corte; e lasciò 35 tra 
discorsi, panegirici, orazioni funebri; fu lodato mag- 
giormente il discorso per la vestizione di Mad. d' Eg- 
mont. Gio. Gaspare Dufay^ morto nel 1774, stampò 
Sermons pour caréme, advent, octave du tres S, Sa- 



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420 CAPO DECIMO 

crement; valeva assai nelle grazie del porgere. Gfo- 
Batta Geoffroy di Borgogna, oiorto nel 1782, e che 
godea non piccola fama; di lui si pubblicarono: Ser- 
mons et oraisons funèbres (Lion 1788) Bartolomeo 
Baudrand dì Nevache, morto a Vienne nel 1787, che 
pubblicò i suoi panegiiici a Lione ( 1780) e fu celebre 
scrittore di opere ascetiche. Francesco De Lig'r^ 
d'Amiens (1709 1788) che va tra i migliori; predicò 
anche nella capitale e piaceva assai per la sua un * 
zione e per la soda dottrina; i suoi sermoni furono 
stampati in due volumi a Lione nel 1828. Anna Ales- 
sandro Lenfant di Lione (1726-1792) che ottenne 
molta celebrità e fu chiamato a predicare anche a 
Vienna dall'imperatrice Maria Teresa; fu vittima 
della rivoluzione e perì nella strage di settembre a 
Parigi. Di lui si ^uhbXxcdiVono Sermons ^our t advent 
et le caréme (Paris 1818 e 1825). Claudio Francesco 
Nonnotte di Besanzone, che predicò in molte città 
con buona fama, ma fu più noto per aver lottato 
con Voltaire; morì di 82 anni nel 1793, e pubblicò: 
Erreurs de Voltaire. 

APPENDICE IIP AL CAPO X. 

In Spagna: Pietro Dia!(, prete della Congrega- 
oratori zione regolare di S. Gaetano stampò 4 volumi di 
di diverse panegirici (Madrid 1777). 

In Portogallo si segnalò: Emmanuele De Goitven, 
agostiniano, lodato molto per la viva azione e per la 
canora voce, ma non privo di merito intrinseco; at- 
tirava un concorso straordinario, predicò anche alla 
presenza del re, stampò a Lisbona molti de' suoi 
discorsi. 

Abbiamo fra i Tedeschi i Gesuiti Giorgio Grill 
dì Crems che predicò molto a Presburgo e Gratz in 



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CAPO DECIMO 421 

tedesco e ungherese e lasciò molti discorsi; Michele 
Krammer dì Kroneubourg,che predicò molto a Praga, 
e nel 1778 fu fatto capo degli elemosinieri militari in 
Boemia; lasciò varii discorsi. Francesco Schmitt di 
Colonia, morto il 1781, che lasciò concioni in tedesco. 
Leopoldo Fischer di Vienna, ove morì nel 1787; fu 
maestro di rettorica e matematica e predicatore di 
buon nome; lasciò Conciones quadragesimales, e pa- 
recchi panegirici. Luigi Mert{ dì Doresdorf nella 
Svevia (1727- 1792) che predicò 21 anno nella catte- 
drale di Ausburgo, e scrisse con molta efficacia contro 
il protestantismo, lasciando parecchi discorsi. Cri- 
stiano Gern di Thalein, che predicò molto, specie a 
Mannhein e Bamberga e morì dopo la soppressione 
della Compagnia di Gesù,- lasciò in tedesco prediche 
per tutte le teste dell'anno. Il gesuita Scholl pubblicò 
inoltre i sermoni del celebre predicatore tedesco Hw 
nold. Noto tra gli Agostiniani; Antonio Magerl ài 
Vienna, morto in patria nel 1751, che pubblicò 99 
discorsi sulle feste dell' anno. Carlo Gassner, morto 
nel 1752, stampò in tedesco parecchi panegirici. Leo- 
poldo Rackenfeld pure viennese, che ebbe molta ri- 
nomanza e morì a Leuca il 1759, ma non lasciò stam- 
pati che due panegirici su S. Pellegrino. Agostino 
Suppan della Stiria, che ottenne gran fama special- 
mente a Vienna e pubblicò sei panegirici. Simpliciano 
^atjel, boemo, lasciò in lingua tedesca discorsi e 
panegirici. Giacomo Simonio dì Neustadt (1719-177); 
fu tre anni predicatore ad Erfurt e molto lottò coi 
protestanti. Oltre alle opere teologiche, filosofiche, 
giuridiche, letterarie, attestano il suo valore anche i 
Discorsi suli' incarnazione passione e morte di N. 
S. G. C. 

Alcuni Polacchi sono; Casimiro Bn^o^^owski dì 
Lituania, gesuita, che predicò alla corte polacca e 
mori a Vilna di 69 anni nel 1736; Antonio Bieykouscki, 



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422 CAPO DECIMO 

della piccola Polonia, che predicò con buon successo 
nelle principali città di quella regione e morì a Cra- 
covia nel 1763. Francesco Bohomelec, oratore e poeta 
polacco morto nel 1767. Gtovanni Borner dì Giczin 
che predicò in polacco 32 anni e con buona fama; 
tutti appartengono alla Compagnia di Gesù. 



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423 



CAPO XI. 



Oai tempi della rivoluzione francese fino ai giorni nostri — Suddi- 
visione del periodo e note caratteristiche — Oratori che ci le- 
gano alla prima metà del periodo, come Canovai, Zaretti, Meazza, 
Corvesi, Ànfossi, Donadoni, Nani — Oratori che affettano, non 
senza artifizio, cura di lingua e stile, come Cesari, Buffa, Vii- 
lardi, e altri fino a Barbieri — Vescovi che aggiungono serietà 
all'eloquenza, come Cadolini, Gianelli, Clary, Monico, Soldati 
e altri — Catechisti e espositori dei vangeli —Appendice f, II e III. 



Non vogliamo smettere questa storia senza inol- L'eioqueu- 
trarci a dare uno sguardo al nostro secolo, che al trar ^J*!j^j?JJ*^ 
dei conti non crealo debba abbassar molto vergo- e difficoltà 
^nosa la fronte dinanzi ai secoli passati, quando si carne^ beile 
-entri nel nostro campo. Non parlo della oratoria po- 
litica, risorta mercè le repubbliche e i governi costi- 
tuzionali, e che nel secolo XIX presenta, a esser giusti, 
una mèsse letteraria più copiosa di tutti i secoli pas- 
cati, compreso lo stesso Cinquecento; mèsse che non 
•s' appartiene ora a noi di giudicare. Invece l'oratoria 
sacra abbonda, press' a poco, come nei secoli passati, 
e con tutte le pecche che noteremo non va priva di 
belle doti che la rendono notabile e pregevole; ne 
manca davvero di uomini illustri. É naturale che nel 
giudicare ci prenda una maggior trepidazione, perchè 
il giudizio sui fatti recenti, ancorché non si tratti di 
politica, dì leggeri appassionano gli animi, e vuoi 
nelle lodi, vuoi nelle censure nasce il sospetto di par- 
tigianeria; ma guarderemo di attendere ai documenti. 



f 



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4^4 CAPO DEGIMOPRIMO 

alle sentenze dei più reputali oratori e critici, per 
trattarne con serenità, come se il giudizio si riferisse 
a tempi remoti. 
Suddivi- ^^^ gettare uno sguardo generale, e indipendente 
sione di dalla divisione del tempo, sul carattere di questa let- 
r?odo^e note teratura, parmi che, come il secolo passato potrebbe 
*^"«tiche*" dividersi in due periodi abbastanza spiccati: quello 
della prima metà del secolo, in cui V arte sacra si 
ripulisce sul gusto arcadico, e quello che va dai pro- 
dromi fino al termine della rivoluzione francese, in 
cui l'arte diventa di necessità più battagliera e più 
strisciante sull'imitazione francese; così anche il no- 
stro secolo nell'eloquenza sacra presenti due fasi, Tuna 
che corre dalla rivoluzione francese compiuta e re- 
pressa fino dopo la metà del secolo, periodo in cui 
si sente l'eco che tuona contro l'assalto fiero e car- 
dinale dato ai principii religiosi, ma che ha tempo 
di abbellirsi negli ozi della pace con quel fare acca- 
demico che gli oratori esumavano dalle rovine del 
secolo precedente e che troppe volte contraffa la sem- 
plicità naturale ; e l' altra che si trova alle prese con 
la scredente irreligiosità di molti, specialmente set- 
tarii, de' nostri giorni, che traendo pretesto dalle lotte 
per l'indipendenza italiana, mirarono e mirano ad 
abbattere l' azione e la potenza della Chiesa, in Italia 
da prima, e poi in tutta la cristianità; fase che farà 
un buco anche nel secolo avvenire, e in cui 1' arte 
sacra non ha troppo tempo da cercar dei gingilli, e 
deve svolgersi più seriamente dotta, spigliata e con 
maggior naturalezza. Noi ci occuperemo principal- 
mente della prima fase del periodo, non senza però 
fermarci alquanto anche sui tempi di cui facciamo 
parte, s' intende lasciando ai posteri un giudizio più 
largo e accurato sui viventi, di cui non toccheremo 
che di volo. 

Dunque dopo le scosse rivoluzionarie, che trassero 



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CAPO DECIMOPRIMO 425 

ì più esperti e ì più gagliardi oratori fuor dei temi 
usali, perturbando salutarmente gli artifizii rettorici ai genere 
e le armonie misurate, al genere polemico e più bat- g accede con 
lagliero sembra succedere 1* espositivo e T esortativo P^"j?«^fl"^«^"/ 
con temi più rivolti a informar santamente i co- tWo ed 
stumi; il che avveniva principalmente nelle molte in'una^ma- 
missioni che si davano per le città e borgate a ^o ajf/^'^^^f 
gliere i mali innestati dai dolorosi rivolgimenti. Resta 
però un* eco del passato, appunto perchè gli effetti 
perdurano, e quindi gli oratori di maggior grido tor- 
nano sopra alcuni temi in difesa della Religione, mas- 
sime per ammirarne i trionfi, dopo che sì violente- 
mente s'era attaccato il Pontificato Romano, e gli 
sforzi degli increduli tornarono vani. Gl'ingegni in- 
sieme hanno tempo di sbizzarrirsi alquanto con la 
ricerca degli ornamenti; chi è ricco e in pace tende 
naturalmente a far mostra de' suoi tesori e a compia- 
cersene con sentimenti di esultanza. Però vorrei dire 
che alla posa piuttosta ricercata e talvolta sdolcinata, 
che notammo negli oratori del secolo passato, si so- 
stituisce una maniera più dignitosa e grave, ma d'or- 
dinario troppo studiata e accademica. Quindi si gon- 
fiavano i pensieri in periodi rigirati e faticosi e con 
parole che non erano le più ovvie, e ciò con danno 
della chiarezza e della popolarità. Già col Monti e 
co' suoi seguaci dominava la scuola classica, e gli ora- 
tori sentirono assai più tardi il soffio del romanti- 
cismo. A quel modo che il Canova vestiva le sue 
statue di paludamento greco, anch'essi studiavano 
un po' di classicità che non sempre conveniva alla 
materia e al fine; nel che più d'altri spicca il bas- 
sanese Barbieri. E l' eccesso dava già negli occhi di 
quelli che li tenevano aperti; perchè altro è un dire 
proprio, misurato, convenientemente adorno secondo^ 
la natura delle cose e la maestà che s'addice al tem- 
pio; e altro è il soverchio della sontuosità, specie se. 



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426 CAPO DEClMOPRfMO 

aliena dallo stile e dalla santità della Casa di Dio. 
Laonde contro una tale eloquenza tonò giustamente 
il p. Ventura, che insegnò ad attingere a fonti proprie 
dell'arte sacra e a rivestirsi di gravità ecclesiastica. 
Diceva: « Non contenti di averlo fatto un'altra volta 
torniamo qui ancora ad anatemizzare ben di cuore 
quella sacra eloquenza che si vorrebbe oggi mettere 
in voga a gran detrimento delle anime, a gran di- 
scredito della predicazione; quella eloquenza ricca di 
figure e povera di pensieri, feconda di espressioni e 
sterile di sentimenti, fastoso apparato di una mendace 
opulenza, che, facendo servire al desiderio di piacere 
il gran ministero dell' istruire, e la parola di verità a 
mendicar V adulazione, lusinga le orecchie e lascia in 
pace le passioni, e invece di predicar Gesù Cristo, 
non fa che predicare se stessa; quell'eloquenza, vano 
sfoggio di spiriti leggeri, di anime profane, che si 
perde in dottrine vaghe, in frivole descrizioni, in pit- 
ture troppo delicate, in concetti stravaganti, in pe- 
riodi rotondi, in parole, in frasi affettate, in arti- 
fizi, in fiori, in ornamenti che il gusto più indul- 
gente perdonerebbe appena a un romanzo, e di cui 
la verità santa è obbligata ad arrossire, come un'onesta 
matrona a vedersi ricoperta delle vesti di una danza- 
trice; quell'eloquenza in fine che, profana nelle dot- 
trine non meno che nelle* forme, degradando il sacro 
ministro fino al comediante, e fino alla con?.edia il 
divino ministero, altro non ha di sacro che l'ardire 
sacrilego di profanare, trattandole in modo mate- 
riale ed umano, le cose sacre, spirituali e devote » (r). 

viù tardi A mano a mano però che il secolo avanza, se Telo- 
^*"/iego**« '^^^"za nel suo contenuto non diventa seria, ispiran- 

pigiia un dosi al modo di discorrere dei Santi Padri (sotto 
turale"* questo aspetto parmi che lasci non poco da desiderare 



(I) Scuola dei Miracoli - Prefazione. 



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CAPO DBCiMOPRIMO 427 

anche a* nostri dì) tuttavia prende una naturalezza 
maggiore di esposizione, e una semplicità e spiglia- 
tezza, che la fa smettere del sussiego accademico, e 
diventar più popolare. Forse fu questo in parte un 
effetto della scuola romantica, che, chiedendo col 
Manzoni il vero per base, l' interessante per mezzo e 
il bene per fine, allontanava anche i predicatori più 
sensali da certi leccami che sapevano omai di stantio. 
Per questa ragione mi pare che meglio facesse il to- 
rinese Giordano, che lasciandosi guidare con sempli- 
cità dal sentimento sa bene conciliare la facilità col 
decoro, ed ha un'eloquenza più erompente e sentita. 
Già i predicatori dei principi, dopo il colpo della ri- 
voluzione, avevano finito, T aristocrazia degenerata 
disertava le chiese, e gli oratori si trovano innanzi 
al popolo che domanda cose schiette e pratiche. 

Un' altro difetto poi, abbastanza grave e che pur 
troppo a' nostri tempi, più che nel secolo scorso, gUgc'u^' 
si fa visibile in molti, consiste nel non tener nel ^g®*/*^" 
dovuto conto le ragioni teologiche delle verità re- 
ligiose annunciate e nel darci quindi una dottrina che 
si regge troppo sulle ali della pura ragione umana. 
Certo bisogna concedere la sua parte anche ad essa, 
e specie ai nostri tempi di vantato umanesimo gio- 
verà far sentire che anch'essa ci conduce ai veri re- 
ligiosi, anch' essa serve a renderli accettabili, a di- 
chiararli, a farcene apprezzar i vantaggi e gustar la 
bellezza; ma noi siamo sempre nel caso di dire che 
qui essa deve far le parti di ancella e non più; altri- 
menti daremo all'eloquenza sacra una tendenza ra- 
zionalistica che, troppo apprezzando i trovati della 
scienza umana, neglige il commento della Bibbia e 
dei Padri, e che darebbe ansa al sofisma degl' ingegni 
ribelli, che trovano facilmente appigli in distinzioni 
e dubbi ad uscire pel rotto. D' onde avviene che non 
pochi, a quel modo che nel Seicento andavano ac- 



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428 CAPO DECIMOPRIMO 

cattando tra gli antichi filosofi e scienziati una eru- 
dizione che solleticasse l'altrui curiosità, ora la cer- 
chino tra i filosofi, pubblicisti e letterati fautori del 
movimento moderno. 
Ritorna ora Inoltre noto che l'eloquenza sacra del nostro se- 
non senza* colo, fatta da prima un po' troppo accademica e nuova, 
7endenza^ nella seconda metà riprese la tendenza apologetica e 
e^ipoìoge- polemica che avea dimostrato tra i romori della ri- 
tica voluzione francese. Un siffatto avviamento anche nel 
nostro secolo (come nel passato) parte di Francia, ove 
s iniziarono le lotte e dove salirono sul pulpito di 
Notre Dame insigni con fere nzisti, quali il Frayssinou, 
Lacordaire, Ravignan, Felix, per tacer dei più recenti, 
l quali trovarono eco nella patria nostra, appunto 
perchè anch'essa attraversa, massime in questi ultimi 
lustri, condizioni di vita e lotte religiose mollo so- 
miglianti alle francesi. Gli errori infatti del raziona- 
lismo o naturalismo o umanesimo, che sempre son 
volti a togliere la fede nel soprannaturale, a legare ie 
speranze umane puramente alla terra e a suoi beni 
e piaceri, e finiscono a sguinzagliare, anche non vo- 
lendo, tutte le passioni, ora si gittano a tutto pasto 
con libri e giornali, e con una propaganda attivissima 
non solo tra le classi colte ma anche tra il popolo 
più basso; e perciò è necessario che poco o molto se 
ne parli, per mettere all' erta gli uomini di buon vo- 
lere. Può riconoscersi un segno di siffatto bisogno 
anche nel concorso affollato che circonda il pulpito 
degli oratori che saviamente ne parlano. E dico che 
saviamente ne parlano, perchè giustamente si osserva 
che e nelle città e fin nelle borgate di campagna 
troppi senza vero bisogno, senza udienze adatte, e 
quel che è peggio senza 1' abilità richiesta, sostitui- 
scono alle prediche, alle istruzioni, agli esercizi spi- 
rituali, che assai meglio converrebbero, le così dette 
conferenze; discorso non ben definito che in parte si 




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CAPO DECIMOPRIMO 429 

regge a mo' d' istruzione pigliando a svolgere e in- 
terpretare Il dogma e ad esporne le bellezze, e in parte 
si mette di fronte alF errore per condannarlo ed ab- 
batterlo, e tiene della polemica. Anzi ognun sa che 
l'abuso andò tant* oltre da rinnovar la questione in- 
sorta ai tempi del Roberti e provocare una lettera - 
circolare della Sacra Congregazione dei Riti, affinchè 
si desse alla predicazione un avviamento che rispon- 
desse meglio ai bisogni del popolo. La qual circolare, 
senza condannare la novità della conferenza, intesa 
com'oggi s'intende, s adopera a limitarne Fuso, re- 
stringendolo cioè, quasi secondo le norme del p. Ro- 
berti, alle persone più esperte e competenti e ad al- 
cuni pergami più rinomati e centrali, intorno a cui 
si possano avere delle udienze sufficientemente colte 
e capaci di seguire un discorso dotto. Intorno a che 
un celebre oratore de' nostri giorni, il p. Alessandro 
Gallerani, scrisse molto opportunamente nella sua 
Guida del predicatore (i) un autorevole commento 
alle decisioni della Congregazione Romana. In so- 
stanza egli non domanda la soppressione di siffatto 
modo di predicare, ma il retto uso. Sente infatti 
'f necessaria la polemica, primieramente pel disinganno 
degli erranti, cioè per offrir loro, se sono bene di- 
sposti dell' animo, la luce che si richiede per isgom- 
brare le tenebre dei loro errori, e far che ad essi ri- 
fulga nel suo nativo splendore la verità. È necessaria 
per la giustificazione di Dio... per la gloria della 
Chiesa, che vuol essere vendicata dai tanti improperi 
che le si lanciano contro... a presidio dei credenti, 
cioè per preservarli dal contagio delle massime irre- 
ligiose che si spargono nei libri» nei giornali e nelle 
mondane conversazioni... a conforto dei deboli ». Però 
ammettendo un tal genere si affretta a dichiarare che 



(I) Róma. Tipogr. Vaticana, 189J. 



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430 CAPO DECIMOPRIMO 

se è necessario nella Chiesa non è tale in tutte le 
chiese e neppure in tutte le città, e infine che non è 
peso da tutti gli omeri. 
Come si Senza dubbio un accorto e zelante oratore, potrà 
possa spes- benissimo, dovunque vegga in qualche modo insi- 
*^ia*conf<!^^ nuarsi Terrore, contrastarlo proporzionatamente al 
''*,'J"j?P°" pericolo; ma, senza contrastarlo di fronte e col tono 
della conferenza, per lo più basterà ch'egli, modifi- 
cando forse di poco i temi morali e dando così va- 
rietà lodevole agji assunti, inculchi specialmente quelle 
verità religiose e quella pratica cristiana ch'ei vede 
impugnata dai tentativi dell' incredulità. Come la 
palla al balzo, gli verrà insieme molto ovvia e op- 
portuna qualche osservazione assai efficace contro 
r errore, e qualche frecciata ben diretta che il faccia 
ire con fronte dimessa. Anzi sto per dire che col po- 
polo giovi più qualche colpo dato abilmente all' uopo 
e di volo che non le dimostrazioni lungamente esposte 
e con grande apparato. Avverrà per tal modo che vi 
sia proporzione giusta tra il male e il rimedio, e 
dove l'errore serpeggia e si regge con una specie 
d'ingranaggio logico vi saranno le conferenze ex pro- 
fesso, e dove si apprende incerto e si regge con 1* aiuto 
delle passioni e di volontà fiacche e corrotte vi sa- 
ranno i discorsi che spiegando la dottrina retta e 
combattendo le passioni preparano la sferzata anche 
per l'errore. 
Giudizio Che cosa dunque si dovrà pensare in generale 
contempo- ^^^'^i eloquenza sacra del nostro secolo, mettendo in- 
ranea sieme e difetti e pregi? Ha fatto nessun passo in- 
nanzi verso un'arte migliore? o declina di male in 
peggio, come affermano alcuni? I giudizi sui contem- 
poranei sono naturalmente sospetti; ma mi sembra 
che ove si guardi puramente alle opere, astraendo 
dalle passioni che ci agitano, si debba ammettere, non 
ostante alcuni difetti, un qualche progresso sopra le 



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CAPO DECIMOPRIMO 43 1 

oziose descrizioni e la rettorica di convenzione e il 
sussiego accademico che dominavano nel secolo pas- 
sato e nella prima metà del nostro. In generale ora 
nei nostri migliori oratori il discorso si presenta come 
un buon tessuto di sode ragioni, esposte senza cari- 
catura, con veracità di sentimento e con la dignità 
che s' addice al tempio; e tende così a sostituire un 
quieto e concludente ragionamento alle espressioni 
enfatiche e che poco o nulla concludono. L*ab. Bou- 
cher giudicando la predicazione francese nella lette- 
ratura contemporanea, dice così: « Non si saprebbe 
negare che la sacra eloquenza si trovi in progresso. 
Il cattivo gusto è generalmente bandito; lo studio 
serio della divina parola e de' suoi più eloquenti in- 
terpreti, la dignità del pensiero e dello stile sono buone 
qualità dei predicatori contemporanei. E quel che più 
salta agli occhi si é che un tale perfezionamento non 
è più soltanto il privilegio di alcuni oratori più ri- 
nomati, di cui i secoli scorsi ci legarono una lista 
sempre troppo corta; ma in provincia, nelle campagne 
non v' ha angolo che oggi non conti uno o più di 
questi ammirabili artisti della divina parola, edificando 
i loro parocchiani e giocondando gli uditorii che 
hanno la bella ventura di ascoltarli » (i). Non saprei 
a nostro riguardo che dire intorno all' abbondanza di 
tali dicitori in Italia, ma parmi di non dare nel falso 
affermando che la naturalezza, che si compiace di 
proprietà e semplice decoro, trionfi nei migliori anche 
presso di noi, forse perchè più che ne' tempi addietro 
gli oratori si sentono stretti dalla realtà di tanti er- 
rori che hanno libero il passaporto per le nostre 
terre. 

Sentita così la nota generale dell'eloquenza sacra 
nel nostro secolo passiamo in rassegna gli uomini. 



(i) L'EIoqueoce de la chaire. 



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-i 



432 CAPO DEOMOPRIMO 

più nobili che fanno intendere la loro voce nella prima 
Il p. su- metà di questo secolo. Ragguardevole tra molti fin 
""dovi?* da principio ci appare, benché giunto già al termine 
della sua carriera, il p. Stanislao Canovai delle Scuole 
Pie (1740-1811). Nacque a Firenze e fu insigne nel- 
r Ordine specie per operosità nelle scienze e nelle let- 
tere e per buon zelo di religione. Fu matematico di 
grar> valore, e a un tempo buon letterato e poeta. Nel 
1765 dopo vinta un* emottisi che lo insidiava, insegnò 
filosofia a Cortona, e colle sue lezioni morali, dette 
in Seminario, contribuiva alla formazione di esem pia- 
rissimi sacerdoti, e dal 1786 in poi fu quasi sempre 
a Firenze, occupato negli studi e nell' insegnamento 
di fisica e matematica. Animo ardente e alquanto 
battagliero, lottò contro le novità irreligiose e lasciò 
spesso e volentieri la cattedra per salire sul pergamo. 
Le ingiustizie dei nuovi dottori gli davano sui nervi, 
e sa far udire il suo lamento: « Ma con qual fronte 
calpestan costoro gli elementi inalterabili del buon 
senso, i canoni della critica più volgari e T attestato 
autentico delle storie imparziali, di quelle storie me- 
desime a cui con una strana incoerenza ricorrono, 
se si tratta di fissare un'epoca, di confermare un fatto, 
di asserire un'usanza? Come? tutto adunque è sin- 
cero, tutto è infallibile, tutto è prezioso in quei libri, 
quand'offrono un pascolo alle scoperte erudite; e 
tutto è apocrifo, tutto è fraudolento, tutto é chime- 
rico, allorché raccontano le azioni eroiche, i lumi- 
nosi portenti degli uomini celebratissimi in quella 
età » (i). Quanto all'arte sua possiam dire che sa 
fuggire pili d' altri gì' invadenti francesismi, conser- 
vando un buon tipo d' italianità, e il suo discorso si 
regge con buone osservazioni rivestite di nobiltà e di 



(I) Panegicicì di Stanislao Canovai voi. 2. <^ Milano • Trurti, 1830. 
— Pan. di S. Mauro ab. 



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CAPO DECIMOPRIMO 433 

splendore. Vanno lodati principalmente i suoi pane- 
girici. Sentiamone un saggio nell'esordio del pane- 
girico di S. Pietro: ^ ^ In Petra exaltavit me — (i) 
All'architetto imbelle, che per fondamento d'un gran- 
dioso edifizio elesse altre volte l'instabile arena, qual 
vaticinio faceste voi dunque, o mio Dio? Non gli 
diceste, in aria quasi di scherno, che scenderebbe la 
pioggia, che verrebbero i fiumi, che soffierebbero i 
venti, ed investita di fronte e di fianco la fabbrica 
vacillante, ne farebbero rimbombar d'intorno la stre- 
pitosa ruina? Voi però dimenticaste ben presto la 
vostra medesima profezia: sopra un sostegno mortale 
inalzare un immortale edifizio? la colonna eterna di 
verità sopra una base d'argilla? sopra Pietro la vo 
stra Chiesa? L'ardito rimprovero diverrebbe ancor 
più pungente, quando alle generali imperfezioni del- 
l' uomo si aggiungessero le debolezze particolari di 
Pietro; quando piacesse di rilevarne o la confidenza 
orgogliosa, o la selvaggia durezza, o la stolida non 
curanza, o l'importuna curiosità; quando si volesse 
dipingerlo or sui flutti del mare in atto di som- 
mergersi, per poca fede, or nei recinti del Getsemani 
tranquillamente sopito^ in mezzo alle mortali agonie 
del suo Maestro, or tra gli schiavi di Caifa per osti- 
narsi amoroso nel ripetuto spergiuro... Ah compian- 
gete, o Signori, il Luterano insolente e il Calvinista 
maligno, che troncar volendo in un tratto i capi della 
Chiesa di Dio tutto dì rinascente, avventarono un 
disperato colpo all'Apostolo fondatore, ed imbratta- 
rono di nera bava attossicata il celeste disegno del- 
l' architetto che lo prescelse. Strana stupidità! Colici 
che può suscitar dalle pietre i figli d' Abramo, non 
potrà dunque all' incontro cangiare in pietra quei 



(Il Ps. 26. 

Storia della Predicazione ecc. 28 



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-434 ^^^^ DECIMOPRIMO 

figli, far dell' argilla uno scoglio, consolidare in dia- 
mante l'arena? 

Or tale appunto è la metamorfosi di S. Pietro. 
Incapace una volta di consistenza, facile a stritolarsi 
sotto il peso più lieve, miratelo trasformarsi di subito 
in un altr' uomo, in quel marmo impenetrabile, in 
quella pietra fondamentale, ove anderanno a rom- 
persi gli strali infiammati, i furibondi arieti e le porte 
medesime dell'inferno: in Petra exaltavit me. Fis- 
siamo, o signori, più chiaramente il pensiero. Scen- 
derà violenta la pioggia, verranno turgidi i fiumi, 
softìeranno adirati i venti, e T insensato idolatra e 
l'eretico raggiratore, e*il filosofo sedizioso piombe- 
ranno sul divino Edifizio, risoluti di sconvolgerlo con 
le procelle, di minarlo coi vortici, di rovesciarlo coi 
turbini: ma tutto invano; simile a quella rupe che 
vede morirsi al piede il fulmine che la percosse, Pietro 
resiste (ah! questo è poco) Pietro ha la palma e trionfa 
di tutti gli urti nemici: egli stordisce ed addomestica 
r idolatra, egli convince ed anatematizza l'eretico, egli 
confonde ed annienta il filosofo. Non vi è gloria in 
terra che si assomigli a questa gloria; non può es- 
servi elogio che meglio la esprima di quelle voci prò 
fetiche: in Petra exaltavit me. » L'imagi ne, se vo- 
lete, soffoca il pensiero, però nell' imagine non manca 
il pensiero. 
Vincenzo Mette un piede nel nostro secolo, benché abbia 
^eru'forma ^^^^^ sentire la sua parola quasi esclusivamente nel 
al Canovai passato, il p. Vincenzo M. Zaretti, nato a Semise, 
dT ben^ordf- borgo della Basilicata, e morto in odore di santità a 
"* rina^ Napoli nel 1810, ove dimorò quasi sempre e molto pre 
dico. Fu di salute scarsa e cagionevole, il che non 
impedì ch'ei diventasse bastantemente operoso. Non 
é, a dir vero, attraente per la venustà della forma 
per r abbondanza del sentimento, ma è pieno di dot- 
trina sana, chiaramente ordinata e svolta, anzi co- 



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CAPO DECIMOPRIMO 435 

stantemente tripartita, e presentata con dignità di 
maestro in divinità; di guisa che vi si sente più il 
dottore che T oratore. Ecco com' ei ragioni dell' arte, 
seguendo S. Tomaso: « Tre cose, dice l'Angelico, 
dee avere il predicatore, che ai popoli dispensa la di- 
vina parola : la stabilità, la chiarezza, e V utilità. La 
stabilità, onde col suo parlare dalla verità che inculca 
non vada mai a deviare. La chiarezza, onde il suo 
parlare a chi l'ascolta impercettibile non si renda. 
L' utilità, onde nel suo parlare la propria gloria non 
cerchi, ma solo quella di Dio (i). Che perciò allora 
egli il ministro di Dio nella prima condizione difetta 
e dalla verità che inculca viene a deviare, quante 
volle nel suo stile vi si mischiava e diffuse digres 
sioni e spesse circonlocuzioni e varie narrazioni di 
cose inutili, impertinenti e dal punto che si tratta 
air intutto aliene. Allora poi alla seconda condizione 
egli manca ed il suo dire diviene troppo difficile a 
capirsi, inintelligibile, oscuro, ogniqualvolta il suo 
stile contiene certi periodi o intralciati con affettate 
e violente trasposizioni e metaforiche espressioni, o 
distesi e prolungati a tal segno che per ognuno di essi 
un' intera pagina spesso non basta. Allora finalmente 
neglige la terza condizione, e nella sua predicazione 
non la lode di Dio ma la sua prepria egli cerca, sem- 
pre che uno stile egli adotta tutto adorno d' inge- 
gnose e piacevoli descrizioni, tutto sparso di retto-. 
fiche frasi e figure e pieno tutto di nuove profane 
voci, già éàiV Apostolo al suo Timoteo (2) proibite. » 



(1) Tn'a notantur quae debet habere praedicator verbi divini: 
primum est siabilitas, ut non devici a ventale ; secundum est cla- 
ritas, ut non doceat cum obscuritate ; terlium est utilitas, ut quaerat 
Dei Ijudem et non suam. D. Th. in cap 3 Mallh. 

(2) O Timothee, deposilum custodi, devitans profanas vocum 
novità tes I. Tim. e. 6. 



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43^ CAPO DECI MOPU IMO 

Molto prende dal gran lunninare dell' Ordine cui 
s'ascrisse, S. Tommaso, servendosene a commentare 
la Bibbia e i Padri. L'eloquio è commendevole per 
la spontaneità e precisione dottrinaria; vi manca però 
quel sapore di lingua e di stile che non nuoce mai 
alla chiarezza, ma la rende più nitida e luminosa. 
Del restò a' suoi giorni ebbe assai grido, e quando 
nel 1778 predicò la prima volta nel duomo di Na- 
poli, tanto fu l'entusiasmo destato, che gli chiesero 
per la stampa i suoi discorsi, ch'ei pubblicò soltanto 
nel 1794 (i). Affinchè si senta un pochino la sua 
maniera, trascrivo qui la divisione della predica VI: 
« Ahimè, esclama il Divin Redentore, o ingrata Ge- 
rusalemme, tu ti prometti una lunga vita, e non sai 
quanto si sono per le tue colpe i tuoi giorni accor- 
ciati. Restava solo questo rimedio della visita odierna : 
dopo la quale, perchè tu non finirai di vivere mala- 
mente, finirai prestamente di vivere, e stringendoti 
da per tutto le vincitrici aquile di Vespasiano e di 
Tito, non lasceranno in te una pietra sopra V altra, 
a potervi la tua sciagura intagliare: eo quod non co 
gnoveris tempus visitationis tuae, Tant' è, uditori. Se 
Gerusalemme fosse vissuta bene, viverebbe tuttavia 
gloriosa. Ma perché, non contenta d'esser vissuta 
male, non rinsavì dopo la visita odierna di Cristo; per 
ciò, dopoché fini di vivere due volte sotto di Antioco 
e di Nabucco, finì di vivere anche la terza volta e per 
sempre dopo la morte di Cristo. Un tal fatto m' im- 
pegna oggi a mostrarvi come vive poco chi vive 
male. E poiché tre vite io considero in noi, una na 
turale che consiste nella quantità dei giorni, T altra 
civile che consiste nella quantità delle imprese, la 



(it Del p Maestro Vincenzo M Zaretti dell'Ordine dei Predi» 
calori della provincia del Regno. Prediche quaresimali, panegirici e 
sermoni, torni 2. Sta uperia Simoniana. Napoli 1794. 



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CAPO decjMoprimo 437 

terza cristiana e morale che consiste nella quanti tò 
dei meriti; in rapporto a tutte queste tre vite ve- 
dremo quanto poco vivono i malvagi. Credimi pure, 
scriveva Seneca a Lucilio, che di tutto il nostro vi- 
vere molte porzioni si scemano per nostra colpa; 
altre perchè a noi rapite, altre perchè da noi trascu. 
rate, altre perchè in noi perdute: quaedam tempora 
eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam ef- 
fluunt. E in questa guisa tra noi vive poco chi vive 
male quanto alla vita e naturale e civile e morale. 
Vive poco quanto alla vita naturale per li giorni che 
a lui si rapiscono, quaedam tempora eripiuntur ; vive 
poco quanto alla vita civile, per le imprese che da 
lui si trascurano, quaedam tempora subducuntur ; vive 
poco quanto alla vita morale per li meriti che in lui 
si perdono, quaedam tempora efjluunt » 

Contemporaneo al Canovai e allo Zaretti, ma di p^j. L„|gi 
maggior grido nella pubblica opinione fu Pier Luigi ^'ro«s> 
Grossi (1741 1812), carmelitano scalzo. Le date cro- 
nologiche ci dicono subito che la sua vita si svolse 
durante l' incubazione e lo scoppio della rivoluzione 
francese, ciò che si ta manifesto anche ad ognuno 
che legge le sue prediche. Nacque a Brescia, e amò 
molto nella prima giovinezza le lettere e la poesia, 
amore che si prolungò quanto la sua vita. Vestì 
l'abito claustrale a Vicenza, mutando in quello di 
Pier Luigi il nome di Tommaso Vincenzo che rice- 
vette nel suo battesimo. Sortì da natura una mente 
assai chiara ed una vivace fantasia ; perciò, come nel 
poetare si mostrò seguace del Monti cercando le 
brillanti imagini e l'armonia alquanto romorosa del 
verso, così anche le sue prediche spiccano spesso per • 
vivace ornamento e per chiarezza di disegno e di 
dettato. Negli argomenti non esce gran fatto dagli 
usali e comuni, ma nella trattazione sa piegarli ai 
bisogni più sentiti. Alcuni però sono più specialmente 



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Saggio 



438 CAPO DECIMOPRIMO 

rivolti contro T incredulità dominante, come: (Mira- 
coli, Dei peccati del secolo XVIII, Della cattolica re- 
ligione. Dei libri moderni. Degli spiriti forti. Gli spi- 
riti illuminati e i liberi pensatori. Del cittadino e del 
cristiano. 

Anzi, per libare alcunché della sua maniera, ecco 
come richieda in quest* ultima predica che i due 
doveri e del cittadino e del cristiano abbiano a mei- 
tersi in pieno accordo: « Sono sì ben socievoli tra 
loro i doveri di buon cristiano e di buon cittadino, 
ch'io non posso non altamente raccapricciarmi, o 
signori, ad udire pel mondo cattolico disseminata ed 
accolta, con sentimenti di approvazione e con plausi, 
l'erronea massima, l'assurda ipotesi, la manifesta 
impostura de' liberi pensatori i quali la spacciano, 
che la Religione sia molesta alla società, che rovesci 
i vantaggiosi disegni della politica, e che tradisca assai 
volte gli affari di stato. Ed è possibile, io dico, che 
alligni nelle ingannate menti degli uomini sì reo ger- 
moglio, dacché l'increata Sapienza del Verbo, nello 
inculcarci i civili e i cristiani doveri, tenacemente gli 
unisce tra loro, ed accoppia gli uni agli altri con 
santo vincolo nell' umano individuo, da cui vuole e 
comanda con pari zelo che renda, buon cittadino, a 
Cesare quello che è di Cesare, e buon cristiano, a 
Dio quello che é di Dio? Ah! che non é ingiusto 
nelle sue pretese, non é crudele ne' suoi precetti quel 
Dio che sì governa, e tale sarebbe, a dir vero, qua- 
lora esigesse dall'uomo due tributi incom possibili, e 
due doveri gì' ingiungesse l'uno all'altro sì opposti 
che nel soggetto medesimo non potessero associarsi 
in bel modo di perfetta alleanza. E potrò io soffe- 
rirmi silenzioso, indolente che così a rovescio si pensi 
e si bestemmi così all' impazzata e della Religione e 
di Dio? Che mi gioverebbe avere sparsi tanti sudori 
nel corso della quaresima, che omai declina, o pre- 



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CAPO DECfMOPRIMO 439 

sidiando le verità sacrosante della fede o rintuzzando 
gli errori dei liberi filosofanti, se non m* adoprassi a 
schiantarvi eziandio dalla sedotta mente un'impo- 
stura sì perniciosa, e non per altro sognata dai falsi 
politici e dai progettisti moderni, se non per rendere 
odiosa ai governi ed ai popoli la Religione? Ah! 
questo, questo era il punto più rilevante che ancor 
mi restava al compimento dell'ardua impresa, e l'ho 
riservato a questi ultimi giorni di mia travagliosa 
carriera, perchè vi rimanga indelebilmente nel cuore. 
Eccovi dunque in quai termini diametralmente op- 
posti all'error di costoro sia concepita la mia prò 
posizione. Tanto è lungi che la cattolica Religione 
imbarazzi gli affari di stato e sovverta i vantaggi 
della politica, che anzi ella vi dà la mano e ne prò 
muove ella stessa l'utilità, la fortuna, l'ingrandi- 
mento; e perchè i veri cristiani di massima e di co- 
stume sono utili cittadini, e perchè i falsi cristiani, 
cioè gl'increduli, sono perniciosi allo stato » (i). E 
r oratore viene regolarmente provando la prima parte 
della sua proposizione in modo dignitoso ad un tempo 
e popolare, ancorché a quando a quando lasci passar 
qualche frizzo vivace. Giunto alla seconda parte, ecco 
come, fatto forte della precedente dimostrazione, as- 
salga gli avversari: « Quanto poi alle dottrine, di- 
temi, a qual setta volete voi che appartengano questi 
increduli, onde sien utili cittadini? Li vorreste atei? 
Un labbro cattolico non vi degnerebbe nemmen di 
risposta; guai, vi direbbe il pirronista Bayle, gli atei 
sono anime bruttate di tutti i vizi, e capaci delle più 
nere sceleratezze; come volete ch'esser possano utili 
cittadini? Guai, vi risponderebbe Montesquieu, io non 
vorrei giammai cadere nelle mani di un ateo, da cui 



(I) Quaresimale e pan. del p Pier Luigi Grossi. Voi. II. Brescia. 
Tip. Bendiscioli i8.'0 - Fred. XIX. 



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440 CAPO DECIMOPRtMO 

temerei ogni momento d' esser sacritìcalo. Guai., coii- 
chiuderebbe Voltaire, s' io fossi sovrano, non vorrei 
atei nel mio stato, perchè, se fosse loro interesse di 
pestarmi in un mortaio, e potessero avermi nelle lor 
mani, sono certissimo che ne sarei pesto. E costoro 
son tollerati nella società, e sublimati talora a posti 
autorevoli nel ministero? Li vorreste deisti? Ma qual 
sistema più funesto all'ordine di un buon governo? 
Un Dio a cui non cale né dei nostri dispregi né dei 
nostri omaggi, un Dio che non ha né castighi per 
la colpa né per la virtù ricompense, un Dio che non 
vuol culto o eh' é indifferente ad accettare ogni culto, 
un Dio che permette ed approva e la fornicazione e 
il meretricio e il divorzio e tutti quegli infami de- 
litti che il pudore divieta dì nominare, questo é ciò 
che sogna il deista! Quali assurdi! quali dottrine* 
Chi può, adottandole, serbare i patti sociali, coltivar 
le virtù morali e civili, e giovare alla patria? Li vor- 
reste materialisti? Ma riflettete che non ammetton 
costoro né divine leggi né umane; e come potranno 
essere utili cittadini? Lo che dee dirsi con sicurezza 
de' naturalisti, panteisti, fatalisti, e di quanti mostri 
d'apostasia ruppero in questi ultimi anni nel sen della 
Chiesa. A qualunque setta . adunque s' ascrivano i 
falsi cristiani, é certo che abbracciano sempre il par- 
tito dell'empietà, partito in cui diverranno per insti- 
tuto e per massima scelerati, voluttuosi, brutali, a 
dir breve, la peste della società ed i perturbatori dello 
stato » 

Il giureconsulto Francesco Treccani, che tramandò 
alcune memorie di questo oratore, racconta come la 
sua parola non solo era potente a destare l'ammira- 
zione, ma spesso la commozione e le lagrime, e che 
il dotto non meno che l' uomo del volgo soleano 
trarne vantaggio. 11 Grossi apparteneva, come buon 
cultore di lettere, a varie e rispettabili accademie. Ec- 



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Vincenzo 



CAPO DECIMOPKIMO 44I 

colie, a cui piacesse mirarlo, il ritratto: a Fu il no- 
stro Pier Luigi di convenevole statura, pingue anzi 
che no della persona, volto gioviale, fronte alta e 
spaziosa, occhio vivace ed aperto, onde traspariva una 
mente svegliata e piena di brio, piacevole e faceto 
cotanto che, dovunque egli si trovasse, era forza che 
la malinconia n'andasse in bando; laonde egli era 
nelle civili adunanze tenuto assai caro: amorevole 
cogli amorevoli, prodigo anziché liberale » (i). 

Fu molto fruttuosamente operoso sui pulpiti delle 
pnncipah citta itanane, e attrasse a se 1 altrui ammi- Dania 
razione mons. Vìncendo Dania (1743- 1818), che, nato ^i « [^ 
in Voltri nel Genovesato e ascrittosi all'Ordine dei 
Predicatori, fu apprezzato assai da Pio VII, che lo 
fece vescovo di Albenga, Lo dicono di forbita e mae- 
stosa eloquenza, quantunque poco ci resti da giudi 
cario, essendosi smarrito il suo quaresimale, e non 
restando che alcuni sermoni e le sue lezioni sopra i 
Maccabei; opera postuma, stampata a Genova nel 1820. 
Più cose invece ci rimangono di un suo correligio 
nario,di fama più clamorosa, che è il p. Ermenegildo 
Mea{{a (1739-1818), le cui opere furono stampate 
nel 1846 e dedicate al card. Iacopo Monico, patriarca 
di Venezia. Nacque a Milano, pio fin dai primi anni, 
entrò nel noviziato dei domenicani a Faenza, pri 
meggiò fra i compagni negli scudi, fu maestro di fi 
losofia e teologia in più conventi dal 1768 al 1779; 
si manifestò grande oratore in un quaresimale fatto 
a S. Gio: e Paolo a Venezia, e si recò poi a Roma, 
a Napoli, in altre illustri città con gran plauso. Co- 
nosce l'arte di presentar la dottrina senza la pesan- 
tezza scolastica e spiega il suo pensiero senza ricer- 
catezza dì lingua, ma con proprietà e decoro; non vi 



(i) Notizie di vita premesse ai detto Quaresimale. 



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442 CAPO DECIMOPRIMO 

trovi mai la descrizione per la descrizione e quindi 
la vanità. Lottò contro le idee novatrici della rivolu- 
zione importata, e si mostrò tetragono all' infuriar 
àe suoi colpi. La ferisce ex professo in alcuni discorsi, 
ma qua e là quasi in ogni discorso. Cacciato nel 1810 
dal suo convento di Piacenza, ove erasi riparato quasi 
ad asilo di sua vecchiaia, fu accolto dalla famiglia dei 
Conti Scotti, che lo consolò di pane e di cure fino 
alla morte. 

Nella predica sui libri cattivi cosi descrive i lagri- 
mevoli effetti di siffatte letture in coloro che mal di- 
sposti di spirito le intraprendono: « Meriterebbe d'es- 
sere spiegata quella secreta forza con cui dal nostro 
appetito viene assalita la mente» quando si tratta di 
giudicare di quelle cose che interessano ristesse no- 
stro appetito. L' intelletto allora non siede già padrone 
e legislatore, ma ministro e suddito le voci ascolta 
delle passioni, in guisa che invece di dolersi air im- 
provviso assalto di un nemico che cerca indebolirlo 
ed opprimerlo, sembra piuttosto che prenda lena in 
credersi assistito da un principio che ne alimenta le 
forze. Di qui nasce, uditori, che, qualor T appetito e 
l'interesse si mischia coli' operare della mente umana, 
il tutto prende ingrandimento. Una piccola ragione 
acquista forza di un valoroso argomento, una con- 
gettura diviene una certezza ed un sofisma una 
dimostrazione. Si unisce al pensiero l'entusiasmo, la 
imaginazione al raziocinio, e in una parola il senso 
alla ragione fa insulto. Date in mano un libro della 
novella letteratura ad un uomo giovine e fervido an- 
cora di umori, ad un uomo cui la morale pesi di 
troppo, e le massime del Vangelo troppo non vadano 
a sangue. Al primo leggere sfrontatamente negata la 
esistenza di un Dio, che, se pur si ammette, non ri- 
conoscesi qual premiatore, com'è, de' giusti né punitor 
de' cattivi, r intelletto, é vero, rifiuta ed abborrisce 



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CAPO DECIMOPRIMO 443 

una tale empietà. Ma con quale scaltrezza non entra 
subito Tappetito a corregger l'orrore di una tale dot- 
trina, ed a screziare di ameni e vaghi colori i senti- 
menti che la infiorano coi sistemi della spinosiana e 
obbesiana filosofia? Ecco ammansala la ritrosia della 
mente dagli appetiti del cuore: ciò che era una be- 
stemmia diventa un punto di questione ingegnosa, 
che prima fa coraggio a dubitare, ed in appresso a 
conchiudere in favor della stessa; onde con tutta ra- 
gione io dico avervi in chi legge tutto il pericolo di 
andar sedotto, né solamente per parte dell'intelletto, 
incapace nei più a conoscer l'errore e a smascherarlo, 
ma sopratutto per parte del cuore stesso, disposto 
ahi! troppo ad abbracciare ciò che lusinga ed alletta 
le passioni. >^ 

Per facilità e prontezza nelF improvvisare i discorsi j^^^^^^^^, 
va lodato tra costoro un altro domenicano, il p. Tom Corve^i 
maso Corvesi (1740 1820), che per ben quarant'anni 
s'esercitò nel ministero di dispensare la divina pa- 
rola, correndo da un capo all'altro d'Italia, e ripor- 
tandone ovunque grandi applausi. Nacque in Nizza 
di Provenza, dimorò sempre a Napoli, ritirandosi da 
ultimo in S. Domenico Maggiore, ove morì di colpo 
apopletico; il p. Conciati veneziano tesseva in suo 
onore una funebre orazione. Pubblicò oltre al qua- 
resimale un gran numero di panegirici e di varii 
altri discorsi, ma molti più son quelli che disse su 
brevissima traccia. La sua facilità però gli nocque in 
in quanto il fece trascurare un buon dettato e la 
lima, cosicché mentre i suoi discorsi per la sostanza 
potrebbero servir di modello, è da dolersi che non 
risponda del pari il finimento dello stile e della 
lingua. 

A mons. Dania, che andava vescovo ad Albenga, piUppo 
dedicava tre omelie il p. Filippo Anfossi^ suo corre Anfo^si 
ligionario, che non solo fu profondo teologo ma an- 



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444 CAPO DECIMOPRIMO 

che oratore di inclita fama. Nacque in Foggia di 
Liguria, visse a lungo a Roma, ove fu anche maestro 
ilei Sacro Palazzo apostolico, e dove mori nel 1823 e 
fu sepolto in S. Sabina. Si oppose con gran forza alle 
idee novatrici della rivoluzione, massime scrivendo 
di molti opuscoli, come le lettere intitolate: Rimedio 
contro gli scrupoli per la compera dei beni ecclesia- 
stici, e quelle intitolate: La verità dei fatti e la santità 
delle leggi, che versano sul medesimo argomento. Le 
fisiche rivoluzioni della natura o la palingenesi filo- 
sofica di Carlo Bonnet, L' uomo politico religioso, 
ossia la cattolica religione ne' suoi rapporti colla civile 
società. La restituzione dei beni ecclesiastici necessaria 
a salute, e altro. Come oratore stampò nel 1815 il 
suo quaresimale, e due anni dopo i panegirici, la- 
sciando stare altre parziali pubblicazioni. Metto qui 
per saggio l' esordio di un discorso in lode della 
B. Stefana de'Quinzani, detto alla presenza di Fer- 
dinando I duca di Parma e della sua reale famiglia. 
« Quid sunt plagae istae in medio manuum tua 
rum (i). Estatico per meraviglia e della più tenera 
compassion penetrato al primo veder la gran donna 
che là riposa in mezzo al più augusto consesso dei 
Santi (2), la Beata, io dico, gloriosa Stefana de' Quin- 
zani; estatico per meraviglia e della più tenera com- 
passione penetrato: e che son elleno, io dissi, e che 
son elleno codeste piaghe, onde aperto io veggo il tuo 
lato, trafitti i piedi, insanguinate \t mdsìx} Quid sunt 
plagae etc? Effetti forse dell'umana barbarie, o del 
furor de' carnefici e de' tiranni, e certi indizi di tua 
invitta costanza? — E in cosi dire io già volgeva a' 
ferali strumenti che le pendon d' intorno impaurito 
lo sguardo; già i graffi di ferro, le acute spine, i fia- 



li Zach. XII. 

(2) L'urna della Beata trovasi nella cappella de'.lc Reliquia. 



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CAPO DECIMOPRIMO 446 

gelli... Quand'ecco piacevole voce ed amorosa, che 
r anello additandomi in cui fu ella all' Unigenito Fi 
gliuol di Dìo in dolce vincolo spirituale congiuntar 
ah! no, risponde, che non sono effetti dell'altrui 
crudeltà e del furor dei carnefici e dei tiranni, ma 
certi indizi dell'amor mio e dell'amor di colui che 
mi elesse a sua sposa, e a parte mi volle del suo 
amore non meno che delle sue pene: his piagata 
sum in domo ejus qui diligebat me. 

Oh amore! oh amore! Qual nuovo genere d'inu 
sato portento, o piuttosto qual nuova scena compas 
sionevole tu mi apri allo sguardo! Così adunque tu 
impiaghi coloro che tu unisci col dolce vincolo d'ami 
cizia e di pace, e tali sono i piaceri che vai prepa 
rande a quelle anime che ardono maggiormente del 
vivo tuo fuoco? Sì, uditori, l'amore, solito di trasfor 
mare l' amante nell'oggetto che ama, unì di maniera 
la B. Stefana de'Quinzani al suo Signor Crocifisso. 
che, dal momento che si vide eletta a sua sposa, noiì 
ebbe più altro amor che per lui, altro piacere che af- 
fliggersi e penare con lui, altri pensieri che la gloria 
e r esaltamento di lui. Io già m'avanzo a considerare 
più da vicino cotesto nuovo spettacolo di santità, e 
voi seguite con attenzione le mie parole, poiché non 
è mio intendimento di presentarvi slamane con un'in 
gegnosa orazione uno sterile argomento di meraviglia 
che vi sorprenda, ma una viva imagine di perfezione 
cristiana, che imitare dobbiate con ogni studio, e ri 
copiare in voi stessi nel breve esiglio di questa vita 
mortale. » D'ordinario non manca questo autore di 
unzione e gravità, ma si vede purtroppo anche quella 
posa che sa di artifizio, e che riflette la maniera ac- . 
cademica già incriminata. 

Concittadino del Grossi e assai più esperto scrit- p^c. Dean» 
tore e più rinomato predicatore dell' Anfossi fu il 
p. Pacifico Deani, (1775-1824) il cui quaresimale fu 



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44Ó CAPO DECIMOPRIMO 

pubblicalo un anno appresso alla sua morte (i). Fu 
assai studioso di filosofia, ciò che si fa anche troppo 
palese nelle sue prediche; a 17 anni si presentò alla 
difesa di più che 200 tesi filosofiche, secondo l'usanza 
che ancor vige in qualche istituto ecclesiastico; ne fu 
meno amoroso degli studi teologici, dandone egual- 
mente dei nobilissimi saggi in pubbliche dispute. Fra 
i tumulti del secolo bellicoso vestì le lane dei Minori 
Osservanti, tra i quali fu lettore di filosofia. A 27 anni 
a Ferrara manifestò il suo ingegno fervido e robusto, 
tanto che lo stesso Minzoni l'onorò in questa occa- 
sione della sua amicizia. A Roma fu nominato con- 
sultore del S. Uffizio, e da Pio VII nel 181 5 vescovo 
di Zante e Cefalonia; ma si schermì da quest'ultimo 
incarico, per continuare la sua carriera di predicatore, 
troppo presto troncata da morte immatura. Lasciò 
un quaresimale, panegirici, discorsi funebri, discorsi 
sui morti, sui Sacramenti, sulle Beatitudini e gli 
esercizi spirituali pel clero. Molti de' suoi temi sono 
ispirati alle lotte e alle condizioni speciali de suoi 
tempi; e questi e tutti gli altri in generale egli svolge 
con un buon fondo di dottrina e di sodezza eccle- 
siastica e insieme con un fare ampio, descrittivo, al- 
quanto imaginoso, ma chiaro insieme e abbastanza 
popolare. Molto giovò ad accrescergli rinomanza la 
maniera del porgere che dicono ei possedesse in guisa 
da soddisfare a tutte le esigenze dell' arte. Ecco come 
s' introduce nella predica XVII - Se la società fosse 
cristiana, - Dopo aver detto che non crede che gli 
uditori negheranno a lui di vagheggiare una santa 
idealità quale è la proposta, se ad altri si concede di 
vagheggiare delle strane ipotesi, soggiunge: 

« Egli è dunque dall' esatta osservanza de' sociali 
doveri, che sgorga, quasi dalla sua natia fonte, la so- 
li) Tip. Pasini. 



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CAPO DECiMOPRiMO 447 

ciale felicità. Sieno fedeli gli sposi, e i genitori amo- 
rosi, e i padroni discreti, e i servitori attenti, e i sol- 
dati intrepidi, i ministri applicali, i compagni leali, i 
mercatanti giusti e i cittadini tranquilli; ecco la so- 
cietà. Orsù, che ad ottener questo fine sieno deboli 
troppo ed insufticienti per sé medesime le civili legi- 
slazioni ognun lo sa che conosca 1' uomo e la storia. 
Fa d' uopo dunque di invocar un codice più sublime 
che parli sempre al cuore dell' uomo e regoli tutti i 
suoi passi, e lo sorvegli eziandio fra le tenebre, e lo 
intimorisca benché armato d'acciaro e lo rincuori 
abbattuto e lusingato lo affranchi e gli proponga mo- 
tivi degni di lui e solo capaci di appagar le insazia- 
bili sue brame. Questo codice é la Religione, primo 
dovere dell' uomo, e primo bisogno della società, le- 
game primiero e custodia di tutte le virtù accessorie 
alla tranquillità sociale. Questo codice é il Vangelo 
di G. C. il quale supplendo con nuovo benefizio a- 
gli smarriti lumi della ragione, ed agli abusati prin- 
cipi della stessa ragion naturale, avverte 1' uomo dei 
suoi errori e de suoi doveri, gli discopre l' origine 
de mali suoi e gliene arreca i rimedi, e ristabilisce 
in lui la chiara nozione della virtù e gli rende facile 
la via di conseguirla; e però rendendolo virtuoso, od 
almeno capace di esserlo sinceramente, e sempre, e 
in ogni incontro e con sicurezza perfeziona e conso- 
lida la sociale felicità. La conseguenza, che forma la 
materia dell'assunto, corre da sé medesima, ed io la 
pronunzierò colle parole di un uomo non al certo 
discaro a begli spiriti: =^ Una società di cristiani sarà 
una società di cittadini sommamente illuminati nei 
loro doveri, e che avranno uno zelo grandissimo per 
adempierli, perchè quanto più crederanno di dover alla 
Religione, tanto più riputeranno di dover alla patria. 1 
grandi principi sociali del cristianesimo saranno assai 
più forti per essi che il falso onore delle monarchie 



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44^ CAPO DECIMÓPRrMO 

e le virtù umane delle repubbliche e il timor servile 
degli stati dispotici; e così questa Religione che sem- 
bra non aver altro oggetto se non la felicità della 
vita futura, forma anche la nostra beatitudine nella 
vita presente. = Una tale società non sarà ella una 
società di telici, per quanto lo si può essera al mondo? 
Ah uomini, se volete esserlo, osservate questa divina 
filosofìa portata sulla terra da lui che solo ha potuto 
fare, come solo può mantenere quella gran promessa: 
si haec scitis, beati eritis si feceritis ea. » 

Piglia pure un tòno grave, ma non senza sussiego 
D^nTcfo^ni accademico, Y ab. Filippo Donadoni d'Alzano ( provin- 
cia di Bergamo), rapito da morte immatura nel 1826. 
Si preparò alla sua missione con severi studi ed in- 
defessa applicazione, e ben presto la sua fama oltre- 
passò i confini della provincia nativa. Quantunque 
morendo facesse divieto di stampar nulla delle sue 
cose, fu sì vivo il desiderio di possederle ne' suoi am- 
miratori, che bisognò cedere alle loro istanze. Abbiamo 
così il quaresimale, i panegirici e il settenario dei 
dolori di Maria Ss. Il difetto notato non toglie al suo 
dire robustezza, dignità e talvolta anche un movi- 
mento animato. Serva di prova Tesordio che trascrivo 
dalla predica XX contro i seduttori delle anime: 
(c Fattosi un giorno il Nazianzeno a riflettere sulla 
condotta dell'infernale nemico, profondamente os- 
servò, che agitato costantemente il superbo da qud 
medesimo malizioso orgoglio, per cui un giorno tentò 
di mettersi sul sommo trono, se non può in altro 
più riuscire, non cessa almeno con pertinace emula- 
zione di contraffare ad una ad una le opere tutte di 
Dio, non perdonando neppure a quella che, per co- 
mun sentimento, é la più grande, la più santa, la 
più mirabile, dir voglio l'incarnazione dell'eterno suo 
Verbo. Penetrate, o signori, il pensiero non meno 
acuto che solido di questo Padre, il quale mi fa 




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CAI>0 DEGIMOPRIMO 449 

Strada a parlarvi di uno dei più orribili eccessi che 
5»i possano da un uomo commettere. Prese già, come 
c'insegna la Fede, prese T Unigenito Figliuol di Dio 
nostra caduca natura^ e a sé congiunsela con nodo 
strettissimo di persona; e ciò non solo ad oggetto di 
patire e morire nell' assunta carne per la redenzione 
del mondo, ma anche perchè, rendutosi in tal ma- 
niera visibile e trattabile agli uomini, potesse, in qua- 
lità di maestro, insegnare a tutti, col doppio mezzo 
della sua predicazione e de* suoi esempi, la scienza 
di quella salute, che col sangue suo avrebbe di poi 
a tutti, come redentor, meritata. Or che fa egli il 
demonio per emular, come può, e contendere air Al- 
tissimo il pregio di sì bell'opera? Prende esso pure, 
non già .una singolare umanità, per unirla personal- 
mente a sé stesso, che a tanto non montano le di 
lui forze, prende sibbene alcuni uomini tra i più per- 
versi e corrotti, e a questi si congiunge con unità 
d* intenzione, comunica a questi il reo suo spirito, in 
questi trasfonde la sua malizia e il suo veleno, per 
modo che, fattosi poco meno che una cosa sola con 
essi, parla, opra, attende col loro mezzo alla rovina 
delle anime; distruggendo così quanto nei giorni 
della mortale sua vita e fece e disse l' Uomo-Dio per 
condur T anima a salvamento. Ed ohi chi potrebbe 
non dirò ragionando descrivere, ma piangendo de- 
plorare abbastanza i tristissimi effetti di questa se- 
conda diabolica incarnazione? Di qui, vedete, quasi 
da fonte sgorga quel rovinoso torrente d'iniquità che 
minaccia a' di nostri di naufragio T intiera terra. Cri- 
stiani e cristiane, che con orror rimirate nell' indi- 
pendenza dei figli, nel libertinaggio dei talami, nel- 
r inverecondia degli abiti, nella mescolanza dei sessi, 
nella incredulità delle massime il crescere giornaliero 
di queste acque sterminatrici d' ogni buon costume, 
portate, portate meco lo sguardo alla sorgente, che 

Storia della Predicazione eco, a»» 



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450 CAPO DECIMOPRIMO 

chiara la vedrete nelF opera di lai demoni in umane 
forme aggirantisi per ogni ramo del socievol mondo; 
figli in doppio senso di perdizione; perocché non 
contenti di darsi eglino in preda al vizio, pongono 
ogni loro studio nel cercar di trarre anche gli altri 
sulle medesime loro vie. Per la qual cosa ad ispirarvi 
di costoro quel maggiore abborrimento ed orrore, 
che per vostro bene desidero ne concepiate, prendo 
dalle mani di Cristo il ritratto che ce ne fece nelle 
citate parole. Immaginatevi, dice egli, un assassino 
che col favore dell' ombre vi si insinui di furto in 
casa, e in riposto angolo tacitamente si appiatti. E 
perchè vien egli? Che medita? Q.ual è il fine del suo 
occultamento? Voi lo sapete, di attender 1' ora del 
vostro più fitto sonno, e allor balzando di agguato, 
derubarvi, uccidervi, rovinarvi : fur non venit nisi ut 
furetur et mactet et perdat. Or tali appunto pensate 
che sieno i disegni degli empi di cui vi parlo. Essi 
non vi circuiscono che appunto per queste tre mire 
scellerate e a voi fatali: per rubare a Dio le vostre 
anìme^ ut furentur ; per privarvi della vita nobilis- 
sima della grazia, ut mactent; per istrascinarvi con 
seco nell'abisso dell'ultima irreparabile perdizione, 
ut perdant » 

Seguace di questa scuola, oltrepassandone assai i ter- 
4f LoUno n^i"i ^ riducendo la maniera accademica ad una spe- 
e altri eie di posa teatrale, fu il palermitano Dimaggh^ che 
il teologo Benedetto Negri, che ne parla in un suo opu- 
scolo critico, (i) metterebbe a capo ; ma parve prometter 
molto e poco mantenne. Cosicché in efiPetto a capo 
di questo falso manierismo, perché fornito di splen- 
dido ingegno, mi sembra di poter collocare il p.JFf- 



(i) Delle coedizioni presenti della eloquenza sacra io Italia • 
Torino - Tip. Speirani - 1864. 



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CAPO DECIMOPRIMO 451 

iippo Nani da Lojano{i'^<yg 1828) che con le sue novità 
di argomenti e di forma e con lo slancio di un' im - 
maginazione mal contenuta destò un vero entusiasmo 
e attraeva una calca romorosa intorno al suo pulpito. 
Appartiene alla provincia di Bologna, si ascrisse a Mi- 
nori Osservanti nel 1774, fu lettore di eloquenza, di 
filosofia, di teologia; teologo particolare di Pio VI, 
caro al governatore di Bologna sotto Pio VII, cioè al 
card. Lante,e consultore di Congregazioni Romane; 
onde per tanti studi diventò ricco di svariatissima e 
pronta erudizione. Levò poi ben più alto grido di 
sé quando percorse predicando le più illustri re- 
gioni d'Italia. I suoi discorsi comparivano prodotti 
e riprodotti in varii luoghi e si leggevano avida- 
mente. Se ne fece una prima edizione a Bologna (1819); 
ne seguiva un'altra due anni appresso a Genova, cu- 
rata dallo stesso autore e dedicata al card, protettore; 
poi quella di Pesaro del 1828, che accoglieva anche 
il panegirico sulla lingua di S. Antonio, per tacer 
d' altre. Copia intemperante di erudizione, per lo più 
profana, sforzo e appariscenza d'imagini, un fare 
drammatico ma esagerato qualificano e guastano il 
suo stile; anche in fatto di lingua tira giù all'in- 
grosso. A chi brama averne una piccola prova metto 
innanzi il principio della predica XI sulla società: 

« Vattene spento tra l'ombre, o dispettoso misan- 
tropo, che pretendi gli uomini di genio alpestre e sel- 
vaggio. Sorge là presso Atene un cavernoso dirupo, 
cinto d'ispidi pruni e di pendenti macigni, inaccessi- 
bile al giorno ad umana frequenza, nido anzi di gufi 
e di serpenti e di fiere; e veggio, ciò nulla ostante, 
starvi un uomo appiattato. Gli pende inculta la barba 
dalle mascelle aggrinzate, s'incurva ispido il crine sul 
bieco ciglio arruffato; ha nudo il corpo ed irsuto e 
sozzo quasi animale; e scontraffatto così si sta a 
seder sur un sasso. — Olà, selvaggio, chi sei? Per- 



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452 CAPO DECIMOPRIMO 

che COSÌ dispettoso? — Io son Timone ateniese, de- 
nominato il misantropo. Ho conosciuto abbastanza 
codesta umana genia. Mi son dissacrato per sempre 
d*ogni rapporto sociale, né bramo altro veder che 
r uman genere spento; e mi par T uomo un tal mo- 
stro di cui non vi abbia il peggiore, da abbominarsi 
perciò, da rifuggirsi e guardarsene. — Ma,o travolto 
cervello, che così a torto farnetichi, chi t*ha creato 
censore delle comuni costumanze? chi t'ha concesso 
tant' oltre di condannar tutt'il mondo? Tu dunque 
solo veggente! Tu solo irreprensibile e saggio! E la 
comune degli altri un gruppo d'anime stolte! — 
Sorgete, o genti, a far onta d'un reo d'umanità con- 
culcata. Io insistendo nelle più semplici idee fìsso 
così r alte basi d' ogni sociale onestà. U uomo è per 
natura socievole, primo punto. Quindi è per natura 
legato ai doveri sociali, secondo punto. Perciò natu- 
ralmente obbligato ad un vivo amor de' suoi simili^ 
terzo punto. Mi date orecchio cortese, che tratto i 
vostri diritti. » 

Combatte sì alcune dottrine del contratto sociale 
di Rousseau, di Bayle e di Obbes; ma ognun vede 
che r assunto è concepito troppo sotto Y aspetto filo- 
sofico; quantunque prepari il posto ad un altro tema 
di maggior vantaggio al popolo e eh' è la necessità 
dell' ineguaglianza sociale. Ecco il giudizio che ne 
diede l' Audisio: « Che è dunque il Nani? Un dovi- 
zioso intelletto, se vuoisi, ma il preludio di un nuovo 
seicento; l'Italia se ne guardi. » Unì poveretto! tolto 
di senno, nell'Ospitale di S> Orsola in Bologna ai 19 di 
Febbraio del 1828. Aderiva sfacciatamente alla mede- 
sima scuola Giambattista Torricelli di Lugano, cane 
nico teologo, che predicò molto, specie in Lombardia, 
e nel 1827 recitava nella cattedrale di Bergamo tre ora- 
zioni sopra l'Augustissimo Sacramento, le stesse che 
sette anni prima avea recitato nella chiesa di S. Marco 



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CAPO DECIMOPRIMO 433 

a Milano^ e che furono più tardi pubblicate per le 
stampe; ha anche prediche varie e panegirici. Incede 
pieno di ammirazioni, d'interrogazioni, di sospensioni, 
e pare assai commosso, ma tutto questo commovi- 
mento presenta più d'artifizio che di naturalezza. 

Porge invece un ottimo farmaco contro siffatti-^ 
traviamenti, per la semplicità, per l'ordine, per la icit * 
bontà del dettato, il p. Antonio Ce^ariX 1760-1828), « ««"«tof* 
che cercò un sapore classico e un dire purgato specie 
alla maniera dei trecentisti, ma non senza aftetta- 
zione, onde fu tatto segno e vivo e morto alle pun- 
ture di critiche acerbe, L' Audisio lo collocherebbe 
pcimo tra gli oratori del suo tempo, non avvertendo 
forse che, se ha invidiabile chiarezza e graziosa sem- 
plicità e buon garbo, onde riesce assai bene nei com- 
ponimenti didattici e narrativi, manca però non poco 
di potenza d'ingegno che lo sollevi ad ampie vedute, 
e di slancio d'affetti che lo avvolga in un gran mo- 
vimento. Nacque a Verona, s'ascrisse ivi alla Congre- 
gazione dei Preti dell'Oratorio, manifestò fin dagli 
anni giovanili amore appassionato alla lingua di Dante 
e alla pietà religiosa, e ci lasciò ben presto un do- 
cumento di siffatta tendenza nella traduzione del- 
l' Imitazione di Cristo, (attribuita al Kempis ma che i 
critici ora assegnano al Gersen ), e •:h' ei pubblicava a 
25 anni. Unì sempre alla fatica degli studi letterari 
quella della predicazione, senza troppo correre di città 
in città, come tanti altri, sibbene restringendosi prin- 
cipalmente al luogo natio. Alcune circostanze esteriori 
contribuirono a ciò, come racconta egli stesso nella 
prefazione al Mosè e Giosuè: « Lo scioglimento della 
Congregazione dei Preti dell'Oratorio, dei quali io 
era uno, portò nella chiesa nostra qualche mutamento 
nella ufficiatura, che, laddove prima ciascuno sermo- 
nava secondo che per ordine gli toccasse la volta, fu 
pensato di darne per innanzi il carico a un solo; e 



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454 CAPO DECIMOPRIMO 

fui io quel desso che tolsi di parlare al popolo ogni 
domenica. Per iscemarmi fatica, sì che la potessi por- 
tare, deliberai di stendere alcune lezioni sopra la Santa 
Scrittura, sponendola per vite di Santi dell' Antico 
Testamento. » Quando nel 1808 l'Accademia italiana 
di scienze, lettere ed arti invitava ì letterati a deter- 
minare lo stato della nostra lingua e le cause che la 
possono portar verso la decadenza, additando i mezzi 
per preservamela, il p. Cesari scrisse quella disserta- 
zione notissima che fu coronata di premio; del resto 
egli non perdette gran fatto il suo tempo in teoriche 
di critica, ma piuttosto molto insegnò co' numerosi 
suoi scritti, ai quali volcfTìtieri mandiamo anche noi 
gli studiosi di lettere e massime i nuovi predicatorit 
non ad attingere un' imitazione troppo ricercata e 
artificiosa, che serva a modellarci sui trecentisli 
manco sul p. Cesari, ma a purificare un pochino 
l'ambiente nostro da tanti neologismi di cattiva fattura, 
che or piovono a catinelle, e a rispecchiare alquanto 
più quell'aurea semplicità che tanto s'addice alle 
lettere e specialmente all'eloquenza sacra, e che oggi 
e scrittori e predicatori troppo trascurano. 

Qui non diciamo di tutte le sue opere letterarie, 
sibbene gioverà rammentare che, come sacro oratore, 
dettò molti ragionamenti e fece molte lezioni morali, 
genere al quale egli comprese di esser meglio tagliato, 
appunto perchè, come notavamo, gli facea difetto lo 
slancio e la sublimità del sentimento, l ragionamenti 
si svolgono in numero di 145 sulla vita di G. Ce 
sugli Atti degli Apostoli; le lezioni morali in numero 
di 129 versano su Giuseppe Ebreo, Mosè, Giosuét 
Geremia, Ester, Susanna, Giuditta, Daniele, i Macca- 
bei, Abramo, Tobia. Aggiungi un gran numero di 
orazioni eh' ei tenne nella sua città e fuori. Cosi ad 
esempio nel 1822 faceva il panegirico di Alessandro 
Sauli in S.Carlo a Catinari in Roma, invitatovi dal' 



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CAPO DECIMOPRIMO 455 

card. Fontana, che proprio in quei giorni morì; cir- 
costanza a cui Foratore allude nell'esordio e nella 
chiusa della sua orazione. Affinché si conosca il fine 
morale, a cui principalmente mirava nelle sue lezioni 
e si libi alcunché del suo dettato, riproduciamo l'esor- 
dio della lezione sesta sopra Giuseppe; « La. prova 
più difficile e dura, a cui Dio possa mettere l' uomo 
giusto, si é quando del suo ben fare egli acquista 
pena e travaglio, e per la giustizia e per la virtù ri- 
ceve il cambio dei malfattori. Che al malfattore si 
renda male troppo é cosa giusta; ma che il giusto 
sia trattato nella stessa maniera, questo duole anche 
ai santi. Tuttavia G. C chiama beati coloro che per 
la giustizia son tribolati ed afflitti: dunque un gran 
bene dev'essere nascosto sotto questa vista di male. 
E '1 ben è questo, che in cosi fatti frangenti se'l giu- 
sto s'acqueta al volere di Dio, e porta in pace le in- 
giustizie degli uomini, né però si parte dalla virtù, 
egli più cresce ed acquista nella grazia e nella carità 
di Dio, e spesso arriva a grado altissimo di perfe- 
zione. Ed oltre a ciò, per li brevi travagli di questa 
vita, riceveva ricompensa di immarcessibil corona: 
talium est enim regnum coelorum. Sopra il fonda- 
mento di questa virtù incoraggiava S. Pietro i primi 
cristiani, il cui gran delitto era essere virtuosi e fedeli, 
e per questo erano dirubati ed afflitti: vergognatevi 
(dicea loro) di patir pena e supplizio per micidiali, 
per ladri ed ingiusti: ma se per buoni e cristiani, da- 
tevene pur vanto, che egli è per voi somma gloria 
il patire per cosi bella cagione. Ora la virtù degli 
eletti fu sempre provata con questi ingegni medesimi; 
e perocché la virtù di Giuseppe era di buona tempra, 
poteva e doveva esser messa alla prova di questo du- 
rissimo esperimento: noi Io vedremo. » E segue il 
commento della prigionia di Giuseppe per la calunnia 
appostagli dalla moglie di Putifarre. Anche da questo 



V 



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45^ CAPO DECIMOPRIMO 

piccolo brano si può rilevare T intendimento di dir 
cose utili, ma con una lingua attinta alle fonti pri- 
mitive e più pure: ciò che esplicitamente egli mani- 
festa nella lettera che precede queste lezioni, diretlsi 
a mons- Innocenzo Liruti, vescovo di Verona, della 
quale riporto alcune parole, affinchè si apprendano 
le sue intenzioni dalla stessa sua bocca: « Io ardisco 
affermare che nell'esercizio del parlare al popolo (il 
che non feci così di rado), quantunque mi potessero 
essere apposti altri difetti, quello non mi fu mai ap- 
posto deir oscurità per conto della lingua, comechè 
io non usassi altra mai che quella di quel secolo, 
nella quale lungamente e di vero studio sonomi eser- 
citato. » Dunque con questo oratore alla mano, giovi 
ripeterlo, schivandone il leccume, potremo correggere 
non poco le moderne intemperanze. 

Si tiene in generale all'arte del p. Cesari, tranne 
dcf^leVari 'esclusivo amore ai trecentisti, il p. Tommaso Buffa 
e VH^ardi ('7^7' ^^37) N^cque ad Ovada in Liguria, vestì le lane 
dei seguaci di S. Domenico, rivolse i suoi studi e la 
sua operosità principalmente a predicare la parola 
dì Dio. Il barnabita Gio. Battista Spatorno, professore 
di eloquenza latina, ne tesseva gli elogi, additandolo 
come ottimo modello di bel dire; al qual fine notava 
come l'Accademia della Crusca avesse concesso l'onore 
dell' accessit alle sue Lezioni scritturali sopra il libro 
di Ruth; e l'eruditissimo cav. Moreni intitolava al 
nome del p. Buffa un volume di prediche di fra Gior- 
dano da Rivallo, tratte per sua cura da un testo a 
penna, affinchè gli onori dovuti a un celebre dome- 
nicano de' primi tempi si concedessero anche a un 
oratore quale il Buffa, che illustrava la prima metà 
del secolo XIX. Il Buffa lasciava andare i temi nuovi, 
perchè gli sapea male parlare al popolo di filosofi e 
di dottrine di cui poco o punto intendea, e teneasi 
costantemente agli argomenti che servono a discipH- 



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CAPO DfcCIMOPUIMO 437 

tiare i costumi. Mi sembra però che la cura alquanto 
pedante del dire e una certa misura troppo compas- 
sata eh' egl' impone a se stesso gli tarpi il volo e 
5cemi la potenza che agita e commuòve. Il suo qua- 
resimale fu stampato quattro anni prima della sua 
morte (i). 

Ecco come nella predica VII! tenti di rimuovere 
i procrastinanti dalla funesta lor negligenza; « Con 
tuttociò (cioè quantunque il peccatore sappia che i 
giorni, i mesi, gli anni sono in mano di Dio) mirate 
pazzia di mente superba ! contuttociò il peccatore tale 
sovra di essi si arroga podestà e dominio, quanto 
appena sovra de' suoi soldati vantava queir evangelico 
Centurione: ego homo sum habens sub me tnilites^ 
et dico huic vade et vadit^ et alti veni et venit. Passi, 
die' egli il procrastinante, anzi ch'io mi converta, 
passi questa mia florida gioventù che sì mi rende 
agli amori inchinevole e ai piaceri, vade\ e questa 
per ammirabile sofferenza divina sen passa, etvadit; 
venga l'età più matura, in cui cogli anni crescendo 
il senno e confortandosi, potrò a me stesso a più 
bell'agio e a' casi mìei provvedere, v^/w'; e questa per 
disposizione di abbondante misericordia, i]uesta ancora 
sen viene, et venit. Ma non sì tosto é giunta, che, 
vada, prosiegue il misero, ancora il rimanente di 
questa stagione, che io intanto, anzi ó\ ritornare a 
Dio, penserò i modi più acconci onde sciogliermi da 
queir impegno o veramente vedrò d'accordare insieme 
impegno e Uio^vade; venga intanto la pasqua, e al- 
lora converrà cangiar costume: veni. Così impeni- 
tenti d' una in altra età che smonta, passano all'altra 
che nasce, e mentre questa pure vien meno, dise- 



II) Prediche quaresimali e Lezioni sacre del p Maestro Tomenu^i* 
Buft'a, aggiuntovi alcun saggio di pan. Discorsi e traduzioni Utili 
t I II e III - Milano, Omobono Maniiii - 1833. 



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438 CAPO DECIMOPR'MO 

gnano suiretà più lontana, e abusano delle presenti 
come fossero certi delle future. Lagrimevol superbia 
eirè questa, uditori, nata fatta per tirarci addosso i 
più tremendi castighi divini. » 

Cultore di lingua alla maniera del Cesari, ma ora- 
tore più potente di esso e del Buffa, credo il p. Fran- 
cesco VillardU minore conventuale (1781 1833) (i). 
Nacque di poveri genitori a Ronca nella provincia 
di Verona, e nel seminario di detta città studiò let- 
tere, mostrando singolare abilità, onde il p. Cesari 
bramò conoscerlo e ne segui un'amicizia che durò 
a lungo in una reciproca stima, ma si ruppe più 
tardi per frivola cagione di questioni letterarie, che 
trassero il Villardi, per difender se stesso, a scrivere 
una vita del Cesari, che diventa talora chiacchiera 
molto inconcludente. A vent'anni, aspirando al sa- 
cerdozio, si recò nel seminario di Vicenza, alla cui 
diocesi apparteneva il paesello nativo, ove per amore 
alle lettere volle ripetere il corso che oggi direbbesi 
di Liceo, attendendo poi allo studio delle scienze teo- 
logiche. Fu scelto professore in quel seminario, ma 
per censure mossegli da' suoi rivali, specie contro un 
discorso in lode di mons. Zaguri, lasciò quella catte- 
dra, passando a insegnare, sempre con rinomanza di 
valente maestro, da prima a Verona e poi a Mantova. 
Dimorò qualche tempo a Milano e contrasse amicizia 
col Monti, che gli diede attestati di stima per la sua 
valentia di scrittore. Nel 1823, stanco forse di una vita 
agitata anclie per T irrequieto animo suo, cercò pace 
tra i Conventuali a Locamo, dimorando successiva- 
mente a Torino, a Firenze, a Roma, a Napoli, e più 
che mai esercitandosi nella predicazione. Amò la poe- 



(I) Scrisse notizie intorno allt sua vita l'ab. Antonio Meneghelli 
della Università di Padova. 



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CAPO DECIMOPRIMO 459 

sia, scrivendo odi nella lingua del Lazio (i), e det- 
tando in italiano la cantica che intitolò II Trionfo 
della Religione nella persona di Pio VII, che è una 
visione che oscilla tra il fare del Monti e del Varano, 
e parecchie altre cose in verso sciolto e in rima. Come 
oratore lasciò un quaresimale, panegirici, le Otto Bea- 
titudini, e la novena dei Morti. L'Audisio lo colloca 
tra i migliori della prima metà del nostro secolo, 
dopo il Cesari. Ma, come si disse, se il Cesari torna 
più caro per la politezza e il gusto del dire e per la 
chiarezza, il Villardi mostra più potenza e slancio, 
quantunque talvolta abbondi troppo in concepimenti 
imaginosi e faccia troppo il poeta; come si accerterà 
ben presto chi legga la sua predica sul Paradiso. 

Cosi, ragionando del primo tra i vizi capitali, de- 
scrive il superbo nella sua insoddisfatta inquietu- 
dine (2). a E' non è mai della sua sorre contento, per- 
suadendosi che i suoi meriti non siano mai abba- 
stanza ricompensati. Ei si rode d' invidia e di rabbia 
veggendosi posposto a questo ed a quello; accusa di 
ingiusta la Provvidenza. Non ascolta altre voci che 
quelle della mondana sapienza, la quale gli avvera: 
esser gran cosa il primeggiare nel mondo, il tenersi 
gli altri sotto dei piedi. Quante frodi, quante insidie 
per estinguere la inestinguibile sete degli onori e delle 
ricchezze! Non è legge di umanità, di parentela, di 
amicizia che altri non calpesti per la superbia; la re- 
ligione è niente per arrestare questi furiosi. Ad alle- 
nirgli alcun poco non meno richiedesi che la morte o 
resterminio dei loro emuli. Non troverete passione più 



(i) Carmina Francisci Villardi Min. Conv. Accedit in Aloy- 
slum XVI Galliae regem ejasdem oratlo, ab eoiem itaiice red-iita 
Augastae Taurinorum 1815. Il volumetto è dedicato al celebre Ga- 
leani Napìone. 

(2) Prediche e pan. ecc. Padova 1838. Fred. H 



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4Ó0 CAPO DECIMOPRIMO 

crudele della superbia. Que' pranzi magni Hci^ quelle 
laute cene, ove per dieci nauseati s' imbandisce quanto 
basterebbe a cinquanta guidati a tavola dalla fame, 
non ponendo mente al palato ch'é largo due dita, 
né al ventre che non aggiugne ad un palmo, questi 
sfoggi di lautezze noi crediate un trovato dell'avidità 
della gola; ella non domanda tanto: ambitiosa non 
est fames; conlenta desinerà est; quo desinai non 
nimis curai, diceva il filosofo Seneca, e dicea vero. 
Or questo vezzo si continua altresì tra i cristiani; e 
frattanto si lascieran forse mancare di pane i poveri 
nella lor fame... Ahi! superbia, vizio crudele e spie- 
tato, che r uomo si porta seco fin dalle fasce! S Ago 
stino racconta un caso funesto, cui toccò a lui d\ 
vedere. Una buona donna, abbondante di latte, dopo 
saziato il suo bambolo, sporgeva il soverchio al ^' 
gliolino di un'altra che n'era senza. 11 credereste? 
Quando già satollo a ribocco vedea la madre porgere 
il latte all'altro affamato, l'avreste veduto dare in 
furore, piangere, fremere, contorcersi, guatarlo con 
occhio truce, e, come potea, minacciarlo ferocemente, 
sforzandosi di cavare dalle fasce le piccioletle mani e 
cacciarlo di casa. Or se la superbia trova stanza nei 
fanciulli, imaginate se debba esser condizione che ne 
vada esente. Ella trova luogo fin nelle donnicciuole, 
negli artigianelli, ne' zappatori della terra, fino ne' mi- 
seri che vanno attorno accattando ad uscio ad uscio 
la vita ». 

Colse lodi non comuni nella predicazione il p. Fran 
*'F.ne«r ^wco Finelli d. C. d. G. (1762-1842). Nacque a Vo- 
ghiera in quel di Ferrara, fu educato nel seminario 
arcivescovile della propria città; ove si mostrò d'in- 
dole amabile e docile, preso di vivo amore per il 
canto e per il suono, e insieme di pronto ingegno 
tanto nell'apprendere la lingua materna che le lingue 
classiche. S' innamorò del Bartoli, cercando imitarne 



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CAPO DECIMOPRIMO 4ÓI 

lo Siile. Fatto sacerdote, cominciò tosto la sua car- 
riera di predicatore; e nel 1796 fece la quaresima a 
Venezia, due anni dopo a Bassano- veneto, sul chiu- 
dersi del secolo a Treviso. Nel 1809 andò a Parigi 
col card. Roverella, e, nel '12, tornato in Italia, fu no- 
minato canonico della cattedrale ferrarese. Ristorata 
da Pio VII la Compagnia di Gesù, vi si ascrisse e vi 
rimase fedele in tutta la lunga sua vita, seguitando 
a predicare in molti luoghi e segnatamente a Roma, 
ove fu per parecchi anni espositore delle Sante Scrit- 
ture al Gesjj. Nel *22 fu fatto professore di sacra elo- 
quenza alla Sapienza. Scrisse e stampò molte lezioni 
scritturali sugli Atti degli Apostoli e sull'Antico Te- 
stamento, e inoltre due volumi di panegirici; po- 
stume uscirono alla luce parecchie delle sue prediche 
quaresimali. Fu anche poeta di feconda e facile vena. 
La sua maniera incede grave, decorosa, dotta; ma- 
neggia con buon garbo la lingua che per la purezza 
s'accosta a quella del Cesari, quantunque nello stile 
arieggi il Bartoli; difetta alquanto di quella semplice 
intimità di modi che s'insinua soavemente nel cuore. 

Ne va negletto tra quelli che raggiunsero una prospero 
certa eccellenza il p. Prospero Tonso{ij^g 1852). Nato Tonso 
dì onorata famiglia in Foglizzo, grossa terra della 
prov. di Torino, studiò, come chierico, nel seminario 
d'Ivrea; ma poi, smesso l'abito ecclesiastico, entrò 
nella carriera militare e per l'elevata sua statura fu 
fatto corazziere del re. Ma presto s' accorse che, per 
essere troppo amante dello studio, la vita militare 
non s'addiceva alle sue tendenze; laonde per alcuni 
dispiaceri sofferti, forse per la fortuita esplosione di 
un' arma nelle stanze reali, pensò di abbandonarle e 
vestir la cocolla di domenicano. Terminati gli studi 
teologici a Bologna, si diede al ministero della pa- 
rola, predicando in varie città tutte le quaresime 
dal 1789 al 181 5. Resta celebre, proprio in quell'ul* 



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462 CAPO DECIMOPRIMO 

timo anno^ la predicazione ch*ei fece a Torino^ ove 
si esultava per le decisive jatture toccate a Napo- 
leone I. L' oratore vi allude in parecchi discorsi, ma 
specialmente in quello sulla credibilità della fede cat- 
tolica. Parlando infatti dei trionfi con cui Dio a 
quando a quando risolleva in mezzo alle sue lotte 
la Chiesa, dopo aver rammentato l'ultime leggi del- 
r Impero Cinese temperate a favor dei cattolici, sog- 
giunge: « E ciò quando? Quando, uditori, nella eul- 
tissima Europa, nel secolo della umanità e dei lumi, 
fra tanto clamorosa professione di filantropica tolle- 
ranza e largo liberalismo, in nome della dolcissima 
filosofìa, promettitrice di una nuova terra promessa, 
si atterravano e insanguinavansi troni, chiese, cioci 
ed altari, strappavansi dalle loro sedie i pastori e cac- 
ciavansi in bando. Quando il padre stesso dei cre- 
denti, il vicario di Cristo, l'ottimo e venerabile 
Pio VII, rapito alla sua apostolica cattedra, strappato 
a viva armata forza da' suoi venerandi consiglieri 
porporati» e al suo amatissimo gregge violentemente 
tolto, strascinato suU' orme del suo predecessore a 
traverso i gioghi degli Appennini e dell'Alpi... Ma 
si che vi é Dio in Israele. Ergi, o Sionne, 1* intristita 
fronte e, le vati su. Mira ad un gelido settentrìonal 
soffio di morte dar volta e sparire il drago immondo. 
Ecco il figlio della superbia e dell' anatema, l' uomo 
ecco di sangue, che avea la Religione assalita e in- 
sultata fin nel suo trono e le pietre disperse del san- 
tuario, dal fulmine del Gel tremendo colpito; egli 
che, quasi troppo scarso ostello fossero a lui la Fran 
eia, r Italia, la Germaoia, l' Olanda, l' Elvezia, la 
Spagna, aveva le temute armi dalle Libiche arene 
sospinto alle Baltiche rive, aversi a gran mercè che 
lasciato gli venga un nudo arido scoglio, ove eserci- 
tando una sovranità da scena servir di commento al 
vecchio aforismo politico: non vi essere che un passo 



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CAPO DECIMOPRIMO 463 

dal Campidoglio alla rape Tarpea. » Torna molto 
su questi avvenimenti nel panegirico della S. Sindone, 
rammentando i casi dolorosi e felici di Carlo Em. IV, 
dairesiglio tornato sul trono. Quel quaresimale si 
volle tosto di pubblica ragione, ed ebbe una ristampa 
in sei volumi nel 1839 a Forlì, quando l'oratore si 
credea già, com' ei dice nella prefazione, con un pie 
nella tomba. Gli argomenti eh' ei tratta sono ispirati 
ai bisogni dei tempi e svolti con conveniente gravità 
e senza eccedere per amore di novità. Nel suo stile 
però si caccia avanti alquanto da sciammanato e non 
si lascia regolare dalla misura e dal buon gusto, 
come un accorto lettore potrà avvertire anche nel 
piccolo brano recato; del resto ha dottrina ben dige 
rita ed esposta e non manca di forza. Ecco un raf- 
fronto che il p. Pio Tom. Maselli istituisce fra i tre 
più celebri predicatori domenicani di questo tempo, 
il Tonso, il Meazza e il Buffa: « Che se a taluno 
piacesse far paragone fra questi tre oratori domenicani, 
surti sul finire del secolo scorso da Milano, da Ge- 
nova e da Torino, non vi ha dubbio che per robu- 
stezza di dottrina, per simmetria di parti e per una 
tal quale attraente fòrza, costui preferirebbe il Meazza; 
per il purgato stile italiano attinto alle fonti dell'aureo 
Trecento, per delicatezza di concetti e per ornamenti 
rettorici si appiglierebbe al Buffa; ma per la copia di 
dottrina e di erudizione, pel calor del discorso e vi- 
vacità d' imagini si pronuncerebbe pel Tonso » (i). 

Di questi tempi predicava pure molto applaudito, 
specie nel Modenese, l'ab. Antonio Molinari (1784- 1847) 
che nato a Spezzano di Modena, non solo ebbe penna 
di buon letterato e scienziato, ma anche di egregio 



(i) Memorie storiche del p. M. Prospero Tonso, precedute da 
brevi notizie circa alcuni più celebri oratori domenicani di lai con- 
temporanei, raccolte dal p. Pio Tom. Masetti, penitenziere aposto- 
lico liberiano. 



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4^ CAPO DECIMOPRIMO 

teologo ed oratore, e parve ad alcuni un emulo del 
Barbieri. Ma l* uomo che, per essere di più potente 
Giuseppe ingegno e di più accurati studi fornito, sta sopra gli 
^e 'aìtrf ^^atori testé ricordati, credo V ab. Giuseppe Barbieri 
(1771M832), quantunque, diciamolo subito, come se- 
guace di una maniera troppo accademica e di una 
intonazione troppo profana, non sia da proporre a mo- 
dello di sacra eloquenza. Possiam dire che certi travia- 
menti qui già bollati, lungo questo periodo, si assonn- 
mino in questo scrittore, ma accompagnati da qualità 
e potenza superiori, che non poteano non destar l'am- 
mirazione. Nacque a Bassano-veneto, e se ne tenea 
come di colta e gentile città ; ciò che egli addimostra 
nell'epigrafe con cui le dedicava il secondo volume 
delle sue prediche: Alla regia città di Bassano —- 
antica e gloriosa coltivatrice — di belle arti — dove 
per ben due volte dal pergamo —a suoi amati con- 
cittadini — la parola evangelica dispensava — Giu- 
seppe Barbieri — questo povero frutto — ed ultimo 
forse del suo religioso lavoro — in argomento di 
patria devozione — e carità — .D. D. D. » Fattosi 
ben presto conoscere come uomo d' ingegno eletto, 
di bella coltura e molta dottrina, entrò fra i profes- 
sori dell' università di Padova. Gli piacque la poesia, 
e lasciò prove degne anche oggi di studio. Ebbe perciò 
gran cura della torma, ciò che attesta egli stesso in 
una breve epistola: 

Ben dicea l'Astigian ch'opra di lima 
A scrittura polir l' animo sega. 
Hd io mei so che da mott'anni e molti 
Agghiaccio e sudo tra le carte e i libri, 
Or levando, or ponendo, e mille volte 
Rimutando concetti e frasi e voci, 
Bramoso pure di toccar quel segno 
Che dentro della mente mi ragiona 
E ch'io non basto ad incarnar. Intanto 
Lo stomacuzzo affievolisce, il soono 
l'Ugge, e tra spene e tema il cor si rode. 



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CAPO DICIMOPRIMO 465 

Passò dalla cattedra al pulpito, portandovi natu 
ralmente uno studio d'arte profana che non scacco 
modava in tutto all'impeto semplice e vigoroso dello 
zelo ecclesiastico, ma che tuttavia piacque alla società 
colta del suo tempo e che contiene verimente del 
nierito. A que' dì si acclamava come valente oratore^ 
specialmente nel Veneto, l'ab. Cario DefendU ciò che 
puoi rilevare anche dalla seguente iscrizione di Carlo 
Leoni ; « A Carlo Defendi — oratore — pieno robusto 
profondo -— che le supreme leggi di Cristo — ai fi- 
losofici veri collegò — viete malizie di retori vincendo 
— con magistero d'arte vigorosa sublime — com-. 
piendo in Padova i quaresimali eloqui — al bandi- 
tore degno — alcuni del voto dei buoni interpreti — 
sacravano. » Ma ben presto il Barbieri ne oscurava 
la fama (contuttoché gli mancasse molto il prestigio 
del porgere e la prontezza della memoria), tanto che 
tra il popolo correva in dialetto veneziano uno scherzo 
che suona così: Defendi defendete, se no Barbieri te 
fa la barba. Era naturale che fosse invitato nelle 
città più illustri e che componesse opere che, se 
come dicevo, non sono buon modello ai giovani,' 
sono però ragguardevole manifestazione di forte in- 
gegno. Pubblicò nel 1836 un quaresimale, detto a 
S. Felicita di Firenze, in cui lasciò trasparire un 
gusto di descrizioni che sa troppo di profano, una 
tornitura di periodo che non nasconde l' arte, anzi 
mostra che l'animo attende più ad essa che alle cose, 
e quel eh' è peggio una forma di ragionamento che 
si fa bella di osservazioni filosofiche, mettendo in 
non cale le ragioni teologiche e i Ss. Padri. Ciò eh' ei 
fa manifesto anche nella scelta degli argomenti : Amo 
re di Dio secondo ammirazione, Amore di Dio se- 
condo gratitudine, La Religione conforme a nostra 
natura. La Religione necessaria alla società civile, I 
giovani, I vecchi, l poveri, l ricchi. Il magistrato, La 

Storia della Predicazione ecc 30 



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466 CAPO DECIMOPRIMO 

modestia. L'amicizia, La verità ecc. Anche a S. Fe- 
dele di Milano disse un Avvento che tosto pubblicò. 
Più tardi licenziò per la stampa il quaresimale reci- 
tato nella città di Trieste e alla stessa dedicato; nel 
quale accenna, in un avvertimento preposto, alle cen- 
sure appostegli, le quali, come ognuno può rilevare dal 
già detto, in fine mettean la mano sulla piaga e ri- 
spondeano in parte alla realtà. Gioverà ridir quelle 
censure con le sue parole: « Ne a lodi ne a biasimi 
rispondo, molto meno a quelle recriminazioni che 
altri per avventura, ingannato da zelo indiscreto, si 
è fatto lecito di sboccare contro di me. Solo dirò che 
in queste nuove orazioni, come nelle altre già pub- 
blicate, non ho inteso né intendo esporre e tutto per 
filo e segno trattare le parti della Religione; sicché 
a gran torto mi si apporrebbe, e già mi si appose, 
d'aver lasciato ad altri più dotti e più degni ch'io 
non sono, la libera trattazione d'alcuni argomenti 
più d' uso che d* obbligo. Io mi sono attenuto a 
quelli che più si affanno alla tempra del mio animo 
ed alla mia insufficienza. Dirò altresì che non ho in 
teso mai, né intendo di parlare alla minutaglia; il 
che per taluno, sotto bugiardo esempio di apostolica 
usanza, mi fu dato a gran colpa; ma che parlando 
ad illustri città, e che più é, sottoponendo al giudizio 
severo degli occhi le mie parole, ho reputato che 
fosse mio debito studiarmi in qualche eleganza. Par- 
lando poi, come feci altre volte, a pievi campestri, 
ho seguitato altro stile ed altro andamento; e tuttavia 
debbo affermare che tanto nelle città quanto nelle 
campagne sono stato sempre, checché se ne voglia 
dire, compresa Tutto questo per solo amore del 
vero. Del resto la rettitudine delle mie intenzioni 
con devota fiducia io consegno all' infallibile Salva- 
tore dei cuori. — Dalla Ghisolfa presso Milano, 
li 12 maggio 1841. » Ammettendo la bontà delle in- 



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CAPO DECIMOPRIMO 467 

tenzioni (sarebbe da animo malevolo il sospettarne), 
rimane però, giudicando T opera sua quaFé, eh* egli 
torce e falsa non poco V indole dell* arte sacra per le 
ragioni già dette; non ostante il molto di buono che 
c'è, e il molto di bene che avrà fatto. 

A far sentire qualcosa della sua maniera, ecco 
com* ei ragioni della istituzione delle Suore di carità 
nell'elogio di S. Vincenzo de* Paoli: « Mi rivolgo 
pertanto a questa terza istituzione, la quale è cima 
delle glorie di Vincenzo e trionfo sovrano di nostra 
santissima Religione: vo' dir la Compagnia di quelle 
primogenite del suo cuore, che sorelle o figliuole di 
carità si domandano. Giovani e illustri donne git- 
tano da un canto i veli, le sete, gli ori, le gemme; 
indossano grossi panni, modeste saie; danno le spalle 
a tutti i piaceri, a tutte le ambizioni del secolo; ri- 
nunciano di buon grado alle più giuste e dolci con- 
solazioni, alla scelta d'uno sposo, alla carissima fì 
gliuolanza, e fattesi per amor del prossimo in Dio 
spedalinghe, infermiere, fantesche, consacrano i loro 
studi e si travagliano e vegliano dì e notte a gratuito 
servizio ed a generoso soccorso dei malati. Né l'oscu- 
ritade, il fetore, la miseria dei luoghi, né i morbi 
più fieri e contagiosi, né la vista lagrimevole delle 
piaghe e del sangue, né gli spasimi, i tormenti, le 
agonie de' moribondi, né la faccia stessa della morte 
presente, né tutto infine che suole sdegnare cotanto 
la nostra superbia, offendere la nostra schifiltà, spa 
ventare la nostra debolezza, non che sia molto a 
vincere la pietà di un sesso che pure é men forte, vi 
aggìugne anzi coraggio, fermezza, zelo, per cui si 
danno volonterose a tutti gli uffizi più bassi, più 
nauseosi, più duri, con tale una dolcezza e una so- 
vrabbondanza di cuore, appetto a cui ogni facondia 
di parole vien meno. Oh! questo è ben altro che pi 
gliarsi faccenda di correre a perdonanze, di orar gi- 



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4618 CAPO DECIMOPRIMO 

nocchioni, e con digiuni e cilici il riottoso corpii- 
ciuolo aspreggiare! Eroismo di carità, misericordia 
sublime, allato a cui ogni altro sacrifizio ci perde' 
Ed oh tu sia benedetto ben mille volle, o Vincenzo, 
e tu benedetta per tutti i secoli, madamigella Le 
Gras, con l'aiuto della quale potè condurre ad ef- 
fetto una tanta istituzione! Qual cambio a poveri 
malati passare da mani mercenarie alle mani della 
carità! E dirò inoltre carità operata da tali, che na- 
tura medesima informato avendo per mollezza pie- 
ghevole d'organi ad esser più sensibili cosi al pia 
cere come al dolore, ha disposto non meno ad essere 
più inchinevoli a compassione, e quindi acconce a 
recare viemeglio in atto le cure più sollecite, più 
minute, più affettuose, che a sollievo degli afflitti, 
non che richiedere, bramare si possono. Ed elleno 
queste vittime illustri della carità mandate furono da 
Vincenzo lor padre, e appresso da* suoi figliuoli della 
Missione, alla cui volontà si reggono, e alla cui di 
rezione fidate sono; queste vittime illustri mandate 
furono a curare spedafi, prigioni, galee, altri ricoveri 
di pubblica e privata misericordia; mandate a cu- 
rare pei- mezzo all'arme i soldati intermi; mandate 
a lontani paesi e tra genti contaminate d'eretica 
pravitade; senza che la purità della loro fede e la 
santità intemerata della loro condotta ricevesse ombra 
di sospetto, non che macchia veruna di colpa... In 
quell'epoca funestissima e non mai lagriraata abba- 
stanza che la misera Francia nell' ebbrezza de' suoi 
delirii la die' per mezzo a tutte le furie dell'anarchia, 
minacciando rovesciare da' fondamenti la società in 
uno e la Religione; che uomini effeminati e feroci, 
dissipatori e rapaci, superbi e vili strappa vansi ar- 
mata mano uno scettro di ferro; che i ministri del 
santuario, che i pacifici adoratori della divinità ca- 
devano sotto al taglio delle bipenni, o perivano maz- 



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CAPO DECrMOPRIMO 469 

zerati ne' fiumi, o sbranati erano dalle scaglie de) 
bronzi guerrieri, o se pure della vita risparmiati , esu- 
lare forzati erano, e nudi e raminghi peregrinare in 
altre regioni; che torrenti di sangue cittadino bagna- 
vano le vie ed insozzavano tutte le piazze; in quel- 
l'epoca di rabbie, di stragi, d'infernale demagogia, 
credereste? al solo Vincenzo de' Paoli vo'dire alla sua 
memoria, e quindi alle sante figliuole della sua ca- 
rità fu perdonato. E non abbiamo veduto noi stessi, 
così fresco è il fatto, uscire ispontanee di Francia, 
queste care sorelle, e valicati i Pirenei nelle Spagne 
condursi a trattare quegl' infelici, che di mortalis- 
sima pestilenza offesi, tra per lo difetto dell' arte e la 
inopia degli altri argomenti, finivano abbandonati 
d'ogni soccorso? E non hanno tutte a' que' dì riso- 
nato le lingue degli elogi e delle benedizioni di Vin- 
cenzo? O umana filantropia! Ohi come se' piccola 
cosa appetto della evangelica carità! » 

Il Barbieri, forse tocco dalle accuse appostegli, an- 
dava seco stesso meditando perchè non fiorisce la 
sacra eloquenza in Italia quanto sarebbe desiderabile, 
e nessun oratore vi fosse che nella estimazione co- 
mune meritasse l' applauso sotto ogni rispetto. E 
colse un occasione di manifestare i suoi pensieri in 
una Memoria sulla sacra eloquenza in Italia, che 
lesse all'Ateneo di Venezia in una tornata del 19 giugno, 
« Noi abbiamo (dicea) sia lode al vero, dicitori tersi, 
graziosi, eruditi; ma petti veramente facondi, ma 
fiumi che rompano pieni e maestosi d' ubere vena, 
non oserei di contarne tal numero che facesse assai 
lieta Italia da poter gareggiare con qualche altra na- 
zione. » E pensava ai falsi metodi delle scuole ret- 
toriche che abituano a futile pompa di descrizioni e 
di amplificazioni, ai dizionari, alle poliantee, ai re- 
pertorii che servono a incremento della ignoranza e 
della presunzione, alla smania di allacciarsi la giornea 



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4^0 CAPO DECIMOPRfMO 

di filosofi o a quella di comparire addottrinati nelle 
scienze teologiche e nelle controversie, onde i primi 
sembrano fare sul pulpito discorsi accademici e gli 
altri lezioni da cattedra, e non so che altro. E sapete 
come gli parve che si potesse risollevar l'eloquenza? 
Facendo predicare i vescovi, che hanno la pienezza 
della missione e van circondati di tanto sacro de- 
coro, e che nella lor maggiore responsabilità sentono 
più viva sollecitudine per la greggia commessa. E 
possiamo, mi pare, di buon grado ammettere che 
l'alta responsabilità che pesa su di loro più agevol- 
mente li conduca alla scelta de' ragionamenti più 
opportuni e stringenti, e che tutte le circostanze che 
s'accompagnano alla loro autorità rendano più au- 
torevole e solenne la loro parola e predispongano 
meglio i fedeli al trionfo della grazia. Ma é facile 
ancora il comprendere che se tutto ciò ha un valore, 
però non basta, dovendo anche i vescovi, per riuscire 
appieno nell' intento colla forza di opportune ragioni 
abilmente esposte e col pieno possesso della lingua 
vincere la stesse difficoltà che gli altri sogliono in 
contrare. Del resto, come osserva giustamente Ce 
sare Cantù, é un fatto che la sacra eloquenza nel 
nostro secolo ebbe un impulso più retto dalle omelie 
semplici e gravi di molti vescovi che seppero metter 
la mano sulle piaghe del nostro tempo e condan- 
narne gli errori, sempre mirando alla riforma dei 
costumi e alla pratica del bene e rifuggendo dallo 
sfoggio di un' arte pretenziosa, intemperante e vana- 
^, ,,. . . Giovi rammentarne alcuni. Con sentimenti gravi 

bcritton ..... ..... . ^ . 

di omelie e mirando principalmente a disciplinare i costumi 
dettava delle buone omelie Ignazio Cadolinì^ arci- 
vescovo di Spoleto, le cui pastorali furono stampate 
a Foligno nel 1836; ma più ancora Antonio Già 
nelli ( 1789- 1846), che morì vescovo di Bjbbio. Nato 
a Cerreta, tu vicecurato a S. Matteo in Genova, mis- 



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CAPO DEGIMOPRIMO 47I 

sionario e maestro di sacra eloquenza in quel semi- 
nario arcivescovile; e pubblicò prediche per quare- 
sima e per missioni. Non mira ad eleganze, anzi é 
peccato che non maneggi sempre abilmente la lingua^ 
ma procede con ordine e con buona dottrina e a 
Tratti si mostra robusto ed efficace p?r abbondanza 
ili spirito apostolico. Col medesimo spirito, ma mi- 
rando più a fissare e inculcare una sana dottrina 
contro i moderni traviamenti dettava cinque volumi 
di discorsi varii mons. Michele Basilio Clary^ arci- 
vescovo di Bari. Nel primo volume si propone in 
lina serie di omelie di raccogliere la tìlosofia cri- 
stiana della mente e del cuore nelle sue attinenze 
con Dio e la Religione; il che fa in un modo molto 
popolare spiegando gli articoli del Credo; nell' ul- 
timo volume ha un discorso funebre su Gregorio XVI. 
Nel 1841 pubblicava due volumi sopra lo spirito del- 
r episcopato cristiano e suoi principali doveri, lavoro 
distribuito in considerazioni. Con non minore gra- 
vità e zelo, ma con maggiore abilità artistica scrisse 
molli discorsi su svariati argomenti Jacopo Mmico 
dì Riese (1778 1831) che fu professore di lettere nel 
seminario di Treviso, nel '23 vescovo di Ceneda e 
nel '27 patriarca di Venezia e sei anni dopo cardi- 
nale. L' ultimo sacerdote eh' egli ordinava fu mon- 
signor Domenico Agostini che doveva succedergli 
neir alta cattedra e nel cardinalato, e che mollo amò 
di predicare qual missionario. Il Monica da giovans 
sali in fama di buon poeta, e a dir vero, seguendo 
sull'orme del Monti la scuola classica del suo tempo 
seppe tessere dei componimenti accademici di egregia 
fattura; ma come sacerdote, specie quando lo esige- 
vano le nujve cure pastorali, attese non poco alla 
predicazione. Le sue omelie, lettere pastorali, pane- 
girici, discorsi funebri e altri di vario argomento ag- 
giungono a bontà e chiarezza di concelti nobile po- 
litezza di esposizione. 



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47^ CAPO DECIMOPRIMO 

Gli si può mettere accanto Sebastiano Soldati. 
Piglio dalla storia del mio egregio collega prof. Carlo 
Agnoletti questi brevissimi cenni: «Già professore nel 
Collegio di Castelfranco, pievano di Noale e canonico 
primicerio, fu consacrato vescovo di Treviso il 27 set- 
tembre ed entrò il i.° novembre 1829: zelante, ciotto 
oratore, autore del nuovo seminario in S. Nicolò fin 
dal 1841;... avendo propugnata la credenza dell'lmm. 
Concezione di M. V. anche con iscritti, meritò volar 
al Paradiso nella festa di tal mistero, ed è in benedi- 
zione la sua memoria » (i). Dedicava al Monico le 
prime omelie, affidate alla r.tampa nel '34, e se cede 
non poco al patriarca nel magistero della forma, va 
pregiato per copiosa ed opportuna dottrina, raccolta 
con lucido ordine intorno ai soggetti trattati ed esposta 
con proprietà. Ha spesso un periodo tessuto con ar- 
tifizio letterario che si scopre, tuttavia nella sostanza 
intende ad ottenere una semplicità evangelica che 
piace, e eh' ei raccomandava al clero trivigiano in 
una lettera pastorale sopra la maniera del predicare 
apostolico: « Et ego cum venissem ad vos, fratreSy 
veni non in sublimitate sermonis. Con queste parole 
mostrava S. Paolo di non giudicar né lecito né con 
veniente né tampoco ragionevole T annunziare le im- 
portantissime verità che spettano all'eterna salute 
con un linguaggio elevato, che certo non s' userebbe 
con persone rozze alle quali si volesse persuader cosa 
conducente al loro temporale interesse. Infatti se un 
uomo dotto, che ben si conosce di filosofia e di let- 
teratura, volesse privatamente convincere un arti 
giano, una femminella, un contadino della fieilsità 
del metodo tenuto da loro nell' esercitar il mestiere, 



(I) Treviso e le sue pievi, - Illustrazione storica nel XV cen- 
tenario dalla istituzione del vescovado trivigiano (396-1896) p. I- 
Treviso-Turazza, 1897. 



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CAPO DECIMOPRIMO 473 

nel compiere le faccende domestiche, nel coltivar il 
terreno, forse varrebbesi di ragioni e di una maniera 
di siile, che da que' semplici non potesse essere in 
leso? Mai no, anzi mirando allo scopo del suo di- 
scorso, eh* è quello dì persuadere, servirebbesi di con- 
cetti, di espressioni, di linguaggio che fosse benissimo 
inteso da' suoi uditori. E se tanto ragionevolmente 
si fa dagli stessi dotli in comunicando cogl* ignoranti 
su quelle cose che riguardano il bene della vita pre- 
sente; perchè non dovrassi fare lo stesso nelle ora- 
zioni sacre, che tendono alla felicità della vita fu- 
tura? » Nel 47 Fautore ripubblicava le sue omelie 
con nuove aggiunte in una edizione di otto volumi, 
contenenti 15. sermoni sopra le virtù di S. Antonio 
di Padova e altri discorsi sul Santo, 12 omelie sulla 
Salve Regina e altro che riguarda la Madonna, molte 
omelie sulle principali solennità della Chiesa, apren- 
dosi una via a parlar dì svariati e opportuni argo- 
menti, alcune orazioni panegiriche e altro. 

Commendevole per omelie e discorsi svolti con 
dignità di modi e pieni di unzione va pur mon- 
signor Zaccaria Bricito di Bassano (i) (1802- 1831). 
A Vicenza ebbe a maestro il noto Francesco Val- 
lardi; da professore di sacra eloquenza nel proprio 
seminario passò arciprete e ab. mitrato in patria, per 
essere piij tardi promosso all'arcivescovado di Udine, 
ove lasciò gran memoria del suo zelo e della sua 
carità. Il suo modo di scrivere si compiace alquanto 
di fiori e di ornamenti, ma con una certa misura. 
Mons. Domenico Villa (altro celebre oratore che da 
arciprete di Bassano fu mandato vescovo di Parma) 



u) Istruzioni pastorali, indulti e altri atti dell'episcopato, tre 
orazioni, epistolario inedito di Mons. Zaccaria Bricito, bassanese, 
già arcivescovo di Udine, aggiuntovi l'elogio storico per 1' ab. Gius. 
Jac. prof. Ferrazzi. 



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474 CAPO DECIMOPRIMO 

COSÌ ne parlava nella orazione dettata per le sue 
esequie: « Monsignore ascende il pergamo, si pre* 
senta air uditorio e per quasi un secreto incantesimo 
M é guadagnato i cuori di tutti quanti. Apre la bocca, 
silenzio! lo diresti Paolo che vibra i fuochi dell* ar- 
dente sua anima, il rapito di Patmos che t* infonde 
nel petto un'estasi d'amore, una gioia di paradiso. 
Si protesta di non sapere né di voler altro predicare 
che G. C. crocifisso; rigetta gli ornamenti, ma senza 
avvedersene i fiori spuntano sotto i suoi passi e mo- 
deste presenta n si da ogni parte le grazie. Non cerca 
che di rendersi intelligibile ai più semplici, eppure 
non può far a meno di non far trasparire una ele- 
vatezza di spirito che lo rende ammirabile anche ai 
più dotti. Tranquillo nel principio del sermoneggiare, 
via via s accende e infiamma e si abbandona a tutta 
la fecondità del soggetto; ed é allora ch'egli non é 
più padrone dell'ardore che divora l'anima sua, i 
trasporti raddoppiansi con la foga del dire. Abban- 
donato una volta che siasi all'impeto della parola, 
tutto intende alla vittoria; interroga, argomenta, in- 
terrompe, va, torna, t'incalza, té sopra, in cento 
forme assale, stringe e rimette, né ti lascia, fin che 
vinto non cadi. Sempre vario, frammischia con por- 
tentosa maestria e con un disordine artificioso il 
raziocinio all' affetto, il parlar tronco al disteso, il 
concitato al tranquillo, sicché mai non istanca, ed 
appare sempre nuovo e diletta e incanta, quanto 
appar sempre nuova e variata, quanto diletta e in- 
canta Id bella natura. » Vi sarà un'ammirazione ali- 
mentata dall'idealità dell'arte e dall'affetto che s' in- 
fiamma e si duole sulla bara dell'illustre defunto; 
ma non si possono negare dei veri meriti al Bricito, 
specie per l'abbondanza d'un irrompente atfetlo ; 
rammento anch'io, quand'era piccino, che s'andava 
in visibilio a parlarne. Quel letterato di buon gusto 



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CAPO DECiMOIMtIMO 475 

che fu il irivigiano Michele Colombo n' era pur preso, 
di ammirazione. Tra il 1829 e il 1832 predicò la qua- 
resima a Parma, Venezia, Padova, Milano; il cardi- 
nale Della Somaglia, decano del Sacro Collegio, l'in- 
vitava, quantunque inutilmente, a predicare a Roma. 

Con intendimenti religiosi sì, ma insieme politici 
e quindi più con ispirilo polemico, pubblicava delle 
importanti omelie mons. Francesco Brunii vescovo 
di Ugento e pari del regno di Napoli. Prende per 
soggetto gli eccessi del moderno liberalismo e va tra 
i primi nel combatterlo e proscriverlo; tratta, per 
esempio, delle ingiustizie contro Pio IX, del prote- 
stantismo, degli attentati contro la proprietà della 
Chiesa, della vera e falsa libertà. Declama alquanto, 
ma insieme incalza e conclude, non è però molto 
corretto nella forma. Le dette omelie, recitate nel- 
r avvento del '48, furono più tardi dedicate a Pio IX. 
Gli fa buon riscontro sulla stessa cattedra vescovile 
il suo successore mons. Vincenzo Branda^ buon let 
terato e valoroso polemista cattolico, a cui il mu- 
nicipio di Nicotera - Calabiia murava una lapide 
onorifica due anni dopo la sua morte, cioè nello 
scorso '9S. Certo parecchi altri vescovi, che non ab 
biamo nominato né nomineremo appresso, garegge- 
ranno coi già ricordati; non ci pare però di passar 
sotto silenzio il bergamasco Pietro Aurelio Multi 
(1773 1857), "^^^ battagliero degli ultimi e più in- 
chinevole alla pietà. Fattosi benedettino, dopo la sop 
pressione del 1810 si diede alla predicazione; appar 
tenne a molte accademie, diresse gli studi filosofici 
in patria pubblicando i suoi Saggi filosofici; fu quindi 
nominato vescovo di Verona, e poi patriarca di Ve- 
nezia. 

Rammento ancora tra i dispensatori più reputati .Catechisti 
della divina parola in questa prima metà di secolo, 
alcuni celebri catechisti. Ottenne rinomanza tra questi. 



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47^ CAPO DECI MOPU IMO 

Michele Piarlo^ abate di S. Gaudenzio, vicario gene- 
rale d' Alba, e poi vescovo in quella città. Le sue 
istruzioni dogmatiche ebbero parecchie edizioni e fu- 
rono raccomandate da due Brevi, cioè di Leone XII 
e di Pio VII); si può dire che l'arte sua risponda 
affatto al nome, perché presenta le verità religiose, 
derivandone le pratiche conseguenze, in modo com- 
piuto e al tutto facile e piano. Anche il torinese 
Giuseppe Rebaudengo, rettore del seminario e poi 
canonico teologo tenne un applaudito corso di istru 
zioni catechistiche. Piace infatti per la semplicità e 
per un largo svolgimento della parte morale; é però 
alquanto prolisso e disadorno. Con parola più nitida 
e con maggiore abilità dettava i suoi catechismi An- 
gelo Raineri, che predicò nella metropolitana di Mi- 
lano. Le sue istruzioni e i suoi sermoni piacquero 
per ben misurata dottrina e chiara disposizione. Tutti 
e tre però non mi sembra che si addentrino, quanto 
sarebbe oggi necessario per certi errori fatti comuni, 
in una sufficiente spiegazione del dogma. 

Nelle spiegazioni dei Vangeli si sollevarono tra 
gli altri Anton Luigi De Carli (1732-1807) di nobile 
famiglia milanese, gesuita, che predicò molto a S. Fe- 
dele, in patria, specialmente con lezioni scritturali e 
con esercizi spirituali; di lui nel 1828 si stampò in 
4 volumi r opera 11 Vangelo delle domeniche. Non 
accumula dottrina, ma piuttosto tocca il sentimento 
e ha nobiltà di dettato. Anche Francesco Moietta^ 
nato in Conegliano (1747 i8fi), buon letterato e 
parroco di S. Rocco e Domenico in patria scrisse 
delle buone spiegazioni dei Vangeli, stampate nel 1837 
in 3 volumi. Gio. Batta Maggi, vicario foraneo della 
Collegiata di Broni (diocesi di Tortona), vivente 
ancora, pubblicò nel 1826 i suoi sermoni sui Vangeli 
per tutte le domeniche dell* anno e i suoi discorsi 
morali, che ebbero una seconda edizione dieci anni 



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CAPObDEClMOPRIMO 477 

appresso; ha un animo che tacilmente si eftònde e 
quindi s' insinua e vince. Luigi Valle, arciprete a 
Torino e cappellano dell'esercito fece pur buona prova 
in questo arringo; ma più di lui Giulio Ratti, par- 
roco di S. Fedele a Milano. Dei resto i suoi discorsi 
sono commenti del testo, accompagnati da riflessioni 
morali, che toccano più materie e mancano quindi 
di quell'artistica unità che potrebbe renderli più ef- 
ficaci e belli. Invece mantiene un'artistica unità, in 
modo da prendere per lo più le mosse da un sem 
plice passo del Vangelo Giuseppe Branca, sacerdote 
oblato della Congregazione dei Ss. Ambrogio e Carlo 
e parroco del S- Sepolcro in Milano. L'opera sua. 
Spiegazioni del Vangelo per tutte le domeniche e 
varie feste dell' anno, fu stampata postuma e nel 1833 
se ne faceva a Milano la quinta edizione. In sostanza 
egli tesse un discorsetto a mo' di predica, con zelo 
sentito e vivace, ed in una forma molto semplice e 
mirando alla pratica. 

APPENDICE P AL CAPO XI. 

Da una Raccolta di panegirici per le teste della . 

Beata Vergine, stampata a Como da Pietro Ostinelli oratori iia- 
nel 1825 prendo parecchi nomi di predicatori di buona /a^meià^dei 
fama che fiorirono nel precedente secolo, ma quasi «ec. \ix 
tutti fecero anche udir la lor voce nel principio del 
nostro. Rammento tra questi: 

L' ab. Francesco Vettori y mantovano; Evasto 
Leone che predicava a Parma nel i8or, e con buona 
arte, quantunque senta troppo dell'accademico; Giam- 
battista Canaveri, prete dell'Oratorio di Bologna, 
che nel 1896 predicava a Carignano; Carlo M. Ga- 
brielli, prete dell'Oratorio di Bologna; Marcellino 
da Venezia dei Minori Riformati; Bartolomeo Ma^ 



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47^ CAPO DECIMOPRIMO 

lacrida dell'Ordine dei Predicatori; ab. Ilario Cesa- 
rottU che nel 1820 recitava cinque discorsi che poi 
fra r altre sue cose furono stampati; ab. Tranquii 
lino Carcani; Filippo da Rimella, minore riformato; 
Pier Grisologo da Castiglione d'Asti, cappuccino; 
Stefano' Bonsignore, sacerdote oblato, prefetto degli 
studi nel seminario arcivescovile di Milano, e poi 
nel 1826 vescovo di Faenza, aperto partigiano di Casa 
d* Austria nelle lotte contro la rivoluzione francese 
e l'impero napoleonico; Andrej Galli, parroco a 
Milano, morto nel 1816; Giambattista Torriani, da 
Mendrisio, canonico di Balerna ; Gianfrancesco Guen- 
-fi, canonico e pubblico professore a Torino; Santo 
Fontana, prete veronese; Antonio Serafino De Luca 
da Vicenza: Giuseppe M. da Lugano, cappuccino e 
vescovo di Pesaro; Giambatta Conati, canonico della 
cattedrale di Verona; Barnaba da Caprile, cappuc- 
cino; ab. Francesco ZanolU, veronese, Geminiano da 
S. Mansueto, agostiniano scalzo; Prete Paolo Be 
naglia, prefetto del ginnasio municipale di Verona; 
Giuseppe M. Croce, prevosto di S. Marco in No- 
vara; Michele Vismara della Congregazione degli 
Oblati di Milano; Gianlorenjo Berti, agostiniano, 
professore all'università di Pisa; Luigi Trevisani, 
sacerdote secolare, Ottavio Moreno, canonico onorario 
della metropolitana di Torino; Domenico Pino, do 
menicano Clemente Brignardelli, sacerdote secolare; 
ab. Vincenzo Mocchetti, pubblico professore neiri. R. 
Liceo di S. Alessandro in Milano. 

Aggiungo alcuni celebri Gesuiti: Giuliani Eri- 
prando dì Verona morto nel 1805, che spiegava la 
Santa Scrittura a Bologna quando Clemente XIV 
sopprimeva la Compagnia; la sua opera Le donne 
più celebri della santa nazione ebbe più edizioni. 
Mujjarelli Alfonso di Ferrara, morto nel 1813, fu 
gran propugnatore del Mese Mariano con la sua pre- 



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CAPO DECIMOPRIMO 479 

dicazione. Avogadro Gio. Andrea ài Venezia, (1735- 
1813) che fu vescovo di Verona, ma ristabilita la 
Compagnia, tornò ad essa e mori a Padova; si fece 
un* edizione delle sue omelie a Verona nel 1795. Gen 
tilini Gio Batta^ bresciano, morto nel 1816. Ga- 
rulii Camillo dì Fermo, morto nel 1816, pubbli- 
cava nel i8oD i suoi panegirici. Marotti Giuseppe di 
Allidonia (prov. di Roma) che fu segretario dei Brevi 
di Pio Vf e suo compagno di prigionia e quindi servì 
anche Pio VH, scrisse i Discorsi ai Romani sui prò 
digi operati da Dio a difesa e gloria della sua Chiesa. 

Tra i Domenicani ebbe buon nome dì oratore 
Vincenzo Pir attorti {\j6^ 1839) che nel 32 fu fatto 
vescovo di Albenga e Giacinto de Ferrari dì Oneglia. 
che pubblicò a Roma fi mese di maggio, e spiega- 
zioni delle Litanie Lauretane nel 1837. 

In una Collana di panegirici sacri pubblicata a 
Torino nel 1845 trovo che primeggiano gli oratori 
prof. Giambatta Gual^etti, che ha facondia e proprietà^ 
il prof Celestino A/awwrco dell* università di Genova 
e il teologo D. Costanzo Malacarne. 

Altri sono: il ven. Gaspare Del Bufalo (1786- 
1837) sacerdote romano, can. della basilica di S. Marco 
e più tardi fondatore della Congregazione dei Mis- 
sionari del Preziosissimo Sangue. Zelò la predica- 
zione popolare a segno che sul p»*incipio del nostro 
secolo era chiamato il giovane apostolo di Roma. 
Fu carcerato al tempo del dominio napoleonico, ma 
dopo la caduta del tiranno* riprese le sue missioni, 
che amò tanto da rinunciare per esse ad una pro- 
posta di Leone XH, che voleva mandarlo nunzio nel 
Brasile. Degno di stargli appresso, quantunque al- 
quanto posteriore di tempo, è X altro sacerdote ro- 
mano, ven. Vincenzo Pallotti ( 1793-1850) fondatore 
della Pia Società delle Missioni, che rispecchia assai 
dello spirito del ven. Gaspare. Predice molto e con 



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480 CAPO DECJMOPRIMO 

molto frutto, specie con le missioni, a Roma e nei 
suoi dintorni. Inoltre in questa prima metà di secolo 
Reginaldo Panichi pubblicava a Pisa nel 1830: Il 
fine dell' uomo, ovvero discorsi di vario argomento 
sulla Provvidenza divina. Gennaro Rotondo, napole- 
tano e cancelliere della real cappellania maggiore, 
rendea di pubblica ragione a Napoli nel 1842 quattro 
volumi di sermoni. Giuseppe Gatti canonico teologo 
della cattedrale di Casale, stampava una serie di 
conferenze dette dinanzi a' suoi uditori per difendere 
r autenticità dei Vangeli in generale, e in particolare 
contro gli assalti dei protestanti e degl' increduli. 
L'opera sua porta il seguente titolo: Critologia evan- 
gelica proposta in conferenze apologetiche contro la 
nota critica degli Evangeli e gli altri recenti errori. 
Mons. Gio. Nicolò Tanara arcivescovo d' Urbino e 
poi patriarca di Antiochia dettò le sue Omelie e istru 
zioni pastorali (Urbino 1847). D. Gir/o i?o/a parroco 
di S. Protaso a Milano: Annuario omelitico (Mi- 
lano 1822) Pier Jacopo Coppa ha: Discorsi sacro- 
morali per r esercizio della buona morte ( Milano 1844, 
voi. 3). Claudio Dalla Pieve missionario ex pro- 
vinciale dei Cappuccini: Sermoni quaresimali. Na- 
poli, 1835. Stefano Spina del Ss. Redentore: Istru- 
zioni al popolo e alle monache. Palermo, 1849; sono 
lodevoli, perchè molto nutrite di riflessioni semplici 
e pratiche; scrisse inoltre il Ritiramento spirituale 
degli ecclesiastici. Palermo, 1847 — ^^^ ^ ""^ ^^"^ 
di discorsi per gli esercizi spiriruali del clero. Inno 
cen{0 Raffaello Savonarola dei Chierici Regolari 
Teatini stampò: Orazioni sacre. Verona, 1847. Mons. 
Michele Amatore Labettì, vescovo di Asti che dettò 
le Istruzioni sulle quattro parti della dottrina cri- 
stiana. Alessandro Bossi, parroco di Borsano (prov. 
di Milano) autore del Triplice corso di omelie popò 
lari e del Corao completo di Istruzioni catechistiche. 



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CAPO DECIMOPRIMO ^( 



APPENDICE »« AL CAPO Xf. 



Francesco Saverio Feller d. C. di G. (1735-1802) Ortiori 
che più che grande oratore fu fecondo scrittore, mas- moA? neiu 
sime contro i principi di Voltaire e di altri filosofi *;*2**xil*' 
dcir incredulità; però anche come oratore lasciò varii 
discorsi sopra diversi argomenti di religione e di mo- 
rale cristiana. 

Gfò. Nicolò Beauregard di Metz va tra i più ce • 
lebri per la franchezza con cui combatteva la rivo 
1 azione già prossima allo scoppio. Entiò nella Com- 
pagnia di Gesù; era piccolo di persona ma di voce 
polente e tonava con gran forza e pieno di sentita 
ispirazione. Nel 1789 predicava alla corte facendo pre- 
sentire le calamità imminenti, e le sue prediche fu- 
rono cólte eoa la stenografia dalla viva voce e pub- 
blicate. Tredici anni prima che i fatti confermassero 
le sue parole, gridava co.si nella chiesa di Notre Dame 
a Parigi: « Si, o Signore, i vostri templi saranno 
spogliati e distrutti, le vostre feste abolite, il vostro 
nome bestemmiato, il vostro culto proscrittoi Gran 
Dio, che sento? che veggo ? Agi' inni santi, che facean^ 
risonar queste sacre volte in vostro onore, ahimé! 
succedono profane e lubriche canzoni! E tu, o divi- 
nità infame del paganesimo, o Venere impudica, tu 
pur osi venir qui a prendere audacemente il luogo* 
del Dio vivente, e a sederti sul trono del Santo dei* 
Santi e a ricevere il colpevole incenso de' tuoi nuovi 
adoratori! » Facea da profeta. Nel '94 si rifugiò in* 
Inghilterra, ove morì nel 1804. Nel medesimo anno^ 
moriva a S. Fiour, sua patria, Isacco DessaureU che 
si segnalò nella predicazione sotto Luigi XV, il quale 
per il panegirico di S. Luigi di Francia gli assegnò 

Storia della Predica\ione ecc. -51 



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4^2 CAPO DEHMOPRIMO 

una pensione di 1200 lire. Suo nipote nel 1829-30 
pubblicava a S. Flour i suoi sermoni, panegirici, ora- 
zioni funebri e istruzioni cristiane. 

Giuseppe Reyre dì Provenza fu pure gesuita, e 
predicatore di sì buon nome che soleano chiamarlo 
il piccolo Massillon. Nel 1788 predicava a Notre Dame 
di Parigi, e sotto il dominio del terrore fu incarce- 
rato. Scrisse molto per l' educazione dei giovani, e di 
lui nel 1809 ^''J stamparono a Parigi; Prónes nou 
vejux en, forme d homelies, che ebbero poi altre 
edizioni: mori nel 181 2. 

Bulonde Enrico di Fontaine le-Dun, gesuita, fu 
predicatore della regina, e lasciò sermoni sull'av- 
vento e sulla quaresima e panegirici, e presenta una 
dottrina ordinata e solida ma troppo arida e priva 
di grazia; moriva nel 1810. 

Si segnalò poi non solo nella eloquenza ecclesia- 
stica ma anche nella politica Gio. Siffredo Maury 
(1747 1817) che in parte distrusse la propria gloria 
col tradire il partito che avea preso, forse traviato 
dall' amore di gloria. Nacque a Vauréas nel Venosino, 
studiò ad Avignone, si portò assai giovane a Parigi 
ove vestì l' abito ecclesiastico per darsi tutto ali* elo 
quenza, diede a 26 anni un saggio di splendido in- 
gegno con r elogio di Fénélon ottenendo 1' accessit 
dall'accademia francese, predicò tre quaresime alla 
corte di Luigi XVI, e, fatto deputato all' Assemblea 
costituente, fu un de' più forti sostenitori dei diritti 
del re e del clero, il solo che sapea confondere i so- 
fismi di Mirabeau. Fu di intrepida costanza: una 
volta uscendo dall' assemblea la turba, eccitata dai 
mestatori, gridò: « alla lanterna l'ab. Maury »; 
ond' egli appressandosi a loro senza punto scomporsi 
soggiunse: « eccovi l'ab. Maury; quando l'avrete 
messo alla lanterna, forse ci vedrete più chiaro? » 
Questo tratto di vivacità fu accolto con un plauso- 



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CAPO DKCIMOPRIMO 483 

]l partito preso lo obbligò ad esulare allo scoppio 
della rivoluzione, e venne a Roma ove fu accolto da 
Pio VI e fatto cardinale e vescovo di Montefiascone 
e di Corneto. Ma, invitato sotto l'impero a tornare a 
Parigi, non si mostrò alieno da una chiesa nazionale 
e accettò l'arcivescovado di Parigi contro il cardi- 
nale Tesch, rimosso dall'imperatore; finì umiliato nel 
ritiro dei Lazzaristi a Roma. Bruciò le molte sue pre 
diche, ma restano i discorsi scelti da lui e stampati 
intorno a varii argomenti di religione e letteratura; 
di lui principalmente si lodano i panegirici di S. Luigi, 
di S. Agostino e di S. Vincenzo de' Paoli. Scrisse an- 
cora il suo Saggio sulla eloquenza del pergamo, che 
fu assai lodato, e il merita per buon senso critico 
nella scelta dei discorsi e nei giudizi; benché venga 
meno a se stesso parlando dell'eloquenza italiana che 
mostrò di conoscere molto poco. 

Attraverso il turbine della rivoluzione spicca pur 
la figura dell' ab. Legrìs Duval (1765 1819) che, se 
non va sommo tra gli oratori, primeggia tra i carat- 
teri franchi nel combattere per la giustizia. Fu lui 
che osò presentarsi all' Assemblea che condannava 
Luigi XVI per chiedere di essere mandato come con- 
fessore al re. Sotto l'impero, senza venir meno a* do- 
veri di cattolico, si esercitò nelle opere di carità e 
per quanto poteva in una predicazione non clamo- 
rosa. Nel 18 16 predicava l'avvento alla corte. I suoi 
sermoni vestono il carattere del secolo passato, ma si 
piegano alle esigenze del tempo e sono animati da 
verace sentimento. Furono lodati principalmente i 
suoi discorsi sull'indifferenza pratica, sul buon esem- 
pio, sull'amore alla verità. 

Gio. Pietro Richard (1743- 1820) (da non confon- 
dersi con Gio. Richard, morto nella prima metà del 
secolo passato, laico e maritato ma che scrisse e pub- 
blicò molti discorsi sacri per il pulpito) fu gesuita e 



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484 CAPO DECIMOPftlMO 

abbracciò con la sua predicazione i tempi della deca- 
denza delia dinastia regia, avendo predicato a S. Denis 
alla presenza della figlia di Luigi XV; i tempi della ri- 
voluzione, poiché predicava nel 1800 l'avvento a 
S. Rocco; e i tempi della ristorazione, perchè compiva 
la sua carriera col quaresimale alle Tuilleries nel 1818. 
Va lodato per imaginazione ricca e brillante e per 
nobiltà di sentimenti. 

Cesare Guglielmo De la Lucerne ( 1738 1821 ) é 
noto principalmente per le sue spiegazioni del Van 
gelo, che, a dir vero, non sono un tipo di buoni di- 
scorsi, perchè diventano piuttosto un commento mo 
rale del testo, trattando svariati arggmenti, ma for- 
niscono di molta materia e possono tornar utili ai 
dispensatori della divina parola al popolo. Fu ve- 
scovo di Lengres, e da ultimo cardinale. Combatté 
la rivoluzione, dovette esulare, visse alcun tempo in 
Svizzera e molto più a Venezia. Ne suoi sermoni si 
mostra dolce e persuasivo. 

Stefano Ant De Boulogne { 1747 1825) va pure 
tra i buoni oratori. Nacque ad Avignone, si fece co- 
noscere alla corte di Parigi nel 1778, arrestato nel '92 
per aver ricusato il giuramento, seppe difendersi con 
la sua vigorosa parola tanto da esser rimesso in li- 
bertà; Napoleone 1 che l'avea nominato vescovo di 
Troyes, offeso poi da alcune parole d* un suo di- 
scorso, ordinò che si dimettesse o l'avrebbe fatto fu- 
cilare^ e per la costanza di quel vescovo sarebbe ve- 
nuto a' fatti, se gli Alleati non giungevano in tempo 
di liberarlo. Fu fatto da ultimo arcivescovo di Vienne 
e pari di Francia. Le sue opere hanno meriti non 
comuni; molto fu lodato il sermone sull'eccellenza 
della morale cristiana. 

Nicolò Mac cartky (1796-1833) contuttoché nato 
a Dublino in Irlanda, può dirsi un oratore francese, 
perché suo padre, quand'aveva 4 anni, venne a 6s- 



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CAPO DECIMOPRIMO 485 

sarsi a Tolosa in Francia. Fu ordinato sacerdote a 
Cbambery nel 1814 e quattro anni dopo entrò nella 
Compagnia di Gesù. Nel '19 predicò a corte, e quindi 
percorse le città della Francia come un missionario 
e con grande successo, risvegliando ovunque il sen- 
timento affievolito della religione. Tenne dei discorsi 
anche a Roma e a Torino. Fu in lui meraviglioso 
il dono dell' improvvisare, onde assai agevolmente 
mutava il discorso e il modo di condurlo secondo le 
qualità dell'uditorio; era pure in lui notabile e tutta 
propria V azione. Ha molto sentimento e non manca 
di bella forma; furono lodati i suoi discorsi sulla 
sventura di chi vive nell' incredulità, sulla parola di 
Dio, su Gesù Cristo principio di ruina e di risurre- 
zione a molti, sui trionfi della Chiesa. 

Il miglior rappresentante però della eloquenza del 
pulpito al tempo dell' Impero e della restaurazione in 
Francia fu Dom. Frayssinous ( 1765- 1841 ). Nacque a 
Curiéres nella diocesi di Rodez, fu ordinato sacerdote 
nel 1789, e visse pressoché occulto nel suo paese fino 
al 1801. Ristabilitosi il culto cattolico sotto la potenza 
di Napoleone I, si recò a Parigi, ove insegnò teologia 
dogmatica e intraprese una serie di istruzioni cate- 
chistiche nella chiesa dei Carmini, già consecrata dal 
sangue dei martìri della strage settembrina. Il fiore 
della colta città intervenne, giovani e vecchi; egli 
senti r ambiente in cui si trovava e mutò i semplici 
catechismi in conferenze; si chiedeva una radicale 
difesa delle dottrine del cristianesimo radicalmente 
disconosciute e manomesse, e vi si accinse con animo 
ardito e con competente dottrina; e T uditorio crebbe 
a tal segno che bisognò trasportarsi dalla chiesa men 
capace dei Carmini a quella di S. Sulpizio, e s' iniziò 
un vero trionfo della parola evangelica. Si matura- 
rono cosi quelle conferenze che poi furono pubblicate 
col titolo di Difesa del Cristianesimo. Quanta via 



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486 CAPO DECIMOPRIMO 

s'era fatta dai tempi di S. Giustino e di Tertulliano) 
Et>pur bisognava tornar sugli stessi argomenti. Q,uel 
Napoleone che dapprima Y avea lasciato parlare, il 
fece tacere quando T oratore gli tornava incomodo. 
Ma per poco, perchè, dopo la caduta del tiranno, ri- 
comparve sul pergamo con maggior plauso; onde fu 
poi fatto vescovo, membro dell' Accademia, rettore 
deir università e finalmente ministro degli affari ec- 
clesiastici e dell'istruzione pubblica. Egli deve molto 
della sua rinomanza alla chiarezza con cui dispone 
e svolge la sua materia, e ad uno stile, che, senza 
perdere dignità, sa infiorarsi con eleganza e buon 
gusto. Torna a sua lode il non aver mai perduto la 
nativa modestia. 



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487- 



CAPO XII ED ULTIMO. 



Nuovo avviamento dell'oratoria nella seconda metà del secolo XIX 

— Oratori insigni che vengono a morire in questo tempo — 
P. Gioachino Ventura, Gio Batta Giordano, Tiberio S^grini, 
Vincenzo Srocchi, Tom Gaudenzi, Placido M. Schiaffino, Carlo 
M C'irci, Gaetano Alimonda, Secondo Franco, Egidio Mauri 

— Alcuni vescovi autori di buone paKtorali, e altri oratori che 
specialmente attesero a catechismi o spiegazioni di Vangelo ^ 
Si tocca soltanto di alcuni oratori viventi — xVppendlci I e U. 



Già nello sguardo generale che gettammo sopra 
tutto il tempo che corre dalla rivoluzione Francesca ^^g^l^ij--* 
noi si accennò al nuovo avviamento dell'oratoria, un nuòva 
è tale che oserei dire che ora s' inizii un nuovo pe- ^*"^ ** 
riodo che si stacca spiccatamente dalle convenziona- 
lità accademiche, dai troppo uniforme svolgimento 
dei soggetti e da una forma tanto compassata che 
spesso par lavorata a freddo. Non mancano anche 
oggi i difetti, e ne metteremo sotto gli occhi alcuni, 
additando qualche rimedio che ci parrà opportuno; 
tuttavia bisogna pur dire che si son fatti anche dei 
buoni tentativi, che non son senza merito. Si la- 
sciano andar in disuso certe questioni e riflessioni 
che hanno poco o nulla a che fare con noi, certe si* 
tuazioni diventate quasi di prammatica e stucchevoli, 
certe frasi diventate rancide e viete, per seguire piut- 
tosto il sentimento e ispirarsi alla vita, al pensiero, 
alla lingua viva del popolo, nello stesso tempo che 
si cerca educarlo e istruirlo, elevandolo in una re- 



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à 



4ob CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

gione superiore. Avviene così che il discorso, senza 
rinunciare a una dottrina, a un ragionamento e ad 
uno stile che lo sollevi alquanto, trova modo di ri- 
specchiare la semplicità e la naturalezza delle cose 
fresche e spigliate. Non mancherà qualcuno tra gli 
oratori, come sempre suol succedere, che strilla in una 
nota dissonante, atteggiandosi in modo da diventare 
una caricatura del passato, ma credo che la critica do- 
vrà in generale riconoscere qualche progresso nel senso 
accennato. Tutto ciò è buon effetto, come si avver- 
tiva, di quella scuola romantica che menò tanto ru- 
more al principio del nostro secolo, e che, da prima, 
come importazione straniera, bruttò le nostre lettere 
con le solite esagerazioni delle scuole, ma che ri- 
messa in carreggiata dal poeta degl'inni sacri, fini 
coir indurci a spogliare certi vestiti di taglio antico 
e ad indossare gli abiti oggi in uso tra la gente am- 
modo. 
T . -1 Parmi che non si possa dire che l'avviamento più 

La morale ,. , '^ , •• • . , 

è troppo recente di questa eloquenza perda di vista la morale 
J dispane cristiana e non miri a disciplinare i costumi: la tra- 
dizione costante, la vigilanza della Chiesa, il continuo 
\ bisogno che se ne sente, richiede sempre più che non 

si metta in dimenticanza un tal fine da chi sa che i 
I traviamenti della ragione derivano ordinariamente 

' dai traviamenti del cuore e delle passioni. Vorrei dire 

I però che oggi sotto questo riguardo si pecca per di- 

fetto. 1 moderni che sono in maggior grido hanno 
per nota dominante, assai più che in passato, la po- 
lemica e l'apologetica, e sembra che troppi e troppo 
se ne occupino; perché ci furono già regalati su questo 
tòno interi quaresimali; e servano d'esempio quelli 
del card. Alimonda e del p. Curci. Non già che ne 
manchi il bisogno, oggi che con procace spavalderia 
l'incredulità assale la fède, cercando di ^demolire da 
cima a fondo tutto il grande edifìzio di Cristo e della 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 489 

sua Chiesa. Il bisogno e* è e si sente, e sta bene che 
la parola dell' oratore cristiano gridi all'erta e appresti 
dei rimedi. Ma il troppo stroppia, e gioverà sempre, 
come si disse, attendere al luogo, al modo, al tempo, 
alla misura, e richiamarsi agli ammonimenti della 
lettera recentemente data, e da noi già citata, delU 
Congregazione dei Vescovi e Regolari; e sulla quale 
non giova ora tornar su. 

Resta pertanto il fatto che una delle qualità spe- è buona u 
ciali dell' oratoria contemporanea è questa tendenza; *^°"/*^*J" 
che sarà, io credo, commendata in quanto gli ora- se mìsorata 
tori mostrarono di essersi ispirati ai bisogni dei tempi, 
ma certo non troverà plauso quando si sappia spre- 
cata per inopportunità di tempo e di luogo. Forse 
converrebbe che, come in Francia a Parigi, anche da 
noi si fissassero alcuni pulpiti nelle città più grandi, 
ove a più eletta udienza si presentassero le più gravi 
discussioni religiose e si assalissero ex professo certi 
errori moderni; ma che si togliesse il guaio di infilar 
in ogni oltavario o triduo controversie e polemiche 
davanti ad udienze che abbisognano di ben altro 
pane. Tutto al più, ripeterò, mirino rapidamente e per 
indiretto a certi errori, e sempre senza cercar troppo 
occulte origini e ragionarne a lungo di guisa che l'udi- 
tore possa dare una breve e più facile risposta a sé e, 
se occorre, anche agli altri intorno agli spropositi pro- 
pagati ed uditi. 11 che mi par più savio, quando penso 
che questa gente, che si dà l'aria di scettica, di scre- 
dente e disprezzatrice di ogni pratica religiosa, non 
viene in chiesa, e se talvolta per caso ci viene, è troppo 
mal prevenuta, perchè intenda e apprezzi il vero 
parzialmente esposto in un discorso. Aftinché la grazia 
di Dio vada a trovar costoro converrà meglio illu- 
minarli con libri, opuscoli, periodici studiati e seni, 
che oratori e teologi sanno in ogni età fornire, onde 
il principio cristiano secondo i variì bisogni dei tempi 



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490 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

brilli in tutto il lume della sua bellezza e si possa 
gustare da tutti gli uomini di buotia volontà. 

Secondo me l'eloquenza moderna continua an 
Cora a valersi soverchiamente di un ragionamento 
che troppo spesso si fonda su argomenti puramente 
umani, e si diletta di citazioni di filosofi e letterati 
miscredenti. Quel difetto di cui si lagnava il Segneri 
nel Seicento per il gran ricorso che faceasi ad Ari- 
stotele, a Platone, a Seneca, a Cicerone, continua in 
parecchi de nostri oratori quanto allo spìrito se non 
quanto alle fonti a cui si attinge; eredità anche questa 
del secolo scorso. Non di rado infatti si odono certe 
litanie di nomi che andrebbero utilmente dimenti- 
cati, mentre si tace della Scrittura e dei Padri. S* in- 
tende che la censura non é rivolta contro un uso 
parco e necessario, specie nei lavori apologetici, ma 
contro r abusò, quando cioè si vuole isfopgiare eru- 
dizione inconcludente ed inutile lusso. In tal caso 
converrà metterci innanzi agli occhi il modello della 
predicazione di S. Paolo, che diceva ai Corinti : « lo- 
quimur non in doctis humanae sapientiae verbis, sed 
in doctrina Spiriius, spiritualibus spiriiualia campa- 
rantes (i). 
Difetto ^^^^ buono inoltre che gli oratori moderni si 
dell' am- guardino da un altro difetto che a mio parere mi- 
troppo ?f naccìa Tarte contemporanea e che deriva dal desi- 
h'ogoaggio (jerio (pur giusto dentro a certi confini) di trattar la 
materia con nuove forme che i tempi richiedono. 
Vo* dire del vezzo di alcuni che soverchiamente am- 
modernano il linguaggio, in modo che rifletta non 
lo stile tradizionale del popolo più sano e che pensa 
e parla più correttamente, ma lo stile di certi pub- 
blicisti e certi giornali che affrontano le questioni re 
ligiose senza fondamento di dottrina, inventando 



(i) I. ad Cor II. 13. 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 49I 

neologismi o falsificando il valore delle parole antiche 
e confondendo in tal modo la precisione delle idee. 
È a questo proposito che bisogna ricordarci che lo 
studio della parola é sovente anche studio di idee, e 
che chi non rispetta la proprietà del dire corre peri- 
colo di inquinare la sostanza del discorso. Vedano 
pertanto alcuni di non venir meno alla precisione 
teologica del linguaggio, senza della quale parecchie 
espressioni si potrebbero tirare a mal senso o frain- 
tendere. Per siffatta inesattezza pur troppo potrebbe 
a poco a poco alterarsi nelle menti del popolo il con- 
cetto giusto delle verità cristiane. Del resto torniamo 
a dire che, non ostante alcuni difetti, ci pare che 
ravviamento più recente contenga un progresso, che 
continuerà, se si saprà nutrire di soda dottrina teo- 
logica il discorso, se la Scrittura e i Padri forniranno 
in maggior copia argomento ad opportune rifless'oni 
sui tempi nostri, sicché l'eloquenza acquisti una so- 
stanziosa gravità. 

L* uomo che contribuì molto ad allontanar l'arte 
dal manierisnr.o accademico e a scegliere una via che Gioacchioo 
va più diritta alla mente e al cuore fu senza dubbio 
Gioacchino Ventura (1792 18631 ^^^ presto sollevan 
dosi tra' i primi nell' oratoria diede un potente e più 
sano impulso alla predicazione. Nato a Raulica in 
Sicilia, entrò da giovine nell' ordine de' Teatini, ove 
si riconobbe l' ingegno elevato e il suo spirito di pietà 
coir affidargli l' ufficio di generale. Per siffatto inca- 
rico trasportò la sua dimora a Roma, e molto vi 
predicò, specie a S. Andrea della Valle e a S. f^ietro. 
La sua abilità si fece conoscere da prima coli' ora- 
zione in funere di Pio VII, e continuò poi a rendersi 
più certa e splendida con quaresimali e rinomati 
elogi funebri, come quello a Daniele O' connell. L'au- 
tore sperò nelle promesse di libertà e d'indipendenza 
che si facevano risonare in tutta la nostra penisola 



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492 CAPO OECIMOSECONOO EO ULTIMO 

nel '48, ma, dolente di veder rivolti quei moti contro 
Pio IX, ritiravasi in Francia, a Monpellieri e quindi 
a Parigi. Con singolare ardimento non solo osò quivi 
predicare in una lingua non sua, ma presentarsi sulla 
cattedra già tanto celebre di Notre Dame, ottenendo 
plauso e gloria in una terra si ferace di nobili ora- 
tori. Divenne caro per tal modo a Napoleone III, che 
mirava a procacciarsi un appoggio a* suoi fini poli- 
tici. Tanto più che il Ventura si mostrava abile pub- 
blicista e accarezzava le idee del nuovo imperatore, 
spargendo nella società parigina degli opuscoli., il cui 
eco ripercotevasi in quasi tutta Europa; inconscio 
al certo del male che co va vasi nei sinistri divisa menti 
deir uomo che vedea squarciata la tela de' suoi sogni 
a Sédan. Come sacro oratore com batté, specie in 
balia, la scuola accademica e T artifizio (già ne ci- 
tammo alcune sentenze ragionando in generale sul 
carattere di tutto il nostro secolo); e per questo di- 
ventò davvero potente per dottrina bene scelta, per 
chiarezza e semplicità di esposizione, per appropriate 
applicazioni, e a tratti anche per slancio di senti- 
mento. Cosi ragionava dell'arte sua: « Mettiamo poi 
uno studio particolare ad evitar le vane descrizioni, 
i concetti peregrini, le frasi ricercate, le parole che 
non sono d'uso e di una intelligenza comune; ad 
evitare insomma tutto ciò che può divertire l'atten- 
zione del cristiano uditorio dalla predica, e conci 
liarla col predicatore. 11 gran secreto della sacra elo- 
quenza consiste in questo, che il sacro dicitore si 
comporti e parli in modo da cattivare gli uditori a 
quello che esso dice, non a quello che esso è » (1). 
Con queste norme e' trova modo di rivestir d* im- 
portanza il dogma, di rincalzarlo e spiegarlo con 
molte sentenze della Sacra Scrittura e molti commenti 

ii) Prefazione alla Scuola dei Miracoli. 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 493 

dei Ss. Padri. Cosi stringesi tutto alla dottrina e al 
mistero di cui tratta, non perchè non curi la nìo^ 
rale, che viene con rapidi tocchi indicata, ma perchè 
la morale trae di qui la sua ragione di essere e la 
sua forza obbligatoria: « Volere che si predichi dei 
doveri, separandoli dai misteri e dai dogmi, è un 
volere far discendere la predicazione cattolica alla 
miseria., alla nullità, allo scandalo della predicazione 
protestante; é un farsi in certo modo l'eco dei co. 
rifei dell'empietà del secolo scorso che gridavano di 
continuo: la morale, la morale, il resto è niente; è 
un voler trasportare in chiesa la morale dei teatri. 
La morale cristiana, divisa dal mistero cristiano e 
che non discende dal dogma come la luce dal sole, 
è una morale cristiana che non ha base divina; una 
morale cristiana più perfetta, se si vuole, di quella 
degli Accademici e degli Stoici; ma non però più 
certa, più obbligatoria, più importante » (i). E un 
tal modo di predicazione chiaro e nutrito di buone 
ragioni teologiche piacque a Roma e dovunque, tanto 
che la chiesa pur sì capace di S. Andrea della Valle 
era riboccante di popolo quando predicava lui, e il 
Capitolo Vaticano in sette anni l' invitò a predicar 
quattro volte nella basilica di S. Pietro, appuntò 
perchè era avidamente udito da tutti. Il che avve- 
niva non ostante alcune mancanze che l'oratore me 
desimo riconobbe in sé stesso: «L'amor proprio 
(diceva nella già citata prefazione) non c'illude a 
segno che non conosciamo ciò che come oratori ci 
manca: ci manca e voce e gesto e presenza ed ele- 
ganza e precisione nel dire e grazia nel pronunciare. *» 
E altrove, cioè nella Prefazione agli Elogi funebri: 
a Siamo lontanissimi dal credere che questa colle 
zione possa meritar lode sotto il rapporto dello stile. 



(i) Prefazione alla Scuola dei Miracoli. 



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494 ^^^ DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

del linguaggio, del gusto. » Ed è peccato davvero che 
una più benigna vena d'ingegno artistico o un più 
ampio studio sopra i nostri più purgati scrittori non 
abbiano aggiunto a tanti meriti quello d' un più per- 
fetto magistero di stile e di lingua; che forse non vi 
sarebbe più appropriato modello da mettere oggi in 
mano alla gioventù ecclesiastica. 
Opere Le sue opere principali sono: La Scuola dei Mi- 
racoli composta di 40 omelie dette a S. Pietro, che 
si riducono a do(te spiegazioni di parecchi vangeli. 
// Tesoro nascosto, che si svolge in una seiie di 
omelie sulla Passione di N. S. G. C. che hanno un 
compimento nel soave trattato che porta il titolo di 
Maria appiè delLi Croce, La bellej^a della fede nei 
misteri dell* Epifania, ovvero la felicità di credere in 
Gesù Cristo e di appartenere alla sua Chiesa, letture 
succose e piene di amorevolezza cristiana; La Madre 
di Dio, Eloffi funebri, svolti con pensieri di elevata 
dottrina e intenti a infondere la vita cristiana nella 
politica e in tutto l'organismo sociale; La donna cat- 
tolica, trattato utilissimo ai giorni nostri e adatto 
alla predicazione, a cui fanno seguito le Omelie sulle 
donne del Vangelo. La ragione filosofica e la ragione 
cattolica furono il soggetto di belle conferenze tenute 
a Parigi nel '51 ; e il Potere politico cristiano si svolge 
in una serie di discorsi, pronunziati la quaresima 
del '57 nella cappella imperiale delle Tuilleries di 
nanzi a Napoleone III, alla cui politica, come si av- 
vertì, r oratore mostravasi favorevole. Si può dire che 
il Saggio sul potere pubblico sia uno studio filosofico 
fatto per dar più compiuta spiegazione a quei di- 
scorsi. Lasciamo andare altri lavori che hanno nìi- 
nori attinenze con la predicazione. Ognuno capisce 
che il Ventura fu vero oratore originale, senza venir 
meno agl'intenti della predicazione cristiana, e che 
ben a ragione attirò sopra di sé gli sguardi de' suoi 



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CAPO DECfMOSECONDO ED ULTIMO 495 

contemporanei: seppe sostituire all'eloquenza delle 
immagini, delle descrizioni e dell' enfatica declama- 
zione quella della dottrina e delle cose, rimettendola 
sopra una via più diritta e propria. Il fatto che le 
sue opere corrono ancora per le mani di tutti mi 
dispensa dal recarne alcun saggio. 

Certo assai lontano dalla ben derivata e ben con- 
densata dottrina del P. Ventura, ma pur oratore di 
non poca efficacia per una parola anfmata, colorita e 
popolare dirò il can. Gh. Batta Giordano che ot- 
tenne molto favore e fece del gran bene, specie in 
Piemonte. Nacque a Torino, ed ebbe la fortuna di 
respirare tra le domestiche pareti un'aura di religiosa 
pietà che lo avviò al sacerdozio, cantando altri due 
fratelli sacerdoti e parecchie sorelle che cercarono un 
asilo di pace nel chiostro. Vestì Y abito clericale 
nel 1834, e primeggiò negli studi per memoria assai 
felice, per sentimento delicato, per vivace imagina- 
zione e gusto pel bello, tutte cose che lo predispo 
nevano all'oratoria; prese quindi la laurea in teo- 
logia e nel '40 saliva all'altare. Nei primi anni del 
ministero, pur esercitandosi in qualche breve predi- 
cazione, come di spiegazioni di vangelo o di tridui e 
di novene, continuò ad attendere allo studio, pro- 
gredendo in modo non comune nella pietà, special- 
mente nell'amore a Gesù Sacramentato, e mostran- 
dosi franco e ardente nell' affezione alla Chiesa e alla 
S. Sede, però con la soavità del Salesio. Si unì 
nel '49 ai canonici della Ss. Trinità che uffiziano la 
chiesa del Corpus Domini, e fu proprio nella detta 
chiesa che non solo manifestò il suo zelo coli' ascoltar 
le confessioni, ma che addimostrò singolare abilità 
nella predicazione; onde nel '53 fu invitato a predi- 
care il mese di maggio nella chiesa delle Perpetue 
adoratrici in Torino, levando alta fama di sé; dopo 
di che si può dire che ovunque si recasse non si tro- 



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49^ CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

vava luogo capace di contenere la folla avida della 
sua parola: Genova, Milano, Bologna e più altre 
città del Piemonte ebbero occasione di ammirarlo e 
sperimentarne i frutti. Fu di salute assai cagionevole; 
saliva spesso sul pulpito con la febbre addosso» perciò 
dovette uscire dalla Congregazione di cui facea parte, 
e ritirarsi nella prossima villetta di Rivalla, ove chiuse 
la sua travagliata esistenza nel 1877. 

Le opere sue, tranne pochi discorsi, furono pub 
blicate in più edizioni dopo la sua morte, e sono: il 
Quaresimale, le cui prediche mescono ad alcuni ar 
gomenti apologetici molti argomenti consueti, ma 
aprendosi spesso e abilmente il varco a qualche sor- 
tita per combattere gli effetti della moderna incredu- 
lità. Inoltre ha la La Novena del Natale e dei Morti, 
intente a preparare gli animi alle relative feste; 7 
Giovedì eucaristici, splendida e affettuosa predica 
zione sopra il Sacramento dell* altare, nella quale 
manifesta una pietà profondamente sentita ; le /sl^ 
jioni catechistiche sopra i sette peccati capitali, tenute, 
come i giovedì eucaristici, nella chiesa del Corpus 
Domini; e gli Eserciti al clero che avea predicati 
con gran frutto ai sacerdoti delle diocesi vicine. 
Arte tua A dare un' idea del suo metodo e dell' arte sua 
diciamo subito eh' egli rivolge spesso il discorso ai: 
bisogni particolari dell* età nostra, ma senza dimen 
ticare gran fatto i più comuni e proprie di tutte le 
età. Si fermò specialmente sugli apologisti di Francia 
e attese pure all'avviamento del p. Ventura, anzi 
non di rado li rammenta; però convien dire che la 
sua polemica discende molto al livello del popolo e 
mira alla riforma de' costumi e può arrecar molto 
bene. Le sue più belle qualità io le riconosco in un 
sentimento che erompe vivace e nel saper render fa- 
cili e concrete le teorie della morale cristiana; onde 
abbondano le descrizioni della vita reale del popolo 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 49/ 

e spesso i concelli che s' incarnano nelle parabole 
evangeliche o negli esempi lolli dalle slorie ecclesia- 
stiche; di qui venne che fu pronlamenle inleso e gu- 
stalo. Non mancano però alcuni difetti, e noto tra 
quesli un fare un po' troppo imaginoso, nel quale si 
rende visibile alquanto l'artifizio, fino a mettersi tal- 
volta in qualche posa che mi pare un pochino tea- 
trale; difetto avvertilo da principio dall'autore me- 
desimo. Un'altra cosa, che nuoce a mio credere 
ancor più, è che la dottrina nello svolgimento del 
soggetto non serba sempre le richieste proporzioni, 
onde il corpo del discorso, per così esprimermi, sembra 
alquanto di membra deboli e incerte, onde, chi volesse 
sotto questo aspetto raffrontarlo col p. Ventura, do- 
vrebbe collocarlo un gradino più basso. Ad avvalorare 
il buon giudizio richiamo un tratto sull'osservanza 
della domenica. « Lasciate che si lavori, dicono con 
aria di gran sussiego, è meglio occupare la domenica 
nella fatica, che gittarla in disordini; mirale nei di 
festivi lo scorrazzare per le contrade e gli alti sconci 
e le grida che mostrano la ebbrezza di colui che ha 
sprecato nella domenica l' avanzo intero degli altri 
giorni ; é meglio incatenarlo al lavoro, anziché darlo 
in braccio al vizio. — Sta bene fingere così ? Ingrati 1 
La Religione medesima che impone di usare aìla 
chiesa, non impone pur essa la temperanza? anzi 
non è qui slesso da questo pergamo che sente l'ar- 
tigiano ricordare i doveri di padre, e i diritti della 
famiglia che tiene in casa? Vuoi tu cacciare dal po- 
polo r ubbriachezza e quel suo fare ruvido ed ira- 
condo? vuoi tu ingentilirne i modi, far che quel 
rozzo petto senta le dolcezze della vita? lasciagli un 
giorno ove, tra le braccia de' suoi, gusti le gioie di 
consorte e di padre, lascia che assista anch' esso alle 
belle solennità della Chiesa, lascia all' anima che si 
ricrei, che senta una parola di fede e di religione: 

Storia della Predicazione ecc. 32 



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498 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

no, non è in chiesa che apprende i vizi e si attiz- 
zano le sue passióni; é là nel fragore delle officine, 
nelle licenze de' suoi compagni che diventa malvagio; 
cosicché, appena cessato il lavoro, cerca di ristorarsi 
con una gioia brutale; lascialo venire in chiesa, qui 
non s'impara che ad essere cristiano, vale a dire 
galantuomo. Si, uditori, quella massima cosi accetta 
a dì nostri e ripetuta con certo sorriso sulle labbra 
— chi lavora prega — è massima d' un dispotismo 
feroce! E s avvisano di proferire una gran bella cosa; 
ma chi sempre lavora non ama, non s' istruisce, non 
gusta le soavi emozioni del cuore, e l' uomo è nato 
non solo per la fatica, ma per la gioia, per la virtù, 
per r amore! Chi lavora prega, ma chi lavora con- 
tinuamente vive assorbito dalla fatica, e l'anima di- 
giuna di pensieri e di afletti viene soperchiata dai 
sensi, allora l'uomo, quell'essere così nobile, con 
quella fronte che guarda al cielo e collo spirito che 
tende in alto come la fiamma, 1' uomo smarrisce il 
sentimento di sua dignità; il suo cuore, incapace di 
soavità e di dolcezza, diventa un membro ignobile, 
non acconcio ad accoglier Dio, destinato oggimai 
nuli' altro che a ricevere e poi respingere il sangue e 
misurare co' suoi battiti un tempo vergognoso.... Dire 
eh' è giusto si lavori ogni giorno perchè ogni giorno 
si mangia è un metter l' artigiano a pari col bue che 
mena i solchi dei nostri campi, anzi anche al bue 
togli il giogo perché il cuoio della giogaia non s' im- 
piaghi, ed allora esso mangia, eppure non lavora, che 
fatica non interrotta finirebbe ad ucciderlo; e l'uomo, 
ditemi, r uomo... ed è qui dunque che dovea finire 
la vostra filantropia? Ah! gli è certo per derisione 
sanguinosa che noi chiamiamo fratelli cotesti uomini! 
Chi non lavora non mangia, eppure vedo ricchi che 
mangiano a due palmenti, e sento uscire dalle cucine 
loro migliore fragranza che dal comignolo di chi la- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 499 

vera, e a tutto compenso vorranno costoro dargli di- 
ritto di lavoro senìpre? Chi non lavora non mangia; 
vuol dir dunque che il pover' uòmo dev'essere le- 
gato per la gola, e così coi pungoli della fame cac- 
ciato sul sentiero, finché stramazzi di stenti; e il suo 
padrone può disporre di forze, logoramelo barbara- 
mente come un arredo della sua fabbrica; vuol dire 
che la povertà debba essere eterna, e la mente, il 
cuore, la intelligenza devono sempre rimanere in- 
colte nel miserabile, e che una immensa generazione 
d' uomini è destinata a consumare i giorni, la vita, 
il respiro, come là nella lampada si consuma Tolio 
davanti a Dio. Ma allora che valea studiar tanto, e 
trovare invenzioni sì peregrine, se nulla giovano a 
migliorare le condizioni del popolo, a sollevare le 
sue povere braccia, e tutto finisce per costringerlo a 
un continuo lavoro perchè non muoia di fame? la- 
voro che lo aggioga ad un nodo da negargli persin 
un giorno in cui dare un respiro, sentirsi uomo, mo- 
strarsi cristiano? Se è così, meglio è la civiltà del 
selvaggio: può almeno al levare del sole uscire dalla 
sua tenda, piegare il ginocchio sulla sabbia, e col- 
r idioma della foresta lodare il Grande Spirito, adem- 
pire il suo culto; forse non ha per tempio che il suo 
cielo, non ha per lampada che la luna, ma almeno 
è libero di sé, può godersi in pace i suoi riposi, le 
sue solennità; può carezzare il bambinello che pende 
sul petto della madre e ristorarsi nella pace della 
famiglia dalle fatiche incontrate nella caccia delle 
belve. E noi cristiani, noi educati alla scuola del 
Vangelo^ neghiamo al povero questo diritto di fede 
e di religione, cui natura e' intima con un grido sì 
ragionevole? e il povero, il povero stesso si reca a 
gloria di rinunziarvi e menarne vanio quasi fosse un 
guadagno? O popolo, te ne avvedrai tosto o tardi, 
come francandoti da un dovere di tede, ri rapivano 



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tgle 



500 CAPO OECIMOSECONDO ED ULTIMO 

un diritto di umanità, nascosto nel precetto naede- 
Simo; ritorna, o popolo ad abbracciar questa fede, 
sostegno e speranza di tutti quelli che lavorano. E 
tu. Padre, perdona, o Padre, perchè non sanno quel 
che fanno; calpestano una legge che non era per te, 
ma per essi; si credono diventare più liberi sprez- 
zando la religione; ahimè! coli' essere raen cristiani 
non saranno che più infelici! > (i). 

Si tiene più al fare segneriano, di cui evidentemente 
si compiace, ma ha minor potenza del Giordano il 
p. Tiberio Sagrini della Compagnia di Gesù. Ebbe 
da natura una complessione assai gracile e mancò di 
quel tòno e di quella vivacità che rende la parola 
varia, vibrata ed attraente, e credo che per questa 
ragione non abbia raggiunto tutta li rinomanza che 
gli competeva. Del resto i suoi discorsi si leggono 
volentieri, perchè tessuti con argomenti validi e ben 
dichiarati e con sobrietà artistica; onde, non ostante 
i difetti del porgere, piacquero nelle città ove furono 
recitati, tra le quali rammento Torino, Genova, Pa- 
lermo, Roma, e ultimamente Milano, Bologna e 
Lucca, cosicché attirava a sé gli uomini più assen - 
nati e dotti. Si mostra accorto e conoscitore dei 
tempi e degli uomini nella scelta dei temi; e perciò 
rimanda e conquide molti errori e mali che infet- 
tano e guastano principalmente le grandi città, come 
avviene nei tre temi sopra l' antagonismo tra lo spi - 
rito del Vangelo e lo spirito del secolo, o nei quattro 
intitolati Religione e probità cercandone le attinenze, 
o nei tre sulla Chiesa cattolica, a cui se ne aggiun- 
gono due altri sulle ingiuste persecuzioni che soffre ; 
volle trattare con speciale discorso financo il suicidio 
ed il duello, forse mettendosi in un tema troppo ri- 
stretto. Tuttavia sono in maggior numero i temi che 



di Quaretimale. 2.<^ ediz. Torino, 1874. Voi. I. 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 5OI 

riguardano le massime cristiane che servono a disci- 
plinare i costumi combattendo i vizi e lodando le 
bellezze della virtù. Il Marietti, poco tempo dopo la 
morte dell' oratore, ne pubblicava le prediche, i ser- 
moni e i panegirici in quattro volumi l'anno 1872. 

Un oratore poi che merita ancor più di essere ad- 
ditato tra i migliori della nostra età, perchè a mag- 
gior forza di sentimento e a splendore d'imagini 
congiunge pari nutrimento di dottrina abilmente or- 
dinata e composta, è mons. Giulio Arrigoni (1806- 
1875) ultimamente arcivescovo di Lucca. Nacque a 
Bergamo e predicò molto in Lombardia, nel Pie- 
monte, nella Toscana, e tanto plauso n' ottenne che 
salutavasi da suoi uditori come il principe della mo- 
derna eloquenza. A' tempi di Leopoldo II, arciduca 
di Toscana, insegnò teologia dogmatica nella uni- 
versità di Pisa; si mostrò però contrario, come dice 
in una sua dissertazione, a far sentire le sottigliezze 
della scuola neir oratoria, volendo piegarsi, per quanto 
lo comportava la natura del soggetto, alla comune 
intelligenza. Parve ad alcuni, specie da principio, che 
mancasse alquanto nel dare un sapore veramente re- 
ligioso ed ecclesiastico alla sua eloquenza; ma se 
talvolta prende il tono del filosofo e del pubblicista, 
poco dura e ben presto rientra nelle osservazioni che 
si reggono sulla parola rivelata. Si formò in parte 
sopra il Segneri, ma con magistrale libertà, e i suoi 
discorsi per ciò si presentano in un buon organismo 
e si sostengono con dignità e con forza, attraendo a 
sé amabilmente 1' uditore. 

Più franco nel dir tutta, intera la verità, e non Vincenzo 
meno valente nell' arte, diremo il p. Vincenzo Stocchi stocchi 
( 1820- 1881), nato di onesta famiglia in Senalunga. 
Percorse gli studi letterari nel seminario di Pienza, 
ai quali rivolse il suo animo lungo tutta la vita con 
sollecita diligenza e con buon gusto. Si presentò una 



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502 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

prima volta per entrar nella Compagnia di Gesù 
nel '40, ma n' ebbe Y animo sgomento dalF altezza 
della perfezione religiosa; o?ò però ripresentarsi un- 
dici anni appresso^ munito di quella costanza che 
non vacilla. Nel '53 trovavasi maestro di rettorica e 
di eloquenza in un collegio recentemente aperto in 
Senigallia dalla munificenza di Pio IX e affidato ai 
Gesuiti; e tutti non faceano che lodarsi dell'esperto 
precettore. Ma questo sarebbe stato un campo troppo 
ristretto per il suo zelo e per la sua pietà; e quindi 
attendeva a un tempo, specie quanto le vacanze sco- 
lastiche il lasciavano libero di sé, a predicare. Fu 
notabile la missione fatta dare dal card. Viale Prelà 
a Bologna, nella quale lo Stocchi teneva al popolo 
le istruzioni, che parvero un capolavofo di eloquenza 
didascalica ; onde da quel!' anno, per ordine de' suoi 
superiori, mutò la cattedra col pulpito. L' udirono 
con gusto e con irutto Venezia, Firenze, Roma per 
12 anni al Gesù, Bologna nell' ultimo decennio di 
sua vita. Parlò sempre con dignitosa franchezza, e 
nel '63 quando alcuni ribaldi, mentr'ei predicava la 
quaresima in S. Maria Formosa a Venezia, fecero 
scoppiare con orrendo fragore una bomba tra un 
pieno e sceltissimo uditorio, l'intrepido oratore, quasi 
generale in campo di battaglia, senza mostrare al- 
cuno smarrimento, usci in una terribile invettiva 
contro i codardi che maneggiavano armi sì abbiette, 
e continuò quindi serenamente il discorso incomin- 
ciato, e tenne il popolo fermo fino alla fine, salvan- 
dolo così anche dai pericoli di una tumultuosa uscita. 
L'arte sua fu maturamente riflessa, e porse così un 
valido aiuto al forte ingegno. Egli aveva infatti 
un'alta e nobilissima idea dell'oratoria in generale 
e della sacra in particolare, com'è a vedere nel suo 
discorso tenuto a Senigallia sopra la eloquenza del 
pulpito; discorso in cui mette ad esame le gravi dif- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 303 

ficoltà che sono da vincere e i pochi quindi che le 
seppero vincere, notando appresso i guai della mo- 
derna oratoria sacra, che combatte e condanna con 
vibrata e talvolta mordace parola, forse pigliando 
troppo a mazzo nella condanna tutti i moderni ora- 
tori. Ma checché sia di questo giudizio, che per ora 
potremo rimettere ai critici del secolo futuro, ei giu- 
stamente richiede grandi studi, grande dottrina e 
grande coltura, uniti a grande e retto spirito reli- 
gioso; e nella nostra letteratura vagheggia come il 
più perfetto modello il Segneri, del quale si mostra 
sagacemente imitatore, senza che si riconosca alcuna 
servilità; non solo nella scelta degli argomenti, ma 
anche nel modo della trattazione. Così ne ragiona: 
« E del Segneri che diremo? Va il suo quaresimale 
per le mani di tutti, e basta aprirlo e girar gli occhi 
sopra qualunque luogo si appresenti da prima, per 
vedere come dalle orme dei primi (i) non si diparte 
e che, come nel figlio e nel nepote si stampano e 
campeggiano le fattezze del padre e dell'avo, così in 
quella eloquenza del nostro italiano brilla e ride 
l'aria, gli spiriti, il brio e la sembianza di quella del 
romano e dell'ateniese; ed é che pel Segneri noi 
siamo fatti eredi legittimi dell'eloquenza greca e la- 
tina. Ma qui mi par di vedere arruffarsi e torcere il 
viso i nostri profumati parlatorelli, i quali imporpo- 
rano a sentirmi per magnanimo disdegno la guancia 
gentile, e a pensare di recar essi quella eloquenza 
eh' io propongo, sudano freddo. » Con siffatta idea 
e con siffatti modelli lo Stocchi si volse a tutt' uomo 
alla magnanima impresa e riuscì non solo vibrato 
ragionatore, ma anche abilissimo e purgato scrittore. 
Chi passa in rassegna le sue prediche vede subito 
che mirò nella scelta degli argomenti a tutti i bi- 



li) Cioè di Demostene e Cicerone, di cui aveva prima ragionato. 



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504 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

sogni della nostra società, e diede la dovuta imiK>r- 
tanza ai temi morali che consuonano con quelli di 
tutti i tempi, ma non dimenticò le malattie e gli 
errori che sono più proprii dell* età moderna; e chi 
vorrà percorrere di volo i soggetti dt suoi discorsi e 
libare un po' del suo modo di ragionare dovrà ben 
presto convincersene. Ora non offriremo che un pic- 
colo saggio, tratto dal Ragionamento HI, che versa 
sulla Libertà della Chiesa; ove dopo aver detto come 
libertà della Chiesa non vuol dire, secondo le nuove 
idee, se non considerarla come non ci fosse, equipa- 
randola ingiustamente ad una società di commercio, 
d'industria, di musica, di letteratura, soggiunge: 

« Ma su via contentiamoci: la Chiesa si rassegna 
a questa libertà che le promettete: non vi occupate 
di lei più di quello che non vi occupereste di una 
società di commercio o di musica; meno vi occu- 
perete di lei e più sarà contenta, sapendo bene che i 
pari vostri di lei non si occupano che allora che si 
tratta di angariarla ed opprimerla. Faranno almeno 
questo? le lasceranno questa misera libertà di non 
brigarsi di lei? Signori no. Non vogliono lasciar- 
gliela: non basta, é impossibile che gliela lascino- 
Ponete mente. Ogni volta che costoro parlano di li- 
bertà della Chiesa, e alla Chiesa, al clero, al ponte- 
fice promettono guarentigie e indipendenza, aggiun- 
gono sempre libertà, franchigie e indipendenza spi- 
rituale. Indipendente il pontefice, ma nell'esercizio 
della libertà spirituale; libera la Chiesa, ma nelle 
cose spirituali; guarentito il clero, ma nelle funzioni 
spirituali. Ora quella parola, spirituale, in bocca di 
costoro altro non è che un tranello per angariare la 
Chiesa a man salva: perchè notate: la Chiesa none 
una società d' angeli, che essendo puri spiriti senza 
corpo non operano che spiritualmente; la Chiesa é 
una società d' uomini composti di materia e di spi- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 505 

rito, e le operazioni esteriori della Chiesa sono e 
non possono non essere miste di spirituale e di tem- 
porale. Pigliate il culto: volete operazione più spiri- 
tuale del culto? Eppure altro non é che una somma 
di atti interni ed esterni coi quali si rende dalla 
creatura il debito omaggio al Creatore. Pigliate la 
predicazione della parola di Dio: è cosa spirituale per 
eccellenza; ma pure avete un uomo visibile che ad 
un consesso di uomini propone a voce alta le verità 
della fede. Pigliate il magisterio della verità, 1' ammi- 
nistrazione dei Sacramenti, la condanna dell' errore, 
la repressione del delitto; sono tutte operazioni spi- 
rituali, spiritualissime, ma però le medesime che eser- 
citate da uomini, sono esteriori, visibili, temporali. 
Ecco dunque: la parola spirituale è in mano dei 
nemici della Chiesa un* arme terribile per opprimerla 
legalmente, sempre e in tutto, senza che Ella abbia 
schermo o difesa. Chiesa libera: dunque, come ogni 
libera associazione, potrà acquistare, conservare, am-' 
ministrare la sua sostanza; no: Chiesa libera nelle 
cose spirituali, e gli jiveri e i beni sono temporali. 
Chiesa libera: dunque potrà aprire scuole e collegi, 
insegnare a suo modo la scienza e le lettere; no: 
scuole, collegi, lettere e scienze non sono cosa spiri- 
rituale ma temporale. Poiché la Chiesa è libera potrà 
almeno esercitare a modo suo il culto, amministrare 
i Sacramenti, proporre le verità, condannare gli er- 
rori; sì: ma a patto che si contenga nei limiti dello 
spirituale. Ma chi è, se Dio vi salvi, che determina 
questi limili ? Chi definisce quello che nella Chiesa 
è spirituale e quello che è temporale? Siamo noi. 
Intendete? Vogliono libera la Chiesa nelle cose spi- 
rituali e riserbano a sé il definire quali funzioni sono 
spirituali, quali non sono. Ahi questo non è dare 
alla Chiesa neppure la libertà che si concede a una 
associazione di commercio e d'industria, questo è 



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506 CAPO DECIMOS£CONOO ED ULTIMO 

un sottoporre la Chiesa ad un arbitrio tirannico, 
quale non le imposero neppure i Domiziani e i Ne- 
roni, questo é un volere la distruzione della Chiesa. 
I templi, i templi medesimi, dove ci raduniamo per 
dare culto al Signore, non sono sicuri, perché le 
mura onde si compongono i templi sono temporali, 
e temporali i vasi sacri e gli arredi del culto. Esa- 
gero forse, esorbito, spingo le cose alle ultime con- 
seguenze? Eh! signori miei, guardate quello che sié 
fatto e si fa in tutto il mondo. Colla distinzione di 
spirituale e di temporale si é spogliata la Chiesa, 
vuotati i chiostri, sperperate le sacre vergini, profa- 
nati i templi, e quello che non si sarebbe osato di 
fare con una società di usurai o con una mandra di 
meretrici, si é fatto con le, o Sposa immacolata di 
Cristo, ti hanno angariata, insanguinata, oppressa, e 
poi ti hanno detto: ora va che sei libera. » 

Merita per molte ragioni di stargli accanto il do- 
Oaudenzi menicano p. Tommaso Gaudenp. Nacque di buona 
famiglia in Bergamo, terra assai ferace di begli in- 
gegni, ed ebbe tra suoi uno zio, V avvocato Filippo, 
insigne criminalista e lume del foro bolognese. Fatte 
le prime scuole in seminario, dopo qualche incer- 
tezza tra lo stato di sacerdote secolare o regolare, 
chiese di entrare nell'Ordine de Predicatori, ciò che . 
mandava ad effetto nel novembre del '49. Giocon- 
davasi in modo speciale nello studio di S. Tom- 
maso, perchè gli parve che con tal autore gli si schiu- 
desse davanti un nuovo mondo di sterminato oriz- 
zonte e rischiarato da vivissima luce. Compiuti gli 
studi sotto esperti maestri in Viterbo e in S. Sabina 
a Roma, passò dalla panca alla cattedra insegnando 
filosofia a Faenza, e divise la sua operosità tra gli 
uffici di maestro e di predicatore. Si manifestò in- 
gegno superiore col panegirico di S. Tommaso, de- 
clamato nella chiesa dei Domenicani a Faenza nel 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 507 

1837, predicando appresso a Bologna e nei dintorni; 
ma dopo che per infauste leggi nel '66 le religiose 
famiglie furono derubate e disciolte e dovette forza- 
tamente smettere la scuola, ebbe agio di portarsi a 
Roma, a Napoli, a Firenze, a Genova, a Venezia e 
in altre cospicue città. Ancorché fosse nel portamento 
alquanto negletto e di forme tarchiate e tozze, tut- 
tavia presentavasi con nobiltà di modi, al che con- 
tribuiva anche una voce armoniosa e spiccata; alle 
quali cose se aggiungi la vivacità e copia del dire 
non che la forza del suo argomentare, spiegherai fa- 
cilmente il plauso che dovunque ottenne. Quando 
Leone XHI istituì 1' Accademia Romana di S. Tom- 
maso d' Aquino, egli entrò a farvi parte come uno 
dei dieci residenti in Roma, e vi lesse parecchie dis- 
sertazioni. 

Nell'arte sua domina la parola del maestro in 
cattedra, e quindi si mostra dotto ed esperto a strin- 
gere coi nodi di ben meditate prove gli avversari, 
tanto più che sa accompagnare alla profondità e copia 
della dottrina una mirabile chiarezza di esposizione. 
Il che non toglie che non vibri qualche volta ne suoi 
discorsi anche il sentimento; cosicché lo stile acquieta 
vita e colorito, a cui pur giova una decente politezza 
di dettato. Le sue opere, stampate in Bologna dal 
Mareggiani in tre volumi, contengono le prediche 
morali, a cui vanno unite dieci istruzioni per gli 
esercizi spirituali del clero, le conferenze, i panegirici. 
Comprese i torti intendimenti delle sètte rn Italia, e 
vi si oppose con dignitosa franchezza, lontana dai 
modi virulenti ed urtanti^ mirando principalmente 
a convincere la mente. E questa mira, che gli fa pre- 
dihgere il ragionamento, non lo lende, a dir vero, 
di grande popolarità; molto però appaga la mente 
dell'uomo che riflette e va fornito di -qualche col- 
tura. Il che principalmente si vuol dire delle dieci 



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508 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

conferenze sul Sillabo; argomento nuovo de' suoi di, 
e che offre in compendio un bel trattato sui fonda- 
menti della Religione, pieno di risposte adeguate a 
molti errori recenti e assai strombazzati, che si ri- 
guardano scioccamente come una conquista del mo- 
derno progresso. Si reggono del medesimo tenore le 
sei conferenze sul protestantesimo, rivolte a compri- 
mere quel babelico movimento di sètte nordiche che 
penetravano sotto il cielo sereno di Roma per la 
breccia di Porta Pia; discorsi tutti che uniti ad altri 
pur d' indole apologetica tornano assai opportuni ad 
illuminare, anche con una semplice loro lettura, gli 
uomini di buona volontà. Pìglio un saggio dalla 
Conferenza VI sul Sillabe, ove tende a dimostrare 
che la ragione non è T unico arbitro del vero e del 
falso, del bene e del male e quindi legge a sé stessa, 
e che non si può dire che tutte le verità religiose 
scaturiscano dalle native sue forze; e ciò per con- 
chiudere che Dio vuol guidarci a salute e a se per 
mezzo della fede e della sua Religione. 

« Ma se il razionalismo é un'orgogliosa igno- 
ranza, perché esalta fuor misura la potenza della ra- 
gione senza conoscerla, é altresì una solenne impu- 
denza, perché si lagna di non poter trovare la vera 
religione senza studiarla. Vedete infatti strano modo 
di argomentare che tengono i razionalisti. Le pretese 
religioni rivelate, essi dicono, sono molte e diverse e 
contradditorie. Dunque gli é mestieri di metterle a 
catafascio ripudiandole tutte. Ma piano un poco. 
Quando é mai che V uomo savio e prudente ragiona 
di tal guisa, allorché si tratta degli interessi, dei bi- 
sogni, degli agi della vita? 11 viandante il quale si 
abbatte in un crocicchio di vie ignote, ma che vanno 
certamente a metter capo a termini diversi ed op- 
posti, retrocede egli perciò, o non anzi si studia di 
prender lìngua, di conoscere qucU' una che V ha da 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTfMO $09 

condurre alla meta e di seguitarla? L'uomo di mondo 
il quale sa per una dolorosa esperienza avere di molti 
amici infedeli sulla terra, si condanna egli per questo 
a far vita romitica o non si briga piuttosto di cer- 
care di -scegliere alcuno che gli paia meritevole della 
sua fiducia ? E il mercatante abbandona egli forse i 
suoi traffichi per ciò solo che corrono fallimenti ? E 
il malato ricusa egli forse tutte le medicine, perchè 
molte di queste potrebbero condurlo alla tomba? O 
perchè dunque l'uomo sì oculato a provvedere ai suoi 
materiali interessi, vorrà poi essere sì improvvido, sì 
incurante di ciò che si attiene a suoi supremi de- 
stini? Perchè, sì bramoso com'è di sceverare il vero 
dal falso e il bene dal male nella cerchia delle cose 
terrene e mondane, vorrà poi disperare di quei veri 
e di quei beni che soli possono procacciargli la feli 
cita cui incessantemente aspira? L'esservi pertanto 
molte e contradditorie credenze nel mondo, anzi che 
indurci a ripudiarle tutte, deve esserci uno stimolo 
efficacissimo a studiare, a conoscere, ad abbracciare 
e praticare queir una che si rivela opera della pò 
tenza, della sapienza e della bontà del Signore, espres- 
sione sincera dei nostri rapporti e dei nostri doveri 
con essolui,* maestra di verità e di giustizia, pietosa 
consolatrice e consigliera fedele tra le distrette e i 
pericoli di questa valle di lagrime, fonte di ogni 
nostra grandezza nel tempo e arra della nostra bea- 
titudine neir eternità... Or fatevi pure ad interpretare 
questi pretesi sapienti sulle loro sincere ricerche, sulle 
loro accurate premure, sui loro studi, sul loro sa 
pere in fatto di religione. Gli uni vi moveranno a 
compassione colla loro incredibile leggerezza, gli altri 
vi provocheranno ben anche a sdegno colla loro af- 
fettata noncuranza. Quelli s' avvisano di sapere anche 
troppo di religione, perchè, razzolando negli scrini 
de' più famosi eretici, sono riesciti a ragranellare 



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SIO CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

alcune viete calunnie, alcuni miserabili sofismi, al- 
cune sacrileghe facezie, alcune parole indefìnìte e in- 
decifrabili; a raccogliere insomma un po' di veleno 
e di fango da schizzar contro la veneranda maestà 
della Religione. Questi, più sinceri nella loro pietà, 
sì gloriano di non saperne punto né fiore, e a chi 
mostri scandalezzarsene rispondono che altri studi 
ben più importanti non lasciarono loro né il tempo 
né la voglia di occuparsi di religione. E tale appunto 
fu la risposta di quel celebre astronomo francese dei 
tempi nostri a chi il veniva confortando di accon- 
ciare, almeno sul finire della vita, le partite dell'anima 
sua. Povero Arago! egli avea contemplato gli astri 
del firmamento; ma nelle leggi inalterabili che li 
governano, egli non avea mai scorto quella mano 
onnipotente che li lanciava nell'immensità degli spazi. 
Egli avea studiate le meraviglie dei mari, ma giammai 
non aveva sospettato di quel cenno imperioso che ne 
prescrìveva gì' inviolabili confini. Egli aveva ricercate 
le viscere della terra, ma giammai non aveva pensato 
a Colui che la stabiliva sui forti suoi cardini. Egli 
aveva insomma consultato, pagina per pagina, il gran 
libro della natura: ma questo, muto per l'orgoglioso, 
non gli aveva mai narrato in quelle sue note, si mi- 
steriose insieme e sì eloquenti, il nome e la gloria 
del suo Autore. Ebbene, steso sul letto di morte, in 
procinto di presentarsi al tribunale di Dio: lasciate, 
diceva al sacerdote che si studiava di disporlo alla 
grande dipartita, lasciate eh' io mi getti a tutto mio 
rischio e perìcolo in seno a questa terribile incognita 
della morte: l'anima, l'immortalità. Dio furono 
sempre problemi inesplorati per me, né ora che la 
vita mi fugge io mi sento in grado di tentarne la 
soluzione. Ma, Dio buono! può mai imaginarsi con- 
dotta più stranamente impudente di questa? Come? 
Essere costretti a riconoscere la impotenza del pro- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 311 

prio intelletto in fatto di religione, e intanto non 
darsi alcun pensiero di riconoscere per altro mezzo 
ciò che più importa alF uomo di sapere ? Darsi vanto 
di sapienti e intanto voler ignorare a bella posta ciò 
che pur si protestano di conoscere tanti milioni di 
uomini, tutto che rozzi e idioti? Logorarsi l'esi- 
stenza in andare in traccia di pellegrine teorìe, atte 
solo a levare in orgoglio lo spirito, e intanto nulla 
curare quei veri e quei beni che soli possono con- 
durci al nostro ultimo fine? Chi adoperasse in tal 
guisa in ordine ai più vitali interessi del tempo, sa- 
rebbe riputato non dirò già solo un imprudente, ma 
ben anco uno stolto. Ora con qual nome dovrà chia- 
marsi colui che avventura con tanta spensieratezza i 
destini dell'eternità? » 

Variò incerto tra diverse scuole, ma procaccian- c«rd. 
dosi un bel posto tra gli oratori sacri, il p. Placido Schiaffino 
M. Schiaffino (1829- 1889) ^^^ vcìotì cardinale. Nato 
a Genova, fattosi ancor giovanetto della Congrega- 
zione dei monaci benedettini Olivetani, percorse in 
parte i suoi studi a Roma, nel Collegio Romano, 
quando insegnavano i padri Perrone e Passaglia. Gli 
piacque sempre associare ai gravi studi delle scienze 
teologiche la coltura letteraria, e valea nel poetare 
tanto in latino quanto in italiano, d'onde gli venne 
grande abilità nella eloquenza oratoria; anche perché 
fornito di splendida imaginazione. Nel ritiro di Monte 
Oliveto Maggiore si maturò colla meditazione e cogli 
studi alla pietà, allo zelo e alla dottrina che serve 
principalmente alla predicazione; S. Tommaso, S. A- 
gostino, Segneri, mons. Turchi, e i sommi francesi 
ebbero gran parte nel formarlo. Da ultimo modificò 
alquanto la sua maniera piegandosi al fare della con- 
ferenza, introdotta già come vedemmo, tra noi dal 
p. Ventura, nella quale lo Schiaffino pigliava princi- 
palmente a modello il celebre Lacordaire. Laonde, 



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512 CAPO OECIMOSECONDO £0 ULTIMO 

nota r ab. D. Camillo M. Seriolo, che scrisse le me- 
morie di vita che servono di introduzione alle opere 
del defunto cardinale, si possono distinguere in lui 
tre diverse maniere abbastanza spiccate; quella che 
corre dal '50 al '62 quando predicava nelle terre vi- 
cine air archicenobio di Monte Oliveto Maggiore, se- 
guendo il fare alquanto accademico della prima metà 
del nostro secolo; quella in cui si accostava di più 
al fare del Segneri; e quella finalmente che trattò 
specialmente a Roma e nella stessa chiesa del Gesù 
adottando il metodo della conferenza da lui da prima 
molto avversata. 11 dotto oratore ammirava molto Is 
pastorali di mons. Pie,- vescovo di Poitier, anzi aveva 
ottenuto dall'autore la facoltà di farne una tradu 
zione per gì' Italiani che poi non potè eseguire. Nel 
'^•] r E.mo card. Gioacchino Pecci, oggi Leone Xlli, 
lo invitava a predicare la quaresima a Perugia, e non 
solo ne apprezzò i meriti, ma ne presagì i trionfi e 
più tardi lo onorava con la sacra porpora. Le opere 
oratorie dello Schiaffino si riducono a parecchi vo 
lumi di panegirici, di prediche, di conferenze; e si 
può dire che in tutti i discorsi, ma principalmente 
nelle conferenze, tocchi i guai speciali che nel nostro 
tempo travagliano la Chiesa e il popolo cristiano. 
Tali ad esempio sono quelle sul papa, sulla Chiesa, 
sul frate, sul prete, sulla stampa, sul giornalismo; 
tali quelle che riguardano il Papato e l'Italia, Pio IX 
e il suo secolo. Pio IX e la civiltà, l' Opera della 
Chiesa nella società moderna. Nel suo stile possiam 
dire che, se rifugge dal tronfio o da quel modo di 
ragionare che per elevarsi s arrampica su per le nu- 
vole, disdegna ancora l'andar terra terra; in sostanza 
gH piace l'ornamento non senza qualche artifizio. 

Ecco, per dare un esempio, come nel panegirico 
sul S. Cuore di Gesù bollò l' orgoglio umano: « Qual 
meraviglia pertanto che 1' ultima espressione di que 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 313 

st' orgoglio sia stato il vecchio grido di Satana, ripe- 
tuto nel secolo XIX: non serviremo, saremo uguali 
all' Altissimo > Povere divinità della terra, com' è pro- 
fonda la compassiorie che fate. Sublime, o signori, è 
r ironia onde Iddio nel Genesi accompagna Adamo 
cacciato dal Paradiso nella terra d' esigilo, che gli 
toccherà d'inaffiare delle sue lagrime e de' suoi su- 
dori: Ecco che Adamo è diventato simile a noi! E 
r ironia quadra a capello a questo fìglio d* Adamo 
che sogna nell' orgoglio d' imitare lo sventurato suo 
padre. Ecco 1' uomo del secolo XIX eh' è diventato 
un altro Dio, che si argomenta di recarsi in pugno 
lo scibile ed incespica quando parla dell' origine della 
sua storia, de' suoi destini : ecco l' uomo del secolo XIX 
eh' è diventato Dio, che promette di adunare i suoi 
eguali sotto un vessillo comune, e condurre alla pace, 
alle gloriose conquiste, e getta la discordia che uguale 
non si vide mai nel concilio delle omeriche divinità: 
ecco r uomo eh' è diventato Dio e si accinge a creare 
e dalle cose esistenti a produrre il nulla' Ecco l'uomo 
del secolo XIX che è diventato simile a Dio e vuole 
la felicità consummata, e si muore di fame, si uccide 
per brame non soddisfatte: ecco l'uomo del secolo XIX 
che vuole l' integrità della vita e va lacero di ferite, 
coperto di piaghe, accasciato d'infermità! Deh! chi 
prenderà cura del povero malato, e V aiuterà a ri- 
prendere insieme colla ragione smarrita le forze che 
gli sono sfuggite? Rientri in se stessa, gli stolidi van- 
tamenti ponga giù, e cerchi le ali che lo innalzino a 
Dio, sorgente prima di luce e di robustezza, e da' suoi 
morbi risanerà. » 

Oratore arguto, polito, spigliato, nessuno può ne- 
garlo, fu il notissimo p. Carlo M. Cwraf 1809- 1 891) "CurcV 
che molto bene e molto male fece con la sua elo- 
quente parola. Nacque a Napoli; suo padre fu avvo- 
cato e poi presidente della corte criminale di Sa- 

Storia della Predicazione ecc. 33 



Carlo M. 



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514 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

lerno; entrò assai giovane nella Compagnia di Gesù, 
dimostrandosi per molti anni abile ed accorto zela 
tore della causa della Religione e della Chiesa sia 
con frequenti predicazioni, che tenne principalmente 
al Gesù in Roma, specie negli anni '43, '54 e '65, sia 
come fondatore e redattore del rinomato periodico 
La CiviUà Cattolica^ che incominciò a pubblicare nel 
'50. Bel frutto della sua predicazione vuol dirsi il 
quaresimale So]pra la natura e la grafia, col quale 
metteva il dito sulla piaga speciale del nostro secolo, 
che consiste nel folle tentativo di restringere la vita 
dell' uomo alle speranze della vita presente con un 
gretto materialismo. Si manifestò non meno- erudito 
e colto in molte lezioni esegetiche e morali sopra 
/ Quattro Evangeli, sopra // Libro di Tobia e in 
altri scritti di questo genere, pieni tutti di ottima 
dottrina, di critica ben vagliata e di ponderate rifles- 
sioni. Belli e piacevoli si troveranno i nove discorsi 
intitolati Le grandej^e di Cristo studiate nella culla 
di Betlem; gli otto discorsi // paganesimo antico e 
moderno, recitati per la festa dell' Epifania nel '62 in 
S. Andrea della Valle; gli altri otto discorsi // Cri- 
stianesimo antico e moderno, detti nel medesimo anno 
in apparecchio alla festa di S. Ignazio di Loiola in 
S. Ignazio. È da dolersi che in un uomo di sì belle 
speranze, a cui arrideva un ingegno eletto e supe- 
riore, tanti meriti e sì splendide qualità tornassero 
in parte distrutti per la sua strana ed anche colpe- 
vole condotta. D' indole acre e satirica, pronto alle 
opere che potevano accarezzare e soddisfare il suo 
amor proprio, ma facilmente disamorato di quelle 
che non gli fruttassero rinomanza e gloria, non resse 
alle prove della vita e s' impazientì nella lotta. Il 
trionfante liberalismo, che raccoglieva i suoi sforzi 
contro il poter temporale dei Papi, e s'argomentava 
di conservare ai popoli la vera libertà anche senza 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 315 

la piena libertà del capo della Chiesa, sedusse il suo 
spinto e l'attruppò in quella piccola mano (jiì sacer- 
doti che si collocarono nello strano atteggiamento di 
amici e promotori delle dottrine cattoliche e nemici 
insieme delle dichiarazioni che partivano dal Papa 
e riguardavano il modo di custodire e tutelare la sua 
piena indipendenza. Così diede del filo e non poco 
da torcere ai confratelli dell' Ordine, al quale ei chiese 
ed ottenne che fosse strappato il debole vincolo che 
lo teneva ad esso legato. Era naturale pertanto che 
cessasse ogni sua azione dal pergamo, ed era natu- 
rale che nascesse in lui, si pieno di attività, la voglia 
di tar parlare di se con gli opuscoli. E ne scrisse pa- 
recchi, come // Dissidio, La Nuova Italia, I vecchi 
i(elanti, li Vaticano regio, nei quali, non senza errori, 
utopie e inconsulti lamenti, vuol tracciare a proprio 
modo e contro le decisioni pontificie la via della con 
ciliazione tra la S. Sede e il presente governo d* Italia. 
Così disfece in parte l' opera che avea cominciato con 
la Divinazione, specie di apologia contro II gesuita 
moderno di Vincenzo Gioberti. Soltanto sul letto di 
morte fece una ritrattazione de' suoi errori, dichia- 
rando di voler rientrare nella Compagnia che aveva 
abbandonata e di morire in seno ad essa. 

A considerarlo sotto 1* aspetto che più ci riguarda, 
dobbiam dire il Curci uomo fornito di eccellenti 
qualità, che lo costituiscono buon letterato e buon 
oratore. Non solo, soccorso da una pronta e tenace 
memoria, si mostrò, come si disse, grande erudito, 
ma sa valersi della sua erudizione al proprio fine 
ordinando con bella intelligenza il discorso; e per 
giunta sapea dire le cose sue con lingua ben da lui 
posseduta e maneggiata con proprietà e con garbo. 
Ciò poi che spicca ancor più nell'arte sua è la so 
brietà e la misura, cosicché non vi si sente punto di 
artifizio rettorico; non dice chiacchiere ma cose e ne 



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5l6 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

tratta quanto conviene onde sieno conosciute è gu- 
state, senza appiccicarvi nulla che sembri sforzo di 
appariscenza. La nota arguta e satirica é quella che 
più contraddistingue il suo stile; e nei riguardi della 
lingua va posto tra più accurati scrittori del nostro 
tempo. Sentitelo nel discorso IX del Quaresimale. 
Tratta del demonio principe del mondo; 

« Se quindici o venti anni addietro un predica- 
tore si fosse posto di proposito a trattare di diavo- 
lerie e di diavoli, io non credo che, presso a certi 
savii, avrebbe schivata la nota d'imprudenza; e cer- 
tamente non vi sarebbe mancato più d' uno che avria 
alzate le spalle e fatto il niffolo, come a cosa da fem- 
minette e poco meno che da idioti. Né parlo già dei 
materialisti di professione, i quali, neppure in loro 
medesimi riconoscendo uno spirito, pensate quanto 
doveano essere disposti ad ammettere degli spiriti 
fuori di loro! Neppure parlo dei razionalisti, i quali 
in questo caso, come in parecchi altri, procedendo 
niente razionalmente, si erano fitta in capo una co- 
tale loro fisima d' ipercritica permalosa, in virtù di 
cui negavano quanto di angelico o di diabolico si 
recasse loro in mezzo; poniamo che concedessero in 
astratto potervi essere degli spiriti non legati alla ma- 
teria. Parlo sì bene di cristiani, di cattolici anche 
sinceri, i quali per tema di apparire superstiziosi, o 
per boria di farla da spiriti forti, a queste faccende 
di Farfarelli e Ciriatti aggiustavano poca o nessuna 
credenza. E così, interpretando un poco a loro modo 
le parole bibliche o notantemente le evangeliche, dalle 
quali manifestamente si stabilisce l'esistenza dei de- 
moniì e la loro azione nel mondo; e stiracchiando 
anche un poco i molti riti della Chiesa, i quali non 
meno manifestamente stabiliscono e l' una e l' altra, 
si erano incaponiti a non vedere in tutta questa ma- 
teria demoniaca che illusione di gente semplice, men- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 517 

zogne di furbi o trappolerie da cerretani. Tra somi- 
glianti disposizioni, voi intendete bene che si sarebbe 
richiesta una dose non mediocre di coraggio, per 
parlare di demonii innanzi ad uditori colti e pregiu- 
dicati, i quali non temono sicuramente di dovere la 
notte sentirsi tirare di dosso le coltrici dal folletto, 
in vendetta di averne parlato od udito parlare molto 
male nel giorno. 

Nondimeno negli anni domini mille ottocento 
sessanta cinque la cosa va tutto altrimenti. Grazie 
alla nuova specie di magia, ita d' Europa in America 
in sembianza di Mesmerismo, e tornata di colà am- 
pliata e perfezionata, in condizione di Spiritismo coi 
suoi Mediums dell'uno e dell'altro sesso; grazie, 
dico, a questi nuovi perfezionamenti di civiltà, la 
presente generazione si trova in vasta e persistente 
comunicazione col diavolo. Senza poi voler definire 
se in altri secoli cristiani esso diavolo siasi mai mo- 
strato più intramettente ed attuoso di quello che 
faccia nel nostro, è indubitato che da nessuno fu 
accolto e festeggiato tanto cortesemente, quanto è 
stato nel nostro. Quasi si direbbe che sia venuto in 
casa propria presso di vecchi amici, e poco meno che 
in sua famiglia. Eh! sì! passarono quei secoli barbari e 
intolleranti, che mandavano al rogo le streghe e gli 
stregoni! Il nostro accetta a braccia aperte questo 
non dirò nuovo, ma certo rinnovato elemento di 
civiltà e scienziati e letterati di polso, e diplomatici 
e giuristi, ed uomini insigni di spada e di toga, si 
stringono in intime consultazioni, per averne responsi, 
or con l'uno or con l'altro dei quarantamila me- 
diums, che, se è vera la fama, sono in opera nella 
moderna Europa. 

La Chiesa intanto nulla ha dovuto cangiare nella 
sua dottrina, niente modificare nelle sue pratiche; ed 
ordinando ogni di nuovi esorcisti, seguita nella lì- 



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31^ CAPO DECIMOSFCONDO ED ULTIMO 

turgia ad esortarci, colle parole di S. Pietro, a pre 
munirci della fede contro Y avversario antico, che, 
quasi lione che rugge, circuisce cercando cui divori: 
tanquam leo rugiens circuit quaerens quem devo- 
ret (i). Pertanto i predicatori possono, e forse deb 
bono parlarne; ed io a farlo, oltre questa ragione 
generale, ho la peculiarissima di porre il debito com 
pimento a questa prima serie di discorsi In essa vi 
ho dimostrato come il naturalismo domina nella gè 
nerazione presente, e come in quello dobbiamo ri 
conoscere la forma speciale del mondo nemico di 
Cristo e condannato da lui. Bene dunque ed accon- 
ciamente si chiude dichiarandovi 1' essere e V azione 
del demonio, il quale, stato già autore e primo mo 
dello di quel sistema, è il vero principe del mondo 
reprobo. Mettiamoci dunque senza più a considerare 
con qualche posatezza la verissima esistenza e la forza 
tragrande di questo antico nostro avversario; sicché* 
ci riesca più agevole, colla divina grazia, scoprirne 
le insidie e premunirci contro di quelle. ■ 

Chi volesse poi conoscere quanto questo egregio 
uomo conoscesse le piaghe della nostra società, legga 
gli otto discorsi sul paganesimo antico e moderno, 
e specialmente il primo di quei discorsi, in cui di- 
svela qual naturalismo ci accascia. « Or codesto na- 
turalismo, introdotto e dominante nel mondo mo- 
derno, è 0uro e pretto paganesimo; ma paganesimo 
tanto più reo e condannevole, che non era l'antico, 
quanto che questo moderno è effetto di una pratica 
apostasia da quella fede, a cui X antico era ordinato 
e la quale esso abbracciò con tanta alacrità e devo- 
zione. Paganesimo redivivo che dello spento ha tutte 
le servilità e tutte le abbominazioni, senza la origi- 
nalità e la grandezza; non essendo la grandezza pa 



(Il I* Petri 3. 8 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 319 

gana cosa possibile a risuscitare, e chi lo ha tentato 
non é riuscito che a scimmiotature sguaiate, che sa 
rebbon ridicole, se troppo spesso non fossero state 
atroci. Paganesimo disperato, perchè nessun Balaam 
gli ha promessa una stella di Giacobbe, come all'an- 
tico, il quale pure aspettava una chiamata; laddove 
il nostro, nato dalla corruzione del cristianesimo, o 
piuttosto da una civiltà decrepita e incancrenita, non 
aspetta altra chiamata che quella dell'Eterno Giù 
dice, che lo condanni di tante abusate misericordie. » 
Per tante belle verità, dette bellamente in quella ed 
altre opere. Dio gliene perdoni gli errori; sicché come 
si unì negli estremi momenti a' suoi confratelli, lo 
continui ad unire in ispirito- a queir azione che essi 
strenuamente sostengono per h salute degli uomini 
e per la civiltà cattolica! 

A capo però degli apologisti italiani possiamo met- 
tere Gaetano AHmonda (1818-1891) non già perchè Aifmond» 
sotto tutti i rispetti si presenti il migliore, specie chi 
guardi alla bontà della forma, ma per la maggior 
azione che esercitò, e per la maggior fama che come 
tale ottenne. Nacque in Genova, ove fece i suoi studi, 
fu canonico e prevosto nella metropolitana e poi ve- 
scovo di Albenga nel 'jj^ finché nel '79 fu creato 
cardinale da S. Santità Leone XIH e quattr' anni 
appresso destinato a reggere 1' arcivescovado di To- 
rino. La Civiltà Cattolica (i) così ne ragionava sopra 
il recente tumulo: « Col card. Alimonda scesero nella 
tomba due grandi glorie della Chiesa, in lui perso- 
nitìcate: il sommo oratore apologeta in Italia, che a 
tempi nuovi e ad errori nuovi contrappose in nuovo 
modo, svecchiando le antiche forme, le belle e ine 
sauribili verità del Cristianesimo: il sacerdote santo 
che unendo a mente d'oro un cuor d'oro, fu uno 



(1) Serie 14. io, pag. 741. 



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520 CAPO DECIMOSECONDO ED UI.T.MO 

dei più bei modelli di sacerdote da S. Francesco di 
Sales a noi. » Ed é questo senza dubbio un elogio 
meritato, perchè lavorò molto, lavorò con grande 
franchezza ed abilità e ne potè cor buoni fruiti. Già 
s era manifestato di non comune valore fin dal 1856 
quando, ispirandosi alla definizione del dogma del- 
r Immacolata e agli studi che s'erano fatti a tal fine, 
tenne nella metropolitana di Genova, campo ordi- 
nario della sua predicazione, i suoi Ragionamenti, 
che pubblicò nel '36 col titolo: // Dogma dell' Im- 
macolata. Ma certo la sua potenza apparve più piena 
nelle sue Conferenze intitolate L'wowo 50/to /a /^^^^ 
del sopranaturale, recitate dal '64 al '6y. Intende ad 
aggiurigere al naturalismo ereticale moderno il so- 
pranaturalismo che lo risana, lo raddrizza e l' eleva. 
Cosi esprimeva nella prefazione con vivacità oratoria 
siffatto in lento: « Cristoforo Colombo scriveva ad 
Isabella: il mondo conosciuto è troppo piccolo; ed 
egli, scopritore di un mondo incognito, lo ampliava. 
Altrettanto io dico a voi, intitolandovi le Conferenze. 
Il mondo in cui si attenta ridurci, il mondo della 
ragione e dei sensi è troppo piccolo e non vi basta. 
Voi potete molto di più; voi siete più grandi. Eb- 
bene, io vi scopro un altro mondo; quello che agli 
scredenti è incognito e a voi si denega; il mondo 
delle idee divine, dei disegni divini e delle divine 
leggi; il sovrannaturale evangelico. Mirate che mag- 
gior vastità 1 11 nostro atomo vagante, che domandasi 
terra, vi si perde, che nuota neh' infinito. Siate ge- 
nerosi, o giovani (i); rifiutate le grettezze segnatevi 
intorno dagl'increduli e dai sofisti. Seguite Colombo». 
Anzi il nostro oratore andava ancor più innanzi nei 
suoi intendimenti, e, appunto perchè vedeva i ne- 
mici del sopranaturale raccogliere i loro sforzi contro 



(I) Ai giovani è fatta la dedica 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 521 

ciò che più concretamente rappresenta il sopranatu- 
rale, cioè la Chiesa, si propone anche esplicitamente in 
particolari discorsi di avvicinare il popolo alla Chiesa, 
procacemente calunniata, ma vera benefattrice del 
mondo e d' Italia e arca di salute. Rechiamone anche 
qui le parole, che ci fanno, ancorché tolte da una 
prefazione, manifesta l'arte sua: « L'immortale Pon- 
tefice Pio IX il primo giorno del 1863, aringando a 
un gruppo di valorosi soldati, proferiva cosa subii - 
missima, come è proprio di quelle auguste labbra: 
la lotta dell' Italia col Papato paragonava alla lotta 
di Giacobbe con Y Angelo. Che facea in questa lotta 
il giovine patriarca? Si cimentava di forza con uno 
sconosciuto, che credea minore di se, azzuffavasi con 
essolui l'intero corso della notte, né riusciva a pro- 
strarlo; quando, fattosi giorno, conobbe esser quegli 
un angelo di Dio, si inginocchiò e ne chiese la be- 
nedizione. Tanto fra la Sedia apostolica e l'Italia poli- 
tica é. fisso che accada. Ella, sinché duri la notte dell'er- 
rore guerreggia il Papa; ma spunterà l'aurora; agli 
odierni i posteri, ai presenti fratelli altri fratelli suc- 
cederanno; e r Italia vedrà che 1' avversario combat- 
tuto da lei era l' angelo del Signore. Si ritrarrà dalla 
lotta, s'inginocchierà la ben consigliata, domandando 
al S. Padre che la benedica. Sarà giorno universale 
di pace. Deh! voi. Italiani, voi i primogeniti dell'al- 
leanza di Cristo affrettateci l' ora delia benedizione. » 
Ammettiamo pure, come fu giustamente osservato, 
che r oratore si fermi troppo ai prolegomeni della 
fede e insista sopra veri che si raggiungono dalla 
stessa ragione, e miri a mettere in vista i vantaggi 
sociali della Religione, quasi, io credo, per avvici- 
narsi a coloro ai quali parla e poter essere ascoltato 
da loro; tuttavia trova qua e là buono svolgimento 
anche la vita sopranaturale cristiana, se non altro 
perché ne attenua 1' avversione facendone intendere 



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3^2 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

la necessità. Più addentro però si metteva nel me- 
desimo soggetto con l' altre Conferenze dette nel '68 
e pubblicate due anni appresso, quantunque anche 
in esse sì attenga al metodo già accennato. E senza 
partire dalla via già presa variava soggetto con quelle 
dette nel '72 a cui appose per titolo / Problemi del 
secolo XlXf stringendosi così corpo a corpo nella 
lotta cogli increduli moderni, e portandoli sul ter- 
reno di questioni più individuate, particolari e scot- 
tanti. La sua eloquenza si svolge con tratti vibrati 
ei efficaci e molte volte con aneddoti, imagini, si- 
tuazioni drammatiche e frasi splendide e felici. Non 
so poi se tutti diranno che i suoi discorsi sieno fusi 
in un tutto ben plasmato e di getto, in modo che le 
suè^ idee dominanti brillino, non dirò di sufficiente 
chiarezza, che c'è, ma di luminoso intreccio. Il det- 
tato poi, sia che si attenda allo stile o alla lingua, 
non parmi di un buon colorilo italiano; certo senza 
perdere in modernità vera e consona, avrebbe potuto 
accostarsi alquanto più a quei nostri scrittori che 
meglio intesero V arte dello scrivere. Ma con tutti i 
suoi difetti terrà sempre un posto insigne nell' ora- 
toria apologetica. L' udiremo qui, per averne un 
saggio, a definirci con le sue parole il liberalismo 
moderato: « Dacché il liberalismo saltò fuori a cam 
biare i reggimenti politici sino al secolo passato vi- 
goreggiami e intanto promulgò un governo di suo 
gusto per guidare 1' umana stirpe, una gloria eh' egli 
si attribuì caramente fu questa: di aver trovato in 
politica il giusto mezzo. Io, esclama il liberalismo, io 
nacqui ad abbattere il dispotismo regio, e nacqui 
altresì per impedire il dispotismo plebeo: io com- 
batto del pari la tirannide e la licenza. La libertà 
dunque nelle mie mani è ordinata e pura, perchè 
schiva gli estremi. Tale la mia bandiera; non copre 
della sua ombra né assolutisti né radicali ; bensì cito- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 323 

derati. ~ La moderazione inlesa dal liberalismo è 
solo a parole e non altrimenti. Non osservammo 
testé con lo statista prussiano che il liberalismo ri 
conosce e vuole il dominio non diviso ed unico della 
massa popolare? Vano è pertanto di allegare un me 
todo che schiva gli estremi, quando 1' un estremo, 
che è il popolo, tiene il campo assolutamente; se 
ritto su questo estremo ponete un re, non altro può 
essere che un balocco in mano della plebe. La li- 
bertà, come il dominio e il diritto, è relegata nel 
basso, dominata dagli appetiti e dalle prepotenze del 
basso, o signori: epperò vedete che riesca a tal luogo 
il liberalismo: è la menzogna della libertà. 

Ma il liberalismo ci parla di moderazione, di 
giusto mezzo: vediamo se egli scientificamente ca- 
pisca i vocaboli che pronunzia. — La moderazione è 
bella dovunque e laudabile; in politica massimamente 
è più necessaria: ma in che ella dimora? qual é il 
giusto mezzo, in cui più si pare la sua virtù? Il 
giusto mezzo è quello che si apre tra due vizi op- 
posti: allora calza il noto aforismo: virtus in medio 
consistit. Ond'è virtuoso davvero chi, bilanciandosi 
tra due vizi che si combattono, sa uscirne netto e 
incontaminato; e virtuoso ad esempio chi tra la pro- 
digalità e l'avarizia sa essere non avaro, non pro- 
digo, ma benefico; chi tra la collera e la snerva- 
tezza sa essere non rabbioso, né molle, jna tempe- 
rato e forte. È questo il giusto mezzo di che in po- 
litica il liberalismo si piace? No. Esso, quando pure 
sì mette sulla moderazione non cammina già tra due 
vizi opposti ugualmente orribili, ugualmente osceni, 
qual sarebbe la tirannia regia e la popolare licenza, 
ma si cammina smanioso e baldo tra l'ordine e il 
disordine, tra la virtù ed il vizio: cammina tra l'au- 
torità della monarchia cristiana e la violenza della 
piazza, tra il retto principe e il denìagogo insolente: 



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524 CAPO DECIMOSECONDO EO ULTIMO 

lì SUO corso non é pertanto tra due vizi, ma tra un 
vizio e una virtù ; è come chi tra la liberalità e Y ava- 
rizia non vuol essere ne avaro né liberale; come chi 
fra r umiltà e la superbia non vuol essere né superbo 
né umile; come chi fra la religione eia miscredenza 
non vuol essere né miscredente né religioso. E che 
cosa é costui? É un misto di bene e di male, ha 
r anima dimezzata... Sono di una razza neutra, sono 
ermafroditi, sono bilingui: hanno l'anima in pezzi, 
o signori » (i). 
Secondo Parrebbemi una colpa toccar dei migliori cam- 
Franco pioni dell'eloquenza sacra in questo nostro periodo 
omettendo il nome dell'illustre p. Secondo Franco 
(1817-1893) che impiegò si può dir tutta la sua vita 
in una continuata predicazione e che dettò bellissime 
opere oratorie in tutte le varie forme oggi in uso. 
Nato a Torino, entrò giovinetto nella Compagnia di 
Gesù (nella quale dovea seguirlo il fratello Giuseppe, 
assai benemerito scrittore della Civiltà Cattolica], 
Compiti i suoi studi, insegnò la rettorica in parecchi 
collegi dell'Ordine; ma ben presto, riconosciutane 
r abilità, gli fu da' suoi superiori aperto il nobile 
aringo della predicazione. Dotto, pio, pieno di zelo, 
non pose da quel giorno alcun limite ad una larga 
azione sociale, qual s' addice ad illuminato sacerdote. 
Salì sui pulpiti delle più grandi città, ma entrò so 
vente e non men desideroso del bene nei collegi dei 
giovanetti. Tenne di molte conferenze mostrandosi 
abile polemico, ma trattò del pari la predica, il ser- 
mone sui vangeli, le istruzioni. Specialmente attese 
a dare gli esercizi spirituali nei ritiri dell' Ordine, dei 
collegi, del clero di molte diocesi, cogliendone pre- 
ziosi frutti. Sono memorabili inoltre le missioni che 
diede per quattro anni nel Tirolo italiano; ed é me- 



a) I Problemi del secolo XIX. Conf. IX. 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 523 

morabile ancora, il detto che nel '59 rivolse a Leo- 
poldo H, granduca di Toscana, quando per una franca 
parola gli si intimò lo sfratto da Firenze: « Altezza, 
io partirò; vorrei sbagliarmi, ma dopo me toccherà 
partire a qualche altro. — Come sarebbe a dire? ^ 
La rivoluzione comincia a cacciare i Gesuiti, poi fi- 
nisce col dare il passaporto ai Sovrani » (i). Le sue 
opere ebbero recentemente una ristampa in 20 vo- 
lumi per mezzo della benemerita tipografia Imma- 
colata Concezione di Modena; alcune di esse sono 
destinate alia lettura, come le assai lodate Risposte 
popolari alle obiezioni più comuni contro la Religione. 
Noto tra le oratorie parecchi volumi di conferenze e 
tre volumi di sermoni. Vuoisi però notare che in 
tutti i suoi discorsi polemici egli non si propone di 
assalire i nemici della Religione, che assai di raro 
sono presenti; ma piuttosto di illuminare la mente 
del cristiano intorno alle dottrine che abbattono i 
loro sforzi, dando modo di rispondere per le rime a 
chi tentasse rinfacciarci, quasi superstizione ed errore, 
la verità religiosa. Cosicché 1' autore nel suo stile in 
generale non tende a grandeggiare con la ricerca del 
sublime, ne vuol tempestare con l'impeto della bu- 
fera, ma procede piano, polito e pratico, porgendo un 
sodo fondamento alla sua eloquenza e insegnando 
r arte di apportare non scosse vibrate e momentanee, 
ma verace e durevole utilità. 

Ne vogliamo chiudere questa rassegna di oratori 
defunti e contemporanei senza lasciar qui memoria Mauri 
speciale dell' E.mo card. Egidio Mauri (1828- 1896) 
che a bella coltura letteraria congiunse operosità e 
abilità oratoria non comune. Nato a Montefiascone, 
dopo aver percorsi gli studi filosofici in patria, mutò 
il disegno di iscriversi nella facoltà legale dell' uni- 



(i) Civiltà Catt. 5erie 15.* voi. 8, pag. 626. 



Card. 



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5^6 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

versità romana in quello di vestir la cocolla dei do- 
menicani, ciò che eseguì nei convento della Quercia 
a Viterbo, ove fece il suo noviziato. Studiò teologia 
a S. Sabina in Roma, poi fu priore a Noto in Si- 
cilia, a S. Sabina, a DQsseldort nella Prussia Renana, 
d* onde passò nell' ufficio di vicario generale nel 
convento di S. Marco a Firenze. Pio IX nel 'ji lo 
elevava alla dignità episcopale, nella città di Rieti, 
d' onde passava nell' '88 ad Osimo e Cingoli, e da 
ultimo nel '93 a Ferrara, come arcivescovo e cardi- 
nale. Predilesse le scienze teologiche e nel suo stile 
si sente 1' uomo dotto che abbraccia con larghezza 
di vedute il suo tema e lascia assai soddisfatta la 
mente. Neil' 86 pubblicava a Milano le sue Lettere 
Pastorali e alcuni altri scritti che mentre ti dimo- 
strano il buon pensatore, ti manifestano ancora il 
buon tatto nel dirigere la coscienza cristiana all'adem- 
pimento dei più gravi doveri. Il Mauri non neglesse 
mai lo studio di una forma nobile e corretta, quan- 
tunque tenda per sua natura ad una pompa alquanto 
artitìziata. 

Gli oratori passati in rassegna fin qui certo ci 
^zjnè^ir*^ parvero i più rinomati e potenti tra i contemporanei 
defunti di questa seconda metà del secolo che va 
presto a registrarsi tra i morti. Con ciò non si vuol 
dire che parecchi altri nomi non si potessero legare 
intorno ad essi, specialmente di egregi vescovi che 
con lettere pastorali e con dotte omelie dal pergamo 
fecero udire una vigorosa e colta eloquenza, quan- 
tunque non vadano propriamente annoverati tra i 
predicatori di professione. E tra questi, rivolgendo lo 
sguardo indietro, non sarà buono di passare in si- 
lenzio mons. Federico Maria Zinelli (1805- 1879] che' 
morì vescovo di Treviso; uomo di forte ingegno, di 
molta dottrina, di carattere tenacissimo. Nato di no- 
bile famiglia a Venezia ed educato in quel seminario. 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 527 

manifestò da prima la sua versatile operosità come 
professore di filologia, di matematica, di filosofia, di 
diritto canonico, di dogmatica e come cancelliere di 
Curia; nel quale ultimo ufficio servi a tre patriarchi, 
Monico, Multi, Ramazzotti. Occhio pronto a pene 
trare nella vita dei tempi, comprese tosto gì' intendi 
menti antireligiosi della rivoluzione, e fu de' primi 
a lottar con irremovibile franchezza, non ostante la 
titubanza dei più. 

Capi quanto giova pascere di buone letture le 
menti della più colta società cristiana e fu direttore 
della Associazione Pia per la diffusione di buoni libri; 
senti quanto importa specie a' nostri dì l'avere un 
clero seriamente istruito e non inesperto nell' uso 
della parola e della penna, e lavorò indefessamente 
nella pubblicazione della Biblioteca dell'Ecclesiastico, 
scrivendo egli stesso i discorsi filosofici intitolati: 
Deir affetto, dell' amore, dell' amicizia. Riconobbe la 
malignità di alcuni che volevano ritorcere l'autorità 
di Dante e Galileo contro la Chiesa e dettò i due 
trattati che lo dimostrano abilissimo critico in lette- 
ratura: Lo spirito religioso di Dante, Lo spirito reli 
gioso di Galileo Galilei. Nicolò Tommaseo (i) gli 
fece questo meritato elogio: « e' ragiona e sente... ed 
è de' pochi che la scienza non trattino come trastullo, 
a molti scienziati rimprovero, al giovane clero mo- 
dello. ^ Ma la sua azione principale nella Chiesa e 
nel popolo derivò dalla sua speciale mis^^ione di sa 
cerdote e di oratore. Canonico teologo della Marciana 
dettò nel 1860 le sue Lezioni sui libri de' Maccabei e 
quindi altre lezioni che servivano di compimento alle 
prime; vescovo di Treviso, disse e pubblicò delle 
omelie e delle pastorali che dimostrano a un tempo 
e la potenza della sua mente indagatrice ed esposi- 



(i) Studi crìtici p. II. 



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528 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

trice del vero e l' ardor del suo zelo. Mons. Giovanni 
Milanese, nel suo discorso in funere letto nella cat- 
tedrale, ne sintetizzò giustamente il merito in queste 
parole: « A tanta vita di sapienza accoppiava una 
vita di zelo infaticabile; visitò più volte, o in modo 
privato o solennemente, le parrocchie tutte della dio- 
cesi, dalle Alpi alla veneta laguna, dal Piave al 
Brenta; e da per tutto, facendo sentire l'autorevole 
sua voce e la benefica opera sua, destava un vero 
entusiasmo religioso » (i). 

E possiam dire che quanto lo Zinelli vale per po- 
BìndU altri tente Organismo di discorso e precisione teologica di 
vescovi dettato, altrettanto si presenti buon modello per no- 
bile politezza ed eleganza un altro vescovo e degno 
letterato, Enrico Bindi morto a 62 anni nel 1878. Fu 
lungo tempo esperto maestro di lettere, lasciando 
anche pubbliche prove della sua valentia col com- 
mento di Orazio e altri lavori letterari; quindi da 
Pistoia, sua patria, passò rettore del seminario di 
Siena e canonico in quella cattedrale, per ritornar 
con la mitra fra' suoi a governare le chiese di Pi- 
stoia e Prato, e ripassar da ultimo a Siena come ar- 
civescovo. I suoi discorsi e- le sue pastorali mi sem- 
brano molto pregevoli, poiché, mentre si mostra dotto 
senza peso di dottrina, sa presentare con proprietà e 
garbo e con dignità le cose sue. Non pochi altri, 
anche tra i vescovi defunti in questa seconda metà 
del morente secolo potremo trovare degni di lode 
per la loro operosità oratoria, ma se mal non m' ap- 
pongo, i due testé ricordati possono considerarsi come 
specialmente eminenti, T uno per la forza del pen- 
siero, r altro per il buon gusto. Solo qui ci conten- 
tiamo di mettere in vista una Raccolta di scelte e 



<\\ Discorso in mone di mons Federico M. Zinelli vescovo di 
Treviso - Treviso 1879 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 529 

recenti pastorali dei vescovi (i), che fa parte di una 
più ampia Antologia di orazioni sacre e inedite, ove 
tra altri trovo i nonìi di mons. Davide dei Conti 
Riccardi arcivescovo di Torino, mons. Filippo Ah 
legro vescovo di Albenga, mons. Edoardo Falciano 
vescovo di Novara, mons. Giuseppe Borraggini ve- 
scovo di Savona e Noli, mons. Alfonso M. Vespi- 
gnani vescovo di Cesena, mons. Giuseppe Getti ve- 
scovo di Volterra, mons. Gioacchino CantagalH ve- 
scovo di Faenza, Carlo M. Borgognoni arcivescovo 
di Modena, card. Sebastiano Galeati arcivescovo di 
Ravenna; alcuni di costoro sono ancor vivi e sani 
al governo delle loro chiese. E fra tanti illustri ve- 
scovi e cardinali dell'età nostra converrà additare 
come insigne per facondia estemporanea lo stesso 
Pio IXj come attestano i suoi discorsi già raccolti e 
pubblicati. 

Né vogliamo chiudere questo periodo contempo- 
raneo senza fare almeno un cenno di altri oratori V/'enS 
ancora viventi o giovani ancora e che già acquista- 
rono un seggio di gloria o mostrano di avviarsi ad 
esso. Gioverà però limitarsi ad indicarli, per lasciare 
ad altri, in un tempo in cui non può cader sospetto 
di parzialità, T ufficio di metter ciascuno al suo posto 
con una critica più ponderata. Penso quindi di to- 
gliere per prima cosa parecchi nomi ààW Antologia 
della sacra ehquem^a moderna recentemente pubbli- 
cata da D. Ulisse Micocci, priore della cattedrale di 
Norcia, e che serve a darci un concetto dello stato 
presente delia predicazione. Avendo detto di fuggire 
gli apprezzamenti, seguo l' ordine alfabetico con cui 
neir Indice di detta antologia vinno registrati i nomi. 



Oratori 



(I) Torino, Marietti 1894 voi. IV e V. Alcuni degli altri volumi 
dell' Antologia contengono varie specie di discorsi di D. Gaetano 
Fineo, parroco del Torresin in Padova. 

Storia della Predicazione ecc. 34 



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530 CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 

t non aggiungerò che qualche breve notizia che li 
spieghi alquanto. Ci si presentano adunque qui come 
viventi e rinomati oratori sacri, mons. Giuseppe Alessi, 
siciliano, ora canonico teologo della cattedrale di 
Padova, autore di un mese di maggio intitolato Rosa 
mystìca e di molte conferenze ed opuscoli tessuti 
con larghi studi e soda dottrina; mons. Geremia 
Bonomelli, vescovo di Cremona, traduttore delle 
Conferenze di Monsabrè, e assai fecondo e spigliato 
scrittore di omelie e discorsi di vario genere e di 
opere polemiche in difesa della Religione; il card 
Alfonso Capecelatro, marsigliese, appartenente alla 
Congregazione dell' Oratorio di Napoli e ora arcive- 
scovo di Capua; non solo uomo di grande valore 
neir oratoria sacra, ma anche scrittore fecondo ed 
eletto di libri che trattano di Religione, di ascetica, 
di vite di Santi e di Storia sacra; Domenico Conti 
dì Imola e canonico onorario di quella cattedrale; 
ora eh' io scrivo va facendo V ottavario dell* Epifania 
in S. Andrea della Valle; il p. Alessandro Gallerani 
d. C. d. G. presentemente direttore della Civiltà Cat- 
tolica, e che con tanto bel garbo di forma e sodezza 
di dottrina sa associare V arte del Segneri alle parti- 
colari esigenze della nostra età, come é a vedere in 
parecchi discorsi fatti già di pubblica ragione; il 
p. F. G. Lombardo domenicano, ora dimorante ad 
Acireale in Sicilia, e che, sia nei discorsi che nei 
periodici, tuona nelle questioni che più scottano con 
vibrata parola; il prof Sebastiano Lisi, autore, tra 
altro, di un mese di Maggio intitolato la Nazarena, 
e direttore di un ottimo periodico che ha il doppio 
intento di difendere la Religione e guidarne la pre- 
dicazione; il p. Mauro Ricci, fiorentino, ora generale 
degli Scolopi, e autore di molte opere letterarie che 
lo collocano meritamente tra i più valenti e sani 
scrittori dell'età nostra; mons. Andrea Scotton, bas- 



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CAPO DECIMOSECONDO ED ULTIMO 53 1 

sanese, primo di tre fratelli sacerdoti, e tutti tre va- 
lenti nell'oratoria sacra, come attestano anche le 
varie loro pubblicazioni; Fortunato Vinelli, canonico 
dèlia basilica di Carignano di Genova; p. Gaetano 
Zocchi d, C. d. G. milanese, che va per facondia e 
vivacità tra i più applauditi nelle grandi città italiane 
e principalmente a Roma, ove ora risiede quale scrit- 
tore della Civiltà Qittolica; oltre ad opere letterarie, 
pubblicò già parecchi volumi di discorsi sacri, tra i 
quali rammento le Conferenze sul soprannaturale 
nella Chiesa e nella società. 

A questi nomi raccolti dal Micocci credo che se 
ne possano aggiungere parecchi altri. Rammento per- 
tanto tra' primi il card. Lucido M. Parocchi^ manto- 
vano, vicario di Sua Santità in Roma, e di cui si 
ammira la potente inventiva, la versatile erudizione 
e la facile vena; pubblicò già due volumi di pasto- 
rali, e due altri di omelie e discorsi varii e parecchie 
altre cose minori. Il card. Pietro Geremia Celesia, 
benedettino, e arcivescovo di Palermo, sua patria ; lo 
dichiarano dotto e felice oratore anche un dieci vo- 
lumi di varii discorsi già stampati. Mons. Pio Del 
Corona, domenicano, ora vescovo di Fiesole, e che 
trae