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Full text of "Storia delle compagnie di ventura in Italia"

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RACCOLTA 



BI 



OPERE UTILI. 



OPERE IJTIIil 

AD OGNI PERSONA EDUCATA 

RACCOIiTS 

col consiglio 

D* UOMINI PERITI IN CIASCUNA SCIENZA 




IN ITALIA 

DI 

EBOOIiB RICOTTI 



VOL. III. 



TORINO 

GIUSEPPE L'OMBA E C. EOlTOAl 



UHIVtRSITY 

3to(n:i942 

OKfOfiO 



>>. 



Torino -- STAMPERIA SOCIALE— Gon perni. 



3D)IBJLILia 

Ef ITAUA 



rNOICE 

DEL TERZO YOLOME , 



PARTE QUAUTA ' 

LE SCUOLE 

A. t4i4-14^. 



Balla morte ék |k>aceto • dt flffir«|l 
allft pafee di Ferrami. 

A. 14t4— 14^. 



• ' fL Cabm>gi«ola. 

\. Ougine 4elle scuole ài Btaecio e l^lena^ «^"^ll Picciniiio: 

soe priqie YÌce^d,e. Diventa cii^o de'Br&cclesehi. Rotto 

in Val di Laraone e ad Aoghiaj^.. Farteli ^SL^flòreotini: 

.sqii avventura a Lu^aeo . . . . . - • . fiffgf 3 

11. Prìipe imprese del Carmagnola. Suo fatte d'arme contro 

gli Stizzeri. Abbandona il duca di Milano, e mno^e i 

Veneziani a fargli guerra. È dichiarato capitano generale 

dcrtla Lega contro Filippo Maria Visconti . pag. i 1 

ni. Primi progressi <dv) Carmagnola contvoil Visconti. Vittoria 

di Maclojdk^ pace di Ferrata. Fremii a lui dati pag. 18 

1 V . T<liccolò Fortehiaccio, Fnmceaeo Sforza e Nicceiò Piccinino 

in Toscana. Sospetti dei Veneziani sopra il Carmagnola. 

Far lo riiteggoDO capitane generale. Seenfitta di Casal- 

maggiora. Ajir^tsireofcnire del ^njlott^a . p9g, 96 

V. Crescono i sospetti sul Carmagnola. Il se^na^ lo chiama a 

Venezia. Di lui presa e supplizio .... pag. 3.5 

ytd. HI, K 



YI 



CArPlTOIX) SECONDO 



D»llft pmmm di Ferrara a quella di CaprIaHa. 

A. 1433-1441. 



Niccolò FoRTEBRAccio^-Fa. Sfoeza— Niccolò Piccinino. 

I. I Tentarieri in tempo di pace pag, 49 

IL Fr. Sforza s'impadronisce della Marca. Niccolò Fortebraccio 
scorre fin sotto Roma. Gli si aggiunge in aiuto il Picci- 
nino. Costui vittoria a Castel Bolognese pag, 53 

III. N. Fortebraccio, escluso dalla pace, linone dis&tto ed 

ucciso sotto Fiordi monte. Trama del cardinale Legato 

^ contro lo Sforza* Sforza e il Piccioìno a fronte l'un 

delPaltro in Toscana. Nuovo accordo . . . pag. 59 

IV. Sforza a Napoli. Morte e qualità di Iacopo Caldera. N. 

Piccinino inganna e spoglia il Pontefice; passa in Lom- 
bardia; assedia Brescia pag. 66 

V. Disegni del Piccinino. Ali* approssimarsi di Sforza si 
ritira. Rotto a Tenna^ fu^^ , sorprende yerona eia 

riperde pag. 72 

VL Quindi passa in Toscana.' Gli fallisce l'intento su Peru- 
gia: è sconfitto ad Anghiari. Suoi progressi in Lombar- 
dia: ma allorché tiene quasi nelle mani lo Sforza, è 
eoftrétto a far pace '. pttg. 77 

CAPITOLÒ TERZO 

Dalla pace di C3apriaiia alla morto del d«ea 
Filippo Varia Vlwontl. 

A. 1441-1447. 



Ant. Caldoba.— Fr. Sforza. ^Nicg. Pkcinuvo. 

l. Affari dt^ Napoli. Tradimento, disfatta, imprese e rovina 
dì Antonio Caldera. Magnanimità del ra Alfonso verso 
diluì •. ., pag. 87 



VII 

II. Lo Sforza irraggialo dal Piccìniao • MU X/Oga: f|io- 
glìato della Marca: fi vendica di Xroilo a di firunora 
aiioi coadoUieri, dai quali era stato tradito. Vioeode di 
Bona e di Brnnpro. Fatto d'arme di Mootetauro. Orami i 
preparativi del Piccinino pag. 93 

HI. il Piccinino nel meuo delle Speranze è chiamato a 
Milano. Suo addio alle schiere: suo cordoglio: sua 
morte. Sue <|<ialHà. Parallelo ili lui con Francesco 
Sforza . pag. 99 

IV. Il supplizio di Saq»ellioiie ristlscita la guerra contro 
Francesco Sforza, che viene spogliato d'ogni cosa. Sua 
costanza. La guerra è trasferita in Lombardia. Battaglia 
di Casalmaggiore. 11 duca di Milano si piega in favore di 
Sforza, il quale perciò si prepara a soccorrerlo. Morte 
del duca « jmg, 104 

• 

CAPITOLO QUARTO 

Attila morte dtol dac» i^ilipyo Mari» Viaootall 
«Uà coraMaslaiM «li Ww. Ilk^nm» 

A. t447~145l. 



Tr. Sforza. —Babt. Colleoivi. 

I. Condizioni di Milano alla morte del duca. Lo Sforza ^ 

chiamato dai Milanesi per loro capitano generale: ma 

egli li tradisce subito. Espugna Piacenza . « pag, 1 15 

IL Prime vicende di Bartolomeo Colleoni. Sna fuga dai 

fornì di Monza. Sua vittoria a) Bosco. Abbandona i 

Milanesi pag. liO 

IH. Discordie dentro Milano. Dichiarasi la guerra. Vittorie di 
Sforza a Casalmaggìore e a Caravaggio . . pag, i96 
IV. Sforza s'unisce coi Veneziani contro i Milanesi. Suo di- 
scorso alle schiere. Sua risposta agli ambasciatori. I 
Milanesi deliberano di vivere liberi o morire. Avvam- 
pano nella città le fazioni. Doppio tradimento di Fran- 
^ «esco e di Jlacopo Piccinino pmg. {M 



Vili 

V. VénekNi ^intromette per ncaiioilMire SforM eoi Mihnesi. 
Perfide timulazioiie àk lei. Rioomineiesi fta guerra. 
La città per fame gli Ai' arrende. 8as éntraita e co- 
roBasione ..••,,.,..... pag* 145 

CAPITOLO QUINTO 

Palla eoranailone di FnmcMco Sforxa alla 
parteaaa del daea CiloTaHiil d^Angiò» 

A. 1450-^1464. 



Francesco Sfobza — Iacopo Piccinino. 

« 

1. UiDiroduzione delle armi da scoppio e i progressi delia 
civiltà innalzano la fanteria a pregiudizio delle com- 
pagnie di ventura. A questo fine intendono di già i 
principi d' Italia. Francesco Sforza imprigiona Cario 
Gonzaga e Guglielmo di Monfevrato. I Venesiani ten- 
tano di far lo stesso con Bartolomeo Golleoni ; ma non 

riesce loro • * . . /mu^. 155 

li. Si dichiara la guerra tra il duca di Milano e i Veneziani. 
Campagna del 1453. Ridicola sfida di Montechiaro. 
Pace di Lodi ' . . . pag, 161 

HI. Sfortunata impresa del Piccinino in Toscana. Guerra con- 
dottai da lui e da Federico d'Urbino contro Sigismondo 
Malatestii. Costui qualità. Morte del te di Napoli e 
del papa pag. 165 

IV. Il Piccinino si aeoosUi agli Angioini. Mirabile sua marcb 
Yetso FAbrdlze. Abbattimento di due Dr$ccieschi e di 
due Sforzeschi. Battaglia di s. Fabiano. Progressi dol 

Piccinino pag. l'/^ 

V4 II Piccinino e Giorgio Castriota a fronte. Sconfitto a Troia, 
Iacopo rileva negli Abruizi la fazione di Angiò; quindi 
passa al setyigio degli Aragonesi. Partenza di Giovanni 
d' Angiò: dispersione de'Gsldoresi ; . . . pag, 180 

VI. Oli esuli Ntpoietani in Francia. Vicende del coate- di 
, Campobasso • • . pag, 185 



IX 



QMnroto Bttffo 



Hall» piortenza. 4el 4ii«i iCilatatinl ^^/tj^l^ 
lilla «alata del ra ^arlo ^111* 

A. 1464— 1494, 



UcoPO Piccinino — Bartolomeo Colleoni — Federico 
d'Urbino — Roberto da Samsevbrino. 

I. Ultime azioni e morte di Iacopo Piccinino . nag. 191 

il. Mbrte dì Tiberio Brandonni e (fi Francesco stólta : e 
loro qualità . . ' .* , . . V / '. '\ . pag. SOI 

Ili. BiHoiotneo Colleoni •i4'«B«M10Hl|ilÌalpa{ja.'''Va al Vkne- 
lìa a «rroeTere il baaièé^ di eaipitMo ^nenltf. Accetta 
t l'imprésa ftdpeslà{g;it dàì''fQo»èbe(tl«'eoii<ro Fireoie. 
Battaglia «Ila Molise Uà, dove si adopiiiMo le Spingarde. 
Vltiaìi giohii di: Banttlmmié.' Sv« ^«alità/saò ilMta- 
veatè: Mia Offerì» di bstfeiaenu. / . . '* pag, 905 

IT, Vana impresa id»€atlo da >]IÌD*tóiie' e ullldifr suoi caéi.-- 
Gian Iacopo TnattfO-è'iiMkiidàlo in lalntv ^i fiorentini. 
Sve ^me neeta/tbraaa'liilwiei TanM^ti quivi su- 
'«oitaiif da» fratelli Sféna e dal •SafifMf^rino. Questi 
fogge, poi ritorna,, poi fugge d% «in«nol,< losttene assedio 
in Gaslélnnonrtf4li' Seri via, salvaèi fai<^f<oscan)ia, Va gèhe- 
nla doiYiandziaBi.'-' Gues*»tdi> LombalKlia e Romagna. 
Vittoria e morte di Roberto Maiatesta< . / pag. 314 
V. Imprese, mmrSe'é qùèrKIà^dciFaderieb dk^MenkeMlro, duca 
4i Uvbiio .' i.'i*' '.' >. \ ' . . J'\ •:.' . pag! 433 

VI. Gnermdi Ferfaia.it^àeeidi Begiioto. Tnincftto''dei sacco- 
manni. -^ Conglnni 'da' baroni nel vègno> idi' Napoli. Re- 
* berte Sanseverino accorre a soocorrerli<: abbandonato 
dal Ponteficb e^iiSMgnitb dal duca de €94«4lrk, éodgvda 
le sue genti 'é' sii 'metta ìaI sai Vot > I • M'Odi' -Aepoletani 
'Vebgone siei<»ft(a«l< 4| Sanse verinfo iknofe combattendo 
contrai Tedescbi- U *•; /• . v : . . . pag. 330 

Ko/. ///. *A 



FàATE QUINTA 

DàrMfi^làfta (^! re di Franèia Cariò tiit sfila pace 

di Noyon.' 

I CAPITANI 

A. 1494—1516, 



• li'.' \ I 

,». • • • • .- i .'■.■•■' .», 



•> . 



CAPITOLO PRIMO 

Stato 4/dlm milixi» ip Kuropa al ti!»mpo della ffalala 
del re 4i Francia Carlo Vili. 

* * .\ . . • k 

.. I. EÀE^Iti delia Iwo^a piM»!9«^« » vonlui^orì; Okdinfttnetoti 
/ presi dai pwnciìpi d'iUèia;teìeso:df «•«. Goodizioni 
delle cptad«U«., talutd dieiU^ aeld^teielM quanto dei 
.. «apitani . „. . . . ... .: .. . * ;^^* 341 

. . JA. S^to della eaniftileisia. e dette filnteria in UaHa;: verso il 

,■ : . 1494. Primo uso é qualità degli SmadiottA . fKtg. 947 

\\h Stato dtfllA ibaltfltica 4 dell'afeliitottÉra militare in 11%- 

|ìay#rso jl 1494. StrnUucaeiiiaiieggiotdelie lìombarde. 

(. . . i, Mqde di battei» ile piaue. Diverse speeie 4\ aiitigHerie. 

.! Tentativi ed invenzioni. Rifanne che ne derivftBo nella 

, ., a rchitettova militare ; . « pig* 953 

.JV. jSlorìa della milizia nella. Francia a nella Sviazera. Fa- 
.., , %\ov\ dei: venturieri in Francia* Basi vaitno eontro gì i 

Svizzeri . . , ... * . . pag. 959 

V. Pridiegei$ladegUSvi»ceriveeiidiniloi!e«iitlitfti*i. jB«^. 963 

VI. Terribile .fatto d'arme presso., la. riviera, dei la Bìrsa tra 

gli.'Svizseri e i vetiUarieri'franceM. 11 re Gatlo vii 

atebilisoe in Franeia 14 «tdina^e degli nomiw d'arme 

, .... e i Crancbi arcieri. • •. . 4 , . . . .• pag, 267 

. .Vii. 11 re La%r ils assolda gli Sviaierii. l^ore bi^ta^ia sotto 

Gmndsen contk^O' il: dnoa di Boigof^a. Gli Svizzcii 

. vanao.ftt^li sttpendii dei prinoifii^idi J&ivepa. Cond tzion i 

. dei loro assoldam enti fino al rogne diSnr ico u ;m7^. 979 



Xf 



Vili, sialo della milizia io Germania. Origino del Lanzi- 
ckenecchi. Ordini -toro. QvàKlà della cara! lena te- 
desca - ai^fv 

IX. Stalo Mìa ilAWtSk f» Ispagoa. Ordiiii ttililari per U 
guerre dentro feftori del t>aefte. Infanterìa. I bisogni: 
i Gusmaali. La MvaUena. I QianneUi. Cooclasione del 
*»P***>*« pag.9^ 



CAPITOLO SECONDO 

ÌBàlìm émiliH del re C^rìn TlII a «i^éil 



II 

I 



• ♦ 1 • 

Ci|,i Or^ki, I VixELU S f ^>LONnWI. V-j ,. 

I. «••<ittiiimdeg(liStetìd^lallamrpriBfÌj>fedell4»f'»ac 987 

II. li te «di fottiela Certo vili ilelHwri ài hm t'impresa di 

Na^M^ tìhtt lttè«]io Trinbia frll'erferdto delle Lega in 

BioiiHigirii. Gafeta^èl Mw CAItiva àm$i del tegno. Cario 

.t.^ ««^w^^^^P^W. .: .T . , . . , -'.. >ia^. 299 

Hi. I iMii «mefi MiWrOi jek lega flitlafr» gli Siati d'Italia 

«ostringono i Francesi a ritornare in Francia. Giornate 

IV **'^««»"<»«*2ìom ..... ; :: , paim 

IV. ¥m^iù^tmttBL.M9lewó de' Mediai e d{r*V|#glniV Orsini 

imtMkHMzéi G4i Oréini ed i Vit«IM ai soldi francesi 

ife P*glia</Bel fiatfo d'enne ira jgli arèhibtigiéi-i a cul- 

vaUo.4rf.VÌ4elKe«IOTedeséhi a pie. 1 Francesi son 

- csceiMldoi vngDtf i« Jttpoli. Disperiitotìe digli Orsini 

■ l- Alviano k difende/ daHa etti^mà rovimi. Accorre in 

.•ii»allitir;VHeM<ttsEorGofc4oiérd*nani!<ja=pièdi evìlloria 

a Sciami. Pace> tra gfii Ortini, i Vitel|^%1^|>6p4. Morie 

^,i«lilà^iVi.gi.ioO,wri 1 . ../ . ... ^ ^ 3^ 

V. VmBo temat»^ à^éàyiMnó e d» Ftei^d^Medfd sopra 

^Wfcwih UKiiiiiaHi <%suppliiia diii|>a*»lo^VFte>li. Fuga 
d.Vitello,zo . , . .,, ,^^^ 3«g 



■ '*', r.\' ■Cà»OTDLO''l4lRaO 



S . M. i .r' .. . .Aw A! «4^819— I3W/ ' ■*' ■ 

. .• .... .' ) . 

«LI Ob$v<ii, 1 Vitelli, i CQL9{<fifJ?ii7-rlA,i]^U(U2V4><'i^TiNo 

I. Motivi della spedizichiié ii LiìcIotìco hi. Lodovico Sforza, 
tradito dai saoi condottieri, fugge ; poi ritorna e ricu- 
pera lo Stato; alfine, tradito a Novara dagli Sviazeri, va 

prigione in Francia . . « pag. 393 

il. Il Valèjilinò doll^ainlo dei' francesi fonda il 'suo Stato in 

Romagoa. Sloa polilibai Giri0rteggia iFioreatini^Miira eoi 

. Frupoeal in Capba^l condottieri in Toacaiia. 11 ^falbii- 

, !ti«asi piegale della bora aiiseifiaperatiértaTft ^g. 399 

III. Fuga n^racoloaa di Giild«bàkk> dà. UfUso.* Abga dei 

Ciondottieri contro il Borgia. Prìvù fatti' é' carattere 
di Oliveiiotto'tla Fetmé. Ltt'lega dei •oMMtuBri'ai 
risolve ,:,..* ... . . . ' . . . - pag, 333 

IV. I c^ondottieri per ordine del Valentiao ae a aé ià n» Siniga- 

glia, bi ^i[i:rocQa è difesa da A^ittacBwla: Il'ìMéntttio 
. . da loro; cbiamato vi entia),.é' li- amniinai (tulli. Suoi 
pf ogresftin ^larte del papa AtoniatHi^owi, Di ^to del 
Valeptjna. precipita e i coKdòUten hrìtfolr||aoo.<L^Alviano 
a Romii. Fii4|[^, prigionia, aUtìmmfTibéndtf e'inorte del 
Valeiitipo.. ConaideratioÉii' . . • .>-' J' ;>" .i-L' j^g, 340 
. y. 1 Francefi rotti al -Gavigliaiio>>per òpéraidi' Bawtolomeo 
d'Alviiino, abbandonano il regno di napoli. Vana im- 
presa deU'Ajvia^o òeatre •i'itenee. Scétalillo a<la torre 
di S. Vbiceniiei, rifa la ava. còtiipègm,^ fkiasii al servigio 
, dei Venecinnil e trionfa dei TedeMhl. Filiaf della guerra 
4. ;. . , pisana . » \ .. • ; pag. 348 



VI. Gli Italiani cominciano a insliinire le milizie nazionali. 
I cmaudaU. Ordinanze dei Fiorentini a piedi ed a 
caTallo P^9' ^^^ 



CAPITOU) QDAJRTO 

■ 

Hall» lega di Cambrai alla pace di IVoyoa. 

A. 1509-1516, 



Bartolomeo d'Aiaiuio— ou Syuzebi-— Gian Iacopo 

TlinjLZIO>— FaBBIUO X FROttSEO COLOMIA. 

l. Oidini militari del Vetoézimi « lo^ diletti . jtag. 363 

II. DisfaUaallaGhiaradadda.Nol»Uedifesadi Padova . 368 

Hi, Campagne del I&IO e l&l 1. 1 Veneziani si confederano 

coL Papa« Onreado falle dei 'Venturieri picardi alla 

grotta di Mossailo. Givlio ii Botto* la Mirandola. lm<- 

prese del Trìulzio* Calata degli Svizzeri « pa^. 374 

IV. Battaglia di-Ravénita. Fabrizio Colonna si arrende ad 

Alfonso d'Este^ e qnindi gli diTÌeitfe amìoo. Reciproca 

loro |;e]iero4ità « • ^ . « • . . . pag, 378 

V. Ompagnadel 1513. Battaglia di riotara. Processi del* 

PAlviano* Sna siSonfitta preaao Olmo . . jmmjt. 384 

VI. Appaieoobl del ffe di Fraaoia Fianceseo i per la 

spedizione d' Italia. ' Mirabile passaggio delle Alpi 
ideato ed osegvito dal Trialzi». Presa di Prospero 

Colonna.. •. . . . pag. 390 

VII. Gli STizaeri si ritisaine in Milano. Ne tescdno per assalire 
i Fancesi. Vinti a Marignano, abbandonano la Lom- 
bardia ài re FrancMCOi «.».... pag, 396 
Vili. Morte e qualità di Bartolomeo d'AKiano. Il Triulzio si 
'ritira a Milano e la salta dai Tedeftcbi» Verona difesa 
da Marcantonio GolòSBa» Paeo di Noyon . pag, 400 



iXlV 



DOCUMENTI È ILtUSTRAZIONr 



AL TERZO VOLDMC. 



Nota XVI. ^ota dei condottieri gaerreggianti 

in Italia al soldo di Venezia e 
de'costei eollegali. A. 14¥7 . \pag, 407 

Nota XVII. A) Nolificanza del conte di Carmagnola » 409 
B) Noiificanza del doge Francesco Fo- 

■carini. . '. . ^ « 414 

G) Dì|iloina coneeseo dalla signoria di 

Venezia al Carmagnola . . • » 4(5 

Nota XVIII. Religione dei venturieri. A. 1346 . » 416 

Nota XIX* Nota dei condottieri guerreggianti 

in Itelia. A. 1439 » 418 

Nota XX. Asaoldamento del marchese Gu- 
glielmo di Monferrato. A. 1448. » 434 

Nota XXI. Nota dei condottieri gaerreggianti 

in Lombardia. A. 1483 ... » 438 

Nota XXII. Composizione di una bandiera di 

fanti nel xiv e xv secolo. 

A) Compeeizione di una bandiera di 

fanti. A. 1377 » 430 

B) Assoldamento di fanterie. Febbraio 

139& » 431 

C) Assoldamento di nna bandiera di 

fonti. Dicembre 1438 .... » ivi, 
I^) Assoldamento di una bandiera di 

fanti corsi. 4. 148S . ...» 439 



XV 

2IÌOTA XXIII. A) Ristretto dei patti di condotta del 

conte Nicolò degli Orsini di Pi- 
tigliaoo. A. 1483. , ^ . . . w 432 

B) Condotta di Gnido duca di Urbino. 

13 marzo 1483 » 434 

C) Condotta di Ercole BentiTo^lio. A. 

1483 » ivi. 

Nota XXIV. Il tradimento degli Svizzeri a No- 
vara nelPaprilé del 1500 ...» 435 

Nota XXV. Nota delle genti da guerra del duca 

Valentino nell'ottobre 1502 . . » 438 



\ 




PARTE QUARTA 

LE SCUOLE 

A. ìkn - iiiiM. 



CAPITOLO PRIMO 

Halla norte di Bnirclo « di Sforza 
alla pace di Ferrara. 

A. 1434-1433. 



Il Cabmaonola. 

I. Orìgine delle scuole di Braccio e Sforza. — Il Piccioino: 
sue prime vicende. Diventa capo de'BraccietGhi. Rotto 
in Val di Lamone e ad Anghiarì. Parteai da'Fìorenlini: 
aaa avventura a Lugnano. 
li. Prime imprese del Carmagnola. Suo fatto d'arme contro 
gli Svizzeri. Abbandona il duca di Milano, e muove i 
Veneziani a fargli guerra. È dicbiaralo capitano generalo 
della Lega contro Filippo Maria Visconti. 
IH. Primi progressi del Carmagnola contro il Visconti. Vitto- 
ria di Maclodio; pace di Ferrara. Premii a lui dati. 

IV. Niccolò Fortebraccio, Francesco Sforza e Niccolò Picci- 

nino in Toscana. So8[ietti dei Veneziani sopra il Car- 
magnola. Pur lo rieleggono capitano generale. Sconfitta 
di Casalmaggiore. Altre sventure del condottiero. 

V. Crescono i sospetti sul Carmagnola. Il senato lo chiama a 

Venezia. Di lui prefta e supplizio. 



J 



CAPITOLO PRIMO 

Dalla morto di Sracelo e di !if«rxa 
alla iiéee di Ferrara^ 

A. 1434-1433. 



9 

f Slé è per tèrmo la natura delia niiiizia, òUe stare' 
lioii potendo senza un opportuno accordarsi d'impèrio 
e d'obbedieiita, il lungo «uso d'obbedire conduca etri 
la eàereita a spogliarsi £[da^ di voleri è di pensieri 
pròpri! per riuliirli«' oottie a centrò, lielltf «(ente del 
capò supremo. Oltre à ciò^' i comdni perfcSòli è fiiti- 
the e vittorie e insegnle è divise e tivefè è int^ati; 
distribuendo sopra ciascuno in pròf>orzidne l'utile è 
Iflf svantaggio, la lode e il vitupero, stHnlgotìo, codUé 
in parentifdo, càpS e ridalli; Di qrìi quéìVàMòré di 
corpo^ che, terminata la ndlitift, acquetati i i^uuiori di 
guerra, né trasporta tuttavia vereo quella! schiera nella 
qaale fatictmmoi' e ce ne fa seguire con ofcchlo affan* 
DOSÒ le nuove imprese, e amarne la gloria, come nostra 
pròpria, è abbracciare tati, soave leilerezzà ogni coea 
che a quella appartenga. 

Ora queste impressioni già per sé tivè è forti nelle 
odierne milizie» con quanto maggiore vivezza e durata! 
don si doveano manifestare in quelle di ventura! Ai 
nostri tempi il soldato non sceglie, ima è scelto ; vo- 
tofrtario non milita, ma chiamato o costretto; e éupìì 



4 VkHTE QUÌLRTA. 

imprese, paga, luogo e eomps^gni, ogni cosa ad un 
cenno del principe o di chi il rappresenta, vien mu- 
tata : onde né spontaneità di scelta, nò nso, ne comu- 
nanza d'interessi personali ne assoda il vivere. Nelle 
compagnie venturiero per l'opposto il luogo, l'impre- 
sa, il capitano» l'insegna, ogni cosa era nella scelta 
del soldato, che conducevasì con chi ed a quei patti, 
e contro chi gli parca ; né verun capriccio d'uomo 
estraneo alla compagnia lo poteva svellere dalla 
sua bandiera : perilchè capitano, conestabili e gre- 
garii formavano un tutto, che aveva un principio e 
un seguito, e proprie gesta, e proprii interessi. Ban- 
diti, perseguitati, privi d'asilo, privi di ogni altro 
modo di sostentare una vita tuttavia florida e potente, 
i fuorusciti deirCmbria e di Romagna eercarono sotto 
la. mobile tenda d^l venturiero la patria e gli onori 
smarriti. Braccio li raccolse. Braccio li guidò. 11 soldo, 
il S4CC0, le taglie , l'acquisto di terre e provinole, li 
mantenne, li crebbe, ne aguzzò le voglie a impadro*» 
oirsi della patria ; ed eglino, veggendosi vieppiù in- 
granditi ad ogni ingrandir di chi li capitanava, in 
Braccio rivolsero ogni brama ed ogni fatica, certi di 
rinvenire nel ben suo altresì il proprio. Cosi, per 
effetto del primo impulso, non eessando di operare, 
racquistata ch'ebbero P^rugta^ l'aiutarono ad entrare 
i» Roma, a insignorirsi dell'Umbria, ed a guerreg* 
giare lo Sforza. 

Aggiungasi, che allora non ci erano carte, non 
libri, non disciplini, per mezzo delle quali far servire 
runiversale e&perienza degli uomini da guerra alla 
ìfttrtizione di ciascuno. Quindi le imprese del condot- 
tiero enino unica scuola al soldato, che appoco appoco 



CAPITOLO PRIMO. S 

ne apprendeva gli accorgimenti, gli ordini, te mosse 
più parlicotari, • proseguivale e imitavale, quand'an- 
che fosse uscito dalla milizia del maestro, e già per^ 
venuto al comando di una propria schiera. Ond*è cbc 
dal modo di disporre e armare i soldati, di disegnare 
la guerra e di compiere le fazioni si contraddistinsero 
i condottieri di questa quella scuola. E già accennami 
modeHa prestezza da Braccio tramandata a' suoi, edelle 
riforme introdotte dal Barbianondle proprie schiere. 
Minori vestigia lasciò di sé lo Sforza; sia che vera* 
mesie in lui mancasse quella potenza d'ingegno, che 
dà un proprio colore a tutto ciò che eUa tratta, sia che 
Francesco di lui figliuolo, superiore a Braccio e a 
Sforza nell'arduo mestiere delFarmi, collo scegliere di 
ogni scuola il meglio fondesse nel proprio sistema le * 
dottrine paterne. 

lo due scuole la morte di quei due celebri condot- 
tieri lasciò divisa la milizia italiana. Dell'una rimase 
capo Francesco Sforza: dell'altra Niccolò Piccinino. 
Or la fama da eoslui acquistata in breve tempo merìla 
che qai se ne raccontino le prime memorie. 

Un buon beccaio di Perugia il generò : un po' di ^- < ^S6 
abbaco e di computo, e il lavorio delle lane ne oc- 
cuparono l'kifanzia. Mortogli il padre, la viltà di quel 
mestiere, l'alto suono delle gesta di Braccio, l'acer- 
bità nativa dell'animo, e (soggiunsero i posteri) certa 
visione notturna del dio Marte o di s. Giorgio che si 
fosse, svolsero il giovinetto dal lanificio alle armi. 
Avutane pertanto licenza dalla madre, avviossi con 
un Biagio da Calisciana, suo zio, verso la Romagna, 
perpetuo nido di guerre e di condottieri ; e bentosto 



6 PàRTE QUiLRTl. 

Vun per ragazzo, l'altro per famiglio acqo1|ciaroni^ 
presso un Bartolomeo da Sesto , capUanQ di gept| 
d'urni^ (4). 

Cotesti capitani di oencinquanta o dugento cavalli, 
ben di rado pigliavano eondotta da* grandi principi 
^otto proprio nom^; bensì facevano capo da ui| mag- 
gior condottiero, qual era Braccio o Sforza, e stabili- 
vano con esso lui le condizioni del IqrQ servigio. Egli 
poi: s'obbligava per tatti al principe» e il principe 
con lui solo praticava. Pendeva Bartolomeo verso la far 
7ione bracciesca» nemica allora di Perugia; pur noi^ 
appena Tlodole fiera e valorosa del giovanetto Pic- 
^.i406Cinino gli fu nota, cl^e il dichiiirò uomo d'arme« Q 
gli concesse in isposa la pcoprì^ figliuola. Tre ca-: 

(1) Poggio, nta di N. Piccinino p. 143. s|}gg. (V^Dfxia, 
157S). ^ Spirito Lofe^ZQj |/ lib^o chiatj^tp aftro Marte (Vicen- 
za, 1489, rari^9inip)- Ne esiste un esempl|ire nelja ricca Biblio-: 
teca mìlitafip di S. E. il cav. Cesare Saluzzp. Prendiamo di qui 
occasione per tributare pubbliche grfizie alla egregia cortesia, 
colla quatti quest'Uomo di bontà singolare non cessò mai di 
favorire le nostre fatiche. Del resto il libro 9 poema dellq 
Spirito f|i terminato a Perugia nel 1470: è dìvisQ in tre libri, 
i quali tutti insieme fprmano 101 capitoli. 11 principio ne i^ 
cosi: 

<c Incomincia il libro chiamato altro Marte d^ la vita et gesti 
« de lo illustrissimo et potentissimo capitanio Nicolo Picininq 
<t da Perosa Visconti de aragpnia. lAprentios Spiritus de Peru^ 
« sia composuit. 

ti Diyino Appello et primo pcQhiq d<)l cif^lo 
Intende ale mie prece e col tuo raggio 
Leya dal! occhi miei l'errante vello. 
« Et all'apparecchiato mio viaggio 
Piacciati darò sòccpiso et farmi guida 
Sì corno lume etemp ornato et saggio » etc* 



^cìntolo MDfCV. 7 

valli cogli opporluni arnesi ne furono Ja dote. Di 
queste Dozie nacque Iacopo, destinalo a gran fama, 
ma cagione in aul nascere di naorto alla geniiriee : 
a wegaacfaé Niccolò, riputandoli parto adalterino, lei 
ucdse» la prole adottò. Oò fu aocbe motivo al Pic- 
cintoo di uscire dalla compagnia di Bartolomeo da 
Sesto e di entrare in quella d'nn Guglielno Mecca. 
Alla fine, morto il Mecca per man de' nemici, prese 
partito con Braccio istesso, allora appunto inì|^- 
gnato nelle prime ostilità contro Perugia. 

Quivi i progressi di Niccolò furono pari alle oeea« 
sìodì. Un di Braccio, veggendolo uscire di sleccato 
vincitore di due avversarii, gli pose in capo di sua 
mano una ^irlandà. Indi a non molto Tinnalsò dal 
comando di cinque cavalli a quel di dieci, e fioél* 
mente di ceato. Con questa gente Niccolò fo-princi* 
pale istrumento della vittoria riportata da Braccio 
fiotto le mura di Perugia. Del resto intrepido, alacre, 
audacissimo, priipo alle scorrerie, a|^i assalti, alle 
rapine, in breve meritò, cbe la sua attività e la ama 
prestezza passasse in proverbio. Un giorno Braccio 
sorpreso da* nemici dentro certo convento, stava in 
punto di arrendersi, quand'ecco sopraggiunge il 
Piccìoino e il salv^ fuor d*ogni espettazione. Un'altra 
volta era egli medesimo assediato in non s<^ qual 
terriecìnola, quando, pervenutagli notlsla dì certo 
convoglie di panni e denari spedito agli assedianU, 
fece disegno d'impadronirsene. Detto fatto, esce che* 
tamente cop pochi seguaci, passa fra squadra e 
^oadra, arriva alla preda, la piglia» la distribuisca 
tr^'suoiy misurando il panoo iboUo laoeiei «d è pri? 



9 PÀATfi QOARTA. 

ma rientrato» die agli assediatori sia petveMto seii<* 
tare dell'ardita fedone (I). 

Con queste prove il Pieeinioe, vincendo il torto 
ricevuto dalla natura nella difettosa costitatione del 
corpo, si meritò per moglie lajìipate di Braccio, e 
sì conciliò taiìta stima ed affezione presso accom- 
pagni, che, morto Braccio, nitin altro che lui sti«- 
>'^^ marono degno di oon^ndarìi. Niccolò, lasciatane tutta 
la pompa ad Oddo figliuolo di Braccio, sottentrò di 
buon grado airofficio, non meno che onorevole, 
pericploao, e con.seesantamiìa fiorini ritrovati nel 
castello di Pàganìca (li aveva Firenze spediti colà 
a Braccio per prima presta della sua condotta sti- 
pulata nel febbraio (2)) comprava tosto da' nemici 
f^licenza di ritirarsi in Toscana. Tali almeno furono 
i pi^tt.; ma questi patti no» avrebbero as^urato i 
Braeciescbi dalle insidie tese loro per via da Anto* 
nio Caldora, se Francesco Sforza con rara magna* 
nimità non U avesse, scorti in persona fin tAir^ 
l'aggnato. 

< Altri pericoli e sventure sopraatavano al PieclinBo 
in Val di Lamone; nella quale, non ostante U verno 

(1) ((El panpo con le lande mìsnraro 

((Sortito con ciascuno, com' esso volse». Spirito, 
Val$ro Marèe, 1. 1. e. XXX. 

(2) Nei libro delle Condotta si ha: 

«A. ì^^ (léggi 4424) 13 febbr.^llliavtr. «t «agnif. pria* 
«cipem D. Braccium de For|ebracciis comitem Hontonis et 
«Perusii dominum, in capitaneum M. laucear. triuni homi- 
« num et equoram prò qualibet lancea, et 300 peditum balista- 
fi riorum, taiuqaam capitaneum generalem guerre et^èxercitus 
«rcofnmuiis Floi; prò tempore IX mensiom cum òtipeadio et 
«proyisione ut in pactis et capitulis continetur », 



CAPITOLO PRIMO. 9 

e il proprio dr lui parero, ì Fiorentini aveano ve- 
}(ilo eht iDcamminaMe le squadre. In fatti non si 
tosto i villani le mirarono impacciate tr» le rinvoi* 
tara di que'giogM, che insorgendo da ogni banda 
alle armi, con gran Oleililà le ruppero ed oppres* 
serob Oddo, antiche arrendcMi, vi m fé' uccidere; ^^^25* 
il PiceiDiao fu nieiiato prigione a Manfredi, signore 
diFaentt. Ma questa sconfitta ^a un nonnulla per 
lui, Indi a pochi giorni u^vasi, aver le persua- 
mì del Picseinino operato tanto sol Manfredi- da 
coDgiongerlo in lega con Firenze : e vederasi il con-> 
dottiero uscir gloriosamente di carcere, riunire le 
sue bande sparse e scoraggiate, e ritentare sotto 
Aoghiari la fortuna delle battaglie (I). 

Reggevano Tesereìto di Firenze, oltre Niccolò, Il ^ |<>^« 
Toleotioo e Bernardino della Carda degli Ubaldini ; 
mnitavano sotto f^i stendardi di Filippo Maria ¥i* 
sconti il conte Guido Torello e Francesco Sforza 
«AC, dopo avere rientrato alla jChiesa alquante iewte 
già usurpate da Braccio, con IKOO cavalli e 909 fanti 
s'era condotto a que' servigi. Fu ad Aoghiari, non 
alirìmenti che a Zagonara l'anno iTvanti, la vittoria 
favorevole a' Viscontei : per lo che il Piccinino, mi- 
rando anche scaduta la sua ferma, s'accampa all'Or^ 
nia, e manda a Firenze il proprio cancelliere per in- 
terrogarvi la volontà della signoria; Questa gli propose 
<^assoldai!lo> nuovamente, ma col patto che obbedisse 
^ generale capitano dell'esercito* Niccolò rifimò : ri* 



(1) Crm, (TJgobbio, 962. — Ammiralo., 5^ Fior, XIX. p. 
1019. -Job. Simooelt. p. ifOl. — Cavalcami, St. Fiorent. 1. 

»i. e. XIV, xvn. 



fO PARTC QUARTA. 

propostogli lo sfesso partito, apen^e issofatto trattative 
di passare agli stipendi! del dnea di Milano» tempo 
Ire di ali» repubblica per mutar pensiero. Qaesto 
tempo veQaedai Fiorentini oonsi^ioato nel.disputare; 
laonde senza indugio le?a egli le tende, ^ si con^ 
giunge ai nemiei. 

Appvnto in quell'istante aveva la repubbliea riso-r 
loto di concedere $1 Piccinino autorità indipendente 
da qualsiasi altro: perciò quanto ne sdegnasse non ò 
a dire. Dallo sdegno alle ingiurie, dalle ingiurie alle 
offese è facile il passo. Firenze fece dipingere in piazza 
il condottiero a guisa de' traditori inipiccato per un 
pie; dal suo canto il Piccinino spinse il guasto e Tar^ 
sione fin sotto la cit^. Quindi, acquartierate le squa- 
dre nel territorio di Città .di Castello, sceglie per sua 
dimora certa casa appartata di Lugnano, e come in 
paese amico, senza ombra di timore, ne scolta, nò 
vedette, vi sta. Il seppe Nicolò da Tolentino, ch'era 
alloggiato colle genti fiorentine dentro Cortona: q 
senza frappor tempo in mezjco, partasi di notte in 
gran silenzio con una eletta banda di cavalli; giunge a 
Lngnano, cinge d'armati la caio del Piccinino, ne 
ruba i oavalli dalle stalle, e quando ogni via di scampo 
|iare interclusa, mette il fuoco alle stipe intorno in* 
tomo ammucchiate. A un tratto le grida. Tarmi, il 
fuoco, il fumo, Tapsura avvertirono il Piccinino del 
supremo pericolo. Bra dietro la casa un precipizio, 
non occupato, come inaccessibile, da' nemici. Qiù da 
esso bultossi egli seminudo. Volle la fortuna che sen- 
z'altro male rotolasse sino al fondo. Nel sorgere aU 
]>Hra |*iya ^'avvenne in un trombetto; 9 poatui ordìn;i 



CAPITOLO FaiMOf It 

|to$to ili suonar la cbian^ata, e quiiqn^l h\$o airarme 
«caccia io faga gli assalitori (i). 

Di quiri Nicolò con ottanta compagini muoveva a 
Milano per concertare col duca Filippo Maria le future 
ppei^zioqi 4i guerra. Ma nella Loinbardia un nuovo 
pondottiero e nuovi avversarli stavano per venirgli a 
fronte; il qus^l condottiero, dopo essere statoli più fido 
sostegno^ e Vanìma, e la salvezza di Filippo Maria Vi- 
»coQti, ora in sembianza d'esule e di nemico accendeva 
delle sue furie Venezia, affine di indurla ad entrare in 
lega coi Fiorentini contro aqqel tiranno (diceva egli)« 
schernitore di patti» ambizioso, potentissimo, cbe ol« 
tre gli Apennini, oltre la I^on^bardia aveva disteso i 
(fuoi disegni, e colle vittorie d'Angbiari e di %ago- 
para, e co' recenti acquisti dimoia, di Forlì, di Lugo 
fi di Forlimpopoli minacciaya Tltalia, non c^e V^iroiia 
p Padoya, ìd servitù. 

Eni questo condottiero Francesco Qu$^ne, già 
ricsrdatp altra volta, le cui vicende, per nqn inter- 
rompere il filo della narrazione, riassumiamo in questq 
luogo. Carmagnola, non dispregevole teri^ del Pie- 
monte, gli die nome e oscuri natali verso il i390. 
Invogliato al mestiero del (oldo dal luccicore delle 
armi e dalle parole d'un venturiero Tendasco, ancora 
imberbe lasciò di pascere le v^pcbe, e seguitollo sotto 
le insegne di Facino Cane. Gagliardo animo in ga-: 
gliardo corpo, costanza, ardore ad ogni pericolo, furo- 
no le doti che gli acquistarono in breve la st|ma del suci 

(i) Spirilo, Valtro MarU, e XXXL 



li i<ÀV«T£ QUARTA. 

capitano; por nifin ne potè in»ì ottenere una condotta 
maggiore di dieci cavalli; edì ciò avendo taluno mòsso 
rimprovero a fucino ! « costui è tale (rispose lo scal- 
tro condottiero, alludendo a) Carmagnola) che come 
abbia guatato un pò* d'onori non fia mai cbe s'acqueti; 
né hacci peggio arroganza di quella dei villani • (I). 
Morto Pacino, Francesco sì offerse tosto ai servigi 
A. I4C2 di Astorre Visconti, che macchinava d'insignorirsi di 
milano; però, non piacendogliene ì patti, preferi ser* 
vire il doea Filippo Maria, a cui poc'anzi aveva sal- 
vato la vita in Patvia. Quivi picciol tempo gli fu so- 
verchio per crescere a fama ed a potenza meravigliosa. 
Un di, essendogli mancato un attimo a pigliar di sua 
mano sotto Monza la persona medesima di Asiorre, 
venne da) duca preposto ad una squadra di cavalli ; 
ifoindt ogni nuova guerra, ed ogni fatto d*arme gli fu 
sgabello a salire. Le usurpazioni dei condottieri di 
Gian Galeazzo il condottiero di Filippo Maria felice- 
mente distrusse; e Monza, Alessandria, Trezzo, Parnta 
rteupérate, Brescia e Bergamo ritolte al Malatesta, 
Cremona rapita al Fondulo, Piacenza a Filippo Ar^ 
celli, Reggio astretta a tributo, Genova e le riviere 
sottomesse, insomma il retalo di Gian Galeazzo 
ristaurato non solo, ma fatto piò grande e luminoso^ 
lutto ci5 era opera bilustre delle indefesse fetiche di 
Francesco Bussone {^). 

Nuovi nemici e sconosciuti all'Italia assalirono nel 
1422 le terre del duca di Milano, e con questi ezian- 

(1) TcnWelli, Biogiafut Piemont.^ l. HI. — A. de Bì\ìiìs,HUt. 
kcd. l. HI. p. 40. 

(9) A. de Billiis, 40-53. — Corio, 601-829. — Ani. de Ripal- 
1», 876 (t. XX). 



CiPITOM PRIMO. 13 

dio il Camagooki ^ cimentò. Tre mila Svinert ar^r 
BMli di spade e di labanle si trovarono presso Arbedo 
a fronte di 2000 laocie e di 18,000 Canti da lui gui* 
dati; né, quantunque una gran parte dei loro com- 
pagni fosse rimasta addietro, vollero indugiar ponto 
a veaire a battaglia. Coniineiarono Tattaceo i ducati : ^^'^^ 
gli Svizzeri attestati a pie colle folte labarde, colle 
grandi spade Tattesero senca scomporsi. Allora noa 
senza raccapriccio gii Italiaoi mirarono quei mem- 
bruti, qua mozzare d'un colpo le gambe ai destrieri, 
€olà, afferratele prestamente colle nodose braccia, 
stramazzarli al suolo. Finalmente avendo il Carma^ 
gDola fatto mettere piede a terra a'suoi uomini d'arme, 
gli Svizzeri, Sopraffatti dal numero, abbassarono le 
spade, e chiesero di capitolare. Ma la cieca boria dei 
dacali non si appagò deironeslo trionfo: ributtata 
l'offerta, rìnnovossi pia fieramente la zuffa. Era la 
bandiera del cantone di Zng caduta a terra sotto al 
corpo dei vecchio Pietro Kolio, che la portava. 11 
costai figlio rilevc^la tutta intrisa del sangue paterno, 
e tornò a sventolarla agli occhi dei commilitoni. Tal 
vista ne crebbe Tanimo, e ne raddoppiò la ostinazio- 
ne : continuarono adunque a resistere accanitamente, 
fioche sopraggiunsero in loro soccorso 600 compa- 
gai. Ciò persuase il Carmagnola a ritlra^rsi n^li al- 
loggiamenti, e permettere ai nemici, non vinti, non 
sbigottiti. Il ritomo ai patrii monti. Cosi terminò 
quella spedizione. Ma la pugna di Arbedo, che pre- 
cedette di un secolo le famose battaglie di Novara e 
diMarignano, lasciò negli animi un profondo spavento 
di celesta specie d'uomini, che cosà fortemente resi- 
slevano alla grave cavalleria, e che nel patto di Sem- 



14 PARTE QUARTA. 

pach aveVéno giurato di tion abbandonare la litiscbia, 
quaiid* anche fossero feriti, he mai arrendersi, se vinti, 
6 abiisslr la vittòria nelle fémmine, sé vincitori (4). 

Finqui èra giunta la fatii^osa glòria del Carmagnola: 
betltosto« ooiné dà itigiòné, còmtriel6 (jlèr lui la per- 
sécutrlcé intiiiiia dei mediocri iìifidgfirdi. Questa diede 
sembianza di éolpk alla grandeitsì inedesima delle 
ine imprése ; talché il duòa i'illppio Maria, ognora 
sospettoso^ ed ognora inclinato a timide scelieraggini, 
dopo esÀere sfatti àtftorè à Crearla, n'ebbe sbigotti- 
mento è cordoglio. Redùce appena dai campi d'Ar* 
bedo; fu peh^iò Francesco inviato in onorato esiglio 
al govèrno di Genova (2). f^gaósdì: è gli pfo'misero 
"Tm**' ^^ metterlo a capo deirimprèsa ùàtale disegnata sopra 
Mapoli : ma quando ogni ò'osa era pronta per dar le 
vele, gli togltevàifo ei£làiidio Tonore di quel comando,' 
pet òonisègnàriò iftvecè a Gnido torelK èmulo suo. 
Foctf ^nte le clande^ne indtigaationi d'un Érfizo e 
d*uii Lampuffnano, cUé si godevano f ptimi favori fu 
cortei movevano il duca a otdinà're ài coofdotfjèro 
di congedare le 900 iancie della próptia compaginar/ 

(1) J. de Mulier, Hiét. des 3uissei.-^X. de Bi|ìiis, HI. 55. — 
&ìsmonàì, Hist, des ttépubl. e. L:tlII. ~ Èilib. Pirkéim. Be?/1 
Hélht, p. -f (Thes. Helvét. ttói). 

(9) fitensi negli AtòhiTÌi Gé'nòi^eéi motte comnkiséioAi date 
a nome del Carmagnola o del eoo loogoìeneate, e det Consi- 
glio degli AnMni, dorante ^l soggiorno di (ai Colà. Ecco ad 
esempio il tiiolo di una del 9 giùgno.^1423. 

« Nos Praneisctts dictus tàrrrtagnoui de vicecòmitibus, cùtnèg 
« Càsiri Novi et guhemàtor janùens. prò illusLiho et invictiss: 
ti principe dom, D, duci Mediolàni^ domino Januie, et consiliìini 
il aniianotum et offlcialium proviiionis eivitatit Jaftutt »; 

Lì'b. cómmission. Reipiirbl. Genvens. MS. 



Capitolo primo. 1 S 

CoMpofieiraiioi cctesta ghiera i più eari amiei e coni- 
tKigni del Carmagnola, coloro ìnsoolnid che dai primi 
anni é dal più basso slato a? etanlo seguito e solto? ato 
ai siibliflii grftdi, partecipi delle sue glòrie, de' suoi pe- 
ncoli^ del nome su6. Toita quella schiera^ ogni im- 
pedimento sarebbe stato tollè alle nequitose brame 
dei eortigianii Se ne accorse il condottiero, e non 
obbedì : bensì pregò e scongiurò con umili lettere il 
duca, a non volerlo spogliai^ de' pochi seguaci cba 
ancora gli restavano: «digià<k»maitdo, glorta^esercito, 
affetto di ptìneìpei ogni cosa essergli stata rapita dal^ 
riovidià degli airversarii suoi : ultimo conforto a tanta 
perdite essergli l'amistà di alquanfti compagni, e que- 
sta ancera gli sti^pperanno ? ». Sia l'animo di Filippo 
Maria Visconti, o di chi il reggeva, non etti tate da 
mutarsi per preghiere. Allora l'indole bollente del 
Carmagnola non trovò più freno : gridò, minacciò^ 
chiese risolutamente commiato ; al6ne, polche né Vef- 
runa risposta gliene torna, né forse le sue lettere sono 
(>ure a|>erte, monta a caTaUo con pochi seguaci; 
Giunto a Milanoi, steppe dite il duca era fiiori a vil- 
leggiare a fiiagrasso, fi tosto fi si avviò risoluto a 
discolparsi in persona, ed o riacquistarne la grazia, 
od allontanarsene per sempre^ 

Introdotto a mahi pena nel eastèllo, ebbe per 
risposta, «non potersi liavella^ al duca, ma parli 
all'Erizzo »/ Instò di nuovo ^ e con ègual fisultato;* 
perlochè salito in furore, «sol chiedere, esclalnavai 
perchè gli sia in tal modo disdetta l'entrata al suo 
principe, quell'entrata che ndn tieue tìegata ai più 
vili: esser per quésto apffifùftto vetioto da Genova ^ 
voler Vcdieie il duca, signor suo ; ad oghi costo vo- 



Ì6 PARTE QUARTA. . 

terlo ». Tacevano i cortigiani, meravigliati, ancora 
più che paghi , di quella scena ; né senza ribrezzo 
stava occulUrnienle osservandola dalle feritoie il duca 
Filippo Maria. Al postutto* il condottiero, ormai for- 
sennato dalta rabbia» « ben conoscere, gridò, ben 
conoscere il fondo deU'in&me congiura : i cortigiani 
e gli iniqui del conaiglio esserne gli autori : egli la 
vittima designata ; ma si per Dio ! guardinsi di non 
aversene a pentire, e doverlo un giorno desiderare 
con lagrUne colà, d'o&de ora a torto e con sutlerfugi 
il discacciano», Sepza più, salta a cavallOt 6* come 
11 furore lo. porta, varca il Ticino, vairca la Sesia, e 
sempre inseguito dal Lampugnano ^ entra in ivrea dal 
conte Amedeo di Savoia. Colà caldo d'odio e di>sdegno 
contro Filippo, contro la Corte» contro Biilanp« contro 
ogni cosa càe ai Visconti appartenga, mostra a quel 
principe i pericoli, che gli sovrastano dalla ambiatone 
del duca .di Milano, e Io persuade della opportunità 
dì unirsi con Venezia e Firenze, affine di opporgUsi 
ed atterrarlo. Quindi per le alpi P^inine, evitando la 
Svizzera, dove a motivo della zuffa di Arbedo teneva 
di venire riconosciuto, si conduce a Trento, e da Trento 
con venti famigli arriva travestito in Venezia (I). 
Lietamente lo accolse il Senato, e in. capo a due 
2 3 f^Mu giorni deliberò « di condurlo con 500 landei, e per 
^^^^ « la sua provvisione della sua persona dargli airanno 
« ducati 6000, dovendo egli tenere in casa sua cavalli 
« 400 a sue spese, e stia nel Friuli o in Trivigiana, o 

(I) A. de BilliÌB, IV. 73. segg. — Job.SimoneU. 11. 302. _ 
Corio, V. (>à9. 



CAPITOLO PRIMO. 47 

< dove piacerà alla Signorìa » (1). Però non appena 
Francesco ottiene aseoUo presso i senatori, che con 
ogni studio li insliga a dichiarar la guerra al duca 
di Milano» « a ciò la necessitè, a ciò il loro vantaggio 
doverli spingere ; ben lui sapere a fondo le segrete 
intenzioni , le pratiche, i disegni di Filippo Maria ; 
ben luiu^noscère i lati più deboli della sua potenza; 
avere amici, avere seguaci neiresercito, nella citta» 
in Milano ste»a; stare Firenze, anzi la Toscana, in 
un colla Romagna, colla Lombardia e con Genova a 
già in preda del Visconti, oppure in prossimo pericolo 
di cadervi : a die pia attendere ? che Filippo ingros* 
sato dalle forae di' tutta Tltalia soggiogata, assalti 
Verona, assalti Padova, e confini il nome e la bau* 
(fiera di S. Marco nelle antiche higune ? » 

Aggiangevano peso a queste parole l'opportunità 
manifesta dell'impresa, e le replicate istame dei Fio-^ 
rentnu ; né certo pareva lieve presagio di buona for- 
tuna Tessersi non solo tolto al nemico un sì gran ca» 
pitano, ma acquistato per Venezia. Però d'altra parte 
rammemoravano, « che cotesto Carmagnola mede* 
Simo, ora cosi arrabbiato odiatore di Filippo Maria, e 
stimolatore di guerra, stava poc'^zi nelle prime di* 
gnità presso Filippo istesso, di cui non erano ignote 
le artificiose vie. Del resto ancora al presente, an^ 
Cora in Vebezia non ha esso Carmagnola seco per 
moglie quell'Antonia, che» sebbene illegittima, è pure 
di sangue visconteo? » Cosi gii atfwii incerti tea somma 
fiducia e som^ sospetto sfottersi alcun tempo peri- 

(1) M. Sanato, p. 978 (R. I. S. t. XXU> — A, N*vagero, p- 
1086 (L XXIU). 

Fcl. III. S 



48 PARTE QUARTA. 

tando. Se non che venne a scioglierli da ogni dubi- 
tanza la perfidia medesima di Filippo ; il quale, non ' 
contento d'avere confiscato tutti gli averi del Carma- 
gnola pel valsente di quarantamila ducati d'entrata, 
tentò di farlo avvelenare col mezzo di un fuoruscito 
milanese. Intimata pertanto la guerra, la repubblica 
27 genn. senz'altro indugio consegnò a Francesco il bastone di 
capitano generale (i). 

m. 

Diede principio alle ostilità l'acquisto repentino di 
i7mntzo Brescia, occupata dal Carmagnola col favore di alcuni 
suoi partigiani. Rimanevano ancóra da espugnarsi la 
ròcca e la parte ghibellina della città. Egli in quattro 
mesi d'assiduo lavoro circondolle intorno inforno di 
due grandi fosse, delle quali l'una io difendesse con- 
tro gli assediati, l'altra gli servisse di riparo contro 
l'esercito mandato dal duca di Milano a soccorrere 
20 9bre la piazza; e intantochè i condottieri nemici stanno 
disputando dei varii mezzi di conseguire quel fine, a 
loro veggente se ne impadronisce. Seguitarono spon- 
taneamente la sorte di Brescia, Salò e tutta la riviera 
del Benaco, con tanta prontezza sottomettendosi al 
Carmagnola, che il duca Filippo Maria pel sospetto 
di molto maggior male precipitossi a trattare un ac- 
cordo coi Veneziani. Ma tosto incuorato dal generoso 
Toto dei Milanesi, che oifrirongU per la continuazione 
^elia guerra ventimila uomini pagati coi propri! de- 
nari, disdisse la parola data, e s'affrettò a mandare 
giù pel Po un fiorito naviglio contro Casalmaggiore (2) . 



(1) A. de BHliis, V. 81. — M. Sanuto, 982. 

(8) P. Bracciol. V. 341 (t. XX). -A. de Billiis, V. 



93. 



CAPITOLO PPtIMO. i9 

Stavano a guardia di Casalmaggiore cinquanta fanti. 28m.irio 
Costoro, dopo avere respìnto molto bravamente il ^'^^^ 
primo assalto, patteggiarono di rendere la terra fra 
tre dìj se in quell'intervallo di tempo non giungesse 
ad essi vernn soccorso. Ciò saputo , il provveditore 
veneto mandò a Mantova a domandare aiuto al Car- 
magnola, che colà stava raccogliendo armi ed armati 
per la nuova guerra. Il Carmagnola, sia che riputasse 
inutile rìmpresa di soccorrere Casalmaggiore, sia che 
la credesse temeraria, rispondeva a' messi: « non ci 
essere modo di arrivare a tempo : saper bene quanto 
vaglia Casalmaggiore: non volere per cosi poca cosa 
mettere tatto lo Stato a repentaglio: del resto, quando 
tutto il suo esercito si troverà in punto, tre giorni ba- 
steranno a ricuperarla » (i). Adunque senza contrasto 
i ducali entrarono in Casalmaggiore. Di là trasferi- 
rono le armi contro Brescello sull'altra sponda del 
fiume, ma con ben diverso successo; imperciocché ve- 
nendovi assaliti nel medesimo tempo dalla guarnigione 
e dalle genti sbarcate dalle navi della Repubblica, vi 2im»-H'. 
lasciavano sotto le mura le armi, il bagaglio, il te- 
soro e 1200 morti. Se non che otto giorni dipoi, quasi 
per compenso, Niccolò Piccinino, che già militava ai 
servigi del Visconti, rompeva sotto Gottolengo le squa- 
dre venete, sparse qua e là a meriggiare per la cam- 
pagna. 

Questa avversità ammaestrò il Carmagnola a cin- 
gere quindinnanzi gli alloggiamenti con un giro di 
earri; dietro ai quali i balestrieri potessero riparare un 
improvviso assalto. Ciò ordinato « traversa TOglio, 

(l) M. Sannlo, 9é4. 



so PAATE QUARTA.. 

tenta Cremona, piglia il castello di Bina su quel fiume, 
ottiene a patti Montechiaro, e di colà* cambiata per 
viaggio repentinamente direzione» giunge non aspettato 
a Maclodio tre miglia discosto dairesercitoducale. Non 
mai nelle guerre d'Italia eransi vedute in cosi piccolo 
spazio tante genti raccolte sotto tanti e si famosi con- 
dottieri (1): ma i continui dispareri, per non dire 
nimistà, di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino 
ogni cosa sconvolgevano e ritardavano nelresercito mi- 
lanese. 11 duca s' avvisò di recarvi sufficiente rimedio, 
preponendo al governo di tutti Carlo Malatesta, per 
età, per ingegno, per esperienza, infine, tranne lo 
sterile pregio delia nascita, per ogni altra dote in- 
feriore accompagni. Ciò fu una giunta al male: pò* 
sciachè né le gare vennero sopite, né l'obbedienza 
accertata. 

Due vie mettevano dagli alloggiamenti milanesi a 
quelli di Venezia, cui il Carmagnola, simulando paura, 
aveva con grande lavoro fortiticato. La più breve, 
quella che i capitani più giovani intendevano di sce«^ 
gliere per venire ad assalirlo, era una sottile lista di 
terra a guisa d'argine, alquanto rilevata a destra ed 
a sinistra sopra a fangose paludi impraticabili alla 
cavalleria. Aggiungevasi che il Carmagnola vi aveva 
nascosto nella boscaglia non pochi arcieri e baie* 
strieri, e qua e là interrotto l'argine qon travi e fossi. 
Queste cose erano pervenute a notÌKÌa di Angelo della 
Pergola e di Guido Torelli, entrambi insigni condottieri 
del campo ducale ; epperò consigliavano di pigliare 
l'altra strada più lunga, ma più sicura. Al contrario 

(1) Vedi la nota XVI. 



CAPITOLO PADfO. 11 

Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, in ciò solo con- 
cordi, fervorosamente ragionavano : « breve essere 
]a via, breve in ogni caso il pericolo : per essa ginn- 
gersi direttamente al cuore del nemico: del resto 
troppa fatica avere il Carmagnola speso, troppa paura 
dimostrato nel fortificare il proprio campo, perchè 
si possa dubitare ch'egli voglia escire a ingaggiar 
battaglia, oppure inoltrarsi su per l'argine incontro 
agli assalitori i» Insomma tanto costoro dissero, tanto 
tempestarono con argomenti in apparenza buoni e 
più animosi, che il Malatesta, ultimo al pensiero, 
primo al comandò, ne abbracciò la sentenza. 

La mattina deiril ottobre fu da lui scelta per la *\^^ 
battaglia. Mandaronsi avanti alcune bande di ^ntl e 
di cavalli leggermente armati: s'avviò dopo di esse 
il Malatesta con 500 lancio : dietro a lui Sforza e il 
Torelli: alla coda di tutti Niccolò Piccinino. Arrivate 
sull'argine tutte cotesto genti lentamente vi si affila- 
vano in massa ; indi a non lungo tratto di cammino 
scoprivano la prima testa de'cavalU nemici che ve- 
nivano ad affrontarle. Fu la battaglia né lunga né san- 
guinosa. Respinto gagliardamente dal Carmagnola , 
il primo squadrone dei ducali ripiegò sopra il secondo; 
il quale disordinato da quello scontro, ed impedito 
ngaalnaente di avanzarsi e di combattere dalla calca, 
che gli era non meno davanti che di dietro, stette al- 
cun tempo come sospeso. Frattanto la cavalleria di 
Venezia raddoppiava l'urto alla fronte, e i suoi arcieri 
e balestrieri appiattali nella palude ferivano con un 
nembo di strali nei fianchi e nelle spalle le schiere 
nemiche già riversantisi le une sulle altre. In breve la 
costoro esitazione cambiossi in fuga. Avresti allora 



32 PAATE QUARTA. 

mirato il cornane fervore di scampo crear comune 
impedimento, e chi oppresso dalle armi^ e chi affo- 
gante nel limo rimaner prigioniero. Solo il Piccinino, 
dato ordine a' suoi di farsi via co' ferri per mezzo ad 
amici ed a nemici, come fulmine fuggendo, si ridusse 
in salvo (1). 

Pula vittoria compiuta, ricchissinu) il bottino, presi 
10,000 uomini, morto quasi nessuno. Quella sera 
stessa i soldati vincitori, giusta il costume, rimisero 
in libertà i prigionieri. Lamentaronsi di ciò i prov- 
veditori col Carmagnola ; ci domandò se non ve ne 
rimanesse più alcuno: udito che ancor ne rimaaevano 
circa 400 « Non sìa, esclamò, che questi prigionieri 
abbiano più dura sorte degli altri » e senza più li fece 
disciorre. I provveditori, soffocata in petto l'ingiuria, 
scrisserla con nere interpretazioni a Venezia. 

Dissesi, e allora e dopo ripeteronlo gli storici, che 
il Carmagnola avrebbe potuto nel primo calore della 
vittoria riportata a Maclodio impadronirsi di Milano, 
e che noi volle. Ma in un tempo, in cui la più vile 
terricciuola opponeva la più lunga difesa, chi crede- 
rebbe possibile occupare per via di un subito assalto 
tanta città, di tutta Lombardia la più grande, sede 
ducale, munitissima, pienissima di abitanti per uso e 
per necessità sottomessi all'antico giogo dei Visconti^ 
Né Venezia, sempre cosi riguardata nelle sue risolu- 
zioni, né mai tanto desiderosa di acquistare, quanto so- 
spettosa di perdere, avrebbe acconsentito a cosi grande 

(1) Sanuto, 998. — Corio, 644. — Joh. Simonett. 214. — A. 
de Billiis, VI. 102. segg. — Cro». d'Jgobbio, 966. --Redus. de 
Quero, Ckr, Tarvis. 864 (R. I. S. t. XIX). 



CAPITOLO PAIIIO. 35 

tentativo; quantunque del non averlo iutraiuresQ ne 
facesse poi carico di mortali accuse al suo condottiero* 
Del resto il frutto immediato di quella famosa batta- 
glia si ridusse al guasto della Ghiaradadda : in pochi 
giorni il duca Filippo Maria colle armi e co' destrieri 
imposti solle provincie rimetteva in essere il yinto 
esercito ; quindi il verno e la pace (fu essa conclusa 
ia Ferrara per interposizione di quel marchese) pò- ^ 8 aprire 
nevano termine alle fazioni da guerra. 

In virtù di codesta pace la repubblica di Venezia 
entrò al possesso di Brescia e di Bergamo; perlochè 
stimò di dover premiare d'inusitati onori il condot- 
tiero da cui ne riconosceva l'acquisto. Venne egli 
primieramente accolto in città e accompagnato a casa 
dal doge e dai senatori; quindi ascritto, non altri- 
menti che se fos^e gentiluomo veneto, al maggiore 
consiglio, favore invidiato dai principi, ma facilmente 
concesso dalla repubblica ai proprii capitani (i). Nel 
medesimo tempo gli donavano un palagio in città egli 
assegnavano una provvisione di duemila ducati ed un 
castello in Bresciana, che gliene rendesse altri 500: 
indi a non guari lo confermavano nel capitanato ge- 
nerale, e nella condotta di 500 lancio (2). Gli promi- «"«'^c' 

(1) Delle 97 elezioni di forestieri al maggior consiglio fatte 
dalla Repubblica dall'A. 1304 al 1508, 27 sono di condottieri; 
tra i quali Iacopo del Verme, Ottobuono dei Terzi, Cabrino 
Fondalo, Perotto de Andreis di Ivrea conte di Troia, il Garma- 
.unola, Fr. Sforza, il Gattamelata, Michele Attendolo, Bart. 
Colleoni, Roberto Sanseyerino, l'AWiano, il Pitigliano ecc. 
(V. Sanuto, p. 431). 

{ì) Le condizioni di questa conferma e condotta sono ripor- 
tate nella nota XVII. A. Esse in somma importayano: 

ì^ Che il Carmagnola avesse il capitanato generale dì totte 



sero anche di restitoìrgli fatte le sue possessioni di 
Lombardia caso che la repubblica se ne impadro- 
nisse, con autorità di trasmetterle al fratello, e a tutti 

le genti d'arme, e antorìtà di giudicarle giunto al civile ed al 
crimioale; eccettocliè ne'liioghi i cai rettori avessoro mero e 
misto imperio, oppure ne' quali egli non si trovasse perso- 
nalmente. 

^o Che avesse condotta di 500 lancie da tre uomini -e tre 
cavalli per ciascuna, oltre la propria famiglia. 

3^ Che avesse di provvisione mille ducati al mese, sì in 
tempo di pace che di guerra, senza obbligo di £ir la mostra 
della sua famiglia. 

4° Che la condotta sua dovesse comprendere dae anni 
fermi e due di rispetto. 

5^ Che gli officiali di condotta dovessero accettare e scri- 
vere i soldati a misura che ei li presentasse, e dare a ciascun di 
toro sol fatto ducati 50 di prestanza e 10 altri, fatta la consegna. 

6^ I^oR fosse obbligalo a consegnare i nomi dei proprii 

paggi- 

7o Non fosse olbligato a passare in mostra più di una volta 

al mese, e ancora venisse avvisato tre giorni innanzi. 

8<> Ninno de' suoi soldati potesse venir cassato contro il 

volere di esso lui. 

Qo Avesse tempo 15 di a rimettere i cavalli e gli oomioi 

che rimanessero morti o perduti. 

10° Non si facesse veruna ritenzione a coloro de'suoi solda- 
ti, che per attendere ai proprii affari ottenessero licenza mi- 
nore di 90 giorni. 

il<' In quei luoghi dov'ei si intrattenesse, potessero i suoi 
seguaci escire a spasso senza uopo di particohire bolletta, e 
senza potere essere assoggettati a far le guardie del sito. 

i'ì^ Appartenessero di dritto a lui tutte le cose mobili che 
guadagnasse in guerra e le persone de'prigtonieri ordinarii : 
ma se per avventura facesse prigioniero qualche capitano 
o principe nemico, o alcun disertore dello Stato, dovesse 
sotto certe condizioni e vantaggi consegnarlo alla Repubblica; 



ckfrroijo nino. 18 

ì costai eredi legìttimi magcolini (1). Da ultiivo sopra 
un gran palco eretto in piazza di S. Marco, il doge 
cooferi a 1«i in fendo trasmessibile le contee di Chiari 
e Roccaf ranca, ed altre terre infino a 12,000 ducati 
d'entrata, con piena giurisdizione civile e criminale. 
Narrasi che mentre andavano al cielo le grida, e i 
suoni, e il rimbombo delle campane e de' cannoni, 
sopraggiungesse in piazza Bartolomeo Bussone, padre 
del Carmagnola, trascinatosi colà dai confini del Pie- 
monte per abbracciare il figliuolo salito al colmo 
della fortuna : né Francesco punto sdegnò le villane 
spoglie del cadente genitore ; anzi al cospetto di Ve- 
nezia rapita a quel raro spettacolo, baciavalo lagri- 
mando, ed abbracciavalo, e seguitato dal doge e dai 
maggiorenti seco il menava sulle gondole alla sua casa 
da Santo Stadi, dove era apparecchiato un magnifico 
convito (2). E queste pur erano le ultime gioie di 
quell'uomo destinato a sommi piaceri, ed a sommi 
dolori. Fra tre anni su quella piazza medesima il 
suo teschio rotolava al suolo, reciso dalla vile mano 
di un carnefice. 

pvrciiè questa gliene facesse domanda fra certo tempo. 

1> Fesse olfbligalo a caTaloare dove e quando gli venisse 
comandato. 

14^ Ne egli ne Tcruno de' suoi soldati , finche stessero ai 
servigi della Repubblica, potessero venire molestati per cagione 
di debiti anteriori al loro assoldamento. 

IS*' Dovesse giurare e far giurare a tutti i suoi, che nel caso 
io cui fossero cassati, non porterebbero per lo spazio di sei 
mesi le armi contro la Repubblica. 

(1) Vedila nota XVII. C. 

(9) Sanuto, p. 1004. — Tenivelli, f^ita del Carmagnola.'^ 
Navagero, p. 1099. 1094. ^' 



26 BàHVS QUAUTil. 

IV. 

Del resto la pace di Ferrara non aveva già cessato 
la guerra, bensì le aveva mutato nome, e trasferitala 
dalla Lombardia in Toscana. Quivi Niccolò Fortebrac- 
cio (1), licenziato dal Visconti e instigato occulta- 
mente dai Fiorentini, assaltava, quasi fosse impresa 
i^ xìjre sua propria, la città di Lucca; e bentosto i Fiorentini 
le dichiaravano guerra, e il duca Filippo Maria sotto- 
mano ne assumeva la difesa. Pareva costui, a chi di 
lontano l'esaminava, come composto di due nature 
totalmente contrarie : osservato più davvicino impic- 
coliva, quasi la buona natura venisse cedendo alla 
mala : alfine scoprivasi, doversi a vizio ed a debo- 
lezza attribuire ciò che sulle prime aveva in lui dato 
splendore di virtù. Vile e impetuoso, vano con sem- 
bianza di grande, timido sotto forma di magnanimo, 
ostinato e mutabilissimo, insomma uomo, sotto il 
quale nò gloria, né tranquillità, né obblio da ninno 
alquanto più che mediocre si potesse sperare. 

Questa bizzarra varietà d' ingegno , che aveva 
condotto il Visconti a levar tant'alto il Carmagnola 
per inimicarselo poi senza motivo, lo aveva pur anco 
incitato a castigare con severa persecuzione in Fran- 
cesco Sforza la marziale fierezza, e il mal represso 
dispregio verso quei cortigiani del consiglio, divenuti 
grandi solo per vile ed infame servire. Già da due 
anni era stato questo condottiero condannato dal 

(1) Figliuolo della sorella di Braccio; e dal cognome della 
propria madre talora soprannomato ?(icolò della Stella. 
P. l^us8.Hi8U Seti. p. 37 (t. XX). — Boninc. 135. — Ammirato, 
XIX. 1052. —Capponi, Comm. 1170 (t. XVIII). 



CAFTPOLO VMHOk TI 

duca a languire in dispettoso ozio, senza ^pendii e 
seguaci, nelle terre della Lomellina; quando le grida 
dei Lucchesi, inopinatamente assaliti da Firenze, so- 
spinsero il duca a trarne alcun partito. Chiamatolo 
infatti a Milano, gli manifesta le sue intenzioni, lo 
accomoda in segreto di denari, in palese di congedo; 
quindi, senza far mostra di violare la pace testé giu- 
rata^ lo spedisce oltre l' A pennino. Francesco Sforza, 
tostochè fu giunto in Toscana, dichiarossi soldato dei 
Lucchesi; e come tale ne discacciò dalle mura l'eser- 
cito dì Firenze : quindi aiutò i cittadini a restituirsi 
in libertà: appresso, vinto da settantamila fiorini man- 
datigli dai Fiorentini qua! residuo di paghe dovute al 
padre di lui, usci da Lucca e passò in Lombardia. 
Fu allora dal Visconti inviato in Toscana Niccolò Pic- 
cinino, il quale, combattendo con non minore fede 
che valore e fortuna, liberò Lucca da un secondo 
assedio, battè in più Incontri i Fiorentini, e li astrinse 
a chiamare prestamente in loro soccorso lo Sforza. 
Era questi già pervenuto nella Romagna, dicevasi, 
coU'intento di inoltrarsi nel regno di Napoli e pigliar 
qualche patte in quelle discordie. Presso Gotignola 
il raggiunsero quasi nel medesimo tempo gli oratori 
di Firenze e quei del duca di Milano. I primi gli of- 
fersero larghe provvigioni ed onori a piacere ; questi 
gli proposero per isposa Bianca figliuola illegittima 
del medesimo duca, e per giunta molte terre in dote, 
ed il trono della Lombardia in retaggio. 11 condot- 
tiero, perplesso tra la certa paga e le grandi ma in- 
certe promesse, stette alquanti giorni in forse : trion- 
farono alla fine dentro di luì le esortazioni del papa, 
le istanze del duca, e la propria fortuna. Andato per- 



38 pjmiv quÀATk. 

dèa Milano, tosto per anttdpanone di dote entrò al 
possesso della città di Cremona e del Castellaz^o, del 
Bosco e del FregamolOy non dispregevoli siti del- 
l' Alessandrino (I). 

A queste concessioni s'era sottoposto Filippo Maria 
Visconti per tenersi apparecchiato gagliardamente 
alla gnerra, che prevedeva vicina ; e ben la minac- 
ciavano i Veneziani, ristringendosi in lega coi Fioren- 
tini e col marchese di Monferrato. Se non che al mo- 
mento di intimargliela, venivano quelli ritirati addie- 
tro da atroci sospetti intorno al Carmagnola ; i quali 
sospetti, né dalla vittoria di Maclodio, né dall'acquisto 
di Brescia e di Bergamo, né dagli onori impartitigli, 
né dalla rinunzia testé avutane ad ogni cosa ehe pos- 
sedesse o posseder dopesse in Lombardia (2), non erano 
stati punto cancellati. Non mai quella gelosa dub- 
bianza, ch'é particolare soprattutto dei deboli, i quali 
si trovano lor malgrado costretti a rimettere nelle 
altrui mani la propria salute, erasi mostrata con ansia 
più lunga e tormentosa. In conclusione, poiché lo 
stare portava danno, e far la guerra senza il Carma- 
gnola pareva, non che pericoloso, impossibile, il 
senato di Venezia tagliò, come si suol dire, il partito 
a mezzo, risolvendo di commettergli bensì il governo 
delle armi, ma di tali provveditori circondarlo, che 
ogni suo detto, ogni suo proposito sia conosciuto, 
ogni opera invigilata e all'uopo impedita. Era solito 
ufficio dei provveditori, stare nell'esercito ai fianchi 
del capitano , vegliarne le azioni , amministrare la 

(1) A. de Billiis, VIU. 138. — Joh. Simonett 417.— Co- 
rio, 645. 
(9) Sanuto, 1004. 



CAPITOLO PAIMa Ì9 

pecQQJa pei bisogni del campo, veder tutto, parte- 
cipare ia tutto (i). Magistrato ìneomodo, anzi dan« 
noso in ogni robusta impresa, e tale, che sembrasse 
più atto a spiare e punire i lalli, cfae a facilitare le 
vittorie. Ora siamo per entrare nel racconto di un 
dramma, triste a chiunque ami il vero onore della 
patria sua, lamoso per esagenite accuse dall'una e 
dall'altra parte, e insigne per aver prestato argomento 
a stupenda poesìa. 

Già due settimane prima di ricevere nel duomo di ^^^^^^' 
Brescia il bastone di capitano generale e lo stendardo 
di San Marco, aveva il Garnuignola messo mano alle 
ostilità, tentando di conseguire per segreti intendi- 
menti le piazze di Lodi e di Soncino. Ma Tuna e 
l'altra &zione riuscirono a male ; che anzi sotto Son- 
ciao, dove il trattato era doppio, rimasero in potere 
delnenuco da 1600 soldati (3). Perciò voltosst egli a 
più aperto guerreggiare, e affine di valersi ad un 
tempo del naviglio e dell'esercito, deliberò di indi- 
rizzare il primo impeto delle armi sopra Cremona* 
Adunque, risalita la corrente a ritroso, di là si pre- 
sentò sotto le mura di essa città la flotta della repub- 
lilica comandata da ?iiccolò Trevisano ; di qua, tre mi- 
glia più discosto verso Pavia, il Carmagnola in persona 

(1) «5iifK autem legati* apud ymetot e pairìdo ordine iuo 
^ vili imperatori^ ^ui genie peregrina semper tligi- 
''*r, tu eorum Consilio ^tior ad heUum perlinent admimstrety 
«ioo'i attributi^ iis inviiis^ imperatori quidquam agere decemere- 
«(V, juMJ alicujus momenti sit^ non licet*^ prwcipue vero munus 

«eorum est publicam pecuniam ». N. Barbarigo, f^ita A, 

Gritti * 

(3) A. de BiUtts, iX. 147.- Sanato, tÓia--ioh. Simo- 
nett. 319. 



so PARTE QUARTA. 

piantò le sue tende. Tale fu la disposizione presa dagli 
assedianti : con non minore diligenza ì ducali si mi- 
sero in pronto per sovvenire la città. Erano le loro 
genti da terra capitanate da Francesco Sforza e Nic- 
colò Piccinino: reggeva la flotta il pavese Eustachio 
Pasino. Quelli alloggiaronsi tra Tesercito del Carma* 
gnola e l'Adda, a cavallo della strada di Pizzighettone; 
questi più insù qualche mìglio da Cremona fermò 
l'ancora nel fiume, a quell'ora molto gonfio a motivo 
di straordinarie piogge. Erano ì legni dall'una e dal- 
l'altra parte in numero quasi uguali; ma come quelli 
de' Veneziani apparivano più alti e grossi e meglio 
forniti di macchine, cosi quei del Visconti sembravano 
più leggeri e accomodati alla natura del fiume. 
Cosi stando le cose, entrambi gli eserciti, entrambe 
22 ging. le flotte, cornea battaglia imminente si apparecchia* 
rono. Però il vero proposito dei ducali era di riporre 
In acqua tutto il loro sforzo, ben conoscendo che, 
liberato il corso del Po, era liberata Cremona. A tale 
effetto il Piccinino e lo Sforza aspettano, che l'aere 
si sia alquanto imbrunito : allora con gran segretezza 
imbarcano sopra le navi il fiore delle proprie schiere, 
e inviano speditamente oltre l'Adda, insieme colle ba- 
gaglie, quelle che rimangono. Nel medesimo tempo 
per loro ordine due soldati milanesi s'introducevano 
a guisa di disertori negli accampamenti del Carma- 
gnola, e gli davano a credere, avere l'esercito nemico 
risoluto d'assaltarlo quella sera stessa oppure il mat- 
tino seguente. Prestò il Carmagnola intiera fede al- 
l'insidioso racconto : laonde raddoppiò le guardie, 
dispose le squadre» infine rivolse tutto il suo animo 
verso la banda di terra. 



CAPITOLO PRIMO* Si 

Frattanto il Pasino, pieno il naTiglio di yalorosa 
gente, calava a seconda del fiume contro il Trevisano, 
e colla perdita dì cinque galeoni perveniva a mettersi 
tra lui e la sponda, ove giace Cremona. Per questa 
opportunissima mossa venne egli a conseguire il dop- 
pio vantaggio, e di separare la flotta veneta dalVeser- 
cito dì terra, e di sospingerla in bassi fondi che non 
lasciavano libero governo alle alte sue galere. Cercò 
sabito un riparo a questo inconveniente il Trevisano, 
incatenando ì suoi legni gli unì agli altri, sicché 
presentassero contro ai ducali come una continuata 
trincea. Simultaneamente mandava con grande istan- 
za pregando il Carmagnola a volerlo soccorrere di 
soldati. 

Ma il Carmagnola (e qui stette il suo, se non tradi- 
mento, errore) era troppo persuaso di venire assal- 
tato fra poche ore dallo Sforza e dal Piccinino, perchè 
si volesse indurre a spogliarsi delle proprie squadre. 
Si aggiungeva, staigli alle spalle la città di Cremona 
fornitissima di gente: poi, < come mai sotto il fuoco 
delle navi nemiche imbarcare uomini gravemente 
armati, e traghettarli alla sponda opposta? ed in 
sostanza, a che questi timori del Trevisano? forsechè 
quella bandiera di S. Marco, che ha trionfato di Bi- 
sanzio e di Genova, temerà ora di un oscuro capitano 
pavese? > Adunque egli e come malagevole ad ese- 
guirsi, e come inefficace, e come pericolosa, rifiutava 
la proposta del Trevisano: cominciata poi la zuffa, 
quand'anche l'avesse voluto aiutare, non avrebbe più 
potato farlo. . 

Allo spuntare del di le navi del duca di Milano 23 giug. 
rinnovarono piucchè mai feroce l'assalto ; ed essendo 



32 PAATE QUA&TA. 

quasi tutte mane|y(ìate da Genovesi, le antiche ge- 
losie tra essi e i Veneziani, e le nuove ingiurie iatte 
e ricevute sul Mediterraneo, accrescevano da en- 
trambe le parti insieme coirastio il valore e la dispe- 
razione. AUa fine i Vìsconteschi, superiori per copia 
di gente e agilità di mosse, ruppero con grande sforzo 
la colleganza delle navi nemiche. Accerehianle allora 
ad una ad una, e mentrechè T^sere insieme incate- 
nate e la strettezza del luogo ne difficoltano la di- 
fesa, e il sapone fattovi gettare dal Piccinino. non 
permette a' Veneziani di tener ferme le piante (i), i 
ducali sotto un nembo di fuochi artificiati s'acco- 
stano con bravura all'abbordo. In tal frangente al- 
Timperìzia di chi reggeva la flotta veneta agj^unse 
materia di disordine il Po, che ài quanto era cre- 
sciuto il giorno avanti, di altrettanto quasi si ab- 
bassò nel corso della mischia, lasciando al secco i 
galeoni d'alta prora. Perloché essi, trovandosi ugual- 
mente inabili al resistere ed al fuggire, s'arrende- 
vano; il Trevisano, abbandonata la nave capitana, 
cercava salvezza in uno schifo ; e di tanta flotta otto 
sole grosse galere a grande stento si riducevano in 
salvo (2). 

Conosciuti a Venezia i particolari di ootesta scia- 
gura, il senato faceva chiudere in carcere tutti i capi 

(1) Spirito, L'aUroMiirU, e. XUV. 

(3) ElU. de la Manna , f^ict. Cremon. p. 445. segg. ( t. 
XXV). — Cron. mise, di Boi. 639 (t. XVIII).-^ Joh. Simonett. 
II. 220. — Sanato, 1016. — Corio, V. 646. — Ammirato, XX. 
1075. — A. de Billiis, IX. 151. — Decembr. Vt Umd» Mediol. 
1085 (t. XX). — A torto il Mara tori, seguitato dal Sismondi, 
contro il téstimoiiio di tutti i cronachisti ril^ritoe questo fatto 
ai 33 di maggio ; alcuni solo di questi I9. anticipano di due dì. 



CAPITOLO PRIMO. 33 

di nave, dava bando del capo al provveditore, e al- 
rammiraglìo Antonio Rizzo, e condannava in contu- 
macia secondo le antiche leggi il Trevisano « per 

< essere stato rotto ... in vitupero del dominio, e 
«per non aver fatto il suo dovere; immo vilimme 

< essersi portato ; immo perchè andò pregando gli 
«altri che fuggissero via» (I). 

Ma sulla fede del Carmagnola covavansi frattanto 
orrendi sospetti, cui l'alterìgia de' cittadini bramosa 
di rinvenire una causa estrinseca alla propria disfatta, 
e l'interesse di chi per essa si ritrovava in prigione od 
in dispregio presso l'universale, fervorosamente fo- 
mentavano. « Lui non solo, si esclamava, aver mi- 
rato senza turbamento cotanto eccidio, ma ancora 
negato di sovvenire le navi del più leggiero presidio. 
Porseli Piccinino, forse lo Sforza si sarebbero avven- 
turati a mettere sopra i legni del Pasino le proprie 
squadre, se per patti precisi non si fossero prima as^ 
securati del conte, del conte che un'altra volta, es- 
sendo vincitore, aveva col rilasciare i prigionieri reso 
inutile il proprio trionfo? ora poi chi non vedeva aver 
lui accertato la vittoria ai nemici? » (S). Però , sic- 
come appo lui erano tuttavia armi, fama, aderenze e 
aiffetto di soldati, né la necessita di ostare gagliarda- 
li) Sannto, 1017 (t XXII). 

(2) Quanto cieca credenza prestino gli scrittori Veneziani 
^ tradimento del Carmagnola, mostranlo per es. le parole del 
Sanato « i nemici avean il vantaggio di venir giù a seconda ed 
«anuiti, e già sapeano l'animo del Carmagnola, che egli avea 
«pioneiso dì non si ainovere, né di Tenire a dare alcon 
*&Tore alla detta nostra armaU (p. 1016),» — e Y. il Naya- 
m (p. 1095 E, t. XXIII). 



Zk PARTE QOAATlL* 

mente ai vincitori ammetteva ìnàtsfpù^ il senato, qnasì 
pereelare meglio H segreto raneore, rlpreae»lqimnto 
leggermente i! condottiero deff^occorso, e loslo per 
mostrargli d'aver (Kmenticato ogni Mìo gli sp«A in 
dono pareecM destrieri che erano stali presi al me- 
lineo (I). 

Ma altri accidenti affrettavano t» sventura sifl C9po 
dfel condottiero piemontese. Una fiera epidemia tt^sein 
pochi giorni afi^esercito BMOcavalli. Ciò impedì stra- 
H>rd]narìamente le operazioni da gmeirra. S^'aggiunse 
a questo la sempre crescente timidilkde^ rep^blica, 
e non so quale scissura nata fra lo stesso GarMagnola 
e i condottieri soggetti a lui : perikliè, mentre le 
schiere da lui comandate dimorano ìnopercwvt dentro 
Brescia, i ducali invadono il Monferrato, spogliano 
quel marchese delFavito dominio, e sospingonto pro- 
fugo a Venezia ad irritarvi col vivo aspetto dei pro- 
pri! mali lo sdegno contro chi ne viene ripatato la 
i8 8i>re cagiohe. Sopravvenne un aKro caso a moltiplicare le 
^^^^ ire ed i clamori contro if Carmagnola. Un condottiero 
dell'esercito veneto sorprese di notte tempo una porta 
<fi Cremona. Venuta Falba, non potendo resistere a 
tutto il pòpolo accorso in arme, cedette, si richiuse 
nella torre che stava sopra alla porta, e mandò al Car- 
magnola invitandolo a venir tosto ad occupare la città. 
Questi, sìa che dubitasse di qualche traiSnento, sia che 
temesse di non giungervi a tempo, sia forse che man- 
dar tutto l'esercito non potesse, e mandarne una parte 
non credesse bastante,, per quanti messaggi ricevè, 
non si mosse. In conseguema la torre ritornò ia pò- 

(1) Navagero, cit. p. 1096. B. — Sairato. 1018. B. 



lere 4el nemico, e kt 9ca«qp«i)ii» già iaconiirwfatit t 
VeMm per Vacqubltr di Ciettom, veimo iaterrotto 
eoa tsofio maggiore esuttibiamiei 4«|^ Mimi, f iiaiil« 
eh» dà più pesa il perdere obti il nea peesedere (I). 
Tra questi eventi Taaiio 1*3^1 , lerbide^ pei Veoe* 
lini, onteufaratQ pel GMmignela* penreaiva ti aito 
lenaiiie. 

AI principiare deRa seguènte prfmarera, essendo a. 1432 
^ncbfar a male la trama in quel mezzo ordita dai Te* 
nezianf, affine di avvelenare il Visconti (f), vedevano 
qaesti soprastare allo Stato mia guerra dubbia, anssi 
roTìnosa, ed a tal guerra esser quasi necessario di 
preporre il Carmagnola, cKe aveva liberato (selama- 
vasi) i prigionieri fatti a Maclodio, ommesso d'Impa- 
dronirsi di Milano, messo in bocca ai nemici Tarmata 
<Jd Trevisano, privato con manif^ta colpa hr repnb- 
bfica deiracquisto di Cremona, e sempre risposto alle 
riprensioni de* provveditori con ntnaecie e scberni (5). 
ATevanfo sul finire delfanno mandato con kWO ca- 
^n nel FrfuK contro gli Ungheri ; ma terminata 
quelb spedizione, era pure stato mestieri di ravviarlo 
dil'esercito di Lombardia, e abbandonargliene i) su^ 
premo governo. # Ora, chi assecuTtra 1$ repubblica, 
<^h'ei non fosse per aggiungere delitto a delitto, e per 
soggellare cai tradimento una riconciMaBioiie col duca 
<lì Mano, suo eonsanguineò, rifacendolo signore dì 

(t) Smino, i09& ^ ll«T^m, lOOt. 

W Cibnrio, Mutrie étl (ktmmgnU^ d(m. p< 7t 

W CaTalcawli, Sé, Fior, 1. VU. q, XUX. 



36 PARTE QUÀ&Ti* 

Brescia e di Bergamo, forse anche di Verona, di Pa- 
dova, di tutta terraferma, immolandogli tutte le 
schiere, e passando finalmente coi più fidi in Mi- 
lano a raccogliervi il premio dell'infame contratto? 
E chi assecnra Venezia, che in tntto ciò egli non 
lavori al proprio ingrandimento, egli, che per cagione 
della moglie si trova più vicino d'ogni altro al trono 
di Lombardia ? Dovrà adunque il senato di Venezia 
rimettersi in mani, le quali, quand'anche per gran 
prova di bontà non si volessero chiamare traditrici, 
certo sarebbero per lo meno straordinariamente 
ignave e disavventurate? Casserallo adunque? Ma 
ciò sarebbe lo stesso che riunire il Carmagnola col 
duca Filippo Maria, ed abbassare di tanto Venezia 
di quanto monterebbe Milano. E poi quel Carma- 
gnola, che ha spento non meno nei capi che nei 
soldati l'amore e la riverenza alla repubblica per 
circondarne se stesso, come non se ne varrà egli per 
seminare nell'esercito dissidii, ritrosie, fughe, tu- 
multi, e, che dich'io, rubellioni e tradimenti ? Però» 
se il tenerlo per capitano generale è di estremo pe- 
ricolo, se il lieens^iarlo è di estremo danno, ora cbela 
guerra è imminente, i soldati presti agli affronti, il 
nemico grande e vittorioso, forse le trame di total 
§QYY9r$ÌQn« già ordite e pronto» che dovrà farsi mai 
del Carmagnola?» 
11 consiglio de' dieci non osando sciogliere di per 
28iiiano 8è questo terribile dubbio, deliberò di aggiungersi 
SO nobili del collegio de' Rogati, sotto pena di avere 
6 di persona a chi ne facesse parola. Il di appresso 
fu dato ordine al segretario Giovanni de Imperìis, 
che senza dimora si conducesse a Brescia con lettere 



CAPITOLO PRIMO. 37 

credenziali pel conte Carmagnola, e dopo i saluti e 
le raccomandazioni consuete, procurasse di fargli 
vedere : < come non sembrava alla signoria conve- 
niente per quell'anno di muovere la guerra sulle 
sponde dell'Adda, siti pieni di selve e dì paludi; 
né essere ragionevole senza il presidio di una buona 
flotta di pensare a Cremona. In conseguenza sem- 
brare molto più opportuno di trasferire le armi 
oltre il Po contro Parma e Piacenza, massime che 
quivi tornerebbe a vantaggio della repubblica l'a- 
micizia del Gonzaga signor di Mantova, dal quale 
il passo del fiume e sarebbe accertato alle sue genti» 
ed impedito alle inimiche. Questo essere il desiderio 
del senato : ma prima di appigliarsi a veruna riso- 
luzione, desiderare di conferirne a \iva voce col 
proprio generale capitano. Supplicarlo pertanto di 
volersi recare a Venezia tanto più presto, quanto cbe 
per cosiffatta consulta appunto vi si aspettava di 
giorno in giorno il Gonzaga». 

Con queste ragioni doveva il de Imperiis indurre 
il Carmagnola a seguitarlo a Venezia. In caso che 
il conte dicesse di si, doveva quegli subitamente 
avvertire i Dieci del giorno che venisse stabilito 
alla partenza. In caso cbe il conte si scusasse o 
negasse di venire, doveva il de Imperiis per non 
adombrarlo chiedergli in iscritto il suo parere circa 
il governo della prossima guerra, e frattanto nel 
più segreto modo concertare col provveditore, col 
podestà, e coi capitani di Brescia i mezzi di arre- 
starlo, e rinchiuderlo in quel castello. In quest'ul- 
tima supposizione si raccomandava ad ognuno di 
essi di far fare buone guardie per tutte le terre, e 



38 PIATE QOA&TIL. 

di impossessarsi nel tempo medesimo della moglie^ 
delle lettere, delle scritture, dei deaari e dei bem 
del eondottiero (1). 

Nello stesso giorno deliberavast altresì di invitare 
a Venezia il Gonzaga; e colla maggioranza di 19 voti 
sopra il contrarii e 4 neutiali, si slabiiìva di rke* 
nere il conte in prigione, tostochè ibsse arrivato. 
Spedironsi lettere eziandio ai rettori delle terre per 
le quali doveva passarev con ordini precisi di arrestarlo 
a forza, quando vedessero in lui qualche tentativo di 
foga; e si scrissero lettere conformi all'Orsini, al 
Sanseveritto, ed a ciascuno degli altri condottieri 
deiresercito, avvisandoli : « a non meravigliarsi di 
quanto vedessero accadere : ciò farsi per impor- 
tantissime e giuslissiiue cagioni, anzi per la finale 
salute dello Stato: non per questo doversi rallen- 
tare le fazioni di guerra, anzi più caldamente pro- 
seguire: stessero di fedele animo e costante, come 
per lo passato; e, fìnehè in altro modo non si prov- 
vedesse, obbedissero ai rettori ed ai .provveditori 
di Brescia, né più né meno die al senato istesso». 
Ciò fatto^ « perchè la deliberazione presa nel con- 
« sigilo sopra le cose dd conte Carmagnola era di 
« molta importanza, come ognuno vedeva, » il doge 
proponeva e vinceva il partito, che niuno sotto 
pena negli averi e nella persona s'ardisse a iiar auiito 
o cenno di quella materia con chicchessia, quand'an- 
che questi appartenesse al consiglio medesimo. 

Giunto il de Iroperiis a Brescia, « come il Carain- 

(1) Per tutta questa narrazione ci serviamo specialmente dei 
preziosi documenti scoperti dal car. Cibrarìo e pubblicati nella 
citala operetta. 



CAPITOLO PAIMOu 5i^ 

goola iotese» che la signoria maodava -per lui, (tor 
gUamo queste parole da uno storico veoeziaDo di 
poco posteriore a quei fatti), subitamente si mise 
in canifiiiiio per venire in questa terra. E giunto 
appresso Vicenza, i nostri rettori andaroogli in* 
contro; e poi venne a Padova, e Federigo Con- 
tarini capitano di Padova il tenne a dormire con 
lui per quella notte in palazzo: onde al detto conte 
mollo parve ciò nuovo, essendogli fatte tante ca- 
rezze oltre quello che soleva essergli fatto quando 
delle altre volte veniva a Venezia. Ma pure non 
disse alcuna cosa. La mattina per tempo fu ac- 
compagnato dal detto capitano di Padova fino 
alla . . • . Gli andarono incontro tutti i signori di 
notte con tutte le sue guardie e uffiziali, mostrando 
di essergli andati incontro per fargli onore .... 
E giunto ch'egli fu qui gli furono mandali in- 
contro otto gentiluomini, avanti ch'egli smontasse 
a casa sua, che Taccompagnarono a s. Marco. E 
smontato alla riva, furono subito serrate le porte 7 aprile 
del palazzo, e mandati tutti fuori, eccetto i de- 
putati alla guardia. E andato esso conte co'detti 
gentiluomini su fino alla scala delle due nappe, 
entrò dentro, e rimase con Lionardo Mocenigo 
procuratore savio -del consiglio, e con alcuni altri, 
nobili del collegio, i quali gli dissero, che messer 
lo Doge aveva male di reni, e che domattina se 
gli darebbe udienza. Già era venuta V ora tarda 
del desinare. Credendo il conte d'andare a casa sua, 
fu fatto prima dire ai suoi, ch'erano venuti con 
lui , che il conte desinava con mess. lo Doge, e 
che andassero a desinare , e poi rilornassero a 



Ud PARTE QOARTA. 

palazzo. E venuto giù il conte, credendo di an- 
dare a desinare, e di andare alla riva per mon- 
tare in barca, gli fu detto: Signor conte ^ venga di 
qua, alla volta delle prigioni. Vedendo esso conte 
prima, che si andava di lungo per sotto il por- 
tico, disse: Questa non è la via. E i detti nobili 
gli risposero: Questa è pure la via diritta. Il conte 
entrando in prigione,, disse: Fedo bene ch'io son 
morto: e trasse un grande sospiro. Fu confortato 
da quelli. Egli disse: Uccelli^ che sono da lasciare, 
non sono da prendere: e posto in prigione néll' an- 
dito dell'Orba , per tre giorni continui egli non 
volle mangiare (I) ». 
Mentre queste cose avvenivano sulla Laguna> com- 
pievansi in Brescia gli altri comandi della signoria: 
mettevansi cioè in prigione la moglie, i famìgli e 
Giovanni de Moris cancelliere del Carmagnola ; le 
sue scritture sequestravansi, e per acquetare il mal- 
contento delle soldatesche distribuiva^si loro i te- 
sori già da esso guadagnati militando (2). Nel me- 
desimo tempo il consiglio dei dieci scriveva a Ferrara 
agli oratori della repubblica, ragguagliandoli dell'oc- 
corso: « già da gran tempo per molte congetture e varii 
indizii essersi concepiti gravi sospetti intorno alla 
lealtà del conte Carmagnola; ma essersi mai sempre 
dissimulato, sia affine di scoprirne affatto la verità, 
sia perchè era duro il credere a tanta infamia. Fi- 
nalmente avere pur troppo il consiglio acquistato 
di ciò chiarissima certezza, talché già mirando SO- 
CI) Sanuto, File de' duchi di Venezia, p. 1098 (R. I. S. 
t. XXII). 

(9) Cìbrario, 1. cit. p. 95. 



Ci^FITOLO PJUMO. ki 

proitare un massimo anzi un evidentissimo pericolo 
aUo Staio^ il qucie a poco a poco sotto speranza di 
bene con grandi arti veniva dal conte am<Uo al pre^ 
cipizio^ essersi indotto a chiamarlo sotto onesto co- 
lare a Venezia, e sostener velo prigione: da ciò spe- 
rarne per tutto lo Stato sicurezza e vittoria. Des- 
sero adunque gli oratori novella di quel caso al 
marchese di Ferrara ed ai legati fiorentini (dimo- 
ravano questi in Ferrara coirintendimento di con- 
cludervi una nuova pace); essere persuaso il consi- 
glio, che il marchese approverà la risoluzione presa: 
tuttavia si differisca mezza giornata a manifestar- 
gliela». 

L'undecime giorno di aprile nominossi il collegio 
detto di Esamina con piena autorità di interrogare 
e di martoriare il conte, il suo cancelliere, e qua- 
lunque altro, sul quale cadesse il sospetto di avere 
fatto , trattato , o praticato alcuna cosa contro lo 
Stato. Solo Bartolomeo Morosìni (ne sia il nome 
consegnato con lode alla posterità!) con i2 altri 
compagni ostò alla opinione di quelli che volevano 
sottomettere il Carmagnola alla tortura: ma fu in- 
darno (4). Laonde quella sera medesima « fu esa- 
« minato il detto conte pei deputati del consiglio dei 
« dieci nella camera del tormento .... E non vo- 
i tendo confessare, fu posto alla corda, e non pò- 
« tendo trarlo troppo su per un braccio , eh' egli 
« aveva guasto, gli fu dato fuoco a'piedi, per modo 
« che subito confessò ogni cosa, e fu ritornato in 

(1) Gibrarìo, l. cit. doc. p. 64. 



42 PULTE QUA&Tà. 

f prigione (4) ». Era quella la WgiKa deMa deme- 
mea delle palme; e infìiio all'altro nereoledi le 
sacre funzioni della settinrana santa sospesero ogni 
cosa. 11 23 di aprile il consiglio obbligò sotto giu- 
ramento i deputati ad occuparsi giorno e notte del 
processo : in capo a undici ^orni » ninna difesa 
conceduta al reo, fu t^minato. 

Il 5 di maggio radunossi il consiglio per inlen- 
5mag|,% derno la esposizione, e darne sentenza, nsica per 
avventura nelle storie d'Italia. Si propose dapprima 
se < dietro quanto avevano sentito e veduto , sem- 
« brasse di procedere contro Francesco detto Car- 
« magnola, una volta capitano generale dell'eserdlo, 
« per ciò che questi aveva fatto e trattato in danno 
« e scorno dello Stato, siccome era palese dalle te- 
« stificazioni e scrittore giaietto ». Ventisei suffragi 
contro uno approvarono il paitito; nove palle rosse 
dimostrarono di non riputare la cosa abbastanza 
chiara. Rimaneva a determinarsi la pena: il Doge 
seguito da sette altri consiglieri propose il carcere 
forte; nove palle rosse tornarono a dimostrare di 
non credere la cosa abbastanza cbiara; diciannove 
palle nere vinsero la più cruda sentenza : 

« Che questo conte Carmagnola, pubblico tradì- 
« toro dello Stato, fosse quel di all'ora consueta dopo 
« nona con una spranga in bocca e colle mani legate 
« secondo l'uso condotto in piazza, per esservi decapi- 
« tato fra le due colonne di s. Marco; cbe tosto presa 
« questa deliberazione, tre del consiglio sì recassero 
« a notificargliela; che se ne assegnasse alla vedova pel 

(1) Sanuto, p. 1029. 



CAPITOLO punto. 45 

sao vivere il prò* di diecinik ducati di imprestilo, 
ma a patto preciso che abitasse dentro la città di 
Treviso; che a dascoita delle due figlie di lui non 
maritate venissero stanziati in dote cinquemila duca* 
ti, i cui frutti frattanto servìwero a mantenerle; tut- 
tavìa non potessero andare a marito senza licenza 
de' signori dieci, nò , morendo, testare in più di 
mille ducati. Che alle stesse con dinoni fosse sottopo- 
sta la terza figlia già sposata ai Malatesta, caso che 
il matrimonio non si compiesse. Infine che il rima- 
nente delle fecoltà del conte (calcolavansi a 300,000 
ducati) si aggiudicasse al fisco ». 
Tale fu la sentenza, tale l'esecuzione. Quel me- 
desimo giorno dopo vespro veniva il condottiero 
con nno sbadacchìo in bocca accompagnato al palco 
ferale dalla congregazione di S. Maria Formosa. 
Portava (narra lo storico sapraccennato) « calze di 
« scarlatto , berretta di velluto alla Carmagnola , 
« giuppone di cremesino, e veste di scarlatto, con 
• maniche, ecinto didietro»: precedevanlo e seguita- 
vanlo parecchi ufficiali con bastoni in mano. Montato 
che ei fu sul palco, il boia in tre colpi di spada gli 
spiccò il capo dal busto. U tronco corpo venne tosto 
al lume dì ^k doppieri recato in un'arca alla chiesa 
di S. Maria Gloriosa. Più tardi fu levato di là, e tras- 
ferito in Milano nella cappella deUa B. Vergine in S. 
Francesco grande, dove alla fine veniva ricongiunto 
dentro marmoreo sepolcro alle ossa della consorte (i). 

(1) EranTÌ sotto le seguenti isciizìoiii : 
«iSepuiehrum magiif. D, Franeisci dicti Ccamttynola de 
yictcomitiìms^ conUtis Castri No^ oc Ciati. 



Uk- PARTE QUARTA.. 

In questo modo, trascorso appena di due anni 
l'ottavo lustro del vivere suo, Francesco Bussone da 
Carmagnola, per gaglìardia d'animo e di corpo, per 
straordinarie imprese e fortuna, per deplorabile fine, 
illustre e memorando, moriva al cospetto di Venezia 
meravigliata, che pur gridandolo traditore, doman- 
dava a se stessa in segreto, quali ne fossero le 
colpe, quali le prove. La vedova di lui Antonia, 
dopo avere in Venezia nel silenzio e nelle pratiche 
religiose di un chiostro disacerbato per due anni 
l'affanno di tanta perdita, ad instigazione di alcune 
donne lombarde fuggi colle figliuole a Milano (1). 
Quivi, essendo rientrate nel possesso degli averi pa- 
terni, ebbero queste agio di maritarsi nobilmente: la 
prima con un Castiglione signore di Garlasco, T altra 
con un Sanseverino signore di Nardo , la terza con 
Francesco Visconti consignore di Somma, e l'ultima 
con Gian Luigi dal Verme, capitano della cavalleria 
ducale e signore di Bobbio e di Voghera (2). 

Soggiungeremo ancora due cose rispetto al Carma- 
gnola. La prima è che ì suoi famigliari, trasferiti 
per ordine del consiglio in un nuovo carcere, vi 

« Sepulchrum magni f. D, Antonice de yicecomitibus consorti s 
prefati D. comitis. 
£ alla destra della cappella: 

(( MiliticB princeps hellorém maxime duclor, 
Francisce armipotens^ si fata estrema tulisti 
Impiay latetur animus bene conscius acti 
Imperii; quod fata juÒent implere necesse estìK 

Rosmini, St. di Mil. 1. IX. p. 317. 
(1) Sauuto, 1037. — Rosmini, 1. cit. 

(3) Questo consta da autentici docum. yeduti dal Rosmini 
(1. cit.). 



CAPITOLO PRIMO, s 4S 

langoironp finché parve ai Dieci; la seconda è, che 
restaci ancora insieme con tutte le altre l'autentica 
deliberazione del 14^ maggio (nove giorni dopo il 
supplizio), nella quale il consiglio, giusta gli ultimi 
Toierì del conte, comanda che vengano consegnati 
ai frati di s. Francesco una palla da altare, già fatta 
fare da lui , ed i panni da esso vestiti nell'andare 
a morte ; e che in compenso di questi si dieno 
dieci ducati al capitano del carcere (1). A chi poi 
ci chiedesse, qual giudizio siasi dentro noi formato 
circa la ragionevolezza di quella condanna, rispon- 
deremmo , non credere noi, che i documenti finora 
conosciuti sieno sufficienti a somministrarne un lim- 
pido e certissimo concetto : pure , quand' anche si 
avesse a tenere per giusta la uccisione del Carma- 
gnola, esserne stato senza duhhio iniquo il modo. 
Queste cose compivansi nel mese di maggio del 
1432. Al cominciare dell'anno seguente una nuova 2G aprile 
pace di Ferrara sopiva il rumore dell'armi, quasi af- 
finchè entrambe le parti ripigliassero lena per tor- 
nare a maneggiarle più fieramente. 

(1) Cibrarìo cit. doc. p. 68. 




CAPITOLO SECONDO 

Dalla pmce di Ferrara a quella di C^aprlana. 

A. 14^3-1441. 



Niccolò Fortebr accio — Francesco Sforza-— 
Niccolò Piccinino. 

I. I yentnrierì in tempo di pace. 

II. Fr. Sforza s'impadroDÌsce della Marca. Niccolò Forte brac- 

cio scorre fin sotto Roma. Gli si aggiunge in aiuto il 
Piccinino. Costui vittoria a Castel Bolognese. 

III. N. Fortebraccio, escluso dalla pace, rimane disfatto ed 

ucciso sotto Fiordimonte. Trama del cardinale Legato 
contro lo Sforza. Sforza e il Piccinino a fronte l'un 
dell'altro in Toscana. Nuovo accordo. 

IV. Sforza a Napoli. Morte e qualità di Iacopo Caldera. N. 

Piccinino inganna e spoglia il Pontefice; passa in Lom- 
bardia; assedia Brescia. 

V. Disegni del Piccinino. AlP approssimarsi di Sforza si 
ritira. Rotto a Tenna, fogge,, sorprende Verona e la 
riperde. 

VI. Quindi passa in Toscana. Gli fallisce l'intento su Peru- 
gia: è sconfitto ad Anghiari. Suoi progressi in Lombar- 
dia: ma allorché tiene quasi nelle mani lo Sforza, è 
costretto a far pace. 



CAPITOLO SECONDO 



' m 



OallA iH^ce di Ferrara a quella di Capriana* 



NfCCOLÒ FORTEBRACCIO-^FEAVCSdCO STOAAA — 
jXiCCOfLÒ PicciNmo. 



11 tempo Teranenle più propizio a nelkre Jia chiara 
luce rindole di dasoun condoltievo, sqgnalft di tutte 
le passioni dd ano aecdo, Bia fesa più ardMto dal 
eontinuo «so delle armi, e sp^cialoiente deUe armi 
ve&tarìere,' età qnelki in cni^ Catta la pace, lìcensìate 
le squadre» ogni capitarne riter nava alla primiera in* 
dipeodenaa, e vi ripigliava le aotiche oonsuetudim 
e pensieri. Nel XIV secolo (quMido le menti dei 
mercenarìi non etansi elevate ancora air:ambizione 
di fandare àtÀ pEnncipati ) allo apirare della guerra» 
allo spartirai dei guadagni, ne metletano da banda 
una buona parte, per consacrarla a gualche fine re* 
ligiaao, e soprattutto a quel S. 'Gtargio, il cui nome 
a-venne imploralo e gridalo nella iuria dei combat^ 
timeoti. L'uomo il quale li trova ogpi .giorno aUe 
prese colla morte, né contro a* costei .colpi altro ri- 
paro couoace che il caso, non può fare a meno di 
credere in un qualche potere superiore a se stesso. La 
ignoranza allora da una parte gli presenta il fatalismo^ 
dall'altra la auperstizionu ; entrambi esageaajiioni di 

va. Uh 4 



so PARTE QUARTA. 

Ottimi principi!, quello del coraggio, questa della 
pietà. Per la qual cosa non erararo credere venturieri 
lordi di mille infamie ergere chiese e stabilire pii la- 
sciti. Cosi, per non dire altro, dentro le mura di 
Pisa la religione delle soldatesche mercenarie innal- 
zava due sacri luoghi (1): il tempio dell'Annunziata 
in Genova ancora ricorda Percivalle Lomellino, pa- 
drone della galera cosi denominata, agli stipendii del 
re di-Francia nel 1346 (S). 

Pagato quel tributo al più solenne degli umani 

affetti, scioglievasi la schiera ; e questi proseguiva il 

corso di sue venture e battaglie, e quegli della preda 

acquistata oomptava case e podéri nel paese nativo. 

In Germania, in Francia, nel Brabante; altri tirato 

dalla bellezza e abbondanza della contraria, e forse 

già spòglio' di ogni legame che il potesse rivocare 

in p^trìa^-scegliieva per sua dimiora Fltalia, eTi'co- 

struiva un letto, e lo popolava di bellioosa prole. In 

tal modo costoro slavano come a caivalk) Ita il vivere 

civile ed il guerresco, e dalla pace riòavavano tutte le 

delizie della famiglia, e dalla guerra tutti i guadagni 

del venturiero. Per questa via molti stranim, perfino 

YJngheri e Brabantesi di ventura, si stabilirono in Ita- 

iia nel XIV seeolb (3). 

Col risorgere della italiana >milizia crebbe a dismi- 
sura siffatta stirpo di uomini nòaffiitlo guerrieri, né 
affatto^ cittadini. Che anzi dòpo le. segnalate imprese 

(1) V, la nota XVIII. .' [ \ . . 

Sarebbe forse per questo, che il sentimento religioso sembra 
che domini più fortemente nelle città marittime ?'" 

(2) h\, Archeologie napale, 1 li. p; 340. 

^3) Àw di Costanzo, L.VII. 196^ '• • • - i>^ >•>• > • 



CAPITOLO SECONDO. 51 

dd Barbiano, di Braccio e di Sforza, gli animi dei 
condottìerì italiani allargaronsi a bramare signorìe, o 
ricevendole dalla gratitudine Set principi, oppure di 
propria mano colle proprie squadre usurpandole, di- 
fendendole e tiranneggiandole. Orale squadre di due 
specie dì soldati si componevano. AIM erano ventu- 
rieri d'ogni paese, che licefnziati da questo correvano 
presso quel condottiero. Fra essi sceglievansi le lande 
spezzate^ uomini devotissimi, cui i principi ed i capi- 
tani ad uno ad uno assoldavano e assiduamente intrat- 
tenevano a cieco strumento d'ogni loro volontà (4). 
Altri erano anticbi compagni e dipendenti, od anche 
sadditi del condottiero, il quale perciò sopra di essi 
fondava la sua potenza, persuaso di trovar sempre 
nella loro prole nuovi guerrieri pieni di uguale rive- 
renza e amore verso lui, verso la sua scnola, yetso 
ogni cosa che da lui discendesse. 

Cosi queste inclinazioni da padre in figlio si perpe- 
tuavano; cosi, come Braccio trasmetteva à Niccolò Pic- 
cinino, e Niccolò a Francesco^ e Francesco a Iacopo 
figliuoli la propria scuola, una geoerazioiie all'altra 
sene trasmetteva i seguaci. Non rechi adunque mera- 
viglia, se la distinzione tra le seuoto di Braccio e di 
Sforza durasse tanti anni. Bensi talora accadeva, che 
gli accidenti della guerra riunivano per alcun tempo 
capitani di opposta fazione. Ma non si tosto eonchiu- 
devasl la pace, che tu li mhravi ritoniare agli antichi 
sensi d'odio e di alterigia, e Bracciesd^i e Sfoneschi 
ridestare le sopite querele. Ciò appunto accadde nel 
ikfS&. Avevano bensì gM aventi d^lla guerra portato 

(1) Grassi, Diz. tnttit. ^ 



S2 PARTE QOiJlTA.. 

Frai^cesco Sfonia a ooBibatter« in icónipagnia di Nic^ 
colò Piccinino eoatro Lorenso AttoMklo suo oao^ 
giunto e amico; ed il Piccinino ad opponsi in Toscana 
. ai Fortebraccio, parimenti &oo congiunto a intrinseco; 
ma non era appena ratificata la pace di Ferrara, 
che Sforia volava a coiiginngersi oofti Attendoli, 
e Mccolò a soccorrere il Fortebraccja asaatito da 
Sforza. 

IL 

Oramai intorno a quello fortunato guerriero, che 
in se medesimo compeadiò, per co^ dire» la ^oria 
e la ventura di tuHi i condottieri snoi {Siii, sari 
per raggrupparsi il nostro racconto; al quale finora 
servirono come di centro i personaggi di fra Mo- 
riale, di Giovanni Acuto» di Alberico da Barbiano, 
di Braccio, di Sforza, e per ultimo lo sventurato 
piemontese, che ebbe mozeo il capo sulla piazza dì 
s« Marco. Siamo ora adunque per rivolere Taniaio 
ancora dolente di ^uel caso alla narrazione degli 
accidenti 4 pei quali la corona ducale del Visconti 
s'arrestò sulle chiome di un Attendolo; e ancora 
per luogo tempo ci si parerà dinnanzi il freddo, 
simulato e instabile ingegi[io di Filippo Maria, aea 
infedele immagine di un secolo, che aveva dal pre* 
cedente ereditato la ferocia e la malvagità, ed era 
per consegnarle al seguente, senza investirsi né della 
fortecza del primo, nò dello splendore e delia log* 
giadria dell'altro. 
Non ostanle la pace di Fearrara, gli animi del duca 
A. U33 di Milano e del pontefice Eugenio IV erano rimasti 
tra loro grandemente sdegnati. Dava affanno al Vi- 



scooti » rimembrare, eome ìT {«pa nella passaUi 
gfieffa avesse palesemente soecano contro di esso lui 
i FieriODthH; dava affanno ad E^ogenib IV 11 eonosoeret 
come il doea allora appnntO' gli Avease suscitata 
coolro la sebiatta dei Colonnesi, antico e perpetvo 
travaglio dei romani pomefid. Piero Filippo Maria, 
ag^ngendo al proprio odio» la eertexsa di esser» 
o^to, e ^i potere non solo impunemente ma oon 
proitto Tendiearsi, pensò un modo di molestare il 
papa selle viscere sue= stesse* éenaa offendere per 
nolla i recenti capito^ ddla pace. Niuno meglio di 
Fnoceseo Sforza, giovane, audace, invitto, capo di 
iiorìte squadre , padrone di vaste possessioni ndln 
ftoHHigna e ndl regno di Napoli, pareva idoneo alte 
SBbdoia impresa; ma il duea^ ognora raggirato dal 
più vili, ognora sospettoso d'ogni uomo un po'forte, 
non siimÀ conveniente di affidatigli quel carico, prima 
che non ne avesse messo la fede ad un sieuro &perì« 
nevto* Tanto egli ideò, tanto es^guL Dimiovava il con-* 
dottien> ta^nq[oiUamente netta ana tiremona. U duca 
gli scrìsse invitandolo di venire sol fatto a Milano, 
eeoDsegnò la lettera ad un Simone Girilino suo fà- 
JBflisre, con ordine precicKS se SA>via viene, di ac-* 
^(UBpagnarlo, se tituba o< ricusn a fugge, di ammaz* 
arto. Pranoeaeo, non iscontvrbato panto nò dall^e 
^nrtaiioni degli amici, nò ds^li arvM ricevuti per 
^1 segui senza indugio il messo a Milano. Tanta 
proDtezza gli bastò presso il Visconti, che trapas- 
sando di colpo da sommo sospetto a somma fiducia, 
lo accolse qual figlio, e lo pose a parte di tutto 
l'aaimo suo. Bentosto ogni cosa fu concordata tra 
loro. Francesco Sforza chiese pubblicamente licenza 



9k . PA&TE QVÀ&TA*. > 

di andare nel regno di Napoli affine di ricuperarvi al- 
cune terre stategli occupate da Iacopo Caldera (4). li 
duca glielo asgenli. Allora quegli invitò con parti- 
colare bando tutti colpro» che aves^ro qualche 
cnedilo verso le sue soldatesche, a porgerai i loro 
ridami.. Come li ebbe soddisfatti, uni le sue alle 
genti di Lorenzo Attendolo, e si avviò yecso Bologna. 
. Un salvocondotto, carpito al pontefice saAto ombra 
^433^ di amicisia , aperse al ^condottiero il camuHQo sino 
a Porli. Quivi riposò dieci di: frattanto pervenivano 
a maturità le ascose pratiche di ribellione da lui 
aemiioate nelle. città attorno. Ad un tratto esse scop- 
piarono. Scopre^i egli aUora inopinatamente per ne- 
mico , e sfoderando certa Jtettera vqra o supposta 
del concilio di Basilea» dove. gli viene commesso di 
impadropicsi di quella provincia^ occupa, a guisa di 
£alminey lesi^ Potensa, Monteolmo, Recanati, Ascoli, 
Fermo ed Ancona* A questi danni congiunse anche 
temerariamente lo sdierno; avvegnaché intitolava i 
suoi! dispacci: t.dctlc<^tel nostro di FermQa digito 
di.Piìètro.e di Paolo {ìt) »,. Giubilò il. duca Filippo 
Maria, al ricevere queste nuove; che secondo gli oc- 
culti concerti eolln Sforza» ogni nuovo acquisto, do- 
veva essere , fatto a suo nome, e lo illudeva la vana, 
presunzione delle signorie di pretendere fedeltà da. 
chi è loro strumento per ingiginnare altrui Ma chi 






(1) Joh. Simanett. II. 224. — Blond, Flav. Jlist.àao, III. 
J. V. p. 474 (Basilea, 1559). . / . . . • 

(2) Biqnincont. Ann. Min, p. 140 (t.' X.XT). — Joh'. ^moneti. 
III. 2261— Petr. kwss. ffist, Senen^, p. 46. — Il Boliincontri'e^a 
allóra- ^Oldatò'diSfom;' anzi pòóo'staÀté'Ai grayvMénte' fèviio 
aU'aflfiedio di MoBiciftafléoiiie.' '•,•:.* -' mh .1 ... 



aren itaaHeato et fede al Pafa f«r coDBegaire, non 
dubiti di mtamnóe al duca dì MUiaiio per conservare. 
Qoaodo ì eittadìni di OBìmo si pm^ntarono al co* 
spetto di Fraiieesco Sforza, e si pre£«rii!<9io pron^ a 
cooeedersi in obbedienza al daca Filippo Maria « Non 
qui fa mestieri di duca né di Milano, rispo^ ad essi 
il condottiero bruscamente; ìasolo vi bo evìnti; che io 
soloviaoqnistìl Se vlaasnoia obbedire a me, torna- 
teTene pure addietro; vi' otterrò per lorza ». 

Ma la Romagna non era la sola provincia dello 
Stato ddla Chiesa ove si facesse sentire il peso delle 
ami di ventura. Un altjpo caintano, Niccolò Forte- 
braccio, con temerità pari alla gagliardia deUe mem- 
bra aveva sottoosesso Vetralla; Assisi, Hontefia^cone» 
Tivoli e Città di Castello; ediesseUdo aiutato sfaccia- 
tamente dai Golonnesi, già si era indiriz^safto verso 
Roma col risoluto proposito di violare i^ soglie del 
Vaticano, e strapparne . la sacra persona del Romana 
Pontefice. Né vi ha dubbio» che il sacrilego disegno 
riescìva, se la pietà o l'iateresse di alquanti saccardi 
con anticipato avviso, non lo aveesero antivenutOj. 
Roma, chiuse le porte, messe le guardie sulle mura» 
tra il prurito di rubellione e gli stimoli deUa fame, 
contemplò lunga pezza le quotidiane scorrerie del 
condottiero: il qiùdei sbaragliava i papaji a Genazza- 
iM>, aecozzavasi con Trancesoo figliuolo di Niccolò 
Kccìióno, e un. po' colle armi, un po' con una bu- 
gKurda patwte del concilio di Basilea, s'assoggettava 
la ma^^or parte del Patrimomo, e della Campania e 
Marittima. Frattanto lo Sforza, superato l'Apennino» 
riceveva a patti Todi, Toscanella, Otricoli, Terni e 
Suri, senzachò Michele AYtendolo, condottiero dell'e- 



98 PkWTBqmMBk^ 

sereito poalildB, fUeavto ézàA SMt» diéftMm, 
sia da qualche aitrm méa Wom Cf pÉà-segnlat caginae, 
pensasse punto a4 opporg!» tt nattnénio impediiiiaGte. 

Alla fine Firenae e VeneziSr aupìeteMle «klb gtift» 
dello spogliato fbntefieè, c(rii'appe«m Vum e«ido^ 
tiero sAraHro, arrisfarono i pffogfeia dàcntambi. A 
tal effetto, proposei^ imalUuieiBeiita otd a Vévtof 
braccio come* a Sitrui uk oflOfevoleaeeefiiK, stipen- 
dio al mese di WOOrdueaiit e rnsoooomàìk por «ariì 
defte terre oecmp^Mèt, Fertebraccìo, aeàectilo da aon 
so quale superbia, ri6«ti^; Sforza aasantl ; pavloekè 
essendo slatto tosto dk^blarafio .marcbe»: di Fermo e 
vicario e gonlaloniece delia SajBiìai Sedte^ y^oUè ad^ 
dossio al Fortd)raceì» le prùprie gmtà ttceresciute 
da qlIeHe di Michele Attendalo e di Bicoétò da To* 
• lentino (I). 

Ma vegliala alla difesa, dì^ PortelvaeeiD l^aoorbo 
sdegBo del duca di IfiteiMiion mettoeaiÉro il Po«te- 
fice, che control ti medesimo Stfam,. rea di fr6yip& 
recente tradnneirtoi. Pfetr errtee. dek duea NGocoié Pie*- 
cìnino entrò nett'Umbria eoa ima eletta schiera, e tal 
atnìmo infuse in Fotteftmeeki, eh&qtttstàceetriiise ìi 
Papa ad esctre da Rema aelèo meBlibospDgiie, ecereaxe 
in Firenze asvlo e siiveiza. QuBdèt doaeseròiti osltli^ 
anzi lo due scuole della italiaiia mitiEna,. co& pajì ao^ 
sietà posarojlsì l'ono a feonfis dattfaltm; e, molitipli- 
caudo ogni di f^a di. ^essi gli sdegni e ìm ingindev già 
rilalta g*era eome riaxala in pie a eonleaftplare per 
quali aceideatì la vittoria de&iàsse tra loro tt primato 

(1) ». VìttT.Mist. 1. oit. 479. -. Joh. Sìmooefl. 998. -- Am- 
miralo, 5*. Fior. l. XX. 1090. -MaohiaT. St, Fior. V. 67. 



adykvk» qiitf U d«cÌ4leiiQa4 a^tri UMI9Ì e1»ofbi (t). 

GalÌMr«isi ditCoAe»{a Irefn», NicQoUkPkciokiQ^acorBe 
fin MttOi IMogiMi, ciU» ognora smembrata Uà fazioni 
e I— imnlpati» vi al eottgiiOfie a 9000 cavaUI sfiadi- 
tigtii èli UiImios 6 volendo^ apinrofiitadre dalle gare, 
ch»8apav% «aM»e insorta ofil eanq^ aeeteaiastìco tra 
Niottftè da Toteotiaa e tteardia^ie tegalo» a'avaazò da 
Imola, versai CaatelBcAogttese preparato a far battaglia. 
Dmiiva gli eaereìli mi rivo HM^ta profondo e grossa 
d'aeqna: uno stretto potiti a fi|o della via Eimlla »e 
oongàiogaiva le ripe molto alle e preeipilose. Di M ^^*^^^'' 
dal pMAe acppra la strada stavano aceaiaipaAi i ponti 
fidi» di qua si eraa» fermati i ducalL 11 Piccinino, 
caoaidenilo il terreno, che verso meiìggìo andava sco- 
seodwdoM. ia valli epq^, per fidt» sleapi e segreta 
nacchìe ofiporlani alle imbescate^ qiBivi si appostò^ 
osi pkà bravi a sopraceapo del ponte: nel medesimo 
\emfo mandò alcuni fanti ad appiccare zaffa ^ol ne- 
laks) al di là del ponte; ma con ordine, cbe a poco a 
paea ritraendosi in sembianza di fuga, procwaaero « 
dieoadurlo aottoi raggiato-. 

F« reseenziesie confórme affatto al dlvisamenlo. 
Era allora per caso la maggior parte de' pontificii 
sparpai^iata per In campagne ad assfeiirarne le ri- 
QoHe: i «eatanti, qnale eoa armi, quale senza, toslo*- 
chè aealiroBO che il ponte era assalito, vi sì precipi* 
tarono in massa per difenderlo. 1 ducali, fatta breve 
mostra di resistere, cominciarono a ritirarsi: quelli 

(2) Joh. Simonett. 339. - Spirito, Valtro Mwrte^ e. XilX. 



ss PiiHTS QViUtTA* > 

ne presero ardirei; e/seguitaikdiii la fatMè-- vittoria, si 
spinsero avanti ad incalzarli, invano itlMentiBo, 
dalla età e dall'ingegno fatto presago deirawenire, 
gridava, protestava : « essere la foga de* firaecieachi 
un inganno; tornassero, si fermassero ; stare appa* 
recchiata nella pianura oltre il ponte ronla e disiaiAta 
di tutto 11 campo ». Ma chi potò mai frenare l'impeto 
di gente inesperta e persuasa di conseguire una vit* 
toria incontrastata? EgU medesimo, rivestite a malin* 
cuore le arnìi, affine di evitare un maggfor male> fu 
sforzato ad accompagnare di qua dal ponte le matte 
schiere. Ciò veduto, il Piccinino scende a furia dai 
colli, occupa prestamente la bocca' del ponte, e as- 
salta alle spalle e ne'fianchi le schiere che Vhaniio pas- 
sato. Nello stesso Istante le sue fanterie, che simula- 
vano la fuga, voltavano audacemente la fronte. Cosi 
quasi settzà fatica 3S00 cavalli e 1000 fanti rimasero 
prigionie^. Più sventurato di tutti il Tolentino, in- 
degna vittima deirerrore altrui; che, mentre ^a 
umile arnese tenta fra i pruni di afferrare l'altra 
riva, è fatto prigione, e quindi in pena d'avere ab- 
bandonato il duca di Milano nella guerra passata, 
precipitato dalle aspre balze di Val di Taro. Si sparse 
poi voce, da nessuno creduta, che di per sé a caso 
vi traboccasse (4). ! 

Per conseguenza d^lla battaglila dt Castel Bolognese 
2o.i^nsio si concluse una nuova pace inPérrara : in 'virtA della 
^^ quale la città di Bologna venne ceduta al Visconti. 

(1) Ammirato, XX. 1098. XXI. 2. — Sonine. Ann. Min. 143. 
—Job. Simonelt. 233. — Machiav. V. 68. — Cron. d^Agohbio^ 
973 (t. XXI). — Cro/i. mite, di Boi. 651. — Bl. Flav. Hist dee. 
IH. 1. VI. p. 48S. 



m. * ' 

Erasi nell'accordo rìserbato un onorevole luogo al 
Fortebraccio : ma questi eia uno dì q^egli uomini, i 
quali, anzicbè star qfui^, amano attendere d^d dubbio 
dmento delle aroii i beni, che la pace darebbe loro 
a pioie mani. Rifiutò adunque i patti, e solo si ri* 
mase incontro alla lega composta del papa, de' Ve- 
neziani e dei Fiorentini* Campeggiava egli allora 
Fiordimonte, fortissima rócca elevata qpasi dalla na- 
tora sopra un'alta vetta d'ogni intorno cinta di di- 
rupi. 11 seppe Francesco Sforza, il quale era stato 
dìciiiarato per due anni capitano generale di essa 
lega, colla condotta di 5000 cavalli e mille fanti, e 
mandò a soccorrere la. piazza Manno Barile, antico 
commilitone del padre suo,, e Taliano da Forlì testé 
da lui assoldato con 600 cavalli. Costoro, quando 
meno Niccolò sei pensa, si arrampicano pian piano 
per l'opposta pendice, ne sforzano le trincee, si uni- 
scono alla guarnigione della ròcca, e. dopp un breve 
combattimento mettono in rotts^ e jin fqga le schiere 
dqjli assedianti. 

Fu travolta nel comune scompiglio la persona me- 
desima di Fortebraccio. 11 ravvisò alla splendente 
armatura, alla ricca divisa;, Gristofo^ da. Forlì, scu- 
diero di Sforza, e.senza p^ù, gli si awe^tiò per ferirlo. 
Niccolò» schivato il colpo;, affrettò la corsa; Cristofaro 
con non minor foga gli tenpe djetro^ Pieno .era il 
colle di fuggja^chi, d'armi e di cavalli^ come l'ino- 
pinato terrore li mescolava ; pieno era dei vincitori 
qua e là disseminati, ad inseguire e ad accidere : fra 
mezzo a loro trasvolava su feroce destriero Forte- 



braccio, e dietro a lui il Forlivese gridando ed accen- 
nando di arrestarlo: ognuno, ignorando che fosse, 
s» sofllerinava muto a contemplare quella f«rHa ; qu»n- 
d'eeeo entrambi ciechi daffo smania, nomo e cavallo 
iraboeeano aé un Issdo fn un burrone. Fu d'un ssAto 
Crisfofera rittd sui pie: F'Ortebraccio-, nrnasto con 
un ginocchio liofta fi é^^nero, invano si sfonsè df 
rilevarsi r quegli' gli intimò tosto di «rrendersl^ questi 
con buone parole si studiò di trattenerlo tanfo da 
sciogliersi dalTirapacck) o ricevere aiuto. Cesi adun- 
que, mentre Nicolò con iinmliti sforzi bada a ritrarre 
ik gamba di sotta all'acerbo peso, e CriaKrfare^ prà e 
prù lo stringe per disarmarlo, trascorse alcuno istante. 
Finalmente, avendo Fortobraceia menati sotfomaiio 
al nemico due colpi di spada, questi ne prese tanta 
ira, cbe, caceìatagH la sua tra il naso e la guancki, 
quasi morto conficcotlo al suoTe^. Sfrpraweniva m 
quel mentre Alessandro fratello» di FVaneesco Sforza ; 
Fortebraecib chiuse gli oceb» per non vederlo, e da- 
rante le due ore che ancora visse, senza dir motta o 
fer cenno, più nevi li riaperse (i). 

Il disastro di Fiordimonte fu causa di una quasi 
totale saw«rsione della scuola braceiesca. Carlo , 
unico rampollo di questa famiglia sciagnrata, dofH> 
essersi invano provato a d^ndere Assisi, per ultimo 
suo scampo rìeoverossi in Firenze. Quivi riunì in 
compagnia i pia famosi soldati del padre e del cu- 
gino, e se ne feée capo. Ma quella fortuna, la quale 
aveva funestato le ultime ore di cotesti due, e prepa-- 

(1) mond. Play. dee. ni. l. TIL p. S^.^Um, St di Ca-^ 
merim, 1. VI. p. 11. p. ^84. 



/ara doloroBi (tonragli al fìiecitiiiD ^ a latta la «uà 
itìrf^ allestiva altri afiam al mhero ipavane* noai 
da gloria itiaaeerbati, aon 4a mcbeuQi noo da qd% 
fella 4i'fOtrìa o di ooogiuatL - ^ 

Oel fCBlo aia per la spavento dì Uala disfiitta,aia pai 
aaiiifcsUfii¥<ort da'Veawaai, ovvero pegli oc(mjiUì dei 
Fìerenlini, aia aapra «jgpi ccmi par lo armi e la ripu- 
taakNM dì Ftaiioeaea Steaa, aia iAfine par tiitta^iiieste 
cagioni ioaievio, ftjtto ò dmjnùcìéfjmm baatarono a 
oMtui per ricupanune al aanaio pantafioe Eugenio iv 
il perdolo doiPiaio. F^ madesina, non ostante la 
stretta amickia/ cbe passava tra Sfonza « TÓrdelaffi, 
dal quale era signoreggiata, di viva {orza venne sotto» ^VS^^ 
messa alla Chiesa* Se non cbe tanti e eosi facili riac- 
quisti reodevana al poatofiee più aaiara la pqrazione 
della Marca, al coi prezzo, ooma narranmia, era stata 
guadagnata l'amicizia di Sforza; e siccome dalla gra- 
titttduie all'odio non vi ha talynUa aleuna via di mezzo» 
cosi, peMsìachA Francesco Sferza aveva ricuperato 
tolto fl resto, parve tempo di toglierlo di mezzo, e 
levarsi ad un tratto r'OU>ygo ed il dsmoo. H coose- 
gnirlo coll'armi sembrava knposaibile: ai ricorse ai 
tradiasaati. 

Reggeva le c^e temporali della Chiesa fialdassare 
di Offida^ cattivo saldato, pef^fior consigliero» (jobìoì 
mawiwiò dal tarsi amico il duca di Milano, e ottor 
narae promessa di celere aiuta ad qgni sua richiesta: 
^adi sallo simulati pretesti di non so quale spedi** 
zioae» si fece consegnare da Sfor^za gran parte delle 
soldatesche. Allora dispose la trama in mpdqi che 
nel medesimo tempa ^{uesti venisse ammazzato, e le 
sue genti, f uaaX'esse .{ossero e doviuKii^e si trovas- 



62 • PARTE QUARTA. 

2i7i>resero, àndàsdéfò ft fil disfida. Teneva il eondot- 
tìero gli alloggìaiif enti presse ad ttft eanale derivato 
dal R^o, e in quel fitto preeisamente, dove un ponte 
di legno "eletto PoUedrano lo attraversa per mettere 
sulla strada di Bologna. A capo del ponte tà innalzava 
una torre, e sotto di essa stavano le case di certo 
molino , dove- lo Sforza di bnon' ora mezzo vestito 
e mezj^ no, soleva recarsi a favellare dimesticamente 
coi soldati! L'Offida, còlila ftdliti dhe gli porgeva la 
vicinanza dé'suoi alloggiamenti; appostò dentro quella 
torre dodici balestrieri; aceioechè, coMa Toccasione, 
pigliassero di mira il condottièro, unico ostacolo al 
riacquisto della Marca. 

Tale fu rintendimento ì né l'esito ne sarebbe riu- 
scito diverso, se la buona fortuna di Sforza non ne 
avesse fatto pervenire notizia al cardinale di Gapua, 
o fosse stato in costui minore la magnanimità o la 
prontezza nel palesarglielo. Bentosto alcune lettere 
intereette da Sforza gli comprovarono il medesimo. 
Allora questi (e già aveva discostato le sue tende da 
quelle deirOffida) raduna a parlamento le schiere, 
manifesta loro ogni cosa, e ne chiede vendetta. 11 
tuono di mille voci, il lampo di mille spade risposero 
a quell'invito: senz'altro, tutta la soldatesca, quale 
onda straripata, versasi fuori dal campo, A scagKa 
sopra i pontificii e li dissipa. Fu tra i prigionieri 
rOffida. Sforza, dopo averne spremuto col mezzo dei 
tormenti la piena confessione del fatto, confinollo nei 
sotterranei di Fermo : però non riputando conve- 
niente di farne altro r&entimento, mostrò di prestare 
fiena credenza alle escusazioni mandategli in pro- 
posito di ciò dal papa. Poco stante due traditori gli 



CAPITOLO SECQ^AO. 65 

proposefo di neoldere U Pi4ifeiDino : agli non solo non 
vi aeooBsentl,. ma li ribellò da so eon torribili mi- 
nacde. Da iciò il Hccinino pre^e motivo 4i conoepire 
tal rivereraa yeim V «nolo suo , cbo. non i^teva » 
narrasi, sopportare» che se ne dicesse male in sua 
presenza (1); 

Aveva Nicealò per dire il vero parteeìpato qyelle 
ree inleasloM di Baldaasaire di Offida ; an«i ad effetto 
di secondarle all'uopo s*era accoslato c<riUe s«e squa- 
dre alla Bomagna. Andata a male la trama, voltossi 
sema indugia siopra GaaoTa, e si provò ad impadro- 
nirsene; mk non vi ebbe più favorevole successo : 
allora con molto segaito di fuorusciti s'incamminò ^^^^ 
verso la Toscana. GiuntmM ai confini, richiese i Fio- 
reatkii che gH oòncedeasero il passo affine di con- 
dursi nel regno di Napoli. Qneslì» che per esperienza 
couoacevaneqnal cosasigiuficasflerocotali domande, si 
feeeio cedere in graikidal sommo pontefice la persona 
di Francesco Sforza, e senz'altro mandaronlo sulle rive 
ddl'Amo a sarila Gonda contro i Braccìesehi. Cosi la 
guerra in un pnnto fu chiarita e rotta tra Nicolò Pie- 
eìiiiao» e la repubblica di Firenze. Pari erano le 
fona, pari la r^utazioae dei due capitani; perlochè 
nìmi di loro volendo essere il primo a dar dentro, 
stettero alcun tempo nel più fitto del verno immoti 
a rigoardarsi. Alla fine Niccolò colla solita furia se 
ne toglie; assaggia Vico Pisano, ardeS, Giovanni 
aita Yen, espugna Filetto e S. Maria in Castello, 
ed animato dalla prosperità imprende a campeggiare 

(1) Cren. nàie, di BokWi. ~B1. Flav. dee. IN. 1. VH. p. 
Sic, ^ #oh. Simonett IV. 354. 



64 PARTE QUàlETA. 

8 febbr. Dargaì, chiave deDft moMagaa ili t^Moia. Vaccorse 
^^^^ prestinneaté Prsrnoesco Étufttìi, e A6 W diseaedÀ in 
isconfitta. indi a non guari tt Piecib(èa ¥enhfa4al 
chica <fi Milano riohiainaid» tu Lowkatdiat a«clGicchè 
oppofiesèé un riparo ai progràssi dc^ ¥evezianì, die 
avevano varcato l'Adda;, lo Sforza ne pigliaiifqi ceca* 
fiioiKe per rieaperave ar Pieiièiitiiii le r^asii^a {mrdnte, 
e pórre Tasse^tte a lincea, antico e cmIìm^ aegno 
ddta loro aaibieìMe (t)f. 

€iuiito in Lombardia il Mèciaàn0:9iiioeiMi iVeoe» 
■2iani sulle sponde deU'AMa,.!! riiriiiaffia 'mi quelle 
del MeUa: ottd^inò mandavano ^iipplieatidi» alla 
signoria di Fireme, che inviasse ad ead per reggere 
le loro armi il «onte Praneesoo Sfona: «viteln* altri 
essere idoneo di stare a fronte dì Niccidò Picciéino ; 
SHOB altri poter ravviare la guerra malavviata cmitro 
Milaaia: eppor dipendere da questa ijaerra, non <che 
i'acqisisto di Locca, la libertà éì F^ehee, «szi^della 
Italia! Imperocdiè se Venezia e FJrenaeinsieaae unite 
stentano tanio a schermirsi dalla anthinone del Vi* 
sconti» or che farebbe, vinta Veinesìea, fUorenaesDiaf » 
:flei Fior^dtini, stati alquanti in forse tra la. paura 
del duca di Milaso e la cupidigia d^ìnslgneriisi di 
Lucca, vinse finaihnente il timore. PerÀ, dopo avere 
raccomandato al conte di non partirsi da Locca seme 
lasciarla iieoe doiAa dir fessi odi bastite, gli diedero 
Ucenea di passare ai servigi dei Venesiani. 

Ma le costoro aspettative dovevano ciò'iiQttpertaMe 
rimanere stranam^te deluse^* Aveva Cìfli» per rtsefv 



(1 ) MiLcItift V* V. nu ^ BoaÙBC. JhdK Mil i4lk — Ammirato, 
XXI. 9. 



lutfàiaperto mi adilo ftlla ricoiioilteitonecol Viscolnti, 
insella nei capitali dell' ultiaia sua eò&étetla cMà lega 
lacoDdiziouddìndu esAwe dbbUgato a paiaare M Po. 
Quando ogoioosa si trovòipronta pef lasaa partenza^ 
iniseiAca«f)oqii«slav«ilfiaioiie. Ora essa» come ognuD 
Tede, resdeva del UiltO' vuotala codperamse che ne 
speraitt&di Veneziani. Quésti BegaMno dssòkitaiiiente 
di acconseiilinri : Sfona noti si' rimosse pulito dal' 
suo proposito. Cosi Tusa parte 6 Taltra stette come 
anmirarsi : finché eccoti i Fiorentini per trasmodata 
voglia fii mettere Venena alle prese con MO^no» 
persuadere 1» Sforza a scrìvere )ad easi una lettera 
privata, nella quale si dichiari preparato a fare ogni 
cosa che sia per venirgK imfMdta. Con questa lettera 
speravano indurre Veneiià a ripigliare le armi contro 
il daca ; la q«al cosa era loro néeessaria peìr potere 
condurre a fine la guerra di Lueea. Del resto, sic- 
come promessa i^riìrata non' può rompere^ dicevano» 
pubblici accordi, cosi in cooiclusione dimostrftvano 
i Sforza, che egli saireU^ sempre libero di passare 
non passare il fiume a suo piacimento. Veda ora 
^ presente gèneiia^OBe forte' e generosa, di quali 
Olezzi siasi in ogni tempo servita l'ignava politica dei 
deboli ambiziosi ! Riusci l'artificio dei Fiorratini sia 
presso i Veneziani, sia presso il conte. Deliberatasene 
perciò la passata in Lombardia, giunse egli sino a 
Seggio.; 1ÙSL 4uinLesémdo8i; itenovate le formali 
istaioedei proy veditori veneti: pief aoapingerlo avanti» 
^n tardarono^.a rinnovarsi, le eu^ proteste In con- 
trario : per cai dopo lunga battaglia di preghiere e 
rifiuti e dibi^ttiti, cen l^o^ licenza retrpQedette in 
"toscana. 

ya IH. -5 



€6 PÈmsK ximaerk. 

Codesta mtinazieiie di Franceseo Sforsa gN riem- 
ditò r animo « FBippe Maria Viscónti: ned egH era 
■appena ntoraato sotto le mara di Lncea, die p^* 
parte del diiea- gli sopfay?eiiÌTaBo fervorini nwasi e 
lettere, che lo HiTÌtavano a intremellersi per procu- 
rare la^ paee tra le poteane neanche. Questo invito 
ne soHetieò l'amhrixiipne : inntile eke aggìwnglanio, 
the non erasi mai nel suo aninM)^ canoenalBfir il prurito 
della amicizia e dette nosze viscontee.. Ha un altro 
motivo lo spronava al pensieri di pace : ed era la ne- 
cessità di sbrigarri dalle guerre deini)ln Italia per 
attendere con totto io spirito alle proprie cose della 
Romagna ; dove Taiiano da Farli non solo aveva ab- 
bandonato i suoi servigi^ nn si era unita a Francesco 
figliuolo di Niccolò PiocmsDo, e jfK flreeva aperta 
gaerra. laeonma Sforza eomhics&p di per sé a strin- 
gere un traitilto eoi duea di KilaBo; quindi parte 
per amore parte per forsa ri trascinò eaiandio Lucca 
^r/oT 6 Firenze. Vennero nel nuovo accordo, oltre la so* 
Ika esca del matrimonio con Bianca Visttonti, asse- 
gnate al conte a titolo di dote le città di Asti e di 
Tortona, con ari>ìtrio dì serrire clii vcAesse. Ed egli 
di presente indxrizzavasi alle bcceade ddla Puglia e 
della Romagna (I). 

IV. 

Duravano a NapoK piuecfaè mai nve le Cadanì» 

cui i varil e disordinati' appetifi della regina e le 

2febbr. ambizio^nl del barone avevano rinfrescato. Morta lei. 

4435 •...;.... . : , 

I 

(1 ) Job. fiiuMmétt. 9M -^MJmMv/T. 73.*— 'Attairato, SXI. 

13. - Cron. rf'^^oWio, 976 (t. XXI). . '^ 



fleoafo deca di «Angle, e AHoìnmté d'Aragona ertno 
sorti a disputarsene la eredità: prestava hmtfQ aU 
l'Aragosese il principe di Taranto col tiefbo drila 
baroiia: prestavanlo airAngioino il papa Bogenio ed. 
00 condottiero, alla eni fama non il valore, non rin- 
gegno, ma soltanlo bastiate eam'po maneò. Dir vog1ì<> 
Giaeomo CaMora, Il irinckore di Braccio; il qoale 
solo, colle sue veecfaie bande e possessioni, resistè 
sovente a tutto lo sforzo degK Aragonesi, e eolla in- 
temerata fedeltà alla buona ed airawersa foiftuna di 
Renato corapenaò lltteostanza, colla quale tre lustri 
mntinonave^ dubitato diriir^lgere le^rmi contro a 
Braeeìosno amicoe confederato. Erano adunque Fran- 
cesco Sforza e il Caldera stati compagni nella vittoria 
aH'Aqaila: ora in diversa età, ma in non diversa 
fama, stavano per ritrovarsi insieme ad uguale im^ 
presa: posciachè il duca di Afflano, Ingelosito dèi 
progressi del re Alfonso e mal pago delle dimostra- 
2fomdì riverenza, che la sua vanità, simulando ri- 
tvtarìe.insaziabihnentene' pretendeva, aveva inviato 
verso Napoli lo Sfòrza, affine di rflevarvi la parte 



Ma due accidenti, entrambi inaspettati, sopravven- 
nero a deludere queste ultime speranze del buon 
fieoato. In primo laogo^quando già Francesco Sforza, 
^opo av«re sottomésso per via Terni e Foligno, si era 
^pvossimato al fiume Pescata; le pregMeré e le prò- ^ 
l^ del re d^Aragona toccavano siffattamente l'animo 
M Viseontl, che xìm solo- proibiva al condottien> di 
proeeilere innann, ma con minacele di guerrai indn- 
^n i Fiere«lfoi a rieUamarto. S^aggiunse Ih secondo ^^^^* 
hogo la morte di Giacomo Caldera; che mentre pas- 



Sigiava tra 4ue amici aspettando la v§b% di nan so 
qual terra, cólto da subitaneo male stramazzava al 
suolo, e in pQcbe.ore esciva di vita; Capitano forte 
e magnanimo^ di a$pettQ qiaestoso» di J)elia st^tpira; e 
parlava con grafia anzi con focondia più che militare» 
né mediocremente amava e professava te lettere. Si- 
gnoregg;iò:grai) parte dell' AbrMzzo, delia Capijjanata , 
del contado jdi Molise e della terra di Bari : p.ur non 
sofferse mai* nota uno storicq« « d'esser chiamato né 
€ principe né duca; n\a gli parca che chiamandosi 
« Giacomo Caldera superasse ogni altro ». E. per ve- 
rità i titoli» pareggiando cbi gli porta* ingrandiscono 
i deboli, impiccioliscono i forti: onde il portarli è 
sovente modestia, e superbia il contrario; siccome il 
piegare un grande animo a fortuna nemica può es- 
sere magnanimità, e debolezza- il dispe^r^à^ e non 
operare il poco bene che si può. 

Del resto, sia per cagione della sua fama» sia per 
cagione della sua pote^^, ebbe il Caldera una fiorita 
scuola di capitani non solo valor(]isi^ ma nobili e po- 
tenti in denaro ed ia sigwirje , un Antonio e un Rai- 
mondo, l'uno figliuolo, l'altro consanguineo suo» un 
Pairio di Sangro, un Raimondo di Anichino, un Carlo 
di Campobasso» e cpiel Nicolò di cotesto n^odesimo ca- 
sato che portò oltre le Alpi il nome {d^Ua italiana mili- 
zia. Questi tutti alla ^lsfta delle schiera aocompagnjarono 
la ^Ima dell'estinto condiotf ero ag^ ultifui pmvi ia 
Sulmp^na» e in pubblicaassembl^lji^irarono unani- 
memente: di 4;^l^)^ei[|i^e(,al. %liuplQ.0QÌÌa,M9asa fedie, 
colla rqjji^ fi^fQ .aljkm ai{fìvan<^/o]Kt^ al, padre. 
Nel i^edf^im^ giorup yeiRÌxfiiW4q|^U»iifi»)4taKfeii.re 



cA^«róu> SECONDO. ' 69 

Renato di tutti gli Stati 6 càriche e condolleglà godute 
da Iacopo (1). , 

Frattanto un ìiitovo ènon più «dito inganno atera 
riunita ìa Romagna sotto gli artigli di Filippo Maria 
Visconti. Tarpi cose harrianfto; sperando che i pò** 
steri ne prendano métivo di compensarle coiìr gene*- 
rose operazioni. Che se cotale speiunza non fosse» chi 
s'acciDgerebbe a svolere eotesta storia dltàlia, dove 
il lavoro è fmmenso, l'onore poco^ e il pericolo e il 
danno sovente gravisshnif 

Non aveva àncora Pranceseo Sforma dato compi* 
mento all'accordo di Lucca , che Niccolò Keciaino, 
tatto in vista pieno di rabbia, si era partito colle sue 
squadre dalla Lombardia, e, traversata la fimiifa, e 
costeggiata Bologna, si era accampato a Camurata tra 24nn»n(ft 
Ravenna e Fori!, quasi hi aspettativa di qimlohe par- ^ '^^ 
tito. Nei fatti, nei quotidiani collòquii, nelle lettere da 
Idi inviate specialitiente al Papa, immensa appariva la 
sna esacerbazione verso il duca di Milano é lo Sforza. 
«Questo essere stato, sclamava, il premio di tantisuoi 
sudori, di tanti pericoli; di tante vittorie: per questo 
^vere combattuto e vinto sul Serchio, suU'Adda; sul 
Po, sul Tevere, e riportarne ancora nel collo a in 
tutta la persona moleste ferite: di tantei fatidie du- 
rate a prò del Visconti, che altro rimànergn 'se non 
di dovere stentare la vita, correndo da sòldo a sòldo? 
Ben larghe Hconfpense apparecchiarsi a 8fqrzà, pur 
te»tè iliortal nemico dèi duca: al traditore le città di 
l'Ombardia, al traditore le grasse paghe d^tla lega e 
di Maìio ass^nik^j ahisl fra pece» il sèggio hftpreme, 

. ' ' ■ '"'• " " ": •.>>:■:'• :;:i A ...i . -;i- >.) ..; 
(1) A. dì Costanzo, 404^ 41S. ' ' "^' > '•«'• ' I •) o: »i ■ : . 



70 fA&TB QDAATÀ* 

anzi y /Comando di tolta la milizia, e mettergli' «atta 
i vecchi capitani, che hanno vinto più battaglie eh* 
<$gli non abUa nbveraAo aom di vila. Quanla ar sé» 
volerla finita; difenda il nuovo eampione ooUa fede 
pari all'esperienza il retaggio dei Visconti: a %è mw- 
chiato'*ì)elle guerre garba<re mÀnedr lustro, msi più 
sicuro da vengogna ed oUraggio; oifrimi perciò ai 
servigi delia lega; e ae qneUe tene, che por Tbanno * 
tanto travagliata, valgono ancora qualebe' cosa, use- 
ralle tutte, onde sradicarle dalle viseejre l'infome po- 
tenza sforzesca. » In somoia dae beai in «ma imptesa 
proponeva; cioè riaeifuistare al papa )a Marca, e im- 
pedire a Sforza di sdecorrere il duea di Milano* 

Non è a dire se la bella ofisrta riiBcisse gradila al 
sommo pontefice, ed ai Veneziani aniict auoi. Tosta 
per dar comlneianiente^ alla grande opera vengono 
eonsi|gn&ti al condotliaro oinqne mila ducati, e si ri- 
mette al suo arbitrio, o di militare a certo soldo in 
servizio della Chiesa, o di entrare con maggiore con- 
dotta capitano, generale, della repubblica. Ma egli 
frattanto a ben diverso e impreveduto fine lavorava. 
Mentre Roma e Venezia addormentate sopra fallaci 
lusinghe traacimvano le più necessarie irtele, fidi 
emissarìi del Piccinino perlustravano sotto mille 
aspetti le città della Chiesa» e vi facevano ricerca dei 
malcontenti, e vi ravvivavano le sopite passioni di 
municipio di fazione,. Allora, cogliendo ìldeatro, 
traevano hi campo il nome del duca di Milano ed il 
valore d#lle sue squadre, e eome protettom e diCen - 
«ore di libertà e di gnistizia il menavano in amore e 
■naf^io in desiderio. A un tratto il fiero inganno scoppiò. 
Spoleto e Bologna a furore di popolo si mbellaroBo; 



ck^aou} sscojiae. 7t 

loMja, Ferii, Borgo S. Sejpokro ìnalkanirMo la lian- 
iiera del Visconti , Rayrnma e •Bagoacanillo yer fo^ 
. penliao assalto iurano prese; infine ;$eoza bombi rde» 
.sema scale , aewa stiàielo di fsme i vesti delle t>iù 
farti ed illu&Mfi terre 4' Ualia scossero il freno ddl 
sommo pontefice;. 

Il Piccinino sulle prime siauUi di i|oa sapere 
Dulbi di questi tumulti, anzi comandò ai figliuolo 
Francesco di uscire da Spoleto per non apparirne 
complice: poscia, come vide la rivolta, a guisa d'im- 
petuosa fiamma, .sboccare dalle nascose pratiche, le^ 
vossi U velo;, e quasi egli fosse Toffeso, mandò per 
tutta Italia significando la nuova cólpa dì papa Euge- 
nio IV « aver voluto il romano pontefice non solo 
strapparlo dai servigi dell'antico e amorevole signor 
suo» ma procacciargli orrenda nota di traditore col ri- 
voltafgllèlo contro: nuove genere di guerra essere 
cotesto, di mandare denari e di fare cortesie ai con- 
dottieri affine di infamarli e renderli rubelli! Che 
mai potersi sperare dai patti e dai giuramenti, ora 
che il capo della Oùesa ardisce tanto f > Per conse- 
guenza di tutti questi rumori j^encieva l'armi il Vi- 
sconti come oltraggiato, prenéevanie Venezia, Fi- 
renze e il papa come oltraggiati e derisi, e chiamavano 
a capitanare le loro genti Francesco Sforza. Perciò, 
questi s'affrettò a stipulare una tregua col re Alfonso: 
sottoscritta la quale, si rivolse addietro, e ardendo 
per viagi^ la terra di Sassoferrato, venne a stabilire 
le sue stanze invernali nella Marca (f ). 

(13 BL FUy,HìsL dee. Ill.l. Vili. 522. — M. Sanulo, 105$. 



72 PÀKTE QUARTA; * 

Ma il Mceinibo, tosteebè ebbe conquistata' tanta 
parte d'italki, la8ci<yvvi a guardia- fl 'figliuolo, e tor- 
nando eoHa soKta pi^estezsa in Lombardia, sHmpa- 
dronl di Casalnlagj^re , occupò ttttto rheo colle 
terre che deiltfo Visi specehiaiìo, cffifcondò Brescia 
di bastite, ned era affatto spuntata là primaVera, che 
scendeva fi guerreggfaré Verona e Vicenza. 

; . . . • \.. ^ '«.,'?■• ^ 

Da gran tempo ntaìrf lion ayera mirato una si 
A. 1439 ben contrastata e varia lotta tra due più famosi capi- 
tani, quanto quella, che nel 1439 venne Mn Lom- 
bardia ingaggiata tra "Niccdlft Piccinino e Franéesco 
Sforza (4). Era divisamente del condottiero braccìésco 
di impedire con una parte deJl*esèrc!to' all'emulo suo 
di passare l'Adige, e sd^ofrere Brescia oramai ri- 
dotta agli estremi delU fenle,' non osfeAte'gli smi- 
surati sforzi in traptdsl l^uel verno" dèi 'Vè^neziani e 
dal Gattamelata loro capitano per liberarla (i). A tal 



t ) 



— Joh. Bimonett. 971. segg. ^-^ Boninc. 147. -i-'Machiav. V. 
74. — Ant. Foroii?. 219 ,(t XiXU). . . j : . 

Fa in qne^ occasione ohe il duca Filippo Marii^ concesse 
per ricompensa al Piccinino il capitanato di tutte le genti 
4'arme, e le insegue e il nome proprio (V. Dedembrio, Fila di 
TV. Picctmwo, p. 1Ò70. t. XX). " ' ' 

(1) Nella" nota XIX vengono ripoutati \ nomi e' fé fòrze dei 
condottieri astfoklatt in quest'anno' dal principiid^ltaKa. 

(3) Gattamelata Stefano da Narni, dfovi^iiie-fiornaio e di- 
'scepolo e famigliarissimo di Braccio, comandava, in Brescia, 
quando Niccolò Piccinino yi pose l'assedio : onde temendo di 
morirvi di fame, per le aspre giogaie de' monti che coronano 
l'Italia^ condusse la sua cavallerìa a Verona, mediante lina 
ritirata che in quei giorni venne riputala meravigliosa. Sorpreso 



CAf^rrotO'SBGOtrDO. 75 

line NiccolA Piednìiiè frinderossi* a Soave A là dal- 
l'Adige, e ingombrò di fosse e di tagliate il paese 
sino alle paludi del finme. Era Sferza- *giè pervenuto 
a Ferrara, 6 non lauto le istanze de^dttsldini di Bfeseia 
e dei Veneziani, Rantoli desio d'onore, sproiyavanlo 
a flettere in òpera tutto il suo possibile per'siilvftfe 
quella città. Dispone pertanto il suo camn^o piii in 
alto Terso la edllina, e, mentre ir nemico sulla Tetta 
Tiene trattenuto da una mano di scorridori, egli a 
corsa passa sottovia con tutto Véteercito. Ciò astrinse il 
Mnino a ritirarsi'di qua dall' Ad^e, ed a munire di 
genti e di trìnciere le sponde del Mincio didove egli 
esce dal lago di Garda inshio a Manto\a. Nel mede- 26 /i.-^e 
Simo tempo con un'insigne viatoria dissipava il naviglio 
che i Veneisiani tenevano sul medesimo lago. Cosi 
ogni vìa un po' conosciuta di soccorrere Brescia parve 
loro interclusa; - ^ * 

Rimaneva, è vero, la strada dei monti per chi si 
fosse avventurato a salire la nordica punta del lago. 
Ma enormi ostacoli si frapponevano al passaggio di 
nn esercito: primieramente aspre balze, «trotti sen- 
tieri, minacciosi torrenti : poi il paese e il lago in 
mano dei nemici, la difficoltà 4ei viveri, e la Impossi- 
biliti dì maneggiarvi la> cavalleria. Tuttavia essi non 
furono bastanti a sgomentare Francesco Sforza. Man- 
ciate in Verona le salmerie, si inoltrò con grave fa- 
tica sino al lago di s. Andrea; quindi, non cessando 

nel 1440 da un accidente apopletìco o frasppitato a Padova 
^i morì tre anni poi. La Repubblica gli fece innalzare nn 
nomiiDeiito equestre. V. Jòvii, Blog.- virar. 1. II. p. 199, — 
Sttioto, Fiu dei dogi, 1063. — Cristof. da Soldo, St Bresc, 798 



7k * VkMTU QIURT4. 

di lufifitar^ gnioge a Paned^i 6 JGAaJmeoI» iiiuii& le 
tende neUa Tatte del Sarca/ Stava^jM a desUra Areo, a 
sinistra Riva di Trento « il lago, a fronte la rócca di 
TeniM, tenuta dai ducali. Accostate?! le jnaccbine, 
toftto sopraj^iungeva a difenderla ii Piccinino con 
g^iHilio sbarcata a Riva : periochè , riniianiniandosi 
vieppiù gli sdegni tra asaediati ed assediatori » uà 
9 9bre di veono la pugna crescendo a forma 4i giudicata 
battaglia. Già i seguaci del Piccinino, sopraffatti 
dal Bumero e dalla costanza dei nemici balenavano, 
quando, sforzate le trinciere^ si mostravano inaspet- 
tatamente sulle creste dei monti circostanti i cittadini 
di Brescia. Coiai vista persuase i ducali a {uggire. ! 
Fuggirimo chi alle navi, chi a Riva, chi pei dirupi, 
chi nella rocca di Tenna. Fu tra questi ultimi U Pic- 
cinino: 

Ma non appena vi era dentro, che, pensando quanto 
fosse debole i^si^i e con quanta cura ve loassedie- 
rebbe Sfofsai il quale pur testé gli aveva bandito sol 
capo una taglia di 8000 ducati, deliberò di escirne, o 
soccombe^ almeno tentando. Trovavasi per avven- 
tura nelcastelloun nerboruto Tedesco, suo famigliare; 
a costui ordinò di diiuderlo innn sacco^ gettarselo in 
spalla, e, come se fosse una parte del bottino fatto dai 
vincitori, portarlo tra mezzo ad essi. Detto fatto: ii 
corpicino magro e serignuto, del eondottiero aiutò 
l'astuzia, gli alti e quadrati omeri del buon Tedesco 
fecero il resto. Cosi Niccolò Piccinino entrò a salva- 
mento in Riva (1). 

(1) Joh. Siroonett. 380. -> Crist. da Soldo, B]4.*-Machiav. 
V. 77. - Rosmini, St, di Milano^ 1. I3L p. 347. — Un po' divcr- 
samente viene questo fatto raccontato in una croniche tta ms. 



Ma in quel ìmzatmkingìUo aveva gUi agli inalma to 
i anadi A rifaiisla di|^ie «Mia ^vargqgna e del danno 
riparlato. Sapeva t in Vemaa ef«en9 j¥>ca e mala 
goairiia; a Pe$eUafa, snll'allra aposdadèl lago. Mare 
ifl j^nita «B fiarita eiareita satta il go^rerno del 
Gaa»ga; la sUigìona fredda prestare mano aUVim- 
presa : neHo opera»ani staordioarie nao di rado 
essere rtnuDagtere pia obe il coa^agoira difficile ». 
Conck]fli|e perUMa di assalire Verona, il cui acquisto 
io avrebbe eenainente conpMsato d'ogni male», che 
fosse per risitHare dalla liberasioae di Brescia. Né 
ilFandaee cfeegiio stanilo «mo preslaaftente Tasecu- 
zìone. MoQlato a Riva ia un barcbetto, traversò il 
lago a yoga arràneala, ragpanse a Pesehierril campo 
ducale, il condosee di notte sotto Verona, ed appog- 
giate le scale al luogo indioatcfgli da un diseitore, ne 
fa {^ma signore che i citlafiiM e la guarnigione lo 469bre 
sospeltaesaero. / * 

La oDova della peidifta di Verona recata da an 
fuggftiyo al canipo dello Sforsa sotto teana non trovò 
sqIIb pruno credenza; bentosto accorsero a confier- 
marla messi sopra messi. Egli allora pensò di appor- 

di Brescia: «Nicolò Pizinio se cazò in ano castello chiamato 
«Tenne, e lo magnifico Gala melata (leggi Sforza) si gli accampò 
« intorno, sperando aver la persona «oa, el fiiceali far grande 
« guarda, e per esser la peste in T«n, vedendo Niccolò Pizzi - 
«nin per alira via no poter uscir dale man di Gatamelata, se 
«fece cazzar in uno sacco sporco e strazzato, e tolto in spalle 
«per un sottrador (becchino), e una zappa in man e uno 
« campando, lo portò via, sonando lo campanelo, e TÌsto qné- 
«sto Gatamelata fece domandar che era quello; Ini rispose 
«elle era ma aiarto di peste^ ohe aadayaa sepelire; et altro 
«non gli fo dito, perchè di altri se ne portaTaao»» 



76 •' VkKTt QUARTA. ' 

tare con tanta celéritt il fiAiedio, èòn quanta era 
venuta la ferita. Ei^ notte b«la, e per nére efet 
freddo sopra il cor^o ordinàrio delle stagioni terHbi- 
Ifssima/ Con^regii nondimeno le schiere, e parte coi 
preghi, patte colle niinaeHe le persuade ad accom- 
pagnarlo. Giunse eo^ prestamente alle Chiuse^ passo 
angusto quanto' H* fronte di due cavalli. Era stalo 
questo passo dato in custodia a un Giacomo Màraaeio; 
il quale sapefndd- che- la propria famìglia pra caduta 
in potere de'nemici, acotocché ramove del proprio 
sangue non lo inducesse pér'caso a prèiraricare^ aureva 
consegnato il sito in guardia a! paesani amantissimi 
della repubblica; Sicché il con/te hon tì rinvenne osta- 
coli (l).'Nulta era frattanto in quetla notturna marcia 
il travaglio dèlia via a monta e scendi per borri e di- 
rupi, appetto all^orribile freddo e al folto nevasio, 
pel quale chi pèrdeva la mano od il piede^ chi n'aveva 
guasta la vista: nondimeno stimolati dairesempio del 
proprio capitano, e dal desiderio di ricuperare le 
bagaglié e vendicarsi, proseguivano di vocila, ^nchè 
arrivavano^^ttoVei^Ona tre notti dòpo Aaìretla per- 
duta. "'■■'•.' '■ ■ ■ ' . ' • 

Tenevansi ^ncora per ,s. Marco la porta di Brajda, 
il Castel Vecchio» e la rocca dì S. Felice. Per questa 
Francesco Sforaa entrò colle sue genti, per questa 
sorti ad assaltare i nemici sparsi per le vìe a far bot- 
tino. In breve costoro rotti' e incalzati da ogni parte 
cominciarono a ritirarsi pel ponte détto della pietra: 
ma il popte sotto al. grstye peso de' fuggiaschi preci- 

(1) Sabelìici, Nìh: Femt. dee. IH. l.'lVi p: 61«. — Siatiioii- 



«. • I 



aiBiiOLa.s90Q9QO. 77 

pitò, eia Yìa a chi iii8€|;Qiva» joda;Obi Inspira ufi teiopa 
stesso fa tronca.. Sfoiiza.rieat<ò;ìaciiUàr.4^ft '3000 pri^. 
gioni QoaJilo al.PiceiaitfQ;)S^dMapArt]#ya jLj^opria 
dispetta odia oeictetìia. d'^nw^ i^atQ. ìjuj^edito - ai 
VcBeziaiii di soccoiMrerei BDQ&ciai. p^rTirftfia. patrie lo 
decresceva a più doppi* 0W9i4^IMdo che Ja n^assima 
cagìoDia del receate disastro, eraf stata tMi^obbedienza 
dì Talì^DO da Fori)» fl .<p^lii per qmnte istanze ne 
rtoevesse non avetra mai v^alufto^pi^brare .in Yorona 
colle aue aquadre ad assioararne il pQ^^esso, e che 
Taliano aveva disobbedito forse per., comando del 
duca Filippo Biaria; il quale sembrava volersi valere 
di lui per tenere in bilancia i due emuli .condot- 
tieri (1). 

vi. 

Giunse tra questi travagli al suo termine Tanno 
1459; e Niccolò Pieciìaino, -bramoso di approfmarsi 
quel dominio, che Braccio suo congiunto .e maestro 
coU'epera di lui aveva posaeduto» sollecitava il duca 
di Milano a spedirlo, coireaercito neQ'Umbvia. I van- 
taggi, ch'egli pr<^oneiva in eofestaimpresa^ efrano 
di spaventare il papa e i Fiorantini^ ferirli ndle vì- 
scere loro col fomento dei fuorusciti, e allontanare 
mediante la diversióne FraaoeAsoSfioirza da Brescia, 
il cai assedio era come imiiiocti&noi stecco piantato 
nd caorè dei VeBC|KiaÀi. Ddiberataia impresa, passò f«^]'^»» 
adunque il Piccii^no con «ODO cavalli il Pò,^scesa 
per lol di Lamona nel Micelio,, scòrse. tutto quel 

(t) Mi; SidMaeit. 983. -u Otti;. ii'S^Mo/aie/^Saniito, 
lO8i.UjNavBgenvlU»6i^SàlMn«b^ih.^.«ÌQl<Y6»i0<ia,l9l8> 



78 f ABlTt QOAttT^ 

piano sino a im miglia sott» Fifeme; ma posciAi, viato 
dalle calde ist»Aze del conte di 'Poppi saa aanco» 
consumò i pie bei mesft drtranno neUe cterili balae 
del CasenUiio. tefusaene alla Eoa, grMb^do e be* 
dtemmìando ehe' i sud cavalli non ntangiaTane sasai, 
e indirizzò le sqifaére a Befgo S. Sepolcro. Mft egli , 
presi seco ^00 avmatl, si mosse verse Peragia^ 

Traevanlo a Tisitarhiaffetlo^ di cittaAnoe «mbizione 
di tiranno insieme mescolati; desiderando glì:iiomiQi, 
non so se pia so^enle per graodeaaa' o per par?ità 
d' anime , dU signoreggiare là dove sono nati. Né 
mancavano in Perof^a parecchi amici e foratori 
ciechi del seme di Niccolò, che stimolati chi da va* 
nità di splendore esterno, chi da privata affezione, 
vivamente braaiavano e si studiavano di assoggettargli 
la patria. Nulladimeno questa volta, sia caso, sìa 
memoria della ancor recente tirannide bracciesca, 
sia interessato consiglio di qualche alUro ambizioso, il 
vantaggio dei mfolti sopravaazò al vertere de' pochi. 
I Perugini eoBeloserOr essare meglio OBorare Niecolò 
Piccinino eome cittadino, che odiarlo come prìncipe; 
perde rìcevieronto beasi con molte feste; ma dopo 
le feste lo accommiatarono pulitamente col dono di 
1^000 fiorini. 

Partito da Perugia^ fiiiceolò rivolse snkito i pensieri 
alla Toscana. Da aleone lettwe intercekte gli risaltava, 
essere i capilani di Firense e éA pacpa abem dal ve« 
nire a battaglia; ne alimentò dbver esaere faeile 
di irlporiarne vittoria: risolse perlanta di assallnrli, e 
poscia col favore della vittoria accorrere in Lombardia 
contra Franceéep Sforza « che vi faceva atti prò- 
gresaf. i>eM<eato' i disordini del eampe nemieo, il 



cAjprroca secondo. 79 

quale per ìmpedirgii f entrata neffia Tdscsna s'era 
soffermato Mtto Angbiari, gli facevano bea aagurare 
del suo tentativo (1). 

È posta la terra di AngMari alle radici dell'Apen^ 
Bino sopra un colle inclinato con fatcila pendio verso 
Borgo S. Sepolcro che ne è discosto* quattro miglia. 
Ai piedi del colle scorre il fiume di tipe alte e mala* 
ge?o1i, e sopra il fiume si ergeva un ponrte di pietra 
detto détte forche. Per esso avevsmo a passare i dn<> 
cali, ogniqualvolta avessero voluto azzuffarsi- colle 
genti della lega. Ma queste confidando sìa neHa lon* 
tanaaza del nemico , sia nella difesa del fiume, non 
si immaginavano punto d! venire almeno pier quel 
giorno assalite. Stavausi anzi in gran sicurezza 'dopo 29 ggno 
il pranzo chi qua chi là disarmati ttei padiglioni « 
coricati sotto le ombre della campagna; quand' 
ecco a Michele Attendolo nel rivolgere per caso lo 
guardo verso Borgo S. Se|k)lcro venne veduta una 
sottile nebbia di polvere, che a poco a poco cre- 
scendo e facendosi più densa e vicina lo avverti 
(leiravvicìnarsi del Piccinino. Dato perciò airanne, 
io fretta e farla si allestirono a respingerlo, 'quei 
della Chiesa a destra del ponte, i Fiorentini a si- 
nistra del medesimo , Michele coi più bravi sopra 
di esso, i balestrìeri lungo la rfva a vietarne il varco. 

11 primo, che mescolasse le mani, fn Michele; so- 
pnnenn^li addosso dalla banda opposta Francesco 
Kccinino, e lo respinse oltre il ponte fino airertar 
<!k« sale ad Aoghiari. Ma tosto le fenterie d^la 1^, 

(0 Jol». Simonett. 592. — P. Bracciol. Vili. 413. — Boninc. 
^. Min. 150. — Amoéiato, XX. S^. 



set PÀllTS Qy^UKXJU. ) 

sèrr^oiflQsi atform ai Bra^ciefljqbii Ui ^h^%i^ywiìa alla 
laro .voIta;.gui]i4i spiagendo^; e re^piii;igeQdpsi gli 
uni gli altri stettero due ore al cpotirnE^ dql passo. 
In ^uell^ l^tta tempesta di eolpi^ non y^M^^.-noo 3uono 
alcuno rìsnonai^.per l'aere;, noia,: rotte le «lancio e lo 
spade,. avresti mirato i guerrieri, combattersi a corpo 
a corpo. coi pugni e coi gusipti diserro (l).. Giovava 
agliaUealira^vereantecedentenientespianataiUerreno 
alle proprie spalle^ser cui jE|epza.p6rder mai .tempo gli 
uni agli altri sottentravano a rinfrescare l$tzutìSa : nuo- 
ceva ai ^uc^Ii l'impedimento dei campì e dei {ossi^ per 
cui non che ricevese soccorso dal r^trognardo, ma in- 
contra vanq girando pena a tener ferma la propria ordi- 
nanza!. S*aggiuogev|i Tessere ientrati nel combattinvento 
quando già er%po stanchi del viaggio, e l'avere tro- 
vato una opposizione non preveduta, oltre ad una 
molesta polvere, che "Soffiata dal vento contrario negli 
occhi e nelle bocche in^>ediva gravemente la vista 
ed il respiro. Perlochè, avendo alla fine i oemici 
superato con ^misuralo sformo il po^te, fu uopo di 
cedere. 

Rimasero in potere della 1^^ ^2 capi; di squadra, 
400 conestabili, 1440 uomini da taglia, e 3000 eavalli. 
Ma che? appena tern^inata la battaglia, i vinti prigio- 
nieri venivano rilasciati in farsetto» i vincitori sban- 
davansi per mettere in salvo il ricco bottino: sicché 
in pochi giorni, mediante un poco di denaro speso 
dal PiccinÀQP niella compera delle armature, parevano 
mutarte le:sorM^,^ queilUavQrp triopfato, equesli per- 
duto. Tali erano cotesto guerre, nelle quali la vittoria 

(1) Decembrio, ^tto di N. Ptccinino^ 109i (t. XX> 



cÀprroix» SECONDO. 81 

m generava aocpiislo, né la soonfiUa rovina! (1) in 
bui, prima che resereito della liQga si fo^M riordi- 
Mto, digià il Piccinino nareìnva verso la Lombar- 
dia; do?e «a le traitalive intavolate di una nuova 
paee, «a le amUie gaM dei condottieri avevano im^ 
pedìto di efièUuare nulla d*importante» 

Arrivare* nel Milanese, mettervi quasi a. sacco ÌeA.u4t 
Nstante dei sudditi, provvedersi con esse d'vomini e dì 
|)royviponiy fu pel Picdnino opera.di non m^rtti giorni. 
Allora manda a monte ogni negoziaaiolie, varca tra i 
gliìacci inveragli l'Adda e TOglio, sbocca n0l Bre<» 
sciamo, piglia Ciliari e Soncino, e trae ai servigi del 
<iaca di Milano Sarpdlione già ainìco e condottiero 
di Pnnee^o Sforza^ Stava questi a Venezia intento ^ 
dispntue col senato i disegni della prossima guerra; 
quaslo runa dietro l'altra g^i giungevano le novelle 
di questi impreveduti disastri. Cidlo persutt^eH rom- 
pere tutti gli indogi, ed esciir tosto in campagna con 
40,000 cavalli e «000 fanti: ma già il Piccinino^ che 
sitottvava inferiore di forze, con tale diligenza si era 
trincerato a Cignano « che invano lo Sforza impiegò 
<%oi MIO ingegno per espugnarvelo, o tirarlo fuora a 
fsrgìornala.^ Da ultimo, dimessone il pensiero» cam- 
biò improvvisamente direzione^ e voltossi all'acquisto 

(0 ¥a(ìhìat. 83. -Bl. Flav, Hist. dee. III. -- Poggio, Fità 
<id Piccinino, p. 168. — Capponi, CommenL p. 1194 (t. XVlII). 

Narrasi che il Picciniiio, non so se {jer bdria o in buona 
l<^«, solesse' poi sempre attribuire la rotta rìceTuta sotto 
Anghiiri a mitacolo del Cielo, per atet lui Toluio combatter(< 
<»ntro la Chiesa ael giotuo contee tato ai Ss. Pietro e Pa^lo. 
V Ammiralo, XX. 28. 

To/. ///. 



82 fAJifE qtSkikifAé 

di lifartinengo, terra titiiata tra Berpmò e Brescia. 

Riputatala impresa di poche ore : ma» oltrechò il 
Piccinino aveva avuto tempo di introdurvi soccorso, 
non fu lento ad avvfcinarvisi in persona con tutto 
Tesercito ducale. BentostOi avendo occupato e messo 
in forte tutti i passi intorno intorno* ridusse lo Sforza 
da assf diatore ad assediato: e già il pane ed i foraggi 
erano pe'costui soldati il prezzo giornaliero di ^alde 
zuffe e di molto sangue; sicché nel campo di Sforza 
non pochi uomini e cavalli venivano meno ad ora 
Me ora ^dt ÌEmie e di stenti, e il fermarsi diventava 
mortale, il -muoversi sempre più difficoltoso (4). In 
tali estremità del nemico, come il Piccinino riputava 
certissimo il proprio trionfo, cosi stimò opportuno di 
assicurarsi del premio. Chiese adunque addirittura al 
duca di Milano che gli infeudasse Piacenza. « Essere 
oramai tempo, dopo tante promesse e tanti sudori, 
d'avere un luogo, dove posare le ultime ore di una 
travagliosa carriera: atare in suo pugno reaercito di 
Venezia, e le sorti della Lombardia; però dob dovere 
parer grave tale domanda, dall'assenso o riiuto della 
quale (aggiungeva) poteva forse dipendere il vincere 
od 11 perdere ». 

L'improvvisa richiesta, e più della ricbieata la mal 
repressa minaccia che vi stava unita, e le istanze 
consimili di tre altri condottieri pretendenti chi No- 
vara, chi Tortona, chi le terre del Bosco e del Fre- 
garuolo, furono come colpi di folgore al vano e ge- 
loso petto di Filippo Maria Visconti. « Adunque già 
sono pervenuti a tal segno codesti eondotlierif che, 

(t) Spirito, Vattro MatU, e. LXII 



GàPlTOLO SeCOHOO. 8S 

tinb\ ìé ne debbtDO (lagire le improntitudini, vinci- 
tori, se ne debbano soddisfare appuntino le voglie é 
prosUnrsi ai loro piò, peggio che se fossero nemicif 
Dorrà egli adunque^ il duca dì Milano, mercanteg- 
giare h vittoria dai proprii soldati, e spogliarsi vivo 
per impetrarne favori? Dai nemici s'accettano patti, 
li sudditi s'impongono; e se cedere è d'uopo, cedasi 
ilneno al pia d^no, e a cui ceduto si sia già ». In- 
tubinato da queste considerazioni, senza più Filippo^ 
Maria spedisce in gran segretezza allo Sforza un fi- 
dato ministro, acciocché con lui e coi provveditori 
veoeCicoBcbiuda in fretta una tregua. Ciò fatto, questi 
si presentò al cospetto del Piccinino, e sfoderandogli 
on ordine espresso del duca, gii intimò di far cessare 
iomediaUimente le ostilità. 

Quai rimanesse a questo comando l'impetuosa mente 
di Niccolò^ pensilo chi conosce tutte le tempeste dell' 
odio e dell'ambizione. Dopo tante battaglie indecise, 
dopo il recente scorno d' Anghiari , eragli alfine il 
MBueocadoto in suo potere: ancora pochi istanti, ed 
avrebbe contemplato a suo agio rotta la superbia, rotti 
gli ambiziosi disegni di Sforza aopra Milano e la Ro- 
iBagna; disfotta Quella sua scuola formidabile, e sopra 
la roTìna di essa innalzarsi la propria potenza^ e solo 
e primo rimanere tra i condottieri d'Italia, e forse 
coii'adito aperto al principato. Ora una sola parola 
cancellava tutto questo! « Invano pcff acquistar tempo ^ 
t ridurre frattanto Sforza a peggior termine, il Picci- 
aìQo mise in campo ciancio e preghiere. Il duca di Mi- 
liBo, ehe voleva la pace, e ad ogni costo e testamenti^ 
laroleva, lo fece minacciare di voltargli contro non 
soioii proprio esercito^ ma altresì quello dei Venezìflui} 



84 t»AlTe <{UARTA. 

e Al uopo al PiccinlDo di cedere. Racconta nondl* 
meno nn contemporaneo (4), che dopo la prodama- 
cione della tregna, essendosi Nicolò recato a visitare 
Sforza, ambedue nel vedersi si corsero incontro, e 
baciando^ in Tolto, e lagrimando di letizia^ si get- 
tarono le braccia al collo con esempio seguitato dai 
loro seguaci. Atto che non parrà improbabile a cbi 
sappia quanto possa uniEi momentanea impressione, e 
ponga mente al fervido e mutaUle ingegno del Picci- 
nino, ed al forfè e calodativo dello Sforza» 

Del resto furono incontanente spiantate le bom- 
barde, e rimossi gli eserciti da Martinenge; quindi in 
Capriana per sentenza di Francesco Sforza veniva 
'iOdbrt stabilita la pace, e pubblicata alfine in Cremona; dove 
*^^^ un mese avanti era egli entrato per pigliarne possesso 
ed impalmare, come pegno di pia alta fortuna, la 
Bianca Visconti da tanti anni desiderata (2). Al Pic- 
cinino furono per ristoro concedute in preda le terre 
di Orlando PSdlavicini nel Parmigiano; e cosi le costui 
lagrime pagarono l'altrui allegrezza (9)< 



(1) Grisl.4ÌaSol4o,p.898. 

(3} Joh. SittCMMtt. 305. 8«gg. ^ Sasiifo, H03 (ti. L S. t 
XXII). 
(3) ìlpirito, €ìl. c< ixn. 



CAPITOLO TERZO 

0a1]» psc« di C^aprlftn» alli» morte 4«1 due» 
Filippo Mari» iriMomM* 

A. 1441-1447. 



Ant. Caldora. — Fb. SroBZA. — Nicc. Piccmmo. 

I. Affiiri di Napoli. Tradimeiito, disfatta, imprese e rovina 
di Antonio Caldora. Ma^animità del re Alfonso Terso 
di lai. 

II. Lo Sforza guerreggiato dal Piccinino e dalla Lega: spo- 
gliato della Marca : si mendica di Troilo e di Bronoro 
suoi condottieri, dai quali era stato tradito. Vicende di 
Bona e di Branoro. Fatto d'arme di Montelauro. Grandi 
preparativi del Piccinino* 

ni. II Piccinino nel mezzo delle speranze è chiamato a 
Milano. Suo addio alle schiere ì suo cordoglio: sua 
morte. Sue qualità. Parallelo di lui con Francesco 
Sforza. 

IV. Il supplizio di Sarpellione risuscita la guerra contro 
Francesco Sforza, cbe viene spogliato d'ogni cosa. Sua 
costanza. La guerra è trasferita in Lombardia. Battaglia 
di Casalmaggiore. Il duca di Milano si piega in favore di 
Sforza, il quale perciò si prepara -a soccorrerlo. Motta 
del duca. 



CAPITOLO TERZO 

ili» pmm m 41 Ctaiprt»»» «U» mmrtm 4«l 4a«» 
FUlppo Maria Viarpatl, 

1441 - 1447. 



Abt, CALpomA* — Fb« Sfoaxà.-*Nu:c. Ficcmmo. 

U 

li enlrechè sulle sponde del Mincio e dell* Arno il 
duca di Milano e le repubbliche di Venezia e di Fi- 
renze eoo nuove guerre e nuove paci si laceravano 
ienza utile» sema gloria, senza grandi intenli» nella 
Inferior parte dell* Italia precipitava a finale rovina 
la potenza di Renato d'Angìò. Aveva egli riposto le 
ultime sue speranze nella fiizione dei Caldoresi : ma 
Antonio, il quale n*era rimasto capo dopo la morte 
da noi raccontata del padre suo Iacopo, era uomo 
di piccol cuore e di minor fede, lento e infingardo; 
insooraia aveva in sé quanto bastava per condurre a 
perdisione qualsjiMi partito .che a lui si appoggiasse* 
Stimolato dal re Renato ad ire a libemr Napoli dal* 
l'assedio postole dagli Aragonesi, rispondeva : < i pro- 
prii affari ritenerlo assolutamente nell'Abruzzo: in 
ogni caso mancargli i denari, né veder modo di tro- 
varne : venisse il re colà ad accertarsene in persona» 
e ad esigere i tributi » : e il buon Renato traversava 
con non più che cinquanta seguaci il campo nemico, 
e per pioggie, per venti, per nevi e per strade inospite 
e terribili, ora a pie, ora a cavallo^ or combattendo 



88 PARTE QUARTA. 

colla natura, ora Go*vi(lani, or cogli Aragonesi, si 
spingeva siiip a Benevento, e colla fama delle pro- 
prie virtù {cbé è pure un validissimo strumento ii^ 
buone mani) ritornava a divozione molte città, s'ac- 
quistava l'animo di motti bàrof^i, ne riscuoteva una 
certa somma di denaro, e tosto la spediva al Caldera. 
Alla fine CQstqi, più per levarsi l'importunità delle 
A; H4p altrui istanze, che la vergogna del proprio rifiuto, 
raggiunse il fé, é insieme con Iqi si recò ad assalire 
gli Aragonesi, i quali si erano fortificati presso a) 
ponte della Tu farà* Fu la fortuna propizia ai yeti del? 
rAngipino! é già, smarrita Tordinaiiza, è perniate le 
trihcicre, i nemici ammassandosi a mano a ma&d at«f 
torno la lettiga del propiziò re, si andavamo lenta- 
mente ritirando. Ma quando altro più nDn Hmanevii 
d fa^si, che raccogliere il frutto della tittoria, né inter- 
rompeva il corio il Caldera medesimo, il ^jtialè sopitif- 
fatto sia da naturate pusillanimità sia da pérveiM in-^ 
tensione, faceva à uti tratto suonare a incolla, etollii 
spada sguainata sgridando e ferendo quelli dei suoi, 
ctie si mostravano più infefvoratì cdntro gli Arago- 
nesi, li ritnuoveva dal combattimento» sotto sctna, che 
la ritirata del nemico era un inganno, e elle si era 
quel di (atto abbastanza. Questa cosa -persuase H re 
Renato a provvedere più efficac^eniente alla proprisi 
salute. Quella sera stessa convocò a cena i capitani 
deiresefcito. Trascorse il convfio lietamente : ma, 
^^ostochè furono levate le mense, il re coii severa 
piglio si H volse ai daldora. Còurìncfò dal rappreèen-» 
targll in qual precipizio la sua tiniidità, oppur len-r 
tczza, pef non chiamarla coti paròte più gravi, avesse 
condolio Ip tos0 dello St^tó j « pur v^^ì essersi di-*- 



CAPITOLO TBftZO. 80 

leguala una chiara occasione di vincere, e qtiesto 
per opera di Itti, di lui testé onorato dell'ufOcio di 
gran ciHiesiablle e di viceré^ ed investito di tutte le 
posse^toni giji godute dal padre suo : per cagion sua 
un re avere dovuto esponi a miUe stenti e pwkoli : 
ora parer giusto, che quelle schiere, le quali delle 
regie entrale seup mantenute, a posta del re ebbe* 
disea no ^ «tia egli tdunqoe prigioniero, finch'esse non 
dbbiano giurato fede al vero loro principe». A questa 
intimazione elevosri nella sala un forte susurro so- 
migliante a tùmulte : tuttavia, dopo inolt0 proloste, 
le soldatesche non meno ehe ì capitani, gionirono 
coaf<»*i9e al volere del re. Allora Antonio CaMora 
venne rimesso in libertà, e spedito al governo dell' 
Abruzzo* 

Ma non ha egU appena perduto di vfeta gU allog- 
giamenti, che pefitesi dd giuramento prestato, ri- 
torna addietro, riunisce ]e sue squadre, le mena al 
re d'Aragona, e gliene rende omaggio. Crodette cosi ^^H^i 
di togliersi dalla sciita sof^ezìone, e di avanzarsi in 
grana ed Hv potenza; ma non tardò a provare, come 
jl tnMmeoto porti con 6è U propria castigo. Accolto 
freddamente da) re Alfonso, mal visto tita tutH, incerto 
tra due fezieni delle <]nali l'Ma era slata tradita, 
Taltra era stata guerreggiata da lui, senza soldo, senza 
onori, dapprima ebbe a vedere la disfetta del proprio 
rasato compita da quel medesinit Aragonesi, a' coi 
servigi era venuto; poscia, quando meno se io aspetr 
lava, si vedeva spogliato di 8ari, di Acquaviva e di 
altre terre molto importanti; e chi gliele rapiva era 
l'Orsini principe di Taranto e gran conestabile del 
rp AlfopsOf Ciò ^lon 4i meno, posciachè il dado era 



90 PARTE QUARTà. 

gettato, deliberò di non abbandonare i nuovi pa« 
ilroni. Prima di tutto inviò spontaneamente allaeorte 
del re quasi in qualità di ostaggio il figtinol suo 
primogenito, e per levare del tutto ogni sospetto in» 
lornoalla propria fede, congiunse prestamente al resto 
deiresercito le sue squadre. Ciò fatto, si fece animo a 
domandare al re Alfonso giustizia e risarcimento delle 
ingiurie ricevute. Il re non gli disse di no; ma con 
vani raggiramenti di parole tanto Io intratteiine« che 
alfine non ne usci verun risultato. 

Allora il Caldera, convinto dilaverò perduto un 
padrone senza acquistarne un altro, rivoltossi coi 
pensieri verso il primo, cioè Renato d'Angiò. A ciò 
io instigava, oltre i suoi congiunti, anche Francesco 
Sforza; il quale, sbrigatosi colla pace di Capriana 
d9gli affari della Lombardia, s'accingeva a entrare 
nel regno di Napoli col proposito di rilevarvi al* 
(|uanto gli interessi propri! e quelli dell'Angioino, 
• Ora che un tanto condottiero sta per trasferire le 
armi sue vittoriose al soccorso del re Renato (cotesti 
erano i ragionamenti, coi quali si tentava Tapimo 
debole del Caldora), a che servire un ingrato Catalano 
senza fede, circuito da un principe di Taranto e da 
un duca di Sessa mortali inimici del nome Caldorese? 
Oramai , stante il reo procedere del re Alfonso, es*^ 
sere le cose al termine, da non dover temere meno 
clii lo serve che chi lo guerreggia. Al contrario ea-» 
sere notoria la fede e la generosità del re Renatp. 
A che dunque tardare a far ciò, che è via unica di 
scampo?! Dopo alquanti indugi provenienti da ciò 
che il re Renato non si voleva fidare dd Caldera, né 
H Caldera del re Renato, si concluse, che questi 



CAPITOLO TBAZO. 91 

accettasse condotta da Francesco Sforza, « sotto il 
costoi nome servisse la causa del re (1). 

Stabilito codesto accordo, Sforza spese tutta la sta- a. (442 
gioae dell'invemo nella Marca a mettere in ordine 
le soldatesche per la nuova guerra : all'aprirsi della 
primavera mandò innanzi con alcune elette squadre 
il fratello Giovanni, e ratto gK tenne dietro col resto 
deiresercito. Ma non era egli ancora pervenuto allo 
rive del Tronto, che lo richiamavano suo malgrado'in 
Romagna i soliti intrighi del duca di Milano. Per la 
qual cosa di là dal Tronto non incontravano più ve* 
ron freno le armi del re d*Aragona, sussidiate da 
Giacomo secondogenito di Niccolò Piccinino : sicché 
Napoli veniva sorpresa, il r6 Renato costretto a fug- 
gire, e Giovanni Sforza e Antonio Caldera dopo osti* 
nato combattimento rimanevano sconfitti nella pia- is ssp* 
para di Sesaano, 

Fo tra i prigioni il Caldera. Il re Alfonso veggen* 
dolo di lontano, mentre smontato a terra si avanrjiva 
per baciargli il friede, accennògli di risalire a cavallo; 
poi: • Conte, gli disse, voi m'avUe latto sudar mollo 
quest'oggi; andiamo a casa vostra, e fatemi carezze; 
elle io sono ^nco ». Era di là non mollo discosto il 
easMlodiCarpenone, antica sede di casaCaldora. Ar- 
rivati ad ora tarda, cenarono alla meglio. Dopo cena il 
re, stando in mezzo a folti corona di signorie di capi- 
tani, invitò il Caldora a mostrargli le ricche suppel- 
lettili e le altre rarità del castello, che oramai per 
cagione della vittoria poteva chiamare sue proprie. 

(1) Bartli. Facii, /?er« gest, Alpfh ^ap^ BarmanQ. t* IX. p. 
HI). - A, di CosUmo, 1. XVII. 



92 PARTE QUARTA. 

Hecarposi preziosisRìmi arnesi, tappezzerie, argenti» 
armi, gioie, vasi, denari, infine il fiore delle ricchezze 
anunaesate da Iacopo Caldora. Sinpefotta la Corte 
eMrtemplò kinga pezza la ricca materia, e lo aquitito 
artificio di tanto tesoro; e vieppiii merav^liava cobi- 
paffando l'alta potenza e bravura del padre, che lo 
aveva acquistato, eolla miseria e viltà del figliuolo che 
io aveva perduto. Al fine il re Alfonso, rivolgendo- 
sogli in tuono benigno; « Conte, sclamò, la virtù dei 
padri è cosa tanto bella, che debbonsene rispettare le 
memorie; io non solo ho determinato di donarvi tutte 
queste cose, tranne un vaso che mi garba tenere, ma 
colla UherU voglio donarvi altresì l'antico stato dei 
vostri genitori: ì nuovi acquisti paterni non già, per-» 
che ho in pensiero di restituirli a chi mi ba fedel- 
mente servito ; e né anche le squadre, perchè, finita 
la guerra, intendo che il regno respiri dagli alleggia- 
menti, e bastano per la pubblica sicnrezza quelle 
che ordinariamente tiene il gran coneslabile. Del 
resto a voi ed a tutti i vostri consorti condono ogni 
offesa; e siate, come valorosi, cosi fedeli e ricor- 
devoli dei nuovi beneficìi». 

A queste parole del re , il Caldera inginoccbios- 
segli ai piedi, e dopo averglieli baciati gli rese 
quelle grazie che a voce poteva; e perchè suU'ui- 
timo gli pareva essere stato da lui Aotato d'infe- 
deltà , cominciò a scusarsi , e rivolgere la colpa 
sopra parecchi del Consiglio, da cui asseriva es^ 
sere stato ammonito delle sinistre intenzioni del 
re contro di he e della sua schiatta, e fecesi ap- 
|)ortare una cassetta piena di carte , che, secondo 
Imì, ne contenevano le prove. Ma Alfonso, fattelo 



CAPITOU) TEBZO. 9o 

ftbbniciare iti sua presensea» impose lermine aH* 
ignobile spelttcolo. ftesiò il Caldora coi contadi di 
iF^ena , Piaeentiro, Monteròo^ Archi, Aversa, Valva 
e Triveiiti; pur gli sembrava di essere precipitalo 
d»l cielo in terra , non tanto per la perdita ^lle 
molte Città e proi^iicie, ^oaAto per quella delle squa*- 
dre, che r^Mlevaao il nome AA suo casato per tutta 
l'Italia illttstre e pentissimo (1). 

Quindi II re Spogliava a suo beiragio Francesco 
Sforza di Troia, di Manfredonia e delle altre posse»- 
siom della Puglia « 

II. 

CA accennammo, come questo condottiero dap- 
prima fosse inviato verso Kapoli dal duca di MHano 
a soccorrervi la fatioiie di Angiò, quindi richiainato 
indietro per gli intrighi del medesimo duca: il quale, 
vinto dalla solita gdosia e dalle accorte supplicazioni 
del re Atfonso^ non aveva tardato a convertire in 
altrettanto odio l'affezione ultimamente concepita 
verso Sforza. Perciò riputando d'aver &tto troppo col 
dichiararlo suo genero e dargli tante terre, senza 
neaneo staccarlo dall'amicizia di Venezia e Firenze, 
e forse anche temendo della sua ambizione, quando 
ritornasse da Napoli vittorioso, aveva atrvisato un 
noovo espediente per coimpiacere al re Alfonso , e 
disCarsi nel medesimo tempp non solamente di Sforza < 
ma anche del Piccinino. L'espediente adoperato fu 
questo : che il duca Filippo Maria offerse in servigio 

(I) A. di Costaozo^ Si. di Najrttli^ l JCVlI-ltVlII. 414-435, — 
fcarth.FaclijCil.p. 93-107. 



9U PàflTfi QUARTA. 

del pat>a Bagenio IV la persona e le schiere di quefttd 
Ultimo condottiero pagaie a sue proprie spese, pur- 
ché il papa se rie valesse a Hci>perare la Miarcà, che 
da otto anni era posseduta da Sforza. Kpn è a difese 
li partito proposto incontrasse aggi^dimento. SeatSL 
indugio Tenne conclusa una potentissima lega fra Eu- 
genio, il re Alfonso e il duca di Milano, il Ane della quale 
in palese era di spogliare Francesco Sforza di ttttte le 
terre che asserivansi Usurpate da lui, cfd iU segreto 
era anche di abbattere 1 Veneziani ed i F*ioréntini che lo 
spalleggiavano. Fu primo segno di ctoellé eoufederà- 
sione uti severissimo bando di papa Eugenio; neiqu^lcs 
dopo avere incolpato SforsM di usurpazione, di manca-^ 
mento di fede e di congiura, il privava deiruficid 
di gonfóloniere della Chiesa, lo proclamavi! ribelle^ 
e gli intimava la guerra. Ad animini^trarla si mosse 
tosto il Piccinino ; ma una tregua di otto mesi concer- 
tata per opera degli omtori di Venezia e di Firenze 
sopravvenne a frenare il primo scoppio dèlie armi. 

Sembrava eterno queiraCcordo, coù tanto ^ervdre 
i due capitani baciàronsi ed abbracciaronsi tra loro t 
Ciò non di meno pochi giorni appresso Niccolò occu- 
pava a Sforza la città di Tolentino. Rifacevasi la pace; 
ed alla sua Volta Sforza saccheggiava al Piccinino Ri- 
30%n> patransona. Allora questi occupava alFaltro Gualdo ed 
^^^^ Assisi ; ed una nuova lega si stringeva tra il papa, il re 
Alfonso ed il duca dì Milano ai danni di SforA, di Fi- 
renze e dei Veneziani (1). Era già il conte arrivalo 
nei confini deirAbruzafo^ quando gliene giunse certo 

(1) Joh. Simonett. VI. 31B. segg. — AmmÌTato, XXII. 40. In 
questa dcca^ioliè Niecolo Pieci hiftò Venita dal Papa creato 
|OiifaloBÌer« della Chiesa, e dal re Alfonso fregiato del sopra&- 



CAPITOLO TfiKZO. 95 

STviso. Vdtossì perciò addietro piucehè di frelta, e» 
siccome era già principiata la stagione d'inverno, di- 
stribuì le soldatesche tra Fermo» Ascoli, Cingoli, Fa- 
briano, Iesi, Osimo e Rocca-Contratta. Ciò fatto, consi- 
derando alia incorrotta fede di esse ed alla fortezza 
dei aiti, ai persuase di poter temporeggiare con onore 
sino alFtrrìvo delle genti promessegli dalle Repub- 
blictaeamiche. 

Ma (e lo seppero molti principi 1) le soldatesche 
sole non Canno la forza degli Stati : perchè, vinte le 
soldateaehei cbe resta egli allora? Vuoisi che la nrili- 
ifai sja parte dello Stato, e dallo Stato emerga, af- 
finché nna prima sconfitta non aia irremediabile, né 
lo Stato si perda o^si rinca quasi a giuoco di zara. 
Avera lo Sforza introdotto nella Marca un governo 
nrilìlare fondato sopra imposte forzate e rapine : ciò 
aveva generato negli animi naturalmente molto muta- 
bili della popolazione un grave dispetto delle nuove 
ed un Incredibile desiderio delle antiche condizioni. 
Aggiongevasif che pel conte non militava né la rive- 
renza che si concilia nna lunga e regolata signoria di 
padre in figlio, né Taffezione che il principe si acqui- 
sta mediante la prosperità delle pubbliche cose e i 
buoni costumi e la continua presenza. Per la qual k.imi 
cosa non cosi tosto il re Alfonso e Niccolò Piccinino ^ 
entrarono nella Marca con un esercito di trenta mila 
armati, che Matelica, Tolentino e Macerata inalbera- 
rono la bandiera della Chiesa, Manno Barile il più an- 
tico servitore dì casa Sforza ne abbandonò i servigi, e 

wnae èli jéragona fCotùt già dal dvca dì Milano era itato ornato^ 
di qiif Ilo di risconti. 



96 PAaXB QUARTA. > 

Troilo Orsini» e Pietro Br onoro condottieri del conte* 
non solo lo abbandonarono, ma consegnarono 9I confo- 
derati le città di lesi e di Fabriano. Insomma non era 
quasi ancora principiata la guerra^ e già S(iOO uomini 
a cavallo e 600 a piedi erano disertati. Tenner dietro 
a queste defezioni queUe di Cingoli, di Osimo, di To* 
scanetla^ di Aeqaapc^ente, edinfine^ tranne Fermo 
difesa da Alessandro Sforza, di tutta la provincia, 

A taiite avversità Fratncesco Sforza cercava qualche 
compenso nella vendetta. Sta vagli specialmente a cuore 
il tradimento di Troilo Orsini e di Pietro Brunoro, 
né indugiò a punirlo col braccio stesso del proprio 
nemico. A tale effetto finse certe lettere come se 
scritte da ^ssi due, nelle quali questi si davano a di- 
vedere per traditori verso il re Alfonso» Queste let- 
tere quindi furono con molt'arte da Sforza fatte ca- 
dere nelle mani del rei il quale incontanente ordinò 
che i due capitani venissero arrestati, e carichi di 
catene chiusi in Ispagna nel fondo di una torre. Quivi 
rimasero per ben dieci anni a piangere il fiore della 
vita sfru|iUito per una non vera loro colpa. Uè fors0 
quelle catene sarebbersi spezzate pur mai; se Bona, 
lina giovinetta già tempo raccolta dal Brunoro in 
Valtellina e solita a.seguirlo sotto spoglie maschili in 
ogni impresa, con costanza nata da amore e da gra- 
titudine, non avesse dato opera a liberarlo. Tentò dap^ 
prima il core del re Alfonso, ma indarno. Fu veduta 
allora questa invitta donna empiere delle sue strida 
l'Italia, la Francia e ringhilterra^ e a tutti i più po- 
tenti principi e illustri personaggi presentarsi, e pian- 
gente e prostrata supplicarli d'interporsiper la libe- 
razione di Brunoro. Né per tempo, per stenti o per 



CAprroLO TERZO. 97 

ripulse si ristelte essa mai: finché in capo a infiniti 
travagli e incomparabili angoscia e combattimenti 
interiori, non pervenne a placare lo sdegno del re^ e 
riavere lui, unico pensiero e desiderio sao. Furono 
poi veduti bronoro e Bona, amanti e sposi, pigliare 
insieme servigio presso la repubblica di Venezia ; e 
l'onaul fianco dell'altro difèndere bravamente negro- 
ponte dai Turchi: e Bona morirsi d'aifanfìo alla ucci' 
sione del marito suo (4). 

Deb l^sto la prigionia di Troilo e di Brunoro nofl 
avrebbe gran che migliorato le condizioni di Fran*^ 
cesco Sforza « se in quel tempo appunto il duca di 
Milano, sia commosso dalle sollecitazioni di lui che 
pure gli era genero e correva ugual sorte con una 
sua figliuola, sia costernato dai grandi progressi del re 
Alfonso e del papa, non avesse con repentina mutazione 
d'animo rivolto le armi contro quella Lega , di cui 
poc'anzi egli medesimo era stato autore. Da Ciò Frao* 
Cesco Sforza prese animo di uscire da Pano ove stava 
rinserrato, e farsi incontro alle genti che i Veneziani 
gli spedivano in soccorso da Rtmini : però, trovando 
il Piccinino alloggiato a Monlelauro sulla strada tra 
le due eittè, dovè rimettere alla sorte di una btitaglia 
resecQzione del proprio disegno. 

Divideva gli eserciti la Foglia, presso gir antichi il s^^*^ 
PeMurOi liume di guado difficile, ma di noli difficile 
accesso. A cavaliere del fiume sorgeva il Castello del- 
l' Abbate. Qoivi aveva Niccolò collocato gli alloggia- 

(1) Joh. Simon. 338. — Cavalcami, Seconda Storia, i. lì. e. 
XIX. p. 174. — Gl'or». Napolet. 1128 (I. XXI ).-* Muratori , 
AA. 1443. 

/W. ///. 7 



9JI MBTÈ QVkWrk^ 

menti, e da quesU eon vario ordine le suf schière &i 
deohinàvano insino alla sinistra sponda del fiume. 
Sforrà, appena arrivato, ritenne le soldatesche sulla 
destra riva e mandò a sfidare il nemico a battaglia pel 
giorno segiteAte. Nel medesimo tempo' scrisse alle 
squadre partite da Rimini, pregandole d'affrettarsi in 
modo d*e$sere a tempo per investire i ducali alte 
spalle. Ciò fatto, distribuì le tènde verso il fiume, e 
inviò alcune schiere per accertarne il guado. Questa 
appiccarono zuffa cogli scc^idori del Piccinine: so- 
pi^gG;ìnnsero rinforzi dall'una parte e dalFaltra, e 
crescendo l' ira col sangue sparso, in breve renne la 
cosa al punto che tutti gli Sforzesirhi, lasciata la bi« 
sogna deiraltendare, passarono la Foglia a generale 
combattimento. Ebbero essi ' dapprima il vantaggio; 
n^a ritrovarono un Insuperabile ostacolo ai pie dei 
casfetlo; sicché di già le ultime loro righe rotte e 
confuse ripassavano In disordine la corrente, quando 
ecco Sarpellionei coniipttlero di Sforza, avendo con 
felicissimo consigilo gifkta la sinistra costa del monte, 
sorprende i Braccieschi a tergo, e giù alla dirotta Tùn 
sopra l'altro li rovescia. Allpra Sforza rivoltò anche 
esso te fronte, e ributtandoli, e risolendo insieme con 
lofo il monte, li respinse, sino alla porta deiraccam- 
pamento. Qui lungo e con terribile ostinazione si 
combattè; alla fine, avendovi un Giovanello d'Ariano 
spronato dentro il cavallo , dietro lui v' entrarono 
tutti gli altri ; e piA non vi avresti contemplalo che 
nn sanguinoso tumulto di vinti e vincitori a fascio 
confusi (1). 

(1) Job. 'Simoifett. Vi. 340. - Sanato, ^iie de' dogi, tf It. ^ 
Jnnal. Fo^olh. 9f9. 



CAPITOLO TERZO. 9f 

Disfiitto a Monlelaitro» Niccolò Piccinino rinvenne 
nel proprio ardire novelle fona e riniedii contro alla 
avversa fortuna; per cui, accorrendo con indicibile 
prestezza ad ogni luogo minacciato, rendeva alloSforza 
pressoché Infl'uituosa quella vittoria. jLa terra di Pi* 
gnano stessa, dove questi aveva deposto le bandiere e 1 
trofeiracfcoltiàMontelfiuro, fu per battaglia di mano da 
lai molto bravamente espugnata ; e fra il tuonare dei 
cannoni é il clangore delle irombe rispiegaronsi al 
vento le preziose insegne» e con corse e torneamenti 
se ne celebrò il riacquisto (t). Quindi assoldando altre 
Squadre, radunando ampie provvigioni, mondando il 
taaipo dai traditori (2), Niccolò si allestì per vendi- 
care nel prossimo anno sopra Sforza Tonore perduliOi 

Ma Ibtaittd iiòiì sapeva il misel*ó cbe ii mégitloHi i^«<^^^ 
Suo nediico è traditore era quel duca Filippo Maria 
Visconti da tanti iìnni con tanta fede e valore da esso 
lui servito: Infatti c(oesti, èhe non voleva vedere ii 
genero Francesco Sforza né vidto affatto uè affatto 
Vincitore, Come prima seppe dei potenti apparffichi 
del Piccinino^ gli fece inteudere che venisse a Milano 
per consultare seco di un gravissimo affare. Rispose 
Niccolò: « essere lui presentemente al soldo delìa&inta 
Chiesa; jpèrò non potersi allontanare dall'esercito senza 
il permesso del papa; dei restd attendere di giorno in 

(t) Spìrito, VaUro Marie, III. 70. 

(9) Furono n«1 cosloro nàmertf ì cÉpiiani Cristofaro di 
Tolentino e Antonello della Torre, il primo dei quali toAd^ 
chiiuo nel fóndo di un caslelfo, i( secondo sospeso viVo per i 
piedi md alia fdrre tirata fra cftle forfro'ni,i èosi lanciato ooro^ire; 



«' 



100 >àKTB QDlRTà. 

giorno validi aiuti da Napoli e da Roma, e tali parergli 
i presagi della iinininente guerra, che la certezza del 
vincere e la grandezza dei prossimi acquisti ren- 
dangli impossibile la partenza, pernicioso Tinduglo »• 
Allora il duca si indirizzò al Sommo Pontefice, e con 
tanti pretesti, e eoa tante ciancie raggirollo, che in 
sostanza lo indusse a dar licenza al Piccinino; conse- 
guita la qual cosa, tornò con tante e cosi imperiose 
istanze a molestare il condottiero, che, mancata ma- 
teria al rifiuto, gli fu mestieri di cedere. 

Sembrava (narra Lorenzo Spirito che allora mili-^ 
tava sotto Je insegne bracciesche dal Monton nero in 
campo giallo, e queste cose espose in versi), sembrava 
che presago del suo destino non potesse Niccolò di- 
staccarsi da quelle bandiere e da quei luoghi. Spie- 
gate a cerehie in gran pompa tutte le schiere, tra 
ìì luccicare dell'armi e le vive grida di Braccio, Brac- 
cto, ducer duca, e Chiesa Chiesa, passò a mano a mano 
sospirando in mezzo ad esse, e raccomandando a 
ciascun capitano l'onore della sua milizia, eia fortuna 
dei figli suoi. Poscia, avendo pigliato per mano il 
commissario della Chiesa : « Che vi pare, gli disse, 
di questo campo cosi liello e numeroso? • • Che do- 
vrebbe conquistare 11 mondo, rispose colui ». « Eppure 
io veggo, sclamò il condottiero, che pochi giorni dopo 
la mia partenza andrà rotto e disperso, e ne sen- 
tirà danno non menò Roma che Milano, e questo mio 
viaggio farà piangere molti! ma cosi sia, com'altri 
vuole ». Voltosi quindi al figliuolo Francesco, lo esortò 
ad essere giusto e clemente, lento coi nemici, fedele 
verso la Chiesa. Finalmente, e già le lagrime gli co- 
privano il viso, « Condottieri, caposquadra, e voi, mie 



CAPITOLO TERZO. 101 

geiHi d'arme, gridò, vi lascio, come vedete, non senza 
pianto. Dì questa sola grazia vi prego, che fino al mìo 
ritorno obbediate al figliuolo, che alla vostra fede edT 
al vostro amore consegno. L'onormio, ilmiosangue, 
rotile vostro e della Chiesa vi sieno raccomandati, e 
fate cbe, come onorate a voi confido queste bandiere, 
oDorale e vittoriose io da voi le riceva ». Itette queste 
parole, qaasi a foraasi spiccò dai compagni, e, rivol- 
gendosi nel cammino tratto tratto indietro » mestar 
mente si avviò verso Milano (I). 

A Milano, mentre ignaro degli arzigc^oli viscontei, 
^ta JD corte aggirato da vane lusinghe, ode quello 
che^H aveva bensì preveduto, ma non potuto im- 
pedire: « vinte lo sue genti a Montolmo e sbaragliate 
(la Francesco Sforza, merco soprattutto delle gare in- 
sorte tra coloro che le comandavano: prigioni i mi*^ 
gliorideiresercito, spersi e svaligiati i restanti: il car- 
dinale Capranica e Francesco Piccinino in potestà del 
oemico, di l;#copo suo secondogenito sapersi appena 
novelle, come di fuggiasco (f) ». Strasentì I^iccolò 
questo fatai colpo, e ben conobbe la mano» da cui 
gii era venuto; per loehe tra il cordoglio, e tra la de- 
bilità aaturale del suo corpo infralito eziandio dalle 
molte ferite, languì due mesi. Sentendosi venir meno, 
(ece chiamare al suo letto il duca, e con umili pre- 
ghiere gli raccomandò i proprii figliuoli e compagni, 
<! la patria sua Perugia, che rimaneva in preda del 
tteniica. Indi a pochi istanti nel dolore di tutta Milano 



0) Spirilb, cit. 111.71. 

(2) Job. Siuionelt. VII. 356. segg. -Sanulo, 1115. — Crist. 
^ Soldo, 832. — Boainconl. Jm. Miniai. 152. ' 



102 PARTE QUART4. 

1^m>re dÌ5;perato moriva (1). Capitano di subiti consigli^ presto 
^''^^ all'odio, all'amore^ al biasimo, alla lode, airira, alla 
riconciliazione: più facile a eseji^lre un'ardita im-r 
presa, cbe a ponderarne la difficoltà o la giustizia; 
pronto, audace, ed anzi cbe audace, temerario; ma 
in modo cbe la temerità e la prontezza, gli fosse 
talora origine, talora rimedio di mala fortuna: non 
mai soggiogato, non mal abbattuto dalla sorte, ma 
ritrovante in sé contro ogni sciagura nuove forze, 
nuovi measzi, nuovo valore: insomma di coloro, cbe 
dovunque posti, sono preparati a difendere il (oro 
posto, buono o reo, con uguale bravura. 

Di cotesto doti i suoi figliuoli Francesco e Iacopo 
ereditarono l'audacia e la prontezza, ma non la fina 
astuzia, che a| padre non di rado era servita di riparo 
a qualche errore. Del resto niuno fra ì capitani d-l- 
talia meglio somigli^ a Niccolò Piccinino sia nelle 
buone, sia nelle cattive qualità, cbe quel Bartolomeo 
d'Alviano, il quale 68 anni dipoi fu )«!*eposto dallst 
repubblica di Venezia al governo dei suoi eserciti. 
Eppure quella tanta alacrità, quella indomabile ener- 
gia del Piccinino partiva da un corpo piccino, zoppo, 
paralitico e pieno d'altri malanni, cosicché nel cam- 
minare doveva sovente farsi sorreggere da due servi, 
e con grave stento poteva venir messo a cavallo. ISè 
la facondia gli compensava punto la perversa dispo- 
sizione delle membra: anzi narrasi che nelle consulte 
era ben raro, che gli escisse di bocca altro che ur^ 
qualche magro • mi pare ». L'animo adunque, l'a- 
pimo solo invitto trionfava nel Pipcinino coii perpetui^ 

(1) Gayalcanlì, seconda Storia^ U li. e* \U p* S34« 



eimióLo TIMO» iOS 

bitui^ del]« esili fone del corpo; laMde fono 
quella wUecitiuiìne nei disegiuire, queli'ioipoto tutto 
suo od compiere una impresa nasceva io lui appunto 
dal sentire, come la lena gli mancasse a più diuturna 
eooleoiioDe, e gli fosso perciò, uopo di lanciare nn 
forte colpo, e poi riposarsi. Dura eondiziooe! cba 
iaseia in mostra al mondo una cosi piccola parte di 
noi stessi, e ci costringe a vivere di quotidiani sforzi, 
tema p(»tsrli coordinare in quel vasto e continuato 
disegno, a cui l'animo con grande e sicpro corso sa- 
rebbe per condurli! Né la ipferwiccia complessione 
del Piecinino ebbe forse una minima parte in quella 
cape trame, e in quelle crudeli esecuzioni, che ta- 
lora ne oscurarono la memoria; come quando, posti 
al bersaglio alcuni iraditori, ei medesimo pel primo 
li balestrò (1), 

Tale fa Niccolò Piccinino: ben diverso da lui Fran- 
cesco Sforza. Maschio animo in maschio corpo, fermo, 
costante, calcolativo; il disegno concepito una volta 
sngli in mente come fiaccola, che lo illuminava ed 
accendeva a ridurgli intorno ogni opera, ogni detto, 
Vii pensiero; la virtù, se non era ostacolo, volen-'. 
Iteri abhracdata, se ostacolo, quasi virtù non fosse, 
messa in disparte: U male, non mai per abito o scopo, 
bensì come mezzo necessario acoe|ttato : amor^ ed 
odio non {sconosciuti, ma sottomessi agli intenti: gli 
intenti poi grandi di grandezza comune, cioè con* 
(juista e potenza. Esaminando l'uno e l'altro , avresti 
chiamato nel Piccinino il fallire errore, nello Sforza 

(1) G. B. Poggio, Fila di N. Pieoitdno, p. 144. 16&.-<*)H 
«•■brio, Fita di ^. Piecininp (R, l. S. $. XX). 



fCf^ PÀaTE QUARTA. 

CQlpa; il MUire del primo operazione di un mppipqto, 
fsl^e un altro momento cancellava; il fallke del secondo 
operazÙHie di toU^ una vita , che un' altra vita non 
avrebbe inai cancellato. Entrambi ebbero molti nemici^ 
lo Sforza' per necessità, il Piccinino per occasione; del 
resto all'indole di ciascuno corrispondenti: fervidi, a 
salti, trasmodati gli odi! verso il , secondo, ma non 
iscompagnati da certa lontana bei^evolonza; cupe, vi- 
tali, eterne le nimistà verso Francesco Sforza, perchè 
ben si sapeva, che quando anche 11 suo cuore Tavesse 
consigliato a perdonare, il suo interesse lo avrebbe 
ritenuto dal farto. Ninno di sensi veramente grandi 
invidierà Tuno o Taltro di essi: m^ forse qn animo 
gentile, quando fosse costretto a «cogliere, prepor-i 
rebbe le svepture del condottiero Perugli^o allo splep-* 
dorè principesco dell'ondulo sqo. 

IV. 

Cinque giorni innanzi al miserabile (ine di Niccolò 
iQSWf Kccinino, il papa Eugenio IV, ridotto a tollerabili 
^^^^ consigli dalla sconfitta di Montolmo, aveva segnato un 
accordo con Francesco Sforza , nel quale accordo si era 
assunto l'obbligo d'investirlo con titolo di marchese di 
tutte le terre ohe questi possedesse iq quel punto o 
foss0 per acquistare fra otto di. Percij), tranne Aii^ 
cena. Recanati, Osimo e Fabriano, che nondimeno 
gli si resero tributarie, tutta la Marca tornò nella ob* 
bedienza di Sforza. Ma non ta^rdò a sopravvenirgli 
di nuovo addosso una più fiera tempesta^ 

Era Filippo Maria Visconti per la morte del Picei*» 
nino rimasto privo di un capitano generale. Niun altri 
parvegli più idoneo a ciò di Sarpellionf?, stato testé 



CAPITOLO TfiAZO. ICS 

priooìittle càusa della vittoria di Montelauro. Laonde 
il fece dapprima tentare delicatamente per mezzo di 
alcani amici. Trovato il terpene propizio^ invìaroasi 
messaggi dall'uno all'altro, si stabili un cart^gio in 
cifra, eii negozio fu oonduso* £ra Sarpellione antico 
compagno e famigliare di Francesco Sforma (i); nò 
certo, essendo terminata la guerra, gli portava ver- 
gogna Taceonsentire al vantaggioso partito offertogli 
dal Visconti: nondimeno , temendo di jnconlrare 
quaicke difficoltà per parte dello Sforata, gli dissimulò 
la cosa, e solo gli chiese licenza di andare a Milano, 
affine di riscuotere le rendite di alcuni poderi già ri- 
cevuti in dono da quel duca. Ma le vere intenzioni 
di Sarpellione, le sue trattative col Visconti, ti soldo, 
i servigi pattuiti» tutto, non si sa come, era trapelato 
fino alle orecchie di Francesco Sforza: nel quale dopo 
pareccU giorni di perplessità, alla fine lo sdegno e 
l'interesse trionfarono dell'antica amicizia. In coose- 
goeo^ Sarpellione venne arrestato; ed avendo all'as- 
petto dei tormenti confessato molto più ancora di 
quanto aveva mai fatto o pensato, espiò sul patibolo ^^^''<' 
U troppa fama (9). 

AisaoQò tosto per tutta ritalia il miserabile caso, e 
per quanto Sforza s'affaticasse a scusarsene, univer* 
sale h il biasimo, grandissima Tira del duca Filippo 

(1) «Fu Giafpellone d'animo grande, anoovchè bassameat^ 
«Dato; fin da giovinetto caro allo Sfona, sotto eui ai portò ii| 
«nodo, che di piocolo e abbietto pervenne al nome di famoso 
«capitano. JNelle fazioni dì gaerira quanto accorto, pronto e 
«valoroso, tanto nel civil vivere temerario, rapace, vano, 
«tìoIcdIo e poco fedele». Baldi, yita di Fciferico d'Urbino^ 
«. 73. 

()) Cron. Himncs^, 950(1. XV), ~ Job. ^imonett, VII. 3C3. 



106 PktkTE QUARTI. 

Marìa; il quale non veggendo nel supplizio di Sarpel- 
Hone se non una nuova ìngittrìa e una/ pia atroce 
ferita a se medesimo, scriveva ineontanente al genero; 
• non si aspettasse più di rinvenire nell'animo suo 
l>aterno quella pietà, che altre volte l'aveva trattenuto 
sull'orlo del precipizio: essere nei duchi di Milano 
ancora tanta forza da scacciarlo da quella Marea a 
lui indegnissimo eoncedula in grazia soitanto dei-me- 
riti della eonsortec il sangue innocente di Sarpellione 
«lomandare vendetta; né Tattenderebbe lungo tempo •. 
Quindi si confedera col re di Napoli, col papa, e con 
Sigismondo Malatesta signore di Rimiai, e senza in- 
ilugio mette mano alla totale rovlM di Sforza. 
Cominai6 Ascoli dal rubellarsl al condottiero; ne 
A. H15 seguitò resehipio Rocca Contratta , che gli assecu- 
rava i soccorsi de'Fiorentini. Nel medesimo tempo le 
genti del re di Napoli si avanzavano dall'Abruzzo 
ad assalire la Marca, e Taliano da Forlì e il MalatesUi 
^umor^giavano dal Riminese, e dietro ad essi marcia* 
vano Luigi Sanseverinoe Carlo Gonzaga sotto nome di 
essere soldati della Chiesa, ma parte indotti dall'utile 
proprio, parte mossi dal duca di Milano. Infine France- 
sco Sforza, disperando di tenere divisi tanti nemici gli 
uni dagli altri, né a tutti insieme potendo contrastare, 
risolse di abbandonare in loro balia la Marca, disper-r 
dere le reliquie del suo esercito in Toscana e nell' 
Urbinate, e richiudersi in Pesaro ad aspettare gli 
^ioti promessigli da Venezia e da Firenze. Tanto ri^ 
solse, tanto esegui; ma rispetto ai soccorsi deside-r 
l*ati ottenne bensì da entrambe le repubbliche molti 
consigli ed alquanti denari, ma favor d'arme non già; 
posciachò tutto quel danno essendogli inferito non 



CAJ»ITOLO TERZO. 107 

9 m>xne del duca « ma de' costui capitaQi« esse non 
avevanp motivo , kos\ aliiie^o dicevano, di venire 
ad aperta guerra. 

Portavano ì consigU, cbe9llo spuntare della prima- ^- «^«^ 
veni Sforza guardasse di fare una gagliarda punta neU' 
Umbria e 6^o sotto Roma: dovi» il ponte dell'Angui!- 
tara e i |iia|j umori che vi bol|ivanp, avrebbero fatto 
il resto, lo verità ^gW vi 9i recò , ma tardi e con 
deboli apparecchi: per}oc)iè essepdo andata a male 
l'impresa, si trovò nel ritorno in necessità di errare 
a guisa di bandito qua e là pei monti c)ie separano 
Siena da Gubbio, cibandosi a stento di fragole colte 
a ventura fra gli storpi {{). A guest! disastri s'aggiunse 
che i nemici astrinsero Al^ss^Qdro dijjji fratello e 
signore di Pesaro a dimetterne la difesa: sicché di 
tanto dominio, di tanti dipendepti e seguaci, nulla 
più rimaneva oraniai a Frapceaco Sfonea, traine l'ami- 
eizia di Federico da Montefeltro copte d'Urbinp* popio 
per gentilezza di costumi, per amore dei buoni studii, 
e per fermezza di propositi degno di lavare U spo se* 
fM>lo da molte maediie. 

In tanta rovina porse involontario sollievo a Sforza . 
il daca medesimoili Milano, la cui bramosia di ricu- 
perare Cremona (era questa città, come altre volta 
narrammo, stata eeduta e confermata a Sforza a ti- 
tolo di dote), diede buona presa ai Fiorentini ed ai 
Veneziani di intimargli la guerra. Questa perciò si 
trasferi dalla Marca in Lon^bardia. Principiaronla, 
secondo l'uso, dalle macchinazioni, i Veneziani invi- 
tando occultamente ai proprii stipepdii Guglielmo di 

(1) Cron. d^Jgobtio, 96$ (H. I, S. t. XXI). --Job. Singoli. 
Vili. 375. 



108 PARTE QUARTA. 

Monferra t06 Bartolomeo Cotleonì eondoUierì del duca , 
» 15 ì Fiorentini procurando lo stesso con Taliaao da 
Forlì e Giacomo da Caivano , capitani della Cbiesii. 
Riusci il trattato col primo; a Bartolomeo fu cagione 
di prigionìa; a Giacomo ed a Talìano di morte (t). 
Tanto animo aveva già inspirato ai princìpi d'Italia il 
supplizio del Carmagnola ì 

Frattanto Miebele Attendolo, preposto dai Vene- 
ziani al comando di tntte le armi da terra, s'era eoa 
«)gni suo potere rivoHo alta liberazione di Cremona. 
S^iva già da qualcbe tempo all'assedio di essa Fran- 
reseo Piccinnio: però noneosl tosto conobbe la mente 
del nemico, e paragonò le costui forze alle proprie» 
rbe non si fidando né di rimanere ad aspettarlo dea* 
tro le trinciere* né di uscire a far battaglia, raccolse 
Tesercito ducale al Mezzano. È i|oesta «n'isoletla due 
miglia sopra Casaluiaggiore , alqoanle rilevata sul 
Mo. Le acque del fiume curcondavano da o^i banda 
^ sito per natura fortissimo; il Piccinino lo rese come 
insuperabile con robusli argini intorno intorno gner- 
uiti di bombarde e bertesche; siccfaè mediante due 
ponti di legno comunicanti eoll^u«a e colfaltea spanda 
[H)teva egli» come da sicurissimo baluardo, stare at- 
tendendo gli avvenimenti, ed o accorrere tosto alla 
difesa della destra riva del I^, caso che il nemico 
s^ardisse a passarlo, o piombargli addosso a sua 
p4«ta sulFaltra sponda, o tentare incolpo sovra Cre^ 
mona, o spingersi all'uopo sul Bresciano. 

Tanti vantaggi così bene calcolati e prossimi a 
conseguirsi un sol momepto distrusse. Michele At-* 

(I) Cavalcanti, seconda St. e. 41. 52. l. II.— Crw. d'Jaobbìa. 
0^. — Crisi, da S4>Ido, $35. 



€A.PrrOLO TBB^. 109 

lendolo fece assaltare il ponte che congiongeva il 
Mezzano al territorio dì Cremona. Sobito tutti i ducali * 
TI si accalcarono alla difesa. Ciò veggendo, manda ^^^^'^ 
egli una banda di cavalli con altrettanti fanti in 
groppa a tentare II guado poco sopra; questi, avendo 
paissato il fiume coiracqua alle selle, giunsero così al- 
l'improvviso e furiosanieiite addosso alle genti del 
Piccinino, che l'urtarli e il romperli, lo sgominarli e 
il confonderli fu opera di pochi istanti. Fra quel tu- 
multo TAItendolo sforzava il ponte, prorompeva negli 
alloggiamenti, e senza opposi»one se ne rendeva pa* 
drone. Allora i nemici si diedero a fuggire, e, taglia* 
tosi alle spalle il seconda ponte, senz* armi, sema 
artiglierie, senza cavalli e munizioni, sài ridussero 
miseramente sul contado di Parma. Il ricco bottino 
fu divìso in giusta misura fra ì capitani vincitori (1): 

(I) Joh. SimoBett 883. ^ Amttiraio, Si, di Firenze, \XU. 
61. — CrisloC da Soldo, 836 (R. L S. t. XXl). 

«Presi da cavalli 4000 e più, e lutti i carriaggi lofo, 
« fino le sue femmine e munizioni. E i nostri fecero un gran- 

« dissimo bottino e molto ben giwdagnarono E poi fu 

«dÌTÌM il bottian pel capitalo e qne' condottieri e altri in 
« questo modo. Al signor Mickele capiian general e, eavaUi 800. 
«Al sigiior Guglielmo di Moniiernatò, cav. 100. Al signor 
«Taddeo marchese^ cav. 600. A Gentile di Gattamelata,cav. 
«800. A Uberto Brandolino, cav. 400. A Guido tlaogone, cav. 
«400. A Cristoforo da Tolentino, cav. 160. A mess. Iacop($ 
«Gatelano, cav. 200. A Giov. Conte, cav. 100. Alia fanteria^ 
«cav. 500. Alle genti del conte Francesco, cav. 900. Alle 
«Cernide, cav. 100. R oltt-e tutti qtiesti cavalli, tutti gli uo^ 
«mini d'arme, earriaggi e vettovaglie, e fino le lemmi ae eh 'e^ 
«rano set detto eampo, furono divise, it che è italo p4N* una 
«somma di gran valuta». V. Sanoto, p. 1099. 

A torto Pietro Daru (5^ di Ven. I. XVI. \, \\ rìportandA 
questo passo, chVi dice toUo da un antico ms., reputa fittizia, 



quindi festò in Idru preda tutto quanto il paese 
racchiuso tra Milano, ii Po e l'Adda insino al laghi. 
Codesta giornata cambiò affatto le coddizioni della 
guerra. 11 duca di Milano spaventato tornò a inclinar 
raniiHo in favore di Francesco Sforza: questi, geloso 
dei soverchi progressi dei Veneziani, tornò ad aprire 
le orecchie alle proposte del duca; è Firenze e Vene-^ 
zia, quando sentirono essere il Visconti in trattato di 
rappacificarsi col genero, s'drrestaronò tutto piene di 
sospettoe di sdegno. Variecagiorii tuttavia itAfièdiVano 
il coutedicdndiscendére adatto alle istante dello sud- 
cero: in primo luogo il dubbio di venire riputato 
traditore della lega; in secohdo luogo, e forse più di 
qualunque altro rispetto, la tema di abbandonarsi in 
braccio a nn principe lùutabile e paoroso, dal quale 
iHolte volte era stafto deluso, e graveolente danneg-»* 
giato. In queste incertezze òomlnctiò da(l fare treguat 
eoi re di Rafpoli e col papa. Di qui 1 Veifezianfi argo- 
mentarono fecero le viste di argomentare d'essere 
I •a»rso ingannati da Sforza; e senz'altro sfiediroiio Michelef 
Attendolo òontro Cremona, della quale alcuni tra- 
ditori facevano sperare agevole l'acquisto. Éa lai Co- 
storo trama fu antisemita felicemente da Sforza; ed 
essendosene Mi(;hele partito colle ixi^ùì Vuote e col 
nome in fronte di fedifrago, <(uégli ne trasse motivo 
di romperla a£^lto coi Veneziani e aderirsi al duca; il 
ifuale, cieco e affralito dai vizii, gli aveva già inviata 

così fatta dtvÌ8Ìoa« per cavalli,' come sé là ^rola di capdlli qat 
dovesie indicare va pittM eODTeaiito. Basta per saiéUtirlo 
ristentrare la sotainia de' càValli divisi con quella dei 4000 
e più cavalli pndati^ assegmeta dal Saaulo mede^iaio e da' 
Crìsiofara da Soldo, 



CAPITOLO TERZO. Ut 

la donazione di una gran parte del suo dominio (1). 

Una delle principali condizioni di questo nuovo 
accordo fu, che il duca di Milano avrebbe assoldato il 
conte Sforza con titolo di capitano generale, e con paga 
uguale a quella stanziatagli dalla lega, cioè S04,000 
fiorini airanno. Ne ricevette infetti Sforza la prima 
rata, e già si metteva in assetto per passare celeremente 
io Lombardia, qoand^ecco Iacopo e Francesco Picei- 
nini e tatti gli altri condottieri della scuola braeciesca^ 
eon lettere simulate, con lunghi e terribili ragiona- 
menti persuadono II duca 4 a non confidarsi eosk alla 
cieea: essere Sforza un uomo ambizioso, potente, e 
per dae cagioni certamente a lui avverso, d'averlo of- 
feso e d'essere da lui stato offeso »• Altro non ci voile 
per indurre Filippo Maria Visconti a trattenere le paghe 
apparecchiate pel genero: 'però gli fece intendere a 
modo di scusa: « d'essere a ciò costretto dalla povertà 
dell'erario; tuttavia sperare, che la costanza e sobrietà 
di Ini sopperirà alla mancanza del denaro: venisse 
aduncfne di buon animo, ma per non aggravare i sud-^ 
diti con nuove contribuaioni, in'vertisse di non en- 
trare nel Milanese, e di rivolgersi addirittura contro 
Verona o Padova t. 

Il conte sbalordito s'avvide allora d'essi^re fra i due 
scogli, o di piegarsi affatto ai capricci del duca di 
Milano ^ o di buttarsi , e per sempre, in braccio ai 
Veneztani: al postutto dopo qualche titubazione con- 
cluse esser minor male il primo partito, e deliberò di 

(1) In data dféf Ì0 novefnbre 1446. Le (erre donate furotiii 
Pavia, Como, Notara, Lodi, Creiiay Piaceaza^ Parma^ Asti, 
Alessandria, Tortona coi rispettivi territorii, e la Chiara d'Ad- 
da. Di Milano non si fa aUrimenti parola (V. Diunont, Corps 
Dipiom. l. II L part. I. p. 155. segg). 



ìli PARTE QUARTA. 

abbracciarlo. Sia perchè né aveva denari, né s<inz0 
denari poteva muovere il càmpOi mandò di nuovo a 
scongiurare lo suocero a volerlo sovveni;^e. Questa 
volta i progressi dei Venezia rti, che ardendo e 
saccheggiando i più cari siti della Lombardia si erano 
innoltrati fino sotto Milano, ammollirono il cooref 
del Visconti; talché tl*a le costui rimesse, tra il prezzo 
ricavato dalla Vendita della città. di lesi, Francesca 
Sforza si trovò in caso di ragunare un buon nervo di 
seguaci. Ciò non di meno prima di porsi in cam- 
mino, avviò verso Cremona Galeazzo ed Ippolito suoi 
figliuoli, colla speranza che durante il loro viaggio 
il duca, eh' era, pure il padre della madre loro, nel 
facesse ricerca, ed essi perciò fossero strumento a 
fargliene riacquistare affatto la grazia. Ma Tarrabbiato 
vecchio, facendo mostra di saperne nulla, lasciò che 
i garzoncelli traversassero a piccole giornate i suoi 
domini!, senzadio un cenno od un motto di lui op-< 
pure dei suoi ministri li riconoscesse per siu)i nipoti. 
Tal era Filippo Marta Visconti. 

Non per questo si mutò di proposito Francesco 
Sforza; anali avendo fatta la massa di tutte le genti 
sulte rive del Pesauro, prosegui arditamente il cam- 
mino verso la Lombardia. Ma ben ne cambiò i pen- 
sieri rimprovvisa novella, che gli sopravvenne aCoti- 
idagmio gnola, della morte di Filippo Maria. IJna fiera tragedia 
^^^^ siamo ora per raccontare; alla fine della quale ve- 
drassi uh condottiero imporle a forza il giogo ad una 
città, che lo aveva chiamato ed assoldato per propria 
difesa. Esempio non nuovo, né ultimo ai popoli, 
pressa 1 quali milizia e nazione fossero due cose à\* 
sUnlc! 



CAPITOLO QUARTO 

DbU» morte del daca Fllippe Mari» Visconti 
alla eoronazione di Fr. Mforza. 

A. 1447 - 1461, 



Fr. Sforza. — Babt. Colleori. 

I. Condizioni di Milano alla morte del duca. Lo Sforza è 
chiamato dai Milanesi per loro capitano generale: ma 
egli li tradisce subito. Espugna Piacenza. 

II. Prime TÌcende di Bartolomeo Colleoni. Sua fuga dai 
forni di Monza. Sua littoria al Bosco. Abbandona i 
Milanesi. 

HI. Discordie dentro Milano. Dichiarasi la guerra, Vittorie di 
Sforza a Casalmaggiore e a Carayaggio. 

^V. Sforza s'unisce coi Veneziani contro i Milanesi. Suo di- 
scorso alle schiere. Sua risposta agli ambasciatori. I 
Milanesi deliberano di vÌTere Uberi o morire. Ayvam' 
pano nella città le (azioni. Doppio tradimento di Bran- 
Cesco e di Iacopo Piccinino. 

V. Venezia s'intromette per riconciliare Sforza coi Milanesi. 
Perfida simulazione di luf. Ricominciasi la guerri. 
La città per fame gli si atrende. Sua entrata e cor 
ronazìone. 



yd. ni. 9 



/'. 



CAPITOLO QUARTO 

Dallm morte del due» Fllippe Maria TlMontl 
alla eoronaaieae di Fr. (iforza. 

A. 1447-1451. 



Fr. Sfcmelia.— Babt. Colleoni. 



L 



AyeTft la città di Milano inteso prima il trapasso ^3«(;o"" 
dell'antico suo signore, che avuto notizia della sua 
malattia, ancorché lunga e noiosa ; e tosto lo Stato» 
come fosse roba usurpata, smembravasi in molti pezzi 
e fazioni. Molti affermavano, averlo il morto principe 
lasciato per testamento ad Alfonso re d'Aragona e di 
Napoli; allegavano alcuni in contrario la donazione' 
mandata Tanno avanti dal duca a Francesco Sforza ; 
sdamavano altri, «'^ essere assurda si Tuna che Valtra 
sentenza; avere il Comune di Milano, dugento sessan- 
taquattro anni addietro, nella pace di Costanca, otte- 
nato l'autorità di reggersi a proprio arbitrio: atter poi 
la Città trasmesso questo diluito nei Visconti, acciocché 
venissero meglio amministrate le cose della guerra 
e ddla pace : gli imperatori Venceslao e Sigismondo 
averli bensi dichiarati vìcarii e duchi ; ma non aver 
già potuto attribuire loro un'autorità ìtmmiare di 
quella che il Comune aveva tolto a se medesimo per 
concederla ad essi. Ciò posto, essere illusorii codesti 
diritti di donne, e di donne illegittime. Avere forse i 
Milanesi, allorché eleggevano a comandarli Maffeo ed 



116 PARTE QUÀATl. 

Azzo Visconti, inteso che il governo deirarmi e la su? 
prema aipministrazione della giustizia pervenisse |a 
•mani femminili e bastarde? oppure che a guisa di 
mercanzia .si donasse ad un re straniero? Spenta la 
stirpe mascolina dei Visconti dovere adunque ricadere 
di sua. natura il sommo imperio in chi già il posse- 
deva. Al postutto nella donazione accennata non es- 
sere compresa Milano : e quella città che aveva acqui- 
stato air Italia nei campi di Legnano indipendenza e 
gloria, dover ora rintegrarsi nella primiera sua li- 
bertà, nel primiero suo splendore ». 

Appoggiavano e guidavano quest'ultima fazione, 
per la quale sembrava che militasse, se non la oppor- 
tunità, la giustizia, Antonio Triulzio, Teodoro Bossi, 
Giorgio Lampugnano ed Innocenzo Cotta, giovani ot- 
timi, soltanto mossi da vivo desiderio di bene, e sdegno 
di straniera signoria. Favorivano il re di Napoli i due 
fratelli Piccinini, e tutti gli altri condottieri braccie- 
schi ; i quali piuttosto che vedere lo Stato in mano 
di Sforza s'erano affrettati a consegnare le fortezze 
agli A raoronesi. Quanto poi al medesimo Sforza, pochi 
erano coloro che pensavano a luì; e appena alcuni 
sotto un Andrea Blrago s'attentavano con grande so- 
spetto a pronunziarne a %omroessa voce il nome. Del 
resto naf ravasi che Filippo Maria anche negli estremi 
del viver suo aveva rifiutato assolutamente di desi-' 
gnarsi il successore, concludendo a chi gliene faceva 
rimprovero, di avere caro che, morto lui, ogni cosa 
rovinasse à confusione. Risposta, se non vera, certa-? 
mente degna di lui (4). 

(I) Job. Simon. IX. 397. 



CAPITOLO QUARTO. ^i7 

Nel primi giorni eiascua parlilo , inalberando la 
»aa insegna, e noverando i suoi segnaci» preparossi, 
per cosi dire, al combaltimento : bentosto c^n ada* 
naie, con lumulti e con sangue cominciarono a mo- 
strarsi i varii umori, quinci fomentati dai Veneziani, 
i quali se ne approfitlayanoper occupare Lodi e Pia- 
cenza, quinci secondati dal duca d*Orleans, il quale, 
mettendo in campo alcuni diritti dotali, mandava una 
forte schiera sotto un Rinaldo di Dresnay a insigno- 
rirsi di Asti. Ferola parte popolare, quella nella quale 
era più pienamente espresso il voto della città di Mi- 
lano, per moltitudine, per ricchezze, per ardore, in 
breve tempo prevalse dì modo, che ritolse agli Ara* 
gonesi le fortezze cedute loro dai Braccieschi, e tra- 
scinò sotto l'antica obbedienza i Comuni di Como, di 
Alessandria e di Novara. Solo Pavia, Parma e Tor- 
tona, per matto desiderio di. una libertà che i tempi 
dinq^vano, si trassero nemiche volmen te in disparte. 

Frattanto Francesco Sforza era venuto innanzi sin 
presso a Parma:. ma trovandosi privo di denari e di 
provinole, odioso a Napoli, a Roma e<d a Venera, in* 
diferenle per lo meno ai Fiorentini, ed obbedito dalle 
squadre a stento e solo per la speranza. di una pros- 
sima guerra, si era attendato julla Lenza colla deter- 
minazione di aspettarvi L'esito degli avvenimenti di 
Milano, e di certe segrete intelligenze da lu| maneg- 
giale eniro Parma. Sembra che in questo rovinio delle 
proprie cose il pensiero di succedere allo suocero nel 
seggio ducale lo. abbandonasse , tanto pia quando 
venne a offrirsegli alla mente la città di Milano piena 
di forze e di ardire, sia per la sconfitta degli Arago- 
nesi, sia per la sottomessione di tanta parte del domi- 



118 WkBTB qaktiTjL. 

nio, sia pel gran numero dei condottieri assoldati, e 
, risoluta, non ehe a conservare la propria autorità, a 
distenderla fino agli anticlti conÀni della aignoria 
viscontea. 

Fra queste considerazioni Sforza non sapeva re* 
ramente a qual partito appigliarsi: ma non tarda- 
rono a cavarlo dai dubbii, e ravvivarne senza volerlo 
le sopite brame, i Milanési medesimi. Avevano ^lino 
proposto per ben tre volte alla repubblica di Venesia 
ampii patti di accordo; ma la repubblica, giusta 11 
vizio delle aristocrazie, mostrossi non meno bramosa 
di rapire a'Milanesi la loro libertà, cbe di mantenere 
la propria. Questi perciò furono costretti a riporre 
nelle armi ogni difesa. Restava a scegliersi il capitano 
deiresercito, ed essi posero rocchio sopra Francesco 
Sforza, sia perchè lo riputarono, come era, il primo 
condottiero dei suoi di, sia perchè si persuadevano 
di .assecurarsene in tal modo del tutto, e levare le 
fondamenta alla fazione che desiderava innalzarlo 
al trono. Adunque in pochi giorni stabilirono con lui 
di concedergli nome e condotta di capitano generale» 
e paga uguale a quella testé promessaf^li dal Viseonti: 
aggiunsero che, se nel corso della guerra si ricupe- 
rasse Brescia, egli ne vesterebbe padrone; se dopo 
Brescia sf acquistasse anche Verona, lasciata la prima, 
egli avrebbe potuto ritenersi la seconda. Del resto 
ogni impresa, ogni acquisto, ogni trattato doveva 
compiersi a nome del supremo consiglio del Comune: 
e Sforza, come ei!a primo al comando, ood doveva 
apparire primo alla obbedienza. 

Tale fu il tenore dei patti: ma il conte non li aveva 



appena sotlosoritti, che p0ii8a¥a ad infifangerli (1). 
GoBiìnciò^ dai coneiliarsi gli aaiaii di I^ioopo e di Fran^ 
eesoo Pkciimii, i Quali, amlehò at^^ndonarei in tanto 
pericolo ì Milaneai, avevano rifiutata la signoria di 
QrewA e di Cremona oflerte loro dai Venexiani. Quin- 
di» beachè dò fosse ^p^tamente coBlrarie aUo spirito 
ed alla lettera ddl'acoordo recent^oieilto da Idi gin* 
iato» ricevè a divedono la città di Pavia» che se gli 
sottomise a patto espresso di non venire accomunata 
coi Milanesi. Costoro iectro calde lagnaniee : Sforza 
rispose loros essere molto moglio che Pavia obbedisse 
a im fedele soldato ddla rc|mbblica , che non ad 
Aragoneà, a Yeneaiani od a Savoiardi. Indi a non 
molto successe il medesimo rispetto a Tortona. Pre-* 
riderò allora i miseri cittadini di Milaino a quale esito 
fosse per arrivare tanta iattura di averi, di sai^ue e 
di sudori a cui erano spontaneatmente andati incontro 
pel desiderio di vivere liberi ; e invano rioAèrsero ai 
Veneziani nuo^e oondirioni di pace e di alleanza* 
Alla ine veggendosi in certo modo atretti tra le due 
necessità e di resistere al nemico esterno, e di scher- 
mirsi da quello che colle proprie mani nel proprio 
seno eglino stessi avevano creato, <^usero gli occhi, 
simularono di prestar fede alle apparenti ramponi di 
Sforza, e rassegnaronsi ad accogliere gli eventi che 
questi e la fortuna fossero per -arrecare. 

Però Francesco Sforza, affine di sbalordire collo 
splendore di im grande acquisto le menti irritate e 
sospettose dei cittadini, si accinse ad espoguare Pia- 
cenza. Primamente fece ancorare quattro suoi galeoni 

(1) Job. SimoB. 401. - Machiay. VI. 90. 



Ito PARTE QtTiRfÀ. 

nel Po, disciocchè impedissero la salita del fiume àff 
naviglio veneto; quindi accontò Teseròito alle mura, 
e atterrate in 50 giorni di bombardamento dine torri 
46 9bre e la coftlna che le congiiingeva, g! niosse all'assalto. 
Sanguinosa fa l'opposizione fatta dagli assediati nel 
fosse colle balestre» colle macchine, cogli archibugi, 
colie bombarde^ insomma con quanti strnmenti Pan- 
tica e nuova milizia, che in questi tempi appunto 
venivatìo come ad affrontarsi , per istrazio del genere 
umano, conoscessero: e di già le genti di Sforza, 
credendolo ucciso, rivolgevano la faccia per fuggire, 
allorché la sua presenza li rianimò e li rispinse di 
nuovo verso il fosso, che alfine venne sgombrato: 
dalle bombarde allora essendosi abbattuta la porta 
di S. Lazzaro, la città fu presa. Cinquanta di durò il 
sacco, e diecimila persone, ammucchiate sopra i ga- 
leoni insieme agli ori, alle vesti, alle suppellettili, 
infino alle ferramenta delle proprie case, furono tra- 
scinate qua e là sui mercati d'Italia ti aspettarvi un 
compratore. Piacenza ne rimase disfatta (4). 

% IL 

Non men gagliarda impresa era stata un mese in- 
nanzi fornita presso Alessandria da un altro famoso 
condottiero. Accennar vogliamo Bartolomeo Golleoni, 
le cui prime vicende restringeremo qui. 

Sogliono i giovani, nelle vite degli uomini celebri, 
ricercare specialtnente i fatti da essi operati nella 

(1) Crisi, da Soldo, 845. — Ani. de Ripalla, Chr. Placent. p. 
895 (R. I. s! t. XX). — Oo». mise, di Bologna, 688. — Job. 
Simon. X. 4M. segg. 



CÀPitoto qvKKto. ìii 

ptiùÉtL éA^Jtfavtsi per discoprirvi le rie eolle quali si 
venga in fama, e pronosticarne qual grado di splendore 
serln a loro medesimi la fortuna. Quindi i primi giuo- 
chi e fttodii, le prime gesta e amicizie dei personaggi 
fiimosi acquistano pregio, e con tanto maggior cupi-* 
digia si investigano, quanto più si è eerto di no%ri- 
trovarli guasti da fredde considerazioni di amor pr<Q^ 
prio e di interesse. . 

Fa l'infanzia di Bartolomeo, come quella della 
mag^or parte degli nomini segnalati, disastrosa. Stu- 
diava egli ancora gramatica nei monti del Berga- 
masco, allorché il furore di parte ghibellina gli rapiva 
il padre^ gli averi, la patria ed un fratello. Restavagli 
la madre : e questa pure sotto pretesto di certi anti- 
chi crediti venne fatta imprigionare dal Benzeni, ti- 
ranno di-Crema^ e tenuta tanto tempo in carcere, 
finché non gli cedette tutti i suoi beni dotali. Fra 
queste amarezze Bartolomeo entrò neiradolescenza : 
peri mirande la Lombardia a motivo della morte del 
duca Gian Galeazzo Visconti tutta in una faccia e in 
uno spettacolo di guerra, deliberò di uscire da quella 
miseria, che gli veniva resa più acerba dalla ricor* 
danza del primiero suo stato, e s* introdusse in qualità 
di paggio ai servigi di Filippo Arcelll signore di Pia- 
cenza. In capo a due anni il Carmagnola venne ad 
accamparsi coH'esercito del duca di Milano sotto Pia- 
cenza, ed intimò airArcelli di render senza dimora 
la città» se pur non preferisse contemplare coi pro- 
prii occhi l'estremo supplizio del figliuolo e del fra- 
tello di lui, che erano stati fatti prigionieri. L'Arcelli 
stette saldo a difendersi. Tuttavia il sangim di quegli 
innocenti non bastò a liberarlo dalla necessità di ar<« 



4: ss PA&TE QUARTA. 

rendersi più tar^i. Perduta adunque PkceiWi Fflippo 
passò nel Friuli a servìgio dei Veneaiani, Barlolomeo 
Colleoni recossi nella Puglia alle tende di l^eciocbe» 
datogli un cavallo, il ricevette tra i suoi ragaioi, ossia 
valletti.. 

Se non che era il giovinetto ormai pervenuto ai 
20 anni , e dal bollore dell' età e dalla confusione 
delle pubbliche faccende sentivasi accendere in petto 
un'ambizione pari al coraggio. In breve ooooepl un 
odio ed uno schifo grandissimo verso le servili sue 
occupazioni. In conseguenza abbandonò Braccio, e 
soletto con due partigiane, l'una in mano, l'altra al 
collo, dirizzossi a Napoli. Quivi si imbarcò con pro- 
posito di andare in Francia b pigliarvi soldo. Per 

À. 4417 viaggio volle il destino, forse per serbare all'Italia mi 
tanto guerriero, che il l^no, sui quale questi si ritro- 
vava, venisse predato dai corsari e ricondotto addietro^ 
Stava allora all'assedio di Napoli Iacopo Caldera colle 
genti della regina Giovanna II. Tosto il Colleoni f li 
si presentò e ne ebbe condotta di SO cavalli : quindi 
sia per la straordinaria virtù da luì mostrata nella 
presa della città, sia per le amorose fiamaiiB svegliate 
(come asserivasi) dal suo virile aspetto nella impudica 
regina, fatto è che in poche settimane veniva promosso 
al comando di 58 cavalli e otteneva il privilegio di 
innalberare per proprio stemma una sbarra vermiglia 
imboccata da due capi di leone (1). 
Vinta Napoli, accompagnò egli poscia 9 Caldera 

À. 4424 alla liberazione dell' Aquila, sotto la quale, come nar« 

(1) E di capi di leone era formata la sua impresa gentilizia, 
conforme al nome del casato, che poi ai corruppe ia Celhimi, 



dPITOLO QUAATOu 1S8 

rammOy Braccio fa vinto ed uccido; per la qaal cosa 
essendosi un po' qaetate le cose di colà , Bartoloaieo 
passò in Loj]d)ardia al servigio dei Veneziani. Quivi 
ebbe a capitano ii Carmagnola; quivi, se è vera la 
&nia, col seguito di 40 cavalli primo fu a penetrare 
in Cremona, uUimo ad uscirne, allorché ogni spe- 
ranza dì aiuto fu perduta. Riportò il Carmagnola di 
taJ^ fatto biasimo e morte, il Ottoni ne consoni lodi 
e raddoppiamento di condotta: sicché la stessa im- 
presa troncava all'uno il corso di sua gloria, e lo 
apriva all'altro. V ignavia del Cronzaga, che dopo il 
supplizio del Carmagnola successe nel comando del- 
l'esercito veneto, rese poscia tanto chiara la solerzia 
e la sagacità del Colleoni, che a mano a mano vraiva 
promosso al comando di 400, e poi di 300, ed alla 
fine di 800 cavalli, e veniva creato capitano generale 
della fanteria, ed eletto governatore di Verona, ed 
investito di tre buone castella (1). 

Tali furono i progressi di Bartolomeo Colleoni fin- a. ^^4i 
che durò la guerra. Terminata ch'essa fu, il senato 
per diminuire le spese die^ ordine di licenziare una 
parte dei condottieri , e dì scenare le condotte ai 
rimanenti. Di ciò sdegnato Bartolomeo non senza 
acerbe proteste partissi dal servigio ddla Repubblica 
e andossene a Milano con 1500 cavalli. Il duca Filippo 
Maria lo accolse onestamente, e a prima giunta 
donoUo di Castell' Adorno sul Pavese; quindi con 
speciali concerti lo inviò in Romagna a mantener 

(1) Spino, nta di B. CoOeoni^ 1. I-III. p. 1-83 (Venezia, 
1569). — Ant. Cornazanì, rtia di B. Colleoni, l MII. p. 1-17 
(ap. Barmann, t. IX. part. VH). 



' iik PkKTB QUARTA. 

requilibrio tra France^o Sforza e Niccolò Pìcdninff^ 
che allora vi stavano a fronte. Ma vi era egli appena 
arrivato che di repente per ordine del medesimo 
duca veniva, come reo di tradimento, preao e rin- 
chiuso nei forni di Monza. Ei'ano questi orrende cel- 
lette runa all'altra sovrapposte e cosi strette che i 
prigionieri né potevano rizzarsi in pie, nò lungo di* 
stendersi: aggiungi, che da ogni parte eran seminaie 
di punte, sicché Io stare, come il moversi, era di 
perpetuo supplizio. Le aveva fatte costrurreun secolo 
innanzi Galeazzo Visconti per martoriarvi i sudditi 
desiosi di libertà ; volle la fortuna, giusta in ciò, che 
egli per il primo con tutta la sua famiglia li assag- 
giasse. Quivi stette adunque il Colleoni più di anno, 
combattendo costantemente cogli strazii e colle mi« 
naccie , messe in opera dai ministri del duca per 
indurlo a spogliarsi del comando delle sue schiere. 
Ma intanto egli non aveva cessato di macchinare 
giorno e notte il modo di. uscirne. A tale effetto 
sceglie un di, in cui per la morte del duca tutta la 
A. 4447 città era a subbuglio , fingesi ammalato , e tanto 
s'indq^tria che sotto vanì pretesti manda fuori dal 
carcere i guardiani. Allora col mezzo di molte fa- 
scie e lenzuola già prima apparecchiate calasi fret* 
foiosamente ai piedi della torre e varca il fosso. Tor- 
nate le guardie, né più il ritrovando, suonarono la 
campana a stormo, e al lume dei torchi strepitando 
e minacciando dieronsì a ricercarlo qua e là. Barto- 
lomeo, ^enza scomporsi, col favore delle tenebre si 
mescolò tra essi, e alle loro grida ed alle loro minac- 
cio uni le proprie; finché, colto l'istante, corre al sito 



CAPITOLO QUABTO. 4 SS 

ove on buon cavallo lo attende^ montayi sopra, e 
Tola alle sue schiere alloggiate a Landriano. 

QuiTÌ il primo avviso della Aia liberazione e venuta 
colmò di gioia e di stupore le soldatesche, che a gara 
» precipitano verso il padiglione maestro per vederlo 
e abbracciarlo, e baciarlo, e toccarne le vesti, e 
adire la saa voce tanto tempo muta, tanto tempo de^ 
siderata r e, se mai capitano veruno si deliziò nella 
soddisfazione cosi preziosa ad ogni animo gentile di 
amare e di essere amato, fu questo il CoUeoni io 
qoel momento, in cui passava dalle miserie di un or* 
rìbile carcere al governo di una forte e affezionata 
soldatesca (i). Ringraziatili, abbracdatili tutti, li fece 
armare e ii passò a rassegna, e tasto costrinse i Pa- 
vesi a somministrargli stanza è vitto. Pochi di ap- 
presso, come soldato dei Milanesi presentava battaglia 
sotto le mura del Bosco alle genti dd duca d'Orleans, 
guidate da Rinaldo di Dresnay. 

Avevano costoro, come accostumati alle guerre 
vere e sanguinose della Francia, col non dare quar- 
tiere a veruno, reso grande e temuto per tutta Talta 
Italia il proprio nome e la potenza francese. Ma ve- 
nuti al cimento delle armi, non ressero contro alla 
disciplina ed alla avvedutezza deglitalianì. Comincia- 
rono l'attacco dalla parte del CoUeonì alcune bando 
di fanterìa. Queste, come di ragione, fatta breve re- 
sistenza, non sostennero Fimpeto della cavalleria del 
Dresnay, e andarono in volta: subito i Francesi si 
iofuriarono ad incalzarle e ucciderle. Ciò li disor- f< Shr^ 

4447 

dinò: il Golleoni se ^'acciprse^ e senza indugio spinse 

(1) Spino, nta di B, ColUimi, l. IV. 103. 



436 PARTE orriRTA. 

sopra di essi i suoi uomini d'arme, che di leggieri li 
oppressero ed inseguirono sino al Gastellazzo. Cosi 
la milizia italiana, ancorché meno feroce, vinceva la 
oltremontàna, ancorché ferocissima. Contaminarono 
la vittoria le crudeltà usate ai prigionieri sulla piazza 
di Alessandria da quella plebe arrabbiata per 1» 
morte, quale del congiunto, quale delFamico. Restò 
negli Italiani, non ostante la vittoria, una terribile ri^ 
cordanza di quegli stranieri, i quali, abbattuto il ne- 
mico^ gli alzavano la visiera, e detto fatto scannavanlo 
col pugnale (4). 

Vinto il Dresnay, Bartolomeo, con immenso ma 
occulto sdegno di Francesco Sforza, il quale, «come 
dicemmo, aveva ricevuto Tortona nella propria sua 
obbedienza, astrinse questa città a inalberare le in- 
segne della repubblica Milanese. Quindi, sia che 
non gli fossero attese le condizioni della sua con* 
dotta, sia che ne trovasse delle migliori presso il 
nemico , fatto un nodo de'suoi, traghettò l'Adda a 
Brivio, e si ridusse a Bergamo agli stipendii dei Ve* 
neziani. 

IIL 

Tra questi travagli fii chiuso l'anno <4&7, e le ri* 
A. U4B gidezze del verno, imponendo tregua alle operazioni 
dr guerra, resero più vivo nell'universale il desideria 
di pace. Già i fondatori della repubblica Milanese 
s'erano miserabilmente divisi in due fazioni, e, rinno- 
vati gli antichi nomi di Guelfi e di Ghibellini, i Triulzi 

' (1) Gagnola, Su di Milano, p. 80 (Arch. Stor. t. III). — Joh. 
Simonelt. X. 430. — Ant. Gornazani, cit. IV. 18-20, - Sanato, 
1127. — Second. Yenttar. Ckr, Jtt p. 978 (R. I. S. t XI). 



CÀFITOLO QUAATO. ' 197 

pei Guelfi e per la guerra, i Lampugnani ed i Bossi 
perla pace e pei Ghibellini parteggiavano. Stayano con 
costoro i due Piccinini e tutta la setta bracciesca , 
come qaeUà che non poteva soffrire l'ingràndimeÉto 
dello ^ona; il quale per l'opposto spalleggiava pale- 
semente il partito gucdlo. Del resto la pace era sulle 
bocche di tatti, e disputossene a lungo nei congressi 
particolari) nelle assemblee» nei crocchi, su per ì 
culti e per le piasBOi con quella ealdeisa che è pro- 
pria d'ogni stato libero e nuovo. Anzi mandaronsi 
ambasciatori a Veneiia per trattarla, e se ne prope» 
sere le basi: ma quando ogni cosa pareva stabilita, 
ecco i Guelfi messi su da Francesco Sforza ed appog- 
giati dal popolaccio di porta Comasina con terribili 
minaccio e schiamazzi invadere il maggior couBgliOt 
e spaventarlo in modo, che quantunque mancassero 
amd, denari e soldati a proseguire la guerra, e dal 
buono e dal cattivo esito di essa fosse ugualmente per 
derivare la perdita della libertà, pure a unanime suf- 
fraipo venne risoluta e commessa nel pieno arbitrio 
del conte Sforza. Né questi pose tempo in mezzo 
a uscire in campagna. 

Dopo essersi invano provato a rompere il ponte 
sul Po custodito dai Milanesi presso Cremona, erasi 
Tanuniraglio veneto Andrea Quirini ritirato coUe sue 
navi sotto a Casalmaggìore, appunto nello stretto posto 
tra la sponda sinistra del fiume e Tisoletta del Mezzano, 
dal qpale stretto due anni innanzi Michele Attendolo 
aveva assaltalo e sconfitto l'esercito di Francesca Pie- 
duino. Quivi il Quirini gettò l'ancora; e senza indugio 
1<^6 tra lero le galere » steccò la bocca superiore 
dello «Cretto, sol lasciatone quunto spazio bastava al 



(28 PAETJ^ Q9ÀRTÌ. 

passaggio d'una nave, e questo spazio eiiandio con 
forti catene impedì. Qual cosa lo spingesse a siffatta 
deliberazione, è più facile supporre che :lvverare: 
forse l'intento di aspettarvi in sieuro che Mich<»le At- 
tendolo colFèsercito di terra si approssimasse al Po, 
per concertare poscia insieme qualche risoluta fanone 
contro la città di Cremona, o contro il suo ponte, o 
contro il naviglio nemico ancorato più in so; fo^e il 
timore di venire inopinatamente assaltato da Biagio 
Assereto capitano di esso, il quale 45 anni avanti 
aveva fatto prigionieri tre re alla battaglia di Ponza; 
forse il sospetto, che Francesco Sforza cingesse d'as^ 
sedie Casalmaggiore, e battendo coi cannoni lo stretto 
non costringesse la flotta veneta a ritirarsi più in 
giù, oppure ad attaccare un disuguale eombattimeuto 
con quella di Milano. 

Come che sia la cosa, fatto sta che non mai erasi 
presentata a Francesco Sforza una più bèlla occar 
sione di vincere. Congregata l'assemblea dei capi-* 
tanl milanesi, propose loro di porre incontanente il 
campo a Ca^lmaggiore, e di cannoneggiare 4aUa riva 
sinistra Tarmata veneta, ìntantochò l'Assereto, scen- 
dendo col naviglio, sboccherebbe tra l'isola e la destra 
sponda, e chiuderebbe al Quirini ogni adito alla 
fuga. Questa proposizione riempi l'assemblea di me- 
raviglia e di discordia. I primi ed i più vivi a combat* 
terla furono Iacopo e Francesco Piccinini, i quali al- 
learono in contrario la vicinanza deli' esercito di 
Michele Attendolo, e la povertà e la ritreaia ddle sol- 
datesche: ma Sforza da una parte appagò Tesercito 
concedendogli in preda la propria terra del Castel- 
iiìi"" letto, dall'altra tagliò alla recisa la lite, acc^mpandiw 



CAPITOLO QUARTO. 129 

a dirtttQra sotto Casalmaggiore , e cominciando il 
fuoco contro le navi venete. Ben s'affrettò il Quirini a 
darae avviso a Michele Attendolo: ina questi, sia che 
fosse traljtenvto dalle gare nate nei suoi alloggiamenti 
trai diversi condottieri della repubblica, sia che con- 
fidasse di vincere senza difficoltà il nemico, col ser- 
rarlo a poco a poco fra Casalmaggiore, se stesso ed 
il naviglio, rispondeva:,* sostenesse il fuoco pazien- 
temente; non essere il suo esercito lontano più che 
sette miglia fl^l Pò, e piccoli danni dovere riputarsi 
quelli a fronte d'una .vittoria grande e sicura. .» Cosi 
senza veruna difesa continuò tutto quel di.il misera- 
bile scempio delle iiavi e delle ciurme. 

Frattanto TA^aereto colle galee più leggiere svol- 
lava risoletta, ed occupando la bocca inferiore dello 
stretto, chiudeva al Quiripi quell'unico varco di sa- 
lute. S'accorse allora .costui a qual frangente la troppa 
paura del nei^ico e la troppa fiducia negli amici lo 
avessero precipitalo; ma il pentimento non ammetteva 
riparo: posciacbè già le navi, rotte e disalberate, non 
potevano più né resistere né fuggire. Gic^veggendo il 
Quiriai sbarcò a Casalmaggiore tutte le sue genti, 
quindi cacciò fuoco ai legni, e mandolli a seconda del 
fiume verso il nemico. Fu allora uno spettacolo dì 
meraviglia alle popolazioni dell'una e dell'altra spiag- 
gia, quello di settanta navi da guerra, che piene di 
macchine, di .masserizie e di viveri, rovinavano giù 
pel Pò divampando meravigliosamente fra le tenebre. 
Sperava rammiragUo veneto, che la corrente mede- 
sima le avrebbe menate in mezzo alla flotta mila- 
nese, sicché un solo incendio riunisse vinti e vinci - 
citori. Ma l'Assereto» essendosi causato in disparte, 

f^el. III. 9 



450 PARTE QUARTA. 

evitò; quel pericolo. Bensi quando le navi ardènti 
passarono dinanzi le tende di Sforza, tutta la turba 
dei guastatori e dei valletti non si potè tenere dal 
proromperne fuora, e quale a nuoto, e quale su zatte 
schifi accorse a raggiungerle, ed a rapire alle fiam- 
me, alle onde, e ai compagni le più preziose spoglie. 
Dietro ai] guastatori sortirono fuora a schiere anche 
ì soldati ; sicché gli alloggiamenti milanesi sarebbero 
in breve rimasti non contrastabile preda di chiunque 
H avesse assaliti, se Francesco Sforza, fatte appiccare 
nuove fiamme alle navi, non avesse rimosso, benché 
a fatica, le sue genti dalla rapina (1). 

L'impreveduta vittoria , come riempiè i Milanesi 
di letìzia, cosi li rivolse ai pensieri di pace, persua- 
dendoli che la si poteva oramai conseguire con utile 
e decoro. Ritolsero perciò a Sforza l'assoluto potere 
che gli avevano attribuito, e gli ordinarono d'impa- 
dronirsi di Caravaggio, buona terra della Ghiaradadda; 
presa la quale, l'acquisto di Lodi diventava certo, 
ed acquistata Lodi, la pace avrebbe coronato ogni 
fatica. Fu (Questa risoluzione d'acerbissimo cordoglio 
a Francesco Sforza; il quale, oltre il dispetto della 
perduta autorità, vedeva altresì differita e forse tolta 
la possibilità di insignorirsi di Brescia, città che se- 
condo i patti doveva rimanere in suo dominio. Cio- 
nondimeno, come se nulla fosse, soffocò lo sdegno, 
ed essendosi accostato con tredicimila cavalli e tre- 
29iuxii« mila fanti a Caravaggio, circondolla prestamente di 
^^^ trinciere, le quali, partendo dalle mura assediate» 

• 

(1) Job. Simon. XII. 454. — Sanulo, Vite dei dogi, p. 1128. 
— Cristof. da Soldo, Storia di Brescia^ 848. 



CAPITOLO QUARTO. 151 

vennero a coprire anche tutto allo intorno i suoi al- 
loggiamenti fino alla villetta di Fornuovo. 

Da costi verso Caravaggio muoveva pel tratto di 
400 passi nelVaperta pianura un ampio e antico fosso» 
il qaale, dopo avere alquanto serpeggiato fra i bur- 
roni e spinai, si smarriva in certe paludi prossime a 
quella terra, e formava in sostanza una stupenda di- 
fesa al campo milanese. Francesco Sforza, aggiun- 
gendo arte al caso, sprofondò molto più il fosso, 
prolangollo d*un miglio, lo riempiè d*acqua, lo munì 
di un argine alto e continuo con ispesse bastite mer* 
late a guisa di muro, e sopra vi sospese un ponte le^ 
▼atoio tra due torri, che servisse alle sortite. Tuttociò 
era da luì fatto senza risparmio di denaro e di fatica < 
affine di mettersi al riparo contro qualunque improv- 
viso insulto dell'esercito veneto accampato a Morengo 
quattro miglia discosto, e nel medesimo tempo pro- 
seguire sicuramente l'assedio incominciato. Né ancora 
contento di ciò, fa venire da Milano altri contadini « 
ordina più vivo il fuoco cóntro Caravaggio, raduna vi- 
veri e munizioni, cinge di altre trincee e^i torri e di 
bombarde i proprìi alloggiamenti : sicché chi avesse 
rimirato nell' istesso punto la furia del trincerare 
impiegata nel campo sforzesco sotto Caravaggio, e 
quella non punto minore messa in opera dai Veneziani 
nei proprii alloggiamenti di Morengo, sarebbe rimasto 
perplesso a giudicare qual fosse tra i due eserciti 
l'assediato o Vassediatore, che cosa entrambi deside- 
rassero, da qual parte fosse maggiore la paura od il 
sospetto (l). 

^ 

(1)1 Milanesi promisero alle schiere, Rnchè durasse Tasse- 



152 PARTE QDAKTA. 

Tra questi preparativi, frequenti ^ano le scarar- 
inuccie ed i parziali assalti , che , stante la rìcì- 
nanza, succedevano fra i due ddercitì. Tafloradopo 
avere combattuto gran peeza, facetanQ^tregtia dì 
qualche ora, e seduti gti «ni di qtia, gli altri di là 
dal margine del medesimo fosso, vinti e vincitori. 
Milanesi e Veneziani ciarlavano e bevevanù, cantMidi> 
e braveggiando, per ripigliare subito dipòi gli arehi, 
gii scoppietti e le lancie , e rinnovare pia fiera la 
battaglia. Talora i più valorosi, al cospetto dei Capì- 
tanf e delle schiere, venivano tra uh alloggiaiDeiito 
e l'altro a singolare certame, a eiè^ incitati sìa dall'esca 
dell'onore e delle ricompense, sia dal desiderio di ne*- 
eidere o di far prigioniero l'avversario, e guadagnarne 
le spoglie o 11 prezzo del riscatto. Cosi passarvansi i 
giorni; e già Caravaggio, smantellata di «rara, niun 
ostacolo avrebbe opposto a una scalata, se il timore 
dell'esercito veneto non avesse ti^tlenc^ lo Sforza 
dairintra prenderla. 

Non erano le gravi condizioni degli assediati ignote 
ai condottieri di Venezia : ma iifforno al modio di al- 
leviarle varii e tuniultuariì pareri tra loro s'eleva- 
vano. Aveva Tiberto Hrandolini in certa sua espio - 
inazione scoperto tra il pattume e la boscaglia una 
specie di strada che da Morengo metteva a Cara- 
vaggio: però non si era accorto del foséo ebe, sic- 
come dicemmo, rattk*aversava. Laonde, perf;Qadendosi 
di non avere a incontrare alcuna difficoltà, propo- 
neva di scegliere quella via per attaccare all'impensata 

dio, pane a dovizia in sapplemento degli stipendi! : il che 
mostrerebbe che il vitto quotidiano era a carico de'soldati.V. 
Joh.Simon. XIII. 457 C. 



CAPITOLO QU4RTO. 135 

eoo molto vantaggio gli alloggiamenti ostili. Al con- 
trario Michele Attendolo esortava di ridursi a Marti* 
nengOs ^ attendere quivi di queste due cose Tona, o 
cke il nemico per noia aU^andoaasse Tassedio di Ca-^ 
rav^^igip, e aUqra travagliarlo alla coda; o che si 
avventurasse a darte la scalata, e allora opprimerlo 
con poca fatica* Lodovico Gonzaga^ riputando impos- 
sibile a inutile la difesa di Caravaggio, consolava a 
modo dji diversione di porre il campo a Mozanega: 
BartolQineo Colleoni stava pel non combattere punto ' 
punto; Niccolò Guerrero voleva, che si trasferis^ 
Teseroito a Treviglio allo scopo di tagliare le comu- 
nicazioni al nemico; infine Gentile da Leonessa^ Ro- 
berto di Montalbotto, Cesare da Martinenge» Guido 
Rangoni, Oistoforo da Tolentino, Iacopo Catelano, e 
Carlo di Braccio da Montone, tutti i quali capitani 
per causa di certo loro straordinario attaccamento 
alla repubblica venivano chiamati i 4forcj^seAtt con* 
cordavano nella sentenza del Brandolini, ma al patto 
di non porre taapo in mezzo. .Mandatosi a Venezia 
per la decisione,. venne risposta di dare battaglia: ed 
essa pel giorno seguente fu risoluta. 

Ebbe in quella notte stessa Francesco Sforza sicura ^^J^* 
novella della risoluzione presa dai Veneziani; ma 
dandosi a credere di venire assalito dalla banda di 
Mozanega, già aveva colà rivolto il nerbo de'suoi, e 
slncaomiinava a udire la messa ; quand'ecco aleuni 
correndo a fiaccacollo l'avvisano : « approssimarsi i 
nemici con tagliate e graticci per la selva situata tra 
Fomuovo e. Caravaggio; già le prime squadre loro 
essersi scontrate con Carlo Gonzaga e Manno Barile 
usciti dai trincieramenti per ributtarle; ma troppo cs- 



454 PAKTE QUARTA. 

sere numerosi gli ofTensori, troppo disuguale la zuffa, 
perchè eglino possano resistere a lungo; già instare i 
Veneziani al fosso, dietro ai fuggitivi superato il fosso, 
chi salverà gli alloggiamenti e l'onore della giornata? » 
Sforza, vestita appena la corazza, si avviò volando al 
luogo della mischia, e seco traendo tutti coloro in coi 
si abbatteva. Vi giunse appunto in quel mentre che 
Manno Barile veniva fatto prigione, e Carlo Gonzaga, 
ferito in un occhio, se ne fuggiva portando a Milano 
la faka nuova di una sconGtta. Ma il fosso non era 
ancora superato, e, alzato il ponte levatoio, poteva 
essere tuttavia di grave e d'impreveduto ostacolo agli 
assalitori. Sforza quanti soldati ritrovò, tutti ve li ra- 
dunò a far testa: poscia a mano a mano li distribuì 
per le trinciere: alla fine, ripigliato animo^ impose al 
fratello Alessandro di girare il bosco, e percuotere i 
nemici di fianco, e a Mariano di Calabria e al Turco 
comandò, di occupare con più lungo circuito la bocca 
del cammino pel quale essi erano entrati. Ciò fatto, 
si mescolò egli medesimo tra quelli che combattevano 
alla prima fronte, e, intermesso l'ufficio di capitano, 
assunse quello di soldato. Lo raffigurò dalla banda 
opposta Roberto di Montalbotto, e: «Conte, gli gridò, 
quest'oggi non te ne parti senz'acqua calda •. A cui 
Sforza con chiara voce : « Bada di non dover rifare i 
conti con Foste » (1). 

Frattanto l'iniquità del luogo boscoso e sdrucciole- 
vole, e lo spingersi che facevano le schiere venienti le 
une addosso alle altre, avevano generatone! Veneziani 
una non piccola confusione e perplessità. Sforza, al 

(1) Gagnola, Si. di MU. p. 93. 



CAPITOLO QUiUTÙ. Ì3S 

vedere le loro lande mescolarsi e ondeggiare, come 
se agitate dal vento, se ne accorse, e tosto: « su via, 
grida ai suoi, passate il fosso, la vittoria è nostra! » 
Detto fatto. Nel medesimo punto altre squadre Ceri- 
MODO i Veneziani alle spalle, altre li percuotono nei 
fiancki, sicché la vittoria solo per pochi istanti è con- 
tesa. Proseguendo la quale, gli' Sforzeschi entrarono 
insieme coi fuggitivi negli alloggiamenti custoditi dal 
CoUeoai, e, tranne lui, che per incognite vie fuggi a 
Bergamo, di ogni cosa e persona che vi era s'impar 
droBirono. Militavano nell'esercito deUa Repabblka 
5000 fanti, e. 12,1(00 cavalli; di tutto questo numefo 
ISOO nomini appena, chi qua chi là, gettando armi 
e bagagli, si mìsero in salvo. 

Fu la giornata di Caravaggio pei suoi effetti la più 
im(K)rtante di quante e prima e ^opo venissero com-* 
battute in Italia per tatto quel secolo: pure un uomo 
appena, se. merita fede l'accurato Sanuto, vi restò 
morto: cosi bene le soldatesche erano difese nella 
zQffadalle armature, nella disfatta dallo arrendersi! (1) 
CU ne pagò le pene fu al solito il più innocente. 
Michele Atten^olo, fuor della cui saputa e volontà 
avevano i provveditori fatto cominciare la battaglia» 
b dal Senato rimosso dal comando dell'esercito e 
confinato in Coneglìano , con provvigione di mille 
ducati (2). 

(1) Sanuto, 1139. — Joh. SìmoneU. 1. XIII. — Cristoforo da 
Soldo, 851. ~ Gagnola cit., p. 91-94. 
WNaYagero, 1U3(1. XXIIl). 



136 PARTE QUARTA. 

IV. 

Pei^ò Francesco Sforza, che in questa campagilfli 
s'era acquistato, ed a buon diritto, la fama JS gratf- 
dissimo capitano, a ben altro fine cbe aHa esalialildtfe 
dei Manesi intendeva indirizzare la vittoria di Catà- 
raggio. Era tra i prigionieri un Glemeirte Tealéhii' 
segretàrio dei provveditori venegridtti e jAoU&' ftAii- 
gliare di Francesco* Simonetta, the esei^dtdva tiguftle 
ufficio presso di lai. Avutolo a sèi Sforma gli itin^^sav 
cbe ìff grahà secretò si recasse a Yenesia, e in 6tì^ 
che trovasse il Senato desideroso H paec^ lci> coiksì- 
gliasse a mandare incontanente a trattarne. laeoprò 
Marcello, o Pasquale MaMpieré»*. Gitinse 11 TeaMiàI ^ 
Venesiia quasi ad un tempo cogU oratoti inviatìi U èo- 
miglianle etfetfto dalla repu^bblicadìMUaiAo. Il SeMfd 
trattenne questi à i^àréle, e ipei^ sèinsa itidtìglò fi 
Marlipiefo ctìii snApUèi iucòità allo SfM^a. InMttiiiià 
Mti eràiìo ànòdta trasd^^ tretitall*è fiottìi ilàlto b«f- 
18 8brc laiglià di Gàfavaggio, èbe trft Idi éi Veueaiaiii veni- 
^^^^ vatw a Ròveltella cofidd^l siffatti capitoli di accòrdo, 
ébe l'o^sciavano a' danni dei MìtaBe^i tiittt i viititaggi 
della tiftotia riponata coi propri! dOÉaii. 

Importava la èomma di que'capiloii, che quindi in- 
nanzi sarebbe stata pace e silicet^ alleanza offéttirivfi^ 
e difensiva tra il conte Francesco Sforza e 111 àel^liiè» 
sima Repubblica di Venezia: che questa lo avrebbe 
aiutato a sottomettere Milano coti 6000 cavalli, eon 
2000 fanti e con una provvigione di 15,000 ducati al 
mese: che, ciò fatto, avrebbe il conte ritenuto per sé 
la parte della Lombardia, la quale era appartenuta 
negli ultimi tempi a Filippo Maria Visconti ; il resto 



CAPITOLO QUARTO. 137 

sareMe stalo ceénto allaf si§W)ria di Veneaia, e il 
ilio dell' Adda ayrobbe sorvitio di eotdne fra i due 

SfÉlf(l). 

Fenaato eodesta acck»vdo<, FraMesca Sforaa^ ehe 
avviva fraltantt» Iraeferila ra^ercito alla oppaipsicimò 
di Brescia, fa radunala le squadra, e petdcarendoiie 
a cavallo le ordioaaze', manilesla loro can- ini aaiasate 
parole- l^fnaapettata matazione delle sua eoae. • AVere 
6810 eal dmgoe e eoi sudore ddle proprie soldateseke 
raeqoistato ai Milanesi Parma « Hacenza, S. Calam* 
baaé e Tortona, disfatta vn potentissinio narigUo a 
Casalaiaggiore, annidiìlato on fortissiiDo esercito a 
Carairagifio; ora di tante fatlobe qual premio t Le in- 
Tidie, le galasie, le nimistà d'uomini indegniasimi 
a[?ergli rtei^dato l Viveri» seeaiato le paghe, tarpato» 
per guanto potevano, le aU alla prespera stta*fórtona. 
Aveigll bMsl i Milanesi promesso in iscritto di met^ 
tdrio al posessso di Brescia^ e di conservargli Cre* 
mona. t^uf6 non aver lui mai potuto ottenere di eam- 
pai^ard la prlaia eittft, o di nninire la seconda in 
modo da porla al sicuro dagli insulti ostili. Di giunta 
le sue vittoria essere state accinte col nome di tradi- 
manti, un accordo anzi una lega essere stata proposta 
dal Milanesi ai Yaiealani non solo occultamente e 
senta sua saputa, ma a distruisione di Ini e delle 
schiere state sempre fedeli compagne dei pericoli e 
delle gesta paterne e sue. A tale infine essere stato 
condotto dairaltrui perfidia, da dover perire, oppure 
appigliarsi a qaalehe magnanimo partito. Ora ^esto 



(1) Dantont, Corpi dipUm, t. III. p. I. p. 169. — Naragera, 
UH ^Crist. da Soldo, 855. 



138 nRTE QUiRTiL. 

partito essera stato preso: avere definitivamente ab- 
bandonato i Milanesi alla propria cecità, e sottoscritto 
coi Veneziani un trattato che gli assicura il trono dtolla 
Lombardia, suo per diritto di successione» suo per 
donaaione tra i vivi dello suocero. Ottomila soldati 
della repubblica, ampìi stipendìi, l'amicizia dei Fio- 
rentini, le proprie aderenze , la cooperazione delle 
città di-Cremona e di Pavia, e sopra ogni cosa il va- 
lore e ra£Fetto delle sue soldatesche, persuaderlo che 
sarà breve il combattimento, piena la vittoria,- im- 
menso il premio. Il segnano adunque, ora che M ilfino 
e la Lombardia stannò per guiderdone ddla fatka ». 
I soldati, soliti a mutare padrone da un giorno all' 
altro, e riceverne il nome dai capi, risposero con 
alte grida di si, e collo stesso ardore col quale ave- 
vano servito Milano, si rivolsero a servire Venezia (i). 
Ludovico dal Verme, Carlo Gonzaga, Guglielmo di 
Monferrato, Guglielmo Torello e gli altri condottieri,' 
guadagnati da Sforza colle promesse o sbigottiti colle 
minacele, giurarono colle proprie squadre il mede- 
simo (2). 

La funesta nuova recata prestamente a Milano, 
riempi in brev'ora le vie, i portici e le piazze di gente 
ansiosa, che in mille modi l'ascoltava e ridiceva, fa- 
ticando l'aere di maledizioni e lamenti. Però i citta- 
dini non si peritando ancora a crederla affatto, né 
disperando che tutto questo non fosse per avventura 
un artificio impiegato da Sforza per vantaggiare le 
sue condizioni, forse anche, come &n&o i deboli op- 

« 

(1) Job. Simon. XIV. 488. 

(9) y. alla noia XX il contratto d'assoldamento di Gugliel- 
mo di Monferrato. 



CAPITOLO QUARTO. 139 

pre&j, cercando qaasi di dissimultTsi resistenia di 
un male ìrrepaTabile, deputaronoalcoatakqnattro per* 
soiiagg[i per richiederlo del vero stato delle cose, e 
se fossevi ancora tempo, ridarlo sol diritto sentiero:' 
• non potere la repubblica sofferire Tidea di ciò che 
si vocifera : non Yolease egli badare alle private fii* 
giarie od opinioni d'alcuni pochi, ma si alla stima e 
alla fiducia posta In lui dal corpo della cittk. Hannogli 
mai i Milanesi rotto venin patto, o fatto cosa mei^ che 
giosta? Non sono forse eglino pronti a soddisfarlo 
d'ogni brama, la quale non sia contraria a quella in- 
corrotta libertà, cui hanno giurato difendere all'old 
timo sangue ? Or saran questi i fratti di due segnalate 
vittorie? Sarà questo l'ufficio delle soldatesche che la 
città col proprio denaro mantiene? Tornasse egli agli 
antichi pensieri, e volesse essere anzi il padre e Far- 
téfice della nuova repubblica, che non l' infame tea» 
ditore e sovvertitore di essa. Di ciò eglino sapplicarlo 
in nome della giustizia, in nome del cielo, pei giurati 
patti 9 per l'onore suo, per la salute di un infinito 
popolo risoluto a vivere libero od a morire. In ogni 
caso non avere lui alcun diritto di ritenere le squadre 
commesse alla sua fede, e molto meno di rivolgerle 
in disumana lotta contro i proprli padri e fratdli ». 
Rispose Francesco Sforza : « troppo giavi, troppo 
frequenti offese averlo condotto a quel passo: doversi 
i Milanesi ricordare con quanta fede, con quanto 
utile loro egli li avesse serviti in tempi difficili e 
pericolosi, e con. quanto sospetto, con quanto astio, 
con quanta guerra ei ne fosse stato rimunerato: 
troppo a lungo essere stato empio e traditore verso.se 
stesso e la propria famiglia e la memoria cara déUe 



l^lO riAXE QUABTÀ. 

suocero neirìiuhighffe a saliee sopra un trono suo 
per naturala diritto, 9110 per legittfana donazioiie. 
Per & non toaieseera di castlgoc Sfotsa principe aTrdbbe 
scordato le ifigiurìe arrecate a Sfarza condottiero; e 
sebbene ancora al presente abbia motivo e potere di 
castrare, non essere tutlatia per ì$po|;liarsi deli -in- 
nata cknenaa. Del resto, qwaftto alle squadre, non 
tenerle incatenate; seguano ehi Togliono; e^soililllano 
è preferta, servano pure Milano » (I). 

Lk^iaiati a questo modo gli ambaaeiaiiori. Sforza 
circondò iuteiitanente tutti i suol eapitui di fidatisi 
stee si^Oy affinchè destramente ne osservassero ogni 
motto ed ogni cenno, e glielo riferissero; poi, Esplosi 
venire InnaiM^ Luigi Bossi , uno degli ambaaeialori 
die si;^er'a iiermato nel campo,» fom^^iarmente lo 
esortò:" «ta badar meglio al proprio ìnterease ed a 
quello, della Repubblica; a non lasdarai iUndere da 
una i^enaognera larva di libertà, cbe viene e passa 
con amaro vestigia: doversi al comon bene immolare 
Iq private passioni^ e, posoiachè cedere è farsa, cedere 
di buon grado senz'altro incomodo t. Con non dissi- 
mili ragionamenti sicimciliò gli animi deg^i abituiti 
di Piacenza e di Binasco, e quello dei tre fratelli da 
Sanaeverìno, valorosi capitani di 800 cavalli. Frat* 
tanto approssimava sempte{)iuresereito a Milaoo, ma 
sotto pena di morte ai soldati cbe inferissero qualsiasi 
danno alle persone od agli averi della gente inerme. 

In questi frangenti la repobbHoa inviò a Francesco 
Sforaa una nuova ambasciata, eoa autorità di eonce- 



(f ) Ripamont. ffi$t. patr* dee. III. I. V. p. 371. — Joh. Simo- 
aetl. XIV. 489. 



CA,BITOLO QI7AB1tr. Iki 

[i tatto quello che, salva ì% lilierià^ si potesse. 
Vara lo^nga, riputare le preghiere^ e i mezzi parliti 
sufSeiente ^booIo o chi cali' »me del trardimeirto 
tatto piPlUeiiide! f eoriiò II seoMido tentativo degli ora- 
tori milftiiesi al nredesimo risoliato idei ppìmo. Alloin 
questi, tra suppUoan^ e sdegnsti^ eoi vailo «aceeao^ 
col ciaore trepidante: • '^«a&to la AepaUbliea'gkMrBÉo 
lo avesse, ^li rfcordarano; di •quanta pévSdia ora sa- 
rebbe tradire lei coatidalft nei ricevuti j^raoncaiti e 
nei benefiiii topairtìti. lUoordassesi di ipiel tanpo 
nel quflte, sp^oglìé di denwrì, di soldati e tii ¥ivnri, 
seonttwieato dal p«rpa, oo«A>attiito dni Veneziani e dal 
re di Nnpoli, in odio al genena, allo isniocero «ed ai 
propriofmtello, mal aicnrodei Kamnlini, leanle da nn 
deminio non pvà^imo, ad essi Mil8aie6iiaveva<dliiesto, 
e non indnmo, qnel :name e quel soldo drcerpllann, 
per«ui sì era rilevato dal più inwso al più aAto.sMo. 
Nondimeno avere poco écfpo rnpUo 'loro -^via e 
Tortona, ed eglino oreduli non solo esseasi taduti^ 
ma avere confidato In luì \e speranze e i timori^^ il 
nerbo e la salfite di tutta la città. Ova poi, quasi in 
premio di tanta fiducia, mostrarsi Sui pronto a voltar 
le arnui contro Milano/ e convenire la ^attoria in 
infortunio , i negoziali di pace iu acoreseimento di 
guerra. Ma se nn Dio v' ha lassù propsgnalore del 
ginstOt bene egli sc^terrà i adirili» dagU innocenti od 
ingannati eitfadini! »* 

Il conte, mitrgafidoVaoepbità d^le parole col suono ' 
deHa voce e colla maestà deiraspetto, cmeseolapado 
proteste di perdono a lontane minacele d'assoluto 
signore, concluse, che siccome essi gli avevano im- 
pedito l'acquisto di Brescia e di Verona , ed avevano 



aperto segrete trattative di accordo coi Veneziani, 
cosi in quel fatto non dovevano imputare nessun altro 
che se medesimi, di slealtà e di tradimento. Ciò détto, 
li congedò. Ma tosto manda a Milano Benedetto Ri- 
guardati, uomo silo fidatissimo, acciocché, sotto pre* 
testo di far vedere a quel Consiglio la integrità del 
procedere di Sforza, ne ravvivi i part%iani% e vi 
semini discordie, comune strumento di tirannide (I). 
Perorò il Riguardati nel consiglio: e già in cotise- 
guenza d«l suo ingegnoso discorso molte affezioni 
yefst lo SIOTjdl eransi risvegliate, motta ira contro di 
Itti si era ammollata, e molto desiderio suscitato di 
una onesta e pacifita dominazione! quand'ecco Giorgio 
Lampugnano . lanciasi alla tribuna, e con terribile 
foga, con voce tuonante, con disperati gesti rappre- 
senta alle menti sbigottite i danni che si possono 
aspettare dalla signoria di un uomo solo, già offeso 
e nemico: e Nella vita passata di questo Sforza avere 
Milano un'arra dell'avvenire: costui, che da privato 
non conobbe gratitudine, né moderazione, nò fede, 
né umanità, quanto peggiore non sarà sul trono al- 
lorché la sua volontà non trovi altri limiti che in 
se stessa! Nei fratelli, nei figliuoli, nei consanguinei, 
tutti di vii sangue e di illegittimo nascimento, prepa- 
rarsi a Milano vendette, esigli, suppliztì, spogliazioni, 
stupri, insomma un pubblico e privato servaggio; né 
dubitino i Milanesi, che il castello di porta Giovia, 
testé da loro gettato a terra, rinnalzerassi a suggello 
di perpetua nuseria ! • 

(1) Machiav. Stor. Ftorent. VI 93. -^JoK. Simon. I. XV. 
p. 496. 



CAPITOLO QUAUTO. Ik^ 

A queste concitate parole» a questa viva imnagine 
di desolazione, come un tuono di voci levossi nelV 
assemblea ad acclamare la guerra. Incontanente in* 
limano pena del capo a chi solo pronunci il nome di 
Sforza, consegnano all'arbitrio di Cario Gonzaga e di 
Francesco Piccinino il governo deUa città e della 
Bulizia, e mandano ambasciatori ad iiD)[>lorare aiuto 
dairimperatore, dal re di Napoli, dal duca di Savoia, 
dal re di Francia, insomma da tutta Europa, disposti 
a non cedere a Sforza di flfilano che cenere e rovine. 

Tali furono le risolasioni, degne d^ ogni più alto a. U49 
paragone: ma il momentaneo impeto di una cieca 
moltitudine non condosse mai a verun giusto risul- 
tamento. Già erano stati schiantati dai palagi i marmi 
\5 le colonne, affine di formarne molini a braccia, e 
sovvenire al difetto delle farine; e tuttavia molto più 
della fame e della guerra si facevano sentire dentro 
Milano le fazioni , mortai piaga d'ogni stato novello. 
Alla nobiltà ghibellina» fautrice alla lontana dello 
Sforza, sovrastavano par numero e per insolenza i 
Guèlfi plebei, come più insueti al comando, cosi 
più audaci e tumultnarii. Favoriva poi costoro^ lu- 
singandoli con pranzi e con ciancio, Carlo Gonzaga 
capitano della milizia, sia che a ciò fosse mosso dalla 
ambizione del comando, sia che vi fosse indotto dalla 
speranza di usurpare la città per se stesso, o di / 
farne lucroso mercato col nemico. Di qui proveniva 
una esacerbaziene d' odii ne' Ghibellini ; posciachè 
aggiungevano al dispetto di vedersi tuttodì concul- 
cati da un volgo già solito a prostrarsi loro dinanzi, 
il Umore di cadere nelle mani di lui, odiatissimo per 
indole superba e violenta. 



ikk .PàrUTK QUARTI^ 

Dofoqualohe «9il«EioDe gnidìcatrono, «ssere meglio 
sdtlomeHerBì voiontsovamente alle leggi 4i :un aok>, 
, dve ourvarsi ai pazzi «apncei <di «m vile pofMilftcìcio. 
Conmeiarono adunque una oceidte negoziazione cozi 
PtftDGezco Sforza, (fattosene «apo il Lampugsaso, 
nel qoale il ^esidcria di libefAi aveva ceduto H 
tao^o nUo «degno. Scoperte la trama, per pubUici 
e per «egreti «upjplizii fa <oppoessa. IntantOiOtes^vano 
insieme eoi senso dd 'meli :la «abbia e Ja insolenza 
della plebe: talché, sotto nome di.libertà e di pubblico 
xélo, arresti ovunque miisato (sangue, rapina^ ofipres- 
sìome e violamendo d'ogni icosa sacra e porofana (4). 
■Dìgià f^rancesco e Iacopo Piccinini, indòtti parte 

^'^ 449 ^^^^ necessità , parte dall' odio «verso il Gonzaga , 
enano passati agli stipendii di Sforza, che tosto con 
grandi e solenni feste aveva fiflansalo al secondo di 
•essi k propria figliuola iDrnsiana (3). Da .ciò Sforza 
aveva preso animo di pqrre il «campo a Monza. Se- 
nnonché in entrambi quei fratelli tanto durò la fede 
quanto il bisogno. <Sorta appena :ki primavera, eatra - 
Tono in Monza, ne assunsero Ja difesa, e copsegna- 
rono ai Milanesi la terra dirMaoigaanoche avevano 
ricevuto in -custodia. Franoesco Sforza .accorse ad op- 
pugnarla ::il popolo milanese, quasiper comune impeto , 
risolse di dentamela liberazione. >Eseirono aiquest'ef- 

^ fette ddlle mura ventimila cittadini e diecimibi solda^ 
ti, qual più qual meno ormati, e jnolti fomiti anche 
di schioppo , strumento non ancora adequatamente 

(1) Fr. Philelph. Epist. 1. VI. passim (Veneliis 150}). — 
Rosmini, ri(à del FHelfo, t. II. p. 30-41. 

(2) Sannto, 1131. 1134,-^ Ani. tl«'IVipaUa, 809 (t. XX). — 
A. Na vagete, 1(13. • 



CAPITOLO QUARTO. IftB 

Stimato ed adoperato. Con tutto eiò i capi che guida- 
vano questa moUiUidine di gente vogliosa ed.imperita 
non riputarono conveniente di nnetterla alla prova 
colle Tecchie bande sforaesche: laonde» fatta appena 
qualche dimostraxione, la ridussero a casa. Cosi cadde 
Marignano ; e dopo una merarigUosa difesa, degna ^^^^ 
delle grandi memorie della Grecia e di Roma, segui- 
tonno l'esempio la eitlà di Vigevano, smantellata di 
mara, e tutta sangue non meao per le Caritè dei pro- 
pri! cittadini, che per qtidle de'^^ assalitori (i). 

V. 

Fra queste estremità la signoria* di Venezia, non 
tanto commossa drile fervide istanae de' Milanesi , 
qaanto sbigottita dai soverchi progressi di chi li op- 
pugnava , intrometteva parole di pace, a condizione 
che Sforza ritenesse per sé le città di Parma, Pavia, 
Cremona, Piacenza, Alessandria, Novara e Tortona : 
l'Adda segnasse i confini di S. Marco, e tra esso fiume, 
il Ticino e il Po fosse compreso il dominio della re- 
pubblica milanese. Cinque anni addietro Francesco 
Sforza non avrebbe certamente osato sperare simili 
offerte : ora esaltato dalla crésìoeAte prosperità, non 
che sperarle, stimolie minori di sé : tanto è proprio 
degli uomini d'alta fortuna il passare velocenieifte 
dall'una brama all'altra, e lasciando al con.tiafuo die- 
tro di sé nuovi emuli e cotnpagni e diviaanieati, 
poggiare a una meta non mirafa prima. Giunti colà-, 
il mondo attornio li contempla; e ad essi è. facile 

(t) Job. Simonelt. XVlìl. 531 — Caj^nóla, $tor, di MU. p. 
113 ( Arcfa. Stor. t. III). — (>tel. da Sòldo, 8&9 ( R. I. S. 
t XXI). i 

roi. iir. 10 



146 PARTE QUARTA. 

nafcondére poi sotto altre sembiftnze quello c)ie il 
caso o Terrore operò in loro vantaggio, e presen- 
. tare le fasi della propria carriera eoioe parti preeon- 
A. uso cepiti di un unico é perfetto disegno. Per simigliand 
vie era a mano a manosalito Franeeseo Sforza infine 
al punto da non crédersi soddisfatta deirampio do- 
minio propostogli dai Veneziani» se ad esso non fosse 
unita ùi possessione di Mì^no iatessa. Ond'ò che nel 
suo intemo si rise di quelle proposte: nulla di. meno 
essendosi accorto che cogli indugi poteva accrescere a 
se stesso forza e riputazione, ed alla città assediata 
fame e tumulti, si finse proclive alla pace, e mandò a 
Venezia per trattarne il fratello Alessandro. Nel mede- 
simo tempo; sotto il nome di una tregua, discostava 
Fesercito dalle mura di Milano, ma non però in modo 
che vi venisse menomamente facìHtata t'entrata delle 
'Vettovaglie. 

I Milanesi, ingannati da queste fallaci dimostrazioni, 
<|ttasichò la guerra fosse finita, sortirono dalla oitti^ 
al sjuóno festoso^ di tutte le campane, fìvangarono ha 
fretta I eampi desolati, eseminarotto il poco frumento 
che tenevano ìb serbo nei granai per più diuturna di- 
fesa. (S6 appunto desiderava ardentemente Francesco 
Sforza j giusta le istruzioiii del quale il fratello Ales- 
sandro, addoppiando fraudolentemente difficoltà sopra 
dìffitfoHà, traeva in Venezia ogni giorno più in kingo 
il negoziato. Stretto alla &ie dal senato a sottoscri- 
verlo oppure ad andare in prigione, sottoscris9e e 
fuggi. Ma Francesco Sfona, col parere dei profeesori 
di Pavia, dichiarò nulla la sottoscrizione e trascorso 
il suo niandato, e senza indugio incominciò la guerra 



foqiro a Sfilaiio ed a Venezia insieme alleale (i). 

Qiial rimanesse a cosi fatto colpo Fanimo dei Mila- 
nesi è facHe imnfàginare. S'aggiungevano a cotesti mali 
la fellonia dì Carlo Gonzaga cho era non solo passato 
ai servigi di Sforza, ma gli areTa altresì consegnato 
Lodi e Crema, e la morte di Fnmcesco Piccinino» 
prodotta non meno da idropisia, die dallo sdegno 
delle profvrie avversità m dell'altrui fortuna. Ogni 
speranza dei cittadini stava adunque raccolta sopra 
i soccorsi promessi da Venezia ; ina primacfaè questa 
potesse riumre tutte le soldatesche, preporvi un 
«aperto capitano^ mandarle di qua dall' Adda, e me- 
diante qualche segnalata fazione liberar Milano dal^ 
l'assedio, a quanta fame, a quanti stenti non dove^ 
vasi ancora soggiacere l S'èra bensì Iacopo Piccinino 
condotto a Como, affine di accozzarsi con Bartolomeo 
CoUeoni generale dei Veneziatti, e spingere. poscia in 
citta le vittovaglie ; ma Francesco Sforza con accorte 
mosse gli im^diva di andare innanzi e indietro; sic- 
ché per ciò appunto i Milanesi trovavansi senz'altro 
compenso privati di una parte dei difensori. 

Eppure, benché tutto il dominio fosse oE^tmai per* 
duto, ^ tutte le forze ed i destini delta Repubblica 
stessei» come concentrati in Milano « non cessava 
tuttavia d' imperversarvi la matta plebe. Puniti., 
non che ile opere, i detti ed ì pensieri ; dovunque 
spie, dovunque accuse e castighi secondo amore di 
parte e privata passione ; là nobiltà perseguitata a 
morte, strsiziatine i palagi, rubatene le saprpelléttiji, 
ascrìtti i natali a delitto; e mentre Guelfi e.Gliibellini 

(1) Joh. Sìmonelt. XIX. 5^ - Sanata, U3&. 



148 PIATE QUARTI. 

stadiano a sopravanzarsi con più esa^i^te proteste 
cpntro Sforza e la tirannide, i pochi buoni in dispe- 
rato silenzio sono costretti a maledire il' nome di 
liberta. Frattanto .usa orrenda fame di un anno li 
pareggiava tutti in una miseria ; e le più vfli erbe, e 
i più schifosi animali, tutto era stato divorato. Mori- 
vano adunque per le vie, sopra le soglie de' templi, 
tra i singhiozzi, d'inedia, oppure in disparte, quasi 
per 4)on accrescere coU'aspetto dei proprii mali gli 
altrui, vecchi, fanciulle, madri coi pargoletti al seno. 
Insomma, se resistevasi tuttavia, resistevasi non tanto 
per la speranza dei soccorsi, quanto per odio smode- 
rato, e per disperata e quasi folle ostinazione (4). 

lii tanta miseria accadde che due cittadini del 
quartiere di Porta mio vai* disputando un po' forte in- 
torno alle cose presenti, trassero ad ascoltarli in cer- 
chio quei che passavano: la radunanza per altri ed 
altri accorrenti ingrandi; questi rinfiammarono la di- 
sputa : bentosto accorse al rumore tutto il quartiere; 
né passò gran tempo, che vi si trovarono affollatr tutti 
i malcontenti della città a schiamazzare contro la 
reggenza, e proporre in confuso mille rimedi!. La 
reggenza, che in questi frangenti si era vestita di 
maestà, di forza e di costanza degne di miglior sorte, 
dapprima spedi alcuni cittadini, poscia il capitano di 
giustizia coi birri e colle forche a sbandare la rau- 

(1) ft Neqne hic esse lìcet sine perìculo; nec alio ire permit- 
« titur. . . . nec humanis nec 4ÌTÌnis parcitur rebus. . . . Passim 
(^atque catervatim moriuntur inedia. ...» Fr. Philelph. Epp. 
1. VII. p. 46. — Al Filelfo, come sospetto di parteggiare per 
Sforza, ej^ negato il pane che la città distribuiva giornal- 
mente agli abitanti. 



CAPITOLO QUàRTO. IM> 

nata. A tal vista la disputa degenerò ia tumulto, il 
tomalto in ribellione ; suonaronsi le canipane a stor- 
mo, tutta la plebaglia afferrò le arme, e,- oppressi i 
birri, sotto un Gaspare da Yimercato segreto amico 
e antico soldato di Sforza, sfondò le porte del consi- 
glio, uccise sulle scale Tambasciatore veneto, e ne 
dJKacciò i senatori. 

lì giorno dopo noli' assemblea generale raccolta 26 r«bb. 
nel duomo si pose il partilo di sottomettere la città 
aqaalclie prìncipe. Nominossi a tale effetto il duca 
di Savoia, il re^di Francia e quello di Napoli: dei' 
Veneziani, stante la fresca uccisione del loro legato, 
e atteso l'astio comune delle repubbliche, non si fece 
motto: del conte Sforza, quantunque tutti co» diverso 
senso di tema o di desMerio l'avessero in mente, 
ninno per rispetto al castigo minacciate ardiva muo* 
vere parola . Alla fine il Vimercato osò di pronunciarne 
il nome, e con caldo discorso esci a' dimostrare rutile, 
anzi la necessità del concedersi in obbedienza a lui, 
potente, vicino, magnanimo, e vittorioso sempre; e 
il popolo, quanto cìeeo a entrare ne'mali^ altrettanto 
impetuoso nel sortirne, a piene voci M confermò la 
sentenza. Tosto fu data commissione al Vimercato di 
andare ad offerire al conte la città. Ma non ne era egli 
appena pervenuto ai primi alloggiamenti, che la po- 
polazione impaziente versavftsl fuora delle mura in- 
contro all'esercito vincitore ; talché pel tratto di circa 
10 miglia più non avresti mirato che gente aiicora 
mostrante i segni della ricchezza gettarsi ai piedi dei 
fidati, e strappare loro dal colle e dalle braccia il 
pane, dì cui per ordine^ di Sforza ai erano caricati. 
Solo Ambrogio Triulzio, che con* una- mane di gene- 



180 PABTE QfJARTà. 

rosi amici si era fermato aHa guardia dì Porta Nuova ,> 
veggeodo il Csmie portalo dalla ebbra plebe dentro 
in città, COR fermo viso ardi arrestarlo e richiederlo, 
che prima di entrare giurasse ì patti, e Noatio, se 
Io avessi saputo, mi sarei condotto sin qui, rispose il 
vincitore: ma forse ci avrei trovato altro ripiegO'». 
Nel medesimo tempo il Vimercato faceva a forza spa* 
lancare la porta, e metteva deniro il novello signore, 
in mezzo alle festose grida di < Sforza e duca ». 

Seguitato dalle squadre a eavallo, pieno di maestà 
e di quieta gioia l'aspetto, marciò Francese» Sforsa 
neiracquistata terra fino al duomo. Quivi rese gra- 
zie air Altissimo di tanta sorte. Giunto in Piazza 
d'Erbe, cosi com'era a cavallo, si ristette alquanto 
avanti alle case dea Marliani per refiziarsi con un pane 
di miglio ed un- sorso di vino. Quindi commise ai 
Gonzaga il governo della citte» ed esci da Porta orien- 
tale, per ispingervi da'ogni parte le vittovaglie desi- 
derate. Trenta giorni furono bastanti al €k>nzaga per 
togliere di mezzo coU'esiglio o col carcere i cittadini 
più sospetti. Ciò fatto, Francesco Sforza rientrò in 
città trionfalmente insieme colla moglie e coi figli ; 
25mmo ma Ira i conviti e i tornei dava subito principio alla 
nuova dominazione coi rifabbricare la rócca di Porta 
Giovia, la quale solamente da 31 mesi innanzi era 
stata demolita (1). Indi a non molte settimane quel 
medesimo popolo che aveva proibito sotto pena di 
mprte di pronunziare il nome di Sforza, ed anzi gli 
aveva posto sul capo una taglia di 20,000 ducati, non 

(1) Joh. Simonett. XXI. 000.— Cristof. da Soldo, 863.— 
Sanuto, 1137.— Nayagero, illi.-*-Ant de RììmIU, 901.— 
Cagnola, St. 4i MU, l li. p* Isa* 



CAPITOLO QUARTO. 15 i 

solo gli obbediva tranquillamente, ma ricordata quasi 
sogno i passati bollori, e a se stesso attonito chiedeva 
il perchè di tanto patire. 

Frutto .delle pa^rne fatiche» e di illustri gesta, e 
di vergognoso e patente tradimento raccoglieva cosi 
Francesco Sforza pressoché intero il retaggio, al quale 
avevano dato principio coi civili studii Ottone e Maffeo 
Visconti, ed incremento con forte e crudel governo 
Azzo, Luchino e Galeazzo, e termine e perfezione c^n 
armi assoldate i duchi Gian Galeazzo e Filippo Maria. 
A questo punto era piaciuto alla fortuna di elevare 
il figliuolo deiroscuro contadino da Cotignola, quasi 
per presentare all'Europa se non il primo, al certo il 
più splendido esempio di quanto potessero le armi 
di ventura in un paese pieno bensì di lettere, di ric- 
chezze, e di virtuose memorie , ma diviso in cento 
Stati e fazioni, e privo di quel mutuo legame di affetto 
e di interesse, che riunendo lutti i cittadini intorno 
al principe, rende i governi forfì, gloriosi e perpetui.. 






CAPITOLO QUINTO 

INkllm ooroMaxIone di Wwmmetmco Sforza idli 
p^rimumm del d«c» CJiovaBBi d'Angiò* 

A. 1450-1464. 

é 



Fbancbsco Sforza — Iacopo PiccnfiNo. 

I. L'inlroduzione delle armi da scoppio e i progressi della 

civiltà innalzano la fanteria a pregiudizio delle com- 
pagnie dì Tentora. A questo fine intendono di già i 
principi d' Italia. Francesco Sforza imprigiona Carlo 
Gonzaga e Guglielmo di Monferrato. I Veneziani ten- 
tano di far lo stesso con Bartolomeo Colleoni ; ma non 
riesce loro. 

II. Si dichiara la guerra tra il duca di Milano e i Veneziani. 

Campagna del 145S. Ridicola sfida di Montechiaro. 
Pace di Lodi. 

III. Sfortunata impresa del Piccinino in Toscana. Guerra con- 

dotta da lui e da Federico d'Urbino contro Sigismondo 
Malatesta. Costui qualità. Morte del re di Napoli e 
del papa. 

IV. Il Piccinino si accosta agli Angioini. Mirabile sua marcia 

verso l'Abruzzo. Abbattimento di due Braccieschi e di 
due Sforzeschi. Battaglia di s. Fabiano. Progressi del 
Piccinino. 

V. II Piccinino e Giorgio Castriota a fronte. Sconfitto a Tro- 
ia , Iacopo rileva negli Abruzzi la fazione ^i Angiò ; 
quindi passa al servigio degli Aragonesi. Partenza di 
Giovanni d' Angiò : dispersione de'Caldoresi. 

VI. Gli esuli Napoletani in Francia. Vicende del conte di 
Campobasso. 



CAPITOLO QUINTO 

Dftll» eoronazlone ìli Fnunceseo inforza ali» 
partenza dei duca ttloTalml d'Aii|iò«* 

A. 1450-1464. 



fBANCE^CO SpORZA — IACOPO PlGCirilIVO. 

1. 

Nel descrìvere i fatti di Francesco Sforza, troppo 
oltre per avventura ci siamo distesi di quello che a 
talano sarà sembrato conveniente; ma, oltreché sia 
egli stato forse il maggior capitano che abbia avuto 
l'Italia dalla rovina dell'impero romano al xvi secolo, 
furono in esso lui come raggruppati i destini delie 
compagnie di ventura. NatJ figliuolo dì un potente 
condottiero, colle squadre e colle terre ereditate dal 
padre, altre terre ed altre squadre si acquistò, finché 
di grado in grado non pervenne a posarsi sul trono 
della Lombardia. Da questo punto le compagnie dì 
ventura presero a declinare in Italia. 

Però- molte cagioni si univano a preparare questo 
risultato. Primieramente^ insieme collo svilupparsi 
della europea civiltà, di già le fanterie cominciavano 
ad assumere onorato ufficiò negli eserciti. Nel mede- 
shno tempo cominciavano pure ad armarsi di schioppi 
scoppietti, invenzione antica, ma appena da cinque 
lustri ricevuta nella bassa Italia (1). È fàcile immagi- 

(1) La prima menzioBe dello schioppo in Italia è del 1331. 
Nel 1346 n'era munita una torre di Torino. 
Verso il 1369 Fuso n'era frequenta presso i Venetiani. 
SoUo Tanno 1490 ne dà una descrizione Pietro Cimeo; Per* 



456 PARTE QUÀRTà. 

nare lo spavento é la meravìglia degli uomini d'arme, 
allorcbè mirarono a grandissima distanza forate da 
pallottole di piombo le gravi loro armature, e rotta 
dal risoluto. consenso di pochi fanti la fo$;a delle loro 
cariche. A prima giunta si avvisarono di diminuire 
il numero degli scoppiettieri, col negar ad essi quar- 
tiere e col perseguitarli in più maniere (1). Ma è stolta 
presunzione della ignoranza quella di volere piuttosto 

forakt^ t* camia speeiem funks pmea tn^maUs bcmhardm; scio 
petum vocanL Gesiatores amuUum hominem emis&a^ impellente 
igncy glande plumbea transfigebant ^J)e reb, Cors, 449. R. I. 
S. t. XXIV). 

Ne! 1439 se ne munirono i Lucchesi assediati dai Fiorentini, 
e forse adattarono allo schioppo una cassa più acconcia (A. de 
Billiis, Vili. 1*7). 

Nel 1430 500 8oo|>pieltieri tedeschi aceon pugnarono il re 
Sigismondo a Aoma con non mediocre meraviglia delle città 
della Toscana e della Chiesa (P. Russ. tìist. Senens,^i. XX. 41). 

Nel 1438 il Comune di Lucca stabilì che ogni anziano, en- 
trando in oiTicio, donasse alla camera dell'arme tre schioppi 
{Mem. di Lucca, Diss, Vllt. p. Ì00. t. II). Più tardi agli schioppi 
o scoppietti successero in guerra gli archibugi : nel che è 
da iaiotarsi che sino al 1568 i Francesi continuarono a servirsi 
di archibugi alla Luce he se, deriyassero poi quel nome 
realmente da Lucca, oppure da qualche altra terra fuori d'Ita- 
lia (Brantdme, Fie de Ph, Strozze). 

Vedasi su questo argomento la seconda delle preziose dis- 
sertazioni di Carlo Promis alla architettura di Francesco di 
Giorgio (t. IL p. 190). 

(1) Gli spoppiettierì presi nel 1439 e nel 1443 in due zuffe 
guadagnate, la prima dai Veneziani e l'altra dai Bolognesi, 
furono tutti nceist (M. Sanato^ 1073. —^Cron. mise, di Bài. p. 
673). Alcuni altri essendo slati fatti prigionierì da Francesco 
Sforza d eli tro LonigO) furono da lui messi al bersaglio delle 
proprie soldatésche (Spirito, L^ olirò Marie, e. LV). 



CAPITOLO QDIHTO. 487 

opporsi all'opera meluttabile dellempi, che favorirla 
egiovarseDO. Binscirà forse andie la forza a raUeoere 
l'onda alenili anni; ma alla perfine da es^a soyerehiata 
do?rà cedere e rimaneciie oppressa. Crebbe perciò di 
giorno in giorno, non ostante quelle crudeltà, il nu- 
mero degli seoppìetlièri; agli Italiani se ne aggiunsero 
molti fatti venire a stipendio dalla Germania (1); e 
bentosto, superata la prima animosità, i buoni ca- 
pitani se ne valsero specialmente per rinfiancarne 
h cavaiteria (^). * . *. 

Sorgeva frattanto, insieme colla importanza delle 
fanterìe e coll'uso delle armi da fuoco, altresì come 
una tadta ìDeUnazione verso un riordinamento delle 
milizie proprie e oazionali. Di già^rancesco Sforza 
aveva fondato sulla milizia a f^ il suo sistema di 
goerraggrare preciso e prudente (S); di già i Veneziani 
afeTaao ravvivato le antiche leggi intorno alle cerne, 
ai guastatori ed ai carri opportuni per gli eser- a. 4439 
citi (4). Un più fiero colpo venne portato alle milizie 
mercenarie da Alfonso re di l^poli e di Aragona, 
allorché stabili che ogni famiglia dello Stato paghe- 
rebbe nna ìmpo^a di cinque carlini, affine di mante- 
nere continuamente in essere mille uomini d*arme e 
dieci galee, e ritenne le paghe delle genti d'arme 
al gran conestabile, e proy>i di assoldare veruncapì- 
tanosemea riceverne malleveria, e vietò ai baroni suoi 
sudditi di uscire dal regno per servire altri Stati, e 

(1) Crìst. da Soldo, p. 850.-^ Joh. Simonett.l. XIII. p.463. 

(2) Quorum ape equites dimicando maxi/me uUhantur. Job. 
Simonett. 464. 

(3) Job. Simonett. VI. 324. — P. Giovio, Ist. 1. II. f. 68. 

(4) Skitut. Padttw, l. VI. R. I. «Ut. 32 (Venetiis 1768). 



IS8 PAAfe QUAKtA^ 

procurò di scemarne' la potenza e il credito col mol- 
tiplicarne il numero (!)• 

A non dissimile scopo teneva riTolta b mente il duca 
di Milano Filippo Maria Visconti, allorché rivocava ogni 
diritto di sovranità «ri privati signori, e vietava loro 
di ristaurare o costrurre, vendere o lasciare per te- 
stamento senza la permissione del principe veruna 
fortezza o qualsiasi terra feudale (i). Quanto a Frao-^ 
Cesco Sforza diremo, che non era egli appena dive- 
nuto principe, che metteva in opera tutti i suoi sforsi 
affine di precludere a ogni altro condottiero quella 
via per la quale egli s'era condotto a tanta altezza. 
Infatti nelle sue mani i suoi soldati e compagni mn- 
taronsi in sudditi ; benché Tanimo, e forse gli anni, e 
forse Topportunità dei tempi non gli consentissero di 
cambiare i sudditi in soldati. Che se ritrovò ritrosa 
in alcuni condottieri, a viva forza li disperse e ab-* 
l)attè, testimonio la severità da lui usata verso Carlo 
Gonzaga e Guglielmo di Monferrato, i due che più 
avevano cooperato alla sua esaltazione. 

Fu accusato il primo di tradinkento, l'altro di col- 
pevole intelligenza colla duchéssa Bianca ; entrambi 
per ordine di Sforza vennero svaligiati e chiusi in 
prigione: ma forse più che ogni altra cosa, furono ad 
essi motivo di persecuzioni i ricchi possessi, ottenuti 
in dono dal medesimo Sforza nelle sue necesaità della 
guerra milanese. E per vero dire, non si tosto il desi- 

(1) A. di GoeCaBio, St. di JVapoU, XVIII. 437. 447. • fin. — 
Giannone, L. XXYL e. VI e alt. 

(9) Edict, AA. 1441. 1445. 1447. SkUiU, tt Decr. Ani, CÌ9Ìt. 
PlaeenHa^ f. 94 (Brescia, 1560). -^ Antiqua due Mediai, decre- 
ta, p. 991.313. 



CiPCTOU) QUIMTO. 4S9 

derio di libertà foiiissioto in uomini di guerra, e le 
asprezze del carcere, e il terrore dei supplizi!, indus- 
sero l'uno e Taltro ò rinunziare a tutti quei vantaggi, 
eessò il castigo e uscirono di prigione. Uscirono» data 
parola di soffermarti parecchi mési nel dominio del 
duca : ma non sono appena padroni di se stessi, che 
per incognite vie volano a Venezia, vi disdicono pub« 
blicamente la rinunzia fatta per forza, e con infiaqi- 
matissimi discorsi stimolano, il senato a rinnovare la 
guerra contro Sforza, dipingendolo come un traditore 
nuovo sopra una signoria incerta, esausta di forze e 
piena di mali umori (i). 

Mo^sa da queste ragioni, non meno che dalla pre- 
senza dì Iacopo Piccinino, il quale era poc*anzi, venuto 
al servìgi dei Veneziani con 3000 cavalli, la repub- 
blica assegnò al Gonzaga ed a Guglielmo di Monferrato 
le condotte ed i denari che facevano ad essi d'uopo per 
rifare le proprie compagnie, e si accinse alla guerra. 
Se BOD che prima dìntimarla e muoverla al di fuori, 
determinarono di assicurarsi dentro* 

ArcTano eglino nominato al grado di goyematore 
generale deiresercito Gentile da Lionessa fratello del 
defunto Gattamelata. Questa preferenza indispettì di 
sorta Bartolomeo Colleoni, che non solo ricusò di ri- 
trovarsi in Brescia alla festa della consegna del ba- 
stone , ma, essendo a capo ddla sua ferma, chiese 
commiato. Doleva alla Signoria di perdere a questo 
modo un capitano, oltrecchè suddito proprio, varo- 
roso e potente; dairaltni parte né essa voleva umi- 

(1) BenTennto da S. Giorgio, Cron, del Mwferraiù^ p. 730. 
•egg. — Cròt. dà Soldo, 865-816. 



460 PARTE QUARTA. 

lìarsi a pregarlo, né credeva possibile di ridurre Bar- 
tolomeo a domandare ppitti sbpportpbìli di una nuova 
condotta. Insomma^ dopo Aon pócHé negoziazioni in- 
fruttuose, venne la cosa al termine che la repubblica, 
anziché vedere il Colleòni ai servigi dei proprii ne- 
mici, prese consiglio di anmazzarlo.* Questo rimedio 
(e a tale di viltò e dd»ole£za eraoe caduti gli Stati) 
cominciavano i principi del xv secolo ad osare con- 
tro il mutabile animo e le enormi pretensioni del ca» 
pitani di ventura. 

Deliberata la cosà, ne fu commessa al Piccinino 
l'esecuzione. Cominciò egli dallo spargere la voce di 
volere passare la mostra armata di tutte le sue genti: 
però le abbarracca a S. Giorgio nel territorio di Bre- 
scia, 40 miglia discosto dalle stanze del Colleoni, e 
quivi per tutto un mese si dà a comprare armi, cavalli, 
pennacchi, barde, selle, ed ogni altra bisogna. Quando 
vide ogni cosa in assetto, e seppe di certo che il Col- 
leoni stava affatto senza apprensione e difesa, aspetta 
il tramonto del sole : allora muove le squadre, e caval- 
ca ndo di buon passo tutta la notte, gli arriva non 
aspettato addosso. Arrivare, mandare a sbaraglio no- 
mini e salmerie, al sacoo aggiungere strage, grida e 
percosse, tutto questo fu opera di pochi istanti. Ap- 
pena il Colleoni, cacciatosi in furia a bardosso di una 
mula trovata a caso dinanzi albi bottega di un mani- 
scaleo, ebbe tempo di salvarsi sul Mantovaao. Di colà 
sì recò a Milano, dove il duca Francesco Sforza e lie- 
tamente lo accolse, e gli diede una onorata condotta, e 
gli promise di riscattargli quanto prima la moglie e le 
figliuole che i Veneziani avevano fatto arrestare (i). 

(1) Crist. da Soldo, 868. — Sanvto, 1140.«F-Joh. Simonett. 



cAmoM qsoiTo. 161 

.H. 

Questo accidente, e u^a .fiera pestilenza/ e il reci- *^^^^ 
proco tinaore saprattennéro rarmi fra Venem e il 
doca di Milano tutto* queiraoino; ma non si mostrs^va 
appena il seguente aprila, che uscivano a guerra Je 
schiere quinci guidate da Gentile da Lionessa, qninci 
da Francesco Sforza in persona. Pari erano ^ un di- 
presso gli eserciti, comune il proposito di non venire 
a giornata che a giuoco sicuro ; poiché nessuna ne- 
cesàtà sospingeva né gli unì né gli altri a mettere a 
repentaglio qnanto possedevano. Copsumossi pertanto 
Testate^ nel depredare ugualmente amici e nemici. 
Finalmente, essendosi i due campi posati presso Mon- 
techiaro nel Bresciano in una pianura^ che diparten- 
dosi dalle pendici boscose di certe colline si stende 
uniformemente da tramontana a mezzodì. Sforza ri- 
solse di invitare i nemici a battaglia» A tale effetto il 3i Sbre 
sao araldo presentossi davanti al consesso dei capi- 
tani veneti presieduto da Gentile da Lionessa, e dopo 
avere cen alte parole intimato la sfida, porse loro in 
prova del s|io dire un guanto,- un breve ed una lan- 
cia intrisi di sangue, (gentile da Uonessa gli fece por- 
tar tosto Tino e confetti; quindi con non dissimili 
bravate a nome suo proprio ed a nome di Iacopo 
Piccinino,- di Carlo Gonzaga e degli altri capitani gli 
consegna due guanti sopra due aste parimenti imbrat- 
tate di sangue, e K> incaricò di riferire al duca Sforza, 

• « * 

IXII. 611. — SpiDo, f^ità del MlÉimd, V. 154. -La preda 
fatta dai Veneziani injqnesta occasione^ venne calcolata ad 
ottanta o cento mila ducati. . 

rol, IH. 11 



162 PAATC (fOkHTk. 

che egli ed i suoi compagni sarebbero usciti a far bat- 
taglia il giorno dopo sopta reminenza che sorgeva in 
mezzo alla pianura. 

* In tanta espettazione dell'avvenire parve a Sforza 
-di dover corroborare la disciplina dd suo ^ercito 
con nuovi e più severi regolamenti. Ordina pertanto 
che ciascuno consei*vasse il proprio -Iiioigo e non se ne 
allontanasse, sia prima, sia dopo il combattimento, 
sotto pena della forca. Deputò airesecuzione de'suoi 
voleri alcuni uomini sopra ciascufia squadra. Dispose 
che durante la zuffa non si alterassero le antiche 
usanze italiane ; cioè che chiunque avesse afferrato le 
redini di qualche cavallo appartenente ai nemici, e 
l'avesse rivolto verso i suol, ne restasse padrone; e 
cosi pure nel oaso che avesse ridotto il nemico al segno 
da doversi arrendere, ovvero lo avesse ghermito pel 
collo pel cimiero. Stabili alcune pene a coloro che 
contravvenissero a queste usanze per privare il compai- 
gno della preda. Comandò che ogni soldato portasse 
un proprio segno sopra le spalle, ed obbedisse ai suoi 
superiori non altrimente che alla persona medesima 
del duca: ed affinchè i capischiera venissero pia fecil- 
mente riconosciuti, impose che si adomassero Telmo 
di una falda sventolante di bianco Uno (I). 

Passarono gli Sforzeschi quella notte a preparare 
le persone ed i cavalli 9^1 prossimo scontro : allo spun- 
tare dd di si disposero in ordine di battaglia e si 
inoltrarono fino al luogo stabilito. Ma invano stettervi 
attendendo che i nemici dal loro canto facessero il 
somigliante. I Veneziani, sia impoltroniti da una foKa 

(0 «Foh. Simon. XXII. 698. 



CàPlTOU> QOIIITO. ISS 

«filata guazza che cadeva dal ciela, sia inealeiiati da 
imaylie pmdei^a^sì trauefiaefo dentro le trì&ciere, e 
R appagarono di rispondere eòn altrettaate bravate e 
contomeM^ alte binavate ed ^lle ooaUimelie dei diicaK. 
Cosi aenz'alCra eoadBaione traaoerse la mattioata. AU 
ioiaSfor^ per testinomo d' infamia feoe ìDBabareiiel 
laogo della sfida una eoloaaa di pietre e calcina, e 
sopra la colemia feee piantare le lancia, e sopra le 
Umcie il guanto iniziatogli dal eondotliero nemico (i). 
Ciò Catto, veggendo i uenìci risDluti a schivare bat* 
taglia, e la stagione sempre. pie contraria alle opera- 
àom da guerra, prese i c|oartieri d'inverno nel Cre- 
moneso e nel Bresciano. 

Passò di questo modo la disfida di Mcmtechiaro, 
iamosa non si sa più se per la ridiqo^ggine dell'esito 
per l'espettazione ooneepìtane, o per le sbracate 
dtmcie del Porcelli, che cortigiano, poet^ e adulatore 
si raggirava Ira i due catnpi ad osservarne e descrì- 
verne le mosse, ed a dilettare con versi improvvisi e 
sozzi motteggi, e peggiori costttmi i facili condottieri. 

Fu insigne Tanno seguente, anziché pei moti della a. 1453 
guerra» per le incostanze di chi le guidava, essendo 
il GoUeeni col grado di capitano generale ritornato al 
servigio dei Veneziani, e Tiberio Brandolini ed Evan- 
gelista Savelli essendo al contrario j)assati agli sti- 
pendi! del duca di Milano (2). D^) resto i Veneziani 

I 

(i) Foroell. Comment, Juc, Picmnm. p. 195-137 (XL I. S. t. 
XX).— Grist da Soldo, 876. — Sanato, 1 U5. --^Gagnola, 5r. 
di MU. p. 133. Fo il Gagnola medesimo quegli che collocò il 
Snanto aopta la coIoana. 

(2) Contro di costui, il qual^ non solo disertò, ma consegnò 
tziandio al nemico la badia di Gereto che teneva in custodia, 



iik «ARTE QOà&TA. 

furono vinti nel Mantovano dal Brandolini» dabbia* 
mente combatterono a Ghedi, e di nuovo andarono 
In rotta a Castiglione di Lodi ; ciò nondimeno non 5i 
sarebbe terminata tanto presto quella contesa, se una 
Inaspettata novella non fosse volata per tutta Europa 
a seminarvi pensieri di pace. Le sorti dell'impero 
romario erano compiute: Costantinopoli, Tultlma sede 

29magg. dei Cesari, era caduta nelle mani di Maometto IL E 
^"^^"^ pace intimava a tanta sciagura il eommo pontefice 
Niccolò V, e pace anelavano i Veneziani, a cui gli 
incendii di Bisanzio inaridivano i ricchi emporìi del 
Levante, né se ne mostrava alieno il duca Francesco 
Sforza, attesa la necessità di rassodarsi nella recente- 
signorìa. Un frate Sìmonetto da Camerino si assunse 
la briga di riconciliare gli animi dei potentati, e dopo 
molte e segretissime trattative alla fine concluse un 

9 aprile accordo, in virtù dei quale i Veneziani ritennero per 
^^^^ sé le città di Bergamo e di Brescia, e Sforza restò 
padrone della Ghiaradadda. Quindi il terrore dei 
Musulmani effettuava quello che invano i popoli ed i 
principi avevano fino allora bramato, e riuniva in una 
lega di 2S anni Venezia, Firenze e il dùca di Milano, 
ed in un' altra di 30 il medesimo duca ed il re di 

fu deliberato nel Consiglio dei Pregadi « che chi il darà yìto 
. « nelle mani nostre abbia dacati 5000 e chi l'ainmazzerà abbia 
« due. 3000 e possa catare tre di bando, eccetto di questa ter- 
«ra, ed essendo condottiero, abbia lancie 50; se sarà saceo- 
«manno, abbia lancie lOj se sarà caporale, abbia paghe 50; 
«se semplice fante, abbia paghe S5. E che l'immagine del 
n detto Savello sia appiecata, come di ribelle, ne' luoghi pub- 
« blici ; et etiam sia appiccata l'immagine d'un Francesco di 
«Celano suo armigero, che condusse tal pratica». Sanuto, 
p. tM6. 



CAPITOLO QUWTO. 168 

Napoli. Ond'è che tutta V Italia rivolgeva le cure a 
risanare le sue molte ferite, ed a procurare con ge- 
neroso consiglio la liberazione delFOriente. 

Cosi terminava la lunga guerra della Lombardia; 
che dopo avere con brevi tregue funestato tutto il 
regno di Filippo Maria Visconti, ^sciava un Atten- 
dolo sul trono di lui, i Veneziani pel sospetto degli 
infedeli in dubbio della propria sorte, e Napoli e Fi- 
renze coir interno rancore d*avere speso a nessun van* 
taggìo immensi tesori (1). 

111. 

Avevano i principi posato le armi : risuscitavale un <«bbrai» 
condottiero. Iacopo Piccinino licenziato dai Veneziani 
pel dissoluto procedere delle sue genti, rizzò bandiera 
di ventura (4). Bentosto a torme a torme vennero a 
raccogliersi sotto di essa quanti soldati per cagione 
della pace si trovavano come cacciati fuori dal vivere 
sociale. !Niuno di loro sapeva che cosa egli intendesse 
di fare, dove volesse andare, a qual meta riuscire, 
come e quando dar termine all'impresa ; ma fidati nel 
valore straordinario del Piccinino, stimolati dalla pre- 
sente necessità, persuasi che tutti, non meno i capi 
che i dipendenti, sarebbero andati incontro alla stessa 
fortuna e quella sarebbe stata riposta nelle spade pro- 
prie e nella mente del condottiero, a lui s'appresen- 
tavano e gli si offerivano corpo ed anima pronti a 
qualsiasi cimento. 

Era il Piccinino lusingato dal pensiero di assogget- 

(i)BfachìaY. VI. 98.— Joh. SimoBett. XXIV. 6e9.-$aQuto, 
1153. — Grist da Soldo, 887. 
{2) Criit. da Soldo, 889 (t. XXI). 



i6ù PAJITB QUARTA. 

tar» Perugia, perche sua pairìa, e Bologna, perchè 
abitata da alcuni suoi partigiani. Imperò rivolse le 
schière addirittura verso la Romagna (1). Bla pochi 
giorni bastarono a mutargli in molto amaro il poco 
dolce di quelle sue sperarne. Perizia, chiuse le porte, 
si rifitoinse a mandargli alcuni presenti di pane e di 
confetti; Bologna^ da lunga mano provveduta contro 
ogni assalto, ributtollo molto più aspramente. Allora 
il condottiero scagliasi, come folgore» sul contado di 
Siena, che per la lunga tranquillità era sfornita di 
difesa. 

Fu inopinato l'assalto, come terribili i primi effetti. 
A prima giunta le campagne vennero desolate, e le 
terre di Sartiano, Cotona, Manciano, Alontemarano e 
Orbitello espugnate e messe a sacco. Tosto l'odore 
dell' abbondante rapina acquistò al Piccinino tanti 
nuovi seguaci, che la sua compagnia prese forma di 
uno giusto esercito. Ciò indusse il papa e il duca di 
Milano a radunare in fretta molta soldatesca e inviar- 
gliela contro sotto il comando di BK>berto da Sanse- 
verino, e di Corrado Fogliano. Il costoro arrivo inter- 
ruppe al Piccinino il corso dei suoi progressi, e lo 
astrinse a fortificarsi in una cupa selva presso il fiume 
del Fiore; i confederati gli si accamparono dappresso 
quasi a modo d'assedio; ma, come superiori di numero, 
senza guardie trincieramentì. 11 seppe egli; e subito 
colla solita furia proruppe a sorprenderli. Nel primo 
impeto ne tagliò a pezzi alcune schiere; quindi, venendo 
a poco a poco sopraffatto dal numero, con più ardire 

(l) Boninc. Jnn. Min. p. 158 (l. XXI). — Cron. mise. 
Boi. p. 716. —Spirito, l'altro Afarte, 1. III. e. XC. 



CAPITOU) QUINTO. 167 

che fortuna seguitò a combattere fino a notte. Venuta 
la quale, posciachò vide che sìa lo starsi sia il non 
vincere l'avrebl)e in quel luogo menato ugualmente 
alla rovina» in gran segretezza fìegi> le tende, e cam- 
minando velocemente giunse prima a Castiglione della 
Pescara, cUe fra. gli alleati ne sorgesse il sospetto. 

Qualche ora più tardi questi levarono anch'essi 
le tende, e gli tennero dietro. Ma non osando in- 
seguirlo fra le pestilenziali paludi, dentro le quali 
s*era egli rifuggito, circondarono il luogo pel tratto 
di otto miglia con tutto Tesercito. In breve i seguaci 
del Piccinino, costretti a nutrirsi di acerbe prune e 
corniole, ed a bere acqua melmosa e putrefatta, co- 
minciarono per defezione e mortalità a venir meno. 
Cercò egli di uscire d' impaccio col . far rubellare ai 
Sanesi alcune squadre rette da un Giberto da Correg- 
gio; ma questa trama fu anch'essa antivenuta. Allora 
mandò al duca di Milano un foglio di carta bianca, 
pregandolo a scrivervi quei patti di accordo che gli 
piacessero, e con supplichevoli istanze si raccomandò 
al re di Napoli Alfonso. 

Questi, che per effetto delle ciancio del Porcelli 
aveva concepito una straordinaria idea del Piccinino, 
non solo s'intromise a suo favore, ma propose di 
assoldarlo per capitano generale di tutta la lega d* I- 
talia^ colla provigione di centomila ducati. Il partito 
come ignominioso fu rigettato dagli altri principi; 
tuttavia, non senza gravi dispute e tergiversazioni, sì 
piegarono a concedergli pace a patto che restituisse 
incontanente per ventimila fiorini le terre occupate al 
Comune di Siena, e si recasse ai servigi del re, che 
gli offeriva una condotta di i200 cavalli e di 600 fanti. 



i6S PÀktE QUA&fi. 

Ratificato l'accordo, Iacopo inviò le sue genti ai qùai'- 
8 8bre tieri d'invcmo neir Abruzzo e coi più cari cena- 
pagni si rivolse verso Napoli, dove fu ricevuto come 
in trionfo. Indi a non molto una guerra accesa in Ro- 
magna tra due famosi condottieri, Io richiamava ad 
altri travagli (1). Ma prima di passare a narrarla ripu- 
tiamo pregio deiropera di accennarne brevemente le 
origini. 

Pandolfo Malatesta, il famoso capitano che al tempo 
di Gian Galeazzo Visconti usurpò le città di Ber- 
gamo e dì Brescia, lasciò nel suo morire due figliuoli» 
Sigismondo e Malatesta. Di questi non mai la natura 
aveva prodotto 1 più dissimìglianti. Malatesta timido, 
proclive al vivere tranquillo, alle lettere ed ai godi- 
menti della vita; Sigismondo tutto ambizione, tutto 
guerra, tutto empito. Quegli, non che desiderare l'al- 
trui, cedette al fratello il governo di Cesena sua pro- 
pria dominazione : questi, non che serbar il proprio, 
con tale sfrenatezza appetì l'altrui, da generare nei 
principi suoi vicini odio e spavento incredibile, ed a 
se medesimo poi l'ultima rovina. Infatti, fosse buono, 
fosse cattivo, qualsiasi mezzo era sufficiente per lui. 
Nella guerra superiore, dopo avere ricevuto tren- 
tamila ducati dal re di Napoli coU'obbligo di radu- 
nargli una compagnia, non solo non attennela pro- 
messa, ma di quei denari si servi contro il re mede- 
simo, ed alle giuste querele del re rispose colle beffe. 
Francesco Sforza gli aveva impalmato una propria 
figlia; e Sigismondo fu dei primi ad abbandonarlo 

(l) Machiay, VI. 99. — Joh. Simonett. 679. —Ammirato» 
XXIII. 81,— Capponi, Comment. p. 1216 (R. I. S. t XYIH}, 
— Spirito, Vtdtro Marte^ c.^CCIL 



cÀi<rroio QUINTO. 469 

nelI^ayVersa fortona. Frattanto teneva continuamente 
lo ^fnardo rivolto ad insignorirsi di Pesaro, posseduta 
da un GaleaEzo suo congiunto. Tentò di sorprenderla 
a riva forza e non gli riuscì; prò vessi ad ottenerla colle 
trattative, ed esse gli furono guastate da Alessandro 
Sforza, il quale coi favori del fratello, sia come dote 
della moglie, sia sotto titolo di compera, consegui la 
^ttà per sé. 

Di qui nacque in Sigismondo un mortalissimo odio 
non tanto ancora contro gli Sforza troppo potenti , 
quanto contro Federico da Montefeltro, conte di Ur- 
bino, il quale era stato intrbmettitore del negoziato. 
A questo motivo si aggiunsero altre ingiurie non an- 
cora scordate : oltreché la vicinanza degli Stati, l'e- 
mulazione nel mestiere di condottiere, e la quasi 
uguaglianza di forze somministravano giornaliera esca 
di inimicizie e liti. Cominciò Sigismondo dal tentare 
diawelenare Alessandro Sforza:/non essendogli succe- 
duto il reo disegno, assenti a una tregua, e ne ri- 
cavò comodità per rubellare Fossombrone a Federico 
da Montefeltro: fatta la pace, aspettò che questi si a. 4447 
trovasse lontano a militare, e gli assali tutto il domi- 
nio d'Urbino. A mediazione dei Fiorentini si rifece 
una tregua tra i tre contendenti; ed ecco Sigismondo 
avvisare tosto un'altra via per isfogare il proprio mal 
talento. Persuase ad Alessandro Sforza, che il conte 
Federico da Montefeltro era in trattato di rubellargU 
Pesaro; Alessandro, convinto di ciò per molti riscon- 
tri , arse di sdegno contro Tamico suo , e stabili per 
vendetta di sorprendergli Urbino. Scrisse perciò al 
Malatesta, comunicandogli tal pensiero, e chieden- 
dogli aiuto per mandarlo ad effetto. Il Malatesta^ 



1/70* fkhTE QDAJITA. 

presa la lettera, mostroUa a Federico, uè darò fatica 
a indurlo a credere di esaere tradito da Alessandro 
Sforza , ed a risolvere di unirsi con lui per opporre 
violenza a violenza , ed inganno ad inganno. Deli- 
berarono per prima, cosà di occupare Pesaro 9 con* 
tinuo segno deirambizione di Sigismondo: il quale, 
posciachè col braccio di Federico da Honte/eltro 
avesse sottratto la città dagli artigli d'Alessandro 
Sforza, £^^»ava di rinvenire qualcbe altro espediente 
per escluderne Fedencot e restarne unico padrone. 

In cpnseguenzat Federico uni le sue genti a qpelle 
di Sigismondo ». e detto, fatto si avvio, verso Pesaro. 
Se non che. per viaggio, essendosegli destato qualche 
sospetto intorno alM. costui fede , Ip . richiese che 
gliene de^se malleveria. Il rifiuto, di Sigisnxondo 
accrebbe le diffidenze di Federico^ e bentosto tutta la 
macchinazione usci in chiaro. Incontanente, mutato 
animo, questi entrò in Pesaro come amico, e brava- 
mente la difese contro il traditore Malatesta« Quinci 
arse una mortalissima guerra tra costui. Federico 
d'Urbino e Alessandro Sforza, finché, per interposi* 
zione del duca di Milano , stipulairono un accordo, 
e Federico passò ai servigi- del re di Napoli (i). 

Ha non per ciò Sigismondo si ristette dalle so- 
lite molestie; anzi in un congresso di principi e di 
ambasciatori, che si era. radunato a Ferrara per con- 
solidare la pace, non temè fli metter mano, in luogo 
di ragioni, alla spada. Impertanto Federico propose 
al re di Napoli di vendicfire una volta le comuni in- 

(ì) Baldi, f^ha di Ftdmcb duca d^UrbwOy L U. III. panis 

^Bologna, li^se). 



CAFUOLO Quurat). ili 

giurie, e togliere al traditore insieme collo Stato i 
meni di nuocere, mostrando come se gli poteva vol- 
tare addosso il Piccinino » che ad agi^avio dei popoli 
stava poltrendo negli Abruzzi. Tanto egli propose, 
tanta fu aeooidato. Né il Piccinino, mediante il patto «o..-b. 
di rimanere padrone di tutti gli acquisti die fosse 
per fare, si mostrò restio a prestare la sua opera. Cosi 
fa cominciata una terribile guerra contro al Halatesta: 
la quade, non estante i quotidiani dispareri tra Fe- 
derico e il Piocinino» e le acerbe contese tra le loro 
soldatesche» puse in breve ridusse Sigismondo a cat- 
tivo partito. 

Al postutto» posciachè questi mire le predizioni de' 
suoi astrologhi tornate tutte a vuoto, ed una parla del 
proprio dominio, essene già perduta, e FaUra parte 
versare in gravissimo pericolo, pensò una nuovftvia 
di acampo : ciò fu d* invitare a mortale di&ello il 
conta d'Urbino, come traditore e fautore di trame e- 
di- cospirazioni. Federico, che già un'altra vi^ta» 
ma inutilmente f aveva sfidato il Malatesta sotto le 
mura di Pesaro , bea di buon grado per pubblico 
istrnmento accettò Tinvito^. e d'acoordo con essolui 
sui^lieò Ludovico. duca di Savoia a concedere loro 
campo libero in qualche silo dei propri! Stati. Il duca 
con pubblico decreto promise di. si,, ma a condizione 
di potere far grazia della vita a quel di essi che ri^ 
manesse vinto, e arbitrare della sua libertà. Nel me- 
desimo tempo inviò si all'uno che airaltro campione 
un salvocondotto valido per un anno (i). Ma venne, 
questa* pratica interrotta primieramente dai grandi 

(1) Guicbenov, ffUt, généaU ; prcuvts, l, IV. ©oc. 363. 



172 PARTE QUARTA. 

progressi degli Urbinati ; in secondo luogo dal dùbbio 
procedetis del Piccinino, che per certi suoi fini trattava 
la guerra t;ome si trattano le cose comandate ma 
non volute; finalmente le quasi contemporanee morti 
27 «iog. del re di Napoli e del Papa soprarvennéro a scon-' 
^iùV' volgere da capo a fondo tutto il negoziato (1). 

IV. 

In conseguenza di codeste^ morti sottentrò nel pon- 
tificato Pio II y nel regno di Napoli Ferdinando di 
Aragona, avendo i Romani mutato un principe cat- 
tivo in un buono, ed i regnicoli un ottimo in un 
cattivo. Ond*è che ogni cosa in questa provincia 
precipitava a confusione ; sicché i Caldoresi, i si- 
gnori da Sanseverino ed 1 principi di Rossano e 
di Taranto si avventuravano a risuscitarvi la fa- 
zione di Angiò, e chiamavano a capitanarla il duca 
Giovanni figliuolo di quel Renato, che aveva con- 
teso per tanti anni il sommo potere al morto re Al- 
f(mso. Anche nel dominio della Chiesa Iacopo Picci- 
nino prese occasione dall'interregno per risvegliarvi 
tumulti e sedizioni, ed impadronirsi di Gualdo^ 
di Nocera .e di Assisi. Se non che essendosi uniti 
allo stesso fine il re di Napoli, il duca di Milano e 
fi nuovo Pontefice, parte colle minaccie, parte a viva 
forza, lo costrinsero a sgombrare (S). Rovesciossi 

(1) Baldi cit, 1. IV. 

(2) Dorante questa guerra, e appunto liei gennaio 1459, 
Francesco Filelfo, letterato dei primi di quel tempo, nel recarsi 
a Koma passò a Fossombrone, doye il Piccinino teneva il sno 
qnartier generale, affine di visitarlo, e pieno di ammirazione 
me racconta agli amici le gentili maniere e il sommo valore • 



cinroLO QuniTO. 47| 

q|iì allota di nuovo sul Rimìnese, e con incredibile 
prestezza vi dissipò uomini, case, terre, aidmali, 
ogni cesa. Galcolossi a IIS il numero delle castella 
da lai depredate in pochi giorni: stimossi a cento 
uomini da taglia ed a mille paia di buoi il bottino 
da lui fatto in una sola scorreria (1). 

Come Dio volle, impose fine a questi facili gua* ^' ^^^ 
dagni la pace prodamata in Mantova dal Sommo 
Pontefice tra Sigismondo Malatesta , Federico di Ur- 
bino e il re Ferdinando. Per laqual cosa Iacopo, non 
potendo più continuare la guerra colle sole sue forze» 
né osando ritornare ai servigi del re, il quale e col 
ritenerli le paghe, e col dare asilo e soldo a' suoi 
disertori» gli usava ogni termine, fuorché jl nome di 
nemico, si trovò nella necessità di provvedersi al- 
tronde. Sia daddovvero, sia per fina astuzia, propose 
agli Angioini di passare ai loro stipendii. Soppesi la 
pratica, e di qui il duca di Milano, di là il re ed 
U Papa affrettaronsi per frastornarla, quegli assi- 
curando il Piccinino di concedergli in moglie la 
figliuola Drusiana già a lui disposata , questi pro- 
mettendogli non lievi augnmenti di paghe, e ricche 
possessioni nella Puglia. 

Iacopo , ^conie ineerto«tra i due partiti, ma non 
cessando mai dalle solite depredazioni, fece alto colle 
soldatesche tra i fiumi della Foglia e della Marecchia. 
Fu anzi un istante, in cui parve risoluto affatto a ri- 
tornare insieme col Malalesta ai servigi della Lega» di 

ia gran riverenza verso il duca Sforza, concludendo che so 
pareva Tideo alla statnra, ben rassomigliava ad Alcide in tutta 
le doti guerresche. V. Philelph. Bpp, I. XIV. p. 105. 
(1) Cran. tFJgtèbio, f. 994 (t. XXI}. 



174^ PAKTS QUARTI. 

eui il re di Napoli 6r» membro ; e già, sttbilifo il le* 
lìore éei capitoH, più non mancava die di caotahme 
rosserranza eolle malleverie. Su questo punto insor- 
sero 'gravi dibattimenti. Pretendeva il Malatesta che 
venissero consegnate nelle msfni del Papa ; preten- 
deva il Piccinino che venissero rimesse in qnelle di 
Berso d'Este suo amicissimo (1). Lal^ega, secondo il 
^solito delle cose maneggiate da moHi, perda il tempo 
^4a citcasione: Iacopo se ne stancò, e giusta la solita 
impazienza gittasi alla parte Angioina, si collega col 
Malatesta, raduna settemila armati e si prepara per 
accorrere neir Abruzzo. 
Da Bertinoro, dov'egli aveva le stanze, due vie gli 

A. 1460 si offerivano per effettuare tal viaggio; quella del Pi* 
ceno lungo il mare^ pia breve e fàcile; quella per la 
Tosi^na -e per TUmbrìa, pia tenga e disagiosa. Però, 
siecome il suo disegno di recarsi nell'Abruzzo era 
stato scoperto, e da ogni banda le genti del Papa e 
del duca di Milano, sotto Federico da Monteteltro 
e Bosio ed Alessandro Sforza, accorrevano per In- 
rargli le mosse e chiudere i valichi ; cosi , se alcuna 
possibrfità di fornire Tintpresa rimaneva tuttavia, 
questa soltanto consisteva nella prestezza: e appunto 
Iacopo Piccinino era tomo da ciò. Goninciò dal ri-» 
volgere altrove l'attenzione del nemico collo spargere 
ia voce di voler marciare per la Toscana, e collo 
ordinare realmente per tutto il €asentlno pane e 

4 aprile provvigioui alVcsercito. Allora fa prendere alle sol- 
datesche i viveri sufficienti per tre di, carica sulle 
navi le bagaglie, le artiglierie e le genti inuUli, spic- 
ci) Pii li Camment. l IV. p. 173 (Roma 1«64). 



CAPITOLO QUIHTO. I7S 

easi da Berfinoro, e camminando 4i gran passo varca 
la Foglia e il Metauro senza on menomo intoppo. 
Entrato nella Marca, intese còme Federico ed Ales- 
sandro, staccùfisi dal resto deireséreito della Lega, 
eransì accampati a Sassoferrato a cavaliere delle due 
vie per Camerino e per Loreto; che anzi ed avevano 
occupato sopra quest'intima il passo del Cesano, e 
fortificatolo con argini e traverse. 

È il Cesano un fiume di piccolo corso , ma cosi 
instabile di fondo, massime quando gli sopravviene 
alquanto più d'acqua nello squagliarsi delle nevi , 
che si ruba di sotto i piedi ai cavaffl, I quali osano 
tentarne il guado. Or come l'avrebbe potuto guadare 
ilPlccimno sotto i colpi deile ordinanze nemiche? Con- 
fidò adunque tutte le sue speranze nell'Industria e 
nella velocità, e fece mostra d'indiiizKaìre leschief^ 
a Camerino, il cui signore per causa del Malateila 
gli era favorevole. Questa lalsa dimostrazione per- 
suase Federico dUrbino e Alessandro Sforai a lasciare 
le rive del Cesano per riunirsi a tndo il loro eser- 
cito. Allora il Piccinino, voltata frMte, avviò verso 
il fiume le soldatesche, e quaìsi vo1and<ylo guazzò. Finse 
il Malalesta, che si ritrovava nd territorio di Fano, di 
bezzicarlo alla coda: i cà^ftani della Lega, abbando- 
nando Sassoferrato, si spinsero Innanii fino a Macerata . 
Ma già il Pictciniirocon uguale eelenti^avevatrapassato 
Fiumicino, e superato in un di ta Potenza e il Olienti, 
senza pure ommettere in tanta fretta di visitare con 
molta ifivoziófne la S. Gasa di Lorolo. Qu(d di cam- 
minò d'un fiato quaranta miglia per tragetti posti tra 
ardue rupi ed il mare, e cosiangnsti talora da con- 
cedere appena l'adito ad uno od a due cavalli di 



i16 »A&TE QUARTA. 

Ironjke. Restò il suo cammino come seminalo dei corpi 
dei destrieri fatti da lai scannare a mano a mano che 
più non potevano rigore alla fatica del vìa|S[io« 

Da Loreto il Piccinino si condusse dirittamente a 
Fermo, e poscia alla Badia di S. Benedetto solamente 
otto miglia discosto dalle spende del Tronto, estremo 
confine tra il dominio Ecclesiastico e il Napoletano. 
Quivi le schiere si riposarono due ore : indi» animate 
con brevi parole da lui , s'avanzarono sino al fiume. 
Giunte al quale , siccome l'altezza delie acque e la 
oscurità della notte non ne^ permettevano il guado, 
sfinite dalla fame e dalla stanchezza buttaronsi qua e 
là a giacere per terra. Ma non cosi il loro capitano; 
il quale, avendo tosto con quaranta seguaci passato 
il fiume» spendeva la notte ad esplorare il paese 
e preparare il valico. Spuntata l'aurora, in ordine 
di battaglia traghettarono tutti: ned erano appena 
arrivate al di là le uHime schiere, che di costà so- 
praggiungeva l'antiguardo nemico, stracco e confuso 
dalla inutile cacciaci). 

Subito entrato nell'Abruzzo, Iacopo avvisò con 
grandissimi fuochi del proprio arrivo i baroni dei 
partito d' Angiò : quindi , avendo ricevuto dal mare 
le artiglierie e le bagagli^,, si uni con essoloro e pose 
l'assedio alla città di Chieti. La difendeva pel re Fer- 
dinando un Matteo da Capua , valorosof condottiero 
invecchiato nelle guerre della Lombardia ; e gli pre- 
stavano appoggio Pederieo da Montefeltro e Alessan- 
dro Sforma accampati poco lungi con tutto l'esercito 

(t) Pii IL CommeHt. IV. 181.— Job. Simonwtt. X^VllI* 
709. - Baldi, cit. V. li ugg. 



tkPVrOUO QUMTd. lìi 

detta Lega : di maniera che anlKora ana volta ai tro* 
nrono a fronte le due scaolé di Braccio e di Stor- 
ia, . alle quali fra pochi lustri ben altre squadre con 
ben alUì ordini e linguaggi e sensi dovevano suc- 
cedere. In verità, sia nel modo dello scaramuc- 
ciare, sia in quello di disporre e di maneggiare le 
schière^ avrd>be chiunque ad una occhiata distinto 
la disciplina di una scuola da quella dell'altra, e ve- 
duto Alessandro e Federico proseguire in ogni telone 
il combattere circospetto e siouro della milizia sfor- 
zesca; al contrarlo Iacopo, non altrimenti di Braccio^ 
provocare sempre, pugnar sempre^ seguire qualsiasi 
vantaggio sino all'ultimo spirito- e rendere somi- 
gliante a se stesso ogni soldato . 

Un di , in una di quelle avvisaglie che la vicinanza 
ed animosità dei due eserciti rendeva frequenti e fe- 
rocissime^ Francesco della Carda, uno dei capì-" 
squadra di Federico d'Urbino^ scontrossi in Nardo 
da Marsciano, famoso soldato del Piccinino, ed: « ap« 
punto con te la voleva, gli grida; e per vedere se tu 
sei veramente il valentuomo che ti tieni , bramerei 
rompere tfeco una lancia •. « Ed una e due a tua 
posta, rispose Nardo ». Soprsffgiunse a queste parole 
Serafino da Monfalcone, aamo d'arme anch'esso ài 
Federico, e chiese ad alta voce, se fra i Bracciescfai 
v'era chi la volesse altresì con essolui, e se v'era, ei 
si facesse innanzi il gagliardo. «« Non mancherà chi 
risponda abbondantemente a te è a cento tuoi pari, 
sclamò Fantaguzzo da S. Arcangelo con acerbità corr 
rispondente al soprannome; per ora basterò io solo •. 
Rimasero di trovarsi il di acuente nel medesimi^ 
luogo. Per tutto il resto della giornata non fu più nei 
yoi. Ili 15 



178 PARTE QUkKTà. 

due campi che un alollarsi di soldati e di eapltani 
intorno ai campioni, chi per udire i particoteri delta 
sfida , chi per ricordar loro i modi di schermirsi , le 
più sotlili parate, i«olpt più arditi e sicuri , « chi 
per incoraggiarli e raccomandare ad essi l'onore della 
pl*oprìa scuola. 

Il di seguente alcuni dispareri nati tra i padrini e 
i giostratori si infiammarono pel concorso dei riguar- 
danti in modo da degenerare in una vera misckia. In 
conseguenza il combattimento fu differito all' altro 
giorno, ch'era domenica. Venuta la quale, prhna i 
capitani fecero intimare a suon di tromba un or^ 
dine, pel quale teniva vietato agli spettatori di fra- 
stornare la pugna con cenni o con parole, e molto 
più di mettere il piede dentro la Itcza ; poscia , fat* 
tosi silenziOjSi apri lo steccato-, ed a cavallo col ba-» 
stono del coniando in mano v'entrarono Federico e 
il Piccinino, e presero posto in faccia Tun dell'al- 
tro.. Allora gli araldi diedero il cenno, e inconta- 
nente vennero introdotti i combattenti. Si corsero 
pei primi allo incontro Francesco della Carda e Nardo 
da Marseiano ; e questi ne restò leggermente ferito 
in un gallone. Nel secondo scontro Serafino e Fan- 
laguczo ruppersi bravamente le lancio snlle arma- 
ture senz'altro accidente. Terminata cosi la tenzone, 
entrambi gli eserciti pacificamente si ritirarono, con 
molto fervore ragionando deirabilità dei giostratori, 
ed altri estollendo i proprii, ed altri scusandoli, o 
proponendo nuovi partiti ed esempi (I). 
Pochi giorni appresso nn Saecagrimo caposipiadra 
27 Wi* del Piccinino, essendosi inoltrato ad insultare i ne- 

i4qu 

(1) Baldi, rita di Feder. d'Urbino, V. 86. 



CASTOLO Quftfta. 179 

mici ne* propri! alloggiamenti, fu cagione di farne 
uscire faora alcune schiere, che il ributtarono ad* 
diedro. Tosto di qua per ordine del Kceialno si 
mosse ad affrontarle Giulio Varano; di là furono in* 
viate altre genti per sostenerle; sicché ili breve l'uno 
e l'altro campo si trx)TÒ tutto condotto a mescolare 
le vani. Le battaglie si davano allora in un piccolo 
gìri^ dì terreno, quasi senza disegno anteriore, oMi^ 
nanfa contro ordinanza; però, stante là confusione 
di codesti parziali combattimenti, non sia maraviglia 
se spesso riescano oscure le narrazioni dei contem* 
poranei, e pei progressi dell'arte militare pochissimo 
fruttuose. Quanto spetta al presente fatto d'arme, 
sembra cbe la Lega, temendo di venire spuntata dal 
Braccieschi superiori di numero, non solo allargasse 
straordinariamente la propria fronte, ma, tirate 
slcune squadre nei fianchi, combattesse eziandio 
per quel verso. Con ciò rimase molto indebolito il 
centro, contro il quale fino dal principio si era spe- 
cialmente rivolta la furia ostile. Se ne accorse il 
Piccinino; e subito, fatto uno squadrone quadrato 
dei pia valorosi, urtollo con tanto unpeto, che, rotta 
e fracassata tutta l'ordinanza, là soeipinse addosso 
alle trinciere. Né alcuno ostacolo avrebbe riparato, 
che insieme coi vjnti non vi entrassero pure i vin- 
citori , se Federico d' Urbino , levandosi dal letto , 
ove giaceva infermo, non fosse accorso in persona 
ad impedirlo. Per conseguenza di questa vittoria 
tutto l'Abruzzo fu conquistato da Iacopo, il quale 
di colà per la Sabina ed il Lazio spinse fin sotto 
Roma la devastazione e gli incendii (1). 

(l) Baldi, cit. VI. 122. — Cro;f. mùr di Bologna, 734.— 



180 n VÀRTB QCJARTAr 

V. 

Aveva agevolato qaesti progressi del PicchiìDavoff 
strepitosa vittoria riportata presso il fiume del Sarbo 
dal duea Giovanni ,d*Angiò sopra il re Ferdinando^ 
Se non ehe pareva destino, che la rovina degli Angioini 
' pigliasse appunto origine dalle proprie loro vittorie. 
A. 4464 Infatti i baroni napoletani, che avevano abbraeciato 
quel partito soltanto per sottrarsi dalla supremazia ^e\ 
partito contrario, tosto ehe videro le cose del duca 
Giovanni inclinate a un totale trionfo, n'ebbero spa- 
vento, e, voltando faccia, mutarono da capo a fondo 
le sorti deUa guerra. Cominciò un Roberto da San^ 
Severino eonte di Marsico a posporre il dovere e 
l'amicizia verso il duca di Angiò all'alta offerta fattagli 
dal re Ferdinando del principato di Salerno (4). 
Quindi ne seguitava l'esempio tutta la casata, quanto 
valorosa, traditrice. S'aggiunse per colmo delle av- 

Cron, d'AgoShio^ ^1. — JoT. PonUa. His%. X. I. p. 28 (ap. Bur- 
mann. t. IX. part III). 

(1) Discendeva costui dai medesimo tfeppo di quel Roberto 
Sanseverino conte di Caìazzo, figliuolo di una sorella di Fi^n^ 
«esco Sfona«p il quale trapiantò in Lombardia la schiatta dei 
Sanseverini. Le condirìoni «faieste ed ottenute dal conte di 
Marsico in premio della sua defezione, furono: Che il re gli 
concedesse Salerno con titolo di principe: che gli passasse 
- un'annua proTvigione di 35,000 dùcati come sofdb di 350 
lancie : che gli desse il prÌTilégio di battere moneta, purché 
•l'impronto portasse da una parte l'arme o la. testa del re: «che 
« gli fosse lecito impiine per ogni- parte del regno far occidere 
«quelli di casa Capano,. ch'erano stati soi vassalli del Celento; 
«che tutti li beni de'vassalli sof, e ancora in caso che fossero 
« ribelli al re, fossero devoluti n'on al fisco reale, ma al fisco» 
« del principe ecc. » A. dì Costanzo, f. XIX. fin. 



G4PtT0L0 QODiTO. 1^1 

verskà la debolezza e timidità di Gian Antonio 
Orsini, principe di Taranto, che per ragione delle 
«uè riediesze ed aderenze era rimasto capo 'ddla 
faaoBt angioina^ e l'arrivo inaspettato di un celebre 
capitano. Era questi Gìot gio Castriota detto Scan-« 
derbeg, il quale dopo avere difeso a passo a passo 
«ol proprio sangue le eroicbe provincia dell'Epiro 
dalle iovaskmi degli infedeli, era accorso con ]800 
cavalli a ricambiare verso il re di Napoli Ferdinando 
i favori, che in quella lotta gli erano stati impartiti 
dal morto re Alfonso. 

' A tanto cafHtano niun altro fu stimato degno dr 
stare a fronte che Iacopo Piccinino. Fu egli perciò 
preposto dal duca di Angiò a reggere l'esercito della 
Puglia; e loito vi si condusse, seco traendo con molto 
4>norapze una famosa matrona. Era costei Lucrosa 
d'Anagni, che per molti anni aveva signoreggiato il 
cuore del buon re Alfonso. Morto il re, s'era ella a 
prima giunta ritirata colle immense sue ricchezze 
nella città di Venosa. Ma bentosto l'avaro e geloso 
animo di Ferdinando, che era succeduto al trono, la 
pose in necessità di provvedere meglio a' proprii in* 
teressi. Per la quM cosa Lucrezia aveva confidato t 
suoi tesori e la sua persona a Iacopo Piccinino, e 
se gli era fatta compagna nella tonda del guerriero 
e nei soggiorni di pace (I). 

Del resto le operazioni del Castriota nel regno di 
Napoli non corrisposero di gran lunga alla fama 
sparsa nel mondo dd suo valore e della sua gene- 

(1) Joy. Ponton. II. 36. D. -^ Quando poi H Piccinino si fu 
riconciliato col re, qnesta donna si ridusse in Dalmazia, doT« 
ÌBTecchiò. V. Summonte, 1. V. p; 443» 



182 PÀ&Tfi QUAKTA. 

rosità. Appena àrrmto, circondò Traui di assedio, 
e invitò il CsffiteUano, cb« vi comandaTa, ad abboc- 
carsi seco^ Questi assenti, e fidato sul diritto delle 
genti usci dalla oittà. Ha nei calore dei diseet^ì il 
Gastrìota colla immensa sua larssa lo afferra pél cor- 
po^ lo svelle da cavallo, e lo porta prigipne alle soe 
tende. Quindi eoa terribili minaccio io costringeva 
a fargli consegnare la terra. Questa cosa persuase 
il Piccinino ad opporre tradimento a tradimento : 
a tale effetto fece richiedere II Gastriota di un col- 
loquio. Convennero in un sito posto a mezsa strada 
tra i rispettivi alloggiamenti. Subito dopo i primi ab- 
bracci, il capitano epirota l^lse a riprendere soave- 
mente il condottiero italiano della poca fède da lui 
dimostrata verso il re Ferdinando , ed a sforzarsi 
di convertirlo airantica obbedienza. Iacopo si guardò 
bene dal respingere affano codeste proposte; anzi 
ora scusandosi, or$i accusando, e- sempre prolun- 
gando a stadio il discorso, venne bel beilo trasci- 
nando il €astriota verso le proprie schiere. Alla fine, 
quando gli parve tempo , fece im cenno ai suoi , 
e questi si precipitarcmo per circondarlo. Ma il Pic- 
cinino aveva avnto troppa frettart Giorgio, rotto a 
forza il cercbìo degli armali, sano e salvo ricoverossi 
alle sue tende (I). Tra queste macchinazioni terminò 
ranno 4461. 
Meiragosto seguente una battaglia perduta dal Pic- 
(Sagosio cinino sotto ie mura di f roìa mandava in fondo la 
fazione degli Angioini. Intatti non solamente quella 
città si arrendeva al re Ferdinando, ma il principe 

(1) Pii II Comment. VI. 302. 



CAPITOLO QmiTTO. I8S 

di Taranto gli giurava obbedienxa, e W duca Giovanni 
d'Angiò era astretto a cercare nelle balze délVA-» 
bruzzo e nei sos^dii dei Caldereai che vi dominavano, 
i mezzi di una finale difesa (1). Quivi colle spoglie ▲. m63 
di una eootessa di Celano perfidamente spossessata, 
Iacopo Piccinino riasci ancora a rifiare l'esercito ; e 
con eeso campeggiò Sulmona, ributtò i nemici ac** 
corsi per liberarla, e se ne insignorì per fame dopo 
sette mesi di magnanima resistenza. 

Gli fu bensì quest'acquisto amareggiato dalla ve* 
nota di Alessandro Sfonda, il quale con diciotto elette 
M|aadre di cavalleria spedite dal duca di Milano si 
congiunse alle genti àA re Ferdinando, e si accampò 
poco lunge dalla torre delle Arcbe, dove il Piccinino 
aveva piantato gli alloggìaraenii : sicché , attesa la 
prossimità d^li eserciti e l'ardore delle soMatescbo, 
pareva imminente una nuova battaglia; e già le schiere 
con giornalieri assalti vi si andavano in certa guisa 
addestrando; quand'ecco il Piccinino, sotto la fede 
di un salvooondotto, presentasi ai padiglioni di Sforza, 
ed al cospetto dei condottieri regii si dichiara pronto ' 
a desistere immediatamente dalla guerra: Tosto fu 
proposto e concluso tra loro un accordo; in virtù /* 
del quale 11 Piccinino doveva passare ai servigi del re ioagosto 
di Napoli, con titolo di capitano generale, stipendio 
di 90,000 ducati all'anno, e condotta di 3000 cavalli 
e SOO fanti. In esso trattato gli vennero confermate 
le città e terre da lui possedute nell' Abruzzo (2), 

(1) Joh. SimonaH. XXIX. 740. , XXX. 750. --Giorn. Napo^ 
Ut. 1135. — Cron. tPAgobbio^ 1003. — Trisl. Cafacciol. De va^ 
riet. fort, p. 77 (R. I. S. t. XXII). 

(3) Esse furono Snlmona, Carantaoico, Civita di Penna, 



484 PARTE QU4RTÌ. 

data facoRà d'invadere e di appropriarsi par 
quelle del conte di Campobasso. D'altra parte egli si 
obbligò ad sfvere sul fatto per nemici tutti i nemici 
del te^ salvo però, di non potere eaere chiamato a 
gidrargli fede ed inalberarne le insegne prona di 
avere ricevuto il quarto delle sue paghe. Quanto a 
queste venne stabilito, che metà gli fossero assegnate 
sopra i tributi dell'Abruzzo, l'altra metà in tre parti 
uguali gli venisse sborsata dal papa, dal re suddetto, 
e dal duca di Milano. Fu stabilito altresì, che la sua 
condotta durasse un anno , con beneplacito di due 
altri; trascórso il qualtempo^ rimanesse ih suo arbi- 
trio di servire qualunque Stato che non si trovasse 
in aperta guerra col re (1). 

Conosciuto quest'accordo, il duca Giovanni d'Angiò 
fuggi da un regno stato sempre fiitale alla sua casa: 
il re Ferdinando ricavò dalla vittoria le forze per 
fondare sulla strage e sulla depressione dei baroni 
un'assoluta signoria. Primi a sentirne il peso furono > 
i Caldoresi. Capo di costoro era quell'Antonio figliuolo 
di Iacopo Caldera, che già col grado di gran conestobile 
e di viceré aveva tenuto il primo luogo nel regno. 
Ferdinando trovò modo di tirarlo «alla corte: allora, 
benché contro la fede data. Io fece richiudere in pri- 
gione. Uscitone dopo gravi stenti, Antonio esulò alcun 
tempo in sembianza di bandito per le terre d'Italia 2 
finalmente in Iesi, nel tugurio di un povero uomo, 

Bucaaico, Francavilla, Villamaina, la Guardia, la Tessa, Turi- 
no, Civita S. Angelo e Brooardo. Cron. mùc, di Bologna^ p^ 
762 (t. XVIII). 

(1) Pii II Comment. XII. 590. -Crisi, da Soldo, 897.^ 
Mflichi^v. Ut. Fior. VI. iOi, 



GAFITOtO QUIIITO. 185 

già soldato del padre suo, lasciò colla^'vita gli af* 
faDDÌ (1)«. Esempio a coloro, che il parteggiare mi^ 
fiorano secondo i comodi privati: una faziope.H 
teme, l'altra li guerreggia; ed osai cadono o<|Éti 
dalla prìma, oppressi. dalla seconda. Il resto della 
illustre schiatta dei signori idaCaldora peregrinò per 
ritalia, cercando neiresereizio delle armi*queironore 
6 quegli agi, cbe la fortumi le piy«va rajpiito. 

Tra i fuj^schi Napoletani, che segairono oltre 
le Alpi la contraria sorte di Giovanni d'Angìò, no- 
veraronsi nn Beffile del Giudice, un Giacomo Galeotto, 
ed un Niccolò conte di Campobasso, della chiara 
stirpe di Blonforte , che aveva apparato la milizts^ 
sotto la disciplina di Iacopo Caldora, e le cui spoglie 
erano state il prezzo dell* ultima defezione del Picci- 
nino. Tutti costoro non mostrarono nella difesa dell' 
Angioino in Francia minor fedeltà e fortezza di 
quella che avevano mostrato in Italia. Quando la 
resistenza diventò Inutile, Beffile si condusse ai ser- 
vigi del re di Francia, Giacomo e Niccolò con 420 
compagni recaronsl agli stipendii di Carlo 41 Teme* 
rario duca di Borgogna, e con gran fama di valore 
lo servirono alla battaglia di Sfontlbéry (2). Bentosto 
le perpetue guerre tra il duca e i principi vicini, e 
le frequenti ribellioni, e i continui mali umóri dei 
sudditi resero il nilnisterio di entrambi i condot* 

(1) A. di Costanzo, XX, 514. — Summonie, Ist 4* Nap. I . 
V. 464 (Napoli 1675). » 
(9) Mém, de Cominci^ 1. L eh. VI, — Sismondi , Hist, det 
I Freme, t XIV. 430, 



186 TAm QUARTA. 

fieri napololaxii sempre .pm gradito àgli occhi d^ 
Carlo il Temerario ; né la bravura e 1* accortezza 
loro tardò fd acquistale a ciascuBO di essi ubo splen- 
dido luogo in quella corte, divenuta il ritrovo dei 
più famosi venturieri d'Europa. Furono però molto 
diverse le estreme loro vicende. Giacomo seguitò fe- 
delmente nell^ buona e nell'avversa fortuna il suo 
signore. Morto che questi fu , prese partito col re 
di Francia , e nell'atto di procurargli colla propria 
A. 44S8 schiera la vittoria di S. Aubin du Cormier, fu uc- 
ciso gloriosameate(i). Pia rumorose venture ^be il 
Campobasso. . 

Già era egli pervenuto ai primi gradi della milizia 
presso Carlo il Temerario, quando un di, essendosi 
con troppo calore opposto a certa di lui opinione, ri* 
portonne uno schiaffo. 11 duca, come d'ingiuria fatta 
a un uomo privato e suo dipendente , wm ne fece 
caso e smenticoUa; il conte compresse l'alto sdegno 
nel petto, e ravvivandolo tuttodì con nuova ira e con 
nuovi disegni di vendetta, riunì tutta la sua vita per 
venirne a capo. Però in»eme colla vendetta intendeva 
al proprio utile ed incremento. Presa occasione di 
afidare la Italia per assoldarvi mille lancio in servigio 
del duca, in Lione con un Mastro Simone da Pavia, 
che vi' esercitava la medicina, in Piemonte eoll'am^ 
basciatore del re di Francia trattò di dargli morto o 
preso il signor suo , oppure nel fervore della prima 
battaglia che succedesse, abbandonarlo con una gran 
parte dell'esercita. Il re di Francia, non solo di- 
sprezzò come false o vane codeste proposizioni , ma 

(t) Sismondi^ cil. l. XV. p. 55. 



CA.FITOU> qOlWtÙ. l'87 

- t 

lealò dì fwsene 410 merilo presso il dnea col manìfe- 
stargliele. II duca anzi che farne caso, trasse motivo 
dalle accuse del re di sempre più anKire e favorire 
il Campobasso. 

Poco stante Carlo y Temerario era disfatto dagli . 
Svizzeri a Grandson ed a Morat, e cogli estremi 
sforzi del suo Stato poneva l'assedio alla città di 
Nancy. In queste estremità Niccolò di Campobasso 
non si scordava dei suoi propositi di vendetta; e me- 
diante molti artificii mandava in lungo l'oppugna- 
zione, ed incitava sottomano gli Svizzeri ed il re di a. 4477 
Francia contro il duca di Borgogna, ned era appena 
sopraggiunto al soccorso della piazza il duca di Lo- 
rena con un eletto esercito di Svizzeri e dì Tedeschi, * 
ch*egli ritornava alle pratiche da traditore. Propose 
al nemico di dargli preso morto il duca di Borgogna 
a piacimento, e il suo esercito in rotta: domandò per 
sé una condotta di 400 lande, una provvigione di 
centomila ducati, quanta ne aveva allora, ventimila 
scudi in dono e una contea. Mancò poco che il ne* 
gozio, dopo essere stato lungamente maneggiato, non 
venisse scoperto per opera di un prigioniero, che 
prima di andare^ al supplizio voleva palesarli^ al duca. 
Per la qual cosa Niccolò, rotti gli indugi, esci dal 
campo con i60 compagni, e con carri e carrette ru- 
bate ai contadini trincerpssi a Condè presso là Mo- 
sella in aspettativa degli avvenimenti. Ma nel partire 
dagli alloggiamenti del suo principe, vi aveva ben 
egli lasciato uomini fidatissimi col segreto incarico di 
trarre in fuga le schiere, tostochè fosse ingaggiata la 
zuffa, e di uccidere il duca. Qual esito abbia avuto 
la battaglia, ognuno il sa: di Carlo il Temerario non 



1S8 PAUTB QUARTA^ 

rimase più traecia: e Niccolo di Campobasso sbrama 
Bel sangue e negli averi delle soldatesche disperse 
la profonda sete di vendetta (1). 

(i) p. Smit Vsiosea», HUf, \, I. p. 344,-^Goia)AM, IV. i3» 




CAPITOLO SESTO 

UtMm ptatinmÉi, del due* I^Iot^hhÌ dMlAgiè 
mMÈm calAte del re Carle ^Ul. 

A. 1464-M94. 



hcafa Piccinino — fiAitrro]^oMfio Cotuom t- Feoebico 

D'URÌimO — ROBERtO DA SAIfSEVEÉBVO. 

I. Ultime azioni é morte di Iacopo Piccinino. 

n. Morte di Tiberio Brandolini e. di Francesco Sfbiiei: e 
loro qualità. 

In. Bartolomeo GoUeoni nel castello di Malpaga. Va a Vene- 
zia a riccTere il bastone di capitano genemle. Accetta 
l'impresa propostagli dai faervseiti contro Firenze. 
Battaglia alla Molinella, doTC si adoptano le spingarde. 
Ultimi giorni di Bartolomeo. See qualità ^ silo test^ 
mento: sue opere di beneficenza. 

IV. Vana impresa di Carlo da Montone e ultimi suoi casi. — 
Gian Iacopo Triulzio è mandato in aiuto dei Fiorentini. 
Sue prime gesta. Toma a Milano. Tumufti qui^i su- 
scitati dai fratelli Sfonare dal Sanseterìno. Questi 
fogge, poi ritoma, poi fogge di nnoto, sostiene assedio 
in Gastelnuoto di Scriria, saWasi in Toscana, ^a gene? 
rale dei Veneziani. — Guerra di Lombardia e Romagna. 
Vittoria e morte di Roberto Malatesta. 

V. Imprese, morte e qualità di Federico da Montefeltto, duca 
di Urbino* 

^1. Guerra di Ferrara. Pace di Bagnolo. Tumulto dei s^co" 
manni< — Gongiufu de' baroni nel regno di P(apoli. Ro* 
berte Sansererìno accorre a soccorrerli: abbandonato 
dal Pontefice e inseguito dal duca di Calabria, congeda 
le sue genti e sì mette in salvo. I baroni napoletani 
Tengono sterminati. Il Sansererino muore combattendo 
contro i Tedeschi. 



CAPITOLO SESTO 

àUa emìmUk d«l re ^«rU Vili. 

A. 1464-1494. 



Iacopo Piccinino — Babtolob(eo Golleoni — Federico 
d'Uebino — Roberto da Sanseverino. 

I. 

Spentii digtiorì di Caldera e quei d* Marzano, abbat-^ 
tati gli Orsini ed i Sansever ini » infine colle prigionie, 
cogli esigli, coi supplizii, colle spogliazioni, a dritto 
e a torto, in mille modi, sotto cento forme di legge 
e di violenza atterrato tutto qnanto restava nel regno 
di Napoli di illustre e di potente, s^appresentava ancora 
terribile allo sguardo del re Ferdinando' quel Iacopo 
Pipcinino; al quale, oltre la grande fama ed i non 
piccoli domini! e i molti amici dentro e fuori dello 
Stato, accrescevano pregio e ardire le memorie del 
padre, del fratello, di Braccio, e di tutta la scoola in 
lai, come in un comune germoglio, riunite. Né dal 
Piccinino era pnnto ignorato l'animo ostile del re 
verso di esso lui; né gli esempi di tanti amici inde^ 
gnissimamente sterminati, e ancora il recentissimo di 
Marino duca di Sessa, contro ogni ragione, contro ogni 
onestà, contro i vincoli del sangue, preso e di^possessato 
per ordine del medesimo Ferdinando, potevano in^ 
durlo ad altro che a provvedere, mediante un pronto 
allontanamento, alla propria salute. Perciò, essendo 
venato il termine del primo anno della sua condotta^ 



^92 PARTE QUARTA. 

mandò siipplicando al dticà di Milsmo, acciocché Ì6 
volesse ricevel*e ai suoi stipendii e concedergli al- 
fine queHd Drusiana ctae da ben ()oiiidici anni gli 
aveva fidanzata. Nel niédesimo tempo ió pregava a 
spedirgli un personaggio di conto, alla cui protezione 
> affidai^, durante la propcia assenza, le terre posse- 
dute nel regno. Ciò conseguito, con SO0 compagni si 
incamminò verso la Lombardia^ ., 

Vivevano aiicof a nella memoria dei Milanesi le gestd 
'^^464 ^^ Niccolò Piccinino : poi, siccome quelle di Francesco 
e di Iacopo di lui figliuoli A rannodavano alla^dea di 
una libertà sognata o goduta tre lostri addietro» cosi 
vi rendevano grande e riverito il costui nome. Pro-^ 
ruppe adunque fuori tutta la città ad incontrarlo in 
trionfo^ e fra le grida di jBraccto e Piccinino aceompa- 
gnollo lietamente dentro le mura. Ma alcuni sinistri 
presagi e lontani avvisi avevano per via travagliato 
la mente del condottiero : talché a stento e quasi per 
forza aveva proseguito il cammino^ quantunque le 
città di Bologna e di Firenze se gli fossero fatte ga- 
ranti della fede di Francesco Sforza. Poco dopo il suor 
arrivo Iacopo ne sposò definitivamente la figliuola 
Drusiana ; ma stante la morte di Cosimo de* Medici, 
amicissimo del duca, le nozze si conducevano meste 
e silenziose. 

Al solvere della primavera rinacque in Iacopo il 
A i465 desiderio di rivedere le sue soldatesche* raffermare 
colla sua presenza le nuove àue possessioni dell'A- 
bruzzo, e quindi ritornare ai soliti esercizii del guer- 
rìero^ Colà, fra le squadre,, sotto le tende, od all'a-^ 
perto cìeloj gli pareva cbe fosse il suo regno, la sua 
patria, la casa sua; le pompe noiose di una regal 



cinroLO SISTO; 193 

Corte per loi non servivano se non se a rappresen- 
targli sempre sotto diversi aspetti una sola idea di 
Olio e di dipendenza. Cominciò pertanto dal mandare 
s NapoH il suo cancelliere Brocardo Fersteo* affinchè 
trattasse con quel re deHa sua rifenna« Costai dopo 
breve tenapo scriveva al Piccinino, e d'essere stato 
accidto con indicibili feste : avere il re dH quella cosa 
squisito desiderio : veni^ adunque sent'altri indugi a 
cogliere nuova gloria e nuovi favori n . 

A questa medesima fisolUzione era Iacopo eaiandio 
instigale ogni di dal duca Francesco Sfona : ma egli 
(narra un contemporaneo) « sempre mai ricusando 

• diceva allo suocero: Deh^ signor mtOt non mi vi 

• mandate j perchè tnai non ne ueeirò eft€ efli non / 

• mi faccia morire. E questo diceva per la guerra 

• granlo cbe gli avea fatto a posta del re Raineri (1). 

■ U prefato duca sempre dicendo, sopra détto mia HUa 

• oiidale, e non et dubitate. E cosi il povero capitano vi 
< andò ; il quale fu mandato alla beccberia; e nel 

• cammino lasciò la sua donna a Cesena e on suo 
« iigtìolo» ed egli andò a Napoli e menò se<!o uìn suo 
« Bgliolo. E nota che, andando egH in giù per atildare 

• a Napoli, UB figliolo del re si parti éà Napoli con ben 

■ 800 eavalli per venire a Milano a torre un'altra 
i figliola del detto duca, cb^ Taveva data per donna 

■ a un fratello di quello che andò a torla^..- Frdt'^ 
« tanto il. conte Iacopo entrò in Napoli, at quale fu 
1 fatto per quel re degli onori cbe fecero i Giudei a 

• nostro- signore Gesù Cristo la domenica d*olivo, e 
« poi il presero e mitero In croce. Cosi fece quel re; 

(t) Toleiacli del ve Beaatoe del éaca Giovanai di Anfiò. 
FoL UL 13 



Ì9S PàRTK QUARTA.. 

Egli venne incontro al dettò conte Iacopo con titnto 
trionfo, e condusselo in Napoli, e li stette b«n Ven - 
tiseUe giorni^ c^ni giorno crescradoglt gli onori, e 
stava tanto a mettergli le mani addosso per appet- 
tare il figliolo :e la sposa che .venissero al luogo 
sicuro. £ intendendo il re, cfae il figliolo e la sposa 
si erano formali in Firenze il giorno di S; Giovanni 
per vedere la festa, in quel giorno proprio fece il 
re Fernando pigliare il conte 4acdpo, che fu ai 2^ 
.giugno^ e lo prese in questo modo. 11 giorno di 
s»; Giovanni tra le venti e venCuà'oira gli disse : «. O 
iconfe laccfo^ io v'ho mostraU> tutto Napoli e tutte 
le mie cose; adesso voglio mostrarvi il mio tesoro • . 
E il conte pregandolo, che gli volesse dar licenza 
oramai, e gliela aveva domandata più fiate, ed egli 
lo teneva a eiancie per aspettare il figliolo e la 
sposa, come è detto di sopra. E condusse il detto 
conte laeopo nel castello, e quando furono in una 
sala, il re tolse licenza da lui, dicende: « ritornerò 
subito •. Partito che fu da lui; sopravvenne una 
frotta di Catalani armati, e caeeiarona le inani a 
petto arconte Iacopo dicendo: « Sta fbrtei eonte 
Iacopo^ tu sei prigione del re 9, E eon ireste parole 
fu messo in prigione egli e t!;erli altri de'snoi. Ora 
la novella andè per tutta, quanta Italia, a tutti i 
sjgnorì, soldati, e cittajiHni. k «adunò rincresceva 
di tanto tradimento. I cavallari di e notte cammi- 
navano ora in qua ora in là. Chi diceva: « Egli Vha 
fatU> decapitare tot e il figliolo ». Chi diceva: e Non 
è vero ». Chi diceva: « egli sta ritenuto e il figliolo 
e la sposa dai Perugini » . Chi diceva di no. Alla 
fine la delta sposa stette in porto a Siena ben due 



CAPITOLO SESTO. i99 

f mesi e mezzo. Poi per comandamenlo del dnca di 
I Milano suo padre si mise in camimno e andò a 
e marito. E chi ebbe il male, suo danno ^ Per tutu 
e quanta Italia si diceva, che il duca di Mlaiko. rwea 
I mandaio alla beeehma e che il re di Napoli era sloto 
• Uboia (I) »• 

Cosi si propagò», cosi perpetiiossi Suo ai nostri tem<* 
pi cotesta voce nemica alla riputazione di Francesco 
Sforza: «so dei popoli trovare in ogni cosa materia di 
calunniare i principi ! Uso dei principi darne troppo 
sovente cagione ai popoli ! Appena adesso i documenti 
officiali pubblicati or (a venti anni da un accurato ed 
onesto scrittore ne danno diritto di lavare 11 nome di 
quell'illastre principe e condottiero da siffatta ingiusta 
imputazione. Que' documenti un maligno avrebbe 
potuto cotisumare, un incurióso disperdere, il fuoco, 
r aequa , l'ira degli uomini « le ingiurie- del tenipo 

(i ) Crist da Soldo. .903 (t. XXI). 

In questa opinione, oltre il Machiavelli, molto sollecito in- 
dagatore delle colpe dei grandi, s'accordano, tranne il Cagnola / 
{St. di Mil. p. 170) ed il Simonetta (1. XXX. 76^segg.) mini- 
stri ed intrinseci del daca Sfona, tutte le memorie dei tempi ; 
cioè i Giornali NapoUt. (t XXI. 1134), la Storia Naj>àeU 
(t XXIII. 333), la CronaM tFJgobbió^i. XXL 1009), fra 
Girolamo Borselli (jinn, Bmon. t XXUI. 89^), la Cronaca 
di Bologna (t. XVIII. 760), il Diario di Ferrara (t. XXIV. 
209), Gian Battista Pigna (St. de* Principi d'Este, l.'VH^. 
581), Angelo di GosUnzo (Sl di Nap. 1. XX. 515)*, Paofa» 
GioTÌo {Blog, viror. 1. II. 905), ML AnUmo Sabelltco (Kit- 
nead. X. 1. V. p. 31$), e per finiria, U €orl^ (part. IV. 811), 
che, pure dedicando le sue Storie a uiio Sforza, racconta 
che «tutto fa per opera del dnca, il qnale già dopo la morte 
«sua temeya, che la egregia virtù del Piccinino, qnale ayea 
«nelParte della guerra benevolenza non solo in Itn^ia e Lem* 
«bardia, ma anche in Milano, non fosse dannosa a^figlivoli». 



196 FàRTB QUARTA. 

avrebbero potuto distruggere le mille volte: per 
giungere infino a noi dovettwo trionfare di tutti 
questi pericoli durante tre secoli e mezio : a tanto 
tenni fili è talvolta attaccata la storica verità ! 
S'era il dqca veracemente pacificato col Piccinino: 
^' dato gli aveva in isposa la figliuola ; dato gli aveva 

90 migliaia di ducati in dote, ed onorevole ospizio 
di molti mesi in corte; né l'animo buono, sebbene 
incostante e tumultuario, di liacopo, insieme con le 
carezze della consorte, aveva tardato a conciliargli 
l'amore ^1 vecchio duca bisognoso di acquetare in 
dolci afifetti gli ultimi giorni di una vita agita tissima^ 
Dopo essersi perciò affaticato per ottenergH dal re di 
Napoli condizioni di assoldamento vantaggiose al pos- 
sibile, l'aveva Francesco Sforza, nel congedario, rac* 
comandato colà a) proprio oratore Antonio da Trezzo, 
affiqchè questi vedesse modo di fargli coilseguire la 
riferma e le altre cose promesse dal re, e di integrarlo^ 
intrinsecarlo e incorporarlo neìi* amore deHa prefata 
maestà (1). Oltre a ciò assegnò a Iacopo per compa- 
gno Pietro Posteria, acciocché nel viaggio gli valesse 
di schermo. Con questi favorevoli auspizii Iacopo se- 
parossi dallo suocero. 
Traversata felicemente l'Italia, a Sulmona lasciò la 
3 <magg. moglie Drosiana, da Benafro a Tiano fu accompa- 
gaMo da D. Enrico figliuolo del re, ed era ancora 
dlstaoite parecchie miglia da Napoli, quando il re 
stesso, gli si affacciava a cavalk) con tutta la corte e 
il coniglio, e dopo molti baci e vivissimi amplesM lo 
scorgeva In persona fino alle stanze a lui destinate. 

(0. Rosmiaì, St. di Mil. Doc. XXV. 



CAPITOLO SISTO. 197 

Ci ha n tenpo consenralo i disptcd , nei quali An-* 
toBìo da Treno non senaa mote letizia racconta al 
duca di BfHano le particolarità di Codesto accogli-^ 
meato degno di ogni gran principe: e ancora oi è 
dato di leggere la lettera icritta da Iacopo medesimo al 
suo suocero afSne di partecipargli « le grate aceo- 

< glientie, honore et eareae per qvesto serenisrfmb 
• signor re a me per reverentia de la 8. V. faele »| 
e come per i'intermesao del Biocardo e del Posteria 
si fosse il re piegato a sborsargli subito Vt.OOO daeatl» 
ed a fargli delle restanti sue paghe un assegno con* 
▼eatekte; e* come egli avesse pifestato al re medesimo 
SODO ducati: t U ehe ho bcto volentieri, et non so- 
« hmienle de qilesto* ma del sangue proprio li eom^ 
i piacerla » ; e come fosse stato creato rieerè dell^ 
Abrazio; tantoché gli paresse « d*esser cesi contento' 

< come mal fosse a li di della mia vita (i) «. 

Cosi il misero, raggiralo tra sempre nuove feste e 
onoranae s'Hiàdeva sull'orto del precipisio; né so-* 
spettava pure f che a vibrare il colpo il re pia noar 
attendeva, se non che Ippolita figlinola di Francesco 
Sforza, avviatasi da Milano per venire a sposare un 
sao figlitìolo 9 si trovasse fuori dsi confini di Lom- 
bardia« Il giugnere degli sposi a Kena diede come H 
segnale all'imprigionamenlo del Piccinino. Nel me* 
deslmo giorno Francesco Sferza ricevè la lettera -de' 
suoi ambasciatori, dove questi gliene davano Facerba 
DoveUa, ed uno studiato e pomposo dispai^cio del re, 
dove queini, dopo avere acoosalo il condottiero di 
tradimento» di imelligenze cogli Angioini, e di trame 

(1) Rosmini, cit. Doc. XXVII. 



1 98 PARTE QOA.aT4. 

eoi bs^oni ribelli^ rendeva conto al dinca dèlia sua 
presura, e gii concluderà dovere da essa dipendere 
la salute di Mtrambi, aiizi quella di tutta T Italia. 
-. Bieno dì dolore e di raccapriécio* tosto il duca ri«* 
Spose al Trecso e al Pusterla, impòifendo loro« che 
senza^ indugio si presentassero al cospetto d^l re* e 
h) pregassero e lo scongiurassero per l'affezione, pel 
parentado, per Tenore comune « di risparmiare i 
giorni di colui che, reo. od innocente, erai pure il 
genero delFamioo suo, e pur dianzi era stato accolto 
a Milauri) ed. a Napoli con faste. E che penserebbe 
ritalta dell'animo di Feascesco Sferza, conoscendo 
l'amistà che, passa tra lui ed il re di Napolif Orrenda 
taccia di traditore soprastargliene, etisie, che quanta 
aequa fo$$$ in PÙ non la potrebbe lavare. Le tante 
fatiche sostenute da Francesco Sforza in servigio 
della casa d' Aragona aspettare ben altro premio. 
Donasse il re la persona del prigioniero alle preghiere 
del vecchio suocero, il quale, se cosi piacesse, ne 
guarentirebbe la fede colla parola di tutti i prìncipi 
d'Italia, con tutto lo Stato, colle persone dei proprii 
figli, con tutto se stesso ». * 

Né a ciò contento, scrìve tosto ad Ippolita di sos- 
pendere il suo viaggio, ed invia verso Napoli il figli- 
uolo Tristano coU'inoarico di visitare per istrada i 
principi d'italìa, purgare presso di loro il nome pa- 
terno da qualsiasi imputazione, e -ottenerne racco- 
mandazioni in favore del Piccinino: quindi con esse 
presentarsi al re Ferdinando, e peroragre con tutti 
gli spiriti la salute del cognato, fifa pur troppo Iacopo 
Piccinino sì era circondato di tale grandezza, che sa- 
rebbe stato pel re troppo pericoloso il farlo prigione 



CAPITOLO SESTO* Ì99 

senza ucciderlo. Uno schiavo moro col laccio fio 
troncò la vita. 

Si sparso poi voce, che il settimo giorno di luglio* 
volendosi egli appigliare alla grata delia prigione per 
eontemplare il combattimento di due navi, cadesse 
dall'alto, e si rompesse una coscia. ÀI Trezzo, che 
instava di vederlo» si concesse per grazia di esser» 
vario da lontano nel carcere senza parlargli, mentri 
che i medici ne curavano la piaga e ne presagivano 
male, ed egli gemendo se ne lagnava. A Tristano, 
che appena giunto chiese in ginocchio al re e a tutta 29iu|ii* 
ia corte il corpo vivo o morto del cognato, non fìi 
mostrata di Iacopo Piccinino che la salma puzzolente 
e verminosa. Tristano domandò allora, che almeno si 
rimettessero in libertà il figliuolo Francesco, il can- 
celliere Brocardo, e gli altri più intimi seguaci del 
condottiero, che erano stati arrestati insieme con lui. 
ed ancor vivevano : su ciò gli vennero date vane 
parole : ma i miseri non più furono veduti. 

Come il duca di Milano ebbe piena conoscenza .di 
tutto il successo, rimase compreso di sdegno e di stu- 
pore meraviglioso. Sulle prime deliberò di affidare alle 
armi le sue vendette , richiamò da Siena la figliuola 
Ippolita^ e dispose ogni cosa per rompere il parentado 
concluso col re di Napoli, e voltargli contro le forze 
di mezza Tltalia: poscia le preghiere dei Fiorentini e 
dei papa» le supplicazioni medesime del re, e la in- 
ferma vecchiaia, che lo avrebbe impedito di condurre 
la guerra in persona, lo ridussero a sopportare in 
pace rinusitato scorno. Tale è la più probabile espo- 
sizione della morte di Iacopo Piccinino, il quale mori 
vittima soltanto del re Ferdinando: altre cplpe pe- 



SOO naxK qoaata. 

sano sol eapo di Francesco Sforza, sensa aggjiiingemi 
quella (1). 

Fu Iacopo dotato di agile e bella composizione dì 
membra, e di subito e forte ingegno; in qualche parte 
si mostrò inferiore del padre» in tutto dappiù del 
fratello» che di pingue natura, prodigo del proprio e 
dell'altrui, era sovente maestro dì crapvla e di rapina 
ai soldati. La miserabile morte del Piccinino, essendo 
accaduta in un tempo, in cui le arnù tacevano per 
tutta la «penisola, gli accrebbe coUa compassione la 
fama, e segnò il punto della totale sovversione della 
scuola bracciesca. Infatti, giusta i^ì ordine gii prima 
dato dal re, tutte le sue schiere venneiro inopina- 
tamente svaligiate e disperse: il seguilo della pace, 

(1) Rosmiai, cit. Doc. XI^V-UI. -- Grist. da SoMo, 904. 
•^Porzio, Congiura de* barom. 

Dal prefato Rosmini (Doc. XXXIX) è rìportat^i per disteso 
una lunga canzone, composta in barbaro italiano, per la morto 
del Piccinino ; nella quale il poeta invita a parte a parto 
ciascuna contrada d'Italia a piangerne il caso. Eccone'ìl pnn* 
oSpio: 

1. (c Pianga el grande e '1 piccinino 
De'Bracesehi e ogni soldato, 
Poiché è morto il nominato 
Conte Jacom Piccinino. 
9, Piangi omai casa Bracesca, 

Piangi donna del Grifone, (Perugia) 
non e' è più ohi ihma accresca 
Oggimai di tua naticme; 
Poiché é morto el graù campione 
Capitano e sommo duce; 
Specchio al mondo quale luce 
De ogni franco Paladino. 
3. Piangi tu, nobil signore 
Di Ferrara etc.v 



CAPITOLO SESTOé SOI 

le arti del medesimo re, e la calata dei Francesi com- 
pirono l'opera. Di tutta la infelice stirpe dei Piccinini 
Don rimase altro che un figliuolo postumo per nome 
Gian Iacopo , che Drusìana sposa e vedeva quasi a 
un tempo partorì alla corte del padre qualche mese 
dopo Taocisìone del marito (1). 

II. 

Tre anni avanti la uccisione del Piccinino, era 
Piacenza stata testimone di un'altra non meno cru- 
dde di nn non meno valoroso condottiero. Ricorderà 
elettore, come nella precedente guerra TibertoBpn- 
dolini, nipote o bisnipote del famoso Brandolino stato 
UDO dei restitutori della italiana milisia, si fosse ri- 
dotto dai servigi dei Veneziani a quelli di Francesco 
Sforza, e quindi si fosse affaticato a confermarlo in 
seggio. Pari al valore erane stata fino allora la fede; 
posciachò ed egli erasi partito dai Veneziani dopo 
averne ottenuto formale licenza , e prima di passare 
agli stipendi! del nemico aveva voluto svernare in 
territorio neutrale alla Mirandola. Ma questi suoi 
ineriti istessi insieme ad una certa sua asprezza ed 
alterigia di modi, come ne rendevano il ministerio 
utile aei gravi pericoli, cosi gli conciliavano astio, 
tostochè questi per opera sua fossero stati superati. 
Avvenne che il popolaccio di Piacenza, gravato da 25R«nn. 
enormi taglie e illuso da una falsa nuova deUa morte ^^^^ 
del duca Francesco Sforza, si sollevò al grido di libertà, 
e scorrendo armata mano le vie fece quello che fanno 
le pazze plebi, arse i registri, demoli i luoghi dei 

(1) Joh. Sìmonett. XXXI. 766. 



t03 PARTB QUARTA. 

daziif malmenò coloro che li riscuotevano. Il gover- 
natore dena città, non potendo a prima giunta op- 
porre alcun direttQ rimedio alla sedizione» fece mostra 
di approvarla, e giurò tutti i patti <^e la moltitudine 
gli chiese. Con questo espediente calmò alquanto gli 
animi infiammati: intanto egli em{Heva di armati la 
città. Quando gli parve ogni cosa in pronto, e clie al 
popolo fosse troncata la strada di fuggire e di resistere, 
eomiuciò a mandare i faziosi sulle forche a quattro , 
a sei, a otto per volta. Terminati i supplizil, siccome 
il Brandolini ne era stato principale ministro, cosi 
pensò di versarne sopra di esso tutto Todio, e l'of- 
ferse vittima al popolo confuso e arrabbiato. 

Detto fatto, il misero capitano sotto l'accusa dì es* 
sere di accordo sia coi ribelli di Piacenza sia cogli 
Angioini di Napoli, venne balzato dal governo delle 
armi nel fondo di una torre. Quivi stentò sette mesi; 
in capo al qual tempo un bel nettino fu rinvenuto 
colla gola tagliata» e accjiato a lui una daga spuntata 
e sanguinosa. Allora chi damiiiava fece spargere la 
vocCf che stanco della prigionia si era egli medesimo 
con violenta mano reciso la vita. E cosi tutti ripete* 
reno; ma ninno vi prestò credenza; anzi all'orecchio 
si bisbigliava , essere gli sgherri entrati per qualche 
cosa in quella uccisione, e ciò per ordine spreto 
del duca di Ullano, al quale non potevano guari an* 
dare a versi cotesti capi di ventura^ turbolenti sempre 
e sempre di peso, massime a coloro a cui avessero 
procacciato un trono. Del resto quando in Piacenza 
si celebrarono gli ultimi uffici! alle spoglie . di Ti- 
berto Brandolini, la plebe solita non solo a confidare 



CAPITOLO SESTO. 803 

a un'altra vfta 11 castigo delle oppi^essioni sopportate 
in questa , ma a vederne colla fantasia anticipati 
^egai^ credè di scorgere attorno la bara del morto il 
dMDonlo sotto forma di un velloso nuistino» che rin- 
glnando lo mioacdava (1). 

Pochi mesi dopo la morte del Picesaina seguiva per ^ «^r.*^ 
effetto d' idropisia quella del duca Francesco Sforza, 
eapitamo per ingegno, per fortuna e per fama superiore^ 
a qualsiasi dei suoi tempi e di molti secoli addietro. 
Sebbene vissuto nelle armi, fa il primo a procurare 
alla Lombardia riposo e stabilità, primo con Alfonso 
d'Aragona e Cosimo de'Medicì a stiingere in una lega 
tutta l'Italia; da privato divenuto principe, seppe, me* 
dìante il forte e savio suo modo di governare, farsi 
scusare il tradimento di cui si era servito per elevar- 
si, e, non ostante alcuna sua crudeltà e frode, con- 
s^uire in tempi corrottisùmi l'e^tmazlone di uomo 
giusto. Di avvantaggiata statura, di ben complesse 
membra, agilissimo lielle armi, nella lotta, nel corso; 
parco di sonno, di vitto, e ii parole; acuto nel risol- 
vere , circospetto nelF eseguire , mori dopo essere 
uscito vincitore da%22 fatti d'armi, e colla corona in 
fronte di Milano, di Genova e della Corsica. Liberale 
dell'oro , come quegli che asseriva non essere nato 
per lare il mercatante , le private lussurie e i pub- 
blici inganni ricopri collo innalzare chiese, riattar 
vìe, costrurre ponti, alimentare letterati, e preporre 

• 

(1) Alb. de Ripalta, jnn. Piaeent. 912 (R. I. S. t. XX). 
—Job. Simonett. 1. XXVlL 734. — Croi», mite, di Bologna , 
744. 748. - Ann. Foroliv. 226 (l. XXII). 



SO^ PARTE QUARTA* 

Lod risto CriveUi e Gioiraniiì Simonetta a scrit^e^* le 
proprie e le paterne gesta (I). 

Quanto alle compagnie di ventura, Francesco col 
nome del padre riunì la scuola sforzesca sotto di sé» 
crolla propria virtù l'esalti e se ite cattivò raffezione, 
e colle forze del principato la sottomise di sorta, che 
alla sua tnorte essa parve come annietitata; 6 in ge- 
nerale, la millda italiana, tranne alcuni pdcbì con* 
dottieri, restò smembrata sotto oscuri capisquadFa. 
Quanto al dominio da Ini acquistato, pochi lustri ha-^ 
starono ad abbatterlo; i suoi figliuoli» dopo avere 
regnato con infemiaj caddero con infamia vilmente» 
aprendo il paese allo straniero. Vide l'Italia nel giro 
quasi di un mezzo secolo un Galeazzo Maria avvele- 
nare la madre, e poscia restare scannato ai piedi degli 
altari; nn Ludovico il Moro avvelenare il nipote», 
usurparne lo Staio , e qiiindì perderlo» ricuperarlo » 
riperderlo e terminare la vita di là dalle Alpi in 
nna oscura prigione; un Ma^imìliano fatto giuoco 
di Svizzeri e di Tedeschi passare in Francia ancor 
esso in sembianza di prigioniero f un altro Massimi- 
liano perire di veleno a Firenze, e con un Francesco 
Sforza, come reo giudicato, come servo vissuto, spe- 
gnersi il seme dominante deH'illastpe famiglia, cui là 
bravirra e la operosità degli atvi avevano elevato dalla 
gleba al trono, e i vizi e la ignavia dei nipoti preci- 
pitarono dal trono nell'esiglio e nel dispregio. 

(1) Joh. Simonelt. 1. \^\l. 11S. segg.^Alb. de RipalU, 
916.— P. Jovii, Elogia, l 111. 222. 



CAPITOLO SESTO!. SO*^ 

'. III. 

Frattanto Bartolomeo GoIIeoni» l'iiiclHo condott 
tiero dei Veneziani, circondato dai vecchi suoi ca-> 
meraiì e da quell'Antonio Cornazzant che ne lasciò 
scritta la vita, beeva queste novelle sotto le nere volte 
del suo castello di Mal paga. Quivi a cerchio seduti 
intomo ad un ampio focolare, o sotto un folto ger* 
goiato fra le risa &i i bicchieri riandavano le passate 
imprese, ora ascoltanti ora narratori a vicenda, ora 
a' raccónti dell'uno aggiungendo le proprie avven* 
tare, ora nei correggerli quistionando, e nella qui^ 
stione suscitando nuova materia di attenzk)ne e lite. 
Cosi passavano insensibilmente dall'una all'altra sta^ 
gione dell'anno e beato l'ospite apportatore di alcuna 
novità t beato il primo a conoscerla, a ridirla, a com^ 
mentarla ! Cosi a mano a mano s'erano colà inlese le 
ultime gesta, e quindi le nozze, e il viaggio, e la uc- 
cisione del Piccinino ; cosi la morte di Francesco 
Sforza, i tumulti di Napoli, le reciproche gelosie de' 
principi italiani, ed i più lontani rumori di guerra 
erano colà stati cagione di straordinarie discussioni 
ed infervoramenti. 

Una sola volta s'era Bartolomeo spiccato per un à. 4457 
certo tratto di tempo da quel romito asilo, cioè tre 
anni dopo la pace di Lodi, allorquando la Signoria 
cbiamollo a Venezia per fregiarlo del titolo e delle 
insegne di suo capitano geaerale. Jtecovvjsì in compa-' 
gola di seicento de' più famosi caposquadra, soldati e 
famigliari suoi. Venhergli ine^atro sulla laguna il 
doge, il consiglio, gli oratori delle città suddite e dei 
princìpi amici, e tra le grida del popolo affollato nelle 



206 PkKtt QUARTA. 

gondole, alle finesrre, sopra i tetti, e fin sopra le 
grondaie del canal grande, lo menarono nel tempio 
dì S. Marco. Terminati ì sacri uffici, levossi il dòge 
in pie, e togliendo il bastone del comando dalla ta-i 
vola dell'altare, e porgendolo al condottiero, « Per 
autorità e decreto deireccellentissima città di Vene- 
zia, di noi Principe e del Senato, gli disse, impera- 
tore e general capitano di tutte le genti e armi nostre 
da terra sarai tu. In segno della tua podestà prendi 
dalle nostre roani con buono auspido e ventura questo 
bastone militare, e sia tua cura e impresa di mante^^ 
nere e difendere con dignità e decoro là maestà, la 
fede e le ragioni di questo impero. Tu uè provoca- 
tore né provocato eziandio, fuora del nostro mandato, 
verrai coi nemici a decisiva battaglia : bensì, purché 
non si tratti di offesa maestà, ti concediamo sopra 
tutte le schiere libera giurisdizione e balia § (1). 

Ricevuto umilmente il bastone del comando, fiar- 
tolomeo fece una convenevole risposta ; quindi il doge 
lo guidava sino alia uscita del tempio, e tutto il con- 
sìglio e una parte del senato io accompagnavano in 
mezzo a lieti suoni alle sue case, le quali a pubbliche 
spese gli erano state magnificamente apprestate. Al- 
lora si diede principio ai conviti, alle danz«, alle 
giostre, alle illuminazioni, infine a tutte quelle pompe, 
che Tetà passata vagheggiava come bene, e che la 
moderna rifiuta come dissipazione. Ma nel termine di 
dièci gionii tutto questo simulacro di vita «vani; anzi 
essendo il Colleoni ritornato a Malpaga, ad altro non. 
gli valse che a rendergli, mediante il paragone, più 

(1) Spino, nta del Cd(eoHt\ V. 160. 



CAPITOLO SESTO. 207 

amara la ordinaria inoperosilà. Solo qiiel di in cui Ve- 
nezia o qualsivoglia altro Principe gli avesse affidato 
col bastone del comando il carico di una gloriosa 
spedizione, quel di, taiite votte presagito e V9namente 
atteso, gti avrebbe à suo {Mirere reso, come più ono- 
revole, cosi meno acerbo il morire. A lui privo di 
prole, ricco di immensi averi, in ogni altra parte fé* 
lice, una cosa aneora^ sembrava mancare (e questo ^ 
era il quotidiano ^o pungolo ) cioè di sigillare con . 
una segnalata fazione quella fama, che, se i contem* 
poranei nella universale mancanza di capitani gU tri- 
butavano , ben egli nel suo segreto sapeva di non 
avere del tutto meritato. 

Alla fine l'occasione» d'onde meno Bartolomeo se a. 4467 
lo pensava, scaturì. Il senato di Venezia, persuast> 
dalle istanze dei fuorusciti fiorentini, cupidi di rienr 
trare colle armi nella patria, dalla quale la propria 
ambizione e l'altrui li aveva espulsi, fece mostra di 
licenziarlo a metà paga. Tosto egli, parte coi denari 
proprìi, parte con quelli ricevuti dai suddétti fuorusciti 
e dalla repubblica, radunò gii antichi segnaci; e^ fat« 
tane una massa di 8000 cavalli e 6000 fanti, li mosse 
sopra la Toscana (I). Per via gli si congiunsero isi-> 
gnorì di Porli, di Faenza, della Mirandola e di Carpi, 
qaei dell'Anguillara testé spossessati dal Papa , e in 
fine Ercole d'Este ed Alessandro Sforza, tutti già av- 
vezzi a sostentare col méstìero del condottiero il prin- 
cipato, e coi vantaggi del principato le squadre, ed 
ora dalla lunga pace ridotti in pericolo di perdere 
l'uno e le alfine. 

(1) Jao. Gardinalii Papiens. Comment. 1. 1IT. p. ^59 Tersa 
(Medìolani 1521). 



208 PARTK QUARTA, • 

Passato il P09 Bartolanieo invase il Bolognese; mt 
iCmagg. quivi si ìtovò a fronte Federico d'Urbino, dichiaralo 
capitano generale delle schiere alleate di Firenze, del 
Pontefice, del re di Napoli e del duca di Milano* Ck>« 
minciò allora da una banda e dall'altra una serie 
di marcie e di scaramuccie , a cap^ delle quali 
fu presa giornata aUa.Molinella. L'ardore naturale 
dei combattenti, l'ordine dato da Federico di non 
concedere quartiere, e il novello uso delle spingarde 
colà impiegate sia dal Golleoni solo, aia, eom' altri 
afferma , da entrambi i capitani , resero la mischia 
sopra ogni altra di que' tempi sangoinosai (1). Queste 
spingarde, che prima erano messe in opera quasi 
unicamente nelle oppugnazioni delle piasze, BarUrio- 
liieo collocò sopra piccoli carri alla coda deiresercito : 
tostochè erano caricale, le schiere a un cenno dei 
capi restringevansi nei fianchi, e davano luogo ai loro 
colpi. Del resto erano lunghe Ire cubiti^ e tiravano 
palle, narrano, alquanto più grosse di una pruna. 
Tali furono i primordii delFartiglieria leggiera, che 
a lungo andare diventò quasi l'arbitra delle battaglie. 
Frattanto cotesto trovato procacciava al Colleoni \k 
taccia di barbaro e di maligno (3). 

(1) Dimo Ferrarese, 211 (IL I. S. t. XXIV ).- Pigna , 
5/. de'Princ, iFEsU, l. Vili. 582 (Ferrara, 1670). -A. Cor- 
nazzani, Fila CoUi, l. IV. — Corio, VI. 819. — Cron. d'JgoÒ- 
bio, 1013. —Sanato, 1184. — Jac. Gardln. Papiens. CommcnL 
ìli. 364. — Gagnola, St. di MiL'p, 178. 

(9) P. JoTit, Ehgia, III. 237 (Basilea, 1571). Fn in que- 
sta guerra, che Federico iii re de' Romani diiese e pilennf 
dal Colleoni on sajTOCondotto per recarsi a Roma colla sua 
comilÌTa. A questa TÌltà era caduta in Italia la potenza im- 
periale! (V. il docnm. appo lo Spino, op. cit. p. 255). 



CAPITOLO SESTO. 209 

Dorò adunque ferocemente il contrasto fino a notte 
oscura; venuta la quale, avresU mirato quattromila 
uomini d'arme in boon ordine quasi a giostra coni* 
battere al lume dei torchi e delle faci, Fipalinente 
Fon condottiero invitò Taltro a posare l'armi, e di 
comune accordo si suonò a raccolta. Mutossi^ allora 
quasi per iqcanto la pcena, q come in teatrale spetta- 
colo vidersi dalle opposte schiere uscirei capitavi ed 
i soldati toccarsi la imuao, e epi)g^tular^i vicende « 
volmente della conservata saluta {\ ). Peròl^ battaglia» 
benché in sostanza rimanesse ipd^^, bastò a rom-> 
pere i divisamenti e le speranze del CQlleonj e dei 
suoi fautori. Infatti «essendosi egU sul^ito dopo ritirato 
in un luogo inespugna||ile^ vi consumò tutto Tanno 
a fronte delle genti uemicbe, Aa^bè. la f pia» te ma<« 
lattie, il verno e le mqtue gelof jp non le dispersero » 
e il Papa non obbligò tutti ^.far pace, aptto.pena 
di scomunica a chi la rifiots^se. ^ei capitoli di, questa 
pace ordiqavasi, che incontaiiente tutti gli Stati d*l<* 
talia giurassero tra di loro un'alleanza olfonsiva e 
difensiva per la propria conservazione e per lo ster- 
minio dei Turchi ; e conducessero per capitano gè* 
nerale Bartolomeo Colleoni collo stipendio dicento* 
mila ducati. Assentirono tutti alla prima condizione 
dell'alleanza ; ma la seconda del capitanato, sia come 
ignominiosa (e cosi si diceva), sia come troppo pro- 
fittevole ai Veneziani (e cosi si pensava), venne ricu- 
sata. Fu perciò mestieri al condottiero di tornare con 
poco accrescimento di fama nel tranquillo ricetto di 
Malpaga ; dove mescolandosi con molto gusto nelle 

(l) Baldi, rUa di Feikrico, VIIL 99, 
rol III. 14 



210 PARTE QUARTA. 

dispute giornaliere dei letterati, degli astrologhi, dei 
filosofi e dei guerrieri, che quasi a comune ospizio 
vi si raccoglievano, sovente colla pronta chiarezza 
d'idee, che in parte aveva ricevuto dalla natura « in 
parte aveva acquistato iielVesercizio della guerra, ne 
congiungeva o separava d'un motto le sentenze. 

Quella solitudine, sceverando il CoHeoni dai rumori 
del mondo, ne r^e più grande il nome; ned egli, per 
quanto venisse sollecitato in contrario da Prhieipi e da 
città, sostenne mai più d'abbandonarla. A tale effetto 
Luigi X| re di Francia gli propose di assoldarlo, colla 
condotta di mille eavalli e colla paga di duecentomila 
corone, depositandole nelle mani ebe egli stimasse 
pia sicure: non minori patti gli mandò^ in iseritto 
nell'anno I4f73 il duca Carlo ìì Temerario, il quale 
gli aveva già conceduto di unire al nome del casato 
quello di Bótgogna^ e fu sovente sentito ad esclamare, 
che si chiamerebbe fortunato di apprendere sotto un 
tal capitano la mHizia italiana (I). Sieiia, il Papa, il 

(i) Spino cit., VI. 937. A prima giunta i! Golleoni assentì 
ai capitoli propostigli dal duc^a, massime per laf speranza 
datagli ài oecHpare • ritenere il ducato di Milano. Poscia, 
persuaso àa^le preghiere della aignoria di Yenexia, non 
pose Ift cosa ad effetti. La somma àv essi capitoli .impor^ 
tava: che il duca di Borgogna condnceva a' suoi servigi 
Bartolomeo Cofleoni, col grado di suo capitano e luogo- 
tenente generaFe per lo< spazio <fi tre anni, e colla paga dr 
ducati d'ora 150 mila all'anno, pagabili di mese in mese e 
dal momento in cui Bartolomeo si muovesse da' suoi' aUog-» 
giamenti per passare in Borgogna: che il duca gli avrebbe 
dato Stato e signoria nelle proprie terre: che assicurava a 
lui ed alle sue genti le stanze , fo strame e le altre esigenze 
solite: che nei caso in cui la repubblica di Venezia fosse 
entrata in qualche guerra, gli avrebbe dato licenza di* ri- 



CAPITOLO SESTO. Jli( 

duca di Milano, il re Renato d' Anj^ doniironlo del 
proi^rio stemma e nome: Venezia conTermollo d'alino 
in anno per tutta la sua Vita nel capitanato generalef 
delle soldatesche da terra coiraggiuntà di diecimila 
ducati airannp; In fine le solitarie mura di Maipagai 
visitate da principi, da ambasciatori e da illostri per* 
sonaggi che da ogni parte vi traevano per cagione di 
affari o per riverente curiosità^ diedero non di radot 
similitudine di regali dimore; e celebri ndle menio^ 
rie dei tèmpi furono le giostre e le éa<teie clesimur^ 
late battaglie, colle quali il caùoto condottiero ora vi 
accoglieva Borso d'Este, ora i figliuòli éA duca di 
Milano, ora Gristiand principe di Danimarca. 

Del resto Bartolomeo Colléòni, veggendòsìimpe-* 
dito dalla fortuna di perpetuane nei pròprii figliuoli 
e nipoti qael nome, di cui era tastò geloso^ pensò di 
immortalarlo con opere di benéficèmsa, le quali per 
lui ricchissimo ed alieno daUe^ vive fabcende e dai 
caldi affetti diventavano ili ^evto: modo come un ne- 
cessario sfogo. Perciò eresse un lenipio alla Basélla^ 
fabbricò due monasteri a Sfailinengè, stàbili a Ber* 
gamo un luògo pio di 3000 ducati d'entraita per ma- 
ritare domselle, ornò di rari itlàrmi e della propria 
statua la cappella di s. Giovanni Bafifista su quella 

tornare ft servirla. " Per l'altra parte il €o1lèoiii proitietteva 
di servire il duca con lOOO vernini d'arme e 16U0 £anti ar* 
tiioU et in punto ttUa costuma di Halia^ senz'obbli^ di pas- 
sarli in mostra, ma solo di farli vedere al duca Mua volta 
all'anno in battaglia: e si riservava^ il dritto di disporne à 
suo piacimento, senza fenderne obbedienza ad altri che alfa 
persona del duca. 

11 contratto fu sottoscrìtto in Brùgeè, idei '17 di gennìfià 
1473 dal duca Carlo : ed è riportato dallo.JSptno ci^. a p. 969. 



piazza, costrutee e datino ad uso pubblico una gran 
parte della propria lerra'di Rumano, donò alla città di 
Bergamo i bagni solforosi di Trescore ed il canale 
dei mulini. Tutto ciò rimase a prova della bontà e 
della potenza di eotest'uomo, a cai la pace, anziché 
levare, aggiunse lode e autorità. 
La morte troncò il corso alle beneficenze del Gol- 
3 9bra leoni, quando già da sei anni la signoria di Venezia 
eoU'aseriverlo al maggior Consiglio gli aveva dato 
quanto, salva la libertà propria, si poteva. Restarono 
di lui tre figliuole tra legittime e naturali, tutte e tre 
maritate nella famiglia dei Martinenghi, in altrettanti 
chiari ed amati suoi capitani. Tra esse Bartolomeo 
distribuì i due terzi del patrimonio ; quattromila du- 
cati legò in dote ad altre due sue supposte; altri beni 
assegnò ad alcuni congiunti ; destinò quattordicimila 
ducati a monasteri, chiese e luoghi pti, tutte le biade 
dell'annata ai poveri delle sue terre, tutti gli ar- 
nesi di casa ai suoi provvigionati e famigK. Oltre a dò 
rimise i. debiti a tutti i suoi massari e lavoratori; né in 
tanta liberalità si scordò di un Snion pazzo e del Gian- 
none, uomini della sua casa i più vili, delle cui facezie 
talora dilettavasi. Delle rimanenti sostanze, cioè pel 
valsente di 216,000 ducati, dichiarò erede la repub- 
blica di Venezia, coll'aggiunta di un credito di 70,000 
ducati, e d'altri 40,000 in contanti, i quali servissero 
ad elevargli una statua , e collocare in matrimonio 
povere donzelle. Però la sua effigie equestre scolpita 
dalla, mano d'Andrea del Verròchio ancora ne rac- 
comanda sulla piazza dei Ss. Giovanni e Paolo la me- 
moria allo straniero (l). 

(1) Una mattimi questa stataa fa ritrovata con un sacco 



GAtlTOM) StStO. M 

iMtori il CoUeoni di grande elk, coinpittto qoasi il 
quhitodecliiio lustro, nm tuttavia cosi robusto, tÌÈé 
passeggiava ogiiì mattiBa pel tratto di ben cinque 
miglia. Ebbe occbi neri e penetranti, corporatura 
diritta, alta e ben complessa, pelame anziché no fo- 
sco e sanguigno: nei lineamenti poi, ndl'andare, 
nell'atteggiarsi una cefta virile boirtà gli traspariva, 
che al primo tratto si ooneiliava livèrena ed alfet 
zione. La universi^ voce lo tacciava di sovercUa pro- 
pensione verso le femmine; e già dicemmo de' suoi 
amori colla regina Giovanna. Narrasi a questo propo«- 
sito di lui una risposta a dki gli riferiva ohe il duca 
di Mitano Galeazzo Maria Sferza lo aveva beffato ài 
cotesta sua debolezza ; « anzi k> mollo più ni mera*- 
viglio , che egli in cosi giovane eia da tanto odio ria 
preso verso le donne, che né anco abbia potuto sop- 
portare in vita la propria madre ». 

Da ultimo non si vuol tacere Fentusìasmo, coFquale 
la nobile gioventà d*ltaiki cercava sotto la disciplina 
del Colleoni non meno l'onore che Tobblio delle !!«• 
rannidi domestiche; né passeremo sotto silenzio che 
furono suoi allievi i Milanesi Giorgio Lampugnano , 
Girolamo Olgiato e Cario Visconti, finché, morto lui, 
tornarono in patria alla uccisone del duca Galeazzo 
Maria, e al proprio supplizio (4). Quanto alle squa- 
dre lasciate da Bartolomeo dopo di sé, non sofferà 

in ispalla e ant sco|ia in nuuio, forse pet aUiuione aUa ra- 
pacilà esercitata in vita dal condottiero. Spino, VI. passim. 

— Corio, VI. 828. — Navagero, 1 145. — Sanalo, 1191. 1203. 

— P. Jovii, Elogia, 237. — A. Cornaz. cit. V. 25-31. 

(1) V. la confessione deli'Otgiato fatta poco avanti la sua 
morte e riferita dal Kipamonti e dal Corìo. 



91^ PA&TE QOARTA. 

nero elleno altro eapo a <iomaiidarIe, eke la memoria 
e la rivereiiza^ dell' «stinto ducè: e cosi doraroop 
quattordici anni nnHe agH stipendi! di Venezia. 



IV. 



< * 



. Qiietava di questo modo 1- Italia, tranne alcuiìa 
i* 1477 contrada tra Roma! e NapoH, da ogni strepitò di 
guerra; quando Carlo figliuolo di Braccio da Mon- 
tone« uscito dagli sttpehdii dei Veneziani, formava il 
disegno di insignorìrsi di Perugia. Gliene davano ar» 
dire gli esempi paterni , le esortazioni di parecchi 
cittadini suoi partigiani» le oiancie dei fuorusciti pari 
suoi, il sapervi amato e riverito il nome di Bi^ccio, 
e il vedere s^ stesso potente in armi, e la città pel 
lungo riposo quasi inerme. Con quéste speranze su- 
però l'Apenninò : ma essendosi i Perugini affrettati a 
confederarsi con Firenze, invano Carlo mise in oper^ 
ogni suo sforzo per espfttgnarll. Per la qual cosa, dopo 
A. 4478 avere depredato il Sanese, ritornò ai soldi di S. Marco. 
Quivi, con molta bravura, non solo difese dai Turchi 
le terre, del Friuli, ma ricaooìolli nella Bosnia (4). 
Essendo poi stato Tanno seguente spedito dai Ve*- 
jieìianf in soccorso de' Fiorentini , tal confusione 
destò nel costoro esereito eoUa nmmoria delle fa- 
zioni di Braccio e di Sforza, che per minor male 
la repubblica gli. diede licenza di partire e guerregi- 
giare Perugia. Ma questa volta, in cui pareva ogni 
cosa apparecchiata per coronare i suoi desiderii, gli 
furono essi impediti primieramente da una gravissima^ 



(t) Ammirato, XXIII. iH,^Diar. Parp^ens. %Ui%, XXII), 
Machiav. Storie Fior. YH. W. 



CAPITOI.O 8KST0. SIS 

inferniità, e quasi sulrfto dopo dalla morte. Rimasodi ^lA^ 
lui UD figliuolo per nome Bernardino (I). 

Ben altre trame frattanto venivano in luce^ ultimi 
e individuali conati di una moribonda libiertà. San- 
guinose congiure contaminavano dapprima Ferrara 
e Genova, poscia Milano, poscia di nuovo Genova, e 
alla perfine Firenze; nella quale Giuliano de' Medici 
truccato appiè degli altari lasciava al fratello Lo- 
renzo insieme col vantaggio della vendetta la signoria 
intiera della patria. Andata a male la trama , il papa 
e il re di Napoli, che ne erano stati fautori, dichiara- 
rono guerra a Firenze, che non indugiò aiar gente, e 
ad invocare l'aiuto di Venezia e di Milano. Comandava 
i Napoletani e i Pontificii Alfonso duca di Calabria; 
reggevano l'esercito fiorentino Ercole d'£ste, Roberto 
Malatesta e il conte di Pitigliano. Bentosto si uni loro 
con una eletta squadra di Malanni quel Gian Iacopo 
TriuUio , che illustre per ram gesta* col grado di 
oiarescìallo di Francia, col, soprannome di gromde. 
dopo avere provato tutto ciò .che l'ambizione umana 
può porgere di dolce e di amaro, sotto altro cielo 
mori. Qui riassumeremo di lui le prime vicende: più 
tardi la sua storia non può venire scompagnata da 
quella di tutta l'Italia. 

Nato verso il i^i di illustre prosapia, educato nei 
primi studii insieme con Galeazzo Maria Sforza, Gian 
Iacopo Triulzio ebbe Ì9 ultime guerre della Lom- 
bardia e le gesta medesime di Francesco Sforza per 
iscuola di quell'arte^ nella quale doveva sublimarsi. 

(1) Delle liberalità di questo Carlo da Montone discorre 
a loDgo Franceaco Filelfo in una sua lettera del 1459 {Epv, 
I XIV. f. 105. verao). 



S16 PARTE Q0ARTA* 

A. 1 165 Giovane di rion ancora cinque lustri, passò con molti 
compagni in Francia per soccorrenrì il re Luigi XI , 
allora forte implicato nella guèrra detta del pubblico 
bene. Stavano entrambi gli eserciti a fronte in aspet- 
tativa di una battaglia^ allorché due nemici di gigan* 
tesca statura esdrono dalla ordinansui, e dopo molte 
bravate sfidarono a duello gli Italiani. Presentaronsene 
due al paragone, ma furono abbattuti al primo scon» 
tro ; e già i vincitori fra le rìsa se li portavano via, 
quand'ecco il Triulzio gettasi tutto solo sopra di essi, 
li atterra, li disarma, e in un batter d'occhio rìtoglie 
loro la preda e Tenore del conflitto (I). Sfuggi in 
questa occasione ai Francesi un detto < essere cioè 
gli Italiani in guerra più che uomini • ; la qual sen- 
tenza non sarebbe del tutto sconvenevole, se la guerra 
si potesse maneggiare da individui alatamente. 
Ritornato da quella spedisione, Gian Iacopo sotto- 

A. 4468 mise al duca di Mllafno i signori da Correggio, e ne 
ottenne in prenììo il comando di una squadra d'uo- 
mini d'arme: quindi senta mai distaccarsi dal servigio 
degli Sforza militò sotto Federico d'Urbino nelle 
guerre della Romagna. Ma in breve le lussurie e 
crudeltà del duca Galeazzo Maria lo stancarono di 
maniera, che per fuggirne almeno lo spettacolo de- 
liberò con alquanti amici di peregrinare in Terra 
Santa. Forni questa impresa, viaggiando e combat- 
tendo a un tempo cogli uoidini e colla fortuna. Ap- 
pena ripàtriato, seppe che il suo prìncipe era inteso 
ottobre a impadronirsi della terra di S. Germano, e corse a 
raggiungervelo. Arrivò , quando già le soldatesche 

(1) Rosmini, f^ita del Triulzio, 1. 1. p. 16. 



CAPITOLO 3B8TO. 217 , 

colle scale levate s'àppreMavano alle mura per mon* 
tare all'assaHo. 11 Trìulzio, non potendo aprirsi loogo 
tra la folla degli 4issaliCorì» li esortava ad adoperarti 
virilmente ed a procacciarsi colia vittoria onori è ric- 
chezze. Udi le alte parole Roberto Sansevérino gene- 
rì^e deireseroito ; e sdegnossi che un giovinetto ap* 
pena col pelo sul mento venisse ad arringare le sue 
schiere; però gettògli un motto: « valer meglio mo« 
strare coi fatti, che non ostentare colle ciance ». « Né 
io sarei qui, ma là sapra le mura, se questa gentaglia 
non mcf lo impedisse, rispose il giovanetto affocato 
nel viso ». Tosto il Sansevérino gli fece far largo: e 
incontanente il Trìulzio buttasi nel fosso, appoggia là 
scala al muro, e solo fra tutti si avventura a salirla. 
Giuntone a mezzo, un trave precipitollo abbasso; egli 
rilevossi di presente, e tornò a salire; e già tra Io 
stupore e l'ansia del compagni toccava il labbro delle 
mura, allorché perla seconda volta veniva rovescialo 
nel fosso e gravemente ferito, an/t più presso a morte 
che a vita. Intanto la gente inanimata dal suo esem- 
pio si impadroniva della terra. In premio di quest'a- 
zione Gian Iacopo fu creato capitano di cavalleria (I). 
Morto poi il duca Galeazzo Maria, fu egli a mano a 
mano nominato senatore, membro del Consiglio se- 
greto, e finalmente, stante il valore dimostrato nel 
riacquisto di Genova, fu scelto al governo delle lan- 
eie spezzate^ ufficio di somma confidenza. 

€on questo grado, venne il Trìulzio, come di- a. U78 
cemmo, spedito al campo fiorentino ; dove la man- 
canza assoluta di ordine^ di consiglio e di accordo 

(1) Rosmini, Fita del Trìulzio ^ p. 38. 



91.8 PARTE QUA&TA. 

rese sempre vano o malgradito qoakiasi disegno un 
po' generoso ch'egli proponesse ({): a»zi (né si sa 
bene se la perfida trama fojsse ordita dai suoi coUeghi 
o dai nemici) la mano di prezzolati si<;arii giunse 
a insidiarne ì giorni. In conclusione Gian Iacopo 
siancossi di una vita, nella quale i travagli ersi^o 
grandissimi, il bene nullo; e, colta l'occasione di una 
tregua, abbandonò il campo, e affrettossi verso Mi- 
lano , dove avevano frattanto dato origine a molte 
novità le pretensioni di Lodovico, Ascdnìo, Ottaviano 
e Sforma duca di Bari, fratelli dell' ucciso Galeazzo 
Maria. Avevano costoro col seguito dei propril ade- 
renti formato una congiura allo scopo di spogliare 

(1) Da una lettera di qnesto limoso capitano ai duchi di 
Milano, potrà il lettore rilevare con qual disordine ed in<^ 
fiufficiensa si conducessero allora le guerre. « Vidi, egli dice, 
«questa gente de' signori Fiorentini venire con uno tristis- 
«isimo ordine per modo, ch'io ne ebbi disgusto; sen^a or<- 
« dine alcuno l'uno homo d'arme lontano dall'altro. . . . spesso 
« una squadra meschiata coll'altra per modo ch'io non li com- 
f1 prendeva regola. . . , Una squadra era lontana dall' altra 
« mezo miglio, ^ 

«I soldati sono alozati ad lor modi l'uno lontano dall'al- 
fitro senza provisione, ne ordine alcuno, ne di guastatori , 
«ne de altre cosse expedienti, cum pochissima fanteria vi- 
fidelicet 700, de li quali non gli è centocinquanta cum le 
« corazine et arme expediente, et quantumche io li abia reque- 
«sto et instato più voltek, etc. ... 

(c . . . . Questi signori Fiorentini. . . . 'fìino vendere le 
« vicluaUa più caro sii possibile senza limitatione *di pretti 
«ad le robe, la moneta è grossa per modo li hanno mal 
« stare : poy questi signori Fiorentini sei vene robe in campo 
«ne della Lombardia ne d'altro, li fìino pagare tanti dazii, 
« chel è una meravìglia et che è pezo le reteneno uè le lassano 
(t passare Fiorenza etc. . . % » 

Rosmini cit. t, li. 1. II. doc. 9 e 4, 



mmou) sBsiro. -919 

AélìsL reggefisa la tedùva duchessa Booa, e tirare in 
«e tutta rautorità dello Stato. Di questa congiura, o 
fazione essi erano i capi : ipa il principale fondar 
mento dei lorp disegni consisteva ii|i Roberto S9a^ 
Severino capitano generde delle armi. 

Era questi con di^e altri suoi fratelli, figliuoli nai- 
tarali d'un potente barone napoletano, stato sospinto 
dalle discordie della propria patria a cercarsi un rir 
fQgio in Lombardia. Quivi il suo valore, e la ^ua no- 
biltà e destrezza, ed un parentado stretto^da lui con 
Francesco Sforza, l'innalzarono sotto il costui regno 
a tanta potenza, da recarne anzi che invidia pericolo 
ai successori (I). Infatti, non appena per la morte 
del duca Galeazzo Bfaria lo Stato pervenne nelle 
mani della duchessa Bona e di chi ne signoreggiava 
la mente, che Roberto si univa eoi* fratelli delVe-!* 
stinto duca, e prima macchinava in segreto, poscia, 
levata la maschera , afferrava le armi, radunava se<^ 
guaci, e dentro Milano stessa fortificava le soe case, 
e dava principio alle violenze. Già il sangue pareva 
in procinto di scorrere per le vie, quando la du- 
chessa mediante una tregua riusci ad addormentare 
e dividere i congiurati; siccbà l'uno dell'altro dubir 
tando, chi qua chi là, come volle paura» cercossi uoo 

(1) Pochi mesi avanti la morte M duca Francesco ^or- 
za, si eia Roberto obbligato ool re di Cipro di. recarsi co4 
700 cayalli 1000 f^inti a rapquistargli quel dominio. Il rp 
gli avoYa promesso 60,000 ducati di stipendio, oltre le spese 
del yiaggio e «il grado di campitane generale, ed oltre il carico 
di provvederlo di tutto il materiale delle armi da fuoco ^ 
da tiro, e di dne bombarde da .^MX) libbre di palla ciascun 
na, colle persone capaci a maneggiarle (Guichenon, Hù^^ 
géttéal, Preuyes, p, 395). 



S20 PARTE QOÀRlIk. 

«campo. Nelte firelta del fuggire Ottaviano Sfona af- 
fogò ndrAdda ; Ascanìo, il duca di Bari, e Ludovico 
detto il Moro, il quale era serbato a pia grandi vi- 
i^ende, elessero un volontario Miglio; Roberto San- 
severino , inseguito sempre alte spalle dalle genti 
della duchessa, riparò in Asti, e quindi in Francia: 
finalmente entrò in Genova, cui ribellò , poi por- 
dette (I). Uscitone, si eonginnse coi fratelli Sforza, 
>i;o«io e ravvivò la guerra civile nella riviera di Levante; 
iinclìè, essendo venuti a maturanza eerti loro ma- 
neggi pel disusato giogo delle Cento Croci, passano in 
Lombardia , e prima occupano Tortona colle terre 
attorno, che a Milano ne arrivi il sospetto. 

Quest'improvviso colpo spaventò in guisa la vedova 
duchessa Bona, che si precipitò a far pace coi con- 
giurati, ed a rimettere in loro podestà , per cosi dire, 
» lutto lo Stato. Ma da questo momento appunto co- 
minciarono le sue vendette : posciacbè non tardò la 
buona fortuna a generare tra i vincitori i soliti effetti 
delle gare, bielle discordie e delle nimistà. Insomma 
Roberto Sanseverino entrò un di furiosamente nel 
consiglio della Reggenza, e chiese che senza indugio 
gli fossero accresciute le paghe e si cessasse ona 
volta di anteporgli nel comando uomini di sangue 
vili, d^opere codardi. Non avendo conseguito ciò che 
domandava, sbuffando e minacciando corse a Castel- 
nuovo di Scrivia , luogo di sua dominazione. Quivi 
sritrmii. posc Riano a radunar soldati , innalzar fortificazioni, 
guadagnarsi gli animi dei fuorusciti genovesi, se- 
durre i signori del Verme ed i Rossi da S. Secondo, 

(1) Rosmini» yiia del Triulzio^ \. 1. due. 41. 



1451 



CAnrOLQ SB8TD« tÌl 

e trascInflrH ad aperta ribeiltooe. Allora rigetta le 
proposte di accpnio nandategU dalla Reggeoza^ si 
dichiara affatto contro di essa, ne arresta i corrieri, 
ne apre i dispacci , manda la contrada a ferro e a 
roba , e si ride delle ìntìmaaioni fatteglr di bando e 
di confisca. In tali contingenze la Heggenza formò 
un esercito, elesse a governarlo Costanzo Sforza e 
Clan Iacopo Triulzio , e lo inviò contro il Sanseve* 
rino. Né quelli indugiarono a cingere Ostelnuovo di 
stretto assedio; ma quando la terra fu in necessità di 
arrendersi, Roberto colla spada alla mano apertasi la 
via si mise in salvo (4). 

Sciolti da quel pensiero , i capitani milanesi si 
voltarono sul Piacentino e Parmigiano, e vi si insi-- 
gnorlrono delle terre possedute da Pier Maria de* 
Rossi. S'era egli messo sotto la protezione dei Vene- 
ziani. Questi presero da ciò motivo per opprimere 
il duca di Ferrara, sotto scesa che li impedisse dal 
sovvenire quel loro raccomandato. Rnppergli perciò 
guerra, e in cotesta guerra tutta Fitalia partecipò. Il 
papa Sisto IV perla brama d' ingrandirsi alle spese del 
duca di Ferrara; i Genovesi, i Sienesi e il signore di 
Rimini per rispetto del Papa si aderirono a Venezia: 
Napoli, Milano, Firenze, Maniova e Bologna stettero 
dalla contraria parte. Costoro dessero a condurre la 
guerra Federico d'Urbino : i Veneziani chiamarono 
da Siena al loro servigio col grado di luogotenente 
generale Roberto Sanseverino (2), e gli diedero per "*^^^^^^ 

(1) Donali Bossii, Chr. (Milano 1492, senza num. di pag). 
— Cerio, VI. 852. —Rosmini, cit. I. HI. 96. 

(3) Colla paga di 80,000 ducati, e con gli sterài vantaggi 
già concedati ai CoHeoni, Jlosintiti, cit. 1. IIL doc. 31. 



3;.'j»io 



compagno bernardino figliuolo di Carlo da tf pnioBé» 
Rapidi progressi segnalarono a prima giunta le 
fatiche di questi due capitani. Occupato il Polesine 
dì Rovigo, occupato Comacchioe Lendlnara^ dopo un 
lungo assedio sulla fronte di Federico d'Urbino s*im« 
padronirono altresì di Figheruolo; per lo che oramai 
le loro scorrerie si distendevano sino a'^Ferrara , ef 
molto più in là ne sarebbero andate le armi, se va 
esercitp napoletano capitanato dal duca di Calabria 
non avesse astretto il Papa a richiamare piucchè in 
fretta alla difesa di Roma Roberto Malatesta con tutte 
le soldatesche della Chiesa^ Vennero queste a bat- 
21 a?os taglia col nemico a Civita Lavina presso Velletri. 
Prima della mischia, scòrse il Malatesta tra i capi-* 
squadrai un giovinetto di nobile presen^^ e riccamente 
armato. Chiamatolo a sé, gli domandò ehi fosse. 
« Son Gian Iacopo Piccinino, rispose il garzone ar- 
rossendo V. « Ebbene! sclamò Malatesta, eccoti una 
bella occasione di vendicare nel sangue aragonese 
r iniqua morte del padre tuo » < Detto fatto , conse*^ 
gnogU il destro corno e mandollo alla pugna : com- 
mise il sinistro ai fuorusciti del regno di Napoli , 
riserbò la battaglia a se medesimo. Entrambi gU eser- 
citi combatterono a lungo con disusata costanza e 
ferocia. Alfine V arrabbiata foga del Piccinino e la 
superiorità delle fanterie pontificie, che, inframmet* 
tendosi a' cavalli nemici , sbudellavanli alla sicura * 
costrinsero i Napoletani a volgere le spalle. Roberto 
Malatesta , accolto in Roma a triolifo, dì fatica , o^ 
come si disse, di veleno ministratogli invece di pre- 
mio, vi mori (i). 

(1) Alb. de ttipaltir, 9erì (t IX). - Samito , 1432.— Ma- 



€A^m>tò LESIVO. tìÉ 

V. 

Poche ore dopo la morte di Hoberto Malatesta mail- ^0 fut 
cava in Ferrara d'infermità Federieo d*Urbino« emulo 
del padre di lui Sigismondo, e principe, inforno al 
quale restò in dubbio se meritasse maggiori lodi dalle 
arti della pacQ ovvero da quelle della guerrdf. lialo 
nel 1422 d'illegittimi natali da Guid' Antonio da noflh 
tefeltro, signore d'Urbino, di Cagli , d'Agobbio e dì 
Casteldarante, i nomi di Guido, di Nolfo e degli al-» 
tri suoi antenati, saliti a fama ed a potenza nel me- 
stiere delle armi, Inclinaronlo fino dai primi anni 
verso questa professione. A ciò lo spingeva edandio 
, la necessità; posciachè l'orbine sua Tesdudeva dal 
seggio paterno in concorrenza d'Oddantoaio figliuolo 
legittimo* Al varcare deirinfanzia ebbe per maestro 
Ventorino da Peltre , il pia illustre institutore di 
quel secolo nelle buone lettere e nel gentil sentire. 
Quindi una giovenile amistà da lui contratta con un 
Ubaldino della Carda ed un Guidazzo Manfredi lo 
indusse ad entrare sotto la disciplina di Niccolò Pic- 
cinino, che militava al soldo del duca Filippo Maria 
Visconti. V'entrò come nomo d'arme , s^lo , senza 
seguito, senza danari, senz'apparécchi. Poco stante, 
essendo morto il padre d'Ubaldino della Carda, e ri- 
mastane perciò vacante la compagnia, il Visconti ne 
distribuì il comandp tra Ubaldino medesimo e Fede- 
rico. Eìn allora l'età di lui verso i sedici anni, e bol« 
liva gnerra tra Milano e Venezia. Il giovinetto con 

chiav. Vili. f98.*-Jac. Volatcìt. Diar, Rom. p. nS (R. I. 
%. I. XXI I^. 



324t PABT£ QUiATi* 

quel grado guerreggiò bravamente nel Bresciano 
contro il Gattamelata , accompagnò U Piccinino in 
Toscana» e stava appunto occupato a trasportare ar- 
tiglierie nel Casentino» quando accadde la disfatta di 
Anghiari. 

Essendosi perciò rivolti gli sforzi dei vincitori verso 
la Marca e la Eiomagna, ei li sostenne valorosamente» 
massime contro Sigismondo M alatesta , cui ruppe a 
Montelocco, e spogliò con ardito colpo di S. Leo, for- 
tissima piazza, che rimase poi s^npso nelle sue mani. 
Di qui i rudimenti della mortale inimicizia tra Si- 
gismondo e Federico» superiormente accennata. Fé- 
' dorico militò poscia sotto il Piccinino neir Umbria, 
pugnò con Ciarpellone, e dopo la funesta giornata di 
• Montelauro difese per ben 48 mesi la città di Pesaro 
dalle armi unite di Francesco Sforza e dal Malatesta. 
k, H44 Da Pesaro un inaspettato evento portello alla signo- 
ria di Urbino. Avevano gli abitatori di essa ucciso 
Oddantoniu fratello di Federico, e vendicato in un 
istante le oppressioni di molti anni: Federico entran- 
dovi fra le acclamazioni del popolo» giurò perdono 
e obblio del passato : e una nuova era di prosperità 
cominciò non meno pei sudditi che pel principe (i). 

Era uso dei signorotti della Romagna» che, non po- 
tendo colle rendite dello Stato sostenere il decoro 
conveniente ai proprio grado , vi so{)perissero colle 
paghe e cogli acquisti da cpndot|iero; i sudditi, nu- 
meroài » agguerrili e poveri, di buon grado li se- 
guivano ad acquistarsi nelle guerre di fuori oro ed 
onore. Talora quei signorotti concedevano per certo 

(1) Baldi, Fita di Federico d'Urbino, L. L 



CAPITOLO SESTO. 2Ì^ 

prezzo ai maggiori' principi la facoltà di reclutare 
soldati nelle praprie terre: pia spesso, parte col co- 
mando, parte colle aHeltative, essi medesimi ne le- 
vavano il numero pattuito, e li guidavano al soldo 
altrui. A tale effetto di tempo in tempo si scriveva 
sui raoM il fiore della gioventù: al.sopraggiuugere 
di utt pericola , al crescere della sua condotta , il 
signore chiamava a servirlo la quantità d'oomini oe- 
cessaHa , somministrava loro vesti ed armi , distri"^ 
buiva la presta , ed ecco la compagnia fornita (1 ). 
Co^ le nrìliaiedi Urbino^ di Rimitti, di Faenza e di 
Città di "t'asteHa venivano mantenute a «pese di Mi- 
lano, di Venezia « di Fkenie e di Roana : né ad un 
bell'uopo mancavano esse alla difesa della patria: 
imperocché il medesimo principe sditamente le co- 
mandava fuori, e le reggeva dentro; sicché anzi pel 
continiio uso della guerra vi si rendevano più atte. 
Aggiungasi la proteaione e la stima, che il principe 
si conciliava {presso gli Stati da lui serviti. 

In questo modo il nuovo ufficio. di eonte dì Vr* 
bino, anziché rimuovere Federico dall'esercizio di 
condottiero, >gli prestò i mezzi onde professarlo^ con 
maggior vantaggio e magnificenza. Morto NiaiH>iò 
Piccinino, accette egli eoli' assenso del Papa da 
Francesco Sforza (il quale non era ancora àum \ìi 
Milano) la condotta di 400 lancio e di altrettanti 
fanti, a comune 'Oonaer^zipne degli. Stati. QuhI fede 
gli serbasse , rieeltaindo hii perseguitato e mitero 

' » I ' * ' 

(1) Cron, à'Jgobbio, p. 996 (l. XXI). - tìaldl, Fila dì Citidó- 
baldo duca d'Urbino, ì. IX. 121. Vili. 78. - Sacchetti , No- 
vella, 119. 

roL III. 15 



226 PARTE QQÀAtà. 

ndle proprie terre, sovyeoenéolo con tolte ie sue 
forke , rifornendolo di arme e di viveri , epperciò 
appunto esponendosi all'odio ed alle ostilità di tutta 
la Lega, già raccontammo. Partito lo Sforza per la 
Lombardia, Sigismondo Malatesta fece ribellare Fos* 
sombrone a Federico. Ricuperolla questi in ^po a 
tre di: le sue soMatesehe smaniavano dalla voglia 
di mandarla a ferro ed a sacco ; Federico lo vietò 
sotto severe pene; però, mentre, per le vie va a viva 
lorza ritraendo *gli armati dallo ingiuriare i cittadini, 
s'abbattè in un gruppo di gente furiosa, che trascinava 
a morte con mille strazii colui ch'era stato il capo 
della rivolta. Federico il conobbe» e tosto accorre, 
gettasi in mezzo alla folla, fa salire ingroppa lesela* 
gufato e lo salva. Indi a pochi giorni , addoppiando 
henefizii a benefizi], lo creava suo tesoriere (i). Con 
simiglianti azioni Federico da IfonlefeUro si procac- 
ciava quella fama di buono- e di magnanimo , cui , 
grazie al cielo, né la forza , né la fortuna bastano 
a far conseguire. 

Aggiustate le sue cose. Federico mffifò con ugual 
fede ai soldi di Firenze , di Napoli , del Papa , di 
Venezia e di Milano. Aveva il re Alfonso giurato di 
non accettare ai suoi servigi vernn condottiero ita- 
liano senza riceverne malleveriar: ma essendosi pre- 
sentata l'occasione di assoldare Federico d'Urbino, 
il re , anziché rimaner privo di tanto capitano , o 
mancare al suo giuramento , impegnò , narrau , se 
medesimo ai proprii tesorieri. Sotto gli stipendìi della 
Chiesa, Federico terminò la mortale sua contesa con 

(1) Baldi, Fiia di Fedetieo, ). il. 90. 



cAPnou) sBftTO. t27 

Sigismondo IMtala testa. Di> costui già narranfemo ab- 
bastanza le male opere e qualità. Ora è dovere no* 
stro di soggiungere , che una certa feroce severità 
neiramministrafe la giustizia, una certa magnificenza 
nel trattare, neiredificare, in ogni suo fatto, unita 
alla grande riputasione ottenuta neU'esercijsio della 
guerra , gli aveva conciliato appo i sudditi più ri- 
verenza che odio; massime che a paragone dei go- 
verno uniforme^ per quanto aspro e disastroso, di 
Sigismondo , slava davanti ai loro occhi l' esempio 
delie vicine terre della Chiesa , non mai ferme sia 
nel servire sia nd viver libero, ora insanguinate da 
temporanei tiranni, ora smembrate da cieche fazioni, 
ora spogliate da governatori insolenti (4)i 

Adunque Federico, mosso e dal proprio interesse ^- 1^^^ 
e dagli esprèssi comandi del Papa, voltò tutto il suo 
nerbo contro Sigiaoiondo, ed avendolo vinto al guado 
del fiume Cesano in decisiva giornata, io ridusse a 
implorar pace per gran mercè. 11 Papa gliela con- 
cedette a patto che, rinunziando a tutti gli altri pos- 
sessi, ritenesse solam<^nte a vita la signoria di ttiniini. 
Ciò concluso, Sigismondo passò in Levante ai soldi 
della Repubblica di Venezia^ a cercarsi nella lonta- 

(1) Fa per lungo tempd attribuita a Sigismondo l'inyeit* 
zione delle bómbe j eoli' appoggio dei passo famoso di Ro- 
berto Yaltiu'io alnvtntum est machina^ pioque kujusce tuunn 
« Sigismonde PandtUphe , qua piUe tenete tormenuvrii pulveris 
«piena cum fungi (iridi fomite urentis emtituiitur » (De re milit. 

I. X. 267). Ora è conosciuto che Sigismondo altro non fece 
che perfezionare le palle incendiarie, formandole di broni^o 
anziché di legno, come si costumavano prima del 1400. Y. 
Promis, Dissertai. II aWAtckitett, di Francesco di Giorgio (t. 

II. 166). 



228 PARTE QUARTA. 

nanza dei luoghi e nello strepito delle armi per cosi 
dire Tobblio della sua presente abbieaione. Morto Sì- 
gismondo, Roberto Malatesta dì lui figliuolo illegit* 
limo entrò in Rimini come soldato ddla Chiesa; ma 
appena entrato, protestò che la città era sua, e s'allestì 
a difenderla. Federico, con una famosa vittoria ripor* 
^^Ai69^ tatané sotto le mura sui pontificii, gliene confermò 
li possesso (1). Più tardi poi il medesimo Roberto 
non solo si pacificava con Roma , ma ne diventava 
capitano generale; e già narrammo la vittoria da lui 
conseguita a Civita Lavina, e Timmaturo suo fine. 

Tali furono in compendio le gesta militari e politi- 
t;he di Federico da Montefeltro: ora eoo maggior gusto 
diremo delle sue qualità e delle sue opere di pace. 
Piacevole per natura negli atti e nelle parole, affinava 
egli, narra il suo biografo, cosi questa benignità na- 
turale collo stadio, che pareva ricevere il beneficio 
allora appunto che l'impartiva altrui. Libero e schietto 
di modi, cattivava fede alle sue parole colla bontà del 
costume. Nel guerreggiare accorto e spedito, e, come 
allievo di Sforza e del Piccinino, partecipe della ve- 
locità d*esecuzione e della alacrità di pensiero del- 
Tuna scuola, e della esattezza e circospezione del* 
l'altra. Perlochè il papa Pio ii, alludendo a un occhio 
da lui perduto in non so qual giostra , asseriva , ve- 
der Federico d'Urbino con un occhio solo più che i 
nemici con tutti e due. 

Nei mesi di riposo Federico trattenevasi parte a Ur- 
bino, parte nelle corti dei principi amici, amato dai 
nazionali, riverito dagli stranieri. Il re di Napoli 

(1) Baldi, Fila di Fedcr.^ IX. 161. 



cjoTsouy SESTO» 139 

Ferdinando oitiDilo^déiL' Ordine deirErmelUno, il re 
d'Inghilterra di quello delto Giarrettiera, il Papa del 
litolo d» du(^ ivasmessibile al fi^uolo. Immense poi 
furono le rìcctiezze.da loro donalegU, o da lui rac- 
colte sia nelle prede sia nelle condotte delle genti da 
gnerra. Con esse egli abbellì là sua Urbino di una 
splendida eorte e di un duomo, decorò Agobbio di 
00 regale palagio, perfeiionò le fortìfieaziìoni dello 
Stato, cinse di mura due parchi presso le rive del 
Metro, innalzò al cuHo di Dio il convento di S. Ber-r 
nabò, impose termine o principio ai ducali palagi di 
Cagli, della Carda e di Casteklurante: infine una m»T 
{unifica biblioteca piena d'ogni specie di iibrf e mano- 
scritti con inticiùle fatica e spesa ragunati restò per 
testimonio' ddll'ànìnio suo veramente grande e gene-^ 
roso. ìié mai la piccola Urbino alveva veduto nel suo 
seno tanto splendore d'arti , tanto guato di lettere , 
tanta copia di valentuomini in ogni umano eserci- 
zio (4). N 

Queste lodi Federico ebbe in grìEin parte comuni 
con molti principi della sua età t ma dò che fu pro- 
prio di lui, furono gli esempi di alto e gentil costume, 
e le virtù dell'uomo privato non fseoippagnate dagli 
uffici! ddl'ettimo principe. 'Infatti sotto il suo regno 
uomini fidatissimi erano da Itfi deputati ft perlustrare 
tratto tratto il dominio al fine di agevolare i matri* 
moni! delle povere fancinlle, sopperire ai bisogni dei 
luoghi pii, scoprire e soccorrere i cittadini bisognosi, 
straccarichi di famiglia^ per vergano muti, o cui, 
repentino e indegno dìsaisitro minacciava. A. questi 

(1) Càstiglìene, it Cortè^iàmo^ 1. I.'pnncip.-^BaliU, f^ita 
di Federico, VII. 46. . 



930 PARTE QCàETA.' 

deputati era sempre aperta rudiiBii;ia appo il principe. 
Olire a ciò, egli medesimo, sia che passeggiasse a ca-t 
vallo, sia a pie per le vie, non isdegnava c)iiamare a 
sé ora questo ora quel cittadino, e intrattenersi fa*^ 
migliarmente delle sue faccende, e sovvenirlo di 
consiglio e di denaro, e se per caso il vedesse inteso 
ad innalzare qualche fahhrica di momento, fermarsi 
ad esaminarla e profferirgli aiuto per compierla. In- 
somma Federico consegui in real^ quello che deve 
essere, ed è il più sovente scusa effetto, il desiderio 
dei principi, di essere cioè venerato come s^ore, 
ed amato come uomo. Che se per avventura parrà 
9l lettore che noi ce ne siamo iniertmuti oltre i con- 
fini della ordinaria nostra brevità, ci scusi questi 
considerando che gli esempi delle virtù nd xV se«» 
colo non sono- troppi, e che le virtù doi principi soao 
)e più fruttuose, 

VI. 

Successe a Federico nella signoria di Urbino Gui-^ 
4- H83 dobaldo, fanciullo di pochi anni. Frattanto gli alti 
progressi dei Veneziani in Lombardia ingelosivano 
di maniera il sommo pontefice Sisto iv, che lo stac- 
cavano dalla loro alleanza. Inconseguenza eglino non 
con altro sostegno che con quello dei Genovesi stettero 
incontro allo sforzo di tutta Tltalia; né mai a cosi 
forte esperimento s'era cimentata la misteriosa po- 
tenza di quella repubblica. Del resto la guerra con 
^grandi eserciti per Tuna parte e per l'altra maneg- 
giata (i) si concluse in ciò, ohe il duca di Calabria, 

(1) V. alia nota XXI il catalogo dei condottieri konuti al 
foMo duratale questa campagna, dall'una parte e dall'ai tn^. 



CAnTOLO SESTO. Sdì 

dopo aver respinto oltre T Adda Roberto Sanseverino, 
prese ai Veneziani alcon tratto del Veronese e Ber- 
gamasco: perlocbè essi, essendosi affrettati di far 
pace separata col duca di Milano, questa cosa trascinò 
gli altri potentati ad aderirvi. Venezia, quanto aveva ^ «gosio 
perduto in guerra, altrettanto racquistò nella pace 
che venne stipulata a Bagnolo : bensì i minori Stati vi 
restarono abbandonati, cioè il duca di Ferrara da 
tutta la lega, Pier Maria de' Rossi dai Veneziani, il 
marchese di Mantova dal re di Napoli e dal duca di 
Milano. Venne prescritto nei capitoli della pace < che 
« il signor Roberto da Sanseverino rimanesse capitano 
• generale di tutte le genti. da cavallo e da pie di 
« tutta Italia, e avesse all'anno ducati 420,000, cioè 
« dal pontefice due. 10,000, dal re Fernando di Na- 
« poli due. 40,000, dalla signoria di Venezia due. 
« 50,000, dal duca di Milano due. 40,000, e da' 
« Fiorentini 40,000 « (4). 

Però prima di abbandonare il soggetto di questa 
guerra, riputiamo opportuno di riferire un caso, dal 
quale il lettore potrà argomentare con qoal disordine 
e rovina si governassero quegli eserciti. Mentre che 
le genti della lega stavano ai quartieri di inverno sul 
Cremonese, a tali eccessi di rapine e di omicidìi tras- 
corsero i soldati, e, ancora piò dei soldati, i sacco- 
manni, che fu deputato Gian Iacopo Triulzio col grado 
di maestro di campo a porvi riparo sommariamente. 
Questi coU'usata fierezza molti ne prese, molti ne mandò 
alle foriebe. Ma ecco un tratto che tutta la turba 

(1) Sanalo, 1233. - A. Navagero, 1190. —Machia v. Vili. 
129. — P. Cyrnei, Dt beli. Ferrar. 1218 (t. XXI). — Corio, Se*?. 
— Ammirato, XXV. ie2. 



353 FAATB QUAK.lUk. 

dei saccomanni, in numero di ben 9M0, si solleva, si 
assembra , eleggesi alcont capi coi tììrìì dì papa^ dì 
t70«copt, e di cardinali^ e stabilisce cbe a( grido di fai- 
oetia essi tatti debbano pigliare le armi e ferire chi 
si opponga. Cosi ordiAati^ sorprendono un villaggio, 
né prima se ne ritirano, che caiiebi di preda. Accorse 
in traccia dei sediziosi il duca di Calabria, supremo 
capitano deirèseroito ; ma con periooio della vita fu 
costretto a sottrarsene fuggendo.. Questa cosa Beerebbe 
in guisa l'audacia e il numero dei ribelli, cbe il duca 
sarebbe partito dagli alloggiamene e ritornato a 
Napoli, se il Triuteio, prendendo sopra di sé il carico 
di rimediare ad ogni Inconveniente^ non lo avesse per-^ 
suaso a soffermarsi ancora tre di* II rimedio da lui 
impiegato, fu quale si addici^ ad una plebe sfrenata ; 
tolse di mezzo il capo dello scandalo. A tale effetto 
il mattino seguente, due or^ innanei la diana, essen- 
dosi recato alle tende de' saiccomanni, ti fece sonare 
la scortai il papa uiscl per vedere dbe fosse> e tosto 
fu strangolato eìmpesoad on noce: la vista del suo 
cadavere ridusse il campo in obbediefnia.(l). 
Posate le armi in Lombardia, una nuova fpnte di 
A. H85 sciagure scoppiò nel regno tli Napoli, t'animo dubbio 
e feroce del re Ferdinando e di Alfonso suo primoge* 
nito duca di Calabria, lo antecedenti loro crudeltà 
e frodi, alcune parole sfuggite dai tenebrosi loro petti, 
erano motivo per quei baroni di continua ansia e 
spavento. La paca, col rivolgere tutta T attenzione 
dei dominanti sopra le cose inteme dello Slrajk), rav- 
vivò codesta ansia e insieme il desiderio di assicurarsi, 

(1) RosmiDÌ, f^ita del Triulfio, 1. XIV. p. 581. 



CAPITOU) SESTO. 3133 

Doro castigo e meritato ai principi d'iaoerta fedo« che 
essi altra alternativa non abbiano che il sospetto 
e la ribellione , talché la vittoria arrechi loro lutti 
i danni della sconfitta , la pace tutta l' agitaziomo 
della guerra! Molte oose aecendeyano il coraggio 
dei baroni : primieraniente una stretta e quasi istan-* 
tanea necessità : in secondo luogo le instigazioni 
de' Veneaiani e del Papa : quindi la persuasione di 
tirare nel pròprio partito, mediante la comuiianzis^ 
degli interessi, tutte le classi dello Stato: per ultimo 
la certezza di alloggiare la propria caosa ad una 
guerra civile, offirendo la corona di Napoli sia a D. Fq« 
derìgo secondogenito del re, sia al duca di Lorena, nelln 
cui persona si trovavano raccolti aUora i diritti tautn 
volte messi io campo dagli Angioini» Ognuno poi di es^ 
possedeva castella, dctà, vassalli, squadre, munizionii 
insomma, per cosi dire, il nerbo della monarcbia ora 
in loro riposto. Quando il re Ferdinando domanda 
ai baroni, che cosa da lui pretendessero, risposergli; 
cke chiedevano di venire dispensati dal comparire in 
peraooa nei parlamenti, e ciò p^ non restarvi morti« 
o prigioni,. comie|[ià eranvi restati i loro compagni; 
che volevano avere la fneollà di teiiere gente armata 
alla difesa de' proprii Stati e fortezza ; che il re noe 
potesse gravare di straordinarie imposte 1 loro vassalli, 
men poi, senza pubblica e urgentissima cagione, ae* 
quartterare nei feudi loro la sue genti d'arme ; infine 
che una volta per sempre fosse loro data licenza ili 
andare ai servigi di «qualsiasi principe, il quale noe 
fosse in guerra aperta col re (4 ). 

(1) Panio, Ctmgmra de'barQÈi, l. Ilisp^ 75 i^jfìisa, leiQ)* 



234 PARTE QUARTA. 

Il re Ferdinando non rigettò queste- istanze ; anzi 
finse di disimterlc per avanzar tempo, e semioare 
tra chi gliele faceva disunione e rovina. Guadagnò 
alcuni dei maggiori baroni con doni e promesse ; gua- 
dagnò molti dei retrovassalli disobbUgaodoH dal- 
l'omaggio che li legava a quelli. Ciò veggendo, la 
rimanente nobiltà concluse, che per poco indugiasse, 
sarebbe stata sopraffatta separatamente; laonde più 
per disperazione che per «aldo proposito, brandi le 
armi. Ma non tardò a provare quali effetti si possano 
attendere dalle ribellioni prive di un capo e di un 
fermo scopo, e dalle amicizie valutate a parole. D. Fe- 
derigo, anziché accettare l'offertagli corona, sostenne 
d'essere trattenuto da essi in prigione: il di»ca di 
Lorena, anziché rifiutarla, con indugi e andirivieni 
mandò a male tutto il disegno di quella diversione : 
Firenze, Milano, e gli Orsini, i quali allora erano^pa-» 
dreni di mezza Roma, anziché favorire la baronia, 
aderironsi aire. 

Insomma tutte le speranze de! ribelli si restrinsero 
sopra la cooperazione di Roberto da Sa^nseverino, il 
quale era stato accommiatalo dai Veneziani, ed assol* 
dato dal papa con 2000 fanti e altrettanti eavalli ap* 
posta perché li soccorresse gagliardamente. Ma il 
Sanseverino fu rotto in due fatti d'arme dal duca di Ca- 
labria, il quale aveva cinto Roma di assedio: perlochè 
quegli, non si attentando né di abbandonare la cHtà 
al nemico, nòdi venire ad un ultimo esperimento per 
•liberarla, cominciò a chiedere denari pei soldati, cap- 
pelli cardinalizii pei suoi figliuoli, e a taglieggiare e a 
depredare la contrada attorno. Ciò indìspetti il papa 
gravemente coiiiro di lui. S'aggiunse ad alienarne 



CAPITOLO MSTO. 2oS 

affatto ranimo un artificio del duca di Calabria. Questi 
mandò al Sanseverino un foglio bianco, invitandolo 
a scrìvervi sopra tutte le condisionì di accordo che 
desiderasse. Il Sanseverino, sia che facesse daddovero, 
sia che simulasse affine d'acquistare tempo ed unirsi 
alle forze dei baroni napoletani, scrisse i psitli che 
volle. Tosto il duca fece capitare il foglio nelle mani 
del pontefice, il quale, giudicando di essere tradito, 
si buttò senz'altro nelle braccia del re di Napoli. 
Cosi il Sanseverino si trovò a un tratto senza pe- 
cunia, senza provvigioni , senza amici , in mezzo a 
gente sospetta, con un forte esercito a fronte; sic- • 
che niun altro scampo gli rimanesse che una celere 
ritirata (1). 

Volsesi adunque a gran giornate verso il dominio 
di Venezia, uhica provincia dove potesse sperare 
asilo e condotta. Ma non ne fu cosi segreta la levata, 
né cosi presta la marcia, che il duca di Calabria noi 
sapesse, e con molto più grosso esercito non gli te-* 
nesso dietro. Roberto, allorché scorse il nemico allesue 
spalle, di modo che il fuggirlo fosse impossibile, Tar* 
restarsi e combattere fosse di certa rovina, radunò le 
soldatesche, palesò loro l'urgente pericolo, e le con- 
fortò a separarsi, ed a pigliare ciascuno il suo partito, •fi^^ 
e Ora che la perfidia dei nemici e la dappocaggine 
degli alleati ha strappato dalle nostre mani la vittoria, 
cedasi, non agli uomini, al destino ; serbisi l'animo 
invitto alla vendetta ed alla fortuna, amica una volta 
o l'altra dei valorosi ; anziché il duca di Calabria si 
glorii d'averli vinti, esser meglio disperdersi: questo 

« 

(t) A. ai Costanzo, XX, 5t8. 



tacere il sno pantere ; lieMhè priina di darlo avrebbe 
preferlò di uccidersi, m U oeeeasiià di vendicarsi 
non lo obbligasse a retare io vila» Forse la sor|e ia 
bveve a nuove glorie U cbiftwerà :. nel lasciarsi non 
si seordtne di lui, deU'aalico «KWnpagno e capit^iia^ 
eoi quale in latte giierre» in. ta^Ai ^aesa baono niiU^ 
lato; che se piacesse aà cielo di mandargli un raggio 
di buona ventura» vedrebbero che i soldati di Roberto 
Sanse verino gii sono fratelli ». 

Falle queste paretovC^bbracciati ie^o^uadrp, noq 
sema lagrime si aepararonp» Roberto con cento se- 
guaci si ritrasse a furia ìaiSienro: de* suoi, chi qua 
ehi là fuggendo eolla eeterili salvossi; chi perdano 
dei villani, o di fame o di stento o di ferite si i^ori ; 
altri aiutarono un Boeoalii¥» de* Gozaoni a rubellare 
alla Chiesa la città di Q^imo ed impadronirsene: i 
pia, easeùdosi allappati in un silo vantaggioso per 
astenervi H primo iivpeto ostile» vennero a patti col 
duca di Galabirit e passaron^^ ai suoi servìgi (I). 
^^uesti poi nel fervore della vittoria si assicuri affatto 
di <|uei baroni, che con fsdsa specie di accordo aveva 
disarmato, e parte di essi dopo lungUjiì proe^ssi mandò 
al supplizi», parte in oscure carceri eoo mille generi 
di tormenti martoriò e spense* Colle loro spoglie 
assoldò quindi i più sperimenliati e potenti <:apitdni 
di que' di, come un Virginio Orsini, un Gian Iacopo 
TxiuUio , UQ Prospero ed Mn Fabrizio Colonna , e 
un conte da Pitigliano (3), Cosi si diede a c^redere 

(1) Ammiralo, XXV. J77.--Corio, «72. — Sanalo, 1245. 
-Hier. de BurseHi», 906 (R. I. S. t. XXlIl). — Navagero, 
J 195. — Pcyyzio, cil. 111. 173.— Rosmini, oil. I. IV. Doc. 42. 
—Baldi, nta di Guidoh., ì. 11. p. «8.-79 (Miklio 1S21). 

(2) A. di Costanzo, XX. 519. 



d'essersi eonfemata la «corona in testa. Scmisiglìafto ! 
che fria otto anni nello spettacolo della propria rovina 
doveva apprendere cfdal eaorme differenza passi fra 
la difesa collocata neiramorevoie coneorso della na- 
zione» e quelia fornita dal braccio venale dì oMrce*' 
narn forestleti. 

Frattanto Roberto San^everino veniva deputate dai a. i4sr 
Vi»>eaiani a reggere la guerra insorta per cagione di 
da^ii e di confini tm esii e Sigiemeiìdo duca d'Au- 
stria. Gli aveva la slgtiorta stàneiaìo cinquantamila 
ducati airaiinò di stipendio ; ef^ì riiintolil per grati- 
tudine; e avendo senza dimora raccolto le geo/ti^ 
^ettò sull'Adige un poMè di barche e Iragbettollo 
«ron venticinqtìe squadre a cavallo e quattromifta fanti 
al fine 41 campeggiare la icittà À Trento. Oltre 
il fiutne stavano i Tedeschi ordinati a. battaglia, i 
quelli respinsero le j^rime schiere; ma essendo soprag-» 
giunto il Sanseverino, colla aoai presenza ^istaurava 
la pugna* Durò cosi per qualche tempo il combatti- 
mento ; finché una squadra di mille Tedeschi , sor- 
tendo a furia da un agguato, rlsospingeva gli Italiani 
verso il ponte, e questo sotto al grave peso sprofon- 
dava. Restò il Sanseverino sulla riva nemica in mezzo 
ai vincitori: tuttavia, anziché arrendersi, solo, a 
pie, continuò fino airestremo a dare ed a ricevere 
ferite. Il suo corpo, trovato a stento fra i monti dei 
cadaveri, ebbe tosto dai Tedeschi onorata sepoltura 
in Trento, e più tardi degno monumento in Milano 
per cura dei suoi figliuoli (i). 
Colla pace che ne segui tra Venezia e il duca d'Au- 
gi) Corio, 876. — Sanuto, 1243. — A. NaTagero, 1 196. 



^ 



S3d PAAtÉ qVkKtké 

Strìa si chiuse in Italia ogni moto di guelra fino alta 
calata del re di Francia Carlo vin. Immensa tela di 
avvenimenti» che stanno per mutare le sorti della co- 
mune patria» ci si presenta ora allo sguardo: -^ le 
signorìe di Napoli /di Milano e della Romagna atter- 
rate : la fiorentina libertà rilevata e poi distrutta : le 
città di Bologna» di Genova e di Perugia fatte serve: 
Venezia esinanita; Spagnuoli e Francesi « Svizzeri e 
Tedeschi» vinti o vincitori, premasi» inseguirsi, tor- 
nare, fuggire, combattersi » allearsi e opprimer sem- 
pre: alle armi antiche sottentrare affatto le moderne» 
alla cavalleria i fanti» ai venturieri i nazionali: fi* 
nalmente tutta V Italia restare sottoposta ad un. solo» 
e spandere, come fiamma sul morire» meravigliosi 
splendori di lettere e d'arti. — Né Tanimo , riguar- 
dando al male narrato od a quello.che rimane a dirsi< 
sa bene se più debba allegrarsi d'uscire da quel pe« 
lago» sbigottirsi di entrare in quest'aUro4 




PARTE QUINTA 

DALLA CALATA DEL RE DI FRANCIA CARLO Vili 

ALLA PACE DI NOTON. 

I CAPITANI 

A. 1W4 - «16. 



CAPITOLO PRIMO 

fSteto dell» milizia In fiiiro]iA. al tempo della calala 
del re di Fraiicia Carlo Vili. 

1. Effetti della lunga pace sopra i Yentniieri. Ordinamenti 
presi dai prìncipi d'Italia verso di essi. Condizioni 
delle condotte, tanto delle soldatesche quanto dei 
capitani. , . 

IL Stato della caYalleria e della fanteria in Italia Terso il 
1494. Primo 'uso e qualità degli Stradiotti. 

III. Stato della balistica e dell'architettura militare in Ita- 

lia yerso il 1494< Struttura e n^aneggio delle bombarde. 
Modo di battere le piazze. Diverse specie di artiglierie. 
Tentativi ed intenzioni. Riforme che ne derivano nella 
architettura militare. 

IV. Storia della milizia nella Francia e nella Svizzera. Fa- 

zioni dei venturieri in Francia» Essi vanno contro gli 
Svizzeri. 
V. Prime gesta degli Svizzeri, e ordini loro militari. 
VI. Terribile fatto d'arme presso la riviera della Bìrsa tra 
gli Svizzeri e i venturieri francesi. Il re Carlo vii 
stabilisce in Francia le ordinanze degli uomini d'arme 
e i franchi arcieri. 
VII. Il re Luigi-xi assolda gli' Svizzeri. Loro battaglia sotlo 



Grandsoli costro il 4uca di Borgogna. Gli Svi^^Kcfi 
vanno ag^li stìpefidn dei principi di Europa. Condizioni 
dei loro assoldamentì fino al re^rno di Enrico li. 
Vili. Stato della jnilìzia in Germania. Origine dei Lanziche-* 
necchi. Ordini loro. Quafìtà della cavalleria tedesca. 
IX. Slato della milizia in Ispagna, Ordini militari per le 
guerre dentro e fnori del paese. La fanteria. I bisogni : 
i Gusmcmtijhdi cavalleria. I Giannetti, Conclusione del 
capitolo. 




«', 



CAPITOLO PRIMO 

Stato della nUllzfla In Bnròpa al tempo della calattti 
del re di Fraaela Carlo Vili. 



I. 

Dopo la calata del re Carlo viii, diventò l'Italia 
come una lizza comune, dove quasi tutte le milizie 
d'Europa accorsero a contrastarsene la supremazia. 
Da quel punto medesimo le compagnie di ventura 
cominciarono d declinare visibilmente. Prima perciò 
di descriverne le ultime vicende, riputiamo pregio 
dell'opera l'accennare brevemeote e quale fosse lo 
stato loro in Italia verso il 4494, e, quali le condi- 
zioni della milizia e presso dì noi e presso quelle na* 
zioni, che dovevano venire a mutare le nostre sorti. 
I tentativi fatti da alcuni principi d'Italia per rav- 
vivare le nazionali milizie erano stati piuttosto in- 
dìzii della necessità che se ne aveva» che risultati 
concludenti di qualche salda instituzione. Qua e là, 
è vero, serbavansi tuttavia alcune vestigia delle or- 
dinanze del contado; ma uso d'armi, disciplina, co- 
raggio, capi, amor di patria, ogni elemento infine 
* di una vera milizia mancava loro; perlocchè nessun 
buon servigio era lecito sperarle, tranne il c;i30 di 
una subitanea e locale difesa (i). In conseguenza la 
salute degli Stati continuò a dipendere dai véntu*-' 
rieri (2). , . . 



(1) V. più sotto, parte V. capo 111. §.5. 
(^) Nel 1497 le forze del daca di Milano consisteTano in 
1200 aomiiii d'arme (cioè ^00 della famiglia, 300 lancie spet* 

Voi, III. 16 



24 2 PÀllTE QUINTA. 

Se non che gli otta lustri di pace o di oscura guerra , 
trascorsi dal trattato dì Lodi alla calata dei Francesi, 
avevano modificato potentemente le condizioni dei 
niercenarii in Italia. Morii in quel giro d'anni Guido 
Torelli (1), Carlo da Montone, Iacopo e Francesco 

zate e il rimaneate camerieri, gentilaomiai e capitani scelti), 
500 cavalleggieri e 600 proTTÌgioBati. Due commissarii gene- 
rali avevano la cura degli alloggiamenti e delle pagbe, della 
ripartizione e riscossione delle tasse tra i sudditi, e soprain- 
tendeyano ai commissarii particolari delle città incaricati di 
«sigere dai sudditi il danaro e di sommiaistTarlo alle soldate- 
sche. y.T<ejfamento di Ludovico il Moro p. 304 (Molini, Docum, 
di St. Ital. t. I.) 

(1) Gelido Torelli, discendente dal famoso Salinguerra si- 
gnore di Ferrara, portò le prime armi in aiuto d'Ottobuon Terzo 
suo parente, per cui istanza venne investito di Guastalla nel 
1406, con dritto di puro e misto imperio trasmessibile ai suoi 
discendenti. Nel 1409 accompagnò Ottobuono al luogo stabi- 
lito per convegno tra lui e il marchese di Ferrara: Ottobuono 
vi fu ucciso da Sforza, Guido venne preso e condotto a Mode- 
na. Uscito dalla cattività si collegò col suddetto marchese e 
guerreggiò a suo nome in Romagna. Nel 1415 il duca Filippo 
Maria Viscoutì lo investì di Montechiarugolo, e da quel punto 
Guido Torelli dedicò tutta la sua vita«l servigio di iui.JSssendo 
stato preposto nel 1433 al comando della flotta allestita contro 
Napoli, ottenne colà in premio dalla regina molti feudi e il 
titolo di primo barone della Puglia, Colà strinse amicìzia con 
Francesco Sforza, ne si tenne pago, finche noi fece ricevere 
ai soldi del Visconti. Nel 1438 il duca di Milano eresse Gua- 
stalla e Montechiarugolo in contee e concesse a Guido il pfo- 
prio stemma. Nel 1431 lo creò marchese di Gasei, di Cornale 
e 9ì Settimo. Nel 143SÌ lo elesse governatore della Valtellina, 
di Bergamo e di Brescia. Nel 1441 lo nominò patrizio di Mila- 
no, di Parma e di Pavia. Morto Filippo Maria, Guido, mediante 
lina speciale convenzione colle potenze guerreggianti, pose la 
sua Guastalla al sicuro da ogni affronto ; tuttavia mandò i 



CAHTOU) PRUIO. S48 

Piccinini , Bartolomeo Colleoni , Tlberto Brandolioi» 
Roberto e Sigismondo Malatesta, Costanzo, Francesco 
ed Alessandro Sforza, Federico da j^ontefeltro, Ro- 
berto da Sanseverinoy Carlo Gonzaga, Guglielmo di 
Monferrato, e Ghiberto da Correggio; spenti i Caldo- 
resi e gli altri gran vassalli e capitani del regno di 
^apoli; abbassati i più famosi cooperatori della po- 
tenza sforzesca; quasi niun altro condottiero sorse 
in queirintervallo a rinfrescare la gloria delle jgirmi. 
Laonde quella schiatta di capitani, che dalla guerra 
unicamente ricavavano i modi di sostentarsi, quasi 
affatto scomparve. Rimasero in pie solo quei pochi, 
ai quali gli aropii dominìi aviti permettevano di man- 
tenere a proprie spese un certo novero di seguaci. 

Da ciò provennero due effetti. Il primo fu, che le 
compagnie comandate da codesti capitani erano 
molto piccole; sicché avresti veduto tal gentiluomo 
principe capitanare a stento una bapda di cento o 

figliaolo in soccorso di Francesco Sforza. Morì di settant'anni, 
l'otto di luglio 1449. II suo corpo venne deposto ^n Mantova, 
nella chiesa di S. Francesco, nei sepolcri dei suoi maggiori. 
Lasciò a Guastalla qualche utile istituzione, e fondò la fortezza 
di Montechiamgolo. 

Nel 154*7 tutte le parti della contea di Guastalla passarono 
dalle mani dei Torelli in quelle ^ D. Ferrante Gonzaga e dei 
suoi eredi. Continuarono i Torelli a reggere Montechiarugolo. 
P^el 15d4 Ranuccio ii Farnese duca di Parma e Piacenza li 
accusò di tradimento, e fra i supplizii li disperse. Solo un 
Giuseppe Salinguerra di tenera età, quasi per miracola, fa 
trafugato in Polonia. Crescintovi, cambiò il cognome paterno 
de* Torelli in quello di CioUck. In capo a quattro generazioni, 
da costui discese qnello Stanislao che fa l'ultimo re di Polonia. 
T. Affò, Storia di Guastalla. — u4rt de vérifier U$ datts passim. 



di ceneinqudBta cavalli, il quade un secolo addietro 
ne avrebbe guidato due o tre migliaia* 

Il secondo effetto fu, che ì principi s'avvezzarono 
ad assoldare a parte a parte ì venturieri, sotto il 
nome di lande spezzate e di pro^pìgionalù ed a riu- 
nirli sqtto capi da loro medesimi nominati; epperciò 
potevano con molto maggiore facilità maneggiarli, e 
con molto più severe leggi tenerli in freno (i). 

Restaci infatti il codice militare degli stipendiarli 
promulgato nel gennaio del 4493 da Astorre m dei 
Manfredi signore di Faenza (2). In esso già viene proi- 
bita alle soldatesche qualsiasi richiesta di mese com- 
piuto, di paga doppia, ovvero di emenda dei cavalli 
morti, perduti o guaki: le pene già cominciano ad 
essere personali, quando cent'anni innanzi (allorché 
si militava in conseguenza di un contratto formale) 
queste erano poche nella legge, e quasi nulle nella 
'esecuzione: le soldatesche non possono escire di 
città senza ottenerne licenza, e dare malleveria del 
ritorno^ standone fuori oltre il tempo conceduto loro^ 
perdono la paga. Nel medesinrb codice è pur anche 
intimata grave pena personale e pecuniaria a chiun- 
que cospirasse o facesse compagnia, e stabilito l'ul- 
timo supplizio al soldato che arruolasse gente, e la 
coudueesse fuori del dominio. Finita la ferma, dove- 
vano i soldati guarentire di non uscire da Faenza 
prima della grida solenne: fatta cotesta grida, col 

(1) « La famiglift d'arme «t lancie spezate non Toleino poa- 
« sano essere dimìnoite del numero. . . ne datona parte alcuna 
«ad conducteri. ... et coéA li cavalleggeri et proT\sionatr, 
«quali lassamo sotto il nome nostro. ... » Testam. di Ludop. ci't. 

(«) Siatut FavenHn. p. 7791 segg. (Ber. Favent. Script.}. 



CAPITOLO P&IUOr 5148 

residuo delle paghe soddlsfacevasi ai loro creditori; 
quindi i magistrati obbligavano le schiere a giu- 
rare di non portare le armi contro il principe, eie 
mandavano con Dio. Nel caso che alcuno fosse, par- 
tito prima ddla grida , doveva , giusta il prescritto 
della legge, venir dipioto per to^aditore e blandita 
nella persona, e il sup mallevadore doveva venire 
condannato a pagare al fisco tutto il prezzo della sua 
condotta. 

S'erano pur anco, sia per effetto della consuelu-. 
dine, sìa per disposizione dei prìncipi, stabilite al-, 
cune norme generali intorno ai modi ed ai patti^ di 
condurre a stipendio le genti da guerra. Gli uomini 
d'arme conducevansi a lande: ogni laiicia compren*» 
deva tre persone, cioè un capolancia o caporale, un 
cavalcatore e un ragazzo, e tre cavalli, cioè .un de-^ 
striero o capolanda^ un corsiero e un Tonzino. 1 fanti 
venivano assoldati a òendiere. Una bandiera com-. 
prendeva solitamente due caporali, due ragazzi, 
dieci balestrieri, bove palvesai e una^ pagfa morta; 
sotto il qual nome s' intendevano i servitori del ca- 
pitano della bandiera od altra gente inutile, che tut- 
tavia per suo vantaggio gli veniva valutata, come se 
effettivamente militasse. Le armi di oiascup soldato» 
sia a pie sia a cavallo, erano determinate (1). La con- 
dotta (se patto speciale non la regolava aUrimenti) 
durava otto mesi, quattro di ferma^ quattro di te«i0- 
plaeito. La paga di una lancia era dodici fiorini al 
mese (1. ikk valore in metallo, circa), quella di uà 



(1) Td torno la composizione d'una bandiera di faifti, n«l 
secoli XIV e XV, vedasi la nota XXII. 



246 PARTE QUINTA. 

fante fiorini tre; ma da tal somma si deduceva un 
soldo per lira a titolo di caposoMo, e cinque soldi 
per ogni volta che il capitano surrogava qualche 
uomo o cavallo. 

Nelle cause civili l'officiale deputato alla condotta 
delle genti da guerra, nelle criminali il magistn^to 
detto dt guardia e cìistodia rendeva in Faenza ra^ 
gione, sia agli stipendìarii, sia alle meretrici loro. In 
tutti i luoghi di guarnigione era un banco di con-' 
dotta, dove tenevasi il registro esatto tanto dei sol- 
dati, quanto dei loro dipendenti e cavalli, e spedi*- 
vansi 1q bollette mensuali delle paghe pel tesoriere. 
Certa piccola somma, levata non meno da esse paghe, 
che dai debiti delle soldatesche e dal riscatto dei 
prigionieri di guerra, nutriva i notai, gli officiali di 
guardia e custodia, i maliscalchi e il banditore loro. 
Queste erano le condizioni, che sulla fine del se- 
colo XV i principi d*ltalia concedevano ai venturieri 
assoldati a parte a parte. 

Ben altri vantaggi 'erano largii ai capitani di 
guerra, signori di castella e contrade: assoluta po- 
testà giudiziale sopra ì loro dipendenti; paga di 
aspeUo in tempo di pace ; altissimo soldo in tempo 
di guerra; privilegio d'inalberare stendardo proprio; 
diritto di disporre a loro arbìtrio dei prigionieri di 
guerra, tranne il caso che questi fossero principi 
ovvero capitani generali. Oltre a ciò venivano essi 
non di rado dispensati dal consegnare e passare in 
mostra le soldatesche, e Tanno computavasi loro di 
dieci mesi, e gli Stati e le persone loro venivano dai 
principe ricevuti in protezione o raccomandigia. Cosi 



CAPITOLO PRIMO. fVt 

il contratto dì assoldamento rassomigliava a un trat- 
tato di alleanza (1). 

IL 

Del resto fino alla calata del re Carlo viii piccole 
mutazioni aveva, almeno in Italia, prodotto nella 
^ruttnra degli eserciti la invenzione degli strumenti 
da scoppio. Rade volte e sempre con esigui successi, 
eransi adoperate le grosse bombarde in aperta bat- 
taglia: e la pace sopraggiunta dipoi aveva reso pres- 
soché sterile l'esempio dato nella giornata della Mo- 
lineila dell'uso delle spingarde. 1 fanti, ma ancora 
più i cavalli, anziché cercare scampo, dai colpi delle 
grosse e delle Ynìnute artiglierie nella maggiore pre- 
stezza, nella esatta disciplina, nelle opportune mosse, 
nella savia distribuzione del terreno, proseguivano a 
cercarlo in armature, le quali ad ogni anno si anda- 
vano accrescendo di peso: sicché « queste (narra 
rele$^nte scrittore della congiura de'baroni) scon- 
ciamente grosse e sode, ì cavalli bardati, coperti 
di cuoi doppii e cotti, appena li facevano abili a 
maneggiarsi: ansii soldati, per potere lo smisurato 
peso sostenere, procaccia vansi caVallialti e corpu- 
lenti, e conseguentemente grevi e neghittosi, inetti 
a tollerare lunghe fatiche, e nella penuria degli 
eserciti malagevoli a nutrire: tali finalmente, che 
nel menare le mani ogni sdrucciolo, ogni fuscello 
di paglia che a*loro piedi s'avvolgeva, potevano o 
il cavallo o il cavaliere rendere inabile o impedire. 

(1) V. le note XVII, XX. XXIII, e i contralti del 1450 e 
del 1466, nel Domont (Corpi diplomai, Doc. 138. 151.n. III. 
pari. I), 



d48 PÌ.RTE QDINTÀ. 

Di qui nasceva che le guerre grosse e corte si fa- 
cevano. Non si campeggiava terra di verno: anzi 
1 popoli ai possessori delle campagne si facevano 
incontro, e con impunità le porte aprivano. Si mal 
condizionati uomini d'arme distinguevansi in isqua- 
dre . • . Comprendeva <;iascuna di esse cento ca- 
valli, quaranta balestrieri, e gli altri per riserbo^ 
se morti o feriti fossero quei che cavalcavano. I 
balestrieri per non avere a combattere il nemico 
da presso, armavano più alla leggiera: ma per or- 
namento di armi, per bontà di cavalli e per virtù 
di animo in poco dagli uomini d'arme erano dif- 
ferenti » (1). 
I patenti difetti di cosiffatta milizia conciliarono 
riputazione a un nuovo genere di cavalleria, che 1 
Veneziani con molto loro profitto introdussero nelle 
guerre di Lombardia. Le giornaliere scorrerie dei 
Turchi nella Grecia avevano per necessità rivolto i 
costei abitatori al maneggio delle armi ; sicché» con- 
formemente alla natura del paese rotto, selvaggio e 
spoglio di grosse città e di fortezze, ne era sorta una 
fortissima specie di cavalleria leggiera. Accennare 
vogliamo agli Stradiotti o Cappelktti o Albanesi^ co- 
mecché li chiamassero. Costoro trasportati di colà in 
Italia dai Veneziani, diedero ottimo esempio d'uomini 
a cavallo avvezzi a combattere alla spicciolata, a 
speculare, a vegliare il nemico e le congiunture» e 
compiere una vittoria o assicurare una ritratta. Di 
essi sovra tutti quei della Morea» e sovra quelli della 
Morea i nativi di Napoli tenevano il vanto. Frena- 

(1) Porzio, Congiura de*baroni^ 1. IL 



CAPITOLO PRIMO. 949 

vano cavalli leggeriseuiiì al corso; tenevano iodosso 
sopravvesti corte e senza maniche con leggieri im*' 
bottitiy per rintuzzare la forza dei colpi ostili: taluno 
aveva anche maniche e guanti di ferro: portavano 
in mano una zagaglia ferrata agli 'estremi, lunga dove 
dieci, dove dodici piedi, in capo un bacinetto di 
ferro, al braccio un piccolo scudo, allato una larga 
spada ed all'arcione una maz^ d*arme» Una bande- 
ruola sventolata sulla punta di un'asta li rannodava 
scioglieva: ed eglino non stanchi mai, non sazii di 
assaltare, di saccheggiare, d'inseguire, di ardere, di 
uccidere, che anzi ritrovando sempre nella preda e 
nel combattwento nuovi stimoli e nuove forze* 
montarono in breve a tal fama, che non solo in Ila- 
lia, ma in Francia e altrove con buone «condizioni 
vennero richiesti s^ soldo. Aggiungevano a questo 
buone qualità qiielia di essere divotissìmi verso la 
signoria di Venezia, che era stata la prima a valersi 
dell'opera loro, e sola li aveva sostenuti nelle acca* 
nite loro contese contro i Musulmani: se non che 
bruttava tutte codeste doti una orrenda ferocia e 
ingordigia, che favorita dalla repubblica coU'assegno 
di uno scudo per ogni testa di nepiico che era tronca» 
li sospinse talora a confondere nella strage amici e 
nemici, purché l'avaro premio asseguissero (i). 

Abbiamo notato gli inconvenienti, che verso il 1494- 
erano proprii della cavalleria gravemente armata : 
molto peggiori erano le condizioni della fs^nterìa. In- 
fatti « de' soldati a pie ( narra l'autore della vita di 

(I) DaDie), Hist, de la milice frarifaise 1. V. e. HI. 1. IV. 
e. IV. — Grassi, Dizion, mi7t«. — ComiDes, Mémoir, 1. Vili, 
eh. VII. — B. Corio, pari. VII. p. 944. 



3S0 PARTE quiuta. 

Antonio Giacomini) in un esercito ben grande era 
poco il numeroe molto meno l'uso. Portavano poche 
arme da difendere , e per offenidere lancio molto 
lunghe e sottili , con le quali , sebbene ferivano il 
nemico da lontano , non potevano però sostenere 
l'impeto della cavalleria; e perciò poco si mescola- 
vano nei fatti d'arme, se non con gran loro van- 
taggio, e in luoghi montuosi e difficili : sicché cosi 
fatte lancio erano anche meno utili che le sarìsse de* 
Macedoni, perchè gli Italiani non avevano la perizia 
di quelle ordinanze chiamate falangi , le quali poi 
mossero in uso in Italia con le loro picche gli oltre- 
montani e principalmente gli Svizzeri. Portavansi 
appresso i nostri 1^ rotelle e certe partigiane piccole 
da lanciare , le quali nelle scaramuccio lanciavano 
Tuno all'altro, e ripigliavano e rilanciavano quindi 
a vicenda : e le più spaventevoli e mortifere armi 
che si usavano, erano le balestre, e anco adope- 
rate da genti tra gli altri soldati manco apprez- 
zate. Non portavano bandiere né insegne nelle com- 
pagnie, e nelle rassegne e mostre che facevano , 
camminavano quasi trottando e continuamente gri- 
dando il nome del principe , dal quale erano con- 
dotti: e cosi andavano festevolmente saltellando 
dietro, un suono d'un tamburino col zaifoletto, piut- 
tosto a guisa di giuocatori, che di soldati messi la 
ordinanza e ben disciplinati : e cosi fatti soldati ed 
eserciti videro i più antichi della età nostra nella 
guerra di Serezzana (I), che fu l'ultima che facesse 
la nostra città avanti alla ribellione di Pisa; si cba 

(1) Cìoe Sarzana, dell'A. 1487. 



CAPITOLO PRIMO. SSi 

non fa da prendere meraviglia, se in quel principio 
facessero le genti italiane si mala prova cogli oi- 
tremontani. I commissarii similmente che si man- 
davano fuori per comandare e consigliare i capitani, 
governatori e condottieri, eomecbè fossero prudenti 
e forniti d'ogni altra buona qualità , non essendo 
j)rat]ci nelle cose della guerra, come imperili di 
tal mestiere, non erano appresso i soldati di alcuna 
autorità e riputazione; ma piuttosto atti d^ essere 
dalla milizia di quelli aggirati o vilipesi , clìe ob- 
bediti o temuti. E tale era la condizione non so- 
lamente della patria nostra e della Toscana , ma 
universalmente di tutta Italia; onde i popoli e le 
città, che viveano civilmente, e quei principi e si- 
gnori, i quali non si esercitavano personalmente 
nella milizia, ma standosi in o2io, co' consigli' e con 
l'armi* de' soldati mercenarii mantenevano gli Stati 
loro, bene spesso ricevevano non minori danni dai 
soldati proprìi, che dai nemici manifesti » (4). 
Costumavasi bensì di frammettere alla sciaurata 
moltitudine dei fanti comuni alcuna mano di schìop- 
pettierì : ma sia per la rea qualità degli stromenti, 
oltremodo pesanti, disagiosi e fallaci, sia per la tar- 
dità del maneggiarli , sia pel pìccol numero di chi li 
portava, Tesercizio di cotai milizia non era cosi sparso 
né cosi proficuo, che parecchi autori non antepones- 
sero tuttavia nei trattati di guerra allo schioppo la 
balestra (2). HoHi lustri dovevano ancora trascorrere 
prima che fossero condotte a sufficiente perfezione 

(1) Nardi, f^ita di A, Giacomini. 

(i) Per esempio. Lampo Birago. V. Promis, Dissert. a Fr. di 
Giorgio, t. II. p. 33. 



2551 PARTB QCIHTA. 

quelle armi, a caricare le quali faceva allora mestieri 
di un quarto d*ora; due secoli poi dovevano passare 
prima cbe, mediante Tinvenzione della balohelta, si 
riunisse Tufficio della balestra a quello della picca, e 
mediante Tordine del fuoco continuato di fila e di riga, 
$i trovasse il modo di opporre al nemico una sempre 
nuova difesa; le quali riforme hanno ridotto nella fan- 
teria e Delle armi da fuoco la somma delle guerre. In 
conclusione, nelle giornate campali erano ancora rare 
e male governate le artiglierie ; scarso il numero degli 
scoppiettieri ; poco fruttuoso H servigio dei m^sch^ti 
da posta ; insomma , ovviavasi all'empito dei cavalli 
piantando nel terreno alcune forcelle grosse ed alte 
fino alla cintura, e via via incavigliandovi sopra oriz* 
zontalmente lunghi travicelli (I). 

IH. 

Allorché le nuove macchine da guerra vennero ap« 
plicate alla oppugnazione delle piazze, né tutto ad un 
tratto se ne conseguirono gli effetti, né ad un tratto 
se ne trovarono i rimedii. Lunga pezza ancora Tan* 
tìca arte e la moderna si trovarono a fronte, quella 
armata delie sue torri rotanti , dei suoi trabocchi , 
delle sue balestre, delle sue materie piombanti; questa 
fornita di bombarde^ e di schioppi, e di trincee, e di 
parapetti; ma la prima di tanto indietreggiava ad ogni 
di, di quanto si avanzava la seconda. 

Verso la fine del xv secolo cominciavasi l' oppu- 
gnazione delle terre col battere la cortina. Le grosse 
artiglierie vi aprivano la breccia, le minori ne tene- 

(1) G io via, Istorie y 1. 1. f. 39 (Venezia 1555). 



cArrvOLo paimo. CSS 

Tano lontani gli assediati, intantocbè quelle si rica- 
ricavano. Pìgliavasi la mira colFaiuto di due traguardi 
collocati alle due estremiti della tromba della bom* 
barda, e a quest'effetto se ne alaaya ed abbassava la 
parte anteriore dal suo letto per mezao di zeppe o di 
pinoli (4). Volendo dirizzare più pezzi ad uno stesso 
angolo, sovra un*asta ap}>oggiata parallelamente al-" 
l'asse della tromba collocavasl un quadrante graduato: 
il perpendicolo segnava sovra esso l'angolo di eleva- 
zione. Per le bombarde di grandezza straordinaria , 
.toglievasi sovente la mira col mezzo di due più pic- 
cole poste dappresso. 

Dicevasi fromòa la parte anteriore della bombarda, 
coda la posteriore, ove ponevasi la carica : la coda era 
di un pezzo solo : la tromba era talora di più pezzi 
riuniti a vite secondo la grandezza della bombarda. Per 
trasportar le grosse artiglierie da luogo a luogo, svita- 
vasi on pezzo dall'altro. Eranci delle bombarde lun- 
ghe le sei e sette braccia;* erancene dalle 50 alle 1000 
ed alle 1200 libbre di palla ; erancene di qnelle a 
tirar le quali occorrevano SO paia di buoi (2). Ognuna 
aveva un suo proprio nome, tratto da uomini, bestie, 
paesi, santi o bizzarrie. Facevansi ricchissime , si 
nella fusione, si col soccorso del cesello, coprendola 
di emblemi e teste e animali e vasi e stemmi: tal* 
volta con grave pregiudizio della solidità davasi a tutto 
il pezzo la forma, qual di leone , qual di serpente. 

(1 ) Leonardo da Vinci propose nei suoi disegni la vite di 
mira; ma ioTece dì metterla sotto )» culatta, ne la allontanò, 
e la fece tanto atta, che sarebbe stalo impossibile appuntare 
il pezzo. 

(2) Crist. da Soldo, p. 882 (R. I. S. t XXI). 



S34 PAr»T£ QUINTA* 

I>e1 resto geUavansi dentro forme apposite coiranima 
di legno (4). 

Questi pezzi cosi straor'dinarianiente costrutti, cari- 
ca vansi poi svitando la coda dalla tromba, disponendola 
verticalmente e versandovi il debito volume di pol- 
vere. Questa s'assicurava dentro la camera col mezzo 
del coeoone, pezzo di legno dolce, a 'foggia di disco 
o di cono tronco, che vi ai calcava sopra dolcemente. 
Sopra il coccone mettevansi palle di ferro, o di piom* 
bo, o di bronzo e stagno, oppure palle di piombo con 
dadi di ferro » e infine e più comunemente globi di 
pietra calcare. Scemavasi il vento prodotto dalla im- 
perfezione del pezzo e dalle scabrosità delle palle, av- 
viluppando queste con pelli, con tele incerate o con 
stoppa. Da vasi fuoco alle grosse artiglierie, non già 
colla mìccia, che era riservata pei minori pezzi, ma 
con un ferro rovente t)iegato in forma di uncino. Par- 
tito il colpo, se la bombarda non era scoppiata, cosa 
per la smisuratezza e mala confezione delle artiglierie, 
e la imperizia di chi le maneggiava, frequentissinia, 
veniva abbassata, svitata di nuovo , e rinfrescata con 
aceto; quindi si ricaricava e appuntava, con travaglio 
che sovente durava alquante ore (2). Osta vasi alla rin- 

(1) Per ciò che riguarda questa materia, abbiamo ricavato 
un singolare aiolo dalia II e III Dissertazione di Carlo Promis 
all'archi teitara di Francesco di Gioi^io (Torino 184t), egregio 
lavoro fatto sopra un'opera egregia, donata al pubblico dalla 
munificenza del cay. Cesare Saluzzo. 

(3) Racconta Marin Sanuto (p. 995), che nel 1497, «avendo 
u ì Veneziani rotto i Viscontei a Brescello, ebbero tuUr i car« 
« riaggi, munizioni e bombarde, che furono in somma 178; fra 
«le quali ne furono 16 grandissime ed ima che traeva una 
«pietra da lM)bre 600. . . . : e dipoi furono trovati verrettoni 



CAPITOLO PAIMO. S8«f 

culata sia conficcando zeppe di legno conlro la estr«^ 
mità della coda del pezzo, sia modellandone la camera 
a cono tronco « e trapanandone il focone mollo in 
fondo, fin anche nel sodo della culatta. 

Però la bombarda non era il solo strumento da 
scoppio che venisse adoperato contro le mura. Usava»!, 
per non far menzione d'altre specie più strane, il mor-- 
tato a trarre palle in arcata, o palle artificiate : usa- 
vasi la comune^ sorta d'artiglieria da 30 libbra djpalla,. 
la cortcmay che caricavasi con palle di pietra, il pttsm- 
co/ante lungo fino sessanta volte il suo diametro, la eer- 
bottana e la spingarda artiglierie leggiere, il mQMhetto 
da posta e da forcella, e finalmente il basilisco^ porrne 
colubrina; principalmente servita in mare, da libbre 
400 in libbre 200 di palla. Queste erano le artiglierie 
comunemente conosciute e adoperate verso al fine 
del XV secolo. Ma intanto ogni nuovo assedio od op- 
pugnazione diviene il campo de' più diversi tentativi 
ed esperimenti. V ha chi impiega le bombarde per 
lanciare fasci di verrettoni, e fuochi artificiati, e 
freccie, e bigonci, e lanterne, e canestri, e borse, 
e sacchetti pieni di sassi o di dadi di ferro; v'ha chi 
immagina lettie casse a bilico, e chi numerose canne 
radianti da un centro solo, e macchine od organi che 
voltino più faccie con nuoye bocche , e mantelletti 
triangolari e piani affine di coprite l'assediante, cogli 
ingegni opportuni a rialzarli, e gabbioni e cassoni che 
adempiano l'uguale ufficio. V'ha chi scava la camera 

«casse 380, polvere dì bombarde libbre 30,000, pietre di 
«bombarde nam. 875, lancie 1940....)) Da ciò si potrebbe 
arguire che fossero assegnate cinque palle circa e 168 libbre 
di i^Were ad ogni bombarda. Tanto ra|io n'era l'impiego! 



256 PARTE QUINTA. 

delle artiglierie a cilindro, & cono^ a ellissi, a cam« 
pana, a sfera: v'ha chi dietro a false ipotesi incastra 
due trombe ad angolo retto, o nel bronzo di una sola 
bombarda ricava parecchie anime per moltiplicar» 
In un sol colpo la strage : né vi manca chi invita la 
coda del mortaio adangolo retto coll'asse della tromba, 
e chi conficca il mortaio stesso sopra un ceppo stabile, 
e chilo pianta quasi vertìealmente nel terreno, accioc- 
ché questo gli serva di coda, e chi gli apre Tanima a 
cilindro, e chi a cono, e chi a tromba. Tra si fatti 
confusi e strani esperimenti travedevasi già il van- 
taggio del tiro di rimbalzo; di già le palle artificiate 
preludevano alle bombe; e di già Giovanni Mariano, 
Paolo Santini , Francesco di Giorgio e Leonardo da 
Vinci aveano proposto e disegnato le mine ; ma il 
propagarne efficacemente i pensieri era riserbato al 
seguente secolo (i). 

Contro cotesti inordinati sforzi delVassalitore non 
meno inordinati e incerti sforzi opponeva frattanto 
l'assediato. Ogni giorno gli faceva scoprire qualche 
inconveniente, ogni giorno gli faceva trovare alcun 
rimedio, ma , come si addice ad arte bambina , par-> 
ziale ed imperfetto. L'architettura moderna militare 
ripullulava sopra l'antiea, come sopra fracido tronco, 
non germogliava ancora per propria virtù. Tuttavia', 
innanzi che il xv secolo tramontasse, già molto si era 
fatta e tentato e mutato. Cadute oramai in desue- 
tudine le bastie, i batttfoUi e le bertésche, insieme 
colle torri e colle alte macchine oppugnatorie, prjma 
a ripararsi, come prima a venire percoisa fu la cor- 

(1) Promis cit, Di88. V. l. II. p. 149. 



CAPITOLO PRIMOb 9S7 

tina, alta, merlata, sguernita di terrapieno, ad atter* 
rar la qoale bastavano pochi «olpi di iMimbarda. 
Comìoeiossi dal munirne il piede di una scarpa allo 
mfuori, 6 di contrafforti circolari ai di dentro, pieni 
di tevra e di ghiaia. Ma la scarpa parve che agevo- 
lasse la scalata ; perciò ecco che se ne diminuisce 
Talfesza, e qinndi la si corona di un grosso cordone* 
Nel medesimo tempo s'ingrossavano i merli e il para« 
petto: si proponeva di fiibbricare i |>rimi a forma di 
cubo e Valtro a prova del cannone: si pensava a co- 
strurre dietro al parapetto ima banchina, sulla quale 
montassero le soldatesebe per prolurigans con sicuri 
colpi la difesa. Alfine si levano del tutto i merli <» si 
allargano le balestriere, si recinge il foaso di ano 
spalto e di una strada coperta ; e vi è ehi, per rad- 
doppiarne il vantaggio, lo bipartisce per lo lungo, col 
nezio di un rialzo. Altri munisce il medesimo fosso 
di carbonaie piene di polvere, altri lo rafforza eoo 
casematte» o con torri tronche, alle quali si comunica 
per mezzo di una strada che parte dal eentro ddla 
cortina , ed è fatta a volta e coperta à triangolo con 
muri a scarpa (1). Taluno stacca o fa sporgere cotesti 
edifizii dal muro della piazza; taluno ne gneruisoe 
la piattaforma delle torri. 

Pur tutto ciò non basta dncora ad impedice la fa-i 
die rovina del fi*onte di fortificazione, perpendtcòlar** 
mente al quale si stabiliiscono le batterie. Riiiflancasì 
allora il piede del muro di un òarbacmMi che pro- 
segue da un U»rrioneairaltn>) una badobina sta dietro 
ad esso, una cappa triangolare^, che copre i difensori 

(1) Promis cit^ Diss. HI. p. 230. 335. 953. .• 
f^ol. III. 17 



2SS PARTE QI^INTà. 

dai colpi ostili» lo corona. Bentosto sorge chi co- 
struisce avanti a questa ed a quella cortina un ri- 
vellino triangolare eoa un Neve principio di fianehi 
e un breve distacco parallelo alla gola, affine di 
facilitare la gettata di un ponte verso la campagna : 
altri per ricevere i fuochi obliquamente, e scemare 
l'effetto dei proietti, unisce il rivellino alla cortina, 
oppure le applica un puntone triangolare ; altri ne 
munisce invece il torrione circolare, che congtonge 
quella cortina alla consecutiva. 

Cominciossi a rimediare alla troppa distanza delle 
torri sia con altre torri sporgenti dal centro della 
cortina, sia con rialzi o cavaiim eretti nell'interno 
della piazza (i). Riparossi la superficie verticale delle 
torri ora con pietre sporgenti alternatamente, ora 
con incamiciature di travi, o di lane, o di panconi. 
Con ciò il nerbo della loro resistenza ai ridusse nella 
piattaferma superiore, che venne terrapienata, guer- 
nita di- artiglierie, e munita al jnede di un capimtiolo. 
Rimasero dentro la torre parecchie feritoie ; e da esse 
si trasse con piccole artiglierie manesche è da caval- 
letto, non si potendo, attesa la ristrettezza del luogo e 
la rinculata e l'intronamento, usarvi pezzi più grossi. 
Alfine la torre istessa venne staccata dall'angolo 
della piazza per mezzo di una gola ; se ne diminuì 
l'altezza, le si diede una forma eircoltire o poligona, 
e si abbassarono e si terrapienarono le cortine late- 
rali. Da «himo usci chi propose di costruire la torre 
^ foggia di'pentagono, ed ecco la prima idea del òa- 
sHane. E già i puntoni avevano somministrata quella 

(1) Promis cìt., Diss. IH. p. 292. S67. VIA. 



CiU»IT0LO PRIBIO. 889 

dei forii a sieUa^ ed erosi intraveduto il vantaggio di 
ana doppia strada coperta, e. dei rivellini doppi; nò 
era mancato chi avesse già riv<dto l'animo alle con-» 
trammine. 

Col bastione, pennero del xv« opera del xvi se^ 
colo, l'architettura militare moderna ebbe i principi! 
suoi. Pensossi dipoi alle opere esterne, cb^ allonta- 
nando il nemico dal oorpo della piazza, ne prolungasi 
sere la difesa i pensossi a concordare in un solo uf- 
fizio le linee del muro, del fosso, dei bastioni e delle 
opere esterne: sprofoodaronsi i fossi, s'abbassò il ci* 
glie della scarpa, la si coperse di terra, accioccbjè 
le palle, sfiorando il muro, non ne levassero mortali 
scaglie ; distribuironsi i rivellini sopra tutte le fr^ntii 
e se ne premunirono le porte, e l'opera delle mine 
e delle oentrammine infervorò: sicché, mentre li net 
raico con oblique triociere va avvicinandosi. al fosso» 
formasi sotto il suolo come un'altra guerra, nella 
quale assediati e assediatori si cercano e si combatr- 
tono in sanguinosi scontri colle esplosioni, col ferro» 
col fumo e colle acque (1). 

IV. 

Mentre a questo modo la balistica e l^architetturà 
militare andava mano mano avanzandosi da rozza 
arte a scienza, in Francia apparivano i primi segui 
di una milizia perpetua nazionale, e nella Gennania, 
nella Svizzera e in Ispagna formavansi quelle ter- 
ribili fanterie ehe dovevano rapire agli.uomini d'ari^ie 
Tenore delle battaglie. 

(1) Alleni, Hitt. du gvme, p. % 



S60 PARTE Quiim« 

Posdadiè la partenza delle compagnie biandie e l$i 
tregua accordata cogli Inglesi (I) ebbero liberata la 
Francia dalle insolenze degli amici e dagli assalti dei 
nemici, riposò essa alquanto ; finché, essendo morto 
il re Carlo v, la minorità e poscia la follia del suo 
successore, Carlo vi, ition tornò a piombarla ia «a 
mare di miserie. L*ambizione di governare lo Stato 
accese lite tra li zii del re ; i duchi di Borri e d'Or-* 
leans da una parte , quel di Borgogna dairaltra si 
fecero capì di partito : le private passioni dei vas* 
salii somministrarono esca alla guerra civile. Al duca 
di Borgógna si aderì la minuta plebe e più ribalda 
di Parigi; a quel di Orleans si accostò Giovanni conte 
di Armagnach, con una immensa turba di seguaci 
famelici e ferocissimi. Erano costoro esciti dalle terre 
comprese tra la Garonna e la Loira ; una banda di 
tela bianca passata sulla destra spalla li distingueva : 
e in breve il home degli iirmagnncehi suonò terrì- 
bilmente sotto le mura medesime di Parigi. Bentosto 
ai mali interni aggiunse gli esterni il re Enrico v 
A. 4415 d'Inghilterra: alla battaglia d*Azineonrt il fiore delta 
nobiltà francese rimase morto o preso ; talché, men- 
tre l'ignavia dei duca di Borgogna lascia cadere ogni 
cosa alla mercé degli Armagnacchi, e i principi del 
sangue mercanteggiano coir Inglese il loro tradi- 
mento, i capitani di ventura seminano per tutto il 
regno lo spavento e la strage. 

Molte cose prestavano fomento a tanta confusione : 
in primo luogo lo scisma della Chiesa che da M anni 
infelicemente durava ; in' secondo luogo il desiderio 

(1) V. sopra, p. II. cap. V. 



capìtolo mino* MI 

oiasiaì sparso nelle minori elassi. di rmattar&i . dalla 
abbiezfone nella quale erano tentile: in terzo luogo i 
privilegi goduti a di6ca|Mlio della suprema potestà 
dalle elassi p4u elevate. A eie aggiungi l'ostinazione» 
nella quale erano entrate alcune città» di non voler 
dipendere da altri che da.se stesse. Per ultimo, i me* 
desimi niali erano canaa ed effetto di altri mali; per- 
locchè eon disperata sequela di sciagure la fame^ le 
pestilenze, le stragi e le invasioni si avvicendavano 
ai tumulti ed ai saccheggi, in questa dissolnzlone 
d'ogni ordine sociale, la città di Parigi fa presa dai 
Borgognoni , la regina ne venne rapita a forza , U^ 
conte d'Armagnach fu smembrato a furore di popolo, 
tre delfini successivamente perirono per violento mo* 
do, e il duca di Borgogna, contro la fede giurata; sotto 
gli occhi del proprio nipote venne barbaramente 
trucidato. Insomma a tale si giunse , die il nuovo 
delfino osò levar bandiera di ribellione contro il 
padre e re suo, e «fuesti ^er vendicarsi assegni in te^ 
stamento il proprio Stato al re d'Inghilterra Enrico v. 

In capo a dae anni entrambi i re, Carlo ed £n<- a. H22 
rico, morirono; e la Frauda cadde in preda di in- 
finiti eondbttieri, i quali sotto una propria loro inse- 
gna, o sotto quella del re d*In^bdlterra o di Francia, 
sotto lo stendardo dd duca di Borgogna, oppure 
del duca di Orleans, o del Berri, o della Brettagna, . 
scorrevano le campagne, espugnavano i luoghi abi- 
tati, taglieggiavano, martoriavano, e quando ogni 
mobile sacro e profano era distrutto, le nude mura, 
le piante, i fruttiferi arbusti in una rovina consu- 
mavano. Invano la nobiltà francese raccolse l'estremo 
delle sue forze per salvare la patria, e combattè con- 



Ì6S PARTE QVlÌFTk. 

trò lo Straniero nei campi di Crevant, di Verneutl e 
delle aringhe : nuove sconfitte addoppiarono lutto a 
lutto, ed umiliazione ad umiliazione: e quindi niuna 
parie del regno fu più in salvo dal furore delle com* 
pagaie. Dopo avere sorpresola città di Rue, i yen-»* 
turieri sparsersi nel Ponthieu, nell'Artois» nel Bo* 
logqese eoi nome di scorticatori : né le ghiacciate vette 
^lle Alpi furono sufficiente schermo ali' Italia dai 
loro insulti (I). 

Da tanta profondità di miserie, alle quali nessun ter- 
mine, come nessun aumento, appariva quasi possibile, 
sorse una giovinetta di umile nascita, di semplice co-» 
stume e dì attente facondia. Credè che una celeste 
potenza l'avesse eletta a risvegliare la Francia dal suo 
indegno sopore, a liberarla dal giogo straniero, ed a 
ricomporla sotto il vero re Carlo vii, cui essa sopra 
ogni umana cosa riveriva. Alle sieare esortazioni, 
airangelico costume dì Giovanna d'Orleans si riscosse 
la Corte del re di Francia; si corse airarmi, si stan-^ 
ziarono spontanei aiuti di denaro : Teàempio di una 
povera vergine partorì meraviglie. Il re medesimo , 
tostochè intravvide un barlume di buona fortuna, si 

4? H39 sciolse dalla usata pigrizia, convocò gli stati generali, 
impose alcun ordine alle finanze , e colla pecunia 
ricavata dai popoli parte del venturieri disciplinò e 

A, H44 ritenne seco, parte sotto il delfino mandò in soccorso 

T ■ 

(1) Fra cotesta coqip^tgAia 4eglì Scor^f(Uori si trovarono un 
Tebaldo Valperga, md BorDÌt) Cacchiei^ e un Luchino Rusca, 
italiani, che mandati nel 14^3 con 1500 uomini d'arme dal duca 
di Milano in aiuto del delfino , si fermarono in Francia a vi- 
vervi di ventura. Sismoi)di> Wst d^$ Frang, t. X)II. p. 99. 
im 248. 



CAPITOLO PKUàO. i63 

di Federigo in imperftlore contro gli Svizseri, i quali 
assediavano la città di Zurigo (I). 

V. 

Aftprissime rupi, d'onde l'acqua ribalza spumeg- 
giante tra perpetui ghiacci e solinghe praterìe , per 
raccogliersi qua e là in laghi di bellezza meravigliosi^ 
aTevanò nodrito uomini di cuore e di costume prò* 
porzionati alla fierezza di quella natura. Divisi in 
piccoli territoriif l'uno dall'altro indipendenti, ma 
tutti sottoposti alla giurisdizione dell'impero, gli Stati, 
dei quali ora si compone la Svizzera, già tempo an- 
davano compresi sotto il nome di Alta Alemagna: 
Zurigo, Soletta, Basilea, Berna e Sciaffusa erano 
città imperiali ; Zug e Friburgo obbedivano ai conti 
d'Absburgo, Lucerna all'abate di Murbach, Glaris e 
Appenzello ai monasteri di Seckingen e di San Gallo: 
per ultimo Ury, Schweitz e Underwalden sotto forma 
di libertà ricevevano governatori imperiali. Nume- 
rosi e potenti feudi e ricche abazie limitavano da 
ogni parte i domìnii di codeste città : particolari con- 
federazioni le guarentivano dalle oppressioni dei vi- 
cini, cautela molto usata allora neir impero germa- 
nico, in cui gli interregni e gli scismi aprivano il campo 
a giornaliere violenze. Cosi stette la contrada piut- 
tosto abblìata che in pace; finché i soprusi messi 
in opera dai conti di Absburgo affine di riunirla tutta 
sotto la propria obbedienza, condussero Ury, Schweitz 
e Underwalden ad espellere i vicarii imperlali e giu- 
rare di vivere libere o morire. Una vittoria con me- a. \3\s 

(t) Sismondi, Hist. des Fran^ais, t. XIIl. 3&5. 



mora Ddù ardire e fortuna rìporlats^ a Morgarlen sug- 
gellò il generoso proposilo: il comune pericolo e bi- 
sogno accrebbe il numero dei fautori e degli alleati. 
Sorse cosi come una lega di Stati, ciascuno di per se 
stesso indipendente, ma unito agli altri mediante <^rte 
€ondÌEÌoni. Il cantone di Sehwelliz le prestò il nome ; 
portentose virtù e stupende vittorie le prooa<u:iarono 
coosislenKa e i^ria perenne. 

Però costretti dalia povertà nativa ad opporsi a 
pie, con pocbe ami da difesa incontro le squadre a 
cavallo dei gentiluomini armati a piastra e a maglia, 
avevano gli Svizzeri con successo pariairaudaeia im- 
maginato un nuovo genere di milizia. Concioséiachè, 
ristringendosi a piedi neir ordinanza, non d'altro 
muniti che di un petto di ferro o di cuoio e di ui^i 
grande spada pendente sulle schiene» piantarne 
contro ai cavalli quadi uno steccato di pieche lunghe 
i8 piedi; delle quali le prime, venendo da quelle 
dietro sostenute, rendevano impossibile non meno il 
romperle per subitaneo impeto, che il respingerle a 
viva forza. Pochi cooprivano di maglia il dorso e le 
braccia, nessuno il capo; quei pochi» in cambio delle 
pieche, maneggiavano labarde, lunghe tre iNraccia e 
col fenro in punta acuto, e pia in giù rivolto in forma 
di scure: costoro, tostoehè vedevano i propri! pic- 
chieri alle prese coi picchieri nemici, speditamente 
si intromettevano fra gli uni e gli altri, ed o col 
taglio delle labarde segavano le aste ostili, oppure 
colla forcatura le conficcavano a terra (i). 

(1) Adriano, Disciplina milit. 1. II. p. Sii (Venezia, 1566). 
— De Zur-Laaben , Hist, milit, des Suisstà^ 1. 1. p. M. segg. — 



CiiPITOLO PKIMO. 363 

Mosti e laghi j^ì con pericolosissiiiii eserciili di 
eaccia e di pesca addestravano airarme siffatta gente; 
e ve la oducavano i magistrati, sia preponendo premli 
alle uccisiopi degli orsi e doi cinghiai, sia obbligaado 
tutti a trattare le armi. A tale effetto essi le sommini* 
stravano ai più- poveri, e tratto tratto rassegnavano 
ed esercitavano gli uomini di ciascun villaggio atti 
alla guerra. Avresti perciò veduto non senza mera* 
viglia i ragazzetti delle terre un po' grosse maneg*- 
giare ottimamente le bombarde» e n^la occasione di 
alcali matrimonio gli adolescenti in ordinanza militare, 
coi vessilli spiegati, al suono dei tamburi, cogli archi 
e colle lande accompagnare gli sposì^ e festeggiarne 
l'arrivo collo sparo delle artiglierie e degli schioppetti* 

Machiav. Art, guerr, II. 35$ e Ritratti delU cose dell^ Magna, 
«Un batlaglione di Svìzzeri, se fosse composto di mille file, 
«(iptendi righe) non ne può adoperare se non qaattro o al 
«più cinque, perchè le picche sono lunghe nove braccia ^ uno 
« braccio e mezzo è occupato dalle mani; donde alla prima fila 
«resta libero sette braccia e mezzo di picca. La seconda fila, 
«oltre a quello ch'ella occupa con mano, ne consuma un 
«braccio e mezzo nello spazio che resta tra l'una fila e l'allra, 
«di modo che non resta di picca utile se non sei braccia. Alla 
«terza fila, per queste medesime ragioni ne resta quattro e 
«mezzo: alla quarta tre, alla quinta un braccio e mezzo. Lo 
«altre file per ferire sono inutili; ma servono ad instaurare 
«queste prime file, come abbiamo detto, ed a fare come un 
« barbacane a quelle cinque ». Art, guerr. IH. 376. 

« Fanno gli Svizzeri ancora molte forme di battaglie, intra le 
«quali ne fanno una a modo di croce; perchè negli spazii,che 
«sono tra i vani di quella, tengono securi dall'urto de' nemici 
«i loro scoppiettieri». Art. guerr. II. 366. 

Camminando poi (secondo TAdriano) portavano te picche 
quasi piane sulle spalle, a differenza delle fanterie italiane, 
che le portavano diritte ed alte qualche palmo da terra. 



996 part; quinta. 

Sopravvenendo guerra in patria, tatto il villaggio 
eleggevasi alcuni capi, e convolava alle armi: doven- 
dosi guerreggiare fuori, i capi eleggevano i soldati. 
Prima di entrare in campagna, tutti insieme depone- 
vano solennemente gli òdii vicendeveli e giuravansi 
fratellanza; ciò fatto, non si chiamavano più tra loro 
con altro nome che di fratello. Cosi l'amicizia corro- 
borava gli sforzi della patria ^carità. Nel medesimo 
tempo promolgavansi eziandio le leggi della guerra, 
e se ne giurava l'osservanza. Esse imponevano di oh* 
hedire ai capi; di non abbandonare gli ordini; dì 
non fare sedizione; di combattere in silenzio; di non 
fuggire; di ammazzare sul fatto il compagno che vol- 
gesse le spalle al nemico ; di non sbandarsi per bot- 
tinare prima che la vittoria non fosse compita e da- 
tane la licenza; di non ardere gli edificii; di non 
gettar via le armi; di non guastare i molini e le 
chiese; di non violare , di non offendere le donne e 
i sacerdoti inermi : di non dar quartiere durante la 
mischia. Ai trasgressori era inlimata per pena la 
morte. 

Trattandosi di andare a qualche spedizione lontana, 
ciascuno portava seco un paio di calzari nuovi, e tanta 
farina di avena, quanta potesse bastare al suo vi- 
vere per ik di. Riportata una vittoria, o terminata la 
guerra, i capi raccoglievano la preda, e la distribui- 
vano ugualmente, cioè i cannoni e le bandiere tra i 
cantoni, l'altro mobile tra i soldati senza rispetto 
al grado: bensì prelevavasene una certa quantità 
per ispeciale guiderdone dei più valorosi. Quali fos- 
sero le armi dei soldati svizzeri , già dicemmo : qui 
aggiungeremo, che eglino avevano il costume di or- 



CAPITOLO PBDIO. M7 

narsi il capo di piume a varii colori corrispoodenti 
a quelli del patrio vessillo: sopra le annature porta*- 
vauo la croce rettangolare, comune divisa deircive* 
zia. Usavano in battaglia trombe, tamburi e pifferi, 
e ne traevano un suono più di quello dei Tedeschi 
grave e tardo. 1 cantoni di Ury, Ùnderwalden e Lu* 
cerna servìvansi di corno e di cornetta (i). 

Con questi ordini gli Svizzeri difesero la propria 
libertà» e furono strumento per toglierla agli altri. 

VI. 

Tale era la gente , contro la quale nell'agosto del Y^^lT 
4444 guidava i suoi venturieri il delfino, che diventò 
poi re di Francia col nome di Luigi xi. GII Svizzeri , 
come prima il seppero, staccarono 1600 uomini dall'as* 
sedio di Famsburg, e li avviarono avanti coH'ordine di 
riconoscere il nemico, e nel caso che lo trovassero al 
di qua della riviera della Birsa, fare ogni sforzo per 
respingerlo oltre di essa : ma badassero a non var- 
carla, e molto più ad impegnarsi in un generale fotto 
d'arme. Vane raccomandazioni! Arrivali a PrateleA, 
i 4600 Svizzeri videro chei Francesi avevano passato 
il fiume; tosto gettansi sulle prime schiere, le rovo* 
sciano , le oltrepassano, e con cieco furore combat* 
tendo, le ributtano tutte sull'altra riva della Birsa. 

Questo risultato sarebbe sembrato piucehè suffi- 
ciente a qualsiasi esercito: pure non bastò ad acquie- 
tare l'ardore di quel pugno di montanari. Disprezzato 
ogni segno di umana prudenza, disprezzati i comandi 

(I) Jos. Sìmleri, De renubl. HdvtL I. II. §. 1-19.— Bili- 
baldi Pìrckeimerì, BeU, Helvtt. I. II. p. 13 (Thesaar. Uol- 
vet. liist.). 



S68 fÀKTE QUINTA. 

dei propri! capi, ebe invano riebiamàvano alla loro 
mente gli slreiti ordini avnli a Farnsborg» soli, senza 
artiglierie, senza stliiM>To di necessita, senza speranza 
di soccorso, precipitaronsi nelle ac«|oe della Birsa 
per assalire T esercito francese, che squadronato 
sopra l' opposta sponda ne osservava le mossa. Fu 
l'urto degli Svizzeri pari al loro coraggio : n^rò la 
fretta del camminare , V impeto della corrente e la 
difficoltà del salire li avevano alquanto scompigliati: 
la folta grandine delle cannonate, e le successive ca- 
rìcbe della cavalleria francese non tardarono a spar- 
tirli in due masse. Cinquecento chiusi in una prateria 
circondala a minio di penisola dalle acque del fiume, 
tanto tempo vi resistettero coir armi alla mano , 
quanto tempo rimasero in vita; gli altrit pressocbe 
al numero di mille , riumronsi arditamente in un 
gruppo, e pugnando e marciando si volsero verso 
Basilea. Pervenuti al cimitero ed al giardino di & 
Giacomo, vi al soflermarono a pigliar fiato. 

Eramava il delfino, stupito di tanto valore» di con- 
cedere ad essi libera Tandata: ma gli si opposero nel 
consiglio dell* esercito francese tutti i condottieri e 
prevalsero. Ricominciò adunque da una parte e dal- 
Taltra più fiera che mai la carnificina. Tre volte 
ancora gli Svizzeri scacciarono dal cimitero i nemici; 
due volte con furiose sortite li rispinsero molto in là: 
alta fine, quando la cavalleria francese, dopo avere 
messo il fuoco alla torre di S. Giacomo, ed adequata 
al suolo colle cannonale la cinta del cimitero, smontò 
da cavallo, e vi proruppe entro da ogni parte, una 
orrenda edeslrema lolla vifii proseguita. Tra il sangue 
e i cadaveri, gli Svizzeri, qual sostentandosi per ìstaii- 



CAPTTOLO mino. S69 

«heua sulle ginocchia, quii focendosi i^ppoggio <lel<^ 
ranico caduto, colte labarde, colle spade, coi pu* 
gnali , come il farore portava, sino airalUnio spirito 
si difesero. In capo a dieci ore, quando tutti furono 
uccisi, mancò la euffa. Milleseicento erano partiti da 
Famsburg; dieci soli, che al passaggio della Birsa si 
erano ritirati, e di questi nove carichi di ferite, ri* 
tornarono in patria. Restarono sul campo ottomila 
francesi. 

Il giorno dopo volle il delfino esaminare il sito 
deHa battaglia ; e quando mirò le grandi ferite , il 
fiet^» contegno , il disperato abbandono del nemici 
giacenti , narrasi che fra sé proponesse 4i appro- 
priarsi, tosto giunto sul trono, cosi grande valore, e 
sopra di esso piantare le fondamenta della monar- 
cMa. Foche settimane dipoi, ommessa Timpi^sa della 
SvuEzera, si riducéva coi suoi venturieri in Lorena (1). 

11 ritorno intempestivo di cotesto squadre rinfiammò a. iiisi 
nel re dì Francia Carlo vii, e nei più savi! dello Stato, 
il desiderio di impórre una volta un termine alle 
loro ribalderie. Me tenne il re molte consulte: ma 
due cose facevano distacelo al suo pensiero: in primo 
luogo la difficoltà di pagare esattamente le milizie 
stabili, che sarebbersi introdotte invece degli stipen- 
diarii di ventura ; in secondo luogo il pericolo che 
costoro, appena licenziati, non si radunassero in com- 
pagnie come gift era succeduto alla pace di Brétigny. 
Dopo non poche dispute e pareri, in sostanza si 
concluse di parlare segretamente a quindici con- 
dottieri dei più famosi , c^ mediante la promessa di 

(1) Sismondi, t. Xlll. p. 43% srf^g: -- Joh. de Mailer, «t 
continuat. Hist des Sutsses, 



270 ^A^^tfi QtJiNfA. 

crearti capi delle nuove milizie, tentare di indurli a 
favorirne la instituzione. Detto fatto, ognuno dì questi 
45 condottieri elesse a sua arbitrio tra le vecchie mas- 
nade gli uomini della propria compagnia : tutti gli 
altri vennero congedati d'un colpo , con ordine di 
ritirarsi incontanente ciascuno nel suo paese, e sotto 
pena della forca a chi commettesse mali per viaggio. 
(]osi nel giro di due settimane la Francia quietò dalle 
rapine dei venturieri, e vide sorte le IS ordinanze 
degli nomini d^arme^ ì quali essendo stati acquartie- 
rati a trenta e quaranta per le terre dello Stato, x;on 
una parte dei tributi locali vi furono di leggieri 
mantenuti (I). 
I felici risultamenti di questa riforma mossero tre 
. 1448 anni dopo il re ad estenderla alla fanteria. In con-^ 
seguenza venne comandato agli anziani di ogni pa- 
rocchia , di eleggere ogni anno fra i più destri e 
capaci un uomo , che mediante la paga' di quattro 
franchi il mese e la esenzione da qualsiasi specie 
di taglie e gravezze, si provvedesse a sue spese 
di un arco, di una daga, di una cervelliera e di un 
giaco di ferro, si esercitasse tutte le feste nel ma- 
neggio delle armi, e si tenesse pronto a militare ad 
ogni evento. Fu il numero di tutti i descritti 16,000. 
Questi vennero divisi in quattro capitanerie gene- 
rali : ogni capitaneria fu scompartita in otto bande 
di 500 uomini l'una: ogni banda in quattro drappelli 
o qxiartieri. Al comando di ogni quartiere fu preposto 
un luogotenente fis90 ossia locale, con facoltà di fare 
impendere qualunque dei suoi dipendenti abbando- 

(1) Sismondi, t. Xlll. 440. <— I>aiiie1, Hisi. de la milice frati- 
caise, l. IV. oh. I. 



CAPITOLO PRIMO. S7 1 

nasse senza licenza l*esercìto per tornare a casa. Un. 
comandante generale riuniva in sé il governo di tutte 
e quattro le capitanerie. 

Tale fu la milìzia cosi detta dei franchi arcieri (4): 
la quale insieme colle ordinanze degli uomini d'arme 
ravvivò nei Francesi la disciplina, il coraggio, Ta'* 
more della gloria, del prìncipe e della patria, infine 
tutti quegli stimoli, che durante i regni di Enrico iv 
e di Luigi Xiv acquistarono alla nazione il primato 
sopra il resto dell'Europa. Pagate regolarmente le 
soldatesche, repressi i saccheggi e le estorsioni, non 
tardò in Francia a risorgere l'agricoltura e quella in* 
dustria, che da essa trae e ad essa somministra la 
vita, né passava molto tempo^ che la Guienna e il 
Delfinato venivapo riuniti alla corona, e gli Inglesi^ 
principale fomite dei mali sofferti, erano espulsi af-« 
fatto* 

Questi ordinamenti militari vennero a prima giunta 
confermati dal re Luigi xi: ma quando i principi del 
sangue, congiurati contro a lui di concerto col duca di 
Borgogna, lo astrinsero a fondare la sua salute sopra 
l'affezione dei Comuni e della minuta plebe, riputò 
egli opportuno di scioglierli dal peso mal compartilo 
e troppo grave della milizia. Dispensò pertanto i Co-^ 
munì dalla convocazione del bando e del retrobando^ 
ed abolì per sempre la milizia dei franchi arcieri. 
Ma nel medesimo tempo indirizzava il pensiero a 
circondarsi di un corpo di fanterie più compatto, più 
pronto, più divoto ed agguerrito. Queste furono gli 
Svizzeri (2). 



i 



1) Daniel, tìisi. efe la milice\ 1. IV. eh. TV. 

5) Si«mondi, flitt. dei Frang, t. XIV. 231. 314. 



\ 



272 PAKtZ QUllJTA. 



VII. 



Una cosa aveva avvicinato alla libera nazione degli 
A. «474 Svizzeri rimperioso animo dd re Luigi xf : dir voglio 
la comune avversione contro le insolenze dei grandi 
signori, e il comune terrore di Carlo il Temerario 
duca di Boi^ogna, ai cui sfrenati appetiti pareva 
breve TCuropa. Luigi xi riaccese gli spiriti degli 
Svìzzeri, i quali già si erano stretti in lega offensiva 
e difensiva coirarciduca d'Austria, col margravio di 
Baden e con varie città libere, assicurando loro, per 
quanto durasse la guerra, una grossa provvigione in 
denari, ma con un patto, cioè ch'egli potesse trarre 
gente dal loro paese per proprio servigio al soldo 
di quattro fiorini é mezzo al mese cadun uomo. Fu 
questo il piMmo contratto di assoldamento, die quella 
nazione stipulasse con un principe straniero (4). Il 
duca di Borgogna con un esercito di ikO,000 uomini, 
2 mano (j^j quali gooQ erano Lombardi e IHemoatesi merce* 

4476 

uarit, usci dagli alloggiamenti di Grandson a battaglia 
contro le ordinanze di Friburgo, di Zurigo, di Berna e 
di Lucerna, che ristrette in un denso quadrato irto di 
fMCche e di alabarde con fermo passo gli venivano 
all'incontro. Giunti in mezzo ai vigneti che coronano 
il lago, gli Svizzeri si inginocchiarono, secondo il 
patrio loro costume, a pregare: i Borgognoni, impu- 
tando quelFatto a paura, spronarono pieni di audacia 

(1) I 500 Svizzeri, che nel 1465 al tempo della guerra 
del pubblico bene aveva condotto in Francia il duca Renalo 
d'Angiò, erano slati recintati sottomano: anzi al ritorno furono 
per ciò appunto puniti con prigioniae multa. V. deZur-Lanben, 
Hisi, milil, des Suisseiy i. I. p. 65. 70. 



CIPITOLQ PRIMO. 973 

6 dì confidenza per cariearii. Sfa già la folta ordi- 
nanza era risorta, in pie, e vlmessasi in marcia rice« 
veva senza scomporsi Furto della cavalleria nemica. 
Indarno i Borgognoni animati dairesempio del loro 
principe reiterarono con crescente furore gli assalti: 
quasi nave in procella, il hattaglione quadrato fra il 
vano cozzo degli uomini d'arme si avanzava; anzi 
era già con molta Strage dei più illustri nemici pe-* 
netrato fino al centro deiresercilo ducale, quand'ecco, 
dissipate quasi per incanto le nubi, Mgoreggiare sulle 
colline circostanti le armature dtena vetrogoardia 
svizzera, che si calava sui fianco rinistro dei Borgo- 
gnoni, e da lontano rimbombare 3 cupo e famoso 
suono dello cornette di Ury e d'UnderwaMen* Non 
fa più allora fra i dneoll che un confuso aspetto di 
fngà e di strage : Carlo medesimo fuggi a stento 
dalla disfatta con cinque soli compagni (I). Pochi 
mesi dipoi sotto le mura di ?foncy ne avveniva, comò 
altrove narrammo, l'irftinia rovina (3). 

Queste imprese dilatarono meravigliosamente la 
fama delle ordinanze svizzere, ed accertarono l'epoca 
dalla quale- la fanteria cominciò a ripigliare negli 
eserciti il luogo ch'essa aveva perduto nella declina- 
zione del romano impero. Liberato una volta dallo 
sgomento di Carlo il Temerario, Luigi xi vendicò 
sq)ra le persone e le sostanze dei baroli firàncesl 
rignomfnia e la dissimulazione, dì cui aveva dovuto 
farsi schermo fino allora, eaftsó i firancfal arcieri, li- 
cenziò dieci compagnie delle ordiìianze a cavallo, 

(1) Sismondi, Hist. des Frang, t. XIV. 467-tóO. — Bilib. 
Pirckeim. Bell. Hel9et. p. 9 (Thes. Hervet. Hist). 
(9) V. sopra, palle IV. o. V. §. 6. 

va. ni. 18 



274 PÀKTE QUINTà. 

dispensò i Bobili dal servigio miUlMe, esentò i Co-' 
muni dalle guardie interne; infine, avenda mutato 
in tributi pecuniarii quasi tutte le obbligazioni mili^' 
tari dello Stato, con essi tributi stipendiò diecimila 
venturieri di varia stirpe , e seimila Svizzeri» come 
alieni di lingua e di interessi, cosi da lui sUmati di. 
più sicura fede* 

Seguitarono Y esempio di Luigi si i s^uenti re, 
non solo della Francia, ma degli altri Stati dell'Eu- 
ropa. Bentosto TelveUca gioventù, sdegnando di ri- 
manere come serva in una patria, nella quale (tranne 
i cantoni dati alla pastorizia) non si conosceva an- 
cora ugualità di diritti cbe tra i potenti , sdegnando 
altresì il monotono ed umile lavorio de'campi, colà 
trasse in folla, dove il guadagno, gli onori ed i pia- 
ceri la invitavano:. Invano il governo stesso intervenir 
colle esortazioni e. colle minacele e coi castighi per 
guarire ì proprii cittadini dal cieco furore, che U 
trasportava a spandere U sangue in lontane contrade 
per cause ignote, ^la fine i cantonit. quando s'accor- 
sero di non poter più infrangere, codesto costume, 
anziché abbandonarlo al caso, pigliarono, partito di 
accordare essi medesimi coi principi le .condizioni 
degli assoldamenti, e, coH'eleggere al comando delle 
reclute capi di sperimentata bontà» assecHirarne al- 
meno le vite e gl'interessi. 

In conseguenza, allorché a un principe nasceva il 
Insogno *di assoldare un^ certo numero di Syivierì, 
chiedevali ai cantoni* proponeva la, durata e le con- 
dizioni del servigio, . e mandava un gentiluomo col 
titolo di colonnello a radunare la gente e menarla 
via. Solitamente i cantoni stessi ordinavano la leva 



GApntMiO mHò. 29S 

pegli nomini rieUesli, e depntaitaiio alouAi a ve- 
gliame TadomoiMita, rarmamiSiito e la partenza. 
Costoro li seguivano altresì fuori della Svizzera, sia 
per proteggerli nel loro diritti verse I prineipi^ sia 
per notarne le azioni. Al ritorno davano di ogni cosa 
ragguaglio ai rispettivi eantoni r e questi secondo i 
meriti premiavano ovvtto punivano. I soldati, prima 
di spatriarsi, giuravano nelle maùi dei loro . capitani 
di osservare esattamente le patrie leggi di guerra, e 
di servire bene e onoratamente iT principe, al cui 
stipendio si recavano, contro chicchessia (I). 

I patti pòi proposti loi<o dai principi erano quali 
offre 11 debde ricco al forte avaro: che appena ar- 
ruolati ricevessero le paghe di tre mesi, quand'an- 
che venissero licenziati prima di detto tempo, oppure 
si ammalassero: che se alcinm di loro venisse armo- 
nie, i suoi diritti passassero aglX eredi: che le genti 
di ogni cantone formassero una banda a parte, senaea 
che per verun motivo potessero mai venir. disgiunte 
mescolate insieme eon qodle di altri cantoni: che 
le soldatesche fossero giudicate sia nel civile sia nel 
criminale da'proprii capi e non da altri: che le naghe 
si sborsassero in oro contante, in ragione di quattro 
corone al mese: che nel caso in cui queste non bastas- 
sero^ il principe vi supplisse: che, venendo a ceilsare 
il servigio per morte o per pace, non si potesse de- 
trarre al soldato od ai suol eredi più che una mesata 
di paga. Per l'altra parte 3é reclute promettevano di 
non abbandonare il servizio prima del tempo stabi- 
lito, ed i rettori del cantone si obbligavano di far 

(1) De Znr-Laiibeii, tìtst, mitii, des Suisses, t. IV. p. 144.— 
lAay de Romaininotier, Hist. milit. des Smsses, 1. 1. p. 5i. 



276 fàKSE QCJIKTA« 

arrestare qualunque trasgredisse a questa promessa,* 
e di qo9lriQgei<lQ a raggiungere iflaansttlinedte' la sua 
bandiera (1). 

Ci6 posto, il 4sanl0ne si reu^a gavaiMto verso le 
sue genti deU-adetiipii»eii4o del patti, e pemetteTa 
d'iualberaie il suo steoidairdo. ConlUhei di esso niasun 
uoQiei del cautouie^ selite pesa, dielia lita e delle so- 
slauspe, poteva portare le arm La legai pei di tutti 
i cautofti aveva uAQ stendardo nazionale: ma non lo 
Sfregava che ìm easl raitisBivsà di generale difesa o 
simile (2X 

Questa fu paressappoco. la sostanza dei particolari 
aecordi epuchisi tra ì eanloni dvetid e i re di. Fran- 
eia nel tempo trascorso dal re Luigi xi ad Enrico n* 
CoU'aiidare degli zmà avvenne allvesi» che i cantoni 
talora eoncedetterp ai principi la facdtà di mancar 
alcuni ad ai*rQa)aoe direttam^ote l volontariì del paese» 
solo a se stessi risecbaado sopra di essi una lontana 
tutela. Alla fine arrivò, un tempo, in cut i principi 
si fecero lecito di Fechitar gente nella Svizzera, non 
solo fuori della saputa^ ma ajocora- contro la volontà 
d^ cantoni, prendendo ^i uonunt dove e come pò- 
tevano, e formandone corpi speciali sotto il nome di 
compagnie frano&r. Queste in cape a qualche anno si 
formavano in reggiiaenti, e i cfflitoni \» riconosee- 
vano, ed estendevano ^opoa^ di esse la puoteaiime 
delle kggi e dei trattati. Ab cotesti forosi» abusi in» 
trodotti molto pia tardi dd tompi cbe diseorriaflio* 
Vedremo pia &i là b mutazioni die sopravvennero 

(l) De, Ziir-Laiibe& cit., t. IV. Pneinres, 7; p. 635, 
(3) Rslaz. degli Mszeri (Tesola politi oo,, 1. 1. p. 339). 



cifiTOLO lAoio* 277 

dopo il regno di Enrico n nelle milide 6vt£zere al 
soldo straniero. 

Vili. 

Emnli degli STfezeri nella gloria militare, erano 
per calarsi in Italia a combatterli i Tedeschi agli sti- 
pendii della Francia e deirimpero. Il paese molto gè* 
nerativo ie fertile, ma porero di denari, e diriso in 
cento Stati sotto varie forme di reggimento, indipen* 
denti, e legati solo pel comune vincolo dell'impero, 
aveva sempre nodrito una gioventù forte e cupida di 
procacciarsi la «uà ventura colle armi in pugno. Già 
l'imperatoijp Federico ni era stato costretto a com- 
prare per 70,000 fiorini la pace dalle soMatesehe, che 
sotto il pretesto di antichi crediti gli desolavano TAu- 
stria (1). Succedutogli Hasshniliano t nell'imperiale 
dignità, tosto riunì i più audaci ai suoi servigi, diede 
loro una lancia e una daga, li disciplinò^ li instml; 
e cosi sorse la milizia pedestre dei Lanzidienecchi (2). 
Altri principi se ne valsero dipoi : durante il regno 
di Ludovico XII i Lanzichenecchi sottentrarono in 
Francia agli Svizzeri nel governo geloso delle arti* 
gliene campali: e dai Lanzichenecchi specialmente 
fu guadagnata la battaglia di Ravenna. 

Erano costoro per indole e per avarizia bravi e 

(t) iEneaB SiWii Piccolom. p. 59 (ap. Fralier, t. II). 

(3) Mettingh , Status miliUa German, antiq. p. 699-635 (Al- 
tonov. 174S). — Bilib. Pirckeim. cit p. li. -- Joh«Fabri, Ortotf. 
e» M^acim. h p. 413 (ap. Freher, t. II). — Pfister, Hi$i. d'Ai- 
Imagm, t. VI. 49% 

LcmxichenetcQ può significare tanto aa fùnit armaUHH lancia^ 
qaanto vnk fanU pro^eUtU, 



378 liBTB QUlllTà*. : 

coraggÌ€»si; motto più poi de^. Sf izzeri di alta sta- 
tura e di bella presenza: però, siceome erano ugnali 
le armi, uguali gli ordini^ uguali gli intenti dell'una e 
dell'altra milizia, cosi ne-ricaVavano materia d'inesti- 
mabile odio ed emulazione j 1 pingui stipendi!, le opime 
spoglie dell'Europa inerme stavano schierate, dinanzi 
alla cupidìgia di entrambe le inazioni: or come avreb- 
bero esse potuto tenersi dal contendersene Tacquisto, 
e dall'aggiungere al furore del guerriero l'astio del 
nemico? Per la qual cosa non era rado di vedere 
nelle battaglie gU Sviz^ri ed i Tedeschi cercarsi 
come a proprio conflitto, e con accanimento inves- 
tirsi , e in pari contrasto cozzare colle lunghe aste • 
anelando , anziché alla propria; vittoria, alla morte 
dell'avversario. Già presso di loro né davasi, né rice- 
vevasi quartiere: e narrasi che codesta animosità li 
trasportasse talvolta ad ungere i ferri e le mani nel 
grasso dei cadaveri nemici. 

Del resto questa bravura della fanteria tedesca era 
guastata da infiniti difetti. Empia , disobbediente, 
djata al vino, impazientissima, puntigliosa, improv*- 
vida, materiale^ non altrimenti che le generazioni le 
quali avevano invaso il mezzodì dell'impero romano, 
traeva ella seco, dovunque andasse, sopra i carri le 
donne ed i fanciulli; dal che derivava e grave impedi- 
mento nelle fazioni di guerra, ed enoqne molestia ai 
paesi pereorsi (1). 

(1) Così 1^ descriveva P ambasciatore veneto nel 1546: 
(c. . e . empii, disobbedieotì, arroga^ti^ imbrìachi. . . . stimati 
« più per ia riputazione delle cose passate e per la ordinanxa 
<c ohe portano dal ventre della madre, ohe per giodiziio e pra- 
« tica. ... E gente che non teme la morte, ma jAon sa preve-^ 



GàprroLO PRIMO. 279 

Déllft cavalleria tedesca» sia per la natura troppo 
greve dei cavalli, sia per la troppa bassezza delle 
selle, sia perchè ì soldati non costumavano di armare 
le coscie e le gambe, si teneva piccolo conto. In 
realtà eglino per tntCe queste cagioni né potevano 
reggere al primo scontro (nella qual cosa consisteva 
lìmportanza degli uomini d'arme), né, scavalcati che 
fossero, bastava loro l'animo di difendersi coir arme 
corta contro ai fanti più destri e più acconciamente 
armati. Aggiungevasi ch^, sia per povertà, sia per 
ayarìzia, non si menavano dietro che un solo cavallo, 
caricando tra ogni venti nomini' sopra lin carro le 
robe e le vittovaglie ; perlochè si trovavano in ne- 
cessità di ingaggiare battaglia con destrieri stanchi 
dal viaggio e impotenti a sostenere il 6evo cozzo degli 
uemini d'arme fraiicesi^d italiani (i). 

• 

« deie alcttn yanlaggM^ Uè Mrvirst d'alouaa occasione nelle 
a espugnazioni, ot'ò bisogno di cuor grande, d'animo invitto 
tt e di destrezza e agilità di corpo. . . . Non esce alla scaramnc- 
«eia; conduce seco molti impedimenti^ è impazientissima 
« della fame e della sete. Vuol sempre essere pagata al tempo 
«deliberato; nò vogliono li capitani cbe si faccia la rassegna 
«più d*nna fiata; ma che si continui a pagare sempre le me- 
«desime paghe sino alla fine della guerra, ancorché pochi 
« ve ne restassero ». — Relaz. degli ambasciai, f^efieit, serie I. 
voi. I. p. 313 (Firenze, 1839). * 

Il soldo del fante era di 4 fiorini, del cavallo di 10. 

(1) Relaz. venete, 1. cit. — Machiav. Ritratti delle cose della 
Mattia e Art. guen\ II. 368. — Mich. Gocciaei, Ann, Bojor. 1. 
IV. p. 2ie.(Edizione del 1627). 

«Lo sforzo degli uomini d'arme germani h dì nobili; e 
« quando sono alla guerra hanno fior. 10 o 12 al mese, secondo 
«gfi nomini. Al tempo di pace se ne intertengono da 10 o 20 
« mila l'anno, e sono obbligati con buoni cavalli ed armi ser- 
«vire al bisogno. Sono forti uomini e forti cavalli: ma perchè 



i90 PkMTt qmKTké 



IX. 



Molte prestaEioni {)er»aasdi e podii deaauri costtf ai- 
yano gli esereìti dei re di ^agDa« quaode ai trattata 
di guerra nel paese. I grandi vaasalli laid ed ecclesia- 
stici, mossi non meno dalla emulaaione che dal do- 
ndre^ servivano il re molto onoratamente, quale odila 
persona, quale con un celato numero di segnaci. Le 
comunità somministravano alcuna parte delle fanterie, 
le quali tuttavia, stante la poca paga e Fimpossibilità 
di rubare, a gran fatica* si raccoglievano. Il re pas- 
sava a tutti qualche somma di denaro al di, fiitchò 
durava il servigio. Cessato il bisogno, cessava per 
coloro l'obbligo, per lui la spesa. Colle entrale poi 
dei proprii dominii, con quelle dei tre ordini mili- 
tari, dì cui era Gran Mastro, edle prestaiKEe che a 
volta a volta imponeva ai signori laici, colle crociate 
e decime che spremeva dagli ecclesiastici, mante- 
neva attorno a sé un certo polso di gente a cavallo 
e a piede, e dava provvigione a SOOO gentiluomini, 
acciocché si tenessero pronti a militare al primo 
cenno (1). Ciò rispetto alla difesa interna dello Stato. 

<( ogni comodo ha il suo incomodo, i caTalli sono cosi gravi e 
(c soliti a mangiare tanta quantità di biade, e gli nomini tanto 
«dediti alla crapula, che se la gran quantità di biade, viiio e 
« bevande loro solite gli mancassero, facil /cosa saria a &rU 
« ruinare da se medesimi ; oltre che per la troppa loro gravità 
<( non ponno far lungo viaggio». JRelaz. venete (t. IV. p. 125). 
(1) Nel 1509 la Gastiglia spendeva ducati 140 mila in 7000 
uomini d'arme, e ducati cento mila nello intertenere conttniia* 
mente duemila gentiluomini. Questi erano « obbligati in tempo 
«di guerra armarsi alla giannetta ovvero da uomo d'arme, e 
« per quanto dura la guerra servire la Corona per il salario clie 



CAPITOLO niiìfo. iAi 

Pbm ddla Spagna, niuiio per obbligo di sudditanza 
era lutato a inviar gente, od a servire in persona. 
Però il re, quando voleva muovere guerra f uora del 
paese, faceva baltere il tamburo pei luoghi abitati, e 
prockanare le condinoai dell' arraotamteto. Chi si 
preseRtava era rii9evut0. Ciò dioevasi fare i boUoU 
a tamburo. Una piooola paga li sostentava sino alle 
frontiere : colà sì apriva il campo ai pù vasti sogni 
dell' umana avariiia. laÉkttt tanto si guadagnava , 
quaaato si vinceva; e» tasto fià si vinceva, ipianto 
meglio si combatlevia; Jiè per popoli naturati alle 
armi , alle privasionì ed flJle fatiche , è a dire se 
questo stimolo dd guadagno fosse eficace* Venivano 
in Italia ia casi povero araese che li chiamavano U* 
.ngptì: ma non tardavano a rinvenire i modi di ve* 
stirM e di oriMsi. MiBera la contrada che per altro 
più non viene apprestata, se non per l'oro che ha, 
o pei piaceri che può fornire! 

Quanto aUa bontà di codeste leve , diremo che la 
cavalleria spagnuola non era punto da raffrontarsi agli 
uomini d'arme francesi o itallaai. La magg^r pavte 



«hanno gli uomini d'arme e giannetti che si fanno a tempo di 
((guerra». Nel 1532 il re teneva per la guardia sua cento 
arcieri e cento gentiluomini: teneva inoltre 4000 scudieri d'ac- 
e^sUammtOy pagati gli uomini d'arme 16 ducati ed i cavalleggieri 
IS dne. i^uuiof coÀtom nonterviTano oh« nei grandi bisogni e si 
acoontentavano di qualetn» pvsminensa a del titolo di vassalli^ 
]Per la guardia della frontiera di Navarra il re ^^vera fanti 3000. 
Manteneva ancora 1000 uomini d'arme, 1000 cavalleggieri e 
600 giannetti, pagati riapettivamente i primi 80, Ì secondi 50 
e gli altri 40 ducati l'uno. I capitani non tirafrano paga di sor* 
ta; ma in capo a qualche anno il re concedeva loro qualche 
beneficio. Rdaz, vtìieU cit., p. VI, 44. 



282 PiATE QUINTA. 

era di cavàlleggieri o gianneiti, i quali usavano ber- 
retti di lino^ spade eorte, scadi cuneati di cm>io 
cotto, e lancie o giannttu soUilissiine di frassino col 
ferro largo in punta (i). Con esse figliando il segno, 
e rizzandosi dagli arcioni sopra • le stàfie i tiravano 
dall'alto colpi, che sarebbero stati certamente mor- 
tali a chi sì fosse trovato disàrnmtD,' wsl che riusci- 
vano vani coatro a salda armatura (3). 

Né maggior profitto fidcero dapprincipio le fanterie 
f <^nite quasi a stento di aste corte e sottili , di brevi 
scudi, e di partigiane larghe in punta. Ma non cosi 
tosto appresero in Italia da Consalvo di Cordova a 
gueraire di ferro la testa, le braccia e le gambe, 
che , imbracciando arditamente il brocchiere , colle 
e»li spade e coi pugnali non esitarono dMntramet* 
tersi 'sia tra le lunghe picche dei Lansi^ e degli Sviz* 
zeri, sia tra le compatte ordinanze della camileria 
gravemente armata: ove colla naturale agilità sitando 
da un nemico all'altro, e con pari aQdaeia schermen- 
dosi di mezzo ai cavalli , ora atterravano il destriero, 
oi^ ferivano l'uomo nei fianchi, alleschiene^ nellepavti 
sue men difese; sicché in breve si vennero a conci- 
liare la riputazione di fortissimi guerrieri. E i primi 
esempii di valore venivano loro dati dai gentiluomini 
poveri del paese detti Gìismantit i quali astretti dalla 
necessità cominciavano di buon'ora la milizia come 
semplici soldati , e se ne facevano strada per perve- 
nire al grado di capitano e di generale (S). Tale fu 

(1) Più tardi icbiamòssi ^vae ffieametta quello spuntone o 
Bargentina, che porlayano gli ufiiziali della fanterìa. ' 
(5) Gìotìo, IsL 1. IH. f. 118 (Venezia 1555). 
(3) Brantòme, yie de P. Alvaro de Sonde, 



CAPITOLO PRIMO. 285 

la disciplina i mediante la quale una mano di Spa- 
gnuoli alla battaglia di Ravenna non solo seppe a- 1512 
aprirsi la yia fra i Tedeschi vincitori, e trapassarli e 
ritirarsi in salvo, ma rimise quasi in forse le sorti 
della giornata (i). 

Finqul degU ordini militari dei Francesi, degli Sviz- 
zeri, dei Tedeschi e degli Spagnnoli. Quanto ai costu- 
mi, gli Spagnuoli, avvezzi com'erano ai fieri com- 
battimenti cogli infedeli, trasferirono in Italia modi, 
di guerreggiare crudelissimi, e primi furono a vivervi 
totalmente delle sostanze del popolo, allegandone 
per iscùsa la povertà dei proprii principi. Il seppe 
Milano, quando i suoi abitanti straziati per mesi con- 
tinui con pr^ionie e torture e contumelie, altro riparo 
non vi ebbero che di appendersi con violenta mano, 
o ann^arsi ne' pozzi, o sfracellarsi le cervella sulle 
soglie dei tetti nativi! (2) Del resto, sia Spagnuoli 
che Tedeschi, Svizzeri o Francesi, feroci uomini erano 
per indole e per mestiere; famosi 1 primi per isna- 
tarata avarizia, alterigia, e dispregio ad ogni mise- 
ria; famosi i Lanzi e gli Svizzeri per ispaventevole 
sordidezza e schifosa ingordigia e ghiottoneria'; famosi 
gli uomini d' arme e i fanti franlcesi per disfrenata 
lussuria. E fu tra cotesti stranieri chi sparti per lo 
mezzo i prigipnieri di guerra italiani , affine di ri- 
cercare nelle palpitanti viscere l'oro e le gemme, 
che vi dubitavano celate (3). Tali erano le genti che 
si calavano a sovvertire l'indipendenza deiritalia. 

(1) Adriano, Discipl. milit. 1. II. p. 308. 

(2) Guicciard. Jst. 1. VI. p. 25. 1. XVII. p. 104 (si cita sem- 
pre l'edizione di Capolago, 1833). 

(3) Ammirato, St. di Firenze, 1. XXVI. p. 216. — Sismondi, 
Républ, Ital. e. XGVII. 



CAPITOLO SECONDO 

Dalla calata del re Carlo TIII a quella 
di Maagi XII. 

1494-1499. 



Gli 0R5im, i Vitelu e i Colonnesi. 

I. Condizioni degli Stati d'Italia al principio del 1499. 
II. Il re di Francia Carlo vili delibera di fare l'impresa di 
Napoli. Gian Iacopo Trinlzio all'esercito della Lega in 
Romagna. Calata del re. Cattita difesa del regno. Carlo 
entra in Napoli. 

ni. I mali nmori intemi e la lega fatta fra gli Stati d'Italia 
costringono ì Francesi a ritornare in Francia. Giornata , 
al Taro. Considerazioni. 

IV. Vaila impreaa di Piero de' Medici e di Virginio Orsini 
contro Firenze. Gli Orsini ed i Vitelli ai soldi francesi 
in Foglia. Bel fatto d'arme tra gli archibugieri a ca- 
Tallo del Vitelli e 700 Tedeschi a pie. I Francesi son 
cacciati dal regno di Napoli. Dispersione degli Orsini. 
L'Alyiano li difende dalla estrenvn royina. Accorre in 
suo aiuto Vitellozzo. Costui ordinanze a piedi, e vittoria 
a Soriano. Pace tra gli Orsini, i Vitelli e il papa. Morte 
e qualità di Virginio Orsini. 

y. Vano tentativo d^l'Alviano e di Piero de' Medici sopra 
Firenze. Ultimi fatti e supplizio di Paolo Vitelli. Fuga 
di Vitellozzo. i 



CAPITOLO SECOjSDp 

Dalla calata del re Carlo Vili a quella 

di MMÌgi XII. 

A. 1494-1499. 



Cli. Orsini, i Vitelli e i Colonnesi. 

I. 

Non mai l'Italia era stata più libera, da straniera 
inflaenza quanto nei 30 anni trascorsi dalla pace di 
Lodi alla calata del re di Francia Carlo viu. Bìspet- 
tata e ambita da tutti i principi d' Europa l'amicizia 
dei duchi di Milano, delle repubbliche di Venezia e 
di Firenze, e dei reali di Napoli ; venerata per ogni 
dove r autorità suprema del romano pontefice; |^i 
stranieri accorrevano in folla alle noalre città per 
apprendervi l'industria e le buone arti, ed acqui- 
starvi la mitra o la porpora; gli Italiani non senza 
molto utile ed onore occupavano coi loro traffichile 
Fiandre, la Francia, Flnghilterra , e tutta la marina 
del Mediterraneo ; insomma nessuna parte esteriore 
ci mancava di una grande e ind^ndente namne. 

Ma l'intervallo di quei sei lustri non era bastato ad 
amalgamare in un corpo principi e sudditi* Guai al 
governo che non si cura di esplorare i veri Usogni 
della nazione, e non sa secondarli senza prostrarsi i 
Le ferme esterne del potere presto cadono; e chi si 
credeva montato sopra uà ferrqo colosso* più non si 
trova sotto che un vapo fantasima. Tale fu il destino 



^88 PARTE QUINTA. 

deiritalia, allorché la Spagna , la Francia e la Ger- 
mania, già uscite dall'anarchia del medio evo e ri- 
dotte a compatte masse, l'assaltarono colle armi in 
pugno. Non solo le sue politiche divisioni non le 
permisero di opporre agli sforzi di quei grandi po- 
poli ohe gli sforzi appena di questa o di quella pro- 
vincia; ma ancora questi sforzi rimasero a mezzo. 
Il popolo non abbracciò la causa dei governi appunto 
perchè 1 governi non avevano abbi*acciato la. causa 
del popolo* Sfortunati gli uni e gli altri ! che quelli 
furono abbattuti, questi pagarono le spese ai vinti 
ed ai vincilori» 

Al prìnci^a itìV anno i4»i T aspietti^ degli Stati 
d'Italia era il seguente» 

Prima per Tastila di dominio, per credito, par opu* 
Itnza, per peteatìssimo naviglie si appresentava Ve* 
Bezia; rispetto ali» (fnì» la pace da essa ultimamente 
stipulata col Tur«»t eia possessione deiriHirìa, della 
Grecia » e deHe terre dt fresca i^apiCe ai signori di 
Padova, d^ Verona, di Milane adi Ferrara, avrebbero 
realmente proporzionate le twtne al concetto che se 
ne aveva, se 1» novità degli a«qinsti di terinalèrnia, 
e il dlfélto £ buoni ordinammiti nnlitaari non :|vea- 
seno ftftte ostacolo. Ciò nondimeno i Ven^i patriati, 
quanto più lontani dagli esercisiìì d^lto miliKia tftr- 
rostro, tanto più pstinaii a veleve estend^e le fron- 
tiere dello Stato eUre TMda ed iì Po^ stavano eoi'- 
roeeUo ognora vnlento sopr» i {^incipv vicini, e sopra 
le città moRrittime dell'Adriatico, per valersi *del pi4mo 
interno od estrinseco pe^ affine A porvi le neai 
addosso^ Cosi ìsl repnbMicft MtXQ ftlse larve di uti- 
lità e di grandezza si avviava alla propria perdita. 



CAPITOLO SEGOHDO. 180 

In dispregio al popolo, in odio alia nobiltà , regnara 
sopra Napoli Ferdinando di Aragona, le .cui uUinie 
proscrizioni e sevizie avevano fatto dimenticare del 
tatto r antica sua riputazione di bontà e di savietsa^ 
Né l'universale avversione si restringeva soltanto mia 
persona del re : ma , da Ini partendo , comprendeva 
tntta la schiatta douiioante, e soprattutto il primogenito 
Alfonso duca di Calabria, principale iastigalore e mini- 
stro delie passate cruddlà e della presente oppressione. 
Frattanto i Sanseverini ed i Caldoresi, esuli dalla patria 
e dai ricchi loro dominii, andavano. seminando per 
le città dell'Italia e della Francia sedisiosi discorsi # 
ed ira e vifipraidio grandissimo per quello steto di 
cose. Ad essi si univano , almeno coi destderii, se 
non colle occulte intelligenze , i loro consangnineii 
amici e dipendenti, che erano rimasti nel r^oo di 
Napoli; poi il popolo^ straziato sempre ugualmente dn 
Angioini e da Aragonesi, sperava pur sempne col 
cambiar signore di cambiar condizione4 

Sedevi al pontificato il papa Innocenzo viti: ma 
Roma, ognora divisa fra i Colonnesi egliOrsini^ già- 
ceva come preda apparecchiata al più audace e po«» 
lente. A questa fazione stavano por capi Viif^inio 
Orsini e Niccolò conto da Pttigliano; a quella Fabrizia 
e Prospero Colonna^ e Antonio Saveìli, tuUi e cinque 
vaioroei capiiani d'uomini d' arme agli stipendii ora 
del re di Napoli, ora del papa, ora del duca di Milano, 
o d^a repubbllea di Venezia, li resto del dominio 
ecclesiastico era smembrato in cento signorie o tiran- 
nidi: Goidobahfo da Montelleltro in UrUno, GJnlio ds^ 
Varano in Camerino^ Gtevanni Qe^livogUo Jn Airio^ 



S90 PARTE QUINTA. 

gna, Caterina Sforza in Imola ed in Forlì, i Manfredi 
in Faenza, i Baglioni in Perugia, gli Sforzeschi in Pe- 
saro, iMalatesti in Rimini, i Vitelli, per militare perìzia 
e tragico fine indi famosi, in Città di Castello, chi con 
autorità usurpata sopra gli uguali, o sopra il popolo, o 
sopra la Chiesa, chi con potestà carpita e poi ottenuta 
dal papa o dall'imperatore, quale con più, quale con 
meno rigore , ma tutti circondati da un gran sa- 
tellizio, ayyezzi alla professipne del condottiero , e 
sempre tementi e sempre fautori di ribellioni, di 
agguati e di avvelenamenti , con poca forza , con 
nessuna quiete imperayano. 

Di tutti costoro varie erano le vicende/ Ora per 
discacciare l'emulo dal seggio proponevano alla Chieda 
od alla plebe larghi partiti, che poi, giunti al potere, 
restringevano a mano a mano , finché la città non 
acclamava alla signoria un competitore, che per 
uguali difetti veniva alla sua volta soppiantato da 
un ter:9o : ora accordavansi tra loro, e si dividevano 
popoli e città; spesso il papa favoreggiava uni fazione 
affine di deprimere la fazione opposta, e nei contrasto 
di entrambe dominare : talora innalzava sopra due 
partiti un terzo mascherato di libertà. A dir breve 
era un continuo vacillare tra abusi e concessioni , 
tra licenza e tirannide, attento il signore ad accre- 
scere la sua autorità oltre l'onesto, pronto il popolo 
a diminuirla insino all'anarchia. 

Siena a Pandolfo Petrucci, Genova al duca di Mila- 
no, Lucca, in apparenza all'imperatore ftlassimiliano i, 
in fatti a se medesima obbediva. Iprincipotti di Fer- 
rara e di Mantova, costretti dalla loro debolezza a 
nascondere i proprii voleri, attendevano ansiosamente 



CAPITOLO SECOUPO. 991 

il primo rumore di guerra per allearsi co) più for- 
tunato, e riacquistare il perduto, od occupare Tai- 
troi» senta badare che un'altra guerra od alleanza 
li avrebbe per^ avventura spogliati di ogoi cosa. 

Nel ducato di Milano il supremo potere era eser.^ 
citato A nome del giovane nipote Gian Galeazzo Biada 
da Ludovico Sforza detto il Moro. Di costui già nar- 
rammo i primi maneggi con Roberto Sanseverinot e 
le prime discordie colla duchessa Bona (1). Ora non 
gli era il trono distante più che di im passo. Allon« 
tanare sempre più V imbelle nipote dalle faccenda 
dello Stato 9 annullarne l'autorità^ affrettarne il fine^ 
impetrare dall'imperatore una occulta investitura del 
ducato, rendersi nelle cose d'Italia supremo oracolo^ 
sopra la rovina della casa di Aragona fondare la 
propria grandezza, insomma di suddito farsi principe! 
di principe, arbitro supremo di ogni cosa, queste 
erano le brame di quell'animo vano ed ambiiioso« 
facile nel cominciare» incerto nel proseguire, debole 
nel conchittdere« 

Con ben altri auspizii reggeva Firenze sotto civiì 
forma Lorenzo de' Medici, autore precipuo della 
lunga concordia d'Italia, e uomo alla cui.félicitànulla 
mancò, né anco, insieme con molta potenza, la libertà 
della patria. La sua morte fu come un segnale al- 7 aprile 
ritalia di mortali sciagure. Pochi mesi dipoi l'esalta- 
tazione di Alessandro y( alla sacra tiara servi di esca 
al funesto incendio : Ludovico Sforza vi appiccò le 
fiamme i né per attizzarle dubitò di ricorrere allo 
straniero*. 

« 

(1) V. sopra, patte tV. eap. VI. 



iSH PARTE QUINTA. 

II. 

Era riimsto erede delle viete rtgioiii degli An- 
gioini sopitt Napoli il re di Francia Carlo tui, gio* 
vane debole d'animo, brutto di corpo, avvezzo nelle 
cose di momento a pigliar norma dalla sordla dai 
cortìgiani, in quelle che dì per sé poteva compren- 
dere, dal proprio appetito; dd resto principe privo 
d' ingegno , di studio e di esperienza , ma per gìo* 
vanile baldanza pieno la mente di eroidie idee, verso 
le quali vieppiù il soffio degli adulatori e la natura 
ardente dei Francesi lo sospingevano. Pretesseva di- 
ritti sopra il regno di Napoli : conquistato il quate, 
ripulava agevole varcare il mar Ionio e l'Egeo, espel* 
lere gli infedeli dai luoghi santi, é piantare in Bisan- 
zio l'orifiamma. Codesti diritti, codesti sogni Ludovico 
il Moro gli ricordò, e, profferendogli alFuopo la sua 
cooperaasione, eccitollo a farli vivi colla spada. A tale 
effetto, per mezzo d'uomini fidati , gli fece vedere, 
come ritalia per tanti anni di pace si trovasse disar- 
mata, e divisa in tanti umori qoanteerano le sue città, 
i popoli insofferenti delia nuova servitù; i principi non 
ancora avvezzi al comando; il regno di Napoli pieno 
di malcontento, epperciò aperto al primo aggressore. 
In sostanza gli conchiudevà, dover essere più faticoso 
l'andarvi che il conquistarlo: • oltre Napoli rimaner 
poi altre e veramente grandi intraprese, la sotto ^ 
messione dell'Oriente, l'innalzamento della cattolica 
fede, il rlnnuovamento dell'impero di Carlo Magno; 
queste gesta essere degne di un re di Francia ». 
Cario vili non potè ascoltare freddamente le lusin- 
ghiere parole degli ambasciatori milanesi, alle quali | 



CAPITOLO SECOirPO. SfW' 

sommioistravaM appoggio gli cigregi doni da essi 
accortamente distribuiti fra i cortigiani. Tosto, ben- 
ché senza apparecchi » e eontro il parere ^ tutti i 
più savii , fu risoluta e intrapresa una spedinone 
contro il regao di Napoli. 

Appena saputo ciò, il papa e il nuovo re di Napoli 
Alfonso, che era io questo mezzo succeduto a Fer» 
dittando» mandarono un esercito in Romagna affinchè 
si opponesse al passaggio dell* avanguardia francese. 
Era in questo eserciU> il flore dell'italiana 'milizia ; 
Ferdinando duca di Calabria col consiglio del mar- 
chese di Pescara n*era capitano generale: il conte da 
Pitigliano ccMoaandava alle genti della Chiesa : e vi 
militavano colie loro bande romagnole Naldo e Vin- 
cenzo da Brisighella rinnovatori deUa ianterìa ita- 
liana, e colle loro compagnie d'uomini d'arme Anni* 
baie Bentivoglio e Bartolomeo d'Alviano, le cui azioqi 
saranno materia di più lungo discorso. Ma sovra tutti 
pw grandezza di fatti e dì riputazione primeggiava 
Gian Iacopo Triulzio. Era questi, come altrove di- 
cemmo, stato uno dei principali guidatori della guerra 
mossa nel 1487 contro i Veneziani, e del trattato di 
pace concluso a Bagnolo. Quindi aveva aiutato il re 
di Napoli a sottomettere i baroni ribelli, racquistato 
al papa Osimo occupatagli da un Boc<^lino dei Guz- 
zoni (I): alla fine la bassa gelosia di Ludovico il Moro 
l'aveva astretto ad abbandonare gli stipendìidi Mi- 

m 

(1) In premio dì queste imprese arerà egli ottenuto dal 
papa il contado di Belcastro, e dal- re il titolo di capitano f^e- 
oerale delie sue armi, colla condotta di 500 caralli e colla 
prorrigione dì 9000 ducati. Hpsmini^ f^Ua dd Triulziùy 1. JV. 
148-188. 1. V. doc, 20. 



394 PARTE QGlKtÀ. 

lano : era allora passato ai servìgi del re di Napoli, 
da cui era stato spedito con podestà viceregale neU' 
Abruzzo a reggervi le genti d'arme. 

Del resto le forze dei Napoletani e Pontificii rada- 
nate in Romagna superavano di molto le francesi ; 
risolata poi era l'opinione, del Triulsio e del Pescara 
di venire a giornata primachò il re di Francia so- 
pragiungesse col resto dell' esercito, è rendesse im- 
possibile non solamente il vincere , ma il fermarsi. 
Ciò nulladimeno, sia perchè cosi suonassero gli ordini 
segreti dati dal papa Alessandro vi al conte da Piti- 
gliano, sia per sua naturale lentezza e irresoluzione, 
stette questi immobile contro ogni consiglio un po' 
rischioso. Invano il Triulzio offerse per malleverìa 
della prossima vittoria il capo del proprio figliuolo ; 
invano fece distendere in carta solennemente il pro- 
prio parere, e tanto si affaticò, che trasse dalla sua 
eziandio il duca di Calabria. Allorché il Pitigliano più 
non ebbe ragioni da opporre, e a suo malgrado fu 
deliberato di uscire a battaglia, chiese in grazia che 
essa venisse differita al giorno seguente. Conseguita 
la domanda, quella notte stessa tenne modo , che i 
Francesi passassero a man salva fra i suoi alloggia- 
menti e quelli dei Napoletani , e rendessero perciò 
vano qualsiasi tentativo di raggiuiigerli (I). Cosi Toc- 
casionedi combattere fu perduta e per sempre. Quindi 
il campo della |ega senza aver nulla operato ritiravasi 
verso Roma, alla quale oramai soprastaya l'esercito 
condotto in persona dal re di Francia. 

(1) Rosmini cit I. V. 913.— Giovio, ht. 1. 1. p. 49. — Gaie- 
piard, j. J. 208. - Comioes, Mimoir^, I. VII. eh. 1-7. 



CAPITOLO SECONDO. MS 

Erasi questi pel Monginem e per l'Apennino di '**^J^^' 
Pontreinoli calato senza ostacoli dalla Francia in 
Lombardia, e dalla Lolhibardia in Toscana, con gran 
terrore dei popoli, i quali rìnanevano smarriti al 
mirare le non più viste ordinanze a piedi degli Sviz* 
zeri e dei Guasconi, e il ricco seguita degli uomini 
d'arme e dei cavallq[gieri , e l'immenso traino dei 
cannoni e delle colubrine, quale otto« quale dodici 
piedi lunga, quale impomata sopra due ruote, quale 
sopra quattro, e tutte trascinate con velodtè incre- 
dibile dai cavalli (l). Si raddoppiò la tema e la me- 
ravìglia degli Italiani, allorcbè seppero cdie Piviz- 
zano, terra dei Fiorentini, la quale per que' tempi era 
riputata molto forte, era stata in un batter d'occhio 
presa d'assalto e sterminata di averi e di abitatori. 
Ciò non pertanto l'esercita francese, essendo come 
chiuso tra i monti ed il mare» coi forti di Sarzana e 
di Sarzanello alle spalle, con Firenze a fronte, gli 
Apennini e la flotta aragonese ai fianchi, ed avendo 
oltre a ciò contraria a sé non meno la natura della 
stagione che l'animo degli abitanti, sarebbe sfato 
ridotto in pochi giorni a gravissimi partiti , se Piero 
de' Medici , padrone di Firenze, non avesse amato 
meglio di smembrare la patria di mezzo il dominio, 
affine di signoreggiare con quiete sopra l'altra metà. 
Questa falsa lusinga l'indusse a cedere al re di Fran- 
cia, non che Sarzana e Sarzanello , ma Pietrasanta e 
Pisa e Livorno, e di giunta la somma di dugento- 
mila ducati. Cosi il cammino di Napoli fu spalancato 

(1) V. la descrizione della entrata del re m Roma uel Gio- 
▼io {I. II. f. 59). 



t96 . PARTB QUlflTÀ. 

agli iàvdsoFi. I Pì$aiii presero da dò argomento per 
levarci dal collo il giogo dei Fiorentini, i Fiorentini 
per sottrarsi da quello di Piero de* Medici : Carlo viii, 
entrando in Fireme* colla lancia in ro^, più non 
rinvenne che cittadini irritati , case piene di YiU 
lant, vie gremile di genti d'arme; e quando nella 
piazza dee Signori Niccolò Capponi osò stracciargli in 
faccia i capitoli dell'acoordo proposto dai regii segre-* 
tarli» il re conobbe qnal differenza passi tra un pò-» 
polo che colle proprie mani difenda i proprìi diWtti, 
e un principe che ne feccia mercato per regnare (i), 
li*appros$imarii di Carlo viii a Roma fé' divampare 
^iceiDk. Finoendio, cbe da gran tempo covava contro i Reali 
di Napoli. I Colon aesi si scoprirono per Francia , e 
stesero le correrie fin sotto la città; Fabrizio Colonna 
occupò i contadi d'Albi e di Tagliacozzo] l'Abruzzo 
spi^ò la bandiera francese ; Virginio Orsini, ancor- 
ebò gran conestabile e congiunto del re di Napoli , 
permise ai suoi figliuoli di piglfere servizio presso il 
nemico ; da ultimo il papa, dopo essersi coi cardinali 
rinserrato in Castello S, Angelo, fece aprire ai Fran- 
cesi le porte di Roma , mentre che il duca di Cala- 
bria, rifintando magnanimamente il salvocondotto da 
esso offertogli, per la porta opposta ne usciva coll'e- 
sercito napoletano {%), Airudire queste novelle il re 
Alfonso, agitato dai rimorsi, quasi abbia i nemici ad- 
dosso e il popolo attorno tumultuante per ncciderio, 
rinuncia al trono, e coi tesori ricopra in Sicilia. 

(ij Guicciard, I, 266.— Giovio^ II. 62, — Segni, rita di 
Niccolò Capponi- 

(3) BQrckardi, Z>tar. p, SQ61 (ap. Eccard, Script, German. t. 
II). — Comincs, VII. 12. 



Rimase re U giovine Ferdinando duca di Calabria» a« «49 
quando il regnare pareva castigo. TuttaTÌa, fettosi 
aoimo, ridusse l'esercito»^ olie aooimava a cinquanta 
squadre a cavallo ed a 4)000 fonti, preaao le rive del 
Garigliano al passo di S. Germano. Quivi, avendo da 
un lato altissimi gioghi, dall'altro inaccessibili paludi, 
a fronte nn fiume ricco d'acque e difficttmeote gua- 
dabile, si persuase di potere resistere ai Franeesico» 
onore e fortuna. Se non che la panra e la mala fedq 
dei difensori apersero al nemico in «n istante quella 
strada, che le vive armi non gli avrebbero aperto 
giammai. Infatti, non appena i Napoletani ebbero 
veduto l'avangoardia francese, che parte sbigottiti 
dalle stragi da questa fatte nella espugnazione di pa« 
recchìe terre, parte corrotti da privale passioni, fuggi-» 
reno alla dirotta dairtnespugnabìle pMto, lasciandosi 
addietro otto pezzi di grossa artfgUeria. Seguitavano 
loro a tergo di mano in mano ì Francesi sparsi e dis- 
ordinati, inoltrandosi quasi a modo di viaggio, cia- 
scuno a suo piacimento, senta ordini, senia bandiere, 
senza comando di capi , ed alloggiando il più delle 
notti là donde il mattino si erano partiti gli sciagurati 
Italiani (I). 

il misero Ferdinando raccolse a Capua le reliquie 
deir^esercito prima rotto che assalito. Ma bentosto, 
spaventato dai progressi dei Francesi, mandava il 
Trinkio a offerire al re Carlo viu vantaggiosissime 
condizioni di pace, ed in persona volava a Mapqli per 
raffermarvi in fede gli animi vacillanti della plebe. 
Prima però di partire, promise che sarebbe ritornato 

(l) Guicoiard 1. 283. — Giovio, II. 71. — Comincs, VII. 16; 



$98 Pktkim QUINTI. 

il di seguente, e raccomandò agli abitanti, a Virginio 
Orsini e al conte da Pitigliano la conservazione delia 
città, ultima speranza dello Stato; Ma non si era egli 
ancora discostato gran tratto da Capua, che i cittadini 
ed i soldati si sollevavano, ponevano a sacco il palagio 
eie scuderie reali, inalberavano le insegne nemiche, e 
inviavano al re di Francia le chiavi della città. L'Or- 
sini e il Pitigliano sotto la fede di un salvocondotto 
si ritirarono a Mola: una banda di Tedeschi, la quale 
era sortita per respingere i Francesi, dovette implo- 
rare in ginocchio dai Capuani la grazia di essere ri- 
cevuta dentro, con patto di uscirne incontanente dalla 
parte opposta a dieci a dieci per volta. Usciti, scou* 
traronsi nel re ritornante dall'aTere quietato Napoli, 
e narrarongli quella nuova perdita: indi a pochi passi 
gli si affacciava il Triulzio coll'avviso di non avere 
potuto concludere dulia. 

Tuttavia {Ferdinando, deliberato ad esporsi a qiial* 
siasi pericolo prima di restar privo di tanta città, 
prosegui nel cammino : ma quando scórse sventolanti 
dalle torri gli stendardi della Francia, e sopra le 
mura l'aruii preparate per respingerlo, allora con- 
vinto che non Napoli , non Gaeta avrebbero fatto 
migliore difesa, si rivolse addietro in silenzio, entrò 
in Napoli , convocò il popolo, e fra le lagrime dei 
molti^ ai quali era nota la sua bontà e grandezza, 
sciolse tutti dal giuramento di* fedeltà, ed esortolli a 
ricevere e servire onoratamente il vincitore, ed a 
serbare costante memoria di lui già re, fra breve 
esule da un regno non mai goduto ; quindi non senza 
avere prima liberato di carcere i baroni già rinchiu- 



CAPITOLO SECONDO. 299 

sivi dal padre e dairavolo, con pochi amici s'imbarcò 
per risola di Ischia (I). 

Il di seguente , dopo quattro mesi /5 diciannove ^\^']^^' 
giorni dacché aveva superato le Alpi, entrava in Na-^ 
poli trionfalmente il re Carlo vni, e ve lo accoglie- 
vano le grida dissennate di quella plebe, che poche 
ore Innanzi aveva pure lagrimato alla partenza del 
suo re, ed era per iscontare con secoli di stenti la 
fallace gioia di quel momento. Tale fu la conquista di 
un regno, a difesa del quale non virtù si dimostrò , 
non consiglio, non senso di onore, non potenza, non 
fede. 

Ili. 

Non eransi ancora i Francesi rassodati del tutto 
nel nuovo acquisto, che già la insolenza e l'avarizia 
delle soldatesche, Tignavia del re, e l'avere distri- 
buito tutti gli utili della vittoria negli stranieri , e 
mal compensato 1 baroni amici, e peggio corrisposto 
alle promesse fatte nel primo giungere, avevano ris- 
vegliato in molti petti Vantico nome della casa di Ara- 
gona, e di quel buon re Ferdinando, che dall' iso- 
letta d'Ischia stendeva loro, per cosi dire, la mano 
benigna. Tuttodì le ultime parole di quest'ottimo 
principe, i moderati governi di Alfonso i e di Ferdi- 
nando il vecchio nello imporre, nello spendere, nello 

(t) Sabito dopp la partenza del re Ferdinando, il Triulzìo, 
giusta il consiglio del medesimo, passò ai 9eryìgi di €arlo tui, 
che coofermoilo in tutti i suoi privilegi e possessi, il creò ciamt 
bellano e consigliere, e gli affidò la condotta di una compagnia 
delle proprie ordinanze a cavallo. V. Rosmini, f^ita del Trini- 
3Ìo, I. V. doc. 6«, 



500 PAATK QC}1^TA. 

amministrare, Taffelluosa loro cara delle piibblìehe 
faccende, il costume loro d'innalzare agli uffici i na- 
zionali « raffronta vansi con isdegno alla superbia o 
Irascuraggine del nuovo re, inaccessibile alle udienze, 
incurioso degli affari, oppure all'impeto, alla traco- 
tanza , alta rapacità dei suoi ministri ; e da questo 
confronto sorgeva nel popolo e nei signori tal disin- 
ganno ed ira delle icose presenti, cbe da ogni parte 
in molte guise traboccava. Né i Francesi curavansi 
punto o di deviare questi mali umori colla dolcesza, 
o di soffocarli colla viva forza : anzi, come se quella 
fortuna cbe aveva conceduto loro un regno, lo do- 
vesse pure senz' altra fatica conservare, tra feste e 
ozio trastullavansi colle sostanze dei vinti. 

Ma d'improvviso interrompeva questi diletti una 
molto terribile novella : « i Veneziani , Ludovico il 
Moro duca di Milano, Massimiliano i re dei Romani, 
e Ferdinando il Cattolico re di Spagna essersi uniti 
in lega, apparentemente per comune difesa, in realtà 
per opporsi all'ambizione francese : di già i capitoli 
del trattato essere stati ste^ a Venezia ; e nei capitoli 
ordinarsi cbe gli Spagnuoli dal Mediterraneo, i Ve- 
neziani dall'Adriatico si sforzassero ^ ricuperare alla 
Casa di Aragona il dominio perduto, mentre Ludovico 
il Moro chiuderebbe i tragetti delie Alpi, e Massimi- 
liano dalla Germania e il re di Spagna dai Pirenei 
assalirebbero la Francia »« 

Al ricevere cotesti avvisi Carlo vhi passò da cieca 
sicurezza a cieco terrore: laonde confida in fretta 
le cose di Napoli al duca di Monpensierì, a Fabrizio 
ed a Prospero Colonna, e, lasciandosi alle spalle Roma 
derelitta dal suo pastore , Siena in tumulto, Pisa io 



GAPrrOfX) SECONDO. SOI 

rìbdiióne, Firenxe smunla di denaro e di comSglìo, 
accostasi a PonCremoH per superarne l*Apennìno, e 
rifare la strada per la quale è. venuto. Aèeompa- 
gnaTano il re 800 lancie fram^esi, SOO genUluoniini 
della sua guardia, il Trinciò con 400 lande e 3000 
Sviszeri, e fOOO Francesi e 1000 Guasi;oni a piedi: 
di gente italiana erano con Ini alcune squadre di uo- 
mini d'arme condotte dai tre fratelli Pao)o« Camillo 
e VitelloisEO Vitelli « ed alquante fianterie capitanate 
da Francesco Secco condottiero dei Fiorentini. Segui- 
tavano il campo francese, come prigionieri di guerra, 
Viif[inio Orsini e il Conte da Pltigllano, i quali erano 
stati presi a Nola, non ostante i meriti della pòca fede 
da loro usata ver^o il re di Napoli, e la' forza del 
salvocondottò ottenuto. Dati* altra felda deirApen-^ 
nino sulla destra riva del Taro già erano giunte e 
si afforzavano le soldatesche della Lega italiana, di 
molto superiori per numero di fanti e di cavalli e per 
qualsiasi specie di munizione. 

Scorre il Taro quasi in mexco a due catene di 
colline, che, spiccandosi dal fianco settentrionale 
dell'Apennino, no seguitano con leggiero declivio il 
corso insino al Po. Al di là dell'Apennino ed ai suoi 
piedi sta Pontrenioll. Di q^iinei si dipartiva una strada 
aspra e disagiosa , non che ad un esereito, ai vian<* 
danti; e questa, saperato ehe aveva il sommo giogo, 
stendevasl fino a Parma , taiendo sempre la destra 
sponda del Taro. Dalia «dotraria sponda due altre 
vie salivano le spalle delle <to)lnie: la superiore, molto 
più dura e terribile, era appena accessibile ai muli 
ed ai pedoni; l'altra era piò bassa e meno incomoda; 



302 PktiTÈ (jUtNTA* 

entrambe mettevano a Piacenza, verso la quale citta 
era diretto il cammino dei Francesi. 

ì confederati ^ non avendo potuto per avventura 
accamparsi convenevolmente in un luogo più alto, si 
erano posti presso la Badia alla Ghiaruola sulla destra 
del fiume tre miglia più sotto di Fornuovo : e tosto si 
erano messi a disputare, se fosse opportuno di combat-» 
tere, oppure di lasciare aperta la strada airesercito 
straniero. Frattanto né occupano colle artiglierie la 
sponda sinistra, cosa che atteso Tandamento di quelle 
colline sarebbe stata d' insuperabile intoppo al ne-* 
mico ; né s'avvisano di assaltarne subito Tantiguardo 
comandato dal maresciallo di Gyes, cosa che avrebbe 
ridotto a pessimo partito il resto, dell'esereito regio* 
il quale era rimasto addietro una giornata di marcia^ 

11 maresciallo^ giunto a Fornuovo, mandò per un 
trombetto a chiedere il passo. Scoppiarono allora nel 
campo della Lega, per cosi dire^ tante opinioni di- 
verse, quanti erano i capitani; per la qual cosa il 
messo venne licenziato senza decisa risposta ; e an- 
cora si stava caldamente contendendo della conve- 
nienza e dei modi di attaccare ovvero di difendersi, 
di far guerra o di venire ad un accordo, quando so- 
praggiungeva a Fornuovo il re con tutte le sue genti, 
e dalle vette dell'Apennino si mostravano gli Svizzeri 
trascinanti eolle corde, colle braccia, e sopra le spalle 
con infinito travaglio le grosse artiglierie. Codesta 
vista impose fine alle ciancio dei capitani della Lega, 
e li trasse nella deliberazione di assaltare il nemico^ 
tostochè si rimettesse in cammino. 

Avevano i Francesi con grande confidenza varcato 



CAPITOLO secoRBO. SO«y 

i gioghi Apennini, quasiché il venire, il pugnare ed 
il vincere dovesse essere tuUuno: ina quando dalle 
eminenze dì Fornuovo considerarono la grandezza 
degli alloggiamenti ostili» e i loro scorridori vennero 
non senza danno respinti dagli Stradiottì veneti, rac- 
contasi che si rimisero non poco da queir opinione^ 
Crebbero i loro affanni durante la notte, per le continue 
e sanguinose incursioni dei medesimi Stradiottì, e per 
un molestissimo rovinio di grandine e di pioggia. Al- 
Tapparirc del di, il re tutto armato e vestito, con nove ^^\^f*^ 
altri personaggi ad una sola divisa, disposa l'esercito 
al passasse. Marciò neirantiguardo con 42 pezzi d'ar- 
tiglierìa e cogli Svizzeri e gli arcieri Gian Iacopo 
Triulzio; gli tenne dietro la battaglia sotto il signore 
della Tremouille e il re in persona: seguili retro- 
guardo a governo del visconte di Foix. I carriaggi 
(ai quali per malizioso consiglio di quel Triulzio, che 
ora per la prima volta portava l'armi contro alla patria 
ed al principe sud, non si era lasciata quasi veruna 
guardia) camminavano alla coda. L'esercito cosi or-* 
dinato passò il fiume, e si distese parte sulla riva si- 
nistra dì esso, parte sul pendio della collina. 

Erasi frattanto il campo italiano distribuito in nove 
squadroni. Il conte Sanseverino di Caiazzo con 600 
Stradiottì , altrettanti arcieri e ^kOO uomini d'arme 
milanesi doveva investire l'antiguardo nemico : il mar- 
chese di Mantova con 1000 tra uomini d'arme e ca^ 
valleggieri e 4000 fanti aveva ordine di fare impeto 
contro lo squadrone del re : Bernardino da Montone 
colla sua schiera doveva assalirne il retroguardo. Ad 
ognunp di questi corpi di gente si assegnò uno squa- 
drone di riserbo : e si stabili che tre altri sarebbero 



9(A PkìktÈ QOIfitA» 

rimagti sopra la sponda destra del (tume, cioè due 
per sovvenire agli incerti casi, della Jguerra» ed uno 
per la custodia degli alloggiafuenti e delle persone dei 
Provveditori veneti. 

Biede prineipio alla muffii il marchese di Mantova; 
e tale fu la furia colla quale (superata non senza grave 
fatiea la grotta del fiume) cacciossi tra l'avanguardia 
e la battaglia ostile, che il re medesimo con^ tutto lo 
sforzo dei Francesi accorse frettolosamente per ribut- 
tarlo* Ond'è che la mischia, ingaggiata con più ferocia 
che disciplina , riscaldossi in breve di maniera che, 
rotte le lancie, cominciarono gli uiMuini ad adoperare 
gli stocchi e le mazze d'armi, ed i destrieri a combat- 
tere coi calei, coi morsi e cogli urtoni non meno cru- 
delmente di chi li cavalcava. Servivano di vivissimo 
stimolo ai Francesi Tenore ed il pericolo comune, e 
l'esempio del re, che in quello scompiglio si votò, se 
campava , a s. Dionigi ed a s. Martino « patroni della 
monarchia; gli Italiani sopravvanzavano per numero, 
per ordine, e pel vantaggio di essere gli assalitori. In- 
somma , se il primo e il terzo squadrone dell» Lega 
avessero avuto fortuna e bravura pari a quella del 
marchese di Mantova, è fuori di dubbio che la vit- 
toria sarebbe stata degli Italiani. Ma non appena le 
fenterie del conte di Caìazzo, delle quali alcune soste- 
nevano lunghissime picche, altre lanciavano freccìe e 
chiavarine, si scontrarono negli Svizzeri del Trini- 
zio , che spaventati dal contegno dei nemici e dalla 
facilità colla quale mozzavano di netto quelle aste loro 
sterminate, cominciarono a tentennare, quindi a ri- 
tirarsi, ed a strascinare seco loro con tutti i suoi •uo- 
mini d'arme il conte stesso. S'aggiunse, per sventura 



GAPrrOIX) SECONDO. SOS 

d'Italia , che Rodolfo, Gonzaga , U quale era stato io* 
putato a chiamare alb ziiffq in teiiipo opportuno j tr^ 
squadroni di riserbo, ne fa ìnipedUo dalla niorte^ e 
questi perciò stetjtero inoperosi ief^timoniidelW miscbia: 
^'^gg^nnse l'ingrossare qoiitjniio del fiume, ed ^^ 
grandinare tremendo e nn tra^volgersi di pioggia a 
furia, il che rese difficilissimo il passaggio delle sol^- 
datesche italiane dall'una aU'altra riva. Cosi lo scfiia- 
(Irono del marchese di Mantova reslòquasi solo esisto 
alle offese di tutto l'esercito frajteesep 

Quivi nondimeno, stante il raro valore d/^gli uomini 
d'arme italiani , sare.bbe durato ancora per qualche 
tempo il conflitto, ^e gli Stradiotti,,ai quali era i^talp 
imposto di pigliare di fianco il nemico, non ne aves^ 
sere mirato il ricco carriaggio avviato per la collina; 
vedere il quale, e partirsi a torme daircissalto, e trarr0 
nel proprio esen^pio altre ed altre squadre non solo 
dei compagni, ma dei fanti e degli uopiini d'arme^ fu 
il fatto di pochi istanti* Allora %\ «marchese di Man- 
tova» trovandosi stanco e sfinito dall'ineguale centra;^ 
sto, pensò a ritirarsi. Senonchè questo consiglio era 
divenuto tanto più difficile ad effeitu^itrsit quanto er^ 
più mescolata la zufia^ e malagi^vole \i gna^Q* 1^ giù 
alcune sue squadre vacillavfi^o di fuggire^. e già presfs 
da panico t^rore quelle p^ireJ^^'i^e sopra la destra 
riva n^li allogjg^iamenti romfievansi a fare. lo stesso» 
iogombrando di farti e di artiglierie l^ yja maestra; 
se per una parte il ifiarcbede.oongraiide.^Qnna e co- 
stanza ìo/ffì aves^ trovato modo di ritenere i.suo^,,. e 
per l'altra il oente da Pitigliano^ scappa^) dA;ir;i:pt^ 
quel trambusto dal campo francese, colle grida f 



o06 PARTE QUINTA. 

coll'esempio non avesse riordinato e raffrenato le a1^ 
•tre schiere. Rituffati gli Italiani nd Taro, il re si af- 
frettò a raggiungere il suo antiguardo, dove Camillo 
Vitelli « e il Secco , e il Triulzio facevano caldissima 
istanza di proseguire la vittoria e compierla affatto dai 
rivalicare il fiume, ed assalire il campo dei nemid 
sparsi e sbigottiti. 

Passò di questa guisa la giornata al Taro^ perduta 
dagli Italiani per la perizia militare di altri Italiahi, 
per la rapacità e la indisciplina delle proprie soìda-^ 
tesche, per avere sminuzzato in troppe parti l'esercito, 
per non avere saputo servirsi con pro6tto delle arii- 
gìierie, e soprattutto (non vuoisi dissimularlo) per la 
contrarietà della fortuna; posciaché, se il fiume non 
avesse messo quegli ostacoli , che nAse, al passaggio 
delle squadre di riserbo, o se Rodolfo Gonzaga avesse 
potuto chiamarle a tempo opportuno, è molto proba^^ 
bile che la battaglia avrebbe avuto un esito assai 
differente. Però la dissi perduta ; ancorché i Vene-^ 
ziani, allegando In contrario l'acquisto delle salnterie 
nemiche , se ne gloriassero come di vittoria , ed in-^ 
naizassero per commemorazione di essa in quel luogo 
una cappella, e promuovessero il marchese dal grado 
di governatore a quello di capitano generale. Ma gli 
' Italiani si erana uniti in lega ed erano venuti a bat- 
taglia per impedire il ritorno al Francesi ; ora essen- 
dosi ritirati non solo senza aver conseguito il loro 
intento , ma con molto maggior numero éi morti e 
con molto maggiore paura, vinti furono a infamia di 
loro stessi, che avevano due o tre volte più gtate dei 
nemica. 

Durò il fatto d'arme un'ora, cioè un quarto d'ora 



CAl^ITOLO SECONDO. 807 

nella misdbia, e tre quarti nella ritirata; la quale fu 
resa sanguinosa dal furore dei Francesi, che gridando 
l'uno all'altro: Ricordaiepi di Guinegat$! (avevano 
eglino perduto alcun anno innanzi nel luogo di tsil Home 
una battaglia per la troppa smania di bottinaire) noA 
davano quartiere; anzi non cosi tosto un uomo d'arme 
italiano era caduto, che tre o quattf'o dei loro valletti 
gli si scagliavano addosso colie scurì a fracassai^li 
maglie ed ossa. Cosi 5800 soldati della Legd vi resta- 
rono uccisi. Fu tra costoro Gian Iacopo» postumo 
rampollo dei Piccinini. A Bernardino da Montone, che 
ultimo e quasi morto fu portato Via dalla tuttet^ il Sef 
nato di Venezia decrebbe il grado e lo stipendio (I); 

Levossi il re Carlo l'alba seguente senza suono di ^.?H^ 
trombe^ e$ preceduto dal Triulzio che colle molte sue 
amicizie gli agevolava il cammino ^ noii senza gravi 
stenti sì condusse ad Alessandria j e quindi in Asti^ 
Indi a pocoj conelusa pace con Ludovico Sforza^ eri- 
scattatosi per mezzo milione dalla insolenzà d^lle pro- 
prie bande svizzere^ con ben altri pensieri rivalicava 
le Alpi. 

Esaminando ora d*uno sguardo questa fatale spedi- 
zione, vedremo che rimbecillita di Piero de' Medicis 
la rea politica di Ludovico il Moro, il mal animo del 
sudditi, l'infedeltà o la codardia o la imperizia delle 
soldatesche , la stolta fretta medesima di Carlo ma -i 



(1) Guicciard. II. 368. sègg. — Coinines, Vili. 11 -> A. 
Navagero, pi. 1205 (t. XXlìì). — Giovio, il. 9SÌ. sègg. — Èosmi^- 
Di, cit. VI. U1. sègg. — Catio, VII. 947. — Guill. de Ville^ 
beute, Mém(fires^ p. 363 (ap. Peti tot, CdlecHon de mérnùi^eéi 
t XVI ). — Bembo, siorte, 1. II. p. 13» (Milano,- 1909). ~ Be^' 
nedellì, Il fatto d'arme al Ttìrùi 



308 PÀRTB QOIirTA. 

la superiorità delle suo artiglierie , inltiie la inaspet* 
tata clemenaia delia stagione, Jfurono i veri mezzi che 
riunì Iddio per appianargli in modo straordinario la 
TÌa dalle Alpi a Napoli. Dalia sua calata insino alla 
battaglia di Fornuovo sarebbe assurdo fare alcuna 
«omparazione di valore fra liaiiani e Francesi, non 
vi essendo stata di mezzo né anco una scaramuccia ; 
a Fornuovo non tanto la individuale bravura, quanto 
la disciplina e la fortuna degli invasori riportarono 
vittoria della sfrenatezza degli StradiotU e del mal in- 
dirizzo degli Italiani. Pur quella era Tultima batta- 
glia, che il corpo degli Stati di Italia, contro a uno 
straniero, ingaggiasse; la qual sorte due sole volte 
in tanti secoli le occorse. E per vero dire, come a 
Legnano trionfando deirimperatore Federico Barba* 
rossa aveva acquistato libertà e indipendenza, a For* 
nuovo non vincendo il re di Francia riperdeva l'una 
« Taltra, per adorare sette lustri appresso nell'impe* 
ratore Cario v Tarbitro suo.. 

IV. 

Non piccolo lievito a nuove discordie ed invasioni^ 
e sciagure aveva lasciato in Italia Carlo viii nel suo 
dipartirsene. Digià Rrenze, deliberata a impiegarvi 
tutto il suo potere, aveva cominciato guerra contro 
ai Pisani, i quali, còme dicemmo, le si erano ribellati 
sotto i francesi auspicii ; guerra rovinosa agli uni ed 
agli altri , guerra per iscopo , per mezzi , per ogni 
altro accadente miserabile. Cembattevano per Firenze 
Ranuccio da. Marciano» Paolo e Vitellozzo Vitelli, e 
Francesco Secco; militavano per Pisa, insieme cogli 
aiuti mandati dal duca di Milano e dai Veneziani, e 



CAPnCOLO SECONDO. 809 

con qualche nerbo di Tedeschi, Lucio Malveazi, Lu- 
dovico Mirandola , Gianpaolo Manfrone e Soneino 
Benzoni , tutti condottieri fra gli Italiani di qualche 
nome e potenza. Però intanto che in oscure fazioni 
si consumavano le loro forze e si moltiplicavano gli 
sdegni con pregiudizio non meno dei vincitori che 
dei vinti, un fiero turbine si addensava Bell'Umbria 
sopra Firenze. 

Avevano preparato quésto turbine gli Stati della 
Lega italiana per deprimere e punire in lei la sover-. 
chia affezione verso la Francia : Piero de* Medioi, già 
signore, ora fuoruscito della patria sira, dirige^ la 
trama, e ne doveva essere strumento Virginio Orsini, 
che , fuggitosi anch'egli durante la battaglia di For- 
nuovo dal campo francese, aveva molto lietamente ab'^ 
braccia to Teccasione di raccogliersi attorno coiraltrui 
pecunia gli antichi suoi soldati e partigiani. Lasinga- 
vansi poi i congiurati, che Giovanna Bentivoglio da 
Bologna, Caterina Sforza da Imola e da Forlì, ed i 
Baglioni da Perugia avrebbero mosso guerra alla' re^ 
pubblica : al che, quando per avventura si fòsse ag* 
giunta, come credevasi, la sollevazione di Cortona , e 
quando Siena, giusta Fintesa, avesse pigliato le armi 
per riacquistare Montepulciano, e Pisa si fosse mo- 
strata alquanto viva nella propria difesa, poca spe- 
ranza di salute sarebbe rimasta ai Fiorentini. Con tutto 
ciò l'impresa ebbe il fine, che per solito arriva ai con- 
sigli troppo complicati. Virginio Orsini , dopo avere 
invano oppugnato la terra di Gualdo , e atteso nei 
territori! di Perugia e di Siena lo scoppio, di lutti i 
maneggi, con mille tra uomini d'arme e «avalleggeri 
si rivolse verso l'Abruzzo in servigio del re di 



310 PARTE QUINTA. 

Francia ; e tosto gli tennero dietro pel medesiiuo ef- 
fetto colle loro genti Paolo e Camillo Vitelli (i). 
Eranp in queste» nie^zo le cose dei Francesi nel re- 
A. 4496 gno di Napoli precipitate a manifesta rovina. Partito 
Carlo Yiiif il buon re Ferdinando era stato accolto a 
Napoli in trionfo, e incontanente aveva posto mano a 
sottomettere ad una ad una le provincie perdute. Nò 
fu piccolo augumento alla sua causa il ritorno di Pro^ 
spero e di Fabrizio Colonna. Costoro erano stati dei 
primi ad entrare nel servigio dei Francesi: ì soverchi 
premii impartiti loro dal re Carlo vui» furono a quel 
che parve» incentivo ad abbandonarlo, sia che eglino 
non sapessero più qual guiderdone aspettarne, sia che 
coirunirsi al vincitore credesser di conservare meglio 
ì doni ricevuti dal vinto. Ravvivò alquanto le oose dei 
Francesi l'arrivo di Virginio Orsini e dei Vitelli nella 
Puglia; dove entrambi gli eserciti accorsero per ri- 
scuotere la gabella dei pascoli, sicché in pochi giorni 
tra una parte e Taltra distrussero con leggerissimo 
vantaggio proprio seicentomila capi di bestiame mi- 
nuto e duecentomila di grosso. Del resto la guerra 
continuò senTA venire segnalata da altro che. dalle mi* 
serie dei popoli. Bensì stìmiamp degi^o di particolare 
menzione il generoso eccidio di 700 fanti tedeschi. 

Conducevali qn capitano Eberlino dalla città di 
Troia a quella di. Lucerà ; quand'ecco a mezza via 
affacciarsi la schiera di Camillo Vitelli, trascorsa in- 
nanzi all'esercito francese. 1 Tedeschi, non potendo 
retrocedere, anziché arrendersi, si or^i^arono in cer- 
chio colle piccbe e cogli strqhibusi « e si avan^aronc^ 

(1) Guicpiard. 1. IJI. p» 16-25. — Gioyio, hi,, IV, 165. 



CAPITOLO SECONDO. 31 1 

arditamente tra squadra e squadra. Afrise da prin- 
cipio la fortuna al virile proposito. Era la raaggior 
parte dei Vitelleschì a cavallo e armata di archibugi: 
sicché, non potendo efGcacemente né caricare il ne-* 
mico, né colpirlo, titubano, si confondono, ed intanto, 
lasciano che i Tedeschi senza paura procedano avanti. 
Finalmente si avvisarono dì disporsi anch'essi in ro- 
tondo e bersagliare da lontano codesta fitta massa, che 
ognora acquistava terreno. Resistettero alquanto i Te- 
deschi senza scomporsi allo strazio dei colpi ostili : 
poscia , rotto improvvisamente ìì globo , gettaronsi , 
come uomidi perduti, sopra ì nemici. In questo men- 
tre sopraggìunse tutto Tes^rcito francese, e li respinse 
fino al margine del fiume Cbilone. Quivi si fermarono, 
e finché ebbero vita la difesero. Valse questo fatto a 
mettere in luce e la costanza alemanna, e i primi ef- 
fetti della nuova milizia degli archibugieri a cavallo 
stabilita da Camillo Vitelli, la quale, se per la molta 
lunghezza e il grave peso delle armi declinò quasi 
subito, servi nondimeno di onorato esempio ad altre 
consimili instituzioni (i). 

(1) Fanli JoTÌi, Elogia, l IV. 290. — Giovio, Ist. IV. 274.— 
I>oineniohi , yiia fnt. di Vitéilù f^iteUi, Gli Arqwehutes à che- 
vai^ di cui parla il Gomiiies (Mém, 1. Vili. oh. XIV. p. 153. ap. 
Petitoi) nel racconto della apeditione di Carlo viu, erano 
archibugi da cavalletto, e non archibugieri a cavallo, come ma- 
lamente tradusse Lorenzo Conti, Furono bensì scoppiettieri a 
cavallo quelli mandati nel 1497 dal senato di Venezia alla 
fruerra di Pisa (P. Dembi, Hist. L IV. f. 51. Venet. 1561). Nel 
15Ò2 tra ì caTalleggieri del duca Valentino eranvi 40 scoppiet- 
tieri (Machiav. Legaz, al VaUnt, lett. XV. p. 613). Più tardi 
(|uesta milizia fu rinooTata da GioTanni de'Medici, e quindi 
recata in Francia da Pietro Strozzi. 



3l!2 PAKTE QCIKTA. 

Fu questo rùltinio vantaggio che i ÌFraneesì ripor- 
tassero in quella guerra. Pòco dfpoì rìnopia, il maleon* 
tento dei sudditi , e le insolènte degli Svizzeri e dei 
Tedeschi stipendiarli condussero il duca diHonpensieri 
a rendere alneoiico tutte le terre possedute nel regno, 
solto condizione che gli fossero forniti i mezzi di ri- 
tornare in Franchia. Per tate effètto si raccolsero a Baia 
le reliquie della famosa spedizione di Carlo viu: ma 
ìntantóchè di mese in mese sfanno elleno vanamente 
aspettando il naviglio promesso e disputando intorno 
ai capitoli deiraccordo concluso, la malvagità deiraere 
è dei cibi seminò fra le schiere un crudelissimo morbo, 
che in breve le ridusse pressoché al nulla. 11 papa si 
valse della depressione del partilo francese, per fare 
arrestare e chiudere in prigione Paolo e Virginio Or- 
sini, è svaligiarne le squadre guidate da Giangiordano 
Orsini e da Bartolomeo di Alviano (I). 

Era costui nato in Todi della nobile prosapia degli 
20 itigi. Atti. Dispersi i suoi congiunti da papa Paolo ii, si ac^ 
^^^ conciò per paggio prima con Napoleone , quindi con 
Virginio Orsini. Virginio, postogli amore, lo adottò 
nella sua famiglia, gli diede una compagnia, e gli pro- 
curò i primi stipendti (2), Fin qui arrivarono i favorì 
altrui: della restante sua fortuna to ttgli mode^mo 
proprio autore* Ora a lui parve di essere in obbligo 
di compensare beneficio con beneficio, ristorando la 
caduta fortuna di casa Ordini. Cominciò, ignorasi se 
por industria propria ,o per occuUo consenso del re 

(1) Giovio, IV: 188. -Guicciard. III. 76. — Comines, Vili, 
«il. - Gaill. de Vi^lenellve, Mém. p. 316. 

(2) Sansovino, Storia di casa Orsina, \, I. f. IO. veis. (Vene- 
zia I5G5)» 



CAPlTOiO SBCOKIK). 3iS 

di Napoli , dal fuggire di prigione. Quindi eoo pre« 
filezza Ineomparabile radunò da ogni banda soldati « 
vagabondi. Erano costoro senz'arali» senia cavalli, « 
semhMi^; sia i poliedri non ancora domi delle man*- 
drie e l'arredo nvzlale spontaneamente offerto dalla 
sorella di Virginio sopperirono al bisogno. Con cosi 
fatta gente Bartolomeo si accinse a difendere Brac- 
ciano» l'AnguiUara e Trefignatto dagli afoni vniti del 
papa e dei Colonnesf. 

Giacciono queste tre lerre a triangolo di lati quasi 
pari sopra il lago che dalla prima di esse ricava il 
nomet imperò l'Alviano, col trasportare srile barche 
or qua or là , gittata il luogo minacciato, maccbkie e 
paMDo , difendeva con ona sola guarnigione tutte e 
tre le forteBae, CIÒ ^veggendo, i papali ordinarono in 
Roma la costruzione di un grosso burchio» affinchò 
servisse ed a privare H nemico di quella comodità, 
ed a battere Trevignano dalla parte del Iago. Costrutto 
il burchio, si diede il carica a Tfoilo SavelU di accom- 
pagnarlo con I^ÙO cavalli da Roma all' Angulliara ^ e 
gettarvelo in ac()ua. Nella guerre di parti il mante- 
nere II segreto è quasi impossibile. L'AlvIano ebbe 
subito notìzia certa di questa rìselozione; e senza in«^ 
dogio, presi seco cento eletti cavalli , si mise ki ag- 
guato in una cupa boscaglia- presso la strada tenuta 
dai nemici. Camminavano questi sbardellataménte, al- 
tri avanti, altri dopo il carro, sopra il quale trascina- 
vano il burchio, chi cantando, chi trincando senza uà 
pensiero del mondo; qnand'ecco a fronte, ai fianchi, 
alla coda primieramente le grida, poi la vista, quindi 
i colpì ina^ettati degli Orsineschi rìempiili a un tratto 



314 ' PÀRTfs QwrrA. , 

di conlusione e sgomento. Le tenebre campirono Vim- 
presa; i'Alviano ìa persona, tenendo in una mano una 
fiaccola e nell'altra la spada, si scagliò fra i Pontificii 
ad appiccare le fiamme al burchio «e mandoUo in 
cenere. Carra « uomini , animali , ogni cosa dìv^tò 
premio dei vincitori {{), 

Questa ben condotta fa^sione diede tempo a Vilel- 
lozzo Vitelli di accorrere alla difesa degli Orsini, nella, 
cui disfatta prevedeva egli a ragione la propria e quella 
di tuUt i signori della Ronu^aa. Erasi Niccolò, di lui 
padre, tra coi civili tra coi mfilitari studii, elevato alla 
tirannide di Citta di Castello sua i>atria. Caeciatone da 
un papa, vi era rientrato sotto il papa seguente; poi 
come vicario e vassallo della Chiesa aveva tenuto modo 
non solo di siignoreggiarla , ma di trasmettenie la si- 
gnoria ai figliuoli. Paolo, Vitellozzo e Camillo (il quale 
poco dopo il fatto d'arme eoi Tedeschi venne ucciso 
all'assedio di Circello) generati fra le armi abbrac- 
ciarono le armi conte unica via di salute e di accresci-^ 
mento, e io esse supero proeaociarsi una fama di 
gran lunga superiore alla loro potenza. Già parlammo 
degli archibugieri a cavallo instituiti da Camillo; 
ora diremo che,, per ostare alle tremeade ordinanze 
svizzere e tedesche, avevano eglino messo in piedi 
forti bande d' uomini loro sudditi e famigliari , i 
quali per rozs^i abiti e modi e lupga barba sarebbero 
stati, non che orridi , ridicoli quasi , se una ferrea 
tempra di animo e di corpo ed una fede ad ogni prova 
pon gli avessero nel fatto dati a divedere f^r i^mosi 

(I) /Baldi^ yiUi di QuiiiMdo i^ 1. V. \G1. ^Shosqtìbo, St, 
di casa Orsina, 1. IX. p. 133. 



GAPnK)LO SEOOMDQ. 91!i. 

guerrieri. I Vllelli li vivevano armati di s|X9da, di pìccHi 
di cervelliera, e di petto ossia usbergo all'uso tederò, 
e li avevano aipmaestr^l;! a seguire rordiodu^t ed a 
rivolgerla e dirizj^rla, 6d accopiodairsi al suono 
del tamburo , ed a correre a chiocciola t e aerrare 
le file, e colpire e schermirsi : ed avevapo pr^osto si 
dar loro cenno ed esempio nopiiiii fidatissimi (i). 

Con queste genti accresciute di tutti i partigiani di ^^^J^**« 

casa Orsini, Vitelloz^o non dubitò di presentare bat-s 

taglia ai pontificii, i quali, dlPl^esso l'assedio di Brac-^ 

ciano, gli ^rano venuti incontro sin presso a Soriano 

tra Isi via Flaminia e la Cassia. Al primo scontro 

i papali furono rpttì dalla cavalleria nemica ; ma 

qnesta d)Ia $ua volta venne respinta. dagli uomini 

d'arme cólonnesi. Però, mentre costoro per Timp^^ 

dimento degli sterpi si ristanno dall'inseguire chi si 

ritira, anzi indietreggiano per far luogo ai propri! 

fanti ed alle artiglierie, sopraggiunsero a ristorare la 

zofia le bande vitellesche. Queste, favorite sia dalla 

imperizia dei bombardieri nemici, che pigliavano la 

mira troppo alto, sia dalla maggiore lunghezza dellQ 

proprie picche, con tal fortuna e virtù affrontarono. 

i Tedeschi» nei quali consisteva il nerbo dell'esercita 

pontificio, che li ruppero, e dopo di e^si ruppero 

ancora il r^^sto del campo. Cosi la battaglia di Soriana 

provò, che agli Italiani non mancavano né le armi» 

né le forze di resìstere agli stranieri, ma sibbene }a 

pratica, il buon volere, ì^ disciplina e runioue, cosa 

(1) Domenichi, ^ita del ditello Vitelli^ ms. nella Biblipt. 
g?lìp??iaiia, — Qiovio, Ut. 1V.Ì05. — Jpv^ijfl/o^m, l. IV. 290, 



316 PARTE QUINTA'. 

tutte che soiamente il senno e la perseveranza pos- 
sono dare. 

Frutto di qnesta vittoria fa un nuovo accordo; in 
virtù del quale il papa restituì ai nemici tutte le terre 
rapite loro, e cavò di prigione Paolo e Giangiordano 
Orsini ma Virginio non già ; che qualche giorno' 
prima la febbre od fi veleno lo aveva tolto di vita. 
Illustre in pace per magnificenza di modi e copia di 
averi, famoso in guerra per infinita tardità, che al- 
lora teneva quasi luogo di scienza, trapassò egli la- 
grimato non solo da quelli della sua schiatta, che 
come <^po il veneravano, ma dai Vitelli, dai Conti, 
dai Bàglioni e dagli Anguillari, che tutti, uscendo 
dalla scuola di lui, erano saliti in nome di valenti 
ca(Htani (1). 

V. 

Fatto quest'accordo col papa , Bartolomeo d^AN 
Viano, ingegno ardentissimo e pieno sempre di nuovi 
partiti, si voltò co^le sue genti vèrso la Toscana. Era 
egli instigato a sommuovere Firenze dai denari e 
dalle esortazioni di Piero d^*Medici, il quale confi- 
dando non meno nel malumore che vi aveva destata 
la carestia, che ndla memoria dei suoi antenati, e 
in certe sue intelligenze con parecchi capi del go- 
verno, si persuaderà che il mostrarsi e l'esservi in- 
trodotto dovesse èssere una medesima cosa. 1 Vene- 



(1) Natagero, p. 1211 (t. XXIU). — Giovio, ht. IV. 207.— 
Guicciaj:d. 1. IlL p. 109. 



CAPITOU> SKGOHOO. St7 

liani ed II papa* per particolari 6ni di utilità, 
prestavano naseoso favore alla nascosa intrapresa. 

Giunti adunque in Siena per disusati cammini, Piero 
e Bartolomeo vi raecosaarono in fretta 600 cavalli e 
400 fanti : quindi con grande segretezia e velocità 
si avviarono verso Firente. Era il loro pensiero di 
arrivare sotto le mura inopipatamente verso il fare 
del giorno, simularvi un assalto, ed o pel disordine 
dei difensori, o pel favore dei partigiani entrarvi. Né 
forse il pensiero sarebbe riuscito del tutto a vuoto, se 
una straordinaria pioggia non avesse fatto perdere 
ad essi troppe ore di marcia. Giunsero adunque sotto 
Firense, ma quando il sole già era molto alto ed ogni 
cosa pronta a buona difesa. In conseguenza non vi- 
dero altro partito migliore cbe quello di tornare 
stanchi e affamati a Siena. Ma lesto FAlviano ne 
usciva per occupare Monleecbio, ardere Viapiana, e 
coiraiuto della fazione de'Guelfi sorprendere e sac<- 
ciieggiare la città 41 Todi. Alla fine» quando ogni 
altra speranza di buona ventura gli mancò, passò agli 
stipendi! dei Veneriani. Con codeste arti Hipeya ^gU 
manteaeve la sua compagnia (1). 

Rittanera tuttavia, quasi stecco confitto nel cuore a* ^^^^ 
dei Fiorentini, la guerra infelice di Pisa» Qu.ivi un 
tragico fine era serbato al vivefe sino allora glo- 
rioso di Paolo Vitelli. €ome capitane generale di. Fi- 
renze (2) aveva egli molto nobilmente esordito» sh 
respingendo fia dentro Bibbiena le genti mandate 

(1) Gaicciard. III. 197. — Machiavelli , FrammenU, p. 146 
(Si cita sempm Tedis. di firenae, 1831). 

(2) CoUa condotla di 300 laocie e IMO fanti. 



dai Vbnézìsibi ìli soccorso di Pisa^ Sia raVtivàiido 
senza indugio Tassedio posto alla medesima città. Dì 
cjui la sua rovina: posclaclié nìunii cosa sia più dan- 
nosa airaomo, che l'ottenere tolta la sua' fortuna 
d'un colpo solo; cessato 11 quale, restano a suo danno 
le espettative, scema rauiiiiìrazione e cresce Tinvidia; 
finché i suoi emuli non giungono a rivolgere contro 
di lui i doni stessi straordiilarii della fortuna. 

Tanto avvenne di Paolo Vitelli, allorché alle sue 
prime vittorie noil seguitarono in modo confórme le 
restanti imprese ! Dapprima ciò parve effetto d'igna- 
via alla sospettosa moltitudine che reggeva lo Statai 
poscia, <}uando il videro ristarsi dal dare rassaltii 
alle mura di Pisa, anzi (e ne erano causa le febbri 
maremmane che decimavano il loro esercito) rallen- 
tare le operazioni della guerra, e lasciare addar a 
male certe artiglierie imbarcate a Livorno, si riscal- 
"^daronodi maniera che, come erano passati dalla me- 
raviglia alla freddezza e dalla freddezza al dubbio^ 
trascorsero dal dubbio sfila segreta accasa, e dall'ac- 
cusa al giudizio. Aggiunse peso a codUStì sospetti la 
natura di esso lui, vantaggioso nei pagamenti, difficile 
coi commissari], altiero, vanitoso. In conclnsioBe l'in- 
felice, essendo stato chiamato sott'altra 9eusa a Cascina 
presso i commissarii della repubblica, fu da loro fatto 

i Sbre arrestare, e dopo breve esame mandato a motte (1). 

^^^ Nella tortura non aveva confessato verua delitto: 
pure la testimonianza di unr traditore, e parecchicf 
lettere, non so se vere o supposte, di nemici a lui 

(1) Nardi, Storie, I. 111. p. tòl (Fi^eort 1ft84).-^tìtff6- 
ciatd. IV. 353. ^Ammirato, StùHe, \%yìì. 957. 



direUe, il chiarirono, (fissesi» reo di cotpfl capitale. 

Né slmile infortunio sarebbe stato schivato da Vi~ 
teltozzo dì lui fratello, se mentre, simulando obbe- 
bìenza, esce dal letto ove era infermo dalle febbri^ 
mentre si veste, e adagio adagio traversa i) campo, 
alcune delle sue lancie spezzate non se ne fossero 
accorte. « E vi làscierete voi, signor mio, trascinar 
via cosi vilmente? • gli gridò un soldato. Ed ecco un 
altro porgergli una spada, e un altro un destriero, e 
molti, fatto impeto sulle guardie, separarlo da esse^ 
aprirgli la strada, e scorgerlo in luogo sicuro. Poche 
ore dipoi Pisa lo accoglieva per suo capitano. 

Del resto fu Paolo Vitelli, come per ingegfio, cosi 
per ferocia superiore ai due suoi fratelli. E narrasi 
che soleva uccidere le sentinelle che trovava a do^' 
mire, e levar gli occhi agli archibugieri nemici; né 
temè alla presa del castello di Buti di far tagliare 
le mani ai iiombardieri che vi stavano di guardia. 
Di tanto terrore erano ancora cagione le nuove 
armi da guerra ! (1) 

(1) P. JoVii, Elogia, IV. 9Q0. —Nardi, ^orie di Firenze, III: 
88.^Gaicciard. LIV. 168. 



CAPITOLO TERZO 

IHill» calata del re liudo^ico XII 
alla leifa di Cambral* 

A. 1499-1509. 



Gli Obsiui, i Vitelli, i Goloniiesi — Il duca Valentino 
— Babtolomeo d'Alyiano. 

I. Motivi della spedizione di Ludovico xii. Ludovico Sforza, 

tradito dai suoi condottieri, fugge ; poi ritorna e ricu- 
pera lo Statoj alfine, tradito a Novara dagli Svizzeri, va 
prigione in Francia. 

II. Il Valentino colPaiuto dei Francesi fonda il suo Stato in 

Romagna. Sua politica. Guerreggia i Fiorentini, entra 
coi Francesi in Gapua, I condottieri in Toscana. Il Va- 
lentino sì prevale della loro assenza per atterrarli. 

III. Fuga miracolosa di Guidobaldo da Urbino. Lega dei con- 

dottieri contro il Borgia. Primi fatti e carattere di Oli- 
verotto da Fermo. La lega dei condottieri si risolve. 

IV. I condottieri per ordine del Valentino assediano Siniga- 

glia, la cui rocca è difesa da Andrea Doria. Il Valentino 
da loro chiamato vi entra , e li ammazza tutti. Suoi 
progressi. Morte del papa Alessandro vi. Lo Stato del 
Valentino precipita e i condottieri risorgono. L' A Iviano 
a Roma. Fuga, prigionia, ultime vicende e morte del 
Valentino. Gonsi derazioni. 
V. I Francesi rotti al Garigliano per opera di Bartolomeo 
d'Alvìano, abbandonano il regno di Napoli. Vana im- 
presa dell' Alvìano contro Firenze. Sconfitto alla torre 
di S. Vincenzo, rifa la sua compagnia, passa al serv^^io 
dei Veneziani e trionfa dei Tedeschi. Fine della guerra 
pisana. 
Vi. Gli Italiani cominciano a ìnstituire le milizie nazionali. 
I eomandatL (kdinanze dei Fiorentini a piedi ed a 
cavaUo. 

Fd, IJL 21 



A \ ;. \ 



CAPITOLO TERZO 

Dalla calata del re I^ndorieo XII 
alla lei^a di Caiobrai* 

A. 1499-1459. 



Gli Oftsrai, i Vitelli, i CcKLomiBn — Il puca VàLBNTiNa 

— B^TOLQMEO D'ALVIilfO. 

• ■ I. ■• •,•■ ■ 

Avrenne a Ludovico Sfonsa lispeito aHa cal$fta di a. 4499 
Carlo TOi quel medesimo die ogni giorno avviene a 
certuni per troppo sotlllizsare; cioè che dopo essersi 
molto acutamente aggiustato in mente ogni cosa nei 
suoi più minuti particolari, un imprevedulo accidente 
svolga per altro verso la fortuna, e sovente la faccia 
riuscire affajtto al contrario dèlie aspettative. Gran 
parte ndla formazione di un disegno debbf essere ab- 
bandonata alla sorte. L'uomo savio studia le possibili 
drcostameee conseguenze del primo fette a cui tende» 
ma. non vi si appoggia sopra: beasi le abbraccia, 
coll'aniino, e pensa a ripararle compierle, s|a che 
realmente . succedano, sia cbe nello escire in luce 
combininsi con altri acddenti e piglino altra forma. 

Aveva lo Sforza cosi bene nella sua mente assettati 
tutti gli effetti di quella spedizione, cke Uxe di Napoli» 
9 papa, e Piat> de' Medici ne . doveirano riìnanere 
abbattuti ma non distrutti, i Veneziani intimoriti^ 
Carlo vni strettamente a lui obbligato, egli pelar* 
Iritro supremo d^i destiili d'Italia. Al cpntcario, in 



524 PARTE QUINTA. 

conseguenza di que' casi che accelerarono la con- 
quista di Napoli, e diedero origine alla Lega italiana 
ed alla cacciata dei Francesi, il suddetto Ludovico il 
Moro trovossi alla fine dei conti in inimicizia palese 
coi re di Francia e di Napoli, in sospetto e in odio 
a tutti gli altri principi italiani, coll'erario sminuito, 
e coiritalia aperta agli stranieri : e per compenso di 
tanti svantaggi non gli restava che la sola speranza di 
eoaseguire Pisa , la quale nel medesimo tempo era 
guerreggiata dai Fiorentini, ambita dal duca di Mi- 
lano, dai Veneziani e dal Triulzio, e trafficata dal re 
di Francia. 

Dapprima Ludovico il Moro stabilì di prote^ggere 
Pisa contro Firenze, e sì confederò coi VeMziaitt : 
poscia, allorebè vide i Fiorflotfm atanobi e umiliati» 
« i Yenezia^fti potenti ed ambiziosi, voUala losegim» 
si buttò a secondare Firenze contro Pisa e Veiiesna» 
nion disperando a impresa finita dì ottenere in premia 
dai nuovi suoi alleati Pisa istessa, o qualche altra 
cosa corrispondente. Questa riscdusóone acceae cootra 
lai di incomparabile adegao i YeiiezìaBi, e li iadnase 
a ohiamare in Italia il re di Francia per deprimeTe 
il duca di.Mlane^ come già questi ve Io aveva chia- 
mato per atterrate gli Stati vicini. Fatale potitica, 
sorta ÌB Italia ai tempi dei grandi vassalli» prosaguita 
nei fervore dette fazioni, edoltkna ronaa, e propria 
sciagura detta patria oomane! 

Regnaira in Francia fino dall'anno preoadenle 
Lttigi ui, che nel salire ad trono aveva aggiunto alle 
ragi<mi del suo predecessore sopra il regno di Napoli, 
quelle speciali che come deca d'Orleans ed eredn di 
ana Valentina Tisconti avola ssa, pretimdeva se^^ 



, MilaiiiOk. LaoDde non è a dire se porgesse facile ore<v 
chi« alle instìgaeioni della Incauta repabblica di Ve* 
nena. Cbàese questa per pneazo della aoa cooperarne, 
che le venissero confermate alcune città oariuiiae 
testé aecpiislate nella Paglia, e che l'Adda segnasse 
il confine del suo dominfo col ducato dì Infilano. A 
questo prezzo fu venduta la ^iete ddl'italsa. Tosto 
le operazioni delia guerra tennero dietro ai maneggi, 
della diplosnazia. Un forito esercito calò a piccole 
squadre le Alpi per fare la massa in Asti^ Nel me- 
éesnno teoupa i Veneziani assaltavano il Cremoiieae. 
CkumandaTa i Francesi con autorità quasi regia 
Gian laoopo Trìulzio, al quale dal re Carlo vin era 
stata donaia la duchea di Melfi e il contado di Pete^* 
nasco* sia id premio del grande utile ricavatone nel 
suo ritorno da Napoli, sia per fare il contrappósto al 
duca di Milano, che avevagli perciò appunto confi « 
scato i beni paterni, datogli bando del capo, e fattolo 
dipingiere per traditore. Comandava i Hìlaaesi rado- 
nati ad Alessandria Galeazzo da Sanseverino, genero 
e femigllarissiitto del duca Ludovico il Moro; ed a 
Galeazzo doveva unirsi il conte da Caiazzo fratel suo, 
eolla maggior parte deli-esercito, che allora era oc- 
cupate a fronte dei Veneziani. Cosi da tale copia 
di gente sarebbe stata custodita quella forte città, da 
infrangervi sotto le sua mura la prima foga degli inva- 
sici, non altrimenti che già nell'anno 4^2 vi si erano 
infranti gli sforzi del duca. Giovanni di Armagnac (i). 
Tali almeno erano le speranze , né sarebbe loro 
mancato un buon successo, se il duca di Milano, come 

(1) V. part. 111. cap. I. $. IV. 



M6 PARTE QU1HTA.> 

aveva trovato il riparo contro alle fruii dei nemici, 
avesse trovato un bastevole schermo contro alla viltà 
ed al tradimento dei suoi ministri. Infatti, non sì 
erano ancora i due fratelli dà Sanseverino accozzati 
insieme (e dissesi che indugiassero a farlo per oàusa 
del conte di Caiazzo» il quale non voleva a man patto 
sottostare nel governo delle armi al fratello minore 
di sé per età e per esperienza), non avevano ancora 
i Francesi messo l'assedio ad Alessandria, che Ga- 
leazzo occultamente se ne fuggiva. Subito la città 
venne occupata dagli invasori ; dell'esercito milanese 
parte fu svaligiata, parte si disperse, parte passò al 
nemico^ Bentosto la presa di Mortara e di Pavia, le 
scorrerie dei Veneziani, e il tumultuare ddla plebe di 
Milano, persuasero il duca a porre in salvo, non che 
lo Stato, la vita propria. Quasi solo, lagrìmando, 
maladetto usci dalla città, che gli era costata infiniti 
travagli e delitti. Scontrollo presso le porte il conte da 
Caiazzo, già da lui ricolmato di onori é di ricchezze ; 
e sclamando, che ad un principe fuggitivo nessuna fede 
era più dovuta, gli ihnalberò in face^ le insegne di 
6 7bre Fraucia. Cosi senza trarre colpo di ftpada, il ducato 
di Milano cadde in potere degli stranieri (1). Luigi xn 
rimunerò il Triulzìo elevandolo al gradò di mare- 
sciallo^ e donaado|^i la città di Vigevano per com- 
pensarlo delle artiglierìe trovate in Milano, che a 
lui, come a generale supremo, sarebbero di diritto 
appartenute (2). 

(1) Guicciard. 1. IV. 232.243. — Cono, parte VII. verso 
il fine. 

(2) Valutossi il loro prezzo in 150 mila scudi. V. Rosmini, 
Vita del Triulzio, \UÌ. 33% • 



CAPITOLO TERZO» 837 

Ma queUe medesime cagioni, che avevaso rimosso k. i50o 
il re Carlo vm da Napoli, non tardarono a manife- 
starsi in Milano contro Luigi xn, ed a generarvi un 
ocio ineffabile delle presenti condizioni, ed un desi-» 
derio ardente delle passate. Né somministravano 
leggiero fomento al mal umore dei Milanesi gli aspri 
e parziali modi del Triulzio, luogotraente del re, so- 
lito a usare nelle cose civili la crudezza delle guer- 
resche, e per sopraggiunta concittadino ; sopportando 
sempre mal volentieri gli uomini l'altrui supremazia, 
ma troppo più quella d*uomo già tenuto per uguale, 
già conculcato ed irriso. Accrebbero il malcontento 
alcuni dazii rimessi in piedi dal re contro il parere 
del Trittlzio : dal malcontento nacque un . tumulto : 
nel tumulto lo stesso Triulzio, sopraffatto|dallo sdegno, 
uccise di sua mano, chi dice uno, chi parecchi uomini 
della minuta plebe. Allora quello che era nascosto 
desiderio di pochi, diventò generale e quasi pubblico 
intento: aprìronsi trattative coU'antico signore Lu- 
dovico il Moro, il quale scese le Alpi con 8000 Sviz- 
zeri e SOO Borgognoni assoldati privatamente, e senza 
impedimento occupò Como; entrò in Milano, e ottenne 
a patti Novara. Gian Iacopo Triulzio raccolse a Mor- 
tara tutte le soldatesche regie, più disposto a ricupe- 
rare il ducato colle nuove genti aspettate di Francia, 
che a difàoLderlo cerile poche che gli rimanevano. 

Queste cose avvenivano nel febbraio del 1500: il 
mese dopo il maresciallo coi freschi soccorsi venutigli 
dalla Ftancia chiudeva Ludovico il Moro dentro No- 
vara, e ve lo assediava. Era il costui nerbo, come 
dicemmo,' di Svizzeri. Ma la tardanza dei pagamenti, 
e l'avere loro dinegato il sacco delle terre. rienpe- 



328 jràATS QUiVT^ 

rate, It avevano inoU# siala «Uspostì verno il doea. 
Lo seppe il Tnulxìo , e per meszo dei eapllani 
della siesta nazione» ebe arvev9^ sei soo campo, lì 
fece tentare con denari e premesse» Ja coneluaìc^- 
ne, sia affatto per sednetmento altrui» sia, come 
corse fama^ per obbedienjia ad nn neasaggio dà 
cantoni , m cni si proibiva alle soddalesdie dell'uno 
e dell*aUro eaereito di ventre aite maol,. gli Sviazeri 
dei duca di Infilano risolsero di abbamionarlo aHasna 
ventora, eritomareaLLe proprie case. Mvano impiegò 
egli per dissuaderli ogni argomento di lagrkne, di 
> promesse e di doni; invano proffierse ai Fraacesi 
omilissiiue eondizion! di pace. U Trinaie trovò modo 
di mandarle a monte, ba ultimo, posciachò senza 
gli Svizzeri né fuggire, nò (ar battaf^ta» nò resistere 
poteva, Ludovico Sforza suppHeolU in graaia, di ve- 
mre accolto tra le loro file per stare alla fortuna^ se 
Bon fosso riconoscioto, di salvarsi. A tanto dì miacria 
era precipitato un priscipe» oso ad abbracciare col 
desiderio tutta ritaiia, dopo ioasfiettate vittorie, non 
vinto, anzi non pur tentata la. prova delle armil 
Passavano gli Svizzeri a due a due per m^zo il 
^^1^500^ campo francese schierato sopra due fronti; e in abito 
soldatesco , colla picca in mano marciava tjra loro 
Ludovico il Moro; quajDd'eoco pei osimi d'un tradi- 
tore viene scoperto, e tosto insieme eoi fratelM da 
Sanseverino condotto al cospetto dei nemico, in que- 
sto punto nel Triulzio la rabbia d'esule e la superbia 
di vincitore prevalsero alla grandezza ordinaria della 
sua fama e dei sturi proposili. Nmi S(A0 tollerò di 
mirarsi davanti in ml^rabile aspetto l'antico suo «h 
gnore, ma non ebbe vergogna di ricordar;^ con 



cknrauÈ isnao. 9^9 

«■ari sareasmi i torti da lai ricevuti. Sclagaratal che 
no» prevedeva di quanta ingratitudine fossero per 
rimca'torto cpiei meiElesiini padroni^ ai coi intereaai 
aUara Immelaya ìst ma vera gloriai €bè se Ludovico 
Sifefxa ai nostre nel resto della sua carriera vano, 
insolente, crudele, dalla póma sana cacciala all'infor- 
tunio di Novara s'acquistò abbondante lode di pru- 
dona, di alacrità, di valore, e di ogni altro pregio 
coii¥caicate a principe ed a privato: anzi queste ul- 
time eme opere, e le perverse di dbi gli successe, e 
la perfidia colla quale fu trattata, nn dovrebbero dis- 
aeerÌMire quasi la meBUHria appreseo i posteri, se la 
sventura bastasse a eaneellare i delicti. 

Dei reato tatti sanno, come i Francesi ricuperas- 
sero senza contrasto la Lombardia, come Ludovico 
Sforza languisse dieci anni in Francia nel castello dì 
LoebeSt ^ V^ Turmann svizzero, che l'aveva tradito 
al prezso di cinquecento soidi, venisse in patria dopo 
sfff&i esani decapitato per pubblica sentenza (4). 

IL 

La pace di Soriano testé conclusa coi Vitelli e co- a. 450i 
gli Orsini aveva non ispento, ma consolidato nel 
papa Alessandro vi e in Cesare Borgia duca Valen- 
tino £iuo figiiu^Jlp.U vivo desiderio di sbarbicare af« 
fatto dalle città soggette^ tutta la turba dei tirannelli, 
e sopra i loro cadaveri ergere un solo e terribile 

(1) Rosmmi,-cil. 1. Vili doc. 12. 13. — De Zur-Lauben, HisL 
milit. des Suisses, t. IV. 108. — Guicciard. IV. 288. — Sismon- 
dì, Hist. des Frang. t. XV. 317. — Prato, Storia di Mil, p. 247 
(Archivio Stor. t. III). 

La nota XXIV contieae il santo degli esami e delle sentenze. 



330 PAJITB qUBXTU > 

principato. Vasto disegno, òhe avrebbe rivmto in un 
bel corpo città e provineie senza utile né splendore 
divise e malmenate; se da una parte inaspettati eventi 
non avessero rotto le fila della gran tela, e dall'altra 
i mezzi impiegati a tesserla fossero stati (anche te- 
nuta ragione dell'indole di quei tempi) meno crudi 
e criminosi. Il primo pensiero del Val^Uino fu quello 
di dividere e imperare. Ora per dividere mille strade 
gli erano apparecchiate, come mutue gelosie, inve«* 
terati sdegni, mal represse ambizioni: aggiungi che 
le spoglie del primo signore potevano proporsi ia 
premio ad un secondo, e quelle del secondo ad un 
teno; e cosi abbattere l'uno col braccio dell'altro. 
Le vie pòi. d'imperare, se gli fossero note» vedrà il 
lettore. 

Cominciò dall'unirsi strettamente col re di Fran- 
eia, e impetronne un aiuto di 300 lancie e di SOOO 
fanti: quindi fece lega cogli Orsini, con Vitello^zo 
Vitelli, e con Giampaolo Baglioni signore di Perugia» 
avendo ad essi fissato per guiderdone le sostanze dei 
Colonnesi e dei Savelli. Ma già prima aveva egli as- 
soldato 700 uomini d'arme tra Spagnuoli e Italiani, 
6000 fanti, e le ordinanze a piedi oramai famose di 
Naldo e di Vincenzo da Brisighella. Con queste forze 
discacciò da Imola e da ForH Caterina Sforza, prese 
Rimini e Pesaro, occupò Val di Lamone, e mediante 
un accordo da lui giurato, ma non adempito, entrò 
nella città di Faenza (4). Di colà col medesimo im- 
peto proruppe nella Toscana, sforzò i Fiorentini a 
stabilirgli una condotta di 500 lancie, e spinse il 

(1) Gnicciard. V. 304. 313; — Machiav. // prineipe, e. VII. 



GinTOIiO TB120. 831 

sacco e Io spayentò fin sotto Pisa. Ciò fatto, ritornò 
addietro per accompagnare l'esercito francese, die 
dalla Lombardia marciava alla conquista del regno 
di Napoli (4). 

Avevano due re fritto un segretissimo concerto di 
espellere da Napoli Don Federico di Aragona, il quale 
pocanad vi era succeduto nel trono al nipote Don Fer- 
dinando, e spartirsene lo Stato. Di essi re l'uno era 
Ludovico xii di Francia, Taltro Ferdinando il Catto- 
lico di Spagna: quegli siAto il pretesto «delle antiche 
ragioni ddla casa d'Angiò, questi sotto la scusa che, 
siccome Napoli era già stata sottomessa dal primo 
Alfonso colle forze della Spagna, cosi doveva rica- 
dere alla Spagna. 11 trattato, anzi il tradimento con- 
cluso tra loro, venne prima in luce, che il buon re 
Federico ne conoeirisse sospetto^ A un tratto il d'Au- 
bigny coi Francesi dall'Abruzzo, Consalvo di Cor- 
dova cogli Spagnuoli dalla Calabria inferirono guerra, 
quegli occupando il contado di Taglìacozzo ai Colon- 
nesi, e concedendolo agli Orsini, questi inalberando 
le insegne di Spagna nelle dttà, che egli medesimo 
sino allora aveva custodito a nome del re di Napoli. 

In breve ogni sforzo si ridusse attorno Capua, dove 
la fede e la esperienza di Fabrizio Colonna avreb- 
bero opposto agli assedìanti una resistenza degna 
dell'onore italiano, se il popolo tumultuante e già 
prodive a^riversarsi sopra i difensori non lo avesse 
costretto a domandare di arrendersi. Però, mentre 
Fabrizio sugli spaldi ne sta trattando coi nemici, 

(1) Amimnìx), Storia di Firenze, 1. XXVII. 204. -^ Guicciar- 
dini, 1. V. p. 320. 



933 Piare qatKTL* 

questi, pigliando ardire Mia negligensa degH asie- 
dààii, appoggiano pian pkiBo le scale alle mam, le 

24ingiio «operano, ed in un batter d'occhio €apiia è da loro 
mandata a ferro ed a sacco. Molte donne per saltare 
il proprio onore gettarontà nei poEzi : quaranta delle 
più taghe furono dal Yalei^ino serbate ai suoi pia* 
ceri Dei dttadìm, chi avanzò dalla strage fu coitda4to 
via prigione; dei capitani, Fabrizio rwcattoseia buona 
guerra (1): ma non cosi Ranùcdo da Marciano, a cui 
Vìtellozzo Vit^i, in vendelta del supplizio del prò* 
prìo fratello, con rìoiedii aTvdenati aulle piaghe ae- 
cekrò il fine, ilbuon re Don Federico, fallo miserabile 
spettacolo delle bizzarrìe ddHa fortuna/oercò nellie 
braccia di Ludovico xii un asilo ed uno stalo. Ben** 
tosto le discordie insorte fra i viBeitori gli ivalsero 
come di venttetta e verso i principi che lo avevano 
spossessalo, e verso i popoli che lo avevano tra- 
dito (2). 
Sbrigati dalla guerra di Napoli, il Baglioni, il Yi« 

A. 4 502 telli e gii Orsini si affrettarono a porre in salvo nelle 
loro castola la ricca preda: poscia , mossi non meno 
dalla propria cupidigia che dalle esortazioni del Va-* 

(1) Sulla fine del 1503, stando il Consalvo in Barletta asse- 
diato dai Francesi, furono tra lui e il generale nemico regolate 
le taglie dei prigionieri così : che nn fante privato pagasse di 
riscatto aa mete di aold», uà nomo d'armi ne p»gass6 tré mesi, 
un capitaao di fanteria uà meii, ed uà capitano dà oavalt«ria 
dodici mesi. Quanto ai condottieri di chiaro sangue o ripata- 
zione, il prezzo del loro riscatto doveva dipendere dall'arbitrio 
del capitano generale. V. Ulloa, Pita di Carlo r, f. 15 (Vene- 
zia 1563). 

(9) Gnicciard. Y. 398. — Jovii, Fita M, CansoM, I. I. 
p. 330. 



GÀPITOU> TERZO. S3S 

leDtmo» invasero la Tosoana. E fià, aveiido occupalo 
Cortona e la Valle di Chiava, preso Angfaiari e Borgo 
S. Sepolcro, e ribellato Areszo, anHiaceiaTaiio dav« 
Tìcano la città 4ì Firenze; $e i comandi espressi del 
re di branda, e soprattutto le novità che in questo 
ìalervalio di tompo venivano a matumnaa nelle parti 
dell'Umbria e della Romagna, non li avessero più che 
In fretta fatti tornare indietro (I). 

Tornando trevarrono Aatorrr Minfredi ucciso, i 
RiariI depressi, I Varani contro la pubblica fede 
chiiMl in prigione, Giovanni Sforza eaule da Pesaro^ 
i frateii Halatesta, il signore di Piombino e i Benti«^ 
vo^ spogliati, dispersi a perseguitati a morte; e 
tutto ciò per opera del duca Valentino. Però nksuna 
altra cesa ^anto la indegna spogllarione di Goi- 
dobaldo di Urbino aveva messe in cbiaro I (ini, la 
perfidia e la potenza di codesto Borgia, al cui incre- 
mento avevano eglino fino allora con tMo il vigore 
rooperato. 

HI. 

in realtà era stato, non man che iniquo, inaspet- rìu<^o 
tato Tassaito. 11 duca Valentino colla scusa di voler ^^^ 
fornire non so quale impresa, prega (}nidol>aldo ad 
iaprestargii alcuni pèzzi di artiglierìa; Goidobaldo 
non B0I9 gHeH inviò, ma fece spianare la iftrada per 
Gubbio, per Cagli e per dovunque essi avevano a 
passare. Ciò appunto desldersrva il dùca, aia per di- 
vertinw Tattenstone, sia per godere di tutti quei van- 
taggi e levarli a Auidobaldo. Tqsto per s«a orjiiie 

( t) MmIiìvt. DUcèrsi, 1. T. e. K1IXVI1I. --Gnièfnard . V. 3&7. 



334 .PAivTP QUircT/L, 

alcune bande di ftkiti si recarono a Cagli per rice- 
vervi le artiglierie, e portarle via: ma nouivi ^!^no 
appena entrate, che si presentava sotto le medesime 
mnra il duca in persona partito con diecimila' armati 
da Spoleto. Lo accolsero i cittadini amorevolmente: 
^li stette qnelo, finckè le. sue soldatesdbe non fn- 
Tono reficiate* e le porte della.terta occupate. Al- 
lora corse le vie arjns^ta mano, e fece gridare:, viva 
Valenza. Nel medesimo gkirno per oomandodd me- 
desimo Valentino veniva comandaito nel territorio 
di Fano un uomo per casa, due mila pedoni assol- 
dati si stendevano tra l'isola di.Fjano, Sorbolmgo e 
Riforzato, i eonti di Honteveiiebio edl S. Lorenzo 
coi loro dipendenti si: appostavano aqueiponfini, e 
ì castelli di Yerrucchio e di S. Arcangelo etano a 
vìva forza sorpresi ed espugnati. ' , ■/ ' 

Tutto ciò veniva compiuto . in poche ore» ma era 
il fruito di lunghe meditazioni e di sottili concerti. 
Frattanto il buon Guidobaldo era cosi lontano dal so- 
spettare di un siffatto colpo, che mandava in dono 
al Valentino un superbo éorsiero, e faceva accompa- 
gnare a Ferrara in segno di onore dalla p^pria mo- 
glie la sorella, di lui. Perciò, fu straordinario .11 suo 
stupore e sbigottimento, allorché tutto ad un tratto 
si mirò il nemico in casa, e vide che a difendere lo 
Stato gli mancavano genti, denaro, tempo, armi ed 
artiglierie, e che il mortai colpo gli veniva ds) uomo, 
che due giorni innanai lo aveva, appellato fratello, e 
come fratello gli aveva. chiesto • aiuto e fav<Nre. Il 
tempo incalzava, i persecutori già instavano plesso 
a S. Leo; ogni momento decideva di vita o di morte. 
Radunate in fretta le gioie e le carte più preziose. 



CAPITOLO TEAZO. 535 

accommiatossi lagrimando dai popoli , e con pochi 
seguaci a notte scura abbandoni la dttà, già sede di 
belle feste e di onesti stndii,' allora piena di confu- 
sione e di spavento per gente che fugge, o celasi nei 
monasteri, o trafuga robe e denari, mentre altri, sta 
in ascolto per le vie, e s'accosta ai crocchi, e secondo 
il naturai coraggio e la indmazione dà e riceve con- 
siglio. 

Però siccome tutti i tragetti si trovavano presi dalle 
genti del duca Valentino e tutte le gole dei monti 
custodite, e tutti i luoghi forti, occupati, poca speranza 
di scampo riluceva all'ultimo, germoglio di Guido e di 
Federico da Montefeltro. Dopo avere errato tutta la 
notte fra mille perìcoli e terrori per strani viottoli e 
scoscesi dirupi,' per bontà del cielo diede nelle mani 
di alcuni famigli mandati apposta qua e là sotto varii 
travestimenti da un amico suo, acciocché lo scor- 
gessero a Hontecopiolo. Ristoratovisi, prosegui il 
vkiggio fino a Sant'Agata, mediocre castello tra il 
Montefeltro e il confipe fiorenUno. Finqul era stato 
scortato da parecchi balestrieri, e dal suo nipote 
Francesco Maria della Rovere, che sei anni dipoi gli 
successe nel ducato di Urbino, e si acquistò gran 
nome nel niesliere dèlie armi: a Sant'Agata Guido- 
baldo congedò ognuno, e solettOi con non più che 
tre compagni, do^o avere mutato vesti e cavalcatura, 
si avviò versoio dominio di Firenze. Di già,. traver- 
sato il vescovado 'di Sarsina, e varcato il fiume Savio, 
i quattro lugjitM erano pervenuti sotto Montegiùsto 
nel O^senafe*, quando. i villani deputati alla guar- 
& di ^uei ' passi li scopersero a| guado di , non so 
qaale tbfrentello. Subilo da ogni lato si elevò, il grido 



d56 PÀBTE QUINTI. 

di carne eame e di ammazza ammazza^ e la coHiiia 
si riempie di armati, chi qua cM ìk «ceorrenti per 
farli prigioni o trucidarli. In tanto frangente, l'ava* 
rizia dì chi lo inseguiva e l'aecorlesza di un fedel 
servo salvarono Goidobaldo. Infetti, mentre i viUam 
perdono tempo ad arraffiiroe le vaUgie, lascàte ap- 
posta addietro, e le svolgono, e si auufbnò per 
strapparsi dalle mani guanto vi è dentro, Guidobaldo 
sfuggi loro dagli occhi: Alfine, dopo avere ^ rato 
lunga pezza per moati e per selve ove il terrore lo 
condueeva, giunse sul tcamoniare del sole in Castel- 
nuovo, vicino a Meldoia. 

Apparteneva questo Inoghiccinolo ai Veneziani; 
ma nemmeno colà dovevano avere terHiBe le aoi- 
goscie del mìsero principe: da uaa parte il vicario 
veneto, non si fidando di tenere tal oB|nle leea, gli 
intimò tosto di uscirne , nea as^ttate nefqimre le 
tenebre; dairaltra parie non sapeva egli medesimo 
ove indirizzarsi, dacchi certa domia venula dal mer- 
cato lo aveva avvisato., ékm i passi verso Goleata, « 
la strada maestra per Bavenna, anà MeMola stessa 
rumoreggiavano di fonti e iti cavalB nemicié Ciè non- 
dimeno, pigliando forza dalla dlsperazicaM^ G«ido- 
baldo monta di nuovo a cavallo sotto altre spoglie^ 
e per contorte vie s'incammina a Padema. Travtersò 
tra Bertinoro e Cesena felicemeoto fat istrada maestra, 
e verso l'abbuiare gimise in una lai^a piamira. Quivi 
si soffermò a prender fiato: ma incoolasento un or- 
rendo frastuono di canQoai e ii campaikei e una 
spess^giare infe^ di cmini e di fuoehj sof ta le 
collitte ataonlo soprawoanero a riaaf vaxigli eolla» 
paura la néeessità del fugi^re* Fug^ei egli aduaqae 



CAmOCO THdBO. IS7 

di nuovo; e già nel bikio ddla notte sembrmva alla 
sua atterrita fantasia di udire lo scalpito dei cavalli 
e le grida minacciose dei satelliti che da ogni banda 
lo insignissero a morte/ Conve Dio volle, allo spun- 
tare delFaurora sctese le mira amidie di. Ravenna ; 
e allora il silo animo^ attonito e quasi trasognato restò, 
rivolgendosi ai p^coU corsi e alla sofferta mutazione 
di forttfoa (i). . 

Codesto esempio principalmente ammoni i condot- 
tieri, ì quali ritornavano dalle spedizioni di Napoli 
e della Toscana, a oppimre una comune difesa al co- 
mune perìcolo. Fu concertato un general convegno 
di tutti loro alla Magione, villeggiatura posseduta da 
Giampaolo Baglioni sul Perugino. Quivi si trovarono, 
o si fecero rappresentare da ambaisciatorì, tutti gli 
Orsini (già amici e servitori al Borgia e al re di 
Francia, ora per necessità avversi all'uno ed all'al- 
tro), Vttellozzo, il Baglioni suddetto) Guidobaldo, il 
BentìvDglio già padrone di Bologna, e Pandolfo Pe- 
trucci signore di Siena. Ma qaegU che per risolutezza 
di cencetli e tei^ribiiità di fama a tutti sovrastava, 
era Olivérotto Fredncci da Fermo. Orfano dei genito- 
ri, era egli stato eon paterna cura nodrito nei primi 
suoi anni da Giovanni Fogliani, signore di Fermo e 
suo zio materno:: quindi sotto Pàolo è Vitellozzo Vi- 
telli si pròci^lò.nònvòlgàr lode nella milizia. Giunto 
cosi al 6oaiAiodé£gi;a^ cdnorduti allora a uomo pri- 
vato,, eonàderò^chéniun condottiero poteva più vi* 
vere e crescìeréiaei^'ùnoStato: < e se un unico osta- 

(1) Baldi, Vita di Gmdohddo, 1. VI. 340 (MUano 1891). 
Voi. IlL M 



S38 9txm QfBnmL. 

^;olo di parentado 81 frappone ainiitaiito, a che liitaref 
Lordi noa erano di sangue i seggi di lutti i imacipi 
della Romagna? » Con tal pensiero^ esaendosi ìntco* 
dotto in Fermo con eento cavalli sotto speeie di -Hsi» 
tare lo zio, lui confidato nei eontimii beoelzìi, nel 
vincolo del sangue , e nei parentaM aniplessi, fra gli 
erviva di un convito barbaramente scannò. Old si 
studiava di salvare dagli artigli del YaleiAlnoia usur- 
pata signoria (i). 

La somma delle delibierazioni prese dai oondotiieri 
eangregati alla Magone fu, cbe venisse senza indu- 
gio stabilita tra loro una lega e nna tagfia di 700 
lancie e di 9000 £^ti per riacquistare 4o Stato al 
duca dì Urbino, e per comune difesa di tutti^ ed of- 
fesa del Borgia; che gli fosse tosto dicUacataki guerra, 
e il Bentìvo^io da una parte, OliTerolto dall'altra « 
di qua H Baglioni, di là gli Orsini e li Petrucci la in- 
ferissero. Nò i latti tardarono a tenere 4fietro alle 
deliberazioni; anzi, erano esse api^na conosciute» che 
la ribellione di tutto l'Urbinate, la. rivolla di C2anie« 
rino, e la di^stta e la presa di Ugo di Monead9« prin- 
cipale luogotenente éeà Valentino, persuadevano il 
duca stesso a rielundersi più die in fretta dentro 
Imola. 

Ha, superato il primo sgomenlD, non stinto il Bor- 
gia a rifrigliare coraggio. Conuneiò ad iqprìre tratta- 
tive con questo e con quel ea^ affine di svolgerne 
i divisanienti -versò quel fine, cbe sèmpre avranno 
tutte le congìnre o alleanze, nelle qoall al comune ia^ 
teresse non sì voglia immolare il comodo privato. 

(1) Macbiay. Ilprincipt^c. VIIL 



Tostochè la vittoria e la lontananza cancellò in essi 
Videa del presente pericolo , bilanciaronsi i prossimi 
incoincMli provenienti dalla \eg9i eoi remoti peiieoli 
mioacoiati dal Valentino; e si cnnelvafi «essere follia 
<l«dla di assoggettarsi ad un .mald certe « presente 
per Tìperare ad iin male iaieerto e foitoro.. insomma 
chi per timidiUi, chi per ignavia, chi per gelosia o 
avarìria venne mefio al proseguimento deirimpresa. 
Il Valeoiiiìo più non trovò contro a sé ebe -confasi 
conati, rifnperfetti apparecchi, e vane dimostra* 
zioni di guerra. In breve, scaltri ragionamenti, grandi 
lusingbe esacrileghi giuramenti bastarongli per levare « 
le armi di mano a uomini, che sembravano maneg- 
giarle a malincuore. Cosi la lega, unita pel terrore fu 
rotta «colle blatidizie. I condottieri, pieni di reciproci 
sospetti^ «aal sjeuri di se stessi e leggio dei proprii 
aoddili, abbandonarono il duca di (Jrbino alla sua 
aorte, e stipularono col Valentino un accordo nel 
^uale si prescriveva, ch'egli avrebbe obbliato e per*- 
dopiate tolte le cose passate; che di Bologna si sarebbe 
deliberato In modo che fosse piaeiuto a lui, al cardi-- 
oale Orsini ed al Peirucci; che a tutti loro sarebbero 
state conferniate le condotte già prima godute presso 
il medeaimo Valentino, però col patto che non sa- 
rebbero stati oM>lJgati a servirlo in per^oa che ad 
uno p» volta (4). 

* 4 

(1) M«3faiaTelli, Legaiiono <§/ Fdentmo^ Mt XXII. p. 619* 
- GnicciaxdL V. 377, . 



340 finis QtmrrA. > 

■ 'IV.' •• j : : • ' 

Ratificato r àcèordo , il daca Valéntiii0', affine di 
estirpare dairaplmo dei condottieri qualsiasi séme di 
sospetto» di^fibulle sue soldatesche per la Romagna; 
e sparse vote di'edsere sdegnato col Ve di- Francia. 
A tale effetto fece richiamare in Lómbanlia le gemi» 
che questi gli aveva spedito in soccorso. Ciò conse^ 
guito, recasi a Cesena, si abbocca con Olivéroito, è 
tanto Taggii^a cogli artifiziosi suoi discorsi, che lo 
persuade a lasciare issofatto ogni altre disegno, e 
ad aiutarlo con i suoi compagni a sottomettere Si- 
Bigaglia. 

Stava in quésta rocca per castellano e tutore del 
giovinetto Francesco Maria della Rovere, uh uomo 
tale , che 1* Italia non può senza rehglòsò frinito di 
amore e di riverenza nominare^ e che da quelPumile 
ufficio era per salire tant'altò da rifiutare la signoria 
di una gloriosa repubblica. Dir vogliamo Andrea 
Doria. Questi conoscendo la debflità' della piazta, 
s'affrettò a mandarne via nascostamente le persone 
del giovine principe e della madre di lai: pòi, quando 
il nemico gli fece la chiamata, rispose < essere la si- 
gnora a letto ammalata; attendessero la «risposta pel 
di seguétite ». ho credettero g^l assedfianti e aspetta- 
rono : ma egli a notte buia monta a esiliò in com- 
pagnia di un servitore, esce dalla rocca, e per istrani 
sentieri si indirizza a FiremEe (4). Quegli, che vi ri- 
mase in suo luogo, protestò che non avrebbe rimesso 

(1) Capelloni, rita di A. Doria^ p. 3-là. — Stgonii, De Fiia 
A, Auria^ 1. 1. p. 9 (Geno\m 1586). 



la forteszà in altre mani cbe in quella proprie del 
duca Valentino. Per conseguenza Oliverotto e .gli al*» 
tri condottieri mandaronlo Invitando e soHecUaiido a 
venire a Siàigaglia. 

Cotesto era appunto il supremo voto, del Borgia» 
Acy presago e forse autore occulto di t^lO: invito» 
in questo int^i^Jlo aveva segretauiente latfo. .tor- 
nare addidro le. genti del re di Francia, ed assol- 
dato un: buon po^so di lancio spezziate e di g)9pti}uo- 
mini privati. Tutte queste forze il Valentino ra<?colse 
jfi podio orl8;iiaUorsa inviò per rispositi ai condottieri 
che lo aspettass^o a SinigagHa» e tpsto con 8000 ca- 
valli e 4^,000 fauti parti da Fano. Però prima di 
partire ebbe Favvertenza di scegliere quattro coppie 
d'uomini fidatissimi, ed a ciascuna di esse diede l'or- 
dine di pigliarsi in mezzo uno dei quattro papitani, 
cbe erano a SiiMgagUa, questa l'Orsini, quella Vitel- 
Ipzzo, la terza 01iverotto,.la quarta il duca Gravina, 
né prima lasciarli, cbe terminata la festa. 

Rasente il mare, ai pie(li.delFApennino, stendesi ^{^^V* 
per lo spazio di ben quìndici miglia la via, che da 
Fano conduce a Sinigaglia. Questa vìa, dopo molto 
serpeggiare, giunta al suo termine, passava sopra un 
ponte U piccolo fiume, da cui è cinta la terra; quinci, 
traversalo il, borgo, entrava obliquamente;. neirabi- 
tato (1), lira Je. mura della. città e il ponte era una 
piazzai alla quale rargiaemed^esimo del fiume da 
un la((9 fsuqeya spalla.; Quivi Òliverotto, risoluto di 
dspeit^rviiilduca, Aveva, messo, in ordinanza le sue 

(1) Queste làtlm fUrtfDÒpM'^bfàitte eriediflcàté oea altro 
dìscigtio dai duchi di; Orbino :Faui»e8cói Maria e Guidobakio 
.d^lla Rovere, '• • ••.■..';: ■.•.(•'. ....i ,s o-. > 



34S fkKTB QUINTA* ' 

genti, che sommavano a mille fanti ed » l^SO cavalli. 
Per lo contrarto Vltellozzo , Paolo Orsini e H daca 
Gravina, che apparteneva pnre alla medesinia stirpe 
degli Orsini , dopo avere accampato le lóro sqaadire 
sei miglia oltre la città, si erano spootaBearoente 
mossi ad incontrare il Valentino. Narrano che il W 
telli, prima di venire a Sinigaglia, quasi indoTìna^se 
la sua sorte, facesse come fnltima dipartila dai snol.» 
raccomandando ai caposquadra la propria casa e ri- 
patazione, e non senza lagrime e sospiri ammonendo 
i nipoti, che in qualsiasi avversità, non della fortnn»» 
ma si delle virtù, dei padri e degli zìi si volessero 
rammentare; sicché tutto ancora mesto e pensieroso 
in vista, senz'armi , e indosso una cappa foderata di 
verde» si traeva cogli altri due al cospetto del Valen- 
tino. Crebbegli la paura, allorché mirò la cavallerìa 
pontificia schierarsi in ala al di là del ponte , e la 
fanterìa sfilarle in mezzo, e procedere in buon or- 
dine verso la città. 

» 

Accolse il Valentino con lieta fronte i tre condot- 
tieri; ma, veggendo mancarvi il quarto, con. una 
rivolta di occhi impose a un D. Michele , suo se- 
guace, di andarlo a cercare. D. Michele astuto mini- 
stro di fnesorabile padrone, galoppò avanti fino alla 
piazza, dove Oliverotto esercitava le sue genti: e con 
buone ciance, parte dimostrandogli come i suoi allog- 
giamenti correvano pericolo di venire occupati dalle 
squadre papali quando egli non vi rìcondncesse 
piucché in fretta le soldatesche, parte lasciandogli 
travedere il grave torto che la sua ritrosia gli acqui- 
sterebbe presso il dijica, tanta s'ingegnò, che il per- 
suase a mandare a casa le schiere , e venire seco ad 



lacoBtrare il Vatettiiiib. Cori il nuiuero appunto delle 
vittime desigiiftte fa co«ipf lo* 

Entrò il Valentino in Sinìgaf^lia in messo ai con-» 
dottieri, ora con Funo, ora con V altro amicamente 
fitTeOando. (Santo al palagio « dot' erano le stanze. 
apprestale per Ini, scavalcò, ed eglino, ftrtto Uso- 
migliante , g^i tennero dietro : ma non appena gli 
ebbe egli, sotto pretesto di una natariale necessilà, 
lasciati soli in certa camera segreta , ehe da ogni 
parte sbooea?a sopra di essi il satelfoio armalo, e li 
trascinata In prigione. Vu pronta la sentenza, come 
perfida reseenslotttt. Quella notte medesima Olite- 
rotto 9 11 ViiriM vennero strangolati, invano l'uno 
supplicando il duca di ottenergti prima dal papa la 
indulgenza plenaria di ogni iillo, intano Taltro di- 
sfacendosi in lagrime^ eallannandosi pe^ riversare la 
soa colpa sopra il compagno. 11 supfriislo degli altri 
due tenne differito solo tanto tempo, quanto bastò 
al pontefice per far pigUare il cardinale Orsini e gli 
altri signori sttoi conginnti. Le squadre di Oliverotto, 
sorprese all'improttiso, mentre qua e là sollazzavansi 
per le tie, furono staligìate e disperse ; quelle degli 
Orsini e del Vitelli, avendo presentito il caso, pu- 
gnando non meno talorosamente contro il furore dei 
paesani che contro le armi ostili , si ridussero in 
salvo (4). 

Con cosi fetta scena cominciò Tanno 4503. Di essa gennaio 
poi il papa motteggiando soleva dire, che a buon ^ 
diritto era accaduta ; posciachè i condottieri , dopo 

(1) Machia^. Modo, tenuto etc. p. 165. e Legazione al P'aleti» 
«w«o. — Guicciard. 1. V. p. 381. — Ammirato, XXVlll. 370. — 
BuonaccoTsi, Diario^ p. 69 (Firenze 1568). , 



avere fliecordato di non mettersi nelle sile mani die ad 
uno per volta, vi si erano alla fine messi tutti insieme, 
epperò come fedifraghi avevano! meritato quel ca- 
stigo (4). 

Il Valentino ^ prosegueido i frutti del sanguinoso 
tradimento, si affrettòade^iellere dfei Perugia il Ba* 
glioni, ed a minacciare Siena: quindi , essendosi vol- 
tato sopra gli Orsini^ si iiisignori par^ assedio di Gerì, 
e spogliò e cacciò in.edglio Gian .Giordano principale 
condottiero di essa casata, non ostante che fotee sol- 
dato, e protetto , e oavalieee dell', ordine del re di 
Francia* Anri ravvicinarsi di un eseretto .francese 
incoraggiva djgià il Valentino ad efit^aidedfe i suoi 
^S'I^^t* pensieri oltre ir dominio della Chieda, fido. sopra la 
Toscana e la Paglia; quand'eceò un vdeao preparato 
per attrì gli uccideva di un colpo il. padre , e lui la- 
sciava incerto tra vita e morte. 

Morto ;il papa, infermo il. duca, svaniva quasi per 
incanto la tela da costui or4itsi con .tapta astuzia e 
ferocia : ed a furia i Vitelli ritornavano, in Città di 
Castello, ed il Baglioni in Perugia, e Dionigi di 
Naldo in Val di Lamone, e i Piombinesi. prorompe- 
vano alle armi, ei Veneziani occupavano faenza, ed 
i signori di Pesaro, di Urbino.,. di. Siffig^glia e di Ca- 
merino, sia col braccio dei fuorusciti». sia col favore 
dei popoli , rientravano senza ostacoli nelle proprie 
terre. Frattanto in Roma gli Orsini ed i Colonnesi (ai 
quali per suo ultimo scampo sì era aepostato il Borgia) 
sulle piazze , per le vie, , dentrp ì palagi t sotto i 
grandi monumenti dell* antica repubblica s'insan- 

(1) Guicciard. V. p. 6 (t. III). 



CJ^JXQW. TKR20. S%S 

gniaaTano tra loro; sicché mentre da oriente si teme 
che gli SpagmuAi non entrino in città ad istanza dei 
Colonnesi , e dall' occaso pai^entasi dei Francesi, i 
quali già sono pervenuti presso Viterbo , con tale 
rabbia tì si combattie, cbe y ha chi ^ lava la bocca 
e le mani nel sangue . dell' ayver^airio s^mianime ai 
proprii iH^di (4), , . 

Fra questi tumidti giungeva a RQma Bartolomeo 
d'Alyiano» partito coq un solo soldato dagli stipendii 
dei Veneziani (3): e tosto coUociiva se stesso e tuttala 
casa Orsini (tranne Gian Giordano) ai servigi del re 
di Spagna, e la rappafsificava coi Colonnesi. Ciò diede 
l'ultimo crollo al Valentino» che disperato fuggi verso 
Bracciano* Pervja scontrossi nelle g^nti di Giampaolo 
Baglioni: . c^»nhattò, fu rpt^, e.a grave stento tornò 
addietro a.richiudersi in Castel S. Angelo. Tosto U 
nuovo pontefice jSiu^lio II diede ordine di tenervelo 
in prigiop9, e gli feico significare» cbe non ne sarebbe 
lasciato uscire, finché non avesse consegnato ì con- 
trassegni delle fortezze di Cesena , di Forlì, di For- 
limpopoli e di Bertinoro, tuttavia tenute in suo nome. 

Erano i coptrassegni» come già altrove accennam- 
mo, talvolta una cifra, talvolta un nome, più sovente 
una medaglia spezzata, della quale una parte rimaneva 
nelle mani del principe, l'altra |n quella del castellano 
capo ìlelle armi. Usavansi nei tempi scorsi per anti- 
venire le frodi del ne^mico, od acce^t^re la esecuzione 
d^li ordini più delicati. Or bene, il duca Valentino» 

(1) tHoa, P^itd di Cario r, 1. 1. f. 25^. ~ Buonaecorsi, Dw- 
Ho,' p.- W. ' . .;.,....., i 

(9) Luigi dà Porto,^ Lettere istoricke^ p. 18 (Venezia 1832). 
— Gnicciard.VI.TfS. . 



4504 



Sk6 PÀftTK ^«miTA. 

com'ebbe consegnato al ministri del pepa i contrasse- 
gni di quelle quattro fòrtesze, fuggi éa Roma» e passò 
a Napoli presso Gonsalvodi Cordova, ehevi eomaiidava 
con suprema potestà le atmf del re eafttolico. Il Conn 
salvo, dopo averlo raggirato eon vane ciance alquanto 
tempo, un bel di , mentre che usciva dalla propria 
26mag. sua camera, lo fece legare e condunce in ispagna 
prigioniero. Compagno del Borgia m cotesto tragitto 
fu Prospero Colonna, già da lui spogliato e perseci -^ 
tato a morte: ma per quanto durò il viaggio nessuna 
parola fu mutata tra loro (i). 

Or quali sieno stati gli ultimi casi del Valentino, 
con brevi parole racconteremo. A prima giunta venne 
chiuso in Ispagna nella rocca <K Medina del Campo ; 
di là trovò modo di uscire mediante eerte funi, e si 
ridusse nella Navarra presso quel re che gli era co- 
gnato. Vìsse quivi alcun tempo hi basso stato: da 
ultimo un vii colpo di giannetta il tobe dt vita sotto 
le mura del castello di Viana. 

Tale fu la fine d^ Cesare Borgia duca Valentino, 
famoso per vasti intenti , terribiK niezzi e repentino 
cadere. Il suo nome suona abbominato, e giustamente. 
Pure che altro ^li fece, se non applicare ad una 
ampia tela i mezzi impiegati dai suoi contemporanei 
in brevi disegni? Che se lo raffrontiamo ai principi 
da esso lui spogliati, e lo consideriamo non negli an- 
damenti ma nelle conseguenze del suo operare, al- 
lorché piò non era costretto a opporre delitti a de- 
litti, e soprusi a soprusi, ma proseguiva liberamente 
i suoi veri fini , noi lo vediamo altresì principe di 

(1) UUoa, I. 33. - Guicciard. VI. 123. 



rara costanza e perspicacia, di spedita giustìzia verso 
1 popoli, che alia lunga avrebbero sotto lui rinvenuto 
quella quiète e quella dignità, che invano dipoi desi- 
derarono e« tentarono di cons^uire. Sotto ' questo 
aspetto, esaminandolo cioè non nei mezzi , che tutti 
sapevano scellerati, ma nei risultati, lodollo Iflccoiè 
Machiavelli ; le cui teorie tanto erano proprie del 
fempl, e tanto strettamente provenivano dal concorso 
della pubblica e della privata morale di allora , che 
tu le trovi molto tempo innanzi poste In pratica e 
dai re Alfonso e Ferdinando a Napoli, e à» Luigi zi 
In Francia, e messe in luce negli scritti del costui 
ministro Filippa dì Comines, e ricevute e divolgate 
da quasi tutti gli storici ed i politici dell' età; i quali 
prostrati dinanzi al fatto, lo adorano, comunque esso 
sia, e dondechè derivi. L'opinione pubblica, attesa 
rignoranza e servilità del popoli, era troppo al basso, 
perchè ne potesse sorgere quel sentimento universale 
e pratico del giusto, il quale, col crescere deirumana 
eivfltà^ va di giorno in giorno imponendo alta politica 
le sue leggi conservatrici. 

In sostanza Cesare Borgia scelleratissimo fu , per 
disegno, per indole, per necessità; ma ninno dei suoi 
contemporanei seppe meglio di lui unire a intollera- 
bili mezzi pia vasti concetti; a perversità di privato 
piA ntili ^h>ti di prìncipe. Quanto ai condottieri di- 
remo, die coirammazzare gli Orsini, collo abbattere 
i Savelli ed i Colonnesi, collo sperperare i signori di 
Urbino, i Baglloni, i Malatesta, i Varani ed i Manfredi, 
cominciò ^li l'opera seguitata poscia dai sommi pon- 
tefici Giulio II e Paolo m, per la quale eoa grande 
augumento della papale autorità fu estirpato il vero 



848 .PA&TK QUINTA*. 

coYiglio dei soldati di ventura. Ciò non pertanto il 
Valentino medesimo fa condottiero, e tale si dimostrò 
sia nel j^gliare condotta dai Fiorentini e dal re di 
Francia, sìa nel. subitaneo suo crescere e precipitare: 
se non che le forse, i denari, e la riputi^zione della 
Chiesa candiiayano alle armi di lui, sopra .quelle di 
•lutti gli altri capitani,, pregia e fenpeiipsa. (4). 

. 'V. ■ . 

M * 

Mentre etie nel giro ^i pochi giorni al papa A^es* 
Sandro vi succedeva Pio iit, ed a Pio in papa Giulio; n, 
un esercito francese guidato dal marc)iese, di iKanlova 
era proceduto sino al Garigliano; dove ayendo get- 
tato un ponte e guarnitane la testa, si era accampato 
col proposito di passare, tosto che arrivassero i denari 
dovuti agli Svizzeri» e tostochò le malattie e, il, tedio 
domassero la costanza del Consalvo, il quale coll'eser^ 
cito spag^uolp si era alloggiato sulla oppose riva in 
un sito paludoso e mortifero. Ma le ìnfèraiit^, invo- 
cate sopra gli altri, scoppiarono eziandio tr^i proprìi, 
e con tanto maggior danno, quanto che agli Spa- 
gnuoli il paese. a^mtco, la virtù dei capitani, il favore 
degli Orsini, e la, naturale sobrietà della nazione sce- 
mavano il peso dei mali; ed a' Francesi e Svizzeri, na- 
turalmente insofferenti di stare ferini e. di patire, le 
intestine discor die; j aggravavano la c^poc^W ^iffi^ra. 
In breve per evitare m^gg^ri danni s' indu^sj^ro ad 
allargare alquanto più gli . alloggiamenti pel. paese. 
Lo seppe Bartojom^ d' Alviano, il quale militaya dalla 
parte ppposta, e subito propose al Consalyo di pas- 
ci) Intorno 'aU« jfonè niiitiiri deA duca \iateiitiÌM^,iV. la 



CIFCEOIO TSRBO. t%9 

sare M fiume ed tssaltarU. Appr(M»ta Tdudaee par*^ 
iito». con molta segrétezìBa costruì,, m un' casale vi- 
ciao a Sessa, un ponte di botti e zattei^e ; qmnjdi lo ^^^"^^ 
condusse 4i niotte, al Gsarìglì^mo , lo gettò el pateo di 
Saio quattro mig^iaipia in* saldi qliellé dei HtÉdid, e 
prima tatto f esercito spagnuèlo tHhù vàóre^tQ il fiu- 
me, che i Francesi si avvisaAsevo di iiif edirlo. Allora 
questi si àvviarcmo ritirandosi Terqo Cìaetd; Uainifano 
la loro ca^Ieria, oifa lérman^osi^ era lej^trmitofe 
combattendo, tolse a proteiggerne la marcia: invano 
tatto r esercito, mutata fronte, pugnò per alquanta 
spazio di tompo con molta ferocia al ponte di Moia: 
arrivati ^ crocicchio dèlie due vie, delle qtali Tuna 
va a Gaeta, Taltrà ad Itri, i Francesi, sempre inse- 
guiti alle spalle dall' Al viano, e sempre pieni di so- 
spetto di venire anche assaltati ai fianchi, ruppersi a 
fuggire disordinatamente. Per <^onseguenza di cotesta 
fuga pochissiihi di loro , e questi pressodhè nudi e 
affranti dalla fame e dalla fiatica, riuscirono a ritor- 
nare in patria : i più di stento qua e là morirono 
per le terre d'Italia, novello ma, iaiéficacè esempio 
airambiadone degli invasori (4). 

Questa femosa rotta, e -un ttattatd di t^^^gua e a. 4504 
poscia di pace conclùso tra là Francia èia Spagna, 
sospe^ro per alcun tempo i rumori .di guerra nel 
regnò' di Napoli. Da ciò Consalvé' di: Cordova .prese 
argomenta di risecare gliislipentAii^ai còhaottierilta* 
liani. L'Àlviano, che ben altro' gliidétdone si aspet- 
tava alla straordinària luraviira da esso lai mostrata 
nella uìtìnià guerra (e in realtà' óra egli «Mo precipuo 

' • - '"i-I '■) :U < [•■■:. -ili ,. . . 

(1) Ulloa, di 1. 310. -- GWitrcl. VI. eé/ '- .' 



890 Hxn ^amrkf 

stroBieiito defla dedala dei Franeesi), fridk e oii» 
naeciò eontro cosiffatta. riaolazioiie: alla fine, yeg- 
gendo siiecedere a Tuoto le grida e le ininaece, ri- 
nunziò alla sua coodotla, e te ne parti. Sulle priioe 
pensò di impadronirsi di Rieti; ma. F^hrìsio Colonna 
glielo impedì. Allora •! aocafipò neUe Ticinanic^ di 
Roma , e di quinci entrò in traltative di oeoppare 
Orrieto, e apelve pratica cogli Orsini e coi signori 
di Siena e <B Perugia per rimettere i Medid in Fi- 
renze, soccorrere Pisa, e« se la lortuna 0i fosse se- 
conda , procedere anche più in là. Dura necessità, 
che lo costringeva a comindare la guerra, Jtosto che 
gli Stati la terminavano tra loro! Dopo al<|oante ti- 
tubazioni fermossi nel proposito di assaltare i Fio- 
rentini. 

Erano costoro per cagione della guerra pisana 
ridotti allo estremo di forze e di consiglio: che il 
Mipplizìo di Paolo Vitelli, aqzichè agevolare le ope- 
razioni della guerra , le aveva difficoltate ; sicché 
oramai era essa degenerata in un barbaro sterminio 
degli averi e deUe persone^ L*Alviano camminò spe« 
ditamente, finché non pervenne nello Stato di Piom- 
bino : quivi feee alto' , e si soffermò tanto tempo , 
quanto ^ bastò per ricevere Tassenso^dei Pisani^ e 
i soccorsi del Baglioni e del Petrucd. Ciò cons^uito* 
eon 240 nomini d' arme , 130 cavalleggeri e SOO 
^l^sto fanti acco^iticci marciò sopra Firenze. Alla Torre di 
S. Vincenzo gii si fecero incontro le genti fiorentine 
guidate da Ercole Benlivoglio. L'Alviapo vi accettò 
battaglia; 198 s^raffatto dalls^ sagaeia dei nemici, che 
seppero investirlo da tre parti e rivolgergli addosso 
il fuoco di sei fakcmetti , cedette^ e a grande stento 



cAffvoLò Tiazo. i8i 

C0A, mJi (fiéd eatmlli faggi sopn II territorio di 

Siriaco* 

Mm mm por ciò s^abbtndanaTa egli d'anioio. in 

pochi {[iond tra di soldati fuggiti , tra di veaturieri 
radsiDlati alla m^iio negli Sta^ della C!hic8a, rifece 
bi ana eomfvgam, e tornò a sventolare la sua insegna. 
Due a«ri appresso insieme cén Niccolò Orsini conte 
da Pftigtiano* si condaeeva agii stipendii di Venezia, 
e in broTB con nobiHssime vittorie compensava ab- 
bondantemente la vergogna della disfatta riportata 
alla Torte di S. Vincenao. 

Era la tepnbblica v«iesiana in guerra con Massi- 
mfliano re dei Romani ; e , non ostante la rigidezza 
deU'inverno» si erano le costui soldatesche calate nella 
valle di Cadore. L'Alviano non si tosto ne ebbe no- 

(1) l^rdi, Viia di Antonio Giacomini. — Ammirato, XXVIII. 
279. - Gmcciard. VI. 156. 

Il BuonaccoTSÌ {Diario, p. 114) ne lasciò la nota delle genti 
messe in campo in questa occasione da una parte e dall'altra. 
Erano fra gli assalitori: Bartolomeo d'Alviano con uomini 
d'anse 70. GhiappiiM Vitelli eoa nomini d'arme 35. Gian Gor* 
rado Oniai eoa nóninì d'arme 30. Giambattista da Stabbia 
Qon uomini d'arme SO. Signor Ste&no da Montone con uo- 
mini d'arme 90. Trailo Orsini con uomini d'arme 15. Pa- 
squalino da Piombino con cavalleggieri SO. Scoppiettieri a 
cayallo 30. Lancie spezzate 50. Stradiotti 20. Scoppiettieri 
a piedi divisi sotto due capi ISi. Fanti sotto dae capi 500. 

Nel earmpo fioTeiillaé ti trovavano : Marcantonio Golonna 
con óooMBÌ éPmime 6Q. Iac#po 8aveUo eoa nomini d'arme 40l 
Aimibale Bentivogplio con nomini d'arme 60. Lancie spezzale 
20. Gavalleggieri balestrieri del signor Marcantonio Golonna 
90. Balestrieri di mess. Annibale Bentiyoglio 20. Cavalleggieri 
di Iacopo Savello 20. Mesi. Malatesla da Gesena een eavalleg- 
gieri 60. Gayalìeggierì di Paolo da Parranó 40. Erc0le Basti* 
voglio governatore con cavalleggieri 500. Fanti 800. 



3SS pi&TE iixmrtk. ' 

yella , làdunò i suoi, e con mértvigliosà piMiìesza 
23 |ei>b. superò quei gioghi carichi di neve. Presso iCadore 
sostò alquanto per aspettare le fanlerìe.clieevaiié ri- 
maste addietro ; allora col favore soprattutto étAlm 
popolazione divòtissSinà ai Venetiani occupò 'talitl i 
passi della valle. I Tedeschi, lalioifi sé stes^ un gk^ 
e messevi in mezzo le donne ed ì figliuoli, si 'avan- 
zarono a battaglia ; e :j>iù combàttendo per desidera» 
di' morire che per speranza di vincere, mille vi- re*^ 
starono uccisi, gli altri tutti prigionieri. In conse- 
guenza di codesta vittoria TAlviano ^oltotnetteva alla 
repubblica Portonavone, Cremonsa» Gorizia, l'uieste» 
Fiume e Pordenone, e le procaccìaiva vantàggieeissime 
condizioni di pace. Venezia ricompensoilOi aeci]^li«n-* 
dolo in città trionfalmente nel bucintoro, raddc^pian- 
dogli lo stipendio, concedendogli la condotta dim^e 
cavalli, e donandogli tutte le artiglierie prese al 
nemico (1). 

Frattanto i Fiorentini, inanimiti dalla vittoria ri-» 
portata alla Torre di s. Vincenzo, si erano voltati 
con novello ardore alla oppugnazione di Pisa. Rotto 
il muro, un colonnello di fattiti (cosi chiamavano al- 
lora una schiera di circa mille uomini a piedi ) fu 
designato dalla sorte a montare all'assalto. Ma ben- 
ché fossero a terra ben 156 braccia di muraglia, non 
autorità, non prego dei capitani, non senso di onore 
proprio comune deUa italiana, milizia, valsero a 
spingere innanzi i vituperali. Tomossi pereiò di 
^ ^4 5^9^ nuovo al guasto ed alla ossidioue, fiiMshè, t9ópo avere 

' ' '. , 

(1) Bembo, Gloria Fénei. h \U. p. aMé (Mihmo 1809). — 
Glneeiard. VIL 977. 



€ÀPtTOU> TEEZO* 553 

sofferto quanto unianamente soffrire si poteva, la sveii*» 
turata città si arrese per fame. Dnrò la difesa 47 
anni; né insomma si seppe, se in tanta contionazìone 
di guerra fosse stata più miracolosa la costanza degli 
assediati o la ignavia degli assediatori. (1) 

Una novità segnò codesto assedio nella storia d*U 
talia, e fa la restaurazione delle milizie nazionali nel 
dominio fiorentino. 

VI. 

A due servigi militari adoperavansi in Italia i sud* 
diti nel xrv e xv secolo. Il primo, interno e perpetuo 
non meno in guerra che in pace, era quellp delle 
gttardie e delie scaraguarcUe ossia pattuglie notturne. 
Questo servigio ìmponevasi nelle grosse terre. Gli 
abitanti delle piccole terre non erano tenuti a fare 
né le guardie, né le pattuglie: bensì quattro o cinque 
provvigionatl ne custodivano la rocca, pronti a difen- 
derla, in caso di repentino assalto, quanto tempo ba* 
stasse a ricevere soccorso dai vicini siti. In contraccam- 
bio gli abitatori ventvano chiamati a vettureggiare le 
artiglierie, condurre i viveri, trasportare le bagaglio, 
preparare le vie, fare le spianate, lavorare le trincee, 
o affatto senz^armi o leggermente armati. Questo era 
il secondo dei servigi accennati, e tutto ciò si ricava 
specialmente dall'editto del 4356 difisdeazzo Visconti 
altrove citato (2). 

Cresciuto Fuso eFiroportanza delle artiglierie, e per 
conseguenza dei fanti, pensossia impiegare cotal gente 

(1) MachiaT. Spediz. al campo contro PUa^ '7i9*-790. 77^-785. 
— .Gnicciard. Vili. 306. 359. -«Kardi, Fiia dd Giacomimi^ 
(S) V. sopra, parte li. cap. IV. $. I. 

Fol. ni, 33 



o54 PARTE QUINTA. 

esiandio pf r combattere a pie. Sorse allora la milìzia 
dei comandati. Era essa subitaria e temporanea : che 
un comando del principe o dei magistrati la convo- 
cava e scioglieva. Infatti, manifestavasì egli unnemico 
presso ad una frontiera? e tosto il commissario im- 
poneva, o, come allora dicevasi, comandava un uomo 
per casa, preponeva a tutti akuai conestabili assoldati, 
e li inviava ai luoghi minacciati. In caso di vero 
pericolo mandavansi bande di mercennrii a rafforzare 
la difesa (i). In simil guisa iipponevansi le giornate 

(1) X seguenti passi farasno meglio conoscere il yaJore del 
vocabolo militare comandati, sul qnale si tacciono i nostri 
migliori storici e filologi. 

«AumentaTa quanto poteva le genti sue di fanti pagati e 
comandativi Guicciard. XVIII. 18S. 

M^m il Jkfachiayelli, che U Valentino un dì gli.dieeta a Non 
voglio cjie i Fiorentini facciano altro che mandare in quei 
« luoghi finitimi a Castello 50 o 60 cavalli, 300 o 400 coman- 
« (fate, farvi tirare due pezzi d'artiglieria, comandare in quei 
« luoghi un uomo per casa, far fare mostre e simili cose. ...» 
{Legaz, al Vdèntino, lett. Vili. p. 406). 

« Una parte de' lavoranti (neU?as4^dio di Brescia del 4 448) sì 
« palpava ogni giorno a denari; un'altra parte $i comandava per 
« le quadre sul computo. Tutti i bifolchi conducevano il letame 
« a' ripari » (Grist. da Soldo, Ist. Bresciana, jT. 854. R. I. S. 
t XXI). 

' Cosi il Dati, noti senza qualche esagerazione, descriveva 
versjn il 1400 questa milizia appo i Fiorentini « A certi casi 
<f subiti di bisogno. ... si ricorre agli uomini delle terre dei 
(t Fiorentini e- del contado, con un ordine certo, che sta sempre 
«fermo, che in uno di ciascuno il sa, e infra due dì ciascuno 
(I è con sue armi al luogo ordinato : e questo ordine è per 
«Provincie e contrade con numeri di capo-dieci e capi di 
« cento e di mille; e ogni volta ohe bisogna sono presti in due 
e dì al sei-vigio del Comune con loro arme cento migliaia di 



CAPITOLO TERZO. 3S8 

di lavoro pei (mU^ici ecivilìMrvìgU come del rìsaKire 
le strade ed ì ponti, e si designavano col nome di 
cenandole: il qual nome» spogliato poi atfatto della 
primitiva sua indole militare, fino a noi pervenne in-t 
sieme colle deboli vestigia dell' antico diritto muni^ 
cipale. 

Ma codesti comandati tumultuariamente racicoUi, 
non mai esercitati alle armi, non mossi da sentiinenu^ 
di onore, erano di troppo lieve compenso alla man^ 
canza delle fanterie nazionali. Cercarono di prowe-* 
dere a tal difetto le città di Ftrensa, di Orvieto e di 
Venezia, quelle verso il ioSO coirinstituzione dei ba- 
lestrieri del contado (1); questa molto più tardi collo 
ordinamento delle cerne, delle quali fra poco terremo 
discorso. Nel iV19 pens6 pure di sopperirvi il mar- 
chese Ercole d*Este: a tale e&etto fece descrivere 
nelle città e nei territorii di Reggio e di Modena ogni 
uomo atto alle armi ; quindi scelse fra tutti i.descrìtti SOO 
de'piu idonei; imprestò a ciascun di essi unacorazzi* 
na, e stabili loro una piccola paga al.mese, affinchè si 
tenessero pronti per qualsiasi caso di guerra (3). Però» 
sia a motivo della pace che irrogginile.instituzioni 

<c aomini a pie; dei quali una gran parte lavorano le terre^ 
R tntti sono praticbij poiché del conlinuo se ne servono alle 
« armi, chi a lanciare, chi a balestrare, e chi a nna cosa e chi 
« a un'altra. E in quel tempo che il Comune li adopera in siffatti 
«bisogpiyU provvede daviVere, « anc^nra è dato a aiasomo 
<c ogni di certo pregio, come guadagnerebbe a lavorare ». Cr^n, 
p. 37. 

(1) M. Villani, Cron. di Firenze, 1. VI. e. LXXl. LX^H. — 
Cron. éPOrvieto, p. 687 (K. 1. S. t. XV). E vedi la nostra ^fem. 
sulla milizia dei Comuni, §. Yl (Mem. dcirAccad. di Torino, 
serie II. t. II). ^ 

(2) Diar. Parmense, p. 300 (R. 1. S. l. X\ll). 



3S6 PÀRTB QUmTA. 

militari, sia a motivo della confasfone portata poscia 
unrrersalmeDte in Italia dalle invasioni straniere, fatto 
è che sul principio del xvi secolo invano (tranne un 
po' per avventura le cerne venete) si desideravana 
fra noi milizie nostrali stabili, con giusta disciplina 
e fermi ordini per ragunarsi ed esercitarsi.' 

Nel 4806 la insolenza, la ignavia e la mala fede 
dei mercenari! impiegati dai Fiorentini neirassedio 
di Pisa, trassero la repubblica nella risoluzione di 
rintovare le ordinanze a piedi del contado. Furono 
di ciò principali confortatori due egregi cittadini, An- 
tonio Giacomini, uomo alla cui virtù parvero angusti 
I limiti della Toscana, commissario nel campo sotto, 
Pisa, e già allievo nella professione delle armi di 
Roberto da Sanseverino, e quel Niccolò Machiavelli, 
segretario della repubblica, il quale primo in Europa 
ebbe animo di proclamare che la milizia, anziché 
un mestiere, era una instituaione nazionale, e si 
piantò incontro ai pregìudizii del tempo, inculcando 
la eccellenza della fanteria sopra la cavalleria, e la 
necessità di guernirsi di eserciti proprii e stabjli. 
« 1 Veneziani e il duca di. Ferrara, egli esclamava, 
« cominciarono l'ordinanza e non la seguirono ; il 
« che è stato per difetto loro, e non degli uomini loro. 
« Ed io vi affermo, che qualunque di quelli, che ten- 
« gono oggi Stato in Italia, primo entrerà per questa 
< via, fia, prima che alcun altro, ^gnore di questa 
« provincia »(1). 
A conforto pertanto del Giacomini e del Machia* 
^50? velli, il sesto giorno di dicembre del (306, il mag* 

(1) MachiaT. Art. guerr. I. VII. p. 409. 



CAPITOLO TERZO. 8S7 

gior consìglio statuì dì creare nove officiali con potestà 
di sangue, i quali ricevessero l'incarico di descrivere 
e ordinare nel contado e nel distretto fiorentino die- 
cimila fanti spartili sotto altrettante bandiere quante 
erano le podesterie. Ogni bandiera doveva portare 
dipinto il leone della repubblica ; il colore del campo 
doveva sceverare una bandiera dall'altra. Sopra ogni 
drappello o oompagnia di 500 uomini deputossi un 
conestabile, al quale venne fissato lo stipendio di iS 
ducati al mese di 56 di. Doveva il conestabile as- 
soldare un tamburino » che suonasse al modo degli 
oltremontani^ e coiraiuto di un cancelliere e di 50 
caposquadra riunire ed esercitare la sua gente, secondo 
la milizia eV ordine de' Tedeschi^ lotti i giorni di festa, 
ora trasferendosi da luogo a luogo, ora convocando 
insieme tulle le bandiere a lui soggette. Nel febbraio 
e nel settembre di ciascun anno dovevano farsi le 
mostre grosse almeno di sei compagnie, e qaivi, dopo 
la rassegna e gli esercizii, lutti i descrìtti a uomo a 
uomo erano tenuti a giurare fedeltà ed obl>edienza 
alla repubblica. Nessun conestabile poteva comandare 
le genti della yicaria, della quale fosse nativo, né 
ritenere il comando del medesimo drappello più di 
un anno, né riaverlo prima di anni due. 

Forma vansi i ruoli al principio di novembre al modo 
seguente. I sindaci edirettori di ciascuna terra presen- 
tavano ai commissarii della repubblica analista di tulli 
gliabilanli maschi deH'etàtrailStanniediSO.-fraque* 
sii i commissarii sceglievano i piùatti alla milizia ; ed a 
ciascuno di essi fornivano le armi opportune, cioè un 
petto di ferro indistiotamente per tutti, e lancia o 
scoppietto, o spiedo, o ronca, o spadonei ol)^l66trp» 



o58 PARTE QUINTA." 

secondo la qualità della milizia, a cui li applicavano. 
In generale, tra cento fanti, 70 portavano la pancia, 
dieci lo scoppietto, ed i restanti portavano armi d'ogni 
fatta. Vietava la legge, sotto pena in denaro e ndla 
persona, che si accettassero scambi! sia nelle mostre* 
sia nelle faeioni. Era stabilita la pena dì morte a 
chiunque instigasse e conducesse i compagni ad ab* 
banrdonare la bandiera, o li deviasse a qualche im- 
presa privata. Uik capitano detto di guardia^ oon 30 
balestrierì a cavallo 650 provvigionati a piedi, doveva 
vegliare alla esecuzione di questi ordini nel contado 
e nel distretto (i). 
Sei anni dipoi parve alla repubblica vantaggioso 
^^i5a ^^ estenderli eziandio alla milizia a cavallo. In con* 
seguenza si impose al magistrato dei Nove della guerra 
di descrivere nel contado e nel distretto fiorentino SOO 
cavalleggieri armati a piacimento di scoppietto o di 
lancia o di balestra, e di dividerli in bandiere di 50 
uomini ciascuna, sotto il governo dì un capo che ebbe 
il titolo di condottiero. Ogni bandiera venne suddivisa 
in due squadre. I descritti mediante una prestanza 
di 10 fiorini, che veniva loro incontanente sborsata, 
dovevano provvedersi il cavallo; stando a casa , ri- 
cevevano all'anno dodici fiorini pel mantenimento 
dì esso ed uno di paga. Però si la prestanza che la 
paga ascrivevasi loro a debito, il quale veniva cancel- 
lato quando poi l'uomo andava alla guerra. La re- 
pubblica compensava per due terzi il valore dei cavalli 
uccisi in guerra : ma non {^ se il cavallo moriva in 

(1) Machiav. Promsione prima, p. 411-415. —Nardi, St. di 
Firenze, IV. 200.— Fil. de'Nerli, Commentarii, 1. IV. p. 99 
(Aagusta 17S8). 



CAPITOLO TERZO. 559 

fenip9 dì pace ; ben&i tutti gli uomini di quella ban- 
diera concorrevano ad aiutare nella spesa il compagno 
che lo perdeva (1). Descrivevansi i cavalli per pelo 
e per segno sopra appositi registri, giusta le depo- 
sizioni dei maniscalchi e rassegnatori del Comune, 
^on potevano i condottieri venire mutati di governo, 
né le descrizioni rinnovarsi che di tre in tre anni (2). 
Con cosi fatti ordini sperava la repubblica di ostare 
agli assalti degli stranieri: ma se le sue milizie a piedi 
vestite di bianco, colle brache ammezzate a bianco e 
rosso, combatterono con buon nome didisoiplina sotto 
Pisa Fanno dopo alla loro instituzione, più lungo 
tempo e più assiduo travaglio faceva d'uopo per le 
ordinanze a cavallo. Perilchè esse non erano ancora 
del tutto costituite , che la repubblica precipitava in 
rovina. Risorsero poscia le ordinanze fiorentine nel 
1527 a breve splendore insieme colla libertà, e colla 
ricacciata della stirpe Medicea. 

(1) In generale pare che allora gli Stati non solessero com* 
pensare agli uomini d'arme assoldati il prezzo dei deslrieii 
UC4ÌÌSÌ: bensì talvolta ne avevano loro qualche riguardo (V. 
Machiav. Legaz. al campo nel 4509, lett. XIX. p. 783). 

(9) Machiav* Provnsione seconda, p. 415-417. 



CAPITOLO QUARTO 

D»U» IcfT» di Cambrai »lls p»ee 41 IVoyon. 

A. 1509-1516. 



Bartolomeo d'Alvuno— gli Svizzeri — Gian Iacopo 
Triulzio— Fabrizio e Prospero CoTLonifA. 

I. Ordini militari dei Yeneziani e loro difotti. 
II. Disfatta alla Ghiaradadda. Nobile difesa di PadoTa. 

III. Campagne del 1510 e 1511. 1 Yenezìani si confederano 
col Papa. Orrendo fatto dei^Tenturieri picardi alta 
grotta di Mussano. Ginlio ii sotto la Mirandola. Im- 
prese del Triulzio. Calata degli Svizzeri. 

lY. Battaglia di Rayenna. Fabrizio Colonna si arrende ad 
Alfonso d'Este, e quindi gli diyiene amico. Reciproca 
loro generosità, 
Y. Campagna del 1513. Battaglia di Novara. Progressi del- 
TAlviano.' Sua sconfitta presso Olmo. 

YI. Apparecchi del re di Francia Francesco i per la spedi- 
zione d'Italia. Mirabile passaggio delle Alpi ideato 
ed eseguito dal Triulzio. Presa di Prospero Colonna. 

YII. Gli Svizzeri si ritirano in Milano. Ne escono per assalire 
i Francesi. Yinti a Marignano, abbandonano la Lom-* 
bardia al re Francesco i. 
YUI. Morte e qualità di Bartolomeo d'AWìano. Il Triulzio si 
ritira a Milano e la saWa dai Tedeschi. Yerona dilesa 
da Marcantonio Colonna. Pace di Noyon. 



CAPITOLO QUARTO 

Dalla legt^ di Cambra! alla pace 41 IVoyon* 

A, I50d-1516. 



Babtolomeo d'Alvi ano — gli Svizzeri — Gian Iacopo 
Triulzio — Fabrizio e Prospero Colonna. 

L 

Prima di entrai^e nel racconto defìa terrìbile guerra, 
che con universale conflagrazione delf Italia scossò 
dalle fondamenta la repubblica Veneziana, crediamo 
pregio dell'opera d'indicare brevemente quale fosse 
la costituzione militare delle sue provincie di terra- 
ferma. 

Avevano quivi le ordinanze delle cerne avuto ve- 
ramente tutto quello sviluppo, che (non fatto caso dei 
sentimenti di onore e di amore patrio) si poteva dar 
loro. Nel 145S al campo del Carmagnola si anno- 
verarono 8000 pedoni e undici migliaia di cerne (1) : 
sette anni dopo il doge Foscarini approvò gli statuti 
dì Padova concernenti le prestazioni militari (3). Do- 
vevano i provveditori, ciascuno nella propria provin- 
cia, descrivere tutti gli uomini d'ogni villaggio idonei 
a servire sia colla sola persona in qualità di armigero 
ovvero d^ guastatore , sia colle cavalle e colle carra. 
Posciachè tutta questa gente era stata descritta, do- 

(i) M. Sanuto, FiU dei dogi, p. 1039. 

(2Ì Statuta Paducs, 1. VI. rub. I. stai. 32 (Yeneiia 1768).' 



56^4 PARTE QUINTA. 

vevanó pare i medesimi provveditori feria rassegnare 
una o due volte al mese per mezzo di parecchi uffi- 
ciali deputati a ciò: dovevano eziandio in caso di guerra 
chiamarla alle armi, e distribuire in giusta misura il 
peso delle paghe, cioè tre quarti sopra il Comune a 
cui essa gente apparteneva , il rimanente sopra i 
Comuni vicini. Le paghe erano di iO lire al mese per 
ogni uomo e di 105 per ogni carro. Andavano esenti 
dal servizio personale, ma non cosi dall* imposta delle 
paghe e dagli altri carichi reali, coloro che, abitando 
in città, possedevano beni nel contado. Soprastavano 
non lievi multe a ehi mancava» o non mandava al 
campo altri in sua vece. 

Da principio cotesto cerne erano fornite soltanto 
di arme lanciatone e manesche. Nel 1490, essendosi 
fatta manifesta la utilità dei nuovi strumenti da guerra» 
la signoria con non mediocre spesa fece venire da lon- 
tano uomini esperti nel maneggio dello schioppo o 
dell'archibugio, e li mandò per le terre del dominio, 
acciocché lo insegnassero alla gioventù : ordinò che 
in ogni villaggio almeno due giovani, i quali perciò 
sarebbero andati franchi da qualsiasi gravezza, vi si 
assuefacessero; infine dispose che una volta all'anno 
si facesse unaragunata generale al capoluogo, e quivi 
si tirasse al bersaglio, e la patria del vincitore andasse 
per queiranno immune dai tributi (1). 

Tali erano in sostanza gli ordini dei Veneziani in- 
torno le cerne. Alle cerne unìvansi talora col nome di 
partigiani gli uomini più arditi del dominio, che o 

(1) Bembo, Storia di Vt/uzia, l i. p. 75 (Mibiio 1809). — 
Statuta Paduep^ tfit. • 



CAPITOU) QVÀUtO. 36S1 

per amore verso io Stato, o per desiderio di fama, o 
per bramosia di guadagno,^! mettevano alla coda del- 
Fesercito, e vi fornivano tutti i servigi della fanteria 
l^giera. Ogni altro ufficio militare ai mercenarii soli 
era affidato: imperciocché quella medesima Venezia, 
che obbligava ì suoi capitani di galeazza di accettare 
battaglia contro a 2S navi nemiche, aveva per lo oon« 
frano infine dai piA remoti tempi vietato ai suoi gen- 
tiluomini di farsi capi di più che 28 soldati. A questa 
deliberazione era ella stata spinta da una esagerata 
gelosia di libertà; e intanto non temeva di commettere 
la difesa della terraferma nelle mani di venturieri, 
ch'erano ben lontani dal servirla con quella fede e 
con queireotusiasmo , che sono proprii di chi com* 
batte per la patria, pel proprio nome, per la propria 
potenza , per tutto se stesso. 

Sedici MPtt, divisi in tre ordini o cl^^l, erano in 
Venezia deputati a ragunare il senato, ed a liferirgli, 
quelli del primo ordine, le cose dell* amministrazione 
e della politica generale dello Stato; quelli del terzo, 
le cose del commercio e del mare; ai savii del secondo 
ordine apparteneva la sopraintendenza della milizia 
terrestre. Solitamente in guerra eleggevaslal comando 
di tutte le soldatesche un eapitano generato, e dopo 
di lui un gopemaiore generale, il quale riceveva il ca-^ 
rico di vegliare sopra la disposizione del campo, sopra 
la disciplina, sopra le marcie, sopra gli alloggi, sopra 
Fartiglierìa e le munizioni. Si l'uno che l'altro di essi 
dovevano per regola fissa essere forestieri a soldo. 
Duejj^ntiluomini veneziani col titolo di provpedilori 
seguivano Tesercito, e ne concordavano le operazioni 



366 PiUlTB QUINTA. 

1 

sia alla volontà del senato, sia alle necessità delle prò- 
yincie* 

In pace» i soldati stavano alla guardia delie città e 
delle fortesse , e venivano eoi tributi locali pagati a 
mese a mese. Al governo di ogni città era preposto 
un podestà ed un capitano. Quegli» cpirassistenxa di 
alquanti giurisperiti, giudicava le cause civili e crimi* 
nati : questi aveva la cura di tutte le soldatesche, de.lle 
mura, delle castella, delle porte, dei dazile delle pub* 
bliche entrate non meno della città che della pro- 
vincia. Dipendeva da lui il camerlengo^ il quale era 
particolarmente preposto a riscuotere i tributi e a 
dare le paghe ai soldati, e il castellano^ il quale teneva 
sotto la sua speciale vigilanza incastello, e le armi, le 
munizioni e le artiglierie che vi erano dentro. Nelle 
minori terre il podestà suppliva a tutto con comando 
civile e militare (i). 

Tali erano gli ordini militari della terraferma ve* 
neta, imperfetti nella essenza, imperfetti nel modo ; 
conciossiachè né tutti i sudditi erano sottoposti ugual- 
mente ad essere chiamati alle armi , nò i chiamati 
avevano sufficiente esperienza, o stimolo da buon 
guerriero. Aggiungi che la nobiltà veneziana , nella 
qnale risedeva Vanima e la testa dello Stato, era per 
legge rimossa da ogni servigio guerresco in terraferma; 
sicché la repubblica non poteva essere bastantemente 
difesa né dalle forze dei suoi fiadditi, né da quelle 
della metropoli. Bentosto una fatale coj^tesa, somma- 

(1) CoYitareiio, La repubblica e i magistrati di f^inegia^ l. 111. 
r. 35, e 1. IV. f. 6t. 63 (Venezia 1648). --Maroahli, BeUa. 
della repubblica venez. (ms. della Biblioteca Saluzziana). 



CAPITOLO <JOàRTO. 567 

niente rovinosa non meno a Vanesia che aftottaritalìa 
era per far toccare con mano, chela prima condizione 
della durata di uno Stato è il pieno sT^oppo di tutte le 
sue forze materiati e morali; né pieno si può esso ripu- 
tare giammai, finché in caso di pericolo non possa il 
governo valersi delle braccia di tutti insieme per sua 
salvezza. Perduto in una zuffa di tre ore il retro* 
guardo di un fiorito esercito, ben avrebbe la repub«* 
blìca, mediante Taffezione dei suoi sudditi, potuto 
contrastare a palmo a palmo il dominio terrestre, se 
pari alla affezione avessero eglino avuto nso d'armi, 
alti sensi di onore e dì bravura, e propriì e sufficienti 
capi. Al contrario quella parziale sconfitta bastò a 
ridurre la repubblica alle antiche lagune, e metterne 
a repentaglio là esistenza. Grande lezione pei principi 
che volessero sceverare la loro causa da quella dei 
popoli ! 

II. 

Ifoil mai ateva l'Europa mirato una più vatla e40 xw 
compatta lega di cpiella^ che contro ai Veneziani "^ 
stringevano a Cambrai Lnigi xn re di Francia, Mas* 
srmiliano i re de'Romani, il papa Giulio ii, e Ferdi-^ 
nando fi Cattolico re di Aragona ; ai quali poco stante 
si aggiungevano ancora Carlo duca di Savoia, Alfonso 
d*fòte duca di Ferrara e Francesco Gonzaga marchese 
di Mantova. Comune stimolo di tutti era l'ambizione; 
ma ognuno di essi aveva il proprio suo fine. Giulio it 
faceva per ricuperare Cervia, Ravenna e le altre terre 
die la Repubblica aveva usurpato alla Chiesa subito 
dopo la morte di Alessandro vi; Massimiliano per 
vendicare le vergogne ricevute nella passata guerra; 



S6S PARTE QUIIfTA* 

il re di Francia per distendere il dominio milanese ' 
agli anUebi confini; Ferdinando » pronto sempre a 
partecipare nei guadagni, non mai nei pericoli, ane- 
lava all'acquisto delle dttà marittime della Puglia. H 
duca di Savoia era piuttosto trascinato dalVesempio e 
dairantorìtà della Francia, dal cui dominio si trovala 
allora tutto circondato. Quanto all'Estense e al Gon- 
zaga, non mancavano loro antichi rancori e desiderii 
da soddisfare. 

Accolse Venezia con grandezza di animo veramente 
italiana l'inaspettata disfida, e, quantunque sola, e pri- . 
vatadel braccio di Renzo e di Giulio Orsini (li aveva 
essa assoldati con 800 lancie e 3000 fanti, ma il Papa 
li soprattenne a forza), si apparecchiò a resìstere 9^\ì 
sforzi coml^nati di me^zo l' Europa. Riunì un esercito 
di 2000 uomini d'arme, 5000 tracavalleggieri e Stra* 
diotti, 1S,000 cerne, e altrettanti soldati a piedi delle 
migliori fanterie d' Italia. Prepose a comandarlo Nic- 
colò Orsini conte da Pitigliano, e Bartolomeo d'Al- 
vianò» quello col grado di capitano generalei questo 
di governatore. Però non mai erano state costrette a 
cooperare insieme due nature tanto fra loro contrarie, 
quanto quelle di questi due condottieri. Vecchio di 
età, lento, impassibile, ostinato, era il Pitigliano uno 
di coloro, che reputano vincere il non perdere, né il 
vantaggio di una vittoria così grande da superare il 
perìcolo di una sconfitta. Minore di età e di esperienza, 
tutto ira, tutto impeto, l'Alviano non aveva di comune 
con lui che il nome del casato, e il vessillo sotto il 
quale combattevano ; del resto pronto a pugnare sem- 
pre ed a marciare sempre innanzi; insomma dì quelli 



CAPITOLO QtJAliTO. 369 

che, vincitori, tatto conculcano nella prima foga» vinti, 
non sanno rimettersi che assaltando. 

Consigliava il Pitigliano di raccogliere le soldatesche 
in un forte sito tra i'Oglio ed il Serio, e, abbandonata 
al nemico la Ghiaradadda, da queir inaccessibile ri» 
coverò assecurare senz'altra fatica tutta la terraferma; 
partito prudente, che posto adcortamente in esecu- 
zione avrebbe salvato lo Stato. Proponeva TAlvianodi 
passare l'Adda, assalire inopinatamente i Francesi den- 
tro il proprio loro confine, vìncerli, e vinti che fossero 
^ritornare addietro per respingere con uguale prontezza 
i Tedeschi ; partito audace, ma non disperato, né privo 
di molti vantaggi. La signoria non ebbe coraggio di 
appigliarsi affatto all'una od all'altra di queste due 
opinioni ; ma dando con infelice consiglio di mezzo 
ad entrambe, deliberò che l'esercito sì accostasse 
bensì all'Adda per difendere tutto quel tratto di paese 
e impedirne l' entrata al nemico , ma si guardasse 
assolutamente dì venire alle mani. 

Con questa risoluzione i Veneziani sì approssima-* 
rono all'Adda, ed espugnarono Treviglìo : ma mentre 
sono intesi a metterla a ferro ed a sacco, il re Luigi xii 
getta tre ponti a Cassano , e traghetta senza osta- 
coli sull'altra sponda. Ciò fatto, il Triulzio gli gridava: 
Stre, aggi abbiamo vinto i nemici! (1) Nulladimeno il 
re, veggendo che ì Veneziani non si muovevano punto 
dai trincieramenti presso Treviglio, avviò l'esercito 
verso Pandino e Vaila, affine di recidere loro le comu* 
mcazioni colle città di Crema e di Cremona, e quindi 

(1) Guicciard. VUL 324. — Bembo, VU. 69. 

r(d, IJL ^ 24 



STO PARTB QUIKTA. 

o snidarli dal forte silo, o trascinarli nella necessità 
di venire ad un fatto d'arme. 

Due strade mettevano da Gassano a Vaila: Tuna 
*^T^i' P'^ bassa e lunga serpeggiava accanto al Oume, Tal- 
tra superiore e più breve passava in mezzo a collinette 
coperte di macchie e di vigneti , e faceva alla prima 
come la corda all'arco. Per quella s'incamminarono i 
Francesi, per questa i Veneziani risoluti a prevenirli, e 
eolFaccamparsi in luogo opportuno impedirne i divi- 
sauienti. Marciava innanzi coirantiguardìa e colla bat- 
taglia il Pidgliano; tenevagli dietro a certa distanza 
in forma di retroguardo con 800 lancie e col fiore 
della fanteria Bartolomeo d*Alviano. 

Giunto al crocicchio ove le due vie si univano, TAI- 
viano scoperse i Francesi al di là di un torrentello, 
che allora si trovava secco di acque: e, fosse necessità, 
fosse furore, non si potè tenere si, che piantati sei 
pezzi d^artiglieria sopra l'argine di quello, e mandato 
in fretta a pregare il Pitigllano di ritornare addietro, 
col solito empito non desse dentro. Piegarono al primo 
scontro i Francesi: riordinolli la presenza del re; 
finché , essendo sopraggiunte al rumore le altre 
schiere , tutto il loro esercito si riversò addosso 
ai Veneziani. Questi tuttavia, fidando nel prossimo 
arrivo del Pitigliano, stettero gagliardamente al con- 
trasto. Vana lu^nga, che distrusse senza prò il fiore 
della italiana fanterìa! Infatti il Pitigliano, sia che 
riputasse quella cosa di lieve momento, sia che la 
giudicasse impossibile a ripararsi, senza badare ad 
altro, attendeva a camminare, innanzi. Alla fine, dopo 
tre ore di calda mischia, l'Alvianot mentreehè tutto 



CAPITOLO QUARTO. 571 

pieno di ferite slava per risalire a eavallo, fu fatto 
prigioniero, e la battaglia si mutò in fuga. 

Fuggì la cavalleria veneta quasi intatta presso il 
Pitigliano; rimasero sul campo 8000 'fanti, e fra essi 
quasi tutti quelli che Naldo e Vincenzo da firisiglie\ld^ 
scacciati dalia patria dal furore di parte, avevano riu- 
nito tre lustrìavanti, e con gran lode guidato ih moltj 
combattimenti (1). L'Alviano fu tosto condottoci- 
nanzi al re, il quale, siccome sapeva di certe bravate 
da lui fatte, cosi, dopo averlo benignamente ricevuto^ 
« Capitano, gli disse, voi siete nostro prigioniero; 
secondo le parole che poco fa di voi ci furono rife- 
rite, voi credevate chela cosa succedesse al contrario; 
ma per nostra Donna, 'voi non ci uscirete di mano 
mai più ». E quanto gli disse, tanto, finché alette 
nemico ai Veneziani, fedelmente gli attenne (2). 

Smarriti dairioopinata sciagura, e da' celeri pro- 
gressi de' vincitori, i veneti patri^ii sia per placare 
con pronta obbedienza la Lega, sia per levare nel 
sudditi il pericolo delle ribellioni, sia per salvare le 
private possessioni di terra ferma, sia per avere il 

(1) È Brisighella una pìccola terra in vai di Lamone nel 
territorio Faentino. I Veneziani, allorché diedero forma alle 
proprie cerne, imitarono non solo gli ordini di cotestc fanlerìe, 
ma eziandio il colore delle casacche, le quali erano dimezzate 
a rosso e bianco. Nayagero, p. 1907. — Ammirato, "XXVII. 
951. -^ Machia V. Frammenti storici^ p. i40. 148-150. 

(2) Da Porto , Leu. istcr. p. Ìj9. — Mém, de Bayard. eh. 
XXIX. p. 271 (t. XV. ap. Petitot). — P. Giustiniani, Ist. Fenez. 
1. XI. 430 (Venezia 1671) -^Mém. de la Trémouille, eh. XXI. 
458. — Guicciard. Vili. 330. —Bembo, Vii. 90. —Nardi, Sto- 
rie^ IV. 206. — Fr. Belcarii, Comment. XI. 317. —A. Mocenici, 
Bell. Cameracense^ \. h — Prato, St. di Milano^ p. 274 (Archi v. 
Mor. t. III). 



37S PARTE QtnirrA. 

vantaggiò di fare volonUiriamente ciò che stimavano 
necessario e irrimediabile, sia ìnGne per tutte queste 
cagioni insieme, sciolsero dal giuramento le cHtàdel 
dominio, e ridussero i loro sforzi alla difesa della 
laguna. Pure pochi mesi innanzi codesto medesimo 
senato aveva eccitato grave sospetto di aspirare alla 
signoria di tutta Tltalia ! 

Per gran ventura l'ignavia dei confederati permise 
ai Veneziani di riacquistare Padova e Treviso ; e il 
riacquisto di queste due città risollevò i loro animi d 
difenderle a tutto potere. Messo perciò in Padova tutto 
l'esercito del Pitigliano, il doge Loredano confortò 
ì senatori ad accorrervi a propugnarla in persona : 
« non essere , sclamava , deliberazione dopata del- 
l'antica fama e gloria del nome veneziano, che da 
noi sia Commessa intieramente la salute pubblica, e 
l'onore, e la vita di noi stessi e delle mogli e dei 
figliuoli nostri alla bravura ed alla fede d'uomini 
forestieri a soldo, e che non corriamo noi spenta* 
neamente e popolarmente a difenderla con i petti e 
eoa le braccia nostre ». Le calde parole del magnanimo 
principe, sostenute dall'esempio dei due suoi figliuoli, 
condussero unanimemente la nobiltà veneziana alla 
risoluzione di recarsi airesercito ; la quale risoluzione, 
se fosse stata segaitata prima, avrebbe forse procurato 
alla repubblica, iK^n che scampo, vittoria (1). 

Adunque tutta la speranza e tutto lo sforzo dei Vene- 
ziani si ridusse nella difesa di Padova; e quivi in breve 
81 richiusero 12,000 fanti eletti sotto il governo di 
Dionigi figliuolo di Naldo da Brisigbella, dello Zitolo 

(1) Gnicciard. Vili. 376. 



CAPITOLO QUARTO. 375 

da Perugia, di un Lattanzio da Bergamo, e di un 
Sancoceio da Spoleto,, i quali condottieri avevano 
cominciato a rimettere in onore la milizia a i>iedi. 
Vi furono pure introdotti I0»000 tra Schìavoni, Greci 
e Albanesi delle ciurme, 600 uomini d'arme, i500 
Stradiotti, e altrettanti cavalleggeri. Questi erano retti 
da un Leonardo da Prato, già cavaliere gerosolimi- 
tano, quindi corsaro, poscia condottiero nelle guerre 
di Napoli: alfine, essendosi testé recato a Venezia, 
aveva profferto se stesso e una somma di 2M)00 ducati 
in servigio dello Stato, ed aveva ottenuto quella con- 
dotU (4). 

Comandava a tutta codesta gente con suprema 
autorità il Pltigliano, eattivo capitano in aperta cam- 
pagna e nelle arrischiate fazioni, ottimo nella difesa 
delle terr^, e in tutte quelle imprese, a compier le 
quali fosse uopo specialmente dì prudenza e di fer- 
mezza. Cominciò egli dal pigliare in piazza da tutte 
le soldatesche un solenne giuramento dì fedeltà; quindi 
colla solita accuratezza le dispose alle guardie del siti. 
Bentosto sopravvenne in persona ad assediare la città 
Massimiliano rendei Romani, accompagnato da cento 
e più migliaia di combattenti, e da cento e «sei pezzi 
di artiglieria. Ma sìa pei* Timperfetto maneggio di * 
questa, sia per la bravura dei diftnsori, sia per la 
mala intelligenza che passava neirpsercito assediante 
tra i cavalli e i fanti, e tra i Francesi ed i Tedeschi, 
tutto cotesto apparato di guerra, il maggiore che Tltalia 
avesse veduto dal Barbarossa in poi» svani appiè delle 
mura di Padova. Dopo quaranta giorni d'inutili co« 

(1) Da Porto, LeU. ist] p. 88. 



574 PARTE QUINTA. 

nati, Massimiliano si trovò nella necessità dì levare 

il campo, e ritirarsi a Verona. I Veneziani onorarono 

. di pubbliche esequie e di una statua equestre il Piti- 

gliano morto indi a non guarì dì febbre a Lonìgo (1). 

HI. 

Qnesta nobilissima difesa acquistò a Venezia Tal- 
A. \ò\0\mnz2L del papa Giulio ii, il quale, siccome aveva 
coiraiuto della Lega ricuperato alla Chiesa le città 
di Cervia e di Ravenna, cosi pensò coir aiuto di 
Venezia di insignorirsi di Modena e di Ferrara, e 
quindi liberare affatto l'Italia dalla forza stranfera. 
Fu pertanto dì comune concerto risoluto di uscire in 
campagna. A tale effetto venne creato governatore 
' generale deiresercito Lucio Malvezzi, e capo di tutte 
•le fanterìe Renzo da Ceri di casa Orsina, ^ cui testò 
per ispecìalissimo favore aveva la repubblica concesso 
la facoltà di armare le genti della sua compagnia 
colle armi che si serbavano nel pubblicò arsenale* 
1 capitani veneti non volevano né cedere al nemico, 
uè venire a battaglia; perciò trincieraronsi nel luogo 
delleBrentelle tre miglia presso Padova, nelqualluogo 
molti argini e tre fiumi formavano un naturale schermo 
ed ai loro alloggiamenti ed alla vicina città. Ma noi 
facevano già agli abitanti di Vicenza, i quali spon- 
taneamente erano ritornati alla divozione di Venezia: 
sicché al primo avvicinarsi degli stranieri, abbando* 
nata la patria, chi qua, chi là colle famiglie e colle 
robe più preziose cercarono salute. I più si ridussero 

(1) Bembo, X. 247. - iJ/e'w. de Bayard. clu XXXÌI. 280 
(I*elUol, ColUct, de numoires). 



CA^PITOLO (^UilRTO. 37S 

in eerte grotte dette i co$7oh', scavate parte dalla na- 
tura, parte dalla ipano degli uomini affine di estrarne 
pietre, nei monti che stanno a cavaliere della città. 
Hanno cotesto grotte comunemente la bocca stretta 
a guisa di porta : ma poka misura che dentro vi ti 
inoltri, le vedi allargarsi, e quasi foggiate per mano 
di scultore riscontri vaste sale, e folti colonnati, e 
tremuli zampilli, e in seno alla terra limpidissimi 
laghetti. Alcune hanno altresì il pregio di non so 
qual vento freschissimo, che fuori ne sorte a certe 
ore della giornata: iii parecchi luoghi chiamasi Torà; 
ai paesani giova per conservare meglio il vino. 

Già nelle guerre precedenti si erano i Tedéschi 
serviti di cani, che andavano al fiuto rintracciando 
per le biade e per le spelonche i fiinciuUi e le donne 
nascoste (i): ora toccò ai venturieri picardi la volta 25ma2g. 
di mettere a prova la loro crudeltà. Mille e più Vi- ^^'^ 
centini eransi ricoverati nel covolo di Mussano : e il 
covolo di Mussano fu teatro di orribile misfatto. I 
venturieri, dopo avere invano esperimentato di in- 
trodurvisi a viva forza, chiusero la bocca dell'antro 
con tronchi e frondi, e vi apposero il fuoco : quindi 
aggiungono senza indugio legna a legna, e fiamme a 
fiamme, sicchè'in breve il vasto incendio occupa tutta 
l'entrata. Mescolato al crepitio delle fiamme ed allo 
schiamazzare dei soldati, un cupo gemito, a guisa di 
ruggito, eciheggiò per qualche tempo dalle viscere 
della montagna : poi lentamente affievolendosi cessò. 
Allora, quetate le fiamme, e sgombrato l'adito; 
i Piccardi desiderosi di preda precipitaronsi entro 

(1) Porcacchi, Nota al Guicciard, Vili. 370. 



376 PABTE QUINTA. 

il nero sotterraneo. Miserando spettacolo * Mille e 
più Vicenlini arsi dalie fiamme, o soffocati dal fanio, 
o privi di aria giacevano a terra spenti. In alcimi le 
bocche stravolte, la fosca pelle, gli occhi schizzati 
dall'orbita, i nervi delle braccia e delle gambe stra- 
namente contratti rendevano testimonianza di orribili 
tormenti. Taluno, nel quale la vita od a prima giunta 
o insensibilmente era mancata, non guasto, non ri- 
mutato nell'aspetto, stava prosteso a terra in disparte: 
ma 1 più di ogni età, di ogni sesso accalcati gli uni 
sugli altri ingombravano il fondo delia funerea spe- 
lonca; e fredde accanto ai loro pargoli giacevano le 
misere madri «conciatesi nell'atroce agonia, e sotto le 
vesti della moglie di Teofilo Montanari avresti ritrovato 
le membra irrigidite de' sei figliuoletti ch'ella vi aveva 
nascosto. Di tanti infelici un solo, di tenera età, tro- 
vatosi per avventura dappresso a un breve spiraglio, 
quasi per miracolo campò. Ritornato poi alla luce 
tutto diverso in vista e stupefatto raccontò, come al 
primo divampare delle fiamme alcuni gentiluomini 
si erano bensì mossi per uscire e capitolare sepa- 
ratamente coi nemici ; ma che gli altri compagni a 
forza li avevano tirati addietro, gridando di dovere 
tutti insieme vivere o morire. Cosi conseguirono la 
loro preda i venturieri picardi! (1) 

Del resto le fazioni guerresche di queir anno in 
Lombardia si ridussero a piccoli effetti. Prese il Mo- 
lard, capitano di fanteria francese, la fortissima terra 

(1) Méin, de Bayard^ eh. XL. p. 329. — Da Porlo, Lttt istor, 
p. 188. — Guicciard. IX. 27. — Bembo, X. 241. —A. Moceni- 
ci, Bell. Camerac, 1. HI. k. iiii (VMiezia 1525. Gitansi i libri e 
le lettere al fondò di pagina, quando vi sono). 



CAPITOLO QUARTO. 577 

dì Legnano; sMmpadronirono i Tedesehi col ferro 
e col fuoco di Monselìce, ricevendo sopra le punte 
delie picche ì difensori che per cansare le fiamme 
butlavansi giù dai merli : al contrario i Veneziani , 
benché ricavassero molto vantaggiò dai contadini, i 
quali amavano meglio di lasciarsi ammazzare che 
di rinnegarne il nome, invano si sforzarono di sot- 
tQmettere Verona. Quando già le artiglierie Tave- 
vano sfasciata di un lungo tratto di muro, non fu 
nei fanti italiani , sdegnati per la dilazione delle 
paghe e confusi per la morte dei proprii capi, quella 
virtù che bastasse a proseguire Tasflalto ; talché non 
solo ahbandonaronlo , ma tutto l'esercito della re- 
pubblica si sarebbe disciolto , se il senato , sotto 
pena. di svaligiamento, di carcere e di infamia non 
avesse antivenuto la diserzione (i). 

Fu la fortuna più favorevole alle schiere inviate 8«"">;o 
contro il duca di Ferrara dal papa Giulio ii; il quale 
in vecchia età, sotto nevi e freddi smisurati, e sotto 
i colpi nemici, fu visto disporre le artiglierie attorno 
la Mirandola, ordinare le soldatesche all'assalto, e 
far visi calare dentro per la breccia (!2). Ma, essendo 
succeduto al Chaumont nel comando della Lombar- 
dia il maresciallo Gian Iacopo Triulzio, non tardò a 
rivolgere in contrario i successi della guerra. Infatti 
primieramente ricuperava la terra della Concordia, 
poscia si insignoriva di Bologna, e da ultimo sotto le 
mura di questa città sbaragliava Tesercìto della Chiesa 

(1) Gaicciard. IX. 58. — A. Mocenici, m. iii. —Bembo, XI. 
38t. — P. Giustiniani, XI. 455. 

(3) Mém, de Batjard, eh. XLIII. p. 350. — Gaicciard. IX. 
104. — Bembo XI. 299 ^ A. Mocenici, n. iii. 



o78 PARTE QCTINTA. 

retto da Francesco Maria della Rovere duca di Urbino 
e da Giampaolo Baglioni. 
Vendìcossi il Papa della prosperità dei Francesif 
"^SH ' invocando contro di essi dalle Alpi Retiche diecimila 
Svizzeri : né senza raccapriccio potè Milano contem- 
plare, alle sue porte le loro ordinanze sventolanti 
ancora il medesimo vessillo che le aveva scorte alle 
vittorie di Morat e di Nancy. Sopra il vessillo a let* 
tere d'oro si leggeva : « Domatari dei Prìncipi^ ama^ 
tori della gitistizia^ difensori della Santa Chiesa di 
Roma ». Però, se le buone difese preparate in città 
da Gastone di Foix e dagli abitanti, e se il valore e 
la esperienza del Trìulzio valsero allora a respingere 
il fiero turbine, non perciò ne fu levato affatto 
il perìcolo. Fra pochi mesi le stesse genti e lo stesso 
vessillo dovevano riapparire a spavento della Fran- 
cia e dell' Italia nei campi di Novara e di Marigna- 
no (1). 

IV. 

Sotto ben altri auspiziì si aperse il nuovo anno 
A. 4542 iS12. Il viceré di Napoli D. Raimondo Cardona, 
capitano supremo dell' esercito alleato della Chiesa, 
dei Veneziani e della Spagna, approssimò il campo 
a Bologna : ma intantoehé sta disputando vana- 
mente con Fal^rìzio Colonna e Giovanni Vitelli e Ma- 
latesta Baglioni e Pietro Navarro del luogo e del 
teapo e del modo di dare l'assalto ad essa città, Ga- 
stone di Foix fulmine di guerra vi accorre, e Tassi- 
ci) Bembo, XI. 363. — Guicciard. X. 339. —Marat AA. 
15U, citando una cron. ma. 



CAPITOLO QUARTO. 379 

cura dagli insulti ostili : quindi torna addietro, ricu- 
pera Brescia, e tosto rientra negli Stati della Cliiesa, 
e accosta Tesercito.à Ravenna, Perciò «otto queste 
mura si ridussero le sorti della campagna. 

Due fiumi, il Ronco e il Montone» bagnano, quello 
alla mano destra, questo alla sinistra di chi riguarda 
il mare, le mura di Ravenna ; inferiormente alla quale 
città V uno entra neiraltro, e cosi proseguono finat- 
tantoché gettansi con una sola bocca neir Adriatico. 
S'era il Foix attendato nello spazio compreso tra i 
due fiumi superiormente alla cittàt e già ne avea colle 
artiglierie battuto molto gagliardamente le fortifica- 
zioni; allorché l'esercito della Lega, varcato il Ronco io aprii e 
sotto a Forlì, e costeggiatane la sponda destra, venne 
a fermare verso notte i proprii alloggiamenti al Mo- 
linaccio, tre miglia sopra Ravenna. Intendeva con 
ciò il vicecè di costringere il Foix o a sciogliere 
l'assedio con vergogna, o ad ingaggiare battaglia 
con isvantaggio. A questo fine i confederati cinsero 
tre lati dell'accampamento di un fosso largo e prò* 
fondo quanto il permetteva l'angustia del tempo ; il 
quarto lato, come abbastanza coperto dal fiume» fu 
da essi lasciato intatto. 

Ciò saputo, il Foìx raduna nel più fitto della notte 
il consiglio del iuoi capitani , e li persuade ad assa- 
lire il nemico. Detto fatto, allo spuntare dell'alba getta 
un ponte sul Ronco un mìglio sotto agli alloggiamenti 
degli alleati, e lo passa senza ostacoli; quindi, appog- 
giando l'ala destra al fiume, dispone le soldatesche 
a battaglia in ordine quasi ad esso perpendicolare. 
Accanto il fiume si sdiierò il duca di Ferrara con 
700 lancio, colie artiglierie e coi fanti tedeschi : a 



380 PARTE QOUITA. 

sinistra del duca» seguitando la linea , si posero le 
fanterie francesi in numero di ottomila uomini tra 
Guaschi e Picardi , e le italiane , che montavano a 
cinquemila uomini, ed erano rette da Federigo Gon- 
zaga signore di Bozzolo ; venivano poscia tremila tra 
arcieri e cavalleggeri : l'estrema punta di tutta l'or- 
dinanza, che distendendosi molto nella campagna, e 
piegandosi ad arco giungeva quasi alle spalle del ne- 
mico, era formata da 600 lancio, il fiore della fran- 
cese nobiltà ; ed il signore della Palissa le coman- 
dava. Stettero nel retroguardo, allato al fiume, 400 
lancìe sotto il governo di Ivone d'Allegri. 

A codesta ordinanza, che, per essere troppo sparta 
né abbastanza provveduta di riserva, peccava di de- 
bolezza, un'altra peggiore, ma affatto al contrario, 
opposero gli alleati. Infatti si restrinsero essi tutti 
in tre squadroni paralleli dentro il breve spazio dei 
proprii trincieramenti. Nel primo squadrone stettero 
6000 fanti e 800 lancio capitanate da Fabrizio Co- 
lonna ; le artiglierie più grosse vennero collocate di- 
nanzi alla fronte degli uomini d'arme, le minute che 
erano trascinate sopra carrette guemite di un lungo 
spiedo, furono disposte innanzi bA pedoni. 11 secondo 
squadrone comandato dal viceré e ^ marchese della 
Palude fu composto di 600 lancì2(p di 4000 fanti 
spagnuoli. Meli' ultimo squadrone si noverarono 400 
uomini d'arme spagnuoli, e 4000 fanti ; e dietro ad 
essi Alfonso d'Avalos marchese di Pescara, giovinetto 
di straordinaria espettazione, schierò i suoi cavalleg- 
geri. Pietro Navarro spagnuolo , che dagli ultimi 
gradi della milizia era salito ad alta fama e dignità 
per la rara sua destrezza nelFoppugnare le piazze» 



CAPITOLO QUAETO. 581 

e specialmente nella formaiione delle mine, si tenne 
con nna eletta di SOO fanti spagnuoli preparato agli 
eventi della pogna. 

A vanzaroDsi i Francesi, sempre più incurvando l'ala 
sinistra : ma pervenuti a dugento braccia dal fosso» 
che guerniva le spalle, la fronte, e il .iiancp destro 
dei confederati, per non dare loro quel vantaggio, si 
arrestarono. Cosi senza investirsi né gli uni ne gli 
altri, stettero per qualche tempo a riguardarsi. Frat- 
laitlo il duca di Ferrara, avendo ritirate le sue ar- 
tiglierie dall'ala destra dell' e^rcito francese, le con- 
duceva prestissimamente alla punta sinistra di esso. 
Giuntevi appena , cominciarono esse a trarre sopra 
gli u(H»ini d'arme dell' antiguardo nemico : sicché in 
un attimo il campo fu seminato di morti. Gridava 
Fabrizio Cc^onna, nel mirare l'indegna strage delle 
sue gentil che senza indugio si passasse il fosso, 
e almeno, se morire si dovea, si morisse uccidendo 
colle armi alla mano: ma elle erano parole. Da una 
parte il Navarro, avendo messo ì suoi Spagnuoli col 
ventre a terra in un luogo che per essere basso ed 
accanto al fiume andava immune dai colpi delle arti- 
glierie, pareva che desiderasse la rovina del compa- 
gno, affine di attribuire a se medesimo tutto l'onore 
della vittoria. Dall'altra parte il viceré, sia per impe- 
rlila e dappocaggine propria, sia forse per occulto 
comando del suo re, al quale non doveva riuscir di- 
scaro lo sperpero delle forze italiane, non pigliava 
nessun partito. Finalmente il Colonna, più non po- 
tendo sofferire l'indegna carneficina, rizzossi in gran 
furore e spinse fuori del vallo le sue genti d'arme. 



382 PARTE QUINTA. 

Seguitarono tosti) questo esempio gli Spagnuoli, at* 
taccandosi con molta furia coi Tedeschi. 

Feroce fu lo scontro dei cavalli^ più ostinato e fe- 
roce quello dei fanti. Ma la cavalleria italiana era stata 
troppo straziata dai tiri delle artiglierie, perchè po- 
tesse resistere a lungo. Tuttavia più col cuore che 
colle braccia continuò animosamente a combattere» 
finchèlvone d'Allegri sopravvenne a ferirla di fianco, 
e il Colonna, avviluppato nelle artiglierie del duca 
di Ferrara, rimase prigione. Si cominciò allora a fug- 
gire. E già il viceré, cattivo capitano e peggiore 
soldato, si era posto in salvo col secondo squadrone. 

Cosi tutto lo sforzo del combattimento si ridusse 
attorno gli Spagnuoli del Navarro, che intrometten- 
dosi arditamente fra le ordinanze dei Tedeschi, ed 
aprendoli colle daghe e colle spade, dopo avere po- 
tentemente riscosso gli Italiani dall'assalto di Ivone 
d'Allegri, piuttosto* in forma di ritirata ohe di fuga, 
si allontanavano a lento passo pel sentiero che si 
stendeva tra l'argine ed il fiume. Li vide il Foix^ e 
nell'ebbrezza della vittoria si sdegnò che quel pugno 
di fanti osasse di uscirgli intatto dalle mani : spronò 
pertanto coi più feroci suoi compagni sopra le ul- 
time righe : ma bentosto, cinto per ogni banda dai 
nemici, cadde e fu ucciso (i). 

Di questa maniera passò la battaglia di Ravvisa, 

(1) Guicciard. X. 280-291.— P. GÌHstiniaiii,XI.466. — Jfem. 
de la Tremouille, eh. XXI. 461. -^Mém, de Bayard. , eh. LIV. 
— jWe'm. de Fleuranges, eh. XXIX ( t. XVI: ap. Pelitol). — 
Udalrici Zwinglii, De gest. ad Ravenn, reUuiOj p. 149 (ap. 
Freher, Script, Gcrnum. t. III). 



CAPITOLO QUARTO. 383 

rispetto alla quale venne portata alle stelle la pron- 
tezza e la bravura, con cui le fanterie spagnuole sep* 
pero farsi via tra mezzo a un esercito trionfante, e 
colla uccisione del gran capitano francese pareggiare 
quasi la fortuna dei vinti e dei vincitori. Ma la ge- 
nerazione del XVI secolo non comprese allora a sufffi« 
cienza ciò che la presente età, rischiarala dalla espe- 
rienza di trecento anni, di buon grado riconoscerà ; 
essere cioè la battaglia di Ravenna slata guadagnata 
dalle artiglieria, epperciò doversi mettere in capo di 
tutti i fatti d'arme che l'artiglieria risolse e risol- 
verà nell'immenso suo crescere. 

La calata di un nuovo corpo di Svizzeri verso Mi- 
lano non solo impedi ai Francesi di ricavare alcun 
frutto dalla vittoria di Ravenna, ma anzi li astrinse 
a ritornare frettolosamente in Lombardia. Da ciò il 
bollente animo di papa Giulio ii prese occasione per 
rimettere in Firenze la stirpe Medicea , e voltare le 
armi spirituali e temporali sopra i Golonnesi. 

V odio contro questa potentissima casa , o, per 
meglio dire, contro tutta la nobiltà romana, era innato 
nei sommi pontefici. Un accidente era intervenuto ad 
aggravare gli sdegni, ^ella battaglia di Ravenna 
veggendo il duca di Ferrara un nobile guerriero fra i 
carri e le artiglierie combattere disperatamente, e 
tuttoché ferito, e tuttoché circondato dai nemici non 
cessare di dare e di ricevere colpi, stupefatto l'aveva 
richiesto di arrendersi alni medesimo. « Ed io sono 
romano e cavaliere », rispose il feroce combattitore, 
e si arrese. Era questi Fabrizio Colonna. Da quel 
punto un'intima amistà uni i due guerrieri. 11 duca 
accolse lietamente alla sua corte l'illustre prigioniero ^ 



58'» PARTE QUINTA. 

ed ora negando ed ora pretessendo questa o quella 
scusa, tanto tempo differì a consegnarlo al re di 
Francia, che alfine potè rendergli gratissimamente 
e senza alcun peso la libertà. Poco stante il duca 
sotto la fede di un salvocondotto andò a Roma per 
accomodare le sue differenze col Papa : e tutto lo 
sforzo della casa Colonna sì mosse per agevolargliene 
la conclusione. Quando poi le trattative rimasero 
rotte, e si seppe che il Papa aveva deliberato di fare 
arrestetre il duca*, Fabrizio Taudò a pigliare nel suo 
palagio^ lo pose in mezzo ai proprìi armigeri, e sano 
e salvo a viva forza lo menò fuori delle porte. Di 
qui la speciale esacerbaziene di Giulio ii verso i Co- 
lonnesi (1). 

V. 

Prima che cominciasse la state del seguente aniio 
A. t5v3 molte novità erano già accadute: Leone x era sue* 
ceduto nel pontificato a Giulio ii, i Veneziani si erano 
confederati coi Francesi, e Massimiliano re dei Ro- 
mani si era accostato alla Chiesa; sicché da un lato 
stavano il Papa, Timpero e gli Svizzeri, dall'altro i 
Veneziani e il re di Francia; quelli guerreggiavano 
sotto il pretesto di ricuperare la Lombardia e rido- 
narla a Massimiliano Sforza suo legittimo principe ; 
questi combattevano colla scusa di difendere l'ac- 
quistato e di riavere il perduto. Ferdinando re di 
Aragona stava di mezzo tra i due partiti,, pronto 
tempre ad inclinare verso colà, dove rinvenisse il 

4 

(1) Gaicciard. XL 334. --Bembo, XU. 3d3. 



ClPltOLO QUANTO. 38S 

proprio utile; ma in vista più prodive ai primi che ai 
secondi. 

U primo effetto della aUeanca dei Veneziani col re 
Ludovico XII fu la liberazione di Bartolomeo d'Ai- 
Viano, che con quattro anni dì prigionia aveva scon- 
tato abbondantemente le miUanletie dette prima della 
battaglia di Vaila. Innansi che abbandonatse i Fran» 
cesi, a^^untò col Trìolzio in Asti il disegno dello 
prossima guerra: quindi pel circuito delle Alpi si con- 
dusse a Veneaa; dove gettando di quella disfatffai tutta 
la colpa sopra il morto PitigliÉno» tanto seppe destreg- 
giarsi coi seÉalo, che ne esd capitano ^netsde alle 
medesime condizioni* coUe quali questi awva tenuto 
Io stesso ufficio (4). Ciò eonsegoito, TAlvian* raccolse 
Tesereito , assaltò Verona, sottomise Valeggio e Pes* 
ehiera, e, trovando Cremona già occupata a nome dei 
Francesi da un Galeazzo Pallavicsni, p^ non comuni<« 
eare ad altri la gloria e l'utile di tanto acquisto, feee 
mostra di non conoscerlo, e lo mise In rotta e in 
preda. Bentosto la ribellione di Gettona e della Lom- 
bardia, € la calata di im fiorito esercito francese sotto 
il signore della Tremouille; avrebbero aperto aU*Al- 
viaiio la strada di maggiori progressi , se la fortuna 
non avesse' voluto riserbare Tonore di tutta la guerra 
alle fanterie elvetiche. 
Avevatio esse fatto la massa a Novara ; dove to- 

(1) Cioè ducali sonila all'anno coU'obbligo di «avere in 
« essere 300 uomini d'arme e 500 balestrieri a cavallo, pronti 
«ad ogni servizio e bisogno della repubblica». Parnta, hi, 
flette». \. I. p. 17 (Veneiia 1645). ~ R Giustiniani, I. Xlf. 
p. 472. 

Fd, III. • 15 



386 PARTE QUINTI. 

nendo spalancate le porte, né coprendo la breccia* 
di altro che di un lenzuolo, mostravano fare nessun 
conto degli assalti dell'esercito francese trìncierato 
sotto la città. In conclusione il signore delia Tre- 
mouille, sia intimorito dairimminente arrìyo di altri 
Svizzeri, m allettato dalla speranza di ottenere colle 
trattative da lontano ciò che davvicino a viva forza 
non poteva conseguire, rimosse le schiere dalle mura, 
e le accampò nel sito detto là Riotta, 

Sciolta era adunque Novara dall'assedio, e le gmti 
che dovevano arrivare il domane sotto un capitano 
Altosasso erano per accrescere di sorta le forze degli 
Svizzeri ia Lombardia, che certamente ijFraiice$ì 
avrebbero senz' altra resistenza ceduto loi^o )»tto il 
ducatei. Ma il vincere' in tal guisa parv^ viltà al Mot- 
tino, che era uno dei principali capitani degli Sviz- 
zeri chiusi in Novara. Perciò, li convoca in piazza, 
e rappresenta Joro essere troppo, indegno dì divider» 
con altri la g^ria e FùtUe. della vittoria: t Forseehè 
essi hanno bisogno di un secondo esercito per. rom- 
pere affatto i Lanzi ed i Francesi tònte volte sccmfitti? 
Che dirà il mondo , quando vegga che gli Svizzeri 
si uniscono a due tanti per sopraffare la ribaldagiia 
tedesca? Si faccia toccar con mano una volta, che gli 
Svizzeri molti o pochi vincono sempre, qnanda vo- 
gliono vincere: si mostri alla Fralìcia la. bella difesa 
che saranno per fare alle sue artiglierie cotesti Lanzi 
da lei con tante sjtnancerie condotti a soldo^ Per me, 
torre! di essere morto, anziché l'Altosasso arrivando 
mirasse Francesi e Tedeschi accampati sotto mura 
difese dalla nazione Svizzera. » 



ciprroLo QUARTO. I8T 

Un tuonò di ferocissime voci approvò l'audace 6«<a^no 
proposta: in un lampo armi ed armati son pronti i 
ned è varcata ancora la mezzanotte, che gli Svizzeri,» 
pochi contro molti, senza cavalli , senza artiglierie,, 
senza neoes^tà che a tanto rischio lì spinga , escono 
in gi^n^sìlenzio di Novara, e si avviano in ordine di 
battaglia verso gli alloggiamenti francesi. Si era con- 
certalo fra i capitani , che settemila di essi si sca-» 
gliassero di repente sopra le artiglierie guardate dai 
Lanzi, ed i tremila restanti colle picche alte tenes» 
sero in rispetto gli uomini d'arme* Tra il buiainter»* 
rotto solo dal foseo chiarore delle cannonate, furioso 
fu l'assalto, furiosa la resistenza dei Tedeschi, che 
robusti corpi a robusti corpi e tremende ire a tre-* 
mende contrapposero. Alfine, essendo state prese 
dagli Svizzeri le art^Herie e rivolte contro chi le di-* 
fendeva, non fu più il campo della Riótta che una 
confusa scena di fuga e strage. La cavalleria, non pur 
tentata la .sorte delle armi, riparò con vergogna oltre 
la Sesia. . 

Morirono dei vincitori 1 800 uomini, dei vinti 10,000; 
e la costoro carnificina sarebbe stata molto maggiore, 
se gli Svizzeri avessero avuto cavalli per inseguirli. 
Verso la fine della battaglia sopraggiunise TAltosasso^ - 
coperto la persona di una pelle di lupo, ed orrido 
in vista per lunga e ferina barba : ma già t ndraici 
erano spariti; perloccbè,urlando;e strappandosi i peli 
riteniava addietro, matedioendo al di, in. cui ILftozi 
eraaer stati superati^ senzacbèJa sua labarda. timar> 
nesse tinta del sangue loro (1). 

(1) Guicciard Xl.' 65. ^ Giovio, /.5f. Xl. 5»8-53o. - MéiA\ 



388 9 PA&TB QmNTi. 

La giornata di Novara» die sarebbe stala an' im- 
presa pazza, se il successo non l'avesse resia g^riosa, 
come ridonò agli Svizzeri la Lombardia, cosi par** 
snase TAlviaiio, il quale in codesto intervallo si era 
inoltrato fino a Piacenza, a retrocedere piucchè in 
fretta fin dentro Padova. Temiergli dietro i oonfede^ 
rati, e con non dissimile temerità si spnisero fino a 
veduta^ di Venezia. Ciò fece naseere seirAlviaiio il 
pensiero di riehinderli tra Padova , Treviso e la la* 
guna. Detto fatto, s'accosta a Vicenza con 290 uomini 
d' arme e 3000 pedoni guidati da Giampaolo Baglioni, 
mette 1000 fanti comandati in Hontecchio^ introduce 
in Barberano 300 cavalli, fa occupare dai viBani tutti 
i possi dei monti, e con fossi e eon tagliate e con ma* 
eigni e con alberi attraversati rompe tutte le strade. 
Egli.poi, dopo avere consegnato Vicenza ia guardia a 
Teodoro Triulzio, si fermò coH'eaereitoa Olmo, due 
miglia più in là verso Verotia, in un luogo per arte 
inespugnabile, (^1 proposito di non combattere a 
bandiere spiegate, bensi, dovunque si volga il nemico^ 
insegufrlo e molestarlo. 

Gli alleati, come prima si videro chiuse a questo 
7 8br€ modo in faccia le vie del ritorno , deliberarono di 
^^*^ salire i monti fino a Trento, e di colà, se Verena 
non fosse ancora perduta , stare alla sorte di calarsi 
per la vaKe deli' Adige* Gmì cobcIóso , mossero in 
silenzio il campo verso Bassano, e cdte salmerie in 
fronte si affilarono pazientemente per viottoli pan^ 
tanosi aiossàti, dove agli impedimenti delia natura 

et Fleurmges^ oh. XXXYII.— il/^m. de la TremouiUe, eh. XXII 
(t XIV). — Mém, ds M. iu BtUdQ, 1. 1. p. 237.' 



CAPITOLO QUARTO. 889 

ad ora ad ora si aggiungeva il graTìssimo tempestare 
delie archibugfate tirate a man salva dai contadini. 
Erano anebe alla coda ed ai fianchi kisultati senza 
posa da densi nugoli di Stradiotti; e già non ostapts 
la virtù dei soldati e d«i capitani, fette appena due 
miglia, mancava loro lo spazio, e la lena di ritirarsi 
In sicuro, se non li avesse salvati da tanto rìschio la 
imprudenza deirAiviafiOy il quale, incitato dalla so- 
lita furia, e vieppiù dalle esorlazbnt del provveditore 
Loredano, sclamando di non volere incorrere nella 
sorte del CanoMignola, urtò a occhi chinsi nel retro- 
goardo neimco. 

Era esso comandato da Prospero Colonna. Questi 
fece tosto rivolgere la fronte alle sne genti; quindi 
essendosi unito coi fanti todesdil del Pescara, «collo 
squadrone <degli SpagnuoU che camminava avanti,' 
con tanto coraggio è maestria investi le fanterie ita-* 
liane, che le piegò, e pose in rotta. Fu travolta nella 
fuga generale la persona medesima dell' Alviano co» 
tutte le genti d'arme. Noverossi tra i morti un Carlo 
da Montone, figliuolo per avventura a Bernardino da 
lloàtoae nipote di Braccio, il qual Bernardino Tanno 
innanlsi era passaito ai servigi dei Vernsaani. Fu tra 
i prigióni il Loredano: ma mentre coloro che Io 
avevano preso, om qua ora là trascinandolo se Io 
contendevano, sopravvenne un soldato che bestiai*^ 
mente lo ammazzò (I). 

(1) Gnicciard. XI. 9^..— Giovio, ist. XIL 97©. —A. Moce- 
nici,. B^IL Ovneracense^ 1. V. t. — P. Giastimani, Jst, f^enez. 
XII. 479. — Bemb«i, ht. renez, XII. 340. 



590 PARTE QUINTA. 

VJ. 

DqI resto là vittoria air Olmo non arrecò altro 
vantaggio agli alleati, che quello di una sicura ri- 
tirata : e tranne la stupenda costanza mostrata nella 
difesa di Crema da Renzo di Ceri, e tranne molte 
ardite scorrerie dell' Alviano sopra il Veronese e il 
Friuli, nessun' altra fazione degim di racconto ac- 
^ ^s<'»a* cadde in quello e nell'anno seguente. Ma. non era 
appena Francesco i succeduto nel trono di Francia 
a Ludovico XII, che volgeva tutti i suoi pensieri a 
riconquistare l'Italia. Di qui il prineipìo della tre- 
menda lotta^ proseguitasi un mezzo secolo tra luì e 
l'imperatore Carlo t. 

• Il re in persona col fiore della nobiltà del regno 
si accinse alla spedizione; e la dovevano compiere 
dud mila e cinquecento lancie delle antiche ordi- 
nanze^ ISOO cavalleggeri, 10,060 fanti di ventura, 
6000 tra Guaschi, Guiennesi e Biscaglini balestrieri 
e schioppéttieri, e 20,000 Lanzi, oltre un: corpo scelto 
di altri sei mila, i quali avendo militato insieme per 
ben quattro lustri, dal colore delle vesti chiama vansi 
le bande nere. Ma se fortissimo 'era l'eserdfto., e 
pronto il voliere , e abbondaati le provvigioni., non 
meno difficile appariva il superacele Alpi, di cui 
ogni adito conosciuto dalle pannine alle marittime 
era stato occupato dagli Svizzeri padroni, del Pie- 
monte e della Lombardia, e chiuso con forti allog- 
giamenti, e trinciere, e traverse. 

Sopperì ai tanta difficoltà T animo glgarntesco di 
Gian Iacopo Triulzio, il quale si offerse di aprire 
un nuovo e sicuro passo non solo ai fanti, ma alia 



CAPITOLO QUARTO. 891 

cavalleria, ai cannoni ed airimmenso carreggio del- 
resercito. Infatti già da più mesi, nel percorrei^ fur- 
tivamente le più segrete sinuosità delle Alpi» aveva 
egli notato una via, che spiccandosi dal Moncenisio 
saliva per la valle della Dora, e quindi^ lasciandosi a 
man sinistra il Monginevra, con terribili piegamenti 
per disusate valli arrivava ai gioghi dell' Argentiera.. 
Tosto gli «ra sorta in mente Tidea, che quella via 
potesse servire a invadere l'Italia ; epperò, mentrechò 
stava governatore nella città di Lione, aveva pìrepa- 
rato argani, ponti, traini, e ogni altro ordegno ne- 
cessario all'uopo. Venuta o^a l'occasione, cosi fatto 
cammino, appena noto ai più arditi Alpigiani, (fu dal 
maresciallo italiano proposto al giocane re di Francia; 
e questi, contro l'opinione di tutti» e specialmente 
del Lautrech e del Navarro, i quali erano stati spediti 
apposta a speculare il sito, approvò l'impresa, e scelse 
per mandarla ad effetto il Triulzio medesimo. 

Cominciò il Triulzio coU' avviare innanzi 3000 'f^,'^ 
guastatori acciocdiò acconciassero i sentieri; quindi, 
presa seco una provvisione di viveri per cinque d}» 
partissi coir antiguardo da Embrun,. guadò a s. Cle- 
mente la Duranza, e fermò i primi alloggiamenti alla 
Gilestra. Il di seguente non senza grave travaglio 
superò il colle di Vars, e giunse al piede deUa balza 
di s. Paolo presso alle rive dell'Ubaia-, che quindici 
miglja più sotto bagna Èarcellonetta. Di colà comin- 
ciava veramente la difficoltà della intrapresa, sicché 
gli stenti passati dovessero parere un nonnulla al 
confronto di quelli che soprastavano ptelterzogiomo; 
vincere cioè la balza di s. Paolo, discendere la valle 
fin. al punto (ivi ora è la terra di Glaisoles) in cui vj 



393 PÀKTE qVlKTk* 

entra quella delFOronaìa, poscia risalire TOronaia 
alle sue sorgenti, e montare la vetta dell'Argentiera; 
e tutto questo eseguire eolie pesanti artiglierie, ed in 
brevissimo tempo per non dare presa al nemico di 
opporsi* e non ostapti le enormi roccie« e i gioghi, 
e i precipiziiad ogni tratto interposti. Ha il re voleva 
quella impresa, « la guidava il Triulzio, ed oltre 
l'Argentiera era il Piemonte, era Milano, erano le 
belle donne lombarde, e i ricchi scrigni d^i indu- 
striosi Italiani ; fo perciò senza esitazione poeta mano 
al lavoro. 

Diventata inutile l'opera dei cavalli, cominciossi 
coi picconi e colle scuri a spianare le erte, e su per 
esse a spalle ed a braccia portare leartiglierie, o tra* 
scinarle con corde, o spingerle a forza di petti in 
su. Pervenute che erano sopra l'erta, un largo e 
profondo baratro le disgiungeva talvolta dairot^9ta 
balza. Allora tu avresti veduto alle nuove difficoltà 
nuovi ingegni e nuove forze supplire j ed ora, me- 
diante robuste foni ed argani fermati agii soogK od 
ai tronchi d'alberi delle due vette, trainarsi quasi 
per incantesimo dall'una all'altra cima per aria le 
artiglierie ; ora tra baHsa e balza eoa puntella e corde 
gettarsi un tavolato affinchè serva dì strada; ora alla 
prominenze medesime dei precipizi! appoggiare le 
travi, sulle quali ecco stendersi tavote e fascine e 
zolle, e condursi settantadue cannoni, le cui pesanti 
carrette mandano per le hiospite valli wi wm più 
adito fragole. 

Cosi con meravigliosa industria degli operai e tra- 
vàglio dei soldati si pervrane ai piedi dell'Argentiera, 
là dove il colle bipartendo le sorgenti deirOronaia 



CAPITOLO QUARTO. 393 

«eevera le acqoe dalla Fnm^ia da quelle ddrilalta* 
Di colà per la valle della Stara, rompendo la balea 
dì Pie diponoiAt tagliava la vaUepel mezzo, scesero ; 
no» ancor termiasto il qaarto giorno, al Sambucco 
poche miglia sopra Vinadio. Cosi fu compita codesta 
impresa^ che sarà iu tutta la memoria dei fatti di 
guerra loderoliBSsma» e degua, se agli antichi si ris^ 
goarib, di venire comparata colla famosa dì Annibale, 
se al modani, colle st«^nde calate dello Splaga e 
del San Bernardo. Tanta gloria a un Italiano, il quale 
già aveva trascorso il ieitantaqoattFeskno anno del 
viver suo, era serbata i Ai Francesi apparteneva co* 
glierne per nostro danno i frutti (1). 

Mentre passavano di quel modo le artiglierie pel 
colle delf Argentiera, il più degli uomini d'arme e 
dei fiinti camminavano pei gioghi della Dragòniera 
e ddla Rocca Peretta, precedati dal cavaliere Kftiardo^ 
ehe« sdegnoee di maggiori comandi, col solo grado 
di capuano si era acquistata fama e riverenza invi- 
diata dai principi. Ora entrato appena in Piemonte, 
concepì egli neiranimo una arditissima fazione. Sa- 
pendo] che stavano alloggiate in Carmagnola 300 
lancio delia compagnia dì Prospero Coloifna, e che 
esse vivevano senza ombra di timore, s'avvisò di 
uscire a furia da Savigliano colle squadre a cavallo 
deirimbercourt, dell' Aubigny e del Chabannes, sor- 
prendere quella terra, e svaligiarvi e larvi prigioniero 
ehi vi era dentro. Né al disegno fu meno pronta 
l'esecuzione per parte del cavalieri francesi, nei quali 

« 

(i) CWovio, St. XV. 409. — Gnicciard. Xfl. 173. —Rosmini, 
yitadd TriuUioy XI. 489. 



09^ FARTB QUIETA.» 

3i conservavano tuttavìa alcune vestigia delle antiche 
instituzioni feudali e cavalleresche, e della corrispon* 
dente indipendenza e alacrità individuale» cui poscia 
una più accurata disciplina ristrinse e riunì attorno 
al servigio del principe. 

Aveva Prospero Colonna avuto certo avviso dell'ar- 
rivo del Baiar do, ma non già di quello degli altri di lui 
compagni; sicché più volte scherzando cogli amici sì 
era vantato di pigliarlo, come tordo in gabbia; e in 
fatti prendeva nelle sue cose quella sicurtà, che in 
paese amico e difeso strabbondantemente gli pareva 
poter prendere. Con questa di$posizioil^. di. animo si 
parti adunque sul tardi da Carmagnola per raggiun- 
gere il campto generale degli Svizzeri presso Pine- 
rolo. Giunto a Villafraoca, fece alto per refi^iarsi e 
^ntir messa. Mentre si recava alla chiesa, taluno gli 
disse che i nemici avevano in gran numero passato i 
inonti, ed egli motteggiando. rispondeva, che non si 
era ancora ve^Mto gQnte aro^ata vol^ce $opra le Alpi. 
Udita la messa, siccome di nuovo gli esploratori gli 
riferivano che i Francesi erano vicinit qhiamò uno 
dei suoi gentiluomini, e gli impose di scorrere con 
una ventina di cavalli due o tre miglia sopra la strada 
di Carmagnola. Ciò fatto ordinò al trombetto* di suo- 
lare la partenza, tostochè avesse pranzato. . 

A un miglio e mezzo dalle porte, gli scorridori 
del Colonna scopersero da lontano ì Francesi, che, 
avendo trovata Carmagnola vuota di gente» con 
grande impeto venivano verso Villafranca. Tosto. 
quelli si rivolsero addietro; ma con non minore ce- 
lerità si scagliano alle loro spalle gli arcieri a cavaUo 
deirimbercourt, che 11 raggiungono, e insieme con* 



€iSllTOLO (^ÀRIJO. 898 

f^i, llaliani e Franiceli, preoi^nsi dentro Villa- 
franca. Qietro rimbercoart, gridando .FVancta Fmncta» 
galoppava Baiardo seguitato dairAubigny e dal Cha- 
bannes, i quali a prima giunta oppressero le guardie 
stordite e ^ia^rnuite* (^i»di sant'altro ostacolo tras- 
sero alla casik ove em allogglMo Prosp^o Goloima. 

Vi arrivaro90 quando g^à, sbarrate le porte, e 
disposti i famìgli, questi si preparava a difendersi 
virilmente. Ma troppo presto fu a sopraggiungervi il 
cavaliere Baiardo, il quale* avendo rotte le porte, e 
scalate le finestre, inondò le camere di armati, e gli 
comandò di arrendersi. Prospero, gli. chiese chi egli 
fosse; avendo inteso che egli era Baiardo, e éhe con 
lui ai trovava il 6ore delia nobiltà francese ; < volen* 
tieri a voi mi arrendo», esclamò, e rimase prigione. 
La innocente terra .insieme oon tutte le soldatesche 
che vi erana dentro, andò a hottìni^ : il Colonna, tra 
suppellettili, vasellame et danaro spiccio, vi perdette 
meglio di cinqoMlamila scudi.- 

Aveva il cavaliere fiaìardo. grande capriccio in sui 
lunghi ragionamenti.' Un di volle far toccare con 
mano al CMonna sup, prigioni^ia, ch'egli doveva rin- 
graziare il cielo della propria cattività; stantechè lo 
liberava dalla certa morte e sconfitta, a cui senza 
fallo sarebbe andato incontro nel corso della guerra. 
« Ben. io mi avrei volentieri pigliato codesta briga » 
risp^^iH fra, i denti il condottiero romano. Per Toppo* 
sito un'altra volta nel discorrerne col Triulzio, essendo 
sfuggito di bocca al Colonna, che l' infortunio succe- 
dutogli a Villafrancà poteva accadere a qualsiasi, e A 
voi si, a me no » soggiunse un po' bruscamente il 



/ 



896 PkKTZ QUÌÌIT4. 

manKciallo, solito ad avere di ae alMao beo altri coi>* 

cetU(l). 

VII. 

La subita ealata deireaercito francese^ e VÌBaapet- 
tata sconfitta e presa di Prospero' Goloma, astrinsero 
gli Svizzeri a ritirarsi primieramenie a Novara, e 
quindi a Gallarate, sempre nella incertesza se doves* 
fero segaitare nel servigio della Lega, dalla quale si 
miravano pressoché abbandonati, oppure accettare 
le larghe condizioni di pace, che toro andava propo- 
nendo l'immico. Levò tutte codeste Incertezze l'arrivo 
di venti insegne di genti guidate dal Restio capitano 
presso lero di molta estimazione; perloeohòt rigettate 
le offerte del re Francesco i, si ridussero da Gallarate a 
Milano, sia per difendere la città dai Pranoesl, sia per 
appropinquarsi aireserdto del Papa e del re <H Spagna» 
che sotto il governo di Lorenzo de' Mediai e del vi- 
ceré D. Raimondo Gardena stava a Piacenza dubbioso 
tra la voglia di compiacere a una parte e la paura di 
offendere Taltra* Ciò veggendo il re di Francia si 
inoltrò da Buflfalora per Abbiategrasso sino a Mari- 
guano, terra posta sopra la via che da Milano mette 
a Cremona, col duplice fine, e di congiungersi alle 
genti venete, che l'Alviano con maravlgliosa celerità 
gli condueeva incontro dal Polesine di Rovigo, e di' 
impedire aH'esersito pontificio e spagnuolo di rac- 
cozzarsi cogli Svizzeri* 

(1) Mém. de Bayard^ eh. LIX. p. 92 (^Collcoi, de mém* t. 
ivi). — Mèm, de Fleuranges^ eh. XLIX. p. 283. — il/e'm. de M 
du BeUay, 960. — Gtiicciard. Xtl.'i76. — Giovio, XV. 411. — 
Rosmilii, f^ita del TriuUio, XI. 491. 



GAPifoto QiriftTO. 397 

Qtittf alnla mossa pose in eosstamui<me gli Sviz* 
zeri racdiiufti in Milano (4): • poicbè» radunavano 
eglino e e ooaie violare al re di unirsi coirAIviano 
oramai trascorso fino a Lodi? e uniti che fossero» 
come vietate ìorù di gettar» sopra resereito della 
Lega f 9 Risolse alfine tutti questi ragionamenti il 
cardinaie di Sion, principale guidatore d^le forze 
elvetiche in Italia, il quale, annoiato di vedere tuttodì 
i soldati su raaie earte investigare nuovi partiti di 
guerra, congregoUi a cerebio nella piazza, e dalla tri- 
buna li esortò adaesftlfìreineonlanente tt. nemico, mo- 
strando cherun' unica via di vincere rimaneva, e que- 
sta era di opprimere 11 re, prima che egli col favore 
deireaercito veneto opprianeése gli aÉnici accampati sul 
Po. e Del resto r esempio recentissimo di Movara 
aver inesae ib chiaro i modi, clie tenere debbono gH 
Sviszeri per trionfare. Se non che ora un maggior 
numero ed una maggior fama assicurare la vittoria: 
molto maggior gloria ed utik doveraene adunque 
aspettale t . 

Fialfte queste parole, T unanime clamore delle 
soldatesche chiese ia batti^gUa ; e tosto, quantunque 
non restassero che poche. ore alla luce del giorno, is^^bre 

4545 
(1) È notabile la moderazione usata dagli STÌzzeri durante 
cotesto loro soggiorno in Milano. «Gran parte de loro {narra 
« «no sotitton eh^era presente ai falti),coine rozzi nsontanarì, 
«si ai60oatentayftBO di ptgiia in terra, in loeo di piuma in le-» 
«4;tQ, et di pane et di vino, non più oUra richiedendo^ salvo- 
«che da (jnalcuno gli era dato (jualche capo d'aglio o cipolla 
« carne o'cascìola; il che se adeveniva che data non gli fosse, 
«essi se la compravano de proprii denari: non più ne meno 
«rigi^zza usando verso Milano, che fanno i fantelini quando 
« hanno avuto lor bisogno ». Prato, St, di MiL pi 340. 



*^98 ^AUTft QUINTA. 

afferrate in frétta le armi, edcirono forlósamente di 
Milano. Faora di porta Romana ^i posero cogli squa^ 
droni in ordinanza ; marciò innanzi a tutti una schiera 
di giovani soprannomati i perduiiy che per eohseguire 
anticipatamente gli onori della milizia mettevansi ad 
ogni sbaraglio, e si distinguevano per candidi mazzi 
di piume innalberati sopra cappelli di feltro, le cui 
larghe ialde si piegavano verso II suolo. In totale, 
dalla loro parte il numero dei combattenti: fu f^a i 
trentacinque e i trentottomila. 

Durante il viaggio risuonava l'aere per ogni intorno 
di grida, come dopo una vittoria, ed a vicenda ca- 
pitani e soldati si esortavano ad affrettare il paaso, a 
non differire l'assalto, a non interromperle; sciamando 
di volere coprire il terreno dei cadaveri, ed allagarlo 
del sangue odiato dei Lanzi, massime di quelli, efae 
pronosticandosi la morte vestivamo a bruno^ Perven- 
nero cosi a veduta dei Francesi, che, avvertiti dal 
frequente rimbombo dei loro falconetti, li attende- 
vano in ordine di battaglia, le artiglierie sol fk*onte 
dietro un fosso raccomandate ai Tedeschi, e innanzi 
al fosso 200 lancie del maresciallo di Fieirranges. 

Pegli Svizzeri, giungere, respingere nel primo Im- 
peto gli uomini d'arme del Fleuranges^ respingere i 
I>anzi, che avevano passato il fosso per investirli, 
rovesciarne gli squadroni l'uno sovra l'altro, poi tutti 
insieme scagliarsi sulle artiglierie e impadronirsene, 
fu l'opera di poco tempo, ma di molto sangue e di 
straordinaria bravura. E questo è certo, che se la 
luce del giorno avesse conceduto loro di approfittarsi 
di quel vantaggio, e rivolgere i cannoni sopra i 
Francesi balenanti, la vittoria opparteneva agli Sviz- 



Gi^PlTOLO QUARTO. 399' 

zerij è èoilsi vittoria forse i destini detraila ItMia rr- 
manevano diversi. Ma le tenebre sopravvennero a 
interrompere 11 grande conato. Allora^ non potendo 
piò runa parte e Faltra per istracchezza tenere Farmi 
in pugno» spiocaronsi senza suono di trombe* né co- 
mando' di capi. 

Nel buio della notte I Francesi, invitati dai continui 
suoni di un trombetto, raunaronsi attorno alla per- 
'sona del re, che coi suoi più cari passò la notte ac- 
canto le artiglierie; Al contrarlo nel campo elvetica 
rimbombava fra fi cupo orror0 delle tenebre il ter*' 
ribile corno dì Urye la cornetta di Unterwaìden ;* 
dietro ai cui suono avresti veduto le genti andarsi 
congregando presso le fiamme di un casale incendiato, . 
mentre qua e là Svizzeri e Tedeschi riscontrandosi, 
e per la somiglianza delle vesti e delle favelle scam-^ 
biandosi con opposti errori» si assaltano accanitamene 
ie, e mescolano amici e nemici in una strage. 

€o9Ì tra tema e speranza, tra cieche affrontate é 
mal coBoetti piopMiti trason^reya la notte* Allo schia- 
rirsi del di con incredibile ardore ricominciava il 
(conflitto. Se non che la notte aveva mqtato di gran 
lunga le condizioni degli eserciti: posciachè ì Fran* 
cesi e si erano in quell'intervaUo dì tempo riordinati 
intorno la petsona del loro re, ed avevano ricuperato 
e ridisposto le, proprie artiglierie: al contrario gli 
Svìzzeri e si trovavano ancora sparpagliati e confusi^ 
ed avevano perduto la foga del primo assalto. Ciò 
nonpertanto fu il secondo scontro, non meno del 
primo, ferocissimo; né per quanto gli Svizzeri ve- 
nissero sbattuti dalle cariche degli uomini d'arme, o 



400 PAiits qoiwvk, 

peffco$fii dalle Saette dm fl»U» o ^racoiali dai tiri delle 
artiglierìet aacennavano punto dì ritirarci : qiiaiid'eèeo 
alle loro spalle levarsi il grido di MateOi Marco ! e 
nel medesimo tempo apparire la prinui fronte dei 
cavalleggeri di BartQkwneo d^AWiano* 

Ciò li indusse a credere che tutto Tesercito veneto 
accorresse al soccorso dei Francesi. Allora solamente 
batterono a raccolts^ : e poste» sulle spalle le artiglierie 
leggiere, non rotti, non inseguiti» a lento passo si 
ritrassero yerso Milano. Di quivi poi* sotta pretesto 
della strettezza delle p9igbe)» si rid«si«ro nei monti 
nativi, abbandonando per sempre TltMia alla iMrcè 
del più fortunato (1). La memoria della battaftia 
di Hlsf ignano rest^ snggeUala pel Ua^i^oaggio della 
plebe, e con esso aneor dura (2)* 

Vili. 

La vittoria dì MarignanOt eome ridona ai Francesi 
la Lombardia, e riooneiliò loro il Papa, e rimos$e dsl- 
Vltalia superiore gli SpagnuoU, cesi aweUbe rimesso 



(lì Mém. de la Trémouille, eh. XXV, - Gìovio, XV. 424-434. 
— Mém, de M. du Bellay^ p. 265. — Guicciard. XII. 196. — 
Mém, de Fleuranges , eh. ti.-^Mém. de Bàyard, eh. LX. — 
Lettre du roi, p. 184 (ap. F9ikia^ t. XVII). — Pvi^o, Si. di Mù 
Uno, p. 343 (Ai'ch. Storieo, t. III). 

(3) // perdono è a Marignano^ ò un proverbio che saoaa an- 
cora suU« bocche del popolo di Lombardia, e dimostra essere 
stata tanto più grande l'impressione dì quella battaglia, quanto 
più la nazione, avvilita e conenlcàta ugualmente dai vìnti e 
dai vincitori, doveva restatre in4Hrerente a entrambe le cause, 
ne aspettare dalla vittoria di questo a di qtielb utente altro 
che nuovi oltraggi ed imposte. 



CAMTOtO QUARTO. tOl 

tAStum^nletyeneKiraifll possesso di Bfesélai teBaii^ 
tolonMo»^d' Al? iaoa dal grave travagild sastenuto fai 
quella bailaglUi skrprà leifòrze ddt'esile suo corpo 
non sì fosse kiformalo di àfa^enna, che prestamente 7 Sbrt 
H U>)se <lal«i«ado. ' ^^*^ 

fir» egli di plee^la slatdra, di stentata laréllt ed'i^ 
gfiòMe a^tloy Insomma da patere qràslgeheràtxii pet 
dispregio della iimanai schiattai se i neri «'Vivissimi 
eechi iten «Tessero in M belata quelFvttiimà potèn- 
tifiisiniav secoftdo là'^quaie soleVa 'ifbbraeélai^e di ttìttf 
i consigli il primo e il plù^^ieoloso, senza indugio 
ìntrafH^énderlo/ senna riguardò ^egnitàfrlo, con fiirifli 
pad airaùdaela ^réseguino 'sino ^al ine, e, vineitoi^, 
estendere laf vittore airestre^, tifntb, '<^n i>iù' ter- 
rìbili intenti rHomare^urneniìco, offenderlo sempre, 
ad ogni colpo sei1»are I-animo invitto, amd crescerlo 
nella svtelitiira, ansi moltìpticarlo. Ninno fu'€i lui 
pW^verso d^l stigliano, d»«ogU iséventé pei^ córrét-^ 
tivo ! entrsfmbl per opposti dimétti autóri' della disfatta 
di Vaila. Nifìno'fo in cui le fonie detràn^d pugnai 
Sere tanto còti 'C{tielle del corpo, delle qtmli troppo 
picèni ' toìMo bnolèi tènere neiì'eStimazicmè dèg^ uo-^ 
mini Illustri. .Aggiihigasi che^ottb quelForrida scorza 
si nascondeva bontà, schiettezza > semplici^ dì cttore; 
eintbgHttid} Vita non comuni. Né atf arrischiato gner- 
t4erò un certo amore e* studio di lettere mancò ; se 
vero fu, come sembra, che vivesse in istretta amicizia 
e dimestichezza' con Andirea Màvagero, con Girolamo 
Fracastoro, con Giovanni Cotta e con Girolamo Bprgjaj» 
e 9tabi}i(ise per cnsi.dN ufV^pcad^mia a (^fflenepe, 
città à 4ui donata dftUa sepufebiica ; ci elaado^prigio» 

i^ol. IH. ^Ò' ' ■ 



402 . PARTE QUIHTà. , 

mero in Francia» con una Cannuccia e- èon piovere 
di carbone intrisa nel vino scrivesse.! '<iottiiBe«ilarii- 
della propria vita, ehe aUri-vido ed esaminò (4). 
..Serbarono le meste: s(»ldatesebe del <^ainpo veneto 
Per alquanti giorni la salma imbalsamala di Barl^-^ 
lomeo d'Alvlano, facendole l'usato padiglione, e. con 
perpetuo lume di doppl^p e guardìa^urmata renden- 
dole, come. a vivo, i snpreml.onoRi. Quando, poi 
Uaitossi di trasportarla a V^nel^iA, oon eowipMrUiroAo 
^he se. ne ebiedesse il salvoftwndotlo ai nemici cbe 

^ erano in Verona ; ma solaguandov OH0. ehi viro non 

li ayeya t^m^i mai, morto non doveva nemmeno 
far: 3egnQ di temerli, a viva forza Ip. condussf^ro in 
salw), Solenni. esequie, funebre orazione per iikocca 
di Andrea . Pf avagero , magnifieo monìumenlo ; n^ila 
^\LÌe^ di salito SiteMo, annue provvigioni, e pomodi 
assegni, alla vedova ed ai figliuoli rimaci ip. povertà, 
onorarono t quindi per pavte defila repnM>li0a. la- me- 
moria di BartìQlomeo d'Alviano, della C4ii morie tulpta 
Venezia fa dolentissima, quantunque, ftiinte gli .or* 
djmsiioi di arifltocrazia ricca, ed immntf^bile, $|i^zi^ò 
un.a^iqio bollente e riscbioso, le sarebbe convpiiiuto 
un freddo capitano, che sapesse temporeggiare la 
giierra, deniporeggiando vincere (S). 
Alle c^e istanze dei Ve9eziani 6ot^ti:ò nelle 

A. 1516 veci del molato Alyiano Ciian Iacopo Triul,z}0Me tp&to, 

• ■ ' • , ' • ' . . . ■' 

(1) Tinboschi, Storia dtÙa tester, ital, i, VII. p. 1. 1. 1. e 
IV. §. 23. — P. iQyW^ Elogia, !.. IV. 348.— Nardi, Sorte, 1. 

Ut. 91. * ' 

(«)Panité, /#!. Venez. X. ìli. p. 134. — Gioifio, ^furte, XV. 
437. -^^GnicelMrcL XH. ^Oft ^ A; Mocenicì, Vt y.^Mém. 4t 
M, du Bellay, Vii (l. XV!!).' 



CAPItOIiO QUA*«)- ^05. 

raccostale le sqUadre a Bróscia;; ecdle arl^lierier e 
colle mine si dKe^e a traitaglAarìa ;iiiollo gagViard^-i 
mefite^ Me jessa avrebbe tuabftcatQ .di arrender^^gU»; 
se la ivaniuraggiae degli aUeain e Jai^sdaU di Mas^ì- 
iMtlÌ9Mb.Te>d8t Rpaianivuop Iq Allusero f/^stret^o ad 
anargpee rasseéio* Ciò rindi9(le4U di iKiaBi«ra« cheu 
rìiabné» gli onori, 3»<prdg]iiere.ed i. danari; pro-^ 
polligli' dal: aéaataH'si 'li«e»ifò.<dal .conuiRdPi. e si 
rid«s»e in Hilano.. Qatrì venne i in^Uo ^ (prQp^f^itOi 
Topeta su» per mantenene i dttàdiilàJQ^rffìd^ 4^1 ^ 
<fif Frmveia: eontFtt*gV interni nudi umori e ^i.asssilU. 
dèi Tedeschi. cf)iidtttd:fn# tbtto.jle mura da Mas^-t 
mttialno; Qaivì^oreslairanoùilirevepiavcflfittf'lQfMat 

atlese scìagurab » , .• -.-•.; •'..'■.. .,m }i 

Quanto al eorsodella; giierra^ diramo; cbe Massvr 
fìilllaiib non >t»fdò « partire dall' Italia: ai g|ii«^ di 
fuggìli\i»v setìza avere Demmanco : aasicufl^to. Bfji^fm 
dagli ìttsulli^efitìii. Cosi iutli gli.sforjsi uniti 4a% F.u^n^ ^^^/|«' 
cesi e dei Veneziani si raccolsero attornp Y^^^if 
dentro la quale si erano chiusi 1800 fanti Spagnuoli, 
ftOOO Tédesct)^ sotto un Giorgio Fruiidspepg, elle da 
cinque anni tìiilitó vai: in Halìa è vf efra per creseere 
a terribile fama, 500 Svizzeri accogliticci,' alcune 
han.de v^ntui^r^.di ^^s^flpggejri italiaiji,, "sp^gnuoli 
e ^todeseìii, e 4{ttal«he .^^enti^aio . di GreCfi», che, ab- 
bandonete ksluUghe e citrine ^fighe^ solte.alte> ^uali 
già' erano ^ólftra combattete disarmati, aveVafia 
appreso a muntrsi dt élnib', di usbergo e di' fnazzà 
d'armjg, e, trascorrendo velocemente liélle file degli 
uomini d*àrme, ferire e fuggire in^i|fi|^ (.1). , , ^ 

•' . I: / !. •• ' ' - • , 1 ' .« • . '• .;' / 'f 

(I ) Mém. de Fieurangcs, eh. LXXHI. - Giovio, Storie, XVllI. 



4M PÀKTE QOmTà. 

Presiedeva tìh "difesa di Verona Harcantoiiio Co- 
lonna^ guerriero per doti di animo e di eerpo «alito a 
fama non volgare. Perdi durò està a lango ; e invano 
gli assediatorì vi avevano di già eon^umato attorno* 
ventimila palle di farro* quando la pace eoneliiea a 
Noyon, dapprima tra la Frahcìa e la 8pagna, e poadsi 
confermala dagli Svizzeri e dal re dei Rooàani, ne 
aperse felieemente le porte ai Yeneziani. Le. tolda- 
tescbe, che per cagione di questa pace forond licen- 
ziate dall'una e dall'altra parte, nnironsi iiuicme* e, 
come fra breve narreremo, si voltarono a guisa di 
venturieri alla guerra cK Urbino» Venezia, Httasta 
^ema di poco territeriov' ma di noHà r^[)utaMone, 
dalla lunga e pericolosissima lotta, come Dio volle, 
posò. Riandando allora il passato, trovò di avere 
speso in tutta la guerra cinque niiUoni di doenti; 
eoncìossiacbè tide fosse tuttavia ni quei tempi la mi-* 
lizia, che l'onoro ed il sangue si eomputaaiero a 
d^fnari(4). 

MI. In questa difem Maieiuitcnip Colwaa ^|urìcfl{f,4$qiì flirto 
vantaggio 1 cannoni a scheggia. « In nn punto di tempo sì fece 
« tanta nccisione denomini, che pochi ne camparono di quella 
«moltitudine, la quale s'era fatta innanzi. Perciò Che essi 
«aveTano ripieno le artiglierie tfoù solaineatè^di pt^le, colle 
<c quali l'ordinanza folta eòo certa e'iafippeiabil tovvia eia 
M slrfuìciafta; «a ancora.di dadi di ferro, e ^ c|ÌTÌm)pfpx^lli di 
« metaUo fino, alla clina deVa:boeca,.i,qi^li pac^iati dalla furia 
it della fiamma e della palla a giiisa di gragnuola con mortai 
« violenza sì f eniyano a spargere in tutte le parti, di maniera 
« che le corazze non reggevano puntò ai colpi di quelle cose ». 
Gioyio, 5/orte, Xl^m. «51 • > J 

(1) A. Mocenici, I. VI. k, ii. * Guicciard. \U.m. 



DOCUMENTI E ILLUSTRAZIONI 

AL S* VOLUME. 



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Nota dei. condoHiert guerreggìamti in tlalia al soldo, 
di Pienezza e dei'cóftèi'alteali',' 

' M II conte Fraiieefsòa C&niiagii^lti ca^iMfi nostìrtf gené^klé 
intteè 2S0.- '.'•:.!.:/...* .t •■ .:..• ■:,<••!'.; 

il signor di MàÀtoVa^ 4«Mce''400. Pi«tv<y (&ittiipÉof<y, '196: 
Taddeo MarclièBe, lOÒ. F^tà RufiiiH^ ds^ fklaiiii6vdy^8l t^alró 
e Amoneltò, 63. Rittitiri da Perula, 60i hóÀhvkó óe"M%<*t^ 
k)tth 70; Battista Bevilarqua, 56rGlb«aAill^f>Ì!^ss.<Mann6^ 
50. Bianebìifo da P^Hre^'BOw fiuaif^dlBhlJHbiinoj^SO.ScarìoUÓ 
da itamita /401 £òmlMi^db da 'PìeCramalav30.' J«ieó{>o'dit 
Vefi«àaii40. Coiatoforo da Fac^^^S. Lande spesìafCè 1151 
'^tn'CnkfU maggiore, Bemapdtr - Moiìositii, 6é.^Ia€0^ da 
Cn$téliov'26.^-^//t p^^0tta, ^nlétielki di Róbehò 50. Teéiià 
éat Hkntty 20«' laiiàpi» da' FiihìÀato> 15^. Làooe spètìAlef t^. 
^^In Uidine, Oi^vamtì SaàigùfBatAo, 65. — !'f/i Feiifesiàysè^ 
Antoiiky degli Oi»dekfe, lO;)-^//!* /Wm^V Vbladrìttd dà 
Cologna^fó. — fn >/lai^/t»Aì ti Conte Alendas, 45. Lan^^ 
spéasEnte li. Conte Luigi èAV^^me, lance condotte) 26Ó; 
Oréinb degli Orsini, IMiMessei* Pietro Pelacani, 100. Gio- 
vanni da Pomaib, 38. •' ^ ' ' - »' 

Contestabili dèlie FamMt.^M tif^aot di Mantó^, <fonti 
20ail coMe CWiTiagnuòla 210. il Buso da ^ iena, 207;. I! 
Comadchta, 101. Simone Pat-zetto^ lOÓ. Il Quarantotto, 
150. Il Perugino, 100. Masino Scaretto, 90. Àndtéa dà 
Geaena, 8&-Antomol^ daParma, 75; Cecco da Pisa, 75. 
Giuliano da Segnay 501 Staaelino da Montoliveto,' 50. Yen-^ 
tura da Siena'j 50. liètii Wdo LoMbardò,'50>:''Nrccòlò d4 
Caveselmo,' 50. RomanbHo^^ da^Stei^a/^O» Il Grasso' da Vei 
uoisa, 30.' Domenico da Venosa^ 30t- Cavriolo da Segna, 30*' 



Bolognino da Boli^na, 30. Corrado da Barblano, 35. Fa* 
giuolo da Cremona, SOL Botodella da Casentino, 25. Pe« 
truccio da Napoli, 25« Buono da Marostica,^ 25. Antonello di 
Cristoforo, 50. Giovanni di Villareale, 25. Giovanni Bondi 
da Siena, 25. Guglielmo di B^dovecchio, 30. Pace da 
Cometo, 30. Giovanni da Bologna^ 30* Bolognino Grasso, 
30, Nereo da Ginevra, 30. Pa<^e da Verona3 37. Bartolomeo 
da Udine, 35. Balestrieri da Venezia, 100. — Fanti a Ra» 
mtnnf^ : Sfìe&iH> ^ 1^91 3Ai Nìeooià da Polenta, 50. Mene- 
ghino da Barbiano, 30. Giovanni da Sant'Agata^ 35t ìéaso 
da Badici, ;35. Iacopo ;d|i BologMb 30. ì^'mr^ 90. Niotolò 
da Bologna, 5Q« Angiolxiao da' Sala, .50,-rwtf FerfOraz Gio- 
vanni di Vitlafiu^i 10Q. Nani da Bolo^».'SQ« -^/H- Fioemai 
Scaramuccia da Savino» B5* r^A Veronoi BarlolomtQde'PuQ* 
li, 100. Indio M Parma, ,^b^ Barasiiirtto» 3a Matteo .da 
Cotignola^ 26*.BaitolQmeo da 'Bolbgni, 25i. Pietiro da Iikiola 
2&.iGiifQlama da Pì«,25l. Ifionardò Vevl«l0) 20« Baragnano, 
$15. Sulfarfiuita in Poi SteCano da Vkaim,..v40u Benedetto 
da Pescia, 40^ Sbirdisllcito da Trìvigi, 35% Aiutoniò'da Fanna» 
25u Cbiodi«o daJKola, 30^ AiUónio daU' fiirba, 30.-*^ Po- 
i2ppa{ soBAÌn Mto co'provv-editori lOQ^rr^tf Qii9(Uàuxgghr<: 
P^tn^ccìa di falarìva» 50^ Antoo^U^dri Siia»a, 60L G«fipai« 
da Mìmy,.2&*'^in Brcsc6llQ^ ìì Boi^da Si«na, 60i 11 
Cotica 25'fan4i, cbo mancasi 4iare la «loatra» *e iclno«firitti. 
Franco datola» ;i00*<Per9g>oo^ 1.00.. Frainceschinb da Ve« 
nezia, 100. Martino d'Ascoli, 100. Ljligi.daL VeriBiB,:lOO. 
Fraiicepp9i dn Pfltugia» SO. l'Domewco. d^ Ronw» 30. Nanni 
da Siena^ 50. Bidaldo da Bologna 30. Bartolomeo lim Pelugta, 
25* Gianantomp da;Siqiia, ,30. Giovanni dn fiértno, 30. 
Giovanni da Mollerà» 25*. .*' . 

. Cond<Htierifii Fife(f%e.r^lìépìùr À3tdkóoÉfi A^Ctf^^ 
lance AOO. Taziano Fiumano* 12S.. B«mavdo da Psovdnza, 
115, Il signor di Faekwa, 200. Ptietrt) da Novarìno^ 150. 
Calùsio da ...i, , .. ^ ., 40, Jttii^nh» dai F<raa?o; 20»* Lande apez* 
zate 50. NiccQlò.Fortebi a(3dQ, 75* Niodlò da Tole*titio,.400. 



BOCUMBUTIv h09 

lì rtiarthew di Ferrava^ 500. Arrigo della Tasca, 120. For^ 
naÌDo dd Bilnui^ 75« Pietro da Traili^ 2S. Giovaqm Loozino 
da Siacoy 58. Anloiuo Alberigo^ 25. Braceich^ 85 1, 

(Estratto dal Saniito, FiU dei Vuthi di FenezUty p. 990)^ 






NoT4 XVIL (A) * 

(a Parte IV. e. 1. $.TI. p«g. 23). 



Nàitykànta da cénte de CarmÉgnola. 



. • > ^ ^<-\»^ Vvv- 

• eàj^uUàatmxifuihm wmgmfkut àormi Carmignoia '^ ^ \ ^" ' 
conductus est ad servitìa incliti ducali^ damigli ': ' ^ " 

•••■''•■ ' jf '■.•... ' ■ . >■• . li 

'¥ràlidMns/de VideaBimtflioi^ idictns GarmìgiK)ilay comes f.c.^^^ 
OaStrihM^iy et gtnlàaa « iliwatrMiiwa duealis dOfniuU Yencf ^-^-?.s 
tiarUMif Mipitadeus géDeralì%' tenore prèaenlìiim notiwafacio 
uninferaiB ad qtioB presentes m ^ aa mm iL^ (tpaèiteKjn^ cpodiixì^ 
sett raffirmaiW ad'Mi|ioiidi»r mu eervitiafejivdem d^calìs do- 
tfimìi iettiti ' {>è<itis^ modMi) oapìliilis «l lOcÉidiuoiMbus . infrasai* 
ptis, tidelioet?' ' • 

Primo* Qnod'dbbeo battere oapitaiMiituift i^q^ale qua« 
rumcumque gentium equestnuni et pedestriiMir piedicti du- 
cMà 40MÌiiii'|ptie8eatiuiir«tifutiifariin^ ae habctotiuin n dkto 
éouxÀxAo prwrwioiieni^ praiqoa pbBgalt. CÒrcmt iiicere facta 
jiniiorantiiy >cam ^mn^Uffdlgniiatibin) honortbus» premioen* 
tib^ potostaie^ arbilfioiy bei^ay pròwaìanìtoj: t(0ciq>is ; ^t aliìg 
httituttuodi icapit^ùflÌB pertjbentiboay.etc.. Kl mioistrane^ «t 
facére jtts in dnKbns'et crfninalibus infter ipsas gent^^ sicut 
HBclii titt4ifiS'Vìdc^itur, declarata tamen quod, in.civitatì))!^^ 

* Riconosco <]ueslì ddcumedlì datld e'gfoglà Bontà' del di. tw* Lui|i 
Cibirai^fo. 



(| 11)1 )!' 



ff 

et terns Vlidtì ducalis A>mkiit)'iihì eruAtrectoTefe sui tiabeoiés 
merum ét'niittiim rmpenum, dficti reclbres possifit fiicere et 
debeant ]ùs et jiisititia tam io €Ìvilibàs«qfiaiDÌn.fcrì»iiiiiKbtts 
pnD omnibus Qtt^ìs qui occi^rrevfiol in, dìctis, terris et lods, 
exrepto quod de fainilìa raea et conducta e))iquìs alìus qiiam 
ego se impedire non possit. Verum ubìcumque ego persona* 
]iter adero, tam in campo^ quam alibi, nullus possit se de di« 
ctis gentibus equestribus et pedestrìbns dominii praedicti meo 
capitaneatui supposifisi ih «ivilibius velcHminalibusiropedire, 
nisi ego capitaneaa generalis. , ; 

]tem,habere debeo de conducta lanceasquingentasgentium 
armigerarumad Uvs bomiae^ 0,. tres e({ups pfo^quulibet lan- 
cea, ultra familiam meam, prò quibus gentibus mee conducte 
habel)0 Mipéndiitm aiiaratn gonttnn» ier^nisaimir duc^ do- 
minii pi^Hbati. •" ' -i .'..,>... 

Item, foabebo de provisione a dominio praedicto ducatos 
miiie sìn^lò tnensd prd ^iersonài imuriet pro-^apiiìM^nìPigfai tjun 
tempore pads^ qùam'teiaporé'gubrre^ftonoiidp. {aimiliaip^el 
e<:|tiò5-^eo$ 'qttòtiad pnnens:tanbQi>ide qua t»mmi S^miVa^ 
non tiénèof ' fatét'e -tnoAstram; éfuofnrovtsie el simttitei: ^ip^ii* 
diiim: p^ cotiducia metf pcediotftmìbiaelfii8i|i|r.steglltoi9>i§q9e, 
me tameh sèmper babentem unum roiéiiMiiji.m.Wlipfmiipro 
dieta conducta mea, debeatque incipere dict% pn^yisi^ in^ 
ducatòrum naiHe 'sìngiilo mense, di^iiiènd.t npnlis lutiui 
MCCCCXXVIIII. 

Item^ 'quod firma fncaisitper dtto& addos firflia$tiÀfi(|)itiiros 
die priMò 'nicttisir a|Nrifis pnQavm ;'|429».0t.^«Mr.^uos .^lios 
ànfios àé i*es|>éetu ia liWHalè et ad Jkooplaqìtiini^.duQ^Jis 
dominii ' pr^àit^y «d eufos lirfte filièra^ : si 4ifitiAm 4Mi»j^ijyHu 
hòn (ndigeirel aAipliot^meo servilio aut;«(iefplv|s. tidberr^ .non 
vòltét, téneatùr notìAaàre miohi per tdiios' ménset JB^nOjf^*^ et 
sic ego in quantum nóliem scrvictè suis» nmp^ÌMS ii4^ff|s4«, 
teneor per duos menses ante complementura diete firme seu 
refirme notificare eidem dqmmio, remanfentibus tamen sm- 
piascrìptis duobus annis de respectu in liberiate ducali^ 
dominii prelibalL 



DOCUMENTI. 4 1 i 

ìtem, quodoiìmes ei.stnguli armigeri^ quos «go reperì»m 
et de cdero preseolabd prò adimpJemeuto suprasQr]|>te laeé 
condiictey «oce{iteiitijr et scribantur de die m d£em> et de 
tempoi*e in tempua siciit eos presentabo.èt consìgnal^o ab 
hodiemo die in iiiiea officialibua dicti dominii ad hoc depu« 
tatis^ et <)iiod'die eoram scnptioDts et cujuslibet eorurp inci* 
piant>)ucnnn8) stipendium,- debeoque hubere pro iilì^ armit 
gerid qu06 repemm et scìribcre volam de tempore in fempus 
in dictài tìodduda 4id rktiimem ducatorum quinquaginLa.:pi'0 
làncea per prestapiiliaiiiy et ducatos decem: facta scriptione* 

Iteni^qnod.fiit in' arbitrio meo in dieta oonducta mea fa- 
iniliares quol volueroy at paucìores, pagios quam ordines. dicti 
ducaHa. dominii disjpQCìunt^ dummodo scribeiie faciam é({w^ 
et iamilìares: idoneo»^ et quod non tepeor scribi Tacere nor 
mina fMgiommi: 

Item^ quod. michi et ooiiHtiye sive coodnele niee iaón posv 
sit fieri monstram plosquam semel in roenae, et quod post« 
quam^'niiohi notificatum fuerìt habeam terminum dierum 
trium ad ipsam faciendum^ et si conljgerit monstram plus ' 
uno mense difTerri, quod defectua qui in ea reperientur, iion 
siufc nisi prò. uino mense tantum, 

Item^ quod aUquis caporalis vai saccomaniUs. non teneatuir 
portare Yei consignare ad monslram gorsarinum et d|kgam> 
ipsis habentibus reliqua ar^na. 

It«ift„ quod àliquis armiger» famulus, vel equus de sociie» 
tale sivecoiiduota me^^inoApos^it cassavi» nisi de voluntata 
mea, sed.possìm ègo.icaiitsiàte.et i^emÀttere^augeréet dùai* 
nUere soeiatifaiiisr nmé nu^ierum equopm, prout roicbi vi* 
debitar. 

Itém^.si contMgatialiquenx famiiiarem aot equuAi sodeUi« 
tis sive Qondficte fn$e mori^Aigeife.vel fibdaoi, quod habie9m 
tenmipiim 4ienun XV ad renkHteiidum<fijnealtquaperditioD0 
stipendii^ ì it'.i.- • !'■'•• .-•'".. 

• ^tgn> > . ■ q w fflig g y Minque . contig^rit quod fan armigeWs .aut 
ij^iuili^ùbw^ ;$fl^4Hatis n4ee|<«t aliarilii9SCH:ÌQt«kin)i^ge»tiijua 



kìi PAATE QUARTA. 

SdppoliUruni capitaueatui meo^ csutom vel opportunitatem 
faabeanl; prò eorum agendis a iiib «taùtìis disoedendi) si ipsì 
taleft armigeri aat faniiìiiares ftiabadnnt liceatiatit a me, seu 
a rectoribus et èfficiàlilM» dicti dertnnii, non perdanl stipen^ 
dium prò illis diebus, prò quibus babuerinl licentìaiii,.etab«> 
setutes fberìiit a servitila suis, dummodo non exeanl de terri* 
toniis dominii precfictì; sed si ire veUedt extra tsrrkorìa dicti 
dommii prò atiqUibosopportUB^tibiusuis, possinthabere 
licendam a me^ seu a rectonbustet officialìbus. dioti dominii 
per dies viginti^ tamen suie peri'ditiQne' stìpeDtdiiy sed abinde 
supra perdiMkt'StipcIndiuRi, hoc ìatneti excepto^ qnod alicui 
ex coaddcteriis dieti doraini» non. posrit concedi lìoentiam 
eoatrìi in aliquas partes extra: tarritorì» dominii prédicti per 
aliquem alium quamr per domummi preiibaUim* 

Item^ quod in illis locis et terris in quibuatoontiHget «ae, 
et comìtfvata nièa«n :allogiari^ possint armigeri^ ftuniliare^ et 
rti^atii iw$i l^re- causa spatiandi^.absqàe bullono» - 

Iteti], quòd coihitiva mea in tcfrrÌB iti qikìbw eani'idlogiarri 
oobtilfgaty custodias fàcere BOI» tencnfiun 

keAi, >quod . captivi quod caperei*-, me solfi '■■ mer, et :simi« 
liter omnia bona mobilia que Indhareniiir^ mt mea, deda* 
i^ando qùO(d dvìtates, terrea castra^^fortiiìma, et loca, et muv 
ditiones ipsat^nn eivilatum, eerrarum^ castnorcnaj fèrtiiiciorum 
et locorum, que lucrarentur, èaperentur» vel aquirisrenttir, 
skit ' et esse debeìain • duca)» domii»i prtsdidli ^ >e»eeplift fliis 
ttiubitionibu'S, qtte- fbrtasBe^pon^faiitur ad «iiadMwn«itt. Ve- 
rtMi si aliquts doadnus tieiire, v«l altqais e}tiS' fiiios, 'sive- lilit, 
frater, aut 'fratres * caperentury teui^r ipsum^et ìpsos dare dì* 
cto dominio prò talea, que sit conveniens et hones^s sed 
fiat per dicfttm -donliuiutn notitia miohi^si^WB'dietum domi- 
tliuitt vòluerit infra 'tei^minum dierum XVpofetqiiam sib ino* 
thiieatUA fnerit, ettnMSMrtiidKctis XV diebds, habeat fermi* 
num, si eos voluerìt, solvere taleam impositam qae sit* bo- 
Àesta ut supra ixifnì ali)9s ILh die8;'C«piiìiikèo8 'amem et alios 
«eiiductDres '^ 'fek»ufit bastonÉm «I caperentar-M supra, si 



ooGuicEim. 413 

eos Toluerìt, prò illa talea que sk conveniens et honesta sibi 
dare et consignare sìmilìter teneoi^ cum condìtìonìbus et ter- 
mina suprascrìptis. Rebellibus auleoi^ et proditorìbus qui 
caperentur possum et illi de socìetate mea imponeiae-taieam 
et «un exigere. Vermn ù eoidotnioHim volusiìl) advi{»bit 
me infra terminum dieriim XV ut fiupirai, et exin'de cum mo- 
dis, terminia et eonditionibiifi aiprascriptis jM^v^tur per di- 
cTum dominium talea illis imposita, que flit ratiooabilis et 
honesta* 

Iteiti, deliieo et teneor cinto eoMptm nte» «ve ^ondiictà 
eqnitare simul et divifiin ad oinoem iocwmiei^arteHi.sicnt 
faerk oppo^tunnro, et, siciit videbkur dicto •donnno. > 

Item» non po$8Ìm, nec aliqui» de famiiia et aocietate mea, 
convenir! prò aliquo debito con ti t ic to ataleqoam' v en ii ie t ad 
stipencfia dicti domiiiit, donec siettomt ad 4àtìtA ttàpeudÙBt, neo 
per dttos menses postquam tasmhMnitt - 

Item, juravi, et sic jurare debent sodi mei, non esse ne* 
que ire cotitrd dictum dbminium^'neo contra loca saani ali- 
qua p^rle per tempus ettemiinum mensiunii set computane 
dorum a die quo cassns et cassi fuerìnt ab eodem doininio. 

In fidem autem et robnr preraìssaFriiin mandarit prefatas 
magnificus Comes michi Jacobo -Michaelo de Yenetiis can« 
cellario suo, ut in presenti folio capitula suprascripta cum 
quibus ad stipendia prelibati incliti ducaiis dominii Venetia- 
rum se rqfirroavit scrìberem, et jussit suo solito sigillo oom- 
muniri inferius* 

Jacobus cancellarìus. 



414 PARTE QUlK-n. 

NoTi xyii. (B) 

Nolificanza del doge Francesco Foscarini, 

Caputila eum (juihu$ litustrissimufn Ducale Dominium 
■ " ■' > condurti ^d suf€ servUia 

magnificnm còmitem Carmignólàm* ' 

Nos Francìscus Foscari, Dei gratia, dux Venetìarupd) etc- 
Nbtum'faeimus tenore presenlium'. uiiiver|Ì6,<f|«f()4 Sfsrvfltis 
consiliorum noBirorum soleronìtatìhus opportuni» ooudMxiipus 
et firmaviiiius seu raffirmavimus. ad stipeqdii^ «t serviti^ no- 
stri dotnioil magoificum cònait^rii Franq^^pmu dictum Qir- 
mignola de Vicecomitibus^ nojHlein ctvQiQ iioitriiija dilec^im» 
omnium gentium «lostraruin 9rmigf)n)raii|.cs^p)MiqfMKp gene- 
ralem, cum pactis, mpdis, capìtulis et con4itionif>ufi infii^iiscrir 
ptis.vìdelicet: ; , * 

Primo. Quod ipse maguificus cornea Gannigiiplay babeat 
eapitaneatum geciecaiem quarumQurn^ue^^ntiuin eqitestriuin 
et pisdestriiiiDd nostri domimi pne^eotiiim et futucarfim a£ ha- 
hentiufi^ provifiiionem a nostro df^^pio, pro>q[ua,provi^ione 
forent obÙgati Tacere facta arropr^ifi^ qt^ etc > 

i.$egue,la ripeti^^io^e di (tiffi ijo^piloli riferiti nel do- 
cumenio anteriore). - , . . .r 



' OOCOMBNTI^ 4IS 

Norpi/XVII. (C) 

(à Parte IV. e. I. §.111. pag. 25> 

Diploma concesso dkUd Signoria 4< F'enezia 
al Catmagnola» 

Franciscus Foscarì^Deì gfatiii, dux Yenetìaruin etc. Magnì- 
fico nobili civi nostro ,iiìl«cto Fraiieìacb^ disto GaRmi^oN)!!!) de 
Vìceconiitìbu9, corniti ^Clarìt €l GastrìnOm^^oiDiiiiiiiì. glenlivm 
Bostranim armigeràivm ca|>itanìaoigencrf»H,9alutem eishic^re 
dilectionis afibctum. — Ut et Vestre Sf^gmlici^tii^ et cet^ns 
omnibus per rerum experièntiam innotescat quantum fides 
et sincerìtas nostra vestraque magnifica gesta: uQbifnostfoque 
donrinio anni àccepta, tàxfa» nòstram mugnificeHtiaaa mi^ltis 
modìs ÌBtèil%atis, oltrarceteros honor«S| con^essioiiefy et gra* 
tias vdbìs'liaoteiius taai . libeb^iiteir' quoi» Jit>eQter x^dultas^ 
hamm sienrip vestire MàgBÌficentie.poUicemur, quod si terr^s» 
castra^ fortilicia, poasessioneày«t bona^ quas .et que teoebatis 
et posstdebatisf in Lombardia ad manus. noslras no^tiiqi^q 
domino^ ac. ii^ nostra poteàtale coatitaigerìt df^v^nire, illa^ .e{ 
ili» Tobift dafainAusittd knodo quo tenere coiQSueyistis^ cum bac 
etiam arapliori condìtkwie» «quod iiiii et beredes masculi ler 
gittimi fratns veatrì de legittimo «matcinnonìo; p^ocrea^ s)C eo- 
nim deseebdéntesr masculi legìttimi (9tMtn de legittimo matrU 
monio pròoreati venire poasìtot ad suecf^sionera predictorum 
Intnorum, que, ut pròlerUiry in Lomblupdia possidebatis. — 
Data in nostro dumll Jpalatio, die primo loensis martij, indi- 
ctione VIL MGGCGXIYIIIL 

. ' ' ' • 

(Ex libro XII Commemorialium ad'pag. 67 et seq.)* 

* . ■ ' ' • ' . ■» 

> 5 ' . : ' , . ; . ..... ...; ,, . , 

•- ' . •> . . L . . . 



4i6 PàRTB QUARTA. 

Noti ItVlll. 
( a Parto IV. e. II. . §.. f;. p. 50 }. 

Religione dei P'enturierL 



/ CapiiMni -agU stìipendu di Pisa' dòpo taequisto di Lucca 
fiondano la cappella di S» Giorgio nel duomo eli Pisa, e 
ne danno U giuspatronato alla funiglia idi Dino della 
Rocca (p. 400^401). 

In nomine Dòmini, Amen» 
M Cum peir Maanadam UltramfOiMi&nam «t Italkinam ab 
equo, ad laudem et neviereniìam onimpotentis Dei' et beate 
Marie ViipnÌ9 iliatrìs ejus, et beati aikcti'Georgii^iib vora- 
buio et nomine edifieatum et factum fuerit in majiMri ecdesta 
$. Mane de Pisis unum aliare ad etemam rei mémoriam prò 
Victoria per dictain^ masnadam habita centra emulos Pbani 
Communis, tempore obocKonis Lucane civitatìs, et prò re* 
missione peccalorum Stipendiariorum PkantCoamnnismor* 
taonim tempore diete guerre^ et dictiim altare «• Georgii 
nullis sit doctatum 'possessionibus, ex quartmi-fmciìbus nuU 
lus sacerdos possit ibidem ^[teotidie dtvins ufliHa celebrare 
ìnore aKorunfi akarium cappéiiunarnm : endtmtnnn in di» 
età majori ecclesia: kkirco t>* Seaptis de Stwlaribus, D* Gar- 
linus de Redicibiifl, 'D. Oliverios' de Cetona, D. Oseech, D. 
Perus, D. Jannoctus de Golónia^ Franceschious dfe Fràn- 
bach, /Curradttf^ dictus Brunellus de Gattis,. Qspoldus Bon- 
com, Nellugius de Scolaribus, comestabiles ab equo Pisani 
Communis, prò se et prò omnibus et singulis eorum sociis 
de eorum banneriis, prò quibus et quolibet eorum de rato 
promiserunt ad ìnfrascrìptam poenam, ac etìam Lottus Capon- 
saccbi, Cappone et Fuddinus Marchiones de Massa, et Pac« 



dus Fensì de Prato stipeDdiarn ab equo Pisani Gommunls, 
volentes de dicto Altari egregio militi D. Dind de Rocca gra« 
tiam Tacere etc. ...'•.- 

*• Actam Lucae io Logia Turris Gustodiae Castri Auguste, 
presentibus ser Pancò de aaaìtto GasfiaiiOy Rettore et Ca- 
stellano dicti Castri, Nero Fensi de Prato, et Bondie et Ru- 
betta D. Comìtis Ranieri * testibus ad hoc vocatis et ro- 

•» PoBtefa f«ro suprallscriptis «otiis et iddktionej*dìe c^iiarta 
martii, D. Henricus Aldei^ ptt> se et jlrO' Aitneiliad A^er ejus 
gemiaao, D.Conyias^e Yekttqb> ])MlaS'9«irtfeiM)s et lUtial- 
dus de StiecMno o>yneiiaiiilèa «b eqtio -Pbuni Gohuìiimms, 
Bimiiu» prò ^evputtfet prolMiiifiKjiBiìi eorfat» podis* el éorom 1k- 
nerijs^pvo'^tttbwietiqiidUbét éèiradi dètMO'pv^sevttntyvisa 
et intekecta fiipMsor^u donadotieMie^dMiocgaiob^ fbeta au- 
prascript» D. Dino per suprascrìptos Ultramontanos- et Ita- 
Jianos de suprascrìpto altari S, Ge^rgii^posito in suprascripta 
ecclesia sancte Maj::ie mfi]onSj ip^am.donatipnffin.et conces« 
sionem eo modo et forma, ut sùpra per omnia continetur, 
ratifìcaverunt, confirmavenmt et appr^baveruat. Et in testi- 
monium promissorum, eorum sagilla bine inferius impres- 

serobt»» 

Loco sigillorum'\^'\'\\'\ • »' ' 

A' queste nota pure si riferisce V instrumentd dell' A. 1401, 
eoi C[uale, Bernardonus Bernardi de Serris' àapitaneus gtn^ 
iis àrmorum Communis FlarenttfB^ dona fior. 200 ai Pitfdri 
r>omenicani di 6. Maria NoveMa, accioccUè ogrii jgiMio in 
per|>ettto gli facciano celebrare una mesàkr fét Mfihfgio del^ 
l*anim» propria e di quella di Antonio '^uó frktHld.' ' 

(Protocollo di ser Paolo di Piero Banderaj, cit, dal Mu- 
ratori, AnnoL alla cron^del PUtL) 

* Forte il coat« Kaoiert da Donoratico. 
rol. III. 27 



418 PàUTB %l7AjftTA. 

Nota XIX. 

I 

. . (a Farte IV' e. 11. §. V. pafr. 72). 



Marin Sanuto ( Vite dei Dogi, p. IQBS, R. L S^ UXXII) 
colla sdita aòcuiralezza ne dàja nota dea condottieri die 
guerreggiavano in' Italia nell'anno 1A59. Noi qui la rippr- 
.hliatisoy quantunque pk i!^Hibblioata. dal Sisoiondi» polla 
, ^nedesiina cagione per dai ubbiasso jrìpoitató qiudla del* 
^'.l'anno 4427»e riporteremo m'àkn- sonile dell anno 1483: 
.. .eioè come' documenti dinetti delle eondiwtu e d^i prò» 
• .gces6i: deìt condottieri italmi nel XV secolo. 






A. 1439. 



Nota ad cùndòttieri guetreggianti in Italia. 

Papa EuGEPTio iv 

Il cardinale Tarentino ..••.•• cavalli 600. 

Il cardinale Capuano • « • « «. ^ • • • ,. 400. 

Il conte deirAnguillara 400» 

11 conte d'Apversa . . *, • i. ♦ , . • ^ •,, GOO. 

Don Simonetto • ,• . • . • . » ^- . « 600 

Don Paolo della Molara • . • • • • » ' • • • 300. 

Don Otto dei Petti ...,,,. . • . . . . 200. 

Don .Gasparo di Cayadolo • \ « • ... . . • . • 500. 

Don Antonio d^ Rio • •••.... . . . .. 300. 

Don Gabriele da Roma 500. 



Sommano cavalli 4200. 



• 



. . SlGHORIA DI V(9S2$IA'. 

11 magnìfico conte Francesco SforSBà capitano 'gene- * 

rale ; •.••.•> téivaili 4000i 

Il signor Michele di Cotignola v .'.'*.' . . lOOOi 

Il magnifico Gattamelata • . . «-••«'•' • iSOO* 

11 signore Taddeo mardiese • v % % % •' • • 1000; 

Don Cristofaro da Tolentino •• •.'#.■*'• ; ^ 800i 

Don Pietro da Navarino • > . - «r « • • • •.- - SOOi 

Don Giovanni' da Tolentino •• -. -. •• 'k -i l '.^ 500. 

Don Giovanni di Malavolta '• . ' •* «''..•• '• • 500» 

Donlbetto . . ;• .. '..'•' . . \ ^500; 

Don Gavalcabò . * ' .' . . •' . • . . ''. ' . ■ 300. 

Il Conte Dolce •• •• •. • > . . w - j v ''. • 400, 

Don Scariotto da Faenza •• •• •• • •. ^ ' % .' . 300. 

Don Guido Rongone . . ■• -. *. •• •• *• '. v 300. 

Don Bartolomeo Colkf^ . . # . ; • '• ; -. * 400» 

Don Iacopo Catalano •• -• -w- ".' I • . .^i. '. '300. 

Don Pietro dèi Testa •. •. •. i * . • : *•. . - 200. 

Don Pietro Tordlo -da -Prato . •• . •. •. i * l' 200. 

Don Niccolò dd Brescia % . -4 •<• » •' .> . .' '50Ò. 

Don Cattabrìga •• •. •. •. •. •• •*• •.'• • .' * '• 400. 

Don Giovanni'Conte. •. •. •. . : * ^" .•'*4 ' •• '.'• AQOi 

Don BaWone da Tolenlino . * . '. ".• .' -> . • - 300. 

Il signor Binieri . -. •. •. ■. •. •. •.' .- 'r".'' .' 600. 

Il signor Sigismondo •. •. . •. .* i ' J j '. • '* 500. 

IIsignor-Domentco •• •. •. •. •. •. •• •. -' "." v 6001 

>* > '< I. ' I . . t' ) Ini.. 

Somn^nò*cW€UU 'i16,toa 

Duca di Milano 



• ' ' . ,1 • 



Il magnifico Niccolò. Piccinino, capittnn^ genL èavédii i250O. 
- 11 marchese di Mantova r . .. . vi 500. 

Dn riportarsi 4000. 



%f# PÀMTt QCkKtk. 

Somma reirOf cavalli 
Il signor Luigi da S. Sevék^no 
II conte Xaiì^p dui V^nn? 



;.t; 



••••••V 



Aon Bono di Ferrara .• 

Don Taljano Furiano • 

Don Antonello da Strij^ 

Don Busticino. » , , 

Don Francesco Piccinino 

U signor Domenico da . 

U signor di Faenza ,. .• . .• .• « • • 

Il si|nor.figUuolo di Bailardino ^ •, . « • 

Vi Cónte .Carlo, figliuolo del signor B.ra(;cìo 

Jl conte .Pietro figUtiolo d^l <y>nte d'Ufbino 

Il figliuolo di Crìsto&no .- .• • .• .• .• 

Il signore Stefano .. .. .. .. .. j»...*,;.. 

Il duca d'Atri^ ...... .. .... * , 

li conte .Trpio.e il cpnt^ Antonio d^lbl.PiQrgol 
}1 figliuolo di Cecco lilattal^ns^ ,. 
U figliuolo di GriQvaQni Ziulo .. .. 

]i>on: Sin^or^llq .... . ,. .. • 

Il figliuolo del signor .«....«• .• j» 

Pon Niccoli» Ouerroro • .. .• • 
11 signor Giberto .da. G4rpi .• .• 
Pon Rinaldp (^ Mon|d Alhottp 4 
Il signor AUnona^Ezo .. .. .. .. .• 

Don Dopino da Parma. .... . 

Don Scaramuzza.. .• ...••. 
Don Giamnarco da Castel Nuovo 
Don Battista da Campofcegoso • 
Don Belmanolo • • . . • • 
Don Pierino Turco .' . . . . 

Don Giovanni Bnonlirottò • • • 
Don Sacramoro 






4000. 
1000. 
1000. 
.1000. 
lOQO. 

500. 

400. 

600. 

600. 

500. 

300. 

200. 

.2oa 

5P0. 

>300. 

100. 

150. 

2oa 

100. 
300. 
500. 
200. 
300. 

ioa 

300. 

ioa 
ioa 

200. 
200. 
200. 
200. 

s»a 
3oa 



Da riportarsi 15450. 



Somma retro^ cavalli 15450, 

Don Antonio Zepo 200. 

Don Renzo Colonna- «««««. 300; 

Il «onte JLazaro « « « ^ * ■• . • ..» . » li» m ■ ^Oi 

Il figliuolo del conte. Alberico • .«.«..• , 10Oi 

li conte. Francesco della -Mirandola .. -4. .1 «> <;« . <• - ' 200i 
li figliolo di Orlando Palavicino . «.•.«)»,■,..;•... 100; 
li si^pior* dL Correggio « ^ <• • .• ««1 « .«) vJ> ,«.; .100* 
Iiance spezzate •• »• •.•.•...* ^i <. u ìi» >.'è - • ■ ' €00« 

La fiimiglia del duca • .< « 4 . . . %0ù^ 

Don' Annibale Beotivogli • • • i-<. */ . .^200; 

Don- Obizzo da Carmra .• .* .» .• i ! •! . 10(X 

Don Zarpelone .• .• ' «•.•.;• • • . 200* 

Don Beuiarda Verzo « • « « ^ #..i),,rf .«. . - 200» 

li Signore da Pesaro .• .• >-i - «./*i'^> lOQi 

li signor Fermano < * '• 1;^ lOOL 

Don Moretto da S. Lazzaro e» J: i^.m* , 200. 

Don Coronato. « « «. ^ ^ « .. m i»!. v. . - • : 1p(X 

Dob Marco. Visconti.* ^ : •• :) .'^ ' «: . A00« 

D<m Visconte .. «.•...• .•> .é' '«' '^ «i ;'. -tu • 400l 

Sommarne, <iavMi 19,7501 

S4i«»i ■.•'.')■.. 

Don! Ardizzone da Carrara , . . cavaUi 4001 

Don- Antonello dalla. Stera. .«:•<». . ... ^ . 300. 
Don Renzo. Colonna.. * . . . • ' • ...... '300» 



'{ 



« Sìammano caifatli AiSQO», 

Fiorentini . 

Don- Pietro .Gianpaolo Orsini < • • • • ca^Mik 1$00; 

Don Agnolo degli Agnati 600. 

lOoo Bernardo d'Atri 600. 

DonBaidazzo 300. 

Sommano eavalli 3000. 



US PARTE QfUKIA. 



i 



Alfonso d'Aragona 

Il signor Orso . • cm^alli 2000. 

Jl pi4ncipe dì Taranto •• « ^ ««««•• '• 1500* 

]1 duca di Sezaa ........... « .: 1000. 

E>0B Antonio 6 Raimondo' £aial>PÌo . '• • . .• •• 3000; 

Don Cristoforo Gaetano . • • : « •' . ... * 4 > % 600« 

Don Luca da Castello • • « ^ « « • . . ..- 500* 

Don Rizzo da Monte Laro . •• » • . 500* 

Don Menegazzo dall'Aquila . ■• .. . • • •■ * : .600. 
Don Lodovico di Michelossi •••.••••. 600. 

Il signor losia ««.•«. 400« 

Il conte di Campobasso • « «> AOO. 

Il conte di Montorio . • « • , •... • 600* 

Il conte di Casertar ••.••• '4 •••• 400. 

Il conte di Nola ^ 600. 

Don Marino Bosso «.»•«• 400* 

Il principe di Salerno « « ^ . » . 400» 

Il principe di Capua .••••...••. 400. 

Il fratello di Stefano Colonna • • . . ^ « .• • 300» 

D<Hi Pietro Megla 300. 

Don Giovanni Cossa •••.....•• 300. 

Il fratello dell'abate di Monte Casino 500. 

La contessa d'Arci • .. . ^.. * . • • . • • 500. 

Don Ferrando Spagnuolo.. .... .*• . * •• 400. 

)1 figliuolo del conte Antonio da .Pisa ^ • .. . • 600. 

Messer Michele da Ischia ......... 300. 

11 conte Antonio da Ponteadera • 200. 

Il conte di Celano •••••••«••• 300. 

11 fi^iuolo> del gran siniscalco •'. « • % .' i 400* 

Sommmn0 cadili 17,800. 



DOCUMENTI. 



HÙ 



Renato d'Ai^giò 

Don OUoUdo Goìauo •••»«•« cavalli 400. 

11 duca di Main 200. 

II conte Paris di Calabria . . 200. 

Don Cesare da Martinengo AOO. 

Don Alessandro « .... ■• .600. 

Don Francesco Sanseverino 400. 

Don' Iacopo Carnio . .*•••• ^ .,.' • 600; 

Sommano cavalli 2800. 

RIASSUNTO 

Papa Eugenio IV ........ cavalli 4,200. 

Signoria dì Venezia •........:. 16,100. 

Duca di Milano 19,750. 

Siena ............... 1^000. 

Firenze : . 3,000. 

Alfonso d'Aragona 17;80O. 

Renato d'Angiò 2,800. 

Sommano in telale castedli 64,650. 

Da questo specchio si ricava adunque, the nell'anno 1459, 
non fatta ragione del duca di Savoia, dei marchesi di Sa« 
lumo e di Monferrato, e dei Comuni di Lucca^ di Genova, e 
di Perugia, noveravansì in Italia 64,650 uomini a cavallo, 
divisi sotto 170 condottieri; sicché mediamente ciascuno di 
questi aveva sotto di sé 580 cavalli. Avvertasi, che dei làuti, 
come di gente dappoco, non si teneva ancora conto nella 
estìroazbne delle forze degli Stati. Avvertasi eziandio al ti- 
tolo di l>o/i, attribuito digià alla maggior parie dei condot* 
tieri; quatitunque appena da- quattro anni la dominazione 
aragonese si fosse introdotta nel regnò di Napoli. Ma la 
vanita umana non perde tempo ad arrogarsené i titoli ed il 
fasto. 



-Kl 



Nota XX. 

(a Parte IV* e* IV. §. IV* pay» 458> 

A. 1448. • 

jéiioldcanento del marcbes$ Guglielmo dt Monfermìù. 

il presente contratto di assoidamento inèeme cpn àkmi^ 
altri inediti o rari, che riferiremo più sotto, somministrano 
in compendio la misura esatta delle relazioni, che nel xv 
secolo passavano tra il prìndpe e i condottieri. Ci siamo 
indotti a ristamparlo, a preferenza d'altfi ineditij come 
assai più di quelli chiaro e compito* 

. . . < . 

; w £ prìmo^ il predetto illustre signor Guglielmo per lì 

presenti capitoli si conduce ai servigi, soldi e stipendii del pre* 

detto illustre ed eccelso sig. Francesco Sforza ecc. con la con« 

dotta di lancio 700 per tempo di otto mesi f^rmi e continui^ 

cominciando il di primo del mese di novembre 1448, e con 

riferma di altri otto mesi al beneplacito di esso illustre sig. Conte 

Francesco con provvisione di fiorini 6600, ciascun mese, a 

ragione di soldi S4 d'ìmpa*iali per fiorino^ per la soprade» 

scritta condotta; E con la condotta di lande 700 e fanti 500 

promette esso signor Guglielmo di servire :il' sign<tt' Co»le 

bime^ dirittamente e fedebneale, sènza, eccezione, acusa o 

contraddizione alonna, ed obbedire ogni oom^daaaeBto del 

predetto illastre signor Conte conforme al suo potere^ 

/te/n, promette il predetto signor Guglieimo ai predetto 

signor Conte, che ae per lui o per quelli di sua compagnia si 

pigliasse alcun signor capitano o. condottiero "di gente d'anne 

o altc'uomo di dignità o condizione ¥-*/<<m^aLeuno altro che 

fosse ribello o bancSto dall' ficceUeoosa di detto signor Conte^ 

lo consegnerà o farà consegnare in mano di esso ai^ Conte» 



DOCUMBNTI. 4S5 

e de'fiuoi maodiM^U pagando però esso signor Conto la ta^ 
giusta ed onetta .che quei tali o tale dpvevano pagare» 

JUm, proioette il detto signor Guglìelflio ad esso signor 
Conte, che duii^nte il tempo della detta ferma non terrà pra* 
tica con alenai Signore» Comunità, o Signorìa, aenia licenza . 
e saputa di détto signor Conte. Anzi tutto quello che sen* 
tisse che fosse per alcun modo contro k penoiia o Stato di 
esso signor Conte lo notifichi fedelmente a S. £• 

lt£m^ promette il detto signor Guglielmo al signor Conte, 
che finita che avrà la detta ferma o rìferma, avendo luoge, 
non olènderà il detta signor Conte, uè suo Stato o genie 
d'arme da cavallo o da piedi per alcun modo pubblico ni 
pi*ivato, per termine di toe mesi. 

Et e CQfwersOf il predetto illustre signor Conte Francesco 
Sforza aecetta ferma e conduce il signor Guglielmo di Mon* 
ferrato* eoi* eec*, con questo che di due mesi innanzi il 
fine della ferma, esso illustre signor Conte debba avvisare il 
dettQ sigiK>r Gugtiefano della sua intenzione, e non. avvisane 
dolo si intenda .rìfièrmo con tuCfi i patti e coBvenzioiiiy che sui 
presenti capitoti si contengono. 

/fom, promette il signor Conte al signor Guglielmo per le 
dette» lande e fanti di dargli per provvisione mensuale du- 
cati 6600^ di quei ducati che S. £. è solita di dare e dà a 
suoi capitani e gente d'arme, e promette fiurgli buone sette 
paghe deUa ferma > ed altrettante della riferma, avendo 
luogo» 

ItmUf promette il predetto sig. Conte Francesco di dare al 
detto sig. Gugliekno,per prestanza, per ciascuna delle dette 
lande» ducati 40, di qud ducati soprascritti. E per dascuna 
paga dei detti fanti ducati dnque, e fargli sborsare di pre- 
sente ducati 6600, ed il resto in calende di aprile prossimo 
che viene; la quale prestanza si éàtbe riscontrare nella detta 
provvisione mensuale. 

Itenif promette il predetto signor Conte, che caso, che for« 
nitn la ferma ti detto sigoer Guglielmo restasse ad avere dal* 



426 PARTE QUARTA. 

i'E» S. alcuiM parte delle dette provvisiotiì^ lo paghedi del 
suo servizio interaineóte, ovvero gli farà buone assegnanotii, 
e tali che merìtamente si potrà contentare; ed il simile pro- 
mette fare nella riférma, accadendosi rifermare. 
• Item^ promette di prestare ogni favore, diuto, sussidiò in 
far avere al detto signor Guglielmo' ìi resto' d^ suo servizio 
dall'ecceka Cemqnità di Firenze del tempo che è stato al 
soldo dì quella iUustrissima Liga. 

Ifemyprometteil signor Conte Francesco Sfarsaeccinogm 
accordo che Egli facesse o farà coi Milanesi, altri Signori 
o Signorìa, che avrà sempre raccomandato lo Stato e il 
bene dell' iilnstrissimo signor Guglielmo^, ecc. 

Itent, promette il detto signor Conte al predetto signor 
Guglielmo, che essendo rotta guerra al predetto^ ilhistre si- 
gnor Marchese di Monferrato, per afcuna potenza convicina 
ò altra, bisognando, sua Signoria sarà tenuta a dare e darà 
Ucenza al detto signor Gi:^lielnto con tuttaf o parte delia 
Compagnia, secondo il bisogno, per «ndare alla difensione 
delle dette terre; e di piii poi^;erà ogaf faviMré ed aiuto, 
emolumenti e sussidii possibili per ccHiservazioniB deMé detto 
•terrej ecc. 

Zfem,. promette il predetto signor Conte' Fitincescoe vuole 
che esso signor Guglielmo con tutta la Coimpagnia sua, con 
lutto le. robe^ panni, armi e beni loro, possano stare, passare 
e ritornare per tutte le città, torré^ castella, luoghi, passi^ 
porti e ponti di S. E., senza alcun pagamento di dazio, pe« 
daggio, bolletta e gabbia, come ^li altri capitani' e' gente di 
armi sue; e di più che esso signor Guglielmo e tutta la com« 
pagnia sua debbano godete di tutti i privilegi, ptierc^ative 
ed emohnnenti che godono e gàderaimo ^i*^itri capitani 
e genti d'armi di S. E. 

Ue/fiy promette il suddetto signor Conte, che niuno colla- 
terale od ufficiale suo, ne altra persona chi sia, eccetto FÉ. S., 
si possa, né debba impaludare del detto>9gnor Gugiifelmo, dò 
per altra causa che voglia si sia^ eeoettom crcmMC Itese ma^ 



jesiaiis; anzi la obbedienza» cogi^iziDne e ponizione deìmoi 
delinquenti in esso signor Guglielmo. 

item^ ^rom^le e Tuole il detto signor Gmte, die il pre# 
detto signor Guglielmo possa condture liberamente e sicu« 
ramente nella detta sua* Compagnia da cavallo e da piedi 
cpialsivoglia persona, di che :condnDone sr voglia^ eccetto che 
fosse ribelle e bandeggio dalla E. S. * . . . 

Iteniy promette il predetto signor Conte ai luoghi e tempi 
congrui di provvedere al detto signor Guglielmo e Compa- 
gnia sua, così da eavaUò come da piedi, convenienti allog* 
giamenti, strami ed altre cose opportune, secondo che farà 
alle altre genti sue. 

Jtemy promette che volendosi partire alcun condottiero! 
uomo d'armi od altro dalla Compagnia del signor Guglielmo, 
tanto da piedi come da cavallo, non gli accetterà né lascierà 
accettare da alcuno suo capitano o condottiero, né altro, a 
cui S. E» possa comandare, contro volontà, né senza licenza 
del predetto signor Guglielmo* E versa vice egH laón toglierà 
quelli della Eccellenza del Conte, né de'suoi altri capitani o 
condottieri senza licenza sua. 

J/mt, promette il predetto àgnor Conte Francesco, che 
finito il tempo della ferma o rìfisrma, accadendo di noa rifer* 
mare esso signor Guglielmo, possa mandare suoi cancellieri 
od altri messi speuali^ che gli parerà, per curare o trattare 
suo avviamento; e di pia per libito partirsi con la detta sua 
Compagnia rosi da {àè, come da cavallo, e trasferirsi dóve 
gli parerà liberamente e speditamente senza impaccio, nò 
ccHDtradizione alcuna* 

JUnif promette il predetto signor Conte che durante la 
ferma e rìferma, e similmente poi la detta riferma, esso si* 
gnor Guglielmo e tutti della Compagnia sua, co^ da cavallo 
come da piedi, saranno salvi e sicuri neUe terre e pertinenze 
sue con tutte le robe loro; eccetto che se foìMero rdielli, o 
banditi dall' E. S., ovvero trattassero contro lo Stato o per* 
sona della predetta S. E. 



48S PAI^TS QVARTà. 

Ma fìnafaneate le dette ptrti, videUcei FìUdBtre>ed eccdlso 
signor Conte Francesco Sforza, ed il suddetto illustre ^gnor 
Guglielmo hs&no promesso e promettono Tobo. all'altro^ e 
l'altro all'altro, sotto obbligo j eoe* 

Dat. in felicissiniis nostns predicti illiistris et eccelsi DD. 
Comitis Francisci S£brze ìa vihi Gusolatì die pfiaio nòvenH 
bris1A48, . 

Frangisgus Sforza mona propria^ etc ' 
GnueLocus D£ Monferi^ajo manii propria, etc* 



Nota XXI. 

(• Parte lY. e. VI. ^.V^ pag. 230> 
A. 1483. 

. Nota (fei Condo^tìm guerregginomi m Lombàrdim. 

Genti delia Lega. 

L'iUustrissìnÉO'Don AHbnso dada di CalàMà capitatto delia 
Lega con siquàdré A. L'-illustrissirao sigtiar Lodo^cd Sforza 
duca di Bari, 14. 11 conte M<arsS|^o • Torello A. Il conte 
Gian iàaapo Triulzi 5. Il conte Iacopo Torello A* Il conte 
Ugo da Sanseveiino 6. 11 eonte Niocola Ursini di Pagliano, 
capitano de' Fiorentini 7. li conte Pietro delYerme 5. La 
compagnia del conte Girolamo col L^to del papa 26, La 
compagnia del marcbese di Mantova 8. La compagnia no* 
bile di San Vitale lì D» Francesco Secco 4» D. Antonio 
d^ Urbino A* D. Pierfrancesco Visconte A* D. Iacopo de 
Riuleis 4. D« Francesco di &' Antonio 2. D» FraneeàOD di 
Alano 4. D. Antonio Trotto ferrarese 4. U coDté dì Sorella 
4. D. Giovanni Eiabenevado 5. D», Giovanni di Gdlabrìa 7. 
I>. Gianpaolo del Bengamio» 4. D* Sforzino 5. 
Sommano squadre 155* 



DoccHEim. 439 

Gtnii 4i Veneda* 

L'iììbstre signor Roberto Sanserenno luogotenente ge^ 
nerale, squadre 18. H signor Deifobo deirAngniltara k. Il 
signor Bodolfo da Gonzaga 3. II signor Gian Antonio 
Scarìotto S. It signor Battista di Valmontone S. Il signor 
Giovanni Sàvetlo con Aptonio da Boccia 3. Don Sigismondo 
di Braiìdolino 2. D. GittKano deirAnguiilara 2. Conte Luigi 
Avogàdro bresciano 2. D. Alessandro da Martinengo. 2. Il 
conte Gian Francesco da Gambara 1. Don Annibale da 
Martinengo 1. D. Federico Scarìotto con altri uomini d'arme 
dei signor Giovanbattista deirAnguiilara 1. D. Gianiacopo 
Piccinino 2. D. Tommasa di Pnmaro 1* D. Alessandro del 
Turro 1. D. Piero da Cartagine 1. D. Guido e Giovanni 
conte BrandoHni 1. D. Gasparo da Perugia 1. D. Niccolò 
da Rimìni 1. D. Iacopo di Motella 3. D* Lucio Malvezzo, 
cioè la sua compagnia I. Lance spezzate coleonesche 10. 
Lance spezzate nuovissime 2: Parte delie genti del fu 
stgpior Costanzo da Pesaro 6. D. Piero d' Erba e Stradiotti 
vecchi 3. Stradiotti nuovi ed altre genti a cavallo 3. L'illu- 
stcissimo signor Renato dusa, di Lorena, governatore generale 
8. 11 sigila Galeotto della MiraQ4oV^ ^* Ù eonte Bernardino 
Fortebraccio 5» li conte Rannuccio da Marzano per le genti 
dei conte Antonio suo padre «4. La compagnia di Bartolomeo 
Falciera 1. D. Andrea dai Borgo 2. U signor Antonio Orde» 
lafib da Forlì 2L D; Niccolò Secco 2. Don Giovanantonio 
Galdora 2l tt Castellaoo da Rumini 2. 11 Conte Guido Maria 
de" Rossi* 7. D. Agostino di Gampofregoso genovese 3;*^ In* 
sonama la signoria aveva e pagava squadre 123* 

(Estratto da M. Sanato, p. 1229.) 

' - ■ • 

NB, Conteneva ogni- squadra, dice Scipione. Ammirato 
{St. XSXé 1^)9 non mai meno m* talora pi4i di 20 uomini 
d'arme. Sotto ogni uomo d'arme compatavanst dove tre. 



kùO Parte quinti. 

dove quattro e fino cinque cavalli, secondo i patti: ma più 
spezialmente tre o quattro : sicché versa la fine del XV secolo 
si può calcolare che la forza di una sqiiadra variasse fra i^O. 
e i 100 cavalli; benché molte volte wrivassero fino 9 1^5, 
come nell'anno 1A53 nell'esercito del duca di Milano (vedi 
Gagnola St, di Milano^ p. 15$). Supponendo che le squa- 
dre annoverate nel documento supenore fossero composte di 
75 cavalli, ne conseguirebbe; che nei 1485 I« Lega, aveva 
in arme 10,325 cavalli, e la signork di Yenesua 9225. 



Nota XXH. (A) . 

.»' .1 

(a Parte V. e I. §. I. .pag. 245) 

Composizione di una bandiera di fknti 
nel XIV e xv secolo. 

( Docum. estratti dall'Archivio delle Rtfdrmag. é\ Firenze ). 

.» " ■ 

Aprile la-yi 
Compomione di una haindiera di faiitu 

Fièro Yannis de Monte S.. Mariae conestabili 27 peditum 
bàlistariòrum^ sua computata persona, inter quos ;erat unus 
banderw^ius et unus raghacinus, prq.ejus; et dictQF. peditum 
balistariofr.» banderarii et rag^adini prpvision^ et suo stipen- 
dio unius mensis et 15 dierM>«.. ad rationem ilor. sex auri 
prò dicto conestabili et libr. 9 £ p. prò. dicto bandierario et 
libr. sex f. p. prò dicto raghaccino, et fior. 4 auri prò quo- 
libet dictorum alior. peditum balistariorùm prò mense, et ad 
rationem mensis et retentione d« ci^tis stipendiis et quanti- 
tate den, 12 f. p. prò qualibet iSjra nomme diricture et 
gabelle prò residuo in summa fior. 150. lib« 22; sìÀ. 15 f. p. 

(Classe XUi. dist* IL n** 10, DelAerationi t Sianziamentì). 



DOGUfttEfm. ^ 431 

Nòta XXII. (B) 

Febbraio 1395. 

Àssoldamenio di fanterie, 

M Malvoltum Joh. de Florentia in conestab. 25 peditam et 
dnor. equor., sua computata peraona, mter qnos sìnt 12 ba- 
listarìì, unus ragazÌDUS, udus tamburinasi et unus haodera- 

rius prò tempore et termino sex mensìam «.cum stipendio 

fi. 6 (?) prò persona sua, fior. 6, sol. 15, deu. 4 ad aunim prò 
quoHbeC foalistarìo, et fior. nniuS) sol. X prò dìcto rateino», 
et fior. 3 prò quol. dict. equor., et >L. 9^ soL X fV p^ prò 
quol. alior. peditum ••• 

{Deliberazioni e Stanziamenti^ n° 15.) 

NB, In ognuna di queste bandiere di fanti vi è già al* 
meno un tamburino. 



Nota XXII. (C) 

Dicembre 1438. 

Àssoldamento .di una bandiera di faniù 

Gregoriura Ricìi, voc..... la Vecchia de Aretio in conesta- 
biJem 30 peditum, e]us computata persona, quor. decem sìnt 
balistarìi, totìdem cum,lanceis longisy et ceterì pavesarli: in^ 
quor. pavesarìor. numero possit scribere usque: in tres equos 

sive ronzino^ prò tempore 4 mensium cum< stipendio lib. 

12, fior. p. prò quolibet dictor. balistar. et lancear. longar., 
et lib. X, f. p. prò quolibet aliorum prò mense...» t* 

{Peliberazioni e condotte^ )a9 27.) 

NB, Tali sono pressoché tutte le condotte delle fanterìe 
verso cotesti tempi. 






432 PARTE QUINTA. 

« 

Nota XXII. (D) 

A. 1489. 
Àssoldamento di una bandiera di fanti corsi. 

I dieci di balia conducono Pier Andrea de' Gentili corso 
con 200 ppowigionati^ fra cui 7 caporali) a fior.^ pet Jui, 
7 per caporaie, Sper ogni altroy il fior, di 1^ grossi. ««^Et 
in dieta condueta ticriberè et tenere impune possit loco 
proTÌsiinis septem bestias ccqusniodi vaktorit^.et dilo» mulo» 
seu muUonesy et unuih paggium seu regaKzimim:'?- '^ . 

(Libro delle Condotte di soldati, n**31 fol. 19.) 



Nota XXIII. (A) 

(a Parte V* cap. !• V 1* V^* 247). 

a 

A. 1498. 

Ristretto dei patti di condotta del conte Niccolò 
degli Orsini di Pitigliano, 

Sia condotto per due anni con provisione di ducati 20m. 
r anno , con le ritenzioni solite. 

Abbia in teitipo di guerra non), d'arme e cpraize almeno 
'^^ e 150 5 é.per ciascuno quattro uora, e quattro cavalli, oltre 
AO balestrieri a cavallo secondo l'uso d'Italia. 

In tempo di pace'^bbia l'anno dtìc 12m. , è in propor- 
^one sia diminuito il numero della sua gente. ' 

Dovendosi a tempo di gueiTa dar proWigiònati al detto 
conte, gli si dieno'i denari, ei li faòciit, poi H consegni a 
mostrdé 

M Item the il prefato signor Conte Nicol^t abbia el titolo, 
e appellisi Governatore Generale delle genti a'arme della 



pìtanc^ <ii quella più chie il d^ttQ Conte ^. voglia •»• «^ ^ . 

il» |ei9pò. di fueifra abbia A presla cinque .pagbe» e di 
pacé-^r^: debba ^i ver Ja sì^ compagnia 36 di dalla pr»^ 
slans^i e.^Wv^iaduiie VQ^te,raiin0-. ; .: . ;> ? . h ., 
... Óbbedi^paÌB mtt<^,0 control tultiii^aWo Siem é. lo, Stata, 
proprio 4 fa con^foidi dei s^^i^oci X. di balia « e commissarii» 

Abbia tempo a rune^teré i fa^^i morti o presi IS.dt» ia« 
dM^i^^e l0gal, f(a4e a^Ii o£Sleiali dj. ciqndotti^t .. 

Si possan ritenere alle sue genti le appuntature ne'.pa* 
gamenti, purché non passino la paga d' un mese. 

Sia lecito far la loro volontà de' prigioni, tranne capitani, 
e ribelli, che il Comune comprerà à taglia convenevole. 

15. •• Item perchè soldati « loR> ductori sono più audaci 
e feroci ad espugnarle terre de'ntnokìci.qtfluida hanno spe- 
rai^ze di far preda, vollono che per dupante^l^. predente con*, 
clp^ta i^det^o Magn.° Conte Niccola p alcuno de dettfi sui^ 
compagnia se^ per forza o ing^nno,^ virtù o fraude piglia^ino 
oacquistassino cittÀ> castella, fortezze p luoghi de' nemici 
del Comune di Firenze, o altri contro i qiiali detto Co-, 
mune avesse guerr^^ tutti i pigioni e beni mobili che fu&; 
sono in detti luoghi presi, si^no e appartenghino al detto 
Magn.**'Coiité 'Niccola e detta sua c^ompa^hia;' ma l' luoghi 
e beni imhidbili siano e appartenghino' al Comune 81 Fi- 
renze n. ■•■=■• •• ' •.•....>;.... 

M Item che a detto Magn.** Conte Niccola sia lecito nMn- 
dare e tenere a Firenze e dovmique vorrà pe' suoi bisogni 
uno cancelliere con due famigli e tre cav* • • • • de descripti, 
senza perdere soldo . • • . 

M Item che delle ofièse, quistidni et ingiurie chp issino 
o apparissino durante )a presente condotta fra alcuni della 
compagnia del; dietto W] C^ N. fw>p:i, delia cittàf di JE^r., 
non si possi conoscere ne in^romelttorjàialpMiio R^ore^ Com- 
missario odiale delle.f**, mai solo detto C. Niccolai»«V 
salfp in .erii^ime lesi^ m^jestatis* . 

yoi. Ili. 28 



kZ\ PAR^E QUINTA. 

• i7. •> hem che H prefato M^ C. N. è duMutiO di detta 
sua compagnia' C(/ lóro càv. armi ed aitiesi .... pòftMRiò li« 
liiftrffmai!^ • . ; • dimorhit*, stare nelle tatvt . • • . def pre- 
iato Comune di Firent^ e èìm snbditi & • . . fra H fermine 
di due mesi dal di della Mita, e poict^ sarà finita la pre* 
sente condotta. £ da dette terre e luoghi possa e débibsi 
avere le nClovaglie «^poiiune per sé e dectil «eia eontpagnia 
e <^falH a giasto e eompeMnie predEo e còme 6i vendessi 
agli abitat. del Itiògo. E volendosene' partire, lo possa sensu 
ostacolo**. 

^ Nota XXIIl. (B) 

13'inatzo t4lS. 
Condotta dì Huido dock di Vrhinof* ' ■ • 

5. M Anchorà che li prefati signori Fiorentini debbino al 
tempo debito assegnare ad esso prefato signor Duca e siié 
genti le stanze comode, e farli dare strame e legna igratis 
sen^à alcuno pagaménto ^ e provvedere che possine avere le 
victualie necessarie per pretio competenti, secondo si ven- 
deranno agli altri cohabitanti n. FoL 9d. 

N.B. Nella condotta di Galeotto signore di Faepza fatta 
nel medesimo, venne inserito il patto» che fs^ non fosse 
astretto a far la descrizione, ma solo la mostra deUe sue 
genti. FoL 99* 

' Nota XXHL (C) 

• ,A> 1483. 
Condoifa di Ercole BentiiHiglsQ. 

• ' Abbia in guerra uom. d'arme 30, e balestrièri 10 a tav. 
- mLì quaK'huom. d^arme sieno et debbino essere idonei, 
forti et expertl nel mestieri deUe arrtii e ben armarti e for- 
niti di cavalli, saccomanni^ è ragazzi, e altri secondo !e con* 



YueludUi de' JbiMpi uom* d'amM à$ llalki) ^ jMcimdo Tusp 
delle coadoUe che sì fanno a àuem. d'arme ower» conae^ 
cioè a ragione di A cav; per hnomo d'arme m - oomai fra 
quali el cavaUe dell'uomo d'arma sim grano e fiirte « di 
buona taglia m 

In guerra per ogi» hùmo nbbiji 100 fior.) e 50.^ ogni 
b^estoìereu 

IS» Item che detto lfa^«° Mqm. Ercole ducante il tempo 
della presente condotta JMn postai ni li sia lecìtù:face ,ajU 
cunaconyenitÌQne o patti coa aknno signore > signorìa o 
«Itrì iquilunque, senu espressa linenHi delli prefati méeeW 
signori o dkà di balia : e se li facessi, abbinai per non falti^ 
e ceggia in pena di jpergittro e d » • . • i eavalls arme e soldi 
OQfii e^Mti come quelli dévttt^e-.atrerei salvo et ezoepto ncMM 
dimmo ebe ei poèsa solo fra- gli aitimi. due mesi della piw 
sente condotta praticare e condursi con qualunque. Murra pea 
andare a servire, finita nondimeno la. presente condotta, et 
non prima né akrimenti wu P. 107. 

(Documenti estratti dell' ArehiwD delle Biformeauiui « 
dì Fimo»^ elasm XIIL éiàLÌhmP 51). 



> t 



Nota XXIV. 

(a P«rU V* e 111. |.l. pag^ 329). 

// trtuUmenio tiegti Snturì a N&v^tdi, nMaprOe M 1500. 

« 

lì eh. odonnello Luigi WuRSTEMBERGsa di Berna 
ci ha gentilmente comunìcj^to il seguente sunto degli 
esainì instituiti p^r ordine dei Cantoni intorno al tradi- 
mento di Novai^a. DI codesti esami esistono tuttora in 
Appenzell ^i autentici documenti; Giovanni Gasparo 
Zeilveyer li riportò per compendio nella storia di essa 
città (t; IL VI. p. 291. segg.). 

«« La ooiivelle de cette infamie étant parvenue en Suisse» 
noe diete* assembUe. à Zorich le 5 de mai 1500^ décrcin. 



ko% PARTfi QUINTA. 

i^ìjtiì falioit iBÌre de ^évèk^s etiquétes sur cét'ie irskàsoùyet 
punir- les eoapftbles. A- ia tfièto du 1'^ de'juiu^ assenibléè 
« Lucerne^ oii démmcvl^coupiablés et ^spe^stSj et leu gou-* 
vemeniciifi canloiiopin furent recpitfdé «oiMmeticei* lesi wt^ 
quìsitioDfl, et d'entendre les suspects à la torture* A Appen* 
zeli un lianHammanof, Ck a. d. un^chefde'là iiépubHque, se 
trouva parmilesinquisites. Les dépositions sont ex-tréméiùetit 
oon^és, et très-difficàlés à Intèrpri^ter l(^(]ubmeDt« U eu 
appept astesHaìrem^ les faiti suivans: * 
• 1** Les capitfttnes suiase» avoieut- recu de ieur^ eantons 
FÀrdue de ne pisis «om)iaftt»fe ies:3ttisse0fraxi«oi0{''lé'|i)^me 
messager pioitoit un ordré sembhibie aiur Iddrnteri^ et après 
aivoir remis celui aux Suisses docaux» l^re capi^itieB enYo^^' 
^rent ce coiirreur, Nicolas Yi'ìdèrtzehrde'ZAitiMliy aux 
8ai$ses de l'ennemi^ et tinrent leurordne secret dev^ 
leuf^s fiokiats^ lis demandèrent au Due la perhiifisioD, oti 
ieloii d'aairesy «eluM^y; les envoya> poUr alier.dtsposer 'le» 
Suisses de l'enDemi à refusef é^lemènt de «ÉonibaCtrie: 0eià 
UBCpurent d«s eoiloqnffs ieatré les Sinstes des deus- airmées, 
et ceux 4^ i'éìmeiiiii, se tkiouvant- deas^aa-avaotage décide, 
se montrèrent aussi disposé&..ÌL romba ttre^ que les ducaux, 
dans leur situation désespérée, Tétoient à se retirer. Pour 
surcroit d'iofortune, lebailli de Dljbn arriva à-peu-près en 
mème temps de Suisse au camp fnmctyrs; ^ 

2° Sur. Q^ senlj^efaites^'le Due ccMiviqt.aveQ VL de Lìgpy 
de la capi^ulation sus-mentippnée , et en nxéme tems les 
Suis^ès ae la leur; toutefois est-il Constant, qu'il's firent leur 
possìblè^ pour que la libre retraite fut étendue; sur Sforà. 
Loirs un capitame milahois, nomrn^'Ie^ noir paleazzò , 
demanda aux SuissQS une escorle de ÉOÒ h. pour conduire 
le Due à Domo d'Ossola. On demanda' de$. volontaires, 
mais il né '&*èn trouva pas, jparce qu^on croypt ne'pouvoir, 
ni écbapper ni resister à la'cavaleiìe ennemiel Alors eut liéu 
un événement -tout>^*fan énigmatique : ne voyattt pluk de 
salutpiKir Slorza^^pu ceevint. qu'il seraitiivré prisounier auìc 



OOCÙMEÌI'ff. ftST 

capTraldes ifuissèi de TafTnéé fmnìéMs^* et ]^Iasieui^9-i'appmis 
et alleai có'ùicidént^ ^d'it^'an^ Jtiì^niéAìi^ cotlsétiti, et qu'U 
flit, déjà d^guiséén pìc^uiér scisse, eoiiduit aia camp fi^n* 
coìs, mais qu'ìl revint à Novàre h*^*peu dètemfs aptes, Leé 
raisoiis de ee ^ingulièr fàif tae isé tfcm^entr nulle bart é%p\i* 
qùées. Èn j^ttendant od' se pré^Ui^ait à 'àOftir àeìa. ^lace 
ft^^Tcgcè, éC Sfòfrzaf, de noUtéàa'tràvesif en' ampie éòfdat 
suisse, dùt se phieef dfeìns les* ratigs -Óés sortaiis.. - 
' 5*'Bbtk*eees événemens^ moia le ittòmedf n'est pas a de« 
brouiller exactement, le More s'étoit entendu avec un cer* 
tain capitarne Scbattenbalb) du pays de Lucerne, à ce qu'il 
paroitjun homme sans prjncìpes, et l'avoit chargé de mettre 
son argenterie en sùreté. Ds^ns ses conférences avec le Due, 
il introduisit dans sa chsrmbre deùic 'francòis, de la ganiison 
de la dtadelle, qui eurent occasion de voir la figure et la 
phy^nomie de Ludovico. Getté ^réseóce.des deux Fran- 
cois se trouve relevttè dati^^pliHvdurs ttiterrogatoires: mais 
il n'est parie, ni des suites, ni de Tobjet de cette confé- 

rence. ' 

' 4° Eèfln'la troupe commence et défiler, le Duc^'danàs'soQ 
ti^avestisseinent,- entra- dans 4eurs rangs. fi», vm'ìémtttn àit, 
qu'un certa in- Am Eggele*d'Appencell> étoit venu dii^é' à l'èn* 
seigne,' qu'il falk)it*livrei**le*Diic,*saBS quoi les"8uisse9 ise- 
rotent tous massacrés:-que ce fut alors ^qu-ff fijÈt mene, póur 
la première foia, auprès* des Suisse» fFancois*, et qu'il en 
renai -bientòt : mais que^ d*un* coté,* lés Francois avoiént 
braqué*leurs canons etbaissé ]eurs>pique6 contre les Sutsses 
mflanott, de Kautre*le baili j de -Diiond*)^ galoppane en h^ut 
et en bas le long de leur colonne, -ci^idìt, en aUeniand, <|u'il 
dounerait 500 écu» à celui, qui- lui motttreroit Sforma. Alors 
il fut trahi: les uns «nomment Schattenhalb de Lucerne 
eomme- traitne : un antro rappott dit^ ' qu\i& vertlrìft Tur- 
marni, étranger naturalisé à Uri, qui marcboit dans la se- 

(*3 D« Be«*-y , baili i de Dijon, tjui par sea corruptioos se niéritii U 
subrt^et de-|CrÒAen BoMlLy^ baitìi des couronnes» 



%58 PÀATt QUIUTA. 

conde chi troisi^e fiU nprèft.Sfopi^ posnU avec le doi^ 
siu: Tépaule , de soa dev9|icierA J«)r9qiie Bes9^ put le voìr, 
et qu'alors des Francois accouraus arrachèrent ce malheu* 
feux Due hors du rangy et renunenèrent. • 
. Les procédures aboutirent à la d^capitatioD de Tunuanoi 
à Altorf. A Appenzelli Am Eggele, Zeliveger le Landam^ 
mann^ Pfister et Web^r fiureot elargii coatre 1000 ùams 
de caution pour chacoo. Schattenhaibi probablement le plus 
coiipabl)?, d^pai^oit d# l'hìAoire, appai^mm^t iropuoi »• 



. Nota XXV.; 

(a Parto V. e. lU* i* V. |i«0» 34C|}. 

Nota delle. genti da guerra del diua VaUntim ■ 

nett'olMitre 1502. 

■ . ' . ! 

Fanterie* 

DonAIicbele •:••«..•••*, spanti 600 

Pianici dì NaUa . « * . - 500 

Gomandatore • .« « • • • « • ;» ' • • ** 500 

Romoli^o • . • p.. • ., . « 9 • • • « H 400 

ItfO SgpUa -di Siena i, «i * • «i • • « • • n 300 

Gracchftto .>.«*«•.•••*• p» 200 

Sabato s^pagvuolo .•*•«•«••• i* 300 

LeiBolo •....>. 200 

Giaanbattifita Maiìno •••«•.••••• 400 

Maiicaotomo da Fano • • ••. • ..< >i • « i n 500 

Gìaimetto.dt Siviglia « • • i^ • , . • >• <. •• 150 

Mapgjavep ,••••«••••%•>» 200 

Fra Guaaoonì e TedeBcbì .«....•- 600 



» ><■■!■ 



4850 



' * ' 

. ; : . ; li • ■ 

Uomini étarme* 

Dòn Ugo ijjàgtìtìolo f. ' 50 

Moiisìgtior d'Allegri spagnuolo >• 60 

D. Giovanni di Condona . • >« 50 

Raccolti da' paesf suoi ..••..'..»•• 50 

Conte Lodovico Mirandola '. ' .' •• 49 



II- . •! 



I' 



r,l J • . ■• >! ) 



. f 



2401 

. . :'» < ... . . »! «'j /.'... . I ••, • . ^. ' \. ì 

fi figHoòlò del gtstìerale"^ M&atìD d7cèmo «ver ordine d? 
fare cento ùonimi d'àrmèl. ' Trovasi anbot^ io Lòtììbardià é4 
io sdn certb^chèldi^dftfl'^dl sono se gii mandò qU^ntKè' di 
denari. Mlsi^/t^iledi^^ fàHavidiia id diice^h^ OMnWdifatv 
SOuomM tkmeyìs CdSliii aàcdrai itf tònibah^dla.' 

GeirtilDòtliilki*^^' cb^, cento nòtirfnl d^arriiéi Sioiio qui.- 
Cittqn6"òUniili^ ^ taiicé fi-afac^ sonò Heì (oiitécb # 
Faenza""'^' ''*' "^^ '' *' " ' '" ' *'' '' "' 

CavaUeggieri, ..'/_ .^ 

PpmJWjyirf^-. . . • . • .... .. , . . .. 100 

. Maestria Francesoo de Luna^ scopf»i«ttierì • • m 50 
Me8B« Rinieri deUeSaweltìe,é GìaBipaol9d« Roppe> ' ' 

balestrieri ^ 100 

U conte (iodovico della Mirdndòta • • . « m 40 

• : : , '"''290 

^ana olite agli uomini à^ arme^.. 

Guido Guajni 40 

Giovanni da Sassatelle • m 40 

Lance spezzate «....'.' >• 40 

E ha mandato costi Mess. Baldassare da Sessa a 
fame delle altre. 

Fuggiti dal Bentivassi) balestrieri » 40 



MO PARTB QCJIMTA. 

Trovasi qui il Fracasso condotto a provìsìone, e ncevuti 
^li uomini d'arme. « , \ 

{ Estratto dal Machiavelli, Legazione a^ F'alcntìfto^ \fit» 
^raXJ).' • . . ^ .. 



•> ■ji.it 



, NB.'^i^ Sui principio del xvi secolp due cavalleggìerì 
oppure,, due balestrieri a cavalla eguagUavansi ad un uoqio 
d' .arme ; siccome ne fanno indubitata testimonianza alcuni 
passi di B. Varchi e del medesimo Machiavelli (*). 

2** Gli uomini d'arme della guardia del Valentino erano 
tolti, superbamente vestiti di ca^cfffae o cott^.ipjli^ addo- 
gate à} giallo e di vermiglio , -cl^'eranp colori, defla, sua 
divida. Li^ loro sciarpe ^tt^aversavappfj^.p^ttp jlafla^sp^ll^ 
de^H^aL fiiinca sinistro; ed eraii^ ^^t^ ^^/9^i^ di sei^ 
pente, e .messe ad oro e yarii colpri,. JH9fili^^ ùnitayano 
l^^ra,Jle cui.ft^tt^, bocche. yeuivano a iipi^i^a^^,!^ :^!#^» le 
«luaJiper^apq rppf:d^re ^fpderi degj^ ^JwJ^jiftìycjiU. poi 
erano ornatissimi, ed avevano i puntali e le else dorate, 

(V. Baldi» Fiia di Gmdohaldo duca di Urbino^ U VL 
p. 216. ^ ^ 

(^) * SgIi'(£fcofó d^Estt, 'eapitanb generale dt tHrtnte »À'1^8) 
Astae obMigalo di coÉ«er(lre alméao U'Jém& dei 000 UMBinfo d'àhiM .... 
in tanti . «avilUli^eri j [a p^gimm 4i,^f«t.«atr«rl[ln(f ^rt, p4r sf <4^eK». «Mimo 
d'acme 9/ ^ | ■ • 

Varchi, Storia di 'Firenze, \. II.* p. *Ì96* (Milano /ijMU). • I.e sue 400 
lancie, computato due 'balestrieri per lancia, sono' sotto il duca di Ur- 
bino r. . . Ha qui seco in guardia 50 balestrieri a cavallo, che sono 25 
mmUni d'arme, é forniscono il nannero dei 400 ■. 

Macbiav. Legaz. Il a Boma nel 4506, lett. UT. p. 726. « La mostra 
delle genti d*arme s* e falla/ «Ire ^Mmir -600 Uòm^M d^arme, computati 
dAe cavMeggeri per un uomo d*arme «• Ibid» leti. XXV(U.ip. 739'^ 

•• ' 1" .' ' ^ ' * f . il I 

• « • « • • • W m » * •' t .».ri 



t . ni (^»r<. • • ' ' '. I< 



FIÌVE 

DEL VOLUME TERZO. 



RiLCCOLTA 



M 



OPERE UTILL 



OPERE IJTIIil 

AD OGNI PERSONA EDUCATA 

HAOOO&TZ 

col consiglio 

D* UOMINI PERITI IN CIASCUNA SCIENZA 



Storta 
STORIA 

DELLE 

COMPAGNIE DI VENTUUA 

IN ITALIA 

DI 

BBCOIiB RICOTTI 



VOL. IV. 



TORINO 

GWSEPfB POMBA' E C. B0ITOAI 
18^5 



ToriM ^8TA>ft>KIHA SOefALE-^CMi pcriii. 



ai 



INDICE 

DEL QUARTO VOLUMfi 



PÀKTE SESTA. 

ULTIMI FATTI DEI CAPITANI DI VENTURA 

IN ITALIA. 

A. 1516 • 1582. 



CAPITOLO PRIMO. 

0all» pa«9 di IVoyott «11» cAcelAt» del Www. 

(A. 1516-1594). 



Gian Iacopo Taiulzio — Giovanni db' Medici — 

IL DUCA d' Urbino. 

I. Ultimi fatti, morte 'è qualità del maresciallo Triul- 

lio pag. 3 

II. Nascita ed edacaiione di Giovanni de' Medici, pag. 8 

III. Guerra di Urbino. Federigo Gonzaga da Bozzolo. Il duca 

di Urbino. Suoi progressi, sua disfatta e suo accordo. 
Sterminio dei principotti della Romagna. Azioni di 
Giovanni de' Medici. Vano tentativo di 3000 Spa- 
gnuoli . pag, 11 

IV. Nuova guerra della Lombardia. Giovanni de'Medici sforza 

il passo di Vaprio. Muta in nere le insegne'delle sue 
genti. Accorre alla difesa dei Fiorentini. Passa al ser- 
vigio della Francia. I Francesi sono rotti alla 
Bicocca • . . pag. 18 



Vf 



V. Campagna del 15i3. Giovanni de^ Modici torna ai servi<>i 
della Lega. Il Bonniiret eoo un nuo>'« esercito assedia 
Milano. Morte e qualità di Prospero Colonna. Cam- 
pagna del 1534. Gesta di GioyaiUii de' Medici. I Fran- 
cesi sono scacciati dall'Italia pag. 93 



CAPITOLO SECONDO. 

€iloYaniil de' Uedlci. 

A. 1524-15Ì6. 

I. Ordinamento delle Bande Nere. Riputazione loro nel- 
l'Italia. Speranze clic univerealmcnte se ne conce- 
piscono pag. 29 

II. Giovanni de' Medici nella Lunigiana e a Fano. Calala 
di Francesco I in Italia. Giovanni de' Medici gli si 
unisce totW Pavia \ aia bea t»ata vien» Xénto q 69*- 
stretto a ritirarsi. Battaglia dì Pavia. Lega dei principi 
italiani contro Carlo V. Giovanni de'Medici all'esercito 
della Lega. Infingardaggine e perfidia del duca dTr- 
bino. Il castello di Milano si arrende agli Spa- 
gnuoli ptig. 32 

III. Calata del Prundsberg coi Tedeschi luterani. Giovanni 

de' Medici tiene dietro ad essi. É ferito presso Borgo- 
forte. Suoi ultimi momenti pag. 37 

IV. Costumi e qualità di Giovanni de' Medici . pog. 4 1 



CAPITOLO TERZO. 

lie bande nere. 

A. 1526-1530. 

I. Azioni delie' bande nere dopo H morte di Giovanni 
de' Medici. Orazio Bagliori. Le Imiwlé nVre nel re- 
gno di NapBoli, Processo e siipplizirt di Pandolfo 
Puccini pag. 51 



VII 

tt. Rivoluzione di Firenze. Le bande nere accorrono a di- 
fenderla. Ristabilimento delle milizie nella città e nel* 
Contado. Preparativi per rediétere all'assedio pag. 56 
III. Assedio di Firenze. Eroismo dei difensori. Perfidie di 
' Malatesta Baglioni. La città mette le sue speranze in 

Francesco Ferrucci pag, 61 

lY. Primi fatti e qualità di Francesco Ferrocci. Sna par- 
tenza da Pisa. Combatte a Gavinana e vi è ucciso. Il 
Malatesta di scopre. La città si arrende . pag, 64 



CAPITOLO QUARTO. 

I Alolrtisciti italiani. 

A. 1530-1583. 

I. I fuorusciti fiorentini. Pietro Strozzi se né fa capo. Sua 
nascita e sue prime vicende. Infelici tentativi di Se- 
stino e di Montemurlo. Lo Strozzi in Venezia. Arrivo 
de'suoi archibugieri in Francia .... pag. 71 
II. Lo Strozzi contro gli Inglesi: in Italia: in Iscozia: in 
Francia ed in Germania. Sua difesa di Metz pag. 77 

III. Lo Strozzi alla difesa di Siena. Sue ultime sventure ed 
imprese. Sua morte pag. 81 

tv. Ultime vicende dei fuorusciti fiorentini e dei capitani 
delle bande nere. Filippo Strozzi. Giambattista da 
Messina. Sampiero da Bastelica .... pag. 89 



FoU ir. 



vm 



RIORDINAMENTO SOCIALE E MILITARE 

DOPO LE «COMPAGME DI VENTURA, 

E COSTORO VESTIGIA. 



CAPITOLO PRIMO. 

RtetebilUiieiito delle mlllBle Mwioiiali 

nel XlTl seeelo» 

■ 

I. Mutazioni essenziali maBifestatesi daranfe il XVI secolo 
sia nel vivere sociale, sia nella milizia . . pag, 97 

li. Moti-vi che indacono i principi a ristabilire le milizie 
nazionali. Milizie nazionali in Germania, in Inghil- 
terra, in Francia, nella Spagna .... pag, 100 

III. Alessandro e Cosimo l de' Medici le ristaurano in To- 

scana pag. 103 

IV. Ordinamenti militari nel ducato di Urbino , in Siena , 

in Lucca, in Genova, nel ducato di Parma, nel Mon* 
ferrato, nello Stato della Chiesa, e pressori Veneziani. 

Costituzione del loro naviglio pag, 107 

V. Milizie nazionali nella Lombardia, e nel regno di Napoli 

sotto i viceré pag, 114 

VI. Emanuele Filiberto crea le ordinanze del Piemontepa^.l 18 
VII. Difetti e risultati di cosiffatte milizie. Considera- 
zioni pag. 193 



IX 



YMttff» imcteto melili nUlste dati» MMifttyBie 

di 



I. Sfont éei pmnoipi per dittniggMW U ▼•stigia delle 
oomfMigiftia di T«Btars. Akime però ne rimangono 
negli eserciti dei leooli XVi e XVII . jmq. 139 
li. Ordinaaeolo di vtto di cedesti «sericiti. Gradi ed offici. 
Evolasìoni e disposizioni tattiche. Composizione di 
un letxo ossia di un reggiasento , e di una com- 
pagnia pag. 13S 

111. Modo di recintare e di armare i sedati. Oiversità e 
inconvenienti delie armi fwg, 137 

lY* Difetti neU^amasinistrariono wìlitare : Tuberie dei capi. 
Difetti aeHe distribnaioai dei Tiveri e delle paghe. 
Le cotttribiizioai di guerra. Eccessi dei soldati ]Nr</. 1 40 
V. Difetti nell'amministrazione della giustizia. Troppa au- 
torità dei capi. Pena infami e arbitrarie^ Conseguenze 
funeste, che ne^ derivaBO sopra il nomle dei soldati. 
Smania di predare. Norme intorno alla partizione del 
bottino . • pag, 145 

VI. Confnsione nel trasporto delle bagaglie. VaDfità dei sol- 
dati: pretensioni loro. Ammntinamenti . pag. 151 
VII. ConclBsjoae del capitolo. Punti di semigliattza e di dif- 
ferenza tra le soldatesche dei seedi XTl e XYII, 
e le compagnie di yentura. Il Waltenstein pag, 156 



GànTOLO TBEZO. 
AUm ITMtlffte iMteto Mito WÈiMwim 

dalle comp»sale Al Tentar» 



I. 11 briganUggio Coniiflee aliniMito alle soldataselie del 
XVI e del XYll secolo, ooae lo foraWa alle com- 
pagnie di yentura. Potenia e ▼iceade dei baoditi 
nello- Stato della Chiesa, nell'Alta Italia e nel regno 

di JNapoli pag. 163 

11. Gli Svizzeri, i Tedeschi e i Corsi a stipendio straniero. 
Ordini loro, e patti coi principi d'Europa fag. 169 

III. I bombardieri e gli artiglieri a serrizio straniero. Or- 

4Ìinamenti loro in Italia e faori . . . pag. 175 

IV. Ingegneri italiani a servizio straniero. Francesco di 

Giorgio disegna i bastioni. Sue yioende. Altre inven- 
zioni degli ingegneri italiani. Vicende di Muzio Oddi 
odi Francesco Paciotto ...... pag, 178 

V. Facilità, colla quale i capitani di guerra passano ad 
esercitare l'arte dell'ingegnere, e viceversa. Operosità 
degli ingegneri italiani, massime nelle Fiandre. Loro 

scritti pag. 187 

VI. Capitani di navi italiani a servizio straniero. Loro patti 
di condotta. Prime vicende di Andrea Dona pag, 191 
VII, Altre minori vestigia. Provvigioni ai principoUi ed ai 
capitani italiani. / veniurieri, I segnalaU, Conside- 
razioni pag. 198 



XI 



CAPITOLO QUARTO. 

Oottsefpieiixe e Testila morali e politiclie 
delle compairiiie di Tentiir»* 

I. Le compagnie di yentura furono in Italia )a esterna espres- 
sione del suo stato polilioo daranle il XJY e il XV 

seoolo pag, 907 

li. La instituzione della compagnie di Tentora cooperò forse 
ad affrettare i progressi delle arti e deirindnstria in 
Italia. Ma qveslo Tantaggio sarebbe stato contrappe- 
sato.da eaonni danai Danni materiali . . pag, 913 

HI. Danni cbe la iiistitazione delle compagnie inferì al mo- 
rale dei principi. Ludovico il Moro ne riassunse la 
politica: sue yicende e massime .... pag, 918 

ly. Danni cbe la.institazione delle compagnie inferì alla mo- 
rale pubblica dei popoli d* Italia. Disformità obe ne 

nasce ira saddito e soldato jÈag. 996 

V. Danni cbe la instituziope delle compagnie inferì alla 
morale privata dei popoli d'Italia » . . /w^. .939 



CAPITOLO QUINTO. 
Altre Teetii^a e conseiraenze morali e politiclie* 

I. Mali morali cbe la milìzia mercenaria produsse in coloro 

stessi cbe la esercitarono pag. 939 

11. Le compagnie di vMiUira furono prinoipab) strumento a 
stabilire e mantenere requiUbrio tra gli Stati d'Ita- 
lia nel XIV e nel XY secolo pag, 941 

HI. Vantaggi e svantaggi di codesto equilibramento. Ra- 
gione peroni il Botta è più letto del Sìsmondi pag. 945 

IV. I capitani di yen tura introdussero forse nel maneggio 
della guerra certi sentimenti ed usi di umanità e cor- 
tesia Terso le persone dei nemici . . . pag, 949 



xn 

V. Ma estesero e consolidarono falsi diritti intorno al sac- 

, cheggio ed ai riscatti pag, %S% 

VI. Mutazioni ayTenute nel yocabolo scara . . pag, 355 

CAPITOLO SE^TO. 

I Tentarieri itolIaBi dopo le C^ompaipnio. 

I. Funesti effetti della dominazione spagnuola in Italia. 
Mutazioni che ne risultano nella yita priyata e pub- 
blica degli italiani. Gli esigli. Vicende del principe 

di Salerno pag. S61 

II. La dritta strada della poliliea attitità è chiosa agli 
Italiani. Rifloane loro il conbatlete eenfro i Turchi. 
Battaglia di Lepanto. I volontarii Italiani in Levante. 
Eroica fermezza del Costanzo. Ma quello non è un 
sofficiente campo alla loro attività. Tristi risultati 
ohe derivano da ciò pag. 9^ 

III. Gli Italiani si aprono nuove ed inaspettate vie di ope- 

rare. Vicende di Gian Giaeomo de' Medici marchese 
di Marignano pag, 975 

IV. Vicende del rinnegato Occhiali; di Giallo Mazarino; 

di Raimondo Montecuccoli ; di Ottavio Piccolomini; 

di Alessandro del Borro pag, 981 

V. Vita del marchese Ambrogio Spinola . . pag. 987 

VI. Vita del conte Luigi Ferdinando Marsigli . pag. 993 

VII. Riflessioni pag. 901 

CAPITOLO SETTIMO. 

DeUo spirito di ManoelAsioiie dopo le ^kfmpm^^Èe, 

e CoBclnsioiie. 

I. Lo scopo e la forma deUe Associaziom si modìfiotno, se- 

condochèsi modifica tostato della società. Cadete delle 

associaaioni politieo-mililaffi del medio evo pag» 307 

IT. Caratteredelleodierneassoelazioni. Destini loro jtMi^. 311 

III. Conclusione pag, 315 



Ufi 



IXKUMEMTI E ILLUSTRAZIONI 



AL QUARTO TOLOlfK. 



Nota XXVL Raccordi intorno all'arte mili- 
tare dati da QB suo sargente a 
Guidobaldo II della Rovere . pag, 331 

Nota XXVIL Capìtoli che dhnanda TEccmo 

8Ìg. Gio. Battista Dal Monte 
a' Capitani nell'esamine al ser- 
Titio della ser.ma RepoMica di 
Venelia «...,«.,» 332 

Nota XXVIII. Patente de coronel de tres mill 

infantes italianos en persona 
del marqnes Hector Espinola . » 337 

Nota XXIX. Maestranza e artiglieria nel XIY 

e nel X¥ secolo . ^ . . . » 340 

A) Compra di artiglierìe e di Terret- 

toni nell'A. 1376 » hi 

B) Compra e aggiustamento di frec- 

cio nell'anno suddetto 1376 . » 341 

C) Paga al facitore di mangani e di 

* cate nell'aprìle 1377 . . , » 342 

D) Assoldamento di bombardieri » 343 
Nota XXX. A) Assoldamento di Andrea I)oria, 

padrone di due galeor Otto- 
bre 1391 » 344 

B) Assoldamento di navi. NoTem- 

brel484 » 346 

C) Inscrìzioni alla chiesa di S. Ste- 

fano in Genova » 35t 

Nota XXXI. Corrispondenza tra i principi e 

i condottieri » 353 



XIV 

Aggiunta alla IfoTA XIII. Assoldamento di Lackino 

del Verme per capitano 
generale dei Veneiiani . 
A. 1364 pag, 355 

Agginnta alla Nota JICXII. Aifoldamento di fanti al 

servigio della republica 
di Yeneiia. A. 1364 . » 358 




PARTE SESTA 

ULTim FATTI DEI CAPITANI DI VENTURA IN ITALIA 

(A. 1516-1582) 



CAPITOLO PRIMO 

ll»ll» pace di IVoyon alla caisciat» dei Francesi. 

(A. 1516-1624). 



Gian Iacopo Taiulzio — Giovanni de' Medici — 

IL DUCA d'Urbino. 

I. Ultimi falli, morte e qualità del maresciallo Triulzìo. 
II. Nascita ed educazione di Giovanni de' Medici. 

III. Guerra di Urbino. Federigo Gonzaga da Bozzolo. Il duca 

di Urbino. Suoi progressi, sua disfatta e suo accordo. 
Sterminio dei principotti della Romagna. Azioni di 
Giovanni de'Medicì. Vano tentativo di 3000 Spagnuoli. 

IV. Nuova guerra della Lombardia. Giovanni de'Medici sforza 

il passo di Vaprio. Muta in nere le insegne delle sue 
genti. Accorre alla difesa dei Fiorentini. Passa al ser- 
vigio della Francia. I Francesi sono rotti alla Bicocca. 
V. Campagna del 1523. Giovanni de' Medici torna ai servigi 
della Lega. Il Bonnivet con un nuovo esercito assedia 
Milano. Morte e qualità di Prospero Colonna. Cam- 
pagna del 1524. Gesta di Giovanni de' Medici. I Fran- 
cesi sono scacciali dall'Italia. 



roi ir. 



CAPITOLO PRIMO 

ilalla paee di Nojon alla caeci^ia del Francesi 

(A. 1516-1S94> 

I. 

Jjira Gian Iacopo Trìulzio uno di quegli uomini, i 
quali non hanno amici , ma o divoti ammiratóri , o 
accaniti ayversarii; cattivi all'ubbidire, eccellentii al 
comandare; facili verso l'uomo abbattuto, ma quanta 
abborrenti dall'altrui avvilimento, altrettanto sde- 
gnosi di ogni uguale o restio ; di quegli uomini in- 
sonuna, i quali han bisogno di una continua operosità 
e fortuna per coprire i minori difetti, e tutto quanto 
ottengono, ottengono quasi a viva forza, gloria, onori, 
riverenza e affezione. Ma guai ad uomini cosiifatti 
quando cadono nel vivere privato ! Restano loro gH odii 
e i vizii acquistati nell'esercizio del potere » e manea 
il potere che li aveva prodotti. 

Aveva il Triulzio, durante la sua servitù, presso i 
duchi di Milano, sofferto per lungo tempo le mìsera* 
bili invidie e persecuzioni de' cortigiani , grandi per 
favore e vili di cuore. Alla fine partinne; ma invano 
sperò trovare migliore fortuna presso il papa, e i re 
di Napoli. Più volte l'avarizia dei principi o l'intrigo 
dei ministri gli aveva corrotto le più belle occasioni; 
e più volte egli, per poterne ùrare qualche utile né 
sentire infamato il suo nome presso il mondo solitQa 
misurare gli uomini dai risultati, aveva col proprio 
danaro supplito al sostentamento dell'esercito. 



4 FART£ SESTA 

Finalmente scórse di là dai monti un regno grande 
e capace di somministrargli mezzi ed onori corri- 
spondenti alla sua attività, ed il Trìulzìo lo scelse per 
sua patria, e apri ai Francesi la vìa delle Alpi. Ai 
Milanesi , che più tardi lo mandarono a sollecitare, 
perché volesse militare in loro servigio, rispondeva: 
che ei li ringraziava del loro buon cuore; che glielo 
dimostrassero coli* aver cura dell' onore e della con- 
servazione delia patria comune; ma che il dovere e 
la fede lo trattenevano altrove (4)* 

tu ricompensa delle lunghe e gloriose di lui fatiche 
tftvesrnlo i re di Francia successivamente nominato 
damhellano , consigliere, maresciallo, marchese di 
Yigeyano, eonte di Musocco, di Belcastro, di Bassi-- 
gnana e di Gastelnuovo. Ma la fortuna lo attendeva 
«1 più alto grado degli onori per assoggettarne la 
canizie alla più dura prova. 

Dicemmo «ome, dopo avere abbandonato gli sti- 
A. 4 5t8 pendii dei Veneziani, ^ etet il Triulzio ritirato in 
Milano, e l'aveva difesa contro ì Tedeschi. Quivi tro^ 
vandosi aggravato dagli anni e dai malori, si ridusse 
ftflallo ài vivere privato, e cominciò a disporre ogni 
«osa per chiudere lodehr<4mente ì suoi giorni. Ad 
oggetto di assicurate al nipote erede suo gli ampli 
dominii della valle Misoldna, strìnse con licenza del 
smo re alleanza coi cantoni svìzzeri a quella vicini. 
Eresse altresì e dotò in Milano la chiesa di s. Naz- 
iearo, affinchè servisse di tomba a sé ed ai suoi. A 
ttttfi è noto Tepitafio che egli ordinò pel proprio se- 
polcro: Gian Iacopo TViuhio, che non mai posò, qui 

(!) RoStìiini, Vita di Gian Iacopo TriuMo , ì. X. p. 453. 



CAPITOLO P&IMO. S 

posa. Taci. Ma intanto la perseeazìone aguzzava icon* 
tro lui i ferri. 

Era venuto a governare Milano il signore di Lau- 
trec , uomo prode di mano, debole di testa, salilo in 
alto pel favore della propria sorella. A tal uomo gli aspri 
modi, la gloria e le ricchezze del vecchio maresciaflo, 

10 stesso ossequio usatogli universalmente, dovevano 
riuscire intollerabili, tanto più quanto che il Triiilzìo, 
stante il suo grado, era in certa gmsa indipoidente 
e sicuro da qualsiasi colpo diretto. In conaeguepza il 
Lautrec si appigliò ad altre armi. Persuase il re: che 
la lega ed amicizia testé contratta dal Triulzio cogit 
Svìzzeri era nociva alla Francia ; magnificò l'ambi- 
zione e la potenza di lui, e rappresentollo come uomo 
bramoso d'insignorirsi della Lombardia. Insomma a 
codeste ragioni avendo la sordia aggiunto le sue molto 
più efficaci, in breve si accese ndranimo volubile ed 
impaziente del re di Francia una mortale diffidenza 
verso il maresciallo. 

Conobbe tosto questi a più segni il colpo, e delir 
berò di ripararvi andando a discolparsi perscuoiabìtente 
dinanzi al re. Invano gli si opposero gB amici con 
allegargli il conlarario parere degli ast^olo^, la 
grave età, i suoi acciacchi, il rigore della stagione. 
Sciamando che né anche la morte il riterrebbe dal- 
raccorrere alla difesa del {M*oprìo onore , prese in 
lettiga il cammino della Francia. 

Era allora il re occupato a visitare la Brettagna. 

11 Triulzio si avviò per raggiungervelo. Ma giunto ad 
Ancenìs, chiese invano alla regina ed alla duchessa di 
Angoqléane Jia grasia. di venire loro presentato. Esse 
gli feeero ^re di atteidere V «rrivó dd re ; e a tal 



6 PARTE SESTA 

effetto gli fu assegnato un alloggio in un viilaggio 
vicino, Furongli altresì sotto specie di onore deputati 
a compagni tre gentiluomini della guardia reale; però 
còl spreto incarico di custodirlo e riferirne ogni 
detto ed ogni azione. 

Finalmente il re ritornò ad Ancenis ; ma indamo 
il vecchio capitano supplicò di presentargli a voce le 
sue discolpe. Allora egM, non scorgendo altra via per 
fovèDare al re, s'introdusse nella sala, ove questi pran- 
zava, e inginoccMossegli accanto sciamando: «Ah 
sire! ah sire! almeno una parola di udienza! » Il re, 
fattogli appena cenno di rialzarsi, continuò a discorrere 
éogli altri convitati. Terminato il pranzo, si ritirò con 
lui presso una finestra, e con manifesto impeto e tur- 
bamento gli parlò alla lunga. 

Altri colloquii non furono piò tra essi : il Triulzio 
si mise a seguitare di allogamento in alloggiamento 
la corte, sempre ritentando, e sempre vanamente, 
di ottenere udienza, se non dal re, almeno dalla du- 
chessa o dalla regina. Aggiungevansegli per maggiore 
strazio la freddezza e il dispregio dei cortigiani, e le 
acerbità del Lautrec, che ne faceva in questo mentre 
arrestare il nipote, ed intercettava tutte le lettere 
dal Triulzio scritte in Lombardia o di colà a lui in- 
dirizzate. Ad un luogo distante quattro miglia dalla 
città di Ghartres gli fii mestieri di mettersi a letto. 
Riavutosi alquanto, prosegui il viaggio fino a Ghartres: 
ma quivi, sentendosi esacerbare il male «Voi andrete 
senza capitano, disse a coloro che gli erano attorno, 
ed io senza esercito ». 

Allora il re, sìa per rispetto umano, sia per ri- 
morso bontà di cuore, si mostrò dolente della sua 



CAPITOLO PRIMO. 7 

infermità, e spedi a visitarlo quattro medici e non so 
quanti gentiluomini, «e Ohimè ! non è più tempo , 
sciamò il maresciallo : i torti fattimi e il mio cordoglio 
hanno già conseguito il loro effetto. Io son morto ». 
Né altra parola soggiunse per essi. Tuttavia il re lo 
obbligò a ritrattare, benché moribondo, con apposito 
codicillo la convenzione stipulata cogli Svizzeri. 

Ciò fatto, il maresciallo si riconciliò con Dio, e sor- 
retto da due famigli ricevette a ginocchia ignudo 
Teucaristìa. Quindi fece mettere accanto a sé sopra 
il letto la spada sguainata, e tenendosi stretto nelle ^^Ts 
mani il crocifisso, spirò (1). 

Gian Iacopo Triulzio, secondoché si vede nelle me- 
daglie e in un dipinto di Leonardo da Vinci , fu di 
piccola, ma ben complessa corporatura, di fronte 
spaziosa, di naso rilevato, con molta zazzera al capo. 
Ciò quanto all'esterno. IH animo fu superbo, iracondo, 
violento, parziale, più atto a conquistare stima e 
morale preponderanza, che a conservarsela. Ma questi 
difetti rattemperava egli con molte virtù , non meno 
grandi e prepotenti; posciaché il Triulzio era uomo 
da non volere e proseguire sia il bene sia il male, se 
non se sempre con foga e pienezza. Generoso, libe- 
rale, amico deirordine, prode, attivo, severissimo, 
sovente soccorreva i soldati col proprio denaro, so- 
vente colla propria spada li castigava. Perdonò la vita 
a un sicario, che stava appiattato per ucciderlo: 
mandò inesorabilmente alla morte un parente della 
regina di Francia, convinto di sacrilego stupro. Nel 
4 808 comandava egli fra le altre una banda sfrena- 

(1) Brantome, Fie de /. /. 7W«/ee, t. II, p. S44. ^ Rosmini , 
f^tte M TYwlxio. 



8 PARTE SESTA 

tissima di Spagauoli. Costoro, non potando più tolie* 
rare la tardanza delle paghe e la sua severità , con- 
giurarono dì rìYoltarsegli. Andato a male il disegno, 
tutti in ginocchio gli domandarono misericordia. Il 
Triulzio li rialzò, li perdpnò, e distribuì fra essi 
molto denaro suo proprio, affinchè se ne servissero 
fino alFarrivo di quelle^ né, arrivate che furono, 
permise che glielo restituissero. 

Del resto ebbe egli comune co'suoi contemporanei 
l'amore verso le lettere, e la credulità airastrologìa. 
Fu appassionato del Commentarii di Giulio Cesare, e, 
benché vecchio e carico di onori, frequentava nei 
giorni d'ozio le scuole del Parisio , del Paciolo e dì 
Giorgio Valla , forse cercando nella lettura e nella 
meditazione quello sfogo alla propria attività che i 
tempi gli negavano. Un motto sfuggito al duca 
Galeazzo Maria Sforza procurò al Triulzio il sopran- 
nome di Grande^ che i posteri gli confermarono : e 
forse egli sarebbe veramente stalo tale, se fosse nato 
in tempi, in cui avesse potuto servire, anziché lo stra- 
niero, la propria patria. 

II. 

Alla narrazione degli ultimi moinenii del famoso 
Triulzio terrà ora dietro quella dei primi fatti di un 
altro non meno illustre capitano. Cosi la natura ri- 
trova in se medesima p^petui compensi, e trasporta 
dall'una all'altra persona, dall'una all'aUra gente la 
gloria e i doni suoi più preziosi, per pareggiare poi 
f^rse nello spazio dei secoli tutte le na^iopi a uguale 
misura di favori. 

Da Giovanni de'Medici e da Catterina Sforza nacque 



CAPITOLO PRIMO. 9 

nel di 6 di aprile i498 Giovanni, ehe più tardi eM>e 
il .soprannome delle Bande Nere, Il padre dì lui di- 
scendeva per diritta linea da Lorenzo fratello di 
Cosimo pctdre della patria; la madre aveva sposato in 
prime nozze Girolamo Riario, signore dì Porli , e di 
lei sì narrava che, trovandosi assediata nella rocca 
di questa città, a chi la minacciava di uccìderle i fi- 
gliuoli se non rendesse la rocca, aveva risposto che 
avrebbe saputo farne degli altri (i). Poco dopo la 
nascita del piccolo Giovanni, Gatterina perdette il se- 
condo marito; onde, sospettando di qualche perfidia 
da parte di Lorenzo Riario, suo figliuolo del primo 
letto, confidò il bimbo a non so quali monache. Ciò 
non pertanto Lorenzo trovò modo di levarlo di colà: 
essa allora glielo contese davanti ai tribunali, e tanto 
accanitamente, che questi, dicesi^ mori dal dispetto. 
Da fanciullo Giovanni de*Mediei dimostrò inclina- 
zioni terrilalì e sanguinarie: sventrar cani e gatti ^ 
battere balia e maestro, battagliar coi compagni, e 
pestarli, e graffiarli, e ritornare a casa tutto livido e 
sporco di sangue. Divenuto più adnlto, ebbe per 
quotidiano studio e sollazzo gli esercìzii del corpo, 
maneggiare le armi, lanciare il palo, stancare al corso 
ferod cavalli, saltare, fare alla lotta e al nuoto. Né 
la voglia dd sangue gli passava cogli anni; sicché 
alla fine venne bandito per 20 miglia dalla città di 
Firenze. Tornovvi ad interposizione di alcuni amici; 
ma non andava guarì che feriva in rissa un Boccaceino 
Alamanni, e si faceva uccidere ai piedi un famiglio 
del signor di Piombino , che gli aveva detto contro 
alcune villanie. 

(1) Machiavelli, Storie, 1. Vili. p. i33« 



IO PARTE SESTi 

Qaestì fatti erano da bestia feroce; altri di lui si 
raccontano ridevoli, e tuttavia bastanti a provare 
come ne fosse già in quella giovane età la risolutezza 
e l'ardire. Narrasi per esempio che una volta, essen- 
dosi abbattuto con parecchi amici di notte in una folta 
squadra di birri, Giovanni de'Medici, dopo aver con- 
tato gli uni e gli altri, « Noi siamo dodici, sclamò : 
possiamo assaltare quella canaglia )>. « Di grazia, sog- 
giunse Gìannozzo Pandolfini che era con lui, il vo- 
stro conto falla; io non ci vuo' entrare per cosa del 
mondo». Né mai molti anni di poi accadevagli di 
ricordare questo accidente, senza riderne sganghe- 
ratamente (i). 

Il papa Leone x, che gli era parente, pensò di 
mettere rimedio a tanta sfrenatezza, chiamando il 
giovanetto presso di sé. Ma Giovanni de' Medici non 
fu a Roma meno che a Firenze , prodigo del sangue 
e degli averi. Che anzi, avendovi attaccato inimicizia 
con alcuni signori della casa Orsina, vi passava le 
notti e i giorni in disperate fazioni. 

Per buona ventura scoppiò in questo mentre la 
guerra tra il papa e il duca di Urbino. Essa gli fece 
nascere l'idea di farsi soldato. Raccolse a tale effetto 
un centinaio tra famigli e compagni, li mise a cavallo, 
se ne fece capo, e cominciò con loro quella sua com- 

(1) Mossi, Compendio della vita del signor Giovanni (Firenzo 
1606). — Ammirato, Vita di Giovanni de' Medici^ p. 176, segg. 
(Oposcoli, t III).— G. G. de'Rossi, Vita di Giovanni de'MeéUsi, 
p. 56 ^Milano 1833). 

Di queste tre biografie di Gioyaniii de' Medici, la prima 
per data e la più importante è quella scritta da Gian Giro- 
lamo de' Rossi, yescoYo di Parma, il quale era nato da una 
Bianca Riario, sorella aterina del medesimo. 



CAPITOLO PRIMO. n 

pagaia d^ùomini formidabili che doveva destare me- 
raviglia ad amid ed a nemici. 

Ciò ne conduce a raccontare le imprese di nn altro 
capitano e di altri venturieri. 

III. 

Il ducato di Urbino, dal quale erano usciti tanti 
iiamosi condottieri, era feudo della Chiesa. Spentavìsi 
nel principiare del xvi secolo la stirpe degli antichi 
signori di esso , il papa Giulio u ne aveva investito 
Francesco Maria ddla Rovere, proprio nipote e ni- 
pote pur anco per via di donne di Guidobaldo, ultimo 
duca. Ad esempio di Giulio ii il suo successore Leone x 
pensò di trasferire quel feudo nella propria famiglia 
de*Medici; e siccome gli bisognava spogliarne chi lo 
possedeva, cosi trovò contro il duca Francesco Maria 
molti capi di accusa e di condanna, cioè ch'egli aveva 
ucciso il cardinale di Pavia, rifiutato il passo pe'suoi 
Stati alle milizie papali, ricusato di militare in ser- 
vìgio della Chiesa, e pel contrario trattato col re di 
Francia per passarne agli stipendii. 

A -tutte queste ragioni avrebbe il duca potuto op- a. t.si6 
porre molte e forse valide discolpe: ma le vide appog- 
giate da forze tali, che, strappandosi airaffezione dei 
sudditi, fuggi, e rieoverossi sotto- mutate spoglie a 
Goito nel Mantovano. Quivi si tenne celato lungo 
tempo, di rado permettendosi qualche scappata a 
Mantova, dove si introduceva col fovore delle tenebre 
per la porta di soccorso ad abbracciare furtivamente 
la moglie e il figliuolo (1). 

(1) Leoni, ViUidd ducaFraneetco Maria della Rovere, lib. IL 
p. 190 (Venezia 1605). 



13 PÀKTE SESTA 

Ma essendosi ia questo mezzo conclusa la pace di 
Noyon, Francesco Maria della Rovere risolse di va-r 
lersì delle soldatesche , che venivano licenziate, per 
rìacquistape il perduto. Con qualche offerta di danaro 
mosse a seguitarlo cinque mila Spagnuoli e tre mila 
Italiani a piedi, ed ottpcento cavalleggeri tra Borgo- 
gnoni, Spagnuoli ed Albanesi , di quelli che ultima- 
mente si erano albticati alla difesa di Verona (1). 
Erano essi rispettivamente comandati da capi delle 
medesime nazioni: ma a tutti e per la nobiltà del 
sangue e per Timportanza dai gradi fino allora eser- 
citati soprastava Federigo Gonzaga da Bozzolo. 

Questi, che fu poi ceppo dei signori di Bozzolo e 
Sabbionetta, la cui stirpe mancò nel 174)9, era stato 
dei primi in Italia» che capitanasse squadre regolari 
di fanteria. Il desiderio di farsi onore e l'odio suo 
grandissimo contro la schiatta de'Medici, a cui sug- 
gestione era stato nella guerra anteriore privato del 
comando di tutte le fanterie della Lega, non meno 
che l'antica sua amicizia verso il duca di Urbino, lo 
indussero ad abbracciarne fervorosamente la causa. 

Le soldatesche si riunirono, o, come allora si di- 
A. 1517 ceva, fecero la masaa in un luogo del Mantovano. 
Colà il duca di Urbino a cavallo le arringò, mostrando 
loro la facilità dell'impresa e la grandezza de* pre- 
mi! che era IccìjIo aspettarne. Poscia confermò i capi 
eletti dalle squadre , nominò un commissario gene- 
rale, un maestro di campo « un foriere ed alcuni 
altri officiali, ed allo strepito ddle trombe e dtigU 

(1) Guicciardini, Storia^ lib, XIII. p, 257. — Ammirato, Sto- 
rie, 1. XXIX. p. 333.^ P. Jofii, f^fft» L$(mié X, I. HI. p. 73. 
— Leoni, cit. lib. II. p. S03. 



CAPITOLO PRIMO. iS 

evviva diede il segnale della partenza. Erano tutti 
bravi e sperimentati nomini di guerra; e, benché 
privi di denaro, di artiglieria e di muni£ioni, soppe- 
rivano ai bisogni presenti coHe speranze nell'avve- 
nire. Traghettato il Po ad Ostia, e ricevutavi la prima 
mezza paga, con tal celerità seguitarono il viaggio, 
che le genti del papa, le quali erano stanziale in 
Rimini ed in Ravenna, non eU^ro tempo di opporsi 
loro. In breve, tutto il ducato di Urbino , tranne la 
fort^sza di San Leo e le città di Pesaro e di Sinigaglia, 
cadde in potere dtegli assalitori. Tentarono altresì, 
ma indarno, di sottomettere Faenza e Fatto mediante 
cinque pezzi di artiglieria ritrovati in Urbino. 

Nel medesimo tempo il duca di Urbino mandava 
per mezzo di un araldo a proporre a Lorenzo dei'Me- 
dici, generale della Chiesa, di terminare la guerra 
con un combattimento b tra essi corpo a corpo, o di 
una squadra contro un'altra, o dì tutti i ducali contro 
altrettanti papalini e mille di vantaggio. Lorenzo fece 
imprigionare l'araldo, ed assoggettoUo ad aspre tor- 
ture, per cavarne i segreti del suo padrone: e siccome 
aveva assoldato iMion numero delle fenterie che va- 
gavano per l'Italia, e formatone cm giusto esercito, 
co^ portò i suoi alloggiamenti presso quelli dd ne- 
mico, nella Muoia di impedire ai ducali le scorrerie, 
unico loro nutrimento, epperciò costnngerli a di- 
sciogliersi e abbandonare l'impresa. A tal effetto si 
giovava egli meravigliosamente dell'opera di Giovanni 
de'Medici, allora garzone di i9 anni, il quale sem- 
brava che nella guerra bramasse, ancor più dell'o- 
nore, i pericoli. 

La determinazione presa dall'esercito della Chiesa 



ik PARTE SESTA 

sconcertò mpUissiino i disegni del duca di Urbino, il 
quale, confidando nella bontà delle proprie genti « 
desiderava piuttosto di ridurre in un fatto d'arme 
tutto l'esito della guerra. Ma poco mancò che il caso 
non gliela desse vinta . 

Era l'esercito della Chiesa stato composto in fretta 
di molte nazioni, Italiani, Tedeschi, Spagnuoli, Gua^ 
sconi e Corsi, dei quali ultimi già si feceva qualche 
uso in guerra. Erano perciò frequenti e sanguinose 
le gare tra gli uni e gli altri: che anzi, essendosi 
Lorenzo de' Medici dovuto allontanare dal campo per 
curarsi di una ferita, giunsero i litigi a tal segno, 
che ne nacque quasi un generale fatto d'arme (1). 
Fomentava segretamente codesto inc^[idio il duca di 
Urbino, eattivandosi gli uni, stuzzicando gli altri; sic^ 
che in conclusione l'esercito della Chiesa si divise in 
tre, parti. Gli Italiani sì alloggiarono in Pesaro , i Gua- 
sconi nella pianura mezzo miglio discosto dalia città, 
ed i restanti sopra il monte detto deU'Jmpertafe, in 
modo che gli Spagnuoli né occuparono la vetta, i 
Tedeschi il declivio, e i Corsi le pendici. 

Ciò saputo , il duca di Urbino dà or<fine alle sue 
genti di salire l'opposta spalla del monte, e tostochè 
sieno vicine agli alloggiamenti degli Spagnuoli gridar 
loro di seguitarle. Detto fatto : gli Sps^fnuoli, messosi 
un ramoscello verde sopra i cappdli, si unirono ai 
ducali : quindi tutti insieme discendendo sopra ì ne- 
mici, ruppero e cacciarono in Pesaro i Tedeschi e i 
Corsi, e trascinarono nel tradimento gran parte dei 
Guasconi. 

(1) Goicciardini, Storia, lib. XIII. 285. — Ammirato, Storia, 
lib. XXIX. 327. 



CAPITOLO PRIMO. 45 

Avrebbe questo accidente assicurato a Francesco 
Maria della Rovere b possessione del ducato di Urbino, 
se non gli fossero mancati denari, viveri ed ogni cosa 
opportuna a tener viva la guerra; tantoché quell'ac- 
crescimento di soldatesche gli riusciva piuttosto di 
danno che di profitto. In conseguenza egli determinò 
di discostara dall'inimico, e portare la guerra nella 
Toscana, provincia da molto tempo rimasta incolume 
dai furori della guerra. Ma prima pensò di mondare 
l'esercito dai traditori, e specialmente dal Maldonato, 
capitano degli Spagnuoli, che si trovavano ai suoi 
servigi. 

Aveva costui fin dal principio della impresa aperto 
co'nemid trattative esiziali alla vita ed allo Stato del 
duca. Alcune lettere intercettate comprovavanlo evi- 
dent^nente, e gli Spagnuoli medesimi lo sapevano 
tanto bene che per non venire riputati complici del 
tradimento aveano in un apposito scritto riprotestato 
al duca la propria fedeltà. Pure il Maldonato né era 
fu^to, né aveva tralasciato i suoi colpevoli maneggi : 
anzi un di spinse l'audacia al punto che minacciò il 
duca il quale con lui trattenevasi. Ciò indispetti le 
soldatesche che, radunatesi a suon di tamburo, man- 
darono supplicando il duca, affinché volesse palesare 
i nomi dei traditori. 

n duca, che aveva da lunga mano preparato tale 
scena, dopo aver reso alle squadre molte grazie, 
narrò loro le trame del Maldonato, mostronne le let- 
tere, le patenti e i salvocondotti inviatigli dal nemico, 
e per ultimo ne fece leggere da Federigo di Bozzolo 
il legale processo. Stavano i rei nel centro delle or- 
dinanze circondati da picche, e a stento il duca pò- 



16 PARTE SESTA 

teva trattenere le soldatesche dal mandarli a pezzi. 
Terminata la lettura del processo, le invitò a pren- 
dere quella risoluzione che stimas^ro. In pochi istanti 
il Maldonato e i suoi complici vennero oppressi dì 
ferite; le bagaglie loro diventarono premio dei giudici 
ed esecutori (i). 

Assicuratosi in tal maniera deiresercito, il duca di 
Urbino si accostò a Perugia, e dopo averne ricavato 
una taglia del valore di 40 mila ducati, si volse ad- 
dosso a Città di Castello. Ma la fama dei progressi 
ostili il costrinse a ritornare frettolosamente addietro. 
Per istrada saccheggiò la città di Iesi, e disfece un 
corpo di ottomila papalini. Se non che il tempo da 
lui vanamente speso nell'assedio di Corinaldo fini per 
consumare le sue forze. Si aggiunse che Lorenzo de' 
Medici trovò modo di scemargliele ancora più, pro- 
mettendo tre paghe di ingaggiamento a chiunque ab- 
bandonasse il campo ducale. Oltreacciò gli amba- 
sciatori del re di Francia e di Spagna minacciavano 
tuttodì di richiamarne le soldatesche delle rispettive 
nazioni. 

Stretto da tante necessità, dopo avere indarno ten- 
tato di insignorirsi di Pesaro, di Rimini ed anche di 
qualche luogo della Toscana, Francesco Maria della 
Rovere si piegò a concludere un accordo col papa. 
In forza del quale accordo venne prosciolto dalle 
scomuniche, e parti con Federigo da Bozzolo e colla 
-scorta di 100 uomini d'arme e di 600 fanti in cerca 
di migliore fortuna. Dieci anni più tardi sfogava poi, 
come vedremo , le sue vendette sopra Roma e sopra 

(I) Leoni, yUa dì Francesco Maria della Rovere^ II. 249. 



CAPITOLO PRIMO. 47 

UH aUro pontefice della medesima stirpe Medicea. 
Dei soldati che avevano militato in questa guerra, 
alcuni passarono agli stipendi! della Spagna, i più si 
dispersero per l'Italia (i). 

Il sommo pontefice si valse del vantaggio della ^* ^^\^ 
vittoria per isterminare i residui delle signorie» cbe 
ancora duravano nello Stato della Chiesa. Chiamò a 
Roma sotto la falsa fede di un salvocondotto Giam- 
paolo Baglioni, signore di Perugia, unico superstite 
dei condottieri che nel 1502 avevano congiurato con- 
tro il duca Valentino , e dopo aspre torture gli fece 
recidere il capo. Quindi col biaccio spedalmente di 
Giovanni de' Medici privò della vita e del dominio 
Luigi Freducci, figliuolo del famoso OliTen>tto, TAmar 
deì, il Zibicchio e il Samìani, che rispettivamente 
tiranneg^vano Fermo, Recanati, Fabriano e Bene*- 
vasto. Ciò indusse tutti gli altri prindpotti a recarsi 
a Roma e giurarvi obbedienza. 

Per ordine del medesimo pontefice, Giovanni de'Mo- 
dici ripose pure in istato 11 signore di Sermoneta, ed 
occupò varie altre terre. Pdsda avendo subodorato 
che il marchese di Pescara radunava di nascosto gente 
nelI'Abmzao , con tanta celerità gli marciò contro, 
che lo sorprese e fece prigione. Tostochè però s^pe 
che il marchese operava d'intelligenza col papa , lo 
rimise in l&ertà (2). 

Successe ancora sul finire dell'anno 1590, che un 

(1) VermiglieU, P^a di MalatetiaBaghom, dee. VI. --Gwr 
ciard. XIIL 314. — Ammirato , Storia, XXIX. 332. — Jovii, 
rita Leonis X, lib. IV. p. 80. 

(9) Ammirato, Opuscoli^ t. III. p. 183. — Anonimo padov,^ 
ma. cit. dal Muratori AA. 1520. 

yoi.iy, 2 



18 PARTE SESTA. 

corpo di trinila Spagnuoli destinati a ritornare in 
Ispagna sbarcarono contro il volere dei proprii capi 
sopra le spiagge della Calabria, e si avviarono verso 
Roma, con grande spavento del sommo pontefice, il 
quale dubitava ch'essi fossero per unirsi col duca di 
Urbino e cogli altri malcontenti per tirare qualche 
gran colpo. Ma un po' le armi opposte ad essi nella 
Marca di Ancona , un po' le minaccio e le persua* 
sioni non tardarono a sperperarli (i).. 

Furono codesti torbidi, non so se dirò meglio, re* 
A. 1521 liquie della guerra passata, o preludi! di quella che 
nel 1521 suscitò il papa Leone x, in sostanza per la 
lusinga d'ingrandire la propria casa e riavere Pam^ 
e Piacenza già possedute da Giulio ii antecessor suo, 
ma sotto il pretesto di scacciare i Francesi dalla Lom* 
bardia, e darla a Francesco Maria Sforza, figliuolo di 
Ludovico il Moro , già duca di Milano. Col papa si 
alleò Carlo v, imperatore dì Germania e re di Spagna; 
coi Francesi si confederarono i Veneziani; 1 quali tut- 
tavìa, ricordandosi dei danni e delle befTe guadagnati 
nelle alleanze passate, erano risoluti, di procedere 
freddamente, e piuttosto pensare alla difesa propria 
che alla offesa altrui. 

Nel campo spagnuolo- pontificio il comando su- 
premo toccò in apparenza al marchese dì Mantova, 
ma nel fatto a Prospero Colonna; quello delle fante- 
rie spagnuole fa dato ad Alfonso d'Avalos marchese 
di Pescara, e quello dei cavalleggeri italiani a Giovanni 

(1) Gtticciard. XIII. 364. 



CAPITOLO PRIMO. 19 

de' Medici. Oltracciò molti fuorusciti milanesi colla 
persona di Francesco. Maria Sforza dorevano erom- 
pere in. Lombardia dalla parte dì Como. 

Comandava i Francesi il signore di Lautrec , po- 
vero di denari e di consigli; e sotto di lui militavano 
il signore diLescuns suo fratello, e Fedeidgo Gon- 
zaga da Bozzolo sovraccennato. I Veneziani avevano 
commesso il carico della guerra a Teodoro Triuhio, 
col grado di governatore. Stavano inoltre con essi 
Marcantonio Colonna e il duca di Urbino, quegli senza 
titolo e grado, come soldato del re di Francia, questi 
trascinato dalle solite speranze dei fuorusciti. Del resto 
non pochi Tedeschi e Svizzeri a soldo servivano l'una 
e l'altra parte. 

Cominciò il Colonna le ostilità, mettendo l'assedio 
alla città di Parma; ma bentosto, sbigottito dail'av- 
vidnarsi dell'esercito francese, abbandonò l'impresa, 
e, avendo traghettato il Po a BresceUo, si alloggiò tra 
il fiume e Casalmaggiore , col dup^ce intento e di 
alimentare più facilmente l'esercito, e di tenere in 
rispetto i Ven^iani. Marciògli dietro il Lautrec: ma, 
siccome si l'uno che l'altro nonvoleva né £u*e battaglia, 
né essere il primo a muoversi, cosi i due eserciti stet- 
tersi a fronte senza far niente circa un mese, finché 
gli Svizzeri, che. militavano sotto il Lautrec, vennero 
richiamati in patria. Ciò costrinse i Francesi a riti- 
rarsi al di là dell'Adda, ed a fortificarne la destra 
sponda. 

Prospero Colonna non fu lento a seguitare il corso 
della propria fortuna, ed essendosi avvicinato all'Adda, 
quasiché volesse sforzare il ponte dì Cassano, vi dì- 
stese in faccia le sue g^nti. Ma nel medesimo tempo 



30 PARTE SESTA 

dava segreto ordine ad alcune bande d' Italiani di ten- 
tare il passo dì Vaprìo, cinque miglia più in su. 

Era questo passo difeso dal conte Ugo de'Pepolì ; 
il quale, non appena senti lo strepito degli assalitori, 
che accorse per rituffarli nel fiume, e mandò ad av- 
vertirne il Lautrec. Ma la ferocia di Giovanni de' 
Medici non diede tempo aireserdto francese di arri- 
vare al soccorso ; posdachè , essendosi egli gettato 
furiosamente neiracqua, superò sotto i colpi ostili la 
riva opposta, e aperse tale strada ai suoi seguaci, che 
i Francesi cedettero il posto, e si raccolsero a Cassano. 

Dall' Adda in là non fu più pei Pontificii e Spagnuoli 
che un viaggio. Il Lautrec con piccolo seguito dì 
gente si ritirò nel Bergamasco; e Milano insieme con 
Lodi» Pavia, Como e Cremona si posero sotto Tobbe- 
dianza di Francesco Maria Sforza (1). 

La morte del papa Leone x avvenuta verso la fine 
dell'anno intiepidì le fazioni della guerra. Il duca di 
Urbino se ne prevalse per ricuperare il suo Stato, 
sottomettere Todi e Perugia , e minacciare la To- 
scana. Aveva egli radunato tra fiiorusciti e soldati 
di ventura un corpo di seUemila uomini, e si tro- 
vava spalleggiato non solo (kgli Orsini, dal Petrucd, 
dal Baglioni e dagli altri signorotti dello Stato deila 
Chiesa, ma eziandio dal re di Francia, il quale anzi 
era in trattative per assoldarlo insieme cogli altri 
compagni (2). Ne avrebbe perciò la Toscana, e 

(1) Gdeat. C^feiìai, De òdio MedioL 1 1. p. 1960 (ap. Grov., 
t. II. pars ult). — Guicciard. XIV. 57. — Martin du Beliay, 
Mémoires, p. 352. — P. Jovii, Vita Piscariof, lib. II. p. 325. 

(2) Vi i capiteli da costoro proposti al re iwl 1. 1. p. 13S- 
-143 dei J>ocum. di Storia italiana^ editi dal Molini. 



CAPITOLO PRIMO. SI 

specialtnente Firenze ricevuto senza fallo gravissimi 
danni, se questa non avesse invocato in proprio aiuto 
Giovanni de' Medici. 

Aveva egli per dimostrare il proprio cordoglio della 
morte del papa mutato in bruno le Uancbe sue inse*- 
gne ; sicché le sue genti avevano da ciò cominciato 
a denominarsi le Bande nere (I). Con esse, e eon al- 
quanti Sviaszeri e Tedeschi assoldati in fretta» accorse 
adunque a difendere la patria dagli assalti del duca 
di Urlano. Nò fu riletto diverso dall'aspettativa dei 
Fiorentini : postìachè pochi giorni bastarono a Gio* 
vanni de'Mediei non solo per respingere il duca fuori 
del dominio , ma per ricuperare alla repubblica il 
contado di M<mtefeltro. E sarebbesi ancora senza 
fallo impadronito di Perugia » se la gelosia del suo 
ingrandbnento non avesse eccitalo il colico dei ma- 
dinali a vietai^Uelo eq^ressamente» ed a rappadficare 
il duca di Urbino coi Fiorentini. 

Giovanni de'Mediei concepì di ciò tsAe sdegno che a. 1522 
sen^'-altro partisi dalia Toscana» e passò in Lombar- 
dia sotto colore dì volervi«i xtetlereai s^vi^ del duca 
Francesco Maria Sfona* Ma il pensiero che realmente 
ferveva in lui » era quello di abbandonare la Lega 
^agnuolo^ontìfida , ed accettare le ricche offerte 
del re dì Francia , che gli prometteva la diretta si* 
gnoria d'Imola e di Forlì già rette dalla madre di luì 
Gatterina, e quella finanche di Firenze, ch'ego ago- 
gnava. Però a queste lusinghe si opponeva il rispetto 
non meno per la fede giurata alla Lega, che per le 
fatiche sostenute in prò di essa; talché, dubbioso fra 

(1) Ammirato, Opuscoli^ t. 111. p. 185; Storia, XXIX. 343. 
— Guicciardini, XIV. 82. 91. 



t3 • Pkk*TÈ S£STA 

qaésto e quel consiglio, Giovanni de'Medici aggiro^sl 
per qualche tempo nei contorni di Parma senza mo- 
strare di appigliarsi a veruna deliberazione. Alla fine 
si lasciò vincere dall'ira propria e dalle suggestioni 
altrui, é con 3000 fanti e 200 cavalli si condusse agli 
stipendi! della Francia (i). 

L'arrivo delle bande nere infuse tal animo nel si- 
gnore di Lautrec, che pose l'assedio a Pavia collo 
scopo, o d'impadronirsene veramente, o di divertire 
da Milano Prospero Colonna, il quale ne aveva cinto 
il castello di un doppio e mirabile ordine di trinciere. 
Però l'ottimo pensierodelcapìtanofrancese fu mandato 
a male dagli Svizzei*] ; i quali , annoiati pel ritardo 
delle proprie paghe , gli protestarono tumultuaria- 
mente che avevano risoluto di partire: «Ma prima 
voter far noto al mondo, che non per codardia' si al- 
lontanavano; perciò avere staMlito di andare incontro 
agli Spagnuoli, e di sbaragliarli dovunque questi si 
trovassero, e in quanto maggior numero; d^po la 
vittoria partirebbero: li mandasse perciò al combat- 
timento soli, o coi Francesi, non importala ; bensì 
voler eglino esser i primi all'assalto, come erano stati 
i primi a Novara due lustri avanti )>. Il signo^re di 
Lautrec, dopo avere adoperato. ogni via per dissua- 
derli, si piegò alla loro domanda. 
- Fu il risultato conforme purtroppo ai suoi presagi. 
Gli Svizzeri ritrovarono i nemici ottimamente accam- 

(1) I Francesi gli stabilirono 8000 ducati di suo piaUo, 
ossia proyigione particolare, e la condotta di 4000 fanti e 
400 cavalli. Ammirato, Opuscoli^ t. III. p, 186. — Castiglione, 
Lettere di negozio^ t. I, p. 21. 67. — Martin du Bellay, Mémóires^ 
p. 368. 



CAPITOLO PRIMO. 35 

pati alla Bicocca, villa prossima tre miglia a Milana, 
in un sito naturalmente difeso da canali ed argini. 
Dietro dì questi stavano le fanterie spagnuole schierate 29apriic 
su molte righe, ed instrutte in modo, che, appena ^^^^ 
sparato, la prima riga si inginocchiava per caricare, 
e cosi faceva la seconda e la terza : allora la prima, 
si rialzava a rinnovare il fuoco. Invano il Lautrec 
mandò il Lescuns con 500 uomini d'arme ad investire 
i difensori alle spalle, e adoprò uno stratagemma per 
ingannarli e penetrar furtivamente nel campo loro: 
tale tempesta di cannonate e di archìbugiate piovve 
addosso agli Svizzeri, che dopo avere mostrato la so- 
lita bravura si ritrassero , abbandonando sul terreno 
5000 morti (i). Il giorno seguente si avviarono per 
ritornare in patria^. 

In conseguenza dì questa sconfitta, monsignore di 
Lautrec ripassò in Francia per solleciitarvi la forma- 
zione di un nuovo esercito. Giovanni de'Medici, dopo 
avere (moratamente &feso Cremona, né esci mediante 
un accordo; « recessi nel Parmigiano in aiuto dei 
oontì da S. Secondo, figliuoli dì Bianca sua sorella, 
I quali erano fieramente guìérreggiali da altri signo- 
rotti (2). 

V. 

Spuntò infelicemente pei Francesi Tanno iS2S. Il 
castello di Milano, dopò un'ostinata resistenza, si ar- 

(1) Galeat. Capella, op. cit.^ lib. II. p. 1269. — Guicciard., 
XIV. HO. — Martin du Bellay, Mémoires, t. I, p. 376. — Ioyìì, 
rUa Piscarice, II. 340. 

(9) Ammirato, Opuscoli^ p. 186. — M. du Bellay, Mémoires^ 
p. 3S6. 



24 PARTE SESTA 

rese a Prosfpero Colonna; i Veneziani si collegarono 
col papa 6 coirimperaiore; e ne imitò l'es^npìo Gio- 
vanni de'Medici , che ad istanza del cardinale Giolio 
de' Medici, il quale allora signoreggiavit Firenze, si 
ritirò dai servigi della Francia, ed abbracciò quelli 
ddtla Lega. 

Ciò non pertanto, essendosi l'ammiraglio Bonnivet 
calato dalla Francia in ItaMa con un foiiiifeo esercito 
di 1800 uomini d^arme e 54 mila fonti,, non incontrò 
ostacoli ad occupare le città di Novara e di Vigevano. 
Sarebberi anche ugualmente insignorito dì Milano , 
la quale si trovava sprovveduta di nnira e di presidio, 
se la persuasione di ricavarne, mediante vn accordo, 
guadagni molto maggiori che mediante il sàodiegglo, 
non l'avesse indotto a so£fermarsi tamto presso il li* 
cino, che il Colonna étbe tempo di metterla al sicuro 
da ogni assalto improvviso. 

Perduta l'occasione, il Bonnivet ddiberò di sotto* 
mettere la città per lungo asseAo. Ma la stagione era 
troppo avanzata, perchè egli potesse condcrioa buon 
termine. In breve la solita impazienza degH SMzzeri, 
la scarsità dei viveri e le intemperie lo costrinsero 
ad allargare l'assedio, ed acquartierare le genti parte 
a Bìagrasso, parte a Rosate. 

I Milanesi respirarono alquanto ; ma non tardò a 
contristarli gravemente la morte di Prospero Colonna 
avvenuta il penultimo giorno dell'anno dopo una lunga 
e crudele infermità. Corse voce che morisse dì veleno 
o di amatorio medicamento : ma sembra piuttosto che 
l'età, l'intempestiva lussuria e la rabbia di dover ce- 
dere il comando allo spagnuolo Lannoy viceré di Na- 
poli, concorressero ad affrettarne il fine. Del resto fu 



CAPITOLO PiUMO. SS 

capitano di alta fisde, pradeiua e disciplina, ed anche 
di molta fama ; quantunque in r^ltà fosse atto piut- 
tosto ad evitare sconfitte , che a conseguire vittorie. 
lllor€flido lasciò ^iandio il nome, benché non affatto a 
ragione, di essere stato il primo a ben conoscere e 
praticare i modi di difendere e di e^pugnstf e le piazze 
seewdo l'arte novella (t). 

Apersero la campagna del 182^ Giovanni de'JMedici 4. 1524 
e il marchese di Pescara colla improvvisa occupazione 
di Rebecco, terra mal gannita di mura che era cu- 
stodita a malincuore dal cavaliere Baiardo. Infatti es- 
sendo parliti sul fare della notte da Milano colle ca- 
micie sopra le armature , si accostarono tacitamente 
alle mura» e fugate le/ prime scolte, e superato nel- 
rinsiegulrle un po' di contrasto alle porte, se ne im* 
padronirono. Il cavaliere Baiardo , che si trovava a 
letto molto sgagliardito dalla febbre, ebbe gran pena 
a salvarsi in csMcia (9). 

Presa e depredata Rebecco , Giovanni delttedici la 
sgombrò tosto per unirsi all'esercito dd Veneziani. 
Quindi, sentendo che un corpo di cinque mila Gri- 
gioni era giunto nel Bergamasco e faceva forza per 
congiungersi ai Francesi , si pose loro dappresso , e 
coU'intraprenderne i convogli, e coi giornalieri assalti 
li stancò tanto che li costrinse a ritornare addietro. 
Ciò conseguito, occupò Caravaggio, sfondò colle ar- 

(1) Brantòme, F'ies de Prosper et de Fabrice Colonne^ tom. I. 
p. 116. 

(2) Mém, de Bayard, eh. 64 (ap. Petilot, CollecUon de mém. 
pour VHist. de France, t. XV). — M. du Bellay, Mémoires p. 443. 
— Guicciardini XY. 200.— Galeat. Capella, Hùt. Mediol. III. 
1981. — lovii, f^ita Piscar., III. 356. 



26 PÀUTfi SUSTA 

tiglìérie il ponte costrutto dai nemici sopra il Ticino, 
e dopo un molto terrìbile contrasto espugnò Bia- 
grasso. 

Ma bruttò queste prodezze la crudeltà «da lui usata 
verso SOO Svizzeri in vendetta della uccisione di non 
so quale suo capitano: posciachè, dopo averli ricevuti 
a patti, contro ogni prìnciiHO di giustizia e di uma- 
nità, li fece morire. Tal cosa irritò talmente gli altri 
Svizzeri, che si abituarono a non dare più quartiere, 
con grande cordoglio degli Spagnuoli, i quali, usando 
la rappresaglia, si privavano del guadagno dei riscatti, 
e non usandola, si privavano della soddisfaeione della 
vendetta (1). 

Quéste furono le fazioni principali operate in Lom- 
bardia: imperciocché il Bonnivet, vcfggendosi tuttodì 
scemare Vesercito molto più per le diserzioni che per 
le ferite, deliberò di ritornare in Francia; e parte 
ritirandosi in buon ordine, parte. fuggendo, rivalicò 
le Alpi. I confederati, proseguendo la vittoria, inva- 
sero la Provenza. 



(1) M. du Bellaj, Mémoires, 466. — P. Ioyìì, Fila Piicar., 
HI. 357. 




CAPITOLO SECONDO 

GioTanni de' Hediei. 

(A. 1524-1526). 



t. Ordinamento delle Bande Nere. Riputazione loro nel-' 
l'Italia. Speranze che universalmente se ne conce" 
piscono. 

II. Giovanni de* Medici nella Lunìgiana e a Fano. Calata 
di Francesco I in Italia. Giovanni de' Medici gli si 
unisce sotto Pavia ] ma ben tosto viene ferito e co- 
stretto a ritirarsi. Battaglia di Pavia. Lega dei principi 
italiani contro Carlo V. Giovanni de'Medici all'esercito 
della Lega. Infingardaggine e perfidia del duca d'Ur-' 
bino. Il castello di Milano si arrende agli Spagnuoli. 

III. Calata del Frundgberg coi Tedeschi luterani. Giovanni 

de' Medici tiene dietro ad essi. È ferito presso Borgo-' 
forte. Suoi ultimi momenti. 

IV. Costumi e qualità di Giovanni de' Medici. 



CAPITOLO SECONDO 

OioTanni de' Medici. 

(A. 1524-1526). 

I. 

Oramai il nome di Giovanni de' Medici e delle sue 
bande era divenato famoso. Gii arditi assalti, i peri- 
gliosi a^iuati, le rapidissime scorrerie le avevano 
rese tremende non meno a^^Italiam che agli stra- 
nieri, non meno ai Francesi che agli Spagnuoli. Le 
tende del condottiero fiorentino servivano di sicuro 
ricovero alta più arrischiata gioventù d'Italia, e mas- 
sime della Toscana. Tosto che si presentava alcuno 
p^ entrare ai suoi stipendii , Giovanni de^ Medici lo 
esaminava ben bene da capo a pie; quindi lo met-> 
teva alla prova con altri soldati: secondo la prova, 
lo riceveva o no, e gii stabiliva la paga (1). 

Chiunque entrava nelle bande di Giovanni de'Me^ 
dici veniva da lui medesimo individualmente esm*- 
citato nel maneggio delle armi e nelle evoluzioni; né 
mai poteva sperare di venir promosse a maggior 
paga, se non ae dopo dì avere combattuto in persona 
con esso lui , e dopo di avere vinto In isteccato un 
avversario a piedi ed a cavallo. I gradi vivano dati 
al merito; deche ogni rara ed audace fazione tro- 
vava senza fallo premii corrispondenti. I vili, i pigri 
venivano infiaunati, banditi dal campo, e sovente con- 
dmmati a morte, senz'altra sentoaza che quella del 

(1) Mossi, Compendio della vita del sig. Giovanni ^ p. "72 (Fi- 
renze 1608). 



30 PARTE SESTÀ 

condottiero; il quale non dì rado colla propria spada 
l'eseguiva. 

L'asprezza di cosiffatta educazione legava di tanto 
amore tra loro i soldati delle bande medicee, che se 
ne vollero persino cercare altre più occulte e meno 
oneste cagioni. Guai, infatti, a qualunque uomo, il 
quale avesse osato di arrecare uaìngiuria ad un sol- 
dato del signor Giovanni! Sul latto tutta la milizia 
ne assumeva la vendetta: egli stesso se ne faceva 
capo e ne dava l'esempio. Cotesta afifézione poi si 
dimostrava e si consolidava tanto più negli straordi- 
narii pericoli, a cui quotidianammte sì esponevano; 
talché ben si poteva dire, che l'un per l'altro tuttodì 
cimentava la propria vita, e l'ùn dàlValtro la rice- 
veva. Ed . anche in ciò Giovanni de' Medici dava 
l'esempio; come accadde allorché , veggendo Paolo 
Luzzasco suo capitano in potere de^nenùcì, si sca- 
gliò quasi solo in mezzo ad essi, e menando attorno 
disperatamente la mazza d'arine, e spaventandoli 
colla voce propria e colla furia del suo destriero 
bardato a varii colori pervenne a liberarlo dallo loro 
mani (1). 

Tutto ciò conciliava un universale e grandisshno 
favore alle bande medìcee; e siccome erano esse 
l'unica milizia veramente ìndip^idente ed italiana , 
che esistesse, allora nella penisola, cosi la più gene*- 
rosa gioventù desiderava di esservi ascritta, e la voce 
pubblica le attcibùiva destini straordinarii; « Io dico 
<( una cosa che parrà pazza (scriveva nel mario del 
« Ì5g6 Nicolò Machiavelli a Francesco Guicciardini); 
<( metterò un disegno innanzi che vi parrà o temera- 

(1) P. Jovii, nta F. Piscaria, lib. II. p. 326. 



V CAPITOLO SECONDO. 3i 

<( rio o ridìcolo: ncnaMiimeiKO questi tempi richieggono 
(( deliberazioni audaci, inusitate e strane... Pochi di 
((fa si diceva per Firenze, che il signor Giovanni 
((de' Medici rizzava una bandiera^ di ventura per far 
(( guerra dove gli venisse meglio. Questa voce mi destò 
«l'animo a pensare che il popolo dicesse quello, che 
(( si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi che fra 
(( gl'Italiani non ci sia capo, a chi i soldati vadano più 
((volentieri dietro, né di chi gli Spagnuoli più diàyir 
(( tino, e stimino più. Ciascuno tiene ancora il sig. Gio- 
(( vanni audace, impetuoso, di gran concetti, pìgliatore 
(( di gran partiti; puossi dunque ingrossandolo segre» 
(( tamente fargli rizzare questa bandiera, mettendogli 
(( sotto quanti cavalli e quanti fanti sì potesse più... e 
(( quando questo si facesse, ben pr^to farebbe aggi- 
(( rare il cervello agli Spagnuoli, e variare i disegni 
(( loro, che hanno pensato forse rovinare la Toscana 
(( e la Chiesa senza ostacolo. Potrebbe far mutare opi- 
« nione al re di Francia, e volgersi a lasciare l'accordo 
(( e pigliare la guerra... e se cpiesto rimedio non c'è, 
(( avendo a far guerra, non so quale sia... » (1). 

E veramente questo pensiero non sarebbe stato 
affatto inopportuno in que' tempi; stanteehèi prìncipi 
italiani sì trovavano le armi straniere nelle proprie 
viscere, senza osare né di unirsi , né di combatterle 
apertamente. Dèi resto, l'opera di redimere una 
nazione, quand'essa non voglia cooperarvi efficace- 
mente, é sempre superiore alla potenza, per quanto 
smisurata, di qualsiasi indivìduo. Quando la materia 
fosse stata pronta, quando l'Italia avesse avuto fermo 
volére e braccio dà ciò, certamente Giovanni de'Me» 

(1) Machiavelli ^Lettere famigliari, LXIV. LXV. p. 898. 899 



5d P4ATE SBSTA 

dici sarebbe sialo ottimo strumento. Né l'animo suo 
era alieno da sìfiiatti pensieri ; ansi , quantunque non 
ne desse esternamente mai alcun segno, è certo che 
dentro di sé aveva stabilito non solo di acquistare 
Firenze, ma di formarsi un vasto e foi'tissimo Stato 
nella Toscana (4). A tale scopo erano rivolte da 
lontano le sue fatiche; e non v'ha dubbio che egli 
l'avrebbe conseguito, se la morte non avesse immatu> 
ramente recisa cotesta ultima speranza alla indipen- 
denza italiana. 
Ma è tempo di ripigliare il corso della narrazione. 

II. 

Aveva Giovanni de* Mediòi fatto ogni sCorseo per ac- 
▲. \ 524 compagnare Tesereito de^confederati alla impresa della 
Provenza; ma l'invidia de'capitani spagnuoli, e spedai- 
mente del viceré Lannoy, glielo ìmpedi. Allora egli 
si ritirò nella Lunigìana, ed avendovi omiprato un 
loogo detto la Vula, pose mano a feld»*ìcarvi una for-- 
tezza. Ciò inaspri contiro di lui i marchesi Ifólaspina, 
potentassimi in quella contrada; e siccome ef^ non 
era uomo da tollerare pasìenlemente verona ingiu- 
ria, cosi cchqi'SOOO fonti e alquanti pezid di arfiglieria 
mandò sossopra il paese. Alia fine per l'interposizione 
di alcuni cardinali, dei Fiorentini e dei Clenovesi si 
fece pace tra i contendenti. Giovanni de' Medici passò 
a governare Fano, città che il mievo papa Clemen- 
te vn di Itti congiunto prometteva di ^br^i. 

Quivi, av^ido comprato tre fiaète e ricevuto dal 
pontefice in dono un galeone, si avvisò dì correre i 
mari. Mancava il porto, ed egli feoe ristanrare Fan- 

(1) D«' Rossi, nta di Gitmmni de MfOci, p. SS. 



tko; maiieavaiio le durine, ed egli fece pigUare 
quasi tutti i famigli de' suoi soldati e legolli al rèmo. 
In breve ogni eoea fu in pronto. Ddiberò allora se- 
greti6tunamente di assalire Ancona e furia sua piazza 
d*arme per tutte le imprese che di colà intendeva 
muoirere per terra e per mare. Ma la guerra aeoppiata 
poco stante ne rivolse altrove i pensieri. Nei rac<- 
conto della quale noi saremo brevi, sia perdhè si 
tratta di cose notissime, aa perchè la miUzia italiana 
va prendendo sempre minor parte nei destini del 
proprio paese. 

Dicemmo come l'eserdto dei coUeffati, OTOBOffuendo a. 1524 
la vittoria, avesse invaso la Provenza. Ma la contran 
rietà del clima, e la resistenza incontrata sotto Mar- 
siglia, dentro la quale si erano diiusi Renzo da Ceri 
e Federigo da Boazolo, non tardarono a snàinuime il 
colaggio e le forze. Ciò inanimi il re di Fnmda 
Francesco i ad assaltare la Lombardia, nella speranza 
e d'impadronirsene più forihnente, perchè il nendeo 
sì trovava stracco e lontano, e di liberare affatto, me- 
diante la diversione , la Fruda dalla presenza dd 
collegati. Passò importante neirottobre fl Mòncenisio 
con un eserdto di SB,000 fimti, 8000 cavalleggeri e 
3000 lance. 

Àppenachè ebbero notizia di tale riselnzione, i con- 
fiaderati condotti dal marchese di Pescara abbuidona* 
reno la Provenza, e pel contado di Nioza, camminando 
con grandissima celerità, giunsero in Alba il di me* 
desimo che il re entrava in Vercelli. Al Pesaira si 
congiunse tosto il viceré Lannoy, gov^malore della 

(1) De'Rossi, Vita ctt., p. 36.-— Castiglione, Letterty lib. I. 
p. 199.— • Ammirato, OpiueoU^ t Uh lòl. 

rid. ir. 3 



34 PUitE ÈtSgfk 

Lombardia, e tutti insieme, dopo avere lasciato htxmà 
presidìì in Alessandria, in Pavia e nel castello di Mi- 
lano, si ridussero nei contomi di Cremona. Il re, 
invece d'incalzarti e costringerti a fare battaglia (la 
qual cosa forse gli avrdl>be dato vinta la guerra) , 
mandi alcune schière ad occupare la città di Milano, 
e col resto dell'esercito pose Fassedio a Pavia. 

Quivi gli si uni con 500 cavalli e 3000 fanti Gio- 
vanni de' Medici; il quale , stanco dcdle insòlensEe e 
deUe simulazioni degli Spagnuoii, e forse anche per* 
suaso di servir meglio il suo paese servendo i Francesi , 
aveva abbmidonato nuovamente la l^. Il re gli con- 
cesse onorevolissinie condizioni; 1S,000 scudi di piatto 
ossia di provvigione sua propria, e l'Ordine di s. Mi- 
diele; del quale però quegli mai non volle fregiarsi, 
forse per la tema di vincolare troppo la libertà delle 
proprie azioni e degli occulti suoi divìsamenti (i). 
Ma breve fa la dimora di Giovanni de' Medici nel 
À. 1525 campo francese. Aveva il duca di Alansone ccmtro il 
parere di Idi alloggiato Ire compagnie delle bande me- 
dicee in un sito discosto, allegando per ultima ra- 
gione, che là stavano bene e ch'egli si rendeva ga- 
rante della loro salute. Ma dleno un bel di furono 
investite dagli assediati, e, prima che ranno pen- 
sasse a soòoerrérle, malmenate ed oppresse. Gio- 
vanni de' Medici ne arse di sdegno, e andò difilato 
alle tende del dùca per lamentarsene. Non avendo 
ritrovato lui, cariconne di rimproveri le soldatesche : 
quindi mise due agg^^ti attorno la città, e avendo 
preso in mezzo un cerio numero di nemici, H tagliò 
tutti a pezzi. Ciò fatto, nel tornare agli alloggia- 
ci) Pietro Aretino, Xaderr, t L p. 7 (Parigi 1609). 



meati tutto infiammato e sanguinoso, scontrava Tarn- 
miraglio di Bonnivet, e da lui richiesto gli raccon- 
tava rinfuria ricevuta e la vendetta sfogata. Però, 
mentrediè a segni gli andava dichiarando i siti del 
combattimento , veniva colpito da una palla di av^ 
ehibogio nella gamba destra. Ciò lo costrinse a riti^ 
rarsi dalle fazioni della guerra , e farsi condurre a 
Piacenza. 

Questa fu perdita gravissima alla Francia , per te- 
stimonianza de' medesimi Francesi (1); e tanto mag- 
giore, quanto che le bande medicee, trovandosi 
senza capo, in pochi giorni si dispersero. 

Del resto è noto, con» Francesco i venisse sotto 
Pavia a cimento cogli alleati, e vi perdesse, oltre la 
battaglia, la libertà. Gli Spagnnoli, i quali fino allora 
avevano intrattenuto i principi italiani colla fallace 
lusinga di rispettarne la indipendenza, presero dalla 
vittoria ardire per comandare da padroni. Allora 
quelli, i quali non avevano osato confederarsi per 
impedire la venuta: dello straniero, congiurarono per 
discacciarlo. Il marchese di Pescara dapprima aderì 
alla trama; poscia si fece meritò di manifestarla e 
mandarla a vuoto. Gli Spagnuoli ne trassero argo- 
mento per ispogliare dello Stato il duca Francesco 
Maria Sfevza, e cingere di assedio il castello di Mi- 
lano, unico luogo che si tenesse a nome di lui. 

» 

* (1) «Cs qui fiu une grande fette pour nous ; cor c^estoit un 
grand hemme de guerre n. M. dn Bellay, Mémmres, p. 4B3. -^ 
« Pour achever le malheur^ Dieu envoya Ut blessure au seigneur 
Jean^ lequel a la vérité entetidoit plus à fair e la gueìTe, que tous 
ceux, qui estoieni aupres du Roy ». Montine, Comment. p. 371 
(CalUct IV)titot, t XX). 



S6 Pà&TI 8BSTA 

Queste uliime ingiurie eoslriasero finalmeate 
^ioTsIe Pi'ùicipi dltalia a eonfidderarsi tra loro e colla Fran* 
eia. Ma in dal principio sarebbe Malo ben faeild prò* 
vedere la vai^tìi di codesto sforto. Primieranionte 
Francesco i non vi aveva aceonsevlito, se non se per 
impetrare migliori patti da Carlo v : in secondo luogo 
il papa ne volle escluso il duca di Ferrara a causa 
delle antiche querele tra essolui e la Chiesa: in terzo 
luogo ì collegati medesiiiii non ebbero il coraggio 
di stabilirsi uno scopo e pubbUoaièo ; ma , mentre 
che tutto il mondo sapeva che la Ic^ di Cognac era 
stata fatta contro Fimperatore, nei capiteli di essa 
si era lasciato all'imperatore stesso il luogo di en- 
trarvi. 

Però la disgrazia maggiore fu qoeHa di affidare il 
comando supremo ddla guerra a Francesco Maria 
della Rovere, già duca di Urbino. Ricordavasi questi 
che un papa della casa de' Medici , cugino a qud de- 
mente che allora regnava, lo aveva dispossessato e 
perseguitato come un colpevole: oadechè natoral- 
mente si trovava inclinato a rqmtare proprio danno 
qualsiasi vantaggio dd. sommo pontefice» e proprio 
vantaggio qualsiasi danno di esso. 

Era bensi venuto a militare nsU'eaercito della lega 
Giovanni de' Media» col grado di capitano generi^ 
di tutte le fanterie italiane ; ma né i suoi esempi , né 
i suoi consigli valsero mai a trascinare il duca di 
Urbino, a veruna onoj^ta risoluzione. Erano nella 
città di Milano pochi cavalli e 8000 fanti tra Tedeschi 
e Spagnuoli. Con questa gente i generali imperiali 
dovevano e continuare l'assedio al castello, e tenere 
in freno i cittadini , e difendere le mura ddla dttà , 



CAPITOLO SBGOITDO. 57 

che, olire alla intrinseoa delx^easa, erano molto (dà 
soggette al pericolo di venire superate, perchè i con- 
federati 81 trovavano padroni del castello, e i borghi, 
parte {Nrincipalissima di Milano, eransì lasciati in 
abbandono (1). 

Noveravansi per lo contrario nell'esercito della 
lega 20,000 fanti con nna corrispondente quantità di 
cavalli. Questa gente sarebbe stata più che bastante 
a Uberare dall'assedio il castello di Milano , e forse 
anche sgombrare la Lombardia dagli stranieri. Pure il 
duca di Urbino seppe mettere in opera tante dilarioni 
e tanti satterfùgi , ora avanzandosi ora ritraendosi , 
ora protestando di volere aspettare nuovi soccorsi ^ 
ora didiiarando Timpresa impossibUe, che sotto i suoi 24iiig>io 
aechi il castello capitolò. Giovanni de' Medici , che 
solo in tutta questa infelice guerra aveva colle sue 
prodezze mantaiuto l'onore d'Italia, vdle essere l'ul^^ 
timo a levarsi di sotto le mura di Milano; e chìa* 
mando a nome gli altri cafntani, e gridando: ehi 
ei cacciai ritenne l'esercito dal partirsene a modo di 
fuga (2). 

Cotesto fine ebbero gli ultimi sforzi &tti dai prin- 
cipi itaMani per iscampo della propria indipendenza. 

III. 

Quattro mesi dopo la resa del castello di Milano, ^"^y^: 
calavasi in Lombardia un Giorgio Frundsberg con 
un corpo di circa 42^,000 Tedeschi. Erano costoro 
per la maggior parte luterani, e tutti ferocissimi : 

(1) Guicciard. lib. XVH. 71. 

(3) Varchi, Storia^ 1 1. p. 40 (si cita sempre redigione di 
Milano, 1803). . 



38 PARTE SESTI 

Giorgio , vecchio soldato di Teatara, gii nolo nelle 
guerre d'Italia, li aveva radunati al doppio scopo di 
soccorrere il proprio figliuolo, ch'era chiuso in Mi* 
lane, e di tentare qualche gran colpo sopra Roma» 
A tal effetto l'efferato vegliardo portava all'arcione 
capestri di seta e d'oro, coi quali tratto tratto vanta- 
vasi di voler impend^re la corte papale (1). 

11 campo della Lega stette qutdche tempo incerto 
intorno al partito da prendersi contro questo turìùne. 
Finalmente dopo molte discvssioni fu approvata la 
sentenza proposta da Giovanni de'Medìd , cioè di 
lasciare il grosso ddi'eserdto in un campo tiincie- 
rato a Vaprio presso l'Adda, e colle genti più spedite 
straccare e consumare i nemici. Costoro, dopo aver 
latto mostra di avviarsi pel Bresciano e Bwgamasoo 
a Milano , si erano rivolti verso il Mantovano con 
evidente intenzione di traghettare il Po a Borgoforte. 
Quivi presso li raggiunse Giovanni de'Medici, al quale 
era stata d'inciampo la solita tardità del duca di 
Urbino; e in quattro, giorni diede loro tale travaglio, 
che ne acquistò il soprannome di Gran Diario. 

Ciò faceva egli tanto più arditamente , qnantochè 
sapeva di certo che i Tedesdii del Frundsberg man^ 
cavano affatto di artiglierie. Ma sciaguratamente, 
quando essi furono a Borgoforte, ve ne ritrovarono 
alcuni pezzi, che il duca di Ferrara aveva loro in- 
viato segretamente. Giovanni de'Medici, ignorando 
tal cosa , prosegui ad incalzarli con eguale ardore. 
È tra Mantova e il. Po una pianura circondata di 
acque, che da tempo inmiemorabile si chiamava il 

(1) M. da Bellay, Mémoires, t. U. p. Sd. •« Guiooiard. lib. 
XVU. p. 155. 163, 



ciPiTOLo SECoroo. 39 

Serraglio, In qaesto luogo si introdussero i Tede- 
schi, e dietro loro Giovanni de' Medici: ma mentre 
egli col solito coraggio li perseguita, fu da loro dato 
fuoco a quattro fiilconetti , ed una palla di questi ^^ •^' 
andò a ferirlo nella coscia destra alquanto sopra il 
ginocchio (1). 

Tosto le soldatesche dolenti portaronlo a Mantova 
«ella casa di Luigi da Gonzaga suo intrìnseco. Vernerò 
i chirurghi , e giudicarono di recidergli la gamba. 
Perciò proposero di chiamare otto o dieci uomini , 
affinchè lo tenessero sodamente durante Foperazione. 
«Né anche venti mi terrebbero» sdamò Giovanni 
sorridendo use io noi volessi )i; e presa daUa mano 
di un servo una candela, fece lume all'operatore. 
Era questi un ebreo , per nome maestro ^ramo. 
Durante l'amputazione il condottiero non cambiò 
volto né voce: soltanto nel sentirsi segare Tosso 
mandò due gridi. Terminata che fu ogni cosa, si fece 
recare innanzi la gamba in un bacino di argento , e 
mirandola (diee il suo biografo) sospirò, più per ve- 
dersi troncata la via della gloria, che per conoscersi 
vicino alla morte: poscia a Ecco, soggiunse amara- 
mente,, papa Clemente mi ha dopato Fano! » (2) 

(1) Filippo de' Nerli « CemmeniarU, lib. TI|. p. 144 Eia 
questo autore cognato di GioTanni de' Medici. — M. 4u Bel- 
lay, Mém. p. 34. — P. Jotìì, f^ita Pompcn Columnm^ p. 160. — 
Crai. Capeila, De hello Mediai.^ lib. VI. p. 1313. — Ammirato, 
Storie, XXX. 363.— Gaicoiard., lib. XVII. 165. -* Varchi, 
StwrUy 1 1. p. 53. — Segni, Siorie^ lib. I. p. 10. 

(9) Ammirato, Opuscoli, t.HI. p. 300. — Pietro Aretino, 
Lettere, 1. 1. p. 6-11. — L'Aretino, che fino dal 1594 dimoraTa 
al senrirìo di Giovanni de' Medici, e n'era famigliarissimo, 
|M)t0va tefiiwoniare ^ste particolarità di veduta^ Morto il 



40 PARTE SESTA 

Se non cbe maestro Abramo aveira reciso la gamba 
tanto basso , ehe ne era rimasta anoora una parte 
offesa. Questa infradiciandosi si risolse itk gangrena. 
Verso sera il marchese di Mantova , coi cpiale Gio- 
vanni de' Medici teneva antica ruggine^ entrò a vi»* 
tarlo : e siccome si espandeva in paride di conforto 
e di amicizia, a Di ciò solamimte vi prego, gfi rispose 
il condottiero, che, poedachè non mi voleste bene ia 
vita, me ne vogliate dopo la mia morte ». 

Poscia veggendosi approssimare Tultinia ora, fece 
dispensare alle sue genti molte migliaia di scudi, e 
chiese di vedere Conmo, il figliuolo ciie egli aveva 
avuto da Maria de'^Salviati, il quale poscia fu duca dì 
Firenze. Poco dopo, sent^idòsi a crescere i tormenti» 
ordinò a Pietro Aretino, che gii leggesse ^^mlche libro. 
Ihiranle la lettura, essendo» già formata neirintemo 
la gangrena, si addormentò. Destossi in breve, e, vol- 
gendosi airAretìno fc Io sognava di combattere, gli 
disse: que* Tedeschi wì avranno bene da pagare la 
gamba, tostochè io sia guarito ì » Ma bentosto perde 
Uuovamente il coraggio , recitò il Confiteor , e volle 
che questo bastasse per la salvezza dell'anima sua (1). 

Fecesi allora venire innanzi ì suoi capitani, e con 
brevi parole li confortò ad avere per raccomandata 
il suo onore, diportandosi ndla guerra con quella 
fede e con quell'ardire, che avevano appreso sotto la 
sua disciplina. Dimandato, se voleva fare testamento, 
rispose , cha le l^gi e la propria povertà avevano 

condottieio, gli lece leyaro la maschera da GiaUo Ramano, 
e la tenne pressa di sé lungo tempo in grande venerazione» 
V. Mazzacchellì, f^ita delV Aretino. 
(1) De' Roaai, VOa ài GtWonm <&' M^di^^ p. 53. 



CAPITOLO SECONDO. kl 

provreduto per lui. Proibì qualsia^ piHapa funere» 
asserendo di aoa volere approvare iu morte ciò che 
aveva biasimato in vita. 

Quindi si assopì di nuovo, e vaneggiò. Ma ad un 
tratto si riscosse, e a Non io voglio morire fra qu^ti 
empiastri , esclamò » ; e lattosi adagiare sopra un 
letto da campo , in un ^ave sopore trapassò. Era 30 no- 
egli allora appaia da sei mesi entralo nel ventottesì* "''"'^ 
mo anno. 

Il corpo del morto condottiero fu per onfiiue del 
marchese di MaiHova sepolto con bello ed oncorevide 
acciHnpagnameato ndla chiesa di s. Francesco , ove 
fu portato tutto armato in quella fc^a , colla quale 
egli soleva uscire alle battaglie , ritenendo ancora 
morto nel viso la terribilità e fieres» che aveva sai 
combattimenti. Infiniti versi latini ed italiani allao 
cati al suo sepolcro fecero testiraonianEa 4el sommo 
desiderio, che la sua morte lasciava in tutta l'Italia. 
Sopra il sepolcro un breve titolo fu scritte : « Qui 
giace Giovaani de'Medid, duce di singoiare virtù» 
che percosso da una palla di artiglieria presso al 
Mincio, piuttosto a sciagura d'Italia che propria» 
mori » (1). 

IV. 

Aveva Giovanni de*Hedid eomimìale statura, viso 
pieno e pallido , breve e rada barba, naso pieeolo e 
sciguente, bella camagiofie, vooe terribile, tondo e 
grosso il braccio e cosi forte, che non trovava dà gli 
potesse rcMstere. Niuno Tegua^va negli esercizi! 
del corpo. Nel nuoto per esempio, al quale sovente 

(t) Ammirato, OpuscoU^ t. IH. 906. 



43 PÀKTE SESTA 

esercitava i suoi soldati, fu di tale destrezza, che due 
volte traversò il Po colla corazza addosso. Fu parco 
di vitto e di vesti; e come spaventevole nei combat- 
timenti, cosi tra le domestiche pareti lontano da ogni 
fasto e generoso: sicché non gli faceva mestieri di 
denari per condurre i soldati dove voleva, sapendo 
ben essi che, quando ne aveva, era libéralissimo. 
Infetti Cosimo, di lui figliuolo « insieme con molta 
gloria molti debiti ne ereditò. 

Primo a montare a cavallo, ultimo a scenderne, 
C^ovanni de' Medici proponeva ed eseguiva quasi nel 
tempo stesso. A tal proposito raccontano che, sen- 
tendo egli un giorno discutere nel campo francese 
della necessità e dei modi dì espugnare non so quale 
castello « Sire » esclamò rizzandosi in piedi e rivol- 
gendosi al re di Francia, che era presente a qui par- 
rebbemi meglio operare, che cianciare. Andrò un 
poco a vedere». Detto fatto, corse colà colle sue 
genti, e se ne impadroni. 

Qual fosse la sua disciplina già narrammo. Le sol- 
datesche divenivano valorose quasi per forza sotto 
tale maestro; posciachè egli non diceva loro andate 
innanzi , ma venitemi dietro; né si partiva dalle zuffe 
senza andarne, come l'ultimo de' suoi fanti, sporco 
del proprio sangue e dell'altrui. Una volta a Guido 
Rangoni, che il riprendeva perché inutilmente con- 
sumasse le genti nelle scaramucde, rispose, che se 
disjhceva i soldati, li sapeva anche fare; ma ch'egli 
né farli né disfarli sapeva. Voleva i soldati alti di 
statura , affermando che dei Niccolò Piccinini se ne 
erano veduti pochi. Odiava in essi le lunghe barbe 
« capellature; ma si fu dei primi a dar loro comode 



GJLnrOU) SBQOKDO. 48 

sopraTvesti, e celate alla borgognona, e cavalli pie» 
coli; poeciachè la miliaa leggiera era il suo fatto. 
Anzi, per condurre più celerementele fanoni di guer- 
ra, soleva trasportare i suoi archibugieri dall'uno 
all'altro sito sopra ronzini di poco pregio, da cui 
«nontavano, tostocbè occorreva. di venire alle mani. 
£ di qui forse la prima idea dei Dragoni ^ sorta di 
milizia a cavallo e a pie, della quale si fece molto uso 
nei due secoli scorsi (1). 

Narrami di Giovanni de' Medici infiniti motti e ac- 
cidenti, alcuni dei quali serviranno a farne conoscere 
perfettamente l'aspra e risoluta natura. Invitato a 
dire chi a suo parere fosse il più grand' uomo del 
mondo: <c.Un soldato, ripose, ben armato e bene a 
cavallo, dopo aver vinto un avversario)). Quando 
egli militava nell'esercito della L^, essendo nata 
disputa tra lui e Prospero Colonna, capitano gene^ 
rale, questi gli esci a dire, che in un bosco non gli 
avrebbe parlato cosi : <cln un bosco, gli replicò Gio- 
vanni, quella berretta nera che avete in capo , ve la 
la &rd parere rossa » : né mai più fu armonia tra 
loro. Essendosi per la ferita riportata sotto Pavia re- 
cato ai bagni di Abano, e di quivi a Venezia, venne 
dalla Repubblica accolto con grandi onori: però a 
taluno die l'instigava a passare ai servigi di questa , 
«e Né a me ciò si conviene per essere troppo giovine» 
rispose, né ad essa per essere troppo attempata )». Al 
marchese di Mantova che lo minacciava di farlo ucci- 
dere; (c Voi lo comanderete, disse , ed io il forò ». 
Infatti , sapendo che il marchese usciva sovente di 

(1) De'Rossi, Fita àt., p. 91.*-Foicolo, Aala olifimleciM- 
$oU intomo ai Dragoni, 



4t PÀKtZ SKStX 

città per andare a caNxia, si tenae per be» tre gior* 
ni nascosto con trenta scadati presso Mantova, col 
ddiberato proposito di sorprenderlo e tagliario a 
pezzi (1). 

Ad esempio del condottiero si educavano le squa- 
dre: nò egli, purchò le trovasse all'uopo brave ed 
obbedienti , si dava pensiero di tenerne le mani a 
freno. Ondechè, dioe uno storico contemporaneo, 
« se le bande nere erano la migliore e più riputàaila 
« fanteria e la pìn temuta che andasse attorno in quei 
« di, erano ancbe la più insolente e la più rapace e 
(( fastidiosa » (3). Ma guai se avessero osato disobbe^ 
dirgli! Quando egli stava a Fano in riposo, quasi 
ogni giorno nasceva rissa fra i swA soldati. Ciovanni, 
dopo averti invano ammoniti, aspettò che ciò succe- 
desse fra due dei più valorod. Erano questi Amico 
da Venafro e Giovanni da TorìiK>, i quali poscia sa- 
lirono a non mediocre riputazione. Il condottiero lì 
chiuse in una camera bene armati, ed essendosene 
messa la chiave alla cintola, dicltiarò che un solo di 
essi ne uscirebbe , ma non prima di avere ucdso il 
compagno. I valenti uomini continuarono a batterà, 
finché ne ebbero le forze; poi caddero a terra se- 
mivivi. Non si sentiva più alcun rumore, e tuttavia 
Giovanni de' Medici ricusava di aprire: finalmente le 
preghiere di Luigi da Gonzaga lo ammonirono. Schia- 
vato l'uscio, trovarono il pavimento coperto di san- 
gue e di maglie, e i due competitori più vicini alla 



(1) Varchi, Storia, 1 1. p. 52. —Castiglione, LeUere^ p. 126 
13!. — De'Rogsì, ^ita ctì., p. 54. 

(2) Varchi, Storia, t. I. p. 213. 



morte die alla idla. Da questo giofiio in poi i litìgi 
cessarono in Fano tra le soldatesche (I). 

Allorché egli si tro^raya sotto Pavia nell'esercito del 
re di fVaneìay gli accadde un di che correndo die- 
tro ad OH 500 servitore per castigarlo , entrò nel- 
r all<^giamento deg^i SriaKeri. Costoro, non aven- 
dolo raffigurato, perchè, secondo il costnnie, era 
vestito da semplice soldato, gli usarono non so quale 
ìnginria. Giovanni de' Medici senza più tornò addie- 
tro, raccolse la sna gente, l'ordinò a battaglia, e la 
mosse per sterminare gli Snzzeri. Per buona ven- 
tura il re n'ebbe notizia a tempo, ed avendoli obbli- 
gati a domandargli pei^kmo in gìnoediio, qo^ò lo 
scandalo (i). 

Conosceva egli poi un modo comodissimo per ri- 
montare i suoi cavalleggieri. Tostochè scontrava in 
viaggio qualche frate a cavallo, a Padre» gli diceva 
rìdendo e presentandogli la peggiore rozza della 
compagnia» <piesta sarà buona per portarvi al capi- 
tolo; il rostro ronzino servirà per la guerra. Andate 
pure». 

Tuttavia quel guerri^o , che in Rimia non aveva 
temuto di passare a vìva forza con 20 &migli in mezzo 
a iOO avversarli armati, e che portava le gambe, il 
busto e le braeda sopiate dett'armatura di cui non 
si spogliava quasi mai, non ^ attentava poi di dor- 
mire solo in una camera. IXi tante stranezze è com- 
posta l'umana schiattai 

Questi i costumi , queste le qualità furono di Gio- 
vanni de' Medici, « che di piccola benché illustre for- 

(1) Ammirato, Opuscdi, p. 193. — De' Rossi, Op. cU^ p. 36. 

(2) De* Rossi, C^. cit., 3a 



46 PARTE SOSTA 

« tana sv^tiatosi ad altissime imprese, aggionse eolla 
tt gloria doye nessun principe italiano o generale di 
(c questa nazione mai aggiungesse dopo la perduta 
«riputazione della romana milizia. Perdoediè esso 
« colla liberalità , colla fatica , colla industria e eoi 
« valore del corpo e delU animo insegirò agli Italiani 
adi tal sorta il mestiere delle armi coll'es^npio di 
« sé, che avea ridotta una le^ae di soldati con tanta 
c( virtù e militar disciplina , che avrebbero guerr^- 
tt giato e combattuto con qualàasi fortis^mo batta^ 
(c glione di Tedeschi od ordinanza acutissima e vir-^ 
((tuosissima di Spagnuoli... £ dbe fosse vero dò, 
«avea dimostro il detto signore, massimamente in 
« quella passata guerra di Lombardia ,. dove le sue 
«genti, a giudizio universale, avevano fatto prove 
« maravigliose. Ed il fatto die successe poi nella 
«guerra di Napoli, quando elle furono al soldo di 
« Firenze, lo chiarì maravigliosamente ; essendo stata 
« in loro obbedienza (cosa rara ndla milizia italiana 
« moderna), costanza nelle fatiche, ed animosità nel 
« combattere» (1). 

Aggiungeremo^ die ddla scuola di Giovanni de'Me- 
dici usdrono molti ed illustri capitani, sicchò si disse 
che nessuno fosse stato con essonemmanco per ra- 
gazzo, il quale col tempo non acquistasse qualehe no- 
me nella milizia (i). Furono di quel numero Sam- 
piero da Bastelica, Paolo Luzzasco, Amico da Ve* 
nafro , Pompeo da Ramazzotto , il Rosa da Vicdùo , 
Lucantonio Guppano, Otto Bartolani da Montante , 

(1) Segni, Storia Fiorente lib. I. p. 33. (Gitasi l'edizione di 
Livorno, 1830). 

(2) Varchi, Sioria, t. HI. p. ^. 



CÀnTOLO SECONDO. 47 

Alessandro Vitelli, il conte da Caiazi^o, il conte 
de' Rossi da S. Secondo, Giambattista Gotti da Mes- 
sina, Giovanni da Torino, Marcantonio, Napoleone e 
Iacopo Corsi, il conte Bernardo da Lantignola, Bar- 
tolomeo dal Monte, Ivo Biliotti, brutto di corpo 
quanto brayo in armi, cui il Medici soleva chiamare 
straccaguerra^ Pandolfo Puccini, di cui narreremo U 
miserabile fine , Iacopo Bichi , eccellente non meno 
negli studii che nelle armi, e finalmente quel Fran- 
cesco Ferrucci, col quale cadde Firenze (1). 

Qualche mese dopo la morte di Giovanni de'Medici, 
avendo i Fiorentini mandato ambasciatore in Inghil- 
terra Folco de' Portinari, questi «trovò, narra un 
(( contemporaneo, che le bande nere erano non sola- 
te mente per tutta la Francia, ma per tutta l'Ipghil- 
(c terra in grandissima riputazione; ed il re mede- 
(( Simo non pareva che si potesse saziare di lodarle ; 
(( ed è cosa certa che il nome del signor Giovanni, 
(( cosi morto, era in onore e terrore incredibile ap- 
« presso tutti quei popoli)» (3). 

(1) YmÌAÌ, passim, — Ammirato, Opuscoli, p. 905. — ^De'Rossi, 
Vita cit,y p. 5l. 

(2) Varchi, Storia, t. II. p. 30. 






CAPITOLO TERZO. 

lie liande nere* 

A. 1526-1530. 

I. Azioni delle bande nere dopo la morte di Giovanni de' 
Medici. Orazio Baglìoni. Le bande nere nel regno di 
Napoli. Processo e supplizio di Pandolfo Puccini. 
II. Rìyoluzìone di Firenze. Le bande nere accorrono a di- 
fenderla. Ristabilimento delle milizie nella città e nel 
contado. Preparativi per resistere all'assedio. 

III. Assedio di Firenze. Eroismo dei difensori. Perfidie di 
Malatesta Baglioni. La città mette le sue speranze in 
Francesco Ferrucci. 

lY. Primi fatti e qualità di Francesco Ferrucci. Sua par- 
tenza da Pisa. Combatte a Gayinana e vi è ucciso. Il 
Malatesta si scopre. La città si arrende. 



m. ly. 



CAPITOLO TERZO. 



Ije iNiMito 

A. 1596-1530. 

I. 

Morto Giovanni de' Medici, le sne bande, le quali a. 152; 
qualche tempo prima avevano rinnalberato le insegne 
bianche, tornarono a mutarle in nere ; e cosi le por- 
tarono sempre in testimonianza di perpetuo cordoglio. 
Mandarono anche a pregare la vedova di lui. Maria 
de'Salviatì, affinchè volesse concedere loro per capo 
il figliuoletto Cosimo, protestando che sotto di esso an- 
drebbero sino ai confini del mondo: ma Maria, alle- 
gandone per iscusa la tenera età, ricusò di acconsen- 
tire alla domanda (1). 

Ciò non pertanto le bande nere continuarono ai 
servigi della lega italica, e più particolarmente di 
Firenze, per dir meglio della casa de' Medici che 
deputò a comandarle Orazio Baglioni. Era questi fi- 
gliuolo di quel Giampaolo Baglioni , signore di Peru- 
gia, di cui altrove abbiamo raccontato gli sforzi con- 
tro il duca Valentino, ed il triste fine. Orazio era 
uomo, non altrimenti del padre, crudo, avido ed ar- 
dimentoso. Stava egli per ordine del papa rinchiuso 
in Castel S. Angelo : ma tra i trambusti ddla guerra 
aveva trovalo modo di esdme e di fuggire nell'eser- 
dto della lega, dove la sua bravura e la sua nascita 
gU procurarono quel grado ad onta di Paolo Lnzza- 

(1) Mo<9Ì, Compendio della vita dds$pt$r Giovatmiy p. 8f. 



S2 PARTE SESTA 

SCO, che sdegnato di ciò si parti dalle bande nere con 
un non picco! seguito di eavali^eri (i). 

Noi non ci arresteremo a raccontare le vicende 
generali deiritalia dopo la morte di Giovanni de'Me- 
dicì; posciachè la materia del nostro soggetto viene 
sempre più restringendosi. Basti l'accennare che ì 
Tedeschi del Frundsberg si unirono presso Piacenza 
agli Spagnuoli che avevano difeso Milano, e tutti in- 
sieme sotto la condotta del contestalnle di Borbone 
marciarono a modo di compag^ di ventura sopra 
5 maggio Roma, la presero, la mandarono a sacco, e vi stai- 
bilirono la propria stanza. Il duca di Urbino, ge- 
nerale della lega, la cui ignavia oppure perfidia in 
tutte codeste faccende fu veramente maravìgliosa, si 
limitò a s^[uitare dalla lontana gl'invasori , ed acquar- 
tierare le genti nelle terre attorno Roma, dappoiché 
essi vi furono entrati. Delle bande nere 200 cavalleg- 
gìeri sotto Alessandro Vitelli e Pi^maria de' Rossi 
si unirono cogli Spagnuoli; un'altra piccola parte, 
essendo stata licenziata dal papa, si disperse; i re- 
stanti rimasero ai servigi della lega; ÌSQO fanti, che 
alcun tempo innanzi erano stati spediti da Giovanni 
de' Medici in aiuto della dnesa, dopo avere sotto 
Lucantonio Guppano difeso con estremo valore la 
terra di Frusolone dagli Spagnuoli, vi si fermarono 
a guardia (2). 

In questo mezzo un compiuto esercito francese sotto 
gli ordini del signore di l^utree ^asi calato in Italia 
col pretesto di soccorrere il papa» ma in sostanza per 

(1) Varchi, SUn-ie, ti. 213. 

(3) Guicciard., Storia, ììh. XVIII. 184. 193. 313. 350. — 
Viftiphi , Stark , 1. 1. p. 64. 



CiPITOLO T£E£0. 85 

ricaperare Napoli e Milano. Ciò astrìnse gli Spagnuoli 
e Tedeschi, 1 qaali consumavano bestialmente Roma, 
a ritirarsi alla difesa del regno, e specialmente della 
dttà di Napoli. 

Le bande nere raggiunsero i Francesi presso le a. 4528 
rive deirOfanto, dopo avere saecheggiato bmtalm^te 
Frusolone e l'Aquila. Ne era capitano generale , a 
nome della repubblica di Firenze , Orazio Baglioni 
predetto, e commissario Giambattista Sederini, uomo 
giusto e severissimo che, vedendone reprimere la in- 
solenza, fece porre le mani addosso a tre capitani e 
ad otto o dieci dei più contumaci, ed in virtù della 
sua autorità li mandò a morte. Maggior fatica gli fu 
uopo per disfarsi di Pandolfo Puccini. 

Essendo stato bandito da Firenze per delitto di 
omicidio, erasi costui in giovane età ricoverato presso 
Giovanni de' Medici che, dopo averlo diligentemente 
istruito ed averlo sperimentato in singolare certame 
con sé e con altri, gli affidò il ccmiando di una com- 
pagnia. Ma Pandolfo era, non meno che valoroso, 
spensierato; onde non erano ancora spirate le sue 
paghe ch'egli già le voleva. Il Sederini l'ammoni se- 
veramente ad avere pazienza, e servire la patria an- 
gustiata pagato non pagato, con fortuna o no. Il 
Puccini confuso tacque per allora; ma poco di poi 
sollevava le soldatesche a chiedere i denari e tentava 
svaligiare il messo che li portava: si aggiunse che, 
essendosi abbattuto nel capitano Giovanni da Colle, 
pretese da lui segni di obbedienza, come da inferiore 
a superiore. 

Se geloso è qualsiasi di star soggetto altrui, gelo- 
«ssimp n'è l'uomo di guerra: imperciocché per lui 



54 PiRTE SESTA 

pon vi ha akcun meezo tra. il comandare e l'obbedire. 
Sguainata la q;»ada, Giovanni diede una formale men- 
tita al Puccini ; sguainata la sua, questi gli fu addosso» 
e a stento i suoi soldati intromettendosi glielo tras- 
sero vivo dalle mani. Ma in simili casi una strana 
esagerazione del punto di onore stabilivai che l'offeso 
non poteva vivere onoratamente senza l'uccisione 
dell'offensore. Pandolfo, pigliati seco cinque archibu- 
gieri , andò in traccia dell'avversario. Scontratolo, lo 
afferrò pel petto, e domandollo se egli credeva di aver 
fatto bene a dargli uAa mentita. Giovanni da Colle 
disse di si; e Pandolfo se lo fece ammazzare ai suoi 
piedi. Quindi, temendo lo sdegno del Soderìni, si diede 
a fuggire, come si trovava, a piedi, senza permettere 
ai proprìi soldati di accompagnarlo. Ma il Soderìni 
non fu m^Eio presto a ins^ulrlo. Raj^iunto sopra 
wok poggio discosto sei miglia dal campo, Pandolfo 
se^tò a dif ridersi eoli' armi, finché sopravenne 
Orazio Baglioni, il quale, assecurandolo sopra la sua 
parola, lo persuase ad arrendersi. Il Sederini, appe^ 
nache l'ebbe nelle mani, lo inviò a Firenze, accusan- 
dolo di pratiche col nemici , di ammutinamento e di 
owcidio. 

Essendo stato condannato a morte dai Dieci della 
Quarantia, Pandolfo si appellò al consìglio grande di 
tutti i cittadini. Dura o compassionevole necessità per 
un uomo da guiorra, di dovere piatire con ragiona- 
menti e preghiere una vita, da essolui mille volte 
esposta sÈpontaneam^te ai pia alti pericoli ! Con bei 
porgere da soldato il Puccini ricordò al consiglio la 
servitù è domestichezza s«a antica col signor Gio- 
vanni (cosi per antonomasia i Fiorentini solevano 



CIPITOLO TEAZO. 8«^ 

appellare GioVamii de'Medid), e le massime d'onore 
apparatene ; dimostrò come queste gli vietavano di 
lasciare in vita il suo oSensore; rammiratò i servigi 
resi, aedoiàò qdslli che, restando ih vita, sperava 
dì rendere alla repnbbUca; e piangendo e singhioc- 
zando, e chiamando in soccorso delo e terra , eon- 
eluse colle braccia in croce, che almeno gli venisse 
commutata la condanna. 

Molli, sentendolo perorare, e veggendolo poscia 
eondiir via in catene, palesemente lagrimavano ; ma 
alio sqofttiaio vinse la più acerba sentaua. Mori da 
bravo, non d'altri lamentandosi , die del Baglioni, il 
quale non aveva attenuto le sue promesse. Il Sederini 
rimase nel campo molto pie temuto e riverito (1). 

Ddi resto, per c(Hanto durò la guerra di Napoli, 
le bande nere non iscaddero dall'antica riputasdone. 
Geld>re fu il loro coraggio alla espugnaxione di Melfi; 
dove, rotto appena colle artiglierie tanto muro quanto 
bastava al fronte di due o tre uomini, corsero intre- 
pidamente all'assalto, e gareggiando di prodezza coi 
Francesi vi entrarono a forza. La tw ra fu mandata a 
ferro ed a sangue; quindi, essendo nata tra esse e i 
Francesi querela per la divisione delle prede, si az- 
zuffarono a modo di nemici (9). 

(1) Basini, Lettere, letL VI. —Varchi, t. II. 79-95. — 
Segni, Storie, lib. I. p. 58. 

(9) Giovio, Storie, Hb. XXV. p. ^. — aalcoiard., lib. 
XVIII. 321. 

Coleste imprese delle bande nere furono particolarmente 
4ÌeB0riU« da un Pietro Caldaroni da Faenza, ohe aUora era 
capitano fra esse. 11 Porcacchi trasse da questo libro alcuni 
particolari per le sue annotazioni alle storie del Guicciar- 
dini; ma per «quanta diligenza Tt ponessimo, non ci venne 
fatto di rinvenirlo. 



K6 PARTE SESTA 

Riuscì andie molto utile l'opera delle bande nere 
nell'assedio dì Napoli , intomo al qnale il Lantree 
con infelicissimo coniglio ridusse tutti i suoi sforzi. 
E quando la fame^ la peste e le' diserzioni costrin- 
sero i Francesi ad abbandonare l'impresa, quelle 
insieme colle bande bianche, che un conte Cesare 
Scolti. di Piacenza poco prima areva ragunato, ne 
coprirono per qualche spazio di strada la ritirata. So» 
pragiunte dagli Spagnuoli in una strada sprofondata 
fra due Indze, fecero alcun tempo buona resistenza ; 
ma nel ricaricare gli archibugi essendo state urtate 
e rotte dalla cavalleria, dovettero eedere; e tutto l'e- 
sercito si sciolse in fqga. Delle bande nere appena 
un terzo ritornò in patria con Francesco Ferrucci loro 
pagatore: Orazio Baglioni era stato ucdso in una 
scaramuccia sotto Napoli: Ugo de'Pq)oli, che gli 
era succeduto nel comando, e il commissario Sode- 
rìni erano morti di peste (i). 

II. 

Le bande nere erano ritornate in patria a eom- 
A. 4527 piervi un molto generoso nfifizio. La città di Firemse 
'^S2» g^ygyg^ deposto ed espulso la stnrpe de' Medici, e si era 
ristaurata in libertà. La determinazione era stata una- 
nime, repentina l'esecuzione, solenne il modo. Un no- 
taio portato di peso nella sala del Comune aveva rogato 
l'atto di tale mutazione, e le pompe della cattolica 
fede l'avevano confermato. Serrate le taverne, sban- 
diti i giuochi di azzardo, rinvigorite le leggi suntua- 
rie, altre severissime se ne promulgarono contro la 
bestemmia e il mal costume. Nel medesimo tempo il 

(1) Giovio, Storte, XXVI. 79. 



CAPITOLO TERZO. 87 

desiderio delta giustizia , innato ai popoli, creava la 
quatymUa^ magistrato per prestezza di giudizii e 
grandezza di pene spaventoso, con appèllo al consi^' 
glio generde, senza indugi o spese. 

Non mai la Grecia o Roma* avevano veduto maggior 
fiwvore pel bene* della patria. Tutti i cittadini di Fi- 
renze avevaso giurato reciprocamente di perdonarsi 
ògià ingiuda, ed obbedire ai magistrati : gli argenti 
privati erano stati messi ui comune : gravissime im- 
poste erano state accolte lietamente: pfedklie ceo* 
tinue, e miracoli nuovi raccontati e credati, avevano 
iafiammato i più freddi, e corroboratone i propositi: 
un Iacopo Abmanni, giovane nobilissimo, nelUessere 
menato al supplizio per avere trasgredito a non so 
quale legge, lodava i dttadini del loro rigore, ed af* 
fermava di morire contento , perchè il suo sangue 
avrebbe servito a suggellare i recenti ordini della 
patria (4). 

Ma non avevano i Fiorentini ricuperato appena la 
libertà, che si trovarono in necessità di difenderla eolle 
armi alla mano. Il papa Clemente vii, al cui nome 
dapprima era governata la dttà, mostrò di obbliare 
le enormi ingiurie ricevute di fresco dagli Spagnuoli, 
e non dubitò di collegarsi con Carlo y, a patto che 
questi lo aiutasse a sottomettere la patria. Settanta-* 
mila fiorini al mese fu patteggiata cotesla sottomes* 
sione: quelle masnade istesse tedesche e spagnuole, 

(1) Yftfeìii, Stùrie ficreMme. — Segai, Storie fiorentine, — 
Basini , Lettere. — Gianotti, Lettere» — L^ assedio di FirenxM 
illustrato.' — Gioyio, Storie, lib. XXV. — Molinì, Docum. di 
storia italiana, i. II. — Pitti, Storie fiorentine (ArchÌTÌo sto- 
rico, 1. 1). — Nardi, Storie fiorentine, lib. Vili.— Gniceiard^ 
Storia, lib. XX. 



88 PJkRTE SESTA 

che avevano saccheggialo Roma, furono spedite con- 
tro Firenze: un principe di Nassau, che due anni in- 
nanzi era entrato fra esse come senplioe ardubu- 
giero, ebbe il comando di tutta la in^>resa* 

In tal frangente riusciva molto opportuno alla 
repubblica Tarrìvo delle bande nere. Ettako esse gui- 
date da Lucantonio Cuppano, sovrann^aato l'oedno 
diritto del signor Giovanni. Vi erano inoltre 18 altri 
capitani, tutti di ottima fama; fra i quali Otto fiarto^ 
lani da Montauto, Amico da VenafrOfFittavcesco dal 
Monte, Giovanni da Torino, Pascpiinù Gotao, Giam* 
battista da Messina, Ivo Biliotti, e specialmente iaeopo 
Bichi, che bandito per cause politiche da Siena, ove 
era divenuto eccellente negli studii, era oaitrato ndJe 
bande nere, e colla bravura del corpo e coiraltezza 
deiranimo, e colla eleganza e nobiltà delle maniere 
vi si era acquistato la riverenza e l'affetto di tatti (1). 

Mediante l'opera di questi esperimentati guerrieri, 
Firenze rimise in essere le ordinanxs, 08»a le milizie 
del contado e della città, che l'antica repubblica aveva 
creato, e la stirpe de'Medici aveva distolto. Le. or- 
dinanze del contado vennero divise in Urenta corpi o 
battaglie. In esse furono arruolala tutti i sudditi conn 
presi tra i 18 e i 36 anni. Quelle appartenenti alla 
riva sinistra dell' Arno venn^o affidate al capitano 
Francesco dal Monte ; le altre a Babbone da BriÀ- 
ghella, discendente da quel Vincenzo e da qud Naldo, 
i quali avevano istituito e reso celebri le famterie di 
tal nome (2). 

(1) Fu uocìso poi durante l'assedio. Varchi, Storie y t II. 
p. 285. 

(2) V. sopra, Parte V. cap. IV. §. II. p. 37>. 



CAPITOLO TEBZO. 89 

La milizia della città fu spartita in quattro quar- 
tieri, sotto il governo di Amico da Venafro, Pasquino 
Corso, Giovanni da Torino e Giambattista da Messina. 
Ciascun quartiere venne divìso in quattro gonfaloni. 
Ogni gonfalone nominava annualmente i poroprii offi* 
ciali. Ogni anno pure nella maggior chiesa di cia- 
scun quartiere, un giovane dei più distinti, alla pre- 
senza dei magistrata, dei camerati e dì tutto il popolo, 
doveva orare dell' ufficio della milizia, delFamor verso 
la patria e della riverenza alle leggi. 

Tali furono gli ordini della milizia fiorentina : e la 
gioventù, che vi venne inscritta, colla modestia e 
colla esattezza sia nel comandare sia neirobbedire, 
colla perizia delle mosse , colla ricchezza delle vesti 
e delle armi, colla concordia ed unione diventò in 
breve soggetto di meravìglia ai più vecchi soldati (()• 

Upmini per tutti i secoli immortali vegliavano alla 
salute della nuova repubblica. Un Buonarroti e un 
Sa^kgallo curavano le fortificazioni della città; un Siac- 
chLi^vellì e un Donato Gianotti erano concorsi per 
con^guire la carica dì segretario di Stato; un Barto- 
lomeo Cavalcanti , un Pier Vettori , e un Luigi Ala- 
manni oravano col corsaletto addosso, e colla spada in 
mano degli uffici! della milizia ; un Andrea del Sarto 
dipiijgeva ad infamia i disertori; un Vincenzo Birin- 
goccio gettava le artiglierìe; un Iacopo Nardi, un 
Varchi, un Segni, un Vasari, un Nerli militavano 
sotto le insegne del rispettivo quartiere. Uomini e 
donne lavoravano giorno e notte alle fortificazioni ; 

(1) Seguì, lib. IL p. a5. — Varchi, t. II. n$. -* Giovio, 
lib. XXV. 44. — E vedi l'ordinanza di essa milizia nel t. K 
déiV Archivio slorieo. 



60 PAUTS 8BSTÀ 

e quando fu dato l'ordine di demolire i borghi e tutte 
le case distanti un miglio dalla città, i padroni me- 
desimi accorsero ad eseguirlo , e dopo avere atter- 
rato gli ulivi e i melaranci delle amene lor ville, ne 
facevano fascine, e sulle proprie spalle le portavano 
a difesa dei bastioni (1). 
Tanta virtù sarebbe forse bastata a salvare Firenze, 
A. 1529 se fosse stato men cattivo il condottiero da essa eletto 
al comando supremo delle sue armi. Fu questi Mala- 
testa Baglìoni , fratello dell'Orazio mentovato poco 
sopra (2). La repubblica gli aveva affidato quel ca- 
rico, sperando che la ricordanza della uccisione del 
proprio padre gli sarebbe stata di perpetuo stimolo 
ad odiare la casa de' Medici, e servire fedelmente 
i nemici di questa. Ma il Baglioid era uomo da im- 
molare qualsiasi cosa al suo particolare vantaggio. 
Aspettò dentro Perugia l'arrivo delFesercito impe- 
rlale capitanato dal principe di Nassau, non già per 
difendere la città, ma, a quanto pare, per farsi me- 
rito coi Fiorentini di quella poca resistenza, col papa 
della resa. Colà sembra che egli mercantasse le sorti 

(1) Nardi, lib. Vili. - Varchi , t. III. p. 185. - Giovio, 
XXVII. 120. 

(2) Venne assoldato col titolo di governatore generale, e 
a patto: che obbedÌMe ai oommiaàarii generali e al capitano 
generale della repubblica : a^eMe la condotta di 1000 fanti 
in tempo di gaerra, e il ptatlo di 3000 fiorini per la sua 
persona: in tempo di pace ayesse 100 ducati d'oro al mese 
per intrattenere dieci capitani : dovendosi uscire in campa- 
gna , se gli raddoppiasse ki paga : sia al primogenito, sia al 
nipote di lui sì. concedesse il comando di una compagnia di 
50 cavalleggeri : hi repubblica non facesse col nemico alcuno 
accordo, senza includenri anche lui. 

Vermiglioli, Hta di Makiuta Bagtiom^ docwn. XII. 



GÀPIT0I.0 TfiB20. 6i 

dì Firenze. Ciò non pertanto s^pe di modo tessere 
tutta la trama che ancora adesso si potrebbe dubitare 
della sua perfidia, se sopra a tutte le proTe materiali 
non esistesse un intimo criterio, che riempie le la- 
cune tra i £atti, e giudica inappellabilm^te le azioni 
degli uomini. 

Ceduta Perugia agli imperiali, Malatesta colle sue 
genti ai ridusse in Firenze; dove parlando ai popo- 
lani di libertà, ai malcontenti del papa, ai neutrali 
laudando la quiete, agli ambiziosi il governo dei po- 
chi, si studiò di guadagnarsi tutti gli animi. Ma ciò 
appunto svegliò la città a sospettare di lui ; perchè 
il contentare tutte le fazioni in tempo di discordie , 
se può talora in un uomo altamente collocato venire 
come dappocaggine compatito, o come imparzialità 
riuscire accetto, il più sovente è indizio di frode, e 
porta in castigo la diffidenza e il dispr^o. Bentosto 
si aggiunsero sospetti a sospetti intorno la fede del 
condottiero; ma i nemici si avvicinavano a grandi 
giornate, e bisognò chiudere gli occhi e rassegnarsi. 

Tutti gli altri capitani in numero di 80, dei quali 
ben 17 erano cittadini del miglior sangue, e avevano 
militato nelle bande nere (1) , essendosi radunati 
^>ontaneamente nella chiesa di s. JXiccolò, dopo una 
messa solenne, giurarono una seconda volta fedeltà 
e obbedienza alla repubblica fino all'estremo spirito. 

III. 

L'arte del difendere le piazze fu condotta a com- a. isso 
pimento molto più presto che quella dell'offenderle. 
Gli imperiali, dopo avere tentato invfmo di aorpren- 

(1) Segni, lib. III. 903. — Varchi , U III. 303. 



62 PARTE SESTA 

dere la città, convertirono l'oppugnazione in assedio. 
Viyevasi perciò dentro Firenze, narra uno storico, il 
quale yi militava nelle ordinanze cittadine a non solo 
« senza paura e sospetto, ma né pia né meno, come 
(( se non vi fosse stato persona , eccettochè la notte 
(( non si sonava campana nessuna, e in quello scam^ 
« bio si sentivano i tiri delle artiglierìe, ì quali per 
(( la spessezza del trarre si conoscevano Tun dall'al- 
ce tro, infino dalle donne, quasi come le campane...: 
(de botteghe stavano aperte, i magistrati rendevano 
(( ragione , gli uffizi s'esercitavano, le chiese s'uffizia- 
(( vano, le piazze e il mercato si frequentavano, non 
(( si facevano tumulti tra* soldati , non quistioni tra' 
«Fiorentini: perciocché, sebbene erano tra loro di 
(( molte gozzaie e di cattivissimi umori , essendo di 
(( tanti pareri e in tante parti divisi, eglino nondi- 
« meno s'astenevano non che dal manomettersi l'un 
(d'altro co' fatti, ma d'ingiuriarsi colle parole, di- 
ce cendo: questo non è tempo da far pazzie; le^iamci 
« costoro da dosso, e poi chiariremo questa partita tra 
c( noi. Avevano scritto in su tutti i canti principali, 
(( a lettere grandi e con gesso o carbone : poveri o 
(( liberi. Fra Benedetto e fra Zaccaria seguitavano 
(( le lor prediche con infinito concorso di popolo del- 
«l'un sèsso e dell'altro....» (1). 

La gioventù, gareggiando di diligenza coi soldati, 
come li superava di valore, aveva in ìspedal guardia 
il monte di s. Miniato; e benché la repubblica sotto 
gravi pene le avesse vietato di uscire, non passava 
di in cui qualcuno di essa, o calandosi dalle mura, o 
sfuggendo per le porte , o mescolandosi ai soldati, 

(1) Varchi , t. ni. !I80. 



CAPITOLO TERZO. &S 

non sorliflse a scarftmuodare. «Perohè vuoi tn esporre 
questa inooeeote a tanto pericolo?» chiese an citta- 
dino ad un Tecchio, reggendolo con un fanduUètto 
a mano aooerrere alla difesa deDe mura: a perchè 
scampi o muoia con me per la salute delta patria» 
rispose il buon voechio (1). Al prìncipe di Nassau, 
che instava presso Bernardo da Castiglione, oratore 
di Firenze, affinchè essa si sottomettesse di nuovo 
alla stirpe de' Medici : « In Firenze? rispondeva questi : 
piuttosto in carcere, che s€4to i Medici». I paesani 
si lasciavano martoriare ed uccidere dagli Spagnuoli, 
anziché rinnegare il marzocco ossia leone, emblema 
della repubblica: una giovanotta, arrovesciatisi i 
panni m capo, lancia vasi neir Arno , e rituffandovisi 
tante volte quante risorgeva a galla, foggiva con vo- 
lontaria morte le carezze di un soldato nemico (2). 

Con questi animi si difendeva Firenze. Se non che 
Malatesta Baf^ioni ora con un'astuzia ora coU'altra 
j)erveniva sempre o ad impedire o a mandare a vnoto 
qualsiasi forte risoluzione. Non voleva permettere le 
sortite grosse sopra il nemico ; e quando a suo di- 
spetto se ne fece una, e già la vittoria era In mano 
de' Fiorentini, egli col suonare a raccolta la troncò. 
Altre circostanze avevano oramai mutato in certezza 
ì sospetti intorno la sua fede; pare non sì poteva più 
né mandarlo vìa, né levargli il potere. 

Intanto nella misera dttà alla guerra la fame, alla 
fame la peste erasi soprapposla. Restava un'ultima 
speranza , e questa era di aprire ai viveri la strada 
di Prato e Pistoia. A tal uopo i dttadiiii faivestiarono 

(1) Varchi , t. III. 230. 

(a) Varoki, t. UL 183. 105. 179. 



64 Iparte sesta. 

Fraacesoo Ferrucci» il quzke era a Pisa oonmiiaNffio, 
di un'autorità uguale a qudla di tutta la repubbMea, 
e gli mandarono l'ordine di partirsi di oolà oon tutte 
le sue genti, ed assalire il campo degli assedianti nel 
medesimo tempo che tutta Firenze sboccherebbe so»- 
pra di essi a fare un estremo sforzo. 

IV. 

£ra Francesco Ferrucci uno di quegli uomini au- 
steri, i quali nd tempi ordinarli, (autlostochè innal- 
zarsi a forza di anni e di usuali servigi, si.anm^tano 
nella solitudine, per potervi, se. non comandare, evi- 
tare almeno il peso della dipendenza. Povero e plebeo, 
sebbene di antica famiglia , visse alcun tempo oscu- 
ramente prima nel suo fondaco, quindi in villa, sempre 
solo e a caccia. Per amicizia verso Giambattista So- 
derini, l'aveva accompagnato nella infelice spedizione 
di Napoli, e vi si era intertenuto come pagatore deUe 
bande nere. Posciachè la spedizione sorti l'esito al- 
trove narrato, la repubblica, non credendo che fossero 
virtù guerriere in un mercatante plebeo e pagatore 
di esercito, lo destinò ad adempiere uguale ufficio 
nella valle di Chiana (1). 

Alla fine di codesto incarico, il Ferrucci ritornò a 
Firenze, ed obbliato vi si rimase, finché la repubblica, 
non sapendo chi mandare per compagno al commis- 
sario dì Prato, si sovvenne di lui. Da Pi^to il Fer- 
racci passò poscia commissario ad Empoli. Stando in 
cpiesto ufficio, aveva ^li espugnato s. Miniato, scoo- 
fitto un grosso corpo d'imperiali, ricuperato Volterra, 
e eoo istraordinaria bravura difesola contro a died- 

(1) Gianotti, ^tte del Ferrueoi. ^ Bosini, Lettere oc, p. 119. 



CÀPITOtO «RZO. 68 

mib assalitori. Primo colla spada e colla rotella a 
laudarsi nelle mischie ed a scalare le mora, pronto 
a ferire ehivnqoe si rivolgesse addietro , inesóìrabile , 
giusto, in pochi mesi si era acquistato il nome di ot- 
timo soldato e capitano. Cotesto era l'uomo, nel quale 
la repubblica aveva rimesso le priorie sorti. 

Il Ferrucci, toslochè ebbe ricevuta il comando di 
soccorrere Firense, radunò in Pisa tutte le genti che 
potè, cioè 3000 fonti e 400 cavalli , con buone mu- 
nizioni egiochi artificiati, scalee ferramenta, e si pose 
in cammino, risoluto a salvare la patria o morire. 

Sperava di giungere senza intoppo sotto le mura 
di Firenze; tutti i cittadini della quale, dopo essersi 
comunicati in Santa Maria del Fiore , stavano armati 
aspettando di ora in ora l'ordine di sortire o per 
unirsi con esso lui , o per assaltare il campo ostile, 
il sospetto di tale assalto avrebbe dovuto, a parere 
del Ferrucci , trattenere gli imperiali dentro le loro 
trineiere. Ma, essendosi avvicinato alla terra di Gavi- 
nana , si accorse di essersi ingannato : posciachè le 
genti dì Fabrizio Maramaldo si sforzavano già di en- 
trarvi per l'opposta parte. Egli senz'altro condusse le 3 agosto 
sue schiere sotto le mura, e « Compagni, gridò, segui- 
temi, dovunque vedrete che io vada». Cosi dicendo, 
predpitavasi dentro, ed appiccava zuffa coi nemici. 

Sopraggiungeva in costoro aiuto dapprima Ales- 
sandro Vitelli , quindi con fonti e cavalli lo stesso 
principe di Nassau; però dopo tre ore di ostinata 
pugna, questi vi restava ucciso, e la terra sgombra 
dagli imperiali : sicché il Ferrucci, stando appoggiato 
alla picca sotto il castagno della piazza, udiva elevarsi 
dai suoi alle stelle il grido di vittoria! vittoria! 
Ko/. ir. 5 



66 PARTE SÈSTk 

Ma sciaguratamente era rimasta intatta una banda 
di lanzi del retroguardo nemico. Costoro , avendo 
fatto testa, s'introdassero in Gavinana : dietro ad es^ 
si rannodarono i fuggiaschi; talché rientrando chi da 
una parte chi dall'altra circondarono quasi affatto le 
genti del Ferrucci. Fu allora il combattimento, non 
meno dei corpi che delle armi, ferocissimo. Il Fer- 
rucci e gli altri capitani, schieratisi in una fronte, non 
pure sostenevano Furto potentissimo dei nemici , ma 
scagliandosi tratto tratto fira loro , aprivano la via ai 
propri! seguaci. Accanto al Ferrucci stava Giampaolo 
Orsini, il quale sembrava che non mai si stancasse 
di incalzare e di ferire: ma posciachè vide la piazza 
piena di sangue , e i monti dei corpi morti impedire 
alle sue genti di avanzarsi, e tuttavia comparire da 
tutti i lati nuovi nemici, rivoltosi al Ferrucci «Signor 
commissario , gli disse , non ci vogliamo noi arren- 
dere? » « No », rispose questi, e abbassato il capo, si 
spinse contro a una nuova onda di imperiali. 

Il capitano Goro volle fargli scudo del proprio 
corpo; ma il Ferrucci con rimproveri lo respinse. 
Ciò veggendo, tutti i capitani, tutti i soldati, ssd^ido 
sopra i cadaveri, corsero a gara a soccorrerlo di mezzo 
ai nemici; dimanierachè dopo un ultimo sforzo ed 
una grandissima strage , li scacciarono fuori della 
terra. 

Però in codesto vantaggio appunto stava nascosta la 
rovina dei repubblicani. Tostochè furono all'aperto, 
si trovarono circuiti da un immenso stuolo di nemici, 
ed o semivivi si arresero, ovvero uccidendo vennero 
uccisi. Il Ferrucci, tutto lividure e ferite, fu menato 
in piazza davanti al Maramaldo , che , fattolo disar- 



capìtolo terzo. 67 

mare, mentre quegli senza turbamento gli diceva «tu 
uccidi un uomo morto^, con un pugnale lo scannò. 

Pochi furono i prigioni, e di essi due vennero com^ 
prati a caro prezzo da due loro inimicissimi con ben 
diverso fine; imperciocché uno fu ucciso a sangue 
fréddo , Taltro perdonato e medicato fraternamenlie 
nelle proprie case. Cosi la storia va mescolando le 
buone e le pessime azioni ! Nelle vesti del morto prin- 
cipe di Nassau fu trovato un biglietto scrittogli da 
Malatesta Baglioni, nel quale questi lo esortava a 
marciar pure contro il Ferrucd, assicurandolo che 
da Firenze ninno sarebbe uscito a molestare il campo 
imperiale. Firenze era adunque stata venduta da un 
capitano di ventura! (1) 

La nuova della disfatta di Gavinana non distoglieva 
tuttavia i cittadini di Firenze dal fiero proposito di 
uscire ad una estrema prova. Ivo Biliottì e gli altri ca- 
pitani delle bande nere si offersero di muovere i primi 
all'assalto. Ma il Baglioni non lo permise. La città, riso- 
luta a sperimentare ad ogni modo quel colpo, gli levò 
il comando delle armi: ed allora egli, il quale già 
aveva sedotto la gioventù e si era impadronito dì una 
porta, introdusse una compagnia di nemici, rivolse 
le artiglierie delle mura sopra quei di dentro, sbarrò 
le vie, ne guerni di cannoni le bocche, e dispose le 
fanterie sue proprie a forma di battaglia col fuoco 
sui draghetti degli archibugi. Allora Firenze , vinta 

(1) Filippo de'Nerli, Comment,, lib. X. p. 237. — Varchi, 
t. IV. pp. 209-225. — Segni , lib. IV. p. 294. — Ammirato, 
Storia fiorentina, lib. XXX. 407. — Guicciard., lib. XX. 148. 
— Giovio, Storia, lib. XXIX. 214. — Gianotti , Fita del Fer- 
rucci. 



68 PARTE SESTA 

4 2 agosto più dai proprii soldatt che di^M esterni manici» ca- 
pitolò, dopo ayere ìb 10 mesi di aasedio dato esempii 
di costamat di pazi^iza et di valide d^gai di perpe- 
tua lode. 

Forse ad un freddo filosofo parrà vana ed inoppor- 
tuna codesta ostinazione: ma si pensi che eosifialti 
sforzi^ quand'anche non producono nulb, pure, ri- 
guardati epme eslremi tennnù di virtù, servcmo sem- 
IHre moltissimo ad infiammare gli animi timidi ed 
infingardì, e ad innalzare la d%mtà ddl'umano pro- 
posito; epperciò sc^o sempre utili e lodev^iissimi. 
Mutansi i governi, passano le sette e le opinioni ; ma 
la virtù appartiene a tutti i tempi. Sciagurata quella 
fazione che tenta cancellare le opere virtuose, perdiè 
fatte dalia &zione contraria! il t^tarlo le sul)lima e 
le rende splendide all'occhio del mondo : solo coire- 
mularle e superarle si eclissano. 




CAPITOLO QUARTO. 

I ftaomiettl Itelianl. 

A. 1530-1583. 

I. I fuorusciti fiorentini. Pietro Strozzi se ne fa capo. Sua 
nascita e sue prime vicende. Infelici tentativi di Se> 
stìno e di Montemnrlo. Lo Strozzi in Venezia. Arrivo 
de'sQoi archibugieri in Francia. 
II. Lo Strozzi contro gli Inglesi: in Italia: in Iscozia: in 
Francia ed in €rermania. Sua difesa di Metz. 

III. Lo Strozzi alla difesa di Siena. Sue ultime sventure ed 

imprese. Sua morte. 

IV. Ultime vicende dei fuorusciti fiorentini e dei capitani 

dell» bande nere. Filippo Strozzi. Giambattista da 
Messina. Sampìero da Bastelica. 



CAPITOLO QUARTO. 

I fnomacttl Itoliani* 

A. 15da-ll»83. 

I. 

In Firenze gB eietti ddfei pace fnrono quali al vìnto a. 4 530 
suole nelle guerre civili imporre il vincitore, cioè '^^^ 
sospettosa tirannide con prigionie, supplizii, confische 
ed esigli. Un solo nemico, una comune sventura con- 
fuse aUora insieme tutti i partiti, i quali fuori di pa- 
tria A avvicinarono ed unirono a parlare, come di 
un lontano sogno, dei passati tre anni di libertà e re- 
sistenza, a pascersi di speranze e congiurare. Le terre 
straniere diventarono asilo d'illustri fuorusciti, i quali 
sotto varie fome vi portarono segni ed esempli vivi 
di qudla civiltà che in Italia era adulta, ed altrove 
piuttosto affettata che fiorente. 

Seguirono la costoro fortuna molti capitani e mol- 
tissimi soldati delle bande nere: ma le loro vicende 
si legano cosi strettamente alla vita di un famoso Fio- 
rentino , che non possiamo lare a meno dal raccon- 
tarla succintamente. 

I^etro Strozzi nacque nel iSiO da Clarice, figliuola 
di Piero de'Medid, e da Filippo, il più ricco gentil- 
uomo d'Italia. Nell'infanzia dimostrossi sodo e quieto: 
studiò a Padova, ed ebbe a maestro nelle lettere Mar- 
cello Cervini da Montepulciano , che poscia fu papa 
col nome di Marcelo 11. Odiando Firenze cadde , e 
migliaia di cittadini lagrimando l'abbandonavano, 
egli era giovane di 30 anni, e vi accompagnava a 
prenderne possesso il duca Alessandro de'Medici, suo 



72 PARTE SESTA 

congiunto e coetaneo quasi (1). Colà partecipò alcun 
tempo nelle crapule e lascivie giornaliere del novello 
signore : ma ì comuni amori e leggerezze non tarda- 
rono a destare in Pietro sdegno e intdieranza, e nel 
duca sospetto e rancore. Pietro, essaido stato» sotta 
una grave benché non ingiusta accusa, messo in pri- 
gione e minacciato di tortora, tà aectese alia prova, 
che il potere tirannico non si divìde, e che con stf- 
&tte signorie non v' ha altro meczo che «ervire o 
fuggire. 

Fuggi adunque, e pieno d'ira si aderì ai fuorusciti» 
i quali, espulsi come ccdpevoli da Roma, da Genova 
e da Ferrara, si erano ricoverati in Venezia, ricetta- 
trice allora d'ogni miserìa. Filippo, di lui padre, 
divenne pei suoi denari e pel suo eredito il centra, 
a cui si aggrupparono i Salviati, i Ridolfi , i Valori , 
per superbia delusa o ii^urie private avversi al duca 
Alessandro. Mossa da più pure cagioni si congiunse 
loro la turba di quelli che avevano difeso Firenze 
durante la repubUica : e, eccome un editto del duca 
li accomunò nell'esiglio, i primi furono ribdli per l'a* 
more del comando, i secondi per l'amore di Mbertà {3). 
Gli esuli fiorentini tentarono sulle prime di opporre 
nel governo della patria Ippolito de'Medici al duca 
Alei»andro, e cosi distruggere il potare col potere 
istesso. Ma Ippolito mori avvelenato. Ricorsero al* 
l'imperatore Carlo v; ma furcmo loro proposte tali 
condizioni di pMe che anteposero ad essa perpetuo 
A. isasesigiio e miserìa. Allora si appigliarono alle armi. 
Scoppiò propizia ai loro voti la guerra tra la Francia 

(1) Antonio degli Albizzì , f^Ua tns, di Pietro Strozzi, 

(2) Segni, Ub, VI, -^Varchi, t V. p. 70. 



CAnTOLO QUARTO. 75 

e Carlo v : ^fieckuila fosti italiani, la maggior parte 
iaonisciti, si radunarono alla Mirandola, terra firanca 
aignoregi^ta d^ conte di tad nome, il qnale era sèr* 
yitore sviscerato del re di Franda: il loro scopo do- 
veva essere quello di sorprendere Gfenova. Pietro 
Strozzi, che in questo intervallo era andato in Francia, 
ed era stato da quel re creato suo gentiluomo di ca- 
mera, vi accorse tosto col fratello Vincenzo, ed ebbe 
il comando di una grossa compagnia. Ma l'impresa 
pel difetto di scale falli : lo Strozzi, col grado di co- 
lonnello regio, passò a militare in Piemonte, dove in 
breve si acquistò nome di ardito guerriero. 

Podri mesi dipoi la mano di un sicario liberava 
Firenze dall'odiosa tirannide di Alessandro de'Medici : 
ma intantochè i fuorusciti stavano a Roma discutendo 
i mo<B di riaitrare in patria e ridurla in libertà, essa 
perveniva nella balia di Cosimo figliuolo di Giovanni 
de'Medici. Ciò li indusse a ricorrere di nuovo alle 
armi. Si fece la riunione a Bologna. Pietro Strozzi 
volle essere il primo a ^erimentare la fortuna, e, 
presi seco cento compagni, fra i quali era Ivo Biliottì, 
l'antioo capitano delle bande nere, si avviò verso Borgo 
s. Sepolcro. 

•Speravano di ottenere questa terra per tradimento; a. 4557 
ma re^rono delusi : stracchi perdo ed affamati si 
incamminarono per soiprendere il castello di Sestìno. 
Era il luogo difeso da quattro villani coraggiosi con 
due soli archibugi, e dalle mura mezzo diroccate le 
donne coi bam^ni in bracdo strillavano e domanda- 
vano mercè. I fuorusdti chiesero da bere, cdrinten- 
dimento di valersi deiroccasione per sforzare la porta, 
ma la furia di Pietro Strozzi mise in sospetto i difen- 



74 PARTE SESTI 

sorì. Una loro arcbibugiata colpi il capitano Niccolò 
Strozzi, die cadde addosso a Benedetto Varchi; un' 
altra smosse un calcinaccio che andò a fmre in una 
tempia il Bilie tti; il quale, postovi il fazzoletto e 
ridendone sgangheratamente « questo è il prìnoio 
sangue, esclamò, che mi è cavato da dosso in 
guerra d. 

Questi due colpi bastarono per sgombrare il ponte 
dagli assalitori: molti, che si erano posti a giacere, sai* 
tarono in piedi; chi si appiattò su un campanOe, chi 
sopra un tetto; altri fece sembiante di volere scalare 
il castello, altri di abbruciarne la porta. Lo Strozzi, 
veggendo adunarsi alle proprie ^alle una frotta dì 
villani, fece battere la ritirata. Giunto a Belforte, 11- 
oenziò i compagni , i quali si sbandarono, bestem- 
miando ognuno la pazza impresa , e barattando per 
istrada armi e vestì con pane ed allog^^o (1). Eppure 
tra cotesti profughi doveva solvere un ammiraglio, 
un maresciallo e un colonndlo generale delle &n- 
terie di Francia, e lo storico che^atte cose avrebbe 
tramandato alla posterità ! 

Ma erano appena passati questi stenti, che i fuor- 
usciti fiorentini ritornavano agli antichi pensieri. Pie- 
tro e Vincenzo Strozzi , collo sposare le figliuole di 
Lorenzino de' Medici uccisore del duca Alessandro , 
e collo adottarlo nella propria famiglia, si scavavano 
un precipizio di odio, ove era impossibile arrestarsi 
se non se al fondo. Coi denari pagati in terzo dal loro 
padre, dal re di Francia e dagli altri esuli riunirono 
alla Mirandola 4000 fanti e 300 cavalli, e con queste 

(1) Varchi, t. V. 368. —Segni, lib. Vili. 



CAPITOLO QUi&TO. 78' 

genti e con altre raccolte segretamente a Bologna 
entrarono nella Toscana. Bla questa volta il suc- 
cesso fo ancor più dell'altra contrario alle loro eq>et- 
tatìre. Filippo Strozzi e quasi tutti ì capi, ingannati 
da un traditore, vennero di notte sorpresi a Monte- 
murlo, fatti prigioni, e condotti a morte. Pietro, 
scampattme per miracolo, andò a Costantmopoli per 
istrìngere il Turco in lega colla Francia contro Carlo v 
e il duca Cosimo. Dei fuorusciti , molti passarono in 
Venezia ad aspettare l'arrivo di luì, parecchi presero 
servizio sotto Leone di lui fratello, il quale era capo 
di sei galere al servizio della Francia, e vi si segna- 
larono, specialmente nell'assalto di Nizza (i). 

Ritornato a Venezia, Pietro Strozzi concepì l'idea 
di sorprendere Marano, piccolo porto dell'Istria allora 
posseduto dal re d'Ungheria, e la mise ad effetto fe- 
licemente col braccio dei suoi compagni, e coll'oc- 
culto fevore di quella repubblica. Ma, essendo poi 
questa venuta in isdegno col re di Francia, mandò 
via tutti i fuorusciti fiorentini (2). Lo Strozzi li rac- 
colse , e dopo averli a proprie spese bene armati 
e vestiti li condusse seco oltremonti al campo di 
quel re. 

«Venne il signor Strozzi (narra un guerriero 
« francese contemporaneo) a ritrovare il re colla più 
« bella compagnia che mai si vedesse, di dugento ar- 
ce chibugieri a cavallo, i meglio montati, i meglio do- 
« rati e in punto che sì sapesse vedere: che non v'era 

(1) ti II alla brapement à VassaiU avec sa troupe de Fiorerà 
tins bannis d'un coste, et les Turcs de Vautre .... » Brantòme, 
yie de Leon Strozze. 

(3) Segni, Storia, lib. IX. 



76 PARTE 88STA 

(( tra loro chi avesse meno di due buoni cavalli di 
(( piccola taglia, detti cavallini, il morione dorato, le 
<( maniche di maglia, molto usate allora e dorate tatto 
(c o mezzo, é simili gli ardiibugi e arnesi. Meraviglio» 
« samente spingeano i cavalli al corso, servendosi della 
«picca, della celata alla borgognona, e all'uopo del 
((Corsaletto dorato: ma, cbe più aonla, eran quasi 
(( tutti vecchi capitani e soldati ben agguerriti sotto le 
(( bandiere e ordinanze di quel gran capitano Giovan- 
« nino de' Medici; talché, accadendo A fur loro mettere 
(( pie a terra e combattere a piedi^ non c'era bisogno 
a di grandi ordini per disporli a battaglia, poiché di 
(( per sé ciascuno taoìto era ammaestoito che trovava 
(c il suo luogo appimto appunto. Eran di questo nu- 
(( mero Sampiero Corso, Giovanni da Turino, il capi* 
(( tano Moretto calabrese, il signor Pietropaolo Tosin- 
(( ghi , il capitan Bernardo , il capitano Michèle |di 
«Candia, il capitano Mazzino e Giacomo Ferrarese, 
(( che si son ben fatti conoscere nelle nostre guerre 
(( dipoi. Quando il re Francesco vide cosi bella goite, 
(da lodò molto, e ne fece gran caso coOa Delfina, 
(( cugina del detto signor Strozzi , ed ella si pensò 
(c quasi morir di gioia al veder il suo cugino &r cosi 
«vaga mostra e si bel servizio al re, e tutto a sue 
«proprie spese. Posdacché, come io n'ebbi inteso 
« dal capitano Michele di Candia suo vecchio servi- 
« tore, questa compagnia gli costò ben cinquanta mila 
« scudi ; ma ben egli avea di grandi ricchezze massime 
«a Venezia: eppure, ohimè! tutte egli le spese al 
«servizio de' nostri re, e di SOOm. scudi appena ven- 
« timila ne lasciò morendo al figliuol suo. Questo è 
« spendere certo, e senza averne ricompense, né be- 



CAPITOLO QUARTO. 77 

« nefieii dai nostri re: poiché egli noa era punto inv 
«portano e domandatore (i) ». 

IL 

Con questa brava compagnìei, Pietro Strozzi militò a. 1543 
molto lodevolmente nella gaerra di Borgogna, e so- 
prattutto si distìnse nella difesa di Landrecy. Questi 
meriti aggiunti al suo parentado colla Delfina e alla 
sua intrinsichezza col marito di essa, che fu poi re 
Enrico 11, gli procurarono in premio il collare del- 
Tordìne di s. Michele, un feudo, e la condotta di una 
compagnia degli uomini d'arme del re. 

Però l'Italia era per lo Strozzi il campo più desi- a. 4544 
derato; ed odio, vanità, interesse ed amor patrio si 
univano per tenergliene sempre viva la memoria. 
Infuriava in Piemonte la guerra tra gli Imperiali ed 
i Francesi: ciò nulla di meno egli non temè di tra- 
versare sotto falsi abiti le provincie nemiche, per 
abboccarsi in Venezia cogli agenti del re, e vendere 
a quella repubblica il porto dì Marano. Quindi corse 
a Roma per compiervi le trattative col papa. Ciò fatto, 
passò alla Mirandola, e vi raccolse diecimila fanti: 

(1) Brantòme, f^ie du marechal Strozze, 
Non altrimenti parla di codesta gente il signor Da Bellay. 
a Le seigneur P, Strozzy ayant amene trois cents soldats toscans 
tmu signalés^ ayant été ou capitaineSf ùu lieutenans ou ensei' 
gnes: et étaieni armis de corselets doréi, avecque chaeun un che^ 
Valter vite et dispos : les deux parties portoni la piqué et la tierce 
rarquebuse , allant toujours apont les coureurs. Et s*U était 
besom de combattre ou d^assaiUir un fort ou garder un passage 
ou le conquérir^ soudain se mettaient à pied et ne leur fallait 
nul sergent pour se mettre en baiatile y parceque d^eux-mémes 
chaeun savait ce quHl avait à faire, car ils av^dent tous tom- 
monde, — V. Da Bellay, MémoireSy lib. II. 



78 PARTE SESTA 

con essi marciò verso il Po, e tì si congiunse alle 
genti che il conte da Pitigliano gii conduceva dal Pie- 
monte. Allora sì avviò pei monti del Tortonese col- 
Tintento di riuscire nell'Astigiana, dov'era il grosso 
dell'esercito francese. Ma presso la Scrìvia gli si af- 
facciarono gli imperiali guidati da Ridolfo Baglionì, 
e dal principe di Salerno. 

I soldati dello Strozzi ebbero sM^ prime il van- 
taggio ; ma nell'incalzare gli imperiali, essendosi inav- 
vedutamente sparpagliati tra i vigneti, dove nò com- 
battere né fuggire si poteva, yì rimasero quasi tutti 
prigioni. Furono fra questi Ivo Biliotti e molti capitani 
delle bande nere e fuorusciti in bando del capo ; i 
quali sarebbero senza fallo passati dal carcere al 
supplizio, se i vincitori , anteponendo al guadagno 
l'onore della milizia, non avessero cortesemente fatto 
loro, come allora sì diceva, la via dell'angelo (1). 

Lo Strozzi, per trovarsi bene a cavallo nel fronte 
della battaglia , ebbe modo di fuggire di mezzo ai 
nemici. Ma era appena in sicuro, che deliberava di 
ritornare alla Mirandola, rifarvi l'esercito, e menarlo 
in Francia in soccorso del re. Tanto deliberò, tanto 
esegui , traversando in furia con 60 compagni la 
Lombardia posseduta dagli Imperiali. Restavagli da 
ritrovare i denari; ed egli si recò a Roma, e tanto 
fece presso i cardinali suoi amici , che mise insieme 
50 mila ducati. 

Radunati cosi 8000 fanti e 200 cavalli , per le 
asprezze dell' Apennino li condusse a Genova, e di 
colà in Piemonte, e finalmente in Francia; dove col 

(1) Adriani, Sioria, IV. 147 (Firenze 1583).— Segni, Storia, 
lib. XI. — Albizzi, nta m$. di P. Strozzi. 



CAPITOLO QUARTO. 79 

valore e colla diseipliiia loro dimostrarono» dice uno 
storico «che la gente italiana sapeva obbedire e co- 
mandare quand'era bisogno (1) y». 

La pace interruppe il corso delle loro fatiche. li- 
cenziati dal re con molti doni e belle parole» gli 
Italiani dello Strozzi si sbandarono: altri di essi pare 
che pigliassero servizio presso il ^e d'Inghilterra; 
altri ripatriarono ; molti salirono sopra le gsdere di 
Leone Strozzi , che sì chiamava il Priore di Capua ; 
i più cari e sperimentati rimasero con Pietro di lui 
fratello» il quale tre anni dipoi insieme col titolo di 
colonnello generale di tutte le- fanterie ottenne pure 
dal re di Francia la facoltà d' ìntertenere parecchi 
capitani e soldati a propria scelta (2). 

Bentosto la guerra insorta tra la Francia e l'In- 
ghilterra aperse loro una strada di acquistarsi onore. 
Trattavasi di fare uno sbarco sopra le coste di quella 
isola. Lo Strozzi propose di eseguirlo colle galere a 
remi; e non ostante la difficoltà dell'Oceano , la no- 
vità della cosa e la sentenza contraria quasi di tutti, 
andoUe a prendere a Marsiglia, e le condusse felice- 
mente fino nel porto di Bologna. Doveansi quivi ra- 
dunare 242 navi e 50 mila combattenti. Ma l'impresa, 
stante la pret||aza di una flotta inglese e molti altri 
ostacoli, non ebbe luogo. 

Intanto Pietro e Leone Strozzi fomentavano in Italia 
una trama intesa a riunire la Toscana e gli Stati pon- 
tificii in un solo regno. Essendo questa riuscita male, 

(1) Segni , lib. XI. — Adriani, IV. 153. — Contile, f^ita di 
Cesare da Napoli, lib. IH. p. 163. 

(2) Adriani , V. 363 j VL 416 ( Dal lib. V in poi si cita 
l'Ediz. di Milano 1834). 



80 PARTE SESTÀ 

Pietro passò in Germania per darvi animo ai prote- 
stanti confederati contro Carlo v, alla fortuna del 
quale ben sapeva essere legata quella del duca Cosimo 
de'Medici. Il successo delle armi fu contrario alle sue 
espettative: tuttavia non si smarrì; ma, quasiché ritro- 
vasse in se stesso novelli stimoli e mezzi, si conduceva 
a Roma per concertarvi col papa i modi di sottrarre 
Genova ad Andrea Doria, Piacenza agli Imperiali , e 
la Toscana ai Medici. 

Come ebbe stabilito queste cose, assoldò gente, e 
a nome del re di Francia assali il marchese di Saluzzo, 
lo fece prigioniero , e lo spogliò di quasi tutto lo 
Stato (i). Del resto il pensiero dello Strozzi per al- 
lora non ebbe effetto, e la morte del papa accaduta 
A. 1447 due anni dipoi lo sventò affatto. Pietro con mille Ita- 
liani e molti Tedeschi e Francesi al soldo del re dì 
Francia passò sopra le galere del fratello in Iscozia, 
ad oggetto di rimettervi in istato la regina Maria 
Stuarda. Ma una ferita riportata allora in una gamba, 
e quindi un' altra ricevuta in un braccio a Parigi 
nell'occasione di una giostra, lo resero per più di un 
anno inabile all'esercizio delle armi (2). Egli spese 
questo tempo a postillare e tradurre in greco i com- 
mentarli di Giulio Cesare, a ideare una navigazione 
al Perù, e ad accompagnare il re nella visita delle 
Provincie (3). 

Nel ISSI Pietro Strozzi ritornava in Italia coU-inca- 
rico di soccorrere la città di Parma, posseduta dal duca 
Ottavio Farnese, ed assediata da D. Ferrante Gonzaga 

(1) Adriani ^ Storia, Uh. VI. p. 428. 

(S) Albizzi , f^Ua ms. di P. Strozzi. 

(3) Brantòme, rie do Pamiral de ChdUllon^ t. III. p. 16). 



cAnroLO qvèMTO. 81 

a Mine dell" impeiMore e d^ nmw pontefice Giu- 
lia ili. La Mk fiM Ma 6t di «now il. riksetto, ove egli 
rimi te'Mddatoaeat ém («on^acàti, un fiei^tìvoglio e 
VA Fregolo , gUene <KNiié«99ero molta , que|^ dallo 
Stato di Mantova e di V«Mzia» questi drila Man» di 
Anooiia* Aaoootti cosi 6000«Miaiiiii a pìi^di e 600 a 
cavallo, lo Stioan ai diede a sacch^gi^e il Bolo- 
gnese. Ciò astrinse gì' Luperiali ad allargare l'assedio 
d'intorvo a Fama. JU> Slrozai ^l$e l'ooeasione, vi 
estro quasi vakmdo eou un buon nBouero dfaraiati, 
e rassicurò dagli insulti ostiti (4). 

La guerra eeoppìala udla Boorgogoa lo rìchiamava 
poeda daUa ^difesa diParata.a quella di Metz: e quivi 
la sua bravura da soMato e le sue cogniaieni da in* 
gegnere gli proeaeeiataBo lede fin paresso gli idtimi 
fanti, che ne eddbtairano il «oiae fan una nona can- 
zone (2). 

UL 

Codeste fatiche, «odesli periooli UTC^ra loStrozzi bra- 
vamente incontralo «empreper la speranea diaprirsi hi 
tal modo una «trada verso ì piM>prii fini. Questi fini 
poi erano di liberare Firenze dal dcuninio mediceo , 
e r Italia dalla influenza imperiale. Siffatta idea stava 
tanto profondamente in liti scolpita, eh' egti l'attri- 
buiva a una segreta feona del delo (S). Ansi In ehi 

(1) Adriani, Storia, lib. Vili. A1B. 

(2) Ei le seigneur Pierre Eetoné 
Qui wmt^M'jimr e$t 9ur r tuyui ' lj , ' 
Faiscmt remparts de grand adresse, 
Bt remparant de tomee parte ... ». 

Brancolile^ yie du maréckal StroMze, p. 300. 

(3) ScifMone da Castro, Islewkne tdpròidpi^ p. 3(6 (Tesola 
poHtioo, t. II). 



82 PARTE SÈSVà. 

credette, ch'egli, per natura alieno dat medtiero delfa 
guerra, non per altro motivo lo abktacdasse, seno 
perchè speraya dì giungere a |iadrmeggiare h armi 
trance» in Italia , e fiTotgerle poscia là dove avérra 
indirizzato tutta l'anima 9aa (1). 

Finalmente Foceasione tanto tempo agognata si 
presentò. Siaia scoMe da sé il giogo degli Spagnuoli, 
e si redense in libertà; e siccome il duca Co^mo e 
Carlo V unirono le loro forze per soCtometterla , cosi 
il re di Francia si propose di mantenerla e difen- 
derla. A tale effetto fu inviato in Italia lo Strozzi col 
titolo di luogotenente generale di qua dalle Alpi : e 
dalla parte del mare doveva con lui cooperare Leone 
suo fratello. 

Si era questi alcun tempo innanzi partito dai ser- 
vìgi del re, perchè in premio del suo valore l'intrigo 
aveva destinato spie a sindacarlo, colleghi a contra- 
riarlo , emuli a comandare le galee sue proprie , e 
sicarii ad insidiarne i giorni (2). Con due sole navi 
e coi più fidi seguaci si era egU pertanto riparato a 
. lUaltat protestando di non volare quindinnanzi mili- 
. tare jse non se in difesa di quell'ordine, al quale egli 
apparteneva come priore di Capua* Ma essendo stato 
male.accQlto,da quel gi^aurnsoestrO) che era spagi^uolo, 
erasi dato alla pirateria, dapprjima contro i Turchi , 
poscia contro chiunque (3), Cosi visse qualche mese; 
finché le istanze del re di Francia , che gli offriva il 
grado di regio luogotenente in mare, e la condotta 

(1) Albìzzi, f^ita ms. di P, Strozzi, 

(2) Lettera di Leone Stmaiy p. 105 (Lattare di priiieipi, 
t. Ili ). — Molinì,. i>oeum. di stana itaUona^ n'* 440. 

(3) Segni , XIV. 185. — Adriani , Vili. 488 j X. 660. 



CiPITOLO QUARTO. 83 

p^^tiut di i3 giJee, ìmìeme alle escHrtauoni del fra- 
tello, ed agli impulsi della propria inclinazione , lo 
sosi^naero a pigliaor parte alla difesa di Siena. Ma fu 
breve Tutile che egli potò arrecarle. Percosso sotto 
le mora di Soarlino da una palla tirata quasi a caso, 
inori, lasciando pel Mediterraneo la fama di grandis- 
simo uomo di mare (i). 

Assediavano Siena 24m. uomini tra Tedeschi, Spa- a. 1554 
^nuoli ed Italiani , comandati da Gian Giacomo de' 
Medici, marchese di Marignano , generale nel mede- 
simo tempo del duca Cosimo e di Carlo v. Nella città 
erano entrati con Pietro Strozzi gli avanzi delle bande 
nere, e i più ragguardevoli fuorusciti non meno della 
Toscana che della restante ItaUa. Noveravansi fra ì 
primi il colonnello Giovanni da Torino , e il Moretto 
calabrese, Sampiero da Bastelica, Alessandro da Terni 
e il perugino Capaguzzo, capitani. Noveravansi tra i 
secondi SS duchi o marchesi , fra i quali il duca di 
Somma, quattro Orsini, un Fregoso e due Sforza (2). 

I fuorusciti fiorentini si erano raccolti in due compa- 

• 

(1) Ce Prieur de CapUe a esté un aussi grand capitaine de 
tneTy comme son frère de la terre, de sorte que t&us les ports, 
les costes et hs mers du Levant raisonnent de luy: tellement que 
son nom hs remplit encore, et n*ay veu guhres marinierSj ma- 
telots j piloti , pairons, comites, forgats^ eèdaves^ capttaines et 
4oldats y qui ne Payent dii U plus grand eapitàme de mer de 
son temps : et bienheureux estoit celuy (comme fay veu en più- 
sieurs endroits du Levant) , qui pouvait dire, fay navigéet com- 
battu sous le Prieur de Capiie: et encore quHl rCen fòt rien, 
plusieurs le faisoient accroire par ostentation et pour en estre 
plus èstùnez. Btanttoe, P^ie de L. Strozte. 

(3) Sozzini, Bivoluz, di Siena ^ p. 94 (Aichivìo storico, t. II). "^ 
- Conti, Stona, lib^YI. f. 165 (Veneaia 1$89). 



8<^ PARTE 9B&tk 

gnie con msegtie ye^di^ sopffà le quali stava sciitlo 

Libertà e Firenze (I). 

II btton volere e il oeraggio ii questa gente era 
a tutta prova; ma KetroStro^d-aon tardò ad acoor- 
gersì, che seii2a i soeeorfti esléri^ esso non sarebbe 
bastato a fare sciogHere Fasee^o^ o ateeno ad aprire 
l'adito alle vittovaglie, delle quali già dentro sì sen- 
tiva difetto. Sapeva che diécifi^ila fanti tra S^vlzzeri 
ed Italiani erano stati riuniti alla Mirandola col de- 
naro dei mereatanti fuorusdti. Mandò a dir loro che 
si muovessero alla sua volta, e ai acdnse alla d^Sd- 
lìssima impresa dì andarli ad incontrare. 

Avendo infatti preso seco pane per due di , esci 
di notte da Siena cosi improvvisamente, die tolse 
ai nemìd la speranza di raggiungerlo. Entrò per stra- 
tagemma in Pontadera, e vi pernottò. Il mattino 
seguente mandò i cavalli a ritenere più in su la cor- 
rente ddl'Arno , e con corde fermate sopra pali lo 
guadò, andando egli dinnanzi a tutti. Giunto cosi 
presso alle sponde del Serchio, si fortificò al ponte a 
Moriano discosto sette miglia da Lucca, e vi si con- 
giunse alle schiere amiche. 

Ciò fatto , si volta contro il marchese di Mari- 
gnano, il quale per impedire appunto codesta con- 
giunzione era partito dal campo sotto Siena, e lo 
respinge addietro, torna verso l'Arno, lo riguada pel 
primo, rialloggia a Pontadera, e intatto si rilira a 
Gasoli (2). Sperava egli di tenere la campagna tanto 
tempo almeno, che fosse bastante ai Sienesi per ri- 
durre le messi in città, ed aspettare Tarrivo del na- 

(1) Sondili, lifid., p. i45. 

(9) Adriani, XI. 57a ^ Segai, SIV. laa 



CiPITOLO QUARTO. 8S 

vigliò (rmtìem. Uà W mtìiguàtk non so se degli uomini 
del mare» impedi codesto arrivo ; e il presidio di 
Siena, stikllte la ^a' pochezza» non potè né disfare le 
tiineiefe abba»doQate dal nemico, nò provvedere la 
città di viveri. Percii la feme vi continuava , e la 
presenza delia nuova soldatesca riusciva, anziché di 
utile, d'impaeeio, 

I^tro» dopo avere tenuta la campagna quanto più 
lungamente potè, temendo che la sua gente si sban- 
dasise per la mancanza dei denari, tentò la fortuna 
deDe armi sotto Marciano* P^ non sua colpa, vi ri- 2 agosto 
mase disfatto ; e ferito in un fianco e nella mano , sì 
fece portasrel in una cesta a ttontaloino, lasciando sul 
campo 4000 morti. 

Quivi rattendevasio i morsi dei malevoli e le insidie 
del duca Gositaio, che fino dall'anno avanti ^veva dato 
commissione di uocSderlo* Ma il re di Francia com- 
pensò opportunamente le ingiustìzie della fortuna , 
mandandogli il bastone di maresciaHo. Del resto lo 
Strozzi , benché infermo e ferito , non abbandonava 
il pensiero di soeoorr^e Siena. Scrisse al Brissac, il 
quale comandava le forze regie in Piemonte, supplì- 
eandcdo instantemente di aiuto , sotto promessa di 
rendergliene la piurìglia i^quanétanche dmsw andare 
a serrirh quaktm iiMie da smnplie» soldato con la picca 
o rarehihugio in tapa((a(l)>9. Nei medesimo tempo 
raccogUeva eoa gran diligenza uomini, somieri e 
victovaglie. 

Quando ogni cosi fu pronta, si fece legare idl'ar- 
cMme, p«rdièla farìla, lo impediva di stare a cavallo, 
e si avviò verso Siena. Intoppò sotto le mura negli 

(1) Brantòme, f^ie du marichal Stroxte^ p. 306. 



86 PARTE SESTA 

assediami; tuttavia combattendo e correndo nel buio 
ebbe modo di entrarvi (1). 
Ciò ravvivò alquanto gli animi degli abitanti di 
A. 1555 Siena; ma fu breve respiro. Lo Strozzi ne usci quasi 
solo per andare incontro ai soccorsi promessigli dal 
Brissac. Però questi soccorsi non giunsero mai; onde 
egli, per mancanza di esercito e di pecunia, più non 
potè far altro che spingere in Siena con grande diffi- 
coltà qualche vittovaglia , qua» piuttosto ad irrita- 
mento che a sollievo della fame. Alla fine la dttà, 
dopo avere sostenuto in 18 mesi incrediUli miserie, 

24 aprile SÌ arrCSC. 

Lo Strozzi, quando vide ogni cosa perduta, s' im- 
barcò sopra una galera per Civitavecchia. Narrasi 
che sul principio del viaggio stette lungo tempo muto, 
guardando le coste della Toscana: poi, rivolgendosi a 
Giampaolo Orsini ed a Flandnio da Montalto , quello 
suo cognato, questo suo capitano «Tengo per costante, 
sclamò, che questa guerra mi farà reo presso al mondo 
di molte colpe. Tuttavia, spero che là mia fama sal- 
verassi dai non giusti oltraggi. Che se la guerra 
oggi in Toscana ha fine da me non desiderato, vadane 
il biasimo a chi ne fu la cagione: le azioni da me 
fatte io diroUe, e udiroUe senza arrossire. Io trassi 
fuori da Siena l'esercito, passai tra gli alloggiamenti 
nemici , attendai sulle terre ducali , accolsi gli aiuti 
della Mirandola : sallo Firenze che rimase in forse di 
se medesima. Tenni la campagna finché potei; all'e- 
stremo sperimentai la sorte delle armi : ora a nùa 
colpa asoriverassi l'ignavia altrui, se i Sienesi furono 

(1) Montine, Commeni,, p. 904 Càfém. relaiifs à VHisUnrt 
de France, t. XXI). - Adriani, XII. 609. 



GÀPITOfcO QI7AET0. 87 

lesti a cftOft^iere le vllloiraig^e, se le galere del Turco 
mi falUf dna, se gli aiuti e i denari della Frauda mi 
maiiosffooo, se la parola drì Bwsac fu menzogaera ? 
Doirrò io adunque aoddisiftre «^'altrui pooa virtù, 
anzi all'altrui viltà, eoi dispendio dell'onci mio? Io 
Goredo bene di no». Qui taeque, e volse gli occhi in- 
verso il cielo, quasi parlasse con esso : indi «(^giunse: 
(cPiMppeo a Farsaglia, Bruto a Filippi dovevano vin- 
G^^; ma là dove giudica la fortuna, spesso la for- 
tezza e la prudenza ricevono torto : con quale animo 
guerreggiassero g^ Strozzi in Toscana, diconlo le 
mie ferite e la morte di Leone mio fratello (i) ». 

Né qj^eUriste presagio intorno a se stesso era fallace. 
Arrivato di nascondiglio innascondigUo ad Antibo, qud 
capitano cbe p^ servigio del suo re aveva impegnato 
perfino il gran collare dell'ordine(2), vi stette non poco 
tempo, in disfavore, fienza osare di comparire in Corte, 
senza potervi spingere le sue giustificazioni, e tuttavia 
sempre insidiato dal duca Cosimo. Le sue disgrazie , 
il suo combattere, il suo starsi, la viltà, il tradimento, 
la dappocaggine^ltrui, tutto oragli ugualmente ascritto 
a colpa (3). Iievollo da codesti impacci il pt^ta Paolo iv, 
che, dubitando di venire. assalito da^^i Spagnuoli, 
invitoUo a Soma» affinchè vi matt^se ordine alle cose 
da (guerra* 

Ritornato adunque in Italia, Pietro Strozzi sì a£[a« a. 1550 
ticò a collegare il papa. coUa Francia e col duca di 
Este contro la Spagna e Cosimo de'Medici , riordinò 

(1) Chiabrera, f^ita dei marchese di Malignano (ms. presso 
il cav. Cazzerà). 
(9) MoAtine, GwtmenC, p. 999. 
^3} Difesa di P. Strozzi (Lettera di priac^H, t. III. p. 177). 



88 TÈRT^ SBSrtk' 

le geirti pùntìAtìe, fottifieè PftUàno e léfbtieae 
sedute nel Senese dati re dt Fràtioift. Quindi ripassava 
oltremottli pefr stabitife coi re i dtegfiii delta gvem; 
e di nuove, quftnlini^ute hrfbnno y sTinitMireav» jm^ 
l'Italia. Arrivò a Roma nel ponte iur ttA gB S)mh 
gnuoli avevano intaso gH 9ìkÈ deHa Chiesa/^ <^ 
fortificare la sfionda ée^^ del Tevere, sepjppe ìMei^ 
tenerli tanto, che In sdbeerso del papa S(^ravvenne 
A. 1557 il duca di Guis» eon M e^rlsHe francese, i fdof usciti 
fiorentini propellevano A valersi di efesia òécasleiie 
per assoldare molta gente ed assaÉre di concerto coi 
Francesi la Toscana. Ma Tkiter^esse dei papa ^ op* 
pose a cid; e dopò grave j^rdttà Alèffipd non meno 
il Guisa che lo Strozzi furono ricfalaniati In Pn^ticla, 
dove la vittoria di S. Quintino aveva apieplo agii Spa- 
gnuoli la frontiera del Nord (4). 

Giunto al quartiere generale del re di Fusnicia , 
Pietro Strozzi propose di sorprendere la ci^' di Ga- 
lais, luogo di sooUma Importàlnza posseduto dagli In- 
glesi; e, siccome (|U!8kst tutti iteostràrvaiie <fi pressai* 
poco orecchio alle sue rà^òi^, cosi si offèrte di an- 
dare in persona a riconoscere il sito. Scelse a tale 
effetto la notte del s. ifórtino , seHta a passarsi dai 
soldafi negli sd^mazii , ed essende con diie com- 
pagni partito da Bologna al mare, s' insinuò se^ le 
mura di quella piazza, è la esaiÀinò cosi béàe,- éhe 
ne potè ft>rnuirè il tiiodétfo^, e' ^réfiiiii^ne ésatCàinente 
la postura e il modo dell'atéacco. (3ò persuase H real 
consiglio ; e Calais, fortissimo propugnacolo deUa po- 
tenza inglese nel continente, fondamento di moltp 
invasioni e guerre civili , che da dngento anni era 

(t) Adriani, lUH; 1 1 j XIV. 39. 43. t. Il, 



fttéaHò e Tatkamente de^deratd, tu é^A poco sangue 
e mòne IngegiMy e eorbggio ritfoqatolato alfe^ Francia 

L'anno seguente Pietro Sfr^ziA lavorava c(d ^nore a i558 
di ViieilDe in ima tfiiteiera setto le mOA 4ì Ilìion- 
flHe , qnan^ si senti colpito nMMrlalitldtife da una 
palla di tkioMlìéttD. « MÌ0 eai^o ViértSUe, disse il ma- 
^e^èlsÀo alFatAfco cbe il «ensolava^ tràìasQiate pure 
di ikrmi' animo , ehè ne lio ai»basiaitza per morire : 
sa^bélelo voi pet vivere: raceomandaienii, vi prego, 
mnilmenfe al re, alla regina e al duca di Gnisa, e 
dite lo^o cbe oggi hannd perdtrte un buono e leale 
sél^fordD. Coél dicendo, spillò (i). 

IV. 

Morto Pietro' Sttroatf y là maggior parie dei suoi 
edpitain freserò servìzio sotlo Filippo di luì figliuolo, 
e a poeo a-pooo si eslinsero ten senza lode neUe 
guerre civili di Francia*; éeve qùaittro di essi eonse- 
goìrono il collage d<M'oiNÌifie di s<. Michele (3). Colà 
infetti milMarono liiiceolò Alaauulni , Giovanni da 
Torino, Otto da Monttoto , Ivo BiUotti e Pietropaolo 
Tosiiigfal, che per cómandameMaf di qiiel te fd mae- 
stra e aio al Aiké» àk GicfioB»^ e ancora nel iS87 ser- 
viva eolla fanha del più- vééoblo é più esei^tato ca*- 
pteno (3). 

(1) Brantòme, f^ù iu wuréohéd Strazze ^ p. S$Oé— Adriani» 
Storia, XV. 94. 101. 

(S) Adriani, XIX/ 910, Nel 1558 dei 10 cavalieri di questa 
ordine 16 e Alfio Italiani. ▼. SoranTO, RekaàMé tH Ftanma^ 
p. 4(0 (R«1ai. tenete, t. W). 

(3) Alberi, Vita di Catmna d^MéSei, Nota m. 



90 PiRTJS SEST^ 

Filippo Stfom fu, se ioferiore al padre iaioe^pio, 
non punto dammeno dì lui in bravura. Da giovine 
fuggi di casa, e con un archìbi^gk) aU'areione si recò 
a guerreggiaro in Pie»ioi|te. In I^reve le aderente del 
padre e il proprio yal^e lo de:varo|io. al grado di 
colonnello genene^e di tutte le fanterie francesi che 
egli spogliò ;dei lunghi e disadatti archibugi deità alla 
Lucchese per fornirle di quelli di calibro fabbricati a 
A. 1569 Milano. Alla batts^lia di Roccabelia senti che le sol* 
datesche già comaudate dal Brissai^ ^ lamentavano 
l'assenza. « Ah, volete voi il vostro Brissac? sclamò 
loro: per Dio ! venite soltanto dietro a me, e vedrete 
se vi menerò in luogo caldo )>. E detto fatto, si get- 
tava nel centro della mischia (i). Fu poi creato ge- 
nerale di un' armata navale contro gli Spagnuoli , e 
peri combattendo presso le isole Aiore». 

Del resto, vario fu il fine degli altri eapHani delle 
bande nere. Trovasi il Moretto Calabrese occupato 
valorosamente alla difesa memorabile di Candia: tro- 
vasi Paolo Lu2zasco ai servigi ora di Venezia , ora 
dell'imperatore: Lueantonio €uppano a^ane neUs^ 
guerra di Siena interne con Otto da Montante agli 
stipaidii del duca Cosimo. jGiambattista da Messina , 
ch'era stato sdente generale sotto Giovanni de'Me- 
dici, mori nel 1559 alla Corte dei duchi di Urbino, 
ai cui servigi fin da 26 anni avanti aveva ordinato 
una milizia col nome di Legione Feltrla, e scritto un 
trattato dell'arte di squadronare (2). 

(1) BraDtòme) f^ie de momieur 5fr9SM, p« 374 — Adriani , 
XX. 303. — DaviU, Gu^e dvUi di Francia, Uh. IV. 

(3) Dì questo ms. , che si conseiva nella segreterìa coma- 
naie di Urbino, aj^biamo riperUto la dedica nella nota XXVI. 



CAPITOLO QUARTO. 91 

Ma dì tutti il più famoso ed il più sventurato fu a. i50i 
Sampiero da Bastelica. La natia povertà lo spinse "*^^^ 
giovanetto fuori della Corsica in cerca di ventura. 
Venne allervato quasi per carità nella casa de' Medici, 
e fece le prìMe armi nelle bande nere sotto il signor 
Giovanni j morto il quale, entrò al servigio della 
Francia. Nel 4S36 si acquistò buon nome nella di- 
fesa dd Piemonte, e quindi in quella della Provenza. 
Nel 1849 si distinse nell'assedio di Cuneo, nel 1S45 
in quello di Landrecy, nel iìi^k nella battaglia della 
Ceresola: sicché alla fine della guerra venne nominato 
colonnello generale di tutte le fanterie còrse al soldo 
della Francia. 

Morto il re Francesco i, passò in Corica, e vi sposò 
Vamiina di Ornano. Nel i bkl chiese per sé il comando 
delle genti papaline: non avemlolo ottenuto, con- 
giurò p^ liberare la patria dal giogo dei Genovesi. 
Ma la trama venne scoperta. Sotto un pretesto spe- 
cioso, il governatore dell'isola lo fece arrestare: il 
senato mandò l'ordine di metterlo a morte, e già era 
preparato il supplizio, quando le istanze minacciose 
del re di Francia pervenivano a salvarlo. Sampiero 
lasciava la Corsica, giurando un odio immortale ai 
Genovesi. 

Si fece infatti guidatore di una flotta gallo-turchesca, 
la quale eoi favori degli amici di lui s'impadroni di 
una parte dell'isola. Ma avendone la pace di Castel- 
Gambresi reciso i progressi, Sampiero deliberò di 
liberare la patria colle forze sole sue proprie. Passò 
in Francia per impetrare lettere di raccomandazione 

In efsa sodo raccolte, per così dire, tutte le notiade che si 
hanno intorno a quest'uomo. 



93 fkSiTE SESTA • 

dalla regiiHi madre é dal re dì Ns^varra ; <}Wìdi si re- 
cava ad Algeri ed a Costonttnopolì^ noreUo Giovanni 
da Pi^oeiday per eondtare nemiei contro ai Geaovesi. 
Tornò, dopo tanla lalicia» oen nessun friitto; e di 
gannta trovft la patria stlraifiala dalle ifgposiEioni e 
dalle oonisebe, il fiore djdla gioventù in prigione, 
e la moglie sua Yanniiia in pr^into di correre in- 
cantamenle n^e mani dei Genovesi. L'odio; la gelo- 
sia , il dispetto dì Sainpiero non ^)bero aBora pio 
freno. Strangola eoUe pròprie mani In moglie, sivseitiò 
eon lettere e eon mesei i malcotitenti, si uni ai fuor- 
usciti di Genova, e, benché seius'armì e danaari» salpò 
con soli 56 compagni per la Corsica. 

La notizia del sae sbarco s^eeò fuoco alla rivesta . 
11 popolo da ogni banda accorse intorno a lui, e lo 
acelamò sno generale e capo supremo* Egli cc^ mi-- 
racoli di corlvggìo ripoHò tante tittorie Quante bat- 
ta^ie diede al unnico : le vittorie lo aoerefobaio di 
genti , di pecunia e di riputazione. E già secondo 
Vistlnto comune dei grandi Ualiani, elevava il pen- 
siero a maggiori cose, fuori della Gorsiea. «Fatto che 
« atrermo questa itnpresa (scrìveva egli al duea Cosimo, 
(( imploiisiiidone Faiuto) le proihetto, purt^è ablrà eo- 
« medita di parlare con la Eccellenza vostra di pre- 
« senza, le proponerò cosa che iegioterà, e faremo 
« tale Impresa di pid importanza èfae Fisela di Cor- 
<(^ea (i)». 

CSè nosi oetante il duea rima^e^ non meno delta 
Francia, inoperoso. Tuttavia pareva dhe Sampìero ili- 
grandiose l'snimo a misura dei peariodl^ e dai disastri 

(1) Aériàni^ pasHm. -^ Boti», Storta, Uh. IX. mi. — Bran- 
tòme, f^ie de mansieur de Brissac. 



CAPITOLO QUARTO. 93 

traesse argomento di nuove vittorie. Ma né la sua 
bravura né l'eroica sua divozione al comun bene sai- 
varonlo dagli interni nemici. La prezzolata mano di a. ì567 
un servo traditore lo tolse dal mondo. La Corsica 
vinta , ma non doma , ritornava quindi sotte la si- 
gnoria dei Genovesi. Più tardi Alfonso e Giambattista 
di Ornano, quegli figliuolo, questi nipote di Sam- 
piero, salivano pei gradì della milizia a quello su- 
premo di maresciallo di Francia: eludi a due secoli 
da quell'isola stessa, fra somiglianti discordie, usciva 
Napoleone Bonaparte. 




PARTE SETTIMA 

RIORDINANENTO SOCIALE E IILITABE DOPO LE C0IPÀ6KIE 
DI TENTORi , E COSTORO VESTIGIA 



CAPITOLO PRIMO 

Blstabilimento delle mlliKle nazlona]^ 
nel X.VI secolo* 

I. Mutazioni essenziali manifestatesi durante il XVI secolo 

sìa nel vivere sociale, sia nella milizia. 

II. Motivi che inducono i principi a ristabilire le milizie 

nazionali. Milizie nazionali in Germania, in Inghil- 
terra, in Francia, nella Spagna. 

III. Alessandro e Cosimo I de' Medici le ristaurano in To- 

scana. 

IV. Ordinamenti militari nel ducato di Urbino , in Siena , 

in Lucca, in Genova, nel ducato di Parma, nel Mon- 
ferrato, nello Stato della Chiesa, e presso i Veneziani. 
Costituzione del loro naviglio. 
V. Milizie nazionali nella Lombardia, e nel regno di Napoli 
sotto i viceré. 

VI. Emanuele Filiberto crea le ordinanze del Piemonte. 

Vii. Difetti e risultati di cosiffatte milizie. Considerazioni. 



CAPITOLO PRIMO 

jBtotaliWBiieiito delle milizie mizfbDBali 
nel XTI «ecole. 

I. 

Al cader di Firenze tutta l'Italia si prostrò dinanzi 
al tf OQO di Carlo v ; ed al cospetto di codesta mara^ 
Tigliosa potenza, che abbracciava simultaneamente 
JNapoli, Milano, le Spagne, le Fiandre, la Germania e 
le terre nuovamente scoperte dell'America» il fatate 
disaccordo degli Stati italiani sì acquetò in un solo e 
diuturno servaggio. 

Nel medesimo tempo, abbattuto il feudalismo^ un 
nuovo elemento di civiltà, un nuovo diritto pubblico 
sorgeva nel rimanente dell'Europa. La potestà r^a» 
oramai sviluppatasi dai ceppi del vassallaggio, co* 
minciava a stendere la diretta sua mano sovra tutte 
le parti dello Stato ; e i principi, che testé non con*- 
finavano se non se per interposti strumenti di vassalli, 
di vescovi e di Comuni, già si toccavano, già pianta- 
vano le insegne nazionali gli uni in faccia degli altri. 

Da ciò le calde gelosie : perchè quando gli Stati 
sono cosi vicini tra loro, che l'uno non può agitarsi 
alquanto senza che l'altro se ne risenta, perpetuo è 
il pericolo, vicendevole il vegliarsi.. Da ciò ancora la 
grande estensione delle alleanze e delle guerre che 
assorbono, per cosi dire, tutta l'Europa ; di maniera 
che gli Stati stieno come mallevadori l'uno dell'altra, 
«d U campo delle guerre non sia più limitato ad imr 
percettibili fjrontiere guernitedi roste e di bertesche^ 

Fol. IV, 7 



98 PARTE SETTIMA 

ma bensì entrambi i contÌBenti e l'oceano diventino 
la scena, ove numerosi eserciti e navigli trattino i 
destini dei popoli. 

Questi furono frutti della nuova dviltà, al cui svi- 
luppo il vassallaggio ed i Comuni avevano servito in 
certo modo di ponte. Nella Italia i Comuni distrussero 
il feudalismo, la tirannide distrusse i Comuni : quindi 
mùtossi in ì>Hiiéip{|lo. DI codesti principati una parte 
fu l9iM)àttala dalla potenza straniera, una paHe durò 
alla meglio ^Ito $1 costei patrodnio. Ma il popolo, 
fonte vettt di vita, dà qualche secolo era stato oppresso 
sotto il peso delle intestine discordie e delle tirài^ni- 
che dominazioni. 

Il contrario era succeduto in molte ^ntrade di Eu*- 
ropa, e specialmente ili Ft*ailcia. Quivi i Comuni o 
non erano apparsi, o e^ano apparsi tardi, e con forze 
tanto piccole da ilon potei^e atterrare il feudalisneio. 
Quando il pi^ncipe pensò a rilevare la propria auto- 
rità, fondolla sul popolo : perciò questo nuovo ele- 
mento di vita spuntava allora ih tutta la pienezza 
della sua gioventà, allorché la nazione italiana, stanca 
e corrotta» rasseguavasi digià al proprio destino. 

In condusiòne gli essenziali mutamenti manifesta- 
tisi nella interna slrutlura degustati europei all'aper^ 
tura del secolo kVt si possono ridurre a questi due : 
ravvivamento 4ellà suprema potestà ; ristaurazione 
"delVelemento popolare. 

A codeste muta^oni nel vivere sdcWe altre ne cor- 
risposero nell^ nliliKiaj non do poi se conse^enisa, o 
strumento, o segno, o causa ed effetto delle prime. 
Infatti i grand! cambiamenti non operano mai sovra 
un punta solo della macchina sociale, né da una sola 



CAPITOLO PRI2ÌI0. 99 

causa sono prodotti: raggruppan$i insieme, e Tuno 
sopra l'altro influisce : talora manifestaosi simulta- 
neamente, talora con intervallo; ma è troppo diffi^Ie 
il misurarne esattamente il mutuo /apporto. 

Le mutazioni essenziali occorse nella milizia furono: 
la decadenza della cavallerìa , e la superiorità dei 
Danti. 

La cavalleria del medio evo fu la milizia dei pochi 
e dei privilegiati. Finché pochi furono i dominatori, 
e molti gii oppressi, le sorti della guerra consisterono 
nelle bande a eavrilo dei vassalli, e dei venturieri. 
Le battaglie di Morat, di Grandson, di Ravenna» di 
Novara e di Marignano posero fuori di dubbio la 
maggioranza della milizia a pie sopra quella a ca- 
vallo. Oramai, mercè forti ordini di disciplina e di 
tattica, e mercè nuovi strumenti da guerra, si era 
trovato il modo di ostare al ferreo urto degli uomini 
d' arme, e da vicino respingerli colla picea, e da lon- 
tano colpirli mortalmente. I primi che lo dimostras- 
sero col fatto furono gli Svizzeri, i Tedeschi e gli 
Spagnudi. Vennero dappoi gli Italiani, e per ultimo 
ì Francesi (1). Ma sia pressoquesti, sia presso quelli, 
la riforma fu intrapresa da capitani di ventura, cioè 
da Federigo Gonzaga da Bozzolo, da Giovanni de'Me- 
dici, da Renzo da Ceri, da Dionigi da Brlsighella, 

(1) «( L^ txemples de la vertu^ que U$ Suisses ont mentre 
avoir mi fait des armes à pied^ tant cause que depuis le voyage 
de Charles Vili les auires nations les ont imités^ mime les AIU" 
mandi et lei EspagnoUy letquds soni montés- en la réputatiort^ 
qu'on lei tient aujourd^hui pour autant qu^'ils ont votdu Vordre, 
que les diti Suiiies gardenia et k mode des armes, quUis pw^ 
tent. Lei Italiens i'y ioat adofméi aprèij et nous finablement ». 
M. du Bellay Mémoires, 



100 PARTE SETTIMA 

da Camillo e da Paolo Vitelli tra noi ; e dai signori 
di Richemont, de la Crote, e di Vandenesse, dai 
capitani Molard e Maugiron, e dal barone di Gram* 
mont tra i Francesi (4). 

In breve , siccome accade nelle riforme necessa- 
rie, riputossi ad onore l'esercitare quella milizia, che 
dianzi veniva lasciata ai più vili. Baiardo, il famoso 
cavaliere senza rimproeeio, avendo affidato ad un 
luogotenente la propria compagnia a cavallo, si mise 
a capo di una squadra di fanti, e con molta |ode sua 
e vantaggio del suo re la comandò nelle guerre 
d' Il4>lia (2). 

II. 

Ma non tardarono i principi a sentire la necessità 
di piantare su più larghe e solide basi la difesa dello 
Stato. 11 traino ed il maneggio delle numerose arti* 
glierie digià richiedeva molta gente a pie ; molta al- 
tresì ne richiedeva il nuovo sistema di espugnare le 
piazze, non meno che quello di difenderle con ampli 
bastioni, strade coperte, spalti, ed opere staccate* 
Oltreacciò, per far fronte alle fanterie svizzere e te- 
desche era mestieri di avere altre fanterie esperte, 
intrepide, ben armate, ed obbedienti. Ora codeste cose 
non si possono conseguire se non mediante il lungo 
uso eli diretto comando. Si aggiunga che molte strade 
erano state aperte dall'assiduo guerreggiare e traffi- 
care di una nazione coir altra: quindi facilità di in- 
vadere ; quindi estremo uop'o pei principi di avere 

(1) Daniel, Hist, de la mUiee frunfaise, lìr. V. cb. ¥. — 
OioTio, 5<orte, lib. XI^ n% 

(2) Mém. de Bayard , e. 29, 



CAPITOLO PRIMO. 101 

pronta ad ogni caso una certa fbassa df annaCi; mas- 
sime che alla invasione non potevano pia essere <U 
sufficiente ostacolo le piccole rocche seminate qua e 
là, frutto di andata civiltà, già inespugnabili, ed 
allora ludibrio ai colpi delle artiglierie. 

A tutti codesti uffici sia per la fedeltà, sia pel nu- 
mero, sia per la disciplina, erano inadequate te fan- 
terie dì ventura, quando ne avevi bisogno ritrose, 
quando le fuggivi audaci e oppressive. Per altra parte 
ì borghi e le città si trovavano pieni di una forte 
popolazione, libera dagli antichi pesi fendali, e tutta 
riunita nel comune vincolo di nazione. Era ben satu- 
rale, che i principi pensassero ad armarla ed ordi- 
narla ; sicché lo Stato fosse per cosi dire cinto di 
una perpetua milizia, che servisse con bravura in 
guerra per amore delia pace, ed amasse la pace per- 
chè in essa stavano riposti il proprio bene e la 
propria salute. Risorsero cosi le milizie nazionali 
permanenti. 

Primo a ìnstituirle tra gli stranieri, dopo il pas- 
saggiero tentativo dei franchi ardevi fatto in Francia 
da Carlo vii, fu, per quanto pare, l'imperatore Mas- 
similiano I, che verso la fine del xv secolo cercò di 
introdurlo nei proprii Stati ereditarli di Alemagna. 
Ma sia per la debolezza del prìncipe, sia per la natura 
delia provincia divisa in troppi umori e reggimenti, 
quegli ordini o durarono poco,' o, se durarono, non 
ebbero effetto corrispondente. 

Quanto all' Inghilterra, aveva essa bensì ab antico 
certe forme dì milizia : ma, attesa la condizione sua 
d'isola, che non richiedeva per la difesa quasi verun 
nerbo di milizia terrestre, e attesa eziandio la natura 



102 P4&TB SETTIMA. 

degli abitanti 9 per aMtudine e neces^tà rivolti agli 
e^ercizii marìtliiòi, ei» quella piiiltosta sembianza, 
che conosten»» vera di buona n^isia (1). In caso di 
guerra venturieri a pie, vassalli a cavallo campivano 
gli eserciti. 

Nel 4 $38 il re Francesco i , stanco uguabinente 
de|^ Svizzeri, dei Tedeschi, e dei venturieri mer- 
cenacii, deliberò di ravvivare in Francia la miliaàa 
nazionale. Creò pertanto sette corpi di fanteria, detti 
legioni j ciascuno di sdmila nomini. Ogni legione do-- 
veva pigliare il nome dalla provincia stessa, dalla 
qualQ veniva formata. £rano detti a comporto i sud- 
diti più abili alle armi, i quali perdo andavano esenti 
dalle imposte. Essi medésimi nominavano i [uroprii 
capi : il grado di luogotenente fruttava nobiltà : 
ai fatti egregi era stabilito in premio un anello 
d'oro. 

Volle altresì il re, desideroso di illustrare quel ser- 
vizio e di allettarvi i sudditi, che al comando delle 
legioni fossero preposti signori del più chiaro sangue. 
Indi a non guari il bisogno di maneggiare più spedi- 
tamente tutte coteste genti lo indusse anche a scom- 
partirle in battaglioni di 300 o 400 uomini caduno : 
e cosi stettero alcun anno. Pure neanche que^ ri- 
medio fu sufficiente a preservarle in vita. Nel 1558 
il re Enrico ù riformò le legioni : Carlo ix riformolle 
di nuovo, e mutolle iif reggimenti, i quali durarono 
fino al secolo scorso (9). 

Già raccontammo, quali fossero gli ordinamenti 

(1) Relazioni venett , t. IV. p. 851. 999. 
{i) Daniel, Uist. de la milict framfmsty lib. IV. o, €. *7; KU. 
\L p. a35. 



B^liUiri della ^9gi>a (t). Soggìuagermo, the alla 
morte A$ì ro Carle y «al regimo di^ Cii$f%Iìa ntiv^a- 
vansi b^qsl 29 compagnie d'uQsiijii d'arn^e^ ed uo 
migliaio di cavalleggieri forniti di scudo e di lancia 
por la e«i6todia dolbi marina : pia ^fUno per la mag- 
gior parte erano raunatìm a soUo* fùìppo n ripu-* 
tolU insnffioif^ a difevadaro lo Slato dag^i esterni 
aasalti, e creò tuia milliEia ditr^taniila arwiti» grande 
rimedio, so badi al numero, {Meeolo se ne considm 
i risBltaU {%). 

In questo modo furono at^bHifee lo mQme nazio- 
nali fuori d' Italia nel ^viseeplo. 

HI. 

Già dimostranwìo» come Firenze nei tre anni della 
sua ultima libertà si giovasse delle reliquie delle bande 
nere per restaurare la milizia nella città e nel con- 
tado. To$tochè fu salito al potere Alessandro de' Me- 
dici, spogliò sotto pene gravissìnie dell'arme tutti 
gli abitanti delle città, fino i suoi più intrinseci (S); 
bensì accrebbe a diecimila fanti le bande del con- 
tado, oome quelle di cui meno sospettava, fran^olle 
dalle taglie, le provvide di arnii, e jpre^ose un com- 
missario parecchi capitani a rassegnarlo ed eser- 
citarle, CplVandaro d^l tempo si induce eri^n^io ad 
ascriverò alla milizia gU abitatori deUip città, e spe- 
cialmente di Pisa, a ipi compagna, qnantuntpie per 
ben divertì motivi, nell'odio acerbo contro la spenta 

(1) V. Parie V, e. 1. §, IX. 

(^) Ranke , Hist. dea Osmanlis et de la Montn'ckie espttgnolc, 

(3) LorenzÌQo fle^Hf^dici, apologia. 



Wi Pkàrt sBTTiiiA 

libertà fiorentìiia (4^. Solo Pistoia, stante il furore 
delie discordie intestine, e Firenze, come troppo po- 
polata e malcontenta, rimasero escluse dal servizio 
militare. 

Il granduca Cosimo, successore di Alessandro dei 
Medici, collftdflig^tzae sagacia sua sòlita perfezioaò 
ed estese nella Toscana codee^to ordinamento di una 
milizia nazionale. Esenzione o totale o in parte dalla 
tortura, dalle imposte e dalle opere personali^ licenza 
di portare le armi, foro speciale nelle cause crimi- 
nali, stipendio leggiero in tempo di pace, non dispre- 
gevole in tempo di guerra, furono l'esca apparec- 
chiata per indurre i sudditi a militare. I Comuni com-^ 
pilavano ogni anno una. lista di tutti i maschi dai 18 
ai 2S anni. I caporali locali della milizia, ciascuno 
pel suo distretto, facevano altrettanto. I commissari! 
e i capitani raffrontavano le liste, e ne facevano un 
rapporto al Magistrato Supremo. Finalmente un com- 
missario generale sceglieva ad uno ad uno i giovani 
più robusti, agiati ed onorati, e li ascriveva alla mi- 
lizia. 

Erano esenti dair obbligo della milizia i chierici, 
gli studenti, i dottori, i notai, i medici ; e per con- 
traria cagione n* erano esclusi gli infami. L'obbliga- 
zione durava 30 anni ; passati i quali, ciascuno rice- 
veva il suo congèdo insieme colla facoltà di valersi 
degli stessi privilegi,' che fino allora aveva goduto. 

Sopravvenendo il bisogno di servirsi delle milizie, 
il duca mandava al commissario dei luogo il denaro, 
Tordine e il nopie dei soldati richiesti : due ffovm e 
mezzo bastavano a ciò ; altrettanti a riunire la gente* 

(1) Segni, Storie fiorerUtnt^ lib. T. p. 361. 



CAPITOLO FRUfO. 198 

Cosi in eiaque giorni potevansi congregare do(iici mi]a 
uomini. I c|nalÌ9.'sia nella difesa ddle marine, ^a ndla 
guardia ddk piazze, sia nelle lontane gaerre del Pie^ 
monte t della Germania, dimostrarono ncm di rado 
egri^a virtù e stupende fo^kne di disciplina. Ghia-^ 
mavanli guattaiari ; impepmooahè in tempo di pace, il 
duca saviamente se ne prevedeva a prosciugare palu~ 
di, aprire strade, cosUfurre fortezze, risparmìanldo 
a se stesso spesa e sospetto, ed ai soldati ozio e pò*» 
verta (1). ♦ 

iUmanevano a stabUir&i le ordinanze a cavallo ; e à. i5(>o 
Cosimo de'Medici, dopo avere comprato in Gèrma^ 
nia armature e cavalli ,' ne fece descrìvere quattro 
compagnie tutte di volontari!. Poco appresso còncet 
dett0 il grado d'uomo d'arme ai giovani più no- 
bili ed animosi , con qualche assegno in contanti 
e alleviamento dai pubblici carichi (S).. Al comando 
delle ordinanze a cavalla Ai detto Ridolfo Baglioni, 
figliuolo del traditore Malatesta : al comando di 
quelle a pie fu ncmnilato dapprima Sterno Colonna, 
e quindi Giovanbattista Savelli, già capitano generale 
della cavallerìa papale. Di questo modo i figliioli 
dei capitani di ventura cooperavano a ripristinare 
in Italia le milizie nazionali (3). 

Del 'resto, mentre Cosimo de'Médici pensava alla 
difesa dei proprii Stati, non traaturava di ben^dis- 
porre con eguale prudenza e soietzìa le altre sor- 
genti della pubblica vita; sicché primo tra i prin- 
cipi d'Europa ebbe egli le rendite ampie e sicure, 

(1) Relaz. venete, p. 391 (Serie II. t. 1). 

(3) Admni, Storie, liè. XVI. p. 146; XVII. 1&8. 

(3) Adriani, Storie , lib. VII. 431 ( Ittilano 1834). 



166 vàMTE srmuÀ 

i sudditi queti e procacdantiv le ciflk ottimameiiCe 
fortificate , le rocche abboadaBtl di provrìgiom , e 
per tutto il dominio obbediensa maravigUosa. I ^uali 
buoni risultali sarebbero stati forse per la Toscana 
sufficienti compensi della perduta libertà, se le si* 
gnorie troppo assolute non partorissero successori 
degeiieri, e costumi perversi. 

I granduchi seguenti parte modificarono , parte 

À. i5(>K confermarono gli ordinamenti militari di Gosfano i. 

Primamente il suo figliuolo D. Francesco stabili una 

milizia marittima , a somigHaiiaa di quella a piedi 

ed -a cavallo (i). 

In secondo luogo il .medesimo principe instìftuì 
per la guardia delle spiaggia tre compagnie di ar<* 
chìbugieri a cavallo nei tre capitanati di Grosseto, 
Massa e Soana, Costoro compravansi del proprio le 
armi e i cavalli: ma godevano, oltre i soliti privilegi 
ed immunità, continuamente lo stipendio di tre scudi 
d'oro al mese; della quale somma parte era sbor- 
sata dal principe, parte daUe rispettive comunità (3). 

Più tardi si dispose, che alla nuli«a venissero spe* 
cialmente ascritti gli scapoli, l discoli e i volontà* 
rii; e con varie maniere di pene e di premii si 
pensò a ravvivarne l'obbedienaa (5), Si pen^ al- 
tresì a suscitare tra essi il sentimento d^r oDore ; 

(1) Capitoli, ecc. confermati dal granduca Francesco (Siena 
15Se). — Caj^ioli, ordini e priviUgi per la miU»a di S. E. Ili. 
(Firenze 1(66). 

(2) Capitoli ^ ordini « privilegi ^a miU»a de* cuMi.^ Or- 
dini sopra gli archihusieri a cavallo della banda di Grosseto 
(Siena 15S9). 

(3) Capitoli e pripìlegi delle mHizie tMcane, stabiliti da Sua 
A. R. Cosimo ///.(Firenze. 1706). 



CAPITOLO FRIWO. 407 

ma con provvedimepii sproporziinia^: sicché da una 
banda la l^[ge si eira .corrotta^ in efferateiza, dall'al- 
tra ^n licenza (I ). Però non ostante tutte queste 
premvre, Firenj^e coalinttò sempre ad essere eccet- 
tuata dal carico della milizia» te non riputando 1 gran* 
« duchi forse sicuro il porre in mano Tarme a quei 

K popoli (9)». 

IV. 

Parte antecedendo, parte seguitando codeste ri- 
forme, il resto dell' Italia si forni esso pure di pro- 
prie milizie, per quanto gli era concesso dalle sue 
politiche condizioni. Con bando del primo di marzo 
1S3S il duca Francesco Maria della RoTere ayeva 

\. 

(1) ^Ek se alcuno de'descriUi.o non descritti servirà alla 
« banca per passatoio in qualsivoglia modo, s'intenda isso- 
« fatto incorso et incorni in pena della forca, et il commis- 
« sario ne sia cognilore et factla esseguire ». CapiioU del 
1566, p. 4. 

« Et li descriui non possano essere condannati per quelli 
« bomicidii che commeUeranno, né per quelle ferite o per- 
ei cosse che daranno a difesa dell'onore e delle persone loro 

4( proprie, delle lor donne, de' lor padri Et intendesi 

«< fatto a difesa deironore solo , se provocati e ingiuriati di 
4i parole percuoteranno incontìiiente lo ingiarianto. Per le 

« quali parole ingiuriose non si debba tollerare che 

<( ammazzino o storpiino alcuno, ma sì bene che percuotìno 
« o ferisehÌDO lo ingiuriante ..... Et se di tali percosse o 
« ferite ne seguirà l'homicidio, o storpiamento o debilita- 

M zione di membri , non sieno in tali casi condennati 

« per l'hoiiiicidio in pena o bando del capo, né in confisca- 
re zione di beni ^ . «... ma in altra pena ..... che si con- 
ce verrà alla tra^eisione della moderata difesa.,... ». Ca- 
jntoli del 1588, p. 33. 

(9) RelaHone dello skUo^ forze et governo del gr^ducu ( ms. 
del 1661 nella biblioteca di S. E. il cav. Cesare Saluzzo ). 



499 PARATE sfirrnfi 

ereato ndlo Stato dì Urbino una milìzia sotto il nome 
di Legione Feltria. Sembra che plA tardi il medesimo 
duca aumentasse alMOO il numero dei sadditi ascritti 
in quella, eli spartisse in quattro battaglie o sdiiere, 
rette ^ altrettanti colonnelli. Cadde questa institu- 
zione sotto il successore Guidobaldo ii; risorse nel 
4575 sotto il duca Francesco Maria n, che restituì 
alla gente del contado la permissione di portare le 
armi (4). 

Siena, durante il lungo conflitto contro Cosimo 
de'Medici e Carlo ■ v, rìstauro ed accrebbe le sue 
milizie fino a quattro battaglioni. (3); nel 185S le 
perdette insieme colla libertà. 

Lucca più fortunata conservò le une e l'altra: ed 
un Francesco Burlamachì, che nel 1546 infelice- 
mente tramò di introdurre in Toscana un altro culto 
ed un altro goyemo, era capo o commissario di 
una delle tre squadre, nelle quali stava divisa la 
milizia dello Stato (3). 

Genova, tostochè quietossi alquanto sotto la civile 
dominazione di Andrea Doria, si affrettò anch'essa 
a instituire diciassette centurie di milizie. Nd i60!l^ 
le riordinò coi soliti privilegi ed esenzioni (4). Nel 164& 

(1) Relazione di Urbino, p. 321. 324 (Relaz. Tenete, t. V). 

(2) Sozzinì e RofBa, Relaz. dell^assedic di Siena (Archivio 
storico, t. II}. 

(3) Net 1583 la guardia delle mura era fatta da artigiani 
padri di famiglia. Tiravano di salario tre scudi al mese; ed 
erano divisi in otto compagnie di. 900 uomini caduna. It 
palazzo era guardato da 100 soldati forestieri da 50 miglitu 
V. Relaz, di Lucca (Tesoro politico, t li. p. 269). — Leti, 
Italia regnante, t. II. lib. IV. 

(4) Decreta varia Reip, Genuens. ms. (nella bibìtot. Beri*). 
-^ \Kre9é, Storia di Genova, lib. XVIL p. 83* 



CàPl'rOLO PRIMO. 109 

creò qaMroeolonmllati o reggimenti 4'aomini scelti 
nei comuni del Bisagno, dì Quarto, della Polcevera 
e di Sestri. Dovevano questi essere tra i 48 ed i 60 
anni, dei più abili e agiati. I colonnellatì si divide- 
vano in compagnie: ogni compagnia era di 450 uo- 
mini^ e veniva comandata da un capitano, il quale 
doveva essere di nascita gentiluomo, e di età non 
minore dei 25 anni: il capitano aveva autorità di ca- 
stigare i propri! soldati col carcere, colla corda sino 
a due tratti, e colle multe sino a lire iOO. Ogni 
lesta il luogotenente, ogni mese il capitano li eser- 
citava. Le loro armi erano moschetti e picche. 

Altre simili compagnie furono stabilite nel resto 
del dominio di terraferma, e i più sperimentati uo- 
mini di guerra vennero deputati ad esercitarle (4). 
<2ue8tì ordini, rinnovati in varii tempi, e ultima- 
mente nel 1779, durarono quanto la repubblica. 

Ottavio Farnese fu il primo duca, che introdu- 
cesse una milita a piedi in Parma e Piacenza. Le 
continue contrarietà e alfine la morte lo impedirono 
di estenderne i beaefizii alla milizia a cavallo. Ne com- 
piè il pensiero nel 1595 il nipote Ranuccio. Gli ordini 
da lui pubblicati a tale effetto sono degni di spedale 
considerazione, soprattutto per l'alto pregio a cui vi 
6i valuta il militare servigb. Ne sono infatti espressa- 
mente esclusi i mondici, i banditi, gli scandalosi, quelli 
di cattiva nascita, e chiunque si trovasse sotto il peso di 
grave processo (2). Se ne esentano i capi di fami- 

(1) Ordini e fiHvUegi .deUe cùmpagnie delU colannetiati 

di Bisagno tee. (Genova 1743). -^Ori^i e privilegi delle coni- 
pagaie di terraferma ecc. (Genova 1785). 

(3) « Non si elegga alcuno scandaloso o di mala sorte a 



410 . PARTE SETTIlffA 

glia numerosa e in tenera età. L'età dei descrìtti è 
fissata fra i io e 1 40 anni. Un eollaUrale gemrak è 
preposto a reggere ed a rassegnare tutta la milina. 
Si calcolava a dodici mila nomini a pie e i200 a ca- 
vallo il numero dei descritti in tutto le Stato : ma 
sotto le armi doveano essere in motto minore quantità. 

Quanto agli Slati di Modena e di Ferraray le vesti- 
gia di una milizia nazionale doravana fin dairanao 
4479 (4). Alfonso ud'E^e le rinfrescò e perfezionò nei 
seguente secolo. Il numero degli uomini fatti da luì 
descrivere nei ruoli montò a 27 nula : in realtà però 
non ne avrebbe potuto mettere in arme più di dieci- 
mila a piedi e di nule a cavallo; ma era tutta gente 
bella, valorosa e ottimamente disciplinata, sicché,, 
quando nel 4S66 i prìncipi d'Italia fecero a gara per 
soccorrere Timperatore nella guerra d'Ungheria, la 
milìzia migliore parve quella del duca di Fierrara (2). 

I Gonzaga signorì di Mantava e del Monferrato con- 
ciliarono fama alle proprìe milizie, capitanandole i& 
persona, ^el 4£i90 il (bica Vincenzo riformò gli or- 
dini della milizia a piedi istituita già nel Monferrato da 
Gi^lielmo suo padre. I descrìtti godevano la licenza 
di portare le armi e di andare a caeda ; godevano la 
esenzione dalle gravezze personali, dai pubblici uf- 
fici, dalle tutele e dal testimoniare in giudizio; acqui- , 

« questo Ut^o hooarato deUa s»ttra militiayi. Ordini et privi- 
legi della miHiia dello Staio del serenissimo signor Ratmccio 
Farnese (Piacenza 1595)^ 

(1) V. Part V. cap. IIL §. VI. t. Ut. p. 355. 

(3) Relaz. di Ferrara^ p. Ì06 (Tesoro poKtico, t l).->Leti 
cit. t. II. Hb. W.^Rela», di Fewpofay^* 419 (Eelaz. venete, 
t. V). 



C4PITOLO PRIMO. 141 

stavano la imprescrittibilità in quasi totti i loro diritti; 
acquistavano la potestà di riscattare fra cinque anni i 
beni alienati; erano senz'altro emancipati; avevano il 
privilegio di un tribunale speciale quanto ai reati, e 
non potevano venire carcerati per debiti. Se un uomo 
estraneo alla miliaia ingiuriava qualcuno dei descrìtti, 
incorreva doppia pena della solita: al contrario se 
ringiuriante era descritto ndla milizia e l'offeso estra- 
neo ad essa, la pena era minore della solita. Enormi 
abusi, coi quali stoltamente si stimava di accrescere 
la forza offendendo la giustizia ! 

Aggiungasi, che i descrìtti, quando si trovavano 
fuori per cagione di servizio, non potevano (tranne 
caso capitale) venire citati ai tribunali, se non se 
tUed ^orni dopo il loro ritorno , e die di tutte le 
spese giudiziarie non pagavano se non se la metà. 
Dopo 95 anni terminava l'obbligo del servizio, ma 
non il godimento dei privilegi (1). 

Oltre a ciò , gli archibugieri a cavallo andavano 
esenti dagli alloggi e dalle contribuzioni militari, né 
potevano nelle liti civili venire giudicati che dal se- 
nato. In contraccambio ogni qual volta erano chiamati 
sotto le armi, dovevano servire dorante i primi tre 
di senz'altro vantaggio che quello dell'allòggio e dei 

foraggi. 
Più tardi, ani^i quasi di anno in anno, crebbero le 

concessioni e le pene in numero ed in qualità, secon- 
<iochè cresceva la ritrosia dd sudditi, oppure il bi- 
sogno del principe. Si fissò una paga perpetua ai ca- 
valleggeri: si perdonò loro qualsiasi colpa, tranne gli 
omicidiì e le gravissime ferite: si lasciò infine all'ar- 

(1) Ordini e privilegi alla milizia di flfonferrate (Trino 15d4). 



US ^ÀRTE SETTllfA 

bitrio del generale la cognizione dei delitti d'iiidub- 
ordinazione. 

Maggiori privilegi vennero nel 16iO conceduti alla 
compagnia degli archibugieri della guardia* Ma in 
generale la rapidità, colla quale codeste modifica*- 
2Ìoni 6i succedevano, prova abbastanza, che la legge 
era male eseguita, e produceva poco frutto (4). Nel 
XVII secolo stavano sopra i ruoli iH mila ianti e due^ 
mila cavalli. 

Nel 45S6, quando Roma temeva di venire nuo- 
vamente assalita dagli Spagnuoli , il papa Paolo iv 
passò a rassegna 5310 Canti di milizia cittadina. Ciò 
lo animò a stabilirla eziandio nelle provincie. Quivi 
dapprima il numero dei descritti fu solo di 46 mila; 
poscia montò fino ad 80 mila a piedi, e 3500 a ca* 
vallo. Il medesimo pontefice creò eziandio un corpo 
di cavalleggeri; m^ Pio v lo sciolse (2). Né la popò- 
lazione per sua natura sarebbe Stata disadatta a ma^- 
neggiare le armi, se più costanti ed efficaci forme di 
governo avessero saputo trarne partito. Nel 4664 cal^ 
colavasi che il papa avrebbe potuto armare 60 mila 
uomini di fanterìa, e 4S mila di cavalleria, oltre agli 
aiuti in denaro ed in persona dei feudatarii (3)« Ciò 
non ostante l'antico proverbio, che le anni della Chiesa 
erano spuntate, non fu distrutto. 

Quanto a Venezia , già abbiamo accennalo rinsti- 

(1) Privilegi di nuovo concessi t^ cavalleggeri di Monferrato 
(Trino Ì5d4). «- Ordini e privilegi riformali nel l&9g (Canie 
1598). -^Ordini e privilegi ecc. (Casale 1607). - Privilegi 
concessi alla compagnia della gfiardia (Casale 1610). 

(2) Ranke, Hist. de la papauté , t lì. p. 71. 239. 

(3) Relazione di tutte le entrate^ spese ecc. de' principi d'Ita- 
Ita (ms. presso S. £. il cay. Saluzio). 



CÀPITOU) FBaiO. il3 

tazìone delle sue cerne o milizie di terraferma. €•!- 
l'andar del tempo essa le divise in di^e classi^ una di 
m mila fanti, l'altra di 40 mila. I primi dovevano te- 
nersi pronti a militare ad ogni eenno; gli altri fior*- 
ma vano una specie di riserva (1). 

Non altrimenti erano ordinate le milizie sia iieiri"- 
stria, dove nel iWS erane spartite in sei compagftie 
di 500 uonmi cadnna (3), sia nell'Isola di Candia, 
dove lérono introdotte nell'anno 1519, e rìstaorate 
nel 1576 (8). 

€iò per la difesa di terra. Le genti della laguna e 
delle spìaggie dell'Istria e della Dalmazia venivano 
impiegate con maggior rìputaadne nel servigio del 
mare^ Verso la ine dd xvi secolo Venezia armava 
solitamente cento galere , cioè cinquanta colle genti 
delle corporazioni o scuòle d'arti e mestieri, le altre 
cinquanta dette palatine cogli uomini della laguna. Il 
consiglio della repubblica eleggeva tra i saoì gentil- 
uomini i capitani, detti sopraccotniti, a comandarle. 
Altre dodici galere denominate faliki venivano armate 
dalle spiaggie di terraferma , con sopraccomiti vene- 
ziani. Altrettante ne forniva l'Istria e la Dalmazia. Le 
isole somministravano pure dieci galere: ma le loro 
ciurme erano mercenarie. Oltre a tutte queste, eranvi 
le galere dette sforzate^ le quali empievansi di con- 
dannati al remo. Solitamente le altre, dette di libertà^ 



(1) Leti, Italia regnante, t li. p. 316. --Marealdì, 
laz. m». di Venezia del 1594. 

(») Ddiìferanioni dei Pngadi, J, t$58, 10 diumbre ( 
Bella bib^t. satazziana). 

(3) Ordini per la milizia dello Stato di S. Serenità (ma. ivi). 
— Parata, Storia venez,^ lib. IVI p. 18&. 

Voi ir. 8 



414 PARTE SETTIMA 

portavano 83 oomini ciascuna. Nell'arsenale stavano 
pronti 300 corpi di galere. 

Sopra tutto quest'apparato di milizia marittima stava 
un provveditore, un capitano del golfo, e un gover* 
natore. Di essi il primo risiedeva a Gorfù, ed aveva 
il comando supremo di tutto il mare, ed il carico 
speciale di vegliare le cose del Levante; l'altro stan- 
ziava in Dalmazia; l'ultimo svernava a Candia. Ai 
confini del golfo Adriatico stava pure un cajMtano di 
fuste per impedire la pirateria, e particolarmente 
quella degli Uscocchi. L'ufficio di sopraccomito e di 
provveditore durava tre anni (4). 

Tali erano gli ordinamenti di quelle flotte famose, 
che salvarono l'Italia dalle invasioni de' Musulmani. 

V. 

Venezia aveva posto il suo studio ad avere una 
forte milizia da mare, e l'ebbe: la Spagna temè di 
armare i proprii sudditi di Napoli e di Milano^ e , 
quando ebbe bisogno del loro aiuto , invano lo desi- 
derò. A stento nel 4t$46 D. Ferrante Gonzaga gover- 
natore della Lombardia pervenne a stabilirvi un'or- 
dinanza di 500 uomini d'arme spartiti in sei compa- 
gnie: ma non potè fare lo stesso rispetto alla milizia 
a pie. Indarno si affaticò a dimostrare al governo 
come il giuramento, l'uso, la disciplina militare. Io 
stipendio per quanto tenue, avrebbero accresciuto nei 
descritti la naturale obbedienza al principe, ed au- 
mentato senza grande aggravio la forza e la sicu- 
rezza dello Stato: bastare a ciò gli esempi dei duchi 
d'Urbino , della Toscana e di Ferrara : al postutto 

(1) Relax, di Venetia (Tesoro politico, 1. 1. p. t59). 



GiFlTOLO PRIMO. Ìi9 

potersi ovviare ad ogni perieolo, traaterenéo le srtU- 
zie di UB ràto in un altro, non lasciandole mai unire 
senza espressa licenza e solo nei luoglù fcHrtl^ e deseri» 
vendone soltanto tal numero, da poterle teiere in 
rispetto coi presidìi spagnuoli: in conclusione non 
dover Cesare temere di stringere con vincolo n^li-^ 
tare gente per natura queta e sommessa (i). 

Gli sforzi del vecchio cajHtano non valsero a £♦ 
strepere i sospetti degli Spagnudi : non solo mm si 
pensò ad armare i Lombardi, ma si cercò di smorbare 
in essi i'inclinamne alla milizia. GUt non erano accet- 
tati nelle reclute, se non per ultima necesùtà, e a 
patti mìn(H*i. Ultimi a reputarsi, ultimi alle paglie, 
uHùni ai premii, erano poi gritdiàni i primi a venire 
congedati, ed i primi al macello ; perchè gli Spagnuoli 
e i Tedeschi voleansi serbare per le grandi occa* 
sioni (3). 

Qualche anno dopo di questo vano tentativi», ia a. 1557 
calata d'un esercito francese indusse il cardinale Ma- 
drucci, il quale era preposto al governo drila Lom- 
bardia, a descrivervi ed armarvi 48 mila uomini. Nel 
4614 il marchese dell'Hinoyosa, trovandosi in neces- 
sità di mandare alla guerra di Casale tutti i presidii, 

(1) GosellÌDÌ, yila di D. Ferrante Gonzaga ^ p. 907 e segg. 
(Venezia 1579). 

(3) Quando nel 1547 Carlo Y licenziò l'eflercito che aTeya 
guerreggiato in Germania contro i Protestanti, «gli Italiani, 
K narra uno storico, si partirono in estrema povertà, men> 
« tre andavano da uscio ad uscio accattando il pane per 
« l'amor di Dio; e di un tanto numero pochi si rioondns- 
4( sero nelle patrie loro: la qual calamità non una Tolta 
<{ solo, ne solo in Germania , ma e molte volte e in. diversi 
« luoghi agli Italiani è avvenuta». Conti, 5lene, lib. II. f. 40. 



446 PARTE SBTT1MA 

Hislitat pare denlro di Mikiao ima laiHzia eìvìea con 
oQiMri e privilegi, i quali doraa^ono skio al secolo 

scorsoci). 

Tuttavia qnesU non faronc^ che fratti momentanei 
di passeggiero perìcolo: cenato il pericolo, risorgeva 
il sospetto, e la milkia non ancora nata veniva abbat- 
tuta. La sicarenca della Lewbardia ftt dai domina- 
tori riposta nelle molte fortesase , e nelle guamì^ni 
spagauole. Appena ifoalciie Italiano veniva amasesso 
ndla cavalleria (2). 

' IMteggiore liberalità fd usai» dagli Spagnuolì verso 
U regno di Napoli; ma colà la qaistione non era già 
di favorire i sadditi , beasi di atterrare la barone. 
donnneiMsi dal nmtarle ToMiligo dei personale ser- 
vigio in un annuo tributo detto adoa^ e in altri ag- 
gravii pecuniarii. Quindi i frequenti sbarcbì dei Turchi 
A. «563 sforzarono il viceré duca di Alcalà a creare il batta- 
tfliom dette miUxie. A tale uopo ciascuna terra doveva 
somministrare cinque uomini per ogni centinaio di 
ùmdbìy dei più idonei ed agiati. Questi furono riu- 
niti in compagnie di 300 uomini caduna : al comando 
d'ogni compagnia il viceré elesse un capitano, il <)[uale 
poi nominò l'alfiere, il sergente e i capisquadra. Du- 
rava il servizio otto anni: in tempo di pace era com- 
pensato colle solite esenzioni e franchigie, in tempo 
di guerra con un soldo uguale a quello delle altre 

(1) Verri, Storia di Milano, t IV. p. 151 (Milano 1825). 

(9) Raoke, Hist des Osmanlis et de la moti, esp., p- 302. 
385. — loL eavalleria era divisa in undici compagnie d'uomini 
di^aìeffle, e otto di cafralteg^gerl , metà armati di lancia, metà 
d'amclUbusL Milano, Pavia e Cremona erano tenute a freno 
eoB cittadelle : Como, Lodi, Tortona, Nowra ed Alessandria 
avevano presidio apagBaolo. 



GA^ITOIiO l^RIMO. Ii7 

soidatesdì^. Dagl'aprile al sMevàa^ i cftfMtani dote- 
vano assembrare la loro gente ed esereitarla. 

Tale fu il tenore della {^rammatiea: sette anni tra^ 
scorsero prima ch'essa venisse posta ad eaecusìone. 
Al fatto n trovarono 7i coóipagnie dì 300 semini 
rana(l). Nel 4648 il viceré conte di Lemos le riformò 
e ridusse a 92 «om{>agme dì 5^50 uomini ciascnna; 
scelse. ad ìstrnlffle nove seicenti maggiori; ordina di 
rinnovare i ruoli ad ogni e^ttafo anao, e impoBe alle 
rispettive Comuni il carico di sommimstrare alle mili- 
zie le armi e una parte delle paghe. Veatiqnatti^o 
anni di poi il duca di Medina, per risuscitare Tonore 
di quelli , che sì trovavano descritti nella milizia , li 
pareggiò nei giudieii erin»nalì alle persone nobili, e 
proibì ai baroni di assoggettarli dopo il servìzio mili- 
tare a lavori vili (S). 

Ciò quanto alla fanteria. Quanto alla cavallerìa, 
diremo ch'essa fu stabilita nd regno di NapoH dal 
cardinale Grannela, e confermata* e ridotta ai no- 
vero di 4800 armati neiraiino 48SO. Nel 4690 il vi- 
ceré conte di Monterey dispose, che un uomo per 
eente fuochi o famiglie servisse nelle ordinanze a 
cavallo: il che ne avrebbe portato il numero a 4000, 
perchè calcolavasi ohe nel regno fossero 400 migliaia 
di fuochi due mìli<mi d'abitanti. Pure il risultato 
riusci molto lontano dall'aspettativa, non meno per 
rincurìa <fi chi comandava, che per la poca volontà 
di chi obbediva (5). 

(1) Pragmat, regni Neapol., Pragm. 9. lit 88 (Napoli 1682). 
— Parrino, Teatro dei viceré, t. I. p. 199. 10. 

(2) Pragtftat, regni JVeapol. , tit. 88. pragm. 6 e 16. 

(3) Parriao, niOro <ki vkirè^ t. li. i4. t%. 



418 PAATfi SSTTIMÀ 

Cosi perseverò ^no alla fine del xvii secolo la mili- 
zia nazionale del regno di Napoli , ora ravvivata da 
qualche accesso momentaneo di zelo di alcun vicwè, 
ora sepolta nelFobblio e nel disprezzo. Del resto» e 
ognuno lo sapeva , la vera difesa dello Stato era dai 
dominatori fondata nei 5600 SpagnuoK di presidio , 
nei kHO cavalleggeri , e nelle salici compagnie d'uo- 
nuni d'arme, parte Spagnnoli parte Italiani; immedia- 
tamente comandate dal viceré (i). 

Più schiette ed efficaci erano le riforme militari 
nell'opposta estremità dell'Italia. 

Cresciuta lentamente per via di eroici sforzi e di 
indomita costanza, la casa di Savoia erasi, come per 
miracolo, tirata fuori di fra il tempestoso cozzo della 
Francia e della Spagna. Alla pace di Castel<-Cambresi 
il duca Emanuele Filiberto in premio de' suoi glo- 
riosi sudori riebbe i proprii Stati; e tosto pose mano 
a risuscitarne le forze, e piantare i semi di più grande 
avvenire. 

Tre distinti elementi erano fino allora- concorsi a 
formare la milizia ducale, le terre cioè del proprio 
dominio del prìncipe, i Comuni, ed i vassalli. Patti 
particolari regolavano le obbigazioni militarì dei Co- 
muni verso il duca. Solitamente ndle spedizioni ordi- 
narie ca^aìcate ogni casa doveva somministrare un 
uomo, il quale militava a proprie spese, fra certi limiti 
però di tempo e di luogo. Ne erano dispensati i fami- 
gli , ì campari e custodì delle greggio comunali , i 
mugnai, i fornai, e chiunque aveva età minore dei 18 

(1) Relaz. di NapoU, p. 305 (Tesoro potiiioo, 1. 1). 



GÀPITOtO P&IMÒ. 419 

o superiore di 60 anni. Ciò non pertanto nel caso» in 
cui il nemico avesse invaso il paese, o si stesse per 
venire ad una battaglia generale, ninno andava esente 
dalla milizia. Un araldo percorreva le vie, gridando 
fuori fu&ri; e tutti di qualsiasi stato dovevano uscire 
dì ca^a , e raccoglier» sotto le rispettive bandiere. 
Nelle terre fortificate il ristauro e la conservazione 
delle mura era a carico degli abitanti. La guardia di 
esse nei tempi ordinarli era fatta dalle bande ^ specie 
di soldatesca composta in parte di sudditi immediati 
e In parte di volontarii del paese stipendiati per cotale 
servizio (4). 

Ciò per la fanteria. Componevano la bandiera, ossia 
lo squadrone a cavallo di Savoia, ì vassalli ed i cava- 
lieri più segnalati, cui Tesempio del principe, Tamore 
della gloria, la speranza di maggiori feudi e privilegi 
riempivano di quella bravura e di quell'entusiasmo , 
che valsero talvolta a ricoprire gli enormi difetti dd 
sistema feudale. 

In codesta guisa era regolata la milizia nella Savoia 
e nel Piemonte, primachè l'invasione e la lunga occu- 
pazione militare vi mandassero ogni cosa in confu- 
sione e desuetudine. Il duca Emanuele Filiberto, rien- 
trando nel dominio dei padri suol, non trovò più se 
non vassalli ritrosi, leggi smentieate, e degli antichi 
ordini appena qua e là alcun vestigio privo di unione 
e fermezza. In tali estremità cominciò dal rifabbricare 
le fortezze, e ristabilire nelle terre murate le bande, 
prima di 200, poi di 800 uomini cadana: quindi sotto 

(1) Statui, chit. Seciu., p. 14. 21. ^Statut. Taurin,, p. 546. 
Staua, Epèred., p. 1095.-*5lalia. Mwtiseal., p. 1354. 1360 
( Mon. bist. patr. le^. ). 



ISO PARTE SETTIMA 

sembiaauai dì gratificare i vaasalli U disp^isò dal for- 
nire in guerra le fanterie, e diede principio ad una 
nuova forma di milieia più stabile e vantaggiosa (i). 

Erano in Piemonte settecento migliaia d'abitatori 
e cinquecento nella Savoia. Emanuel» Filiberto fissò 
a iS mila uomini la mìlim a piedi del primo paese» 
e ad ottom^ quella del secondo. Però eolFandare 
del tempo vi entrarono tsmti volontarii, che il nunaero 
di tutti sali a 56 mila. La legge deliberata nel 4560, 
fìi messa in esecuzione sei anni dappoi. Ma in prima 
il duca diede consistenza ai corpi manidpali: quiadi 
gl'incarico di descrivere tutti i sudditi dai IB ai llM) 
anni. Fra essi furono scelti i più idonei. Il {Nrineipe 
li forni ddle armi, e assegnò loro una certa paga, 
^cemne poi sembrava elue i g6nliluomini«degaassera 
di accettare il comando di codeste miliae nuove e a 
piedi, cosi fu esso confidato parte a sudditi di dvil 
sorte, parte a forestieri. Fra questi ultimi si deve ri- 
cordare specialmente Giovanni Antonio Levo, il quale 
col grado di sergente^maggiore-gen^rale ordine ogni 
cosa, e ne stese un regolaménto» che venne piana- 
mente approvato dal Auca il S luglio 1S66(2). 

Secondo Tidea del Levo, tutta la imlizia piemontese 
fa divisa per coionneUì. Ogni colonneUo si compose 
di sdì compagnie, ogni compagnia di<iuattro centurie, 
ogni centuria di quattro sqfuadre. Lo squadre dovevano 

(1) Alex. Saluces, Hist, militaire du Pifimtmt, t. I. p. 159. 
— Notizie storiche riguardanti la milizia instituita dal duca 
Em. Filiberto (Torino t9^\).-- Relazione di Savoia del 1570, 
p. iS9 (Relaz. venMe, t. V). 

(3) Discorso debordine e nmdo di ttrmare e0e.4a milixia dd 
duca di Smoia ( Verceil i 1 567). 



amgeegwù eiasciuia domenica dopo messa suUapìaeza 
del capoluogo per esercitarsi nelle armi : le centurie 
si riunivano di quindici in quindici giorni, le compa» 
gnie una volta al mese, i colonnelli le quattro tempora, 
tutta la milizia doe volte ranno, cioè alla Pentecoste 
e al s, Matteo. Le c<NiH)agnie ordinarie erano compo- 
ste di iàO picchieri con corsaletto, 30 con corsaletto 
e zuccotto, dieci con tanga e corsaletto, e dieci ala- 
bardieri; i restanti portavano archibugio in mano e 
zucootlo in capo. Le compagnie coionnelle, quelle 
cioè proprie dei eapi-eolonnellj, i quali altresì colon- 
nelli si appellavano, erano formate di SSO ar<AdbagierL 
e di 40 sjabardi^i. Sedici di questi erano caporali; 
gli altri, detti i ù(mfide9^^ erano spedalmente depu-» 
tati alla custodia ddyie bandiere. La spada serviva pe- 
gli ufficiali, lo scudo e la giannetta pd centurioni. 

Nel comando di tutto il corpo dopo il colonndlo 
veniva un sergente maggiore : un capitano, un alfiere, 
due sergenti, quattro centurioni, e 16 caporali gover- 
navano la compjagnia. ScegUevansi i tamburini tra i 
migliori soldati; posdàchè allora un tamburo era 
quasi tenuto nel medesimo pregio di una bandiera. 
Poco stante il vincitore di San Quintino compiva 
Topersi, licenziando le sei compagnie savoiarde e le 
sette piemonteù dì cavallma, e creandone invece 
quattro di 200 cavalli caduna, una cioè d! archibu- 
gieri, due d'uomini d'arme, ed una di cavalleggieri. 
Siccome poi nos^aveva dispensato la nobiltà dal servi- 
gio militare, cosi conciliò onore e consistenza a codesta 
nuova milizia a cavallo, introducendovi tutti i giovani 
gentiluomini, che aveva in corte. Poscia col fondare 
il collegio dei nobili, e col riunire l'ordine inilitare di 



49S »ÀRTs srmMA 

s. Maurizio a quello- di s. Lazzaro schiudeva tdlo Stato 
una sorgente perenne di bravi officiali, e pteparavaE 
al valore ed alla fedeltà un premio spesso molto più 
ambita (ielle ricchezze e del potere (1). 

Tennero dietro ad Emanuele Filiberto principi di 
valore, di senno e di attività, die sciogliendosi ancor 
m^lio dagli impacci del feudalismo, e guidando in 
persona gli eserciti, distesero i limiti del dominio al 
Ticino, al mare Ligustico e al iPo. Col proprio san- 
gue, con quello di una fedéle popolazione, Pinerolo, 
Asti e le altre piazze vennero ritolte ai Francesi, e le 
chiavi delle Alpi assicurate nelle mani dei reali di Sa- 
voia. In breve una causa sola, un solo intento riunì 
sudditi e principe; uè mai, per quanto vedessero infe- 
rocire nel cuore della patria le spade straniere, ces- 
sarono di porgersi vicendevole sussidio , quelli colle 
braccia e col denaro, questi col senno e coll'esempio. 
Ninno è de* Piemontesi, che senza lagrime di gioia 

^1) Alex. Salaces, Op. eit., i. I. p. 169. 

£ noto come la fama di codeste utili riforme mvoyesM il 
re dì Portogallo Sebastiano a chièdere al duca la persona 
del Levo, acciocché questi le introducesse anche colè. Vedi 
Cambiano di RufBa, Jstorico discorto, lib. IV. p. 1161 (Alo- 
num. histor. patrie script. ). 

Del resto t sopradetti ordini e prÌTÌlegi della milizia pie- 
montese furono confermati nel l£^i dal duca Carlo Ema- 
nuele^ Il quale tredici anni dipoi fisceTa fare una nuova 
descrizione dei sudditi dai 18 ai 60 anni, e divideva la mili- 
zia in due categorie. I descritti nella prima non erano obbli- 
gati a lasciare le preprie case, epperciò non godevano altro 
privilegio che quello di portare spada e pugnale. La seconda 
categoria comprendeva ottomila uomini pronti a partire al 
primo cenno; i quali perciò godevano di tutti ì vantaggi 
impartiti alla milizia dal duca Emanuele Filiberto. V. No$iz̀ 
isiorÌ9k€ H§um'daiUi la nUlUia tot. 



cìntolo punfo. IfS 

ricordi ta vittoria all'Assietta, la difesa dì Tonno, gli 
assedi! di €uneo, o clie senza religiosa affezione con- 
sideri le bandiere nemiche pendenti alle volte del 
regio arsenale e del santaario di Varallo. Il Piemonte, 
che solo fra gli Stati italiani ha gloria militare sua 
propria, per la postura sna , per la fortezza dei snoi 
abitatori, per la natura del suo governo, potrebbe a 
grandi cose essere destìnato. 

VII. 

Tale fu l'ordinamento delle milizie nazionali d'Ita- 
lia nel XVI secolo. Però andrebbe troppo lontano dal 
vero chi prestasse fede ai ruoli di esse (i)» e molto 
più se intendesse di misurarne l'efficacia dal numero. 
Molti difetti ed essenzialissimi cospiravano a scemarne 
l'utilità. Primieramente altro era il numero dei de* 
scrìtti, altro quello dei militanti; posciachè i principi 
non avevano ancora bastanti lumi, né forza, né pra- 
tica per comandare le riforme a tempo e farle ese- 
guire con precisione. 

Ib secondo luogo gli esercizii fatti nelle domeniche, 

(1) Ecco lo stato estimativo delle forze d'Italia Del XYJI 
secolo: 
Sudditi atti a portare le armi • . . 1,973,000 
Fanteria descritta ne' battagiioDi . 369,500)^^1 aai 700 

€aTaIleria id 33,300 i ' 

Milìzia a pie che i principi d'Ita- 
lia poMono armare e trattenere 

alcnn tempo ^!^^}tot. 166,400 

Id. a oayalb 16,900 ( ' 

Legni e Tascelli che si potreb* 

baro armare 114 

y. Leti, Italia regnante^ t. IL lib. lY. 



134 PA&TS SETTIllà 

in fretta ed alla buona, qnasi per sdliero, inailo in- 
sufficienti a convertire rozzi contadini in uomini da 
guerra. Ora, la disciplina e la prontessa ed esalteuE» 
ddle mosse, se furono essenziali in tutti i tem^ e in 
tutte le milizie , essenzialissime sono nei tempi nito- 
demi, in cui la strategìa abtoacoia grandi spazii di 
terreno e di tempo, e la sorte delle battaglie è ripasta 
nelle fanterìe, propria ddle <iaali dev'essere rimioiie 
e la giustezza. 

A queste un'altra causa si aggiungeva per minorare 
sempre più i frutti delle milizie nazionali. Tranne il 
Piemonte per le ragioni ora addotte, negli Stati d'Ita- 
lia né i princìpi erano cosi amici dei popoli, né questi 
così affezionati ai principi, che come a utile comune 
volessero all'uopo cooperare interne. Bentosto la dif- 
fidenza partorì negli uni e negli altri trascuracene ed 
egoismo. Ora se un alto pensiero non nobìfita la pro- 
fessione delle armi , che è essa mai se non bq ozio 
senza riposo, splendore senza agi, e vanità con estre- 
mo servaggio? Si aggiungeva , che l'Italia era divisa 
in piccoli Stati , e i cuori si erano impiccòlitì a 
proporzione; massime dappoiché le invasioni e la 
dominazione degli stranieri avevano messo i pic- 
coli principi italiani al confronto di monarchie co- 
lossali. 

Tutto ciò rendeva le ordinanze nazionali atte più 
a conservare la pace, che a ripulsare la guerra (1). A 
quali altri rimedii in questo caso ricorressero i prin- 

(ly « Sodo armati sufiBcientemenie, ed atti più al patire 
tt che al guerreggiare : ed è chiamata questa genie la Can- 

tt terìa del battaglione >. Bdazione di Napoli , p. 305 

(Tesoro politico, t. I). 



j 



CAPITOLO PRIIkfO. 42S 

cipi, diremo più sotto. Basti qui accenaare due risul^ 
tati pfovoauti daffins^tuzione di quelle. 

II primo Al Vavere levato dalla milisia il marchiò 
di mesliero mereenarfo, e ritornatola all'onore di uffi- 
cio e di dMtlo proprio ad ogni onesto cittadino. Infatti 
paragoninsi soltanto i codici penali militari riguar- 
danti le compagnie di ventura e quelli riguardanti le 
milizie del sec. xvi. Presso le prime il soldato serve in 
virtù di un contratto, ed i castighi sono quasi tutti in 
denaro, qua^ per compenso di un danno cagionato al 
principe: alFincontro le milizie nazionali del xvi sec. 
servono pel dovere naturale di suddito, e le pene in 
gran parte sono personali (1). Che se ve ne sono au'^ 
Cora alcune in denari , almeno non si vedono più i 
prìncipi farne scandaloso traffico, e stabilire un ramo 
di pubblica entrata suir inobbedienza delle proprie 
soldatesche (2): ma il prodotto delle multe è desti- 
nato sia ad aumentare il decoro della milizia , sia a 
premiare i più bravi e destri (3). 

(1) « Qualttaque soldato sarà stato priacipal mente cagione 
« delie risse o questioni, debbe essere punito di pena corpo- 
« rale y ancorché fosse l'ultimo supplizio, se così parerà al 
« maestro di campo 

« Qualunque soldato ancora sarà il primo a sfodrare od 

« abbassare armi .... debbe essere punito corporalmente ». 

Ordini et privilegi della milizia di Parma, p. 11. 

(2) V. Parte II. e. IV. § li. p. 107. 

(3) <c Etacciò siano spesi tali danari utilmente et a 

K comune beneficio et honore de'soldati , et non convertiti 
« a particolare uso di persona alcuna, yogliamo e coman-* 
« diamo che se ne paghi prima li tamburi e fiferi , e del 
« restante si comprino armi da dare in premio a chi delli 
« medesimi soldati. delle compagnie tirerà meglio d'archibu* 
c< gio o farà meglio alcuno esercitio militare .... et detti 



ÌÌ6 PARTE SETTIMA 

In secondo luogo ^li è evidente, che le milìzie 
nazionali del xyi secolo diedero principio agli odierni 
eserciti permanenti, dura necessità cui le mutue gelo- 
sie dei principi , i progressi medesimi dell'arte bel- 
lica, e molte altre considerazioni conserveranno per 
lungo tempo. 

« depositarli saraano tenoti ogai princìpio d'anno render 
<( conto delia sua amministrazione in mano del nostro col- 
« Jaterale et alla presenza d'un soldato a questo fine dallt 
<t compagnie eletto ». — Ordini et privilegi della milizia di 
Parma. 




CAPITOLO SECOiNDO 

ITmaUgim. ìmmeimim nella mlHiJ» émlle eompaipif e 

di Tentai 



I. Sforzi dei principi per distruggere le vestigia delle 
compagnie di ventura. Alcune però ne rimangono 
negli eserciti dei secoli XYI e XVII. 
II. Ordinamento di uno di codesti eserciti. Gradi ed uffici. 
Eyoluzioni e disposizioni tattiche. Composizione di 
un terzo ossia di un reggimento, e di una compagnia. 

III. Modo di reclutare e di armare i soldati. Uìyersità e 

inoonyenienti delle armi. 

IV. Difetti nell'amministrazione militare : ruberie dei capi. 

Difetti nelle distribuzioni dei TÌyeri e delle paghe. 
Le contribuzioni di guerra. Eccessi dei soldati, 
y. Difetti nell'amministrazione della giustìzia. Troppa au- 
torità dei capi. Pene infami e arbitrarie. Conseguenze 
funeste, che ne deriyano sopra il morale dei soldati. 
Smania di predare. Norme intorno alla partizione del 
bottino. 

VI. Confusione nel trasporto delle bagaglio. Vanità dei sol- 
dati: pretensioni loro. Ammutinamenti. 

VII. Conclusione del capitolo. Punti di somiglianza e di dif- 
ferenza tra le soldatesche dei secoli XVI e XVII, 
e le compagnie di yentura. Il Wallenstein. 



CAPITOLO SECONDO 

Ve«tl||^ia lasciate nella milizia dalle eompag^iiie 

di Tentiira* 



L 

Quel medesimo studio, che ì principi mettevano a 
rlstaarare le milizie nazionali , mettevano pure a di- 
struggere le compagnie e i capitani di ventura. Pochi 
ne erano rimasti in vita; ed a questì pochi , accioc- 
ché dalla disperazione non venissero condotti a qual- 
che eccesso, avevano gli Stati d'Italia, d'accordo col- 
l'imperatore^ stabilito nel 1532 una piccola annua 
provvigione (1). Sei anni dopo concludevasi un seve- 
rissimo trattato tra il duca di Toscana , il papa e il 
duca 4'Urbino per la sterminazione delle bande ar- 
mate, che la guerra aveva partorito e la pace riget- 
tava da sé (St). 

Nel medesimo tempo un terribile editto del re di 
Francia le segnava alla pubblica ed alla privata ven- 
detta: un altro simile se ne promulgava nel 4537, ed 
un altro ancora nel 1543. Pure di troppo poco frutto 
sarebbe stato V impiccare e il perseguitare , quando 
per mezzo di savie instituzioni non si fosse pensato 
ad antivenire il male. 

Cominciossi dal proibire ai sudditi di portare verun' 
arme, tranne coloro i quali si trovassero inscritti nella 
milizia: e ciò sotto gravi pene, altre corporali, altre 
in denari) di cui doveva stare mallevadore pel figliuolo 



(1) Guicciardiai , Storia y XX. 169^ — Giovio^ Storie^ lik 
^XXI. 383. 
(9) Adriani, Storie, lib. II. 

Voi IV, 9 



loO PARTE SETTIMA 

il padre, pel nipote lo zio, per Tun fratello Taltro, 
Si aggiunse, che tutte le armi, che venissero rinvenute 
nella casa del reo, fossero confiscate a profitto dei 
sudditi inscritti nella milizia, e a quello si raddoppias- 
sero le pubbliche gravezze. Sotto simili pene si vietò 
altresì ai sudditi espressamente di recarsi al soldo stra- 
niero; ed il trasgressore venne dichiarato inabile ai 
pubblici uffici ed infame; sicché fosse, come conta- 
dino, obbligato alle fazioni personali , né potesse in- 
vitare alcuno a duello, né, invitato, avere la scelta 
delle armi (i). 

Tali almeno furono gli ordini , coi quali Cosimo i 
si avvisò di convalidare in Toscana la institozione 
delle milizie nazionali. Non è a dire, se venfesero 

4 

imitati dagli altri principi d'Italia. Nel breve perìodo 
di 2SJ anni, cioè dal i587 al 1612, ben dieci manifesti 
della repubblica genovese intendono a ciò (3). 

(1) Galluzzì, Storia del granducato, Hb. I. e. 8. — Capitoti^ 
ordini e privilegi per la milizia di S. E. lUnstr, , p. ^ (Fi- 
renze 1566 ). 

(9) Leges serenisi. Rtipubl. Genuens. t. II. ( ms. in GeapTa 
nell'arch. del governo, e nella biUiol. della città). 

Terribili pene aveva Venezia contro i portatori d'arme, 

e speòtalmente di quelle da fuoco « E se pervenisse 

r( nelle forze della giustizia alcun di essi trasgressori, debba 
<c esser di subito posto per anni dieci in galea con li ferri 
<i alti piedi per nomo da remo, ovvero in una prigion ser- 
« rata in vita sua, quando per inabilità o per la conditioD 
« sua non fosse atto alla galea, con confiscatione di tutti i 
« suoi beni di qoal si voglia sorte. £ di più Cper t'accusa- 
K tore) il beneficio per cadnn che sarà preso e castigato, di 

u liberare un bandito » Novissima veneta statuta, Ann. 

1599, f. 59 (Venezia 1799). — Altre leggi in data del 1541 
e del 1567 davano bando di quindici anni a chi andasse pel 
dominio in compagnia maggiore dì tre con qualsiasi armi, e 



CJJ»ITOLO SECONDO. 151 

Nello stesso tempo l'autorità suprema colpiva a 
morte i signorotti del contado, dal cui grembo erano 
usciti i magistrati dei Comuni, i loro tiranni, e quindi 
i principali condottieri di ventura. Sotto questo o quel 
pretesto i duchi di Parma sterminavano da Montechia- 
rugolo la posterità di Guido Torelli, ed il papa Gre- 
gorio xui dichiarava devoluta alla Chiesa una gran 
parte dei beni e delle castella posseduti dai vas- 
salli : talché nei monti della Romagna toglieva Castel- 
nuovo agli Isei di Cesena, Corcona ai Sassatelli di 
Imola, Lonzano e Sa vignano ai Rangoni, Bertinoro 
e Verrucchio ad Alberto Pio ; e ritornavansi ad esa- 
minare e discutere le donazioni, i pagamenti, ì titoli, 
e le devoluzioni antiche (i). Inutile che qui accen- 
niamo gli sforzi a questo scopo fatti dai sommi pon- 
tefiòi Alessandro vi e Giulio ii, e inesorabilmente 
proseguiti da Paolo jii e Sisto v. 

Codesti provedimenti servirono ad atterrare defi- 
nitivamente le compagnie di ventura. Ma una instìtu- 
zione, che abbia abbracciato parecchi secoli e un gran 
popolo, non può venire annullata di un colpo. Ampie 
vestigia delle compagnie di ventura si conservarono 
sia nell'esistenza pubblica e privata deiritalia, sia 
negli ordinamenti e nell'amministrazione degli eser- 
citi sino quasi ai nostri di. Più sotto accenneremo le 
vestigia e conseguenze morali e politiche provenute 
dalle compagnie di ventura: peroraci restringeremo 

fissavano un premio di 600 lire a chi lo arrestasse, e dieci 
anni di bando per chi mettesse cartelli di sfida sui canti, con 
premio all'accusatore di mille lire. Se il reo era soldato per- 
«leva stipendio e condotta. Ibid., p. 33. 47. 
(t) Ranke, HUt. de la papauté ^ t. II. 345. 



132 PARTE SETTIMA 

a notare la struttura e l'essenza di un esercito nei 
secoli XVI e xvii ; e da tale esame apparirà la parte 
che tuttavia quelle vi avevano. 

Badi peraltro il lettore che alcune delle cose, che 
siamo per dire, più specialmente appartenevano agli 
eserciti spagnuoli, che noi soprattutto abbiamo avuto 
in mira, come quelli, dai quali l'Italia traeva esempio 
e costume. 

II. 

Un esercito compito o reale ^ siccome allora sì diceva, 
valutavasi di 40 tnila fanti, seimila cavalleggeri» qoat^ 
tromila stradiotti, altrettanti archibugieri a cavallo, 
e duemila uomini d'arme. Più tardi , per potere con 
celerità riunire le forze sopra un dato punto, e sup- 
plire al disordine ed alla lentezza delle mosse, vi si 
introdussero anche i dragoni, gente istrutta a com- 
battere a piedi ed a cavallo. 1 cavalleggierì erano ar- 
mati di lance, e caricavano a quaranta o cinquanta 
uomini di fronte : gli uomini d'arme, coperti di ferro, 
con pistole all'arcione, avanzavansi al trotto in grossi 
squadroni (4). 

A tutto l'esercito presiedeva un capitano generale. 
Dipendevano da lui , quanto all'amministrazione, un 
contadore generale che teneva i libri del personale 
e del denaro, un pagatore generale ed un commissa- 
rio generale dei viveri. Un veditore generale riscon- 
trava i ruoli , e sopravvedeva le spese, le compre e 
le rassegne. 

Quanto al maneggio della guerra , venivano dopo 

(1) Ginnzzi, La vera militare disciplina, lib. I. p. 198 (Sieda 
1604). 



CAPITOLO SECONDO. 135 

al capitano generale un mastro di campo generale, 
un capitano generale della cavalleria, ed un generale 
deirartiglieria. Ognuno di questi ultimi due aveva con 
sé un auditore, un foriere maggiore ed un capitano di 
campagna. Oltre a ciò il generale dell'artiglieria era 
aiutato da due luogotenenti, i quali dovevano essere 
già stati capitani di fanterìa: il generale della cavalleria 
teneva sotto di sé un luogotenente generale e un 
commissario generale. Ciascuno di costoro possedeva 
una compagnia, quegli d'uomini d'arme, questi di ar- 
chibugieri a cavallo. Il commissario aveva cura spe- 
ciale^ dei posti avanzati , delle perlustrazioni e delle 
scorte, e comandava tutta la cavalleria in difetto del 
capitano generale e del suo luogotenente (1). 

Però il maggior peso delle faccende cadeva sopra il 
mastro di campo generale, il qual grado venne in-- 
trodotto negli eserciti spagnuoli verso il 1540. Da lui 
infatti dipendeva sia la marcia, sia l'amministrazione 
dell'esercito, sia la giustizia, sia l'accampamento. Due 
luogotenenti , e talora anche un sergente maggiore 
generale lo coadiuvavano nel governo delle schiere ; 
un quartier mastro con due aiutanti uè eseguivano i 
cenni rispetto agli alloggi , al buon ordine ed alla 
polizia. IMpendevano altresì dal mastro di campo ge- 
nerale il capitano delle guide, il prevosto generale 
deputato sopra le condanne, il bagaglio e le marcie, i 
vivandieri, e per eerta parte eziandio l'auditore ge- 
nerale. Aveva questi la cura della giustizia criminale 
dì tutto l'esercito. A tale effetto riceveva dagli altri 
auditori la notizia di tutti i delitti e processi , e te* 

(1) Brancaccio, / carichi militari, cap. IX. XI. XII (Mi- 
lano 1620. La deidica delPaatore è dell'anno 1610). 



454 PARTE SETTIMA 

neva autorità di far carcerare e di condannare isso- 
fatto i colpevoli colti in flagrante. 

Quanto all'esecuzione, il mastro di campo generale, 
oppure in suo luogo il sergente generale, riuniva in 
sé tutte le parti e le volontà dell'esercito. Comandava 
le mosse, vegliava la disciplina, l'armamento, gli eser- 
cizii, ed a suo arbitrio divisava e faceva eseguire 
nuove forme di ordinanze e di evoluzioni, a descrivere 
le quali si affaticano gli scrittori militari dei tempi. 
Qui veramente, stante la mancanza di norme gene- 
rali, cominciava a mostrarsi la volontà personale dei 
capi. Ogni mastro di campo, ogni sergente generale 
aveva le sue idee, e s'incapricciava dì metterle in 
opra : siccome poi le armi da getto non erano state an- 
cora affatto smesse, né quelle da scoppio affatto per- 
fezionate e ricevute, cosi grande era la confusione 
di ogni cosa. Ai bisogni presenti antiche regole con 
istrane interpretazioni applicavansi ; e in vece di 
esperienze o di sode ragioni , allegavasi con pedan- 
tesca erudizione qualche lontana analogia cogli or- 
dini greco-romani. 

Erano nel numero delle evoluzioni la forbice , il 
cuneo, il triangolo, la manica, la lunetta, la sega, lo 
scorpione, la testuggine, la girandola, il capricorno, 
il rombo ed il torrione: primeggiavano tra le dispo- 
sizioni generali di battaglia il naspo, la croce conser- 
vata , la dentata , la quadrodentata, il gambero, il 
gamberello, il ventolo, il molinello, la battaglia qua- 
dra, sbarrata, crociata, cornuta, la luna scema , la 
croce soda, il cuneo concavo, la forma ovata, la cir- 
colare, la bislunga (1). Dalla qual lista due coroUarii 

(1) Ferretti, DeWossermnza militare y lib. II. p. 98 (Ve- 



GlPITOLO SECONDO. Ì5S 

possono ora dedursi, cioè: 4° che la tattica^^oveva 
esser molto bambina, non fondata sopra raziocinii, né 
sopra npzioni positive di tempo e di spazio ; per cui nel 
fatto a formare questa o quella ordinanza ora sopra- 
vanzavano, ora fallivano i soldati, e il sergente col* 
l'abaco alla mano doveva sul taccuino aggiustare la 
bisogna (1) : in secondo luogo, che l'artiglieria di cam- 
pagna doveva allora essere mal diretta e poco efficace, 
stantechè tutte quelle ordinanze erano molto dense. 

£ra la fanterìa divisa solitamente per corpi di due 
ovvero di tremila uomini ciascuno. Tali corpi dap- 
prima chiamavansi reggimenti : poscia , allorché fu 
levata ai colonnelli la facoltà di nominarsi il sergente 
maggiore e gU altri officiali, e rimessa nelle mani 
del generale, pigliarono il nome di Jerzt (V). Erano 

nezia 1576).— Adriano, Della disciplina militare^ p. 347. — 
E yedi alla nota XXVII Tesarne, che la repubblica di Ve- 
nezia faceva dare ai capitani , prima di riceverli al servizio. 

(1) tt Ma prima è da avvertire, che si presuppone nel ser- 
«. gente maggioro buona aritmetica ^ acciò sappia con pre- 
« stozza in un libro di memoria trovare il modo di formare 
<c qualsivoglia squadrone : se .già non pensasse fare come aU 
a cuni , i quali portano con loro una tavoletta di numeri , 
«e nella quale mirano in ogni occasione lo squadrone , che 
« pretendono fare, senzacbè possine poi sapere che picche 
« gli avanzino ». Brancaccio cit. , e. VI. p. 60. 

(3) « Consiste dunque Pordine delle nostre infanterie in 
« alcuni corpi di milizia di due o tre mila lauti, chiamati 
ce Terzij distinto ciascun d'essi in quindici o venti compa* 
« gnie di duecento fanti Tuna, comandate da altrettanti ca- 
« pitani: e differisce il Terzo dal reggimento, che s'usava 
<c prima, in questo che l'elezione del sergente maggiore e 
« de' capitani è fatta dal generale, come anco quella di tutti 
«r gli altri officiali maggiori : dove che ne' reggimenti era ift 
« arbitrio de' colonttelii ». Id., e. VII. 103. 



156 PARTE SETHUA 

in ciascun terzo un auditore, un caintano di cam- 
pagna sopra le bagaglieed i viveri, un foriere mag- 
giore sopra la distrilMizione dei denari , degli alloggi 
e delle vittovagiie, un medico, un chirurgo e alfine 
un sergente maggiore, deputato al governo di tutta 
la soldatesca. Cobmne^/t chiamavansi i comandanti d^ 
reggimenti, mastri di campo i comandanti dei terzi. 
Due aiutanti, stati già alfieri» coadiuvavano il ser- 
gente maggiore. 

Ogni terzo spartiva^, secondo i casi, ora in dieci, 
ora in cpiindici , ora in venti compagnie. Queste prima 
del 45^0 circa non passavano ordinariamente, almeno 
in Italia, i cento fanti , e quella, che ne avesse avuto 
dugento, sarebbe andata tra le più grosse. In pro- 
cesso di tempo i re di Spagna per cagione di rispar- 
mio elevaronle a 250, a 500, e infino a 500 uomini, 
armati quali di picche, quali di moschetti, di archi- 
bugi, di labarde, e tÉvolta ancora di spadoni, di par- 
tigiane e di balestre. 

Le compagnie più perfette erano composte per due 
terzi di archibugi e di moschetti , e pel restante di 
picche. Nelle mosse precedeva il primo terzo d'ar- 
chibugieri» guidati dal luogotenente colla labarda sulla 
spalla sinistra. Due o tre- tamburi tra la seconda e 
la terza riga segnavano la marcia. Veniva quindi il 
capitano con una picca in ispalla avanti al terzo dei 
picchieri, i quali avevano un ugual numero di tam- 
buri, e l'insegna della compagnia. Seguitava alla 
coda il sergente col rimanente di questa, armato di 
usbergo e di celata, e la labarda in ispalla. Le pri- 
me e le ultime righe di ciascuno di codesti terzi 
venivano riempite di caporali e di tenete spezzate. 



CAPITOLO SECONDO. 157 

Le arme corte , quando se ne trovava alcuna nella 
compagnia^ servivano a rinfiancare il centro del se- 
condo terzo (4). 

III. 

Fin qui la struttura esterna di un esercitò nel xvi 
secolo appare, né a torto, molto diversa da quella di 
una compagnia di ventura. Ma cosi più non sembra, 
allorquando si spinge rocchio nell'interno di esso. 

Il colonnello era padrone del suo reggimento, il 
capitano della sua compagnia. Nasceva egli al principe 
bisogno di soldati? Tosto spediva a qualche segna- 
lato guerriero o ricco gentiluomo una patente di ma- 
stro di campo, colla facoltà di riunire e comandare 
un corpo di due, di tre, di quattromila armati (S). 
Conseguita la patente, riscossi i denari della pre- 
stanza (3), il nuovo mastro di campo eleggeva a sua 

(1) Mora, // soldato, lib. II. p. 8S (Veneaia 1570). 

(9) y. alla nota XXVlIi la patente concedala nel 1615 al 
marchese Ettore Spinola. 

(3) La paga di un maestro di campo Tariava dagli 80 ai 150 
scudi al mese. Dalla patente sopraccennata di Ettore Spinola 
risalta, che il suo stipendio era appunto di 150 scudi, oltre 
altri 100 al mese pei gentiluomini del suo seguito. Il capi- 
tano aveva di soldo se. 40, olire so. 4 pel suo paggio: l'iti* 
fiere ne avoTa 13 : il tamburino e cappellano di compagnia 
6: il soldato semplice 3: i picchieri godevano «jualche van- 
taggio sopra gli altri soldati. V. Ginuzzi cit., lib. III. 

Eeoo lo specchio déll« paghe mensuali distribuite nel 1553 
alla compagnia dei capitano Giovanni Vitelli, di gvamtgione 
in Vienna di Francia, composta di 375 uomini, e apparte- 
nente al reggimento, di cui era colonnello il duca di Somma: 

Al capitano live 106; 

Al tenente 56; 

All'alfiere 35; . 



i3S PARTE SETTIMI 

posta il cappellano, il medico, il chirurgo, Tauditore, 
il sergente maggiore, il porta-insegna, il tamburo ge- 
nerale, ed un luogotenente, il quale governasse la sua 
compagnia colonnella, e destramente sopravvedesse 
a tutto il terzo. Nel medesimo tempo il maestro di 
campo distribuiva tante patenti di capitano , quante 
compagnie gli occorrevano. 

In non dissimile guisa il capitano sceglievasi un 
luogotenente, un alfiere, un sergente, tre capìsqua- 
dra, un cancelliere, un chirurgo, un foriere, un ele- 
mosiniere, i tamburini e sei lande spezzate. Erano 
cosi denominati alcuni veterani sperimentati, i quali 
possedevano l'assoluta confidenza del capitano ; e por- 
tavano tale appellazione perchè venivano assoldati in- 
dividualmente, non facevano parte di veruna compa- 
gnia , e ricevevano la loro paga direttamente dalla 
banca» nel modo medesimo degli officiali (4). 

Ciò fatto, pensavasi a ragunare i soldati. Vedevi 
allora sergenti, caporali e lancie spezzate distendersi 
per le città e pei villaggi, penetrare nelle taverne e 
nei postriboli, oppure piantar banco in piazza, e colle 
lusinghe, e col vino, e col lampeggiare di un poco 
d*oro ingaggiare i più disperati o dappoco. Sovente 
per ordine del principe aprivansi le carceri ed inflig- 

A ciascano dei 30 picchieri da doppia paga lire IS; 

Al foriere, piffero e tamburo lire 13; 

A ciascuno dei due sergenti e degli otto caporali lire 15; 

A ciascuno dei 98 archibugieri e dei 70 picchieri con cor- 
saletto lire 7; 

A ciascuno dei rimanenti soldati lire 6. — ( Pièces Hréet 
du cabinet de M, de Courcelles, ms. nella saluzziana). 

(i) Adriano, Disdpl, milii., lib. II. 933 (Venezia 1566). 
Ferretti cit., p. 46. 34. 34.^ 



CAPITOLO SECONDO. 139 

gevasi la milizia , come castigo. Bensì negli eserciti 
ben ordinati , come già fra i condottieri della stessa 
scuola, un capitano non accettava sotto la sua ban- 
diera alcun vecchio soldato che fosse escito senza il 
benservito da un'altra compagnia (4). 

Raccolte le genti, coi denari della prima presta 
fornivansi elleno delle vesti e delle armi, o al magaz-* 
zeno generale , o presso i rivenditori , o dai came- 
rati (2). Già per ovviare all'effetto delle arnù da fuoco 
si era di modo accresciuto il peso delle armature che 
oramai le membra degli uomini e dei cavalli non po- 
tevano sopportarle. Oltre a ciò usavansi corsaletti 
lunghi di punta, i quali per vezzo serravansi di sorta 
alla vita, che, caduto l'uomo ai piedi del nemico, non 
si poteva più né rizzare , né difendere. Le picche 
adoperavansi dì frassino, e di molta lunghezza ; sic- 
ché tra l'arma e il corsaletto ciascun fante portava il 
peso di H^ libbre. Gonsegnavansi quelle agli uomini 
più gagliardi ed alti di statura, affinché se ne servis- 
sero contro la cavalleria nei più difficili scontri. Agli 
uomini più piccoli mettevasi in mano l'archibugio. 
Ma esso pure era di tale peso e lunghezza che si du- 
rava gravissima difficoltà e fatica non meno a por- 
tarlo che a maneggiarlo (o). 

Armate che erano le sue genti, il capitano faceva 
in gran festa benedire la propria insegna : quindi la 
consegnava all'alfiere, che soltanto ad impresa finita, 
o nel caso che la compagnia veniva disciolta, doveva 
restituirla : tuttavia, se gli arrivava di difenderla no- 

(1) Ferrelli cit. , I. 7. 

(9) Gosellini, f^ita di D. Ferrante Gonzaga^ p. 3^ 

(3) Adriano cit, IL 317. 



4^0 PARTE SETTIMA 

bilmeate in una giornata campale, od in on onorato 
assalto, come cosa acquistata se la riteneva. E Tin- 
s^;na era veramente alle soldatesche il più certo 
indizio per riunirsi, non si costumando ancora di ve- 
stirle con divisa uniforme (4). Bensì distinguevansi le 
genti di un esercito da quelle di un altro mediante una 
banda o lista di panno cucita sopra il vestito, la quale 
per gli Imperiali era rossa, e pei Franceù bianca. 
I più tristi soldati l'appuntavano soltaMo al braccio 
altrove, per poterla in caso di pericolo gettar via 
o nasconderla. 

IV. 

Cosi reclutavansi, cosi armavansì, così mandavansi 
alla guerra le soldatesche del xvi e del xvn secolo. 
Ma il capitano, che per ciascuno dei suoi uomini rice- 
veva un soldo fisso dal principe , non lo distribuiva 
già tutto, né in uguale misura: onde il rubare sa 
le paghe dei soldati era cosa, non che conosduta, 
assentita quasi. Rubavano adunque i capitani, ruba- 
vano i sergenti, rubavano i tesorieri ed i pagatori, 
i quali per usufruttare a proprio vantaggio gli sti- 
pendii dei soldati, ritenevano loro le tre, le sei, le 
otto paghe : rubavano i forieri, i quali, mandati due o 
tre di innanzi a stabilire gli alloggiamenti, s'interna- 
vano nei paesi fuori di strada, e ordinando le stanze 
là dove non si dovevano ordinare, oppure ordinandole 
per mille là dove cento appena avevano ad alleggiare, 
sforzavano i miseri abitatori a riscattarsi dalle anga- 
rio con doni, che divenivano esca per altre angarìe. 

(1) Le divise uniformi furono per esempio introdotte nel- 
l'esercito francese solamente yerso il 1669. 



CAPITOLO SECONDO. lij^l 

Erari taf capitano, che per mostrare di avere mag' 
gior numero di gente faceva passare alle rassegne 
più volte lo stesso soldato, o celava le mancanze degli 
uccisi e dei fuggiti, o rappresentava in vece dei sol- 
dati i proprii servitori (i) : e cosi si appropriava non 
solo le paghe dei mancanti, ma ancora tutti i capo- 
soldi e vantaggi straordinariì ; perchè invece di spar- 
tirli equamente, li faceva caricare sopra quelle pa- 
ghe morte o passatoi. Né i colonnelli o maestri di 
campo abborrìvano da simili ribalderie; anzi parte- 
cipavano nei guadagni, e le autenticavano nella pro- 
pria compagnia colonnella (2). 

Frattanto le vittovaglie preparate aireserdto na- 
scostamente vendevansi, o cambiavansi; le mumzioni 
andavano a sperpero ; i popoli raggravavansi di ta- 
glie, le quali non erano appena pagate , che ripete- 
vansi; e tuttavia le imprese per difetto d'uomini, d'or- 
dine e di provvisioni rovinavano. Di qualunque cosa 
entrava nel campo, di qualunque n'esciva, di qual- 
siasi bottega, che vi si apriva, si pagava tributo al 
maestro di campo generale; e da esso pure le terre 
e le città dovevano sovente ricomperarsi con ricchi 
presenti dagli insulti e dal saccheggio (3). 

Grandissima era in mezzo al feste spagnolesco la 

(1) Questo nel lingaaggio militare de' tempi dicevasi far 
falsa posta. Si cbiamava paga morta la paga, che si riscuo- 
teTa a nome di un soldato assente o morto. Si chìamaTano 
passatoi i servitoti e l'altra simile gente, che il capitano 
presentava alle rassegne in cambio dei soldati. 

(%) GinnzKi cit, II. 86; HI. 136. — Adriano cit., Ili. 
376. 381. 

(3) Gentorio, Diseoni «fi guerra, discorso IH. p. 50 (Ve- 
nezia 1506). 



ìkl PARTE SETTIMA 

confasione e la negligenza nelle pubbliche faccende; 
per cui non senza stupore avresti mirato^congiungersi 
la prodigalità all'avarizia, la dilapidazione nelle cose 
superflue alla miseria nelle più essenziali. Già nar* 
rammo, come l'estrema inopia aveva conciliato il 
nome di bisogni alle reclute, che uscivano da quel 
regno. Le terre d'Italia fornivano loro tomba o ricco 
stato. 

Non di rado il disordine dell'amministrazione, e le 
strettezze delle finanze resero la quantità dei soldati 
piuttosto d'imbroglio e d'inganno che di vantaggio a 
Carlo Y (4). Differivansi infatti sovente perfino sei o 
sette mesi le paghe agli stipendiati: le rimesse, arri- 
vate tardi, sofferivano ancora altri aggraviì: s'aggiun- 
gevano (dice un autore contemporaneo) <( le strane 
(( condizioni e i lunghissimi termini de'mercatanti, i 
(( quali ora comprendeano ne'loro partiti somme nota- 
(( bili di crediti vecchi, non tanto loro quanto d'amici, 
(( e talora comprati: ora di pagar ricusavano, se prima 
« non avevano dai loro corrispondenti avviso che in 
« Napoli, e in Spagna fossero stati accettati i cambìi 
(( agli assegni dati; il che o per la lunghezza del cam- 
(( mino, o per la necessità di quegli Stati, o per la colpa 
<c dei ministri a' quali ciò apparteneva, si tardava sem- 
« pre molto tempo a sapere. Laonde, sopravvenendo i 
(( bisogni, per forza si aveano a fare dì quei partiti nuovi 

(1) «A. 1546. Pagava l'imperatore in questo suo ultimo 
tf esercito da intorno a 40 mila fanti, e non ne aveva 35 
<( mila. Pagfava più di 7 mila cavalli e non ne aveva 4 mila. 
« Aveva egli designala tre anni continui la vittovaglia, ed 
« aveva dietro alle spalle paese amico : pur nel cominciar la 
« guerra gli mancò. Mancorno ancor nel principio i gua- 
« statori ». Relaz. venete , p. 339 (serie I. voi. I). 



CAPITOtO SECONDO. 143 

«altri partttì: e dei partiti nuovi, nuovi interessi na- 
te scovano, intanto che le somme, quantunque grandi, 
a che gli venivano rimesse, piccole divenivano e di 
« poco frutto, e (quel che peggio era) non si aveano 
(( mai a tempo, né per altro che per pagare debiti 
« fatti, rappezzare. Oltre a questo, se dar si voleva 
(cai soldati alcun soccorso o trattenimento di denari 
(1 per tenerli contenti infino a tanto che pagar si pe- 
ci tessero, o non voleano accettarlo, e pigliavano occa- 
(( sione di ammutinarsi, o se pur l'accettavano, dice- 
(c vano non esser tenuti di servire, né servivano (1) ». 
Non è a dire se i soldati, pensassero a rifarsi con 
usura sopra i sudditi di codesti ritardi. Già i paesi, 
sia nemici, sia amici, erano per cosi dire concessi loro 
in preda. Per conseguenza si figuri il lettore, quale 
ne dovesse essere la desolazione, allorché una sola 
provincia era costretta a sostentare tutto un esercito. 
Sepperlo i Milanesi nel 1528, quanto niun altri po- 
teva vendere pane in città, che il governatore spa- 
gnuolo, e il popolo o periva di fame per le vie piene 
di ortiche, o spatriava a stormi, abbandonando agli 
oppressori case e poderi (2). 

(1) Gosellini, f^ita.di D. Ferrante Gonzaga, p. 144. 

(2) Guicciard., Storie, XVIll. 325. 

« La povertà del re cattolico, primo di questo titolo, diede 
« io Italia principio ad un modo di alloggiamento calami- 
<c toso a' popoli, e che tanto è come dar in preda all'aya- 
H rizia ed alla libidine de' soldati uno o più popoli , secondo 
« le occasioni ...... Scipione da Castro, iHruz. a^ principi, 

p. 363 (Tesoro politico, t. II). 

« A. 1537. La maestà del re mi significa ch'io tenga la 
M mano che li soldati vivano honestamente : io non ho fatto 
« altro may, et reparato più che ho potuto et reparo in li 
« altri lochi : ma in Cherri e caso desperato, con tutto ch»M 



lh% PARTE SETTUIÀ 

Raffreni alquanto codesto bestiale spogliaqipnto dei 
sudditi D. Ferrante Gonzaga, governatore della Lom- 
bardia, instituendo le contribuzioni militari. A tale 
effetto il contadore dell'esercito compilava una lista 
di tutti i soldati spagnuoli e italiani; dei tedeschi Bon 
già, perchè questi non si accontentavano delle con- 
tribuzioni, ma volevano denaro contante* . GolFaiuto 
di siffatta lista il maestro di campo generale e il ge« 
nerale commissario ripartivano Talloggiamento delle 
soldatesche tra ì più benestanti della provincia, ob- 
bligandoli inoltre a provvederle di pane, di vino e di 
carne /secondo le tasse prestabilite, e pagar loro un 
soldo C9rrispoadente^i gradi ed al genere di^ milizia 
esercitata. Per esempio, la contribuzione mensuale 
di un cavalleggero in tempo di guerra computavasì 
di cinque scudi in denaro, e due in roba. Potevano i 
pòpoli scontare in denaro Tobbligò di somministrare 
i viveri ; e allora i soldati si provvedevano del biso- 
gnevole alla piazza (4). 

Ma questi erano rimedii, che non levavano il male. 
Dinanzi agli occhi delle soldatesche stava il mal es^n- 

« maestro di caDpo non attefoda ad altro; .... ». Lett. di Guido 
Rangoni (Moltni, Documenti di storia italiana , n^ 418). 

cf Mais^ sirCj à présent dictp cité se troui^e en grani dovdeur 
H soucis. Car encore.\ fue par hdict monseigneur de Humihres 

eie , néanimoifis4a m«dice des aulcuns soldats est si grande 

et l'amour qu'ils .portent a V. M, si petite, que estoni ledii mon- 
seigneur de Hwmhres 'dedans Thurin , par deux ou trois fois 
ils ont comaw^mse^tre lei vivres de la place à sacg et Mti me- 
nasse' de saquegier monseigneur de Bouiières et le reste de la 
ville. Et soubdain que leur payement fault, ils menasseni de mei- 
tre Thurin à sacq\ et baiteni les citóyens etc, ». — Lettre de 
la ville de Thurin etc. (Ibid.^ n» 430). 
. (1) Gostllitti, Fita di D. Ferrante Gonzaga, p. 380. 



pio dei saperiori: talora il bisognc^iSCiresI te spronava 
al malfare ; e dal malfare per bisogno iftl malfare per 
liso e par utìle è troppo agevole il passo: Quindi il 
rieevei^ le paghe da dtteeapitaninèlmède^mo tempo, 
il presentarsi' più di una volta alfat hmesk nell'occa- 
sione delie rassegne o dei pagamenti, lo sval^ìare i 
vivandieri,* ^oltraggiare gli sibilane , il vendere o im-^ 
pegnare le ami deseritte nei moU^ il" dipartir»' dalle 
insegne ad' oggetto di dej^redare,' e per ognimenmao 
vantaggio dì soldo passare da mia ad un'altra com- 
pagnia. Quindi il lare quadriglie ^ ossia riunioni vie- 
tate; levare tnmiUti è sedlribiii; pretendere "à forza 
l'onesto e il disonesto, e nei sdblti tfrascorriaienti da 
estrema inopia a estrema abbondanza diventare riot- 
tosi, inobbedienti, crudeli, prodigM nelle sostanze, 
maksuranti- dell^nore, dlssoldti in ogni ^liio. 

Eppure contro a codesti eec^eì sofitiunente i prin- 
cipi non potevano opporre sp non frode o violeiiza. 
Facevano i me» di M giorni : quando la soldkitesca 
avanzava troppe mesate, le ne ritenevano contro i 
patti due o tre col metterle a conto degli altoggia- 
mentf : se il soldato moriva o fuggiva>, non volevano 
compensare il capitano dei denari antìcipatigU (4). , 
Medicine peggiori del male, perchè ed insufficienti, - 

e ingiuste. 

•^ V. . 

Dai disordini accennati procedeva altresì la triste 
necessità di attribuire, se non in dritto^ almeno in 
fatto, pressoché un illimitato potere ai capi ; i quali 
ad arbitrio ne usavano ed abusavano, facendo incon- 

(1) Progetto della instituUoné tkUa miUtia piemontese (ms. 
nella bìbliot. salasnmia). 

yoL ir. 10 



IM rJkKTB SETHUk 

taneata, seaaa forma legale, ooilare, ii|ipie<!!ace o sare^ 
chettare, e mo^oare nmì ed orecchi. ^Deve il capitano 
« (ammoniva il bcdogneae Mora), quando le sue lan- 
(( eie apexaate Irevino le guardie addorineBlaie, or*- 
« dinar loro d'anunaizaiie, dirapandole da quel hiogo; 
(( cbe ae il luogo... non fo^se di grave perieolo, ìmk 
a aterà •avaligiarle e a siion di tatpburo bandirte dal 
« campo. Se in guardia us soUaio injpiirierà Taltro 
a ooA Tarme^ non ci essendo il :$etrgmte ad amma»' 
(( (farlo ^ si conaegaerà .... e oon Vommazzanào il 
« caporale o qual altro oCfieiale^ che ivi ji troverà 
(c preaente, dev'eaaere nlewilo in guardia, e aulùlo 
(c mandai per Taguzatao o altro ofiSeWe, e ooasegnai»- 
« doglielo f%re ^he gli. siano diite <r« struppote di fme 
a e con isvaligiario vituperosamente cassarlo (4) ». 

Vero ò bensì, che delle gravi mancante dei soldaytì 
doveva in regola gìndicareil maestro di campo ge- 
nerale assistito dai suoi auditori pratìdii di le^. 
Eseita la sentenza, raguzmnoe VwcaldQ ossia prevosto 
insieme con aleniM aiutanti vestiti ad wm divisa ave- 
vano rincarico di eseguirla (2). Però nel fatto il caso 
o l'arbitrio aocoadava le cose. GooMinemenle il ca- 
pitano sentenuava sena'altro appello della sua gente: 
ma quand'anche il delitto fosse stato riferito al mae- 
stro di campo o all'auditore, ognuno lo decideva som- 
mariamente, tolto al reo di fare le sue ragioni, pre- 
santee^testimoi^^ifqNMmreil fatto, fi codesto urbitrio 
talora per cokho dì disordine era, non che tollerato 
net fatuo, approvato coone diritto (o). 

(1) Mora, // soUQUo, )\h. n. e. 9. p. Sf: 

<S) Fttmtti eit. Ragtoaàni. Vili. 

(3) Ecco alconi articoli degli ordmt «iabiKii nel 1665 dai 



CAPITOLO SEGOHDO. 147 

Mancai^ poi la proporzione fra le colpe e i castighi ; 
e molti di questi erano infonanti, e alti a peggiorare il 
soldato, e perfin di soldato renderlo assassino. Infatti 
la morte, la corda, i ferri, il c^nroere, le sacchettate 
spesso mortali, le bastonale a libilo, purché nel ba- 
stone si trovasse qualche pezsetto di ferro che il fa- 
cesse ooBsiderare come arma , «rane pene, per cosi 
dire, indiierentemente adoperate. « Talvolta a vede 
« (aAérmava imo scrittore mutare) un capitano en- 
(t trare in una schiera , ed amtnaxstare quattro o sei 
« in un momento, finte imufcenH: e questo è male... 
a Che se hexk si vedessero due o tre soldati centra il 
<c bando levarsi fuor della schiera per suo servizio e 
(( in termine e Ick^o non pericoloso, non si dee cosi 
a tosto correre a fixrgU attaccare agii arbori... ovvero 
(( per ogni lamentazione che si faccia di cose leggieri 
a contro otto o dieci soldati, far buttar la sorte, chi 
adi loro debba ess^e impiccato. Basierà far loro 
a dare delle baetonate^ della corda in pvMlicOt tagliar 
« le orecchie e wmli (i) ». 

marchese Villa per le genti da terra della vepabblica yeneta: 

«3** 11 soldato, ebe nella marcia abbandonerà l'insegna 
(t ecc sarà punito ad arbitrio. 

«4<^ Il soldato che mancherà alla fazione dovuta ecc 

« sarà condannato alia galera ad arbitrio. 

« 8'* Il soldato elle perderà il rispetto eec sarà de* 

« gradato, privato delle armi e condannato in galera, e ag- 
(c giungendo alle parole qualche colpo, .sarà fatto morire ad 
« arbitrio. 

« 19 ' Il soldato che metterà fa spada alla mano in piaiza 
« d'arme ecc. . '. . . sarà condannato in galera ad arbitrio >#. 
V. Hostagno, Viaggi del marchese Villa in Levante^ p. 70 
(Torino 1668). 

(1) Rocca, Discorsi di guerra, lib. II e. 6. p. 90. vers. (Ve- 
nezia 158i). 



148 riATE SETTIMA 

«Non faccia (esclamava un altro capitano), non 
« faccia il sergente maggiore come alcuni indiscreti , 
« che mettendosi quel bastone alla mano, senza in- 
((tender per loro stessi quel che vogliono,.... si cac- 
ce ciano nella buglia de' soldati , battendo ora questi 
(c ora quegli.... Né deve un discreto sergente mag- 
« giore, particolarmente nel formare squadrone, bat- 
(ctere tanto i soldati, poiché in simili occasioni non 
(c peccano per volontà, ma per ignoranza: quantun- 
(( que niun soldato si deggia anco tenere offeso per 
(( essere battuto con quel bastone , poiché quello è 
(( nelle mani del sergente maggiore, com'è la ginetta 
((in mano del capitano, o l'alabarda in mano del 
(( sergente, avendone egli necessità per rappresentare 
((il suo ufficio... (i) )). 

Altri avrebbe per lo contrario voluto, che fosse 
bensì data al capitano la facoltà di svaligiare e licen- 
ziare i proprii soldati, ma che quella di batterli e dì 
ucciderli fosse riserbata al maestro di campo. Altri 
proponeva, che rispetto ai soldati rissosi si imitasse 
l'esempio di Giovanni de'Medici, che li circondava di 
picche, e li costringeva ad azzuffarsi nudi in camicia 
fino all'ultimo sangue (2). Tanta padronanza avevano 
tuttavia i capi sopra le loro soldatesche ! 

Naturalmente codesti ordini penali smorzavano 
nell'animo del soldato qualsiasi nobile incitamento : 
quindi niun'altra cosa lo commoveva che l'utile o il 
piacere presente. Sotto il governo spagnuolo , che 
oppresse T Italia per tutto il secolo xvi , e vi lasciò 

(1) Brancaccio, / carichi milit,^ e. VI. p. 92. 
(9) Ferretti, DeW osservanza milit., p. 38. 



CAPITOLO SECONDO. 149 

nel linguaggio impressa la saa influenza militare (1), 
ì gradi superiori a quello di sergente erano per so* 
lito riserbati allo straniero: sicché il soldato grega- 
rio, quando per la età, per le ferite e pegli stravizzi 
$i trovasse inabile a guerreggiare, non vedeva' altro 
dinanzi a sé, che miseria ed avvilimento. Egli adun- 
que, finché si sentiva in forze, aflfrettavasi a vendere 
il sangue suo al migliore offerente , e inebbriavasi 
del piacere presente quasi per ascondersi la miseria 
futura, e c<u*reva volonterosamente a battaglia, per- 
ché dietro dì quella sapeva essere la preda, in oro, 
in lascivie, in insolenze da vincitore. 

Ciò poi diveniva in certa guisa scusabile, atteso- 
ché gli alloggiamenti, le paghe, i viveri, insomma 
tutte quelle cose più essenziali che ora con tanta cura 
il governo provvede agli eserciti , allora, pei motivi 
accennati , delle tre volte le due venivano meno : 
ondeché le scorrerie, o Yandare a pecorea (come al- 
lora si diceva) dovevano somministrare il resto. Pi- 
gliavasi in tal congiuntura il bisogno, e più che il 
bisqgno : rapivasi per avarizia, per divertimento, per 
bizzarria; talora fra i rapitori nascevano gare, e dalle 
parole si passava alle ferite, quindi ai supplizi!: ta- 
lora anche i villani vendicavano nel sangue dei ra- 
pitori la roba e l'onore perduto. 

Il primo che in tal foccenda introducesse un poco 
di ordine, fu Alessandro Farnese, quale, mentre 
comandava le armi spagnuole nelle guerre di Fian- 
dra , stabili , che a ciascun soldato si desse ogni di 

(1) Come quadrigliero, quadriglia, arcaldo, agozzino, giunta, 
tonello, Terdoco, contadore, yeidore, teno, e tante altre, di 
cui riboccano i libri militari de' tempi. 



180 PàRTE SETTIMA 

un pane di muniziona al preEf» di mezz# scudo al 
mese , ed al preizo dì dodici scudi gli si somBiioi- 
strasse pure ogni anno una vestitura compiuta. 
Quanto al mangiare ed al dormire , permise ai sol- 
dati di unirsi per far camerata, ma non più di cinque 
in^me (1). 

Certe norme eransi pur anco introdotte nella di<- 
stribuzione del bottino. La preda, se era fatta da un 
solo, apparteneva tutta al predatore; se era Catta da 
molti, dividevasi tra essi, computandosi però il capi- 
tano per dieci uomini, l'alfiere per cinque, il sergente 
per tre, il caposquadra per due. Ma in prima se ne 
^ levava una parte tale che bastasse a riscattare i pri- 
gioni, curare i feriti, e compensare i danni dei ca- 
valli perduti o deteriorati nella fazione. In certi 
eserdti si costumava di mandare a bottinare a volta 
a volta ora questa ora quella compagnia, a patto che 
ciascuna ritenesse il proprio guadagno. Altrove so- 
levasi distribuire una porzione del bottino anche a 
coloro, i quali erano rimasti negli alloggikmenti. Do- 
vunque ne erano esclusi quelli» che nd combattimento 
si fossero mostrati vili e dappoco. Che se qualcuno 
nella divisione del bottino commetteva frode contro 
i compagni, non solo veniva privato della sua parte, 
ma condannato in una multa eguale al valore di essia. 

Nei fatti d'arme i cavalli avevano diritto a doppia 
porzione di bottino: nelle espugnazioni delle terre 
la parte loro era eguale a quella dei fonti. Le cose 
sacre non cadevano nella ragione del bottino: le 
navi, le insegne, le munizioni e le artiglierie acqui- 
ci) Ginazai, La vera miliU diseipL, |ib, h p. 91. 108; 
lib. UI. p. 15. 



GAHTOfJD SKCOKDO. IM 

«iftte ìm guerra appaytaiievftno al principe ; cosi pure 
la penotta dei generale neauco, ma 4 soléall avevano 
diritto ad una naaoìa ék IS nula dsoati. Le eaaqiane 
e le artigierie soavaksafte di una città presa d'assalto 
(ma «ola in Italia» e reno il 1600) spettavano al ge- 
nerale dell'artig^erìa; le artiglierie imboccate spet- 
tavano ai bombardieri. Ricuperandosi sopra il ne- 
dùco akmna cesa, ritenevala il rienperatore, non il 
ptimo padroiie. L'autore e conduttore di una ^cor^- 
rena aveva diritto a'due parti del bottino oltre quelle 
ehe gli competevano secondo il suo grado (4). 

VI. 

A trascinare la preda e le bagaglio ìmpiegavasi 
una immensa turba di carri e di carrette, che mar- 
ciavano alla coda deiresercito. Oltre a eìò^ siccome 
ognuno doveva pensare a mantenersi e vestirsi, cosi 
dopo il vero esercito ne veniva quasi un altro di ar* 
maiuoli, calzettai , sellai, calzolai, mercanti, speziali, 
barbieri, tavernai, fornai, vivandieri, {errai» fole- 
gnami e rivenditori, quale per sopperire alle necessità 
delle soldatesche, quale per comprarne e permutarne 
i guadagni, quale per solleticarne i diletti e le vanità. 
Molti soldati conducevano seco la loro donna , col 
paggio, colla cameriera, col mondo muliebre: ognuno 
poneva il suo sforzo a far bella attillatura, e siccome 
a quel modo era certo di trovare^ più pronti stipen- 
dii , cosi lo faceva e per naturale leggerezza e per 
interesse: del resto i popoU pagavano tutte le spese. 
«Vidi io (affermava un veediìo guerriero) buon nu- 

(1) Alimari, Jttruz. miUt., p. 957 (Norimberga 1693).— 
CÌDUz» cit, lib. II. p. 330. 



K mera di SpcignaoH e mnbn corrotti Halì«u con 
tt eappe 41 vettiito fcxfertle di dMiaseo , e di raso ia 
« |;enerale<per ia»iio a'sdJatazzi di pteca^ecca (4), e 
K |NPiyati aTOhibiigieri eoa eappe '9imeo» lodavate di 
<( orviesiBo, eoo catene al eolio, j»a&teli alte barrette, 
<( spade indorate, eoUetto, gìnppone e calze di valuto 
a o di raso iniÌNtttofiKitìi ricamati e fregiati d'oro, eoB 
a altri pomposi «doraanienti (3)». Insomma si <^- 
colafa a tremila il numera dei carri opportoni a un 
esercita di Sl^ alila persoae (3). £ fadle ai^ìre il 
grave. impacco , che ne dovevana sentire ^Hon meno 
le operazioni militari che la interna disdplina. Ora 
si consideri, che codesti inconvenienti si raddoppia- 
vano per ciò, che essendo solitamente gli eserciti 
composti di varie nazioni , per non pregiudicare ai- 
Timore di veruna, invertivasi tutti i di Tordine della 
marcia, sicché all'avanguardia camminassero le genti 
ora di questa ora di quella nazione (k), # 

Pari alla vanità e allo scialacquo delle soldatesche 
erano le loro pretensioni. Per la presa di ogni bi- 
cocca, per ogni fortunato scontro, richiedevano pa- 
ghe doppie, sacco, caposol(K: aUrfmenti scoppiavano 

(1) Era COSI chiamato il soldato armato della sola picca, 
senza nissan'altra arma diPensÌTa od offensiva. ^ 

(9) A. Cicuta, Delia militare tUscipUm^ 199 (È lo stesso 
libro che quello delPAdriano oit. ). 

(3) K Certo sogliono essere in un esercito di 24 mila sol- 
fe dati, fra quelli delPàrtiglieria, de'viveri, de' particolari e 
(( de' vivandieri, per lo manco tremila carri, e sendo og^ 
a carro con tve o quattro cavalli^ occupa almeno sedici passi ; 
tt talcbè posti tutti io ilia un presso l'aitro vengono iid oc* 
« cupare quarantottomila passi, che sono ventiquattro miglia 
« d' Italia » Brancaccio oit. , e. Vili. p. 134. 

(4) Brancaccio, / carichi milìU, YIII. 13€» . 



cinvoiXi SBOOWDO. 485 

in mioàcoie, ritmimi e tumulti. Nell« guerre di Fian- 
dra ancor più die in quelle d'Italia é dellar Francia , 
codfhtti abusi erano, quanto frequenti, ròyjnosi : 
deaignavasi un'imprega, tendevasi uno «traftagemma, 
e già ogni cosa prelndeva ad un buon esito; quando 
ecco la tal compagnia, il tal regpinento sollevarasia 
domandare le paghe ovvero i, compenai ddla guerra, 
e in poche ore il vedevi rubellarài^ ed.o passare al 
nmBìco, o depredare le campagne. Frattanto Tocca- 
sloM fuggiva per sempre. Quindi I jlduUati erano 
sempre inferiori agli apparecchi, Futile allo spendio, 
e le imprese parevano piuttosto rette dal caso che da 
altfo. 

Che se per esempio un Emanuele Filiberto di Sa- 
v<»a, principe e^^uerrìero, poteva tenere le proprie 
«quadre docili e regolate , non ugualmente il poteva 
un Filfppo n re dì Spagna, ignaro della milizia, e si- 
gnore di tanto paese, che nel medmmo istante aveva 
guerra in America, in Europa, alle falde delle Alpi e 
de^ Pirenei. Disastrose ossido le strade, mal sicura 
Parte del navigare, mal congegnata la macchina della 
pubblica amministrasione , a gran pena giungevano 
alle provìnde gli ordini e i soccorsi. Perlocchè era 
«lestieri di concedere un dispotico potere alle auto- 
rità-locali, né quasi mai Fesecuzìone di un divisa- 
mente poteva essere accompagnata da quella concor- 
danza in tutte le sue parti, che ne accerta la riusdta. 

La prima e la più terribile conseguenza di questi 
difetti neir amministrazione militare erano gli am- 
mutinamenti, per evitare ì quali sovente i ministri 
spagmoli erano come costretti a continuare la guerra 
per quanto ingiusta o disastrosa. Non i comandi di 



€«rì« Y, iMm le esc^rtàziaùdel contestabile éi Bmtìione 
gaserò nel 15S7 gli imperiali a saeeheggiar Rona, 
ina A la dura aeeessila di manlenerli. Spogliata la 
Lombardia» £onsuntaMilano, gliSfagnueUe Tedesclù 
chiedevano mmaeciando i soldi serviti: Roma,!» ditta 
riechÌ86ÌBia di tutta Italia, nemica a Cesare, odiosa 
alle schiere Intùrane, s'afiaeciò allo sguardo come im 
premio e un diversivo opportuno: M Borbene in tale 
impresa nen fu tanto il guidatore 4|ttanto il guidato. 

In simile guisa due nula cinquecento Sps^gnofi^, 
trovandosi creditori di molte paghe, lontani dalla 
patria e senza meszi di ritornarvi, rinnovarono nel 
1544 gli esempi delle prime compagnie di ventura. 
Seacdati e svaligiati i proprii capi , si avviarono de- 
predando verso il Ferrarese. Essendo respinti dalle 
fosse del papa e della Lombardia , rovesciaroasi in 
Lunigìana, e, finché il paese lo comportò, vi si sol^ 
fermarono. L'inopia li cacciè sul Lueebese, la rapina 
li crebbe di seguaci; dimodoché i ministri cesafei, 
disperando di domarli per foraa, fecero mostra- di 
essere con loro di accordo, e di mandarli sopra il 
territorio di Siena per castigo di quei citta<^ (i). 

Nelle guerre di Fiandra la frequenza di questi am- 
mutinamenti procacciò loro una eerta qual forma. 
Già la tardanza delle paghe ne era la più comune ca- 
gione. Levata allora l'obbedienza ai ^pi, il comando 
passava in tutta la moltitudine sollevata, che per fug- 
gire altro titole più reo cfaiamavasi di^li alierati 
o dei maloontewH. La prima cosa, ehe facevano, 
era quella di sorprendere qualche buona terra e 
fòrt^carvisi, per mettere di colà a contribuaione e 

(1) Adriaoi , Storie, libu V. p. 359. 



CAPITOLO SECOIIIK). I SS 

a preda iì paese attorno. €i& ooDMguilo , si attem- 
bravano, e a viva voce eleggevano un camerata per 
éapo dello squadrone della cavalleria, e un altro per 
capo di quello dei fanti, il prine col grado digover» 
natore , l'altro di sergente maggiore* in egual ma- 
niera noimnavanri i minori uffimali. Bla la più delicata 
elezione era quella dellVIeUo^e de'suoi consiglieri. 
Ufficio dell'eletto era di proporre aHa tvriM i nuovi 
partiti, ch'egli prima librava nel suo consiglio. Abi- 
tava nella piazza maggiore, e dalla finestra faceva le 
proposte allo squadrone riunito; il quale colle grida 
assentiva, col fremito e talora con grandini di ma- 
schettate contraddiceva. 

Il terrore poi circondava di sospetto ognuno , e 
spedalmente i capi. L'eletto non poteva rimanere 
solo mai, né ricevere lettere né inviarne senza par<^ 
teciparle allo squadrone, né altrimenti aveva libere 
mano e voce. Pei soldati comuni erano proibiti se- 
Yeramenie i giuochi, i ftirti, le bestemmie, l'ubbria* 
diezza, le bagascie, gli alterchi, i delriti: era pur 
anche loro vietato qualsiasi personale corrispon- 
denza; e ad ogni sospetto stava preparata un'accusa , 
ad ogni accusa una condanna, che lo squadrone colle 
proprie mani e sul fatto eseguiva. Cosi ad un re- 
golare comando era succeduto un tirannico impero, 
alia obbedienza la servitù: tanto negli ammutinati 
prevaleva il timore della propria disunione e della 
vendetta del principe ; e tanto meno pesa il servire 
a se stesso, che ad altri! 

Me ordinariamente vi era modo di impedire, o di 
svellere direttamente il male. Talora ì capitani im- 
periali marciavano contro agli ammutinati eon gente 



41S6 PA&tV 6BTTIMÌL 



di diversa nagione: ma <piasi sonpre avviva come 
aUe pere; il guasto affettava il Imiouo. Si appiglia- 
vano allora al partito di ammansarli coir oro ; ed 
impegnando, spoglismdo, vendendo, si affrettavano a 
radunarlo* Ma non di rado neppur codesto rimedio 
giungeva in tmnpo ; poiché gli ammutinati, indotti o 
dal timore o dall'avarizia, si »ano ^à recati a ser- 
vire il nemico, e avevano compito il delitto (4)^ 

VII. 

In conclusione, i punti di maggiore somiglianza fira 
le soldatesche dei secoli xvi e xvu, e le compagnie 
venturiere dei due secoli anteriori erano i s^uenti. 
Prima dì tutto lo scopo delle une e delle altre era l'utile 
ed il piacere privato, non l'onore, non un sentimento 
politico, superiore all'individuo; poca disciplina e poca 
costanza, molti vizii, ninna certezza di sussistenza 
per l'età avanzata, autorità stragrande nei capi, pes- 
simi ordini di amministrazione, il soldato cost):etto 
a vestirsi e nudrùrsi del proprio, pagato direttamente 
dal capitano , e da lui a piacere assoldato, congedato 
e punito. Infine sia nell'una sia nell' altra milizia i 
capi erano come padroni della soldatesca, sceglievano 
gli officiali, inalberavano propria insegna (3): il.ser- 

(1) Campana, Imprese di Alessandro Farnese y lib. I. p. 90 
(Cremona 1595). — Bentiyoglio, Guern di Fiandra, parte li 
lib. Vili. 

(3) Ancora Terso il 1700 il colonnello nominava, o al- 
meno proponeva, il luogotenente colonnello del suo reggi- 
mento : perlocchè questi uffici mettevansi come all'incanto. 
Nel 1693 il conle Marsìgli scriveya a un amico di avere 
rifiutalo due mancie, una di 600 fiorini, l'altra di 400, sta- 
tegli offerte per la nomina dersao luogotenente eobnnello 



CAmt».0 SECCMIDO. 1S7 

vire wa Ti^Mitario, piattosto mmf&&fej^ offido; la 
scala dei gradi poi ineerta e arbitraria^ oiochè da soU 
dato a maestro di.campo fosse talora na sol passo. 
Andrea Gantelmo militò come sempKoe venteriero 
nella Yakellina e in Germania, passò di colpo in 
Boemia capitano di due insegne dì ca^wH^ia , tornò, 
ventnriere nella guerra di Casale, cpiindi sali a mae- 
stro di campo di un terzo napoletano, poi generale, 
d'artìglkria, ed alla fine ma^rtro di campo generale 
e governatore in. Catalogna (d). Cosi Anibrogio Spi- 
noia. dalle cure domestiche passava al comando di 
novo mila soldati. Il marchese Villa di sette anni 
era capitano di cavalU, di venticinque ^lonnello, di 
trentaquattro maestro di campo generale del duca di 
Savoia (2). 

Le differenze tra le compagnie' di ventura e' le 
soldatesche del xvi e del xvii sec. erano le seguenti. 
Le compagnie di ventura stipendiavansi a grosse 
miase ineguali ed eterogenee, ciascuna delle quali 
diveniva una parte vistosissima dell'esercito, die per- 
ciò non aveva unità fissa di forza: il principe non 
trattava se non se col condottiero , nò riconosceva 
nella compagnia altra autorità dopo lui: quindi il 
condottiero era solo garante di tutte le sue genti, ed 
a suo piacere le raccoglieva, le armava e le eserd- 
tata in pace ed in guerra. 

Al contrario presso le soldatesche dd iSOO e éA 

e del suo sergente maggiore. Fantuzzi, rUa del Morsigli, 
p. 139. 

(1) Lionardo da Capita, f^ila del Conte&Tto (Napoli 1693). 

(3) Gualdo, f^ile di personaggi militari (Vienna 1674). •*-> 
Kostagno, yiaggi del M. Villa. - 



188 Mim SETTIMA 



IMO le eoiiipigiiietMnopiecdli8siBie,pros8iiiia«ieBte 
uguali di numero e di forma, ecoetiUuYaBo reahn^ite 
Vwaitk di forza d^l' esercito. Il eapilaiio riceveva 
bensì la sua patente dal e^nnelio, ma essa era spe- 
dita in nome del prìncipe; e non il solo ooloiuiéllo, 
ma ognuno dei capitani ri^pwdévardetlesokiateedie. 
Le mosse poi di tutte le parti dell' esercito orano 
coordinate; poiché un maestro <tt campo,, oppure un 
sergente generale, immediatamenle nominato dal 
prìncipe, riuniva in sé tutti i comandi. Inoltre la in- 
stitueione d^li auditori, sebbene impo^ètta sìa nella 
idea sia nel fatto , restringeva molto Tantorità coer- 
c^ìva dei capì. SI aggiunga, cbe nel xvi secolo pic- 
cola era r importanza di un capitano, epperdò pio 
docile la volontà di lui e delle sue genti. 

Per lo contrario al potere giudiziale dei condottieri 
di ventura sovente, tranne i casi ca|[Htali , nessun li- 
mite era prefisso, né in fatto né in iscritto (1). Oltre 
a ciò, stante la propria potenza, » mostravano eglino 
molto i»ù indocili, insolenti ed infedeli; perchè o col 
lasciarsi vincere, o col ricusare di combatterà pote- 
vano a piacimento trasferire i Vantaggi della guerra 
da questa a quella bandiera. Infine i condottieri dì 
ventura erano a cavallo, i capitani del xvi secolo 
erano a piedi: quelli concludevano coi prìncipi i patti 
del loro servigio, come da pari a pari; questi li ri- 
cevevano: qualche eolpo d'artiglierìa a scaglia sarebbe 
bastato nel d600 a distruggere qualsiasi compagnia ; 



*A 



(1) «DichiaraDdo ancora, cbe il detto signor Malatesta 
« possa eleggere et eapsare et pginire H capitani delli so- 
« pradetti fiinti , quando accadesse, et li fanti ...... Ver- 

miglìoli, f^ita di MafaUsta /r, docum. XII. 



CAFiVOtO SECONDO . IKS' 

qtttltà di ftmeeseo Sfom* resistè moMk anni , per 
oosi^Bre^ aUe forze di tut(a ritalln , e lo «Ieri al 
trono d^a Lombardia. 

mmtk iKMBO di gnerra ravvidi^ tanto una Builina 
alKaimi quanto quel Wallenstein, <to nel IdStf pro~ 
poso all'imperaloro di Germania di arruolare un esor^ 
cito contro i Protestanti. Avutane licenza, riunì 50 
mila uomini, e scacciò dall'Ungheria il Mansfeld, ca- 
pitano anche esso famosissimo di venturieri. Quindi 
si avviò verso il^Weser e il Baltico, rifacendo per 
via r esercito insino a centomila uomini , enorme 
massa, che nulla costava all'impero , e di per sé jsi 
alimentava con infinito strazio dei popoli. Cosi la 
guerra, che rovina gli eserciti, augumentava il suo-: 
né i più vili soltanto vi concorrevano; anzi la licenza, 
le ricompense , la fama di tanto duce attraevano a 
servirlo giovani della prima nobiltà. Le contribuzioni 
da lui levate in sette anni sopra la Germania setten- 
trionale arrivarono a sessanta milioni di talleri; e a. i63u 
vidersi cadaveri di persone morte di fame, colle boc- 
che piene di erbe crude , e i vivi cercare il pasto 
nei cimiteri, e le madri nutrirsi della propria prole. 
La pubblica voce accusava il Wallenstein dì tante 
miserie: onde Timperatore lo depose. Il condottiero 
si ritirò alle sue terre, trascinandosi dietro cento car- 
rozze, quale a sei, quale a quattro cavalli: ma Teser- 
cito, tostochè restò privo della sua presenza, si ridusse 
dalle cento alle quaranta migliaia di soldati. 

L'anno dopo, trattandosi di salvare la Germania 
dagli Svedesi, l'imperatore mandò a chiamare il Wal- 
lenstein ai patti che egli pretese: e in capo a pochi 
mesi ebbe questi radunato un nuovo esercito , e ri- 



coperato la fio^nia, e preso lipaia, e oecsiso il radi 
Svezia GustaYo Adolfo nei campi di Lateen. Ma la 
buona fortuna, empìandolo di brame smisurate , lo 
condusse a rovina. Indi a tr« anni era messo ai bando 
dell'impero, e seaiza esereito, sen«a amici, gìiuigeva 
alla città di Egra in lettiga in mezio a traditori, che 
freddamente ne vendettero la vita. 




CAPITOLO TERZO 

Altre Testli^a laseiate %iella milizia 
dalle compairiile di Tentara 

I. 11 briganUggio fornisce alimento alle soldatesche del 
XVI e del XVU secolo, come lo forniva alle com- 
pagnie di yentura. Potenza e vicende dei banditi 
nello Stato della Chiesa, nell'Alta Italia e nel regno 
di Napoli. 
II. Gli Svizzeri , i Tedeschi e i Corsi a stipendio straniero. 
Ordini loro, e patti coi principi d'Europa. 

III. 1 bombardieri e gli artiglieri a servizio straniero. Or- 

dinamenti Joro in Italia e fuori. 

IV. Ingegneri italiani a servizio straniero. Francesco dì 

Giorgio disegna i bastioni. Sue vicende. Altre inven- 
zioni degli ingegneri italiani. Vicende di Muzio Oddi 
e di Francesco Paeiatto. 
V. Facilità, colla quale i capitani di guerra passano ad 
esercitare l'arte dell'ingegnere, e viceversa. Operosità 
, degli ingegneri italiani, massime nelle Fiandre. Loro 
scritti. 

VI. Capitani di navi italiani a servizio straniero. Loro patti 
di condotta. Prime vicende di Andrea Doria. 

VII. Altre minori vestigia. Provvigioni ai principotti ed ai 
capitani italiani. / venturieri. I tegtudati» Conside- 
razioni. 



f^ol. IF. 1 1 



CAPITOLO TERZO 

Altre Testli^a lasciate nella mtlizta 
dalle eomimfi^iile di Tentara* 

I. 

Un altro punto di somiglianza, oltre i sovraccen- 
nati, ebbero le compagnie di ventura e le soldatesche 
del xvi e del xvii secolo » e fu il nutrimento che e 
quelle e queste talora somministrarono al brigantag- 
gio , talora ricevettero da esso. Infatti , quand'erano 
cessate le ostilità e disciolti gli eserciti » a qual altro 
mestiere poteva appigliarsi il soldato, cui i principi 
non sapevano né spegnere , né alimentare ? Anzi in 
ciò la bisogna era più grava nel 1500 che due secoli 
avanti: posciachè non eranvi più allora parecchie 
compagnie di ventura pronte a ricettare chiunque si 
presentasse loro. E restaci tuttavia in mente la scena 
di quell'antico soldato , che snl cammino di Pegna- 
fior chiedeva Telemosuia col moschetto sulla forcella, 
cosi vivamente immaginato e descritto dairingegnoso 
Lesage (1). 

Naturalmente, quando la confusione delle cose 
pubbliche lo permetteva , sorgeva fra quei disperati 
un capo di forza, di riputazione, talora altresì di 
nascita straordinaria, che li raccoglieva, li ordinava, 
ed infine li inanimiva tanto da tentare segnalate im- 
prese , com» la depredazione di una provincia o la 
sorpresa di qualche terra murata. 

Cosi le terre della Chiesa , già state il nido dei 

(1) HUi. de GU BUUj lib. I. e. 3. 



4 64 PARTE SETTIMA 

condottieri di venera, videro formarsi a loro spa* 
vento e danno squadre terribilissime di masnadieri , 
comandate quale da un Alfonso Piccolomini, duca di 
Montemarciano, (iuale.da un Roberto Malatesta, quale 
da altri d'illustre nome, che « non potendo più ono- 
« ratamente esercitarsi nelle armi o pericolosamente 
« nelle' fazioni di partigiani, avevano conservata la 
(( ferocia dei cattivi guerrieri e dismessa la generosità 
« dei buoni » (4). 

Il Piccolomini che avea da sfogare antichi odii con- 
tro alcune nobili casate , esordi collo insignorirsi a 
viva for^a della terra di Montalboddo, e mandarvi a 
morte tutta la famiglia dei Gabusio. Essendo perciò 
incorso nella scomunicale nella confisca dei beni, 
risolse di vendicarsene sopra la intiera società. Formò 
un esercito di tutti i malandrini della Toscana, della 
• Romagna, della Marca e del Patrimonio di s. Pietro, 
e portò la desolazione nelle provincie della Chiesa. La 
sua audacia era montata a tal segno, che visitava i paesi 
da sovrano, ed, essendo ammalato, si faceva portare 
in lettiga dinanzi alle sue schtere. Un esercito, con- 
dotto dal cardinale Sforza,' represse l'ardire del Pic- 
colomini, e lo costrinse a ricoverarsi in Toscana. Ma 
non tardava egli a ricomparire con maggior furore; 
polche gli prestavano mano i signorotti spogliati dal 
papa Gregorio xiii, e i potentati vicini per invidia e 
A. 1583 bassa politica. A dirla in breve, venne la cosa a tale, 
che il papa dovette concedere al- Kccolomini licenza 
di entrare in Roma, e di presentargli ateuni capitoli 
di accordo e di perdono. Al logore la lista- infinita 

(l) Botta, Storia d^ìfafia, in continuazione del Guicciard.^ 
lib. XIV. 



de'ooiui delitti, il vecchio pontefie^i*abbriiridi, e gettò 
via lo scritto; ma poi scorgendola città piena di ban« 
diti e la corte in perìeolo, cedette e sottoscrisse (4). 
Il Picookimini pasaò in Franta , vi prese servigio , 
e vi militò qualche anno oon bravura e fede. 

Al papa Gregorio xui auoeedette Sisto v; e quali a. 45<s5 
meEZi questi adoperasse per la dispersione di gente 
siffatta , a totto il mondo «é noto. Né veramente fu 
medicina priva di frutto. Ma sul finire del suo regno 
la buona eoncordia eo^t Slati vicini cessò , e tosto 
Sacripavle nella Maremua, il Piocolomini nella Ro- 
magna , e BattìsteUa nella Campania con grosso se- 
guito di gente riapparvero. Erano bene provveduti J^]^** 
di denaro , e soprattutto di dobbloni di Spagna , e 
avevano partigiani neMa fazione guelfa; sicché mar* 
ciavano nel mòdo deUe soldatesche d'ordinanza , a 
bandiere spiegate ed a suon di tamburo (2). Si eon-r * 
giunse al Piccolomini un Marco Scìarra carico delle 
spogtìe dell'Abruzzo, e Roma medesima ne tremò. 
Allora si mosse contro di essi il viceré di Napoli con 
quattroddla fonti; ma fu opera vana. Ebbero maggior 
fortuna Virginio Orsini e Camillo del Monte, i quali 
con seicento cavalli e 800 fanti assediarono lo Sciarra 
in non so quale terra. Accorse il Piccolomini per 
liberarlo, e vi si fece giornata ; per effetto deUa quale 
i malandrini si dispersero. Il Pieeolomìni ebbe mozzo 
il capo in Toscana; lo Sciarra dopo molte altre de- 
solazioni con SMO compagni prese soldo presso la à. (592 
repubblica di Veaeiia» combattè contro gli Uscocchi, 

(1) Ranke, HisL de la papauté^ t. II. p. 350. 
(8) Id., t. III. 267. 



466 PARTE SETTIMA 

e alflne per istanza del Pontefice in segreto modo 
venne tolto di mezzo (1). 

La cosa , alla quale qui vuoisi avvertire » è quel 
passaggio immediato dair assassinio alla milizia, e da 
questa a quello. Di tanta vergogna erano àncora brut* 
tate le divise militari! di tanto spazio era ancor lon- 
tano r ufficio di suddito e di cittadino da quello di 
uomo da guerra! Cosi nel 46^ non pochi Abruz- 
zesi fuorui^citi passavano in Dalmazia ai soldi di Ve* 
uezia e vi diventavano bravi 'soldati: cosi nel 4672 
Antonio Folco, detto il Turco, era con sessanta com- 
pagni adoperato dal Genovesi nella guerra col duca 
di Savoia (2). Più strepitose furono le vicende di 
Tolosano da S. Dalmazzo. 
Bandito, come omicida, dal Piemonte, riunì questi 
A. 1531 nelle montagne una feroce turba di predatori eoi 
nome di Guelfi^ assali il sito suo natale, e se ne rese 
padrone. Le armi dei prìncipi di Savoia li dispersero : 
molti scontarono sulle forche il fio loro; Tolosano 
fuggi oltremonte. Ma ai primi rumori della guerra 
ritornò in Piemonte col grado di colonnello fi^aeese, 
raccozzò la sua gente, ed avendola congiunta a quella 
comandata da un conte Bollori, prese Cervasca e Yi- 
gnolo , e distese le scorrerie fin sotto Busca e Costi- 
gliele , luoghi del marchese di Saluzzo. Ciò indusse 
il marchese, il quale sino allora per riguardo alla 
Francia li aveva rispettati, ad opporre forza a forza. 
Perciò avendo congiunto le sue milizie a quelle di 
Cuneo , espugnò le terre di Cervasca e di Garaglio 
ch'erano i loro ricetti, e li risospinse in Francia. 

(1) Muratori, A A. 

C2) Bolta cit, lib. XXXI e XXVIIL 



CAPITOLO TERZO. 167 

Colà una molto diversa fortuna li attendeva : poscia- 
ché a! Tolosano indi a due anni veniva reciso il capo 
ndla dttà di Lione; invece il Bolleri conseguiva grado 
e filma onorata nella milixia di quel re (i), « 

Ma niun paese era tanto molestato da siflatti eccessi 
quanto il regno di Napoli. Quivi la guerra, la peste, 
la fame, i tumulti, gli sbarchi degl'infeddi erano co- 
me l'atmosfera, dentro la quale i malandrini pullula- 
vano e imperversavano. Trascorrevano a rubare fino 
sotto Napoli, assedUavano le grosse terre, riscuotevano 
a forza i regii tributi. Insomma nel fore la stima dei 
terreni si teneva conto del pericolo, a cui più o meno 
erano esposti per rispetto dei masnadieri; da cui non 
di rado principi , cardinali e viceré erano costretti a 
riscattare le proprie persone, o comprare a gran 
prezzo un salvocondotto per recarsi da sito a sito. 
Davano mano ai banditi i corsari che infestavano le 
spiaggie marittime (3) ; davano loro fomento ed asilo 

(1) Alex. Saluces, Hùt. ndlitaire du Piimont^ 1. 1. p. 118. 

(9) « Sono oltre di ciò le campagne e le strade tntte piene 
« di faorasciti ; il che sebbene è un' infermità incurabile e 
tf natarale del regno, tuttavìa corre Toee che sieno di ba- 
tf rigelli di campagna e degli altri, che stanno a parte de! 
« latrocinii e delle prede: ed ha molto del Terìsimile; per- 
« che essendosene fatto l'anno passata molta strage, le strade 
« particolarmente di Puglia e Calabria sono tuttavia mal si- 
<c core, e ripiene di ladri e assassini. La qual cosa si potria 
« forse sopportare e sfuggire, andando le compagnie de'pas- 
<c seggieri grosse ed unite, se il TÌaggio di mare e per la 
(c spiaggia romana e per tutta la costa di Terra di Lavoro e 
« Calabria non fosse particolarmente infestato e interrolto 
CI da Corsari, i quali ultimamente diedero la caccia a due 
<c fuste a Pozzuolo, nelle quali ritornavano a Napoli D. Ma- 
€1 ria d'Avalos, e la moglie e figliuola di B. Carlo suo fra- 
a tello ». Retai, di Napoli del 1579 (Tesoro politico, t. I. 
p. 314). 



168 PARTE SETTIMA 

i baroni, che sovente se ae serviflino nelle private 
guerre, talora univano le proprie* forze alle lofo, ta- 
lora ne dividevano i guadagni* Del resto, siecoitte ie 
chiese e le case d^li ambasciatori e di altri patenti 
personaggi offrivano iuMMtnnità ai rei, cosi né anche 
le più grosse dttà erano esenti dal fonesto spettacolo 
delle squadre armate de'sicariì e ladroni. 

Contro codesti mali Fautoriità suprema non cono- 
sceva altro rimedio che il punire (1). Ma la piaga era 
troppo profonda, perchè i terribili edUti , le grosse 
taglie, le orrende pene intimate potessero sradicarla. 
Voleacì sapienza, ordine, forza e costanza; e vi era 
tutto il contrario. Perlocchè spegnevasi appena un 
capo, che ne spuntava un altro. Nel 1^9 un Mar- 
cone fuoruscito di Cosenza; col tìtolo di re delle Cch 
labrie , radunò un esercito di masnadieri , prese Co- 
trone, battè un corpo dì fant^&apagnoole, né prima 
fu respinto, che quando il viceré in persona gli marciò 
contro. Pure a salti, ora vinto, ora vincitore, tenne 
la campagna ; e cedeva ai corsari Barbareschi gli 
Spagnuoli da lui fatti prigionieri , per ingrossare le 
sue schiere cogli schiavi Italiani , che riceveva in 
cambio (2). Nel 1589, oltre il Marco Sciarra soprac- 
cennato, un Benedetto Mangone desolò molte Provin- 
cie : sotto il viceregno del eante di Peaaranda , 
Fabate Cesare, famoso bandito, ardi bloccare Napoli. 

Quindi il governo, non senza infinita sua vergogna 
e grave offesa della giustizia, era costretto a trattare 

(1) « Insomma il remo, la mannaia e le forche stettero 
« sempre pronte al caslig^o de' rei » esclama il Parrino, ad 
encomio di iiao de' viceré {Teatro de* viceré^ t. 11. 961). 

(2) Adriani, Storie, lib. XVII. 194 j VI. 414. 



.j 



con essi qoasi e»n eguali; e n&a soia rispettarli, ma 
serviisene per propria difesa &ei grari casi dello 
Stato (1)* Il vo^ poi, sempre amante del meravi- 
glioso e deirarfito, ritenera a memoria le gesta dì 
quei cap^Nuida , ed i poeti ciclici le mettevano in 
versi, e le cantavano pei trìvii, destando forse negli 
uditori desiderio di imilarle. Né a cosiffatti straordi- 
nani racconti, mancava talora evidenza ed energia; 
siccome ai capi di alcune di quelle bande armate non 
mancavano talora fini mollo più alti di quelli da mas- 

nadiere (2). 

IL 

Ora seguiteremo a notare le altre vestigia lasciate 
nella milizia dalle compagnie di ventura ; e in prima 
gli Svizzeri e i Tedeschi mercenarii. 

Già in un precedente capitolo (3) abbiamo accen- 
nato i fatti che condussero la prima volta i guer- 
rieri dell'Elvezia ai soldi della Francia. L'esempio di 
Luigi XI fu seguito da Carlo vni; e bentosto la fede e 
il valore di quelle terribili fanterie ne invogliarono di 

4 

(1) V. Pragm. regni Neap^l, tit.56. pragra. 90. Ciò appunto 
fece lo stesso governo nel 1657 e nel 1625, inTÌtando al 
servìgio militare i banditi con promessa di pieno perdono, e 
costringendovi coloro che si trovavano già in prigione {a). 

Il famoso Martello dapprima fu capobanda, quindi bravo 
soldato, e morì da assassino. Al contrario il Rainone co- 
minciò da assassino, e terminò combattendo virilmente (6). 
Così dalla vita del bandito a quella del guerriero non v'era 
che un passo. 

(i) Winspeare, Alnui feudali, t. I. p. 61. Ila 

(3) Parte V. e. L §. VII. 

(^à) ParrÌQO, Teatro del viceré, t. I. p. 390. 
(b) ParrìDO^ op, cit y t. 11. 177. 



170 PA&TB SBTTDU 

modo i prindpi d'Europa, che aiieera cent' anni fa 
ben 76,740 Svìzzeri militavano qua e là all'altrui sti- 
pendio (1). La soia Francia, non tenuta ragione dei 
cento Svizzeri della Guardia, dal regno di Luigi xi a 
quello di Luigi xv, ne assoldò più di mezzo milione (2). 

Tre periodi distinti assegnane alla storia militare 
degU Svizzeri ai soldi stranieri. Nel primo, che dal 
regno di Luigi xi di Francia procede sino a quello 
di Enrico u, né il modo del reclutamento, né la du- 
rata del servizio , né l' amministrazione loro furono 
punto fissati. La Francia, la quale in codesto inter- 
vallo fu quasi sola a valersene , chiedeva ai Cantoni 
la licenza di levare quel numero di gente, che le con- 
veniva. 1 Cantoni eleggevano i capi della soldatesca: 
il re eleggeva un colonnello generale, che aveva il 
carico di condurla in Francia, e comunicarle i co- 
mandi sovrani. 

Il secondo periodo del servizio degli Svizzeri in 
Francia (e sarebbe il primo rispetto al Piemonte ed 
alla Spagna) ha principio dal regno di Enrico u, e 
termina verso Tanno 1671. In codesto intervallo 
quella milizia prese forme più regolari. Fu disposta 
per corpi di quattro o di seimila uomini, divisi in un 
certo numero di compagnie. Erano in ciascuna com- 

(1) La Francia ne avea 33,095, la Spagna 13,600, il Pie- 
monte 10,600, rOlanda 30,400, Napoli 9,600, il papa 345, 
TAustria 100 (V. May de Romainmotliier, Hitt. tnilii. de$ 
Suisses, t. I. liv. I). 

(3) Cioè 137,000 sotto Luigi XI, Carlo Vili, Lnigi XII 
e Francesco I; 51,500 soUo Enrico II; 39,900 sotto Carlo IX; 
43,600 sotto Enrico III; 37,700 sotto Enrico IV; 49,300 
sotto Luigi XIII; 60,300 sotto Luigi XIV; 31,035 sotto 
Luigi XV. V. May de Romainmotliìer, op. cil., p. 383. 



CAPITOLO TOIZO. 171 

pagnia un capitano, un luogotenente, un altere, pa^ 
recchi sergenti , tre tamburi , un {afferò e qualeiie 
suonatore di eiiiarino. Quattro nomini fidati, detti 
trabanti^ vegliavano alla casa ed alla persona del ea~ 
pitano: sei ne teneva il colonnello presso di sé. 

Per esempio in una capitolazione conclusa nel iB67 
tra la Francia e i Cantoni si determinava, che si ra- 
dunasse un reji^mento di sei mila uonùni, diviso in 
venti compagnie di 300 eaduna: il reggimento si chia- 
masse Pfffil^tr dal nome del colonnello: in dascuna 
compagnia fossero 30 archibugieri, e kO tra pic- 
chieri e alabardieri, i quali fossero armati di corazza, 
di elmo e di bracciali : ai restanti bastasse la picca o 
la labarda senza altra difesa : gli uomini di dasche- 
dana arma avessero un proprio comandante ; cosi pur 
fossevi un capitano di giustim, ed uno dei bagagli; 
e tutti venissero eletti dai Cantoni o dal colonnello del 
reggimento. 

Quanto air ufficio di colonnello generale degli Sviz- 
zeri, giova notare che sulle prime fu temporario. Il 
re Carlo IX lo mantenne anche in tempo di pace, e da 
indi in poi esso si perpetuò nelle mani della più chiara a. i 57t 
nobiltà di Francia. Ciò non pertanto, durante il 
secondo periodo , non fu veramente assicurata alle 
soldatesche elvetiche una forma precisa. Chiamate 
airarmi al sopragiungere della guerra, tanto persiste- 
vano nel servizio quanto durava il bisogno. Facevasi 
la pace? e gli Svizzeri venivano congedati in fretta, 
e solo se ne conservava quel numero, che la consi- 
derazione degli intestini mali umori e dei futuri pe- 
ricoli consigliava. Raccendevasi la guerra ? e nuovi 
reggimenti si descrivevano con nuovi nomi, nuovi 



17) ^iAtfi SÈttlllA 

capì) nBOve condiflioni, seiua ebe la gloria o la ver* 
gogna potesse tramandare dagli uni agli altri. 

Alfine nel 1671 il redi Francia Luì|^ xiv cre&.r^g* 
gimentì staigli di Svizceri, eoa on oompiùto stato ms^* 
giore, e divise uniformi, e fissi soUi, e gradì, e or» 
dini dì disetplina. Dietro a lui sc^oitarono gli altri 
Stati. Dodici anni dipoi il barone^ BérodHgen intro- 
dusse nel suo reggimento sviserò la batanetta, già 
quasi da cinque lustri adoperata nella fanteria francese; 
e a poco a poco ancbe gM altri suoi paesani si piega» 
rono a questa necessaria mutazione (1). 

Altre riforme furono introdotte nogU anni seguenti, 
le quali senza pregiudicare le prerogative, per quanto 
esagerate, della soldatesca elvetica , ne avvantaggia- 
rono la tattica, la disciplina e la salute. Il nome e 
la insegna di ctascon reggimenlo passò di stirpe ia 
stirpe ; sicché allo scopfttare di una guerra non ra* 
dunavansi più nuovi corpi, ma solo ingrossavansi con 
nuove leve quelli, che si tenevano sempre in {riè. 

Durante il terzo perìodo, soUtam^ite i reggimenti 
Svizzeri erano divisi in due battaglioni ; e ciascuno 
di questi era composto di otto compagoie di fucilim 
e di una di grainatierì. In alcuni reggimenti era un 
drappdlo dei più risi^utì, detto dei fanti perduti (S). 
Componevano lo stato maggiore dì ciascun rq^mento 
un colonnello, un luogotenente colonnello, un qoar- 
tier mastro e un tamburo maggiore. 1 capitaci ave- 
vano il diritto di reclutare le proprie genti, e nomi- 
narsi col consènso del colonnello i sottotenenti, tranne 
la compagnia dei granatieri, tutte le noni|Be della 

(1) May de Bomainmtthier cit, t. I. liv. If t. II. p. 30. 
(3) Id. , t. U. p. 84. 



CAPITOLO TSRZO. 473 

qoale appartenevano al re. Avanizavasi per ansianità. 
Il capitano a sue spese sominmistraYa le armi ai sol- 
dati della compagnia : i soldati avevano il carico di 
manten^le in buon essere : bensi in caso di guerra 
o di repentino accrescimento di reclute, il re te for-^ 
niva, ma a modo di prestito (i). 

Tali furono gli ordinamenti di quelle fentarie el- 
vetiche, che con molto disdoro dei principi e grava- 
me del sudditi durarono sin qoasi ai nostri tempi, 
diversificandosi dalle milizie nazionali per vesti, per 
armi, per linguaggio, per costumi, e per una infinità 
di odiosi privilegi. 

Ma la Svizzera non fu il solo paese, che sommini- 
strasse soldati ai principi d' Europa dopo la caduta 
delle compagnie di ventura. A tacere dei cavalleggeri 
albanesi, sovente imfM^atì nelle guerre civili di Fran- 
cia, restrtngeremoci a dire, che pure nell'anno 4770 
il re di Francia pubblicava un regolamento uniforme 
per le sue compagnie di fanteria a soldo tedesca,, ir- 
landese, italiana e còrsa (2). Eranvi altresì le compa- 
gnie Scozzesi, le quali durarono in Francia fino alla 
prima rivoluasione. 

Però di tutte queste milizie la più famosa per nu- 
mero e per bravura fu la tedesca (3) : e molta fama 

(1) Capihtlation pour le régimmi smisto d'Erlach ( Berne 
1704); e altre simili. 

(3) Ordotmattce du rot (■!•. nella btbliot. sateaziana ). 

(3) Ecco insuccinlo i patti, che le soldatesche tedesche 
soleTano pretendere verso la nMtà dal XVI secoli 

«... Che àoftlonnelU steBai^ quando eooduoono i soldati 
« foori dal nativo ìwo paese, nano tenati a dar loro le pa- 
« ghe f nò afeftdoie al tempo debti» salivate, qwaado saranno 
<c nella patria rìtmmati , siano tntti i beni dei coìannelK ven- 



174 PARTE SETTIMA 

acquistaronsi nelle guerre civili di Francia e dei Paesi 
Bassi i rotfrt, o ptHoìoHi^ o ferraiuoUj come che si 
chiamassero, strana cavalleria, armata di Ire o di 
quattro grosse pistole, ed avvezsa a combattere quanr 
do a cavallo e quando a pie. Comparvero la prima 
volta in Italia verso il 4558 : ma già i paesi vicini vi 
erano assuefatti ; e gli archibugieri a cavallo del Vi- 
telli, di Giovanni de* Medici e di Pietro Strozzi ne 
erano stati come i precursori. Del resto ancora verso 
la fine del secolo jscorso ì piccoli principati d'Alema- 
gna vendevano per le guerre estranee uomini ed 
armi (i). 

Quanto alle compagnie córse, ecco qual era la co- 
stituzione dì una di esse nel i575, allorché a Beziè- 

a duti dai magistrati a ciò deputati per pagare i soldati : che 
«e se nascerà in campo nn figlinolo ad un soldato (imperoc- 
« elle molti menano in compagnia le mogli), subito il bam- 
(( bino ancora tocchi la paga, acciò se il marito muoia coni- 
«battendo, la sua paga, mentre dura la guerra, sìa alla 
« moglie e ai piccioli figliuoli sborsata . . . che quando i 
(c Tedeschi danno l'assalto ad alcuna città o fortezza, espo- 
« nendosi a manifesto pericolo della vita, o quando vanno 
«ad assalire in campagna T esercito nemico, s'intendano 
« aver saldate tutte le paghe ricevute: che non siano co* 
« stretti mettere il piede fuori di casa per semplici prò- 
« messe di parole, se non ricevuta la paga, la quale si ha 
« loro a dare incontanente che sono scritti : che non possa 
« un colonnello o capitano dar paghe ai soldati di compa- 
« gnia aliena dalla sua, se non col consenso di tutta la ana 
« compagnia ... ». 

V. Cdfiti, Storie de' suoi tempi, lib. II. f. 40 (Venezia 1589). 

(1) Per esempio nel 1775 P Inghilterra mandò in America 
17,700 soldati del Brunswick e dell'Assia, pagati >€hi quat* 
tio, chi undici o dodici soldi al dì , oltre oenlosessanta fr. 
di levata. V. BotU, Storia deWéndìpetÈdefua, lib. VI. 



CAPITOLO TEAXO. 178 

res un commissario cimtrollore della gaerra la passò 
in mostra, e distribuì le paghe. Il numero scritto dei 
8<ddati era di cento undici ;- ma in realtà non se ne 
trovarono che novantadue, cioè un capitano, un te- 
nente, un alfiere, un sergente, un tamburo, un pif- 
fero, tre caporali, dieci lancio spezzate col corsaletto, 
quattordici picchieri, sei lancie spezzate col morìone, 
e einquantatre archibugieri morionati. Si diedero le 
paghe dì tre mesi : ai capitano lire 568, al tenente 
228, all'alfiere 485, al sergente 68, al tamburo e 
piffero 58, a ciascuno dei caporali lire 84, a ciascuna 
delle lancie spezzate col corsaletto lire 56, a ciascun 
picchiere lire 50, a ciascuna delle lancie spezzate col 
morione lire 58, a ciascuno archibugiere lire 85. Que- 
sta pressapoco era la costituzione e lo stipendio di 
tutte siffatte compagnie. Un Antonio Corso, con tìtolo 
dì maresciallo di campo delle bande córse, le coman- 
dava in Francia (i). 

III. 

Verso la metà del xvi secolo la professione dell'ar- 
tiglìere fu fondata su principìi dì scienza. Ciò non dì 
meno e allora e molto tempo ancora di poi non fu 
essa considerata, e in gran parte a buon diritto, che 
un'arte meccanica e venale. Artiglieri dì ogni nazione 
e qualità, perfino zingani (2), giravano il mondo, al- 
logando a prezzo l'opera propria. 

In due classi dìstinguevansi. Ghiamavansì ean- 
nomeri quelli, che si assumevano il maneggio dei 

(1) Pièees Urées du cabinet de M. CeurceUes, n» I e II (ma, 
originaLe »ella bibliot. salazziana). 

(3) Predar! , Origine ecc. de* zingani , p. 93 (Milano 1841). 



176 PÀaxB SETTiai4 

cannoni ; b&mbardieri o artificieri gli alM, the com- 
ponevano gli artifidi da guerra, e ministraTano le 
artiglierie da tiro ricaryo. Col titolo poi di ^^rtìgUeri 
ancora nel xv secolo denomìnavansi par^olarmotte 
i maestri, che dopo aver preso l'esmne del capokL" 
voro^ erano stati s^utorizzati a fabbricare artiglierìe, 
e ne tenevano bottega (i). Del resto la mafgama 
quantità e degli uni e d^ti altri j^oveniva dalla Ger- 
mania; donde con cerUecati d'abilità sia nel go- 
verno delle varie spesie di artiglierie, sìa nel tiro a 
sttgao, partivano per andare agli stipendìi dei yarìi 
Stati d'Europa. Prima però di abbandonare la patr», 
giuravano di tenere segreta la propria arte ; ed una 
ordinanza di Carlo v del i$ ^Miggio 1819 lo imponeva 
loro. Più tardi i principi pensarono a liberarsi da 
cotesta soggezione, e fondarono seuole di boad^ar-- 
dieri (2). 

I cannonieri e gli artificieri godevano paga quadru- 
pla dei semplici soldati, ossia fiorini 16 al mese; oltre 
a ciò partecipavano ad un caposoldo di 1 fiorini circa, 
il quale era assegnato per ogni pèzzo da campagna ; 
di più avevano un cavallo ed un garzone ai proprìi 
ordini, e si usava loro qualche cortesia rispetto alle 
artiglierie predate sul nemico sia nei fatti d'arme, sia 
negli assalti delle terre murate. Solitamente pel traino 

(1) « . . . Et aussi ^u*il ne vende ne tiengne fenestre de la 
diete artilUrie^ sUl n'est ouvrier tt passe maistre et fait ckief 
«fffgwfre .j et sans prcmièrement estre vue et visitée par les diz 
cùmmiz ». Ordonnances des rois de Franee. Aout 1-41 i ( U IX. 
p. 631). 

(9) Esse esistevano in Genova nell'anno 1036. V. Leggi e 
decreti del magistrato di gtiarra ( n». ««Ila biblifAeoa Berio 
in Ganova). 



Mkb arfif^icMe piglia^nsi ki affitta <»kV9diipnrati: 
piantati i cannoni in batteria, ataeeai^ansi i cavalli, e 
si allonftanayaao i tiarr^ti : dorendosi andane innand^ 
riattaeeavansi ì ^eairaUi, opfmfe trasdaavansi'i pieazi 
a braccia. Ordinariamenle nH maestro, un ainfRute e 
un garzone Jbaalavano al maneggio di un pezzo: ma 
qua e là stavano disposti pareeehi maes^i da legname 
e da ferro per raceonekirne i gnasti, e &cilitanie il 
governo (4). 

In Francia, dove il re Luigi ici aveva ledalo in 
grande onore la professione delle artìf^ietie, non 
erano esse ministrala da altri ebe dai muMri ean-- 
nanieri. Costoro, cbevfnivaneindiiidnalm^até nomi- 
nati dal gran mastro d'artiglieria, trasmettevansi l'arte 
da padre in figlio ; e in tempo di gnerra erano sti* 
pendiati e riuniti in grosse compagnie ; al soprag- 
giungere della pace venivano licenzialt. La > guarda 
dei pezzi era confidata alle fiinterie tedesche o svùs- 
zere: un corpo di ufficiali tcelU e dtipiendmili pure 
dal gran mastro consiaQdava ai cannonieri (3). 

In Germania al contrario qnesti non afvevano altri 
capi, che un zemgmmterj e un /èMsetfgfmai^ler o^olon* 
nello. In Italia, la quale per lungo tempo forni alla Spa- 
gna quasi tutto il materiale delle arligileeie {V)^ erano 
queste, come già dicemmo, sottoposte a un proprio 
generale, da cui ricevevano, gli ordini perla parte 

(1) Greivenitz, Traiié de l^artillme, p. .36. — Ferretti, 
DeW osservanza militare^ ragion. IX. p. 43. 

(9) Giovio, Istorie^ lib. XV. f. 406. — RocqaaBOOwt, HisU 
miUt.y i, I. p. 311. 

(3) Raite , Histmre des OimtnUit et de la monankie. espor 
gneUj p. 430. 

rol. ir, 12 



178' PàMTE SBTSrmh 

guenesea dae luogotcnoit^ e talora nvk^aofse^meùMe 
genemle d'aiii^lietìsi, per la paite ammiiito^allva «m 
vediioce, «n contaéMe e on pintore. Il genefale ri- 
seooieva in groppe» il éenaro per UAies lesse gesti, e 
ne renderà eabto, b» sottanta »U'ingnM»a, al genera- 
limmd. Dipendefaiio alfresi dal gener^e d^^artiglie*' 
ria fotti gli operai ed I geiitihi0iinQl votoHarfi^ al cai 
valore spedalmeiiteara raeeo«Da«bla la euslodla «fei 
pezzi. Alcuni detti maggiordomi di