(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Storia de' monumenti di Napoli e degli architetti che gli edificavano"




STORIA DEI fflOOTMEMI DI NAPOLI 



DALLA FONDAZIONE DELLA MONARCHIA SINO AL CADERE 
DEL SECOLO XYIII 

PER h AHCHITETTO 

CAMILLO KAPftLEO^E SASSO 

eoa liii aliante di 23 incisioni M pi'iiKÌ|)<ili ilìfliiuiiicnti 



fivsVrc'^IB 








VOLUIME UNICO 





NAPOLI 

TIPOGRAFIA DI FEDERICO VlfAI, K 
:! e 5 - l-argo Kegma (^noli 

1858. 





»«. 



VAIU INCAMPANIAM 



DISCE PAVLINVM \ 







STORIA 

DE' MONUMENTI DI NAPOLI 



(73 (Napoli) SASSO Camillo Napoleone. Napoli Monumentale ossia Storia 
lei monumenti di Napoli dalla fondazione della Monarchia sino al cadere 
lei sec. XVIII per l'Architetto... Napoli^ Vitale, 1858M61 ' 







2 voi. più l'atlante in 4 gr., 506 pag. numer. + 352 pag. nuraer. + XXXI'V 
tav. ril. a parte nell'atlante in 1/2 pelle coeva, mentre i primi due volumi sono 



con cop. edit. orig. Raro. »''-^~'~.<- . 



STORIA 

DEmONUMENTf DI NAPOLI 

E 

DEGLI ARCHITETTI CHE GLI EDIFICAVANO 

DALLO STABILLìlEMO DELLA MONARCIHA, SINO AI NOSTRI GIORNI 



PER L° ARCniTETTt» 



CAMILLO NAPOLEONE SASSO 



AllNAO DELLA REALE SCl'OlA POLITECNICA 9ÌILITARE 

MEMBRO dell' ALBO DEGLI AliCIlITETTI LEGALI — TEAEtìTE REI UBALI ESERCITI 

SOSTITITO AL COMMISSARIO DEL RE DEL l" CONSIGLIO DI (.lEliRA DI GIAR.MGIOAE IS «APOll 

L'FFiZULG ADDETTO ALLA l" DIREZIONE DEL REAL CORPO DEL GESIO 



VOLUME I. 



NAPOLI 

TIPOGRAFIA DI FEItElilCO VITALE 

Largo Regina Codi u° 2 e 5. 

1856 



IHE GETTY CENTER 



PREFAZIOIVE DELL' AUTORE 



Io scrivo con coscienza , in presenza di 
Dio , e neir interesse dell' umanità. 

Droz. 



Se gli antichi storici scrivendo del tristo Triunviro 
ed ottimo Imperatore , narrano che trovò Roma di creta , 
e la lasciò di marmi ; con più ragione dovranno i mo- 
derni scrittori tramandare ai secoli futnri che Ferdinan- 
do II. non solamente Napoli , ma gì' interi snoi domini 
utilizza ed abhella con strade, ponti, incanalamenti, bo- 
nifiche, porti, bacini, fortificazioni, tempi, pubblici edifizi, 
diseccamcnti di laghi, e di quanto ò d'uopo al commer- 
cio interno , all' esterna difesa , alla prosperità de' suoi 
sudditi. 

Credo che una bella ed utile opera sarebbe quella 
di pubblicare incisi tutti i monumenti più iiuportanli che 
Napoli possiede , con un cenno storico dell' epoca , e da 
chi furono eretti, con le vite degli Architetti tanto antichi 
che moderni. 

Col tempo cospirano l'ignoranza e le rivoluzioni per 
distruggere le opere sopravvanzateci della potenza e gran- 



— 6 — 
dezza dei nostri avi, e della pietà dei padri nostri; qnindi 
io appongo a generosa impresa salvarli da sì possenti ne- 
mici - ripeto - dal tempo , dall' ignoranza , dalle rivolu- 
zioni. 

Spinto dall'amore dell'arte^ e volendo trarre profitlo 
dalle positive cognizioni apprese per l' esperienza di 32 
anni di professione a ciò mi accingo. 

I monumenti verranno da me esposti con ordine cro- 
nologico, per far ravvisare i progressi dell'arte, e cono- 
scere nel tempo stesso o i traviamenti , o la felice riu- 
scita dello spirito umano. 

Le notizie sulle vite degli Artisti , riunite a quelle 
della esistenza delle opere loro, esposte con le due pro- 
tezioni ; presenteranno una vasta galleria di grande istru- 
zione pe' cultori delle arti, e di singolare diletto per tutti. 

Angicourt , lo à fatto per la Francia. Io lo tento 
pel mio Paese. 

Son certo che si lo straniero quanto noi stessi sa- 
remo sorpresi alla vista di tante ricchezze in tal gene- 
re , che qui si posseggono , e che in gran parte giac- 
ciono oscure e neglette !!! 

La massima delle sventure che Napoli afflisse per le 
belle arti , ( tranne la musica ) fu quella , di non avere 
come gli altri paesi , uno scrittore , che queste avesse 
messe in chiaro, e lodatone i pregi. Anzi ali opposto vi 
fu qualche scrittore italiano , come il Vasari, che nove- 
rando i grandi artisti italiani , non so per qual maligno 
divisameuto , neppur d" un Napolitano arricchiva la sua 
dotta scritta , mentre in Napoli più che altrove si sono 
sempre con anticipazione coltivate le arti dipendenti dal 
disegno, e nel fatto ne fanno esatta testimonianza le opere 
esistenti. 



— 7 — 

Era a mela il secolo diciottesimo, che il Napolitano 
Bernardo De Dominici , cercò prendere le nostre difese 
dando alle stampe un opera in quattro volumi sulle vite 
degli architetti ^ Pittori^ e Scultori Napolitani; m^ preso 
di soverchio amor patrio dette nell'esagarato — Il critico 
e dotto nostro Francesco Milizia , altra opera dette alla 
luce in due volumi , Memorie degli Architetti antichi e 
moderni^ ed in tale sua opera fu vanamente accecato nel 
far pompa di allo sapere , e di vaste cognizioni artisti- 
che ; imperocché comincia dai Caldei , Ninive , Bahilo- 
nia, e via via parla di Trofonio ed Agamede 1400 anni 
prima dell' Era volgare. 

Quanto meglio avrehhe fatto il nostro Milizia , che 
avea mezzi , ingegno e conoscenze artistiche , dare alla 
luce una storia dei Monumenti di Napoli, come io tento^ 
egli Napolitano. 

Il nostro Canonico Celano (già un secolo prima) ave- 
va dato alla luce le sue dieci giornate , opera utile per 
notizie , e niente più. 

Il dottissimo Ahate Luigi Galanti fa un novero dei 
nostri Artisti nel suo Napoli e contorni -, novero che è 
preso da lui dal Napoli e contorni del suo illustre ger- 
mano Giuseppe Maria , al quale egli stava per talen- 
ti e cognizioni come y/-:^^.,J. Questo Napoli e contorni 
era un appendice al quarto volume dell' opera grande 
del detto Galanti -, imperocché l'augusto Monarca Fer- 
dinando I. volendo francamente e lealmente riordinare 
ogni ramo della pubblica Amministrazione nel 1782 , 
dette r incarico a Giuseppe Maria Galanti , grande uomo 
di Sfato, di formare la Statistica dei suoi Regni , ed ìndi 
nel 1791, di visitare le Provincie, e di proporre le ri- 
forme Amministrative e Giudiziarie. 



In tali sublimi missioni, Giuseppe Maria Galanti mo- 
strò altezza di talenti politici ed economici , e di ardente 
amore pel pubblico bene. 

La rivoluzione francese attraversò il gran disegno 
delle riforme proposte da Giuseppe Maria Galanti per So- 
vrano incarico, e posteriormente se ne giovarono gli stra- 
nieri invasori. 

Siffatto tratto memorabile di Storia Patria, tanto glo- 
rioso per l'augusto Monarca Ferdinando I , e per Giu- 
seppe Maria Galanti, viene o taciuto, o malamente nar- 
ralo dagli storici, anche nazionali, tra i quali il Colletta 
ed il Botta-, per quella funesta tendenza alla maldicenza, 
alla parzialità , ed a volere attribuire allo Straniero le 
glorie Italiane. 

L'Abate Romanelli nel suo Napoli antica e moder- 
na, dà un notiziario tutto lodando, e tutto ritenendo per 
magnifico e per bello, in modo che cade nel ridicolo. Il 
Vasari, più per testo di lingua lo leggo che per trovarvi 
artisti Napolitani. Il Villani , il Summonte, il Carletti ti 
danno dei lumi su i monumenti -, ma una Storia nessuno. 

L' Eugenio, ed il de Lellis li accennano nel Napoli 
Sacra i tempi con l'epoche, le iscrizioni, i mausolei, e 
le reliquie, nullo calcolando gli artisti inventori e diret- 
tori. Credo io che la Storia de' monumenti è strettamente 
alligata alla storia degli Architetti dal cui talento sorge- 
vano i monumenti, ecco ragione, che serbando l'ordine 
cronologico - prima darò la vita dell'Architetto, e poi la 
storia delle opere sue^ con la descrizione, e cambiamenti 
sino ai di nostri. 

Era il terzo secolo , che dalla bocca del Gran Co- 
stantino uscendo la parola di pace ripercotea le cupe 
volle delle nostre Catacombe in reconditi Abituri, ove i 



— — 

Cristiani convenivano di soppiatto a praticare il culto della 
vera Religione. In quell'epoca appunto che in tutto l'Im- 
pero cominciossi liberamente ad ergere tempi al Vero 
Dio — Napoli Città Greca di origine , ed in quel tempo 
di dominio, durò poca fatica in questa nostra terra a far 
sorgere la Chiesa di S. Restituta, sulle forme della Basi- 
lica Romana , a cui poscia si aggiunsero le modificazioni 
Bizantine. — Così trascorrendo i secoli , col fervor della 
fede, si aumentavano fra noi i tempi Cristiani-, ma le forme 
eran sempre quelle della Basilica Romana — Bizantina 
sino al secolo XII, ed i nomi degli Artisti, in quei tempi 
di barbarie , non giunsero sino a noi. 

Conosciamo solo che nell' Vili secolo , eran nostri 
Architetti Agnolo il Cosentino ed il Faenza, i quali a co- 
mando del Duca Teodoro, eressero la Diaconia de" SS. Pie- 
tro e Paolo, con dentro scolpito, da essi, il tumolo del 
detto Duca. 

Sotto il Duca Stefano appariscono costruttori di Chie- 
se, Monasteri e Sepolcri, fra quali quello del Duca Buo- 
no in S. Maria a Piazza del Cosentino. 

Nel decimo secolo sorgeano gli Architetti Giamma- 
suUo, e Jacobello soprannominalo il Formicola. Si appo- 
ne a questi il vanto di avere edificati Palagi e Chiese in 
Napoli, Capua, Aversa, e Gaeta. Si addensavano sempre- 
più le tenebre della barbarie insino al secolo XII, epoca 
nella quale non ci vien ricordato alcun Architetto , che 
abbia diretta un' opera di costruzione. Sotto Guglielmo il 
Malo, il secondo dei Sovrani Normanni, ebbe Napoli l'Ar- 
chitetto Buono, il quale d' ordine del detto Sovrano edi- 
ficava i Casldli di Capuana e dellOvo, e salì a tanto la 
sua fama , che fu chiamato in Venezia alla costruzione 
di grandi e nobili edifizì. 

Sasso — Yo!. I. 2 



— 10 — 

Poco nulla si fece in queste nostre regioni sotto 
il dominio della stirpe Normanna \ tanto meno sotto la 
Sveva. Tolta che ebbe la corona agli HohenstaufFeu il 
Conte di Provenza , cominciò Napoli a diventar celebre 
pe' suoi Monumenti , e ciò coli' opera di un Architetto , 
cui era da Dio serbato segnare fra noi il primo periodo 
di quella nuova maniera di architettura che preparò il 
risorgimento delle arti. Questo illustre Architetto fu il 
Primo Masuccio eccellente scultore ancora. 

Castelli di Capuana, e dell' Ovo 1164 — In questo 
XII secolo, ripeto, il primo Architetto fu Buono. Egli sot- 
to il Normanno Guglielmo I. costruiva i Castelli di Capua- 
na e dell' Ovo. 

Nel secolo seguente avemmo i due Masucci. Furono 
questi che lasciarono le forme gotiche, che meglio i si- 
gnori Architetti chiamar dovrebbero Germaniche. Le for- 
me leggere ed ardite, che anno non si sa perchè il no- 
me di gotiche (mentre i Goti distrussero, e non edifica- 
rono ) , non appartennero mai ai Goti, ma si cominciaro- 
no ad usare in Germania vari secoli dopo, che quel po- 
polo era scomparso dalla scena dell'Europa. 

La riprislinazione delle forme Greche e Romane, non 
è stata mai totale^ anche nei secoli seguenti ! 

La costruzione delle Città moderne presenta case a 
più piani , torri , cupole , e campanili -, cose tutte che 
fanno vaga mostra da lontano , e sono di nocumento e 
pericolo neir interno delle Città. 

Gli antichi non conobbero cotali futili altezze — Il 
genio di Michelangelo mettca la Rotonda per aria. 

Castel Nuovo 1283 — Sotto Carlo I di Angiò nel- 
l'anno 1283; l'Architetto Giovanni Pisano edificava il Ca- 
stel Nuovo per abitazione del nuovo Principe, perchè era 



— 11 — 
sul mare e fuori della Città , e perchè ancora non gli 
potea riescir sicuro Castel Capuano. Fu detto Castello ter- 
minato dall' illustre Architetto Masuccio Primo, come an- 
cora disegnò il Duomo, S. Domenico Maggiore, S. Ma- 
ria la Nova , S. Aspremo , e vari Palazzi di diversi si- 
gnori. 

S. Lorenzo — Il Secondo Masuccio condusse a ter- 
mine varie Chiese e costrusse il magnifico Arco in quella 
di S. Lorenzo. 

Arco in S. Lorenzo. Campanile di S. Chiara 1326 — 
Lo stesso insigne Architetto nel secolo XIV, edificava il 
Campanile di S. Chiara, il primo moderno Monumento in 
Europa di regolare architettura. Nel terz'ordine di questo 
Monumento, il nostro architetto fece una felice novazione 
nel capitello Jonico, usato dai Greci , ed ehhe nel fatto 
la gloria di precedere Michelangelo , e dividere con lui 
il merito dell' invenzione del moderno capitello Jonico. 

Nel principio del secolo XIV Giulian de Majano inal- 
zava Porta Capuana ; monumento che si per l' architet- 
tura , che per la henintesa scultura è ancora a vedersi 
dopo r elasso di cinque secoli. 

Convento e Chiesa ui Monteliveto — Chiostro Jonico 
in S. Severino — Sepolcri in S. Giovanni a Carbonara — An- 
drea Ciccione allievo del secondo Masuccio , fece il ma- 
gnifico Convento e Chiesa di ìMonteliveto ; il Chiostro Jo- 
nico di S. Severino, ed i due sepolcri di Re Ladislao, e 
di ser Gianni Caracciolo in S. Giovanni a Carhonara. 

Madonna delle Grazie agli Incurabili — Porta del 
Dlomo — Cappella Pappacoda — La hella Chiesa della Ma- 
donna delle Grazie agli Incurahili , è del de Lantis , se- 
condo allievo del detto Masuccio, come il terzo fu l' ah- 
hatc Bamhoccio che diresse la porla del Duomo , e la 



_ 12 — 
Cappella dei Pappacoda presso S. Giovanni Maggiore. Que- 
sti ebbe per allievo Angelo Agnello di Fiore, le cui ope- 
re si veggono al Duome , a S. Domenico , ed a S. Lo- 
renzo. 

Arco di trionfo di Alfonso I d'AraCxONA — Nel 1470, 
sorgea 1' arco di Trionfo d'Alfonso I d'Aragona in Castel 
Nuovo. L'architetto ne fu Pietro di Martino Milanese. Que- 
st' arco fu eretto dai Napolitani all' uso degli archi di 
trionfo presso dei Romani a gloria di Alfonso I d'Ara- 
gona cognominato il Magnanimo , e dovea collocarsi pres- 
so le scale della Cattedrale. Per ciò eseguirsi andava a 
terra una casa di proprietà di un certo Cola Maria Boz- 
zuto che avea servito da valoroso e fedele soldato. Il Re 
non volle disgustare il Bozzuto , e per sì frivola cagione 
si contentò che 1' arco di trionfo fosse collocalo, ( o per 
meglio dire sepolto ) nel luogo ove si vede , cioè fra le 
due torri in Castel Nuovo , nell' entrare al cortile di S. 
Barbara. 

Porte di bronzo in Castel Nuovo — Guglielmo Mo- 
naco , fece nel 15. secolo le porte di bronzo in Castel 
Nuovo nelle quali effigiò le azioni guerriere del Re Fer- 
dinando I di Aragona contro i Baroni ribelli. 

Novello di Sanlucano fu uno dei primi architetti del 
suo secolo. Tenne in architettura il metodo tra il germa- 
nico ed il sodo antico. Questo artista lasciò poche ope- 
re ; ma ebbe il vanto di lasciar due distinti allievi in 
Gabriele d'Agnolo;, e Gianfrancesco Mormando. 

Palazzo di Gravina — Al d'Agnolo si deve il meri- 
tamente decantato Palazzo di Gravina, deturpato nella fac- 
ciata col ricaccio di piccoli balconcini nel 1846, ed in- 
cendiato nel 15 maggio 1848. 

Della Rocca , della Torre — Tempio di S. Severi- 



— 13 — 
NO — Al Mormando appaiiengono i palazzi della Rocca , 
e della Torre , come ancora il bel tempio di S. Severi- 
no. Questi palazzi esistono da tre secoli e mezzo. Che 
parallelo con qualche nuovo palazzo a giorni nostri edi- 
ficato !!! 

Cupola di S. Caterina a Formello — Cupola di S. Se- 
verino — Antonio Fiorentino costrusse la cupola di S. Ca- 
terina a Formello, e nella stessa epoca, cioè nel 1523, 
r altro architetto Sigismondo di Giovanni facea costruire 
r altra più bella ancora in S. Severino sul disegno dei 
Mormando. 

Fortificazioni in Castel S. Ermo — Noi 1535 P. Lui- 
gi Scrina per ordine di Carlo V al Vice Re Pietro dì 
Toledo ingrandiva e fortificava il Castel di S. Eramo con 
molto talento sulla teorica dell' attacco e difesa. 

Apertura della strada Toledo — Rifacimento di Ca- 
stel Capuano — Ingrandimento della grotta di Pozzuoli — 
Canali per lo scolo delle acque nella Campania — Ferdi- 
nando Molino nel principio del 16. secolo apri la strada 
di Toledo, rifece Castel Capuano , ingrandi la grotta di 
Pozzuoli, costruì dei canali per lo scolo delle acque pa- 
ludose nella Campania. Era il Molino nel 16.° secolo in 
Napoli , distinto matematico e valente idraulico. Ebbe a 
compagno in molte sue opere il suo maestro Merlianu. 

Fortificazioni di Capua^ Gaeta e Brindisi — Nel 1550 
prima opera in nautica miiilare e sul modo di fortificare 
le piazze scrivea Giulio Cesare di Falca. Questi fortificò . 
Capua , Gaeta e Brindisi. 

CniESA, e convento de' SS. Apostoli — Madonna degli 
Angeli a Pizzofalcone — Cappella di S. Gennaro — Il pa- 
dre Grimaldi Teatino fu un distinto architetto. Costruì la 
Chiesa el Convento de' SS. Apostoli, quella della Ma- 



— 14 — 
donna degli Angeli a Pizzofalcone , e la Cappella di S. 
Gennaro. 

Monte della Pietà , Gerolomini, S. Maria la Nova — 
In delt' epoca fiorivano il Gavagni che fece il bello edi- 
fizio del Monte della Pietà, Bartolomei che diresse la ma- 
gnifica Chiesa dei Gerolomini, e Franco quella di S. Ma- 
ria la Nova. 

Trinità Maggiore — Il Gesù Nuovo, o Trinità Mag- 
giore il più ben inteso Tempio in Napoli si debbe al ta- 
lento dell' insigne architetto Padre Proveda Gesuita , che 
Io costrusse nell' anno 1584. 

Palazzo Vecchio — I nostri Re Angioini ed Arago- 
nesi abitarono nei Castelli, perchè Io stato della società 
di allora richiedeva un cotal uso. Imperava queste Re- 
gioni Carlo V , avendo il Vice-Re Pietro di Toledo fatto 
costruire il Palazzo vecchio per dimora del Principe, fu 
questo eseguito a forma di Castello con fosso , ponte a 
levatoio e merli, avendo comunicazione con Castelnuovo. 

Doveasi per far risaltare il nuovo Real Palazzo ( a 
dirsi) esser demolito: ma i Sovrani se l'anno tenuto colà 
per 235 anni. Mercè le provvide cure dell' attuale So- 
vrano felicemente Regnante Ferdinando II è stato , gra- 
zie alla provvidenza , demolito. 

Real Palazzo — Sotto l'impero di Filippo Ifl il Vice 
Re Conte di Lemos facea costruire il nuovo Real Palazzo 
dall'esimio architetto Domenico Fontana. E questo il più 
bello edifizio della nostra Capitale. Fu cominciato sotto 
il detto Vice-Re ncll' anno 1600 , e fu terminato sotto 
l'altro Vice-Re Conte di Benavente. 

Regì Studi — Stando pochi anni prima al Vice Rea- 
me il Duca di Ossuna furono gettate le fondamenta del 
grande e maeslroso edifizio degli Studj (1585) con log- 



— lo — 

getto di farne una scuderia , e poscia con disegno *di 
Giulio Fontana, figlio del sullodato Domenico nel 1615, 
d' ordine del Vice-Re Conte di Lemos fu ridotto ad uso 
d' università degli Studi , quindi ne sono derivati i nomi 
di strada e salita degli Studi. 

Nel 1780 l'Università fu traslocata al Salvatore, o 
sia Gesù Vecchio^ e quest'edifizio venne destinato all'ac- 
cademia delle scienze e belle lettere fondata in quell' an- 
no •, laonde se gli cominciò a dare il nome di Reale 
Accademia. 

Nel 1790 , da Pompeo Schiantarellì ne fu miglio- 
rato il disegno, fu ultimato il piano superiore, e si era 
ordinato da S. M. il Re Ferdinando I di ampliarne la 
fabbrica con aggregarvi i vicini giardini di S. Teresa , 
e di allogarvi tutt' i Musei , le quadrerie , la biblioteca , 
e la Specola. A tale oggetto furono ritirate da Roma 
quasi tutti i preziosi monumenti , cbe il Re vi possedea 
come erede della casa Farnese. Le calamitose vicende av- 
venute nel 1799 fecero sospendere l'esecuzione di sì no- 
bile idea. 

In tempi meno tristi si è in parte eseguito il primo 
progetto , e l' edifizio à ricevuto il nome di Real Museo 
Borbonico. Esso acquista ogni giorno nuove riccbezze , e 
già ne danno una larga messe gli scavi ordinati da S. M . 
Francesco I. nel 1828 ad Ercolano. 

Pare che le ultime costruzioni fatte in questo archi- 
tettonico monumento; avrebbero dovuto essere preparato- 
rie di un piano più vasto , che il tempo dovrà necessa- 
riamente esigere. 

Seguitando allora a stare questo Paese al Regime di 
lontano padrone , e premuto dal governo Viceregnale , 
tutto andò in decadenza, e per conseguenza le belle 'ar- 



— io- 
ti. Fu allora che il volere di Filippo V facea risorgere 
a nuova vita queste Regioni mandandovi per assoluto So- 
vrano r immortale, il vero padre di questi popoli Carlo III 
Borbone. Nel fatto, come d' incanto tutto ebbe nuova vi^ 
ta , e con ciò risorgeano le arti belle. 

Prima idea di Carlo fu di voler cambiare la Reg- 
gia , onde sottrarre la Capitale del Reame alle continue 
esigenze , non mai satolle dello straniero. Volea far ca- 
pitale Caserta. 

Palazzo Reale di Caserta — Chiamava al progetto 
d' un nuovo Real Palazzo 1' architetto Napolitano Luigi 
Vanvitelli. La prima pietra del Palazzo di Caserta fu get- 
tata con pompa solenne , dalle mani del Re Carlo III 
Borbone il dì 20 gennaio 1732. 

Vanvitelli dopo del Re gettò anch' esso la lapide , 
sii la quale evvi inciso il seguente distico , volgarizzato 
da lui stesso. 

Stet Domus et solium^ et Soboles Borbonica, donec 
Ad superos propria vi Lapis hic redeat, 
La Reggia , il Soglio , il Real Germe regga. 
Finché da se la pietra il Sol rivegga. 

LuDOFiCL's Vanvitelli Arch.° 

Gran bel giorno fu quello per l' architetto ! Egli era 
il più cospicuo soggetto della corte. 

Nel 1739 , che Carlo dovette andare a regnare a 
Spagna, era giunto lo edifizio al piano Reale. Il tìglio, 
il Re Ferdinando I lo fece condurre a termine. 

(c II gusto è migliorato. La scienza è meglio appli- 
(( cata ; ma il genio dov' è ??? 

Il Real Palazzo di Caserta è una dimostrazione del- 



— 17 — 
l'acceniialo. Nel ÌT62, (già un secolo ècompiulo) v'era 
cerlaiiicntc meno gusto d' adesso. Le scienze maleniatiche 
erano Ixunbiue allora ( nell' applicazione ) in confronto 
d' oggi dì -, ma Vanvitelli avca genio , e cresce gloria 
al Sovrano l'avere scelto un sì distinto artista. Per quanto 
i contemporanei si affaticassero , un altro palazzo di Ca- 
serta non sorge. Avrà Vanvitelli tradito le regole archi- 
lettoniclie nell" Euritmia della facciata , è uscito dal letto 
di Procuste. Avrà ecceduto nelle grossezze dei muri : ma 
Caserta è un bel monumento - à i tre quisiti dell' arte - 
bellezza , couiodità , solidità — Approvato dal Re Carlo 
il famoso progetto del Vanvitelli , e messo mano all' o- 
pera per la Reggia , bisognava pensare come dare agli 
abitanti il primo elemento .... l'acqua. 

Ad un secondo progetto invitava l'augusto Signore il di- 
stinto artista pe' famosi e non mai perituri ponti della Valle. 

Ponti della Valle — Le tante acque che abbellisco- 
no e danno vita alle delizie di Caserta , e che per un 
benefizio del Re passano poscia ad aumentare le acque 
di Carmignano pel comodo della Capitale, non sono del 
luogo -, ma vengono dallo falde del monte Taburno per 
mezzo di un magnifico acquidotto cominciato nel 1753, 
per ordine di Carlo III a progetto e direzione dell'archi- 
tetto Luigi Vanvitelli. 

La sorgente principale è quella del Fizzo, conosciuta 
dagli antichi col nome di acqua Giulia, la quale per un 
acquidotto sotterraneo , costrutto ad ordine di Giulio Ce- 
sare , andava una volta a Capua. Ad essa sono state 
unite altre volte le acque di Airola, specialmente la così 
detta Fontana del Duca. Dalla sorgente del Fizzo sino 
alla cascata di Caserta , si anno palmi 148,000, pari a 
miglia 21 e palmi 1000. 

Sasso — Voi. I. 3 



— 18 — 

Il canale ncU' interno è largo palmi 4,7ì5 ; alto pal- 
mi 7. Il volume di acqua che vi corre à V altezza di 
palmi 2,66. 

Tutto il lungo canale è di una solida costruzione , 
rade per Io più le schiene dei monti ad una profondità 
ordinaria di palmi 15. Ha sei trafori. 

11 primo è nel colle di Prato, ed è di palmi 8200, 
eseguito nel tufo. 

Il secondo di palmi 7080 nel sasso vivo del Monte 
desco. 

Il terzo nel colle cretoso e sassoso della Croce di 
palmi 1500. 

Il quarto più maraviglioso nel sasso vivo del monte 
Garzano à 336 palmi di profondità, per la lunghezza di 
palmi 6250. 

Il quinto anche nel sasso vivo presso Caserta vec- 
chia di palmi 1740. 

L' ultimo finalmente dopo quello della Croce aperto 
nel 1786 , per essersene slaccato un pezzo dell' acqui- 
dolto per palmi 500 , nel luogo detto Rovello : vi fu 
bisogno di fcir girare il condotto per palmi 6000, den- 
tro le viscere del monte , ed alla profondità di pal- 
mi 200. 

Molle arcate s' incontrano nel corso dell' acquidolto 
sugli avvallamenti dei monti , tra le quali meritano no- 
tarsi quelle sul fiume Faenza della lunghezza di palmi 
280, e le altre nella valle di Durazzano in palmi 240 , 
con 70 di altezza : ma nulla è da paragonarsi ai famosi 
Ponti della Falle , che riuniscono i due monti Longano 
e Garzano. 

Il monumento à tre ordini di archi , ognuno dei 
quah à \ altezza , nella luce , di palmi 64. 



— IO — 

Il primo ordine à 19 archi : 28 il secondo ; e 43 
il (orzo. 

I pilastri del primo ordine tengono 40 palmi di lar- 
ghezza , compresi gli urtanti , e 20 di grossezza. Quei 
del secondo 38 per 19. Quei del terzo 30 per 18. 

L' altezza dell' intera mole è in palmi 221 , e la 
lunghezza supcriore , comprese le ale , è in palmi 2080. 
La larghezza sulla sommità è in palmi 15 , e per essa 
passa una comoda strada , anche per carrozze. Può pas- 
seggiarsi anche per ciascun arcata, standovi nelle gros- 
sezze altri ardii trasversali ed in linea retta. 

La solidità non è uno degli ultimi pregi di questa 
superba mole. Per le fondamenta dei piloni di mezzo , si 
giunse alla profondità di palmi 140. 

L' antichità , e massime 1' età presente , vantar non 
possono un monumento nò più ardito, nò più solido, né 
più magnifico di questo. Esso à renduto immortale il Mo- 
narca che lo volle Carlo III di Borbone, e 1' Architetto 
che lo progettò e lo diresse Luigi Vanvitclli. 

Nel grande Arco di mezzo vi si leggono due iscri- 
zioni del celebre Mazzocchi da cui si à 1' epoca precisa di 
un' opera cosi memoranda — eccone una. 

Carolo Utriusque Siciliae Rege 

P. F. A. 
Et Amalia Regina Spei Maximae 

Principum Parente 

Aquae Illiae Revocandae Opus 

Anno 1753 inceptum Anno 

1759, 

CONSUMATUM A FONTE IPSO PER MILLIA 
P. 26. ECT. 



— 20 — 

Non basterebbero dei volumi se accennare io volessi 
minulanienle quanto di utile e di grandioso fé' eseguire 
in questo paese 1' immortale prelodato Sovrano. Mi limito 
neir accennare le principali opere; onde venendo ai tempi 
attuali , ed esaminando quanto si è fatto e si sta facendo; 
far conoscere la decadenza del genio nel secolo che di- 
cesi del progresso e della coltura. 

Teatro S. Carlo — Opera immortale pure di Carlo 
III fu il meritamente decantato ed unico in tutt' Europa 
Real Teatro di S. Carlo. Fu diretto nel 1737 da Angelo 
Carasale sul disegno fattone dal Brigadiere Giovanni Anto- 
nio Medrano , e ciò fu eseguito nell'incredibile corso di 
270 giorni. 

E riputalo il migliore in Europa per la sua vastità, 
per le sue decorazioni e per sei file di palchi in bel- 
lissima disposizione. Nel frontespizio vi si pose la seguente 
iscrizione composta dal chiarissimo Ministro signor Mar- 
chese Tanucci , degna di riportarsi , perchè oggi non ])iù 
vi si vede , e perchè ci rende testimonianza della nostra 
rigenerazione ai tempi di quelF ottimo Principe. 

Carolis Utriusque Sicillìe Rex 

Pllsis Hostibus Coxstitutis Legibus 

Magistratibus Ornatis Literis Artibus 

Excitatis Orbe Pacato Theatrum Ql'O 

Se Populus Oblectaret Edendu.m Censuit 

An.no. R. IV. Ch: a. mdgcxxxvh. 

Tutta quest' opera insigne fu poi terminata sotto l'im- 
pero di S. M. Ferdinando I nel 1767. Le costruzioni nel 
palco-scenico , ed il ricaccio dei palchi detti lettera A e 
B fra' pilastri del palco-scenico , furono opera dell' Ar- 



— 21 — 
chitelto Cavaliere Fuga. Posteriormente à avuto nelle fac- 
ciale diversi cambiamenti, che a suo luogo saranno minu- 
tamente dettagliati ed analizzali. 

Real Palazzo di Portici — Fu pure opera di Carlo III 
il Real Palazzo di Portici che nel 1740 fé costruire col 
disegno fattone dall' Architetto Aulouio Cannavari Roma- 
no. L' Architetto piantò il grandioso Palazzo nel sito della 
pubblica Strada che V attraversa da un lato all' altro. Il 
veslibulo di figura ottagona à quattro nobili uscite che 
corrispondono ai quattro fianchi dell' edifizio. Dalla parte 
di mare per sicurezza della Reale abitazione fu innal- 
zato un bene ideato fortino con disegno del Barrios Spa- 
gnuolo ; dove fu disposta una batteria di cannoni che do- 
mina buona parte del Golfo. 

Per due Scale , una verso mare , e 1' altra verso del 
monte si sale agli appartamenti, dove in principio furono 
riposti gli oggetti scavati ad Ercolano. I pavimenti di que- 
ste sale sono rimarchevolissimi essendo di musaici , o di 
marmi Greci trovati in Ercolano ed a Capri. 

Reale Albergo de Poveri — Nel 1751 , pure d'ordine 
di Carlo III , il prelodato Architetto Cavaliere Fuga, ese- 
guir facea il suo progetto del magnifico ed immenso E- 
difizio del Reale Albergo de' poveri. 

L' oggetto di quel provvido ed immortale Sovrano ui 
di aprire un Ospizio a tutl' i poveri del Regno , e di 
metterli in istato di apprendervi le arti. 

Secondo il progetto del sullodato Architetto l'edifizio 
dovrebbe avere 2370 palmi di lunghezza ( più di un terzo 
di miglio ) , quattro spaziosissimi Cortili con quattro fon- 
tane nel mezzo , ed una Chiesa nel centro. 

Di uua mole sì vasta , che forse non avrebbe avuta 
1' eguale 1 Europa , se ne sono eseguite le tre quinte 



— 22 — 

parli 5 e lo frcciala esteriore come è al presente à 1500 
palmi di lunghezza , e 144 di altezza. 

Il prospetto è maestoso con un portico a tre archi, 
al quale si ascende per una magnifica e bene studiata 
scala a due braccia. Dalla porta di mezzo del portico si 
entra nel luogo destinato per la Chiesa , la quale aver 
dovea cinque navi con 1' Aliare nel mezzo , in modo che 
da qualunque lato si sarebbe veduto il sacrifizio da cele- 
brarsi. Ai lati del Portico un ingresso dà all' abitazione 
degli uomini , e 1' altro a rimpelto a quella delle donne. 

Fu pure opera di Carlo il Palazzo Reale di Capodi- 
monte per lo quale impiegò Y Architetto Palermitano Me- 
diano , il quale commise considerabili falli. 

Palazzo Reale di Capodbionte — L' Architettura vi è 
solida : ma non elegante. I falli del Medrano furono due. 
Edificava un sì vasto Palazzo Reale senza Strade da acce- 
dervi. Scavava lunghe grotte sotto il monumento per ca- 
varne le pietre della costruzione ; locchè obbfigò ad ag- 
giungervi intrigatissirai ripieghi d' arte da sostenere sul- 
r alto del monte la nuova Reggia. 

Tali opere sotterranee si anìmiravano nel luogo detto 
la montagna spaccala prima che se ne avessero tompa- 
gnati gì' ingressi. Sono dette opere un monumento par- 
lante la magnificenza dell' immortale Carlo III e della 
somma imperizia dell' Architetto Medrano. 

Il palazzo à la forma rettangolare con quattro torri 
negli angoli. Le due facciate ad oriente e mezzogiorno 
furono perfettamente compiute. Non à guari dall' attuale 
nostro Sovrano Ferdinando II sono state anche le altre due 
condotte a fine , e lo intero Palazzo dal prelodato Sovrano 
è stato nobilmente decorato ed abbellito. Oggi vi si accede 
per due mr.gnifiche Strade , una detta di Capodimonte 



— 23 — 
falla neir occupazione Militare , e diretta dall' Archilei- 
Io Romualdo de Tommaso. L'altra più bella ancora dan- 
do al romantico , della di Miano , ed eseguila con ac- 
curatezza ed arte dai distinti Uffiziali del Real Corpo del 
Genio Cavalieri Gonzales e Gagliardi. Detto Real Palazzo 
è oggi frequentalo dalla Corte. Dominando la Capitale, è 
un soggiorno incantalo per i boschetti , giardini , de- 
liziosi viali , statue , peschiere , belli edifizii , varietà di 
volatili e quadrupedi. Evvi ancora una divota Chiesetta 
con un quadro di S. Gennaro del Solimena. Il bosco lutto 
muralo è un miglio per mezzo miglio. 

Chiesa della Nunziata — Fra le opere immortali fatte 
eseguire in Napoli dal Re non mai abbastanza lodato Carlo 
III Rorbone , occupa un distinto posto la bella Chiesa 
della Nunziata , opera pure classica del nostro celebre Ar- 
chilelto Luigi Vanvitelli. 

Questa Chiesa opera del secondo Masuccio era stala 
rifatta nel 1540 con disegno del Manlio. Vi aveano di- 
pinto Santafede , Coreuzio , Massimo , Lanfranco e Luca 
Giordano. Vi aveano scolpito il Merliano , e 1 Bernini. 
L' Aliare maggiore disegnalo dal Fanzaca era costalo do- 
cati seltaulamila. Tutto fu distrutto da un incendio avve- 
nuto la notte degli olio Febbraio 1757. Nel 1760 si co- 
minciò a rifarla , e fu terminata nel 1782. Vi si spesero 
circa ducali 300,000, trecenlomila. L' Archilello malgrado 
che avesse dovuto accomodarsi al luogo , à spiegato in 
questo monumento un gusto squisito in tutte le sue parli. 

Il gran cornicione che gira intorno è sostenuto da 
44 magnifiche colonne corintie di marmo di Carrara. Sotto 
la Crociera della Chiesa vi à disposto il VanviteUi un 
bel soccorpo o sia confessione di figura ellittica , e soste- 
nuta da otto paja di colonne doriche. Nel campauiie ev~ 



— 24 — 
vi la più grande campana di Napoli pesando canlaja 68. 

La Cina di Napoli in onore del Re Carlo III faceva 
dirigere dall' Architetto Luigi Vanvitelli 1' emiciclo al Largo 
dello Spirito Santo, denominandolo Foro Carolino nel 1757. 

Foro Carolino — L' opera è coronata da una balau- 
strata di marmo con ventisei Statue che rappresentano le 
virtù del Monarca. Nel mezzo dell' edifizio era il piedi- 
stallo , che dovea sostenere la statua eques tra del Re 
Carlo. 

Noi avremmo dovuto arrestarci ai piedi di questa 
statua, che la pubblica riconoscenza 1' à elevata nel cen- 
tro della Capitale. Noi avremmo dovuto vedervi espressi 
i benefìzi di un Re , che riscattò questo Paese dalla sua 
lunga schiavitù e dalla miseria. Noi avremmo dovuto 
qui venerar la sua santa memoria Ma tale statua in- 
vano si attende da tanti anni ! ! ! Chiudo l'accenno delle 
opere fatte eseguire dal magnanimo Principe Carlo Bor- 
bone , con la scoverta fatta delle due Città Romane di 
Ercolano , e Pompei. 

Scoverte di Ercolano e Pompei — Conosceasi Erco- 
lano nella geografia antica. Gli scrittori di quell' epoca 
ne indicavano più o meno il sito tra la nostra Portici e 
Resina : ma senza le magnanime idee del Re Carlo Bor- 
bone tutto sarebbe ancora nell' oblio. Questo glorioso Mo- 
narca informato appena de' piccoli scavi precedentemente 
fatti- specialmente dal Principe di Elbeuf Emmanuele di 
Lorena nel 1711, e dei preziosi monumenti che se n'e- 
rano estralli, con gran fervore fece proseguire gli scavi 
pei luoghi , dove n' erano stati eseguiti i primi saggi. 
Ciò accadde nel 1758. I più felici successi coronarono si 
nobili vedute , essendosene ritratti monumenti di ogni ge- 
nere , e r un dopo l'altro si rinvennero teatro, strade, 



— 23 — 
abitazioni , botteghe , bagni , tempi , foro, sepolcreto, ed 
una magnifica Casa di campagna. Il Re animava lutto 
con la sua presenza , e con le sue disposizioni. Destinò 
un edifizio pel nascente Museo , ed invitò dotti , ed ar- 
tisti per dilucidare e restaurare i monumenti che si dis- 
seppellivano. 

Tutta la dotta Europa presa da ammirazione, e sor- 
presa accompagnava coi voti si nobile intrapresa , e gli 
sfigurati avanzi di Ercolano divennero di assai più cele- 
bri che noi fu mai la Città nel tempo della sua florida 
esistenza. 

Scoperta Ercolano si cominciò a pensare a Pompei. 
Le chiare idee che se ne aveano , le notizie di piccioli 
scavi precedenti , anche falli a caso , indussero il magna- 
nimo Carlo Borbone a tentarne lo scavamento nel 1748, 
e la città fu ritrovala. 

Dovendo il sullodato Monarca portarsi a regnare 
nella Spagna , dovette lasciare il Regno al suo terzo ge- 
nito Ferdinando dell' età di anni nove. Rimase in Napoli 
il Marchese Tauucci , e le opere ordinate da Carlo fu- 
rono esallamcnte compiute sotto l' Impero del figlio. 

Per diverse penurie alle quali ai tempi de'Vice-Re, 
o per poca cura , o per frode fu spesse volte soggetta 
la Città di Napoli, si pensò di stabilire un Tribunale del- 
l' Annona , che avesse pensiero di assicurare la Città di 
tutto il bisognevole per l' intero corso dell'anno : Per con- 
to del Viceré Conte di Olivares , nel 1596 , si construì 
dalla Città per tale oggetto un magnifico edifizio con dise- 
gno del Cavaliere Domenico Fontana nella Strada del Mo- 
lo piccolo , al di là della Dogana col nome di Conser- 
vazione delle Farine. 

In quei tempi per la scarsezza dei molini , il grano 
Sasso — Voi. I. 4 



— 26 — 
veniva macinato dalla Torre della Nunziata , dove vari 
molini erano stati animati da un canale del fiume Sarno , 
diretto dallo stesso Domenico Fontana. 

Si pensò ancora ad un pu])]jIico grandioso stabili- 
mento pel deposito del grano. Con disegno di Giulio Ce- 
sare Fontana , figlio di Domenico , si alzò un lungo e 
vasto edifizio sotto le mura Angioine della Città a Porta 
Alba , dove potea esser difeso dai cannoni dei torrioni 
vicini. Neil' interno si scavarono innumcrabili fosse ad uso 
di contener grano , onde il luogo acquistò nome di fosse 
del grano. Era capace di contenerne 200,000 tomoli. Fu 
poi ampliato dal Vice-Re Conte di Pimenlel Benavente 
nel 1608. 

Granili — Altro Stabilimento che riguarda il mede- 
simo oggetto devesi alle paterne cure di S. M. Ferdinando 
I, che è la maestosa fabbrica detta dei granili. L'Archi- 
tetto ne fu il Cavaliere Fuga. Ha quattro piani, ognuno 
dei quali contiene ottantasette finestre. Lunghi corridoj 
da un capo all' altro per 691 passi di lunghezza danno 
r adito ad infiniti magazzini laterali , non solo per comodo 
della Città ; ma ancora pei negozianti , e particolari cit- 
tadini che ne avessero avuto bisogno. A questo oggetto 
alla riva del mare presso cui giace vi si fece un como- 
do sbarca tojo. 

Saggio fu il consiglio del Principe , non fehce la 
scelta del sito, non ben inlesa la distribuzione de' mem- 
bri nel monumento idealo dall' Architello per 1' uso de- 
stinato ; imperocché colà si perdevano i grani , e fu d'uo- 
po abbandonarlo. Negli ultimi tempi fu destinalo per quar- 
tiere di soldati , ed oggidì per ordine deiratluale Sovra- 
no Ferdinando H , vi si spendono considerabili somme 
per ridurlo ad un beninteso gran quartiere. 



— Ql 



Villa Reale — È questo il sito più delizioso della 
nostra Città. Qui si avvera quel verso del Petrarca ■ 

Fioì\ frond\ erbe^ ombre^ antri, onde, aure soavi. 

Situato alla riva del mare da cui è riparafo da un 
lungo parapetto sul lato sinistro. — Sulla destra fiancheg- 
giato dalla più bella strada di Napoli quale è la Riviera 
di Ghiaia — ad Oriente evvi F aspetto dell' imponente Ve- 
suvio con le fumanti cime — Air occaso la collina del 
verdeggiante Posilipo. — E questo certamente l'incantato 
giardino di Armida , che formò l'episodio il più elegante 
nel poema 

Del sublime Cantor Epico solo. 

Si deve alla magnificenza del nostro Sovrano Ferdi- 
nando I , che la fé' terminare nell' anno 1782. 

E divisa in cinque viali , adorni di fontane , statue, 
sedili , e lumi a gas per le serate di està. Il celebre 
Toro Farnese è stato per molti anni situato alla fontana 
di mezzo : ma osservatosi fenduto per la vicina esposi- 
zione al mare , per non perderlo perfettamente si è tra- 
sportato nel Real Museo , ed invece vi si è posta una 
grandissima vasca con quattro leoni che la sostengono e 
che danno zampillanti acque. 

Sendosi riselciata la Riviera di Ghiaia sotto la dire- 
zione del fu capitano del genio Garofallo, la Reale Villa 
ebbe per ordine dell' attuale Augusto Sovrano altri im- 
megliamcuti ed aggiunzioni , prima sotto la direzione 
dell' Architetto Stefano Gasse , e poi del chiarissimo e 
dotto architetto D. Giuliano de Fazio. 



— 28 — 

No certamente che Napoli non è stala rullima capi- 
tale in Europa , che piantasse un giardino botanico. 

Ai tempi del Celano che vivca nel 1G50, avevamo 
per opera dei governatori della Nunziata un Orto bota- 
nico nel luogo detto la Montagnola sopra i Miracoli con 
circa 700 specie di piante la maggior parte pellegrine. 
Il direttore n' era Domenico De Fusco , napolitano. — 
L' Orto si appellava Sempliciario , e /' Erborario. 

Orto botanico. — Nel 1616 , si sarebbe piantato 
altro Orlo botanico nel giardino di Santa Teresa per co- 
modo dell'Università degli Studi , se da Napoli non ve- 
niva amosso il Vice Re Conte di Lemos. 

Finalmente ai principi di questo secolo è stato rea- 
lizzato nel silo S. Angelo delle Croci, e 1 Real Albergo 
de' Poveri nel declivio di una collina esposta ad oriente, 
ed a mezzogiorno. — E di estensione 40 moggia, essen- 
dosi supplito alla mancanza di acque correnti , con certi 
pozzi , che àimo comunicazione col grande acquidotto 
Carmignano. — Chi brama conoscere il dettaglio dell'im- 
mensa quantità di piante indigene ed esotiche di dello 
Orlo , può leggere la Flora napolilana del distinto e chia- 
rissimo cav. D. Michele Tenore. 

Con le piante del Poli , ed altre ottenute dalle fati- 
che e dalla gcnorosità di solerti e nobili cultori della 
scienza , la nuova scuola botanica , polca dirsi compiu- 
ta, laiche nel 1807 il prclodato Tenore ne pubblicava il 
catalogo. Nel 1806 , ritornate le cattedre alla loro an- 
tica sede , e volendosi addire Monteoliveto a mercato di 
commestibili, si tornò alla prima idea del giardino pro- 
posto dal PlancUi, e dall'architetto Maresca, quindi nel- 
l'anno 1809 si gcttavan le basi del presente Orto bota- 
nico , il quale alla Ijotanica , ed alla agricoltura andava 



— 29 — 
parimenli dedicalo. Fu diretto dall' architetto Giuliano de 
Fazio con 1' assistenza del cav. Tenore , e fu aperto ai 
pubblici studi nel di 18 maggio detto anno 1809. 

Ferdinando I , fu il primo a dividere la Città di 
Napoli in dodici Quartieri , e ciò fece nel 1780 , allor- 
ché istituita la deputazione del buon governo, allogò un 
giudice a ciascuno di essi. Di poi continuando le molte 
colossali opere Paterne , e non allontanandosi dal primo 
disegno del cav. Fuga compiva tre lati dell' Albergo dei 
Poveri , e da quel sito ampliava sino al monumento de- 
gli Studi la bella strada di Feria. 

COxMPIMENTO AI TRE LATI DEL SERRAGLIO StADA FoRIA 

— Le ampliazioni lasciate interrotte da questo Monarca 
furon menate innanzi con molto calore nella durala del 
decennio , ed allora si apri la strada Nuova del Campo. 

— Dal poggio di S. Teresa allargalo e dismesso il sen- 
tiero si gettò altissimo e magnifico ponte per trarre co- 
modamente in carrozza al Rcal Palagio di Capo-dimonte, 
e dettesi grande opera alla deliziosa via di Posilipo , la 
quale al secondo ritorno di Re Ferdinando traevasi ancor 
più a ponente , finché giunse al così detto Capo di Po- 
silipo. 

S. Francesco di Paola. — Un voto fatto dal prelo- 
dato Sovrano Ferdinando I Borbone , mentre il suo Re- 
gno di qua dal Faro era occupato da armi straniere , 
fu r origine della chiesa di S. Francesco di Paola. — 
L' architetto a cui il Re ne commise la direzione fu Pie- 
tro Bianchi di Lugano — nel corso di 14 anni l' abbiamo; 
veduta compita \ 

Reale osservatorio di Marina. — Dopo la Specola, o 
Reale Osservatorio Astronomico non è da tralasciarsi a suo 
luogo il Reale Osservatorio di Marina fondalo nel 1818. 



— 30 — 

S. Giacomo , o Ministeri di Stato. — Pure idea di 
Ferdinando I, fu di riunire in un solo cdifizio tulli i Mi- 
nisleri e Segreterie di Slato — Se ne affidava il progetto, 
e la direzione airarcliitetto Stefano Gasse nell'anno 1819. 
— fu terminato nelF anno 1825. 

Specola. — Nello stesso anno 1819 Io stesso esimio 
architetto e mio principale Stefano Gasse , edificava la 
Specola d' ordine del prelodato Sovrano Ferdinando I , 
Questa Specola la cui latitudine è di 40" 54' 40'', setten- 
trionale e la longitudine di 47'» e 41^ a levante del meri- 
diano di Parigi o sia di 11°, 55', 13" in arco, sorge sopra 
una collina di tufo 150 metri dal pelo dell'acqua del prossi- 
mo mare. Ne fu promotore Federigo Zuccari^ il quale tro- 
vava disadatto ai fini della scienza quello della Torre 
S. Gaudioso, ed il silo presso il Museo dove sin dal 1791 
eransi gettate le fondamenta di altro Osservatorio. 

Sopra i disegni di questo astronomo , alquanto mo- 
dificati dal celebre P. Piazzi , il sullodato arcliitello Ste- 
fano Gasse architettò 1' edifizio. — Distendesi verso mez- 
zogiorno con nobili ed eleganti forme, rivestilo con tra- 
vertino di Gaeta con bozze , ed ornalo di vestibulo do- 
rico sul cui fronte Icggesi che il Re Ferdinando I il 
fondò nel 1819. 

Una esatta descrizione ne darò a suo luogo. 

Casina Regia al Chiatamone — Strada Vittoria. — 
Procedendo innanzi; dopo il castello dell' Uovo - la strada 
si denomina del chiatamone dalla antica parola greca che 
suona larga spiaggia. — Sul lato sinistro sorge la deli- 
ziosa Casina del Re ridotta nella presente forma , ed or- 
nata da un vaghissimo giardino dal Re Ferdinando I — 
Essa è destinata talvolta ad albergare i Reali ospiti stra- 
nieri ; ma più sovente raccoglie nelle sere di state la 



— 31 — 
famiglia Reale , essendo piacevolissima dimora dopo il 
tramonto del sole. Il rimanente di questa strada che 
nel 1818 , era un rione con piccole casucce di lavan- 
da] e , e stiratrici , e lo ricordo io che al soprapposto 
monte per quattro anni ahitai , sendo alunno della reale 
scuola P: M: è oggi ridotta a hella e magnifica per mo- 
desti e bene intesi edifizì sul destro lato , tutti ad uso 
di nobili locande pe' forestieri, sino al largo della Vittoria. 
— Sul lato manco da giorno in giorno si fa allontanare il 
mare con gettarvi de' sfabbricini , e di già evvi comodo 
marciapiede, ed una lunga piantagione di acacei per dare 
al passaggero 1' ombra nelle ore canicolari. Gli architetti 
che diressero questa strada furono il distinto cavaliere 
D. Bartolomeo Grasso , e l' ingegnere D. Vincenzo Len- 
gi. Come al presente che io scrivo il signor architetto 
Enrico Alvino d' ordine di S. M. Ferdinando II ; altra 
strada sia aprendo dal quartiere della Vittoria al Largo 
S. Maria a Cappella che pare nel suo breve spazio rac- 
cor deve magnifici palagi vedendosi di già surgere uno 
di proprietà del sig. Generale Alessandro Nunziante. 

Strada da Castellammare a Sorrento. — Nel 1828, 
ordinava il Re Francesco I, aprirsi nella rocca calcarea 
a mezza costa una Strada carrozzabile da Castellammare 
a Sorrento. Ne fu affidata la Direzione all' Architetto D. 
Luigi Giordano , 1' imprenditore ne fu un già distinto Ca- 
pitano del Genio il signor Agresti , e la strada andò 
avanti , fu compiuta , ed è venuta magnifica. 

L' edifizio dell' antica Dogana fu fondato nel 1378 
di figura rettangolare — Il lato maggiore di palmi 300, 
il minore di pahni 176 ^à un grandioso vestibulo, ed 
un ampio cortile. — Contiene 160 magazzini , e com- 
presovi il braccio di fabbriche , che dal manco lato del 



— 32 — 

cortile si distende sino al sopporlico della Neve, occupa 
una superficie di palmi quadrali 132, 000. 

In tempi remoli giungeva il mare infino alla vec- 
chia dogana che era destinala ad arsenale di Marina ; 
sotto il Regno di Filippo II , dal vice Re Marchese di 
Mondejar essendosi ritrailo il mare nei confini presenti , 
venne rifcitlo ad uso di Dogana. 

Finalmente ridotto in pessimo termine nel 1547 , 
tempo dei tumulti di Masaniello , fu riedificalo splendi- 
damente dopo sci anni sotto il Regno di Filippo IV ed 
adornata la piazza di una fontana di marmo ricca di sta- 
tue , la quale andò distrutta nelle guerre seguenti. — 
Le notizie sulle vincissitudiui di questo monumento ven- 
nero aflidale alla iscrizione che puoi leggere sull' ingresso 
principale — Oggi è destinato questo monumento ad uso 
di magazzini di deposito per le mercanzie straniere. 

Nuova Dogana — La nuova gran Dogana , ripi- 
gliando la storia , sorge a mano sinistra della strada del 
Pillerò sul bacino dello Molopiceolo , o anche del Man- 
dracchio. Il bacino mentovato comunica col porto, e col 
mare per mezzo di due ponti uno di pietra , ed uno di 
ferro , su cui corre 1' ampia e maestosa strada — Nella 
facciala principale verso oriente sporge un peristilio do- 
rico con tre archi , e con colonne su cui un frontone 
triangolare. 

La pianta è rettangolare il cui lato maggiore è di 
palmi 262 , e "1 minore 201 , occupando una superficie 
di palmi quadri 30, 652. 

Nel piau-lerrcno di questo edifizio à luogo il servi- 
zio della Gran Dogana , e sono allogate in esso le nu- 
merose officine , che prendono vario nome dalle osser- 
vazioni a cui vengono desUnate - per le dichiarazioni - 



— 33 — 
estraregnazioni - cabotaggio - visita - revisione dei libri 
stranieri. Hanno facile comunicazione fra loro, e con l'e- 
sterno per ampi cortili , e comode porte. 

Nei piani superiori risiede la Direzione generale con 
tutte le sue dipendenze — Il segretariato generale — I 
vari riparlimenti delle Dogane ; de' dazi di consumo — 
delle privative - della statistica commerciale , ed i due 
giudicati del contenzioso , che riguardano i giudizi pel 
ramo Dogane , e per quello di Privative. 

Per rannodare con esattezza e sollecitudine il servi- 
zio doganale - nel bacino vennero costruite le banchine 
all' intorno di esso , ed aggiuntovi un piccolo edifizio per 
i dazi di consumo - e quattro altre minori fabbriche de- 
stinate ad accogliere le macchine da peso — oltre la 
magnifica macchina di controllo che puoi vedere nell'a- 
trio , formata di ferro fuso. 

Questo Edifizio venne affidato pel progetto e dire- 
zione air esimio ed onestissimo architetto Stefano Gasse, 
che non avendo potuto per morte condurlo a termine , 
fu compiuto dal commendatore colonnello Clemente Fon- 
zeca , il quale condusse benanche a termine la 

Strada del Piliero — Questa magnifica strada si deve 
all'attuale nostro sovrano Ferdinando II (come quanto 
altro andrò in questa mia prefazione accennando) nulla es- 
sendovi rimasto dell' antico. E stato sino a pochi anni 
or sono informe e disagiata — Era larga 33 palmi verso 
r entrata all' arsenale , nel mezzo era di palmi 64 , e 
poi si restringeva a palmi 30. La dividea dal mare un 
sudicio cancello di legno, e vi erano delle casette pari- 
mente di legno destinate alle varie macchine, ed agli usi 
doganali. — Non migliore aspetto aveano le case al lato 

opposto , le quali sorgeano in varie direzioni , e diversi 

Sasso — Voi. 1. 5 



— 34 — 
livelli. Venne abbattuto il cancello e costruito l'elegante 
di ferro che oggi si vede dall' un capo all'altro. La strada 
ampliata a 60 palmi aggiuntovi un marciapiedi di 15 
palmi - una piccola fontana e due casucce di forma esa- 
gona agli estremi per uffizii doganali. 

Vennero abbattute alcune fabbriclie sporgenti vesso 
r entrata dell' arsenale , e tutte le altre case ridotte a 
forma migliore ed allineate — La strada ben livellala, e di 
commodo transito, che non Io era prima, alle carrozze. 

Strada S. Lucia — Chiesa di S. Lucia — Quartiere de' 
Cannonieri Marinari. — Per gli ultimi lavori comandati dal 
Re Ferdinando II nel 1840 , dove la strada del Gigante 
sì volge ad incontrare quella di S. Lucia, il pendio venne 
menomato di un terzo > e da SO pai. di larghezza venne 
di palmi 127 — Nel punto di S. Maria della Catena da 
palmi 40 , si ampliò a 110. Fu inoltre riedificato con 
ben inteso prospetto il quartiere de' cannonieri marinari. 

La chiesa di S. Lucia alzata con la strada e rico- 
struita ; venne ornata di un pronao di greca struttura. 
Spinti verso il mare i venditori della contrada , si ren- 
dette comodamente praticabile il lido sottoposto per due 
ampie e comode scale, ed aperti comodi magazzini sotto 
la strada. Si è ripulita la magnifica fontana di bianchi 
marmi, dove si vedono due considerabilissime statue nude, 
sopra due delfini , che formano colonne *, nel mezzo vi 
sono due sirene che sostengono una tazza, e dalla quale 
si versa acqua nel fonte, con altre figure, ed ornamenti 
d' intagli singolari , opera molto bene studiata , e mae- 
stosa , uscita dallo scalpello del nostro Merliano. Fu fatta 
questa nell' anno 1606, essendo viceré Gio: Alfonso Pi- 
mentel conte di Benavente , ed in questo luogo poscia 
trasportata in tempo del governo del cardinale Borgia. 



— 35 — 
Opificio neale di Pietrarsa. 

Sorgendo la nostra marineria a vapore, s' inlroducea 
nella nostra fonderia il novello trapano, per forare i can- 
noni, posto in movimento non da scarni animali, ma da 
quella forza eh' è lo slemma del secol nostro. Sorgeva 
istessamente il nobile concetto di non avere più a mendicar 
macchinisti forestieri , ma introdurre fra noi ed allevarne 
in mezzo un semenzaio , né più averci a rivolgere per 
macchine a Londra o a Parigi. 

Opificio in Pietrarsa — Con tale idea sorgea un mo- 
desto Opificio in Torre Annunziata, e fu poscia maestoso 
immaginato nell' anno 1840 sopra 1' antica batteria di 
Pietrarsa , e man mano va maestosissimo rendendosi ; 
imperocché una idea chiama l'altra, ed un' altra ancora. 

Quindi un Real Rescritto del di 8 febbraio 1841 , 
comandava che 1' Opificio di Pietrarsa dipendesse dalla 
Direzione Generale dei corpi facoltativi , e per i lavori 
da costruirsi per la marineria di Guerra fosse il carico 
affidato ad ima commessione specialmente a ciò nomi- 
nata — Egualmente pel detto Opificio a suo luogo se ne 
darà la pianta ed una esalta descrizione — Il direttore 
n è il Maggiore D. Luigi Corsi d' artiglieria. 

Muro Finanziero — Come cambiano i tempi ! Un 
giorno era Napoli famosa per le sue mura da resistere , 
( come resistettero ) alle baliste , agli arieti , alle cala- 
jnulte dell' inimico. Scoverta la polvere , e facendosi de- 
scrivere parabole immense ed enormi sfere ferree , inu- 
lili ormai si rendettero le mura , i torrioni, i merli — 
V architettura militare cambiò perfettamente ed il Gay 
de Vernau, il Cormataigne , ed i Saint-Paul , i Vauban 



— se- 
dettero altri modelli per i muri di cinta , per le leste 
dei ponti , per i ridotti , per i fronli fortificati , per le 
piazze forti - A chi non sono note le famose mura di 
Napoli ? ma dilatata la città era diflicile impresa rinchiu- 
derla in una cinta di opera fortificata. Solo per riguardi 
finanzieri fu ciò eseguito , imperocché si credette esser 
da tanto da evitare il contrabando — Ne fu 1' architetto 
Stefano Gasse. 

Da tratto in tratto e nei punti dove immettono le 
regie strade vi sono de' monumenti ad uso di officine 
doganali chiamate barriere. 

Strade di Ferro — Illuminazione a gas — Napoli è 
stata la prima tra le città d'Italia, che grazie all'Ottimo 
Sovrano Ferdinando II, à avuto due strade di Ferro, e 
r illuminazione a gas. 

Delle due strade di ferro , una da Napoli porla a 
Castellammare e Nocera , ed è di proprietà di azionisti 
rappresentati dal signor Bajard francese. L' architetto ne 
fu r imprenditore , e gerente signor Bajard , avendo per 
ingegneri di dettaglio diversi giovani architetti. Fu fatta 
neiranno 1839. 

La seconda porta da Napoli a Caserta e Capua , e 
fu fatta dal Rea! Governo , avendo per architetto diret- 
tore il signor colonnello D. Clemente Fonzeca del real 
Corpo del Genio , e per ingegneri di dettaglio i più di- 
sliuli uffiziali subalterni del Corpo anzidetto. — Fu ese- 
guita nel 1843. 

Due altre sono in progetto , una per le Puglie , e 
r allra per gli Abruzzi — È da sperare di vederle com- 
piute al più presto che è possibile. 

Ponti di Ferro sul Garigliano e sul Calore. — Nel- 
r anno 1841 il Re mandava in Francia 1' architetto ca- 



— 37 — 
valiere D. Luigi Giura, Ispeltor generale d' acque e stra- 
de , assistilo dall' ingegnere del Corpo stesso D. Agostino 
la Rocca, onde bene esaminare dei ponti di ferro per farne 
nel suo reame. Nel fallo tornato il signor Giura si pose 
mano a quello sul Garigliano, e poi un secondo ne di- 
resse sul Calore — Sono eccellentemente eseguiti , anzi 
il nostro architetto à corretto quello Navier sulla Senna 
come a suo luogo dirò. 

Osservatorio Meteorologico Vesuviano. — La costru- 
zione fu dal nostro Sovrano affidata nel 1840, all' Ar- 
chitello Gaetano Fazzini, e la Direzione al fu Cava- 
lier Melloni. Il monumento elevato sopra il Monte Vesu- 
vio , e propriamente al sito detto il Salvatore, à tre or- 
dini. Il sotterraneo per uso di Cucine. Il pian-terreno 
di cui una porzione serve per gli usi della vita, e 1' al- 
tra per quelli della Scienza. Il terzo esclusivamente desti- 
nato per la Fisica. 

Tutta r aerea ò cinta di mura per decenza e sicu- 
rezza dell' edifizio , ed inferiormente , a livello della strada 
vi è r abitazione del custode comunicante col piano della 
cucina , che gli sovrasta di pochi palmi. 

Le facciate dell' Osservatorio ergonsi su ampio ba- 
samento con finestrini per dar luce al sotterraneo. 11 
pianterreno è decorato con colonne doriche a portico, al 
({ualc si ascende per due ornati sentieri d' una maestosa 
gradinala. I vani sono ornali , e le mura benanche con 
bozze di pietra vesuviana legate tra loro con anelli di 
rame, e da tratto in trailo assodale con catene metalliche 
che passano per tutta la grossezza dei muri. Genere di 
costruzione tanto comune negli antichi , e poco usato dai 
moderni, con danno della solidità delle fabbriche. 

L' ultimo piano à nel mezzo , ed in corrispoiiden- 



— 38 ^ 

za del Portico un grande attico con orologio solare ed 
ordinario. 

Merita attenzione la facciata verso Settentrione, che 
nella parte media è foggiala a torre ottagona con diversi 
meccanismi ad uso di Meteorologia. 

Il genere di Architettura che vi trionfa è il Greco- 
Romano , di grande semplicità , quale lo richiedeva l' in- 
dole dell' Edilizio. La magnificenza deriva in gran parte 
dai materiali prescelti , che sono pietre dure , mattoni , 
lave antiche , tufi di Nocera , e della falda di Somma. 

Nuovo Camposanto. — Devesi parimenti alla Magnifi- 
cenza di Ferdinando II , il nuovo Camposanto , decan- 
tato da tutti gì' intendenti per il piìi hello in Europa, an- 
zi troppo bello. 

Questo nuovo Camposanto fu principiato nell' anno 
1837. E diviso in Ire parti. La prima è destinata per i 
sepolcri delle Confraternite , e di altre pie adunanze. La 
seconda pei Sepolcri e Mausolei di particolari famiglie. 
La terza finalmente è per 1' inumazione di quei cadaveri 
che non si vogliono mandar all' antico Camposanto pel 
pregiudizio che finora si sono colà sepelliti i morti negli 
Ospedali. 

Un Camposanto ben situato ed ordinato , è più in- 
teressante che non si crede per una gran Capitale come 
Napoli. Lasciando slare quanto nocevole sia il seppellir 
nelle Chiese ; egli è certo che 1' unione degli estinti in 
un sol luogo par che apra con essi una celeste corri- 
spondenza di amorosi sensi, e congiunga la vita con la 
morte. Pare che men lontane ci siano quelle anime delle 
quali abbiam vicino le spoglie : e quante memorie ivi si 
rinnovano di dolori e di piaceri comuni. Lo so ben io 
che colà vado spesso a visitare le spoglie di cinque miei 



— 39 — 
amatissimi figli , 1' ullìmo perduto all'età di 16 anni che 
di già mi empiva il cuore di alte speranze!! Si trema a 
tale vista di non lasciare eredità di affetti , ed i monu- 
menti di chi disparve, servono non solo di conforto, ma 
di scuola ancora a chi vive. 

In molti borghi e piccole città d' Inghilterra il Cam- 
posanto è il passeggio pubblico della popolazione , e vi 
si veggono sparsi molli ornamenti e delizie campestri. Il 
cimitero di Scutari rimpelto Costantinopoli è formato da 
un delizioso bosco di cipressi sotto dei quali sono sparse 
le tombe abbellite dagli emblemi della eternità , e del- 
l' amore dei superstiti. Un lungo viale nel mezzo serv~e 
di passaggio- È noto che gli antichi formavano i loro 
sepolcreti lungo le strade maestre fuori le porte della 
Città , come per indicare che un passo separa la vita 
dalla morte. Il nostro Camposanto à tutti superato. 

Tu ti' i popoli del mondo anno consagrati questi luo- 
ghi alla Religione , senza della quale le tombe sono og- 
geiti anzi di orrore che di pietà. 

Sarebbe stato meglio , io credo , che il nuovo Cam- 
posanto si fosse edificato in un luogo fuori si della Città: 
ma accessibile al maggior numero degli abitanti. In una 
Cina vasta come Napoli vi vorrebbero tre Camposanti , 
due alle estremità Orientale ed Occidentale , e 1 terzo 
sulle Colline. Progredendosi perle tombe come dal 1837, 
sin oggi si è progredito - il nuovo Camposanto sarà una 
città di morti , molto più vasta che la città de' vivi ad 
altri 50 anni. 

Vi avrebbe dovuto essere altro Porticato al di fuori 
di quello che à fatto la Città , dove fosse stato ad ognu- 
no permesso alzare dei monumenti alle care persone. 

Nel mezzo det Campo-santo vi vorrebbe un Sacro 



— 40 — 

recinto a forma di Panteon , dove e pii ecclesiastici , e 
ministri benefìci , e probi magistrali , e valorosi guerrieri 
e dotti , ed artisti avessero dei monumenti, 50 anni però 
dopo la loro morte , quando non più la vile adulazione 
ma r imparziale storia gli avesse giudicati. 

Air aspetto di un gran numero di uomini grandi ;, 
la polvere stessa delle tombe diviene faconda , l' animo si 
l'ialza , ed i giovani si accendono ad egregie cose. At- 
tualmente noi non sappiamo parlare al cuore , e ci la- 
gniamo che il cuore sia nullo nei moderni. 

Non più darei termine a questa mia prefazione, se 
accennar solo io volessi le molliplici opere , che dm-ante 
r Impero dell' attuale Augusto Monarca Ferdinando II , 
sono state eseguite. Nel rifacimento ed ampliazioni nelle 
fortificazioni. Nella costruzione di un bel porlo militare, 
con bacino. Per la ricostruzione della strada Toledo. Per 
r aperture di parecchie nobili e comode strade intorno la 
Capitale , e nel Regno tutto. Delle strade aperte dentro 
della nostra Città. Nel magnifico Tempio in Gaeta. Nel- 
la decenza , e nobihtà data alle piazze per la vendila 
de' commestibili - e cosi da mano in mano all' ultima co- 
struzione del Porlo d' Ischia. 

Tutte queste salutari disposizioni saranno nell' opera 
mia minutamente trattate , a suo luogo ; e con i disegni 
dei corrispondenti monumenti. 

L'ordine che serberò nello esporre i Monumenti sarà 
di dare prima la vita dell'Architetto per ordine cronologi- 
co, con l'accenno in conseguenza delle opere da lui proget- 
tate ed eseguite , e come, e d'ordine di quale Sovrano 
Signori, ed altri. Indi la esatta descrizione di questi Monu- 
menti con una minuta analisi di tutti i capo lavori (secondo 
le epoche) ivi esistenti. Finalmente le fasi di questi Monu- 



— 41 — 
menti , o per abbandono - o per immegiiamenti , aggiun- 
zioni , ampliazioni e nuove decorazioni. Alla fine dell'o- 
pera per facilità del riscontro, e richiamo alla memoria 
di quanto avrò esposto , darò un quadro in quattro co- 
lonne. Nella prima sarà indicata 1' epoca che sorgea il 
Monumento. Nella seconda il nome del Monumento. Nella 
terza il nome dell' Architetto inventore e direttore. Nella 
quarta i Sovrani Signori ed altri che l' anno ordinati. 

In ogni fascicolo darò un disegno di un Monumento 
alla rinfusa; la tavola però col suo numero corrispondente. 
Terminala 1' opera sarà ligata regolarmente. Se poi l'ope- 
ra mia sarà d' utile e di gradimento al pubblico in mo- 
do, che a ciò mi convingo con un numeroso smaltimento, 
darò nel supplemento i progressi dell' Architettura divisa, 
in ire epoche. 

Nella prima parlerò degli Architetti antichi ; cioè 
prima di Pericle 450 anni avanti G. C. da questa sino 
ad Alessandro il Macedone cioè per altri 150 anni. Da 
Alessandro fino ad Augusto , e da Augusto sino al de- 
cadimento dell' Architettura , cioè sino al quarto secolo. 

Nella seconda dalla decadenza sino al suo ristabili- 
mento, vale a dire da Costantino a Carlo Magno. Da Carlo 
Magno cioè dal secolo IX sino al Secolo XV. 

Nella terza dal ristabilimento dell' Architettura sino 
oggi , cioè dal secolo XV al secolo XIX. 

In queste diverse epoche accuratamente e senza amor 
di parte indicherò quale posto vi anno aVuto i Napolitani. 



Sasso — Voi. I. 



CENNO 

SUllA VITA BEH' ARCHITETTO 



BUONO 



Con la (losei'izionc e fasi delle sue opere eseguile in IV'IPOU 



CONSISTENTI NEI CASTELLI 



DI CAPUANA E DELL OVO 



A-è-eX^'^Xs-^v 



Anuo - 116i. 



Ovunque sosti, ovunque il passo arresti 
La tomba d' un Eroe sempre calpesti. 



i^i accenna da parecchi scrittori, e sembra certezza, che sotto 
il Regno di Guglielmo il malo , 1' architetto Buono costruì d' or- 
dine del detto Sovrano i due Castelli di Capuana e dell' Ovo , e 
ciò nel 1164. Notizie sulla nascita , vita, ed opere di questo ar- 
chitetto altro non ò potuto io conoscere se non che chiamato da 
Re Guglielmo a costruire detti Castelli , sali a tanto la sua fa- 
ma , che fu chiamato in Veìiezia , e colà fece delle buone fab- 
briche. Che sia nostro Regnicolo è fuor di dubbio ; ma dove , e 
da chi fosse nato 1" ignoro. 

Soltanto il Milizia queste poche parole: — Fu architetto e 
scultore più abile del suo tempo. 

Fu impiegato nel 11S4 (sarebbe prima d'aver compiti i Ca-, 
stelli in Napoli ) da Domenico Morosini in Venezia intendente an- 
che egli di architettura ad erigere il famoso campanile di s. Marco 
(gloria immensa ai Napolitani.) Altro di lodevole non à quest'o- 
pera che la sola fermezza , essendo stato si bea fondato e palifi- 
cato che da tanti secoli non à mai mosso un pelo , di quel eh 'è 
accaduto diversamente ad altre simili torri. La sua altezza è di 
300 piedi , e la grossezza 40. Non si sa di dove fosse questo 
Buono : si sa bensì eh' egli fece molte opere altrove. In Napoli 
il Castel Capuano ed il Castello dell' Uovo - A Pistoja la chiesa 
di s. Andrea. - A Firenze dette il disegno per ingrandire la chiesa 
di s. Maria Maggiore . di cui restano ancora lo mura maestre , 
e le volte. In Arezzo fece la casa della città con un campanile. 



— i6 — 
ISeUc opere di Buono si vede un pò meno di quel barbaro arabo 
che allora era tanto in voga. Il Vasari nella vita di Arnolfo di 
Lapo 5 dice , essere costante opinione che Buono fu napolitano , 
affermandolo in alcune note il cavalier Massimo Slanzioni , e che 
da Napoli fu chiamalo in Venezia , e nelle altre citta che al di 
sopra ò rapportato come dice il Milizia. - Inesatte notizie , ripeto, 
imperocché come potea nel 11S4 essere conosciuto per le opere che 
in Napoli far dovea nel 1164? 

Trattandosi di dar contezza del caste! dell' Ovo, e risveglian- 
do questo scoglio antiche reminiscenze , credo non aver taccia di 
prolisso se ne do 1' origine e le fasi susseguenti a cui questo fa- 
moso sito fu soggetto. 

Credeasi un giorno dal volgo , che Virgilio Marone 1' abbia 
fatto dar questo nome per avere incantato un ovo - chiuso que- 
st' ovo in una bottiglia , e la bottiglia in una gabbia di ferro , 
che fu posta in una ben custodita stanza - disse che quel Castello, 
che si dicea Ncirino, tanto sarebbe durato quanto quell'ovo si man- 
tenea - E ciò per i fatticelli ai bimbi del nostro Giovanni Villani. 

La grotta di Pozzuoli pure si dicea fatta da Virgilio per in- 
canto - Il fatto si è che un giorno il re Roberto passando per delta 
grotta in compagnia di raesser Francesco Petrarca , per celia ri- 
petea tali fole, e l'insigne Poeta rispose , che egli sapea Marone 
essere stato un gran poeta , e non un gran mago - Ai tempi di 
\ irgilio questo luogo che vado a descrivere non mai sognò di 
essere Castello. 

Alcuni dei nostri accurati scrittori portano che si dica del- 
l' ovo per la forma ovale ch'esso tiene - Questo nomo fu primo a 
darglielo Carlo 1° d' Angiò (1266), venendo chiamato si dai Nor- 
manni , che dai Svevi. Casinim- Lucullanum 

Altri scrivono che qu'i fosse stata I' antica Megara, città gre- 
ca , e ciò sembra che abbia regolare fondamento : imperocché 
quando il mare è tranquillo , da passo in passo nel suo fondo si 
veggono chiaramente molte vestigia di auliche fabbriche relicolale, 
e lateriche - Dice il Celano che conoscea un vecchio chiamato Giu- 
seppe Cardone eh' era il più gagliardo , destro , e valente nuota- 
tore ( e qui la dice grossa ) che stava per mezz' ora soli' acqua - 
Soggiunge che il detto Cardone si portava nella sua gioventù a 
nuotare ne' dintorni del Castello dov' erano moltissime muraglie 



— 47 — 
sotl' acqua , e spesso vi trovava qualche medaglia , qualche ca- 
raeo , ed una volta trovò degli idolelti di bronzo che regalò al 
padre suo. Ci riporta ancora , che il Cardone si portò un giorno 
per un buco dentro di una gran volta : ma intimorito dal sospetto 
di qualche fiera marina per le acque che si moveano , perdette 
di vista lo ingresso , ne disperava 1' uscita , e temette morirne , 
ma ricorso all' aiuto della Madre della Misericordia , trattenutosi 
sovr' acqua , vide di nuovo 1' adito , e ne usci salvo. 

In questo luogo Luculio fabbricò il suo palazzo emporio di 
comodi , di lusso , e di delizie , in modo che chiamavasi il silo - 
le delizie Lucullane. 

Qui furono piantate la prima volta in Italia le ciriege che 
Luculio fece venire da Cerasunto , e le pesche da Persia: ma per 
più goderne de' fiori che delle frutta credendo che in Na|ioli a- 
vcssero dovuto riuscir velenose , come in Persia: ma non fu cosi; 
giacche il nostro terreno so ne succhia la parte nociva , e dimo- 
strazione ne è che seccando una pianta di pesche , se nel sito 
vuoi piantarvi pianta di altra specie, al momento secca, se la terra 
per qualche tempo non la lasci sfumare, e poi l'ingrassi di nuovo. 

Dalla parte d' occidente , che guarda Posilipo , vi sono le 
famose peschiere delle murene del detto Luculio, e quando è cal- 
meria se vai con una barclielta a diporto colà , poco lungi dal 
castello , puoi osservarle benissimo. Sono tre , e ad una eh' è di 
figura ellittica vi si veggono nella bocca i canaletti per dove , è 
probabile , calavano i ripari a chiuderla. 

Questa punta di monte stava forse unita con quella di Piz- 
zofalcone. Per un gran tremuoto avrà potuto separarsi dalla terra 
ferma , e si ridusse in isola. 

Cominciò poscia ad essere abitato come delizia. I monaci Ba- 
siliani vi fabbricarono un monastero , ed una chiesa dedicata al 
Salvatore. Ecco motivo che venne detta Isola del Salvatore. 

In questo monastero mori la santa vergine Patrizia quan- 
do la seconda volta venne in Napoli trasportata da una tempesta. 

Questo monastero fu poi conceduto ai monaci Benedettini, e 
la cliiesa fu intitolata s. Pietro : ma non si conosce in che tem- 
po , e come accadesse. 

La storia tace sino al 1164 , come di sopra si è detto. Morto 
re Guglielmo nel 1166 , restò questa fortezza imperfetta , ( forti- 



— i8 — 
ficaia però all' uso di quei tempi , e pria della invenzione della 
polvere ) - nò Guglielmo 2" dello il buono , né i suoi successori 
cercarono di finirla e di mantenerla; di modo che il solo nome gli 
rimase di fortezza , e quasi interamente stava in potere dei Be- 
nedettini, 

Neil' anno 1222, Federigo II" Svevo Imperatore e Re di Na- 
poli dopo di essere stato coronato in Roma tornò in regno con 
l'archi letto Niccolò Pisano fiorentino, il quale dopo, come si dirà, 
d'aver finito quello di Capuana , fortificò questo con molte torri 
delle quali oggi appena ne appariscono delle vestigia. 

Il monastero dai Benedettini fu conceduto alle monache di 
s. Sebastiano , e ciò sotto il reame Angioino. 

Neil' anno 1302 , fu espugnato da Pietro Navarro gran sol- 
dato , e non ostante che era cinto di acque fu minato dalla parte 
sinistra verso terra — e queste furono le prime mine che si vi- 
dero in Napoli dopo la fatale scoperta della polvere. 

Reslò molto mal ridotto , e particolarmente dai flussi del ma- 
re. Nel lodo , fa ristaurato dal vice-re D. Giovanni Zuuica conte 
di Miranda , sotto 1' altro vice-re conte di s. Stefano vi si aggiunse 
dalla parte di oriente un fortino detto alle mulina per dei mulini 
a vento che un tempo colà esistevano, e questo fortino fu costruito 
per avere i tiri a fior d' acqua. Nel fabbricarsi detto fortino vi si 
trovarono de' vestigi di antichi edifizj. 

Dentro di questo castello oggi ben fornito di batterie con un 
numero di 6a cannoni di diverso calibro , vi erano molte armi 
antiche , specialmente delle baliste , trasportate all' armeria. 

Sotto la stanza della munizione vi è parte dell' antica chiesa 
del Salvatore , che come si è detto venne poscia denominata di 
s. Pietro, ed era nel 17° secolo tutta dipinta alla maniera greca. 
Vi era un arcolrave fisso nelle mura intagliato , e dorato , e nel 
mezzo un massiccio lampadare di bronzo avanti ad una candidis- 
sima cassa di marmo (forse di alabastro) - Stava delta cassa sco- 
verta , e dentro vi erano tre teste spolpate , un cranio , ed un 
osso di gamba - Nel fronte di detta cassa vi era una croce greca 
con sei nomi di santi in latino , e fra questi Sanctus Stephanus - 
Vi sono le stanze del parroco in ispagnuolo Curato - da queste 
stanze si cala alle cellette dove a di 13 agosto 36o , passò in 
cielo s. Patrizia, e contigua a questa si veggono le vestigia del- 



— 49 — 
l'antico monastero - lutto ciò è stato da me osservato oggi 20 
sellerabre 183ÌJ , però vi ò scorto che l'attuale livello non è quel- 
lo d' allora , essendo stato di molto rialzato : e le molte pitture 
a fresco delle gesta della santa, e quelle della nave sono cose fatte 
molti secoli dopo la morte sua; Come ancora ò esaminato la stan- 
za dove è oggi riposto il vino, i salami, e le legna. Questo com- 
preso è diviso con quattro archi di fronte, alla detta gotica , che 
tre volte si ripetono nello sfondato, poggiando le spalle sopra no- 
ve capitelli dorici sovrastanti a nove fusti di colonne scanalate di 
fino marmo cipollino, le quali escono per 4 palmi sovra il baso- 
lato attualo della dotta stanza. 

Forse la chiesa di s. Sebastiano ò quella che per le fasi accen- 
nate è stata colmata e poi basolata, e poi destinata all' uso anzi- 
detto - Chi sa che cosa vi sarà sepolta al di sotto, ed io stetti contem- 
plando il lavorìo delle scanalature, riflettendo che erano colà col- 
locale quelle nove colonne niente meno che da 14 secoli - Quante 
rimembranze - percorrendo con la storia alla mano gli avvenimen- 
ti, e le fasi accadute nel lungo periodo di millcqualtroccnto an- 
ni ; quindi esclamava nella mia terra natia 

Ovunque sosto, ovunque il passo arresto ; 
L'urna di qualche Eroe sempre calpesto! 

In questo castello attualmente vi sono: 

Un vasto magazzino di polvere che e circa 4 palmi al di so- 
pra del livello del mare. Si cala in essa polverista per ampia e 
comoda scalinata di circa 28 gradini. 

Vi sono 62 pezzi di cannone di grosso calibro , e tre mor- 
tai situali in numero 7 belterie diverse verso i tre lati di mare - 
À una guarnigione di due compagnie di linea della forza di 300, 
uomini , ed una di artiglieria di 160 uomini. 

Vi è un carcere denominalo il camerone degli aggraziati - 
È destinato attualmente pe' condannati al presidio ; di cui potrebbe 
contenere sino a 360. 

Vi è la nuova parrocchia Regia costruita per ordino di S. M. 
Ferdinando II" nel 1846 , la quale è molto bene tenuta , e si 
presta perfettamente al comodo della guarnigione - Vi ò un par- 
roco , ed un assistente. 

11 detto castello viea comandalo da un Colonnello dello sLato 

Sasso — Voi. I. 10 



— 50 — 
maggiore territoriale dipendente dal General comandante la Pro- 
vincia e Piazza - questo comandante à sotto i suoi ordini un aiu- 
tante maggiore del Forte , e tre subalterni tra gli uffiziali della 
2. classe. 

Vi sono delle stanze destinalo per punizione degli uffiziali che 
per mancanze ai propri doveri; o dai superiori , o dal Re ven- 
gono messi in castello , imperocché per i delitti gravi sono gli 
uffiziali mandati a quello di s. Ermo. 

Castel Capuano — VicarL-s — Trihiinali. 

Fu edificalo per castello da Guglielmo I" Normanno . e fu 
abitazione dello slesso Guglielmo , e de' suoi successori. 

Fu poscia nell' anno 1231 , ridotto in miglior forma . e fi- 
nito da Federigo Svevo per opera dell' architelto Giovanni Pisa- 
no - Restò per abitazione do' re angioni ed aragonesi. 

Avendo poi Ferrante T d' Aragona principialo ad ampliare 
la città , e circondatala di nuove mura, il detto castello rcslò den- 
tro ne serviva più per cosa alcuna , ecco ragione che fu donalo 
a Carlo della Noja principe di Sulniona. 

Volendo D. Pietro di Toledo unire luti' i tribunali , ne tro- 
vando luogo più opportuno che il vecchio caslel Capuano , se lo 
fece cedere dal principe di Sulmona , e lo -ridusse comodo per 
lutti i tribunali di allora ; ciò avveniva nell' anno 11540. 

Vi era il tribunale detto del Regio Sagro Consiglio, che pri- 
ma stava nel chiostro di s. Chiara , e nominavasi Consiirlio di 
s. Chiara. Questo tribunale aveva quattro ruote, e ciascuna mola 
cinque consigheri , e '1 capo-ruota , in tutto erano 23 magistrati, 
perchè due presedevano capi nella ruota della Vicaria criminale, 
e dun altro presedeva al Governo di Capua. Ve n'era un altro 
ancora, il quale si mandava assessore al Vice Re in Sicilia, col ti- 
tolo di Consultore della Monarchia. 

Nel 1783, fu da S. M. Ferdinando I. Borbone stabilito, che la 
carica di Conservatore di quel Regno , che era come un fiscale 
delle rendile Reali si fosse occupalo da un Ministro togato del S. 
R. C. di Napoli. D'allora il numero degli individui logali di que- 
sto Tribunale fu di trenta , cioè 20 stabiliti nelle quattro sue ruo- 
te, quadro capi della G. C. Criminale . il Govornalorc di Capua, 



— 31 — 

il Conservatore e Consultore di Sicilia , e '1 presidente del S. R. 
C. la più sublime carica del Regno. 

Avanti di queste quattro ruote vi era un ampio gran Salone 
dove si trattenevano gli Avvocati , e vi erano lo panche de' ma- 
stri — d'atti e scrivani. 

Nei giorni di Tribunale nel Salone medesimo si vedevano, e si veg- 
gano aggirarsi migliaja d' uomini che vanno a trattarvi i loro af- 
fari, di tal che spesso non senza difficoltà vi si cammina. 

Vi era in quei tempi un segretario e dei portieri , e non si 
trattavano che liti tra particolari. 

Il salone in cui sedevano gli avvocati fu ornato nella maniera 
come oggi ancora si vede, (è il lungo compreso dell'odierno Tri- 
bunal Civile), e fu dipinto nell' anno 1752 da Giovan-Rattisla Na- 
tali Piacentino — Le figure poi della Statua equestre del Re , e. 
delle virili che gli fanno corona, come de' legislatori antichi, che 
si veggono dentro del lanternino, e de' Sovrani del Regno, che 
anno promulgate le nostre Leggi, sono tutte del pennello di Carlo 
Amalfi. 

Le due iscrizioni 1' una in versi sotto la Statua del Re, e l'al- 
tra che e a fronte, sono del celebre Consigliere D. Giuseppe Au- 
relio di Gennaro — eccole. 

Solfo la figura oqucslrc del Re. 

Fama tot ingeniis , tot onoribis obta , Senatis 
Tam major per te , Carole , im orbe Sonat , 

UtiLITAS PopLLIS , Co.VSLLTlS NORMA , L0GATI3 

Gloria qias dederas , legibls alcta flit 

Recti cognitis , dos linguae , mentis acimen 

notabilitant pompa splend1di0re forem. 

ista dia sub te felicia tempora clrrant, 

TaLIA sub NATI EXPERIUNDA TUIS. 

jsotlo i^ impresa acl Re Carolo. 

Pio, FELICI, Triumphatori 

Napolis, Siciltae, Hierusalem Re6e 

Marchione Carolo Danza 

Praeside Sacri Recii Consilu 

Arcis, Capuanae JEdes 

Regio, Olim, Domicilio 



— 52 — 

HlIC BEINDE SeNATII HaBENDO. 

Deseinatae 

Magnitldine, QtiDEM, Adspectabiles 

RlTORlS Inopes 

In iianc elegantiam 

Dia DESIDERATA» 

Tantam semel 

Pro dignitate noxc adsolotam 

Advocatorim aere consllato 

ReSTITLLML'R ORNATIR 

Ann. ciodcclii. 

Da questo si passava per un corridoio ia due altri gran Saloni 
ìq capo de' quali vi era la Ruota della Regia Camera , dove si 
trattavano i negozi! del patrimonio Regio e degli interessi Came- 
rali. Yi erano sei Presidenti dottori, tre Italiani, e tre Spagnuoli, 
e poscia tulli sei Italiani, e poi portato il numero a nove. Vi era 
il suo Avvocato e Procurator fiscale. 

Quattro avvocati fiscali, due togati e due detti dei conti, e 24 
razionali. Dovea presedere a questo Tribunale il gran Camerario; 
ma dal Re vi si destinava un Ministro col titolo di Luogotenente. 
Presso di questa ruota vi era la ruota dei Conti in due, e le stanze 
per i Razionali, e nei Saloni le panche pe' maestri d' atti , e gli 
Attuari— Vi era sopra un meraviglioso Archivio. 

Nella cappella dove prima del Tribunale si ascoltava, e si ascolla 
dai Magistrali la messa dello Spirilo Santo, che è sulla sinistra en- 
trando nel primo Salone, oggi Salone del Tribunale Civile , vi è 
un bellissimo quadro della pietà del Polidorino. 

Neil' anno 1770 furono questi Saloni ornati con dipinture delle 
dodici Provincie del Regno figurate in allretlanle donne co' loro 
emblemi, e varie virtù, ed il Re dipinto a cavallo. 

Nel 1789 si fabbricò un altra Ruota di pianta nel cortile delle 
carceri, che corrisponderebbe all'attuale seconda Camera della G. 
C. Civile — Ebbe in detto anno una riforma il Tribunale ; impe- 
rocché olire al Luogotenente vi erano dieci Presidenti togati , e 
cinque di spada e cappa , oltre i soprannumerari. Due fiscali to- 
gati, e due di toga breve. 

In ogni ruota sedeano quattro Presidenti togati ed uno non to- 
gato, un fiscale togato, e'I segretario. Nella terza Ruota sedea un 
Presidente togato, tre di spada e cappa, e due fiscali. Un allro 



— 53 — 
Presidenle si mandava al governo della Dogana di Foggia — In 
questo Tribunale si trallavano tulle le cause altinenli al Real pa- 
trimonio, e tulle le cause Civili e Criminali di coloro che per es- 
sere addetti al Real patrimonio godevano il privilegio del foro. 

Tulle le pitture fatte in questa nuova ruota furono lavori del 
Gamba , e 1" Architetlo che diresse l' opere fu il Tavolarlo del S. 
lì. C. ed Ingegner Camerale Giuseppe Pollio. 

Da questo Tribunale si passava a due altre sale della Vicaria 
dette la Gran Corte. Nella prima si trattavano le cause Civili , e 
vi erano due Ruote, ed ognuna di esse con tre Giudici biennali— 
Kella seconda si giudicavano le cause criminali, e vi sedeano sei 
Giudici due Consiglieri per capi-ruota, e due fiscali togati, ed un 
Prociirator fiscale. Questo Tribunale giudicava tutte le cause non 
solamente della Cillà; ma ancora di tutti i Tribunali del Regno co- 
si Raronali come Regii in grado di appello — Dipendeva dal S.R.C. 
A questo Tribunale avrebbe dovuto presedere il gran Giustizie- 
re, ma in suo luogo vi si destinava un Ministro col titolo di Reg- 
gente. 

I Tribunali erano, 

1." 11 S. R. Consiglio istituito nel 1442, da Alfonso I. d'A- 
ragona, superiore a tulli gli altri, e le sentenze si profferivano in 
nome del Re , dandosi nelle suppliche al Presidente il titolo di 
S. R. M. 

2." Il Tribunale della Regia Camera della Sommaria , fu 
fondato dall' Impcrator Federigo nel 1200. Nel 1444, fu riformalo 
dal suUodalo Re Alfonso. 

3.° La Gran Corte della Vicaria fu pure istituita da Re Al- 
fonso I, e fu così chiamata dall' unione che ne fece de' due tri- 
bunali j uno detto la G. C. del mastro Giustiziere istituito da Fe- 
derigo II, e l'altro detto la Corte della Vicaria, che rappresenta- 
va la persona del Vicario Generale del Regno , istituito da Re 
Carlo I, d'Angiò. Per le scale del detto Tribunale della Vicaria 
si saliva ad un altro Tribunale dello della Zecca, che altro ca- 
rico non avea che di marcare con un segno Regio i pesi e le 
misure — Avea il suo Giudice, ed altri impiegati, e prima stava 
presso la Chiesa di S. Agostino. 

Vi era un altro Tribunale detto della Bagliva nel quale som- 
mariamente si trattavano le cause di 30 carlini in giù. Questo 



Tribunale stava vicino la Cbiesa della Incoronala in un violo 
dello della Bagliva. 

Sotto di questi Tribunali, in caslel Capuano vi erano,e vi sono 
tuttavia le carceri! Sono capienti a contenere sino a 2000 condannati. 

Nel cortile a rimpetto evvi un Leone di marmo sopra diver- 
se fonticelle , cb' erano le antiche misure del Vino , dell' Ogiio , 
e di altre cose che si vendevano da'boUegai. 

In questo castello abitandovi la Regina Giovanna li, succes- 
se r infelicissimo caso di Ser Giovanni Caracciolo. 

Cosi eran disposte le cose sino all'abolizione della Baronia ed 
alla pubblicazione della nuova nostra legislazione. 

L'amministrazione della giustizia nella Città di Napoli tanto per 
ciò che risguarda la giustizia e la tutela de' dritti Civili insepara- 
bili da ciascun individuo nelle sue relazioni di famiglia e di pro- 
prietà 5 quanto per ciò che appartiene alla punizione de' reali, è 
confidata a diversi giudici , e tribunali , i quali si comprendono 
sotto il nome di Giudici , e Tribunali Ordinari , chiamandosi giu- 
dici e tribunali di eccezione quelli la cui giurisdizione cade sol- 
tanto su di alcune speciali materie determinale dalla Lpgge. 

I Giudici e Tribunali Ordinar] — sono. 
Giudici Conciliatori. 

Giudici di Circondario. 

Giudici Istruttori. 

Tribunali Civili. 

Gran Corti Criminali , e Speciali. 

Gran Corti Civili. 

Corte Suprema di Giustizia. 

Di questi , sono in Castel Capuano. 

II Tribunale Civile in quattro Camere con la Regia Procura , 
e Cancelleria. 

La Gran Corte Civile in tre Camere , con la Procura Generale 
e Cancelleria, 

La Gran Corte Criminale con la Procura Generale Criminale, ^ 
Cancelleria. 

Dov'era il Tribunale della Zecca , oggi vi è il Tribunale di Com- 
mercio. 

La Corte Suprema di Giustizia risiede nell' antico Palazzo del 
Duca di Maddaloni. 



— 55 — 

Mi cade in acconcio farti presento , o lettore il mio Progotto per 
un nuovo cdiGzio adatto poi Tribunali di Napoli, di cui daròpii- 
ranco l'elevato e le piante Geometriche. Progetto che ò avuto l'onore 
di umiliare a S. M. il Re (N. S.) sin dal di 22 Novembre lSo3. 

Il mio progetto è come qui appresso. 

L'Edifizio s'innalzerebbe sur d'un rettangolo di palmi Napolita- 
ni 1080 per 380 ; di modo che la pianta occuperebbe una super- 
ficie di Palmi quadri 410 , 400. 

La facciata verrebbe composta , come osservasi dalla projezione 
ortografica, dei tre ordini Dorico, Ionico, e Corintio, da un at- 
tico , dove nel mezzo s'eleverebbe un tempietto per l'orologio. 

I! lato principale avrebbe tre vani d'entrata: due ai laterali, ed 
uno nel lato opposto. 

Avrebbe l'Edifizio cinque Cortili. Tre con interi porticati dorici, e 
due con porticati ai lati corti. Detti porticati seguiterebbero per l'in- 
terno anco pe'due piani superiori. In due cortili laterali duo fontane. 

Nel Cortile principale vi sarebbe nel centro un prisma ottagonale 
dove si piazzerebbe il picchetto per l'Ufllziale di guardia, che da 
quel punto osserveria tutte le porle d'ingresso nel locale. Detto 
prisma servirebbe di piedistallo ad un gruppo di tre slaluo in mar- 
mo. Quella di mozzo dell'Augusto nostro Sovrano Ferdinando 11", 
quella a sinistra della Religione, e quella a dritta della Giusti- 
zia, che gl'indicherebbcro in cima; nel mezzo del lato principa- 
le, a dorso dell' orologio , il Tempio della Gloria dove, circonda- 
to dalle virtù , verrebbe il Genio dei Borboni. 

Una la Scala principale di fronte nel gran Cortile. Otto secon- 
darie , delle quali quattro darebbero accesso ai piani Superiori, e 
le altre quattro con otto a lumache porterebbero ai due piani ncl- 
r altezza del dorico. 

Verrebbero composti i due piani nel dorico nei quali si ascen- 
de come si è detto per dodici Scale ; da 480 compresi , che 
Terrebbero destinali per quartini adatti a ciascun Magistrato per 
gV informi , e cosi mentre si eviterebbe la soverchia conoscenza 
delle domestiche pareti dei giudici, non si perderebbe tempo dai di- 
fensori nel transito dall'una all'altra abitazione dei votanti, per gl'in- 
formi, a danno dei litiganti. 

Vi sarebbe nel pianterreno un corpo di guardia, ed una casa pel 
custode del locale. 



— o6 — 

Nel Secondo piano , nel doi'ico, vi sarebbero Ire decenti Appar- 
tamenti , pel Presidente del Tribunale Civile, pel Procuratore dei- 
Re , e pel Procuratore Generale del Re della G. C. Criminale. Det- 
ti Magistrati dovrebbero abitarvi. 

Il transito per l'intero edifizio, per tulli i piani, si farebbe per 
sotto i portici difeso dall'intemperie de' tempi. 

Ai quattro pilastri di fronte nella scala principale, vi verrebbero 
collocati quattro piedistalli clic sariano di base a quattro statue in 
marmo dei Sovrani dell'attuale, felicemente regnante, dinastia 
Borbone. 

Nei due piani superiori, come leggesi nella projezione orizzon- 
tale , le ruote per la pubblica discussione avendo ciascuna di 
essa una Camera per i consigli, e stanze laterali pel comodo de Ma- 
gistrati. Ampii locali per le rispettive cancellerie. Regia Procura. 
Procura Generale Civile. Procura Generale Criminale. Gran Sala 
pel Consiglio dei Presidenti della G. C. dei Conti. Due Chiese in 
cui i Magistrati degli svariati collegi assisterebbero alla messa del- 
lo Spirito Santo, che gl'illumini al vero, ed al giusto. 

Grandi saloni pel pubblico , e per le panche dogli Uscieri , e 
Camera di disciplina per gli Avvocati. — Vi verrebbero collocati in 
detto edilìzio — Il Tribunale Civile — La Gran Corte Civile — La Gran 
Corte Criminale — La Corte Suprema di Giustizia— La Gran Cor- 
te dei Conti — 11 Tribunale di Commercio — I Consigli di Guerra 
di Guarnigione — L' Alta Corte Militare. 

Neil' Attico , L'Archivio Generale del Regno — La Conservazio- 
ne de'privilegi ed Ipoteche di Napoli — La Direzione Generale del- 
le Contribuzioni Dirette. Una gran Biblioteca Legale. 

Il sito alle Fosse del Grano, o al Largo delle Pigne di se- 
guito ai Regi Studi. 

Al momento che consegno il mio manoscritto al tipografo, sen- 
do reduce da Castel Capuano , ò osservato che vi si stanno pra- 
ticando dei lavori. Nel salone del Tribunale Civile vog^'o ritocca- 
ti tutti li da me descritti affreschi. Nel salone della Gran Corte 
Civile, nella cappella osservo che vi si sta eseguendo un (ambur- 
rato ! credo che egualmente si porteranno alla vista gli altri af- 
freschi alle pareti. Non conosco quanto altro vi si andrà a prati- 
care; certo è che vedendo ristaurare i vecchi Tribunali, perdo ogni 
speranza vedere edificati i nuovi, come dall'esposto mio progetto. 



VITA DELL' ARCHITETTO E SCLLTORR 



MASUdCIO l 



(m LA DKSCIUZIOAE ÌWÀIE SIE OPFJJE ESEGIITE lì VllHH.l 



CONSISTENTI 



XcU' .trelii<cttara 

Compleliimciilo di Castel Nuovo. 

Complelamcnto di S. Maria la Nova. 

Duomo. 

S. Domenico Maggiore. 

S. Aspremo rifatto. 

S. Giovnniii Maggiore, 

Palazzo Colomliraiio. 

Palazzo Maddaloni. 



!VcIla Scultura 

Sepolcro di Carlo I, d' Angiò. 

Idem dell'Arcivescovo Umberti. 

Idem del Cardinale Raimondo Basile. 

Una tavola indicando Cristo in mezzo 
a due Santi. 

Sepolcro di Iacopo di Costanzo. 

Il Cristo in legno nella Cappella dei 
Caraccioli. 

Nelle cappelle di s. Tommaso, ed ia 
quella de' Carrafeschi in s. Dome- 
nico \i sono suoi lavori. 



Anno - \ìm 



Vivo sol di speranza rimembrando, 
Che poco umor già per continua piova 
Consumar fieri marmi e pietre salde. 
Petrarca 



Lo stile Gorrnanioo , o pei- meglio dire , e con piìi argoineiUo 
il Francese ; avca predominalo e preso voga , essendosi perdute 
le buone regole d' Architettura , e le opere degli eccellenti mae- 
stri eran rimaste sepolte nelle rovine dei Regni , oppresse da tan- 
te barbare nazioni , le quali a torrenti sgorgando dalla Scandia i- 
nondavano le campagne , e con rapido corso vennero , inlelice- 
mente , a sommergere tutte le belle arti , che più che altrove a- 
veano rendute celebri ed immortali le belle contrade italiane. 

Mancando i buoni esempi fu forza seguire quel gusto che l'im- 
perizia de' tempi dettava cosi togliendo i modelli dai Germani , o 
dai Francesi ; si videro in varie città Italiane Monumenti di mol- 
ta considerazione di barbara Architettura , sforzandosi i più inge- 
gnosi di aggiungervi qualche bellezza , qualche magnificenza; ac- 
ciocché agli occhi dei risguardanti più belli apparissero. 

Questo primo vanto deve l'Italia all'Architetto Buono , e quasi 
uu secolo dopo con maggior riuscita al primo Masuccio. 

Nacque il Masuccio nell'anno 1228. Visse 77 , anni. Fin da gio- 
vanetto inclinato alle arti del disegno, assistea ad un pittore ed 
architetto Napolitano , già vecchio , il cui nomo non è venuto a 
nostra cognizione come le sue opere; giacche il crocifisso che parlò 
all'Angelico Dottor s. Tommaso, e che trovasi nella Cappella di s. 
Domenico Maggiore, è opera sua. Costui adunque, con quella bontà 



— 60 — 
propria di quei tempi, cercò istruire Masuccio in tulle le buone 
regole di Archilcllura, vedendolo a ciò inclinatissimo, e di bello 
ingegno : ma nel mentre che i buoni precelti gli comunicava , 
mancò di vila l'amoroso maeslro. Sconsolato rimase il giovanetto 
alunno, sospirandone la perdila, essendogli il proceltore mancalo 
in tempo in cui egli più ne avea bisogno. 

Trovavasi in quel tempo in Napoli un forestiero architello man- 
dalo dairimperalor Federigo a levare alcune piante di molle Cit- 
ta d' Italia : con lui prese domestichezza il Masuccio , e ne ri- 
trasse mollo profillO; in modo che da se alcuna fabbrica potè di- 
ligere. 

Essendo morlo l'Imperator Federigo, come dalle Storie si appren- 
de, soffogalo dall'ambizioso Manfredi, convenne al forestiero archi- 
tello partir da Napoli, e partendo consigliava al Masuccio di seguir- 
lo a Roma. Questo consiglio essendo sialo abbraccialo dal giova- 
ne desideroso d'imparare, col suo consigliere , e secondo precet- 
tore a Roma s'incaminava , dove giunto si delle ad osservar 
quanto di bello e di antico vi era, disegnando tulli i più belli o- 
difìzi che gli si paravano innanzi. Apprendere voleva il Masuccio 
dalle buone e perfette regole; ma ciò gli riusciva nell' edificare 
difficile problema; imperocché il gusto di quel tempo era pel Ger- 
manico — dello il Gotico. — disprezzando 1' archilellura romana, 
ed in modo , che gli arlcfici ancora, ed i manipoli a niun altro 
modo che a quello, barbaro, erano avvezzi. AggiungijChe ai pro- 
prietari che ordinavano i lavori, ogni altro disegno che non era 
barbaro, non dilettava. Fermo nel preso divisamenlo il nostro in- 
signe architello andava pascendo la mente, coi più belli modelli. 
e giacche non gli veniva fallo di mellere in opera i suoi pensieri, 
si applicò di scolpire in marmo qualche basso rilievo , per is-fo- 
gare la fantasia , ad imitazione di alcuno tra i capolavori che 
allora in Roma vcdeansi ; non essendosi ancora in quel tempo 
discoverli grinfiiùli capi d'opera in quelT arte, che poscia si di- 
scovrirono. 

Cos'i esercitando il suo bel talento, per qualclie tempo dimorò 
in Roma, avendo di trailo in trailo qualche commissione si in ar- 
chilcllura , che nella scultura , il cui compenso , forse . gli era 
d'uopo por menare colà innanzi la vila. I tempi erano allora tri- 
sti per essere cresciuto le calamitose sciagure, a causa delle guerre 



— 61 — 
inlestine, che suscllavan l'ambizione di quei, che ia Italia regnar 
voleano. 

Ecco l'epoca di Carlo I. d'Angiò — venuto a regnare in questo 
paese nel 1266. 

Questo Sovrano chiamò da Firenze Giovanni Pisano ad edifica- 
re Castel ^-^ Nuovo. Si era questo principiato e tirato innanzi con 
bell'ordine, e magnificenza Reale — Qj'i trovo discrepanza tra il 
Celano, e '1 De Dominici — Dice il Celano che Federigo nel 1221, 
couducea seco in Napoli l'architetto Pisano — Il secondo afferma 
che Carlo I. d'Angiò nel 1266, Io invitava a venir da Firenza in 
Napoli — Forsi dicono bene tutti e due, potendo stare, che mor- 
to Federigo, se ne fosse il Pisano tornato in patria, da dove nel 
1266, dall'altro Re Angioino fosse stato di nuovo invitato. Secon- 
do il Tasari poi (so il Celano, e'I De Dominici avessero fatto at- 
tenzione al nome vi sono stali due Pisani Giovanni, cNiccola. ) 

Essendo slato d'uopo, onde mandare in esecuzione, il progetto 
del Pisano, demolire parecchi edifizi in quel sito, con molle case — 
e la Chiesa de'Frali Zoccolanti a Santa Maria delie Grazie ; ebbe 
dal sullodalo suo Sovrano l' incarico Io architetto che un altra 
Chiesa per i Frali suddetti quasi a vista del Castello edificare do- 
vesse. Ne fece il progetto il Pisano, e si pose in esecuzione. 

Giunte queste notizie all'orecchio del nostro Blasuccio,gli ca- 
gionarono forte slimolo di virtuosa emulazione, e con ciò il desi- 
derio di far conoscere al proprio Sovrano il suo valore. Fé il Ma- 
succio ritorno in Napoli. 

Le fabbriche dirette dal Pisano andavano regolarmente avan- 
ti: ma l'archilcllo volea o dovea far ritorno in Patria. Offerse Wa- 
succio la sua assistenza per Io compimento s'i del Castello , che 
per s. Maria la Nova, ed essendo stalo conosciuto dal Pisano per 
valentissimo maestro, non solo l'approvò: ma fece istanza presso 
del Re acciò lo avesse adoperato in sua vece. Parl'i il Pisano e'I 
nostro Masuccio rimase alla direziono de'lavori s'i del Castel Nuo- 
vo , come di quelli di s. M. la Nova , che felicemente portò a 
compimento con soddisfazione del Re, ed approvazione generale. 

Rimasto contentissimo il Sovrano de'ronduti servigi del nazio- 
nale Architetto, se lo chiamò, e gli manifestò il pensiero che egli 
avea di riedificare un nuovo Piscopio di bolla fabbrica e di mae- 
stosa grandezza, per la qnal cosa ne formò il Masuccio più dise- 



— 62 — 
gni, € moslrandoli al Re, offerì per qualunque di quelli piaciuto 
gli fosse , formarne un compiuto modello. 

iVccctlò il Sovrano l' offerta e con ciò soprassedette dal pen- 
siero che fatto avea di richiamare per tale importante fabbrica di 
bel nuovo il Pisano. 

Veduto nel fatto Re Carlo terminato il modello, ne restò con- 
tentissimo, e da quel momento fece tal concetto degli artefici Na- 
politani che mai più pensò di chiamare artefici forestieri, veden- 
do quali belli ingegni avesse sortito per suoi vassalli. 

Dette al momento Y ordine che il nuovo Duomo edificare si 
dovesse secondo l'architettato modello del nostro primo Masuccio. 

Cominciò questi la nuova fabbrica anch'essa formala alla così 
detta Gotica; giacche quell'ordine prevaleva,e quello era stato scel- 
to dal Re: ma non tralasciò Farchitetto di frammischiarvi abbel- 
limenti e coso tali, che più graziosa che lo altre infìno allora e- 
relte agli occhi de'risguardanti apparisse , facendo uso di alcuni 
ordini , che in quel tempo venivan detti Regole Baciferali. 

Avanzandosi da giorno in giorno il monumento, era mestie- 
ri che venisse abbellito dagli adornamenti di marmo, e da scul- 
ture: per la qual cosa propose Masuccio al Re lo Scultore Napo- 
litano Pietro de'Stefani , il quale approvato da Carlo I, mise ma- 
no con i giovani del suo studio, ed altri maestri, e sotto la dire- 
zione del Masuccio fu terminata tutta la parte superiore, e ridotta 
interamente a perfezione la fabbrica in ogni parte della nave di 
basso. Per le pitture fu chiamalo Tomaso de'Stefani fratello di Pie- 
tro. Fu in questo punto, che insorsero quelle turbolenze marziali, 
che furon cagione dell' orrendo vespro siciliano, ed essendo suc- 
ceduta la prigionia del Principe Carlo nel 12S3, il quale soccor- 
rea la fabbrica, e nel 1284 la morte del Re Carlo 1 ; fu sospeso 
il lavoro, insino a che Carlo ebbe ricuperata la sua libertà. 

Dette ordine il nuovo Sovrano, che a fine si dovesse condur- 
re la Cattedrale, e cosi fu del tutto perfezionata la fabbrica della 
Chiesa Napolitana nella parte superiore. Non curossi però il nuo- 
vo Carlo degli adornamenti di marmo, e delle statue che fan fac- 
ciata della maggior porta della Chiesa lo che fu posteriormente da 
altri eseguito , rimanendo il Masuccio rustica la facciala. 

Non era però nel Re Carlo II, mancanza alcuna di riveren- 
za e di pietà il non far terminare i lavori sudetti: ma la voglia 



— 63 — 
che egli avea di compiersi un suo voto fallo all'AposloIa di Crislo 
la Maddalena, ed ordinò die un magnifico Tempio in onore del- 
la medesima si erigesse, denominato oggi s. Domenico Maggio- 
re. Formatone Masuccio il modello, dopo un bene inteso disegno 
approvalo dal Re, pose mano alla fabbrica nel 1289, ed il men- 
tovato Carlo egli stesso vi gctlò la prima pietra, bcuedella dal Car- 
dinal Girardo. 

In questa fabbrica volle Masuccio servirsi in qualche parte 
delle buone regole dei migliori maestri di architettura, ed intro- 
durre di nuovo il buon gusto de'Romani , e de'Greci. Si ravvisa 
dal detto monumento qual Sovrano intendimento fosse stalo con- 
ceduto da Dio al nostro architetto in quei secoli infelicissimi per 
le nostre arti, e per ogni altra scienza. Indi con i lavori di mar- 
mo di Pietro degli Stefani, e con quelli di stucco, e con le pit- 
ture di Tommaso, fu la magnifica Chiesa perfettamente compiuta 
che aperta, furon date a Masuccio dagli uomini intendenti molle 
laudi, essendo questo tempio se non della grandezza del Duomo, 
molto più alto, e con migliori decorazioni costrutto. Per la qual 
cosa cresciuta la fama del bel talento del Masuccio gli fu com- 
messa la riedificazione della Chiesa di s. Giovanni Maggiore essen- 
do cadente, contando in quel tempo già dieci Secoli. Fu intera- 
mente demolito il Tempio fatto al tempo del gran Costantino per 
riedificarsi il nuovo. 

Ebbe campo il Masuccio di dimostrare nell' inalzamento di 
esso quanto egli valesse in architettura, essendogli stato approva- 
to il modello che ne fece , tutto alla Romana , indi à avuto di- 
versi cambiamenti come appresso andrò ad esporre. In questo e- 
gualmente il nostro architetto chiamò Pietro degli Stefani. 

Rifece di poi la Chiesa di s. Aspremo primo Vescovo, e pri- 
mo Cristiano di Napoli battezzato dall' Apostolo s. Pietro. 

Edificò inoltre il Palazzo del Principe di Colombrano,e quello 
del Duca di Maddaloni. 

Passo adesso a dar contezza di qualche scultura fatta dal 
detto Masuccio per indi poi dare la descrizione dei Monumenti 
surriferiti da lui immaginati , e diretti. 

Non essendo mio divisamento di fare l'inventario in una ca- 
sa saccheggiata, cosi non tratterò nell'opera mia, che della sola 
architettura, imperocché per pittura, e qualche capo lavoro di scul- 



— 64 — 
tura , questo povero paese , à soffcrli molti saccheggi da che si 
governava a conto di lontano padrone, e '1 conlrapelo Io ricevette 
nell'occupazione Militare. 

IN'on essendo capo lavori, certamente, le scolture del Masuc- 
cio, non si sono curale nei secoli posteriori, massime dagli uomi- 
ni che nessuna riverenza àn serbato per le cose antiche, ecco ra- 
gione che in gran parte restano ignote. Solamente ci abbiamo 
che edificò il nuovo piscopio per Carlo I, si dice che sono gli or- 
namenti ed il Sepolcro dell'Arcivescovo Umberto, quello del Car- 
dinale Raimondo Barile, ed una tavola di basso rilievo ove è scol- 
pito Cristo Signor nostro in mezzo a due santi. Tulli esistenti nel 
Duomo. Lavorò nel medesimo Duomo il bel Sepolcro di Iacopo 
di Cosianzo, il quale era morto sin dal 1234. Così nel mentovato 
Piscopio è sua scultura l'antico Crocifisso scolpito in legno,situato 
nella Cappella de'Caraccioli. 

Nella Chiesa di s. Domenico si veggono alcuni suoi lavori 
nella Cappella dei Carrafeschi , e dentro quella di s, Tommaso. 
Così lavorò un basso rilievo che un tempo stette nella Chiesa sur 
un altare di Cappella, che poi fu demolito per edificarvi il Coro. 
Ora tal basso rilievo si vede in principio della scala dol Convento 
ed è l'effigie della Maddalena, il cui nome sia di sopra intagliato 
in lettere gotiche. 

Lavorò ancora per la Cappella de'Minuloli nel Piscopio. Le va- 
rie statue che sono al di disotto la Iribunelta di marmo , che già 
fece con suo disegno Pietro de'Stpf:mi , il quale lo altre statuette 
scolpì. Quelle dol Masuccio rappresentano Cristo crocifisso nel mez- 
zo, e dai lati la Vergine, e s. Giovanni. 

Nel mentovato Cortile dei Duca di Maddaloni collocato su 
la porta delle stalle vi è un suo basso rilievo istoriato assai bene , 
che rappresenta il ratto delle Sabine, ed ivi alcun altro basso rilie- 
vo di sua mano ; ma assai maltrattato si vede , come ancora al- 
cune teste scolpite in marmi così nel cortile , come nelle stanze 
superiori. 

Ecco dunque come virtuosamente operando questo valentissi- 
mo artefice, si fece strada all'onore per mozzo di sue fatiche,per 
le quali ottenne premi , e stima dai proprii Sovrani, che genero- 
samente trattandolo, lo colmarono di favori, di onori, di ricchez- 
ze, e di benevolenza. Essendo già vecchio dovelte pure andare a 



— 63 — 
Roma per incarico del Conio di Segni per edificar colà una Chie- 
sa al Cardinal Gaelani, dopo di che prese congedo da quei Si- 
gnori, ed avuta la benedizione dal Papa, dal quale era molto sli- 
mato, in Napoli se ne tornò per dar riposo a tante fatiche. 

Venerato e pregiato da lutti i suoi concittadini pervenne al- 
l'ultima sua vecchiezza, nella quale applicava incessantemente ad 
insegnare il suo caro allievo , e compare Masuccio , figliuolo di 
Pietro de'Slefani, comunicando a questo giovanetto tulle le buone 
regole dell'ottima Architettura, e della Scultura (in cui più di Pie- 
tro valeva); acciocché mon difilcile e più breve gli si rendesse il 
cammino per giungere quanto prima (come giunse ) alla mela del- 
la perfezione. 

Giunto all'anno settantesimo settinio dell'età sua chiuse in 
pace i suoi giorni nell'anno di G. C. 130o, lasciando di se dolo- 
ro ne' suoi più cari , desiderio negli ammiratori delle sue virtù ; 
ed oggi rispetto e venerazione da tulli gli architetli. 



DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

Castel ìVuovo. 

E una fortezza di bello aspetto con larghi fossi, e munita da 
tutti i lati. Da prima non era che un semplice Castello in forma 
quadra con cortine, con cinque altissime torri, e con fosso. Fu e- 
retto da Carlo I. D'Angiò, con disegno del Pisano , e terminalo 
come si è detto dal Masuccio. Ciò avveniva nel 1283. Era qui il 
Convento de Frali Minori, che fu trasferito in s. Maria la Nova. 
Si eresse questo castello per abitazione del nuovo Principe costrui- 
to sul mare , e fuori della Città , e perchè non gli polca riuscir 
sicuro Castel Capuano. 

Da Alfonso L d'Aragona fu abbellito nell'inlerno , e nell'e- 
sterno. Fu lascialo il Castello Angioino come maschio dell' edifi- 
zio, ne fu ampliato il recinto con vallo, torri rotonde, spianata, e 
nuovo fosso sul disegno datone dal Re sfesso. Nel 1K46, un esplo- 
sione del magazzino della polvere fece saltare il torrione verso il 

Sasso — Voi. 1. 9 



— 66 — 
molo j ed in tale occasione il Vice Re di Toledo rifoce qiicslo e 
due altri bastioni in forma quadra, perfezionò le fortificazioni e- 
steriori, e dilatò i fossi. 

Neil' anno 1838 per ordine dell' attuale Sovrano Ferdinando 
II, sono stali ristretti i fossi, ed ampliata la strada contigua che 
mena al molo, la quale per maggior sicurezza ed abbellimento si 
guarnì nel lato che sporge nei fossi di colonnette di piperno e di 
ringhiere di ferro. Nel solo angolo verso la piazza del Castello 
restò un bastione Aragonese. Questo Castello ricevette l' ultima 
fortificazione nel 1734 da Carlo Ut Borbone che vi fece alzare un 
grau muro dal lato della Darsena. 

Fra le due torri evvi come nella prefazione accennai l'arco di 
trionfo di Alfonso I d'Aragona. È tutto ornato di statue a bassi ri- 
lievi che esprimono le azioni di quel Sovrano, ed il suo trionfale 
ingresso in Napoli. I Cavalieri sono armati come l'uso del tempo. 
Le statue di Ire santi che sono in cima, e che si credono opera del 
Merliano furonvi aggiunte dal Vice Re Pietro di Toledo. Questo 
monumento in molte parti maltrattato fu opera di Pietro di Mar- 
lino scultore Milanese , ed Architetto di Alfonso. Esso è prezioso 
nella storia delle arti, perchè di quel secolo è uno dei pochi che 
merita esser solamente veduto ai tempi nostri. L'Europa era allo- 
ra barbara, ed in Italia solamente era risorto il gusto, come me- 
glio provano le porte del Battistero di Firenze scolpile un secolo 
prima di Raffaello. Non si juiò esser contento dell' architcllura di 
(piest' arco trionfale: ma l'esecuzione degli ornamenti è general- 
mente bella, ed alcuni mostrano gusto e perfezione. Doveasi erig- 
gere presso il Duomo come ò detto nella prefazione. Osservaite 
!' assiome nella tavola 10. 

Passato quest'arco trionfale si entra nella piazza per una j)or- 
ta di bronzo sulla quale sono effigiale le vittorie di Ferrante I ri- 
portate contro dei Baroni ribelli e di Giovanni d'Angiò. Fu ope- 
ra di Guglielmo Monaco, e merita attenzione pe' costumi del tem- 
po. Sulla piazza si vede la Chiesa parrocchiale di s. Barbara 
adorna di marmi, e di pitture. Nel Coro il quadro dell'adorazio- 
ne de' Maggi si vuole che siala prima pittura ad olio eseguita da 
Giovanni de Bruges, e da lui mandata ad Alfonso. Il Solario ri- 
fece il volto dei tre Maggi, e vi espresse i ritratti di Alfonso, di 
Ferrante, e di Ferrautiuo. Dietro del Coro merita di essere osser- 



— 67 — 
vaia la scala a chiocciola di lo8 scalini che porta al Campanile, 
e che è un opera capricciosa del Pisano. Dall'ultimo scalino si ve- 
de tutta la scala. Un altra scala di difficile esecuzione si vede 
nella Torre di s. Vincenzo. 

Gli Appartamenti a destra della Chiesa furono abitazione dei no- 
stri Sovrani Angioini, ed Aragonesi. Una stanza è stata converti- 
ta in Cappella dedicata a s. Francesco di Paola perchè in essa 
quel Santo ebbe un abboccamento con Ferrante I. d'Aragona. Per 
una gradinata a sinistra si entra nella gran Sala d'Armi, la qua- 
le è un quadrato del lato di palmi 100. Qui papa Celestino 'S.Per 
villade fece il gran rifiuto % abdicando il Pontificato nel!' anno 
1294- Posteriormente qui si davano splendide feste dai Re Arago- 
nesi. Oggi è convertila in una vasta sala d' armi capace di con- 
tenerne molte migliaia , e di ogni specie. 

In questo castello la maggior parte dei locali è addetta per 
caserme di truppa , abitazioni di uffiziali , e stabilimenti di arti- 
glieria. 

L'artiglieria vi tiene primieramente l'arsenale per la costru- 
zione di diverse macchine ivi fondato da Ferdinando I Borbone 
con magazzini ed officine per lo arti inerenti alla guerra , e la 
fonderia de' cannoni in bronzo. Quest* arsenale trovasi oggidì es- 
sere uno dei principali stabilimenti di Europa corredato di novello 
macchinario mosso dalla potenza del vapore. 

Altro vasto locale è stato non à guari costruito nella fossata 
per la sega-meccanica-animata da un altra macchina a vapore la 
quale da altresì movimento ad altre macchine, di torni, dispianatoi 
ed altro. 

Vi è una vasta sala detta dei modelli , che contiene i mo- 
delli di ogni specie di artiglierie tanto antichi che moderni , di 
modo che si osserva il progresso successivo di quest' arme sì ne- 
cessaria air arte della guerra. Vi è ancora una scuola di artiglie- 
ria con una biblioteca , un gabinetto di chimica, ed un altro d]f 
mineralogia. 

Nel lato sinistro dello spiazzo di questo arsenale vi è stata 
recentemente costruita un altra gran sala d'armi , che può con- 
fenere il triplo d' armi portatili della già descritta. 

Alla fonderia de' cannoni in bronzo l'attuale Sovrano Ferdi- 
nando II vi à aggiunta 1" altra in ferro ( mercè il novello getto ) 



— es- 
che da pria si acquistavano dall' estero. La macchina per tornire 
e foraro i cannoni, chiamala la Barena, che veniva posta in mo- 
vimento da animali , trovasi ora messa in moto dalla potenza del 
ripetuto vapore , sendovene il numero di otto banchi da Barena. 

Lo stesso vapore mette in movimento altre Barene, altri tor- 
ni , ed altri svariati sistemi di macchine diverse concernenti tutte 
alla costruzione dell' arma anzidetta. Finalmente il ripetuto vapo- 
re anima dei ventilatoi per i fornelli alla Wilkilson ove viene a 
liguefazione la ghisa per la formazione de' diversi proiettili si pie- 
ni che vuoti , come per altre minute fusioni in ferro. Tutto ciò 
devesi alla magnificenza dell'attuale nostro Sovrano Ferdinando II. 

Esteriormente verso il largo del castello , sul limite del gran 
fossato , vi si trova la montatura di armi portatili , divisa in sva- 
riate officine. Queste armi vengono costruite in altro nostro stabi- 
limento ; cioè nella fabbrica di armi in Torre Annunziala , ivi 
fondata dall' immortale Carlo III Borbone. Nel fosso esteriore è si- 
tuata verso la piazza la Gran Guardia sul cui frontone si legge. 

ALLA SICUREZZA , E TRANQUILLITÀ PUBBLICA FERDINANDO IV, 1790. 

Dal Castello si passa alla Darsena ed Arsenale. Era antica- 
mente l'Arsenale della Marina dove è oggi la Dogana vecchia:ma 
ritiratosi da quella parte il mare, fu costruito nel 1377 dal Vice 
Ile Mendozza l'attuale Arsenale presso il Beai Palazzo. L'altro Vi- 
ce Re d' Aragona vi aggiunse nel 1668 una Darsena, ossia Porto 
per le Galere con comodi magazzini intorno. Un Frale Certosina 
ne fu il primo Arcbitclto, ma per la sua imperizia venne l'opera 
ailldala al Picchiatti. Posteriormente dall' attuale Sovrano Ferdi- 
nando II. si è molto arriccliito di diverse officine adcrenli all'arli- 
glieria, come di sopra dettagliatamente ò esposto. 

Santa usarla la i^'ova. 

È una grande Chiesa e Convento di Frati minori , come di 
sopra ò dello. Il disegno fu di Giovanni Pisano Fiorentino, ma il 
nostro Architetto la delle al 1. Angioino compiuta. Fu eretta nel 
1288; sopra le mura doll'anlica torre maslria. 

Fu questa Chiesa rifatta come oggi vedasi nel lliaG,, dallar- 



— 69 — 
chilello Franco ai tempi Viccregnali sotto l'Impero di Filippo II. 
Fra i quadri della soffitta vi è il capo lavoro del Santafede, 
che esprime l'Assunta incoronata dalla Triade, e clic si vuole per 
opera del Tiziano. Gli altri sono di Girolamo Imparato, e di Gio- 
vanni d'Amato. La cupola, e le volto dei cappelloni sono dipinti 
a fresco dal Corcnzio. Le lunette a fresco sulle cappelle sono del 
Malinconico, ed a lui puro appartengono i dui grandi quadri della 
Nascita, e dell'Epifania posti nella Crociera. 

Gli affreschi nel Coro sono di Simone Papa il giovane, che di- 
pinse anche il chiostro. In questa Chiesa si è fatta una profusio- 
ne di altari. Non contenti i frati di quelli che sono nelle nume- 
rose Cappelle, altri piccioli ne hanno addossato a tutti i pilastri 
della nave. Dalla portala prima Cappella a destra a un quadro 
di s. i^Iichele che si dice del Buonaroti, quindi di altissimo me- 
rito. 

Nella terza Cappella il quadro del Crocifisso colla Vergine, 
la .Maddalena, e s. Giovanni è una bell'opera di Marco da Siena. 
Presso l'Altare maggiore una piccola cappella di marmo à in mez- 
zo una statua dell' Ecce-Homo in legno, la quale è del Merliano. 
A lato dell'Altare Blaggiore la cappella del Crocifisso è ornala di 
sculture dallo slesso Merliano, i quadri laterali sono di Marco da 
Siena, e gli affreschi del Corenzio. Nell'Altare maggiore disegnato 
dal Fanzaga sono slimale lo due statue in legno di s. Francesco, 
e di s. Antonio del Barchetta discepolo dell'Auria. A destra del- 
l'Altare maggiore sotto l'organo meritano esser veduti due puttini 
dipinti dal Giordano in età di otto anni. L'Altarino che segue la 
statua della Vergine seduta è del Naccarini. Nella Cappella di s. 
Anna è da vedersi il quadro ad olio di s. Anna con s. Antonio, 
e s. Barbara di Colantonio di Fiore morto nel 1444. La lesta 
dui s. Antonio e riputata perfeltissima. Finalmente si può osserva- 
re la cappella a forma di un altra Chiesa dedicata a s. Giacomo 
della Marca. Fu eretta da Consalvo da Cordova detto il gran Ca- 
pitano, il nipote di cui v'innalzò due belle tombe al Conte di Lau- 
trec, ed al Navarro, ambedue Generali che tennero assediata Na- 
poli nel lo28. Son da notarsi le due iscrizioni che sono un mo- 
numento di generosità per la virtù di un nemico. Questi raausuìei 
sono di buon gusto, e Niccolò Carlelti gli attribuisce a Giovanni, 
da Nola. La volta principale è dipinta a fresco dallo Stanzioni , 



— To- 
di cui sono pure gli affreschi della Cappella a destra dell' aliare 
maggiore , dove il quadro dell' altare è del Ribera , e le Statue 
del Fanzaga. Nella cappella che segue, la Statua di s. Giovanbat- 
tista è di Pietro Bernini , e le pitture del Giordano. Nel lato op- 
posto le tre statue di marmo in una delle Cappello sono del Nac- 
carini , rappresentano la Vergine con due frali francescani. Nel 
Refettorio del Convento si veggono le pitture a fresco de'due Don- 
zelli, assai mal conce. Una tavola del Crocifisso di Pietro Donzel- 
li fu trasportata nel Real Museo. 

Duomo. 

Questo gran Tempio è come l'aggregato di varie chiese ognu- 
na delle quali contiene particolari bellezze, e pregevoli monumen- 
ti. Parlerò prima della Chiesa principale. 

É dessa disposta a tre navale, sostenuta da pilastri , inforno 
ai quali furono adattate varie colonne in massima parte di grani- 
to di Egitto, che appartenevano agli antichi tempi colà prima esi- 
stenti; cioè quello di Apollo, e quello di Nettuno; ma TArcivesco- 
vo Innico Caracciolo, credette ben fallo ricoprire di stucco tanta 
profanità. Per buona sorte con saggio consiglio a tempo nostro 
dal Cardinale Arcivescovo Caracciolo del Gesso , si fé togliere lo 
stucco, tal che si gode la vista dei pregevoli marmi. 1 pilastri sles- 
si si sono lastricati a marmo sino all'altezza delle colonne , e la 
parte superiore di stucco lucido, a scagliola, da imitare la parte 
inferiore. In ogni pilastro vi è la statua di uno de' santi, antichi 
Vescovi di Napoli. 

I tondi che rappresentano i Sauti protctlori della Città, ed i 
Dottori della Chiesa sono stali dipinti sulle macchie del Giordano 
da'suoi scolari. Sono però originali del Giordano quattro quadri 
nella Crociera, due a destra, che rappresentano l'Annunziazione , 
e due a sinistra che rappresentano due Santi in piedi. I due di 
s. Cirillo e di s. Giancrisoslomo nella slessa Crociera dal lato del- 
l'epistola sono del Solimena. I tre quadri della sofBtta della nave 
principale sono del Sanlafede, e gli ovali del Forlì. La volta del- 
la Tribuna è dipinta dal Pozzi Romano, ed i due gran quadri la- 
terali sono uno del Corrado, e l'allro dello stesso Pozzi, L'altare 
maggiore con le scale, colla balaustrata e col coro, tutto è magni- 



fico, e fu eseguilo nel 1744, sotto Re Carlo III Borbone con di- 
segno di Paolo Posi Romano. La statua dell' Assunta è del Brac- 
ci. I due candelabri sono formati da pregevoli colonne di dia- 
spro. 

Sulla porla maggiore si veggono i sepolcri di Carlo I, e del- 
la moglie Clemenza , che eran prima nella Tribuna : si vogliono 
opera di Pietro degli Stefani. I due grandi quadri sulle due por- 
te laterali sono di Giorgio Vasari. 

11 fonte battesimale a sinistra, di chi entra nella (Chiesa , è 
formato di un gran Vase antico di basalto egiziano, sostenuto da 
un piedistallo di porfido: era una volta cousagrato a Bacco, ed è 
una bella opera. 

Percorrendosi la piccola navata a sinistra, il quadro del Reden- 
tore nella prima Cappella, che mostra il costato allo incredulo Apo- 
stolo è di Marco da Siena, ed il bassorilievo della deposizione nel 
Sepolcro è di Giovanni da Nola. Nella seguente Cappella dei Seri- 
pandi, dopo s. Rcstitula, il quadro della pietà è del Curia, ed i 
due laterali del Balducci. Vicino alla Sagrestia vedesi nel muro il 
Cenotafio di Papa Innocenzio XII. La Sagrestia ricca di preziose 
suppellettili contiene molti ritratti degli Arcivescovi Napolitani, e 
sotto di essa l'Arcivescovo Ruffo vi à fatto costruire in beila for- 
ma il Sepolcro per gli Arcivescovi. 

Presso la porta della Sagrestia vedesi il Sepolcro del Re An- 
drea, marito di Giovanna I, morto strangolato in Aversa. 

Dopo la Cappella della famiglia di Capua, posteriormente re- 
staurata, osservasi il Sepolcro di Papa Innocenzio IV , morto in 
Napoli nel 12o4, opera di Pietro degli Stefani. Questo ponleCce 
è celebre nella nostra Storia per aver restaurate le mura delia no- 
stra Città, e per averla dominata. La Cappella seguente della del 
Seminario à un pregiato quadro della Visitazione del Santori. Vi 
si riuniscono dei preti die si consagrano alle Missioni. Nella Cap- 
pella dei Calcola sono da osservarsi le pitture ad olio di Agnello 
Fracco discepolo di Colantonio di Fiore , ed un antichissima del 
Salvatore coi piedi sul Sole. Il Sepolcro di Fabio Calcola è del Fan- 
zaga, fallo quando avea 82 anni. Passandosi all'altro lato dell'Al- 
tare Maggiore verso il corno dell'Epistola, vedesi prima la Cappel- 
la de'Caracciolo col bel Sepolcro del Cardinale Enrico Caracciolo 
di Pietro Ghetti. Segue la famosa Cappella de'Minutoli, monumen- 



— 72 — 

to antichissimo e degno di particolare osservazione. Era l'antica 
Cattedrale pel rito latino, delta poi Slefania, dal Vescovo Stefa- 
no II, come a s. Restituita scguivasi il rito Greco. Fu disegnata 
dal primo Masuccio, Tommaso degli Stefani vi dipinse la Passio- 
ne, Pietro degli Stefani vi costruì l'Altare e la Tribuna , e 1' ab- 
bate Bamboccio, vi fece il Sepolcro di Enrico Minutolo, tutti tra 
i primi restauratori delle bolle arti fra noi. La contigua Cappella 
dei Tocco presenta le pitture a fresco di Filippo Tesauro , ed un 
basso rilievo del Cannavello. Finalmente presso la porta minore 
della Chiesa vedesi il Sepolcro del Cardinale Sersale del Sammar- 
tino, e sulla Porla era il quadro di Pietro Perugino , la di cui 
vista invogliò il nostro Sabbalini di condursi in Roma a studiar 
la Pittura sotto del divino Raffaello, oggi è nel Museo. 

Visitale le cose più notabili del corpo principale di questa gran 
Basilica, si può passare ad osservare le parli accessorie, non me- 
no dcfi-ne di fissar 1' attenzione. Cominceremo dalla Confessione 
ossia Soccorpo, posto scilo la Tribuna. Questa Chiesa sotterranea 
fu cominciata nel 1492, dal Cardinale Oliviero Carafa, e ne dette 
il padronato alia sua famiglia. La soflitta di marmo è sostenuta da 
dieci Colonne ioniche, scile delle quali sono di marmo cipollino. 
Lo pareti sono ornate di arabeschi in bassi rilievi. Neil' Altare 
maggiore si venera il corpo di s. Gennaro, e presso di esso si ve- 
de la statua del sopradetto Cardinale inginocchioni, la quale co- 
perà dell'immortale Michelangelo Buonaroti. 

La Basilica di s. Resliluta, alla quale si entra dalla piccola 
navata a sinistra nel Duomo, deve richiamare l'attenzione dell'osser- 
vatore. È questa l'antico Duomo di Napoli, e fu ediGcata sopra i 
rottami e coi materiali di un antico Tempio , che si crede di A- 
pollo. Se ne fa risalire la coslruzione all'Imperator Costantino , il 
quale non si sa che sia slato mai in Napoli. Il vero si è che fu 
opera di Costantino Pcgonato che venne a Napoli nel 669 , e vi 
«ostruì ed abbell'i varie Chiese. Il nome di Maijno che la vanità 
fece assumere a tutti gl'Imperatori d'Oriente di quel tempo, à dato 
luogo all'equivoco. La mensa dell'Altare Maggiore è sostenuta da 
due be' trapezzo-fori, che han dovuto servire di sostegno ed orna- 
mento di qualche tempio antico. La Cappella di s. Maria del prin- 
cipio contiene una Immagine ben conservata della ^ ergine , cosi 
detta perchè la prima venerala in Napoli: è in musaico, e fu fatta 



— 73 — 
da! pittore Zauro nel VII secolo d' ordine del Pegonalo. INello 
stesso modo fu dipinto il cupolino della Cappella di s. Giovanni 
in fonte, cosi nomata perchè qui era il fonte battesimale di basal- 
to Egiziano di sopra descritto. Tutti questi musaici sono un bel 
raonumento di quel secolo. Rimpetto a questa Cappella vedesi ne- 
gletto al muro un gran quadro in legno, che rappresenta l'Assun- 
ta, di Pietro Perugino. Fra i Sepolcri che sono in questa Chiesa 
rammenteremo quello vicino alla porta dell'Illustre Canonico Maz- 
zocchi , scolpilo dal Sammarlino j ed un Sarcoiaco antico,checbiu- 
de le ceneri di Alfonso Piscicelli. 

Incontro a s. Restituta vedesi la Cappella di s. Gennaro, del- 
ta il Tesoro. Fu eretta dal popolo Napolitano per volo fatto in 
occasione della Peste del 1526. L'opera fu incominciata nel 1608, 
col disegno del Padre Grimaldi Teali no. L'architettura ne' è soda, 
ed è uno dei migliori pezzi che vanti Napoli.La pianta è una Cro- 
ce greca, che à 94 palmi di maggior estensione. Il frontespizio 
di be'marmi, ha una gran porta di ottone vagamente lavorata con 
due statue marmoree ai lati di s, Pietro e di s. Paolo del Finelli. 
Si questo frontespizio che il pavimento di marmo sono disegnati dal 
Fanzaga. Intorno alla Chiesa si veggono quarantadue colonne di 
broccatello di ordine corintio, e fra esse sono le nicchie per le 
Statue in bronzo de'Santi protettori, le quali sono opere di medio- 
cri artisti. Le migliori appartengono al Finelli, eie due sulla por- 
ta della sagrestia e sull'altra incontro sono del Fanzaga. Al disot- 
to vi sono altre nicchie con 37 Statue di Argento degli stessi santi 
protettori. L'altare maggiore, disognalo dal Solimena è di porfido 
con ricchi ornali, e la statua del Santo appartiene pure al Finelli. 
Le pitture sono opere de'più valenti Artisti. I quadri delle Cappelle 
sono dipinti sopra tavole di rame. Noi tre Altari laterali dalla 
parto del Vangelo i quadri appartengono al Domenichino, e nei 
tre Altari opposti quello di mezzo è del Ribera , e gli altri due 
uno è del Massimo e l'altro dello stesso Domenichino. Le pitture 
a fresco degli angoli, delle lunette e delle volte appartengono allo 
stesso gran pittore, il quale aveva comincialo a dipingere anche 
la Cupola; ma dopo la sua morte il Lanfranco non volle mettervi 
mano se prima non fosse stata disfatta l'opera del Domenichino. 
Per le pitture di questa Cappella era stato prima chiamato Guido 
Reni, il quale fu costrello fuggir da Napoli per le minacce di 

Sasso — Voi. 1. 10 



— -l — 

morte che ebbe da' due piltori napolitani Ribera , e Corenzio. 
J continui timori ed insulti tra i quali ('.n'on fatte queste ope- 
re, repressero non poco il genio del gran pittore bolognese. La 
Sagrestia anche essa è ricca di capi d'opera delle arti. Vi è una 
macchia del Domenichino terminata dal Jlassimo, varii be' quadri 
del Giordano, e la soffitta dipinta dal Farelli. Vi si conserva ol- 
ire a ciò una copiosa e ricca suppellettile e vasi sagri di gran 
valore. Qui è riposto il Sangue di s. Gennaro, la di cui miraco- 
losa li(|iiefaziono accade Ire volte all'anno. 

Questa ricchissima Cappella è di padronato della Gittà di Na- 
poli, e si fa conto che siasi speso per essa un Milione di Ducati. 
È servita da dodici Ecclesiastici insigniti, col titolo di Cappellani 
del Tesoro. 

S. Doniciiieo illnggiore. 

La chiesa di s. Domenico Maggiore nel 12° Secolo era un 
modesto Tempietto intitolato a s. Michele Arcangelo ( dal nome di 
una vicina famiglia) detto a Morfisa.Da Papa Pasquale 11. nel 1II6 
fu dato ai monaci Benedettini. Nel 1231 venuti iu Napoli i Padri 
di s. Domenico a predicare, ricevettero cortese ospitalità dai Be- 
nedettini ed indi loro cedettero la Chiesa, l'ospedale, e' 1 monaste- 
ro, ciò avveniva nel 1240. 

I nuovi Padri la ricostruivano in onore di s. Domenico, e nel 
1233 fu da Papa Alessandro IV sotto quel titolo consagrata. 

Indi nel 1283 venne l' attuale magnifico Monumento eretto 
d'ordine di Carlo II d' Angiò con disegno del nostro primo Ma- 
succio. Costui volle che dopo la sua morte accaduta nel 1309 , 
vi fosse depositato il suo cuore. La Chiesa è vasta di disegno gotico 
e piena di monumenti di arte. Rovinò in parte col tremoto del 
1436 , e fu restaurata presso a poco sullo stesso disegno da No- 
vello da s. Lucano. L' Altare maggiore è disegno del Fanzaga , 
i puttinisono di Lorenzo Vaccaro. Per due gradinate si scende al 
Soccorpo, anche esso di disegno gotico. Molte Cappelle meritano 
essere osservate. La prima dopo l'Altare maggiore dal lato del Van- 
gelo, dedicata al Rosario, ha le pitture del Fischetti , le sculture 
del Sammartino. 

La Cappella di s. Stefano contiene due Sepolcri del San- 



— 75 — 
facroce, ed un quadro della Vergine col Bambino del Giotto. Nella 
Cappella Pinelli il quadro della Nunziata era di Tiziano ^ che se- 
condo de Dominici fu involato dal Viceré di Aragona , e quello 
che vi è oggi è una copia del Giordano. L'aliare nel pilastro quasi 
incontro alla suddetta Cappella del Rosario ha tre belle statue del 
Merliano. Presso la porta piccola da questo lato è stato ripostoli 
Sarcofago del Cavalier Marini col suo ritratto in bronzo, che era 
nel Chiostro di s. Agnello. — La Cappella Crispo à nell' Altare 
un quadro di Marco da Siena. Nella Cappella di Roccella , dedi- 
cata a s. Bartolomeo, il quadro di questo Santo è del Calabrese, 
e gli altri due sono del Lanfranco. — Nella Cappella dei Rota la 
statua del s. Giambattista è del Merliano , il Sepolcro del poeta 
Bernardino Rota è dell'Auria. La Cappella de'Franchi ha le pitture 
a fresco del Corenzio, ed un Salvatore alla colonna del Caravag- 
gio. Nell'ultima Cappella accanto la porta principale il quadro di 
s. Giuseppe nell'altare è una bell'opera del Giordano, il quadro la- 
terale della Sacra famiglia è una buona copia dell' originale di 
Raffaello involato anch' esso , come ancora il de Dominici , dal 
Viceré di Aragona, ed i due di rimpetto dell'Epifania e della Ver- 
gine sono del Solario. Dall'altro lato della gran porta nella Cap- 
pella di s. Martino si ammira il bel quadro della Nascita del Sa- 
batini. 

La gran cappella del Crocifisso , che si vuole che avesse te- 
nuto discorso con s. Tomaso d'Aquino presenta vari notabili og- 
getti. Il Crocifisso è dipinto in una tavola antichisima, la deposi- 
zione dalla croce a dritta dell'altare è del Solario, ed il Calvario 
a sinistra è di Giovanni Corso, il sepolcro di Francesco Carafa fu 
cominciato da Agnello di Fiore e terminalo dal Merliano. Nella cap- 
pella di s. Raimondo sono da notarsi pe'progressi dell'arte gli affreschi 
di Agnolo Franco, discepolo di Colantonio di Fiore, come pure nella 
seguente Cappella de' Brancacci i due quadri laterali della Madda- 
lena e di s. Domenico dipinti ad olio da Maestro Stefanone ; e 
la Vergine di Angelo Franco. Nella Cappella di s. Tommaso di 
Aquino il quadro è del Giordano. La Cappella de' Carafa Belve- 
dere ha buone sculture. In due Cappelletle l'Ascensione dell'una è 
di Nario da Siena, ed il s. Girolamo dell'altra, il quale si batte 
il petto con un sasso, è un basso rilievo attribuito ad Agnello di 
Fiore. Dopo la Cappella di s. Giacinto vedesi il Sepolcro di Ga- 



— 76 — 
leazzo Pandone del Merliano. Le Cappelle posle presso la porta 
piccola, che sporge sulla piazza della guglia, formavano l'antica 
diiesa che qui avevano i Domenicani fin dal 1231. Vi sono varie 
antiche pitture dogne di attenzione. 

La Vergine delle Grazie co' due Santi a lato fu dipinta da 
Angelo Franco. Il s. Domenico si vuole il vero ritratto del Santo 
ed i quadretti laterali sono opera dei due Donzelli Pietro ed Ip- 
polito, a cui appartiene pure la tavola della Vergine con due San- 
ti nella Cappella di s. Sebastiano. In una di dette Cappelle la 
tavola della Purificazione è di Marco da Siena , ed in quella di 
S. Domenico vi sono due quadri del Giordano. In questo tempio 
trovansi molti sepolcri de' nostri Principi Angioini, ed Aragonesi. 
Nella crociera si veggono in alto quelli di Filippo e di Giovan- 
ni 1' uno quartogenito e 1' altro ottavogenito di Carlo lì di An- 
giò , che sono opere del primo Masuccio. La Sagrestia contie- 
ne dodici depositi di Aragonesi : consistono in casse ornato di 
velluto colle insegne delle dignità rispettivo. La solfitta di questa 
Sagrestia dipinta dal Solimena è un capo d'opera d'invenzione, di 
carattere e di bellezza. Il quadro della Nunziata nell'Altare è di 
Lanfranco, e gli affreschi della Cena sono di Giacomo del Po. E 
tale in Napoli la profusione delle buone pitture nelle Chiese, che 
fino le Sagrestie ne sono piene. L'annesso convento, che è molto 
ampio, è stato restituito ai Domenicani. In esso mostrasi la stan- 
za dove studiava s. Tommaso di Aquino, convertita in Cappella. 
Anticamente in questo convento tenevasi l'Università degli studii. 
Oggi una delle sue sale è destinata per le radunanze dell' Acca- 
demia Ponlaniana. 

Nell'anno 1853 è stato questo magnifico monumento intera- 
mente ristaurato sotto la direzione del distinto Architetto Federigo 
Travaglini, e son certo che le anime del secondo Angioino, e del 
primo Masuccio dall'alto dei Cieli mirando dopo il volgere di SOO, 
e più anni questo tempio, con soddisfazione veggono risorto a nuo- 
va vita ; il primo il suo volo, ed il secondo il suo talento per le 
solerti cure del prelodalo Architetto Travaglini. 



»• Aspremo rifalso. 

Per questo Tempio che si vuole rifatto dal nostro Masucciu 
I, ne abbiamo in Napoli due chiese, cioè s. Aspreino alle crocelle 
fuori porta s. Gennaro, e questo, dicosi fondato nel 1633, che ne 
fece un modello l'Architetto Ferdinando Sanfelice: ma die non in 
eseguito, ed invece fu costrutta la chiesa sul disegno fattone dal- 
l' altro architetto Luca Vecchione. 

L'altro Tempio ò la piccola e divota chiesetta di s. Aspremu 
in un fondaco di abitazioni vicino all'antico seggio di Porto. 

Per antica tradizione si à che questo fosse stato un luogo so- 
pra mare, dove facea le sue orazioni il nostro primo Vescovo s. A- 
spremo. Sembra però che questa chiesa fosse slata fondata molli 
anni dopo la morto di s. Asprerao , come ne fa fede l'antichissi- 
ma iscrizione in marmo, che nella medesima si legge. 

Credo con più ragione, che questa sia quella accennata ri- 
fatta dal primo Masaccio. Nulla al presente vi è d'osservabile in 
materia di arte. 

s. Giovanni iUa^giorc. 

La Chiesa di s. Giovanni Maggiore una delle più antiche Ba- 
siliclie di Napoli è una delle quattro principali parrocchie. Secondo 
i nostri antiquari, in questo sito dovea essere il Sepolcro o Tem- 
pio di Partenope, e qui ancora si crede eretto posteriormente aN 
tro Tempio consagrato dall'Imperatore Adriano al suo Antinoo. 

La Chiesa è stata rifatta più volte, e nulla vi resta del nostro 
architetto Masuccio I. Fu ridotta alla forma presente nel 163S . e 
quindi di nuovo restaurata nel 168o,coo disegno del Lazzari. Vi sono 
due bassi rilievi di Giovanni da Nola, uno che rappresenia Gesù nel 
Giordano, l'altro la decollazione di s. Giovanni. Nella prima Cap- 
pella a dritta entrando in Chiesa si vede una tavola antica della 
Madonna, s. Antonio Abate, e s. Michele, e sulla quarta una più 
bella dell'adorazione de'Maggi. Nella Sagrestia evvi una tavola ad 
olio di Francesco figlio ed allievo di mastro Simone pittore morto 
nel 1370. Innocenzo XH vi eresse nel 1692 una collegiata con un, 
Primicerio, 13 canonici, 10 addomadari, e circa 30 altri fra sa- 



~ 78 — 
cerdoti, beneficiati, e chierici. Se come altri volessi far pompa di 
lettura , e riempir le mie pagine di note - oh ! quanto material 
raccor potrei dall' Engenio per questa antica Basilica. 

Palazzo Colombrano. 

Questo appartenea alla nobile famiglia Carafa eretto con di- 
segno del nostro primo Masuccio. Fu posteriormente rifatto da 
Diomede Carafa ai tempi di Ferrante I. d'Aragona, indi passò ad 
altri padroni. 

La sua facciata di travertini a punta di diamanti, fu secoli 
dopo imitata dal Saulucano , e dal d'Agnolo, il primo col palazzo 
s. Severino, e'I secondo col palazzo Gravina. Tutti gli scrittori delle 
patrie cose fan menzione del nobile museo di antichità ivi esistente, 
posteriormente perduto! Da un lato di questo palazzo ( oggi ridot- 
to in vico s. Filippo e Giacomo) si entrava in un ameno giardi- 
no con giuochi d'acqua ai quali il proprietario volle alludere il di- 
stico , che ancora vi si legge , e non già ai lupanari , come si 
spiegò da taluni. 

Hic abitant Ninphae dulces , et suada voluptas. 
Siste gradum, atque intrans, ne capiare, cave. 

Passò questo palazzo finalmente in proprietà all' avvocato D. 
Francesco Santangelo , padre di D, JXiccola , stato nostro Mini- 
stro Segretario di Stato degli affari Interni. Si il padre , che 
il figlio vi anno riunito una superba quadreria, un museo numi- 
smatico, altro di vasi etruschi, una copiosa biblioteca, ed un pre- 
zioso assortimento di stampe dai primi tempi dell' incisione sino 
ai dì nostri. 

Palazzo niaddaloni . 

L'attuale palazzo in via Toledo che dicesi ancora palazzo Mad- 
daloni, conoscesi dalle storie che fu fondato dal Marchese del Vasto 
neir epoca dell'apertura della bella Strada di Toledo. Il fondo ap- 
partenea alla casa Pignatelli dove eranvi un nobile giardino denomi- 
nato il caro giojello che occupava la superficie sino all'attuale chiesa 



— 79 -^ 
di Monlesanlo. Noi tempi posteriori passò nello mani del Duca Ca- 
rafa di Maddaloiii, che lo abbellì, è lo rendette più nobile. Da 
D. Marzio Carafa fu ornato di pitture nello scale per opera di Fran- 
cesco di Maria iu concorrenza con Micco Spadaro , che più non 
esistono. Da Giacomo del Pò vi fu dipinta la gran sala che oggi 
serve di ruota alla Corte Suprema con favolo e storie a chiaro- 
scuro. La porta e la scala di questo palazzo furono diretti e di- 
segnati dal Cav. Fanzaga. 

Ciò posto come si può desumere che questo sia il palazzo 
edificato dal I Masuccio ? L' epoche ? 

Questo palagio dunque esser debbo quello rifatto da Diomede 
Carafa che posteriormente alla prefata epoca ottenne il titolo di 
Conte di Maddaloni dai Re Aragonesi nel 1466. Aggiungi che nel 
rislaurare ed abbellire il dello Monumento il prelodato signore vi 
fé' porre nel cortile la gran lesta del Cavallo di bronzo ollenuta 
da' suoi predecessori , per meriti , in dono dal cardinale Arcive- 
scovo di Napoli : ciò avveniva nel 1322 , e con savio provvedi- 
mento ciò adoperava quel degno Prelato nel togliere il Cavallo ; 
onde fare svanire la superstizione di raggirarvi intorno quei ca- 
valli che dolor nel ventre pativano; giacche il credulo volgo avea 
tenute per vere le puerili dicerie del nostro Giovanni Villani in- 
torno alla magia di Virgilio come riferisce il Celano , e con ciò 
molti nostri scrittori s' ingannano pel notato millesimo circa lo ac- 
quisto della testa del cavallo e dell' edificazione del palagio. 

Per gli accennali monumenti di scultura praticati dal nostro 
primo Masuccio è inutile venirne ad esatta descrizione ; imperoc- 
ché e chiaro che il poco rimastovi, altro pregio non tiene che l'an- 
tichità e la comune riverenza per essere stalo le prime opere in 
Napoli nel risorgimento delle arti dopo V invasione e distruzione dei 
barbari. Credo adunque essere bastante la da me eseguitane indi- 
cazione. 



VITA DELL' ARCHITETTO E SCULTORE 

MASICCIO li. 

COI LA DESCRIZIONE DELLE SIE OPERE ESEGIITE E NAPOLI 



CONSISTENTI 



In Architettura 

Chiesa dell' Annunziata. 

Chiesa di s. Chiara, e Monastero. 

Chiesa e Convento della Maddalena. 

Campanile di s. Chiara. 

Arco gotico alla porta del Cortile. 

Compimento della Chiesa di s. Lo- 
renzo. 

Chiesa di s. Giovanni a Carbonara. 

Chiesa ed Ospedale di s. Maria della 
Pietà. 

Chiesa di s. Michele Arcangelo. 

Primo progetto pel Castel s. Eiamo. 

Assistenza e sua opera in s. Martino. 



Kella Cultura 

Sepolcro di Caterina d' Austria in s. 

Lorenzo. 
Sepolcro di Carlo , Illustre Duca di 

Calabria. 
Sepolcro della Regina Maria. 
Sepolcro del Re Roberto. 
Sepolcro di Giorgio Filomarino. 
Sepolcro di Marino Caracciolo. 
Sepolcro dell'Arcivescovo Aiglerio. 
Sepolcro di Guglielmo Guindaccio. 
Sepolcro di Riccardo Piscicello. 
Sepolcro del Duca di Durazzo fratello 

del Re. 
Sepolcro di Filippo Principe di Acaja, 

e di Taranto. 
Sepolcro di Rernardo del Ralzo. 
Sepolcro di Laudulfo Crispano. 
Sepolcro della fanciulla Maria. 
Sepolcro di Giovanni d'Aquino. 
Sepolcro della Regina Giovanna V. 



-^^^^ 



Anno -1306 



Chi noQ suda, non gela, e non s'estolle 
Dalle vie del piacer la non perviene. 
Tasso G. L. 



Per quanta gratitudine debba un Paese ad accurato scrittore 
che la gloria e'J talento de'suoi concittadini s'affatica consegnare 
alla posterità ; altrettanta sventura lo affligge , quando nessuno 
scrittore per lunghi periodi sorge a narrare le gesta, i vanti , i 
talenti, e le opere dei propri Concittadini ; frutto degli ordini e 
savi provvedimenti di qualche ottimo Principe. 

Nacque il secondo Masuccio da Pietro de'Stefani nell'anno 
1291, e visse 96 anni. Essendo stato tenuto al sacro fonte da Ma- 
succio Architetto, fu in memoria di lui cosi nominato. 

Appena adulto si vide inclinato alle svariate discipline dipen- 
denli dall'arte del disegno, e'I suo genio fu di tale incitamento 
al suo compare, che risolvette farsene precettore. 

Cercò il Masuccio d' istruirlo in tutte le ottime regole di ar- 
chitettura, e di scultura, e lo conducea seco su i lavori alla sua 
direzione affidati; acciò unito avesse alle teoriche la pratica. Ma 
l'uomo propone ed Iddio dispone! Nel momento appunto che il no- 
stro Masuccio secondo era nel più bello della sua scientifica e 
pratica istituzione, sotto la direzione di si valente suo principale, 
e maestro; gli venne questi da morte crudelmente involato!!! 

Erano si Pietro degli Stofani, quanto il fratel suo, assai vec- 
chi e"l povero Masuccio secondo aiutava il padre nelle opere di 
scultura; ma troppo debole egli era per si dure fatiche. 

Accadde in quel tempo che Niccolò, e Giacomo Sconditi ri- 
cuperarono la libertà, laonde volendo dar compimento ad un voto 



— st- 
rallo di erigere una Chiesa alla ss.'' Nunziata con un Ospedale per 
i poveri infermi, si diressero a Pietro degli Stefani per averne il 
disegno, ed avutolo dettero l'ordine di cominciarsi la fabbrica. I 
disegni li fece il giovanetto Masuccio, e non solo i disegni : ma 
ne fece una bozza in modello. Il monumento fu comincialo nel 
1306. Avea il giovane Artista 13 anni. Il sito fu in un territorio 
donato ai slessi Sconditi da Giacomo Calcola nella piazza antica- 
mente appellata Regione Ercolanense per i giuochi da Ercole isti- 
tuiti, ed ove era un tempo l'antico Ginnasio come dal marmo gre- 
co, e latino che tuttora vi si legge, fatto ai tempi doll'ollavo Im- 
peratore di Roma Tito Vespasiano. Oggi è la Strada della ss.* Nun- 
ziata. Aveva il giovanetto con ciò dato mostra del suo mirabilis- 
simo ingegno, che di gran lunga i giovanili anni suoi avanzava, 
avendo quasi la Chiesa all'uso Italiano condotta, scostandosi mol- 
tissimo dalla gotica maniera, ed in modo, che a tutti infondea 
positive speranze, che un ottimo architetto sarebbe riuscito. Non 
falli la generale speranza; imperocché avea questo giovanetto ap- 
preso dal primo Masuccio le Romane forme nutrendo un ardente 
desiderio di vedere in quell'alma Città i magnifici edlGzì della ve- 
neranda antichità per abolire al possibile il gusto germanico. A- 
more e riverenza non gli faceano mettere in esecuzione il suo di- 
segno. L'età cadente del padre, e dello Zio non permettevano ad 
egli, loro sostegno, che si allontanasse. 

A poco successe la morte di ambi i due vecchi. Dette il Ma- 
succio riposo alle ossa onorate; e confortato il duolo, rassettatigli 
interessi domestici, pose in esecuzione il lodevolissimo divisamen- 
to. Andò a Roma. 

Quanto esislea allora in Ri)ma scoverto dagli investigatori 
delle antiche reliquie si in Architettura , che nella Scultura visi- 
tava il nostro Masuccio secondo, e di tutto ciò che lo colpiva ne 
ritraea il disegno, formandone accuratissimo studio, per lo quale 
occupava financo le ore destinate al riposo; il che non reca meravi- 
glia, massime a chi conosce di che è capace 1' amore dell'arte. 

Venuto alla conoscenza delle vere proporzioni , si trovò nel 
possesso dell'arie. 

Agli otto Settembre 1309, da Papa Clemente V. fu coronato 
jn Avignone Re di Napoli il Duca di Calabria, per l'avvenuta mor- 
te di Carlo II. il sapientissimo Re Roberto. 



— 85 — 

Si questo eccellente e dotto Sovrano, che la sua consorte la 
Begina Sancia edificare voleano un tempio in onore del Corpo 
di Cristo. 

Fattane parola , furono presentati molti disegni da vari ar- 
chitetti ; ma non soddisfacendo nessuno al genio deSovrani , do- 
mandò Roberto degli artisti di cui erunsi servili il padre , e 
l'Avolo, e de'quali avevano udito a lodare la fama. Gli fecero noto 
die eran lutti morti : ma che un loro figliuolo allevato dall'archi- 
tetto Masuccio, e da lui istruito si ritrovava in Roma, dove si era 
portato per compiere i suoi studi , e colà fatto s'avea un buon no- 
me. Non indugiò punto Re Roberto di mandare subilo suo ordine 
in Roma , che in Napoli il secondo Masuccio venisse. Questi si 
ritrovava in quel mentre occupalo in importanti lavori : ecco la 
ragione percui obbedir non potette ai comandi del suo Sovrano, ed 
invece con umili scuse domandò dilazione pel suo ritorno, promet- 
tendo di ben servire il Re, tostochè avesse dato buono avviamen- 
to all'intrapreso lavoro in Roma. 

Sdegnossi a tale ripulsa Roberto , e si rivolse ad un fo- 
restiero architetto di cui ignoro il cognome , e che allora dimo- 
rava in Napoli. Questi vedutone il sito formò i disegni, e model- 
li, che subito presentò alle Maestà loro, e con immense parole , 
fece ai Sovrani di Napoli già veder surto in quel sito il più bei 
tempio del mondo. Si dette principio all'opera. Vi buttò Roberto 
la prima pietra,benedetta dal Cardinale Arcivescovo Umberto, as- 
sistito dalla Regina, dai Principi, e dalle Principesse suoi figliuo- 
li, e da molti Baroni del Regno. Nel 1310 la prima pietra per 
s. Chiara. 

Mentre Masuccio in Roma s'alfannava a far presto, per tosto 
obbedire ai comandi del suo Sovrano, eblje di lutto notizia, cono- 
scendo che sdegnato con lui era il Re. Senti a tal dolorosa nuo- 
va accendersi dall'ardente desiderio di portarsi in Napoli al più 
presto possibile, e vedere che ordine si lenea da colui, e che pre- 
paramenti aveva fatti. Foce di tutto per accomiatarsi dal Cardinale, 
che l'incaricò della direzione che gli avca affidato in Roma, e co- 
me potette affidarne ad altri il compimento, (dopo pareccliio tem- 
po) si recò in Napoli. 

Erau trascorsi otto anni da che il forestiero Archili'lto diri- 
gea i lavori per s. Chiara. Giunse in Napoli il Masuccio nell'anno 
1318, ed al momento si portò ad osservarla. 



— 86 — 

Conobbe difettoso il modello, conobbe che molto vi mancava 
nell'opera, e massime la principale delle tre parli richiedenti l'ar- 
chitettura per mancanza di fondamenta, la solidità. Domandò su- 
bilo udienza al Re , l'ottenne. Cercò con belli modi prima calmar- 
lo verso di lui, e poi da artista francamente gli disse il cattivo 
principio, e pessimo avanzamento, che si teneva nell'ordinato Mo- 
numento. 

Il savio Roberto, ordinò subito che desistesse il forestiero dal- 
l'intrapreso lavoro, ed in sua presenza si fosse fatta da più esperti 
maestri nell'arte una perizia. Tenutosi sopra luogo la perizia, co- 
nobbe il Re il bel talento del Masuccio e il poco valore del fore- 
stiero. Ordinava il provvido Sovrano che al Masuccio fosse affi- 
data la cura della direzione e riparazione del Tempio, e compirlo 
a suo talento. 

Dispiacea al nostro Architetto veder che la Chiesa erasi mol- 
lo innanzi tirala, e che non potea buttare a terra il già fatto, sen- 
za arrecare grave danno al Reale erario. 

Raddoppiavasi in lui il doloro vederla alla germanica ma- 
niera incominciata. Tuttavia confortandosi di animo promise al Re 
rimediare ai commessi disordini, ed alla meglio che potea com- 
pirla. 

Mentre che Masuccio proseguiva questa fabbrica alquanto di 
mala voglia per essere alla cosi detta Gotica , e perchè veniva 
altresì biasimala da Carlo Illustre Duca di Calabria figliuolo di 
Roberto , e Vicario del Regno, gli convenne scolpire il sepolcro 
a Caterina d'Austria moglie di esso Carlo, la quale morì nel 1331. 
e questo con magnifica diligenza compiuto fu collocato dietro l'Al- 
tare Maggiore in s. Lorenzo. Cessala questa nuova occultazione 
ritornò ad applicarsi alla Chiesa ; ma gli venne imposto dalla 
Regina Sancia l'erezione della nuova Chiesa e Monistero di s. Ma- 
ria Maddalena. Fu con magnifica pompa e Real munificenza co- 
minciata la Chiesta col Monistero di bella forma alla Romana con 
essere in tal moiiumento ammirafo il Masuccio , e potette in par- 
te far noto la sua abilità, c'I peregrino suo ingegno. 

Or mentre che questa nuova Chiesa avea principialo avvenne 
che dalla Regina medesima gli venne comunicalo un pensiere 
ch'Ella nutriva da più tempo nel cuore , ed era di erigere una 
Chiesa con un Convento alle Suore ed ai Frati di s. Francesco di 



— 87 — 
Assisi ia qualche ritnolo luogo. Ebbe a somma ventura uo 
tal comando il Masaccio , ed adocchiò un sito vicino al mare ia 
un boschetto , il quale facea aprica collinetta poco tratto lon- 
tano dall' abitato : lo partecipò alla Regina che ne fu piena- 
mente contenta. Fattone un picciolo modello ( che sino al secolo 
passato era in mano de'Frati ) dette principio alla fabbrica e nel 
mentre che quella di s. Chiara guidava, dirigea quella della Madda- 
lena, e con mirabile prestezza l'una e l'altra si avanzavano, si vide 
questa terza condotta a buon termine con ordine dorico architet- 
tata ; iuGuo vi fabbricò nel tempo slesso un comodo convento per 
le suore , e poco lungi un altro pe' Frati ne fece , come al- 
tresì a poca distanza altra Chiesa eresse col titolo della ss.* Tri- 
nila. Tutta ia fabbrica fu terminata nell'anno 1328, come nel Rea- 
le Archivio si legge. 

Se ne consolò la religiosa Sovrana vedendo eretta al divino 
culto per opera sua si belle Chiese. 

In quest'ultima spesso vi andava ad orare cantando delle lau- 
di a Dio in compagnia della Suore. Finalmente quivi si ritirò 
dopo la morte di Re Roberto, facendosi suora di s. Francesco 
e cambiando il nome di Sancia in suora Chiara. Quivi servendo 
qual umile serva le monache santamente mori. Il suo sepolcro , 
situato neir Altare superiore di questa Chiesa , si tiene benanche 
per opera del secondo Masuccio. 

E questo luogo oggi il più cospicuo e frequentato di tutta la 
Capitale, giusta la profezia , che ne fece s. Francesco di Paola , 
allora che il convento si eresse ; nel fallo toltone il basso , vi fu 
fabbricato avanti il palazzo Reale, e poi il Nuovo Real Palazzo , 
e poi s. Ferdinando e magnifici palazzi particolari, ed aperte le 
tre Strade di Toledo, s. Lucia, e Chiaja ; finalmente ai di nostri 
l'attuale piazza di Palazzo col tempio di fronte a detto Santo con- 
sagrato, ed i due palagi laterali come a suo tempo saranno e- 
sposti e descritti. 

Volendo il Duca Carlo erigere la Chiesa e'I Convento di s. 
Martino si confidava con Francesco di Vito, e 21ino di Siena ar- 
chitetti, e ne dette la cura a fra Riccio Abate di s. Severino per 
guidarne la spesa. 

Cominciata la fabbrica , e non soddisfacendo al genio del 
Principe, nominò questi per Sovrintendente dell' opera il nostro 



— 88 — 
architetto Masiiccio secondo, che unitosi col Vito, e non col Zino 
condussero a fine la fabbrica. Essendosi pure in quell'epoca 1323 
proposto da Re Roberto di fabbricare su quel monte un Castello, 
ne fu il primo progetto del Masuccio, ed indi poi, come appres- 
so si dirà, da altri ultimato. 

Era morta Caterina d'Austria moglie del Duca di Calabria 
Carlo: morì ancora la Regina Maria, madre del Re. Per la qual 
cosa questo dotto, e pio Monarca, ordinava al Masuccio l'uno , e 
l'altro Sepolcro. 

In quello della Regina madre scolpito a bianchi marmi con 
Reale magnificenza, avendo l'altro con buon disegno cominciato 
a musaico sopra quattro colonne, e con Reale Maestà eseguito co- 
me si vede dietro l'altare maggiore della chiesa di s. Lorenzo 
per non essersi allora ancora compiuta la Chiesa di s. Chiara. Su 
detto Sepolcro si legge. 

(c Hic jacet Caterina filia regis Alberti , et neptis regis Ro- 
e dulphi romanorum regis ac soror Friderici in regem romano- 
c rum electi domini Austriae , ac consors spectabilis Caroli pri- 
c mogeniti domini principis domini Roberti ecc. 

Quello della Regina madre scolpito con più attenzione e com- 
piuto con maggior genio, fu collocato nella parte inferiore del 
comunicatorio della Chiosa di s. Maria donna Regina, come Ella 
aveva ordinato. Per questi sepolcri n* ebbe il Masuccio dal Re e 
dalla Reale Famiglia larghe laudi e compensi. 

L'iscrizione del Sepolcro della Regina non polendosi dal cu- 
rioso leggere, perchè in sito di clausura la riporto. 

Hic requiescit Sanctae memoriae excellentissima Domina, Do- 
mina Maria Dei gratia Hierusalem Siciliae Ungariaeq; regina, ma- 
gnifici principis quondam Stephani Dei gratiae Regis Ungaria, ac 
relieta clarae memoriae inclyti principis domini Caroli secundi , 
et mater serenissimi principis, et domini, domini Roberti , eadem 
gratia dei Dei dictorum regnorum Hierusalem, Siciliae Regum il- 
lustrium ; quae obiit anno Domini M.CCC.XXIH. Indict. VL die 
XXV. mensis martii cujus anima requiescat in pace. Amen. 

Nel momento che Masuccio dirigea gli accenuati lavori , fu 
frettolosamente chiamato dalle suore di s. Francesco per accor- 
rere al riparo della Chiesa , che elle per commiserazione avea- 
no affidata alla direzione dello stesso architetto forestiero che ave- 



■— 89 — 
Ta tlalo principio ai lavori di s. Chiara. Tutlo riparò il Masuccio, 
rese sicura la Chiesa e '1 Convento, e con questo calmò le suore 
smarrite, che lo colmarono di celesti benedizioni. 

Torno a s. Chiara. Avea Masuccio allungata la Chiesa ad og- 
getto di crescerla mirabilmente di altezza, ed acciò la lunghezza 
fosse proporzionata alla larghezza cercò ingrandirla con ingegnoso 
pensiero. Tirò da fuori per ogni tanto di essa le piante di capaci, 
grandi e maestoso cappelle , compartite mirabilmente 1' un dopo 
l'altra, e confidandosi ai gagliardi urtanti da lui fatti gettare , e 
saliti a scarpa con sode e bene squadrate pietre all'uopo destinate, 
fabbricava sulle mentovate piante le cappelle. Nei muri laterali apri 
tanto i vani per quanto eran l'altezza delle cappelle, dandoci l'adito 
dalla Chiesa, e le decorò notabilmente che il Notar Criscuolo dice 
con regole baciferali. Indi assicurò il tutto con magnifici corren- 
ti, degni d'esser pur' oggi veduti sì per la loro grossezza, quanto 
per l'armatura, ed imbracatura, e sicuro del fatto suo per l'orna- 
tura , ed imbracatura , come per la eseguita fabbrica , e rifatto 
appedamenlo, covri il tutto con lamino di piombo. Ciò ;recò me- 
raviglia e diletto nel 1328 a tutti, e massime ai pii Sovrani: ma 
siccome nessuno è mai felice quaggiù furono i sullodali Regnanti 
amareggiati dal più forte cordoglio, dalla più alta sventura sopra- 
venutagli , imperocché nel mezzo del contento di vedere d'ordine 
loro eretti i più magnifici tempi al Signore , avveniva la morte 
del loro primo ed unico figliuolo l'Illustro Carlo Duca di Calabria. 

Ebbe l'incarico il nostro Masuccio di farne il mausoleo. Ne 
fece subito un diseguo, che approvato dal Re, ne formò 1' artista 
poi un modello di creta cotta, e lo presentò puranco al Sovrano, 
die vieppiù piaciutogli, volendo il Masuccio mitigare il dolore pa- 
terno, lasciò ogni altro affare, e a lavorar si dette pel mausoleo, 
che a suo luogo verrà niLnutamente descritto. Vedutosi da tutti i 
dtladini questa nobile sepoltura, e tanto piacque allo- stesso Re 
Roberto, che ordinò allo stesso nostro artefice altro mausoleo per 
Lui. e volle che fosso somigliante alla tribuna già eretta dal pa- 
dre del nostro architetto, da Pietro degli Stefani nella Cappella 
de'Minutoli nel Duomo, e da situarsi nel maggiore altare, e col 
duplice scopo, e per lo altare, e pel suo mausoleo , essendo la 
Chiesa in forma Gotica eretta. 

Cos'i dunque Masuccio appagando il desiderio del Re,, e se- 

Sasso — Voi. 1. 12 



— 90 — 

condando il suo genio , e la necessità ; disegnò e modellò in 
tal forma il mausoleo, costruito però con vari e capricciosi or- 
namenti. Vedutolo il Sovrano disse che era troppo magnifico 
per un uomo di poco merito come egli si stimava appresso Id- 
dio. Variò nel pensiere , ed ordinò al Masuccio di completare 
le fabbriche del Blonastero contiguo alla Chiesa , e si fu fatto. 

Crescevano intanto di numero le suore nel monastero della 
s. Croce , eretto due anni prima dalla Regina Sancia , quindi 
era angusto il monumento. Vedendo il Re Roberto che di gior- 
no in giorno crescea il sacro ordino del Patriarca d'Assisi, au- 
mentandosi la divozione per esso, determinò di ampliare per ogni 
canto, e rendere sontuoso il Monastero di s. Chiara, ed ivi tra- 
sportatole, acciò che ampio e spazioso luogo abitassero , e tanto 
maggiormente a ciò si spinse che conoscea il pensiero della pia 
consorte d'introdurre colà la regola di s. Chiara. 

Fattane parola a Masuccio , ne fa da questi disegnata la 
pianta e l'elevalo che dovea in bclFaccordo unirsi al già fatto. A- 
vendo i disegni ben considerati Roberto, che di tutto era inten- 
dente, conobbe che il progetto non solo dava 1' ediflzio capace a 
buon numero di suore: ma gran locale vi superava per delizie; 
quindi ordinò che subito si fosse messo mano al progetto del Ma- 
succio , e ciò recò non solo piacere alle suore ; ma somma con- 
solazione alla Regina per i santi pensieri eh' ella avea. Mentre che 
questo Monastero si andava maravigliosamente ampliando , venne 
in pensiero a Masuccio di erigervi un campanile a cinque piani , 
che per basamento avesse l'ordine toscano, e poi il dorico, l'io- 
nico 5 il corintio e '1 composito. Fattane parola al Re, lo persuase 
ad erigere un lai monumento, e conoscendone Roberto il pregio, or- 
dinò che non si fosse badalo a spesa , e si fosse tirato innanzi il 
lavoro. Munitosi Masuccio del bisognevole , e di pratici operai , 
buttò sodi e profondi fondamenti ; giacche dovendovi sopra alzare 
i cinque ordini di architettura col modulo scelto, dovea venire il 
Monumento di altezza meravigliosa. La esatta descrizione a suo 
luogo. 

Mentre che Masuccio al Campanile stava applicalo , compi di 
tutto punto il monastero. 

Per capriccio d' arte volle il nostro Masuccio far pompa del 
suo bel talento ancora in un barbaro componimento. Fatto il muro 



— 91 — 
del cortile avanti la Chiesa, sulla porta volle costruirvi un arco di 
pietre connesse di piperno sottilmente lavorate , lo quali comin- 
dando suU' appoggiatura di un piccolo cartoccio , vengono pro- 
porzionalmente crescendo , in modo che il vertice di quest' arco 
gotico dista dal muro in tela palmi 10, ed è meraviglioso al pas- 
saggiero; massime all' osservatore che la storia conosco, e chiama 
lì suo pensiero quante scosse, e quanti tremuoti sono successi nel 
lungo periodo di KOO , e più anni, e l'arco è là, e senza la mi- 
Jiima mossa. 

Proseguivasi intanto la cominciata fabbrica del campanile , 
di comune ammirazione : crescevano ogni dì le commissioni al- 
l' architetto , che di non tutte potendosi esonerare , non faccano 
queste che far camminare Icutamonlc i lavori pel detto monumen- 
to; imperocciiè Masaccio volea esser sempre presento ai lavori. Le 
commissioni a cui negar non si potette furono i sepolcri di Gre- 
gorio Filomarino nel Piscopio , ove innanzi aveva finita la sepol- 
tura di Jlarino Caracciolo cominciata dal padre suo nel 1310 , e 
lasciata imperfetta per la sua morte. Fece altresì il Sepolcro di 
Guglielmo Guindaccio e di Riccardo Piscicello ambi sepolti in s. 
Restituta. In s. Domenico Maggiore fece il Sepolcro del Duca di 
Durazzo , Angioino , fratello del Re Roberto, ottavogenilo di Carlo 
II, elle mori nel 1333, avendo prima fatto quello di Filippo Prin- 
cipe di Acaja e di Taranto che fu quarto — genito del detto Re 
Carlo — Fece inoltre il Sepolcro di Bernardo del Balzo signore 
di Montescaglioso ; ma tutti questi lavori non 1' avrebbero mica 
distolto, se non altro incarico gli fosse slato affidato dal Re, e fu 
di finire la sontuosa Chiesa di s. Lorenzo. 

Avea il Re Carlo I, di Angiò ottenuto graziosamente dai no- 
bili , e dai popolani di Napoli il palagio del loro congresso , ed 
un antica Chiesa che Giovanni Vescovo di Aversa avea conceduto 
ai frati conventuali di s. Francesco nel 1234, e volendo il Re per 
un voto fatto al Santo Levita Martire di erigergli una Chiesa per 
r ottenuta vittoria di Re Manfredi nel miglior sito di Napoli, que- 
sto luogo scelse per la sontuosa Chiesa di s. Lorenzo cominciata 
dal Primo Masaccio al dir dell'Eugenio nella sua Napoli Sacra— 
Re Carlo I volendo compiere un voto eh' egli avea fatto a s. Lo- 
renzo per la vittoria contro Manfredi col dedicargli un tempio nei 
mezzo 5 e più bel luogo della Città , cosi 1' antico palagio ( ove 



— 92 — 

si congregavano un tempo i nobili , e popolani della Città pro- 
dolla a trattar pubblici negozi partinenti al reggimento della me- 
desima città ) fu da' Napolitani graziosamente al Re conceduto , 
ed in cambio del palagio fu loro assegnato un luogo appresso la 
stessa Chiesa , eh' è quello che esiste sotto il Campanile. 

Venuto a morte Carlo I , fu proseguito il lavoro da Carlo II, 
che nel 1302, gli concesse 100 scudi annui sopra i dazj dell' ar- 
rendamento del ferro. Questa donazione fu confermata da Re Ro- 
berto nel 1310 , e poi da Carlo III di Durazzo nel 1381. 

Era questa Chiesa per i vari accidenti rimasta molto imper- 
fetta dopo la morte di Carlo II , dovendosi fra le altre cose eri- 
gere le cappelle della nave di essa. I frati vedendo si il Re che 
la Regina molto inclinati alle opere di pietà, ricorsero per averla 
finita. Volendo Roberto compiacerli , ne dette la cura a Ma- 
succio per compirla. Vedendo Masuccio molto ben cominciato il 
Tempio , fece il suo modello aggiungendovi i finimenti che vi 
mancavano : ma sovratulto vi accomodò l' arco maggiore cosi 
svelto nella sua gran corda , che recò allora somma sorpresa nel 
solo modello. Datovi adunque opera con tutta 1' approvazione del 
Re cercava condurla in poco tempo a perfezione. Avendovi sol- 
tanto terminate le cappelle , venne a mancar di vita quel pio e 
sapientissimo Sovrano ai 16 gennaio 1343, con universale pianto, 
e dolore di tutti i Napolitani ! 

Convenne a Masuccio lasciare ogni opera e solo applicarsi a 
lavorargli il Sepolcro suU' idea concepitane anni innanzi: cosi la- 
sciando i squadri , ed i compassi ; prendeva gli scalpelli , ed il 
martello. 

Quello che più addolorava il cuore del nostro architetto per 
r avvenuta morte di quell' ottimo Principe, era il non veder com- 
piuto il Campanile di s. Chiara. Fu questo il motivo che quel 
bel monumento rimase , e tuttavia esiste sino al terz' ordine. A 
questo proposito per ribattere alcuni saccenti di cose patrie — di- 
co, che il solo Eugenio scrive nella pagina 235 e il Campanile fu 
e cominciato nel mese di gennaio 1328, ed essendo fatto sino alla 
( prima parte per la morte di questo buon Re rimase imperfetto, 
e e mentre che queslo scriviamo tuttavia si va riducendo, a fine.» 
Scrivea 1' Eugenio nel 1624 — Giovan — Agnolo Criscuolo , che 
scrisse le sue notizie nel 1560 sessantaquattro anni prima dell'En- 



— 93 — 
genio nota i Ire ordini falli dal Masuccio , e che la fabbrica non 
fu mai proseguila , cagione che si incompleta sia rimasta finora. 
Per maggior documento dell' asserito ecco le parole di Notar 
Criscuolo parlando della Chiesa di s. Chiara. 

(T Ma la fabbrica di fuori del Campanile fece a suo modo 
i alla Romana , dove per la bellezza restò imperfetta sino al 3' 
(r piano , per la morte del Re — Notar Crisconius. 

In alcune notizie che lo slesso da in un foglio di vari ar- 
tefici che dopo Masuccio fiorirono , cos'i soggiunge. 

e Ninno di questi archilelli e scultori detti , volse finire il 
« maraviglioso Campanile di s. Chiara fatto da Masuccio li, per- 
«: che dicevano esser dubbio di superare con gli altri due ordini 
e li tre falli dal dello Masuccio con tanta perfezione di architet- 
(c tura , la quale è lodala da Messer Marco de Pino , che onora 
K sempre la memoria di questo soggetto , il quale requiescat in 
(c nomine Domini — Amen s 

Il nostro storico Giovanni Antonio Summonte parlando del 
detto campanile al 3. Voi : pag. 30o cosi dice. 

« Nel campanile predetto sono due gran campane con l'iscri- 
e zione del 1326. Però nel libro del Duca di Monleleone si legge 
e che il Re Roberto vi fé fare cinque campane grossissime, facen- 
c dolo porre sii certi pilieri, e diede principio al campanile di bian- 
c chi marmi ; e ciò concorda con la Cronica di Napoli , poiché 
« nel capo 10: del 3 lib. si legge che il Campanile fu cominciato 
e. a fabbricare nel mese di gennaio del 1328 ed essendo seguitato 
e sino alla parie terza, rimase imperfetto perla morte del Re; ben- 
« che a nostri tempi, che ciò scriviamo si va continuando con gran 
e preparamento di marmi ...... eie. etc. 

(ìhe se da architetto paragonar si vuole il primo con gli 
altri due ordini ; cioè 1' andamento , carattere , e costruzione del 
basamento Toscano con il Dorico , e 1' ordine Ionico , convengo 
perfettamente esserne diverso il carattere e la costruzione ; ma 
sia che vuoisi , il progetto fu del Masuccio ? Certo che sì ; e se 
invece del Campanile verticalmente signoreggiante , avessimo in 
qualche archivio rinvenuto il disegno di un tal monumento pro- 
gettato nel 1310 , sarebbe siala meno la gloria del nostro Ma- 
siiccio Secondo ? 
Certo che nò. 



— 94 — 

Può pure ragionarsi che essendo stato distolto ( come ò nella 
sua vita esposto) molte volte dalla intrapresa costruzione con al- 
Iri svariati incarichi , la sua poca assistenza portò meno lavorio 
alla squadratura dei massi , che tanto à fissato 1' attenzione di 
qualche moderno scrittore architetto. Altri vogliono congetturare 
che dopo si sia portato sino al tcrz' ordine! Chi ne fu l'esecutore, 
o l'architetto? Sotto i rimanenti Angioini, sotto gli xiragonesi, in 
tempi dei Vice Re, o sotto il Borboni? Di quest'epoche, nell'ar- 
te nostra , eh' è storia moderna , ne conosciamo i più minuti det- 
tagli. Chi dunque lo proseguì ??? Per me lo ritengo, e ve Io re- 
galo per opera immaginata e diretta dal secondo Masuccio , e 
solo desidererei vederlo compiuto sino al corintio , da chi non a- 
vesse l'umiltà, e la bassezza dell'esimio architetto Andrea Ciccio- 
ne , allievo , dell' inventore , e direttore del più bel monumento 
m Europa do' primi anni del Secolo XIV. 

Comunque poi sia andata la faccenda, io Napolitano godo qéÌ 
vedere nel mio paese un si bel monumento opera del 1328 men- 
tre tutta r attuale dotta Europa giacca per i monumenti nella più 
oscura barbarie. Vedi o lettore nella tavola II il disegno , e se 
pure non sei architetto, decidi dalla sensazione che ti ia il bello 
accordo , e le giuste proporzioni. 

Cominciò dunque Masuccio il Real Mausoleo, giusta 1' archi- 
tettato modello, il quale non lo volle alterare la Regina Giovanna 
prima, di quello che piaciuto avea all'avolo Re defunto Roberto , 
ecco ragione che si lavorò con gotica architettura per accompa- 
gnare 5 come ò detto l' ordine della Chiesa. 

Intanto che la sepoltura dell'estinto Re Roberto andavasi po- 
nendo in opera , convenne a Masuccio circa la fine del sudetto 
anno 1343, fare i disegni per la erezione della Chiesa di s. Gio- 
vanni a Carbonara por amore del beato Cristiano Franco frate 
dei servi di Maria , che avendone dallo stesso avuto la commis- 
sione non avea potuto negarsi ad uomo di tanta santità. La Chiesa 
si cominciò a fabbricare nel suolo che a quello avea donato 
Gualtiero Galeota cavaliere Napolitano con i contigui giardini. 

Questa Chiesa fu senza soggezione formata da Masuccio a suo 
genio, avendone prima architettato il modello. Essendo però po- 
veri i padri , quella ricchezza di marmi , fu posteriormente fatta 
d* ordine del Re Ladislao , ma senza alterare le forme e l' archi- 
tettura del Masuccio. 



— 95 — 

Molti anni dopo vi si aggiunse la cappella del Marchese di 
Vico, sontuosissima poi lavoro, e ricca di marmi come a suo luo- 
go dirò. Terminata adunque la sepoltura di Re Roberto , cercò 
Masuccio dar compimento alla Chiesa di s. Lorenzo. Messo di 
nuovo al lavoro il solerte ed instancabile artefice, portò a compi- 
mento le cappelle , e il raagniCco arco, abbellì di ornamenti tutta 
Ja Chiesa , e massime la cappella di s. Antonio. Dovea farsi la 
facciata , e la porta maggiore , ma le turbulenze che insorsero 
per la morte di Andrea d' Ungheria , primo marito di Giovanna 
Prima , non dettero luogo al monumento. 

Bartolomeo di Capua volle con questa porta dar compimento 
alla Chiosa ; laonde ordinò che fosse a sue speso condotta a fine, 
come si vedo dalle sue insegue, che non solo sono collocate sulla 
porta, ma per la Chiesa ancora. Restarono nel vedere compiuta 
questa "Chiesa ollremodo appagati i Napolitani , e lutti ammiratori 
dell' arco , e nel fatto e ammirabile sondo lutto formato con pie- 
tre dolci del nostro friabilissimo tufo , con piccoli cunei sur una 
corda di palmi sottanta, e di sesto palmi trentacinque, non facen- 
do nessuna mossa pel volgere di Cinquecento e più anni. 

Fece Masuccio altre varie sepolture , alcuno delle quali es- 
sendo situate nel Vescovado , furon poi tolte per erigervi il fa- 
moso Cappellone di s. Gennaro, diroccandosi a tale effetto le cap- 
pelle dei Zurli, e dei Filomarini, le ossa de' quali furono unite a 
quelle dei Piscicelli , coi quali aveano parentela. Fece altresì il 
sepolcro del famoso dottor Bernillo Guindaccio^ che fu modico, e 
Razionale della Regia Camera della Summaria , e questa sepol- 
tura vedesi davanti la porta deli' Arcivescovado che fu lavorata da 
Masuccio , nel 1370 per ordine di Giovanna Ammendola sua 
consorte. 

Fece 1' altra di Landulfo Crispano Luogotenente della men- 
tovata Regia Camera. Fece l'altra della fanciulla Maria nel 1371, 
ed è dietro l'altare maggiore in s. Lorenzo. Una però delle piìi 
belle sepolture che si veggono di Masuccio Secondo, è quella che 
sta nella Chiesa di s. Domenico Maggiore di Giovanni d'Aquino, 
morto nel 134o , situata presso la Cappella di S. Tommaso , ac- 
canto alla nuova Sagrestia , e sopra questa sepoltura vi sono le 
pitture di Mastro Simone. 

Di quanti lavori di Sepolture fece Masuccio, ninno lavorò con 



— 96 — 
più cordoglio di quello che afflisse il cuor suo il lavorio per la 
tomba della Regina Giovanna I , che sta nel Castello di Muro nel 
monte Gargano , e quella in s. Chiara è dei giovani del Ma- 
succio. 

Ecco al Reame di Napoli Carlo III di Dufazzo, da cui aven- 
done fra Giorgio eremita ottenuto un campo ai piedi delle scale 
di s. Giovanni a Carbonara , ne fu data la cura a Masuccio di 
erigervi una Chiesa dedicata a s. Maria della Pietà, la quale in 
breve spazio di tempo condusse a fine , con I' Ospedale che la 
pietà dei Napolitani volle erigere per i poveri infermi nell' an- 
no 1383. 

Era il Masuccio pervenuto agli uliiiiii anni di sua vecchiez- 
za , quando il Cardinal Brancaccio volle erigere una Chiesa al 
Principe delle celesti milizie — s. Michele Arcangelo: conoscendo 
le opere ed il talento del Masuccio , volle che questi gli edifi- 
casse la Chiesa. Gli convenne farne i disegni con una bozza in 
modello , e sebbene il luogo era angusto , pure ne sorti con lau- 
de ed ingegno , terminandolo nel 1387. 

Compita la Chiesa di s. Michele Arcangelo fu sopraggiunte 
quest' eccellente architetto e scultore da acutissima febbre , alla 
quale non più potendo resistere le sue forze nell' età di anni 96, 
fini il corso di questa vita mortale nel 1387 , carico di onori, di 
laudi, e di ricchezze acquistate col mezzo delle sue virtuose ope- 
razioni. Con la sua morte l' architettura e la scultura molto per- 
dettero ; imperocché pe' suoi accuratissimi studi aveano queste arti 
avuto lume ed incremento , per quanto loro fu necessario e suf- 
ficiente ad essergli scorta al vero modo di quell' operare, e scuo- 
la utilissima a quei che vennero ad esercitarle in appresso. 



DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE. 

Cbicsa (IcII^ Annunziata. 

Come dalla vita or ora esposta dell' illustre architetto e scul- 
tore Masuccio II, si rileva che questo magnifico monumento ebbe 
molti deboli principi ; imperocché bisogna conoscere che nel re- 



— 97 — 
gno di Cado li. d Angiò avendo questo Sovrano di Napoli guer- 
ra in Toscana , rimasero in una battaglia prigionieri i due fra- 
telli Giacomo e Niccola Sconditi nobili del Seggio di Capuana, 
cosi non credo superfluo dare le minute notizie della fondazio- 
ne del monumento, concessioni, ampliazioni, ricchezza, distruzio- 
ne, e riedificazione. Tornando ai Sconditi, era per sette anni du- 
rata la loro prigionia nel castello di Montecatino in Toscana, ne 
speranza vi era per essi di ricuperare la perduta libertà, e rive- 
dere le patrie mura. Nei momenti del più affliggente dolore, col 
cuor devoto, pregavano la ss." Vergine gli infelici prigionieri, sup- 
plicandola d'invocarcela da Dio. Fecero gli addolorati germani 
Sconditi un voto, che se liberi nella patria ritornavano, edificare 
in onore della ss. Vergine una Chiesa. 3h'racolosaraente nel ve- 
gnente giorno ricevettero la tanto sospirata grazia. Giunti liberi 
e lieti in Napoli nell'anno 1304 in un luogo donatagli da Gia- 
como Galeota ( pure nobile dello slesso seggio di Capuana ) che 
denominato veniva il mal passo, essendo che spesso vi si com- 
mettevano misfatti; edificavano una piccola chiesa in onore della 
ss.' Vergine dall'angiolo Gabriele Annunziata, e ciò in conformità 
di un apparizione avuta nella lora prigionia. Questa chiesetta fu 
da essi edificata nel luogo medesimo dove oggi vedesi eretta la 
chiesa della Maddalena (benanche del nostro secondo Masuccio). 

Vi fondarono ancora una confraternita detta dei Battenti ripen- 
titi nella quale primi vi si ascrissero. Indi a poco vi si ascrisse- 
ro benanche quei della Famiglia Reale, e molti Baroni del Regno. 

Crebbe a tal segno questa congregazione, che in breve tem- 
po vi edificavano un comodo ospedale per i poveri infermi. Nel- 
l'anno 1324 avendo ricevuto in iscambio dalla Regina Sancia 
r attuale suolo di maggiore ampiezza, ed il danaro bisognevole 
per edificar la nuova chiesa ed ospedale, dettero fervorosamente 
principio all'opera sopra il disogno avutone dal nostro secondo 
Masuccio. 

La Regina Margherita di Durazzo madre di Re Ladislao sen- 
do inferma fé 'voto, che se ricuperava la salute , d' applicare la 
città di Lesina a qualche chiesa alla ss. Vergine dedicata. Ricu- 
però la salute. Adempì al volo fallo con applicare le rendite di 
detta Città all'ospedale eretto sotto la protezione della Vergine ss. 
Annunziata, e ciò nell'anno 1411. 

Sasso — Voi. I. 13 



— 98 — 

Nell'anno 1438 la Regina Giovanna II. vedendo il luogo an- 
gusto al numero degli infermi che vi concorreva, a proprie spese 
lo riedificò dalie fondamenta aumentandone positivamente la pian- 
ta, e terminato lo dotò di molti beni stabili consistenti in case 
nella città di Napoli , ed in terre nel tenimenlo di Somma. 

Posteriormente vi concorsero ad arricchire questo pio luogo, 
molti cittadini con ampie donazioni di feudi, e di opulentissime ere- 
dità, di modo che divenne uno degli stabilimenti più ricchi non 
del Reame ma dell' Italia. Nell'anno 1340 fu la chiesa riedificata 
dalle fondamenta con disegno del Manlio. 

Nel 16K4 fu fatta la soffitta dal celebre Lama , e vi con- 
corsero a gara a dipingervi l' Imparato , il Curia , e'I Santafede. 
Nella cupola, e nel coro vi dipinse il Gorenzio. 

Per la chiesa vi erano lavori del Massimo, del Mellino Lo- 
renese, del Santafede, del Lanfranco, del Giordano, del Vaccaro, 
del Lama, e di Raffaello d'Urbino. 

Le statue di stucco sulle lunette erano di Niccolò Vaccaro. 

L'altare maggiore ornato con preziosissimi marmi, e con co- 
lonne le di cui basi, e capitelli erano di bronzo dorati, come si- 
milmente il baldacchino sostenuto da due gran putii, fu opera im- 
maginata ed eseguita dal celebre Cavalier Fanzaca, spendendovi 
come già dissi nella prefazione ducati settantamila. 

La custodia, fatta dal Napolitano Antonio Monte, di argento, 
constava ducati ventiseltemila. 

Due angioloni pure di argento tenenti ciascuno un torciere, 
pure opera del sullodato distinto artefice , costavano ducali die- 
cimila. Come le porte laterali conducenti al coro pure dal Mon- 
te eseguite di argento valevano ducali ottomila. Vi erano scul- 
ture del Santacroce, del Bernini , di Giovanni da Nola. 

La notte del 24 Gennaio 17157 segui l'incendio della chiesa 
dell'Annunziata, con danno delie più celebri dipinture, guaste . e 
rovinate le sculture con la perdita di più centinaja di migliaia 
di ducati!!! 

Quest'incendio avvenuto un secolo or compie, sarà sempre da 
rammentarsi con immenso doloro da tulli i Napolitani , e dagli 
amatori delle arti belle. 

Terminato lo incendio, dai governatori del luogo si fé' dare 
subilo principio alla nuova fabbrica dell'attuale monumento in 



— 99 — 
forma più magnifica ed augusta sul disegno, e sotto la direzione 
del Napolitano Architetto Luigi Vanvilelli; la di cui attuale esi- 
stenza sarà da me esposta nelle opere di si distinto artista. 



Kanta Chiara 

Al monastero di monache è unito, come ò esposto nella vita 
del secondo Masuccio, un convento di frati riformati mantenuto 
dalle monache per servizio della chiesa, ed il loro guardiano è 
ordinario del luogo. 

La chiesa che al primo colpo d'occhio sembra piuttosto una 
gran sala, che un Tempio del Signore, fu cominciata d ordine 
del Re Roberto, e della Regina Sancia l'anno 1310, e fu consa- 
crata l'anno 1344. Ha 320 palmi di lunghezza , e 120 di lar- 
ghezza. 

Eravi in questo luogo una spaziosa piazza presso le mura 
dell'antica città, le quali mura passavano per dove è ora la chie- 
sa di s. Marta. Il detto Tempio è di disegno gotico che piacque 
al savio Roberto, e che era oggetto di derisione a Carlo suo 6- 
gliuolo Illustre Duca di Calabria, e Vicario Generale del Regno. 
L'Architetto come di sopra ò accennato fu uno straniero , ed il 
monumento dopo otto anni che era in costruzione minacciò crol- 
lare. Fu allora che l'opera venne aflidata al nostro secondo Ma- 
succio, il quale riparò la rovina, ma tanto praticare non potette 
pel disegno. Il come oprasse per i ripieghi d'arte l' ò esposto nel- 
la sua vita. 

Masuccio propose il Campanile in cui spiegò tutto il suo ge- 
nio per la buona architettura, doveva avere cinque ordini ; ma 
non fu eseguito che fino al terzo. Peccato che questo bel monu- 
mento del risorgimento delle arti è oggidì ingombrato da casucce. 

La chiesa era stala tutta dipinta dal Giotto a fresco, chiamato 
da Roberto ad istigazione del Boccaccio, e del Petrarca : ma un 
certo Barionuovo Spaguuolo magistrato delegato del luogo , fece 
dar di bianco sulle pitture perchè davano (disse ) un aspetto te- 
tro alla chiesa. Un residuo di esse ne resta sulla porta della sa- 
crestia, ed una Vergine col Bambino in un altarino addossato ad 
un pilastro presso la porta minore. Dopo il 1744, questa Chiesa 
♦^ stala caricata di ogni genere di ornamenti potendosi dir di essa 



— 100 — 
quel che Apelle dicea ad un cattivo artefice che avca ornata di 
gemme l'Elena da lui dipinta: Tu non la puoi far bella, e la fai 
ricca. Cotai nuovi ornamenti sono disegni di Domenicantonio Vac- 
caro. Nelle pitture furono impiegali i migliori artisti del tompo. 

Del celebre cavalier Conca da Gaeta sono i tre tondi sotto la 
volta del coro dei frati; il primo quadro sulla soffitta della nave, 
ed il gran quadro di mezzo tutti dipinti a fresco, e le quattro vir- 
tù ad olio nei quattro angoli sull'altare maggiore. 

A Francesco di Mura appartengono il quadro di mezzo alle 
dette quattro virtù, quello sull'altare maggiore, e l'altro sul coro 
dei frati, il quale rappresenta il Re Roberto che assiste all'edifica- 
zione del Tempio; pitture tutte ad olio.— Sono del Bonito il terzo 
gran quadro a fresco della soffitta con i quattro dottori ad esso 
laterali , come pure gli angeli ai lati del quadro maggiore che è 
del sullodato distinto cav. Conca — L'altare principale, disegno del 
Sanfelice, à una grande statua di argento della Concezione. Nella 
cappella Sanfelice a destra dell' altare maggiore vi ò la Crocifissione 
del Lanfranco, e richiama l'attenzione una bell'urna antica, la quale 
serve di tumulo ad uno della famiglia. La seguente Cappella della 
famiglia del Balzo à bassorilievi , e la Cappella dei Cito à varie 
sculture del Sammartino. Sull'ingresso della porta piccola è degno 
di osservarsi il bel Sepolcro di una donzella fatto dal Merliano. — 
Varii altri Sepolcri privati possono pure meritare attenzione. 

Non è da tralasciarsi osservare i reali Sepolcri che sono in 
questa Chiesa. 

Dietro l'altare maggiore vi è quello del savio Roberto , che 
prima di morire nel 1343 vesti solennemente l'abito di frate mi- 
nore , laonde vi è rappresentato su doppia forma da Re , e da 
frale. A lato di questo sepolcro è l'altro di suo figlio Carlo illu- 
stre Duca di Calabria a lui premorto — Questi due, come sopra 
ò esposto, sono l'opera del 2" Masuccio ed eseguiti secondo il gu- 
sto del tempo. Segue il Sepolcro di Giovanna L, che ritengo dei 
giovani del Masuccio, stante, ripeto, il sepolcro di questa Sovra- 
na , opera dal 2° Masuccio nella città di Muro in Basilicata. 
Dall'altro lato quelli di altre tre Principesse della famiglia Angioina. 

A sinistra dell'altare vi è la Cappella de' depositi dei princi- 
pi della famiglia Regnante , per alcuni dei quali vi si leggono 
belle iscrizioni del Mazzocchi. Il Sepolcro del Principe Filippo è 
opera del Sammartino. 



— 101 — 

Al laterali dell'allaro maggiore sopra due piedistalli di mar- 
mo vi sono allogate le due colonne , che si dicono essere state 
dell'antico Tempio di Salomone — L'organo fu tolto, e dentro la 
Cappella ove sta sepolta la bambina Maria figliuola di Carlo duca 
di Calabria. Vi sono cinque depositi di cinque Principesse Reali 
morte bambine , figlie dell'immortale Re Carlo III Borbone con 
iscrizioni del nostro celebre Canonico Mazzocchi. 

La spesa erogata per gli abbellimenti, dipinture, ornati, ed 
indorature ascese a ducati 100,000. L'architetto ne fu D. Giovan- 
ni del Gaiso e furono eseguite in tempo del governo della signo- 
ra D. Delia Bonito. Al momento che io scrivo si stanno ritoccan- 
do tutte le indorature di questo ricchissimo monumento. 

Convento e Chiesa della Maddalena 

Furon questi edificati dal nostro Masaccio , come nella sua 
vita si è detto, d'ordine della Regina Saucia, vicino alla Duche- 
sca, con l'altro di s. Maria Egiziaca per essere Ritiri di pentite. 
In progresso di tempo divennero clausure di nobili vergini. Que- 
sto monastero della Maddalena non à molto fu rifabbricato con 
magnificenza con disegno del Giofi'redo. La Chiesa fu interamen- 
te rifatta dall'architetto Falcone. Che non può il tempo ? 

Campanile di S. Chiara 

Per questo magnifico monumento parmi aver detto abbastan- 
za si nella mia prefazione, che nella vita dell'illustre Masuccio 2". 
Per maggiore intelligenza del lettore, e per far cosa completa, ri- 
peterò qui appresso le quattro iscrizioni in esso esistenti che mol- 
le notizie ci danno. 

Furono questa Chiesa e Monastero principiati nel 1310, e ter- 
minati nel 1328, come si legge impresso nella parte del Campa- 
nile verso Mezzogiorno , e che oggi non può leggersi perchè in- 
gombrata l'iscrizione dalle casucce. 



— 102 — 

ILLUSTRtS . CLARUS . ROBERTUS REX SICULORtJM 

SAN'CIA . REGWA . PROELUCENS . CARDINE . MORLM 

CLARI . CONSORTES . VIRTUTUM . MUNERE . FORTES 

VIRGINIS . HOC . CLARAE . TEMPLUM . SLUXERE . BEATAE 

POSTEA . DOTARUNT . DONIS . MULTISQUE . BEARUST 

VIVANT . CONTENTAE . DOMINAE . FRATRESQUE . MINORES 

SANCTE . CUM . VITA . VIRTUTIBUS . ET REDEMITA 

ANNO . MILLENO . CENTENO . TER . SOCIATO 
DEMO . FONDARE . TEMPLUM . CAEPERE . MAGISTRI 

Si nominano in questa iscrizione i Frati Minori Conventuali di 
s. Francesco , perchè a questi Frati fu data la cura della Chiesa, 
e l'amministrazione de' Sagramenti alle suore , che eseguirono fin 
all' anno 1368, ed in questo tempo , per ordine del s. Pontefice 
Pio V ; ad istanza del Re Filippo II , ne furono rimossi , ed in 
luogo loro vennero i frati Osservanti : e poscia nell'anno lo98, 
in luogo di questi vi furono posti quelli della Riforma . che al 
presente continuano. 

Nel 1769, furono di ordine del Re tolti i riformati , poiché 
vietossi in tal tempo a tulli i Frati forestieri poter predicare , e 
confessare nel Regno, e vi furono introdotti i PP. Alcanterini del- 
la Provincia di Lecce: ma per sovrana clemenza abilitati i fore- 
stieri a questi esercizi i . nuovamente vi s'introdussero i Riformati , 
che continuano a permanervi. 

Nel 1328, come si disse compiuta la Chiesa , nel 1330 , da 
Papa Gio. XXI, vi furono concesse tutte l'indulgenze e grazie, che 
godono i frali Minori di s. Francesco per tutto l'Orbe, come nel- 
lo slesso campanile impresso si legge nella parte che guarda oc- 
cidente, che così dice : 

ANNO . MILLENO . TERDENO . CONSOCIATO 

ET . TRECENTENO . QUO . CHRISTUS . NOS . REPARAVIT 

ET . GENUS . HUMANl'M . COLLAPSUM . AD . SE . REVOCAVIT 

ELEUSES . CINCTAS . CONCESSIT . PAPA . JOANNES 

VIRGINIS . HUIC . CLARAE . TEMPLO . VIRTUTE . COLENDO 

OBTINUIT . MUNDO . TOTAS . QUAS . OB DO . MINORUM 

SI . VOS . SANCTORUM . CUPITIS . VITAMQ . PiORUM 

HIC . O CREDENTES . VENIATIS . AD HAS . EEVERENTES 

DICITE . QUOD , GENTES . HOC . CREDANT . QUAESO . LEGENTES 

Nell'anno poscia 1340, fu solennemente consegrata, con l'in- 



— 103 ~ 
fei'vento di dieci Prelati, Ira Vescovi ed Arcivescovi, come nell'i- 
sfesso Campanile si legge, dalla parte che guarda Oriente in que- 
sto modo. 

ANNO . SIB . DOMINI . MILLEXO . VIRÌGINE . NATI 

ET . TRECENTEKO . CONJINCTO . CHI . QUATRAGENO 

OCTAVO . CLBSU . CLBRENS . INDICTIO . STABAT 

PRAELATI . MLLTI . SACEARUNT . HIC . NUMERATI 

G. Plus . HOC, SACBAT . BRUNDUSII . METROPOLITA 

R. Q. BARI . PRAESUL . B. SACRAT . ET . IPSE . TRANENSIS 

L. DEDIT . AMALFA . DIGNUM .DAT . CONTlA . PETRUM 

P. Q. MARIS . CASTRUM . VICUS . I. C. DATQUE . MILETUM 

G. BOJANUM . MURUM . FERT . N. VENERANDUM 

Si fa ancora menzione nell'altra parte, che riguarda Tramon- 
tana, di tutti i personaggi reali, che a detta consagrazione inter- 
vennero ; e dice cosi : 

BEX . ET . REGINA . STANT . HIC . MULTIS . SOCIATI 

UNGHARIAE . REGIS . CENEROSA . STIRPE . CREATUS 

CONSPICIT . ANDREAS . CALABBORUM . DUX . VENERATUS 

DUX . PIA . DUX . MAGNA . CONSORS . UUICQUE . JOANNA 

NEPTIS . REGALIS . SOCIAT . SOROR . ET . IPSA . MARIA 

ILLUSTRIS . PRIFCEPS . ROBERTl'S . ET . IPSE . PARENTI 

IPSE . PHILIPPUS . FRATER , VULTU . REVERENTI 

IIUC . DUX . DIRATII . KAROLUS . SPECTAT . REVERENDUS 

SUNTQ. DUO . FRATRES . LLDOVICUS . ET . IPSE . ROBERTUS 

Essendo stato questo tempio e monastero dedicato all'Ostia Sa- 
cra con altre voci , al Sacro corpo di Cristo , impetrò il detto 
Re Roberto dal sommo Pontefice , che la processione del Sacra- 
mento, che usciva solennemente nello stabilito giorno del giovedì 
dopo l'ottavo della Pentecoste, fosse passata per questa Chiesa, den- 
tro della quale avesse l'Arcivescovo, dall'altare maggiore data la 
benedizione alle suore ed al popolo, come tuttavia è in uso, con 
quell'ordine, e riti puntualmente descritti dal nostro Cesare di En- 
genio nella sua Napoli Sacra. 

Si nomina ora di s. Chiara , perchè essendo stato fondato il 
Monistero, e dotalo per lo mantenimento di 200 monache , v' in. 
trodusse la divota Regina Sancia l'istituto del lerz'ordine di s. 



— 104 — 
Chiara • onde le monache dette venivano , monache di s. Chia- 
ra e cosi rimase il nome alla Chiesa : la quale Santa è stata 
adottata in patrona della nostra Città , e la sua statua di argen- 
to, con la Reliquia, fu collocala nel nostro tesoro ; ed il Moni- 
stero da molto tempo l'abbiamo veduto popolato da 300 Monache; 
e chi dentro veder lo potesse, vedrebbe una macchina maraviglio- 
sa. Vi è un chiostro di diciotto archi in quadro. Vi sono dormito- 
ri, che da un capo all'altro appena si può discernere una persona. 

S. Lorenzo. 

Sulla piazza s. Paolo è posta la grande Chiesa di s. Loren- 
zo con un Convento di frati conventuali, era quivi la basilica Au- 
guslale, e fu avanti di essa il foro Augustale , nome che in appres- 
so fu scambiato con quello di mercato vecchio. Quivi per lungo 
tempo scguitaronsi a tenere le ragunanze del Senato , e del po- 
polo per trattare i pubblici affari. Carlo I. d'Angiò edificò quivi 
la presente Chiesa di s. Lorenzo, dove era la Curia Augustale con 
la casa del Senato. Restò a questo luogo il nome di mercato vec- 
chio, avendo egli fatto costruire il nuovo al sito ove oggi si tro- 
va. Con tutto ciò si continuò per molto tempo a tenersi le ra- 
dunanze degli Eletti dei Sedili, e del loro tribunale in un me- 
schino edifizio sotto il Campanile di s. Lorenzo che era 1' antica 
torre della città. La Chiesa fu edificata con disegno del fiorentino 
Maglione, e con architettura gotica, e fu terminata dal nostro se- 
condo Masuccio, il quale costrusse l'arco maraviglioso che si ve- 
de nella crociera, tutto di pietre dolci di tufo. Posteriormente la 
Chiesa è stata con altri ornamenti rimodernata. Le colonne di 
marmi differenti e di diversi ordini, che veggonsi in gran nume- 
ro nelle Cappelle, nei pilastri, e dietro il Coro, hanno dovuto ap- 
partenere una volta alla basihca sudetta, ed agh edifizii accesso- 
rii, oggi sono tutte coperte di stucco. Le tre statue sull'altare 
maggiore coi bassorilievi sono del Merliaoo. Nella cappella di s. 
Antonio, disegnata dal Fanzaca , la tavola del Santo m campo 
d'oro è di maestro Simone contemporaneo, ed emulo del Giotto , 
e vi sono due quadri del Calabrese. Un altro quadro dello stesso 
Simone è in una Cappella minore rappresentando s. Lodovico , 
che cede la corona a Roberto suo fratello cadetto. Conviene qui ri- 
portare quanto dice il Celano alla seconda giornata pag. SS. 



— 105 — 

É da sapersi die nell'anno 1377 Ire ladri rubarono di notte 
alcuni vasi di argento da delta chiesa , ed avendoli Ira di loro 
divisi, uno di essi volle giocarsi la sua porzione ; se la giocò a 
carte su l'altare ed avendola perduta, entrò in tanta dispera- 
zione, che barbaramente diede di mano ad un pugnale e tirò un 
colpo alla sacra immagine dell'Ecce Homo alla seconda cappella 
a sinistra; e nello stesso tempo si videro due miracoli. Il primo fu 
l'uscir dalla ferita vivo sangue ; il secondo l'immagine dell'Ecce 
Homo, che teneva le braccia incrocicchiate nel petto , spiccò la 
destra, e la fé correre a riparare il sangue, che usciva, come al 
presente si vede. Il ladro fu preso , e convinto dagli stessi mira- 
coli, lasciò la vita sulle forche. 

Nella Cappella della famiglia Cacace il quadro del Rosario è 
del Massimo, e nella Cappellina sotto il pulpito la Vergine con 
due Santi è un quadro assai stimato del Lama. Nel coro si osser- 
vano cinque sepolcri dei principi del secondo ramo Angioino, o sia 
della casa di Durazzo, per notare lo stato delle arti, nel XIV se- 
colo. Nell'entrare nella Chiesa vedesi sul pavimento il sepolcro di 
Giambattista della Porta, nome molto celebre. 

Nel passaggio della Chiesa al chiostro il sepolcro di Enrico 
Poderico viene attribuito al Santacroce, e l'altro di Lodovico Al- 
timaresca nel chiostro, fu fatto, come a suo luogo dirò, dall'aba- 
te Bamboccio. La facciata della Chiesa è un infelice disegno del 
Sanfelice. 

S. Giovanni a Carbonara 

Per questo tempio dico che esso fu architettato dal nostro secon- 
do Masuccio nell'anno 1343, ma essendovisi posteriormente fatte 
delle molte novazioni, ed abbellimenti da Andrea Ciccione per or- 
dine di Re Ladislao, per non ripetere le cose, sarà da me minu- 
tamente descritto nella vita ed opere del detto Ciccione. 

Ai piedi della scala della Chiesa sudetta si trova V altra di 
s. Maria della Pietà volgarmente detta Pietalella , e fu questa 
edificata dal nostro Masuccio nell' anno 1383 , ed ai 16 di lu- 
glio detto anno fu processionalmente preso il possesso s'i della Chie- 
sa che dell'ospedale per i poveri infermi — Nella processione ol- 
tre del Vicario di Napoli fra Bartolomeo Vescovo dell'Isola e del 

Sasso — Voi. 1. 14 



— 10(5 — 
clero v'intervenne benanche il Re Carlo III di Durazzo ed infini- 
to popolo ; ed acciocché questa Chiesetta con maggior diligenza 
fosse frequentata vi stabilirono una confraternita di laici, che si eser- 
citavano in opere pie che in progresso di tempo fini per cagione 
di guerre. Nell'anno poi 1S43, la presente Chiesa con l'Ospedale 
fu dall'eletto del popolo e capitani delle ottine della città di Na- 
poli, ed anche dai nobili di Seggio di Capuana conceduta alla 
Chiesa dell'Annunziata. Nella Cappella di S. Maria della Candelo- 
ra dei Candelari è la tavola della Regina dei Cieli, elio presenta 
suo figlio al tempio di rara pittura opera del Curia. 

Nel suolo di questa Chiesa si legge. 

Hie iacet corpus nobilis viri Franeischelli Bissiae de Neapoli 
Gubernaioris Sanctae Marìae de Pieiaie de loco Carbonariae 
de Napoli, qui obyt, amio Domini Ì4^0 , die 20 Mensis Ja- 
ìwarii 3 Jud. 

S. niicliele Arcangelo 

Questa Chiesa è detta di S. Agnello a Nido secondo l'Eogenio, 
e a Nilo secondo altri autori posteriori, fu edificata dal nostro se- 
condo Masuccio nel 1384 , d'ordine del Cardinale Rinaldo Bran- 
caccio che univvi un ospedale posteriormente ridotto ad accogliere 
qualche prete. Nella Chiesa merita particolare osservazione il bel 
Sepolcro che Cosmo dei Medici fece ergere a questo Cardinale per 
opera del Donatello insigne scultore Fiorentino, di cui è questa 
una delle opere più pregiate. Il S. Michele dell'altare Maggiore è 
una bellissima tavola di Marco di Pino. Meritano osservarsi nella 
sacrestia due tavole di S. Michele e di S. Andrea , del nostro 
Tommaso degli Stefani pittore , nato nel 1231 zio del Masuccio 
Un altro Cardinale Francesco Maria Brancaccio avendo leeata nel 
167S a benefizio del pubblico di Napoli la sua biblioteca, dolan 
dola di annui ducali 600 , fu questa dai suoi eredi qui allogata 
Venne quindi accresciuta con altre donazioni di Domenico Greco 
e di Giuseppe Gizzio. Contiene circa ^Ornila volumi, ed è ricca d 
scelte edizioni e di manoscritti gran parte di autori Napolitani 
E giornalmente aperta al pubblico, meno nei di festivi. 



— 107 — 

Questa chiesa fu ridotta come oggi vedasi nell' anuo 1700 
dall' architetto Cogliolmelli, 

Quanti scrittori di cose patrie anno di questo monumento 
parlato , tutti àn detto ciò che di sopra ò esposto , e nessuno à 
nemmeno accennato la magnifica porta di lato alla chiesa sporgente 
sul largo di s. Angelo a Nido. 

Questa porta per i suoi intagli e bassorilievi scolpiti è un 
capo d' opera del secolo del risorgimento delle arti. 

E tutta di bianco marmo. Finissima n' è 1' esecuzione , e '1 
lavorìo. La euritmia ( al solito delle opere del secolo XV ) non è 
punto rispettata nelle parti decorative. 

Esamina con attenzione gli ornati negli angoli degli stipiti . 
come differiscono fra di essi; come osserverai puranche il nume- 
ro degli intagli nella pilastrata sinistra maggiore della destra. 
Nel fatto gli artisti del XV secolo , imitando i Greci badavano 
nello opere loro sempre all'assieme. Fu questo prodotlOjCertamen- 
te un lavoro dei giovani del nostro secondo Masuccio. 

Oggi vi è al vano un paravento. Neil' entrarvi ( dopo bene 
esaminata 1' ornato ) arrestali ai squarci , e guarda 1' antico uscio 
di legno a due battenti ripartito in sei riquadri , e con magnifi- 
ci bassorilievi , inferiore però a quello della porta. 

Castel S. Ermo 

Prende questo Castello il nome del colle sopra di cui è po- 
sto. Secondo Martorelli Eramo è una voce antica Fenicia che di- 
nota eccelso, sublime, e tale è il colle. Altri vogliono che que- 
sto monte facea anticamente parte dell' Olimpi ano , ed era il 
termine tra l'agro Puteolano, e Napolitano come i Greci solevano 
mettere ai confini in forma di erme, e che da ciò abbia origine 
il nome del monte. Nei bassi tempi vi fu eretta una Cappella de- 
dicata a S. Erasmo donde è derivato il nome di Santo, che si è 
dato al Monte, chiamandosi ora S. Ermo, ed ora S. Erasmo. 

Questo Castello e stato sempre consideralo importante per la 
sua situazione. Da una parte domina tutta la città , dall'altra il 
mare. Vi era prima una torre chiamata Belforle che fu convertila 
in castello da Carlo II d'Angiò, ed allora vi ebbe parte il nostro 
Masuccio. 



— lOS — 

Nel 11513, poi essendo Napoli assediata dal Generale Lautrec 
ne furono accresciute le fortificazioni, e per ordine poi di Carlo 
V divenne nel 1533 una cittadella regolare. Filippo V , vi fece 
anch'egli delle addizioni. E formato di altissime mura con con- 
troscarpa tagliata nella roccia , ed è cinto da fossi scavati nella 
stessa roccia con mine , contromine , ed altri sotterranei , che sì 
estendono all'intorno. Nel mezzo del Castello vi è una piazza d'ar- 
mi assai vasta, ed al disotto una cisterna scavata nel monte di 
una grandezza prodigiosa, cioè quasi quanto il castello medesimo. 

Nel 1848, à avuto questo castello altre aggiunzioni per ope- 
re esterne, ed avanzate, fatte magnificamente eseguire d'ordine di 
S. M. Ferdinando II. 

Certosa di s. martino 

La Certosa di s. Martino è posta ai disotto del descritto Ca- 
stello di s. Ermo. Era prima una casa di campagna dei nostri 
Sovrani, sino all'epoca del Re Roberto d'Aijgiò. Carlo l'illustre 
duca di Calabria figlio del suUodato piissimo Re Roberto indusse 
il padre di convertirla in Monastero secondo il gusto del tempo. 
Il monumento fu cominciato nel 1323, epoca del nostro secondo 
Masuccio, ecco come il benemerito architetto vi prestava la sua 
assistenza; ma avvenuta la immatura morte del prelodato illustre 
Carlo nel 1328, la divozione del padre non permise che riuscisse 
vana quella del figlio; laonde dotò il monastero di annui ducali 
12mila (l'Engenio però dice annuo once d'oro 200 ) valore che si 
debbe ragguagliare a seimila dei nostri ducati. La Regina Gio- 
vanna I figlia del suddetto Carlo ne accrebbe la rendita di altri 
ducati 3600, ed ornò il monastero di speciali prerogative. 

La situazione di questo magnifico edifizio è una delle più 
belle dell'universo. Ad un colpo d'occhio tu vedi tutta la Città a 
te sottoposta. Da una parte guardi il delizioso cratere con le sue 
isole, dall'altra le vaghe colline di Capodimonte, ed in prospetto 
la bella pianura della Campagna felice sino a Caserta. In distan- 
za li si presentano i monti Tifati, e dietro di essi la maestosa ca- 
tena degli appennini, un ramo dei quali forma le montagne di 
Gragnano , Vico , Sorrento , e Massa , abbracciando il terribile 
Vesuvio, che oltre le sue naturali bellezze li offre alle sue falde 



— 100 — 
gli ainenissimi villaggi Barra, S. Jorio, Porlici, Resina^ e le due 
Torri del Greco, o della ^'unziala. Per godere di (jiieslo unico , 
e delizioso prospolto, bisogna andare nei giardini, e principalmen- 
te all'eslremilà di essi dove è il Belvedere. Fermali qui, e dimmi 
se al mondo vi sia angolo, che possa essere a questo preferito. 

Si racconta che un viaggiatore all'iispeflo di questo incante- 
simo esclamasse: ah! la lolirità non può che qui godersi. Si ri- 
spose un monaco : ma per coloro che passano. 

X\ monastero era stala surrogala la Real casa degli invalidi ad- 
detta ai sotlo-uffizi.".li e soldati veterani invalidi. Noi 1836 d'ordi- 
ne dell' attuale nostro augusto Sovrano Ferdinando li vi sono ri- 
tornati i monaci, e gl'invalidi sono passati a massa Lubrense nel- 
l'antico convento della Trappa. 

Allo singolari bellezze della natura unisce questo monumento 
bellissimi pregi delle arti, sebbene molte belle opere sieno scom- 
parse coll'abolizione dei monaci. 

Il chiostro forma un gran quadrato con Io colonne di mar- 
mo bianco per ogni lato, ed ornato di statue di Sanli. Il disogno 
e le sculture sono del Fansaca, e sono suo opere le sculture em- 
plematiche del cimitero. La biblioteca avea una raccolta di mano- 
scritti Greci, e meritavano esser vedute la foresteria, la farmaco- 
pea, e le singolari cantine. Nell'appartamento del Priore tra mol- 
ti oggetti preziosi si distinguea un S. Lorenzo del Tiziano, ed un 
Crocifisso di singoiar forza di espresssione di Michelangelo Bona- 
roti. Nella loggia di questo appartamento si vede ancora la sta- 
tua della carila, opera dei due Bernini Pietro , e Lorenzo. Vi si 
vede pure una bella Meridiana. Da detto appartamento si ascen- 
de ad un giardino pensile per una scala capricciosa disegnata 
dal Cavaliere Cosimo. Ma niente è da paragonarsi alle ricchezze 
della Chiesa, la quale alla preziosità degli ornati è congiunto il 
gusto. Fu rifatta al principio del XVII secolo con disegno del 
Fanzaga. 

Ha una gran nave con 8 cappelle ed un atrio. I primi arti- 
sti del tempo anno lavoralo in questa Chiesa. Le pitture dell'atrio 
sono del Rodrigo Siciliano. Nella gran volta , ornata di stucchi 
dorati il Lanfranco vi dipinse i Ascensione ; e suoi son pure i bei 
quadri dei 12 apostoli posti tra le finestre. Sulla porta il Reden- 
tore deposto dalla Croce è del cavalier Massimo, ed i due quadri 



— 110 — 
ad esso laterali che figurano Mosè ed Elia, sono belle opere del 
Ribera. 

A questo autore appartengono ancora i dodici profeti che si 
veggono sulle lunette delle cappelle , dipinti con gran varietà di 
caratteri, e forza di espressione. Merita di esser veduto il Coro , 
la volta di cui fu principiata a dipingersi dal Cavalier d'Arpino, 
e fu terminata dal Berardino. 

Il quadro principale che risponde all'altare maggiore , rap- 
presenta la natività ed è opera di Guido Reni , la quale rimase 
imperfetta per la morte di lui. Ai lati del Coro sono quattro qua- 
dri che si chiamano le quattro cene. 

Il primo a sinistra rappresenta Gesù Cristo che comunica gli 
apostoli ed è del Ribera. Il secondo del Caracciolo esprime la la- 
vanda dei piedi ; il terzo a destra rappresenta la cena di Gesù 
Cristo con gran numero di figure ed è del Massimo. L'ultimo che 
figura l'istituzione dell'Eucaristia è dei figli ( Carlo e Gabriele ) di 
Paolo Veronese. Due statue di marmo del Finelli, e di Domenico 
Bernini adornano puro questo Coro. 

L'aitare maggiore è disegno del Solimena ma non è che 
un modello in legno. Dovea essere come la balaustrata di fini 
marmi , e pietre dure. Gli adornamenti di marmo che decorano 
tutto il Tempio, sono disegni del Fansaca, ed il bellissimo pavi- 
mento è opera del Presti laico Certosino. 

Ogni Cappella racchiude le sue bellezze, e sono tutte ricche 
di marmi, di colonne, e di dorature. La prima a dritta allorché 
si entra in Chiesa è dedicala al Rosario , ed à pitture del Vac- 
caro, e del Caracciolo. Nella seconda il quadro della Vergine è 
del Massimo ; i due laterali di Andrea Vaccaro. 

La volta a fresco è del Corenzio. Nella terza il S. Giovanbat- 
tista è del Marette, ed è l'unica sua opera pubblica che sia in 
Napoli. I quadri laterali sono del de Matteis; i freschi della vol- 
ta che rapj)rescnlano il limbo del Massimo , e le due statue di 
marmo della Grazia, e della Provvidenza appartengono a Loren- 
zo Vaccaro. 

L'ultima da questo lato à il quadro di S. xMartino del Ca- 
racciolo, i laterali del Solimena , i freschi della volta del Fino- 
glia discepolo del Massimo. Nel lato opposto la Cappella di S. 
Gennaro à il bassorilievo del Santo colla Vergine di Domenican- 



— IH — 
Ionio Vaccaro. i quadri lalorali del Caracciolo; ed i freschi della 
volta del Corenzio. Nella cappella seguenle di S. Brunone, tulle 
le pitture apparlengono al cavalier Massimo e nell'altra dell'As- 
sunta sono tulle del Ballistello, o sia Caracciolo. Finalmente nel- 
l'ullima, a fianco la porta, dedicala a S. Giuseppe lo ]iif[uro sono 
del de Jlatteis. 

Tornando nel coro, dalla parie drilla si cnlra nella saia del 
capitolo, die è adorna di buone pitture, ed à la volta dipinta dal 
Corenzio. Segue appresso una gran sala dipinta da fliicco Spa- 
daro nella quale vi è in un altare un quadro di Andrea Vac- 
caro. Dal coro medesimo si passa alla Sacrestia che è di singo- 
lare bellezza. La volta è dipinta dal cavaliere d'Arpino, ed il Pi- 
lato che mostra Gesù al popolo è del Massimo. Gli Armadi sono 
di legni indiani nei quali sono scolpite storie sacre con vari or- 
namenti. Finalmente dalla Sacrestia si passa nel cosi dello teso- 
ro, dove due capi d'opera di pittura richiamano l'attenzione del- 
l'uomo di gusto. Uno è la deposizione dalla Croce, riguardata coiiii- 
la migliore opera dello Spagnolelto ; l'altro la Giuditta, dipinto 
a fresco sulla volta in 48 ore dal Giordano . di cui credesi che 
sia l'ultima opera. 

Questo tesoro conteneva preziosi arredi sacri, slalue di argen- 
to, e vari oggetti rari, che oggi anno cambialo domicilio in lontane 
regioni. 

Per i lavori di scoltura di questo illustre e solerle artefice 
ripelo lo slesso che già dissi aMa fine della indicazione delle ope- 
re del suo valente istitutore e compare, del prim j Masaccio. Dalla 
mulliplrcilà dei sepolcri in Napoli eseguita dà Masuccio II , e che 
la maggior parie esistono ai di nostri in testimonianza non peri- 
tura del suo bello ingegno , portandosi 1' osservatore col pensiero 
al secolo 14° vi ravvisa a chi debbasi 1' avvicinamento e '1 vero 
principio del risorgimento delle arti , e son certo che il mio let- 
tore dopo la indicazione da me fattane nella vita del non mai 
abbastanza lodato Masuccio II , si porterà sopra luogo ad osser- 
varli , e venerare nel tempo slesso 1' opere di un napolitano arte- 
fice si distinto , che dopo l' elasso di cinque secoli ti si parano 
innanzi come di recente si fossero eseguiti. 

Aggiungo solamente che nella pagina 96 al secondo verso 
dove per errore è corso nella citta di Muro sul nionle Gargano, 



— 112 — 

legger si debbe nel Castello di Muro , o nel monte Gargano ; im- 
peroccbè vi sono degli autori che ritengono slare la tomba della 
Regina Giovanna I. in Castel s. Angelo sul monte Gargano, con 
la sua statua al naturale e con le iniziali 

R. I. 

Regina lovanna. 

Molti altri affermano , che Masaccio unitosi con alcuni nobili de- 
voti alla defunta Regina le fecero scolpire da Masuccio il 
bel tumulo , che nel castello di Muro in Basilicata si vede con 
la sua statua espressa al naturale , e con le sue insegne. Che fe- 
cero portare questo mausoleo nel sudetlo castello come se fussero 
stati , i diversi pezzi che compor lo doveano , adornamenti di 
chiesa. Che si adoperarono i detti signori col Masuccio che vi fos- 
se segretamente riportato 1' esanime corpo della Regina. Nel fatto 
Teodorigo segretario di Papa Urbano VI. asserisce essere Giovan- 
na I. sepolta nel detto castello di Muro , ove come di sopra ò 
esposto, fu trasportala. 

In Napoli vedesi tuttora il suo sepolcro accanto a quello di 
suo padre Carlo l' illustre Duca di Calabria in S. Chiara : ma que- 
sto è opera dei discepoli del Masuccio sopra suo disegno. Nella 
parte ove si va in sacrestia vi si leggono i seguenti versi 

Inclyla Parthenopes jacet hic regina lohanna. 
Prima prius felix , mox miseranda nimis. 
Quam Carolo genitara , multavit Carolus alter. 
Qua morte illa virum sustulit ante suum. 

M.CCC.LXXXII. 22 maji Y. ind. 



VITA DELL' ARCHITETTO E SCULTORE 



AIVDREA CICCIOIVE 

€()\ L\ Dl'Sr5{I7JO\E DELLK SIE OPFIU: FSEGIITE I\ MPOLI 



e \ S I S T E N r 1 



In Architettura 

Chiesa di s. Mariti (Jc-ll'Assunta. 

Rifazione della Chiesa di s. Croce. 

Chiesa di s. Marta. 

Abbellì e decorò la Chiesa di san 
Giovanni a Carbonara. 

Palagio ad un familiare del Re. 

Chiesa e Convento di Monteoliveto. 

Porta Maggiore in s. Lorenzo. 

Chiostro Jonico in s. Severino. 

Palazzo di De Capila Conte di Al- 
tavilla a Forcella , detto Palazzo 
della Riccia. 

Disegno della Cappella del Fontano . 



\ella Cultura 

Tomba di Giosuè Caracciolo. 

Monumento di Re Ladislao. 

Monumento di Ser Gianni Carac- 
ciolo. 

3Ionumento del Maresciallo Fran- 
cesco Caracciolo. 



Anno - 1390 



Andrea Ciccione scultore ed arehitello , nella scuola di .Ma- 
succio 2" ebbe i buoni precetti di queste due arti. 

Era tra i suoi compagni Giacomo de Sanlis ( come appresso 
dirò ) che alla sola arcbileltura volle applicarsi : ma il nostro An- 
drea conoscendo in so la scintilla del genio da Iddio concessagli; 
si all'una, che all'altr'artc incessantemente applicandosi , con so- 
lerzia infinita, tanto riesci eccellente, che il suo vecchio precetto- 
re si per l'architettura, ciie per la scultura se ne serviva per tul- 
le le svariate opere al suo genio ed alia sua direzione affidate. 

Edificava per i signori della lamiglia Pignatelli la bella Chie- 
suola di s. Maria dell'Assunta a rimpello il seggio di INilo. — 
Rifece da capo la Chiesa di s. Croce situala presso quella di s. 
Agostino, eretta da tempo immemorabile. Questa riedificazione ia- 
cea il Ciccione d'ordine del Cardinale Rainaldo Brancaccio , che 
conosciuto lo avea nello studio di Masuccio come giovane studio- 
sissimo, e come tale propostogli dal suddetto maestro. Scolpiva 
nel 1403 la sepoltura di Giosuè Caracciolo , situata nel piscopio 
sotto il pergamo. — Fece altre sepolture , ed edificò vari Palagi 
a diversi signori Napolitani. Per tali opere acquistatosi fama di 
buono architetto e scultore , giunser le sue lodi all' orecchio di 
Re Ladislao, e della Regina Margherita sua madre. Vollero que- 
sti Sovrani avvalersi dell'opera sua nella erezione della Chiesa di 
s. Marta, che per devozione volle edificare la sullodata Regina. 
La delta Chiesa è situata a rimpello il Campanile di S. Chiara. Fu 
fabbricala dal Ciccione d'ordine dorico, e di buona forma, alla Ro- 
mana. — Posteriormente à avuto questa Chiesa delle modifiche nel- 
le sue varie restaurazioni. 



— 116 — 

Terminalo questo monumenlo , volle il Re Ladislao , die il 
Ciccione abbellir dovesse, e di preziosi marmi adornare la Chiesa 
di s. Giovanni a Carbonara, che anni innanzi avea creila il suo 
luaeslro Masuccio 2.° Fra pochi anni qncllo che far non potelle 
Masiiccio per la povertà dei padri, fece il Ciccione per la libera- 
lità veramente reale di Ladislao, e fu terminata con soddisfazio- 
ne del Sovrano. 

Finiti gli abbellimenti della Chiesa di s. Giovanni per i quali 
come ò detto ebbe molta lode , fece altri lavori di scultura e di 
architettura, fra quali dicesi un Palagio ad un familiare del Re, 
a s. Giovanni a Carbonara, o a s. Giovanni maggiore. Fra tutti i 
suoi lavori, quello che molto onore gli dette fu l'edificazione della 
bella Chiesa di Monle Oliveto col Convento, che per commissione 
di Guorrcllo Origlia nobilissimo cavaliere, e Protonotario del Regno 
egli eresse nella strada , ovvero Borgo antico delle corregge nel 
1411. Altra sua magnifica fabbrica è il Chiostro Jonico in S. 
Severino. 

Volgea r anno 1412 che trovandosi la Regina Margherita in 
un Casale di s. Severino chiamato l'acqua di Mela, s'infermò gra- 
vemente in modo che giunto ivi il Re Ladislao, gli morì la ma- 
dre nelle proprie braccia, ed egli ne fece trasportare il Cadave- 
re in Salerno. Chiamò da Napoli Andrea Ciccione , e gli ordinò 
che eriger gli dovesse sontuoso sepolcro. In men di un anno il 
sepolcro fu finito, e murato nella Chiesa di s. Francesco in Sa- 
lerno. 

Appena avea il nostro artefice Ciccione terminata la tomba 
della Regina Margherita, dovette por mano alla tomba del sullo- 
dato giovane Re Ladislao, il quale tornato di Toscana, nel di 2 
agosto 1414, infermo d'ignota malaflia, siccome alcuni storici pre- 
tendono; e si mori nel di 6 del mese stesso. 

Fu quindi dalla sorella Giovanna, allora Duchessa d'Austria, 
segretamente fatto seppellire; indi dall'amor fraterno intenerita , 
nulla curando l'interdetto , ed essendo per la morte di Ladislao 
assunta alla corona del Regno volle onorare con superbo monu- 
mento la memoria del defunto fratello, e renderlo con splendida 
magnificenza più glorioso. 

rve dotte perciò la cura al nostro Ciccione del quale co- 
noscea il talento pel pregio in che questo Architetto era tenuto 



— 117 — 

dal Re Ladislao. Raccomandava alla sua intelligenza l'importanza 
dell'opera che essa bramava ragguardevole a lutto il mondo , e 
memorabile per tutti i secoli, non badando a qualunque spesa , 
che esorbitante si fosse. 

Con questi belli comandi da una Sovrana emanali, si potet- 
te bene estendere l'architetto e scultore , e far quanto di meglio 
sapea, per adempiere al Reale incarico ricevuto. Nel fallo fece il 
disegno del monumento , indi una bozza in creta , e finalmente 
nel Chiostro dèlia Chiesa di s. Giovannni a Carbonara ( dove eri- 
ger doveasi il monumento ) fé in grande tutta la macchina in 
calce^ che dovea eseguirsi con finissimi marmi. 

Vedutosi dalla Regina Giovanna II l'opralo dal Ciccione ne 
rimase contenta e soddisfatta, e massime nel vedersi figurata col 
fratello a sedere giusto il suo desiderio — Dellesi principio al 
monumento col più fino marmo che acquistar si potette in quel- 
l'epoca. Lavorandovi incessantemente il Ciccione con molti del suo 
studio in pochi anni videsi terminato e murato dietro l'altare mag- 
giore in s. Giovanni a Carbonara. A suo luogo lo descriverò mi- 
nutamente. 

Dopo a poco ripigliar dovette il Ciccione il martello e gli scal- 
pelli per altro tomolo che gli fu d'uopo erigere per la tragica 
morte di ser Gianni Caracciolo, ucciso per opera di Covella Ruf- 
fo il d'i 215 agosto 1432 per impreveduto comando della Regina. 

Trajano Caracciolo, figlio dell'ucciso ser-Gianni, ordinava al 
Ciccione questo secondo monumento, che tuttodì vedesi accosto a 
quello di Re Ladislao che a suo luogo sarà benanche descritto. 

Era pervenuto il Ciccione agli anni di decrepila vecchiezza, 
e dovette pure scolpire il sepolcro del Maresciallo del Regno di 
Napoli, Francesco Caracciolo, morto nel 14S4, e benché gli pre- 
stassero in quest'opera positivo ajuto i suoi allievi, volle pure mol- 
te cose ivi far di sua mano. Di giorno in giorno indebolito dalla 
vecchiezza, non avea più vigore di reggere alla fatica di maneg- 
giar lo scalpello, reso debole dagli anni. A gran pena fini la se- 
poltura suddetta, e murala nella maggiore Chiesa Napolitana, fini 
aocìie egli nell'anno 14153 ! 



118 — 



Descrizione delle snc opere. 



Nulla potrei e saprei indicare per le Chiese dell'Assunta e s. 
Croce. Per quella di s. Maria, dir posso, che il quadro del prin- 
cipale aliare è di Andrea Vaccaro ; ma lernn'nalo dal suo figlio 
Nicola, ed i quadri delle cappelle sono di buoni autori. 

Nella slrada larghissima della di Carbonara sulla quale evvi 
Jl Palazzo dei Principi di sanie Buono della famiglia Caracciolo 
ove alloggiò il duca di Guisa nel 1648 , in Icmpo delle rivolu- 
zioni di Napoli, prima dell'ampliazione delle mura falle da Fer- 
dinando r d Aragona; eravi un grande spiazzo deslinalo ai giuo- 
chi gladiatori, i quali durarono fino ai tempi del Petrarca , che 
con orrore ne fu spettatore. Indi vi si fecero le giostre sotto gli 
Aragonesi. 

La Chiesa fu eretta come ò detto nel 1343, con disegno del 
secondo Masuccio, ed indi rifatta ed abbellita per ordine di Re 
Ladislao dal nostro architetto Andrea Ciccione. La scala fu desi- 
gnata da Ferdinando Sanfelice. Prima della porta della Chiesa vi 
è una Cappella in cui il quadro di G. C. in croce è del Vasari. 
Sotto l'arco dell'altare Maggiore, vi sono le statue di s. Agostino 
e di s. Giovanbatlista del Caccavello. Dietro l'altare Maggiore ve- 
desi il magnifico mausoleo del Re Ladislao, come ò dello. Ila que- 
sto monumento più lavorio che bellezza. — Dietro di esso in una 
Cappella vi è l'altro di Ser Gianni Caracciolo. — Questa Cappel- 
la formava prima la tribuna dell'altare maggiore, ed è tutta de- 
corata di pitture di Gennaro di Cola, degne di esser osservate da 
chi vuol conoscere i progressi dell'arie. — 11 sepolcro di Gaetano 
Argento non è indegno di esser veduto dopo quelli di un Re, e 
di un ministro. Costui vien considerato come uno de'più gran ma- 
gistrati del nostro foro — La tomba è nella sua Cappella che à 
un quadro del Solimena. 

La statua dell'Argento è fatta al naturale da Francesco Pagano. 

Hanno pure le loro tombe in questa Chiesa due insigni lette- 
rali, Nicola Cirillo, e Nicola Capasso. La Cappella de'Marchesi di 
Vico merita di essere osservala. I quattro apostoli che si veggo- 
no alle quattro nicchie laterali furono fatti a gara dai quattro il- 
lustri scultori del tempo, Giovanni da Nola , Santacroce , Cacca- 



— 119 — 

vello, e Piala. A quest'ultimo appartiene il ritratto al naturale di 
Alfonso r d'Aragona , il basso rilievo dell'Epifania , il s. Seba- 
stiano, ed il mausoleo di Galeazzo Caracciolo. 

L'altro di Nicola Antonio Caracciolo è di Domenico d'Auria. 
Il S. Giovanni è del Santacroce, lo piccole statue sopra i sepol- 
cri sono dello Scilla Blilancse , ed i due mezzi busti con i loro 
piedistalli sono uno del Finelli, e l'altro del Sanraarlino. 

Nella sagrestia vi sono quindici quadri di Giorgio Vasari , 
ed uno piccolo di Bassano il vecchio. Sull'altare è da vedersi uà 
basso-rilievo di alabastro, in cui è scolpita la passione del Reden- 
tore, appartenne una volta alla Cappella privata di Ladislao. 

Attualmente il detto monumento si sta ristaurando dal signor 
architetto Federigo Travaglini che si bene à restaurato, come di 
già ò esposto, quello di S. Domenico Maggiore. 

Questa Chiesa avea annesso un convento degli eremitani di 
s. Agostino; edifizio vasto e magnifico che si estendea sulle mura 
della città fatte da Ferdinando P d'Aragona. Eravi una bella bi- 
blioteca singolare pei suoi manoscritti greci , e latini tanto cele- 
brati dal P. Montfarfon. I più preziosi furono trasportati a Vien- 
na nel 1729, ed i' rimanenti vennero in gran parte dispersi col- 
l'abolizione dei conventi nel 1807. la questo bell'edifizio vi andò 
la scuola militare , e finalmente fu ridotto a quartiere sotto la di- 
rezione del signor Generale dogli L berti, che con molto bello as- 
sieme ne allineò la facciata verso il largo delle Pigne, tra i due 
torrioni, e vi fé dei magnifici lavori con ripieghi d'arte, fra qua- 
li sono dagli Architetti da osservarsi le scale, e '1 magnifico ar- 
maggio del tetto pel contrasto delle forze al sostegno della gra- 
vità assoluta. 

Ai piedi della scala della Chiesa sudetta si trova l'altra di s. 
Maria della Pietà, volgarmente detta Pietatella, nella quale meri- 
ta osservarsi il bel quadro della Purificazione di Francesco Curia 
che era riguardato come modello dell'arte dallo Spagnoletto. II 
quadro di s. Antonio in una Cappella sembra del Massimo. 

La Chiesa di Monteolivcto deve richiamare 1' attenzione del- 
l'uomo di gusto pe' suoi bei monumenti di arte. 

L'altare maggiore disegnato dal Vinaccia fu eseguito dai fra- 
telli Ghetti. Un quadro della Presentazione del Vasari, è oggi nel 
Museo Borbonico. I freschi del coro ed i quadri a lato dei fine- 



— 1-20 — 
slroni sono di Simone Papa il giovane. L'organo sulla porla <> 
del Cafarinozzi da Subiaco , ed è nno dei Kiigliori d'Ilalia. La 
Cappella del B. Bernardo Tolomei à le pilliire a fresco del de 
Malteis. Il quadro dell'aliare nella cappella è del Santafede. Nel- 
la cappella Piccoloniini è da osservarsi il bellissimo mezzo ri- 
lievo della nascila del Signore del Donalollo, e sopra di esso il 
ballo di Angiolelli, opera del Rosellino anch'esso esimio scultore 
fiorentino, a cui pure appartiene la tavola in marmo della Cro- 
cifissione, ed il sepolcro di Maria d'Aragona. Poi progressi del- 
l'arte sarà Lene di osservare il quadro dell'Ascenzione di Silvestro 
Buono. Nella cappella della famiglia del Pezzo e Liguori ai lati 
della porta della Chiesa lavorarono a gara i dne grandi sailtori 
Merliano e Santacroce, all'emulazione dei quali dobbiamo molte 
bellissimo opere. Nella prima il Santacroce scolp'i la Vergine col 
suo figliuolo, e due altri santi, ed il basso-rilievo del Redentore 
che chiama s. Pietro nella barca. Espresse nella .seconda il Mer- 
liano la Vergine col Bambino ed. altri santi ,• ed, al di sotto un 
basso rilievo con s. Francesco di Paola ed i quattro evangelisti- 
La cappella de'Mastrogiudici è una tavola in marmo della Annun- 
ziala del Fiorentino Majano , e varii buoni sepolcri. Nella cap- 
pella Nauclerio la statua di s. Antonio è del Santacroce, ed il s. 
Gianbaltisla della cappella Artaldo è la prima statua che scolpi il 
Merliano. 11 quadro della cappella di s. Cristofaro è del Solime- 
na. Merita di esser veduta la cappella del s. Sojìolcro per le sta- 
tue di croia cotta del modanese Modanino. Esso nell'alto che rap- 
presentano il Mistero, sono consagralo alla memoria di molti uo- 
mini illustri di quel tempo. S. Giuseppe di Arimalca è il ritrailo 
di Sannazzaro. Nicodemo è quello del Pontano. S. Giovanni con la 
statua vicino sono i ritratti di Re Alfonso II d'Aragona con Fer- 
ranlino suo figlio. In detta cappella vi son pure due tavole in 
marmo di buona scultura. La Sagrestia è dipinta a fresco dal 
Vasari. 

Questa Chiesa è stata data alla Congregazione di s Anna 
dei Lombardi, Chiesa poco distante che fu fabbricata nel loSl , 
dagli Italiani Lombardi stabiliti in Napoli. Essa crollò nel 1798. 
Ignoriamo che no sia avvenuto dei quadri che l'adornavano de! 
Baklucci, del Santafede^ del vecchio Bassauo, del Lanfranco, del 
Caravaggio, e del Corenzio. 



— 121 — 

Nel 1413 adunque progoUava, scolpiva, e raellea in opera il 
nostro Ciccione il bel Sepolcro della Regina Margherita nella Chie- 
sa di s. Francesco in Salerno. 

Superava poi se stesso questo illustre artefice nel mausoleo 
che nel 1414 fece allo stesso Re Ladislao in s. Giovanni a Car- 
bonara. Questo mausoleo fu il più superbo in tutta Europa in quei 
tempi. Fu onorato il lavoro dalla felice musa del nostro Sannaz- 
zaro. 

Chiesa e badia di Monleolivoto. 

La Chiesa è descritta di sopra. La badia di Monteoliveto con 
la chiesa furon fondate come nella vita del Ciccione ò detto 
nel 1411 d' ordine di Guerrcllo Origlia familiare del Re Ladi- 
slao, dotandola di ducati 10000 di rendita. Alle ricche possessio- 
ni vi aggiunsero molto i privati , e grandi feudi Alfonso II , di- 
volissimo di quella Religione. 

Vi sono quattro Chiostri , nel secondo dei quali è una cap- 
pella della famiglia Palo, in cui si vede una bella tavola in mar- 
mo rappresentante 1' apparizione del Redentore in Emmaus, opera 
di Giovanni da Nola. Vi era una bella sala da mangiare con pit- 
ture del Vasari, nella quale Alfonso II solca spesso desinare coi 
monaci, ed anche un bel teatrino disegnato dal Conforti. Nel no- 
viziato vi erano due tavole del Solario. 

Oggi questo vasto edifizio è addetto a vari usi pubblici. Il 
giardino dalla parte di Toledo fu prima convertito in Orto bola- 
nico, e quindi in Mercato, come dirò a suo tempo nella vita ed 
opere del fu mio principale Stefano Gasse. 

L'EdiGzio a lato della Chiesa è addetto alI'Amminis trazione 
Comunale, e la parte interna all'Intendenza della Provincia di 
Napoli, ed alle sue varie olBcine. La parte inferiore interna è de- 
stinata al treno di Linea, che à l'ingresso nella Strada Monteoli- 
veto — Dal lato della Strada della Corsea vi fu allogato il Tribu- 
nale di Commercio, oggi traslogato in Castel Capuano , come ó 
detto nella vita ed opere del Buono — Il corpo della Città di Na- 
poli à pure sede in questo edifizio , ed alcune Municipalità. Fi- 
nalmente trovasi qui allogata 1' Accademia d' Incoraggiamento , if 

Sasso — Voi. I. 16 



122 

scuole normali , la Commissione di beneficenza, l'Uffizio di vacci- 
nazione, quello del Protomedicato, la Sopraintendenza generale di 
Salute, e la giunta Edilizia. 

S. Severino. 

11 Monastero di s. Severino è vasto e magnifico — Il suo 
terzo Chiostro è architettato dal nostro Ciccione. L' altro dove ev- 
vi un albero che conta 14 secoli contiene nel porticato il più bel 
monumento del Solario, il quale vi dipinse la vita di s. Bene- 
detto, accompagnando le figure piene di espressione con bellissi- 
me vedute — Sarebbe a desiderare che questi capi d'opera del 
nostro padre della pittura, fossero incisi in rame per conservarli 
e farli conoscere. — Il Refettorio ed il Capitolo sono dipinti a 
fresco dal Corenzio. Ivi si ammira il suo quadro della moltiplica- 
zione dei pani, anche perchè fatto in 40 giorni , malgrado che 
contenesse 117 figure. 

Palazzo «Iella Riccia. 

Fu eretto dal nostro Ciccione per Bartolomeo di Capua Con- 
te di Altavilla, e Protonolario del Regno — À un bel frontespi- 
zio, e nobile Cortile. N'ebbe molle laudi il nostro Architetto, che 
seppe s'i bene in un luogo angusto raccogliere una si grande 
quantità di luce — questo palagio oggi si vede nella strada s. 
Biagio de' librai — Come un bel monumento del secolo quindice- 
simo ne darò il disegno. 

Vado a descrivere i suoi lavori nella Scultura. 

Sepolcro «11 Ladislao. 

Il sepolcro di Re Ladislao in s: Giovanni a Carbonara è lutto 
di bianchi marmi contesto. Vien sostenuto da quattro grandi sta- 
tue, situate quasi pilastri sulle loro basi — Queste statue rappre- 
sentano quattro virtù cioè Speranza , Fortezza, Prudenza , e Ma- 
gnanimità, leggendosi i nomi di esse con caratteri gotici scolpiti 
nelle sudette basi. 

Succede a queste un grand'arco bene architettato, e con va- 
ghi ornali; sotto del quale sono situati a sedere due statue che 



— 123 — 
rappresenlano Ladislao e Giovanna li sua sorella la quale per 
testimonianza dell'amor suo verso l'estinto fratello , volle seco in 
tal guisa essere scolpila. Sopra l'arco anzidetto vi è l'urna sepol- 
crale ove il corpo del morto Re riposa ; in {jucsla cassa vi sono 
varie sculture in basso-rilievi che le sue marziali azioni rnppre- 
senfano, essendovi al di sopra la statua giacente del suo cadave- 
re, la quale viene scoverla dalle cortine che alzano due angioli, 
ad imitazione di quello di Carlo l'Illustre duca di Calabria e del 
sapiente Roberto , fatte da Masuccio II — S'innalza sopra di que- 
sto altro basso-rilievo in figura triangolare sostenendo uno zocco- 
lo che serve di basamento alla statua equestre del Re , tutto ar. 
malo con spada in mano in azione marziale. Al piedistilo evvi 
scritto DlVtS LADISLAUS. Ai due lati s'innalzano altri ornali alla 
gotica, alla di cui sommità terminano con due piramidi. — Al 
piano ed al livello delle due slalue avvene altre due. — Questo 
sepolcro s'innalza sino alla sommila del Tempio per palmi o3. — 
In esso "vi si leggono scolpiti i seguenti quattro versi 

Improba nwrs homimim, heu, scmper oblia rebus, 
Dum Rex magna7iiìnus tolian spe coiicipil or beni, 
En morì tur, saxo tc(jilur Rex inclylus islo; 
Libera syderewn mcns ipsa peiicit Ohjmpiuin. 

Nella cornice di sotto vi sono questi altri 

Qui pojmlos bello iwnidos, giti calde /j/r'antws 
Percutil inlrepidos, tic/or, terrafjue mariquc, 
Lux lialum, Regni splendor clarissimiis . hic est. 
Rex Ladislaus, deciis allum, et gloria rcgmim-. 
Cui tanto, heu lacrymae, soror illiislrissima Fratri 
Deftmcto, pulcrimi dcdit hoc Rcr/ina Joanna. 
Ulraque sculpta sedens majesias nllima regnnm 
Francorum soboles, Caroli sub origlile primi. 

Ma il più bell'elogio che ebbe questo giovane Re Ai la scrit- 
ta di Jacopo Sannazzaro, che per fino al ^Monumento riporlo. 

Miraris niveis pedcntia saxa coltimnis 

Hospes, et lutnc, aeri qui sedei alias equo\ 

Quid si animos, roburquo ducis pracclaraque; nosscs 
Peclora, et invictas dura per arma manus ? 



— 124 — 

Eie Capitolims deieeil sedibus hostem: 

Bisfjue iriumphata Victor ab Urbe redit. 
Ilaliamque omnem bello conciissù, et armis: 

Intulit Hetrusco signa tremenda mari. 
Neve foret Latio tantum Diademate felix 

Ante suos vidit Gallica screptra pedes. 
Cumque rebellantem pressisset pontibus Arnum, 

Mors vetuit sextam claudere Olympìadem. 
1 7iunc, Regna para, fastusque atlolle superbos, 

Mors etiam magnos obruit atra Beosl 

N'ebbe il Ciccione lodi immense in quell'epoca per si mae- 
stoso e gran monumento, e per i simbolici bassi-rilievi si esalta- 
mente scolpiti, tanto dal pubblico cbe dalla Regina, la quale in 
testimonianza della sua piena soddisfazione, dopo d'averlo lauta- 
mente compensato, Io onorò del titolo di suo gentiluomo. 

Sepolcro Ili Ser Gianni Caracciolo. 

Dopo pocbi anni cbe avea terminato il detto Mausoleo , fu 
d'uopo di risospendere i suoi lavori in Architettura , e ripigliar 
gli scalpelli dovendo altro mausoleo erigere al gran Siniscalco 
Ser Gianni Caracciolo, ucciso come ò dtìtfo per opera di Covella 
Ruffo il 23 agosto 1432. Ne dotte lo incarico al nostro Ciccione 
il figlio dell' ucciso , nominato Trajano, e Principe di Melfi. 

Lavorò il Ciccione questo mausoleo che dietro il mentovalo 
altare di s. Giovanni a Carbonara, in separato compreso, si vede 
dietro quello di Ladislao. 

E il monumento sostenuto da tre pilastri ciascuno sendo una 
statua di uu guerriero, rappresentando forsi altri di sua famiglia. 
Nella cassa che rinserra le sue ossa vi sono due angioli che ten- 
gono la sua impresa, e dai lati vi è l'Arcangelo S. Michele con 
altri angioli in allo di abbatter dragoni: ciò viene con mistico senso 
inlerpelrato per quei cbe furono da Ser Gianni depressi. Salgono i 
detti pilastri in alto e fanno finimento dai lati, e nel mezzo. So- 
pra il sepolcro vi è la statua in piedi di Ser-Gianni alla quale il 
chiuso Gnestrone della Tribuna gli serve di nicchia — Ai lati di 
questa statua vi sono due fiere, come hH)ni seduti. La statua nel 



— 125 — 

pilastro di mozzo tiene con la sinistra pel crine immoto im leo- 
ne, e nella destra una clava — Sotto del sepolcro accopp iando 
a barbari caratteri l'inculta locuzione di quei tempi, cosi si vede 
dottato. 

Syriandl Caraczulo, Ivellini Corniti, Venusini 
Duci, ac Regni Magno Senescallo, ci Moderatori, 
Trajaììus Jilius, Melphiae dux, Parenti de se, 
Deque Patria opiimc merito, erigendum curami, anno /432. 

Vi sono scolpiti; e bisogna leggerli i seguenti versi la tti dal 
celebre letterato di quei tempi Lorenzo Valla, per l'estinto signore. 

Nil 7nihi ni iitulus summo de culmine deerat. 

Regina morbis invalida, et senio 

Foecunda popidos, praeceresque in pace tuebar 

Pro Domine imperio, nullius arma timens : 

Sed me idem livor, qui te, Joriissiìne Caesar, 

Sopitum extinxii, nocte juvante, dolos. 

Non me, sed totuin laceras manus impia Regnum, 

Parthenopeque suum perdidit alma deciis. 

Per le altre due tombe da lui eseguite , e nella vita accen- 
nate, è inutile portarne la descrizione , sì perchè non anno che 
fare con le esposte, e si perchè quella del Maresciallo fu la mag- 
gior parte eseguita dai suoi allievi, stante il Ciccione per pagare 
il dovuto tributo alla natura per deboia vecchiezza. 

Tra i suoi disegni lasciati, e trovati dopo la sua morte è da 
notarsi, che ne capitò uno nelle mani del nostro Poeta Gio- 
vanni Gioviano Pontano, il quale se ne giovò per formare la sua 
cappella accosto la Pietra santa, facendone sepolcreto per se , e 
per la sua famiglia — Vi sono sempre dei minuti e pedanti ri- 
cercatori, e tra questi alcun à asserito che la detta Cappella es- 
ser non può disegno di Andrea Ciccione, stante che lo sfesso era 
alla architettura gotica portato. — Si sbaglia l'accennato analista; 
imperocché il Ciccione fece di stile gotico la porta di s. Lorenzo, 
per uniformarsi al carattere del tempio; mentre si le Cappelle del 
detto Tempio, che il Chiostro di S. Severino, e'I palazzo della 
Riccia, ci fanno a chiare note conoscere che il suo stile è unifor- 
me alla Cappella del fondatore dell'Accademia Pontaniana. 



VITA DELL" ARCHITETTO 

GIULIA^ DA MAJAI\0 

COiy U DESCRrZIO\E DULE SIE OPERE ESEGUTE I^ NAPOLI 

CONSISTENTI 

KEL 

Palazzo a Poggio Reale. [ Porta Capuana. 



Anno - Ì4a0. 



Giulian da Majano Archilelto Fiorentino, ebbe per padre uno 
scarpellino di Majano , villaggio vicino a Fiesole. Nacque nel 
1377. Fu prima Scultore, e poi architetto. Chiaraato qui in Na- 
poli da Re Alfonso costruì il magnifico Palazzo di Poggio Reale. 

Questo Palazzo s' inalzava sur un quadrato. In mezzo ad ogni 
lato vi era un portico ad archi, alle alette dei quali, dei pilastri 
ionici sopra un alto piedestallo. Camere di qua e di là. 11 secondo 
piano era di pilastri corinlii tra'quali finestre con frontespizii. I cor- 
nicioni senza risalto, e senza ioterrompimenlo. Vi esistea dentro 
un cortile anche quadrato con logge per tutti e due i piani. Jn 
mezzo di esso cortile vi era una scalinata la cui gabbia, parimen- 
ti quadrata, per cui si scendea ad un piano mattonato abbellito 
di sedili, di mense e di guochi d'acqua. Fu questo palagio ar- 
ricchito di belle pitture e massime di quadri eseguiti dai due fra- 
telli Donzelli, come esporrò in appresso. Tutto ciò fu ! 

In Castel nuovo eresse una porta di marmo d'ordine com- 
posito, pure vicino Castel nuovo, che poi nella penultima ara- 
pliazione stava situata poco prima di arrivare al Castello di Ca- 
puana. Fu colà trasportata da Ferdinando I d' Aragona denomi- 
nandola Porta Capuana ed era la porla più grande e maestosa di 
Napoli, perchè per questa entrar dovea chi da Roma veniva. Vi 
si entrava per ponte di fabbrica sulla fossata. Questa magnifica 
porta è tutta adornala di bianchi marmi , nei quali vi sono con 
maestria scolpiti molti trofei di armi ed altri empiemi militari 
adornanti 1' arco. Di sopra vi era la statua del Re Ferdinando I 
d'Aragona in mezzo rilievo : ma nell'ingresso che fece in Napoli 
rimperator Carlo V, il di 26 novembre 1S3S , essendo ricevuto 
in trionfo per aver domato il Regno di Tunisi , fu tolto da so- 
pra a Porla Capuana il ritratto di Re Ferdinando , e collocatovi 
lo stemma di Carlo Y in mezzo di due statue di Santi protettori 

Sasso — Voi. 1. 17 



— 130 — 
quelle cioè di s. Gennaro, e di s. Agnello liiUe di finissimo mar- 
mo come l'atlico superiore ornalo di modonaliire tulle senza inta- 
glio, sebbene dello stesso carallere sembra che sia stalo ivi ag- 
giunto da altri, e non messovi dal Jlajano - come vedesi nel ri- 
tratto esistente nella tomba del Vice Re Pietro di Toledo — For- 
se nella delta epoca del lo3o quando alla statua di Ferdinando I 
fu sostituito lo slemma dell'Imperator Carlo V quest' aggiunzione 
avveniva. 

Quesla porta a specie d'arco trionfale arricchita di figure , 
statue, e bassi rilievi, che ancora si veggono ben conservali è 
infelicemente collocata in un luogo angusto ed ignobile della Ca- 
pitale circondata da meschine fabbriche, onde non si può cono- 
scere la sua intera bellezza, come puoi osservarla nella tavola 6. 

L'architetto ammirando il bel monumento vi scorge nel ma- 
gnifico elevalo uniti alla bella proporzione i più magnifici detta- 
gli. Ti scorge ancora l'arlisla che viene oggi interrita ; imperoc- 
ché la linea della strada nasconde finanche i plinti delle basi. E 
certo che olire il plinto vi sia interrilo anco il piedislallo o qual- 
che zoccolo sempre usalo in tutte le fabbriche eseguile nell'epoca 
del risorgimento delle arti, nel secolo XV. 

La luce attuale e troppo bassa , ed in contesto di ciò ne è 
irrefragabile dimostrazione il ritratto di questa porta nel Sepolcro 
del Toledo in s. Giacomo, eseguito quasi cenlo anni dopo, come 
di sopra ò accennalo. 

I dettagli tulli dello magnifiche sculture sono da essere con- 
siderate e nel tempo stesso di scuola e di umiliazione del secol 
nostro. 

Chi brama conoscerne i più minuti dettagli potrà leggere l'o- 
pera deirarchifelto Francesco de Cesare, intitolala le più belle 
fobbriche del loOO esistenti in Napoli con notizie storiche e ri- 
flessioni artistiche Napoli 18415. 

Fece ancora il Wajano in Napoli disegni di varie fontane di 
bizzarre invenzioni, si per le piazze che per le case dei privali. 

Chiamalo in Roma da Papa Paolo II, fece un Cortile nel Pa- 
lazzo Valicano che pare essere quello che ora dicesi di s. Dama- 
sco il quale è da tre parti circondato da logge a tre ordini. 

La sua principale opera in Roma fu la Chiesa di s. Marco 
dove è impiegata una gran quantità di travertini presi dalle ro- 



— 131 — 
vine del Colisseo ; ma la rovina di quel superbo Anfitealro è di 
una data assai più aulica benché corra la parola, che per edifi- 
carsi Palagio di Roma , e spezialmente il Farnese si diroccasse 
il Colosseo. Lo stesso Paolo II mandò il Majano a Loreto ad in- 
grandire il corpo di quella Chiesa. 

Ritornato a Napoli per dar termino alle opere incominciate, 
non potè compirle ; imperocché a 70 anni di età passò da questa 
all'altra vita. 

Il Re Alfonso lo pianse assai, e volle che cinquanta uomini 
vestili a bruno assistessero alle onorifiche esequie, e che se gli er- 
gesse un sepolcro di marmo. Restò Polito, o sia Ippolito del Don- 
zello a compiere le incominciate fabbriche. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

Palazzo a Poggio Reale. 

E inutile come altra volta ò detto di fare l'inventario di una 
casa saccheggiata : con maggior ragione inutile parmi descrivere 
un monumento, che non piii esiste, quiudi mi taccio della decan- 
tala delizia de' Re Angioini a Poggio Reale. 

Pòrta Capuana. 

Per porta Capuana dico, che diccsi Capuana perchè per essa 
si andava a Capua prima che fosse aperta la strada di Foria — ■ 
Questa porla era prima situata dov'è il Sedile Capuano^ e fu qui 
trasportata allorché furono le mura allargate da Ferdinando l 
di Aragona — Essa formava in quei tempi il principale ingresso 
della città, il quale era magnificamente decoralo — La porta è di 
bianco marmo, e fu fatta con le belle sculture da Giulian da Ma- 
jano. Vi era la statua di Ferdinando I d' Aragona , la quale fu 
tolta nel ISSIi quando vi si celebrò l'ingrosso di Carlo V ai 26 
di novembre, ed alla statua dell'Aragonese Sovrano fu surrogala 
r impresa dell' Imperatore in mozzo di due statue di s. Gennaro 
e s. Agnello, pure di marmo. Fuori della porta evvi una gran 
piazza irregolare delta Casanova : eravi un palazzo di Carlo H 
d' Angiò. Quindi s' incontra il numero aureo sulla strada larga 



— 132 — 

dritta ed abbellita di alberi , e di fontane che oggi si chiama di 
Poggio Reale. 

Tutta questa contrada fu un luogo di diporto dei nostri Re 
Angioini ed Aragonesi. Alfonso I d'Aragona nel 1484, \i costrus- 
se un Palazzo ornalo dalle pitture dei fratelli Donzelli con boschet- 
ti 5 e giardini sino al mare. Il duca di Guisa nelle sue memorie 
nel 1647, dice che questo luogo di poggio Reale pei giardini, e 
per le acque era il più delizioso del Mondo. Sino al cadere del 
secolo passato vi si andava con le carrozze a passeggiare , oggi 
tutto è degradato ed abbandonato, e dal 1837 in poi per questa 
strada noi Napoletani, (e per quella del Campo) facciamo l'ulti- 
ma trottata in carrozza per esser portati, non ai vecchio, ma al 
nuovo Poggio Reale, cioè al Camposanto. 

Cadono le Città, cadono i Regni, 

E l'uom d'esser mortai par che si sdegni. 



Altre opere del Majano. 

II Celano nella quinta giornata alla pagina 40 dice cosi. 

Dentro della Sagrestia (della chiesa di s. Rarbara in Castel 
Nuovo ) vi si vede una statua della Vergine col suo flambino in 
braccio di marmo cosi delicato, che sembra alabastro e con dise- 
gno e tenerezza da non sapersi fare in quei tempi , e si stima 
opera del Majano. 

Pretende ancora il Celano che il modello della porta di bron- 
zo in Castel Nuovo sia benanche del citato artefice Fiorentino ; 
mentre fu tutta opera del Napolitano Guglielmo Monaco. 

Dice altresi che ai piedistalli delle colonne corintie della por- 
fa alla Chiesa di s. Rarbara vi sono i ritratti in basso-rilievi di 
esso Giuliano , della figliuola , e di altri che vi lavorarono , in 
conseguenza ritiene la delta porla benanche di Giulian da Maja- 
no: e siccome lo storico Vasari non solo ciò ma benanche l'Arco 
di Alfonso d'Aragona di Piet<-o di Martino attribuisce al detto Ma- 
jano, cosi non credo superfluo qui riportare quanto dice di que- 
sto distinto artefice il ripetuto storico messer Giorgio Vasari che 
tanto dispetto avea per gli artefici Napoletani , e ciò lo fo per 



— 133 — 
far conoscere gli errori in cui cade ben spesso il sullodato dolio 
scriltore delle nostre cose parlando. 

« Non picciolo errore fanno quei padri di famiglia, che non 
t lasciano fare nella fanciullezza il corso della nalura agli inge- 
c gni dei figliuoli , e che non lasciano esercitargli in quelle fa- 
t cultà che più sono secondo il gusto loro. Perocché il volere 
t volgerli a quello che non va loro per l'animo è un cercar ma- 
c nifestamente che non siano mai eccellenti in cosa nessuna; es- 
c sendo che si vede quasi sempre, che coloro, che non operano se- 
t condo la voglia loro, non fauno mollo profitto in qualsivoglia 
e esercizio. Per l'opposilo quelli che seguitano lo istinto della na- 
c ra vengono il più delle volte eccellenti , e famosi nelle arti 
e che fanno, come si conobbe chiaramente in Giuliano da Maja- 
« no, il padre del quale essendo lungamente vivulo nel poggio 
e di Fiesole, dove si dico Majano, con lo esercizio di squadralo- 
« re di pietre, si condusse finalmente in Fiorenza, dove fece una 
e bottega di pietre lavorate, tenendola fornita di quei lavori che 
t sogliono improvvisamente il più delle volte venire a bisogno a 
« chi fabbrica qualche cosa. Standosi dunque in Firenze, gli nac- 
c que Giuliano, il quale perchè parve col tempo al padre di 
e buono ingegno, disegnò di farlo notajo, parendogli che lo scal- 
c pellare, come aveva fatto egli, fusse troppo faticoso esercizio, e 
€ di non molto utile : ma non gli venne ciò fatto ; perchè seb- 
t bene andò un pezzo Giuliano alla scuola di grammatica , non 
t vi ebbe mai il capo, e per conseguenza non vi fece frutto nes- 
c suno; anzi fuggendosene più volle, mostrò d'aver tulio l'animo 
f volto alla scoltura, sebbene da principio si mise all'arie del le- 
t gnajuolo e diede opera al disegno. Dicesi che con Giusto , e 
e Minore maestri di tarsie lavorò i banchi della sagrestia della Nun- 
« ziata, e similmente quelli del coro che è allato alla cappella ; 
e molte cose nella badia di Fiesole, ed in s. Marco, e che per- 
< ciò acquistatosi nome, fu chiamalo a Pisa, dove lavorò in Duo- 
c rao la sedia che è accanlo all'aliar maggiore, dove stanno a se- 
« dere il sacerdote e diacono e suddiacono quando si canta la 
e messa ; nella spalliera della quale fece di tarsia con legni lin- 
c ti ed ombrali i Ire profeti che vi si veggiono. Nel che fare 
e servendosi di Guido del Servellino e di maestro Domenico di 
e Mariollo legnajuoli pisani, insegnò loro di maniera l'arte, che 



— 134 — 

f poi feclono così d'intaglio come di tarsia la maggior parte di 
e quel coro, il quale ai nostri dì è stato finito; ma con assai rai- 
c glior maniera, da Battista da Cervelliera Pisano , uomo vera- 
e mente ingegnoso e sofistico. Ma tornando a Giuliano, egli feco 
e gli armari della sagrestia di S. Maria del Fiore, che, per cose 
e di tarsia e di rimessi, furono tenuti in quel tempo mirabili. E 
e così seguitando Giuliano d' attendere alla tarsia alla scoltura 
e ed alla architettura , morì Filippo di ser Bruncllesco ; ou- 
«.' de messo dagli operai il luogo suo , incrostò di marmo sotto 
a la volta della cupola le fregiature di marmi bianchi e neri che 
« sono intorno agli occhi. Ed in sulle cantonale fece i pilastri di 
e marmo sopra i quali furono messi da Baccio d'Agnolo l'archi- 
c trave fregio, e cornice come di sotto si dirà. Vero è che costui 
e per quanto si vede in alcuni disegni di sua mano , che sono 
e nel nostro libro volea fare altr'ordine di fregio, cornice, e bal- 
c latojo con alcuni frontespizi ad ogni faccia dell'otto della cupo- 
c la, ma non ebbe tempo di mettere ciò in opera perchè traspor- 
« tato dal lavoro d'oggi iu domani, si morì. Ma innanzi che ciò 
ff fusse, andato a Napoli, fece al Poggio reale per lo re Alfonso 
«■ l'architettura di quel magnifico palazzo con le belle fonti , e 
ce condotti che sono nel cortile. E nella città similmente , e per 
« le case de' gentiluomini, e per le piazze fece disegni di molle 
« fontane con belle e capricciose invenzioni. Ed il detto palazzo 
« di Poggio reale fece tutto dipingnere da Piero del Donzello, o 
« Polito suo fratello. Di sculluia fece parimenti al detto re xilfon- 
« so, allora duca di Calavria, nella sala grande del castello di 
f Napoli sopra una porta di dentro e di fuori storie di basso-ri- 
« lieve, e la porta del castello di marmo d'ordine corintio con 
(c infinito numero di figure, e diede a quellopera forma di arco 
« trionfale dove le storie ed alcune vittorie di quel re sono scol- 
« pite di marmo. Fece similmente Giuliano l'ornamento della por- 
« la Capovana, ed in quella molti trofei variati e belli: onde m^- 
(T rito che quel re gli portasse grande amore, e , rimunerandolo 
d altamente delle fatiche, adagiasse i suoi discendenti. E perchè 
<c aveva Giuliano insegnato a Benedetto suo nipote l'arte delle tar- 
« sie , l'architettura , e a lavorar qualche cosa di marmo , Bene- 
(c detto si slava in Fiorenza attendendo a lavorar di tarsia , per- 
« che gli apportava maggior guadagno che le altre arti non fa- 



— 135 — 
e cerano, quando Giuliano da M. Antonio Rosello aretino, segre- 
c tarlo di Papa Paolo II la chiamato a Roma al servizio di quel 
e Pontefice, dove andato, gli ordinò nel primo cortile del palaz- 
c zo di s. Pietro le logge di travertino con tre ordini di colon- 
c ne, la prima nel piano da basso dove sta oggi il piombo ed 
(c altri uffizi, la seconda di sopra dove sta il Datario ed altri pre- 
c lati ; e la terza ed nlliina dove sono le stanze che rispondono 
il' in sul cortile di s. Pietro , le quali adornò di palchi dorati e 
e: d'altri ornamenti. Furono fatte similmente col suo disegno le 
« logge di marmo dove il Papa dà la benedizione ; il che fu la- 
<c voro grandissimOj come ancor oggi si vede. Ma quello che egli 
e fece di stupenda maraviglia più che altra cosa , fu il palazzo 
e che fece per quel Papa insieme con la chiesa di s. Marco di 
e Roma, dove andò un infinità di travertini, che furono cavali, 
«: secondo che si dice, di certe vigne vicino all'arco di Coslan- 
c tino, che venivano ad essere contraforti de' fondamenti di quel- 
li: la parte del colosseo che è oggi rovinata , forse per avere al- 
« lentato quell'edifizio. Fu dal medesimo Papa mandato Giuliano 
s alla Madonna di Loreto, dove rifondò e fece molto maggiore il 
e corpo di quella chiesa che prima era piccola e sopra pilastri 
<r alla salvatica, ma non andò più alto che il cordone che vi era 
e nel qual luogo condusse Benedetto suo nipote, il quale, come si 
e dirà, voltò poi la cupola. Dopo essendo forzato Giuliano a tor- 
ci nare a Napoli per finire l'opere incominciale , gli fu allogata 
£ dal re Alfonso una porla vicino al castello, dove andavano più 
« di ottanta figure, le quali aveva Benedetto a lavorare in Fio- 
« ronza j ma il lutto per la morte di quel re rimase imperfetto, 
«: e ne sono ancora alcuno reliquie in Fiorenza, nella Misericordia 
e: ed alcune altro n'erano accanto alle macine ai tempi nostri, le 
i' quali non so dove oggi si ritrovino. Ma innanzi che morisse il 
« Re, mori in Napoli Giuliano di età di 70 anni , e fu con ric- 
« che oseguie mollo onorato, avendo il re fatto vestire a bruno 
« cinquanta uomini che l'accompagnarono alla sepoltura , e poi 
« dato ordine che gli fus.';c fatto un sepolcro di marmo. Rimase 
« Polito nell'avviamento suo, il quale diede fine ai canali per le 
e acque di Poggio reale; e Benedetlo attendendo poi alla scoltu- 
c ra passò in eccellenza come si dirà , Giuliano suo Zio , e fu 
r concorrente nella giovanezza sua d'uno scultore che faceva di 



— 13G — 
e terra chiamalo Modanino da Modena , il quale lavorò al detto 
e Alfonso una Pietà con infinite figure tonde di terra colta colo- 
t rile, le quali con grandissima vivacità furono condotte e dal 
e Re fatte porre nella chiesa di Monte Olivelo di Napoli , mona- 
f slerio in quel luogo onoratissimo ; nella quale opera è ritrailo 
<■ il detto Re in ginocchioni, il quale pare veramente più che vi- 
c vo. Modanino fu da lui con grandissimi premii rimunerato : 
e ma morto che fu come si è detto il Re, Polito e Benedetto se 
( ne ritornarono in Fiorenza, dove non molto tempo dopo se ne 
e. andò Polito dietro a Giuliano per sempre. Furono le sculture, 
f e pitture di costoro circa gli anni di nostra salute 1447. 

A Giuliano da Majano fu fatto dopo qualche tempo il seguen- 
te epitaffio. 

Chi ne consola ahimè! poi che ci lassa 

Di se privi il Majan, quello architetto, 

Il cui bello operare, il cui concetto 

Vitruvio aggiugne, e di gran lunga il passa ? 



VITA DELL'ARCHITETTO 



GIACOMO DE SAIVTIS 



C051 LA DESCKIZIO\E DELLE SIE OPERE ESEGUTE E IVAPOLI 



CONSISTENTI 



Riedificazione della Chiesa di S. Pel- 



legrino. 



Idem di S. Onofrio a Formello. 
Palazzo di Caraccioli. 
Palazzo Piscicelli. 



Palazzo Zurli. 

Palazzo del Balzo. 

Progetto , e disegni per la Chiesa 

della Madonna delle Grazie agli 

Incurabili. 



Amo - 1429. 



Fu Giacomo De Sanlis discepolo del distinto architetto Ma- 
succio Secondo , in compagnia di Andrea Ciccione — ed ivi ap- 
prese r architettura. Benché Masuccio molti giovani avesse , que- 
sti due furono i soli , che le virtù del loro maestro ereditarono. 

Pervenuto Giacomo per mezzo dei suoi talenti all' onorato 
grado di maestro , gli furono affidati dai particolari molle com- 
missioni in architettura, che adempiendole furono degne dell'ap- 
provazione del suo principale Masuccio. 

Il primo incarico che ebbe il De Santis fu la riedificazione 
della chiesa di s. Pellegrino , incarico ripeto , che gli fu confi- 
dato perchè lo nominò lo slesso Masuccio — dicendo che l'unico 
maestro che potea in breve spazio di tempo portarla a termine 
era il suo alunno De Sanlis — Nel fatto ne fece il disegno ed 
il modello il quale piaciuto al Re Carlo III di Durazzo , furon 
cavati i fondamenti e buttatavi la prima pietra benedetta dall'ar- 
civescovo Bozzuto. 

Essendo stato divisamento del popolo napolitano la riedifica- 
zione del tempio il far cessare la peste che affligea la Città , si 
vide lo stesso Re Carlo portare sugli omeri il cofano di pozzola- 
na ^ servendo da manipolo ai muratori. Questo incoraggiò molto 
i fedeli , e tutti piansero all' atto umile del religioso Sovrano. 

Fu in poco tempo terminata la chiesa di s. Pellegrino e si 
dette il De Santis ad applicare per 1' altra di s. Onofrio a For- 
mello , riedificandola secondo l'uso dei tempi. 

Fece di poi varie altre fabbriche particolari, come il Palazzo 
ai signori Caraccioli , vicino alla chiesa dell'Arcivescovado, quello 
stesso che dopo tempo veniva demolito d'ordine d' Isabella d'A- 
ragona, acciò si presentasse in Castel Capuano Messer Antonello 
Caracciolo ; quello de' Pisciceli! vicino la chiesa do' SS. Apostoli, 
e de' Zurli al vico Zurli, Quindi eresse un palazzo ai signori 



— 140 — 

Del Balzo • ma l'unico lavoro che merita essere annoverato fu la 
bella chiesa della Madonna delle Grazie agi' Incurabili. 

Siccome sin'ora ò esposto lavila degli architetti che alla longe- 
vità degli anni accoppiar potettero mulliplicilà di lavori, cosi dico 
che essendo il nostro De Santis morto giovane, nulla potelte fare di 
più. Son certo che se lunga vita Iddio concedea al De Santis , 
da quanto appare dalla citata chiesa , questo artista gran lustro 
ed incremento avrebbe in quell' epoca arrecato all' arte architetto- 
nica. Secondo ciò che ne dice il notajo Criscuolo pare , che que- 
sto architetto sia finito nel I43I5. 

DESCRIZIONE DELLE SLT: OPERE 

La cennata bella chiesa di s. Maria delle Grazie sopra le 
mura è ricca di opere di pittura e di scoltura. 

Fu edificala sul disegno fattane dal detto architetto De Santis, 
e non potette essere certamente da lui diretta portando il Criscuolo 
morto il De Santis nel 1433; e 1 Galanti la riedificazione della 
chiesa nel loOO. Come l' Egenio nella pagina 204 dice cosi. 
Nel 1300 fu questa chiesa da napolitani conceduta a fra Girola- 
mo de Brindisi , il quale fu il primo che portò in Napoli la Con- 
gregazione dei Frati Girolimitani, e fu il primo priore di questa eie. 

Avea questa chiesa un convento dei frati Gerosolimitani , 
ora aggregali all'Ospedale degl'incurabili: essendosi un tempo 
convertito il giardino in Orto botanico —Il disegno della chiesa 
alla Romana è di Giacomo de Santis. Le pitture ad olio , ed a 
fresco sulla porta , sulla tribuna , sul soffitto della Crociera e 
nelle pareli superiori tutte sono opere del Benasca , il quale fu 
seppellito in questa Chiesa nel 1688. Dal lato del vangelo in due 
Cappelle vi sono i monumenti dell' emulazione dei due grandi 
scultori napolitani Merliano e Santacroce. 

Il primo scolpi nella Cappella Giustiniani la deposizione della 
Croce , assistenti le Marie , s. Giovanni Nicodemo , e s. Giu- 
seppe. Fece r altro nella Cappella Senescalli s. Tommaso , che 
mette il dito nel costato del Redentore , il quale sta in mezzo 
agli Apostoli. Da lai due basso-rilievi si può formare un giusto 
giudizio sopra questi celebri scultori. Nella Cappella Gualtieri la 
statua della Vergine è dello stesso Merliano. Le statue di s. Gi- 



— 141 — 

rolamo e del B. Pietro sulle porte del Coro , sono di Lorenzo 
Yaccaro — Nella Crociera la Vergine delle Grazie con s. Fran- 
cesco ed allri Santi ò di Gianfìlippo Criscuoli — La conversione 
di s. Paolo è un pregiatissimo basso rilievo di Domenico d'Au- 
ria , ed il Battesimo di INostro vSignore è di Cesare Turco. — 
Nella Cappella de' Lauri il quadro di s. Andrea appartiene ad 
Andrea di Salerno , di cui è ancora il s. Antonio coi giglio di- 
pinto a fresco sul muro dal lato dell' Epistola nella crociera. — 
Il quadro del Rosario è di Andrea Vaccaro— Ai lati della porta 
meritano osservarsi due sepolcri , dei quali quello a destra è del 
Merliano , e 1' altro a sinistra del Caccavello. Nella Sagres tia il 
quadro della Madonna delle Grazie è del Santafede. 

Per l'altre opere del De Santis di sopra accennate tralascio 
descriverle, avendo mollo storicamente già scritto di ciò che deb- 
bo darti alle stampe , su quanto abbiamo di più pregevole pe' 
monumenti. 



VITA DELL' ABATE 



ANTONIO BAMBOCCIO 

PITTORE . SCULTORE , ED ARCHITETTO 

m LA DESCRIZIONE DELLE SIE OPERE ESEGUITE W MPOLI 



Nella Pittura 

Un' immagine nel Pisco- 
pio. 

Una in S. Chiara. 

Una sulla porta di S. Lo- 
renzo. 



CONSISTENTI 
Nella Scaltara 

Sepoltura di Giosuè , e 
Michele de' Santi. 

Sepoltura di Orazio Zur 
Io, e Piscicelli. 

Sepoltura dell' Aldema 
resco. 



Neil' &rchi(ct(ara 

Porta del Piscopio. 
Chiesetta Pappacoda, 



Anno - 1430. 



Nacque Antonio Bamboccio nella Cillà di piperno nel 1368 
da Domenico, scultore di non mediocre abilità. 

Venuto Domenico in Napoli fu in diverse opere adoperato 
dal secondo Masuccio. Vedendosi alquanto corredato di commis- 
sioni , e calcolando un proporzionalo guadagno per qualche anno, 
chiamò a se in questa Capitale la moglie ed il figliuol suo An- 
tonio. 

Giunto costui in Napoli fu dal padre mandato alla scuola 
del disegno , pel quale avea grandissima disposizione ; e facen- 
do il ragazzo positivo progresso , lo raccomandò Domenico al- 
l' architetto Masuccio. 

Questi lo ricevette con piacere, scorgendo nel giovane una per- 
spicace intelligenza, ed un amore per le arti, che quasi si gareg- 
giavano: ma nel più bello degli studii suoi restò il povero An- 
tonio privo sf del caro padre , che dell' affettuoso maestro, ambi 
da morte involatigli. Ecco il motivo per cui elesse a suo prin- 
cipale Andrea Ciccione. 

Con Ciccione lavorava si nell' architettura, che nella scultura: 
ma avido di tutte le arti belle, volle apprendere eziandio la pit- 
tura , per la quale avea dianzi assistito lo studio di Colantonio 
di Fiore — Acquistossi nome , e molti incarichi avea per dipin- 
gere immagini di Santi , come un' antica in una Cappella 
nel Piscopio , una in s. Chiara , ed un altra sulla porta di 
s. Lorenzo. 

Stando a ciò che dice il celebre Giorgio Vasari, che in quel 
tempo non v' era monumento che s' ergesse senza che qualche 
opera di scultura non vi si frammischiasse, aveano i scultori sem- 
pre da procacciarsi lavoro ; e quindi il nostro Bamboccio, che in 
Sasso — Voi. 1. 19 



— 146 — 
quest' arte ancora era divenuto maestro , fece le sepolture di 
Giosuè, e Michele de' Santi, che sono nell' Episcopio con molti 
bassi rilievi — Nel 1404 essendo morto il Cardinal Francesco 
(larbone, fu ordinato da'suoi parenti ad Antonio di ergergli un son- 
tuoso sepolcro — Questo fu eseguilo con molta diligenza dal Bam- 
boccio, e si trova nella Cappella della famiglia collocata nel detto 
Piscopio presso 1' altare maggiore — Fu questo lavoro da tutti lo- 
dato, e massime del suo principale Ciccione — Evvi in questo mo- 
numento scolpito il nome dell'autore Antonio Bamboccio. 

Vedutasi questa sepoltura dal Cardinal Minutolo allora Ar- 
civescovo della Chiesa napolilana s'invogliò di dare compimen- 
to ad un suo divisamcnto ; cioè di fare adornar di marmi , 
a proprie spese, la porta maggiore della chiesa , la quale eretta 
da molti anni sotto i due Carli della famiglia Angioina era ri- 
masta imperfetta. Si risolvette eseguirlo , e ne commise 1' inca- 
rico ad Antonio Bamboccio , il quale a sommo gradimento ac- 
cettò la commissione e si dette a farne il progetto prima in di- 
segno ; e poi con una bozza di terra cotta , che presentata al 
cardinale fu di sua piena soddisfazione — e cos'i dette principio 
all'opera. 

A suo luogo sarà descritta; bastando solo dire qui, che tanta 
fu la soddisfazione del Cardinale, che per quest'opera dette al nostro 
artefice una Badia tra Aversa e s. Maria dell' annua rendita di 
400 ducati , rendita allora molto vistosa. Ecco il nostro artista 
insignito del titolo di Abate — Decoralo Antonio Bamboccio di 
qucsl' onore , fu d' allora in poi 1' Abate Bamboccio nominato — 
Tra le tante commissioni che ebbe per frutto dello laudi compar- 
titegli pel detto lavorio ne è a giorni nostri rimasta solamente la 
sepoltura di Orazio Zurlo e Piscicelli nel Piscopio , ed un' altra 
ad un signore della famiglia d'Aquino in s. Domenico Maggiore ; 
come ancora fece a questa chiesa la |)orta d' ordine di Bartolo- 
meo di Capua grande Almirante del Regno. 

Morto il Cardinal Minutolo , gli scolp'i di sua mano la cassa 
sepolcrale , e fu situata sotto la gotica tribuna che già avca scol- 
pita Pietro de' Stefani nella loro Cappella alia Cattedrale. 

Artusio Pappacoda favoritissimo di Re Ladislao avea fatto eri- 
gere con disegno del nostro Bamboccio la Chiesetta di s. Gio- 
vanni Evangelista accanto a quella di s. Giovanni Maggiore nel 



— 147 — 

141S, e volle che il dello Abaie ne avesse decorala la porla si- 
mile a quella del Duomo , e più bella ancora se il polcva. Ese- 
guì il comando del Pappacoda l'artefice con un grande e sontuo- 
so ornamento di bianco marmo , e con molle slaluetle, come ap- 
presso sarà descritta. 

Una delle più faticate sepolture del prolodalo artefice fu cer- 
tamente quella di Lodovico Aldemaresco nella Chiesa di s. Lo- 
renzo, ed oggi situata dentro al Chiostro, che esegui nel 1421 — 
Si dice ancora che questo Architetto e scultore fosse altresì in- 
clinalo alla pittura , e che quesl' altr' arte avesse appreso dallo 
Zingaro. 

Dopo la costruzione della sepoltura dell'Aldemaresco visse an- 
cora più anni, e noi 1435 mancò ai viventi. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

NcIl'Engenio si legge alla pagina S che Arrigo Minulolo Ar- 
civescovo di Napoli e Cardinale di s. Anastasia , e poi Vescovo 
Tuscolano, e Cnalmonle Sabino anche egli lasciò non poca me- 
moria delle sua grandezza, e magnificenza , avendo fatta ergere 
la porla maggiore del Duomo di Napoli dall'Abate Antonio Bam- 
boccio da Piperno scultore eccellentissimo , fregiandola di molle 
statue, e di colonne di porfido , la quale porge ai riguardanti 
gran meraviglia, essendo come si vede di si gran macchina l'ar- 
chitrave, e gli stipili di Ire soli pezzi; e sebbene sia questa fac- 
ciata un pezzo di gotica architettura, con lullociò appaga la vista e 
risveglia in noi Napolitani tante care memorie per gli svariati ca- 
po-lavori , che dentro vi si racchiudono, come ò esposto nella de- 
scrizione^ dopo le opere del Primo Masuccio ; per questo ne diamo 
il disegno nella tavola 7', dell'intera facciala. 

Il Celano intorno a questa porla ci dice lo slesso, che l'Enge- 
nio, aggiungendo che la esecuzione avvenne nell'anno 1407 come 
si legge nell'iscrizione, la quale per essere in lettere longobarde 
credo ancora io di qui riportarla. 



— 148 — 

Nnllhis in longiim, et sine sehemmnle iempus honotis, 

Porta fui rutilaìis, sum janua jìlena decoris. 

Me meus, et sacrae, quondam Minuiulus aidae, 

Excotuit propriis Ilenricus sumptiòus, hujus 

Praesid ■Ipostolieae, nunc eosians corde columnue ; 

Cui precor incolumcn vitam, post futa perennem. 

Hoc opus exactum, mille currentibus annis, 

Quo rpiaetercentum septem Verhum Curo fastvm est- 

La striitlLira di qucsla porla ò senza dubbio un prezioso mo- 
numento di architettura dei tempo prima elio totalmente si abolissero 
le germaniche forme, sì per gl'intagli o per le statue, come per l'ar- 
cotrave e per gli stipiti^ che sono ( ripeto col Celano ) di tre soli 
pezzi , ammirabili per le avanzate dimensioni. Le due colonne 
di porfido erano dell'antico tempio, e questa devesi all'Abate An- 
tonio Bamboccio. 

Vedesi ora come nella tavola 7 la facciata di questo Tem- 
pio tutta ornata suU* antica struttura gotica della porta. Ciò fu 
eseguito per ordine dcll'Eminenlissimo Cardinale Capece Zurlo nel- 
l'anno 1787j e diretta dall'architetto Senese. 

Cappella Pappaeoda 

Prima di entrare la porta piccola di s. Giovanni Maggiore, 
sulla sinistra vedi una piccola Chiesa dedicata a s. Giovanni A- 
postolo, nella quale si può meditare la generosa bontà dei nostri 
antichi nobili Napolitani, i quali cercavano di lasciare ai posteri 
monumenti di pietà, e memorie delle loro onorate azioni, perchè 
servissero di modello al bene operare ai loro successori. Que- 
sta Chiesa, con una ben composta torre all'uso di quei tempi per 
abitazione de' Sacerdoti che la servivano, fu nell* anno I4lS 
edificata da Artusio Pappaeoda nobile della Piazza di Porto, che vi 
fece ergere la porta adornata di fino e bianco marmo sullo stile 
di quella del Duomo , adoperando il prelodato architetto 1' Abaie 
Bamboccio : siffatti lavori in quel tempo erano eseguiti a spese 
dei più distinti e ricchissimi signori. 



— 149 — 

Vedi nel mezzo le armi Angioine ; essendo il Pappacoda al- . 
taccalissirao al Re Ladislao , di cui era consigliere, e gran Si- 
niscalco del Regno. 

È la Chiesa tutla dipinta : ma nella dipintura non puoi 
osservare altro, che lo stato in cui era la pittura in quel tempo, 
non essendosi ancora l'arte liberata dallo stilo Greco. 

Per avere lo dipinture assai patito , nell' anno t7fil dal 
Principe di Centola, Giuseppe Pappacoda, ultimo maschio di que- 
sta nobilissima antica famiglia fu ornata di stucchi — Indi dalla 
Principessa di Angri, unica figlia del defunto Principe , per mez- 
zo della quale il patronato di dotta Chiesa si è trasferito alla fa- 
miglia Boria dei Principi di Angri, furonvi messe quattro stat uè 
di marmo rappresentanti i quattro Evangelisti, opera di Angelo 
Viva. 

Sono da osservarsi in detta Chiesa i due sepolcri di Artusio 
e Sigismondo Pappacoda con le loro statue giacenti. 

Non essendo mio divisamento che di descrivere i soli mo- 
numenti architettonici, cosi bastami lo accennare di questi Ar- 
chitetti, che all' arte direttrice di tutte le arti anno aggiunti be- 
nanche lavori di sculture e dipinture; ed ecco il motivo che discor- 
rendo del nostro Bamboccio non ò creduto far parola che della 
sola porta del Duomo, e della Cappella Pappacoda. 



VITA DELL'ARCHITETTO 



NOVELLO DA SAINLICAIVO 



CO.Ìf LA DESfilUZIO^K DELLE SIE OPEKE ESECIITE I\ lAPOLI 



CONSISTENTI 



Nel restauro di s. Domenico Mag- 
giore. 



Nel Palazzo di Roberto Sanseveriiio 
Principe di Salerno. 



^v JKHjs^r=. 



imo - i.'iiOO. 



L' ape e la serpe spesso 
Succhiati lo stesso umore, 
E l'alimento istesso 
Cangiando in lor si va. 
Metast. Dram . 



Di che non è capace nell' uomo l' emulazione ? Riflefleiulo 
ciascuno sulle avventure della propria vita, ed esaminando il pic- 
colo mondo che 1' à circuita , a chiare note vi scorge che se à 
avuto la fortuna ricevere la sua prima educazione in un convitti, 
collegio , alla sola emulazione dehbe quel poco o mollo di bone 
che ritrasse ; imperocché nessun uomo, potendo, vuole restare ad 
altri secondo. 

Fin ora ò esposto le vite , e le opere de' nostri architetti 
Buono - i due Masucci - Ciccione - Majano - Do Santis , e l'ab- 
bate Bamboccio ; dalle quali si è potuto osservare come chi p^T 
intero, chi per frazioni sviluppato anno il loro ingegno , Irainmi- 
schiando nelle opere loro il barbaro-gotico , rimanendoci sol poche 
opere perfettamente scevre di goticismo — come il secondo Masuccio 
il campanile di s. Chiara, e s. Giovanni maggiore; il Ciccione mi 
chiostro e il disegno della cappella del l'ontano ; il Majano Porla 
Capuana ; e '1 De Santis la bella chiesa degli Incurabili. 

Eccoci pervenuti al IS" secolo , all' epoca appunto del ri- 
stabilimento dell'architettura in cui nell'Atene d'Italia, madre 
dei sommi ingegni , in Firenze , fiorivano il Brunellcschi , Fi- 
lacele , Michclozzi , Leon Battista Alberti , il Rosselino , il Pon- 
lolli , (,' da ultimo l'inarrivabile Buonaroti — In Napoli furonvi 

Sasso — Voi. I. 20 



— vn — 

ancora due compciitori da eccelsa emulazione accesi nei distinti ar- 
tisti Novello da Sanlncano , e Gabriele d' Agnolo ; ai quali vi si 
aggiunse per terzo il chiarissimo Gian-Francesco Mormando, che 
con essi a gara facendo in qui-sta nostra città lasciarono monumenti 
tali , che dopo l' elasso di circa quattro secoli sono tuttora d'am- 
mirazione e di scuola a chi senlesi invaso dal genio dell'arte crea- 
trice le altre. Diremo di questi tre per ordine. 

Quali fussoro stati i genitori di Novello ornai s' ignora ; ma 
(juol eh' è certo si è che fu napolitano: che apprese il disegno , 
e le prime regole d' architettura nel fiorito studio di Angelo — 
Agnello di Fiore , e che recossi in Roma , e colà si esercitò su 
quegli eterni monumenti delle helle.arti. 

Tornato in patria ebbe a ristaurare la chiesa di s. Dome- 
nico maggioro por toglierle quanto di gotico vi era. A mio giu- 
dizio ciò fu malamente ordinalo ; imperocché l'antico debbo ri- 
spettarsi ; e per far rilucere il progresso nelle arti bisogna co- 
struire, e non raffazzonare: il che sovente riesce a deformare piut- 
tosto , che a migliorare. 

Intanto , per eseguire lo incarico ricevuto vi fece Novello 
alcuni pilastri e la volta , togliendone l' impalcatura di travi, e 
compi le cappello rimaste incomplete nella restaurazione che vi 
si fece dopo le rovine dell' orrendo tremuoto del 1446. 

Con le decorazioni ed ornati in dette cappelle mostrò Novel- 
lo da Sanlucauo al mondo artistico , che tornavano in pregio le 
buone forme , e che un ordine novello sorgca di architellurare i 
monumenti. 

Ebbe il nostro architetto una bella occasione di spiegare il 
suo talento con edificare il palazzo ordinatogli nel 1470 da Ro- 
berto Sansevcrino principe di Salerno e grande Almirante del 
Regno , il quale non altro raccomandò nel dargli lo incarico , 
che tale il facesse che riuscisse il più sontuoso di quanti se ne era- 
no sino allora veduti. 

Dieci anni impiegava Novello da Sanlucano nella costruzione 
di questo palazzo. 

Roberto Sansevcrino Principe di Salerno , e grande Almi- 
rante del Regno rimase miseramente avvolto nella congiura dei 
Baroni contra Ferdinando I d' Aragona. Rifuggitosi in Fran- 
cia, gli vennero confiscati i buni. il famoso monumento da tutti 



— 155 — 
lodato come opera egregia <1el nostro Novello da Saulueano , 
fu venduto alla Principessa di Bisignano D. Isabella Feltri del- 
la Rovere , che nel 1584 lo donò ai padri Gesuiti, i quali cara- 
biandoue la destinazione vi coslrussero sotto la direzione del Pa- 
dre Valeriani del loro Ordine la bella chiesa nominata il Gesù nuo- 
vo, o Trinità maggiore, occupando il tempio 1' intera pianta del 
palazzo Sanseverino. 

Nel farvi la chiesa vi restò il Valeriani la facciata del San- 
lucano dal mordace Milizia eoa ragione chiamata facciata da pri- 
gione. 

Fu il Sanlucano pel palagio Sanseverino molto ben ricono- 
sciuto da quel signore, corrispondendo perfettamente il grandioso 
monumento alle brame del padrone , ed alla pubblica approva- 
zione ed ammirazione. Peccato che ai di nostri non ci fu dalle 
combinazioni serbalo! 

Bandì Novello per tal monumento perfettamente la gotica ar- 
chitettura , ed e a credersi che molti altri lavori dovette eseguire; 
imperocché visse molti altri anni , passando al numero dei più 
jiel ISIO pieno di riputazione e di gloria. 



VITA DELL'ARCHITETTO 

GABRIELE D'AGNOLO 

CO^ LA DESCRIZIONE DELLE SIE OPERE ESEGOTE HAPOLI 



CONSISTENTI 



Chiesa di s. Giuseppe. | Palazzo Gravina. 

Chiesa di s. Maria Egiziaca. | 



Anno - 1500 



Fiorì , visse e mori quasi noli' epoca stessa dell' or ora 
indicato Novello da Sanliicano. Al consiglio del medesimo si por- 
lava il d' Agnolo in Roma per ivi apprendere le buone forme , 
e totalmente bandire le goticbe. Ritornato in questa sua patria 
persuase il duca di Gravina, dopo cbe acquistata s' avea fama 
di buon maestro , (e ciò per la costruzione delle chiese di 
s. Giuseppe, e s. Maria Egiziaca), a costruire un palagio che 
gareggialo avesse con quello s. Severino. 

Condiscese il duca al consiglio del d' Agnolo , afGdandogli 
il progetto e la direzione di tale monumento. 

Fu scelto il sito dal prelodato sig. duca di Gravina D. Fer- 
dinando Ursino a rimpctto la descritta chiesa di Monteliveto — 
Fatti dal d'Agnolo i disegni ed approvati dal Duca, si mise mano 
all'opera. Terminato il nobile appartamento venne il lavoro in- 
termesso per alcuni accidenti, che fecero rimanere incompleto il 
magnifico monumento , togliendo la soddisfazione all' illustre ar- 
chitetto di vedere in vita compiuta l' opera dell'eccellente disegno 
creato dal suo bello ingegno. 

Era in quel tempo succeduto al Reame di Napoli Alfonso II 
d'Aragona , e correva l'anno di nostro Signore 1494 , sotto il 
cui regno avvennero torbidi tali, che a tutt' altro che a monu- 
menti pensar si potette ; il che produsse che molto tempo il pala- 
gio del duca di Gravina restasse incompleto. 

Fu finalmente il regno preso da Consalvo di Cordova, detto 
il gran Capitano, a nomo e parte del Re Ferdinando il Cattolico. 

Sedali i tumulti della guerra , essendo morto Ferdinando 
Ursino, che avea dato cominciamenlo all'edificio, l'opera dai 
successori suoi rimase trascurala. 

Neil' entrata che fece poi in Napoli l'Imperator Carlo V pas- 
sando per l'an^idella slrada vide il magnifico cominciato monu- 



— 160 — 
mento , e nel lodarlo gli fu per risposta data dal padrone : 
sarà della V. C. M. quando sarà compiuto. Ma pentito di questa 
promessa per lungo volger d' anni non pensò a terminarlo, du- 
bitando così lui che i suoi eredi cbe venisse a memoria dei suc- 
cessori di Carlo ; laonde in completo fu lasciato sino al conquisto 
del regno fatto da Carlo 3° Borbone. 



DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

Chiesa di s. Giuseppe Maggiore 

La chiesa di s. Giuseppe maggiore fu eretta nel ISOO con 
disegno del d' Agnolo ed a spese della congregazione dei falegna- 
mi a rimpetlo di s. Maria la Nova. Le pitture a fresco sono del 
Bellisario , e la statua del Padre Eterno è del Sammarlino. 

Chiesa di s. Maria Egiziaca. 

Poco o nulla posso dire per la chiesa di s. Maria Egiziaca 
atteso i gran cambiamenti in essa avvenuti. 

Palazzo di Gravina. 

Fu fondato questo bene inteso monumento da Ferdinando 
Ursino duca di Gravina , come si legge nell' iscrizione, con dise- 
gno di Gabriele d' Agnolo. Fu uno dei primi palagi edificati in 
Napoli con buona arcliitottura. La sua facciata fu costrutta con 
travertini a punte di diamanti per imitare la facciala dol palazzo 
Sanseverino eretto dal suo maestro, amico, ed emulo Novello da 
Sanlucano : se non che , il d' Agnolo , ritenendo la bugnatura 



al solo basamento, si sottrasse alla critica del Milizia togliendo al 
suo monumento 1' aspetto di prigione. 

E tutto isolato con un nobile cortile adornato da un portico. 
À spaziosi appartamenti ben distribuiti. Lo testo di marmo sidle 
fincslro , ed i tondi nel cortile appartengono al Vittorio. A uiia 
magnifica scala. 

Nella mia tavola 9' osserva la fig. 1", e rile\erai 1' aggiu- 



— 101 — 
slalezza ed il bel talento dell' autore, uno dei tre ristauratori del- 
la bene inlesa architettura tra noi nel secolo lo: 

Sorse questo bel monumento disgraziato ; imperocché nella 
sua costruzione venne sospeso restando incompleto per circa due 
secoli e mezzo , a cagione di politici cambiamenti , e per morte 
de' proprietari. 

Finito nel 1738 vi fu aggiunto il piano sul cornicione, detur- 
pandone cos'i la facciata, non facendo accordo con la magnifica 
euritmia datane dal d'Agnolo, ed essendo di diversa nobiltà e carat- 
tere. Il portone come vedosi è di dclt' epoca cioè del secolo IS*. 

Passato nelle mani di un distinto signore Napolitano, piacque a 
questi di apportarvi alcuni cambiamenti per sua utilità onde aumen- 
tare la rendita; quindi ne forava il fronte con aprirvi botteghe; ne 
ricacciava altro appartamento nell' altezza del piano nobile , ed il 
tutto a consiglio e direzione del suo architetto venuto di Roma. 
Ciò si eseguiva nel 1844. 

II disgrazialo monumento di Gabriele d'Agnolo venne incen- 
dialo nel d'i lo maggio 1848. 

Venuto dappoi nelle mani del Real Governo si sta alia me- 
glio restaurando sotto la direzione del nostro distinto architetto 
Gaetano Genovese che col conosciuto gusto por lui dimostrato nelle 
svariate opere alla sua direzione affidale, si è studialo per quanto 
il limitato incarico glien consente, di non far ravvisare la deturpata 
facciala. Or ora vi sono allogate vario amministrazioni dipendenti 
dai ministeri delle Finanze , e dei Lavori pubblici. 

Nel pian terraneo il lato con lo ingresso alla strada Monle- 
livelo coi dimenzali , e l'altro portico parallelo sono occupali dalle 
officine delle Poste : i due lati normali ai precedenti presso cìie 
interi sono stali destinali ad uso dell' Amministrazione del Regi- 
stro Bollo. Negli angoli al lato d' ingresso vi sono le abitazioni 
del guardaporta, e d' un veterano custode; indi un corpo di guar- 
dia nel lato opposto, poi vi è un locale per la tromba. 

Il primo piano nobile per una metà verso il vico Verde viene 
occupato dalla slessa amministrazione delle Poste, e per l'altra m?[h 
dalla Direzione Generalo del Registro e Bollo. Una grande sala media 
suir ingresso divide le due amminislrazioni. ed è serbala pel Mini- 
stro delle Finanze. Nel braccio destinalo alle Poste adiacente alia 
grande scala con ingresso distinto dal vestibolo vi sta la cappella. 

Sasso — Voi. I. 21 



— Uri — 

Nel 2° piano trovano posto lo diramazioni della mentovala 
Ammistrazionc Generale del Registro e Bollo , le Contribuzioni 
Dirette , e la Conservazione dei privilegi ed Ipoteche della Pro- 
vincia di Napoli. 

Il 3° piano finalmenle viene intoramenle addelto all' arami- 
strazione generale di acqne e strade , scuola di applicazione , 
acque e foreste. 

Nella mia tavola 9" fig. 2* ò esposto la projezione ortografica 
nello stato in che vedesi il palagio Gravina. Ma l'artista vi ravvisa 
quale esso era senza le botteghe: i vani del piano su queste più 
basso e davano lume alle svariale oUlcine, la nobiltà, e grandezza 
dell'unico nobile appartamento, la non esistenza de' palconcini ri- 
cacciali nella sua altezza - 1' eliminazione dell'aggiunto piano sul 
cornicione , e cos'i il beli' assieme del monumento. 

Osserva nella citata tavola 9'' la fig. 1*, e a colpo d' occhio 
ravvisi il bel monumento del distinto nostro architetto Gabriele 
d' Agnolo che surger lo facea in questa nostra metropoli nell'an- 
no 1494. 

Ari'O «lì irioisfo iV Alfonso I. — Porta «li l>ronzo ivi eisitente. 

Neil' ingresso del maschio angioino in Castel Nuovo tra due 
torri è da riguardarsi il nobilissimo arco trionfalo di Alfonso I di 
Aragona , che gli fece alzare il pubblico di Napoli. Meglio di 
ogni descrizioni credo che riesca la ispezione del disegno che ò già 
pubblicalo nella tavola 10* , che puoi minutamente in tutte lo 
singole sue parti osservare. 

É composto di bianchi marmi , e di mediocri sculture , ben 
intese per quel tempo , esprimenti la sua magnifica entrata so- 
pra carro trionfale coverto da un baldacchino tra un numero im- 
menso di spettatori. Fu opera dello scultore Pietro di Martino mi- 
lanese. Il come, e '1 perchè venisse adallato mi trovo averlo ac- 
cennato nella mia prefazione. 

Per sotto di quest' arco ( sulla cui cimasa Pietro di Toledo 
fc situare alcune statue di santi scolpite dal Merliano ) si entra 
alla piazza per una porta di bronzo , nella quale in nobilissima 
maniera si veggono effigiati i falli di Ferdinando I d' Aragona 
contro Giovanni d' Angiò ed i baroni ribelli. 



— 163 — 

QuGslo lavoro superiore por merito all' arco del de Martino 
milanese, fu opera di Guglielmo Blonaco statuario napolitano — 
Si pentirono, ma invano e senza rimedio i napoletani di avere in- 
caricato per lant' opera il de Martino, vivendo allora tra gli scul- 
tori il nostro celebre Agnello di Fiore , contemporaneo ancora 
del Monaco. Osserva i bassorilievi della porla , e paragonali a 
quelli dell' arco e ne noterai subito la differenza per la forma , e 
per la perfezione del disegno - Arti diverse è vero ; ma tutte 
e due iìglie del disegno - Al del Fiore si debbo l'aurora del 
secol d' oro della scultura , cbe doveva poi brillare fra noi 
per opera dei Merliani , dei Santacroce . dei Caccavelli , e degli 
Auria - cbe vennero dopo. 

Torno a Guglielmo Monaco. 

Questo artista fioriva circa nel 14150 - Dovette sicuramente 
fare più lavori ; ma questo che passo a descrivere basta ad eter- 
narlo alla memoria degli uomini. 

Ferdinando I d' Aragona vinti cbe ebbe i baroni ribelli pro- 
curò di eternare questo avvenimento, cbe formava una delle epo- 
che più gloriose della sua vita. Prima di tutto fece ritrarre in 
vaglie pitture dallo Zingaro , e dai fratelli Donzelli suoi disce- 
poli , nel casino di Poggio Reale , tutti i fatti d' armi , e le al- 
tre avventure particolari di questa guerra. Riflettendo poscia, che 
le cose dipinte più facilmente periscono , come di fatto è avve- 
nuto , volle che in bronzo s' incidessero nella porta del castello 
nuovo. Ne commise perciò la cura a Guglielmo Monaco statuario 
napolitano. 

Costui ne formò i modelli , e quindi nei cavi li gettò di 
bronzo , con tanta diligenza cbe ne riporlo pienissima lode. 

La porta di bronzo è divisa in due parti. Ciascheduna di 
esse à tre compartimenti , con sei bassi rilievi , indicanti i fatti 
del Re. Al di sotto leggesi un distico cbe spiega ciò che il basso 
rilievo rappresenta. 

1" 11 primo bassorilievo mostra il Re Ferdinando I allor- 
quando vennero a finto parlamento con lui Marino Marzano duca 
di Sessa , Giacomo principe di Montagnaro , e Deifebo dell' An- 
guillara per ucciderlo. Tutto è spiegato coi seguenti versi in- 
tagliali al di sotto 



— 164 — 

Principe cum Jacobo , Beiphaeboque doloso, 
lì Rcijem pcrimanl , coìloquium simulant. 

2" Quindi si osserva il Re , il quale con una corta spada 
alla mano si difende dai Ire congiurali, e gli mette in fuga con 
questi altri versi al di sotto 

Hos Rex armipotens animosior heclore darà, 
Scnsil ut insidias , ensc micante fugai. 

3° Qui si vede il Re , che transitala la montagna di Crepa- 
core , discende nella Puglia , e mettendo in fuga il nemico si 
accampa sotto Troja. Vi si legge quesf altro distico: 

Troja dedit nostro requiem, finemque labori. 

In qua hostem fudi furtiter ac pepuH. 

4" Poscia si osserva 1' assedio , e la rosa di Troja , col suo 
castello rendutogli da Giovanni Cossa signore di Troja , che ne 
usti con molto onore , ed i versi di sotto incisi dicono ; 

Hostem Trojanis Fernandus vicit in arvis, 
Sicul Pompejtim Caesar in enchaliis. 

15° Quindi in altro basso rilievo veggonsi espressi gli altri 
fatti d' armi tra lo stesso Ferrante e i suoi baroni ribelli , che 
vengono spiegati cosi: 

Hinc Trojam versus , magno concussa timore 
Castra movent hosles ne subito pereanl. 

6" E finalmente si vede eEBgiata la città di Acquadia , ap- 
partenente al principe di Taranto , la quale espugnala , vi entra 
l'esercito vittorioso col re Ferrante, e vi si leggono questi versi: 

Acquadiam fortem capit rex fortior urbem, 

Andegavos pellens , viribus eximiis. 

In questo lavoro incise 1' artista il suo nome ; e ben fece , 
cosi il Vasari atlribuir non potette ad altri qucsla porta, passan- 
do nella storia delle arti che lo statuario napolitano Guglielmo 
Monaco nel 141}0 ora celebre in quell arie e pel disegno, e per 
le belle forme. 

Questo lavoro sebbene non di quella perfezione che potrebbe 
ora desiderarsi, riguardo a quei tempi mostrasi pregiatissimo per 
la bizzarria dei componimenti, e per le mosse delle figure designate 
correltamente e con molla grazia. Esse son tali , che anche al d'i 
d'oggi richiamano l'attenzione dei riguardanti intelligenti dell'arte. 



VITA DELL'ARCHITETTO 



r.m LA DKSCKIZIO\E DELLE SIE OPERE ESISTEMI I\ WPOLI 



CONSISTENTI 



Chiesa e Convento di S. Severino. 
Palazzo del duca di Vietri detto la 

Rocca. 
Palazzo Cantaiupo o Corigliano. 



Paliizzo di Antonio Panormita detto 

Regina. 
Chiesuola di s. Maria della Stella. 
Palazzo della Torre. 



Aimo - 1500 



Contrasto assai più degno 
Comincerà se vuoi, 
Or che la Gloria in noi 
L' odio in amor cambiò. 

Met. Dram. 

Questo spirito armonico , profondo conoscitore delle regole 
architettoniche , e passionato amator della musica , nacque in 
Monuanno nella Calabria citra , e non in Firenze come erronea- 
mente e con soverchia franchezza asserisce il de Dominici, men- 
tre se fosse vero eh' ei nascesse in Firenze , certo messer Gior- 
gio Vasari tanto geloso della gloria di sua nazione, non lo avrebbe 
trascurato. 

Nacque il Mormando adunque in Mormanno nell' anno 14So. 
Venne dalle Calabrie in Napoli, ove studiò il disegno di architet- 
tura presso del Sanlucano . e dell' Agnolo , e presso del celebre 
Tinctor le regole musicali. Ciò potette egli fare perchè suo padre 
era ricco negoziante. Di faito dopo poco tempo lo menò seco in 
Firenze , dove recar si dovette per affari di commercio , e colà 
s' istruì raciggiormenle presso dell' Alberti, e sulle opere di messer 
Brunelleschi ; indi con i suoi mezzi si condusse in Roma ove 
apprese là dai morti , molto più di quello che flUto avrebbe 
dai vivi. 

Stando in Firenze andava ogni giorno a vedere travagliare 
alcuni pittori che nella chiesa di s. Maria Novella dipingevano , 
e tornando a casa facea di bozzetti di ciò avea nella giornata 
veduto. 

Trovandosi un giorno in s. Maria del Fiore udì da alcuni 
architetti molto a lodare la cupola voltata con ardimento e sapere 
da Filippo di Ser-Brunelleschi, il quale con ammirazione e confu- 
sione dei suoi emuli e di quanti architetti oltramontani ( che a 



— 168 — 
suo consiglio avcano cliiamato i consoli di quell'opera) la vea per- 
feltamenle condotta a fine. 

Fra questi archi tetti taluno disputava se il valore di Leon 
Battista Alberti agguagliasse quello del Brnnellosclii , e vari altri 
paragoni e ragionamenti f'accvansi al proposito. Per questi discorsi 
il giovano Gian-Francesco senti rapirsi dal desidero di dedicarsi 
interamente all' architettura. 

Svelò questo suo desiderio all' affettuoso genitore, che appro- 
vandone il divisamente, si impegnò presso gli amici di Leon-Bat- 
tista Alberti che il pregassero di riceverlo ed istruirlo ; lo elio quel 
grande artista fece con somma cura, scorgendo la bella disposi- 
zione del giovanetto. 

Mentre il Mormando applicava presso del suo nuovo secondo 
maestro , non tralasciava nello oro di riposo la musica che sino 
dalla prima età sua avea coltivata sonando il liuto, e cantando su 
di esso in maniera che rapiva gli astanti: la qual cosa che in pro- 
sieguo lo fé' si caro al Sovrano delle Spagne come appresso si dirà. 

Avea Gian-Francesco più volte udito dire che gli studi di Ro- 
ma aveano aperta la mente a tutti coloro che approfittando di 
essi erano bravi maestri divenuti , come fu per Filippo Ser-Bru- 
nolleschi,il quale assieme con Donatello divenne eccellente artista. 
Udi inoltre che il suo maestro Leon Battista Alberti confessava 
avere in Roma più appreso dai morti che da qualunque vivente 
precettore. Tutte queste cose lo faceano ardere dal desiderio di 
vedere anche lui la terra di Romolo, e fé' di tutto per appagare 
le sue brame. 

Si recò perciò in Roma , dove giunto si dotte a tult' uomo 
allo studio delle perfette misure^ e da quelle appien comprese la 
filosofia dell'arte, e la vanità conobbe delle germaniche forme 
che ancora ai tempi suoi si costumavano. Fece professione di 
abolire dal suo canto affatto quella chimerica architettura e si for- 
mò in buona maniera vari squisiti disegni , modellando tempii , 
e palagi per trovarsi al corrente in qualche commissione che si 
lusingava ricevere , come nel fatto si avverò. 

Mentre che a tale profittevole studio era applicato, apprese da 
alcuno reduce da Napoli 1' alta fama a cui erano in questa ca- 
pitale venuti Novello da Sanlucano,e Gabriele d' Agnolo nella sua 
prima età conosciuti , i quali nel momento del ristabilimento del- 



— W,) — 
r architettura avean fatte delle fabbriche alla romana ; quindi de- 
sideroso di farsi conoscere ed in pari tempo gareggiare col Sau- 
hicano e col d' Agnolo , si portò tosto in Napoli sua terra natia. 

Giunto che fu in Napoli si recò a dovere visitare il suo primo 
maestro , il Sanlucano, e mostrogli molti suoi disegni - Venne co- 
me è noto dal bel cuore del napolitano artefice subito qual colla- 
boratore adoprato in molti lavori. 

Ebbe , come accader dovea , a pentirsi il Sanlucano , rim- 
proveratone ancora da Gabriele d' Agnolo ; imperocché si vider 
tolta di mano un opera a cui tutti e due aspiravano -Questo la- 
voro fu la chiesa di s. Severino , la quale i monaci avendo ve- 
dute le belle opere del Mormando a costui affidavano. 

Avutane il Mormando la commissione , ne fece prima il di- 
segno , e poi il modello che fu si perfetto, e gradilo a quei re- 
ligiosi 5 che lo fecero vedere al Re , allora Alfonso II d' Arago- 
na 5 il quale plaudendo al lavoro assegnò per esso IjOOO scudi 
su gli arredamenti di Puglia , e gabelle dello scannaggio , e 
così principiossi il monumento nell' anno 1490. 

Intanto che questa chiesa si tirava innanzi , più sanguinose 
fecersi le guerre tra il Re Luigi di Francia , e 'l Re Ferdinando 
il Cattolico , i quali aveano in queste nostre terre mandati due 
potenti eserciti , l' uno comandato dal signor d* Ghigni , 1' altro 
da Ferdinando Consalvo detto il gran capitano. Ferdinando il Cat- 
tolico avendo mostrato desiderio di avere presso di se un virtuoso 
architetto per condurlo in Castiglia , avevane parlato al suo am- 
basciatore in Roma presso Innocenzio Vili , il quale ben sapendo 
qual grido avesse di se levato il Mormando , lo additò al gran 
capitano che allora stava in Napoli. E gli Spagnuoli non potendo 
saziarsi di ammirare il bel tempio di s. Severino , tosto ne fece- 
ro avvisalo il Re il quale ordinò che senza indugio il Mormando 
gli fusse spedito in Ispagna. Furono vane le istanze si dell'archi- 
tetto 5 e si dei Padri perchè ne fosse differita la partenza: fu for- 
za obbedire agli ordini del Re, sicché lasciato il tempio ed allre 
opere in sospeso, dovette Gian-Francesco transitare in Ispagna. 

Giunto in Madrid fece presente al Re i suoi disegni, i quali 
essendogli piaciuti oltremodo , dicesi lo impiegasse in varie co- 
Btruzioni, tra cui un Palazzo Reale. 

Siccome di sopra ò accennato, il Mormando avea inclinazio- 

Sasso — Voi. I. 22 



— 170 — 
ne e trasporlo per la musica. Or egli accadde clie ia una festa 
fosse altamente ammirato per la sua bella voce da alcuni signori 
di Corte, i quali tosto al lor Sire narratolo, costui volle ascoltar- 
lo , e tanto fu il piacere e la meraviglia che ne prese, cbe ebbe 
a dire non sapere se miglior musico ci fusse ovvero arcbitetto. 

Certa cosa è cbe fu tanto il diletto cbe il Mormando recò 
con le sue virtù musicali al Re Ferdinando il Cattolico , cbe suo 
primo musico ed arcbitetto lo dicbiarò raddoppiandogli la provvi- 
sione cbe assegnata lo avea: ma questo fu nulla al paragone delle 
molte grazie cbe ricevette questo artista napolitano dal Re Catto- 
lico ; imperoccbè avendo egli dimostrato il desiderio di tornare a 
Napoli a fin di proseguire le opere già da lui incominciate , e 
massime la cbicsa di s. Severino , quel Sovrano gli disse cbe do- 
vendosi Egli di persona recare in Napoli , lo avrebbe seco con- 
dotto 5 come fece. 

Giunto Gian-Francesco in Napoli in compagnia del Re Cat- 
tolico ( cbe venne a prender possesso di questo suo Reame tolto 
ai Francesi pel valore del suo gran capitano Consalvo ) in testi- 
monianza della sua Reale soddisfazione di averlo ben servito, gli 
assegnò su i Rcgii arrendamenli vistose pensioni, con le quali ono- 
revolmente e da gran signore si mantenne , avendolo benanche 
il Re dichiarato suo familiare. 

Ripartito il Re per le Spagne , si rimase in Napoli il Mor- 
mando , e dette compimento alle sue opere. 

V ha tra gli scrittori chi afferma che in Napoli abbia rae- 
uato in moglie una gentil donzella nata da civili ed onorandi ge- 
nitori : ma se da lei alcun figliuolo avuto avesse, è dubbio ; im- 
perocché alla sua morte non lasciò eredi. 

Ritorno alle sue opere. 

Essendo oramai il Mormando divenuto famoso, massime per 
essere stato tanto avuto in pregio dal Re Cattolico; fu dal duca di 
Vielri , eletto all' opera d' innalzargli un sontuoso palagio il quale 
per arte regger potesse al paragone di quelli di s. Severino e di 
Gravina, del Saulucano, e del d'Agnolo, tanto più cbe veniva collo- 
cato a poca distanza, e sulla stessa linea di quello del Saulucano - 
Veduto il sito, il nostro arcbitetto ne formò prima i disegni, e su que- 
sti fece eseguirne una bozza in modello , sulla quale cominciò il 
monumento in poco tempo condotto a termine , ed è il palagio 



— 171 — 
oggi detto della Rocca, di rincontro al campanile di s. Chiara e 
la chiesa di s. Marta. 

Disegnò poscia e diresse il palazzo de'signori Cantaliipo o sia 
Duca di Corigliano nel largo s. Domenico , di costa al palazzo 
s. Severo. La facciata io la riporto alla tavola 11 e parmi sia la 
più bone intesa e studiata di quanti palagi esistono in Napoli da 
quell'epoca del risorgimento delle arti, sino ai nostri giorni. 

Accordò quello del famoso Antonio Panormita : ma quello 
che sovra ogni altro architetto suo predecessore lo innalzò, fu il 
compimento della chiesa di s. Severino, la quale veduta da quei 
Padri esser cosi bella e di architettura tutta romana , divisarono 
di alzarvi magniCca e sontuosa cupola , di cui lo stesso Morman- 
do fece il disogno: ma non potette per la sua morte vederla com- 
piuta , avendo la fortuna serbato quest' onore al suo allievo Sigi- 
smondo di Giovanni. 

Vedendo finalmente il Mormando presso la chiesa di s. Se- 
vero una chiesetta quasi diruta che aveva il titolo di s. Maria della 
Stella , si propose rifarla più magnifica a sue spese. E così fece 
adornandola di buoni stucchi , e ricche suppellettili , facendola 
consacrare dal Vescovo di Pozzuoli, e dotandola di annue entrate, 
come si ravvisa dalla iscrizione che vi si legge 

Joannes Blormandus Architectus 

Ferdinandi Regis Caiholici 

prò musieis istntmentis (jratìssimus sacellum vciustaie collapsum 

sua pecunia a fundamentis restiluit , 

formamque in meliorem redigit 

anno salutis 1S19. 

Nel 1Ìj22 in età di anni 77 mori questo architetto e musico 
eccellentissimo. Le sue opere fanno testimonianza della sua gloria 
immortale , e destano nell' animo dell' artista una riverente grati- 
tudine , poiché a lui è dovuto , non meno che al Sanlucano ed 
al d'Agnolo, se bandite le gotiche forme, anche l'architettura sor- 
gesse appo noi a gloriosa altezza. Cosi fosse venuta crescendo nei 
tempi che seguirono appresso ! 

Ma non fu, non per mancanza di genio ma per le infelici 
condizioni in che precipitammo dappoi. 



. — 172 — 
DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE. 
Chiesa e Monistero dì s. Severino. 

Questa chiesa per la sua remota antichità non offre notizie 
certe circa la sua fondazione. 

Stimasi da alcuni che fosse stata fondata dalla pietà dei Na- 
politani in onore del loro santo Vescovo Severino, illustre per in- 
finiti miracoli; e ciò al cadere del primo secolo dell'Era Cristiana. 

Altri pretendono che avesse avuto il suo principio nell'epoca 
del gran Costantino. 

Quel che è certo si è che questo Tempio ha avuto diversi ti- 
toli, come di s. Severino — di s. Maria del primo Ciclo — di 
S.Basilio — di s. Benedetto. 

Nell'anno di nostra salute 910 esscndovisi dall'isola del Sal- 
vatore (castel dell'ovo) condotto il corpo di s. Severino 'monaco , 
detto l'apostolo dell'oriente, venne d' allora denominata di s. Se- 
verino l'apostolo. 

Dopo dieci anni vi si collocò benanche il corpo di s. Sossio 
da Miscno, che era compagno e discepolo del nostro santo pro- 
tettore s. Gennaro , ed essendo stato situato accanto a quello dì 
s. Severino, venne il Tempio denominato di s. Severino e Sossio. 

Minacciando di rovinare fu dai fondamenti riedificato. 

Nel 1490 poi fu l'attuale monumento edificato sopra l'antico 
che è rimasto come osservar potrai sul luogo, inferiormente, con 
diseq-no e sotto la direzione dell'architetto Gianfrancesco Mor- 
mando. 

La cupola, una delle prime eretta in Napoli come di sopra 
ò detto, d'invenzione puranche del Mormando, ma diretta dal suo 
alunno di Giovanni, fu dipinta dallo Schcffer fiammingo. 

Le volte del coro e della crociera sono dipinte a fresco dal 
Corenzio, e sono tra le più belle sue opere. Questo gran pittore, 
già vecchio di 8S anni, volendo ritoccarle, incontrò la morte per 
caduta fatta dal ponte , e quivi fu sepolto. 

Erano sue ancora le pitture della volta della gran navata, 
ma per essersi aperta nel tremuoto del 1731, venne dipinta di 
nuovo da Francesco di Mura, che fece anche il gran quadro sul- 



— 173 — 

la porta. L'altro quadro sulla porta piccola dinotante il battesi- 
mo di nostro Signore G. C. nel fiume Giordano, è del Perugino: 
le due tavole laterali sono attribuite ad Amalo il veccbio , ed a 
Girolamo Imparato. L'altare maggiore fu disegnato dal Cavalie- 
re Fanzaca, cbo fece ancora i putti del presbiterio. Il coro me- 
rita di essere osservalo pei suoi vaghi intagli in legno noce nera. 
In una delle crociere si osserva la statua che è sulla tomba di 
Vincenzo Carafa, la quale fu opera del Naccarino, il quadro del 
Redentore in croce è di Marco da Siena, e le sculture della cap- 
pella Gesualdo sono dell' Auria. 

Nella crociera dell'altro lato, la crocifissione sul Calvario è di 
Marco da Siena, e sue pitture sono altresì la nascita di nostro 
Signore, l'adorazione dei Magi, la Nativ'ità, e l'Assunzione della 
Vergine. 

La cappella della famiglia Sanseverino è pregevole pei se- 
polcri dei Ire fratelli Sanseverino , avvelenati nel I0I6 dal loro 
Zio per avidità di successione, e sono opera del Mcrliano. 

Merita parimenti sia notala presso la sacrestia la tomba del 
fanciullo Bonifacio con varii putti piangenti intorno , mentre al- 
cuni ne tengono aperto il coperchio mostrando all' osservatore la 
statua dell'estinto ragazzo. Questo lavoro produce un bellissimo e 
vivo effetto. È purancbo opera del nostro Merliano, sebbene al- 
cuni l'attribuissero a Pietro della Piata. 

Nella cappella vicina evvi un bel quadro del Santafede. In 
un' altra un altro bel quadro del Marulli con belli affreschi del 
Belisario. Nell'altra della Purità vedcsi la tomba di Giuseppe Au- 
relio di Gennaro, e nella cappella dei Medici, sono da osservar- 
si una statua del Merliano ed un altra di della Piala. 

Dirimpetlo a quest'ultima , a man destra, è la scala per la 
quale si scende nella chiesa inferiore, che era come di sopra ò 
detto l'antico Tempio ; dove sull'altare maggioro vedcsi una gran 
tavola del Solario. Si attribuisce ad Andrea di Salerno il quadro 
della cappella a destra il quale rappresenta la Vergine, il Bam- 
bino, ed alcuni santi. Nella seconda cappella dal lato dell'Episto- 
la si venera un antichissima immagine , e nella terza è da os- 
servarsi l'Arcangelo Raffaele che è di Angiolillo Boccadirame della 
scuola del Solario. 

Pel Monastero di s. Severino non basterebbe un volume se 



— 174 — 

descriver no volessi partitameule i pregi e porre in rilievo il bel- 
l'ingegno del nostro architetto. Bli limito soltanto, a dimostrazio- 
ne della sua magnificenza e vastità, ad indicarne gli usi cui at- 
tualmente è destinalo. 

Il Ciccione vi fé prima il bel chiostro Jonico. Tutti inostri 
scrittori portano in questo dipinta dal Solario la vita di s. Be- 
nedetto j dove che , come parlando delle opere del Ciccione ho 
notato, questi dipinti sono nel portico di altro chiostro , e pro- 
priamente nel primo a dritta dove vegeta un platano da 1400 an- 
ni, e nel bel mezzo del cui fusto è nato un fico. 

Anni sono questo vasto edifizio era tutto addetto alla Rea- 
le Accademia di Marina, essendone stata solo una piccola parte 
restituita ai Monaci. Con decreto dei 9 aprile 1838 si stabili altro 
reggimento di educazione. Si ordinarono due istituti, uno con la 
denominazione di collegio degli aspiranti guardie-marine , per 
fornire alla Real Marina uHlziali da guerra; l'altro col titolo di 
scuola di alunni marinari, per provvederla di piloti. Entrambi i 
delti istituti sono permanentemente stabiliti a bordo di due legni 
da guerra alla vela. 

Nella parie dell' edifizio tenuta prima dall' accademia di Ma- 
rina vi si è trasferito l'archivio Generale del Regno, che era per 
lo innanzi in Castel Capuano. Vi si è parimenti trasportato V ar- 
chivio Notariale : di modo che in questo grande e maestoso edi- 
fizio si trovano riuniti tulli gli alti della Monarchia, a comincia- 
re dalla sua fondazione, non esclusi quelli dell' antico Ducato di 
Napoli. Successivamente gli atti della pubblica amministrazione 
si delle abolito, che dello odierne segreterie di stato e loro di- 
pendenze. In fine tutfi i documenti dei privati. 

Annesso all'antico istituto di Marina era I' osservatorio , tra- 
sferito a s. Gaudioso. 

Palazzo della Rocca. 

Questo palagio sorge incontro al campanile di s. Chiara: il 
disegno è del Mormando : ma il portone fu poi decorato dal San- 
felice. 

La Lande riporta che eravi in questo palagio una gran raccol- 
ta di quadri dei primi artisti, come di Guido Redi, del Caracci, 



— 173 — 
di Andrea del Sarto , e del Barocci ; ed alcuni ancora di Pietro 
da Cortona, e del Cavaliere Massimo Stanzioni. 

Ferdinando Sanfelice vi fece il solo portone, e lasciò la mae- 
stosa sì , ma mal disposta scala, la quale dal 1° al 2'^ piano cam- 
bia di forma. Il prclodato cav. Sanfelice ve no avrebbe colloca- 
ta una di originale costruzione , e lo meritava il monumento, il 
quale cbe sebbene prenda la luce da due anguste strade , non- 
dimeno cbiunque ne corra le sale grandiose e magnificbe , non 
può lasciar di ammirarne la bella distribuzione, con quanto altro 
è richiesto alla maestà e comodità di un bene ordinato palagio. 

E forza confessare che dal Sanlucano a Fuga e Vanvilelli , 
quanti architetti in Napoli attesero alla costruzione di privati edi- 
fizii , senza perdersi dietro alla bellezza , e nitidezza di una cor- 
nice o cimasa, ci lasciarono per tutte le altre parli proprie di una 
eccellente architettura opere tali che in grazia del progresso del- 
l'arte ( alla moda ) del disegno , noi altri architetti moderni non 
ci siamo creduti in debito di imitare. 

Questo senza alcun dubbio , in parte , nascea dal non aver 
limite l'architetto in ciò che a spesa s' appartiene , massimamente 
perchè lavoravano sempre o per Sovrani o per gran signori , o 
per opulenti monasteri: più i signori non badavano punto pe' lo- 
ro palagi alla rendita ma bensì alla comodità della famiglia, e dei 
familiari, e servi; mentre che oggi lutto è rendila e prima di por 
mano a coslrurre un palagio, si fa tosto il paragone tra lo speso 
e '1 migliorato ne' bilanci della famiglia. Con tutto questo però po- 
trebbe farsi meglio di quello che si fa, quindi ripeter debbo. 

Il gusto è migliorato. La scienza è meglio applicala : Ma il 
genio dov' è ? ? ? 

Palazzo Regina. 

Fu l'abitazione del celebre Antonio Beccadelli da Bologna , 
detto il Panormita, così caro al Re Alfonso I d'Ararjona. 

La facciata di travertini di piperno fu disegnata da Gian- 
Francesco Mormando, da cui furono ancora distribuiti diversi ap- 
partamenti. Passò poi questo palagio alla nobile famiglia dei Duchi 
di Regina. Ai tempi del Celano vi si conservava una famosa rac- 
colta di quadri, ed una copiosa biblioteca. 



— 176 — 
Questo monumento è posto nel Vicolo , che non ha guarì si 
diceva de' Bisi , oggi del Kilo. 

Palazzo Corigliano. 

Apparlenea alla rispettabile famiglia, e di fama mai peritura 
dei Sangri Duchi di \ietri. E questo il più ben inteso palagio 
che sia in Napoli pel disegno castigalissimo alla Romana fatto dal 
nostro architetto formando in competenza col d'Agnolo, che nel- 
l'epoca istessa eriger facea il Palagio Gravina. Indi passò ai Du- 
chi di Corigliano, che lo restaurarono ed arricchirono di preziose 
suppellettili. Il disegno della facciata può vedersi alla tav. 12. 

Chiesetta della Stella. 

Questa chiesetta è situata nella strada Forcella all'estremità di 
un vicolctto detto delle PaparcUe. Decaduta per difetto di manu- 
tenzione, trova ammirazione ed encomio solo all'occhio dell'artista. 
Bello l'esteriore del Tempietto, bellissima la pianta: guasto è solo 
r interno, come quello che fu in altri tempi malamente restaurato. 

A giorni nostri il disegno di questa chiesetta l'abbiamo ve- 
duto trasportato nella più nobile strada della capitale. Come opras- 
se l'architetto ne parlerò al 2 volume. 

Ecco ciò che di questo monumento ne lasciò scritto l'Engenio 
Caracciolo. 

Questa chiesa ristorata e dotata negli anni del signore .1S19 
da Giovanni Blormando di Nazione Fiorentino ( puranche l'Enge- 
nio lo battezzava in Firenze ) architetto e musico del Re Catto- 
lico come si logge nella iscrizione che sta sulla porla della sa- 
crestia di questa chiesa che dice 

Joannes Mormandus Arehitectus 
Ferdinandi Regis 
a Musicis Islrumcniis , sacellum vetustate coUapsum sua pecunia 
a Jundamentis restiluit, formamque in meliorem redigit 

anno io/9. 



— 177 — 

Notizie più eslese per origini e mausolei ivi esistenti puoi 
leggerli nel citalo Engenio pag. 608. 



Palazzo Filontarino. 



Per questo palagio si potrebbe ripetere il già detto pei pa- 
lazzo la Rocca ; solamente ci ha questo di particolare, che la sca- 
la è molto bene intesa, magnifica e signorile. 

Lo stile sodo ed elegante apprcndea il Mormando con posi- 
tivo successo nella scuola dell'Alberti. 



Sasso — Voi. !.. 23 



Vm DELL' AMIllTETtO E SCULTORE 

GIOVANNI MERLIANO 

VOLGARMENTE DETTO GIOVANNI DA NOLA 

COX LJ DESCRIZIOSE DELLE SUE OPERE ESEGllTE ì\ mH)U 



CONSISTENTI 



Neil' Architettura 



Giorgio de' Genovesi. 



Chiesa di s 
Chiesa di s. Giacomo. 
Ospedale di s. Giacomo. 
Palazzo s. Severo. 

Riduzione di Castel Capuano a Tribunali. 
Suo architetture per la festa dell' en- 
trata di Carlo V. 
Strada di Toledo. 
Varie Fontane. 

Nella Scoltora 

STATUE 

Di s. Sebastiano in s. Pietro aMajella. 

Della Vergine con altri Santi , e bas- 
sorilievi in Monteliveto. 

Della Vergine in s. Maria delle Grazie. 

Di s. Girolamo nell'Annunziata. 

Di s. Michele in s. Pietro ad Aram. 

Di s. Dorotea in s. Agnello. 

Suoi bassorilievi nella sacrestia dell'An- 
nunziata, in s. Giuseppe, Incurabili, e 
s. Lorenzo. 

Deposizione in mezzo rilievo in s. Gio- 
vanni a Carbonara. 

Basso rilievo delle anime del Purgato^ 
rio in s. Agnello. 



Altro simile in s. Pietro ad Aram. 

Bassorilievi nella fontana a s. Lucia. 

Nel pulpito della maggior chiesa di Nola. 

Sepolcro di Carafa in s. Domenico. 

Di Gambacorta nel Duomo. 

Sul sepolcro di De Capua agi' Incura- 
bili sue figure. 

Della giovinetta Caudino in s. Chiara. 

Sepolcri dei tre fratelli S. Severino in 
s. Severino. 

Di Poderigo in s. Agnello. 

Anche di un Poderigo in s. Maria del- 
le Grazie. 

Di D. Pietro di Toledo e sua nioglir 
in s. Giacomo. 

Del fanciullo Bonifacio in s. Severino. 

Statue de' Santi Crispino e Crispiniano 
nella chiesa dei Calzolai. 

Crocifisso ed un Ecce-Homo in s. Ma- 
ria la Nova. 

Due putti nella sepoltura Pignatelli. 

Statua di s. Giov. Batt. in Monteliveto. 

Dell'Assunta in s. Maria Succurre mi- 
seris. 

Di s. Giovanni e s. Simone in s. Gio- 
vanni Maggiore. 

Della Vergine, s. Francesco, s. Anto- 
nio e l'altare maggiore in s. Lorenzo. 

Della Vergine e due depositi ins. Do- 
menico. 



Siamo a' tempi in che le arti del disegno , avendo in Alfon- 
so I d' Aragona ed in Ferrante trovato potenti e generosi protet- 
tori 5 salirono nella città nostra al più alto grado di loro eccel- 
lenza. Fu allora che pel celebre nostro pittore Golantonio di Fio- 
re si videro nella pittura più belle forme, miglior colorito, e più 
ben' intesa la composizione. 

Fé' la pittura più rapidi i suoi progressi per i dipinti del 
Solario detto lo Zingaro , e de' suoi discepoli , massime pe' due 
fratelli Donzelli. 

La scoltura parimenti avea fatto dei progressi avendo i no- 
stri artefici in varie opere dato gran saggio del loro bel talento. 

Solamente l'architettura restava molto indietro. Pochi eran 
gli artisti che avean cominciato ad indagare le vero forme dei 
Greci e de' Romani per discacciare all'intuito le germaniche for- 
me quasi da otto secoli tra noi introdotte, e queste, ripeto, ven- 
nero non si sa perchè gotiche nominate. 

Piacque alla Provvidenza Divina che Napoli non avesse avu- 
to molto ad invidiare Firenze per gli immortali pregi che nel 
suo gran Michelangelo Buonaroti (nato nel 1474) erano apparec- 
chiati, facendo nascere nella città di Nola pochi anni dopo altro 
Napolitano egregio artefice , il quale sebbene non giungesse alla 
profonda intelligenza del Buonaroti , che di tutte e tre le nobili 
facultà del disegno fu perfettissimo posseditore, oltre alle scienze, 
alla politica , ed all' arte della guerra : nondimeno tanto gli si 
accostò, che potette annoverarsi tra i primi maestri della scollu- 
ra, e dell' architettura , ed in modo che molti scrittori il Miche- 
langelo Napolitano appellano il nostro Giovanni Merliano volgar- 
mente detto Giovanni da Nola. 

Nacque Giovanni Merliano da Giovan-Matleo e Lionora Cor- 
tese nell'anno 1478 nella città di Nola, il padre era mercatante 



— 182 — 
di cuojami; quindi a fare il calzolaio addir volea i suoi Ci^liuoii. 
Il nostro Giovanni però, vedendolo più vivace, mandò a scuoia ; 
acciò imparato il leggere e scrivere , e 1' aritmetica gli potesse 
un giorno portare i conti del suo negozio. 

Nel fatto Giovanni andando alla scuola dette a vedere ai 
suoi maestri la sua positiva inclinazione per le lettere, e questa 
seguendo fece si bene la via che in poco tempo studiò umanità, 
e filosofia con positivo profitto. 

11 padre venne in discordia con un suo socio in modo die 
adirono i tribunali , quindi fu necessitato portarsi in Napoli per 
assistere alla sua lite. 

A chi non sono causa di rovina le liti? Il povero Gian-Mat- 
teo parte pe' trapazzi , parte pe'dispiaceri che arrecar sogliono le 
contestazioni forensi, ammalossi. 

Avanzato il male , appena potette avere il contento di ve- 
dere la consorte ed i figli che passò a miglior vita. 

Convenne alla sua famiglia di rimanere in Napoli per pro- 
seguir la lite, che fini con una convenzione. Con tale occasio- 
ne praticando Giovanni con alcuni giovani suoi vicini , fu da 
costoro introdotto in una scuola di pittura dove eglino anda- 
vano ad apprenderla. 

Applicossi Giovanni ad apprendere con esso loro i principi del 
disegno, e poi con la cera formava dei fantocci, preludii certi 
della stupenda virtù che con lo studio sviluppò perfettamente. 
Da qual maestro avesse in prima appreso il disogno non è giun- 
to a nostra notizia, certo si è che in poco tempo disegnava 
assai bene. Nella pratica però egli inclinava piuttosto a model- 
lare, ed a scolpire in legno che adoperare i pennelli. Finalmen- 
te vedendo egli stesso a che inclinava il suo ingegno si dette 
perfettamente alla scultura. 

Era in quel tempo in Napoli tenuto in pregio Agnolo Auiel- 
lo di Fiore, figlio di Colantonio, il quale la scultura esercitava, non 
senza esser peritissimo anche in Architettura. Essendo stata espo- 
sta in pubblico una sua opera n'ebbe molte lodi. A questo sentì 
Giovanni accendersi del desiderio di dar fuori opere di scultura: 
ma o per debolezza di complessione , o per mancanza di corag- 
gio non volle applicarsi a lavori di marmo; incominciò a scolpi- 
re in legno. 



— 183 — 

Avea il nostro Mcriiano a quel tempo soli 17 anni , e 
procurò esercitarsi a scolpire in legno nello studio del sullodato 
Agnolo Aniello di Fiore. Fu tale il profitto dopo appena un anno 
che vi fece, che gli furono dai maestri della Cappella dei Calzo- 
lai date a far le statue dei Santi Crispino, e Crispiniano, e ciò 
gli fu procurato da un suo zio calzolaio. 

Vedutesi queste statue ebbe lo incarico di un gran lavoro in 
basso rilievo dai maestri della SS. Annunziata per entro la sa- 
grestia. Questo bassorilievo rappresenta la copiosa storia dei mi- 
racoli, e delle azioni gloriose del nostro Salvatore, incomincian- 
do dalla nascita : nelle nicchie poi che sono infra i riparlimenli 
di queste istorie , scolpi varie statuette di tondo rilievo dei san- 
ti Patriarchi, e Profeti, terminando questo bel lavoro di basso ri- 
lievo con quello della SS. Annunziata che si vede sotto l'arco ver- 
so l'altare di dotta sacrestia. Nell'altare vi è similmente la im- 
magine della SS. Annunziata figurata in due ovati con due mez- 
ze figure : il piano dove son collocate è adornalo all' intor- 
no di piccole figure, e per pilieri o termini da' due lati son due 
figure di tutto rilievo, poco minori del naturale , l'una rappre- 
sentante la Fede, e l'altra la Speranza: tutto questo è in legno di 
noce. 

Dopo scolp'i il Crocifisso che fu esposto allora nell'arcotrave 
della chiesa di s. Maria la Nova , e fece per l'altare maggiore 
della' vicina chiesa di s. Giuseppe la natività del Signore. Ai la- 
ti di questa pia rappresentazione scolpi in due nicchie le statue 
tonde dei SS. Apostoli Pietro, e Paolo , ed in due mezze figure 
fece la SS. Annunziala, ed al di sopra in basso rilievo nostro Si- 
gnore che riceve la sua SS. Madre con s. Giuseppe nel Para- 
diso: nella sommità poi il Padre Eterno che dà la benedizione. 
Mentre questi lavori eseguiva il giovane Merliano, venne a mor- 
te Agnolo Aniello di Fiore, lasciando imperfetta la sepoltura Pi- 
gnalelli nella chiesa dei Pignalelli presso seggio di Nido, la quale 
terminata dal Merliano, fu il suo primo lavoro di marmo. 

Dall'approvazione generale che ne ottenne., incoraggiato lo 
artista si pose a lavorare la statua di marmo per la sepoltura di 
Francesco Carafa, signore Napolitano, da situarsi nella chiesa di 
s. Domenico Maggiore , che per circostanze dei committenti re- 
stò imperfetta. 



— 184 — 

Era in quel lenipo mirabilmenic cresciuta la fama di Miche- 
langelo Buonaroli ; imperocché assunto al Pontificato Giulio li 
(1503) volle quel divino artista presso di lui per fargli lavora- 
re la propria sepoltura. Giunta tal nuova all'orecchio dei profes- 
sori Napolitani, costoro animarono il nostro Giovanni di portarsi 
in Roma. Invogliato dai consigli, e più di lutto spronato dall'a- 
mor dell'arte, risolvette il Werliano di condurvisi. 

Giunto nella città madre delle arti, vedute le opere del Buo- 
naroti e quelle dei Greci maestri, fé' di lutto per essere ammes- 
so alla scuola di Michelangelo : ma o per gelosia dei giovani, o 
per altro motivo, si vide il nostro Giovanni fuor di speranza di 
aver posto in quel perfettissimo studio. Non isgomen tossi per que- 
sto il nostro Mediano ; anzi procurò di fare ogni sforzo per ap- 
prendere da se stesso tutto quello che apprendere avesse potu- 
to da quel famoso artefice. 

Si dette di proposito ad osservare attentamente quanto Mi- 
chelangelo facea, e varie cose scolpi per proprio studio model- 
landosi sull'antico che in Roma in quell'epoca si dissotterrava. 

Cosi proseguendo Giovanni la scoltura , volle inoltre all'ar- 
chitettura applicarsi nel quale già in Napoli con la direzione di A- 
gnolo Anicllo di Fiore era iniziato. Mentre a ciò era dedito gli 
capitò nelle mani una bozza che Michelangelo fallo avea per la 
fabbrica di s. Pietro. 

L'osservare l'artista Napolitano l'eccellente prodotto della va- 
sta mente del Fiorentino maestro dette tanto impulso al suo cuore 
che si applicò istantaneamente nel far progetti e mellerli in disegno. 
Alcuni pretendono che il nostro Merliano avesse in quell'epoca 
appreso dal Bramante, altri con men foudameuto da Pirro Ligo- 
rio, ed altri dal Bandinelli : comunque sia, egli non tralasciò di 
studiar sempre sulle opere altrui. 

Molti anni fece il Merliano in Roma sua dimora , inollran- 
dosi sempre più nella perfetta cognizione delle arti da lui pro- 
fessate. Avendo però inteso, per voce sparsa senza verun fonda- 
mento, che Carlo d'Austria assunto pur allora all'Impero sotto il 
nomo di Carlo V , sarebbe venuto in Italia e fatto avrebbe 
per lungo tempo in Napoli il suo soggiorno , deliberò di ripa- 
Iriare, e l'esegu'i. 

Giunto in questa città, vi fu con onore ed amorevolezza ac- 



— i8o — 
colto, essendo precorso il grido dell' eccollen^a e perfezione ac 
quislala. Molle opere gli vennero imperlanto affidale le quali gli 
frullarono gloria e lode singolare. 

Queste si furono lo staine in s. Giovanni Maggiore del Bat 
lista, e di s. Simone Apostolo. L'aliare maggiore in s. Lorenzo 
da lui medesimo arcliitellalo in isola , ed in bella forma quasi 
centinaia adorno delle statue della Vergine di s. Francesco e di 
s. Antonio. La slalua della Madonna delle grazie in s. Aniello , 
ed allre in varie chiese comò nell' elenco da me esposto al 
frontespizio. Ben inteso, e soprattutto è il sepolcro fallo in s. Chia- 
ra per Antonia Caudino, nobile donzella mancala nel fior degli 
anni suoi alle speranze dei genitori, e d'uno appassionalo sposo, 
perfettamente da lui contornalo. Questo sepolcro fu illustrato da ele- 
gantissimo epitaffio di Antonio Epicuro, e vi è su figurata gia- 
cente la spenta giovanelta. 

Le quattro statue scolpite attorno alla fontana sulla punta 
del Molo rappresentanti i quattro fiumi, di poi trasportate in Ispa- 
gna per ordine del Vice Re Aragona , furono ancora egregio la- 
voro di questo artefice famoso, alle quali il volgo dette il mollo 
z quatlu de hi muoio. 

Meritano ancora molta lode i sepolcri degli sciagurati fratel- 
li Sanseverino morti di veleno, e che stanno nella chiesa di que- 
sto nome. 

Sempre più crebbe l'onore del nostro Merliano per le statue 
scolpile in Monte Olivelo a gara con 1' altro celebre scultore Gi- 
rolamo Santacroce. 

Fra gli edifizii da lui architettati vogliono essere ricordati la 
Chiesa di s. Giorgio dei Genovesi, il palagio del Principe di s. 
Severo, e quello del nostro famoso Bernardino Rota , molto da 
chi ne intende ammiralo. 

Fu il Merliano adoperalo per adornar di statue il superbo 
arco trionfale eretto fuori Porta Capuana nella magnifica entra- 
ta di Carlo V in questa nostra città nel 1S3Ì5 insiem con An- 
drea da Salerno, al quale la parte delle dipinture venne affidata. 

Il Vice Re D. Pietro di Toledo adoprò il nostro artefice 
alla costruzione del superbo mausoleo nella chiesa di s. Giaco- 
mo eretto per se e per la sua consorte. 

Opera ella è questa che a ragione riscosse lode e meravi- 
Sasso — Voi. I. 24 



— 286 — 
glia da tulli i professori ; comechè Giorgio Vasari ( al suo solito 
delle Kapolilane arti parlando ) , mentre 1' encomia siccome ia 
pratica ben condotto , dica poi che raanclii di disegno. Egli è 
però ben conto che il Vasari fu non troppo amico dei professori 
Napolitanij di moltissimi de' quali non degnò d'inserir nella sua 
opera le vite, e lo fu particolarmente del nostro Mediano, forse 
per sue private ragioni. 

Divenne il nostro Giovanni poscia familiare del Vice-Re 
di Toledo e fu per suo consiglio che questo magnanimo signo- 
re imprese a costruire la magniGca strada di Toledo da quello 
disegnata e poi condotta a termine dal suo distinto alunno Fer- 
dinando Manlio. 

Sopra ogni altra delle sue opere viene però esaltata siccome 
degna dei migliori secoli della scultura la tomba del fanciullo 
Andrea Bonifacio accosto alla sacrestia di s. Severino , dall' En- 
genio scioperatamente attribuita a Pietro dulia Piata, la quale opera 
merita di esser sopra tutte le altre riguardata. 

Fu il Merliano oltre a ciò di civili e cristiane virtù adorno; 
benefico con tutti , spezialmente coi giovani che amorevolmente 
ammaestrava, e con gli arleGci di minor nome, l'opera dei quali 
non difficoltava egli di correggere, ripieno di caritatevole affetto. 

Aveva ora mai trapassati il Merliano gli 80 anni di sua età 
allorché venne a morte nel 1559, mentre compiva una statua del- 
la Pietà per la chiesa di s. Severino che rimase imperfetta. 

Egli ebbe molti scolari fra i quali si segnalarono il Franco, 
ed il Manlio nell'architeltura; e nella scultura il Caccavello, l'Au- 
ria ed il Parata. Fece molle opere por varie ciltà del Regno , e 
specialmente per Nola sua patria , del pari che lavorò molto per 
r estero essendo oltremonte sua fama trascorsa — Fu certamente 
Giovanni Merliano uno de primi restauratori delle due arti men- 
zionale in Italia. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE. 

Sebbene mi avessi falla la legge di descrivere solamente i mo- 
numenti architettonici , tuttavia trovando delle eccellenti opere 
di scultura , sebbene pur monumento archileltonico sia un mau- 
soleo , una tomba , un avello ; tralasciar non posso di far 



— 287 — 
sommariamente la descrizione dei migliori, secondo i (empi, come 
ò pralicato di sopra , ed ora più elio mai per quelli del nostro 
Giovanni Merliano lustro , onore , ed incremento delle due arti 
belle, scultura ed archileltura,nel più forte del risorgimento di esse 
in Italia. 

Sepolcro di Francesco Carafa. 

Tornalo in Napoli compi il sepolcro di Francesco Carafa già 
cominciato da lui prima di andare a Roma. Questo si vede nella 
chiesa di s. Domenico Maggiore , e propriamente nella cappella 
del SS. Crocifisso clic parla all' Angelico dottore s. Tommaso d'A- 
quino. Sono gli ornauìonti bene assai eseguiti , con trofei, ed al 
tri vari militari emblemi : nella sommila è situala la statua della 
Beata Vergine, che tiene il suo Divino Figliuolo Ira le braccia. 
Opera condotta con isludio, diligenza , e fatica ammirabile sopra 
tutto per l'atteggiamento dato alle statue. 

Altare in Slontelivclo sul modello del Rossellino. 

Si dice da qualche scrittore , che avendo i Monaci Olivetani 
mostrato al Merliano l'altare della Real Cappella del duca d'Amalfi 
ove è sepellila la duchessa Maria figliuola naturale di Ferrante 1. 
con i preziosi ed accurati lavori di Antonio Rossellino Fiorentino, 
dopo averli Giovanni assai ben considerali, senti accendersi dal de- 
siderio di farne uno simile, ed a ciò si offerse a quei Religiosi, i 
quali condiscesero alle sue brame , dicendogli essere opera vana 
voler quelli imitare. Acceso vieppiù dal punto di onore il nostro arte- 
fice, condusse con tanto studio e felicità quei stupendi lavori, che 
meglio assai è che io n'aQldi l'esame al giudizio delle persone dell'ar- 
te, che tentarne una descrizione col raeschinello mio stile. Bastami 
solo il dire che al visitatore s'i l'opera del Rossellino , che quella 
del Merliano conlemporaneamenle si mostrano. Alcuno attribuisce 
questo lavoro pel lutto al Rossellino, s'inganna; imperocché in con- 
testo bastami solo il dire che non ne fa minore menzione il Vasari. 
Più il Rosellino morì nel 146S , l'aliare fu modernato nel lo'ÒO. 

Cresciuta la sua opinione, fé moltissime altre opere di scultu- 
ra , che per brevità bastami 1' averle solo accennate. 



— 188 — 
Fece in prima disegni con piante , elevali , e spaccali per 
molti palagi, e chiese. Una chiesa che lui architettò fu quella di s. 
Giorgio de' Genovesi eretta nel V626. 

Chiesa di s. Giorgio dei Genovesi. 

È questa chiesa poco discosta da quella di s. Pietro e Paolo 
piccola chiesa parrocchiale de' Greci dietro il Teatro de'Fiorentini 
eretta nel 11>18 da Tommaso Paleologo della famiglia degli Impe- 
ratori di Oriente. Fu (ripeto) la chiesa di s. Giorgio de'Genovesi 
interamente rifatta nel 1620 con disegno del Picchiatti, 

Il quadro dell" altare maggiore di s. Giorgio a cavallo che uc- 
cido il dragone è di Andrea da Salerno, l'altro di s. Antonio che 
risuscita un morto è del Battistello , come il miracolo di s. Pla- 
cido in uno de' cappelloni è del de Mura. 

Palazzo del prineipe di s. Severo D. Paolo di Sangro. 

Fu questo 1' antico palazzo dei Sangri disegnato da Giovan- 
ni da Nola, e rimodernato posteriormente dai famoso Raimon- 
do di Sangro principe di s. Severo. Qui si vedeano tutte le 
preziose scoverte nelle belle arti che fatte avea questo genio pro- 
digioso. Bisogna leggere il signore de la Lande per vedere quanti 
cgetti gli furono mostrati da Raimondo in diverse stanze, e spe- 
cialmente il quadro della Sacra Famiglia di Raffaello rifatto da lui 
con rasura di lana a varii colori ; i pavimenti di alcune camere 
di un mastice particolare ( chi sa che non fosse il nostro attuale 
asfalto ) che dice il la Lande che era duro quanto il marmo , e 
lo facea il Principe di diversi colori ; una stamperia in cui con 
un sol colpo di torchio s'imprimevano caratteri ed ornati a diver- 
si colori — Questo grandioso palagio posto sul largo di s. Dome- 
nico si è voluto a giorni nostri imbianchir nella facciata, e rifa- 
re il cornicione ; quindi si è deturpato. 

Sepolcro di Antonia Caudino. 

Scolpi Giovanni questo magnifico mausoleo con la statua della 
defunta giovanetta giacente , e col suo ritrailo somigliantissimo 



— 189 — 
come dissero gli scrittori contemporanei. Compiuti che furono gli 
altri ornamenti pur di marmo, lo collocarono presso la porta mi- 
nore della Reale chiesa di s. Cliiara. 

Fu questo marmo doppiamente arricchito e dallo scalpello di 
Giovanni , e dalla dotta penna del famosissimo Antonio Epicuro 
il quale compassionando i di lei genitori , volle in parte conso- 
larli col bellissimo epitaffio, ch'egli compose, che per essere egre- 
gio componimento di un tanto uomo qui lo trascrivo: 

Nata , heu miserum , misero mihi nata parenti , 

Unicus ut fieres , unica nata , dolor. 

Nam tibi diimq ; vintm tedas , talamumq ; parabam 

Funera , et inferias anxius ecce paro. 

Debuimiis tecwn poni , Materque , Palerque , 

Ut tribus haec miseris urna parata fotet. 

At nos perpetui gemitus , tu nata septilcri , 

Esto haeres , ubi sic impia fata volunt. 

Antonia filia charissima , quae 
Hieronymo Granatae juven : ornaliss: 
Destinata Uxor , Annos nondum XIUI 

Impleverat 

Ioannel : Gaudinus , et Heliodora Bassa 

Parentes infelicissimi posuerunt 

Rapta ex cor Complexibus 

Anno salutis M. D. XXX Prid. Id. Cai. Jan. 

I tre sepolcri de^ sventurati fratelli s. Severino. 

Era da alcuni anni succeduto il funestissimo caso della morte 
dei tre sventurati fratelli Giacomo , Ascanio , e Sigismondo San- 
severino avvelenati il dì li novembre 1316 per opera della moglie 
del loro proprio zio Girolamo. 

Si volle che gli esliuti si fossero collocali entro superbi tu- 
muli, e che i loro casi funesti fossero palesi al mondo, con statue 
ed iscrizioni, ed a ciò eseguire si occuparono nel rinvenire un ot- 
timo artefice. 

Dopo molle discussioni pendeva la scelta tra Girolamo Santa- 
croce , e Giovanni da Nola ; finalmente a questo affidavasi il pro- 
getto e '1 lavorio. 

Ricevuta ch'ebbe la commissione il Merliano, imaginò tre mau- 



— 290 — 
solei luUi di bianco marmo , sostenuti da sode basi ed adornati 
di pilastri e cornici , e di statue in cima di ciascheduno, cioè 
sopra il sepolcro di Sigismondo la statua del Salvatore Trionfante 
situata sopra una glorielta ornata di cherubini con due Angioli 
inginocchioni per lato. Su i pilastri le statue di s. Francesco di 
Assisi da una parte , e di s. Niccolò di Bari dall' altra. 

In faccia a questi, due bassi rilievi che Ogurano s. Barbara, 
e s. Geltrude. Nel piano fra i sudetti pilastri , due altri Angioli 
ancor essi scolpiti di bassorilievo , indi seduto suU' ornalo che fa 
cornice vedesi la bella statua del tradito ed assassinato signore 
ivi sepolto. In questo tumulo oltre ai varii trofei sono scolpite le 
armi dei Sanseverini , e nella lapide si leggono questi funestis- 
simi versi. 

Jacet hic Sigismiuidus Sanseverinus 

Veneno iwpie absumptus , qui eodem 

Falò , eodem tempore , pereunteìs germanos Fralres. 

Nec alloqui , nec cernere poluit. 

Il sepolcro annesso all'altare nel mezzo della cappella è di 
Giacomo Sanseverino. Vedesi in cima di esso la statua della Beata 
Vergine sedente col Bambino nel seno, con Angioli che l'adorano 
e con Cherubini sotto i piedi, e dai lati su i pilastri s. Giacomo 
Apostolo , e s. Benedetto abate, come ancora nel piano di mezzo 
due Angioli inginocchioni , ed in basso-rilievo nei mentovati pi- 
lastri s.* Scolastica, e s.* Monica. La statua di Giacomo anche siede 
sopra simigliante cornice che sovrasta alla tomba ornata parimenti 
di trofei , d' imprese e di bei lavori come l'altra descritta, e con 
la seguente iscrizione. 

Eie ossa quiescunl Jacobi Sanseverini Comitis Saponariae 
Veneno misere ob avaritiam 
Necati , cum duobus miseris fralribus , 
Eodem Fato , eadem hora commorie ntibus. 

Sul terzo sepolcro che è di Ascanio Sanseverino vedesi scol- 
pilo l'Eterno Padre, anche in piedi sopra gloria di Cherubini, e 
invece di Angioli che adorino, non essendovi spazio, figurò l'ar- 
tefice i due mezzi busti dei profeti Enoch ed Elia : ma sopra i 
pilastri come negli altri posano le statue di s. Pietro , a s. Gio- 



— 291 — 
vanni Apostoli, e nel piano di mozzo i soliti Angioli, ed in tutti 
e tre questi basso-riliovi un Angiolo dei due che sono inginoc- 
chioni à in mano un torchio acceso. La statua di Ascanio si ve- 
de a sedere come le altre due , con i medesimi ornamenti , e 
tutti tre anno i loro elmi accanto situali sulla stessa cornice ove 
eglino sono assisi. 

Il gesto e r aziono di ciascheduno di essi esprimono molta 
divozione verso la statua della Beata Vergine situata sull'altare — 
I versi che compianger fanno la morte di questo terzo fratello sono 
i seguenti. 

Eie silus est Ascanius Sanseverinus , cui 

Obeuìtii eodcm reitero inique , atque impie 

Commorientes Fralres , nec alloqui , nec ridere quidem licuil. 

Gli fu per tale ed altri svariati lavori addossato lo onorevo- 
le incarico dello apparecchio per le feste all' entrata dell' Impe- 
rator Carlo V. Chi brama conoscere di ciò i dottagli può leggerli 
nel voi. 2 del do Dominici dalla pag. 42 alla pag. 37 che io per 
brevità tralascio. 

Meritamente governava in quei tempi questo reame per lo 
Imperator Carlo V il non abbastanza lodato vice Re D. Pietro 
di Toledo marchese di Yillafranca , ed a questo Signore mollo 
dobbiamo per le produzioni a noi serbale del nostro Merliano. 

Cbiesa ed ospedale di s. Giacomo. 

Il sullodato Vice Re D. Pietro di Toledo volendo di se la- 
sciare memoria nella città di Napoli , risolvette di fabbricare una 
chiesa con un ospedale per la nazione Spagnuola. Ne die incari- 
co al nostro Merliano, il quale ne fece il modello ed i disegni , 
che furono sottoposti ed approvati da una giunta d'intendenti, no- 
minati dal vice-Re. Cosi si die cominciamento alla fabbrica si del- 
l' Ospedale che della chiesa di s. Giacomo. Vi fu buttata la prima 
pietra il di 11 giugno 11540 dell'Arcivescovo di Capua D. Tommaso 
Caracciolo in quel tempo Cappellano Maggiore — Fu compiuto il 
monumento nel 11548. 

Vi è tra i nostri scrittori chi attribuisce questo monumento 
a Ferdinando Manlio allievo del nostro Merliano: cosa facile ad ac- 
cadere quando si aggiusta fede alle notizie di qualche poco inlen" 



— 192 — 
dente conlemporaneo che prende la parte pel lutto. Forse 1' assi- 
duità del Manlio ai lavori del suo maestro , dette a credere che 
Manlio fosse l'architetto del monumento. Cosi ancora, come dirò 
in appresso, qualche monumento del Vanvilelli da alcuni esteri scrit- 
tori attribuito venne al suo amato allievo Sabbalini. 

Quanto facca il Merliano nel 11540 per questo monumento i'u 
lutto compreso nel nuovo ediGzio dei Ministeri di Stalo — di cui 
ne parlerò al secondo volume nella descrizione delle opere del 
cav. Stefano Gasso. La chiesa venne incorporata in certo modo 
coir accennato edifizio. Trovandosi ncll' angolo Ira la piazza del 
castello e la strada s. Giacomo, risultò la sua facciata più inden- 
tro della linea del monumento. Questo fu ben corrotto dal Gasse 
suir allinear la facciata, e sotto la nuova fabbrica costruì una sca- 
la di marmo che mena all'antico vcstibulo della chiesa, facendo 
il nuovo ingresso ordine col resto del palagio de' Ministeri di Sta- 
to — Fu delta chiesa, ripeto, fondata nel 1S40 dal Vice Re di 
Toledo , il quale vi unì uno spedalo pei soldati Spagnuoli, e po- 
scia vi fu aperto un monte di pegni , ed un banco che divenne 
il più ricco di tutti gli altri di Napoli. Nel pilastro dalla parte 
dell' epistola evvi un bel quadro di Andrea del Sarto che altri 
crede copia. 

Tra i quadri di Marco da Siena si distingue il Cristo in Cro- 
ce. Pregevole è la deposizione dalla Croce alla maniera di Polidoro 
del nostro Lama. Richiama pure l'altenzione il quadro sulla porta 
di Bartolommeo Passanti valente imitatore del suo Maestro Ribera. 
Secondo il gusto d' allora questa chiesa à i suoi mausolei 
fra i quali si distingue quello di Pietro di Toledo. 

Il vice-Re oltremodo soddisfallo dei lavori del Merliano lo 
prese tanto ad amare che spesse volte lo consultava circa gli abbel- 
limenti che far volea nella città nostra. 

strada di Toledo. 

Al Merliano sì deve la bella strada di Toledo. Furono ab- 
battuti varii edifizi per farla dritta al possibile , ed ampia. Da 
principio , come accader suole , molli cittadini si lagnarono 
vedendo diroccar le proprie abitazioni : ma indi a poco si con- 
vinsero col fallo del bene loro arrecalo; imperocché le nuove abi- 



— 103 — 
tazioni più del doppio si appigiunavano; e cobi invece di lagnan- 
ze dettero benedizioni al vice-Re ed applauso all' architetto. 

Fontana sul Molo. 

Fc inoltre una raagniCca fontana situandola alla punta del 
molo , ove quattro statue ei fece che i quattro maggiori fiumi 
del mondo rappresentavano. Invaghitosene posteriormente 1' altro 
vice-Re D. Pietro Antonio d' Aragona le tolse via , come ancora 
la bella statua della Venere giacente fatta dal medesimo Merliano 
per un altra fontana sull'angolo della controscarpa del Castel nuo- 
vo , e con altre eccellenti statue mandolle in Ispagna per servir di 
ornamento ai suoi giardini — Cosi Napoli rimase priva d'opere 
cìic poteano stare bene al confronto di quelle de" più famosi ar- 
tefici che dopo gli antichi Greci avessero adoperato scalpello. Tra 
noi è rimasta sola la memoria, e per tradizione in dialetto delle 
quattro belle statue sul molo nel [iroverbio per motteggiar coloro 
che in qualche positura si fermano al numero di quattro. 
Me parene i qualla du muoio. 

Regi Tribunali, 

Ridusse benanche il Merliano ad uso dei Tribunali il Vecchio 
Castel Capuano , e ciò puranco d'ordine del sulìndalo I). Pietro 
di Toledo — il come praticasse 1' architetto mi trovo averlo espo- 
sto nelle opere del primo architetto Buono pag. ÌjO. 

Tornita del Toledo in s. Giacomo. 

Ideò r architetto questo monumento tutto isolato disegnandovi 
nelle quattro facce verticali del parallelepipedo i più egregi fatti 
del vice-Re in bassorilievi — Sopra vedesi D. Pietro in giuocchione 
ritratto al vivo , e grande quanto il naturale, con la sua moglie 
allato pure inginocchione sopra guanciali, ed anno innanti l'ingi- 
nocchiatoio. Bellissime sono le quattro statue sopra i quattro an- 
gdi del parallelepipedo che rappresentano la Castità , la Purità , 
l'Umiltà, e la Prudenza: queste sono in piedi sopra piedistalli 
tutte e quattro in alto piangente. 

Sasso — Voi. 1. C", 



— 194 — 
Tomhn dol fanciullo Andrea Bonifacio. 

Se è bella la tomba del Toledo, bellissima e di eterna laude 
fu qtiella del fanciullo Andrea Bonifacio siluata vicino la sagre- 
stia della chiesa di s. Severino — Opera è questa che può stare 
al confronto di qualunque prodotto de' scalpelli dell' antichità. 

È situalo il sepolcro sopra due pilastretli in ciascuno de'quali 
è scolpita di basso rilievo una Ggura rappresentante un pultino , 
che tiene la spenta face : dai lati di questi pilastri scendono due 
speroni in forma di delfini, le di cui teste posano sul primo sodo; 
in questo sodo vi è egregiamente scolpito un bassorilievo di fi- 
gure piccole che rappresenta la dolorosa deposizione del corpo 
del Salvatore. Questo sodo ove il bassorilievo è scolpito posa so- 
pra un piedistallo , che termina col piano il finimento di esso , 
ove la lapide sepolcrale col suo elogio è scolpita. Nel mezzo dei 
due pilastri già detti , in un piano sodo è scolpita la statua ton- 
da del s. Apostolo Andrea — Sopra il piano orizzontale, che di- 
vide questo sodo dall'urna, posano due quasi arpioni che appog- 
giansi sulla sommità dei già detti delfini , e servono di sostegno 
a una bellissima conca che ricca di bei lavori in fogliami e fe- 
stoni fa mesta pompa all'estinto signore che in se racchiude. Con 
bella idea vedesi giacere di marmo il defunto fanciullo , avendo 
l' inarrivabile artefice finto, che alcuni putti piangenti sostengono 
a qualche altezza il coverchio sospeso, e pare che mostrino agli 
sijettalori la cagione del pianto loro. 

La scultura del corpo del Bonifacio è eccellente, sembra ri- 
tratta dalle sovrumane Gsonomie del divino Urbinate. 

In uno dico che fu ben degno questo monumento dell'elogio 
che vi fece Giacomo Sannazzaro, che si legge nella tomba come 
qui appresso 

Nate, Patris Matrisq. amor et suprema voìuptas 

Eu libi , quae nobis te dare sors vetuit. 

Busta , Eben , tristesq. nolas damus invida quando 

Mors immaturo funere te rapuil. 

Andreae filio dulciss. qui vixit an VI. 

Mansuetibus II Diebus XIX. Hor IV. 

Robertus Bonifacius , et Lucretia Cicara 

Parentes ob raram indolem. 



RAI310AD0 DI SA.\GRO 

e la famosa cappella di Saiiscvcro 

Avendo Ira lo opere del Bleiliano indicalo il italagio Saiisc- 
vcro , non (rovo irregolare qui poche parole si per la biografia 
di un nostro distinto e nobile concittadino , cb;? di una esalta 
descrizione della famosa cappella Sansovero. 

Raimondo di Sangro Principe di s. Sever.) nascea in Napoli il 
di 30 gennaio 1710. Alla nobiltà del lignaggio se|)pe Raimondo 
unire lo splendore, molto piìi cospicuo, delle pro|)rio azioni. 

11 |)adre fu il Duca di Torremaggiore U. Antonio , e la ma- 
dre D. Cecilia Gaelani d'Aragona dei Duchi di Laurcnzana — E- 
gli non nacque primogenito , ma lo divenne per l' immatura mor- 
te di due suoi maggiori fratelli. 

La sua prima educazione fu nella casa paterna sotto la di- 
rezione dell'avolo D. J'aolo di Sangro, indi in Roma nel semina- 
rio Romano. 

Non e facile il narrare quanto' questo gentile ingegno pro- 
fittasse nella prima sua istituzione in tulio il corso dogli studi, e 
(lolle lingue si vive che morte. Rasta il dire che per autentici mo- 
luimenli vieii dimostralo che sin da principio formò lo stupore dei 
suoi maestri distinguendosi parlÌGolarmcnle nel ramo della mecca- 
nica , massime nell' idrostatica , ed ancora nell" archilottura mi- 
litare. 

Dell'eia di anni 20 patsò a nozze con la signora Carlotta 
Gaelani. Il nuovo slato non alienò in conto alcuno l'illustre per- 
sonaggio dalla rigida sua applicazione. Molto mi dilungherei se- 
accennar solo io ^olessi le uiultiplici scoperte , ed opere utilissime 
con le quali il nostro Raimondo arricchì la società. Se ne vuoi es- 
sere appieno informato leggi La s/oria dello shidio di Aapoh' del- 



— 196 — 
d Origlia Tomo 2." e 1' opera di Pietro Napoli Signorelli iuli- 
tolala Vicetide della coltura nelle due Sicilie. 

Tra le mnlliplici sue opere, figlie d'indefessa applicazione e 
di solerli veglie, non à l'ullimo luogo la riunione di lanli capo- 
lavori nella cappella della famiglia alla salita s. Severo come ap- 
presso esporrò. 

Ai grandi onori ereditar)' di sua prosapia si unirono in Rai- 
moado quelli che la clemenza del Re Carlo III Borbone si com- 
piacque accordargli , «avendolo nel 1737 annoveralo tra i suoi gen- 
tiluomini di camera , e nel 1740 tra i cavalieri dell' insigne ordi- 
ne di S. Gennaro. Indi fu destinato alla formazione del reggimen- 
to di Capitanata , del quale fu colonnello , ed impiegò con islu- 
pore dei vecchi generali con profitto dello stato i suoi sudori mi- 
litari nella guerra di Velletri , dandoci una pruova che qual no- 
vello Sofocle sapea impallidire sopra le carte nell' ozio letterario, 
e sudare sotto il peso del cimiero fra lo strepilo delle armi. Tan- 
to merito per altro non potea andare disgiunto da una guerra vi- 
va , che sempre mai fa alla sapienza, ed al valore; l' ignoranza, 
e r infingardaggine. Dovè quindi essere assoggettato a quelle fasi, 
e cabale , le quali di continuo tessono ai sapienti gli ignoranti 
ambiziosi. 

É veramente infelice colui che trovasi in slmile trista condi- 
zione !!! 

Mori Raimondo di Sangro Principe di s. Severo il dì 22 mar- 
zo 1771 per malore cagionatali dai suoi meccanici lavori , tra il 
compianto dei suoi amici , dei congiunti , di Napoli , ma molto 
più della filosofia e delle belle arti che con esso perdettero uno 
dei loro ardcntissimi cultori- 

Deserixione della Cappella. 

Attaccato al palazzo de' Signori Sansevero evvi la chiesuola 
ivi fatta edificare dal Patriarca di Alessandria di questa famiglia 
col titolo di s. Maria della Pietà, volgarmente detto la Pietatella, 
ove si veggono molti nobili e sontuosi Sepolcri con bellissime sta- 
tue SI antiche che moderne: leggi in contesto l'iscrizione sulla por- 
ta. Dal palazzo per un ponte si passa in questa chiesa. 

E questo tempietto degno di essere veduto per le eccellenti 



— 197 — 
opere di scultura che vi sono, direlle dal feracissimo ingegno di 
Raimondo di Sangro Principe di s. Severo , tanto noto all' Euro- 
pa per i suoi rari talenti , e per le eccellenti sue produzioni let- 
terarie ; quindi è necessario farne una particolare descrizione. 

Kel giardino del nobile palazzo di questi distintissimi Signo- 
ri eravi un immagine della B. Vergine della Pietà dipinta nel mu- 
ro. Francesco di Sangro fece voto di edificarle una cappella , se 
otteneva la guarigione di una malattia. Ottenne la grazia, e com- 
pi il voto circa la fine del secolo 16. Alessandro di Sangro Arci- 
vescovo di Benevento , e Patriarca di Alessandria , la ridusse in 
forma magnifica nel 1713 come dall' iscrizione che sulla porta si 
legge. Raimondo di Sangro dopo la metà del passato secolo co- 
minciò a rinnovarla : questo distinto signore sopra 1' arco che dal 
suo palagio introduce in questa cappella, vi facea ergere una tor- 
re , nella cui sommila una specie di tempietto di figura ottagona 
con otto colonne di marmo agli angoli sostenenti la volta. Entro 
venivan collocale le campane di un orologio che al batter delle 
ore suonava musicalmente — Fu questo il primo di tale maniera 
costrutto in Italia — Oggi niente di ciò esiste !!! 

Entriamo in Chiesa — È questa in pianta un rettangolo. E 
divisa in otto ripartimenli con archi formanti otto cappelle, quat- 
tro per ciascun de lati maggiori. Nella terza , a destra entrando, 
vi è r adito che conduce alla sacrestia , ed à rimpetlo la porta 
piccola che esce alla salita s. Severo. Nelle due ultime arcate vi 
sono due cappelle per uso ilei santi sacrificii ; indi per sotto un 
maestoso arco si va all' altare maggiore. 

Sopra la porta della chiosa vi è il deposito di uno di San- 
gro che armato di elmo e corazza esce con la spada in mano da 
una cassa ferrala: opera è questa stimatissima di Francesco Cele- 
brano. Nei lati della porla vi sono due confessionili maravigliosi 
per la loro comodila. 

La volta della chiesa è tutta dipinta da Francesco Maria Ros- 
si ; il cornicione di tutta la chiesa e di una particolare composi- 
zione , nel materiale , ritrovalo dal sullodato Principe Raimondo, 
e che sembra un sol pezzo ili malreperla , come della stessa ma- 
teria sono i capitelli de' pilastri. 

In ciascheduno di questi riparlimenti , o siano arcale è si- 
tuala la sfatua di uno di questa illustre famiglia , poco più del 



— rj8 — 

iialiirale , o nel contìguo pilaslro la slaliia cìi fjuclla virlìi che |)iù 
rispleiulollo nella Dama clic li Cu moglie : nel capilello del pila- 
stri) (li online corintio vi è 1' improsa della famiglia della Dama, 
ed in una piramidclla scolpilo il di lei ritratto in marmo al na- 
turalo, avendo ai piedi 1' elogio ove si da contezza di chi fu 
fì;:;lia , di chi fu moglie , del tempo che morì , e delle virtù che 
r adornarono : le statue istcssc sislenti nei primi quattro archi, e 
che rappresentano gli Eroi di (juesla famiglia dai tempi del Pa- 
triarca m asniili, sono delli' più dislinle opere dei Fanzaca, San- 
tacroce ed altri — Nel terzo arco che sporgo nella sagrestia vi e 
il deposilo del sullodato Raimondo di Sangro ove osservasi il suo 
ritratto al naturale , opera è questa di Carlo Amalfi — Al di sot- 
to vi è una lapide di palmi 7,o per S,7o ove si legge l' iscrizio- 
ne tutta composta di lellere bianche sur un piano di marmo ros- 
so rilevato a guisa di carneo , e le lettere e '1 piano sono di un 
sol pezzo di marmo ; come egualmente è il fregio rilevalo che cir- 
conda la lapido rappresentando una vile intrecciala con i suoi pam- 
pini e grappolelli di u\a — lutto di invenzione del defunto Rai- 
mondo j e da lui medesimo eseguilo. 

Entrato che sei in sagrestia scendi in un aliro lompiello i;ra(i- 
(lo (pianto la chiesa di sopra, destinato per i sepolcri d;'lla discen- 
denza del Principe Vincenzo primogenito del Principe Raimondo. 
Il deposilo del Principe Vincenzo sia situato sopra la porta picco- 
la a rinipello a quello del padre col suo rilratlo opera dello stos- 
so Amalfi. Questo cavaliere fini nel 17U0 — Passati questi due se- 
polcri veggonsi le due bellissime cappelline; una dedicata a s' 0- 
dorisio in corno E[)istolae, 1' altra a s. Rosalia iu cornu Evange- 
iii , entrambi santi di (piesta famiglia, e su di un urna di rosso 
antico poggiano le belle statuo di essi , opere di Antonio Corra- 
dino Veneziano, scultore famosissimo dcdlo Imperatore Carlo VI. 

Nei pilastri di questa cappella nel primo a man destra vi è 
la statua dell'amor Di\iiio d' ignoto autore. A questa segue la sta- 
tua dell'educazione del cavalicr Oueirolo irenovese allievo del fa- 
moso Bussone romano. Indi il Dominio di so stesso di Francesco 
Celebrano , e finalmente la Sincerila del Queirolo. 

Dalla parto opposta a man sinistra la prima statua rappresen- 
ta il Decoro del Corradino , indi la Liberalilà del Queirolo, ap- 
presso lo Zelo della Religione del Corradino, e finalni'^nle li Soa- 
vità del giogo inatriinoniale di Persico Napolitano-, 



— 199 — 

Giurilo che sei all' arco deli' altare maggiore osserva nei pi- 
lastri i due miracoli di scollura uno del Corradino , e l'allro del 
Qucirolo. 

Quello del primo è situato a destra , e rappresenta la madre 
del Principe Raimondo figurata in una statua della Pudicizia, vir- 
tù che sovra ogni altra rilucea in questa Dama , è coverta con 
un velo trasparente sotto del quale si rilevano tutte le fattezze del 
corpo. 

Questa maniera di scolpire fu ignota ai nostri antichi mae- 
■slri, ai Greci : giacché da essi i veli furono dipinti e non scol- 
piti — L'altro al lato opposto rappresenta il padre del Principe 
stesso figuralo in una slatua del Dissinganno; imperocché questo 
signore dopo la morto dc'lla virtuosissima sua consorte , dissin- 
gannalo dalla instabilità delle cose del mondo si die ad una vita 
esemplare , divenne Sacerdote , e mori con ricca fama di speciali 
virtù. Questa statua rappresenta un uomo avviluppato in una reto 
da cui tenta distrigarsi con 1' aiuto delle proprie forze. La rete 
sta quasi tutta isolata senza che tocchi la slatua. E da osservarsi 
r atteggiamento dell' uomo che cerca uscir dalla rete per conchiu- 
dere esser questo un imi plus ultra tra i capi d'opera dell'arte. 

L' altare maggiore vien composto da due colonne di rosso 
antico, che fiancheggiano un gran bassorilievo di marmo figurante 
il Calvario. 

La Vergine, che à sulle ginocchio il suo morto figliuolo, s. Gio- 
vanni , e le altre Marie sono scolpite , in una maniera assai 
espressiva. 

Nel gradino della mensa , vi sono due putlini uno dei quali 
sostiene la Croce , in luogo della quale può sostituirsi la sfera 
del SS. Sagramento , e 1' altro con ambe lo mani sostiene il su- 
dario di G. C. il cui volto serve di porla al ciborio : sotto la 
mensa poi vi è il sepolcro di N. S. con un angiolo in piedi in 
alto di aprirlo: questo e opera di Francesco Celebrano — Neil' e- 
strema finalmente di questa macchina vi sono due Angioli che 
anno in mano alcuni istromenti dèlia passione : nell'alto dell' al- 
tare vi è situata 1' antica immagine di S. Maria della Pietà che 
era nell' antica cappella. 

Al lato sinistro di questo altare si osserva il deposito del Pa- 
triarca fondatore col suo mezzo busto di marmo, a fianco al me- 



— 200 — 
desinio vi è una porliciiia che introduce ad una piccola Tribuna 
destinala per oratorio delle persone della famiglia. La volta di 
questo altare è dipinta in un perfetto piano figurando una cu- 
pola che riceve il lume dal suo cupolino con meraviglioso effetto 
ottico. MagniQco n' è pure il pavimento inlersiato di marmi. 

Quanto di sopra è descritto vien tutto superalo da due me- 
ravigliose opere ivi esistenti. La prima 6 una scultura del nostro 
Giuseppe Sanmarlino in cui questo eccellente artefice superava se 
stesso. Dinota questa scultura un Cristo morto disteso sul catalet- 
to , è coverto da un velo trasparente, come la Pudicizia do! Que- 
iroli che si propose di imitare ; ma che a giudizio degli inten- 
denti lo superò. 

Non solo si ammira in esso la trasparenza del velo, ma l'ar- 
liGciosa negligenza del lenzuolo ove posa il Divin Cadavere e l'e- 
spressiva positura della statua sembrando veramente un morto. 

L'altra rarità sono due scheletri uno di donna, di uomo l'al- 
tro lavorali per injezione , in cui sono dinotate tutte le arterie , e 
Je vene del corpo umano, coverti con una rete di argento ; ma 
supera ogni umana credenza lo scheletro di un Feto che mori in- 
siem con la madre, della quale e l'anzidetto scheletro. Il foto è 
vicino alla madre la quale sta in piedi; e la si fa girare allorno 
per osservarsene le parti , stando il bambino colla placenta aper- 
ta, dalla quale esce l'intestino ombelicale che va ad unirsi al Fe- 
to nel suo proprio luogo: e tutte le parti di questo stupendo la- 
voro , sono osservabili nelle più minute cose, e fin il cranio del 
picciol Feto, e la lingua della madre possono aprirsi, ed osservarse- 
ne i vasi sanguigni. Quest'opera di somma pazienza fu di Giusep- 
pe Salerno medico anatomico Palermitano. 



VITA DELL'ARCHITETTO 

PADRE GIUSEPPE ìllERlill 

DELLA COMPAGNIA DI GESÙ 

COX L' L\DICAZIO\E DELLE SIE OPERE ESEGIITE U BIPOLI 

CONSISTENTI 

nel 

MAGNIFICO TEMPIO DELLA TRINITÀ MAGGIORE 
DETTO IL GESÙ NUOVO 

Con la descrizione e disegno della sontuosa Cupola ruinata dal tremuoto 
nel 1688, e da nessun autore sin' ora riportata, con un esatta descrizio- 
ne del Maggiore Altare che ivi si sta eseguendo sul progetto lasciatane 
dall'or ora estinto Padre Ercole Giuseppe Grossi de//a Compa/jnia di 
Gesù, conosciutissimo Oratore. 

Inno - 1584. 



Torrente cresciuto 
Per torbida piena , 
Se perde il tributo 
Del gel che si scioglie , 
Fra r aride sponde 
Più r onde non à. 

Ma il fiume che nacque 
Da limpida vena 
Se privo è dell' acque 
Che il verno raccoglie , 
Il corso non perde 
Più chiaro si fa. 

Melasi. Siroe. 



Il Padre Giuseppe Valeriani della compagnia di Gesù nac- 
(|ue in Aquila circa l'anno 11)30, e l'anno 1396 mori in Napoli 
ove da suoi superiori era stalo inviato principalmente perchè 
giovandosi di quest'aria rinfrancar potesse le aflievolite sue Ibrze. 

In questa nostra capitale, come per tutto altrove, lasciò di se 
illustre e cara memoria non puro pel suo valore artistico , ma 
altresì per lo zelo che ebbe ardentissimo della salute delle anime, 
e per una specialissima divozione verso la gran Madre di Dio. 

Dedicatosi egli fin dalla prima giovinezza alla professione di 
architetto fece in essa cosi buona pruova che meritò di essere 
nominatamente posto nello scelto drappello degli architetti italia- 
ni che da Filippo II furono chiamati ia Ispagna per la fabbrica 
(loil'Escuriale. 

Durante la sua dimora in Madrid il frequente conversare coi 
PP.i della Compagnia di Gesù, l'indole sua proclive alla pietà , e 
sopra ogni altro la divina vocazione gli misero nell' animo cocen- 
te desiderio di dare il suo nome all' istituto religioso teste men- 



— 204 — 
tovalo; ed il recò ad effetto contando l'anno trentesimo dell'età 
sua. E come si trovava di avere già sufilcionza di buoni studii 
leltcrarii e filosofici, fu posto ad apprendere alcun poco di teo- 
logia e indi sacralo sacerdote. 

I superiori della Compagnia , non clie trascurare o avere in 
poco conto il sapere del Valeriani in fatto di Architettura , lo 
\oli('ro anzi per ogni possibile guisa accresciuto e perfezionato. 
Al fjual uopo dopo alquanti anni il P. Preposito Generale Clau- 
dio Acquaviva lo n'cbiamò di Spagna a Roma, ove, oltre l'agio 
di usare frequentemente e comunicar sue ideo co'più pregiati mae- 
stri dell'arie clie d'ogni tempo e d'ogni parte per la munificenza 
dei Romani Pontefici trassero in questa sede principalissima del- 
le arti belle, ebbe ancora molte occasioni da esercitare il valor 
suo in più opere delle quali il sommo Pontefice Gregorio XIH 
ebbe mollo a lodarsi. Il P. Claudio Acquaviva so ne giovò an- 
eli* egli, sia per edificar da capo più chiese dell" ordine suo iu 
varie città d'Italia , e di queste fu appunto quella della già casa 
Professa (ora collegio Massimo) dei PP. Gesuiti in Napoli volgar- 
mente della Gesù Nuovo. 

Solo e a compiangersi che chiamato altrove il P. Valeriani 
non potette soprastare all'edificazione di questa bella e magnifica 
chiesa, onde avvenne, per colpa di chi noi trovo registrato che 
nella esecuzione il suo disegno di castigatissimo stile , fosse al- 
quanto deturpato. Ren egli è vero che per comando del più volte 
ricordato P. Generalo dell'ordine si mise in opera quel più che si 
potelle per ritornar l'opera al suo primo tipo. Ma o fosse manco 
di danaro, o la morte sopraggiunta al Valeriani che nell'ultima 
sua venuta a Napoli si occupava di racconciare il male eseguito, 
o qualunque siasi altra cagione, certo è che anche al presente ri- 
mane in questa, del resto bellissima chiesa, alcunché di barocco. 

Chi voglia formarsi un'idea alquanto più precisa dello schiet- 
to disegno primitivo del Valeriani, potrà, avendone l'agio, veder- 
la incarnatxv nel fatto nella chiesa della casa Professa della com- 
pagnia di Gesù in Genova, di assai più piccole dimensioni , ma 
di disegno ritraente perfettamente il concetto del P. Valeriani , 
che salvo l'ara massima, ne diresse egli stesso la costruzione. 

Tulli i nostri scrittori di patrie cose ( forse perchè l'un l'al- 
tro ciecamente copiandosi ) riportano che l'architetto del più voi- 



— 205 — 
le ripeluto magnifico monumento della Trinità Maggiore, sia sta- 
lo il P. Proveda di nazione Spagnuola, ancli'egli Gesuita: tra que- 
sti il nostro Canonico Celano, e quel clic più reca meraviglia il 
Milizia nelle sue memorie degli arcliilclli. INon polendo averne la 
vita, io pure nella mia prefazione caddi nello accennato errore: 
ma portatomi dai PP. Gesuiti onde attingere notizie certe e si- 
cure per sì importante Tempio, ebbi il bene d'avere quanto lio 
esposto da un deTP. della sullodata Compagnia il quale concbiu- 
deva i cenni datimi, dicendo che questi sono stali tolti dalla isto- 
ria della Compagnia di Gesù appartenente al Regno di Napo- 
li, la quale sulle memorie allora esistenti nell'archivio de' PP. 
Gesuiti in Napoli fu descritta dal P. Francesco Schinosi dell' istes- 
ea Compagnia. 

Descrizione del Tempio. 

Ai li5 agosto 1384 col disegno e modello del P. Giuseppe 
Valeriani della Compagnia di Gesù, espertissimo nell'architettura 
vi fu posta la prmia pietra, e cosi principiossi il famoso monu- 
mento, che si può stimare uno dei più belli e maestosi dell'Eu- 
ropa. 

La prima pietra con i soliti riti fu benedetta da Lelio Bran- 
caccio Arcivescovo di Taranto, e situata da D. Pietro Giron Du- 
ca di Ossuna allora Vice-Re del Regno. Dopo pochi anni si vide 
eretta la chiesa, non restandovi altro da fare che la meraviglio- 
sa cupola. 

Nell'anno 1600 fu solennemente consacrata dal Cardinale Al- 
fonso Gesualdo nostro Arcivescovo, assistito da tutto il suo capi- 
tolo, e da molti Vescovi ed Arcivescovi. 

La cupola si vide perfettamente terminala , ed abbellita che 
fu di generale meraviglia , sendo una delle più famose non solo 
in Napoli ma nell' Europa nell' epoca anzidetta. 

Neil' anno 1680 ai 3 di giugno ne fu comunemente lacri- 
mata la rovina cagionatalo dal tremuoto. 

Non solo bramo descriverla perchè , o lettore , tu ne abbii 
in queste mie carte la memoria, ma voglio da vantaggio che tu 
possa osservarla nella mia tavola 13.* Iradisegnala dall'originale 
esistente nell' archivio de' PP. Gesuiti; il qual originale disegno e 



— 20G — 
stalo a nio benignamente consegnato a copiarlo dal sullodato Pa- 
dre col permesso ottenutone dai suoi superiori ; al piede dei detto 
originale evvi la seguente scritta. 

Cupola della magnifica chiesa della SS. Trinità Magfjiore , ulim del 
Gesù Nuovo da me con la massima esallezza misìtrala e disegnala nel- 
r anno 1109 per essere riparala , ed indi neW anno 1118 per un giudi- 
zio di Dio miseramenle demolila. 

Si stima gucsla fatica di Ire mesi per ducali 100. Giuseppe Maura 
Archilello. 

E assai più grande e più egregiamente ornata la cupola della 
Patriarcale Basilica di s. Pietro in Roma : ma non più semplice, 
nò più naturale, ne più elegante di questa di Napoli ideata dise- 
gnala, e costrutta da un semplice Religioso Padre dello stesso col- 
legio Gesuita. 

Il tamburo dal suo primo cornicione lino al secondo incluso 
era di altezza pai. 153. 

Il diametro dell' intradosso di palmi 66. Quello dell'estrados- 
so 80 — Il gonfio tubo fino al cupolino era di pai. 102, par- 
lando della misura di dentro , imperocché al di Inori s'innalzava 
in altri palmi 32 , perchè tra 1' introdosso e I' estradosso vi si 
caminava per una scala che montar facea sino al piano del cupo- 
lino , il quale avea di altezza palmi ol fin sotto la sfera che era 
di rame dorato avendo un diametro di otto palmi. 

Il diametro del cupolino nel di dentro era di novo palmi , 
nel di fuori 32. Era vagamente adornato da otto colonne di pi- 
perno dolce che con le loro basi e capitelli aveano 1' altezza di 
palmi 16,15. Vi erano all' interno vasi e balaustre. 

La cupola veniva compartita da numero sedici fasce che nel 
di fuori formavano cordoni , e nel di dentro eran piane , tutte 
stucchiate e poste in oro. Fra queste fasce il gran pennello del 
Cav. Giovanni Lanfranco dipinto vi avea il Paradiso , che vera- 
mente era tale agli occhi corporali. 

In sei mesi e 10 giorni fecero i PP. rifare il tamburo della 
cupola , la volta di s. Ignazio, e rimediarono T altare in un mo- 
do , che ai 2 dicembre cominciarono ad oOIciare ; avendo fino 
a quel d'i fatti i loro esercizj nella chiesa di S. Chiara. 

Darò in queste mie carte contezza degli artefici che vi lavo- 
rarono per gii ornamenti. 



Le volte furono ornalo di stucco doralo e dipinte da valenti 
artisli. 

In quella dell' aliare maggiore vi si espressero varie storie 
della SS. Vergine alla quale è dedicato col titolo dell'Immaculata 
Concezione ed è opera del nostro Cavaliere Massimo Stanzioni — 
Quello del cappellone di S. Ignazio era tutta posta in oro, e di- 
pinta da Belisario Corenzio. Fu dopo dai sullodali Padri Gesuiti 
fatta ornare di nuovo nella stessa guisa e la dipinse l'altro Na- 
politano distinto artefice Paolo de Matteis. 

Quella del cappellone di S. Francesco Saverio dove simil- 
mente sono dipinte molle azioni del Santo, e quella che sta sidla 
porta dove si vedono enigiati molti miracoli fatti al nome di Ge- 
sù sono opera del sullodato Corenzio : ma in tempo della sua 
avanzata età, che tutto non potea eseguir di sua mano. Queste due 
volte furono anco guaste nelle pitture per la disgrazia del tre- 
muoto di sopramenzionato. In seguito vi furono rifatte le sudette 
dipinture dallo stesso de 31atteis ; e sono i due quadri di mezzo 
alla volta di s. Francesco Saverio , ed altro laterale alla mede- 
sima. 

La cupola nella qnalc come di sopra ò detto stava espresso 
il Paradiso dai divino pennello del Lanfranco , avea nei quattro 
angoli maravigliosamente effigiati i quattro Evangelisti : e questi 
rimasero , osservali e vedrai quattro miracoli dell' arte. 

Dopo pochi anni la detta cupola fu rifatta con disegno e di- 
rezione dell' architetto Guglielmi , e similmente dipinta dal do 
Blatteis , non essendovi rimaste delle dipinture del Lanfranco che 
quattro figure sopra due finestre del tamburo che riguardano la 
porla maggiore. Gli ornamenti achitettonici dorati del dello tam- 
buro sono opera di Francesco Saracino , posteriormente riparata 
dall' archiletlo Luigi Vanvitelli , ed indi dietro un congresso di 
vari architetti , tra quali il cav. Fuga , si risolvette demolirla , 
come nel fatto fìi demolita nel 1778 , ed in sua vece vi venne 
surrogata l'attuale scudella ! 

L' altare maggiore di ricchi e preziosi marmi dovca farsi col 
disegno e modello del celebre cav. Fanzaga : ma perchè passato 
a miglior vita fu in molte parti da altri variato, non senza qual- 
che danno, di modo che dir non si potea vero disegno del Fan- 
zaga. Questo ed altri furono i motivi di nou vederlo sin' ora ter- 



— 208 — 
minalo. Il lutto esporrò nella vita ed opere del suUodalo distinto 
artefice cav. Fanzaga. 

AlUialmente il dello magnifico altare in pietre dure si sta 
costruendo come qui appresso. 

Il disegno dell' altare o sia guardato nel suo complesso , o 
sia ne' suoi più minuti particolari è in tulio idea del Padre Er- 
cole Giuseppe Grossi della compagnia di Gesù, Ferrarese, cono- 
sciutissimo oratore , mancato ai vivi in Napoli in quest' anno i- 
slesso 18156 ai 22 marzo. 

L' idea del P. Grossi fu espressa in disegno lineare dal va- 
lente artista signor Postiglione, e questo disegno incontrò cotanto 
1' approvazione degli artisti non meno che degli amatori di belle 
arti che frullò al Grossi 1' onore di essere nominato socio dell'ac- 
cademia di belle arti. 

L' esecuzione dell' altare fu allogata al valoroso pietrista ro- 
mano Innocenzio Zecchini. 

Gli artisti incaricati dei bassorilievi e della cesellatura dei 
medesimi furono: 

Il cavaliere Gennaro Cali Napolitano, per la massima parte. 
Il cavaliere Salvatore Irdi puranco napolitano, pel bassorilie- 
vo esprimente la promessa dell' Eucaristia. Enrico Giova e compa- 
gno — Francesco Liberti. 

Masulli per la massima parte fonditore, e cesellatore: e tulli 
Napolitani. Pel rimanente il Reale Opificio di Pietrarsa. 

Le pietre dure impiegale furono : Porfido - Agata nera - Dia- 
spro verde - rosso - giallo - e fiorito — Villafranca - Monreale - s. Cri- 
stina - Caleare - Serpentino - Lapislazoli - Malachite - Amatisla. 

Valore dell' aliare esclusi i due grandi candelabri con la cro- 
ce anche essi ideali dal P. Grossi ( che vagliono circa ducali un- 
dicimila ) sarà a un di presso cinquantamila ducati Napolitani. 

L' altare sarà largo ed allo siccome l' antico commisurato 
egregiamente alla chiesa ed al cappellone. Tutta l'alzata sarà di- 
visa in quattro zone , la prima del basamento , la seconda della 
mensa , la terza del ciborio o del gradino minore, la quarta del 
tabernacolo o del gradino maggiore. 

La prima ed infima , non avendo altro ufficio che di base , 
s' alzerà in uno zoccolo ed in un soprazoccolo di pietra dura 
di color serio a dimostrare solidità. Ella pareggia in altezza la 



— -209 — 
gradinala composta di quallro scaglioni e di una predella il liitlo 
in marmo di color nobile. 

La seconda zona , quella cioè della mensa , presenta il pal- 
liotto della mensa e due fiancale laterali terminanti a pilastro. 
Poiché l'altare è del Santissimo Sacramento si è voluto che tutto l'or- 
namenlazionc si dirigesse all'Eucaristia. Dunque per due statuette, 
cinque bassorilievi, sei quadrature e due busti si vollero esprimere 
in questa zona i fatti precipui dell'antico testamento, del testamento 
nuovo, della storia ecclcsiaslica relativi alla Eucaristia, ed oltre a ciò 
la materia remota, la materia prossima, ed il culto dell'augustissimo 
Sacramento. 

Quattro sono i fatti più notabili dell' antico teslaracnlo e si ac- 
cennano come segue. 

Il palliotto è finito ai lati da due pilastrini ornali dalle fi- 
gure intere e tonde l'una di Aronne levante nella destra un vaso 
colmo di manna simbolo dell'Eucaristia Pane del Cielo, l'altro 
di Melcbiscdecco avente nella destra un pane e nella sinistra un 
calice, sendo questo Re Sacerdote 1' ofieritore primiero di un sa- 
crifizio di pane e di vino , dal quale prefiguravasi l' Eucaristia 
istituita sotto quelle due specie e per lo quale il divino istitutore 
si chiamò Sacerdos in aeiermim secundum ordinem Melchisedcch. 
Ne' due lati della mensa che guardano lo fiancate si vedranno in 
due bassorilievi gli altri due fatti: Elia che riceve dall'Angolo il 
pane succinericcio , con la vigoria del quale camminò quaranta 
giorni , e quaranta notti fino al monte Orebbe , prenunziamento 
della Eucaristia viatico; e la famiglia di Mosè , la quale in Egit- 
to mangia 1' agnello pasquale , figura della Eucaristia Sagrificio e 
Sagramenlo. 

I fatti del nuovo testamento sono tre , e sì dimostrano in tre 
bassorilievi. Il primo nella fiancata dal lato della epistola è la pro- 
messa della Eucaristia. Il Redentore nel deserto disse ai discepo- 
li : se non mangerete la inia carne e non bevete il mio sangue 
non avrete la vita. 

Molti dei discepoli spaurati e seandalezzati per avere inteso in 
senso materiale e cruento le parole dei Salvatore lo abbandonano; 
ma Egli volto ai rimanenti inlerrogolli : volete forse andarvene 
ancor voti S. Pietro tutto fervore di fede, gli risponde: Signore 
a chi ne andremo noi? Foi avete le parole della vita eterna. 
Sasso — Voi. I. 27 



— 2t0 — 

n gruppo do' discepoli che partono , il Salvatore interroigan- 
le , s. Pietro innanzi ai discepoli fedeli che risponde , formano 
il soggetto del bassorilievo. 

II secondo fatto effigiato nel palliolto e la istituzione della 
Eucaristia , ossia il signor nostro Gesù Cristo che assiso con tutti 
gli Apostoli all' ultima cena consacra e transuslanzia il pane. 

Il terzo fatto nella fiancata dal Iato dell'Evangelio è la prima 
coireecrazione della Eucaristia fatta , secondo gravissimi interpre- 
ti , dal Redentore risorto. V^edesi questo assiso alla mensa di Em- 
maus coi due discepoli nel momento che questi lo riconoscono in 
fraelione panis. 

Ai lati di ciascuno di questi tre bassorilievi vi sono due ri- 
quadrature incorniciate. Nelle due a destra del riguardante vedi 
significata la materia remota della Eucaristia con un Angelo in 
ciascuna che sostiene e mostra nella prima un grappolo di uva, 
nella seconda un manipolo di spighe. 

Le due riquadrature a sinistra dell'osservatore offrono la ma- 
teria prossima per due Angeli portanti 1' uno ostia e la patena , 
l' altro le ampolle del vino e dell' acqua. 

Nelle due riquadrature del palliolto vedi il culto della Euca- 
ristia in due Angeli tenenti 1' uno il turibolo e 1' altro la navi- 
cella dell' incenso. 

Le due fiancate son chiuse all' estremità da due pilastri. In 
ciascuno di essi osservi una nicchia conchigliare rotonda con en- 
tro un busto grande al vero. Indicano essi due fatti precipni della 
istoria ecclesiastica relativi all' Eucaristia. Il busto alla tua sini- 
stra è delia beata Giuliana da Liegi , quello a destra di s. Gae- 
tano Tiene. La prima ricorda la istituzione della festa del Cor- 
pus Domini che a lei si deve, il secondo la istituzione delle Qua- 
rantore di cui egli credesi autore. 

Cosi termina la seconda zona. Se non che al di là dei pilastri 
continuando alquanto il basamento vi s'innalza sopra dall'una e 
dall'altra parte dell'altare un grande candelabro. In esso posano 
su base riccamente ornata il bue ed il leone , i quali sosten- 
gono un globo. Sopra questo si libra 1' aquila , che con le sue 
ali aperte insieme ad ornati sostenta un piano dal quale sorge 
l'Angelo avente fra le mani un cornucopia , che leggiadramente 
serpendogli sul petto e sull'omero termina dietro la testa in una 



— 211 — 
lainpana sempre accesa, I quattro animali significano i quattro E- 
vangelisli promiilgatori del mistero Eucaristico. Il globo è la ter- 
ra , luogo della promulgazione del mistero , la fiam mclla simbo- 
leggia la luce di celeste sapienza e 1' ardore di carità che di co- 
lai promulgazione furono effetto. 

Sovra la seconda zona corre la terza che può dirsi del cibo- 
rio , della Comunione. Tutto 1' ornato di essa si riferisce ap- 
punto a questo Sagramcnto. Nei due pilastrini della estremità un 
Angelo con ispada di fuoco spaventa e dilunga un capro, a mo- 
strar che i peccatori ostinati non debbono accostarsi all' Eucaristica 
mensa. Dal pilastro al tabernacolo serpeggia un ornato a pastorale, 
piegantesi in cerchi. Nel punto medio dell' ornato stassi un Ange- 
lo custode , e dentro i cerchi colombe e agnelli , simboli delle 
anime buone , che si muovono verso 1' Angelo quasi per esser 
guidate alla Comunione. 

In due sporti del basamento del tabernacolo duo persone in- 
ginocchiate mostrano brama di comunicarsi. Ad ambe un angelo 
appresenta uno specchio simbolo dell' esame e della confessione 
che vuol premettersi alla Comunione. Finalmente sulla porticclla 
del ciborio un Angelo guida verso la pisside una verginella in- 
ghirlandala di gigli , simbolo dell' anima purificata che accosta- 
si al convito Eucaristico. 

Dalla terza sorge la quarta ed ultima zona destinata a ram- 
mentare le glorie della Eucaristia. Gloria di quattro maniere. Pri- 
ma i Dottori che 1' augusto Sacramento glorificarono con la pen- 
na. Tutta la zona è corsa da pilastrini corinti scanalati che ri- 
chiamano con la forma ed i colori 1' architettura della Chiesa. Tra 
ogni due pilastri s' apre una nicchia rotonda conchigliare e den- 
trovi un busto. Quattro dei busti figurano i Dottori Eucaristici che 
sono 1° S. Paolo Apostolo il quale infra tutti gli scrittori di- 
vinamente ispirati scrisse del grande mistero più ampiamente , e 
minutamente. 2° S. Cirillo, Patriarca di Gerusalemme , che in- 
torno all' intima natura della Eucaristia fiivcllò nelle catechesi 
più apertamente di lutti gli antichi Padri. 3° 11 Beato Lanfranco 
Cantuariense , il primo a scrivere contro 1' eresiarca Berengario 
quando costui primo d' infra tutti gli eretici osò negare la reale 
presenza del N. S. Gesù Cristo nella Eucaristia. 4° s. Tomma- 
so d' Aquino che condusse la dottrina Eucaristica a si allo se- 



212 

gno di chiarezza , e certezza, che nulla polè mai dopo cangiarsi 
neppur nelle forinole dei vocaboli. 

Allre due nicchie con altri due busti mostrano la seconda ma- 
niera di gloria venuta all'augusto Sacramento dai Santi che l'o- 
norarono di estraordinaria devozione. I due Santi elelli a rappre- 
sentare gli altri sono s. Francesco Borgia e s. Pasquale Baylon. 
La terza maniera di glorificazione venne all' Eucaristia dai 
portenti. Ne furon trascelti due come conosciulissirai e ripetuti 
molte volte. Neil' uno dei pilastri che chiudono questa zona si ve- 
drà un'Ostia che spezzata gronda e schizza copiose gocciole di 
sangue , ncll' altro un'Ostia illesa tra le fiamme di un incendio. 
La quarta maniera di glorificazione derivasi dall' adorazione 
dei Beati e degli Angeli verso l' Eucaristia. 

Il tabernacolo sarà ornato di quattro colonne corintie e di 
Ire nicchie. Le due nicchie minori negli intercolunnii esprime- 
ranno r adorazione dei Beati verso 1' Eucaristia. I Beati si divi- 
dono tutti in martiri e confessori. 

I martiri verranno rappresentati nella nicchia a destra dal 
protomartire s. Stefano , i confessori da s. Antonio Abate il più 
celebre fra gli antichissimi salito agli onori dell' altare sebbene 
non coronato di martirio. 

L' adorazione degli Angeli vedrassl accennata come segue. 
La nicchia di mezzo conterrà sempre 1' ostensorio con l'Ostia 
consacrata. Sarà chiusa da una porticella univalva in bronzo do- 
ralo. A due terzi d' altezza di essa porticella vedrassi un leggie- 
ro nuvolato , donde scenderà un velo sin verso il fondo- Quivi 
un Cherubino per parte con una mano alzerà il lembo del velo, 
con r altra accennerà il grande mistero che vi si asconde. 

Sopra il nuvolato sarà un gruppo di Serafini in atto di strug- 
gersi d'amore verso il Signore Sacramentato. Si elessero Cherubini 
e Serafini come Angeli dei due supremi cori, quegli Angeli della 
scienza degni di venerare la profondità del grande mistero, que- 
sti Angeli dell' amore i più adatti ad adorare il Sacramento del- 
l' amore. Terminerà il tabernacolo a forma di un arco trionfale 
con un fregio in cui vedrgssi l'argomento di tutto l'altare ia due 
parole Deus Absconditcs- 

Sopra una cornice poscia un piccolo attico da cui sorge- 
rà la consueta Croce. 



— 213 — 

Se r ccccllenlc progetto del P. Grossi , sarà corrispondente- 
menle mentilo avanti dagli artisti, sarà l'altare della Trinità Mag- 
giore uno de' più bei monumenti del secol nostro , e non farà 
invidiare quanto di pregevole e di fantastico venne eseguito nel 
risorgimento delle arti. 

Passando poi per sotto 1' organo dalla parte dell' Evangelo , 
si vede la cappella di s. Francesco di Girolamo ; sotto il cui 
altare si venera il corpo di detto Santo. Nei lati di essa sono due 
famosissimi reliquiari dove si conservano centosessanta corpi di 
Santi martiri, parte di essi interi, e sovra tutti il corpo di s. Ci- 
ro , ed altre reliquie insigne come la testa di s. Barnaba Apo- 
stolo , e quattro teste delle compagne di s. Orsola. 

La volta di questa cappella fu dipinta dal nostro celebre So- 
limena , e fu la sua prima opera a fresco avendo appena an- 
ni 18. 

Segue appresso la cappella della nobile famiglia Carafa dei 
Duchi di Maddaloni, dedicata al Crocifìsso, tutta adornata di bel- 
lissimi marmi. La statua del Signore in croce e l'altare di sot- 
to sono opere del nostro Francesco Mollica accurato scultore in 
legno. 

La cupola che vedesi su queste due cappelle , ed in cui è 
espressa la sommersione di Faraone, e parimenti la volta e gli An- 
geli sono dipinti dal cav. Giovan Battista Beoasca. Da questa si pas- 
sa al cappellone della nave maggiore dedicata a s. Ignazio, ricco 
di sei grosse colonne di marmo africano , e di breccia di Fran- 
cia , con altri vaghissimi ornamenti fatti sul disegno e modello 
del Cavalier Cosimo. Le due statue di marmo che sono nelle nic- 
chie grandi più del naturale, rappresentano Davide , e Geremia, 
statue stimale dagli intendenti come lavoro di molto studio e di 
notevole perfezione , sono dello stesso autore. 

Questo si bel cappellone fu in molte parti maltrattato dalla 
volta che cadde. Il gran quadro che rappresenta s. Ignazio in 
ginocchioni davanti al Signore , che gli apparisce con la Croce 
sulle spalle è opera del nostro Girolamo Imparato. I tre quadri 
che sono al di sopra esprimenti alcune azioni del Santo sono 
opere dell' esimio Giuseppe de Ribera detto lo Spagnolette. 

Segue appresso la ricca cappella tutta adorna di ben lavo- 
rati marmi fatta a spesa del Reggente Ferrante Fornaro luogo- 



— 214 — 

lenente della Regia Camera. Le statue che in essa si vedono, so- 
no opera di Micliclangelo Naccarini. 

Il quadro nel quale sta effigiata la nascita di Nostro Signo- 
re Gesìi Cristo è opera dell' Imparato. 

La cupola e la volta sono dipinte a fresco dal Corenzio, ed è 
una delle più belle sue opere. L' arco che corrisponde alla nave 
pure dipinto a fresco con 1' altro che segue , sono del pennello 
del Cavalier Giacomo Farelli. La suddetta cappella fu comprala 
dall' Eminontissimo Cardinale Coscia, ove fu sepolto ed oggi i; di 
proprietà del signor Duca Coscia. 

Seguo appresso altra cappella similmente adorna di ricchi 
marmi : fu fatta a spese del Consigliere Ascanio Musceltola. Le 
statue di marmo che in essa trovansi sono opere di Pietro Berni- 
ni , e del Margaglia. 

Il quadro di mozzo dove è rappresentata la Vergine con molti 
Santi martiri, è opera del nostro Giovanni Bernardino Siciliano, 
che non sapea dipingere il volto della Vergine se non in ginoc- 
chioni per divozione e riverenza , e le dipinture a fresco sì nella 
volta che nella scudella sono dello stesso autore 

La parete della porta d' ingresso nel lato interno è adorna 
di vaghissimi marmi mischi commessi. Il quadro sulla porta do- 
voa esser dipinto da Luca Giordano , che di già ne avea fatte le 
macchie; ma fu dipinto dal Solimena esprimente il fatto di Elio- 
doro. 

Passa dal lato dell' Epistola e vedi la prima cappella presso 
la porta laterale tutta incrostata di finissimi marmi, simile a quel- 
la dei Martiri che le sta dirimpetto : fu fatta a spese di Giovan 
Tommaso Borrello dal cui gran patrimonio venne accresciuto il 
Monte per sovvenire i poveri vergognosi , Monte che si governa 
dai fratelli della Congrega detta dei Nobili eretta in questa casa. 

Nella slessa cappella sono quattro statue che rappresentano 
diversi Santi. Le duo dalla parte doli' Evangelio sono del Cavalier 
Fanzaga, eie altre due del Naccarini. Il quadro dove sta espresso 
s. Carlo Borromeo è opera del nostro Fabrizio Santafede, Le di- 
pinture a fresco sono di Giovanni Borardino Siciliano. La scu- 
della di Giuseppe Simcvnelli , e 1' arco che corrisponde alla volta 
maggiore è un dipinto del Solimena. 

L'altra che segue a questa, dedicata alla visitazione della Ver- 



— 21o — 

gine , similmenlo adorna di marmi commessi fu falla a spese di 
Francesco Morlini Roggonto di Cancelleria , e Presidente del S. 
R. C. uomo di profonda dollrina. Il quadro nel quale sia espres- 
sa la visilazione di s. Elisabella con s. Zaccaria e s. Giuseppe è 
opera del Cavalier Massimo , che per essere passalo a miglior vi- 
ta il lasciò imperfelto , e fu terminalo da uu suo discepolo detto 
il Pozzolano, giovane che se non fosse stato prevenuto dalla mor- 
te avrebbe eguaglialo il maestro. La cupola nella quale slava 
espressa 1' azione di Giuditta con la fuga dell' esercito di Olofor- 
110 , dipinta da Luca Giordano, cadde come si è dello. Del me- 
desimo sono gli angoli della delta cupola, e le altre dipinture a 
fresco . cosi dell' arco che esce alla nave , che della volta della 
cappella. Al presente si possiede questa cappella dalla famiglia 
Cala. 

Si passa poi al famoso cappellone dedicato a s. Francesco 
Saverio copiato da quello di s. Ignazio , che gli sta dirimpetto , 
fatto tutto a spese del principe di Venosa della antichissima casa 
Gesualdo. 

Il Cherubino die è sotto del quadro con gli ornamenli fu 
fallo dal celebre scultore Giuliano Finelli : i Putti che stanno nel 
finimento di della cappella sono opera di Pietro Ghetti , il mira- 
coloso quadro che sia nel mezzo ove vedesi espresso s. France- 
sco Saverio al quale va dedicata la cappella fu benanche opera 
del succennafo Siciliano. I tre quadri al di sopra delle colonne, 
e nei quali stanno figurate tre azioni del Santo ., sono dipinti di 
Luca Giordano. 

Da questa si passa alla cappella dedicala a s. Francesco Bor- 
gia , principiata a spese della famiglia Marchese dei principi di 
s. Vilo , ed ancor non finita nei marmi. Il quadro che in essa 
si vede indica il Santo in allo di orare avanti del Sacramento , 
ed è opera di Giovanni Antonio d' Amalo. Questa cappella è ri- 
tornata in potere della casa professa. 

La cappella che le sta laterale, dedicata alla SS.* Trinità, fu 
adorna a spese di alcune devotissime donne della casa Caraffa. 
Il quadro di mezzo rapprrsontanle la SS." Trinità con molti gruppi 
di Santi fu dipinto dall' ammirabile Guercmo da Cento. Quelli 
nella volta e ne' lati della cappella sono del Corenzio. Si possiede 
questa cappella dal signor Conte di Policastro. 



— 216 — 

Dalla chiesa passa a vedere la Sacrestia che desiderar non 
puossi più ricca. 

Nella volta tutta di stucco e posta in oro le dipinture a fre- 
sco neir ovaio di mezzo dove vedesi 1' Arcangelo s. Michele che 
scaccia gli angeli rubelli, e le altre nelle quali sono espresse al- 
cune azioni di s. Ignazio, e due mezzi busti di s. Pietro e s. Pao- 
Jo sono tutte opere del nostro pittore Agnello Falcone valente ar- 
tista ed inimitabile nell' esprimere battaglio. 

Nella cappella di detta Sacrestia fu già un quadro che rap- 
presantava la SS. Vergine col suo Figliuolo in braccio , stimato 
da molli inlendenli opera di Annibale Caracci. Yi furono ancora 
due quadri , in uno de' quali si vedea s. Francesco nel monte 
di Alvernia, e nell' altro la Madre SS." col suo Bambino in brac- 
cio, da un lato s. Giuseppe e dall' altro s. Giorgio, che si credea- 
no di Raffaello d' Urbino. Gli armadii che stanno d' intorno con 
bizzarria lavorati sopra disegno did cavalier Cosmo, con finimenti 
di rame dorati , sono di legno noce , che per la sua bontà sem- 
bra finissimo ebano. 

Mira dappoi i guardaroba e particolarmente quello dell' ar- 
gento che nel peso solo vi era la valuta di 1150,000 scudi consi- 
stente in una quantità di statue , candelieri , vasi , e fiori, e cro- 
ci delle quali una sola costò da 4000 e più scudi. Più, famosi 
palliotfi pei cappelloni , e quello dell' altare maggiore tutto a 
gotto che costò 10,000 scudi ed era lavoro del celebre argentie- 
re Antonio Monte. Vi erano molti altri vasi ingommati, e fra que- 
sti un ostensorio o sfera per la sacra Eucaristia che non avea prez- 
zo per le tante gemme che vi slavano incastrate in oro. Nelle 
statue vi sono molte belle reliquie come del nostro protettore s. 
Gennaro , un' intera mascella di s. Luca evangelista , un osso 
intero del braccio di s. Barbara , una costa di s. Caterina ver- 
gine e martire , un' altra di s. Ignazio , e cosi pure di s. Fran- 
cesco Saverio, oltre di quella che è nella statua collocata nel no- 
stro sacro Tesoro all' Arcivescovado , essendo stato il santo adot- 
tato in patrono della nostra città por le molte grazie che a bene- 
ficio del pubblico à compartite e particolarmente negli ultimi or- 
rendi disastri cagionati dal Cholera morbus. 

Vi è ancora la statua che esprime il mistero della SS." Tri- 
nità ed un' altra di s. Ciro martire. 



Vi è inoUre un IronclieKo con due spine della corona di 
nostro Signore , ed un pezzo del legno della s. croce sflnalo in 
una croce di crislallo di monte. 

Nella guardaroba degli apparali ammirerai delicatissimi e ric- 
chi ricami nei palliotti, e negli arredi per le messe, che sono in 
grande quantità. Più ricca sacrestia non abbiamo in Napoli , e 
se tutta descriver la volessi ne andrebbe a ciò impiegalo un mez- 
zo volume. 

Il pavimento è lutto di marmi commessi. L' atrio di dotta 
sacrestia è ricco di bellissimi quadri del pennello del Santafe- 
de , e di altri pittori del suo tempo. 

Farmi bastante quanto ò accennato di sì nobile e sontuoso 
monumento ; lasciando ad altro più di me accurato ed intendente 
architetto la cura di una più esalta e prolissa descrizione merita- 
mente dovuta a si eccellente tempio. Il piano propostomi non 
mi permeile dilungarmi di vantaggio. 

Se non che poche parole debbo aggiungere per ciò che esiste 
nel cortile , cioè che vi sono cinque Oratori e Congregazioni. Il 
primo che sta nel mezzo à il titolo di Congregazione de'nobili. La 
volta sta posta in oro , e tutta dipinta dal Cavalier Lanfranchi , 
eccetto il quadro di mezzo, che ò opera del nostro Giov: Battistello; 

Alla destra di detta Congregazione esiste un'altra dei Ragaz- 
zi similmente di nascita nobile. 

Appresso questa un'altra degli Artisti che anno pensiero d'andar 
processionalmente pubblicando le indulcenze della terza Domenica 
d'ogni mese , nella quale vi concorre gran numero di persone a 
frequentare i Sacramenti, cosi de' Casali , come della Città. 

Alla sinistra ve ne sono due altre frequentate dai mercadanti 
ed altri cittadini cospicui, ed in questa vi sono situati bellissimi 
reliquiarii nei quali si conservano insigne reliquie. Ognuna di 
queste Congregazioni ha i suoi ricchi apparati ed argenti per or- 
namento dei loro Altari. Vi è anche un' altra congregiìzione dei 
Dipintori. • 



Sasso — Voi. I. ■ 28 



NOTIZIE DEGLI ARCHITETTI NAPOLITANI 

Ferdinando ìllaulio - Antonio Fiorcniino - Sigismondo di Giovauni - 
Vincenzo della Ulonica - Giovau-BaUisla Gavagni - Dionisio di 
Uai'tolomco - del Franco - Ferrante Maglione.- Padre \'uvolo - 
Padre Scrina - Giovanni Ikuincasa e Giovanni Simone Moccia. 

CON LA DESCRIZIONE DELLE LORO OPERE ESEGUITE IN NAPOLI 

CONSISTENTI 
PER 

• Manlio — Modello della Chiesa ed Ospedale dell'Annunziata - Vari pa- 
lagi poi demoliti per la Strada Toledo - Palazzo del Vice Re a Pozzuoli - 
Assistenza al demolito Palazzo vecchio in Napoli - Ponte di Capua - Aper- 
tura delle strade Nolana e Montoiivcto. 

Fiorentino — Chiesa e cupola di s. Caterina a Forraello. 

Di Giovanni — Seggio di Nido - Terminò la cupola di s. Severino. 

Della Monica ì Chiesa e monistero di s. Gregorio Armeno detto s. Li- 

e > guoro. 

Gavagni \ Chiesa e Monte della Pietà. 

Di Bartolomeo — Gerolomini ed abitazione dei PP. dell' Oratorio. 

Franco — RiediGcazione di s. Maria la Nova. 

Ferrante Maglione ^ 

e 1 Palazzo vecchio demolito nel 1835. 

Giovanni Benincasa ; 

Padre Luigi Scrina — Castel s. Ermo. 

Padre Nuvolo — Chiesa della Sanità. 

Giovanni Simone Moccia — Chiesa dello Spirito Santo. 



Dal 1523 al 1600. 



In pruova di quanto di sopra ò accennalo , qui s' incontra 
il vuoto allorché nessuno scrittore tramanda ai posteri le virtuale 
gesta,, e le belle azioni dei palrii artisti con la storia coutemf>oranea 
delle opere loro. Volendo io ora scrivere le vite de' sunnomati ar- 
chitetti, niente posso dire sulle loro vite per mancanza di mate- 
riali notizie. Altro non ò potuto raccorre da brani diversi che 
quanto vengo ad esporre. 

ANTONIO FIORENTINO. 

Nacque nella Cava provincia di Salerno , e conoscasi che in 
Roma fece i suoi sludi , e che divenuto maestro venne in Napo- 
li e fu adoprato per molti lavori ; che riedificò la chiesa di s. 
Caterina a Formello dei Padri Domenicani nel 1523 , e dopo 
fece la cupola , che fu l'ammirazione degli artisti del tempo ; es- 
sendosi sino allora praticato delle scudelle. Prese il modello dal- 
la gran cupola eretta in Roma dal divino Michelangelo , si sve- 
gliò ne' detti Padri l'idea a concepirne pensieri magnifici ad imi- 
tazione di quella. Fu il Fiorentino il primo in Napoli a voltar 
le cupole 5 avendone appresa l'arte in Roma. 

DESCRIZIONE. 

Questo nome gli fu dato dalle vicine forme che distribuisco- 
no le acque della Bolla alle parti basse della città. I Domenica- 
ni . cui appartenea la chiesa dell' annesso convento , fecero rie- 
dificare r una e l'altro nel 1523 col disegno di Antonio Fioren- 
tino della Cava , il quale fu il primo tra noi ad erigere una cu- 
pola di quarto acuto, che il Brunellesclii avea di già introdotto 
a Firenze. 

La cappella a destra della crociera è disegno del Sanfelice— 
le due statue col Padre Eterno sono di Giacomo Colombo — le 



222 

duG Fame con lulli i puUini sono del Bolliglieri, ed il quadro di 
s. Domenico è di Giacomo del Pò. 

La cappella seguente e dipinta a fresco dallo slesso del Pò, 
come suo e anche il quadro di s. Caterina. 

La cupola è dipinta da Paolo de Malleis.La volta della chie- 
sa ed il soprapporta da Luigi Garzi. 

Nel cappellone del Rosario le statue sono di Paolo Benaglia. 

FERDINANDO MANLIO. 

Fiori Ferdinando Manlio circa 1' anno 1530 , e fu discepolo 
del Mediano , il quale lo mise in grazia presso il Vice Re Pietro 
di Toledo. 

Nel 16^0 foce il bel modello per la chiesa dell'Annunziata , 
ingrandendo questa, la casa, e l'ospedale. Gli fanno sommo onore 
la sacrestia, ed il cappellone del Tesoro. 

Sendo Giovanni Merliano molto occupato si serviva nelle sva- 
riate e multiplici commissioni particolari che riceveva del suo gio- 
vane Ferdinando Manlio. Morto il Merliano , fece il Manlio il pa- 
lazzo del vice Re a Pozzuoli , ed in pari tempo volle il Toledo 
che assistesse alla costruzione del Real Palazzo di Napoli , che in 
quel tempo dirigeano gli Architetti Ferrante Maglione, e Giovan- 
ni Benincasa. 

Fece ancora il Manlio altre opere d'ordine del sullodato Vi- 
ce-Re D, Pietro di Toledo , e tra queste la bella operazione di 
cammino alle acque delle paduli per evitare la malaria, ed apri 
la strada di Porta Nolana. 

Venuto in Napoli a rimpiazzare il Toledo il Vice Re D. Pa- 
rafan de Ribera Duca di Alcalà, e volendo imitare il suo prede- 
cessore uell'aprire una bella strada , si consigliò col Manlio , ed 
a suo consiglio , e d'ordine del Vice Re venne aperta la strada 
di Montoliveto , allora strada Ribera appellata. 

Fra le opere di si degno alunno del famoso Merliano quel- 
la che più lo distingue fu il bel Ponte di Capua. 

Ingrandì la grotta di Pozzuoli , e vedesi tutto espresso nel- 
l'epitaffio giacente sulla sua sepoltura presso la porta maggiore 
della ss. Annunziata , ove quei maestri in testimonianza della lo- 



— 223 — 

ro soddisfazioDB , oltre il dovuto compenso gli concedettero una 
sepoltura per se e per i suoi. 

In questa sepoltura con lacrime premute dal più acerbo do- 
lore che affliger potesse un cuore umano , vi racchiudea Ferdi- 
nando Manlio il suo diletto Ggliuolo Timoteo , già virtuoso in 
architettura , e profondo matematico, che mori in età d' anni 19 ! 
Sulla comune sepoltura vi sono incisi i seguenti versi. 

D. 0. M. 

Febdinandus, Manlius. Neap. 

Camp. Architectis: 

ql'i patri toledi. neap. prov. at'spitio 

begis aedibl s exstruendis plateis stebnendis 

cbiptae aperiesdae, vhs et pontibus 

IN AMPLIOBEM FaMAM RESTITUENDIS 

PALISTRIBISQ. AQLIS DEDUCENDIS PLAEFLL'IT 

CUIS ELABORATUM INDLSTBIA, UT 

TLTIL'S TIATOBIBUS ITER 

TIMOTEO ENCICLIO MATHEMAT. 

PIETATIS RARISSIME FILIO 

QUI vixiT a>n: XIX MDVCBV 

SIBI, AC SUIS VIVE?(S FECIT 

A Cristo nato MDLIII 

L'uomo descritto, che sta sotto il trasportalo epitaffio dormen- 
te sogno di pace, fini nel ISSO. 

E questo il luogo dove poche parole possiam dire del Castel s. 
Ermo. 

Questo sito fuori della città si appellò Ermo dal colle Ermi- 
tico su cui è piantato. Qui nei primi tempi si ergea una torre 
denominata Belforte , che dal Re Carlo II di Angiò fu ridotta in 
Castello sullo stesso modello di Castel nuovo. I re seguenti ne 
fecero assai poco conto; ma Carlo V. conoscendone l'alta impor- 
tanza ordinò al Vice-Re Pietro di Toledo che 1' ingrandisse e lo 
fortificasse. Fu eseguito. Restò il maschio Angioino nel mezzo del 
Castello , e fu munito di molte opere esteriori. Ciò avveniva nel- 
l'anno 153Jj sotto la direzione dell'Architetto Padre Luigi Serina. 

Forma la sua pianta un esagono. Si vede che fu architetta- 
lo con molte cognizioni deU' arte per quei tempi , e principal- 
mente per la teorica dell' attacco e difesa per i punti di opposi- 
zione, di contromina , e di controscarpe tagliate nella viva pie- 



22't 

tra. Vi si enlra por uà ponlc di legno creilo sopra un ai'co, che 
alzandosi presenta un profondissimo fosso della metà dell' altezza 
di lutto il castello. L'interno dell' edifizio contiene molti sotterra- 
nei , una gran piazza di armi ben munita, ed una cisterna di pro- 
digiosa grandezza. 

SIGISMONDO DI GIOVANNI 

Fu Sigismondo di Giovanni allievo del 3Iormando. Egli che 
riedificò il nobile Seggio di Nido ove nel lo07 voltò una magnifica 
cupola. 

Morto che fu il Mormando rimase a lui la fidanza totale per 
voltar le cupole, e tra queste quella di s. Severino secondo il mo- 
dello che fatto n'avea il suo principali!. Fini quest'Architetto nel- 
l'anno lo40, sendo già molto vecchio. 

FRANCO 

Fioriva il Franco nell'anno loSO. Poche notizie ò potuto rin- 
tracciare di questo architetto , non trovando in tutti gli autori 
se non che rifece dalle fondamenta la chiesa di s. Maria la Nova 
progettala dal Pisano , e condotta a termine come ò esposto dal 
Primo Masuccio circa tre secoli prima : imperocché la riedificò 
il Franco nell'anno lòdi. 

VINCENZO DELLA MONICA E GIOVANNI BATTISTA GAVAGNI 

Vincenzo della Monica , e Giovan Ballista Gavagni fiorivano 
nel 1370 , ed in questa epoca dettero principio alla chiesa e mo- 
nistero di s. Gregorio Armeno , volgarmente s. Liguoro appella- 
to , erigendo la fabbrica incontro all'antica chiesa. 

Continuando questi due distinti architetti con fratellevole so- 
cietà l'opera incominciata , ne cessando con disegni , modelli ed 
assistenza continua di tirarla sollecitamente innanzi, terminarono 
il raonistcrp nel 1377, e poco dopo dettero benanche compimento 
alla chiesa. 

Un maggior lovoro fu nel 11580 commesso a Giovan Battista 
Gavagni , e fu il sacro Monte della Pietà nel luogo dove era il 
palazzo di Montecalvo, opera che gli fa mollo onore. 



— 225 — 

L'opera del Gavagni fu ammirabile non solo por la grande 
e bella fabbrica , ma per la bella cappella che vi eresse nel cor- 
tile, ove nell'anno lo97 fu posta la prima pietra benedetta dal 
Cardinal Gesualdo con 1' intervento del Conte di Olivares allora 
Vice-Re di Napoli. 

Mori il Gavagni nel 1660. 

Questa facciata osservala nella Tavola 14. 

In questi tempi fioriva benanche in Napoli Giovanni Simone 
Moccia, il quale nell' anno 1600 riedificò dai fondamenti la chiesa 
dello Spirito Santo, in quel tempo creduta assai bella. Posteriormen- 
te di nuovo si rifabbricò bene per opera di altro illustre nostro patrio 
Architetto (come appresso esporrò) del distintissimo Cavaliere Mario 
Gioffredo. Disgrazia frequente alle fabbriche di Napoli, che sogliono 
essere di corta vita, più per vizio d' arte che di materiale. Nella nuo- 
va malintesa facciata di questa chiesa non vi è rimasto altro del Moc- 
cia che la porta fiancheggiata da due colonne d' uno spropositato in- 
tercolonnio. L' interno fu tutto mutalo dopo 1' elasso di circa loO an- 
ni con sodo disegno di colonne corintie slaccate dal muro , che 
reggono uu sopraornato ricorrente con uniformità, e senza disgu- 
stevoli tagli e risalti per tutto 1' ampio contorno della chiesa. Il 
tutto debbesi, ripeto, al bel talento del suUodato Cavaliere Mario 
Gioffredo. 

DESCRIZIONE DELLE LORO OPERE 

S. Gregorio Armeno. 

Calandosi per la strada avanti s. Lorenzo si trova la chiesa 
di s. Gregorio Armeno o sia di s. Liguori con un grande mona- 
stero di Monache Benedettine di architettura di della Monica e 
Gavagni. 

La fondazione alcuni la fanno risalire ad Elena madre di 
Costantino ; e i' Eugenio alla pagina 341 sendo di questa opi- 
nione porta il come si edificasse I' antico monumento da alcune 
monache venute in Napoli sotto l'Imperatore Diocleziano. 

La vanità delle origini è comune tanto ai popoli , quanto 
alle corporazioni ed alle famiglie. Da una greca iscrizione ripou- 
tata dal Capaccio , e dagli avanzi di alcune colonne e statue qui 
trovate si rileva che dovea esservi il tempio di Cerere. 

Sasso — Voi. l. 29 



— 226 — 
La chiesa è ricca di pitture del Ribera , del Giordarw , del 
Fiammingo e di altri buoni autori. Sulla porta della clausura evvi 
una bellissima dipintura di Giacomo del Pò. Dentro dei monaste- 
ro trovasi un pregevole archivio ed una cappella tutta dipinta a 
fresco dal De Matteis. 

Monte delia Pietà. 

Il banco e Monte della Pietà è un beninteso monumento che 
fa onore al suo architetto Giovan Battista Gavagni. 

Questo monte fu eretto nel Io39 col divisamento di liberare i 
cittadini dalle usure degli Ebrei , e nel 1S97 ne fu cominciato 
il nobile edilizio. Qui furono riuniti tutti e sette i banchi che era- 
no in Napoli , nominato però Banco delle due Sicilie. Poscia fu 
riaperto quello di s. Giacomo , e fu detto Banco di Corte , ed 
ultimamente l'altro dello Spirito Santo. A questo è rimasto il no- 
me di Banco delle due Sicilie. 

Molte sue officine sono dipinte a fresco dal Belisario. La sta- 
tua dell'Addolorata sulla porta della chiesa è del Naccarini, e le 
laterali della Sicurezza, e della Carità vengono attribuite a Pietro 
Bernini. La chiesa è dipinta a fresco dal Belisario. Il quadro 
dell'altare maggiore è del Santafede , che vi pose il suo ritratto. 
L'altro delia Risurrezione è pur suo, sebbene v' à chi il crede del 
Gglio Francesco. Quello dell'Assunta passa pel capolavoro d' Ippo- 
lito Borghese. Il monumento alla memoria del Cardinale Acqua- 
viva nella sacrestia è del Fanzaca. 

DIONISIO DI BARTOLOMEO 

Fu allievo di Giovan Battista Gavagni. Di questo Architetto 
altro non ò potuto trovare che nel l'iiSG edificò dalle fondamenta 
la chiesa nuova dei Padri dell'oratorio di s. Filippo Neri, detta i 
Gerolomini , e che la conTpi nel lo97. 

Descrizione del Tempio 

Questo è il più beninteso Tempio in Napoli dopo quello del 
Gesù Nuovo, e vien denominato i Gerolomini. Fu fondato nel j 1S86 
con disegno , e sotto la direzione del prelodato Arch ilello Dioni- 



— 227 — 

sio di Barlolomeo. La cupola, e la facciala sono di Dionisio Laz- 
zari, sebbene quest'ultima ricevette essenziali cambiamenti dall'ar- 
chitetto Cavaliere Ferdinando Fuga. La facciala interamente di mar- 
mo è bene eseguita, sebbene (al solilo) mentisce , dandoli nell'as- 
sieme due piani. Le statue che vi si veggono sono del Sammarti- 
no. In Roma dove sono comuni le belle facciate di chiese , non 
se ne vede alcuna di marmo. 

L'interno della chiesa è diviso in Ire navi. La pianta è una 
croce latina. La nave maggiore è divisa dalie laterali con colon- 
ne di marmo al numero di 12 di granito dell'isola del Giglio fatte 
venire col favore di Ferdinando de' Medici Gran Duca di Tosca- 
na. Su i capitelli delle colonne posano barbaramente gli archi. 
Non vi è nolizia sin dai tempi antichi dei Romani che siano 
venule in Napoli simili colonne d'un sol pezzo: a questo esempio 
si fecero subito venire altre otto simili colonne, che adornarono, 
ed adornano la bene studiata facciala del nostro nuovo Real Pa- 
lazzo del distintissimo Architetto Domenico Fontana, come appres- 
so dirò. Le prime costarono scudi 26,000, e le seconde 11,000. 

Fa il paragone oggi dopo l' classo di due secoli e mezzo 
tra le colonne del Tempio e quelle del Palazzo, e vedi come il 
tempo , e 1' esposizione alle intemperie à ridotto le ultime ! Che 
non può il tempo!!! 

Sono le colonne dei Gerolomini alte 24 palmi , e di un sol 
pezzo. Non so perchè il di Barlolomeo non alzò le colonne sopra 
piedistalli , e non vi fece poggiar su 1' arcotrave. Gli ornati del 
fregio peccano per eccesso. 

Le pitture a fresco sulle lunette , e sulle colonne sono del 
Benasca. Il gran quadro sulla porta principale indicando Gesù 
che scaccia i venditori dal Tempio e una delle più belle opere 
di Luca Giordano. Le altre pitture a fresco nelle mura allato la 
porta piccola , ed ai quattro angoli della cupola sono del Waz- 
zanti Romano. L'altare maggiore di eletti marmi è un bel taber- 
nacolo di pietre dure. 

Ai lati dell'altare maggiore vi sono due cappelle. Quella di 
s. Filippo Neri dalla parte del Vangelo à il cupolino e la volta 
dipinti a fresco dal Solimena , ed il gran quadro dell' Altare è 
una copia di Guido Reni, che vedesi l'originale nella chiesa del- 
l'Oratorio in Roma : questa nostra copia fu ritoccata dallo stesso 



— 228 — 
Reni, Il disegno di questa ricca cappella è di Giacomo Lazzari 
padre di Dionisio. 

L'altra cappella della Concezione ù il cupolino dipinto dal 
Simonelli, ed il quadro della Concezione è di CesarcFracanzano. 
Il cappellone a destra dell' altare maggiore è disegno di Gia- 
como Lazzari: le statue sono di Pietro Bernini padre del famoso 
Lorenzo : il quadro della Natività è del Pomaranci ; 1' altro del- 
l'annuncio ai pastori è del Santafede. I quadri della cappella di 
s. Francesco Sales appartengono al De Matteis. Nella cappella di 
s. Francesco d'Assisi ideata da Dionisio Lazzari si vede il quadro 
del Santo eh' è di Guido Reni. Attaccato a questa cappella si os- 
serva il sepolcro di Giovan Battista Vico. 

Nella cappella di s. Agnese il quadro principale è del Po- 
maranci j ed i laterali del Giordano. Nella seguente di s. Carlo 
Borromeo quello di s. Filippo Neri è del Giordano. 

Nel lato opposto il cappellone della crociera non ti offre che 
piccole statue di argento. Nella prima seguente cappella la s. 
Maddalena dei Pazzi ed il s. Michele sono del Giordano. L' ado- 
razione dei Magi nella ceppella dell'Epifania disegnata da Giaco- 
mo Lazzari è del Corenzio. Segue appresso un s. Girolamo spa- 
ventato dalla tromba del Giudizio, che è una bell'opera del Gessi. 
Nella cappella della Sacra famiglia il quadro è 1' ultima o- 
pera del Santafede , il quale prevenuto dalla morto non potette 
terminarlo. 

L' ultima cappella à un quadro di s. Alessio moribondo che 
è di Pietro da Cortona. 

La sacrestia è doviziosa anch'essa di capi d" opera di pitture. 
Tra i più pregevoli sono a mentovarsi una gloria di s. Filippo 
dipinta a fresco dal Giordano. L' incontro di Gesù con s. Gio- 
vanni di Guido Reni , come 1' altro della fuga in Egitto è dello 
stesso Reni. La strage degli innocenti è del Balducci. La madre di 
Zebedeo che paria a Gesù Cristo, e la Vergine che lava il Bam- 
bino sono del Santafede. L'Ecce-Homo e l'apostolo s. Andrea dol 
Ribera. Il crocifisso di Marco da Siena. Due quadri della passio- 
ne del Bassano il vecchio. La Vergine col Bambino e s. Giovan- 
ni si vuole essere opere di Raffaello d'Urbino. Vi sono altri qua- 
dri del Doraenichino , del Pomaranci, del Barocci. 

Oltre questo ineetiraabile tesoro di j^ilture, contiene una sup- 



— 229 — 

pelletlile sacra olli'emodo ricca e preziosa. Vasto e magnifico è 
l'annesso monastero che à una bella biblioteca. In essa si trova 
un codice in pergamena ben conservato delle tragedie di Seneca, 
miniate elegantemente dal nostro padre della pittura il Solario. 
Le figure indicano le azioni delle tragedie. 

FRA GIUSEPPE NUVOLO. 

Chiesa della Sanità. 

Non avendo potuto rinvenire notizia alcuna della vita di Fra 
Giuseppe Nuvolo , che dalla storie si apprende essere stato 1' ar- 
chitetto della chiesa della Sanità , vengo a farne la descrizione. 

A qui'sta chiesa era annesso uno dei più vasti conventi di 
Napoli appartenente ai Domenicani, ed oggi in gran parte occupato 
dalla costruzione della nuova strada di Capodimonle. 11 rimanente 
del convento è stato dato ai frali riformati di s, Francesco. Questa 
gran chiesa merita di essere osservata, sendo formata sopra un ca- 
priccioso disegno di un laico Domenicano nominato Giuseppe Nu- 
volo come di sopra è detto. A' il monumento cinque navate non 
eguali, per essere la pianta della chiesa di figura ellittica ; 1' al- 
tare maggiore sta in alto , e vi si ascende per due lunghe gra- 
dinate. Su di esso la statua della Vergine è del Naccarini, ed il 
bel tabernacolo di cristallo di rocca è opera di un altro frate Do- 
menicano , di cui s' ignora il cognome. Sotto l'altare maggiore vi 
è una chiesa sotterranea con dodici cappelle. 

Nella chiesa si osservano bellissime pitture di Luca Giorda- 
no , di Berardino Siciliano , di Andrea Vaccaro , e di Agostino 
Beltramo. Il pulpito è disegno di Dionisio Lazzari. 

Anticamente qui , e nella chiesa di s. Severo vi erano due 
ingressi alle famose Catacombe. 

Dall'Eugenio si ricava , che qui anticamente eravi la chiesa 
di s. Gaudioso , ed ivi vicino quella di s. Gennaro ad corpus : 
per causa poi di guerre , e di peste fu questa chiesa abbandona- 
ta, e le alluvioni daila sovrastante collina la covrirono di terre 
e quiudi venne obliata dai Napolitani. 

Avanti questa chiesa eravi un giardino di un tale nomina- 
to Clemente Panarello , che da' suoi eredi fu venduto al maestro 
Cesare di condizione spadaro , il quale della sottoposta chiesa si 



— 230 — 
serviva per cantina. Vi erano nel giardino alcune slanz^^ sotto la 
ripa delia collina , e propriamente in quel sito dove è oa;gi la 
chiesa. Di queste stanze lo Spadaro ne fece cantina, e vi andò 
ad abitare un certo Giosuì^, chi! la cantina cambiò in istalla. 

Ai 29 novembre 11569 vi fu in Napoli una grandissima piog- 
gia che molte case distrusse al borgo dcl'e Vergini, e ridusse a ma- 
le le dette stanze col giardino, in modo che la sottoposta chiesa, 
cambiata in istalla , fu colmata di terra , e maestro Cesare con la 
moglie vi lasciaron la vita. 

Erede di mastro Cesare fu un suo nepole che calcando le orme 
dello zio nel tenere per stalla la chiesa in pochi mesi fu assalito da 
tale originale malattia che mori svellendosi come pasta le dita dei 
piedi. Nel lo70 l'erede di costui fece una piccola via per la quale 
si entrava in chiesa , ed egli nei giorni feriali sulla pubblica strada 
chiedeva le elemosine per farvi celebrar la messa. Venuto ciò a co- 
gnizione di Mario Carafa vi mandò alcuni suoi canonici a ve- 
der la chiesa , che avendola ben considerata riferirono all' Arci- 
vescovo essere la stessa consacrata , e fu allora che venne con- 
cessa ai Padri di s. Domenico. 

L' anno 1S77 il cardinal D' Arezzo, successor del Carafa , la 
concedette a maestro Antonio Camerota del medesimo ordine e ad 
altri Domenicani con 1' obbligo di riconoscerlo ciascun anno con 
torchio e palma , altrimenti ne sarebbero slati scacciati. 

Era ignoto ai Padri il titolo della chiesa. Questo titolo gli 
fu dato nel modo seguente. 

Un giorno Giovanni Antonio Pisano , celebre medico , andò 
in chiesa ad orare ; nell' uscirne s' imbattette con l' Arcivescovo 
Cardinale , ed accostatosi alla carrozza per fargli riverenza, quel 
prelato si fermò incontro la chiesa. Il Pisano gli disse Monsigno- 
re è bene che V. S. Illustrissima allo spesso ne venghi in cole- 
ste parti a prendere aria , perchè gli medici antichi chiamavano 
questo luogo la valle della sanità. Ciò udito dal Cardinale disse: 
poiché è cosi mentovato, voglio che la chiesa si chiami S. Maria 
della Sanila. In tal modo gli fu imposto il nome che tuttora con- 
serva. 

In questa Chiesa vi era un quadro nella sacrestia dell' An- 
nunziala che Costanza S. Lorenzo dette ai Padri , ed era di Mi- 
chelangelo Buouarota che fu poi colorito da Marcello del Busto 
suo discepolo. 



VITA DELL'ARCHITETTO 

PilORE FRfflGESCO GilliUOl TEITli 

CO\L\IVDICAZIO\E DELLE SIE OPERE ESEGIITE W MPOLI 

CONSISTENTI 

Casa de' Teatini detta de' ss. Apostoli. 

Cappella del Tesoro alla Cattedrale. 

Chiesa de' ss. Apostoli. 

Chiesa di s. Maria degli Angioli a Pizzo-Falcone. 

Chiesa della Trinità delle Monache. 

Edificazione sul suo disegno della magnifica chiesa di S. Paolo» 

Anno - 1600. 



Nacque il Teatino Francesco Grimaldi in Oppido. La pri- 
ma opera che foce in questa nostra Capitale fu la Casa dei Tea- 
tini , della de' ss. Apostoli , eretta nell'anno 11590. Fu prescelto 
il suo disegno in concorso per la famosa Cappella del Tesoro. 
Vennero in Napoli molti architetti a concorrere per si ma- 
gniOco e costoso monumento. Tra questi il Bernini ; ma il 
disegno del nostro compatriota fu scelto , e'I Teatino Grimaldi di- 
resse la Cappella del Tesoro nell' anno 1608 , con esservi stata 
benedetta la prima pietra da Fabio Maranla Vescovo di Calvi , 
con r intervento del Cardinale Ottavio Acquaviva Arcivescovo di 
Napoli , di D. Giovanni Alfonso Pimentel Conte di Benevento 
Vice-Re de' nobili deputati e di un gran numero di prelati , no- 
bili e cittadini. 

Arcliitettò puranche il Grimaldi la chiesa de' ss. Apostoli alla 
romana, dove pochi anni prima avea fabbricata la Gasa, ma non 
si conosce se fu prima questa chiesa eretta da lui , o pure fu 
l'altra di s. Andrea della Valle in Roma ; imperocché questa 
de' ss. Apostoli fu rifatta da capo nell'anno 1626, al dir del Ca- 
paccio nei suo Forasliero. Ad ogni modo sappiasi che il Padre 
Grimaldi fu chiamato in Roma per erigere quella famosa chiesa, 
e ritornato in Napoli edificò quella di s. Maria degli Angeli a 
Pizzofalcone , chiesa veramente magnifica, ove 1' architetto spiegò 
il suo bello ingegno. Rimase il Grimaldi molti disegni, trai quali 
il progetto per la riedificazione di s. Paolo, che dopo la sua mor- 
venne eseguito. 

Fu il padre Grimaldi eccellente architetto , ed il suo nome 
vivrà eterno nei fasti della scienza applicala allo arti : aggiun- 
gi , che fu benanche eccellente nell' arte del getto, di modo che 
venne in molte occasioni adoprato, e chiamato ogni d'i per consi- 
glio ed aiuto da molti scultori e gettatori di metallo ed argen- 
to. Antonio Monte sotto la sua direzione venne a perfezionarsi 
nella difficile arte allora di gettare le statue , che fece poi quelle 
belle opere che rendono immortale la sua fama , come i putlini 
di argento nella chiesa della ss. Nunziata con altri bassi rilievi, 
Sasso — Voi. I. 30 



_ 234 — 
Questo artista (cosa rara) per le sue opere ne cenfcssava la 
totale obbligazione al Padre Grimaldi ; mentre nel generale i be- 
nefizi vengono sempre pagali con l'ingratitudine. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE. 

Chiesa dc^SS. Apostoli. 

Poco discosto da s. Giovanni a Carbonara è posto il bel tem- 
pio de'ss. Apostoli. Si vuole che qui fosse stato il tempio di Mer- 
curio presso le antichissime mura di Napoli. Pei tempi nostri 
cristiani ci basterà accennare , che questa chiesa fu prima pa- 
recchia, che venne trasferita nella Cattedrale nel 1386, e la chie- 
sa ceduta ai Teatini , i quali la rifecero col disegno del Pa- 
dre Francesco Grimaldi del loro ordine. La volta della nave , e 
della crociera , e gli angioli della cupola furon dipinti dal Lan- 
franco , il quale spiegò in queste pitture forte carattere , espres- 
sione sublime , e tropp'arditezza. Egli valea moltissimo nelle di- 
pinture a fresco , sebbene poco esatto nel disegno , ed i suoi 
quadri ad olio che sono sul coro di questa stessa chiesa sono 
meno belli. 

La cupola fu dipinta dal torinese Benasca , e sua è pure 
l'altra pittura che rappresenta la caduta di Lucifero , che è una 
delle migliori suo produzioni. 

Le pitture negli archivolti della nave che chiaraansi lunette 
sono del Solimena. [ quattro quadri della crociera souo tra le più 
bello opere del Giordano, e si trovano disegnate nel viaggio pit- 
toresco. Sulla porta il gran quadro a fresco che rappresenta la 
probalica piscina è una delle più belle opere del Lanfranco. Vi- 
viani vi aggiunse la prospettiva. 

L'altare maggiore è nobilissimo e disognato dal Cavaliere Fu- 
ga ;, è ricco di bronzi dorati e pietre dure. Elegante sopramodo 
n' è il Tabernacolo , formato di colonnette di diaspero , e di al- 
tre pietre di sommo valore. 

Corrispondono per disegno e per esecuzione i due candela- 
bri di bronzo dorato, formali dai simboli dei quattro Evangelisti, 
e pasti avanti a questo magnifico altare. A desti'a di esso , o sia 
dal Ifflo del Vangelo , vedesi la bella Cappella dei Filomarini , 



— 233 — 
eretta dal Cardinale Ascaiiio Filomarini Arcivescovo di Napoli con 
disegno del Borromini. I leoni che sostengono l'altare sono del 
Finelli. I quadri che vi sono furono posti in musaico dal Calan- 
dra del Vercelli sugli originali di Guido Reni, i quali passarono 
nella Spagna. Il ritratto del Cardinale è di Pietro da Cortona. 

Ai disotto del quadro dell'altare evvi un basso rilievo di gran 
bellezza del celebre Fiamingo, che esprime un coro di fanciulli. La 
Cappella del lato opposto fu eretta dal Cardinale Pignatelli con 
disegno del Sanfelice. L' altare ò di pietre dure con rame dora- 
lo ; le pitture sono del Solimena , di cui è ancora il disegno 
dell'altare , e del basso rilievo , che rappresenta un concerto di 
putti , ma l'esecuzione appartiene al Bottiglieri. 

Le Cappelle minori anno ancora quadri eccellenti. Nella pri- 
ma , dopo quella dei Filumarini , il s. Michele è di Marco di 
Siena, ed i laterali sono del Benasca. La terza è dipinUi a fre- 
sco da Giacomo del Pò. Nel lato opposto vi è la Cappella di s. 
Ivone in cui i quadri laterali sono del De Malle!Ìs. Vi è il mau- 
soleo del Presidente d'Ippolito fatto dal Sammartino. 

Sotto la chiesa sta un cimitero , grande quanto la chiosa 
medesima , nel quale vi è il sepolcro del Cavalier Marino col suo 
busto coronato di alloro , ed una iscrizione. Questa bella chiesa 
manca di una facciata corrispondente. Essa nel IS26 fu data alla 
Confraternita di s. Maria a Vertecoeli, che avea una piccola chie- 
sa di tal nome ivi vicina. Tale Confraternita si dislingue per la 
sua divozione verso lo anime del Purgatorio , per le quali fa ce- 
lebrare un numero prodigioso di messe. 

Convento de^SS. Apostoli. 

La sontuosità del vicino Convento o casa dei Teatini non ò 
inferiore alla Chiesa. Vi è uno spazioso Chiostro, e prima della 
so])pressione dei Teatini avvenuta nel 1807 , oravi una buona bi- 
blioteca, pregevole per molti manoscritti di valenti uomini moder- 
ni. Oggi questo magniflco Convento è divenuto Quartiere di soldati. 

Chiesa della Trinità delle llonaclie. 

■ Come questo titolo , lo puoi rilevare dell'Engenio pag. oS2, 

* 



— 236 — 
come pure la fondazione : ma al suo solito il citalo Caracciolo 
non una parola sola per chi ne fu l'arcbilelto. 
Il Celano nella giornata 6. pag. 8. sì dice. 
Riconosce questa la sua fondazione da suora Eufrosina do 
Silva nobile della Piazza di Capuana : questa essendo di già de- 
stinata sposa ad Emilio Caracciolo Conte di Biccari , figliuolo di 
Ferdinando Duca d'Airola , mentre che educanda ne stava nel 
Monastero di s. Girolamo , tocca da Dio , che la desiderava sua 
sposa , sprezzò le nozze terreni per le celesti; di sua mano si re- 
cise le chiome , si vestì dell' abito Francescano , e si chiuse con 
perpetuo voto nel Monistero di s. Girolamo dove osservantemente 
visse per alcuni anni: si unì con Ippolita Caracciolo figliuola del 
già detto Ferrante Duca di Airola, e stabilirono di fondare altro 
Monastero colla strettissima regola del Terz'Ordine; con Breve del- 
la santa memoria di Clemente Vili, e licenza dell'Arcivescovo Al- 
fonso Gesualdo fondarono un Monastero nella strada di Costantino- 
poli sotto il titolo della SS. Trinità ; frattanto comprarono un fa- 
moso palazzo dalla casa s. Felice nobile del seggio di montagna 
del quale ne apparivano le vestigia, ai tempi del Celano e l'iscri- 
zione dalla parte della strada che va giù verso Nilo, che avea am- 
pli giardini ; qui diedero principio alla nuova fabbrica del con- 
▼euto , che essendo ridotta ad una comoda abitazione di clausura 
neir anno 1608 vi si trasferirono con altre Monache nobili , rice- 
vute nel primo luogo di Costantinopoli. 

Avuto una comoda abitazione , ordinò la buona Suora Eu- 
frosina , che la chiesa che servir doveva per casa di Dio , fosse 
assai più bolla, più comoda, e più ricca al possibile, dell'abita- 
zione dello suore ; che però fé chiamare il Padre Francesco Gri- 
maldi Teatino , ed istantemente lo pregò, che avesse dovuto fare 
un disegno di Tempio il più bello, ed il più vago che fosse po- 
tuto uscire dalle sue mani: il buon padre le promise di fare quan- 
to sapeva, che perù nell'anno 1620 col disogno del detto Padre 
SI principiò la fabbrica di questa chiesra, e perchè volle suor'Eu- 
frosma che l'altare maggiore fosse rimasto situato in oriente, co- 
me era costume delle antiche chiese , convenne che l'adito o por- 
ta fosse situata in occidente , e che il coro delle monache fosse 
stato situato sopra dalla parte dell'Evangelio. 

Non VI è dubbio che se la porta fi^se stala piantala incima 



— 237 — 
alla salita magnocavallo in faccia mezzogiorno, oggi darebbe un 
superbo cfrcUo. 

Questo vasto cdifìzio è addetto ad ospedale militare detto della 
Trinità. Evvi la cbiesa che è una Croce greca, come ò detto dise- 
gno del TeatinoGrimaldi.il vestibolo con la scala sono del Fan- 
zaga. Il quadro della Trinità sul maggiore altare è del Sanlafedo; 
ma il prezioso altare cbe vi era n'è slato portato via dalle monache. 
Le pitture a fresco sono del Berardino, il s. Girolamo è del Ribera, 
ed i due quadri laterali alla porta si vogliono di Parma il Vecchio. 

Essendo slato il Monastero ch'era uno dei più magnifici del- 
la Cina , situato in luogo ameno ed arioso, addetto ad Ospedale 
Militare, le monache passarono a Donna Regina. 

CappelSa ilol Tesoro. 

Questa fu eretta dal popolo napolitano per volo fatto in oc- 
casione della pcsfe del lo26. L'opera venne cominciata nel 1688 
col disegno del Padre Grimaldi Teatino. 

L' architettura è soda ; ed è uno dei migliori monumenti 
che vanti Napoli. La pianta è una Croce greca , a 94 palmi 
di lunghezza. Il frontespizio di bei marmi à una gran porta di 
ottone vagamente lavorala , e vi sono ai Iati due statue di mar- 
mo di s. Pietro e di s. Paolo del Finelli. Il frontespizio e '1 pa- 
vimento di marmo son disegno del Fanzaga. Intorno alla chiesa 
si veggono quarantadue colonne di broccatello di ordine corin- 
tio , e fra esse sono le nicchie per le statue in bronzo de'Sanli 
prolettori , le quali sono opere di rnediocri artisti. Le migliori ap- 
partengono al Finelli , e lo due sulla porta della sacrestia, e sul- 
l'altare di rincontro sono del Fanzaga. Al disotto vi sono altre nic- 
chic con trentanove slaluo di argento degli stessi santi protetto- 
ri. L'altare maggiore disegnalo dal Solimena , è di porfido con 
ricchi ornati , e la statua del Santo appartiene pure al Finelli. Le 
pitture soao opere dei più valenti artisti. I quadri delle cappelle 
sono dipinti sopra tavole di rame. Nei tre altari laterali dalla 
parte del Vangelo i quadri appartengono al Domenichino. Nei 
tre altari opposti , quello di mozzo è del Riderà , e gli altri due 
uno è del Massimo , e l'altro dello stesso Domenichino. Le pittu- 
re a fresco degli angioli , delle lunette e dello volte apparten- 



— 238 — 
gono allo slesso gran pittori- , il quale avea comincialo a dipin- 
gere anche la cupola, ma dopo la sua morte il Lanfranco non 
volle mettervi mano se prima non fosse stala disfatta lopera del 
Uomcnicliino. Per le pitture di questa famosissima Cappella era 
stato prima chiamato Guido Reni, il quale fu costretto a fuggir da 
Napoli per le minacce di morie che ebbe dai due pittori napo- 
litani Ribera e Coreuzio. I continui timori ed insulti tra i quali 
furono falle queste opere repressero non poco il genio del gran 
pittore Bolognese. 

La sacrestia anche esi-a è ricca di capi d" opera di arti. 
Vi è una macchia del Domonichino terminata dal Massimo , va- 
ri bei quadri del Giordano , e la soflilla dipinta dal Farelli. Vi 
si conserva oltre a ciò una copiosa e ricca suppellettile, e molti 
vasi sacri di gran valore. Qui è riposto il Sangue di s. Gennaro, 
la di cui miracolosa liquefazione accade tre volle all'anno. 

Questa ricchissima cappella è di patronato della Città di Na- 
poli , e si fa conto che siasi speso per essa circa un milione di 
docali. È servila da dodici ecclesiastici insigniti del tilolo di Cap- 
pellani del Tesoro. 

Uscendosi dal Duomo per la porla della navata laterale a 
dritta si trova una piccola piazza , nel mezzo della quale fu e- 
lella una colonna con disegno del Fanzaca nel 1660, sulla qua- 
le evvi la statua di bronzo di s. Gennaro del Finelli. In que- 
sto silo era l'antico gran cavallo di bronzo , la cui lesta anv 
mirasi nel Real Museo Borbonico. 

Chifsa (li s. Maria degli Angeli a pizxofalcoiit?. 

E questo un bel tempio a tre navi di belle proi)orzioni 
che apparteneva ai Teatini , ed oggi è Parocchia. Fu edifica- 
lo nel 1600 con disegno del Teatino Grimaldi. La cupola è 
dipinta dal Benasca. Vi sono pitture del Massimo , del Giorda- 
no , ed un bel quadro delle Sacra famiglia di Andrea Vacca- 
ro. Meriterebbe questo tempio una migliore facciala , di che van- 
no prive quasi tutte le chiese più belle di Napoli. 

Nel cimitero di quesla chiosa è sepolto il corpo del padre 
Benedello di Melfi , morto ai 23 giugno 1604. 



— 239 — 
s. Paolo. 

E questo tempio dei PP: Teatini. Il bel monumento è grande 
ed à tre navate. Quivi era un tempio dedicato a Castore e Pol- 
luce innalzatogli da Tiberio Giulio Tarso liberto di Augusto nel 
foro Augustale , come si raccoglie da un antica iscrizione in 
greco che su le colonne di questa chiesa esistea che in italiano 
significava. 

j Tiberio Giulio Tarso alli figli di Giove cioè Gastore e Pol- 
B luce , e alla città fabbricò il Tempio , e quelle cose che so- 
3 no al Tempio , de'suoi propri danari , consacrò , essendo egli 
i> servo j e poi , procuralor delli Mari d'Augusto, s Resa poi la 
città di Napoli cattolica fu questo profano tempio al secolo sa- 
crato ai principi degli apostoli Pietro e Paolo come si legge 
sulla porla che sta davanti la scala di questa chiesa. 

Ex dìrutis rnarmorìbits, Castori et Pulluei fa/sis Diis dica- 
iis, nunc Petro et Paulo veris Divis, ad faciliorein ascenswn 
opus Jaciundum eurarnnt Clerici Regularis 11j78. 

Vi era rimasta l'antica facciata col suo cornicione sostenuto da 
alte colonne al numero di otto ed alcune statue , ma rovinò nel tre- 
muoto del 1688. 

Oggi non vi restano che due colonne con parte dell' architrave 
incastrato nella facciata della chiesa, le due statue mutilate di Ca- 
store e Polluce, e le antiche coslTuzioni del tempio sulle quali 
poggia la presente chiesa. 

Fu questo monumento riedificato nel 1691 sul disegno del Pa- 
dre Grimaldi Teatino , ed ò ricco di ogni genere di ornamenti. 

La volta del coro e della crociera sono dipinti del Corenzio, 
di cui è questa l'opera rinntata la più perfetta. La volta della gran 
nave che minacciava di crollare , e si riparò , è un dipinto del 
Cavalier Massimo. I quadri laterali dei finestroni furon dipinti sul- 
le macchie di Andrea Vaccaro da Andrea Leone. Il ricco Altare 
fu disegnato dal Fuga , ed il tabernacolo da Rafliiele il Fiamin- 
go. Fra le cappelle le più ricche sono quelle di s. Gaetano, e di 
s. Andrea Avellino , ambedue alla sinistra dell' altare maggiore. 
La prima ne à sotto im' altra sotterranea , ove si venera il corpo 
di s. Gaetano , che è dipinta a fresco dal Solimena , ed à quat- 



— 240 — 

Irò bassorilievi di Domenicantonio Vaccaro. La cappella della Pu- 
rità offre nella parte della nave minore , che le forma come un 
portico, quattro statue, due delle quale cioè la Prudenza e la Tem- 
peranza sono di Andrea Falconet. 

Nell'ultima cappella a fianco della porta un' antica tavola del- 
la nascita del Redentore si vuole opera di Marco da Siena. 

Nel lato opposto la prima cappella dopo l'altare maggiore è 
dipinta a fresco da Andrea Falcone zio dello scrittore dello stesso 
nome. Nella cappella dell'Angelo custode la statua è di Domeni- 
cantonio Vaccaro , e 1' altare , e gli ornati sono disegnati dal So- 
limcna. Rimpetto alla sagrestia osserva un quadro 'del Massimo. 
Questa sagrestia è ricca di pregevoli pitture. Qui il Solimena 
spiegò tutto il suo genio , specialmente nel rapimento di s. Pao- 
lo, e nella caduta di Simone Mago. Vi sono pure quadri del San- 
tafede , e di altri buoni autori. Da poco la facciala è stata ripi- 
gliala, e messa in netto. 

II chiostro è ornalo da 24 colonne doriche di granito , che 
anticamente appartennero al tempio de'Dioscuri o al teatro. Presso 
la porta minore vedesi racchiusa nella fabbrica una colonna del- 
l'antico tempio di Nettuno scavata sotto la porla piccola del Duo- 
mo dove sopgeva quel tempio. La colonna à S palmi di diame- 
tro e 34 di altezza. Volevasi ergere a lato della chiosa e porvi 
sopra la statua in bronzo di s. Gaetano, la quale oggi vedesi so- 
pra un semplicissimo piedistallo ; ma il padrone di una casa vi- 
cina si oppose pel danno che forse ne avrebbe risentito caden- 
do essa per qualche accidente. Ne fu mossa lite , e la ragione 
fu per chi avea torto. 

A lato a s. Paolo evvi una chiesa con una casa di ritiro per 
donzelle e maritate detta della Scorziala , e volgarmente tem- 
pio di s. Paolo. Fu questa fondata da Giovanna Scorziala nel- 
l'anno 1S82. 



VITA DELL' ARCHITETTO 

DOMEIVICO FONTAIVA 

ma LA DESCRIZIONE DELLE SLE OPERE ESEGllTE W MPOLI 

CONSISTENTI 
nel 

Rea! Palazzo. 

Allacciamento di acque sorgive in terra di Lavoro. 

Condusse l'acqua in Torre Annunziata. 

Cominciò la strada Riviera di Ghiaia. 

Drizzò la strada s. Lucia. 

Spianò la piazza di Castel Nuovo e vi collocò la Fontana Medina. 

Alla porta dell'Arcivescovado tre monumenti di Carlo L — Carlo Martello — 

Clemenza sua moglie. 
Nell'Arcivescovado di Amalfi l'altare di s. Andrea. 
In Salerno quello di s. Matteo. 
Fece il disegno di un Porto chiuso alla Torre di s. Vincenzo, con un molo 

che doveva tirare 400 canne, e ne furono fatte 30. 
Una cappella in s. Anna de' Lombardi dove fu sepolto. 



Anno - 1600. 



Nacque il Fontana nell' anno 11543. Dalla sua piccola pa- 
tria Mili sul lago di Como in età di 20 anni si recò a Roma , 
ove si trovava Giovanni Fontana suo fratello maggiore che stu- 
diava arcliiletliu'a , cui si applicò anch' egli , che di già avea i 
rudimenti della geometria. 

Il Cardinal Montalto , che fu poi Sisto V, gli dette da edi- 
ficare la Cappella del Presepe in s. Maria maggiore , ed il pa- 
lazzotto della Vite , che poi fu de'Negroni , vicino la stessa Ba- 
silica. 

Ma avendo Papa Gregorio XIII tolto lo assegnamento al 
detto Cardinale , stimandolo ricco , dacché lo vide fabbricare , 
quelle fabbriche andavano a restar sospese per mancanza di 
danaro , se il Fontana per amore che avea pel Cardinale e 
per 1' opera incominciata non avesse fatto venire mille scudi , 
ch'egli si avea con vari suoi piccioli lavori guadagnato, e man- 
dati alla Patria. Con quel danaro si prosegui alla meglio che si 
potè la Cappella. Questa generosità formò la fortuna del Fontana. 

Poco dopo il Cardinal Montalto divenne Sisto V, e' 1 Fonta- 
na architetto Pontifizio. La Cappella fu ben presto finita con ap- 
plauso universale. Ella e un assai bella Croce greca con quat- 
tro superbi arconi , su' quali s' erge una svelta cupola. La de- 
scrizione 1' ometto non essondo mio divisamento , che esporre i 
monumenti esistenti in Napoli. Non cosi lo stimo per l'operazione 
fatta dal Fontana per l'erezione dell' Obelisco a Roma, per essere 
cosa utilissima al leggitore artista. 

Venne adunque pensiero a Sisto V , di trasportare e erge- 
re in mezzo alla Piazza di s. Pietro l'Obelisco, l'unico rimasto in 
piedi , accanto il muro della sagrestia ov' era 1' antico circo di 
Nerone. Altri Pontefici avevano avuta la stessa voglia; ma la dif- 
ficoltà dell'impresa ne avea impedita la esecuzione. 

* 



— 244 — 

E questo Obcliseo , o Guglia di granito rosso , dagli an- 
ticbi Romani chiamalo marmo tebaico, perchè tagliato presso Te- 
be in Egitto , da dove fu trasportato in Roma in tempo di Cesa- 
re. É l'unico rimasto sano di tanti altri che sono in Roraa,è sen- 
za geroglifici , alto palmi 107, 3 , largo al piede palmi 12 , 
ed in cima 8. Un piede cubico di questo marmo posa libbre 86; 
dunque l'intero peso del masso è di circa un milione di libbre. 
Come gli Egizi ed i Romani maneggiassero si enormi sassi, non 
restava alcuna memoria , e non essendosi per tanti secoli più fat- 
ta una simile operazione , fu considerata impresa nuova questa 
proposta da Sisto V. 

Furono perciò chiamati da tutte parti mati^natici , inge- 
gneri , uomini dotti. Intervennero in un congresso tenuto avanti 
il Papa più di jOO persone racando ciascuno le sue invenzioni 
chi in disegno , chi in modello , quale in iscritto , altri a voce. 

La parte maggiore era di parere trasportare la guglia in 
piedi per mezzo di un castello di ferri . e per 32 leve. Altri in- 
ventò una mezza ruota su cui dovesse alzarsi la guglia dente per 
dente. Chi propose delle viti , e quale immaginò portarla a sta- 
terà. 

Bartolomeo Ammanati architetto e scultore Fiorentino , spe- 
dito apposta da Firenze dal gran Duca , fattosi avanti al Papa 
senza alcun modello o disogno , domandò un anno di tempo a 
pensarvi , e ne riportò le più severe beffe del Papa. 

Il Fontana spiegò il suo modello di legno con entro una gu- 
glia di piombo 5 che a forza d'argani, e di traglie si alzava , e 
si abbassava con tutta fticilità : espose le ragioni di quegli ordi- 
gni, e dei movimenti; di più ne fece un'evidente prova sur d'u- 
na piccola guglia dei mausuleo d'Augusto , che giaceva rotta. 
Dopo molle dispute fu approvata l'invenzione del Fontana; ma 
perchè egli non si avea acquistato un nome imponente , ne fu 
commessa l'esecuzione a due rinomati architetti, a Giacomo della 
Porta , ed a Bartolomeo Ammanati. Costoro fecero subilo pianta- 
re un palo in mezzo alla Piazza dove collocar si dovea 1' Obe- 
lisco. 

Dolente con ragione il Fontana , che il suo trovato non a- 
vesse da eseguirsi da lui stesso, con bel garbo andò a far presen- 
te al Papa , che ninno poteva eseguir meglio l' invenzione che il 



— 245 — 
proprio inventore. Sisto no fu persuaso , e ne dette al Fontana 
tutta la direzione. Con somma celerità questo architetto ne intra- 
prese il lavoro. Fece scavare nella Piazza un quadrato del lato di 
palmi GO per palmi 33 di profondità , e trovato un suolo acquo- 
so e cretaceo , lo assodò con palificate , e con buoni massicci. 
Nel tempo stesso fece altrove lavorar canapi del diametro di , 
33 di palmo, e lunghi dugento canne , gran quantità di funi , 
Tergile grossissime di ferro per armare la guglia , ed altri ferri 
per le casse, delle Iraglre , staffe , chiavarde , cerchi , perni . e 
stromenti di ogni specie. 

Il solo ferro della imbracatura della guglia pesava quaran- 
tamila libbre , e si lavorò nelle officine di Roma , di Ronciglio- 
ne , di Subbiaco. 

Intanto dalle selve di Nettuno venivan travi si smisurati, che 
ciascuna era tirata da sette paja di bufoli. Da Terracina traspor- 
tavansi tavoloni d'olmo per 1' armatura ^ e da s. Severa fusi di 
elee per argani , stanghe d'olmo, ed altre tavole. 

Per muovere la guglia il Fontana ordinò un castello di le- 
gname , slargò la piazza , tagliò un muro della sagrestia per 
piantarvi gli argani ; ed acciocché il terreno al grave peso non 
affondasse , essendo in quel luogo mal sodo e smosso, vi fece un 
ietto con due ordini di travi doppi 1' uno contrario all' altro in 
croce. 

Su queste fondamenta piantò il Castello d' otto colonne , o- 
gnuna di esse composta di travi sì grosse che formavasi la co- 
lonna di una circonferenza di palmi 18. Queste travi erano com- 
messe insieme con canapi grossissimi , e senza chiodi , per po- 
tersi disfare e rifare con prestezza. E perchè 1' altezza d' una tra- 
ve non era sufficiente , dovendo essere di palmi 123, furono po- 
ste travi sopra travi commesse ed inzeppate con cerchi di fer- 
ro. Queste colonne eran da tutte le parti appuntellate da quaran- 
totto puntelli , e collegate insieme da tutti i lati. La guglia fu 
tutta foderata da doppie stuoje affinchè non si vergasse; indi cir- 
eondata di tavoloni sopra i quali furono poste grossissime verghe 
di ferro, e queste abbracciando il grosso di sotto venivano su a 
dirittura per tutte quattro le facce del sasso, il quale restava cosi 
da ogni parte cerchiato. Tutta la guglia cosi imbracala aveva di 
peso circa un milione e mezzo di libbre. 



— 2iG — 

Calcolò il Fontana che ogni argano guernilo di buoni cana- 
pi e Iraglic essendo allo a muovere ventimila libbre di pe- 
so , quaranta argani ne muoverebbero ottocenlomila. Al resto 
pensò di supplire con cinque leve di travi grosse e lunghe 70 
])alini. 

Un apparecchio cosi nuovo , e straordinario eccitò la pronta 
curiosità dei Romani e dei forestieri insieme , che mossero da 
lontani paesi per vedere quale cfietto produrrebbe una selva di 
tante travi intrecciale di canapi , d' argani , di leve , e di gi- 
relle, 

Sisto V, per evitare confusione emanò uno di quei suoi edit- 
ti . che nel giorno dell' operazione, ninno , fuorché gli operai , 
potessero , pena la vita , entrar nel ricinto , e che niuno potes- 
se parlare, o fare il minimo strepilo , nemmeno sputare forte. A 
tale effetto in quel giorno 30 aprile 11586 , il primo ad entrare 
nello steccalo fu il Bargello coi suoi birri, ed il Boja vi piantò , 
e non per cerimonia, la forca. 

Il Fontana andò a prendere la benedizione dal Papa, il qua- 
le nel benedirlo gli disse , che badasse a quel che faceva , poi- 
ché l'errore gli costerebbe la lesta. Sisto, in questa occasione pro- 
vava una lotta Ira la gloria , e 1' amore che portava al suo ar- 
chilello. Il Fontana palpitante fece segretamente tenere a tutte 
lo porle di Borgo cavalli pronti per salvarsi dall' ira Sistina in 
caso di sinistro accidente. All'alba si celebrarono due messe dello 
Spirito Santo ; tulli gli operai si comunicarono , e ricevettero la 
benedizione papale ; primo dello spuntar del sole furono tulli en- 
tro il recinto. 

Il concorso degli spellatori fu tale che fin i tetti delle case 
erano ricolmi di gente , tutte le strade affollate, tutta la nobiltà, 
la prelatura. I Cardinali furono ai cancelli tra le guardie Svizze- 
re ed i Cavalleggicri. Fissi tutti ed intenti a vedere il lavoro, e 
sbigottiti da quella inesorabile forca niuno fiatava. 

Vi era un ordine dato dairarchiletlo , che al suono delia 
tromba chiascuno lavorasse, ed al suono della campana posta sul 
castello di legno ciascuno desistesse dal lavoro. Più di 900 erano 
gli operai, e 7a cavalli. Suonò la tromba ed ecco in un baleno 
uomini , cavalli , argani , traglie , leve, tulio in moto. 

Tremò la terra , scrosciò il castello , i legnami per 1' cuor- 



— '■m — 
me peso si strinsero insieme , e la guglia che pendeva due palmi 
verso il Coro di s. Pietro si drizzò a piombo. 

Riuscito si bene il principio , la campanella suonò la ferma- 
ta. Indi in dodici mosso si alzò la guglia quasi tre palmi da 
ferra, tanto che bastò a mettervi sotto lo strascino, restando cosi 
validamente fermata con gagliardissime mozzature e zeppe di legno. 
e di ferro. A si felice riuscita scaricò Castello s. Angelo tutta la 
sua artiglieria , e l'allegrezza fu universale. 

Ben si avvide il Fontana che le cinte dei canapi sono più 
sicure dei cerchi di ferro. Questi restarono la maggior parte stor- 
ti spezzati o slogati dal peso. Il di 7 di maggio l'u la guglia 
calata orizzontalmente sullo strascino; operazione più dil'Gcile, e 
più lunga che il rizzarla in piedi. Distesa a questo modo sullo stra- 
scino, bisognò disarmarla per condurla sulla piazza nel sito dove 
si avea a collocare. Questo sito era US canne distante da quello 
dove stava; e come il piano della piazza era circa quaranta pal- 
mi più basso , si dovette tirare dal luogo dov' era la guglia uu 
argine di terra in piano, e ben fortificato di travature e di spon- 
de a dirittura fino al centro della piazza. Fatto ciò il Fontana ai 
13 di giugno fece con mirabile celerità per mezzo di quattro ar- 
gani scorrer la guglia sopra i curii fino al sito destinato.il Papa 
ne differì 1' erezione a prossimo autunno , affinchè i calori del- 
l'estate non danneggiassero gli operai , e gli spettatori. 

Intanto fu collocato il piedistallo , die era sepolto sotterra 
40 palmi , composto di due pezzi con la cimasa e basamento del 
medesimo sasso , e con lo zoccolo di marmo bianco. Fatti tutti 
gli apparecchi il di dieci di settembre con le solite solennità si 
fece quest'ultima operazione. Agivano questa volta centoquaranta 
cavalli , ed ottocento uomini. 

Per q.uel giorno fece il Papa seguire l' ingresso solenne del 
Duca di Luxemburg ambasciatore d' ubbidienza di Errico III re 
di Francia , ed in vece di farlo per la solita porta del Popolo, 
volle ch'entrasse per Porta Angelica , onde quel signore pas- 
sando per la Piazza di s. Pietro si fermò a vedere la turba 
di lavoranti in mezzo a quella foresta di macchine , e vedute 
due mosse degli argani ammirò Roma risorgente per mano di 
Sisto V. 

la S2 mosse fu elevata la guglia , ed al tramontar del 



— 248 — 
sole ri'sLò inzeppata sul suo piedistallo. Sparò Castello , e gli o- 
pcrai ebbri di gioia si presero sulle spallo il Fontana, e con gri- 
di d' allegrezza, con tamburi e trombe lo condussero trionfante a 
casa in mezzo ad una calca che applaudiva e ripetea con gli ev- 
viva il suo nome. 

Slimò il Fontana esser più facile e di minore spesa alzar la 
guglia ritta , e lasciarla poi posare egualmente sopra i dadi, che 
servirsi del metodo degli antichi , i quali appoggiavano prima il 
piede di essa da un lato sopra due dadi , e poi tirandola por la 
punta la sollevavano, e rivoltavano sul piedestallo. Si è congettu- 
rato che gli antichi facessero cosi, perchè due dadi soli erano ira- 
piombati un palmo e mezzo entro il piedestallo , e di più erano 
schiacciali nell'orlo. Sisto V, poi vi fece mettere in cima una cro- 
ce alta palmi 10 portatavi processionalmente ; onde la totale al- 
tezza dell' obelisco viene ora ad essere di 180 palmi , SO palmi 
più alla della nostra guglia della Concezione in largo s. Domenico. 

Il Fontana per questa sua fatica fu creato Cavaliere dello 
spcron d' oro , e nobile romano : ebbe una pensione di duemila 
scudi d' oro trasferibili ai suoi credi ; ebbe altresì dieci Cavalie- 
rati Laurelani , cinquemila scudi d'oro in contanti, e tutto il de- 
scritto nìateriale impiegato a quell'opera, che si stimò ascendere 
a più di ventimila scudi. Gli furono coniate due medaglie di 
bronzo , ed il Papa volle che nella base della guglia gli s' inci- 
desse questa iscrizione 

DoMiMcos Fontana 

ES PAGO ACRI NOVO COMENTIS 
TRANSTOLIT, ET EREXIT. 

ma questa iscrizione è si poco apparente , che chi non la sa, non 
la vede. 

In tulle lo allro guglie che Sisto V, fece ergere alla Piazza 
del Popolo , e a s. Blaria Maggiore , e a s. Giovanni Laterano , 
fu impiegato il Cavaliere Domenico Fontana. 

Quest'archiletlo adornò la facciata di s. Giovanni Laterano , 
cioè quella che incontro a s. Maria Maggiore con uu Portico di 
travertini a cinque archi di pilastri dorici , e sopra una Loggia 
d'ordine corintio per la Benedizione. 



— 2'i9 — 

A canto di queslo Portico edificò per uso del Papa quel su- 
perbo palazzo a tre piani. 

Sisto V, impiegò il Fontana nella Bibblioteca Vaticana, e nel 
tempo stesso diede principio nel Vaticano a quel palazzo che ri- 
guarda la Piazza di s. Pietro e la Città , e che è il pii!i apparen- 
te in quel gruppo di palazzi formanti ciò che si chiama Palazzo 
Vaticano. Ebbe ancora parte il Fontana nel palazzo Quirinale , 
alzandolo verso la Piazza e la strada Pia. Slargò parimente la 
piazza, e vi trasportò dalle terme di Costantino quei due colos- 
si con quei due famosi cavalli , situandoli vantaggiosamente in- 
contro a quella lunghissima strada che va a porla Pia. Dove que- 
sta strada s' incrocia con 1' altra lunghissima detta Felice disposo 
ai quattro angoli quattro fontane. Quivi anche egli costrusse il pa- 
lazzo Mattci ora Albani. 

11 Fontana rislaurò le due preziose colonne Traiana , e An- 
tonina, e costruì l'Ospedale dei mendicanti, poi convitto di sacer- 
doti a Ponte Sisto, e tra le altre sue opere è la porla della can- 
celleria. Diresse il condotto dell' acqua Felice , che prese da un 
monto sotto la Colonna castelletto lontano da Roma sodici mi- 
glia, ma l'acquidolto per evitare i colli e le valli è lungo venti- 
due miglia. 

I suoi archi in alcuni luoghi giungono fino a 70 palmi di 
altezza , camminano sopra terra quindici miglia , e sotterra setto. 
A quest'impresa lavorarono continuamente duemila uomini, e tal- 
volta fino a quattromila. Su la piazza di Termini dove quest'ac- 
qua fa la sua principal mostra egli architettò una gran Fonta- 
na adornala nella nicchia di mezzo di un Mosè , e nei laterali 
dei bassi rilievi alludenti agli Ebrei che si dissetano nel de- 
serto. 

A Sisto V, venne in pensiero di servirsi del Colosseo per un 
Lanificio. Il Fontana ne fece il disegno adattato all'antico Anfi- 
teatro, ritenendo la forma ellittica con quattro porte d'ingresso , 
ed altrettante scale , in mezzo una fonte , ed intorno logge per 
gli artefici , ed entro botteghe e stanze. Già si era incominciato 
a spianar la terra di fuori : mori il Papa e svanì il progetto. 

Mentre il Fontana era occupato ad un ponte di travertini sul 
Tevere a Borghetto verso la Marca, molte cattive relazioni furo- 
no fatte di lui al nuovo Papa ; altaiche Clemente VII! gli tol-» 

Sasso — Voi. I. 32 



— 250 — 
se la carica di architetto Pontifizio , e volea ancora che rendes- 
se conto delle somme impiegate in tante fabbriche. 

Il Conte Miranda Vice-Re di Napoli lo chiamò in questa Ca- 
pitale , e lo dichiarò architetto Regio , ed Ingegnere Maggiore 
del Regno. 

Arrivato il Fontana in Napoli nel 1392 allacciò diverse ac- 
que sorgive in Terra di Lavoro, rinnovando in vari sili 1' anti- 
co Alveo di Claudio, detto allora volgarmente lagno, e dal fiume 
Sarno condusse l'acqua a Torre Annunziata per comodità dui mo- 
lini di Napoli. 

Sotto il Vice-Re Conte di Olivares incominciò la strada del- 
la Riviera di Chiaia , adornandola di molte fontane , e drizzò 
quella di s. Lucia a mare. 

Spianò la Piazza di Castel Nuovo , e vi eresse Fontana Me- 
dina , la più ricca d'acqua e di ornati che sia in Napoli. 

Alla porla dell' Arcivescovado collocò tre casse con le sta- 
tue , che sono i monumenti del Re Carlo I, di Carlo Martello, e 
di Clemenza sua moglie. 

Nell'Arcivescovado di Amalfi fece l'altare di s. Andrea, ed in 
Salerno quello di s. Matteo colle confessioni di sotto alle quali si 
scende con doppie scaie. 

La più grande opera che egli intraprese in Napoli fu il Rea- 
le Palazzo sotto il Conte di Leraos Vice-Re. 

Questo palazzo è a tre piani. Il 1.° è porticato con pilastri 
d' ordine dorico , il 2.° è Ionico , il 3.° composito con pilastrini 
che prendono in mezzo le finestre. 

Ha tre portoni. Quello di mezzo conduce ad un magnifico 
cortile con porticato. I laterali doveano condurre in simili altri 
due cortili , secondo il Fontana. 

La facciata verso Oriente è lunga pai. S20, le laterali esser 
doveano 360, 1' altezza è di palmi 110, La facciata aver dovea 21 
finestre. Di dentro fu interamente mutato il disegno del Fontana ; e 
soprattutto la scala che il Conte di Monterey guastò con farne un 
altra tragrandissiraa. Questa scala è lodatissima , quantunqute la 
sua sproporzione sia manifesta: ma chi non intende, sorpreso dal- 
la straordinaria ampiezza confonde il bello col grande. Il guasto 
della scala si tirò dietro quello della sala. Questo palazzo fu po- 
steriormente accresciuto di molto , fabbricandosi dove non si do- 



— 2ol — 
veva fabbricare, e conservandosi quella calapecchia di palazzo 
vecchio, che gran tempo andava atterrato. Dopo il volgere di 
23S anni si debbe alla magnificenza di Ferdinando II la demo- 
lizione di questo palazzo vecchio, el compimento, e decorazione 
al detto magnifico palazzo Reale come a suo luogo dirò parlando 
delle opere dell' architetto Cavaliere Gaetano Genovese. 

Fece ancora il Fontana il disegno d'un Porto chiuso alla 
Torre di s. Vincenzo , con un Molo che dovea prolungarsi per 
quattrocento canne. Ne furono fatte 30 e non più. 

Morì il Fontana in Napoli nel 1607 nell' età di anni 64, 
ricco ed onorato , e fu sepolto nella Chiesa di s. Anna dei Lom- 
bardi in una Cappella da lui costrutta, nella quale gli eresse 
un degno deposito suo figlio Giulio Cesare , dichiarato ancora 
egli Regio architetto. 

Posteriormente il sepolcro di si distinto artista venne collo- 
cato all' anfiprostilo dell'attuale chiesa di Monteliveto col suo mez- 
zo busto al naturale sopra , e che lo vedi passando per Toledo 
in fondo alla strada nuova Monteliveto. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE. 

Per le svariate opere accennate nella vita del distintissimo 
architetto Domenico Fontana eseguite in Napoli , sarebbe super- 
fluo farne descrizione al parallelo della sua grande opera qui ese- 
guita immortale , e duratura nel Real Palazzo. 

Aggiungi, che mentre il Milizia ci regola per opera del Fon- 
tana , la fontana Medina , il Celano ne dà vanto al D' Auria , e 
per le casse alla porta del Duomo , di Carlo I , Carlo Mar- 
tello , e Clemenza, che parimenti al Fontana le appone il Mi- 
lizia, altro distinto dotto autore ce le descrive come opera niente 
meno di Pietro degli Stefani. Nemico di quistioni in Archeolo- 
gia, e mollo meno di lungherie per fare pagine di stampa, e 
stancare il lettore,- mi atterrò soltanto per le opere tra noi esegui- 
te dal prelodalo Fontana al Real Palazzo di Napoli. 

I nostri Re Angioini ed Aragonesi abitarono nei Castelli , 
perchè lo stato della società richiedeva un colai uso. Car- 
lo V, fece ergere da Pietro di Toledo il primo palazzo in Na- 
poli da dimorarvi con decoro il Sovrano , ed era quello che h- 



— 252 — 
no al 1836 veniva chiamalo Palazzo Vecchio, il quale aveva co- 
municazione con Castel Nuovo. 

Oui alloggiò il detto Imperatore nel ritorno che fece dalla 
sua spedizione d'Africa. La struttura era degna di attenzione , 
perchè vi si vedeva il gusto, e l'economia del vivere del secolo 
di Carlo V. L'Edilìzio aveva anch'esso le fortificazioni , poiché 
ai Iati della gran porta eranvi due torri , fosso , e ponte a le- 
vatoio nel d'avanti , e la fabhrica terminava con merli a gui- 
sa di fortezza. Questa Casa , che fu allora un edifizio degno di 
alloggiare un grande Imperatore , un Carlo V, ci mostra il pri- 
mo cangiamento nella maniera di abitare dei Principi e i co- 
stumi semplici di quel tempo. 

Questo vecchio Palazzo , come di sopra ò detto è sta- 
to demolito per provvido comando di S. M. il Re (N. S.) Ferdinan- 
do li, per più far risaltare il nuovo Real Palazzo, dal prelodato 
Sovrano accresciuto ed arricchito di fabbriche e svariati oggetti 
d' arti d' ogni genere. 

Filippo III , Re di Spagna , e nostro Re, volendo visitare 
Napoli j si pensò di costruire a sinistra del vecchio il nuovo 
Real Palazzo , che è il più bene intoso monumento (per la fac- 
ciala ) che esista in Napoli. II disegno è di Domenico Fontana. 
Fu incominciato sotto il Vice-Re Cont-e di Lemos nell'anno 1600, 
e fu terminato sotto l'altro Vice-Re Conte di Benavente. La fac- 
ciata principale guarda l'Occidente , e tiene , oggi , avanti una 
magnifica Piazza. A tre ordini di architettura di ottimo stile, e 
buono scompartimento , un porticato dorico al pianterreno , il 
primo piano scompartito da un ordine Ionico , e 'l secondo dal- 
l' ordine composilo. La sua lunghezza è di palmi 320 , e 110 
di altezza. Il porticato dorico formava a progetto del Fontana 
il pian terreno a giorno , dando maggiore luce ai due pia- 
ni ivi esistenti ; ma si credette posteriormente di dare più soli- 
dità al monumento , tompagnando la metà degli archi alterna- 
tivamente , e ponendovi delle nicchie per statue , che non vi si 
sono mai collocate: tutto ciò si eseguiva posteriormente a consiglio 
e sotto la direzione d' altro distintissimo architetto a dirsi , da 
un Luigi Vanvitolli. A' tre vani di porte d' ingresso con otto 
colonne di granito dell'Isola del Giglio , che costarono diecimila 
scudi. Dalla parte di mezzogiorno il Palazzo guarda il vicino ma- 



— 2oò — 
re j ed à solloposla la Darsena, con la quale comunicava per mez- 
zo di un ponte coverto. Nell'anno 1S3S si demolì il ponte, e la 
comunicazione con la Darsena, si à ora per sotto la nuova stra- 
da a rampe, elio incomincia al fianco del ileal palazzo , nel sito 
dov'era la Fontana Fonseca , opera del Cavalier Cosimo di pre- 
sente collocata a sinistra calando alla Strada s. Lucia a mare. 
In questo lato delia Reggia si sono fatte positive aggiunzioni , 
ed abbellimenti come appresso dirò. I Vice-Re aveano costrutto 
da questo lato oltre la citata Darsena, un recinto pei presidianti, 
e quel che e più singolare una fonderia di cannoni sottoposta 
agli appartamenti reali, oggetti tutti mal convenienti ad una Reg- 
gia. Sarebbe stato meglio farvi piuttosto giardini dalle falde del 
palazzo al mare, e così si sarebbe avuta una vagha villa nella me- 
desima abitazione reale. Il palazzo termina da questa parte con 
un loggiato incantevole formante un giardino pensile di singolare 
bellezza : quando io vi ò passeggiato il cuore si è aperto a ma- 
gniCcbe contemplazioni , e da questo punto s' ammira il dono di 
Dio per la felice posizione di Napoli, essendo questo uno dei più 
bei punti di vista di questa nostra famosissima Capitale. Questa 
facciata tiene verso il mare un superbo bei-vedere superiore rior- 
dinato sotto la direzione dell' attuale arcbiletto di Casa Reale 
il cav. Gaetano Genovese, che mostra la grandezza e magnificen- 
za del nostro attuale Sovrano Ferdinando II. Onde mantenerla , 
e salvarla dallo sviluppo dell'acido muriatico delle vicine onde del 
mare fu detta facciata saviamente dall'architetto Direttore , ri- 
vestita d' intonaco composto di calce , ed ossido di ferro , os- 
sia terrea rossa della cava dei siirnori Assanti in Pozzuoli nel- 
la montagna detta di s. Gennaro. E questo un prezioso masti- 
ce che custodisce le fabbriche non solo dall'umidità , ma le pre- 
serva dal deperimento che loro cagionerebbe lo sviluppo dell'aci- 
do muriatico che viene dal mare. 

Credo mio dovere tener avvertiti i signori architetti Direttori 
di avvalersene, dirigendosi al proprietario signor Cosimo Assanti 
Segretario Generale del Registro e bollo. 

Nella facciata verso il largo detto s. Carlo, di seguito al det- 
to Teatro , vi era prima la fabbrica della porcellana, poi ridotta 
a cavallerizza. Indi a poco da S. M. Francesco I, vi fu eretto 
un palazzo che prima fu dato a persona della sua Corte, e poi 



— 254 — 
vi si allc-arono officine della casa del Re : ma il genio , del- 
l' attuale Sovrano lo fé demolire , restando questo lato del Real 
palazzo magnificamente abbellito e decorato con un giardino rin- 
chiuso dalla strada con bene intesi cancelli di ferro , aventi 
ncir ingresso due monumenti allo stesso nostro Sovrano regalati 
da S. M. l'Imperatore di tutte le Russie JNiccola I, consistenti in 
due cavalli rattenuti per le briglie da due pedoni in atletica mos- 
sa di metallo fuso : il detto Largo comunemente dicesi de Ca- 
valli di bronzo. 

Non credo d'esser prolisso , nò d'aver taccia di lungheria 
se minutamente a si nobile monumento vi aggiunga una detta- 
gliata descrizione. 

Sappiasi adunque che i nostri antichi Re non aveano pa- 
lazzi nella Città ; ma abitavano o dentro di Castel nuovo , o 
in quello di Capuana , e molte volte per deliziarsi in quel- 
lo dell' Ovo. Così ancora per qualche tempo continuarono i Vi- 
ce-Re. 

Essondo venuto al governo di questo Regno in tempo di 
Carlo V 5 il Yice-Re Pietro di Toledo , ed osservando che la 
Città cresceva positivamente di giorno in giorno di popolazio- 
ne , e che r abitazione del Sovrano non era più tollerabile nelle 
fortezze , che di notte per le urgenze dei negozi! doveansi apri- 
re 5 massime che avea formata la bella e magnifica strada di To- 
ledo , volle anco fabbricarvi un palazzo Reale , che avesse pure 
comunicazione con Castel Nuovo; Fu come di sopra ò detto ciò 
eseguito neir anno lu40 , con disogno e modello di Ferdinando 
Manlio architetto Napolitano , che sepolto sta nella Chiesa della 
Nunziata, e Giovanni Benincasa padre della serva di Dio Orsola. 

Questi due adunque diressero il palazzo, clie è stato per mol- 
ti anni denominato il palazzo vecchio , e che ora non esiste. 

Presso di questo palazzo vi fecero un ampio e delizioso giar- 
dino che appellato veniva il parco Regio. 

D. Ferdinando Ruiz de Castro, Conte di Leraos stimando il 
palazzo vecchio essere stretto per l'abitazione di un Sovrano, ideò 
fabbricarne un altro nuovo a lato del vecchio col disegno e mo- 
dello del non mai abbastanza lodato Cavalier Domenico Fontana, 
nell'anno 1600 , ed è quello che di presente si osserva, il quale 
per la bene studiata facciata , per la comodità , magnificenza , 



— 235 — 
numero dei svariati appartamenti, e per amene vedute non à in 
che cedere a fjualsiasi palazzo in Italia. Per la sua pianta si ser- 
vi il Fontana del giardino che allato stava del palazzo vecchio. 

Entriamo ad osservarne le singule parti. 

Entralo nel cortile per un magnifico e maestoso vano di por- 
tone , trovasi questo circondato da atrii a due piani di tiburtinoj 
sulla sinistra vedesi una troppo famosa e ampia scala, cui si ac- 
cede per tre ale. 

Questa scala fu ridotta a tale forma nell'anno 1631 d'ordine 
del Conte d' Ognat. Per chi à nel cervello proporzione in archi- 
tettura la vede sproporzionata per 1' ampiezza del cortile , e del 
palazzo. Quella ideata dal Fontana era al certo proporzionata al 
suo monumento. Dicesi che lo stesso Ognat dopo eseguita avea 
divisato di buttar giù palazzo vecchio , e farvi altro braccio con 
facciata simile a quella del largo di Palazzo , e servirsi di que- 
sta scala con farvi un altra tesa dalla parte opposta simile alla 
prima , che vedesi nell'ala di mezzo. Questo progetto rimase nel- 
Je pagine segnato con 1' andata del Vice-Re , non curandosi far 
ciò eseguire il suo successore Conte di Castrillo. Mentre queste 
cose io scrivo si sta ingradando di scelti marmi questa scala , 
che terminata verrà da me descritta al 2° volume, come di sopra 
ò accennalo. 

Giunto alla prima tesa della scala vedesi essa divisa in due 
braccia , una che mena alla sala Regia, e 1' altra alla cappella , 
ed alla sala un tempo detta dei Vice-Re fatta dal Conte di Ognat- 
te , il quale vi collocò i ritratti di tutti i Vice-Re, che aveano go- 
vernato il Regno da' tempi del Re Cattolico fino ai suoi, la mag, 
gior parte del pennello del Cavalier Massimo. Nel ritratto del ci- 
tato Conte vi si vedeano dipinti ai piedi un lupo, ed un agnello 
mangiare assieme, per dimostrare che dopo d' aver sedati i ru- 
mori popolari, aveva introdotta nel regno con la sua giustizia una 
grande quiete. 

Questa sala fu abbellita in tempo del governo del Conte di 
Daun con essersi ritoccati tutti i ritratti, e fattevi le cornici di 
stucco , e più fattavi la volta di canne e stucco. Il quadro gran- 
de a fresco rimpelto alla porta , e molti altri ritratti di altri Vi- 
ce-Re erano di Paolo de Matteis. Con buon provvvedimento ne 
sono stati tolti, e la sala vedesi decorata da modelli in gesso del- 
le statu£ colossali del Real Museo. 



— 2oG — 
Presso questa sala vedesi la regia cappella. Fu principiata 
«lai Duca di Medina perchè prima stava al Palazzo vecchio. Nel 
164G fu resa alta agli uCGcii divini da D. Rodrigo Ponz do Leon 
Duca d'Arcos. No! fino del 16j6 da D. Garzia de Halo Genie di 
Caslrilio Al essa abbellita con dipinture e stucchi Guti posti in oro, 
introdotti in Napoli la prima volta dal Mondarini : indi fu tutta 
iioljdmenfe dipinta a chiaroscuro con ornamenti lumcffsiati in oro 
da Giacomo del Pò. 

La soffitta che era di canne stuccate cadde nell'anno 1687 , 
e rifalla fu dipinta da Niccolò Rossi alunno del Giordano. 

Nell'altare vi era un quadro nel quale stava espressa la Ver- 
gine Goncetta , opera forse la più bella che fosse uscita dal pen- 
nello di Giuseppe di Ribera; ma perchè il volto della Vergine era 
stalo preso da un volto naturale d'una donna molto bella , can- 
gionò più d'un errore in un Signore che il vide. 

Questo quadro fu tolto e mandalo a Spagna , ed ivi vi fu 
collocata una statua di marmo del Fansaca. Il Padre Eterno,e la 
Gloria dipinti a fresco nella volla della Tribuna sono di Giaco- 
mo del Pò. 

Questa cappella è stata in questi ultimi tempi abbellita e del 
tutto rimodernata, meno che nella soffi Ila dipinta come ò dello da 
Niccolò Rossi , la quale non corrisponde alle nuove ricche deco- 
razioni. Evvi all'inloruo un porticato con Tribune al di sopra, fra 
le quali si distingue quella per la famiglia Reale incontro all'al- 
tare. Questo è lutto di pietre dure e rame dorato di squisito la- 
voro , e su di esso , come di sopra ò detto, evvi la bella statua 
del Fansaca. E servita la cappella da dodici cappellani di came- 
ra , da venti cappellani straordinari , e da molti chierici ; di 
tutti ne capo il Cappellano Maggiore. 

Dall'altra parte evvi il salone dei festini. Seguono a questo 
ampie anticamere : tutte aveano le soffitte stuccate in oro , e di- 
pinte dal Gorenzio. 

L'appartamento ove abitavano i Vice-Re è alla parte di mez- 
zogiorno sul mare con deliziosissime vedute e per comode scalo 
si discende a diversi appartamenti ed al vicino mare. Questi ap- 
partamenti erano in tempi dei Vice-Re,adorni di curiosissimi qua- 
dri j opere uscite dai primi pennelli del 17 secolo. Vi erano pure 
una quaiililà di statue antiche di marmo e di metalli portate da 



— 2o7 — 
Roma , antiche curiosila ; vasi , orologi. Vi era pure una nobi- 
lissima libreria tutta di libri scelti. Altra quantità di libri di di- 
segni falli dai più rinomali virtuosi nella dipintura. Vi si vedea- 
no le carte geograGchc uscite dai più rinomati bulini di Europa. 
Era questo palazzo un gran teatro di ogni più virtuosa cu- 
riosità. 

Dal 1734 , in poi che fu abitazione dei Sovrani dell' attuale 
dinastia Borbone, felicemente Rcgnanle , accrcbbesi infinitamen- 
te la sua magnificenza in pitture , arredi, tappezzerie, fabbriche 
aggiunte , ed altro : ma avvenuta la disgrazia dell' incendio nel 
1835 , l'attuale Sovrano Ferdinando II , l'à talmente arricchito e 
decorato, facendovi lavorare tutti artisti ed artefici Napolitani, che 
non basterebbero dei volumi se si volessero tutti minutamente descri- 
vere questi lavori, ed aggiunzioni. La facciata del palazzo verso il 
mare fu tutta eseguita con gusto e ben'inteso disegno, rispettando 
gli ordini, e l'euritmia del Fontana dal sullodato architetto della 
casa del Re cav. Genovese. 

Non è questo il luogo di parlare della ricca ed elegante sup- 
pellettile, che adorna i Regi appartamenti, ma bensì al 2° volu- 
me, inlanto darò un cenno delle principali pitture. Quelle a fre- 
sco sono opera di pittori della scuola Napolitana; cioè di Behsario 
Coreuzio , di Solimena, di Francesco la Mura , di Bonito. Nella 
gran Galleria si distinguono due quadri della Vergine, e del Pa- 
dre Eterno di Raffaele d'Urbino. Le quattro stagioni di Guido Reni. 

Due quadri dello Schidori rappresentanti la bottega di s. Giu- 
seppe , e la visita di s. Gioacchino a s. Elisabetta. L' Orfeo di 
Caravaggio. L'Alessandro Farnese del Tiziano. La Sammaritana di 
Lavinia Fontana. 

Nella Sala dei Ministri sono degni di particolare attenzione 
la dispula di Gesù coi Dottori del Caravaggio. La corsa di Ata- 
lanla e d' Ippomene di Guido Reni. Il sogno di S; Giuseppe del 
Guercino. 

Nel cos'i detto Salone giallo, il quadro più notevole è la Re- 
beccà dell' Albano. 

Merita essere ancora osservata la ricca e magnifica Bibliote- 
ca privata del Re. 

Oggi decora immensamente questo magnifico Monumento la 
Piazza del Rcal Palazzo. Questa fu cominciata nel 1810. 
Sasso — Yol.l. 33 



— 238 — 

La piazza sarebbe di forma quadrata se un suo lato non fos- 
se un semicerchio. Difatli la distanza fra i due palazzi simme- 
trici è in palmi 6o0 , ed altrettanti ne corrono dalla porta del 
Tempio al Portone del Palazzo. 

In mezzo alla Piazza sono poste due statue equestri in bron- 
zo di Carlo Iti , e Ferdinando I Borboni — I due cavalli con la 
statua di Carlo sono del celebre Canova , e la statua di Ferdi- 
nando die regge tanto bene al confronto di quella del Canova , 
è di Cali Napolitano — Sono queste le più grandi statue equestri 
che vi sieno , e sono di gran pregio. L' architettura della Chiosa 
è di Pietro Bianchi di Lugano — quella del Palazzo verso la stra- 
da di Chiaia è dell'architetto Laperuta ; sullo stosso gusto fu mo- 
dellata la facciala del palazzo opposto , dal nostro Antonio Ani- 
to architetto della casa del fu Principe di Salerno. 

Dopo r opera del Rea! Palazzo di Napoli , eseguito con bel 
talento e sana architettura dal distintissimo artefice , superfluo sa- 
rebbe a sua lode qualunque altra descrizione delle svariate opere 
che in Napoli diresse ; imperocché dalla loro natura tu scorgi 
neir architetto Domenico Fontana non solo il distinto artista, ma 
l'ottimo matematico , ed il profondo idraulico. 

Opinione maggioro desta, senza alcun dubbio nel tuo cuore il 
prelodato architetto , qualora rifletti a quanto oprò egli in Roma 
e massime per 1' alzata del famoso obelisco di Sisto V. 

Qualunque altra lode io tentassi per si distinto maestro po- 
co sarebbe — A dotto architetto e felice narratore ne cedo lo in- 
carico. 

Non sarà discaro ai miei lettori se di aggiunta alle opere 
sopra esposte dello illustre Domenico Fontana io vada ad espor- 
re altra operazione delle slesse dlQicoltà per l' alzata dell' o- 
helisco di Sisto V; superate con altri ritrovali nel 1769 dal Conte 
Marino Carburi da Ccfalonia, per trasportare a S. Pietroburgo un 
masso di granilo di tre milioni di libbre, per servire di basamento 
alla statua equestre in bronzo di Pietro il Grande, che oggi giace 
nella piazza della Capitale dell' Impero Russo, secondo il disegno 
dell' architetto signor Falconet. 

Questi disprezzò I' uso comune di piantare una statua 
equestre sopra un piedistallo , dove naturalmente ella non può 
stare ; ma volle uno scoglio su cui far galoppare il suo Eroe , 



— 259 — 
che si arresli alla vista di un orrendo serpente , e sonnonli ogni 
ostacolo per la felicità delle Moscovie. Non vi voleva che una Ca- 
terina II, esecutrice gloriosa delle grandi idee di quell' Eroe , 
per eseguire il piano straordinario dell' artista scienziato. 

Fu casualmente trovato il Sasso sprofondato per quindici pio- 
di entro un pantano , lungi quattro miglia e mezzo dal fiume 
Newa, e quattordici da Pietroburgo. 

Casualmente ancora si trovò a Pietroburgo il Carburi da in- 
traprenderne il trasporto — La sola natura fa talvolta un mecca- 
nico , come fa un generalo , un pittore , un filosofo. La spesa 
per questo trasporto non fu che di settantamila rubli, od i mate- 
riali rimasti dopo 1' operazione valcano i due terzi della suddetta 
somma. Gli ostacoli superati fanno un immenso onore all' inten- 
dimento umano. 

Il Sasso era lungo trentasetle piedi , ventidue largo , ventu- 
no alto, di forma parallelepipeda. Era fesso da un fulmine, se ne 
tolse la minor parte, e nella parte incavata si costruì una fucina 
per i bisogni occorrenti nel viaggio. INon volle il Carburi , elio 
il suo Sasso andasse al solito sopra curii cilindrici : questi cagio- 
nano tanto attrito da spezzare le più forti gomene. Invece di cura 
egli usò palle composte di rame , di stagno , e di calamina che 
rotolavano col gran carico sur una specie di barca lunga 180 
piedi , e larga 66. Fu uno spettacolo straordinario veduto da tutta 
la Corte e dal Principe Enrico di Prussia braccio destro del Gran 
Federigo. 

Due tamburi in cima suonavano la marcia. Quaranta scarpellini 
vi lavoravano continuamente, mentre il Sasso camminava, per dar- 
gli la forma proposta — La fucina sempre in opera : molti altri 
uomini vi erano ancora strascinati sulle sluoje per tener lo palle 
in giusta distanza , le quali non erano che trenta , ciascuna del 
diametro di 15 pollici. La montagna camminava quasi sulle uova, 
tirata da quattro argani, e talvolta da due, mosso ciascuno da 32 
uomini — Si alzava e si abbassava sopra viti per toglierle il vadie- 
re e mettercene sotto un altro : quando la strada era piana facea 
60 piedi r ora. Il meccanico sempre ammalato per I' aria palu- 
stre , e sempre indefesso a regolar la marcia foce si che in sei 
settimane si giungesse felicemente al fiume. 

S' imbarca il Sasso ; la barca s' incurva ; il Carburi la rad- 



— 2G0 — 
drizza ; lo scoglio è nella piazza di S. Pietroburgo in onore di 
Pietro il Grande e di Caterina li , mercè 1' opera di Falconet e 
di Carburi. 

Si osservò in questa operazione che il musco e la paglia po- 
ste sotto il Sasso divennero , per la compressione , una materia 
SI compatta clie reggeva alle palle di raosclictto sparale da vici- 
no. Sopra consimili opere meccaniche degli antichi , che ne fa- 
coan pure delle stupende , non abbiamo alcuna storica relazione 
che certamente non mancherebbe di destar l'ammirazione dei no- 
stri geometri trascendenti e sublimi. 



VITA DELL'ARCHITETTO 

GllLlO CESARE FONTANA 

C0.\ LA DESCRIZIO:VE DELLE SIE OPERE ESEGUITE W WUU 

CONSISTENTI 

nei 

Pubblici Granai alle fosse del Grano. 
Regi Studi. 



II Cavaliere Giulio Cesare Fontana nascea figlio del suUoila- 
fo Domenico , e venne iu questa nostra metropoli adoprafo dai 
Vice-Re in molti e svariali lavori durante ancora la vita del suo 
amato genitore. 

Tra le molte fabbriche che disegnò in Napoli è notabile 
quella dei già pubblici Granai capaci di conservare 200 mila to- 
moli di grano , e che poc' anzi è stala demolila. 

L'opera più regolare di questo architetto fu quella dei Regi Stu- 
di che progettò, e mise mano ai lavori nell'anno 1610 — la 
questo luogo adunque ne darò la descrizione, stimando questo il 
più rinomato edifizio per un artista, e massime per chi scrive la 
storia dei Monumenti , racchiudendo oggi giorno questo locale 
tesori tali, a cui non vi sarebbe prezzo immaginabile per defluir- 
ne il valore — Le fasi, le aggiunzioni, le diverse destinazioni di 
questo monumento, ricordo averli accennati nella prefazione ; ec- 
co motivo , che vado di salto alla descrizione, per non ripetere 
le slesse cose. 

Prima di cominciare una sommaria descrizione di questa ma- 
gnificenza mondiale , imperocché ò unica nel mondo — bramo 
farti conoscere , la pompa magnifica con la quale fu questo Mo- 
numento aperto il di 14 giuguo 1613 , da D. Fedro Fernando 
de Castro Conte di Lemos. 

Con solennissima cerimonia il dello Vice-Re vi s i portò con 
una cavalcata tutta di Lettorati , fra i quali vi erano i tre Col- 
legi dei legisti , dei filosofi , e dei teologi con tutti i lettori di 
queste facoltà, ognuno dei quali portava un cappirotto coloralo: 
quello dei legisti era di color rosso e verde ; quello dei filoso- 
fi giallo ed azzurro ; e quello dei teologi bianco e nero. Tutti 
i cavalli venivano coverti da maestose bardature. 

Per la descrizione del monumento ciò che è la facciata, la 
vedi nella tavola 18. Come fu il modello di Giulio Cesare Fonta- 
na lo riporta il Celano. Come è attualmente dicono i nostri sto- 



— 264 — 
rici che Io fu per opera dell' architetto Pompeo SchiaiUarelli nol- 
1' anno 1790, come mi trovo averlo ancor io accennalo nella pre= 
fazione. Posteriormente ò veduto il progetto dello Schiantarelli da- 
tomi da un suo ajutante che vive tuttora , e non à che fare con 
r attuale facciata. Conosco che Pietro Bianchi ne diresse nel 1816 
il colorito. Comunque sia andata la faccenda la detta facciata co- 
me dalla tavola 18 è monumentale. Per i diversi compresi , gli 
accennerò descrivendone i tesori che racchiudono. 

A descrivere minutamente tutti gì' importanti oggetti che si 
ammirano in questo monumento unico nel suo genere, non ba- 
sterebbero molti volumi. INello esporre 1' ordine col quale sono 
essi disposti , si accennerà qualche cosa sopra quelli , che me- 
ritano una più particolare attenzione. 

Entrandosi per la porta principale — come dalla tavola 18. 
osservi — (e che come oggi è formato , cesserebbe il mordace Mi- 
lizia di chiamarlo lungo intestino ) , si trova un magniOco por- 
ticato 5 in fondo del quale vedesi la bene studiala scala , che 
mena al piano superiore ricavala con molto ingegno in un an- 
gusto sito. Tanto il porticato , che la gradinala sono adorni di 
statue e busti antichi , e nel mezzo dell' ultima vedesi la statua 
di Ferdinando I Borbone opera dell' immortale Canova. 

Le due corli laterali a questo porticato àuno 141 palmi di 
lunghezza , e lOa di larghezza. Nel porticato veggonsi i modelli 
delle due statue equestri , che si sono allogate nella Piazza del 
Real Palazzo. 

Per la prima porta a dritta del grande ingresso , si entra 
ad ammirare la singolare raccolta di pitture scavate a Pompei , 
ad Ercolano , ed a Slabia. Sono esse disposte in cinque classi ; 
la prima per i frulli ed animali , la seconda per paesaggi , ia 
terza per figure , la quarta per frammenti di pitture , e la quin- 
ta per oggetti architettonici , alcuni dei quali sono di gran pre- 
gio. Nella classe delle figure fissa una particolare attenzione sopra 
i quadri di Briseide ed Achille , Briseide sola , del sacrifizio 
d'Ifigenia, e sopra i due creduli uno di Giunone e Giove , 1 al- 
tro di Fesivo , e Flora. Osserva pure il pilastro allogalo in mez- 
zo alla Galleria che esisteva nella Fiellouica a Pompei. 

Uscendosi da questa Galleria per la porla che vi si trova 
incontro , si entra in tre stanze , che fauno continuazione al Mu- 



— 26u — 
SCO delle pitture antiche. La prima è desliuata ai musaici figu- 
rati , la seconda e la terza lo sono alle pitture , fra le quali si 
distinguono le pareli del tempio d' Iside. 

Lo due ultime stanze di quest'ala, sono per ora destinate alle 
adunanze dell'accademia delle scienze. 

Si fatte pitture eseguite sull' intonaco delle mura , ne sono 
siale distaccale con molla arte e diligenza , e formano una col- 
lezione di circa duemila pezzi. Si sono scelte quelle credute 
pili utili a dilucidare le arti , e 1' archeologia , e le altre sono 
state lasciate sulle pareti che ornavano. 

II nostro Milizia à toccata la quistione , se la pittura fosse 
cosi perfezionala presso gli antichi come lo erano la scultura e 
rarchitetlura. 

A giudicarne da queste pitture , pare che il vanlaggio sia 
pei moderni ; ma tale giudizio può essere anche fallace , perchè 
fondato sulla conoscenza che abbiamo, neppure intera, dei qua- 
dri su i muri di piccole ci Uà , le quali appena potevano posse- 
dere qualche capolavoro ; e vista la loro profusione si debbono 
supporre di artefici del paese , che probabilmente non erano di 
prim' ordine. Del resto, sifTatte pitture mancano generalmente di 
prospettiva ; ma il peccare del colorito nasco dall' avere pel tem- 
po perduto la pristina vivacità. Il disegno però di molto si avvi- 
cina alla perfezione , ed il nudo sopra tutto è stato bene inteso 
dagli antichi. 

Molti quadri, malgrado la semplicità della composizione, uni- 
scono fuoco e delicatezza. È inutile poi aggiungere i molti tito- 
li per cui queste pitture ci debbono esser pregevoli e care, e quanto 
sieno esse istruttive. 

Torna o lettore al Porticato. La seconda porta a dritta con- 
duce alla Galleria dei monumenti Egiziani, raccolta che è sul na- 
scere , e che per le provvide cure di S. M. Ferdinando II non 
tarderà ad ingrandirsi. Osserva con attenzione 1" Iride in marmo, 
ritrovala nel tempio del suo nome a Pompei. 

La corte a drilla presenta bellissimi frammenti di archilel- 
iura , di statue , e di ornati. Segue una raccolta d' iscrizioni an- 
tiche , molte delle quali sono della maggiore importanza. Ma ri- 
chiamano qui tutta r attenzione il Toro Farnese, e l'Ercole Far- 
nese. Il primo è un gruppo che rappresenta la favola di Dirce , 

Sasso — Voi. I. 34 



— 266 — 
ed essendo in graa parie restaurato offre più di opere nuove, che 
di antiche. 

Pare anche che la sua fama superi il merito reale, difettosa 
essendone 1' azione — Nessuna tua fermata sarà bastante ai piedi 
della famosissima statua dell' Ercole per ammirare le singolari 
bellezze di quest' opera prodigiosa dell' Ateniese Glicone. 

Ritornandosi alla corte , per l'ultima porla sulla dritta si en- 
tra nella galleria dei grandi bronzi. Tutta Europa insieme non 
à un numero di statue in bronzo pari a quello che ti offee 
questo Museo. Fissa principalmente la tua attenzione sul Mercu- 
rio sedente , cui vien dato il primato fra quante statue di tal me- 
tallo sonoci pervenute dagli antichi. Bellissimi sono pure i due 
Fauni , l'uno dormiente, e l'altro ubbriaco: si noli la bella te- 
sta del cavallo di bronzo , che era altra volta presso il Duomo , 
scampata fortunatamente alla distruzione. Finalmente si osservi il 
bel cavallo raccozzato ingegnosamente dai pezzi dei quattro , i 
quali componevano una quadriga , che assai maltrallata fu tro- 
vala nel teatro di Ercolano. 

Passandosi al lato opposto del porticato, si entra per tre in- 
gressi nel 31usco dello statue , formato da tre i^orlici della corle, 
da più gallerie , e dalla corte stessa. Per 1' ingresso a sinistra si 
trova il primo portico lungo palmi l!>6 , è dello dei Miscellanei 
per la varielà degli oggetti che contiene. Si dislinguono fra essi 
un'Amazzone morta, un buslo di Gallieno, un gruppo di due uo- 
mini intenti a parlare, un cinghiale. Al termine di questo portico 
vedesi la statua equestre di Nonio Balbo figlio , ed al termine 
del terzo portico ad essa d' incontro osservasi 1' altra di Nonio 
Balbo padre , ambedue bellissime. Erano prima nel Real Palazzo 
di Portici , dove nel 1799 una palla di cannone portò via la le- 
sta del primo Balbo , la quale è stata restaurata. 

Il secondo portico lungo palmi 263 , è dello delle divinità, 
perchè di esse contiene cinquanlasetle simulacri. Richiama tra que- 
ste statue una parlicolare attenzione 1' Apollo col cigno. 

Un lungo sguardo meritano ancora il gruppo di Ganimede 
rapito dall'Aquila , i due busti colossali di Ercole e di Alessan- 
dro il grande , i bei gruppi di un satiro e di un giovinetto, di 
Bacco ed Amore , di Venere ed Amore , di Fauno con Bacco 
bambino sulle spalle , una Giunone , una Minerva , un' Euterpe, 
un busto di Arianna. 



— 267 — 

Il ferzo portico di lunghezza ugnale al primo è detto dogli 
Imperatori , perchè vi sono riuniti da cinquanta monumenti ap- 
partenenti agli antichi Imperatori romani. Nel mezzo di esso si 
vede la bella statua sedente di Agrippina moglie di Germanico, 
alla destra di essa una magniGca tazza di porfido , ed avanti e 
dietro due fonti lustrali. Le mura dell'androne vicino sono co- 
perle di bassorilievi , tra i quali non pochi degni di attenzione. 
Gli altri oggetti più notevoli sono i due busti colossali di Tito , 
e di Antonino Pio , e più ancora quello di Giulio Cesare , le 
statue di Marco Aurelio , di Lucio Vero , di Trajano . e di Ga- 
ligola , la statua colossale sedente di Augusto , ed anche 1' altra 
di Claudio , i busti di Pupieno , di Lucio Vero , di Probo , di 
Adriano , di Caracalla , e di Carino , da altri creduto di Anto- 
nino Pio. — Nel visitare la galleria si può cominciare da quel- 
la dotta flora , per la bella statua di tal nome che contiene , 
la quale è il capolavoro de' bei panneggi. Quattro nobili bas- 
sorilievi , il maraviglioso frammento di una statua muliebre , 
ed il bel torso farnese sono oggetti degni di particolare osser- 
vazione. 

La seconda Galleria delta dei marmi colorati presenta qua- 
rantaquattro bei monumenti sopra piedistalli di alabastro , e di 
colonne di marmo cipollino , che fanno corona alla singolare sta- 
tua in porfido di Apollo citarco. Merita particolare attenzione il 
busto di Marco Aurelio quando era giovane. 

Alla terza galleria si <là il nome delle Muse, perchè vi si 
veggono riuniti trenta monumenti, che anno relazione con esse, e 
con Apollo. Nel mezzo, sopra di un piedislilio, vedesi un gran vaso 
di marmo greco , ornato di bellissimi bassorilievi rappresentan- 
ti la nascita di Bacco , ma infelicemente molto danneggiato. 

La quarta galleria, denominata delle Veneri , perchè consa- 
grata principalmente alla Dea di Amore ed agli oggetti che le 
riguardano. Nel mezzo vedesi una bella statua di Adone , ed un 
gruppo di Amore con un Delfino. Non si lasci d' osservare Bac- 
co ermafrodito. 

Da questa galleria per un passaggio ornato di erme , busti. 
e colonne si passa alla quinta dell' Atlante , così delta dalla sta- 
tua , degna di molta attenzione , di Atlante col globo sul dorso. 
La collezione qua riunita è principalmente destinata agli antichi 



— 268 — 
sapienti. Si dislingiiono le statue di Omero , e di uu filosofo, ed 
i busti di Arlistene , di Eschine , di Periandro , di Solone , di 
Erodoto 5 di Cameade , di Posidenio. Ma sopra di ogni altra si 
eleva la impareggiabile statua di Aristide trovala ad Ercolano ; 
la quale è da contare tra i primi prodigi dell'arte : più la vedi, 
più arai di vederla. 

La stessa galleria è delta dell' Anlinoo per la statua che ù 
nel mezzo di questo inverecondo favorito. Non vi mancano in- 
torno oggetti da richiamare la tua attenzione. 

Segue il gabinetto delle piccole statue e delle erme. Qui è 
passata da circa diciotto anni la tanto celebrata statua di Venere 
callipiga , detta a ragione la rivale della Venere medicea. 

La corte circondata dai tre sopra descritti portici , che sono 
slati chiusi è anche essa un museo in cui con arte sono distri- 
buiti sarcofaghi , bassorilicTi , pezzi architettonici, ed altri antichi 
monumenti. Nel mezzo si vede un grande impluvio di marmo sul 
gusto di quei di Pompei , e nelle dodici nicchie nelle pareli , do- 
dici statue consolari. 

Le rimanenti stanze di questo primo piano terreno , sono pei' 
ora destinato ad esser magazzini di oggetti non ancora allogali , 
o che àn bisogno di ristauro. 

Salendosi le scala , delle due porte che le prime s' incontra- 
no , (juclla a dritta mena alla raccolta di terre colle e di ogget- 
ti del loOO , e l'altra incontro a sinistra all' appartamento per 
la Direzione del Musco. Questa raccolta di terre cotte greche e 
romane comincia dai più piccoli e comuni vasi e termina con 
altri e grandissimi. — Vi si veggono ancora statue , animali , 
lucerne , fruiti , ed altro. Degli oggetti del luOO e del rinasci- 
mento delle arti in Italia molli apparleneano alla casa Farnese. 
Continuandosi a salire si trova la scala divisa in due rami, 
ed andandosi per quello a dritta vedesi come un vestibolo con 
cinque porle. 

La prima porla conduce alla raccolta di vetri la quale ci ac- 
certa di quello , che per noi era prima dubbio , cioè che gli an- 
tichi non solamente avevano il vetro, ma conoscevano ancora il mo- 
do di cisellarlo , di lavorarlo al torno e colorirlo. — Vi si 
veggono oltre a 1200 monumenli diversi , fra i quali sono da 
notare due urne con le ossa di duo scheletri, trovate nel 1814, a 



— 269 — 
Pompei. Alcuni lavori in cristallo di Rocca , ed altri importanti 
oggetti. 

Per la seconda porta si entra nella stanza degli oggetti ri- 
servati , dove sono riuniti i monumenti osceni in marmo , in 
bronzo , in terre cotte , in vasi , in pitture. La religione degli 
antichi non favoriva , come la nostra , la decenza dei costumi ; 
e questi oggetti che ora ne fanno arrossire, non producevano ver- 
gogna , perchè non supponevano colpa. Essi oltrepassano il cen- 
(inaio , fra i quali meritano particolare attenzione un bel tripode 
di bronzo composto di Ire Priapi , che sostengono un braciere, il 
famoso gruppo del Satiro e della capra di Ercolauo , vari affre- 
schi , ed altro. 

La terza porta dà l' ingresso a vaste gallerie , le quali con- 
tengono una parte della gran quadreria , che forma uno degli 
ornamenti di questo Museo. Non potendo in quest'opera , come 
ò detto , indicare minutamente tutl'i quadri , sotto diversi aspet- 
ti r/ieritevoli di particolare considerazione , mi limitirò ad addi- 
tarne il numero e le scuole. 

Le tre prime stanze accolgono novantatrè quadri della scuo- 
la napolitana. A destra della terza stanza vi sono due gabinetti. 
li primo contiene o2 tavole quasi tutte col fondo dorato appar- 
tenenti alla scuola greca dei mezzi tempi , alcuni cartoni dei 
più grandi maestri , e nel secondo sono riuniti 36 quadri quasi 
tutti piccoli, appartenenti a varie scuole, alcuno dei quali sono 
di primo ordine. 

La quarta grande stanza contiene 46 quadri della scuola 
fiorentina , uno della bolognese , quattro della genovese , e nove 
df'lla francese. 

La quinta consagrata alla scuola fìaminga , racchiude Jj6 
quadri. Continua fa scuola Fiamminga nella sesta stanza, la qua- 
le ne raccoglie di essa scuola altri 26 quadri , ed oltre a que- 
sti 32 della scuola Tedesca , e 10 dell' Olandese. 

Allorché si esce da questa quadreria , per la prima porla 
che si trova a dritta si entra nel Museo dei piccoli bronzi. Qui 
Iti , o lettore , resti dolcemente sorpreso alla vista di migliaia di 
piccoli monumenti , i quali ti presentano ogni sorta di utensili 
li cui facoano uso gli antichi , dimodoché li sembra con essolo- 
ro intertonerti. — Vi vedrai ogni genere di vasellame per uso 



domestico , e per sagrifizi , Icllisterni , tripodi , lucerne , cande- 
labri . islru menti musicali, di chirurgia , di arti rurali e mecca- 
iiiclio , ogni sorla di misure , oriuoli a sole ., allrezzi di cucina, 
suppellettili ed altro — JNcU' ultima di queste stanze si veggo- 
no le famose tavole di Eraclea trovale nel 1732 , e comendate 
dal Mazzocchi , ed un calamaio a sette facce , intorno al quale 
il Martorelli, scrisse niente meno che, due volumi in quarto. 

Da queste stanze si passa a quelle eonsagrate alla grande 
collezione dei vasi detti Etruschi , dei quali se ne contano quasi 
2o00 — L' ultima stanza ne contiene che più richiamano 1' at- 
tenzione , fra i quali i due famosi che erano altra volta nel Mu- 
seo del marchese Yivenzio. La varietà delle forme , la loro 
maggiore o minore antichità manifestata dalla scrittura , i tratti • 
di mitologia , di storia , di costumi , che vi si veggono cCGgiati. 
il gusto con cui sposso son formati e dipinti attirano 1' attenzio- 
ne dei dotti e degli amatori. I vasi più comuni da cucina or- 
nali di eleganti maniche , guerniti di argento al di dentro, mo- 
strano nn lusso sconosciuto ai di d'oggi. Tanto queste stanze , 
quanto le precedenti , e varie altre in seguilo, anno i pavimenti 
di bellissimi musaici anlidii- 

Passando in altra stanza le dame troveranno di che appagare 
la loro curiosità, osservando le tolette delle antiche Greche e Ro- 
mane . ed una quantità di ornamenti domestici. Mette il colmo 
alla più grata sorpresa il vedervi frumento , legumi , olio , or- 
zo , vino . pane , uova , e fino una torta, avanzati o per meglio 
dire conservati dal fuoco dislrnllorc. Tale spettacolo , unico sulla 
terra , eccita una commozione di animo indilinibile , ed istruisce 
fa pensare più che tutti i libri dei dotti. Si acquista un'idea 
adeguata del vero grado di civiltà , cui eran giunti gli antichi , 
e molto più di quel che le danno le lettere familiari di Cicerone 
e di Plinio , e tutte le rovine di Roma. 

In continuazione del Museo dei vasi sarà allogato quello 
degli oggetti preziosi , e quindi il copioso Museo numismatico. 
Per ora gli oggetti preziosi si trovano in una stanza , la cui 
porta è r ultima fra quelle che danno l' ingresso ai musei fino- 
ra descritti. Siffatta raccolta del tutto singolare , contiene più 
centinaia di cammei ;, un numero assai maggiore di pietre ana- 
glife sia incavale , braccialetti , galloni d' oro , pezzi di por- 



pora 5 e di allre stoffe. Vi si vede la bella eurea , che i giova- 
netti nobili portavano al collo con degli amuleti , il quadrante a 
forma di presciutto coverto di argento. Il bassorilievo di argen- 
to die rappresenta la morte di Cleopatra , diversi vasi , candela- 
bri , piatti j casseruole , tutte in argento. Ma sopra tutti questi 
preziosi monumenti dell' antichità si eleva la famosa lazza di a- 
gata sardonica che à un piede di diametro. Nel di dentro a for- 
ma di cammeo vi sono scolpite sette bellissimo figure , e nel di 
fuori una Medusa. Maffci , Galiani , Wiuckelmann , il nostro fu 
generale Ferdinando Visconti , mio amico , maestro e compare; 
anno dato interpetrazioni diverse al sudilolto gruppo di figure. 
Quella che più ne persuade è l'ultima del sullodalo generale Vi- 
sconti , il quale à creduto vedere il Nilo nel vecchio , Oro nel 
guerriero , Iside nella donna seduta , le Ninfe del fiume nelle 
due figure aeree. 

Tornandosi alla grande scala nel mezzo di essa si trova l'in- 
gresso della biblioteca. Presenta questa una grandissima e ma- 
gnifica sala lunga 200 , e larga T6 palmi , decorala di quadri , 
dipinta la gran volta dal Bardellini. 

Il professore Casella vi tracciò nel 1793 un' esattissima me- 
ridiana. A lalo manco di questa sala ve ne sono altre pur esse 
spaziose e piene di scaffali con libri , due delle quali conten- 
gono i qualtrocenlisli, ed i manoscritti. Questa biblioteca, una del- 
le principali di Europa, contiene oltre a 1150,000 volumi , più di 
4000 quattrocentisti, e circa 3000 manoscritti, molti dei quali as- 
sai pregevoli. 

Uscendosi dalla biblioteca per l'altro ramo della scala a si- 
nistra si sale all' officina dei papiri , ed alla seconda quadreria. 
Entrando nelle stanze dei papiri , 1' uomo di lettere sospirando 
rammenta la perdita di laute preziose opere degli antichi , e rav- 
viva la speranza elio abbiano un di a ricuperarsi. 

Queste semplici stanze non sono visitale e rivisitato con ve- 
ro trasporto , che dalle sole anime privilegiate , lo quali sanno 
valutare i sublimi prodotti dello spirilo umano ! Arrestali , o let- 
(ore a lungo , e contempla quel pezzo di carbone nel quale il 
fuoco del Vesuvio à ridotto i libri degli antichi , ammira la sa- 
gacia e la pazienza come i papiri sono svolti e trascritti, e sa- 
rai forse , se ài anima culla e sensibile , preso da viva impa- 



272 

zicnza , che più braccia non sieno impiegafe ad accelerare l'ope- 
ra . ed a soddisfare la generale aspettazione dei dotti. 

Le quattro stanze consagrafe a questa officina contengono i 
papiri svolti , e da svolgere , ed in esse lavorano gì' impiegati a 
disegnare ed incidere quelli che si svolgono. I papiri che qui si 
veggono furono trovati ad Ercolano ed ascendono al numero di 
lSo6 ; si sono pubblicati finora pochissimi volumi di opere da 
essi tratie. Nella prima stanza si tiene 1" accademia di belle arti, 
neir ultima quella di archeologia. 

Uscendo dall' officina dei papiri per la prima porla contigua 
si entra nella seconda grande quadreria. Le prime tre stanze ed 
un' altra vicina più piccola, e quasi oscura sono consagrate alla 
scuola bolognese , e contengono solo quadri. Nella quarta stanza 
continua la scuola bolognese ^ e presenta 22 quadri , ma ve ne 
sono nitri dieci appartenenti alla scuola lombarda. La quinta 
stanza accoglie 48 quadri della stessa scuola lombarda. Le due 
seguciili sono dedicate alla scuola veneziana di cui si veggono 39 
quadri nella stessa stanza . e 20 nella settima. 

L'ottava e la nona stanza presentano la scuola romana di cui 
vi si osservano SS quadri. 

Finalmente si entra nella gran Galleria dei capi d' opera e 
se ne contano 41. 

Qui si ammirano cinque quadri del Tiziano , cioè Filippo II. 
Re di Spagna, due di papa Paolo III, la famosa Danae e la ici- 
paregiabile Maddalena. 

Quattro di Raffaello d'Urbino — Due Madonne — Il ritrat- 
to di un Cardinale — L'aliro celebre del papa Leone X. 

Quattro dello Schidoue — Il riposo di Amore — La bottega 
di s. Giuseppe — La piccola Carità — La grande Carità, 

Tre di Annibale — Alcide al bivio -i- Venere — L'ioioii- 
tabile Cristo deposto dalla Croce in seno alla madre. 

Uno di Agostino Caracci — ^ Rinaldo ed Armida. 

Due del Ribera . o Spagnoletto . il s. Girolamo e il Sileno. 

Due di Sebastiano del Piombo — La Sacra Famiglia — Ri- 
trailo di papa Alessandro Farnese. 

Uno di Giulio Romano — La Sacra Famiglia. 

Quadro conosciuto col nome della Madonna àA gallo. 

Uno di Andrea del Sarto — Bramante che insegna l archi- 
letlura al Duca di Urbino. 



— 273 — 

Due di Giovanni Bellino — Il ritratto di un monaco — La 
Trasfigurazione. 

Uno di Velasquez de Silva — Un ritratto. 

Uno del Garofalo — Cristo deposto dalla Croce. 

Uno del Solario — La Vergine in trono col figlio , e di- 
versi Santi. 

Uno di Simone Papa — Un s. Michele. 

Uno di fra Bartolonoco — Un' Assunta. 

Uno di Claudio Lorenese — La Ninfa Egeria fra le sue 
compagne. 

Quattro tavole del Parmìgianino — La sacra Famiglia a 
tempra — il ritratto di Colombo — parlante. 

Il quadro allegorico di Parma ia sembianza di Amante che 
abbraccia Alessandro Farnese. 

FI ritratto della favorita dì questo pittore. 

Uno del Venusti — Una copia del giudizio finale di Miche- 
langelo. 

Uno del Guercino — La Maddalena. 

Due del Correggio — In tavolo — Lo sposalizio di s. Ca- 
terina — La Madonna sotto il nome della Zingarella. 

Uno del Domenichino — Un' anima insidiata , che si ripara 
sotto le ali dell' Angelo Custode. 

Uno di Giacomo Bassano — Cristo che risuscita Lazzaro. 

Molti non saranno di accordo sulla preferenza data a vari 
di questi quadri , come capi d' opera , tra non pochi altri di pri- 
mo ordine che si vedono in ambe le descritte quadrerie : ma in 
quale cosa sono mai gli uomini di accordo tra loro??? 

Nelle stanze della quadreria siuora descritte sono stati in 
gran parte allogati i quadri che forse avrò indicati nella descri- 
zione del real palazzo. Nelle mura di queste stanze furono la- 
sciati i voti proporzionati di altri quadri , come al certo oggi si 
sono collocati. 

La descrizione del Real Museo Borbonico sarà per lunga pez- 
za imperfetta per le nuove ricchezze che ogni giorno riceve. Per 
ora ti dico , o lettore , che un prezioso acquisto fece 18 anni or 
sono di oro , e di vasi Italogreci , che si rinvennero nei din- 
torni di Buro in provincia di Bari : di questi ultimi ve ne sono 
di già una quantità tra grandi e piccoli di qualche centinaio. 

Sasso — Voi. I. 35 



— 274 — 
Fra i grandi evvene uno allo palmi 6 , e adorno di loO figure 
rappresentante un corabaltimento fra greci ed ammazzoni. Poste- 
riormente gli scavi di Pompei anno somministrato altri vasi, ed 
oggetti di argento , e di giorno in giorno ne somministrano. 

Per adesso io termino questa, piuttosto indicazione che descri- 
zione , e di pena infinita sono compreso ; imperocché , per non 
discostarmi dal mio piano , non posso arrestarmi sopra tanti e 
tanti oggetti degni dell' uomo di gusto , e dell' artista. 

Se tu o lettore visiti con la presente scritta alla mano que- 
sto Museo , fallo a riprese — limiterai ogni tua visita ad u- 
ra sola classificazione — come da più di 30 anni io spesso vò 
facendo , e sono certo che no ritrarrai piacere al tuo spirito, col- 
tura al tuo intelletto , ed immensa soddisfazione sentirai d' essere 
Napolitano, e sempre benedirai quel Sovrano che a Pompei det- 
te la fortuna dopo 17 secoli di rivedere le stelle , e ad Ercolano 
di mostrare i suoi tesori, , e i suoi papiri al Mondo intero , ge- 
losamente custoditi e conservati da chi ? Dal fuoco distruggitore 
del sovrastante Vulcano. 



VITA DEL CAVALIERE 

PIITOKE SCULTORE Eli ARCHITETTO 

Con l'indicazione delle sne opere eseguite nelle tre arli belle 
come dall' elenco pubblicatone dal Baldinucci. 



Anno — 1730 



Mio ben non capo in intelletto umano. 
Petrarca. 



È vero che il mio divisamente si è di fare , o lettore, la 
storia dei monumenti di Napoli , e degli architetti che li edifica- 
rono ; ma giunto con la mia scritta al secolo XVIII, ed avendo 
rsnosto di già le vite di non Napolitani artefici che in Napo- 
li edificavano come un Giulian da Majano e un Fontana, non pos- 
so — non debbo — non voglio trasandare il portento nelle tre arti 
belle , r onore di questa nostra terra — 1' uomo che empi di sua 
lama 1' Europa con distinte sue opere — cui Pontefici e Sovra^ni 
a gara l' offrivano onori , e ricchezze per stabilir sua dimora nei 
propri dominii, d'un genio mondiale in somma che nella nostra 
Napoli nacque, voglio dire di Gian Lorenzo Bernini, che per com- 
binazioni meramente fatali , lui Napolitano , nessun opera sua in 
Napoli diresse , o lasciava , meno qualche scultura nella chiesa 
dell'Annunziala. 

Nel di 7 ottobre 1Ij98 nacque io Napoli questo illustre pittore, 
scultore ed architetto da Pietro Bernini e da Angelica Galante. 
Era Pietro rinomato scultore , e da lui contrasse il figlio un ge- 
nio tanto particolare per questa nobile arte , che senz' altra io- 
stituzione , che col solo vedere maneggiare dal padre lo scalpel- 
lo , in età di sette anni fece una testa, la quale prenunziava la 
più giudiziosa intelligenza nel giovanetto artista. 

Il Sommo Pontefice Paolo V volendo abbellire la facciata del- 
la cappella Paola , richiese dal vice-Re di quel tempo , che 
gli spedisse Pietro Bernini. Recossi costui in Roma seco menan- 
do la sua numerosa famiglia. Colà si apr'i largo campo al gio- 
vinetto Gio:Lorenzo, di spaziare il suo gusto sugli eterni modelli dei 
più rinomati artisti dell' antichità , che ivi sempre si sono con- 
servati ad onta del tempo distruggitore. Per tre anni continui disc- 



— 278 — 
gnò tutt'i giorni nelle stanze del Vaticano quanto vi era di ra- 
ro e sorprendente ; ed in tutte le notti arricchiva la sua fantasia 
colla lettura della storia e della favola. Pieno di quelle grandio- 
se idee , non avendo più che dieci anni di età , fece una testa 
di marmo , che fu la meraviglia di tutti gl'intendenti. Il Ponte- 
fice al vederla , volle conoscere 1' autore , e colmandolo di elo- 
gi gli domandò , quasi per ischerzo , se avesse sapulo disegnare 
colla peana una testa tutta ad un tratto. Il giovanetto artista ri- 
spose qual testa volesse. Il PonteGce ammirando questa franchez- 
za 5 disse : se debbo scegliere io , è segno che lo sapete far tut- 
te ; e dettogli che disegnasse un S. Paolo, il Bernini in sua pre- 
senza , ed in meno di mezz' ora , eoa una maestrevole sveltezza 
esegui r ordinato disegno, che formò la meraviglia del Papa e di 
lutti gli astanti. Allora il Pontefice lo presentò di dodici medaglio- 
ni d'oro j e vivamente lo raccomandò al Cardinal Maffei Barberi- 
ni , grande amatore delle lettere e belle arti. Il fanciullo intanto 
lungi d'inorgoglirsi per le lodi dei grandi, vieppiù infaticabilmen- 
te si occupò a perfezionarsi , e non cogli anai , ma coi giorni 
cresceva la sua celebrità. Monsignor Montoja volle da lui essere 
scolpilo in marmo. Il giovanetto Bernini gli fece la statua cosi al 
vivo e somigliante , che un prelato vedendola disse : questo è il 
Montoja pietrificato. 

Lo slesso Pontefice Paolo V, volle da lui il simulacro di se, 
e del suo nipote Scipione cardidale Borghese. Il giovinetto arti- 
sta esegui entrambi in poco tempo , e terminata l' opera , si sco- 
pri nella statua di Borghese un pelo sulla fronte , che ne detur- 
pava tulio il bollo. Il Bernini si fece tosto portare in casa un al- 
tro marmo , che in quindici notti terminò. Il Porporato recatosi 
di persona a vedere la statua se ne compiacque oltremodo ; ma 
non potè fare a meno di dimostrare il suo dispiacere, vedendo quel 
difetto del marmo manifestatosi appunto nella fronte. Allora il 
Bernini gli scovri il secondo , che riempi il cardinale di conso- 
lazione e meraviglia. Trovasi oggi nel palazzo della villa Borghe- 
se accanto alla statua di Paolo V , ed entrambe formano tuttavia, 
e formeranno mai sempre lo stupore degl'intendenti. Correva il 
quindicesimo anno di sua età, quando egli per incarico del det- 
to card. Borghese fece la statua di Enea che porta il vecchio An- 
chise. Nella lesta del vecchio si ammirò con sorpresa quell' atteg- 



— 279 — 
giamento tenero e vivo indicante la terribile circostanza dell' in- 
cendio di Troja , e della precipitosa fuga. Per incarico dello stes- 
so Porporato fece la statua di Davide nell'alto di agitare la from- 
bola , pigliando la mira alla fronte del gigante Filisteo, nella 
qnal opera il Bernini superò certamente se stesso, e la sua olà; 
poiché fu sorprendente il leggere a chiare note nel volto dell' I- 
straelita quel trasporto di giusto sdegno che l'incitava. Pria che 
terminasse 1' età di 18 anni fece pure pel card. Borghese il grup- 
po della Dafne col giovane Apollo , e quella in alto di esser tra- 
sformata in alloro. Questo gruppo fu sempre stimato il prodigio 
dell'arte. A Paolo V.° essendo succeduto Gregorio XV. ° anche que- 
sti volle il simulacro di mano del Bernini. Egli soddisfece tanto 
pienamente il genio del s. Padre , che ne fu colmato di doni e 
pensioni , e decorato della croce di cavaliere. Dopo la morie 
di questo Pontefice sal'i sul soglio pontificio 1' anzidetto card. Bar- 
berini, che prese il nome di Urbano Vili." Questi, che olire la rac- 
comandazione di Paolo V.° avea avuto delle gloriose occasioni per 
conoscere i talenti del Bernini , chiamollo a se, e volle dalle sue 
mani il proprio ritratto in marmo , e molto generosamente il ri- 
compensò. Indi l'incaricò di faro l'altare maggiore in S. Pietro, 
e fecegli 1' assegnamenlo di 300 scudi al mese. Bernini impiegò 
in quest'opera nove interi anni , e condottala a fine colla mera- 
viglia di tutto il mondo , ebbe dal Papa in regalo la somma di 
12. mila scudi , e due suoi fratelli ottennero , il primo un cano- 
nicato in s. Gio: Laterano, ed il secondo un beneficio in s. Pietro. 

Per ordine dello stesso Pontefice foco la meravigliosa fonta- 
na in piazza di Spagna , nella quale opera mostrò tanti talen- 
ti neir architettura , e tal conoscenza nell' idraulica , che anche 
oggidì i forestieri non sono paghi di ammirarla. Colla magia del 
diseguo egli dette all'acqua una violenta elevazione , donde ri- 
cadendo nella vasca , risortiva in gran copia da vari tubi latera- 
li disposti in forma di cannoni di artiglieria. Questo concetto 
parve s'i bello al Pontefice , eh' egli stesso volle adornarlo del 
seguente distico. 

Bellica pontificum non fundit machina flammas, 
Sed dulcem belli qua perit ignis , aquam. 

Fece indi la fonte in piazza Navona con quattro statue gi- 
gantesche rappresentanti quattro fiumi principali. 



— 280 — 
Carlo I. Re d' Inghilterra informato dei lalenli del Bernini, 
gli mandò in Roma il suo ritratto fatto dal celebre Vandyk , ac- 
ciocché ne formasse iu marmo la statua. Questa fu eseguita con 
ammirabile esattezza , e mandala in Londra per mezzo di Bonifa- 
zio discepolo di Bernini. 11 Re nel vederla ne fu talmente soddi- 
sfatto , che togliendosi dal dito un prezioso anello del valore di 
seimila scudi, lo dette a Bonifazio e disse: Coronate quella mano 
che fece si bel lavoro. 

Egli fu sempre occupato in magnifici e grandiosi lavori , che 
tuttavia si ammirano in Roma , specialmente i due campanili 
del cardinale Cornaro, 1' estasi di S. Teresa , il famoso obelisco 
dell' Imperator Caracalla alzato in Piazza Navona per finimento 
della famosa fontana , la statua colossale di Costantino a caval- 
lo , la statua della Verità scoverta dal Tempo , e tante altre im- 
mortali sue opere, che gli assicurarono l'eguale immortalità del 
suo nome. Anche la Regina di Svezia Maria Cristina volle cono- 
scere in Roma questo prodigioso artista , e da lei egli riscosse 
dimostrazioni veramente Sovrane. 

Nel 1664. Il gran Luigi XIV. volendo ridurre a buon essere, 
ed ingrandire con magnificenza degna del suo secolo il palazzo 
del Louvre , invitò il Bernini , il quale nel di 21> aprile 166o 
parti per Parigi in compagnia di Paolo suo figliuolo e di Mat- 
tia e Giulio suoi allievi. Sono indicibili gli applausi e gli ono- 
ri , che il Bernini ricevette dal Re e dalla Regina; e fu detto che 
in Parigi èra divenuta moda il parlare del cavalier Bernini. La 
sua dimora in Parigi non fu che di sei mesi , nel qual tempo 
fece il disegno del Louvre , e ne gettò le fondamenta : fece 
anche il busto del Re , che fu inaugurato nel palazzo di Ver- 
sailles. La Regina andò a vederlo lavorare , ed avendo molto 
lodato la sua opera , Bernini modestamente rispose : « V. M. lo- 
da il ritratto , perchè è molto affezionata all'originale j>. Il Re 
gli fece le più lusinghiere ofierte per farlo restare a Parigi , e 
lo colmò di doni e pensioni ; ma Bernini volle assolutamente ri- 
tornare in Italia. Il Re in suo onore fece gettare una meda- 
glia , la quale da una parte rappresentava il ritratto del cav. 
Bernini, dall'altra gli emblemi della Pittura, Scultura, Matematica 
ed Architettura col molto 

Singularis in singulis, in omnibus unicus 



— 281 — 
Ritornalo che fu dal Pontefice Clemente X fu decorato di nuovi 
onori e beneficenze: ma giunto all' età di 82 anni cadde in tan- 
ta languidezza di forzo , che ne morì nel di 28 novembre 1680. 
Ebbe il Bernini per moglie all' età sua d' anni 40 una gentil 
donna romana; dal qual matrimonio gli nacquero più figliuoli 
maschi e femine. La sua eredità fu di 400mila scudi, e la pom- 
pa funebre colla quale fu seppellito il suo cadavere in s. 3Iaria 
Maggiore fu oltremodo grande , e nella cassa di piombo fu la- 
scialo il nome e memoria di lui. Lasciò per legato nel testamen- 
to alcune sue opero al Papa, alla Regina di Svezia , ed a molti 
Cardinali , e con fcdecommesso slrellissimo lasciò ai suoi eredi 
l'immortale statua della Verità. Delle sue opere ve n' ha catalo- 
go esatto stampalo dal Baldinucci colla di lui vita. 

Ho credulo mio dovere qui fedelmente riportarlo, e ciò ò ese- 
guito a duplice divisamento : In prima di pubblicare ancora io 
al moudo dotto ed artistico 1' elenco delle svariale , eccellenti, e 
multiplici opere di un tanto rinomalo mio concittadino ; in se- 
condo per sempre più adempiere al mandato propostomi ; cioè 
d' essere il fedele narratore dei vanti artistici di questa classica 
terra ove ebbi il bene di nascere. Fummo veramente sventurati 
noi , che avendo nell' elenco de nostri grandi artisti un Gian-Lo- 
renzo Bernini , neanco un mezzo busto , una statua, una chiesa. 
ci abbia la combinazione riserbato. 



Sasso— Voi. I. 36 



ELEIVCO DELLE OPERE 



DEL 



CAV. GIAIV-IORENZO BERNIIVI 

FEDELMENTE TRASCRITTO DA QUELLO ESISTENTE NELL'OPERA 

DEL BALDO ICCI 



RITHATTI— TESTE CON BDSTO. 

Del Maiordomo di Sisto V in S. Prassede. 
Di Giovanni Vigena, alla Minerva. 
Del Cardinal Delfino, in Venezia. 
Dello stesso in profilo, in Venazia. 
Del cardinale Serdi, in Parigi. 
Del cardinale Valesci, in Venezia. 
Del cardinal Montalto, in casa Perrelli. 

Di Monsignor Del Pozzo in 

Di Monsignor Francesco Barberino Zio 

di Urbano VII. 
Della Madre d' Urbano Vili. 

Del padre del medesimo. f In casa 

Di D.'"' Lucrezia Barberino. [ Barberino 

Due di Papa Urbano VIII. 
Altro del medesimo. 
Altro di metallo. 
Di Monsignor Monloja in S. Jacopo degli Spagnuoìi. 
Di Papa Paolo V. ) alla villa 

Del cardinale Scipione Borghese. J Borghese 

Di Urbano VII in casa Giorr. 
Altro di metallo all' Abate Braccesi. 



— 283 — 
Di D. Paolo Giordano Duca di Bracciano in casa Orsina. 
Di Costanza Piccolomini, in Galleria del Gran Duca. 
Di Innocenzio X in casa Panfilia. 
Altro del medesimo porla casa Bernina. 
Di Greijorio XV. 
Altro di metallo. 
Di Alessandro VII. 
Altro del medesimo. 

Altro del medesimo per la casa Barberino. 
Del cardinale Richelieu, in Parigi. 
Di Carlo I, Re d' Inghilterra, in Londra. 
Di Francesco Duca di Modena, in Modena. 
Di D. Carlo Barberino, in Campidoglio. 
Di Luigi XIV Re di Francia, in Parigi. 
Di Clemente X, in Roma. 
Di un Cavaliere Inglese, in Londra. 



in casa 

Lodovisi 

in casa 

Chigi 



STATUE DI JIARMO 



Del Cardinale Bellarmino, al Gesù. 

Della Religione, sul deposito del detto Cardinale al Gesù. 

Di Paolo V al Gesù. 

Gruppo di Enea, Anchise, ed Ascanio, in villa Borghese 

Gruppo del ratto di Proserpina, in villa Lodovisi. 

/^' " r A li n f ^ '" ^''•'^ Borghese. 

Gruppo d Apollo e Dalne ) 

Gruppo di Nettuno, e Glauco, in villa Montalto. 

S. Lorenzo sopra la graticola, in villa Strozzi. 

S. Sebastiano, per la Principessa di Hossano. 

S*. Bibiana, nella chiosa di essa Santa. 

Angiolo al sepolcro del cardinal Delfino, a Venezia. 

San Longino in S. Pietro. 

Testa e modello della statua della contessa Matilde in S. Pietro. 

Gruppo della Carità f ^, ^ ,^_.^ j. ^,^,,^0 Vili. 

Gruppo della Gmslizia ) 

Il Costantino a cavallo, nel portico di S. Pietro. 

11 Tritone nella fonte di piazza Navona, rincontro al palazzo Panfilio. 

Scoglio della fonte di piazza Navona. 



— 284 — 

Il cavallo ) .^ .^^ r^T^^ona. 

Il Leone ) 

La Vcrilà in casa Bernina. 

S. Girolamo, nella cappella Chigi, in Siena. 

Daniello i „ n /^i • - , r. 

Gruppo d'Abachnch e l'Angiolo i °^"^ '^^PP'"''' ^'"S' ^' P°P<^^°- 

Urbano YIIl in Campidoglio. 

Fonscca con la corona in mano, in S. Lorenzo in Lucina. 

L' ultimo cardinale Cornaro alla Madonna della Vittoria- 

L'Angiolo col titolo della Croce, sul ponte Sant' Angiolo. 

Angiolo che tiene la corona di Spine , . 

Altro che tiene illitolo } in casa Rospigliosi. 

Testa d' anima beata 
Testa d' anima dannata 
Angiolo sopra 1' aitar maggiore 



l in S. Jacopo degli Spagnuoli. 

in S. Acroslino di Roma. 



Altro in esso luogo ( ' ° 

Bassorilievo di Cristo e S. Pietro , detto volgarmente Pasca ovas 

meas , sopra la porta di S. Pietro. 
Colosso di Luigi XIV Re di Francia, per Sua Maestà cristianissima. 
Il Tritone nella fonte Barberina , in piazza Barberina. 
La beata Lodovica Albcrtoni, in S. Francesco a Ripa. 
Sepolcro di Alessandro VII con la sua statua ed altra in S. Pietro. 
Il Salvatore, ultima opera, per la maestà della Regina di Svezia. 
Teste fino al numero di quindici in luoghi diversi. 

STATUE DI METALLO 

Busto d' argento di S. Eustachio nella chiesa di esso Santo. 

Urbano Vili in Velletri. 

Del medesimo, al suo sepolcro in S. Pietro. 

La morte in esso sepolcro in S. Pietro. 

Quattro Angioli di metallo , al ciborio in S- Pietro. 

I quattro dottori della Chiesa alla cattedra 

La seda della cattedra 

L' Angiolo della sedia grande I . co-» 

Ali- •— 1 / in O" rietro. 

Altro m esso luogo 

Due Angiolini , sopra la sede 

Angiolo grande nella gloria 



— 285 — 
Crocifisso grande quanto il naturale per 1' altare della cappella 

reale di Filippo IV in Madrid. 
S\ Francesca Romana , Angiolo e cassa , nella chiesa di essa 

Santa. 
Due Angioli del ciborio di metallo, all'altare del Sacramento in 

S. Pietro. 
Ritratto del (Cardinale di Richelieu, in Parigi. 

OPERE DI ARCHITETTURA E SUSTE. 

La facciata, scala e sala del palazzo Barberino. 

Il palazzo Lodovisio imperfetto. 

La chiesa del Noviziato de padri Gesuiti. 

La chiesa nell' Ariccia. 

La chiesa con cupola in caste! Gandolfo. 

La galleria, e facciata verso il mare del palazzo in caste! Gan- 
dolfo. 

La Cappella Cornaro alla madonna della Vittoria. 

La cappella de! cardinale de Silva , in S. Isidoro. 

La cappella del Fonseca, a S. Lorenzo in Lucina. 

La cappella dell'Allaleono, a S. Domenico di 3Iontemagnanapoli. 

La cappella dei Raimondi a S. Pietro a Montorio. 

Cappella de' Siri, in Savona. 

Sepolcro di Alessandro VII in S. Pietro. 

Il ciborio di metallo e lapislazzalo all' altare del Sacramento , in 
S. Pietro. 

I quattro angioli , dove stanno le reliquie in S. Pietro dal cor- 

nicione in terra. 

II baldacchino di S. Pietro, ovvero le quattro colonne. 
La cattedra di S. Pietro. 

Il sepolcro della contessa Matilde in esso luogo. 

La scala del palazzo Vaticano. 

Il portico nella piazza di S. Pietro. 

La memoria de! Marenda in S. Lorenzo in Damasco. 

Altra simile alle Convertite. 

La memoria di S. M. Raggi, alla Minerva. 

Il sepolcro del Cardinale PimentoUi alla Minerva, 

L' areo e ornato della scala ducale , in Vaticano. 



— 281J — 
L' aggiunta al palazzo Quirinale d' Alessandro VII. 
La Fontana di piazza Navona, ed erezione della guglia. 
La restaurazione della cappella Chigi al Popolo. 
La restaurazione di tutta la chiesa del Popolo. 
La porta del Popolo dal cornicione in su. 
La stanza d' estate con loggia di Clemente IX al Quirinale. 
Ornato del Ponte S. Angiolo, con statua. 
L' arsenale in Civitavecchia. 
La villa dei Rospigliosi , nel Pistojese. 
L'altare nella cappella del Gesù dei Rospigliosi in Pistoja. 
11 sotto altare, dove è il sepolcro di Santa Francesca Bomana. 
Altare in S. Calisto. 

Altare maggiore in S. Lorenzo in Damaso. 
La facciala e restaurazione di S." Bibiana. 
La Fontana in piazza Barberina. 
Gli ornamenti di putti , e medaglie di marmo nei pilastri in 

S. Pietro con 1' armi d' Innocenzio X. 
L* armi con statue ed altri ornamenti di colonne di catlanello , 

in S. Pietro, dello stesso Pontefice. 
Lanternino e sesto della cupola alla Maddalena di Monlesanto, al 

Popolo. 
Pavimento di S. Pietro fatto da Innocenzio. 
Pavimento del perticale, fatto da Clemente X. 



GEMO 

SULLE ACQUE IN NAPOLI 

ACOUIDOTTO CLAUDIO , ACOUA GIULIA 



ACQUIDOTTO CARMIGNANO 

PBOGETTO 

)0 ©a IM/ai[P©Lg@lKl[Ì §/^\ÌS@ 

PER LE ACQUE SEBEZIE 



Anno - 1631 



— 287 — 
Portati lettore ai Ponti rossi. Sappi che questo nome deriva 
dai grandiosi avanzi che vi ravvisi di un antico acquidotto , di 
cui restano più archi trionfanti del tempo distruggitore , e for- 
mati di solido masso di tufo , rivestito da mattoni rossicci. Po- 
che parole sugli acquidotti antichi , e moderni della nostra Città, 
e poi voglio esporli un mio progetto , figlio di solerli investiga- 
zioni sulle perdute acque Sebezie , dando cosi campo a più for- 
tunato Architetto seguir la mia idea, e le mie norme; onde por- 
lare un giorno in questa gran Capitale la tanto desiata acqua 
dello scomparso Sebelo. 

I cosi detti Ponti-rossi , fanno parte di un magnifico antico 
acquidotto che da Scrino nella Provincia di Avellino, menava le 
acque fino a Miseno , ed avea un corso di SO miglia. Questa , 
una delle più ardite opere dei Romani , da molti viene a lode 
dell' Imperatore Claudio, e da altri ( con più argomento) vien at- 
tribuita ad Augusto ; il quale per provvedere la sua flotta stan- 
ziala a Miseno , di acqua , che mancava in un suolo volcanico , 
la trasse da si lontani lidi ; onde è che acqua Giulia si disse , 
siccome in onore del Ditlatore , lo stesso Augusto , porto Giulio 
nominar faceva il porlo da lui aperto nel Lucrino. 

Se con la storia alla mano poi vogliamo dare credenza che 
quest' acquidotto portava le sue acque alle ville di Lucullo ( Ca- 
stel dell' Ovo) ad Euplea, ed a Baja ( piscina mirabile ), dovreb- 
be essere più antico, ed allora il vanto non ricadrebbe ne al pri- 
mo , ne al quarto Imperatore di Roma. 

II nostro architetto Lettieri, veniva incaricato dal celebre Vi- 
ce-Re Pietro di Toledo di rintracciare il corso di un tale aqui- 
dotto , che il sullodato signore avea in pensiero di rislaurare , 
onde provvedere di acqua questa capitale. 

Fece il Lettieri le sue invesligazioui, e ne trovò il comincia- 
mento a Scrino nel luogo detto Acquavo , dove le acque si ra- 
dunavano in un recinto ben formato , e quindi per un ponte 
passavano al Villaggio Contrada. Dopo di aver traversata la 
montagna forata di Morlellito , oggi detta grotta di Virgilio , 
l' acqua si dirigeva pel piano di Forino , per Montuori , ( dove 
scorreva per un canale scavato nel vivo sasso ), per S. Severino, 
per Sarno , ( dove vedesi ancora sopra la Città vecchia un enor- 
me sasso forato ) , e continuava con opera laterizia appoggiata 

Sasso— Voi. I. 37 



— 288 — 
al monte per Palma, passando sopra archi latorizii, per Somma, 
per Pomigliano detto ad Arco, (dagli archi dell' acquidotto) , pel 
territorio di Afragola, e di Casoria, e per S. Pietro a Paterno , 
nel luogo detto i Cantarelli (nome che i Napolitani danno ai tubi 
di creta e pei quali scorre oggi l'acqua di Carmignano.) L' aqui- 
dotto traversando la collina di Capodichino giungeva alla Valle 
oggi detta dei Ponti-rossi , dove apparisce doppio, ignorandosi in 
qual punto comincia a dividersi in due. Corto è che qui gli ar- 
chi sou disposti in due ordini paralleli , e discosti tra loro 20 
passi. Lo stesso doppio acquidotto si è scoperto nei tagli della 
nuova strada aperta ultimamente dai Ponti-rossi a Capodimoule. 
Dopo essere penetrati i due acquidotli nelle viscere della collina* 
uscivano alla strada di S. Efremo , e lungo la collina prosegui- 
vano pel presente Orto Botanico , per la Strada de' Vergini , e 
Largo delle Pigne , dove dall' or ora demolita porta di Costanti- 
nopoli, uno portava 1' acqua a Napoli per S. Pietro a Maiella, e 
r altro proseguiva per Gesù e Maria radendo la Collina di S. Er- 
mo. Correva qui , sopra archi laterizi che esistevano ai tempi del 
nostro rinomato storico Pietro Suramonte. Passava poi dietro la 
Trinità degli Spagnuoli , e traversava la collina del Vomero , si- 
no al disopra della grotta di Pozzuoli, dove anche oggi ne puoi 
andare ad osservare gli avanzi. Qui l'acquidolto si divideva nuo- 
vamente in duo , uno somministrava le acque alle Ville che i 
Romani aveano ai Bagnuoli, ed alla punta di Posilipo; e l'altro 
pel monte Olibano, ( in cui nel luogo detto la Pefriera se ne ve- 
de ancora il corso scavato nel vivo sasso ) , e per Pozzuoli , per 
Tripergola , per Baja menava le acque a Miseno nel gran ser- 
batoio da noi denominato oggi la Piscina mirabile. 

Una parto di questo acquidotto, che uscendo ai Ponti-rossi por- 
tava le acque a Napoli , venne tagliata da Belisario , per obbli- 
gare i valorosi Napolitani alla resa , e per esso s' introdussero i 
soldati, onde fu presa ; trovando non uomini ma larve in que- 
sta nostra Città , che pur resistevano da prodi alli arieti , alle 
baliste, alle catapulte dell' ostinato assediante , che con la frode 
la vinse. Allo scorrer di molti secoli venne imitato il Bisantino 
generale , dall'Aragonese conquistatore, sempre a gloria dei fedeli 
soldati Napolitani morire e non cedere allo straniero invasore. 

Prose dal Lettieri tutte le notizie, fattone il progetto per la re- 



— 289 — 
staurazione, e quindi uà estimativo per la spesa, riferiva esattaruea- 
te al suo Signore che gliene dette lo incarico, ammontando a cir- 
ca due milioni di ducati l'operazioni di ristauro da Scrino a Napoli. 

La spesa ne fece abbandonare l' idea. 

Fu allora che due cittadini Napolitani nominati Alessandro Ci- 
minello e Cesare Carmignano, si offrirono di provvedere a loro 
spese la Città di acque ; recandovi quelle del fiumicello Isolerò 
presso S.* Agata dei Goti, 30 miglia lontano. Difatti eseguirono 
la grand' opera conducendo le nuove acque prima con canale co- 
perto per Cancello, Cimitile, e Marigliano fino a Licignano, e final- 
mente con un canale sotterraneo fino a Napoli. Quest'opera fu termi- 
nata nel 1629, ma in parte distrutta dalla terribile eruzione del Ve- 
suvio del 1631, perciò in seguito fu rifatta con altro corso; cioè da 
Maddaloni fu 1' acqua recata per le pianure di Acerra al luogo 
medesimo di Licignano ; da Licignano per Capodichino entra in 
Napoli , scorre sotto la strada di Foria , e giunto alla Porla di 
S. Gennaro si divide in due rami , uno va ad animare i raolioi 
posti lungo le mura, e si perde, infelicemente, alla Marinella ; e 
r altro per la piazza delle Pigne , e per la strada Toledo distri- 
buisce le acque ai formali, ed alle fontane nei quartieri laterali, 
e posteriormente a S. Lucia, e Chiaja fino a Mergellino. 

Queste acque dette di Carmignano nell'anno 1770 con saggio 
provvedimento di Sua Maestà Ferdinando 1° Borbone furono accre- 
sdule da quelle del Fizzo, le quali dopo essere andate per 1' ac- 
quedotto Carolino corrente su i famosi Ponti della Valle a prov- 
vedere Caserta ; per canale coverto vengono condotte a Cancello 
dove imboccano nell' acquidolto Carmignano. 

Le antiche acque di Napoli sono quelle che diconsi della Bol- 
la ; le quali derivano dalla falda del Vesuvio in distanza di cin- 
que miglia da Napoli, e dal monte di Lotrecco. Si ricorse a que- 
ste acque allorché nei tempi di barbarie venne distrutto lo anti- 
co acquidolto di cui di sopra ò parlato. Una parie di esse con 
canale coperto viene a Napoli per la strada di Poggioreale, ( co- 
sì detta dalla Villa che vi costrusse Alfonso II di Aragona ) , e 
per Porta Capuana va per tutte le parti basse della città , sino a 
Castel Nuovo; e 1' altra porzione forma il Rubeolo che scorrendo 
per sotto il Ponte della Maddalena, viene malamente denominato 
il Sebeto, come appresso dirò. 



— 290 — 
Avendo esposlo qualche idea sulle acque in Napoli , trovo 
rogolare di qui indicare le principali Fontane che sono in que- 
sta nostra vasta capitale , ripetendo forse per la costruzione gli 
architetti , ed a solo fine di render compiuto, per quanto il mio 
libro il permetto , quel che riguarda le acque. 

Fontana maestosa dellVtnnnnoiata %'olsarntente 
«letta la Scapigliata. 

Fu questa fontana falla in tempo del Vice-Re D. Pietro di 
Toledo 5 compiuta nell'anno 1541, architettata dal Merliano. Nel 
fonte entra 1' acqua per più cannoli : ma quello che fu bene im- 
maginato dall' architetto è lo scoglio che nel centro è situato , 
dal quale esce con tanta abbondanza 1' acqua in mirabile artifi- 
zio di modo che sembra un padiglione : dall' acqua sì sgorgante 
il volgo gli dette il nome di Scapigliala. 11 fonte di marmo sot- 
toposto è grandissimo, e fu fatto cosi per dar comodità al basso 
popolo di colà lavare i panni-lini. 

Fontana nella strada S. Lucia. 

E questa tutta di bianchi marmi ed è situata nella strada di 
S. Lucia a mare sul lato sinistro, e da pochi anni ripulita e fat- 
tovi intorno con saggio provvedimento un cancello di ferro. 

E composta da due statue tonde di marmo sopra due delfini 
che formano colonne. Nel mezzo vi sono due Sirene che sosten- 
gono una tazza dalla quale si versa acqua nel fonte , con altre 
figure ad ornamenti di belli intagli. Opera è questa distinta del 
nostro Domenico d Auria, ma gli ornamenti di arabeschi sono del 
suo maestro Merliano, Fu questa fontana eseguita nell' anno 1606 
essendo Vice-Re Giovanni Alfonso Pimontel Conte di Benavente , 
trasportata in questo luogo in tempo del governo del Cardinale 
Borgia da Chiaja. 

Fontana del Gafo o Coccovaja. 

Fu questa eseguita nell' anno 13415 per ordine del Vice-Re 
D. Pietro di Toledo opera benanche del nostro Ciovanni da No- 
la. Vi erano in questa fontana bellissime statue indicanti Deità 



— 291 — 

giacenli in alcuni antri del monte che stava nel mezzo. Neil" an- 
no 1647 nel tempo dei rumori popolari alcune furono guaste dal 
cannone , ed altre rubate. Fu essa fatta si per comodità dei cil- 
ladinij che per fornire di acque i legni che venivano nel porto. 

Fontana della Loggia. 

Nella piazza della Loggia dei Genovesi vedesi una perenne 
fontana in forma triangolare. Fu fatta nell' anno 15>78 a spese 
dei complatearj , e vi erano molte belle statue fatte da Fra Vin- 
cenzo Casale fiorentino : per diversi accidenti , le statue cam- 
biarono domicilio j ed in luogo di quelle vi furono poste alcune 
arpie che buttano acqua. 

Alla conceria vedesi un' altra fontana di bianchi marmi. Fu 
questa fatta per ordine del Vice-Ro Conte di Ognatte, ed esegui- 
ta sopra disegno del Cav. Cosimo Fansaca : le spiritose iscrizio- 
ni furono di Giovan Battista Cacace, e rimpetto della descritta nel 
recinto del Mercato ne fu situata pure un altra per ordine del det- 
to Vice-Re allorquando furono abolite le baracche al Mercato e fatto 
il fabbricalo a forma ellittica. 

Fontana Medina. 

Nel largo Medina rimpetto all' attuale palazzo Sirignano ve- 
desi la più bella fontana di Napoli detta Fontana Medina. 11 di- 
segno , e le statue sono del Cav. Cosimo Fansaca. La statua di 
Nettuno è situata sopra la conca sostenuta da quattro Tritoni. 
Questa gran fontana fu fatta per essere collocata avanti il pa- 
lazzo Reale ; posteriormente si riflettette che veniva ad impedire 
le feste che colà in quei tempi si faceano, e solo questo motivo 
bastò per far decidere che si collocasse nel torrione di S. Lucia 
avanti Castel dell'Uovo. Si erano eseguite di già lo fondamenta ed 
i condotti, allorquando venne in mente a chi dirigea le cose al- 
tra riflessione : cioè che in tempo di guerra potea detta fonta- 
na esser danneggiata dai proiettili de' cannoni da mare , e ne 
venne sospeso il collocamento anche in S. Lucia. 

Nel tempo poi del governo del Duca di Medina fu colloca- 
ta con molte aggiunzioni là dove ora si vede, ritenendo fino oggi il 



-- 292 — 
nome di Fontana Medina. Per non ripetere le cose stesse , ne 
darò un esatta descrizione nelle moltiplici opere del cav. Cosi- 
mo Fansaca. 

Onde concatenare , per lo avvenuto , con la fontana detta 
degli Specchi all' attuale Largo del Castello = dirò che a destra 
dell' accennala Fontana Medina e propriamente dove oggi vede- 
si la strada Barraccari in direzione della Salita o Strada S. Gia- 
como , vi fu dalla Regina Giovanna trasportata la Porta Petruc- 
cia , che poi in tempo di D. Pietro di Toledo fu fatta situare 
presso S. Maria a Cappella della spiaggia , volgarmente appel- 
lata Porta di Chiaja, mentre prima chiamavasi Porta del Castello. 
Essendo questa una nobile piazza coronala di bei palazzi onde 
più adornarla vennero gli spalli del Castel Nuovo coronati da tre 
fontane. In quella di mezzo vi era una statua d' una Venere gia- 
cente, del famoso nostro giovane scultore Girolamo Santacroce, 
la quale per la sua bellezza fu portata in lontane regioni ed in- 
vece vi fu colà situata una non buona copia. Sotto 1' impero di 
Ferdinando I Borbone furono fatti eseguire nei fossi del Castello 
delle fabbriche come a suo tempo si dirà , e le tre fontane ven- 
nero trasportate una ove si trovava al largo del Castello deno- 
minata la Fontana degli Specchi, e le acque delle altre due an- 
darono ad arricchire la sottoposta fabbrica di armi militari. 

Nel giardino della chiesa della SS. Trinità che fu fondala 
dalla Regina Sancia moglie di Roberto , sulla muraglia a sini- 
stra verso r arsenale correva un grazioso rigagno che da passo 
in passo scorgava acqua per dodici mostri marini di marmo la- 
vorali dal Fansaca , ed eseguiti nell' anno 1638. Questo rivo an- 
dava a terminare in una vaghissima fontana detta la Fonzeca 
perchè fu fatta d' ordine di D. Emmanuele Zunica y Fonzeca 
Conte di Monterj^ Vice-Re di Napoli , che volle col suo cognome 
intitolarla. E formala da una conchiglia , e dentro la statua di 
un Gurae poco più del naturale, giacente sopra di un' urna che 
versa acqua : ai lati due Tritoni con una lumaca marina, iu ispal- 
la che similmente buttano acqua con alcuni delfini — il tutto fu 
opera di Carlo Fansaca figlio di Cosmo. 



— 293 — 



La Fontana di Illonteliveto. 



Fu questa eretta nell' anno 1668 con disegno del Cafaro. Ila 
sopra una bella statua di bronzo di Carlo V Re di Spagna. E 
l'uori dubbio che formano bella una città le strade, le piazze , il 
lastricato, gli edilìzi, gl'ingressi. La nuova e la vecchia Napoli 
presentano nelle strade e nelle piazze due opposti estremi. La 
prima ha molle strade eccessivamente larghe, e piazze non tutte 
belle ed opportune ; la seconda strade strettissime , e piazze pic- 
cole e deformi. Questo disordine è comune a tutte le città anti- 
che, che àn sofferto gran cambiamento di stato e grandi vicende, 
e che in diversi tempi sono state riparate ed accresciute. 

Le strade di Napoli , oltre all' essere in gran parte eccessi- 
vamente irregolari , anguste , e senza proporzione coli' altezza 
degli edifizi , banno due altri essenziali difetti : 1' uno che non 
sempre si prestano al comodo ed alla facillà delle comunicazio- 
ni , r altro che non sono tutte ben livellate : a questo inconve- 
niente come si può dall' eccellentissimo Corpo di Città si va in 
parte riparando , come si è praticalo per la strada di Toledo e 
quelle che portano ai quartieri S. Ferdinando e Montccalvario. Il 
lastricato di Napoli è eccellente di lave del Vesuvio che chiaman- 
si vasolì , e che sono il più solido materiale da lastricare strade. 
Potrebbero essere di maggiori dimensioni per accrescerne la so- 
lidità. 

Sotto le strade stanno le cloache per raccogliere le acque 
piovane e le immondezze della città. Molte fan mostra di solidità 
e comoda struttura, ma pure, a nostro giudizio esser dovrebbero 
più numerose per evitare del tutto 1' incomodo ed i danni che 
talvolta ne derivano. 

Per le strade rifatte e dirette dagli architetti del sullodato 
corpo di città è stato ben corretto 1' inconveniente , avendo tolti 
i cosi detti canali sporgenti dalle tettoie o lastrici , surrogatovi 
tubi di zinco a muro , e le strade costruite a petto di pollo ri- 
partendo la quantità d'acqua in due corsi laterali , e con spessi 
ricevitori, di modo che terminata la pioggia, la strada è asciutta 
in poco tempo. Altri canali sotterranei spesso paralleli alle cloa- 
che somministrano copia grandissima di acqua a gran numero 



— 294 — 
di case ed alle fontane, e sono di meravigliosa strullura prestan- 
do comodi infiniti. I luoghi della città per dove transitano queste 
acque , diconsi Formali , come gli antichi li dicevano aqua- 
rum formae. 

1 siti alti però della città vanno privi di tal beneficio , e si 
adattano gli abitanti con le acque piovane rinchiuse in gran ser- 
baloj che chiamansi Cisterne. Forse non sarebbe difficile provve- 
derncli, se come più su ò esposto, riflettiamo che una volta le ac- 
que che passavano pe' Ponti Rossi continuassero il loro corso per 
Gesù e Maria , per la groppa della collina di S. Ermo , e del 
Vomero fin sopra la grotta di Pozzuoli. Da una livellazione fatta 
parecchi anni sono, si rilevò, che le acque di Caserta potevano 
esser condotte a Capodimonte , donde facilissimo sarebbe spargerle 
per le altre colline superiori a Napoli. La spesa abbisognevole 
si calcolò a due milioni di ducati. 

In molte altre case, dove non sono ne formali, ne cisterne, 
vi sono pozzi di un acqua salmastra, e vengono denominati Sor- 
<jive , perchè effettivamente sorge l' acqua dalle viscere della 
terra. 

In molti altri siti della capitale si sta adoprando la trivella 
per pozzi artesiani ma fino a questo momento nessuno n' è slato 
peranco portalo a termine. 



POCHE IDEE E RICERCHE 

SIILE sperdite ACQIE SEBEZIE 



PER L ARCHITETTO 



CAMILLO NAPOLEONE SASSO 



Essendo per una grande capitale come Napoli interessanle ob- 
biello l'acqua, e conoscendo i vantaggi che si otterrebbero dal- 
l' aumentare la quantità di quelle già esistenti ed accennate , io 
rai applicava nell' anno 18^3 alla ricerca delle famose acque Sebo- 
zie che pur vennero , e tuttavia vengono per ignoti occulti cuni- 
coli o meati in questa nostra città. 

Giustissimo riflessioni à fatte il Celano, e piìi sagge corredate 
da esperimenti , dopo di lui ne facea il dotto nostro architetto 
Niccolò Carlelti per dimostrare , che il fiume Sebcto non sia quello 
scorrente oggi al lato orientale di Napoli per un buon miglio 
dalle antiche mura , e che passa sotto il ponte Guizzardo , o sia 
della Maddalena, come fino ai nostri giorni comunemente si crede. 

Questo fiumicello , o per meglio dire rivolo , trasporta por- 
zione delle acque , che scorrono dal sito detto la bolla sotto il 
monte Vesuvio , mentre l'altra per coverto acquidoUo s'introdu- 
ce nei luoghi bassi della città dal lato del mare, come ò esposto. 

Carlo I. d'Angiò l'aveva destinate alla macerazione dei lini, 
allorché fé' chiudere ed asciugare i fiisari allora siti noli' odier- 
no quartiere di Porto , tanto per ingrandir la città da questo la- 
to , che per liberarla dall' infezione. Attesta il Celano che una 
volta col nome di Rubeola scorreva piìi al di là nel luogo appel- 
lalo Ire torri , ed invece di fiume formava una larga limacciosa 

Sasso — Voi. I. 38 



— 296 — 

palude ingrossala da altre acque sorgenti , che non leggier dan- 
no arrecava alle abitazioni vicine. Quando questa palude fu ri- 
dotta in canali ai tempi posteriori, cioè sotto il dominio di Alfon- 
so I. d'Aragona, il fiume acquistò più volume , e fu diretto ver- 
so Napoli. 

Or crederera forse , che queste acque raccolte nei bassi tem- 
pi, abbiano in pria formato quel Sebeto di cui àn parlato Virgi- 
lio , Stazio , e specialmente Cokimella in quel verso 

Bociaque Parthenope Sebethide roscida lympha ? ? ? 

Quale adunque sarà stato il vero fiume Sebeto , ed in quale 
altro silo avea il suo letto ? Una costante osservazione ci à inse- 
gnato , che tulle le acque scorrenti sotterra dal quartiere di Nilo 
per S. Marcellino , pel Salvatore , e per S. Pietro Martire sino 
al Molo piccolo , sieno tulle di una qualità assai diversa dalle 
allre che per vari canali s' introducono in Napoli. Osserva il letto 
dell' antico Sebeto nella mia tavola 16. Queste acque esposte al- 
l' analisi si son trovate assai leggiere , per natura incorruttibili, 
trasparenti , e dotate di freschezza e di grato sapore. Si rac- 
conta che r fmperator Carlo V. avesse bevuto mai sempre delle 
acque di S. Pietro Martire, e ne avesse fatta provvisione quando 
si dovette imbarcare. 

Della slessa qualità sono i pozzi descritti da Celano in que- 
sto quartiere come nella strada dei Calzettari a Portanova , nella 
strada Patriziana. e specialmente a S. Marcellino, dove un gran 
capo d acqua è ritenuto da una gran chiave di bronzo. Si legge 
in un istrumento notaresco del 783, riferito dallo stesso autore, la 
convenzione falla dal monastero di S. Marcellino eoa un tale Gio- 
vanni della Monica di potere costruire un bagno in un orlo ver- 
so via Patriziana (che da S. Marcellino calava a Portanova) do- 
ve si potessero bagnare ogni mese le Religiose senz' alcun paga- 
mento. Altri pozzi si osservano nella calata del Salvatore , dove 
senti scorrer l'acque con fremito sensibile. 

Riporta il detto scrittore che sotto il Monastero di S. Seve- 
rino nella casa dei Parrini si trovino dei capi d' acqua inesauri- 
bili , il cui pozzo viene appoggiato a vecchie costruzioni sotto il 
colle doil'antica Città; onde coachiude, che se tutte queste acque 



— 297 — 
fossero riunite formerebbero al certo (e bea dice) un pérennissi- 
mo fiume. 

Ma che perenne e largo fosse stato il volume di queste ac- 
que si argomenta dai laghi, che formava nella sottoposta pianu- 
ra, in quei tempi spiaggia di mare, e propriamente nell'odierno 
sito di Porto , e Portanova. Erano qui nei tempi di Carlo I. i 
fusari e gli acquari , cioè i laghi addetti , alla macerazione dei 
lini; onde una chiesa , qui ancora esistente acquistò nome di S. 
Pietro a Fusariello , che dopo 1' asciugamento ordinato dal Re 
per ingrandir la città, vi fu eretta dalla famiglia Proculo , e do- 
nata a sei nobili famiglie^ che il nome presero di Acquario, sulle 
quali vi à scritto un volume in 4" l'abate Cantillo. 

Or se in questo luogo non fosse corso un fiume , crederera 
forse che vi si potessero formare dei fusari e degli acquari per 
macerarvi i lini ? E questo son certo che era il Sebeto — 

Altre sperienze idrauliche furono fatte dal Carlelti. Egli no- 
tò che le acque dei descritti pozzi sono agitale da un moto lento 
da settentrione a mezzogiorno, come argomentò dai galleggianti 
di carta cerata in essi gettati , e dai galleggianti minuti , come 
paglia, crusca, ed altre cose simili che passarono sensibilmente 
da un pozzo all' altro. Da questo moto regolare si raccoglie, che 
l'acqua non sia stagnante, come avviene in altri pozzi; ma viva, 
libera e scorrente con andamento alla medesima direzione che si 
conforma alla natura dei fiumi. 

Altre riflessioni gli somministrò la posizione fisica di Napoli 
situala nel centro d'un grande emiciclo, sovrastato da piccole col- 
line, cioè Echia — Ermo — Olimpiano — Capo di Rionte- e Lotrecco. 
in questo spazio si deve raccogliere una gran quantità delle ac- 
que piovano cadenti su tutto il giro, ed attraversare le torre tra 
gli infiniti pori, finché unito in massa si rendano capaci al suc- 
cessivo discorrimento sovra un suolo solido e compatto di tufo e 
formino rivoli e fonti. 

Ora in tutto l'avvisato spazio noi non Iroviam oggi ne que- 
sti rivoli, né queste fonti patenti, e sappiamo altronde dalia sto- 
ria, die in realtà scorrer vi dovea un fiume col nome di Sebelo 
nei tempi antichissimi , e che nei tempi mezzani vi erano dei fu- 
sari e dei laghi. 

Dove adunque sono oggi rivolto quelle acque ? Quale altra 



— 298 — 
direzione anno presa? Per quale altra via debbono osse scorrere 
al mare ? Chi à Cor di senno ben vede die i loro cammini si 
profondarono soUerra, subissali da cagioni violenti ed im])rovvise, 
il cui andamento si ravvisa oggi nel declivio, e noi p inno della 
ci Uà in tanti pozzi della medesima acqua con la medesima qua- 
lità e con lo stesso movimento. 

Questo interramento adunque del Sebelo è nato senza alcun 
dubbio da fìsiche rivoluzioni. Nel fatto dell'antico porto di Pale- 
poli e della sicurezza della sua stazione abbiamo un insigne te- 
stimonianza presso Silio Italico 

Parthenopae porlus, staiio Jìdissima ìiauHs. 

Esso avea principio dal Molo piccolo che nelle vecchie carte 
appellato viene Marocvio, e da questo punto penetrando nell' at- 
tuai quatiere di S. Pietro Martire e dei Lanzieri arrivava sino al 
pie della collina dove alzatasi il sepolcro della Sirena. Oggi in 
questo luogo n' è rimasto per tradizione il nome (presso i dotti) 
che avea 1' antico Sedile . e la strada che tuttora di Porto viene 
appellata. La sua forma era quella di un sacco confinato tra i 
limiti delle sponde vicine. Da Silio si appellò a ragione staiio 
fidissima, perchè veniva riparato da tre soprastanti colline, cioè 
ad occidente dal promontorio della Sirena nel sito di S. Gio- 
vanni Maggiore : a settentrione dallo scoglioso, dove oggi esiste 
la chiesa di S. Angelo a Nilo; e da oriente dal Monterone, do- 
ve termina il collegio del Salvatore. Rinserrato da tre erti colli 
questo piccolo seno, o lingua di mare , non poteva presentare , 
che una perfetta calma. Quivi il canonico Celano scovrì il sito 
del fanale. Qui si trovò sotterra anco un grosso sasso di marmo, 
dove era effigiato Orione, divinità e costellazione invocata dai na- 
viganti , che vedesi affisso nel muro del suddetto sedile. Narra il 
Celano che per conservarsi la memoria tanto dell'antico porto in 
questo sito, quanto di Orione rinvenutovi , era solito di bruciarsi 
ogni anno dai marinai una piccola nave. 

Ma perchè mai si rincalzò questo porto antichissimo? Esposto 
il suolo di Napoli alle replicate e minacciose esplosioni del vici- 
no Vesuvio, e di altri vulcani, da cui un giorno si vedeva cir- 
condato; il suo livello à dovuto presentare ora valli , ora colli , 



— 299 — 
ed ora pianure , secondo la copia delle materie eruttale , che si 
accumulavano ora in questo, ora in quel lato. Nei diversi scavi 
che si sono praticali in vari siti della citlà, e principalmente die- 
tro le mura settentrionali della Reale Accademia , ed avanti il 
Real Palazzo si è osservato costantemente che tutta la profondità 
del terreno è divisa in vari strali regolari , o zone parallele di 
materie diverse, e specialmente di lapillo, e di cenere, che non 
sono altro che eruzioni vulcaniche. Argomento più convincente 
di queste aggestioni ed accumulamenti sopra l'antico piano della 
citlà ci si presenta nella scoverla di molti antichi sepolcri dietro 
la della Reale Accademia. Questi si son trovali in linee diverse 
cioè alcuni più alti, ed altri più bassi a palmi 60 sotto il giar- 
dino di S. Teresa. 

Quante terribili piogge di cenere adunque anno dovuto ri- 
coprire questa citlà ed il suo circondario , da' tempi anteriori a 
Tito Vespasiano, e poi in tante altre epoche diverse? Qual me- 
raviglia perciò, se il lido marillimo di Napoli siasi anche ritira- 
lo, e non si veggano più quei tanti semi di cui ci parlò Dionigi 
Periegete 

Parlhenopes, guam pelagus suis occupai sinibus? 

Altra cagione del rincalzamento dell'antico porto Palepolita- 
no deve ripetersi dalle alluvioni frequenti , che dalle soprastanti 
colline anno trasportato tante materie diverse nei luoghi bassi 
occupali una volta dal mare. Oggi se ne scoprono i depositi , 
cioè arene , sassi , rotti mattoni , e vari vegetabili infradiciti , 
in lutti gli scavi , che si fanno in questi luoghi per piantarvi 
novelli edifizt. Altre materie vi sono state depositale dalle tem- 
peste e dagli sbocchi del mare, di cui la storia ci à lasciale fu- 
neste memorie. Per queste cagioni 1' antichissimo porlo Palepoli- 
lano situato sotto il promonlorto della Sirena oggi S. Giovanni 
Maggiore si chiuse, e l'acqua ritirala verso il cratere avendo ac- 
quistata altra circonferenza, obbligò i Napolitani a formare un se- 
condo porlo; il quale poco distante dal primo si apriva presso la 
chiesa di S. Onofrio de Vecchi , dove ancor oggi si vede il silo 
del fanale, e ne resta il nome ad un vicolclto di Lanterna vec- 
cliia. Questo secondo porlo nemmeno resse lungamente per le 



— 300 — 
slesse acldollc cagioni d'inlerramenti e di depositi di arena, quan- 
tunque in reallà non potesse avere il nome di porlo atteso le sue 
acque basse, limacciose ed appena scorrenti. Si aggiunse finalmen- 
te un' altra causa, ehe fini di otturarlo, cioè la terribile tempesta 
di mare, di cui ci à lascialo il Petrarca nel lib. Ìj op. 5 la più 
viva e commovente descrizione. Le acque agitate si alzarono tan- 
to in quello infortunio, che, secondo i nostri storici, flagellarono 
le ripe del Monterone ( oggi salita di S. Angiolillo nella strada 
di Fusariello ) ed adeguarono al suolo non pochi edifizì. Dopo 
otto ore di continua, e fiera lutla il mare si ritirò lasciando in- 
terrato questo secondo porto con tutta la vicina spiaggia e mol- 
te caso, che si vedevano intorno. Niun' altro à così ben descritto 
il nostro antico porto, le forti mura, il castello suburbano, e la 
prima posizione di Napoli, quanto Procopio , narrando 1' assedio 
che vi pose Belisario per cacciarne i Goti , e ciò legger lo puoi 
nel suo libro 1° al capitolo 8". 

Questo generale sulle prime ancorò la sua armata navale 
non più lontano dal porto Napolitano, che teli jactu; e facendo 
sbarcare i suoi soldati, ebbe subito in suo potere un castello (bor- 
go ) che si alzava nella spiaggia. Avendo tentato più volte 
di superarne le mura, vi fu respinto con la perdita di molti ag- 
gressori , quantunque valorosi. Erano difese queste mura non so- 
lo dalla loro solidità, ma dove da alti dirupi ( che sarebbero lo 
Scoglioso, il Monterone , ed il Montorio , tre rupi , che formano 
oggi il dorso della posizione di S. Angelo a Nilo , del Collegio 
del Salvatore, e di S. Marcellino ), e dove dal mare, o dal loro 
scabroso declivio. Belisario non trovò altra strada d' impadronir- 
si di Napoli che facendo penetrare 400 soldati Greci per un ac- 
quidotto , che egli prima avea tagliato per impedire il corso 
delle acque lungi dalle mura , e che penetrava in città sotterra 
per un gran sasso forato. Si allargò il foro con ferri aguzzi , e 
non con asce , onde non si ascollasse il rumore dagli assediali. 
I soldati introdotti si trovarono in mezzo della città presso la ca- 
sa di una donnicciuola , dov' erano alcuni alberi di olivo. Per 
salire dall' acquidotlo al piano soprastante si attaccò una fa- 
re alle radici degli alberi, e cosi un dopo 1' altro montaron su. 
Allora corsero alle due torri che cingevano di qua e di ià le mu- 
ra, sul foro dell' acquidotlo , e ne trucidarono le sentinelle. Que- 



— 301 — 
sto lato della ciltà guardava il seltenlrione, ed ivi aspettava Be- 
lisario. Dalla parte del mare la città era guardata da un nume- 
ro immenso di Ebrei che furono tutti uccisi. Altra porta fu aperta 
dal lato orientale col fuoco etc. Fin qui Procopio. 

Premesse adunque queste necessarie ed autentiche storiche 
notizie, è d'uopo all' obbietto percorrere con la storia alla mano 
le diverse fasi a cui queste nostre terre sono state soggette per 
eruzioni, tremuoti, alluvioni etc. 

Si dalla storia, che dagli esperimenti esposti parmi assodato che 
il Sebeto irrigava questa terra ai tempi di Augusto. Tito fu l'ottavo 
Imperatore; e l'anno 79 dell'E. C. sotto il suo delizioso governo av- 
venne la più terribile eruzione del Vesuvio che arse ed inceneri le 
selve di Retina! Cumuli di sabbia sepellivano Pompei! Disseccalo e 
lutulento il Sarno negò per poco il dovuto tributo al mare! Scom- 
parse le città di Oplonta e di Cora ! Atterrata Stabia ! Colmata 
di fuoco Ercolano ! Tante città fiorenti in poche ore scomparse !! 
Fa forse allora che la sorgente , ma non il letto del Sebeto sof- 
fri ingombro ; imperocché dopo tredici secoli ( come di sopra ò 
esposto ) , e propriamente sotto l' Impero di Giovanna 1. nel 
giorno IS novembre 1343 il letto del Sebeto scomparve per forte 
tremuolo e per lo innalzamento del suolo nel sito del pendio di 
Moccia, dove un giorno erano le antiche mura di Palepoli ; se- 
guendo la catastrofe fortissimi alluvioni : quindi parmi che a par- 
tito s' ingannavano il Pontano , il Sannazzaro , ed il Nolano i 
qnalij ritenendo per la Storia 1' antichissima esistenza del Sebeto 
( ai tempi loro già sepolto ) appellavano Sebeto il meschino ri- 
volo che tuttora ai nostri di scorre per sotto il ponte Guizzardo, 
comunemente Ponte della Maddalena appellato. 

Che tuttora esista il Sebeto da quanto ò esposto lo ritengo 
per fatto ; e ritengo ancora che si conduce al mare per occul- 
to speco j non senza pria fornire tuttodi acqua al pozzo di S. 
Pietro Martire , in quasi tulli i pozzi della strada Calzcltari, ed 
in quelli della strada Zagareilari, ai fondaci dei Lazzari , e dei 
Barbati , e finalmente ravvivando i pozzi di S. Marcellino , del- 
l' Università , e del Pendino, per antichi occulti cunicoli e meali 
si porla al mare come della mia tavola 16*. 

Per fartene di ciò che ò detto la mente chiara, o lettore, os- 
serva (ripeto) qual'era l'anlico ietto del Sebeto nella mia tavola 16^. 



— 302 — 

Non so poi come il sullodato dislintissimo arcliitetlo Carlelti 
volpa dio il Sfbclo venisse dal fiume Sabalo ( confluente del Ca- 
lore ). 

Doppio ragioni a contraddire il Caletti per questa sua co- 
njellura. 

Se ciò fosso stato dalla natura disposto { lo che lopografica- 
mente era difiicile ad accadere) nell' accennata eruzione del 79 
sarebbersi o disseccate o deviate le acque. Come poi dallo stes- 
so dotto ed accurato architetto si afferma esister lutto di delle 
acque in Napoli fluenti in undici punti , quelle dello antico fa- 
moso fiume Sebeto ? 

Farmi logico adunque, dopo tutto Io esposto, il ritenere che 
il fiume Sebeto à avuto la sua origine nel monte Vesuvio pri- 
ma che questo fosse bipartito in Somma e Vesuvio, perdendo 
in altezza ed acquistando in base ; che tale catastrofe avvenne 
appunto nella citata epoca dell' anno 79 dell'E. C, ascondendo 
il monte sotto il nuovo circuito delle sue radici 1' antico letto del 
Sebeto verso la sorgente , cangiando configurazione a quei siti , 
al dir di Plinio, e seppellendo in poche ore Ercolano, Oplontc, Co- 
ra, Stabia, e Pompei. 

Fattomi questo sistema , e persuaso intimamente di quanto ò 
asserito, mi applicava alle investigazioni portandomi in Somma, 
Ottajano, Pollena, Trocchia, e S. Anastasia, oprando come vado ad 
(■sporti. 

Cominciai i primi esperimenti dal punto più basso: cioè nelle 
terre a sinistra della Madonna dell'Arco, e propriamente nella mas- 
seria di proprietà del sig. Consigliere De Pompeis, 

Esiste colà antica lava bituminosa , che in alcuni siti minata, 
vi si osservano dei macigni spungosi, e da un foro praticatovi ne 
vien fuori vento, e sentcsi forte rumorio più di notte che di gior- 
no; indizi onde conjetturare di sottoposte acque fluenti. Aggiungi 
che di tratto in tratto nel precitato territorio osservasi vegetare la 
pianta acquatica registrala da Linneo col nome di Cyperus Papy- 
rus, in italiano Sala, altro indizio in sostegno del primo di sottoposte 
acque un tempo incanalate dall'arte, ed in altro tempo naturalmente 
deviale in zone sottoposte all'attuale superficie di quei sili per po- 
steriori rivoluzioni della stessa specie. 

Sulla destra salendo da detto punto alla strada consolare, ò 



— 303 — 
rinvenuto sotterra parto di antico acquidolto per circa 40 palmi 
scoverto , lungo palmi 16 , alto palmi 12, 3. Come dalla strut- 
tura j letto , e pareti può vedersi opera anteriore ai Romani ; 
imperocché per la posizione e direzione parrai non doversi con- 
fondere con r acquidotto Claudio di sopra accennnato: ma bensì 
per corso d" acqua che dal Sebeto andava un giorno a dare 
alimento a altre città nell' anno 79 scomparse , quali forse 0- 
plonte e Cora , di cui ignoriamo la posizione topografica , e 
le quali al par di Stabia già da 18 secoli sperano nel genio dei 
Borboni di rivedere le sielle come il fu per Pompei , e per Er- 
colano. 

In conlesto dell' acqua dal Vesuvio sgorgante non si è fatto 
strada alla parte opposta in Torre del Greco in quella limpidis- 
sima vena che animando oggi la fontana quasi a lido di mare 
provvede d' acqua quasi tutti i Torres! ? 

Scudo necessario per determinare un punto in un piano di 
due coordinale , convinto io da quel che ho osservato , dell' esi- 
stenza colà delle antiche acque Sebezie , mi portai all' altra co- 
sta al di là di Somma. 

Rinvenni nel fallo altro antico acquidolto di palmi 7 alto 
per palmi 4 di larghezza , e dagli occhi che da tratto in tratto 
( essendo tutto otturalo ) cammina per 1' osservatore in considera- 
bile lunghezza visibile, ecco, esclamai, l'altra ordinata; sperando 
nel punto d'incontro rinvenire qualche indizio di serbalojo per l'an- 
tica sorgente , o pure un punto certo di riunione di acque po- 
tendole dare un nuovo corso , con nuovo letto , allro livello in 
rapporto a Napoli , invece di farla sperdere per sotloposli natu- 
rali meati nelle viscere della terra. 

Nel fatto traguardate le due linee, il punto d' incontro veri- 
ficasi in S. Anastasia , e propriamente nella strada denominata 
Ponte, accosto le case dei signori Majone e fratelli Viola, accanto 
al bel casino del nostro celebre medico Antonio Villari, oggi del 
signor Vacca. 

Portatomi sopra luogo conobbi essersi anni sono lesionata la 
casa dei signori Viola , e questi chiamato un architelto per pro- 
porvi r occorrente , furono falli diversi cavamenli onde raffor- 
zare la casa nelle fondamenta. Ciò praticando fu rinvenulo un 
gran vólo certamente formato da acque fluenti ; imperocché ve- 
Sasso— Voi. I. 39 



— 3n4 — 
nendo detto vólo colmalo con sassi e calce a beverone , e fen- 
duto sodo per sopra fabbricarvi : dopo terminati i lavori , la 
casa lesionava di nuovo. 

Allro indizio che per questo punto debhe passare qualche ra- 
mo dello sperduto e deviato fiume , si è che essendosi cavato in 
una casa vicina per costruirvi una cisterna , in giorni di stale 
con totale siccità , eseguitosi il cavamento, dopo pochi giorni vi 
si trovò dell' acqua. 

Vicino all' accennato territorio del Consigliere de Pompeis , 
e propriamente nella masseria Ciavcs evvi un pozzo da cui si at- 
tinge acqua più di state che d' inverno , e come dai naturali ò 
intoso, circa 40 botti al giorno. 

Si potrebbero almeno da questo punto portare le acque nella 
Reggia di Portici , invece delle scarse risultanti da debole stil- 
licidio dagli scisti del monte , e per le quali si spesero consi- 
derabili somme . con non grande successo. 

Panni senza alcun dubbio che questo sia il punto da son- 
dare ; e son certo che a trenta palmi sotterra si troverebbe una 
considerevole e limpida vena di acqua. 

Sarebbe indi facile e di lieve spesa condurla in Portici 
mercè il già eseguito acquidolto per le acque dallo stillicidio ; 
e con un nuovo corso poi a Napoli giungendo, potrebbe dare alla 
città una forli; rendita per gli svariati stabilimenti da potervisi co- 
struire, profittando dell'alta cascata, che procurerebbe una consi- 
derabile forza motrice. 

Tutte queste mie idee ed investigazioni ebbi 1' onore d' umi- 
liare a S. M. il Re ( N. S. ) che ha avuto la clemenza di rimet- 
tere la mia scritta per rapporto e parere al signor Direttore del- 
l' Interno. 



VITA 



dell' architetto e scultore 



COSIMO FANSACA 



CO^ LA DESCIUZIOXE DELLE SIE OPEIJE ESEGIITE \APOLI 



CONSISTENTI 



Keir Architettura 

Suo Altare. 

Chiostro e Refettorio in S. Severino. 

Altare in Costantinopoli. 

» in S. Maria la Nova. 

B nelle Nunziata per due. 70,000. 
Scale ed Arco a S. Gaudioso. 
Facciata e Scala alla Sapienza. 
Cappella Galeota nel Duomo. 
Chiesa di S. Giuseppe a Poiilenuovo. 

» del Purgatorio. 
Facciata di S. Ferdinando. 
Chiesa S. Giorgio ai Mannesi. 
» S. Nicola alla Carità. 
» S. Maria de'Monti. 
Guglia S. Domenico. 



Xella Scoltura 

Statua di S. Teresa in S. Teresa. 
» della Immacolata nella cappella 

Reale. 
» nella Cappella d'Aquino. 

Fontana Medina. 

Facciata e Statua a S. Maria degli An- 
geli alle Croci. 

Cancello della Cappella del Tesoro. 

Guglia di S. Gennaro. 

Statua gettata in Argento. 

Statua e lavori di concetto in S. Marti- 
no, S. Brunone e S. Gennaro in detto 
Chiostro. 

Cappella e Statue nel Gesù Nuovo. 

Facciata, Atrio, e Scala alla SS. Trinità 
delle Monache. 



Se non 1' archilellura , debbe la scoltura immenso bene a 
questo illustre ed eccellente arteGcc. Egli col suo genio , e con 
le rogolG apprese da eccellenti maestri , à dato nelle sue opere 
slogo a bizzarri pensieri. 

In architettura à abbelliti degli ediSzii con porte , facciate, 
ed altari , aggiungendo architettonicamente delle opere al già ese- 
guilo: sventura che lavorasse in tempi ne quali l'arte era caduta 

nel barocco. 

Fu il Fansaca Bergamasco, ove nacque nell' anno 1S91. 
Grand' è stato nella scollnra , che fu fin da fanciullo inclinato al 
disegno , facendovi un non interrotto studio , con indefessa ap- 
plicazione. Occupatosi dapprima alla scoltura , volle posterior- 
mente anche all'architettura applicarsi; e per perfezionarsi si nel- 
r una che nell' altra arte, si portò in Roma, dove fece gli studii 
suoi sotto la direzione di Pietro Bernini padre del famoso cavaliere 
Gian Lorenzo , le cui opere in patria sua avea inteso vantare. 
Avanzatosi mirabilmente sotto si rinomato maestro, sì nella scol- 
tura , che neir architettura , fu il Fansaca adoperato in Roma ; 
sebbene il Milizia dica che la sola facciata della chiesa dello Spi- 
rito Santo dei Napolitani avesse colà fatta, e soggiunge il critico 
scrittore , che dett' opera non gli fa molto onore. 

Dopo aver dimorato qualche tempo in Roma , contraria- 
to da molti artefici di ambe le facoltà , pensò Cosimo di venir- 
sene in Napoli dov' erano in qnel tempo più rari gli scultori di 
marmo , che in Roma ; imperocché dopo il lo" secolo , a poco 
a poco andavano a scemare gli artisti col mancare 1' uso di la- 



— 308 — 
vorare i marmi , né più si costumavano le passate profusioni di 
simili monumenli , di che ce ne fa benanche consapevoli Gior- 
gio Vasari in più d' un luogo dell' opera sua , e parlicolarmen- 
le nella vita di Girolamo Santacroce napolitano: costume che fu 
nocivo alle arti , perocché togliendo le memorie che render pos- 
sono gloriose le città e i cittadini, fa in parte per quanto è possi- 
bile abolire 1' antico. 

Venuto in Napoli , e conoscendosi esser, egli un alunno del 
cavalier Pietro Bernini , fu subito impiegato in varii ed impor- 
tanti lavori , come il chiostro di S. Severino , il refettorio, an- 
che ivi, lungo 300 palmi e largo 72: e per tali opere fu altamen- 
te lodato — Più soddisfacente fu l'altare maggiore in detta chiesa 
fatto a sua riflessione , parlando con 1' Abate , facendogli cono- 
scere che a quel magnifico tempio mancava un magnifico alta- 
re , che avrebbe arrecato più decoro e grandiosità a si no- 
bile monumento — Noi fatto ebbe il Fansaca lo incarico di farne 
il disegno ed il modello, die piaciuti immensamente ai monaci , 
mise mano al lavoro — Belli oltre ogni credere sono i pultini 
di bronzo mossi alla porta del presbiterio sulla balaustrata della 
scala di detto altare. 

Fece dopo questo , l'altare maggiore della chiesa della Ma- 
donna di Costantinopoli anche isolalo con due colonne che so- 
stengono la Santa Immagine, e tutto il resto di tale architettura 
è compiuto con belli ornamenti di marmo , sebbene più die un 
altare , sembri un arco di trionfo — Fece inoltre le scale alla 
chiesa di S. Gaudioso con un beli' arco por cui si passa al 
piano avanti la porla di detta chiesa , il quale in quell'epoca fu 
molto lodato. 

A lui si debbono inoltro la facciala e la scala della chie- 
sa della Sapienza. 

Avea ansia il Fansaca di farsi conoscere più come scultore, 
che come architetto , conoscendo se stesso; e quindi con piacere 
accettava lo incarico di fare net G«sù Vecchio la cappella di 
S. Francesco Saverio , ove con colonne di prezioso marmo ornò 
r altare aggiugnendovi altri preziosi ornamenti bene ideati e messi 
in ottimo assieme. Accanto a questo altare, in due nicchie , scol- 
piva il Fansaca due statue di marmo, una rappresentante Isaia , 
l'altra Geremia profeti, e fé' fare di stucco secondo i suoi disegni 



— 309 — 
!e mezze statue, ai lati della porta maggiore, di S. I-uigi Gonza- 
ga, e S. Stanislao Costa — Architettò ai Padri del Gesù Aeccliio 
la bella scala del convento. 

Venuto questo distinto artefice por le già eseguite opere in 
Napoli in molla considerazione , ebbe invilo dai Gesuiti di ab- 
bellire con magnificenza 1' altare maggiore della loro chiesa^ una 
delle prime di Napoli, la Trinità Maggiore, da me descritta co- 
me opera del Padre Valeriani Gesuita di nazione napolitano, non 
come tulli erroneamente la spacciano del padre Proveda di na- 
zione spagnuolo. Errore in cui cadde ancora il Milizia con mia 
somma sorpresa ; imperocché al suo gcuio di opposizione ed al 
mordace suo dire , era la verità un bel tema per ispaziare viep- 
più la sua critica. 

Fattone il Fansaca il disegno , Io rendettero i Padri esten- 
sivo a molti architetti , ma ne nacquero i svariati pareri , im- 
perocché è difficile che i concelti di un architetto vengano 
da architetti approvati , come in tante altre cose suol avvenire , 
per motivi che di leggeri si indovinano. 

Intanto che indugiano i Gesuiti fu il Fansaca richiesto dai 
Frati di S. Maria la Nuova , perchè rifacesse il maggiore altare; 
ed egli figurando un arco trionfale, come praticato avea per quello 
di S. M. di Costantinopoli , vi collocò la miracolosa immagine 
della Madonna fatta dipingere dal Beato Agostino di Assisi, che 
fu compagno di S. Francesco. 

Fra i diversi lavori che adornano la detta immagino vi 
sono alcuni pollini di bronzo che furon gettali da Raffaele Fia- 
miiigo , sopra modelli del Fansaca. 

Più bello ancora è 1' altro simile aliare che il detto artefi- 
ce fece nella chiesa della SS. Annunziala, dove con mirabile in- 
venzione collocò il baldacchino sostenuto da pollini di rame dora- 
lo, e che costò come nella mia prefazione già dissi tluc. 70,000. 

Adornò 1' immagine di S. Maria delle Grazie dipinta dal 
Gioito nella chiesa di S. Chiara con colonnette , baldacchino, ed 
altri lavori di marmo facendovi eziandio l' altare e sua ba- 
laustrata. 

Architettò la cappella dei Calcola nel Piscopio, rimodernan- 
dola , bellamenle adornando i due sepolcri, ed eseguendone ne' 
due medaglioni i ritratti di Fabio e Giacomo Calcola. 



— 310 — 

Fece altresì il disegno ed il modello della chiesa di S. Giu- 
seppe a Pontecorvo con le sue scale , e fu edificata con la sua 
assistenza. 

Per ordine di D. Pietro Antonio d' Aragona , scolpì la sta- 
tua di Carlo II ancor fanciullo, che si vede alla Darsena, ed ese- 
guì la facciata della chiesa di S. Francesco Saverio , o sia S. 
Ferdinando avanti la piazza del Reale Palazzo. 

Volendo i Padri Teresiani Scalzi ergere una statua a Santa 
Teresa no dettero la commissione al Fansaga, del quale avevano 
udite decantare le opere; ed egli corrispose perfettamente all'aspet- 
lazione dei Padri , scolpendo la bella statua di bianco marmo , 
che vedi collocata suU' altare maijiriore della loro chiesa. Fece 



■'oa" 



inoltre il Fansaga la facciata e le scale a detta chiesa. 

E di sua mano inoltre la statua dell' Immacolata Concezio- 
ne per la cappella Reale, una delle sue opere migliori, come an- 
cora altre statue scolpiva per la chiesa di S. Maria a Cappella. 

Neil' ampia cappella eretta dal gran capitano a S. Giacomo 
della Marca in S. Maria la Nova , eseguì 1' allfire maggiore la- 
vorato lutto di fini marmi , ed il sepolcro ove riposa il corpo 
del detto Santo. 

Veggonsi nella cappella della famiglia d' Aquino le statue del 
cavalier Cosimo , le quali stando in ginocchioni rappresentano 
due signori di quella famiglia , con ornamenti, colonne, puttini, 
ed altro. 

Governando Napoli il Vice Re D. Ramiro Filippo di Gus- 
man , duca di Medina las Torres , marito di D. Anna Carafa 
Principessa di Stigliano , e passando un giorno per la strada del 
Platamone , osservò la fontana fatta da Domenico D'auria senza 
l'usalo giuoco delle ncque ; volle saperne la cagione , ed udito 
come da diversi Vice-Ile avea avuto siti diversi , e che in niun 
luogo era scaturita acqua , fece a se venire il Fansaca , e gli 
palesò il suo desiderio di vedere scorrere quella fontana , ed 
anche di abbellirla , contribuendo del proprio alla spesa. 

Udito il Fansaca la volontà della Vice-Regina , si offrì di 
adempiere perfettamente i suoi comandi , e promise di piantare 
la fontana al largo del Castello, ove non mai sarebbero mancate le 
ncque. Ne formò il disegno , ed essendo approvato mise il suo 
talento all'opra, e la fontana fu fatta, oggi fontana Medina. La 



— 311 — 
descrizione a suo luogo — Nella slrada che dal Real Palazzo con- 
duce a s. Lucia a maro \i è pure altra fontana del cav. Fan- 
saca fatta per ordine del conte di !\lonterey. 

Avendo un signore della famiglia Muscettola abbellita la sua 
cappella con marmi e con pitture a fresco del Belisario , o di 
Giovanni Berardino nella chiesa del Gesù Nuovo , volle vederla 
benanche adorna di marmi , e ne dette lo incarico a Michelan- 
gelo Naccarino , il quale ne fece una dal canto dell' epistola , 
e l'altre non furono da lui eseguite per l'avvenuta sua morte— 
Ecco che il tutto eseguiva posteriormente il Fansaca — Vi scolpi 
gli ornamenti e la statua di s. Stefano ; e nel tempo stesso que- 
st' industre ed instancabile arlifice fece il disegno per commissione 
dei Gesuiti degli armadi della loro magnifica sagrestia , ed ar- 
chitettò il portone , e le scale del palazzo del duca di Maddaloni. 

Scolpi la statua tonda di s. Francesco situata nel finestrone 
sulla porla di s. Maria degli Angeli alle croci — Fece inoltre le 
teste che sono situate sopra le celle di quei frati riformati di 
s. Francesco d' Assisi , e fece la facciala della suddetta chiesa- 
Architetto la capella del Reggente Cacace nella chiesa di 
s. Lorenzo , e vi scolpi le statue con i loro ornamenti. 

Eresse la chiesa delle Anime del Purgatorio nella strada detta 
del Purgatorio ad Arco. Su le scale di detta chiesa vi scolpi alcuni 
teschi, che per la loro eccellenza furon cambiati, standovi oggi le 
copie di quelle già eseguite dal sullodato Fansaca. 

Fece la porta alia cappella del Tesoro di s. Gennaro , e fu 
eseguita dal Fansaca qual tu o lettore la vedij spendendosi per 
essa e per l'adornamento alla facciata 32,000 ducati. 

Compiuta quest' opera ebbe incarico dai nobili Eletti della 
città di fare una guglia in onore del nostro Santo Protettore Gen- 
naro. Gradito il disegno , ed il modello esegniti dal Fansaca fu 
eretta come oggi la vedi. Fece inoltro vari modelli per statue 
d' argento , che furono eseguite , e gettale dall'intelligente argen- 
tiere Giovan-Domenico Vinacci. S'avanzò a tanto la fama del ca- 
valiere Cosimo Fansaca , che non vi era luogo Pio cospicuo in 
Napoli , che non gli facesse lavorare alcuna cosa o in archit- 
tetlura , o nella scultura. Ancora i monaci Certosini dotermi- 
naronsi di abbellire ed arricchire di marmi la loro chiesa di s. 
ciarlino , e fare tutte quelle fabbriche che fossero di bisogno , 

Sasso — Voi . I. 40 



— 312 — 
e comodo al monastero. Chiamato a tanta opera il cavalier Fan- 
saca , vollero i monaci udire il suo parere circa i lavori che 
avean disegnalo fare , ed egli di buona voglia vi si offri , fa- 
cendo"-li lusinghiere promesse della buona riuscita , e magnifi- 
cenza delle cose a farsi. Non fallì punto né la sua parola, ne la 
speranza di quegli ottimi religiosi^ imperocché fu tutto dal Pan- 
saca eseguito mirabilmente. 

Tali appunto furono i marmi connessi che ei fece lavorare 
per la chiesa con mirabile invenzione , assistendovi quotidiana- 
mente per l'impegno di sua parola. Vi lavorò di sua raano i 
rosoni con le foglie che osservansi nei pilastri. I monaci gli mo- 
strarono una statua che sta situata nel coro di antica scultura , 
vi fece il Fansaca una statua compagna , che non si discerne 
dall' originale. Fece dappoi il cimitero per i monaci il quale è 
una balaustrata ornata di ossa e teschi mirabilmente scolpiti — 
Fece la gran conserva dell' acqua con intorno le balaustrate, che 
come a palchetti da teatro la circondano. 

Quali parole saranno baslevoli a lodare il bellissimo chiostro 
ornato di pilastri, e nicchie? Vi sono di sua mano scolpiti i mezzi 
busti di s. Martino Vescovo , s. Brunone , e s. Gennaro — Ri- 
Helti alle piegature dei panni , e con particolarità a quelli del 
Certosino Santo , massime nella volta , e rivolta della tunica con 
Io scapolare, e puoi ben dire avere il Fansaca superato qualunque 
altro moderno scultore — E '1 teschio che tiene in mano il Santo? 
osservalo , e confessa se non ài d' uopo del latto per assicurarti 
ch'esso è di marmo. Fu questo ammiralo dal Massimo, e dal Vi- 
nacci. 

Aveano intanto i padri Gesuiti osservati lutti i disegni pel loro 
altare maggiore fatti a gara da moltissimi architetti e scultori ; ma 
nessun di questi superava il primo presentato del Fansaca. Per la 
qual cosa fu di nuovo chiamato dalla Compagnia di Gesù pel detto 
affare , e ne fece una bozza , come ancora ebbe a sua offerta lo 
incarico di ornar di marmi e di slalue i gran capelloni di s. Igna- 
zio, e di s. Francesco Saverio, il che esegui scolpendovi benanche 
le slalue di Geremia e Davide , che collocò sopra le nicchie alle 
pareli laterali dell' altare. — Con tulio ciò non fu risoluto nulla per 
la costruzione dell' altare , e in questo mentre il nostro artefice 
fece la facciala;, la porla, le scale, e l'alrio della chiesa della ss. 
Trinità delle monache (oggi ospedale della Trinila ;. 



— 313 — 

Con suo disegno ed assistenza cominciò la chiesa di s. Gior- 
gio ai Mannesi ; ma non potè finirla per la sua morte — Compi 
quella di s. Nicola alla Carità, detta s. Nicoliello, che fu princi- 
piata da Onofrio Crisolfo, e non finita pure per morte — La fac- 
ciata ebbe pel Fansaca lo stesso destino. A questi padri Pii Ope- 
rar! aveva anni prima il Fansaca eretta la chiesa di Santa Maria 
de' Monti per loro noviziato — Rimase egualmente imperperfetta 
la guglia di s. Domenico , che fu poi terminata da Domenico An- 
tonio Vaccaro. 

Pervenuto il Fansaca alla vecchiaia era solamente adoprafo 
ad esser consulente nelle due arti belle che professava — Giunto 
all' 87° anno dell'eia sua si morì nel dì 13 febbraio 1678 — Furono 
le sue spoglie mortali con grande accompagnamento portate alla 
sepoltura nella chiesa di s. Maria Ognibene dei Padri servi di 
Maria , ove con grandi onori e il comune compianto , eh' è il 
vero funerale de' buoni , fu seppellito. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

Avendo in mira di parlare nelle descrizioni de'soli monumenti 
in archi ttettura, si può dire che nessun monumento di pianta di- 
resse il Fansaca , ma bensì decorò , abbellì ed arricchì il già e- 
seguito dai trapassati architetti. 

Le sole opere di pianta del Fansaca in architettura furono 
come nella sua vita ò esposto la Fontana Medina, le due guglie 
di s. Domenico e di s. Gennaro, la facciata di s. Ferdinando, 
e la chiesa del Purgatorio. 

FOXTA!\A lIEDliUA 

E questa fontana isolata , e dal piano a livello della strada 
si ascende al secondo per quattro scalinate ornate di balaustri , 
e cartocci, e negl' intermezzi di queste scale vi sono fonti che 
poggiano al pianterreno , le quali scaturiscono acque per bocca 
di otto leoni giacenti sur i cartocci , che fanno ornamento alle 
scale. Questi leoni posano con le zampe sur un pilastretto tenen- 
ti ognun di loro un'impresa nella quale vi sono scolpite le armi 
del Re , della Città , e del vice-Re , mentovato nella sua vita. 



— 314 — 

Nel mozzo del secondo piano si eleva in londa mostra una 
fonie, che rompendo con belle figure il circolare ed uscendo fuori 
la circonferenza dà in quattro punti, in ciascun dei quali vi sono 
due teste di mostri marini , ed un' impresa del Re di Spa- 
gna. Entro questa fonte nei quattro cantoni con regolare scom- 
partimento vi sono situati quattro tritoni i quali sferzano mo- 
stri su dei quali cavalcano , e questi in sembianza di timore par 
che gridando dalle aperte bocche scaturiscono acque che fanno 
gioco nella fonte. 

Dal centro di questa si alza il piede di una gran tazza che 
forma la fonte superiore , che vien sostenuta da quattro satiri, e 
due ninfe. Sul piano della fonte vi sono i quattro cavalli marini 
di Nettuno , nel mezzo de' quali avvi la statua di questo Dio 
marino in piedi sostenendo col destro braccio il suo tridente 
dalle cui punte escono con molta velocità zampillanti acque. Que- 
sto Nettuno fu scolpito da Domenico d' Auria con le quattro sta- 
tue che mantengono la tazza. 

Nel lato verso il Castel Nuovo si legge il seguente epitaffio 
intagliato in un marmo scolpito indicante un panno. 

PHILIPPO IV REGE 

ADMOVE VIATOB OS AQUIS , OCULOS NOTIS 

MaKMOEEAM HANC MOLEM ALTEBIUS CONSPECTU POSITAM 

Amor excitavit ac studicm 
Guglia di S. Gennaro 

Fu pure di pianta eretta dal Fansaca la guglia di s. Gen- 
naro la quale s' innalza a guisa di colonna nel largo avanti la 
porta piccola dell' Arcivescovado a rimpetlo il Monte della Mi- 
sericordia, ivi eretta dalla fedelissima città di Napoli in onore 
del nostro glorioso protettore s. Gennaro per averla liberata dalla 
più orrenda eruzione del Vesuvio nell' anno 1631. 

Vi sono delle scale di marmo con tinaie che girando solle- 
vano dal piano un recinto ornato di balaustri, avendo sopra una 
cimasa. Nei quattro angoli vi sono collocati quattro vasi di mar- 
mo con piramidette superiori. In mezzo evvi un cubo , standovi 
In una delle sue facce scolpito in basso-rilievo il ritratto dell' ar- 



— 315 — 
tefice in un medaglione. Sopra detto cubo elevasi un piodlslaUo 
con base e cimasa, ed in una faccia vedesi scolpita una sirena, 
che abbraccia un tabellone intrecciato d' intagli , cartocci , ed 
ornamenti della medesima sirena , la quale tiene nelle mani due 
palme , ed in mezzo del tabellone vi si leggono i seguenti versi 
in lode del nostro Santo protettore. 

Divo Januaeio 

Patriae Regnique 

Presentissimo 

Tutelari 

Grata Neapous 

Givi Opt. Mer. 

Excitavit 

Sopra il detto piedistallo viene eretta una colonna di ordine 
composilo ornata con urlanti , intagli , e festoni. Al di sopra del 
capitello avvi T intero intavolamene di arcotrave, fregio, e cor- 
nice su del quale altro solido piramidale s' innalza a guisa di 
guglia ed egualmente ornato d' intagli , avendo ai quattro an- 
goli quattro puttini di marmo, che reggono i gerogliGci del Santo 
fatti di bronzo. Termina la guglia una piccola base ove sorge 
la statua di s. Gennaro gettata in bronzo che benedice il popo- 
lo — opera è questa di Giuliano Finelli. 

La Lande trova spregevole questo monumento perchè non à 
la semplicità degli obelischi, ne delle colonne di Roma, e di Fi- 
renze. Crediamo che mal s'avvisi; imperocché parci ed è che il 
bello non sia di un genere solo. 

In questo sito era 1' antico gran cavallo di bronzo , di cui 
la testa ammirasi nel real Museo Borbonico. Questo cavallo fu 
manomesso nell'anno lo22.Del corpo se ne formò una famosa cam- 
pana nel Duomo ; il capo col collo restò sano , e fu donalo al 
conte di Maddaloni , che per molli anni lo tenne nel cortile dei 
suo palagio in s. Biagio dei librai ; posteriormente fu portato , 
come di sopra ò detto , nel Rcal Museo Borbonico. 

Molte cose si sono scritte da diversi autori su questo cavallo, 
che tralascio di accennare. Solamente rammento a me stesso, che 
in questo sito era 1' atrio del tempio di Nettuno, e venivagh de- 
dicato queir animale come al nume domator di cavalli , essendo 
stato antichissimo genio dei napolitani il domare i cavalli. 



~ 31G — 
Guglia di s. Domenico 

Fu questa guglia principiata con disegno del cav. Fansaca 
ia onore del glorioso patriarca s. Domenico in mezzo la piazza 
di tal nome. Nel gittarsi le fondamenta, vi si trovarono gli stipiti 
e parte dell' arco dell' antica porta Cumana , o Puteolana , non 
che alcuni pezzi delle antiche muraglie di questa antichissima e fa- 
mosa città nostra. Conosciamo che tale porta fu rimossa da Car- 
lo li d' Angiò nella maggiore ampliazione delle mura, che fu la 
settima , ed ebbe luogo nell' anno 1300. Fu la porta trasporta- 
ta oltre la piazza della casa professa , e posteriormente oltre in 
su verso la strada Toledo. Quanto meglio si farebbe buttare a 
terra le altre poche porte rimaste, e cosi ampliare le strade e le 
piazze. 

S. Giorgio Maggiore. 

È questa chiesa situala sulla strada di Forcella. É una delle 
quattro parrocchiali maggiori servita dai Pii Operari , che l'eb- 
bero neir anno 1618. Avendo dopo tal' epoca sofferto un incen- 
dio fu cominciata a riediGcarsi con disegno del Fansaca nel- 
r anno 1640 ; ma rimase incompleta. Vi sono delle prime pit- 
ture del Solimena. 

Il Celano nella 3" giornata pagina 214 dice che questa 
chiesa fu edificata nel tempo dell' Imperatore Costantino il grande. 
Venne dalla sua prima fondazione dedicata al santo martire Gior- 
gio. Fu ristaurata allorché vi fu trasferito il corpo di S. Severo, 
perlocchè in molti istrumenli vien chiamata chiesa Severiana. Da 
una sedia vescovile di marmo che si serba nella cappella laterale dalla 
parte dell' Epistola si argomenta che detto Santo se ne servisse 
per Cattedrale. 

Era questa chiesa di gotica architettura a tre navi, una mag- 
giore e due minori , che aveano le volle poggianti sopra colonne 
di marmo, alcune di granito, altre di marmo bianco, ed allre di 
alabastro. 



— 317 — 

Cbiesa del Purgatorio. 

Neil' anno 1604 molli genliliiomini napolitani e pietosi cit- 
tadini andavano questuando per fare celebrare messe alle anime 
del Purgatorio. In breve tempo accumularono un capitale di circa 
ducati seimila , ed eressero una congregazione dietro la chiesa 
parrocchiale di s. Arcangelo , formandovi le loro costituzioni le 
quali per breve pontificio di Paolo V furono approvate e con- 
firmate. Da questa passò detta congregazione nella chiesa della 
Rotonda , ed indi in quella di s. Angelo a Nido. Essendo cre- 
sciute le elemosine dei fedeli , si stabili di fondare una chiesa 
propria. Fu allora che col modello e disegno del cavalier Fan- 
saca si pose mano all' attuale monumento , pel quale concorren- 
dovi larijhe sovvenzioni di D. Francesco Mastrilli in breve fu ter- 
minato. 

L'altare maggiore fu dal Fansaca nobilmente adornato. Del- 
le quattro colonne che vi si osservano due sono moderne , e 
due di quelle di marmo antico africano che stavano come ò 
detto di sopra nella chiesa di s. Giorgio maggiore. Gli organi , 
le balaustrate che chiudono il presbiterio furono tutte eseguite 
con disegni ed assistenza del detto eccellente maestro. 

Il quadro che indica la Vergine che soccorre le anime del 
Purgatorio è una delle più belle opere del cavalier Massimo ; 
r altro di sopra è opera del nostro cav. Giacomo Fanelli. 

Il sepolcro che sta nella parte laterale dell' Evangelio in que- 
sta tribuna è di Giulio Mastrilli erettovi da suo figlio Francesco 
che molto contribuì con le sue sovvenzioni all' edificazione del 
tempio. La statua in alto di orare che sta suU' urna è opera del 
nostro Andrea Falconi , come ancora gli ornali sono di suo di- 
segno. 

Il quadro dell' ultima cappella indicante s. Alessio spirante 
è di Luca Giordano. L' altro nella cappella a rimpelto s. Giu- 
seppe che muore in mezzo di Gesù e Maria è opera ripulatissi- 
ma dell' altro nostro pittore ed architetto Andrea Vaccaro. 

Vi è un ampio cimitero quasi quanto la sovrastante chiesa 
Si celebrano in questo tempio da 150 messe al giorno. 



_ 318 — 
S. niieola alla Carità. 

È questa chiesa de' Pii Operai. L' architettura fu con dise- 
gno del Giolfì rettificata poi dal Fansaca. La facckita è disegno 
del Solimena , alterato nel!' esecuzione. 

Questo monumento fu edificalo nell' anno 1646 col legato di 
dùcati seimila fatto ai Padri da un mendico , che essi ave- 
vano per molti anni alimentato. Le pitture sono del De Matteis, 
del Solimena , e di Francesco De Mura. 

Per le altre opere di sì distinto artefice sarebbe superfluo il 
descriverle, imperocché esse dimostrano il gusto del tempo in ar- 
chitettura quando l'arte era caduta nel barocco e nel manierato. 

Delle altre distinte sue opere, come a dire la eappella Reale, 
il cancello della cappella del Tesoro, ed altro mi trovo averne 
già parlato nelle descrizioni parziali de'monumenti ovesse esi- 
stono. 

Per la facciata della chiesa di S. Ferdinando sebbene ese- 
guita nei tempi su accennali , pure à del buono, e di un esatto 
scompartimento ; se non che è troppo caricala di nicchie e statue, 
colpa solo dello stile del secolo 17°. 



VITA DELL'ARCHITETTO 



PITTORE E SCULTORE 



LORENZO VICCARO 



COI LA DESCRIZIOM: delle SIE OPERE ESEGIITE Vi MPOLI 



CONSISTENTI 



Arehitcttnra 

Altare iii s. Domenico Maggiore. 

Id. in s. Giacomo de'Spagniioli. 
Cappella del Crocifisso in s. Giovanni 

Maggiore. 
Due Cappelloni in s. Spirito di Palazzo. 
Cappella del Principe di Tricase, in S. 

Pietro ad Aram. 
Altare Maggiore nella Cliiesa della 

Carità. 



Scaltura 

Statua equestre di Filippo V. 

« del Rocco 

« gettate in argento e io bronzo 

nel tesoro del Duomo. 

« del s. Giovanni in S. Martino. 

« del David in s. Ferdinando. 

« del beato Giovanni Gambacorta 

in s. Maria delle Grazie. 

« di s. Michele in Taranto. 
Bassorilievi del martirio di s. Gennaro 

nel Duomo di Pozzuoli. 
Molti lavori di stucco. 
Molti getti diversi. 



Sasso — Voi. I. 



41 



Nascea Lorenzo Vaccaro al di 10 di agosto dol IQo'ó, (sono 
ormai dugento anni ) da Domenico , avvocalo napolitano. L'avolo 
suo Pietro era razionale della regia camera della Sumraaria , 
oriundo di Castellaraare — Sua madre ebbe nome Candida Mor- 
villo. Nel miserabile eccidio che fece lo spietato contagio del 
1656 restò ella vidua , e pensò di fare educare il suo piccolo 
figlio Lorenzo. 

Lo mandò a scuola , e come erano e sono tuttavia i desi- 
deri in generale nella nostra classe , di vedere un figlio avvo- 
cato, credendo che la sola avvocheria sveglia e nobilita l'uomo, a 
far divenire un causidico disegnava la madre il superstite figliuolsuo; 
ma il giovanotto dopo aver studiato gli elementi di Euclide (chiave 
a tutte le scienze nel cervello umano per chi à genio), per caso 
gli capilo nelle mani l' opera di Vitruvio, e con trasporto si dette 
a tradisegnai-ne le figure. Mentre ciò con indefessa applicazione 
eseguiva, terminò la geometria elementare , e cominciò , per 
quanto allora si potea, a studiare la Statica , e la Dinamica — 
La sua applicazione , la sua bella maniera, la facilità di esporre 
i suoi pensieri, gli acquistarono nome tra'suoi compagni, di modo 
(;lie ne giunse tal fama all' orecchio dell' or ora accennato cava- 
lier Cosimo Fansaca. 

Volle costui conoscerlo , e vedendolo cosi giovane e di bel- 
lo aspetto gli concepì tanto affetto , che si avvalse di lui nel for- 
mare qualche pianta geometrica per lavori di architettura. 

Col fortunatissimo incontro di si gran maestro, senti Lorenzo 
riaccendersi dell'antico amore pel disegno ; che di proposilo si 
mise ad imparare sotto la direzione del Fansaca ; ed animato 
dall' illustre scultore , nella scultura cominciò qualche lavoro. 



322 

Corrispose si bene alle premure del suo maeslro, che in bre- 
ve tempo fece vedere ai suoi concittadini opere di sculture assai 
perfette , e dello in varie occasioni frutti della sua applicazione 
neir arcliitctlura. 

Morto nel 1678 come ò nella sua vita esposto, il cav. Fan- 
saca , rimase il povero Lorenzo a 23 anni privo di protezione e 
ài guida. Gli fu non pertanto commessa la statua del consigliere 
Francesco Rocco, lavoro che doveva eseguirsi dal Fansaca. Con- 
dusse egli avanti il lavoro, figurando quel magistrato con uu 
ginocchio piegato a terra in atto di raccomandarsi all' immagine 
di s. Anna , eh' è dipinta sulF altare della cappella nella chiesa 
della Pietà dei Turchini, ove fu situato il sepolcro con i suoi 
ornamenti. Questo primo lavoro di Lorenzo Vaccaro eseguito nel- 
r età di anni 23 , menò molto rumore. 

Come un affare chiama 1' altro in materia di arti belle , 
essendo a tutti piaciuta la statua del Rocco, fu il nostro Lorenzo 
caricato di commissioni. Tra queste esegni per la cappella del 
Tesoro due statue intere di bronzo , e quella di s. Michele Ar- 
cangelo di argento , come di argento benanche i mezzi busti di 
s. Giuseppe , s. Giovan Battista , s. Antonio Abate , s. Bene- 
detto , s. Chiara e s. Scolastica. 

Pel conte di s. Stefano vice-re del regno lavorò quattro statue 
rappresentanti le quattro ( allora ) parti del mondo, tutte di ar- 
gento ascendendo la spesa a 93000 docati , che terminate fu- 
rono mandale al Sovrano in Ispagna Carlo II , che sommamente 
apprezzando il lavoro , onorò l'artetice napolitano con altra com- 
missione , cioè di una cappella tutta di rame indoralo, la quale 
eseguitosi dal nostro Vaccaro e riuscita bellissima fu esposta nelle 
sale del Real palazzo con armaggio di legno al di sotto. Ma si 
pel lavorio , che per altri incidenti fu per quesf opera impie- 
gato tanto tempo , che giunta a Spagna non potette il Pio Mo- 
narca vederla in atto — La circostanza dolorosa della morte 
del Re Carlo II produsse che il Vaccaio non fu corrispondentemen- 
te al suo lavoro compensato. 

Dopo la cappella fece una lampada di argento di palmi 9 
di diametro, che dovea andare in Gerusalemme — Fatta, fu espo- 
sta nella chiesa della ss. Trinità di Palazzo dove prima d' in- 
viarsi al suo destino , fu da tutti lodevolmente ammirala. 



— 323 — 

Le statue di Lorenzo Vaccaro nella chesa di s. Martino della 
Grazia Divina, e della Previdenza sono bellissime. ^ uolsi che il 
busto di s. Gennaro situato nel chiostro dopo quello di s. Bruno 
sia parimenti sua opera, ed eseguilo sotto la direzione del Fan- 
saca di cui è stimato il monumento. 

Nella chiesa di S. Francesco Saverio de' Gesuiti fece la statua 
del re Davide di palmi 10 ; — A S. Maria delle Grazie agli In- 
curabili la statua del Boato Giovanni Gambacorta è opera sua , 
e per la città di Taranto scolpi quella pure di palmi 10 ài 
S. Michele Arcangelo. 

Bellissimi sono i bassi rilievi del martirio di S. Gennaro da 
lui fatti d' ordine del Cardinal Cantelmo Arcivescovo Metropoìi- 
lano, che sono in Pozzuoli nella chiesa dedicata al citato nostro 
Santo protettore. 

Molte opere di architettura eseguì benanche egli per Napo- 
li. Fra queste sono da notarsi il bellissimo altare nella chiesa di 
s. Domenico Blaggiore situato nel mezzo con le sue scale, e quel- 
lo in s. Giacomo degli Spagnuoli. 

Per le figure di stucco , per la esecuzione dei panneggi , 
e pei nudi disegnati con eccellenza , come si osservano nella 
chiesa della ss. Annunziala su tutti i frontispizi delle cappelle acqui- 
stò nome tra primari artisti. 

Al Gesù Nuovo fece nell' arco della cappella di s. Anna, la- 
teralmente al cappellone di s. Ignazio , e nella sagrestia le quat- 
tro parti del Mondo , dell' altezza di palmi 16 , slalue di tal ge- 
nere che migliori non possonsi eseguire. 

Architettò in s. Giovanni Maggioro il cappellone del Croci- 
fisso j e fecevi di stucco le belle slalue di Costantino , e di 
s. Elena , collocandovi al di sopra una gloria di Angeli che so- 
stengono il Padre Eterno. 

Nella chiesa di s. Spirilo di Palazzo fece anche i due cap- 
pelloni , e vi scolpì le statue delle virtìi teologali con angeloni 
al di sopra. Luca Giordano nel dipingere posteriormente il qua- 
dro del ss. Rosario , non si saziava , mirandole di lodarle. 
Essendosi falla la cappella di marmo, due furono altrove collo- 
cate : fra le tante rovine prodotte dal tremuolo dal 1688, furon 
pure i suoi lavori in s. Domenico Maggiore. 

Nella medesima chiesa di s. Spirito di Palazzo nella cap- 



— 32i — 
pella della Beata Vergine addolorata architettata da lui vi fece 
due statue tonde ai lati dell' altare : ma il gruppo degli An- 
geli che portano la croce è di Niccolò Fumo. 

Nella chiesa di s. Maria del Rifugio tutte le mezze figure 
de' santi sono di quest' artefice. 

A s. Gaudioso fece gli angeloni che sostengono la croce nel- 
r arco della chiesa , e nei lati le statue della Fede, e dell' Ado- 
razione. 

Eresse la cappella del principe di Tricase nella chiosa di 
s. Pietro ad Aram , e 1' ornò con i suoi stucchi , ed in marmo 
vi fece il mezzo busto del Principe. 

Ma r opera più insigne di questo artefice, se per luttuose vi- 
cende non fosse rimasta distrutta, fu la statua equestre di Filippo V, 
che venne collocala nella piazza del Gesù Nuovo nel llOo, ove 
infelicemente non stette che soli due anni ; imperocché entran- 
do in Napoli le armi straniere nell' anno 1707 , fu manomessa e 
ridotta barbaramente in minutissimi pezzi. 

A gloria del Vaccaro ò voglio far parola del suddetto monu- 
mento, tuttoché non più esista, e ciò in adempimento ancora di 
quanto nella mia prefazione accennai, che col tempo congiurando 
l'ignoranza e le rivoluzioni — la sola storia salva i monumenti 
da s'i possenti , e crudeli nemici. 

Messo il Vaccaro mano al lavoro ne formò il disegno, e fatta 
la cava col modello lo gettò in bronzo. Aveva il cavallo 16 pai- 
mi di altezza su del quale in bella proporzione eravi collocata la 
statua del suUodalo Monarca spagnuolo , e nostro Sovrano , che 
con bizzarra altitudine accompagnava con bella mossa il gene- 
roso destriero. Posava il cavallo sopra un piedistallo di marmo 
ornalo di bassorilievi scolpili con maestria dallo stesso artefice , 
e d' intorno oranvi lungo le quattro facce del parallelepipedo 
maestosi gradini pure di marmo — Avea certamente il Vaccaro 
studialo ciò che l' ingegnoso Domenico Fontana praticò pel tra- 
sporto dell' obelisco di Sisto V , per cui gli riuscì facile il tra- 
sporto , e il collocamento di si gran mole con istupore univer- 
sale , avendone alcuni calcolala la spesa per tanto oprare a du- 
cati 3600 , mentre ne costò soli 300. 

Poco godette Lorenzo Vaccaro gli encomi per questo bel 
lavoro , ma non ebbe almeno il dolore di vederlo distrutto ; 



— 32!i — 
dapoichè nel 1706 1' invidia , e l' infamia di alcuni gli trama- 
rono la morte pel mezzo di due sicarii, che appostatolo ad un 
vasto podere eh' ei possedea alla Torre del Greco, con due archi- 
bugiate lo privarono di vita nella vigorosa elù di anni J52 , nel 
più bello della sua carriera , e con dolore indicibile di tutti i 
compatrioti , lasciando quattro figli maschi , ed una femmina. 
Dei maschi uno fu Domenico Antonio Vaccaro , che il padre e- 
mulando lo superava , come appresso da me sarà esposto. 

Fu Lorenzo Vaccaro sepolto con onore , e numeroso accom- 
pagnamento nella chiesa di s. Croce in Torre del Greco. 

È tanta la moltiplicità delle cappello , degli altari , e degli 
ornati sii monumenti giù eseguiti in Napoli d' ordine delle di- 
nastie Angioina ed Aragonese , che se per avventura descriver 
non accennar volessi il tutto, non basterebbe a ciò un intero vo- 
lume. Parrai sufficiente indicarli , e dove però mi si parano 
cose degne d' essere incise pel progresso dell' arte ( sempre in 
architettura ), lo farò. 

Aggiungo che se parlando dell'architettura esponea: il gusto è 
migliorato, la scienza è meglio applicata, ma il genio dove è? Ciò 
dir non puossi per 1' ornato , e per le parti decorative; imperoc- 
ché per questi dettagli nel secol nostro vi è molto genio che abo- 
lendo e orsi e leoni e vipere e cartocci ed altro di simil fatta è 
venuto a ciò sostituire l'uso di belle cornici, e profili ben intesi: il 
semplice attuale in ciò parrai che vinca il manierato del secolo 17°. 

Se i nostri architetti dal F Masuccio al Sanlucano al d'A- 
gnolo ed al Mormando che portarono al vero progresso l'arte diret- 
trice, massime quei che fiorirono sotto il governo viceregnale a- 
vessero sempre in serie crescente imitato il bello, qual piano non 
avrebbero trovato i Vanvitelli, i Fuga, i Giofi'redo, e gli altri che 
nel secolo 18° pur ci rimasero monumenti magnifici e non peri- 
turi del loro genio e perizia? 



VITA 



DELL' ARCHITETTO, SCULTORE E PITTORE 



DOMENICANTONIO VACCARO 



CON LA DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE ESEGUITE IN NAPOLI 



CONSISTENTI 



In architettura 



IVella pittura 



Lavori in S. Martino. 


Pitture 


in S.* Monica. 


Chiesa di Montecalvario. 


» 


in S. Lorenzo. 


» di Montevergine. 


» 


in S. Agostino. 


Lavori in quella della Consolazione. 


» 


in S. Martino. 


» in S. Michele Arcangelo. 


» 


Macchie nella Sagrestia di S 


» in S. Gaudioso. 




Domenico. 


» in S. Giovanni Maggiore. 


» 


in Montecalvario. 


Teatro Nuovo. 


)) 


in Montevergine. 


Molo di Napoli. 


)/ 


nella Stella. 




}} 


nella Vite. 




» 


in S. Paolo. 




» 


in S. Michel' Arcangelo. 




» 


in S. Chiara. 


\.Ua > 


cultura 





Statua di Gesù morto in S. Giacomo - Davide e .Mosè in S. Ferdinando. la S. Mar- 
tino, della Santità, della Fede, del martirio, e bassi rilievi, altari e sue scijI- 
ture nella Concezione di Montecalvario, in S. Michele .\rcangolo,nel Duomo. 
nella Madonna delle Grazie alla pietra del pesce, in S. (iiacomo, in S. Maria 
in Portico, in S. Ilaria a Cappella, nel Rosario di Palazzo, in S. Chiara , Gu- 
glia di S. Domenico cominciata dal Fansaca, busti in S. Maria delle Grazie a 
S. Caterina a Formello, nel Gesù nuovo. 



Anno — 1700 



Sasso — Voi. L 



Nacque Domenico Antonio Vaccaro in Napoli da Lorenzo , 
nel 1681 , e ricevelle il battesimo nella Parrocchia di S. Arcan- 
gelo agli Armieri. Sin dai primi anni della sua infanzia dava a 
vedere d' avere un ingegno elevato. 

Il padre suo , benché artista, avea divisato farlo applicare alle 
lettere , e non all' arte sua di pittore e scultore ; temendo che 
nessuna riuscita avesse fatto il nostro Domenico Antonio. Il po- 
vero fanciullo vedeasi perciò inibito dal padre suo , che tenera- 
mente amava , a disegnare , percui di soppiatto procurava co- 
piar dei modelli , avendoci una forte passione ; e talvolta dava 
delle correzioni ai giovani del padre , come por esempio al Gra- 
nucci j ed al Bottiglieri. Veduto avendo Lorenzo i disogni del 
figlio, altamente lo sgridava , dicendogli con fermezza, ch'ei non 
volea che prendesse amore al disegno : ma solamente attendesse 
alle lettere ; volea insomma il Lorenzo darci nel figlio un avvo- 
cato : ma la Provvidenza Divina ce lo delle artista come in ap- 
presso vado ad esporre. 

Mentre obbediva Domenico Antonio all'impero paterno, non 
tralasciava la sua geniale applicazione raddoppiando fatica, giunse 
in poco tempo ad ubbidire al padre, e a contentare il suo gemo. 

Studiò la filosofia , e dopo la legge , dove volea applicarlo 
il padre. Passò a studiare i principi delle matematiche , e tutto 
il tempo che gli sopravvanzava l' impiegava Domenicantonio al 
disegno segretamente , e qualche volta sorpreso dal padre , po- 
nea sotto gli scritti i suoi disegni. 

Avanzatosi positivamente nell'arte del disegno, ardentemente 
desiderava di colorire , e si sentiva un certo i)resenlimenlo , 
che con facilità e felicità avrebbe egli dipinto. Venivngli ciò 
• impedito dal riverente timore de! padre. 



— 330 — 

Dovette Lorenzo portarsi in Roma per due mesi. Colse Do- 
menìcantonio guest' occasione , e si dette a dipingere con tanta 
assiduità , che altro mai non faceva giorno e notte , nella 
quale negava il necessario riposo al suo corpo , per poter sa- 
tollare r ardente brama di dipingere. Tornò Lorenzo da Roma 
inaspettato a casa , e portatosi all' improvviso iu una stanza 
separata , ove Domenicantonio dipingeva , lo vide tutto appli- 
cato a colorire sur una certa imprimila una favoletta di Si- 
ringa inseguita da Tane , ed era tanta la sua applicazione , 
che non udi 1' arrivo del padre , ne lo vide entrare in quella 
stanza , ove separato dal resto della famiglia ei dipingea. Os- 
servò attentamente Lorenzo 1' opera del giovanetto suo Ggliuolo, 
e per quasi mezz' ora non interruppe la sua applicazione , os- 
servando con somma meraviglia che felicemente conducea il 
lavoro. Sorpreso ollremodo restò Lorenzo nell' osservare la me- 
scolanza dei colori , le tinte proprie , le mezze tinte , l' impasto 
iu somma eseguito da un giovinetto che non oltrepassava il suo 
IStno anno. Fu allora che mutò perfettamente Lorenzo il suo 
primo proponimento , e sorprendendolo gli disse : Giacche Id- 
dio ti à scello , e ti chiama a questa professione, non voglio 
oppormi al volere di Dio , ed alla tua naturale inclinazione , 
quindi segui il tuo genio ; e procura di non restare indietro agli 
altri virtuosi. 

Air inaspettato tuono della voce paterna, qual rimanesse Do- 
menicantonio pensalo , o lettore. Avendo presente obbedienza e 
timore; confuso gli baciò la mano , e cercava addurre scuse per le 
vacanze degli studi in quei giorni , non fidandosi del padre. Lo- 
renzo gli fece animo , e 1' assicurò della sua volontà mutala isti- 
gandolo a dipingere , e di nuovo gì' inculcava che si fosse fatto 
onore. 

Allegro Domenicantonio di sì inaspettato consenso a potere 
proseguir la pittura , si dette apertamente a' più severi ed inde- 
fessi studi , applicando alle matematiche , e disegnando cosi la 
figura che 1' architettura. Fece rapidi progressi sotto la direzione 
del padre , che vedendolo più per la pittura inclinato , lo racco- 
mandò al suo amico Solimena. 

Poche macchie copiò Domenico Antonio portato dal suo ge- 
nio a dipingere d' invenzione , e in fatto a 17 anni dipinse un 



— 331 — 
quadro per la chiesa di S." Monaca] figurando l'AddoIorafa con 
un Angelo che la sostiene, con vari pallini, e lesle di cherubini. 
Dopo fece un altro quadro per la chiesa di S. Lorenzo, e propria- 
mente per la cappella di S. Bonaventura , ove figurò il Santo 
con la SS. Concezione che 1' apparisce. 

Nella chiesa di S. Agostino degli Scalzi dipinse quattro qua- 
dri laterali in due cappelle. In quella del Crocifisso è la flagel- 
lazione alla colonna , e la coronazione di spine : nell' altare 
S. Guglielmo in penitenza e 1 detto Santo con la Beata Vergine, 
che gli apparisce. 

A Capua nella chiesa dei Padri Francescani vi è un quadro 
grande ove è effigiata la Beata Vergine , S. Francesco , S. Bona- 
ventura , e S. Bernardino con intreccio di belli angioli in gloria 
ed in lontananza la SS. Trinità. 

A Taranto un quadro grande con S. Lucia , S. Agata , e 
S. Agnese con angeli in accordo e beli' assieme con puttini , e 
teste di cherubini. Nella chiesa di S. Chiara in Avorsa vi è un 
altro suo quadro in grande ove è dipinta la Beata Vergine col 
Bambino con la detta Santa, ed altri Santi in gloria egualmente 
con accompagnamento di angeli , pulliui , e cherubini. 

In Aversa dipinse pei signori del Tufo due quadri di bella 
idea — in uno vedeasi Salomone in mezzo alle sue donne por- 
gere incensi agli idoli — Fu un altro Dadila che recide i crini 
a Sansone e dà questo in potere dei Filistei. 

Per i Boria di Genova fece due quadri istoriati, in uno rap- 
presentò Alessandro Magno , che dà Campaspe ad Apelle , e nel- 
r altro lo stesso Apelle che ritrae dal vivo Alessandro — Dipinse 
molli rametti a richiesta di Paolo Perrella da adornare due scri- 
gni pel Re Carlo II , che non furono compiuti per la morte di 
quel Sovrano. Parte di questi rami sono in Ispagna , e due fu- 
rono comperati dall'ammiraglio Binchs di nazione inglese. In uno 
sono i figli di Niobe saettati da Apollo e Diana, 1' altro è il cin- 
ghiale ucciso da Meleagro. 

Parecchi dei quadri del nostro Domenicantonio Vaccaro sono 
iti altrove. 

Molle sculture , e statue di argento condusse a fine con di- 
segni , modelli , ed assistenza del padre suo Lorenzo ; e princi- 
palmente quello della statua equestre di Filippo V, Fé pure con 



— 332 — 
1' assistenza tlol padre il Cristo raorlo scolpilo in marmo nel da- 
vanti r altare della chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli. 

Succeduto in quel mentre il funesto caso del padre, fu tale 
il cordoglio 5 ed il duolo immenso che afflissero 1' addolarato Do- 
menicanlonio , che per un anno intero abbandonò la scultura e 
la pittura, esercitandosi soltanto in architettura. 

Avea il nostro Domenicantonio allorché rimase orbo dell' a- 
mato suo genitore e maestro anni 2o ; Vide a se poggiato inte- 
ramente il peso della famiglia , sendo il primo Ggliuolo ; pensò 
adunque , con le sue fatiche , di accrescere i beni paterni , ed 
un nome a se stesso. Ripigliò a capo dell'anno 1' esercizio della 
pittura , e della scultura , ed unendole a quello dell' architettura 
si avanzò e perfezionò in modo , che fu sostituito in luogo del 
padre ftel dar compimento ad alcuni lavori di marmo lasciati in- 
completi ; come ancora a ridurre e perfezionare lavori di archi- 
lettura come in seguilo andrò ad esporre. 

Avea Lorenzo Vaccaro impreso a scolpire due statue tonde 
di marmo nella chiesa di S. Francesco Saverio dei Padri Gesuiti, 
che rappresentar doveano Davide e Mosè ; e '1 Davide era già 
presso al fine. Volendo i Padri dar compimento all' opera inco- 
minciata ne fecero parola ; che giunta all' orecchio di Domeni- 
cantonio , disse che non voleva che altri artefici avessero a con- 
durre a termine 1' opera principiata da suo padre: ma che si offriva 
ridurre egli a perfezione , e farvi la statua del Mosè di sua mano; 
perciocché bramava che la gloria fosse tutta del padre circa le 
figure del David, e non di colui che per pochi ritocchi si avrebbe 
usurpalo 1' onore delle lodi dovute a quello : quanto poi alla 
riuscita dell' opera ofl'erse di rifarla a sue spese , quando non fosse 
la sua statua di generale soddisfazione. Applaudivano i Gesuiti 
all' offerta , e '1 Vaccaro ebbe il duplice incarico si pel David 
che pel Mosè. Riusci 1' opera di tal gradimento pei Padri cha 
oltre le lodi immense , gli dettero subito il meritato compenso. 

Fattosi un nome Domenico Antonio con svariate opere, ebbe 
lo incarico dai Certosini di perfezionare la statua di marmo della 
Santità da situarsi nella cappella di S. Giovanni nella chiesa di 
S. Martino , anche rimasta incompiuta da Lorenzo , che egual- 
mente riuscita bene , ebbe altresì lo incarico di modernare una 
intera cappella tutta di marmo por dedicarla al nostro glorioso 



— 333 — 
protellore S. Gennaro, e ciò per l'architeUura che per la scultura. 
Nell'architettura della cappella à dimostrato il suo bel talento negli 
ornali ed intagli sempre del tempo, e la buona esecuzione. Nell'al- 
tare fra le due colonne di verde antico di 14 palmi di altezza, 
vedesi la tavola di marmo in cui in tondo rilievo e scolpito il 
patrocinio di S. Gennaro , vedendosi su le nubi la beata Vergine, 
e molti puttini, il Santo , e la SS. Trinità, ed in lontananza la 
nostra Napoli che appaga l' occhio per l' accordo ammirabile 
de' corpi davanti a quelli che stanno indietro — Ai lati vi so- 
no due statue di palmi 8 cadauna poggiando sopra menso- 
loni ed avanti due nicchie. Una rappresenta la Fede , l' al- 
tra il Martirio. Sopra i frontespizi sono due putti di palmi 6 
di altezza , i quali con bella attitudine uno tiene la mitra , e 
r altro il pastorale del Santo. Sopra le quattro porle finte e 
reali che sono in della cappella , sono quattro medaglioni ben or- 
nati ed intagliati , ove sono scolpiti i quattro Evangelisti in basso 
rilievo molto finiti si per la figura del nudo , che per i pan- 
neggi. 

Si fé' molto onore con 1' erezione di questo monumento il no- 
stro giovane Architetto , Scultore , e Pittore Domenico Antonio Vac- 
caro , in modo che quei padri lo nominarono Architetto di quel Real 
Monastero. 

Abbellì la Cappella che segue che è quella di s. Giuseppe, ed 
eresse Y altra del SS. Rosario adornata di stucchi, ed esercitò in essa 
tutte e tre le professioni che lo distinsero cioè in architettura, nella 
scultura , e nella pittura. 

Bella è la macchia che fece Domenicantonio per la sagrestia 
di s. Domenico maggiore , la quale rappresenta il Santo che risu- 
scita il nipote di tre Cardinali , mi dei quali era di bellissima 
invenzione , di componimento magnifico, di colorito robusto , con 
gran forza di disegno , e chiaroscuri — Avendo fatto il Vaccaro 
patto con i monaci Celestini di S. Pietro a Majella per quelle o- 
pere che si veggono colà dipinte dal Cavalier Malinconico , per 1500 
ducati , questi li fece per soli 800 ducati, e fu tanta la collera di 
Domenico Antonio che per 12 anni non prese piìi i pennelli, e de- 
dicossi totalmente all' architettura. 

Ebbe la commissione di ergere la Chiesa della SS. Concezio- 
ne delle monache detta di Montecalvario, cui adempì perfeltamen- 



— 334 — . 
te giusta il pensiero delle religiose, che vedendosi al sonuno obbli- 
gate all' architetto fecero scolpire nel marmo , che è situato sulla 
porta di dietro , le seguenti parole. 



Dominicus Antonius Faecaro 

Raro admodum exemplo. 

Templi structuram excogilavit 

Aras Marmoreas sculpsit , Tabulasq; pinxii. 

A suo luogo darò la descrizione di si grazioso monimienlo , 
che dimostra il genio , e '1 giudizio dell' architetto nel trar profitto 
di im luogo angusto , e fare un bello e comodo tempio. 

Terminala questa Chiesa cominciò 1' erezione di un teatro per 
musica, Teatro Nuovo appellato. 

Moderno la Chiesa di Rlontevcrgine presso quella del Gesù vec- 
chio , e fece di suo disegno i balaustri di marmo , e '1 pavimento 
oltre mia infinità di quadri che per brevità tralascio. 

Rimodernò la Chiesa della Consolazione, facendovi altari di mar- 
mo , quadri, ed un nuovo parlatorio, con altra grande stanza den- 
tro la clausura , ove risiedono le monache per comunicarsi: questa 
è a modo di un coro in piano alla Chiesa. 

Eresse di pianta con suo disegno la chiesa di s. Michele Ar- 
cangelo al Mercatello. 

Nel succorpo della cattedrale evvi un aliare di marmo dello 
stesso artefice , in cui di sua mano scolpì la statua di s. Gennaro, 
per comando di S. M. Carlo III. Borbone. 

In s. Gaudioso fece la croce di detta Chiesa , e la cupola con 
bene inteso disegno, costruendovi al di sopra il cupolino che forma 
belvedere, e quantunque la cupola sia mollo alta , vi si ascende per 
r estradosso coinodamcnle. 

Moderno ed ornò in archi lettura la chiesa della ]\Iadonna delle 
Grazie alla Pietra del pesce , come ancora quella della Madonna 
del Soccorso. 

iSella chiesa di s. Giovanni maggiore rifece il coro con bella 
idea , togliendo i\i un notabile difetto d'un arco sottoposto a quello 
della cupola, che era cosa deforme , e vi lavorò ancora un aliare di 
marmo con gradi e balaustre. 



— 335 — 

Era per l'avvenuta morte del cav. Cosimo Fansaca rimasta im- 
perfetta la Guglia di s. Domenico giunta per opera del prelodato 
artista a metà scolpita di sua mano , né i Padri di s. Domenico 
aveano trovato ancora un degno artefice per farla proseguire con 
lavori tali da stare al confronto con quei del Fansaca. Udita la fa- 
ma di Domenicantonio e vedutone le opere , determinarono che da 
lui si desse compimento al detto obelisco , su cui sorger dovea la 
statua del loro gran Patriarca. 

Datone perciò lo incarico al Vaccaro, fu tosto il tutto perfezio- 
nato e compiuto , come oggi si vede nel largo s. Domenico con la 
statua di detto santo in cima di rame con suo disegno , modello , 
ed assistenza , avendo la ripetuta statua 13 palmi di altezza. 

Fece molti lavori nella chiesa della Concezione a Toledo la 
quale non più esiste , e mi ricordo eh' essa giaceva all' angolo del 
locale s. Giacomo. Fece ancora molti lavori in s. Chiara , e nella 
Madonna delle Grazie a Toledo. 

Nella terra di ]\larigliano moderno la chiesa madre , e vi ese- 
guì molti lavori di stucco e cinque quadri. 

Non è credibile quiinto questo solerle artefice abbia lavorato in 
tutte e tre le arti belle. 11 piano propostomi non mi permette di tutto 
analizzare e descrivere , dovendo io fare la storia dei monumenti 
e non dilungarmi con dissertazioni e note per compilare un libro 
da biblioteca, a fin di dare ai mici concittadini un libro istruttivo e 
breve, che comprenda quanto sorgeva e sorge tuttora di monumen- 
tale in questo paese. 

Fece il Vaccaro lavori a Nola , a Teano , a Sessa , a Gi- 
pua , a Bari, a Calvizzano. Il casino de' signori Caravita a Porti- 
ci — I disegni pel palazzo Tarsia poi non compiuto ed ai giorni no- 
stri alla migliore staurato. Lavorò il bello altare nella chiesa di 
s. Francesco Saverio dei Padri Gesuiti avanti al Real Palazzo di Na- 
poli , quale chiesa fu demolita. 

Fé l'aggiimta al molo di Napoli nella limghczza di palmi GOO. 

Impegnato da tante serie occupazioni ed opere durature a te- 
slnnonianza del suo bello ingegno , veniva sposso il nostro Dome- 
nico Antonio Vaccaro distratto in opere momentanee por occasioni 
giulive , comò a dire feste , cuccagne , apparati , carri , ed altro. 

Quello poi elle onora immensamente il nostro artista si è ( ed 
a questo proposito vorrei io pure un Vaccaro ), che avendo egli 

Sasso — Voi. I. -''3 



— 336 — 
mezzi pecuniari, frutto de' suoi onorati lavori, ed essondo amico di 
Bernardo de Dominici, il quale dava alle slampe la notissima sua 
storia in 4. volumi degli Architetti, Pittori , e Scultori Napolitani, 
si prestò considerevolmente alla spesa non indifferente della stam- 
pa. Siamo adunque per questo riguardo noi Napolitani obbligati 
al Vaccaro per avere ai nostri giorni 1' opera anzidetta , clié sen- 
za il suo positivo pecuniario aiuto, forse il povero autore l' avreb- 
be rimasta manoscritta; e cosi invendicati ancora saremmo dell' ob- 
blio in cui invano tentò il Vasari di gittare i meritevoli artefici 
Napolitani , che furon sempre i primi in Italia, e di essi alcuni se 
non per merito , almeno pel tempo in cui sorsero ad onore di que- 
sta nostra patria. 

Giunto il Vaccaro all' età di anni 72 pagò il dovuto tributo 
alla natura chiudendo in pace i suoi lumi nell'anno 1753. 



DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

Pe' lavori in s. Martino mi trovo averli indicati nella descri- 
zione data della Certosa. 

Cbkcsa 4ti Slontecalvario. 

Questa chiesa che dà il nome al quartiere fu fondata insieme 
coll'annesso convento dei frati minori nel 1560 per le largizioni d' 1- 
laria d' Apuzzo dama napolitana — Vi sono vari buoni quadri di 
Andrea di Salerno. 11 convento è stato convertito in caserma delle 
Reali guardie del corpo a cavallo. 

A lato di detta chiesa esiste il monistero della Concezione delle 
monache di Montecalvario fondato da alcuni gentiluomini napolitani 
noi 1589. 

La chiesa è un disegno capriccioso di Domenicantonio Vacca- 
ro, il quale la fece per questa opera da pittore, scultore, e Architetto. 

E questo piccolo tempio degno di vedersi onde ammirare il 
genio e il capriccioso disegno dell' architetto. 

La pianta é quasi circolare , interrotta la periferia da quattro 
archi , che sostengono i quattro coretti per ove le monache ascol- 
tano la santa messa , e presenziano alle funzioni di chiesa, di ar- 



— 337 — 
chi servono da piloni alla bella cupola eretta sopra di essi ne- 
gli angoli con tali ornamenti di stucco, e di si capricciosa fantasia 
decorata che desta il desiderio di vederla dipinta. Sotto di questi 
archi vi sono quattro altari , aventi in mezzo i due cappelloni 
maggiori , che con la loro grandezza e bellezza accrescono magni- 
ficenza air altare maggiore ornato lutto di marmo, a cui fa mae- 
stoso ornamento un gran panno di marmo giallo antico, che fa ri- 
saltare l'ovato di colore oscuro ove sono situate l'immagine in rilievo 
dell' Immacolata Concezione , e quelle di due angiolini che in pie- 
di sostengono, quasi termini, l'ornamento che scende da sopra il pi- 
lastro , essendovi per di più tre puttini anche di marmo bianco 
sotto la immagino situali, che tengono geroglifici della Beata Ver- 
gine , e due che I' adorano in ginocchioni , e nella corona del 
baldacchino è lo Spirito Santo. L' aliare è costruito simmetrica- 
mente e con uniformila al rimanente del tempio con capricciosi , 
ma belli ornamenti. 

Situò il Vaccaro il coro delle monache sopra la porta ove so- 
gliono recitare il divino uffizio, e con ampie e spaziose camere die- 
tro le gelosie quanto gira la chiesa , ed alla porta fece come un 
atrio , dopo ascesi alcuni scalini , ornando la porta con i medesi- 
mi ornamenti di capricciose figure. 

Una delle singolarità di questa chiesa è , che ovimque ti fer- 
mi vedi quattro o cinque altari , e ciò per comodo maggiore dellu 
monache. 

E pure da essere ammirata la capacità de' coretti , e dei pas- 
soggialoi di essi; imperocché non vi è un palmo di luogo perduto. 
Per di sotto 1' altare maggiore vi è una via sotterranea assai bene 
eseguita per comodo delle monache da passare da ima parte al- 
l' altra. 

I due quadri grandi dei due cappelloni, uno che indica la na- 
scila del Signore , e 1' altro la Vergine addolorata in piedi soste- 
nuta da due angioli sono pure opera del sullodalo artefice. Suo 
pure è il quadro della ss. Trinità con s. Michele Arcangelo che le 
dà r incenso , come ancora l' altro del martirio di s. Gennaro. 

Bello e visitare questo monumento pensando, che ini solo na- 
politano artefice vi fece mirabilmente gareggiare tutte e tre le arti 
del disegno da lui perfettamente possedute, lavorando e da scultore, 
e da pittore, e da architetto. 



— 338 — 



Teatro IVaovo. 



Se lode giustissima si debbe al bello ingegno di Domenico An- 
tonio Vaccaro per la erezione della descritta chiesa della Concezio- 
ne di Montecal vario, gloria non minore in queste mie carte tributo 
a si distinto architetto per la costruzione del Teatro nuovo. 

Il piano su cui elevasi questo bene inteso monumento é un ret- 
tangolo , i cui lati uno è di palmi 80, e l'altro di palmi 66 — A 
un comodo palcoscenico , una bella platea , e cinque ordini di pal- 
chi si ben disposti, che, oltre alla capienza e comodità dei spettato- 
ri rendono il teatro molto armonico. 

Terminato che l'ebbe il nostro Vaccaro, formò la maraviglia de- 
gli intendenti come in sì angusto spazio seppe l' architetto trarre il 
partito di si comodo e bel teatro. Comode pure sono le scale ed i 
passeggiatoi , e dai palchi laterali si vede quasi come da quei di 
fronte. 

Onde avere ampiezza al di dentro rinforzò 1' architetto i can- 
toni facendovi doppia fabbrica, ed in molti pimti nel concavo,dove 
r assottigliò , dove accrebbe nelle distanze tra la curva e i lati 
del rettangolo — Detto teatro é capace di contenere quasi mille spet- 
tatori. 

Ben disse un forestiero che verme ad osservarlo — Vedutolo al 
di fuori conobbe l'angusto compreso — Entrato che fu dentro escla- 
mò : Qui il talento dell' architetto à fatto nascere il possibile dal- 
l' impossibile. 

Chiesa di .llonlcvcrginc. 

Questa chiesa è situata poco discosta da quella del Gesù Vec- 
chio — Fu interamente rimodernata dal nostro Vaccaro adornando- 
la di capricciosi stucchi si d'intagli, che di sculture fatti sotto la 
sua direzione da Domenico Catuogno , come ancora sono di suo di- 
segno i balaustri di marmo, e il pavimento — Suoi sono pure i tre 
quadri nella soffitta , quello di mezzo di palmi 4-i per 25 ove ev- 
vi effigiata una gloria con imo sfondato mirabile di schiere di ange- 
li , puttini ed intreccio di teste di cherubini. 

Air intorno vi sono le virtìi attribuite alla gran madre di Dio 
e tutte queste figure faano corteggio alla Beata Vergine col bambino, 



— 339 — 
che apparisce a s. Guglielmo , s. Bernardo ed altri santi di quel- 
r ordine situati nel piano. 

Negli altri due, ciascuno di palmi 20 per 11, vi sono azioni 



miracolose di s. Guglielmo. 



S. :ilicbclc Arcangelo. 

Questa chiesa é situala al principio del largo dello Spirito San- 
to volgarmente detto largo del mercatello — Fu eretta di pianta eoa 
disegno di Domenico Antonio Vaccaro. 

Tutti gli ornati di stucco sono fatti con disegno e direzione 
dell' architetto da Bartolomeo Granucci. I due pulii di lutto rilievo 
suir altare di marmo , come i due quadri uno di s. Irene , e l'al- 
tro di s. Giulio sono di Domenico Antonio. 

Al di sotto vi è una capacissima terrasanta con comoda scala. 

Molo di I%ai>oli. 

Dopo r «interramento dell'antico porto di Napoli, come ò di 
già esposto neir articolo acque , e dopo che si vide l' inutilità del 
secondo pel suo fondo assai basso , si pensò di costruire un molo 
profondo sotto il castello nuovo formato da lungo muro in linea 
retta per assicurare i navigli. Fu questo costruito d' ordine di Car- 
lo II d'Angiò nell'anno 1301, ed ampliato posteriormente da Alfon- 
fonso I d'Aragona. 11 Re Federico vi aggiunse la torre , ed il faro 
con disegno deirarchitetto Pietro de Martino milanese. Tutti questi 
lavori si mostrarono inutili ; imperocché non impedivano la cor- 
rente , né le acque davano sicurtà ai navigli. Si deve alla magni- 
ficenza del Re Carlo III Borbone il suo perfezionamento. Well' anno 
174.0 fece allungare il suo braccio sinistro per palmi 300 sotto la 
direzione dell'architetto Buompicdi. Fu terminalo con mi fortino di 
difesa, e vi furon falli molli magazzini pel disarmo delle navi. Gli 
idraulici fin d'allora declamarono per aversi un porlo più magni- 
fico, e più sicuro, indicando il braccio destro verso la Darsena. Nel 
fatto sin dal 1598 d'ordine del Conte d' Olivares questo si era già 
incominciato con disegno e direzione dcU'architello Domenico Fon- 
tana : ma infelicemente non potetle proseguirsi per le 400 canne, 
essendone fatte sole 30, per Favvcnula morto del Re di Spagna Fi- 



— 340 — 

]ippo II. Ritornando adunque al nostro Vaccaro , veduto Re Carlo 
1' oprato dal Buompiedi che neanco corrispondea ai suoi vasti dise- 
gni , ne incaricò il nostro Domenicantonio , che lo prosegui per 
palmi 600, e lo difese con salda scogliera, acciò le maree non l'a- 
vessero arrecato nocumento. 



VITA 

dell' architetto e pittore 

FERDINANDO SINFELICE 

CON LA DESCRIZIO^•E DELLE SUE OPERE ESEGUITE IN NAPOLI 

CIOÈ 

Chiesa della Nunziatella. 

s. Maria al Borgo de' Vergini. 

Riatto della cupola di Donriaibina. 

Rifazione del Monislero Regina Coeli , con rimodernare la facciata 

della Chiesa , e fabbrica del campanile dalle fondamenta. 
Scala avanti s. Giovanni a Carbonara. 
Tomba di Gaetano Argento. 
Libreria del Convento a Stella sopra un bastione in s. Giovanni a 

Carbonara. 
Palazzo Cassano Serra al Monte di Dio. 
Rifazione del Palazzo Monteleone. 
Fabbrica per la sua famiglia di tre palazzi. 
11 1" al Borgo de' Vergini. 
Il 2" fuori la Porta Costantinopoli. 
11 3" vicino al Seggio di Montagna 
Facciata della Chiesa di s. Lorenzo. 
Quantità di capricciose scale a diversi palazzi. 



Ferdinando Sanfelioe , cavaliere napolitano del Seggio di Mon- 
tagna, e discendente dal real sangue di Normandia , nacque ai 18 
febbraio 1675 — Uscì alla luce sì grande che era un portento. Bam- 
bino , quando la nutrico volea quietarlo vedendolo piangere gli 
dava o un libro, o un calamaio con la penna , e il bimbo facendo 
atto di scrivere , slava delle giornate intere in perfetta quiete in 
tale applicazione. 

Fu sempre compassionevole dei poverelli, in modo che ragaz- 
zo se gli veniva cercala 1' elemosina dava subito la sua merenda. 
Allorché andavano i frati alla consueta questua in sua casa, pian- 
gea egli , se non veniva data prima a lui , che con le pic- 
ciole manine la porgeva loro. Crebbe cosi con gli anni in lui que- 
st' innata virtù che in lutto il corso di sua vita non vi era giorno 
in cui si rimanesse dal fare copiose elemosine. 

Fu il settimo figlio maschio di Camillo Sanfelico. Si applicò 
ne' suoi primi anni alle lettere , in cui fu subilo ammirato pel suo 
elevalo ingegno, dando a tutti speranza di divenire uno de' letterati 
dell'età sua, avendo in tempo brevissimo appreso le lingue latina, 
e greca , e fatto un corso completo di filosofia , malematica e leg- 
ge. Si dilettava benanche di poesia si italiana , che latina , aven- 
do date varie di queste alle stampe. 

Sin dalla sua fanciullezza si dimostrò inclinatissinio alle arti 
meccaniche, come a dire frutta di cera , presepi ed altro ; e vedeii- 
do ricamare le sue sorelle , spesse volte si poneva a ricamare con 
elle , e superandole nella bellezza del lavorio , dava loro lo regole 
per bene ombrare i fiori, e nella tenerissima età di 7 anni dipinse 
ima soffitta di carta nella sua villa di Ottajano , mostrando arden- 
te desiderio d' impararsi a dipingere , ciò che gli veniva impedito 
da suo padre, che vedendolo di tanto ingegno voleva (seguendo l'an- 
dazzo de' tempi) farne un avvocato ! 

Sasso — Voi. 1. 44 



— 344 — 

In questo stato vedcasi angustiato il picciolo Ferdinando tra 
r impero paterno e '1 suo genio per la pittura — mai per Y avvo- 
cheria. Intanto studiava legge per obbedire al padre , e '1 tem- 
po che r avanzava tosto Y impiegava al disegno — Vedi combina- 
zione — Venne in casa un pittore per fare alcuni ritratti dei 
suoi antenati , e dimenticatosi la tavolozza co'pennelli in un ango- 
lo della stanza in cui dipingea , fu questa rinvenuta dal nostro 
Sanfelice , e il trovato lo spronò a dipingere ad olio. Mandò su- 
bito il servitore che comperava i colori al pittore, a comperarne an- 
che per lui , con farsi scrivere i nomi di essi per servirsene 
in appresso , sino a tanto che non pigliava la pratica dei medesi- 
mi , come nel fatto avendo veduto per pochi giorni dipingere quel 
pittore , si dette a copiare quadri di fruita , pesci , e fiori che an- 
cora oggi si ammirano come usciti di mano maestra, e non di di- 
lettante, che appena avea visto per pochi giorni dipingere la figura. 

Succeduta la morte di suo padre , non più essendo forzato 
a divenire legale , si dette interamente all' applicazione cui il suo 
genio il richiamava — al disegno. II suo maggiore fratello Canoni- 
co della cattedrale di Aapoli , che poi fu Vescovo di Nardo , ve- 
dendolo sì applicato alla pittura, Io animò maggiormente con dir- 
gli , che i giovani bisogna che si applicano dove il genio li tira; 
laonde con libertà ad operare esegui quadri di frutta , fiori . pe- 
sci , uccelli e paesi prendendoli dal naturale , onde bisogna consi- 
derare aver egli più tosto inventata , che imparata da altri la pit- 
tura. 

Avea Ferdinando due sorelle monache in- Donnalbina , dove in 
quel tempo vi stava dipingendo la cupola il nostro celebre pittore 
Francesco Solimena , ed avendo le medesime richiesto che voleva- 
no vedere i suoi quadri dipinti , egli ne mandò loro alcuni , che 
portati ad osservare al Solimena , ne restò questi maravigliato del 
come avessero potuto essere eseguiti senza maestro con tanta per- 
fezione; ed essendo amico del Canonico Antonio Sanfelice , lo per- 
suase a farlo applicare alla figiua che è lo studio principale della 
pittura. Non ci volle troppa persuasi\ a perchè il Sanfelice lascian- 
do di dipingere frulla, si desse a disognare figura sotto la direzione 
del detto celebre Solimena, che sempre lo amò con distinzione e per 
i suoi costumi, e per averlo conosciuto di elevatissimo ingegno. 

Principiò adijiique il Sanfelice ad andare sulla cupola a disc- 



— 3iu — 
gnare, e la ti-adisegnò in sua casa ad acquarello, essendo divoniilo 
amico della libertà di oprare , e non di fare i disegni sfiunati co- 
me usano i discepoli. la meno di un anno principiò a dipingere , 
e superò lutti i suoi colleghi che da più anni andavano in det- • 
ta scuola , e ciò facea non tralasciando i suoi negozi cui il tene- 
vano occupato la sua piazza di Montagna, che fu nell'anno che vi 
era la peste a Conversano, cssendosegli destinate le guardie per i 
rastelli noi quali andavano i cavalieri a guardare, ed essendoci man- 
cati alcuni tra essi fu scelto Fei-dinando ad esercitare una tal ca- 
rica. Fu imi Eletto per la pubblica annona, e revisore del tribuna- 
le regio della revisione, giungendo con 1' elasso del tempo decano 
in tal carica. 

Essendo EltHto in tempo che vi era poi- Vice-Re il Principe Bor- 
ghese, il quale desiderava che per lo pubblico bene si affittasse il 
jus-panizzandi di questa città per avanzo del peculio pubblico, ma 
per molti anni s'era incontrata la difficoltà, che per cautela biso- 
gnava tenere nei granai almeno 100,000 tomoli di grano per qual- 
che occorrenza , e per questo motivo non trovavasi mai appaltato- 
re. 11 nostro Sanfelice per ubbidire e compiacerò agli ordini di detto 
Principe pensò di far comperare dalla Città i centomila tomoli di 
grano, e tenerlo nella conservazione suddetta, e riducendolo in fa- 
rina, fece situare molti posti nella città por lo spaccio di essa : cosi 
non solo dette la cautela di tener pronto tanta quantità di grano 
per le occorrenze che mancasse agli alfiltatori, ma dette un lucro 
ancora alla città con la vendila della farina. Il danaro che si pei- 
cepiva dalla vendita veniva siibito impiegato all'acquisto di al- 
li'o grano , e cosi andando bene la faccenda si prosegui per mol- 
tissimo tempo il progettato dal Sanfelice con 1' utile i)ubblico , e 
la soddisfazione del Vice-Re. Questo sarebbe il punto da fare del- 
le belle riflessioni neir attualità: ma ritomo ai lavori del Sanfeli- 
ce. Nell'amio 1700 essendosi aperta la nuova chiesa di s. Carlo 
detta all' Arena, ed abitando là vicino il Sanfelice , fu pregato dai 
padri di detta chiesa a volersi compiactu'e di fare mi quadro nella 
cappella principale di s. Carlo. Lo esegui situando il Santo in 
ginocchioni in atto ài orare , e sopra la Vergine col Bambino 
in braccio con molti angioletti, e vi pose - Sanfelicius ex sua de- 
votione pinxif. In questo quadro imitò egli lo siile del suo valente 
maestro Solimcna. 

* 



— 346 — 

Desiderando che i padri facessero in detta chiesa un altare 
dedicato a s. Gennaro promise di farne il quadro : ma come in 
quell'altare vi era un'immagine della Vergine, benché di piccola 
'misura, pensò di situarlo in alto, sostenuto da molli angioletti, e 
nel tasso s. Geimaro, s. Benedetto, e s. Scolastica di uno stile così 
magnifico da non parere opera di un principiante : ma di vecchio 
perito nell'arte della pittura. 

Si vedono anche cinque quadri dipinti di sua mano nella chie- 
sa di s. Maria delle Periclitanti sopra Pontecorvo; cioè il quadro del- 
l'altare maggiore in cui vi è la ss. Vergine col Bambino in brac- 
ciO; s. Giuseppe e s. Teresa loro fondatrice , e quattro ovati nel 
medesimo altare maggiore con quattro immagini di Vergini. 11 qua- 
dro di s. Francesco di Sales rappresentante il Santo che predica a- 
gli eretici , con una quantità di figure ben situate. 

Nella cappella dcnti'o la chiesa della Visitazione sopra la Ce- 
sarea, monastero fondato dalla B. M. di Antonio Santelice vesco- 
vo di INardò suo fratello, la macchia del quale la regalò al virtuo- 
so Cardinale de Noris che li rispose con una compitissima let- 
tera tutta di suo pugno ringraziandolo , conchiudendo che avrebbe 
potuto ringraziarlo bastantemente se fosse stata così erudita la sua 
penna, come era il peimello del nostro nobile artista. 

Nella medesima chiosa \i è l'altare maggiore cormnesso di fi- 
nissimi marmi disegnato da esso Sanfelice, come anche il quadro 
della ss. Verijine assunta in Cielo che sta nel mezzo della sofFilia 
del coro, due quadri nel corridoio del mojiastero , in uno Timma- 
gine del Salvatore, e nell'altro la ss. Vergine. Fece la pianta di dello 
monastero con comodila , e magnificenza lasciandolo aperto dalla 
parte di mezzogiorno per non far perdere la veduta del mare , e 
della città di Napoli, lasciando in qi^el piano, il solo refettorio. 

Trovandosi nell' anno 1701 Eletto di Città, i padri cappuccini 
di Pozzuoli richiesero ajuto per la loro chiesa che minacciava 
rovina. Il corpo di Città ne dette 1' incarico al Sanfelice , che co- 
me perito avesse tutto osservato, e fattane relazione , come in effetto 
avendo adempiuto all'onorato incarico, si pose mano ai lavori -Duran- 
te i medesimi , nel trasportarsi da un luogo all'altro i libri , si 
rinvenne un antico manoscritto indicante la fondazione di detta chie- 
sa col dire che la cura veniva affidata a Giovan Paolo Sanfelice , 
e che la iscrizione posta sulla porla della chiesa era slata dal me- 



— 347 — 
desimo detlata. Questo Giovan Paolo fu zio dell'Avo del nostro ar- 
cJiiletto , il quale ultimo rimase della scoperta così compiaciuto che 
non solo pregò gli Eletti a far ridurre la chiesa a miglior forma, ma 
per sua divozione vi dipinse tutti i quadri dell' altare maggiore , 
della cappella dove fu decollato s. Gennaro , e quelli intorno alla 
nave della chiesa. 

Pare che il glorioso nostro protettore s. Gennaro rimunerar volesse 
il merito del nostro architetto col miracolo seguente. Si narra che nel 
mentre il Sanfelice stava eseguendo i detti quadri venuto fosse mi suo 
colono ad avvisarlo, che per la sera sarebbe già arrivatala lava bitu- 
minosa dentro il suo territorio. Stava in quel pmito 1' artista di- 
pingendo il quadro della decollazione di s. Gennaro, che sta late- 
rale nella chiesa su indicata ; s' inginocchiò , e promise al Santo 
di fare una chiesetta avanti la porta del suo podere in suo ono- 
re , se avesse liberato la sua villa da tale infortunio. Nell'ora 
stessa che il Sanfelice facea tale promessa la lava bituminosa prese 
altra direzione liberando il suo territorio. 11 Sanfelice adempì 
perfettamente alla promessa con edificare colà una pulita chiesetla 
in forma ottagonale , dipingendovi i quadri che l' adornano di sue 
proprie mani come dalla seguente iscrizione posta sulla porta della 
chiesa composta da IMonsignor Carlo Majelli maestro di filosofia 
di esso Sanfelice. 



Ferdinandiis Sanfelicius 
Patritius Neapolitanus 
:A Properulo Opere ne Ruris 
Accola per Feslos 'dics Sacris 
Celebrandis Deslituercntur , 
■ JEdem liane 
Beato Januario 
Ad Everlenf^as Fesuvianas 
Conflagraliones Dicalam, 
In avito praedio ab sa 
Dclinealam cxstruxit. 
Ac piclitris manu sua 
' Elaboralìs ornavit , 



— 348 — 

Jgaiha Ilavascheria ex 

ComUibus Lavaniae, ejus Conjux 

Viri sui virliiicm emulata 

Sacro Feslis Diebus facicndo 

Pcrpetuam Dotem addixisit 

Antonius Sanfclicius Episcopus 

Neritonensis, ut Fraternae Pietati 

Obsecundaret Primum Edifìcii 

Lapiderà jecit, eie. 

IF Kalendas niccmbris MDCCXFI 

Solcmni iuta Bencdixit. 

Evvi in d(>tto territorio im comodo palazzo di molte stanze, ed 

in queste sonvi quadri dipiali dal nostro Ferdinando, come ancora 

la piramide con la statua di s. Gennaro avanti la chiesa in Ot- 

taiano è disegno del Sanfelice. 

Nella ttìrra di Roccapicmonto vicino la città di Noccra vi è una 
chiesa edificala da Giovan Ballista Ravaschiero luogotenente della 
Regia Camera disegnata dal Sanfelice, che fu esecutore testamen- 
tario di esso Ravaschiero , come ancora è suo disegno il palazzo 
baronale in s. Giorgio. 

Come il Sanfelice dallapitlura ad un trailo passasse all'architettura, 
conviene sapere che nell' anno 1700 trovandosi egli uno degli Elet- 
ti, avvenne la morte di Carlo II Re di Spagna, e dovendosi dal cor- 
po di città celebrare i funerali, fu dalo al Sanfelice F incarico di 
fare il disogno del lumolo dentro il Tesoro. Eseguì egli il disegno, 
e fu tanto gradilo che si dette alle slampe. Questo funerale si bene 
ordinalo fece si che lutti gli dessero incarichi per cose architettoni- 
che ; e siccome egli possedeva bene l'arte del disogno come allievo del 
celebre Solimena e conoacoa le matematiche come allievo di Anlo- 
tiio Monforle, al che accoppiav^a un gonio tutto particolare, con que- 
sti dati si die a lavorare nell'arie direllrice; e se invece di servir 
particolari citt<idim, avesse il nostro Sanfelice servito un Re, o un 
Papa, non sarebbe rimasto secondo ai sinora accennali costruttori, 
< he grandi monumenti ci lasciarono , pai'ti dell' ingegno loro e 
della magnificenza dei Principi. 

Questo distinto Cavaliere e rinomalo artista napolitano nwincò 
ai vivi nell'anno 1750. 



DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 
Chiesa flcUa iVunziatella 

Nessun monumento in Napoli é stato da me si frequentemen- 
te visitato quanto questo bene inteso piccolo tempio, opera distinta 
del cav. Ferdinando Sanfelice: imperocché avendo io ricevuta la mia 
educazione nel Reale Istituto Politecnico militare, ò per cinque an- 
ni udito ogni mattino ivi la s. Messa. 

Quivi era il noviziato dei Gesuiti , edificato in grazia loro da 
una dama nel 1588. La chiesa fu interamente rifatta dal nostro 
Ferdinando Sanfelice nel!' anno 1730 , e vagamente ornata di mar- 
mi, stucchi dorati, e pitture dei migliori artisti di quel tempo. Il 
bello affresco della volta è di Francesco De IMura. 

S. M. al l>orgo de' Vergini. 

Tutti i nostri scrittori portano che questa chiesa fu opera del 
nostro cav. Sanfelice. 11 chiarissimo Abate Luigi Galanti ci fa co- 
noscere che fu poi interamente modernata con disegno del celebre 
Luigi Vanvitelli dopo la sua morte cioè nel 1788; e però ci riser- 
biamo fame la descrizione al proprio luogo. 

Ometter però non vogliamo qui 1' etimologia di tal nome, dei 
FergÌ7ìi , massime che in detta sloi'ia va dovuta lode giustissima 
al nostro dotto Marlorclli. 

Bisogna adunque sapere che ia larga strada che passa avanti a 
questa chiesa è stata molto, ed oggi ancora in parte e soggetta alle 
grandi alluvioni delle acque che calano dalle colline superiori. Il 
nome di Vergini dato alla contrada fu da ]\Iartorelli credulo de- 
rivare dagli Eunoslidi, ima delle antiche fratrie di Napoli, i quali 
adoravano Euno^lo, dio della modestia e della temperanza, e vivea- 
no lontani dalle donne. Questa idea del Martorelli fu accolla dal 
piibblico come una delle sue ordinarie bizzarrie. ì\a. verso il 1787 
;*i'avandosi in iin sotterraneo presso la parrocchia de' Vergini fu tro- 
vato un antichissimo sepolcro apparlenente agli Eunoslidi , i quali 
([ui aveano il loro sepolcreto. Martorelli era morlo", e restò privo' 
della maggiore soddisfazione cui u;i erudito potesse aspirare. 



— 350 — 
Qui pure ci corre il debito di far menzione della nuova stra- 
da costruita da pochi anni in detto quartiere della Vicaria. Del- 
la estensione di un miglio e mezzo e palmi 270 incominciando nel 
quadrivio di Otlocalli incontro a quella che per la Valle dei Ponti 
Rossi mena a Capodimonle; passa sotto l'altra del Campo mediante 
un ponte; continua lungo l'antico alveo delle acque piovane , alle 
quali un nuovo e più slabile se n' è aperto raffermato da sostegni 
di fabbrica di tratto in tratto costrutti ; giunge alla strada di Pu- 
glia radendo il largo Casanova, dove, abbassato il ponte , si é for- 
mata una piazza circolare ; e seguendo sempre 1' andamento del- 
l' alveo suddetto passa accosto il quartiere di Cavalleria al ponte 
della Maddalena, e si congiunge con la strada di Portici. 

Ritornando alla chiesa de' Vcrgini,dico che tutti la reputano opera 
di Ferdinando Sanfelice, ciò che non è; imperocché il detto Sanfelice ne 
fece il progetto che era un capriccioso disegno, essendo la pianta una 
stella, onde sviluppare sempre il suo ingegno in bizzarre, ma non 
architettoniche invenzioni . 

Questo progetto non fu messo in esecuzione, e la chiesa fu e- 
dificala con disegno dall'archiletlo Luca Vecchione. Nell'altare mag- 
giore vi è un bel quadro rappresenlanle il battesimo di s. Aspre- 
110, opera di Domenico ]\Iondo.ll quadro del cappellone della cro- 
ciera in cornu Evangelii rappresentante s. Camillo è un qiiadro an- 
tico ristorato dal nostro Paolo di Majo. L' altro del cappellone in 
eornu Epistolae con la morte di s. Giuseppe, l'altro di s. Lucia, e 
quei di s. Carlo e s. Filippo sono dello slesso Mondo. 

Per le altre opere di questo vivace , solerte e nobile artista 
Napolitano, Ferdinando Sanfelice , parmi bastante averle solo accen- 
nale nella sua vita ; imperocché e sufficiefite quella semplice indi- 
cazione per far ravvisare la decadenza dell' arte nel goffo e caricato. 

X)el Sanfelice è poi la chiesetta appartenente al Conservatorio 
di donne sotto il titolo di S. Maria succurre miseris, in cui an- 
licjamenle vi era una chiesa dedicala a S. Antonio. 

, Venne questo luogo fondalo dalla Principessa di Stigliano, dalia 
Marchesa di Bracigliano , da Maria Caracciolo e Dorotea del Tufo. 
Queste devote dame vedendo che molle giovani lasciar voleano le 
inondane laidezze, nelle quali innnerse giacevano, fallo mi cmuulo 
di numerario da elemosine, comprarono nell'anno 1613 per duca- 
li 7000 questa casa dalla famiglia Marzano, e qui noiraimo IGIG 



— 3o! — 

le rinchiusero. Viveano regolarmenle veslondo Tal)! lo di s. France- 
sco, ed erano governale da laici. La capricciosa chicsella fu fabbri- 
cala a spese del reverendo Vincenzo Jlagnali correttore della s. C-a- 
sa d' Incurabili , col disegno e la direziono del cav. Sanfelice. 

Posloriormcnle questo luogo à mutato stabilimento , poiché \ i 
si racchiudono oneste e civili persone, e donne che sono in discor- 
dia coi loro marili. 

Delle altre opero dal Sanfelice eseguite, parmi bastante averne 
toccalo nella sua vita ; ed una più minuta descrizione di esse niente 
aggiungerebbe o toglierebbe al mio divisamento. Avendo fatto mot- 
to delle opere del Fanzaca, e dei due Vaccaro, e di quei che prima 
di loro caddero nel ridicolo in architettura , superfluo sarebbe il de- 
scrivere ogni altro monumento barocco. 

Termino il discorso di questo distinto artista e nobile napoli- 
tano con le poche parole che ne dice il Milizia : 

Ferdinando Sanfelice nato in Napoli nell'anno 1675 nobile del 
seggio di Montagna, e discendente dal Rcal sangue di Normandia, 
ebbe inclinazione grande per la pittura , e dopo aver pinticchiato 
alcune cose da per se , entrò nella scuola del celebre Solimena , e 
fece molti quadri. Mentre egli era uno dogli Eletti della città, ac- 
caduta la morte di Carlo li Re di Spagna, fu data a lui la cura del 
catafalco da farsi entro la cappella del Tesoro. Con questa occasio- 
ne Sanfelice si applicò all'architettura, e fece boi disegni e per quei 
funerali, e por le giulive decorazioni alla venuta di Filippo V. E- 
gli si è reso famoso per la gran quantità di scale di bizzarra in- 
venzione fatte a diversi palazzi di Napoli. Diede il disegno della 
e illesa dei Gesuiti, della Nunziatella, sopra Pizzo-Falcone, e di quella 
di s. Maria al Borgo dei A'^ergini. Riattò la cupola della chiesa delle 
iiionache di Donna Albina , dipinta dal Solimena , con farvi certi 
]pilastri al di fuori, e con levar via la lanterna. Rifoce il monisle- 
vo di Regina Coeli, rimcdernò la facciala della chiesa , e vi rifab- 
bricò mezzo campanile dalle fondamenta fino alla metà lasciando 
intatta la parte superiore, che era buona fabbrica. La scalinata a- 
\anli la chiesa di s. Giovanni a carbonara, e il deposilo del riiio- 
iualo Gaetano Argento cniro la stessa chiesa e di sua architettura, 
come anche la libreria dello stesso convento a forma di stella so- 
pra un bastione della cil'.à. Edificò sopra Pizzo-Falcone il palazzo 
Serra con una scala stimata la più magnifica di Napoli. Ingrandì 

Sasso — Voi. 1. Yò 



— 3o2 — 
il palazzo Monteleonc, e prelese adornarvi il portone d'una maniera 
la più capricciosa. Un mascherone forma il capitello alle colon- 
ne , le sue orecchie di satiro rappresentano le evolute, i suoi crini 
le rosette , la sua barha le frondi. Fabbricò per la sua famiglia 
ire palazzi ; uno al borgo dei Vergini , un altro fuori la porla di 
Costantinopoli, ed mi altro vicino al Seggio di Montagna, ed eresse 
la facciata della chiesa di s. Lorenzo. 

Alla venuta del Re Carlo Borbone pel suo sponsalizio fu il 
Sanfelice direttore delle straordinarie feste. Egli fu il primo a dare 
un vago disegno della nobile Fiera che si facea l'estate per diver- 
timento avanti il palazzo Reale , ed indi a Ghiaia. Dette altresì il 
disegno del serraglio delle fiere che si coslrusse al ponte della Mad- 
dalena, ed in gran numero sono i suoi disegni, tanto per la capi- 
talo, che pe' diversi paesi del Regno. 



NOTIZIE DEGLI ARCHITETTI 

Francesco PìcchliUli , Gennaro Sacco, Arcangelo Guglielmelli , 

e Dionisio Lazzari 



Solo perchè da vari scrillori de' nostri palrii vanti artistici \ ie- 
ne onorala la memoria di altri architetti , compio pure io il do- 
vere di qui menzionarli , e cosi pongo termine al caduto secolo 
XVII , e , nel contempo , al harocco. Quindi entreremo a parlare 
di un'era novella por l' architettura che per la terza volta qui ri- 
sorse e solo per opera dell'augusto Carlo III Borhonc che in que- 
sta terra costruir facea monumenti tali , cui uè I' età presente nò 
l'antichità vantar possono più grandiosi. 

Francesco Picchialti fu di patria Ferrarese, ma dimorando lun- 
gamente con la sua famiglia in Napoli qui fini i suoi giorni. Fu 
mollo stimato ed adopralo m svariali lavori dal Marchese del Car- 
pio D. Gaspare de Ilaro vice-Re del Regno, che per suo conto viag- 
giar Io fece per tutta Italia facendo acqxiislo di antiche medaglie, sta- 
tuette, disegni, ed ehhe egli ancora maraviglioso studio di antichi- 
tà, huoni libri , e l'inomati disegni che rimasero presso di lui dopo 
la morie del vice-Re. 

Come architetto ebbe l'onore di servire molti vice-Re , ed era 
giunla a tal grado la sua opinione che giovavansi di lui come con- 
sulente. 

Fece la chiesa e il monistero di s. Giovanni dello monache fuo- 
ri porta Alba. La chiesa di s. Agostino presso la Regia Zecca fu 
da lui l'iediflcata. Fece la chiesa del Divino Amore. La chiesa e 
il monistero dei Jliracoli. La chiesa di s. Girolamo delle monache fu 
modemata ed abbellita con suo disegno. iMori nell'anno 1690. 

Gennaro Sacco fu ancor egli annoverato fra gli architetti e va- 
rie fabbriche con suoi disegni ed assistenza condusse a termine. L'o- 
pera più importante ch'egli fece fu il modemiare la chiesa di Mon- 
lolivelo , e ciò con soddisfazione di quei Padri nell'amio 1680. 

Arcangelo Guglielmclli non solo volle fare da architetto , ma 
ancora da scultore , e da pittore. Tanto praticò nella chiesa 



— 3b4 — 

di s. Reslilula ove nel principale aliare fece un gran panno con 
diversi angioli di stucco che coprivano V immagine del Salvatore , 
e vi dipinse il coro. Fece la chiesa e monislero del Rosario fuo- 
ri porla s. Geimaro detto volgarmente il Rosariello delle Pigne, e 
la chiesa del Gesù delle monache. Quello che non posso perdonare 
a questo artista è 1' aver messo quei ridicoli cartocci alle gambe di 
mostra della poita piccola di S. Angelo a Nilo, opera questa certa- 
mente nel risorgimento delle arti di qualche alunno del 2° Masuc. 
(io — Vorrebbero quei cartocci esser demolili, e cosi mostrarsi hello 
(ome nascea l'architettonico niomunenlo. 

Dionisio Lazzari fu discepolo di Dionisio di Bartolomeo. Fiorì 
circa il 1620. Vuoisi sua essere la facciata dei Gerolomini la quale 
non potette esser diretta dal di Bartolomeo per la sua morte. Io che 
ò avuto il bene di ottenere molti disegni di j\Iario Gioffrcdo trovo tra 
questi la delta facciata , salvo poche differenze. Non so capire come 
Aada lai cosa. Fece la fabbrica del collegio dei Gesuiti al Gesù Vec- 
chio , la quale rimase impcrfetla e fu compiuta dal cavalier Co- 
simo Fanzaca , che vi eseguì una bella scala. Rifece la chiesa di 
s. Giovanni Maggiore, ove di pianta fabbricò la tribuna, ed i due 
(■app(^lloni della croce. 

Di molti allri nomi vengono piene le altrui pagine, comedi un 
\starita , di un Atlendolo , di un Caccavello , di mi Cafaro, di iiu 
Greco . di un Laiiguidora e di allri molti sol perchè furono archilei- 
li nominati : ma io che scrivo la storia de" 51onumenti , e neppur 
uno ne trovo de' medesimi, me ne passo sul conto loro senza parlarne. 



POCHE PAROLE 

Bl PKEFAZIONE ALLE OPERE IMMORTALI E DURATURE DOVUTE 
ALLA MAGNIFICENZA DELl'aUGUSTO SOVRANO 

CARLO ili BOFiBOI^E 



Dando uno sguardo o lettore al mio quadro sinottico ed allallan- 
Ic di (fucsia mia storia, a colpo d'occhio ravvisi che maestosi mo- 
numenti sorgcano sotto la dinastia Normanna, mulliplici e famosi nel 
regno della stirpa Angioina, declinarono sotto l'Aragonese, e per du- 
genlodiciotlo anni di governo Viccregnale altri monumenti non surse- 
vo in questa nostra Napoli degni di ammirazione per ordinativo del 
sonmio Imperante, che il' Real Palazzo di Napoli , e i Regi Sludi, 
e per particolari commissioni i Gerolomini, c'I Gesù Nuovo, men- 
tre a folla avevamo in dett' epoca noi Napolitani, artisti distinti, sen- 
do appunto quesla l'epoca del risorgimento delle arti in Italia , e 
n(! fan fede i monumenti tra noi esislenli in numero certamente 
)naggiore di qualunque altro italiano paese. 

Al declinar delle arli poi avemmo pure artisti di genio, che o 
per mancanza di ordinativi, o perchè, (ripeto) , V arie stessa per fa- 
lalilà cadea nel harocco e nel horrominesco , addiceano questi i lo- 
ro talenti, e '1 genio loro a completare, decorare, raffazzonare, ca- 
licare, e'I più delle volte guastare e deturpare il già fatto dai tra- 
f)assati architetti. 

A scale, a statue, ad altari a facciate di Tempii ; a svariate 
bellissime sculture , a rinomale piltui-e applicavansi gli ingegnosi 
artefici Napolitani ; ciò avveniva in mi paese retto a nome di lon- 
tano Signore. 

Eccomi finalmente a narrare di mi' epoca in cui Napoli signo- 
reggia, e rivalizza in architellura con i più inciviliti paesi di Eu- 



— 3o6 — 
ropa per monumenli tali, cui ne l'eia presente, né T antichità an- 
noverar ne possono da stargli al confronto. Vero, verissimo è 1' in- 
concusso teorema che tutto ciò che s'innalza deve cadere: è la for- 
za di gravila nei corpi: Newton ne à assegnale le leggi, non à sa- 
pulo indagarne la natura. Lo stesso, dalla Storia apprendiamo, per 
Je opere fruttate dall' ingegno dell' uomo. 

Sono molle le cu'coslanze concorrenti a darci felici parli dello 
umano ingegno. Non tulle le età sono egualmente feconde d' uo- 
mini sommi. Alessandro , Cesare, Carlo V, Federigo II , Napoleone 
anno intervalli positivi nel decorrimento del tempo. Da Fidia a Ca- 
nova, da Apelle a V Urhinate, da Vilruvio a Michelangelo , quali 
inlervalli !!! 

Io scrivo la sloria degli arcliilclti Napolitani, e dico , che Ira 
le circostanze concorrenti allo sviluppo di mi bello ingegno, se per 
la pittura e la scultura ; una hricciola di marmo , un palmo qua- 
dro di tela, possono darli un Fidia un Canova , o pure un Apelle 
un Raffaello: senza un magnanimo Principe resteranno sempre nel- 
r ebbio i Vilruvii i Michelangeli. 

Mi si risponde - un lapis, lui compasso , ed un foglio di carta 
e puoi tu pure Archilello lasciare senza la prolezione del Princi])e 
ai posteri l'opera tua - E vero ! ma dietro al mio bene acquarella- 
to disegno , vi ò già messo quel dislieo che l'Astigiano ponea die- 
tro al suo ritratto 



Allri cento anni, oltre il mio fral, poi fìa, 
Cli' anco tu riedi al nulla, opera mia. 



Che sia cosi Io vedi (ripeto) nel mio quadro sinottico e nel mio 
aliante. Ai Principi si deve quanlo di magnifico sorge nell'arie di- 
lellrice di tutte le arti nell'Archilellura. Come tulio cangiò d' a- 
spelto tra noi in quest'arte maestra nell'epoca che venne a reggere 
i nostri deslini l'Augusta ed immortale dinastia Borbone. 

Quanta gratitudine dobbiamo a questi ollimi Principi che fa- 
lean sorgere monumenli duraturi prodotti del beli' ingegno di Ar- 
chilelli quasi tulli Napolitani. Vivranno per secoli i Vanvitelli - i 
Fuga - i Medrano - i Carasale - i Gioffredo - i Benucci - i Maresca - i Se- 
guro - i Cannavari - i Bompiedi - i Leonli ed altri molti , ciascuno al 
posto cui natura gli assegnava. 



— 3oT — 

Io mi sono un meschino narratore , ed alla meglio che posso 
darò lo vite e la descrizione delle opere di si distinti artisti. 

Darò fine al mio primo volume con le opere surte magnifiche 
e durature d' ordine del magnanimo Sovrano Carlo III Borbone e 
terminate sotto l' impero del figlio l'Augusto Ferdinando 1 , e cosi 
giungo con la mia scritta al cadere del secolo XVUl come promi- 
si nella prefazione e col già pubblicato mio quadro sinottico : ri- 
serbandomi al 2° volume descrivere le opere surte d' ordine dell' Au- 
gusto Francesco I e le multiplici ordinate dall' attuale nostro Sovrano 
Ferdinando II. 

Venuto adunque a regnare in queste nostre regioni il non mai 
abbastanza lodato l'Augusto Carlo 111 Borbone nell' anno 1734. ; ri- 
solveva nel 1736 edificare di pianta un magnifico Teatro da supe- 
rare quanti mai sin' allora se n' erano in Europa costrutti. Pensar- 
lo, darne lo incarico al Brigadiere Medrano, fattone da qiiesti il pro- 
getto fu l'opera di un atomo di tempo. 

Approvatone dal Re i disegni, dandone l'esecuzione ad Angelo 
Carasale, e vederlo compiuto fu l'opera poi di 270 giorni. Ciò av- 
veniva nell'anno 1737. Prese il suo nome da quello del Sovrano, 
e surlo di accosto la sua Reggia al dorso di Palazzo vecchio. Fu 
aperto con solenne spettacolo e grande illuminazione la sera del di 
4. novembre 1737, giorno in cui festeggiasi S. Carlo. 

Nel 1736 ancora costruir facca il Real Palazzo di Portici con 
disegno e direzione dell' architetto Cannavari. 

Nell'anno 1738 edificar facea il prelodalo Sovrano con dise- 
gno e direzione del sudelto Brigadiere Medrano il Real Palazzo a 
Cxipodimonte. 

Neil' anno stesso ordinava V immortale Carlo 111 lo scovrimen- 
lo di Ercolano. 

Nel 174.8 ordinava , e veniva eseguilo il dissotterramento di 
Pompei. 

Nel 1751. Erger facea il Reclusorio, e nell'epoca istessa l'Ec- 
cellentissimo corpo della città di Napoli in onore di sì clemente e 
Pio Monarca costruir facea il Foro Carolino a progetto e direzione 
dell'architetto Luigi Vanvitelli. 

Nel 1752. Sorgeano per ordine ed idea del magnanimo Prin- 
ci]>e il Real Palazzo di Caserta, ed i famosissimi Ponti della Valle, 
ed in Napoli la bella Chiesa dell'Annunziata veniva quasi ricostrui- 
ta magnificamente con la spesa di docali 300,000. 



— 3b8 — 

Nel 1753. Ordinava un quartiere di Cavalleria al ponte della 
Maddalena, e tuttociò con progetto e direzione dell' Architetto Lm- 
gi Vanvitclli. 

Dallo stesso Architetto che costrutto avca il Reclusorio veniva 
posteriormente edificato il gran locale dei Granili dir voglto dal- 
l'architetto cav. Ferdinando Fuga. 

Nel 1759 lasciava Re Carlo questo Regno al suo terzo-geni lo 
Ferdinando. 

TEATRI IN NAPOLI 

Per quante ricerche avessi io fatte per avere delle notizie sul Mf- 
drano, Carasalo, Seguro, Scarola, Lionti ed altri simili architetti , mi 
è riescilo impossibile di procurarmene ; quindi darò delle notizie sul- 
le forme e dijiiensioni dei nostri Teatri , indicando benanche l'epoca 
della loro costruzione , appartandomi per poco dal mio divisamente» 
in cronologia ; cioè di esporre i monumenti secondo 1' epoca effettiva 
della loro costruzione appo la vita dell'artista che il monumento istesso 
progettava e dirigeva. 

Comincio dal magnifico Rcal Teatro S. Carlo ; ma prima esporrò 
poche idee sul Teatro del nostro dotto nazionale scrittore , del virliio- 
si.ssimo mio maestro 1' abate Luigi Galanti. 

Dice aduque il sullodato Galanti, che: « Il Teatro non é che la di- 
pintura vivente delle umane azioni. Se n' è fatta im arte che diletta 
nello stesso tempo e gli occhi, e 1' udito, e lo spirito, ed il cuore; arie 
divenuta necessaria alla società, della quale ne dimostra il grado di 
j)erfezionamcnto. Lo spettacolo che il Teatro presenta riunisce quasi 
tutte le arti figlie del genio, e del talento dell' uomo. Poesia, eloquen- 
za, declamazione , musica , arte del disegno, macchine , decorazioni, 
mimica, illuminazione imilanle la natura et cetera. In questa carriera 
r ingegno dell' nomo in più guise si svilui)pa, e vieppiù si nobilita 
<juanto vi è di grande sulla terra: Y amore - 1' onore - la gloria - la pa- 
tria - la religione. 

u II Teatro adimque non dovrebbe essere che una scuola di virtù , 
«li costumi, di pulitezza di maniere, di gusto , e di lingua : ma non è 
nel generale che un pubblico divertimento da divagare la noja dei vec- 
ihi fanciulli ! Per ricondurlo alla sua nobile destinazione vi vorrebbe- 
ro altre forme, ed altri costumi. Gli attori principalmente dovrebbero 
essere onorali, e meritare di esserlo. L' elogio della virtù in bocca di 



— 3;ìo — 

una Frine, sombra piul tosto una satira. Il Teatro costerebbe anche me- 
no non essendosi piìi in obbligo di compensare con grandi emolu- 
menti il talento discreditato. 

Nel 15" secolo comparvero i primi saggi del Teatro Italiano in 
Napoli , e si videro alcime farse nel genere ridicolo. Nei due secoli 
seguenti però furono scritte tragedie , e commedie che oggi non 
più si leggono quantunque fossero parti di uomini sommi , e non 
mancassero di bellezza, tali si possono dire il Torrismondo e gli In- 
trighi d' Amore ài Torquato Tasso; la Penelope, VI lisse, e 14. com- 
medie del Porta ; il Candelaio di Giordano Bruno , e tante altre. 

Tasso con V Aminta perfezionò un nuovo genere di poesia tea- 
trale. 

Pel Teatro Istrionico erano in voga le Farse Cavajole nelle 
quali si prendevano di mira gli abitanti della Cava , che per es- 
sere commercianti aveano fama di usurai e di mala fede, come i 
Fiorentini , i Lombardi ed i Giudei per simil motivo 1' avean per 
tutta Europa. ÌVIolti uomini illustri dei tempi di cui io scrivo furo- 
no grandi attori sulla scena comica, come il Porta, il Bernini, e so- 
pra tutti Salvator Rosa. Professarono si bell'arte JMichelangelo Fra- 
canzano e Tiberio Fiorillo nolo sotto il nome di Scaramuccia , i 
([uali si accasarono in Francia. 

Il Teatro musicale eh' e il più gustato in Europa, e il più bene 
inteso in Italia ebbe principio in Napoli nel il" secolo; ma nel 18' 
fu portato alla perfezione tanto per la poesia , che per la musica 
e gli attori. Metastasio , il principe dei poeti drammatici , ammi- 
labile per 1' armonia del verso , e per 1' espressione del sentimen- 
to, fu esaurito dai musici Italiani e Tedeschi. La sua lingua è l'e- 
spressione di tutti i sentimenti, l'anima di tutti i cuori. 

Luigi Serio e qualche altro anno pur composto drammi che mal 
reggono al confronto di quelli del Rletastasio. 

Un poco meglio si sostengono quelli dell'altro nostro concitta- 
dino Saverio Mattei. 

Nella penuria di nuovi buoni drammi si è passato a non cu- 
rare la poesia, il che si può riguardare come la cagion principa- 
le della decadenza della musica. Questa non è più imitativa, ed à 
sviato dal suo oggetto , che è di rendere m un modo più forte , 
più vivo , più caldo i concetti e gli affetti espressi dalla poesia. Lo 
spettacolo dell' opera in musica coi suoi balli, con le sue magnifì- 

Sasso — Voi. I. 40 



— 360 — 
che decorazioni , coi suoi più dislinli cantanti sorprende od incan- 
ta : ma non soddisfa , né lascia nessuna impressione, perchè la na- 
tura vi e quasi sempre sacrificala. Essendo divenuta nulla Tuzione 
e la musica (ulto, si giunge oggi a formar lo spettacolo di un cen- 
tone di diverse composizioni che non anno verun rapporto fra lo- 
ro. A questi mostri d'azioni si assiste, e dormendo si applaude!!! 
Si spiega quindi facilmente perchè presso di noi poco incontrano 
quei clie valgono piìi di tutto nella declamazione. Si è avvezzo in 
Teatro a non curare quel che si dice. Ben avvertiva admique l'astigia- 
no poeta , il principe dei tragici Italiani , che per esservi Teatro in 
Italia vi vorrcLbero prima autori , poi attori , indi spettatori. 

Nel Teatro comico musicale la poesia è mista dei due dialetti 
classico e napolitano , il quale ultimo è molto grato ai nazionali 
ed è adattato al buffonesco. 

Il Saddumene ed il Federici scrissero melodrammi birffi ])ieni 
di piacevolezze e di grazie. Aelle belle arti la gloria appartiene a 
coloro che si avvicinano alla perfezione : il mediocre è ben presto 
dimenticato. Tali sono i melodrammi del Trincherà e del Palomba, 
i quali anno a\~uto un successo passaggiero per la musica di im va- 
lentuomo, o per la voce di mi'attrice cantante. 11 Loreuzi ostalo l'ul- 
timo a dare qualche draauua applaudilo nel passalo secolo in tal gene- 
re , come il divertimento dei Pvumi, ed il Socrate immaginario, nel 
quale ebbe parie il Galiani.Oggi le commedie buffe sono una spe- 
cie di l'arse istrioniche, che racchiudono qualche bellezza in mezzo 
a sciocchezze infinite. 

Prima Filippo Cammarano ne delle moltissime sostenendo benan- 
cJie sulla scena con successo la maschera del Pulcinella. Nel quale 
genere si distinse benanche Orazio Schiano con molle commedie 
scritte dopo del Canunarano. 

Posteriormente avemmo i 23 Drammi di Luigi De Lise ( man- 
cato ai viventi nell'ultimo colera ) pubblicali per le slampe, i quali 
danno molta gloria all' esimio giovane autore, e vanto al paese — 
Questi furono lutti messi in teatro al pubblico esperimento , acco- 
gliendo generali applausi. 

Lingua purgala - bel dialogo - verità - carattere generoso del Na- 
politano caritatevole, e religioso - bei punti di scena - quadri magni- 
fiii - interesse sommo nello scioglimento dell' azione ; ottima scella 
degli argomenti - saranno in somma col tempo mollo apprezzali. 



— 361 — 

Nel Teatro comico, dopo il Porta, si distinse Niccola Amenta che 
scrisse sette commedie piacevoli ed ingegnose sebbene con locuzione 
affettata. 

Il Porta col personaggio del millantatore sembra che abbia vo- 
luto mettere al ridicolo i residui della cavallona errante , mentre 
r Amenta fece il carattere del Napolitano di una oltraggiosa ingiu- 
ria pel suo paese. Dopo 1' Araenla scrissero buone commedie il 
Federici , il Trincherà , Giuseppe Pasquale Cirillo , Mario Pagano , 
Pietro Napoli Signorelli , il Cavalier Filioii , ed il Barone Cosen- 
za : quesl' ultimo per la quantità delle sue produzioni e per i soli 
belli punti di scena merita di essere sempre ricordato. 

Fra i viventi una folla di giovani danno lutlogiorno buoni la- 
vori teatrali , il giusto giudizio dei quali lasciamo ai posteri. 

Il Mecenate e i Dotti del sullodato Cav. Filioii panni la miglio- 
re Ira quelle da me ascoltali! in Irenlacinquc anni che vado al tea- 
tro — Come del pari mi àn sempre soddisfatto le commedie di Fe- 
derigo Riccio si per la scelta degli argomenti , che pel vero ob- 
bietto del Teatro , cioè la scuola ai coslmni. 

Meritano puranche essere qui menzionate le belle produzioni 
dei signori Salvatore Cammarano , Marco d' Arienzo, Commendator 
Salvatore Sava - Michele Cuciniello - Domenico Bolognese - Francesco 
Rubini - Leone Emmanuele Bardare - Domenico Lopez - Alessandro A- 
V ilabile - Gustavo Pouchaia - Giacomo I\icci da I\Iolfelta - e Carmelo 
Spagnuolo, date al teatro Italiano. 

Del Teatro comico fa parte 1' Istrionico, (continua il Galanti) 
i! cui gusto è antichissimo nel nostro paese. Ricordiamoci le favole 
atellane. Vi si rappresentano perlopiù i costimii del basso popolo, e 
la scurrilità vi è divenuto l' oggetto favorito. Si è solo intoso a far 
ridere , benché talvolta si sacrifichi la decenza in mezzo alle le- 
])idezze , ed alle grazie. Il Pulcinella ne è uno dei principali per- 
sonaggi il cfuale rappresenta una caricatura del Napolitano volgare, 
senza riflettere all' indecenza di attribuire un carattere esagerato e 
fiilso alla propria nazione: carattere vile, goffo , ed ampolloso che 
non è del napolitano. Questo Teatro istrionico à avuto nel passato 
secolo grandi attori , tra gli altri Domenicantonio di Fiore nella su- 
detta parte di Pulcinella, come ai tempi nostri Giancola e Giuseppe 
Cammarano, e molto più Massaro nel carattere tutto nuovo di D. 
Fastidio. 11 Massaro che nella Grecia avrebbe meritato delle statue 
morto tra noi nell'indigenza. * 



— 362 — 
11 Tcalro Iranico nel 18' secolo à avuto pochi culloii tra noi. 
Le tragedie di Annibale iMarehese anno qualcJic merito tra i lette- 
rati , se non sul teatro. Non cosi nel presente secolo — Attualmen- 
te abbiamo vari scrittori di tragedie, ed a molle si può prognosti- 
care un giudizio favorevole dalla posterità. 

Le tragedie del fu Fi-ancesco Ruffa non sono da essere obblia- 
te. 11 Codro - la morte d' Achille - e 1' Agave anno un merito di- 
stinto. 

La ]\Iedea - 1' Ippolito - l'Anna Erizo - le due Giovanne - l'AIexi- 
le due Ifigenie - il Romeo e Giulietta del Duca di Vcjitignano anno 
tal mento , che sebbene ci slam fatta la legge di non parlar dei 
viventi , pur tuttavia e' inducono lodarne il magnifico dialogo - lin- 
gua purgata - catastrofe - miilà di azione mirabilmente condotte. 

Dalla tragedia volle il lodato autore passare alla commedia , 
j)rovandosi ad aprire con esse una novella via teatrale. Tolti gli al- 
lori da tragico, da prima si peritò a pubblicarle col suo nome; poi 
rassicurato dal favore col quale furono accolte le anininziò come 
sue , aggiungendone altre. Esse sono - Dopo 27 anni - la Provincia 
e la Capitale - la Capitale e la Provincia - 1 due Secoli - la Cernice- 
li Seccatore - 1 Conciliatori - Angelica Montanini. 

Da ultimo tacer non possiamo di un' altra tragedia , Roberta 
de' Gherardini, dell'altro nostro concittadino Pietro Micbelelti avendo 
una scuola tutta a sé. 

A il giovane autore colà mirabilmente dipinto il fanatismo del 
medio-evo pel furor di parte guelfa e ghibellina. Lingua purgata , 
bel verso - miità di azione - catastrofe sono portati con eccellenza. 
— Con quanta nobiltà la patria e 1' amore fanno terribile contrasto 
nell'addolorato cuor di Roberta alla richiesta di Everardo! 

11 primo teatro stabile edificato in Napoli nel 16" secolo era 
nel silo dove oggi é la chiesa di s. Giorgio dei Genovesi, ivi edifi- 
cala ( come ò esposto ) dal Merliano, ed indi nel 1620 interamente 
iiiodernata dal Picchialti : questo motivo la fece chiamare s. Giorgio 
alla commedia vecchia. Sotto il Vice-Re Ognalte ne fu eretto uno più 
grandioso nella strada s. Bartolomeo che gli dette il nome. Quivi 
furono rappresentali i drammi del Jletastasio, e di altri poeti mes- 
si in musica dai Scarlatti - dai Porpora - dai Vinci - dai Leo. Quivi 
si videro le macchine e le decorazioni del Bibbiani e di Giacomo 
del Pò , e quivi furono ascollato le voci incanlalrici della Romani- 
na . e della Tosi. 



— 363 — 

Conloinporancamcnlc al Teatro di s. Bartolomeo fu eretto il 
Teatro dei Fiorentini che prese il nome dalla vicina Chiesa, e ciò fu 
per rappresentanisi le commedie spagnuolc. 

Vi fm'ono in appresso date opere buffe in musica, ed oggi più 
comunemente vi si recitano commedie e tragedie. E questo un bel 
teatro , ed è il più antico fra quei che esistono presentemente. 

Sotto il Re Carlo III. Borbone venne abbattuto il teatro s. Bar- 
tolomeo, e fu eretto accosto alla Reggia l'altro magnifico di s. Carlo. 
Vi si rappresentano drammi eroici con balli e decorazioni meravi- 
gliose. 

Il terzo teatro in Napoli in ordino cronologico é quello detto 
Nuovo di cui ò parlato nella vita e nelle opere di Domenicantonio 
Vaccaro , dove si rappresentano drammi buffi messi ordinariamen- 
te in buona musica. 

11 Teatro del Fondo fu eretto dall'Architetto Seguro nel 1778 
ed è destinato a melodrammi buffi ed eroici con ballo o senza: è 
il secondo in Napoli per grandezza. 

Nel 1791 fu costrutto il teatro s. Ferdinando dall' architetto 
Camillo Leonti in buona forma , e con tutte le regole dell' arte. 
Peccalo che 1' unico bel teatro dopo s. Carlo à avuto im sì eccerv- 
trico luogo. Quivi si rappresentano opere comiche , e drammi buf- 
fi : ma non è sempre in azione. 

Oltre questi teatri principali ve ne à vari altri più piccoli e 
meno regolari. Quello detto la Fenice dà melodrammi buffi ed ojhì- 
re comiche, ed i teatri la Partenope, s. Carlino ed altri danno com- 
medie e farse istrioniche. 



Real Teaìro s. Carlo, 



Questo vasto e magnifico monumento è di bella strutlara. Vieiie 
riputato il migliore tra i teatri in Europa. 

Fu costrutto d'ordine di S. M. Carlo IH. Borbone, con disegno 
del Medrano, da Angelo Carasale nell' anno 1737 nel breve spazio 
di 270 giorni , al terminar dei quali fu posta in iscena la prima 
rappresentazione in musica. 



— 364 — 
L'architclto di quesfa opera magnifica ch'esser forse dovclte lo 
stesso Medrano del Rcal Palazzo di Capodimonte , come appresso 
dirò , riuscì per questo suo progetto superiore alla sua riputazione. 
Non avendo sott' occhio i disegni del IMedrano , e conoscendo 
l'esecuzione interamente affidata al sullodato Carasale, potrebbe an- 
cora parte del merito di uu' opera si distinta essere dovuta al Ca- 
rasale medesimo. 

Fu terminato interamente in tutt'i suoi accessori, come tutte le 
opere incominciate dal Re Carlo , sotto l' impero del figlio Ferdi- 
nando I. noir anno 1767. Dopo dieci anni l' architetto Ferdinando 
Fuga chiamato a rinnovare lo interno lo fece con poco gusto. Le pa- 
reti erano a specchi ; di sopra alla 6.* fila sporgea un cornicione 
di 7 palmi. 

Neil' anno 1810 ebbe alcune modifiche dal distintissimo archi- 
letto Cav. Niccoliui si nella pianta , secondo che osservar puoi nella 
mia tavola 23 dallo stato antico fig. 2." all'attuale fìg. 3.", come 
nella facciata giusta la tavola 23 fig. 1* 

Nell'anno 181 3 un incendio lo distrusse: fu ricostrutto dal 
sullodato Cav. Antonio Niccolini con maggior gusto , e con più co- 
modi di prima. 

Nel 1837 per l'altro incendio avvenuto nel Real Palazzo risol- 
vette il nostro magnanimo Augusto Sovrano di demolire Palazzo 
vecchio — Ebbe il teatro nuove decorazioni, e il lato che prima ad 
occidente era divisorio col ridetto vecchio Real Palazzo divenne 
muro scoverto , e vi si volle fare una facciata come sarà detto nel 
secondo volume. 

Il Real teatro di s. Carlo si distinguo tra tutti i teatri moder- 
ni per gi'andczza e magnificenza. L' cdifizio ù 286 palmi di lun- 
ghezza , e 133 di larghezza — A comode e magnifiche scale nel 
1837 ingradate di marmo, e spaziosi corridoi in dett'epoca coverti 
di stucco lucido. Il vano del teatro à lU palmi di hmghezza, 102 
di larghezza , e 76 di altezza con sei file di palchi. 

La scuola di scenografia ivi stabilita nel 1818 si deve alla 
mimificenza del Re Ferdinando 1." ed al genio e valentia del Di- 
rettore che ne fu il prelodato architetto Cav. Niccolini. 

Vn più esatto dettaglio sarà da me dato nella vita ed opere di 
questo solerle ed istancabile Architetto. 



— 365 



Teatro de' Florenlini. 



Prende il nome della prossima vicina Chiesa. Fu edificalo nel 
16." secolo per rapprescntarvisi la commedia spagniiola — Nei pri- 
mi amii del presente secolo fu inlcramente rifallo col disegno e 
sollo la direzione dell' architcllo Francesco Scarola discepolo del 
Fuga. 

Da pochi anni è sialo a spesa dell' Impresa risiauralo e dipin- 
to , e fattovi la platea con sedili di ferro fuso sotto la direzione 
dell'Archilei lo Giuseppe Gaudiano. È addetto alla commedia ed alla 
tragedia. La sua situazione in tre vicolelti strettissimi è infelice ol- 
tremodo. 



Teatro !\iiovo. 



Vi si rappresenta la commedia buffa in musica. L' architetto 
ne fu Domenican Ionio Vaccaro. È ammirabile in questo monumen- 
to il bel talento dell' architetto che seppe così bene costruirlo in uno 
spazio angustissimo secondo si è già notalo innanzi , e ciò si ese- 
guiva nel 1729. 



Teatro del Fondo. 



Fu edificalo nel 1778 con disegno dcU'architetlo Francesco Se- 
guro, il quale ebbe la sorte di fare molte opere benché non tulle 
con quell'esito che se ne sarebbe aspettato. Con im immenso spazio 
a sua disposizione fé' questo Teatro si angusto. Nel 18!}1 si è ri- 
modernalo e ben decorato in concorso da vari giovani architetti , 
che non polellero dargli quello che non seppe già fare il Seguro, 
vai dire la comodità e l' ariuonia. 



— 366 — 



Teatro S. Ferdinando. 



Questo nobile teatro fu costrutto nel 1791 come di sopra ò 
detto dall' architetto Camillo Lconti. La sua forma é bellissima con 
peristilio avanti la porta , e con le dimensioni archilettoniche più* 
jriuste e proporzionale. Giace in un luogo fuori centro a Ponte- 
nuovo nella estremità della capitale , perlochè raramente è in azio- 
ne , e il più dello volto vi si rappresentano commedie e tragedie 
da compagnie di dilettanti. 

Vi sono finalmente in Napoli altri piccioli teatri. Di questi i 
cosi detti della Fenice e di s. Carlino dovrebbero essere chiusi e 
darsi all' impresa altri locali. Sono collocati in fondo a stalloni pri- 
vi affatto del gioco d'aria. Sono essi con altri destinati a rappre- 
sentanze istrioniche col Pulcinella sul gusto delle nostre antichis- 
sime farse atellane. Questo carattere è piaciuto alla nazione ; ma 
à corrotti i costumi. Il Porta e l' Amenta , si avanzarono di più ad 
esporre sulla scena il personaggio del Napolitano nel proprio dialetto 
per renderlo ridicolo , ed a dipingerlo vano , millantatore , spropo- 
sitato , e sciocco. Questo non è il carattere della nazione — Con-, 
cliiudo col dire che il Porta e 1' Amenla àn fatto gran torto alla 
loro patria. 

Nel generale abbiamo noi per i Teatri nel secolo del progres- 
so e dell'incivilimento minor talento degli antichi. Essi davano >o 
spettacolo all' aperto , e di giorno : noi di notte, ed ermeticamente 
chiusi vi restiamo per lunghissime ore. Clii sa se il tempo non cor- 
reggerà questi sconci. 



CENNO BIOGRAFICO 



DELL ARCHITETTO 



ANTONIO CANNAVARI 



Nacque il Caimavari in Roma nell'anno 1681. Architettò nella 
sua patria la Chiesa delle Stimmate, monumento affatto ordinario, 
e pieno di difetti al dire del IMilizia , e dopo di aver rimodernata 
la chiesa de' ss. Giovanni e Paolo, e fatti alcuni disegni per la fac- 
ciala di s. Giovanni a Latorano , e per la Canonica di s. Pietro , 
che rimasero ineseguiti , si recò in Portogallo. 

Quivi si mostrò più infelice ; imperocchò avendo ricevuta la 
incombenza di fare xm acquidotto , riuscì cosi disgraziatamente in 
quesl' opera , che 1' acqua non volle mai scorrervi '. 

11 povero Cannavari mortificato andò via dal Portogallo e ven- 
ne a stabilirsi in Napoli. 

Quivi costrusse il Palazzo Reale di Portici, ed il seggio di Por- 
tauova presso s. Giuseppe. Bisogna confessare che in questi due mo- 
nimienli egli superò se stesso. Era per altro un uomo onesto, e mori 
in Napoli in età ben avanzata. 



Rcal Palazzo di Portici. 



Fu fatto questo momunento costruire dal Re Carlo III. nell'an- 
no 1736 con diseguo e direzione dell'architetto Antonio Cannavari 
Romano. Il solo sito n' è delizioso e piacevole , e questo dobbcsi , 
per la scelta , alle magnanime e grandiose idee del Re. Qual dolcp 
illusione qui si prova respirando un' aria tiepida e soave all'aspet- 
to del sovrastante Vesuvio. L' amenità dei giardini , le delizie del 
ridente cratere , la bellezza d' innumerabili casino fan si che vera- 
mente esclamar si può che questo angolo della terra sia fatto per 
vivere e godere. 

Sasso — Voi. I. *'^ 



— 368 — 

Il Cannavari piantò il palazzo nel sito detta pubblica strada 
che r attraversa da un capo all'altro. Il roslibolo è di figura etta- 
gona. À quattro uscite che corrispondono ai quattro lati del monu- 
mento. La prima conduce a Napoli, quella di rincontro a Resina, la 
terza ai Reali giardini, 1' opposta al mare. Da questo lato il palazzo 
gode di una veduta magnifica , e nel contempo impone con una 
superba gradinata a due ali , e con magnifiche logge superiori. Da 
questa parte per sicurezza della Roggia 'u inalzato un bene idealo 
fortino con disegno del Barrios Spagnuolo , dove fu disposta una 
batteria che domina buona parte del golfo. Neil' intervallo tra il 
Palazzo ed il Fortino vi sono ameni giardini, praterie di fiori , e 
vivai di pesci, e tra essi ima strada per la quale si scende al pic- 
ciol molo , che anco per ordine di Carlo vi fu costruito col nome 
di Granateli 0. 

Torniamo al Palazzo. Si ascende ai grandi appartamenti per due 
portici coverti l'uno verso il mare, l'altro verso il monte. 

Qui furono situate allora molte statue scavate ad Ercolano , e 
specialmente le due equestri dei Noni padre e figlio , che ora si 
ammirano come due capi d' opera dell' antichità nel Real Museo 
Borbonico. Le sale , le anticamere , le gallerie , le stanze da dor- 
mire ed i gabinetti offrono delle bellezze singolari nel riccone su- 
perbo mobilio , ne quadri , nelle dipinture , nei parati , e nelle 
svariate e pittoresche vedute. 

I pavimenti di queste stanze formano un oggetto assai singo- 
lare. Essi sono gli stessi pavimenti o di musaico, o di marmi gre- 
ci a varie figure geometriche trovati ad Ercolano ed a Capri. Vi si 
ammirano puranche diversi tavolini di pietre dure , di musaico , e 
di pietre vesuviane egregiamente lavorati da nostri artefici. 

I giardini laterali ed i boschetti sotto il Vesuvio presentano im 
amenità ed una delizia senza pari. Furono questi piantati per riu- 
nire caccia di uccelli, e specialmente di quelli che anno 1 loro pas- 
saggi periodici. Nel mezzo il Re Ferdinando I. erger vi fece un pic- 
ciol castello per servir di modello in fortificazione. 

Nei diversi cavanicnti fatti in questi luoghi vi si son trovati si- 
no a sette strati di lava , e tra l'uno e l'altro strato segni di an- 
tiche abitazioui. 



— :im — 

Avanti il ficaie Palazzo per ordine del sullodalo Re Cario \i si 
costruirono iungiio fuglie di camere per ricevere i preziosi monuiucn- 
li tro\ali ad Ercolano, a Pompei , ed a Stabia. Jlolti patrii scritto- 
ri Jic fecero minuta descrizione, oggi resa inutile perchè con altri jx>- 
sloriormeulc rinvenuti esistono nel Real Museo BorLouico. 

Vi restano però sedici camere occupate dal musco delle pitture 
staccate dalle mura delle Ire antiche città nominate. Arrivano a 1380 
jX'zzi, e tra questi ve ne sono delle eccellenti -- Tra le degne di essere 
osservate i* la pittura di Teseo che riceve i ringraziamenti dai giovani 
e dalle donzelle di Alene per avere ucciso il Jlinotauro. j\i suoi piedi 
si vede il mostro , e di prospetto il laberinto. Il quadi'o del Centauro 
Chirone , che insegna ad Achille a suonar la lii-a , merita ancora 
tutta 1' attenzione. Gli artisti anno in gran pregio questo quadro pel 
nudo che gli ;mtichi inlendeano assai bene. 

Sono egualmente pregevoli i quadri di Arianna abbandonata da 
Teseo - dell' educazione di Bacco -- del riconoscimento di Oreste - di 
Warsia che sfida Apollo al canto - del Fauno che stringe una Baccante- 
di Teseo che libera Ippodamia - di Ercole che strangola i serpenti, ed 
altri molti. 

11 quadro indicante Ercole che strangola i serpenti pare che 
sia mia copia di quello dipinto da Zeusi , di cui ci lia dato Plinio 
la minuta descrizione al lib. 33 cap. 8" che cosi dice - Jlagnifìcus est 
Jupilcr ejiis in irhono,adsfantibus Diis, et Ilcrcules iìifanft Drago- 
nes drangulans, Achmcne anatre coram pavente et Amphitrìone - 
Nel fatto nel succitato dipinlo si vede Giove , Acmena , Anfitrione; ed 
Ercole con tulli i caratteri notati da Plinio. 



Ì5cal palazzo di CapodimoDle. 

Fu questa reale delizia ordinala da Ile Carlo III. ed eseguila 
con disegno e direzione del Brigadiere Medrauo uell' anno 1738. 

Non essendomi riescilo avei' ima biografia del sullodalo archi- 
lello , passo a dare la sola descrizione dell' edifizio. 

È situalo sur una delle colline che dominano Napoli , la più 
alla verso il nord , è unito oggi alla città per una continuazione 
di case , e di altri edifizì. Da questo punlo la veduta di ^apoli e 
del suo cratere è imponente. 



— 370 — 
1! ma-nianimo Re Curio scelse cfiiesto sito non solo per la salu- 
brità dell' aria e per la pittoresca veduta, cfuanto per piantarvi un 
bosco da servire per la caccia dei volatili e quadrupedi. Il Medra- 
no fu incaricato del progetto, ma alcuni pretendono che la direzio- 
ne fusse stala affidata ad Angelo Carasale: ciò avveniva nel 1738 ed 
erano quegli stessi prescelti da Carlo l' anno innanzi per la costru- 
zione di s. Carlo. 

In quest' opera l'architetto commise considerabili falli. L'edifizio 
fu piantato sopra im suolo, sotto del quale si aprivano lunghe grotte 
formate collo scavo delle pietre , il che obbligò ad aggiungere in- 
trigatissimc costruzioni da sostenere sull' alto del monte la nuova 
Reggia. TaU opere sotterranee sono degne di essere ammirate nel 
luogo detto la montagna spaccata quali monumenti della magni- 
ficenza di Carlo , e dell' imperizia, ilclFarchitetto: erano osservabili 
sino a pochi anni sono ; ma oggi se ne sono murati gli ingressi. 
La pianta del monumento è di figure, retiangola. S' innalzano 
ai quattro angoli' quattro torri. La costruzione n'è molto solida con 
pilastri tra le finestre nelle facciate di pietra vesuviana. Termina 
con un cornicione maestoso sparso di piramidette sostenenti dei 
globi. Furon terminati i lati meridionale ed orientale , rimanendo 
gli altri al prim'ordine. Il suo accesso da Napoli nera difficile an- 
dandosi per s. M. Antesaecula : ma nell'occupazione militare vi si 
costruì la comoda strada,oggi Strada nuova di Capodimonte appellata. 
Il difficile accesso , la mancanza dell' acqua , e la lontananza 
del palazzo dai reali boschi produssero che venne quasi abbandonato. 
Quindi il Re Carlo destinò questo palazzo per sito di Reale 
Musco , e vi fece trasportare i superbi quadri della sua eredità Far- 
ncsiana , le antichità di Ercolano , il gabinetto numismatico , e 
r altro delle macchine fìsiche , la raccolta dei camei, la Reale bi- 
blioteca , ed altri oggetti preziosi , che resero questo luogo molto 
frequentato dai nazionali e dai forestieri. Molti scrittori , e special- 
menlc il signor de La Lande descrissero minutamente lutti i pezzi 
rispettabili che qui si conservavano: ma oggi tolti da questo luogo 
si ammirano nel già da me descritto Real ]\Iuseo Borbonico. 

Poco lontano da questo Palazzo si passa alla Regia caccia os- 
sia al bosco di Capodimonte. E cinto d' ogni intorno da mm-a, esten- 
dendosi per la lunghezza quasi di un miglio per mezzo miglio di 
larghezza. Yi si entra per una porta guarnita da cancelli di ferro 



e presenta in suireuliala un scmicircolo formato da grandiosi elei 
e da altri alberi fronzuti. Nella seniiperiferia anno principio cinque 
lunghi ed ampli stradoni che corrono per la parte interna del bo- 
sco , e s' intersecano con altri stradoni e viali dalla parte oppo- 
sta. Il primo dal lato settentrionale conduce alla Real Cappella de- 
dicata a s. Gennaro. In questo sito il magnanimo Re Carlo III. fece 
alzare un \asto edilizio per la fabbrica della porcellana. Per lo 
stesso stradone inoltrandosi più avanti si perviene alla Real Fag- 
gianeria , che è formata da una porzione di bosco cinta di mura 
in cui si alimentano i Fagiani. 

A fianco sono erette le case dei custodi. In lutti gli stradoni vi 
sono collocate statue , peschiere , ed altre piccole abitazioni. Vi fé 
ancora Re Carlo in fondo del bosco un bel casinetto con giardino 
di fiori e con peschiera da servire di ritirata nel caso che in tempo 
di caccia sopravvenisse la pioggia. 

I lepri, i conigli , i caprii , i cervi, ed i volatili d'ogni sorla 
rendono la caccia di Capodimontc oltremodo varia e divertita. 

Non à guari dall'attuale noslro Augusto Sovrano Ferdinando II. 
é stato compiuto il iabbricato di questo Real Palazzo, conducendo 
a fine le due rimanenti facciate e nobilmente decorandolo ed abbel- 
lendolo. 

Oggi vi si accede per due magnifiche strade una delta di Ca- 
podimontc falla ncir occupazione militare soUo la direzione dell'ar- 
chitetto Romualdo De Tommaso; l'altra più bella ancora dando al 
romantico detta di Miano ed eseguita con accuratezza ed arie dai 
due distinti UfBziali superiori del Real Corpo del Genio Gonsales , 
e Gagliardi. 

II dello Real Palazzo è oggi frequentato dalla Corte. Dominando 
la capitale è un soggiorno incantato per i boschetti , giardini, de- 
liziosi viali , statue , peschiere , belli edifizi , varietà di volatili e 
di quadrupedi. 

11 coiiipimento dell' cdifizio , la ricchezza delle suppellettili , il 
doppio facile accesso , e quanto altro lo rendono sì comodo gra- 
devole e salutare alla Real Famiglia, devesi tulio alla magnificenza 
dell'attuale nostro Sovrano Ferdinando II. 



SCOVERTE E DESCRIZIONE 



DI 



ERCOLANO E POMPEI 

d'ordine del magkakimo principe 

CARLO m. BOIiBOIVE 

precedute 
di poche notizie sul niftnte Vesaiio 

Anni — 1738 e 1748 



Chi mi darà la voce e le parole 
Convenienti a si nobile soggetto? 
Ariosto, Ori. Furioso. 



Dovendo attenermi all' esposto del mio quadro sinottico -- se- 
guendo cronologicamente i sorti monumenti - eccomi giunto all'anno 
1738 che non verrà mai cancellato nella storia con Io decorrimen- 
to de' secoli, vedendosi in esso per la munificenza di Carlo III, Bor- 
bone scovrire due città Romane, ricettacolo d'infiniti antichi monu- 
menti, Ercolano e Pompei. Siccome questi monumcnli ci sono stati 
gelosamente custoditi per opera del sovrastante Volcano, credo rego- 
lare darne in queste mie pagine una descrizione , prescegliendo 
quella che ne facea il mio dotto maestro, l'illustre Abate Luigi Ga- 
lanti: indi darò la storia e descrizione si di Ercolano, che di Pom- 
pei tratte dalle opere dei chiarissimi ed eruditi germani Giuseppe 
Maria e Luigi Galanti aggiungendovi quanto posteriormente ivi si 
è rinvenuto sino al 1855. 

Vesuvio. 

Questo nostro volcano non è che un nano a fronte di quelli 
giganteschi dell'Etna , del Picco di Teneriffa , e di altri dell'Asia 
e dell' America ; ma nessuno è di esso più celebre e più conosciu- 
to , e "nessuno à più di esso richiamata I' attenzione dei naturali- 
sti, svelandoci per questo una maggior varietà di prodotti volcani- 
ci. Le sue eruzioni anno portato ima viva luce sulla formazione dei 
terreni plutonici , anno arriccliito la mmeralogia di specie , e di 
forme cristalline novelle, ed anno fornito agli amatori una serie di 
pietre preziose , le quali circolano a lato dei topazi di Sassonia , 
dei quarzi del Dannato , e delle agate di Obestein. 

Siede all' oriente del cratere di Napoli , ed a vista di que- 
sta città, del tutto separato dalla catena degli Appennini. Forma uno 
dei più vaglù e terribili ornamenti dei nostri d' intomi. Sorge co- 
me gli alti-i volcani a guisa, di cono , à una base che gira per 
circa 30 miglia , ed un'altezza sul livello del mare di 3602 piedi. 

Sasso — Voi. !. ^ 



— 376 — 
V altezza di quoslo Volcano secondo la misura di Nollet prosa 
nel 174-9, fu trovala di 593 tese sul livello del mare. Poli nel 1794- 
la trovò di 606 tese. 11 Generale Visconti nel 1816 la fissò a 622 
tese. Monticelli e Covelli prima dell'eruzione del 1822 la trovaro- 
no di tese 6i8 , ed Humboldt dopo la detta eruzione la rinvemie 
di 607 lese. Dopo di Humboldt il professore Scacchi la trovò di 
1282 metri. 

Nel 1845 il cratere era im circolo irregolare del diametro di 
700 a 750 metri , il fondo presentava niunerose crepa tiu-e dalie 
quali cscivano vapori abbondanti. Ultimamente due anni or sono 
un'altra enizione fé il Volcano da nuove bocche sul dorso del monte 
apertesi (1854). La vetta del Vesuvio advmque dai 1749 non à rice- 
TUto che leggiere variazioni. 

Quosta vetta è soggetta ad alzarsi o deprimersi secondo le di- 
verse eruzioni ; quella del 1822 ne portò via gran parte della ci- 
ma. Il monte essendo molto erto, malagevole riesce l'accesso. Vi sono 
tre strade , che conducono alla sua sommità : una di s. Sebastiano 
a tramontana, l'altra di Bosco Tre-case a mezzogiorno , e la terza 
di Resina ad occidente che è la più frequentata, sebbene la più in- 
comoda. Qui trovansi e guide e animali opportuni per salirvi. 
In due ore e mezzo si giunge all' eremo detto del Salvatore, don- 
de si passa sotto la pedamentina o sia la base del cono, nel quale 
è la bocca del Volcano. Essendone qui la salita ripidissima, suole 
farsi precedere da luia guida , che aiuta a montare il viaggiatore 
raccomandato ad una corda , e per opposto nella discesa la guida 
rimane indietro ritenendolo perchè non precipiti. Sull'orlo del cono 
vedesi la voraggine a forma d' imbuto, eh' è il cratere o sia la bocca 
del Volcano. 

Questa cangia continuamente configurazione. In fatto 1' eru» 
zione del 1822 lasciò un' apertura a forma ellittica irregolare di una 
estensione molto maggiore dell' antico cratere, e se prima potevasi 
per qualche tratto discendere dentro di essa, oggi sarebbe difficile, 
anzi pericoloso. ]\lalgrado le difficoltà ed i pericoli, continue sono le 
escursioni alla cima ; la novità e la bellezza dello spettacolo , spe- 
cialmente per quei che vi si trovano al levarsi del sole, compensa 
ogni disagio. 

Tutto muta perennemente alla cima, ed ai d'intorni del Voi' 
cano. Nuove aperture si formgino e si chiudono ; prominenze si 



— 377 — 
elevano e sì appaiano; e le vette delle montagne di Somma e di 
Oltajano , oggi separate da quelle del Vesuvio per profonde valli ' 
pare che uua volta o siano slate riunite in ima sola, o che il Vol- 
cano attuale sia surto sulla groppa dell' antico, il quale è rimasto 
estinto. Gli antichi parlano del presente gruppo come di un monte 
solo , né le lave che s' incontrano sotto i terreni a ponente della 
montagna di Somma avrebbero potuto pervenirci dall'attuale crate- 
re del volcano. Pare anche che la valle la quale oggi divide il 
monte di Somma dal Vesuvio per le eruzioni di questo abbia un 
di a riempirsi, e che tornerà a formare come prima mi monte solo. 
Tutto mostra che il Vesuvio abbia bmgiato da tempo mimemorabile, 
e che verisimihnente sia surto dal seno del mare, come i colli Par- 
tenopei. In qualunque modo i suoi fuochi sembravano estinti, i po- 
poli viveano tranquilli e sicuri, e parlavano delle antiche eruzioni 
come di una tradizione oscura. 

In vero Plinio al lib. 2 cap. 6 , e Strabene al lib. 5° discorro- 
no delle emzioui del Vesuvio , come di cose che si congetturavano 
dai loro effetti. Al secolo di Augusto la cima del Vesuvio era co- 
perla di viti e di alberi , e molto più bassa che ora non é. 
Conteneva una gran caverna per la quale entrarono 84. gladiatori 
di Spartaco , tenuto stretto di assedio sul monte da Claudio Pulcro, 
ed essendone usciti per le falde contribuirono a metter costui in 
fuga. 

Ai 23 di novembre dell'aimo 79 dcll'E. C. ( come òdi già ac- 
cemiato nella mia memoria per le acque Scbezie ) il Vesuvio si apri , 
e coprì i luoghi d' intorno di fuoco , di cenere , di lapillo , con 
gr<mde spavento , e desolazione dì tutti. E questa 1' emzione che se- 
pelli Ercolano , Pompei , Stabia, Cora, Oplontc coi vicini villaggi, 
che cambiò dì sito e dì aspetto il lido, e dette altra configurazione 
alle terre. La morte dì Plinio , e la beneficenza dì Tito non sono 
particolarità indityerenti nella storia di tal luttuoso avvenimento. 

A questa prima terribile eruzione fra le conservate dalla sto- 
ria nessuna delle posteriori è da paragonarsi. 

Nelle successive sono memorabili quelle del 203, del 4.72 
che portò le sue ceneri fino a Costantinopoli , del 512 , del 685 , 
del 993 , del 1036. Quest' ultima è la prima delle moderne che 
gli storici ci dicono di essere stata accompagnata da lave. Vi furo- 
no altre spaventevoli eruzioni nel 1049, 1138, 1306, 1500; ma la 



— 378 — 
più terribile dopo qnolla del 79 fu l'eruzione del 1631. Gli storici 
di quel tempo ce ne canno conservato la più orribile descrizione. 

L' abate Braccini fa ascendere a 3000 il niunero delle persone 
morte , portato da altri a 10000. La descrizione che egli dà del 
cratere prima di si fatta eruzione mostra che il lungo silenzio del 
volcano aveva fatto sparire la profonda voragine: le sponde eran co- 
perte di piccioli alberi , e nel fondo eravi ima pianura , dove pa- 
sceva il bestiame , come vi erano ancora Ire fonti di acqua calda, 
il perimetro n' era di cinque miglia. Da ciò si rileva, che la parte 
più ele\ala del Vesuvio sia stata un' accessione posteriore. 

.\egii anni 16G0 , 1682 , 1694. , e 1698, vi furono ancora o- 
ruzioni , ma non cosi considerevoli. 

Dal 1701 al 1737 non vi fu quasi anno in cui il Vesuvio non 
gittasse lave, o almeno fumo. In una eruzione del 1730 , che fu 
poco dannosa , il vortice del monte restò sensibilmente elevato ed 
acuminato. Slemorabile fu 1' eruzione de' 13 maggio 1737, la quale 
secondo il P. della Torre fu la ventesima seconda , a contare da 
quella dal 79. 11 materiale della lava fu calcolato uguale ad un cubo 
di 113 tese , e di esso si vede ancora gran parte nella Torre del 
Greco. La serie delle eruzioni continua negli anni 1751, 1754., 1759 
1760, 1765, 1767, 1776, 1778 e 1779. In quella del 1760 il 
Tolcano aprì 18 bocche alle sue falde dalla parte della Torre della 
Nunziata, e nell'altra del 1767 le scosse della terra furon sensi- 
bili alla distanza di 20 miglia. La maggior parte de' nostri contem- 
poranei à veduto le ultime del 1794., del 1810 , del 1813 , di ot- 
tobre 1821 , finalmente quella di giugno 1834.. Nel 1794 la lava per- 
corse un trailo di tre miglia ed un quarto, e si avanzò dentro il ma- 
re per 730 palmi. 11 suo fronte era di 1870 palmi , e la gros- 
sezza più meno di palmi 18 , secondo le ineguaglianze del terreno. 
Nel 1822 essa aveva un miglio di fronte, e palmi 15 di altezza. 

L' eruzione di quell' anno è da conlare fra le più terribili che 
sieno mai state , e minacciò d' imminente distruzione Resina , Torre 
della Nunziata, Otlajano e più di lutto Boscotrecase. Nel 1834. la mas- 
sa di fuoco proruppe con immenso fragore verso il comune di Otlaja- 
no cagionando gravi damii. 

Allorché accadono le eruzioni in tutte le falde del Vesuvio si 
ode uno strepilo come di una gran caldaia che bolle. 

Sono esse presagite dal disseccamento totale o parziale delle sor» 



— 379 — 
genii di acqua poslc inforno al volcano. Non è raro il sospingere 
ad una smisurala altezza e lontananza pietre infocale , le quali per lo 
più ricadono sul dorso del monte. 

Nelle grandi erazioni veggonsi uscire dalla Locca folgori simili 
a quelle dall'atmosfera, accompagnate come esse da tuono. Sono fe- 
nomeni ordinari il fiunoed il fuoco vivissimo che sortono da esso. 

Il fumo offre sovente uno spettacolo veramente magnifico , for- 
mando vma colonna perpendicolare , la cui sommità si eleva e si di- 
lata a guisa di pino , presentando im raggio di più miglia. Innalzan- 
dosi sempre ed espandendosi con nuovi vortici per lo più finisce con 
involgere tutta la montagna e gran tratto del cielo. Il pino che si alzò 
nell' eruzione del 1822 fu calcolato di circa 3000 metri sul piano del 
cratere. Fi'equentissime sono pure le piogge di cenere, le quali a se- 
conda de' venti vengono spesso trasportate in lontanissime regioni. 

L' esterno della montagna è in gran parte ricoperto di lave. Sono 
queste im gonfio torrente di materie sciolte dal fuoco , che come pa- 
sta fluida scendono dalla sommitcà del monte ed abbattono e di- 
struggono quanto incontrano nel cammino. 

Questo fenomeno delle lave non è comune a lutti i volcani. Quan- 
do la lava scorre infocata e si spande per le sottoposte campagne à la 
consistenza di un vetro liquefatto ; si avanza con molta lentezza , ed 
esala mia gran quantità di fumo. Se incontra qualche muro, il torren- 
te si arresta alla distanza di sette o otte passi , si gonfia e scala per 
diramazioni laterali senza toccar l'cdifizio. Ma se esiste qualche porta, 
questa si brugia , ed il torrente facendosi strada per essa trionfa 
e devasta tutto. Le costanti osservazioni fatte su tal fenomeno potreb- 
bero essere utili a' possessori di cdifizi e di poderi murati ne' luoghi 
più esposti a si fatto disastro. 

La lava conserva il suo calore interno per moltissimo tempo. 
RafTreddata diviene durissima e s' impiega a lastricare le strade. Pom- 
pei ed Ercolano avevano le strade di tali pietre selciale. Il colore 
della lava raffreddala è per lo più di un cinericcio cupo macchiato di 
Tari colori ; essa poi levigala acquista il lustro. 

Escono talvolta dalla bocca del volcano fiumi di sterile arena, 
e rottami incoerenti di lave, di scorie e di sabbie infocale, capaci 
d'incendiare gli alberi e carbonizzarli. Una lava di questo genere 
corse verso il Mauro nell'eruzione del 1822, eduna simile fu av- 
vei'lita in quella del 1631. 



— 380 — 
Le mofele formano molti fenomeni curiosi. Terminale le gran- 
di eruzioni sogliono esse manifcslarsi sotto le antiche lave e ne' sot- 
terranei, e qualche volta anno infettato tutta l'atmosfera. Non so- 
no che luio sviluppamento di acido carbonico. Circa 4-0 giorni dopo 
la grande eruzione del 1822 comparvero le mofete nelle cantine ed 
altri Juoglii sotterranei delle adiacenze del volcano. L' aria raofetica 
cominciava all' altezza di un palmo dalla superficie del suolo sujw- 
riore, e spesso infettava anche l'aria esterna. In alcuni sotterranei 
si manifestarono rapidamente , m altri lentamente , dove durarono 
pochi giorni e dove fino a due mesi. Dopo l'eruzione del 1794. 
molte persone perirono por mancanza di precauzione contro queste 
mofele. Esse si sviluppano , assai più nei luoghi ove terminano le 
antiche lave, che nei luoghi prossimi alla, pedameìit ina del volcano, 
forse perchè il gas acido carhonico , che si sviluppa in copia nel- 
r interno del volcano si fa strada per gli interstizi delle lave , le 
quali partono tutte dal focolare volcanico, come ragionano il Mon- 
ticelli ed il Covelli nella storia de' fenomeni del Vesuvio. 

Il Vesuvio e le sue eruzioni anno avuto un immenso numero 
di scrittori e slranieri e nazionali , che ne àn fatto la materia delle 
loro ossenazioni , delle loro ricerche, e dei loro pensamenti. Questi 
grandi fenomeni della natura richiamano l' attenzione di tutti , e le 
corrispondenti riflessioni: il religioso vi vede un segno dell' ira ce- 
leste, lo storico la cagione di tante rivoluzioni del globo , 1' anti- 
quario ne ripete le meravigliose scoperte di Pompei e di Ercolano, 
il pittore ed il poeta vi attingono una scintilla di quel genio, che 
si sviluppa nei grandi spettacoli della natura, ed il filosofo esamina 
l'ordine delle cose e tenta di alzare il denso velo che le ricopre. 
11 Vesuvio è un monte di oro pe' suoi ricchi prodotti : distrug- 
ge e crea ; toglie e ridona. La cenere che distrusse le frutta nel 1794., 
lo animò nell'anno seguente ^ e nel 1796 le uve rimasero in parte 
iiivcndemmiate per mancanza di recipienti per l' immensa quantità 
di vino che avrebbero dato. Lo stesso accadde nel 1822, e molti corsi 
di lave affatto sterili sono divenuti coltivabili coli' essere stati dal- 
l' eruzione coverti di sabbia. Le frutta e le uve crescono in bontà 
a misura che si sale sulla sua vastissima pendice. Dalla parte di 
Somma la posizione settentrionale è piìi fresca e dà miglior qualità 
ili frutta, e di vini. Quivi le uve ed i fichi sono nel loro vigore 
nel mese di novembre, dove nelle altre esposizioni più calde termi- 



— 3Sl — 
nano un mese prima. Le viti si pianlano in profondi fossi alla 
profondila di dieci palmi, ma alla Torre si discende molto di più, 
e spesso si trovano tuttavia gli strali delle lave. L'immensa popo- 
lazione che abita intorno al Vesuvio indica abbastanza la ricchez- 
za dei prodotti che la fanno sussistcn\ Gli stranieri spesso ne 
compiangono la sorte pei pericoli che corrono, ma il Vesuvio non 
produce guasti senza compenso , come le valanghe , le acque, il 
mare , le meteore uell' Elvezia , nel? Olanda , a Pietroburgo ed al- 
trove. 

Un' altra specie di ricchi prodotti dà il Vesuvio con le sue Cri- 
stallizzazioni delle quali pare che la natura abbia voluto stabilire 
nel suo seno una specie di lavoratorio. Ella è cosa meravigliosa, 
che circa un terzo delle specie cristalline conosciute, e le rocce di 
ogni formazione trovansi riunite nel breve spazio occupato da que- 
sto volcano. Le specie proprie del Vesuvio sono la contunnia (piom- 
bo muriato) che ci ricorda l' illustre medico di tal nome ; il ferro 
muriato ; il manganese solfalo e muriato, il rame bi-solforato ; 
la pirite nera, o il ferro trisol forato; la nefelina, il pleonasta 
che è uno spinello nero , la calce carbonaia idrata , e la calce 
carbonata magnesifera, che 1 nostri artefici impiegano a fare ta- 
bacchiere, collane, braccialetti , orecchini e simili ornamenti che 
circolano per tutta T Europa ; l' idocrasia che si presta ai più sva- 
riati lavori per gioielli ; la sodaliti dodecaedro , la meionite che 
Rome de V Iste chiamò giacinto della Somma , la scarcolite nobile, 
che lavorata prende 1' aspetto di un rubino del color dell'aurora , la 
hrcislakite, specie singolare che à l' aspetto di mia peluria ; e fi- 
nalmente le nuove specie, cui per 1' abuso da anni introdotto nella 
mineralogia sonosi dati i nomi di umboltilite, di zurlite, di davi- 
na, di cristianite, di cavolinile, di biotina, di beudanlina, men- 
tre i caratteri specifici sono sempre distinti , e facile è sempre 
adoperare una nomenclatura regolare, che favorisse i progressi delle 
scienze. 



— 382 — 



Ercoiano. 



Conosceasi Ercoiano nella geografia antica ; gli scrittori ne in- 
dicavano più o meno precisamente il sito ; più scavi, o accidentali, 
o fatti a bella posta avevano assicuralo la sua esistenza tra Por- 
tici e Resina; ma senza le magnanime cure del Re Carlo Bor- 
bone tutto sarebbe ancora noli' oblio. Questo glorioso Slonarca, in- 
formalo appena dei piccoli scavi precedentemente fatti, specialmente 
dal Principe di Elbeuf Emmanuele di Lorena nel 1711, e dei pre- 
ziosi monumenti che se n'erano estratti, con gi-an fervore fece 
proseguire 1' opra pei luoghi, dove si aveano fatti eseguire i pri- 
mi saggi : ciò accadeva nel 1738. I più felici successi corona- 
rono si nobili vedute, essendosene ritratti monumenti di ogni gene- 
re , r un dopo l'altro rinvenendosi teatro, strado, abitazioni, bot- 
teghe, bagni, tempii, foro, sepolcreto, una magnifica casa di cam- 
pagna. Il Re animava tutto con la sua presenza, e con le sue disjx)- 
sizioni. Destinò un edifìzio pel nascente Museo , ed invitò dotti ed 
artisti per dilucidare e restaurare i monumenti che si diseppelliva- 
no. Tutta la dotta Europa presa da ammirazione , e sorpresa , ac- 
compagnava coi voti si nobile inlraprendimento ; e gli sfigurati 
avanzi di Ercoiano divennero di assai più celebri che noi fu mai 
la città nel tempo della sua florida esistenza. Si pensò di appaga- 
re la dotta curiosità con pul)blicarc i monmncnli dissepellili ; ma 
si commise il fallo, qualche altra volta replicato, di preferire uno 
straniero a tanti dotti nazionali per tale opera. Venne da Roma 
monsignor Bajardi per regalarci in cinque volumi i preliminari della 
storia di Ercoiano, annegando in un mare di erudite picciolezze le 
poche utili cose delle. Il Re vedendo che dopo otto aimi di aspet- 
tativa non si era dato vcrun disegno ed illustrazione dei monu- 
menti tanto ardentemente attesi, si rivolse ai dotti del paese, e fon- 
dò nel 1755 l'accademia Ercolanese, alla quale fu commesso l'il- 
lustrare i monumenti della dissepolta città , e quelli degli altri 
Reali scavamenti. Siam debitori a quest'accademia della descrizione 
ed inlerprel azione di tanti monujuenti, dei quali fu cominciata la 



— 383 — 
pubblicazione nel 1760, proseguila in volumi in foglio, e Ire vo- 
lumi di papiri. si risguardi l'assennatezza delle dilucidazioni , o 
la eleganza della edizione, e la bellezza delle incisioni , è sempre 
questa uii opera classica, e sarebbe solamente a desiderare, che si 
)-endesse più comune con un edizione di sesto più piccolo e meno 
dispendiosa. Ma so molti tesori si sono disotterrati , quanto di più 
ne restano sepolti ! e se molto si è scritto per dilucidarli , quanto 
altro rimane ancora a dire!! 

Si vuole che Ercole sia slato il fondatore di Ercolano; e che 
ciò sia accaduto 60 anni prima della guerra Trojana. Il certo si è 
che esisteva nei primi tempi della Repubblica Romana. Verisimil- 
monlc i suoi primi abitatori furono gli Osci , che erano nell' agro 
Campano prima che ne fossero stali discacciati dagli Etruschi, i quali 
furono poi coslrelti a cedere il luogo ai Saimiti. Sappiamo che nei 
primi tempi di Roma molte colonie Greche si stabilirono nelle no- 
stre spiagge, e che vi fondarono delle città, o invasero le esistenti, 
e fra queste fu Ercolano. Ai tempi della giierra sociale la troviamo 
per la prima volta nominata in monumenti autentici; ossa seguì il 
imrtito dei popoli Italiani e subì la loro sorte. Assediata dal pro- 
consolo Tito Lidio, fu presa, e vi fu dedotta una colonia. Ritenne 
però il dritto di governarsi colle proprie leggi , e magistrati. Dai 
monumenti scavali in Ercolano siamo accertati, che lai magistrati 
chiamavansi demarchi, o arconti. 

I Romani nel loro secolo del lusso e della mollezza amavano 
quesle nostre greche citlà, animate dalla libertà, dal gusto, dai pia- 
ceri, abbellite dalle arti, e situale in un fertilissimo suolo sotto un 
felicissimo clima. Cicerone ci parla di molti Romani che avevano in 
Ercolano delle ville dove passavano la maggior parte dell'anno. 

La città crebbe con tali mezzi di fortuna , ed acquistò un lu- 
stro maggiore. Strabone, Plinio, Floro, Stazio ne parlano come di 
una cospicua città, e tra le prime della Ciimpania. 

Nell'anno 63 dell' E. C. ebbe molto danno da un tremuolo. 
Seneca ci racconta che ima parte della città ne restò abbattuta 
ed un altra vacillante; ma sarebbe risorta, come forse altra volta, 
se un maggior flagello non l' avesse inferamente sepolta. Questo fu 
l'eruzione del Vesuvio del 79 come di sopra si è accennalo. Gli sto- 
rici tutti hanno dipinto coi più tetri colori sì fatto avvenimento, né 
si può leggere senza orrore in Plinio il giovane la descrizione di 

Sasso — Voi. L 49 



— 384 — 
quella notte spaventosa , che ricoperse di fuoco, di pietre e di ce- 
nere tutti questi luoghi. Lo scavamento ci mostra la città posta ad 
80 e più palmi al di sotto della presente superficie della terra. Sei 
nuovi torrenti di materie volcaniche sono scorsi nei secoli posteriori 
sopra quello che la sepelll, e su di essi sono surti popolati villaggi, 
e belle case di campagna. Per conservar questi villaggi, e queste 
ville non si è potuto estendere liberamente lo scavamento per quanto 
r oggetto richiedeva, e si è stato costretto dì far ricerche per via di 
scavi sotterranei , con ricoprire i luoghi già scoperti ed osservati. 
Bisogna ancor convenire che non era facile formare da bd princi- 
pio un piano regolare ed opportmio di scavazioni, come si può pre- 
sentemente. 

La materia clie ha ricoperto Ercolano non è stata lava , ma 
cenere , e lapillo ; ne luti' i punti anno avuto lo stesso numero di 
strati volcanici su la stessa qualità. Delle volte la materia è sciol- 
ta , ed altre volte mista alle abitazioni abbattute forma un masso 
con le mura. Dal vedersi consumate dal fuoco molte sue parti con- 
vicn dire , che si fatta materia piombò arroventila sulla città ; e 
dal vederla insinuata da per tutto , e raccolta in grandi masse 
al fondo delle case, si argomenta die fu accompagnata da torren- 
ti di acqua vomitati dallo stesso volcano. Ne sono derivati curio- 
sissimi fenomeni: il fuoco , che qualche volta ha calcinato marmi 
e liquefatto bronzi , ha spesso salvalo legumi , noci , paste e fino 
il filo. 

Ercolano aveva le strade larghe e diritte, a giudicarne da quel- 
le visitate , ed esse fornite dei loro marciapiedi. 

L' edifizio più magnifico scopcrlo ad Ercolano e il teatro di 
cui il can. de Jorio ha dato, una nuova pianta. Venne eretto a 
spese di L. Annio ìManimiano Rufo dall' Architetto Numisio , come 
si rileva dall' iscrizione. Fu ritrovato adorno di marmi , di statue 
marmoree e di bronzo , di pittare , d' iscrizioni. Alcuni di questi 
oggetti ne erano slati cslralli dal principe di Elbeuf e forse anche 
prmia da altri. Il piano dell' edifizio è a 36 palmi sul livello del 
mare, la sua altezza maggiore è di Ti palmi , e sopra di essa vi 
sono 27 palmi di materie Aolcaniche : vale a dire che si do- 
vrebbero scavare 101 palmi di profondità per vedere del tutto sco- 
perto il teatro. Presentemente trovasi in massima parte sottoposto 
alla strada maestra ed a varie case di Resina. Vi si cala per un 



— 383 — 
cunicolo, e quindi se ne trovano mollissimi altri fatti per esplorai-e 
lo edifizio da lutti i lati , in modo che presentano un vero labe- 
rinto. Coir ajulo di una guida se ne possono visitare tutte le parli 
e formarsene un' idea , clic diventerà compiuta quando si consulti 
e prima e dopo l'opera citata del can. de Jorio coU'ingcgnosa pian- 
ta di cui r ha corredata. 

Questo teatro , il più intatto di ogni altro dell' antichità , fa 
vivamenLo dcsiderai'e che la generosa idea del Re, di farlo mettere 
allo scoverto, venga presto interamente eseguita. 

Dopo la scoperta del teatro furono moltiplicati gli scavi sol- 
terranei e s' incontrò il Foro posto sotto il principal complesso del- 
le case di Resina. Pare che ne sia siala visitala la sola parte che 
guarda il mare. A giudicarne dal porticato e dalle statue qui rin- 
venute dovea esser magnifico. Qui sono la Basilica e tre lempi: ma 
sopra questi edifizl si hanno notizie poco esatte. Nella Basilica fra 
tante altre, furon trovate le due conosciute statue equestri dei Bal- 
bi padre e figlio. 

Le case particolari visitate sono semplici come quelle di Pom- 
pei. In esse furono rinvenuti tanti preziosi oggetti che si ammira- 
no nel Real Museo : candelabri, lucerne, pesi, misure, vasi, attrez- 
zi di cucina , istrumeuli ed utensili di ogni genere ; e , quel che 
più sorprende, legumi^ frutti, pane, vino, corde, reti, tela ec. ec. 
Le pitture, le (piali con somma arte sono state tagliale dalle pa- 
reti , appena scoperte eran vivaci e fresche , quasi allora fossero 
uscite dalle mani degli antichi artisti , ma poscia smorliscono. hi 
una di esse case fu trovata un elegante cantina di tre stanze or- 
nate di marmo e che avevano un poggio intorno , nel quale eran 
fabbricati i vasi pel vino detti dolia. Sopra di ogni altro edifizio 
merita mentovarsi la casa di campagna scoperta per un caso nel 
1730, e lulla frugata ed esaminata nei tre amii seguenti. Questa 
magnifica villa aveva ima gran vasca per acqua lunga 252 palmi 
e larga 27, due fontane ornate da quindici statue di bronzo, fab- 
briche eleganti con statue e pavimenti di bellissimi musaici ed o- 
gni genere di lusso e di delizie. Qui fra tante altre era la celebre 
statua di Aristide. ]\Ia ciò che più di tutto ha resa famosa si fatta 
casa di campagna è che qui solamente sonosi rinvenuti dei papiri 
atti ad essere svolti , i quali formano imo dei principali ornamen- 
ti del nostro Museo. Bea a ragione a qxiesto edifizio si è dato il 



— 386 — 
nome di Casa dei papiri. Una villa così magnifica ed apparlenen- 
te ad un oscuro privato può darci un' idea di cjiiel che dovevano 
essere le ville di un Lucullo, di un Pollione, degli Imperatori. Qua- 
le nobile e maraviglioso spettacolo, se interamente scoperta e re- 
staurata secondo gli antichi scompartimenti, ci fosse presentata con 
tutti i monumenti a luogo loro! 

Nella citata opera del can. de Jorio si può leggere il catalo- 
go dei monumenti trovati ad Ercolano , che adornano il real Mu- 
seo Borbonico. Noteremo finalmente che il lido del mare era prima 
di un raigliajo di palmi, l'un per l'altro, più vicino ad Ercolano, 
che non è al presente, e che l'antico porto di Resina trovasi inte- 
ramente colmato. 

Gli scavamenti da lungo tempo interrotti e che furono riten- 
tati nel 1828 per ordine del Re Francesco I , hanno restituito al- 
l'esistenza alcuni antichi edifizl di cui il principale è 1' abitazione 
cosi detta di Argo per una pittura rappresentante Argo che custo- 
disce la ninfa lo. Questa casa è formata di un atrio , di un peri- 
stilio , di mi giardino con portici d' intorno e con a])partamenti in- 
feriori destinati ai servi ed a diversi uffici della famiglia. Alcuni 
loggiati sporgevano sul mare. Questa magione, in cui si rinvenne- 
ro oggetti ed utensili di ogni sorta , era ricoperta di marmi e di 
decorazioni assai magnifiche ed eleganti, e le sue proporzioni sono 
più grandiose di quelle delle abitazioni di Pompei. Con fondamento 
si spera da tali escavazioni una ricca serie di bei monumenti , e 
particolarmente delle case interamente conservate. Quelle di Pom- 
pei rimasero schiacciale sotto il peso della pioggia , del lapillo e 
della cenere , ma queste di Ercolano sono state successivamente ri- 
empite dal fondo alla cima da diversi materiali, e per conseguenza 
debhonsi in gran parie trovare intatte. 



— 387 — 



Pompei. 



La stessa eruzione del Vesuyio , che fece sparire Ercolano , 
scppeUi Pompei. Queste due vicine città aveano forse comune l'ori- 
gine. La storia di Pompei è più scarsa e più oscura di quella di 
Ercolano. Non sappiamo altro se non che fu fondala dagli Opic'i , 
che vi abitarono gli Etrusci , che fu dominala dai Sanniti e dai 
Romani , e che si dispula intorno alla sua etimologia. Fu ancor 
essa scossa dal Ircmuolo del 63 , di cui non ne erano siali del tut- 
to riparali i danni, quando restò interamente sepolta dalla famo- 
sa eruzione del 79. Secondo Slrahone, Pompei era navale comune 
di Nola , di Nocera e di Acerra sulla foce del fiume Sarno. L'eru- 
zioni del Vesuvio hanno prodotto una configurazione diversa al ter- 
reno ed al lido. Prhna di esse il mare cingeva per due lati Pom- 
pei, ed al di là dell' anfiteatro s' internava formando il porlo , di 
cui parla Slrahone. Nella guerra sociale Ercolano e Pompei prese- 
ro le armi per avere la ciltadinanza romana. Da P. Siila nel C65 
vi fu dedotta una colonia, dalla quale gli antichi abitanti rimase- 
ro in gran parie spogliali del loro territorio. Scoperto Ercolano si 
cominciò a pensare a Pompei. 

Le chiare idee che se ne avevano, le notizie di piccioli scavi pre- 
cedenti, anche fatti a caso, indussero il magnanimo Sovrano Carlo 
Borbone a tentarne lo scavamento nel 17-48, e la città fu rilrovaUx. 
E lontana cinque miglia in linea retta dalla bocca del Vesuvio. Era 
ricoperta di materie meno dure ed ammassate di quelle cha sepcl- 
] irono Ercolano : erano lapillo, frammenti di lave e di scorie di di- 
verso peso ; ed elevate di 10 in 12 palmi sopra le abitazioni. Vi 
era 1' altro vantaggio , che la città sepolla non aveva sopra di se 
case e villaggi , ma vigneti , che il Re potè comprare e lasciare 
lo scavamcnlo scoperto. Era sialo perciò facile non solamente agli 
antichi scampali cittadini di Pompei , ma ai collivalori hi appres- 
so di scavare per rilrarne quegli oggetti preziosi che loro riusci- 
va. Quindi è che si trovano tanti luoghi nianifeslaraenle frugali e 
sconvolti. 



— 388 — 
Niente si può paragonare alle diverse sensazioni che risveglia 
la vista di Pompei. Vedere quelle mura che vantano venti secoli 
di antichità , passeggiare per quelle strade che frequentavano uo- 
mini posti in situazione tanto dalla presente diversa , assistere per 
cosi dire alle loro azioni , osservandone gli oggetti della loro vita 
e pubblica e privata; formano uno spettacolo impossibile a far in- 
tendere a chi non l'ha gustato. 

La folla delle idee che sorgono nella monte , i paragoni tra 
r antico ed il moderno, la memoria, che sembra ampliare i termi- 
ni della vita, lasciano Fanima assorta ed estatica, ed obbligano a 
ripetere le visite a Pompei , per meglio gustare ciò che nel primo 
tumulto dello spirito si era veduto più che esaminato. In Pompei 
si trova quanto bisogna per formarsi V idea compiuta di mi paese 
di venti secoli addietro. I mobili, gli utensili, i comestibili, i più 
piccoli oggetti trovati al loro sito , le persone che fuggivano e rin- 
venute coi loro piccioli tesori a fianco ; lutto vi mostra mancata 
di botto la vita , ed mi popolo annientato in mezzo alle sue oc- 
cupazioni ed alla sua industria. L' eruzione se ha danneggiato le 
parti superiori degli edifizi, ne ha lasciato le inferiori ben conser- 
vate. A sentirla descrivere si prende per una città tuttora esisten- 
te. Non vi mancano che gli abitatori ; e ne verrebbe il desiderio 
di far rivivere i Greci ed i Romani, che altre volte vi abitavano , 
e vederli agire. Ma se ciò non può accadere , si poteva però re- 
staurarne gli edifizi, e conservando al loro luogo tutte le pitture , 
le statue , e le suppellettili trovato ad uso della vita, farli abitare 
dai moderni per custodirle e conservarle. Sarebbe questo stalo il 
vero Museo , ed un degno soggiorno dell' accademia. Una passeg- 
giata pei- le strado di Pompei sarebbe slata più istruttiva della let- 
tura di tulli i volumi degli antiquari. Questi edifizi tanto preziosi, 
(! che hanno tanto sofferto , avrebbero ricevuto nuova vita e sa- 
rebbero passati ai secoli posteriori. Un simile spettacolo, unico nel- 
r universo , avrebbe chiamalo in folla le persone colte di tutte le 
nazioni per vederlo e contemplarlo. Ma noi non pare che abbiamo 
molta considerazione pei posteri , o per meglio dire non pare che 
ci curiamo molto della loro considerazione. 

Lo scavamento di Pompei non fu condotto con un piano re- 
golare e giudizioso , come naturalmente dovea sul principio acca- 
dere. Si scavavano gli edifizi , e toltone ciò che vi era di prezio- 



— 380 — 
so, si tornava a riempirli , come si fece ad Ercolano. Non si pen- 
sò che tardi ad escavare tutta la circonferenza delle muì'a ad og- 
getto di conoscei'e la grandezza della città. 11 primo fervore restò 
pure per lungo tempo raffreddato, e non fu ripreso con nuovo vi- 
gore lo scavo che negli ultimi anni. Gioito perciò ne resta ancora 
a disotterrarc , come può osservarsi sulla qui acclusa pianta , la 
quale presenta tutto ciò che è slato scoperto fino al 1Sj5. 

Le mura di Pompei mostrano di essere antichissime e merita- 
no di essere heno osservate. Girano quasi due miglia, e sono state 
nella maggior parte scoperte tra gli anni 1812 e 1814.. Hanno cin- 
que porte ed undici torri. Le porte meglio conservate sono VErco- 
lanose a ponente e la Nolana a greco. Presso la prima vedesi la 
torre , che è in migliore stato. Tali torri avevano tre piani , ed 
erano provvedute di porte segreto per le sortite (posternae). Le mu- 
ra meglio conservate sojio dalla parte orientale, do\e sul loro ter- 
rapieno si può passeggiare come al tempo dei Pompejani ; hanno 
circa 34. palmi di altezza. Dal lato occidentale e meridionale non 
se ne vedono che gli avanzi. Le restaurazioni e le ruine che si os- 
servano in queste mura sono effetto delle vicende della città. Sap- 
piamo che Siila le smantellò nell'anno 88 prima dell'era volgare. 
Le nuove restaurazioni dovettero pur soffrire col Irenuiolo del 63 , 
o forse ancora la situazione pacifica in cui si trovò il mondo sotto 
Augusto , rendendole imitili , fece si che gli ahitanti si servissero 
del materiale por altri usi. La pianta della città è di figura cllet- 
tica, che ha 4200 palmi di Imighezza l'asse maggiore e 2650 l'as- 
se minore. 

Le strade sono solidalmente lastricate colle stesse pietre del Ve- 
suvio 5 delle quali facciamo uso al presente ; tengono dei marcia- 
piedi ai lati, e sotto di essi vi sono praticati dei condotti chiusi da 
ferrate per lo scolo delle acque piovane. Finora sono state scoperti' 
diciotto strade tra grandi e piccole. Esse sono stretto ed irregolari 
dalla parte occidentale ; larghe e dritte vicino al Foro ed ai teatri: 
non vi ha strada che non abhia la sua fontana , e poche case pu- 
re ne mancavano. Le acque vi erano portate in copia per mezzo 
di acquidotli dalla sorgente più elevala del fiume Sarno. Ogni stra- 
da tiene pure pitture 'ed altari consagrati alle divinità tutelari, per 
le quali il popolo aveva una gran divozione. 

Le case hamio tutte presso a poco la stessa distribuzione e so- 



— 390 — 
no sullo slcsso gusto. Le principali e più essenziali divisioni lo tro- 
vale in lultc ripetute, meno che lo decorazioni e quei membri, che il 
lusso aggiunge a ciò che è di necessità, secondo il grado , le for- 
tune ed il numero dei proprietarj . Ogni casa lia due parti , 1' una 
diciara cosi di uso pubblico, l'altra per l'abitazione e comodi della 
famiglia. Alla prima appartenevano il vestibolo, il cavedio, il la- 
bliuo ; ed alla seconda il peristilio, le stanze da dormire, il tricli- 
nio, la pinacoteca, l'esedra, la biblioteca, il bagno, il sisto. Le ca- 
se hanno per ordinario due piani e ben di rado tre. La pinacote- 
ca, l'esedra ed altro parli più nobili aveano maggiore altezza delle 
rimanenti stanze laterali : ma si traeva parlilo dalle ineguaglianza 
che ne nasceva, ricavandone dei comodi domestici ed anche stanze 
da abitare. Sopra gli ultimi piani avevano come noi, o dei tetti o 
dei terrazzi ornate di piante, di fiori, e di delizie. 

Le facciate presentavano una piccola porla , e botteghe , ed 
eran coperte di un duro e lucido stucco , e sovente dipinte a di- 
versi coloii. Su di esse si veggono non di rado scritti in caratteri 
neri o rossi affissi , molti obbliganti diretti al proprietario, all'in- 
quilino, agli edili e decemviri in carica. Da per tutto si leggo- 
no preghiere e raccomandazioni , perchè tutta la società non pre- 
sentava allora che protetti e protettori , servi e signori , clienti e 
patroni. Per ordinario a lato della porta delle case o delle botte- 
ghe era scrillo il nome di colui che vi abitava. Coleste iscrizioni si 
coprivano di bianco quando si volevano surrogare altre. Entrando- 
si nella porta si trova delle volte scritta la parola salve. Tra la 
prima porla detta dell'arca e la seconda deW atrio era il prothy- 
rum ossia un corridojo, ornalo per ordinario di pittura con im pa- 
vimento a musaico. I ricchi vi avevano qui la stanza pel porlina- 
jo, e qualche altra ove si trattenevano le persone aspettando il mo- 
mento da essere ricevute. Seguiva Tallio o cavedio, che non era 
sempre sulla slessa forma, e che era soslcmilo da colonne , fra le 
quali qualche volta mellevansi dello invetriale , a fino di guaren- 
tirsi dall' umido, o dal freddo. Nel centro dell'atrio era Vimphwio 
che accoglieva le acque del compluvio, il quale era lo spazio che 
reslava scoperto in mezzo al tetto , o sia la corte. Dall' impluvio 
passavano le acque nelle cislorno , donde ne venivano tratte per 
mezzo di aperture , graziosamente ornate. 11 pavimento dell' atrio 
era formato come i nostri lastrici , e nelle case dei ricchi era di 



— 391 — 
marmo o di musaico. Inforno all'atrio eran disposte le stanze per 
gli allri usi della famiglia. Le stanze erano per lo più senza co- 
municazioni, e ricevevano la luce dalla porla o da finestre poste in 
alto. Questa struttura interna delle case dà ad esse l'aspetto dei no- 
stri chiostri de' frati. Nei piani superiori, se le stanze ricevevano il 
lume dalla strada, ciò accadeva per piccioli tondi posti in allo , ma 
se sporgevano nell' interno delle case avevano una proporzionata e 
comoda grandezza. Gli antichi non amavano soggezzione dentro le 
loro case. Le stanze erano quasi tutte a volta, ed ornate di stucchi 
e pitture , e pavimenti a musaico. Esse sono picciole e tali dovea- 
no pur essere pel gran numero , di cui se ne avca bisogno pei di- 
versi usi ai quali le destinavano, ed a tali usi alludojio ordinaria- 
mejite le pitture e gli ornati. 

In fondo all'atrio era il tablino , il quale ha spesso l'ingresso 
decorato da colonne : in esso il padron di casa riceveva quelli che 
venivano per affari. Le stanze laterali al tablino eran dette ale, e 
di queste in varie case non ve ne ha che una. Piccioli corridoi , 
detti faiices a lato al tablino, menavano negli appartamenti inter- 
ni, destinati principalmente alle donne , e presso le fauci era la 
stanza per lo schiavo che ne custodiva 1' ingresso. Si passava quin- 
di in una corte, spesso più grande degli alrii circondata da wn pe- 
ristilio o sia portico , chiuso delle volte da balaustre di ferro , e 
per lo più da un basso muro. Nel mezzo di tal recinto ei'a il si- 
tdo , specie di parterre destinato per fiori e per erbe di cucina e 
spesso vi si tenevano peschiere , fontane ed altri comodi ed orna- 
menti. Il peristilio era ornato di stucchi e pitture. Vesedra, in cui 
si ricevevano gli amici, era una gran sala che sporgeva sul peri- 
stilio , intorno al quale erano le stanze di comodo della famiglia , 
gabinetti da studio , stanze da letto , e la stanza ove le donne la- 
voravano, o conversavano la quale denominavasi Ot'Cii*. Mangia va- 
si nel triclinio , che era coperto per 1' inverno, ed aperto di state 
con tende spergolato, e spesso desinavasi nel peristilio. Tutte que- 
ste stanze si trovano sempre ornate di pitture , di stucchi , di pa- 
vimenti a musaico. 

Nella parte interna delle case era pure il sacrario, specie di 

cappella , consagrata a qualche divinità, come il larario, dedicato 

agli Dei Lari, vedevasi nell'atrio. I bagni erano posti in luoghi ap- 

parlati : quelli freddi si prendevano allo scoperto ed i caldi in ca- 

.Sasso — Voi. I. 50 



— 392 — 
mer>3 riguardate. La cucina , il granajo , la dispensa , la cantina 
occupavano le parti più separate della casa, e spesso erano nei sot- 
terranei quando l'edifizio aveva più piani. Fino la cucina aveva le 
sue pitture, e sempre teneva la sua uscita segreta. Le case dei più 
agiati cran provvedute di un giardino , e questo tenuto cleganle- 
mente; e quando non vi era luogo per esso, supplivasi con un mi- 
sto, a fin di godei-vi frescura e riposo. Gli appartamenti delle don- 
ne mettono per lo più sopra i giardini: uso che si ti'ova anche og- 
gi neir Indostan. 

Sarà ben notare che le case di Pompei avevano picciole por- 
te. Gli antichi non conoscevano i nostri portoni che spesso ugua- 
gliano l'altezza di due appartamenti. 

Picciole eran pure le scale , e quelle interne per lo più ave- 
vano i primi scalini di fabbrica ed il resto di legno. Generale è 
l'uso delle figure oscene dipinte nelle mura o espresse nei mobili ; 
gli antichi avevano idee diverse dalle nostre sulla decenza. Le pit- 
ture ridicole le chiamavano grylli. Comune era pure 1' uso degli 
amuleti , che si mettevano nelle case, o si portavano addosso, per 
preservarsi dal fascino o dai malefici. Nelle case non si trovano 
né stalle né camini da fumo. Finalmente noteremo 1' uso di avere 
i cessi in. cucina , uso non decente, die si è conservato dai Napo- 
letani. 

Le case avevano delle botteglie sulla strada e queste più im- 
merose nelle vie frequentate : avevan esse gran somiglianza colle 
nostre , specialmente delle provincie. Qualche volta tenevano ima o 
due stanze in dentro o sopra di esse , ed agli angoli delle strade 
avevano due porte , le quali eran di poco più grandi delle porte 
ordinario delle stanze. Quando si trova che le botteghe hanno co- 
nmnicazione coli' interno della casa , è da supporre che si vende- 
vano mercanzie per conto del padrone. Cesserà la meraviglia sul 
gran numero delle botteghe che ti-ovansi a Pompei , quando si ri- 
flette che era dessa mia città florida, e 1' emporio di più città me- 
diterranee. 

Pompei , che era una piccola città provinciale , si vede co- 
strutta , se non con magnificenza , con un' eleganza che oggi non 
si osserva nelle nostre città di provincia. Le stesse nostre grandi 
metropoli non hanno le case cosi generalmente decorate, adorne di 
pitture e provvedute di mobUi eleganti quanto Pompei. Gli antichi 



— 393 — 
impiegavano le ricchezze ia un modo ben diverso che i moderni. 
E dove altentamenlo si esaminano le costruzioni e le partizioni del- 
le case , si sarà obbligato a confessare , che 1' economia che tene- 
vano gli antichi nell' abitare era nel generale alla nostra preferi- 
bile. Oltre a ciò le case non aveano , come le nostre , quel gran 
numero di piani soprapposti l' imo sull' altro , od elevati per così 
dire fino alle nuvole , i quali ci privano del benefìzio dell' aria e 
del sole. In un disastro di trcmuolo gli antichi aveano ancora im 
vantaggio sopra di noi. Riserbavano gli antichi la maggior ma- 
gnificenza per gli cdiflzi pubblici, laonde se quelli di Pompei cor- 
rispondono alla fortuna della città, essi appartengono alle diverse na- 
zioni , che hanno dominato la città , e principalmente ai Romani. 
L' architettura non vi é sempre pura, come doveva accadere in una 
piccola città , che non poteva avere i primari artisti : il che ab- 
biamo anche avvertito per le pitture, descrivendo il Real Museo. Si 
son ti'ovati finora a Pompei due Fori, due teatri, novo tempi, un 
anfiteatro, un quartiere di soldati, le terme, ed lui sepolcreto. 

Il Foro più antico è del tempo degli Etrusci, e l'altro piìi mo- 
derno è del tempo dei Romani. Amendue sono magnifici, ma prin- 
cipalmente il secondo. 11 Foro era un luogo di passeggio e di af- 
fari, ai in esso si tenevano i comizi, ed era perciò chiuso da caur 
celli di ferro per escluderne chi non avea dritto al suffragio. 

Uno dei due teatri era coperto , I' altro scoperto. L' anfiteatro 
è di assai meglio conservato del Campano e del Puteolano. Era ca- 
pace di 2Jniila spettatori , mentre Pompei difficilmente conlava un 
tal numero di cittadini ; e perciò é da credere che intervenivano 
agli spettacoli anche i popoli vicùii. La sua costruzione mostra che 
era antichissimo. 

1 tem])i di Pompei, ad eccezione di quello posto nel Foro trian- 
golare, hanno il distintivo di essere costruiti sopra sostruzioni, on- 
d' é che vi si entra per una gradinata. Le facciate ne sono ornate 
di colonne. Il sacrario cinto di mura, e nell' interno di colonne e 
di nicchie ha nel fondo un podio , dove erano allogate le statue 
delle divinità , che vi si adoravano. Eran decorati di marmi , di 
pitture, di stucchi, di musaici. Le terme^ che finora sono stale sco- 
perte , non ci mostrano la grandezza e magnificenza che doveano 
avere quelle di Pozzuoli e forse anche di .Napoli ; ma ci danno in 
piccolo un idea di tutte le parli che formavano colali edifici , di 



— 394 — 
lauto uso presso gli antichi. Secondo ogni apparenza ve ne debbo- 
no essere altre, di queste più vaste e più magnifiche. 

Il sepolcreto per ora scoperto a Pompei è fuori della porta 
Ercolancse, e secondo Fuso degli antichi ve ne debbono essere al- 
tri fuori delle rimanenti porte. Questo sepolcreto apparteneva al 
tempo dei Romani , e non meno interessanti debbono essere gli al- 
tri dei Romani stessi e delle diverse nazioni, che hanno avuto sede 
a Pompei. Se ne hanno di già non piccioli indizi. 

Data un' idea generale del fabbricato di Pompei , aggiungere- 
mo una breve indicazione dei suoi più notabili edilìzi, per uso di 
coloro che vanno a visitar questa rinata città. Segaiiremo presso a 
poco il piano datone dal can. de Jorio, potendo far uso della qui 
acclusa pianta geometrica. Volendosi entrare in Pompei per la porta 
Ercolancse trovasi fuori di essa la strada dei sepolcri ed il borgo Augu- 
sto Felice, e sul bel principio la casa di campagna , scoperta nel 
1771 alla quale si dette il nome di Diomede pel sepolcro di M. 
Arrio Diomede che gli sta incontro. Era a tre piani, ma F ultimo 
é distmtto e quello di mezzo è quasi al piano della strada. Il cu- 
rioso vi osserverà con interesse tutte le parti che la compongono 
essendo Punico cdifizio di tal genere che siaci finora nolo degli 
antichi. Vi si vedrà il peristilio , che era ornato di pitture la 
corte , l'impluvio , che scaricava le acque piovane in due cister- 
ne, il larario , in cui fu trovata una piccola statua di Minerva , 
r ala , varie stanze per domestici, l'esedra con una picciola stanza 
destinata allo schiavo ad essa addetto, il triclinio, la stanza da dor- 
mire. Questa è preceduta da un altra stanza , che tiene a fianco 
uno stanzino per lo schiavo siibieulare , ha un alcova , in cui si 
trovarono gli anelli delle tendine clie la chiudevano , una toletta 
a tre finestre in un muro semicircolare , a fin clie fosse perenne- 
mente riscaldata dal sole. 

Qui dappresso un picciol corridojo conduce al giardino supe- 
riore nello slesso piano della corte , e ad im altro triclinio , che 
serviva forse per F inverno. Segue F appartamento dei bagni fred- 
di , posto nel grande angolo che forma la casa. In esso si trova 
im portico, il fornello , la vasca pei bagni freddi , che si prende- 
vano all' aria aperta, lo spogliatojo, detto ancora ccUa frigidario, 
dove si faceva trattenimento prima di esporsi alFaria, il tepidario^ 
dove uno schiavo grattava dolcemente la pelle del padrone colle 



— 393 — 

stì'igili e 1' ungeva con olì profumati , il sudatorio ed il calidario o 
sieno la stufa ed i bagui caldi, e tutti i comodi che apparteneva- 
no 'ai bagni. Ritornandosi all' esedra si passava all' appartamento 
verso occidente ed ai terrazzi o siano ipetri che circondano il giar- 
dino. Si trova prima una gran galleria; quindi VOcicca, da servi- 
re anche di triclinio , quando i commensali eran numerosi, e va- 
rie stanze e gabinetti per biblioteca ed altri usi. Varie scale con- 
ducevano all' appartamento superiore , ed altre al piano inferiore. 
Calandosi per quella a sinistra della gran galleria si trova una 
stanza decorata di stucchi e pitture , quindi un piccolo corridojo 
ed una scala che mena ai sotterranei , i quali circondano il giar- 
dino , ad mi magnifico triclinio, che fu trovato ornato di preziose 
pitture , e varie stanze graziosamente dipinte. Un portico qua- 
drato , che era ornato di pitture , cingeva il giardino , e nei suoi 
due angoli opposti alla casa erano il larario ed un gabinetto. Nel 
mezzo havvi una peschiera , e fra essa e la poi'ta che mette nella 
campagna evvi un recinto elevato con colonne, le quali sosteneva- 
no un pergolato. Sotto i portici del giardino era la cantina, dove 
veggonsi ancora le antiche anfore , e dove furon trovati gli sclie- 
letri di 18 giovani e due fanciulli colle distinte impronte dei loro 
corpi e dei loro vestiti suU' intonaco alla sinistra calando. Finalmente 
tra il giardino ed il principale ingresso della casa veggonsi cucina, 
dispensa , forno, mia corte rustica , stanze pei villici, una comuni- 
cazione col peristilio presso il principale ingresso e colle stanze degli 
schiavi , ed una uscita sulla strada de' sepolcri. 

Questa strada sveglia i più commoventi affetti, e ci dà in 
piccolo un' idea del maestoso spettacolo che do\evano presentare 
i sepolcreti all' ingresso delle grandi città. Incontro alla casa di 
campagna teste descritta veggonsi i sepolcri della famiglia Ar- 
ria. Dall' iscrizione di ima di tali tombe si rileva , che questo 
luogo denominavasi Borgo Augusto Felice. Dopo alcimi sepolcri o 
diruti o di poca considerazione si trova quello di Cejo e di Labeo- 
nc che è pieno di begli ornali ; e quindi il grazioso monumento 
sepolcrale a foggia di altare eretto da AUeja Decimilla sacerdotessa 
di Cerere ai due Libella padre e figlio. Quasi d' incontro a que- 
st' ultimo è un triclinio sepolcrale, adorno di pitture , rappresen- 
tanti animali e piante : ma colai monumento è in cattivo stato. 
Interessante é il sepolcro seguente di Nevoleja Tiche e di Cajo Mu- 



— 396 — 
nazio ; una stanza sepolcrale dentro un recinto di fabbrica contie- 
ne le urne cinerarie, e sopra di essa uà elegantissimo cippo a for- 
ma di altare. I bassi-rilievi, che 1' adornano esprimono le cerimo- 
nie funebri di quei tempi, e la professione, l'impiego, e gli onori di 
Munazio Fausto. L'emblema della nave, che ammaina le vele, può 
dinotare essere il termine della vita, come il porto che guadagna un 
naviglio dopo la tempesta. 

In seguito delle tombe della famiglia Nistacidia trovasi il bel mo- 
numento di C. Calvenzio, ornato di bassi-rilievi, fra i quali vedesi, 
come in quello di Munazio, il bisellio, sedia di onore, colla quale 
si premiava il merito. Incontro ad esso è una tomba sollcrrauca , 
tx)usislenle in una stanza sepolcrale n(;lla quale si rinvennero vari 
l^regcvoli oggetti. La porla è di un sol pezzo di marmo. Richia- 
ma r attenzione il sepolcro di Scauro ornato di bassi-rilievi , che 
rappresentano combattimenti di gladiatori e di bestie feroci ; come 
pure quello di Servilia , il quale non era ancora terminato. 

11 grande edifizio qui di rimpetto vien creduto una osteria ma 
come non è interamente scoperto , può darsi ancora che fosse una 
casa di campagna. Ha un porticato con molte botteghe, nelle qua- 
li furon trovati molti oggetti in bronzo , ed utensili di vario ge- 
nere. Sotto al porticato si rinvennero degli scheletri, presso dei quali 
erano monete ed oggetti preziosi. Si dee credere che fuggendo 
in tempo delle catastrofe qui si ricoverarono e vi rimasero sof- 
fogali. 

Dalla parte opposta si vede im recinto di mura, il quale per 
la vicinanza delle tombe si volle credere destinato a brugiare i ca- 
daveri. Forse era la corte rustica della prossima casa di campa- 
gna, alla quale senza alcuna ragione si è dato il nome di villa di 
Cicerone. Questa villa fu tra i primi edifizi scavati, e secondo fu- 
so di allora ne furon tolte varie belle i)ilture , due pregiatissimi 
musaici ed altri oggetti, e venne di nuo\o ricoperta. 

Sulla strada trovasi un portico con nove botteghe , e dirim- 
petto altre boiloghe appartenenti ad un edifizio scoperto nel 1826. 
Si rinvennero in esso quattro colonne ed ima fontana rivestita 
di musaici di sorprendente bellezza. Da pertutto furon trovati og- 
getti interessanti e tino nella strada si rinvennero degli scheletri 
con monete di oro e di argento ad essi d' appresso. Una grande 
nicchia o emiciclo vicino era forse anche destinato ad essere se- 
polcro , e vari altri sono cominciati e non terminati. 



^ 397 — 

Un secondo emiciclo annunzia ncU' iscrizione la tomba della 
sacerdotessa IMammia. Per la strada a lato ad esso , che uno volta 
conduceva alla marina , si passa ad osservare il moaumcnlo dettx) 
di Manimia , del tulio rovinalo, ma che era ornato di slalue e colon- 
ne. Esiste la camera sepolcrale adorna di stucchi e pitture. 

Il capriccio oppure osservazioni leggiere han fatto dare più vol- 
te agli edilizi dei nomi senza fondamento. 

Tali sono i due recinti alle spalle del precedente moumnento 
denominati tomba dei comici pompejani e sepolcro di bestiami. 
Tornandosi sulla grande sti'ada dopo l' emiciclo di j\lammia vedesi la 
'.omba detta di Porcio, quindi un altro emiciclo con sedile , il quale 
dall' iscrizione che vi era sembra che fosse il monumento di Aulo 
Vejo ; e finalmente vedesi la tomba di M. Cerrinio. La forma nuo- 
va di questo sepolcro , la sua vicinanza alla porta della città , e la 
somiglianza colle nostre vedette il fece credere luogo di g-uardia per 
soldati. 

Alla porta , per la quale si entra per questa parie nella città, 
si dà il nome di Ercolanese. Ila tre aperture esterne e tre interne, 
le due di mezzo per carri e le laterali per le persone a piedi , que- 
ste ultime corrispondono csatlamente ai marciapiedi della strada. 
Nelle mura interne ed esterne della porta si scrivevano avvisi ed af- 
fissi. Quando fu scoperta vi si leggeva ancora 1' avviso di un com- 
battimento di gladiatori nell' anfiteatro , il quale sarebbe sialo co- 
perto da tende. Dopo la porta si vede sulla sinistra un' ampia gra- 
dinata , per la quale si sale sulle mura. La prima strada che si 
trova vi presenta le case meglio conservate sulla sinistra che sulla 
dritta , e da per tutto si riconoscono le tracce del tremuoto del 63, 
i guasti di cui non si era giunto ancora a riparare. 

Sulla dritta si vede F osteria di Albino, fornita di quanto bi- 
sognava pel suo oggetto, ed avea comunicazione con due botteghe, 
dove si apparecchiavano vivande e bevande calde. Un altro albergo 
quasi ijicontro avea una simile bottega assai bene ornata : in un 
fornello vi fu trovata ftibbricata ima marmitta di bronzo. Segue 
appresso la casa detta , non si sa perchè , delle vestali , che è 
composta di due distinte abitazioni con due ingressi , ma che co- 
municavano tra loro. L' entrata principale offre un vero vestibolo 
coQ un atrio toscano. 



— 398 — 
Il triclinio avea il centro del pavimento fallo con pezzi di ve- 
tro di bellissimo effetto. Il bagno era di una singolare costruzione. 
L'altra casa che comimicava con questa, ha un atrio piiì grande, 
e si passa nella parte privata della casa per 1' esedra. La corte era 
una specie di sislo con una peschiera di marmo nel mezzo. Vi si 
vede il sacrario e dopo di esso due stanze , delle quali non si sa- 
prebbe assegnar 1' uso. Furono trovate in questa casa varie pilliure 
ed oggetti preziosi ed luia provvisione di olio in vasi di vetro , dì 
castagne , di dattili , di uva e fischi socchi , da servire per l' im- 
minente inverno. 

Qui contigua è la casa , cui fu dato il nome del Chirurgo per 
gli strumenti che vi si rinvennero attenenti a tale professione. Fra gli 
altri oggetti di mollo pregio vi furon trovati molti pesi in piombo, 
nei quali era scritto da im lato eme e dall' altro habebis ; paga 
e ti sarà dato. 

L' edefìzio seguente chiamato dogana forse non era che una 
scuderia. La bottega appresso fu qualificata col nome di fabbrica 
di sapone , perchè fu preso per sapone la viva calcina che vi si 
serbava per restaurare le case , e le botteghe seguenti si vogliono 
credere iermopoli. Al termine della linea di tutti si fatti edifizì, il 
quale fa angolo con una altra strada , oravi ima fontana. Passan- 
dosi in questa piccola strada , che termina alle mura , si possono 
osservare le case delle Dansatriei , di Narciso , e qualche al- 
tra. La prima ebbe tal nome dalle pitture di danzatrici che vi si 
trovarono , e la seconda per ima graziosa pittura di Narciso. In 
queste ed altre case di tale piccola strada fui'ono rin\cnuli molti 
monumenti assai pregevoli. 

Tornandosi alla strada principale dopo 1' albergo di Albino le 
case , come si è detto , sono in uno slato più rovinoso ; ma non 
perciò sono meno degne di essere osservate. Esse avevano quat- 
tro piani ma due erano al disotto del piano della strada. Ne furo- 
no estratti bei musaici e molte pitture che si veggono nel Real Mu- 
seo. Da esse doveva esser deliziosa la veduta verso la marina. 

Dopo Timione delle due strade finora percorse si trova sulla 
sinistra la casa detta di Sallustio, perche avea tal nome scritto sul 
muro cslerno , e di Atteone , perchè in mia stanza vi è dipinta la 
favola di lui fatto a brani dai suoi cani. 11 proprietario riteneva im 
forno che affittava , nel quale erano tre mulini , ed un quarto più 



^ 399 — 
piccolo , colle stanze da manipolare il pane e da conservarlo. La 
i)Occa del forno veniva chiusa con porta di ferro. Segue un' altra 
bottega , che comunica col cavedio, nella quale si vendevan le merci 
per conto del padrone. 

Due altre botteghe sulla strada , dagli oggetti rinvenuti si ri- 
leva che erano , ima per uso di marraorajo , e l' altra per termo- 
polio. In mozzo a queste quattro botteghe con l' ingresso, quindi il 
protiro , r atrio toscano , l' impluvio sopra uno dei di cui lati fu 
trovata una cerva di bi-onzo che gettava 1' acqua dalla bocca ; a 
dritta del protiro la stanza di trattenimento , che comunicava con 
altra forse destinala al maestro di casa. A fianco a questa mia stan- 
za per ospiti , e dopo di esse 1' entrata nell' appartamento privato, 
la quale tiene a fianco uno stanzino per lo schiavo che la guarda- 
va. Continuando a girar 1' atrio seguiva 1' ala colla stanza del ser- 
vo atrionso , poi un corridojo [faiiees) che conduceva al portico 
coperto , dirimpetto alla principal porta il tablino , quindi il lara- 
rio che fa simmetria colle fauci , \ altra ala , dalla quale si pas- 
sa ad ima stanza con una scala , che porta all' appartamento su- 
periore , destinato forse per 1' inverno ( ibernaculum ) , due stanze 
per gli ospiti , ed il triclinio , preceduto da altra picciola stanza. 
L' ultima apertura dell' atrio a fianco al protiro era la comunicazio- 
ne sopraddetta colla seconda bottega. Entrando per le fauci al la- 
to al tablino si va al portico coperto , il quale ha un piccolo ba- 
gno , che riceveva l' acqua da una fontana posta nel sisto ; incon- 
tro al bagno è un fornello per riscaldar vivande , e quindi un ga- 
binetto che sporgeva sul piccolo giardino. Qui dappresso è 1' eco , 
che serviva anche per triclinio , e dal portico per due brevi scale 
si saliva al sisto cireondato di cassettoni per fiori e piante. In un 
angolo presso la fontana era il triclinio estivo , coperto di un per- 
golato e colla veduta del sisto e del piccolo giardino ; e sì l' imo 
che r altro aveano una cisterna. A dritta del portico é posto V in- 
gresso segreto col suo vestibolo , ima scala che porta al piano su- 
periore , la stanza pel servo cui era affidato questo ingresso , ed 
una grande cucina. Ritornandosi all' atrio per l'entrata di sopra no- 
minata si passa all' appartamento del padron di casa, e si trova un 
portico con una corte , che ha una peschiera , a dritto un eco da 
servir anche di triclinio , due gabinetti ed altri comodi. 

Uscendosi per la porta segreta di questa casa si vede incontro 
.Sasso — Voi. I. 51 



— 400 — 
r altra della di Modesto , perchè tal nome era scritto sulle mura. 
Essa darà un' idea dalle case piccole di Pompei. Le pareti dipinte 
con giislo rappresenta Verno fatti presi dall' Odissea ; e pure la casa 
appai'tencva ad uno che teneva bottega , di cui si vede la comuni- 
cazione interna. Ivi vicina è la casa detta dei fiori , perchè tra le 
graziose pittui'e che l' ornavano vi erano delle donne, le quali aveano 
i grembiali pieni di fiori. 

Dopo la casa di Alteone si trova im forno pubblico o panati- 
ca, di assai più vasto dell'altro già descritto. Oltre tutte le dipen- 
denze di simili edifizl , avca mia scuderia per gli animali impiegati 
al servizio di quattro molini ancora esistenti. Nel pristinum , dove 
si lavorava la pasta , è dipinto un sacrificio alla dea Fornace. Fu 
trovato in questo forno grano e farina dentro grandi anfore. Ap- 
presso al forno è la casa detta accademia di musica per gli stru- 
jiienti musicali che vi son dipinti sulle pareti e nelle camere intorno 
all' atrio. Seguitano altre abitazioni con botteghe, ed al? angolo tra 
le due strade mia fontana. 

Incontro la casa suddetta della musica è quella denominata di 
Polibio , la quale ha la singolarità di avere due porle sulla stes- 
sa strada con un doppio vestibolo , che mettono in an ampio atrio 
corintio. Questa magnifica casa dovea appartenere ad un mercatan- 
te , come fa crederlo la comunicazione interna con una delle sinì 
botteghe. Poco più oltre dalla parte opposta vcdcsi una bottega, in 
cui furon trovati molti vasi , medicamenti disseccati, ed ima serpe 
dipinta sul muro estemo. 

Le case tra questa strada ed il vicoletto opposlo , come tutte le 
altre fino alle terme , furono scoixjrte nei primi tempi dello scavo 
e di bel nuovo ricoperte. 

hitercssante è la casa detta di Pausa , cominciata a scoprine noi 
1S12 , la quale formava una perfetta isola. Essa è molto ben di- 
stribuita ; ha sette botteghe sopra tre strade , ti-e casette e tre ap- 
partamenti da affittare , e nel mezzo un grande e oimodo apparta- 
mento pel padrone di casa. 

Sul quarto lato evvi un magnifico ijortico , die guarda tm bel 
giardino , in cui si son trovati i canali di piombo , che acconcia- 
mente distribuivano 1' acqua da per tutto. Sotto questo portico fu 
rinvenuto il bel candelabro che esiste nel Real Museo, oltre molti pre- 
ziosi oggetti. Questa casa ncll' acclusa pianta ò creduto riportarla in 



— 401 — 
una scala più grande , onde farne a colpo d' occhio meglio osser- 
vare tulle le singule sue parli. 

Le case scoperte dopo quella di Pansa sono le meglio conserva- 
te , e richiamano di più l'attenzione. Nella prima di esse yedesi sul 
pavimento a mosaico del protiro un cane in alto minaccioso , col 
mollo cave canem. La casa ha le solite partizioni^ ch'cran deco- 
rale di bei mosaici e di superbe pitlure , le più belle delle quali 
sono nel Real Museo. Tra esse si distingue Briseide ed Achille che 
si dividono loro malgrado , e Briseide nel punto d' imbarcarsi. Da 
questa casa procedendo avanti si allraversa la strada cosi della della 
Fortuna che mena alla 'porta d' Iside. Vi s' incontrano graziose ed 
interessanti abitazioni. 

Quella del gran musaico è una delle più belle e magnifiche 
di Pompei ; \i si ammira quel famoso capo d' opera che rappresen- 
ta una ballaglia fra Greci e Persiani che non ha finora 1' eguale 
né in Pompei , né altrove. Dirimpello a fjncsl' abitazione sono quel- 
le di Amore e Psiche o della parete nera , di Anfione , e Dirce; 
di Arianna , e di Dedalo e Pasifae o della caccia, per altrellanle 
piltiu-e che vi si ammirano. La strada continua formando un qua- 
drivio e termina al presente innanzi alle case del torello di bron- 
zo e della ghirlanda. 

Visitale queste case si può passare a vedere le terme , interes- 
santissimo oggetto , che ci da una compiuta idea di tal genere di 
edilìzi. 

Vi si entra per sei porle , a due lati di una corte vie un por- 
tico , uno di cui metà ha dei sedili di fabbrica , in mezzo ai quali 
è r entrala di mia piccola esedra o sia stanza di compagnia, tn 
comdojo a dritta porla allo spogliato] o, stanza che ha un guardaro- 
ba da un lato ed è cinla per tre lati da sedili di fabbrica. Da essa 
per una parte si entra nella stanza dei bagni freddi [frigidarimn] 
la qnale ha quattro niccliie da sedere negli angoli, e nel mezzo la 
alveus o sia bacino cinto di gradini ove scdevasi pel bagno, e per 
un'altra parie in quella dei bagni caldi [tepidarium). 

Questa era la stanza di tulle la più ornala. Vi era un gran 
braciere di bronzo che ancora vi si conserva. Da qui si passa alla 
stufa ( calidarium ) , la quale ha un doppio pavimento , trai qiuili 
come pure , per vóto formato nelle mura interne , passava il vapo- 
re di Ire caldaje vicine per mezzo di tubi. Dallo spoglialojo per uno 



— 402 — 
stretto corridojo si va alle fornaci ed alle caldaje , al serbatojo di 
acqua e ad una corte pel servizio dei bagni. Tra questa corte ed 
i La^^ni descritti , nell' angolo più grande dell' cdifìzio , vi si vede 
ripetuto più in piccolo lo slesso ordine di stanze. Vi si entra per 
un ingresso separalo , e si trova un piccolo vestibolo , lo spoglia- 
lojo , il frigidario , il tepidario ed il calidario. 

Il resto dell' edifizio , che e posto fra quattro strade, contiene, 
botteghe , nelle quali probabilmente si spacciavano oggetti di lus- 
so e di comodo per chi prendeva i bagni. 

A lato alla casa del cave ccmem fu dissotterrato un arco , 
che ornava l' ingresso della strada detta dei Mercuri , e che tene- 
va addossate le due fontane , e qui dappresso si rinvennero dei 
frammenti di ima statua equestre di bronzo. Sulla sinistra di que- 
sta strada furono scoperte nel 1825 sette botteghe le di cui mura 
esterne , come tante altre , eran coperte di avvisi e di affissi. Nel- 
la stessa strada dei Mercuri si ammirano le case dell' ancora, del 
Lupanare , di Castore e Polluce , e di J/eleagro ; e dirimpetto 
quelle di Apollo , di Adone , e della toletta di Eì'me frodila, e le 
case ove si rinvennero quei numei'osi vasi dì argento abbelliti di 
bassi rilievi e di ornali preziosi , che si conservano nel Real Mu- 
seo. La Fullonica posta tra due s rade è uno degli oggetti più cu- 
riosi scoperti a Pompei. Ha im portico con una fontana , e molte 
stanze destinate all' arte dei tintori. 

Ai lati della fontana sono due pilastri ornati di pitture. In 
mio di essi sono rappresentate diverse operazioni dei fulloni. Que- 
sto pilastro vedesi nel Real Museo. Seguono due case della grande 
e piccola fontana , cosi dette per due belle fontane , che tengono, 
ornate di musaici. Dall' altra parte della strada è la casa del Aa- 
viglio e delle Baccanti , la quale ebbe tal nome delle pitture rin- 
venutevi , e che si sarebbe dovuto dire piuttosto di Zefiro e Flo- 
ra per tal bella pittura che vi era , la quale oggi è nel Real Museo. 
Qui vicino é il picciolo tempio della Fortima , che era ricco di 
marmi e di ornamenti , dei quali era già stata in parte spogliato. 
Nel santuario era la statua di una donna , ed im' altra che si pre- 
tende di Cicerone. 

La strada , che per avanti questo tempio conduce al Foro , 
è la più larga di Pompei , ed e fiancheggiata di botteghe , delle 
quali quelle a dritta appartengono alle tenue e fra le altro a sini- 



— 403 — 
stra è la casa detta di Bacco. Prima di entrare nel Foro incrocia 
un' altra strada , la quale contiene holleghe ed osterie ; e prcssti 
del Foro ima bottega , cui si e dato il nome di scuola di gladia- 
tori , perchè tiene dipinto sulle mura esterne un combattimento di 
essi. In tutte queste botteghe furon trovati moltissimi oggetti, dai quali 
si è rilevato che alcune erano principalmente destinate alla vendi- 
ta di vetrerie , di bronzi , di terre colte. 

II Foro fu scoperto dal 1813 al 1818. La grandezza della piaz- 
za di forma rettangolare , i suoi portici a doppio ordine, i suoi or- 
namenti , gli edifizi che 1' adornano altamente sorprendono , se si 
considera la picciola città cui appartengono. 

Ha tre ingressi a forma di ardii trionfali. Entrandosi per quel- 
la cui mena la strada della Fortuna , vedesi il tempio , al quale 
senza pruove chiare si è dato il nome di Giove. Pare che crollato, 
col tremuolo del 63 , si stesse restaurando nel tempo dell' ultimo 
fato di quesla città. Furon trovati nel tempio ed intorno ad esso va- 
rie statue e frammenti , e nel sotterraneo non pochi pezzi architet- 
tonici , alcuni dei quali non appartenevano a questo tempio , ma 
vi dovevan esser riposti come in un magazzino. Dopo del detto tem- 
pio , si trova un edilìzio creduto carceri. Segue il silo dove erano 
i modelli delle misure di capacità ; e quindi si vede il tempio di 
Venere , che era tutto adorno di pitture. Vi furon trovate statue , 
frammenti di esse, ed iscrizioni, da una delle quali ultime, che era 
nella cella , si e rilevato il Nmne cui era il tempio consacrato. 

Si passa quindi alla Basilica , magnifico edilìzio terminalo di 
scoprire nel 1813 , che ha nel mezzo una navata scoperta e due al- 
tre con portici ai fianchi. 

L' ordme di colonne joniche giungeva al tetto ; 1' altro di cx)- 
lonne corintie , più interno sosteneva un secondo piano aperto ver- 
so la gran navata. Nel fondo era la tribuna. Al lato alla Basilica 
e di prospetto nel Foro sono tre curie , ove rendevasi giustizia , si 
conservavano gli atti ed il danajo pubblico. Gli ornati di esse sono 
stati trovati confusi con altri che loro non apparlenevano. Oggi sono 
riempite di rollami di marmi , di terre cotte e altri oggetti. 

Segue il monumento di Eumachia, composto del calcidico, della 
cripta e dei portici^ dalla detta Eumachia dedicati alla Pietà, giusta 
r iscrizione che leggesi sull' arcotrave. Il calcidico è una specie di 
vestibolo ornato di marmi con nicchie, dal quale per ampia porta si 



— 404 — 
passa ai portici , in fondo dei quali era la statua della Concordia, 
e da assi alla cripta , altro portico più interno , dove fu trovala 
la statua della Sacerdotessa Euraachia erettole dal collegio dei tin- 
tori sia fuUoni. Dopo il tempio creduli) di IMercurio o di Quirino 
che nulla lia da richiamar V attenzione , vedcsi \ma gran sala se- 
micircolare con ara nel centro e con sedili e nicchie , che credesi 
il luogo del decurionalo. Trovasi quindi il Panteon o sia tempio di 
Augusto, scoperto nel 1821. L' architellura n' è bella , e le nume- 
rose pitture che T adornano sono assai pregevoli. Si sono rinvenuti 
molti interessanti oggetti , tanto in esso che nelle vicine botteghe, 
specialmente in cpielle sulla strada degli Jugiistali , nelle quali si 
trovò pure una gran quantità di commestibili e belle decorazioni di 
pitture. 

Dalla strada degli Augustali torcendo a dritta per quella pa- 
rallela al Foro , si trova la casa del Re di Prussia , cosi detta per- 
chè scavata avanti quel Monarca nel 1822. Seguono le case della Pe- 
scairice , e di Venere e Marte , che prendono i nomi dalle pitture 
ond' erano ornate. Qucst' ultima slrada incontra l' altra detta dei 
inereanti , nella quale si veggono la casa del Cinghiale e quella 
delle Grazie o sia la farmacia, in cui furon trovati , fra gli altri 
iatcressanli oggetti , molti strumenti di chirurgia e varie medicine. 
A fianco ad essa è il vico detto dei dodici grandi Bei; perchè li tiene 
dipinti in un suo angolo , ed infine della strada dei mercanti tro- 
vasi la Casa di Francesco I , scavata in presenza di questo impera- 
tore nel 1819, nella quale furono scoperte varie preziose cose. 

Da questo pxmto l' éilti'a strada , oggi detta del Teatro , con- 
duce ad importanti cdifizì. Vi si può pure venire pel Foro, parten- 
do' da un vico a lato alle Curie , detto vico del teatro. Nelle abi- 
tazioni scoperte lungo queste due strade furon trovati più preziosi 
oggetti , specialmente monete. Ambedue esse strade metton capo al 
Foro triangolare , che fu terminalo di scoprire nel 1813. E cinlo 
di portici , sostenuti da cento colonne doriche , che presentano un 
magnifico aspetto. 

Questo Foro deve essere più antico dell' altro , e forse era del 
tempo degli Elrusci. 

Vi fu trovato il piedestallo di una statua dedicata a Claudio 
Marcello , la quale non più vi era. Nel suo lato dalla parte del tea- 
tro un basso muro parallelo al teatro fa credere che vi fosse uno 



— 40o — 
stadio per gli esercizi ginnastici. Il tempio di Nettuno o di Ercole, 
che tiene nel mezzo , e sul fare di quelli di Pesto. 

Nella casa detta di Giuseppe II si rinvenne tra altri oggetti la 
bella pittura, che il Generale ^'iscouti credette di Sofonisba e Mas- 
sinissa. 

Dietro il più lungo lato del porticato del Foro un ingresso por- 
la ad uno dei vomilori del gi'an teatro , e per una jiiccola scala si 
sale alla sommità dell' ediflzio donde si gode la veduta più bella 
die offre Pompei. Presso detto ingresso vedesi una gran conser\ a di 
acqua , e quindi un ediflzio , di cui non si conosce l' uso , malgra- 
do cJie qualcmio lo denominasse tiùbunale. Probabilmente si saprà 
colla spiegazione di una iscrizione Osca qui rinvenuta. 

Il tempio d' Iside è uno degli oggetti più interessanti di Pompei. 
Rovinato dal tremuoto del 63 , era stato riedificato da Popidio, co- 
me si rileva dall' iscrizione che era sulla porta. Un portico quadri- 
latero ne forma l' interno. Alla sua dritta una specie di pozzo era 
destinato a ricevere le ceneri dei sagrifici. Si entra dirimpetto in una 
piccola stanza , dalla quale si scende in un piccolo sotterraneo. In 
faccia a detta stanza si vede un grande altare , sopra del quale 
furon trovate ceneri ed ossa di animali bniiiiati. 

Altri piccioli altari in numero di dieci sono distribuiti nel por- 
tico coperto e nella parte scoperta del tempio. Per ima scala si sa- 
le alla cella , in fondo della quale é un podio vóto al disotto. Si 
veggono nel Real iWuseo le pitture che ornavano questo tempio, do- 
ve si linvennero più statue , la tavola Isiaca ed altri interessanti og- 
getti. A lato a questo e un altro tempio , il più picciolo di quelli 
finora trovati a Pompei. 

Chi lo vuole consagrato ad Esculapio , chi a Priaixj , e chi a 
Giove e Giunone. Vi furon trovale sul podio due statue di terra cot- 
ta ed im busto di !\Iinerva. 

Le due prime furon da Vinkelmann credute di Esculapio e d'I- 
giea , e da Donuccì si reputarono di Giove e di Giunone. 

Richiama qui dappresso in particolar modo 1' attenzione V offi- 
cina dello statuario o lavoratore di manni, la quale era in piena 
azione , allorché accadde la catastrofe. Ciò viene a pieno dimostra- 
to dalle figure non terminate, da un marmo mezzo segato^ e dalla 
sega che aveva vicino , e da lutti gli utensili attmenti ad uno sta- 
tuario che vi furon trovati, oltre tanti altri oggetti anche di bronzo. 



— 40G — 
Si può quindi passare a visitare i due tealri. Del grande, osia 
teatro tragico , se n' ebbero i primi indizi nel 1764-, e dell'Odeone 
nel 1769 ; nia tali interessanti monumenti si lasciarono sepolti per 
altri 30 anni. Si veggono in essi distintamente la scena , 1' orche- 
stra , la cavea , i cunei , i sedili , i vomitorì. Il teatro più picco- 
lo era coperto , ed e meglio conservato ; il più grande però era me- 
glio decox'ato. Di questo pai'la Dione , e dice che portava il nome 
di Pompeo e che era magnifico. E rovinato nello sue parti superio- 
ri e spoglialo dei marmi , come è accaduto ai vari altri elevati e- 
defìzl che non restarono interamente sepolti. 

Un altro edifizio pubblico, cominciato a scoprire nel 1766, e 
messo totalmente in vista nel 1794. , è un soggetto di controversia 
pel suo uso. Fin dal principio fu credulo un quartiere di soldati ; ma 
vi é stato chi lo riguarda come un porticato per comodo dei vicini 
teatri, e chi il suppone im mercato o foro nimdinario. Ambedue que- 
ste supposizioni si troveranno strane quando si riflette che non si en- 
trava in questo edifizio che per uno stretto ^ icolello , giacché l' altro 
attuale ingresso verso la strada maestra è moderno. Del resto la forma 
delFedifizio , la sua situazione all' estremità della città e verso il porto 
una sola gran cucina comune, molte piccole stanze, ed im solo grande 
appartamento, come destinalo a chi vi comandasse , gli oggetti rinve- 
nutevi di armi e di ornamenti militari , degli scheletri trovativi in 
maggior numero che in qualunqu iltro luogo, quattro di essi in ima 
stanza coi ceppi ai piedi, tutto fa credere che 1' edifizio non fosse che 
mi quartiere di soldati. 

Da questo luogo si può andare all'anfiteatro o per la strada maestra 
o traversando le vigne, che coprono la rimenenle parte di Pompei. Es- 
so é posto in mi angolo della città e presso le mura. Due gramli in- 
gressi portano nclVare7ia, dalla quale si può ammirare l'accordo e la 
distribuzione di tulle le parli. La cavea è divisa in tre parti da due 
ambulacì'i. L' infima, come più prossima allo spettacolo, era il posto 
di onore, e vi sedevano magistrali, sacerdoti ed altri cui era concessa 
tale distinzione. 

La media cavea formata di dodici gradini era destinata pei mi- 
litari , pei collegi o siano persone che facevan corpo , e pei citta- 
dini qualificali. La terza divisione , detta summa cavea , che avea 
18 gradini , era per la plebe. 



— 407 — 
Quindi Cicerone chiama le parole di gusto plebeo , verba ad 
summam caveam spectantia. Nella parte più alla stavan le logge per 
le donne. I gradini o siano sedili erano intersecali da cunei , cosi 
detti perchè si avvicinavano verso 1' infima cavea , si allontanava- 
no verso la summa ; e cunei eran anche dette le parli che tali di- 
visioni venivano a formare. Quaranta vomitorì davano 1' entrata e 
r uscita alla cavea. Due corridoi cingevano 1' arena, che non si pos- 
sono percorrere interamente , perchè tagliati nel mezzo da quattro 
mura per impedire 1' affollamento. Dal più allo ambulacro esterno 
si passa alla media e summa cavea, e si sale ad un rorridojo pel 
quale si entra nelle logge per le donne. Si gode di quivi mia bella 
veduta e dell' intero anfiteatro e della vicina campagna. 

Non molto discosto dall' anfiteatro fu fallo un piccolo scavo nel 
1784., dove era la casa delta di Giulia Felice; ma venne nuovamente 
ricoperta. Vi fu trovalo il famoso tripode di bronzo ed altri prezio- 
si oggetli. In un affisso , scritto sul miu-o esterno , si dava 1' avvi- 
so dell' affilio da farsi , tra i 6 e gli 8 d' Agosto per cinque anni, 
di un bagno , di un venereo , di 90 botteghe con pergolati , stan. 
ze supei'iori ce. 

Altro piccolo scavamento fu cominciato nel 1813 , presso una 
delle porte dal lato di settentrione. 

Quando si considera la picciola porzione scoperta di Pompei , 
che forse non ne è il quinto , ed il gran numero di rai'i monumenti 
raccolti , ben si comprende quanti altri ne rimangono sepolti , e 
quanto impazientemente si aspetti di vederla interamente scoperta. Se 
è una gloria il fondare le cilici, non è inferiore l'altra di farle rivi, 
vere. Si svegliano i talenti nazionali, si perfezionano le arti, si svela 
r antichità , si appagano i dotti , si spandono ricchezze dagli este- 
ri attirati da una giusta curiosità. 

Si fa conto che per eseguirsi l'intero sgombramento della parte 
che ne resta sepolta vi bisognerebbero 700 mila ducali, somma non 
grande, e che produrrebbe tesori immensi. Ad agevolare l'impresa 
potrebbesi formare un'associazione si da mettere in pochi amii allo 
scoperto interamente quella vetusta città, e da per tutto vi si cor- 
rerebbe a folla per contemplare il singolare spettacolo. 

Gli scavi per le fatali emergenze del 184.8 furon sospesi. L'ul- 
tima casa scoverta a tutto il 1847 fu quella di J/. Lucrezia o del- 
la Suonairice, segnala in pianta Tav. 22 col n. 150. 
Sasso — Voi. I. 52 



— 408 — 

Ai 18 ottobre ISSO gli scavi di Pompei furono ripigliali lun- 
go la strada dei quadrivi che partendo da qiiella della Fortuna va 
a raggiungere la porta Stabiana. 

Di questi nuovi scavi cioè dal 1850 al 1855 darò qui appres- 
so una esatta relazione. 

Ai 18 ottobre 1850 adunque ripigliati furono gli scavi lateral- 
mente alla casa dei Signori IMinerrini. Si rinvenne in pria un an- 
tica iscrizione graffila sopra il muro di im piccolo atrio (XXXII ORI- 
'^^ CIATI). 

^^''■^ 2 Vi si trovarono benanche le vestigia dì un foeolajo in comu- 

nicazione con stanzette nelle quali vi si scoprì ima stufa. Nel piano 
superiore due stanze , di cui una ben dipinta con vari ornamenti 
architettonici. Nei mezzi delle sue quattro pareti quattro ben intesi 
dipinti in figure. 

Ai 5 aprile 1851. Si fecero scavamenti nel silo appo la casa 
delle Suonalrici. In im angolo del quadrivio iimanzi a quei molli 
compresi di botteghe uniformi, e precisamente nello slesso lato della 
casa delle Suonalrici , sopra una pietra a fronte del mai'ciapiode si 
trovarono incise le lettere EX. K. Q. VI. 

Ai 12 luglio 1851. Si cominciò uno altro scavo verso il tea- 
tro volgendo alla porta di Slabia, cinquanta palmi più giù della 
città imperocché era questo il sito pel quale i Pompejani scendevano 
al mare. 

Non vi si trovò che un'anfora di palmi 5 di altezza nella quale 
chiara apparisce la seguente iscrizione : 



itiy .^055 



VESPASIANO III. ET FILIO. C. S. 

Cioè f'espasiano III, et (ìlio Consulibiis ,mì\c a. Aita fra il secon- 
do e terzo consolalo di Vespasiano Augusto e Tito suo figlio, cioè Tan- 
no 70 dell'E. C. (823 di Roma), nove anni prima della distruzione di 
Pompei. 

Al 12 agosto 1851. Visita a Pompei di S. A. I. R. l'Arcidu- 
ca Massimiliano. In occasione della visita di S. A. R. la Duchessa 
di Parma il giorno 13 s'intraprese altro scavo nella strada delle 
Suonalrici, e precisamente nella bottega in seguito di quelle dissot- 
terrale antecedentemente. Fra le altre coso si rinvennero dieci spe- 
cie di colori bellissmii, il che fa conjetturaro che questa appartenesse 



— 409 — 
ad un Droghiere o vendilor di colori. Da ciò si conosce quanto gli 
antichi fossero accurati e periti nella preparazione dei loro colori , 
e questo con ammirazione e stupore lo scorgiamo nelle belle opere 
loro , massime oggi che con cura e diligenza vien dall' architetto 
Fausto Niccolini pubblicata la bellissima ed utile opera di Pompei 
illustrata. 

Aggiungi, che essendosi trovato nel fondo di un anfora una 
quantità di giallo mescolato con una sostanza resinosa che sembra 
essere gomma mivstice , ed altri pezzi di questa medesima gomma 
separatamente , si ha una prova ad evidenza che gli antichi si ser- 
vivano per glutine delle loro tinte di questa gomma. 

Il bianco di piombo che vi si é rinvenuto è fatto a pani emisfe- 
rici e sopra ogni pane vi è questa iscrizione: 

ATTIORV^ 

Forse questo Attiorum era ima impronta indicante i fratelli o 
congiimti colorari , che segnavano col loro nome i colori che ven- 
devano. 

L' Asfallo non è nostra scoperta , ma si è trovato a Pom- 
pei. Il marciapiede delle pubbliche terme è fatto di asfalto. Lo 
aver rinvenuto in questa bottega gomma-pece-asfalto-colori ed un al- 
tra sostanza ignota ci fa dedurre benanche che l'asfalto era si co- 
mune che si vendeva dai Droghieri e Colorari. La detta sostanza 
ignota è ima specie di sapone , di cui gli antichi si servivano prin- 
cipalmente a lavare le loro lane. 

Nel 18 agosto si trovò, a fianco alla porta, murato in terra un 
masso di travertino di pai. 3 , 1 per 2 , H, ed al di sopra scolpata 
ima lunga iscrizione Osca. Ciò prova 1' antichità delle muraglie. Co- 
me ancora nella suddetta bottega si raccolsero molle pomici. Noi 
le vendiamo come la natura le à fatto. Gli antichi le sceglievano 
prima per qualità , poi per grossezza ; indi le lavoravano e lor da- 
vano la figura semisferica di una misura uniforme , proporzionata 
air impugnatura della mano , adattandolo in un manubrio di bron- 
zo concavo , onde poterle meglio e con più forza maneggiare, ot- 
tenendo cosi una pressione uguale per evitare il rischio di tritolar- 
le. Yi si rinvennero pure pesanti mortai di pietra. 



— 410 — 

11 di 23 agosto 18j1. Sul marciapiode della porla Slabiana al- 
la sinistra entrando in città ti'ovossi un' iscrizione osca. Essendo- 
sene tolta le ceneri ivi ammassate s' incontrarono 13 frammen- 
ti di una tazzolina celeste chiaro , simile per materia e finezza al. 
la più bella porcellana dei tempi nostri. E la prima volta che si co- 
nosce avere a\'uto gli antichi nei loro vasellami una composizione 
in cotanto simile alla porcellana della Cina. 

Ai 21 settembre 1851. Proseguendo a scavare alla parte oppo- 
sta alle case che sono vicine alla casa di Championnet, in una stan- 
za si rinvenne una lastra di porfido con otto cavità emisferiche. Si 
può congetturare che sia servita per tavolozza all'impasto de' colori. 

Ai 28 settembre ISb'l. Si continuò lo scavo verso la via delle 
Sonatoci al di là della casa di Marco Lucrezio vicino alla fontana 
di Venere ; ma con lentezza. Presso alla casa di Championnet si 
rinvenne una mano di marmo, che dovea appartenere ad una statua 
oltre i dieci palmi di altezza, ed avea l'amuleo in dito dell' ordine 
equestre , non fu peraltro trovata la statua. 

Ai i ottobre 1851. Si rinvennero, vicino al quartiere, dei con- 
trappesi, de'lelai da tessere, un gruppo carbonizzato di tessuti ed una 
quantità di filo carbonizzato : certezza che in questo estremo della 
città vi era una industria di tessitori. 

Xi 12 ottobre 1831. In presenza di S. A. 1. il Duca di Leuch- 
lenberg si scovrirono nella via delle senatrici tre botteghe, in una 
delle quali fu trovato uno scheletro che il medico di S. A. I. ri- 
conobbe dalle conformazioni delle ossa essere quello di una giova- 
ne : i denti niuno mancante e di bellissime forme. Avea a se vici- 
no cadute dalle vesti due monete di argento , e più in là un can- 
delabro di bronzo assai grazioso, una cassuola di argento, im va- 
setto di vetro, alcuni martelli^ una daga col suo fodero, ma man- 
cante d' impugnatura. 

Ai 2G ottobre 1831. Seguitando Io scavo non si rhivenne al- 
tro che pési da lelaj , lo scheletro di un ragazzo da 10 a 12 
anni , ed un secondo scheletro carbonizzato, che avea acquistato un 
colore paonazzo scuro , caso unico che non ricorda l'eguale. Presso 
a questo scheletro s'incontrò im'asta conficcata nella cenere volca. 
iiica , e più in là altri otto scheletri. 

In novembre si rinvennero alcmii denti di straordinaria gran- 
dezza , forse di leone o di tigre: ma non si scopri il corpo di que- 
sti animali. 



(il 



— 411 — 

Ai 23 novembre 1851. ìS'clla via delle sonatrici all' ingresso di 
un edifizio che mostra aver do^oito servire a qualche industria o ma- 
nifattura si è trovata la seguente iscrizione. 

PROCULE FRANTONI 
OFFICIUM COMMODA ■:•: :: 

In una camera contigua vedesi una colonna posta nel centro a 
sostegno di im lungo arcotrave la cui imposta carbonizzata com- «t-m^v 

patisce in uno de' muri laterali. ^- n 

Affli 8 decembre 1851. Proseguissi il lavoro nello via delle Sona- ,.. ^, /o , -r / 

Irici ad oggetto di poter trovare le botteghe adiacenti a quella stra- - '" ■'^• 

da che era certamente ima delle più frequentate dell'antica Pompei. 

Ai 5 gennajo 1852. I scavi furon diretti verso la Porla di Sta- 
bia, ed al di là della casa di W. Lucrezio : niilla vi si trovò tranne 
una medaglia di bronzo coniata in memoria di una giovane Augu- 
sta ed una pentola ad un manico di creta nera col suo coverchio 
in perfetta conservazione. 

Apparse eziandio l' impronta nella cenere vulcanica della chiu- 
sura di una bottega la quale ci fa conoscere , che queste si chiu- 
devano mercè di più tavole correnti in due saracine orizzontali , con- 
giungentisi a battile, e che venivano poi fermate da un piccolo uscio 
di palmi 2 , ò' a dritta nel vano , ripiegandosi sulla grossezza del 
muro. 

Questo modo semplice e facile di serrar le botteghe libera le 
strade dall' imgombro degli usci , come oggi con saggio provvedi- 
mento è stato eseguito in tutte le principali strade di Napoli. 

In una dietrobottega dopo di quella segnata col numero 7 1 in 
fondo della strada delle Sonatrici ed alle spalle della Basilica fu 
scoperta la seguente iscrizione. 



COMMUNEM NE. 

ARMA VILUMQVE 

GANG TRO 

11 1" veiso dell' Eneide. 

M pilastro della stessa bottega 71 comparve la soguenle iscii- 



f 



zjone. 



— 412 — 

HOLCONIUM c\ ^ ■'2' "i^^ ■■ '^/^y ^-^ 

PRISCUM. D. R. P. II. V 

0. V. F. 

IVVENEM. FRUC. 

TU :: \\ [[ 

Holconium Priscum dignum Reipublicae Duumvirurn orat ut fiat. 
.Juvenem fructuosum omnibus. 

In italiano si può leggere così: 

a Si prega che sia fatto Duumviro Olconio Prisco essendo degno 
della Rcpublica perchè giovane inclinalo a far bene a tutti, y) 

Ai 15 marzo 1852. Al di là della casa di M. Lucrezio segna- 
ta col n. 57 , r ingresso annimzia ima non ordinaria eleganza di 
ornati. Fra le macerie fu trovata ima bella pittura di un Sileno sdra- 
jato, con im grazioso amorino che li sorregge la mano sinistra. Un 
pezzo d'intonaco caduto da una parete del 2" piano, mostra dipinto un 
falcone con collarino paonazzo , il che ci conferma sempre più nel- 
l'opinione che presso gli antichi era conosciuta la caccia col falco- 
ne tanto in uso nel medio evo. 

In questa stessa casa si riconobbe un caso singolare. Gli an- 
tichi abitatori di Pompei superstiti alla luttuosa sventura forse tro- 
var voleano i sepolti loro tesori , e mandavano scavatori a ri- 
cercarli. I miseri anticlii scavatori furono sorpresi nel fallo ; impe- 
rocché si scoprirono a' 17 palmi di altezza del livello dall' anti- 
co suolo quattro scheletri tutti insieme ammonticchiati, ed a piombo 
dove essi giacevano, 12 palmi più sotto comparve il teschio di un 
altro scavatore colpito dalla morte nell' atto di penetrare in uno già 
eseguito buco. Ora questi cinque ricercatori di Pompei o andassero in 
traccia di cose a loro noie, o depredar volessero di soppiatto le ca- 
se Pompojane , ci fan conoscere che per oscitanza o pel terrore di 
una seconda rovina, non fu allora scoverla Pompei , e che i detti 
scavatori furon colpiti dalla morte , o per iscossa di trcmuoto , o 
per isviluppo di mofela. Questo ritrovato ci chiarisce de' mulliplici 
buchi co' quali vediamo forate lutle le mura Pompejano, i quali per 
induzione erano slati sempre giudicati come ora lo ha dimostralo 
senza dubbio alcuno questo scavo. La sepolta ci Uà voloaii ricercar- 
la gli stessi suoi abitatori supersliti. Senza queste antiche , diligen- 



— 413 — 
li ed ardite ricerche, immense sarebbero le suppellcUili che coi no- 
stri scavamenti raccoglieremmo in questa commerciante e doviziosa 
città degli antichi. Più questo scavo si avanza , e più ò da dcplo" 
rarsi la poca solidità dei muri di questa casa ricoperta di elegantis- 
sime dipinture. 

Nel 5 maggio 1832. Si scovrì il bel peristilio di questa ca- 
sa n. S7 fregiato di bellissime dipinture. Una indica im paesag- 
gio 5 in cui è una Diana similissima per attitudine a quella che si 
ammira nel riverso del gran medaglione di oro di Augusto trovato 
in Pompei il dì 1 marzo 1759, con arco nella mano sinistra, e con 
la destra levata sulle spalle in atto di prendere un dardo dalla fa- 
retra. Sembra che questa casa devastata dal trcmuoto del 63 fosse! 
rifatta nei sedici ultimi anni di esistenza dell' antica Pompei. Una 
statuetta di bronzo ivi rinvenuta rappresenta Ercole che brandisce la 
clava, ed un giovinetto in abito e berretto frigio genuflesso in atto 
supplichevole , forse Priamo che implora la vita da Ercole. 

Nello sgombrare la strada del quadrivio che dalla casa di M. 
Lucrezio mena ai teatri, si sono scoverti dei tetti importantissimi 
per r arte costruttoria , cioè della confluenza di un tetto in un an- 
golo rientrante , i cui tegoli angolati ne formano il caìiale a 
scacchiera. Con questa scoverta si è riempita ima laguna, e si è sciol- 
to un problema di costruzione non risoluto finora da clii si è ap- 
plicato su i metodi di costmzione degli antichi, e nel contempo ci 
porge xm sistema semplicissimo e produttivo di ottimi risultati nel- 
la costruzione dei tetti, da potersi imitare agevolmente con economia 
e felice successo. 

Nella strada delle sonatrici in una casetta graziosa pur n. 57 
à nella sua pianta una singolarità, ed è, che mentre tutte le case; 
rinvenute in Pompei anno dopo V atrio il lablino, ed al di là del 
tablino il peristilio, in questa in parola dopo l'atrio, senza il tabli- 
no , è situato un ricco peristilio che occupa tutta la lunghezza della 
lasa. Sopra una parete era dipinta ima figura volante col rostro di 
una trirema in mano , simbolo di uria vittoria navale , forse della 
battaglia di Azio. Altra Vittoria anche volante porta uno scudo od 
una lancia , e vi si scorgevano pure due ministri degli altari , oltre 
altri vaghi dipinti. E comparsa in una disadorna cameretta , che de- 
ve essere stata la cucina di questa casa, l' iscrizione ; 

SECUXDIS REGDIOMUS, con alcune sigle di color rosso <• di 
oscura interpretazione. 



— 414 — 

Aiimmiano fcliciter la solita acclamazione al dir di Fedro. Era 
costume del volgo di correre in folla ed a gara incontro a qualche 
personaggio potente gridando feliciter come noi dicessimo evviva. 

Sono anche queste iscrizioni da tenersi in conto per le nomen- 
clature Pompejane come all' attuale /ìegimoniiis 7m?nmiami-s nomi 
che non si sono sinora incontrati nelle altre iscrizioni. 

Si sono anche scoperti dei graffiti nella cucina della casa n. 57 
ed in una stanza dove si sono rinvenuti due scheletri erano le se- 
guenti iscrizioni , le quali servono a far noie le nomenclature più 
in uso in Pompei , ed in conseguenza a chiarire le iscrizioni che 
saranno per comparire in appresso , eccole : 

Q. THILLIANIUS VIDIA 
lANUARIUS AMEIA 

I nomi Thillianus ed Ameia è la prima volta che s' incontra- 
no nelle iscrizioni Pompejane. 

Una particola tità é da notarsi riguardo al bel peristilio suac- 
cennato della casella al n. 57 e si è che il portico di questa sostene- 
va in Ire lati una loggia coverta il cui tetto era poggiato sopra un 
secondo ordine di colonne in corrispondenza di quelle del pianter- 
reno. Il quarto lato volto a settentrione non aveva il loggiato: ma 
era coverto di un semplice tetto, la traccia del cui declivio è an- 
cora apparente nella dipintura del min-o che questo letto radeva e 
che si è conservato con difficilissimi sforzi di precauzione. 

AI fondo della strada delle senatrici in due pilastri sono ap- 
parse due iscrizioni. La prima a deslra con caratteri neri: 

CELSUM 
0. V. F. 

La seconda, segnala con caratteri rossi: 

SECUNDUM 
AED. 

Ripresi gli scavi ai U febbrajo 1854. Nel disotlerrarsi l'atrio 
di una delle case poste lungo la via del quadrivio della fortuna 



— 41o — 
che mena ai Teatri si è trovala una statua di bronzo di palmi 6 
che rappresenta Apollo citarco. Le mura di dello atrio sono adorne 
di speciosa dipintura con triplice rappresentazione in presenza di S. 
A. R. il Principe Giorgio di Sassonia nelle due botteghe a sinistra 
della strada Slabiana segnata n. 92 e 96. 

RinA enute furon puranco tre monete di argento di modulo pic- 
colo, delle quali una ben conservala , e 34- di bronzo , alcuni vasi 
egualmente di bronzo, una catena di A palmi , e svariali altri pic- 
coli oggelli. 

Nel marzo 1854- altro scavo si eseguiva in presenza di S. A. 
R. il Principe Guglielmo di Prussia , e rilrovaronsi un anello d'o- 
ro , molli bronzi ordinari , mio specchio col suo manico, oggelli di 
ferro , commestibili , vasi di terra cotta , ed altro. 

In aprile 1853 si effettuarono scavi nell'apertura della strada 
degli Alconii che dalla Slabiana va a congiungersi coli' altra del- 
l' Abbondanza. 

In due pilastri a sinistra della strada degli Alconii si scopriro- 
no le seguenti iscrizioni : 

In rosso M. GERRINIUM. ED. ROG 

Seguila da dietro FACIT 

A sinistra in rosso SITTIUM CONIUNGIUM II VIR. 1. D. 0. 

HERAaA. ROGAT. 
A destra in rosso 

HOLCONIUM. AED. 
0. V. F. aADlUS. 
in nero I. POPIDIUM. I. F. 

In rosso GAUIUM RUEDM. 

CEIUM. SECIINDUM.... 
II. VIR. I. D. POSTIJMIU.... 
In nero Q. POSTUMIUM. PROCULUM. AD. 0. 

INLM 

In rosso L. POPIDIUM. L. F. AED. 

IVVENEM. DIGNISSIM. ROG. 

PANSAM. AED 

In nero MODESTUM. QIIINQ 

SAGATA ROGAT. 

IM. AED. 

ROGAMLS. 

Sasso — Voi. I. 53 



— 416 — 
Nella seconda bottega rimpetto all' ingresso delle nuove terme 
andando verso il Foro Civile si legge nella parete a destra que- 
sta iscrizione in caratteri rossi : 

/ 

KATOiKEl OTOYAIOC -_:' 

JIHAENEI 

CEINTV nAICKAAAI 

KAKqA NEIKOCHPAKAHC 

Iscrizione graffila nel 3" pilastro a sinistra dell'ingresso nel giar- 
dino delle nuove terme , che e così concepita , e scoverla in oUo- 
bre 1855: 

VALE C 
SlRONMUS 
VE.MSTUS 

SESTIUS 

Ai 9 novembre 1855, eseguito uno scavo innanzi le LL. M.M. il 
Re e la Regina nostri Augusti Sovrani unitamente alle LL. AA. 11. 
gli Arciduclii d'Austria e loro seguito, rimpetto le nuove Terme in 
una casa segnata n. 9 ed in quattro delle botteghe esistenti nel la- 
to medesimo segnato num. 2. 3. 5. 10, si rinvennero i seguenti 
oggetti : Un anello di bronzo , un corrente di serratura , un 
tasto cliirurgioo , due piccole monete corrose , un sostegno di bi- 
lancia , mi candelabro , una serratura quadra, una grappa di stan- 
te di porta , 4. pezzi di asta , un vaso frammentato , mi vasetto ad 
un manico , una moneta grande , uno specchio , mi vasettino a 
due manichi , una cassuola ed ima moneta di modulo medio, una 
moneta di oro di Vespasiano , una lucerna di terra cotta , ed una 
di vernice rossa nel cui fondo leggonsi in lettere rilevate PIIOE- 
TASPI , un frammento di piatto con vernice rossa , sei pezzi di os- 
so per ornamento di lellisternio , un dente di cinghiale , una car- 
lafina e bottiglie di vetro , mia tazza color blu , mi lacrimatojo , 
od un frammento di colonna di marmo. 

Finalmente nel 1855 si son trovate le seguenti pitture: 

Un quadretto rappresentani.e ì\lercurio con arieti. Altro di Ila e- 



— 417 — 
co e Sileno , altro di paesaggio con un Amoi'ino che inseguì; un 
Cervo. Altro rapproscntanlo Alcmoone ed Eripilo , cioè un giovane _ e/»/^ 
che uccide una donna. Un ritratto di un poeta giovine. Altro ritrat- 
to giovanile con collana e fascetta alla testa. Due figure di donne 
all' ingresso di una casa vicino alle Terme. Figura nuda veduta di 
schiena con specchio. '"- ' f 



VITA DELL' ARCHITETTO 

FERDINANDO FDGl 

m LA DESCRIZME DELLE SUE OPERE ESEGIITE BIPOLI 

CONSISTENTI NELLA 

Cappella nel Cortile del Palazzo Cellamraare 

— Reclusorio — 

Cimitero per 1' ospedale degli Incurabili 

Palazzo Giordano ) rimpetto all' Ospedaletto 
Palazzo Caramanico ) 

Villa laci a Resina 

— Granili — 

nSl al ÌIU 



Nascea questo distinto Architetto in Firenze neiraiino 1699 da 
Giovanni Fnga , e da Antonia Scravalli entrambi di distinte fami- 
glie, e ben veduti dalla casa Medici, talmente che il Principe Ere- 
ditario Ferdinando , e sua consorte la Principessa Violante di Ba- 
viera , lo tennero al battesimo. Benché figliuolo unico ebbe ui.a 
buona educazione. Di dodici anni fu posto a studiare gli elementi 
di architettura sotto Giovambattista Fugini , architetto e scultore 
ragguardevole, e di diciotto anni fu mandalo in Roma dove inva- 
ghito delle opere antiche e moderne si stabili , e di 28 anni si 
ammogUò. 

Poco prima di menar moglie fu il Fuga chiamato in questa 
nostra capitalo dal Cardinal del Giudice per formarvi nel suo pa- 
lazzo detto di Ccllammare una cappella pubblica nel cortile, opei'a 
dispendiosa e molto gradita. 

Nel 1728 fu chiamato a Palermo dalla deputazione di quel 
Regno per disegnare un ponte considerabile sul fiume Milcia, chv. 
fu poi eseguito da altri , perchè il Fuga fu richiamato in Roma , 
dove assunto al Triregno Clemente 12.° lo elesse per uno dei due 
architetti dei Palazzi Pontefici. Gran campo si presentò all' Artista 
per ispiegare il suo ingegno. 

Terminò inoltre la scuderia incontro al Palazzo Quirinale, ar- 
chitettata da Alessandro Specchi in forma d' una palazzina, cui per 
una scala a due branche si va su i cavalli. Sotto , e accanto a 
questo già eseguito, dovette il Fuga aggiungere il corpo di guar- 
dia per i soldati Rossi, e 1' abitazione per gli Uffiziali. 

Prosegui sul quirinale la lunga casa della famiglia Pontificia, 
che va a finire in un palazzotto pel segretario della Cifra , e pel 
capitano degli svizzeri ; edifizio di qualche grazia. 

Di maggiore importanza fu il palazzo veramente cospicuo della 
Consulta sulla piazza di Montecavallo, opera grande; tutta isolata, 



— 422 — 
e riparlila in quarlieri per i Cavalle ggicri, e per le Corazze , e in 
apparlamenli pel Segretario dei Brevi , e per quello della Consulta 
con tutte le comodità relative agli offiz'i di queste diverse Segrete- 
rie. L' interno è distribuito convenientemente sebbene alcuni mem- 
bri siono riescili oscuri ed incomodi. Il cortile à del brio per quel 
portico incontro ai portone formato da un arco, die è sostenuto da 
due colonne doriche isolate , accanto alle quali sono due archi in 
piano troppo stretti ; in faccia ad esso arco si vede il bello anda- 
mento della scala a due braccia. La facciata è a bugne gentili per 
lutto il pianterreno, e per il piano de'mezzanini, sopra di cui è il 
piano nobile Ira pilastri jonici sparsi agli angoli^ e nel mezzo. Nel 
fregio sono dei mezzanini, e sul cornicione vi è mia balaustrata. 
11 portone di mezzo è decorato di due colonne doriche con fronte- 
spizio molto projetlo, e slraccaricato di sculture le quali riescono 
pesanti anche nei portoni laterali , e sul mezzo del soprornato. Si 
vuole che per tanto peso soprapposto siasi poscia rinforzala essa 
facciata con grandi catene di ferro. 

Poco lungi da questo cdifizio egli ne costruì un altro di ri- 
messe e di magazzini per la scuderia Pontifìzia nella contrada del 
Boschetto. 

A Strada Giulia eresse la chiesa della Morte di una graziosa 
pianta ellittica con colonne ben disposte tra gli altari : ma il re- 
stante della decorazione , come altresì la facciata a due ordini 
corintio, e composito con risalti , e con frontespizi rotti, è nel vor- 
tice degli abusi. 

E'rli costruì ancora la chiesa di Gesù Bambino sopra fonda- 
m:^nta che erano già state gettate da altro professore; onde il Fu- 
ga cercò neir elevazione adattarsi ad esse fondamenta , aggiungendo 
soltanto alcmie abitazioni da una parte per gli uffiziali, e dall'al- 
tra il monastero che poi fu compiuto. 

Ebbe altresì la direzione delle nuove carceri per le donne in- 
contro a Porta Portese, e delle carceri a Prosinone. 

Opera di gran risalto pel nostro Fuga fu la nuova facciata di 
S. Maria Maggiore in cui ebbe V obbligo nell' ordine superiore di 
lasciar libera la veduta dei musaici antichi della facciata vecchia. 
Da una parte di essa facciata egli eresse la scala Begia per ascen- 
dere alla loggia della Benedizione ; e dall' altra la Sagrestia eoa 
sopra diverse abitazioni per i canonici, e per i benefiziati. 



— 423 — 

Il portico inferiore non à niente di maestoso , e la farciala 
rinchiusa fi-a lo canoniche à del gretto (al dir dt'l Milizia) e benclu' 
sia a duo ordini di colonne staccate joniche, e corintie, lo spicco non 
è felice. Le canoniche le quali si vanno a congiungerc col restan- 
te inferiore della Basilica, eh' è d' ordine corintio, non legano bene 
nò nel davanti, ne col di dietro di essa Basilica : elleno sono sem- 
plici, e i loro portoni restano caricati di fronlespizii doppii. 

Rislaurò anche 1' interno di essa Basilica con 1' obbligo di la- 
sciare intatta la disposizione delle colonne della navata grande , 
onde dovette ribattere nelle navette laterali gli stessi spazii tra al- 
trettanti pilastri, ed in ciascuno di essi interpilastri collocò un al- 
tare. Ne sono quindi risultati tanti altarini (come nella nostra chic" 
sa di S. Maria la Nova) impropri alla grandiosità del Tempio. 

Accrebbe di mollo il grande ospedale di S. Spirito ricavando 
nel braccio aggiunto un teatro anatomico, e molto abitazioni per i 
serventi. Aggiunse anche dalla pai'te apposta verso la Lungara Tabi- 
tazione delle Zitelle esposte. Pel sudctto spedale egli formò un ci- 
mitero grande ben ripartito, e situato vantaggiosamente incontro ai 
bastioni dei Barberini. 

Costruì la chiesa di S. Apollinare coli' annesso collegio Gor- 
manico-Ungarico fabbrica grande : ma triviale. La chiesa nell' in" 
terno è ordinaria, e nella facciata à due ordini con cinque fron- 
tespizj uno sull' altro, e con tutti i soliti abusi dell'architellura che 
segue la moda ! ! ! 

Anche il triclinio sulla piazza di S. Giovanni Lalerano è di- 
segno del Cav. Fuga , come Io è il palazzo Petroni nella piazza 
del Gesù, e quello dei Corsini alla Lungara. 

Il palazzo Petroni e di mediocra grandezza con una facciala 
di bugno semplici per tutto il pianterreno su cui è una pilastrata 
jonica, che comprende due file di finestre; nel fregio sono mezza- 
nini, e sul cornincione è una balaustrata. Il portone é fiancheg- 
giato da due pilastrini restremati in giù a guisa di piramidi rove- 
sciate : questo è un gusto tutto dei moderni, dice il Milizia, idea- 
to da Michelangelo nel sepolcro di Giulio 2°, strano gusto ! ! ! Nò 
minore stranezza è in quei balaustri faccettali capivolli , cioè stret- 
ti in giù , e grossi in su, che sono nella ringhiera sul portone. 

Il palazzo Corsini è uno dei più superbi palazzi di Roma. La 
distribuzione interna è signorile. Ila tre portoni nel mezzo della 

Sasso — Yol. I. 54 



— \-2i — 
facciala : quel di mezzo per un gran vcslibolo conduce dritto alla 
villa , che fa un gralo aspetto ; gli altri laterali conducono a duo 
grandiose scale , che si riuniscono in una con vantaggio degli ap- 
partamenti. La facciata è distriLuila in grande : non à ordini: ma 
bensì delle fasce bugnato. Gli ornamenti delle finestre non sono del 
miglior gusto. 

Fece diverse altre fabbriche in Roma, e principalmente pel ser- 
vigio della Regia Chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli in cui poi 
eresse un superbo catafalco per l'esequie della Regina Amalia di 
Spagna , consorte del già nostro Sovrano Carlo 3" Borbone. j\Ientre 
egli era ancora in Roma mandò all'Aquila un suo disegno per la 
chiesa delle monache di S. Caterina della Ruota. 

Per la fama di tante sue opero egli fu chiamato in questa no- 
stra Napoli del sullodato Re Carlo a farne ancora delle maggiori. 

Il gran Reclusorio , il più vasto degli ospizii , che sieno in 
Europa fu confidato all' intelligenza di questo architetto. Fu desti- 
nato por 8000 poveri da ripartirsi in quattro ceti cioè di uomini, 
di donne, di ragazzi, o di ragazze, senza alcima comunicazione fra 
loro. Annessa al sudetto Ospizio egli architettò una vasta chiesa pub- 
blica da frequentarsi divisatamente dai quattro ceti sudetti. Grandi vi 
sono i comodi per lavoratori, refettorii, cortili, portici, officine, e 
abitazioni per i serventi e per i ministri addetti. 

Oltre sì grande mole il Fuga à fatto in Napoli il cimitero per 
V Ospedale degli Incurabili , poco lungi dalla città nel sito deno- 
minato il Tredici con 368 sepolture con chiesa, ed abitazione pel 
Rettore. 

Pel duca Giordani un palazzo rimpetto alla chiesa dello Spe- 
dalctlo a fontana medina, ed ivi vicino altro pel Principe di Cara- 
manico. 

Pel Principe di Jaci fece il Fuga ima magnifica Villa a Resi- 
na — Finalmente per comando di S. M. il Re Ferdinando I. coslrui- 
\a il Fuga i Granili al Ponte della ^Maddalena , fatto tal monumento 
por granaio pubblico , arsenale per artiglieria, e fabbrica di cor- 
dami. 

Andò a Palermo pure a comando del prelodalo Sovrano per 
ideare la rislaurazione ed abbellimento del Duomo celebre da Pa- 
lermo. Ne fece i disegni, ed i modelli , e si pose mano all' opera. 
Fu il Fuga un architetto glorioso — giunse all' età decrepita di 8!) 



— 425 — 
anni col più forte vigore della giovenlù , e ciò si debba alla sua 
ottima morale. Intese bene la sua nobile ed utile professione nclb- 
due importanti parti che risguardano la solidità , e la distribuzio- 
ne , e se neir altra parte spettante alla bellezza egli non à mo- 
strato sempre un gusto purgato^ ed un profilo gentile, à nondime- 
no in tutte le sue opere spiegato sempre una venustà che è ben raro 
nelle opere borrominesche. La sua mnillà non era \m discorso: ma 
un sentimento innato in lui , fondato sulla stessa scienza. Egli era 
in somma un uomo d' un merito conlradislinlo , e merita dall' ar- 
tista scienziato bene , e rispetto la sua santa memoria. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

lìeclusorio 

Questo magnifico ed immenso edifizio fu cominciato nell'anno 
1751 d'ordine di Re Carlo Borbone con disegno e direzione dal cav. 
Ferdinando Fuga. Il santo e pio di\isamento dell' ottimo Sovrano 
fu di aprire \m ospizio a tulli i poveri del Regno e di meìlerli in 
istato di apprendervi le arti. Ciò ordinava il Re a consiglio dell'ot- 
tima sua consorte e nostra Sovrana la Regina Amalia. 

Secondo il progetto dell' architetto Fuga, il monumento dovreb- 
be avere 2370 palmi di lunghezza, quattro spaziosissimi cortili cia- 
scuno avendo una fontana nel mezzo , ed mia chiesa nel centro 
dell' edifizio. Di una mole si vasta che forse non avrebbe avuto l'e- 
guale in Europa ne furono eseguite le tre quinte parti. 

La facciata principale à loOO palmi di lunghezza, l-i-i di al- 
tezza. Semplice ; ma maestoso n' è il prospetto come osservar puoi 
nella mia tavola 21, nel di cui mezzo vi è un portico a tre archi 
al quale vi si ascende per una magnifica scala a due braccia. Dal- 
la porta neir arcato di mezzo si entra nel luogo destinato per la 
chiesa , la quale dovea essere a cinque navate con l'altare nel mez- 
zo , in modo che da qualunque lato si sarebbe veduto il sacrifizio 
da celebrarsi. Ai lati nel porticato un ingresso mena all'abitazione 
degli uomini e 1' opposto a quella delle donne. Oggi che io scrivo 
e che siamo al 1857 vi sono più che 5500 persone come appresso 
ne darò in dettaglio nelle diverse distribuzioni. 

Questi vengono istruite nello scrivere — nel leggere — nel- 



— 42G — 
1' aritmetica — nella grammatica — nella musica — nel disegno — 
o parte nelle arti meccaniche di sarto — calzolajo — stampatore — 
tessitore ed altro. 

Vi si fanno lavori di telerie — stoffe — panni — nastri — ri- 
ramo , ed altri oggetti. Vi e pure nel locale una fabbrica di spil- 
li , altra di vetri — lastre , e campane , altra di lime e raspe, una 
fonderia di caratteri , una tipografìa. Oltre a ciò vi si trova una 
scuola poi sordi-muti , ed un altra di mutuo insegnamento. 

I ragazzi sono allevati alla militare e molti passano a fare la 
carriera servendo da soldati nelle Regie truppe. Le ragazze o si 
maritano , o vanno a prestare l'opera loro in qualche gran ma- 
nifattura. 

Dipendono da questo grande pio stabilimento quelli di S. Fran- 
cesco Sales — di S. Giuseppe a Chiaja ed altri. 

Sebbene un istituzione come questa fosse male allogata in ima 
gran capitale , pure avrebbe potuto riuscire di grandissimo utile 
qualora i suoi regolamenti fossero costanti , e con vigilanza ese- 
guiti. 

Ld destinazione del Reale Albergo dei poveri fu dall'ottimo 
Sovrano definita per dare agli infelici — Istruzione — Lavoro — a- 
silo e conforto — L'istruzione ai fanciulli — il lavoro agli adulti — 
l'asilo ai vecchi^ il conforto agli storpi. 

Oggi mercè la munificenza dell' ottimo nostro Augusto Sovrano 
Ferdinando 2° il Reale Albergo dei poveri affidato alle cure di rag- 
guardevoli distinti Signori , ed ottimi Uffiziali Generali dell'Armata 
raccoglie 5521 individui cosi distribuiti. 



— 427 — 



Uomini 



Donne 



Nel Reale Albergo 

Sordi muti ivi 

Neil' Ospedale di Loreto 

Idem alla Cesarea 
Ciechi in S. Giuseppe e Lucia 176 
Cronici in S. M.'^ dell'Arco 278 

2039 



1426 


Neil' Albergo 


1799 


55 


Sorde Mute 


24. 


90 


S. M/ della Vita Ospedale 


225 


U 


S. Francesco Salcs 


868 


i 176 


S. M.'' della Fede 


566 



3482 



Uomini 2039 

Donne 3482 



Totale. 
L' istruzione è come qui appresso 



5521 



SCUOLE 



Uomini 



Donne 



Leggere e scrivere 

Lingua italiana 

Aritmetica 

Geometria Elementare 

Calligrafia 

Disegno lineare 

Paesaggio 

Scultura 

Musica 

Tipografia 

Pompieri 

Istruzione ai sordo-muli 



Leggere e scrivere 

Aritmetica elementare 

Cucire 

Tagliare 

Stirare 

Tessere 

Ricamare 

in filo 

in cotone 

in seta 

in oro 

Guanti 

Fiori 

Merletti 

IMuscia 

Istruzione alle sordo-jnutc 





— 428 — 




ARTI E MESTIERI 


l omini 


Don 


Sartori 


Filatrici 


Calzolaj 


Tessitrici 


Tessitori 


Rattoppatrici 


Laiiajuoli 


Lanajuole 


Fabbri 


Calzolaje 


Barbieri 


Calzettaje 


Fabbricatori 


Ricamatrici 


Falegnami 


Guantaje 


Spillari 


Fioriste 



Tornieri 

La rendita annuale di detto pio luogo è in docati dugento- 
quarantaseimila qualtrocentonovantasette e gr. 64. 

2i6,497,64 

che si compongono come qui appresso 



])a censi legali ed annualità . . . . 


. 10,609,8!^ 


Da fondi urbani 


. 25,362.78 


Da fondi rustici 


. 19,356,2.3 


Iscrizioni sul Gran Libro. 


. 32,157 


Gran Libro di Roma 


81,30 


Dalla Rcal Tesoreria .... 


. 129,711,^8 


Dalla Città di Napoli .... 


. 30,219 



Totale. 



2^6,497, 6i 



Granili 

Passalo il ponte Guizzardo volgarmente detto ponte della Mad- 
dalena , nomo preso da una vicina chiesa , si presenta un immen- 
so cdifizio che nella sua lunghezza di 2000 palmi à 87 finestre e 
dicesi dei granili. Di fatti fu costruito per comodo dei privati che 
volessero riporvi le vettovaglie pagandone lo affitto. Contiene quat- 
tro piani con lunghissimi corridoi che anno ai lati un grandissimo 
numero di magazzini. Per comodo dei negozianti vi fece il Fuga 
uno sbarcatojo dalla parte del mare. In questo monumento il pre- 
Iodato architetto non vi à mostrato molto gusto, e dichiarato non 
adatto all' uso addetto ne è stata quindi cambiata a giorni 
nostri la destinazione , addicendolo per un gran quartiere di sol- 
dati. Vi si sono aggiunti cinque corpi avanzali , con cinque porli; 
d'ingresso, a guisa di torri. Osservane la facciata nella ridclta mia 
Tavola 21. 

Palazzi Carauianico e Giordano , Villa laci a llcsìiia 

Se poco gusto , e cattiva scelta pel sito facea il Fuga pel va- 
sto locale dei Granili , lode giustissima a lui debbesi per la costru- 
zione de' due palazzi al largo dell' Ospedalelto uno del Principe di 
Caramanico , e l' altro del Duca Giordano , come ancora per la 
magnifica Villa laci a Resina. 

L' unità nel carattere , la solidità nella costruzione , la nobil- 
tà nell'ampiezza de' cortili , e signoria dogli appartamenti ; sono 
un nulla a fronte del bel talento dell' architetto addimostrato nella 
costruzione della scala al palazzo Caramanico. Bisogna che ogni ar- 
chitetto andasse sul luogo a tradisegnarla e studiarla , acciò nelle 
attuali costruzioni avendola per modello si evitano dei positivi er- 
rori in cui facilmente s' incorre da chi non sapendo , vniole per 
forza fare , e fare che cosa ? originalità. 

Pel palazzo Giordano 1' angustia del luogo non permise al Fu- 
ga di far pompa del suo bel talento. 

Pel palazzo Caramanico potette più estendersi, e massime come 
(li sopra si è detto per la bene studiala scala. 



— 430 — 
Per la Villa laci a Resina fu acquistala da S. M. Ferdinando 
I. dandogli il nome di Rcal Favorita. Fu formalo questo monu- 
mento dal Fuga con molto gusto tanto nei diversi apparlamonli chi' 
nelle svariate e bellissime logge per 1' amenità del silo. 11 gran 
giardino coi suoi parterri di fiori , grottoni di aranci, spalliere di 
tossi , e casinelti di riposo presentano un luogo veramenle incan- 
talo. Andata tra le Ville Reali non si è mancato di sempreppiù ar- 
ricchirla, e decorarla maggiormente. 

riiiiilcro jicr l' ospedale degli lueurabìli 

Tra la bella strada del Campo e quella di Poggiorcale vedesi 
il \eccliio Camposanto , grande ediflzio destinato alla sepoltura dei 
morti negli spedali. La strada che vi conduce è ornata di cipressi. 
La pianta è un gran quadrato cinto da alto muro, ed à 366 fossi 
o sepolture per i giorni dell' anno ciascuna. Il lato del quadrato è 
di palmi 310. E preceduto questo moniunento da un porticato con 
una chiesetta. Fu eretto nel 1763 con disegno, e direzione del cav. 
Ferdinando Fuga. Vi si leggono due iscrizioni del celebre Rlazzoc- 
chi. Prima di giungere al descritto Camposanto incontrasi qut^llo 
dove riposano le disgraziate vittime mietute in Napoli dal Cholera 
jì/orbtis negli anni 1836, e 1837. 



VITA DELL' ARaiITETTO 

LilGI VANVITELLI 

CON L' INDICAZIONE E DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 
ESEGUITE IN NAPOLI. 

CONSISTENTI NEL 

Real Palazzo di Caserta. 

Ponti di Maddaloni. 

Foro Carolino. 

Quartiere di Cavalleria al Ponte. 

Chiesa della Annunziata. 

Scala - Sacrestia -e cappella a S. Luigi di Palazzo. 

Chiesa di s. Marcellino. 

Chiesa della Rotonda. 

Palazzo Angri a Toledo. 

Facciata del Palazzo Genzano. 

Portone - scala ed altro, al Palazzo Calabritto. 

Casino Carapolieto a Resina. 

Rifazione alla facciata del Real Palazzo in Napoli. 

A Maddaloni un altare ed un ciborio. 

Apparecchi per balli ai Palazzi Teora e Perrelli. 



dal 1152 al 1773. 



Sasso — Voi. I. 



Lapides et Ugna ab aliis accepimus, 
constructio vero aedificii tota nostra 
est. 

Architectus ego sum , sed variis un- 
dique materiam collexi. 

M. VlTRlVIO P0LLI0>E. 



La presente vita è del più ammirabile artefice che vanti Na- 
poli, per cm non v' è lode cbe basti nel tesserne 1' elogio. 

Se tutti i vanti dati ai piìi egregi maestri in arcliitettura si 
acctmiulassero, non sarebbero nemmeno bastanti al merito sommo 
di un Luigi Vanvitelli , il quale in alcima delle sue opere se non 
à superate quelle dei secoli più floridi di Atene e di Roma , le à 
almeno eguagliate. 

Il tessere la vita, e 1' elogio dei sorami uomini non solo è un 
Iributo che si dee alla loro virtù, ma è ancora un obbligo di cui 
siamo per lo comune vantaggio alla società debitori. 

Chi non sa quanto valga sull'animo nostro la forza dell'esem- 
pio; e come la gloria, oggetto di tanti voti e di tante speranze, ac- 
cenda le umane menti di alti pensieri, e di nobilissimi desidcrii? 

Sono perciò degne d' invidia le nazioni che hanno grandi ge- 
mi da imitare, ed uomini generosi, che affidando ad eterne carte 
le loro nobili azioni, le tramandano ai posteri, e ne serbano viva e 
perenne la ricordanza. A scrivere la vita dell'architetto Luigi Van- 
vitelli , oltre un sentimento di viva riconoscenza , ben dovuto alla 
memoria di un uomo che ha cotanto illustralo l' arte sna ed il suo 
paese, mi mosse ancora il desiderio di un utile pid3blico. Facendo 
meglio conoscere le moltiplici sue opere, e mostrando come le Ime- 
ne arti adornano la vita, e non lasciano perire il nome di clii lo- 
devolmente le pratica , potrebbe fpiesta lettura infiammare il cuore 
dei più generosi tra i nostri giovani artisti , ed esser loro di con- 
forto, e spingerli a calcare strenui la stessa nobile carriera. 



— ^u — 

Dal pittore Gaspare Wan-Witcl e da Anna Laurcnzini romana 
nacque Luigi Yanvitelli. Ebbe i suoi natali in Napoli nell'anno 1700, 
ed il Viceré Luigi della Ccrda Duca di ^Icdina Coeli , che aveva 
chiamalo il padre per aflari di sua professione, volle tenerlo al sa- 
cro fonte , e gì' impose il suo nome. Ma sopravvenuto subito dopo 
la rivoluzione del Principe di Macchia, i suoi genitori si restituiro- 
no prontamente in Roma. Quivi Luigi crebbe^ e fece i suoi studi, 
narra il ]\Iilizia che di sei anni già disegnava dal vero, e di venti ave- 
va dipinta in Roma la cappella delle reliquie in Santa Cecilia a 
fresco, e ad olio il quadro della Santa medesima. 

Finse anche nella chiesa di S. Bartolomeo dei Rergamaschi , ed 
in Viterbo in quella del Suffragio. 

Ma che che sia di lutto ciò, è indubitato eh' egli in queir età 
medesima, in cui poco suol' essere la fermezza, ed il fastidio della 
fatica grandissimo, attese dapprima con somma cura agli studi delle 
lettere e della filosofìa , e quindi si applicò con particolare atten- 
zione alla geometria ed alla fìsica, la prima delle quali è base in 
tutte le scienze utili, ma soprattutto nell' architettura necessaria, e 
la seconda apre la mente alla intelligenza e cognizione della natu- 
ra. Non cessava pertanto di coltivar con successo il disegno, e pa- 
reva che la natura accordato gli avesse una felice disposizione a 
riuscir nella carriera delle nobili arti, alle quali teneva di continuo 
r animo intento. Egli però sino dai primi anni si determinò parti- 
colarmente per r architettura. 

Questa nobile arte fu da lui giudicata, secondo l'opinione degli 
antichi, più perfetta della pittura e della scultura, perché intende i 
suoi fini al giovamento ed ornamento della natura ; e certamente 
per la molliplicità delle discipline che comprende , per la nobiltà 
del soggetto, e per la sua riconosciuta necessità al vivere civile e po- 
litico, dee meritamente riguardarsi fra le arti tutte eccellentissima; 
che anzi del nome di scienza degna la stimarono Platone , Aristo- 
tele, ed altri scrittori di quei secoli. 

Ond' è che nella sua prima giovinezza egli si applicò seria- 
mente agli studi matematici, ed a quelli della statica, della mec- 
canica, dell' idraulica e della prospettiva ; e dopo aver appresi dal 
padre i primi principi di architettura , passò a studiarla profonda- 
mente sotto del messinese Abate Filippo Ivara. Questi spesso gli ri- 
peteva r avvertimento a lui inculcato dal suo maestro Carlo Fonia- 



— 43:3 — 
na, di usare sempre la maggiore semplicità, non temendo mai dì 
peccare in questa per difetto. Insinuava poi sempre nel suo animo 
r amor dello studio con dimostrargli che 1' architetto debb' essere di 
molta erudizione ornato, e ricordandogli che Vitruvio, con ragione 
riguardato come il Principe dell' architettura , nel suo trattato si 
confessa molto obbligato ai suoi genitori , perchè gli avevan fatta 
apprendere un' arte alla cui perfezione non si può giugnere senza 
le buone lettere, e senza la cognizione delle scienze. Bramoso di sa- 
pere , e di nuir altro curante , egli studiò profondamente le opere 
dei primi architetti , di Yitruvio , di Palladio , dell' Algarotti chia- 
mato il Raffaello dell'architettura , di cui ammirava principalmente 
la felicità e bellezza delle fabbriche, di Bramante, dell'Alberti, del 
Serlio, del Sanmicheli , dello Scamozzi , avvezzjindosi di buon' ora 
nelle regole e negli esemplari di questi sorami artisti , ad acquistare 
un gusto particolare per solidità ed eleganza degli edifìci, ed un'av- 
versione per ogni difetto contrario. 

Ben presto però si avvide che non divenivasi architetto con far 
soli disegni, e con isvolger le opere dei migliori autori , ma biso- 
gnava meglio conoscere le più rinomate tra le fabbriche antiche , 
e le moderne di buon gusto. Quindi rivolse le principali e più as- 
sidue cure verso quei venerandi avanzi degli ediflzl dell' antica Ro- 
ma, che r ingiuria del tempo distruttore, o la barbarie dei secoli, 
o il fuoco divoratore del fanatismo, hanno in parte conservati, im- 
perocché lutti furono senza rispetto profanali, o guasti. 

Fra i monumenti di rarissima antichità , e di squisito lavoro 
con particolare ammirazione e riverenza ei riguardava il Colosseo, 
il Panteon, le Tenne Diocleziane ed Antoniane, il teatro di Marcello. 
Questi edifizi ammirandi per grandezza, per invenzione e forme pre- 
stantissimi, e per solidità incomparabili, divennero per lungo tempo 
jfli studi suoi. Li misurò con invingibile diligenza e disegnò più 
Tolte, non lasciò di rilevarne tutte le parti, quantunque mutilate o 
rovinose, penetrò sino alle fondamenta per riconoscere la forma del- 
l' impianto; ed in tal modo apprese il metodo e l'artifizio dei com- 
partimenti e degli ornamenti dagli antichi adoperato , e venne in 
cognizione e desiderio della grandezza latina. 

Acquistato per tanto un fondo di valevoli dottrine nell' arte di 
♦xlificare, dette i primi indizi del suo valore, con rislaurare in Ur- 
bino il palazzo Albani^ e costruirvi di pianta le chiese di S. Fran- 



— 436 — 
Cesco, e S. Domenico; e poco dopo in Roma condusse insieme con 
Salvi suo amico l'acqua di VermicinoJIa le prove del suo ingegno non 
polcano chiudersi entro angusti limiti: erano esse meritevoli di mo- 
strarsi più estese , e parea che chiedessero im più largo campo di 
gloria. Propizia se ne offerse l'occasione nel concorso per la fac. 
ciata di S. Giovanni Laterano coi primi artisti di quel tempo. Qual 
concorso fu mai quello? Furono presentati ventiduc disegni, di Sal- 
vi, di Teodoli, di Fuga, di Galilei, di Cannevari, di Gregorini , di 
Passalacqua, di Rossi, di Dotti, di Raguzzini. 11 giudizio fu dato 
dagli accademici di S. Luca nella sala del Quirinale. Dice il Van- 
vilelli in certe sue memorie manoscritte, conservate dal suo nipote , 
delle quali parla ^Milizia, che furono prescelti i suoi disegni, ed uno 
del Salvi. Ma per private ragioni, nelle quali entrò forse anche per 
poco lo spirito di parte , fu riferito al Pontefice , che essendo stali 
uguali i voti, quello del Galilei, come nazionale meritava la prefe- 
renza. L' ottenne egli infatti e la facciata di S. Giovanni Laterano, 
dove questo architetto aveva libero campo di spiegare un gran ge- 
nio, a giudizio dei primi artisti, non è una produzione felicissima. 
Due disegni fece Vanvitelli per quella facciata, imo di im solo or- 
dine, r altro di due. In quest' ultimo l' ordine inferiore e di colon- 
ne corintie isolate, sei delle qiiali sono in proiezione in una specie 
di fronte quasi triangolare. Dentro e fuori del vestibolo \i sono tro- 
fei in basso rilievo con frontespizi. L' ordine superiore è un com- 
posito con frontespizio , con balaustri , e con grandi statue. Tutti 
questi disegni si conservano nell' accademia di S. Luca. 

11 merito però di Salvi , e di Vanvitelli non restò in quella 
circostanza sconosciuto ; che fu dato al primo l' incarico della fon- 
lana di Trevi^ ed al secondo quello della costruzione del nuovo por- 
lo di Ancona; né minore commendazione gliene derivò , poiché in 
queir opera ei si mostrò veramente grande artista. Con sano accor- 
gimento volle prima visitare i lazzaretti di Livorno, di Genova , e 
di Venezia. Recò poi in Ancona il tesoro delle acquistate cognizio- 
ni, e vi piantò il lazzaretto pentagono con im bastione , e costruì 
il molo lungo palmi 300 e profondo 50 con una porla con colon- 
ne doriche. In quella Città dette fuori molli disegni per la cappella 
delle reliquie di S. Ciriaco, pel risarcimento della Chiesa del Gesù, 
e di quella di S. Agostino , e per la casa degli esercizi spirituali. 
3ila erano tante e sì varie le richieste che da ogni parte l' assali- 



— 437 — 
vano, che gli fu impossibile di tulle soddisfarle, e gli mancò so- 
vente anche il tempo a raffinare i suoi lavori. Invidiose ancora le 
citlà vicine del troppo lungo soggiórno che faceva in Ancona , e 
quasi mal soffrendo eh' ella sola fosse abbellita da lui , premurose 
lo chiamarono Macerata , Perugia , Pesaro , Foligno , Siena ; ed in 
tutte successivamente trasferitosi, vi lasciò segni non lievi dell'alio 
suo intendimento e del profondo suo valore artistico. 

E già la fama, che al dir di elegante scrillore, è le più volle 
un lungo frutto del tempo, o un tardo tributo dei posteri, fin dalla 
sua età giovanile in singoiar modo l' accompagnava. Di ritorno in 
Roma, appena compito il suo quinto lustro , fu con raro esempio 
dichiaralo archiletto di S. Pietro. Elevò circa quel tempo mi' ag- 
giunta di camere alla libreria del collegio Romano, dove fatto ave- 
va i suoi primi studi. 

Risarei la Rufìnella a Frascati , e pel Ministro di Portogallo 
diresse il lavoro di una ricca cappella, che fu spedita nella chiesa 
dei Gesuiti in Lisbona. 

Ma la sua grande fabbrica in Roma fu il convento di S. Ago- 
slino, grandioso ed elegante ediBcio , che gli procacciò somma lo- 
de ed ammirazione. Ne si slette fra i termini dei convicini la fa- 
ma, che avendo delle sue opere desialo imiversal desiderio in quasi 
tutta Italia, fu chiamalo in Brescia per la formazione della Sala del 
pubblico, ed in Milano per la nuova facciala del Duomo, clic ideò 
tra il golico ed il greco, difficilissima per la sua combinazione con 
le altre parli già esistenti del Tempio, la quale non ebbe poi ese- 
cuzione per la guerra che allora quelle contrade affliggeva. 

Ma r opera che attirò al Vanvilelli grandemente l'invidia e la ge- 
losia dei contemporanei architetti , fu il risarcimento della grande 
cupola del Valicano. Regna talmente trai professori di qualmifjue 
facoltà e di qualunque arte l' emulazione , che sovente diviene ge- 
losia, e talvolta ancora con maggior daimo progredendo più olire 
giugno a livore, ad inimicizie, a conlese. Già ben tre volte prima 
dell'anno 1740 erano stati nella cupola di S. Pietro scoperti di'i 
danni, eh' erano poi riusciti incentivi di rmnori; cioè sin da prin- 
cipio della sua edificazione sotto Bramante, ed ai tempi dcU'archi- 
tetlo Carlo l\Iademo, e del celeberrimo Cavalicr Bernino. Appena furon 
tolte le forme di quella immensa cupola sotto il ponteficalo di Sisto 
V. cominciarono i risentimenti e i dislacchi, i quali furon giudicati 
asscllamenti della fabbrica. 



% 



— 438 — 
Si risarcirono lutti , e quindi cominciarono a farsi i mosaici 
sopra i cartoni del cavalier d' Arpino. Dopo molti anni si ridussero 
al termine, onde passarono le vite di molli Pontefici. Continuò tut- 
tavia il nome di assettamento , che produsse ai tempi del Berniuo 
delle critiche maligne, quasi avess'egli cagionato quei danni. 

Ma delle controversie in queir epoche agitate, assai più gravi, 
o per molte circostanze più importanti divennero quelle che comin- 
ciarono allora a propagarsi, pretendendosi da alcuni, che gravissi- 
mi e perniciosissimi difetti in quella cupola si scoprissero, e ripu- 
tandosi da altri clic non vi si scorgessero tali pregiudizi, dai quali 
o sospetti d' istanti mali , o agitazione veruna concepir si dovesse 
ragionevolmente. E queste controversie si estesero non solo ai di- 
versi oggetti dei danni, ma ancora ai vari modi da impiegarsi pei 
rimedi : sicché complicata molto, e ravviluppata la quistione diven- 
ne. Né di ciò è punto da maravigliarsi; che la forza di una certa 
naturale inclinazione porta gli uomini a considerare le rilevanti ma- 
terie , eziandio se loro non appartengono. In tali casi ella è una 
grande disgrazia , che alcuni dotti , se si formano qualche pregiu- 
dicata opinione, riescon indi , come disse im saggio scrittore , più 
insistenti del popolo medesimo, perchè desse s'intestano ugualmente 
p del pregiudizio , e delle apparenti ragioni che nascer lo fecero. 
Onesto appunto allora avvenne in occasione dei nuovi difetti scoperti 
nella cupola Vaticana. 

Essendo il Vanvitelli architetto di S. Pietro dovette in quella 
circostanza far la visita dell' intero Tempio, e con meraviglia rico- 
nobbe maggiori esser divenuti i danni già da gran tempo nella cu- 
pola osservati , poiché ritrovò delle fessure nel piedestallo dei con- 
trafforti, nel zoccolone , nelle parti delle finestre , negli arconi in- 
terni, e nell'attico esterno, e nella parte interiore della cupola ; e 
rilevò benanche delle inclinazioni o deviazioni dal perpendicolo dei 
contrafforti e della muraglia interna ed esterna del tamburo. Os- 
servò inoltre, che fra le molte fessure erano singolarmente dilatate 
quelle che furono nel 1700 con massima diligenza da Carlo Fon- 
lana ristuccate, talmentechè rimase convinto dover essere spezzati i 
due cerchioni antichi che cingevano la grande fabbrica , fece egli 
allora fedele ed esatta relazione dei rinvenuti danni, e dopo mature 
<?. serie riflessioni suU' origine e sulle cause di essi , espose il suo 
parere circa i rimedi da adoperarsi per la pronta loro riparazione 



— 439 — 
per impedirne 1' ulteriore progresso. Propose quindi , che inzop- 
pate fossero le rotture degli arconi, ed otturate tulle le altre fessu- 
re, che con tre o quattro nuovi forti cerchioni di ferro la rotonda 
fahbrica fosse ninnila, e che rifatti dopo fossero tuli' i contrafforti 
con aggiugner loro peso e consistenza ; rimedi che doveano esser 
luti' indirilti a due principalissimi fini; cioè che non restasse punto 
alterata l' esteriore bellezza del grand' edifizio _, e che per quanto 
possibile fosse^ non si recasse incomodo alle ambulazioni , ed agli 
altri vuoti interiori. 

II Salvi, il marchese Tcodoli , l'IIostini, valenti architetti , e 
molti matematici di buon senso vennero facilmente nel suo parere, 
ma sventuratamente ebbe anche per contraddittori alcuni architetti 
di nome, ai quali incitati forse da qualche distinto personaggio, sol- 
leciti si unirono perdiscreditarlocon molti inesperti malemalici ed igno- 
ranti professori , spacciando gli uni essere affatto vani ed insussi- 
stenti i prelesi darmi di quell'edifìzio, ed immaginari i pericoli , e 
combattevano gli altri i rimedi da lui proposti per ripararli. Però 
quelle inconsiderate critiche dei malevoli ed ipocriti, poco o nulla 
poterono, né il Vanvitelli sviarono dal suo fermo e giusto proponi- 
mento. Benedetto XIV, che alle doti eminenti di Capo Supremo della 
Cristianità riuniva la grandezza e la magnanimità di Principe sa- 
viissimo e generoso, inquieto pei timori insorti su i pericoli di quella 
maravigliosa fabbrica, che nel genere suo lutte le altre con la pro- 
pria sunluosità supera e vince, chiamò da Padova il marchese Po- 
leni , affinchè presi i necessari schiarimenti avesse col suo parere 
definitivamente terminate quelle controversie , che tanto grido pro- 
ducevano. 11 Polcni uomo d'invincibile integrità, e d' animo schiet- 
to e sincero ben riconobbe 1' evidenza dei negati danni^ e conven- 
ne pienamente nell'uso dei rimedi dal Vanvitelli suggeriti. Egli ren- 
dette in quella circostanza ogni sorta di commendazione al merito 
del Vanvitelli, e riconosciutolo d'onestissime qualità fornito, ed 
ugualmente di genio, d' ingegno , e di somma perizia nell' arte ar- 
chitettonica, volle della sua opera unicamente avvalersi per visitare 
il Tempio Vaticano, ed osservarne i difetti. 

Nuovi elogi gli tributò in seguito anche da Padova per l' in- 
gegnosa zelante ed utile assistenza che prestò alle ristaurazioni di 
quella gran mole, di cui gii aveva, nel partire da Roma, affidato 
l'incarico, e che furono in gran parte col più felice successo sotto 
la sua direzione eseguile. 

Sasso — Voi. I. 36 



— 4i0 — 

A ben considerare i discorsi, le controversie, e la grande di- 
sparità dello opinioni intorno ai pregiudizi ed ai progettati restauri 
della cupola di S. Pietro , che tanto rumore menarono allora per 
tutta Roma , è da credere in vero , che molti in quella occasione 
poco pratici ncU' arte di edificare , forse anche promessi dai mali- 
gnanti , non ben compresero quanto fosse oltreraodo piccolo il pe- 
so di quei cerchioni relativamente al corpo della massima cupola, 
i quali , dice Vanvitelli nelle sue memorie , sono quasi altrettante 
spilli sugli omeri di un uomo. Ncppur seppero ben concepire il me- 
todo che con sano divisamento tenne 1' architetto per istringcrli ef- 
ficacemente sull'enorme circonferenza del basamento e della cupo- 
la, lo che ei fece a piccole percosse ordinate sulli cunei raddoppiati 
e conversi nelle maglie dell'unione dei cerchioni medesimi, tal- 
menlechò, volendo, avrebbe potuto spezzarli nella tensione; metodo 
<he il Poleni ritrovò efficacissimo per lo stringimento, e disse che 
il Vanvitelli, sono le sue stesse espressioni (,( prese per regola l'utile 
non il maraviglioso : fece ciò che giovava fare, non ciò che si sa- 
rebbe potuto tentare per cercar dagli sforzi mi ultimo eccessivo 
grado )■). Fu quindi facile ai maledici d'indurre i più nell'erronea 
sentenza ; ma questa volta , e lo fosse pur sempre , incontro alla 
ignoranza ed al pregiudizio non perde sue pruove la ragione e la 
privata cupidigia, che prevaler sempre vorrebbe alla pubblica uti- 
lità, vinta rimase dalla virtii, e dal merito. Il Vanvitelli fu ben an- 
che autore di quel ponte concavo adoperato nell' interno della cu- 
pola por chiudervi le fessure; ed a Nicola Zabaglia lutt' i suoi con- 
traddittori r attribuirono. 

3Ia come supporre, che un artista un'opera proponga, sonza 
immaginar prima i mezzi ond' eseguirla? Oltreché il suo animo fran- 
to e nobile, ed in quella circostanza giustamente altiero, sarebbe 
a troppo avvilimento disceso , se avesse dovuto improntar da altri 
le macchine per giugnere allo scopo del proposto risarcimento. 

Dopo la ristaurazione della cupola Vaticana, formò 1' architet- 
to Vanvitelli il progetto di rendere più grandiosa e magnifica la 
chiesa della Certosa di Roma. Avevan quei frati fatto chiudere da 
Clemente Orlandi la porta e tre arconi del gran salone, per mette- 
re in ciascuno due tavole del Vaticano. Vanvitelli ideò riaprirli, ed 
a ciascuno porre due colonne consimili alle altre otto di granito 
egizio, e dentro ogni arcone situare le due tavole del Valicano. 



— 441 — 

Nel vestibolo, che era il calidario delle termo, ordinò tjualtio de- 
positi con cornici intorno, e cassettoni quadri alla volta, come nel 
Panteon; ed essendovi un arco assai basso e sproporzionato, alcune 
mensole vi progettò all'antica con conchiglie per mascherare il bas- 
so passaggio air altissimo galene , in cui altre otto colonne esser 
dovevano simili alle antiche che sono incontro alla gran cappella 
degli Angeli. 

Dentro il suddetto vestibolo eseguir voleva quattro cappellelte 
con bei pilastri ionici da Michelangelo adornato ; e sul cornicione 
invece di quei frontespizietti con ([uelli candelabrucci ^ enivano fron- 
tespizi triangolari con quelli di Bramante, imitali poi nelle cappel- 
le vaticane da Sangallo e da Michelangelo. Ma questi grandi pro- 
getti per amore di soverchia economia non furono dai frati esegui- 
li, e fecero per maggior brevità murare il quarto aroone che era 
ancora aperto, contentandosi invece di sedici, di otto solo colonne 
all'ingresso. Benedetto XIV Pontefice di raro ingegno e di spirito 
pronto e vivace, ristaurala S. Maria IMaggiore, dove mi architetto 
guastato avea il più bel corintio di Michelangelo, disse, eh' egli con 
molto dispendio a\ ea d' una grande basilica fatto un fenile , ed i 
Certosini con poco danaro aveano d'un fenile fatta una basilica 
grandiosa. Che avrebbe detto quel gran Pontefice, se i progetti del 
Vanvitelli avessero avuto eseguimento? Neil' anno Santo del 1750 fu 
egli prescelto a dirigere gli ornamenti delle tribune in S. Pietro , 
e r illuminazione di quella cupola , che eseguì in maniera tutta 
nuova. Diresse ancora gli apparati di una santificazione, i fimerali 
della Regina d' Inghilterra, od il trasporto della Pietà di Michelan- 
gelo. 

In questo tempo medesimo, o in quel torno, venne egli richie- 
sto insieme con altri professori del suo parere mtorno ai lavori da 
farsi per la conservazione del porto d' Anzio. 

L' antica città di questo nome in campagna di Roma metro- 
poli dei Volsci , oggi più non esiste. Nerone vi foce costruire un 
porto magnifico, di cui restano tuttora degli avanzi e delle ruino, 
chiaro addimostrando che fu dosso fabbricato tutto a mano, essen- 
do r intera sua oirconfiTcnza composta di mura ben ordinate, ed ap- 
pieno corrispondenti fra loro , lo che non a\TÌone quando se ne 
adattano lo fabbriche a qualche naturale andamento del lido. Que- 
sto porto fu da principio formato molto grande, poiché erasi dagli 



— 442 — 
anlichi conosciuto, che il vasto mare , irrequieto , distrugge facil- 
mente ogni picciol' opera che farvisi tenti , riempiendo gli angusti 
seni, e i deboli ripari sovvertendo. Venne anche per quanto fu pos- 
sibile interralo nel mare, per non averlo al pari con la spiaggia, 
sempre implacabile nemica dei porti, nella quale il perenne copio- 
so concorso delle arene non cessa mai di formarne la mina, o con 
intcrrirli al di dentro , o col precluderne l' ingresso alle navi. Per 
queste ragioni fu l' antico porto d' Anzio lungamente durevole j ed 
anche rinomato abbastanza. 

Ma venne ancor esso al suo termine, come ogni mortai cosa, 
o per incuria dei barbari secoli , o per mancanza di quei naturali 
soccorsi, che gli apprestarono gli antichi; e dopo essere stato lun- 
go tempo negletto , cadde in pensiero al Pontefice Innocenzo XII , 
di ristabilirlo nuovamente, ed ordinò la costruzione del presente pic- 
ciol porto di figura quadrala, con la bocca rivolta a levante. Mol- 
to interessando la conservazione di questo porlo, unico ricovero dei 
bastimenti in tutto il lunghissimo tratto da Gaeta sino a Civitavec- 
chia per difenderlo dagl' interrimenti che sempre gli sovrastavano 
dalla spiaggia per la sua imperfetta costruzione, e per renderlo si- 
curo dalle burrasche, furono allora consultali molli architetti, e pro- 
fessori di nome,tra i quali Marchionni, Murena, Marechal, cdilP. 
Ruggiero Giuseppe Boscowich della compagnia di Gesù. Marechal 
ed altri proposero come unico rimedio, contro l' opinione di Vanvi- 
felli, la separazione del porlo dal continente, ed a tal effetto pro- 
gettarono l'apertura di un canale tra la terra ed il porto , largo 
circa palmi 4-00; il di cui andamento avesse il suo principio dietro 
il porto nuovo, e traversando l'antico andasse a mettere con bifor- 
me imboccatura nel largo mare, onde ricevere per diverse parti le 
torrenti delle maree _, ora transitandole verso levante , ed ora rim- 
boccandole verso ponente per ogni opposto movimento. 

Come però 1' esecuzione di questo progetto era dispendiosissi- 
ma, né dava ima positiva certezza di felice riuscita, immaginaro- 
no di farne prima lo sperimento con un canale più picciolo. L' e- 
sito di questo sperimento, come ben previsto avea il Vanvilelli sin 
da prima che si ponesse mano all' opera , non corrispose alle con- 
cepite speranze. 

Egli avea per certo di essere l' antico porto tutto riempiuto di 
barche, di sassi di rovine, e demolizioni dei grossi muraglioni. da 



— 443 — 
lui diligentemente riconosciuti, e quindi riuscir doveva inutile ogni 
operazione, ove prima non si venisse alla rimozione di quelle resi- 
stenze, che avean prodotto il riempimento del porto antico, il quale 
secondo il progetto servir dovoa per espellere il riempimento del nuo- 
vo. Né poi il mare si può condurre ad operare con efficacia nelle 
picciole cose, come canali di tal natura, ed altre simili , ma solo 
nelle ampie e grandi; che le altre tutte quasi in dispregio, le con- 
fonde, e sperde, come le figure che altri descrive, e l'orma che il 
piede lascia sulle arene della sua spiaggia. 

La riputazione pertanto dal Vanvitelli acquistata per le sue ope- 
re giammai non lo distolse dai buoni studi, anzi lo consumò viep- 
più ed accese nell' amarli. Aveva egli compreso che a riuscir ec- 
cellente iu ogni arte, ed in ogni mestiere qualunque, uopo è di uno 
studio Imigo e continuo, e di una invincibile perseveranza. I grandi 
uomini al certo non si fanno di getto , come le statue di bronzo , 
che in un momento belle e intere si formano : essi anzi si lavora- 
no come i marmi a punte di scarpello, e a poco a poco. Gli stessi 
Apelli, i Zeusi, i Parrasi, quei gran maestri del disegno, alle cui 
pitturo non si polca dire che mancasse l' anima per parer vive, per- 
chè sapevano parer vive anche senz'anima, quando cominciarono a 
maneggiare i pennelli, e stendere i colori, non riuscivano i loro la- 
vori cosi perfetti, che non avesser bisogno di molte e ripetute cor- 
rezioni, né senza grandi stenti giunsero a quella perfezione di arte, 
cui non fu dato ad altri di eguagliare. Quindi è che il Vanvitelli 
in mezzo a tante e si grandi occupazioni, non cessava di studiarci 
sempre i migliori autori di architettura e d' idraulica. 

Pareva che tante fatiche stancar dovessero il suo animo, e sa- 
zio già di tanta lode bramare quasi un tranquillo ed onesto ripo- 
so. Ma egli non si lasciò mai adescare dai vezzi dell' ozio o dei 
piaceri, e la sua perseveranza invigoriva nei disagi della fatica. Si 
aveva formato una scelta collezione in ogni genere , e quella con- 
templando di continuo il suo animo adomava coli' acquisto di nuo- 
ve e più rare dottrine. 

Ed era già il suo nome divenuto dovimque si chiaro, che tra 
quanti celebri artisti fiorivano allora in Italia fu egli preferito dal 
magnanimo nostro augusto Sovrano Carlo Borbone per edificare una 
Regia delizia in Caserta, la quale gareggiar doveva con quanto i più 
insigni architetti bau fabbricato di superbo per i più sontuosi mo- 



— 444 — 

uarchi. Venne quindi nel 1751 in Napoli sua patria, dove respirale 
avea le prime aiu-e di vila , ed attese con la massima diligenza a 
formare i disegni, che pubblicò in seguilo colia dichiarazione dei 
medesimi. 

Nella dedicatoria indiretta ai Sovrani, egli dice d' essere slato 
mero esecutore delle sublimi idee concepute dalla magnificenza di 
quel Monarca; e certamente al grande cenccpimcnto del Genio lica- 
lOjben corrispose l'ingegno dell'artista. Approvati i disegni ne! di 
20 gennaio 1S52, giorno fausto per questi regni, per essere quello 
appunto, in cui trentasei imni prima era venuto al mondo quel ge- 
neroso Principe , fu gettato con molta pompa la pietra auspiciale 
del grandioso palazzo. 

Non riuscirà forse disaggradevole il far qui breve cenno di 
quella funzione solenne. Al primo apparir dell' aurora di quel gior- 
no felicissimo, che più dell' ordinario si mostrò puro e splendido , 
quasi il Cielo arriso anche avesse alla pubblica gioia , il piano al- 
l' edilizio destinato occuparono vari reggimenti di fanteria , e squa- 
droni di cavalleria e batteria di artiglieria. 

Descrivevano questi tult' insieme l' ambito dei muri principali 
della futura fabbrica: la cavalleria i due lati maggiori del rettan- 
golo, la fanteria i due minori. Negli angoli furono situati otto can- 
noni , due per ciascuno , coi rispettivi artiglieri e milizie di quel 
corpo. Nel silo che perpendicolarmente corrisponde al coro della Cap- 
pella Reale, sorgeva un palco rettangolo da comoda gradinata cir- 
rondalo, sopra cui da dicci colonne sostenuto veniva un padiglione 
di ricche lapezzerie. Nel mezzo era situata una gran tavola di vel- 
luto e di broccato ricoperta, d' onde quattro dorati ferri sorgevano 
che si imivan in centro nell'alto per sostenere appesa ima Iraglia, 
che alla operazione servir doveva, e terminavano con garbo a man- 
tener nella capside il giglio d' oro. Vede'vasi su questa tavola la 
cassetta di marmo di forma otlagona, che doveva porsi nel fondamen- 
to, sulla quale era inciso il nome del Nimzio che la benedisse: Li- 
novicus GuALDERius ARCH. Myr Nun Ap. Yì erano ancora due vasi 
dorati a guisa di urne, in uno dei quali stava la calcina, il mar- 
tello, e la cazzuola di argento con manico di avorio ; e nell' altra 
la prima pietra fondamentale, in cui leggevasi, Carolus et Amalia 

UTR. StC. ET IllER. ReG, ANNO DoMINI 1752 Xlll. KaL. FEB. R. XVllI. 

Stava in disparte altra pietra che in segno di altissimo onore 



— Uo — 
fu permesso all' architcllo di sovrapporre, in cui, come a felice pro- 
sagio , era inciso il seguenle dislieo Ialino da lui slcsso volgariz- 
zato. 

Stet Douus, et solium, et Soboles Borbomca dosec. 
Ad superos propria vi lapis me redeat. 
La Reggia, il soglio^ il rcal Germe regga. 
Finché da se la pietra il sol rivegga. 

Ludovicus Fanvitellius Ardi. 

Giunsero nel luogo descritto il Re e la Regina seguili da nu- 
meroso corteggio di Capi di Corte , IMinislri^ Anibasciadori stranieri 
e della prima nobiltà dei due Regni. Benedisse allora ìMonsignor Nun- 
zio la cassetta e la prima pietra fondamentale, secondo il rito del 
pontefìcale romano. Vi posero dentro i Sovrani molti medaglioni di 
oro , di argento , di metallo , nei quali dalla parte dell' impronta 
delle teste reali si leggeva: Carolus Rex et Amalia Regina pii , fe- 
tiCEs , iNvicTi. Nel rovescio in cui era impresso la reale fabbrica coi 
giardini: Deliciae Regis felicitas populi. E nell' esergo : Augbstae 

DOMUS NATALI OPTIMI PriTVCIPIS FUSDAMINA JACTA. 

Di primo coverchio alla divisata cassetta servi una lastra qua- 
drata di marmo , nei di cui angoli erano quattro croci impresse : 
su di questa il Re colla propria mano distese la calcina facendo uso 
della cazzuola di argento , e sovrappostovi la prima pietra fonda- 
iiumlalc, ve l' assodò con alquanti colpi di martello. Fu legala po- 
scia la cassetta unila alla pietra con due cinghie di velluto cremc- 
sino trinate d'oro, le quali combinavasi a quattro col mezzo di una 
fibbia; e sollevata appena dall'asse, ecco aprirsi allora la mensa , 
e prender forma della bocca di un pozzo. Entro di questa il Re svol- 
gendo il cordone dell' asse in cui era adattalo im manico di legno 
indiano, fé lentamente scender la pietra sino al fondo , preparalo 
già nella dura terra vergine, e quivi fu dal capomaestro fabbrica- 
ta, e con quella dell' architetto ricoperta. ^lenire i Sovrani, del la- 
voro che nel fondo esegui vasi, erano spettatori dal cennato forame, 
rimbombava la circostante campagna e l' aere tutto delle gioiose 
acclamazioni dei popoli , del concento dei bellici musicali strumen- 
ti, e del frc'quente regolato fragore delle artiglierie. 



— 446 — 

Gran bel giorno fu quello per l' archilelto. Era egli il più co- 
spicuo oggello della Corte. Ebbe dal Re in dono la cazzuola ed il 
martello di argento , di cui aveva fatto uso colle reali sue mani ; 
ma il Vanvitelli sinceramente religioso, ncll' intraprendere si gran- 
de opera cominciar volendo da quel Nume, eh' é principio a tutto, 
e fine , gli spedi in voto a S. Filippo Neri in Roma , ed ivi nelle 
stanze della nuova chiesa tuttora si conservano. 

Si die subito allora cominciamento alla cava ed al getto dei 
fondamenti; ne guari si stette a vederli sopra terra, imperocché vi si la- 
vorava con grande assiduità ; e nel mese di giugno di queir anno 
si pose mano al lavoro di fabbrica. Neil' anno seguente alle spalle 
della Reggia furono piantati gli spaziosi e variati giardini, e quasi 
nel tempo medesimo s'imprese ancora l'ardita costruzione del famo- 
so acquidotto Carolino, destinato a recare abbondanti acque in quel- 
le fertili regioni , le quali al pubblico vantaggio servendo , mollo 
pure aggiunger doveano alla vaghezza ed amenità di quelle delizie, 
ed alla salubrità dell' aere. Questa grande opera, onde l' acqtia per- 
corre nel suo lungo cammino lo spazio di ben ventisei miglia, tra- 
versa mediante trafori nel duro sasso vivo cinque monti, e per ar- 
cate di altezza sorprendente, che concingono i monti da profonde 
valli divisi, si apre un transito, e perviene sicura alla sua destina- 
zione ; questa grande opera di ardilo concepimento , di esecuzione 
difficilissima , fu con invitta perseveranza, e con mirabile successo 
entro gli stretti termini di soli sei anni al suo perfetto concepimen- 
to recata. Riman sorpreso chi legge negli scrittori delle cose roma- 
ne, che Claudio Cesare per condurre dai fonti Curzio o Ceralco l'ac- 
qua in Roma, spese 13875 mila scudi, e nel traforo e taglio di un 
monte lungo tre miglia romane , per cui passar doveano le acquo 
del lago Fucino, impiegò in undici anni trentamila operai, e la spe- 
.sa di dieci milioni d'oro. Se nelF acquidotto Carolinosi fosse speso 
alla proporzione di quello di Claudio, avrebbe l'importare ecceduto 
i dodici milioni. Ma non giimse a ducali seiccntomila la somma 
che s' impiegò. Qual' è dunque di cosi enorme differenza la causa ? 
Non è facile in vero assegnarla^, ed anziché riferir la propria o le 
alimi opinioni su di tale importante quislione, gioverà meglio rap- 
portar quel che dice appmilo a questo riguardo in un suo mano- 
scritto lo stesso architetto Vanvitelli. 

i.'. Le nostre opere, (sono le sue slesse espressioni) si eseguono 



y da mani libero , non più da schiavi , dovrcLbcro dunque ossile 
y più dispendiose. ì\Ia ciò non essendo, Insogna dire oche le arLi rcn- 
Ti dute più perfette facilitano i travagli; o l' uso ignoto allora della 
)) polvere incendiaria abbrevia le fatiche; o gli antichi scrittori cer- 
y^ carono di sorprendere la credulità dei posteri; o finalmente l'oro 
y) dei Principi passa ora per mani di Direttori più fedeli y. 

E singolare quel che avvenne all' architetto Vanvitelli nel gior- 
no 7 di maggio dell'anno 1762, allorché seguì l'immissione del- 
l' acqua nel nuovo condotto. 11 Ile con numeroso corteggio volle as- 
sistere a quella grande operazione. Si prepararono dei cannoni nel 
luogo della sorgente per far conoscere il momento della introduzio- 
ne , e tutta la Corte attendeva dove 1" acqua doveva uscire. Aveva 
il Vanvitelli annimziato, che secondo i suoi calcoli l' acqua far do- 
veva il suo cammino in quattr' ore. Appena decorso questo tempo 
il Re ne lo avverti coli' oriuolo alla mano, e pochi minuti dopo ri- 
levò con maggior attenzione il ritardo ulteriore. 

Intenda chi può lo stalo dell' architetto in quel momento. Il 
suo animo si trovava agitato da mille timori , ed era già presso a 
sgomentarsi. Ma guari non andò che con indicibil fragore torrenti 
di acqua cominciarono impetuosamente a sboccar precipitosi da quel- 
le immense cateratte. 

Alle grida festevoli di tutta la Corte , e di quanti colà erano 
accorsi, poco mancò clic l'onesto e virtuoso artista non morisse di 
gioia. Allora il Re benignamente gli fece animo , e con atto di 
straordinaria clemenza volle abbracciarlo. Qual momento di felicità 
e di gloria fu quello per Luigi Vanvitelli? 

Ma le idee grandiose del Re Carlo non si arrestavano solamente 
alla edificazione di quella simluosa Reggia, e di tutte le sue delizie: 
egli ravvolgeva nella sua mente pensieri molto più grandi ed este- 
si, meditando non senza mire profondamente politiche, di fabbricar 
in quel silo medesimo una nuova florida città , e già il magnifico 
suo genio suggerito gli avea i mezzi per 1' esecuzione di tanta im- 
presa. L^ architetto Vanvitelli ne avea formato benanche il proget- 
to. Questa nuova città edificar si dovea di pianta innanzi la grande 
piazza ellittica del Real Palazzo dalla parte di mezzogiorno. Giostra- 
ta si sarebbe dalla Reggia in un semicircolo, quasi un vasto anfi- 
teatro, avendo quattro grandi strade, oltre la principale di mezzo, 
la quale conduceva da Napoli , e l' intera città nella sua maggior 

Sasso — Voi. I. 537 



— U8 — 
estensione traversando al gran portone del Real Palazzo direttamente 
])orveniva. Due rivi di acqua provenienti dall' acquidotto Carolino , 
quasi limpidi ruscelli , costeggiar doveano per lungo tratto questa 
strada dall'una e dall'altra sponda, serpeggiando fra gli alberi e 
le boscaglie quivi bellamente con arte situate, i quali spirando fre- 
scJiezza e giocondità , 1' avrebbono ai viandanti renduta ollremodo 
jìiacevole ed amena , e sarebbono stati ancora di non poco giova- 
mento alle vicine ridenti campagne. Le altre quattro strade, le quali 
ancor esse in direzione diverse la città traversar doveano, distenden- 
dosi verso mezzogiorno menavano ad altrettanti paesi, e dalla parie 
di settentrione erano tutte convergenti verso lo stesso gran portone 
medio della Reggia, laiche ad un solo colpo d' occhio, da un punto 
medesimo aver si poteva il sorprendente spettacolo dell' intera città 
dalle sue principali vie intersecata. Oltre queste strade principali 
dovevano esservene numerose altre diritte e larghe, che variamente 
si tagliavano e si diramavano, in grandezza e in decorazioni tulle 
differenti. GÌ' ingressi di questa città cran liberi, e sufficientemente 
ornati sì al di dentro che al di fuori ; dessa sarebbe stata ancora 
decorata da molliplici piazze di varia figura e grandezza, non solo 
per r affluenza del popolo, ma per la salubrità, e per dare un'aria 
pili aperta e sfogata. Questa nuova città infine adorna di superbi e 
ricchi edifici , costruiti su ben intesi e regolari disegni , già dal 
Vanvilelli ideati, favorita e protetta dal genio bonifico di quel gran 
Re , il quale non respirava che gloria e magnificenza , sarebbe in 
breve divenuta di questi regni la più florida , e per vaghezza ed 
amenità di clima, per salubrità di aria, e per grandezza e regola- 
rità di costruzione una delle più cospicue. Ma questi grandiosi pro- 
getti per le vincissiludini dei tempi non ebbero mai eseguimento, e 
restarono solamente adombrati , quasi in lontana prospettiva nelle 
menti dei grandi uomini di queir epoca avventurosa. 

Durante la costruzione di quelle reali delizie , 1' architetto si 
trovò come assalito da infinità di richieste, che quasi da ogni parte 
]' incalzavano. Condiscendente sempre , e facile a prestarsi ei non 
perdonò mai a fatiche per soddisfarle. 

In quel tempo ebbe l' incarico delle riparazioni da farsi alle 
Regie Saline di Barletta, per difenderle dalle inondazioni cui spesso 
andavano soggetto con grave detrimento dello Slato. Egli vi ordinò 
la formazione di molli nuovi campi in luoghi incolli ed arenosi , 



— 449 — 
esegui esattamente la loro livellazione , e fece nettare la foce vec- 
chia per dove le acque del mare limpide e pure entrar dovcano noi 
mentovati campi , onde assicurare la perfetta cristallizzazione dei 
sali. 

Introdusse ancora alcune nuove macchine in una specie di coclee 
di ArchimedCjUtilissime per portar le acque con la maggior facilità nei 
campi medesimi, e rinforzò con dei contrafforti l' antico muraglio- 
ue ed il nuovo; talché in breve tempo restò mirabilmente adempita 
la commissione affidatagli. Riedificò in modo assai più magnifico 
e sorprendente la chiesa della Nunziata dopo il fatale incendio del 
1757, la quale fu terminata nel 1782 colla spesa di 3000 mila du- 
cati. Dessa è una delle più benintcse di Napoli. Il gran cornicione 
che gira intorno, è sostenuto da 4.4. colonne corintie assai ben ese- 
guite. Il bel soccorpo, da lui stesso, sotto la chiesa disposto, presenta 
un ovato sostenuto da otto paja di colonne d' ordine dorico , che 
prende lume da mia apertura superiore; ed intorno vi sono ordinati 
diversi altari. Fu dopo questa opera chiamato anche in IMilano dal 
Conte Firmian per risolvere e far eseguire le considerevoli ripara- 
zioni di quella Regia Arciducale , onde renderla ima comoda e de- 
corosa abitazione pel Real Arciduca Ferdinando. Ottenutone il per- 
messo da questa Real Corte , vi si recò in compagnia del suo pri- 
mo figliuolo Carlo, che seguiva la sua stessa professione. Compì fe- 
licemente le ristaurazioni di quella Regia e ne riportò tale applau- 
so eh' ebbe altrec ommissioni, e si conciliò la stima di quan- 
ti eran colà professori od intelligenti cultori delle buone arti. 
Si portò quindi in Torino per osservare quanto offriva di più con- 
siderabile quella capitale, particolarmente in genere di architettura. 
Quivi ottenne la più lusinghiera accoglienza da quel Monarca, e fu 
da Ir' e singolarmente da quelli che delle arti prendevano con 
inteliig nza maggior piacere, tenuto in gran pregio ed opinione; che 
per la sua fama e per le sue grandi opere era già da gran tempo 
conosciuto e desiderato in ogni parte d' Italia. Ma obbligato a resti- 
tuirsi prontamente in Napoli, egli dovette presto abbandonar quella 
cittàj lasciandovi il più gran desiderio delle sue opere. 

Al suo ritorno noi mentre che attendeva con somma diligenza 
alla direzione delle grandi fabbriche di Caserta, edificò nella Capi- 
tale la chiesa di S. Marcellino, e quella della Rotonda oggi demo- 
lita; il Palazzo del Principe d'Angri nella strada di Toledo, e quel- 



— 4;-() — 

lo del Duca di Geusano a fontana medina. Secondo il suo progetlo 
furono eseguite le riparazioni della cupola del magnifico tempio 
della Trinità maggiore, che per la sua vastità, per la sua forma, 
e per la gran copia dei marmi, degli ornamenti, e delle singolari 
pitture che vi si ammiravano, era uno dei più ragguardevoli della 
città nostra. Ristorò la facciata del Real palazzo di Napoli, e riparò 
ed abhelli molte altre case e palazzi. 

In Resina edificò il magnifico casino del Principe di Campolieto, 
e vi ordinò la picciola villa. A lui si ebbe ricorso per risarcire il 
cadente portico del Real Palazzo di Persane e le lesioni scoperte in 
quello di Portici fabbricalo dal Cannavari^ e quivi ampliò ancora 
notabilmente i Reali giardini. Costruì il ponte d' Eboli nel fiume Sc- 
ie, e rinforzò il ponte di Canosa sull' Ofanlo. Al suo parere fu ri- 
masso il giudizio sul disegno della nuova facciata della cattedrale 
di Catania fatto dal Canonico Vaccarini di Palermo che ritrovò de- 
gno di lode, non senza però qualche piccola modificazione per ren- 
derlo viemeglio adallabile alla sua deslinazione. 

IVè si limitava egli alla sola archiletlura civile, ma dette ben 
anche nella militare non pochi segni del profondo suo sapere ed 
intendinicnlo. Fu interrogalo del suo parere insieme con molli inge- 
gneri mililari, e valenti uffiziali di Artiglieria, sulla riedificazione 
della Torre di Salino in Pescara, ed in quella circostanza il suo con- 
siglio prevalse e venne adottalo con felicissimo successo. Richiesto, 
(Ielle ancora il suo avviso sul nuovo metodo per costruir un ponte 
levalojo progcllalo dall' ingegnere militare Dumontiers per mettersi 
alle quattro porte della piazza di Siracusa, la di cui invenzione per 
altro era da gran tempo conosciuta in Francia ed in Germania. 

Fece inoltre un gran numero di disegni per varie altre opere 
pubbliche, a privale da edificarsi presso di noi, ed anche presso gli 
esteri. Si troveranno queste nominate nel catalogo generale di tutte 
io sue opere che in ultimo riporterò ; che a voler di tulle parti- 
colarmente discorrere, sarebbe troppo lunghezza, ne lauto confidar 
potrebbe il mio ingegno; tacerne poi alcuna parrebbe ingiuria. 

Pur lulavolla non sarà superfluo fra tulle mentovar singolar- 
mente il foro Carolino da lui edificalo nella città di Napoli. 

Allorché il Re Carlo abbandonò questi Regni per recarsi alla 
più vasta Monarchia delle Spagne, e delle Indie, lasciò in tult'i cuori 
scolpili i sentimenti del dolore per la perdila di lauto Pincipe mi- 



— 4;ji — 

sti a quelli di una indelebile riconoscenza per gì' innumerevoli iie- 
neficl da lui ricevuti. Ond'è, che allora avvenne quel che più fre- 
quente era in altri tempi, che la Capitale ed il regno mossi da vivo 
e spontaneo desiderio di dare un pubblico seguo di qucll' uuiversale 
affezione e rispettosa gratitudine clic nutrivano pel ÌMonarca che gli 
aveva cotanto illustrati, stabilirono di ergere una gran piazza fuori 
la porta Reale, per situarvi la sua statua equestre; monumento che 
additar dovesse all' età future la riconoscenza, e l' amore dei popoli 
verso un Sovrano glorioso e benefico. Questa piazza , che prese il 
nome di foro Carolino dal Sovrano cui dedicar si doveva, fu archi- 
tettala dal Vanvitelli, ed è una delle opere più eleganti e di gusto 
della città nostra. E coordinala in un emiciclo cinto di colonnato 
peristico di carattere dorico, alla maniera romana senza accanala- 
turc. La adornano al di sopra ventiquattro statue rappresenlanli le 
diverse virtù dell'animo Reale. Nella tribuna, ossia niccJùone dove- 
va collogarsi la statua equestre del Re in forma gigantesca; ma tan- 
te impreviste circostanze ne ritardarono l' adempimento. Non cam- 
biarono però i sentimenti dei popoli. Le graie rimembranze delle 
benefiche cure del grande Carlo III per serie lunghissima di gene- 
razioni si trasmetteranno alla più remota posterità, e più che in al- 
tro monumento, nei cuori dei Napolitani vivranno immortali. 

La grandezza delle opere di Caserta , e delle altre dal Vanvi- 
telli in Napoli eseguile, aveano già da gran tempo il Re Carlo in- 
dotto a dichiararlo architetto di Corte, e direttore di tutte le Reali 
fabbriche. La moltitudine delle occupazioni che tali cariche a lui 
traeva, gianunai non lo sgomentò, e valse a sostenerne per ben veii- 
f anni il peso , ed a compiere tante fatiche nella sua età avanzata 
con maravigliosa attività. 

E timlo crebbe la riputazione che acquistò noli' arte sua, che 
non era fabbrica, o riparazione, od allora operazione qualunque in 
materia di architettura da eseguirsi nella capitale e nel Regno , per 
la quale non si volesse pria sentire il suo avviso. Neil' anno 1768 per 
le nozze dell' Augusto Ferdinando I. colla Regijia jMaria Caro- 
lina Arciduchessa d' Austria , regolò egli tutta la decorazione 
esterna del Palazzo Reale di Napoli. Diresse ancora nella stes- 
sa solennità la gran sala da ballo con ogni altro festoso orna- 
mento nel Palazzo del Principe di Teora a Cliiaja, dove il Conte 
di Kaunilz , ambasciatore di Vienna dette magnifiche feslc. Con si- 



— 452 — 
mile apparecchio esegui nel palazzo Perrelli per le feste splendidis- 
sime date dal duca d' Arcos Amhasciadore straordinario di Spagna 
nel primo parto della Regina. Questa fu l'ultima opera del Vanvi- 
(elli. 

La morte il rapi nel primo giorno di IMarzo dell'anno 1776 
nella Città di Caserta , che avea col suo ingegno costante illustra- 
ta, essendo vissuto poco più d' anni setlantatrè. Fu seppellito nella 
Chiesa di S. Francesco di Paola della stessa città senza che neppure 
un piccolo epitaffio v'indicasse l'esistenza delle fredde sue ceneri. 
Era riserbato alla magnanimità dell' augusto Ferdinando 1. permet- 
re di ergersi alla di lui grata memoria un monmnento di mar- 
mo , che alla tarda posterità il suo nome ricordi. E grazie sieno 
rcndute immense al magnanimo Re , che vindice delle scienze e 
delle arti , e giusto estimatore del merito e della virtù , la gloria 
ravvivando degli estinti, incende gli animi dei presenti, e a gran- 
ri' imprese gli sprona. 

La celebrità che ottenne l'architetto Luigi Vanvitelli in vita e 
dopo morte, e fuor di dubbio giusta e meritevole , perchè fondata 
suir incontrastabile autenticità dei grandi monumenti che ha lasciati 
ai posteri. 

Le delizie casertane da lui architettate e dirette contestano cf rla- 
inonle il suo valore nell' arte architettonica e le sue estese cognizio- 
ni neir idraulica. La grandiosa e ben intesa mole di quel regio Pa- 
lazzo mostra magnificenza e giudizio nell' invenzione, simmetria ed 
ed euritmia nelle parti, e gusto della sodezza antica miita all' ele- 
ganza moderna. In tutte le parli di questo edifizio regna un esatta 
proporzione si per la grandezza che per la forma, e gli ornamenti 
liiinno una perfetta convenienza colle parti e col tutto; dal che ri- 
sulta un complesso di cose che ha armonia; un tutto che nel veder- 
lo, e nell' esaminarlo desta ammirazione, e rapisce non solo gl'in- 
telligenti nell' arte, ma gì' ignoranti ancora, producendo una grata 
sensazione che appaga l' intelletto. L' acquidotto Carolino, o risguar- 
darsi voglia il suo lungo giro sempre coverto , o la perforazione 
dei monti, o i tre ordini di arcate di sorprendente altezza, mostre- 
rà sempre V ardir glorioso dell' artista, che superar seppe gli osta- 
coli invincibili , che da ogni lato la natura all' arte opponeva , e 
potè felicemente condurre al suo termine in tale strettezza di tem- 
po quella costruzione sì ardita, e si solida. 



— 433 — 
Dessa al certo non farà più ammirare quanto di più grandi; , 
e decantato nei loro tempi felici , i Greci , ed i Romani intrapre- 
sero. 

Fornito il Vanvitelli di vasto ingegno, di sano giudizio , e di 
gusto felicissimo, seppe sempre preservarsi dagli errori in quel tem- 
po comuni, nascenti dalle stranezze del Borromino, sostenuto od au- 
mentate dal Guarini, e dal Pozzi; i quali sospinti da naturai vaghez- 
za di novità, ed instigati dall' amor di se stessi e dalla voglia am- 
biziosa di comparir autori e riformatori dell' arte, si adoperarono con 
tutte le forze loro a corrompere miserabilmente l' architettura. Ave- 
va egli conosciuto niente esser più giovevole alla perfezione di un'ar- 
te, quando di studiarne progressivamente la storia coli' esame delle 
opere dei primi autori, di confrontar la diversa maniera dei gran- 
di artefici di ogni nazione, notarci i reciproci vantaggio discapiti, 
i pregi i difetti prodotti in essi dalla natura dei tempi in cui vis- 
sero, dal gusto nazionale, dal carattere particolare dell'artista, ed 
avezzarsi così a distinguere quelle minute e pressoché impercettibili 
modificazioni di stilo, che non possono ravvisarsi senza la mollipli- 
cilà e l'approssimazione do' rapporti. Jledi laudo sulle diverse cause 
delle vicende dell'architettura ci giunse ad acquistar nozioni chiare 
e precise dei veri suoi principi, i quali hanno regole fìsse e costanti 
sulla bellezza, e sulla comodità, e sulla solidità, che sono i tre re- 
quisiti necessari a qualunque fabbrica per potersi dire compila. Ra- 
gionando giustamente su questi principi si formò in questa nobile 
arte quel gusto raffinato, che fa assaporar tanto meglio le vere bel- 
lezze, quanto più fortemente risentire i difetti contrari. Le sue ope- 
re infatti mostrano gusto in ogni genere di bellezza : l' eleganza 
sempre unita si scorge alla magnificenza , e la maestà convenevole 
non è mai disgiunta dallo bellezze parziali. 

Era poi fecondo nelle invenzioni , negli ornati gentile , e nel 
meccanismo, e nella distribuzione e decorazione degli edifici mollo 
intelligente. Attaccalo costantemente agli ammaestramenti del pre- 
cettore Romano, e dell'Alberti, conformò le idee delle sue invenzio- 
ni al bello e semplificalo dalle fabbriche antiche, variò le distribu- 
zioni delle parti a tenore degli usi, ai quali doveano servire i suoi 
odifìcV, consor\ò alla bella costumanza di ornare con decenza i pro- 
spetti e gl'ingressi; adornando l'esteriore ebbe per massima di ac- 
crescere colla dovuta proporzione gli ornamenli delle parli interne. 



— \'òì 

Costante nel eonservare la solidità sostanziale, non dimenticò di col- 
tivar anello r apparente , sapendo eh' ella si è quasi l' anima delUi 
bellezza. Mostrò ancora grande ingegno e perspicacia nel saper con- 
ciliare la ricercata sodezza e comodità alle sue fabbriche; ed in ge- 
nerale nelle opere di sua invenzione combinate si trovano le prin- 
cipali proprietà che richiede la buona architettura. 

Ebbe ancora il Vanvitelli molti discepoli, i quali formati coi 
suoi ammaestramenti, e più di tutto sopra i suoi disegni, e sulle 
opere da lui architettate, che avevano di continuo sotto gli occhi, 
riuscirono indi provetti nell'arte, ed esercitarono con lode la profes- 
sione. Fra questi non furono ultimi Ire suoi figliuoli Carlo, Pietro 
Frajacesco. Si distinsero ancora singolarmente Antonio Rinaldi, che 
fu poscia architetto al servizio dell' Imperiai Corte di Pietroburgo , 
e Francesco Sabatino di Sicilia, il quale segui il Re Carlo nella Spa- 
gna, e per le grandi opere quivi costruite fu ricolmo di onori e di 
ricchezze da quel Sovrano, e nell' auge di sua fortuna sposò la pri- 
ma figliuola del Vanvitelli. 

Benché nello studio delle arti del disegno ci fosse continuo , 
jmre si compiaceva di altre nobili facoltà, ed era ornato di raolti- 
plici erudizioni. Le muse gentilmente gli sorridevano , e lo ascris- 
sero \olonlcrosamente Ira i suoi 1' Arcadia di Roma, e l' insigne ac- 
cademia di S. Luca. Estremamente laborioso, e disegnatore inde- 
fesso, egli riuniva qualità sovente discordi , prontezza d' ingegno e 
sofferenza di studio, vivacità di spirito ed ostinazione di fatica. In 
mezzo a tante occupazioni e gloria si rara, era sempre umano, mo- 
derato, piacevole, discreto cogli operai, pietoso coi miseri , cortese 
con tutti. Disinteressato per natura , e spinto solo dell'amor della 
gloria, rilasciò spontaneo il diritto del due per cento su i lavori , 
che il Re Carlo aveva stabilito. Quale immensa fortuna avrebbe egli 
fatto, se avesse curato di esigerlo? E pure ei visse e mori povero : 
raro ed imitabile esempio di lodevolissima onestà. 

Visse Luigi Vanvitelli sempre caramente colla onestissima ed 
affettuosa consorte Olimpia Starich , romana. Sei figliuoli ebbe da 
essa, ai quali die colla e gentile educazione, e più di tutto li edu- 
cò col suo esempio all'onore ed alla virtù. Di dolci costumi, nel- 
lissimo d' invidia , affabile e sincero per natura era da tutti desi- 
derato, ed amici aveva moltissimi. Parecchi stranieri ancora per di- 
gnità, e per dottrina ragguardevoli l'ebbero caro, ed in pregio, ^on 



-^ 



— 453 — ' 
gli mancò il favore dei Principi che il conobbero, o della sua o^kì- 
ra si valsero. La slima eh' ebbe di lui il Re Carlo fu grandissima, 
e gliene delle sin da ìMadrid i più dislinli contrassegni con inviargli 
in dono nel 1763 due medaglie di argenlo ed una di oro, e premii 
ed onori accrebbe ai suoi figliuoli che lo seguirono nella Spagna. 
Del pari grande fu la considerazione di che l'onorò il Re Ferdinando I. 
che nel dominio di questi regni all' Augusto suo padre successe. 
Anche i Sovrani stranieri non mancarono di praticar verso di lui 
gli alti della più distinta benevolenza. Il Re di Sardegna Cailo Em- 
mauuele gli fece graziosamente presentare nel 1770 dal conte La- 
scaris tre bellissimi volumi di architettura contenenti le prospettive 
di Torino, ed il teatro di Piemonte, e di Savoia; dono preges olis- 
simo dalle mani di un Re ; e la grande Imperatrice delle Russie 
Caterina II nel 1771, lo regalò di una medaglia di argento, che gli 
sped' per Antonio Rinaldi allievo di Vauvitelli, che allora Irovavasi 
primo architetto della Imperiai Corte di Pietroburgo. 

L'invidia per tanto non l'obbliò, né il poteva. Tulli i grandi 
uomini non ne furono esenti. Le critiche e le maldicenze, che furono in 
Roma contro di lui mosse , erano ingiuste ed insussistenti. Aveva 
egli scritto delle memorie per confutarle; ma sopraffallo da mag- 
giori negozi, ebbe il coraggio di disprczzarle, ne cm'ò più di pub- 
blicare le sue difese. Ei cercò sempre di conseguire chiarezza di fa- 
ma, studiandosi solo di meritarla. Gli accorti inganni, le abbiezio- 
ni servili, e tutte quelle arti poco sincere, che taluni adoprano per 
ottener Iodi ed onori contro ragione , il suo animo schiello e no- 
bile mai non conobbe. Interrogato negli ultimi anni di sua vita da 
uno di quei professori che non sanno uscire dalla sfera della me- 
diocrità , se avesse nulla stampalo suU' archilellura, ci rispose con 
nobile orgoglio, che i grandi artisti non istampano ma lasciano le 
loro opere alla posterità , che ne forma sempre il più rigoroso ed 
esalto giudizio : risposta degna d' un' animo grande, e desideroso di 
gloria, che all'ansietà di conseguirla non sa l'affettazione congiun- 
gere di sprezzarla. Ne dissimulava egli già questo suo desiderio, che 
vi é sempre della magnanimità nell' aspirare ad im premio nobilis- 
simo, quando è giusto, e ragionevole 1' ottenerlo. L'universale ripu- 
tazione eh' ebbe in tutta Italia , non poteva al certo essere adden- 
tata dalle meschine critiche, e calunnie dei suoi rivali, ne offusca- 
ta dal livido sguardo degl' invidiosi. 

Sasso — Voi. I. 38 



— \oG — 

E senza incorrer taccia di adulazione , per la gloria di tan- 
to uomo, asserir potremo, che l'architettura tutta volla in quel- 
r epoca maltrattala dalle stravaganze del llorroraino , e dei suoi 
seguaci , da Luigi Yanvilclli il suo risorgimento ripota , ed a lui 
dehki r Italia il miglioramento di questa nobde arte, che in tem- 
pi più felici era stala il suo principale ornamento e decoro. 

Dei tre figliuoli dell'architetto Vanvitelli che esercitarono la 
stessa sua professione, il primo, Carlo, rimase in Napoli, e gli suc- 
ciasse nella carica di architetto di Corte, e direttore di tutte le Reali 
fabbriche, e fu benanche Primario del Sacro Regio Consiglio, e te- 
nente colonnello graduato del Real corpo del geuio. Egli diresse la 
continuazione delle opere di Caserta dopo La morte del padre, terminò 
la grande e magnifica Chiesa dalla Nunzkita, e la capitale adornò 
di molte nuove fabbriche, nelle quali dimostrò la sua piena cono- 
scenza dell' arte. Si fece soprattutto ammirare per la sua singolare 
onestà, e per la dolcezza ed integrità dei suoi costumi. Cessò di 
vivere in maggio del 1821, in età di 82 anni. 

Gli altri due figliuoli Francesco e Pietro seguirono il Re Catto- 
lico nella Spagna. 

INon potendo il Vanvitelli andarvi egli stesso, perchè le Reali 
fabbriche di Caserta aveano ancora il bisogno della sua direzione, 
cJ anche perche non gli permetteva quel \iaggio la sua cagione- 
vole salute, volle il Re che gli proponesse persone ben intese nell' ar- 
cliilettura, e di sua particolare fiducia per condurle in sua vece in Ma- 
drid. Nominò egli allora i due cennati suoi figliuoli , i quali pei 
considcre\ oli servigi colà prestati, particolarmente nel ramo mili- 
tare, meritarono da quel Sovrano, e dal suo figlio e successore, il 
Re Carlo IV, le piìi onorevoli distmzioni. Il primo, Francesco, fu 
tenente generale, cavaliere del Real ordine di S, Giacomo, e genti- 
luomo di camera di S. M. C; ed il secondo Pietro, rapito da im- 
matura morte, colonnello del corpo dei genio, e cavaliere dello stes- 
so Real ordine. 

L'altro figlio del Vanvitelli rimasto in Napoli, Gaspare si ap- 
plicò alla giurisprudenza , e dopo aver onorevolmente percorsi 
tutti i gradi della magistratura , si mori caporuota dell' aboli- 
to Sacro Regio Consiglio. 

Francesco Sabatini di Sicilia, giovine si portò in Roma per istu- 
diare l'architettura, e dopo averne appresi i primi principi, passò 



allo studio dol Van vitelli. Riconosciutolo egli di grandi talenti e d'in- 
gegno fornito, l'incoraggiò ed il produsse con dargli delle parti- 
colari Incumhenzc nelle sue fabbriche. 

Lo condusse poscia in Napoli insieme con lui, e rendutosi il 
Sabatini provetto abbastanza nell'architettura, gli afGdò sovente la 
direzione delle sue opere_,alle quali non poteva egli stesso prestare 
una particolare assistenza. Diresse principalmente la fabbrica dd 
quartiere di cavalleria al Ponte della Maddalena, ond'è che da ta- 
luni fu creduto di sua invenzione. Finalmente il Vanvitelli lo pro- 
pose al Re Carlo 111, insieme coi due suoi figliuoli per condurlo nel- 
la Spagna. Quivi appena giunto il Sabatini fu dichiarato architetto 
di Corte, ed ebbe l'incarico di moltissime opere. Terminò il nuovo 
Real Palazzo di Madrid, fa])bricalo dapprima senza gusto e comodo 
alcuno, e lo rendette un'abitazione degna di quel Sovrano. Costruì 
la fabbrica per la pubblica dogana , e per la direzione generale 
delle rendite di quei Regni. Ebbe la commissione della polizia e 
del selciato delle strade, commissione della più grande importanza 
a quei tempii e nell'adempimento difficilissimo per le immense op- 
posizioni che superar dovette. Ristorò ed abbellì i Reali palagi del 
Buon Ritiro, di Aranjuez, del Pardo, dell' Escuriale. Nel disimpegno 
di queste ed altre opere a lui affidate, egli dimostrò sempre la pili 
grande intelligenza uell' arte, ed incontrò pienamente il gradimento 
Reale. 

Il Sabatini nella sua limiinosa carriera pervenne ad essere te- 
nente generale ispettore e comandante generale del corpo del genio, 
commendatore del Real ordine di S. Giacomo, e gentiluomo di ca- 
mera del Re. Sempre grato al Vanvitelli, da cui riconosceva tutta 
la sua fortuna, e rendendone a tutti continui e pubblici attestati, 
per dargliene una pruova piìi evidente e sincera, gli richiese in mo- 
glie la sua prima figliuola Cecilia. 

Il Vanvitelli condiscese con piacere e con una tenera soddisfa- 
zione alla dimanda del suo discepolo riconoscente, e la sua figliuo- 
la divenuta moglie del Sabatini, fu dichiarala dama di Corte, e da- 
ma di onore della Regina. 

In tal guisa i grandi So\Tani onorano il merito e la virtù. 

L'architetto Luigi Vanvitelli fu nominato fra gli arcadi Archi- 
mede Fidiaco: gran bel nome per un professore delle buone arti nei 
tempi moderni. 



— 458 — 
Non esiste di lui ohe un solo sonetto neUa raccolta di poe- 
sie in lode delle nobili arti del disegno, a lui dedicata in Roma 
nel 1764. da JMichel Giuseppe ]\Iorci custode generale di Arcadia, 
ed ascritto fra gli accademici d' onore del disegno. Esso è il se- 
guente: 

Quanto a^Ticn che dUelto agli occhi apporto 

Tanto di duol fuori ne tragge e scioglie, 

L' opra tua Raffael, che in se raccoglie 

L'crror che fece noi servi di morte. 
Poiché veggio Eva, ahi troppo infausta sorte! 

Che la mano alza alle vietate foglie, , 

E un pomo colla destra ai rami toglie, 

E coir altra un ne porge al suo consorte. 
Ed amho cosi ben levan dal piano 

Sul maestro color; cosi presenti 

Farmi d'averli in vivo corpo umano; 
Che per l' inganno è forza ch'io paventi. 

Adamo nel veder col pomo in mano, 

Cli' mi' altra volta non sei rechi ai denti. 

L' Architetto Luigi Vanvitelli riuniva alla profonda conoscenza 
dell" arte sua una particolare dolcezza, ed amabilità di carattere, e 
tulle quelle rare pregevolissime qualità che rendono ima persona som- 
mamente stimabile e desiderata nella socieUi. Questa fu l' opinione 
generale che si ebbe di lui in questo Regno. 

Onde vieppiù far palese al mondo dotto ed artistico il merito 
sommo di si distinto mio concittadino, termino sulle sue notizie indi- 
cando il catalogo delle sue opere. 

CATALOGO GENERALE 

Do" disegni e delle opere dell' Architetto Luigi FanvUel li 

In Urbino — La ristaurazione del Palazzo Albani. 

La Cliiesa di S. Francesco. 

La Chiesa di S. Domenico. 

In Ancona — 11 Lazzaretto ed il Molo. 



— 459 — 
La Cappella delle reliquie in S. Ciriaco. 
Il risareimento della Chiesa del Gesù, e di quella di S. Agostino. 
La casa degli Esercizi spirituali. 
In Macerata— La Cappella della Misericordia. 
In Perugia— La Chiesa e Monistero degli Olivetani. 
In Pesaro— La Chiesa della Maddalena. 
In Foligno — La ristaiu-azione del Duomo. 
In Siena— La Chiesa di S. Agostino, poi da altri guastata. 
In Frascati — 11 risarcimento della Ruffinella. 
In Roma— Due disegni per la facciata di S. Giovanni Laterano. 

Un' aggiimzione di camere alla libreria del Collegio Romano. 

Una ricca Cappella pel aiinistro di Portogallo. 

11 grandioso convento di S. Agostino. 

Il risarcimento della cupola di S. Pietro. 

Il disegno per la Chiesa della Certosa. 

Gli ornamenti delle tribune in S. Pietro nel 1750, e l' illumi- 
nazione in modo nuovo. 

L' apparalo di una santificazione. 

I funerali della Regina d' Inghilterra. 

II trasporlo della Pietà di Michelangelo. 
In Milano— Il nuovo palazzo Arciducale. 
La facciata del Duomo, non eseguita. 

In Brescia— La sala del pubblico. 

In Benevento— 11 ponte sul fimne Calore. 

In Napoli — Il foro Carolino, comunemente detto piazza del 

mercatello. 

11 quartiere di cavalleria al Ponte della Maddalena, edifìzio so- 
do e ben conveniente alla sua destinazione, sì per 1' apparenza, che 
per ogni altra comodità interna. 

La scala, facciata, sagrestia, e cappella della Concezione in S. 
Luigi di Palazzo, chiesa demolita nella passata occupazione mili- 
tare. 

La chiesa di S. Marcellino. 

La chiesa della Rotonda anche demolita, dirimpetto a quella di 
S. Angelo a Nilo, dov'era l'antico tempio di Vesta. 

La grande magnifica chiesa dell' Annunziata, d'ordine ionico e 

corintio. 

La facciata del palazzo Gensano a fontana Medina. 



— 460 — 

La rislauraziono della facciala del Rcal Palazzo di Napoli, con 
murarvi allernativamentc gli archi al dorico. 

Il portone, la scala, ed il proseguimento del palazzo Calabritto 
a Chiaja. 

Il palazzo del Principe d' Angri a Toledo. 

La rislaurazione del Real teatro di S. Carlo. 

Le riparazioni della cupola della Trinità maggiore. 

Il proseguimento del Real Albergo dei poveri. 
, In Caserta — 11 palazzo Reale e sue delizie. 

L' acquidotto Carolino, ed i ponti a tre ordine di arcate. 

In Maddaloni — Un altare ed un ciborio. 

In Portici — Le riparazioni del Real palazzo, e l' ampliazione 
d(M Reali giardini. 

In Resina — 11 casino magnifico del Principe di Campolielo. 

In Persane — Le riparazioni del Real palazzo. 

In Eboli — Il ponte sul fiume Selc. 

In Canosa — La ristaurazionc del ponte nelT Ofanlo. 

In Barletta — Le riparazioni delle Regie Saline. 

In Pescara — 11 progetto per la riedificazione della Torre di 
Salino. 

In Madrid — Il disegno pel palazzo del Correo , la porta ed il 
ponte di Toledo. 

DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE 

Fra tutte le grandi opere costruite presso di noi sotto il Regno 
felicissimo dell' immortale iCarlo 111, non tengono al certo Tultimo 
luogo le Reali delizie di Caserta. Quantunque però la loro grandez- 
za e magnificenza, e l' amenità di quei sili giocondissimi, abbiano 
spinto molli scrittori a celebrarne i pregi, scarso è pure il nume- 
ro di quelli che hanno impreso di darne una particolare e circon- 
slanziala descrizione. Anzi io credo, che non vi sia stato ancora tra 
noi chi di proposito abbia preso la cura di cosi particolarizzare 
quelle Reali delizie, che dar ne potesse compiuta contezza ; come 
sarebbe il far un cenno della felice posizione di quelle amene e ri- 
denti contrade, descriver particolarmente quel Regio palazzo, am- 
mirabile in ogni genere di bellezza, discorrere degli spaziosi e va- 
riati giardini che sono alle sue spalle, della stupenda cascata delle 



— 461 — 
acquo, e descriver parlicolarmenlc il famoso acquidollo Carolino, il 
suo lungo e lurluoso cammino, i tre ordini di arcate di sorpren- 
dente altezza, opera iii vero degna della grandezza degli antichi 
Romani. Una esatta descrizione di questi luoghi amenissimi, sog- 
giorno di piacere e di delizie dei nostri Principi , riuscir dovrebbe 
grata ai concilladini non meno che ai forestieri^ i quali sono si 
vaghi di vederli, che non avvene alcuno, che giungendo nella ca- 
pitalo non si rechi prontamente con trasporto a visitarli. Questa de- 
scrizione appunto qui si trascrivo; corcando di narrare e di descri- 
vere non solo per soddisfare 1' app(.'lilo dei viaggiatori curiosi , ma 
soprattutto per gli artisti, e per gi' intelligenti cultori delle buone 
arti, procurando ancora, per quanto è possibile, d'accoppiare l'evi- 
denza coir esattezza, la qual cosa ha potuto fare più agevolmente 
che altri il suo degno nepole che pur Luigi Vanvilelli s'appellava 
conservando presso di lui molti manoscritti originali dell'illustre suo 
avolo. 

DELLA POSIZIONE ED ORIGINE DELL'ANTICA E NUOVA 
CITTÀ DI CASERTA. 

Amene e fertili contrade quasi per tutta la deliziosa Italia si 
rincontrano, ma rara e forse a nessuna paragonar si può quella, 
che ebbe per eccellenza il nome di Campania, soprannominata fe- 
lice; e da buona parte dagli antichi scrittori fu tra le pianure lutto 
creduta felicissima. 

La posizione infatti di questa terra e la più fortunata: difesa 
dalle montagne contro lo storile solEo della rigida tramontana, re- 
sta nelle altre parli piana ed aperta per accogliere dei fecondi ven- 
ti il favorevole fiato. 

La dolcezza del suo clima, e la bontà dol suo terreno fertilis- 
simo invitarono a stabilirvisi le prime colonie, che a popolar I' - 
talia si portarono, come furono gli Aurunci, detti Ausoni, ed Opi- 
ci, che da ma secolo circa prima della guerra di Troja scacciati fu- 
rono dai Pclasgi dalla Grecia sopraggiunti , i quali Tirreni dopo, 
ed Etrusci si nominarono. 

INelIa Campania ebbero l' antica fondazione molte belle e popo- 
lose città sulle quali signoreggiò poi Capua, celebre non meno per 
le bue ricchezze, che per le infelici guerre e poscia per le più for- 



— 462 — 
tunalo amicizie col popolo Romano. Dalla greca magnificenza , e 
dalla Ialina fu questa deliziosa regione tutta riempita di sontuose 
ville , di marmorei sepolcri e mausolei , di magnifici tempi , di 
teatri ed anfiteatri superbi , dei quali per la barbarie ed ignoriui- 
za dei secoli, che seguirono calami losissimi restano appena preziosi 
avanzi, clic la grandezza di quel che furono, chiaro abbastanza tut- 
tora dimostrano. 

Nel fianco settentrionale del monte Tifata che tutto signo- 
reggia la Campania, fu eretto un magnifico tempio a Diana, detta 
perciò Tifati/ta, il quale è da gran tempo cambialo in Chiesa, che 
ora diccsi di S. Angelo in formis. Vedeasi poco lontano altro tem- 
pio a Cerere dedicato, forse a cagione delle biondeggianti spighe, 
onde le vicine pianure straordinariamente abbondano. Ma la pen- 
dice meridionale di quel monte, e la solloposta pianura, quantun- 
que fosse la più deliziosa parte delle contrade campane, non furo- 
no mai occupale dagli antichi, ne ahi late per non perdere forse le 
ricolle di quella terra ubertosi ssima, che servir doveano disoslenlamenlo 
alle multiplici vicine città. La prima popolazione che ricevesse que- 
sto fianco del Tifata fu nella edificazione dell' antica Cillà di Ctiser- 
ta. Noi non e' impegneremo a dimostrar 1' antichità della sua ori- 
gine, come altri han preteso; ci basterà soltanto indicare esser pro- 
Labile congettura che fosse nata ai tempi dei Longobardi. Che sia 
cosi, il comprovano i nomi di alcuni suoi villaggi, che anche oggi 
formano l'intero slato Casertano, come sono Altifreda, Toro, Bria- 
no, Sala, che sono voci tutte Longobarde. 

L'aver inoltre i Casertani prestalo un culto particolare all'Ar- 
cangelo S. Michele principal protettore della nazione Longobarda, 
e di quei Longobardi soprattutto che abitarono l' Italia Cistiberina, 
la frequenza dei tempi a lui dedicati, e '1 suo nome impresso nelle 
medaglie di oro e di argento dei duchi di Benevento, sono altret- 
tante ragioni per credere che sotto quella nazione fosse slata fon- 
data r antica città di Caserta, la quale fu cosi detta a cagione del- 
la sua situazione in luogo erto ed alto quasi casa cria. Venne in- 
fatti questa città edificala secondo il costume dei mezzi tempi sulla 
vetta di un monte con poco ampio circuito, ed è tutta murata di 
pietre vive dell'altezza presso a 20 palmi, con dei bastioni, e con 
ima porta verso mezzogiorno alta palmi 14. ed 11 larga. Ha un o- 
rizzonte estesissimo guardando quasi tutta la Campania sino al ma- 



— 463 — 
re, e V aria che vi si respira è sanissima, è però soggelta ai venti 
impetuosi a cagione della sua elevatezza. La cattedrale è un edifi- 
zio non ispregevole sostenuto da 18 colonne a tre navi. Yi si os- 
servano il palazzo degli antichi suoi Conti di barbara struttura, a- 
vendo a lato una torre dell' altezza di palmi 100, e 124 di circon- 
ferenza, e gli avanzi del palazzo vescovile col suo seminano. 11 suo 
teiTitorio è feracissimo d'ogni sorta di produzione , e le sue campa- 
gne sono molto amene, e deliziose. I monti che ha d'intorno sono 
per lo più di una pietra calcarea che chiamano travertuio, di cm 
si fa molto uso nel fabbricare. j\lolli di questi monti sono un com- 
plesso di terra e pietre sciolte, che sembrano nati da rivoluzioni di 
questi terreni ; e bisogna dire che l' agro casertano, al pari che 
moltissimi altri luoghi di questo Regno, sia stato soggetto a terri- 
bili sconvolgimenti. 

Invaghitosi il Re Carlo della felice posizione della pianura che 
trovasi alle falde del monte su di cui è Caserta vecchia, della sa- 
lubrità dell' aria, dell' ampiezza delle vedute, del terreno fertilissi- 
mo, e della vaga disposizione delle colline che le fanno corona, 
stabili di ergere in questo sito così ameno e piacevole una Reggia 
deliziosa, degna della sua grandezza e magnificenza. Fece quindi 
espressamente venir da Roma 1' architetto Luigi Vanvitelli, a cui 
comunicò egli stosso le sue grandiose idee, e 1' architetto ben cor- 
rispondendo al genio di quel gran Re, dopo formati i disegni, che 
riuscirono pienamente di Real gradimento, attese con somma dili- 
genza alla edificazione della Reggia , e di tutte le sue delizie , le 
quali vennero eseguile in gran parte sotto la sua slessa direzione. 

PALAZZO REALE DI CASERTA. 

Il Palazzo è preceduto a mezzo giorno da una gran piazza cl- 
liltiea, da cui partonsi tre stradoni dritti con viali d'ambi i lati, « 
circondato da quartieri per le guardie di fonteria e di cavalleria. 
Esso é in pianta un parallelogrammo rettangolo, i di cui lati 
maggiori ciascuno misura 94.5 palmi, ed i minori per 730 pal- 
mi ognuno. Ai quattro angoli sono altrettanti avancorpi che 
secondo il primo progetto del disegno formar dovevano padi- 
glioni ovvero torri in elevazione , ed altro padiglione più -gran- 
dioso era disegnalo nel mezzo deirintern palazzo ; ma questi non 

Sasso — Vul. 1. '''J 



furono eseguili : ma lo puoi osservare esallamcnte nella mia lav. 17°. 

S'ergo la gran mole per l'allozza di 134. palmi. Selle file di 
finestre sono per ogni facciata , ed in quelle di mezzogiorno e di 
settentrione ogni fila ne numera 37. 

La prima è di finestrucce pei sotterranei, la seconda di finestre 
grandi e lisce pel pianterreno^ la terza di finestre medie per mez- 
zanini. Queste tre file sono comprese in un bugnato^ che forma co- 
me un liasamento, sopra di cui si alzano due piani nobili con fi- 
nestre ornate di frontespizi triangolari allernativamente e circolari, ed 
un altro piano di mezzanini tra i due descritti con piccole finestre 
rettangolari le quali sono contenute da un ordine coniposilo , nel 
di cui fregio è la settima fila di fìnestnicce pei mezzanini. Nella 
facciata principale lordine ionico non ha che quattro semicolonne per 
ciascuno avancorpo, e im pilastro ai fianchi; ma nelF opposta fac- 
ciata riguardante i giardini oltre le suddette colonne ogni finestra 
è tra i pilastri. Ho creduto dare questa facciata nella mia tav. 17''. 
Oltre gli avancorpi degli angoli avvene ancora un altro nel mezzo 
delle facciale medesime. In ognuna di quelle di mezzogiorno , e 
di settentrione vi sono cpjattro colonne d'ordine composito indossate 
ai muri per metà. Le medesime sono di travertino con basi e capi- 
telli di marmo bianco. Nelle altre due facciate di oriente ed occi- 
dente , in luogo di colonne vi sono altrettanti pilastri di simile or- 
dine. Sid cornicione non mai interrotto ricorre per luti' i quattro lati 
lina balaustrata. Ciascuna delle due facciate ha tre grandi portoni, 
che si veggono , e si trapassano da parte a parte. 

La gran porla R(?ale è fiancheggiala da due minori, avanti le 
quali sorger debbono quattro grandi colossi rapprcsenlanli quattro 
\irtù, con ragione dall' architello chiamato Principesche: la magni- 
ficenza, la giustizia, la clemenza, e la "pace. Nel simboleggiar 
queste virtìi ideò il Fanvitclli di non doversi slreltamenle osserva- 
re le solite di\ise che dagli statuari si praticano, poiché non vo- 
leva effigiarle in asti-atto, ma particclarizzarle quali nel grande a- 
ninio del Re Carlo, come in propria loro sede albergavano. 

La magnificenza farassi conoscere all'abito piìi degli altri 
largo e pomposo. lAIadrona di aria nobile avrà fregiata di corona 
la fronte; verserà colla destra da un cornucopia, e coHa sinistra so- 
sterrà la pianta delineata del Real palazzo di Caserta, in cui dimo- 
strasi r indole generosa del magnanimo Re. L' epigrafe nel piede- 



_ 405 — 
Mallo sarà artimn allrix , poiché allora le arli al sommo giungo- 
no di lor perfezione , quando i popoli docili , secondando il gemo 
magnifico del Principe, e la sua generosità meritando, tulio V im- 
piegano lo sforzo del loro ingegno. 

Sarà la fjiusli'Ja alleggiala in guisa che volga gli occh, al 
cielo per dimostrare che di lassù prendono i Sovrani l'autorità e 
la nórma di governare. Avrà la corona sul capo e come regina del- 
le virtù, e come virtù principale del Re Carlo. 

L'ammanto sarà decente ma senza fasto, perchè dalla giustizia 
ogni superfluità si rifiuta. Mostrerà l'aria di donna virile con mae- 
stà serena: terrà il hraccio destro appoggiato sopra im fascio con- 
solare di verghe, fra le quali si chiude una scure, e con la mano 
stringerà una corona militare ed un aperto compasso; sosterrà col- 
la sinistra una bilancia indicando con tali simboli V uso in questa 
della giustizia commulaliva , in quella distributiva. Verrà chiamata 
felicUatis mitcr, poiché da essa nasce la quiete pubblica, la sicu- 
rezza, e la felicità dei popoli. 

Dal placido volto della clemenza sì ravvisa il suo benigno co- 
stume. Verrà quindi scolpita d'aria dolce e sorridente, con manto 
e corona reale per essere virtù propria dei Sovrani , ed in alto di 
porre nel fodero una spada , di cui potendo non voglia servirsi. 
Terrà bassi gli occhi mostrando d' impietosirsi della misera condi- 
zione dei colpevoli. Avrà quindi per mollo; miserormi coiifugium: 
Il genio pacifico del Re Carlo 111. si esprimeva dal quarto si- 
mulacro , eh' é quello della pace. Questa si dimostra donna di vi- 
so tranquillo , vestita di doga cittadinesca , e col capo coronato di 
olivo. Porterà nella destra un fascio di spighe , produzione copio- 
sissima del regno delle due Sicilie, e stringerà colla sinistra un ti- 
mone , simbolo della navigazione accresciuta da quel Monarca col- 
l'ampliazione dei porli di Napoli, di Agrigento, di Barletta e di altri. 
E perchè dalla pace si aumentano 1' abbondanza e le ricchezze , si 
chiamerà Opiim Àmplifìcatrix. 

Nei quattro ideati colossi volle il Vanvitelli descrivere le doti 
principali del Re Carlo; ed immaginò adornare in tal guisa l'in- 
gresso della Reggia, perchè le porte dei grandi palagi debbono fro- 
^riai-si di quei caratteri che danno a chi entra qualche nozione del 
personaggio che vi abita. Avoa benanche l'archiletlo idealo di far 
torreggiare sul fastigio principale la statua equestre del Re in bruii- 



— 4GG — 
zo , non senza imitazione degli anlichi , che sopra gli edifizì pri- 
mari e cavalli e quadrighe ai loro Sovrani dedicate collocavano. 
Ma tulle queste statue non sono state ancora eseguite. 

In allo poi sul fmeslrone di mezzo si legge una inscrizione , 
la quale credesi del Marchese Taniieci, poiché la mandò egli sles- 
so air architetto per faryela incidere. 

Essa della cosi : 

//as. aedes 

Carolus. Sicilianim 

Et Ilierusalcm. Rcx. 

A. fundamentis. construxit, 

Ferdinandtis IV. filius. et sueeessor. 

Absolvit. 

Annis Christi MDCCLIl 

Et. MDCCLXXIF. 

Quale sorprendente spetlacolo non presentano alla vista dei ri- 
guardanti le due facciale di questa magnifica Reggia ? Non formano 
esse UD raro complesso di grandezza, di regolarità, di euritmia, di 
varietà , di contrasti, di ricchezza, di facilità e di eleganza? È in- 
sensibile chi non prova ditello al contrasto euritmico di tante mas- 
se. ]Ma si entri ad osservare la dislrihuzione interna. 

I due grandi portoni nel mezzo delle facciate di mezzo giorno 
e settentrione sono imiti da un magnifico portico con porlichelli la- 
terali. 11 medesimo e amplialo da tre vesliholi di figura oltagona , 
ornati di colonne di un sol pezzo di pielraligia Siciliana; due dei quali 
sono presso dei cennati portoni , e danno le comunicazioni ai quat- 
tro cortili per mezzo di spaziosi archi agli angoli dei cortili medesimi. 
Nel mozzo del portico, e di tutta la gran mole evvi l'altro vestibolo che 
è il principale , da cui simmetricamente si deviano quattro larghi 
passaggi ai rispettivi quattro corlili , e si dà T ingresso alla scala 
Regia. Qual colpo d'occhio dal suo centro ? Due lati di esso ottago- 
no sono per la continuazione del portico , quattro per altrettanli 
lunghi passaggi ai quattro cortili euritmicamente disposti, sono per 
la grandiosa scala Regia ch'è tutta aperta, e l'altro incontro al mae- 
stoso colosso dell'Ercole Farnese nel di cui piedestallo leggi la bel- 
la (epigrafe: Gloria virtuicm post fortia facta coronat. Ciascun 
cortile è un gran rettangolo cogli angoli tagliali a petto, ed ogni 



— 4G7 — 
portone laterale delle due facciale infila due cortili ; onde tutti e 
quattro si comunicano per lo portico e per le suddette infilale. Nel- 
l'ala fra i due cortili a ponente cvvi il grandioso teatro domestico 
di corte , di pianta semicircolare , riparlilo in nove vani per pal- 
chetti a quattro ordini, fiancheggiati da colonne corintie di marmo, 
ed ornati di vaghi fregi dorali. Nella prima idea del disegno del 
palazzo non eravi il teatro , ma d'ordine del Re lo costruì subito 
r architetto qual si vede , ben degno invero di quella Regia son- 
tuosa. 

La scala Reale poi è in tutto maestosa. Dividcsi in tre ampie 
branche la prima delle quali inalzandosi sul lato orientale, termina 
ad un pianotlolo , da cui rivolgendosi a destra ed a sinistra , for- 
ma altre due eguali branche , per le quali si ascende al super- 
bo vestibolo della Rcal cappella. I gradini di questa scala sono del- 
la bella pietra di Trapani , tulli di un sol pezzo, e le mura che 
la circondano , sono vestite dei nostri più bei marmi colorali. Al- 
l'estremo della prima gradinata si veggono due leoni di marmo, di 
finissimo lavoro , i quali oltre all' imprimere col generoso aspetto 
riverenza in chiunque vi ascende; indicano le forze della ragione 
e delle armi , che il possesso dei suoi Regni al Re assicurano. 

Nel muro di rincontro a chi sale, che termina il primo piano, 
sonovi in tre nicchie tre superbe statue con quest'ordine disposte: 
la Verità, la Maestà Regia, ed il Jlerito. 

Tra le molte immagini che in questo silo adattar si potevano, so- 
nosi queste prescelte, perchè non sembra che vi si sarebbono al- 
tre acconciamente collocale. 

Due sono in fatti i principali motivi , per cui sogliono i sud- 
diti all'udienza del Re portarsi ; il querelarsi delle altrui violenze , 
il pretendere alle cariche. Ma siccome tra i querelanti si mischiano 
sovente i calmmiatori , e trai pretensori i temerari, cosi per tener- 
li dalle orecchie del Principe lontani , sul principio della scala si 
avverte ognuno, che ne ad infamare l'allrui onestà s'mol tri, né di 
merito sfornilo ascenda a pretendere , poiché la iMaestà del Re giu- 
sta discernitrice del vero e del merito, non lascerà sedarsi dai lo- 
ro falsi rapporti. Ad esprimere queste idee furono dall'architetto de- 
stinate quelle tre statue coi seguenti simboli e motti: 

Nella nicchia di mezzo , delle altre più ricca e grandiosa, si 
vede il simulacro della Maestà di Carlo 111 . statua di straordina- 



— -\m — 

ria grandezza , veslila di Regio ammanlo, con corona reale sul ca- 
po^ ed in alto di comandare impugna colla destra uno scettro la di 
cui punta tiene un occhio aperto , per dinotare la piena conoscen- 
za di quel che comanda. Siede sopra un leone , il quale , oltre la 
relazione che ha con lo stemma reale di Spagna, è l'unico fra gli 
animali, in cui la clemenza gareggia con la fortezza: due virtù che 
divider non mai si debbano dal cuore dei Regnanti, e che nel ma- 
gnanimo Carlo eminentemente risedevano. Nel piedestallo si leg- 
gono le seguenti parole : Jd majcslatem accedens perpetide quid 
affers. 

La statua della Verità è veslila con una toga che sembra ave- 
re del trasparente, perchè per quanto ella si copra ^ suole mostrar 
sempre le bellezze della sua nudità. Innalza con la destra un sole, 
dimostrando la luce , che al pari di quello essa spande nell' imiver- 
so ; e coir indice della sinistra accenna il sole medesimo , per in- 
dicare l'unità del vero, ch'è sempre lo stesso comunque cerca adom- 
brarsi. Appoggia il sinistro piede sul mondo , e dinota così il do- 
minio che ha sulla terra , e come presto o tardi di tutte le cose 
trionfa. La sua epigrafe rera ferens venias laturus falsa recedas. 

Dall'altro lato poi la statua del Merito è riccamente vestita. La 
ghirlanda di alloro che la fronte le cinge , è segno di vittorie con 
fatiche riportate^ e si mostra di giovanile aspetto , perchè il meri- 
to è sempre giovine finché non rimunerato. Nella destra tiene un 
libro chiuso^ ed appoggia la sinistra sopra una spada dentro il fo- 
dero, dinotando che del merito non si può far pompa senza scemar- 
lo. l\Ioslra col destro piede salire sopra aspri macigni , perchè a 
rendersi meritevole è d' uopo superar delle asprezze. Per invitar 
quindi al premio quelli soli che lo meriteranno , è scritto nella 
base, Qui gravis es merito, gravior mercede redibus. 

Per le due braccia diramate della scala si perviene, come si è 
detto al nobilissimo vestibolo della Real cappella. Da ventiquattro 
grandi finestre, che sporgono negli ampi cortili, viene tutta la sca- 
la illuminata; è adorna nei fianchi di sparse colonne di marmo di 
Sicilia, come quelle dei vestiboli del portico, le quali sono indos- 
sale per metà alle pareli. La covcrlura di questa scala è a doppia 
volta di fabbrica, di cui la prima è aperta nel mezzo da una gran- 
de figura ellittica, dove si veggono cinque bellissimi dipinti a fre- 
sco del celebre Starace. Da termine ad essa un magnifico balcone. 



— 469 — 
da cui ad un sol colpo d'occhio veder si possonolo Ire LicUissimc 
descrillo staine, i due superili leoni, e tutta la maestosa gradinata. 

Il vestibolo della cappella è un recinto di forma quasi sferica, 
che contiene ventiquattro colonne^ d' ordine dorico, di marmo brec- 
ciolino del monte Gargano in Puglia, le quali sostengono la gran 
volta che lo cuopre, tutta adorna di stucco. Nel mezzo è la porta 
che dà l'ingresso alla cappella. È questa un rettangolo terminato 
semicircolarmeutc con decorazione di colonne corintie del bel mar- 
mo di ]\lonlragone isolate su piedistalli, cui non manca nò corni- 
ce, ne gocciolatoio. Lateralmente alla nave della lleal cappella so- 
no due portici che conmnicano con gli appartamenti Reali. Quello 
superiore nel sito delle colonne è aperto, gira in tre lati, e serve 
per tribuna delle persone Reali^ qualora v' intervengono. Neil' in- 
tercolunnio di questo portico si eran destinato sei statue di marmo, 
di S. Carlo, S. Amalia. S. Gennaro, S. Rosalia, S. Irene e S. ]\li- 
chele principal proiettore della città di Caserta. Queste però non g- 
sistono, essendovi le sole mensole. La volta è tutta a stucchi in o- 
ro: la sontuosità dei marmi e delle sculture è in ogni genere stu- 
penda, e nella tribuna vi sono bellissimi quadri dei nostri miglio- 
ri artisti del tempo. 

Nel vestibolo ai lati della porta della cappella vi sono altre 
quattro porte, por le quali si entra nei Reali appartamenti. Sono 
questi tutti doppi, e girano per tutti quattro i gran lati del palaz- 
zo, e internamente por ciascuno dei quattro cortili, e lungo il gran 
portico. Le sale, le anticamere, i saloni, le camere, le gallerie, lo 
cappello, sagrestie, e lo scale private, sono ben distribuite, di gran- 
diose dimensioni, di buoni rapporti, e di molto e bella varietà di 
forma. Oltre la scala principale vi sono altre venti scalo particola- 
ri tutte comodissime, ed alcune anche grandiose, che inunettono in 
tutti gli altri appartamenti, ed arrivano sino al tetto. Le mura di 
questo palazzo sono di una straordinaria grossezza, che in alcuni 
luoghi giunge fino a quindici palmi. 

Sono poi tutte adorne di marmi bellissimi, di sculture di so- 
praffino lavoro, ed in genere di dipinti vi sono le opere di quanti 
furono tra noi eccellenti noli' arte. 

Tutto adimque in queste Reggia e grandioso : sembra che lo 
tre nobili arti del disegno in essa garcggino per mostrare tutto il 
loro splendore e la loro magnificenza. 



• . — 470 — 

GIARDINI. 

Tulta la sunhiosità di quella maestosa Reggia non giungeva 
ad appagar pienamente il genio di quel ]\Ionarca. Egli è un ossei'- 
vazione perenne e costante , che la più grande magnificenza negli 
edifici, gli apparati della più sopraffina eleganza, e del lusso più 
squisito, lasciano sempre nell' animo umano qualche estrinseco de- 
siderio, cui essi a soddisfar non bastano. Spesso si vede l' uomo 
abbandonar le auree abitazioni, ed uscire dalle rumorose città, per 
rintracciar nella solitudine della campagna il bello della natura, 
che di pura gioia e contento il riempie. Il Re Carlo amava gran- 
demente il piacere della campagna, e sopra tutto era a lui gradi- 
to il divertimento della caccia, che un piacevole sollievo gli appre- 
stava dopo le gravi cure del governo. Uopo era dunque congiim- 
gere alle bellezze delle arti , in quella Reggia riunite , le delizie 
della natura; ed alla grandezza e regolarità di quel superbo edifi- 
zio opporre la semplice ed amena vaghezza della campagna, e più 
di lutto quella desiderata varietà, per cui 1' arte sovente la natura 
imitando , più bella si rende e piacevole. A tal oggetto dietro al 
Real palazzo vi sono giardini di ogni sorta, nei quali si rincontra- 
no boschetti, scale, casini, pagliai, castelli, ponti, peschiere, la- 
ghetti, fontane dedicale agli Dei della mitologia, e numerosissime 
statue simboliche. Qui tutto è vago, e dilettevole. 

Quella multiforme varietà della natura che tanto piace, è sen- 
za conoscersi regolata con somma maestria dall' arte e non di rado 
vi s'incontrano quelle campestri situazioni, che ora muovono l'a- 
nimo soavemente, ed ora V agitano con forza, e l' ingrandiscono, 
(li cui tanto si compiacciono gli spiriti delicati e sensibili. 

11 mirabile però di questi giardini non è per anco accennato: 
consiste nella stupenda cascata delle acque, che difficile riesce a de- 
scriverla per lusingarsi di pareggiare il vero, e renderne qualche i- 
dea a chi non la conosce. Le acque abbondantissime, che da im- 
mensa distanza conduce l' acquidotto Carolino, dopo lungo e tortuo- 
so cammino pervengono al monte Briano, che torreggia al setten- 
trione del Ueal palazzo, e dai boreali venti molestissimi il difende. 
11 luogo dove l'acqua esce per formar la maravigliosa cascata è un 
giardino di delizie sotto il nome di Aperia. Corrisponde questa cu 



— 471 — 

scala in linea retta perfettamente al medio portone settentrionale, 
talché a traverso del gran portico si presenta a prima giunta di- 
rettamente alla vista di quanti per l'opposto portone meridionale 
entrano, e per la sua elevatezza si vede da tutt'i punti della Reg- 
gia e del giardini. Bello, sorprendente è il vedere un fiume di ac- 
que, che dallalto discende tra dirupi, e quasi ncll' aria sospeso pen- 
dente ondeggia. 

Le frequenti onde precipitando giù di balza in balza si rom- 
pono contro i sottoposti massi con tale impeto e fragore, che tra 
le biancheggianti spume formano tanti vaghissimi specchi che ma- 
raviglia insieme e diletto cagionano all'occhio dei riguardanti. Di 
tanto in tanto dove più ribollono i gorgogli delle acque, erger si 
vedono il capo antico dei bruni scogli, che mostrando il lor fian- 
co ingiuriato e roso, sembrano saldi sfidare il percuoter delle on- 
de. Progredendo poi queste nella loro discesa, si conformano in tan- 
te vaghe peschiere, le di cui sponde verdeggiano di erbette, e fio- 
ri vario-pinti, che alle graziose e placide aure, che quivi intorno 
eternamente spirano, l'essenza uniscono soavissima di grati odori. 

Le diramazioni di queste acque medesime spandendosi in di- 
versi luoghi, vengono a formare altre piccole cascate, vaghe pe- 
schiere, graziosi laghetti, limpidi ruscelli zampillanti tra cespugli, 
il di cui continuato susurro i vicini boschi flebilmente percuote. 

L' aspetto poi di questi luoghi è il più ameno e ridente. Una 
lunga catena di monti, e di colline tuttavia lontane fanno qui ala 
pomposamente or più da un lato, or più dall' altro , e limitano 
r orizzonte, ricche d'alberi, e di frutici, del pari che di buoni pa- 
scoli, esse presentano delle vaghissime vedute. Le tante e si di- 
verse qualità di terreni, e vette, e gole, e fenditure, ed angoli che 
danno sontuosamente nel romanzesco , la molliplice varietà delle 
forme e dei colori , producono qui un possente incantesimo. Una 
disinvolta proporzione si scorge tra le pianure e l'eminenze, i giuo- 
chi, e le falde, ed un certo felice aggrupparsi di tutte le parli, on- 
de una sola veduta abbraccia spesso e facilmente ogni cosa. Final- 
mente tutto ciò che la mano dell' uomo e venuta collocando su 
quelle montagne, i vigneti, gli olivi, gli orti, i villaggi, tutto ma- 
ravigliosamente consona col carattere qui impresso dalla natura, 
poiché r arte ha messo tutta la sua cura in saggiamente secon- 
darla. 

Sasso — Voi. I. 60 



— 572 — 

ACQLIDOTTO CAROLINO 

FaUjarmenle detto i Ponti della falle. 

Egli è al corto fuor di dubbio, che fra tutte lo opere di Ca- 
serta dal Vanvitelli eseguite, quella che può dirsi in grado emi- 
nente somma , e che recar dee meraviglia e stupore a chiun- 
que consideri il suo ardito concepimento, e la sua felice e rapida 
esecuzione, è il famoso acquidotto Carolino. Le regioni Casertane 
scarseggiavano molto di acqua, ed il Re Carlo conosciuto avea, che 
senza numerose fontane mancato sarebbe il comodo por gli abitan- 
li, e la più deliziosa parte alla vaghezza del Real palazzo, e dei 
giardini. 

Stabili quindi nella sua mente di condurvi le acque da lonta- 
ne parti, a guisa degli antichi Romani, i quali con istupendi lavo- 
ri in luoghi diversi a lor gradimento le condussero. Fra tutte le 
opere architettoniche ninna ve n' ha al certo che raltener possa il 
coraggio dei Principi che le comandano, e l'abilità degli architet- 
ti che le dirigono, quanto gli acquidolti. Lo difficoltà, che vi s'in- 
contrano, rendono talvolta incerto l'esito del lavoro, disposto dalla 
più illuminata esperienza; e 1' eccessiva spesa che resta sepolta nel- 
le viscere della terra, esige la grandezza di un'annuo Reale costan- 
te del pari che generoso. 

Ma il dispendio, e le difficoltà non ebbero nel magnanimo Car- 
lo efficacia abbastanza a ratlenerlo; che propostosi di conseguire im 
pubblico vantaggio nella sua ideata impresa, volle tentarla, e l'e- 
sito felicemente corrispose al suo grande concepimento. Può vera- 
mente asserirsi che in questa opera abbia l' arte colla natura com- 
battuto , e perchè pugnavasi sotto gli auspici di cotanto invitto e 
fortunato Re, soffri questa di essere da quella vinta e superata. 

11 sito delle Reali delizie di Caserta è cosi elevalo, che sem- 
brava togliere ogni speranza di condurvi copiose acque. Bisognò a- 
dunque volgere le ricerche di là dai monti Dipalini verso le 
montagne più alte , che sole potevano somministrarne di quel- 
le , che il livello sofferissero. Dagli antichi scrittori si aveva 
notizia di un' acqua nomata Giulia , da Caio Giulio Cesare , padre 
adottivo di Ottaviano Augusto, il quale dalla sorgente trasportan- 



— \ló — 

dola ne fece alla colonia di Capua magnifico dono. Era quest'acqua 
di tale squisitezza, che al dir di Caio Velleio Patercolo ebbe il me- 
rito di esser considerata come un singoiar modello di salubrità, per- 
cJiè semplicissima, ed ornamento dell' amenità, perchè limpidissima. 
-Ma poiché gli storici soltanto per incidenza di quest'acqua favella- 
rono, niimo ne indicò la sorgente. La mostrano però bastevolmente Io 
sparse vestigia del romano acquidotto, che dalle vicinanze dell'an- 
tica Capua verso il casale di S. Prisco in ;\laddaloni sotto il mar- 
gine dei monti Tifalini incominciando, verso levante ai confini del 
Sannio s' indirizzano. 

Su tali tracce si pervenne al Monte Taburno, che per altezza 
e per ampiezza annoverar si può fra i più ragguardevoli del regno. 

Esso è uno dei termini più vasti coi quali la natura la 
regione dei Sanniti divise dalla Campagna felice ; onde fu da al- 
cuni alla prima attribuito, da altri alla seconda. Per accennarne 
l'astensione, basterà dire che le sole radici sue meridionali si pro- 
lungano per lo spazio d' oltre le miglia sette , laddove dagli op- 
posti monti Nolani lo divide l'ineguale convalle Caudina : luogo 
celebre nella storia per l' onta che vi soffrirono le Romane legioni, 
allorché furono dai Romani i Sanniti domali : lungo le radici del 
Taburno si stese la via Appia da Capua sino a Benevento, e quin- 
di smo a Brindisi, il maggior pregio di questo monte è la copia 
felice di acque salubri. 

Le sue vastissime spalle abbondante raccolgono il tesoro delle 
nevi, e delle piogge; e l'essere in gran parte di grosse pietre vi- 
ve disgiunte e di ghiaia composte , fa che l' acqua che ne trapela 
sia della più pura e squisita. La base del suo fianco meridionale è 
molto copiosa di acque , che quantunque in un' amena pianura si 
manifestino , è però questa tanto elevata che pareggia le cime di 
alcuni monti di Caserta, e per lungo tratto declinando, termina col- 
r anzidetta valle Caudina. 

Molto fra di loro vicine quivi dieci sorgenti si rinvennero , 
vdgargente nomate, il Pizzo, la Noce, il Fico, Molinise, Mara- 
no, Sambuco, S. Sebastiano, la folla, Hapillo, e la Peschiera 
del Principe, la quale sorgendo nel tenimenlo del Duca di Airola 
Principe della Riccia, gli dette 1' onor fortunato di farne un grato 
dono al Re insieme con tutte le altre che fossero rinvenute. Nel fab- 
bricare r acquidotto altri fonticelli si scopersero, che insieme raccol- 



— 474 — 
ti somniinislraroiio la quantità di 375 once di acqua naturalmen- 
te senza pressione fluente. 

Che l'antica acqua CAiilia da questi medesimi fonti derivasse 
non era die raggioncvol conghictlura: ma divenne subito certezza, 
allorché scavandosi lutto sotterraneo il condotto in un terreno di 
brecciuola sì tenacemente conglutinata che solido muro artefatto 
sembrava, si scopri presso la sorgente di Molinise V acquidotto fab 
bricato dai Romani per incanalar 1' acqua Giulia verso Capua ; ed 
a^Tenne che s' incontrasse appunto della stessa dimensione eh' erasi 
prescritta nel nuovo, talché se l' antico non fosse stato quasi inte- 
ramente disfatto, risparmialo avrebbe per qualche tratto la costru- 
zione del moderno. 

Datosi principio all'opera, per lungo spazio si lavorò il con- 
dotto nella della brecciuola sempre coverto da cinque a dieci pal- 
mi sotterra. Nell'interno é di aera palmi 7,5 alto, e largo 3,5. 
]\Iolesto fu dopo e dispendioso l' abbattersi in una palude che lut- 
to ingojava , ricoiierta da una crosta di ghiaja alta da quattro a 
cinque palmi. Per aprire un cammino sicuro alle acque fu d' uopo 
quivi piantar fitte ed alle palizzate. Allorché si pervenne presso al- 
la Peschiera del Principe per raccogliere maggior copia di basse 
sorgenti, fu 1' acquidotto obbliquamcnte abbassato per nove palmi e 
dilatato sino a quattro, quantunque vi si trovasse un terreno, che 
per essere di molte acque imbevuto trema da per lutto, onde chia- 
masi il Tremolo. Le sorgenti sono in questo luogo nascoste sotto 
le radici di copiose piante ed arboscelli che del loro benefico umo- 
re si nudriscono. Ben più malagevole che nella prima palude fu la 
costruzione del condotto per im limgo tratto sopra sode palizzate in 
una terra tufacea , nella quale altre piccole sorgenti si raccolsero. 
Esce dopo fuori di terra a cagione della picciola valle e del fiume 
Faenza che s' incontrano. Fu d' uopo allora innalzare un muro ed 
un ponte a Ire archi occupandosi lo spazio di circa 700 palmi. 
Nella sommità dell' arco medio da ambo i lati del ponte si leggo- 
no su due lapidi queste parole: 

Carolus. et Amalia, utr. Sic. et Hier. 

R. A. D. MDCCLIV. 

Qui di Real comando fu l' acquidotto dilatalo fino a cinque 



— 47o — 
palmi por renderlo capaec di ricevere, qualora introdurre vi si vo- 
lessero le molle sorgenti limpidissime che nel lato settentrionale 
dei monti Nolani opposti al laburno copiosamente si manifestano. 
Dopo il ponte, di nuovo si asconde il condotto reale dentro u- 
na lunga collina di forte tufo , chiamata Prato, la quale venne a 
forza di scalpello e di picconi traforata tutta per l'estensione di 
8200 palmi. Vantaggioso ne riusci il lavoro, iwichè nello scavo si 
rinvenne una sorgente di 85 once di queir acqua squisitissima , e 
commendabile per leggerezza e per freschezza, quale dal tufo spe- 
rar si doveva. Sotterraneo sempre cammina poscia l'acquidollo per 
lungo tratto fra tufo, creta, e grossissimi macigni. Quivi sparsi an- 
cor si veggono gli avanzi dell' antico acquidotlo piìi alto però del 
livello del presente: d' onde si rileva, che dai Romani altrettanta 
quantità di acqua non si raccogliesse ; anzi con ragione creder si 
può, che a riserva delle prime e più alte sorgenti somministrate dal 
laburno, tutte le altre acque non sieno state mai comprese nell'ac- 
qua Giulia, ma pari a quella nella perfezione, nel tempo della co- 
struzione del nuovo condotto sieno state da vergini sorgive scoper- 
t-e ed incanalate. 

Segue quindi il condotto il suo cammino per le viscere delle 
balze precipitose del monte desco, traversando con traforo il duro 
sasso vivo onde è composto, e perviene al vallone presso al fiume 
Faenza.Si vede qui alla corrente opposto un gagliardo muro sofferma- 
to alla ripa , che in angolo retto tutto ti-aversa T alveo del fiu- 
me, sollevandone tutte le sue acque per introdurne parte nel for- 
male di Carmignano, che verso Napoli le conduce, mentre le altre 
sorpassandone il dorso verticalmente precipitano nell'antico letto, 
dentro di cui scorrono poche miglia per arricchirne quindi il Vol- 
turno. Passa in seguito il Regio acquidotto nel territorio di S. Aga- 
ta dei Coli , e progredisce incavalo sempre nel vivo macigno cir- 
condando r erte e tortuose balze dei monti di Castrone , dell' Ac- 
quavivola , della Sagrestia della Garosa di Siella maggiore , di 
Fiero Fano di Fraugnano , appendici tutte del laburno , sino al 
ponte sulla valle di Durazzano. Questo ponte è di cinque archi 
composto, fra i quali quello di mezzo che e il maggiore, giunge 
all'altezza di palmi 70. Passato il ponte l'acqua costeggia incava- 
ta nel durissimo sasso l' opposta montagna chiamata di Longano ed 
immersa sempre nelle asprezze di questo monte giunge al profon- 



— 47G — 
Hissimn vallone non mollo distante dalla terra, delta perciò la Fal- 
le, il quale di\ ide il monto Longuno da quello di Garzano; uno 
della catena de' monti Tifatini , sopra de' quali Caserta vecchia ri- 
siedo. 

Tutta la vallata nella parlo più ristretta, e meno profonda re- 
lativamente all'alto livello dell' acquidotlo, è di palmi 280. Fu per- 
tanto necessario innalzarvi un' arcata di tre ordini di soli palmi 220. 
lasciando aperta la caduta delle acque dall' acquidotlo in palmi 6(( 
circa, onde servirsi di quell'altezza per adattare l'un sotto l'altro de- 
gli edifizi idraulici pel comodo pubblico. Il primo ordine è comjx]- 
sto di 19 archi, il secondo di 28, ed il terzo di 4.3. Gli archi di 
lutti e tre gli ordini anno allornaiivamcntc i piloni fortificali da 
speroni, che da entrambi le parti sino alla sommità maggioro pi- 
ramidalmente li fiancheggiano. La lunghezza dell' intera arcata ò 
di palmi 2000. 

Il tutto osservar puoi nella mia tavola 18'^ dove a colpo d'oc- 
chio ranisi il maestoso monumento, da me sul luogo esattamente 
conmiisurato. 

I materiali in esso adoperati sono pietre vive noi fondamenti: 
sopra terra tufo noli' interno dei piloni mischiato con sasso vivo, e 
iicir esteriore i tufi medesimi sono pulitamente riquadrali e costrut- 
ti con diversi rinforzi di triplicate file di mattoni. Affinchè poi riu- 
scisse comodo il risarcire qualunque parte degli archi, che soffris- 
se le ingiurie del tempo, d'ogni opera dell' uomo barbaro distrug- 
gitore, si sono le arcale rendute premeabili con archetti minori a 
traverso dei piloni stessi, in guisa che per entro ognuno di essi 
agiatamente si cammina. 

Mentre le parti più dispendiose e difficili dell' acquidotlo ri- 
mangono sotterra sepolte, questa mole magnifica, che sola può dir- 
si esposta alla luce, conservare almeno doveva alla memoria dei Re 
successori, e dei popoli beneficali il nome dei grandi IMonarchi che 
ne furono gli autori. Alla sinistra dimque verso il monto Longano 
sotto r arco maggioro per cui passa la via pubblica , il dottissimo 
Canonico Alessio Simmaco Mazzocchi vi poso la seguente iscrizione 



— 477 — 

Qua. Magno, lìeipublicae. Bono 

Anno CDIDCCXXXIV 

Carolus. Infans. Ilispaniarum 

In. Expeditionem. Neapoìilanam. Profeclus 

Transduxeserat. Fictorcm. Exercilum 
Max. Potitus. lìegnis. Ltriusqiie. Siciliae 

llebusque. Pubblicis. Ordinatis 

Non. Heic. Fornices. Trophaeis. Onusios 

Siculi. Decuisset. Erexit 

Sed. Per. Quos. Aqnam. Juliam 

Celebratissimam 

Quam. Quondam. In. Vsum. Coloniae. Capiiac 

Augustus. Caesar. Deduxerat 

Postea. Bisjeclam. Ac. Dissipalam 

In. Bomiis. Augustae. Oblectàmentum 

Suaeque. Campaniae. Commodum 

Molimine. Ingenti. Reduceret 

Anno CDlDCaiX. 



Leggesi alla destra verso il monte Garzano 



Carolo. Utriusque. Siciliae. Rege 

Pio. Felice. Augusto 

Et. Amalia. Regina 

Spei. 3Iaximae. Principum. Parente 

Aquae. Julie. Revocandae. Opus 

Aniio CDDCCLIll. Ineoeptum 
Anno CDIDCCLIX. Comsummatum 



— 478 — 

A. Fonie. Ipso. Per. Millia. Passvvm. XXA'I 

Qua. lìivo. Subterraneo 

Interdum. F.liam. Cinniculis 

Per. Transversas. E. Solido. Saxo 

Jfupcs. Actis 

Qua. Amne. Irajecfo 

Et. Arcualione. Multiplici 

Specubus. In. Longitudinem. Tantam 

Suspensis 

Aqua. Julia, lllimis. Et. Saluberrima 

Ad. Praeforium. Caserlanum. Perducta 

Principum. Et. Pupulorum. Deliciis 

Servi tur a 

Sub. cura. Lud. Vanvitelli 
ì\eg. Prim. Arcliit. 

Superala qucsla spaziosa arcala che conduco in allo 1' acqua 
dal monto di Loniraiio su quello di Garzano, s' incontrò 1' acquidot- 
lo noi macigno durissimo, ond' è questo secondo composto. Per con- 
tinuar quindi il corso delle acque era moslicri o traforare il mon- 
te ed immergerle nelle viscere del duro sasso, o pure incassarle nel- 
J' alpestre fianco della montagna. Il primo progetto sembrava pres- 
so che impossibile, atteso la grande altezza e durezza della pietra, 
di cui il monlo è formalo; e richiedeva il secondo molto tempo do- 
vendosi prolungar 1' opera per lo giro di oltre le miglia sette. Ma 
quanto più malagevoli ed ardue sono le imprese , tanto più inva- 
ghir sogliono le anime grandi , e generose. Avvertilo il Ile; Carlo 
della difficoltà di forar il monte Garzano, comandò subilo 1' esecu- 
zione del primo progetto. 

Fece allora il Vanvitelli assalire il monte dai due opposti la- 
li, tagliandolo da una parlo con lo scalpello, e con le mine dall'a'- 
tra. Dopo tre anni d' incessante fatica di giorno, e di notte, final- 
mente nel di 23 marzo del 171)9, cosi direttamente s'incontrarono 
«■li opposti operai, come se a cielo scoverlo lavorato avessero. La 
lunghezza di questo traforo dall' ingresso dopo gli archi sino all'u- 
scita di là dal monto, è di palmi 6250. Per somministrare agli o- 
perai 1' aria conveniente, nella maggior profondità si scavarono dei 
pozzi in diverse distanze, perpendicolari tutti dalla superficie sca- 



— 479 — 
bra ed obbliqua della monlaiiiia al sollerraneo forame. 1 due più 
alli giungevano sino a 300 jialnii; e siccome si trovavan mollo fra 
(li loro distanti, né fu possibile farvene degli altri fra mezzo, ai- 
teso r innalzamento della capside del monte, il lavoro in quel trat- 
to per la scarsezza dell' aria si rendette più che altrove malagevo- 
le. Questo lungo forame, oscuro e tenebroso come squallida caver- 
na, fu rendulo comodo e nello, e nel secondo giorno del seguente 
aprile venne magnificamente illuminato da più di 700 doppieri, al- 
lorché con somma soddisfazione si degnarono traversarlo il Re , 
la Regina , e la Reale famiglia con lungo e nobilissimo accompa- 
gnamento di Corte. 

Dopo questo passaggio 1' acquidoso incavato, sempre nel duro 
.sasso, costeggia le radici del monte Calvo , e passa sopra i casali 
di Garzano, Toro, S. Barbara, e Casolla sino al territorio della Ra- 
dia di S. Pietro, la quale in altri tempi fu il tempio di Giove Ti- 
fatino. Dopo di essersi arricchito in questi contorni di altre sorgen- 
ti, prosiegue il suo lungo e tortuoso cammino intorno alle dure pen- 
dici del Tifata, e giunge finalmente alla montagna di Briano, che 
alta torreggiar si vede al settentrione del Real Palazzo. Quindi lo 
acque passano a far di loro vaga mostra nelle numerose cadute e 
zampillanti abbondantissime fonti, che le maestose verzure dei Rea- 
li giardini vagamente adornano. Alcime diramazioni di queste ac- 
que introducendosi ancora nel Real Palazzo , maravigliosamente si 
prestano al comodo di tutti quelli che vi abitano. E fu si grande 
r avvedimento dell' architetto nel Irasporfarvele , che dai Reali ap- 
partamenti sino all' ultima officina , non evvi abitazione , che non 
abbia la sua fonte particolare donde sgorga abbondante copia di 
acqua per suo uso privato. 

L'intero cammino dell' acquidolto dal monte Taburno sino a 
quello di Briano è di palmi 156,230. 11 suo corso è tutto sotterra 
incavato nelle pendici dei monti, e per lo più nel duro sasso. So- 
pra terra soltanto si vede allorché passa sulle arcate della Valle, e 
per li due ponti di Durazzano, e della Faenza. Traversa mediante 
trafori cinque monti: il primo nel colle chiamato Prato in tufo, 
lungo palmi 800; il secondo nel monte desco in sasso vivo, lun- 
go palmi 7080; il terzo nel monte della Croce in creta e sasso vi- 
vo, di lunghezza 1500 palmi; il quarto nell'alto monte Garzano 
in sasso vivo 6250 palmi lungo; il quinto nel monte sotto Caserta 

Sasso — Voi. I. 61 



— ì-SO — 
vecchia aJla IJadia di S. Pietro in sasso vivo, lungo palmi 174.0- 
che tulli insieme unili formano palmi 24.770. 

Il volume dell' acqua che scorre dcnlro l' acquidoUo è di palmi 
4.,7S in larghezza, ed in altezza palmi 3. Affinchè quest'acqua lim- 
pidissima nulla perdesse della natia sua purità , con la più esatta 
diligenza tutto l' interno del condotto e fabbricato ed intonacalo con 
forte glutinoso composto di calcina, lapillo, e pozzolana. Meritava 
invero tanta cura un acqua che à tutte le qualità di perfellissima. 
Priva d'ogni calore, e d'ogni sapore, limpida e trasparente, non 
macchia i pannilini né lascia feccia dopo aver bollilo. 

Àtqui aquam dicemus esse sapore optimum quae saporem 
habcat nulhim, et colore eommodissimam, quae omni sit colore 
pcniiiis vacua, et libera. Tarn et aquam esse opiimam referunl, 
quale limpida, perlucida et termis sit ; quae in candidum lin- 
teum infusa non commacularit ; quae fervefacta faecem non di- 
miserit — Leo Baplista Albertus de re. Aedif. L. X. C. IV. 

La difficile e laboriosa costruzione di questo sorprendente ac- 
quidotto fu recala al suo perfetto compimento nel principio dell'an- 
no 1759, essendosi impiegati circa anni sei. Questa grande opera, 
giusta il sentimento dei primi artisti, non à l' eguale in lutla Eu- 
ropa , o si rìsguardi la sua slrullura ed il suo conducimenlo tulio 
diverso dallantico; o la sua lunghezza ; o il suo artificio, e i som- 
mi ostacoli che àn dovuto superarsi per livellare le acque, per fo- 
llare tanti monti, e per appianar le valli in modo così forte e du- 
revole che non invidia punto le più sode fabbriche dell'antica Ro- 
ma. Questo acquidolto adimque costruito con si fausti auspici avea 
bisogno di un nome. E quafaltro impor se gli poteva , che quel- 
lo del magnanimo Sovrano, che dalle viscere oscure dei monti tras- 
se tante acque per farle si utilmente servire al comodo pubblico , 
non che alla maggior vaghezza di quelle Reali delizie? In vero così 
richiedeva ragion di giustizia, e di gratitudine. Fu quindi chiama- 
to Acquidolto Carolino, perchè nell' età più remole risuoni sempre 
glorioso il nome di quel gran Re, che alla Campana provincia donò 
si bella copia di incomparabile acqua , che riesce di tanta utilità 
ed ornamento. 



— iiSl — 

Foro Carolino. 

L'origine por la costruzione di questo ben inteso ed elegante 
monumento quale io l'ò dato nella mia tav.'' 19/ e non come in- 
felicemente oggi rattrovasi , fu che la città di Napoli veden- 
do elle il raagnamino ed Augusto suo Sovrano Carlo Borbone ab- 
bandonar dovca questi Regni per seder sul Trono di Spagna, si ri- 
solvette, mossa da vivo e spontaneo desiderio, di dare un pubblico 
se^no di quclPuniversalc affezione e rispettosa gratitudine, ncll'ei-ge- 
re una gran piazza fuori la porta Reale per situarvi la Statua e- 
qucslre del non mai abbastanza lodato Carlo 3." Borbone. 

Monumento che additar dovea alle future generazioni la rico- 
noscenza e l'amore di lutto un popolo verso il suo glorioso e be- 
nefico Sovrano. 

Questa piazza che prese il nome di Foro Carolino, dal Sovra- 
no cui dedicar si dovea fu architettala dal nostro Luigi ^ anvitelli. 

Come la vedi nella mia tav.'' ig."" da me Iradisegnata dall' o- 
rigi-nale acquarellato dallo stesso Vanvitelli che io conservo, è coor- 
dinala in un emiciclo cinto di colonnato peristilo di carattere do- 
rico, alla maniera romana privo di scanalature. 

È composto da un magnifico arco nel mezzo adorno da colon- 
ne dove situar doveasi su magnifico piedistallo l'equestre statua di Car- 
lo. Ciascuna parie de'risultanti quadranti vien scompartita in (lualtro 
arcate l'un dall'altra divisa da un intercolonnio laterale^ e riquadra- 
ture, ed al secondo piano in .bell'accordo s'innalzano duo tempietti 
facendo ordine col corpo di mezzo in buono assieme. L'adornano al 
di sopra 24. statue rappresentanti le diverse virtù dell'animo Reale 
di Carlo. Nel davanti vi ponea il Vanvitelli due nobili ed eleganti 
fontane che si ergevano maestose sul diametro dell'emiciclo come 
osservar lo puoi nella ripetuta mia tav.'^ 19." 

La statua equestre del Re non vi fu mai posta per diverse 
fatali circostanze: ma noi ( ripeto ) avremmo non solo dovuto ivi 
collocarla, quanto arrestarci ai suoi piedi che la pubblica ricono- 
scenza elevava nel centro quasi della Capitale. Noi avremmo do\Ti- 
to vedervi espressi i beneficii di un Re , che riscattò questo paese 
dalla sua lunga schiavitù e dalla miseria. Noi avremmo dovuto in 
questa piazza ogni di venerare la sua santa memoria. Speriamo , 
anzi Siam certi di vedere ciò al più presto mettere in atto. 



— 482 — 

Chiesa dellAuuuuziala. 

Non credo qui superfluo ripetere quanto io dicea per questo 
magnifico nionumeato parlando delle opere dell' illustre architetto 
Jlasuccio 2"; massime per avere sott' occhio il lettore tutto intero 
r articolo che la storia e la descrizione comprende di questo ben 
inteso e ricco Tempio alla SS. Vergine dall'Arcangelo Gabriele An- 
nunziata. 

Dissi adunque nella descrizione delle opere del T Masuccio che 
questo magnifico monumento ebbe molto deboli principi, imperoc- 
ché regnando il secondo Angioino , in una campale giornata tra 
noi ed i Toscani rimasero colà prigionieri di guerra i due germa- 
ni Giacomo e Niccola Sconditi nobili del seggio di Capuana, e per 
sette anni gemeano prigioni nel castello di Montecatino in Tosca- 
na, né speranza vi era per essi di ricuperare un giorno la libertà 
perduta, e riprovare l'ineffabile gioja di riveder di nuovo le patrie 
mura. Nel momento del più affligente dolore col cuor devoto pre- 
gavano la SS."" Vergine gli infelici prigionieri supplicandola d'invo- 
carcela da Dio. Fecero gli addolorali germani Sconditi un volo che 
se liberi nella patria ritornavano edificare in onore della SS." Ver- 
gine una chiesa. Jliracolosamente nel vegnente giorno ricevettero la 
tanta sospirata grazia. Giunti liberi e lieti in Napoli nell'anno 1304- 
in un luogo datogli da Giacomo Galeola ( pure nobile dello stesso 
seggio di Capuana ) che denominato veniva il mal passo (essendo 
che spesso vi si commellevano misfatti) , edificavano una picciola 
chiesa in onore della SS. Vergine dall'Ajigiolo Gabriele Annunziata 
e ciò in conformità di un apparizione avuta nella loro prigionia. 
Questa chiesetta fu da essi edificata nel luogo medesimo dove oggi 
vedesi eretta la chiesa della Maddalena ( benanche del nostro 2" 
Masuccio ). 

A'i fondarono pure una confraternità detta dei Battenti ripentiti 
nella quale primi vi si ascrissero. Indi a poco vi si ascrissero be- 
nanche quegli della famiglia Reale , e molti Baroni del Regno. 

Crebbe a tal segno questa congregazione che in breve tempo 
vi edificavano un comodo ospedale per i poveri infermi. Nell'an- 
no 1324 avendo ricevuto in iscambio dalla Regina Sancia l'attuale 



— i83 — 
suolo di maggiore ampiezza , ed il danaro bisognevole per edificar 
la nuova chiesa ed ospedale , dettero fervorosamente principio al- 
l'opera sopra il disegno avutane dall'architetto ^lasuccio 2°, La Re- 
gina IMargherila di Durazzo madre di Re Ladislao sondo inferma fé' 
voto , che se ricuperava la salute , d'applicare la rendita della cit- 
tà di Lesina a qualche chiesa alla SS.* Vergine dedicata. Ricuperò 
la salute ed adempì al voto fatto con applicare le rendite di detta 
città allospedale eretto sotto la protezione della Vergine Annunzia- 
ta, e ciò nell'anno 14.11. 

Nell'anno 14-38 la Regina Giovanna 2.'^ vedendo il luogo an- 
gusto al numero degli infermi che vi concorreva, a proprie spese 
lo riedificò dalle fondamenta aumentando positivamente la pianta, 
e terminato lo dotò di molti beni stabili consistenti in case nella 
città di Napoli , ed in terre nel lenimento di Somma. 

Posteriormente vi concorsero ad arricchire questo Pio luogo 
molti cittadini con ampie donazioni di feudi, e di opulentissime e- 
redità di modo che divenne uno degli stabilimenti piti ricchi non 
del Reame ma delfltalia tutta. Nell'anno 1540 fu la chiesa modi- 
ficata ( come ò esposto ) con disegno del Manlio. 

Nel 1634 fu fatta la soffitta dal celebre Lama, e vi concorse- 
ro a gara a dipingervi l'Imparato, il Curia, e'I Santafede. Nella cu- 
pola e nel coro vi dipinse il Corenzio. 

Nella chiesa vi erano lavori del Massimo — del Mollino Lore- 
renese — del Santafede — del Lanfranco — del Giordano — del Vac- 
caro — del Lama — ed un quadro di Raffaello d'Urbino. 

Le statue di Stucco sulle lunette erano di Niccolò Vaccaro. 
L' altare maggiore era ornato con preziosissimi marmi , e con co- 
lonne le di cui basi e capitelli erano di bronzo dorati, come simil- 
mente il baldacchino sostenuto da due gran putti — opera del Fan- 
saca che constò Due. 70,000 — La custodia fatta dal nostro argen- 
tiere Antonio Monte, un masso d'argento, valea Due 27,000. 

Due grandi angioli pure di argento tenenti ciascuno un torciere, 
opera benanche del sullodato ìMonte costavano Due. 10,000: come le 
porte laterali conducenti al coro pure dal ìMontc eseguite in argento 
valeano Due. 8,000 — Vi erano sculture del Santacroce, di P. Ber- 
nini, del Merliano, 

La notte del di 24 Gcnnajo 17o7 segui l'incendio della chiesa 
dell'Annunziata, con la distruzione delle più celebri dipinture, gua- 



sle rovinale lo sculture con la perdila di più centinaja di miglia- 
ia di ducali. 

Tci'ininato Io incendio i tfoveriialori del luogo procurarono su- 
bito dai- principio alla nuova fabbrica. Quesla riesci in forma più 
magnifica ed augusla , e così riescir dovca, imperocché fu affidala 
Ja commissiono al noslro dislinlissimo Luigi VanvilcUi — il quale 
si la fece che oggi è una delle più belle chiese di Napoli. 

Malgrado che il Vanvilelli avesse dovuto accomodarsi al luogo, 
l)ur luUavia spiegò per questo monumento un gusto squisito in lui- 
io le sue parti. 

Il gran cornicione che gira intorno è sostenuto da 4-4- belle co- 
lonne corintie di marmo di Carrara. I quadri dell'altare maggiore 
e della crociera sono di Francesco di Mura, i Profeti dipinti a chia- 
roscuro ne'pinnacoli sotto la cupola sono del Fischelti. Le quattro 
virtù di stucco sono modellale dal Sammarlino. Non si polca far di 
meglio nel secolo della decadenza delle belle arti. 

Sotto la crociera della chiesa rarchitetto vi à disposto un bel 
soccorpo o sia confessione di figura ellenica e sostenuto da otto 
paja di colonne doriche. Non debbe l'artista tralasciare di visitare 
la Sagrestia ed il Tesoro scampati dall'incendio. Le volte di ambe- 
due sono dipinte a fresco dal Corenzio. 

Gli armadi della Sagrestia portano scolpila a basso rilievo so- 
pra noce la vita del Redentore; opera è questa del nostro Mediano, 
di cui è anche opera sua il basso rilievo della deposizione dallo 
croce , il quale è situato nel passaggio dalla chiesa al Tesoro. 

In questo merita pure d'essere osservata la statua di marmo di 
Alfonso Sancio , eseguila da Domenico d'Auria. 

Nel campanile vedesi la più grande campana della città nostra 
il cui peso è di cantaja 68. Nella stanza che dicesi V udienza 
del governo la Nunziata dipinta a fresco sulla volta è del Soliine- 
na. La fontana in mezzo al cortile é un avanzo dei Reali giardini 
della Duchesca. 

Quesla fabbrica durò molli anni ; imperocché cominciata su- 
bito dopo l'incendio, non prima del 1774. ne fu aperta la metà. 
{ Un anno dopo la morte del Vanvilelli ) rimanendo a farsi la cu- 
pola col presbiterio. Nel maggio dell'anno 1781 fu terminalo il re- 
sto di lutto punto sotto la direzione di Carlo Vanvilelli figlio di 
Luigi. 



— 'tSo — 
Entralo che sei adunque in questo magnifieo Tempio lo miri 
diviso in tre ripartimenti mediante le 4.4. colonne di su accemiale. 
Nel suo ingresso evvi un arco, con colonne, sotto al quale sta situa- 
to il coro delle monache. Sotto detto arco sonvi due cappelle. In 
quella a destra dedicata alla Concezione vi è il Battislerio , essen- 
dovi in questa chiesa anche la Parrocchia ed in cornu epislolae di 
essa l'iscrizione che da ragguaglio dell'incendio e della riediflcazio- 
ne. La cappella a sinistra dedicata allo sponsalizio di S. Giuseppe à 
uu quadro di Giuseppe Farina. Da questo primo compartimento che 
Ixirma un atrio t'introduci nella nave divisa in tre ripartimenti, con 
quattro pilastri ciascuno fiancheggiato da due colonne, e tutte so- 
stengono il gran cornicione. Nei tre ripartimenti a man sinistra so- 
no situate altrettante cappelle, la prima della famiglia Somma Prin- 
cipi del Colle con quadro della Vergine col suo morto Figliuolo nel 
seno , ed altri Santi. La seconda della famiglia Cerdines Conti di 
Acerra col quadro dell'Annunziata di Giacinto Diana. La terza del- 
la famiglia della Quadra Carrafa Principi di S. Lorenzo con quadro 
della nascita del Signore di Francesco Norici. 

Nel lato destro poi vi sono due solo cappelle; giacche il terzo 
ripartimento a rinipetto la cappella dei Principi di S. Lorenzo ovvi 
il vano per dove si entra sulla destra nella sagrestia, sulla sinistra 
nella cappella de'Carafa , e di fronte nel tesoro. La prima di que- 
ste due cappelle è della famiglia i\lariconda con un quadro del Cro- 
cifisso del Fischetti , la seconda con quadro del Battesimo di N. S. 
Nel vano del 3° ripartimento per dove si entra in Sagrestia vi sono 
situati due hassi rilievi di marmo, quello a sinistra indica la depo- 
sizione dalla Croce del Santacroce; l'altro la nascita del Signoro del- 
lo stesso autore nei quali hasso rilievi non può desiderarsi lavoro 
più finito, espressione più viva. 

Dopo ammirerai la maestosa crociera formata da quattro ar- 
chi. I due di fronte poggiano su quattro colonne, ed i laterali su 
due; ergendosi su di essi la maestosa cupola forse dopo di quella 
del Tesoro la più maestosa. Negli angoli di questa vi son dipinti a 
chiaroscuro dal Fischetti i quattro Profeti maggiori. 

Nell'intercolonnio di ciascuno de'sudetti archi vi è situata una 
statua di stucco rappresentante una virtù. Quelle situale di fronte 
sono modellate dal Sammartino e quelle nei laterali da Angelo 
Viva. 



- -ÌSC, — 

1 cappelloni della crociera sono anche fìanghcggiali da due 
colonne per ciascuno. In quello in cornu epistolae vi è un quadro 
con la strage degli innocenti, in ffucllo opposto vi è un quadro in- 
dicante il martirio di S. Barbara ambi di Francesco de Mura. 

Finalmente entrasi nel Presbiterio chiuso con balaustre di mar- 
mo, standoci altre quattro colonne di sostegno alla volta. Il quadro 
die vi si vede é opera distinta del sullodato de Mura. In questo 
Presbiterio vi sono altre due cappelle. In quella in cornu cpislo- 
lae della famiglia Caracciolo Principe di S. Buono vi è un qua- 
dro con la B. V. col suo Figlio morto in seno. Nella cappella op- 
posta il quadro che vi è di S. Antonio Abate è indegno di stare in 
questa chiesa. 

Degno di osservarsi è il prezioso aliare maggiore ricco di sti- 
mabili pietre, e più per l'eccellente lavorio. In mezzo al Presbiterio vi 
è il sepolcro della Regina Giovanna 2* che non in altro consiste che 
in una lapide con l'iscrizione scolpitavi , ivi posta dai governatori 
nell'anno 1610 ; questa scampò dal fuoco , onde i governatori ve 
la fecero riapporrc con l'aggiimta di altra iscrizione allusiva al ripo- 
nunento. 

Dopo aver esposta la vita di Luigi Vanvitelli con l'indicazione 
delle mulliplici e svariate sue opere. Dopo aver come meglio ò potuto 
descritte le delizie di Caserta, i famosi ponti della Vallo, l'intero ac- 
quidolto Carolino, il Foro Carolino , e la magnifica chiesa dell'An- 
nunziata: superfluo sarebbe il più dilungarmi nelle descrizioni del- 
le altre indicate , meno pel palazzo Angri a Toledo il quale viep- 
più ci appalesa il genio dell' architetto , avendo in sì angusto spa- 
zio in una pianta trapezoidale cavatone si bel partito , dandoci nel. 
r androne, e nella magnifica scala pruova del suo elevato ingegno. 
Questo palazzo è stato or ora ripulito o decorato dall'attuale sig. 
Principe D. Francesco Doria sotto la direzione del chiarissimo ar- 
chitetto Antonio Francesconi. 

Nella mia tavola 20.* osservar potrai il beli' assieme con la 
veduta prospettica delle due strade lateriiR di Toledo e di Montc- 
liveto. 



VITA DELL'ARCHITETTO 

CAV. MARIO GIOFFREDO 

CON LA DESCRIZIONE DELLE SUE OPERE ESEGUITE IN NAPOLI 

CONSISTE NTI 

Ferriere in Stilo nella Valle di Canneto in Calabria. 

Chiesa dello Spirito Santo. 

Aggiunzioni nel Monastero della Maddalena. 

idem in S. Caterina da Siena. 
Palazzo Casacalenda. 
Portone del Palazzo Gravina. 
Strada Nuova Monteliveto. 
Via de' Pellegrini. 
Palazzo Coscia, oggi Partanna nel largo S. M. a Cappella. 

1740 al 1784. 



Sasso — Voi. I, 62 



Il IMilizia nelle sue memorie dogli avchitelti anliciii , e moder- 
ni , per questo dislinlissimo Napolitano artefice scrive queste poche 
parole. 

a Nacque Mario Gaetano Gioffrcdo in Napoli nell' anno 1718. Ap- 
prese dal Solimena il disegno , da Martino Buonocore la cattiva, e 
da Vitruvio la buona arcliiteltura , le matematiche dal sig. Nicco- 
lò di Martino , ed il buon gusto dalle migliori opere antiche e mo- 
derne. Dette saggi di gran talento e di molta abilità nell'arte sua, 
si in patria che fuori , e sopra tutto in Roma. Fu onorato in Ro- 
ma stessa del titolo di Cavaliere , e Conte Palatino ; dall' accade- 
mia Fisiocritica di Siena del nome di Socio; dalla corte di Napoli 
della carica di Regio Architetto , e da molti personaggi illustri e per 
dignità e per merito, dei più distinti riguardi , e degli attestali più 
singolari di amore e di stima. Mori di penosa malattia in patria 
agli 8 marzo del 17815 di anni 67. « 

Sebbene avessi io il bene di conoscere molto da vicino i nepoti 
del detto nostro distinto Architetto Jlario Gioffrcdo , ne' due miei 
associati Mario e Giuseppe Russo Galeota il primo avvocalo Civile, 
e '1 secondo Criminale ; pur tuttavia non armo potuto fornirmi del- 
la vita scritta dal loro avo istesso; imperocché pubblicava il Giof- 
frcdo i cinque ordini di architettura ed intesta alla prima parte die 
sola usci alla luce , vi scrisse la sua vita. 

Nel Dizionario Bibliografico di seguito all' Enciclopedia Popola- 
re trovo registrato. 

Mario Gioffrcdo nacque in Napoli nel 1718 , ad onta de' suoi 
genitori che ad ogni patto voleano spingerlo nello studio della giu- 
risprudenza , si apprese all'architettura, mostrando sin dalla pueri- 
zia maraviglioso istinto al disegno della prospettiva. Pessimo era a 
quel tempo il gusto dell' arte ; ne mollo si poteva vantaggiare del- 
le lezioni del suo maestro ciarlino Buonocore , ma per somma ven- 
tura trovò nella biblioteca di esso i libri dell' architettura di Palla- 



— 490 — 
dio , nei quali imparò le vero redole di quel bello di che aveva il 
geriiie nella sua mente , studiò le nialemaliche sollo 1' abaie Nic- 
colò de Martino , e nelle ore degli ozi la geografia , la storia , e 
la mitologìa gli ornarono l'animo. 

In Roma ed in altre città d'Italia cercò i pratici esempi di 
quelle leggi che aveva ai)preso in Palladio , e dovendo riedificarsi 
in Roma la chiesa degli Spagnuoli, si recò innanzi a monsignore 
Errores che aveva la direzione di quel!' opera , il quale udito co- 
me egli era Napolitano corse a dire — / musici non gli architetti 
noi scegliamo da Napoli. 

Alle quali scortesi parole non fu tardo rispondere. Io nel con- 
corso mostrerò che si possono ancora scegliere gli Architetti. Co- 
me di fatti eseguitosi il concoi-so, la preferenza (pel solo merito) fu 
data air artista napolitano Mario Gioffrcdo. 

Nel 1768 pubblicò per le stampe la prima parte di un' opera 
di Architettura : ma la seconda e la terza rimasero manoscritte per 
cagione delle tavole che importavano troppo grande spesa. La corte 
di Napoli lo mandò nella Calabria citra per sopraintcndcre al tra- 
sporto delle ferriere di Stilo nella ÌMongiana , e ottimamente si e- 
spedi di quel carico. Scopertosi alcune miniere di ferro nella valle 
di Canneto , mostrò col fatto ai suoi contraddittori 1' utile sommo 
che poteva Irarsene fondandovi le ferriere. Nel 1783 ebbe il titolo 
di Architetto di Corte con magnifico stipendio. Meritò che il Conte 
Lamberg, ministro di Vienna in Napoli, presentando lui a Ferdinan- 
do Arciduca d' Austria dicesse Questi è il Vitruvio parlante. Belle 
ed insigni fabbriche fece egli in Napoli tra le quali le strade nuo- 
ve di Montoliveto e dei Pellegrini. I palazzi Casacalenda e Coscia. 
La Chiesa dello Spirito Santo — Riattò il Monastero della Maddale- 
na , e quello di S. Caterina da Siena — Fece il portone al Palazzo 
Gravina. 

Melanconici furono gli ultimi anni del viver suo ; imperocché 
per i travagli durati per le Ferriere in Stilo e Canneto, rimase privo 
della vista. — Mori cieco nell'anno 1785 lasciando di se solo un 
ntinie illustre ed onorato all'imica sua figliuola Ernesta, madre de' 
suilodali signori Russo Calcola. 



— 491 — 

DESCRIZIOxNE DELLE SUE OPERE 
Cllìesa dello Spirilo Sanlo 

Basta solo essere questo magnifico Tempio osservato da un in- 
tendente architetto per definire la perizia , il gusto , la magnifi- 
cenza , r euritmia , il genio , e la valentia dell' autore , del distin- 
to , e sventurato Arcliitetlo Mario Gioffredo — Fu questo in ter amen- 
to rifatto dal prelodato Architetto e si apri in gennaio 1774. 

Bisogna conoscere che nell'anno 1555 mia compagnia di di- 
voli , sotto la direzione di un frate Domenicano fondarono qui una 
chiesa con un conservatorio per rinchiudervi vergini , le quali fos- 
sero in pericolo per la vita sdregolata delle madri. 

Nel 1590 i governatori del Conservatorio ottennero permesso di 
aprire banco , il quale si serviva del danaro depositato per farne 
prestiti sopra pegni con 1' interesse del 6 per 100, laonde divenne 
assai ricco. 11 banco fu cogli altri riunito in un solo , ed ai gior- 
ni nostri nuovameute riaperto. 

Essendo adunque il banco divenuto molto ricco , rifecero inte- 
ramente la chiesa con disegno e direzione di ]\Iario Gioffredo nel 
1774. — L' architettura ii' è soda: una serie di colonne corintie stac- 
cate dal muro reggono un sopraornato semplice ed uniforme, sen- 
za tagli e risalti per tutto 1' ampio contorno del tempio. L' altare 
maggiore è di pregevoli marmi. 11 quadro di questo aliare è del 
Do .Mura , e quelli della crociera sono del Celebrano e del Fischet- 
ti , artisti del tempo della decadenza tra noi della pittura. La con- 
versione di S. Paolo che si vede in una cappella , è di Gian-Batti- 
sta Loca. Neir atrio che dalla corte dell' antico banco conduce alla 
chiesa , vi sono due quadri del Santafede. i\Ierita osservarsi la sta- 
tua sul sepolcro di Spinelli , opera è questa del Naccarino. 

La facciata è di stucco , e le sproporzionate colonne di marmo 
a fianco della porla di un male interpelrato intercolonnio sono si 
situate dal cioccla archilelto dell' antica chiesa. 

Quello che onora immensamente il Gioffredo è la cupola. 

Fu il Gioffredo tra gli architetti nominati per la perizia della 



— 492 — 
niacTiifica cupola della Trinità Maggiore da me pubblicala nella 
mia tavola 13. U Gioffrcdo fu del parere del Vanvitelli — riparare 
e non demolire. 11 Fuga fu per la demolizione. Prevalse il parere 
di quest'ultimo appoggiato da mi panico timore, e la cupola fu 
miseramente abbattuta. 

11 Gioffredo volle in questa dello Spirito Santo imitare quella 
e vi riuscì; avendo genio, e conoscenze scientifiche lui solo il potette. 

Chiesa (lolla lladdaleiia. 

Nell'anno 1763 fu il Gioffredo adoprato a modernarc F anti- 
chissima chiesa della Maddalena. Riattando il Monastero apri una 
nuova porteria nell'ampia strada che dall' Annunziata conduce a 
Porla Capuana. La porla è assai magnifica con colonne di mar- 
mo — Come del pari fece il portone al Palazzo Gravina : ma non 
si stette allo stile di Gabriele d' Agnolo : di modo che P artista a 
colpo d'occhio l'avvisa l'intervallo di tre secoli tra la facciata, e'I 
portone. Fu benanche adoprato dalle monache di S. Caterina da 
Siena a fare un atrio nel loro monastero che riesci bellissimo, come 
del pari rimodernò la chiesa con rifare gli archi delle cappelle ri- 
vestendoli di finissimi marmi. 



S. Calcriiia da Sìoiia. 



Per questo monumento si dice il Galanti. 

Poco più oltre di S. IMaria apparente si vede la Chiesa di S. 
Caterina da Siena con un monastero di monache claustrali cui (.'ra 
slato unito il monastero soppresso della Solitaria , che ora a Piz- 
zofalcone. Le antiche monache di S. Caterina sono slate unite a 
(juelle di S. Giovanni nella strada di Costantinopoli , e sono rima- 
ste le altre della Solitaria , ma mezzo edifizio è divenuto alloeijio 
militare. Questo luogo era l'ospedale della Vittoria fondata da D. 
Giovanni d' Austria , e che fu poi unito a quello di S. Giacomo. 
Un frate Domenicano ne fece l' acquisto per rinchiudervi le sue pe- 
uitenli. Il tulio era stalo riedificalo con disegno di Mario Gioffredo. 



— 493 



Palazzo Casacalcnda. 

Questo magnifico palagio fu rifallo dalle fondamenta con pro- 
getto e direzione dell' Arcliilelto Cav. Mario Gioffredo. La focciata 
è di ordine jonico con pilastri ed intavolamento eseguilo con pie- 
tra di Sorrento poggiante detta facciata sur uno zoccolo bugnato 
di ordine dorico di pipcrno forte. 

Nel formarsi le fondamenta vi si trovarono dalla metà della 
facciala nell' andar verso il largo S. Angelo a Nido , le antiche e 
rinomate mura di Napoli, di opera greca per essere formate da qua- 
droni di tufo tutti lavorali, di lunghezza ognuno palmi sei per 3 
di larghezza e 3 di altezza con buona disposizione, e senza malta: 
erano delle mura di una prodigiosa spessezza. Vi sono in detta fac- 
ciala due portoni con colonne di marmo bianco , serbando il dorico 
dello zoccolo. Il cortile è decoralo con simile colonne — Tutte le 
jx)rte della casa sono di noce con impelliccialura di radice di ulivo, 
e le mostre sono di svariati marmi. 

Per le altre opere di si distinto nostro concittadino mi laccio, 
bastandomi l' averle solo indicate nello sua breve biografia. 



Chiesa del Carmiuc. 

Seguendo cronologicamente la mia Storia de' Monumenti è que- 
sto il silo che parlar debbo della Chiesa del Carmine imperocché 
fu ridotta nello stalo attualo nell' anno 1767. 

Questo sontuoso Tempio non era che una cappella , magnifica- 
mente poscia riedificala dalla Regina Elisabetta, infelicissima madre 
di Re Corradino. 

Dietro r altare maggiore vedcsi l' umile sepolcro di lui e di Fe- 
derigo d' Austria. Quando nel 1767 fu ristaurata la chiesa furono 
disfalli i bei freschi del Rodrigo dello il Siciliano. 

La chiesa è ricca di marmi e di stucchi ; ma non bella. 

L'altare maggiore o la tribuna sono del Cav. Cosimo Fansa- 
ca. Vi si venera un famoso Crocifisso, pel quale il popolo Napolitano 
à somma divozione, e che si mostra scoperto il solo giorno dopo Na- 



— io'i — 

tale , ed allora , olire la folla immensa del popolo , vi si porla il 
corpo municipale a venerarlo. Il cpiadro del tabernacolo che figura 
il Padre Elcrno con lo Spirito Santo è di Luca Giordano. L'Assun- 
ta con le vicine pitture a fresco della crociera sono tra le prime 
opere del Solimena. 11 quadro nel lato opposto è del De ÌMatleis. 
Nelle altre cappelle meritano ossei'varsi un quadro del Santafede , 
uno di Francesco di Mura ^ e l'Elia e l'Eliseo del Solimena. In 
questa chiesa ò sepolto il celebre pittore Falcone. 

L' allo ma non archiletlonico suo campanile è opera dell' ar- 
chitetto Conforto fino al terzo ordine. Gli altri due vi furono diretti 
dal bizzarro padre Nuvolo , che fece la chiesa della Sanità. Nel 184.2 
venuto in Napoli un Principe della Confederazione Germanica di- 
scondente dalla nobilissima casa di Svevia , domandò ed ottenne per- 
messo di collocare una statua in marmo dell' infelice Re Corradino 
in detto Tempio. Questa statua la vedi situata nella gran navata 
della Chiesa quasi a metà sul lato sinistro entrando. 

Incorporato in cerio modo col convento suddetto è il Castello 
del Carmine ; il quale dapprima non fu che una torre edificata da 
Ferdinando di Aragona nel 14.8Ì nella nuova ampliazione delle mu- 
la. Il Vice-Re Toledo alzò un forte muro da questa torre alla ma- 
rina , e vi edificò la porta della della Conceria. Tale torre fu nel 
1647 la prineipal fortezza della plebe ribelle. Se ne conobbe al- 
lora l'importanza, e nel 1648 fu ridotta a castello. La chiesa ed 
il convento rimasero compresi nelle forlificazioni , ed il chiostro di- 
venne piazza d' armi. I frati furono esentali da tale servitù acqui- 
stando le case a\ anli la chiesa , che poi furono spianate per farvi 
gli esercizi militari. 

Il Re Carlo Borbone dopo avere aperta nel 174.S una strada di 
comunicazione dal Molo a questo luogo , demolì la porla della Con- 
ceria , ed in sua vece vennero eretti quei due pilaslroni che tuttora 
esistono sul disegno del torinese Bompiedi , che dicesi vado del Car- 
mine. 

Lo slesso Bompiedi riforlificò il castello dandogli l' attuale 
forma. 



— 495 



Villa Reale. 

E questo il sito più delizioso della nostra città , conio di già 
accennava nella mia prefazione , qui avverandosi quel verso del Pe- 
trarca. 

Fiori fronde, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi. 

Arrivato che sei al largo della Vittoria , volgendo a dritta ver- 
so occidente si entra nella Villa Reale. A 4.3000 palmi di lunghez- 
za verso il mare , costeggiandola dal lato opposto un ampia e va- 
ghissima strada , denominata Riviera di Chiaja. Questa denomina- 
zione forse à , dall' antica voce latina plaga , conoscendosi che in 
questo luogo fosse stata un di la plaga olimpica , dove gli antichi 
JNapolclani celebravano li giuochi e le feste a Giove. 

Tutto il terreno in colai sito posto tra il mare e la collina del 
vomero , ebbe in prima ornamento da alberi , e fontane , e ciò in 
tempo del Vice-Re Duca di Medina nell'anno 1692. Il suUodato Du- 
ca abbelliva con l' arte una spiaggia anticamente celebrata per na- 
turali bellezze dalle Divine muso di Virgilio e del Tasso. 

Fu ridotto questo amenissimo sito in forma di pubblico giar- 
dino sotto il Regno di Ferdinando 1.° Borbone nell'anno 1782. Fu 
rinchiuso da cancelli di ferro verso la strada , vi furono erette due 
casette rettangolari all' ingresso con ampie terrazze, e fu distribuito 
il terreno in cinque viali piantandovi acacie , salici , ed elei; vi fu- 
rono costruite molte fonti , e vi furon poste delle statue di marmo. 

La gran vasca clic oggi è situata alla fontana di mezzo è di 
un sol pezzo di granilo di Egitto: à un diametro di 12 palmi, venne 
qui trasportata dal vestibolo della Cattedrale di Salerno, avendo que- 
sto preziossimo monumento in tempi remotissimi adornato il Tem- 
pio di Nettuno a Pesto. Nel centro della sua superficie intema cvvi 
scolpita una testa di Medusa di egregio lavoro, della quale se ne 
può osservare la bellezza nella copia che esiste nel Real Museo Bor- 
bonico. 

Fu questa vasca qui collocata in surroga del magnifico grup- 
po del Toro Farnese onde sottrarlo alle intemperie per le quali di 
già fenduto ebbe debita stanza nel Real Museo Borbonico. 

Sasso — Voi. I. 63 



— 496 — 

La seconda parie di questa Villa Reale ^ in forma diversa del 
primo Iratlo , ti presenta a^Tolgimenli ed ombre di un ameno bo- 
schetto, rifu quest' aggiunta eseguila nell' anno 1807. Nell'anno 1819 
Ti vennero innalzati i due meschini tempietti il primo in forma cir- 
colare a man sinistra dedicalo al sublime cantor epico solo; e l'al- 
tro in forma rettangolare a man dritta al Mantovano Poeta. 

Il mezzo busto del Tasso è opera di Angelo Solari, e quello di 
Virgilio di Tito Angelini. 

Il terzo tratto vi fu aggiunto nell'anno 133i. Si distende per 
1500 palmi, ed è guarnito da una ringhiera di ferro verso la strada: 
ma non ancora difesa da muro verso la spiaggia. La larghezza com- 
pensata della Villa Reale è presso a 200 palmi. 

E essa abbellita da molte fontane , e da 50 statue in marmo 
delle quali comechè alcune sieno di mediocre lavoro , sono ricordi 
di opere di scultura Greca e Romana , ecco ragione a cui m'indu- 
co mentovare il soggetto di ciascuna , incominciando dall' entrata 
principale percorrendo il lato destro, e ritornando pel manco. 

Sono opere di Tommaso Solari genovese , e del Violano Roma- 
no. La prima è una copia del famoso Apollo di Belvedere, indi al- 
tra copia del Sileno che porta sulle braccia Bacco bambino, statua 
la quale oggi adorna il museo Francese, giudicata dagli intendenti 
paragouabile al Gladiatore , ed al Laocoontc. La terza é un Fau- 
no con un capretto al collo. La quarta im gladiatore moribondo , 
tanto celebrato fra gli antichi monumenti. Indi un Ercole che sof- 
foca Anteo , bellissimo gruppo del mentovato Solari. Dopo evvi al- 
tro gladiatore combattente , uno dei tesori ( l' originale ) che si con- 
serva nel museo Francese. Segue un picciolo Bacco che stringe con 
una mano cornucopia di frutta, e con l'altra grappoli d'uva. Fi- 
nalmente prima di giungere alla gran vasca evvi una copia della 
Mora capitolina. Ai quattro angoli nello spiazzo dove ev\ì oggi 
1' accennala gran vasca di granito egizio , vi sono le quattro stagio- 
ni in quattro mezze figure situate sopra quattro piedistili a modo 
di figure terminali. 

Seguitando il cammino nello stesso lato osserverai altra copia 
della Flora detta di Belvedere. Indi un gruppo figurante il ratto di 
Proserpina , e per terzo un Ercole in lotta col Leone nemeo. In sc- 
5>:uito altro gruppo che rappresenta uno dei rapimenti delle Sabine, 
lilratto dal celebrato originale di Giovanni Bologna ; quindi altra 



— 497 — 
copia del bellissimo Fauno che suona con le mani i cembali , ed 
i crotali col piede , il di cui originale adorna la galleria di Firen- 
ze , e cha il Maffei voleva opera di Praslitele. Rimangono da que- 
sto Iato un Satiro ligato ad un tronco , ed un Ercole con Teseo in 
braccio. Giunto elio sei al sito dove termina il primo tratto della 
Villa , ai due Iati della via che immeltc al boschetto sorgono due 
copie , una dell' Apollo detto Apollina , ed una del Faunetto che 
suona il flauto , i di cui originali si conservano fra i nioimmenti 
d' arie del Louvre. 

Ritorna verso I' entrata incontrerai dapprima la statua di Atreo 
imitazione di quella antica che si conserva nel nostro iMuseo; indi 
le due di Castore e Polluce ; per terza quella di Lucio Papirio e 
della madre pietosamente ed avvedutamente ingannala dal figlio, 
quando volca entrare a parte dei segreti del Senato ; e finalmente 
un Guerriero in piedi con clamide gettata sulla spalla. 

Oltre a tutte queste statue verso il termine occidentale osserverai 
a man sinistra altro fonte ornato di un gruppo che rappresenta il rat- 
to di Europa , e quattro busti di Baccanti e danzatori vicino al me- 
desimo cancello di uscita: opera è questa di scultore napolitano che 
ivi vi à inciso il suo nome. 

Sino al 1782 questo sito era affatto diverso ; epoca in cui fu 
abbattuta la antica porta di Chiaja, e tre secoli or sono era desso 
una spiaggia incolta e deserta , e tanto che sembrò ai barbareschi 
il luogo più opportuno per sorprendere la città. Nel fatto per uno 
sbarco di alcune fuste turche nei tempi Vicereali vi si costruì un 
picciolo forte nel luogo detto ancor' oggi la Torretta, e che il Prin- 
cipe di Torcila ivi fabbricando il suo palagio , par istorica memo- 
ria vi volle all'angolo destro della facciata costruita una torre. Pa- 
lagio che oggi si è comperato da S. A. R. il Conte di Siracusa 
D. Leopoldo fratello di S. M. il Re (N. S.). 



IIVDICE DELIE MATERIE 



CONTENUTE NEL PRIMO VOLUME. 



Abolizione della Baronia 54 

Architettura barbara 59 

Aspremo (Santo) rifatto 63.77 

Arco di Trionfo d'Alfonso 1.66.162 
Arsenale 67.68 

Auria ( d' ) 484.73.173 

75.76 

73 

76 

96 

110 

121 

121 



Agnolo Franco 
Agnello di Fiore 



Accademia Pontaniana 

Annunziata (SS.) 

Arpino (d') Cav. 

Alfonso 2. 

Accademia d'incoraggiamento 

Amministrazione comunale del 

la Città di Napoli 121 

Albero in S. Severino che conta 

1400 anni 121 

Altre opere del Majano 132 

Amato il vecchio 173 

Archivio Generale del Regno 174 
Archivio notariale 174 

Altare in Monteliveto sul mo- 
dello del Rosellino 187 
Andrea da Salerno 188.336 
Abbandona Napoli Guido 
Reni per minacce di morte avu- 
ta dal Corenzio, e dal Ribera 238 
Antica colonna del Tempio di 

Nettuno 240 

Albano 257 

Acquidotto Carolino 472 

Agnolo (d') Gabriele 159 



B 



Buono 42 

Basiliani 47 

Benedettini 47 

Barbara (Santa) 66 

Buonaroti Michelangelo 69.72.230 
Bernini Pietro 70.214.226,228 
Barrionuovo e suo barbarismo 99 
Bonito 100.257 

Basilica e Foro augustale 104 

Bibhoteca Brancacciana 106 

Berardino Siciliano 110.214.215 

229.237 
Battistello 188 

Bonaglia 221 

Bottigliere 221 

Banco delle due Sicilie di S.Gia- 
como, e dello Spirito Santo 226 
Benasca 227.234.235.238 

Barocci 228 

Beltramo 229 

Borromini 235 

Biblioteca privata del Re 257 

Bamboccio Antonio 143 

Bartolomeo (di) Dionisio 226 

Bernini Gian Lorenzo 277 



Castel dell' Ovo 46 

Castrum Lucullanum 46 

Celano 46 



500 — 



Cìirdone 

Ciriegie da Cerasunto 

Castel Capuano 

Carlo I. d'Angió 

Castel Nuovo 

Con^alvo de Cordova 

Cannavcllo 

Corenzio Helisario 7 



46 
47 
50 
61 
61.63 
60 
72 
.73.110.111 



214.213.226.228 
239.237.173 

74 
73 



73.237 



122.172.207. 

Carlo 2. d'Angiò 

Calabrese 

Caravaggio 

Cappella del miracoloso crocifis 

so in S. Domenico 7o 

Corso Giovanni 73 

Carlo 3. di Uurazzo 96 

Confraternita dc'ballenli ripentiti 97 
Chiara (Santa) 99 

Conca Cav. da Gaeta 100 

ColonnadelTempio di Salomone 101 
Convento e chiesa della Madda- 
lena 101 
Campanile di S. Chiara 101. 102.103 
Ciccione Andrea 105.113.121 
Castel S. Ermo 107.223 
Certosa di S. Martino 108 
Caracciolo 110.111 
Corpo della Città di Napoli 121 
Commissione di beneficenza 122 
Cappella del Fontano 123 
Cappella Pappacoda 148 
Chiesa e Monastero di S. Seve- 
rino 172 
Coro di noce intagliato in S.Se- 
verino 1 73 
Chiesetta della Stella 176 
Chiesa di S. Giorgio de' Geno- 
vesi 188 
Chiesa ed ospedale di S.Giacomo 191 
Cappella S. Severo 196 
Celebrano Francesco 197.199 
Confessioni li maravigliosi 197 
Corradino 198.199 
Cupola di S. Severino 224 
Codice in pergamena delle Tra- 
gedie di Seneca con miniatu- 
re del Solario 229 
Ciiiesa della Sanità 229 



Chiesa dc'SS. Apostoli 

Cortona (da) Pietro 

Convento de' SS. Apostoli 

Chiesa della Trinità delle Mona- 
che 

Cappella del Tesoro 

Chiesa di S. M. degli Angeli a 
Pizzofalcone 

Chiesa di S. Paolo 

Colonne 24 di granito degli an- 
tichi Romani 

Cappella Reale in Palazzo 

Cerimonia per l'apertura dei Studi 

Cenno sulle acque in Napoli 287. 

Chiesa del Purgatorio 

Chiesa di S. Nicola alla carità 

Chiesa di Montccalvario 

Concezione di Jlontecalvario 3.36. 

Chiesa di Montevergine 

Chiesa della Nunziatella 

Cimitero {ky l'ospedale degli In- 
curabili 

Catalogo delle opere di Gian Lo- 
renzo Bernini 282 a 

Catalogo delle opere di Luigi 



Vanvitelli 



438.439 



Cupolino di musaico del 7. secolo 
Chiesa dell' Annunziata 
Chiesa dello Spirito Santo 
Chiesa di Caterina da Siena 
Chiesa del Carmine 

D 



234 
235 
233 

233 
237 

238 
239 

240 

256 
263 
,290 
317 
318 
336 
337 
338 
349 

430 

286 

460 
73 
482 
491 
492 
493 



Delizie Lucullane 47 

Duomo 62.70 

Domenico (San) Maggiore 63-74 
Darsena 68 

Domenichino 73.74.228.237.238 
Donzelli Pietro e Polito 76 

Dodici depositi di Principi Ara- 
gonesi in S. Domenico 76 
Dei Pò Giacomo 221.226.76.233 
Descrizione della cupola della 

Trinità maggiore 206 

Descrizione del nuovo altare ivi 208 
209.210.211.212 
Descrizione del Rcal Museo Bor- 
bonico 264 a 274 



Ércolano 



Federigo 2. 
Ferrante 1. 
Ferdinando II. 



E 



P 



67.109.252.254 



Fiiielli Paolo 73.215.233.237 
Fansaca 73.74.109.110.173. 

237 
Farelli 74.214 

Fischietti 
Fontana sul molo 
Falcone 216.240 

Fuga 227.234.239 

Fiammingo 
Fontana (Lavinia) 
Fontana Domenico 
Fontana Giulio Cesare 
Fontana della scapigliata 
Idem a S. Lucia 
Idem della Coccovaja 



Idem della Loggia 
Idem Medina 
Idem degli Specchi 
Idem Fonseca 
Idem di Montoliveto 
Fiorentino Antonio 
Franco 

Foro Carolino 
Franccsconi Antonio 

G 



291.292 



— 501 — 



382 



48 
50 

.257 
371 

.317 

214. 

.307 

238 

74 

193 

317 

.421 
233 
257 
243 
263 
290 
290 
290 
291 

.313 
292 
292 
293 
221 
224 
481 
486 



Ghetti Pietro 


215 


Guercino 


215.257 


Gregorio (San) Armeno 


225 


Gerolomini 


226 


Gessi 


228 


Guglia di S. Gennaro 


238.314 


Guglia di S. Domenico 


316 


Giorgio (San) Maggiore 


316 


Granili 


429 


Giardini del Real Palazzo d 


iCa- 


serta 


470 


Giovanni (di) 


224 


Gavagni 


224.225 


Genovesi Gaetano 


253 



47 



98 



Isola del Salvatore 

Incendio della Chiesa dell' An- 
nunziata 

Intendenza della Provincia di 
Napoli 121 

Imparato Girolamo 173.213.214 



Lucullo 
Lanfranco 



47 



73.75.76.100.109.207 
234 
Lazzari Dionisio 77.227.229 

Lorenzo (San) 104 

Lama 103 

Leone Andrea 239 

M 



Grotta di Pozzuoli 46 

Giovanni (San) Maggiore 63.77 
Giovanni 'San) in fonte 73 

Grimaldi (padre) Teatino 73.233 
Giordano Luca 73. 70. 111.214. 213 
226. 227. 228. 229. 234. 238. 317 
Giovanna 2. 98 

Gioiiredo Mario 101.498 

Giovanni (San) a Carbonara 103 
Giunta edilizia 122 

Giuseppe (San) Maggiore 160 



Megara 46 

Mine in Napoli 48 

Masucciol. 39.57.61.74.78 

Maddalena (Chiesa della) 63 

Maria (santa) la Nova 68.224 

Maria (santa) del Principio, e 

sua immagine in musaico fatta 

dal Zauro nel 7. secolo 73 

Massimo (Cav.j Stanzioni 73.74.103 

109.110. 111. 238. 239. 253. 317 

207.215.237 



— 502 



Arcangelo a Mor- 



Mirocolo di S. Gennaro 
Michele (san) 

fisa ' 74 

Mediano Giovanni 181.73.76.77 
100.104.121.140 
Marco da Siena 73.76.233.173.240 
Maestro Slefanone 75 

Masaccio 2. 83.81.104 

Maria (santa) della Pietà 96.103 
Miracolo ricevuto da Giacomo e 

Niccola Sconditi 97 

Mura (di) Francesco 318.349.100 

257. 188 
Maestro Simone 104 

Miracolo dell' Ecce Homo in S. 

Lorenzo 103 

Michele (San) Arcangelo 106 

Marotta 110 

Matteis (de) 110.207.221.226.228 
235. 233.318 
Monteoliveto (Chiesa e Badia di) 121 
Maria (Santa) delle Grazie agli 

Incurabili 140 

Morte del Corenzio 172 

Marulli 173 

Marino Carburi da Cefalonia 258 
Museo (Reale) Borbonico 263 a 274 
Michele (San) Arcangelo 339 

Molo di Napoli 339 

Mondo Domenico 350 

Majo (di) Paolo 330 

Maria (santa) Succurre miseris 330 







N 



Narino 46 

Navarro Pietro 48.69 

Novello da S. Lucano 74.133 

Nario da Siena 75 

Naccarino 173.2U. 226.329 

Notizie degli architetti \ 
Francesco Picchiatti /, 
Gennaro Sacco, Arcangelo [" 
Coglielmelli , e Dionisio] 
Lazzari 



,353, 354 



Ospedale Militare della Trinità 237 



Prefazione dell'autore 3 

Petrarca 46 

Pesche 47 

Peschiere di LucuUo 47 

Patrizia (santa) 47.48 

Pietro (san) 47.48 

Pisano Niccolò 48 

Progetto dell' autore per i Tri- 
bunali di Napoli 53.36 
Pisano Giovanni 61 
Prigionia del Principe Carlo 62 
Palazzo Colombrano 63.78 
Porta di bronzo in Castel Nuovo 66 

162 
Palazzo S. Angelo 
Porta di S. Angelo a Nido 
Palazzo della Riccia 
Palazzo a Poggio Rccrie 
Porta Capuana 
Porta del Duomo 
Palazzo S. Severino 
Palazzo Gravina 
Perugino 
Piata (della) 
Palazzo della Rocca 
Palazzo Regina 
Panormita 



Palazzo Corigliano 



78 
107 
122 
131 
131 
147 
134 
160 
173 
173 
174 
175 
173 
176 
177 
188 
198 
221 
228 
337 



Palazzo Filomarino 

Palazzo Sansevcro 

Persico 

Prima cupola in Napoli 

Pòmaranci 

Parma il vecchio 

Poche idee e ricerche sulle sper- 
dute acque Sebezie per l'archi- 
tetto Camillo Napoleone Sasso 293 

a 304 

Poche parole di prefazione alle 
opere immortalie durature do- 



vute alla magnificenza dell'Au- 
gusto Sovrano Carlo 3. Bor- 
bone 



335 



— 803 



Palazzo Reale di Napoli 2ol 

Palazzo Reale di Portici 367 

Palazzo Reale di Capodimonte 369 
Pompei 387 

Palazzo Caramanico 429 

Palazzo Giordano 429 

Posizione ed origine dell'antica 

e nuova Città di Caserta 461 a 463 
Ponti di Maddoloni 476 

486 



Palazzo Angri 



Queirolo 



Q 



R 



198.199 



Roberto 46.99 

Restitula ('santa) 72 
Ribera 73.110.111.213.226.237 

Reni Guido 73.110.228.257 

Regina Sancia 99 

RalTaelio d'Urbino 228.257 

Reclusorio 425 



Statua di Oliviero Carafa del Buo- 
naroti 

Salvatore (chiesa del) 

Stefani (Pietro dei) 

Stefani (Tommaso dei) 62. 

Scala capricciosa del Pisano che 
porla al Campanile di S. Bar- 
bara ed altra alla Torre di S. 
Vincenzo inCastelnuovo 

Stefania 

Soccorpo del Duomo 

Solimene 73.76.110.213.214. 
234.235.237.239.240.257. 

Sammartino 74.100. 

Solario 75.122.173. 

Sabbati ni 

Stanza dove studiava S. Tomma- 
so d'Aquino 

Sepolcro o Tempio di Partenope 

Sanfelice 100.105.235, 

Sopraintendenza generale di Sa- 
lute 

Sanseverino 122 

S.vsso — Voi. I. 



72 

48 

62 

106 



67 

72 

72 

227 

318 
227 
174 

75 

76 

77 

,343 

122 
.172 



Santacroce 

Santafede 173.214.226.228 

Salerno (Andrea di) 

Strada Toledo 

Sculture di Sammartino nella 
cappella S. Severo 

Strada di Porta Nolana 

Strada Ribera 

Sacro Monte della Pietà 224 

Schidori 

Statue equestri di Cario HI. e 
Ferdinando I. Borboni 

Studi Regi 

Scoverta e descrizione di Erco- 
lano e Pompei 

Sepolcro di Consalvo di Cordova 

Idem del Navarro 

Idem di Carlo I. e Clemenza 

Idem di Papa Innocenzo XSI. 

Idem di Re Andrea 

Idem di Papa Innocenzo IV. 

Idem di Fabio Galeota 

Idem del Cardinale E.Caracciolo 

Idem di Enrico 3Iinulolo 

Idem di Sersale 

Idem del Can. Mazzocchi 

Idem del Cav. Marini 

Idem di Filippo, e Giovanni IV. 
ed Vili, genito di CarìoII.di 
Angiò in S. Domenico 

Idem di Gio\anna 1. in Castel 
S. Angelo 96. 

Idem di Re Roberto 

Idem di Cario l'illustre 

Idem di Giovanna I. 

Idem di tre Principesse della fa- 
miglia Angioina 

Idem del Principe Filippo Bor- 
bone 

Idem di cinque Principi del 2. 
ramo Angioino 

Idem di Gian Ballista la Porta 

Idem di Enrico Poderigo 

Idem di Ludovico Aldimaresca 

Idem del Cardinale Rinaldo Bran- 
caccio 

Idem di Re Ladislao 122.123 

Idem di SerGio>anni Caracciolo 



140 
237 
173 
192 

200 
222 
222 
226 

257 

258 
263 

375 
69 
69 
71 
71 
71 
71 
71 
71 
72 
72 
73 
75 



76 

112 
100 
100 
100 

100 

100 

105 
105 
105 
105 

106 
124 
12i 
125 



Idom (li Vincenzo Carafa 
Idem dei tre fratelli Sanseverino 

in Sanseverino 173.189.190.191 
idem di Giuseppe Aurelio di Gen 

iiaro 
Idem di Francesco Carafa 
Idem di Antonia Gaudino 
Jdem di Pietro di Toledo 
Idem di Andrea Bonifacio 



— 504 — 

173 Villani Giovanni 
Vicaria 

Vespro Siciliano 
Vaccaro Lorenzo 
Volo adempiuto 



Jdem di Raimondo di Sangro 
Idem di Vincenzo di Sangro 
Idem del Cardinale Coscia 
Idem del Cardinale Acquaviva 
Idem di Giovan Uatlista Vico 
Idem del Presidente d'Ippolito 
Idem del Cav. Marini 



173 
187 
188 
193 
194.173 
198 
198 
214 
226 
228 
235 
235 



Tribunali antichi 

Tribunali nuovi 

Toledo (Pietro di) 

Tiziano 

Tesauro Filippo 

Tesoro 

Tremuoto del 1456. 

Travaglini Federigo 

Tempio di Adriano ed Antinoo 

Treno di Linea 

Trinità Maggiore 

Tempio di S. Paolo 

Teatro Nuovo 

Teatri in Napoli 

Teatro S. Carlo 

Teatro Fiorentini 

Teatro del Fondo 

Teatro S. Ferdinando 

Teatro S. Carlino 

Teatro Fenice 

u 

Uffizio di Vaccinazione 
l'fBzio del Protomedicato 



Virgilio 



50 a 55- 

54.193 

50 

68.257 

72 

73 

74 

76 

77 

121 

205 

240 

338. 3G5 

358 

303 

305 

365 

366 

366 

366 



122 
122 



46 

50 

62 

74.110 



dalla 



Regina 



Margherita di Durazzo 97 

Vita di Buono 43 

ì) di Masuccio I. '59 

di Masuccio IL 83 

di Andrea Ciccione Ilo 

di Giulian da Majuno 129 

di Giacomo de'Santis 139 

di Antonio Bamboccio 145 

di Novello da Sanlucano 153 

di Gabriele d" Agnolo 159 
di Gian Francesco Mormanno 107 



di Giovanni Merliano 
» di Raimondo di Sangro 



» di Giuseppe Valeriani 
» di Fard. Manlio 
di Antonio Fiorentino 



181 
195 
203 



di Sigismondo di Giovanni 
di Vincenzo della Monica 
di Giov. Battista Gavagni/ 



» di Dionisio di Bartolomeot. 221 a 

30 



[' 



» di del Franco, e di 

Ferrante Maglione 
» di Padre Nuvolo 
» di Padre Scrina 
n di Giovanni Benincasa 
» di Giovanni Sim. Moccia 
» di Francesco Grimaldi 
» (li Domenico Fontana 
» (li Giulio Cesare Fontana 
» di Gian Lorenzo Bernini 
» di Cosimo Fonsaca 
di Lorenzo Vaccaro 
» di Dora. Ant. Vaccaro 
» di Fei'dinando Sanfelice 
» di Antonio Cannavari 
)' di Ferdinando Fuga 
» di Luigi Vanvitelli 
» di Mario Gaetano GiolTredo 
Vasari sue pitture 
Vita di S. Benedetto dipinta dal 

Solario 174 

Vaccaro Andrea 317.229,238 

359 
350 



233 
243 
263 
277 
307 
321 ' 
240.329 
343 
367 
421 
433 
489 
121 



Vergini 



46 Vecchione Luca 



— oOo — 

VesuMo 375 2 

Villa laci a Rosina 429 

Villa Reale 493 Zunica (D' Giovanni ì 48 



— 506 



ERRORI 



CORREZIONI 



Pag. 


Linea 






57 


12 


Palazzo Colombrano 


Palazzo Colombrano, o sia 


73 


25 


anlichissima 


anticliissiina 


96 


2 


di Muro nel monte Gargano 


di Muro nel monte Gargano 


108 


24 


once d'oro 200 


once d'oro 2000 


161 


9 


euritmia 


euritmia 


162 


19 


ivi csiteule 


ivi esistente 


168 


16 


la qual cosa che in prosieguo 


la qual cosa in prosieguo 


175 


24 


a costruire 


a costruire 


176 


5 


E questo 


È questo 


286 




287 


186 187 


188 


11 


cido 


cidc 


290 




291 


190 191 


204 


20 


Solo e a 


Solo è a 


233 


- 11 


Benevento 


Benavante 


233 


12 


Vice Re do' nobili deputati e 


Vice-Re, de' nobili deputali, e 


248 


16 


S. Domenico 


Trinità maggiore 


263 


31 


tavola 18 


tavola lo 


264 


7 


tavola 18 


tavola 13 


264 


14 


tavola 18 


tavola 15 


263 


32 


l'Iride 


l'Iside 


273 


37 


Euro 


Ruvo 


279 


6 


1730 


1630. 


302 


4 


Caletti 


Carletti 


346 


27 


comodifà 


comodità 


3S8 


5 


dir voglio 


dir voglio 


381 


24 


Giaciuto 


Giacinto 


423 


17 


esposte 


bastarde 


.424 


14 


del siillod.ito 


dal sultodato 


424 


36 


celebre da Palermo 


celebre di Palermo 


129 


14 


nella ridolta 


nella ridelta 


434 


34 


ed a quella 


ed a quelli 


433 


28 


questi edilizi 


Questi edilizi 



PRP:ZZ0 DELL' OPERA 



IN CARTA VELINA P1N\ 



Itjgli di staiujUi C'i .\ crana ò il foglio 
Por cilimlraturu, coveita, e ligatura . 
i' ; :-'"; incisioni a grana 25 1' una 
VA quc'.i:(.> sinottico, e frontespizio 
Ligaturr. dell' ailanic . . . 



•5.12 
20 

. ■ 5.75 
25 

11.60 



SI VENDE 
I. i.isH doli' Autore Palazzo Ravelli sopra Cariali 25 i.' p:ai