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STORIA DI CREMA 



STORIA 



DI CREMI 



PER 



FRANCESCO SFORZA BENVENUTI 



La s'mia e quadro, carilo, giudizio. 
Tommaseo. 



VOLUME SECONDO 



MILANO 

COI TIPI DI GIUSEPPE BERNARDONf DI (ÌIO. 



1859. 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/storiadicrema02sfor 



3^5,2 G 
SlSfs. 



— o 



CAPITOLO DECIMOTERZO. 

ICENDE DI CREMA E PERSONAGGI CHE LA ILLUSTRARONO 
NEI SECOLI DECIMOSETTIMO E DECIMOTTAVO. 

SOMMARIO. 

;ave contesa Ira ii pontefice Paolo V e la repubblica di Venezia. — Frali 
ciie abbandonano Crema. — Fondasi in Crema 1' accademia dei Sospinti : 
cenni sulla durata e sull'indole della medesima. — Guerra fra Venezia e 
l'arciduca Ferdinando d'Austria. — Scorrerie degli Spagnuoli sul territorio 
cremasco. —-Lodovico Vimercati, valoroso capitano. — Cospirazione del mar- 
chese di Bedmar , la quale aveva in Crema le sue ramificazioni. — Pesti- 
lenza dell'anno 1630 che fa stragi nella provincia cremasca : il podestà 
Giovanni Molino : la Madonna del popolo. — Biografia del cavalier Tensili:, 
guerriero, architetto, scrittore insigne. — Piraterie dei cavalieri maltesi e 
guerra di Candia : condottieri cremaschi che visi distinsero. — Contribuzioni 
gravissime imposte dalla repubblica veneta durante la guerra di Candia. 
Si riapre il libro d'oro della repubblica: la famiglia Sangiovanni TolTeUi 
di Crema viene ammessa tra le patrizie venete. — Fra Gian Battista da Crema 
progetta di comporre una legione di francescani per combattere i Turchi. — 
Fervendo la guerra tra Spagna e Francia, i Francesi minacciano d'entrare 
sul terreno della veneta repubblica. — A Crema creasi colonnello Mario Ben- 
venuti : lo si pone alla guardia di Monlodine, ed egli vi si difende dai Fran- 
cesi valorosamente. — Gian Giacomo Barbelli, egregio pittore cremasco. — 
Faustino Griffoni s. Angelo, vescovo di Crema, rendesi, per singolari virtù, 
benemerito de' suoi concittadini. — Grave quistione teologica fra il canonico 
Giuseppe Guerreri e Lodovico Catini, vescovo di Crema: opere filosofico- 
morali scritte e pubblicate dal Guerreri. — Biografia di Cesare Benvenuti, 
abate lateranense. — Bivista degli uomini di pregio che fiorirono in Crema 
tiegli ultimi duecento anni della dominazione veneziana. 

Abbiamo condotto il nostro racconto fino alla seconda 
metà del secolo decimosesto: della dominazione veneta ci 
rimangono ancora duecento e più anni. Se la storia non sì 
occupasse che di clamorosi avvenimenti , potremmo dire 
d'avere quasi compiuto il nostro lavoro, perocché del secolo 



545646 



— 6 — 

decimosellimo e di quasi (i) intero il decimotlavo , quando 
si dicesse che la città di Crema servì pacificamente alla re- 
pubblica di Venezia, non mancherebbe gran fatto d'aggiun- 
gervi. Nondimeno noi sentiamo il bisogno di discorrere am- 
piamente di questi due secoli, sia per ricordare i più illu- 
stri Cremaseli! che vi fiorirono, sia per far conoscere come 
fosse Crema dalla repubblica governata, ed i costumi che 
vi si introdussero nel lungo periodo del veneto dominio. 
A quanto ci avanza di narrare intorno a Crema, reggendo 
i Veneziani, premetteremo in questo capitolo un compen- 
dioso racconto, con ordine cronologico, di alcuni casi, raci- 
molali in buona parte dalle cronache dei Canobio, del 
Tintori, del padre Zucchi. 

Nel 1606 la quiete della veneta repubblica perigliò, es- 
sendo i suoi dominj stati colpiti dall'interdetto di Paolo V. 
La signoria aveva carcerati e sottoposti a processo due 
sacerdoti ribaldi, il canonico Scipione Saraceno di Vicenza- 
e l'abate Brandolino Valdimarenze, accusati ambedue d'in- 
fami delitti. Pretese il pontefice che si consegnassero alle 
autorità ecclesiastiche, asserendo competere a queste e non 
ai tribunali secolari il giudicarli. Né a ciò si restringevano 
le prelese di Paolo V; domandò che si abrogassero dal senato 
alcune leggi emanate pochi anni prima, dicendole offen- 
sive all'autorità apostolica. È da sapersi che nel 1603 il. 
senato veneto decretò che senza suo assenso non si po- 
tessero negli Stati della repubblica erigere nuove chiese y 
od istituire nuovi conventi od altre religiose corporazioni 
di secolari. E nel 1605 proibì che, se non previo suo be- 
neplacito, si potesse alcun bene stabile lasciare in perpe- 
tuità agli ecclesiastici per testamento o in qualunque altro 
modo. Queste erano le disposizioni del senato veneto che 
scottavano tanto a Sua Beatitudine, disposizioni con le quali* 

I v ''ìi >.! Documento A in (Ino al capitolo 



miravasi ad impedire si moltiplicassero di soverchio le 
chiese ed i conventi, non che i heni degli ecclesiastici, con 
discapito dell'agricoltura, del commercio e delle rendite 
dello Stalo. E qui avvertasi che « essendo i beni ecclesia- 
» siici immuni dalle gravezze pubbliche, le rendite del 
» pubblico venivano a diminuire a misura che la massa di 
» delti beni andasse crescendo (*) » . Sulle terre della repub- 
blica le fraterie formicolavano in copia strabocchevole; 
nella città di Venezia contavansi più di cento conventi, 
diecisetle nella piccola Crema tra frati e monache. 

11 senato ricusò di obbedire a Paolo V, non consegnando 
alle autorità ecclesiastiche i due sacerdoti delinquenti, non 
abrogando le leggi che risguardavano la fondazione di nuove 
chiese, e di nuove corporazioni ecclesiastiche. Col mezzo dei 
suoi oratori fece intendere al pontefice che la repubblica, 
non che offendere l'autorità apostolica, procedeva confor- 
memente al diritto pubblico, ed ai privilegi già stali a lei 
da altri pontefici consentili. Paolo V montò sulle furie, e pub- 
blicalo decréto di scomunica contro Venezia, il fece affig- 
gere su tutti i canti di Roma. « Se le leggi non si abrogas- 
» sero, diceva il decreto, se i chierici non si rimettessero 
>> passati ventiquattro giorni, il doge ed i senatori fossero 
» scomunicati: passati poi altri tre senza che l'autorità 
» del pontefice si effettuasse, tutto lo Stalo Veneziano fosse 
» sottoposto all' interdetto it). » Alle minacce del Vaticano 
Venezia non piegò: forte delle proprie ragioni, il senato 
comandò innanzi tutto che nissuno, sotto pene gravissime, 
né ricevesse nò pubblicasse il decreto pontificio, indi con 
lettere dirette ai patriarchi, arcivescovi, vescovi, abati, 
rotestò energicamente contro il decreto di Paolo V. 



1) Botta. Storta d'Italia in conlinwizione del Guicciardini. 
(4Ì Idem. 



— 8 — 

Quantunque l'interdetto pontificio non sortisse l'effetto 
di seminare turbolenze negli Stati Veneti e di rivoltare, 
come sperava Paolo V, i sudditi contro il loro governo, 
tuttavia vi furono alcune corporazioni di Irati che, aderendo 
al pontefice, osservarono V interdetto. Gesuiti , Teatini e 
Cappuccini lasciarono Venezia; quali nottetempo, quali a 
pien meriggio, con la croce avanti, per far maggior colpo 
sulle menti delle popolazioni. La contesa tra il papa e la 
repubblica durò circa un anno: l'inasprirono teologi e 
giureconsulti pubblicando libelli inveleniti da ingiurie, ire 
e fanatismo. 

Crema, durante la lotta fra Venezia e il Vaticano, fu 
alquanto conturbata. Essendo situata ai confini del ducato 
di Milano, vi penetravano con minore difficoltà che altrove 
i libelli dei gesuiti, i quali accendevano le popolazioni a 
ribellarsi: oltre di che era più agevole la fuga a coloro che 
la causa del senato disertavano. Nel 1607 furon visti i 
padri cappuccini abbandonar Crema processionalmente con 
la croce alzata, e trasferirsi sul Milanese dopo aver tolte 
le funi dalle campane, come fecero a Venezia. « Per tal 
» esempio » narra il Canobio (*\ « moltissimi altri religiosi 
» tanto regolari che secolari, chi palesemente ehi di na- 
» scosto, uscirono dal Cremasco, poco rilevando in ciò le 
» pene e diligenze usate dal podestà Filippo Bono che 
» manteneva guardie alle porte ed ai confini acciò non 
» entrasse chi portasse brevi, scritture, o ordini pontificj ». 
Se prestiam fede al Canobio, Crema fu dolentissima del 
vedersi abbandonata dai cappuccini, e da molti altri reli- 
giosi : eppure quei reverendi, a giudizio del Botta (% 
« erano i mali semi che se ne andavano nel mentre la 
» repubblica attendeva a conservare il suo dominio e la 



(1) Proseguimento alla storia dell' Alema aio Fino. 

(2 Butta. Storia d'Italia in continuazione del Guiceiardii 



— 9 -- 
» sua libertà. » jNoi riteniamo che avranno Iagrimato non 
poche donnicciuole numerando in Crema tante barbe e tante 
tonache di meno ; riteniamo altresì fosse per tutti giusto mo- 
tivo di cordoglio il vedere come tenzonassero fra di loro 
le due autorità temporale e spirituale , paventando i pes- 
simi effetti che ne potevano conseguire. Il senato veneto, 
per frenare con la mano suprema ogni moto che in così 
grave occorrenza potesse in qualche parte suscitarsi, au- 
mentava le flotte e le milizie terrestri, mandava provvedi- 
tore in terra-ferma Benedetto Moro procuratore di S. Marco. 
Provvedimenti d'armi e di soldati faceva anche il ponlelìce, 
onde temevasi assai che le cose volgessero a guerra inevi- 
tabile. Gran ventura Tessersi in quella contesa mescolate 
siccome mediatrici alcune Corti d' Europa ! Enrico re di 
Francia, per maneggiare la pace, adoperò con molto ac- 
corgimento il cardinal Giojosa, uom grave, prudente, grato 
alle due parli: il quale seppe così ben destreggiarsi a Ve- 
nezia ed a Roma da ottenere che il pontefice annullasse 
l'interdetto, ed il senato la sua protesta. Diede la repub- 
blica in podestà del pontefice i due sacerdoti delinquenti, 
ma si riservò il diritto di punire gli ecclesiastici: Paolo V, 
l'animo mitigando alle insinuazioni del Giojosa e del car- 
dinal Baronio, acconsentì che la veneta repubblica man- 
tenesse in vigore le leggi versanti sulla fondazione di nuove 
chiese e di nuove società religiose. Insomma, può dirsi che 
la conlesa finì con trionfo dei Veneziani. 

Nell'anno 1613 nacque a Crema il disegno di fondare una 
accademia letteraria: ne furono promotori l'arcidiacono Ce- 
sare Vimercati, il conte Ferdinando Vimercati Sanseveri- 
no, i canonici Pompeo Farra e Bartolomeo Barbò, Gioan 
Antonio Tessadori-Mora, Francesco Valcarenghi e Giovan 
Battista Alfieri. L'anno susseguente ne fu proposto ed ac- 
cettalo lo statuto, eletto a principe l'arcidiacono Vimercali. 
Gli accademici adottarono il nome di Sospinti, e ad impresa 



— 10 — 
loro la trebbia U) col molto: Expellere pontiere pulsus. L'isti- 
tuzione dell'Accademia venne approvata dal podestà Pietro 
Capello col seguente decreto: « Noi Pietro Capello podestà 
» e capitanio di Crema, conoscendo molto bene che alla per- 
» fezione delle città giovano singolarmente gli esercizi pub- 
» blici di virtù e delle buone lettere, ed essendo con istanza 
» pregati da alcuni gentiluomini e cittadini cremaseli! a 
« conceder loro facoltà di aprire ed esercitare, secondo 
» fuso comune di molte altre città sì di questo come di 
» Slato alieno, un'Accademia dove di tempo in tempo, 
» sotto leggi determinate, si faranno pubblici, virtuosi di- 
» scorsi: sicuri che questa è e sarà sempre utilissima e 
» virtuosissima risoluzione, né ritrovando alcuna parte in 
» contrario, anzi mossi ancora da quello che si è fatto e si 
» fa in Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, e 
» nella stessa inclita città di Venezia, abbiamo determinato 
« di favorire ed approvare, come in fatti favoriamo ed ap- 
» proviamo, così giusto ed onorato pensiero, concedendo 
» con la presente alli suddetti gentiluomini e cittadini cre- 
» maschi, acciocché ne possano con l'ajulo di Dio cavare 
» soggetti di merito e di valore, libera licenza e facoltà di 
:5 aprire, esercitare e continuare così ora come per l'av- 
» venire detta Accademia in ogni miglior modo e termine 
« che si possa. Dato li 2 giugno 1614 ( 2) . » 

Quindici anni dopo , Francesco Erizzo doge di Venezia 
costituiva all'accademia dei Sospinti una rendita, con ducale 
diretta al podestà di Crema , la quale era del tenore se- 
guente : « Sopra informazioni portateci da vostre lel- 

» tere del 18 giugno passato (1634) in ordine all'istanza 
«fattaci dall'accademia dei Sospinti insliluila in codesta 
» città con fine virtuoso e laudabile, siamo condiscesi, come 



1) Isl romei) lo per battere il grano. 
(2) Canoino. Prone guimento alla storia deW Aleniamo Fino. 



- li — 

•facemmo, col senato, a concederle due soldi per lira di 
» tultc le condanne che da voi e dai successori vostri saranno 
»fatte: come parimenti la metà di quelle dei danni dati , 
» per anni cinque, acciò con questo testimonio della beni- 
» gnilà pubblica, possano gli accademici maggiormente in- 
» vigorirsi nella continuazione della virtù , come in nostra 
» soddisfazione vi vediamo bene applicato ad opera così de- 
» gna. Data in nostro due. palat. die 51 decembris 1639(*).» 

L'accademia dei Sospinti tenne le sue adunanze nella casa 
del conte Galeazzo Vimercati fino all'anno 164-2, in cui 
Paolo Capello, provveditore di terra-ferma, le concedette 
l'uso di una sala nel palazzo del Comune. L'accademia durò 
circa un secolo, soggiacendo a diverse vicende: u dormì 
"lungamente, si risvegliò, e morì come i cigni nel 1715 
» mandando l'ultimo sospiro melodioso accompagnato dai 
» violini celebratissimi del Tartini e del Viscontini i*\ » Della 
centenne sua vita, non lasciò l'accademia alcuna traccia nel- 
l'istoria dell'italiana letteratura. Giovanni Alberi, è il solo 
degli accademici Sospinti che trovammo accennato dal Maz- 
zuchelli e dal Quadrio, siccome autore dell' Hipanda , tra- 
gedia stampata in Crema l'anno 1619. 

I Sospinti nelle loro adunanze, sia che discutessero, sia 
che verseggiassero, stillavano ordinariamente il cervello so- 
pra frivoli argomenti, e si compiacevano con argute disser- 
tazioni di pompeggiare di bello spirito. Così, a mo' d'esempio, 
nel 1644 gli accademici presero a sciogliere questi due 
quesiti: Se fosse bene introdurre in Italia l'uso di quei 
paesi ove è permesso baciare per complimento le dame; Se 
più sodo amante sia il vecchio od il giovine, la femmina od 
il maschio. Sopra alcune raccolte di poesie stampate a Crema 
in diverse occorrenze, leggemmo dei Sospinti canzoni, odi, 



(1) Racchetti, nell'opera sua, ancora inedita, ove tratta della storia genea- 
logica delle famiglie nobili di Crpma. 



— 12 - 
sonetti, madrigali : rose di Parnaso che mandano odore 
del secolo in cui fiorirono, secolo di corrottissimo gusto, 
ove la poesia credevasi che consistesse nel rimbombo e nel- 
l'artificioso gioco delle parole. Nell'accademia dei Sospinti, 
colle discussioni e coi versi recitati all'improvviso si avvi- 
cendavano concerti musicali: le dame, i più spettabili fra i 
cittadini, e tal fiala il vescovo ed il podestà, onoravano di 
loro presenza le adunanze. 

Le cronache cremasene profondono lodi a non pochi So- 
spinti, narrandoci come alcuni di essi colla prontezza e vi- 
vacità dell'ingegno eccitassero Y ammirazione ed il plauso 
delle adunanze, recitando versi e discorsi estemporanei. 
Vengono particolarmente encomiati Antonio Maria Clavelli, 
Giulio Premoli ed Antonio Maria Monza ( l ). Ancorché l'ac- 
cademia dei Sospinti non abbia prodotti uomini insigni in 
letteratura, e somigliasse ad un congresso di Arcadi ove 
permettevasi ad ogni retore di belare il suo sonettino e di 
evaporare in ampollose dissertazioni, è tuttavia commende- 
vole il pensiero di chi l'istituiva, e di chi nel 1655 la ri- 
svegliò dopo che avea per alcuni anni dormigliato. Il cica- 
leccio delle accademie, per quanto si perda in futili discus- 
sioni, giova pur sempre a qualche cosa: mantien vivo l'amore 
alle belle lettere, accende negli ingegni nobile gara di emu- 
lazione; è ornamento di una città, indicando, se non altro, 
che vi sono in pregio i begli sludi e l'amore delle associazioni. 

Nel 1613 la repubblica veneta dirizzò le armi contro Fer- 
dinando arciduca d'Austria, forzala dalla necessità di pur- 
gare l'Adriatico dagli Uscochi, gente selvaggia, sparsa sulle 
coste austriache dell'Adriatico, molestissima al commercio 
di Venezia per infami piraterie. Le ostilità fra i Veneziani 
e l'arciduca d'Austria durarono quasi cinque anni, gua- 



imi) COOBOBSI. Fatti Storici della città di Crema. - CANOBIO. Prosegviinenlu alla 
storta del Fino. 



— 15 — . 

stando e desolando l'Istria, le rive dell'Isonzo, le spiagge 
della Dalmazia, e le isole che dall'Istria si estendono verso 
la Dalmazia. Segnalaronsi in questa guerra alcuni valorosi 
Cremaseli! combattendo per la repubblica, fra i quali il conte 
Ferdinando Scotti che la terra di Monfalcone, affidata alla 
sua custodia', difese sbaragliando le truppe dell'arciduca. 
Lodovico Vimercati , condottiero di mille fanti, pugnò an- 
ch'cgli fortemente in diverse fazioni, confermando nel Friuli 
la fama di prode che si era già procacciata in Piemonte 
nella suerra tra Enrico IV re di Francia e il duca di Sa- 
voja. Anche in Crema potè Lodovico dimostrare quanto fosse 
accorto e valoroso capitano. Durante la guerra nell'Istria 
coll'arciduca d'Austria, i Veneziani nel 1617 tenevan stretta 
così fortemente d'assedio la piazza di Gradisca che se ne 
prevedeva inevitabile la caduta. Non offrivasi altro partito 
per soccorrere Gradisca che tentare dì costringere le forze 
veneziane ad una diversione; quindi Leopoldo d'Austria 
indusse don Pietro di Toledo, governatore spaglinolo in 
Lombardia , a fare colle sue milizie delle scorrerie negli 
Slati della repubblica. Correva l'ottobre del 1617 quando le 
truppe del Toledo entrarono improvvisamente, dalla parte 
di Camisano, nel territorio cremasco ponendolo a sacco. Dalle 
incursioni spagnuole alcune ville furono risparmiate, altre 
si difesero virilmente; nondimeno Crema era troppo debol- 
mente presidiata per respingere gl'invasori, non contando 
che trecento fanti, una compagnia d'archibugieri del conte 
Teofilo Martinengo , ed altra di corazzieri di Scipione Cla- 
velli. Il sopraprovveditore Antonio Bragadino, veduta in 
quell'emergenza la necessità di rinforzare il presidio, mandò 
Lodovico Vimercati a Romano, ove risiedeva il generale Fran- 
cesco Martinengo, domandando soccorso di milizie. Il Vi- 
mercati ritornò a Crema conducendovi alcune schiere, ed 
il Bragadino gli affidò il comando della cavalleria con in- 
carico di scacciare gli Spagnuoli dal territorio cremasco. 



— 14 — 
S'accinse Lodovico all'impresa; come seppe che una banda 
di Spagnuoli scorreva saccheggiando nelle vicinanze di Of- 
fanengo, l'affrontò, ed incalzatala vigorosamente, la co- 
strinse a fuggire, lasciando addietro tutto quanto aveva 
depredato. In altre scaramuccie si distinse il Vimercati; i 
villici si distinguevano anch'essi, talora abbarrando le strade 
agli invasori, talora sorprendendoli con imboscate e rito- 
gliendo loro il fatto bottino. Ma all'ardimento del Vimercati 
e di molti del contado mal rispondeva V indisciplinalo pro- 
cedere di alcune compagnie ragunaliccie di cittadini, alte 
a tumultuare più che a combattere; perciò il Bragadino 
s'accorse che a difendere la provincia cremasca dalle vio- 
lenze spagnuole occorrevano nuovi sussidj di soldati ben 
agguerriti. Lodovico Vimercati s'offerse al Bragadino di an- 
dare la seconda volta a Romano per domandare novelli 
rinforzi al generale Martinengo : ardua impresa, sendochè 
scorrevano bande spagnuole su lutti i punti del territorio 
cremasco. Arrogi, che per tradimento d'uno dei nostri il 
Toledo era informalo dell'impresa che assumeva il Vimer- 
cati, ed aveva ordinato si guardassero diligentemente tulle 
le strade onde coglierlo nel laccio ed arrestarlo. Tuttavia 
il Vimercati, toltosi a guida un uomo praticissimo dei guadi 
del Serio, guazzò il fiume presso Vidolasco e cautamente 
in mezzo alle insidie dei nemici giunse a Romano. 11 general 
Martinengo ammirò il coraggio di Lodovico, ed era per 
fornirgli altri sussidj di milizie, quando il Toledo mandò a 
significargli essersi gli Austriaci con Venezia accomodati , 
sicché gli Spagnuoli avrebbero incontanente sgomberalo 
dalle terre cremasene. Portatore della lieta novella ritornò 
a Crema il Vimercati; i suoi concittadini, per rimeritarlo 
dei prestali servigi, lo aggregarono mota proprio al Con- 



fi) Canobio. PrOìeguimentO alla storia di Crema dell' Aleniamo Fino. 



— 15 — 
siglio generale della città: poco dopo la repubblica lo desti- 
nava, con onorata condotta, governatore di Bergamo (*). 

L'anno 1618 covava a Venezia un'orribile congiura con 
la quale volevasi porre a soqquadro la repubblica di San 
Marco e farne uno Stato del re di Spagna. Mestatore prin- 
cipale ne fu il marchese di Bedmar, ambasciatore di Spa- 
gna a Venezia, d'accordo col duca d'Ossuua viceré di Na- 
poli e con don Pietro di Toledo governatore di Milano. E 
perchè la congiura sortisse il desiderato effetto, il Toledo 
avvisando esser necessario di poter occupare con le armi 
spagnuole qualche città veneta, trovò modo d'intendersela 
a Crema con certo capitano Bcrard , soldato della repub- 
blica, con altro capitano italiano, e con un alfiere proven- 
zale : i quali spergiurandola fede alla repubblica, pro- 
misero avrebbero consegnata Crema alle truppe del Toledo 
che astutamente le accostava ai confini degli Slati Venezia- 
ni. Di questa scellerata ed audacissima congiura (la quale 
crederebbesi un sogno, come la qualificarono alcuni storici, 
se essi non venissero smentiti dai documenti che vennero in 
appresso pubblicati) le fila ordite a Crema furono le pri- 
me ad essere scoperte. Ciò asseriamo sulla fede del Ten- 
tori l*), il quale ci narra il caso seguente. L'alfiere proven- 
zale ed il capitano italiano , essendo venuti fra di loro a 
contesa, si batterono a Crema in aperto duello. L'italiano 
rimase ferito mortalmente, e trovandosi sul letto di morte, 
per isgravare la sua coscienza chiamò a sé il podestà e a 
lui rivelò la trama cui partecipava. L' alfiere provenzale, 
com'ebbe steso sul terreno il suo avversario, prevedendo 
ch'egli vicino a morte avrebbe svelata la trama di cui era 
complice, fuggì da Crema: il capitano Berard , che non 
ebbe altrettanto accorgimento, fu preso e condotto nelle 



(1) Tentori. Suggio sulla storia citile, politica ed ecclesiastica della repubblica 
veneta. ** 



— 16 — 

carceri del Consiglio a Venezia, ove pagò col supplizio il 
lio del suo tradimento. Le rivelazioni fatte al Consiglio dei 
Dieci da due altri cospiratori scopersero a Venezia tutta 
l'orrenda macchinazione: si passò ai processi , e più di 
cinquecento persone, oltre il Berard, vennero giustiziate. 
Carlo Bottai 1 ) narra che il Berard avea con don Pietro 
Toledo un trattalo con cui prometteva di far ribellare 
Crema alla repubblica. Ma noi dubitiamo fortemente che 
i Cremaseli*! fossero disposti a macchiarsi di ribellione 
verso un governo simpatico a tutti i popoli di Lombar- 
dia, per soltoporsi poi ad un re , straniero la cui domina- 
zione era in Italia esecrabile. Fatto è che nelle cronache 
nostre non vi ha cenno che alcuno dei cittadini cremaseli! 
siasi avviluppato nella cospirazione ordita dal marchese di 
Bedmar. Ci fa poi meraviglia che il Canobio , narrando 
le vicende cremasene , non abbia all'anno 1618 neppure 
menzionata la congiura del Bedmar, la quale alimeniavasi 
delle promesse dei capitano Berard e d'altri soldati veneti 
stanziati a Crema. Il silenzio del Canobio è forse imputa- 
bile a negligenza: tuttavia potrebbe fornire argomento per 
avvalorare l'opinione di quegli scrittori che hanno qualifi- 
cata la congiura del Bedmar una favola. 

L'anno 1628, essendo morto Vincenzo Gonzaga duca di 
Mantova, scoppiò in Italia una guerra lagrimevole fra i pre- 
tendenti a quel ducato : lagrimevole pei disastri che appor- 
tò, fra i quali il più orrendo fu la pestilenza recataci dalle 
truppe tedesche calale dal Tirolo in Lombardia. Ne anda- 
rono desolate le popolose contrade dell'Italia settentrio- 
nale: gli orrori dello sterminatore flagello chi non si ram- 
menta d'aver letto sul libro inimitabile di Alessandro 
Manzoni? Ora diremo come penetrasse nella provincia 



\) Storia d r flalia in continuazione del Guicciardini 



— 17 — 
cremasca, e diffondendosi vi ammonlichiasse a raigliaja i 
cadaveri delle vittime. 

Primo a morirne fu a Mon lodine un barbiere che aveva 
medicato a Pizzighettone un soldato, credendolo tocco di 
mal francese. Quel soldato volle compensare il suo medico 
col donargli una giubba: il barbiere, indossatala, rimase 
infetto di pestilenza, e ne morì in pochi giorni l 1 ) (1 030). 
Accorsero ai funerali del barbiere tutti i suoi parenti, i 
quali, come è costumanza dei villici in più luoghi della Lom- 
bardia, terminale l'esequie banchettarono nella casa del 
defunto. Quanti assistettero a quel funebre convitto, pochi 
giorni appresso erano sotterra! Nondimeno spargevasi voce 
fossero morti per intemperanza nel mangiare e nel bere, 
stolta menzogna con cui le famiglie dei defunti studiavano 
di occultare il vero onde potersi sottrarre ai rigori che im- 
ponevano le leggi sanitarie. Da Montodine il contagioso 
morbo cominciò a propagarsi in altre ville: Crema, veden- 
dolo accostarsi alle sue mura, dispose gli opportuni prov- 
vedimenti per esserne difesa, ma lutto fu indarno. La pe- 
stilenza inferocì a Crema come nei suoi villaggi: narrasi 
che perissero sul terreno cremasco più di dieci mila perso- 
ne ( 2ì , il che è quanto dire un quinto all' incirca della 
popolazione che a quell'epoca era sparsa nella provincia 
di Crema. 

Le pubbliche calamità scoprono gli animi dei buoni come 
dei tristi: occasione ai primi di adoperarsi con fraterna 
carila, ed ai secondi di pascere le loro più vili inclina- 
zioni. Leggendo gli Annali del Canobio ci si presentano 
esempi quali d'eroica virtù, quali, e non pochi, di schifosa 
abiettezza, sicché ci diventa or commovente ora abbomi- 
nevole il quadro che del nostro paese fece il cronista al- 



(i) Canobio. 
(5) Idem. 

Voi. Il 



— 18 — 
Tanno 1630 in cui inferocì il morbo cr adelissimo. Scellerata 
fu la condotta di Giovanni Molino, che era in quell'anno 
podestà di Crema. Introducessi nelle case ove la pesti- 
lenza aveva sterminala tutta una famiglia, e mentre se ne 
ignoravano ancora gli eredi, egli appropriatasi i beni dei 
defunti. Infarcissimo ladroneggio, perchè operato in mo- 
menti di pubblica calamità e da chi avrebbe dovuto invi- 
gilare acciocché le sostanze dei morti si consegnassero 
integralmente a chi ne sarebbe stato l'erede. Quel ribaldo 
podestà non andò impunito: tuttavia non toccò a lui quella 
line che i Cremasela, come giusto castigo, gli desideravano. 

Il Canobio narra: «Quando giunsero a Venezia le mt- 
» serabili voci che vendetta gridavano di mille e mille or- 
» l'ani, vedove e pupilli cremasela assassinati, venne dal 
» senato spedilo a Crema Antonio Venterò a formar pro- 
» cesso contro l'oppressore Molino: ma preveduto questi 
» il colpo, lo eluse essendosi precedentemente portato fuori 
» dello Stato per la via di Cereto. Proclamato perciò a 
» Venezia, dopo lungo tempo colà s'appresentò, ove con- 
» dannato alle carceri, privalo dagli onori soliti darsi dalla 
» Serenissima Repubblica, fuggiva finalmente di prigione 
» a Milano, ed ivi nel monastero di S. Ambrogio terminò, 
» dicono alcuni, miseramente i suoi giorni. » 

Durante la pestilenza i nobili ed i facoltosi cittadini si 
erano ritirali nelle loro ville: a S. Maria della Croce si 
eresse il lazzaretto, a S. Bartolomeo dei Morti seppellivansi 
ì cadaveri. 1 Cremaseli! s'infervorarono più che mai invo- 
cando il divino ajuto ond' essere liberati dall' inesorabile 
flagello: ricorsero con ispecialc fiducia e divozione all' im- 
magine della Beata Vergine che diccasi del Popolo, posta 
allora sulla muraglia esterna del Duomo fra la porta di 
mezzogiorno e il campanile. Quando finalmente diminuì in 
Crema la mortalità, s'accese fino all'entusiasmo la venera 
zionc a questa sacra immagine, verso la quale i nostri 



__ io _ 

padri vollero poi sdebitarsi come di un obbligo d'immènsa 
gratitudine. Nel 1632 fu levata a forza di scalpello dalla 
muraglia, e con solennissima processione trasportata entro 
il Duomo sotto il coro, nello scurolo che allora appunto 
le si fabbricò, mercè una assai pingue raccolla di oblazioni 
fatte dai devoti a quella veneranda immagine. 

L'anno 1058 ai «lodici di agosto fu con tre colpi di 
stilo assassinalo nella propria carrozza il cavalier France- 
sco Tensini, guerriero, scrittore, architetto insigne. Nato a 
Crema da famiglia popolana Tanno lo80, venne a diecisette 
anni, non sappiamo per quale giovanile trascorso, bandito 
dagli Stati Veneti. Buttatosi sulla carriera delle armi, mi- 
litò per la prima volta al servizio del re di Spagna nella 
guerra di Fiandra, ove palesò un ingegno non comune 
nelle scienze matematiche, slragetiche e meccaniche. Tanta 
riputazione il Tensini procacciossi nell'assedio di Ostenda 
col suggerire lavori, macchine e nuovi ordigni di guerra, 
che il marchese Ambrogio Spinola, allora generale del re 
Cattolico, lo tenne a 1 suoi fianchi qual ingegnere militare. 
Sedate in Fiandra le ostilità, il Tensini passò nella Ger- 
mania sotto le insegne dell'imperatore Rodolfo II, e fu 
creato capitano di duecento fanti, indi luogotenente gene- 
rale dell' artiglieria. Con gradi onorevolissimi entrò in ap- 
presso nell'esercito del duca di Baviera, servendolo per 
cinque anni continui. Peritissimo nel maneggio delle arti- 
glierie, e meglio ancora nell'arte di espugnare e difendere 
piazze forti, il Tensini erasi nell'esilio illustrato combat- 
tendo in molte fazioni in Germania ed in Piemonte, e for- 
tificando con nuovi bastioni parecchie città della Fiandra, 
dell'Alsazia, della Baviera. La repubblica veneta , come 
seppe che il Tensini aveva consumata la sua gioventù nelle 
fatiche della guerra raccogliendo ovunque fama di non 
volgari talenti, lo richiamò dal bando per valersi dei suo 

egno e della sua spada. (Vén è a dirsi quanto il Tensliu 



— 20 — 
si struggesse di rivedere la terra natale dopo venti arni/ 
d'esilio, e come di buon grado si acconciasse a servire la 
veneta repubblica contro la quale, richiesto dall' arciduca 
Leopoldo d'Austria, aveva rifiutato di portare le armi. 
Accettò prontamente l'invito della Signoria, e la somma 
di 4-00 ducati che gli offerse per sostenere le spese del 
viaggio, ritornando negli Stali della repubblica. 

Crema rivide questo chiarissimo cittadino con vivissime 
dimostrazioni di allegrezza e d'onore: le famiglie patrizie 
andarono ad incontrarlo con gran pompa e bel numero di 
carrozze. Accolto nelle milizie venete, la Serenissima gli 
assegnò seicento ducati annui, con promessa di maggiori 
compensi in avvenire. Francesco Tensini rese alla repub- 
blica di Venezia importanti servigi. Rifulse l'ingegno suo 
all' assedio di Gradisca , nel condurre e maneggiare per 
fiumi e per monti la grossa artiglieria, fabbricar ponti 
mobili, mettere con prestezza diversi posti in difesa, guar- 
dare da coraggioso il forte di S. Francesco, dei quale fu 
poi eletto governatore comandante del presidio. Al Tensini 
commise la repubblica d'ispezionare le fortezze di Verona, 
Brescia, Crema, Orzinuovi, Peschiera, Asola, ed altre, 
con incarico di ristorarne i bastioni e rinnovarli ove occor- 
resse. Furono opera del eavaìier Tensini le fortificazioni 
del castello S. Felice, e di quello di S. Pietro in Verona: 
a Crema sotto la sua direzione si diede mano a rinforzare 
di bel nuovo i bastioni intorno alla città ( ! ). 

Francesco Tensini volle tramandare ai posteri i frulli 
dell' esperienza da lui tesoreggiala combattendo in diciollo 
assedj. Scrisse e pubblicò un'opera col titolo, La fortifica- 
zione, guardia, difesa 3 ed espugnazione delle fortezze, 
v sperimentata in diverse guerre, dedicala al Serenissimo 



(1) (Ili studi fatti dai cav. Francesco por le nuove fortificazioni di Crema 
si conservano ancora nell'archivi© della famiglia Tensini. 



- 21 - 

Principe ed Eccellentissimo Senato Veneto. Quest'opera 
palesò ch'egli era valente nel maneggiare la penna come 
la spada; ebbe il suffragio dei dotti nelle scienze militari, 
e dei principi suoi contemporanei. Luigi XIV re di Francia, 
avutone un esemplare dal Tensini medesimo, mandò al- 
l'autore, significandogli la sua stima e la sua approvazione, 
una lettera che ancora si conserva autografa presso la fa- 
miglia Tensini. Panegirista del cavalier Tensini fu Pietro 
Crescenzi, uno di que 1 smodati lodatori che si smaniano 
tanto nelF incensare i loro eroi da buttar loro in l'accia 
il turibolo. Glorificando V ingegno matematico del Tensini, 
non arrossì il Crescenzi di asserire avere il cavalier Fran- 
cesco ritrovato il quadrato nel circolo ( l) . Onorevole men- 
zione del Tensini fece nel secolo nostro un letterato pie- 
montese, Giuseppe Grassi. Nel suo Dizionario militare 
leggesi: « Francesco Tensini da Crema fu uno dei più 
» rinomati ingegneri di guerra che vivessero al suo tempo : 
■ condusse molti assedi, edificò grandi fortezze, versò so- 
» vente nei pericoli delle battaglie in Piemonte, nella Boe- 
» mia, nelle Fiandre, ed ebbe cariche e gradi eminenti 
» negli eserciti di Spagna, di Baviera, dell'Impero e della 
» repubblica veneziana: ebbe mente feconda di belle in- 
» venzioni, e scrivendo dell'arte sua, lo fece con quella 
» esattezza di parole, e con quella proprietà dalle quali 
» il pratico non potrebbe, volendo, declinare.» 

Quanta riputazione il Tensini si guadagnasse a Venezia 
n'è testimonio la seguente ducale che lo confermò nei 
servigi delia repubblica con aumento di stipendio : « Fran- 
» ciscus Ericio , Dei Gratta Dux Venetiar um. .,. Corrono 
» anni quindici che il cavalier Francesco Tensini ha con 
» incessante impiego esercitata la sua opera e virtù in ser- 
» vizio della Signora nostra, particolarmente nel ricono- 

.2) Cheecen'zi. Corona della nobiltà ìUìliana, 



— C 2 C 2 — 
* score e. fortificare la maggior parte delle nostre piazze, 
» rivedere artiglierie, munizioni, posti e contini di terra- 
» ferma, avendo in tutte le occasioni dato saggio dell' espe- 
» rionza sua militare acquistala in lunghi anni ed assedj 
» [ielle guerre esterne ed esercitala in quella del Friuli. 
» Valtellina e Mantova, dove nel maneggio delle artiglierie 
» e nelle fortificazioni ha adempito i numeri di buon sol- 
» dato, di che ne appajono attestati di rettori rappresen- 
» tanti, comprovando sempre la divozione del suo animo 
» verso la Repubblica suo principe naturale: operazioni 
» che lo rendono ben degno di presente, che resta termi- 
» nata la sua condotta, di essere di nuovo fermato al nostro 
» servizio: però Pandora parte, che il predetto cavaliere 
>» Francesco Tensini sia condotto alli servizi della Signoria 
» nostra per anni cinque di fermo e due di rispetto, e 
» questi di rispetto a pubblico beneplacito con islipendio 
« di ducati 1200 all'anno, che è ducati 200 di augmenlo 
» alla precedente sua ricondotta, con obbligo di servire 
» dove e come sarà comandato. . . . Dal. in nostro Due. Pa- 
» lalio die 18 novembr. 1632 ». 

il cavalier Tensini, procacciandosi con illustri fatiche 
uno stato di avventurosa agiatezza, comperò per dieci mila 
scudi un podere a S. Maria della Croce, ove abbellì il suo 
palazzo di un orologio di sua invenzione che aveva un 
violo perpetuo dalla caduta di una solvente e pei* artifi- 
zio di macchine mostrava in nove parti le ore (f). Ammo- 
gliatosi con certa Galli, figlia di un mercante cremasco, 
non ebbe prole, ond' egli adottò Gian Battista Salcri, va- 
lentuomo, che si distinse aneli 1 egli militando, come appa- 
risce da un benservito rilasciatogli da Cristina duchessa di 
Savoja (-'. Da questo Gian Battista Saleri discende V at- 

(1) CENOBIO. 

(2) 11 benservito è riportato por esteso dal Canoino. Gian Battista Saleri avea 
anch'esso per moglie una Galli, sorella della moglie del cav. Tensini, e na- 

eeva da una Tensini . zia del cavaliere. 



— 25 — 
luale famiglia dei nobili Tensini di Croma, ai quali il ca- 
valier Francesco lasciò in retaggio e i suoi averi ed il suo 
glorioso cognome. 

Alla memoria del cavalier Tensini resero degno omaggio 
la città di Crema ed il suo figlio adottivo capitano Gioau 
Battista Saleri, concorrendo assieme Dell'innalzargli sopra 
la porla maggiore, al di dentro della chiesa di S. Benedetto, 
un monumento: consisteva in mezzo busto di bronzo con 
iscrizione che accennava le sue gesta e i gradi da lui me- 
ritati nella milizia. Caduto a Crema il governo veneto nei 
1797, il Popolo sovrano , febbricitante d'idee gallo-repub- 
blicane, fece levare dal tempio quell'onorifico monumento 
perchè rammentava il nome di un cavaliere, senza riflet- 
tere che al Tensini, nato popolano, questo titolo merita- 
rono l'ingegno e la spada. Il monumento del cav. Tensini 
fu poi traslocato nell'atrio del palazzo Tensini a S. Maria 
della Croce: l'inscrizione ne è la seguente: Franciscus 
Tensinus Eques, ne Fortunam sétotper agnosceret adver- 
sam, flycence corium indutus , anqui ferro, atque calamo 
illustri* evasi L Miles primum , mox CC peditum Ductor: 
Tormentorum Ccesarece Majesl. Vie. Gen. Eorundcm in 
Rep. Ven, Prcefes: Monitionum Prwfectus et Sereniss. Du- 
ri s fuit Assessor. Sub Duce Bavarite , Archici. Austri®, 
Catk. Christianissimo Regibus , Cces. Repub. Veneta XI bel- 
lorurn adfuit initio strenuus etexivit. Eximiis denique de re 
bellica conscriptis Voluminibus, multiplicis glorice spoliis 
onustus hic quiescit. Vita functus An. Doni. MDCXXXVIH 
XII Augusti. 

Nel pregiato libro sulle Fortificazioni, il cavalier Tensini 
compendiò egli stesso la storia della sua vita militare con 
le seguenti parole, che sono nel proemio al Generoso Let- 
tore: « Potrei qui, senza nota alcuna di vanità o di am- 
» bizione, fare una passatella intorno al corso della mia 
» vita ed alle imprese ove mi sono ritrovato: dicendoti che 



— u — 

» nell'eia di anni diecisette fui prima nelle guerre di Fian- 
» dra e di Frisia, dove fattasi tregua me ne passai a quella 
» di Giuliers, di Elsazia e di Boemia, dappoi a Salisburgh, 
» et in Svevia, indi in Piemonte, finalmente nel Friuli. 
» Nelle quali guerre ho visto dieciotto assedj, sono stato 
» quattro volte assediato, essendomi trovato in più batta- 
» glie, in diverse imprese, assalti ed incontri. Portai prima 
» tre anni la picca in Fiandra in servilio della Maestà Cat- 
» tolica e fui suo ingegnerò in quelle parti: dappoi capi- 
» tano di duecento Valloni, e luogotenente generale del- 
» l'artiglieria dell'imperatore Rodolfo II: fui cinque anni 
» al servizio del duca di Baviera, ed ora (1624) mi ritrovo 
» condotto da questo mio Serenissimo Principe di Venetia 
» come suo personaggio. » 

Nell'anno 1644 le piraterie dei cavalieri maltesi occasio- 
narono una guerra di venticinque anni fra Venezia ed il 
Turco, guerra famosissima per gl'inmensi tesori che vi 
profuse la repubblica, famosissima pei generosi fatti d'armi 
coi quali Venezia attestò al mondo che il valore italiano 
non era ancor morto. 

Viaggiava nel settembre del 1644 una flotta di Mussul- 
mani da Costantinopoli al Cairo, composta di tre grossi 
vascelli che chiamavano sultane, e da molto maggior nu- 
mero di legni minori. Era una flotta di pellegrini turchi 
che avevano intrapreso il sacro viaggio della Mecca con 
gran seguito di donne, e gran massa di gemme e di tesori. 
Scontrossi nelle acque di Rodi colle galee dei cavalieri ge- 
rosolimitani, un tempo frati inservienti degli ammalati 
negli ospedali, poi corsari permanenti contro i Turchi , e 
qualche volta, per un enorme abuso del loro istituto, 
eziandio contro i Cristiani (*). I cavalieri l'assalirono e la 
depredarono dopo un vigoroso ed ostinalo conflitto: nar- 

(i) Botta. Storia d'Italia in continuazione del Guicciardini. 



— 25 — 
rasi che la preda oltrepassasse i due milioni , ne volevasi 
di meno a satollare la cupidigia di quei frati corsari, quan- 
tunque facessero voto di povertà. Anche la castità, altro 
dei loro voti, in quell'occasione infransero con memoranda 
inverecondia: Carlo Botta scrive: quello che fecero delle 
donne turche non voglio dirlo, H) e noi pure lo lasceremo 
indovinare al lettore. 

In quella fazione navale, fra i cavalieri gerosolimitani 
combatterono due Cremaschi, Marzio Verdelli e Silvio Zur- 
la - 1 : Marzio Verdelli fu tra i più coraggiosi che salirono 
con la spada alla mano sulla principale nave dei mussul- 
mani: Silvio Zurla segnalossi anch' esso da valoroso pirata 
uccidendo e bottinando: moltissime armi che rapì ai Turchi 
mandò a Crema a suo fratello onde ne fregiasse il palazzo 
di famiglia. Quest' impertinenza dei cavalieri maltesi com- 
mosse d'acerbissimo sdegno il sultano, e gli fornì pretesto di 
rivolgere le armi contro i Veneziani: diciamo pretesto, non 
essendo la repubblica responsale dei ladroneggi di un Or- 
dine allora sovrano e indipendente, e perchè il sultano, 
più che a vendicarsi dei cavalieri, mirava a togliere a Ve- 
nezia l'isola di Candia. Quindi la repubblica si trovò av- 
viluppata in una guerra disastrosissima: dovette sostenere 
quasi da sola l'impelo delle poderose forze mussulmane, 
perocché le Corti dei principi cristiani, essendo allora occu- 
pate in altre guerre, non poterono prestare a Venezia effi- 
caci soccorsi. 

Le provincie della veneta repubblica, come la seppero 
minacciata dalla guerra col Turco, non mancarono di atte- 
starle la loro devozione con ispontanee oblazioni d'uomini 
e di danaro. ì Cremaschi nel 4645 si offersero a pagare il 



(1) Botta. Storia d'Italia in continuzione del Guicciardini. 

(2) Vedi il Ca.nodio, e i Fasti storici della città di Crema del canonico Co- 
grossi. 



— 26 — 
triplo del sussidio ordinario, imposta clic riseuotevasi so- 
pra l'estimo, ed il doge Francesco Erizzo, accettata l'offerta, 
ne li ringraziò, commendandone l'affezione che dimostra- 
vano costantemente verso la repubblica. Sventuratamente 
questa guerra cogli Ottomani si prolungò più clic non si 
aspettassero e il governo e i sudditi di Venezia, sicché es- 
sendosi accresciuti a mille doppi i bisogni dell'erario, 
la repubblica dovette moltiplicare lasse e balzelli , con 
molestia non poca de' suoi governati. Chi bramasse fare 
il computo delle somme enormi spillate ai Cremaseli! nei 
venticinque anni della guerra di Candia, ricorra agli An- 
nali del Canobio. Ciò nondimeno essendo insufficienti le 
straordinarie gravezze alle bisogne della guerra , la re- 
pubblica per supplirvi dovette schiudere all'erario nuo- 
ve sorgenti di danaro : obbligò i corpi morti nonché i 
particolari a portare alla zecca i tre quarti delle loro su- 
pelletlili d'argento: pubblicò vendita di nobiltà e di procu- 
ratorie di s. Marco. In quell'occasione vennero aggregate 
alla nobiltà veneta ottanta famiglie, fra le quali la Sangio- 
vanni-Tofetli di Crema, casa di commercianti ricchissima. 
L'anno 1646 Carlo Sangian-Tofelti esibì a Sua Serenità di 
pagare cinquecento ducati all' anno per tutto il tempo 
che durerebbe la guerra di Candia , e di porre quattro 
mila once d' argento nei deposili della zecca , le quali gli 
sarebbero restituite a guerra finita (0. Con oblazioni ancora 
più splendide rifulse la generosità e l'opulenza di Gasparo, 
anch'esso dei Tofetli di Crema. Fin dall'anno 1635, minac- 
ciando il Turco di romper guerra alla serenissima repubblica, 
Gasparo offriva a Venezia di assoldare per conto della Si- 
gnoria dieci vascelli d'alto bordo, armati fino di duecento 
fanti , e di sborsare per sette anni continui mille ducali 
Tanno. Nel 1649 donò sessanta mila ducati, ponendone altri 

' 1 I Canobio. 



— 27 — 
quaranta mila nei depositi della zecca. Perciò ottenne d'es- 
sere nell'anno medesimo ascritto sul libro d'oro dell'Avo- 
garia , ed aprì a se e suoi discendenti l'ingresso nel mag- 
gior Consiglio con tutti gli onori e privilegi dei patrizj ve- 
neti 1! . In tal maniera la repubblica accumulava tesori da 
profondere sull'Adriatico, slimolando l'ambizione dei ricchi 
a comperarsi onori sovrani: la superba aristocrazia veneta, 
che in teatro sputava dai palchetti in platea sopra il capo 
della plebe, transigette la seconda volta i*J sopra l'egoismo 
ed i pregiudizi della propria casta : deviò per un istante 
dalla sua indeclinabile politica, soffrendo di accomunarsi 
con gente fatta doviziosa nella mercatura per subiti guada- 
gni; gente che, purificando con cento mila ducati il sangue 
popolano, giunse ad impancarsi nel gran Concilio tra quegli 
eccellentissimi padri -coscritti. 

11 pontefice Alessandro VII, volendo pur soccorrere di 
danaro la repubblica, ma senza che a lui fosse d'aggravio, 
abolì nello Stato veneto due congregazioni di religiosi, l una 
dei crociferi, l'altra di Santo Spirito, disponendo che i loro 
beni andassero in sussidio dell' armata veneziana. Questa 
concessione pontificia tolse a Crema il convento dei Croci- 
feri, incorporandone le sostanze all'erario della repubblica. 

Crema, come le altre città suddite a Venezia, pagò alla Si- 
gnoria il suo contingente di galeotti. Dei Cremaschi che 
militarono contro gli Ottomani si distinsero nella guerra 
di Candia per egregio valore il cavaliere Marzio Verdelli , 
sopracomite di una galera veneziana, Francesco Braguti, 
morto all' assedio di Retlimo , Giovan Francesco Ornano 
colonnello, segnalatosi anch'esso a Rettimo, Giulio Cesare 



(1) Vedi nel Canobio le espressioni con cui la repubblica veneta accolsi nel 
libro d'oro la famiglia Tofetti. 

(2) La veneta repubblica riaperse altra volta il libro d'oro a molte fami- 
glie, nel secolo decimoquarto, in occasione della guerra di Chioggia. 



- 28 — 
Cassani tenente colonnello di seicento fanti, il conte Fer- 
dinando Scotti tenente generale della cavalleria, il quale 
nella presa della famosissima piazza di Clissa e in altre fa- 
zioni manifestò non comune perizia nel maneggio delle armi. 

Talvolta anche sotto rozze tonache di frati balle ardi- 
mentoso un cuore da soldato. La storia ci rammenta un 
fra Gianbattisla da Crema ( { ), minore osservante di s. Fran- 
cesco, il quale vedendo la repubblica travagliata con aspris- 
sima guerra dal Turco, propose a Nicolò Sagredo, amba- 
sciatore veneto in Roma , di formare un redimento di 
francescani, pronti a combattere sull'Adriatico contro le 
insegne della mezzaluna (1654). La proposta del frate cre- 
masco essendo stata accolta dal senato di Venezia, il Sa- 
gredo la comunicò alla Corte pontifìcia affinchè vi aderisse. 
Fu discussa in un congresso di cardinali , approvata con 
alcune modificazioni, designato il luogo ove dovevasi riunire 
la milizia fratesca per muovere verso Candia. Rallegravasi 
il senato veneto, che una legione di francescani accorresse 
in sussidio della sua armata , perchè avrebbe dato alla 
guerra le sembianze di una crociata: rallegravasi il pon- 
tefice, perchè essendo consapevole dei molti disordini che 
generava l'esuberante numero di frati, sperava fosse quella 
una propizia occasione da purgare i conventi delle teste 
più balzane. Ma il duca di Terranuova , ambasciatore spa- 
gnuolo a Roma, cui sapeva male che la spada si maritasse 
al cordone di s. Francesco, s'intromise per impedire ai 
frati ciò ch'egli giudicava uno scandalo , e brigò tanto a 
Roma , finché ottenne di mandare a vuoto la spedizione 
militare dei francescani progettata dal frate cremasco. 

L'anno 164G, mentre la guerra incrudeliva sulle spiagge 
dell'Adriatico, il senato ordinò al Concilio generale di Crema 



(1) Vedi gli Annali del Sacerdozio e dell'Impero di monsignor Marco IUt- 
TAttLinr, vescovo di Nocera , stampati a Venezia nel 1709. 



— 29 — 
proponesse un valente gentiluomo da eleggersi colonnello , 
collo stipendio annuo di ottocento ducati , e lo si incari- 
casse di levare dal territorio cremasco 600 fanti pel ser- 
vizio di terra-ferma. Il Concilio propose a colonnello Mario 
Benvenuti: Sua Serenità, approvandone (*) la scella, volle 
che il podestà Valier significasse al Benvenuti la soddisfa- 
zione del principe pel grado di colonnello che a lui confe- 
rmasi. Non andò guari che Mario Benvenuti rispose coi falli 
alla fiducia di cui l'avevano onorato il principe ed i suoi 
concittadini. 

Correva Tanno 1648. Ai confini degli Stali veneti ferve 
la guerra tra Francia e Spagna : più di dodici mila Fran- 
cesi, dopo aver invaso e devastato il territorio cremonese, 
vogliono gittarsi su quel di Lodi : tentano il passaggio del- 
l'Adda su varj punti, ma sempre indarno, che da ogni parte 
sono respinti dagli Spagnuoli. Incocciandosi nondimeno nel 
loro disegno, i Francesi risolvono d'irrompere nel Lodigiano 
passando sopra terre del veneto dominio: calali alla Vin- 
zasca , sfilano col grosso dell'esercito verso Montodine e 
Ripaltella , ville del Cremasco. Nicolò Cornaro , provvedi- 
tore delle armi veneziane, allo scopo di mantenere inviolati 
i confini della repubblica, aveva commesso a Mario Benve- 
nuti la guardia di Montodine con decreto che diceva: «Ri- 
» cercando il puhhlico servizio nelle congiunture correnti 
» che le ville di confine e più esposte di detto territorio 
» sieno assistite dalla virtù di soggetto che alle occasioni 
» possa dar loro quella giusta quiete che è mente pubblica: 
» avutosi da noi riflesso alla persona del colonnello Mario 
» Benvenuti , signore di qualificata condizione e slima, ab- 
» biamo, con l'autorità che tenemo, eletto la persona di lui 



(1) Il podestà Y;i!ier comunicò al Benvenuti la sovrana soddisfazione, con 
lettera, riportata dal Cauob'io, ove leggonsi alcuni fasti militari delia famiglia 
Benvenuti. 



— 50 — 

» alla sopraintendenza del posto di Montodinc: ove doverà 
» dentro la villa e Fastelli assistere per difenderla in tutti i 
» casi di aggressione, tentativi o violenze che l'ossero usate 
>' per entrar nella medesima, polendosi valere di quei sud*- 
» diti, tanto cernidi come altri, in alcuno dei casi suddetti 
» per impedire l'effetto, e così anche degli abitanti nelle 
» ville più vicine, insistendo a divertire, se è possibile, con 
» ogni destra maniera e poi a difendere. Comandando espres- 
» samente a tutti, sotto pena della vita, che debbano portare 
» la dovuta obbedienza al detto colonnello in ogni caso che 
» fossero comandati, come se fosse la stessa persona nostra. - 
» Nicolò Cornaro provveditore. Crema li 18 luglio 1648 (*'. » 

Mario Benvenuti, quando vide i Francesi sfilare verso 
Montodine, s'accinse coraggiosamente a respingerli : dirizzò 
contro di loro le sue truppe ed accese un combattimento 
che durò più ore. Ma poi, misurando le forze della sua mi- 
lizia ed accorgendosi che non bastavano ad arrestare l'onda 
nemica che sempre più ingrossava, Mario fu sollecito a ri- 
tirarsi sulla riva destra del Serio, ond'è divisa la villa di 
Montodinc, e ne tagliò il ponte (" 2) in faccia ai nemici che 
incalzavano per passarlo. Trinceratosi colle sue genti in 
favorevole posizione, il Benvenuti seppe con robusta difesa 
impedire ai Francesi di varcare il fiume, e salvò dalla loro 
incursione la parte maggiore del villaggio. Quella situata 
sulla sinistra riva del Serio cadde in balia dei Francesi, i 
quali entrati nella casa di Agostino Vailati lo fecero prigio- 
niero e spogliarono di varie suppellettili. 

II provveditore Cornaro inviò alcuni gentiluomini crema- 
sebi ai maresciallo Plesis, generale dei Francesi, dolendosi 
che non ostante la buona amicizia fra la repubblica e il re 



(1) Estratto dal Canobio. 

(2) Canobio all'anno i 0i8 , e Cjguossi noi su'ji Fasti sforici della città di 

l'rrìijif 



— oi- 
di Francia, le sue truppe offendessero le terre dei Vene- 
ziani. Il maresciallo si dimostrò meravigliato e inconsape- 
vole di quanto era avvenuto a Montodinc ; discolpossi, di- 
cendo non essere suo comando che si molestassero i sudditi 
della serenissima repubblica, e che l'esercito francese igno- 
rava d'aver combattuto sopra terreno veneziano. Erano sin- 
cere le discolpe del maresciallo? Fallo è che ad un suo 
cenno ci venne restituito il prigioniero Vailati, e tutto quanto 
i Francesi avevano depredato nella sua casa. E siccome il 
maresciallo Plesis, per iscagionarsi dell'avvenuto, avea tolto 
un argomento del non avere la repubblica poste le insegne 
di s. Marco ai confini de' suoi Stati, così il Cornaro ordinò 
che vi si piantassero tantosto. 1 Francesi le rispettarono : 
la provincia nostra non venne più dalle armi loro molestata. 
Nel luglio del 1656 morì a Calcinate, colto in fallo da 
un' archibugiata , Gian-Giacomo Barbelli, pittore cremasco 
di non oscura rinomanza. Nulla abbiamo a dire intorno alla 
vita del Barbelli, giacché le cronache si restrinsero a nar- 
rarci il deplorando caso che spense i suoi giorni. Di lui ci 
rimangono moltissimi lavori, quali a fresco, quali ad olio , 
che manifestano la non volgar perizia del suo pennello. A 
Bergamo, a Brescia, a Crema troverai pitture del Barbelli. 
E lodatissima una tavola di s. Lazzaro che è a Bergamo nella 
chiesa di questo santo: alcuni la giudicarono l'opera mi- 
gliore di Gian-Giacomo. A Crema sono lavori del Barbelli 
gli affreschi nella chiesa di s. Giovanni, e quelli della Ma- 
donna delle Grazie, che udimmo encomiarsi da un insigne 
pittore del secol nostro ( j ). Quadri ad olio del Barbelli tu 
vedi in varie chiese del Cremasco : tre fregiano la galleria 
Tadini a Lovere. Di una sala in casa Teiìsini , a s. Maria 
della Croce, pregiatissima è la volta, su cui Barbelli figurò 
la caduta di Fetonte , pregiatissime le pareti ove designa- 

' . v ::ltuo Cqgheth. 



— 52 — 
rotisi maestrevolmente e con vivacità di colori diverse pac- 
cie. Altri affreschi eseguì a Vajano nel palazzo un tempo 
dei Benzoni , poi dei Fracavalli (*). Nel 1653 Marc' An- 
tonio Faliero, podestà di Crema, fece dipingere dal Barbelli 
una sala del palazzo pretorio: di questo lavoro, come d'al- 
cuni altri coi quali precedentemente più insigni pittori ere- 
maschi ornarono il palazzo del loro Comune , scomparve 
ogni traccia. Lamentiamone la perdita , gridiamo alle mani 
profane che gli ha tolti all' ammirazione, all'esempio della 
posterità, che dissiparono il retaggio nobilissimo degli avi, 
i quali con gentile pensiero avevano reso del palazzo pre- 
Iorio un santuario delle glorie ilei Comune, adornandolo di 
illustri memorie patrie, coll'opera d'illustri pennelli ere- 
maschi. 

L'undici maggio dell'anno 1750 fu pei Cremaschi giorno 
di cordoglio, di lutto universale: moriva Faustino Griffoni 
s. Angelo, vescovo di Crema. Fra quanti nella città nostra 
occuparono il seggio vescovile, nissuno lasciò ai suoi dioce- 
sani tanta eredità d'affetti, ed un tesoro così prezioso di 
venerandi esempj come il Griffoni. È adunque debito nostro 
ricordarlo in queste pagine, dire le virtù che lagrimata ne 
resero la morte, riverita e cara la memoria. 

Nacque l'anno 1669 dai conte Sforza e da Medea -Mar-li - 
nengo, gentildonna bresciana. Giovinetto, studiò belle let- 
tere a Milano, ov'ebbe a precettore il riputassimo padre 
Ceva; applicossi poi alle scienze canoniche, e uè fu a Pavia 



(1) Sono pure lavori del Barbelli il quadro di s. Eligio nella chiesa di s. Ber- 
nardino in Crema , di s. Lodovico nella chiesa di Ombri-ano , la Cena degli 
Apostoli nella chiesa parrocchiale di Quintano , la cappella delle Anime Pur- 
ganti in quella di Offanengo , due medaglioni a lato dell'aitar maggiore in 
quella di Capergnanica. In s. Benedetto a Crema vi sono pure lavori del Bar- 
belli nella cappella dei ss. Sebastiano e Biagio. A Brescia dipinse nella chiesa 
delle monache di s. Caterina, e il quadro che è sopra la porta maggiore della 
chiesa dei ss. Faustino e Giovila. Dei Ire quadri del Barbelli che conservansi 
nella galleria ladini a Lovere, l'uno rappresenta il suo ritratto, l'altro la 
sepoltura di G. C , e il terzo s. Michele Arcangelo. 



— oo — 

laureato dottore. Ritornato a Crema, sposò l'anima a pen- 
sieri lutti di religione: vestì l'abito clericale, e in breve fu 
salutato canonico del duomo. Fatto vicario generale dopo 
la morte del vescovo Zoilo , successe a questi nella sedia 
vescovile di Crema Tanno 1702, trentesimoterzo dell'età sua, 
Rallegraronsi i Cremaschi vedendo per la prima volta pastore 
della loro diocesi un concittadino, e in verità cbe avevano 
molivi d'esserne non cbe paghi, ammirati. D'indole dolcis- 
sima, d'illibati costumi, rifulgevano sopra tutte in Faustino 
due soavissime virtù, carità ed umiltà. Le rendite del vesco- 
vato e quelle del suo privalo patrimonio profuse in opere 
di beneficenza, nel soccorrere ai poverelli, Dell'adornare 
la diocesi di pii istituti. Ampliò il seminario, fondò l'ospi- 
zio delle Ritirate ed un monastero con clausura detto delle 
Teresine. L' operosa carità del Griffoni verso i poveri non 
aveva confini : donando loro tutto quanto aveva, era solito 
dire: compatitemi se non vi posso dare di piiì( { ). Una volta 
il di lui fratello conte Ernesto dovette mandargli un letto 
ove potesse coricarsi, perchè Faustino aveva donato il suo 
ai poverelli ( 2 ). 

L'umiltà era anch'essa una virtù stupenda del vescovo 
Griffoni, nato da famiglia che gonfìavasi d'essere tra le pa- 
trizie più facoltose di Crema. Non permetteva gli si ram- 
mentassero gl'illustri natali, né che pubblicamente lo si no- 
minasse col titolo di conte, ciò che spesso usavano dal per- 
gamo i sacri oratori; proibì nel testamento che si espones- 
sero a' suoi funerali le insegne di casa Griffoni, o si facesse 
motto della nobiltà del suo casato nelle iscrizioni. Puro delle 
vanità del suo secolo, non permise d'essere adulato ne vivo 
né morto. Vigilantissimo sulla condotta del clero, premen- 



(i) Cogrossi. Fasti storici della città di Crema. 
(2) Zucchi. Diario. Manoscritto. 

Voi. IL 



- 34 — 
dogli nettarlo d'ogni immondizia, convocò Tanno 1727 il 
sinodo con cui riformò l'ecclesiastica disciplina. 

Nel giorno che a Faustino Griffoni cclcbraronsi le ese- 
quie, «non fu poca forza eziandio delle genti armate il trat- 
» tenere e fermare là divota forza del popolo che non gli 
» stracciasse di dosso gli abili che il ricoprivano , inlento 
» ciascuno a procacciarsene qualche piccolo ritaglio per poi 
» serbarselo qual cara reliquia (*). » A confermare com'egli 
morisse in concetto di santità, trascriveremo alcune parole 
che leggonsi nel diario del padre Zucchi : «In quel giorno 
» (de' suoi funerali) un tale Antonio Calso di Campagnola. 
» obbligato ad andare con scarsole per male ad un piede , 
» per guarire del quale speso mollo aveva ma sempre senza 
» bencGcio , raccomandatosi con gran divozione e fede al 
» defunto vescovo, si levò, slelit et ambulavit, sano get- 
» landò le scarsole con meraviglia dei presenti e consola- 
» zione sua, la quale, perchè grande, non poteva parlare 
» impedito dal pianto. In breve tempo fu sparsa la grazia 
» dallo storpio ricevuta, e nello stesso tempo la corsa d'ogni 
» qualità di persone per vedere il risanato. » 

Le ceneri del vescovo Griffoni giacciono nello scurolo 
della Madonna del Popolo sotto il coro della cattedrale: là 
volle Faustino essere sepolto con umile iscrizione, scegliendo 
un luogo oscuro acciochè la sua tomba sfuggisse allo sguardo 
dei posteri. V umiltà è come violetta che per togliersi 
all'occhio dell'uomo s'asconde modesta tra l'erbe, ma 
viene tradita dal suo dolcissimo profumo. Per quanto il 
vescovo Griffoni siasi studialo di occultare le sue virtù, 
queste rispleu dettero dal sepolcro belle di purissima luce. 
Il senato veneto, saputa la morte del vescovo Griffoni , 
scrisse al podestà di Crema : confida il senato d'avere un 
efficace intercessore presso V Altissimo per la durabili là 

ti) Cogrossi. Fasti storici della città di Crema. 



00 — 

ed esaltazione della repubblica. Pochi anni dopo la sua 
morie trattassi di canonizzarlo : se ne promosse a Roma 
il processo, essendovi allora postillatore l'abate Cesare Ben- 
venuti. Ma cadde a vuoto ogni prova, non già per la morte 
avvenuta del Benvenuti, come c'indurrebbe a credere il 
Mazzuehelli (*), bensì per una vendetta di Lodovico Calini 
che era stato successore al Griffoni nella sedia episcopale 
di Crema. Il Calini ebbe a Crema con Ernesto Griffoni, fra- 
tello di Faustino, una conlesa tanto aspra, che lo indusse 
a rinunciare la sedia vescovile. Recatosi a Roma, e divenuto 
cardinale, volle il caso lo eleggessero contraddittore nel 
processo per la canonizzazione del vescovo Griffoni. 11 Ca- 
lini nel suo ufficio di contraddittore esercitò cotantaseverità 
che impedì alla famiglia Griffoni di veder innalzato all'onore 
degli altari un suo rampollo (-). Nondimeno a Crema si adorò 
la memoria del vescovo Faustino Griffoni come di un santo, 
e si credette, e perfino si scrisse, ch'egli vivendo abbia ope- 
rato dei miracoli ( 3 ). 

Durante 1' episcopato di Lodovico Calini sorse a Crema 
una questione teologica (1739) la quale menò tanto scalpore, 
che per sedarla il pontefice Benedetto XIV pubblicò una 
enciclica. La questione originò da un divieto del vescovo 
Calini, il quale proibì al sacerdote don Giuseppe Guerreri 
di comunicare i penitenti nella messa. Il Guerreri protestò 
pubblicamente contro il divieto di monsignore, e s'accinse 
a provare con dotte dissertazioni non essere in facoltà dei 
vescovi proibire di comunicare i fedeli nella messa. Era, 



(1) Storia degli scrittori italiani. 

(2) Ciò raccogliemmo dal Diario del padre Zuccin , ove é anche esposto :\ 
motivo dei dissapori che furono a Crema tra il vescovo Calini ed il conio 
Ernesto Griffoni s. Angelo. 

(3) 1 miracoli attribuiti al vescovo Griffoni sono registrati nella vita che di; 
quel benemerito prelato scrisse il prevosto dottor Giuseppe Nava , un. •: : 
scritto della quale è posseduto dal sacerdote Paolo BragutL 



— 5G — 
Giuseppe Guerreri un sacerdote che alla specchiala probità 
dei costumi accoppiava molta dottrina : perciò lcvaronsi 
propugnatori della sua opinione non pochi e in Crema e 
in altre città di Lombardia. Il clero si divise in due fazioni, 
teologi e teologanti s'accapigliarono discutendo quali in fa- 
vore del Guerreri, quali del Calini. INoi ci confessiamo in- 
competenti a giudicare; da qual parte fosse la ragione: di- 
remo soltanto che il sacerdote Guerreri trovò della sua 
opinione sostenitori nelle classi più elevate del Clero, e che 
Papa Benedetto XIV l'aveva in tanta considerazione, che 
Tanno 1744 gli assegnò un canonicato nella collegiata di 
Busseto, dispensandolo dall'obbligo della residenza ( 3) . 

Fu il Guerreri autore di varie opere, le quali versano 
sopra argomenti teologici, filosofici, morali. Dilettavasi ezian- 
dio di poesia, comunque fosse mediocrissimo verseggiatore: 
consigliava di adoperare l'arte dei carmi per isvolgere biblici 
subietti: voleva che l'innesto delle idee e delle immagini 
cristiane venisse nella poesia sostituito a quello delle fole 
mitologiche. Fra le opere del Guerreri rammenteremo le 
seguenti siccome le più accreditate: un libro intitolato Spira- 
menti del divino amore che dedicò alla Santità di papa 
Clemente XII : il Trattato dei principj dimostrabili della 
fede cristiana^ opera di Giuseppe Duguet, ch'egli dal fran- 
cese volse in italiano accrescendola d'annotazioni: un trat- 
tato della filosofia morale cristiana che il Guerreri scrisse 
negli ultimi anni della sua vita e dedicò all' arciduchessa 
Maria Beatrice d'Este. Vissuto in un secolo che imbevevasi 
dello scetticismo propagato dalle dottrine degli enciclope- 
disti, il Guerreri cercava co' suoi lavori di mantener viva 
la face della cattolica religione che nelle menti illanguidiva 
all'alito velenoso della filosofia volterriana. E il pio inlento. 



(1) Vedi il Zibaldone cremasco di Antonio Ronna dell'anno 479*. 



— 57 — 
meglio ancora che cogli scritti, egli procurava di conseguire 
con l'esempio de' suoi illibati costumi. 

Giuseppe Guerreri , nato a Crema da onesti mercanti 
nel 1700, morì d'anni 83 a Piacenza ove si era domiciliato 
per sottrarsi alle persecuzioni della curia vescovile di Crema, 
che per la di lui tenace opposizione al Calini, l'aveva per 
una testa poco men che balzana. Lasciò erede d'ogni suo 
avere un pio istituto, e fu sepolto nella chiesa della Madonna 
di Piazza dell'ordine dei servi di Maria (*). 

L'anno 1746 morì l'abate conte Cesare Benvenuti, scrit- 
tore anch'esso e dottissimo nelle ecclesiastiche discipline. 
Di lui si conoscono varie opere: la Vita di Sant'Agostino; 
un Discorso storico-cronologico-critico della vita comune 
dei chierici dei primi sei secoli della Chiesa; la Città di 
Dio, opera del gran padre Sant'Agostino vescovo d' Ippo- 
na, tradotta nell'idioma italiano: ed alcune altre, quali 
stampate, quali rimaste inedite. Intorno alla vita di Cesare 
Benvenuti, il conte Gianmaria Mazzuchclli ci porge In- 
seguenti notizie: «Cesare Benvenuti nacque a Montodine 
» Tanno 1669 dal conte Girolamo Benvenuti e dalla con- 
» tessa Domitilla Scotti di Piacenza. Fu allevato in Crema 
» nella casa paterna, ove apprese le prime lettere, indi passò 
» alle scuole pubbliche eli essa città a S. Marino tenute dai 
» Barnabiti. Nel sedicesimo anno dell'età sua, cioè nel 1685, 
» sull'esempio di tre suoi fratelli maggiori, due dei quali 
» avevano vestito l'abito della Congregazione Lateranense, 
» ed uno quello dei monaci cistercensi, i quali tutti si di- 
» stinsero in dottrina e probità di vita, volle egli pure es- 
» sere canonico lateranense e ne prese l'abito in S. Leo- 
» nardo di Verona ai 25 luglio e ne fece la professione 

(i) Chi bramasse più minute notizie intorno alle opere ed alla vita di Giu- 
seppe Guerreri , ricorra alla biografia che ne pubblicò il prete Solerà nel 
1857. Sulla quistione del Guerreri col vescovo Calini vi sono notizie estesis- 
sime nel Diario del padre Zucchi. 



— 38 — 
» solenne il primo di settembre dell'anno seguente. Appli- 
» catosi nella sua Congregazione agli sludj della filosofi;' 
» e della teologia pel corso di sette anni, venne in età di 
» anni ventiquattro fatto lettore ed esercitò tale uffizio in 
» parecchie città, cioè in Cremona, in Parma, in Fiesole, 
« in Napoli. Passalo indi a Roma nello slesso impiego, fa 
» ivi nel 1708 dichiarato abate perpetuo privilegiato, e venne 
» incaricalo di presiedere alla Congregazione dei casi di co- 
» scienza che ogni mese dai parrochi si hanno nella Cano- 
» nica della Pace, e l'are dei proposti casi le decisioni. Per 
» lo spazio di otto anni soddisfece per modo a tale incarico 
» che montò ben presto in chiara fama di valoroso teologo, 
» e fu dal cardinale Barberini eletto suo teologo ed esami- 
» natore sinodale per le chiese vescovili ed abaziali che 
» godeva esso porporato. In un con gli ufiìzj finora ram- 
» mentati accoppiò il nostro autore in Roma laboriosi im- 
» pieghi, di promuovere varie cause di beatificazioni e ca- 
» nonizzazioni dei servi di Dio, nelle quali era postulatole. 
» Si affaticò vent'anni intorno a quella del venerabile Pie- 
» Irò Fererio, cui ebbe la consolazione di veder promosso 
» al culto degli altari dal pontefice Benedetto XIII. Quella 
» di madama Giovanna Francesca Fremiot di Chantal non 
» ha guari solennemente beatificata dal pontefice Bene- 
» dello XIV ebbe pure da lui lunga assistenza. L'altra della 
» venerabile Giovanna Battista Vernaccia, canonichessa re- 
» golare delle Grazie di Genova, che per cento e più anni 
» rimasta era giacente, fu per opera sua di nuovo introdotta 
» e promossa sotto lo stesso Benedetto XIV. Era a ragione 
» a sperarsi che ben s'incamminasse ancora l 1 ultima del 
» gran servo di Dio Faustino Griffoni s. Angelo vescovo di 
» Crema , per cui i processi erano già stati a lui appog- 
» giati, se la morie non avesse interrotti i suoi lavori. 

» Venuto, in tanti impieghi, don Cesare in opinione d'uomo 
» coni' era di singoiar dottrina , prudenza e destrezza nei 



— 59 - 
» maneggi, fu spedito dalla sua Congregazione Laleranense 
» in Germania a trattare alcuni gravissimi affari. Postosi in 
» questo viaggio nel 1751 e giunto in Monaco di Baviera, 
» sorpreso fu da malattia pericolosa che ivi per lungo tempo 
» il trattenne, (ino a tanto che, ristabilitosi in salute, si ri- 
» mise in viaggio ed andò a Vienna, ove accolto venne con 
» distinti segni di stima dall'augustissima casa regnante e 
» massimamente dall'imperatrice Amalia vedova dell'impe- 
» rator Giuseppe, la quale inoltre con regali il distinse per 
» l'assistenza da lui prestata alla già detta causa di ma- 
» dama di Chantal, per la quale nudriva quell'imperatrice 
» singoiar premura e divozione. 

» Dato sesto agii affari della Germania, tornò il padre 
» abate in Roma agli ordinarj suoi impieghi, ai quali nel 1759 
» s'aggiunse l'uffizio di procurator generale della sua Con- 
» gregazione , e per ultimo nel 1740, nel capitolo tenutosi 
» in Bologna , quello di abate generale. Era in vero cosa 
» meravigliosa e sorprendente il vedere il nostro don Ce- 
» sare in tutti i mentovati, gravosi e fra sé medesimi co- 
» tanto varj uffìzi, trovar agio non solo di soddisfare a tulli 
» esattamente, ma di attendere eziandio alli studj più serj, 
» di comporre opere dottissime, di assistere anche, essendo 
» generale, ai confessionarj, di visitare infermi e spedali, e 
» di dar sovente gli spirituali esercizj ne' monasteri. Tali 
* impieghi di pietà uniti alla sua dottrina ed alle altre sue 
» rare doti lo rendettero giustamente accetto a' prelati, car- 
» dinali ed alli stessi sommi pontefici: e la buona anima di 
» Clementina Sobjeschi, moglie di Jacopo III Stuardo, donna 
» di quella pietà che al mondo tutto è ben nota, ha sempre 
» dimostrata per lui distinta stima ed affetto. 

» Appressandosi il termine del suo generalato, volle egli 
» sul finire del 1745 trasferirsi da Roma a Napoli, così 
» chiedendo i doveri del suo ministero: né bastarono a di- 
» stornarlo da questo viaggio le persuasioni degli amici e 



— 40 — 
» dei soggetti più ragguardevoli della corte romana, i quali 
» mal sofferivano eli' egli, renduto già dall'età e dalle fati- 
» che cagionevole della persona, si desse ad un viaggio co- 
» tanto incomodo in una stagione così importuna. Infatti, 
» condottosi egli a grande stento a Napoli alla canonica di 
» S. Pietro ad Aram, fu quivi nel gennajo del 1746 sor- 
» preso da un colpo di apoplessia, la quale con altri colpi 
» sovente assalendolo, il ridusse in breve tempo agli estremi 
» del viver suo. Ebbe nondimeno il contento di compiere il 
» suo generalato col terminar dell'aprile, e solamente ai 29 
» di maggio di detto anno 1746, pieno di meriti e di virtù, 
» passò ivi a vita migliore. Solenni esequie gli furono il dì 
» appresso celebrate nella riferita canonica di Napoli, e in 
» S. Benedetto di Crema a' 5 del luglio seguente , ove a 
» cantarvi solenne messasi trasferì il p. Trussi, allora abate 
» di governo in Sant'Afra di Brescia, e vi fu recitata in lode 
» del defunto, ed appresso renduta pubblica colle stampe, 
» un'orazione del p. Giovan Pietro Tintorio barnabita, molto 
» applaudita dallo scelto e numeroso uditorio affollatosi a 
» suffragare l'anima di così nobile e degno cittadino. *> 

Possiam dire d'aver discorso di tutti i più chiari cittadini 
che fiorirono in Crema correndo gli ultimi duecento anni 
del veneto dominio: tuttavia non ometteremo di accennarne 
degli altri, sebbene di minor grido, che pure emersero dal 
volgo per opere d' ingegno o per altra via. 

Un Gian Battista Barbò illustrossi fra i giuristi publicando 
nel 1626 il suo trattato De film familias; un Emilio Gui- 
doni, uomo di lettere e giureconsulto riputatissimo, com- 
pose una differenza per ragioni di confine tra Venezia e 
Spagna, e fu dalla veneta repubblica rimeritato col titolo 
di cavaliere; un Lucrezio Borsati, frate agostiniano erudi- 
tissimo, scrisse e pubblicò un libro siili' Eccellenza delle 
Donne, ed altro sui Progressi di sant' Orsola e della sua 
compagnia; Emilio Tensini, francescano, è rammentato dal 



— 41 — 

Quadrio per alcune poesie italiane e latine, e pei* aver tra- 
dotto dallo spagnuolo il Quaresimale di Diego Niceno; 
Fausto Verdelli nel 1632 si rese noto a Roma col suo libro 
dei Successi della Chiesa, che dedicò al pontefice UrbanoVIII: 
Antonio Maria Monza, medico valente, uomo di lettere e 
verseggiatore, pubblicò nel 165d una pregevole operetta 
intitolata LaMedicina difesa; Ugone Cassani, abate cister- 
cense, nato Tanno 1659 e morto ottuagenario, diede alla 
luce i suoi Sermoni domestici ed un Trattato encomiastico 
sopra la vita ed i costumi di S. Bernardo; il padre Faustino 
Scarpazza, domenicano, che morì sul finire del secolo deci- 
mottavo, fu anch'egli autore di molte e assai pregiate opere 
ascetiche ( l \ Meritano eziandio d'esser rammemorati il cano- 
nico Lodovico Canobio, l'abate Cesare Tintori, ed il cano- 
nico Gian Battista Cogrossi, scrittori di memorie cremasene. 
Il Canobio co' suoi Annali proseguì la storia di Crema del- 
l'Aleniamo Fino, conducendola fino all'anno 1664: ap- 
prezzabile lavoro, come quello ove notossi quanto avvenne 
a Crema d'importante nel periodo d'anni settantasette: 
oltre di che accennando leggi e decreti emanati dalle pub- 
bliche autorità, se ne desume un'idea, benché imperfetta, 
del governo veneto, e dei costumi del seicento, di cui egli 
ritrasse la gonfiezza dello stile scrivendo sia in versi, sia in 
prosa. Cesare Tintori schiccherò quindici grossi volumi , 
ancora inediti ( 2 >, che intitolò Memorie Patrie: ma colle 
notizie intorno a Crema vi affastellò moltissime altre che 
riguardano la sua vita, non che i suoi poetici componimenti, 
e le sue corrispondenze epistolari; più che di Crema e dei 
Cremaschi, discorre con puerile vanità di sé medesimo: 
narra i suoi amori sentimentali con una ragazza, e sovente 



(1) Di questo frate, alquanto accreditato come teologo, vedi nei Documenti 
alla lettera B le tante opere che ha composte. 

(2) Si conservano nella libreria del Seminario di Crema. 



— 43 — 
si millanta d'essere poeta famoso. Natura lo aveva privile- 
giato di non comune facilità nel verseggiare; e rime e versi 
i^li fioccavano dalla penna con tutta spontaneità, onde con 
buona ragione scrisse di sé medesimo; 

Sono i mici versi così andanti e tersi 

Che par ch'io scriva in prosa e scrivo in versi. 

Il canonico Gogrossi l'anno 1738 pubblicò i Falli Storici 
di Crema descritti in versi ed arricchiti d'annotazioni die 
servono come di storia alla medesima: è questo un libro 
del pessimo gusto dell'Achillini e del Marini, e blandisce il 
patriziato crema c co. Vi trovi un rimbombo di oziose parole, 
un accurato sfoggio di metafore, iperboli sguajalissime. 
Quand 1 anche si volesse menar miono al Cogrossi lo stile 
idropico dei seicenlisti , non sapremmo come difenderlo 
dall' aver esagerato i fatti storici e qualche volta narrate 
perfino delle fole per rendere ai nobili più untuosa l'adu- 
lazione. Eppure il povero canonico non raccolse del suo 
lavoro quel compenso che vagheggiava; sperò dal patri- 
ziato cremasco sorrisi e plauso, ma invece, narra il Zuc- 
chi , certi nobili lo rinfacciarono d'aver sciupala la lode 
verso alcune famiglie, e certi altri querelaronsi di non tro- 
vare nell'opera sua rammentata la loro, o perchè non l'a- 
vesse sufficientemente incensata. Altro Cogrossi di nome 
Carlo, pure Cremasco, acquistassi non vulgare riputazione 
a Padova, ove conseguì la carica di professore di medicina, 
fu dottore del Sacro Collegio, e Accademico Ricoverato. 
Fioriva sul principio del secolo decimoXtavo e lasciò stam- 
pale varie opere, quali in medicina, quali in versi. 

Due patrizi cremaschi , cui la dottrina, V ingegno, l'illi- 
batezza dei costumi aprirono la via a cospicue cariche nella 
prelatura, furono Agostino Premoli e Giovachino Oidi. Ago- 
stino Premoli godette la benevolenza e la stima della corte 



- 45 — 
pontifìcia: Innocenzo X lo elesse suo chierico d'onore e 
poco appresso conferivagli il vescovato d'Adria e di Rovi- 
go. Alessandro VII, successo ad Innocenzo, conoscendone i 
talenti, nominollo suo prelato domestico, referendario del- 
l'una e dell'altra segnatura, finché elevandolo a più subirne 
carica, gli commise il governo di Tivoli, poi quello ancora 
più importante della città di Fano. Giovachino Oidi , da 
modesto frate carmelitano, fu innalzato a vescovo di Narni, 
poi delle tre città di Sezza, Terracina e Piperno. Principal 
ornamento del suo nell'animo, la carità: procacciossi il ti- 
tolo di padre dei poveri e morì venerato per santi costumi 
dai suoi diocesani 11 ^. 

Dei prodi che si distinsero militando abbiamo già in que- 
sto capitolo accennati parecchi: v'aggiungeremo Vittoriano 
Premoli, Ercole Verdelli, Girolamo Tadini, Evangelista Bra- 
guti, Scipione e Giovanni Battista Vimercati, Orazio Bra- 
maschi, Gianbattisla Benvenuti, e Mario Patrini, tutti nomi 
di valorosi che accrescono splendore alle genealogie delie 
patrizie famiglie cui appartengono, (2), 

Porremo fine alla rivista degli egregi cittadini, usciti da 
Crema negli ultimi duecent'anni del veneto dominio, ram- 
memorando tre frali che morirono in odore di santità , il 
padre Giorgio Luminati agostiniano, il padre Giacomo da 
Crema cappuccino , e Girolamo Marchetti padre generale 
del terzo ordine. Panegiristi delle loro virtù troverai il Ca- 
noino ed il Cogrossi, alle cronache dei quali ti rimandiamo 
se per avventura bramassi conoscere le singolari preroga- 
tive che abbellivano il cuore dei tre religiosi. Avverti però 
che conviene depurare il vero dal molto che fu scritto in 
loro esaltazione. La venerazione alla memoria del padre 



(1) Vedi il Zibaldone Cremasco del Ronna per Tanno 1794. 

(2) Ne accennammo le imprese militari toccando delle loro famiglie Del- 
l' appendice a questa Storia. 



— u — 
Giorgio Luminati durava ancora in Crema verso la metà 
del secolo passato: ne erano singolarmente devote le donne. 
11 Zucchi, nel suo diario, narra casi non pochi di partorienti 
che nelle fatiche del parto indossavano il giubbone del ve- 
nerabile Giorgio , mezzo con cui facilitavano i parti più 
difficili e dolorosi. 



45 — 



DOCUMENTI, 



Documento A. 

Il padre Tentori nel Saggio sulla storia civile, politica ed ecclesia" 
stica della Repubblica Veneta scrisse: «Nella guerra fra le due case 
h di Borbone e d'Austria per la successione di Spagna, Venezia os- 
» servò con religiosa esemplarità la più scrupolosa neutralità, quan- 
» tunque tratto tratto gli eserciti sì di Francia che dell' Impero com- 
» mettessero dei disordini ai confini del veneto dominio. » Di disordini 
avvenuti ai confini degli Stati Veneti non andò illesa la provincia cre- 
masca, e particolarmente nel 1705 in cui diedesila famosa battaglia di 
Cassano. Se non che nissuna cronaca cremasca raccolse i fatti seguiti 
nella provincia nostra dall'anno 1664, con cui finisce la cronaca del Ca- 
nobio all'anno 1710, da cui incominciano le Annotazioni ossia Diario 
del padre Nicolò Zucchi. Tuttavia sopra alcuni manoscritti del Canobio 
trovammo aggiunte parecchie notizie ( non sappiamo chi le abbia scrit- 
te) le quali, a modo quasi di diario, riferiscono fatti avvenuti in Crema 
dall' anno 1664 al 1710. Qui noi trascriveremo alcune di queste notizie 
concernenti l'anno 1705, dalle quali desumesi come i due eserciti austro 
e francese violassero il terreno della repubblica veneta , passando e 
talvolta scaramucciando sul territorio cremasco. 

u 1705. Alli 3 luglio accampò ad Ombriano l'armata francese coman- 
di data dal gran priore di Vandomo et alli 16 detto si partì per §ore- 
» sina condotta dal duca suo fratello. 

» Alli 10 agosto passò vicino a queste mura l'armata alemanna con- 
» dotta dal principe Eugenio di Savoja, generale di Sua Maestà Ce- 
n sarea, che per la via di Vailate si portò a Treviglio. 

» Alli 11 sudetto successivamente seguì l'armata francese comandata 

* dal principe di Vandomo che con l'antiguardia s' avanzò a Lodi oltre 

* l'Adda. Il gran priore si fermò a Bagnolo col resto dell' armata. 

» ■ Alli 12 sudetto il duca seguitò la marcia, e celeramente si portò 
n a Cassano con un grosso distaccamento per difesa delle ripe dell'Adda: 
» et il gran priore si levò da Bagnolo con tutto l' esercito portandosi a 
» Riparta Secca di qua dell'Adda ove s'accampò. Al Ritorto, in vista 



— 46 — 

i di Cassano, fu dal principe Eugenio attacato il gran priore che, 

» corso dal duca fratello, sostenne la battaglia che seguì sanguinosa e 

» fiera d' ambo le parti 

» Alli 9 ottobre il principe Eugenio decampò e si portò con tutto l< - 
» sercito a Picranica e di là li 10 detto ripassò vicino alla città e nuo- 
» vamente s'avanzò a S. Michele. Alli 13 detto s'avanzò aMontodine 
» ove si trattenne sino alli 1G detto che fu attaccato dai Francesi oltre 
» il Serio , mentre che il principe Eugenio con tutta la generalità pran- 
» zava in casa delli signori conti Alfonso e fratelli Benvenuti. Si 80- 
» stenne tutto il giorno il combattimento tra l'una e l'altra parte della 
» ripa, col finir del giorno finì la battaglia con poca perdita d'ambe 
» le parti. 

n Alli 17 detto l'armata todesca avanti giorno decampò da Monto- 
» dine, ripassando vicina alla città s'accampò a Pianengo di qua del 
» Serio, restando la retroguardia al nostro ponte del Serio, essendosi 
» anche avanzata oltre qualche truppa per guardia dell'inimico. Ma 
» alla mattina delli 18 detto furono da' Francesi attaccati che necessitò 
» agli Alemanni a ritirarsi di qua del ponte e fortificarsi nelle nostre 
» trincere. Si sostennero con continuo fuoco di moschetto e cannone 
» tutto il giorno con poca perdita d' ambo le parti. D'Alemanni vi re- 
n starono quattro Prussiani in un colpo uccisi da una cannonata: fu 
» anco ferito un bombardiere alemanno d' altra cannonata francese che 
» li levò una gamba: portato subito in città all'ospitale in quattro mesi 
•> guarì, ma sopragiuntali una febbre maligna lasciò a Crema le ossa. 
n De'Francesi accampati oltre il ponte di Serio a S. Bernardino una 
» mezza dozena restarono morti. Fu veramente deliciosa la veduta del 
■"■ scarso conflitto , ma poco gradita da quattro o cinque curiosi , che 
» corsi alle mura della città con poca avvedutezza, restarono feriti. 

» Alli 19 detto all'alba il campo alemanno decampò da Pianengo , 
» passato il Serio a Sergnano si portò a Gabbiano, e i Francesi a Fon- 
'j tanella, territorio cremonese, fiancheggiando sempre l'inimico. 

» Alli 20 detto levati da Gabbiano l'Alemanni si portarono a Calzo...?-. 

Documento D. 

Elenco delle opere scritte dal padre Faustino Scarpazza. 
• Teologia morale, ossia Compendio di etica cristiana. Se ne fece la 
settima edizione in dodici volumi l'anno 1843' a Palermo. 

Decisioni di casi di coscienza e di dottrina canonica fatte in Bo- 
logna per ordine del cardinale Lambertini poscia Benedetto XIV ad 
uso dei Pavrocìd. Stampata in Venezia Tanno 1782. 



- 47 — 

Notificazioni, editti ed istruzioni pubblicate 'pel buon governo della 
sua diocesi, dal cardinal Prospero Lambertini poscia Benedetto XIV, 
Si stampò a Venezia in sette volumi l' anno 1790. 

Compendio della dogmatica teologia. — Se ne fece la prima edizione 
in Venezia V anno 1792. 

Il Catechista in pulpito, opera proposta dal P. Fulgenzio Cumiliati, 
tradotta dal latino dal P. Faustino Scarpazza. Venezia, 1775. 

Motivi dell'esclusione della Compagnia di Gesù dai regni e sfati di 
Francia, del Monclair: tradotta dal francese dal P. Faustino Scar- 
pazza. Venezia, 1766, volumi 3. 

Confessore e penitente istruiti. Opera tradotta dal francese. 

Aggiunte all'opera del Lambertini sopra le feste. Cinque volumi. 

Aggiunte all'opera del Lambertini sopra la Messa. Quattro volumi. 

Indulgenze e Giubileo. Un volume. 

Sopra lo stato religioso e monastico. Opera incominciata e non fi- 
nita. 

Il padre Faustino Scarpazza morì a Treviso l'anno 1794. 



— 49 — 



CAPITOLO DECIMOQUARTO. 

INO SGUARDO SULLA CONDIZIONE POLITICO-MORALE DEI CREMASCHi 
SOTTO IL DOMINIO VENEZIANO. 



SOMMARIO. 

Brevi cenni sulla costituzione della repubblica veneta e sulla di lei condotta 
verso i sudditi di terra-ferma. — Scompartimento territoriale dello Stato 
veneto. — Magistrature. I Podestà: loro corte, e loro attribuzioni: abusi 
che esercitavano nell'amministrare la giustizia. — I tre inquisitori di terra- 
ferma: scopo della loro magistratura: visita che i tre inquisitori fecero a 
Crema l'anno 1721. — Milizie: di quali si componesse la guarnigione che 
ordinariamente stanziava in Crema. — Pene. — Pubbliche Rappresentanze. 
Consiglio generale dei cittadini: come diventasse poi consiglionobile: modifica- 
zioni che vi si introdussero in diversi tempi : sue attribuzioni. — Provve- 
ditori al governo della terra. — Imposte : quali ne fossero le varie sorgenti. — 
Agricoltura : perchè men prospera che a' nostri giorni : come il governo 
veneto siasi adoperato a promuoverne lo sviluppo. — Industria : florida in 
Crema nei secoli XV e XVI: processo contro ì tessitori che rovinò in Crema 
le arti manifatturiere. — Collegio dei signori mercanti matricolati: come 
fosse composto : sue attribuzioni. — 1 nobili in Crema cooperarono al deca- 
dimento delle arti manifatturiere. — Lamento che fa il Ronna sulla con- 
dizione in cui trovavasi Crema sul finire dello scorso secolo per man- 
canza d'arti industriali. — Clero, secolare e regolare: ordini religiosi 
ch'erano in Crema: discordie tra preti e frati.— Monache: quanti conventi 
a Crema ve ne fossero e perchè furono tutti sottoposti alla custodia dell'or- 
dinario. — I Moneghini che amoreggiavano le monache nei parlatoj. — Uf- 
ficio della santa inquisizione: quando si stabili a Crema, e perchè negli 
Stati veneti fosse meno terribile che altrove. — Contegno del governo di 
Venezia riguardo al clero. — I Nobili , loro carattere, vizi , discordie, edu- 
cazione , virtù. — Il Popolo: sua condizione sociale: per quali vincoli di 
interessi fosse legato alla nobiltà: suo carattere. — Costumi e piaghe so- 
ciali : quanto infestassero il suolo cremasco i banditi : cenno sulla neulra- 

Yol. II. 4 



— 50 — 

Jilà dolle Cascine Grassi : i delitti perchè fossero cosi frequenti : demoraliz- 
zazione della popolazione cremasca, associata con esteriori pompe di religione: 
i missionari: i cavalieri-serventi : lusso eccessivo nei patrizi e nei ricchi : : 
giuochi d'azzardo. — Spettacoli pubblici: se ne accennano varj : quando 
si chiamò a Crema per la prima volta una compagnia comica, e quando 
ebbe origine il teatro di Crema. — La Fiera : suoi privilegi : spettacoli che 
brillantissima rendevano in Crema la stagione della fiera. — Erbori d'alcuni 
storici sulla condizione dei sudditi veneziani di terra ferma : Conclusione. 



Intorno a Venezia, alla di lei aristocrazia, all'indole ed 
ai costumi de' suoi abitanti hanno discorso a sazietà scrit- 
tori italiani e francesi, e, diciamolo pur francamente, quali 
con ispreco di lodi, quali con esuberanza d'improperi e di 
fole. Ma fra gl'isloriograQ della veneta repubblica, pochis- 
simi troviamo che si dilungassero a ragionare delle Provin- 
cie a lei soggette, quasi tutta l'attenzione consumarono 
sulla classe e sulla città dominante. Perciò vi si raccolgono 
scarse ed incomplete notizie intorno alla vita di circa tre mi- 
lioni di popolo che per più di tre secoli obbedirono a Venezia. 
Vezzo antichissimo degli storici! stemperarsi descrivendo 
la grandezza, le virtù, i vizi di chi impera, sorvolando sulle 
condizioni e sulle miserie di chi serve. 

Arduo lavoro noi imprendiamo, volendo in questo capitolo 
ritrarre la condizione politico-morale di Crema nel periodo 
di tre secoli e mezzo in cui fu sottoposta ai Veneziani: poco 
raccogliesi dalle istorie venete , e non ci soccorrono gran 
fatto le cronache cremasene, le quali si proposero a scopo 
di notare casi parziali, piuttosto che di chiarire come s'at- 
teggiasse la politica veneziana nel regime della nostra pro- 
vincia, e come vi fossero tutelati i diritti dei cittadini. Pre- 
ghiamo quindi indulgenza dal lettore se il quadro che in- 
tendiamo abbozzare troverà in alcune parti imperfetto, se 
non possiamo a tutte le dotte curiosità soddisfare. Noi il 
carattere delle istituzioni e la fisionomia dei tempi desume- 
remo specialmente dai fatti che spigolammo ne' cronisti: 



— 51 — 
così il nostro quadro, speriamo, che se imperfetto, riescirà 
almeno raggiante di storica verità. 

Rammenteremo innanzi tutto come la sovranità della ve- 
neta repubblica fosse ereditaria in un corpo di famiglie pa- 
trizie, le quali arrogavansi la prerogativa di sedere esse sole 
nel maggior consiglio: rammenteremo che queste famiglie 
Mano pressoché tutte di Venezia, pochissime eccettuate, 
e quali per meriti o per denaro aggregaronsi al gran con- 
siglio dopo la sua chiusura (*); rammenteremo che la re- 
pubblica, quando allargò i suoi dominj in terra-ferma, ob- 
bligossi verso le città che le si assoggettavano di osservarne 
gli statuti, e mantener loro i patti ch'esse stipularono col- 
l'arrendersi ai Veneziani. Quindi se le terre componenti il 
dominio della repubblica dipendevano tutte ugualmente 
dall'impero dell'aristocrazia costituitasi a Venezia, dif- 
feriva però il modo con cui venivano amministrate, con- 
formandosi ai particolari statuti e privilegi di ciascuna 
provincia. 

Crema, quando s'arrese ai Veneziani (1449), domandò 
fra i patti della capitolazione che le sentenze,, condanne , 
con fiscaz ioni si facessero in Crema in conformità de' suoi 
statati, ed il senato vi annuiva. Non che fallire la promessa, 
il governo di Venezia palesava di volerla serbar lealmente 
inculcando al Consiglio dei dieci ed agli avogadori, co*j 
apposite leggi (15 maggio 1486 e 1 aprile 1487), la manu- 
tenzione ed osservanza degli statuti e privilegi di cui gode- 
vano le suddite provincie^ 2 ). Perciò nell'amministrazione 
del Comune, nell'ordinamento della giustizia civile, e in parie 



(i) Di Cremaseli'* non vennero inscritti sul libro d'oro che Giorgio Benzoni, 
quand'era signore di Crema; Compagno Benzoni, per importanti rivelazioni 
f;ilte al governo della repubblica, e la famiglia Tofetti all' epoca della guerra 
di Candia. 

(,-2) Tiepolo, nel suo libro intitolato : Discorsi sulla storia veneta, ossia vtt 
lUieazioni di alcuni errori del conte Daru. 



- m — 

eziandio delia criminale, i Comaschi sotto il dominio vene- 
ziano rcgohronsi colle norme degli statuti clic i loro padri 
decretarono quando i municipi esercitavano nel loro terri- 
torio il potere legislativo. Se non che questi statuti esigendo 
delle modificazioni che meglio gli acconciasse alle mutale 
condizioni dei tempi e del governo , vennero più volle ri- 
formati: il Consiglio municipale di Crema sceglieva dal suo 
grembo i riformatori, il senato approvava le riforme. L'ul- 
tima seguì Tanno J 596 : ne furono incaricati Francesco 
Gennaro, Luigi Vimcrcali e Lodovico Braguti che modella- 
rono gli statuti di Crema con le norme di quelli di Brescia { . 

Scompartimento territoriale dello Stato Veneto. — La 
repubblica veneziana aveva scompartiti i suoi dominj in 
tante provincie dette reggimenti, governati la maggior parte 
da due patrizi veneti che la rappresentavano , l'uno col 
titolo di podestà, l'altro di capitano. Entrambi chi ama van si 
anche rettori, ed era fra di loro divisa l'autorità civile, cri- 
minale e militare della provincia o reggimento. Alcune Pro- 
vincie però, siccome meno vaste o meno ricche, commette- 
vansi al governo di un solo rettore: tal'era Crema, ove un 
nobil uomo accoppiando al titolo di podestà quello di capi- 
tano, concentrava in sé ogni sovrana rappresentanza sulla 
città e sul di lei territorio. 

/ Podestà. — V'erano reggimenti con pena e senza pena: 
i nobili eletti al governo dei primi non potevano esimersi 
dall'incarico che loro aflìdavasi se non in due modi, o pa- 
gando certa pena pecuniaria , e rimanendo poi esclusi dal 
maggior Consiglio e da ogni altra magistratura (lo che di- 
cevasi andare in bando), o chiedendo la dispensa, che a gran 
difficoltà veniva concessa. Crema era uno dei reggimenti 
con penaW , e il podeslà e capitanio vi duravano in carica 

(1) Questa riforma perù non risguardava che gli statuti mercantili. 
\2) TiRToni. Sar/giu bulla Storia civile, politica, ecclesiastica della i epvlblka 
re neta. 



— 53 — 
sedici mesi. Le reggenze delle principali provincie, come di 
Bergamo, di Verona, di Brescia, tornavano ai rettori di- 
spendiose; nondimeno erano ambite dai patrizi veneti più 
opulenti , come quelle che schiudevano loro la via a più 
cospicue cariche in Venezia. Nelle minori provincie , ove 
un solo gentiluomo radunava in sé V esercizio di tutti i po- 
teri, i rettori traevano dalla loro carica molti proventi av- 
ventizi , e non cne rimettervi del proprio, potevano, se di 
verminosa coscienza, arricchire. Nei primi tempi del veneto 
dominio, quando la città nostra guardavasi gelosamente 
qual fortezza situata ai confini, la reggenza di Crema venne 
commessa a patrizi delle più illustri famiglie veneziane: ma 
poi col volgere degli anni occuparono la podestaria di Crema 
nobili di famiglie decadute, detti volgarmente Barnabotti, e 
qualche volta anche nobili di provincia. Credesi da taluni, 
fosse politica dell'aristocrazia veneziana concedere ai Bar- 
nabotti la reggenza delle minori provincie, perchè essendo 
lucrative, anziché dispendiose, formavano il sostentamento 
di nobili, ai quali correvano nel cervello fumi gentilizi , in 
tasca pochissimi quattrini. 

Il podestà veniva al governo della provincia accompa- 
gnato dall' alta e bassa córte che lo assistevano nell'eser- 
cizio delle sue funzioni. Componevasi /' alta corte di due 
assessori, il camerlengo, ministro del podestà in faccende 
di politica amministrazione, ed il giudice che lo coadjuvava 
nell' esercitare giustizia. Bassa corte dicevasi quell'accoz- 
zaglia di segretari, agenti, spioni, sbirri, servi ed altri che 
i podestà menavano seco, siccome loro satellizio. 11 podestà 
assieme al camerlengo presideva a tutti gli affari ammini- 
strativi concernenti sia il pubblico sia il privato interesse: 
aveva la sorveglianza dell'erario, delle costruzioni pubbli- 
che, dell'annona. Dicemmo che a questi affari il podestà 
presiedeva, perocché essere non doveva il suo che un ufficio 
di superiore vigilanza, competendo ai Cremasela F ammini* 



— 54 — 
strazione del loro comune e territorio regolata colie norme 
degli antichi statuti municipali e dei privilegi che ad essi 
consentì la repubblica quando le si arresero capitolando. 
Il podestà, fiancheggiato dal giudice, pronunziava sentenza 
nelle cause civili e criminali : nella formazione dei processi 
servivasi del collegio dei notai costituitosi in Crema Tan- 
no 1451, il quale perciò era ripartilo in due sessioni, luna 
incaricata delle procedure nelle cause civili, delta volgar- 
mente dei Mangiacarla; l'altra nelle criminali detta del 
Malefìcio. Rapporto alle cause civili, il tribunale del podestà 
non formava che un giudizio di prima istanza: ed il Bac- 
chetti in proposito scrive ( 4 ): «la sua influenza nei giudizi 
» era sì poca che quasi sempre la parte citata si lasciava 
» giudicare in contumacia per minorare le spese, appellan- 
» dosi poscia alle Quaranlie di Venezia. E qui si è dove la 
« repubblica di Venezia si dimostrò superiore a quanti go- 
» verni furono e sono nel giudicare della proprietà e dei 
» diritti di ciascuno imparzialmente tra i ricchi e i poveri , 
» tra i nobili e i plebei, fra il pubblico ed il privalo, fra lo 
» stato e i sudditi.» 

Ben diversamente le cose procedevano nelle cause cri- 
minali: d'ogni delitto, toltone quello di fellonìa, era il po- 
destà giudice competente inappellabile : la sola condanna 
a morte aveva bisogno di revisione. Nondimeno, qualvolta 
rimanesse tempo sufficiente tra la sentenza e la sua esecu- 
zione, il reo poteva domandare ad un avogadore di Vene- 
zia la sospensione della condanna e il rinnovamento del 
processo. Questo rimedio, benché non sempre attuabile, 
imbrigliava un poco l'arbitrio dei podestà nel condannare: 
ma quando essi od assolvessero un reo o troppo lievemente 
lo punissero, non v'era alcun mezzo per riclamare contro 



H) Racchgtti , nella Prefazione alla Storia genealogica delle famiglie robili 
:<-ernamasche: opera inedita. 



la mancala giustizia: il podestà poteva adunque vendere 
impunemente ai colpevoli grazie e protezione, con iscapito 
gravissimo della giustizia e dei buoni costumi. Su questa 
via del mercanteggiare la giustizia ben seppero camminare 
non pochi podestà e loro giudici, i quali venuti a Crema in 
mediocrissime fortune , se ne dipartirono pingui di denaro 
per essere stati nel loro ministero bottegai d' indulgenze e 
di assoluzioni. Anche delle colpe minori, che oggidì si di- 
rebbero trasgressioni di polizia, era giudice inappellabile il 
podestà; altra copiosissima sorgente di lucro per coloro che 
la magistratura consideravano un traffico, e furono non po- 
chi che dentro vi sguazzarono sfacciatamente. 

Per non essere appuntati di troppa severità o menzogna 
discorrendo la condotta dei veneti podestà nel governo di 
Crema, riferiremo quanto ne scrisse un bell'ingegno crema- 
sco, nato sotto il dominio della repubblica di S. Marco 1 . 
« Dirò alcune cose dei portamenti dei podestà tanto per 
» saggio a chi legge, scegliendo delle ultime avvenute, pa- 
» recchie delle quali a mia ricordanza, benché allora fossi 
» tuttavia fanciullo, e queste poche contenenti il midollo 
» della politica di quei cervelli, la quale sebbene si svilup- 
» passe in infinite forme ed apparenze, pure sempre batteva 
» un sol chiodo. Al loro giungere dunque trovavano tutti 
» (e chi avrebbe potuto dire il contrario?) sì gravi e sì 
» universali disordini da farli pentire d'aver accettato sì 
» gravoso incarico qual si era quello di governare una città 
» tanto corrotta e viziosa. Tosto bisognava che il podestà 
» desse mano a regolare le grasce, il cui commercio aveva 
» lasciato l'antecessore cadere nel monopolio, quindi tornar 
» equi e modici i prezzi delle tariffe, dei pistori, pizzicagnoli 
» e beccai, le quali tariffe chiamavansi da noi calmieri, così 



(i) Racchetti, nella prefazione della leste citata opera inedita che tratta 
della storia genealogica delle famiglie nobili cremasene. 



— i)C> — 
» trasandati per accordar vantaggi ai venditori, e in tal 
» correzione sempre il nuovo prezzo era minore al valore 
» delle merci. Poi dopo pochi dì andava fuori a visitare le 
* botteghe. In tal congiuntura manifestavasi l'indole, la ca- 
» pacità, il coraggio suo. Anche prima che giungesse alla 
» sua residenza era già stato tentato da parecchi sollecita- 
» tori pei componimenti d'uso coi bottegai, ed avveniva 
» qualche fiala che al suo arrivo avesse già ottenuta la spor- 
» tuia. Se ciò non si aveva potuto impetrare a Venezia, to- 
» sto tenlavasi in Crema, e quando egli fosse appena cor- 
» rivo , o sì meschino d' abbisognare anzi tratto di quei 
» quattrini, tale visita facevasi per apparenza, ed egli tutto 
» trovava a dovere; ma se egli sapeva mantenersi in con- 
» tegno e rifiutare V offerta per avere miglior mercato , la 
» visita diventava un subisso. Pesi, misure, pani, compana- 
» tici sequestrati , e fuori la gente a ridere e gongolare 
» esclamando: Così va fatto, disertare i ladri che si pascono 
» del nostro sangue: viva la giustizia! viva chi la sa ammi- 
» nistrare! viva il podestà! E non sapevano, goccioloni, che 
» pochi .giorni dopo il pane e le altre grasce sarebbero rin- 
» caritè due o quattro marchetti la libbra, onde riparare a 
» quello sperpero il quale indubitatamente toccava ad essi 
» pagare. Le cose confiscale venivano portate nel palazzo 
» pretorio, e coloro che ne avevano perdute più, venivano 
» condannati a multa maggiore. Dopo quel dì, raccordo se- 
» guiva immediatamente, e dopo che avessero i bottegai pa- 
» gata la multa e la sportala, diventavano galantuomini, né 
» più nelle visite consecutive trovavansi in frode , purché 
» seguitassero puntuali nel soddisfacimento delle conve- 
» nute rate. 

» Ma intanto che al vitto badavasi, non erano dimenticate 
» le altre sorgenti di lucro, e le taverne davano a pensare 
» al nuovo rettore. Il predecessore, per incuria o per malizia, 
» aveva permesso o tollerato che queste stessero aperte in 



— 57 — 

» ora eccessivamente tarda, con gran pregiudizio della pub- 
» blica quiete, e perciò veniva esposto un nuovo proclama 
» che ne vietava l'abuso, ordinando chiuderle in prima notte 
» al suono della campana, sotto gravissime ammende. Se 
» avveniva poi che il podestà fosse giovane e coraggioso , 
» non mancava di prender parte in alcune piacevoli com- 
» medie per le quali il popolo andava pazzo, recandosi egli 
» incognito, appena dopo il suono della campana, alla visita 
» delle osterie, ed entrando in quelle che trovava aperte, 
» colla scorta però del bargello che aveva lasciato sull'uscio, 
» intromettevasi nei discorsi dei bevitori che vuotavano la 
» tazza del congedo, e provavasi a rattenerli onde mettere 
* a repentaglio l'obbedienza dell'ostiere. Quasi sempre però 
» questo giuoco riesciva assai male, perchè fra i circostanti 
» alcuno ve n'era che l'aveva già veduto, oppure quella 
» faccia o quel linguaggio forassero dava sospetto, e perciò 
» tutti con la coda fra le gambe se la svignavano , e il ta- 
» veruiere in belle maniere lo congedava per non mancare, 
» come diceva, al dover suo. Ma se per avventura qualche 
» volta riesciva a passare sconosciuto, oppure che fìngessero 
» i presenti di non ravvisarlo per dargli gusto, godeva ec~ 
» citarli a parlar male di lui , per mostrare al volgo che 
» non se ne offendeva quando trattavasi del bene de' suoi 
» soggetti. E pel bene medesimo poi, che tanto gli stava a 
» cuore, caricava di grosse ammende gli osti che trasgre- 
» dissero il suo bando. 

» Era allora, o per la condizione dei tempi o perchè le 
» contrade trovavansi perfettamente oscure, assai pericoloso 
» il passeggiare la notte: dunque perchè i galantuomini nei 
» loro bisogni (che per passatempo non usavano andare 
» che gli scavezzacolli) potessero trovarsi con sicurezza, 
» veniva ordinato che ciascuno portasse un moccolo acceso 
» o in mano o rinchiuso in una lanterna. Quest'ordinanza, 
» richiamata sempre da ogni nuovo podestà, durava per più 



— 58 — 
■■•■> o men tempo, siccome una rete tesa per pigliar uccelli: e 
» allorché più nessuno vi clava dentro, lasciavasi cadere in 
» oblìo, mandando ad arte chi camminasse alio scuro, senza 
» che la famiglia del bargello vi desse retta , ed indi in 
>-> qualche bisogno del podestà tornava improvissamenle in 
» vigore, ed una sola notte gli fruttava talvolta parecchie 
» centinaja di lire, ed anche migliaja. 

» Ma la più ricca entrata dei podestà lor derivava dalla 
* licenza delle armi , e poteva proprio chiamarsi entrata , 
» poiché consisteva in determinati stipendj che gli erano 
» pagati non solo dai cittadini, ma da molti facinorosi vil- 
» lani , e dai signori altresì che volevano francare qualche 
» loro cagnotto. Tali stipendj , si contrattavano ad uno ad 
» uno, non mai nei primi giorni del reggimento, poiché al- 
» lora usciva un rigorosissimo bando che tutte le armi proi- 
bì biva portare, insino talora la spada, nobile ed innocuo 
» ornamento a quei dì, che usavano portare sino i facchini. 
» Guai a chi non desse retta a quel bando e incappasse nella 
» giustizia! Strepitosi erano gli esempi. I facoltosi tanto ve- 
» nivano stretti a spendere per cavarsene, da sentirne il 
» disagio dopo ancora anni ed anni, i trafficanti e gli arti- 
» giani ne restavano diserti , ed i poveri poi dovevano pa- 
» gare colla pelle. Alle prime due condizioni era facile otte- 
» nere pronta libertà presentando malleveria, ma i meschini 
» che non potevano, erano costretti andarne prigioni. Prima 
» di tutto costoro venendo quasi sempre colti la notte, erano 
» messi a costudire in una stanza nel corpo di guardia, la 
» quale chiamavasi camerotto ; e se il prigioniero trovava 
» compagni ehe l'avessero preceduto, toccava a lui ultimo 
» a riscattarsi della ciabatta col pagare abbondante beve- 
» raggio agli anziani, e se non aveva quattrini era costretto 
» sopportare per mano dei compagni venti o trenta colpi 
» sulle natiche nude, appiccati con una scarpa, ciò che 
» dicevasi dar la ciabatta , e con tanta forza solevanli me- 



— 59 - 
» nare , che le grida dei pazienti desiavano la vicinanza. 
» All'udienza che dava poi il podestà alla mattina, sì ga- 
» gliarde erano le bravate, tanti gli spauracchi, che al pover 
» uomo imputato cascava il cuore e davasi per ispacciato. 
» Non però troppo in fretta davasi la sentenza per lasciar 
» tempo ai parenti di riparare, e se presentavansi i padri, 
» le madri, le mogli dei rei a pregar ginocchioni, venivano 
» inumanamente discacciati col ricordo di non- aspettarsi a 
» casa il maritò ed il figliuolo se non colle braccia slogale, 
» acciocché in sua vita mai più far potesse il bravaccio. E 
» se non correvano tosto con quanti quattrini era lor dato 
» di metter assieme da un qualche mezzano , che molti il 
» podestà ne teneva per tale effetto onde acconciare le ma- 
» gagne , alle minacce seguivano i fatti. E questo timore , 
» questo sconcio di pochi assestava benissimo i fatti, del 
» podestà , perchè gli altri tutti gli pagavano tributo onde 
» poter impunemente portar le armi. 

» Dal portar poi le armi all'adoperarle in risse o in de- 
» litti premeditati passava notabile differenza, anzi tutt'al- 
» tr' abaco veniva usato nel tassare queste due criminose 
» circostanze: imperochè, se i poveri per le ristrettezze loro 
» erano costretti andar disarmati, e le adoperassero poi al- 
» lorchè dovevano non averle , alla prima trasgressione , 
» quella, cioè, d'averle portale senza licenza, non si dava 
» aggravio, bensì alla seconda, della quale conveniva redi- 
» mersi col dar tutto quello che potevano. I ricchi invece, 
» i quali avevano pagato per la facoltà di portarle, erano 
» assoggettati, usandole, a gravissime ammende, torto o ra- 
» gione che s'avessero: e ne era il motivo, che a permettere 
» Tarmi volevasi pattuire prima d'alcun criminoso fatto, e 
» non potendosi in ugual maniera effettuare ciò nel consu- 
» mare i delitti , bastava dopo cavarne il maggior profìtto 
» possibile. Da tale depravazione ne seguitava, che i poveri 
» con pochi ducati potevano ferire di coltello ed anche uc- 



- 60 — 
» cidere uomini poveri, che guai a loro se avessero messo 
» mano nel sangue nobile, poiché allora andavano irremis- 
>» sibilmente alle forche: e i ricchi invece, non che i loro 
» pari ma anche gl'infimi dei plebei, non potevano con armi 
» ferire senza pagarne tantosto lo scotto. Ma perchè e agli 
» uni ed agli altri rincresceva alleggerire la borsa, trovavano 
» i delinquenti rifugio negli asili, o nelle terre dell'abazia 
» di Cereto, o nello Stato Piacentino, e di là trattavano il 
» loro accordo: per cui il podestà, che non gli aveva in suo 
» potere, prevedendo perdere ogni provento col cessare della 
» sua reggenza, specialmente se questa era vicina a spirare, 
» contentavasi di quanto gli veniva offerto e così li assolve- 
» va. E a mia memoria il fatto di un nipote che uccise lo 
» zio sulla pubblica via, solo perchè temeva perderne lere- 
» dita volcudosi ammogliare, e dopo pochi mesi ritornato 
» immune da Piacenza ove erasi rifugiato, l'eredità mede- 
» sima ottenne senza contrasto. E perchè, quanto più il reg- 
» girnento s'accostava alla scadenza, le concessioni cadevano 
» a vile, non avendo i successori riguardo ai privilegi in 
» corso, così ogni podestà sul principio del suo governo 
» trovava conveniente pattuire per tutto il corso di quello, 
» accettando poi d'essere pagato in rate prefisse. Da que- 
» sta facilità d'ottenere la licenza delle armi, e dall'altra 
» facilità più viziosa di scontare con pochi quattrini la pena 
» di un delitto, ne seguitava che frequentissimi erano i fe- 

» rimenti e le uccisioni 

» Infinite altre erano le fonti di guadagno pel podestà, 
» perchè la sua autorità ingerivasi in ogni faccenda, né si 
» era l'ultima quella di fabbricare o rifabbricare, o di non 
» fabbricare e distruggere: imperciocché essendo egli il 
» promotore e revisore delle pubbliche costruzioni sì dello 
» Stato che del Comune, trovava sempre qualche bisogno a 
» cui dar mano, e facilmente incomodo ai cittadini sì da ca- 
» varne maggior vantaggio col desistere spontaneamente 



— 61 - 
» che non avrebbe ritratto coli* intraprenderlo. Oltre a ciò 
» le sporlule dei gabellieri, poiché i dazj erano sempre al- 
» lora accordati per appalto al maggior offerente; e quelle 
» dei privilegiati per la vendita del tabacco, sale, nitro, aqua- 
» vite; e quelle degli esattori, cassieri, e ministri delle pub- 
» bliche entrate. Più, fruttavano al podestà le licenze pel 
» trasporto delle derrate all'estero, quelle dell 1 introduzione 
» delle merci straniere, essendo il nostro paese a confine. 
» Né si potrebbero enumerare tutti i mezzi che usava per 
« far quattrini, essendo infiniti quelli che gli si offrivano dal 
» caso senza che prima vi avesse posto la mira. Quella che 
» a 1 nostri dì suol chiamarsi Polizia , cioè vigilanza sui co- 
» stumi di ciascuno, era pur compresa nelle giurisdizioni 
» del podestà, ma di ciò poco utile gliene derivava, che non 
» era costume a quei dì far tante carte, precetti, licenze od 
» altro a tener dietro alle peste dei galantuomini....» 

Che in una provincia della repubblica veneta tanti abusi 
si praticassero dai podestà, e in un modo così inverecondo, 
chi crederebbe leggendo nel Tentori e nel Sandil 1 ) le savie 
disposizioni decretate in varie epoche dal senato veneto per 
il buon governo dei sudditi di terra-ferma? In forza delle 
medesime erano i podestà vincolati a rigorose prescrizioni: 
proibito il mercanteggiare durante il reggimento o avere 
interessenza nei pubblici dazj, ed in quelli della città che 
governavano: proibito ricever doni o prestiti sia dai sud- 
diti, sia dal Comune, e pernottare fuori del distretto com- 
messogli, e mangiare fuori del palazzo pretorio; dovere nel- 
l'amministrazione della giustizia osservare scrupolosamente 
gli statuti e privilegi guarentiti dalla repubblica alle città 
governate; non pronunciare sentenze negli ultimi otto giorni 
del reggimento: dovere, finita la reggenza, presentare il 



(1) Sandi, Sturiti civile di Venezia. — Tentoni, Saggio sulla Storia civile, 
politica, ecclesiastica della repubblica veneta. 



— 62 - 

rendiconto delle entrate e spese del dominio nel corso della 
medesima, non che un inventario di tulli i processi formali 
da loro, ed una relazione scritta di quanto avevano notato 
di più rimarchevole nella città e distretto che governarono. 
Queste prescrizioni noi accennammo ad istruzione di coloro 
che per avventura desumessero la bontà del governo ve- 
neto dalle leggi da lui emanate; chi giudica di un governo 
col bollettino alla mano delle sue leggi, corre non di rado 
pericolo di andar errato, come quegli che per sapere le vi- 
cende atmosferiche di un anno che passò ricorresse al la- 
cuino di quell'anno. Di sapientissime leggi la veneta repub- 
blica emanò a dovizia, ma la corruzione, gli abusi dei suoi 
magistrati resele troppo spesso inefficaci , particolarmente 
negli ultimi due secoli ove 1' aristocrazia veneziana, trali- 
gnata dalla virtù degli avi, trafficava degl'impieghi, della 
giustizia, e delle cariche più importanti della repubblica. 

Ritornando sul discorso dei podestà, diremo ad onore del 
vero, che non tutti furono ribaldi, non tutti smungevano con 
arti nefande le borse dei governati per impinguare la pro- 
pria. Alcuni governarono in Crema saviamente e vi parti- 
rono fra le benedizioni del popolo che il loro nome , onde 
ricordarlo ai posteri, scolpiva sulle colonne del palazzo pre- 
torio. Nel giorno in cui il podestà, rassegnata la reggenza 
al successore, partiva per Venezia, tu avresti compreso co- 
m'egli governò, e se amministrando giustizia avesse favoriti 
i nobili o piuttosto i popolani. Talvolta la sua carrozza usciva 
da Crema sola ed a suon di fischi, tal' altra i patrizi l'ac- 
compagnavano con pomposi equipaggi oltre il ponte del 
Serio, e fin anche ai confini del territorio nostro: né era 
caso inconsueto che il podestà partisse da Crema fra una 
pioggia di sonetti raccolti in quell'occasione dai nobili, ed 
insieme una tempesta di sassi che dalle strade gittavangli i 
popolani. 

/ tre Inquisitori di Terra-ferma. — Una magistratura 



— 65 — 
istituita dalla repubblica pel buon regime delle sue Pro- 
vincie era il Sindacato dei tre Inquisitoli di terra- ferina. 
Il senato di tempo in tempo mandava da Venezia nelle 
Provincie tre patrizi col nome d' inquisitori , incaricati dì 
visitare le città , scandagliarvi la condotta dei rettori , il 
contegno dei sudditi, ascoltarne le querele, sottoporre, se 
occorreva, i magistrati a processo, con facoltà di condannarli 
anche nel capo purché non fossero patrizi veneti. Figura- 
tevi lo sgomento dei podestà, sindaci, curiali, quando bucci- 
navasi che non tarderebbero gl'inquisitori a venire per ri- 
veder loro il pelo: era un serra serra onde riparare i di- 
sordini dell 1 amministrazione civile e criminale, un lambic- 
carsi di cervello per nascondere le truffe, i ladroneggi, le 
vessazioni : si rifacevano i numeri sui libri delle imposte , 
gli oppressori si ricomponevano cogli oppressi acciò non 
movessero lamenti: si compensavano i danni arrecati , e 
fra' cittadini in queir occorrenza perdonavansi antichi ran- 
cori, facevansi restituzioni ai derubati. Se nelle provincie 
le visite dei tre inquisitori avessero spesseggiato, forse si sa- 
rebbero veduti radicarsi meno disordini , meno abusi nei 
magistrati, meno soperchierie nei pairizj, meglio tutelati i 
diritti e privilegi dei cittadini. Ma improvvidamente la re- 
pubblica non adeperò il temuto braccio di questo sindacato 
inquisiloriale quanto esigevano i bisogni delle sue provincie. 
Allorché tale magistratura istituivasi la prima volta per la 
Dalmazia, decrelossi dovesse le sue attribuzioni esercitare 
una volta ogni decennio, lo che non fu mai osservato. Nei 
venticinque anni della guerra di Candia, il senato smetteva 
il costume d'inviare inquisitori nelle provincie, ripigliandolo 
nel 1671, dal qual anno al 1750 i dominj di terra-ferma 
furono visitati per sole quattro volte. Acciocché il lettore 
comprenda con quanta efficacia questa magistratura, usata 
con più frequenza, avrebbe influito sul miglior governo dei 
sudditi, e il timore salutare che incuteva alle città ove por- 



— 64 — 
lava il suo tribunale, descriveremo la visita dei tre inqui- 
sitori fatta a Crema Tanno 1721 colle parole medesime che 
ieggonsi nel diario del padre Zucchi. 

« Ai 21 maggio si vide entrare in Crema la vanguardia 
» dei tre eccellentissimi sindaci inquisitori di terra-ferma, 
» consistente in trentasei soldati Schiavoni con il loro capi- 
» tano. Destinò ai detti eccellentissimi signori il nostro 
» Consiglio generale per ambasciatori Nicolò Maria Benzo- 
» ni, Girolamo Tadini, Alfonso Benvenuti, Carlo Antonio 
» Vimercati-Sanseverino; come pure sei assistenti quali fu- 
» rono: Paolo Benvenuti, Paolo Scolti, Angelo Griffoni S. An- 
» gelo, Gian Andrea Patrini , Ottone Gambazocco ed Otta- 
» viano Vimercati. Ai detti eccellentissimi inquisitori venne 
» assegnato alloggio distinto, nel convento di S. Bernardo 

• dei padri cistercensi, nel palazzo Tofetti, ed in quello 
» del conte Girolamo Tadini, avanti le porte dei quali fu- 
» rono piantati rastrelli in forma propria, dipinti in rosso, 

• perquivi abitarvi i loro corpi di guardia. Ai ventidue ar- 
> rivo S. E, Michele Morosini, secondo inquisitore, il quale 
» andò nel convento dei PP. di S. Bernardo con sua corte 
» e soldati: alli 24 venne S. E. Zan Aluise Mocenigo, terzo 
» inquisitore con la sua corte e compagnia di Schiavoni, e si 
' portò nel palazzo del conte Girolamo Tadini; ed alli 25 
i maggio entrò in Crema Pietro Grimani con sua moglie e 

i puttino, con sua corte, compagnia di Schiavoni, sbirraglia, 
ed alloggiò nel palazzo Tofetti, ove eressero il tribunale, 
quale aprirono li 28 detto, quivi radunatisi tulli e tre» 
Appeso alla facciata del palazzo Tofetti vicino al Cantone 
eravi un cartellone in cui a lettere majuscole leggevasi 
scritto: Denunzie segrete contro il podestà, assessori, 
ministri, prepotenti, oppressori , bravacci, citi falsifica, 
corrompe, impedisce la giustizia, e molte altre persone: 
al qual (ine in altra casa vicina al palazzo pure dei To- 
relli, fu fatto un buco nel muro a guisa di quelli per Jet- 



— 65 — 

» lere, sopra cui eravi scritto Denunzie secrete. In questo 
» tempo alcuni si prevalsero dell' occasione diseppellendo 
» ragioni antiche e pretese ammuffite , per le quali molli 
» furono travagliati nella borsa e nell'estimazione. Alcuni 
» all'amichevole aggiustaronsi per non soggiacere alle cause 
» che sommariamente tenevansi, e sentenze che puntual- 
» mente facevansi eseguire. Tre avvocati, un Bassanese, un 
» Veneziano ed il terzo di Brescia, seguitavano gli eccellen- 
» tissimi inquisitori, avanti a 1 quali trattarono le cause, che 
» moltissime furono, con piena libertà, lo che non avrebbero 
» fatto gli avvocati di Crema, ritenuti da una grande infinità 
«• di riguardi e di acciacchi dei quali erano pur essi ipote- 
» cali. Molli si affaccendarono per saldar le pubbliche gra- 
« vezze, ed i camerali ed i daziarj per medicare le loro pia- 
» glie. Costò questa visita alla città lire 10500 venete. 

Non si confonda il sindacato dei tre inquisitori di terra- 
ferma con altri inquisitori che il senato talvolta inviava 
straordinariamente in determinate provincie: questi adope- 
rava la repubblica quando nei suoi dominj succedevano 
garbugli da turbare la pubblica quiete, ed a rassettare le 
cose erano muniti d'amplissimi poteri. Volgarmente chiama- 
vansi Inquisitori pel quieto vivere : del modo con cui essi 
rassodavano nelle provincie la quiete accenneremo in ap- 
presso degli esempi (*). 

^Iimzie. — Dopo la pace di Bologna (1550) la repubbli- 
ca veneta mantenne in Crema debole presidio : ordinaria- 
mente vi stanziavano poco più di duecento soldati tra Ca- 
pretti , Cernidi e Schiavoni. Era di venti il numero con- 
sueto dei Capeletti , soldati a cavallo della più distinta mi- 
lizia veneziana , valorosi , belli della persona , riccamente 
vestili, e nell'istoria meglio conosciuti sotto il nome di 
Stradiotti. Di questi Ganimedi a cavallo in abito di Marte, 

(1) Vedi l'arlicolo dei Tre giustiziati neìV Appendice a questa Storia. 

Voi. II. 5 



— 66 — 
audaci e robusti nelle fazioni d'amore come di guerra, in- 
vischiavansi facilmente le donne, quindi gelosie e dispetti 
nella gioventù del paese , onde ne scaturivano duelli fre- 
quentissimi con ferimenti ed uccisioni. Quando a Crema 
aumcntavasi il numero di questi trionfatori di femmine , i 
provveditori della città supplicavano il principe ond'esserne 
sollevati , adducendo a pretesto che il territorio cremasco 
non produceva fieno bastante da mantenere i loro cavalli. 
Fanti che costituivano il nerbo della guarnigione erano le 
Ceroidi , milizia nazionale levata dai villaggi, che il volgo 
diceva dei Pidocchini, perchè sucida, zotica, mal in arnese. 
Stanziavano pure a Crema alcuni fanti schiavoni , i quali 
non intendendo sillaba d' italiano , formavano il zimbello 
del popolo , per indole burlone e motteggiatore. Mantene- 
vasi eziandio un corpo d'artiglieria detto dei bombardieri, i 
quali avevano scuola di tirar di bombarde , di falconetti e 
d'altre simili armi: era composto di soli Cremaschi, la più 
parte artigiani, non pagati che nei giorni d'esercizio, onde 
potevano seguitare nel loro mestiere. Ai più valenti tira- 
tori concedevasi in premio il bersaglio stesso che avevano 
colpito, e siccome moltissimi dei bombardieri erano fornai, 
così avveniva che girando per Crema tu vedevi ad ogni forno 
appesi per insegna tre o quattro bersagli. Comandava le 
milizie di guarnigione un maggiore detto governatore delle 
armi, il quale però dipendeva dal podestà al pari del ca- 
stellano cui era commessa la guardia del castello. Al pode- 
stà dovevansi pur consegnar, sull'imbrunire, le chiavi delle 
porte della città. 

Giacché discorriamo di milizie, noteremo che la repub- 
blica veneta in tempo di pace non manteneva sulle armi 
più di circa quindici mila soldati , che i sudditi non obbli- 
gava alla coscrizione, ma cerniva dai villaggi i giovani più 
robusti per formare il corpo detto delle Cernidi ; che nei 
casi di guerra soleva stipendiare truppe forasliere, ordina- 



— 67 — 
riamente svizzere: onde comprenderete come la politica ve- 
neziana mirasse ad ammorzare nei sudditi gli spiriti marziali. 

Pene. — Accennammo (piali magistrature il governo ve- 
neto destinasse all'amministrazione politica e giudiziale della 
provincia nostra, e con quali milizie ne guarentisse la sicu- 
rezza; ora diremo che le pene pei malfattori oltre le pecu- 
niarie erano la corda (*\ il camerotto, la galera , il bando, 
la confisca dei beni , e non di rado la forca. Che sorta di 
prigioni fossero i camerotti che l'ingegnere Luigi Massari 
fece in Crema demolire l'anno 1800, quando era presidente 
della Municipalità, dominando i Francesi, ce la descrive lo 
stesso Massari nelle preziose Memorie della sua vita che 
lasciò manoscritte ( 2 ): Il camerotto consisteva in un piccolo 
ambiente a pian terreno, umidissimo, con suolo terreo , 
senza luce, la cui lunghezza ed altezza non erano a suffi- 
cienza da poter coricarsi la persona lunga e distesa , e 
nemmeno da potervisi slare in piedi. Erano dessi in nu- 
mero di sei, ciascuno dei quali era indicato col suo nome, 
dei quali il primo era il Paradiso , il secondo l'Inferno , 
il terzo il Camerotto, il quarto l'Acqua Santa, il quinto 
il Galeotto, il sesto la Galera. 

Pubbliche bappbesentanze. — Come la sovranità della ve- 
neta aristocrazia era nelle provincie rappresentata dai ret- 
tori o podestà, così i sudditi avevano anch'essi le loro le- 
gali rappresentanze. In ogni provincia il governo di Venezia 
riconosceva tre corpi pubblici fra di loro distinti , la città , 
il clero, il territorio. Rappresentavasi il clero da alcuni de- 
putati ecclesiastici che avevano a loro capo il vescovo ; il 
territorio, dai deputati di ciascun vilaggio, i quali riunivansi 

(i) L'ordigno della tortura, ossia corda, con cui tormentavansi i rei, stette 
appesa alla porta del palazzo pretorio fino al 1633 in cui venne affissa alla 
volta del portone del così detto Torrazzo. 

(2) D'aver lette queste preziose Memorie del Massari siamo debitori alla 
gentilezza del prete Solerà che ne possiede il manoscritto autografo. 



- 68 - 
sotto la presidenza del podestà a formare il così detto Con- 
siglio del territorio; la città, dal suo Consiglio municipale, 
che ancora denominavasi Consiglio generale dei cittadini. 
I poteri sovrani essendo tutti raccolti a Venezia nel corpo 
aristocratico, le rappresentanze dei sudditi per conseguenza 
restringevano le facoltà loro sopra oggetti di semplice am- 
ministrazione. Così ai deputali ecclesiastici era commesso 
di regolare gli affari economici del clero che doveva retri- 
buire le decime all'erario della repubblica : il Consiglio del 
territorio occupavasi del riparto delle imposte sulle terre, 
e delle tasse che gravitassero sui fondi, non che di racco- 
gliere quella porzione d'imposta devoluta ai Comuni. Il Con- 
siglio municipale della città era tra le rappresentanze la più 
decorosa , quella che assumeva un carattere di maggiore 
importanza, onde ci è mestieri parlarne un pò diffusamente. 
Consiglio generale dei cittadini. — Quando Crema reg- 
izevasi a forme democratiche, siccome una delle tante re- 
pubblichette sparse sul terreno lombardo, ne costituiva la 
sovranità il Consiglio generale dei cittadini cui prendevan 
parte nobili e plebei, ove decidevasi tulio quanto concer- 
nesse tributi , guerre , alleanze , legislazione , trattati , in- 
somma ogni politico regolamento. Dopo che si impadroni- 
rono di Crema i Visconti, il Consiglio generale perdette per 
sempre la suprema signoria: restò, ma come corpo senz'a- 
nima , rappresentanza di sudditi che obbedivano, non più 
di cittadini imperanti nel loro Comune. Datasi Crema in 
balia dei Veneziani l'anno 1449, il provveditore Orsatlo 
Giustiniani compose a suo capriccio il Consiglio generale 
di cento persone : se ne querelò il popolo, che pur voleva 
far parte del Consiglio, quantunque evirato d'ogni sovrana 
facoltà, e per assecondarlo il provveditore Marcello, successo 
al Giustiniani, portò il numero dei consiglieri a trecento. Ma 
un' aggregazione che vestiva sembianze democratiche non 
poteva aggeniare né all'aristocratico governo di Venezia, né 



— 69- 
ai patrizj cremaschi , i quali sotto il nuovo dominio mira- 
vano a procacciarsi un'assoluta prevalenza sulle classi non 
nobili. Il provveditore Dandolo, l'anno 1454, rimpastò a 
modo suo il Consiglio generale, riducendo a sessanta il nu- 
mero dei consiglieri, tutti guelfi, uno solo eccettuato di fa- 
zione ghibellina. Verso la metà del secolo decimosesto , il 
Terni scrive che il Consiglio generale di Crema foggiavasi 
ancora alle norme istituite dal Dandolo, quindi, d'uno in 
fuori , esclusi i ghibellini come quelli che avversarono il 
governo veneziano. Scomparse col volger degli anni le scia- 
gurate fazioni dei guelfi e ghibellini, vi sottentrarono in 
Crema le gare fra nobili e plebei : pretesero i nobili occu- 
pare essi soli tutte le cariche del Comune, e non andò guari 
che dal Consiglio generale fu esclusa la plebe. Nel secolo 
scorso, quantunque il Consiglio municipale di Crema s'inti- 
tolasse ancora coli' antico nome di Consiglio generale dei 
cittadini, volgarmente lo si chiamava, come era di fatto, 
Consiglio nobile. Vi furono tuttavia aggregati degl'ignobili, 
ma questi, per privilegio riconosciuto dalla repubblica nel 
Consiglio municipale di Crema , colf ammissione ad esso 
Consiglio diventavan nobili. Questa , d'elevare al grado di 
nobiltà plebei che a maggioranza di voti accoglieva nel suo 
grembo , può considerarsi come una prerogativa sovrana 
del Consiglio municipale di Crema. Figuratevi quanto se 
ne tenesse il vecchio patriziato; figuratevi quanto brigas- 
sero i popolani ricchi per ottenerne i voti, smaniosi di fre- 
giare con un leone , un'aquila , un bue , od altro blasonico 
animale, l' esterno delle loro case e carrozze. Ordinaria- 
mente , nel Consiglio generale venivano accolti quelli fra 
gli agiati popolani, cui certe famiglie patrizie, un pò intar- 
late dai debiti, avevan concesso in ispose le loro figlie: Ime- 
neo diventava mediatore fra le vanità, l'oro dei popolani e 
le convenienze dei patrizj ; quindi la via più sicura ad un 
plebeo d' entrare nel Consiglio della città e nobilitarsi era 



— 70 — 
d' incrociare il proprio col vetusto sangue di famiglie ma- 
gnatizie. Da qui il lettore scoprirà come abbia a\uto ori- 
gine la nobiltà di non poche famiglie cremasche; da qui il 
motivo per cui il patriziato nella città nostra, ad onta del 
molto che se ne estinse, si conservò sempre numerosissimo. 
Leggiamo nel Diario del Zucchi che Tanno 1758 venne ag- 
gregalo al Consiglio generale Ercole Bonzi per aver sposata 
una Vimercati; Gianbaltista Terni notò nelle sue Memorie 
patrie che Gianbattisla Guarirli avendo a consorte Paola 
Frecavalli fa per broglio della suddetta casa ascritto al no- 
stro Consiglio nel corrente anno 1780 il dì 31 luglio: l'a- 
volo suo fu torchiaro l*). ColTaggrcgazione al Consiglio mu- 
nicipale s'inverniciarono di nobiltà i Rosaglio (nel secolo 
decimoseltimo erano mercanti d'olio), i Martini (sul prin- 
cipio del secolo decimottavo mercanti di buoi), i Betlin- 
zoli (speziali, verso la metà del secolo scorso), i Bon- 
denli, i Fadini, ed altre famiglie venute in agiatezza colla 
mercatura. 

In una breve relazione scritta Tanno 1702 " 2 > che tocca 
del modo con cui Crema a que' tempi governavasi, leggiamo 
come per un decreto del 1701 venisse determinato che il 
numero dei consiglieri non potesse essere maggiore di 145 ? 
né minore di 90 : né questa fu la prima e sola novità che 
s'introducesse a modificare il sistema stabilito dal provve- 
ditore Dandolo Tanno 14o4: il Canobio all'anno 1587 ac- 
cenna altre deliberazioni prese in diverse epoche onde fis- 
sare il numero dei consiglieri: i quali eleggevansi a pluralità 
di voti dal Consiglio medesimo, dovevano aver oltrepassati 



(1) Da un libro di Gian Battista Terni, intitolato Memorie annuali di 
Crema, manoscritto. 

(2) Di una relazione latina intorno a Crema fu autore Antonio Maria Cla- 
velli , gentiluomo cremasco. Conservasi ancora nella libreria del Seminario. 
La relazione del Clavclli è dell'anno 4670. Un'altra del 1702 ne citò il Ra«- 
chetti in un'annotazione al libro I della Storia dell' Alemanio Fino. 



— 71 — 
i ventiquattro anni, e duravano a vita. Al Consiglio parte- 
cipava la Repubblica gli affari della guerra e della pace , 
le vittorie , l'elezione dei dogi „ dei pontefici e le altre no- 
tizie di Stato più importanti^). Il Consiglio veniva presie- 
duto dal podestà ed adunavasi di regola due volte Tanno, 
in dicembre ed in gennajo , epoche nelle quali cerniva dal 
suo corpo coloro che dovevano occupare le cariche muni- 
cipali di provveditori , deputali alla sanità , deputali alle 
vettovaglie , amministratori del Monte di pietà , ed altre. 
Competeva eziandio al Consiglio la nomina dei vicarj alle 
podestarie ch'erano nella provincia cremasca allorché la città 
nostra estendeva la sua giurisdizione sulle terre di Covo, An- 
tegnate, Fontanella, Trigolo, Spino e Dovera. Quando poi 
trattavasi di eleggere gli amministratori al sacro Monte di 
pietà, chiamavasi alla votazione anche il guardiano dei padri 
zoccolanti: ciò in segno di riconoscenza a quell'Ordine di 
religiosi pel cui impulso venne quel pio luogo istituito. Un 
decreto senatoriale del 1611 dispose che i podestà non po- 
tessero impedire la convocazione del generale Consiglio , 
quand'anche fosse straordinariamente richiesta. 

Provveditori al governo della terra. — Fra le cariche 
municipali che il Consiglio conferiva a' suoi membri la più 
importante e decorosa era quella dei tre provveditori o go- 
vernatovi della terra, titolo specioso forse più che non com- 
portasse la gravità dell'ufficio loro. Come il Consiglio la città, 
i tre provveditori rappresentavano il Consiglio: essi concor- 
revano col podestà nel regolare gli affari dell' amministra- 
zione comunale: custodi dei privilegi municipali, vegliavano 
sull'osservanza degli statuti: mantenevano a Venezia un 
nunzio per sostenervi le ragioni del Comune se i rettori le 
intaccavano, e per essere patrocinati quando si trovavano 



(1) Tentoiu. Saggio sulla Storia civile, politica, ecclesiastica della veneta 
repubblica. 



— TI — 
avvolti, come succedeva di frequente, in litigi col clero o 
col popolo. Queste onorifiche attribuzioni rendevano il posto 
di provveditore agognato da coloro fra i patrizj die potevano 
allegare più lunga sequela d'illustri avi, ed un'antica ric- 
chezza, ed un sangue che millantavano incorrotto. Fatto è 
che di cento e più famiglie nobili allignate in Crema nel corso 
di sei secoli, poco più di trenta ottennero il provveditorato, 
le quali sembra fossero riusciute a infeudarlo nelle loro case. 
Molte savie e decorose istituzioni promossero in Crema i 
provveditori, zelanti dell'utile e del lustro della città che 
amministravano : ma guai se il clero o le classi popolane 
contrastavano ai loro divisamenti! non è a dirsi quanto in- 
viperissero. L' orgoglio di quegl' incipriati barbassori non 
pativa contraddizioni, e più d'una volta la plebe scontò col 
proprio sangue l'ardimento d'averli avversali. I provvedi- 
tori rinnovavansi ogni sei mesi , X uno però dei tre , come 
anziano , continuava in carica per un anno. Altra carica 
che in Crema si conferiva ai nobili delle più cospicue case, 
era quella di colonnelli o provveditori ai confinì, ai quali 
era commessa la vigilanza e difesa della provincia. Il loro 
ufficio assumeva importanza, qualora scoppiassero guerre: 
i provveditori ai confini venivano nominati con ducale a 
Venezia. 

Imposte. — Udimmo più d'una fiata persone settuagenarie 
rimpiangere i tempi della veneta repubblica siccome quelli 
ove pagavansi tenuissime imposte. Vero è difatti che la 
repubblica, quando guerre non la travagliavano, esigeva da' 
suoi popoli moderati tributi. Più d'una volta la repubblica 
veneta condonò ai Cremaschi gravezze che dovevansi pa- 
gare all' Erario : e leggemmo ducali che esentuavano dal 
pagare l'imposta prediale un cittadino perchè era padre di 
dodici figliuoli. Men dispendiosa politica regolava allora gli 
Stati , che gl'imperanti non sentivano in tempo di pace la 
necessità di assieparsi d'una stabile e sterminata selva di 



— 73 — 
bajonctte. La repubblica di s. Marco, oltre die godeva la 
simpatia de' suoi governati , dopo la guerra della lega di 
Cambrais adottò una politica di pace, adoperossi nel man- 
tenersi scupolosamente neutrale fra le guerre che agitarono 
l'estere potenze: quindi l'erario veneto non era così di fre- 
quente costretto di ricorrere per danaro alle borse dei sud- 
diti : vi si trovò forzato, e non s'astenne dal martellarci 
popoli con ogni sorta di balzelli , quando la perfidia otto- 
mana involse la repubblica in lunga ed asprissima guerra. 
Le due principali sorgenti dei redditi dell'erario veneto 
nei dominj di terra-ferma erano l'imposta prediale e la per- 
sonale. Dicevasi personale quella che col nome di tansa 
colpiva l'industria e il traffico dei commercianti: la prediale 
suddividevasi nel campatico e nel sussidio ordinario: l'uno 
e l'altro pagavasi dai possessori di terre in proporzione 
della quantità e qualità delle medesime : quindi i terreni 
distinti in due classi, arativi e prativi, comprendendo que- 
st'ultima anche i boschivi ( i] . Della prediale era esente il 
clero, il quale sopra i suoi redditi pagava all'erario le de- 
cime : però gli ecclesiastici, fossero vescovi, abati, commen- 
datori , parrochi od altro , per ottenere dalla repubblica 
l'immissione nel possesso temporale del loro beneficio, do- 
vevano prima retribuire una tassa proporzionata alla ren- 
dita del beneficio, lo che chiamavasi pagar le bolle. L'an- 
no 1750 fu bandita legge che imponeva una tassa sui con- 
tratti di donazione eseguiti con pubblico istrumento, non 
che sul trapasso delle eredità, dei fedecommessi, e sui le- 
gati: il beneficato, fosse donatario, erede o legatario, doveva 
pagare il cinque per cento sul valore della cosa acquistata. 
Del resto , signoreggiando i Veneziani , non parlavasi di 
carta bollata: i poveri erano esenti d'ogni gravezza, tenuis- 
simo il prezzo del sale, modici i dazj. Se non che la repub- 

(1) Tento ri. 



— 74 — 
Mica avendo adottalo il sistema di appaltare le regalie dello 
Stato ai fermieri o pubblicani, questi, sottentrati nei diritti 
iìscali, li esercitavano tirannicamente, permettendosi ogni 
sorla di soprusi, fino di far cadere maliziosamente persone 
in contrabbando , onde poterle poi dissanguare con multe 
enormi. Racchetilo calcolò le imposte della veneta repub- 
blica sovra gli slabili, minori di due terzi delle ordinarie 
ebe pagavansi nel 1849: differenza sensibilissima, ma ebe 
tuttavia apparirà meno esorbitante, se consideriamo che a' 
nostri giorni il reddito dei beni stabili aumentò di mollo " 2 . 
Agricoltura. Non ci dilungheremo nel dimostrare minu- 
tamente tutte le cause per le quali, dominando i Veneziani, 
percepivasi dal territorio cremasco un reddito minore del 
l'attuale. Ad attenuarne la rendita cooperavano i vasti lati- 
fondi stagnanti nelle mani-morte ( 3 \ l'inceppato commercio 
delle granaglie, la minor ricerca delle sete, e sopratutto i 
iedecommessi, i quali per alimentare fumi gentilizi vincola- 
vano estesi possedimenti. Chi non sa quanto debba la Lom- 
bardia della sua agricola prosperità alla provvida legge che 
liberò i terreni dai ceppi fedecommissari ? Chi non sa che 
quella legge centuplicando il numero dei possessori li rese 
più operosi , più intelligenti nella coltivazione dei terreni ? 
E qui teniamo importante l'avvertire che la vantata ricchezza 
dei grandi possessori di beni fedecommissari era piuttosto 
apparente che vera: imperocché, come nota il Sismondi ( 4 ), 
i detentori di terreni legati a fedecommesso risguardandosi 
non più che come usufruttuarj , pareva si proponessero a 
sistema di ridurre in deploranda condizione quegli averi 
di cui non potevano disporre a capriccio : quindi le loro 

(1) Racchetti. Prefazione all'Opera sulla Storia genealogica delle famiglie 
Mobili cremasche. 

(2) Vedi le note alla lettera A. 

(3) Vedi le note alla lettera B. 

(4) Storia dille repubbliche italiane. 



— 75 — 
rendile non erano più in proporzione all' ampiezza delie 
loro tenute , e le strettezze e le angustie ben meglio che 
T opulenza diventarono ereditarie coi fedecommessi. 

11 Tentori, ragionando nel secolo scorso sui prodotti delle 
Provincie venete, encomiò della Cremasca il lino e la seta. 
» Il lino è un prodotto quasi peculiare del suolo cremasco 
» sì per la copia come per la finezza, poiché non v'ha il 
» simile in tutta Italia. La maggior parte tuttavia del lino , 
» a cagione della non curanza degli abitanti che non sanno 
» lavorarlo, si vende in ispecie ai mercanti di Bergamo, di 
» Salò, di Genova. La seta riesce così fina e perfetta, che a 
» gara vi concorrono gì 1 industriosi cittadini di Bergamo a 
» comperarla per fare della medesima un grande guadagno 
» smaltendola nella Francia, in Piemonte e in altre contrade 
» d'Europa i l \ » È innegabile che il territorio cremasco, an- 
che durante il regime veneziano, fosse dei più ubertosi, ed 
abbia migliorato nello sviluppo dell'industria agricola : ne 
l'anno testimonianza i molli fondi paludosi ridotti fin d'al- 
lora a coltivazione , ed il governo di molle acque regolato 
a vantaggio delle irrigazioni. Ma per rendere meglio prospe- 
rosa l'agricoltura, e il suolo cremasco, modello invidiato di 
floridezza quale è a' nostri giorni , conveniva spoltrire la 
infingardaggine dei possessori fedecommissarj colla famosa 
legge sei termidoro anno quinto; conveniva ne conseguisse 
quel riparto di beni immobili in maggior copia di proprie- 
tarj, che è pure gran benefìcio sociale. Il governo di Venezia 
rispettando le istituzioni fedecommissarie, non crediate che 
nel resto trascurasse lo sviluppo dell'agricoltura: l'anno 1556 
creò una magistratura di tre nobili detti provveditori sopra 
i beni incolti , incaricandola di promuovere la coltivazione 
dei terreni fin allora abbandonati, col dare scolo alle acque 



(1) Tentori. Saggio sulla Storia civile, politica ecclesiastica della repub- 
blica veneta. 



— 76 — 
stagnanti, costruir ponti e canali, facilitare l'irrigazione delle 
campagne. E nel 1765 istituiva accademie d'agricoltura in 
\arie provincic , ed una cattedra all'università di Padova 
di economia rurale, la prima che siasi veduta in Italia. A 
Crema si eresse un'accademia di agricoltura l'anno 1768 
e vi si mantenne fino alla caduta della repubblica veneta : 
fra i lavori della nostra accademia parecchi meritarono d'es- 
sere pubblicati sopra un giornale scientifico che stampavasi 
a Venezia i 11 , e fra i membri della medesima dislinguevasi 
il conte Annibale Vimercati Sanseverino, il quale ne fu pre- 
sidente per molti anni e si adoperò caldamente combattendo 
i vecchi pregiudizi che al progresso dell' industria agricola 
attraversavano la via. 

Industria. — Nel territorio cremasco l'agricoltura andò 
mano mano progredendo; l'industria invece, con moto al- 
trettanto retrogrado, volse in funesto deperimento. Fin dal 
secolo decimoquinto fiorivano in Crema non poche fabbriche 
di panni, di tele, di drappi. Quando i Cremaschi s'arresero 
ai Veneziani (1449), posero tra i patti della capitolazione 
che la repubblica non aggravasse d'imposta i tessuti che 
si fabbricavano nella città nostra: il senato vi annuiva. Ma 
non andò guari (1480) che i provveditori della città colpi- 
rono le manifatture di un' imposta comunale, del che que- 
relaronsi i tessitori e si opposero a pagare l'imposta, alle- 
gando a difesa l'immunità concessa loro nella capitolazione. 
Fra i tessitori di panni e lini ed il Municipio di Crema si 
accese una lite che durò circa un secolo e mezzo. Quando 
Crema cadde sotto il dominio del re di Francia, l'anno 1509, 
i tessitori levarono le loro lagnanze al senato di Milano ; 
chiesero lo sgravio dell'imposta comunale, e dimostrarono 
come sopprimendola avrebbero risentito vantaggio mille e 



(1) Giornale d'Italia spettante alla scienza naturale e principalmente al- 
igricultura, alle arti ed al commercio. 



— 77 - 

cinquecento persone esercenti in Crema le manifatture di 
panni e lini. 11 senato rigettò la domanda dei tessitori: ap- 
pellaronsi al re Lodovico XII, ed egli confermò la sentenza 
del senato. Ritornati i Cremaschi sotto il regime veneto, 
accalorossi più che mai la contesa dei tessitori col Muni- 
cipio : il senato di Venezia toglie a proteggere le ragioni 
del Comune , e gli concede facoltà di appaltare V imposta 
sulle manifatture : i tessitori si rifiutano di pagarla , e vi 
sono costretti giudizialmente con oppignorazioni e con la 
vendita dei pegni. L'anno 1565 anche la repubblica mette 
un'imposta sulle fabbriche dei drappi, esentuandone quelle 
soltanto dei velluti neri, e nel 1579 vieta sotto pena di 50 
scudi d'oro che in Crema si fabbrichino panni di lana o di 
canape^ 1 ). 

Sul principio del secolo decimosettimo i tessitori persiste- 
vano ancora nel ricusare al Municipio l'imposta: né potendo 
soltrarvisi per vie legali , trascorsero ad ostili dimostra- 
zioni verso i provveditori della città i 2) , i quali non sapendo 
come domarli, ricorsero Tanno 1608 per mezzi coattivi al 
senato. L'anno 1611 i tessitori (a Crema diceansi volgarmente 
Spolettini) tumultuarono contro i provveditori della città: 
il senato veneto, appena ne ebbe notizia, mandò a Crema, 
inquisitore straordinario, Lunardo Mocenigo, con l'incarico 
di far giustizia e ricomporre ogni controversia fra tessitori 
e Municipio. L'inquisitore Mocenigo, con processo sommario, 
condannò tre tessitori alla forca, e molti alle galere. Il Con- 
siglio municipale, soddisfattissimo della condotta del Moce- 
nigo, decretò si scolpisse in luogo pubblico lo stemma del- 
l'inquisitore che col supplizio dei tre Spolettini aveva ras- 
sodata in Crema la quiete. Allora quanti erano a Crema 

(i) Vedi i Zibaldoni cremaschi del Ronna. 

(2) Nel primo semestre del 1608 furono provveditori il conte Massimiliano 
Vimercati , Alessandro Cattaneo e il conte Flaminio Griffoni: nel secondo, 
Alessandro Cattaneo, Giovanni Battista Bernardi e Livio Benzoni. 



— 78 — 
operai nelle manifatture di panni e lino , atterriti dal pro- 
cedere del Mocenigo , emigrarono dalla città nostra , rifu- 
giandosi la più parte a Piacenza , né mai vollero ritornare 
a Crema per quante amnistie il senato veneto pubblicasse. 
Per tal modo, come osserva il Raccbetti ( { \ nò l'uno né l'al- 
tro dei partiti può dirsi rimanesse vincitore: non i tessitori, 
che pagarono colla forca e colla galera i loro moti sediziosi: 
non il Municipio, perchè avendo quelli sgombrato in massa 
da Crema, non potè più in appresso riscuotere sulle loro ma- 
nifatture l'imposta tanto pertinacemente pretesa. Sul sepol- 
cro dei tre infelici Spolettimi Crema può scrivere la necro- 
logia delle sue arti manifatturiere: l'inquisitore Lunardo 
Mocenigo vi arrecò il colpo di grazia , e non lardò la città 
nostra a risentirne i gravissimi danni. Notabile effetto ne 
fu il decrescimento della popolazione : la città di Crema 
nel 1587 contava dodici mila abitanti, nel 1670 poco più 
di sei mila. Di questa considerevole diminuzione il Ronna 
e il Racchelti concordano nell' accagionare non tanto la pe- 
stilenza dell'anno 1650, quanto le mancate fabbriche d'in- 
dustria manifatturiera. 

Una fornace o fabbrica di vetri era pure in Crema sui 
primordj del dominio veneto, a protezione della quale il 
senato nel secolo decimoquinlo concesse privilegi concer- 
nenti l'esenzione dei dazi pel trasporto dell'allume. E verso 
la metà del secolo scorso cominciò a rendersi famosa in 
Crema la fonderia di campane che ancora ammirasi oggidì, 
e procacciò un bel nome alla famiglia Crespi , la quale da 
cento e più anni continua a dar prove della sua non co- 
mune perizia nel formare ben assortiti concerti , fornen- 
done moltissime chiese sia della nostra , sia delle vicine 
Provincie ( 2 ). 

(i) Racchbtti nella Prefazione alla Storia genealogica delle famiglie nobili 
cremasche. Inedita. 

(2) Fra i concerti dì campane usciti dalla fonderia Crespi é riputato uno 



— 79 — 
Collegio dei signori mercanti matricolati. — Qui ram- 
menteremo come imperando la repubblica di Venezia esi- 
stesse in Crema il collegio dei mercanti matricolati, cui era 
affidata la giudicatura negli affari mercantili, in prima, se- 
conda e terza istanza. «Quest'onorevole collegio riconosce 
» T illustre sua origine dal lodevolissimo divisamento dei 
» savj padri della patria, spiegato nella parte presa il primo 
» genrìajo 1451 dal generale concilio di cento eletti a pro- 
» muovere il ben essere e decoro di questa nostra città, al 
» quale ben augurato patrio disegno avendo annuito la 
» clemenza sovrana con proprio rescritto 14 maggio 1454, 
» potè l'assentito collegio aprire il suo foro ed ergere il suo 
» privilegiato tribunale! 1 ).» Formavano il giudizio di prima 
istanza due cousoli assistili da un giurista dello consultore: 
i consoli creavansi dal Consiglio municipale di Crema, come 
quello che istituendo il collegio si riservò la prerogativa 
della nomina dei consoli, e di approvare i mercanti matri- 
colati. Ordinariamente i due consoli eran nobili, imperocché 
non pochi del patriziato inscrivevansi al collegio dei mer- 
canti onde fruirne i privilegi del foro nei loro affari. L'ap- 
provazione dei mercanti matricolati facevasi dal Consiglio 
municipale ogni tre anni, ed erano per sempre discacciali 
dal collegio quei mercanti i cui libri si fossero trovati in 
frode. La giudicatura in seconda istanza componevasi di 
quatlro spettabili mercanti matricolali detti sopraconsoli, 
eletti anch'essi dal Consiglio municipale, però annualmente. 
La giudicatura in terza istanza competeva ad altri tredici 
mercanti matricolati , la cui elezione seguiva nel tempo e 
modo come dei sopraconsoli. I tredici spettabili inlitolavansi 
consiglieri, e nel loro ufficio di giudizio definitivo di seconda 



dei migliori quello della cattedrale di Crema,, lavoro che il valente artefice- 
Domenico Crespi esegui nell'anno 4 753. 

Il Antonio Ronna nel Zibaldone cremasco dell'anno 1791. 



— 80 — 
appellazione rappresentavano tutto il collegio. Le leggi con 
le quali quel corpo collegiale pronunciava sentenza , non 
che le norme per procedere legalmente innanzi le tre giu- 
dicature, attingevansi agli statuti del foro mercantile di Bre- 
scia: ne giuravano l'osservanza nell'atto di assumere l'uffi- 
cio loro i due consoli, i quattro sopraconsoli, e gli spet- 
tabili signori Tredici. 

Da quanto abbiamo testé narrato apparisce che la mer- 
catura e le arti manifatturiere prosperavano in Crema nei 
secoli decimoquinto e decimosesto. Ci è grave pensare co- 
m'esse sieno poi cadute in deperimento. Crema, la brillante 
cittadella che un tempo allietavasi di un' abbondante ed 
operosa popolazione, vivificata per movimento e ricchezza 
industriale, è amaro l'osservare in quale deploranda condi- 
zione traboccò in appresso. Il continuo decrescere della 
popolazione, le vie della città rese squallide e disabitale, la 
numerosa poveraglia che ad ogni tratto ti si affaccia a far 
mostra de' suoi cenci e dell'ozio cui è condannata , sono 
funeste conseguenze delle mancale manifatture , una volta 
dovizia ed ornamento della città nostra. Oggidì un forastiero 
che il caso balestrasse a Crema, aggirandosi per le sue vie 
deserte e mute, rimane colpito da un sentimento di mesti- 
zia, come se si trovasse in paese che un morbo pestilenziale 
ha sterminato. 

La rovina dell'industria manifatturiera in Crema noi as- 
segnammo all'anno 1611, quando in massa migrarono dalla 
città nostra i tessitori : tuttavia i sintomi del suo decadi- 
mento scopronsi prima ancora di quell'anno. Nel 1549 il 
cavaliere Michele Benvenuti, recitando nel duomo di Crema 
un'orazione, ruppe nelle seguenti parole, con le quali egli 
credeva di tessere un elogio alla patria sua: «Gran splen- 
» dorè a me pare che dieno a Crema le numerose famiglie 
» dei cittadini , i quali non bruttandosi le mani nelle arti 
» meccaniche , lietamente godono di quello che gli rende il 



— 81 — 
■ loro piccolo campo. felice vita di coloro ai quali ha 
» voluto concedere Iddio che possino senza travagliarsi , 
» comodamente vivere dei frutti dalla terra prodotti!. . . . 
» Ma motto più si dimostrano magnanimi questi cittadini i 
» quali non si dilettano con nuovi traffichi ad accrescere 
» ricchezze e accumular tesori, ma del loro patrimonio vi- 
» vono conlenti e si confidano nella bontà del clemente 
» Padre vM.» 

Queste parole del cavalier Benvenuti palesano quali idee 
sul commercio e sull' industria volgessero fin d' allora nel 
cervello dei patrizj: essi tenevano a vile le arti meccaniche 
magnificando il dolce far niente dei possidenti, funesto pre- 
giudizio che nel patriziato lombardo inocularono gli Spa- 
gnuoli. Per amore di verità ci è forza confessare che i nobili 
hanno influito non poco a spegnere la vita industriale che 
una volta animava cotanto la città nostra ( 2 ). Sotto il resei- 

fu 

mento dei Veneziani, essendo il patriziato che a Crema re- 
golava i negozj del Municipio, esso, non che proteggere, av- 
versò ostinatamente chi applicavasi alle arti manifatturiere, 
fino a tanto che col processo istituito dall'inquisitore Moce- 
nigo riuscì a condurre in trionfo le sciocchissime idee delle 
quali si era allora imbevuto in Lombardia il volgo illustris- 
simo degli oziosissimi magnati. E l'inerzia s'inviscerò dappoi 
nella popolazione cremasca, la quale, oltre il danno, ebbe a 
patirne biasimo. Nel 1750 l'inquisitore Vetlor DaMosto, in 
una relazione che intorno a Crema fece al doge di Venezia, 
punse i padri nostri con le seguenti espressioni: «A Crema 



(1) Quest'orazione di Michele Benvenuti con altre venne di nuovo pub- 
blicata dal prole Solerà nella ristampa da lui fatta eseguire della Storia del- 
l'Aleniamo Fino. 

(2) Nel secolo scorso per poter entrare nel Consiglio municipale di Crema, 
volgarmente detto Concilio nobile , conveniva aver la menoma ingerenza nella 
mercatura. — Notizia che desumiamo dalla Discussione del cittadino Antonio 
llonna, giustificativa il governo del venerando Spedale degli infermi di Crema. 

Voi. II. 6 



— 82 - 
» i popolani pieni di vizj , e li nobili non curanti e ncgli- 
* genti, lasciano che il fruito dei lini ed anche quello della 
«seta, che non è così poca, passi ad arricchire li confinanti 
» territorj , senza curarsi punto d'introdurre alcun edifìcio 
>• o lavoro che dia riputazione al paese f".» E sullo scorcio 
del secolo medesimo un egregio Cremasco lamenlavasi del- 
l' indolenza industriale del suo paese sclamando : « Così 
« fossero ancora in Crema quelle case e famiglie illustri 
» che unissero saviamente allo splendore delle magistrature 
» la lodevole sopraintendenza ai fondachi dell' attiva loro 
» mercatura , e alle fabbriche ed edifizj di varie manifatture 
» coi loro capitali eretti e mantenuti l 2 : esse somministre- 
» rebbero impiego a tanti operaj nazionali che marciscono 
« nell'ozio e nell'inopia perchè forse per tutti essi non v'è 
«da occuparsi in quelle poche arti meccaniche che ancor 
» qui sussistono perchè assolutamente necessarie, ed invite- 
» rebbero tanti altri da estere contrade che o ammaestras- 
si sero o ajutassero i nostri nel raffinamento e nel gusto dei 
« più giudiziosi lavori. Pare incredibile che in un pase ab- 
« bondante di lini finissimi e di sete di prima qualità o non 
« vi sieno, o se pur ve ne sono, non rendansi vigorosamente 
» operosi quegli edifizj che pur si ammirano in copia ove 
» mancano questi preziosi prodotti che vi si attirano con 
» tanto dispendio per li trasporti e per li dazj. Intendenti 
« e facoltosi concittadini , permettete di grazia che un sin- 
» cero amico della patria vi supplichi a promovere tanti beni 
» nella nostra città , quanti ve ne saprà suggerire il genio 
» di rendervi utili alla società. E dacché naturalmente siete 
» mossi dalla misericordia verso i poveretti, e dacché la filo- 
» sofìa vi ha ora cotanto illuminati, adoperate i vostri lumi 

(i) Parole riportate dal San se ver ino nella sua Opera, Notizie statistiche e 
agronomiche intorno alla città di Crema e suo territorio. 

2) Da queste parole desumesi come la. nobiltà cremasca prima del secolo 
deciniosesto non soltanto favoreggiava la mercatura ma \i prendeva parte. 



— 85 — 
» e i vostri danari a rendere questo importante servizio alla 
» patria coll'intavolare ed eseguire concordemente dei piani 
» di attivo commercio per trarre dalla viziosa inerzia tanti 
» scioperati i quali, messi al lavoro, porterebbero dei vantaggi 
» indicibili e incomputabili: laddove oziando non portano che 
» peso a voi , calamità alle proprie famiglie e ribrezzo ai 
» passaggeri, osservatori compassionevoli della languidezza 
» e della deficienza del commercio e delle arti in questo 
» paese che ogni ragione vorrebbe si avesse a riputare at- 
» tivo ed opulento. Anziché colle costanti e generose vostre 
n limosine mantenere sulle bettole e ingolfare negli stravizzi 
» questi poveri che potrebbero esser utili artieri , rendeteli 
» salutarmente operosi coll'impiantare una casa di lavoro 
» col cumulo delle unite risparmiate elemosine, dove senza 
» stento si trovino sotto buona disciplina mantenuti ed oc- 
» cupati pel proprio bene, per esempio altrui , pel decoro e 
» lustro della patria , e pel quieto vivere della società. Oh 
» quanto così sarebbero profìcue le vostre limosine, e non 
» vi vorrebbero molli anni a rimettere Crema in quello stato 
» di commercio in cui si trovò quando i vostri maggiori erano 
» penetrati da questo nobilissimo spirito di industria e di 
» traffico che forma la vera e sicura ricchezza di qualunque 
« nazione. Se il genio ed il vantaggio vi ha resi tanto assidui 
« e industriali per rendere lodevolissimamente in ogni parte 
n del territorio fruttifera l'agricoltura, entri negli animi vo- 
« stri anche lo spirito ragionatamente fervido per introdurre 
» nuove arti e manifatture, e per rendere lucrosa ed indu- 
m sire anche quella parte di popolazione che in oggi forma 

» miserabile oggetto di tristezza e calamità • 

Così scriveva Antonio Ronna sopra il Zibaldone cremasco 
dell'anno 1791, svelando piaghe incancrenite nella sua terra 
natale , e invocandovi efficaci rimedj. Sventuratamente le 
savie ed eloquenti parole di quell'ottimo nostro concittadino 
non hanno fruttificato i miglioramenti ch'egli anelava. Crema 



— 84 — 
rimane luliora straniera al gran movimento commerciale che 
all'epoca nostra signoreggia tuli' Europa. Colse nel vero Fau- 
stino Vimercati Sanseverino scrivendo con gentile ironia( J >: 
« UnCrcmascosisente felice, come il saggio d'Orazio, quando 
>» lungi da ogni traffico, libero da cure, può possedere un 
» poderetto che gli basti a vivere onestamente colla propria 
» famiglia, nò mai oserebbe avventurare questo suo tran- 
» quillo presenle nelle grandi vicissitudini ed emozioni del 
» commercio » . Ma il Cremasco ama pure d'immenso amore 
ìa sua terra nativa, e ne ambisce la prosperità ed il lustro, 
sicché abbiamo ragioni di confidare che in avvenire coglierà 
occasioni per renderle la ricchezza e l'antico onore di citlà 
manifatturiera. 

Clero. — Occuparono la sedia vescovile di Crema patrizj 
veneti e nobili di provincia, dal Cardini in fuori, il quale 
essendo ignobile, venne dal patriziato cremasco accollo con 
segni di malcontento! 2 ). Nobili pressoché lutti erano i ca- 
nonici componenti il Capitolo: però talvolta vi si ammette- 
vano anche dei popolani che si distinguessero per ingegno 
o per illibatezza di costumi. Eravi pure in Crema un arci- 
diaconato, prelatura onorifica ma di parala più che altro e 
con pingue beneficio: anche questa se l'ingojavano i nobili. 
La diocesi di Crema offriva copia di prebende e di lauti 
beneficj, perciò abbondava di preti: in numero proporzio- 
natamente superiore d'assai \i formicolavano i frati. 

Chi argomentasse la religiosità di un paese dal numero 
delle persone addette al divin cullo e dalle esteriori apparenze, 
avrebbe giudicalo Crema citlà esemplarmente religiosa: qui, 



(1) Notizie statistiche ed aQionoihicl<e intuivo alla città di Crema e suo 
(et ritorto pubblicale dal Sanseverino l'anno 1843. 

\-i) Si rammenti il lettore che in questo capitolo noi ragioniamo rìi Crema 
ni lempi del veneto reggimento, e che i tre vescovi successi al Cardini appar- 
ii nuuiio ad olir' epoca. Che il Cardini sia stalo accolto in Crema assai fred- 
.:;.i;h i.te Io dice Gian Ballista Terni nel suo manoscritto di Memorie patrie. 



— 85 — 
enlro piccolo cerchio, dieci conventi di frati, selle di mona- 
che : qui un continuo affaccendarsi nelle sagrestie ed un 
succedersi interminato di tridui e di novene, e nelle solenni 
processioni pompeggiare cocolle a varj colori , volti severi 
di regolari atteggiati a serafica espressione , e il popolo 
riverente alla maestà delle loro barbe, e i ricchi si reca- 
vano ad onore d'ospitare nelle loro case e proteggere quali 
il cordone di s. Francesco , quali le bianche divise dei do- 
menicani, od altre. Ma oramai nissuno ignora che ove troppi 
gli ecclesiastici , pochi sono i buoni : i pontefici medesimi 
lamentarono la strabocchevole affluenza dei regolari nei 
conventi siccome un motivo della loro corruzione. Nel ter- 
ritorio cremasco vi furono domenicani, canonici laleranesi, 
agostiniani, cistercensi, frali del terzo Ordine di s. Fran- 
cesco, carmelitani scalzi, carmelitani dal cappel nero, fran- 
cescani conventuali, frali minori osservanti di s. Francesco, 
chierici regolari barnabiti, e anticamente i padri umiliali e i 
crociferi (*). Quasi tulli piantaronsi nel suolo cremasco prima 
ancora che se ne insignorissero i Veneziani. È noto come 
avessero origine nel medio evo , semenzajo di fraterie , e 
come i loro conventi impinguassero con lasciti e donazioni 
di ricchi gentiluomini: alcuni dei quali, perchè buoni, spe- 
ravano, donando ai frali, di procacciarsi una scorciatoia al 
paradiso : altri , non per illuminata pielà , ma per calcolo 
d'interesse, giunti al fine d' una vita scioperala, credevano, 
col largheggiare a religiose corporazioni, di fare ammenda 
delle loro ribalderie. Nelle donazioni quasi un patto espri- 
mevano per rimedio dell'anima mia, oppure acciocché Dio 
mi renda il cento per uno 3 o a scarico dell' anima del 
padre e dell'avo, come fece Tomaso Vimercali lasciando 
agli agostiniani una pingue eredità , composta di beni che 
il padre e l'avo suo avevano adunali con pubbliche usure. 

(1) Intorno alle fraterie ch'erano in Crema, vedi un articolo neir Ap- 
pendice. 



— 86 — 

Ci guarderemo dallo scrivere la salirà dei frati: sui loro 
chiostri fulminarono già penne più vigorose di mollo che 
non la nostra, e non sempre temperale da una critica sag- 
gia ed imparziale. Nei capitoli antecedenti noi , ad onore 
del vero, abbiamo rammentati parecchi regolari salili in 
riputazione d'ingegno e di santa vita. Ora però ci corre 
obbligo di mostrare con le cronache alla mano alcuni disor- 
dini che produceva in Crema V affollamento di tante reli- 
giose corporazioni, affinchè se taluno ama davvero mante- 
ner rispettale le insegne della cattolica religione, non im- 
prechi alla mano dissipatrice di quelle nidiate di frali e mo- 
nache che vedevansi , non sono ancor sessantanni, in ogni 
canto della città nostra. 

Apparisce dalle cronache cremasche che le corporazioni 
religiose non simpatizzavano fra di loro gran fatto, e, peggio 
ancora, erano venule in uggia al clero secolare, col quale 
spesse volte conlesero acerbamente per gare d'interessi, per 
gelosie di giurisdizione. Costumavano i frali procacciarsi 
clientele nei ricchi, quindi frequentavano le case signorili 
ove esercitando ufficj spirituali, beccavano elargizioni e la- 
scili pei loro conventi. Sovra ogni cosa, ai preti sapeva male 
che tante famiglie di facoltosi stabilissero le loro sepolture 
nelle chiese dei frati, imperocché ciò scemava i proventi dei 
moriorj ai parrochi, ai quali non restava che una piccola 
porzione di cera. Più d'una volta, tenzonando sui diritti di 
sloia nera, preti e frati s'incocciarono e invelenirono cotanto 
nei loro puntigli, da rinnegare quella cristiana mansuetudine 
che predicavano nel Vangelo. Ne addurremo esempj. 

» Era già d'alcuni mesi stato ferito Mario Marabollo mor- 
» talmente nelle Beccherie di s. Chiara. Questo, così ferito, 
» corse nel monastero ivi vicino di s. Francesco, ove, con- 
» fessalo da quei padri , morì. Lo vollero quei padri sep- 
» pellire ancorché loro s'opponessero li canonici del duomo, 
» ai quali si aspettava quel cadavere , essendo di parroc- 



— 87 - 
» chiano a caso colà morto : si pose il negozio in lite , ma 
« perchè i padri allegarono per sospetto il reverendissimo 
» vicario Cesare Vimercati arcidiacono, ne vollero da lui es- 
n sere giudicati, si tirò la causa a Roma ove dopo quattro 
» mesi fu dalla Congregazione sopra il Concilio di Trento 
» stabilito che i padri fossero condannati a restituire quel 
n cadavere, con tutti gli emolumenti per cagion di quel fu- 
»» cerale acquistali. Alti 8 di gennajo (1660) li padri fran- 
» cescani finalmente si acquietarono alla decisione dei car- 
» dinali interpreti del Sacro Concilio di Trento, e restitui- 
» rono il cadavere già sepolto di Mario Marabotto : onde 

* concorse tutta la città a veder cosa non più vista , cioè 

* che si disseppellisse, dopo otto mesi di sepoltura, un ca- 
» davere, e si restituisse a chi de jure si aspettava,» Così 
l'abate Canobio nella sua Cronaca all'anno 1660. E sul 
Diario del padre Zucchi leggiamo che nel luglio del 1720 
morì Giambattista Dornetli, prevosto di s. Giacomo, dispo- 
nendo nel testamento s'invitassero al suo funerale i frati 
di s. Domenico, di s. Francesco, di s. Bernardo, non che 
i prebendari della cattedrale. Questi pretendono che i re- 
golari vadano processionalmente a levarli dalle sedie loro : 
i frali vi si rifiutano e recansi direttamente alla chiesa dì 
s. Giacomo. I prebendari vi si portano anch'essi colla loro 
croce, ma indispettiti ritengono in duomo, per vendetta, le 
cere che dovevansi ai frati distribuire. Né a questo si re- 
strinse la vendetta pretina. Esciva il funebre corteggio dalla 
chiesa sfilando verso la casa del defunto, quando i preben- 
dari, con un tratto di strategia, tentano per sorpresa d'esclu- 
dere dalla processione i regolari. Essi allora montano sulle 
furie, si scagliano addosso ai prebendari, ne spezzano Fasta 
della croce, e si danno a tempestar loro le spalle con vigorose 
busse. I prebendari procurano di schermirsi e ricambiare 
i colpi, sicché accendesi la più scandalosa delle baruffe tra 
preti e frati sulle soglie della chiesa, presente gran folla di 



- 88 - 
gente accorsa a quel funerale. Gli eroi di quella zuffa furono 
i frati , ed a loro toccò la vittoria: lo che desumiamo dalle 
Memorie dell'abate Tintori , il quale scrive che nel menar 
le mani si distinsero sopratulto un certo padre Marchi , 
ed un zoccolante. Sedate le ire, continuaronsi le funebri 
cerimonie cui i prebendarj dovettero assistere assai mal- 
conci dalle percosse e senza croce. Struggendosi ognor più 
di vendicarsi , i prebendarj si ostinarono nel ricusare le 
cere ai frati, ond'essi rielamando giustizia ricorsero ai tri- 
bunali. La lite fu portata a Venezia, e di là rimessa a Crema 
perchè ne giudicasse il podestà. La sentenza emanossi in 
favore dei frati : si condannarono i prebendarj non solo a 
rilasciare le cere , ma a mandarle nei conventi di quei re- 
golari cui erano dovute. 

Altra somigliante contesa riferisce il Zucchi, avvenuta 
Fanno 17ol all'esequie del canonico Vicenzo Dotti. Non 
sappiamo qual effetto producesse sull'animo della popolazione 
questo frequente accapigliarsi di preti e frali che il decoro 
della loro divisa prostituivano pubblicamente all'ingordigia 
di pochi moccoli, a vanitose pretese di supremazia. Certa- 
mente non erano lezioni di morale cristiana eh' essi con 
siffatto procedere insegnavano; rallegriamoci col secolo no- 
stro che, diradando il numero degli ecclesiastici, ne minorò 
i litigi , le scostumatezze e il mal esempio. 

Monache. — Altri disordini occasionavano nel clero le 
monache: i loro monasteri un tempo erano sottoposti quali 
ai sacerdoti , quali alla disciplina dei regolari , perciò nei 
chiostri delle reverende suore si pettegoleggiava non poco, 
parteggiando ehi per le tonache, chi per gli azzurri colla- 
retti. Oltre di che il patrocinio degli ecclesiastici sulle clau- 
strali produsse certi scandalosi abusi che il lettore saprà 
ben indovinare; a noi basterà il dire che per estirparli ne- 
cessitò affidare tutte le monache alla custodia dell' Ordi- 
nario. Dicemmo già come a Crema fossero sette conventi 



— 89 — 
di monache v 1 ': il più ragguardevole era quello delle mo- 
nache di s. Maria Mater Domini, ov'enlravano donzelle di 
famiglie patrizie, e mandavansi nobili fanciulle ad educare. 
Ora non ne esistono più tracce: il governo austriaco mutò 
quel monastero in uno stabilimento militare detto degli Stal- 
loni erariali , destinalo a migliorare le razze dei cavalli f$). 
Strana metamorfosi! divenne palestra d'amore a focosi de- 
strieri queir inviolabile recinto ove un tempo s'udivano i 
canti religiosi di vergini claustrali che forse cercavano nella 
preghiera conforto a quella vita di sterile abnegazione cui 
le più erano condannale dai calcoli e dalla durezza dei 
loro genitori ! 

Giacché siamo sul ragionare di monache, diremo esservi 
slata un'epoca in cui ai loro chiostri insidiava Amore: non 
sappiamo se nudo come lo dipingevano i Greci ed i Romani, 
o se coperto petrarchescamente di candidissimo velo. La 
Cronaca del nostro abate Canobio parla più d'una volta di 
Moneghini, così chiamati perchè piacevansi di amoreggiare 
le monache nei parlatoj. Riporteremo sul conto loro le pa- 
role medesime del Canobio ; il lettore giudicherà poi che 
razza d'amanti fossero cotesti Moneghini. « Uscì da questi 
«giorni (settembre 1657) un editto di monsignor vescovo 
» Badoero che faceva caso riservato alla sua persona sola 
» l'assoluzione di quelli che, non essendo padri o fratelli di 
» monache, osassero senza averne licenza in istampa sotto - 
« scritta di pugno da esso monsignor vescovo andare a par- 
» lare con esse monache: e perchè in esso editto s'implo- 
» rava anche il braccio secolare , perciò pochi giorni dopo, 
» eziandio il podestà Mocenigo fece , in conformità di tale 
?» editto, un proclama severissimo in tal materia: onde da 
» qui si argomentò che ambo essi, vescovo e podestà, carn- 



ei) Intorno alle monache ch'erano in Crema -vedi l'articolo nell'Appendice. 
(2) Questo stabilimento cessò in Crema l'anno Ì848. 



— 90 — 
minassero d'accordo in siffatto negozio, cosa che assai di 
rado si suol vedere accadere. Snidaronsi in lai euisa dai 
parlatoj di dette monache certi perpetui falchetti che di 
continuo colà stavano sul covo.» Ed altrove, all'anno 1659: 
Spiccò fra le altre azioni del nuovo rettore Capelli, la ri- 
soluzióne di snidare dai parlatoj delle monache certi uc- 

> cellazzi che sempre quelle infestavano : onde ne furono 
scolti ed imprigionati alcuni che divenendo favola dei ri- 

> dotti e delle piazze, oltre il male e le beffe, diedero mi- 

• scro esempio agli altri d' astenersi da luoghi e da vezzi 
non convenienti a persone massime religiose L'ol- 

» tava dei Santi finalmente segui respedizione del canonico 

> Barbetta retento già sei mesi per Moneghino, e dopo sei 

> mesi, della presentazione de' suoi correi, cioè il canonico 
Franzini, prevosto Bovio, ed Antonio Monteslini. Il cano- 

• nico Barbetta fu relegato due anni ad Asola, il canonico 
» Franzini due anni a Legnago, e Fausto Verdelli due anni 
» a Peschiera : e gli altri , prevosto Bosio, commendatore 

• Verdelli ed il suddetto Monteslini, assolti, con questo però 

• di dar sigurtà di non andar più a monache sotto taglia 
i toties quoties di cinquecento ducati: e le due donne che 

• avevano servito ad essi Moneghini di messaggere, una ban- 

• dita cinque anni e 1' altra tre, fuori della città. Per fa- 
vorirli maggiormente Sua Eccellenza non diede a niuno 
di essi tempo di torre nemmen l'addio dalle dilette, ma 
volle che alla sfilala usciti dalla consegna, uscissero anche 

«dalla città, ove poi dovevano, tempo un mese, portarsi 
» al confine. » 

Ad onta di queste severe punizioni l'anno 1662 comin- 
ciava a ripullulare l'abuso quasi estinto dei Moneghini i { ) 
e due altri ne furono catturati a s. Chiara. Noi abbiamo 
voluto far cenno dei Moneghini acciocché il lettore ricono- 

(1) Ca.nobio. Proseguimento alla Storia dell' Alemanio Fino. 



— 91 — 
sca i disordini che nascevano in tempi ove di troppo si pro- 
vocava il celibato, ed anche a rinfaccio di taluni che, deplo- 
rando l'immoralilà del secolo nostro, ribramano le religiose 
istituzioni che soprabbondavano nei passati. 

Ufficio della santa inquisizione. — Chiuderemo il discor- 
so intorno agli ecclesiastici accennando l'ufficio della santa 
inquisizione , introdotto in Crema 1' anno 1614- ed affidato 
ai padri domenicani! 1 ). Inquisizione! è ormai divenuta pa- 
rola d' orrore e d' abbominio : pure negli Stati veneti era 
piuttosto uno spauracchio che un tribunale di sangue e di 
terrore. Voltaire, il vero esagerò, vezzo di quel mordace 
ingegno, quando all'abate Bettinelli, che lo invitava a Ve- 
rona, rispose : non mi garba venire in paese ove alle porte 
della città sequestrano i libri che un povero viaggiatore 
ha nella sua sacca: non posso aver voglia di chiedere a 
un domenicano licenza di parlare , pensare , leggere. 11 
governo di Venezia, onde Y ufficio della sacra inquisizione 
per zelo di severità non trasmodasse, lo imbrigliò, dispo- 
nendo non potesse l 1 inquisitore né catturare né giudicare 
gli accusali senza il concorso e l'assenso delle autorità ci- 
vili. Le accuse ordinariamente cadevano sull'osservanza 
delle feste , sul mangiar grasso al venerdì e al sabato , o 
butirro ed ova in quaresima , ridersi dei predicatori , dir 
bestemmie ed eresie. L'inquisitore, per ìscaricarsi in parte 
dell'odiosità che pesava sul di lui ministero, soleva nei pro- 
cessi farsi assistere da consiglieri cerniti fra gli altri ordini 
religiosi : nondimeno l'arcano in cui s'avvolgevano que' pro- 
cessi, le forinole dei giuramenti che si richiedevano dai te- 
stimoni, il misterioso contegno dei giudici, e la voce che il 
diavolo compariva nella camera dell'inquisitore, mettevano 
spavento nell'animo della plebe: non già dei facoltosi e dei 
nobili, i quali procacciandosi a denaro la protezione del po- 

(I) Prima del 1014 i Cremaseli! erano soggetti all'inquisizione di Piacenza. 



— 92 — 
desta , senza il cui intervento non avevan luogo processi , 
ben sapevano che avrebbero trovalo modo di sguizzare dalle 
mani dell'inquisitore, o che assai difficilmente gli avrebbe 
ghermiti. Così, a mo d'esempio, sul finire del secolo scorso 
il marchese Gian Matteo Obizi , uomo di sgovernati costumi, 
corse pericolo d'essere processato dall'inquisitore per aver 
fatto seppellire un cane con tutte le cerimonie ecclesiastiche. 
Ma l'accorto marchese offrì al podestà una grossa somma 
dicendogli : questa lasciò a Vostra Eccellenza il mio cane 
come legato nel suo testamento: il podestà acceltolla , e 
l' Obizi scansò il processo (*). 

Al tribunale della santa inquisizione era pure affidata la 
censura ecclesiastica sui libri: raccogliamo dal Tintori come 
si usasse ancora verso la metà del secolo passato abbruciare 
entro bolli i libri proibiti, sulla piazza di s. Domenico avanti 
la porta maggiore della chiesa, nel giorno dell'Invenzione 
della Santa Croce, dopo che il padre inquisitore aveva can- 
tata la messa. 

Qui osserveremo come i Veneziani avessero adottala una 
politica che temperava nei loro Stati la podestà ecclesiastica, 
influentissima in altre terre d'Italia, ove sovente si rese 
vessatrice ai governi colle sue prelese, talvolta spaventosa 
ai popoli coll'indiscreto sindacato sulle coscienze e co' suoi 
roghi. L' aristocrazia veneta sapeva ben distinguere altro 
essere religione, altro i particolari interessi de' suoi ministri 
e rappresentanti: quella riveriva, questi infrenava affinchè 
non trascorressero in esorbitanze e non formassero nella 
repubblica uno Stato nello Stato. 11 governo di Venezia, 
quantunque ossequioso alla regione cattolica che professava, 
non permise che le prerogative della curia romana e degli 



(1) Questa ed altre vicende del marchese Gian Matteo Obizi leggonsi iti 
un opuscoletlo intitolato le Notti di Francesco Assandri, che vuoisi opera 
del celebre avvocalo Giuseppe Marocco, milanese. 



— 95 — 
ecclesiastici si estendessero di troppo ne' suoi dominj: av- 
visò il pericolo che gl'interessi del clero inceppassero o le- 
dessero l'ordinamento politico della repubblica alla cui so- 
vranità non soffrivansi ostacoli o limitazioni. La Chiesa 
nello Stato , non lo Stalo nella Chiesa , ecco il principio 
con cui sembra che gli aristocrati di Venezia timoneggias- 
sero la repubblica, gelosi com'erano di mantenersi indi- 
pendenti e di guarentire la tranquillila ai governali. Pro- 
cedendo con tale principio, i Veneziani tenevano nei loro 
Stati la gerarchia ecclesiastica siccome suddita, anzi ne invi- 
gilavano la condotta con leggi speciali. Nella repubblica 
gli ecclesiastici erano esclusi da ogni maneggio nelle cose 
pubbliche: i conventi non potevano avere un superiore che 
non fosse suddito veneto: le religiose corporazioni soggette 
all'ispezione dei pubblici magistrali: affidata al Consiglio 
dei Dieci la suprema vigilanza sugli ordini religiosi. Oltre 
di che Venezia spingevasi a tanto da sospendere una bolla 
pontificia che non piacesse al governo: sospendevansi im- 
mediatamente, riguardo agli effetti civili, le scomuniche 
degli ordinarj quando un cittadino se ne appellasse : era 
cacciato in bando o in carcere quell'ecclesiastico, foss'an- 
che vescovo, che facesse eseguire una scomunica del pon- 
tefice senza aver prima ottenuto il consenso del governo: 
annullali più d'una volta i testamenti a favore di religiose 
corporazioni, quando gli eredi legittimi se ne querelavano 
allegando la frode o la morale violenza usata al testatore. 
Notammo al capitolo tredicesimo le leggi con cui la repub- 
blica veneta proibì si ergessero nuove chiese, ed alle so- 
cietà religiose di accettare sostanze in donazione o per te- 
stamento senza il consenso del senato : notammo altresì 
come queste leggi attirassero su Venezia, regnando Paolo V, 
i fulmini del Valicano: v'aggiungeremo, che essendosi in 
quell'occorrenza i gesuiti dimostrati caldissimi difensori 
delle pretese pontificie, il governo di Venezia proibì con 



- 94 — 
proclama ai sudditi di mandare i figli ad educare nelle 
scuole dei gesuiti. Molte altre disposizioni del veneto se- 
nato noi potremmo allegare, le quali proverebbero, come 
la podestà ecclesiastica, formidabile un tempo a tutta Europa, 
abbia trovato nell'imperturbabile fermezza dell'aristocrazia 
veneta chi in terra italiana le tarpò le ali. Ma le poche 
che accennammo ci sembrano sufficienti a chiarire la con- 
dotta indipendente del Governo di Venezia riguardo agli 
ecclesiastici. Scrittori gesuiti ed altri partigiani della corte 
romana, sfogando il loro odio contro l'aristocrazia veneta, 
sbracciaronsi a persuadere che la politica di Venezia offen- 
deva la maestà della cattolica religione. Certo offendeva i 
loro interessi materiali , ma che ne soffrisse la religione 
di Cristo noi non osiam dirlo , perocché ci confessiamo 
incompetenti a pronunciare giudizj in quistioni di simil 
genere. La storia però , la quale tiene conto delle soffe- 
renze dei popoli, la storia che tramandò alla commisera- 
zione dei posteri la memoria di tante vittime sagrificate 
barbaramente per religioso fanatismo, noterà pur sempre 
ad onore del governo di Venezia aver egli , col frenare 
il clero, preservato i suoi dominj da religiose turbolenze, 
ed impedito che ministri di una religione tutta amore 
v 7 innalzassero dei roghi , come furon visti in altri paesi 
ove i popoli obbedirono tremanti a due poteri. 

Dopo queste osservazioni, taluno forse meraviglierà che 
i Veneziani non pensassero a diradare i conventi che nei 
loro Stati, al pari che negli altri , esuberavano, proceden- 
done frequenti disordini e scandali. Se gli aristocrali di 
Venezia si restrinsero a invigilare gelosamente sulla con- 
dotta del clero, se non usarono verso la podestà ecclesia- 
stica una politica aggressiva , paghi di contenerla entro 
certi confini affinchè non ne derivasse nocumento alla po- 
destà civile, erano a ciò fare consigliali da prudente mo- 
tivo. Premeva ai Veneziani di non rompere in aperte osti- 






— 95 — 
lità colla Corte di Roma, premeva di riconciliarsi dignito- 
samente con lei ogniqualvolta sorgessero litigi, perocché, 
minacciati continuamente dalle armi mussulmane, avevano 
bisogno della poderosa voce del pontefice il quale eccitasse 
i principi della cristianità a soccorrere la sovrana dell'Adria 
ne' suoi pericoli, e a far causa comune contro quelle orde 
barbariche che miravano a crollare la civiltà europea 
surrogrando a Cristo , Maometto. 

1 Nobili. — La nobiltà delle provincie venete era dalla 
repubblica considerata come popolo suddito : nondimeno 
quantunque spoglia, al pari della plebe, d'ogni sovrano 
diritto, formava una classe segregata, influenlissima nel 
regolamento amministrativo delle provincie. Vedemmo la 
nobiltà cremasca arrogarsi tutte le più importanti cariche 
del Comune coir escludervi i popolani: piena di albagia, 
parodiava in Crema V ambizione , i costumi , il fasto su- 
perbo degli aristocrali di Venezia : parodia ridicola , im- 
perocché quelli fruivano i diritti di sovranità , mentre i 
nobili di provincia erano nulla più che sudditi stemmati. 
Eppure, a Crema, un provveditore pavoneggiavasi come se 
fosse procuratore di San Marco, e i nobili andavano petto- 
ruti di componessi il Concilio municipale, più che i pa- 
trizj veneti d'essere inscritti sul libro d'oro. Alimentavano 
la burbanza del nostro patriziato i pregiudizi di quell'età, 
la ricchezza assicurata in perpetuo alle nobili famiglie da 
istituzioni fìdecommissarie, l'educazione, un cieco e tradi- 
zionale rispetto dei popolani agli illustri cognomi. Primeg- 
giare, far monopolio delle pubbliche magistrature, sceverarsi 
da quelli che non considerava suoi pari, e loro non con- 
cedere che un sorriso di protezione, trascorrere in super- 
chierie ove difettasse d'altri mezzi per sostenere i suoi 
puntigli: ecco i vizj diventati quasi un istinto della nobiltà 
cremasca, dominando la repubblica veneta. Dal contatto 
della plebe sfuggiva come se temesse restarne conlaminala: 



— 96 — 
v'erano ridotti, botteghe da caffè, posti nelle chiese inacces- 
sibili ai popolani, volendoli il patriziato a sé esclusivamente 
riservati. Egregiamente disse il Racchelti : « i nobili cre- 
» maschi eran sì gonfi , che se fosse loro stato in potere 
» si sarebbero per essi creata un'altra aria più pura da 
» respirare , acciocché le esalazioni plebee non avessero 
» ad entrare nei loro polmoni! 1 ).» Non già che odiassero 
i popolani , ma cotanto gK invasava V idea d' esserne per 
sublimi natali incomparabilmente superiori, da volere con 
modi e con esteriori apparenze persuadere altrui il loro 
pregiudizio. Ne pativano V essere dai popolani o per in- 
gegno o per dovizie soperchiati, ed avevano in dispetto 
coloro che per dottrinasi distinguessero, o che salili in for- 
tuna sfoggiassero, ad emularli, pompe signorili. Gelosi di 
mantenere immacolata la purezza del sangue che ostenta- 
vano , guardavansi dal bruttarla coi matrimonj : le nozze 
pesavansi alla bilancia del blasone, e sempre s'imparen- 
tavano tra di loro, sicché può dirsi formassero quasi una 
sola famiglia. 

Taluno per avventura crederà che una classe di persoue 
congiunte con vincoli di parentela , e meglio ancora per 
uniformità di costumi e di pregiudizj, vivesse in perenne 
e beata concordia : pur le cronache cremasene attestano 
il contrario. Anche dopo estinte le fazioni guelfe e ghibel- 
line pullularono nella nobiltà nimicizie acerbissime, fruiti 
di smisurato orgoglio, di puntigli inesorabili. Ire accanite 
avvamparono fra Zurli e Benvenuti, Griffoni e Fracavalli, 
Benvenuti e Scotti, Bonzi e Clavelli, Benzoni e Vimercali. 
Ne conseguirono reciproci oltraggi, lunghe vendette, qual- 
che volta scene atroci di sangue. Il conte Daru asserisce 
ch'era politica del governo veneto suscitare e mantenere 



(i) Bacchetti nella prefazione alla Storia genealogica delle nobili famiglie 
cremasela. 



— 97 — 
dissidi! nelle provincie fra le principali case patrizie: noi 
dalle cronache cremasene raccogliamo esempi i quali smen- 
tiscono l'asserzione dello storico francese. Riporteremo fatti 
provanti che le magistrature venete, non che fomentare le 
discordie patrizie, s'adoperarono in Crema ad ammorzarle. 
«Nel 1517 il podeslà Federico Renier fece decapitare 
» segretamente Girolamo Benvenuti, cavaliere dei primarj , 
» per aver ammazzalo o fallo ammazzare uno della fami- 
» glia Zurla : segretamente, sia per annuire alle istanze 
» dei parenti , sia anche perchè essendo i Benvenuti dei 
» primi della terra, e non essendovi fanti in Crema, il Re- 
» nier dubitava li parenti stessi il logliessero dalle mani 
» della giustizia nell'atto di condurlo pubblicamente al 
» supplizio *\ » Leggiamo nel Fino: «Tanno 1580 il po- 
» desta Nani attese ad estirpare le inimicizie sparse per 
» la città, procurando e conchiudendo egli slesso molle 
» paci , e massime tra Benvenuti e Zurla i 2 \ » Ed il Ca- 
nobio all'anno 1602 notò: «importuna riesciva la mala 
» soddisfazione che verteva fra casa sant'Angelo e casa Fra- 
>» cavalla, onde, per levare la zizzania delle discordie, avviò 
» il Consiglio dei Dieci lettere compositive. » 11 Consiglio 
dei Dieci si adoperò di nuovo nel 1708 a comporre una 
(ierissima li4e fra Bonzi e Clavclli, cui presero parte anche 
le famiglie Zurla e Yimcrcati : e perchè i contendenti ri- 
pudiarono oslinalaincnte ogni via di riconciliazione, ven- 
nero relegali per molti anni in diverse fortezze, pena cui 
essi volontariamente si sottoposero , piutlosto che darsi 
il bacio del perdono. 

L'educazione dei nobili era piuttosto fisica che intellet- 
tuale. Moltissimi mandavano i figli ad educare fuori di 
Crema, non di rado fuori dello Stalo veneto, ed ordina- 



1 Cicogna. Iscrizioni veneziane. 
[%) Storia di Crema , libro X. 

Voi. II. 



— 98 — 
riamente nei collegi dei gesuiti o dei barnabiti. Ivi ai gio- 
vanetti insegnavasi scrupolosamente il galateo, il sussiego 
e r eleganza nei modi, le arti che accrescono leggiadria 
alla persona , come il ballo , la cavallerizza, la scherma , 
tutto ciò insomma che può fare d'un uomo un corifeo di 
corte, piuttosto che un buon cittadino ed un sapiente ma- 
gistrato. Nonché della letteratura far comprendere V es- 
senza e l'importanza, gli educatori la separavano da quanto 
avesse attinenza colla politica e colla filosofia , onde più 
che le severe bellezze di Dante, proponevansi a modello 
le sdolcinature e frivolezze dei petrarchisti e degli Arcadi. 
Volevano che le menti giovanili non si abituassero a pen- 
sare ed a riflettere sia in oggetti di religione sia di politica: 
quindi la storia e le antichità greche e romane spiegavans. 
a modo di novellette; quindi affaticavasi la memoria dei 
giovanetti collo studio della prosodia latina e della mito- 
logia. Bastava che il giovane uscisse dal collegio buon la- 
tinista, e sapesse architettare un'ode od un sonetto sopra 
futili argomenti: bastava che nello scrivere versasse a piene 
mani fiori di retlorica, e baje mitologiche. Con siffatta edu- 
cazione, che della letteratura anteponeva la forma alla so- 
stanza, si coltivavano nei giovani la fantasia e la memoria 
a scapito dell'intelletto e del cuore: perciò delle lettere essi 
concepivano meschinissima idea, e risguardavanle come un 
balocco da trastullarsi nei momenti d'ozio, anziché un mi- 
nistero di verità e di civile sapienza. Snervali così dalla 
fanciullezza, gl'ingegni difficilmente potevano rinvigorire 
in appresso ed innalzarsi a nobile meta. In paesi ove non 
è dato al cittadino respirare aure di vita politica, man- 
cano colle occasioni anche gli stimoli ad applicarsi seve- 
ramente nelle scienze e negli studj letterari. Ben rare 
volte occorreva ai patrizi di far pubblica pompa d» dot- 
trina : tutto riducevasi a saper abborracciare un discorso 
lardellato ben bene d' adulazioni quand' erano mandali a 



— 99 — 
Venezia a congratularsi dell' elezione di un nuovo doge. 
Un inzuccherato soncttuccio poi che pubblicassero per il- 
lustre donzella che andava a nozze o si monacasse, apriva 
loro la via di salir principi dell'accademia dei Sospinti. 

Assai più che di libri, deliziavansi i nobili d 1 esercizj 
ginnastici e cavallereschi che le forze corporali invigoris- 
sero: s'addestravano nella scherma, nei torneamenti, nel 
gioco (*) del pallone. Eran tempi ove i così detti puntigli 
d'onore richiedevano sovente che un gentiluomo mettesse 
mano alla spada, e dal complesso della storia fin qui nar- 
rata apparisce che i nobili cremaschi seppero maneggiarla 
molto meglio che la penna. Non taceremo però che la pub- 
blica lettura delle leggi, mantenutasi in Crema per più di 
due secoli! 2 ), schiuse la via di addottrinarsi nella giuris- 
prudenza a molti patrizj che entrarono a formare il Col- 
legio dei dottori, decoroso istituto della città nostra da cui 
uscirono non pochi pregevoli giurisperiti, i quali occupa- 
rono onorevolissime cariche anche in lontani paesi. 

Quantunque nel patriziato cremasco le primogeniture 
non assorbissero nel primo nato tutto il patrimonio d'una 
famiglia, pure i genitori, per conservare al casato Io splen- 
dore della ricchezza, dirizzavano i loro figli, se molli, sulla 
carriera militare, o spingevanli a vestir l'abito ecclesiastico. 
E noi vedemmo aver Crema prodotti molti valenti guer- 
rieri , e sorgere dai chiostri o dal clero secolare le sue 
poche notabilità letterarie, patrizie anch'esse la maggior 
parte. 

Nel secolo decimosettimo gli Spagnuoli, dominando in 
varie parli della nostra penisola , recarono nel patriziato 



{li «II gioco del pallone tcnevasi in piazza innanzi alla facciata principale 
• del duomo, e per grazia speciale d'alcuni dei più cospicui cittadini, erano 
. ammessi a giocare quelli che a tale esercizio si mostrassero più atti. • Cosi 
il Racchetti nella sua opera inedita altre volte citata. 

(2) Ro.nna. Zibaldone cremasco. 



— 100 — 

ilaiiano la sete e la boria dei titoli : chi non ne aveva , 
smaniava onde procacciarsene. La nobiltà crernasca, presa 
anch'essa dalla malattia che infettava i blasonali, si adoperò 
Dell'acquistarsi diplomi che i suoi slemmi fregiassero d'una 
corona comitale o marchionale. Si ricorse per titoli a Corti 
estere, agl'imperatori di Germania, ai duchi di Savoja, ai 
Farnesi: chiedevano, quali in ricompensa di servigi prestati 
nella milizia , quali allegando la vetustà del casato e la 
gloria degli antenati. Sul finire del secolo decimoseltimo, 
e nel decimoltavo, fu a Crema una pioggia di diplomi (*J 
e di titoli. Vittoriano Premoli meritò alla sua famiglia il 
titolo di conti palatini; Camillo, anch'egli de' Premoli, pro- 
cacciossi quello di marchese: crearonsi conti del sacro ro- 
mano impero i Benvenuti; marchesi, conti, baroni e ca- 
valieri dell'impero i Zurla: e titolo di marchese ottennero 
i Gambazocco e gli Obizi; di conti gli Oidi, i Clavelli, i 
Marazzi. E dalla veneta repubblica vennero per ragion 
feudale investili conti del Serio i Bonzi, conti di Meduna 
i Bondenli, conti della Rocca di Villa Franca gli Anzelli: 
tutto fumo in mezzo al quale i padri nostri impinguavano. 
Nel secolo scorso lo spirito bellicoso della nobiltà cre- 
rnasca andò svampando: infiacchili gli animi da più molli 
costumi, sparite le occasioni di forti imprese, i nipoti si 
addormirono tranquillamente sugli allori degli avi , e il 
dolce far niente diventò ai nobili suprema legge di galateo. 
Volete sapere di che si occupassero i gentiluomini elei se- 
colo decimoltavo nella beatitudine dei faticosi loro ozj? Ve 
lo dice Giuseppe Barelli : « i magnali del nostro paese e 
» d'altrove non pensano che a farsi incipriare le parrucche, 
» ad abbigliarsi ogni dì dell'anno come il dì delle nozze, a 



(li Una copia di quasi tulli i diplomi con i qnali si conferirono titoli 
alle nobili famiglie di Crema conservasi dal signor Pellegrino Grioni , inde- 
fesso raccoglitore di cose cremasene. 



— iOl — 

• masticarsi pranzi e cene sardanapalesche, a mischiare !e 
» cinquantadue, e a fare all'amore con le donne d'altri ( { \ » 
Noi scriviamo la storia non la satira del patriziato ere- 
masco : ne dicemmo i difetti , or diremo come vi accop- 
piassero pregevoli qualità. Amantissimi della terra nativa, 
i nobili erano pronti a soccorrerla con la spada, con l'in- 
gegno, con l'oro, gelosi di mantenervi quella tradizionale 
riputazione che godevano presso i concittadini. Liberali 
delle loro ricchezze, largheggiavano ai poveri : mai che il 
mendico uscisse a mani vuote dalla casa di un gentiluomo, 
il quale in giorni prefissi della settimana piacevasi di di- 
stribuire egli medesimo sulle soglie della sua casa la ele- 
mosina ad una turba numerosissima di mendicanti. Qualche 
economista dirà che con ciò fomentavasi il pauperismo: 
era, se volete, un errore dei nostri padri, ma che attc- 
stava un cuor benefico. Amministrando il patrimonio dei 
Comune , i patrizj rivolsero il pensiero ad opere <T utile 
pubblico, d'ornamento alla città, e i privilegi municipali 
sostenevano robustamente, opponendosi non di rado ai 
soprusi del podestà. L'educazione, l'andazzo dei tempi, 
l'onnipotenza dell'oro, la prolezione dei governanti, avevano 
ad essi più che il cuore guasto la mente, quindi la frenesia 
di credersi impastali di una carne diversa da quella del 
popolo, e volere ad ogni costo supremeggiare, causa eli tante 
loro soperchierie. Sottosopra, considerate le condizioni dei 
tempi , la razza dei nobili cremaschi fu né detestabile nò 
detestata: i vizj dell'ambizione compensò con virtù cittadine: 
tante lucentissime gemme della storia cremasca son nomi 
di patrizj: sono opera loro tanti istituti e lasciti di benefi- 
cenza che, soccorrendo alle classi indigenti, onorano tuttavia 
la città nostra. L' ospedale degli infermi venne fondato 

(i) BArtETTi nella Frusta letteraria, ove loda il conte Gian Maria Mazzu- 
•••lielli. Con la frase mischiare le cinquanladue, allude al vizio di giocare a 
'•arte. 



— 102 — 
l'anno 1551 da patiizj ; altri moltissimi ne aumentarono 
poi il patrimonio con lasciti considerevoli. Tra i principali 
benefattori del Monte di pietà vediamo in quel pio luogo 
pendere i ritratti di un Verdelli, un Benvenuti, un Zurla, 
un Goldaniga : l'istituto delle zitelle, e l'ospizio delle riti- 
rate devono la loro fondazione alla liberalità della famiglia 
Griffoni : un Verdelli lasciò una rendita annua di più di 
venti mila lire da dispensarsi in dote a povere donzelle : e 
per consimili elargizioni si resero pur benemerite in Crema 
le famiglie Marchi , Focaroli , Vimercali. 

Abbiam voluto toccare e dei meriti e delle colpe del pa- 
triziato, imperocché ce lo imponeva debito di verità, e per- 
chè i nobili dalla storia degli avi imparino una carità ope- 
rosa verso la patria, la quale a buon diritto esige da loro, 
più che da altri, generosi tratti di virtù cittadine, siccome 
quelli che hanno nelle memorie della propria famiglia esempi 
da imitarsi , vergogne da riparare. 

Il Popolo. — In un paese ove i patrizj si erano usurpata 
ogni ingerenza nelle cariche e nell'amministrazione del Co- 
mune, ove l'orgoglio ridicolissimo dei natali ponea tra nobili 
e plebei barriera insormontabile, ove l'esser gentiluomo va- 
leva assai più che galantuomo, immaginate lo stato di umi- 
liazione dei popolani, o, come dicevasi allora, della plebe. 
Eppure la repubblica l'avea favorita di certi privilegi: n'era 
uno il diritto di essere rappresentala dai Sindaci del popolo, 
specie di tribuni eh' eleggevano dal loro grembo le classi 
popolane a pluralità di voti. L'ufficio dei sindaci consisteva 
nel patrocinare gl'interessi della plebe, riclamando a Venezia 
contro il podestà e i provveditori della terra, qualvolta ne 
fosse molestata con nuove disposizioni o pretese concernenti 
ordinariamente la sorveglianza delle vettovaglie e del pub- 
blico mercato. Figuratevi quanto fosse geloso il popolo di 
conservare questa rappresentanza, larva dell'antica demo- 
crazia: mostrava la repubblica di assecondarlo, autorizzali- 



— 103 — 

do l'elezione dei sindaci quando ne faceva richiesta, ed 
inculcando perfino ai podestà che i sindaci fossero nel Co- 
mune rispettati (*). Non si creda però che i sindaci potessero 
guarentire granfatto i diritti della plebe: se accadeva ch'essi 
rompessero nel litigare coi podestà o coi provveditori , re- 
stavano sempre soccombenti: talvolta pagarono sulla forca ( 2) 
l'ardimento d'aver contrastato coi rettori e colla nobiltà, 
cui dovevano naturalmente sgarbarc questi capi-popolo , 
questi Gracchi sediziosi che s'opponevano a' suoi disegni e 
portavano a Venezia le loro rimostranze. 

Ad onta del maltalento che spesso dominava tra nobili 
e plebei, questi erano vincolati a quelli per varj legami 
d'interessi. Gii artigiani gareggiavano fra di loro onde pre- 
star l'opera ai più facoltosi patrizj, e il povero tenevasi 
fortunato se riusciva ad indossare la livrea di un' illustre 
casa. E davvero era questo un mezzo con cui il plebeo an- 
nestava per così dire la propria famiglia a quella del no- 
bile (3 '.Nei secoli scórsi i servi eran nati o entravano fan- 
ciulli nelle case signorili, ove consideravansi quasi mobile 
inalienabile di famiglia, e godevano lauto trattamento, che 
i gentiluomini a'que' tempi sbandivano ogni domestica eco- 
nomia, disfacendo pingui palrimonj onde ostentare fasto 
principesco. Per tal modo i servi affezionavansi ai loro pa- 
droni, coi quali eran cresciuti, ed avevano diviso i giuochi 
dell'infanzia: i nobili dal canto loro ne ricambiavano V af- 
fetto coli' assicurarli di sostentamento e di protezione. Di- 
casi lo stesso degli artieri e d'altri ministri di casa, verso 
i quali la nobiltà si compiaceva d'esercitare certa qual spe- 
cie di patronato. Incappava un popolano in qualche trasgres- 
sione delle leggi di polizia? I parenti ricorrevano ad un 



(4) Canobio all'anno 4601. 

(2) Vedi l'articolo dei Tre giustiziali nell'Appendice. 

(3) Cesare Cantò. Parini e il suo secolo. 



— 104 — 
patrizio acciocché dal podestà intercedesse al reo la libera- 
zione dal carcere o dalla multa, ed il patrizio interponeva 
l'opera sua, altero di provare alla plebe quanto egli po- 
tesse sull'animo del rettore. Oltre di che molte case patri- 
zie, al pari delle chiese e dei conventi, erano asilo invio- 
labile, cui rifugiando i malfattori non potevano essere colti 
dal braccio della giustizia che gì' inseguiva; ed i nobili più 
volte, anziché consegnarli al bargello, offrivano ai delin- 
quenti il modo di sotlrarsenc. Si dirà questi essere abusi 
perniciosissimi all'ordine pubblico; e chi noi vede? noi qui 
li accennammo per dimostrare che la plebe aveva interessi 
che la stringevano ai patrizj, i quali, fosse vanità, fosse 
buon cuore, recavansi a vanto d'esserne i protettori, tal- 
volta anche a scapito della giustizia. Ed osservate quanto 
somigliante la condizione del popolo a Venezia e a Crema! 
là gli arislocrali Io lasciavano divertire, gozzovigliare, fol- 
leggiare, purché non si mescolasse in faccende di Stato: 
qui i nobili permettevano talora che un plebeo andasse im- 
punito di un omicidio, ma non che occupasse una magistra- 
tura del Comune, e nemmeno che ponesse piede nella bot- 
tega da caffè ove volevano star soli, con olimpica gravità, 
a discorrere di blasone, di punto d'onore, e d'altri vapo- 
rosi argomenti. 

Del resto non v'era altra via ad un popolano per farsi 
dai nobili perdonare i bassi natali che ungersi prete: col- 
l'abito ecclesiastico veniva accolto nelle case magnatizie, vi 
diventava cappellano, precettore de' figli, confidente della 
vecchia dama, qualche volta anche ministro delle finanze: 
che se poi rifulgevano in lui talenti non volgari e specchiali 
costumi, giungeva a sedere coi patrizj canonico del duo- 
mo. L'ingegno solo non bastava a levar la plebe dal fondo 
della sua posizione sociale, e perchè i nobili anziché soccor- 
rere astiavano chi ne sapesse più di loro, e perchè non 
esistevano a que' tempi tante scuole pubbliche da potersi 



— 105 - 
gratuitamente istruire. Soltanto nel 1653 il Consiglio mu- 
nicipale dispose, e n'ebbe il superiore consentimento, « di 
condurre in Crema due maestri dì vaglia per erudire 
nella grammatica , umanità e rettorica la gioventù ere- 
masca ed anche forestiera, pagando {maestri a spese 
del Sacro Monte di Pietà U) . » Da qui l'origine del gin- 
nasio comunale, ebe fu poi affidato per l'istruzione ai pa- 
dri barnabiti, e lo tennero fino all'anno 1800. Notisi però 
che nei secoli passati non agitava il popolo quella cocentis- 
sima smania di salir alto con applicarsi alle scienze ed alle 
lettere: non ambivasi allora cotanto V aristocrazia dell'in- 
gegno , né si credeva .cbe la educazione consistesse nell'u- 
scire dalla condizione della propria famiglia, rinnegando 
l'arte o mestiere degli avi. I figli del calzolajo, del barbiere, 
del sarto, continuavano nel mestiere imparato alla scuola 
dei genitori senza arrossirne, e non ne avevano motivo, pur- 
cbè l'esercitassero onestamente Non così nel secol nostro, 
ove le aspirazioni del popolano ingigantirono, e quando 
abbia imparato a conjugare latinamente il verbo studiare , 
disdegna siccome vile l'arte cbe procacciò onesto sostenta- 
mento al di lui genitore. Col moltiplicarsi dei lumi si è sco- 
perto che la penna è più leggera della vanga, e tanti che 
sarebbero ottimi coltivatori di terreni, diventarono pessimi 
legulei o ignoranti tocca-polsi. 

Dalle cronache desumiamo che il popolo cremasco era 
di carattere vivacissimo, ardito, pertinace ne'suoi propositi: 
amantissimo di pompe religiose, di pubblici spettacoli, di 
passatempi. Vago di gozzoviglie ed impetuoso, spesso tras- 
correva in risse ed in bagordi; ossequiava il clero comun- 
que ne conoscesse le magagne, ed ai nobili, cbe lo guarda- 
vano con sorriso d'orgoglio e di protezione, s'inchinava 
per interesse e per sentimento di tradizionale riverenza. 

(1) Canobio. Proseguimento alla Storia di Crema dell' Alemanio Fino. 



— 106 — 
Escluso dall' amministrazione del suo Comune e poliliea- 
menle atrofizzato, nondimeno egli voleva tratto tratto (bi- 
sogni d'esistere; protestò , talfiala con sommosse, contro 
le autorità amministrative, ed una volta ocni sedici mesi 
congedava con clamorose benedizioni o con sassale il po- 
destà , allorquando, finito il reggimento, partiva per Ve- 
nezia. Insomma, quantunque diseredato dei più preziosi 
attributi dell'umana individualità vivesse in balia del ret- 
tore che lo circondava della sua sbirraglia e ne puniva se- 
veramente i più lievi trascorsi: quantunque l'albagia no- 
biliare sfuggisse il contatto delle umili sue vesti come di 
persona morta di pestilenza; quantunque della patria, ove 
un tempo sovraneggiava anch'esso coi palrizj, a lui toc- 
casse principalmente di sopportare l'onta e la soma del 
servaggio, il popolo cremasco non era tanto scaduto del- 
l'animo che non lampeggiasse ancora dalle sue azioni qual- 
che scintilla di quell'indole vigorosa e risoluta che all'e- 
poca dei Comuni Io segnalò fra le popolazioni guerriere di 
Lombardia. 

Costumi e piaghe sociali. — La dominazione veneziana 
avendo durato circa tre secoli e mezzo, in così lungo spa- 
zio di tempo l'indole ed i costumi della popolazione ere- 
masca variarono. Nei primi due secoli Crema risentiva an- 
cora il calore dei tempi repubblicani e delle civili fazioni , 
quindi gli animi più corrivi alle violenze, alla vendetta, 
maggiore operosità e fermento di vita nella classe patrizia 
e nella popolana. Verso la metà del secolo decimosetlimo i 
costumi erano mutati; il popolo, privato delle risorse in- 
dustriali, languiva nell'inerzia; i ricchi s'ingolfarono nei 
molli piaceri e nel lusso cresciuto smodatamente, facendo 
della vita un banchetto di godimenti di cui la plebe racco- 
glieva a slento le bricciole cadute. Gian Ballista Terni (*) 

{i) Memorie annuali di Crema. 



— 107 — 
racconta che negli ultimi anni del veneto regime parecchie 
famiglie magnatizie usavano nella stagione autunnale tener 
nelle loro ville una specie di corte bandita, sciupando le 
ricchezze delle quali potevano liberamente disporre e inna- 
bissandosi nei debili. Intanto, se crediamo al Ronna (*) , si 
era in Crema aumentato in modo lagrimevole il pauperismo, 
sicché l'ozio e le miserie d'una quantità stragrande di men- 
dicanti facevan turpe contrasto con quei sontuosi banchetti, 
palestra di glorie alla voracità dei parassiti. ' 

Una piaga che afflisse lungo tempo la provincia cremasca 
furono i banditi. Con tal nome si appellavano certe masnade 
di ribaldi scampati dal capestro, i quali scorrevano le terre 
nostre rapinando. Pare che originassero dalla protezione 
che i nobili nel secolo decimosesto solevano concedere a 
certa feccia di scioperati, ai quali procuravano dei salvo- 
condotti sotto condizione che gli servissero come di sgherri 
o di bravacci ogni qualvolta ne abbisognassero per soddis- 
fare a private vendette. Fatto è che quella scellerata genia 
ebbe dei mecenati nel patriziato, e fin negli stessi podestà; 
Tanno 1655 personaggi di conto, narra Canobio, briga- 
rono perchè non venisse appiccato certo Bagione, sgherro 
famigeratissimo. Fuoruscili e malandrini cotanto infestavano 
il territorio cremasco, che vi fu un tempo in cui non si 
osava più trasportare qualsiasi cosa da un luogo all'altro, 
nella certezza d'essere derubati. E non so se alcuno de'miei 
lettori abbia sentito dire che i nostri vecchi prima d'intra- 
prendere un viaggio per Milano o per Brescia facevano te- 
stamento. I frequentissimi casi di rapina formarono tale 
calamità che gli stessi rettori dovettero seriamente pensare 
a mettervi riparo. Lorenzo Priuli pubblicò nel 1577 un se- 
verissimo editto contro i banditi, ma non valse ad estir- 
parne la razza. Vi si adoperò caldamente Luigi Mocenigo 

(1) Zibaldone cremasco. 



— 108 — 
nel 1590, e durante il suo reggimento essendo riuscito a 
minorarne i disordini, i Cremaschi riconoscenti gl'innalza- 
rono una statua di bronzo con onorevole iscrizione. Ma poco 
dopo, alcuni podestà rinnovarono l'abuso di concedere dei 
salvocondotti ai banditi, sicché ne ripullulò il mal seme, 
in onta dei rigorosi e replicati proclami con i quali il Con- 
siglio dei Dieci cercò smorbarne la provincia nostra. L'anno 
1655 una banda di questi ribaldi scaramucciò nei dintorni 
di Crema coi Capeletti, e fu allora che il colonnello Mario 
Benvenuti, alla cui vita insidiavano per mandato di alcuni 
suoi potenti nemici, riesci a pubblico esempio di far ap- 
piccare il Bagione( l ), quantunque, come dicemmo, vi fos- 
sero a Crema autorevoli personaggi che tentarono sottrarlo 
al braccio della giustizia. Dopo quell'epoca le cronache cre- 
masene non fanno più alcun cenno dei banditi; tuttavia di 
ribaldaglia non iscarseggiò mai il territorio nostro durante 
il dominio veneziano. Annidava specialmente nei luoghi di 
confine tra lo Stato veneto e il Milanese, n'eran covo le 
terre di Salvirola e d'Azzano. 

E qui noteremo come le Cascine Grassi, situale nelle vi- 
cinanze d'Azzano, e di antica proprietà dei conti Vimercati, 
fossero, non sappiamo per qual politica combinazione, ter- 
reno neutrale. Figuratevi come vi si rifugiassero banditi, 
falsarj , ladri, contrabbandieri, e quanti avevano timore 
di cadere nei lacci della giustizia. Correndo 1' anno 1647, 
il marchese di Rosales, avendo ottenuto dal re di Spagna 
la feudale investitura di Vailate, tentò violare la neutralità 
delle Cascine Grassi; pretese da alcuni villici, che vi abita- 
vano, il giuramento di fedeltà come a loro signore, ma essi 
vi si rifiutarono robustamente, protestando non conoscere 
altri padroni che i conti Vimercati e i conti Vimercati-San- 
severino, dei quali erano coloni. E perchè il marchese di 

(1) Ganobio. Proseguimento alla Storia del Fino, 



— 109 — 
Rosalcs, insistendo nella sua pretesa, accingevasi a ridurre 
colle armi quelle Cascine sotto il suo vassallaggio, il po- 
destà di Crema Valier mandò due compagnie di cavalleria 
ad Azzano onde impedire che fossero perturbati i confini 
dello Stato veneto, e violata dal nuovo feudatario del re 
cattolico la neutralità delle Cascine Grassi. Accortosi il mar- 
chese del suo inconsiderato tentativo, ne recedette: l'anno 
medesimo seguì fra Venezia e Spagna una convenzione ove 
l'una e V altra accordavansi nello stabilire dovessero le 
Cascine Grassi rimanere nell'antica loro neutralità (*) . 

Oltre i moltissimi casi di rapine e di uccisioni nel terri- 
torio, frequentissimi erano i delitti anche entro le mura di 
Crema. Non è a dirsi come vi spesseggiassero gli omicidj , 
le risse, i ferimenti, i ladroneggi, e perfino il ratto delle 
donne; tanto era corrotta la moralità pubblica in paese ove 
i malfattori e ricchi e poveri, confidavano con buone ra- 
gioni di passarsela impuniti. Non già che i podestà ammi- 
nistrando giustizia risparmiassero il carcere e la corda, ma 
quanti delinquenti o per danaro, o per brighe patrizie scan- 
savano meravigliosamente la pena! Il cronista Canobio loda 
il podestà Francesco Capello, ascrivendogli a merito per- 
chè era passato il carnovale del 1661 senza risse e feri- 
menti; tanto era strano un tal caso! Una tempra d'indole 
solfurea, una fierezza addolcita a'nostri giorni da più miti 
costumi, rendeva i nostri padri pronti di lingua e meglio 
ancora di mano, onde per lievissime cause tenendosi offesi, 
ricorrevano in via sommaria alla spada od al coltello. Così, 
a mo' d'esempio, fra patrizj litigatasi aspramente per la 
precedenza ai posti d'onore, sia nelle sacre funzioni, sia 
nelle pubbliche comparse. Tratto trailo da Venezia piove- 
vano decreti che determinavano l'ordine con cui dovevano 
sfilare nelle processioni i provveditori, i giudici, i deputati 

(1) Canobio. 



— no — 

alle vettovaglie, i dottori in legge; e per ovviare a quistioni 
e disordini, che, al dir del Canobio, seguivano giornalmente, 
si dovette a Venezia prescrivere perfino il modo con cui a 
Crema dovevano i cittadini passeggiare sulle pubbliche 
strade (0. La plebe, anch'essa, non permetteva le si torcesse 
un capello, neppur per ischerzo; nell'inverno del 1663 do- 
vette il podestà Marcello vietar con proclama di lanciar pal- 
lottole di neve, perchè da questo giuoco da ragazzi eran 
sorte risse feroci con ferimenti e morte di alcune persone. 
Insomma i gentiluomini usavano mandar cartelli di sfida 
con la facilità che un invito a pranzo; i plebei credevano di 
non aver solennizzalo abbastanza un giorno di festa e d'al- 
legria se non tamburavansi le spalle, o soddisfacendo notte- 
tempo a qualche vendetta. 

Eppure quelli erano tempi in cui i ricchi prodigavano 
per erigere un oratorio, una chiesa, un convento, in cui 
si compiacevano d'essere ascritti in duomo siccome con- 
fratelli al consorzio della Beata Vergine o a quello del 
SS. Sacramento; e le classi popolane erano anch'esse ri- 
partite in tante confraternite l 2 ) addette a diverse chiese, ve- 
stendo nelle solenni funzioni abito chi bianco, chi verde, 
chi pavonazzo; ed accorrevasi in folla alle feste religiose 
che i frali celebravano nelle loro chiese con sontuosissimo 
fasto, e quasi ad istruire la popolazione nel vangelo non 
bastasse la voce dei parochi e dei sacri oratori, venivano di 
sopramercato i missionari', e non di rado, a colpire le 
menti con apparato scenico di religioso terrorismo. L'effetto 
che producevano le prediche dei missionarj, certe ridico- 
laggini che vi si mescolavano sono riferiti dal Racchelli (*), 
le cui parole noi riporteremo. « Fra tutte le orazioni reci- 

(4) Canobio. Proseguimento alla Storia di Crema deWÀlemanio Fino. 

(2) Vedi nelle note la lettera C. 

(3) Racchetti nella prefazione alla Storia genealogica delle famiglie 7iobili 
cremasche, manoscritto. 



— Ili — 

» tate sul pergamo, quelle che più importavano si erano le 
» missioni, frequenti un tempo ma poscia divenute più rare 
» e recitate con indicibile apparalo di penitenza. Per que- 
» ste abbisognava l'assenso del senato, e le più celebri fu- 
» rono forse quelle descritte dal Zucchi all'anno 1740. Co- 
» loro che furono teslimonj di queste e di parecchie altre 
» che a queste successero, raccontavano d'aver sempre ve- 
» duli sorprendenti effetti, cioè conversioni istantanee di 
» peccatori già per lunga età nel peccalo indurili, e ripa- 
» razioni di fama, e restituzioni di quattrini, e uomini e 
» donne che abbandonalo il mondo andavano a rinchiudersi 
» nei chiostri o per fuggire i pericoli o per far penitenza; 
» ma nel tempo istesso altri che perdettero il senno, spe- 
» cialmente donne deboli di cervello, che spogliarono i figli 
» per fare elemosine e donare alle chiese, o che ancora per 
» disperazione si uccisero. E questo era effetto del grande 
» orrore inspirato in quelle rigidissime prediche dette con 
» apparato d'idee e di cose straordinarie, descrivendo il 
» tutto con foschi e cupi colori e avvalorando le descrizioni 
» con ampj cartelli di contrafalte sembianze umane e di 
» capricciosi mostri che il demonio rappresentavano; né 
» tulli gli ascoltatori sapevano fermarsi a quel punto al 
» quale soltanto, e non più oltre, volevano i predicatori 
» condurli. Oltre ciò essendo tali prediche spartile in più 
» ore della giornata, l'ultima della sera, a cui vietavasi 
» alle femmine d'intervenire, versava sempre sui peccati 
» più gravi e sconci, sicché pareva esser scuola più di rna- 
» lizia che di morale, specialmente ai fanciulli. Tutte le 
» sere dopo l'ultima predica, la quale recilavasi nella chie- 
» sa, anche quando le missioni si facevano in piazza, a 
» porle chiuse ed allo scuro, perchè tutti i lumi venivano 
» spenti, eseguivasi la disciplina, e quest'era con funi fla- 
» gellarsi da per sé stessi. E qui , tuttavia per tradizioni di 
» lestimonj oculari, si era dove gli scioperali burloni si sbiz- 



- 112 — 
» garrivano, poiché parecchi v'erano che poco o nulla dei 
» sermoni approfittando, percuotevano indiscretamente eli 
» altri o per lo meno i banchi e certi tappeti che ravvolti 
» slavano in terra. Allora le voci del popolo rinchiuso an- 
» davano al cielo, e s'udivano insieme senza distinguersi 
» le grida di chi sopportava per amor di Dio, e di chi solo 
» per malignità del prossimo, e di chi menava a man salva, 
» ch'erano le più numerose. » 

Nel secolo decimoseltimo la genia dei prepolenti e dei 
facinorosi diradò; altre passioni invescarono il ceto signo- 
rile, quali furono il cicisbeismo, il lusso, i giuochi d'az- 
zardo. Nissuno ignora come all'epoca dei nostri nonni fosse 
incancrenita nella classe agiata la costumanza dei cavalieri 
serventi; specie di parassiti che condivano sfacciatamente 
la vita del celibatario fruendo dei talami altrui. La corru- 
zione del secolo scorso aveva legalizzata questa moda im- 
morale, tanto che diveniva ridicolo quel marito il quale 
comparisse in pubblico colla propria moglie, e canzonavasi 
una dama cui mancasse il cavalier servente. Nei contraili 
di nozze si stipulava dovesse la sposa trovarsi il suo cava- 
liere, e talvolta lo nominava ella stessa. « Così l'uomo, 
>> scrive egregiamente Cantù l*), abbracciando con incertezza 
» i suoi tìgli, nauseava dolcezze il cui pregio sta nell'essere 
>» indivise, e una famiglia ove conlava sì poco e come sposo e 
>» come padre. » Non che le mogli , prima che s'introducesse 
la moda dei cavalieri serventi, fossero tutte caste Penelopi, 
ma allora certa verecondia almeno consigliava a nascondere 
entro le nubi, come gli dei d'Omero, gli amorosi trascorsi, 
sicché i mariti potevano beatamente illudersi sulla fedeltà 
della consorte. Questa moda del scrventismo, comodissima 
ai cadetti delle illustri case, ai cavalieri di Malta ed a quanti 
nitri erano condannali al celibato, delurpò gli animi de- 

(l) Cesare C.vmù. Parini e il suo secolo. 



— 113 — 
gl'Italiani, provocando lo stupore e il riso degli stranieri. 
L'Alfieri flagellò il serventismo in una delle sue satire; Sis- 
mondi, nella sua storia delle Repubbliche Italiane, dimostrò 
quanto abbia cooperato a degradare la politica e morale di- 
gnità dell' itala nazione. Crcderebbcsi che il clero dovesse 
avversare la scandalosa costumanza, pure noi leggiamo nel 
Diario del padre Zucchi che Fanno 1749 essendo morto 
a Crema Mario Patrini, il quale corteggiava una contessa 
Vimercali, i frali minori osservanti di s. Bernardino, per 
aderire alle di lei istanze, s'astennero dal passare col fu- 
nebre corteggio sotto l'abitazione della contessa, sicché por- 
tando il cadavere del Patrini a seppellire nella loro chiesa, 
prolungarono a bella posta la strada alla funerea proces- 
sione. Tanto era sanzionala la moda di un cavalier ser- 
vente, che perfino pietosi frati ebbero riguardo al dolore 
di una dama ch'aveaio perduto! 

Del lusso non è a dire come trasmodasse nei secoli de- 
cimosetlimo e decimoltavo. Il governo veneto si prese la 
briga di volerlo reprimere; fin dal 1514 aveva istituita la 
magistratura dei tre provvedi/ori alle pompe, incaricata 
di metter freno al soverchio lusso che le case signorili 
sfoggiavano, particolarmente in occasione di nozze, batte- 
simi, conviti, non che nell' uso eccessivo di carrozze , ca- 
valli e servitori. Ma questa, come tante altre magistrature 
della veneta repubblica, non conseguì lo scopo per cui 
venne stabilita, quantunque frequentassero i proclami che 
i sudditi richiamavano alla moderazione, fino a prescrivere 
i limiti entro i quali dovevano contenersi persone d'ogni 
condizione, lanlo in casa come fuori. In Crema molte fami- 
glie nobili usavano carrozze a tiro a sei, precedute dai lac- 
chè in abito bianco tutto coperto di nastri intrecciati; di 
servitori avevano un numero esorbitante; e le vesti delle 
dame, di finissimi drappi, erano tempestate d'oro e di 
gemme, e i pranzi interminati e magnificamente allestiti 
Voi II. 8 



— 114 - 
rammentavano i tempi di Lucullo. Questo bagliore di pompe 
principesche dispiaceva ai rettori che non volevano esserne 
soperchiali, onde avendo i nobili introdotto a Crema fuso 
di non passeggiare in carrozza che a tiro di sei cavalli , il 
podestà nel 1661 pubblicò un bando che proibiva le mule 
a sei, riservandole a sé solo ed al vescovo ( l >. 

Ben più funesto e ruinoso alle famiglie era il vizio dei 
giuochi d'azzardo. Ne invalse a Crema, come altrove, la 
moda, e invano il governo di Venezia si adoperò con prov- 
vide leggi per estirparla. L' epoca in cui la frenesia dei 
giuochi di sorte giungeva al colmo era quella della fiera, 
sul principiare dell'autunno; allora venivano a Crema fo- 
rastieri appositamente per giocare: è questo , scrive Gian 
Battista Terni, il tempo della passata periodica dei giuo- 
catori come degli uccelli. Quanti pingui patrimoni ne ^ a 
città nostra si disfecero giocando! quanta nobiltà vi restò 
denudata ! Tra le cospicue di Crema, due sole famiglie con- 
ta il Terni! 2 ), le cui sostanze non furono assottigliate dalla 
passione del giuoco. E molte sarebbero precipitate (ino alla 
mendicità , se a puntello della loro agiatezza non erano i 
fedecommessi. Ma questi, venendo anch'essi sequestrali nelle 
rendite, non bastavano a mantenere il lusso che impone- 
vansi le case gentilizie, onde le strettezze cui trovavansi di 
sovente ridotte, contrastando col loro orgoglio, spingevano a 
seppellire le figlie nei monasteri, e i maschi cacciavano 
sulla via ecclesiastica, o quando potessero provare un san- 
gue ben filtrato, gli acconciavano sulle galere dei cavalieri 
di Malta acciocché arricchissero con commende e baliaggi , 
oppure nobilmente pirateggiando. Certuni, che accusano 
T età nostra d'egoismo, di mala fede, di scelticismo, rim- 
piangano pure se vogliono, i tempi delle parrucche inci- 



(1) C ANO RiO. 

(2) Gian Battista TeRìNF, nel suo libro delle Memorie annuali di Crema. 



— 115 — 
priatc e dei loupets; noi vi deploriamola scostumatezza che 
sfacciatamenle vi signoreggiava; siamo d'altronde lontani 
dal credere che pei nobili brillasse allora V età dell' oro. 
Quel gajo umore dei nostri padri, tanto da alcuni decantato, 
anziché di vera contentezza, era indizio di spensierataggi- 
ne; come mai la felicità domestica poteva annidare in fami- 
glie ingolfate nei debiti, in gare continue d'ambizione e di 
puntiglio, ed ove a fianco della dama padroneggiava un 
terzo incomodo, nel posto legalizzato di cavalier servente, 
ove le affezioni più sante di famiglia sagrificavansi al fasto, 

ed al cosiddetto onore del casato? 

Spettacoli pubblici. — I Cremaschi, per tempra natu- 
rale vivaci e chiassoni, erano ingordi di pubblici spetta- 
coli che fornissero argomento a discorrere lungo tempo nei 
loro convegni; non importava poi che il genere dello spet- 
tacolo fosse piuttosto religioso che drammatico od altro; 
sempre la piazza stipavasi di popolo sia che i gentiluomini 
vi combattessero in un torneo o rappresentassero qualche 
commedia, sia che i missionarj dai loro palchi, con gole da 
ciarlatani, mostrassero dipinte sopra cartelloni le pene del- 
l' inferno, o quelle del purgatorio. Dal canto suo il governo 
di Venezia aggradiva che i sudditi si divertissero, ritenen- 
dolo come un pegno della loro prosperità e fedeltà; è noto 
poi come 1' aristocrazia veneta fomentasse gli spassi e le 
gozzoviglie carnevalesche del popolo veneziano onde meglio 
stornarne le menti dall' ingerirsi in faccende di Stalo. A 
Crema i nobili imitavano i governanti, e non che impedire 
al popolo di sollazzarsi, gli procuravano a loro spese pub- 
blici divertimenti. Accennammo all'anno 1496 le bizzarre 
rappresentazioni con le quali le quattro porte della città 
portarono le loro offerte al Monte di pietà quando venne 
instituito Di commedie rappresentate dai nobili nella pub- 
blica piazza troviamo esempj nel secolo decimosesto, leg- 
gendo la cronaca dell'Aleniamo Fino. Ed il Canobio de- 



— H6 — 

scrive all'anno 1587 una specie di combattimento seguito 
nella piazza di Crema, ove i gentiluomini gareggiarono 
pompeggiando di forza e di destrezza negli esercizj cavalle- 
reschi, di fantasia e di sfarzo nella sontuosa loro comparsa. 
Il popolo imbizzarriva an ch'egli al carnovale, epoca in cui 
gli si concedeva Y uso della maschera. Nel giorno che suc- 
cedeva all' Epifania soleva la famiglia dei birri, per or- 
dine del podestà, uscire in carrozza scorrendo la città, 
a suono di tamburo e di piffero , e questo era il segnale 
che permetteva a ciascuno di mascherarsi 1 1( . Nei villaggi 
usavasi ancora sul principio del secolo dccimosellimo la 
lesta del piantar maggio , che si celebrava l'ultima sera 
d'aprile; fu proibita l'anno 1656, onde togliere l'abuso dei 
conladini, che l'albero da piantarsi sceglievano fra i più 
beili del territorio, ed estirpavano con violenza senza ve- 
rmi riguardo a chi ne era proprietario (£ ). Di feste religiose 
ve n'era a sazietà; oltre quelle che si ripetevano periodi- 
camente nei corso dell' anno, talvolta si provocavano le 
occasioni a farne d'insolite e di nuove. Così, a ino' d' e- 
sempio, Tanno 1653 al Concilio municipale di Crema venne 
il destro di elegeere s. Antonio di Padova a santo compa- 
trono della città: lo che mise la terra nostra in grande mo- 
vimento ed allegrezza. Tutte le campane delle chiese, le 
artiglierie del castello , fuochi artificiali , musiche , archi 
trionfali, sonetti ed anagrammi di Sospinti, concorsero a 
festeggiare e salutare il santo che i padri della patria ave- 
vano destinato a dividere con s. Panlaleone la tutela della 
città nostra. 

L desino di osservazione che nei secoli scorsi come alle 
feste religiose meseolavasi di sovente alcun che di profano 



I Bacchetti. Nella prefazione aHa Stai iti genealogica delle famiglie no- 
bili cremasche, manoscritto. 

ì CANoBfO. 



- 117- 

o di mitologico, così fin nei baccanali entrava, quasi per 
condimento, qualche pensiero di religione. Uno scettico del- 
l'età nostra riderebbe leggendo in Gian Battista Terni che 
nel carnovale del 1782 vi fu una mascherala che vendeva 
al popolo ricette pei vermi e per il mal di denti, ed i quat- 
trini che raccoglieva aveva destinati d'impiegare in suffragio 
delle anime del purgatorio. Queste a taluni sembreranno 
inezie, pur non devono passare inconsiderate: esse ci rive- 
lano il carattere degli Italiani , incomprensibile miscuglio 
d'incredulità e di superstizione, pur sempre dotati di un 
fondo naturalmente religioso. Ed anche allora che colle 
azioni si scostano dalle dottrine che impararono fanciulli 
sulle ginocchia materne, amano tuttavia conservare le este- 
riori apparenze di religione. Le generazioni che ci precedet- 
tero, a chi ben le osserva, erano più rotte nelle ribalderie 
che non la nostra, ma assai più zelanti nell'adempiere l'e- 
sterne pratiche del catolicismo : tanto è vero che è agevol 
cosa, con un pò di farisaica vernice, darsi l'aria di buon cat- 
tolico, quanto è difficile informare l'animo alle miti e sante 
dottrine del Vangelo. 

Ritornando al discorso dei pubblici spettacoli, diremo che 
sullo scorcio del secolo decimosesto i patrizj smisero la co- 
stumanza di offrire rappresentazioni drammatiche a diver- 
timento del popolo sulla pubblica piazza, preferendo recitar 
commedie nei propri palazzi ed alternandole con balli figu- 
rati che eseguivansi dai fanciulli. L'anno 1595 si rappresentò 
in casa Zurla il Pastor Fido del Guarini, con sontuoso ap- 
parecchio e tanto egregiamente per parte degli attori, che 
il chiarissimo poeta del dramma pastorale scrisse a Lodovico 
Zurla una lettera di ringraziamento (*). L'anno 1646 il po- 
destà Valier, voglioso d'avere in Crema una compagnia co- 



li) La letlera del cavalier Gian Battista Guarini a Lodovico Zurla leggesi 
nel Canobio. 



~ 118 — 
mica, vi chiamò perla prima volta dei commedianti di pro- 
fessione. Allora nella città nostra, come in moltissime altre, 
non v'erano ancora teatri pubblici, onde il podestà destinò 
alle comiche rappresentazioni la sala nel palazzo pretorio 
di cui usavano gli accademici Sospinti. Non andò guari 
che alle commedie successero le opere in musica delle quali 
si ebbe a Crema il primo esempio Tanno 1659, continuando 
la sala dei Sospinti a far le veci di pubblico teatro. Mormo- 
ravano gli accademici d'essere troppo di frequente frodati 
dell'uso della loro sala: ad essi facevan eco molti prudenti 
cittadini, awisando al pericolo d'incendio, cui l'essere quella 
sala convertita in teatro esponeva il vicino archivio notarile. 
Finalmente l'anno 1716, venuto a Crema podestà Camillo 
Trevisan , la di lui moglie Cornelia Benzoni , di famiglia 
cremasca, s'assunse l'impegno di far costruire un pubblico 
teatro: propostane la parte nel Consiglio generale di Crema, 
passò con trentotto voti favorevoli sopra cinquantaquattro 
ch'erano i votanti: ai tre provveditori fu conferita la facoltà 
di eleggere architetto, disegno, nonché il sito su cui edifi- 
care il teatro. I provveditori credettero opportuno d'innal- 
zarlo sulla roggia Crema fra il ponte del marchese Ranuzio 
Zurla, e l'oratorio di s. Rocco, ove, quantunque riformato (*•, 
lo si vede ancora presentemente. Il giorno 28 luglio 1716 
la podestadessa Cornelia Trevisan-Benzoni, servila dai tre 
provveditori, vi pose la prima pietra con lamina di piombo 
su cui eravi un'iscrizione in lode della Trevisan e nomina- 
vansi i tre patrizj cremaschi che allora occupavano il prov- 
veditorato della città. 

Altro pubblico divertimento di cui godevano i Crema- 
schi frequentemente era quello dei fuochi artificiali : ve- 
niva loro offerto in occasione di feste dai Bombardieri, pe- 
ritissimi nel prepararli, come quelli che vi si addestravano 

(1) Il teatro di Crema venne riformalo Tanno 1785. 



— 119 — 
colla loro professione. È singolare lo spettacolo ch'essi die- 
dero sulla pubblica piazza, correndo Tanno 1628, descritto 
dal Canoino: tolsero in quello ad abbruciare la statua del 
gran Sultano , il quale essendo pervenuto ad aver notizia 
di tale affronto , ne chiese soddisfazione alla repubblica di 
Venezia. Questa, per acquietarlo, finse d'aver condannali a 
morte i colpevoli. 

La Fiera. — Una volta V anno , sul principiare dell' au- 
tunno, scorrevano per i Cremaschi giorni di gran vivacità 
e movimento, era l'epoca della fiera. Cominciava tre ore 
prima di sera del 24 settembre e continuava due, tre, e 
fino cinque settimane. L' esenzione però dai dazj concessa 
all'introduzion delle merci non durava più di otto giorni , 
scorsi i quali i mercanti ottenevano il privilegio di proseguire 
la fiera per altrettanti con esenzione dalla sola metà del dazio, 
e talvolta di tenere aperte le loro botteghe a lutto ottobre, 
senza però alcun'esenzione. Antichissima l'origine della fiera 
in Crema, risalendo a' tempi che precedettero la domina- 
zione dei Veneziani, i quali non fecero che confermarne ai 
Cremaschi i privilegi. Il luogo della fiera era fuori della città, 
a pochi passi oltre il ponle del Serio, nel campo chiuso fra le 
due strade di San Benardino e di Ripalta Vecchia. Ivi prima 
del 1764 tu vedevi nel mese di settembre sorgere d'improv- 
viso botteghe di legno che i mercanti costruivano a loro spese. 
L'anno 1764 certo Pio Boccaccio s'assunse ed adempì l'in- 
carico di surrogarvi botteghe di mattone con disegno uni- 
forme , le quali poi affittò o vendette ai mercadanti. Due 
volle, l'anno 1647 e 1697, la fiera con le botteghe di legno 
era stata distrutta da un fortuito incendio. 

Sul luogo della fiera, per tutto il tempo della sua durata, 
non esercitava il podestà alcuna giurisdizione: l'ufficio di 
politica sorveglianza ne competeva al giudice , « il quale 
» apriva anch'egli bottega e vendeva giustizia a prezzo ec- 
» cessivo. Guai a colui che si fosse lascialo cogliere con 



— 120 — 

» qualunque piccolissimo coltello che avesse punta , o con 
» un bastone che non passasse entro un anello dato a mi- 
» sura ! Queste trasgressioni erano multate conforme alla 
» condizione di chi le aveva commesse , poi modificate al- 
» lorchè il reo, per volontà o per impotenza, si rifiutasse 
» pagare , poiché , cessalo il tempo privilegiato , ripigliava 
» il podestà i suoi diritti e amministrava egli giustizia an- 
» che su quelli stali presi sulla fiera 1 ).» Il giudice piantava il 
suo tribunale in una delle botteghe rimaste inaffiltale, te- 
nendo alla porta due sentinelle, ed in altra bottega chiusa 
due grossi anelli di ferro per incatenarvi i colpevoli. 

Dalle terre vicine, non è a dirsi quanti accorressero alla 
fiera di Crema, Milanesi principalmente, i quali, oltre l'al- 
lettamento del comperar merci a buon mercato, vantaggia- 
vano sulla misura del braccio più lungo del loro, e sul va- 
lore della lira, minore di un buon terzo della milanese (2) . 
Nei giorni della fiera, le famiglie signorili di Crema sciala- 
vano , sia per isfoggiare agli occhi dei forestieri un lusso 
principesco, sia per ospitare splendidamente i più ragguar- 
devoli personaggi che venivano a Crema per divertirsi. Ol- 
tre i convili, il corso e i brillanti convegni nelle case pri- 
vate, principali divertimenti di quella stagione erano la 
musica in duomo, l'opera al teatro, e il suo ridotto aperto 
ai giocatori. E qui noteremo come la musica in Crema siasi 
sempre tenuta in gran pregio e coltivata con amore , pro- 
ducendovi buoni maestri ed eccellenti dilettanti. Nell'arte 
del canto si rese celebralissima la Banti, una delle Sirene 
di palco scenico che nel secolo passato raccolse sui primarj 
teatri maggior copia d'applausi. Antica poi è l'istituzione 
della cappella del nostro duomo, trovandosene memoria fin 



(i) Racchetti. Prefazione alla Storia genealogica delle famiglie nobili cre- 
viasche , manoscritto. 
(2) Idem. 



— 121 — 
dell'anno 1564. Ài tempi di cui discorriamo, in Crema su- 
divan musiche quasi giornalmente or nell'una or nell'altra 
delle chiese , e di concerti musicali risonavano spessissimo 
le sale dei ricchi , e quella degli accademici Sospinti. Du- 
rante i giorni della fiera canlavansi in duomo all'altare della 
Madonna le litanie o la Salve Regina da eletta schiera di 
musicanti: le sacre melodie incominciavano sull'imbrunire, 
affinchè ne potessero godere i reduci dalla fiera. Abbellivano 
il tempio sontuosi apparati , gran copia di cerei lo rischia- 
ravano : le dame v'intervenivano con abiti pomposissimi , 
senza velo, servite dai loro cavalieri, ed era un continuo e 
forte cicaleggiare con isfacciata irriverenza al sacro luogo, che 
in quelle sere, al dir del Racchetti, sembrava convertito in 
una gran sala da ballo. Terminate le litanie si passava dalla 
chiesa in teatro, ove la magnificenza dello spettacolo rapiva 
d'ammirazione i forestieri, e l'orecchio deliziavano soavis- 
sime voci di musici e di celebri artisti. La piccola Crema 
ambiva che il suo teatro in tempo di fiera gareggiasse coi 
principali d'Italia, quindi vi si chiamavano da lontani paesi 
i cantanti di maggior grido. Fra gli altri s' udirono sulle 
nostre scene Paciarotti , Babini , e la Mari. Nella seconda 
metà del secolo passato rappresentavansi di preferenza i 
drammi del Metastasio , scritturandosi appositi maestri di 
cappella acciocché condissero di nuova musica gl'inimitabili 
versi del cesareo poeta. L'anno 174-9, scrive Tintori, l'opera 
costò ai Cremaschi quaranta mila lire : somma rilevante se 
riflettiamo che la pagarono tutta i compatroni del teatro , 
cui la città non concedeva allora alcun sussidio. Prodigare 
danaro per divertirsi, e grandeggiare con isplendidezze era 
istinto dei nostri padri, i quali non misuravano i piaceri col- 
1' abaco alla mano, ritenendo schifosa l'economia quando 
traltavasi di inebbriare la vita nella spensieratezza dei go- 
dimenti. L'opera a Crema in occasione della fiera attirava 
la curiosità dei forestieri e qualche volta vi capitavano i 



— in — 

principi delle Corti vicine. Finito lo spettacolo schiudevasi 
il ridotto del teatro dove moltissimi, dopo gustale le soavis- 
sime della musica , entravano a sperimentare le febbrili 
commozioni dei giuochi d'azzardo : e felice chi n'usciva col 
solo rimorso d'aver perdutoli sonno della notte, che alcuni 
vi lasciavano il necessario al sostentamento proprio e dei 
figli! 

Ravvivatosi stupendamente il commercio nel secol nostro 
col prodigioso moltiplicarsi delle vie di comunicazione, e 
colla celerità dei mezzi di trasporto , le fiere perdettero la 
loro importanza e caddero in disuso. Poche rimangono an- 
cora in Lombardia, e sono sparuta immagine delle brillan- 
tissime che vedevansi una volta. Floridissima era quella di 
Crema d'ogni genere di merci, e meglio ancora per il gran 
concorso di forestieri che d'ogni parte vi affluivano, quali 
per comperare con profìtto , quali per sola curiosità o per 
ispasso. Figurandoci colla fantasia quella vivacità, quel mo- 
vimento vitale d'interessi di cui animavasi la città nostra 
in tempo di fiera, ci è forza lamentare d' averla perduta. 
Crema , priva com'è attualmente d'ogni ramo d'industria, 
divisa dal mondo commerciale, negletta dai viaggiatori che 
ben di rado li punge curiosità di visitarla, scapitò non sol- 
tanto nei materiali interessi, ma ben anche nello spirito de' 
suoi abitanti. L'isolamento produce inerzia e selvatichezza: 
ove è minore il contatto fra l'uno e l'altro paese, men pre- 
coci si sviluppano le idee dei grandiosi interessi sociali , e 
le menti avvezze a restringere lo sguardo entro brevissimo 
cerchio, impiccoliscono. Ed ecco il motivo per cui a Crema 
signoreggia attualmente 1 ) certa misantropia di municipali- 
smo che spande papaveri sugli spiriti degli abitanti, i quali si 
tengono beati del loro isolamento, e del far niente, adulando 
sé medesimi e i vecchi pregiudizj: ecco il motivo per cui adot- 

(i) Avvertiamo il lettore che l'Autore scriveva questo capitolo nel 1854. 



— 123 — 
landò quel chez nous che rese proverbiali i Francesi, i Cre- 
maschi attaccano soverchia importanza al campanile del 
proprio municipio, e certuni fan consistere l'amor di patria 
nel trincerarsi cogli affetti e coi desiderj entro le mura na- 
tive, e considerano del pari come stranieri un Inglese ed un 
Comasco. Queste pecche, le quali discordano coll'indole sve- 
gliata ed ospitale dei Crernaschi, sono particolarmente da 
attribuirsi alle mutate condizioni dei tempi , le quali fecero 
della città nostra un chiostro segregato di Lombardia. 

Errori d' alcuni storici sulla condizione dei sudditi ve- 
neziani di terra ferma. — V'hanno scrittori , e fra questi 
il conte Daru, i quali vorrebbero persuadere che i sudditi 
di terra ferma vivessero alquanto malcontenti del governo 
veneziano , e che durante la lega di Cambrai afferrassero 
avidamente l'occasione di rendersi ribelli. Menzogne. Non 
già che difettassero motivi d'avversare quel governo aristo- 
cratico, ove la sovranità era privilegio delle patrizie famiglie 
di Venezia, ove i rettori delle provincie abusavano in modo 
schifoso delle loro attribuzioni: nondimeno i popoli compor- 
tavano fedelmente e di buon grado il dominio dei Veneziani. 
Ciò non sembrerà strano a chi rifletta come l'abitudine del 
servire possa naturarsi anche nei popoli più illuminali , e 
consideri l'accorta politica dell'aristocrazia veneta, la quale, 
ben disse Niccolò Tommaseo, conosceva V arte di stringere 
il morso alla bestia senza che *' inalberasse. E dicasi pure 
ad onor del vero : la repubblica di Venezia ai vizj della 
forma ond'era costituita, a quello di alcune istituzioni che 
non proteggevano abbastanza la civile libertà dei sudditi , 
associava certa politica liberale da procacciarsi la simpatia 
delle provincie che a lei obbedivano. Quando si pensi che 
Venezia lasciava ai sudditi di terra ferma la facoltà di am- 
ministrarsi colle antiche loro lecei e consuetudini , ed era 
un governo nazionale , e fece ogni sforzo per mantenere ai 
suoi popoli la pace, frenava il clero, rispettando la reli- 



— 124 — 
gione, carezzava l'industria, non ci meraviglieremo più se 
molte città lombarde si tennero, se non felici , almeno sod- 
disfatte di essersi inchinate al leone di s. Marco. Arrogi 
l'antichità, storicamente fastosa, di quel governo, bagliore 
che colpisce l'immaginazione de' popoli: arrogi quel fàscino 
che , ingannandoli, esercitava sugli animi loro il nome di re- 
pubblica: perocché gli uomini non di rado adorano un nome, 
senza osservare se i fatti vi corrispondono, non badando 
come talvolta il vessillo su cui è scritto repubblica, caduto 
nelle mani a certa genia, sia d'arislocrali, sia di democrati, 
diventa una clava con cui i pochi percuotono i molli. A tutte 
queste considerazioni altra aggiungete intorno lo stato de- 
plorabile in cui furono balestrate le altre terre lombarde, 
e diciam pure d'Italia, dopo le guerre combattute da Carlo V 
a totale disfacimento della libertà italiana. Ci risovvenga del- 
l' immane oppressione spagnuola nel ducato di Milano, e 
resteremo convinti, come i Cremaschi, ch'erano i più vicini 
spettatori di tanta calamilà , dovessero riputarsi fortunali 
d'obbedire ad un'aristocrazia che rispettava le leggi munì- 
eipali dei sudditi , che parlava la loro favella , e sotto cui 
pagavasi poco, divertivasi assai, e vivevasi in pace. Questi 
erano pur beni reali e sensibili. Ci si obbietterà, che non 
bastano a costituire la libertà e che vi si mescolavano dei 
mali non pochi. Risponderemo, che della libertà, nel senso 
in cui è usata questa parola da molti politicizzanti , non 
erano allora i popoli di Lombardia tanto smaniosi. Le tur- 
bolenze e i sanguinosi parteggiamenti dell'età dei Comuni 
gli aveva condotti a nauseare coi tristi anche i buoni effetti 
del vivere ordinati in tumultuose repubblichelle : non li 
struggeva più quella sete di partecipare al potere e gustarne 
il nettare dirigendo i destini delia patria : quindi maggior 
sommessione alle autorità costituite ; quindi anche i nobili 
di provincia i più ambiziosi s'appagavano d'aver un posto 
nel Consiglio municipale, rassegnati ch'altri più avventurosi 



- 125 — 

sedessero nel Gran Consiglio di Venezia a dettar loro la legge. 
E in quanto ai mali o piaghe sociali che affliggevano i sudditi 
veneziani, e dei quali abbiam fatto cenno, si rifletta che 
tanti derivavano non dal governo, ma piuttosto dalla cor- 
ruzione de 1 suoi magistrali, e tanti erano avanzo di un'età 
più remola che il governo veneto cercò ma non poteva estir- 
pare così facilmente. Quante leggi, a mo' d'esempio , non 
pubblicò il Consiglio dei Dieci a snidare dagli Stati della 
repubblica quelle masnade di bravacci , banditi e malan- 
drini, peste della pubblica tranquillità e della sicurezza dei 
cittadini? E ad impedire che moltiplicassero eccessivamente 
i conventi e le mani-morte, non bandì il Senato un famoso 
decreto che gli tirò addosso Tira di Paolo V? E non cercò 
il governo di por freno anche alle sregolatezze di un lusso 
che diveniva alle famiglie ridicolo e rovinoso ? . . . . 

Noi siamo ben lontani dal tessere l'apologia del governo 
veneziano, né lo potremmo dopo averne rivelate non poche 
magagne: pur vorremmo persuadere che quell'aristocrazia 
non era tanto spaventosa e insopportabile ai suoi governati 
quanto la dipinsero scrittori stranieri, intrecciando alla storia 
invereconde menzogne e fole da romanzo : vorremmo non 
si accagionasse il governo di Venezia di lutti i mali ond'e- 
rano travagliate le sue provincie , colpa in gran parte della 
condizione dei tempi più che della politica dei dominanti : 
vorremmo si raffrontasse il regime veneziano con quello di 
Spagna, di Toscana, di Romagna, indi si scoprirebbe se il 
mal governo pesava più terribile sul collo dei popoli italiani 
nella Venezia o piuttosto in altre terre della penisola: vor- 
remmo finalmente smentire l'asserzione del Daru , che i 
sudditi veneziani fossero impazientì di scuotere il giogo della 
repubblica, e ne cogliessero festosi l'occasione dopo che Lo- 
dovico XII disfece l'esercito veneto ad Àgnadello. 

Di Crema noi possiamo, colla scorta dei fatti, affermare 
che i suoi abitanti per più di Ire secoli serbaronsi, non che 



— 126 — 

fedeli, affezionati al vessillo di s. Marco. Quando l'araldo 
di Lodovico XII, dopo la sconfitta d'Agnadello, intimò ai 
Cremaschi d'arrendersi, essi, benché sapessero che la re- 
pubblica non li poteva difendere, e che era inevitabile can- 
giar padrone, nondimeno tentennarono di mollo a sottoporsi 
ai cenni del vincitore: ricorsero al Cielo per consiglio e ci 
vollero le astuzie ed i maneggi di Socino Benzoni per in- 
durli a gridare, Viva Francia! Quando il marchese di Bed- 
mar, ambasciatore di Spagna, macchinò di porre a soqqua- 
dro la repubblica di Venezia, le fila della sua cospirazione 
estendevansi fino a Crema: ma i cospiratori eran tutti sol- 
dati della repubblica che stanziavano nella città nostra, né 
è detto che alcun Cremasco partecipasse alla congiura , e 
nissuno infatti vi restò compromesso. Che più? Scorrendo 
le cronache, non c'incontrò mai di trovare in trecento e 
più anni alcun Cremasco condannato per delitti di Slato, 
se ne eccettuate Socino Benzoni, il quale in tempi turbi- 
nosi, e per privale vendette, disertò alle bandiere francesi. 
Racchetti scrive: « in Crema, a ricordanza de' miei mag- 
» giori, uno solo venne incapottato per ordine del Consiglio 
» dei Dieci, e non passò gran tempo che il reo tornò libero, 
» perchè il suo delitto non consisteva che nell'aver rubati 
» alquanti mattoni diroccati delle mura della città. » E qui 
giova l'osservare che il terribile Consiglio incaricato a Ve- 
nezia dell'inquisizione sui debili di Stato, che lo spionaggio, 
i piombi, e i misteriosi processi con cui la repubblica con- 
dannava coloro che anche per lievissimi trascorsi o sospetti 
si imputassero rei di fellonia, erano tutte rigorose istituzioni 
dalla gelosa aristocrazia veneta stabilite per tenere imbri- 
gliate le ambizioni de' suoi membri, acciocché la sua costi- 
tituzione non alterassero: quindi spaventavano gli abitanti 
della metropoli assai più che quelli delle provincie, ove era 
minore la vigilanza del Consiglio dei Dieci, consapevole che 
i sudditi pensavano a lutt'altro che a cospirare, ove non 



— 127 — 
temevasi che un nobiluccio sognasse di sovvertire l'ordina- 
mento politico della repubblica. Non credasi adunque che 
a Crema, a Brescia, a Bergamo un cittadino non potesse 
muover passo senz'essere, come a Venezia, braccheggiato 
da un spione: non credasi che per un cenno ed una parola 
si corresse pericolo d'essere trascinati innanzi l'inesorabile 
tribunale degli inquisitori di Stalo. La veneta aristocrazia 
adombra vasi di sé medesima assai più che dei popoli con- 
quistali , e ne aveva le sue buone ragioni. 

Questi riflessi abbiamo voluto porre solt'occhio al lettore, 
acciò non si lasci allucinare dalle ciance esagerale che scrit- 
tori ollremontani sparsero a bello studio nelle opere loro 
coll'intento di denigrare il governo di Venezia, e dipingerlo 
atrocissimo, insopportabile a' suoi popoli. Noi, ai Francesi, 
che più degli altri svillaneggiarono il nome veneziano, ri- 
sponderemo , non esservi stato governo straniero che in 
Italia abbia potuto mantenersi per lunghissimo corso di se- 
coli come il veneto: nissuno che meglio di lui si conciliasse 
la simpatia de' suoi governati. Queste sono verità lucenlis- 
sime nella storia , ed alle quali si tentò invano far guerra 
con libri sistematicamente bugiardi , con romanzi di tene- 
brose fantasie , con drammi ove si è cercalo il segreto dei 
colpi di scena infamando la memoria della veneta aristo- 
crazia. Non già che noi ci sentiamo, come Botta, inclinati 
a rompere in elegiaci lamenti sulla caduta della aristocrazia 
di Venezia , però non ci basta 1' animo di ricordare senza 
dolore il trattato di Campo Formio, in cui Napoleone mer- 
canteggiò l'annosa regina dell'Adriatico. E quando le cro- 
nache ci rivelano i tanti generosi sagrificj che i nostri padri 
consumarono per mantenersi pupilli del leone di s. Marco, 
quando colla storia alla mano misuriamo quel profondo 
abisso di miserie in cui il flagello di straniere dominazioni 
aveva precipitali gli altri popoli d'Italia, ci rallegriamo tut- 
tavia che la Provvidenza abbia a Crema assegnati per mi- 
nor sventura v*) tre secoli e mezzo di regime veneziano. 

i Vedi nelle noie la lettera D. 



— 128 



DOCUMENTI E NOTE 



Documento A. 

Da una carta scritta per mano di un Gian Battista Terni l'anno 1G85, 
e intitolata : Cose varie appartenenti alla città di Crema, desumiamo 
la cifra dei principali prodotti del territorio cremasco nella seconda 
metà del secolo decimosettimo. In essa leggesi : « Nel territorio cre- 
» masco si raccoglie sottosopra, un anno computato con l'altro, some di 
« frumento 50 mila et di miglio some 34 mila : vino, brente grosse 
» 50 mila-, fieno, carra 13 mila, et buona quantità di lino. « Notate che 
la coltivazione del grano turco non si generalizzò nel territorio nostro 
che nel secolo passato: notate eziandio che non si è fatto menzione 
del riso , quantunque di risa j e n'esistessero nella provincia cremasca 
fin dal secolo decimosettimo: non si fa pur cenno del raccolto dei boz- 
zoli, forse perchè a quell'epoca n'era assai scarsa la coltivazione. 

Alle cifre sopraccennate contraporremo quelle di un calcolo appros- 
simativo fatto dei prodotti che raccolgonsi sul terreno cremasco ai 
nostri giorni. 

Frumento . . . Some cremasene 28788 

Formentone » . . 75737 

Miglio » . . 13178 

Risone » . . 19915 

Segale » . . 1647 

Avena » . . 1647 

Legumi ed altri generi . » . . 4118 
Vino brente cremasene 132588 

Frutta Rabbi 15000 

Rape « 35000 

Olio di noce . » 720 

Olio di linseme » 8400 

Olio di colzat » 2400 

Bozzoli » 60000 



Lino 
Fieno 


— 4^29 — 

Rubbi 527142 

a 2483567 




Documento B. 



Per meglio regolarizzare l'esazione delle imposte la repubblica ve- 
neta fece eseguire nel 1609 il censimento della provincia cremasca, il 
quale venne poi modificato l'anno 1685. L'estimo fu allora espresso in 
lire, soldi e denari a misura della rendita di ciascun stabile estimato, 
stabilendosi che lire 72 di cavamento (cioè di rendita) formassero un 
soldo d'estimo. H riparto poi delle gravezze si faceva su questi soldi } 
frazioni dei quali erano i denari e i dodicesimi. « Avrete sentito più 
» volte dire dai nostri vecchi (scrive l'ingegnere Donati in una lettera 
r> inserita nell'Almanacco cremasco del 1853), che il tale o il tal altro 
■ signore aveva tanti soldi d'estimo : ma questi soldi non erano che 
» una cifra rappresentativa della rendita estimata dei loro fondi e delle 
n loro case, calcolati in ragione di lir. 72 per ogni soldo. » 

Riporteremo il Prospetto dell'estimo operatosi nel 1609 , e dalla di- 
stribuzione delle cifre ripartite sulle varie classi desumerete come i 
beni ecclesiastici formassero circa un sesto dell'estimo totale della pro- 
vincia cremasca. 

Esposizione dell' estimo del 1609. 

Terre di chiese soldi 4214 d. 11 

Case e molini di dette chiese in Crema . . » 72 » 2 
Case e molini delle medesime fuori di Crema » 100 » 10 



Totale soldi 4387 d. 11 



Terre di cittadini ........ soldi 15065 d. — 

Case e molini dei medesimi in Crema . . » 2877 » 4 
Case e molini dei medesimi fuori di Crema n 962 » 8 



Totale soldi 18905 d. 



Terre dei contadini soldi 4975 d. 7 

Case e molini dei medesimi » 965 » — 



Totale soldi 5940 d. 7 



Mercanzia soldi 1720 d. - 

Voi. II. 9 



— 130 — 

Riassunto. — Estimo degli Ecclesiastici . soldi 4387 d.ll 

■n dei cittadini .... » 18905 n — 

» dei contadini ... « 5940 * 7 

» della mercanzia . . » 1720 » — 



Totale soldi 30953 d. 6 



Secondo l'estimo vecchio il territorio cremasco componevasi di com- 
plessive pertiche cremasene 312943 : di queste Gian Battista Terni 
notò che l'anno 1685 appartenevano air ecclesiastico pertiche 4746G. 
Col nuovo censo attivatosi nel novembre del 1852 il territorio crema- 
sco fu calcolato pertiche censuarie 254535. 

Documento C. 

Confraternite e religiose associazioni. 

Sotto nome di confraternite, discipline, consorzj, moltissime erano in 
Crema le religiose associazioni, alle quali inscrivevansi cittadini d'ogni 
ceto. V'era la scuola di Santa Maria Ripalta, volgarmente detta 
della Disciplina, e un tempo dei Battuti : la confraternita o scuola dei 
falegnami e muratori sotto l'invocazione di S. Giuseppe , e ad essa 
devesi l'erezione dell'oratorio (oggidì soppresso), dedicato a questo 
Santo : la confraternita di S. Marta o di S. Giovanni decollato , la 
quale aggregatasi a quella di S. Giovanni decollato della nazione fio- 
rentina in Roma, esercitava il pio ufficio di accompagnare i condan- 
nati al patibolo : la confraternita di S. Maria Elisabetta di Porta Se- 
rio, la più antica che fosse in Crema, esistendovi fin dall'anno 1383 : 
la confraternita della Carità da cui era mantenuta la chiesa di S. Gio- 
vanni Battista. Oltre a queste notavansi in Crema il venerando con- 
sorzio del SS. Sacramento in Duomo , formato da persone delle più 
illustri famiglie : il venerando consorzio degli agonizzanti in S. Ca- 
terina , che dirigeva le sue opere a conforto degli agonizzanti : il ve- 
nerando consorzio del suffragio dei morti in S. Francesco : il vene- 
rando consorzio della SS. Croce in S. Domenico, della Beata Vergine 
della cintura in S. Agostino , ed altri con diversi nomi nelle chiese 
della cattedrale, di S. Antonio, di S. Giacomo, di S. Caterina. Cia- 
scuno di questi consorzj rcgolavasi con particolari statuti , i quali ve- 
nivano sanzionati dalle autorità governative. 

Oltre di che le diverse fraglie degli artigiani s'erano eletto un santo 
protettore e ne mantenevano a loro spese l'altare, quali in una, quali 



- 151 — 

in altra delle chiese. Così a ino' d'esempio . la fraglia dei grassinari 
manteneva a sue spese l'altare di S. Pietro in S. Domenico: la fraglia 
dei fabbri, onorando qnal protettore S. Eligio, ne manteneva l'altare 
in S. Bernardino, ove fece dipingere dal Barbelli il quadro che raffi- 
gura il santo vescovo: la fraglia dei sarti venerava qual protettore il 
martire S. Vittoriano nella chiesa di S. Francesco : la fraglia dei cia- 
battini aveva ottenuto in perpetuo assegno dai PP. Carmelitani l'al- 
tare di S. Stefano in S. Caterina: la fraglia dei signori mercanti e 
raerzari manteneva in S. Bernardino l'altare di S. Pietro ne' Vincoli, 
e nella stessa chiesa mantenevasi un altare dedicato a S. Marco dalla 
fraglia dei tessitori. 






Documento D. 



Giacché per chi si diletta di leggere storie veneziane è facilissima 
cosa l'abbattersi in opere di scrittori stranieri, i quali ricopersero di 
contumelie la memoria della veneta aristocrazia , così noi, per anti- 
doto al veleno che succhiasi contro il governo di S. Marco , leggen- 
done i tanti sistematici detrattori, riportiamo di buon grado le se- 
guenti parole di gravissimo filosofo moderno. 

« Venezia è una gloria speciale e splendidissima del medio evo. La 
» medesima Inghilterra dai tempi di Elisabetta o di Oliviero Cromwel 
» fino ai nostri giorni non porge uno spettacolo più grande e magni- 

- fico (se si riguarda il divario degli Stati e dei tempi ), che la patria 
» dei Dandolo, dei Poli e dei Morosini. E come questa non la cede in 
» grandezza , così la vince in giustizia e in generosità verso le nazioni 
« forestiere nel rispetto della ragione delle genti , nell'amore della ci- 
» viltà universale. Quanto agli ordini interni, i Dieci ed i Piombi non 
» sono certo cose lodevoli , e partorirono talvolta effetti detestabili ; 
« ma il male fu esagerato, ed in ogni modo non prevalse alle virtù. 

- Il volgo italiano, non solo a' dì nostri ma da più d'un secolo, giu- 
■ dica dell'antica Venezia dalie ciance e dalle menzogne francesi , e 
» crede che basti a condannarla il dire ch'era aristocratica. Troverai 
" in folla scrittori che levano a cie'o la democrazia degli anglo-arae- 
» ricani e bestemmiano l'aristocrazia veneta. Ma i patrizj dell' Adria- 
» tico non erano carnefici dei loro fratelli, non credevano, come la plebe 
» regnatrice d'America , che la Provvidenza avesse creata tutta quanta 
n una stirpe, e di creature simili a loro, per servir di ludibrio o d' i- 

- stroinento ai goditori di libertà. Fra tutti i patriziati antichi e mo- 
» derni, ninno o pochissimi furono così legittimi nella loro origine, 



— 432 — 

» così moderati nel loro possesso , così umani nei loro costumi , cosi 
» benefici e gloriosi nelle loro opere come il Veneziano. Niuno o po- 
» classimi ebbero questo singoiar privilegio di essere più formidabili s 
» sé stessi che agli ordini inferiori dei cittadini. Eterna lode sia al 
» Botta di non essersi lasciato spaventare ai clamori di un'età servile, 
» e di aver vendicato dall' infamia la vittima italiana, più illustre di 
» due tirannidi forestiere insieme congiunte. » 

Vincenzo Gioberti, in una nota della sua opera intitolata: In- 
troduzione allo studio della filosofia. 



135 



CAPITOLO DECIMOQUIiNTO. 

VICENDE DI CREMA DALL'EPOCA DELL\ RIVOLUZIONE FRANCESE 
FINO ALLO STABILIMENTO DEL DOMINIO AUSTRIACO NEL 1814. 



SOMMARIO. 



Gli enciclopedisti francesi spargono in Europa le loro dottrine. — Alcuni 
principi fanno negli Stali italiani delle riforme: la repubblica veneta rimane 
stazionaria nella sua politica. — La moda del leggere libri francesi s'in- 
troduce anebe a Crema nel patriziato, che non ne trae alcun profitto. — 
Scoppia la rivoluzione di Francia : come si diportasse la repubblica veneta 
a fronte dei gravissimi avvenimenti che sconvolgevano la Francia. — Il 
senato veneto adotta il partito della neutralità disarmata. — I Francesi 
discendono in Italia: combattimento di Lodi. — I Tedeschi si spandono sul 
territorio nostro : i Francesi gì' inseguono : paura che ne ebbero i Cre- 
maschi. — l Veneziani provano i tristissimi effetti della loro politica. — 
Napoleone va macchinando di distruggere la repubblica veneta: cospirazione 
orditasi a Milano a danno dei Veneziani : il marchese Fortunato Gambazocco 
uno dei cospiratori. — Sollevazione di Bergamo e di Brescia, cui succede 
quella di Crema. — In qual modo siasi a Crema compita la rivoluzione, 
ed a chi si debba particolarmente attribuire. — Caduto in Crema il governo 
veneto, si proclama la Municipalità del popolo sovrano. - Baldorie demo- 
cratiche: i nobili vengono offesi nelle loro vanità, il clero è oltraggiato. — 
Repubblicani esagerati e repubblicani moderati. — Di quali persone si 
componesse la nuova Municipalità democratica, e suoi primi alti. — Ar- 
genterie tolte alle chiese e in parte trafugate. — Circolo costituzionale: 
suoi oratori. — Antonio Ronna repubblicano onestissimo e benemerito cit- 
tadino. — Il vescovo Gardini viene eccitato a mandare il clero ad ascoltare 
i discorsi che si facevano nel circolo costituzionale: risposta di monsignore. — 
Trattato di Campo-Formio : considerazioni sulla caduta della repubblica 
veneta. — A Milano vien costituita la repubblica cisalpina: Crema aggregata 
al dipartimento dell'Adda. — Alla municipalità del popolo sovrano succede 
in Crema la municipalità costituzionale composta di cinque persone. — Si 



— 134 — 

sopprime in Crema il santo ufficio d'inquisizione. — Soperchierie della 
guarnigione francese in Crema. — I Francesi sconfini dai Tedeschi si riti- 
rano oltre il Ticino. — I Tedeschi occupano Crema la prima volta il giorno 
25 aprile 1799: frenesia d'allegrezza con cui furono accolti. — Il municipi') 
di Crema é affidato a tre nobili provveditori. — Il palazzo municipale di 
Crema vien saccheggialo dal popolo: a chi se ne attribuisce la colpa. — 
Reazioni dei nobili contro i giacobini. — Polizia costituitasi in Crema e 
formata dai nobili. — Crema presidiala da guarnigione russa. — Bonaparte 
ritorna in Lombardia: Crema è rioccupata dai Francesi. — Municipalità 
cremasca costituita dal cittadino Santini: di lei attribuzioni. — 1 demo- 
cratici si vendicano dei nobili facendo loro pagare laute somme: lettere di 
giubilo. — Replicate imposizioni dei Francesi : coraggioso ed onesto contegno 
di Luigi Massari presidente della Municipalità cremasca. — Azioni che ren- 
dono di Crema benemerito il nome di Luigi Massari. — Comizj di Lione. — 
Terremuoto del 1802. — Costituitasi la repubblica italiana, si riforma in 
Crema la rappresentanza municipale: persone che la componevano e loro 
tendenze. — Napoleone viene incoronato re d'Italia: quali dei Cremasela 
partecipassero alle cariche dello Stato. — Cenni sul contegno di Napoleone- 
verso gl'Italiani. Crema cessa d'essere considerata fortezza. — Commemo- 
razione di alcuni Cremaschi che all'epoca napoleonica sidistinguevano nelle 
armi o per virtù d'ingegno : cenni sulla vita e sulle opere di Vincenzo 
Cotti, Livio Galimberti, Enrico Barelli, Cesare e AlfonsoRuggeri, Vincenzo 
Racchetta Placido Zurla, Stefano Pavesi. — Caduta di Napoleone: gli 
Austriaci occupano la Lombardia: — Tracce che lasciò l'invasione dei Francesi 
in Italia: raffronto fra i costumi del secolo scorso e quelli del presente: 
miglioramenti avvenuti nelle sociali condizioni: progresso dell'agricoltura 
nel territorio cremasco. — Si lamenta la mancanza delle arti manitatluriere 
in Crema. 



Nel secolo clecimottavo, prima ancora dell' ollantanove, 
la Francia attirava lo sguardo delle altre nazioni col genio 
de'suoi filosofi, i quali spargevano nuove dottrine, olezzanti 
filantropia, consigliataci di sociali riforme. Nella colta Eu- 
ropa era un'invasione di libri francesi; se ne deliziavano 
gli amatori di novità, i gravi pensatori, gli eruditi, persone 
d'ambo i sessi; tanto era l'allettamento di una letteratura 
che al fascino delle nuove idee accoppiava uno spirito ar- 
guto, fiori d'immaginazione, stile brillantissimo, e sopra- 
tutto una sentimentale tenerezza verso l'umanità, per le 
cui miserie pareva che spasimassero in Francia e filosofi e 






- 155 — 

poeti, con animo paternamente amoroso. Vero è che in 
quei libri, oltre che abbondavano le menzogne, serpeggiava 
uno spirito ribelle alle autorità per tanti secoli ossequiate, 
e con titanica audacia lotlavasi contro le massime cardinali 
della cattolica religione; nondimeno si leggevano avidamente 
e si ammiravano per quelle aspirazioni umanitarie di filo- 
sofi che speravano, demolendo il vecchio edificio sociale, 
di ricondurre il mondo alla favolosa età dell'oro. 1 princi- 
pi, non che por argine, assecondavano coll'esempio il tor- 
rente delle nuove idee che dalla Francia irrompeva ad in- 
nondare l'Europa; sia che anche le menti loro ne rimanes- 
sero travolte, sia che dal braccio de' popoli paventassero 
pericoli di peggiori travolgimenti, non pochi regnanti inal- 
berarono un vessillo di progresso introducendo delle rifor- 
me nei loro Stati. Penetrala nelle regie aule, la voce della 
filosofìa spinse mani scettrale a vergare decreti che ammi- 
glioravano la sociale condizione dei sudditi; in Italia Giu- 
seppe II, Leopoldo di Toscana, Carlo di Napoli aspirava- 
no, chi più, chi meno, al vanto d'essere salutati dai loro 
popoli siccome principi filosofi e liberali. 

Il governo di Venezia, d'indole tutto aristocratico, in- 
tarlato dagli anni e dai vizj della sua costituzione, abbor- 
riva le riforme, nò ve lo potevano indurre la luce delle 
nuove idee , V esempio dei vicini regnanti. Fidando nella 
sperimentata fedeltà de'suoi popoli, credeva provveder loro 
abbastanza, adoperandosi nel mantener ad essi duraturo 
quello stalo di pace di cui fruivano da lungo tempo. Ne con- 
seguiva, che se le terre del ducato di Milano e di Toscana 
nei secoli precedenti gemevano in condizione senza confronto 
peggiore delle veneziane, queste rimasero al di sotto di 
quelle, dappoiché il saggio governo del duca Leopoldo, e 
il mansueto di Maria Teresa e di Giuseppe II, fecero rifio- 
rire a migliore prosperità i loro dominj. Che che ne dica 
il Botta, cui sembra non esservi mai stato governo più 



— 156 — 
sapiente di quello di Venezia , e che tanto erano perfetti 
i suoi ordini 3 ch'egli non ebbe nemmeno bisogno di alte- 
rarli^), ninno, che abbia fior di senno, può far plauso al- 
l'immobilità della politica veneziana, pertinacemente rilut- 
tante ad ogni sorta d'innovazioni. Che poi gli antichi ordini 
di quel governo non fossero così perfetti, come li vanta 
Carlo Botta, e che già da tempo da taluni fra i patrizj si 
sentisse il bisogno di modificarli, ce lo attestano i fatti. 
Raccogliamo dalla storia che Michele Foscarini fin dall'anno 
1685 rappresentò al maggior Consiglio la necessità d'am- 
pliare il numero dei patrizj inscritti sul libro d'oro, dimo- 
strando i pericoli che al buon ordinamento del governo so- 
vrastavano pel continuo estinguersi delle patrizie famiglie 
ammesse alla sovranità della repubblica. Il marchese Sci- 
pione Maffei nel 1756 presentò un'opera al veneto senato 
ove consigliavalo d'agguerrire i suoi popoli nella milizia, 
d'accogliere nel maggior Consiglio nuove famiglie, ed anche 
delle patrizie di provincia, affinchè gl'interessi e le glorie 
della nobiltà provinciale si accomunassero maglio a quelli 
del governo. Negli ultimi vent'anni della veneta repubblica 
un Quirini, un Contarmi provocarono delle riforme; fu 
censurata l'amministrazione delle finanze, accusato il Con- 
siglio dei dieci; perciò lo stesso corpo aristocratico si divise 
in fazioni che minacciarono turbare gli antichi ordini della 
repubblica. Tuttavia il governo, sventando destramente ogni 
disegno e minaccia di riforme, mantenne inviolata l'annosa 
costituzione; laonde, nel secolo decimottavo, quando prin- 
cipi stranieri con sagge istituzioni procacciavansi in Italia 
fama di liberali, la dormigliosa repubblica di S. Marco si 
accontentò, per lutto liberalismo, di cacciare da' suoi Stati 
i gesuiti (1775), e con leggi più severe di regolare a van- 



ii) Butta. Storia iVIlalia. 



— 157 — 
taggio dell'erario l' amministrazione e le prerogative dei 
beni ecclesiastici. 

Ma quantunque il euorc corrotto e vecchio degli aristo- 
crali veneziani non battesse alle splendide idee di sociale 
progresso che dovevano poco dopo incendiare mezz' Euro- 
pa, pure non impedivasi che le opere degli enciclopedisti 
francesi circolassero negli Stali della repubblica, e che i 
sudditi s'imbevessero delle novatrici dottrine, le quali pre- 
ludiarono la rivoluzione dell' ottantanove. Voltaire, Rous- 
seau, d'Alembert, Diderot, ed altri potenti ingegni, oltre 
trovare proseliti ed ammiratori nelle classi più istruite, 
pascevano gli ozj dei ricchi, penetravano come libri di 
moda nei profumati gabinetti delle dame; insomma può 
dirsi che nel secolo decimottavo dominasse in Italia più 
mal francese nelle librerie che negli spedali. 

Anche a Crema la nobiltà si era infranciosata nelle idee 
e nei costumi, come quella che per seguire l'andazzo dei 
tempi dilettavasi di legger libri piovuti d' oltremonti. Del 
patriziato cremasco udite ciò che scrisse Gian Battista Terni 
l'anno 1780: « 1 libri che cantano libertà di coscienza hanno 
» fatto breccia nelle teste moderne, e le donne in parlico- 
» lare hanno appresa tale lezione. Voltaire, per verità, colle 
» sue stravolte ed ardite speculazioni, ha guasto il mondo, 
» ed è stato seguito dalla maggior parte nel male; all' in- 
» contro, nelle cose buone non ha pure un seguace: fata- 
» lità miserabile della nostra fiacca natura!... Il primoge- 
» nito del conte Ferdinando Vimercati Sanseverino , che 
» morì tempo fa buon cattolico per la sua confessione, fu 
» il primo che adottò le massime del gran filosofo Voltaire 
» fra la nobiltà di Crema; vi rimediò in morte più che bene 
• dal canto suo, ma le massime furono prese per la mag- 
» gior parte dall'universale, e le massime di libertà regnano 
» più che mai nel nostro piccolo paese, e le donne che le 
» hanno professate particolarmente, non sono in caso di 



— 138 — 

» dislorscne con tanta facilità, anzi s'impegnano d' adoc- 
» chiarie a loro piacere, e li poveri mariti sono necessitati 
» a bevcrsele quantunque disgustose' 4 ). » 

Riportammo di buon grado queste parole del Terni, pun- 
genti ma vere. Infatti, persone che sciupavano la vita fra 
le mollezze, il cicisbeismo, i conviti: persone che sfuggi- 
vano quei convegni ove non tirasse aria purissima di bla- 
sone, non possiam credere si compiacessero della letteratura 
francese per le dottrine che in essa cospiravano alla rige- 
nerazione sociale. Ma piuttosto i nobili amavano la filosofia 
volterriana pel suo scetticismo, fonte d'immoralità, cui at- 
tingevano degli argomenti a meglio sanzionare il proprio 
libertinaggio. forse che i nobili, benché noi fossero, si 
ostentassero liberali perchè allora era vezzo millantar li- 
beralismo anche alle corti fra i ciambellani; d'altronde essi 
eran ben lungi dal prevedere che non avrebbe indugiato a 
venire il giorno in cui certe dottrine, che si pregiavano 
solo per moda , si sarebbero convertite in fatti per loro 
spaventosi. Certamente i nobili e in Italia ed altrove non 
si sarebbero creali un idolo di Voltaire e di Rousseau, se 
avessero potuto presentire che quegl' ingegni erano forieri 
del turbine il quale pochi anni appresso doveva sfrondare 
i loro alberi genealogici, e sfruttarli delle prerogative che 
mantenevano al patriziato l'agiatezza e l'orgoglio. 

Narreremo un fatto il quale basterà a dimostrare come 
in Crema la nobiltà, a fronte delle idee umanitarie sparse 
nel mondo dagli enciclopedisti francesi, non che sentire 
l'impulso del secolo si mantenesse ancora fieramente tenace 
degli antichi privilegi da non volerne cedere alcuno a van- 
taggio delle classi inferiori. 

Sotto la dominazione veneta era assai grave il dazio 
delle carni da macello; però la repubblica fin dall'anno 

(1) Gian Battista Tgmvi. Memorie annuali di Crema. 



— 139 — 

1449 aveva concesso ai Cremaschi il privilegio così detto 
del Quarto, mercè del quale potevano macellare una vac- 
ca, un bue od un vitello senza pagar dazio, purché la 
bestia potesse venir divisa in quattro quarti^. E mani- 
festo che di tale privilegio non potevano fruire che le fa- 
miglie dei ricchi e le corporazioni ecclesiastiche, quindi 
T iniqua conseguenza che le case signorili, come quelle che 
consumavano maggiore quantità di carne, la pagassero 
meno, e che il povero dovesse pagare profumatamente la 
poca che occorreva pe' suoi bisogni. Da più di tre secoli i 
ricchi godevano di questo privilegio, quando l'avvocato 
Gian Battista Balis-Crema dottor fiscale, domandando una 
diminuzione sul dazio delle carni, ne propose al senato 
l'abolizione. Accolta la proposta dell'avvocato Balis-Crema, 
il senato ridusse quel dazio a prezzo lenuissimo ed abolì 
il privilegio del Quarto. Se ne rallegrarono le famiglie meno 
agiate e popolane, ne indispettirono le doviziose, la più 
parte patrizie , sia perchè ne scapitavano , sia perchè la 
nuova legge sembrava ad esse una soperchieria loro usata 
dalla plebe. Il nobile Concilio municipale, reclamando con- 
tro il decreto senatorio, manda a Venezia il marchese Luigi 
Zurla, affinchè si adoperi nel far rivocare la nuova legge e 
ristabilire il privilegio del Quarto. Il marchese Zurla, tratte- 
nutosi a Venezia per ben quattro mesi, vi si maneggia così 
destramente, che il senato rivocò la nuova tariffa riconfer- 
mando 1' antica legge sul dazio delle carni e con essa il 
privilegio del Quarto. Esultò la nobiltà cremasca d'aver 
vinta la causa del Quarto, come di una gran vittoria contro 
il popolo; e per rendere ai vinti più amara la sconfitta, 
volle dare pubbliche e solenni dimostrazioni della sua al- 
legrezza. Il Consiglio nobile della città accolse l'illustre suo 



(i) Vedi la capitolazione fra i Cremaschi e la Repubblica veneta nei docu- 
menti al capitolo IX. 



— uo — 

campione, la sera che ritornò da Venezia, con segni d'o- 
nore e di giubilo immenso. « Il marchese Zurla ( scrive 
» Massari), per aver procurato alla città e territorio di 
» Crema un tanto bene, cioè a dire d'aver tolto al povero 
» il mezzo di poter avere a minor prezzo un pezzo di carne 
» per sostenersi , fu ricevuto di notte a Crema dal nobile 
» Consiglio con illuminazioni, musiche, e cento altre ono- 
» rificenze. In sole limonate e oggetti di confetteria il mar- 
» chese presentò una polizza al Consiglio di quarantacinque 
» e più mila lire ex-cremasche, e la causa del Quarto costò 
» alla città più di ottanta mila lire! 1 ). » 

Queste cose avvenivano nel J 786; noi le narrammo non 
per astio al patriziato, ma perchè allora la vita di un mu- 
nicipio consistendo, come osserva Canta l 2 ), nella nobiltà, 
così ci è forza discorrere di lei più a lungo che non vor- 
remmo, e dirne male spesse volte in omaggio al vero. An- 
che Gian Battista Terni, quantunque di stirpe patrizia, 
nelle sue Memorie annuali di Crema pone sovente in deri- 
sione i nobili suoi coetanei: ne svela l'albagia, gli amorosi 
intrighi, e quella furia di prodigalizzare grandeggiando, che 
fu la rovina di molte famiglie; lamentasi perchè le dame 
imperassero sultanicamente e sui mariti e sui cicisbei, la 
pecoraggine dei quali giungeva a tanto da servire a'capricci 
femminili fin nelle cose concernenti V amministrazione del 
municipio; chiama Papaveri , i patrizj più ricchi de' suoi 
tempi, e gli accusa del monopolio ch'essi facevano in Crema 
di tutte le cariche pubbliche, non che della debolezza per 
cui mettevano a parte dell'arrogatasi supremazia le loro 
dulcinee. Insomma, negli ultimi anni del veneto dominio, 
Crema colla corruttela e coll'ambizione dei nobili parodiava 
ancora la metropoli: come a Venezia il governo aristocratico 
della repubblica tralignava in oligarchia, così a Crema la 

(i) Massari nel manoscritto che contiene le Memorie della sua vita. 
(2) Cesare Cantù. Patini e il suo secolo. 



— 141 — 
rappresentanza ed amministrazione del Comune riducevasi 
tutta nelle mani di pochi ottimali, o dei Papaveri, come li 
qualifica il Terni. 

Scoppiò, impreveduta da molti, la rivoluzione francese 
dell' ottantanove, e fosche nubi si addensarono sull'oriz- 
zonte politico d'Europa. Il cavaliere Antonio Capello, che 
nella sua carica d'ambasciatore a Parigi era stalo testimo- 
nio dei rivolgimenti avvenuti in Francia l'anno 1789, rap- 
presentavali al senato di Venezia con un discorso che vi 
tenne nel dicembre del 1790: ed il discorso chiudeva av- 
vertendo il senato che i deputali più fanatici del partito 
popolare avevano stabilito delle società, allo scopo di pro- 
pagare, col mezzo di una generale corrispondenza, anche 
fuori della Francia i loro principj. La relazione del Capello 
non fastidì le menti degli aristocrati veneziani quanto avrebbe 
dovuto, se fossero state meno letargiche e più assennate; 
quindi, lontane dall' intimorirsi, s'illusero nella beatissima 
speranza che quel subitaneo smargesso di democrati non 
sarebbe stato in Francia che un temporale passaggero. Non- 
dimeno giudicarono opportune delle cautele ad impedire 
che il contagio rivoluzionario, diffondendosi oltre i confini 
della Francia, potesse appiccicarsi anche ai pacifici sudditi 
della repubblica. Ordinarono una polizia più attiva e più 
vigilante, incaricandola di sorvegliare acciocché negli Stati 
veneti non s'introducessero libelli rivoluzionarj, di tener 
occhio sulla condotta dei forastieri e su quella dei sudditi 
medesimi in quanto esternassero massime o costumi mo- 
dellati alla francese. Come in Russia, dicesi che a'que'tempi 
venisse processato con tutte le formole giudiziarie un merlo 
che aveva cantato la marsigliese, così a Venezia gl'inqui- 
sitori facevan guerra ai bottoni, ai ventagli, e ad ogni 
moda che sapesse di giacobinismo. La polizia coglieva di 
buon grado un'occasione di esercitare il suo zelo e far co- 
noscere alle tranquille popolazioni l'onniveggenza del suo 



— U2 — 
sguardo, e il vigore del suo braccio. È poi naturale ch'essa 
raddoppiasse di vigilanza nella metropoli e nei paesi di con- 
fine, perciò a Crema la diffidenza e la paura cominciarono 
a intorbidare fra i cittadini l'antica gajezza del vivere spen- 
sieratamente tranquilli. 

In Francia intanto, avvampando e dilatandosi sempre più 
spaventosamente il fuoco della rivoluzione, il governo mo- 
narchico crollò. Questo impensato e subito trionfo della 
democrazia non talentava ai patrizj veneziani; tuttavia essi, 
per non darsi briga sul da farsi, chiudevano facilmente gli 
occhi allo spettacolo terribile di una libertà che a guisa di 
furia, con la face accesa in una mano e la spada nell'altra, 
scorreva indomabile le terre francesi insanguinandole, d'una 
libertà che, distruggendo vecchie istituzioni , minacciava 
avrebbe strozzato nel mondo l'ultimo re. colle budella del- 
l'ultimo prete. Quando nel 1791 le corti di Torino e di 
Napoli proposero al governo veneto una lega italica, che 
in caso di turbamenti nella penisola potesse tutelare l'in- 
tegrità e sicurezza dei loro Stati, Venezia vi si rifiutò: essa 
nel 1796, allorché le venne annunciato che in Francia, ca- 
duta la monarchia, era sorta una repubblica popolare, ri- 
spose al segretario della legazione francese che il governo 
di S. Marco non sarebbe stato né fra i primi né fra gli ul- 
timi a riconoscere la nuova repubblica. Invano l'imperatore 
d'Austria cercò d'un' alleanza offensiva e difensiva i Vene- 
ziani; se ne scansarono col solito ritornello, che volevano 
essere amici di tutti, nemici a nissuno. Più i tempi si face- 
vano procellosi, più la repubblica ostinavasi a rimaner nel- 
l'inerzia, e mentre il mondo la accusava di debolezza e 
d'infingardaggine, essa credeva di procedere con modera- 
zione e prudenza. Finalmente, moltiplicando sempre più gli 
avvisi dei progressi falli dalle armi francesi nel ducato di 
Savoja e nel contado di Nizza, convocossi straordinaria- 
mente il senato, e vi si pose in consulto quali provvedi- 



— 143 — 

menti si rendessero necessarj per conservare la repubblica 
neir imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in Ita- 
lia. In quell'adunanza Francesco Pesaro, procuratore di 
S. Marco, arringò caldamente onde persuadere il governo 
ad una neutralità armata; ma le sue parole caddero infrut- 
tuose, e Venezia adottò il pessimo dei parlili, la neutralità 
disarmata. Che nella guerra tra Francia ed Austria i Vene- 
ziani volessero star neutrali non è da meravigliarsi : da 
Francia, quantunque le affettassero ancora amicizia, li 
allontava l'indole turbolenta e ferocemente democratica del 
nuovo governo; dall'Austria, la loro posizione geografica, 
la storia, ed una politica tradizionale che avevali ammae- 
strati a diffidarne e considerarla siccome loro naturale ne- 
mica. Ma che, a fronte dei pericoli gravissimi ond' erano 
minacciati, essi deliberassero una neutralità disarmala, fu 
tale errore che dimostra ad evidenza quanto fosse imbecil- 
lito un governo, altre volle ammiratissimo per accorta po- 
litica e forti risoluzioni. Ne vedremo le funeste conseguenze 
proseguendo nel nostro racconto. 

Nel 1796 i Francesi colla vittoria di Montenotle s'aper- 
sero il varco alla Lombardia; fugati gli Austriaci nel com- 
battimento al ponte di Lodi, s'insignorirono del ducato di 
Milano. La battaglia di Lodi avvenne addì 10 maggio 1796, 
e fu un giorno di spavento pei Cremaschi, i quali da tanti 
anni non erano avvezzi a sentire il tuono delle artiglierie 
che in occasione di qualche solennità della serenissima 
repubblica. Crebbe lo spavento quando videro gli Austriaci, 
fuggendo, spargersi sul territorio cremasco e rapinare in 
alcuni villaggi , onde moltissimi contadini riparavano in 
città pieni di confusione e di sbigottimento. Saputosi che i 
Francesi inseguivano il fugato nemico, a Crema si sbarrano 
le porte della città, levansi i ponti, cbiudonsi le botteghe 
come se un gran diavolesso improvvisamente sovrastasse. 
1 Francesi alle quiele popolazioni della veneta repubblica 



_ U4 — 
incutevano terrore col solo nome ; oltreché suonava dap- 
pertutto la fama della loro audacia, è a sapersi che da al- 
cuni anni e preti e frati e gazzettieri s'affaticavano sui 
pergami e sui giornali nel seminare l'odio ai Francesi, af- 
tinché i popoli italiani non s'invischiassero nelle dottrine 
dei giacobini. Pennelleggiavasi la nazione francese coi più 
neri colori, i suoi eserciti . vittoriosi erano descritti sic- 
come terribili masnade di atei, regicidi, profanatori delle 
chiese, stupratori, insomma peggio che Vandali. Basti il 
dire che a Venezia gl'inquisitori di Stato riputarono pru- 
denza di proibire un libro di divozione stampato in Italia, 
nel quale le preghiere erano altrettante maledizioni contro 
i Francesi. Ora, figuratevi il terrore dei Cremaschi quando 
videro squadre francesi, comandate dal generale Boumont, 
accostarsi alle mura di Crema e disarmarvi alcuni Austriaci 
che erravano sbandati intorno agli spalti. Uscì da Crema 
a complimentare il Boumont certo Romano, ufficiale veneto, 
eseguì fra loro un colloquio in cui gentilmente si ricambia- 
rono espressioni d'amicizia per parte dei governi che rap- 
presentavano. Poco dopo il podestà Contarini mandò fuori 
di Crema delle vettovaglie al generale Boumont che ne 
aveva fatto inchiesta pel bisogno delle sue truppe. 

Da quel giorno sul territorio nostro incominciò un lungo 
passaggio di truppe francesi, le quali inseguivano gli Au- 
striaci che ritiravansi verso il Mincio. I Cremaschi, dalla 
paura non poca che prima ne avevano, finirono col tenere 
il passaggio dei Francesi siccome uno spettacolo teatrale; 
spinta da una curiosità quasi infantile, la popolazione ac- 
correva in folla per guardare in viso quei baldanzosi san- 
culotti, e ne tirava per conclusione che non erano poi le 
feroci belve che preti e giornalisti avevano dipinto. 11 sol- 
dato gallo- repubblicano accoppiava ad un'aria fieramente 
marziale, affabilità e gajczza, perciò non era difficile fami- 
gliarizzarsi con quei lupi foraslieri clic le terre nostre in- 



— 145 — 
^ombravano col preconcetto disegno d' impadronirsene. 
Molli soldati francesi possedendo ori, argenterie e varie 
preziose robe, depredale la maggior parte nelle chiese e 
nei conventi, per {sbarazzarsene e far danaro ponevanlc 
all' incanto: nel territorio nostro trovarono non pochi che, 
profittando del buon mercato, comperarono perfin delle 
mitre e dei pastorali a un terzo meno del loro valore! 1 ). 

I Veneziani incominciarono a sperimentare i tristissimi 
effetti della politica da loro incautamente adottala. Non ap- 
pena i Francesi posero piede sul terreno della repubblica, 
divenuto teatro della guerra, il generale Bonaparte rim- 
proverò aspramente il provveditore veneto Nicolò Foscarini 
perchè i Veneziani non avessero impedito agli Austriaci di 
entrare nel forte di Peschiera: lagnossi perchè a Verona 
avesse trovato per ben due anni ospitalità il conte di Lilla, 
fratello del ghigliottinalo Luigi XVI re di Francia. Questi 
falli, diceva Bonaparte, mal rispondere all'amicizia che 
Venezia millantava verso Francia; tuttavia non erano, e 
Bonaparte sei sapeva, che naturali conseguenze del sistema 
proclamalo dai Veneziani, di voler essere amici di tutti. Il 
governo veneto, intimorito dalle minacciose parole di Bo- 
naparte e più ancora dalle sue vittorie, pubblicava editti 
con i quali imponeva a'suoi popoli, sotto pene severissime, 
di non recare alcuna offesa alle truppe francesi, anzi d'u- 
sar loro tulti i possibili riguardi. Quindi i sudditi della Se- 
renissima venivano cost celli da chi li reggeva a portarsi 
in pace qualunque insolenza della soldatesca francese, e 
far buon viso allo straniero che, combattendo sopra terre 
neutrali, spargeva qua e là, fra le pacifiche popolazioni, la 
desolazione ed il terrore. 

Parole dolci nella scorza, ma nel sugo amarissime, Bona- 
parte fece sentire alla veneta repubblica nel giugno deì- 

i Llmgj Massari, nello Memorie della sua vita. 

Voi. II. 10 



— im — 

l'anno medesimo (1796) quando entrò in Verona: disse 
essere riconoscente all'amicizia dei Veneziani , e soddisfatto 
delle cortesi accoglienze rese alle sue truppe, particolar- 
mente nei terrilorj di Crema e di Brescia; ma poi soggiun- 
geva trovarsi egli nella necessità di mantenere il suo eser- 
cito a spese delle terre sulle quali guerreggiava , e conclu- 
deva domandando alla repubblica tre milioni. Gli aristocrati 
di Venezia, che avevano adottato il sistema della neutralità 
disarmata col pretesto delle sconcertate finanze e di non 
volere aggravare i sudditi di nuovi balzelli, allora si videro 
necessitati d'addossarsi enormi spese onde satollare i bisogni 
di un condottiero invitto, col quale a loro premeva assai di 
mantenersi in amichevoli relazioni. Egli intanto volgeva già 
in capo il pensiero di spegnere la repubblica veneziana, 
quando ciò alla Francia convenisse, per poter negoziare 
coll'Àuslria un vantaggioso trattato di pace. Nondimeno il 
governo di Venezia persistette nella disposata politica, ri- 
eusando di bel nuovo l'alleanza all'Austria, ed alla Fran- 
cia medesima che ne la richiese; né volle immischiarsi in 
negoziati d'alleanza nemmen colla Prussia, che pure avrebbe 
desiderato una confederazione colla repubblica, e ch'era 
la sola delle potenze europee la quale, a giudizio d'alcuni 
scrittori, poteva salvare l'agonizzante leone di S. Marco. 

Bonaparte, quando vide la repubblica veneta rifiutargli 
l'alleanza, ordì delle trame per sovvertirne gli Stati e com- 
piere così più facilmente il vagheggiato disegno di annichi- 
lirla. Per opera sua creossi in Milano una congregazione 
segreta il cui fine era di suscitare rivoluzioni nelle terre 
dei Veneziani; vi partecipavano i repubblicani di Lombar- 
dia, alcuni Francesi, e molti nobili delle provincie venete, 
Ira i quali i Lecchi, i Gambara, i Beccatosi, i Fcnaroli di 
Brescia; gli Adelasio, gli Alessandri, i Caleppio di Berga- 
mo, ed il marchese Fortunato Gambazocco di Crema. A 
quella società presiedeva certo Landrieux, capo dello stato 
maggiore di cavalleria. 



— U7 — 

Il marchese Gambazocco, fautore caldissimo dei repub- 
blicani francesi, maneggiavasi a Crema occultamente onde 
spargere fra i cittadini il fuoco rivoluzionario; ma il suolo 
cremasco era poco accensibile e mal rispondeva a' suoi di- 
segni: i nobili, avversi alle dottrine dei giacobini perchè le 
temevano; il popolo, oltreché non le comprendeva, serbava 
affezione al vessillo di S. Marco e per amore di quiete, e 
per lunga abitudine, e per tradizionale riverenza. Tuttavia, 
siccome vi sono dei malcontenti sotto ogni governo, il mar- 
chese Gambazocco razzolò anche a Crema dei novatori che 
aderivano alle sue mire. Persone di mediocri fortune ma 
senza blasone, le quali s'arrovellavano d'essere considerale 
da meno dei nobili: ecclesiastici, vogliosi di rompere in- 
comodi voli: utopisti, che da Francia confidavano potesse 
venire all'Italia un'era nuova e splendidissima di libertà: 
facinorosi , cui premeva di turbare lo stagno per pescarvi 
dentro; ecco, benché in iscarso numero, coloro che a Crema 
andavano macchinando col Gambazocco la rivoluzione. Il 
marchese ordiva le sue fila rivoluzionarie in casa Monti- 
celli, ove sedeva in soglio qual cavalier servente della bel- 
lissima consorte di Carlo Monticelli, ed ove s'imbandivano 
con frequenza lauti convili e tavoli da gioco, sicché la po- 
lizia veneta difficilmente poteva adombrarsi della condotta 
del Gambazocco, credendo che il marchese Fortunato usasse 
quella casa per deliziare la vita negli spassi gentilizj del 
banchettare, giuocare, e fare all'amore. Prima ancora però 
che il Gambazocco divenisse occulto mestatore di trame ri- 
voluzionarie, comparve a Crema, in tempo di fiera, certo 
Durand, emissario francese; era venuto come direttore di 
una compagnia equestre, e mentre divertiva il pubblico coi 
suo circolo di cavalli, adoperossi nel seminare fra la po- 
polazione i costumi e i dogmi dei giacobini. 

I cospiratori i quali , come dicemmo, avevano a Milano 
il centro della loro società, disegnarono di sollevare contro 



— U8 — 
Venezia le città di Brescia, Bergamo, e Crema: Brescia, la 
prima, le altre ne avrebbero tosto seguito l'esempio. Ma 
Landrieux, capo della società cospiratrice , ne rivelò le 
trame ad Alessandro Otlolini, podestà di Bergamo, il quale 
afTrettossi di scoprire ogni cosa al provveditore Battaglia 
residente in Brescia, eccitandolo ad impedire la rivolta col 
giustiziare i congiurali, dei quali significavagli i nomi. I co- 
spiratori, informali come Landrieux li avesse traditi, deli- 
berarono di anticipare il giorno già prefìsso alla sommossa e 
cominciarla da Bergamo anziché da Brescia. Addì 12 mar- 
zo 1797 un molo insolito manifestossi a Bergamo, i congiu- 
rati chiamarono il popolo a libertà, la guarnigione francese 
che occupava il Castello ajulò il movimento , e nel giorno 
successivo, atterrate le insegne di S. Marco, la nuova mu- 
nicipalità , a nome del popolo sovrano , dichiarava la sua 
unione alla repubblica cispadana. Sei giorni dopo , anche 
Brescia, per impulso delle sue più cospicue famiglie, ribel- 
lossi. Fiancheggiala dalle truppe francesi, proclamò, come 
Bergamo, la sovranità del popolo, e l'unione alla repubblica 
cispadana. Queste due rivoluzioni operaronsi con grande 
facilità e prontezza. I rettori delle due provincie non ave- 
vano forze sufficienti a reprimerle, e quand'anche le aves- 
sero avute , forse non avrebbero osalo di adoperarle per 
non affrontarsi con truppe francesi , avendo il governo di 
Venezia inculcato a' suoi rappresentanti di non entrare in 
ostilità con Bonaparte, il quale pagava con sì nera perfidia 
l'ospitalità che la repubblica veneta concedeva al di lui esercito. 
Addì ventisette marzo, pochi giorni dopo le rivoluzioni di 
Bergamo e Brescia, i Cremaseli!, verso le dieci ore antime- 
ridiane, vedono accostarsi alle mura della città un drappello 
di cavalleria francese. Ne avvisano tosto il podestà Conlarini, 
ed egli ordina l'osservanza dei solili melodi, fossero chiuse 
le barriere, alzali i ponti, assicurate le porle, messe sotto le 
unni la guardia e la guarnigione. Poi manda 1' ufficiale di 



— 149 — 

guardia, con la scorta di altri due, ad abboccarsi col coman- 
dante di quel drappello francese onde indagarne le inten- 
zioni. L'ufficiale riportò al podestà, che il comandante l'a- 
veva accollo assai bruscamente ed asserito essere rotta la 
neutralità coi Veneziani. Il Contarmi ne fa le maraviglie e 
chiede al comandante francese un abboccamento: egli vi 
aderisce ed è introdotto, solo, nel pubblico palazzo di Crema. 
Il podestà lo accoglie con tutta cortesia , il Francese ne lo 
ricambia d'acerbe parole, mostrandosi indignatissimo per- 
chè in terra neutrale gli si fossero chiuse in faccia le porle 
della città. Queste, rispondeva Contarmi, essere discipline 
di metodo che soglionsi sempre osservare per custodia della 
piazza , né offendere la neutralità che la veneta repubblica 
vuole sia religiosamente conservata. Ma il comandante fran- 
cese non intende ragione, insiste per poter entrare in Crema 
col suo drappello, protestando che la città non ne avrebbe 
sofferto molestia alcuna, e ch'egli all'indomani sarebbe par- 
tito co' suoi usseri per Soncino. Dopo lungo e caloroso di- 
battimento, il podestà cede alle richieste del comandante, 
ed ordina in Crema gli alloggi e le somministrazioni sia di 
viveri sia di foraggi per il drappello francese, il quale com- 
ponevasi di quaranta usseri a cavallo. Né credasi che al- 
l'ingresso in Crema di quei soldati abbia il Contarini assen- 
tito per fiacchezza d'animo, ch'era anzi di tempra forte e 
risoluta : cedette per obbedire alla politica del senato ve- 
neto, il quale, come dicemmo già, imponeva ai rettori delle 
Provincie d'usare alle truppe francesi ogni maniera di ri- 
guardi e cortesie, acciocché Bonaparte non trovasse pretesti 
di querele e di nimicizia verso la repubblica. I Francesi , 
entrati in Crema dopo mezzogiorno, serbarono per tutta 
quella giornata una condotta esemplarmente tranquilla. Non- 
dimeno il podestà mostravasi alquanto conturbato, e vigilava 
con inquietudine sui diporti del comandante francese che 
spacciossi per il capitano Garuf della decimasesta brigata. 



— 150 — 

Alcuni cittadini susurrarono all'orecchio del podestà ch'essi 
prevedevano imminente una rivolta, e fra i Cremaschi vi fu 
perfino chi osò consigliare al Contarmi di allontanarsi da 
Crema : cui egli rispose non avrebbe mai abbandonata la 
carica se non richiamato dal suo governo , o costretto da 
un'aperta violenza. À tre ore di notte giunsero da Venezia 
al Contarmi le ducali dell'eccellentissimo senato, le quali 
di bel nuovo raccomandavangli la più gelosa osservanza dei 
riguardi di neutralità. 

Alla mattina del giorno successivo, le cose in Crema ave- 
vano già cominciato a mutar faccia. Gli usseri francesi, senza 
colpo ferire, avevano discacciato dalle porte della città le 
guardie veneziane: delle milizie di presidio parte fu disar- 
mata, parte stava raccolta fuori di porlaOmbriano sulle trin- 
cee : i bombardieri aftalicavansi nel tirar fuori del castello 
alcuni pezzi d' artiglieria come se si preparassero ad una 
difesa, ma inutilmente perocché fu scoperto che le bocche 
dei cannoni eran tutte piene di sassi e vi mancavano le 
munizioni. Intanto il marchese Gambazocco , in ora a lui 
insolita, continuava a passeggiare sulle mura con aria d'im- 
pazienza come eli persona cui tarda di aspettare qualcuno. 
Quando verso le ore dieci del mattino fu visto, sulla strada 
che mena a Treviglio , un corpo d'armali avanzarsi verso 
Crema : dalla foggia e dal colore delle divise si credettero 
francesi, ma in realtà era un'accozzaglia di legionari ber- 
gamaschi e lodigiani, fra questi alcuni emissarj francesi. 
Un Vandoni di Vailate capitanava quella legione di trecento 
e più, i quali approssimatisi a Crema, si divisero in due 
drappelli, l'uno marciò alla volta di Porta Serio, l'altro 
verso porla Ombriano. Qui le milizie del presidio veneto , 
che si erano schierale a fianco del ponte , non che contra- 
stare a quella banda di rivoluzionarj l'ingresso in Crema, 
ad un cenno loro abbassano le armi. Il podestà Contarmi 
aveva , come nel precedente giorno , ordinalo che fossero 



— 151 — 
alzati i ponti ed assicurale le porle della città , ina queste 
essendo già occupale dagli usseri francesi , si spiantarono 
all'arrivo dei rivoluzionar], i quali senza trovare alcun osta- 
colo entrarono in Crema trionfalmente da due lati , ed in- 
vasero la piazza del duomo gridando libertà,, uguaglianza. 
Accortisi i rivoluzionarj che ne le milizie venete, nò i cit- 
tadini arrischiavansi di far loro resistenza , irrompono nel 
palazzo pretorio, e disarmato della spada il podestà, ve lo 
costituiscono prigioniero. 

Attori principali di questa tragicomedia figurarono io quel 
giorno fra i rivoluzionarj un Bettenac, capitano francese, il 
capitano Garuf, entrato in Crema co' suoi usseri il giorno 
innanzi, Fortunato Gambazocco, un Longaretti, un Asperti, 
un Locatelli, un Tomini, tutti bergamaschi, il capitano Van- 
doni di Vailale, e certo Lermile, emigrato francese ch'era 
già stalo partecipe del rivolgimento di Bergamo. Lermite 
presentassi al podestà, che stava con altri ufficiali veneti 
prigioniero nel pubblico palazzo, e lo blandì con inzucche- 
rate parole: essere a lui noto, disse al Contarmi, quant'af- 
fezione i Cremaschi nutrissero verso il loro rettore, che se 
T aveva degnamente procacciata , perciò non dovesse Sua 
Eccellenza paventare alcun sinistro per sé , per la sua fa- 
miglia e per tutti della sua Corte. 11 popolo cremasco, sog- 
giunse Lermite ^ vuol essere libero , ed io sono venuto a 
Crema per ordinare un nuovo governo ed impedirvi le tur- 
bolenze edi disordini che d'ordinario accompagnano siffatti 
cangiamenti. Finì il suo discorso rassicurando il Contarmi 
che i Cremaschi, ben lungi dal recare alcuna offesa al loro 
podestà, gli avrebbero fornito tutto quanto gli occorresse 
nella triste emergenza in cui trovavasi di dover abbando- 
nare la sua carica. Il Contarmi (se dobbiam credere a ciò 
ch'egli stesso riferì al senato di Venezia) rispose, ch'egli re- 
slava a Crema, che dipendeva unicamente dal suo governo, 
e che rapporto all'abbandonare la carica, non l'avrebbe 
ceduta che alla violenza. 



— 152 — 

I rivoluzionarj consumarono quella giornata visitando i 
pubblici uffici, la Camera, il Fondaco (0, la Cancelleria: 
molli si sparsero nelle caserme , discacciandovi con motti 
schernevoli e con minacce i soldati della repubblica veneta. 
Quando annottò , al suono della più grossa campana del 
duomo, congregaronsi per creare le autorità provvisorie, 
ed una municipalità che a guisa di Bergamo e Brescia reg- 
gesse Crema e il suo territorio in nome del popolo sovrano' 2 ). 

La mattina del giorno successivo (29 marzo 1797), sulla 
pubblica piazza atterrossi la statua di s. Marco, ponendole 
al collo una catena e strappandola dalla facciata del tor- 
razzo ov' era da molti anni collocata. Rimpelto al palazzo 
vescovile piantossi l'albero della libertà, e i sacerdoti della 
democrazia cominciarono a sbizzarrirsi colle loro cerimonie 
e pantomime , passeggiando e danzando intorno all' albero. 
Ne diedero i primi V esempio il Gambazocco ed altri Cre- 
masela creali di fresco a formare Y autorità municipale : 
con loro si attnipparono poi e Bergamaschi , e Lodigiani , 
e Francesi, e quanti avevano preso parte nel rivolgimento 
della giornata precedente. Le loro grida clamorose di Viva 
la libertà, viva V ugualianza s'avvicendavano con allegri 
suoni di musicali istromenti che i rivoluzionarj solevano asso- 
ciare ai baccanali della libertà per renderli più fragorosi, più 
inebrianti. 1 municipalisli invitarono anche monsignor ve- 
scovo a fare con essi una passeggiata sotto l'albero: mon- 
signore se ne scansò, promise tuttavia che si sarebbe af- 
facciato alla finestra a rimirare le loro pantomime. Spetta- 
trice del nuovo e impreveduto spettacolo, accalcossi in piazza 
gran folla di popolo: però nel suo conlegno mostravasi piut- 
tosto trasognato dalla meraviglia che giubilante. 

'{) Il Fondaco era un pubblico deposilo di grani: intorno alla sua istitu- 
zione ed al suo scopo vedi l'articolo dei Tre Giustiziati nelV Appendice a 
questa storia. 

(i) Vedi i Documenti, lettera il. 



— io3 — 

Nel giorno medesimo si discusse dalla municipalità sul 
destino del rettore Contarini : i Bergamaschi pretendevano 
condurlo a Bergamo in ostaggio con quanti ufficiali veneti 
stavano prigionieri nel pubblico palazzo , ma i Cremaschi 
vi si opposero, e il loro partito prevalse. Lermite e il Gam- 
bazocco annunciarono al Contai ini come si fosse deliberata 
la sua libertà, e quella insieme de' suoi ministri ed ufficiali 
veneti, soggiungendo essere questo un tratto di cortesia che 
il popolo di Crema usava loro per ispeciali riguardi verso 
la persona del Contarini. Indi con gentili parole s'inibì al 
podestà di lasciarsi vedere in pubblico, e di ricever visite, 
fino a tanto che gli verrebbe significato il modo e Torà di 
dipartirsi da Crema. A due ore di notte il Contarini fu av- 
visalo che la sua partenza era stabilita a mezzanotte: verso 
le dodici il capitano Bettenac e il Gambazocco recaronsi al 
pubblico palazzo, e presentatisi al podestà gli fecero inten- 
dere ch'essi dovevano condurlo fuori di Crema, e che non 
indugiasse a seguirli. Per quanto quel punto fosse doloroso 
all'animo virile del Contarini, ei dovette rassegnarsi. Bet- 
tenac e Gambazocco, scortati da alcune guardie francesi, 
r accompagnarono a piedi, silenziosamente, fuori di porta 
Serio: ivi erano allestite quattro carrozze, e come vi furono 
dentro collocati il podestà, la sua famiglia ed altri ufficiali 
veneti , si ordinò ai postiglioni di menar quella comitiva a 
Cremona t*). 

In questa guisa ebbe in Crema compimento la rivoluzione 
e fine il dominio veneziano: rivoluzione ordita dai Francesi, 
e dai Francesi recata ad effetto col soccorso di alcune bande 
armate di Bergamaschi e Lodigiani. Sia detto ad onore 
del vero : in questa rivolta i Cremaschi ebbero la minor 
parte. Il popolo , lo ripetiamo , era ciecamente divoto alle 

(I) Quanto abbiamo riportalo sulla rivoluzione di Crema, attingemmo da 
documenti pubblicati dal Tentori e dal Daru, e dalle relazioni di persone 
•he ne furono testimoni. 



— 154 — 

insegne del leone ( 2 ), i nobili abbonavano il vessillo trico- 
lore che i giacobini innalzavano nelle terre italiane. Non 
come a Brescia, ove i più caldi novatori e i primi a ribel- 
larsi furono gli ottimati , a Crema il marchese Gambazocco 
è l'unico patrizio che abbia congiurato per togliere la città 
nostra ai Veneziani. I pochi altri Cremaschi che s'immischia- 
rono col Gambazocco nelle trame francesi erano presso che 
tutti persone del ceto medio, la maggior parte piccoli pos- 
sidenti, i quali si professavano giacobini non tanto per amore 
di libertà, quanto per odio verso i nobili, venuti in uggia 
per quella smania che avevano di volere essi soli con Gio- 
vesco sussiego seder giudici e dittatori in tutti gli affari 
del Comune. 

Per ben tre giorni continui si festeggiò a Crema il nuovo 
governo democratico-repubblicano con allegrezze e baldorie 
d'ogni genere. Sorgono alberi di libertà su tutte le piazze: 
magnifico, per grandezza e pompa d'ornamenti, quello pian- 
tato sulla piazza maggiore. Qui, più vivace, più clamoroso 
il folleggiare della popolazione, e musiche, e canti, e danze 
interminate. Dalle finestre piovevan danari che la moltitu- 
dine raccoglieva : porlaronsi in piazza delle botti piene di 
vino, e ciascuno poteva berne gratis a suo talento: vino e 
danaro , due efficacissimi argomenti per far credere alla 
plebe fosse venuto il giorno del suo regno. Intorno all'al- 
bero era un continuo intrecciar danze, far brindisi, cantare. 
Fra i tripudiatiti., pochi i nobili, un Gambazocco, un Bonzi, 
e qualche altro che in que' giorni credette prudenza com- 
parire in maschera di giacobino. Molto maggiore il numero 
degli ecclesiastici : sguizzati dai conventi e dalle sacristie, 
moslravansi in piazza vestili con divisa alla francese, in 
spada e nappe tricolori. Intorno all'albero della libertà di- 
stinguevansi fra i ballerini un Montanari domenicano , i 

(2) Vedi i Documenti, lettera B. 



— 155 — 
padri Talloni, Lodi e Martinazioli carmelitani, un Colda- 
roli francescano, ed un Lochis agostiniano: tra i preti, un 
Zoadelli, un Cesari, un Cogliali, un Fasoli, un Capellazzi, 
un Polgati e varj altri. Quando imbruniva cominciavano le 
luminarie , cresceva il Laccano e l'intemperanza del tripu- 
diare, che mai altrettanta in tempo di carnovale. I democra- 
tizzanti, ebbri come erano di allegrezza, vollero abbellire il 
loro trionfo con altro spettacolo che persuadesse il popolo 
essere cessato l'impero dei palrizj. Aboliti i titoli di nobiltà, 
si condannarono i nobili ad offrire le loro parrucche in eca- 
tombe alla libertà, ed acceso sulla pubblica piazza un gran 
fuoco, furono abbruciate. Ben potete immaginare quanto sia 
costalo il sagrificio di quelle parrucche a chi da molti anni 
le aveva portate con albagia fra gli ossequj della riverente 
moltitudine: ma ad altri e non meno acerbi sagrificj dovet- 
tero in que' giorni gli ottimati rassegnarsi. Tolsero dalle 
porte delle loro case le armi gentilizie, insultate dai repub- 
blicani, i quali furon visti, fin nelle chiese, cancellare dalle 
iscrizioni sepolcrali gli stemmi , i titoli , od altro che adu- 
lasse la memoria di un patrizio. Dal tempio di s. Benedetto 
fu levato il busto del cavalier Tensini, da quello della ss. Tri- 
nità il monumento di Bartolino Terni: Francesco Tensini e 
Bartolino Terni, due nomi segnalati nella storia del muni- 
cipio cremasco: del che non importava ai giacobini, i quali 
non avrebbero risparmiato di turbare ceneri più venerale, 
purché le credessero ceneri patrizie. Oltre le parrucche, 
s'impose ai nobili di immolare sul rogo i diplomi provanti 
i loro titoli o privilegi : moltissimi però seppero con facile 
astuzia salvare dalle fiamme i loro diplomi, mandando sulla 
piazza ad abbruciare una faraggine di tarlate pergamene 
e di antichissime scritture risguardanti tult'altro che i fasti 
ed il blasone di famiglia. Anche il così detto Bottegone o 
Caffè dei Nobili non isfuggì alla vendetta dei Giacobini. Un 
popolano, penetrato in quell'inviolabile santuario, sacro da 



— 156 — 
lungo tempo alla burbanza e all'ozio dei palrizj, con cinica 
irriverenza calati i calzoni, lo profanò di sterco plebeo. Pochi 
giorni appresso quella bottega fu appigionata ad un negoziante 
di lino , e convertita in un laboratorio di Spinalini. 

Il clero divenne anch' egli bersaglio ai motteggi ed alle 
iraconde declamazioni dei novelli repubblicani; i quali vo- 
lendo svezzare il popolo dalla riverenza alle teste tonsurate, 
spinsero la guerra contro gli ecclesiastici fino a turbarli 
nel libero esercizio del loro ministero. Nel parossismo delle 
passioni politiche, diffìcilmente si fanno quelle distinzioni 
che sono pur necessarie a sceverare nella medesima cosa 
ciò che è buono da ciò che è male; perciò vedemmo sovente 
condannata anche l'idea più santa, perchè la si giudicò 
dagli abusi che ne fece la malvagità degli uomini. I demo- 
cratici, colle loro esorbitanze trasmodando, gittarono lo 
scherno non solamente sulle persone degli ecclesiastici ma 
eziandio sul loro ministero e sulla religione medesima. In- 
sultavasi sulla pubblica strada un prete che portasse il via- 
tico ad un moribondo, e in questa guisa pretendevasi edu- 
care il popolo alla libertà. Ma il popolo ( voglio dire le 
classi proletarie che formano il maggior numero dell'umana 
tàmiglia),il popolo disapprovava nel segreto dell'animo quelle 
sguajate dimostrazioni di scetticismo; e i giacobini, ampol- 
losi predicatori della sociale uguaglianza, non s'accorge- 
vano di contraddire a sé stessi svillaneggiando una reli- 
gione che è tutta fondata su leggi d'uguaglianza e d'amore. 
D'altronde anziché screditare, come intendevano, ilcattoli- 
cismo, screditavano sé medesimi e il nuovo governo in faccia 
a quel popolo di cui si millantavano rappresentanti e me- 
cenati. Le idee di religione sono cotanto inviscerate nell'a- 
nimo delle moltitudini, tanto acconce ai loro bisogni, che i 
repubblicani avrebbero dovuto, almen per politica, rispet- 
tarle; non essendo a presumersi che le classi povere abju- 
rino così a un tratto la religione degli avi, uuico patrimo- 



— Ì57 - 
aio che possa loro addolcire le sofferenze della vita con 
sante dottrine e promesse conforlatrici. 

Rammenteremo come allora s'introducessero a Crema le 
nuove e inusate foggio del vestire, le quali venivano impo- 
ste a nome della libertà: cappello rotondo, calzoni lunghi, 
capigliature scorciate alla Brulus , nappe tricolori, segni 
tutti con i quali anche un aristocratico innanzi al popolo 
ribatlezzavasi per un liberale o patriota; due parole che a 
quei! 1 epoca significavano l'istessa cosa e suonavano del 
pari sulle labbra di un marchese e di un facchino, senza 
che l'uno e l'altro ne comprendessero bene il senso ed i 
doveri. Rammenteremo eziandio che allora, come sempre 
in tempi di politici rivolgimenti, v'erano fra i repubblicani 
dei moderati e dei fanatici; gli uni sludiavansi di temperare 
quel bollore estemporaneo di una popolazione che crede - 
vasi volata nell'amplesso della libertà, gli altri l'aizzavano 
a nuove e più ostili dimostrazioni contro il clero e contro 
il patriziato. Vi furono taluni che progettarono perfino d'in- 
nalzare in piazza una ghigliottina; fra questi l'avvocato 
conte Orazio Bonzi, il quale, bruciata in piazza la sua giub- 
ba, dicendo essere l'unica cosa che a lui rimanesse di no- 
bile, si fece capo di una piccola consorteria d'esagerati, 
che il popolo col suo naturale bonsenso qualificava la Com- 
pagnia Brusca. 

La nuova municipalità ( 4 ) componevasi di trentadue mem- 
bri, non contando i segretarj: v'entrarono persone di celo 
diverso, nobili, possidenti, mercanti, ecclesiastici; in nome del 
popolo sovrano e con ampie attribuzioni essa reggeva tutta 
l'ex-veneta provincia di Crema. Non crediate però che il nuovo 
governo fosse indipendente; la repubblicheltacremasca, sorla 
per impulso e per opera dei Francesi, dovette subirne la 



(i) Vedi nel Documenti, lettera C, !e persone che componevano la fciawei- 
pilità sovrana, e com'essa venisse ripartita in diversi comitati. 



- 158 — 
legge, e modellarsi con le fogge ch'essi introdussero nelle 
terre lombarde da loro occupate. Chi aveva nelle popola- 
zioni suscitato il movimento, sapeva anche regolarlo a suo 
capriccio onde poterne per sé raccogliere i frutti. Lo stesso 
Bonaparte disse che la libertà non si riceve ma si rapisce, 
e coloro che credevano d'averla avuta in dono dai Fran- 
cesi, s'accorsero poi quanto costasse. La municipalità do- 
veva assecondare i disegni e sovvenire ai bisogni dell' in- 
vitto condottiero dell'esercito francese. Tratto trailo venivano 
a Crema i suoi commissari e con dispotica arroganza impo- 
nevano contribuzioni smungendo le borse al popolo so- 
vrano, e quando loro tornasse più comodo, spillando il 
danaro dalle casse pubbliche o stendendo gli artigli sulle 
argenterie delle chiese. I prudenti deploravano tacitamente 
siffatte vessazioni, nò potevano conciliarle con le vantate 
promesse di libertà; mala turba dei democratizzanti, paga 
di mirar inalberata un'insegna bianco-rossa-azzurra, di aver 
sparruccati i nobili, di poter sbertare impunemente i preti, 
ben lungi dall' accorarsene, continuava a cantare la marsi- 
gliese, a filosofare sui diritti dei popoli, a rallegrarsi del 
presente, e confidare più che mai nell'avvenire. 

I nuovi municipalisti, appena assunti al reggimento della 
terra natale, diedero una prova invereconda d'animo basso, 
decretando a sé medesimi uno stipendio giornaliero di lire 
quindici e soldi quindici milanesi per ciascuno (*>. Millanta- 
vansi patrioti, ma non volevano servir gratis la patria: ambi- 
vano comandare ed esserne pagati; oh come diversi dagli eroi 
di Plutarco, tanto in quell'epoca decantati, i quali , oltre 
non lucrare sull'opera che prestavano alla patria, prodiga- 
vano per lei il sangue, le ricchezze, la vita! E qui ci rin- 
cresce dover dire che dei trentadue municipalisti, un bel 



[ . r lÌASs.uti , nelle Memorie della »ua vila. 



— 159 — 
numero apparteneva a nobili famiglie! 1 ); ma Io diciamo af- 
finchè il lettore noli questa circostanza la quale gioverà a 
schiarirgli alcuni falli che dovremo fra breve narrare. 

11 nuovo governo municipale ordinò subilo in Crema la 
guardia nazionale, obbligando ad arruolatisi tutti i citta- 
dini capaci di portar l'armi che avessero oltrepassati i die- 
ciselle anni. Di latta la guardia nazionale si nominò coman- 
dante l'ex conte Luigi Tadini. Venne pure istituito il batta- 
glione della Speranza , composto di fanciulli dai sette ai 
diecisclte anni. Volendosi poi che i Cremaschi, sull'esempio 
d'altre città, offrissero anch'essi il loro contingente all'eser- 
cito francese, formossi una legione di milizia regolare eleg- 
gendone capitano l'ex nobile Agostino Vailati; ufficiali un 
Galimberti, un Bolis, un De Antoni, un Soldati. Lo spirito 
bellicoso ravvivavasi in Crema del pari che altrove: diremo 
in appresso come nelle guerre napoleoniche si distinguessero 
Cotti e Galimberti , nostri illustri concittadini. 

I municipalisli non tardarono a decretare la consegna di 
tutte le argenterie delle chiese e dei conventi : ne vantavano 
a dovizia le corporazioni ecclesiastiche del territorio nostro, 
e nelle chiese, era specialmente ammirata, per ricchezza d'ar- 
redi e preziosi ornamenti , la cappella della Madonna nel 
duomo. La Municipalità addusse a motivo del suo decreto 
gl'impellenti bisogni dell'esercito francese. Raccolta gran 
copia d' argenterie , fu spedita a Milano affinchè lutti quei 
sacri arredi in piccole masse d' argento si convertissero. 
Venne infatti tutta quell'argenteria condensata e ridotta in 
tante forme rotonde che rafiiguravano altrettante forme di 
formaggio. Ma alquante di quelle formaqellc, scrive Massari, 
non vennero consegnale ai commissarj dell'esercito francese 
perchè i municipalisli le ripartirono fra di loro. Fu perciò 



.1' Dei trentadue componenti la Municipalità del popolo sovrano (non conv 
\ ■ re.- i i segretari) sedici appartenevano a nobili famiglie. 



- 160 — 
aperto in Crema un processo dai cittadino Lattuada, venuto 
a tal uopo per ben due volte con mandalo del Direttorio 
esecutivo. Non si conoscono le risultanze di tale processo, 
perchè le persone che vi erano compromesse ebbero l'arte 
di prolungarne le operazioni fino all'anno 1799, e poi di 
spingere il popolo ad incendiare V archivio municipale , il 
giorno in cui i Tedeschi per la prima volta misero piede 
in Crema. 

Nell'anno" medesimo (1797) s'aperse in Crema il circolo 
costituzionale: primo a presiedervi, certo Loschi di Piacenza. 
Era una specie di scuoia, ove in giorni prefissi della setti- 
mana si spiegavano le dottrine della libertà e dell'ugua- 
glianza , libero a tutti l'arringarvi. La tribuna occupavano 
quasi sempre coloro che prelendevansi campioni della de- 
mocrazia: quali dottrine insegnassero ve lo lascio immagi- 
nare. Era un'eruzione d'improperj contro la nobiltà ed il 
clero, uno sbracciarsi a provare con iscarmigliata eloquenza 
gi'imperscritlibili diritti dell'uomo, un adulare il popolo con 
vaporosi argomenti che ne blandivano le tendenze men ge- 
nerose anziché educarlo all'obbedienza delie leggi, alla ab- 
negazione dei bassi appetiti , alle sublimi virtù che sole 
ponno essere le basi di un governo repubblicano. Sempre 
a queil' adunanza concorreva gran folla di cittadini : i più 
v'andavano non tanto per profittare delle massime che si 
predicavano quanto per divertirsi. Ed infatti era a molli 
spettacolo di riso vedervi frati sfratati , preti in abito gia- 
cobino, i quali, rinnegata la tonsura, si mostravano alla tri- 
buna a bandire i dogmi della rivoluzione francese, esage- 
rati nei loro discorsi peggio degli altri, come quasi sempre 
avviene di coloro che, balzando repentinamente dall'uno al- 
l'altro partilo, voglionsi far perdonare d'aver mutalo divisa. 
Anche alle donne pcrmellevasi di salire alla tribuna: fra le 
altre vi arringò, novella Aspasia, la moglie di un pellrajo, 
r tanto sorprese col suo discorso, che venne poi incoronata 



— 1G1 — 
d'alloro, portala in trionfo per tutta la città fra il suono 
di musicali islromcnli e i battaglioni della guardia civica. 
Non già ch'essa meritasse queste ovazioni, degne piuttosto 
di un eroe che col senno o colla mano abbia salvalo la 
patria : ma allora cercavansi continuamente dei pretesti a 
feste popolari, ed ove mancavano gli eroi creavansi le eroine. 
Spargendo la derisione ed il biasimo sugli enfatici oratori 
di quel circolo, ove, per asserzione dello stesso Racchelti, 
tante pazze cose dicevansi (*) , non vogliamo essere appun- 
tati di fare d'ogni erba fascio. Quindi rammenteremo con 
riverenza il nome del tipografo Antonio Ronna , il quale 
venne poi eletto a Moderatore del Circolo medesimo. Ronna, 
prima ancora che cadesse il governo veneto , era già noto 
a' suoi concittadini pel Zibaldone cremasco ch'egli pubbli- 
cava annualmente, infiorandolo di notizie storiche risguar- 
danli la sua terra nativa. Vero è che Antonio Ronna sovente 
ne' suoi Zibaldoni concedette troppe incensate al clero e al 
patriziato: nondimeno in quei libriccini lampeggiavano qua 
e là delle idee liberali, che scoprivano com'egli non fosse 
straniero al progresso intellettuale del secolo in cui viveva. 
Sopraggiunli i rivolgimenti democratici, Ronna si dimostrò 
caldo repubblicano, serbandosi (esempio non comune in 
certi tempi vertiginosi), probo cittadino, di puri sentimenti, 
d'animo temperato a moderazione. Canzonava anch'egli pub- 
blicamente i titoli, i diplomi, le borie gentilizie, ma senza 
astiare chi ne aveva fatto argomento di fanciullesche ambi- 
zioni, omezzo per usurparsi ogni ingerenza nell'amministra- 
zione del Comune. Seppe distinguere, virtù di pochi, il vizio 
dall'uomo vizioso: quello fulminava con isdegnose parole, 
questo compativa con mitezza evangelica. «Se in quei tor- 
» bidi tempi, scrive Racchelti ( 2 ), la licenza non progredì 

1) Giuseppe Racchetti, nella sua opera inedita, ove trattò la Storia ge- 
nealogica delle fuìniglie nobili cremasche. 

v -\, Giuseppe Racchetta, nell'opera leste citali. 

Voi. II. il 



— 162 — 
» lanlo quanto si poteva temere, fu in gran parie merito 
» del Ronna che ogni eccesso abboniva , e bramava ve- 
» der corretti gli abusi senza che alcuno avesse a portarne 
» pena. Prova di ciò ne è un suo libretto stampalo nel 1797 
» a difesa di quattordici nobili deputati dell'Ospedale , che 
» un anonimo con certo suo infamatorio libello aveva tac- 
» ciati di truffatori, anzi di ladri.» Ed il libretto del Ronna 
è davvero la più splendida testimonianza della delicatezza 
dell'animo suo, perchè in quello egli, repubblicano, assunse 
la difesa di quattordici nobili iniquamente calunniati , in 
epoca che tanti altri repubblicani facevan eco di buon grado 
a tutte le dicerie che si propagavano a bello studio onde 
infamare il ceto patrizio. Antonio Ronna moriva nel dicem- 
bre del 1798. Piacque al cielo, col togliergli la vita, di rispar- 
miare a lui il dolore di venir perseguitato da quei nobili 
medesimi che a lui dovevano cotanto: i quali, nell'anno 1799 
cangiatosi il governo , riversarono sulla di lui famiglia la 
pena d'aver egli e i figli suoi onestamente professati senti- 
menti repubblicani. 

Altro repubblicano d'intemerata condotta fu Luigi Mas- 
sari , tanto benemerito della città nostra. Qui ci si porge 
occasione di rammentarlo per la prima volta , come quello 
che essendo slato eletto segretario del Circolo costituzio- 
nale, lo s'incaricò di scrivere una lettera a monsignor Gar- 
dini, allora vescovo di Crema, eccitandolo a frequentare col 
suo clero le adunanze del Circolo. Il vescovo rispose con 
la seguente lettera conservataci dallo stesso Massari nelle 
sue Memorie : « Libertà Ugualianza. Crema li 22 piovoso 
» anno VI. Accolgo col dovuto gradimento l'invito che mi 
» fate a nome del Circolo costituzionale d'intervenire alle 
» sessioni che si terranno in esso ad istruzione del popolo, 
» nelle sagge massime repubblicane per le quali deve essere 
» interessalo ogni buon cittadino. Mi desidero tempo libero 
» dagli uffici del ministero e che si combini colle ore delle 



— 165 — 

» sessioni , per poter godere del buon uso che si farà di 
» tale istruzione progressiva e dei di lei risultati. Non la- 
» scerò di eccitare molti del clero per approfittare e coope- 
» rare a sì utile esercizio col loro intervento, dal che rile- 
» verde ch'io mi sono prestato a vostro riguardo. Salute e 
» stima. Antonio Maria, vescovo di Crema. » Andrebbe er- 
rato chi dalle parole di questa lettera giudicasse monsignor 
Cardini propenso alle idee democratiche : egli odiava cor- 
dialmente il nuovo governo , ma eragli entrala in corpo 
tanta paura dei giacobini, da spingerlo a simulare appro- 
vazione ai loro principj. 

La smania del predicare al popolo i dogmi della demo- 
crazia non restringevasi entro la sala del Circolo cosliluzio- 
ualeU): in piazza tu avresti sovente udito i discorsi estem- 
poranei dei Soloni e dei Licurghi novelli. Interrogale i set- 
luagenarj , e vi diranno che nei giorni festivi un operajo , 
sopranominato Re Pipino, raccoglieva intorno all'albero, 
colle sue arringhe, moltudine di popolo, il quale piacevasi 
di ascoltarlo e divertivasi come in teatro ad una brillante 
commedia. Non crediate però che tutti questi apostoli della 
democrazia producessero colle loro declamazioni i frutti che 
si ripromettevano. Il popolo, tante volle fornito di buon senso 
più chei suoi tribuni, commentava i loro discorsi, sceveran- 
done la verità dall'iperbole, il possibile dal chimerico: e 
non pochi onesti proletarj comprendevano benissimo come, 
in onta della tanto magnificata sovranità del popolo, i ricchi, 
anche senza titoli, avrebbero continuato negli agi e nelle in- 
fluenze: comprendevano che un'aristocrazia, sia di nobili, sia 
di plebei, deve pur sempre allignare nel consorzio degli 
uomini, necessariamente disuguali e fra di loro divisi per un 

'i) Alle arringhe dei giacobini facevan eco i giornali: due se ne stampavano 
a Crema in quell'epoca: II Cittadino Cremasco , giornale democratico ; Loschi, 
estensore. — L'Amico della Verità, giornale critico-letterario; Pianta'! 
estensore. i 



— 164 — 

diverso livello di fortune e d'ingegno. Nondimeno chiunque 
aveva fior di senno persuadevasi che colla rivoluzione del- 
l' ollantanove albeggiò ai popoli un'era di rigenerazione. I 
politici rivolgimenti della Francia, abbattendo le classi pri- 
vilegiate, drizzarono la società sopra basi indistruttibili di 
progresso : le moltitudini , calpestale col nome di volgo , 
acquistarono almeno l'uguaglianza dei diritti civili che è 
scala per salire al grado di cittadini. Laonde se a Crema , 
come in altri luoghi, si baldanzeggiò , si folleggiò quando 
fu veduta drappellarsi un'insegna che prometteva libertà, 
uguaglianza, era cosa naturalissima, era un moto irresisti- 
bile di allegrezza, come di un giovane che banchettasse nel 
giorno in cui viene emancipato dalla tirannia d'un tutore. E noi 
col dilungarci nel descrivere quei tripudj, non intendemmo 
farne la satira, ma pennelleggiare il carattere di un'epoca 
famosissima , dimostrando segnatamente l'intemperanza di 
certuni che nelle grandi rivoluzioni politiche par che si 
studino di convertire la libertà in licenza , o che, anche 
non professando principj immorali, pur nuociono al pro- 
gresso per la smania di volerlo troppo accelerare. 

L'anno 1797, oltre le clamorose vittorie di Bonaparte, 
segnalarono due politici avvenimenti : il trattalo di Campo 
Formio e l'organizzazione della repubblica cisalpina. È noto 
come nel trattalo di Campo Formio, Bonaparte, dopo spenta 
la veneta aristocrazia, mercanteggiasse Venezia, cedendola 
con porzione delle sue provincie all'imperatore d'Austria. 
Non ci fermeremo a ragionare sulla turpitudine morale di 
quel trattalo, perocché non vogliamo entrare in lizza con 
gii sfacciali adulatori di Napoleone che l'approvarono, nò 
con certi politicizzanti che , separando la politica da ogni 
idea di moralità e d'onore, plaudiscono a chi traffica di 
intere popolazioni, purché il traffico ridondi in vantaggio 
di chi lo fece. Solamente, giacche accennammo la caduta 
della veneta repubblica che per più di trecento anni si- 



— 165 - 
gnoreggiò la città nostra , ci permetteremo alcune rifles- 
sioni sulle cause che ignominiosamente le arrecarono l'e- 
strema rovina. 

È volgare opinione che la repubblica di s. Marco sia morta 
per decrepitezza, quasi che la vita di una nazione o d'uno 
Stato si debba, come quella degli uomini, misurare col ca- 
lendario , quasi che una legge impreteribile delle sociali 
vicende prescriva che uno Stato non possa durare oltre 
una prestabilita serie di secoli. La storia c'insegna, è vero, 
non essere stata la vita politica delle nazioni immortale: ma se 
esse la perdono dopo una florida e longeva esistenza, si dirà 
che ciò avvenne perchè i secoli ne logorarono i vitali ele- 
menti? I secoli, parola insignificante! a meno che con que- 
sta non si vogliano intendere i vizj che il volgere delle età 
ha innestati nel regime di una nazione , e la condussero 
irreparabilmente al sepolcro. Sono le istituzioni che invec- 
chiano col trascorrere dei secoli e col progresso delle 
idee, le nazioni giammai: mutate le istituzioni, e uno Stato 
che vi sembrava giacesse decrepito sul guanciale di morte, 
risorgerà a novella vita, più splendida, più vigorosa. La re- 
pubblica veneta, benché vecchia di più di mille anni, avrebbe 
potuto fra le procelle del secolo passato conservarsi? Ecco 
un quesito discusso da molti scrittori: noi abbracciamo l'o- 
pinione di coloro che l'hanno sciolto affermativamente. Ve- 
nezia, all'epoca della rivoluzione francese, poteva allestire 
una forza considerevole sia di terra, sia di mare: il Pesaro 
ne la consigliò , ed ella noi fece. Venezia aveva un erario 
la cui rendita calcolavasi a circa nove milioni di ducali ll \ 
e lungi dal profittarne a propria difesa, lo dissanguò a man- 
tenere per ben diciolto mesi V esercito francese. Venezia 
possedeva un arsenale doviziosissimo: valutasi a quaranta e 
più milioni lo spoglio che ne fecero i Francesi. Venezia 

(1) Tentori. 



— 166 — 
godeva le simpatie de 1 suoi popoli : n' ebbe lucenlissime 
prove a Bergamo, a Verona ed in altri luoghi, ed ella tras- 
curò questo efficacissimo elemento che all'epoca della fa- 
mosa lega di Cambrai cooperò a salvarla. Venezia poteva 
spingere i di lei sudditi a pronti e generosi sagrifici , in- 
fiammandone i sentimenti di nazionalità e di religione tur- 
pemente conculcati dai Francesi; Venezia invece, ripudiando 
la politica de' suoi padri, mancò a sé stessa, mancò a 1 suoi 
popoli , mancò alla dignità del nome italiano che avrebbe 
potuto sostenere, componendo, come si era progettato, una 
lega italica contro lo straniero. Se, fornita ancora di tante 
forze materiali e morali la repubblica veneta perì senza 
aver neppure combattuta una battaglia a difesa della mi- 
nacciata esistenza, dell'onore almeno delle proprie insegne, 
di chi la colpa, se non del suo governo? Per verità, che la 
repubblica di s. Marco, all'epoca della rivoluzione francese, 
raffigurava un corpo non tanto infermiccio nelle sue mem- 
bra quanto infetto e putrido nella testa che le dirigeva. 
Fra Paolo Sarpi e Gian-Giacopo Rousseau , discorrendo di 
Venezia , notarono nelle opere loro i gravissimi disordini 
che derivano da un'aristocrazia ereditaria, quando col vol- 
gere degli anni va decrescendo sensibilmente il numero 
delle famiglie ammesse ai sovrani poteri, quando il regime 
e le sorti di uno Stato riduconsi nelle mani di pochi , il 
maggior merito de' quali consiste nel fortuito splendor dei 
natali. E la repubblica di Venezia colla sua caduta san- 
zionò le teorie dei due illustri scrittori. Tralignata in oli- 
garchia , 1' egoismo , l' ignoranza , l' ignavia dei governanti 
sottcntrarono alla civile sapienza , alle generose virtù che 
prima furono alimento e sostegno della repubblica , e la 
resero rispettata dalle altre potenze d'Europa. Minore è il 
numero di chi governa una repubblica, minore è l'interesse 
di conservarla , minore la probabilità di trovare fra chi 
siede al timone dello Stalo quelle menti illuminate, quelle 



- 167 — 
anime grandi e imperturbabili che sole ponno soccorrere 
una nazione quanti' e sull'orlo del precipizio. La storia lo 
ha dimostrato. Sul principio del secolo decimoscslo tutta 
Europa congiurava contro Venezia, e Venezia, sopportando 
virilmente infortunj e danni incommensurabili , si sahò. 
Verso la fine del secolo decimottavo tutta Europa ( 1 ) dete- 
stava la Francia democratizzante, e Venezia perì schiacciata 
non dalle armi ma dalle insidie di un general francese. La 
storia deploranda della caduta di Venezia è la satira più 
sanguinosa a quei burbanzosi e imbecilliti patrizj che per 
ultimi la dominarono. 

Bonaparle, distrutta una vecchia repubblica, volle crear- 
ne una nuova, e fondò la Cisalpina, cui diede vita nei patti 
di Leoben, politico ordinamento a Montebello. Crema entrò 
a far parte della novella repubblica ed a fruire della sua 
costituzione , la quale, benché inverecondamente foggiata 
su tipo francese, tornò almeno opportuna, perchè riduceva 
le città occupate da Bonaparle sotto un reggimento meno 
incomposto, meno difforme, più regolare. Essendosi festeg- 
giala a Milano nel campo del Lazzaretto con solennissime 
pompe l'inaugurazione della Cisalpina (9 luglio 1797), i 
Cremaschi , sull' esempio degli altri municipi , v' inviarono 
i loro deputali, un corpo di guardia nazionale, ed il bat- 
taglione della Speranza i*\ Scompartita la repubblica Cis- 
alpina in venti dipartimenti , la città nostra fu aggregata 
a quello dell'Adda, il quale comprendeva Lodi e Crema 
con capoluogo l'uno e l'altra a vicenda per un biennio. Il 
dipartimento dell'Adda componevasi di cento sessanta mila 
cento quarantasette abitanti, ed ebbe il diritto a dodici rap- 
presentanti nel Corpo legislativo. I primi rappresentanti 
vennero nominati dallo stesso Bonaparte che dai Crema- 

(1) Avverti bene, che per tutta Europa noi qui intendiamo tutti i Gabinetti 
delle potenze europee. 

(2) Massari, nelle Memorie della sua vita. MS. . 



— 168 — 
schi elesse Fortunato Gambazòcco a sedere fra i quattro 
Seniori e Giovanni Capredoni fra gli otto Juniori. 

Addì 15 agosto (1797) venne a Crema in qualità di com- 
missario del potere esecutivo l'avvocalo Oliva di Cremona, 
e disfatta a nome del direttorio la municipalità del popolo 
sovrano che aveva governato per cinque mesi, vi sostituì la 
municipalità costituzionale , componendola di cinque per- 
sone. Indi soppresse l'ufficio d'inquisizione dei frati dome- 
nicani, facendo arrestare l'inquisitore « cbe era un grande 
» e grosso fratone (*£ Toccò a me,» soggiunge Massari nelle 
sue Memorie, « alla testa della guardia nazionale, a farlo 
» condurre in carcere, poscia a far trasportare all'alloggio 
» del commissario Oliva tutto il suo iniquo archivio, unen- 
» do a tale iniquo trasporlo anche il Diavolo che, fatto con 
» certe suste o molle, faceva comparire come vivo per in- 
» cutere vieppiù terribile orrore e spavento agl'infelici che 
» processava. » 

Pochi falli degni d'istoria raccogliemmo della città no- 
stra nello spazio di circa ventidue mesi che durò il regime 
della repubblica cisalpina. In un giornale che pubblicavasi 
a Milano leggiamo in data del 25 dicembre 1797 il caso 
seguente. « La Comune di Crema è stata per un istante in 
» grave pericolo. Un municipalista della Comune stessa 
» aveva denunziato al Consiglio militare delle truppe cisal- 
» pine, ivi stazionate, la loro condotta irregolare , poiché 
» alcuni di quei soldati eransi fatto lecito di usurpare alcuni 
b effetti di un convento ov' erano alloggiali. La denunzia 
» del municipalista fu portala al Consiglio, il quale passò a 
» dichiararlo un calunniatore e a condannarlo a dieci giorni 
» d' arresto. Un distaccamento di truppe si portò perciò 
» dal municipalista ad intimargli l'arresto. Questi riclama 
» i diritti proprj di cittadino, dichiarando di non essere 

1; Massari, nello scritto testò citato. 



— 169 — 
in alcun modo soggetto all'autorità militare. Sopravviene 
un'altra pattuglia di soldati, e nel calore del dibattimento 
un soldato si getta su una guardia nazionale che coslu- 
diva T ingresso della casa municipale. Non perciò non si 
passa ancora all' arresto del municipalisla. Ma alla mez- 
zanotte circa del martedì scorso un distaccamelo di 
soldati introduce in città quattro cannoni carichi a mi- 
traglia : si circonda la casa del Comune, si batte la ge- 
nerale : per ben 550 soldati sono sull'armi : si conduce 
al luogo dell'arresto il municipalisla, il quale vi si lascia 
tradurre fermamente tranquillo , decorato della ciarpa 
municipale, e se alcuno avesse osato opponisi , chi sa 
cosa poteva succedere. 11 commissario del potere esecu- 
tivo che trovavasi in Lodi , informalo dell'accaduto, vola 
in Crema, fa rimettere in libertà il municipalista, raggua- 
glia il direttorio del fatto , il quale ha fatto chiamare a 
Milano gli autori del disordine per procedere a termini 
regolari ^4). » 

Narrammo questo caso per dirne uno dei molti ad esem- 
pio delle soperchierie della soldatesca francese, la quale col 
suo contegno d'arroganti e licenziosi giacobini, rese in Crema 
odiate le sue divise. 

Nel gennajo del 1799 il cittadino Perla, commissario del 
potere esecutivo , compose in Crema una nuova municipa- 
lità di sei membri, di cui fu eletto presidente Luigi Massari. 
Nell'aprile dell'anno medesimo, essendo stati i Francesi rotti 
a Verona dagli Austriaci, si ordinò a Crema di preparare 
alloggi e viveri per ben diecimila soldati che il generale 
Moreau, ritirandosi, menava alla destra sponda dell'Adda. 
La municipalità, non sapendo come alloggiare tanta solda- 
tesca , deliberò di mettere a disposizione dei Francesi il 
convento di s. Chiara, sopprimendo il convento dei carme- 

(i) Notizie politiche. Giornale stampato in Milano da Gaetano Motta. 



— 170 — 
Ulani scalzi a s. Caterina, e collocando in questo le mona- 
che di s. Chiara. «Era il primo convento,» scrive Massari, 
« che negli Stali ex-Veneti venisse traslocato o soppresso,» 
quindi potete figurarvi le dicerie che correvano a Crema su 
quell'atto della municipalità che certuni caratterizzavano 
arbitrario e scandaloso. Passarono per Crema e \i pernot- 
tarono più di dieci mila Francesi: il generale Moreau prese 
albergo in casa Monticelli (ora degli Albergoni). I Francesi, 
volgendo sinistre le sorti alle armi loro, inseguiti dagli 
Austriaci, e minacciati dai Russi, che quali alleati dell'Au- 
stria venivano in rinforzo dei vincitori, non mostravano più 
quella baldanza e quella gajezza che accompagnavanli quan- 
do discesero la prima volta nei piani lombardi, guidali dal 
terribile trionfatore di Montenotle. Anche in molli dei nostri 
repubblicani cominciò a battere il cuore dalla paura : jdue 
municipalisli (l'avvocalo Bonzi e Pietro Segalini), preve- 
dendo l'imminente catastrofe, seguirono l'esercito francese 
fin oltre i monti del Genovesato. Vinti di bel nuovo a Cas- 
sano, i Francesi dovettero abbandonare Milano in balia dedi 
alleati Austro-Russi (che v'entrarono nel 27 aprile) e riti- 
rarsi oltre il Ticino. Crema, dopo che Moreau incamminossi 
coll'esercito verso l'Adda, rimase sgombra di milizie per ben 
due giorni, nei quali la plebe, accortasi di un vicino muta- 
mento di governo, cominciò a farsi ringhiosa, e formar com- 
plotti che minacciavano la pubblica quiete. Formicolavano 
nella città nostra facinorosi che s'attruppavano per le vie, 
e contadini entrati in Crema col disegno di pescar nel tor- 
bido. Il presidente Massari, vedendo che l'orizzonte si rab- 
bujava , adopcrossi a tutto potere onde prevenire qualsia 
disordine, raccomandando alla guardia nazionale, e parti- 
colarmente alle classi più agiate, d'invigilare nelle contrade 
e nella piazza acciocché non vi scoppiassero dei tumulti. 

•\) Luigi Massari, nelle Memori?, della tua vita, MS. 



— 171 — 

Finalmente sul mattino del giorno 25 aprile arrivò a 
Crema un drappello di cavalleria tedesca. 11 comparire dei 
Tedeschi « venne salutalo con furibondo trasporto di alle- 
w grezza da tutto il popolo : furono ricevuti al suono di 
» tutte le campane della città , e peranche dei campanelli 
" delle messe : e non poche donne e signore arrivarono 
» perfino a baciare in mezzo alla pubblica piazza del duo- 
« mo, il culo ai cavalli del picchetto tedesco ( 1) . » Queste 
frenetiche e basse dimostrazioni di giubilo nascevano forse 
da uno sviscerato amore che i Cremaschi portassero al 
nome tedesco? Scoppiarono spontanee, ma per reazione, 
per odio al governo francese , durante il quale troppo 
in Italia erasi abusato del nome di libertà per rapinare, 
schernire , scompigliare. 1 nobili , che avevano scapitato 
nelle loro vanità più che nelle influenze : i ricchi , offesi 
nelle borse: i preti, considerati come un branco d'ipocriti, 
sospiravano che i tempi mutassero : ed il popolo che sotto 
un governo democratico non aveva guadagnalo quanto si 
aspettava, che vide sfacciatamente insultale le sue religiose 
credenze , e derubare le chiese ove nelle sue sventure ri- 
corre per ajuto a un Dio d'amore, ove, dinanzi agli altari 
del Padre comune, egli, oppresso, sentesi uguale a' suoi op- 
pressori, il popolo finì anch'egli coll'abborrire un governo 
che gli mantenne ben poco di quanto avevagli promesso. 
La storia poi ci rivela che non a Crema soltanto, ma a Mi- 
lano , ed in altri luoghi il popolo festeggiò la caduta del 
governo cisalpino , e proruppe in clamorosi evviva ai Te- 
♦ deschi vincitori. « Imparino i governi , » esclameremo con 
Botta, « quanto sieno flusse e labili queste umane sorti, e 
» che se la libertà può nascere qualche volta dalle guerre, 
» non può mai dal disprezzo delle cose tenute rispettabili 
» per lunga età da popoli interi. » 

Appena il drappello tedesco schierò in piazza del duomo, 

(1) L. Massari, celle Memorie della sua vita. MS. 



— 172 — 
il popolo urla a tutta gola viva gli aristocratici , abbasso 
i giacobini : indi atterra l'albero della libertà, ed ammuli- 
natosi , s'accinge a sacebeggiare il palazzo municipale. E 
vi riuscì senza trovare alcuna resistenza, perebè i Tedeschi 
rimanevano immoti, ed i nobili insieme al vescovo slavano 
alle finestre del vescovato contemplando con sorriso d'in- 
differenza quel subbuglio popolare. L'ufficiale ebe guidò il 
drappello tedesco , salito nel palazzo vescovile, fu il primo 
che domandò ai nobili colà radunati, cosa egli potesse fare 
per infrenare la plebaglia. À lui rispose Gian Battista Gua- 
rini, dicendo, che « il miglior partito era quello di passar 
» tosto alla nomina di tre nobili signori i quali reggessero 
» Crema in qualità di provveditori, come sotto l'ex repub- 
» blica veneta, invece della municipalità (1) . » Piacque la 
proposta del Guarini e si fece tosto la nomina dei tre prov- 
veditori nelle persone del conte Manfredo Benvenuti, mar- 
chese Giulio Zurla, e conte Alessandro Premoli, « i quali 
» si trovavano già nelle stanze del vescovo belli e prepa- 
» rati per accettare come fecero tale carica 2 '. » Appena 
assunti al provveditorato, questi tre patrizj, auzichè pren- 
dersi la briga di sedare la plebe ed impedire che conti- 
nuasse il saccheggio nel palazzo del Comune , rivolsero il 
pensiero a disporre per una gran luminaria da farsi in 
Crema la sera, in esultanza della venula dei Tedeschi. In- 
tanto la plebe ebbe tutto l'agio « di portar via dalla muni- 
» cipalilà fino i ferramenti, ed i camini di marmo, lascian- 
» dovi nuli' altro che soli e semplici muri e soffitti affatto 
» ignudi ( 3 ). » In tal guisa si menò guasto per la seconda • 
volta in Crema dell'archivio comunale, e andarono smarriti 
tutti quei documenti che risguardavano gli alti della muni- 
cipalità sovrana del marzo 1797,, e della successiva costi- 
tuzionale fino a quel giorno. 

(i) Luigi Massari, nelle Memorie della sua vita. MS. 

(2) L. Massari. Idem. 

(3) L. Massari. Idem. 



- 173 — 

Dal contegno impassibile che i nobili serbarono mentre 
la plebe devastava il pubblico palazzo, dall'essere stata 
di nobili in gran numero composta , come avvertimmo, 
la municipalità del popolo sovrano nel marzo dell'anno 
1797, dal processo che contro la medesima pendeva an- 
cora per accusa di sottrazione d' argenterie , Luigi Mas- 
sari argomentò nelle sue Memorie che la plebe abbia sac- 
cheggiato il palazzo del Comune non per molo spontaneo , 
ma istigata ad arte dalla nobiltà che desiderava si distrug- 
gessero documenti che scoprivano i di lei ladronecci. A 
convalidare tale opinione Massari aggiunge, che il primo a 
rompere le serrature del palazzo municipale fu certo Nani 
Fumagalli, capo della sbirraglia ed inlimo confidente della 
nobiltà. Veramente ci sembra strano che i nobili sieno ri- 
corsi a mezzi così violenti per uno scopo che avrebbero 
potuto facilmente raggiungere in altra guisa : nondimeno 
r asserzione del Massari ci venne confermata da qualche 
altro eh' era in Crema testimonio alla burrascosa giornata 
del Tó aprile 1799. 

Come i democrati nel novantasette trascorsero in baldorie 
e frenesie, gli aristocrati nel novantanove abusarono della 
venuta dei Tedeschi per pascersi di vendette , e il popolo 
servi, come sempre, d'islromenlo. I preti l'aizzavano contro 
i giacobini , ad accorciar loro i lunghi calzoni e le punte 
degli stivali, ed indicavano come persone da esecrarsi, oltre 
quanti portavano capigliatura alla Brutus , quelli special- 
mente che avevano avuto ingerenza nel municipio durante 
1' occupazione francese. 11 cittadino Carminali , uno degli 
ultimi municipalisti, scampò prodigiosamente dal furor po- 
polare e da u n'archi bugiata che gli si tirò contro sulla pub- 
blica piazza: furono svillaneggiali l'ex presidente Massari, 
e il prete Agostino Fasoli ex-segretario municipale: al conte 
Paolo Premoli si fece violenza per mozzargli le punte degli 
stivali, perchè le portava lunghe, indizio di giacobinismo. 



— 174 - 

Né cessarono così presto le persecuzioni ai repubblicani, 
« Orribilissimi (narra Massari) i tredici mesi dell' occupa- 
» zione tedesca, nei quali si può dire ch'ebbe il dominio 
» di Crema e di tutta la provincia , Nani Fumagalli , capo 
» della sbirraglia, torcimanno dei nobili, dei preti ed anche 
» del vescovo. » Sulle accuse di costui si imprigionarono 
e processarono molli repubblicani, fra i quali un Bolzoni, 
un prete Capellazzi, un dottor Giorgi, un frate Gelerà, un 
Ronna, e diecinove altri cittadini, imputati d'avere sfoggiato 
idee democratiche sotto un governo ordinato democratica- 
mente. Erasi a Crema istituita una Polizia composta di dieci 
nobili, la quale, dipendendo direttamente dal commissario 
generale austriaco Cocastelli, s'incaricò di processare e pu- 
nire tutte le teste calde e melonate. E ci duole dover dire 
che que' dieci nobili inquisitori adempirono l'ufficio loro 
con zelo e con rigore inverecondo , quasi deliziassero nel 
condannare alla pena del carcere concittadini perchè ave- 
vano professato una fede politica contraria alle dottrine del 
loro blasone. A non pochi ecclesiastici, che avevano danzato 
intorno all'albero, si volle usare indulgenza: ritenuti per 
cervelli sgangherati , si mandarono per lutto castigo a fare 
degli esercizj spirituali. 

I patrizj, inorgogliti del trionfo, ristabiliscono a Crema il 
loro Olimpo nel Bottegone, scacciandone i profani ch'eran 
dentro a pettinare il lino : danno una splendidissima festa 
da ballo nella gran sala del palazzo municipale, escluden- 
dovi qualunque persona, fosse pur ricca o parente, che al 
ceto loro non appartenesse. E i preti facevano anch'essi dal 
canlo loro quanto potevano per isfogare il veleno contro i 
giacobini , fulminandoli di rabbiosissime invettive fin sui 
pergami , tanto che i nobili dovettero raccomandar loro di 
predicare con minor acrimonia (0. 

(ij Luigi Massari, nc!!o Memorie della sua vita. MS. 



— 175 — 

Nell'estate del 1799 Crema fu presidiata da milizie russe: 
la popolazione le accolse con ispavento, figurandosi di veder 
nei Russi dei barbari poco meno cbe antropofaghi: ma poi 
si avvezzò a quei musi nordici, e non clic temerli, ne can- 
zonava pubblicamente l'ignoranza e la sudiceria. Così i 
Cremascbi nel corso di men di tre anni dovettero addome- 
sticare l'orecchio al suono di tre lingue di popoli diversi, 
deplorando segretamente il turbine della rivoluzione che 
gli aveva strappati dal seno di un governo nazionale. 

Ai tre provveditori vennero in appresso sostituiti nel- 
l'amministrazione del municipio di Crema altri cinque pa- 
trizj , e nel gennajo del 1800 congregossi ancora per l'ul- 
tima volta 1' antico Consilio dei nobili come si costumava 
sotto la veneta repubblica. 

Instabilità delle umane vicende ! le allegrezze dei nobili 
non durarono che poco più di tredici mesi : eppure essi si 
erano imbaldanziti nella persuasione che i Francesi non 
avrebbero più messo piede in Lombardia. Napoleone Bo- 
naparte, ritornato dall'Egitto in Francia, vi distrugge con 
audacissimo colpo il Direttorio (9 novembre 1799): sale 
al consolato, offre la pace all'Europa: venendo a lui rifiutata 
dall'Inghilterra e dall'Austria, allestisce un esercito pode- 
roso: passa con celerilà meravigliosa il San Bernardo: di- 
scende nelle pianure lombarde, ritoglie agli Austriaci Milano 
(2 giugno 1800): poi li rompe nella famosissima battaglia 
di Marengo (14 giugno 1800). A Crema i Francesi entra- 
rono il cinque di giugno, in piccolo numero, e tanto ina- 
spettati , che la popolazione s' illuse credendoli Austriaci , 
finché non li vide sfilare alla piazza del duomo. In quel 
giorno celebravasi nella cattedrale messa solenne, ed i Fran- 
cesi capitarono a Crema nell'ora appunto della messa: « fl- 
it Dita la quale, monsignor vescovo ordinò subito i cavalli di 
« pesta, e fuggì a Venezia, ove morì poco tempo dopo( J ). » 

1) Luigi Massari, nelle Memorie della sua vita. MS. 






— 176 — 
Questa volta i democratizzanti non fecero a Crema per la 
venula dei Francesi tutte le baldorie che nel 1797. Bona- 
parte, prima di rivalicare le Alpi, aveva proclamato che ri- 
tornava in Italia per fondare nella Cisalpina una regolala 
libertà , ristorare la religione , proteggere i preti : appena 
assunto al Consolato , dimostrò colle parole e coi fatti di 
voler far guerra ai partiti estremi, e che i repubblicani esa- 
gerati non gli garbavano né punto nò poco. Bonaparte me- 
ditava già di salire al trono : conoscitore profondo delle 
umane passioni , comprendeva non essere scala per giun- 
gervi quella di calpestare idee e sentimenti inveterati nel- 
r animo delle popolazioni. Nondimeno gli aristocrati che 
componevano a Crema il municipio rimasero alquanto scon- 
certati alla comparsa dei Francesi. Presero il partilo di ab- 
bonirseli e mandarono a Lodi una bellissima carrozza in 
dono al generale Loison, con preghiere caldissime che non 
mutasse così presto a Crema la municipalità , per timore 
che i patrioti ritornando al potere rompessero in vendette. 
Gli aristocrati furono esauditi. 

Addì 20 giugno venne a presidiar Crema un intero reg- 
gimento di cavalleria comandalo dal colonnello Sebastiani, 
il medesimo che fu ministro degli affari esteri in Francia 
dopo la rivoluzione del 1850. I nobili municipalisli si sbrac- 
ciavano in blandizie, offerte, salamelecchi onde guadagnarsi 
la grazia del colonnello Sebastiani : lo satollarono di lutto 
quanto pretese per sé e pei vantali bisogni del suo reggi- 
mento. Ma poi il generale di divisione Lorge ai 25 luglio 
compose in Crema un nuovo municipio delle seguenti per- 
sone : Luigi Massari , dottor Giorgi , avvocato Ragazzoni , 
prete Giacomo Ferrò , Giovanni Bolzoni , avvocalo Bonzi , 
Pietro Segalini. Ne indispettirono i nobili: fecero osservare 
al governo essere questo un illegale municipio perché co- 
stituito da un generale: ed il governo lo mutò surrogan- 
dovi una municipalità composta parte di cittadini del celo 



— 177 — 
patrizio, parte di non nobili. Finalmente addì 10 settembre 
venne a Crema, qual commissario del potere esecutivo , il 
cittadino Santini, e riformata di bel nuovo la municipalità, 
la costituì delle seguenti persone: Luigi Massari (presidente), 
avvocato Bonzi, Pietro Segalini, Antonio Coldaroli ex con- 
ventuale francescano, e prete Giacomo Ferrè. « Questa mu- 
» nicipalità ebbe vasti poteri , essendo autorizzata ad ope- 
» rare, ordinare e comandare senza dipendenza alcuna 
» fuorebè nei casi di riservata rilevanza: aveva quindi Tam- 
» minislrazione degli affari civili non solo, ma ben anco dei 
» politici, ed estendeva la giurisdizione sopra tutta la pro- 
» vinciaO). » 

Appena i Francesi ricuperarono la Lombardia, furono a 
Crema liberati dal carcere tutte le persone detenute per 
processi politici : il presidente Luigi Massari ordinò poco 
appresso la distruzione dei camerotti , prigioni nelle quali 
sotto il veneto dominio cacciavansi barbaramente i delin- 
quenti , e la cui forma abbiamo già descritta nel capitolo 
precedente. Gli aristocrati e tutti i partigiani del governo 
austriaco non andarono impuniti della condotta tenuta nei 
tredici mesi. Per ordine governativo fu arrestato Nani Fu- 
magalli con sedici altri, Componenti la sbirraglia cui quei 
ribaldo era capo: s'ingiunse al prevosto del duomo di pre- 
dicare all' albero della libertà le lodi della repubblica in 
ammenda d'aver pubblicamente inveito contro i giacobini: 
si condannarono i nobili ebe formarono la Polizia austriaca 
a sborsare ingenti somme quale indennizzo dei danni arrecati 
coi loro processi a non pocbi repubblicani. E per verità 
sembrava ebe i nuovi municipalisti si solazzassero nello 
smungere le borse agli aristocratici ed austriacizzanli, ebe 
a Crema eran detti volgarmente Gocjhi Nel 1801 la muni- 
cipalità ricevette ordine superiore di festeggiare pubblica- 
ci Luigi Massari, nelle Memorie della sua vita. MS. 

Voi. IL 12 



— 178 — 
niente le vittorie francesi. Penuriando di quattrini la cassa 
municipale, ripetutamente spogliata dai commissarj di guerra, 
i municipalisti ricorsero all'espediente di far pagare ai goghi 
le feste che si dovevano celebrare in onore dei Francesi. 
Mandasi a più di trecento cinquanta cittadini una circolare 
detta lettera di giubilo, con cui ogni gogò veniva tassato 
in determinata somma di ducati, la quale diversificava in 
proporzione delle rispettive sostanze di ciascuno , non che 
del giubilo che ognun di loro aveva dimostrato nei tredici 
mesi dell'occupazione tedesca: pena l'arresto se non paga- 
vano entro due giorni. In questo modo i municipalisti rac- 
colsero in pochi giorni una vistosa somma di ducati. Le 
feste durarono in Crema tre giorni continui : consistettero 
in luminarie per tutta la città e fuochi artificiali la sera , 
rappresentazioni drammatiche in teatro ove recilaronsi tre 
drammi licenziosamente democratici, messa cantata in duomo 
con intervento della municipalità : distribuironsi non poche 
doti a povere donzelle, e rinfreschi, pane, vino alle truppe 
francesi di guarnigione : tutto a spesa degli aristocratici e 
colla cassa gìubilatoriai 1 ). 

Nel mentre i Francesi imponevano ai municipj di far 
pubbliche dimostrazioni di allegrezza in omaggio delle ri- 
portate vittorie , non cessavano dal martoriarli con fortis- 
sime contribuzioni , lanciando spaventose minacce se non 
venivano pagate prontamente. Sul finire del 1800 il com- 
missario militare liouchet pretese , a nome del generale 
Brune , che gli fossero senza indugio pagate milanesi lire 
ottautatre mila dalla cassa municipale di Crema , sotto 
pena di far occupare militarmente le case dei municipalisti 
qualora non se ne effettuasse tantosto il pagamento. 11 mu- 
nicipio , non contando nella sua cassa più di undici mila 
lire, venne autorizzalo a spillare il rimanente dalla cassa 

1 Luigi Mwuki , nelle Memorie della sua vita. MS. 



— 179 — 
dei depositi del Monte di Pietà e dell'Ospedale. Poche set- 
timane dopo (gennajo 1801) l'amministrazione dipartimen- 
tale dell'Alto Po richiese al municipio di Crema un'altra 
grossissima somma da versarsi entro cinque giorni. Si sbi- 
gottirono i municipalisli : il presidente Massari recossi a 
Cremona a fare le sue rimostranze , rappresentando l'im- 
possibilità che il Comune di Crema soddisfacesse alla somma 
domandatagli. Al Massari venne risposto, che non manca- 
vano mezzi per radunare in Crema denaro : esser noto 
come vi fossero molte ricche famiglie: alle borse dei Sant'An- 
gelo, dei Sanseverino, dei Toffetli potersi attingere quanlo 
denaro si voleva. La quale proposta avendo Massari rifiu- 
tata , lo si minacciò di condurlo incatenato al campo , al 
cospetto del generale in capo. Finalmente, resistendo Mas- 
sari con fermezza alle prelese dell'ingorda amministrazione 
dipartimentale , si conchiuse pagherebbe la Comune di 
Crema tutto quel denaro che gli sarebbe possibile di rag- 
granellare, ed a compimento della richiesta somma si accre- 
diterebbe alla città nostra l'importo di mila e più braccia 
di panno ch'essa aveva provveduto a Bergamo per l'esercito 
francese. Al flagello delle molteplici contribuzioni aggiungete 
le sfacciate ruberie degli abbondanzieri e commissari di 
guerra, l'uno dei quali adoperando ogni maniera di blan- 
dizie, fin le carezze della propria moglie, tentò sedurre il 
presidente Massari, promettendogli di spartire con lui gli 
utili qualora lo ajutasse a frodare nella requisizione dei 
foraggi. Ma il nostro Massari, d'animo qual era incorrutti- 
bile, respinse decorosamente le ignominiose proposte. 

Ci è dovere dilungarci un poco, per dimostrare quanlo 
V ingegnere Luigi Massari siasi adoperalo nel procacciar 
vantaggi alla Comune cui presiedeva, cogliendo ogni occa- 
sione onde rendersi benemerito de' suoi concittadini. 

Luigi Massari l'anno 1802, mercè un'operosità e costanza 
singolare, ottenne dal governo francese un considerevole 



— 180 — 
ribasso dell 1 estimo territoriale della provincia cremasca. 
Sotto la repubblica veneta, Crema e il suo territorio erano 
censiti a soldi d'estimo e non a scudi. Costituitasi la repub- 
blica cisalpina ed accortasi cbe, delle sue provisele, alcune 
erano censite a scudi ed altre a soldi, risolvette di ridurle 
tutte a scudi , e così parificare con un estimo uniforme le 
Provincie ex venete alle lombarde. 11 direttorio esecutivo 
incaricò di tale operazione il celebre professore di mate 
matica Lorenzo Mascheroni, inculcandogli la maggiore pos- 
sibile sollecitudine. Dietro l'operazione fatta dal Mascheroni, 
il corpo legislativo, con legge del 27 febbrajo 1798, attribuì 
in via provvisoria il valore censuario a ciascuna provincia 
dell'ex veneto dominio in tanti scudi, assegnando alla pro- 
vincia cremasca un estimo provvisorio di scudi 5,651,451. 
Se ne querelarono gli estimali , come quelli che col nuovo 
scutato provvisorio venivano dalle imposte aggravali circa 
del doppio : ricorsero alla municipalità acciocché chiedesse 
al governo una diminuzione dell'estimo. Aderendo alle loro 
istanze, la municipalità delegò a tal uopo Fortunato Gam- 
bazocco, membro del corpo legislativo, e Gian Battista Gua- 
rirli , i quali , dimostrando come il professore Mascheroni 
avesse erralo sia nel rilevare il perticato della provincia 
cremasca, sia nelf attribuirle maggior valore che non meri- 
tasse , chiesero al corpo legislativo correzione d'entrambi 
gli errori ed un conseguente ribasso nell'estimo. Con riso- 
luzione del 9 fruttidoro anno VI (26 agosto 1798) il corpo 
legislativo corresse l'errore del perticato, all'altro non ebbe 
riguardo, onde l'estimo provvisorio dell'ex provincia veneta 
di Crema fu ridotto a 5,054,557 di scudi. Occupala la Lom- 
bardia nel 1799 dagli Austriaci, le rappresentanze munici- 
pali di Crema ricorsero al go\ ornatore conte Cocastelli , 
domandando la correzione dell'altro errore, ma infruttuo- 
samente. Nel gennajo del 1801 il conte Luigi ladini pre- 
sentò alla municipalità, di cui Massari era presidente, una 



— 181 — 
istanza, ove eccitava il municipio a rinnovare presso il go- 
verno T inchiesta di una riduzione d'estimo, emendando il 
secondo errore in cui era incorso il Mascheroni. I munici- 
palisli, persone di scarse fortune, posseditrici di poche zolle 
di terreno, sorridendo all'istanza del conte Tadini, erano 
per rigettarla siccome importuna e intempestiva. Ma il pre- 
sidente Massari, che non faceva consistere il repuhhlicanismo 
dell'avversare i ricchi, sihheue nel promuovere lutto ciò che 
potesse arrecare vantaggio a' suoi concittadini , si prese a 
cuore l'istanza del Tadini: recossi a Milano, ed ivi soggior- 
nando parecchie settimane, adoperossi a tult'uomo affinchè 
il corpo legislativo riducesse a più equa cifra il valore del- 
l'estimo provvisorio dell'ex provincia veneta di Crema. Le 
fervorose brighe del Massari ottennero il desiderato suc- 
cesso. Fu accolta dal corpo legislativo la proposta iniziatavi 
dal cittadino Marliani concepita in questi termini : « Pro- 
* pone Marliani di ridurre l'estimo provvisorio dell'ex pro- 
» vincia cremasca a scudi 2,272,946, come risultano dall'ul- 
» limo adequato dei paesi lodigiani . milanesi , Gera d'Adda 
» e cremonesi confinanti col Cremasco, di pressoché ugual 
» perticato. » Ne giubilarono i possidenti del territorio no- 
stro , particolarmente i ricchi : ne trasecolavano dalla me- 
raviglia certi deputali delle provincie di Bergamo , Brescia 
e d'altre non lombarde che da molto tempo maneggiavansi 
a Milano per conseguire lo scopo medesimo , ma sempre 
inutilmente. E l'ingegnere Massari pavoneggiossi come di 
un gran trionfo, ridendo in faccia a tanti che l'avevano 
canzonato dicendo ch'egli era ben pazzo a credere volesse 
il eoverno concedere un ribasso d'estimo con cui si sarebbe 
pregiudicato nella, rendita per più di duecento mila lire 
annue. Il Massari se ne gloriava ancora nel 1838, scri- 
vendo le Memorie della sua vita: e misurando l'importanza 
del suo trionfo coll'abaco alla mano, fece il calcolo seguente: 
« dal 1802 al 1858, con la riduzione ottenuta e le imposte 



— 182 — 
» pagate in ragione di 17 centesimi, calcolo che il territorio 
» cremasco risparmiò la più che vistosissima somma di otto 
* milioni settecento quaranta cinque mila novecento ven- 
» lisei e centesimi quarantatre di lire austriache. » 

Nel mentre V ingegnere Massari trovavasi a Milano bri- 
gando per la riduzione dell'estimo cremasco, udì bucinarsi 
che il corpo legislativo andava segretamente occupandosi 
nel formare una nuova divisione dei dipartimenti e distretti 
della repubblica cisalpina. Massari, desiderosissimo sempre 
di giovare a Crema , pensando che a lui se ne offrirebbe 
T occasione se potesse avere ingerenza nelle operazioni di 
quel nuovo riparto, si maneggiò tanto finché il ministro 
dell 1 interno Villa « lo incaricò verbalmente di dividere i 
» distretti del dipartimento dell' Allo Po , composto delle 
» Ire provincie, cremonese, cremasca e lodigiana ;1) . »E qui 
notate che la provincia di Crema non formava più insieme 
alla lodigiana il dipartimento dell'Adda come nel 1797, ma 
apparteneva al dipartimento dell'Alto Po , composto delle 
tre provincie suddette. Massari, assuntosi l'incarico datogli 
dal ministro Villa, compilò un progetto con cui divideva il 
dipartimento dell'Alto Po in tre distretti, cremonese, cre- 
masco e lodigiano , estendendo di molto il territorio del 
distretto cremasco. Segnavagli per confine, a levante il fiume 
Oglio al disopra di Soncino , a mezzodì l'Adda: a ponente 
separavalo dal Lodigiano con linea tortuosa, la quale stac- 
candosi verso Palasio , passava a contatto delle Comuni 
Tornio, Postino e Buffalora, e ripigliava per confine l'Adda, 
da cui dipartendosi a poca distanza da Conegliano, tagliava 
la Geradadda fra Rivolta e Agnadello: ivi la suddetta linea 
proseguendo incontrava il confine cremasco di tramontana, 
entro il quale Massari comprendeva Vailate , Camisano , 
Gabbiano e Vidolasco, ch'erano allora incorporali al dipar- 
timento del Serio. Massari avvalorava il suo progetto uncn- 

(1) Massari. Memorie della sua vita. MS. 



— 183 — 
dovi il riflesso che, dominando la veneta repubblica, Crema 
fu sempre capoluogo di provincia, e cbe per tale era pur 
stata riconosciuta dalla Costituzione cisalpina dell' 8 luglio 
1797, la quale poneva Lodi e Crema a pari condizione, 
stabilendo dovessero or luna or l'altra godere per un bien- 
nio la prerogativa di capoluogo del dipartimento dell'Adda. 
Il ministro dell'interno modificò il progetto Massari toglien- 
dovi Vailate, Gabbiano. Vidolasco e Camisano, che mantenne 
ancora sotto il dipartimento del Serio; ma in compenso con- 
cedeva al distretto di Crema. Castione, Camairago e S.Vito 
al di là dell'Adda. Promulgossi la legge del corpo legisla- 
tivo 25 fiorile anno IX repubblicano , la quale, ripartendo 
tutto il territorio della repubblica cisalpina in dodici dipar- 
timenti, suddivise il dipartimento dell'Alto Po, ossia di Cre- 
mona, in quattro distretti, dei quali quello di Crema era 
il secondo, di Lodi il terzo, di Casalmaggiore il quarto. 
Con tale divisione che, rapporto a Crema, armonizzava 
quasi interamente col progetto Massari, il distretto crema- 
sco risultò maggiore in popolazione al terzo ed al quarto; 
onde i Lodigiani lamentaronsi perchè il loro distretto era 
minore del nostro di 732 persone, e perchè quello di Cre- 
ma estendevasi fino al comune di Palasio, distante poco 
pia di due miglia da Lodi ('*). L'ampliamento del distretto 
cremasco rese necessario di stabilire nella città nostra un 
tribunale di prima istanza , quindi il governo della repub- 
blica invitò la municipalità (con lettera 24 novembre 1801) 
a disporre gli occorrenti locali. 

Il distretto di Crema così ampliato non durò che circa 
quattro anni, essendosi di bel nuovo mutato lo scomparti- 
mento territoriale della Lombardia nel 1805. Massari fa in 
proposilo le seguenti osservazioni : « Se all' epoca in cui 
» all'anno 1805 venne Napoleone a Milano a farsi incoro- 
» nare re d'Italia, e che in tale occasione venne fatta una 

fi) Luigi Massari, nelle, Memorie delia sua vita. MS. 



- 184 — 
» nuova divisione della repubblica non più Cisalpina ma 
» Italiana; se si fosse data la municipalità di quell'epoca 
» tutta la premura e V interessamento per conservare il 
» distretto II nel modo da me ben favorevolmente ottenu- 
» lo, e si fosse pur anco prevalso della favorevole circo- 
» stanza in cui a queir istess' epoca trovavansi due membri 
» del corpo legislativo eli 1 erano Cremasela , cioè il conte 
» Luigi Tadini e il conte Agostino Benvenuti, certamente 
» ebe Crema sarebbe rimasta capoluogo di circondario giu- 
» diziario, e molto più se la municipalità avesse saputo 
» porre a profitto l'altra favorevole circostanza, come ho io 
» fatto conoscere, che nella prima costituzione della repub- 
» blica cisalpina Crema venne dichiarata con Lodi dover'es- 
» sere capoluogo per ogni due anni. Ma siccome l'anzidetta 
» municipalità, e nemmeno nissun cittadino cremasco, si è 
» dato il minimo pensiero di occuparsi in così importante 
» oggetto, così il suddetto mio dilatato distretto venne de- 
» cimato e diminuito in modo che fu ristretto e circoscritto 
» alla sola provincia cremasca (f), » 

Nel 1801 fu a Crema gran penuria di grani: la fame le 
classi povere minacciava: vi riparò il presidente Massari 
con efficaci provvedimenti che i ricchi disapprovarono, e 
che la municipalità mandò robustamente ad effetto in onta 
delle loro opposizioni. 

Massari nelle sue Memorie si lamenta che i suoi concit- 
tadini non abbiano retribuito con dimostrazioni di gratitu- 
dine e d'onore il mollo ch'egli fece a prò dei Cremaschi. 
Noi pure ci meravigliamo che il suo nome siasi dimenticato, 
e che quand'egli morì nonagenario nel 1847 non si pen- 
sasse a rendergli un segno durevole di riconoscenza e di 
slima. Non è certamente indizio d'animo nobile seppellire 
la memoria dei ricevuti benefici nella fossa in cui si depon- 

(1) Massahi , nello scritto testé citato. 



— 185 — 
gono lo ceneri del benefatlore. Ov'è in Crema una biogra- 
fìa, una lapide clic attesti ai posteri l'operosa ed illibata 
condotta di un cittadino clic tanto affaticò in tempi diffìcili 
per accrescere vantaggi e lustro al municipio cui presie- 
deva? Se non clic l'ingratitudine verso così egregio concit- 
tadino è un problema facilmente spiegato. L'ingegnere Luigi 
Massari operò pel pubblico bene in tempi febbricitanti di 
repubblicanismo , nei quali, per verità, e non vi fu mai 
vera repubblica, e pocbissimi erano i repubblicani degnidi 
questo nome. Quindi Luigi Massari passò innanzi agli oc- 
chi de' suoi concittadini confuso fra una turba di giacobi- 
ni, schiamazzatori di libertà piuttosto che veri liberali. Il 
popolo cremasco associò al nome di Massari la memoria 
poco gradita di un' epoca scompigliata , di turbolenze , di 
ruberie, d'irreligione: i ricchi poi e i nobili non potevano 
cosi facilmente piegarsi a rendergli il meritato ossequio , 
perocché oltre l'essere Massari nato poveramente a Codo- 
gno da un padre stampatore di tele, le opere sue rammen- 
tavano tempi procellosi troppo alle loro finanze ed alle loro 
ambizioni. 

Nel gennajo del 1802 Napoleone Bonaparte radunò a 
Lione una consulta straordinaria cui intervennero quattro- 
cento cinquanta Italiani, il fiore dei possidenti, negozianti, 
dotti e prelati della Cisalpina. Recaronsi in Francia , cre- 
dendo vi fossero chiamati .per istabilire il reggimento della 
patria: ciascun dipartimento vi mandò i suoi rappresen- 
tanti: da Crema v'andarono il canonico Obizi, allora vica- 
rio generale della nostra diocesi, il curato Sommariva, ed 
il medico Gian Battista Donati : i quali, come tutti gli altri, 
« da cinquanta giorni stettero a Lione a far nulla, sinché, 
* radunatisi, sentironsi leggere la costituzione ch'erano stati 
» chiamati a dettare, e che non conobbero se non quando 
» la videro stampala. Portava questa, che la repubblica si 
» chiamasse Italiana : avesse un presidente decennale che 



— 186 — 
» a comune dispelto fu Bonaparte, un vice presidente, e 
» fu il duca Melzi d'Eril (1 ). » Lo scopo dei Comizj di 
Lione consistette nel far credere si dovesse discutere libe- 
ramente dagli Italiani quanto sulle cose loro aveva già 
disposto Bonaparte. Nella consulta lionese, oltre ch'ebbe 
ordinamento la chiesa italiana, vennero eletti da Bonaparte 
i ministri della repubblica pei diversi affari, otto consultori 
di Stato, dieci, poi quindici del consiglio legislativo, set- 
tantacinque del corpo legislativo, e tre collegi elettorali 
dei possidenti, dei dotti e dei negozianti. Al collegio dei 
possidenti furono dai Cremaschi nominati Luigi Tadini , 
Fortunato Gambazocco, Manfredo Benvenuti , Curzio Vi- 
mercati: a quello dei dotti, il vicario Obizi, il curato Som- 
mariva, l'avvocato Bonzi e il medico Sangiovanni: al col- 
legio dei negozianti, Pietro Segalini ed Agostino Alber- 
goni (il Fortunato Gambazocco fu pure uno dei setlanta- 
cinque nominati a comporre il corpo legislativo , cui in- 
combeva di statuire le leggi proposte dal governo, ma per 
isquittinio, senza discussione. 

Quantunque proclamala la nuova costituzione della re- 
pubblica italiana, la municipalità cui presiedeva Massari, 
formata a Crema dal Santini nel settembre del 1800, durò 
sino verso la fine del 1802: anno reso ai Cremaschi d'in- 
fausta rimembranza da una scossa terribile di terremuoto, 
che ai dodici maggio rovinò nella città nostra non pochi 
edificj. I preti, i frati, i goght, profittarono di questo infor- 
tunio per fomentare nella moltitudine l'odio al regime de- 
mocratico, dicendo essere stato il terremuoto un segno 
dell'ira di Dio, una prolesta del cielo contro il governo 
repubblicano. E molti bevevano queste fole che qualche 
prete non arrossì di spargere dal pergamo ; ed essendo al- 



(1) Cesare Cantu'. 

(2) Vedi il Uollettino dello leg 



— 187 — 
lora la città nostra sprovveduta di truppe di presidio , la 
plebe cominciava a far complotti, a minacciar sommossa: 
la municipalità dovette adoperarsi energicamente per te- 
nerla in freno. Il governo dispose la somma di lire trenta- 
mila acciocché si riparassero in Crema i guasti del lerre- 
muoto : dodici mila s'impiegarono per ristorare gli edificj 
pubblici, e particolarmente il torrazzo della piazza e il cam- 
panile del duomo: dieci mila per la chiesa di santa Maria 
della Croce, dove era caduta tutta intera la lazza della cu- 
pola maggiore; le altre otto mila si distribuirono, in pro- 
porzione dei danni sofferti, a povere famiglie cui non ba- 
stavano i mezzi da fare ai loro abituri le necessarie ripa- 
razioni. 

Addì 20 luglio 1802 venne a Crema Tobia Pellegrini, no- 
minalo vice-presidente del nostro distretto: alloggiò nel 
palazzo vescovile e si mostrò soddisfatto del procedere della 
municipalità, tanto che in via provvisoria le lasciò ancora 
per pochi mesi l'esercizio dell'autorità di polizia ch'era a 
lui attribuito. Ai dieci di dicembre fu congedata onorevol- 
mente la municipalità democratica, e costituito un Consiglio 
municipale di quaranta persone, le quali nella loro prima 
riunione elessero quali rappresentanti o Savj del munici- 
pio, Gaetano Griffoni S. Angelo, Francesco Terni , Gian 
Battista Guarini, Gaetano Severgnini e Luigi Vimercati. 11 
nuovo Consiglio municipale componevasi di nobili e di fa^ 
coltosi cittadini, tutte persone che, al dir del Massari, sen- 
tivano fortemente di goghismo. E per mostrarvi che Luigi 
Massari non le giudicava tali per odio alla classe signorile 
o per invidia, qui accenneremo che in una seduta di quel 
Consiglio fu proposto e votato a unanimità si dovesse le- 
vare la illuminazione notturna introdotta a Crema dalla 
scaduta municipalità. I nobili desideravano di mantenere 
il vecchio costume di passeggiare la notte per la città ac- 
compagnati da un servitore col lampione acceso: tant'erauo 



— 188 — 
incancrenite nei patrizj e nei ricchi cremaschi le abitudini 
e le idee dei loro padri, che avevano in dispetto i lumi 
perfino sulle pubbliche vie, nel mentre Crema onoravasi 
d'essere stata, dopo Milano, tra le prime città lombarde a 
illuminare di notte con fanali le contrade. Ma il cittadino 
Galvagna , prefetto del nostro dipartimento, non approvò 
la parte presa dal Consiglio municipale: gli aristocratici 
dovettero rimettere in Crema i fanali , e come alle inanel- 
late parrucche , rinunciare per sempre ai loro lampioni. 

Nell'anno 1805 la repubblica italiana fu convertita in 
regno d'Italia, e Napoleone ne assunse a Milano la corona. 
L'anno medesimo venne nominato a vice-prefetto il conte 
Paolo Premoli, a consigliere di prefettura un Benvenuti, 
membri del Consiglio elettorale dei possidenti Nestore Mon- 
ticelli e il conte Annibale Vimercati-Sanseverino (*) ; del 
corpo legislativo, Luigi Tadini e Agostino Benvenuti. Nel- 
l'anno successivo Napoleone elesse a vescovo di Crema 
Antonio Ronna. 

Durante i nove anni del regno d'Italia, Crema non of- 
fre verun particolare avvenimento degno d' istoria. Napo- 
leone, comunque nascesse italiano, fece a prò dei popoli 
d'Italia ben poco del molto che se ne aspettavano certi 
politicizzanti: nondimeno ei seppe abbellirci la servitù po- 
nendosi attorno la pompa delle arti e del sapere, blandendo 
negli Italiani la superbia di loro grandezza. Legislatore 
sapientissimo, dettò un sistema di giudizj innanzi a cui 
ognuno era uguale, e dove il popolo si educava alla tribu- 
na; ci diede un codice discusso dai più illuminati legisti: 
divise in più equo modo le proprietà , chiamando ugual- 
mente eredi le donne: tolse ogni vestigio di feudalità, re- 
golò la nobiltà antica e ne creò una nuova fondata sul me- 
rito. Genio senza pari nell'arte della guerra, trovò in Italia 

(!) Vedi il Bollettino delle leggi. 



— 189 — 
come in Francia ammiratori e adulatori perfin Ira giacobini, 
che pur lo avcan chiamato liberticida. Ambiziosissimo più 
che altri mai, non risparmiò il sangue, le lagrime, V oro 
dei poj#li italiani onde conseguire giganteschi disegni : le 
coscrizioni e le imposte ci flagellavano continuamente. Fra 
le sue leggi, memorabili quelle del 1807 e 1810, con le 
quali abolironsi le congregazioni «religiose : quindi snida- 
rono dalla città nostra le numerose fraterie, e molte chiese 
furono soppresse. Di queste ci duole rammentare s. Ago- 
stino e s. Francesco ch'erano bell'ornamento alla città no- 
stra. Delle coscrizioni lasciò amarissima ricordanza quella 
fattasi per la famosa spedizione nelle Russie, ove perirono, 
per causa non propria e in terra straniera , tante migliaja 
d'Italiani col solo miserabile compenso d'aver servilo le 
baudiere di un re-eroe. 

Crema, coi torrioni delle robustissime sue mura muniti 
di cannoni, colle due porle della città difese da ponti leva- 
toj e da cancelli di ferro, colle trincee al di fuori delle 
mura , col vecchio castello torreggiatile a fianco della Porta 
Serio, ti offriva ancora l'aspetto di fortezza sul principiare 
del nostro secolo. L'anno 1803 il governo francese dichiarò 
non doversi più Crema considerare come fortezza : quindi 
sei anni dopo fu atterrato il castello a Porta Serio, e si de- 
liberò di rifare le due porte della città demolendo le anti- 
che che erano coperte dal bastione del fortilizio esterno. Le 
nuove porte, quali veggonsi oggidì, vennero costruite sul 
disegno dell'arcniltelo Rodi., cremonese. Le statue che col- 
locaronsi sopra la Porta Sèrio furono ritrovale nel castel- 
lo : dicesi rappresentassero illustri personaggi cremaschi : 
due, che raffiguravano degli ecclesiastici, furono da capric- 
cioso scalpello ridotte a rappresentare due donne. Con 
queste demolizioni e riforme la ciltà nostra perdette, in un 
col nome, anche le austere sembianze di fortezza : restò 
come gentildonna che venisse spogliata del suo antico bla- 



— 190 — 

sone, memoria e vanto di un glorioso passato. Crema, che 
le storie del medio evo decantarono inespugnabile per le 
sue mura e pei vigorosi petti de' suoi cittadini: Crema, che 
gli scrittori del secolo decimoseslo giudicarono pa' suoi 
baluardi una delle terre meglio fortificate d' Italia, ha nel 
secol nostro perdute fin le vestigia delle vetuste sue glo- 
rie. Le mura, ove un tempo i Cremaschi combattevano ge- 
nerosamente le battaglie dell'indipendenza, sono oggidì in 
buona parte convertile ad uso di pubblico passeggio : 
quanti degli sfaccendati che vi camminano sopra a diporto, 
forse ignorano la storia dei loro padri e della famosa terra 
che calpestano! 

Prima di finire il nostro racconto, ci è d'uopo ramme- 
morare alcuni egregi Cremaschi che vivevano all'epoca na- 
poleonica, e colle opere loro si procacciarono una distinta 
riputazione: ragioneremo del colonnello Vincenzo Colli, 
del general Livio Galimberti , del padre barnabita Enrico 
Barelli, di Vincenzo Racchetti , Cesare e Gaetano Alfonso 
Ruggeri, Placido Zurla, Stefano Pavesi, tutti nomi che 
accrescono splendore alla città nostra. 

Vincenzo Cotti. — Nacque in Crema l'anno 1772 da fa- 
miglia ch'esercitava la professione d'orefice. Quando i Fran- 
cesi discesero la prima volta in Italia, egli, giovane ardito 
e caldo di sentimenti repubblicani, fu tra i primi in Crema 
a brandir la spada e seguirne i vessilli, arruolandosi vo- 
lontario nella legione lombarda l'anno 1797. Costituitosi il 
primo reggimento di linea, Colti nell'aprile del 1800 saliva 
al grado di ajutante maggiore, e prese parte alla breve 
guerra combattuta fra i generali Brune e Bellegarde al 
Mincio , poi nel 1803, divenuto capo-batlaglione nel 2.° 
leggero, fece le campagne sulle coste dell'Oceano (1804- 
1805), e quelle delle Pomeranie, sempre subordinato al 
generale Tullio, e dando saggi di valore, particolarmente 
nell'assedio di Colberga. II giorno 12 dicembre dell'anno 









— 191 — 
1807, Cotti veniva decorato della corona di ferro, indi 
nominato colonnello nel reggimento dei Velliti, guidando il 
quale s'avviò ad immortalarsi in Ispagna, fra le balze della 
Catalogna. Quanto abbia il colonnello Cotti cooperalo col 
suo ardimento nel sostenere lonor militare delle armi ita- 
liane affidale al valorosissimo Leccbi, e con quanta attività 
e perizia assecondasse i movimenti del suo generale, espo- 
nendosi sempre nelle sanguinose fazioni che succedevano 
quasi giornalmente fra Italiani e Spagnuoli, lo si può rac- 
cogliere da parecchi scrittori, i quali narrarono diffusa- 
mente l'accanila guerra di Spagna. Molle delle gesta che 
distinsero il colonnello Cotti in Ispagna raccontò con mi- 
nutezza di dettagli il Lombroso (*), che collocò il nostro 
Colli fra le migliori spade segnalatesi nelle guerre napoleo- 
niche. Lombroso caratterizzò il colonnello Colti con le se- 
guenti espressioni : « Egli era nel novero di quegli uomini 
» di tempra rara e robustissima ai quali più riescono gra- 
» dite le imprese quanto più sembrano insormontabili le 
» difficoltà — egli sembra modellato appositamente per le 
» armi, e per le armi delle moderne guerre: era vivo, so- 
» lerte, impaziente, e pure intrepido e dotato di sangue 
« freddo ammirabile e straordinario: sapeva a tempo avan- 
« /are, a tempo perseverare, ed a tempo pure, sebbene 
» con ripugnanza, retrocedere: egli militava non per do- 
» vere, ma per passione, per cui," ben lungi dall' evitare i 
» cimenti , ne andava arditamente in traccia , più gradili 
r. quanto più avventati, e tanto più d'esito sicuro quanto 
x più durava la mischia , giacché il suo ardore cresceva in 
* mezzo al fuoco, e fra l'alternar delle sorti ch'egli sapeva 
>» piegare a prosperi destini quanto più minacciavano di 
v riescirne avverse : egli si accendeva vieppiù in mezzo al 
» sangue, al fuoco ed alle stragi, per cui il suo colorilo, 

1 1 ) Gattària miniare. 



- 192 — 
» abitualmente pallido, riaccendevasi nella mischia : egli 
» possedeva interamente il cuore del soldato, al quale ad- 
» dilava sempre il trionfo certo ed imminente : più gli altri 
» avvilivansi a presagire la sconfitta, più Cotti sublimavasi 
» a conseguire la vittoria. » 

Né crediate queste del Lombroso lodi esagerate: il co- 
lonnello Cotti ben se le meritò colle sue gesta militari, alle 
quali pose glorioso suggello nell'assedio del forte d'Hostal- 
rick che per più di un mese resistette ai ripetuti sforzi 
degl' Italiani. Là il colonnello Cotti dimostrò una singolare 
fermezza, respingendogli Spagnuoli ch'erano usciti dal forte 
per assalirlo, fatti animosi dal veder comparire in loro soc- 
corso l'intrepido Odonel con poderoso rinforzo: là, ferito in 
varie parti del corpo, non potendosi più reggere riè in 
piedi, né a cavallo, Cotti non volle tuttavia abbandonare 
il campo di battaglia, ma vi persistette lungamente, seduto 
sopra la cassa di un tamburo, accendendo gli animi dei 
soldati alla vittoria, finché ebbe la gioja di vederla piena- 
mente conseguita. In quel sanguinoso conflitto avendo il 
Cotti riportato gravissima ferita in una coscia, se ne rese 
necessaria l'amputazione: vi si sottomise il nostro colon- 
nello con mirabile calma e serenità d'animo, ma non vi 
sopravvisse che pochi giorni. Addi 26 giugno 1810 moriva, 
fra il compianto dell'esercito italiano, stato le cento volte 
testimonio della sua prodezza. Napoleone, onorandone la 
memoria, assegnò alla di lui madre un'annua pensione. 

Dicesi che il colonnello Cotti avesse non poca somiglianza 
con Napoleone Bonaparle, sia nel colorito, sia nel gesto, 
sia nella foggia del vestire. Oltre di che il nostro colon- 
nello era anch'esso di mediocre statura, onde il Lombroso 
soggiunge: la natura sembra capricciosa anche in questo 
che di rado racchiude un gran cuore in un gran corpo. 
E veramente il cuore di Vincenzo Cotti era dei più animosi. 
Peccato che le circostanze dei tempi l'abbiano condotto a 



— 193 — 
sprecare coraggio e vita in terra straniera , ed in una 
guerra ove gì' Italiani figurano come alguazili di un tiranno 
che volle rapire ad una nazione di prodi un antico e sacro 
patrimonio , l'indipendenza. 

Limo Galimberti. — Altro dei prodi Cremaschi che si 
distinse combattendo sotto le insegne napoleoniche. L'otte- 
nuto grado di generale non è prova che Galimberti nella 
milizia valesse più che Vincenzo Cotti, il quale morì colon- 
nello: prova piuttosto che la fortuna, meglio che al Cotti, 
arrise al Galimberti serbandolo più lungamente in vita, onde 
potè raccogliere premio condegno delle sue militari fatiche. 
Livio Galimberti nacque a Crema il giorno 3 dicembre del- 
l'anno 1768 da Giovanni, orefice, e da Bianca Capredoni. 
L'anno 1797, quando la municipalità cremasca del popolo 
sovrano compose una legione d'ussari da offrire all'esercito 
del general Bonaparte, vi nominò tra gli ufficiali Livio Ga- 
limberti, come quello che palesava singolare disposizione 
agli esercizj guerreschi. Nel 1799 Galimberti venne elevato 
al grado di capo-squadrone nel primo reggimento degli us- 
sari italiani, e nel 180G colonnello nello stesso reggimento 
che, circa quest'epoca, fu cangiato in reggimento dragoni- 
regina. L'anno 1802, Galimberti, ch'erasi già distinto in va- 
rie campagne, fu chiamato ad assistere ai Comizj di Lione: 
indi raccolse nuovi allori nel 1809 combattendo al passag- 
gio della Piave, a Steinemanger, alla battaglia di Raab, e 
più segnalatamente a quella di Wagram. L'anno 1811 Ga- 
limberti usciva dal suo reggimento, ove erasi acquistato 
fama di uno fra i migliori istruttori di cavalleria, e l'anno 
successivo lo si nominò ajutante-comandante, capo dello 
stato-maggiore della prima divisione territoriale in Milano. 
La famosissima campagna di Russia fu quella che coronò il 
nostro Galimberti di maggior gloria: egli vi prese parte 
siccome capo dello stato-maggiore della divisione Pino. 
•Sella battaglia di Moloja Yoslawetz, ove, per confessione 
Voi IL 13 



— 194 — 
dello slesso Napoleone, gli Italiani più di tulli cooperarono 
alla vittoria, il general Pino venne ferito, sicché fu d'uopo 
trasportarlo fuori del campo. La divisione Pino rimasta 
priva del suo capo scoraggiavasi e già cominciava a vol- 
gere in disordine, quando il principe Eugenio ordinò di 
assumerne il comando al Galimberti, ed egli seppe così 
opportunamente rimettere l'ordine e l'ardimento nei soldati 
da riportare una compiuta vittoria. Fu allora che Napo- 
leone, premiando il valore non comune del Galimberti , lo 
nominò issofatto sul campo di battaglia generale di brigata. 
Qua! fine lagrimevole toccassero poi le sorti dell' esercito 
napoleonico in Russia non v'è chi ignori. Galimberti, con- 
servando il comando della divisione, riuscì nella calamitosis- 
sima ritirata a condurre in Prussia un migliajo di soldati. Ma 
gli stenti, i ghiacci, le privazioni d'ogni genere contro le quali 
dovette cozzare nocquero alquanto alla di lui salute, sicché 
ritornato in Italia rotto della persona e malaticcio, appena 
lo potevano i suoi amici raffigurare. Nondimeno la tempra 
robustissima del suo corpo trionfò dei sopportali patimen- 
ti : nel 1815 Galimberti otteneva il comando della seconda 
brigata nella divisione Palombini, e in nuove batlaglie con- 
fermò a se la riputazione di perito condottiero. 

L'anno 1814 Galimberti passò a far parte della guarni- 
gione di Mantova, ov'ebbe il comando della cittadella e 
della terza brigala della divisione Zucchi : ai 27 d'aprile 
fu al di lui comando sottoposta tutta la divisione, con la 
quale, abbandonando Mantova, acquartierò a Cremona fin- 
ché il decreto del 51 luglio sciolse l'esercito del cessalo 
regno d' Italia. Allora Galimberti ritirossi a Crema a go- 
dervi le dolcezze di un onorato riposo, per quanto a lui 
glielo permettevano lo sconcerto nella fisica costruzione 
cagionatogli dalla disastrosa ritirata dalle Russie, e i germi 
di uua malattia che diciolto anni dopo lo doveva cacciare 
nel sepolcro. L'anno 1815 Livio Galimberti venne, per de- 



— 195 — 
crelo imperiale, nominato generale maggiore nelle truppe 
austriache , ma egli non vi prese mai alcun servizio milita- 
re. Bisognoso tuttavia di una vita che non fosse affatto 
inerte e di prestarsi in qualche modo a prò de' suoi con- 
cittadini, accettò di far parte della congregazione munici- 
pale di Crema, e ranno 1822 fu uno dei deputati della 
città nostra che s'inviarono a rendere omaggio a Sua Mae- 
stà I. R. A. al Congresso di Verona. Livio Galimberti morì 
nel giorno 29 giugno 1832, e le sue esequie celebraronsi con 
tutte quelle pompe che addicevansi al suo grado. 

Enrico Barelli — Nacque Fanno 1724 a Crema: vi stu- 
diò belle lettere nelle pubbliche scuole di S. Marino, allora 
dirette dai Barnabiti, ed a vent'anni vestì a Modena l'abito 
de' suoi precettori. Trasportatosi poi a Milano nel collegio 
di S.Barnaba ed assunto al sacerdozio, divenne professore 
di lettere greche e latine. Coltivò con amore la poesia , e 
prediligendo lo studio dei classici latini, tolse nell'opere sue 
ad imitarli. L'anno 1790 pubblicò il suo poema in sette li- 
bri intitolato De Christiana religione, ove risplendono bel- 
lezze non volgari di pensiero e di stile, e ove apparisce co- 
m'egli si proponesse a modello Virgilio, da cui attinse mi- 
rabilmente la nobiltà e la soave armonia del verseggiare. 
Altre opere compose il Barelli , sempre verseggiando lati- 
namente con isquisitezza di forma: in esse però non rag- 
ìiiurise la sublimità dei concetti che rese ammiralissimo il 
suo poema, e talvolta vi senti il puzzo dell'adulazione di 
cui la sua musa non andò incontaminata. Lasciò inedito 
un poema, De Gratta Divina, ed un epitaffio in distici da 
scolpirsi sopra il suo sepolcro. Il padre Enrico Barelli morì 
d'anni 93 a Crema, ove si ricondusse in grembo alla pro- 
pria famiglia dappoiché fu soppressa insieme alle altre la sua 
concresazione. 

Nella repubblica letteraria suonerebbe più clamorosa la 
£ama del Barelli s' egli, addomesticando la sua musa neL 



— 196 — 
verso latino, non l'avesse poi condannata a cantar sempre 
nella lingua di Virgilio: lo che impedì che i suoi scritti 
divenissero popolari , ed è sventura che sia pascolo di po- 
chi il suo poema De Christiana religione , altissimo argo- 
mento da lui altamente trattato con peregrine bellezze di 
immagini e di stile. Di scrittori, sia in prosa sia in versi , 
Crema produsse parecchi in varie età, ma d'uomini che, per 
dottrina, e insieme per vaghezza di forme nell'esporre i pro- 
prj concetti , siasi dimostralo veramente letterato, noi non 
conosciamo alcuno da reggere al confronto con Enrico 
Barelli. 

Cesare Buggeri. — E per avere occupata la cattedra di 
professore di chimica chirurgica nel!' università di Padova, 
e pei copiosi scritti da lui pubblicati , non possiamo esi- 
merci dal rammentare il nome di Cesare Ruggeri. Nacque 
a Crema Tanno 1768: datosi alla chirurgia, ne compì va- 
lorosamente gli studj nell'università di Pavia. Amantissimo 
della scienza che professava, onde addentratisi maggior- 
mente recossi a Madrid, a Parigi, a Londra. Rimpatriato, 
fu eletto chirurgo maggiore dello spedale di Crema: ma poi 
si trasferì a Venezia chiamatovi da Francesco Pesaro, indi 
a Padova, dove, nominalo professore provvisorio di cli- 
nica chirurgica nella università, ne fu stabilmente confer- 
mato con imperiale decreto l'anno 1817. Cesare Buggeri 
morì in Padova addì lo febbrajo del 1828: ne recitò il pro- 
fessor Caldani un elogio funebre che fu poi stampato. In 
onore di Cesare Ruggeri leggesi un'iscrizione nel cimitero 
di Padova. 

Gaktano Alfonso Ruggeri. — Peritissimo nell'arte medica 
al par di Cesare fu Gaetano Alfonso Ruggeri. Nacque in 
Crema da Baldassare e d'Anna Maria Chinelli. Laureatosi 
nel 1820, per meglio erudirsi usilo le ci Uà di Firenze, 
Bologna, Vienna. Esercitò medicina negli spedali dei Santi 
Giovanni e Paolo, e in quello dello delle Zattere in Vene- 



— 197 — 
zia, finche venne aggregato air I, R. Casa di Correzione 
della Giudecca. Educato alla scuola broivniana, applicò 
quella dottrina con felice successo nelle molteplici autos- 
sie, adinamie, febbri perniciose e larvate onde pur troppo 
abbonda Venezia (*). Fu segretario dell'Ateneo di Venezia, 
per il quale molto si adoperò, e ne rese pubblica una rac- 
colta di atti, tessendone egli stesso i cenni storici. Invitato 
da quell'Ateneo a dare un giudizio critico dell'opera del 
Marzari sulla Pellagra, pubblicò intorno alla medesima le 
proprie riflessioni. 11 Ruggeri lasciò inedita un'opera im- 
portante intitolata Del suicidio risguardato sotto l'aspetto 
medico legale, ed altre pregevoli. È pur sua una prefazione 
aggiunta al trattato della politica libertà, del cavalier Bat- 
tista Guarini, libro che per la prima volta fu dato alla luce 
per opera del Ruggeri medesimo nell'anno 1818. 

Alfonso Ruggeri era amantissimo dello scrivere purgato 
ed elegante; conosceva ben addentro i pregi della nostra 
lingua, intorno alla quale pronunciò degli assennati giudizj. 
Morì il 27 novembre dell'anno 1836. 

Vincenzo Racchetti. — Uomo di estesa e varia dottrina. 
Ebbe culla in Crema l'anno 1777. Compiuti nella città 
nostra gli studj delle umane lettere, applicossi in Lodi alle 
scienze matematiche e filosofiche. Indi studiò giurispru- 
denza e medicina, ed ottenne la laurea di giurisperito a 
Pavia, quella di medico a Padova. L'anno 1807 venne 
eletto medico primario nello spedale di Crema, tre anni 
dopo fu elevato a professore di patologia e medicina legale 
nell'università di Pavia. L'anno 1802 Vincenzo Racchetti 
pubblicò il primo volume di un'opera intitolata Teoria della 
prosperità fisica delle nazioni nei rapporti d'economia 
pubblica, la quale dedicò a Francesco Melzi, allora vice- 

(1) Da un articolo necrologico inserito nel Ricoglilore italiano e straniero: 
fascicolo del gennajo 1837, pag. 105. 



— 198 — 
presidente della repubblica italiana. Assunse in questa a 
sviluppare un grandioso tema, coll'inlendimento umanitario 
di promuovere la maggiore prosperità fisica dei popoli: ci 
duole cbe il Racchetti abbia reso di pubblica ragione sol- 
tanto il primo volume del suo lavoro. In esso odesi la voce 
di un filosofo cbe attemperò la mente a nobilissimi senti- 
menti di filantropia, che scriveva con islile caldo d'imma- 
ginazione e d'affetto, che a cognizioni igieniche atte a mi- 
gliorare la sociale condizione degli uomini accoppiava do- 
vizia di storica erudizione. Altre opere pubblicò il Raccbetti, 
quali sono il Trattalo della Milizia dei Greci antichi, con 
la versione del libro di tattica eli Arriano, ed un lavoro 
che gli valse molta riputazione in medicina, intitolalo Strut- 
tura delle funzioni e delle malattie sulla midolla spinale. 
Vincenzo Raccbetti dilettavasi eziandio di amena lettera- 
tura, e dello scrivere in versi; di lui leggemmo stampati 
alcuni poetici componimenti ed una leggiadra versione di 
parecchi dialoghi di Luciano. Morì a Crema nell'età ancor 
fresca d'anni quarantadue: il chiaro professor Borda dettò 
alla memoria del Raccbetti un'onorevole iscrizione che 
venne innalzata nella prima sala del civico spedale di Cre- 
ma. A sostenere lo splendore del suo nome, Vincenzo Rac- 
cheta lasciò superstiti quattro fratelli, amantissimi anch'essi 
di arricchire la mente con nobili studj: di loro a noi ba- 
sterà per ora V accennare il professore Alessandro Rac- 
chelti, riputato fra i migliori giureconsulti che occupassero 
nelle nostre università la cattedra di scienze legali, e Giu- 
seppe Raccbetti, ch'oltre esser nolo siccome scrittore di 
due romanzi, è pur benemerito della città nostra per di- 
ligentissimi studj falli sulle cronache cremasene. 

Placido Zurla. — Non è la porpora soltanto che abbia 
onorato il nome di Placido Zurla, ma piutlosto furono le 
virtù del suo ingegno che onorarono la porpora di cui 
venne insignito. Nacque il venti aprile dell'anno 1769: ger- 



— 199 - 
moglio di quel romo della nobile famiglia Zurla che, tra- 
piantatosi per qualche tempo a Lcgnago, si ristabilì di 
nuovo a Crema verso il 1780. Compì i primi sludj a Crema 
nelle pubbliche scuole dirette dai padri barnabiti. Fallosi 
adulto, palesava un ingegno sveglialissimo ed alquanta 
vivacità di carattere, onde essendo egli il primo nato tra 1 
suoi fratelli, pronosticavasi non avrebbe indugiato ad am- 
mogliarsi. Ma gli umani giudizj, questa volta, come spesso, 
andarono fallili. Venne in Crema a predicare il padre bar- 
nabita Quadrupani, celebre oratore: il giovinetto Zurla 
assistendo con assiduità a'suoi discorsi, vi raccolse un co- 
cenlissimo desiderio di monacarsi. Recatosi perciò a Vene- 
zia, di là passò nell'amena isoletta di S. Michele di Murano, 
ove entrato nella congregazione dei camaldolesi, ne vestì 
l'abito e professò i voti solenni. Ricevette ben tosto nel 
convento V incarico d'insegnare filosofia ai giovani monaci 
e non andò guari che fu eletto lettore di teologia dogmatica. 
Sul principiare di questo secolo per opera del padre Zurla 
e del padre Capellari s'aperse nel convento di Murano un 
collegio per l'istruzione dei giovanetti, il quale divenne 
floridissimo, e nutricò di buoni studj molta gioventù del 
veneto patriziato. Soppressi tulli i conventi nel 1810, Pla- 
cido Zurla accettò l' ufficio d'insegnare teologia morale nel 
seminario di Venezia, incarico di cui lo pregò il patriarca 
Milesi. Successo Pickler a Milesi nel patriarcato di Venezia, 
non armonizzando le idee del Zurla , rapporto al modo 
d'insegnare nei seminarj, con quelle del nuovo patriarca, 
il padre Placido si portò a Roma , ove vestì l' abito mona- 
stico di S. Romualdo (1821). L'ingegno eruditissimo del 
Zurla essendo conosciuto ed apprezzato nella corte roma- 
na, il pontefice Pio VII nominò il nostro padre Placido a 
prefetto degli sludj del collegio urbano di Propaganda, poi 
lo decorò della sacra porpora. Fu creato cardinale nel 
concistoro segreto del 10 marzo 1823, e pubblicato in 



— 200 — 
quello del 16 maggio dell'islesso anno, proclamandolo uo- 
mo non meno illustre per la pietà che per la dottrina. 
Morto Pio VII, poco mancò che il cardinal Zurla gli suc- 
cedesse nel soglio pontificio. Assunto al pontificato Leo- 
ne XII, nel primo concistoro segreto diede al Zurla l'a- 
nello di cardinale col titolo presbiteriale di Santa Croce in 
Gerusalemme, e poco dopo lo elesse a Vicario di Roma, 
incarico ch'egli serbò anche sotto il pontificato di Pio Vili 
e di Gregorio XVI. L'anno 1854 il cardinal Zurla intra- 
prese un viaggio nella Sicilia, spinto da una dotta curiosità 
di visitarvi i monumenti dell'arte greca , araba e cristiana. 
Colto a Palermo da subita e grave malattia, ne moriva in 
età d'anni 65, vigoroso ancora della persona, tanto che a 
lui prcsagivasi lunghissima vita. Il suo corpo fu trasportato 
e deposto nella chiesa di S. Gregorio al Montecelio. A Ro- 
ma corsero voci sinistre sulla morte del cardinal Zurla : 
buccinavasi che fosse stato avvelenato per mano di frati: si 
disse ch'egli avesse avuto dal pontefice una missione con- 
fidenziale di recarsi in Sicilia per visitare alcuni conventi 
ove s'erano introdotti degli abusi, e che i frati, per impe- 
dire al Zurla di palesare al pontefice le loro magagne, gli 
abbiano agghiacciata la lingua col propinargli il veleno. 
Queste saranno forse calunnie, nondimeno a Roma vi si 
prestò fede da molti. 

V'hanno degli uomini di vasto intelletto che sentono un 
bisogno perenne d'esercitare l'ingegno alla ginnastica dì 
studj severi, che fanno consistere la beatitudine della vita 
Dell'applicarsi con lena infaticabile a nobili discipline, che 
sanno profittare d'ogni ritaglio di tempo per adoperarsi a 
beneficio altrui e di sé medesimi. Uno di questi fu il car- 
dinale Placido Zurla. Quand'era lettore di teologia nel suo 
convento, gli cadde in pensiero di scrivere un' opera la 
quale conciliasse le differenze fra le varie scuole dei teo- 
logi, e pubblicò nel 1803 il suo Enchiridion dogmatum et 



— 201 — 
tnorum... ex Stimma Theologice Divi Thomce Aquinatis, 
ad verbum depromptum nolisque auctum. Quest'opera, 
ch'egli dedicò a Pio VII, gli valse l'ammirazione dei dotti 
in teologia, i quali encomiarono il prudenlissimo disegno 
del Zurla che volle richiamare le dottrine teologiche ai su- 
blimi priucipj dell' angelico dottore. Ma prima ancora di 
pubblicare questo lavoro, il padre Zurla avendo fermato 
lo sguardo sopra un'antichissima carta geografica del se- 
colo XV, la quale si conservava nel suo monastero, s sentì 
fortemente commosso dal desiderio d'illustrarla, fosse per la 
di lei importanza, fosse perchè era stata eseguita da un 
frale converso del medesimo ordine camaldolese. D'allora 
s'invaghì degli studj della geografìa antica, d'allora inco- 
minciò ad alimentare la mente di copiose cognizioni geo- 
grafiche che poi gli fruttarono bellissima fama. La prima 
opera ch'egli pubblicò in materia di geografìa fu il Mappa- 
mondo di fra Mauro camaldolese descritto ed illustrato 
(1806). Due anni appresso diede alla luce una Disserta- 
zione intorno ai viaggi ed alle scoperte settentrionali di 
Niccolò ed Antonio fratelli Zeno; e sul medesimo argo- 
mento scrisse una lettera al conte Luigi Bossi di Milano, 
la quale venne stampata (0 l'anno 1812. E nel 1815, al- 
tra dissertazione ci regalava il Zurla intorno ai viaggi ed 
alle scoperte africane di Alvise da Cadamosto patrizio 
veneto. Ma il libro ov'egli schiuse i tesori della sua vasta 
dottrina, e che gli ha procacciato onorifico seggio fra i 
dotti dell'età sua, lo pubblicò nel 1818, e s'intitola Dz Marco 
Polo e degli altri viaggiatori veneziani più illustri. A que- 
st' opera bisogna ricorrere se bramate conoscere le mara- 
vigliose scoperte degli antichi viaggiatori italiani per terra 
e per mare, a questa deve il Zurla gran parte della ripu- 
tazione che meritossi non soltanto in Italia, ma anche in 

(1; Negli Annali di scienze e lettere 



-- 202 - 
lontani paesi. L'insigne Malte-Brun, resosi amico del Zurla, 
sovente lo consultava : e « il conte di Romanzo!! a nome 
w dell'imperatore di Russia incaricò il nostro Zurla d'illu- 
» strare parecchie carte dei secoli XI, XII, XIII che molto 
» importavano alla storia ed alla geografìa dell'età di mezzo 
» di quella nazione (*). » 

Placido Zurla, ad ampie cognizioni accoppiava una mente 
educala da profondo raziocinio; ne diede splendido esem- 
pio quand' era prefetto a Roma nel collegio di Propa- 
ganda, pubblicando un'assennata dissertazione ove s' ac- 
cinse di provare i Vantaggi dalla cattolica religione deri- 
vati alla geografia e scienze annesse. Placido Zurla sentiva 
molto addentro anche in fatto di belle arti, e scrisse una 
dissertazione intorno al quadro della Traslìgurazione di Ra- 
faello, un'altra sul gruppo della Pietà e sopra varie opere 
di religioso argomento di Antonio Canova. La svariata eru- 
dizione di cui pompeggiano gli scritti di Placido Zurla è 
chiarissima testimonianza dell'operosità della sua vita, con- 
sumata tra i libri in nobilissime veglie, nel mentre adem- 
piva con tutta solerzia alle cure dell'insegnamento, od 
agl'incarichi senza confronto più gravi che gli si addossa- 
rono in Roma. 

Stefano Pavesi. — Se nell'arte musicale non fossero le 
vicende del buongusto così volubili e capricciose da con- 
dannare al sepolcro degli archivj tante opere che un tempo 
vennero giudicate capo-lavori; se quelle composizioni che 
cinquant' anni fa ricreavano lo spirito a quanti s' affolla- 
vano nei teatri per bearsene, oggidì non producessero sul- 
l'animo della maggior parte un effetto papaverico; insomma, 
se le nostre orecchie non avesse stuprate un nuovo genere 
di musica fragorosa che antepone l'effetto all'affetto, che 



(i) Faustino Sanseverino nella biografia del cardinal Placido Zurla, pub- 
blicata 1' anno 1857. 



— 203 — 
fa velo al canto con magistero d'istromentazione, giovandosi 
d'un perenne movimento e strepito d'orchestra, il maestro 
Stefano Pavesi conserverebbe ancora a 1 nostri giorni una 
vasta e splendida rinomanza. Pavesi continuò per circa 
dodici anni a formar la delizia dei teatri italiani; a Vene- 
zia, Milano, Napoli, Torin'o piacquero le opere sue, am- 
miraronsi e per la spontaneità e vivezza dei motivi, e pel 
classico stile ond' erano elaborate, sicché Pavesi ne racco- 
glieva copiosa messe d'applausi. Esordì nella carriera mu- 
sicale con T operetta in un atto: Un avvertimento ai ge- 
losi, che fu rappresentala a Venezia Tanno 1803. Era que- 
sta una farsa di genere buffo per il quale Pavesi sembrava 
avesse una particolare inclinazione, e che gli procacciò una 
grandissima popolarità scrivendo poi fra gli altri il Ser 
Marcantonio , La festa della Rosa, e Corradino cuor di 
ferro, tutti brillantissimi lavori. Nondimeno il genio del 
nostro Pavesi rifulse eziandio nell'opera seria, e provò 
quanto fosse ricco di fantasia e dottrina musicale col Fin- 
gallo e Cornala, col Trionfo d' Emilia, con Eduardo e 
Cristina, le Danaidi Romane, YArminio, e qualche altra. 
L'anno 1818 Pavesi fu nominato maestro di cappella 
nella cattedrale di Crema, incarico che non abbandonò se 
non colla morte, e gli offerse campo a distinguersi ezian- 
dio siccome compositore di musica sacra, sposando le 
sue alle inspirazioni dei canti biblici e degli inni reli- 
giosi. In trentadue anni che occupò il posto di maestro di 
cappella, Pavesi scrisse oltre settanta pezzi di musica ec- 
clesiastica: frutti di fervida immaginazione e di lunghi la- 
vori che accrebbero riputazione al suo nome. Vero è ch'egli 
sviò talvolta da quel genere severamente grave, il quale 
s'addice in particolar modo alla musica ecclesiastica: vero 
è pure che non tutte le sue composizioni sono ugualmente 
accurate ed eleganti: tuttavia v'hanno dei pezzi nella Salve 
Regina, nel Dies irai, nell'ave Maris Stella, in alcuni 



— 204 — 
de' suoi Dixit e de' suoi Gloria in excelsis, da rivelarti co- 
ni 1 egli sapesse sublimare il proprio ingegno anche sciori- 
nando musica ecclesiastica. Chi alla musica freddamente 
dotta preferisce la spontanea e la vivace, chi di semplici 
melodie si diletta più che d'armonie risultanti da sudale 
combinazioni di note, chi brama che la musica favelli al 
cuore con accento facile e piano, non con tanto magistero 
d'arte da renderla a molti incomprensibile, ascolli nella 
cattedrale di Crema quella sgorgata dalla fantasia di Pa- 
vesi, ed i suoi voti saranno soddisfatti. Pavesi, nel mentre 
adempiva all'incarico di maestro di cappella, scrisse ancora 
delle opere teatrali: quattordici se ne contano dal 1818 al 
1831, nel qual anno fece rappresentare alla Fenice di Ve- 
nezia la Fenella ossia la Muta di Portici, ultimo de' suoi 
lavori teatrali. Si è tanto decantata la fecondità di quel 
simpatico e sommo genio di Gaetano Donizetti , autore di 
circa cento opere teatrali; Pavesi ne scrisse anch' egli cin- 
quantasette. 

Stefano Pavesi fu educalo a Napoli nel conservatorio di 
S. Onofrio, celebre fin dal secolo scorso per aver prodotti 
i più valenti compositori italiani. Là informò il suo stile 
alla vecchia scuola italiana, studiando i capo-lavori di Per- 
golesi, Jomini, Cimarosa, Paesiello: là palesò ben presto 
di possedere un genio capace di emularli. Sventura pel 
nostro Pavesi fu che a mezzo della sua carriera scontrossi 
con Gioachino Rossini, genio potentissimo, riformatore; il 
quale, al pari di Napoleone nel mondo politico, egli in quello 
dell' arte sua balzò dal soglio i grandi maestri che lo pre- 
cedettero e vi si pose a sedere, fra una pioggia d'allori di 
cui lo ricopersero, nell'ebbrezza dell'entusiasmo, tutte le 
nazioni d'Europa. A fronte dell'impareggiabile autore del 
Mosè e del Barbiere s'ecclissò quel raggio di gloria che 
prima brillava vivissimo sul capo del Pavesi: e fu sì grande 
il successo conseguito da Rossini, colla rivoluzione da lui 



— 205 — 
operata nella musica italiana, da travolgere a poco a poco 
nelf oblio il nome di tanti illustri compositori che pur fu- 
rono da lunga serie d'anni gl'idoli dei nostri teatri. Toccò 
al nostro Pavesi la sorte di Paesiello, Cimarosa, Pergolesi 
e di tanti altri non meno celebri sul principiare del nostro 
secolo: oggidì le opere loro riposano polverose negli scaf- 
fali di una biblioteca o di un editore di musica. Sia però 
detto ad onore del vero; sonvi ancora dei cultori dell'arte 
musicale che vi frugano dentro per pascolarvi. Ed anche a' 
nostri giorni, nei conservatorj si propongono ad esempio di 
bel canto e di classico stile alcune composizioni del Pavesi, 
come nelle umane lettere i retori, a modello di purissima 
lingua, ci offrono qualche brano del Passavanti, e gli Am- 
maestramenti di fra Bartolomeo di S. Concordio. 

Stefano Pavesi nacque l'anno 1779 da povera famiglia, 
in umile casetta situata fra Trescorre e Casaletto Vaprio. 
Se giovinetto non trovava a Crema dei mecenati che, sco- 
perta la scintilla dell'ingegno suo, non si fossero incuorati 
di procacciargli a Napoli un'acconcia educazione, forse il 
nostro Pavesi sarebbe divenuto poco più di un buon orga- 
nista. Morì a Crema l'anno 1850, sufficientemente agiato, 
disponendo nel testamento che le sue sostanze venissero 
ripartite a beneficio de' pii istituti. La sua musica sacra la- 
sciò all'amico professore don Vincenzo Barbati, il quale 
non avendola ancor resa di pubblica ragione, ci mette in 
cuore speranza, voglia un giorno farne dcsideratissimo dono 
alla cappella della cattedrale. Ed è pure desiderio di mol- 
tissimi, possa presto effettuarsi il progetto d' erigere a Pa- 
vesi un busto che ne rammenti a Crema la memoria. I 
Cremaschi, che delle arti belle coltivano con singolare af- 
fetto la musica, deggiono pur dare un segno di pubblico e 
perenne culto al concittadino che gli onorò e commosse col 
prestigio di bellissime note. 

Chi bramasse conoscere più minute notizie intorno alla 



— 206 — 
vita ed alle opere di Stefano Pavesi, ricorra ad una leg- 
giadra biografia che scrisse di lui l'egregio suo amico e 
concittadino conte Faustino Vimercati Sanseverino. 

Ora riprendendo il filo del nostro racconto, diremo che 
la fortuna delle armi napoleoniche declinò. I popoli, che a 
Bonaparte nel bagliore delle sue vittorie avevano perdonate 
tante cose, non gli usarono più indulgenza quando videro 
tarparsi le ali delle terribili aquile imperiali. Ai disastri 
della Beresina i preti cominciarono in Crema a mormorare 
esser quella una punizione del cielo contro il sacrilego im- 
peratore che aveva malmenata la Chiesa e la veneranda ca- 
nizie di Pio VII; i ricchi apersero l'animo alla speranza di 
cose nuove, desiderando un governo che mitigasse le im- 
poste ; i popolani bramavano anch' essi un altro governo 
che non pesasse tanto addosso alle loro famiglie con le fre- 
quenti coscrizioni. Nel 1814- gli Austriaci occuparono la 
Lombardia; ci vennero, desiderati da molli, dai nobili sin- 
golarmente, i quali confidavano che gli oltraggiati blasoni 
potessero ancora valere qualche cosa sotto l' impero del- 
l' aquila bicipite: speranze che loro andarono fallite, pe- 
rocché il governo di Vienna fu trascinato dalla necessità dei 
tempi a sanzionare il principio, che lutti i cittadini sono 
uguali al cospetto della legge, ed un'astuta politica lo con- 
sigliò a tenere il patriziato nulla più che siccome un mo- 
bile di corte. 

Collo stabilirsi degli Austriaci in Italia, sorse la pace, 
sospiro delle popolazioni travagliate da un avvicendarsi di 
scompigli e di guerre. Però col nuovo governo non can- 
cellaronsi le tracce dell'invasione francese in Italia: ancor 
ce 1' attestano gli avvenuti cangiamenti nei costumi e nelle 
condizioni sociali , ancor ne raccogliamo benefici effetti. 
Bafi'rontate i tempi nostri con quelli che precedettero la 
prima discesa di Bonaparte in Italia, e ne conoscerete age- 
volmente la differenza. Toccando principalmente dei costu- 



— 207 — 
Imi; ove sono i corti calzoni, le incipriale parrucche dei 
nostri padri, i guardinfanti, gli strascichi delle nostre non- 
ne? dove quella varietà nelle fogge del vestire per cui tu 
distinguevi il medico dal magistrato, il nobile dal plebeo, 
quand' era impossibile confondere una crestaja con una 
conlessa, quando era colpa al figlio di un artigiano mesco- 
larsi in un convegno di patrizj? Ove n'andarono i profu- 
mati damerini che invecchiavano inchiodali al fianco di una 
dama, sciupando l'intera giornata in femminei accompagna- 
menti, in baciamani, in metastasiane riverenze e sdolcina- 
ture? Ove sono i ridoni, palestra dei giuocatori, sepolcro 
di vistose fortune azzardate sopra una carta? Ove i lacchè 
che correndo precedevano trafelati la stemmata carrozza 

jdi un signore, e quella turba di poveri che agglobavasi alla 
porta del ricco per riceverne l'elemosina? La Dio mercè 
tanti spettacoli degradanti l'umana dignità scomparvero: 

: le idee dell' uguaglianza, rompendo quella grossa sbarra 

! che alzavasi fra ricco e povero^ fra nobile e plebeo, hanno 
pure prodotto dei salutari effetti. Oggidì la legge è tutrice 

'imparziale del ricco e del proletario; nobili e plebei sono 
uguali al cospetto del giudice: dinanzi al medesimo tribu- 
nale ponno trovarsi a fronte il duca e il suo calzolajo, e le 
sostanze immobili di un gentiluomo non sono più intangi- 
bili dal suo creditore. Questo fu vero progresso. 

Nocque alle ambizioni patrizie la legge 6 termidoro anno 
quinto che abolì i fedecommessi e qualunque altra specie 
di sostituzioni fìdecommissarie. Non che ai nobili sia rie- 
scila affatto sgradita questa legge: tanti la desideravano per 
poter disporre liberamente delle proprie sostanze e pagare 
i debiti nei quali si erano innabissati con una vita scialosa 
e sgovernata: ma in effetto imbrigliò le vanità di molte il- 
lustri famiglie che prima non avevano ritegno allo spendere 
ed al sciupare, rassicurale che sarebbero tuttavia rimaste 
agiate perpetuamente. Aggiungete alla legge 6 termidoro 



— 208 — 
quelle che abolirono le congregazioni religiose disfacendo 
i beni delle mani-morte, poi calcolate quanto vantaggio ne 
derivò alla prosperità agricola del nostro territorio coll'av- 
venuta suddivisione delle proprietà, col moltiplicato nu- 
mero dei possidenti. Ove sono a' nostri giorni in Crema le 
famiglie che vantino un possesso di più di dieci mila per- 
tiche di terreno, come nel secolo scorso i Griffoni, i Tof- 
fetti, i Benvenuti, i Sanseverino, i Clavelli? Eppure vi sono 
ancora nella città famiglie cui le proprietà fondiarie danno 
un reddito annuale non inferiore a quello onde s'impin- 
guavano una volta le suddette. Concediamo che molto de- 
vesi anche al prezzo delle derrate che aumentò col molti- 
plicarsene i veicoli di trasporto, e col distruggere le im- 
provvide leggi che ne impedivano la esportazione: nondimeno 
è lucentissima verità che una più diligente e più operosa 
coltura influì particolarmente a crescere la produzione dei 
nostri terreni. 

Come per F abolizione dei fedecommessi e delle mani- 
morte, sfasciandosi le vaste proprietà dapprima accentrate 
in poche mani, aumentò il numero dei possessori e con essi 
la ricchezza agricola, così anche V istruzione si diffuse col 
mezzo di scuole pubbliche dirette a dirozzare le classi dei 
proletarj. I nostri vecchi pretendevano che il così detto 
volgo rimanesse eternamente volgo, libero soltanto a qual- 
che plebeo d'entrare in seminario e diventar poi cappellano 
o prebendario di una nobile famiglia. Presentemente un fìt- 
lajolo vantasi d'aver il figlio laureato in legge o in medi- 
cina: presentemente l'uomo del villaggio s'invoglia di leg- 
gere una gazzetta, e un po' che pizzichi di letteratura, ti 
fa l'elogio dei Promessi Sposi del Manzoni. Ben sappiamo 
che queste cose non vanno a grado a certuni, i quali vor- 
rebbero che l'operaio, il conladino non ricevessero altra 
istruzione fuor di quella che loro impartisce il parroco in 
chiesa; ben sappiamo che la smania d'uscire dalla propria 



— 209 — 
condizione e salire in alto spinge non di rado famiglie 
poco agiate a min osi sagrificj, per fare un dottore od un 
magistrato, di un figlio che sarebbe riuscito assai meglio un 
bracciante: tuttavia chi oserà contrastare che anche il po- 
polo ha diritto d'essere istruito? Deploreremo il beneficio 
di tante scuole pubbliche perchè vi sono degl'incauti ge- 
nitori che credendo di profittarne ne abusano? Lasciamo le 
geremiadi sulla distrazione dei vecchi pregiudizi , lasciamo 
il sospiro del passalo ai pochi che per farne loro prò Io 
vorrebbero far risorgere: noi confessiamo il progresso delle 
sociali istituzioni, e benedicendolo confidiamo ognor più 
neir avvenire. Lamentiamo piuttosto che nel secolo decimo- 
nono non si abbia ancor pensato a fondare in Crema o una 
accademia, o una pubblica libreria, o almeno uno slabile 
gabinetto di lettura. Forse che le lettere non garbino ai 
nostri concittadini come i poeti non garbavano a Platone 
nella sua repubblica? Eppure d'ingegni non v'è penuria nei 
suolo cremasco, ma loro manca l'alimento di severi studj 
e T emulazione, quindi sfioriscono nell'ozio o libransi a 
piccolissimi voli. Dal principio del nostro secolo fino a 
quest'anno di grazia !8o7 dove sono le opere che atte- 
stino abitarsi in Crema la vita dell'intelletto? Un modestis- 
simo almanacco annuale, una sfringuellata di poesie in oc- 
casione di nozze o per 1' ingresso di un nuovo vescovo , 
alcuni libricciuoli di divozione e discorsi sacri, alcuni ten- 
tativi di drammatici componimenti, altri di romauzo, qual- 
che fantastico racconto di sfigurate memorie patrie, un'in- 
censata necrologica a taluno che morì in odore, se non di 
santità, di galantuomo, ecco (se pochi altri eccettuale) a 
cosa si riducono i fiori del parnaso cremasco, i sudati la- 
vori dei nostri ingegni nello spazio di circa sessantanni. 
Ci si permetta spiattellare un' acerba verità e dire che, in 
punto a letteratura, Crema dalla rivoluzione francese in poi 
non ha fatto ancora grandi progressi. 

Voi II. 14 



— 210 — 

I mutati costumi e le mutate condizioni sociali ci spiegano 
una delle cause principalissime per cui andò perduta nella 
città nostra quella sbrigliata vivacità del celo signorile, quel 
continuo succedersi di privali e pubblici divertimenti che 
udimmo più volte decantare da vecchi che ne furono testi- 
moni. Dicemmo più volte, che dominando la veneta repub- 
blica la nobiltà cremasca non conosceva misura nello spen- 
dere , e sbizzarriva frequentemente in sollazzi , fra conviti , 
feste e pompe signorili. Molli nobili erano spinti a spensie- 
rata prodigalità dalla certezza che, per quanto sciupassero, 
non avrebbero tuttavia lasciati miseri i nipoti ai quali ap- 
parteneva per vincoli fidecommissarj buona parte delle so- 
stanze di famiglia. Ma dopo promulgata la legge 6 termidoro, 
dopo che il Codice Napoleone , pareggiando le femmine ai 
maschi , diede a quelle ugual diritto di succedere nell'ere- 
dità , dopo soppressi i conventi dove i padri di numerosa 
prole riparavano agli incomodi ed ai danni della loro pro- 
lificità, andò spegnendosi a poco a poco nelle nobili e nelle 
doviziose famiglie quell'intemperanza di divertimenti, quel- 
l'inerzia nell'amministrazione dei proprj interessi che può 
compromettere e 1' agiatezza dei figli e 1' onor del casato. 
Quindi certo spirito di calcolo filtrò pure nei sangui puris- 
simi, quindi a' nostri giorni sono condannati a imparar l'a- 
baco e T agronomia i nipoti di coloro che sessanl' anni fa 
conoscevano l'arte del blasone ma con favolosa noncuranza 
ignoravano perfino l'ubicazione dei loro terreni. I moderni 
possessori di laute fortune non sono più nella condizione 
di quelli di una volta: onde qui ci viene a capello l'anti- 
chissimo detto: tempora mutantur nos et mutamur in illìs. 

Ci resterebbe a dimostrare, che da un mezzo secolo Ta- 
yricollura nel suolo cremasco va sempre più prosperando: 
ma è un fatto di tanta evidenza che non vale la fatica di 
provarlo. La smisurata copia dei gelsi, cresciuta a segno da 
nuocere in certi luoghi coll'ombra alla coltura delle biade: 



— 211 — 
i terreni limacciosi, convertiti in risaje o marcite: le flori- 
dissime e meglio livellate praterie : i fondi comunali , che 
una volta sottraevano migliaja di pertiche alla produzione, 
ridotti a coltura e affertiliti: l'irrigazione agevolata e diffusa 
su maggiore quantità di terreni , ci rendono testimonianza 
quanto sia divenuta più vigile, più operosa la mano dei pos- 
sessori dappoiché se ne accrebbe a più doppj il numero. 

Così fosse nel territorio cremasco sviluppata, come al- 
trove, anche l'industria manifatturiera, che aggiungerebbe 
ricchezza, movimento, fama al nostro paese. È strano, è 
doloroso a dirsi come in un territorio tanto fecondo di 
prodotti primi, tanto copioso d'acque, popolato da abitanti 
di svegliatissimo ingegno, non sorga un opifìcio, una fabbri- 
ca di manifatture. L'acqua, questo preziosissimo elemento che 
il cielo largì in abbondanza ai Cremaschi, sembra nel suolo 
nostro condannato a servire esclusivamente l'agricoltore, 
piuttosto che al movimento delle macchine cui lo applica- 
rono con si felici risultati le scienze meccaniche e l'indu- 
stria. Non una macchina per la filatura e tessitura del lino, 
in paese ove il lino è il più cospicuo dei prodotti , riputa- 
ssimo nelle statistiche italiane quanto il cremonese: non 
un filatojo , e pochissime le filande , mentre in pochi anni 
il territorio nostro raddoppiò il prodotto dei gelsi. Né si 
dica che certi stabilimenti d'industria si confanno soltanto 
alle città capitali , siccome centri del commercio, perocché 
ciò è smentito dall'esempio di minori città , fra le quali 
nomineremo Bergamo e Como , per tacere le borgate di 
Legnano , Busto , Gallarale ed altre. Ci si obietta che vo- 
glionsi grossi capitali a fondare grandiosi stabilimenti d'in- 
dustria, e che in Crema, tuttoché molte le famiglie agiate, 
sono poche le opulenti. Bisponderemo, che al bisogno d'in- 
genti capitali si supplisce prodigiosamente purché alligni 
lo spirito di associazione : il quale , come scrive Troplong, 
ei vien raffigurato da quella favola che pone in iscena due 



— 212 — 
esseri umani gravati dalle infermità della vita, l'uno storpio 
che non può camminare, l'altro cieco che non può condursi 
da sé solo, ma lo storpio si colloca sulle spalle del cieco, 
ed ambidue giungono al luogo prefìsso. Lo spirito delle as- 
sociazioni commerciali si è oramai propagato per tutt' Eu- 
ropa : s'uniscono i capitali delle diverse nazioni e s'impie- 
gano in laute operazioni di commercio: sarà dunque Crema 
l'ima delle poche città lombarde ove questo spirito di as- 
sociazione , animatore del commercio europeo , non può 
trovare cittadinanza? E quanti connazionali e forestieri si 
associerebbero a noi col loro denaro se sul nostro suolo 
sorgessero degli stabilimenti industriali che promettessero 
pingui guadagni! quante braccia negli opificj s'impieghe- 
rebbero di proletarj che ora sono costretti a mendicare pei 
villaggi o cercare in altri paesi i mezzi di sussistenza! quale 
aumento nascerebbe nella popolazione di Crema , quanta 

vita in una città illanguidita e deserta ! 

Queste osservazioni sapranno d'amaro a certuni: tuttavia 
non ci astenuemmo dal ripeterle per amore della terra na- 
tale, e perchè, se non così presto, verrà giorno, speriamo, 
nel quale i fatti renderanno loro giustizia. Lo speriamo : 
imperocché in un suolo che possiede abbondanti acque , 
efficacissimo sussidio all'industria manifatturiera: ove in- 
gegno ed oro non mancano , ove si è superbi delle avite 
glorie municipali, ove il rimanersi accidiosi ed ignorati dis- 
corda coli' indole vivissima e coli' alterezza degli abitanti, 
ove insomma ponno esser lume nell' operare le splendide 
memorie del passalo, si ha giusta ragione a confidare che 
col volger degli anni verrà ognor più migliorando la sociale 
condizione degli abitanti, e questi, ove occorresse, rispon- 
deranno prontamente alla voce del progresso e della nazione. 



213 



DOCUMENTI E NOTE 



Allegato A. 

I uomi delle persone costituenti la nuova Municipalità pubblicaronsi 
col seguente proclama. 

Libertà Uguaglianza 

In nome della Eepubblica di Crema. 

28 Marzo 1797 v. s. 

Nella Municipalità. 
Distribuzione dei sei Comitati fra la Municipalità. 

Di Dodici Individui. 
Questa sarà costituita. 



Al Comitato di difesa generale. 
Agostino Benvenuti. 
Fortunato Gambazocco. 

Polizia. 
P. M. Antonio Coldaroli. 
Francesco Sangiovanni. 

Finanze. 
Gio. Carlo Ferre'. 
Giuseppe Ragazzoni. 

Commercio. 
Nicolò Valcarengo. 
Pietro Rota. 
Organizzazione militare. 
Luigi Vimercati. 
Gio. Battista Guarini. 

Sanità e Vettovaglie. 
Gio. Battista Alloccliio. 
Gio. Vimercati di Monte. 



Supplentiper li controscrittiComituti. 
Carlo Monticelli ì Difesa 
Silvio Zurla ) generale. 

Polizia. 
Gaetano Severgnini. 
Bortolo Ricci. 

Finanze. 
Agostino Albergoni. 
Ferdinando Cornacchia. 

Commercio. 
Paolo Arrigoni, dottore. 
Agostino Schiavini. 
Organizzazione militare. 
Francesco Martini. 
Roberto Vimercati Sanseverino * 

Sanità e Vettovaglie. 
Gio. BalettL 
Gaetano Cesari. 



- 214 — 

Segretari. 
Camillo Zurla, in capo. 
Nicolò Bernardi. 
Gio. Ragazzoni. 
Vincenzo Coti. 
Antonio Mandati. 
Gio. Tesini. 

Pro-segretari. 
Lorenzo Giavarina. 
Cristoforo Oglieri. 
Antonio Oidi. 

Allegato B. 

A provare che il popolo cremasco non simpatizzava gran fatto con 
le idee di libertà, riportiamo avvisi e proclami pubblicati a Crema du- 
rante il nuovo Governo repubblicano. 

Libertà. Uguaglianza. 

12 Germile Anno V. E. (Primo Aprile 1797.) 

In nome del Popolo sovrano di Crema. 

Si avvisa il pubblico ebe nel termine di tre giorni dopo l' affissione 

del presente , tutti li cittadini sì della città che del territorio debbano 

portare in situazione visibile la coccarda nazionale francese a tre colori. 

Coti, Segretario. 



AVVISO. 

Vedendo che tutte le stampe esposte a lume e cognizione del popolo 
appena affisse sono lacerate , nò sapendo se sia curiosità o malizia, re- 
sta perciò avvertito ciascuno di non prendersi un tale arbitrio, altrimenti 
sarà soggetto a que' castighi che l'occhio di Pubblica Vigilanza troverà 
confacenti. 

Libertà. Uguaglianza. 

In nome della Repubblica Cisalpina. 
Crema 20 Ventoso Anno VI Eepub. 

Sarà considerato come nemico del buon ordine e della patria chiun- 
que si farà lecito di levare dai soliti luoghi pubblici gli stampi ed avvisi 



— 215 — 

che vi si affìggono a comune notizia. Su di ciò si terrà una particoìar 
vigilanza , e riconosciutosi il reo, sarà trattato col rigor della legge. 

PASSERI, Presidente. 

Fasoli, Segretario. 



Libertà. Virtù. Eguaglianza. 

PROCLAMA. 

Il Capo della Quinta Brigata d' Infanteria Leggera 

Comandante la Provincia di Crema 

Agli Abitanti di detta Provincia. 

Non posso nascondervi, o figliuoli della libertà, che mi duole nel ve- 
dervi ancor freddi la maggior parte, dopo due mesi della nostra rige- 
nerazione politica , nel manifestare l' allegrezza convenevole al bene 
che vi toecò. Dietro il mio Proclama del dì primo corrente io non ho 
veduto accorrere ad abbracciare la fraternizzazione che un bel numero 
del buon popolo di Crema a cui di tutto genio ho spiegato li sentimenti 
della mia adesione alle di lui ricerche per la fruizione dei diritti sociali 
e il mio impegno per l'adempimento dei doveri reciproci della demo- 
cratica fratellanza. Nel giorno otto mi si sono presentati i preti, i sin- 
daci ed altri individui della Comunità di Montodine per istringere con 
me una concorde intelligenza di patriottici sentimenti. E nel dì nove 
personalmente ho potuto vedere con quanta allegrezza la Comunità di 
Vidolaseo ha piantato la prima nel centro del suo paese Y Albero della 
Libertà. L'uno e l'altro popolo potrà dirvi quale sia stata la mia ac- 
coglienza e con quanta cordialità gli abbia espresso il mio aggradi- 
mento per eccitarlo a cooperare con virtù alla consolidazione del grande 
edificio della Libertà e dell'Eguaglianza , doni preziosi procurati , e a 
voi dilettissimi patriotti elargiti dalla trionfante e generosa nazione efesio 
qui tra voi rappresento. 

Aspettava vedervi tutti a gara solleciti nel piantar Y Albero entro le 
vostre ville ed affollarvisi dintorno per festeggiare eon brio la ottenuta 
libertà, per compiacermi e lodarvi del vostro spontaneo , fervido movi- 
mento. Invece ho da eccitarvi efficacemente a rompere ogni riguardo e 
ritegno per convenire con prontezza all'impiantazione dell' Albero in 
tutte le vostre ville in segno della vostra letizia pel rinnovato governo 
che vi promette tanta felicità. 



— 216 — 

Avete pur inteso la voce elei vostro vescovo e de' vostri parrochi per 
non restar dubbiosi su quanto esige da voi lo stato di libertà a cui siete 
stati elevati, per prestarvi lieti e tranquilli all'obbedienza delle auto- 
rità costituite. Datevi dunque a divedere docili e pronti nel piantare 
tra voi questo segnale di libertà, per contrassegnarvi buoni patriotti e 
cittadini volenterosi , per tener dietro alla virtù, la quale vi renda uni- 
formi e costanti nei sentimenti di vero civismo. 

Voi adunque mi renderete certi col mezzo de' vostri sindaci che nella 
prima festa susseguente il mio invito sarà eretto nelle rispettive vostre 
ville V Albero della Libertà, senza eh' io abbia ad intervenirvi per ec- 
citarne il genio e l' aggradimento vostro. Attendo però da tutti voi che 
questa assicurazione venga rassegnata in iscritto alla Municipalità pel 
prossimo giorno 15 Pratile (3 Giugno), e per conoscervi bene intenzio- 
nati, il che troppo importa alla comune quiete, e per congratularmi 
con voi dell'adottato sistema del rinnovato governo, il quale veglia 
con la più fina gelosia sulle vostre misure e direzioni. Non posso am- 
mettere ulteriore ritardo per ciò che riguarda la manifestazione dei vo- 
stri sentimenti , che hanno d' avere immediatamente rapporto alla vo- 
lontà di chi vi ha resi liberi e vi vuole in conseguenza conoscere docili 
e riconoscenti per credervi e nominarvi fedeli e contenti. 

Crema , il giorno 12 Pratile anno V della Repubblica Francese. 
S Y E Z. 



Allegato C. 

Dal decreto che riportiamo desumesi come la Municipalità compostasi 
il giorno 28 marzo venisse poi accresciuta di membri e suddivisa in di- 
versi Comitati. 

In nome della Repubblica di Crema. 

Resta decretato che tutta la Municipalità si dividerà in due parti , 
l'una incaricata del Potere Legislativo, e l' altra del Potere Esecutivo. 

Li membri destinati per il Corpo Legislativo sono li seguenti citta- 
dini. Attuali: Cesari Gaetano prete, Albergoni Agostino, Sangiovanni 
Francesco dottore , Rota Pietro , Gambazocco Fortunato, Benvenuti 
Agostino, Monticelli Carlo, Zurla Silvio. Supplenti: Severgnini Gae- 
tano, Fracavalli Venceslao, Schiavini Agostino , Baletti Giovanni, 
Goldaniga Gio. Battista dottore, Ricci Bartolomeo , Rosaglio Nicola, 
Santangclo Girolamo. Segretari: Polati Antonio prete, Balis-Crema 
Gio. Battista. Ragionato: Gaetano Racchetti. 



— 217 — 

Per il Corpo Esecutivo sono stati decretatili seguenti: Giuseppe Ra- 
gazzoni dottore, Valcarcnghi Nicola, Ferrò Gio. Carlo, Arrigoni Paolo 
dottore, Cornacchia Ferdinando , Coldaroli Antonio frate, Vimercati 
Gio. Antonio di Monte, Petrozani Giuseppe, Allocchio Gio. Battista, 
Premoli Paolo, Passeri Rodolfo, Braguti Agostino, Guarini Gio. Bat- 
tista, Sanseverino Roberto, Benvenuti Girolamo, Vimercati Luigi. Se- 
gretario : Fasoli Agostino prete. Ragionato : Tesini Antonio. 

Si decreta che la Municipalità Legislativa si dividerà in due Comi- 
tati , l'uno di Difesa Pubblica, ossia Vigilanza, e l'altro delle Finanze. 

Li membri di Difesa Pubblica sono li seguenti cittadini. Attuali: 
Zurla Silvio, Gambazocco Fortunato, Benvenuti Agostino, Cesari Gae- 
tano prete. Supplenti: Fracavalli Yenceslao, Schiavini Agostino, Ba- 
1 etti Giovanni, Sant'Angelo Girolamo. Segretarii: Zurla Camillo, 
Pergami Pantaleone. 

Quelli del Comitato di Finanza sono li seguenti. Attuali: Sangio- 
vanni Francesco dottore, Albergoni Agostino, Rota Pietro, Monticelli 
Carlo. Supplenti: Severgnini Gaetano, Goldaniga Gio. Battista dottore, 
Ricci Bartolomeo, Rosaglio Nicola. Segretarii: Marzio Saverio, Sa- 
vergnini Pietro. 

Così pure la Municipalità Esecutiva resta divisa in quattro Comi- 
tati, Commercio, Polizia, Vettovaglie e Sanità Militare. 

Li membri del Comitato di Commercio sono li seguenti cittadini: Ra- 
gazzoni Giuseppe dottore, Valcarenghi Nicola, Ferrò Gio. Carlo, Ar- 
rigoni Paolo dottore. Segretarii : Marini Gio. Battista, Giavarina Lo- 
renzo. 

Per Polizia: Cornacchia Ferdinando, Coldaroli Antonio frate, Vimer- 
cati Gio. Antonio di Monte, Petrozani Giuseppe, Segretarii: Guerrini 
Lazzaro dottore , Oglieri Cristoforo. 

Per Vettovaglie e Sanità: Allocchio Gio. Battista, Premoli Paolo, 
Passeri Rodolfo, Guarini Gio. Battista. Segretarii: Tesini Giovanni, 
Ferrò Marcantonio. 

Perii Militare: Braguti Agostino, Sanseverino Roberto, Vimercati 
Luigi, Benvenuti Girolamo. Segretarii: Ragazzoni Giovanni, Oidi 
Antonio. 



&w?wmwau& 



Avendo io scrìtta la storia di Crema sotto la dominazione 
austriaca, ne troncava il racconto all'anno 1814; di proseguirlo 
fino a J nostri giorni ripugnatami. Narrare pubblicamente con 
ischiettezza di verità e di giudizj la storia dei nostri tempi non 
ci era permesso quando un' ombrosa Polizia vegliava solerte sul 
procedere e sitile opinioni dei cittadini, quando ad un popolo, 
fremente sotto abiettissimo giogo, era neppur concesso di levare 
un grido di lamento, una rimostranza, comunque giusta, contro 
gli oppressori. Ed io di domare la penna per compiacere a chi 
m'avrebbe altrimenti punito, non voleva né punto né poco ras- 
segnarmi. 

Avventurosamente , stampatosi nel febbrajo del corrente anno 
il primo volume del mio lavoro, la Polizia austriaca l'onorò del 
suo anatema, e ne proibì al tipografo la pubblicazione : quindi 
egli s'astenne per qualche tempo di porre sotto i torchi il rima- 
nente dell'opera mia. Intanto scoppiò la guerra che scacciò gli 
Austriaci oltre il Mincio, ed il tipografo, ripigliando le sue ope- 
razioni , m' invitò a continuare la Storia di Crema fino a' nostri 
giorni. Di buon grado aderisco ai desiderj del tipografo, i quali, 
m'è dolce supporre, saranno i medesimi de' miei concitladinL 

Prendo adunque la penna per aggiungere un altro ed ul- 
timo capitolo ai quindici, con Appendice, che ho scritti per risto- 
rarmi , fra le memorie dei nostri padri , dell' oppressione cui 
eravamo condannati da un governo il quale, considerandoci sic- 
come bottino di guerra , ci pareggiava a un branco di pecore , 
tosandoci , smungendoci , ed all' occorrenza percuotendoci col 
bastone. 



— 220 - 

Forse a certuni dispiacerà eh' io toccìtì delle vicende dei 
tempi nostri , imperocché sarò costretto a pronunciare giudizj su 
persone ancora viventi, ed a svelare vecchie piaghe, die nella mia 
città nativa non sono forse per anco rimarginate. Non per questo 
io mi asterrò dallo spiattellare il vero, adoperando quella fran- 
chezza che è debito dello storico, e di cui parmi aver date prove 
nei capitoli precedenti. Piacere a tutti so che la è cosa impossi- 
bile : a me basta che la mia coscienza mi rassicuri di non aver 
mai né adulato, né recato ingiusta offesa ad alcuno. 

14 giugno 1859. 



l' autore. 



— 221 — 



CAPITOLO DECIMOSESTO 



SOMMARIO. 



Trattato del 1813. — Gli Austriaci non erano invisi alla popolazione crema- 
sca. — L'imperatore Francesco I visita Crema: decreto con cui è nomi- 
nata citta regia. — Dispetto dei Cremaschi per essere uniti in una sola 
provincia con Lodi. — Come fosse dagli Austriaci costituita la rappresen- 
tanza municipale: suoi difetti. — Opere fatte eseguire dal municipio cre- 
maselo ad ornamento e decoro della città. — Sonnolenza dei Cremaschi 
durante il dominio austriaco, fino al 1848. — Giuseppe Sanguettola eletto 
vescovo di Crema. — Cholera. — Crema visitata dall' imperatore Ferdi- 
nando I. — Difetto in Crema di educazione intellettuale. — Cremaschi i 
quali si distinsero nelle lettere. — Crema deserta d'ogni industria com- 
merciale: deplorabili conseguenze. — Società volgarmente detta del Bis- 
cottino: quanta influenza esercitasse in Crema. — Assunzione di Pio IX 
al soglio pontifìcio: aspirazioni all'indipendenza italiana. — Il municipio 
di Crema non comprende il movimento delle idee nazionali. — Rivolu- 
zione di Milano: dimostrazioni in Crema a favore dell'indipendenza d'I- 
talia: festa alla bandiera tricolore: tafferuglio. — Arresti di cittadini: 
passaggio sul territorio Cremasco delle disfatte schiere del feld-maresciallo 
Radetzky: suo proclama. — Cittadini cremaschi menati dagli Austriaci in 
ostaggio. — Crema sgombrata dagli Austriaci : è occupata dal Torres con 
una legione di volontari. — Contegno del Torres che dispiacque ai Cre- 
maschi. — Passaggio per Crema del re Carlo Alberto. — Si scioglie il 
Governo Provvisorio di Crema. — Comitato di Pubblica Sicurezza e di 

£ Guerra. — Come si diportassero i Cremaschi durante i quattro mesi del 
Governo Provvisorio di Lombardia. — Ottaviano Vimercati e Giovanni 
Gervasoni si distinguono nelle armi. — Crema è rioccupata dagli Au- 
striaci. — Il vescovo Sanguettola, italianissimo e divotissimo all'Austria 
a norma delle circostanze. — Vincenzo Toiletti ed Enrico Martini esclusi 
dall'amnistia: cenni sui medesimi. — Vessazioni degli Austriaci, il cui 
governo piace nondimeno agli amici della Civiltà Cattolica.— Nuovo cen- 
simento. — Cholera. — Omaggio reso dal Municipio cremasco all' impe- 



— 222 — 

ratore Francesco Giuseppe in Milano. — Si discorre di monsignor Pietro 
Maria Ferrò nominato vescovo di Crema. — Tronco di strada ferrata che 
deve discendere da Treviglio a Crema e Cremona. — Morte di Giuseppe 
Benzi, maestro di musica: i Cremaschi vantano distinti artisti nella mu- 
sica. — Cenni sulle vicende politiche del 1859. — Truppe austriache che 
ritirandosi disfatte passarono sul territorio cremascn. — Rappresentanza 
municipale formatasi in Crema, appena sgomhra degli Austriaci. — Mal- 
contenti. — Indirizzo d'omaggio e sudditanza presentato dal Municipio co- 
masco al re Vittorio Emanuele II. — Conclusione. 



Col trattato del 1815 gli artigli dell'aquila austriaca 
ghermirono le provincie lombardo-venete. Fu per gì' Italiani 
una violazione ai loro imprescrittibili diritti di nazionalità: 
eppure la Casa d'Austria van tossi d'avere nel 1815 acqui- 
stato sacri diritti sul regno lombardo-veneto , e i diploma- 
tici, per più di quarantanni, dichiararono indistruttibile un 
trattato, ove non la ragione dei popoli ma l'arbitrio dei 
monarchi rimpastò a tutto loro beneficio gli stati d'Europa. 

Dire die gli Austriaci nel 1815 si stabilirono in Italia 
invisi alle popolazioni, sarebbe menzogna. A Crema, come 
altrove, la Casa d' Absburg trovò simpatie, ed è facile spie- 
garne il motivo. Il clero, i nobili e, diciamolo pure, il 
grosso della popolazione s' acconciarono di buon grado a 
servire le insegne giallo-nere, perocché dagl'imperatori 
d'Austria ripromettevansi un governo paterno, quale piace- 
\ansi dipingerlo certi politicizzanti, quale decanta varilo 
certi patrizj a Milano, ov' erano ancora vive e riverite le 
tradizioni del mite regime di Maria Teresa, di Giuseppe II, 
di Leopoldo. Venga l'austriaco, dicevano a Crema i possi- 
denti, e la pace si rassoderà, e le imposte diminuiranno. 
Venga l'austriaco, soggiungevano i preti, e la religione 
sarà meglio rispettala. Alla voce del clero e dei ricchi fa- 
ceva eco il popolo, stanco di patire gravose coscrizioni , e 
d'ospitare il soldato francese che a Crema più volte si era 
reso uggioso con insolenze e sopraffazioni. Aggiungete, che 
i popolani non perdonavano a Napoleone la soppressione 



- 223 - 

dei conventi, perchè, scemando in Crema il numero delle 
chiese, tolse loro lo spettacolo di tante religiose funzioni, 
perchè spazzò fuori della città nostra tonsure, cordoni, 
e tonache, tenute per insegne inviolabili di religione, e per 
lunga abitudine ossequiate. Confessiamolo pure schietta- 
mente: a Crema le idee religiose esercitarono sempre fortis- 
simo impero: il rabbioso declamare dei novatori non valse 
a intiepidirle, e neppure a depurarle da quanto vi si me- 
scola di sconvenevole e di falso. Anche oggidì, se a Crema 
non volete divenire impopolari, guardatevi dai palesare 
disprezzo alle sacrestie e ai campanili. 

Dicemmo che il grosso della popolazione curvò di buon 
grado il capo ai nuovi padroni: però chi avesse potuto 
leggere nei fondo dell'animo ai Cremaschi , avrebbe sco- 
perto com' essi lamentassero segretamente la distruzione 
della repubblica veneta sotto il cui regime sarebbero ri- 
tornati con giubilo, riconoscendo il* leone di S. Marco sic- 
come unico loro legittimo sovrano. E davvero che i Crema- 
sebi, ribramando l'alato leone, cui obbedirono per più di 
tre secoli, ragionavano con logica assai più retta che non 
ebbero quel ribaldo di Talleyrand e gli altri barbassori che 
abborracciarono il trattalo del quindici: i quali, nel mentre 
proclamarono di voler rifoggiare l'Europa sulle basi della 
legittimità, considerarono la spenta e antica potenza dei 
Veneziani, come se mai non avesse esistito. Cosa fatta 
capo ha, dice il proverbio : laonde noi Cremaschi ci rasse- 
gnammo con animo sereno a subire gli effetti di un trat- 
tato che ci giulebbava in casa lo straniero; e siccome i 
popoli sono facili a dimenticare la propria dignità ed a 
lasciarsi abbindolare da promesse lusinghiere, confidammo 
che il paterno cuore del monarca austriaco ci avrebbe con 
savio governo compensato l'onta e i danni della perduta 
nazionalità. 

L'anno 1816 Crema fu visitata dall'imperatore France- 



— 224- 
sco I, che vi sostò per tre giorni, alloggiando nel palazzo 
dei Benvenuti (*). I Cremaschi lo accolsero con dimostra- 
zioni d'onore e di giubilo: i nobili particolarmente si affol- 
larono intorno a lui, per blandirlo, per festeggiarlo: osse- 
quiandolo, mostravano d'avere più flessibile il dorso que'me- 
desimi che sotto i precedenti governi avevano occupate 
cospicue cariche. Francesco 1 ricevette gli omaggi della 
popolazione cremasca con sorriso di benevolenza, se ne di- 
mostrò soddisfatto ed elevò Crema a città regia. Il decreto 
con cui le concedette questo grado è formolalo nel modo 
seguente: Ci siamo determinali ad innalzare ed innal- 
ziamo la città di Crema,, in riguardo alla sua celebrila 
ed al suo attaccamento verso la nostra casa, al rango 
di regia città. Con queste parole l'imperatore Francesco I 
adulava i Cremaschi e insieme calunniavate imperocché 
Crema non aveva mai date prove luminose di attaccamento 
alla Casa d'Austria, e l'istorica celebrità dei Cremaschi sta 
appunto nell' avere pertinacemente avversato la domina- 
zione straniera, con la quale non si riconciliarono, inchi- 
nando la dinastia degli Absburg, che dopo la caduta della 
repubblica veneziana. 

Dell'essere Crema innalzala al rango d'i città regia, se ne 
rallegrarono coloro che badano alla speciosità dei titoli più 
che alla realtà delle cose. Col venir considerata città regia, 
Crema acquistò il diritto di mandare un deputato che la 
rappresentasse alla Congregazione centrale di Lombardia , 
o per dir meglio, l'imperatore impose ai Cremaschi il do- 
vere di tenere anch'essi a Milano un rappresentante, il 
quale, a guisa di fantoccio, piegasse macchinalmente e sem- 
pre il capo alla volontà del governo. 

Kel nuovo scompartimento amministrativo della Lom- 
bardia , il suolo cremasco fu dagli Austriaci aggregato al 

(!) Ora Vimercali. 



— 225 — 
lodigiano , formandone una sola provincia di cui Lodi ò 
capo-luogo. Se ne querelarono i Cremaseli, e se ne quere- 
lano ancora, per la preferenza toccata a Lodi di essere 
capo-provincia, sede di una delegazione e di un tribunale 
provinciale: né polendo sfogare altrimenti il loro dispetto, 
concepirono del mal talento verso i Lodigiani, disseppel- 
lendo vecchi rancori, e cercando, nella storia dei municipi 
italiani, argomenti per giustificarli. Certamente che la città 
nostra, per l'antichità e gloriose memorie del suo munici- 
pio, per ubertosità e floridezza di territorio, è nobilissima 
quanto Lodi: ed è pur naturale che, dopo essere stata da 
più secoli capo-luogo di provincia, non potesse così buona- 
mente rassegnarsi a divenire quasi ancella di Lodi , per- 
dendo in tal guisa un 1 onorifica prerogativa cui pure s'ac- 
compagnavano dei vantaggi materiali. Tuttavia non possia- 
mo assolvere tanti nostri concittadini da certa malevolenza 
e velenosa invidiuccia eh' essi hanno manifestato aper- 
tamente verso una città sorella, condannata a dividere 
con noi la soma del dominio straniero : e ci dolse che il 
governo austriaco coir incorporare l'ex-provincia veneta 
di Crema a quella di Lodi, abbia, forse con astuta politi- 
ca, provocato novella occasione di ringhi municipali fra 
gli abitanti delle due città. Amarci con tenerezza fraterna, 
è dovere che incombe in parlicolar modo a noi Italiani , 
perocché la storia ci rinfaccia d'esserci troppo lungamente 
e scandalosamente odiati l'un l'altro. Ma incombe eziandio 
a chi ci regge d'assettare i negozj dei municipi in guisa da 
toglierci ogni prelesto a fraterni rancori, affinchè l'antica, 
schifosissima piaga degli odj municipali non infistolisca, 
ma risani perfettamente. È a desiderarsi che, in un nuovo 
organamento amministrativo delle provincie lombarde, Cre- 
ma venga, se non isvincolala, resa almeno più indipendente 
da Lodi: confidiamo si avrà maggior riguardo agli interessi 
locali, non che alle morali esigenze di ciascun municipio, 
Voi. IL \U 



— 226 — 
tanto più a Crema, ove il municipio non è un nome impo- 
stole da jeri, ma l'avanzo di tempi per noi gloriosi : onde 
i Cremaschi hanno diritto e dovere di zelarne il decoro, e 
reclamarne le perdute prerogative, se pure vuoisi rianimarlo 
con la robusta vita che gì' infondevano i padri nostri, la cui 
memoria non possiamo così di leggieri dimenticare. 

Gli Austriaci costituirono la municipalità di Crema di un 
Consilio comunale, composto di trenta persone, scelte fra 
i cento maggiori censiti nella città : conseguentemente il 
censo divenne condizione essenziale per parteciparvi. Se ne 
lamentarono, e non a torto, certuni perchè, privi o non 
abbastanza provveduti di censo, erano esclusi dal mesco- 
larsi negli affari del Comune. È vero che , per regola ge- 
nerale, i negozj di una Comunità dovrebbonsi affidare a 
coloro che hanno nella medesima il maggiore interesse a 
bene amministrarli, ma è pur anco vero che non sempre 
chi più ne ha più ne sa : quante volte, forniti di un censo 
di più migliaja di lire , veggiamo degli alocchi , inetti a tu- 
telare, non che gli altrui, i propri interessi 1 Oltre di ciò 
s'agitano talvolta nel Comune degli interessi affatto morali, 
per comprendere i quali non basta possedere lauto censo , 
ma richieggono menti nobilmente educate , persone che a 
collo intelletto accoppino idee liberali, amore del sociale 
progresso. Di siffatte persone, scorrendo le città lombarde, 
non so se troverai maggior copia fra i proprietarj di case 
o piuttosto fra gl'inquilini: imperocché (facciasi luogo al 
vero), durante gli anni del despolismo austriaco, i ricchi 
se ne compensavano dormigliando la maggior parte tra i 
fiori dell'agiatezza, mentre tante persone del celo medio 
cercavano conforti occupandosi di studj , e coltivando nel- 
l'animo generosi sentimenti. 

Al municipio creinasco , dominando gli Austriaci, presie- 
devano un podestà e quattro assessori: i quali fruivano 
l'onore di sfoggiare una nobile divisa nelle solenni coni- 



— 927 

parse, e di venir incensati nelle sacre funzioni quando vi 
intervenivano come corpo municipale. Del resto potevano 
ben poco a vantaggio del Comune che rappresentavano, 
vincolali dalle autorità superiori a segno da non pubblicare 
un avviso, qualunque ne fosse l'importanza, senza prima 
ricorrere a Lodi, onde ottenerne licenza dalla delegazione 
provinciale. Eppure i volonterosi di prestarsi in servigio 
del proprio paese agognavano queste cariche municipali, e 
parecchi, occupatele, se ne tenevano come se fossero i pa- 
dri della patria, quando realmente patria non avevamo , 
avvegnaché nella terra nativa ci s' impediva di esercitare 
liberamente i diritti e i doveri di cittadino (*). 

Il municipio cremasco, durante il dominio austriaco, 
non mancò di rivolgere la mente ad opere di vantaggio e 
decoro pubblico, alle quali si pose mano mercè la superiore 
approvazione. Sopratutto i Cremaschi si mostrarono zelanti 
Dell'abbellire la città loro, sia con nuovi edificj, sia col to- 
gliervi sconcezze che l'avanzata pulitezza del secol nostro 
più non comportava. L'anno 1816 si fece lo stradale che 
dalla piazza elittica conduce alla magnifica rotonda di 
S. Maria della Croce : in tal guisa formossi un pubblico 
passeggio, o come chiamasi volgarmente Corso, con viale 
ombreggiato da ippocastani, vago e per la sua bellezza e per 
la bella prospettiva del tempio cui mette capo. L'anno 1825 
con una spesa di più di cento mila lire venne aperta la 
così detta Contrada Nuova o degli Orefici , demolendo la 
stretta del Ghetto che prima chiudeva dal lato orientale la 
piazza. L'anno 1826 fu recata a termine la costruzione del 
pubblico macello, opera progettata fino dal 1820 ed ese- 
guita dietro disegno dell'architetto Voghera di Cremona. 
Fin dal 1825 il Consiglio comunale aveva consentito l'ere- 



(l) Rammenteremo in proposito quella sentenza dell'Alfieri: V* ha patria 
dove Sol u/io vuole e l'obbe&L&cQii tutti. 



— 228 — 
zionc di un nuovo portico ad uso del pubblico mercato dei 
grani, inaugurandolo a Francesco I per commemorare co- 
me in quell'anno il suddetto imperatore fosse venuto la 
seconda volta in Italia. Di questo portico si pose la prima 
pietra nella piazza di San Domenico, con solenne cerimonia, 
il giorno 30 maggio del 1842, giorno onomastico dell'impe- 
ratore Ferdinando 1 allora regnante: l'opera ne venne 
compita, non senza censura sul di lei disegno, Tanno suc- 
cessivo. Posteriormente al 1816 venne pure effettuata l'o- 
pera della lombinalura e selciatura delle contrade, e nel 
1855 si adottò dal Consiglio comunale quella dell'incanala- 
mento delle acque pluviali cadenti dai tetti. Potremmo ram- 
mentarne parecchie altre che il nostro municipio dispose , 
quali a vantaggio od ornamento della città, quali per sod- 
disfare ai bisogni ed alle esigenze delle truppe di presidio. 
Dal 1815 la monarchia austriaca durò per ben trenta- 
due anni in istato di pace. Quegli anni noi gli abbiamo 
dormiti, e ben pochi sognavano politici rivolgimenti, ben 
pochi s'abbandonarono al sonno confidando che la Provvi- 
denza ne li avrebbe riscossi per mostrar loro l'insegna tri- 
colore drappellata sulle nostre torri.- L'austriaco ha poste 
in Lombardia troppo salde radici, l'indipendenza italiana 
è un'utopia: - in tal guisa ragionavano allora i politicizzanti 
da caffè, i quali non vedevano e non sapevano più in là 
della Gazzetta ufficiale. Compresse, abbrutite sotto il giogo 
straniero, le popolazioni lombarde, l'animo infangando 
nella fogna dei bassi appetiti, intese unicamente a privati 
e materiali guadagni , non potevano levarsi all' altezza dei 
patriotici sentimenti, a quel generoso operare che la storia 
scolpisce sul suo libro di granito per eternarne ai posteri 
l'esempio. Casi memorandi, da onorare la dignità del po- 
polo cremasco, noi non sapremmo ove attingere, volendo 
pur discorrere delle vicende di Crema nei trentadue anni 
di quella pace letargica che ci regalarono gli Austriaci. I 



— 229 — 
moli rivoluzionarj del 1821 e del 1830 furono troppo par- 
ziali , troppo rapidamente repressi, e non ebbero l'effica- 
cia di spoltrire il grosso delle popolazioni lombarde, le 
quali accusavano, compassionandoli, di forsennati i mar- 
tiri della libertà italiana, immolali sul patibolo, o nelle car- 
ceri dello Spielberg. Complici di que' movimenti rivoluzio- 
narj , in Crema non indicaronsi ebe due o tre persone, le 
quali esularono in Francia. Era difficile che l'eroismo delle 
virtù cittadine si diffondesse fra un pecorame di sudditi, 
vegetanti nell'ignavia della servitù, braccheggiati ciò non- 
dimeno dai cagnotti della Polizia, che, paurosa di un po- 
polo di sonnamboli, ne spiava il contegno, i passi , fino le 
parole. 

Generazioni alle quali era tolto ogni alilo di vita politi- 
ca, svigorite da un perenne stato di bonaccia corrompitri- 
ce, pascevansi di frivolezze, sciupandovi l'attenzione e 
l'entusiasmo. Una ballerina o cantante, venuta d'oltremonti 
sulle scene della Scala a fanatizzare il pubblico milanese: 
un capolavoro di Rossini o di Bellini, straziato barbara- 
mente nel nostro teatro da cantanti meno che mediocri : 
un passaggio di truppe imperiali che recavansi alle mano- 
vre di Montechiari : una festa centenaria che si celebrasse 
pomposamente in qualche vicino santuario: il giuoco del 
pallone nella stagione estiva: questi e pochi altri somi- 
glianti, erano gli spettacoli che pungevano la curiosità dei 
Cremaschi, formando subbietto di lunghi discorsi, di ca- 
lorose discussioni : a questi riducevansi i grandi avveni- 
menti che rompevano la monotonia di quei ghiacciati anni 
di pace, durata sì lungo tempo. 

Letizia universale agitò i Cremaschi addì 28 giugno del 
18oo: festeggiossi il solenne ingresso di monsignor Giu- 
seppe Sanguettola, milanese, nominato vescovo di Crema. 
Da sette anni era vedova la sedia vescovile di Crema : il 
governo austriaco aveva minacciato di sopprimerla per in- 



— 230 — 
corporare la diocesi cremasca alla lodigiana. Figuratevi il 
giubilo dei Cremaschi dopo aver trepidalo lungo tempo 
sulla sorte del loro vescovato: figuratevi quanto si pavo- 
neggiassero perchè V imperatore d'Austria si era graziosa- 
mente degnato di non rapire alla città nostra una prero- 
gativa eh' essa possedeva già da due secoli e mezzo. Un 
diluvio di rime accompagnò l'ingresso di monsignor San- 
guettola: i diocesani, i chierici del Seminario belarono il 
sonetto al nuovo Pastore, il quale, per dir vero, non avea 
altro pregio che d'essere un onest' uomo, di buona pasta , 
di semplici costumi. 

L'anno successivo (1836), il suolo cremasco fu invaso dal 
cholera morbus: in città ne furono colpiti 321 , ne mori- 
rono 175; nei quarantanove Comuni del Cremasco se ne 
infettarono 1018, ne perirono 564: il totale dei morti, fra 
città e campagna , fu di 759 sopra una popolazione di 
46,453 anime. 

L'anno 1838, il giorno 18 settembre, venne a Crema 
l'imperatore Ferdinando I con l'imperatrice di lui consorte. 
11 ceto signorile, con più di quaranta carrozze, mosse 
vers' Ombriano ad incontrare la coppia imperiale: la città 
nostra si ravvivò d'insolita esultanza. L'imperatore fermossi 
a Crema poche ore : visitò V ospedale degli infermi , il 
duomo, lo stabilimento degli stalloni erariali, indi partì per 
Caravaggio. Nell'Almanacco cremasco del 1859 (allora com- 
pilato dal dolt. Faustino Branchi) leggesi: Le loro Maestà 
partirono in mezzo all'affollata popolazione e fra i con- 
centi musicali > lasciando sensibile dispiacenza pel breve 
loro soggiorno, e desiderio vivissimo di possedere più a 
lungo così adorati sovrani. Queste parole, d'irrepugnabile 
verità, ci attestano la devozione che a Crema (come a Mi- 
lano ed altrove) si professò in quell'occorrenza verso l'im- 
periai Casa d'Absburgo; confermano quanto abbiamo detto 
sullo spirito politico delle popolazioni, prostralo a segno 






-231 - 

che non si aveva rossore di festeggiare un monarca stra- 
niero ed assoluto, portatosi a Milano onde cingere la co- 
rona d'Italia. 

L'anno 184o s'aperse per la prima volta in Crema un 
gabinetto di lettura cui associaronsi più di ottanta persone. 
Questo rammentiamo siccome un avvenimento , il quale, 
benché non sia di grave importanza, è tuttavia notevolis- 
simo per la città nostra ove l'amore delle lettere era al- 
quanto intiepidito, ove si trascurò ogni mezzo che potesse 
tornar efficace a promuovere nei cittadini l'educazione del- 
l'intelletto. Da certuni era già stato proposto al municipio 
il progetto di erigere una pubblica biblioteca; ma questo 
sembrò ai nostri padri-coscritti un progetto troppo gigan- 
tesco , e fu posto cautamente in obblio per non incontrare 
la spesa di doverlo attuare. 

Niccolò Tommaseo, in uno de' suoi articoli sull'educa- 
zione l scrisse, esservi in Italia « città le quali langui- 
» scono in una barbarie intellettuale, che se non fosse al- 
l' testata dai fatti , parrebbe incredibile. Tal città , che io 
» non nomino, ricca sì da mantenere al servigio di private 
» famiglie ben trenta carrozze, conta per tutta letteratura 
» uno o due latinisti. » Che con queste parole il Tommaseo 
alludesse a Crema ne convince altra sua operetta 2 * , ove 
toccando di Crema, ne rammenta ancora le molte carrozze, 
soggiungendo che le cederebbe tutte per un assicella di- 
pinta da mano senese. Senza dilungarci a calcolare se fosse 
esatto il numero delle carrozze e dei letterati attribuiti a 
Crema dal Tommaseo, confesseremo che nella città nostra 
gl'ingegni irrugginivano, perchè non esercitati alla ginna- 
stica di severi studj, perchè rifuggenti dalle nobili dolcezze 
che accompagnano la vita letteraria, perchè, impigriti nel- 



(1) Ammaestramento reciproco fra i letterati* Frammento. 

(2) Fede e Bellezza. 



— 232 — 

l'ozio, nauseavano qualunque libro ove fosse dell'erudizione 
da digerire. I Cremaschi sembra che si adoperassero a 
tutt'uomo onde assecondare il desiderio manifestato dal- 
l'imperatore Francesco I, quando ai professori dell' Univer- 
sità disse quelle famose parole : voglio sudditi obbedienti, 
non sudditi illuminati. 

Le case agiate s'occupavano, direni quasi esclusivamen- 
te, dell'amministrazione dei loro poderi, onde trarne un 
reddito maggiore : tanti cercavano rifarsi dei danni che 
sofferse l'antico patrimonio delle loro famiglie , rosicchiato 
ben bene e dalla legge che abolì i fedecommessi e da quella 
che nelle eredità ha pareggiate le femmine ai maschi. Ma 
in pari tempo, stolta contraddizione, erano pure smaniosi 
di sfoggiare pompa di carrozze e di conviti, per conservar 
le abitudini e il così detto decoro degli avi. Un patrizio che 
godesse un' entrata di dieci mila lire o poco più, credevasi 
obbligato di mantenere al suo servigio un pajo di cavalli, 
e un cuoco per imbandire qualche banchetto agli amici 
nella stagione d'autunno o in carnovale. Altri, nati in una 
culla senza blasone, procuravano con ispeculazioni agricole 
o con sudati risparmj, di aumentare il proprio censo, tanto 
che uguagliasse quello delle più cospicue case. Non gare 
di nobili studj e di distinguersi con opere d'ingegno , ma 
frenesia di squattrinare, quali per sordida avarizia, quali 
per non camminar pedestri fra un volgo di carrozzanti. 
L'oro divenne idolo alle menti, misura per tenere in mag- 
gior conto chi più ne possedeva, ed unica beatitudine della 
gioventù signorile l'ozieggiare. Insomma, chi appena po- 
tesse calcolare sopra un reddito di poco più di cinque o 
sei mila lire, credette fruire il privilegio di morire igno- 
rante, sbadigliando la vita nel dolce far niente. 

Queste parole forse a taluni suoneranno sgradevoli : a 
noi basta di poter affermare ch'esse sono vere. Veniamo ai 
fatti: contiamo le persone che in Crema applicavansi seria- 



— 233 — 
mente agli stiuìj coll'intcnto di trarne non soltanto un sol- 
lievo , ma onore e profitto. Se giudichiamo dalle opere che 
si sono pubblicate, esse riduco osi a due: il professore 
Ferdinando Mcncghezzi e Giuseppe Racchelli. Il Meneghezzi 
scrisse e pubblicò parecchie commedie, foggiale sull'esem- 
pio del Goldoni e del Nota: le quali non furono sufficien- 
temente apprezzale perchè il teatro italiano era ammorbato 
da drammi oltramontani che avvezzarono il pubblico a pas- 
sioni arruffate, inverosimili, a scene slimolanti o d'effetto 
spettacoloso. Giuseppe Racchetli ci regalò due romanzi non 
isfornili di pregi, Franco Allegri e Paolo dei Conti di Ca- 
mìsano: arricchì con dotte annotazioni la storia di Crema 
dell'Aleniamo Fino, e lasciò inedita un'opera voluminosa , 
ove con singolare pazienza raccozzò notizie intorno a per- 
sonaggi illustri, ed alla Storia genealogica delle nobili fa- 
miglie di Crema. Né altri sapremmo rammentare, nei tempi 
di cui discorriamo, che in Crema si distinguessero o come 
prosatori o come poeti : avvegnaché non vogliamo conce- 
dere a così buon mercato il titolo di letterati a chi sa scri- 
vere della prosa rimata in occasione di nozze, o improvvi- 
sare fra i bicchieri un sonetluccio, o abborracciare roman- 
zetti, racconti, vite di santi, drammi, od altro che è buono 
ad infarcire strenne o leggendarj. Né isprecheremo ghir- 
lande d'alloro all'Almanacco cremasco che il cortese prete 
Solerà offre ogni anno a' suoi concittadini : è libro che 
ha troppo odore, di sacrislia e di municipalismo , quan- 
tunque tralto tratto lo infiori qualche utile e succoso arti- 
coletto dell'ingegnere Carlo Donati e del conte Faustino 
Vimercati-Sanseverino. Tuttavia quest'almanacco potrà es- 
sere profìcuo nei secoli avvenire, a chi per avventura vo- 
lesse pescarvi minute notizie dell'età nostra intorno al clero 
ed alla città di Crema. 

Se però nel recinto di Crema gl'ingegni per difetto d'ali- 
mento marcivano inoperosi , è d'uopo confessare che lungi 



— 254 — 
dal terreno natale trovarono campo da potersi esercitare e 
rendersi chiari. Neil 1 Università di Padova il professore 
Alessandro Racchetli dettò sapientissime lezioni sul Regola- 
mento del processo civile, ed era degnamente riverito quasi 
un oracolo in giurisprirdenza. A Milano, ove tolse domici- 
lio, Marcello Mazzoni insegnò la lingua inglese, dando della 
conoscenza che ne aveva lodalissimi saggi con traduzioni 
ed opere da lui pubblicate. Antonio Ronna a Parigi , ove, 
profugo politico, si era ricoverato, compilò un dizionario 
francese-italiano. Dal suo convento di Barnabiti in Monza, 
il padre Giovanni Cavalieri segnalossi non solamente come 
egregio precettore di umane lettere, ma eziandio perchè 
studiosissimo delle scienze fisiche. Dotto nella letteratura 
e insieme nell'astronomia, amoreggiò ora colle muse ora 
coi pianeti : i varj scritti da lui pubblicati palesano posse- 
der egli un ingegno che sa pascere d'ameni studj T imma- 
ginazione e del pari sollevarsi negli ardui campi della 
scienza di Gallileo. E il conte Faustino Vimercati-Sanseve- 
rino , dimorando a Milano, non lasciò sfiorire l'ingegno fra 
le blandizie degli ozj spensierati , dei molli piaceri onde è 
stata queir illustre metropoli per tanti anni funesta mere- 
trice alla classe dei patrizj e dei ricchi ; ma applicando la 
mente a studj di vario genere, manifestò con parecchi la- 
vori d'essere erudito in letteratura, in agronomia, nella 
statistica e nella scienza di pubblica economia. 

L'indolenza dei ricchi , il difetto in essi di educazione 
intellettuale, cooperarono a lasciar Crema deserta d'ogni 
arte industriale , mentre tanti paesi di Lombardia prospe- 
ravano , se non altro, per movimento di commercio , per 
ispecialità d'arti manifatturiere. I patrizj non seppero eman- 
ciparsi dall'antico pregiudizio che l'oro, impiegato nella 
ncgozialura, lorda il blasone; perciò avrebbero creduto di 
snobilitarsi associandosi per istituire in Crema un'azienda 
commerciale, un opificio. L'agiata borghesia succhiò le 



— 255 — 
medesime idee; quasi vergognando della sua origine mer- 
cantesca, profuse i capitali nell'acquisto di lati-fondi, e le 
sembrò di nobilitarsi coir estendere i suoi poderi. Laonde 
impoverirono sempre più in Crema le classi dei proletarj: 
scarseggiando il lavoro, vennero meno ad esse i mezzi di 
procacciarsi il necessario sostentamento, quindi la popola- 
zione, aumentata nelle campagne, decrebbe nella città, 
quindi il pauperismo, veccbia piaga della città nostra, non 
che diradare, moltiplicossi. 

Sul finire del secolo scorso , in Crema s'erano eretti , ai 
mulini di San Pietro, due filatoj per la seta, mercè i quali 
occupavansi e traevano guadagno non poche donne del 
popolo. Floridissimo era pure il commercio del lino, alla 
cui pettinatura s'impiegavano nella città nostra più di mille 
persone. Il refe formava anch'esso un esteso ramo di com- 
mercio, e numerosi erano i filatoj per binare e torcere il 
filo. Nel secol nostro ruinarono a Crema i filatoj, ruinò il 
commercio del lino coll'introduzione dei cotoni della Ger- 
mania. Conseguentemente, quante braccia rimasero inope- 
rose, che si potevano utilizzare se i capitalisti e i ricchi 
possidenti avessero compreso lo spirito industriale del no- 
stro secolo, se avessero saputo profittare dei molti elementi 
che offre il suolo cremasco per fondarvi stabilimenti di ma- 
nifatture. Invece si fomentò il pauperismo con improvvide 
elemosine, col mal esempio di un'inerzia spensierata, col 
frodare al povero le occasioni d'occuparsi e guadagnare. 

I pessimi effetti del cresciuto pauperismo dovette il mu- 
nicipio cremasco risentire, ogni qualvolta la scarsezza dei 
grani ne aumentò a dismisura il prezzo. Potremmo citare, 
a conforto delle nostre asserzioni, più d'un esempio: ci 
stringeremo a dirne uno solo, degno di maggior considera- 
zione perchè il più recente. L'anno 1854 il municipio di 
Crema, onde provvedere, per l'incarimenlo dei grani , agli 
urgenti bisogni del proletariato, sostenne la spesa di più 



— 256 — 
di 08 mila lire austriache, somministrando a povere fami- 
glie la farina per il prezzo fisso di centesimi venti la lib- 
bra. In quest'occorrenza, numerale le famiglie degne di 
sussidio, calcolossi che nella città nostra sommavano a 1197, 
composte di 4873 individui, che è quanto dire più della 
metà della popolazione. Ben con giusto motivo un egre- 
gio nostro concittadino ebbe a sclamare in proposito : « Ah 
» che invero è ben infelice la situazione della città nostra, 
» che per mancanza di stabilimenti industriali e di com- 
» mercio non presta lavoro sufficiente nelle varie stagioni 
» dell'anno, e specialmente in inverno, pur anco ai volon- 
» terosi, per cui in tempi di crisi anonaria è forza provve- 
» dere quasi di sbalzo al sostentamento del povero e del- 
» l'artista, i quali non trovano di procacciarsi colle proprie 
» braccia il mezzo di supplire ai generi incariti di sussi- 
» stenza .... Di chi è la colpa? di nessun altro fuorché di 
» noi, di noi che tutto giorno declamiamo contro l'ozio e 
» la demoralizzazione, e nulla sappiamo imprendere che 
» valga a frenare il disordine, mentre ci arretriamo all' i- 
» dea di poter dare occupazione ai poveri abili al lavoro, 
» e di soccorrere gì' impotenti t 1 ). » 

Eppure sarebbe un immeritato oltraggio ai ricchi l'affer- 
mare ch'essi difettano di filantropia: sarebbe menzogna il 
dire che a Crema non si è mai voluto introdurre alcuna 
pia istituzione la quale mirasse (però non sappiamo con quale 
efficacia) ad ammigliorare le condizioni morali delle classi 
più sofferenti. L'anno 1840 s'eresse in Crema l'istituto delle 
Figlie della Carità, che ha per iscopo l'educazione delle fan- 
ciulle più povere e più neglette. L'anno Ì8M si rimise a 
Porta Ombriano il Convento dei Cappuccini, alcuni dei quali 
esercitano pietosi ufficj nell'Ospedale degli infermi. L'anno 



(i) Ingegnere Carlo Donati, in un articolo inserito nell'Almanacco Crema- 
sco per l'anno 1855. 



- 237 - 
1845 fondossi una Cassa figliale di Risparmio: l'anno 184-6 
un oratorio festivo , ove si raccolgono giovinetti mise- 
rabili e abbandonati dai loro genitori, e vengono istruiti 
nei doveri della religióne. L'anno 1852 s'introdusse a 
Crema l'istituto delle Ancelle della Carità, accioccbè pre- 
stino i loro servigi all'Ospedale degli infermi, degli esposti, 
dei mendicanti. Ma, afìe di Dio, cbe tutte queste istituzio- 
ni, per quanto abbiano colore di carila e sembrino dirette 
a favorire le classi indigenti, non valgono a procacciare un 
quattrino a ebi langue nella miseria : non valgono neppure 
a moralizzare il proletario quand'esso vi domanda lavoro e 
pane , quando condannato all'ozio e alla mendicità, trovasi 
spinto troppo facilmente dalla sua condizione a trascorrere 
in furti e ribalderie, od a sciupare in bagordi il frutto delle 
elemosine che strappa dalla mano dei ricchi. Togliete dap- 
prima al povero l'occasione di peccare, non lasciatelo in 
continua lite fra il digiuno e i doveri d'onesto cittadino , 
poi educatelo colle parole del Vangelo, ed egli ne adempirà 
meglio i precelti. Ma queste massime , comunque di una 
manifesta verità, non sono comprese da taluni che si mil- 
lantano patrocinatori dell'umanità languente, che vorreb- 
bero dirigerne i passi sulle vie del Signore, e che affettano 
uno scrupoloso cattolicismo senz' essere veri cristiani. E 
qui ci cade in acconcio di toccare una piaga che da tempo 
si è approfondita nel seno della città nostra, una piaga che 
il sacerdote don Antonio Salvoni, già professore nel ginna- 
sio di Crema, svelò coraggiosamente al pubblico, ragionando 
sul Gesuitismo in Cremai 1 ). La parola gesuitismo noi la 
ripudieremo, perocché dal quarantotto essendo divenuta 
più che mai di moda, se ne fece poi soverchio uso ed abu- 



(1) Lettera all'Arciprete della cattedrale di Crema, scritta dal prof, sacerd. 
Antonio Salvoni intorno al gesuitismo in Crema, con documenti e note. Stam- 
pussi in Crema l'anno 1848. 



— 238 — 
so, fino ad affibbiarla a quell'illustre filosofo che ha flagel- 
lato il gesuitismo con tanta dottrina e sodezza di argomenti. 
Abbiamo detto più d'una volta che in Crema lo spirito 
religioso signoreggia gli animi della popolazione: vi aggiun- 
geremo, per amore del vero, che nella città nostra abbon- 
dano le persone di leali sentimenti, di sinceri costumi, d'in- 
corrotta onestà. Se non che lo spirito religioso, sventura- 
tamente ha trovalo in Crema largo campo per tralignare, 
e rendersi d'ostacolo al miglioramento sociale; quindi in- 
vece di servire , come dovrebbe , di luce e buon esempio 
ai cittadini, tante volte ne è la tenebra e lo scandalo. Fra 
coloro che si professano divotissimi alla santissima nostra 
religione sono a distinguersi tre sorta di persone : i fana- 
tici, gl'ignoranti, gl'ipocriti. I fanatici, per ismodato zelo 
di mantener viva negli animi la fede e Fobbedienza al vi- 
cario di Cristo, dimenticano che l'indole divina delle leggi 
evangeliche è la mitezza, la tolleranza, la persuasione: di- 
menticano come Cristo abbia detto a' suoi apostoli: andate 
e predicate, e non: andate ed imponete altrui le mie dot- 
trine. I fanatici vorrebbero imporci il regno di Cristo e della 
Chiesa con sultanica durezza, simili al tiranno che, onde 
mantenere inviolato l'impero delle sue leggi, non bada a 
vessazioni, a rigori di modi repressivi. Costoro, nei tempi 
calamitosi delle torture e dei roghi, sarebbero divenuti ec- 
cellenti inquisitori. Gl'ignoranti si compongono di gente, la 
quale è di sì corta vista da non distinguere nella religione 
la corteccia dal midollo : scrupolosissimi nell'adempimento 
dei precetti della Chiesa, fanno consistere tutta l'essenza 
della religione nel fare orazioni, frequentare le chiese, 
astenersi daKmangiar carne al venerdì ed al sabato, e, col- 
l'assislere a un triduo o ad una novena, credono di com- 
pensare ai mancali doveri di carità, di modestia, d'umiltà 
cristiana. Ricevono poi l'imbeccata dai fanatici sul modo di 
ragionare intorno ai diritti della Chiesa, venerando con 



— 259 — 
pari divozione le leggi intangibili del dogma, e quelle delle 
ecclesiastiche discipline GÌ' ipocriti sono ribaldi, che ado- 
perano il manto della religione per coprire le loro immon- 
dizie. Se bramate conoscerli, ve ne offre l'Evangelio i con- 
notati : sono persone che fanno l'elemosina a suon dì 
tromba acciocché tulli lo sappiano : che a pregare si but- 
tano ginocchioni in mezzo alle chiese onci' essere veduti : 
che divorano il patrimonio delle vedove e dei pupilli sotto 
pretesto di fare orazioni. ... 

Le tre classi di persone che abbiamo designate, associa- 
vansi fra di loro per comunanza d'interessi : i fanatici do- 
minavano sugl'ignoranti, e gli ipocriti profittavano degli 
uni e degli altri per servirsene nei loro intrighi, per ado- 
nestare santamente le loro ribalderie. Formossi quindi , 
sotto sembianze di religione, una consorteria potente per 
numerose clientele, la quale era volgarmente detta del 
Biscottino. E nelle piccole città , come la nostra , divenne 
influentissima : aveva ingerenze alla curia vescovile, nel 
Seminario sull'educazione dei chierici: padroneggiava nelle 
sacrislie: s'intruse nella direzione degli studj ginnasiali, e 
all'occorrenza sapeva gettar l'amo anche nel Consiglio co- 
munale. A Milano, l'impero di questa consorteria restrin- 
geva di molto i suoi confini , perchè ivi veniva paralizzata 
da un clero più illuminato, da un popolo meglio istruito, 
e perchè nelle grandi città la scoslumatezza non ha biso- 
gno del soccorso dell' ipocrisia per essere tollerata. A Cre- 
ma invece può dirsi che la confraternita del Biscottino 
esercitò una seconda Polizia: segnava d'anatema un galan- 
tuomo che non iscrupoleggiasse sull'osservanza dei precetti 
della Chiesa: denunziava alla curia un sacerdote che si 
mostrasse troppo gioviale col gentil sesso, o non portasse 
il cappello tricornuto: brigava per la scelta d'un predica- 
tore : poneva il veto alla nomina di un parroco , quando 
l'aspirante fosse persona cui la gretta educazione del semi- 



— 240 — 
iiario non avesse baslevolment'e evirato l'intelletto : vigilava 
con inquietudine acciocché fra cittadini non circolassero 
libri posti ali 1 indice; oltre diche, certi santocchi si rende- 
vano benemeriti della Polizia austriaca inoculando senti- 
menti servili nel sangue delle crescenti generazioni, dando 
loro a bere che S. M. I. R. Ap. era l'ottimo dei monarchi, 
regalatoci dal cielo onde far di puntello alla religione di 
Cristo. Nella rete dei graffiasanti caddero non poche fem- 
mine, quali per leggerezza di spirito, quali perchè le ru- 
ghe le costrinse a capitolare con la galanteria e riconciliarsi 
col confessore. 

A questa turba eli diaconesse, di bacchettoni, d'intri- 
ganti, di fanatici per troppo zelo di religione, che da Mi- 
lano ove teneva il suo centro spandevasi nelle minori città, 
si pose a capo un famigeralissimo gentiluomo cremasco. Di 
lui non ci degniamo dire il nome, e nemmeno vogliam lor- 
dare la penna col discorrere- lungamente de' suoi schifosi 
intrighi, delle sue avventure. Ci basterà notare che nelle 
sue mani fluirono vistose elargizioni, ricchissime eredità, 
sottratte a persone cui appartenevano per diritto di paren- 
tela: tutto oro ch'egli adoperò allo scopo di aumentare in 
Milano ed altrove l'influenza e il satellizio della sua con- 
sorteria. In Roma, con arti cortigianesche, con brighe e 
genuflessioni, scroccò favori, ordini cavallereschi, e auto- 
rità di faccendiere nella curia pontifìcia : vecchio di ses- 
santa e più anni, non per naturale impulso d'amore, non 
per bisogno di domestiche affezioni , ch'egli ha sempre ri- 
pudiale, ma sospinto da sperticata ambizione e dalla sete 
di arricchire, trovò modo di congiungersi in matrimonio 
con una principessa di sangue reale. In quale classe por- 
remo questo figuro, questo gentiluomo che da mediocri 
fortune e con mediocrissimo ingegno arrivò a mescolarsi 
coi cardinali e coi principi, mestatore infaticabile di con- 
giure tenebrose contro il progresso delle idee e delle isti- 



— 241 — 
dizioni civilizzatrici? Lo collocheremo tra i fanatici, tra 
gì' ignoranti, o tra gl'ipocriti? Non occorrono distinzioni, 
egli ha saputo mirabilmente personificare in sé slesso lo 
spirito di tutti tre. Lasciamo a lui gli ossequi dei colli-torti, 
lasciamogli le incensate della Civiltà Cattolica , giornale 
che nel suo spirilo e nel suo linguaggio ò così poco cristia- 
no, cotanto incivile: noi auguriamo alla città nostra che si 
smorbi affatto dell 1 influenza maligna della sua rugiadosa 
consorteria, glielo auguriamo per amore della civiltà, pel 
decoro della religione. 

Assunto Pio IX al soglio pontificio, l'amnistia da lui 
concessa a'suoi popoli, ed alcune riforme che affrettossi di 
introdurre nel politico ordinamento delle Romagnc, gli con- 
ciliarono l'ammirazione di tutto Torbe cattolico. Gl'Italiani 
particolarmente infanatichivano nella devozione al novello 
pontefice: caldi, come sono, di fantasia, sognarono beata- 
mente d'aver acquistalo un papa liberale: un papa guelfo 
che, ad esempio di Alessando III, avrebbe capitanata una 
lega italica: che dalle Alpi all'Apennino dovea far echeg- 
giare il grido di Giulio II, fuori lo straniero. Erano illu- 
sioni, ma tuttavia feconde di preziosissimi effetti, avvegna- 
ché educavano gl'Italiani a nobili aspirazioni, risvegliando 
forti sentimenti di libertà e di nazionale indipendenza, da 
lungo tempo nelle moltitudini assopiti. 

A Crema il nome di Pio IX idoleggiavasi come nelle altre 
contrade d'Italia, sebbene vi fosse qualche prete che cen- 
surava sottovoce la condotta del santo padre, dicendo che 
egli colle sue innovazioni agiva da principe più che da 
sommo pontefice. 1 sentimenti di libertà nazionale incalo- 
rirono maggiormente quando i principi italiani promisero 
ai loro popoli leggi costituzionali: d'allora ingigantì la spe- 
ranza che un'era di rigenerazione sovrastasse anche alle 
popolazioni lombardo-venete, oppresse dal giogo straniero. 

Sul principiare del 1848 il governo dell'imperatore Fer- 
Vol. II. 16 



— 242 — 
dinando il Benigno, fu dai sudditi giudicato il pessimo e 
il più abborainevolc dei governi: gli assassini commessi 
a Milano dalle truppe del feld-maresciallo Radetzky sopra 
cittadini inermi, persuadevano anebe i meno accorti che 
un governo di sgherri diveniva sempre più inconciliabile 
colla dignità dei popoli lombardi, sicché presagivasi non 
lontano il giorno di un politico rivolgimento. 

Eppure, quantunque fosse universale l'indignazione con- 
tro l'austriaco, quantunque già si udisse per l'aria il 
rombo di una rivoluzione, a Crema, il giorno 3 marzo del 
184-8, si tenne un'adunanza dal Consiglio municipale per 
deliberare intorno alle feste da farsi ricorrendo il dì na- 
talizio dell'imperatore. Dei diecisette consiglieri interve- 
nuti a quell'adunanza, tredici (M votarono favorevolmente 
i tre oggetti proposti, i quali furono: una messa in musica 
nella cattedrale: distribuzione di vino alle truppe: illumi- 
nazione e canto dell'm?io popolare in teatro. S'apporrebbe al 
falso chi per avventura credesse che la deliberazione presa in 
quell'adunanza dal Consiglio municipale esprimesse il pen- 
siero e i voli della popolazione cremasca. Notammo già che 
le congregazioni municipali, nella guisa con cui vennero 
modellate dagli austriaci, non erano le più acconce a rap- 
presentare le idee e i veri interessi del municipio. Aggiun- 
gete che in que' giorni presiedeva al municipio di Crema , 
siccome podestà, il nobile Giacomo Guarini, uomo onesto 
ma di cuore pecorino, paurosissimo d'ogni movimento po- 
litico, e perciò devolo alle bajonetle ed agli austriaci che 
tante ne facevano in que' giorni balenare sugli occhi dei 
sudditi facinorosi e mal intenzionati ( 2 ). E i consiglieri mu- 
li) 1 quattro che si mostrarono contrari furono : Antonio Risieri, il conte 
Paolo Manuzi, il nobile Orazio Fadini e il conte Faustino Vimercati-San- 
se veri do. 

(2) Parole che le autorità governative usavano in que 1 giorni a designare 
i moltissimi che detestavano il regimo austriaco. 



— 243 — 
nicipali erano persone pressoché tutte fanatiche per la 
quiete, credenti nell'immobilità delle sorti italiane; per- 
sone, la maggior parte delle quali, addormentatesi nel 1815, 
si risvegliarono con grande loro sorpresa il giorno dopo la 
compita rivoluzione. Non è dunque a meravigliarsi ch'esse 
nel marzo del 1848 deliberassero di solennizzare il gior- 
no natalizio del loro sovrano con le solite ovazioni degli 
anni precedenti, senza badare allo spirilo mutato delle 
popolazioni, il quale manifestavasi anche a Crema con segni 
abbastanza significanti, senza badare che sui muri esterni 
delle case stava scritto a lettere cubitali W. Pio IX , pa- 
role che in que 1 giorni equivalevano a W. haliti, fuori 
l'austriaco. 

La sera del 18 marzo (1848) giunse a Crema notizia delia 
scoppiata rivoluzione di Milano. « Fu come scintilla elel- 
» trica che mise in iscossa in un baleno tutta la città, sic- 
» che altro non si vedeva per le strade e pei crocicchi che 
» capannelli di gente, che senza aver più gran riguardo o 
» paura, parlavano altamente di ciò ti). » Se ne rallegra- 
rono tanti giovani di cuore italiano, i quali attendevano 
con impazienza Y occasione di poter menare le mani sullo 
straniero. Nella sera del giorno medesimo, avendo suonato 
a Crema la banda di un battaglione di cacciatori arrivati di 
fresco, alcuni garzoncelli del popolo fischiarono pubblica- 
mente le suonate. La notte passò agitata e rumorosa: per 
le contrade udivasi gridare: « W. l'Italia, W. Pio IX, ab- 
» basso i Tedeschi » : i più ardenti patrioti si erano assem- 
brati nelT albergo del Pozzo per concertare sul da farsi 
all'indomani, e intanto formavano e distribuivano coccarde 
tricolori. La notte medesima partirono improvvisamente da 
Crema i croati e parecchie compagnie di cacciatori, non 



! (^Togliemmo queste parole da un Diario delle cose notabili occorse 
Crema nel mese di marzo 1813 scritto dal prof. Ferdinando Meneghezzi, 



— 244 — 

rimanendo nella città nostra che due compagnie di caccia- 
tori, ed alcune squadre di dragoni. 

La mattina del giorno successivo (\9 marzo), i cittadini 
più caldi, più animosi, radunansi tutti sulla piazza, delibe- 
rati di fare una dimostrazione: vogliono sieno abbassale le 
insegue imperiali, spiegare le tricolori, persuadere la truppa 
di presidio a fraternizzare con loro, istruendola sui moti 
rivoluzionarj avvenuti nella metropoli dell'impero. In quel 
mattino le due porte della città erano guardate da un grosso 
drappello di cacciatori: la cavalleria chiusa in caserma. I 
cittadini, dottor Ernesto Bruschini, marchese Enrico Zurla, 
Antonio Milesi, e nobile Giovanni Tensini, seguiti da pochis- 
simi altri, s'incamminano alla volta di Porla Serio: s'ac- 
costano ai soldati ivi schierati con le armi in pronto e in- 
timano loro di abbassare le armi, di associarsi a gridare: 
« W. Pio IX, W. la libertà dei popoli ». Quel drappello 
di cacciatori per un istante esitò, ma poi, sull'esempio del 
suo ufficiale, che alle insinuazioni dei nostri ave\a ringuai- 
nata la spada, ruppe anch'esso nelle grida di: « W. Italia! 
» W. Pio IX! » che i nostri con battimani levarono frago- 
rose. Allora da un vicino terrazzino il nobile Attilio Noli 
mostrò una bandiera tricolore: i nostri entrano uell' abita- 
zione del Noli, s' impossessano della bandiera e la por- 
tano trionfalmente in piazza, fra gli evviva di una moltitu- 
dine di popolo che mano mano aiTollossi dietro l'insegna. 
I coraggiosi (notale che non sommavano a dieci), i quali 
avevano con magnanima imprudenza conseguito il loro 
scopo a Porta Serio, risolvono di fare altrettanto a Porta 
Ombriano, e si dirigono a quella volta. La folla di popolo 
che dapprima si era accalcata intorno a loro, diradasi a 
poco a poco, indi si disperde affatto quand'essi furono 
vicini alla Porta Ombriano: perciò quei pochi animosi ri- 
masero soli, con la bandiera tricolori la in pugno, a 
rontc dei soldati austriaci. Il dottor Bruschini rivolge 



— 24o — 
loro robuste parole, intimandogli di aprire la porta ed 
abbassare le armi; non vuole così a un tratto persuader- 
sene il capitano ch'era a capo del drappello, ma Bruschini, 
rinfocando V eloquenza, ne vince la titubanza, sicché rin- 
novossi lo spettacolo successo poco prima a Porta Serio: 
soldati austriaci che abbassano le armi, e i nostri che a 
bandiera spiegata fanno risuonare le grida di: « W. Italia! 
» W. la libertà ! » Se non che un piccolo drappello di dragoni a 
cavallo, sopraggiunto improvvisamente, circondò i nostri: la 
bandiera italiana, col sorriso de' suoi tre colori, sventolò per 
un istante sul grugno di quei nordici figuri, i quali rima- 
nendone come estatici non ardirono farle oltraggio, e lascia- 
rono che si continuasse a festeggiarla con le acclamazioni 
del più acceso, del più nobile entusiasmo. 1 nostri, rimbal- 
danziti, scorrono per le contrade principali della città, di- 
sputandosi l'un l'altro l'onore di portare la bandiera trico- 
lore, segno santissimo di politica redenzione. 

Arrivati alla caserma di S. Agostino, vi trovarono appo- 
stati al di fuori parecchi dragoni: «Abbasso le armi,» 
gridano i nostri: «Abbasso quella bandiera, » risponde un 
ufficiale dei dragoni; e perchè all'intimazione dell'ufficiale 
i nostri non obbedirono, si ordinò ai soldati di serrare loro 
addosso colle armi. Nasce un tafferuglio, ove i dragoni spa- 
rando i loro moschetti feriscono dei cittadini, e i nostri con 
alcuni colpi di pistola fanno stramazzare da cavallo due 
dragoni. Ad Enrico Zurla, che portava la bandiera, toccò 
un colpo di sciabola nel capo; quanti si erano per le vie 
attruppali intorno il vessillo tricolore accompagnandolo, fu- 
rono in un baleno dispersi. 

A un tratto la città di Crema mutò scena. « I cacciatori 
» si erano appostali sulla piazza del duomo e agguatali a 
» guisa d'assassini, ai capi strada delle vie principali della 
» città e a que' specialmente che sboccavano sulla piazza 
» del duomo, traevano da lunge, per cui era pericolosissimo 



— 246 — 

» uscire dalle case, dalle chiese, e lo affacciarsi alle fine- 
» sire. Questa terribile scena durò dalle undici e mezzo 
» antimeridiane insino alle cinque del dopo-pranzo, e pare 
» vi rimanessero uccise da nove a dieci persone.... Le 
» porte della città furono immediatamente serrate e resta- 
» rono in potere della truppa. Verso le ore tre pomeri- 
» diane venne gridato un bando, per ordine del comando 
» di piazza, del commissario di polizia Mardricardi, pre- 
» ceduto da un trombetta, con cui s'intimava che le armi 
» fossero entro brevissimo termine consegnate, e quasi 
» tutti per la paura le consegnarono. Dopo le cinque il 
» fuoco cessò affatto (*>. » Sopraggiunta la notte, si fecero 
arresti di persone, molle delle quali nel mattino di quel 
giorno avevano fatto anch'esse delle dimostrazioni ostili al- 
l'austriaco governo: i principali attori però del movimento di 
quella giornata seppero con arrischiati mezzi allontanarsi da 
Crema, e fu gran ventura per essi, giacché venne poi pub- 
blicato un bando ove i loro nomi figuravano tra gl'individui 
che gli austriaci volevano ad ogni costo avere nelle mani. 
Circa a mezzanotte entrò in Crema un buon nerbo di 
truppe di rinforzo con due pezzi di cannone: l'uno, con 
miccie accese, fu postato sul piazzale della contrada Om- 
briano, l'altro similmente, su quello di S. Benedetto a 
Porta Serio. Questi rinforzi erano venuti da Lodi, ove la 
popolazione serbò un ghiaccialo contegno, quantunque vi 
si udisse, come a Crema, tuonare il cannone dall' eroica 
Milano, segnale ai Lombardi per sollevarsi contro il co- 
mune oppressore. Quei rinforzi venuti da Lodi al presidio 
della città nostra, dicesi fossero destinati a sussidiare in 
Milano le truppe di Radetzky cui premeva di schiacciare la 
rivoluzione; ed ecco che il movimento dei Cremaschi del 



(1) Mekeghezzi , nel suo Diario delle cose notabili occorse In Crema nel 
mese di marzo 1848. 



- 247 — 
giorno diecinovc marzo giovò ad impedire che un maggior 
numero di bajonette molestasse a Milano gli croi delle 
barricate. 

Dal giorno 20 al 28 marzo, Crema si Irovò in uno sialo 
di cupo terrore: s'istituirono processi contro gli arrestali 
che giacevano nelle carceri di finanza; nominossi una com- 
missione civica affinchè provvedesse alle cose più urgenti 
della città e del militare, la quale componevasi dei signori 
Fortunato Albergoni, conte Lodovico Oidi, Orazio e Gia- 
como Fadini , Stefano Bolzoni, ingegnere Carlo Donati. Il 
podestà Guarini, in que' giorni di lutto si disse ammalato: 
il poveruomo, padroneggiato dal demone della paura, te- 
neva sempre in serbo qualche malanno onde allontanarsi 
dal municipio quando il paese versava in grave pericolo: 
ebbe poi altrettanta salute e gajezza quando trattossi di 
rendere omaggio all'imperatore ed a' suoi graduati preto- 
riani, motivo per cui il Guarini venne in appresso da sua 
maestà apostolica creato cavaliere. 

« Verso la sera del giorno 22 si cominciarono a scorgere 
» i primi segnali della ritirata delle truppe austriache, poi- 
» che passò di qui molto alla rinfusa uno squadrone scom- 
» pigliato di dragoni, e specialmente una banda musicale 
>> di essi, cogli stromenli tulli sfracellali, sicché pareva gii 
•» avessero adoperati non a suonare ma a combattere. 01- 
» tre a ciò vedemmo attraversare la città, nella direzione 
» da Ombriano a Serio, non piccol numero di vetture, 
» carri, carriaggelli con entro donne tedesche, ee., che ti- 
» ravano con mollo precipizio alla volta dello stradale di 
» Brescia ( 4 ). » Nel giorno 2o poi, si può dire che circa ven- 
tiquattro mila soldati si versarono sul nostro terreno; era 
lo scompigliato esercito del maresciallo Radclzky, che mano 
mano passava dalla nostra città, dirigendosi alla volta di 

Mencghezzi. Nel suo Diario altre volte da noi citato. 



— 248 — 
Brescia. Sostando per più ore a Crema, i soldati attenda- 
vano alla meglio quali fuori della città, quali entro, occu- 
pandovi le contrade, i portici, qualche chiesa e il semina- 
rio. 11 maresciallo, la sera del 20, pernottò nella villa su- 
burhana di S. Bernardino, in casa Martini, e sul mattino 
del giorno successivo partì da Crema dopo avervi pubbli- 
cato il seguente 

Proclama. 

« Gli avvenimenti succeduti a Milano ed in altre città mi 
» hanno determinato di concentrare le mie forze, e di av- 
» vicinarmi alle basi delle mie operazioni militari e delle 
» mie risorse. 

» Gli abitanti tranquilli nulla hanno a temere, e trove- 
» ranno protezione alle loro persone e proprietà. Devo però 
» diffidarli a non frapporre alcun ostacolo alla marcia delle 
» II. RR. truppe. Saprò far mantenere la più severa disci- 
» plina. Chiunque sarà preso colle armi alle mani, sarà 
» sottoposto ad una commissione militare, e convinto di 
» ribellione, verrà irremissibilmente fucilato. 

» L'inconcussa fedeltà dell'armata ch'io comando, e le 
» numerose truppe che la compongono, sono garanti dell'e- 
» salta esecuzione delle presenti mie dichiarazioni. — Cre- 
» ma, il 26 marzo 1848. » 

Dei nostri concittadini stali imprigionati e sottoposti a 
processo criminale, dieci V esercito austriaco menò seco 
qaali ostaggi. Ad eccezione di uno, che fu rilasciato pochi 
giorni dopo, tutti gli altri furono mandali aKupfstein, pic- 
cola città del Tirolo, e passando sulle terre del Tirolo te- 
desco, ebbero a soffrire i più bassi oltraggi dalle popola- 
zioni che si compiacevano di svillaneggiarli. Rimasero chiusi 
in un forte per più settimane, indi confinati a pie libero a 
Salisburgo e a Lintz: non poterono rivedere la città nativa 



— 249 — 
che dopo tre mesi d'esiglio. I nove infelici, condannati a 
scontare per Ire mesi in terra straniera la pena d'amare la 
propria, furono: Gaetano Baleni ingegnere, Pellegrino 
Grioni, Giovan-Ballista Rovescialli, Angelo Gervasoni, Ago- 
stino Capelli inserviente del municipio, Luigi Moretti , An- 
gelo Bianchessi, Giovanni Morelli, e il medico Eugenio Pan- 
diani. Fra questi ostaggi, ben diversamente che fra quelli 
di Milano, non un nome di persona ricca o patrizia. 

Il giorno 28 marzo, la città di Crema rimase allatto 
sgombra di soldati austriaci : i quali, comunque passati in 
grossi battaglioni sul territorio nostro, si mantennero suf- 
ficientemente disciplinati e non recarono oltraggio a per- 
sona. È però da notarsi che nel loro passaggio non furono 
tampoco molestati né dai cittadini, né dalle popolazioni del 
nostro contado. Queste, nel mentre ferveva a Milano la ri- 
voluzione, si mantennero in uno stato d'apatia, e forse nel 
segreto dell'animo parteggiavano per gli Austriaci, peroc- 
ché s' erano imbevute dell' idea che la rivoluzione fosse 
opera dei ricchi e la facessero a tutto loro profitto; crassa 
ignoranza di gente, la quale dai sacerdoti e dai ricchi non 
aveva mai ricevuto una parola atta a stenebrarne l' intel- 
letto, ed a spargere fra le campagne sentimenti di ceneroso 
patriotismo. 

Scomparsi appena da Crema gli Austriaci, « era un gri- 
» dare, un andare e venire, un pompeggiare di coccarde 
» tricolori di chi voleva ed anco di chi non voleva: anzi 
» quest' ultimi che per politica affettavano di appiccarsele 
» al petto più grandi, alzavano la voce di più. Le armi im- 
• periali dei pubblici stabilimenti cadevano giù abbattute 
» con un fracasso indiavolato, ed erano portate in burlesca 
» processione in mezzo alle imprecazioni, agli spuli, ai fi- 

» schi, e alle risa » Circa un quarto d'ora dopo parliti 

gli Austriaci, « comparivano in Crema le prime bande, biz- 
» zarramente armate, di volontarj, i quali dentro la gior- 



— 250 — 

» nata in numero di due mila all' incirca ebbero occupata 
» la città. Erano vestiti dei proprj panni, solo si distingue- 
» vano per un cappello detto alla calabrese, cioè un po' a- 
» eliminato con delle piume sopra, ed una cintura a cui 
» avevano appese delle piccole sciabole, e taluni anco ave- 
» vano in essa cintura qualche pugnale e pistola; del resto 
» tutti i fucili erano da caccia, chi ad una chi a due can- 
» ne, ma senza bajonetta; bella gioventù tutta piena di 
» gajezza e d' ardor marziale, di diversi linguaggi. Era la 
» colonna di un Torres, oriondo spagnolo, uomo arrischiato 
» e cercator di avventure, la cui condotta in appresso non 
» apparve la più irreprensibile. Egli cominciò dal taglieg- 
» giare immediatamente il municipio, facendosi contare, 
» credo, dalle tre alle quattro mila svanziche a sussistenza 
» della sua turma CO » . . . . 

A Crema il Torres, dimorandovi colla sua colonna circa 
tre giorni, si rese antipatico a molti: spiacque il modo sul- 
tanico col quale egli esigeva danari dal municipio: ed a 
coloro ch'erano stati fedelissimi sudditi dell'imperatore 
non garbavano certi minacciosi tratti che il Torres adoperò 
con monsignor vescovo, e con un ex-segretario municipale, 
che accusavasi di spia austriaca. Tanti nobili e preti sgo~ 
mentaronsi temendo si l'innovellassero le scene del novan- 
tasei, e ne avevano qualche motivo, perocché s'era già 
incominciato ad abolire i titoli, e scrivendo s'adottava per 
tutti la formola al Guadino N. N. Il vescovo Sangueltola 
impauritosi, ariegiossi anch'esso a liberalismo e pubblicava 
encicliche tutte profumate di sentimenti italiani (^. Si di- 
mostrò poi italianissimo alcuni giorni appresso, quan/lo be- 
nedisse con allocuzione un drappello di chierici, che ad 
eccitamento dell' abate professore Salvoni risolvettero di 



(1) Mbniìgiiezzi. Diario. 

(2) Idem. 



- 2oi — 
abbandonare il seminario per cinger l'armi in difesa del- 
l'indipendenza italiana. 

Il giorno 50 marzo enlrò in Crema la legione di Luciano 
Manara, la quale si comportò assai più dignitosamente di 
quella del Torres; il giorno medesimo giunse a Crema no- 
tizia del prossimo arrivo del re Carlo Alberto. Al primo 
d'aprile i Cremaschi sbramarono lo sguardo nel volto pal- 
lido e malinconico di Carlo Alberto, il quale fece l'ingresso 
nella città nostra, preceduto da una banda musicale com- 
posta di parecchi contadini d'Ombriano: al suo lato destro 
cavalcava il conte Enrico Martini. Il re non fece che attra- 
versare la città per recarsi alla casa Martini in S. Bernar- 
dino, ove gli era stato assegnato l'alloggio. Vi pernottò, e 
nel giorno successivo (giorno di domenica), dopo aver ascol- 
tato messa nella chiesa parocchiale di S. Bernardino, partì 
colle sue truppe alla volta di Cremona. 

Appena Crema fu libera degli Austriaci, vi si era costi- 
tuito un governo provvisorio formato di parecchie persone, 
le quali per differenza di colore politico lo rendevano va- 
riopinto come l'ala di una farfalla. Ma poi, come la città 
nostra fece adesione al governo provvisorio di Milano, que- 
sto, sopprimendo i governi provvisori delle città a lui ade- 
renti, ordinò si costituisse in Crema un comitato di sicu- 
rezza pubblica e di guerra, in cui si concentrò l' ufficio di 
polizia della città e del territorio. Membri del comitato fu- 
rono: il dottor Angelo Cabini, medico distinto, il dottor 
Faustino Branchi, il notajo Girolamo Monferrini, e Nicola 
Coldaroli: segretario, Stanislao Grioni. Alla Congregazione 
municipale rimasero le attribuzioni di semplice amministra- 
zione comunale. In breve si organizzò la guardia nazionale, 
e ne fu comandante il conte Timoteo Oidi. 

Nei quattro mesi del governo provvisorio di Lombardia, 
l'ordine pubblico, a Crema, non fu mai turbato: si fecero 
alcune dimostrazioni ma non contro il governo, e neppure 



— 2S2 - 
alle autorità costituite; bensì contro i Lodigiani, perchè ai 
Cremaschi tardava di separarsi da Lodi, per formare una 
provincia da soli, come ai tempi della repubblica veneta. 
Non mancarono i dissennati che fomentavano queste dimo- 
strazioni, stolte o per lo meno intempestive in giorni ove 
predicavasi la fratellanza di tutti i popoli d'Italia, sic- 
come indispensabile a redimere la patria comune. Pur 
troppo a Crema v' erano parecchi i quali per libertà inten- 
devano il diritto di staccarsi da Lodi, e lasciarono eridare in 
piazza morte ai Lodigiani, quasi che i Lodigiani avessero 
colpa se, nello scompartimento amministrativo delle terre 
lombarde, piacque al governo austriaco .di maritare, a di 
lei dispetto, Crema con Lodi. 

Cremaschi d'ogni ceto portaronsi a combattere la guerra 
santa dell' indipendenza italiana, alcuni aggregandosi all'e- 
sercito sardo, altri entrando tra le file dei volontarj. E pa- 
recchi si distinsero, fra i quali il conte Ottaviano Vimer- 
cati e Giovanni Gervasoni. Quando nella metropoli di Lom- 
bardia ferveva la rivoluzione delle cinque giornate, il 
Vimercati trovavasi sotto le mura dell'ardimentosa Milano: 
associatosi con bande d'armati , venute dai vicini paesi al 
segnale della rivoluzione, operò prodezze ( {l onde entrare 
in ajuto dei cittadini che, rintuzzando la rabbia tedesca, 
rammentarono al mondo d'essere i nipoti degli eroi di Le- 
gnano. Seguendo poi l'esercito piemontese, Ottaviano Vi- 
mercati vi rese nolo il suo coraggio, e meritossi cospicui 
gradi e favori dalla real casa di Savoja. Il Gervasoni morì 
in Andona, pugnando sotto le insegne della repubblica ro- 
mana quando, nel gfugno del 1849, quella città era stretta 
d' assedio dagli Austriaci. Capitano di una compagnia di 
granatieri, Giovanni Gervasoni segnalossi il dì primo di 
giugno nella difesa della Lunetta, ove, sebbene ferito nel 

(1) Vedi la Gazzetta II 22 marzo nei primi numeri. 



— Tóo - 
giorno precedente, diresse una fazione con molta intrepi- 
dezza. Il giorno dodici dello stesso mese, scagliandosi ani- 
mosamente a prendere d'assalto una barricata che gli Au- 
striaci avevano eretta sopra un piccolo colle, restò, vitti- 
ma del suo troppo coraggio, ucciso sotto una pioggia di 
palle nemiche. 

Per amore di verità diremo che a Crema, durante il go- 
verno provvisorio di Lombardia, non allignò la zizania dei 
partiti politici: la popolazione (e in ciò palesava buon senso) 
occupavasi sopra ogni cosa dei bollettini di guerra: fon- 
dersi col Piemonte era il desiderio universale: nessuno si 
fece banditore d'idee repubblicane, ed i giornaletti demo- 
cratici, per quanto circolassero e sembrassero intenti a 
portare fra i cittadini l'arsenico delle dissensioni, venivano 
accolli freddamente. Un giornale intitolato il Gioberti, vo- 
levasi pubblicare a Crema dai sacerdoti professori Fran- 
cesco Regonati e Antonio Salvoni (l'uno lodigiano, l'altro 
bresciano): ma non trovò associali sufficienti a sostenerne 
la spesa, sicché non ne potemmo leggere che il programma. 
In generale era assai tiepido in Crema l'amore delle gravi 
discussioni politiche, ed alle vaporose ciance dei giornalisti 
badavsi ben poco; si ricorreva alle gazzette, ma per cer- 
carvi il racconto di fazioni militari che onorassero la spada 
di Carlo Alberto, e l'indipendenza italiana guarentissero : 
sul rimanente passavasi con indifferenza. Se non che, del 
pari che in tante altre città, a Crema lo spirito dei cittadini 
non si mostrava conforme all'altezza dei tempi e dei biso- 
gni imperiosi della nazione. « Passato quel primo bollore 
» (scrive il Meneghezzi) i*J, molti non erano contenti an- 
» cora, e tutti avrebbero preteso comandare o avere dei 
» posti, e molli erano sopralutlo quelli che di mal animo 
» pagavano le imposte resesi più frequenti e indispensabili 

(1) Diario delle cose notabili occorse in Crema nel marzo del 1818. 



- 2o4 — 
» al mantenimento delle cose di guerra; tanto è vero che 
» avrebbero voluto la libertà a buon mercato , anzi per 
» nulla. Anche il far la guardia (e si erano istituite scuole 
» di manovra con istruttori piemontesi ed alcuni dei nostri 
» vecchi militi di Napoleone) tornava increscioso ai più, i 
» quali, se agiati erano, se ne scansavano pagando alcuni 
» che li sostituisse. » 

In generale può dirsi che se vi fu dell'apatia pel nuovo 
ordine di cose, questa manifestossi particolarmente in al- 
cune persone del clero e dei ricchi, le quali stettero a 
Crema inoperose, e non agognarono pubblici impieghi, 
perchè nel fondo dell'animo nutrivano speranza che gli 
Austriaci sarebbero ritornati. Non è da stupirsi se i pochi 
austriacizzanti riducevansi a persone delle classi più elevate 
e a qualche loro cliente, perocché mostrammo già con quale 
educazione si snaturassero e ricchi e preti durante i papa- 
verici trentatrè anni di servitù. 

I voti di certi colli torli pur troppo furono esauditi: 
mercè la battaglia di Custoza gli Austriaci rioccuparono la 
Lombardia: il dì primo d'agosto i Cremaschi rividero le 
abborrite insegne del Benigno imperatore. 

Pochi mesi dopo, il nostro vescovo Sanguettola, quel 
medesimo che benedì la bandiera ai seminaristi, i quali vo- 
levano combattere per l'indipendenza italiana, quel mede- 
simo che con una circolare aveva qualificato l'imperator 
d'Austria un novello Faraone, bandì un'altra circolare ove 
raccomandò ai diocesani l'obbedienza al governo austriaco, 
e chiamò l'imperatore la più bella immagine di Dio in ter- 
ra. Stile consueto di tanti vescovi! veri don Abbondi che 
non badano a chi ha ragione e a chi soffre, ma si prostrano 
a colui che li può minacciare perchè potente e prepotente. 
Viva citi regna! è il motto, il brindisi dell' uom codardo 
e del cortigiano: pur troppo vedemmo con rammarico es- 
ser divenula la parola d'ordine dei Pastori di anime. 



9V V» 
-00 — 

Il felci maresciallo Radctzky pubblicò un'amnistia per i 
profughi politici, escludendovi non pochi cittadini del re- 
gno lombardo veneto: fra questi il conte Vincenzo Sangian- 
ToiTelli e il conte Enrico Martini, i quali appartengono a 
nobili famiglie cremasche. 

Il conte Vincenzo Sangian-Toffetti, uomo di colto e vi- 
vacissimo ingegno, professava sentimenti caldi di nazionale 
indipendenza fin dalla sua giovinezza : numeratasi tra i 
patrioti nel 1821, quando in Italia l'avversare il governo 
austriaco era piuttosto temerità da congiurali, che pensiero 
delle moltitudini. Provveduto di laute fortune, non ne fece 
spegnitojo de' suoi nobilissimi sentimenti, non lasciò intor- 
pidire l'ingegno fra i papaveri dell'agiatezza; ma a studj 
letterari e' politici s'applicò sempre con amore. Nato pa- 
trizio, da famiglia che figurò sul libro d'oro della veneta 
repubblica, serbò l'animo puro di vanità gentilizie, digni- 
tosamente italiano. Lui non sedussero i ciondoli, i favori 
che impartiva alla nobiltà una corte straniera. Motteggiava 
i suoi colleghi, vedendoli affannarsi nella pesca d'un na- 
stro, d'una chiave da ciambellano, sapendoli accalcati 
nelle aule vicereali, eroi d'anticamera, i quali ambivano 
la benedizione di un paterno sorriso di sua altezza impe- 
riale reale. Vigilava sul contegno del Toffelli la polizia au- 
striaca, ed egli parea si compiacesse di provocarne l'at- 
tenzione, gli sdegni, facendo dipingere sui muri esterni 
delle sue case in Ombriano, emblemi, sentenze, figure, che 
alludevano a tempi democratici e di sociali rivolgimenti. 

Quando a Milano scoppiò la rivoluzione delle cinque 
giornate, il conte Toffetli fu largo di denaro da distribuirsi 
nelle campagne acciochè insorgessero. Il governo provviso- 
rio di Lombardia lo inviò poi ambasciatore alla corte di 
ISapoli per sollecitarne il re a mandare le sue truppe in 
soccorso della guerra dell' indipendenza. 

Ripiombali gli Austriaci in Lombardia, dopo i disastri 



- 256 — 
dell'esercito sardo a Custoza, il conte ToffeUi ricoverò in 
Piemonte, fermo di non rimetter mai piede sopra il suolo 
di Lombardia finché le bajonette austriache rifrangessero 
la luce del sole italiano. E infalli fu tra i non molti profu- 
ghi che la generosa ospitalità e la cittadinanza ricevuta in 
Piemonte interpretarono siccome un dovere di non venire 
ad alcuna transazione col governo dell'imperatore d'Au- 
stria. Per quanto fosse amaro al ToffeUi di rimanere in 
esiglio, lontano dalla sua villa d'Ombriano, luogo delle sue 
affezioni e ch'egli, prodigando denaro, avea sontuosamente 
abbellita, pure non si piegò a chiedere l' impune rimpatrio 
negli Stali austriaci: rifiutò la consolazione di rivedere la 
terra nativa, per togliere, a chi la opprimeva, il vanto di 
avergli concesso un tanto favore. 

Il conte ToffeUi fu dal re di Sardegna decorato delle in- 
segne dei SS. Maurizio e Lazzaro, onore che meritava, tanto 
più che non lo a\eva mendicalo. 

Il nobile conlegno del ToffeUi, l'amore sincero e disin- 
teressato per la causa nazionale (in tempi ove tanti ne fe- 
cero mercimonio di private ambizioni) e i sagrifici durati 
per dare col suo esiglio un esempio di fermezza italiana, 
rendono il suo nome caro ed apprezzato a quanti sanno 
che l'onestà e la purezza dei sentimenti non risplendono 
sempre nel petto di coloro che si qualificano liberali. 

11 conte Enrico Martini, nel dramma politico-rivoluzio- 
nario del quarantotto e quarantanove, recitò la parte del 
diplomatico: onorato di gravi incarichi, procacciossi tanta 
notorietà, che non possiamo dispensarci dal favellare di 
lui. Buon per noi che del Martini avendo discorso larga- 
mente parecchi scrittori, narrando le vicende d'Italia dei 
nostri tempi, non ci resterà che la fatica di riportare brani 
di pagine già pubblicate, aggiungendovi qualche osserva- 
zione. 

Carlo Cattaneo, nel suo libro dell' insurrezione di Mi- 



— 257 — 
inno nel quarantotto, scrisse: « Nelle gloriose giornate ap- 
» parve in seno all'assediata città il conte Enrico Martini, 
• inviato allora del re Carlo Alberto a noi, come poche set- 
to timane dopo fu inviato nostro a Carlo Alberto. Codesta 
» correvolezza a pigliare incarichi fra loro contrari ci ri- 
» corda il fu poeta Sgricci, che quando improvvisava le 
» tragedie si posava a destra per fare la parte dì Giasone, 
» e poi a sinistra per far quella di Medea. Il Martini dovea 
» dirci che se volevamo solamente far dedizione del nostro 
» paese a quel re , P esercito suo verrebbe immantinente 
» in nostro ajuto. Si trattava dunque di costituire subito 
» un governo provvisorio che potesse indirizzargli una di- 
» esarazione valevole... Il Casati rimase allora assai per- 
» plesso, e per il momento non si arrese al Martini che lo 
» incalzava a dichiarare immantinente un governo provvi- 
» sorio che facesse la dedizione a Carlo Alberto. Poco di 
» poi penetrò il Martini nella nostra cameretta (del Consi- 
» glio di Guerra), lagnandosi delle dubbiezze e debolezza 
» del Casati e del Borromeo, e perciò sollecitandomi a com- 
» porre io medesimo un governo provvisorio che facesse la 
» formale dedizione dal re Carlo Alberto desiderata ejaspet- 
» tata. =~ Sa ella, mi disse, che non accade tutti i giorni 
» di poter prestare servigi di questa fatta a un re? === Ri- 
» sposi al Martini che il far servigi ai re non era cosa di 
» mia portala , e che del resto io teneva fermo doversi in- 

» vi tare tutta la nazione Se non che, le sollecitazioni 

» del Martini, e più ancora la sicurezza della vittoria, do- 
» vevano in breve determinare la municipalità a dichiararsi 
» Governo Provvisorio. » 

Senza incensare lo scrupoloso procedere del democratico 
Cattaneo, osserveremo che il conte Martini , in quella sua 
prima missione, si lasciò sfuggire parole piuttosto da corti- 
giano che da scaltrito diplomatico. Gli mancò V accorgi- 
mento di conoscere con quali persone trattava, e quaParia 
Voi. II. 17 



— 258 — 
tirasse in que'giorni a Milano. Per conseguire il suo scopo 
non era argomento efficace il dire che di rado accade di 
poter prestare servigi di questa fatta a un re, e dirlo a 
cittadini che si erano posti a capo di una rivoluzione po- 
polare, ed in epoca ove dagl'Italiani pretendevasi non che 
i popoli servissero ai re, ma che i re dovessero prestar 
servigio ai popoli. Nella storia d'Italia del La-Farina leg- 
giamo che il Martini, fallita la sua missione, « partiva da 
» Milano, rimanendo incerto allora e poi, se egli condu- 
» cesse quelle pratiche per espresso comando del re o per 
» sua spontanea volontà '**.» Comunque fosse l'enigma, sia 
che il Martini comparisse a Milano per incarico di Carlo 
Alberto, sia che operasse per proprio capriccio, quando 
consideriamo gli errori commessi poi dal governo provvi- 
sorio di Lombardia, e come abbia servito piuttosto ai de- 
sideri di Carlo Alberto che ai grandi e difficili interessi 
della nazione, sarebbe slato forse meno male che la pro- 
posta del Martini venisse accettala. 

Durante la guerra dell'indipendenza italiana, volendo il 
governo provvisorio di Lombardia tenere un suo rappre- 
sentante presso il re Carlo Alberto, ne affidò l'onorevole inca- 
rico ad Enrico Martini, il quale accettandolo e sostenen- 
dolo per qualche tempo , si tirò addosso l'epigramma di 
Carlo Cattaneo che il nostro Martini paragonò all'estempo- 
raneo poeta Sgricci. Il Martini , avendo poi rinunciato al 
suo incarico di rappresentante del governo provvisorio, 
fu da Carlo Alberto, che avealo in molta stima e lo co- 
nobbe per uno sfegatato realista , spedito a Venezia onde 
surrogarvi il Rebizzo nel posto di rappresentante del re di 
Sardegna. 

In Venezia il Martini si adoperò a tutt'uomo per indurre 
quel governo ad imitare l'esempio delle provicie lombarde, 

(1) Storia d'Italia dal f 81? al 1850, cap. XIII, lib. Ili, voi. HI. 



— 259 — 
e fondersi anch'esso col Piemonte. Nel luglio vi si raccolse 
a tal uopo T assemblea. In una Storia d'Italia (*) (avver- 
tiamo però che fu scritta con sensi repubblicani) leggiamo: 
« Quantunque fosse nolo all' universale quale sentenza 
» prevarrebbe, pure il conte Martini stando ancora inquie- 
» tissimo che se mai si discutesse a ragione, non ad em- 
» pito,gli si rivoltassero gli animi, colle insegne del grado ( 2 ) 
» e tutto baldanzoso a maniera di commediante, venne in 
» assemblea, annunziò il re già spedire a Venezia rinforzi 
» di due mila soldati, e il parlamento di Torino onorarsi 
» di accettare la dedizione che di sé avevano fatto al Pie- 
» monte la Lombardia e le altre provi ncie. » 

« A quelle notizie (soggiunge il La Farina ( 3 )) a caso 
» giunte o ad arte annunziate, molti deputali gridarono, 
» senza indugiare si raccogliessero i voti. » Oppositore della 
fusione col Piemonte si levò alla tribuna Niccolò Tommaseo: 
si raccolsero i suffragi e la proposta dell'immediata unione 
col Piemonte e colla Lombardia fu accolta con 127 voli 
favorevoli contro sei contrari. 

Gravissimo incarico commise il governo piemontese al 
Martini sul finire del quarantotto, nominandolo ministro 
presso Sua Santità, in luogo del marchese Pareto, ed or- 
dinandogli di mantenere relazioni officiose coi governanti 
di Roma, ed officiali col Pontefice (*) (allora fuggito a 
Gaeta). Rammenteremo come in quel tempo il ministro 
Gioberti si proponesse di far ritornare a Roma il ponte- 
fice con presidio di truppe piemontesi che tutelasse la di 

(lì Storia d'Italia dal 1814 al 1850. Se ne fa pubblicamente autore l'egre- 
gio abaie Luigi Anelli, lodigiano, quantunque siasi stampata senza nome 
•l'autore e senza speciale indicazione del tipografo. 

(2) Il Martini avea ottenuto di fresco il grado di capitano .nella marina 
sarda. 

I») Storia d'Italia dal 1815 al 1850, capitolo XX, lib. IH, voi. HI. 

(4) Giuseppe L* Fap.ixa. Storia d'Italia dai 1815 al 1850, capit.LV > lib.lY >r 
voi. IV. 



— 260 — 
lui legiltima autorità contro i tumulti degli immoderali, e 
i diritti costituzionali del Parlamento contro le mene dei 
retrogradi. Ma i disegni del Gioberti, per quanto fossero 
conciliativi, non garbavano punto né poco a Pio IX, laonde 
procedevano zoppicanti le negoziazioni del Piemonte con 
la Corte pontificia. « Il papa ed il cardinale Antonelli non 
» vollero ricevere che come privato visitatore il Martini, il 
» quale tollerò quest'ingiuria con molto scapito della ripu- 
» tazione sua e del governo che lo inviava. Il cardinale ed 
» il pontefice gli fecero acerbi rimproveri per le relazioni 
» che il Piemonte tenea ancora coi Romani: gli dissero 
» ufficio indegno essere quello del re Carlo Alberto d'in- 
» lerporsi mediatore fra il santo Padre ed i suoi sudditi 
» ribelli, assassini e scomunicati: reità e peccalo, innanzi 
» alle leggi umane e divine, Taver accolto in Torino lo 
» Spini ed il Pinto nella qualità di legati romani. Scusa- 
» vasi il Martini come meglio sapeva e poteva: pregava ed 
» esortava di considerare l' utilità della conciliazione e dei 
» soccorsi italiani: i danni ed i pericoli della guerra e dello 
>> ingerimento dei forestieri. Al che Pio IX, veritiero sem- 
» pre quando adiravasi, con parole e modi concitali rispose: 
» Non aver fiducia alcuna nei governili italiani, avere in 
» abbominio i demagoghi, in sospetto i moderati: sperare 
» negli ajuli stranieri: non italiana la Chiesa ma cattoli- 
» ca, cioè universale: il pontefice più che principe de' suoi 
» sudditi essere capo e padre di tutti i fedeli: avrebbe più 
» cari gli Austriaci degli Italiani, allorché quelli della 
» sua autorità fossero sostenitori, questi nemici. E per- 
» che il Martini rimaneasi contristato, confuso e meravi- 
» gl'iato a queste superbe e snaturale parole, indegne di 
» chi si vanta Vicario di Gesù Cristo, il Papa soggiunse 
» con tale atto che accrescea efficacia: Che vuole? U hanno 
» voluto (1 ). » 

(1) Storia d'Ilalia del La Farina, nel capitolo accennalo. 



— 261 — 

Nondimeno il governo piemontese continuava le sue pra- 
tiche con la Corte pontificia, e per assecondarla ruppe 
ogni legame di confederazione o di alleanza coi governanti 
di Roma. « Né per questo ottenne il Martini, come gli era 
» stalo promesso, dì essere ricevuto nella sua qualità di 
» legato del Re, ond'egli rimase in Gaeta, segno agli sbef- 
» feggiamenti del conte Spaur, del conte Ludolf, del Mar- 
» tinez della Rosa, e alla compassione del duca d'Harcourt 
» (legato francese) che inutilmente lo raccomandava U). » 

Finalmente, alcune dichiarazioni che fece al pontefice il 
francese Latour d'Auvergne, a nome del suo governo, di- 
cendo che anche Francia manderebbe soldati in Romagna 
ove vi entrassero gli Austriaci, ed un più robusto linguag- 
gio che adoperò il Gioberti, persuasero la corte di Gaeta a 
cangiar modi, « ed il Martini fu nella sua qualità ufficiale 
» riconosciuto e ricevuto dal papa, il quale, rientrando a 
» parlare della proposta mediazione piemontese, disse che 
» lascerebbe fare. Ma poco durarono questi infingimenti. 
» Un generale spagnuolo sbarcava a Gaeta ed annunziava 
» prossimo l'arrivo di mille e dugento soldati. Protesta- 
» vano il Martini ed il Bagagli (legato toscano) in nome 
» dei loro governi: rispondevano il cardinale Antonelli ed 
» il papa, quasi deridendo alle loro proteste, gli ajuti spa- 
» gnuoli non essere i soli attesi: giungerebbe in breve a 
» Gaeta il conte Estherazy, ambasciatore d'Austria, pre- 
» cursore degli ajuti austriaci. Il Martini, ministro piemon- 
» tese, rimase spettatore di questo oltraggio, ma il tosca- 
» no, come doveva, si partì ( 2 ). » 

Per quanto si voglia censurare il contegno del Martini 
a Gaeta, appuntandolo di non essersi comportato abba- 



ti) La Farina. Storia d'Italia, nel luogo citato. 
(-2) Idem, ivi. 



— 262 — 
stanza dignitosamente, ognun vede che quella difficilissima 
missione, anche se affidata a più abili mani, non poteva 
recarsi a buon porto, e per la sciagurata politica in cui si 
era in quei giorni incaponito Pio IX, e per l'ambidestro 
procedere dell'eminenlissimo cardinale Antonelli. 

Enrico Martini, proscritto dagli Stali austriaci, dimo- 
rando in quelli del re di Sardegna, vi trovò generosa ospi- 
talità, protezioni, onori, tutto insomma da rendergli sapo- 
roso il pane delFesiglio. Il re lo insignì dell'ordine dei 
SS. Maurizio e Lazzaro: un suffragio di cittadini lo elesse 
deputato al Parlamento. Nell'anno 1853, mercè i deplorati 
avvenimenti del 6 febbrajo in Milano, il governo austriaco 
colpì di sequestro tutti i beni degli emigrati politici; senza 
distinzione se o no compresi nell'amnistia concessa dal 
maresciallo Radelscky. Parecchi dei profughi, memori dei 
benefìcj ricevuti nella terra del loro esiglio, nobilmente 
disdegnosi di porre il piede sul luogo nativo finché era 
calpestato dallo straniero, rassegnaronsi a subire l'effetto 
di una legge mostruosamente iniqua, la quale privavali di 
tutte o almeno di gran parte delle loro rendile. Ma certa 
eroica abnegazione non è virtù di tutti. 11 conte Enrico 
Martini, rifiutando offerte e consigli d'amici, adoperossi per 
farsi perdonare dal governo austriaco le colpe del quaran- 
totto: ottenuto l' impune rimpatrio, rientrò in Lombardia (*). 



(1) In un memoriale della guerra dell'Indipendenza italiana (del quale 
vuoisi in parte autore lo stesso re Carlo Alberto) narrasi che il conte Enrico 
Martini era assai caro al re Carlo Alberto cui piaceva, durante la guerra, di 
tenerselo allato. Ciò nondimeno, nella Storia d'Italia dall'anno 181 4 al 4850» 
l'illustre abate Luigi Anelli, cui viene attribuita, vomitò sul nome d'Enrico 
Martini parole d'obbrobrio. L'abate Anelli non si appagò del censurare la 
condotta politica del Martini, ma con indiscrezione e severità d'inquisitore 
ne sindacò l'indole, i giovanili trascorsi, fin lo stato delle finanze. Davvero 
ncn si confaceva alla verecondia di un sacerdote il voler con lo sguardo pe- 
netrare nei profumali gabinetti della galanteria per indagarne gli arcani: ne 
s'addice alla dignità dello storico una satira sanguinosa troppo sui privati 



— 263 — 
È noto come gli Austriaci, ristabilitisi nelle provincie 
lombardo- vende, incrudelissero nelle vessazioni: imposte, 
balzelli d'ogni maniera, nel volgere di pochi anni molti- 
plicarono spaventosamente, tanto che per fin coloro i quali 
erano partigiani dell'Austria cominciarono a lagnarsene e 
pel loro tornaconto desiderare un governo men disumano. 
1 discepoli della Civiltà Cattolica erano i soli a Crema i 
quali s'acconciavano con volto sereno alla sferza del go- 
verno imperiale, perchè a loro sembrava una necessità per 
mantenere inviolata la religione. Il regime piemontese ab- 
borrivano, giudicandolo un governo di scomunicati: con- 
sideravano la croce di Savoja un emblema di rivoluzione 
contro la fede, e l'aquila a due becchi un angelo sotto le 
cui ali la religione poteva riposarsi tranquillamente. Ognun 
sente il lezzo di questi principi, i quali volevansi pur in- 
stillare nell'animo degli ignoranti da persone, non sappiam 
dire se più stolte o malvage. Davvero che non compren- 
diamo come si potesse vantare sostegno della religione un 
governo che demoralizzava i sudditi con esempi continui 
della più sfacciala ipocrisia, d'una malafede ridotta a si- 
stema, di ladroneggi e barbarie che facevano il mondo in- 
civilito raccapricciare. Ma pur troppo vi sono degli uomini 
che, sebbene ecclesiastici, diffidano della promessa di Cri- 
sto, il quale assicurò di protezione perenne la sua Chiesa: 
costoro vogliono far credere che la più pura, la più santa 
delle religioni abbia bisogno del terrorismo di bajonette 
straniere per potersi in Italia conservare. non conoscono 
il vero spirito della religione che è derivata da Cristo, od 



costumi di un cittadino. Ma l'intemperanza sia nel biasimo, sia nella lode 
fu e sarà sempre il vizio capitale degli scrittori di partito. 

Ciò abbiamo voluto notare perché essendo oggidì tra noi rimessi in circo- 
lazione libri d'ogni colore, sieno i lettori prevenuti e possano guardarsi della 
immoderazione con cui di frequente c^rti scrittori, tuttoché accreditati, giu- 
dicarono uomini e cose. 



— 264 — 
un'altra, che è spuria emanazione del Vangelo, essi affau- 
nansi di mantenere. A costoro, quando dal pergamo ci 
raccomandavano date a Cesare quel eli è di Cesare, a Dio 
quel che è di Dio, potevasi rispondere: Avete fatto la Chiesa 
schiava di Cesare, rendetela a Cristo. Del resto non vo- 
gliamo si creda che il clero cremasco fosse tutto devoto 
alle insegne giallo-nere, che anche tra 1 sacerdoti non era 
spenta la dignità di cittadini, e tanti si dolevano, arrossi- 
vano d'essere da un governo dispotico adoperati siccome 
islromenti d'oppressione. 

Casi degni di commemorazione avvenuti in Crema dal 
quarantanove al cinquantanove, riduconsi a pochi. L'anno 
1855 si pose in vigore pel territorio cremasco il nuovo cen- 
simento: alle cifre dello sanato dell'estimo provvisorio sur- 
rogaronsr quelle della rendita censuaria , la quale ha un 
cardine positivo, risultando da un conteggio basato sul 
prodotto dello stabile censito. Col nuovo censimento minorò 
l'estimo della città, quello delle campagne aumentossi : la 
somma che dapprima si pagava per l'imposta prediale, si 
accrebbe complessivamente nel nostro distretto di austria- 
che lir. 83,984. 

L'anno 1855 il suolo cremasco fu invaso dal cholera: so- 
pra una popolazione di 48,260 individui ne colpì 906, dei 
quali 524 morirono. L'anno 1857, l'imperatore Francesco 
Giuseppe, venuto in Lombardia, non si curò di visitare 
Crema : fu per noi gran ventura, giacché ci ha risparmiato 
la vergogna e la spesa di doverlo in qualche modo festeg- 
giare con quelle ipocrite ovazioni che i governi assoluti 
sanno imporre ai loro sudditi come fanno di un prestito o 
di una gabella. La rappresentanza municipale di Crema non 
mancò di portarsi a Milano per rendere all'imperatore il 
richiesto omaggio. Nel giorno 26 eli gennajo il podestà Gua- 
rini recitò all'imperatore d'Austria il seguente indirizzo: 
« Sacra Maestà. Fra i fervidissimi omaggi di esultanza che 



— 265 — 
» innalzano fiduciose le città lombarde per la presenza deì- 
» l'augustissima coppia imperiale, degnatevi, o Sire, di be- 
» ni guarnente accogliere anche gli umili tributi di suddi- 
» tanza e d'ossequio della regia città di Crema. La nostra 
» città prova al pari d'ogni altra i sentimenti di gratitudine 
» per i sublimi atti di vostra sovrana clemenza ; ma la no- 
» mina di vescovo di Crema fatta in un degnissimo nostro 
» concittadino, e la concessione della ferrovia da Treviglio 
» a Crema e Cremona sono grazie particolari che riempi- 
» rono i cuori di gioja e di benevolenza verso la vostra 
» veneratissima persona. Noi, onorati dell'alta missione di 
» presentare a V. M. i sensi della più devota riconoscenza 
» da parte dei nostri concittadini, vi preghiamo della de- 
» gnazione di volerli graziosamente accettare. — Sire , è 
» questo per Crema un anno di faustissimi auspicj , e 
» monumenti imperituri lo ricorderanno ai posteri, cioè la 
» presenza in Lombardia dei nostri venerati sovrani , un 
» vescovo cremasco, e la strada ferrata. » 

Queste grottesche e melate espressioni di riconoscenza , 
di venerazione alla coppia imperiale, puzzavano di servi- 
lità quanto basta per far degno condimento a un indirizzo 
di un omaggio ufficiale. Si guardino i nostri nipoti dal cre- 
dere fosse queir indirizzo una manifestazione dei voti dei 
loro padri : le parole recitate in omaggio della coppia im- 
periale forse non erano sincere che sulle labbra del cava- 
liere podestà Guarini, quantunque egli, senza averne avuto 
alcun mandato, le pronunciasse a nome di tutti i suoi con- 
cittadini. E qui ci è mestieri commentare quelle parole 
dell'indirizzo ove toccasi del vescovo cremasco e della 
strada- ferrata, qualificali del pari monumenti imperituri 
nella memoria dei posteri. 

Esultarono i Cremaschi per aver l'imperatore, il giorno 
5 gennajo 1857, nominato a vescovo di Crema il vicario ge- 
nerale Pietro Maria Ferrè, nostro concittadino. E d'esul- 



-266 — 
lame avevano motivo, perocché eleggendosi a vescovo di 
Crema un Cremasco si era interpretato il voto dei cittadini, 
i quali hanno buone ragioni di preferire a pastore della 
loro diocesi un compaesano. Oltredichè il Ferrò aveva in 
Crema non pochi ammiratori, quantunque taluno, sapen- 
dolo filosofo, rammentasse quel motto di Federico li re di 
Prussia : se volessi castigare i miei popoli li darei a go- 
vernare ad un filosofo. Pietro Maria Ferrò è uomo d'illi- 
bati costumi, di robusto ingegno, versalissimo nelle disci- 
pline teologiche e nella filosofia. Caldo propugnatore delle 
prerogative ecclesiastiche, difende la libertà della Chiesa 
anche dove per libertà la curia romana intende e riclama 
esenzioni, privilegi, autorità civile. Ammiratore e conosci- 
tore profondo delle dottrine di Antonio Rosmini, si accorda 
con quel celebre filosofo ove tratta della origine delle idee, 
ma riprova il libro in cui Rosmini svelò le cinque piaghe 
della Chiesa; forse perchè monsignore non lo ha abbastanza 
compreso, o più probabilmente perchè quel libro fu ripro- 
vato a Roma. Tutto amore per la fede cattolica, tutto zelo 
perchè venga scrupolosamente osservata, monsignor Ferrò 
ne assume la tutela con severità di principe piuttosto che 
con la dolcezza di un padre. Teologo e silogizzalore assai 
più che filosofo pratico della società e degli invincibili bi- 
sogni del nostro secolo, egli non si accorge che oggidì gli 
uomini riconoscono nel vescovo il loro pastore, ma a con- 
dizione ch'egli non li tratti come pecore. Si guardi il pa- 
store dall' alzare la verga, altrimenti il suo gregge si con- 
vertirà in un esercito di ribelli. La religione di Cristo vuol 
essere sorretta con le armi della persuasione, con esempi 
di mansuetudine, colf efficacia della parola che scaturisce 
dal cuore. 

Quando fra l'imperatore Francesco Giuseppe ed il pon- 
tefice si conchiuse il Concordato, monsignor Ferrò se ne 
rallegrò, e disponevasi a valersene con tutto rigore nella 






- 267 — 
sua diocesi. Ma il Concordato era una larva che l'Austria 
introduceva ne' suoi Stali per fini affatto politici, non una 
concessione che l'imperatore volesse fare sinceramente alla 
Chiesa. Monsignor Ferrè non si accorse di questo gioco di 
politica e, credendo di buona fede l'imperatore, fu egli 
d'una buona fede imperdonabile. Ad un uomo erudito nella 
storia dovea risovvenire che la podestà clericale venne 
sempre astiata e combattuta dai principi, sia delle vec- 
chie dinastie, come gl'imperatori d'Austria, sia delle nuove, 
come i Nnpoleonidi. Doveva risovvenirgli che nel secolo 
scorso fu maneggio di principi l'abolizione dei gesuiti, i più 
valorosi paladini delle prerogative ecclesiastiche, e che an- 
cora nel secolo nostro i monarchi d' Europa mostrarono 
ben poca riverenza al pontefice, ledendone perfino i diritti 
di temporale dominio. Col trattato del quindici il papa fu 
non solamente costretto a rinunciare ad Avignone ed al 
Yenosino, ch'egli sperava di ottenere, ma spodestato del- 
TOltre-Po e forzato a ricevere guarnigione austriaca nelle 
piazze di Ferrara e di Comacchio. Che se talvolta i monar- 
chi affettano sommessione ai pontefici, lo fanno per servir- 
sene a reprimere i moti rivoluzionarj di popoli che vogliono 
essere considerati uomini, non cose: lo fanno perchè il 
pastorale si unisca alla spada onde percuotere con maggior 
forza i diritti imperscrittibili delle nazioni. Per poco che 
un prelato sia dotto nella storia del medio evo e della no- 
stra, può facilmente persuadersi essere antica, invincibile 
la lotta dei principi e dei popoli contro la podestà clericale. 
Ormai la Chiesa non può aspirare che a conseguire il 
sommo dei poteri, che è la supremazia morale, sottopo- 
nendovi con dolcissimo freno e principi e popoli, moderan- 
done, da madre comune e coi dettami dell'Evangelio, le 
reciproche pretese. Ma per arrivare a tanta altezza biso- 
gnerà ch'essa si purghi da mondane ambizioni, bisognerà 
che riformi le leggi sull'ordinamento delle sue gerarchie, 



— 268 — 
e si spogli di privilegi i quali offendessero i diritti delle 
autorità civili: bisognerà insomma che ritorni alla sempli- 
cità e purezza de' suoi tempi primitivi, modellandosi tutta 
sullo spirito di carità e modestia del suo divin fondatore. 
Queste massime forse suoneranno quasi bestemmie all'orec- 
chio del vescovo Ferrò, il quale non ha potuto ricevere nel 
seminario di Crema un'educazione degna del suo elevato 
ingegno: tuttavia noi siamo lieti di poter affermare ch'esse 
armonizzano con le idee di scrittori esemplarmente catto- 
lici, uè c'importa se sgraditi o anatemizzali dai curiali di 
Roma. 

Oggidì, che si vuole scrutare la fede politica nel cuore 
di ciascun cittadino, s'accusò il vescovo Ferrò d'austria- 
cante: l'accusa è bugiarda. Monsignor Ferrò in polìtica 
non ha colore riè austriaco, nò francese, nò italiano: egli 
adottò come assioma il principio : obbedienza ai governi 
costituiti. Tale principio, ponendolo per assoluto e indecli- 
nabile, se lo portate davanti al tribunale della ragione e 
del buon senso verrà indubbiamente condannato: perocché 
concede pari omaggio al governo che si pianta colla vio- 
lenza o col raggiro, e a quello che si costituisce fondandosi 
sul desiderio e sui voti delle popolazioni. Così, a mo' d'e- 
sempio, in Francia, il governo dei Borboni, l'impero dei 
Psapoleonidi, e la repubblica di Louis Blanc sarebbero tut- 
t' uno. Forse che la massima di una passiva obbedienza a 
qualunque governo costituito trovi sostegno nelle dottrine 
dei teologi? Non lo sappiamo, giacché ci è forza confessare 
d'essere digiuni di scienza teologica. Però ci ricordiamo 
d'aver letto, riportate nella Storia universale di Cesare 
Cantù, le seguenti parole eli S. Tomaso: quando non vi sia 
altro rimedio per assicurare la conservazione o tranquil- 
lità dello Stato o per provvedere al bene pubblico, in tal 
caso sarà lecito ai popoli, di pubblico e comune consiglio, 
e specialmente dei primati, deporre nella debita e prescrìtta 



— 269 — 
forma il (iranno (*\ L'angelico dollore è dunque d'avviso 
che si debba distinguere un governo regolare da un governo 
tirannico: contro quest'ultimo ci permette perfin la ribel- 
lione: perciò non possiamo persuaderci cornei teologi d'og- 
gidì abbiano adottato per assoluto un principio il quale 
c'imporrebbe di rassegnarsi a portare pazientemente sul 
collo qualunque governo, foss' anche di barbari, austriaco 
o marallista non importa, quando abbia trovato modo di 
costituirsi. Ma può darsi, ch'essendovi fra' teologi discre- 
panza d'opinioni su varj punti, vi sieno pur di quelli che 
professano dottrine contrarie alla sentenza di S. Tomaso, 
e queste i vescovi de' nostri giorni trovino di maggior loro 
comodo l'osservare. 

Monsignor Ferrò, oggidì non si sottoscrive vescovo di 
Crema, essendo stato nominato vescovo di Pavia dal pon- 
tefice, alcuni giorni dopo che gli Austriaci perdettero la 
Lombardia, e senza l'assentimento dell'attuale nostro go- 
verno. Occuperà egli il nuovo seggio a lui destinato dal 
pontefice e dall'imperatore d'Austria? È questa una diffi- 
cile e delicata quistione che rimane a conciliarsi tra il go- 
verno sardo ed il pontefice, e che noi desideriamo venga 
con tante altre definita amichevolmente. Osiam però dire 
che qualora il vescovo Ferrò abbandonasse la nativa diocesi 
per andarsene rettore di quella di Pavia, non sarà tra' suoi 
concittadini così vivo il dolore di perderlo quanto lo è stato 
il giubilo manifestatosi il giorno ch'egli fece a Crema il so- 
lenne ingresso. 

Abbiamo discorso del vescovo, ora diremo della strada- 
ferrata, la quale accennossi in un col vescovo cremasco 
nell'indirizzo del nostro municipio all'imperatore. 

È a sapersi che fin dall'anno 1853 il municipio di Cre- 
ma inviò a Cremona l'ingegnere Carlo Donati affinchè con- 

(1) Parole tolte dall' opera di S. Tomaso : De Regime Principimi. 



— 270 — 
cretasse con quel municipio i mezzi da attuarsi per ottenere 
che una linea di strada-ferrata discendesse a Crema e Cre- 
mona per Tallo Cremonese; ma allora si chiacchierò molto 
e nulla si potè conchiudere. L'anno 18o6 il governo au- 
striaco cedette tutte le strade-ferrate a una società privata, 
comprendendo fra i tronchi quello da Coccaglio a Monza 
per Bergamo, e lasciando tuttavia incerte le sorti del tronco 
Milano-Treviglio. L'anno medesimo, a Crema si ripigliarono 
le pratiche con Cremona, onde potere d'accordo conseguire 
la desiderata linea di ferrovia. In quell'occasione l'inge- 
gnere Donati pubblicò un opuscoletto, dimostrando egre- 
giamente la convenienza di congiungere Crema, col mezzo 
d'una ferrovia, alle altre città: a promuoverne il progetto, 
il municipio nominò una commissione: la delegazione pro- 
vinciale autorizzò i Comuni a pronunciare il loro voto , e 
questi deliberarono di cedere gratuitamente il terreno che 
occorresse per formare un tronco di strada ferrata che 
discendesse da Treviglio a Crema per Cremona. Insorsero 
nuove difficoltà, agitandosi in Cremona due partiti, l'uno 
dei quali maneggiavasi per ottenere un tronco di ferrovia 
che unisse Cremona a Codogno per la linea centrale, con- 
trariando in tal guisa quello da Treviglio a Crema. I fau- 
tori dell'uno e dell'altro progetto impugnarono la penna, 
e sciuparono inchiostro onde sostenere sulle gazzette le loro 
ragioni: coi desiderj dei Cremaschi accordavasi l'erudito 
dottor Stefano Jacini, cremonese: e di concerto con lui la 
nostra commissione s'adoperò a tutto potere per conseguire 
il comune intento. Finalmente, intervenuta la rappresen- 
tanza di Bergamo, il dì 19 settembre 1856 si convenne 
colla Società cessionaria delle strade ferrate l'abbandono 
della strada da Bergamo per Monza, a condizione che vi 
si sostituisse la linea Trcviglio-Crema-Cremona da eseguirsi 
entro cinque anni a datare dal primo gennajo 1857. 
Il giorno 26 febbrajo del 1857 morì in Crema , nella 



— 271 — 

fresca età di 36 anni, un egregio nostro concittadino, Giu- 
seppe Benzi, maestro di musica, successo al Pavesi nella 
cappella della nostra cattedrale. La di lui morte levò una- 
nime il compianto tra i suoi concittadini, perocché egli, a 
molta dottrina e non volgare ingegno nella scienza musi- 
cale, accoppiava gentilezza di cuore, e modi soavissimi. 
Educato nel conservatorio di Napoli, le sue composizioni 
di musica sacra ti rivelano un distinto discepolo di Merca- 
dante; profondi concetti, prestigio d'islromentazione, frasi 
elaborate con dotto artifìcio , ed un assieme di pensate ar- 
monie, le quali, se non ti solleticano così a un tratto l'o- 
recchio come le facili inspirazioni del Pavesi , ti colpiscono 
d'ammirazione, e più le ascolti, più ne comprendi le re- 
condite bellezze. Sventura, che la morte abbia spento in 
giovine età un ingegno tanto intelligente nei misteri della 
scienza musicale! Con più lunga vita il Benzi sarebbesi 
indubbiamente procacciata fama più estesa: poteva accre- 
scere a'suoi concittadini il vanto d'essere noti anche al di 
là delle zolle native, siccome distinti cultori di quell'arte 
incantatrice che nel mondo è gentile anello fra la terra ed 
il cielo. Con queste parole non crediamo di adulare i Cre- 
maschi: a'nostri giorni, oltre il Pavesi e il Benzi, al nome 
loro intrecciarono allori Giovanni Bottesini, celeberrimo in 
Europa ed in America quale concertista di contrabasso, piut- 
tosto unico che meraviglioso ; Antonio Petrali , portentoso 
suonatore d'organo, a niuno secondo; Giovanni Vailati, 
povero contadino che , traendo dolcissime note dal suo 
mandolino , riscosse applausi in tanti teatri. Cieco fin 
dall' infanzia, il Vailati trovò sollievo nella luce del suo 
ingegno musicale, trovò nel suo modesto istromenlo il lin- 
guaggio per esprimere con delicate note il suo cordoglio e 
farsi, non che compiangere, ammirare. Valenti artisti Cre- 
ma fornisce eziandio all' orchestra della Scala in Milano e 
a tanti altri teatri; e il genio deli' armonia svelasi pur an- 



— 272 — 
che in Giuseppe Franceschini, notissimo fabbricatore d'or- 
gani, e in parecchi altri che sono in Crema egregi cultori 
della musica. Un tempo era sposa dei Cremaschi la spada, 
sacra alla libertà del loro Comune: nel secol nostro ne fu 
idolo la musica, ai cuori gentili inspiratrice di generosi sen- 
timenti, sterile solletico e fomite d'inerzia alle anime vol- 
gari. 

Nell'autunno del 1858 il governo austriaco pubblicò due 
leggi nuove, l'una sulla coscrizione, l'altra sulle monete: 
improvide, vessatrici entrambe, crebbero a più doppi il 
malcontento nelle popolazioni. Niente di meglio a disgustare 
i popoli che offenderli nelle affezioni di famiglia e nella 
borsa! S'incominciò, fin tra' contadini , a mormorare pub- 
blicamente sulle vessazioni del governo austriaco, a desi- 
derare politici rivolgimenti per liberarsene: e già susurra- 
vasi che gli Austriaci presto finirebbero dal martoriarci, 
designandosi dal popolo la prossima primavera siccome 
l'epoca in cui sarebbero forzati ad abbandonare l'Italia. 

Queste voci, alimentate da giornaletti che venivano dal 
Piemonte, si accreditarono sempre più, mercè il discorso 
tenuto dal re Vittorio Emanuele al parlamento di Torino 
nel febbrajo del corrente anno, e da quello pronunciato 
poco appresso da Napoleone III al corpo legislativo. Tutto 
accennava che d'un miglioramento delle condizioni italiane 
s'occupassero i gabinetti d'Europa: Metternich , vecchio 
decrepito, vedea smentirsi le sue famose parole: l' Italia 
non è che un espressione geografica, e la Dio mercè visse 
quanto bastò per assistere ai funerali della politica da lui 
tenacemente propugnata a danno degl'Italiani: politica che 
fece all'Austria ribellare i suoi popoli nel quarantotto, e 
finì coli' essere combattuta quagli stessi gabinetti d'Europa 
nel cinquantanove. Se non che l'Austria, sebbene consi- 
gliata, istigala, minacciata affinchè mutasse indirizzo alla 
sua politica in Italia, e vi rinunciasse ad una soverchia in- 



— 273 — 
flucnza, persisteva caparbia nel suo sistema; non accettava 
transazioni, dal fare concessioni abborriva. Come domarne 
la superba ostinazione? Guerra, guerra, era il sospiro, il 
grido di tulli gl'Italiani che amavano il riscatto della pa- 
tria, ed a sostenerla apparecchia vasi il Piemonte che ne 
prevedeva imminente il pericolo. 

Da ogni parte d'Italia, giovani frementi di spirili belli- 
cosi accorrevano ad arruolarsi sotto le bandiere del re Vit- 
torio Emanuele, pronti a dare la vita per la indipendenza 
italiana, e con singoiare esempio di annegazione rassegnali 
a sopportare le fatiche durissime del soldato onde agguer- 
rirsi in breve tempo nelle discipline militari. La storia terrà 
conio dei tanti sagriGcj consumati con animo sereno da 
giovani i quali, rinunciando improvvisamente alle affezioni 
ed alle abitudini della vita domestica, alle mollezze e ai 
comodi d'una condizione signorile, indossarono la divisa 
del semplice soldato e stipar oasi nelle caserme: non ane- 
lavano altro premio che di poter combattere l'oppressore 
d'Italia, alteri d'insegnare al mondo che gl'Italiani ave- 
vano imparato come si debba amare la patria, e come pre- 
pararsi onde conquistarle l'indipendenza. 

Crema, in que' giorni di pensato coraggio, di veneranda 
saggezza per noi Italiani, diede anch'essa il suo contin- 
gente all'esercito sardo: un bel numero eli giovani, affron- 
tando il pericolo eli cadere nelle mani degli Austriaci, var- 
carono il Ticino ed aggregaronsi nei reggimenti del re Vit- 
torio Emanuele. Tra i primi a Crema a darne il nobile 
esempio furono i fratelli Franco e Massimo Fadini, l'uno 
dei quali (Franco) ricevette poi nella battaglia di Monte- 
bello una ferita nel petto , gloriosissimo premio al corag- 
gio da lui dimostralo. Franco Fadini, tra i volontari italiani, 
fu il primo ad essere insignito della medaglia del valer 
militare. 

Voi. II. 18 



— 274 — 

Intanto che l'animosa gioventù correva sotto il vessillo 
tricolore per pagare alla patria un tributo di sagrifìcj e di 
sangue, lieta come se andasse a compiere un volo di reli- 
gione, ai caffè e nei convegni disputavasi sull'eventualità 
delle sorti italiane. Tanti ponevano fuor d'ogni dubbio che 
Napoleone III volesse sinceramente riformare le condizioni 
d'Italia, sia in un congresso delle potenze d'Europa, sia 
associandosi col Piemonte per far guerra all'Austria, ne- 
mica tradizionale del popolo francese e dei Napoleonidi. 
Tuttavia v'erano degl'increduli i quali, richiamando esempi 
dalla storia, non potevano persuadersi che da Francia po- 
tesse venirci un amico leale e disinteressato; v'erano dei 
tiepidi, avversi ad ogni sorta di sconvolgimenti, i quali 
speravano sarebbesi la questione italiana, senza venire alle 
armi, in qualche modo rattoppata diplomaticamente in un 
congresso: v'erano dei pessimisti (tra questi coloro che si 
chiamano volgarmente codini) che, interpretando gli av- 
venimenti a seconda dei loro desidera sognavano una coa- 
lizione degl'imperatori di Francia e d'Austria, allo scopo 
di distruggere negli Slati Sardi la costituzione. 

I fatti chiarirono la situazione politica. L'esercito au- 
striaco, inlimata al re di Sardegna la guerra, invase gli 
Stati Sardi; e dalla Francia, la più generosa delle nazioni, 
governata da un uomo che si vanta imperatore per suf- 
fragio del popolo , scese un poderoso esercito in soccorso 
del re Vittorio Emanuele. Allora ingigantirono le speranze 
degl'Italiani, tanto più che del leale procedere di Napoleone 
fummo rassicurati da un suo proclama alle truppe francesi: 
allora prevedemmo le vittorie dell' esercito franco-sardo, e 
già nella fantasia ne pregustavamo i desideralissimi frutti, 
sebbene a Crema qualche pretucolo (0 confidasse ancora 



(1) Non per astio al clero, che in Crema avveno dì buono, non possiamo 
lenirci dal raccontare che un nostro poco reverendo parroco, alcuni giorni 



— 275 — 
nello spessore delle bajonetle austriache, e nel genio mili- 
tare del conte Giulay che ne era il condottiero. 

Durante l'invasione dell'esercito austriaco in Piemonte, 
a Crema non rimase un soldato: l'ordine pubblico affidato 
alla tutela di quattro o sei gendarmi: nulla che rammen- 
tasse lo stato d'assedio pubblicatosi per tutto il regno lom- 
bardo-veneto: solamente le replicate e gravi requisizioni 
di carri e di cavalli annunciavano eh' eravamo in tempi 
procellosi ed eccezionali. Le ricerche, i pensieri, i discorsi 
dei cittadini erano tutti rivolti sui movimenti dei due eser- 
citi: in que'giorni solenni ben pochi trepidavano sulle sorti 
future: salda, generale la fiducia nel valore delle armi al- 
leate; laonde discorrevamo d'indipendenza come di un 
fatto compiuto, mentre il maresciallo Giulay accampava alla 
Sesia, forte di circa dugentomila uomini; e ne discorre- 
vamo liberamente senza timore di spie, che perfino i servi 
dell'Austria, per un calcolo di prudenza,, s'erano imbellet- 
tati di patriotismo. A Crema , solamente i preti furono in 
quei giorni costretti a diportarsi con maggiore circospe- 
zione, ed a non mescolarsi pubblicamente in discorsi di 
politica, perocché dalla curia vescovile venne emanata una 
circolare, una specie di legge marziale,, con cui monsignor 
Ferrè si compiacque di sottoporre il suo clero a severissi- 
me discipline. 

Per le memorande battaglie di MontebeLlo, Palestre, Ma- 
genta e Melegnano, gli Austriaci rincularono a tutta fretta 
fino al Mincio,. essi che poco prima si erano millantati avreb- 
bero occupato trionfalmente Alessandria e Torino. L'Europa 
meravigliò,, come Tesercito dell'imperatore d'Austria, for- 
tissimo di numero, decantato per disciplina e per valore, 

prima della battaglia di Palestro, lamentassi pubblicamente eoe le odierne 
generazioni succhiano eoi latte gli spiriti di indipendenza nazionale, e racco- 
mando ai giovinetti studenti nel ginnasio la sommessione all'augustissimo 
imperatore. 



— 276 — 
non abbia saputo in questa guerra sostenere neppure una 
sola volta l'onore del suo vessillo: gl'Italiani insuperbirono, 
avvegnaché lo splendore delie vittorie ricadesse in buona 
parte sulle truppe del re Vittorio Emanuele, le quali con 
singolare prodezza ed ardimento si mostrarono degne di 
combattere a fianco del più formidabile esercito d' Europa. 

Gli Austriaci, ritirandosi disfalli, piegarono verso Lodi e 
in grossissimo numero passarono poi sul territorio crema- 
sco. Noi li vedemmo sbrancati, laceri, avviliti, innondare 
le nostre contrade: procedevano come pecore spaventate 
dal fulmine, trasognati nella confusione e nello squallore 
della disfatta. Li vedemmo nei villaggi domandare con volto 
dimesso un tozzo di pane, un bicchier d'acqua al conta- 
dino, cui pareva un sogno ch'essi fossero sbaragliati, aven- 
done egli ammirala la pompa con cui un mese innanzi, ser- 
rati in grossi battaglioni e ben agguerriti, marciavano alla 
volta del Piemonte. Gli udimmo altresì bestemmiare la 
guerra e il loro capo, incolpandolo di traditore, di forsen- 
nato, che aveali condotti al macello. Insomma, chiunque 
vide l'esercito di Giulay, quando svergognato e percosso da 
ripetute sconfitte ritiravasi al Mincio, potè ancor meglio 
persuadersi che a fronte di soldati i quali pugnano per 
un'idea, è ben dappoco l'austriaco, che disciplinatosi asuon 
di verghe combatte briaco d'acquavita, e non per altro che 
per qualche carantano. 

Passando sul terreno cremasco, gli Austriaci, ad onore 
del vero, non fecero quel diavolio che tanti paventavano; 
però ci molestarono con gravissime requisizioni d'ogni ge- 
nere: per soddisfare ai loro bisogni e ai loro comodi deva- 
starono i campi, occuparono chiese, e in certe case taluni 
non s'astennero dal rapinare. Più che al martellarci con 
meditato proposito, badavano al nemico, giacch' essi cre- 
devano d'esserne inseguiti alle spalle, e temevano di do- 
vergli fare nuova resistenza sul nostro terreno: ma poi 



— 277 — 
quando seppero che l'esercito allealo aveva passato l'Adda 
presso Canonica e clic marciava al loro fianco, aflVcltaronsi 
nello sgombrare da Crema. II giorno 12 di giugno, varcato 
il Serio e tagliatone il ponte, s'incamminarono verso l'Oglio. 
La sera del giorno medesimo, a Crema, si disputò calda- 
mente per costituirvi la rappresentanza municipale: di 
parteciparvi smaniavano moltissimi , e se ne tenevano in 
diritto coloro i quali allegavano d'essersi adoperati come 
patrioti nel quarantotto. Ne risultò una municipalità for- 
mata delle seguenti persone: nobile Girolamo Fadini (stato 
nel precedente mese designato podestà di Crema in una 
adunanza del concilio comunale), dottor Guglielmo Viola 
(già da parecchi anni assessore municipale), conte Lodo- 
vico Oidi (che occupava la carica di deputato provinciale 
presso l'I. R. Delegazione), avvocalo Luigi Griffi ni, inge- 
gnere Giovanni Massari, ingegnere Agostino Bettinelli, in- 
gegnere Cesare Capredoni : questi due ultimi rinunciarono 
all' offerto incarico. La mattina del giorno successivo , la 
congregazione municipale pubblicava un proclama che, an- 
nunciando ai cittadini i nomi delle persone formanti la 
nuova rappresentanza municipale, finiva dicendo: Sarà 
convocato il Consiglio comunale per le ore dieci di do- 
mani 14 andante, all'uopo di avere la sua deliberazione 
sulla conferma o rimpiazzo di tutti i membri compo- 
nenti il municipio per tale maniera provvisoriamente co- 
stituito. Radunatosi il dì 14 il Consiglio comunale, approvò 
co' suoi voti la formazione del municipio, quale erasi già 
costituito. Dell'ottenuta conferma ringaluzzirono i munici- 
palisti, garrirono parecchi, ai quali sembrava men dolce 
il nettare della libertà, testé regalataci dall'esercito alleato, 
perchè non lo potevano gustare insediati nelle aule muni- 
cipali, timoneggiando i negozi del Comune. Si cominciò da 
taluni a gridare all'inettitudine dei municipalisti, censuran- 
done rigidamente ogni atto, e sindacandone l'indole, le 



— 278 — 
opinioni, i costumi. I municipalisli, trincerandosi nella le- 
galità della loro posizione al cospetto dei cittadini e del 
governo medesimo, facevano orecchio da mercante agi' im- 
properi cne contro di loro lanciavano i malcontenti; se ne 
schermivano dicendo : noi siamo tutti persone oneste e be- 
nevise al paese : i nostri nemici si riducono ad una fa- 
zione d'intriganti e d'ambiziosi. Però, se dall'un canto s'im- 
putavano d' ambiziosi coloro che si rodevano di non poter 
far parte del Municipio , anche fra i municipalisli alcuni 
non erano affatto netti d'ambizione: credevano, colla sola 
onestà del loro carattere, e per aver servito gratuitamente 
il Comune durante la dominazione austriaca, d'essersi in- 
feudato il diritto di rappresentare i propri concittadini , 
lontani dal comprendere che in tempi nuovi voglionsi 
uomini nuovi. Ma avendo il nuovo governo di Lombardia, 
con improvida provvisorietà, confermato moltissime norme 
del vecchio, conveniva rassegnarsi per poco a sopportarli, 
e riflettere che alla fine dei conti le sorti d'Itaiia non di- 
penderebbero dal municipio di Crema. Diciamolo pure schiet- 
tamente: è sorta in Lombardia un'epoca ove moltissimi am- 
biscono cariche, ma si studiano assai più i modi di conse- 
guirle che di meritarle. Che è diritto d'ogni cittadino servire 
la patria, lo comprendono tutti : che è dovere servirla 
scevri d'interesse e d'ambizioni, ben pochi. 

11 giorno 13 di giugno i Cremaseli*! alla gioja di veder la 
terra loro purgata degli Austriaci, un'altra ne accoppiaro- 
no : salutarono per la prima volta i prodi , calati dalla 
Francia per {sdebitarsi di un dovere di civiltà verso l'Italia 
che ne fu madre, e che da tanti anni la si abbandonò ge- 
mente tra le ferree braccia di chi la stuprò brutalmente. 
Parecchie squadre di cavalleria francese passarono al di 
fuori della città nostra, sullo stradale di S. Maria della 
Croce: vi sostarono una breve ora; indi, passato il Serio, 
procedettero verso Fontanella. Non è a dirsi l'entusiasmo 



— 279 — 
che produsse nei Cremaschi la comparsa di quei drappelli 
francesi: le autorità municipali si presentarono a compli- 
mentarne il generale: tutte le campane della città suona- 
rono a festa: i cittadini corsero in frotte a gridare gli ev- 
viva agli eroi di Magenta, ai nostri liberatori. Questa volta 
nou erano giacobini che venissero a spaurire gli aristocra- 
tici e i preti: laonde ogni classe di persone portava il suo 
saluto ai soldati di Francia con ispontaneo sorriso di gioja 
sulle labbra e gli evviva partivano dal cuore. Tra quelle 
squadre incontrammo un ardimentoso nostro concittadino, 
il conte Ottaviano Yimercati, venuto anch'esso dalla Fran- 
cia col grado d'ajutante del maresciallo Canrobert. 

Il giorno medesimo i municipalisti parecchiarono l'indi- 
rizzo da presentarsi al re Vittorio Emanuele per manifestar- 
gli che anche la città di Crema faceva pronta e devola ade- 
sione al governo di un re Galantuomo. L'indirizzo fu por- 
tato al re dal nobile Girolamo Fadini, dal dottor Giovanni 
Moretti e dal dottor Pietro Donati, ed era espresso colle 
seguenti parole: «Sire! In questi solenni momenti nei 
» quali dopo sì lunghi dolori e speranze il nostro paese 
» viene dalle vittorie delle armi di V. M. e del suo ma- 
» gnanimo alleato restituito all'indipendenza nazionale, la 
» città di Crema si associa giubilmente alle città consorelle 
» nell'esprimere a V. M. la sua pronta ed unanime ade- 
» sione al nuovo governo. A questo governo generosamente 
» nazionale, che la Lombardia in modo solenne riconobbe 
» nel 1848, e che d'allora in poi fu dalla voce di questo 
» popolo, pur fremente sotto l'oppressione dello straniero, 
» con continue proteste perennemente conclamato come 
» unico suo legittimo governo. 

» A Lui erano sempre rivolti i nostri sguardi: in Lui 
» riposavano le nostre speranze: da Lui attingemmo ordini 
» ed inspirazioni: da Lui abbiamo appresa la virtù del sa- 
• grificio e la grandezza della pazienza: da Lui ci venne 
» l'attesa parola della nostra liberazione. 



— 280 — 
» Riconoscente di tanto beneficio la città di Crema si 
» apparecchia volonterosa alle nuove ed ultime prove. V. M. 
» si assicuri delia profonda devozione e della illimitata fc- 
» deità di questa parte dei novelli suoi sudditi. 
» Crema dal palazzo civico il 13 giugno 18o9. 
li Municipio. 
» Gli Assessori = Dott. Viola - Oidi Lodovico - Massari 
» Giovanni - Avv. Luigi Griffini - Girolamo Fadini. » . 

E qui poniamo fine al nostro racconto, che proseguen- 
dolo non vogliamo trovarci al punto di dover ragionare del 
trattato di Villafranca. Preferiamo tacerne, non potendosi 
giudicarlo rettamente fino a che non si conoscono i veri 
molivi che indussero Napoleone III a stipularlo, e finché 
non vedremo lutti gli effetti che ne ponno derivare alla 
causa italiana. Vogliamo neppure trovarci costretti a discor- 
rere di certi dissapori scoppiati a Crema troppo vivamente 
tra concittadini, giacché sono piaghe da non toccarsi per 
timore di rincrudirle, e noi vorremmo e desideriamo di tutto 
cuore che possano risanare perfettamente. 



Concittadini: vi ho narrato diffusamente e schiettamente 
la storia del nostro Comune: dal canto mio credo di aver 
compito nulla più di un dolcissimo dovere verso la terra 
nativa: ora tocca a voi l'adoperarvi affinchè divenga profi- 
cua l'opera mia. Svolgetela, ponetevi dattorno le memorie 
del passato, come un gentiluomo si circonda delle imma- 
gini degli avi, ma non per alimentare la vanità delle glorie 
avite, bensì per trarne preziosi frutti d'esperienza, inspi- 
razioni a nobilmente operare. Vi risovvenga: Crema fu 
grande quando combatteva animosa e concorde le battaglie 
della propria indipendenza, osteggiata ferocemente da mu- 



- 281 — 
nicipali egoismi e da tedesche ambizioni. Crema fu infeli- 
cissima dappoiché l'ammorbarono dissennate fazioni che, 
lacerandone il seno con risse fraterne, dissiparono quel 
sacro patrimonio di libertà, guadagnatosi dai padri no- 
stri con magnanimi sagrifici. Crema serbò ancora decoro 
e luce di città italiana, obbedendo alla repubblica di S. Mar- 
co, governo generoso e nazionale. Crema, nel secol nostro, 
padroneggiandola gli Austriaci, perdette ogni splendore: il 
suo nome restò sulle tavole geografiche ad indicare qualche 
cosa di più d'una borgata, restò scritto sul gran teatro 
della storia italiana, ma come avviso di uno spettacolo già 
rappresentato. 

Questi sono fatti incontrastabili , eloquenti. La storia è 
maestra di civile sapienza a chi la sa meditare: concitta- 
dini carissimi, studiale quella dei vostri padri e profittatene. 



APPENDICE 



sp5s<&ssaa<i> 



lo ottobre 1857. 

Compiuto il nostro lavoro intorno alla Storia di Crema, ci 
accorgemmo d'avervi ommesse delle notizie, le quali però ?wn 
giudicammo di cosi grave importanza da dover ritoccare e scom- 
porre un lavoro già fatto, per trovarvi il posto ove nicchiarle. 
Pensammo quindi di raccoglierle in separati articoli, sembran- 
doci anche di accrescere loro importanza, ponendole solV occhi 
al lettore unite in un fascio, piuttosto che spargerle qua e là 
sgranellate nel racconto della storia. Oltre di che ci dispiaceva 
interrompere tratto tratto la narrazione delle politicìie vicende 
di Crema per accennare la nomina di un vescovo, la fondazione 
di una chiesa o di un convento, V origine d'una famiglia. Ed ecco 
i motivi per i ciucili preferimmo di compilare un' Appendice, la 
quale contiene gli articoli seguenti: Giurisdizione spirituale e Ve- 
scovato di Crema; Serie cronologica dei vescovi cremaschi ; Chiese; 
Monasteri ; Stabilimenti di pubblica beneficenza; Origine e fasti 
delle nobili famiglie cremasene; I tre giustiziati. Se taluno per av- 
ventura questi non giudicasse argomenti da occuparsene, può ri- 



— 286 — 
sparmiare a sé la noja del leggere l'Appendice. Noi V abbiamo 
scrìtta principalmente per coloro che, portando alla terra natale 
un affetto sviscerato, si dilettano pure d' investigarne con amo- 
rosa curiosità ogni memoria : per coloro cui un nome, una torre, 
un sasso che appartenga od appartenesse al proprio municipio, 
formano oggetti di religiosa tenerezza; per coloro insomma che 
associano una singolare affezione al campanile della propria par- 
rocchia, come al nome di una famiglia benemerita , e che sono 
vaghi di conoscere le origini di tutto ciò che esiste od esistette 
nel recinto delle mura di Crema. 

Confidiamo perciò di non esserci infruttuosamente affaticati 
nel compilare quest'Appendice , e di trovare fra i nostri concit- 
tadini chi ci saprà grado d'aver con essa alle sue curiosità 
soddisfatto. 



-^>.££3<^~ 



ARTICOLO l 
(viurisclizloue spirituale e Vescovato di Crema. 



La provincia cremasca prima del 1580 era soggetta a tre 
vescovi, di Cremona, di Piacenza, di Lodi, i quali se ne 
ripartivano l'ecclesiastica giurisdizione. Nel recinto della 
città il vescovo di Cremona esercitava la sua giurisdizione 
nel borgo di S. Pietro M: nel territorio erano sottoposte 
al vescovo di Cremona le ville di Rivoltella degli Arpini , 
Montodine, Ripalta Guerrina, Ripalta Nuova, Ripalta Vec- 
chia, Madignano, Izano, Campagnola, Azzano, Capralba, 
Farinate, Moscazzano, Crederà, Rubbiano, Rovereto, Ser- 
gnano, Offanengo, Ricengo, Casale, Vidolasco, Camisano, 
Bottajano, Gabbiano, e Sai virola. Il vescovo di Piacenza 
teneva sotto la sua giurisdizione le quattro parrocchie della 
città, cioè il Duomo, S. Giacomo, la SS. Trinità, S. Bene- 
detto, e nel territorio, le ville di Bagnolo, Capergnanica, 
Bolzone, Chieve, Cremosano, Ombriano, Palazzo > Monte, 
Scannabue, Vajano, Pieranica, Torlino, Quintano, Case- 
letto Vaprio, Trescorre, Zapello ' 2Ì . Dal vescovo di Lodi 
non dipendeva che Caseletto Ceredano con Passerera Lunga 
(ora parrocchie separate), essendone allora le terre unite 

1 La parrocchia di S. Pietro si estendeva per S. Maria Della Croce fino 
in Pianen?o. 

(2) La cura dei Zapello fu staccata dalla parrocchia di S. Giacomo in città 
^el•so l*auno 15G0. 



— 288 — 
ai monastero della Congregazione cistcrciense di Cereto nel 
Lodigiano. 

Nella Storia della diocesi Piacentina del canonico Pie- 
tro Maria Campi narrasi , che il vescovo di Piacenza in- 
cominciò ad esercitare la spirituale giurisdizione nel ter- 
reno cremasco verso la fine del secolo quarto: narrasi che, 
certo Piniano, opulentissimo barone, marito di S. Melania 
(la giovane), tenendo vasti possedimenti tra il Serio e l'Ad- 
da , fabbricò presso il Tormo un magnifico palazzo o ca- 
stello che da lui prese il nome di Palazzo Piniano. (Questo 
palazzo o castello, ad avviso del Campi, sarebbe il mede- 
simo che poco appresso possedevasi da Cremete, il fonda- 
tore di Crema.) Piniano, soggiunge il Campi, cedette poi 
tutti i suoi possedimenti fra il Serio e l'Adda, con altri, in 
utile dominio e godimento ai monaci di un monastero eret- 
tosi presso Piacenza dal vescovo Savino, « sottoponendo 
)> alla diocesi e vescovato di Savino la giurisdizione spiri- 
>» tuale, o il governo delle anime degli abitanti in dette 
» terre e villaggi. Dal che riconoscere si deve nel vesco- 
» vaio di Piacenza il nobile acquisto ed antichissimo prin- 
» cipio di tal giurisdizione in quelle parli che poi si dis- 
» sero del Cremasco , dopo 1' edificazione di Crema. » Il 
Campi allega tre privilegi, l'uno dell'anno 1000, di Sigi - 
fredo vescovo di Piacenza; l'altro del 1005, di Enrico 
imperatore, e il terzo del pontefice Innocenzo HI, dell'an- 
no 1199; documenti i quali proverebbero come la Curia 
o Teiera di Palazzo Pignano con la sua pieve, chie- 
se, e tutte le altre ragioni fosse ancora d'utile domi- 
nio del monastero di S. Savino nel secolo undecimo, e come 
Innocenzo III confermasse a Grimerio , vescovo di Piacen- 
za, la giurisdizione sulla pieve di Palazzo Piniano cum omni- 
bus capellis et pertinenliis suisj, e sulla cappella di Crema 
ad candem plcbcm(d\ Palazzo Pignano) perlinentem. Da 
questi documenti desumesi che 1' aulorilà della chiesa di 



— 289 - 
Palazzo soprastava allora a quella di Crema, ed il Campi 
non mette dubbio che ne fosse più antica: lo clic confer- 
merebbe l'opinione da noi esposta nel primo capitolo della 
storia nostra, clic la viltà di Palazzo esisteva prima di 
Crema, e eh' era qualche cosa di più d' un castello o pa- 
lazzo, come si ostinò a dire M. Pietro Terni per non voler 
accreditare l'opinione che Parasso e Palazzo fossero lut- 
t' uno. Noi però, nel mentre di buon grado prestiam fede 
ai documenti riportati dal canonico Campi, non vogliamo 
così di leggieri persuaderci che il fondatore del castello di 
Palazzo sia stalo il barone Piniano e che dalla sua dona- 
zione al monastero di S. Savino abbia avuto origine la giu- 
risdizione del vescovo di Piacenza sul nostro suolo; questi 
sono fatti che il Campi asserì senz'aggiungervi alcun docu- 
mento per convalidarli; quindi esitiamo a crederli degni di 
una cieca fede, tanto più essendo noi consapevoli come gli 
autori dei secoli passati usassero di favoleggiare sulle ori- 
gini, sia d'una città, sia d'una chiesa, sia d'una famiglia, 
allo scopo di accrescerne il prestigio col renderle più 
vetuste. 

II Terni, scostandosi dal canonico Campi, asserisce che 
anticamente Crema, con tutto il suo territorio, formava parte 
della diocesi di Cremona i 1 ). Se non che il vescovo e la 
città di Cremona, per concessione della contessa Matilde, 
volendo signoreggiare nel Cremasco anche con autorità tem- 
porale, i padri nostri, ch'erano tenerissimi della loro li- 

(1) Il Fino scrive: «Crede quasi ognuno che la giurisdizione la quale tiene 

• oggidì il vescovo di Piacenza in Crema e parte del territorio gli pervenisse 
» già per division fatta fra l'arcivescovo di Milano, il vescovo di Piacenza e 
» quello di Cremona, partendosi tra loro (siccome si legge nei supplementi 
» vecchi ) la diocesi di Parasso alla cui distruzione erano tutti tre unitamente 

• concorsi. • Quest'opinione è dal Terni e dal Fino medesimo confutata, sebbene 
non sia affatto rigeltabile; ma i nostri cronisti sono pertinaci nel voler distrug- 
gere qualunque memoria concernente Parasso, e tanto più nel voler sepp- 
ia re da Parasso ogni rapporto storico sia con Palazzo, sia con Crema. 

Voi. II. 49 



— 290 — 
berta, concepirono un odio acerbissimo contro i Cremonesi, 
e combatterono pertinacemente onde tenerli lontani dal 
suolo cremasco. L'anno 1129 i Cremaschi si ribellarono 
apertamente all'autorità spiritnare del vescovo di Cremona, 
e, se prestiam fede al Terni, col mezzo dei Milanesi loro 
alleati, introdussero a Crema il vescovo di Piacenza ad 
esercitare autorità negli affari ecclesiastici, sicché egli, con 
un possesso di fatto, acquistò poi nella città nostra diritti 
di spirituale giurisdizione e vi mantenne un vicario. La 
Chiesa di Cremona, quantunque abbia saputo conservare la 
sua giurisdizione nel borgo di S. Pietro eh' è dentro il cer- 
chio della città nostra, e sopra non pochi villaggi del ter- 
ritorio cremasco, nondimeno con grande difficoltà poteva 
esercitare i suoi diritti spirituali, particolarmente nel borgo 
di S. Pietro, ove i Cremaschi in varie occorrenze fecero 
intervenire il vicario del vescovo piacentino per escludervi 
T autorità del vescovo di Cremona. 

« Per la dipendenza da varj capi spirituali, non pochi 
» inconvenienti derivavano nel cremasco, avvegnaché non 
» combinassero le leggi da ciascun vescovo stabilite secondo 
» i bene spesso diversi bisogni della propria diocesi, e i 
» violatori non si pigliassero grande pena delle censure, 
» dalle quali agevolmente potevano sottrarsi per lo vicino 
» rifugio di altra giurisdizione: ed i disordini erano anche 
» più frequenti in Crema dove, quasi in una sola casa, vi 
» aveva due padroni, uno nella città ed uno nel borgo»' (*>. 
Oltre a ciò ambivano i Cremaschi d'innalzare la città loro 
al grado di città vescovile, e formare della propria provin- 
cia una diocesi indipendente. Dicemmo come riuscissero 
vani i tentativi ch'essi per conseguire il vescovato adope- 
rarono nel secolo dccimoquinlo, ed il desideratissimo in- 



(i) Professor Vincenzo Barbati , nella sua Memoria inturno all' origine ed 
augmtnto dtl Vescovato, pubblicata l'anno 1857. 



— 291 — 
tento forse non avrebbero raggiunto sul finire del decimo- 
sesto , se ad avvalorare le loro istanze non s'Interponeva 
monsignor Giovan Battista Castelli vescovo di Rimini, venuto 
a Crema l'anno 1579 in qualità di visitatore apostolico. 

Gregorio XIII creò la chiesa vescovile di Crema mediante 
costituzione Super universas dell'undici aprile 1580 (*) 
componendo una nuova diocesi di Crema, con tutto il suo 
territorio, che allora formava una provincia della veneta 
repubblica. 

I Cremaseli! donarono un Palazzo Nuovo eh' era pro- 
prietà del Comune, acciocché servisse al vescovo di abita- 
zione: l'offerta del palazzo venne presentala al pontefice 
con istromento 3 marzo 1580 dai magnifici provveditori 
della città, cavaliere Cosmo Benvenuti, dottor Antonio Fi- 
gati, e dottor Mario Zurla. A costituire poi la mensa ve- 
scovile di Crema vennero dal pontefice destinati i beni della 
prepositura dei SS. Giacomo e Filippo, i quali appartene- 
vano già all'ordine degli Umiliati, stato soppresso da Pio V 
con la costituzione del 7 febbrajo 1571 : e perchè que'beni 
non davano che una rendita di circa mille ducati, il pon- 
tefice Gregorio XIII, con bolla 18 novembre 1580, v'ag- 
giunse le sostanze che componevano in Crema il Priorato 
di S. Antonio Viennese. In appresso aumentossi ancora il 
patrimonio della mensa vescovile per conseguiti legati e 
donazioni. 

La chiesa cremasca primieramente fu dal pontefice Gre- 
gorio XIII dichiarala suffraganea del metropolita di Milano: 
ma poich'ebbe lo stesso pontefice innalzata la chiesa vesco- 
vile di Bologna (10 dicembre 1582) ad arcivescovato, a 
questo sottopose il nostro vescovato, il quale durò suffra- 
ganeo al metropolita di Bologna fino all'anno 1835, in cui 
Gregorio XVI rese la chiesa di Crema alla dipendenza 
dell' arcivescovo di Milano. 

(!) Vedi la Bolla riportata in fine all'Appendice, 



— 292 — 

ARTICOLO II. 
Serie cronologica dei vescovi di Ocra; a. 

I. Girolamo Diedo, patrizio veneto, nominato vescovo il 
dì 20 novembre 1580: rinunciò alla sede vescovile ai 28 
di mastio 1584 e morì in Venezia il 10 aiusno 1585. 

II. Gio. Giacomo Diedo, nipote di Girolamo, nominato 
vescovo il giorno 28 maggio 1584: morì a Venezia addì 6 
giugno 1616. 

Ili. Pietro Emo, patrizio veneto: prese possesso del ve- 
scovato di Crema addì lo giugno 1616, morì a Roma il 27 
settembre del 1629. 

IV. Marc' Antonio Bragadino, patrizio veneto , nominato 
vescovo di Crema addì 5 dicembre 1629, poi vescovo di 
Ceneda nel 1633, poi di Vicenza nel 1659. Morì a Roma 
lì 28 maggio 1658. 

V. Alberto Badoaro, patrizio veneto, nominato vescovo 
di Crema addì 26 febbrajo del 1655: morì a Venezia il dì 
38 settembre 1677. 

VI. Marc' Antonio Zoilo, nobile bergamasco: eletto ve- 
scovo di Crema addì 18 luglio 1678: morì il 20 aprile del 
1702. 

VII. Faustino Griffoni S. Angelo, nobile cremasco: eletto 
vescovo di Crema addì 25 settembre del 1702: morì il 2 
maggio del 4750. 

Vili. Lodovico Calibi , nobile bresciano, elello vescovo 
di Crema il giorno 2 settembre del 1750. Rinunciò alla 
sedia vescovile addì 51 gennajo del 1751: il giorno sus- 
seguente fu nominato patriarca di' Antiochia, poi nel 1766 
ai 26 settembre creato cardinale prete del titolo di S. Ste- 
fano al Monte Celio. 



— 293 — 

IX. Marc' Antonio Lombardi, nobile veronese, eletto ve- 
scovo di Crema addì lo marzo 1751; morì nel giorno 16 
gcnnajo del 1782. 

X. Antonio Maria Cardini, Veneziano, monaco benedet- 
tino: eletto vescovo di Crema ai 23 di settembre dell'anno 
1782; morì a Vicenza il dì 8 settembre del 1800. 

XI. Tommaso Ronna, Milanese, nominato vescovo di Cre- 
ma da Napoleone Bonaparte il dì 19 luglio del 1806, prese 
possesso della sua diocesi addì 31 gennajo del 1808; morì 
il giorno 23 aprile del 1828. 

Per completare la serie dei vescovi cremaschi fino ai 
nostri giorni vi aggiungeremo. 

XII. Giuseppe Sanguettola, Milanese, nominalo vescovo 
di Crema da S. M. I. R. Francesco I.° addì 20 aprile 1834; 
morì li 10 febbrajo 1854. 

XIII. Pietro Maria Ferrè, Cremasco, nominato vescovo 
di Crema da S. M. I. R. Francesco Giuseppe I.° il dì 5 gen- 
najo dell'anno 1857: prese possesso della sua diocesi addì 
24 maggio dell'anno medesimo. 

Se è da credersi al prete Solerà (*), scrittore sistemati- 
camente untuoso, i vescovi di Crema furono tutti ugual- 
mente esemplari per dottrina e santità di costumi. Noi tut- 
tavia nel racconto della Storia di Crema dedicammo una 
particolare biografia unicamente al vescovo Griffoni, essendo 
quello che, collo splendore di peregrine virtù, lasciò im- 
presso il suo nome nella memoria dei Cremaschi assai più 
di quanti lo precedettero egli successero nella sedia vesco- 
vile di Crema. Siccome dotti, e siccome scrittori, meritano 
tuttavia d'essere rammentati Antonio Maria Gardini e Tom- 
maso Ronna: Gardini, autore di varie opere morali e filo- 
fiche, con le quali tolse a combattere le dottrine materia- 



fi) Serie dei vescovi di Crema, pubblicata in ricorrenza del solenne in- 
gresso in Crema di monsig. vescovo Pietro Maria Ferrè, 1857. 



— 294 — 
liste del suo secolo : Tommaso Ronna, oltre un'operetta mo- 
rale intitolata Avviso alle Giovani, compilò la storia del 
nostro tempio di S. Maria della Croce, corredandola di 
preziosi documenti. 



ARTICOLO III. 
Chiese. 

Raccogliamo da una nota dell'abate Cesare Tintori, come 
nel recinto di Crema, verso la metà del secolo scorso, esi- 
stessero trentacinque chiese. 

I. La Cattedrale, sotto il titolo di S. Maria Maggiore. 

IL S. Giacomo Maggiore, chiesa parrocchiale. 

III. S. Pietro in Borgo, chiesa parrocchiale. 

IV. La SS. Trinità, chiesa parrocchiale. 

V. S. Benedetto, chiesa parrocchiale. 

VI. S. Pietro Martire, detta con altro nome S. Domenico 
(soppressa). 

VII. S. Bernardo (soppressa). 

VIII. S. Maria Maddalena (soppressa), 

IX. S. Marino. 

X. S. Agostino (soppressa). 

XI. S. Caterina (soppressa). 

XII. S. Francesco, anticamente S. Michele (soppressa). 

XIII. S. Bernardino. 

XIV. S. Chiara. 

XV. S. Maria Maler Domini (soppressa). 

XVI. S. Maria Maddalena, ossia delle convertite (sop- 
pressa ). 

XVII. L'Annunziata, ossia delle cappuccine. 

XVIII. La Concezione, chiesuola delle monache Terziarie 
( soppressa ). 



— 295 — 

XIX. S. Giorgio, delta anche S. Monica (soppressa). 

XX. S. Francesco di Sales , chiesuola delle Tercsine 
(soppressa). 

XXI. S. Carlo, delle Zitelle. 

XXII. S. Maria Stella in borgo (soppressa). 

XXIII. S. Marta o S. Giovan Decollalo (soppressa). 

XXIV. S. Giuseppe, chiesuola dei falegnami (soppressa). 

XXV. S. Biagio in borgo (soppressa). 

XXVI. S. Rocco (soppressa). 

XXVII. La Purificazione (soppressa). 

XXVIII. S. Spirito (soppressa). 

XXIX. La Visitazione (soppressa). 

XXX. S Antonio abate. 

XXXI. S. Salvatore, detta anche dei Morti. 

XXXII. S. Giovanni Battista. 

XXXIII. La Madonna delle Grazie. 

XXXIV. S. Bartolomeo (soppressa). 

XXXV. S. Maria di Porta Ripalla, ossia dei Disciplini 
(soppressa). 

Della rifabbrica della cattedrale discorremmo nel capi- 
tolo quinto della storia di Crema. 

La chiesa parrocchiale di S. Giacomo Maggiore è delle più 
antiche della città nostra: ne troviamo memorie fin dal 
principio del mille e trecento. L'anno 1494 venne restaurala 
concorrendo il Comune alla spesa; fanno 1512, colle ele- 
mosine dei cittadini, venne rifabbricata. Adornano questa 
chiesa quadri assai pregiati: quello della Vergine Annun- 
ciata è lavoro dell'egregio Legnani, pittore milanese: quello 
rappresentante il deliquio di S. Andrea Avellino è di Gio- 
vanni Bettino Cignaroli di Verona. V' hanno pure quadri 
dipinti da pittori cremaschi, del Civerchi, dell'Urbino, del 
Botlicchio, del Piccinardi. 

La chiesa parrocchiale della SS. Trinità fu rifatta dai fon- 
damenti ed ampliata l'anno 1740; il di lei Benefìcio con- 



— 206 — 
serva ancora il nome di Rettoria di S. Sepolcro, tempio che 
esisteva fuori della Porta Ombriano, crcdesi, nel campo 
vicino alla pubblica pesa. Vuoisi che soltanto nel 1587 
siasi dedicata alla SS. Trinità. Ammiransi in questa chiesa 
quadri di celebri pennelli: la Natività di N. $., bellissimo 
quadro di Calisto da Lodi; il quadro del Santo Sepolcro, 
opera di Pompeo Battoni , romano; quello all'altare di 
S. Gaetano, di Domenico Cignaroli, veronese, e quello di 
S. Francesco di Paola, che s'attribuisce al Fedrighelto, 
ossia Spagnoletto di Venezia. 

La chiesa parrocchiale di S. Pietro fu restaurata l'anno 
1830. Una chiesa dedicala a S. Pietro esisteva nel borgo di 
questo nome fin dal secolo settimo. Quando l'esercito di 
Federico Barbarossa incendiò Crema, il popolo di notte- 
tempo rifugiossi nella chiesa di S.Pietro in borgo, ove mi- 
rando le fiamme divorare la sua patria, fremette di tanta 
angoscia che il suono delle grida lamentevoli accompagnava 
col battere delle mani: laonde in commemorazione di quel 
disperato dolore la chiesa di S. Pietro fu poi detta S. Pie- 
tro in battiditis. 

Una chiesa dedicata a S. Benedetto apprendiamo dal 
Terni che fu la prima ad erigersi in Crema dopo la sua 
fondazione l'anno 589. L'attuale chiesa di questo nome 
venne rifabbricata dai fondamenti l'anno 1621 : vi pose la 
prima pietra l'abate don Serafino Verdelli, cremasco, che 
fu poi generale dell'ordine dei canonici lateranesi. Oltre 
l'antico nome di S. Benedetto, porta il titolo di S. Andrea 
apostolo, ed è per ampiezza e leggiadria di disegno la mi- 
gliore delle chiese parrocchiali di Crema. 

La chiesa di S. Bernardino, sussidiaria della cattedrale, 
fu edificata l'anno 1518 dai padri minori osservanti, i 
quali la governarono fino all'epoca della loro soppressione 
(1810).° 

La chiesa della Madonna delle Grazie, sussidiaria della 



— 297 — 
parocchia della Trinità, fregiata degli egregi dipinti dei 
Barbelli, venne, per asserzione del Figali, edificata Tanno 
1620, nel luogo ove prima eslollevasi quella dei ss. Filippo 
e Giacomo, anticamente fabbricata dai padri umiliati. L'im- 
magine di Maria Vergine, la quale si venera in questa 
cbiesa, fu slaccala l'anno 1585 da un torrione! 1 ', in occa- 
sione che si ristorarono le mura della città; riposta prov- 
visoriamente nella chiesa della SS. Trinità, venne poi della 
immagine, nella chiesa erettale appositamente, collocata da 
monsignor Giovanni Giacomo Diedo il giorno 24 di ottobre 
del 1615(3). 

La chiesa di S. Antonio esisteva in Crema prima del se- 
colo decimoquinto. Volendosi, ad esempio d'altri paesi, 
fondare in Crema un priorato di S. Antonio Viennese , venne 
questo istituito nella chiesa di S. Antonio, cui fu annesso 
un ospizio pei pellegrini d'ambo i sessi, che da lontane 
terre vi si portavano ad appendere o sciogliere i voti della 
loro divozione 3 \ 11 priorato cremasco di S. Antonio Vien- 
nese era fornito di un considerevole patrimonio, il quale 
venne poi incorporato alla mensa vescovile. La chiesa di 
S. Antonio fu ristaurata ed abbellita nel 1779 dal vescovo 
Lombardi che vi è stato sepolto addì 17 gennajo del 1782. 

La chiesa di S. Giovanni Battista, ora sussidiaria alla 
parrocchia di S. Giacomo, fu edificata l'anno 1576. Gli af- 
freschi ond'è adornata sono lavoro di Gian Giacomo Bar- 
belli, 

La chiesa di S. Marino, sussidiaria alla parrocchiale di 
S. Benedetto, fu già colle case adjacenti una delle Ire re- 



(*) Antonio Ronna. Zibaldone cremasco. Anno 1788. 

(2) Intorno alla chiesa della Madonna delle Grazie pubblicò l'anno 1837 
una breve Memoria il professore don Vincenzo Barbati nel suo libro .Statò 
dalla città e diocesi di Crema in riguardo allo spirituale. 

(3) Vedi la Memoria del professore don Vincenzo Baubati intorno al priorato 
di S. Antonio Viennese in Crema. 



— 298 — 
sidenze che tennero in Crema i padri umiliali; nel secolo 
decimosetlimo la governarono per poco tempo i gesuiti , 
poi i barnabiti fino al principiare del secol nostro. 

La cbiesa di S. Chiara, sussidiaria alla parrocchia di 
S. Pietro, aveva annesso il monastero delle religiose os- 
servanti la regola di S. Francesco. Non sappiamo in qual 
anno venisse eretta la chiesa, il convento lo fu nel 1497. 

Delle chiese soppresse, magnifica sopra tutte era quella 
di S. Agostino, stata dagli agostiniani rifabbricala nel secolo 
decimosetlimo, quantunque per soverchia abbondanza d'or- 
nati ritraesse il gusto di quell' età. I frali ne intrapresero 
l'erezione l'anno 1642, e l'anno 1687 se ne recò a compi- 
mento la maestosa cupola 0). Il coro era stato costruito a 
spese della famiglia Tofelti. 

Architettata con migliore stile sorgeva la chiesa di S. Fran- 
cesco, della quale veggonsi tuttora le tracce. Fu edificata 
nel 1579., ampliata nel 1462, e compita in un col convento 
dei francescani l'anno 1498; a lei s'incorporò l'antichis- 
sima chiesa parrocchiale di S. Michele. Il tempio di S. Fran- 
cesco supplì alla cattedrale durante il di lei restauramene. 
La soppressione della maggior parte delle chiese avvenne 
nel secol nostro in forza della famosa legge napoleonica 
(1810) che abolì tutti i conventi e ne incamerò i beni. 
Di non poche chiese eh' erano in Crema nel secolo scorso, 
oggidì scomparve ogni traccia: di alcune mantengono an- 
cora il nome le contrade ov' erano situate. 



(1) Giuseppe Racghetti, in una delle suo Annotazioni alla Storia dell'Ale- 
manio Fino. 



- 299 — 

ARTICOLO IV. 
Monasteri. 

Frati. — Un monastero era a Crema fin dallo scorcio 
del secolo decimo, il quale dicevasi di S. Benedetto perchè 
annesso alla chiesa di questo nome. A qual ordine di reli- 
giosi appartenesse, le cronache non riferiscono: il Terni 
narraci soltanto che in detto monastero verso il 1004- abitò 
parecchi anni il vescovo S. Gottardo, il quale lasciò in Cre- 
ma così bella fama della sua santità, che in suo onore, 
dopo che fu morto , vennero nella terra nostra erette due 
chiese, V una in città, l'altra fuori. Pare che il suddetto 
monastero fosse il medesimo che poi venne in proprietà di 
Enrico dei Conti di Bergamo, il quale con istromento del- 
l'anno 1097 donò la chiesa con l'unito monastero di S. Be- 
nedetto ai monaci di Monte Cassino. Ad onta però di que- 
sta donazione i monaci di S. Benedetto di Crema prima 
dell'anno 1514 eleggevansi da per sé stessi il loro priore 
senza dipendere da Monte Cassino. E verso la metà del se- 
colo decimoquinto le rendite del priorato di S. Benedetto 
di Crema venivano, non sappiamo perchè, amministrate dal 
Comune. E sul finire del secolo medesimo, il priorato di 
S. Benedetto formava una commenda, la cui investitura fu 
successivamente conferita a spettabili prelati. Finalmente 
l'anno 1520, monsignor Luigi Tasso, che ne era commen- 
datario, cedette i beni del priorato di S. Benedetto ai ca- 
nonici regolari lateranesi. 

Verso l'anno 1046 fondaronsi in Crema tre monasteri 
dell'ordine dei Padri umiliati. Ne furono institutori tre Cre- 
maschi, un de' Pieranici, un de' Bagnolo, ed un de'Carob- 
bio: i quali essendo slati per sospetto di ribellione confinati 



— 500 — 
in Germania dall' imperatore Corrado I, fecero voto con 
altri esuli Lombardi ch'ove potessero rimpatriare avrebbero 
fondato un ordine religioso, vestendone essi i primi le in- 
segne. Ottenuta la grazia di ritornare sul suolo nativo, 
adempirono al voto, e i tre Cremaschi stabilirono nella 
città nostra tre monasteri, di S. Martino, dei SS. Giacomo e 
Filippo, di S. Marino. Come li ebbero fabbricati, vi fecero 
dono di tutti i loro beni, ed entrarono ad abitarli assieme 
alle loro mogli, con le quali però, ci assicura il Fino, ser- 
bavano castità. Da queste ebbe poi origine in Crema un 
monastero di monache umiliale che abitavano nel borgo di 
S. Pietro e durarono nella città nostra fino all'anno 1450. 
L'ordine dei PP. umiliati è nella storia rinomatissimo: ap- 
plicandosi colle sue ricchezze alle manifatture della lana , 
si rese per qualche tempo benemerito della società. Ma poi 
cresciuti in soverchia ricchezza, i PP. umiliati tralignarono 
dai modesti principi della loro istituzione; e non che es- 
sere umili e continenti, ruppero in arroganze e ribalderie, 
tanto che il pontefice Pio V l'anno 1567 soppresse l'or- 
dine loro. 

Circa trecento anni dopo la fondazione dei monasteri dei 
PP. umiliati, piantarono in Crema un convento i PP. do- 
menicani, ossia dell'ordine dei predicatori. Vi diede prin- 
cipio certo fra Venturino da Bergamo (1532) cui i Cre- 
maschi cedettero la chiesoletta di S. Pietro Martire, situata 
nel luogo ove fu poi eretto l'aitar maggiore della chiesa di 
S. Domenico. La nobile famiglia Mandoli regalò ai dome- 
nicani alcune case attigue alla chiesuola di S. Pietro Mar- 
tire ed in queste eressero il loro convento. « Le pesti (scrive 
» Rachelli (*)) furono a quel convento più che agli altri fu- 
» neste, sicché restando quasi affatto deserto, i frati con- 
» veutuali, non si sa quando nò come, se ne impadroni- 
ti) Annotazioni alla Storia dell'Aleniamo Fino. 



— 501 — 
rono. Ciò non piaceva ai Cremaschi, perchè menavano 
vita libera, malamente sciupando le loro ricchezze, e 
perciò nel 145o ricorsero al podestà perchè fossero i 
domenicani rimessi. Ma i possessori avevano avuto mezzo 
di ottenere lettera dal veneto seneto con le quali vieta- 
vasi al podestà di metter mano nel convento. 1 domeni- 
cani allora ricorsero al pontefice che accordò una bolla 
a loro favore, e il senato aderì anch'esso ai desiderj dei 
Cremaschi. Di questi maneggi s'accorsero i conventuali, 
e prevedendo che loro sarebbe toccato di sgombrare , 
vendettero una possessione ad Ombriano, col prezzo della 
quale fecero fare una grande e magnifica croce d'argen- 
to, e convien dire ornata di gioje, se tanto costava, es- 
sendo loro intenzione portarsela altrove quando ad altri 
il convento cedere dovessero. Ora avvenne che nel 1457 
il giorno di S. Maria Maddalena, ai 22 di luglio, solennità 
dei frati loro vicini, dimandali allora della Barba o di 
S. Maddalena, furono da questi invitati a celebrar seco 
loro tal festa, e tutti v'intervennero, rimanendo anche 
a pranzo. Nell'ora appunto che stavano in coro cantando 
il vespro, i domenicani scalarono chetamente il convento, 
ch'era vuoto, e ne presero possesso legale, sicché s'im- 
padronirono della croce, come di tutto il resto. » Poco 
dopo, i domenicani ampliarono la chiesa ed il convento loro, 
cui sul principio del secolo decimosettimo s' aggiunsejl 
tribunale dell'inquisizione. A Crema il primo inquisitore fu 
certo fra Giovanni Maria Fiorenzo, bolognese, levato dal 
santo officio d' Ancona. Dicemmo nella storia di Crema 
come il santo officio venisse nella città nostra soppresso 
1' annol797. 

Tredici anni dopo i domenicani, vennero a Crema i 
frati minori di S. Francesco (1345), i quali eressero la 
chiesa ed il convento loro, valendosi della liberalità della 
famiglia Benzoni, da cui ebbero in dono una casa e la ces- 



— 502 — 
sione dei diritti di jus patronato ch'essa godeva sulla chiesa 
di S. Michele, la quale i frati di S.Francesco incorporarono 
poi alla chiesa da loro innalzala. 

L'anno 1439 fondessi nella città nostra il primo mona- 
stero dei frali osservanti di S. Agostino, sicché può dirsi 
aver essi avuto la culla in Crema, mercè il testamento di 
Tommaso Vimercali che lasciò tutti i suoi beni ai frati 
conventuali agostiniani di Lombardia sotto condizione d'i- 
stituire in Crema un monastero di frali Osservanti. Il Vi- 
mercali disponeva altresì che gli Agostiniani piantassero il 
loro monastero nella sua casa (quella ch'oggidì chiamasi 
ancora casa Scotti, quantunque convertita in un albergo), 
ma vi si opposero i domenicani, adducendo essere la casa 
del Vimercali troppo vicina al loro convento. Perciò gli 
agostiniani si portarono nella Vicinanza dei Terni {*), e là 
aprirono una piccola chiesa, la quale tutta consisteva in 
un coro e due cappelle, e invece di un convento abitarono 
in una casa nella quale un cammino faceva le veci di cam- 
panile, passando per la canna le corde che tiravano le pic- 
cole campanelle W. Ma poi gli agostiniani, venduta parte 
dei loro beni, eressero con sontuosi edificj la chiesa ed il 
convento loro, e nel 1529 posero sul campanile della loro 
chiesa il primo orologio pubblico che siasi veduto in Cre- 
ma. Il convento degli agostiniani era costruito magniflca- 
mente: il nostro primo vescovo Diedo preferì di abitare in 
quello, non aggradendoli gli appartamenti a lui preparali 
dalla città nella casa vescovile. Ed anche in appresso man- 
davansi ad alloggiare nel convento degli Agostiniani i mi- 
nistri che la repubblica di Venezia inviava straordinaria- 
mente a Crema, o che vi passavano casualmente. La chiesa 



(1) Rammentiamo che l'antica casa de' Terni sorgeva nell'odierna contrada 
di sant'Agostino. 

(2) Hacchetti nelle Annotazioni al libro I V della Storia dell' Alemanio Fino. 



— 505 — 

di S. Agostino venne poi rifabbricata con grandioso disegno 
nel secolo decimosellimo, come abbiamo di già accennato. 
11 convento degli agostiniani in Crema segnalavasi fra i 
più accreditati di quest'ordine: nel secolo scorso se ne di- 
minuì considerevolmente il numero dei frati: non erano 
più di dodici sul principiare del governo della repubblica 
Cisalpina, e fu allora eli 1 essi abbandonarono il convento, 
cedendo allo spedale ogni loro proprietà, e riservandosi una 
pensione vitalizia. 

Cinquantasei anni dopo i frati di S. Agostino, i anno 
appunto 1495, vennero in Crema i carmelitani, ed ebbero 
in dono dalla comunità una cbiesuola ch'era fuori delle 
mura di Crema e intitolavasi di S. Caterina. Ma poi i Ve- 
neziani , spianata colle nuove fortificazioni di Crema quella 
cbiesuoletta, regalarono ai Carmelitani il rivellino della 
porla Ponfure ov'essi fabbricarono altra chiesa dedicandola 
a S.Caterina: soppressa nel secolo nostro, venne, non son 
molti anni, demolila, sicché oggidì non ne rimane che la 
memoria nel nome di una contrada. 

Sul finire del secolo decimoquinto, essendosi unito l'o- 
spedale di S. Spirito, cui era annessa la chiesa di S. Mad- 
dalena, all'ospedale degli Esposti, il Comune assegnò la 
chiesa di S. Maddalena ai padri del terz' ordine di S. Fran- 
cesco, i quali s'eressero un angusto convento nel luogo 
ove per molti anni alloggiò nel secol nostro l'I. R. gendar- 
meria. Questi reverendi padri del terzo ordine ebbero la 
prima loro residenza nella villa di S. Stefano in Vairano, 
ed avevano un convento anche nel luogo detto di Piazzano 
sotto Rubbiano, il quale fu soppresso addì 15 agoslo del 
1769. 

L'anno 1517 trasportaronsi a Crema i frati minori os- 
servanti di S. Francesco, i quali prima tenevano il loro 
monastero a un mezzo miglio fuori della città. Quel mona- 
stero venne spianato per ordine di Renzo Ceri quando fu 



— 304 — 
governatore di Crema , giudicandolo pericoloso alia città 
nostra perchè servì d'asilo ai nemici che l' assediavano. 
Ridottisi in Crema, i frati l'anno 1518 tolsero a fahhricarc 
la loro chiesa, ed è la medesima ch'esiste ancora oggidì 
dedicata a S. Bernardino. 

L'anno 1520 vennero in Crema i canonici regolari lale- 
ranesi, ai quali monsignor Luigi Tasso cedette i beni del- 
l' abazia o priorato di S. Benedetto. Stettero in Crema due- 
cento cinquantun anni: fu opera loro la ricostruzione del 
tempio di S. Benedetto, e volgarmente eran detti i frali del 
camiciotto, forse perchè portavano il rocchetto sopra la to- 
naca bianca. Avendo la repubblica veneta decretato si 
chiudessero tutti que' monasteri che non contenevano un 
numero prefisso di monaci, fu colpito da tale decreto il mo- 
nastero dei monaci lateranesi, e soppresso in Crema li 2 
novembre dell'anno 1771, essendovi abate il padre don 
Gregorio Tadini. I beni ed il convento dell'abazia di 
S. Benedetto furono venduti dall'eccellentissimo magistrato 
sopra i monasteri: negli aquircnti di que'beni abaziali si 
trasferì eziandio l'annesso diritto di eleggere il parroco di 
S. Benedetto in città, e quelli d'Ombriano, di Ricengo, di 
Campagnola, di Cremosano nel territorio, con l'onere di 
corrispondere annualmente a ciascuno dei detti parrochi 
una congrua di cento scudi d'oro. 

Sul finire del millecinquecento, i monaci cistercensi di 
Cerelo istituirono a Crema il convento di S. Bernardo, oc- 
cupando, con l'assenso del pontefice Sisto V e dei provve- 
ditori della città nostra, la chiesa con le sue adjacenze, 
un tempo di ragione della preposilura di San Martino, 
ed una delle tre sedi dei PP. umiliati. I cistercensi, detti 
volgarmente frali di S. Bernardo, durarono in Crema fino 
al 1769, nel qual anno abbandonarono il loro convento 
perchè soppresso dal decreto della veneta repubblica , 
la quale abolì ne' suoi dominj lutti quo' monasteri che non 



— 30S — 
avessero possedimenti o queslue bastanti ad alimentare do- 
dici religiosi. I beni dei frati di S. Bernardo erano stati in- 
camerati; ma avendoli l'abate di Cereto riclamali a nome 
di tutta la congregazione cistercense di Lombardia, vennero 
indi restituiti alla congregazione che ne fu riconosciuta pro- 
prietaria. D'essa poi vendette con istromenlo del 16 novem- 
bre 1773 il convento e la chiesa di S. Bernardo ai mar- 
chesi Luigi e Giulio fratelli Zurla , ai quali piacque man- 
tenere aperta ed offìziata quella chiesa in onore di S. Mauro 
abate. Oggidì, sia della chiesa, sia del convento, non riman- 
gono più tracce. 

L'anno 16G4 la città di Crema, desiderosa di affidare la 
pubblica istruzione ai PP. Barnabiti, ne fece istanza al se- 
renissimo principe, il quale vi acconsentì. Furono perciò in- 
trodotti nella città nostra i barnabiti, ossia chierici rego- 
lari di S. Paolo, concedendosi loro la chiesa ed il convento 
di S. Marino, ove apersero le pubbliche scuole e siedettero 
maestri fino al principio del secol nostro. 

Oltre gli ordini religiosi testé accennati, furono in Crema 
i PP. Crociferi, che vestivano un abito color celeste, e ven : 
nero dal pontefice Paolo li obbligati a portar sempre in 
mano una piccola croce d'argento. I crociferi abitavano a 
Porta Ripalta, a fianco della chiesa dei Disciplini, nel luogo 
che oggidì è di proprietà Ragazzoni. Quest'ordine religioso, 
soppresso dal pontefice Alessandro VII, cessò in Crema 
l'anno 1656. I beni dei crociferi furono acquistali dalle 
monache di S. Maria Mater Domini. 

Vi furono pure in Crema frali detti volgarmente della 
Barba, come raccogliesi da una ducale del 3 marzo 1450. 
Vuoisi, questi fossero i frati della Casa della Carità del- 
l'ordine di S. Spirito, ed abitavano presso S. Maddalena, 
quando vicino a quella chiesa sorgeva l'ospedale di S. Spi- 
rito, fondato l'anno 1277 dai fratelli Bombelli. Professava- 
no, per quarto voto, di prestarsi alla cura degli infermi, 
Voi. IL 20 



— 506 — 
e sembra che appartenessero all'ordine dei sacerdoti re- 
golari di S. Spirito in Sassia, instiluilo in Roma da papa 
Innocenzo III l'anno 1204. Ignoriamo fino a qual' epoca i 
frati della Barba siensi mantenuti in Crema. 

Vennero pure a Crema sul principio del secolo decimo- 
settimo i gesuiti, ma vi rimasero pochi anni. 

Gli ordini religiosi testò accennati avevano i loro mo- 
nasteri entro le mura di Crema. Tre altri monasteri erano 
nel territorio: dei cappuccini, dei carmelitani scalzi o te- 
resiani, e dei minori osservanti. Il convento dei cappuccini 
fabbricossi nel comune di Port'Ombriano l'anno 1574, col 
materiale di quattro torri donato dalla città nostra ai reve- 
rendi padri, le quali eran situate nella terra detta dei Sab- 
bioni, ove appunto i cappuccini piantarono il loro convento. 
Questi religiosi tenevano un ospizio anche in città, rimpetto 
allo spedale degli infermi. Quantunque soppressi insieme a 
tanti altri ordini Fanno 1810, i cappuccini sono gli unici 
che sul terreno cremasco riebbero l'antica loro sede ran- 
no 1844. Un monastero di carmelitani scalzi, delti anche 
tcresiani, era annesso alla chiesa di S. Maria della Croce, 
stata loro affidata l'anno 1684: un monastero fondarono a 
Pianengo i minori osservanti l'anno 1417 per breve del 
pontefice Martino V, e lo abbandonarono addì 7 settembre 
del 1769, in obbedienza del sovrano decreto 6 giugno del- 
l'anno medesimo. Quel convento venne acquistato l'an- 
no 1770 dai fratelli Luigi e Giulio Zurla, gli stessi che 
comperarono in Crema i beni elei monaci cistercensi di 
S. Bernardo. 

Nel racconto della storia di Crema abbiamo accennali al- 
cuni inconvenienti che producevano tanti ordini religiosi 
addensali sopra il suolo cremasco: abbiamo pur mentovati 
non pochi monaci che illustraronsi, quali per doltrina , 
quali per illibatezza di costumi. Acciocché non si dica che 
noi abbiamo frodala ai frati la dovuta lode, qui noteremo 



— 307 — 
il nome di parecchi altri religiosi dei quali fanno onorevole 
menzione le cronache, per esser stali colle loro virtù d'or- 
namento ai monasteri di Crema ed altrove. 

Fra i domenicani scgnalaronsi dei Cremaschi i seguenti: 
il padre Guglielmo da Crema l* v , teologo rinomatissimo che 
pubblicò un'opera teologica col titolo Florilegìus Theolo- 
già, un'altra intitolala Postilla super Dionisium, item su- 
per Boetium De Conso lattone , ed una terza De auctoritate 
papa*: il padre Daniel Bianchii) che fu maestro del sacro 
palagio durante il pontificato di Paolo IV: il P. Giovan Bat- 
tista Carioni Orefici, autore di varie opere ascetiche e pa- 
dre spirituale di S. Gaetano Tiene: il P. Nicolò Malinello 
letterato e teologo distinto, scrittore di rime sacre nel se- 
colo decimosettimo: il P. Giovan Battista Grataruolo che il 
Fino qualificò uomo di singolare eloquenza: il P. Giuseppe 
Domenico Baleni, il P. Bartolomeo Persani e il P. Giuseppe 
Maria Zucchi, tutti e tre encomiati dal Ronna nei Zibaldoni 
cremaschi. Molli domenicani, spettabili per dottrina, ci 
vengono rammentati dall'Àlemanio Fino in una delle sue 
Seriane, quali sono i PP. Nicolò Piacenzi, Giorgio Zurla, 
Massimo Figati, Girolamo Benzi, Tommaso Tintori, Giovan 
Maria Yimercati, Nicolò Oldigeri, ed altri ( 3 ). 

Dei frati minori di S. Francesco, salì in molto pregio Mas- 
similiano Beniami , riputassimo per le dotte orazioni da 
lui recitate in vari luoghi, e particolarmente nel Concilio di 
Trento, ov'egli fu oratore a nome di tutta la religione Mi- 
noretana. Il Beniami occupò il vescovato di Chioggia, ove 
morì l'anno 1601. Oltre il Beniami onorarono il convento 
dei francescani in Crema Pantaleone Zurla, che fu poi ve- 



1,1) Fioriva nel secolo XIV. V. Ronna. Zibaldone cremasco dell'anno 1797. 
-2 Discorreremo di lui toccando della famiglia Bianchi, nell'articolo sul- 
l'origine e sui fasti delle nobili famiglie di Crema. 
(3) V. La Seriana III dell' A. Fino. 



— 308 — 
scovo di Secca; Francesco Benzoni, molto favorito dal mar- 
chese di Monferrato; un Antonio de Marchi, un Antonio 
de Sordi, un Antonio de Pieranici, che nell'ordine loro oc- 
cuparono cospicue cariche; un Carlo Alfieri, un Eleuterio 
Medolani, ed altri, i cui nomi sono ricordali dal Fino nella 
trentesima delle sue Sedane. 

Dei carmelitani scalzi sono rammemorati con lode nei 
Zibaldoni del Ronna, il P. Domenico Maria Giardini, morto 
nel 1715; il P. Desiderio Severgnini, morto nel 1717; il 
P. Gregorio Ghiselti, morto nel 1708; il P. Aurelio Cre~ 
scini, morto nel 1708; il P. Modesto Palrini, morto nel 1700; 
il P. Agostino Vailati, morto nel 1700; il P. Stefano INichetti, 
morto nel 1706; il P. Francesco Patrini, morto nel 1700; 
il P. Doroleo Tulini, morto nel 1729. E l'Aleniamo Fino ci 
conservò il nome del P. Stefano Ficino, frale di molto pre- 
gio, il quale nel Concilio di Trento tenne il luogo di vice- 
generale dei carmelitani. È pure lodatissimo dal Ronna il 
P. Fortunato di S. Carlo, prole dell'illustre famiglia Gam- 
bazocco: devesi a lui la costruzione del monastero, già dei 
carmelitani, che vedesi ancora aggiunto alla chiesa di santa 
Maria della Croce, e forma bell'ornamento a quel magnifico 
tempio. t 

Nel convento degli Agostiniani, oltre gli egregi e dotti 
PP. Agostino Cazulo, Gio. Antonio e Gio. Angelo Meli, si 
distinsero per ingegno, al dir del Fino, i PP. Andrea Grilli, 
Gabriel Guarini, Ignazio Beldruti, quattro fratelli Piosni , 
Benigno Guarnieri, Giulio dei conti di Camisano, Benigno 
Arnoldi, Gabriel Cristiani, Agostino Tessadoro, Francesco 
dei conti di Camisano e Marc' Antonio Vimercali. 

Nel convento dei canonici laleranesi di Crema levò bella 
fama Alessandro della Torre, che lasciò scritte varie opere 
latine ed italiane, fu vescovo di Sezia in Creta, e morì a 
Verona Tanno 1622. 

Nell'ordine dei monaci cistercensi si distinse l'abate Ben- 



— 509 — 
venuto Benvenuti, morto a Venezia Tanno 1712, del quale 
accenna il Mazzucchclli nell'opera degli scrittori italiani, 
ed il Cicogna nelle Iscrizioni venete. Era pure abate cister- 
cense Ugonc Cassani nato a Crema nel 1659, uom dotto e 
scrittore eziandio di poesie sacre (*), 

Dei barnabiti, a Crema ed altrove, si rese chiaro il nome 
di D. Paolo Filippo Premoli, che morì l'anno 1757 ( 2ì , e 
vicn pure encomiato dal Ronna il P. D. Teodoro Marchi , 
prevosto dei chierici regolari nel collegio di S. Marino e 
che morì l'anno 1791. 

Dei cappuccini lasciò dietro di sé odore di santità certo 
P. Agricola, morto l'anno 1629, ed è pure menzionato con 
lode dal Ronna il P. Cherubino da Crema, nato dalla fami- 
glia Baletti, e morto nel 1791. 

Monache. — Nel secolo scorso erano a Crema sette con- 
venti di monache; le cappuccine, le agostiniane, dette vol- 
garmente di S. Monica, le Clarisse, ossia Francescane, del- 
l'ordine di S. Chiara, le Domenicane di S. Maria Mater 
Domini, le Convertite, le Terziarie, le Teresine. 

Le cappuccine professavano la regola della stretta osser- 
vanza di S. Francesco, ed erano spiritualmente governate 
dai vescovi prò tempore: la chiesa loro, che ancora oggidì 
è aperta al divin culto, venne eretta l'anno 1609 sotto 
l'invocazione della SS. Annunziata. Consumavano la vita 
loro pregando. 

Il monastero delle agostiniane fondossi in Crema l'an- 
no 1451, promotrici alcune verginelle, de'Bolzini, de' Ter- 
ni, de' Zurli, e per opera dell'egregio P. agostiniano Bar- 
tolomeo Cazulo. Ottennero dal pontefice una chiesuola de- 
dicala a S. Giorgio, ch'esse poi ampliarono e intitolarono 



(1) Di lui accennammo nel capitolo XIII della Storta di Crema. 

(2) Di lui discorreremo, trattando della famiglia Premoli, nell'articolo sul- 
l'origine e sui fasti delle nobili famiglie cremasene. 



— 510 — 
di S. Monica, e presso la quale stabilirono il loro mona- 
stero, sul terreno ove poco prima sorgeva il castello di 
Ombriano. Abbracciata la regola di S. Agostino, si sotto- 
posero alla direzione dei frati Agostiniani, uno dei quali, sic- 
come loro confessore, abitava col suo converso nelle case 
delle monache. Gli agostiniani si erano pure assunta l'in- 
terna amministrazione del loro convento, e provvedevano 
essi al vitto, al vestito, e ad altro che occorresse a quelle 
monache. Nel 1578 monsignor Gian Battista Castelli, quando 
venne a Crema in qualità di visitatore apostolico, le tolse 
al governo degli agostiniani e le assoggettò all' ordinario, 
che allora era il vescovo di Piacenza. Dapprincipio le mo- 
nache agostiniane vivevano in Crema assai poveramente , 
tanto che il Comune dovette più- volte sussidiarle di dana- 
ro: ma in appresso divennero facoltose, mantenevansi col 
reddito dei loro beni, diffìcilmente ammettevano novizze 
che non fossero gentildonne, ed il loro divenne il più co- 
spicuo convento di educazione per le nobili fanciulle. 

Le monache di S. Chiara osservavano la regola di S. Fran- 
cesco: furono spiritualmente governate dai PP. osservanti 
lino ali 1 anno 1780, quindi dal vescovo. Mantenevansi colle 
loro entrate e si prestavano all'educazione di civili fanciulle. 

Le domenicane, dette anche monache di S. Maria Mater 
Domini, avevano il loro monastero nell'ampio fabbricato 
che gli Austriaci convertirono in caserma per il manteni- 
mento degl'll. RR. Stalloni. Queste religiose, le quali dap- 
prima chiamavansi della SS. Trinità, professarono la regola 
di S. Benedetto fino all'anno 1507, in cui mutando abito, 
abbracciarono la regola di S. Domenico. Nel loro monastero, 
detto anche delle illustri dame, i nobili solevano intanare 
le figliuole quand'essi o non volessero o non potessero sot- 
tostare al peso di fornir loro una dote decorosa per mari- 
tarle. Le domenicane, un tempo erano dirette spiritual- 
mente dai PP. predicatori, ma poi vennero sottomesse a! 



— oli — 
governo dell'ordinario. Vivevano delle loro entrale, ed oc- 
cupavansi nell'educazione di nobili fanciulle. 

Il monastero delle convertile ebbe principio Tanno 1605 
per opera del vescovo Diedo: della loro chiesa, ch'era po- 
sta a fianco di quella delle Grazie e dedicata a S. Maria 
Maddalena, scomparve ogni traccia. Le convertite vivevano 
di limosino e col frutto dei loro lavori: s'applicavano anche 
all'educazione di oneste fanciulle, ed erano governate spi- 
ritualmente dal vescovo. 

Le terziarie, professavano la regola del terzo ordine 
claustrale di S. Francesco. La loro chiesa, dedicata all'Im- 
macolata Concezione, sorgeva rimpetto al palazzo Tadini: 
il loro convento oggidì trasformossi in una casa privala. 
Queste monache, scrive Antonio Ronna (*), sì mantenevano 
col ricavalo delle loro doti spirituali, coi loro proprj la- 
voreri, e colle questue messe in comunione. Erano gover- 
nale dal vescovo. 

11 monastero delle teresine venne instiluito dal vescovo 
Griffoni: esse attendevano alla vita contemplativa, vivendo 
delle poche loro rendite, e delle limosine che spontanea- 
mente erano loro offerte. Avevano una chiesuola dedicata 
a S. Francesco di Sales, e venivano governate dal vescovo. 

ARTICOLO V. 

Sfabilinienfi di pubbBSca bCEieflccaiza. 

Ospedali. — Anticamente v'erano in Crema parecchi 
ospedali, la maggior parte destinati alla cura degl'infermi. 
Oltre lo spedale di S. Spirito, fondato l'anno 1277 dai fra- 
telli Mombelli , v'erano gli spedali dei Guoghi, degli Oito- 
lini, dei Castelli, di S. Panlaleone e di Santa Maria Stella: 

(1) Zibaldoni cremaschi. 



— 312 — 
uno detto I'Àlbcrezzo, ed un altro presso la Porta Om- 
briano dello di S. Maria di Taeazzo^^. Ma non è a credersi 
che que' pii Inoghi fossero dotati di un patrimonio suffi- 
ciente da soperire ai bisogni delle classi povere a beneficio 
delle quali vennero istituiti : erano piccole case di ricovero, 
ed alcune portavano il nome delle famiglie che ne furono 
le benefiche fondatrici. Tanto è vero che Tanno 1453 la 
città nostra ricorse al pontefice chiedendo facoltà di poter 
formare dei varj ospedali uno solo ( 2) . 

Ospedale degli Esposti. — L'anno 1479 il Consiglio ge- 
nerale dei cittadini deliberò di fondare lo spedale dei tro- 
vatelli, e lo eresse a Santa Maria Stella in borgo, intito- 
landolo Venerando Spedai Grande. Ad accrescerne i mezzi 
di sussistenza il governo di Venezia con ducali del 29 di- 
cembre 1486 ordinò che tutte le case ed altri luoghi esi- 
stenti in Crema di ragione di qualsiasi ospedale fossero as- 
segnati a beneficio dell'ospedale suddetto: e fu a profitto 
del medesimo che nel secolo decimosesto si vendettero le 
case degli ospedali di S. Spirito, dei Guoghi, dei Castelli e 
degli Ottolini. Ciò nondimeno lo spedale degli Esposti con- 
tava un poverissimo reddito. In una carta intitolata : Cose 
varie della città, scritta nel 1685, leggiamo: /' ho spi tale 
degli Esposti ha l'annua entrata in circa di lire 13 mila, 
ma ha di spesa lire 17 mila, onde perchè ordinariamente 
spende di pia dell'entrata gli è convenuto far grossi di- 
scapiti, et perciò si ritrova in gran miseria. In appresso 
non si accrebbero di molto le rendile dello Spedale-Esposti. 
L'anno 1843 calcolaronsi d'austriache lire 39,295, dalle 
quali detraendo lire 12,208 di pesi inerenti e spese d'am- 
ministrazione, restavano erogabili in beneficenza sole lire 



(1) Terni. Storia di Crema. 

(2) Vedi nell'Archivio municipale i libri delle Parti preso In Consiglio 
ranno l'i53. 



— 313 - 
27,08G. Queste non bastando ai bisogni del Pio Istituto, Io 
si ammise Tanno 1841 a compartecipare proporzionalmente 
alla somma delle austriache lire 700,000 che l'I. R. Erario 
dispose ogni anno per supplire ai deficit dei Luoghi Pii de- 
gli esposti e dei pazzi. 

Ospedale Maggiore. — L' ospedale degli infermi , detto 
ospedale maggiore di Porla Ripalla, che attualmente vanta 
un patrimonio valutato più di due milioni di lire austria- 
che, ebbe principio Tanno 1551. Ne furono istitutori quat- 
tordici cittadini cremaschi, i quali, posto in comune del 
dauaro, fondarono livelli ed acquistarono nel borgo di san 
Pietro delle case, destinandole a ricetto degli infermi, che 
essi intitolarono Casa di Dio. NelT islromento rogato in 
Crema dal notajo Giovanni Vairano addì 12 giugno 13oi 
appariscono le condizioni con cui que' generosi benefattori 
si associarono al pio intento di fondare un ospedale, e le 
uorme da loro dettate sul modo di governarlo. Durante il 
regime della repubblica veneta, l'ospedale di Porta Ripalta 
fu sempre amministrato da una rappresentanza di quattor- 
dici nobili cittadini, dodici col nome di deputati, due di 
sindaci. Dal borgo di S. Pietro, ove Tavean posto i fonda- 
tori, quest'ospedale venne poi traspiantato a Porta Ripalta 
nella casa che certa madonna Savia de Melanisio donò alla 
società dei quattordici istitutori. 1 nomi loro, siccome di 
persone benemerite della città nostra, vogliamo rammen- 
tare , e sono : 

Giovanni Draco Ziliolo de Bellavita 

Gugliemo de Roberga Jacopo Morantano 

Rogiero de Pergami Carnevalo Ciriolo 

Pietro Pozzuoli Pavarolo Pavaro 

Pietro de Vimercati Rainaldo de Vairano 

Lantelmo de Rovate Albertino Codelucio Torta 

Marchino Mandola Giacomo de Oxio. 



— 314 — 

L'anno 1685 la rendita dell'ospedale di Porta Ripalta 
calcolavasi di lire venlinove mila, e siccome non bastavano 
per sopperire a tulle le spese, era l'orza intaccare la sostan- 
za. Ma poi nel secolo scorso il patrimonio dell'ospedale 
andò aumentando considerevolmente per conseguite eredità 
e legati di pii cittadini, particolarmente delle famiglie Cla- 
velli, Guidoni, Martinengo S. Angelo, Benzoni ed altre. 
Devonsi considerare siccome annessi all'ospedal maggiore, 
essendo a carico dei medesimo, l'ospizio degl' incurabili , 
istituito l'anno 1717, e l'ospizio dei mentecatti. 

Monte di Pietà. — Dicemmo nel racconto della Storia di 
Crema come il Monte di pietà venisse nella città nostra 
eretto l'anno 1496 ad insinuazione del P. Micbele d'Aquis 
dell'ordine dei zoccolanti. 11 primo danaro che s'impiegò 
in questo caritatevole istituto lo si raccolse da obblazioni 
e prestiti volontarj fatti da varj cittadini. Dapprincipio il 
Monte di pietà venne posto vicino alla piazza, ma poi lo si 
trasferì nella casa di certo Nicolò Leale, la qual casa avea 
egli fabbricata, acciocché vi stessero gli Ebrei a dare ad 
usura : e fu nel vero, scrive il Fino, una bellissima muta- 
zione questa, che il luogo delle usure divenisse monte di 
'pietà. Dominando la repubblica di Venezia, il Monte di pietà 
era in Crema governalo gratuitamente da dodici cittadini 
che eleggevansi dal Consiglio della città in concorso del pa- 
dre guardiano dei zoccolanti, il quale aveva diritto d'inter- 
venire alla votazione. 

Sopra una carta dell'anno 1685 leggiamo: « al presente 
» la summa del danaro che il Monte di pietà gira sopra gli 
» pegni ascende a lir. 536,500: il Monte ha stabili dalli 
» quali se ne ricava ogni anno incirca a lir. 8640, con le 
» quali si mantengono le pubbliche scuole, si pagano le 
» pubbliche gravezze e le altre spese bisognevoli a detti 
» stabili , e se avanza danaro si mette nel giro suddetto. 
» In questo Monte si danno li danari sopra pegni in ra- 



- 315 - 

» gionc del due e mezzo per cerilo , con il qual fruito si 
» pagano li salariati , ed altre spese bisognevoli al giro di 
» esso Monte , ed il restante si dispensa alli sette Luoghi 
» Pii della città, hospitale degli esposti, Inospitale dei men- 
» dicanti, Capuccine, Convertite, Citello, Moniche del terzo 
» ordine di s. Francesco e Prigionieri. » 

Conservatorio delle Zitelle. — Riconosce la sua fonda- 
zione dalla liberalità del conte Flaminio Griffoni S. Angelo 
l'anno 1517. In esso si educano e si mantengono circa venti 
povere fanciulle, la più parte orfane, allo scopo di tute- 
larne l'onestà e sostentarle fino all' epoca del loro mari- 
taggio. 

Casa delle Ritirale. — Ricetto a dodici povere fanciulle 
che per negligenza dei genitori o per altre cagioni sviarono 
dal retto cammino. Ne fu istitutrice la contessa Medea Mar- 
tinengo Griffoni S. Angelo l'anno 1690. 

Doti. — Nella diocesi cremasca sono pure una prova 
dell'animo caritatevole de' padri nostri le molte doti che 
si distribuiscono annualmente a povere donzelle in occa- 
sione del loro matrimonio. Sono frutti di stabili e capitali 
lasciali a tal uopo da parecchi testatori, fra i quali le classi 
del proletariato cremasco benedicono particolarmente alla 
memoria di un Verdelli e di un Goldaniga, che soccorsero 
generosamente ai bisogni delle povere fanciulle da marito. 
Il Sanseverino scrisse che il numero delle doli che si dis- 
pensano a povere fanciulle ammontano a circa 440, della 
complessiva somma di lire 24,000 (*J. 



(I) Faustino Sanseverino. Notizie statistiche intorno alia città e territorio 
di Crema. 



— 516 — 



ARTICOLO VI. 

Cenni sull'origine e sui fasti 
delle nobili famiglie cremasche. 

Introduzione. — Non per blandire gentilizie vanità (se 
pure ne rimangono ancora oggidì): non per vezzo o con 
premeditato disegno d'offendere ingiustamente nomi cospi- 
cui: non per rinfacciare scioccamente a taluni la data poco 
annosa del loro blasone, noi ci accingemmo a discorrere 
dell'origine e dei fasti delle nobili famiglie cremasche. Scor- 
rendo le cronache di Crema, dal secolo decimosecondo al 
decimottavo, raccogliemmo più di cento cinquanta nomi di 
famiglie nobili, numero sorprendente, se considerate che 
anche nell'epoca della sua maggior floridezza, Crema non 
contò mai più di 12,000 abitanti. Credemmo quindi impor- 
tante dimostrare, come si addensassero nella piccola nostra 
terra tante famiglie blasonate, e come si comportarono nei 
sociali rapporti verso i loro concittadini. D'altronde la sto- 
ria del patriziato forma gran parte della storia di un mu- 
nicipio, e può essere di proficua scuola ai nipoti conoscere 
l'origine e le gesta dei loro predecessori. 

Innanzi tutto avvertiremo, potersi la nobiltà cremasca 
considerare siccome divisa in tre categorie; di famiglie che 
fiorivano a Crema cospicue fin da remola età e delle quali 
ignorasi l'origine; di famiglie che da diverse terre d'Italia 
si stabilirono a Crema in varj tempi ; di famiglie la cui no- 
biltà originò dall'aggregazione al nobile Concilio municipale 
di Crema durante il dominio dei Veneziani. 

Moltissime delle nobili famiglie cremasche si sono estin- 
te, le viventi si riducono a poco più di una ventina: delle 
une e delle altre noi intendiamo far cenno , allungandoci 



— 517 — 

un poco più intorno a quelle che hanno levato maggior 
grido di sé e sono ricche di fastose memorie. 

Non poche delle notizie che riferiremo confessiamo d'a- 
ver attinte da un'opera inedita di Giuseppe Racchetti , il 
quale, con mirabile diligenza, radunò ricca suppellettile per 
una storia genealogica di moltissime case patrizie di Cre- 
ma. Ove poi a procacciare maggior fede al nostro racconto 
ci occorrerà, riporteremo le parole medesime del Racchetti. 
Noi lo interrogammo per qual motivo non avesse reso di 
pubblica ragione il suo lavoro, ed egli ci rispose, per ti- 
more ch'abbiano a dispiacere a taluni le verità in esso 
contenute. Ma noi considerammo che queste verità pungono 
la memoria di trapassali, e i nipoti non sono responsaii 
delie ribalderie commesse dagli avi; sarebbe davvero ridi- 
colo chi per avventura se ne tenesse offeso! E più ridicolo 
ancora chi si querelasse con gli scrittori che palesano l'o- 
rigine oscura del suo nobile casato ; v' è forse famiglia , 
vantasse anche una nobiltà millenaria , che un tempo non 
abbia appartenuto alla plebe? La diomercè, viviamo in un 
secolo che si è alquanto purgato di certe sciocchissime pre- 
tese di gentiluomini i quali millantavano un antichissimo 
sangue, ed avrebbero desiderato per padre un altro Ada- 
mo. Oggidì sembra che la società si vada persuadendo es- 
sere lo splendor dei natali ben poca cosa, e che alla fine 
dei conti, 

Siamo tutti d'un pelo e d'una lana. 

Volendo discorrere di cento e più famiglie , la maggior 
parte estinte, abbiamo preferito di esporle con ordine alfa- 
betico; in tal guisa evitando il pericolo di mancare a difficili 
riguardi, non ci si appunterà d'aver fatto precedere l'una 
piuttosto che l'altra. 

Adelasi. — Il Terni ci attesta che una famiglia nobile 
di questo nome esisteva a Crema verso la metà del secolo 



— 518 — 
decimoquarto. Venturino Adelasi fu uno dei ghibellini con- 
finati da Andrea Dandolo Tanno 1451. Non sappiam dire 
se la famiglia Adelasi siasi estinta in Crema, oppure tras- 
ferita altrove. 

Albanesi. — Famiglia estinta. Ne incomincia la genealo- 
gia con Cristoforo, capitano di duecento fanti, che si sta- 
bilì a Crema l'anno 1512. Di questa casa le cronache cre- 
masene rammentano un Annibale, il quale avendo militato 
pei Veneziani nella guerra di Cipro, morì a Nicosia Tan- 
no 1570. 

Albergom. — Famiglia estinlasi prima del 1700. Il Rac- 
cheta Tasserisce guelfa: dalla genealogia apparisce orionda 
vicentina, e domiciliata in Crema nella prima metà del se- 
colo decimoquinto. Spenta questa famiglia, ne troviamo an- 
cora il cognome aggiunto a quello di un ramo della fami- 
glia dei marchesi Zurla , estinto anch'esso. 

Alchini. — Che gli Alchini, fino dalla metà del secolo 
decimoquarto, fossero patrizi cremaschi, che appartenessero 
alla fazione ghibellina, e che da loro avesse origine e no- 
. me il canale detto roggia Alchina, sono notizie che raccol- 
gonsi nella cronaca del Terni. Che poi non sia nato da 
questa famiglia quel Giovanni Alchini che gittò sulle fiam- 
me il crocifisso del Duomo, è quanto si sforzano di per- 
suadere certuni, ai quali scotta il sopranome di brusa- 
cristi, stoltamente affibbiato ai Cremaschi. Degli Alchini non 
avendo fatto alcun motto i cronisti cremaschi posteriori al 
Terni , non possiamo dire fino a quaT epoca sia durala 
nella città nostra la loro famiglia. 

Allegri. — Sono rammentati dal Terni tra le famiglie 
nobili ch'erano in Crema sullo scorcio del secolo decimo- 
terzo. 

Alfieri. — Famiglia cremasca , antichissima : diede il 
nome ad una delle ventisene Vicinanze in cui venne ripar- 
tita la città nostra dopo che fu riedificata (11%) \S\ Dalle 

(1) TERNI. Storia di Crema. — Fino. Idem. 



— 319 — 
genealogie desumiamo com'essa fosse in Crema divisa in 
due rami fin dal secolo decimoterzo, l'uno dei quali si 
estinse sul finire del mille seicento , l'altro sul principiare 
del mille settecento; lo stemma però dell'uno e dell'altro 
ramo essendo lo stesso, pare probabile che ambidue de- 
rivassero dal medesimo ceppo. Le cronache cremasene ci 
palesano che gli Alfieri seguirono le parti guelfe, ed occu- 
parono posti elevati nelle magistrature, nella milizia, nelle 
dignità ecclesiastiche. Un Martino desìi Alfieri fu arcive- 
scovo di Cosenza, un Giovan Andrea, senatore e podestà 
di Cremona, un Giacomo, secretano del duca Maria Sforza 
a Milano ! . Ed importanti uffici commise a parecchi degli 
Alfieri la nostra Comunità. Di questa famiglia varj rami 
trapiantaronsi in altre città d'Italia, uno ad Aquila, un al- 
tro a Ponlremoli, un terzo a Milano. E Cesare Tintori as- 
serisce che dagli Alfieri di Crema rampollarono gli Alfieri 
d'Asti, famiglia immortalatasi per aver generato Vittorio, 
il sommo dei tragici italiani. Considerando che il Tintori 
schiccherava la sua Miscellanea di documenti storici quando 
Vittorio Alfieri non era ancora nato, si rende meno sos- 
petta l'asserzione sua che gli Alfieri di Crema e quelli d'A- 
sti fossero del medesimo ceppo. Ed all'opinione del Tintori 
accresce valore il Crescenzi con le seguenti parole : « Si 
» crede che Castel Altiero nell'Astigiano possa essere stato 
» già anticamente fabbricalo e posseduto da questa casa , 
» siccome è certo eh' essa è sempre stata in possesso di 
» quell'altro di questo nome che si trova fra Romano e 
» Cremai 2 )». Lo stemma degli Alfieri di Crema raffigurava 
un' ala ferita da una freccia, sicché pare, osserva Crescen- 
zi, che il loro cognome fosse piuttosto Alifieri: nelle crona- 
che cremasene però essi vengono più di sovente nominali 
Alferi. 



(1) Vedi il manoscritto delle opere dell'abate Cesare Tintore. 

(2) Pietro Crescenzi. Anfiteatro romano. 



— 320 — 

Asiani. — L'anno 1455, quando Matteo Griffoni, gene- 
rale delle fanterie veneziane, pose a Crema il suo domicilio, 
vi si stabilì pure Bettino Àmanio, patrizio bergamasco, che 
del Griffoni era cancelliere. Da Bettino nacquero Nicolò ed 
Alessandro, il primo, giureconsulto e poeta a' suoi tempi 
riputatissimo; il secondo, uomo di lettere anch'esso, creato, 
dal duca Francesco II Sforza, senatore a Milano. Oltre que- 
sti due egregi personaggi, illustrarono la famiglia Amanio, 
Gio. Paolo che fu vescovo d'Anglone *\ e Valerio, il quale, 
dopo essere stato oratore del duca di Parma preso i Ve- 
neziani, divenne secretario del cardinale Carlo Borromeo, 
e poi del Pontefice Pio IV. La famiglia Amanio si spense in 
Crema verso la metà del secolo decimosetlimo. Sul finire 
del decimosesto, un Anselmo ed un Gio. Baltista Amanio, 
abbandonando la città nostra, andarono ad abitare in 
Ancona. 

Anzelli. — Famiglia estinta. La sua nobiltà ebbe origine 
Fanno 1660, per essere stato un Alessandro Anzelli, giure- 
consulto , ammesso nel Consiglio generale della città di 
Crema. Nel 1693, un altro Alessandro venne, co' suoi di- 
scendenti, dalla repubblica veneta investito del feudo della 
Rocca di Villafranca sul Veronese, col titolo di conte. 

Arditi. — Famiglia estinta, che il Racchelli qualificò 
nobile e guelfa. Stefano , Cornino e Marchino degli Arditi 
furono da Crema esiliati l'anno 1398 da Rinaldo conte di 
Camisano. Un Antonio era sindaco del Comune, quando 
proclamaronsi a signori di Crema i fratelli Paolo e Barto- 
lomeo Benzoni (1403). Un Francesco degli Arditi venne 
eletto tutore dei figli di Bartolomeo Benzoni per disposi- 
zione testamentaria di esso Benzoni. Non si sa quando si 
estinguesse in Crema questa famiglia: durava ancora sul 
finire del mille quattrocento. 

[{) DI lui abbiamo discorso nella Storia di Crema: parimenti di Nicolò. 
Vedi il capitolo XII. 



— 521 — 

Ariberti. — Raccogliamo dal Terni ch'era famiglia no- 
bile e ghibellina e dimorava in Crema verso la metà del 
secolo decimoquarto. 

Arnoldi. — Famiglia la cui genealogia incomincia al- 
l'anno 1510 , e si estinse nella prima mela del secolo 
scorso. Un Carlo degli Arnoldi morì nel 1704, benefi- 
cando il pio luogo delle Zitelle, cui lasciò pur l'obbligo 
che nel giorno di s. Carlo si debba in perpetuo can- 
tare una messa in musica, vietando nell'orchestra i corni. 
Quantunque la genealogia di questa famiglia incominci dal- 
l'anno 1519, trovammo nondimeno degli Arnoldi nominali 
in vecchie scritture fin dal secolo decimosecondo. Gio. Bono 
Arnoldi i] era uno dei consoli di Crema nel 1151. 

Barbetta o Cadelegni. — Famiglia estinta sul finire del 
secolo decimosettimo, e che di sé non ha lasciato nelle 
cronache alcuna illustre memoria. Parecchi dei Barbetta 
sono nominati dal Terni, dal Fino, dal Canoino. 

Barbelli. — Nome cui procacciò celebrità l'egregio pit- 
tore Gio. Giacomo Barbelli , che fioriva nella città nostra 
verso la mela del secolo decimoseltimo. Se dobbiamo pre- 
star fede al Tintori, questa famiglia nel 174U era nella 
città nostra una delle nobili senza titoli i 2 \ 

Barboni o Barbò. — Appartenevano al patriziato crema- 
sco fin dal secolo decimosesto. Il giureconsulto Gio. Batti- 
sta Barbò, autore del trattato De filiis familias, è l'unico 
personaggio rinomato di questa famiglia, la quale si estinse 
nella prima metà del secolo decimollavo. 

Barisi: — Erano in Crema ai tempi della sua riedifica- 
zione (1185), e diedero il nome ad una delle ventisette 

(i) Lupr. Codex diplumalicus, riportando una semenza pronunciata dai con- 
soli di Crema in una controversia fra don Manfredo aitate cassinese, e Lan- 
franco Teilaldi di Caravaggio. 

(2) Vedi il tomo IX del manoscritto dell'abate Tintori. Di Gio. Giacomo 
Barbtilli abitiamo discorso nel capitolo XIII della Storia di Crema. 

Voi. II. 21 



— 322 — 
Vicinanze. Un cronista lodigtano C 41 pretende derivata da 
questi l'illustre famiglia Barni, oggidì una delle patrizie 
lodigiane. 

Baratteri. — Vennero dalla Valdemagna bergamasca a 
stabilirsi in Crema nella seconda metà del secolo decimo- 
quarto, e vi durarono fino alla prima metà del decimosct- 
timo. INissun cenno di loro nelle cronache cremascbe. 

Bassavetula. — Antichissima e nobile famiglia, menzio- 
nata dal Terni , la quale fioriva in Crema prima ancora 
della sua riedificazione. Ignorasi in qual' epoca si estinse. 

Bassi. — Erano ghibellini : un Bellino, notajo, viveva in 
Crema Tanno 1560: un Giacomo ebbe confiscati i beni da 
Giorgio Benzoni : Lodovico, Giovanni e Fachinetto de Bassi 
furono, perchè ghibellini, confinali da Andrea Dandolo 
nel 1451. Dei Bassi, non pochi percorsero decorosamente 
la via ecclesiastica : tre sono rammentati con onore dal 
Fino nella trentesima Sericina: e Vincenzo Bassi, che viveva 
sul principio del secolo decimosettimo, fu vescovo sebini- 
cense, poi d'Adria, il che rilevasi da un'iscrizione ripor- 
tata dall' Ughelli l 2 '. Il Canobio ci ricorda un Antonio che 
era canonico in Crema nel 1660: dopo di lui le cronache 
non ci offrono più memorie della famiglia Bassi , la quale 
crediamo estinta. 

Beccaria. — Una delle più ragguardevoli famiglie eh' e- 
sistevano in Crema nel secolo decimo secondo : da lei prese 
il nome una delle 27 Vicinanze in cui venne divisa la città 
nostra dopo che fu rialzala (119o). 

Bellavita. — Antica famiglia nobile cremasca. Ziliolo 
Bellavita fu uno dei quattordici fondatori della Casa di Dio, 
ossia spedale di Porla Bipalta, nel 1351. Esisteva ancora 
nel secolo decimoquinto, e sembra appartenesse alla fa- 
zione guelfa. 



[i) Defendente Ludi. 
(2) Ughelli. Italia Sacra. 



— 325 — 
Benvenuti. — Aleniamo Fino scrisse (*): « la famiglia Ben- 
» nuli venuta già da Firenze dov'ella era in fiore fino nel- 
» F802 ai tempi di Carlo Magno, ha prodotti nella patria 
» nostra uomini di mollo pregio e nelle armi e nelle let- 
» tere. » Che tra le famiglie stanziate le prime a Firenze, 
quando sorse quella città dopo la distruzione di Fiesole , 
fosse la Benvenuti, lo afferma Tristano Malespini, antico 
scrittore di storie fiorentine, e con lui s'accorda il Landi- 
no, raccontandoci che i Benvenuti «abitavano allato dei 
n Vecchietti, per via di Mercato Vecchio a s. Pancrazio < 2 V» 
Non osiamo accertare che la famiglia Benvenuti nei primi 
tempi della repubblica fiorentina appartenesse alle patri- 
zie, perocché in alcune cronache di Firenze trovammo fra 
i magistrati di quella città nominati dei Benvenuti ch'erari 
lanajuoli ( 3 ). Certo è però che in appresso i Benvenuti fu- 
rono considerati tra i patrizi di Firenze , e vi s'imparenta- 
rono con nobilissime famiglie , coi Pazzi , coi Betti , coi 
Sai viali , coi Caccia, coi Gherardini, come apparisce dal- 
l' istorie genealogiche delle nobili famiglie toscane compi- 
late dall'Àmmiralo e dal Gammurini. Che poi i Benvenuti 
di Crema sieno, come asserisce il Fino, una diramazione 
della famiglia Benvenuti di Firenze, vien confermalo dal 
Priorista, libro preziosissimo ove sono raccolte le memorie 
di tutte le famiglie fiorentine ( 4 >. Besta ora a sapersi a 
qual' epoca un ramo dei Benvenuti di Firenze si traspiantò 
nella città nostra. 11 Terni, nella sua cronaca, pone i Ben- 



(1) Nella Scelta degli uomini di pregio usciti di Crema, ove fa cenno di 
Michele Benvenuti il vecchio. 

(2) Vedi la Storia del Malespini nel Muratori Rerum italicarum. Voi. Vflf, 
e Crisluforo Landini nel commento al sedicesimo canto del Paradiso di Dante. 

(3) Vedi la cronaca del Ciampi, nella raccolta intitolata Delizie degli eru- 
diti toscani. 

(4) Il Priorista è un manoscritto che trovasi a Firenze: ne fa autore un 
au venuti di 

Mazzucchelli. 



— 324 — 
venuti fra le famiglie ch'erano a Crema Tanno 1345, sen- 
z'aggiungere se da mollo tempo , o venuti in quell'anno. 
Pare più probabile ch'essi vi fossero anteriormente al 1545, 
desumendosi da un'antica scrittura che un Corradino Ben- 
venuti era già nella città nostra l'anno 129G * . 

Fervendo a Crema le fazioni guelfe e ghibelline, conget- 
turiamo che i Benvenuti seguissero le parti guelfe : con- 
gettura la quale avvalorasi leggendo che un Zanetto ed un 
Giovannino Benvenuti presero parte alle adunanze ove i 
guelfi proclamarono Paolo, Bartolomeo e Giorgio Benzoni 
signori di Crema. Oltre di che i Benvenuti non erano sol- 
tanto partigiani dei Benzoni, ma si congiunsero a loro con 
astrattissimi vincoli di parentela , come si può scorgere 
dalle genealogie Benvenuti e Benzoni. 

Quali uomini di pregio abbia la famiglia Benvenuti pro- 
dotti e nelle armi e nelle lettere, accennammo nel racconto 
della Storia di Crema, onde qui ci dispensiamo di buon 
grado dal ripeterne i nomi. 

Alla casa Benvenuti profusero incenso il Fino, il Co- 
grossi ed il Crescenzi che ne scrisse la storia 2 ; ma essi 
appartengono a quella razza di scrittori che, magnificando 
i pregi di un illustre casato, ne tacevano scrupolosamente 
le magagne. Giuseppe Bacchetti, scrittore d'indole ben di- 
versa, incomincia la storia dei Benvenuti con queste pa- 
role : famiglia che fa quasi sempre facinorosa e soper- 
chiatrice' 3 ). L'accusa afiìbialale trova puntello nelle vecchie 
memorie di questa casa: quantunque ci sembra che il Rac- 
chetli avrebbe dovuto temperarla, dicendo piuttosto che 

fi) Benvenuti in Crema enmt jnm annis 250 ante annum preseniem 1546, 
ut ex anliquis islromenlis coligi de quodam Anlontolo Nudavo, secondo Cora- 
llino de Benvenulis : sono paiole che (ìiu. Battista Terni ilice aver tratte <)a 
un'opera di M.Pietro Terni cun cui trattava la storia genealogica dtlie nobili 
famiglie cremasclie. 

j Gian Pietro Crescenzi, nell'opera II Presidio Rumano. 

.:•> Sin. la genealogica delle nubili famiglie cremasela, manoscritto. 



— 323 - 

parecchi dei Benvenuti sono stati facinorosi e soperchia- 
toli. Ne fu uno dei più terribili il colonnello Mario, quegli 
che per aver taglialo il ponte di Monlodine in faccia [ai 
nemici, il Cogrossi decantò novello Orazio ( l ). Superbo, 
arrogante, facinoroso, egli tempestò in Crema ogni ceto 
di persone, destando contro di se un vcspajo di nemici , 
per isbarazzarsi dei quali Mario non conosceva misura : 
facevali appiccare se plebei; se gentiluomini, mandava loro 
un cartello di sfida, che però non veniva accettata, cono- 
scendosi quanto valesse la sua spada ( 2 . Lo s'imputò d'a- 
ver tentalo l'omicidio del podestà Luigi Marcello, quindi 
Mario dovette subire in carcere un processo dal quale però 
egli seppe uscire trionfalmente. Perfino con monsignor ve- 
scovo attaccò briga , ed il cronista Canobio si pavoneggia 
d'essere stalo egli il Nestore che riconciliò il colonnello Ben- 
venuti con monsignore. Oltre Mario, si bruttarono di ribal- 
derie altri Benvenuti: un Girolamo venne decapitato per- 
chè si macchiò dell'omicidio di un Zurla t 3 ): un Gian Batti- 
sta fu bandito da Crema per aver fatto uccidere un prete; 
recatosi poi in Germania, entrò nelle milizie di Leopoldo I 
e si distinse pugnando contro i Turchi nell'assedio di Vien- 
na e in Ungheria: un Livio venne anch' egli bandito, nel 
secolo decimosesto, non sappiamo per quale misfatto : e 
d'un Pietro narrasi ( 4 ) che, fuggito da Crema per omicidio, 
piautasse un ramo della famiglia Benvenuti in Francia. A 
Montodine, nelle tradizioni popolari, vivono ancora me- 
morie di crudelissime azioni imputate ai Benvenuti , le 
quali si direbbero favolose, quando la storia non ci am- 
maestrasse che di ribalderie patrizie non patì difetto il 
suolo cremasco. 



(i) Cogrossi. Fasti storici della città di Crema. 

(2i Vedi in proposito la cronaca del Canobio. 

(3) Cicogna. Iscrizioni venete , ove discorre di Federico Renier. 

(*) Vedi il manoscritto del Racchetti, alla genealogia dei Benvenuti. 



— 326 — 

Il carattere più distintivo di questa schiatta, a noi sem- 
bra che sia stato in lult' i tempi la prodigalità. A poche 
famiglie cremasene la fortuna arrise de'suoi doni come ai 
Benvenuti, ed essi perseverarono sprecandoli, talora per 
ismania di grandeggiare, tal' altra per soverchia dolcezza 
di cuore, sempre spensieratamente. « Intorno agli anni 
»> 1475 (scrive Crescenzi) la casa Benvenuti trovo essere 
» la più facoltosa di Crema, poiché tanti beni possedeva 
» ella che di presente uniti renderebbero più di quindici 
» mila scudi d'entrala all'anno... Cristoforo Benvenuti a' 
» suoi tempi fu slimato il più dovizioso cavaliere di Cre- 
» ma (*)». E contemporaneo di Cristoforo era, sul finire del 
secolo decimoquinto, il cavalier Tommaso Benvenuti di cui 
Pietro Terni riferisce la pazza prodigalità. Essendo assai 
ricco e senza prole, il cavalier Tommaso si propose di man- 
giarsi il suo pingue patrimonio; quindi, aperta ne' suoi 
palagi corte bandita, prese ad imitare il duca Lodovico 
Sforza, parodiando in Crema lo splendore e il fasto del 
duca di Milano. Si circondò di nobili parassiti, ch'egli 
chiamava suoi cortigiani, ed ai quali impose il nome dei 
cortigiani e dei buffoni del duca Sforza: con essi, fra splen- 
didissimi conviti, viaggi e sfarzose pompe, Tommaso in po- 
chi anni divorò due terzi del suo patrimonio, e si sarebbe 
ridotto al verde, « ma (soggiunge il Terni) il cielo che pro- 
» dotto lo aveva nel mondo per cosa singolare e rara, a sé 
» lo tirò innanzi che all'ospedale entrasse, affinchè con 
» scorno, sì bello ed allo principio non avesse a finirei* t». 

La famiglia Benvenuti nel secolo decimo sesto e nel de- 
cimo settimo palesò un'indole bellicosa: la sua prole mi- 
litò non solamente perla repubblica di Venezia, ma anche 
sotto le insegne di principi stranieri. L'imperatore Leo- 



(1) Crescenzio. Presidio romano. 

(2) PjETBO Tarni. Sloria di Crema. Libro Vili. 



— 327 — 
poldo I d'Austria, riconoscendo l'antica nobiltà e le virtù 
guerresche di questa casa, l'anno 1698 le concedette con 
ampio diploma il titolo di conte del sacro romano impero. 
Vaga d'onori, la famiglia Benvenuti ne conseguì a dovizia, 
sia in Crema, sia in varj ordini religiosi e militari. Al sa- 
cro militare ordine sovrano di S. Giovanni di Gerusalemme 
parteciparono non pochi Benvenuti , ed il Botta '0 nella 
sua storia nominò il baly Ottavio, siccome quello che, rap- 
presentando l'ordine suddetto, intervenne all'incoronazione 
di Napoleone Bonaparte in Milano (1805). 

La razza dei Benvenuti fu assai prolifica, sicché la sua 
genealogia si estende in parecchie diramazioni, che discen- 
dono però tutte da un medesimo ceppo. Nel secolo passato 
questa famiglia era già da tempo scompartita in quattro 
rami: due se ne estinsero, l'uno dei quali a Lodi ove erasi 
da molti anni radicato. 

Benzoni. — Il nome. Benzoni è in Crema il più celebre 
di quanti vi si fregiarono di blasone e di titoli, un nome 
che riempie molte pagine delle cronache nostre, ed appar- 
tiene non soltanto alla storia di un municipio, ma a quella 
di Lombardia. La famiglia Benzoni fu potentissima nella 
città nostra, e nel secolo decimoquinlo se ne procacciò il 
dominio. Or dunque figuratevi come si affaticassero vecchi 
scrittori per renderne antichissima l'origine, per regalare 
alla casa Benzona qualche secolo di più di splendore e di 
glorie. Vuoisi da taluni che i Benzoni sieno oriondi da Mi- 
lano, e discesi da un Benzono figlio di Bonicio Serosato, il 
quale nel 938 venne dall' imperatore Ottone costituito suo 
luogotenente in Milano. Ma altri scrittori, ed i Benzoni me- 
desimi, pretendevano che l'origine di questa nobilissima 
prosapia risalisse ad un'epoca più remota di molto. Ale- 
niamo Fino racconta' 2 ) che vennero a lui mostrate delle 

(t) Storia d'Italia dall'anno 1789 al 18!5. 
(2.) Vedi la Seriana Vili. 



— 528 — 
vecchie pergamene, ove appariva che i Benzoni fin dall'anno 
120 abitavano in Palazzo Pignano, terra del cremasco la 
quale in molle scritture antiche ò detta anche Parasso: vi 
appariva eziandio che in detto anno, essendo stati a Brescia 
martirizzati 187 cristiani, uno di questi era un Venlurino 
Benzonc di Parasso. Ciò nondimeno sembra che lo stesso 
Àlemanio Fino siasi piuttosto accostato all' opinione del 
Terni (*)', il quale disse che nel secolo undecimo era in 
Crema una famiglia chiamata de' Greppi, la quale cangiò 
poi il cognome Greppi in Benzoni, per esser Benzone un 
nome di famiglia che portava uno dei figliuoli di Giovanni 
Greppi. Riflettendo che Pietro Terni era scrittore coscien- 
zioso ed accurato nelle sue investigazioni, abborrenle dal- 
l' adulare cospicue case, noi pure incliniamo a credere che 
la famiglia Benzoni fosse d' origine cremasca, che esistesse 
nella città nostra fin dal secolo undecimo , e che in tempi 
ove l'uso dei cognomi non si era ancor bene ristabilito, 
Greppi e Benzoni significassero in Crema l'istessa famiglia. 
Infatti nella genealogìa Benzoni troviamo fra i primi nomi- 
nati un Lanlelmo Greppi, che Federico Barbarossa creò suo 
capitano. E che ancora in tempi posteriori al secolo duo- 
decimo s'adoperassero promiscuamente i nomi Greppi e 
Benzoni a dinotare l'istessa famiglia, lo indica il Giulini ( 2 ), 
il quale chiamò Giovanni Greppo quel Giovanni Benzoni 
che nel 1299 fu eletto uno degli arbitri per trattare la pace 
tra Milanesi e Cremaschi. 

È a credersi che la famiglia Greppi o Benzoni fosse di 
già cospicua nella città nostra fin dal secolo decimo secondo, 
perocché oltre Lanlelmo Greppi, cui Federico Barbarossa 
affidò la condotta di alcune legioni imperiali, vissero in quel 

(1) Potrebbe però darsi che il Terni e il Fino preferissero questa opinione, 
perdi'' ostinati di non voler riconoscere l'antica esistenza di una grossa bor- 
gata nel sito ove oggidì è la villa di Palazzo. 

[■lj Storia di Milana. 



— 529 — 
secolo altri di questa stirpe che occuparono in Crema le 
prime magistrature. Troviamo fra gli aldi un Domerio 
Benzone che si sottoscrisse come console di Crema all'alto 
con cui Federico I concedette ai Milanesi facoltà di rifab- 
bricare la città nostra: ed un Benzone Bcnzoni era pode- 
stà di Crema fin dall'anno 1 102 0. Nel secolo decimolerzo 
è poi fuor di dubbio che i Benzoni fossero già divenuti 
potenti, concordando le cronache Dell'asserire essere stato 
per opera dei Benzoni e loro partigiani che nel 1258 il 
marchese Uberto Pelavicino s'introdusse in Crema e n'ebbe 
la balìa. Se non che v'era pure nella città nostra un'altra 
famiglia, quella dei conti di Camisano, la quale, quantunque 
spogliala delle sue prerogative feudali, orgogliosa delle tra- 
dizioni de' suoi maggiori, voleva nondimeno sostenere a 
Crema il primato. Ed i Benzoni impresero a soperchiarla : 
e perchè i conti di Camisano erano capi di parte ghibellina, 
i Benzoni si posero alla testa della fazione guelfa. Quan- 
tunque i guelfi sieno stali in Crema dal partilo avversario 
più volte soprafatti, pure finirono col prevalere, ed il 
trionfo loro schiuse alla famiglia Benzoni la via d'insigno- 
rirsi di Crema. Lasciam pur dire all'Aleniamo Fino che i 
fratelli Paolo e Bartolomeo Benzoni, e Giorgio dopo di loro, 
s'innalzarono al dominio di Crema col suffragio generale 
dei concittadini: doveva dire piuttosto, col suffragio dei 
guelfi, giacché egli stesso dimostra nella sua cronaca che i 
Benzoni conseguirono la signoria di Crema dopo che i 
ghibellini erano stati espulsi dalla città nostra. 

Ma prima ancora che i Benzoni si facessero salutare 
principi della terra nativa, v'esercitarono una così poderosa 
influenza, che può dirsi ne fossero, se non di nome, in ef- 

(1) In quell'epoca vi erano a Crema due Podestà, Tuno dei quali Benzone 
Bfnzoni: ciò desumiamo da una Concordia stabilitasi a Crema addì 28 mag- 
gio del 1102 fra Piacentini, Parmigiani e Pontremolcsi, la quale è citata 
dal canonico Pietro Maria Campi nella Sturia della Diocesi Piacentina. 



— 530 — 
fello di già signori. Nel secolo decimoquarto Venlurino 
Benzoni, il gonfaloniere, s'era arrogata cotanta autorità in 
Crema da rigettarvi un luogotenente imperiale, dicendo agli 
ambasciatori di Enrico VII: io tengo in riverenza l'impe- 
ratore ma non voglio che un forestiere, nemico della mia 
fazione, abbia ad essermi superiore ll) . Ed ancora, circa 
cento anni dopo che i Benzoni avevano perduto il dominio 
di Crema, Socino Benzoni cercò di far rifiorire la gran- 
dezza del suo casato, amicandosi Luigi XII re di Francia, 
e consegnando a lui la città nostra. Dal che comprenderete 
che se le ambizioni delle altre case patrizie di Crema si 
restringevano a considerarsi come un corpo aristocratico 
nel municipio, e nel far monopolio delle principali cariche 
del Comune, i Benzoni spinsero più in allo le loro aspi- 
razioni: essi adoperaronsi in varie epoche affinchè sedesse 
in Crema al potere una famiglia sola, la propria. 

Dalla stirpe Benzoni germogliarono uomini insigni che 
sparsero fama di sé non a Crema soltanto ma in altri paesi. 
Nelle armi particolarmente i Benzoni si dimostrarono va- 
lorosissimi. Venturino il gonfaloniere, Venlurino figlio di 
Giorgio, e Socino, vanno annoverati fra le migliori spade 
dei loro tempi. Nella prelatura, oltre Leonardo che fu ve- 
scovo nella Puglia, altro Benzoni di nome Rutilio conseguì 
la dignità del pastorale, eletto vescovo Lauretano da Sisto 
IV, poi, da Gregorio XIV, anche di Recanati. 

Alla famiglia Benzoni non mancarono onorificenze: a lei 
il posto di gonfaloniere di Santa Chiesa, e quello di capi- 
tano del popolo milanese, conferiti a Venturino: a lei il 
titolo di conte con l' investitura feudale di Crema e di Pan- 
dino concessa a Giorgio dal duca Filippo Visconti: a lei la 
nobiltà veneta, della quale vennero privilegiali Giorgio, e 
poi Compagno co' suoi discendenti. Ed anche di ricchezze 

(1) Fino. Storia di Crema. 



— 531 — 
e d'illustri parentadi i Benzeni non patirono difello: in- 
croeiarono il loro sangue cogli Estensi, a Milano coi Tor- 
riani e coi Visconti, ed a Venezia con moltissime fra le 
principali famiglie patrizie. 

I conseguili onori, le aderenze coi potenti, le numerose 
clientele che si procacciavano col prestigio delle ricchezze 
e del nome, il valore del braccio addestrato nei guerreschi 
esercizi, influirono nel temperare l'animo dei Benzeni a 
superbia, e molti di loro trascorsero in violenze e ribalde- 
rie. Venlurino, il gonfaloniere, era uomo fieramente orgo- 
glioso, ed in varie cronache lombarde vien qualificato tiran- 
nuccio di Crema. Da lui non dirazzarono parecchi de' suoi 
nepoli. Lungi dal voler noi concedere a Saverio Bettinelli 
che i Benzoni abbiano del conseguito potere abusato scel- 
leratamente quanto certi altri tirannucci di Lombardia, è 
però vero che il conte Giorgio era uomo assai duro per 
ambizione ed avarizia, e che i suoi figli durante la di lui 
signoria sfrenaronsi in così oscene ribalderie da indignare 
i più caldi loro partigiani, i quali poi a Milano provocarono 
la rovina di Giorgio. Anche dopo perduta la signoria di 
Crema, Giorgio si palesò ridicolosamente superbo del pro- 
prio nome. Il celeberrimo conte Francesco Carmagnola aveva 
offerto in isposa la propria figliola a Venlurino figlio di 
Giorgio, giovane guerriero che il Carmagnola amava e pre- 
giava alquanto. Dicemmo nella Storia di Crema, come Gior- 
gio si opponesse a queste nozze adducendo non avrebbe 
sopportata per nuora la figlia di un venturiero il cui pa- 
dre aveva guardato i porci ^ {) . Del che, punto nel vivo, il 
conte di Carmagnola fece poi amaramente scontare la pena 
a Venturino. E il prode Socino, quello che i Veneziani de- 
capitarono a Padova siccome traditore, era un assai cattivo 
mobile: uomo venale, accattabrighe, prepotente, che brut- 
ti) Terni. Storia di Crema. 



— 352 — 
(ossi di turpe slealtà verso la serenissima repubblica, e 
che nelle sue ville faceva innalzare delle forche a minaccia 
di morte come se fosse uno degli antichi baroni che ave- 
vano il diritto di far sangue nelle loro giurisdizioni. Ed an- 
cora nel secolo decimosettimo, le cronache cremasene ci 
porgono l'esempio di un gran scellerato nella persona del 
conte Roberto Benzoni: il quale per nerissimi delitti fu con- 
dannato in vita nei Pozzi di Venezia: poi liberatosene per 
denaro, trasgredì il divieto di ritornare a Crema, sicché di 
nuovo lo si voleva carcerare. Se non che egli ebbe agio di 
fuggire e riparare a Piacenza, dove, infangandosi in amo- 
rose tresche, una sera fu ucciso da parecchie archibugiate, 
nel mentre ritornava in carrozza dal palazzo del duca. 

In Crema la famiglia Benzoni si mantenne sempre nu- 
merosa alquanto, e si eslinse sul finire del secolo scorso. 
Splendido ne fu l'occaso, giacché Luigi Benzoni, l'ultimo 
di questa stirpe, tralignando da tanti suoi antenati, era 
pio, modesto, generoso, caritatevole' 11 . Leggemmo un elo- 
gio che alla di lui memoria scrisse Antonio Roani in uno 
de' suoi Zibaldoni, e ci meravigliammo che un gentiluomo 
adorno di tante virtù cristiane sia uscito da una casa dove 
i fiori delle virtù evangeliche avvizzivano facilmente sotto 
un' aura cocente e grave d' aristocrazia , dove il codice 
della spada e del blasone spesso prevaleva su quello della 
ragione e dell'amore. 

Dalla genealogia Benzoni apparisce che di questa fami- 
glia un ramo si trapiantò a Cremona, un altro a Venezia, 
un terzo a Roma. 

Berlendi. — « Nel codice Severgnini una famiglia di 
» questo nome è annoverata fra le antiche nobili cremas- 
» che. ii Così il Raccheta nella sua opera sulle famiglie 
cremasche. 

{{) Luigi Benzoui, mentre viveva, donò lauta somma per una fabbrica al- 
l' os[j*;(l;iI<; degli infermi, la quale fu compila a lulle sue spese: morto, lasciò 
a detto ospedale un legalo di lire 70 mila. 



— 553 — 

Bernardi. — Raccogliamo dal Grescenzi (*), che nel se- 
colo duodecimo fioriva a Pisa una famiglia delta de' Pisa- 
nclli -, che generò Pier Bernardo, il quale da modesto 
frate cistcrciense giunse fino a salire il soglio pontificio ed 
appellossi Eugenio III. Ebhe egli un fratello di nome Uberto, 
il quale ripudiando il cognome Pisanelli, volle che la sua 
famiglia si chiamasse di Bernardo, a perpetua commemo- 
razione dell'illustre fra Bernardo divenuto pontefice. Uberto 
trapiantò la sua casa da Pisa a Piacenza, ed ebbe un figlio 
di nome Giovanni che fu capitano nelle legioni imperiali di 
Federico Barbarossa. Da lui discese Alberto , il quale, ab- 
bandonando Piacenza, venne a stabilirsi in Crema. Ecco 
T origine dei Bernardi quale ci vien riferita dal Crescenzi , 
cui vogliamo questa volta prestar fede, perocché avvalorò 
le sue asserzioni citando un islromento dìggio, notajo pia- 
centino, ove del capitano Giovanni Bernardi testé nominato 
leggesi : Nobilis vir, egregius miles 3 D. Joannes de Ber- 
nardis ,Patr ictus Pisanus et Civis Placentinus, ftlìus quon- 
dam egregi viri D. Liberti fratris bonce memorine Eugeni 
Papce III , capitaneus armorum imperialium in Placen- 
tia l 3 ). 

Dal Racchetli ascrivesi all'anno 1390 la venula di Al- 
berto Bernardi in Crema. Graziolo e Giovanni di lui figlioli, 
coprirono a Milano, dominando i Visconti, cospicue cari- 
che. In epoca posteriore, un Pasio ed un Luigi Bernardi 
furono governatori di Tortona : un Erasmo venne innalzato 
vescovo d'Ari. E nel secolo decimosetlimo distingueasi Michele 
Bernardi, uom dotto e valente medico. Recatosi ad eserci- 
tar l'arte sua in Venezia, ivi, per un'ode composta in oe- 

(1) Corona della nobiltà d' Italia. 

(2) Raffaele Ronciuui, nella sua Storia Pisana, la chiama invece dei Paga- 
nelli . e narra che essa abitava in Montemagno, terra del contado di Pisa. 

(3) Queste parole d'Iggio, notajo piacentino, sono pure riportate dal ca- 
nonico Campi, nella storia della Diocesi Piacentina, il quale attribuisce ai 
Bernardi la medesima origine che il Crescenzi. 



— 534 — 
correnza che il serenissimo di Modena, generale in Italia 
delle armi del re cristianissimo, riportò a Valenza una vit- 
toria, il Bernardi venne creato cavaliere di S. Michele di 
Francia e regalato di una collana d'oro (1658). 

I Bernardi furono ghibellini. La Cronaca del Terni ci 
rappresenta in Guido Pace Bernardi il più fanatico dei ghi- 
bellini, ed un pessimo cittadino che per malvagità d'animo 
e spirito di vendetta adoperossi scelleratamente nel perse- 
guitare, col mezzo del governatore francese, gl'infelici Cre- 
masela!: i quali, discacciali da Crema, spasimavano di po- 
tervi rientrare e riposar ancora tranquillamente all'ombra 
del vessillo di S. Marco. Di Guido Pace Bernardi discor- 
remmo nel capitolo X della Storia di Crema. 

Bersi. — Per duecento anni, cioè dalla prima metà del 
secolo decimoquinto fino alla prima metà del decimosetti- 
mo, figurano anch'essi nel codice delle genealogie tra le 
patrizie famiglie cremasche. Le cronache non ci rammen- 
tano dei Bersi che un Antonio, il quale nel 1512 fu da 
Angelo Francesco Gridoni mandato in Crema a trattare 
col governatore francese la resa della città. 

Bertesi. — 'Estinta. Il Rocchetti, valendosi della testimo- 
nianza del Terni , la qualificò un' antica e nobile famiglia 
cremasca, stanziala nella città nostra verso la metà del se- 
colo decimoquarto. Nissun' altra nolizia ci venne fatto di 
raccogliere intorno questa famiglia. 

Bertoni. — Una genealogia che ha per capo-stipite un 
Sebastiano, il quale testò nel 1526, ed a fregio della genea- 
logia uno stemma gentilizio, ecco tutto che ci rimane di 
questa famiglia, la quale s'estinse in Crema verso la metà 
del secolo decimoscttimo. 

Bettinzoli. — Come originasse la nobiltà di questa fami- 
glia, che oggidì va estinguendosi, lo racconta il Racchetti 
colle seguenti parole: « Famiglia di contadini di Pieranica, 
» al cominciare del secolo dccimoltavo, negozianti di buoi, 



— 535 — 
» indi venuti a Crema speziali, ed aggregali al Consiglio 
» nella prima mela dello slesso seeolo (*). » Nei Zibaldoni 
del Ronna si fa onorevole menzione di Laura Beltinzoli , 
vedova Bernardi, la quale nel 1795, morendo, lasciò un pin- 
gue legato al pio luogo delle Ritirate. 

Bianchi. — Estinta. La loro famiglia fioriva in Crema fin 
dal principio del secolo decimosecondo. Arrigo Bianchi fu 
uno de' prigionieri che Federico Barharossa fece legare 
sulla sua torre di legno, quando assediò Crema, acciocché 
gli assediali cessassero dal molestarla : prodigiosamente il 
Bianchi ne fu staccato ch'era ancor sano. Sembra che que- 
sta casa abbracciasse il parlilo guelfo, perocché leggiamo 
nel Terni che Rinaldo conte di Cainisano bandì da Crema 
cinque Bianchi: quattro intervennero al concilio ove pro- 
clamaronsi a signori di Crema i Benzoni. Si rese celebre 
Ira i domenicani il padre Daniele Bianchi, uom dotto che 
sostenne una robusta difesa a favore del confratello padre 
Savonarola, e scrisse un'opera assai encomiata contro Lu- 
tero Fu inquisitore del Santo Ufficio, indi maestro del sa- 
cro palazzo in Roma sotto il pontificato di Paolo IV. A lui 
scrisse una lettera Annibal Caro per averlo favorevole nel- 
fottener licenza di pubblicare la sua apologia (*\ L'ultimo 
dei Bianchi rammemorato nelle cronache cremasene è il 
padre maestro Bianchi, lodato dal Canobio per un panegi- 
rico da lui recitato in occasione che fu eletto a compatrono 
della città di Crema S. Antonio di Padova. 

Bocca de Secchi. — « Antica famiglia nobile già stan- 
» ziata in Crema verso la metà del secolo decimoterzo. » 
Così il Racchetti: e dal Terni apprendiamo ch'essa durava 
ancora nella citlà nostra l'anno 1532. 

Bolzi.ni. — Erano già in Crema nel secolo decimoquarlo. 



(I) Racchetti. Storia genealogica delle famiglie nobili eremasche. Inedita. 
{■2) Notizie raccolte nei manoscritti dell'abate Cesane Ti.ntoiu. 



— 336 — 
Le cronache nostre rammentano alcune verginelle dei Bol- 
zini, le quali, unitesi con altre dei Terni e dei Zurla, fon- 
darono nel secolo decimoquinto il monastero di S. Monica. 
1 Bolzini, trasferitisi a Brescia ove dimorarono lungo tem- 
po, vollero aggiungere al proprio cognome il nome della 
patria dei loro avi e si dissero Bolzini-Crema. Bitornati 
nella città nostra, continuarono a chiamarsi Bolzini-Crema. 
L'ultimo di questa stirpe fu Giovanni Andrea, capitano ed 
ingegnere della veneta repubblica, il quale delineò e pub- 
blicò una carta topografica del territorio cremasco. Morì 
nel 174-1. 

Bolzoni. — Anticamente una famiglia di questo nome fi- 
gurava in Crema fra le patrizie e ghibelline. Da lei, che ne 
era un tempo la proprietaria, tolse il nome il villaggio di 
Bolzone, il che desumiamo dalla cronachetla d'Ippolito Fi- 
gati. Ad un Pietro Bolzoni furono confiscati i beni da Gior- 
gio Benzone: Agostino e Cristoforo, anch'essi de' Bolzoni, 
per esser ghibellini vennero da Andrea Dandolo confinati 
l'anno 1451. Da quest'epoca le cronache non fanno più 
alcun cenno dei Bolzoni. 

Bombelli o Mombelli. — Estinta. Le cronache del Terni 
e del Fino ci conservarono i nomi di Alberto ed Otlobuono 
fratelli Bombelli, i quali nel 1227 fondarono in Crema l'o- 
spedale di S. Spirito sotto condizione che ne fossero pa- 
troni i loro discendenti od eredi. Questa famiglia, racco- 
gliamo dal Terni che esisteva ancora nel 1598. 

Boxati. — Antichissima famiglia cremasca, la quale non 
sappiamo in che epoca siasi estinta. Di lei troviamo memo- 
rie nel secolo duodecimo. Truco de Bonati era console (*) 
in Crema l'anno 1143, e fu pure un Truco de Bonati uno 
degli infelici prigionieri che Federico Barbarossa, nell'as- 
sedio di Crema, adoperò con barbaro stratagemma per di- 

(I) Luim. Codex Diploma tinti. 



— 337 - 
fendere la sua torre di legno dai colpi dei Cremaschi. Un 
altro Bonati, di nome Albino, i padri nostri inviarono con 
Giovanni de Medici nel campo imperiale a trattare con Bar- 
barossa la resa di Crema. 

Bonsignori. — Da questa nobile e antica prosapia inli- 
tolossi una delle ventisette Vicinanze, ed oggidì mantiene 
ancora il nome un vicolo della città di Crema. Nel secolo 
duodecimo figura nelle cronaebe fra le più ragguardevoli 
famiglie cremasebe: ignorasi quando si eslinse. Un nizzardo 
Bonsignori era notajo nell'anno 14-90. Troviamo dei Bon- 
signori inscritti nel Consiglio generale di Crema durante il 
secolo XVII. 

Bondenti. — Un tempo questa famiglia cbiamavasi Denti. 
L'anno 14-57 viveva un Denti di nome Bono, e da lui ori- 
ginò nella famiglia il cognome Bondenti. Questa casa arric- 
chì colla mercatura ch'esercitava ancora verso la metà del 
secolo decimosettimo, in cui un Nicola Bondenti era a Crema 
mercante di panni. L'anno 1682, i Bondenti acquistarono 
dalla veneta repubblica il titolo di conte con l'investitura 
del feudo di Meduna. Ma tuttoché ricchi e titolati, non po- 
tevano conseguire nel Municipio nostro le prime magistra- 
ture, perchè invisi alla nobiltà, che non perdonava loro 
l'origine mercantesca, e perchè i Bondenti della loro ric- 
chezza sembra andassero alquanto gonfi. Giovan Battista 
Terni (*1 nel 1783 scriveva: « La casa Bondenti è una casa 
» nuova ma ricca, ed in conseguenza sprezzante al mag- 
» gior segno. Li Papaveri ( 2) odia per invidia di non poter 
» arrivare al provveditorato, li mezzani sprezza per essere 
» meno di loro facoltosi, li poveri non cura per non ab- 
» bassarsi tanto inferiormente; per la qual cosa ha tutti i 
» partiti contrari, e non deve mai sperare nulla se ha buon 

[1) Memorie Annali di devia. Manoscritto. 

(2) Hammenteremo come il Terni usasse chiamar Papaveri i nobili più do- 
viziosi di Crema suoi contemporanei. 

Voi. IL 22 



— 338 - 
» senno. » Questa famiglia si spense sul principio del secol 
nostro: ne ereditò le sostanze il conte Luigi Portapuglia , 
piacentino, il quale venne a stabilirsi in Crema, ed ag- 
giunse al proprio il cognome Bondenti. 

Bonzi. — Di loro il Racchetli narra: « Famiglia di bar- 
» cajuoli antichissima in tal mestiere. Il primo nominato 
» nella genealogia si è un Ercole, il quale viveva al comin- 
» ciare del secolo decimosellimo: ma fino dal 1462 certo 
» Facchino Bonzi, barcajuolo, aveva una barca grande, o 
» come è chiamata una nave, con la quale faceva il viaggio 
» di Venezia partendo forse da Montodine o poco sotto, dove 
» il Serio sbocca nell'Adda, e in questa condusse l'anno 
» medesimo gli oratori mandati colà per congratularsi col 
» nuovo principe Cristoforo Moro U). Poi allorché erano in 
» Crema i Francesi, un Bernardino , che il Terni chiama 
» Bongi e il Fino Bonzi, conducendo con la sua barca un 
« carico d'armi od altro che ad armi appartiene, fu preso 
» e messo alla corda, su cui confessò che le trasportava a 
» Venezia, accusando quali suoi complici parecchi gentiluo- 
» mini crcmaschi. Gl'imputati si scolparono in suo con- 
» fronto, egli venne squartalo, e i suoi compagni ch'avea 
» nella barca condannali alle forche, della qual pena al- 
» cuni si liberarono con denari (*\ Ciò avvenne nel 1509, 

* sicché Ercole il capo-stipite nella genealogia potea forse 
» essere suo nipole: e forse che tale condanna ascritta a 
» merito dei discendenti procacciò ad Ercole il feudo del 
» fiume Serio di cui fu investito l'anno 1610. Ma i suoi 
» successori non poterono mai tranquillamente goderne 
» sino all'anno 1694, nel quale vennero di uuovo dalla 
» Signoria confermali, investendone Bernardino co'suoi fra- 

* lelli e aggiungendovi il titolo di conte ( 3 ). » 

l) Salomoni , lib. 4, pag. 1. 
{ì) Terni, Storta di Crema. 

Uaccuiìtti. Storia (jeucaloyica delle (aiìùglk nubili cremasche. Inedita. 



— 539 — 

Quanto ci narra il Bacchetti, confermano la storia di 
Crema etl alcuni documenti che sono presso la famiglia 
Bonzi. Leggemmo in quesli che nel 14-50 Facchino Bonzi, 
cittadino cremaseo, essendosi adoperato perchè la città no- 
stra cadesse sollo il dominio dei Veneziani, la repubblica, 
a rimeritarlo dei prestali servigi, gli concedette per cinque 
anni un diritto usufruttuario sulla pesca del Serio , nel 
qual diritto Facchino, decorsi i cinque anni, venne confer- 
mato. E nel Ioli, lo stesso diritto di pesca venne dalla 
repubblica riconfermato alla famiglia Bonzi pei meriti di 
Bernardino « il quale non degenerando (dice la Ducale (*)) 
» dalle ottime operazioni degli antiqui della famiglia sua 
» che merita dalla signoria nostra lunga dimostrazione di 
» gratitudine, persistendo in un'ardentissima disposizione, 
» non ha dubitato a benefizio dello Stato nostro esponere 
» e perieli tare la vita sua, sicché da' nemici nostri è stato 
» crudelissimamente squartalo. » Ed ancora nel 1610 la 
repubblica veneta rinnovava la concessione dei diritti giu- 
risdizionali sul fiume Serio alla casa Bonzi, investendone 
Ercole Bonzi. Ciò nondimeno i Bonzi venivano dal Comune 
pertinacemente molestati nel godimento degli acquisiti pri- 
vilegi, ondassi nel 1694 domandarono d'esserne formal- 
mente investili per ragion feudale, offrendo di pagare ot- 
tocento ducati acciocché insieme all'investitura feudale si 
concedesse loro il titolo di conti. Quanto desideravano con- 
seguirono, e furono creali Conti del Serio. 

È nei patti dell'investitura che lutti i discendenti maschi 
legittimi godranno in perpetuo il diritto di pesca nel Se- 
rio con tutte le prerogative del feudo, e che 3 estinta la linea 
mascolina, devolvere si debba nel pubblico la ragion feu- 
dale. 11 diritto di pesca estendesi su tutta quella parte dei 



(1) La «lucale porta la data del 40 febbraio i5iS> 



— 540 — 
fiume che scorre sul territorio cremasco, non che sul poco 
oro e sulle morie lasciate e fatte per esso (lume. 

Durante il dominio dei Veneziani non bastava possedere 
il titolo di conte perchè il municipio cremasco considerasse 
una famiglia tra le nobili: bisognava essere aggregati al 
Consilio generale della città, e quest'aggregazione ottenne 
Ercole Bonzi nel secolo scorso, facilitandosene la via collo 
sposare una Yimercati (*). 

Braguti. — Questa famiglia, che oggidì va estinguendosi, 
trapiantossi da Bergamo in Crema Tanno 1547. 11 primo 
nominato nella genealogia è un Calisto Colombo detto Bra- 
guto, sicché pare che anticamente la si chiamasse Colombo 
e non Braguti, del che renderebbe testimonianza il suo 
stemma gentilizio, il quale rappresenta una colomba con un 
olivo in bocca. 

« È singoiar vanto di questa nobile casa (scrive Cogros- 
» si (*)), l'aver di quando in quando prodotti degli uomini 
» per armi, o per lettere, o per maneggi, assai chiari e 
» cospicui. » Scorrendo le cronache cremasene trovammo 
infatti non pochi nomi dei Braguti menzionati onorevol- 
mente. Tre fratelli, Bartolomeo, Francesco e Giacomo de 
Braguti, furono tra i favoriti del famoso e potente generale 
Bartolomeo Col leoni che gli elesse a suoi gentiluomini e 
commensali ( a ): lo slesso Colleoni elevò poi Tommaso Bra- 
guti a suo luogotenente generale. Un Girolamo Braguti vien 
posto dal Fino tra gli uomini di pregio, e qualificato sotti- 
lissimo dottore e gran criminalista l 3 ). E nel secolo de- 
eimoseslo un Evangelista, scrive Canobio, « spiccò fra i 
» dottori, legisti e fisici, e per undici volle venne dalla pa- 
» tria eletto provveditore.» Ed altro Evangelista, anch'isso 



(1) Zt'CCfll. Diario, all'anno 1738. 
t) t'asti storici della città di Crema. 
, Fino. Dcyli uomini di pregio usciti da Crema. 



— 341 - 
de' Braguti, sul principio del secolo decimosettimo « sos- 
» tenne con molto decoro la carica di alfiere di corazze e 
» poi di tenente d'uomini d'armi (*>. » Nel secolo medesimo 
si distinse pure nella milizia Francesco de 1 Braguti, che il 
colonnello Mario Benvenuti elesse capitano del suo reggi- 
mento: pugnando contro i Turchi nella guerra di Candia, 
Francesco morì valorosamente a Rellimo (2 \ 

La famiglia Braguti non fu tra quelle che a Crema vole- 
vano condurre i negozi del Comune a senno loro e primeg- 
giare, quindi non apparisce nelle storie s'ella abbia par- 
teggiato piuttosto pei guelfi o pei ghibellini. Abbiamo però 
due argomenti per credere ebe i Braguti fossero guelfi: 
l'uno che un Tommaso Braguti votò per l'elezione dei fra- 
telli Benzoni a signori di Crema; l'altro, che Bartolomeo 
Colleoni, da cui i Braguti conseguirono splendidi onori, 
era d'una casa la quale a Bergamo figurò tra le principali 
della fazione guelfa. 

Bremasciii. — Non si confonda questa famiglia con altra 
chiamata Della -Bremasca, la quale fioriva in Crema fin dal 
secolo decimoquarlo. A' nostri giorni sono estinte e l'una 
e l'altra. La famiglia Bremaschi , quantunque nel secolo 
scorso fosse a Crema tra le nobili , non era di vecchia no- 
biltà. 11 Cogrossi loda Orazio, il generoso intrepido Bre- 
maschi che militò sulle galee del papa in una guerra con- 
tro i corsari l'anno 1631. 

Bravi o Cugiaiu. — Estinta. Ne incomincia la genealogia 
da un Mazino che viveva sul finire del secolo decimoquinto. 
Uscirono da questa casa non pochi notari, fra i quali un 
Giuliano, un Mario, un Matteo. 



(1) Canobio- 

(2) L'abate D. Paolo, ultimo rampollo mascolino della famiglia Braguti, è 
diligentissimo ricoglitore di Memorie cremasene: a lui, all'abate Solerà ed a 
Pellegrino Grioni , tutti tre svisceratissimi di cose cremasche , ci confessiamo 
riconoscenti , per averci forniti non poclii documenti, i quali ci furono pre- 
ziosi nella compilazione della Storia di Crema. 



— 342 — 

BruxNelli. — Estinta. In nissuna cronaca, in nissun co- 
dice di genealogie trovammo memorie di questa famiglia. 
Solamente il Tintori l'ha nominata, collocandola fra le no- 
bili senza titoli, che fiorivano in Crema Tanno 1740 (*'. 

Cambràti o Menolim. — Estinta. Nissuna delle cronache 
ne fa parola, nondimeno dalla genealogia apparisce che 
esistette in Crema per più di duecento anni, e che \i si 
imparentò con cospicue famiglie. Pare si estinguesse verso 
la metà del secolo decimoseltimo. Un Pietro Menolini fu più 
volte eletto provveditore della città nostra verso la metà 
del secolo XVI. 

Canepari. — Estinta. Anticamente era della anche Cor- 
nepardi, ed abitava in Piacenza, poi si trasferì a Brescia, 
indi a Crema ove figurò fra le patrizie fin dal secolo deci- 
molerzo. Trovammo dei Canepari tra i provveditori della 
città nostra all'epoca del veneto dominio. Pietro Martire 
Canepari pubblicò un'opera intitolala De A tramentis, con 
cui tratta del modo di fare i colori. 

Capeti o Cheti. — Estinta poco prima del secolo deci- 
mottavo , come desumesi dalla genealogia. Era già tra le 
nobili cremasene nel secolo decimoquinlo. 

Capitanei o Cattanei. — Due famiglie di questo nome esi- 
stettero in Crema, i Capitani di Rivoltella, ed i capitani di 
Caravaggio. Antichissima e nobilissima famiglia era quella 
dei Capitani di Rivoltella: il Terni ne fa risalire l'origine 
fino all'anno 950. Dei Capitani di Caravaggio la genealogia 
incomincia da un Giovanni che viveva nella seconda metà 
del secolo decimoterzo. Questa famiglia, scrive il Racchetli, 
si mantenne sempre numerosa e polente, e si estinse pro- 
prio sul finire del secolo decimoseltimo. E qui noteremo 
che il nome di Capilanei era anticamente un titolo feudale 
cui aggiungevasi quello del luogo dato a feudo: quindi è 

[l) Vedi il tomo IX, pag. 93 dei manoscritti dell'abate Cesare Tintori. 



— 545 — 

probabilissimo che le due famiglie dei Capitani, patrizie 
cremasene, fossero un tempo le feudatarie di Rivoltella e 
di Caravaggio ( { \ 

Caravaggi. — Estinta, Risplendeva tra le patrizie quando 
la città nostra reggevasi a repubblica. Il Terni scrive che 
nell'anno 1*254 era nella terra nostra un Gherardo Cara- 
vaggi molto apprezzato. Di un Benedetto Caravaggi, dot- 
tore, fa menzione il Fino, collocandolo fra gli uomini di 
pregio. Un Caravaggi lasciò scritta un'opera intitolata Diarj 
della storia di Crema: credesi smarrita; il Canobio con- 
fessa d'avervi attinte molte notizie che riportò nella sua 
cronaca. I Caravaggi erano ghibellini, conseguentemente ne- 
mici della casa Benzoni. Giorgio Benzoni confiscò loro i 
beni , ma poi glieli restituì. 

Carioni. — Famiglia di non vecchia nobiltà. 11 Tintori la 
disse cittadina sul principio del secolo ottavo, nobile senza 
titoli nel 1740 t 2) . Il cognome Carioni non è però nuovo 
nelle cronache di Crema: Terni c'indica quattro Carioni 
che Andrea Dandolo nel 145i confinò siccome ghibellini. 
Vi fu pure a Crema una famiglia che al nome Carioni univa 
quello d'Orefici, e da essa nacque il P. Giovan Ballista, 
che fu confessore di S. Gaetano Tiene. 

Cassani. — Estinta. Comunque il Fino non ne abbia mai 
fatto cenno, il Racchelti la qualificò famiglia nobile antica. 
Nel raccosto della storia di Crema toccamo di Giulio Ce- 
sare , eletto nel 1646 capitano nel reggimento del colon- 
nello Mario Benvenuti., e del P. Ugone Cassani, abate ci- 
stercense, scrittore di varie opere. 

Castagni. — Ignorerebbesi che a Crema fra le nobili ab- 
bia esistilo una famiglia di questo nome, se il Tintori non 

{{) L'attuale famiglia cremasca dei De-Capitanj rampollò dai Capitani 
d'Arzago, e \uolsi dello stesso ceppo d'una famiglia nobile milanese di que- 
sto nome. 

(2) Il primo dei Cartoni stàto inscritto nel .Concilio imbibe di Crema fu 
Vincenzo l'anno Ì7Q8- 



— 544 — 
l'avesse annoverata fra le nobili senza titoli che fiorivano 
nel 1740 i). 

Castelli. — «Una delle principali e più antiche famiglie 
» di Crema, forse guelfa, della quale si ignora V origine. » 
Così il Racchetti. Trovammo infatti nella cronaca del Terni 
mentovati parecchi de 1 Castelli, i quali occuparono nella città 
nostra cospicue cariche, quand'essa reggevasi con forme 
repubblicane. Un Pasio de' Castelli era nominato negli anti- 
chi Statuii di Crema. A lui , e ad altri dei più ragguar- 
devoli patrizi , il podestà Sarasino di Lavelungo affidò in 
deposilo, l'anno 1286, alcuni privilegi imperiali ed istro- 
menli, dei quali eransi fatte più copie autentiche acciocché 
non andassero smarriti. La famiglia Castelli s'estinse nella 
prima metà del secolo decimosetlimo. Fu d' essa a Crema 
larga di beneficenze. Stefano Castelli, entrato nei frati mi- 
nori osservati, istituì l'ospedale dei poveri, intitolato l'o- 
spedaletto de' Castelli. Ciò nell' anno 1424. E nel 1631 
Francesco Castelli, morendo, chiamò erede l'ospedale de- 
gF Infermi. 

Cimalovo. — Estinta. Famiglia antichissima in Crema. 
L'Alemanio Fino pose tra gli uomini di pregio Almerico e 
Sarra Cimalovo, famigliare l'uno del cardinal Giovanni di 
S. Grisogono, l'altro di Guido da Crema che diventò anti- 
papa col nome di Pasquale 111. La famiglia Cimalovo esi- 
steva ancora nella città nostra sul finire del secolo decimo- 
sesto. 

Cirioli. — Estinta. Carnevale Cirioli fu uno dei fonda- 
tori dell' ospedale di Porla Ripalla l'anno 1351. Dal Terni 
vengono rammentati parecchi di questa famiglia, la quale 
figura tra le ghibelline. Pietro Cirioli era a Crema uno dei 
tre provveditori l'anno 1452. 

Civerchi. —Estinta. Antichissima famiglia, siccome quella 

(ij TiMioai. Tonio IX, manoscritto. 



— o4ì> — 
che diede il nome ad una delle ventisene Vicinanze in cui 
fu riparlila Crema quando venne rifabricala (1183). Ono- 
rasi d'aver prodotto Vincenzo Civerchi, celebre pittore di 
cui abbiamo discorso nel racconto della Storia di Crema 4 !. 
Nel 1740 durava ancora nella città nostra questa prosapia, 
avendola il Tintori annoverata fra quelle che in quell'anno 
appartenevano al rango delle nobili senza titoli : oggidì 
conserva tuttavia il nome de' Civerchi una contrada di 
Crema. 

Chiarasco. — Anche di questa famiglia, che noi crediamo 
estinta, il Tintori dice ch'era nobile ma senza titoli l'anno 
1740. 

Clarafaccia o Ciborli. — Estinta. Ne rimane la genealo- 
gia e lo stemma nel codice delle genealogie delle nobili fa- 
miglie cremasene. Dei Clarafaccia non fanno motto le storie 
di Crema : eppure essi vi figurarono tra i patrizi dall'anno 
1519 fin verso il 1650. 

Clavelli. — Nel medio evo una famiglia Clavelli signo- 
reggiò per più d'un secolo il castello di Fabriano nella Ro- 
magna: il Sausovino ne scrisse la storia collocandola tra le 
celebri famiglie d'Italia. Che i Clavelli di Crema discen- 
dessero dai Clavelli di Fabriano lo afferma Alemanio Fi- 
no 2 ' , ed era pur tradizione in questa nobilissima fami- 
glia. Pietro Terni disse la casa Clavelli , antica molto in 
Crema, sicché è a congetturarsi che qualche ramo dei Si- 
gnori di Fabriano si trapiantasse nella città nostra prima 
dell'orribile sterminio ^) che i Fabrianesi fecero dei Cla- 
velli l'anno 1455. Infatti Giovanni, che figura come capo- 
stipite nella genealogia dei Clavelli di Crema, era già nella 
città nostra l'anno 1380. 



(i) Vedi il capitolo XII della Storia di Crema. 

(2) Fino. Degli uomini di pregio usciti da Crema. 

(3) La tragica fine ch'ebbe a Fabriano la signoria dei Clavelli leggesi nel 
Sansovino, Storia delle famiglie celebri d'Italia; nel Simonetta, Vita di Fran- 
cesco Sforza, e nel Muratori , Annali d' Italia. 



— 546 — 

Nelle storie cremasche il nome Clavelli incomincia a ri- 
splendere sul principio del secolo decimosesto con Filippo, 
il provveditore che con tanto zelo e coraggio, a salvezza 
de' propri concittadini, cercò di mitigare la pazza ira del 
Durazzo , governatore francese. Era Filippo Clavelli gentil- 
uomo di molta dottrina ed aveva educato V ingegno nelle 
scienze filosofiche, teologiche, legali H 

Il Racchelli , che è pur slilico mollo di lodi al patriziato 
cremasco, dimostra singolare slima e benevolenza alla casa 
Clavelli , dicendo : « divenne celebre per sapere più che 
» per fasto di nobiltà, imperocché molti uomini illustri pro- 
» dusse, i quali alla scienza seppero accoppiare disinteres- 
» se, mansuetudine, e giustizia nell'amministrare gli uf- 
» fici ( 2) . » Di un Curzio Clavelli stampossi un'orazione che 
recitò a Venezia ove i Cremaschi lo inviarono Tanno 1570 
ad ossequiare il nuovo doge Luigi Mocenigo. Un Ascanio 
Clavelli fu anch'egli mandalo oratore a Venezia Tanno 1585 
e ritornò a Crema fregialo da Sua Serenità del titolo di 
cavaliere. Antonio Maria Clavelli è assai encomiato dal Ca- 
nobio e dal Cogrossi siccome uomo di lettere , bellissimo 
dicitore, ed ornamento dell' Accademia de' Sospinti. Se è 
vero che i Clavelli di Crema rampollarono dai Clavelli di 
Fabriano, convien dire che nella città nostra ha tralignato 
alquanto l'indole di questa famiglia , perochè a Fabriano i 
Clavelli si resero esosi per prepotenza e ribalderie; a Cre- 
ma, rispettabili per virtù d'ingegno e miti costumi. Difetto 
comune della casa Clave Ila è d'essere tutti di troppo buon 
cuore: così scriveva Gian Battista Terni nelle sue {Memorie 
Annuali, ove tesse encomj agli ultimi rampolli mascolini di 
questa famiglia eh' erano suoi coetanei ed appartenevano 
per dovizie alla classe dei Papaveri. 



(i) Fino. Degli uomini di pregio ■usciti da Crema. 

(2) Storia genealogica delle famiglie nobili cremasche. Inedita. 



— 547 — 

1 Clavclli ottennero il titolo di conte dal duca di Parma 
l'anno 1G99. La loro famiglia si divise in due linee, l'una 
finì in una femmina maritata nella casa dei marchesi Pal- 
lavicino di Cremona, i quali, ereditatine i beni, aggiunsero 
il cognome Clavclli al proprio. Dell'altra linea, ultima su- 
perstite fu la contessa Domitilla che morì zitellona Tanno 
1817, lasciando eredi del suo patrimonio i figli di Filomena 
Benvenuti Clavclli sua nipote. 

Comi di Camisano. — Antichissima e poderosa famiglia 
i cui fasti formano parte della storia di Crema. Di lei ab- 
biamo discorso diffusamente narrando la storia della città 
nostra, sicché sarebbe qui superfluo ridirne le vicende. 
Accennammo come sull' origine dei conti di Camisano vi 
sia disparità d'opinione fra gli scrittori bergamaschi ed i 
cremaschi. Lupi e Pagnoncelli * pretendono che la fami- 
glia dei conti di Camisano sia la medesima dei conti di 
Bergamo , rifuggiatasi nel territorio eremasco dopo che a 
Bergamo perdette la feudale supremazia. Terni, Fino e 
Tintori riconoscono per capo stipile dei conti di Camisano 
un gentiluomo francese, di nome Masano, che sul finire 
del secolo decimo fu investilo della signoria di Crema; ne 
venne la di lui famiglia spogliala l'anno 1025. Polente 
nondimeno si mantenne la casa dei conti di Camisano fino 
allo scorcio del secolo decimoquarto: la sua grandezza cadde 
quando scemarono in Crema le forze del partito ghibellino 
di cui essa era l'antesignana: abbattuta la grandezza dei 
conti di Camisano, giganteggiò sulle di lei rovine quella 
dei Benzoni. 

L' Alemanio Fino attribuisce a questa famiglia il vanto 
d'aver generato due famosi prelati, Giovanni cardinale di 
S. Grisogono, e Guido cardinale di S. Calisto che poi di- 



(i) Lupi. Codex diplumaticus ; Pagnoiscelli. Dell'origini dei governi muni- 
cipali in Italia. 



— 348 - 
venne antipapa col nome di Pasquale III. Che ambidue fos- 
sero cremasela lo provano documenti incontrastabili: che 
sorgessero dalla stirpe dei couti di Camisano è una sco- 
perta che dice aver fatta TAlemanio Fino leggendo alcune 
vecchie scritture a lui comunicate dal canonico Cimalovo. 
Oltre questi due personaggi , famigerati nella storia del 
medioevo, altri produsse la famiglia dei Conti di Camisano 
che si distinsero quali nelle armi, quali nelle magistrature. 
Gilberto de' conti di Camisano fu creato da Federico Bar- 
barossa condottiero delle legioni imperiali, e mandato in 
Romagna a sostenervi il partito di Pasquale III, antipapa, 
il quale, se crediamo al Fino, esser dovea suo parente. 
Gilberto fece fabbricare la chiesa ed il monastero dei frati 
di S. Paolo in Argo, luogo distante da Bergamo sette mi- 
glia: forse ch'egli con quest'atto di pietà abbia creduto di 
purgare la colpa d'aver combattuto in difesa di un anti- 
papa. Un Gherardo dei Conti eli Camisano era podestà di 
Cremona verso il 1200, e fu sotto la di lui podestaria che 
i Cremonesi fabbricarono Caslelieone. 

Quegli dei conti di Camisano, che lasciò in Crema più 
profonda e trista memoria di sé fu Rinaldo. Essendo riu- 
scito con la frode a impadronirsi di Crema per poco tempo, 
ne profittò a sfogare sui guelfi il veleno della sua vendetta: 
cinque ne fece impiccare, e più di duecento cacciò quali 
in bando, quali in prigione. 

La famiglia dei conti di Camisano si estinse verso il mille 
settecento venti: ne furono gli ultimi superstiti un monaco 
cistercense a S. Bernardo, ed una di lui sorella nubile di 
nome Lucia. Sul finire del secolo decimoseslo i conti di 
Camisano fecero scavare la loro sepoltura nel chiostro di 
S. Domenico, ove sopra una lapide fu scritto: Marcus An- 
tonius de Comìtibus de Camisano, et Fausta Verdetta. 

Comi di Palazzo. — Vuoisi che fossero i nipoti, o per 
lo meno gli credi di Crcmete, il fondatore di Crema, il quale 



— 349 — 
nelle cronache nostre vicn qualificato conte di Palazzo. Se 
ciò, come asserisce il Terni, è vero, ne deriva per conse- 
guenza clic la famiglia dei conti di Palazzo, tra le patrizie 
di Crema, era la più antica, e che la villa di Palazzo pree- 
sistettc a Crema. Il Terni, onde abbattere V opinione che 
un tempo si estollesse in riva al Tornio una città detta Pa- 
rasso, e togliere ogni sospetto che l'antica Parasso, incen- 
diala dal vescovo di Milano perchè nido d'eretici, sorgesse 
nel luogo ove attualmente è situata la villa di Palazzo Pi- 
gnano, vuol indurci a credere che nel contado ora Comune 
di Palazzo non vi fosse nel secolo sesto che un castello ma- 
gnifico ove abitava Cremete che ne era signore. E per con- 
ciliare in qualche modo con quel castello l'origine del no- 
me Palazzo che assunse la villa, senza che la si possa con- 
fondere con Parasso, asserisce che il castello chiamavasi 
anche palazzo del conte Cremete, e da qui l'origine del 
nome di Palazzo alla terra, e di Conti di Palazzo alla stirpe 
di Cremete. Ma con buona pace del Terni non ci possiamo 
persuadere che Cremete abitasse in un castello o palazzo 
isolalo, e gli domandiamo licenza di figurarci l'abitazione 
di Cremete circondata da un gruppo di casolari e da una 
chiesa (*). E la chiesa di Palazzo, noi sappiamo, per confes- 
sione del Terni medesimo, che un tempo teneva il diritto 
di conferire molti beneficj ecclesiastici, e che il di lei pre- 
vosto avea il privilegio di portar la mitra. Quindi abbiamo 
buone ragioni per conghietturare che i conti di Palazzo 
anticamente fossero signori non soltanto di un castello ma 
per lo meno di una popolosa borgata, quand'anche questa 
non fosse la città di Parasso, la cui esistenza il Terni vuol 
negare ad ogni costo. 11 castello dei conti di Palazzo venne 
demolito nel secolo decimo quarto, come attesta il Terni 
d'aver raccolto da vecchie pergamene: ed i conti di Pa- 
li, Della chiosa di Palazzo accennammo nell'articolo 1 di quell'Appendice 



— 3o0 — 
lazzo, osservò il Racchclti (*), sono ancora nominati nelle 
cronache cremasclie sul principio del secolo decimoquinto. 
Certo è che la famiglia loro, nel medio evo era una delle 
primarie della città nostra: abitava in Crema presso la 
Porla Serio, e diede il nome ad una delle ventisette Vici- 
nanze nelle quali si divise Crema dopo che fu rifabricata. 

Conti di Capralba. — Non ne conosciamo l'origine, quan- 
tunque rammentali sovente nelle cronache cremasene. An- 
tonio dei conti di Capralba era Castellano di Pandino, 
quando Giorgio Benzone godeva il feudo di Crema e di 
Pandino (1414). Un Giovanni dei conti di Capralba era 
inscritto l'anno 1445 fra i mercanti matricolati, e coprì 
in Crema la carica di provveditore. Ignorasi in quarepoca 
siasi estinta questa famiglia. 

Conti di Casale. — Che esistesse in Crema questa fami- 
glia verso la metà del secolo decimoquarto, accenna Pietro 
Terni. Di lei non potemmo raccogliere alcuna memoria. 

Conti di Bergamo. — Quantunque noi non vogliamo con- 
cedere al Lupi che i conti di Camisano fossero una dira- 
mazione dei conti di Bergamo, tuttavia non possiamo con- 
trastare che questi siensi stabiliti in Crema dopo che a 
Bergamo declinò la loro grandezza. Leggemmo vari istro- 
menti redatti a Crema sottoscritti dai conti di Bergamo ed 
ove apparisce eh' essi dimoravano sul suolo cremasco. En- 
rico, Conte di Bergamo che cedette ai monaci di Monte 
Cassino la nostra chiesa di S. Benedetto coir annesso mo- 
nastero V anno 1097, intilolavasi Judex Sacri Palatii. E 
vuoisi figlio del conte Enrico! 2 ) un Buggeri vescovo di Vol- 
terra, poi arcivescovo di Pisa. 



(4) Storia genealogica delle famiglie nobili cremasche. Inedita. 

(9) CUe l'arcivescovo Ruggeri nascesse dai conte Enrico lo dimostra con 
sufficienti ragioni l'abate Cesare Tintori, e lo Indicherebbe una vecchia scrit- 
tura riportata nel Codice Alocchiu. 



— ODI 

Conti di Offanengo. — Anche questi il Lupi pretende 
fossero una linea dei conti di Bergamo. Ottennero rinve- 
stitura del feudo d'Offanengo da Gregorio vescovo di Ber- 
gamo Tanno 114-0. Quegli cui venne conferita l'investitura 
chiamavasi conte Magifredo, ed il feudo d'Offanengo esten- 
devasi sopra ò'2o8 pertiche. Nell'istromento d'investitura, 
riportalo dal Lupi ,n , apparisce essersi costituito uno di 
que' feudi che i giuristi direbbero oblati, perochè il conte 
Magifredo offri in dono al vescovo di Bergamo i suoi beni 
di Offanengo, poi li riprese da lui con investitura feudale. 
1 conti di Offanengo erano in Crema sul finire del secolo 
decimosecondo ed imposero il nome loro ad una delle ven- 
tisette Vicinanze della città. Oggidì rimane a Crema una 
memoria di loro nella contrada nominata dei Cittadini 
d'Offanengo ( 2l . 

Conti di Torlino. — Il Racchetli ce ne offre queste po- 
ehe notizie: « i Conti di Torlino fiorivano verso la metà del 
» secolo decimoterzo ed esistevano ancora col nome di Tur- 
» lini nella prima mela dol secolo decimosesto ». 

Corte o de Corte. — Estinta. In un' opera che pubbli- 
cossi Tanni 1616, intitolata Teatro delle città d'Italia, son 
nominate sei delle principali famiglie di Crema , fra que- 
ste la Corte. Forse era d'essa la medesima dei Corte Nuova, 
famiglia antichissima in Crema, della quale dicesi falsa- 
mente nella cronaca di fra Giacomo Filippo, che abbia coo- 
perato coi conti di Camisano all' edificazione di Crema 
f anno 951. 

Cotta. — Patrizia famiglia milanese trasferitasi in Cre- 
ma nel 1450 e che vi durò circa un secolo. Ciò vien asse- 
rito dal Raccheti, e la genealogia dei Cotta lo conferme- 
rebbe. 

(1; Codex diplomaticus* 

_' Il titolo di conti fu tolto alla contrada domina udo la repubblica dei 
{nHiulo sovrano sol finire del secolo scosso. 



— 352 — 

Cristiani. — Estinta. 11 Fino racconta che nel 1159 era 
decano dei canonici di S. Pietro in Roma un Pietro Cri- 
stiani ch'egli suppone della famiglia cremasca, ma forse 
non per altro motivo che per l'identità del cognome. Il 
primo dei Cristiani nominalo dal Terni si è un Alberto al- 
l' anno 1187. Di un Paolo Francesco Cristiani, giurecon- 
sulto, leggesi stampata un'orazione che recitò a Venezia 
quando fu eletto doge Francesco Venterò, essendo egli stato 
dalla città nostra inviato ad ossequiarlo con Fortunato Ben- 
zoni, Marcantonio Vimercati e Cosmo Benvenuti I Cristiani 
furono ghibellini: la stirpe loro fioriva ancora in Crema sul 
principiare del secolo scorso. 

Cosatoli. — Eslintasi poco dopo cominciato il secolo de- 
cimoseltimo. Questa famiglia , comunque parteggiasse pei 
guelfi, nimicatasi con Giorgio Benzoni per private offese, 
maneggiassi con alcune altre per rovinarlo. A Delirammo 
Cusatri { intrecciali lodi e Terni e Fino: Giovanni Cusatri, 
che fioriva verso la metà del secolo decimoquinto, era me- 
dico celebre. 

Draghi o Draghi. — Estinta. Famiglia ch'esisteva già in 
Crema nel secolo decimo secondo e da cui prese il nome 
una delle ventisette Vicinanze. Fra i socj che fondarono 
l'ospedale di Porla Bipalla l'anno tool troviamo un Lan- 
lelmo Drachi. 

Fabbri. — Estinta. Famiglia guelfa antichissima: da lei 
tolse il nome una delie 27 Vicinanze in cui venne Crema 
divisa l'anno 119G. Dei Fabbri fa sovente menzione la cro- 
naca del Terni: vuoisi che la casa loro si triapantasse in 
Mantova, e che dai Fabbri nascesse Ercole Udine (*), poeta 
Mantovano, che tradusse in ottava rima l'Eneide di Vir- 
ai Ho e viveva circa il 1603. 



i Accennammo di lui nel capitola IX (iella Storia di Crema. 
($) Racchbtti. Storia genealogica delle nobili famiglie cretnatiche. Inedita. 



Fadi.ni. — Nel secolo decimosesto questa famiglia chia- 
inavasi Cavalcllo. Un Benedetto Cavalelto Tanno 1517 fu 
ammesso nel numero dei mercanti matricolati (*>. La genea- 
logia dei Fadini incomincia da Giovanni Cavalelto Fadini 
che viveva in Crema sul finire del secolo decimoseslo, ed 
era nel 1595 negoziante di candele. Fra i primi nominati 
nella genealogia dei Fadini troviamo un Aurelio, n\acellajo, 
ed un Mario, macellajo e gabelliere, e poi un Gio. Paolo 
che fu laureato a Bologna Tanno 1629 ed un Mario, no- 
tajo 2 ). In appresso venuti i Fadini in agiatezza, s'impa- 
rentarono con patrizie famiglie, e nobililaronsi mercè T ag- 
gregazione al consiglio generale della città di Crema. Il 
primo dei Fadini che venne ammesso in consiglio fu Gio. 
Battista Tanno 1715. 

Figati. — Famiglia oriunda milanese, venula a stabilirsi 
in Crema verso la metà del secolo decimoquinlo. Antonio 
Figati era podestà di Crema Tanno 1447 mentre durava 
ancora il dominio di Filippo Maria Visconti: nel 1451, es- 
sendo egli ghibellino, venne da Andrea Dandolo confinalo. 
Altro Antonio fiorì in questa casa sul finire dei secolo de- 
cimoseslo: era uomo di lettere e pubblicò un componimenlo 
in versi sciolti sul miracolo di S. Maria della Croce, dedi- 
candolo al vescovo Girolamo Diedo. Ippolito Figati, dottore 
in legge, morto nel 1690, lasciò inedito un libro intitolato: 
Particolari estralli dalle Storie di Pietro Terni. Questa 
famiglia, di fazione ghibellina, durò in Crema fino allo 
scorcio del secolo decimoseUimo. 

Focaroli — Famiglia che si estinse poco prima che in- 
cominciasse il secolo decimottavo. Amicamente era detta 
de'Guarini, ma poi mutò nome, forse per distinguersi da 
altra chiamata anch'essa de'Guarini. Nella pianta genealo- 

(1) Intorno all'origine della famiglia Fadini vedi nell'archivio municipal» 
di Crema i libri delle Parti prese in consiglio agli anni 1517, 1593, 1595. 
\ì) Racciiictti. Storia genealogica delle famiglie nubili cremasche. Inedita. 

Voi. IL 23 



— 354 - 

gica il più antico è un Bortolomeo Guarini detto Focarolo, 
il quale viveva nel 1529. 

Frecavalli. — Stirpe d'antica nobiltà, di fazione ghi- 
bellina, e che a'nostri giorni va estinguendosi in due fem- 
mine. Quantunque la genealogia dei Frecavalli incominci 
da un Cavallino, il quale viveva nel secolo decimoquarto, 
pure il Terni fa menzione de'Frecavalli fin dall'anno 1278. 
Narrando la Storia di Crema abbiamo accennati tre egregi 
personaggi che onorarono questa famiglia, Agostino, Gio- 
vanni e Prospero. Vi aggiungeremo Mario Frecavalli, eletto 
auditore di Rota in Venezia nel 1596, dietro ricerca fatta 
da sua Serenità al podestà di Crema, se vi fosse nella città 
nostra un dottore idoneo a tale ufficio (*). La casa Freca- 
valli , essendo ghibellina, ebbe nei primi tempi del veneto 
dominio poca ingerenza nei negozi del nostro Comune: 
spente le fazioni, l'antico nome e le illustri parentele posero 
i Frecavalli nel rango di quelle famiglie che a Crema s'in- 
feudarono le prime cariche municipali e a diritto o a torto 
volevano pur sempre aver ragione. Nel secolo decimosettimo 
i Frecavalli ruppero in fìerissima discordia coi Griffoni 
S. Angelo: a comporli dovette intromettersi il Concilio dei 
Dieci. 

Gabotti — Una di quelle famiglie oscure nella storia 
che l'abate Cesare Tintori, all'anno 1740, collocò fra le 
nobili senza titoli. Ignoriamo e quando nobililossi, e quando 
si estinse. 

Gambazocco. — Le più antiche memorie di questa fami- 
glia si associano all'epoca più splendida della città nostra i 2) . 
Quando Federico Barbarossa (1185) concedette la libertà 
ai Cremaschi, egl'inveslì dei privilegi che un tempo appar- 
ii) Veli nell'Archivio municipale di Crema il libro delle Parli prese in 
Consiglio. 

(2) I Gambazocco si millantavano (l'origine romana, e d'essersi rifugiati 
a Qrema dopo clic Tolda prese Roma. 



— 355 — 
tenevano ai conti di Camisano, Ottone Gambazocco era uno 
dei rappresentanti il popolo cremasco in cui nome accettò 
i favori imperiali. Due anni dopo, reggendosi Crema a re- 
pubblica, uno dei consoli della città era Ambrogio Gam- 
bazocco. 

Questa famiglia parteggiò pei ghibellini, nondimeno seppe 
all'uopo attnipparsi anche coi guelfi. Giorgio Benzoni con- 
fiscò a parecchi Gambazocco le sostanze, ma poi vennero 
loro restituite. Nelle cronache cremasene sono encomiati il 
padre Fortunato Gambazocco, carmelitano, e un Carlo 
Gambazocco che il Cogrossi( 4) qualifica avvocato eloquen- 
tissimo, il quale sapeva nelle cause civili così bene arrin- 
gare da rendere sempre vittoriosi i suoi clienti. Ad alcuni 
dei Gambazocco affidarono i Cremaschi importanti amba- 
scerie: onori, cariche, influenza godettero sempre nel mu- 
nicipio nostro i Gambazocco: né potevano loro mancare, es- 
sendo essi de 1 più antichi e doviziosi patrizj. L'anno 1700 
la casa Gambazocco ottenne da Leopoldo I, imperatore 
d'Austria, il titolo di marchese t 2 >. Nella storia moderna sì 
rese notissimo il marchese Fortunato Gambazocco, siccome 
quello che si maneggiò a lutt'uomo per sollevare Crema 
contro la repubblica di Venezia. Napoleone, a rimeritarlo 
dei servigj ch'egli prestò ai Francesi, costituita la repub- 
blica cisalpina, lo nominò uno dei membri del consiglio 
legislativo. Di lui abbiamo discorso ampiamente nella sto- 
ria di Crema. La progenie dei Gambazocco finì nel secolo 
nostro: i suoi beni passarono in parte nella famiglia dei 
conti Marazzi ove si accasò una Gambazocco. 



i ; Fasti storici della città di Crema. 

-2 Nel diploma imperiale, che porla la data del 30 aprile 1700, si confe- 
rirono ai Gambazocco i II Ioli di marchesi, conti e cavalieri dell'impero. Nel 
medesimo diploma sono pure encomiati siccome prodi guerrieri un Nicola eci 
un Lodovico Gambazocco, dei <iuali non fanno alcuna méaztuae le cronache 
civratascUe. 



— 556 - 

Gandini. — Antica e illustre famiglia che si estinse con 
Bartolomeo l'anno 1559. Era ghibellina, ed abitava nella 
città nostra fin dai tempi della sua riedificazione (1185). 
Di questa prosapia il personaggio più insigne fu Alberto, 
giureconsulto, di cui toccammo nel racconto della storia di 
Crema (*). Era chiamata dei Gandini una delle ventisette 
vicinanze di Crema : a' nostri giorni serbano il nome dei 
Gandini una piccola villa detta le Cascine, presso Scanna- 
bue, ed un poderctto situato tra Campiseco e Sergnano. 

Gennari. — Sull'origine di questa famiglia, eslintasi al 
cominciare del secolo decimoltavo, favoleggiò Aleniamo Fino 
in una delle sue Seriane. Par vero nondimeno ch'essa pro- 
venisse da Napoli, ove distinguevasi tra le patrizie. 11 primo 
a stabilirsi in Crema fu Placido Gennari , costreito a mi- 
grare dal napolitano verso il principiare del secolo deci- 
moquarto, quando fervevano in quel regno le parti An- 
gioine ed Arragonesi. In Crema nacquero da questa stirpe 
due egregj oratori, Francesco e Gio. Giacomo (*), ed un 
Giovanni, uomo d'armi, il quale nel 14-45 diventò luogo- 
lenente di Malalesla dei Malatesti, ch'era vicario generale 
di papa Eugenio IV nelle Marche. Alla casa Gennari inles- 
son lodi il Terni e il Fino: era di fazione guelfa. 

Goghi. ___ Famiglia guelfa che si eslinse nella seconda 
metà del secolo decimosettimo. Riporteremo quanto scrisse 
sulla di lei origine e de' suoi fasti militari l'Aleniamo Fino: 
« La famiglia Guoghi, detti prima Pozzi e Gorgolali, venne 
» da Milano a Crema per più di duecent'anni innanti la 
» guerra di Federico Barbarossa. Et avvenga che ora sia 
» ridotta in pochi, è però ne' tempi addietro stala nume- 
» rosa, ed ha avuto degli uomini di valore, massime nel 



ii) Vedi la lettera B, nelle note al capitolo V. 

[<ì Di Giacomo Gennari fu ristampata in aggiunta alla Storia di Crema del 
, l'ni.'i/iutie che recitò a Venezia pel doge Lorenzo l'riulij l'unno iS5u 



— 357 — 
mestìero delle armi. Ci fu del 970 Leonardo, il quale, 
» assoldato dai Milanesi , ebbe da loro una compagnia 
di 500 fanti. Di là a cent'anni intorno ci fu Antonio, il 
quale, guerreggiando Venetiani in mare, fu capitano di 
una galera: e portossi in modo die del 1070 fu per be- 
nemeriti fatto nobile venetiano. Nei tempi di papa Inno- 
cenzo II ci fu Bernardo e Fadino, ambidue fratelli, i 
quali militarono sotto la Chiesa. Ebbe Bernardo una 
compagnia di 500 fanti, ed a Fadino fu data la condotta 
di 100 cavalli , il quale si portò in maniera che fu dal 
pontefice fatto cavaliere. Venuto a morte Bernardo in 
Crema del 1150, sopravvisse Fadino fin alla guerra di 
Federico Barbarossa, nella quale, per essere allora uno 
dei principali della città, fece gran cose a difesa della 
patria. Né finì l'assedio, che scaramucciando un giorno 
con gl'imperiali rimase da loro ucciso. Ci fu un altro Ber- 
nardo, il quale essendo capitano di oO cavalli sotto i Ve- 
netiani, fu col suo ingegno cagione in gran parte ch'essi 
s'impadronirono di Crema la prima fiata, che fu l'an- 
no 1449. Al tempo di Nicolò Visconte cognominalo Pic- 
cinino fiorì Antonio II, sotto il quale ebbe una compa- 
gnia di 100 cavalli, e fu vicario in lutti i castelli posti 
nel Borgo di Val di Tarro. Fu ultimamente governatore 
di Alessandria, dove venendo a morte lasciò che il suo 
corpo fosse portato a Crema e sepolto nella chiesa di 
S. Domenico all'altare della Madonna, fabbricato e do- 
tato da lui. Egli fu mollo caro al duca Francesco Sforza, 
il primo, da cui fatto cavaliero ebbe in dono il porlo di 
Sommo con alcune possessioni al Corno Vecchio, con pri- 
vilegio d'esentione per sé e per tutti i suoi discendenti. 
Fu questo Antonio quello che all'arma guoga aggiunse la 
secchia donatagli dal duca stesso. D'Antonio nacque Gian- 
none, il quale fu parimenti dal duca Francesco fatto go- 
vernatore di Lodi. Fa di ciò fede l'arma de' Guoghi, la 



— 358 — 
» quale si vede fino al dì d'oggi in certe case della piazza, 
» appresso ai signori Vislarini con quesle parole: Zanonus 
» Gogus de Crema gubernator Laudce * . » 

Griffoni S. Angelo. — La storia di questa famiglia inco- 
mincia verso la metà del secolo decimoquinto con Matteo 
Gridoni, il quale nacque da un mugnajo in S. Angelo di 
Romagna, come raccogliesi dal Baldi nella storia di Fede- 
rico d'Urbino. Matteo Griffoni fu un prode capitano di ven- 
tura : delle sue imprese militari fanno cenno parecchie cro- 
nache veneziane e milanesi. Leggiamo nel Terni : « Que- 
» sfanno 1455, Matteo di S. Angelo della famiglia Griffo- 
» na, capitano delle fanterie venctiane per proprie virtudi 
» asceso, perchè nalo era di umile patre, venne ad abitare 
» a Crema, e da qui ebbe origine nella terra nostra questa 
» nobile famiglia. » 

È nolo come la repubblica veneta pagasse lautamente i 
capitani che stipendiava, quindi non ci meravigliamo che 
Matteo Griffoni, generale delle fanterie veneziane, abbia 
potuto, da modesti natali, salire così a un tratto in condi- 
zione signorile. Fallo è che la famiglia Griffoni, stabilitasi 
in Crema con Matteo, vi si rese ben tosto segnalala per 
pingue ricchezza ed illustri parentadi. Matteo Griffoni morì 
a Lonato Tanno 1473: le sue ceneri furono trasportate a 
Crema in S. Domenico, ove collocaronsi in distinta sepol- 
tura con epigrafe onorifica , riportataci dal Cogrossi nei 
Fasti storici della città di Crema. Il Racchetti scrisse : 
« Matteo, figlio di Biagio, uomo ignobile di castello S. An- 
'• gelo in Vado di Romagna, ebbe un fratello, Anastasio, 
» morto nella guerra contro i Turchi. » La famiglia Griffo- 
ni, domiciliandosi in Crema, aggiunse al proprio cognome 
il nome della terra ond'era oriunda: ed ecco perchè era 
comunemente della dei S. Angelo. 

(1; Allmamo Fino. Scelta degli uomini di pregio usciti da Crema. 



— 359 — 

I discendenti di Matteo, per più generazioni non si dimo- 
strarono degeneri del loro antecessore, sia per virtù mili- 
tari, sia per caldissima devozione alla repubblica di S. Mar- 
co l*\ E la famiglia Griffoni S. Angelo si mantenne sempre 
tra le più ricche e le più cospicue della città nostra : larga 
delle avite ricchezze, di un contegno decorosamente altero, 
e talvolta imbellettata con un po' di santochieria, essa tra 
le patrizie era in Crema la più riverita. Ne profittavano i 
podestà veneti quando scadevano dalla carica, i quali onde 
schivare d'essere bersaglio alle ingiurie della plebe, che 
spesso li congedava a sassate, costumavano rifugiarsi nella 
casa S. Angelo, ove tante volte trovavano sicura protezione 
contro un popolo che voleva sfogare su loro la vendetta 
delle sofferte estorsioni. 

Un bel vanto della famiglia Griffoni è d'aver generato il 
vescovo Faustino, purissimo fiore di modestia e carità, non 
che d'aver con sapiente beneficenza fondati nella città no- 
stra due pii istituti: il Conservatorio delle Zitelle e quello 
delle Ritirate. Ridicolissima vanità dei Griffoni era quella 
di sdegnare a consorti donzelle cremasene., fossero anche 
di antichissima nobiltà : quasi sempre cercarono fuori di 
Crema le spose destinale alla propagazione della loro nobi- 
lissima schiatta , perocché sembrava ad essi che nissuna 
delle gentildonne cremasene fosse abbastanza quartata da 
meritarsi i maritali amplessi di un Griffoni. « Sempre nei 
« matrimonj (scrive Raechetti ( 2 ), la casa S. Angelo ebbe 
r. cura di non abbassare la dignità del casato, ed in que- 
» st' ultimi tempi, sopportò a mal in cuore che una Vimer- 
» cali Sanseverino v'entrasse. » 

A' nostri giorni, della stirpe Griffoni S. Angelo non ri- 



(1) Di Angela Francesco e di Gio. Paolo Griffoni toccammo narrando la 
Storia di Crema. 

(2) RACCHLrn. Storia genealogica delle famiglie nobili a'emascke. Inediia. 



— 5G0 — 
mane che il conte Ernesto, vecchio demente rinchiuso in 
un manicomio di Milano. 

Guarini. — Esistette in Crema una famiglia di questo 
nome, la quale si eslinse poco prima del secolo decimot- 
tavo. Molto imperfetta ne è la genealogia, né a discorrere 
di lei ci ajutano gran fatto le cronache. Semhra che fosse 
di fazione ghibellina, narrandoci il Terni che Rosso Gua- 
rino, tuttoché ghibellino, venne dai Ghibellini impiccato 
per aver seguito Giorgio Benzoni quando fuggì da Crema. 

Guarini. — Con la famiglia Guarini testé accennata non 
si confonda quella di Giacomo Guarini che fu a' nostri giorni 
podestà di Crema. Questa è di recente nobiltà, e fu aggre- 
gata al Consilio generale di Crema Tanno 1780. Ciò desu- 
miamo dalle Memorie Annuali di Gio. Ballista Terni , il 
quale scrisse: « Gio. Battista Guarino quondam Giacomo 
» Antonio nodaro, uxor la signora Paola Frecavalla, per 
» broglio della suddetta casa (Frecavalli) fu ascritto al no- 
» stro Consilio nel corrente anno (1780). L'avolo suo fu 
» torchiaro: suo padre nodaro collegiato per volere espresso 
» del principe, perchè fu più fiale dal collegio dei nostri 
» nodari rifiutato. » 

Guarniero — Estinta. Da questa famiglia nominossi una 
delie ventisette vicinanze in cui fu divisa Crema Tanno 1196. 
Di un Benigno Guarnieri, frate Agostiniano, ch'era elo- 
quente oratore, accenna il Fino nella Seriana IX. Di un 
Sessualdo, frate Carmelitano scalzo, ci rimane un'opera 
intitolata: Deplorationes sacrce penitentis animus prò pec- 
catis conlractis et commissis , stampata a Roma T an- 
no 1643 (*>. 

Guidoni. — La famiglia Guidoni, oggidì spenta, pervenne 
in Crema da Padova Tanno 1476: primo a stabilirsi nella 
città nostra fu un Lucrezio, capitano di venticinque pedoni. 

ti) TiXTOHl. Turno IX. 



- 561 — 

Un Camillo, ultimo eli qucsla famiglia, morì li 27 mar- 
zo 1756, lasciando all'ospedale la sua sostanza, computata 
di lire centomila. I Guidoni , fin dal secolo decimoseslo , 
portavano il titolo di conti di Mozzanica. Nelle cronache 
sono rammentati con encomio il conte Lorenzo Guidoni , 
che segnalossi nelle armi, e il conte Emilio, dottissimo giu- 
reconsulto che difese valorosamente le ragioni della repub- 
blica veneta contro lo Stato di Milano in una contesa di 
confini. 

Guinzoni. — Antica famiglia, la quale primeggiava tra le 
ghibelline. Fioriva in Crema fin dal secolo decimosecondo, 
e diede il nome ad una delle ventisette Vicinanze in cui fu 
divisa la città nostra. Non pochi dei Guinzoni troviamo no- 
minati nella cronaca del Terni. Nazario Guinzoni, caldis- 
simo ghibellino, si rese celebre in Crema per aver fatto 
trucidare Venturino Benzoni. Non sappiamo in qual' epoca 
questa famiglia si estinguesse : i cronisti ne fanno ancora 
menzione nel secolo decimoquinto. 

Lazzaroni. — Vennero dalla Germania ad abitare in Crema 
ai tempi di Federico Barbarossa: parteggiarono pei ghibel- 
lini, e la famiglia loro si estinse verso la metà del secolo 
decimosesto. 

Lucini. — Estinta. Comincia a figurare tra le case patri- 
zie di Crema l'anno 1540. Il Tintori pretende sia nato da 
questa stirpe il cavalier Giovanni Battista Lucini, pittore, 
che eseguì in Crema molti egregi lavori : altri però lo di- 
cono milanese. 

Mandricardi. — Estinta. « Famiglia nobile nel 1740, ma 
» senza titoli. » Così il Tintori. 

Mandoli. — Estinta. Ne incomincia la genealogia da quel 
Marchino che fu uno dei fondatori della Casa di Dio, ossia 
spedale di Porta Ripalla, l'anno 1351. Ma anche prima di 
quest'anno, dalla cronache cremasene è rammentata la fa- 
miglia Mandoli, come quella che nell'anno 1552 donò al- 



— 562 — 
cune case ai frati di S. Domenico perchè vi fabbricassero 
il loro convento. I Mandoli furono guelfi : possedevano la 
villa di Ripaliella, detta un tempo de 1 Mandoli, e che og- 
gidì è volgarmente chiamata degli Schiavini, perchè posse- 
duta da questa famiglia. I Mandoli finirono nel 1675. 

Marazzi. — Tra le patrizie famiglie di Crema una delle 
antiche: il Terni l'accenna all'anno 1555. Tuttavia le 
cronache ci offrono ben poco o nulla a dire di lei. Go- 
dette in varj tempi il suffragio e la fiducia del Consilio 
generale di Crema che a molti de' Marazzi conferì il po- 
sto di Provveditore. Un Antonio Marazzi, il quale viveva 
nel 1465, fu eletto per ben sette volle tra i provveditori 
della città, e questa carica i Marazzi conseguirono sovente 
anche in tempi posteriori, e notate che ad arrivarvi biso- 
gnava vantare un cognome sfolgorante per luce purissima 
di blasone. La famiglia Marazzi ottenne il titolo di conte 
dal duca Francesco Farnese con diploma del 25 settem- 
bre 1710. 

Marchi. — Famiglia estinta già da circa sessantanni. 
Ne apparisce capo-stipite quel Giovan Antonio Marchi che 
nel 1402, appostata una spingarda nella chiesa della San- 
tissima Trinità, ferì Gentilino Soardo sul castello d'Om- 
briano. L'anno medesimo Giovan Antonio, capitanando i 
guelfi di Cremona, prese Castelleone, di cui venne poi fatto 
governatore (*) da Ugolino Cavalcano, allora signore di 
Cremona. 

La stirpe de' Marchi produsse uomini che si distinsero 
come ingegneri militari. Un Antonio cominciò la costruzione 
delle nuove mura di Crema l'anno 1488: un Lodovico fu 
ingegnere del marchese di Mantova; ed è cclebralissimo 
nelle storie italiane , come ingegnere militare, Francesco 
Marchi. Comunemente lo si dice bolognese, ma solamente 

(I) Codice Alocchio. 



— 5G3 — 
nel 1558 fu ascritto alla cittadinanza di quella città: molti 
de' suoi biografi concordano nell'asse ri re che la sua famiglia 
era orionda cremasca. Il [tacchetti lo suppone figlio di quel 
Lodovico, ingegnere del marchese di Mantova, che abbiamo 
testé accennato, del qual Lodovico, avendo spatriato, non 
è scritta nella genealogia la discendenza. Credesi che il fa- 
moso Francesco Marchi sia nato nel 1506, ma probabil- 
mente non a Bologna, quantunque questa sia l'opinione 
più vulgare. 

Marinoni. — Da questa nobile famiglia, che a Crema or 
più uon è, nacque Ettore Marinoni, capitano di Evangeli- 
sta Zurla nella guerra de' Veneziani contro il Turco (1570). 
Dei Marinoni fa menzione spesse volte il Canobio. 

Martinengo. — Famiglia antica quanto quella dei conti 
di Camisano, e cui vuoisi attribuire la fondazione del ca- 
stello, ora borgo, di Martinengo. Il primo dei Martinenghi 
nominato in un'antichissima scrittura l 1 ), è un Leopardo, 
uomo d'armi, venuto d'ollremonti, il quale oltre il castello 
di Martinengo, narrasi che molti altri ne abbia edificati sul 
bresciano al principiare del secolo undecimo. La genealogia 
però dei Martinenghi di Crema incomincia da un Odasio 
che viveva verso il mila e duecento. Nella città nostra i 
Martinengo non operarono clamorose gesta, e forse, quan- 
tunque nobilissimi, non erano provveduti di ricchezze ba- 
stanti a sostenere il fasto del loro casato. Ne è indizio il 
vedere come tanti Martinengo siansi applicati alla giurispru- 
denza ed esercitassero nella città nostra l'ufficio di notaj; 
le loro scritture sono spessissimo citate nelle cronache. 
Questa famiglia, che fu di parie guelfa, s' estinse in Crema 
nella prima metà del secolo decimottavo: da lei riconoscono 
alquanti legati gli Ospedali degl'Infermi , degli Esposti e dei 
Mendicanti. 

(i) Scrittura riportata dal Fino nella terza Sericina. 



- 364 — 

Martini. — Nella pianta genealogica il capo -stipite di 
questa famiglia è un Antonio che viveva sul finire del se- 
cólo decimosettimo, ed era follatore di carta straccia 0). 
Suo figlio Andrea negoziava di bestie bovine: ma poi verso 
la metà del secolo scorso la famiglia Martini si procacciò 
una considerevole agiatezza, a condimento della quale com- 
però per pochi quattrini, sull'esempio de' Bondenli e degli 
Anzelli, il titolo di conte. Ma benché titolati, i burbanzosi 
padri-coscritti del nobile Consilio di Crema non volevano 
accettare nel grembo loro i Martini. Sulle Memorie Annuali 
diGio. Battista Terni leggiamo: « 11 giorno 4 di gennajo 1781 
» fu di nuovo sbalottato il sig. conte Giovanni Martini dal 
» nostro Consilio: esso conte, anni sono, si era dato in nota 
» per T aggregazione al nostro Consilio, spalleggiato dalla 
» casa Zurla: ma stante un puntiglio della casa Benzona 
» fu ricusato con poco onore. In ora il marchese Zurla si 
» è tornato a dimenare per un tale effetto, ma il suo bro- 
» glio lo ha piuttosto pregiudicato per essere stato il Mar- 
» lini rifiutato in competenza di tre altri soggetti che non 
» hanno pane sufficiente per liberarsi dalla fame quando di 
» essa sono assaliti: all'incontro il Martini è provvisto di 
» una ricchezza che sta in bilancia con tulli li nostri Pa- 
» paveri, e vive con lusso decente ad una nobile persona. » 
A' nostri giorni la famiglia Martini è fra le nobili e titolate, 
e si rese in Crema e fuori assai notoria. 

Masani. — Famiglia nobile ed antica, la quale, avverte il 
Racchetli, non è a confondersi con quella de' conti di Ca- 
misano. Nelle cronache apparisce guelfa : non sappiamo in 
qual' epoca siasi spenta. 

Medici. — Antichissima famiglia. Vedemmo nella storia 
di Crema un Giovanni de Medici inviato dai concittadini 
nel campo di Federico Barbarossa per trattarvi la resa di 

(i) Racchetti. Storia genealogica delle nobili famiglie crcmasche. Inedita. 



— oGd — 
Crema: e questo Giovanni Medici era forse il medesimo 
che trovammo nominato fra i Consoli di Crema Tanno 1143 
in un documento pubblicalo dal Lupi n . Uomo di gran 
fama, al dir del Corio, fu Spinella de Medici che Tanno 
12o0 con una legione di Cremaschi andò in soccorso dei 
Milanesi, i quali combattendo contro i Lodigiani s'erano 
ridoni a mal partilo. Di questo casato trovatisi ancora no- 
minati alcuni personaggi all'epoca del dominio Benzoni : 
iodi non ne fanno più molto le cronache, sicché è a cre- 
dersi che la famiglia Medici siasi estinta in Crema già da 
mollo tempo. 

Meleguli. — Estinta. Una delle patrizie famiglie che di- 
morava in Crema quando fu rifabbricala, sicché da lei prese 
nome una delle ventisette Vicinanze. Caldeggiò tenacemente 
la causa dei ghibellini, come desuntesi dalla cronaca di 
Pietro Terni. Pompeo Meleguli, lancia spezzata di Girola- 
mo Martinengo , pugnò nella guerra dei Veneziani contro 
il Turco Tanno 1570. Da quell'epoca non troviamo più 
cenno dei Meleguli nelle cronache di Crema. 

Meli. — Son detli nobili dal Tintori. Sorse in questa casa 
il padre Gio. Antonio Meli, agostiniano, che fu dottore per 
otto anni e lettore nel collegio della Sorbona a Parigi, poi 
confessore di Lucrezia Borgia a Ferrara , e morì a Crema 
li 12 settembre lo28. Pubblicò molte opere, fra le quali di 
maggior rinomanza quella che accennammo 2 già, intito- 
lata Scala del Paradiso. La famigia Meli , narra Tintori , 
s'estinse con Lodovico Tanno 1611. 

Monelli. — Estinta. Nel secolo decimoquinlo figura tra 
le patrizie cremasene. Di questa famiglia sono assai enco- 
miati dai nostri cronisti tre fratelli, Agostino, famigliare di 
Mattia re d'Ungheria, Bernardino, che del regno d' Un- 



ii) Lupi. Codex diploma ticus. 

'2, Vttili il capitalo XII della SiOria di Crema. 



— 366 — 

gheria fu governatore, Giovanni, molto favorito da papa 
Paolo li, e morto in Crema prolonotario apostolico. 

Monte o Da Monte. — Questa famiglia sedette anch'essa 
tra le patrizie nel Consilio generale di Crema: ce ne è con- 
servato l'albero genealogico e lo stemma nel codice delle ge- 
nealogie. Si spense nel secolo passato senza lasciare di sé 
nelle cronache alcuna illustre memoria. Parecchi dei Da 
Monte trovammo nominati tra i provveditori della città no- 
stra, sullo scorcio del secolo decimosettimo. 

Monticelli. — Sull'origine di questa famiglia sfarfallarono 
FAlemanio Fino, il canonico Cogrossi e l'abate Cesare Tin- 
tori. Il Fino la vuol derivata dai Monticoli o Monticelli di 
Verona: il Cogrossi, spingendosi ancora più in là, dice che 
i Monticelli di Crema discendono per linea retta dai Conti 
Marsi, originarj del sangue imperiale di Carlo Magno, ed 
il Tintori ripetè ne' suoi manoscritti tutto quanto era stato 
detto intorno ai Monticelli in un opuscolo intitolato il 
Monte Celio, opuscolo dettato per commissione dei Monti- 
celli medesimi, ed ove, per adularli, la fantasia dell'au- 
tore si sfogò tanto da soffocarne l'illustre prole sotto una 
pioggia di rose. Ci fa meraviglia come Pietro Terni nulla 
abbia raccontato intorno all'origine dei Monticelli, che al- 
tri scrittori decantarono poi luminosissima. Tuttavia il Fino 
vanta la testimonianza del Terni nell'asserire che i Monti- 
celli erano in Crema intorno all'anno 1250, e pretende vi 
capitassero quando fuggirono da Verona, dopo esservi 
stali barbaramente traditi dall'immane Ezzelino. 

Che fin dal secolo decimoterzo vi fossero a Crema dei 
Monticelli Io si desume infalli da Pietro Terni, il quale 
allegando un istromento rogato in Crema l'anno 1221 dice 
che a quell' istromento intervennero con altre persone an- 
che de' Monticelli Ma ch'essi fossero del medesimo ceppo 
dei Monticoli di Verona non è che una congettura del Fi- 
no, congettura che egli non ha saputo avvalorare con al- 



— 567 - 
cun documento. È verissimo che a Verona grandeggiò una 
famiglia delta dei Monticoli o Monticelli , rivaleggiando coi 
Conti di S. Bonifacio: verissimo che i Monticelli sopraffatti 
a Verona dai Conti di S. Bonifacio ricorsero per ajuto ad 
Ezzelino da Romano, il quale dapprima simulò di proteg- 
gerli, indi, perfidiando crudelmente, ne mandò parecchi 
al supplizio con molti dei loro partigiani: verissimo è pure 
che quelli dei Monticelli che scamparono dal tradimento 
d'Ezzelino si rifugiarono in altri paesi di Lombardia; ma 
dov'è un documenio che affermi esser slata Crema asilo ad 
alcuni di loro * ? E mal s'appose il Fino nel voler cardi- 
nare sul Terni la sua congettura che i Monticelli venissero 
a Crema dopo il tradimento d'Ezzelino, perocché l'istro- 
mento citato dal nostro cronista dimostrerebbe ch'essi era- 
no già a Crema molti anni innanzi. 

Quanto poi hanno scritto e il Cogrossi e il Tintori in- 
torno all'origine dei Monticelli di Crema e ai vetusti fasù 
di loro famiglia, la storia attribuisce bensì ai Monticelli, 
ma di Romagna e di Verona, coi quali quelli di Crema , 
sebbene portino lo stesso cognome , nissun documento ci 
prova che abbiano del pari commune lo stipite. 

Nella genealogia dei Monticelli di Crema il primo nomi- 
nato è un Giovannino: viveva sullo scorcio del secolo de- 
cimoquarto ed intervenne all'adunanza ove i Cremaseli! di 
fazion guelfa proclamarono loro signori i Benzoni. 

Le cronache cremasene non ci offrono gran fallo a dire 
dei Monticelli: il Fino nella Seriana XVII promise di discor- 
rerne alquanto in altra sua operetta sugli uomini di pregio 
usciti da Crema, ma poi vi si restrinse a fare onorevole 
menzione di un Matteo Monticelli, famoso dottore, che nel 
secolo decimoseslo fu vicario a Brescia, a Verona, a Pado- 



l'i Raccogliemmo da varj cronisti che i Monticelli scamati da Ezzelino sì 
rifugiarono quali nel Friuli, quali su terre lungo il lago di Garda. 



— 368 — 

va, ed uno della Ruota di Bologna. 11 Cogrossi accenna 
un Gioan Francesco Monticelli che morì alla difesa di 
Famagosta, ove si era portato come venturiero, un Ercole 
ch'egli chiama benemerito della patria per aver ottenuto 
dal serenissimo principe Tanno 1657 che si disfacessero 
nel territorio cremasco alcune risaje : ed un Monticellino 
Monticelli, di cui parlano con molla stima non poche 
ducali l . 

Come i Monticelli di Verona chiamavansi anche Monti- 
celi o Montecchi, così i nostri a Crema erano detti volgar- 
mente Monteslini. Questo diminutivo non garbò a Nestore 
Monticelli, tenerissimo dello splendore del suo casato, e di 
portare incorrotto un cognome cui scrittori cremaschi lar- 
gheggiarono profumi di vetuste glorie. Quindi nel 1708 
provocò da Venezia un decreto col quale fece abolire il co- 
gnome Monteslini, e confermare al suo casato quello di 
Monticoli o Monticelli. E perchè il pubblico imparasse che 
egli era un Monticello e non un Monleslino, volle che ri- 
stampandosi da Mario Carcano le opere del Fino (1710- 
1711) si accennasse il conseguilo decreto in coda al titolo 
della Soriana XVII ove ragionasi intorno all'origine della 
sua famiglia. 

La casa Monticelli sostiene da lungo tempo il decoro del 
suo blasone con ricco censo, con dignità cavallesesche, con 
illustri parentadi. 

Monza. — La nobiltà di questa famiglia ci viene attestata 
dal Tintori. Troviamo infalli che nel secolo decimosetlimo 
furono ammessi al Consilio nenerale di Crema Antonio Ma- 
ria Monza, e i di lui tigli Arsilio, Alessandro ed Agostino. 
Il Tintori attribuisce a questa famiglia la gloria d'aver pro- 
dotto il beato Cristoforo Monza, la di cui festa, secondo i 
diarj della chiesa ambrosiana, si celebra addì dieciotlo no- 

il' Cckrossi. l'asti slotici della città di Crema. 



— 569 — 
vembre. Antonio Maria Monza, che fioriva intorno alla 
metà del secolo decimose Ili ino, si distinse e come medico 
e come poeta. Il Canoino lo rammenta spesse volte siccome 
uno dei più caldi promotori in Crema dell'accademia dei 
Sospinti, della quale venne creato principe Tanno 1647 ed 
ove diede non pochi saggi del suo valore sia nel verseg- 
giare, sia nel perorare. Oltre un'operetta intitolala La me- 
dicina difesa, scrisse e pubblicò alcuni sonetti, l'uno dei 
quali in elogio del cavalier Tensini. 

Noci o Della Noce. — Famiglia guelfa che in Crema nel 
secolo decimoquinto diventò assai potente pel favore dei 
Benzoni. Palollo della Noce era consigliere e forse il più. 
inlimo famigliare di Giorgio Beinone. Illustrarono questa 
famiglia alcuni guerrieri di bella fama, fra i quali il cele- 
bre Giovanni e Davide: delle loro gesta discorremmo nar- 
rando la storia di Crema (0. Se e quando la stirpe dei Della 
Noce siasi estinta non sappiamo: durava ancora sul prin- 
cipiare del secolo scorso. 

Noli Dattarlno. — Nissun cenno di questa famiglia nel 
Fino e nel Cogrossi. Desumiamo dalla genealogia che il 
primo a stabilirsi in Crema fu un Antonello l'anno 14-4-9. 
Chi era Antonello e donde proveniva? Vuoisi fosse uom 
d'armi, e proveniente da Nola città del napolitano: vuoisi 
eziandio che da Nola abbia questo casato assunto il co- 
gnome di Noli. Se non che nei secolo decimoquinto, e an- 
cora per qualche tempo in appresso, i Daltarino Noli chia- 
mavansi in Crema anche Loli , il che genera confusione, 
perocché dal Terni raccogliamo che a Crema vi furono dei 
Loli innanzi che vi capitasse Antonello. Sembra tuttavia che 
l'antico cognome di questa casa sia quello di Dattarino, 
rendendone testimonianza lo slemma dei Noli che raffigura 
un dattaro: il nome di Noli o Loli forse i Daltarino piglia- 
li/ Vedi il capitolo IX ed il capitulo XII. 

voi. il n 



— 570 — 
rono quando posero in Crema la loro dimora. Antonello, 
sebbene le cronache cremasche di lui non facciano memo- 
ria , è a congetturarsi fosse un distinto cavaliere: trasferi- 
tosi a Crema, vi sposò una Della Noce, poi una Clavelli, 
entrambi gentildonne di famiglie ragguardevolissime: ag- 
gregato al consiglio generale dei cittadini, fu per ben otto 
volte eletto uno dei tre provveditori della città. 

Dalla casa Noli uscirono egregii giureconsulti: un Anto- 
nello che viveva nel 1545 e fu agente generale dello Stato 
di Sforza Pallavicino, e Felice, avvocalo fiscale, che so- 
stenne molli importanti incarichi per mandato della città 
nostra. 

Obizi. — Nel diploma che insignì questa casa del titolo 
di marchese leggesi essere gli Obizi di Crema una dirama- 
zione della cospicua famiglia Obizi di Lucca, la quale nel 
medio evo tenne la signoria di quella città, e perdutala 
poi nel secolo decimoquarto, migrò negli Stati Veneti. Ma 
nelle cronache cremasche non v'ha memoria che confermi 
alla famiglia Obizi l'origine luminosa attribuitale nel diplo- 
ma che T innalzò al grado di marchesi. Sembra anzi che 
l'antico e vero cognome di questa casa non sia Obizi, ma 
de Almeno ( n . Racchelli narra: « Anticamente questa fami- 
» glia chiamavasi de Almeno o Meni, cognome che fu cau- 
» giato in Obizo sul finire del secolo decimoquarto, perchè 
» uno di loro aveva nome Obizo. Per un pezzo ancora però 
» seguitossi l'uso antico, e molti degli Obizi ritrovansi chia- 
» mali Meni: Da Obizo che viveva nel 1545 prese il nome 
» non solo la famiglia, ma un podere dello ancora l'O- 
» biza ( 2 ). » Ed è verissimo che i più antichi degli Obizi ac- 
cennali nella storia di Crema sono chiamati de Almeno, 
com'è vero che Obizo è nella genealogia il nome di batte- 
simo del capo-stipite di questa stirpe. 

(1) In all'imo vecchie scritturo sono chiamali anche Frolli. 
'■*} Storia 'j'utcalouica delle famiglie nubili cremasche. Inedita. 



— 571 — 

L'Àicmanio Fino ed il Cogrossi non fanno mai cenno né 
degli Obizi né degli Almeno, quasi che a Crema non esi- 
stessero. Tuttavia questa famiglia è da collocarsi fra le an- 
tiche patrizie della città nostra, e nello scorso secolo Gian 
Battista Terni l' annoverò fra le più facoltose ed influenti. 
Gli Obizi vennero creali marchesi Tanno 1716 da Fran- 
cesco Farnese duca di Parma e Piacenza; il diploma du- 
cale conferì il titolo di marchesi a cinque fratelli Obizi di 
Crema e ad un Agostino Obizi di Udine loro consanguineo. 
Oggidì, degli Obizi di Crema, Tunica superstite è la mar- 
chesa Maria, vedova Monticelli. 

Oldi. — 11 Terni accenna una famiglia Oidi all'anno 
1545, ma non osiamo accertare sia la medesima che esiste 
ancora a' nostri giorni : di questa la genealogia incomincia 
soltanto dall'anno 1576, e vuoisi oriunda dal lodigiano. 
Prclendesi * altresì che da lei sia germogliato il beato Gia- 
como Oldo , francescano, di cui narransi prodigi, e che 
scrittori lodigiani propongono a modello di santi costumi ( 2) . 
Gli Oldi vennero creati conti dal duca di Parma Francesco 
Farnese, con diploma del 14 febbrajo 1698. Fu decoro di 
questa famiglia il P. Gioachino Oldi, carmelitano, non so- 
lamente per essere salito fino al vescovato, ma per le virtù 
con le quali governando la sua diocesi egli si mostrò de- 
gno del pastorale 3 ). 

Ornai». — Stirpe Corsa famosissima e terribile, di cui 
un ramo piantossi in Crema. Vi pose il suo domicilio Tanno 
1602 Giovan Francesco Ornani, ch'ebbe due figliuoli, en- 
trambi capitani al servizio della veneta repubblica. Alfonso 
Ornano venne inscritto tra i consiglieri della nostra mu- 



di Roana, nei Zibaldoni. 

(2) Vedi il poema Federico Barbarossa, di Filiberto Villani, e le annota- 

noni al medesimo. 

;3) Di Gioachino Oldi accennammo ael capitolo Xlli della S-toria di Crema. 



— 572 — 

nicipalità l'anno 1636: a Crema gli Ornani durarono fino 
allo scorcio del secolo decimosettimo. 

Oroboni. — Famiglia ghibellina, di cui apparisce capo- 
stipite un Rolando che nel 1450 il provveditore veneto Or- 
salto Giustiniani fece deportare a Vicenza. Si spense nel 
secolo decimosesto in una femmina: « la quale essendo 
» ricchissima venne rinchiusa nel convento di S. Chiara 
» perchè molti aspiravano a spogliarla. Anche le monache 
» le tesero insidie e con lusinghe l'indussero a prendere 
» il velo: ma il podestà Luigi Foscari la fece togliere dal 
» convento col mezzo dei birri il giorno 22 gennajo 1523, 
» e dopo averla tenuta in palazzo per quindici giorni la 
» diede in isposa a Giovan Luigi Zurla( } ). » 

Oxio. —Estinta Famiglia antica che fioriva già in Crema 
fin dal secolo duodecimo. Giacomo Oxio fu uno dei quat- 
tordici fondatori dell'ospedale degT infermi Tanno 1551. 

Pallavicini. — Di questa celebralissima prosapia, una li- 
nea si radicò a Crema Tanno 1452, e vi si estinse dopo 
tre generazioni; Un' altra nel 1565, e si spense sul finire 
del secolo decimosettimo. 

Parati. — Famiglia ghibellina che, al dir del Fino, era 
eia in Crema fin dall'anno 1187: s' estinse nella seconda 
metà del secolo decimosettimo. Tre Parati occupano ono- 
revole posto nel rango dei dottori fra gli uomini di pregio 
usciti dalla ci Uà di Crema \* . 

Passarotti. — Nella cronaca del Terni figurano tra i 
ghibellini. Uvee familia originem ìiabuit in terra Cologi, ut 
in lilleris Comitis Giorgi Benzoni conlinet dici primi ja- 
nuari 1416. Queste parole si leggono sopra una carta di 
Gian Ballista Terni, insieme con altre notizie risguardanti 
l'origine d'alcune famiglie nobili cremasene, notizie che 



1 Racchbtti. Storia genealogica delle famigli» nobili cremasene. Inedita. 
u Alemamo Fino. 



— 373 — 
Gian Battista dice d'aver tratte da un'opera a noi scono- 
sciuta, che messer Pietro Terni, il cronista, scrisse intorno 
alle genealogie delle patrizie famiglie di Crema. La famiglia 
Passarotti s' estinse nel secolo decimosesto. 

Patrini. — Erano in Crema fin dal secolo decimoquarlo 
e vi si distinguevano tra le principali famiglie di fazione 
guelfa. Quantunque parteggiassero per i Benzoni, offesi dai 
figli di Giorgio Benzoni , maneggiaronsi a Milano presso il 
duca Filippo Visconti onde traboccare dalla signoria di 
Crema il conte Giorgio. 

Da questa stirpe germogliarono valenti giureconsulti. Ne 
fu uno Francesco Patrini, cavaliere e conte palatino, favo- 
rito da parecchi principi, e consigliere del duca Filippo Ma- 
ria Visconti. Di peritissimi giureconsulti levarono pur fama 
Muzio e Nicolò Patrini, entrambi notaj. Nelle armi segna- 
lossi Mario Patrini , il quale col grado di colonnello servì 
per molti anni la repubblica veneta nella guerra di Candia. 
Carlo, ultimo superstite della famiglia Patrini, donò tutti i 
suoi beni al conte Livio Benvenuti suo cugino , e ritirossi 
nel convento di S. Bernardino. Di Carlo Patrini conser- 
vasi un ampio manoscritto (0, ov'egli prende a confutare i 
seguaci dell'opinione del prete Guerreri nella famosa con- 
tesa teologica sorla in Crema sul diritto dei sacerdoti di 
comunicare i fedeli nella santa messa. I Patrini eran prov- 
veduti di laute fortune: il loro palazzo in Crema venne dal 
conte Livio Benvenuti venduto per lire 79,000 al conte Giu- 
lio Premoli , ed è ancora oggidì posseduto dalla famiglia 
Premoli. 

Pavari. — Famiglia nobile, antica, che non sappiamo a 
qual' epoca siasi spenta. Pavarolo Pavari fu uno dei fon- 
datori della Casa di Dio, ossia ospedale di Porta Ripalla. 
Altri Pavari troviamo nominati nella cronaca del Terni 
sul principio del secolo decimoquinto. 

il) Il manoscritto è posseduto dal sacerdote Paolo Braguti. 



— 374 — 
Pergami. — Un Righino da Pergamo fu uno dei quattor- 
dici fondatori dell'ospedale di Porla Ripalta, ed una fami- 
glia di questo nome è dal Tintori annoverala all'anno 1740 
fra le nobili cremasene. Credesi discendesse da quesla il 
famigerato barone Bartolomeo Pergami, favorito della prin- 
cipessa di Galles. Di lui Giuseppe Racchetti scrive : « Era 
» giovine d'erculeo aspetto ed assai avvenente nel 1814, 
» allorché giunse a Milano la principessa Carolina di Gal- 
» les, moglie, ma già fin d'allora in discordia, del principe 
» di Galles, reggente d'Inghilterra. Il consigliere aulico 
» marchese Ghislieri propose a lei il Pergami quale scu- 
» diere, come il Pergami medesimo racconta; o come altri, 
» quale corriere. Egli è certo però che qualunque fosse il 
» suo primo ufficio, tanto crebbe brevemente in favore 
» della principessa che venne da lei nominato barone della 
» F l'anchina, cavaliere dell' ordine del santo sepolcro di 
» Gerusalemme, gran mastro dell'ordine della Carolina e 
» suo ciambellano ; ma avendogli essa ottenuta anche una 
» piccola croce dell'ordine di Malta, ne provenne al suo 
» protetto una grave persecuzione, offendendosi parecchi 
» cavalieri dell'aggregazione sua, ed accusandolo sì per 
» mancanza di nobiltà, come per essere stato carcerato e 
» processato , ed essersi anche dato ai più vili mestieri. Di 
» tutte queste accuse egli si giustifica in un'apologia con 
» la data di Londra 1817, nella quale rimbeccandosi cogli 
» avversarj, intende principalmente di ferire i due fratelli 
» Benvenuti, Ottavio, baly, ed Alfonso, commendatore. Del 
» pari che in onori crebbe egli in ricchezze, né mollo visse 
» dopo la morte della principessa. Ebbe un' unica figlia , 
» nata prima del suo esaltamento, e questa maritò nobil- 
» mente, credo, in Russia. Parecchi de' suoi parenti aveva 
» egli introdotti negli uflìcj di Corte, e la Corte slessa com- 
» posta quasi tutta di Cremaschi (*). n 

(i) Racchetti. Storia genealogica delle famiglie nobili cremascìte. Inedita. 



- 375 — 

Perugini. — Famiglia di non vecchia nobiltà, estinta sul 
principiare del nostro secolo. II capostipite della genealo- 
gia è un Giacomo, dello Perosino , clic viveva nel 1515, 
ed era di professione falegname. Nel secolo dccimoseltimo 
i Perugini si acquistarono onori e gradi distinti nella mili- 
zia, e colTammissione nel Concilio di Crema aggregaronsi 
alle nobili famiglie. 

Petrozani. — Vennero da Bergamo a stanziare in Crema 
Tanno 16*09. Il Tintori toccando di questa famiglia la col- 
locò fra le cittadine che a' suoi tempi vivevano in Crema 
ton maggior decoro. Ma il Tintori ponendo i Petrozani tra 
le case cittadine cadde in errore: la famiglia loro era già 
da un secolo inscritta nel Concilio nobile di Crema, e vuoisi 
che prima di trasferirsi in Crema fosse già patrizia berga- 
masca. II primo dei Petrozani accolto nel Concilio nobile 
di Crema fu Gian Battista Tanno 1645. 

Piacenzi. — Tra le famiglie estinte è una delle cospicue. 
Vuoisi che assumesse il nome dalla città ond'era oriunda, 
perocché i primi dei Piacenzi a domiciliarsi in Crema fu- 
rono due fratelli, Antoniollo e Lodovico, figli di Pierolto 
di Cogno, piacentino. Antoniolto e Lodovico, capitani en- 
trambi di Bernabò Visconti duca di Milano, si trasferirono 
a Crema nella seconda mela del secolo decimoquarto. 

Dei Piacenzi discorrono sovente le cronache cremasene: 
sembra che fossero ghibellini ed arricchissero in Crema con 
le spoglie dei guelfi; ma sembra eziandio che mutassero 
partito, giacché il conte Rinaldo di Camisano, quando per 
frode trionfò in Crema colla sua fazione, fece uno dei Pia- 
cenzi impiccare. I Piacenzi si distinsero particolarmente 
nelle armi: un Antonio, ad istanza di Benedetto Crivelli, 
ottenne una compagnia di duecento fanti al servizio dei 
Veneziani (1512): un Francesco, detto il capitano Colla, 
militò in Francia (1536): e nella guerra di Cipro si distin- 
sero Gio. Antonio e Scipione Piaceuzi, l'uno de 1 quali, tro- 



— 576 — 

vandosi alla difesa di Famagosta con cento fanti, venne fatto 
prigioniero; l'altro, creato governalore di Famagosta, morì 
valorosamente nell'assedio di quella città (1570). 

Verso la mela del secolo decimoquinto fiorì in questa 
casa un giureconsulto di nome Francesco, il quale essendo 
pubblico lettore di legge a Siena, scrisse un' opera di giu- 
risprudenza intitolata / Singolari. 

Pojani. — Dimoravano nella terra nostra fin dall' epoca 
in cui Crema venne rifabbricata (1185), ed essendo fra i 
patrizi , diedero allora il nome ad una delle ventisette Vi- 
cinanze. I Pojani furono ghibellini; quando siasi estinta la 
famiglia loro, ignoriamo. Nel 1447 Antonio Pojani era uno 
dei cinque deputati che i Cremaschi inviarono a Milano per 
giurar fedeltà al nuovo governo dei Milanesi. 

Premoli. — Nelle opere dell'Aleniamo Fino non trovi pa- 
rola che accenni la famiglia Premoli. Ne discorre il Co- 
grossi , e più diffusamente il Tintori, che la fa derivare 
da quel Polo Seghizzo dei conti di Premollo , il quale 
l'anno 1446, penuriando la città nostra di biade, come 
narra il Terni, ne la provvide a proprie spese. 11 Bac- 
chetti (1 ^ abbracciò l'opinione del Tintori, sicché per lui 
Seghizzi e Premoli sono luti' uno. A noi però nacque so- 
spetto che il Tintori sia caduto in errore, o che piuttosto 
abbia profittato della somiglianza che è fra i due nomi, Pre- 
moli e Premollo, onde rendere di cento anni più vetusta in 
Crema la prosapia elei Premoli , e regalarle a capo-stipite 
il generoso Polo Seghizzo conte di Premolio. Ed il nostro 
sospetto avvalorasi osservando che in alcuni codici delle 
genealogie delle nobili famiglie cremasene, la pianta genea- 
logica dei Premoli incomincia da un Vincenzo, il quale vi- 
veva nella prima metà del secolo decimosesto , vale a dire 
intorno a cento anni dopo il conte Polo Seghizzo di Pre- 
fi» Storia genealogica delle famiglie nobili cremascht. 



— 377 — 
mollo. Oltre di clic è fuor d' ogni dubbio che i Premoli 
prima del 1642 non avevano il titolo di conte. Ma posto 
anche originassero i Premoli dai Seghizzi , non sapremmo 
che dire di questi Seghizzi e donde venissero, perocché in 
rissima delle vecchie cronache di Crema v'ha cenno di lo- 
ro, e quasi potrebbesi credere non fosse di famiglia cre- 
masea quel Polo che è l'unico dei Seghizzi di cui Terni 
abbia fatto menzione * . Scorrendo i libri municipali , dal 
1519 al 1566 nissuno dei Seghizzi e neppur de' Premoli 
trovammo inscritto nel Consilio generale di Crema: primo 
ad esservi accollo fu Paolo Premoli, figlio di Vincenzo, Tan- 
no 1567. Ed il primo de' Premoli ch'ebbe in Crema la ca- 
rica di provveditore fu un Vincenzo l'anno 1603- Da tutto 
ciò sembraci di poter inferire che i Premoli non fossero 
a Crema, o non appartenessero al di lei patriziato, prima 
del mille e cinquecento. 

L'epoca più splendida d'onori e di fasti alla casa Premoli 
fu il secolo decimosettimo: vi si distinsero parecchi di que- 
sta famiglia, quali per dottrina, quali per valor militare. Un 
Vittoriano, recatosi venturiere in Germania a combattere 
sotto le insegne imperiali di Ferdinando III, vi raccolse, in 
premio de' suoi servigi , un diploma cesareo che insignì la 
sua famiglia del titolo di conti Palatini '2) (1642). Vitto- 
riano Premoli morì poi nell'assedio d'Alessandria pugnando 
contro i Francesi l'anno 1657. Pietro Premoli, di lui fra- 
tello, militò anch'esso col grado di capitano di cavalleria, 
ed è pur nominato nel diploma imperiale. Un Agostino 
percorsela carriera ecclesiastica e salì in tanta riputazione 
presso la Corte di Roma, che venne innalzato vescovo d'A- 
dria da papa Innocenzo X, poi governatore di Tivoli e di 



Ci) Una famiglia Seghizzi trovammo tra le patrizie lodigiane. Il Terni però, 
nominando il conte Polo Seghizzi, lo chiama suo concittadino. 
(2) Questo diploma è riportato dal Tintori ne' suoi manoscritti nel vul. VI. 



— 378 — 
Fermo da papa Alessandro VII. Un Giulio Premoli brillò 
in Crema per colto ingegno e faconda eloquenza , sicché 
era tenuto in molla slima nell'accademia dei Sospinti, ose 
egli sedette principe più d'una volta. Un Camillo, anch'esso 
de' Premoli, Tanno 1683 conseguì dal duca di Savoja un 
diploma che conferivagli il titolo di marchese, trasferibile 
ai primogeniti della sua linea mascolina. 

E nel secolo decimoltavo illustravasi nell'ordine dei chie- 
rici regolari di S. Paolo, ossia barnabiti, il P. Carlo Pre- 
moli che venne elevato al grado di preposto generale della 
congregazione: dotto nelle teologiche discipline e buon 
scrittore, meritossi la stima di papa Benedetto XIV che 
l'encomiò nella sua opera delle Notificazioni (*). Sembrando 
al padre Carlo Premoli angusta troppo l'antica chiesa di 
S. Marino, un'altra ne fece costruire a sue spese, la quale 
vedesi ancora nella contrada del Ghirlo, e che rimase in- 
compiuta per la morte a lui sopravenuta l'anno 1791. Di 
religiosi non iscarseggiò la casa Premoli , l'uno dei quali , 
gesuita, di nome Vittoriano, lasciò stampata un'opera in- 
titolala Memoriale Clericorum. 

E in epoca a noi più vicina fu molto riverito in Crema 
il conte Paolo Premoli &\ il quale dopo avere nel novanta- 
sette portati stivali alla giacobina , occupò cariche riguar- 
devoli sotto il governo di Napoleone e sotto il succedutogli 
degli Austriaci. Egli era nel numero di quegli nomini che 
in tutti i tempi e sotto qualsivoglia forma di governo amano 
aver ingerenza nei pubblici uffici : e pensano o dicono po- 
tersi rendere alla patria utili servigi, qualunque sia l'or 
dine delle cose politiche: quindi rinnegano facilmente le loro 
opinioni (se pur ne hanno) , purché ad essi non manchi 



(i) Nonna. Zibaldone eremasco. 

(2) Di lui v' è cenno nel capitolo XV della Storia di Crema, e nelle note 
al capitolo medesimo. 



— 379 — 
una carica da figurare tra i primati nel proprio municipio, 
e mantenere influenza al proprio casato. Sono fumi genti- 
lizj, e il conte Paolo Premoli non era il solo a' suoi tempi 
cui annebbiassero il cervello : altri ve ne sono stati a Cre- 
ma i quali, qualunque bandiera si drappellasse, sapevano 
barcamenare per salir in alto, fra i quali il conte Luigi la- 
dini e il conte Agostino Benvenuti. Questi, sotto maschera 
or di giacobini, or di bonapartisti, or d'austricizzanti , si 
adoperarono del pari e forse meglio che il Premoli, per ti- 
moneggiare a senno loro, in tempi burrascosi, la navicella 
del municipio cremasco. 

Rivelli. — Estinta. Una di quelle nobili famiglie che non 
lasciarono a Crema altra memoria che la loro genealogia. 
Annoveravasi già tra le patrizie nel secolo decimoquinto, e 
durò in Crema circa tre secoli, quasi sempre imparentata 
colle più illustri case della città nostra. 

Robatti. — Estinta. Il Fino attribuisce ai Robatti un'an- 
tichissima nobiltà, facendoli derivare dai conti di Palazzo. 
Chiara più che mai si rese la famiglia loro nel secolo de- 
cimosesto, e per illustri aderenze, e per la molla riputa- 
zione procacciatasi nelle armi da Santo Robatti , capitano 
di corazze e di pedoni, che militò in molte battaglie pei 
Veneziani, e passò poi al servigio del duca Massimiliano 
Sforza. A Milano egli occupò anche la carica di capitano di 
giustizia e di senatore. Un Giovanni Robatti, prete e dot- 
tore in ambe le leggi , godette il favore della Corte di Ro- 
ma: Caterina de Medici, regina di Francia, lo costituì suo 
procuratore ed agente presso il pontefice. Questa famiglia 
durò fin verso la metà del secolo decimosettimo : un Ro- 
batto Robatti, del secolo medesimo, si portò ad abitare in 
Venezia. 

Rosaglio. — Nissuna cronaca parla di loro : notizie di 
questa famiglia attingemmo dal Racchelti (*). I Rosaglio di 

(4) Storia genealogica delle famiglie nobili cremasche. Inedita. 



— 380 — 
origine sono Genovesi : un Cesare Rosaglio si trasferì da 
Genova a Crema l'anno 1584. Federico, di lui figlio, era 
nella città nostra negoziante d'olio e di candele : associa- 
tosi con dei gabellieri in un contratto d'appalto, vi trovò 
modo di razzolar danaro, e fu involto coi socj in un pro- 
cesso criminale. Dalle carte di quel processo apparisce che 
Federico non sapeva scrivere il suo nome, o , come direb- 
besi , era persona illetterata. La casa Rosaglio durò oscura 
fin verso il 1700 ( {) : con un po' d'agiatezza e qualche il- 
lustre parentela riuscì a spruzzarsi di nobiltà , entrando a 
far parte del Consiglio nobile di Crema. 11 primo dei Ro- 
saglio inscritto nel Concilio fu un Federico l'anno 1718. 

Sabatini. — « Famiglia ghibellina incominciala in Crema 
» Tanno 1480 da un Giovanni, medico , e che si estinse 
» poco dopo ne' suoi figli. » Così il Racchetti. 

Salomoni. — Famiglia estinta, la cui nobiltà originò dal- 
l'aggregazione al Concilio nobile di Crema: il primo ad es- 
servi ammesso fu un Leandro l'anno 1674. Giuseppe Saio- 
moni , il quale viveva sul principiare dello scorso secolo , 
scrisse un grosso volume intitolato : Sommario delle cose 
più notabili contenute in quaranta volumi delle parti e 
provvisioni della città di Crema dal 1449 al 1632 (*\ 

Sangian-Tofetti. (Vedi Tofelti.) 

Sanseverino. (Vedi Vimercati ) 

Scotti. — Della chiarissima famiglia Scotti di Piacenza 
due rami si piantarono in Crema, l'uno sul finire del se- 
colo decimosesto, l'altro sul principiare del decimosettimo. 
Gli Scotti a Crema, come a Piacenza, segnalaronsi parti- 
colarmente nella milizia. Il conte Ferdinando Scolti, che si 
domiciliò in Crema per avervi sposata una Griffoni, fu ca- 
pitano della cavalleria greve, governatore e luogotenente 



(i) Racchetti nell'opera testò citala. 

(1) L'autografo del Salomoni è posseduto dal prete don Giovanni Solerà. 



— 381 — 

generale della repubblica veneta. Nella guerra dei Vene- 
ziani contro gli Uscocchi egli sconfisse gli Austriaci, costrin- 
gendoli a ritirarsi in Gorizia, domi' erano usciti per sac- 
eheggiar e le provincie venete. Lucrezio Scotti, nativo di 
Piacenza, si stabilì anch'egli a Crema per essersi ammo- 
gliato con una Benzoni , e fu capitano di corazze e gover- 
natore sotto la veneta repubblica. I di lui figli Anlouio ed 
Alberto furono anch'essi capitani di corazze. 

Raccbclti scrive che gli Scotti si contennero in Crema 
con molla alterigia anzi superbia, senza mancare d'essere 
per indole anche benefici. Questa famiglia, in Crema si 
spense col conte Paolo, morto addì 7 dicembre 1774. An- 
tonio Ronna lo qualifica , splendido cavaliero che non di- 
ceva mai basta per soccorrere i poverelli, per tutelare l'o- 
nestà, per promuovere il cullo di Dio e de' suoi Santini. 
La casa Scolti fu a Crema travagliata duna accanita nimi- 
cizia colla famiglia Benvenuti : leggiamo nel Canobio che le 
due case pacificaronsi nell'anno 1660 colla mediazione del 
sacerdote conte Claudio Scotti, il quale a suggello di ri- 
conciliazione diede in isposa una Scotìi, sua nipote, a Gi- 
rolamo Benvenuti. 

Secchi. — Estinta: ne fa cenno più volte il Terni. L'Ale- 
manio Fino collocò fra gli uomini di pregio Trajano Secco, 
medico e poeta, il quale scrisse un poema latino sulla bat- 
taglia navale di Lepanto. La genealogia dei Secchi finisce 
col principiare del secolo decimottavo. 

Spinola. — Lorenzo Spinola, rampollo di una famiglia 
famosissima in Genova, venne a domiciliarsi in Crema l'an- 
no 1543. La sua discendenza durò nella cillà nostra sino 
allo scorcio del secolo decimosettimo. 

Spoldi. — Estinta. Il Terni racconta che questa famiglia 
era assai numerosa e nobilissima. Apparteneva alle patrizie 

(i) Zibaldone cremasco. 



— 382 — 
cremasche sin dal secolo decimosecondo , e presero nome 
da lei due delle ventisette Vicinanze nelle quali venne ri- 
partita la città nostra Tanno 1195. 

Suardi. — «Famiglia che venne da Bergamo l'anno 1490 
» e si estinse verso il 1600. » Pare fosse un germoglio della 
cospicua famiglia dei conti Suardi, celebri nella storia del 
patriziato bergamasco. Il primo a domiciliarsi in Crema fu 
un Giacomo, venuto ad esercitarvi la sua professione di 
medico. 

Tadini. — Sull'origine e vetustà di questo casato diluvia- 
rono favole e adulazioni: mercimonio di scriltorelli, forse 
prezzolati, o forse che ungessero la vanità dei Tadini per 
beccarsene i favori e la protezione. Di riportar fole noi 
disdegniamo. 

Anticamente la famiglia Tadini abitava in Martinengo 
bergamasco. Il primo inscritto alla cittadinanza cremasca 
fu Michele fanno 1439, ed era medico. La casa Tadini si 
distinse per una sequela d'illustri guerrieri, i quali, scrive 
Racchelti , « non dispogliandosi del militar dispotismo an- 
» che nella vita civile, vennero tacciati d'eccessiva super- 
» bia e violenza (1 \ » A rendere immortale la stirpe Ta- 
dini basterebbe la fama del cavalier Gabriele , più volgar- 
mente conosciuto nella storia col nome di Martinengo, che 
egli soleva aggiungere al proprio cognome. Di lui abbiamo 
riportala l'ampia biografia che diligentemente compilò Giu- 
seppe Racchelti l 2ì . Ma oltre Gabriele, parecchi altri dei 
Tadini colsero allori sul campo dei valorosi. Le cronache 
cremasche ci rammentano un Fabrizio Tadini, capitano di 
pedoni che morì nel lo27: un Girolamo, il quale combattè 
a Genova sotto i vessilli imperiali assieme col celebre Ga- 



(1) Sturiti genealogica delle famiglie nubili cremasche. Inedita. 

(2) Annotazioni alla Storia delV Alemauio Fino. Vedi il capi loto XII delia 
Storta di Crema ove abbiamo riportata la biografia di Gabriele Tadini. 



— 383 — 
briele di lui fratello; un altro Girolamo, morto nel 1659, 
che servì la repubblica veneta col grado di colonnello , e 
fu anche agli stipendj del duca di Toscana; e un terzo Gi- 
rolamo, che oltre aver servito lungo tempo l'altezza reale 
di Savoja Vittorio Amedeo, si ritrovò pure qual volontario 
nelle truppe cesaree di Leopoldo I alla difesa di Vienna. 
\]n Camillo Tadini , morto l'anno 1714, era capitano di 
cavalleria; ed un Gaetano, morto nel 1755, fu tenente nel 
reggimento di cavalleria Borbone nel regno di Napoli. Lo 
spirito bellicoso, diresti, sia stato un retaggio che nella casa 
Tadini i padri tramandarono per lunga serie di generazioni 
ai nipoti. Ben poco si mescolarono i Tadini nei negozi del 
loro municipio, che la sete degli onori e degli stipendj 
spinge vali spesso fuori di Crema. Di questa famiglia la li- 
nea legittima durò fin verso l'anno 1770, dopo il quale ne 
passarono le sostanze ed il cognome alla prole naturale, di 
cui ultimo a morire fu il conte Luigi l'anno 1820. Uomo 
dotto e di vivacissimo ingegno, egli scrisse e pubblicò un 
poema comico col titolo // Ricciardetto ammogliato , ove 
alludendo a certi nobili cremaschi suoi contemporanei , 
raffigurò costumi e pettegolezzi de' suoi tempi. Scrisse 
eziandio cantici ed inni cristiani, i quali vennero musicati 
dai maestri Gazzaniga e Pavesi. Fu comandante in Crema 
della guardia nazionale quando si proclamò il governo del 
popolo sovrano, poi uno dei membri del corpo legislativo 
sotto il regno italico 11 conte Luigi Tadini ebbe un figlio 
di nome Faustino, giovane di belle speranze, che morì a 
Lovere sotto le rovine di un portico, nel mentre stava a 
vederne la demolizione. Di Faustino stampossi a Venezia 
un libretto intitolalo: Le pitture e le scolture di Antonio 
Canova pubblicate fino a quest'anno 1795. 

Oggidì il cognome Tadini portano, per conseguite eredi- 
tà, aggiunto al proprio, i conti Oldofredi di Brescia ed un 
conte Vimercali Sanseverino di Crema. Ma a conservare 



- 384 — 
perenne la memoria di quest'illustre casato gioverà so- 
pratutto lo stabilimento Tadiiii , eretto a Lovere mercè un 
lascito del leste nominalo conte Luigi. Amantissimo delle 
arti belle , egli , dopo aver formata una vasta galleria di 
quadri ed una pregevole libreria, ne fece dono in testa- 
mento al Comune di Lovere, legando altresì una dote per 
la conservazione dello stabilimento, ed un'altra per isti- 
tuirvi due scuole, l'una di disegno, l'altra di musica. Nello 
stabilimento di Lovere, oltre a bellissimi quadri, ammirasi un 
mausoleo di Canova, ove furono riposte le ceneri del gio- 
vane Faustino, il disgraziato figliuolo del conte Luigi Ta- 
dini. 

Tensini. — Nome reso insigne dalle gesta e dagli scritti 
del cavalier Francesco Tensini *). Da lui incomincia e con 
lui finisce la storia della famiglia Tensini. Nelle cronache 
di Crema non vi ha cenno alcuno che attesti essere stala 
nobile la casa Tensini prima che il cavalier Francesco sor- 
gesse ad illustrarla. Il Coldarero, il Terni ed il Robatti, 
scrivendo la storia di Caterina degli Uberli, narrano come 
quell'infelice , poiché fu orribilmente assassinata, venisse 
trasportata nella casa di Maestro Filippo Tensini. Ma que- 
sto titolo di Maestro sembra accennare a qualche mestiere, 
ed è a credersi che Maestro Filippo ( il quale viveva nel 
1499) fosse un artigiano, altrimenti i Cronisti lo avreb- 
bero chiamato Sere o Messere. Il Racchelti ( 2 ) trovò memo- 
ria di un Andrea Tensini, il quale nel 1576 era pizzica- 
gnolo, e da cui « i frali agostiniani comperarono per C3 
» lire imperiali di formaggio da dare in dono al chiaris- 
» simo podestà. » Noi perciò opiniamo che il cav. France- 
sco Tensini sia nato in una casa che non aveva blasone, 
ed è maggior sua gloria se, da modesti natali, seppe inual- 



(i) Di lui disco rrornmo ampiamente nel capitolo XIII della Storia di Cremo. 
(2; Storia genealogica delle famiglie nobili cremaache. Inedita. 



— 585 — 
zare il suo cognome ad una fama che non raggiunsero an- 
cora tante blasonate prosapie di Crema. 

Dicemmo che la storia della famiglia Tcnsini finisce col 
cavalier Francesco Tcnsini, perochè egli morì senza prole, 
adottando due suoi cugini della famiglia Salerii Quindi 
l'attuale famiglia Tensini deve quest'illustre cognome ad 
un atto di adozione e discende dai Salcri, i quali, quando 
\enuero adottati dal cavalier Francesco, non erano palrizj, 
però appartenevano alla classe dei possidenti fin dall'anno 
1550. Gian Battista Saleri, uno dei figli adottivi del cava- 
lier Tensini, fu anch'esso valente capitano: ne fanno fede 
due diplomi a lui rilasciati, l'uno dal colonnello Rangoni, 
l'altro da Cristina vedova di Savoja , madre e tutrice del 
principe Carlo Emanuele I!. 

Dell' attuale famiglia Tensini il primo inscritto nel Con- 
cilio nobile di Crema fu Giovan Battista l'anno 1665. 

Terni, ossia Gregori da. Terini. — Fin dal secolo unde- 
cimo nella città di Terni in Romagna segnalavasi , tra le 
patrizie, la famiglia dei Gregori. Sulla di lei origine ci 
offre il Sansovino le seguenti notizie: « I Gregori discesero 
» dall'antica tribù Galeria di Roma, dalla quale pare che 

> venissero anche i Frangipani ed i Michieli di Venezia, e 
» della quale fu anche S.Gregorio papa ^l » Non vogliamo 
renderci mallevadori della veracità di quanto asserì il San- 
sovino sull'origine dei De Gregori: diremo soltanto ch'egli, 
toccando di questa famiglia , concorda colie cronache cre- 
masene nello stabilire che un ramo dei Gregori migrò dalla 
Romagna in Crema. «Nel 1190 Pietro Gregori, dottore 
» nelle leggi, lasciata Cremona, ove poco innanzi, partilo 

> per le fazioni da Terni, si era ridotto, se ne venne con 

> la famiglia ad abitare in Crema, e pigliando il cognome 
» dalla patria, si cominciò a chiamare Pietro da Terni 2 . » 

(l) Ritratto delle più illustri città a" Italia. 
'2) Fino. Storia di Crema. 

Voi. 11. 25 



— 386 — 
Ecco l'origine di questa famiglia, antichissima in Crema, la 
quale mutò cognome chiamandosi da Terni, come in ap- 
presso i Griffoni , venuti anch' essi dalla Romagna , si dis- 
sero S. Angelo , onde rammentare la terra da cui pro- 
venivano. 

Pietro Gregori da Terni domiciliossi in Crema all'epoca 
che stavasi rifabbricandola : egli comperò un pezzo di ter- 
reno nella contrada ora detta di sant'Agostino, e vi eresse 
la sua abitazione. Scompartita la nuova cittadella in 27 
Vicinanze, e volendosi a ciascuna dare il nome delle più 
illustri famiglie che vi abitavano, fu detta Vicinanza de' 
Terni quella ove Pietro avea innalzato la sua casa. 

Quando Crema reggevasi con forme repubblicane, i Terni 
vi occuparono le principali magistrature, siccome quelli che 
godevano la fiducia dei loro concittadini. I Cremaschi, de- 
siderando fossero custoditi gelosamente i diplomi imperiali 
contenenti i privilegi di libertà concessi al loro Comune, de- 
liberarono nell'anno 1509 farne depositarj otto cittadini 
delle più cospicue case: i Terni furono tra queste. Durando 
le luttuose e lunghe discordie fra guelfi e ghibellini, la fa- 
miglia Terni seguì costantemente il vessillo guelfo. E perchè 
le sorli delle due fazioni fortuneggiarono , molti dei Terni 
vennero in varj tempi scacciati da Crema. Sotto il dominio 
veneto, i Terni ebbero onorevolissimi incarichi, perseveran- 
do nel guelfismo, e divotissimi alla repubblica di S. Marco. 

Nomi insigni, entro piccola sfera municipale, sono Pietro 
il Cronista, e il Cavalier Bartolino Terni, quegli cui venne 
affidata la difesa di Crema quando la repubblica veneta era 
travagliata dalla guerra cogli Estensi e con gli Sforzeschi. 
Nissuno dei valorosi Cremaschi lasciò in Crema cosi pro- 
fondamente scolpila la sua memoria nelle tradizioni popo- 
lari quanto il cavaliere Bartolino Terni. Ne udiamo sovente 
ripetere il nome dal popolo cremasco , e narrarsi con am- 
plificate circostanze l'assalto notturno con cui quel prode 



— 387 — 
discacciò dalle mura di Crema le bande sforzesche, spaven- 
tandole col bagliore di un'improvvisa luminaria, e con gran 
fragore di trombe e di tamburi. La fantasia del popolo col- 
piscono più d'ogn'allro gli spettacoli nuovi e clamorosi: 
quindi volendo le vulgari tradizioni cremasche crearsi an- 
ch'esse un eroe guerriero, ne attribuirono la palma a Bar- 
tolino Terni. Aggiungi esser questo l'unico fra gl'illustri 
Crcmaschi la cui memoria ricordi alla posterità un sepol- 
crale mouumento , che ancora si estolle sulla porta mag- 
giore del tempio della SS. Trinità. Ciò nondimeno Bago- 
lino Terni restringe la sua fama entro le mura di Crema, 
e non è che un eroe municipale. Bizzarria delle umane glo- 
rie! L'oca che salvò il Campidoglio è senza pari nella sto- 
ria più famosa di Bartolino, il quale con astuzia e guerre- 
sco ardimento liberò Crema dalle insidie di squadre nemi- 
che! (*) L'anno 1489, quando Bartolino governava il presi- 
dio di Crema, la nostra Comunità donò a lui parte dell'a- 
rea ove un tempo sorgeva il castello di Ombriano, e ses- 
santa ducali d'oro, a condizione di fabbricare una casa che 
sia a decoro ed ornamento della terra, e con che per anni 
quattro non possa domandare alla Comunità alcun allog- 
gio né per lui J né per la sua famiglia ( 2 \ Ed una casa 
egli edificò la quale ancora a' nostri giorni è posseduta 
dalla sua famiglia. 

Oltre Pietro il cronista e Bartolino , vedemmo nel rac- 
conto della storia di Crema quali altri personaggi onoras- 
sero questo casato. Qui noteremo come la famiglia Terni 
siasi quasi sempre occupata con amore di cose concernenti 
le memorie del municipio cremasco. Messer Pietro non fu 
il solo a frugare nelle vecchie pergamene, e raccogliere ma- 
li) Di Bartolino Torni abbiam discorso nel capitolo IX della Storia di 
Crema. 

(2) Vedi i libri delle Parti prese dal Consiglio, nell'archivio municipale di 
Crema. 



— 388 — 
feriali preziosissimi per una storia di Crema. Nell'archivio 
Temi trovammo carte non poche W ove sono diligentemente 
trascritte notizie cremasene tolte ai lihri municipali: e sullo 
scorcio del secolo passato, Gian Battista Terni si dilettava 
di notare sopra il libro dei conti gli avvenimenti che suc- 
cedevano in Crema giornalmente, scrivendoli con quell'a- 
spra sincerità che sembra dote particolare e caratteristica 
di questa schiatta. 

La famiglia Terni era divisa in due rami: l'uno discen- 
deva da Pietro il cronista, e si spense con una femmina 
maritata nella casa Clavelli: quello che esiste ancora oggidì 
discende direttamente da Bartolino (-). 

Testa — L'anno 1756 un Antonio Maria Testa venne 
ammesso nel Concilio di Crema quindi ascritto fra i nobili. 
La famiglia Testa si estinse col figlio d'Antonio Tanno 1813. 

Timori — Antica era in Crema la famiglia Tintori, og- 
gidì estinta: il Terni comincia a farne menzione all'an- 
no 1278. Partigiana caldissima dei ghibellini, quando side 
i Benzoni assidersi in soglio, si trasportò a Milano, e là 
brigò presso il duca Filippo Visconti onde togliere al conte 
Giorgio la signoria di Crema. Dei Tintori sono rammentati 
lai Fino fi) un Lodovico ed un Alessandro, entrambi dot- 
ori , per aver occupate fuori eli Crema cospicue cariche, 
•u uno spurio rampollo di questa stirpe l'abate Cesare 
Francesco Tintori, di cui discorremmo nel racconto della 
storia di Crema ,4 J. i suoi manoscritti, che compongono quin- 



ci) Molle di queste carte oggidì sudo in possesso del sacerdote Paolo 
Rraguti. 

_- in conferma di ciò vedi l'annotazione primo al libro quarto della Storia 
del Fino postavi dal Racchetti , non che Ciò che scrisse il sacerdote professor 
Viii'cii/.o Barbati intorno alla capellania Terni nel suo libro intitolalo: Stalu 
dilla città e diocesi di Crema in riguardo allo spirituale. 

:; Degli uomini illustri ascili da Crema. 

: Vedi 11 capitolo XIII. 



— 389 — 
dici volumi, e versano in gran parte sopra memorie della 
città nostra, conservatisi nel Seminario di Crema. Qui di- 
remo le opere da lui pubblicate, che sono le seguenti: Ca- 
talogo di tutti i Romani Pontefici* in versi sciolti. — Una 
lettera latina a Carlo Bignami Cremasco, intitolata Maxi- 
miani Beniami Cremensis, meritis et virtutibus celeber- 
rimi viri inclita commemoralo. — Notizie di tutti i Ro- 
mani Pontefici, umiliale alla Santità di N. S. Papa Cle- 
mente XII: Ottave — La gara delle Muse Italiane, ovvero 
Componimenti Poetici in lode di S. E. il conte e cava- 
liere Fra Annibale Vimercati , patrizio cremasco, gran 
priore di Messina, etc. eie. — La nobiltà della stirpe con- 
giunta allo splendor dello spirito, ovvero Famiglie rag- 
guardevoli in Crema. — E versi e rime sgorgavano dalla 
sua penna con acquosa spontaneità, ed egli non mancava 
di pubblicarne appena gli si porgesse occasione. L'abate 
Cesare Tintori d'ingegno non iscarseggiava , ma era pre- 
suntuoso alquanto, sovente adulatore di sé medesimo e d'al- 
trui, gonfio sopratulto d'esser nato patrizio. Ne' suoi quin- 
dici volumi, ch'egli intitolò Memorie Patrie, ed ove parla 
di frequente di sé medesimo , affastellandovi tante ridicole 
cosacce, ve nondimeno un pregio particolare, il pregio, 
come osserva giustamente il Racchetti, d'aver tenuto conto 
di varie memorie cremascìie sparse in più libri stampati, 
che presentemente sono o dimenticati o perduti, e special- 
mente d'opere d'insigni autori nostri compatrioti che senza 
di lui non si saprebbe probabilmente esser mai state scrit- 
te^. La famiglia Tintori si spense verso la metà del secolo 
decimottavo. 

Tofetti o Sangian-Tofetti. — Questa famiglia, da oscura 
e povera ch'era nel secolo decimosesto, si rese nel succes- 
sivo doviziosissima con ispeculazioni commerciali, e nel 1649 

(4) Racchetti. Storia genealogica delle nobili famiglie cremasche. Lnedita. 



— 390 — 

fu ascritta alla nobiltà veneta, onore che a Crema nissun'al- 
tra, se togli la Benzoni, ha conseguito. Canobio e Cogrossi 
ci attestano l'opulenza di Gasparo e Carlo Tofetti, narran- 
doci com'essi largheggiassero splendidamente i tesori che la 
casa loro accumulò negoziando. Nel racconto della storia di 
Crema notammo le generose e direm quasi principesche obla- 
zioni che Gasparo e Carlo Tofetti fecero alla repubblica di 
S. Marco, quando fu involta nella famosa guerra di Candia: 
accennammo altresì come Gasparo l'anno 1649 procacciasse 
al suo casato la dignità di patrizio veneto, sborsando cento 
mila ducati. Di Gasparo Tofetti ora diremo che, trovandosi 
egli a Napoli quando vi scoppiò la rivolta di Masaniello, si 
adoperò destramente nel sedarla , « né mancò eziandio 
» (scrive Cogrossi) di ostare colla forza aperta alla violenza 
» del popolo tumultuante, tenendo a nome del re ben guar- 
» dato il borgo di S. Antonio con tre mila fanti pagati col 
» soldo suo proprio.» Di caldeggiare a Napoli la causa del 
re contro la sommossa del pescivendolo, avea Gasparo To- 
felti le sue buone ragioni ; era creditore verso la Corona di 
Spagna d'ingenti somme, per diverse sovvenzioni che le 
aveva fatto, né mai gli venivano pagate. Apparisce da una 
lettera scritta da Don Giovanni d'Austria al re di Spagna, 
che Gasparo Tofetti si professava creditore verso il governi 
spagnuolo di sessanta mila scudi d'oro di marche, di ses- 
mnta mila pezze d'otto reali , del valore di undici mila 
cantara di biscotto, e d'altra considerevole somma sovve- 
nuta a Milano (O.Gasparo, delle sue ricchezze usava signo- 
rilmente : colle grossissime somme che ricavava da' suoi 
grossi negozi di Napoli &) fece edificare due palazzi, uno 
in Crema, l'altro più magnifico in Ombriano : comperò a 
Roma, insieme col fratello Benedetto, la ricca badia di Ma- 



(4) La lettera di don Giovanni è riportata dal Canobio all'anno 1648. 
(2) Coguossi. Fasti storici della citlà di Crema. 



— 391 — 
dignano per quarantotto mila duealo)ii( { \ profuse danaro 
in pie elargizioni, e in Crema conseguirono da lui splendidi 
donativi la chiesa di S. Agostino e la cattedrale. 

Carlo Tofetti si rese reo dell'omicidio di Agostino Tofelti 
suo cugino : ebbe complice nel misfatto certo Dossena : 
Carlo, nobil uomo, fu condannato al bando, ma poi assolto 
Tanno 1653; il Dossena, plebeo, venne impiccalo 2 \ 

Il primo dei Sangian-Tofetti ad essere aggregato nel 
Concilio generale di Crema fu Gasparo Tanno 1628. Oggidì, 
di questa famiglia unico superstite è il conte Vincenzo, il 
quale per coltura d' ingegno e altezza di patriotici senti- 
menti vale i tesori de' suoi antenati ^ 3 ). 

Toli. — Estinta. Una delle antiche famiglie di Crema che 
diede il nome ad una delle ventisette Vicinanze Tanno 1195. 
Dei Toli fa di frequente menzione il Terni: nel secolo deci- 
moterzo essi occuparono in Crema le prime magistrature. 
Nel 1470 un Petrino Toli fu dal Concilio nostro eletto per 
la quarta volta provveditore della città. In Crema serba tut- 
tora memoria di questa famiglia il nome di una contrada. 

Tonsi. — Estinta. Famiglia d'origine Soncinasca: il primo 
ad abitare in Crema fu Ricciardo venutovi Tanno 1543. Dei 
Tonsi, comunque patrizi, nissuna onorevole memoria nelle 
cronache. 

Torniola. — Questa famiglia, che durò in Crema fino alla 
metà del secolo decimosettimo , è rammentata dal Terni 
all'anno 1341. Era guelfa: d'uomini distinti non produsse 
che il giureconsulto Cristoforo, il quale morì Tanno 1591, 
e fu, con lunga epigrafe, sepolto nella chiesa della ss. Trinità. 



(1) Ronna. Zibaldoni. 

(1) Canobiu all'anno 1659. 

(3) Quando nel 1848, dopo ehe gii Austriaci ricuperarono la Lombardia, 
« progettò un congresso a Brusselles per assestarvi le cose d' Italia, il conte 
Vincenzo Tofletli fu designalo siccome uno dei rappresentanti il Piemonte in 
^uel Congresso. Di lui abbiamo ragionato nell'ultimo capitolo della storia «li 
Crenaa. 



— 592 — 

Vailati. — Parecchie famiglie fiorirono in Crema di que- 
sto nome, delle quali alcune estinte. 11 Terni rammenta 
una famiglia Vailati all'anno 1541, ed era guelfa di fazione. 
11 Tintori , tra le famiglie cittadine che sul principio del 
secolo scorso vivevano a Crema con maggior decoro , no- 
mina una Vailati : da questa crediamo discesa Fattuale dei 
Vailati, che per essere slata inscritta al Concilio nobile di 
Crema è annoverata tra le nobili. 

Vairano. — Estinta. Famiglia che risplendeva in Crema 
tra le più facoltose nel secolo decimoquarlo. Un Rinaldo da 
Vairano fu uno dei fondatori dell 1 ospedale degli infermi 
Fanno 1551: un Bono da Vairano venne bandito dal conte 
Rinaldo di Camisano Fanno 1598. Dai Vairano s'appellò la 
villa di questo nome. 

Valenti. — Famiglia che deve la nobiltà all' essere stala 
ammessa nel Concilio generale di Crema il secolo decimo- 
settimo. L'anno 1664 Gian Battista Valenti era Aromaiarius 
et Congabellarius del Dazio Mercanzia W. A' nostri giorni 
non rimangono di questa stirpe che un vecchio demente 
ed una femmina. 

Verdelli. — Nobilissima famiglia, eslintasi nel secol no- 
stro. Venne a piantarsi in Crema l'anno 1249 da Verdello 
in Bergamasca. Nelle cronache apparisce tra le guelfe. Di 
questo casato si distinsero non pochi: nella milizia., oltre il 
conte Marzio cavaliere Gerosolimitano, segnalossi Ercole 
Verdelli s anch'esso cavaliere Maltese, il quale, dopo aver 
servito il duca di Lorena , venne dalla repubblica veneta 
stipendiato con quattrocento ducali annui (1601). Come 
scrittore si rese noto a Roma, colla sua Opera dei Successi 
della Chiesa, il conte Fausto ; morto a Roma li 30 giu- 
gno 1634, fu sepolto, conforme alla sua ultima volontà, nella 
basilica Liberiana presso la cappella della Beata Vergine 

(1) Kacchetti. Storia genealogica delle nobili famiglie aemasche. Inedita. 



- 593 — 

con quest'epitaffio : Faustus Comes et Eques et Jurecon- 
sullus Verdelh'us Crcmensìs: orate prò co. Nella carriera 
ecclesiastica s' acquistò molta riputazione il canonico don 
Serafino, generale dell'ordine Lateranese. Fece egli in Cre- 
ma rifabbricare la chiesa di S. Benedetto, quale si ammira 
presentemente : fu esimio predicatore, e l'anno 1596 pub- 
blicò un'opera col titolo Exacta homìnis eognitio. Ma que- 
gli, per cui suonerà a Crema eternamente benemerito il 
nome Verdelli, fu Luigi Verdelli, commendatario del mona- 
stero degli umiliati dei SS. Filippo e Giacomo, morto addì 9 
di febbraio dell'anno 1524. Egli, <« con testamento a rogito 
» del notajo Angelo Francesco Calzinate , lasciò eredi uni- 
» versali le povere figliuole nubili di Crema e Territorio 
» che sieno caste, oneste, e di laudabil vita, elette dai suoi 
» commissari , alle quali figliuole però proibisce d'ingerirsi 
« nella sua eredità, salvo die in avere lire 50 imperiali per 
» cadauna al loro maritare ^. » La sostanza lasciata da 
Luigi Verdelli a tal pia istituzione produce oggidì un red- 
dito annuo di più di 20 mila lire. 

Vimercati. — Per vetusta nobiltà, per copia d'uomini il- 
lustri, la famiglia Vimercati è tra le più cospicue che ono- 
rarono il patriziato cremasco. I Vimercati sono oriundi da 
Milano, e formano un ramo di una famiglia di ugual nome 
che per mollo tempo risplendette nel novero delle patrizie 
milanesi. Nel secolo decimo un Alcherio, potente signorotto, 
teneva per ragion feudale la signoria di Vimercate, popolosa 
borgata distante poche miglia da Monza. Aggiunto alla si- 
gnoria, Alcherio portava il titolo feudale di capitano, sicché 
la di lui famiglia era detta dei Capitani di Vimercate. In 
appresso i nipoti d' Alcherio, perduto il dominio di quella 
terra , smisero il titolo di Capitano , conservando tuttavia 
quello di Vimercate. 

(i) Borica , nei Zibaldoni. 



— 594 — 

Verso la mela del secolo decimosecondo, Pinamonte da 
Vimercate rifulse per virtù cittadine tra i più insigni patrizi 
milanesi. Vissuto in tempi lagrimevoli per la Lombardia , 
vide la patria sua schiacciata dall' inesorabile imperatore 
Barbarossa, vide i suoi concittadini condannati ad una ser- 
vitù crudelissima, ignominiosa. Pinamonte, caldo di santo 
amore di patria, si adoperò a lutt'uomo acciocché gl'Italiani 
si affratellassero con sincera e robusta alleanza, questa per- 
suadendo siccome unico mezzo di frangere i ceppi del co- 
mune nemico. Radunò nel famoso congresso di Ponlida i 
rappresentanti delle città lombarde, ed ivi con efficacissime 
parole dimostrò loro la necessità di dar mano alla riedifica- 
zione delle mura di Milano. Applicandosi indefessamente iu 
beneficio de' suoi concittadini, Pinamonte ne godette la fi- 
ducia, la stima, l'amore. Leggesi ancora a Milano, scolpito 
sopra una vecchia lapide, il suo nome fra i consoli della 
metropoli lombarda all'epoca ch'essa venne rifabbricata (*>. 
E il nome di Pinamonte Vimercati è pure fra i sottoscrittori 
del celebre trattato di Costanza, ov'egli intervenne quale 
rappresentante del popolo milanese. Da questo chiarissimo 
gentiluomo rampollarono i Vimercati, e i Vimercati Sanse- 
verino di Crema: ciò apparisce concordemente dalle loro 
genealogie. 

Non possiamo accertare in qual anno la famiglia Vimer- 
cati trasportasse a Crema il suo domicilio. È opinione del 
Raccheta che Pinamonte, quantunque cittadino milanese, 
fosse pure inscritto alla cittadinanza cremasca, possedendo 
dei beni stabili nel territorio nostro, e che nel secolo tredi- 
cesimo i Vimercati alternassero or a Milano or a Crema la 
loro dimora. L'asserzione del Racchetti ha del verosimile, 
tuttavia non è sufficientemente provata. Il personaggio più 
antico di questa famiglia che incontriamo nelle cronache 
cremasche si è Pietro Vimercati , uno dei benemeriti citta- 
dini che fondarono l'Ospedale di Porta Ripalla l'anno 1351. 

(4) La lapide é iu! ponte del naviglio a Porta Romana. 



— 595 - 

Sul finire del secolo quattordicesimo i Yimercati figurano 
nelle storie cremasene tra i capi di fazione guelfa insieme 
ai Benzoni coi quali si erano imparentali. Sul principiare 
del secolo decimosesto un Sermone Yimercati dottore, conte 
e cavaliere, fu tra i favoriti cortigiani di papa Giulio II, dal 
quale ottenne per sé e lutti i suoi discendenti amplissimo 
privilegio di crear nolari, dottori, e legittimar bastardi ' {{) . 
Sermone occupò a Milano il posto di senatore , e godette 
eziandio riputazione e favori dal duca Francesco II Sforza 
eh' egli ospitò a Crema splendidamente nel suo palazzo 
quando fu costretto a fuggire dal castello di Milano (2 ). Ser- 
mone Yimercati sposò Ippolita Sanseverino figlia di Ugo , 
generale del duca Galeazzo, la quale gli recò in dote parte 
del contado di Pandino: da qui l'origine del cognome San- 
severino che la linea dei Vimercati discendenti da Sermone 
e da Ippolita Sanseverino congiunse al proprio. 

L'anno 1577 Sebastiano Yenier, doge di Venezia &\ con- 
ferì a Marcantonio Yimercati il titolo di Conte di Palazzo 
o Parasso, villa del Cremasco ove Marcantonio teneva va- 
sti possedimenti. 

Personaggi che si distinsero, quali nella milizia, quali 
nelle magistrature, la famiglia Vimercati produsse a dovizia 
in ogni età. Nella schiera dei dottori e magistrati, TAlemanio 
Fino pose fra gli uomini di pregio un Francesco, Sermone, 
Gian Paolo, due Agostini, e due Luigi, tutti de'Vimercati; 
e fra coloro che si distinsero militando, un Nicolò e due 
Lodovichi. Aggiungete a questi , fra i guerrieri , due altri 
Lodovichi, dei quali parla diffusamente il Canobio, un Sci- 
pione che fu colonnello di Carlo IX re di Francia, ed un 
Gian Battista , lodato dal Cogrossi. Molti dei Vimercati e 

[iì Fino. Degli uomini di pregio uscili da Crema. 
(1) Vedi il capitolo Xll della Storia di Crema. 

{ì\ La Ducale che conferisce a Marcantonio Vimercati il titolo di Conte è 
riportata nel co-lice Alocchio. 



— 396 — 

Vimercati Sanseverino percorsero la carriera ecclesiastica, 
ed entrarono negli ordini religiosi : fra questi sono dalle 
cronache rammemorali Gio. Andrea Vimercati , che fu ca- 
meriere del pontefice Giulio III e secretano del di lui ni- 
pote Gian Battista da Monte, e l'arcidiacono Cesare Vimer- 
cati , bell'ingegno e facondo oratore che levò grido di sé 
nell'accademia dei Sospinti. Cinque dei Vimercati vennero 
ammessi all'ordine sovrano di S. Giovanni di Gerusalem- 
me, fra i quali conseguì nell'ordine gradi onorevolissimi il 
cavalier Annibale, gran priore di Messina , che il nostro 
abate Tintori coperse di lodi stemperale decantandolo in 
versi ed in prosa. E benemerito del territorio nostro si rese 
nel secolo scorso il conte Annibale Vimercati Sanseverino^', 
come quello che con saggezza ed operosità sludiossi di pro- 
cacciare maggior sviluppo all'industria agricola della pro- 
vincia cremasca. 

La famiglia dei Vimercati , essendo stata assai prolifica , 
moltiplicossi in molte linee. 11 canonico Cogrossi nel secolo 
passato scrisse: «non v'ha, a mio credere, famiglia nobile 
» in Crema che abbia dilatati e sparsi così diffusamente i 
» suoi rami per la città come quella dei nobili Vimercati. 
» Con lutto ciò ci sembra che non abbia punto scemato né 
» di ricchezza né di decoro, veggendosi vivere nella maggior 
» parte di quelle case in cui si trova al presente divisa, con 
» quel trattamento e splendore medesimo con che vivono 
> le altre cospicue famiglie che mai si divisero i 2 ). » 

1 fasti storici della casa Vimercati non sono puri di mac- 
chie : feconda di benemeriti cittadini , non difettò di tristi. 
Il Terni ci svela essere stati pubblici usurai \\ padre e l'avo 

(i) Il conte Annibale Vimercati Sanseverino pubblicò due opuscoletti: l'uno 
intitolalo Della torba; l'altro, Istruzione intorno alla coltura del lino alla 
maniera dei Cremaschi. Quello sulla torba fu ristampato nella raccolta degli 
Opuscoli dei PP. Soave e Moretti. 

(2) Fatti storici della città di Crema. 



— 397 — 
di quel Tommaso, il quale, a scarico delle anime de' suoi 
maggiori, fondò in Crema il primo convento de' frati osser- 
vanti la regola di S. Agostino. E all'anno 1509 il nostro 
cronista Terni racconta che fu bandito da Crema Agostino 
Vimercati per essere un uomo malvagio, atto a fabbricare 
ogni mal effetto. Un Gian Andrea Vimercati , detto Mo- 
schetto , prese parte alle iniquissime frodi (0 con le quali 
il podestà Luca Loredano vessava turpemente i Cremaschi. 
Un Orazio Vimercati Sanseverino, narra il Canobio all'an- 
no 1662, «per omicidio fu condannato venl'anni in camuz- 
» zone, e dopo alcuni mesi di prigione avendo comperalo 
» una grazia a Venezia, che gli costò gran somma d'oro, fu 
» liberato dalla condanna. » E Gian Battista Terni, nelle 
sue Memorie annuali, discorre con assai poca riverenza di 
parecchi Vi mercati- Sanseverino suoi contemporanei , rac- 
contandone durissime azioni e matte stravaganze. Queste 
notizie , razzolate nelle varie cronache cremasene , noi ri- 
portammo, importandoci di adempiere scrupolosamente a 
quel dovere di verità che incombe ad ogni scrittore d'isto- 
rie che non voglia lordarsi di adulazione. Toccando dei 
fasti delle nobili famiglie, credemmo l'ufficio nostro pari a 
quello di chi si fa a compilare V inventario di un patrimo- 
nio, ove convien notare con diligenza e le partite attive e 
le passive. Del resto i Vimercati hanno motivo di rallegrar- 
si, perocché, bilanciate le colpe dei loro maggiori con le 
virtù che li distinsero , i fasti della loro famiglia offrono 
ancora una lauta risultanza di attività, 

Zini. — Di questa famiglia, che non sappiamo se e quando 
siasi estinta, leggesi nel Racehetli : «famiglia nobile, antica 
» e ghibellina. A Giovanni nel 1423 furono restituiti i beni 
» stati confiscati da Giorgio Benzoni : Manfredo, Tommaso 



(i) Vedi il documento A posto in fine del capitolo XII della Storia di 
rema. 



— 398 — 
» e Bernardo, come ghibellini , vennero conflnati da An- 
• drea Dandolo nel 1451. Forse la medesima famiglia che 
» Cazzaghi-Zini. « 

Zò. — Questa casa nel secolo scorso venne fregiala del 
titolo di conte con ispecial onorevole parte 14 marzo (1733) 
nel l' eccellentissimo Senato, con ampiezza di voti presa: 
parole che sono nella lettera con cui il podestà Loredano 
comunicò ad Alessandro Zò la notizia del titolo conferito- 
gli. Alessandro Zò , già dal 1726, aveva ottenuto il titolo 
di conte da papa Benedetto XIII : la repubblica non fece 
che confermarglielo , ed estenderlo ai di lui discendenti. 

La casa Zò si rese benemerita del serenissimo principe 
per varj servigi, gran parte militari, prestali : del che fanno 
fede non poche lettere dei podestà veneti. Verso la metà 
del secolo passato il conte Ottaviano Zò coprì la carica di 
governatore delle armi, e sopraintendente alla difesa e cu- 
stodia dei forti esteriori di Crema , carica eh' egli sostenne 
con molto decoro. Senonchè essendo i Zò di fresca nobiltà, 
furono a Crema mal veduti e travagliati dal vecchio patri- 
ziato , per cui il conte Ottaviano Zò , quantunque pruden- 
tissimo uomo , ebbe a sopportare brighe e dissapori (0. E 
qui noteremo che a Crema l'antica nobiltà non comportava 
d'essere posta a livello colla nuova, e metteva a soqquadro 
il Concilio generale se per avventura qualche cittadino, tinto 
di recente nobiltà, occupassero soltanto agognasse, alcuna di 
quelle magistrature che pretendevasi n'andassero privilegiati 
esclusivamente i nomi cospicui. Insomma eran tempi di gare 
ridicolissime, tempi ove i nobili giudicavansi tra di loro scru- 
polosamente a peso di pergamene , ove un Benzoni , un 
Gambazocco, un Zurla , credevano di valere assai più di 
un Fadini, d'un Zò , d'un Rosaglio , e nelle contese, che 
ad ogni tratto ripullulavano, chi non poteva a sostegno 

(!) Zuccui. Diario. 



— 599 — 
delle proprie ragioni allegare una genealogia ben ben tar- 
lata dagli anni, finiva sempre coir aver torlo. La stirpe Zò 
a Crema è tra le estinte. 

Zcgni o Salasseri. — Di loro il Raccbetti narra: « Fami- 
» glia cbe apparisce dalle genealogie aver avuto principio 
» nella seconda metà del secolo decimoquiuto, ma non mai 
» da nissuno storico nominala , la quale si estinse prima 
» del 1700.» Scorgiamo nella genealogia che s'imparentò 
con le più illustri case di Crema. 

Zirla. — Di questo nome a Crema parecchie famiglie 
esistono ancora , altre si spensero : sono esse tutte prove- 
nienti dal medesimo ceppo? Non osiamo affermarlo con 
certezza, però lo stemma è di tutte lo stesso, ed il Fino, 
discorrendo intorno all' origine dei Zurla , non fece fra di 
loro alcuna distinzione. V 1 hanno dei Zurla col titolo di 
marchesi , altri senza : la famiglia dei titolati pervenne in 
Crema da Napoli , dove ancora nel secolo passato si rese 
notoria una patrizia famiglia d' usuai nome. Vuoisi che i 
Zurla di Napoli derivassero dall'antichissima stirpe Capece: 
ciò asserisce il Crescenzio, appoggiandosi all'autorità di 
scrittori che trattarono delle nobili famiglie napolitane. 
Vuoisi altresì che i Zurla fossero già a Crema quando la 
città nostra fauno 1185 venne rifabbricata. A sostegno di 
quest' opinione allegasi , che essendosi allora eretti nelle 
mura di Crema vent'un torrioni, l'uno di essi fu chiamato 
il Zurlo, quello appunto che s'innalzò fra Porta Ponfure e 
Porta Pianengo, ove da lunghissimo tempo è posta la casa 
Zurla. Se meritan fede le genealogie, il primo dei Zurla a 
stabilirsi in Crema fu un Alberto l'anno 1140. 

1 Zurla s'altrupparono coi guelfi , quiudi hanno parteg- 
giato pei Benzoni. Neil' adunanza ove Giorgio Benzone si 
fece proclamare signore di Crema intervennero otto Zurla: 

(i; Anfiteatro romano. 



— 400 — 
un Enrico Zurla fu podestà di Crema durante il dominio 
d'esso Benzoni. 

La schiatta dei Zurla fu delle più prolifiche, ed influen- 
tissima in Crema per copia di parentele. L'anno 1580 Fino 
scriveva: «di cento e seltantacinque gentiluomini ascritti 
nel Concilio, trentotto ce ne sono di Zurla.» I Cremaschi 
videro di mal occhio che la prole dei Zurla entrasse così 
numerosa a invadere il Concilio e i pubblici uffici, perocché 
essa , come scrive il Fino , prevalendo co' suoi partigiani 
nel Concilio , disponeva le cose a modo suo. A scemarne 
l'influenza, l'anno 1566 tentossi di riformare con nuove 
leggi il Concilio generale dei cittadini, provocando una di- 
sposizione che impedisse ad una famiglia d'avere più di 
venti consiglieri, e d'occupare più di tre magistrature. Ma 
il tentativo dei Cremaschi andò fallito, essendo loro stato 
risposto da lettere ducali , non doversi introdurre alcuna 
innovazione nel Concilio della città. 

Se fosse lecito andar pettoruti delle glorie degli avi , i 
Zurla n'avrebbero ben d'onde : la casa loro illustrarono 
prelati, dottori, guerrieri d'egregio valore. Teniamo super- 
fluo rammentarne i nomi , avendone già discorso ampia- 
mente nella storia di Crema. Noteremo soltanto, ch'oltre i 
molli dei quali abbiam toccato, sono pure dal Fino posti fra 
gli uomini di pregio Michele Zurla , prode cavaliere che il 
generale Bartolomeo Colleoni onorò di cospicui gradi nella 
milizia, ed Evangelista Zurla (il vecchio) che Tanno 1509, 
quando la repubblica di S. Marco guerreggiò con Luigi re 
di Francia , andò venturiero nel campo dei Veneziani con 
quindici eav alleggerì pagati del suo. 

La famiglia Zurla è una di quelle che sotto la veneta re- 
pubblica occupò quasi ogni anno un posto fra i tre prov- 
veditori della città, ed amava aver ingerenza nella direzione 
unministraliva del Comune, ed ambi titoli ed onori che ha 
onseguito , a volte per proprio ingegno, a volle coll'alle- 



— 401 — 

gare la casualità di un nome cospicuo. Sul finire del secolo 
decimosettimo (12 novembre 1699) Achille e Luigi Zurla 
procacciaronsi dall' imperatore Leopoldo I. d'Austria i ti- 
toli di marchesi, conti e cavalieri dell'Impero. Nel diploma 
imperiale si concedettero ai Zurla molti privilegi, fra i quali, 
di crear notari , e legittimar figli naturali , anche se nati 
d'incesto, prerogative che il magistrato della repubblica 
veneta sopra i feudi non volle riconoscere, perchè contrarie 
alle leggi della repubblica. 

La prodigalità, contagioso malanno dei patrizi cremaseli]*, 
dissipò ai Zurla pingui sostanze : nel secol nostro molti di 
loro caddero in poverissimo stato. Un ramo della famiglia 
Zurla dimorò lungo tempo a Legnago, e si ristabilì a Crema 
verso il 1780. 



Altre famiglie, oltre quelle di cui accennammo , vanno 
collocate fra le nobili cremasene, quali perchè nelle crona- 
che figurano tra le patrizie, quali per essere state ammesse 
in diversi tempi al Consilio generale di Crema. Siccome 
però oggidì esse sono tutte spente, e di loro lasciarono ben 
poche tracce nella storia , noi ci restringeremo a dirne i 
nomi , quali sono : Acerbi , Calcagni , Caldero , Cerri , De 
Conti, Dolce, Dolcevita, Ferrari, Fortini, Goldaniga, 
Marchisetti, Marcotti, Mosconi, Pandini, Pelegardi, Pezza, 
Piosui, Ripa, Scaletta, Strazzacani, Terzi, Ticini, Uberti : 
né con queste crediamo averle accennate tutte. 



Voi. II. 26 



402 



ARTICOLO VII. 

I Tre Giustiziati. 

Nel raceonto della Storia di Crema, ragionando del do- 
minio veneto, dicemmo più volte che i nobili esercitavano 
nella città nostra soverchia influenza: accennammo altresì 
gli abusi che talvolta praticavansi da que' magistrati che 
Venezia inviava nelle provincie di terra-ferma, straordina- 
riamente e pel quieto vivere, ad amministrare giustizia; il 
fatto che imprendiamo a narrare farà testimonianza delle 
nostre asserzioni. In quest'articolo discorreremo di una 
sommossa popolare avvenuta in Crema Tanno 1750 per 
difetto di grani sul pubblico mercato: rammenteremo una 
giustizia ingiusta, fallasi in nome del principe, sul capo di 
tre innocenti popolani. Vogliamo arricchire il racconto di 
minute circostanze quali trovammo nelle Annotazioni, ossia 
Diario del padre Nicolò Zucchi, e perchè ci rivelano l'in- 
dole di que' tempi, e il modo ond' erano i Cremaschi go- 
vernati, e perchè aggiungeranno al nostro racconto un in- 
teresse quasi drammatico. Di buon grado avremmo questo 
caso dei tre Giustiziati riferito colle parole medesime del 
Zucchi, cronista accurato ed imparziale, ma ce ne distolse 
(juel suo stile disadorno e alla carlona: oltre di che egli 
troppo spesso ne interruppe la narrazione per dirci che in 
un tal giorno incominciò un triduo a S. Agostino, nel taf al- 
tro predicò in duomo un oratore forasliero, e somiglianti 
notizie: le quali, comunque non avessero che un'importanza 
di sagrestia,, il buon frate notava tutte scrupolosamente nel 
suo diario, registrandovi con pari diligenza e freddezza si 



— 403 — 
giorno di una messa cantata e quello di una sommossa 
popolare. 

È a sapersi innanzi tulio che nel lòOo fu pubblicala 
nella città nostra una legge del Senato di Venezia U), la 
quale obbligò i proprietarj di beni stabili a vendere sul 
pubblico mercato di Crema, in giorni prefissi della setti- 
mana, una parte del frumento e del miglio cbe raccoglievano 
sui loro terreni. Questa legge venne cbiamata delle Porzioni, 
come quella cbe costringeva ciascun proprietario a man- 
dare sul pubblico mercato una determinata quota di gra- 
naglie, chi più chi meno, secondo il maggiore o minor 
estimo cbe possedeva di terreni nel suolo cremasco. Qual'era 
lo scopo di tal legge? Cbe il mercato pubblico fornisse set- 
timanalmente copia di biade sufficiente ai bisogni degli abi- 
tanti la città. Volendosi quindi misurare dal numero dei con- 
sumatori la complessiva quantità di frumento e di miglio che 
dal territorio dovevasi annualmente introdurre sul mercato, 
occorreva tratto tratto calcolare il numero della popolazione 
della città. 11 Canobio riferisce che « nel 1587 si calcolarono 
» per occasion di Porzioni le bocche e si trovarono essere 
» in Crema al numero di dodici mila 2Ì . » E nel 1602 sco- 
prendosi non bastare al mantenimento della popolazione 
di Crema somme venti mila di frumento e tre mila quat- 
trocento cinquanta di miglio, che per la legge delle Por- 
zioni doveano annualmente condursi sul mercato, « fu 
» concesso al podestà l'arbitrio di far condurre altra mag- 
» gior quantità conforme ai bisogni e giusta il relativo 
» riparlo degli eslimi di cadauno. » Per ugual motivo 
Tanno 1633, assottigliatasi di mollo in Crema la popola- 
zione per la pestilenza del 1650, « si ottenne l'esenzione 
» della quarta parte delle Porzioni ( 3 ). » 

( 1 ) Zecchi. Diario. 

(%) Proseguimento alla Storia dell' Ale mania- Fino* 

(3) Idem. 



— 404.— 

Questa legge delle Porzioni tornerà strana a chi per av- 
ventura non sapesse quanto nel secolo scorso fossero an- 
cora ignoranti nelle scienze economiche i governi: i quali 
con le leggi loro proponevansi a scopo di vincolare l'estra- 
zione delle derrate, ed anziché moltiplicare i venditori e 
scemare le distanze, pochi ne volevano e collocali in certi 
luoghi. Più che alle intemperie, sono da accagionarsi ai 
cattivi provvedimenti di chi reggeva, le carestie che nei se- 
coli passati affliggevano con tanta frequenza le popolazioni. 
« Non in Lombardia soltanto (scrive Cantò) ^ma dapper- 
» tutto slavasi allora in continuo sgomento che mancasse 
» il pane. » Tale sgomento, oltre i popoli, agitava anche i 
governi, i quali nel mentre lo procacciavano con improv- 
vide leggi, con altre tentavano porvi alcun rimedio, timo- 
rosi di tumulti e sommosse popolari, che quasi sempre in 
tempi di carestia molestavano il sonno dei governanti. 

Appunto per mantener tranquilla la popolazione di Cre- 
ma, il Senato pubblicò la legge delle Porzioni, quanto gra- 
dita al popolo, altrettanto fastidiosa ai nobili, che possedendo 
la più parte del territorio cremasco, assai di malgrado 
sopportavano quest'incomoda servitù ond'erano obbligali a 
mandare ogni anno sul pubblico mercato de' grani una 
prefissa quantità di granaglie. Cercarono più d'una volta 
sottraisene, ma il popolo ne gì' impediva, inviando a Ve- 
nezia i suoi Sindaci a riclamare l'osservanza di una legge 
sancita in suo favore e che a lui pareva gli dovesse gua- 
rentire il pane anche negli anni di scarso raccolto. Dalle 
nostre cronache desumesi aver non di rado, a motivo delle 
Porzioni, liiigato aspramente in Crema nobili e popolani, 
quelli tentando violare la legge e farla abolire, quesli esi- 
gendone esatto adempimento. In onta delle brighe dei no- 
bili, la legge delle Porzioni sussistette per più di due secoli, 

(1; I.u Lombardia nei secolo decimose llimo. 



— m — 

quantunque venisse modificata a vantaggio dei proprietarj 
negli anni 1G58 e 1692 (*■. Qualche volta però alcuni gen- 
tiluomini riescivano ad esserne dispensati dagli obblighi: 
leggiamo nel Canobio all'anno 1645 che « il conte Pompeo 
» e fratelli Benzoni ottennero esenzione di condurre somme 
» sessanta di frumento come loro s'aspettava per annuale 
» Porzione ( 2 \ » 

Correndo l'anno 1753 la nobiltà conseguì finalmente 
l'intento di far abolire la legge delle Porzioni: il Senato 
decretò si facesse in Crema, ogni sabato, mercato libero, 
vale a dire, non essere i proprietarj obbligati di condurvi 
le determinate Porzioni di frumento e di miglio, e dall' os- 
servare nelle vendite quelle discipline che prima regola- 
vano il mercato. E perchè il popolo si aquietasse a questa 
nuova disposizione e sapesse ove ricorrere per comprar 
grano quando gliene abbisognasse, il Senato ordinò venisse 
formalo in Crema un pubblico deposito di somme seicento 
di frumento e duecento di miglio, prescrivendo che tale 
deposito » s' andasse prontamente rimettendo di mano in 
» mano che ne seguivano le vendite, in guisa che avesse 
» sempre a sussistere nell' istessa intera quantità onde 
» fosse inalterabile la sua sussistenza l 3 ). » E qui noteremo 
che la città nostra teneva già un deposito o fondaco di mi- 
glio fin dall'anno 1560, ed un fondaco di somme cinque- 
cento di frumento eretto l'anno 1675 per ordine degli in- 
quisitori di terra-ferma. La vigilanza del nuovo deposito 
venne affidata al podestà: in quanto al modo di costituirlo, 
venderne il grano, conservarlo, fu lasciata ai provveditori 
del Comune la facoltà di proporre quelle norme credessero 
più opportune. Occorrendo a tale deposito un granajo pub- 



(t) Zocchi. Diario. 

(2) Proseguimento alla Storia di Crema del Fino. 

(3) Zucchi. Diario. 



— 406 — 
blico, se ne fissò il luogo alle così dette Casazze: i tre prov- 
veditori dettarono le norme regolatrici del Deposilo ed il 
Senato le approvò. Imporla notare come in queste, fra le 
molte disposizioni, venisse stabilito: « che i tre corpi Città, 
» Clero, Territorio, avrebbero formalo un deposito di 
» somme 600 di frumento e duecento di miglio a peso dei 
» rispettivi loro estimi, cioè per la metà della Città e Clero, 
» e per l'altra metà del Territorio: che siccome nella città 
» vi sarebbe il mercato libero, ogni sabato, d'ogni sorta di 
» grani, così nei giorni di lunedì sarebbe aperto detto fon- 
» daco tutte le mattine fino a mezzodì: che onde il popolo 
» potesse godere il vantaggio di un prezzo giusto e discreto 
» destinerebbesi persona a formare ogni sabato sopra il 
» mercato libero esatta nota e giurata dei prezzi fatti in 
» esso, la quale esporrebbesi al luogo del fondaco ove si 
» venderebbe il frumento ed il miglio non al prezzo mag- 
» giore ma al prezzo medio: che per l'immancabilità d'esso 
» deposito vi si rimetterebbe dai delti tre corpi di tempo 
» in tempo quella parte che o si fosse venduta o altrimenti 
» estratta, in guisa che ogni primo lunedì di ciascun mese 
» il Deposito conterrebbe l'intera quantità di dette 600 
» somme di frumento e 200 di miglio, ed in ogni altro 
» lunedì almeno somme 4-00 di frumento e 140 di miglio: 
» che il grano del Deposilo si venderebbe a quelli soltanto 
» della città, i quali non raccolgono frumento o miglio pro- 
» prio, o non sufficiente al loro mantenimento e della loro 
» famiglia, a condizione che in ogni lunedì non ne comperas- 
» sero più di una mezza somma, e con minaccia di pena 
» pecuniaria a chi ne comperasse per farne incetta o nc- 
» goziazione (*). » 

In questo modo i proprietarj dei beni stabili svincola- 
ronsi dall'obbligo delle Porzioni, surrogandovi quello d'i- 
ti) Zecchi. Diario. 



— 407 — 
stituire e mantener provveduto il pubblico deposito, accioc- 
ché sopperisse ai bisogni della popolazione ogniqualvolta non 
avesse potuto provvedersi della necessaria quantità di grano 
al pubblico mercato del sabato. 

L'anno 1749 volse infausto asili agricoltori: nel territo- 
rio cremasco scarsissimo il raccolto, onde il pubblico mer- 
cato del sabato incominciò a penuriare di granaglie, essen- 
done allora il commercio inceppato con {strettissime leggi che 
ne impedivano la libera circolazione. Divenutane la ricerca 
di molto superiore alf offerta, i grani aumentarono sensi- 
bilmente di prezzo: del che si dolse il popolo, e già nel- 
l'immaginazione dipingevasi i mali di una prossima carestia. 
Non è mai il popolo così facile ad agitarsi e inviperire 
come quando lo assale il timor della fame: allora tu lo 
senti levar concorde la terribile sua voce, reclamando dal 
ricco quella porzione di pane che compete a ciascun uomo 
per legge di natura, madre benefica ed imparziale: allora 
riscuotendosi dall'abituale sommessione che lo fa mansueto 
a chi lo regge, egli rompe in accuse e minaccie contro le 
autorità ond'è governato. 

Correva il giorno 19 maggio dell'anno 1750: sul pub- 
blico mercato di Crema scarsissimo il grano ed a carissimo 
prezzo. Figuratevi lo scalpore che ne menò il popolo, tanto 
più ch'egli del non trovar grano sufficiente alle sue ricer- 
che incolpava la legge con cui, pochi anni innanzi, s'aboli- 
rono, suo malgrado, le Porzioni. Avresti udito la piazza 
del duomo risuonare di querele, imprecazioni, clamorose 
minaccie; vi brulicava una moltitudine dispettosa di non 
potere col denaro alla mano provvedere ai propri bisogni , 
e come quella che, quando crede aver giusto motivo di ri- 
mostranze, non conosce moderazione, cominciò a tumultuare. 
I più arditi salgono le scale del palazzo pretorio, irrom- 
pono nell'abitazione del podestà gridando pane, pane: 
intanto nella piazza rinforzavansi gli urli del popolo ara- 



— 408 — 

mulinato. A quello strepito la moglie del podestà s'affaccia 
al balcone curiosa di conoscerne la causa: un sasso lancia- 
tole dalla piazza la ferisce in un braccio. Crema aveva in 
queir anno a podestà Lorenzo Orio, provveditori della terra 
il conte Giulio Premoli, il conte Curzio Benvenuti e Gioan 
Antonio Monticelli. Il podestà, a quel subbuglio intimorito, 
s'affretta a pubblicare un decreto con cui proibiva l'espor- 
tazione del grano fuori del territorio, sperando ciò bastasse 
ad ammorzare lo sdegno del popolo: ma ci vuol altro che 
un decreto e di tal sorta ad ammansare il popolo quando 
freme, paventando gli possa mancare il pane. Tuttavia i 
popolani, da quel decreto argomentando propizie ai loro de- 
siderj le intenzioni del rettore, cessano il tumulto e risol- 
vono di far valere le loro ragioni ponendosi sulle vie della 
legalità. Chiedono all'Orio di poter eleggere i loro sindaci, 
questi tribuni del popolo ai quali in simili strettezze con- 
cedevasi In facoltà di patrocinarne le ragioni: il podestà vi 
acconsente. Tosto odesi il suono della più grossa campana 
del duomo chiamare il popolo a Consilio : immaginate come 
si gonfiasse il cuore dei popolani al suono di quella cam- 
pana: era un appello all'esercizio di un loro diritto, una 
salvata reliquia dei tempi repubblicani: tutti corrono ad 
assembrarsi, con una foga di contentezza mista a dispetto. 
Costumavano tenere le loro adunanze nella casa del Sacro 
Monte di Pietà: questo benefico rifugio ai bisogni del po- 
vero, era in Crema l'Aventino del popolo, ove raecoglievasi 
e nominava i suoi difensori quando pativa soprusi dalle 
autorità che lo governavano. Radunatovisi in folla, il popolo 
elegge i suoi sindaci crescendone il numero fino a venti- 
quattro. In quell'adunanza un barbiere, che non perdeva 
di mira essere l'impellente bisogno di grano la causa ani- 
matrice del movimento di quella giornata , sorse a dire: 
giacché al mercato non abbiam potuto far prousla di gra- 
no, perchè almeno non andiamo a vedere se nel pubblico 



— 409 — 
Deposito ne esiste quanto ne ocorrcrà per soddisfarci? 
Credete voi che i provveditori si prendano premura di 
mantenervi la stabilita quantità, promessaci quando i nobili 
riuscirono a levarsi di dosso l'obbligo delle Porzioni? — 
Quell'assemblea plaudisce alla proposta del barbiere, e non 
frappone indugio Dell'assecondarla. Chiedonsi le chiavi del 
fondaco ai provveditori, i quali mandano per averla all'abi- 
tazione di Gian Battista Riboli, custode del deposito. Il 
Riboli non trovandosi a casa, la moltitudine che si era di 
già accalcata nella contrada delle Casazze, incomincia a 
fremere per impazienza: tardandole di entrar nel fondaco, 
domanda al podestà di poterne sgangherare le porte. Il 
podestà vi aderisce, e in un baleno i popolani colle robuste 
braccia, scardinate le porte, invadono il pubblico granajo. 
Ci duole il dirlo, il barbiere avea indovinato: vi si trova- 
rono sole 150 somme di frumento e 100 di miglio, mentre 
a norma dei capitoli esser ve ne dovevano almeno 400 
di frumento e 200 di miglio. Non è a dirsi se il popolo 
strepitasse per aver colto in difetto coloro ai quali in- 
cumbeva di bene amministrare i suoi interessi, non è a 
dirsi com' egli rompesse in parole di vitupero contro i 
provveditori, il podestà, e i nobili, che dall'ira popolare 
mettevansi, siccome correi, tutti in un fascio. Nel mentre 
il popolo sfogavasi in rabbiose invettive contro i nobili, 
giunge d'improvviso alle Casazze il capitano Martini con 
dodici soldati Schiavoni , incaricati di contenere l'indi- 
gnata moltitudine entro i limiti di una difficile modera- 
zione. Un soldato tenta col fucile dividere la folla, ma il 
poveraccio vien ributtato, preso a sassate, costretto a fug- 
gire. Cominciano i sassi a grandinare: ne sono colti parec- 
chi degli Schiavoni, ed anche dei cittadini che s'erano 
cacciati tra la folla per ammonirla ad acquietarsi. Fra gli 
altri rimase ferito il capitano Martini. È nondimeno note- 
vole che in quel giorno di tumulto non si trascorresse a 



— 410 — 
peggiori esorbitanze, mirabile come i popolani, invaso 
ch'ebbero il fondaco, n'uscissero colle mani incontaminate 
di saccheggio, e concessi volessero far sentire i loro ri- 
clami procedendo sul cammino della legalità. I sindaci testé 
nominati si presentano al podestà, domandangli d'esser 
confermati nella carica loro conferita, e l'ottengono. Quella 
giornata insomma passò con minori disordini che non s'a- 
spettassero il podestà, i provveditori e i nobili, divenuti 
bersaglio alle imprecazioni del popolo. L'ira sua tuttavia 
non isvampò così presto: sull'imbrunire formavansi capa- 
noli qua e là nelle contrade di Crema, ove ragionavasi e 
discutevasi vivamente sul da farsi all'indomani. A notte 
innoltrala udivi ancora fluttuare per le contrade l'onda 
irrequieta dei popolani, tanto che il podestà, temendo si 
rin novellasse, e più terribile, la tempesta, non volle coricarsi 
e si fece trar sangue. Il provveditore Gian Antonio Monti- 
celli, essendo più che gli altri odiato per la sua avarizia, 
profittò delle tenebre per allontanarsi di soppiato da Crema: 
e fu prudente consiglio, poiché lui particolarmente incol- 
pavano della mancata provvista di graui nel pubblico de- 
posito. 

Nel giorno successivo, il fondaco viene aperto ai bisogni 
della popolazione. 11 podestà, fallo accorto che a sedarla 
meglio dei decreti giovano pronti ed efficaci provvedimenti, 
incarica il governatore delle armi brigadiere Boccia di far 
incelta di frumento: tre carra il Boccia ne acquista in Om- 
briano, ma quei villici, ammutinatisi, gì' impediscono d'es- 
portarlo. Intanto al pubblico deposilo levansi nuove que- 
rele, nuovi rumori: il popolo accusa d'esorbitante il prezzo 
cui vendevasi il grano: « in quel giorno, notò il Zucchi, 
» il frumento era calmierato a lire tre lo stajo, e a lire due 
» il miglio, onde il popolo, trovando questo prezzo troppo 
» alterato, stracciò il biglietto del calmiero. » Per quietare 
la moltitudine è forza concedere un ribasso di soldi cinque 



— 411 — 

allo stajo. Questa concessione rende il popolo ardito a nuove 
pretese: rifiutasi di pagare soldi sei, pel dazio della macina, 
a certi Bergamaschi cui era tal dazio appallato, riclama 
l'osservanza della vecchia tariffa che esigeva soltanto tre 
soldi: gridasi all'ingordigia dei pubblicani Bergamaschi; si 
minaccia, tumultuando, alle loro persone; si ricorre perla 
diminuzione del dazio al podestà, ed egli anche questa volta 
aderisce alle inchieste dei popolani. « Fa meraviglia (scrive il 
» Zucchi) aver veduto in così poche ore fatta una popolare 
» e sì numerosa sollevazione, tanto risoluta e forte, che si 
» rese padrona di ciò che credette esserle necessario. » Ma 
è pur vero che il popolo, condannato in moltissime cose ad 
assomigliare al bue, gli assomiglia anche in questo, che, se 
quieto, lo mena un fanciullo, e quando infuria, cento uo- 
mini lo fuggono. Non crediate che il podestà Lorenzo Orio 
lo assecondasse di buon grado: la Cronaca del Zucchi dice 
apertamente ch'egli dapprima erasi mai sempre dimostrato 
caldissimo partigiano dei nobili, ma a lui toccò nel suo 
reggimento un giorno da dover rinnegare la propria poli- 
tica, uno di quei giorni (direbbe quel grand' uomo d'Ales- 
sandro Manzoni) in cui le cappe s'inchinano ai farsetti. 

Fin qui le cose volgevano in favore dei popolani: nar- 
reremo come poi mutassero aspetto, ed essi dalla loro 
sommossa raccogliessero amarissimi frutti. 

Il popolo si radunò di bel nuovo a consiglio nelF ora- 
torio di S. Maria Elisabetta onde eleggere , fra i sindaci , 
tre che a Venezia trattassero la sua causa e chiedessero prov- 
vedimenti per l'avvenire. Scelgonsi Gian Battista Montanari, 
speziale, Fermo Ponzoni, calzolajo, e Giuseppe Barbieri. 
Cominciarono i sindaci dall' informare con lettera il senato 
veneto di quanto era accaduto, rappresentandogli il vivis- 
simo desiderio del popolo acciocché in materia di grani si 
disponesse con leggi che ovviassero per sempre l'occasione 
a rimostranze. Il podestà Orio accompagnò con altra sua 



— 412 - 
la lettera dei sindaci ed a lui venne risposto dal doge 
Pietro Grimani in questi sensi: che invigilasse affinchè il 
prezzo del grano non salisse troppo alto: calmasse la plebe 
con promessa di futuri provvedimenti: verrebbe da Venezia 
a comporre le cose un inquisitore con quelle istruzioni 
che si sono credute più a proposito all' oggetto di apporre 
gli opportuni rimedj ( l >. Infatti, ai due di giugno arrivò a 
Crema l'inquisitor Vettore da Mosto, menando seco due 
compagnie di cappelletti e numerosa sbirraglia a cavallo. 
L'apparire di un inquisitore era sempre tal caso da far 
trepidare il cuore dei cittadini; questa volta poi che veniva 
per mandato straordinario e in conseguenza di una som- 
mossa, potete indovinare quanto gli animi riempisse di 
spavento. La nobiltà s'affretta a rendergli omaggio: il Con- 
siglio municipale elegge dal suo grembo due patrizj, i quali 
servissero f inquisitore in qualità di assistenti e furono il 
conte Paolo Griffoni S. Ànselo e il conte Livio Benvenuti. 
L'inquisitore Da Mosto principiò l'esercizio delle sue fun- 
zioni visitando accuratamente i pubblici granai, facendo 
severe perquisizioni nei negozj de'prestinari: oltre di che 
« fece intendere che era suo sentimento di rimettere inte- 
» ramente il Deposito dei grani mancanti, per il che sa- 
» rebbe toccalo circa una lira per ogni soldo d'estimo, lo 
« che fu da tutti riputato una spesa di grande aggravio , 
» massime per gl'innocenti com'erano gli ecclesiastici che 
» non avevano avuto né comando nò ingerenza in tale De- 
» posito ( 2Ì . » Tutto questo non bastava a soddisfare i de- 
sideri del popolo: egli voleva non si parlasse più di Depo- 
sito e ripigliasse vigore la legge delle Porzioni. Fermo in 
tale proposilo, col mezzo de' suoi sindaci iniziò a Venezia 
la lite, provocando l'abolizione del Deposito contro la città, 



(1) Zuccm. Diario. 
(2j Idem. 



— 413 — 

o per dir meglio contro i nobili, giacch' essi soli entravano 
a formar in Crema la rappresentanza del Municipio. I prov- 
veditori della città si apparecchiano a sostenere le loro 
ragioni contro il popolo e inducono il clero a concorrere 
nella lite. 

Ai diecinove di luglio (17o0) giunse* a Crema Silvio Mar- 
tinengo, destinato a surrogare nell' uflìcio di podestà Lo- 
renzo Orio, che in quel giorno compiva il corso del suo 
reggimento: 11 novello rettore \ìen accolto dai popolani con 
dimostrazioni d'esultanza: sperimentato il mal governo del- 
l'Orio, essi confidavano ne li volesse il cielo compensare 
inviando loro nel Marlinengo tal uomo da ajutarli a sgar- 
bugliarsi dalla intricata posizione in cui si trovavano per 
la fatta sommossa e la lite pendente a Venezia contro il 
Municipio. Lorenzo Orio, rassegnalo al Martinengo il co- 
mando della città, si dispone a partire da Crema. Per le 
contrade odonsi voci gridare: Se ne vada, se ne vada pure 
il ladro. L'inquisitore Da Mosto entra in sospetto che voglia la 
plebe giocare un mal tiro allo scaduto podestà: chiama a sé 
i sindaci del popolo e gli ammonisce severamente a mante- 
nerlo tranquillo. I sindaci rispondono ch'essi non avevano 
forza bastevole da contenere il popolo qualora gli venisse 
il ticchio di recar offese a Lorenzo Orio, però a difenderlo 
in qualche modo dalla popolazione malcontenta, avrebbero 
essi medesimi accompagnata fuori di Crema la sua carrozza. 

Usci da Crema Lorenzo Orio; fiancheggiavano la sua 
carrozza quattro Capeletti, seguivanla sei carrozze di nobili, 
assiepate da bombardieri a cavallo, sbirraglia, bur lanciotti 
armali di tromboni e pistole a guisa di sgherri i l ): a quel 
pauroso convoglio teneva dietro a non molli passi una com- 
pagnia di fanti. Appena passò per la porla di Serio, ne fu- 
rono chiusi i cancelli, impedendosi a chìchessia l'uscirne. 

{{) Zucchi. Diario. 



— Mi — 
Quel codazzo di patriziato csoldarume scortò la carrozza di 
Lorenzo Orio fino a Romanengo, ove se ne disgiunse. Il 
conte Ettore Benvenuti fu il solo che non volle separarsi 
così presto da Lorenzo Orio, perchè avendone in Crema 
amoreggiata la moglie, tenne debito da cavaliere di conti- 
nuarle la sua servitù per tutto quel viaggio fino a Venezia. 
L'Orio era un marito foggiato nel modo che richiedevano 
le sociali convenienze d'allora: contento d'aver salvata 
dalle sassate del popolo crcmasco la testa, non badò che 
in altra maniera gliela compromettessero palesamenle le 
galanterie della consorte. 

Addì 23 del successivo agosto partì da Crema anche l'in- 
quisitore Da Mosto, lasciando il popolo mal soddisfatto del 
poco che operò in suo beneficio. Inviato a Crema per com- 
porre le differenze fra nobili e popolani, egli non avea sa- 
puto troncare la quislione con provvedimenti efficaci ad 
assodare la concordia fra i cittadini dell' uno e dell' altro 
celo. Si restrinse nel pubblicare un editto che inibiva sotto 
severe comminatorie di esportar granaglie a Romano; un 
altro che imponeva ad ogni persona di dare, entro giorni 
tre, nota giurata dei grani che possedeva sia per ricolto, 
sia per acquisto: ed abboracciò un nuovo regolamento in 
ventun capitoli per l'amministrazione del pubblico Deposito, 
accrescendovi dugenlo somme di grano turco. Oltre di che 
fu censurato il procedere dell'inquisitore per aver egli pro- 
letti alcuni appaltatori di dazj, e particolarmente certo Ca- 
siza Bergamasco, uomo di perduta fama, che il Da Mosto 
liberò dal carcere cui l'avca il podestà condannato. La te- 
nerezza dell'inquisitore verso i pubblicani offrì argomento 
a mettere in forse la di lui incoruttibililà: fallo è che il po- 
polo mandò a Venezia due sindaci, Girolamo Lodi e Anto- 
nio Marcarino, per implorare il mantenimento e la difesa 
delle sue ragioni non ben considerate dall' inquisitore Da 
Mosto (0. 

(l) Zecchi. Diario. 



— 415 - 

Incalorivano ognor più nobili e popolani per riescire vin- 
citori della lite che agitavano a Venezia: l'un e l'altro par- 
tito raddoppiava a tal uopo le sue brighe, i suoi sforzi. Il 
popolo a proprie spese inviava continuamente alla metro- 
poli or due or quattro sindaci, e l'avvocalo Gian Battista 
Passera, acciocché s'adoperassero pel vittorioso successo 
della lite; i nobili facevano altrettanto, ed a bilanciare i 
maneggi del popolo mandarono a Venezia il conte Matteo 
Griffoni S. Angelo e l'avvocalo Gian Matteo Noli Dattarino; 
scopo degli uni, rimettere in vigore la legge delle Porzioni; 
degli altri, mantenerla abolita. Che nella conlesa fra nobili 
e plebei, l'oro e gli stemmi dei patrizi potessero a Venezia 
prevalere sulle ragioni e sui cenci del popolo era cosa molto 
probabile, onde i popolani, dubitando dell'umana giustizia, 
ricorrevano con preci a quella del cielo. « I sindaci (scrive 
"■ Zucehi) fecero cantar messa a S. Bernardino all' altare 
» della Beata Vergine per implorare l'autorevole suo pa- 
» trocinio nelle presenti emergenze ». 

Pendeva a Venezia già da otto mesi la lite: ne attende- 
vano con affannosa ansietà la decisione e nobili e popolani, 
questi, bramando regolare il mercato del grano secondo le 
vecchie leggi; quelli, puntigliosi sopralutto di non essere 
dallo spregialo volgo soperchiali. Seppesi a Crema che il 
giorno stabilito per la definizione della lite era il "25 marzo; 
somma, universale l'impazienza di conoscere a favore di 
qual parie avesse in quel giorno traboccato a Venezia la 
bilancia della giustizia: fortissimo in ambo i partiti il ti- 
more di uscire da quella lunga ed accanita contesa a capo 
rotto. Ma questa volta i barbassori di Venezia, lavandosi le 
mani, pronunciarono la sentenza di Pilato. Giunse a Crema 
notizia che ai 23 di marzo le parli litiganti furono licen- 
ziate, e rimessa la giudicatura dell' importante affare a S. E. 
il podestà Marlinengo. Malcontenti i nobili, malcontenti i 
popolani. Silvio Martinengo procedeva nel suo reggimento 



— 416 — 

con certa dignitosa austerità, con tanta circospezione da 
non lasciar travedere se l'animo suo piegasse piuttosto verso 
i nobili o verso i popolani. 

Stancheggiati dal veder procrastinata la soluzione della 
lite, e colf intento di risolvere il podestà a dichiararsi in 
loro favore, i popolani s'appigliano ad un partito il quale, se 
non è sempre inopportuno, è però le più delle volte peri- 
colosissimo. Cominciano a far combriccole, darsi l'aria di 
cospiratori, associarsi in segreti convegni, far pubbliche 
dimostrazioni di malcontento, sparger voci minacciose alle 
autorità municipali e al patriziato: taluni s'udivano dire 
spiatellatamenle che si avrebbero fatta giustizia da sé mede- 
simi contro quella razza superba di nobili, i quali credono 
possedere essi soli il privilegio d'aver sempre ragione. Ven- 
gono designati i nomi di non pochi fra i patrizi ai quali si 
voleva far pagar cara la colpa d'essersi pubblicamente in- 
geriti in quella contesa: eran del numero, segno all'ira 
popolare, il conte Giulio Premoli, il conte Paolo Griffoni 
S. Angelo, il conte Livio Benvenuti, Gian Antonio Monti- 
celli, Orazio Fadini, Gian Matteo Noli Dattarino. Non isfug- 
giva all'occhio del rettore e della nobiltà il sedizioso con- 
tegno dei popolani. Giulio Premoli , quel medesimo che fu 
provveditore l'anno precedente, temendo r.è più né meno 
che il sacco nella propria casa , ne fa trasportare le più 
preziose suppellettili al convento di S. Monica. Un Valenti, 
che verso i popolani usava parole sfacciatamente superbe , 
un bel mattino legge scritta sulla porta della sua casa una 
minaccia, in rima e buon dialetto, alla di lui persona. In- 
somma i nobili sentivano già in aria il rombo di una som- 
mossa popolare, e i loro volti, sotto i tersi e ben incipriati 
parrucconi, impallidirono. II rettore Marlinengo a guarau- 
tire la quiete della città fa rinforzare la gran guardia, scor- 
rere drappelli di Capelelti per le vie, e trasporta ai cancelli 
delle porte i cannoni , appuntandone le bocche verso le 



— 417 — 
contrade. Finalmente addì 23 maggio il Martinengo , chia- 
mati i Sindaci del popolo , rassegna loro i capitoli da lui 
formati per un accomodamento, soggiungendo: esaminateli, 
ed accettateli se credete; se no, dichiaro ch'io non voglio 
più immischiarmi in questa fastidiosissima conlesa. — Cosa 
contenessero i capitoli proposti dal Martinengo non è detto 
nel Diario del Zucchi : certo è che ai popolani mancò il 
tempo di riflettere maturamente se loro convenisse meglio 
accettarli o rifiutarli. 11 giorno successivo ritornò d'improv- 
viso a Crema l'inquisitore Da Mosto , seguilo da tre com- 
pagnie di Capeletti e dalla solita sbirraglia. Di quella ina- 
spettata comparsa i popolani, più che meravigliati, rimasero 
sbigottiti , e ne aveano ben d' onde , giacché il Da Mosto 
dichiarò apertamente essere tornato a Crema per ordine 
del Senato , e per domarvi la sollevazione del popolo. Ed 
in parte diceva il vero. È a sapersi che i nobili , a preve- 
nire il pericolo d'una sommossa popolare ch'essi temevano 
irrompesse inevitabile , avean trovato modo d'ingannare il 
Senato Veneto con esagerate informazioni ed accuse in- 
torno al contegno dei popolani : gli fecero credere essere 
tumultuante la plebe in Crema, già in rivolta contro i no- 
bili e le autorità, quindi necessitare che il Governo procu- 
rasse di frenarla e ridurla all'obbedienza. Tali dicerie, che 
la nobiltà cremasca avea sparse a bello studio in Venezia, 
si eran diffuse in altre citlà. Ovunque bucinavasi fosse il 
popolo cremasco in aperta ribellione, e che le contrade delia 
città nostra scorressero sangue. Il podestà Martinengo restò 
sorpreso dell'arrivo dell'inquisitore, e si mostrò indignato 
che si fosse a Venezia dipinta con mendaci colori la inquie- 
tudine del popolo da lui governato. 

Vettore da Mosto appena giunto a Crema vi procede come 

se veramente la città fosse in istato di ribellione. Proibisce 

a chicchesia l'uso d'ogni sorta d'armi, pena ai trasgressori 

o la prigione, o la corda, o la galera a norma delle circo- 

Vol. IL 27 



— 418 — 
stanze: proibisce severamente qualunque riunione di per- 
sone, sia pubblica, sia privata: ordina, debba ogni cittadino 
di nottetempo camminare per la città con un lume acceso: 
ordina ai Deputati del Monte Pietà , apparecchiassero le 
così dette carceri nuove di ragione di esso Monte (*) per 
cacciarvi coloro ch'egli avrebbe giudicati ribelli. Ed a spa- 
ventare maggiormente, con apparato di terrorismo, la popo- 
lazione, l'inquisitore manda uno sbirro a Piacenza onde 
provvedesse corda per servirsene nei ritrovati reij non es- 
sendovene in Crema proporzionata 3 e non volendo di 
quella della giustizia ordinaria prevalersi^ . E ben tosto 
l'inquisitore confermava coi fatti le minacce. In pochi giorni 
riempì le carceri di popolani : primi ad esservi cacciati , 
Fermo Ponzoni, il più vecchio dei sindaci, Battista Rossi, 
ciabattino e segrestano della chiesa di S. Caterina, e certo 
Slozza : poi molti altri cui toccava l'iniqua sorte d'avere 
nel Da Mosto l'uomo che nel tribunale da lui eretto ac- 
coppiava le tre parli di accusatore, di processante, e di 
giudice inappellabile, con facoltà di far eseguire le sue sen- 
tenze. Addì primo luglio agghiacciossi il cuore dei miseri 
popolani : seppesi che da Brescia era in Crema arrivato 
tal'uomo, forse men ribaldo dell'inquisitore, ma per l'ufficio 
suo più mostruoso , il carnefice. 

Ài sette del mese suddetto levaronsi dalle carceri nuove 
Fermo Ponzoni, Battista Rossi e Giuseppe Martinetti fale- 
gname: condotti al cospetto di un ufficiale di giustizia vien 
loro annunciala la sentenza con queste brevi parole : il 
principe vi condanna ad essere entro ventiquattro ore 
appiccati come ribelli dello Slato. Sia fatta la volontà di 
Dio, rispose con eroica intrepidezza Fermo Ponzoni. I trv 
condannati chiudonsi nell'oratorio di S. Giuseppe affinchè 



! ;:■ echi. Diario, 
ì) fciew. 



— 419 — 
vi ricevessero gli estremi conforti della religione. Accor- 
rono all'oratorio i padri cappuccini, per compiere il sublime 
ministero di consolare di sante parole i tre infelici cui sono 
numerate le ore della vita: v'accorrono i Disciplini di S. Gio- 
vai! Decollato, avvicendandosi fra di loro, a due a due, l'as- 
sistenza in quell'oratorio. Il Rossi e il Martinelli struggonsi 
in lagrime, in disperati lamenti: non ponno rassegnarsi al 
pensiero di dover morire fra poche ore , e per mano del 
carnefice siccome malfattori. Fermo Ponzoni mostra invece 
una fortezza d'animo piuttosto unica che meravigliosa. I 
padri cappuccini rimangono ammiratissimi del suo contegno 
altamente evangelico , dei nobilissimi sentimenti ond' era 
pieno il suo cuore , delle generose parole ch'uscivangli di 
bocca per addolcire a' suoi compagni di sventura quegl' i- 
stanti di tormentosissimo delirio. E perchè, diceva il buon 
popolano , ci affliggeremo noi della morte che ci sovrasta ? 
Confortiamoci che andiamo al patibolo puri di delitto, rin- 
graziamo la Divina Misericordia la quale a noi ha voluto 
far sapere l'ora incert^del morire acciocché ci dispones- 
simo ad aiì'ronlarla col pentimento dei nostri peccati, colla 
speranza di volare in braccio del Creatore. — Fermo Pon- 
zoni era sempre stato un onest' uomo e ne raccolse il pre- 
mio nelle ore estreme della vita, trovando in faccia al sup- 
plizio, nell'animo suo, tal prodigiosa forza che lo sublima- 
va, il padre Zucchi ci racconta come Fermo Ponzoni ra- 
gionasse co' suoi due compagni con tanta eloquenza di vir- 
tuosi sentimenti che i Cappuccini stavano muti ad ascol- 
tarlo, non sapendo cosa, di più confortevole, essi potessero 
aggiungere alle sue parole. Davvero questa volta coloro 
che si erano recali ad insegnare altrui la rassegnazione 
dell'Evangelo, trovarono un efficacissimo esempio per im- 
pararla. 

In quel giorno tre squadre di Capeletti a cavallo scorre- 
vano le contrade di Crema: due picchetti di fanteria stavano 



— 420 — 

di pie fermo in piazza : ventiquattro Schiavoni sfilarono 
rimpetto all' oratorio di S. Giuseppe, non permettendovi 
T entrata che ai religiosi ed a persone civili. Venuta la 
notte, piantaronsi in Crema tre forche , precisamente alle 
Casazze presso il portico del Fondaco , e tre altre fuori 
della città, due oltre la Porta d'Ombriano, ed una oltre a 
quella di Serio. Prima delle ore dodici del susseguente 
giorno (8 luglio 1751) levati li tre condannati dall' ora- 
torio 'principiò la funebre accompagnatura al supplizio 
delli tre condannati , assistiti dai padri cappuccini e dal 
padre Baletti domenicano. La funebre comitiva piegò alle 
Casazze, ov' erari il patibolo eretto, e colà alle ore dodici 
furono giustiziati,, primo Fermo Panzoni detà di 75 anni, 
poi Battista Rossi e Giuseppe Martinetti. La soldatesca 
teneva lontana la poca gente accorsa allo spettacolo , a 
vedere il quale non ebbero orrore non poche monache 
dei due vicini monasteri di S. Monica e di S. Maria tà. 
Le tre forche erette fuori della città erano destinale a 
tener sospesi i tre cadaveri dei giustiziati fino a che si 
fossero interamente consunti, e ciò, come credevasi allora, 
a pubblico esempio. Nei secoli passati, queste e somiglianti 
orridezze si costumavano perchè le si giudicavano efficaci 
ad allontanare gli uomini dal delitto , come quelle che 
mantenevano loro sott occhi l'orribile spettacolo della pena: 
ma gli uomini invece vi si avvezzavano, ed incallendo alla 
pietà divenivano anzi più proclivi ai misfatti. Perciò sa- 
viamente disse un chiarissimo scrittore moderno : allora 
succedeva delle pene come dei dazj indiretti s i quali più 
si aumentano e meno fruttano 2 ). Cerio padre Gervasoni, 
cui non bastava il cuore di vedere barbaramente insultali 
i cadaveri dei tre infelici, stancò di preghiere l'inquisitore 



1 ZUCCHL Diario. 
(2j CtSAtiG Cantù. La Lombardia nel secolo dccimosellimo. 



- 421 — 
Da Mosto , tanto che ottenne licenza di poterli seppellire. 
Trasportati processionalmente dai Disciplini di S. Giovan 
Decollato , ebbero nel loro oratorio esequie e sepoltura. 
Intervenne all'esequie gran folla di cittadini, dai quali es- 
sendosi raccolte abbondanti elemosine, due giorni appresso 
si rinnovarono nell'oratorio medesimo le funebri funzioni 
a suffragio dei tre giustiziali. Giuseppe Vimercali , allora 
prevosto della SS. Trinità, intendeva cantarvi messa solen- 
ne , ma ne lo impedì l'inquisitore adducendo non doversi 
tanta pompa di religiose funzioni a tre ribelli di Stato , ed 
esser già troppo Y aver egli concesso che i tre cadaveri 
non rimanessero sospesi alle forche fino alla loro consu- 
mazione. Nondimeno il popolo cremasco continnò lunga 
pezza ad attestare pubblicamente quanto affetto lo strin- 
gesse alla memoria dei tre giustiziali: ben di rado s'entrava 
nell'oratorio di S. Giovanni Decollatoti, senza vedervi 
qualche pio popolano pregar ginocchioni sul loro sepolcro. 
Una lampada vi stava sempre accesa, e ne manteneva l'olio 
il sudato danaro dell'operaio: omaggio di gratitudine e d'a- 
more eh' egli rendeva meritamente a coloro i quali eran 
morti sul patibolo, martiri della sua causa. Le donne del 
volgo poi, con uno slancio arditissimo di pia e vivacissima 
immaginazione, collocarono i tre giustiziali fra i santi, ed a 
loro con preci ricorrevano nelle sofferenze della vita , e 
narravano d'averne ottenuto miracoli. 

Fermo Ponzoni nacque a Cremona dai colpevoli amo- 
ruzzi di un patrizio: Fermo ignorava il nome del suo illu- 
strissimo genitore, ch'era dei magnati della città , tuttavia 
per lungo tempo sperò, ma invano, che da Cremona gli po- 
tesse fioccare in tasca una pensione vitalizia od un legalo. 
Domiciliatosi a Crema fin dalla giovinezza, Fermo esercitò 



{{) V oratorio di s. Giovan Decollato era quello volgarmente detto di santa 
Marta. 



— . 422 — 
dapprima il mestiere dell'oste, poi venutogli in uggia, mu- 
tollo, ed aprì negozio di stivali. I suoi modi gentili e gl'in- 
colpati costumi l'avean reso slimabile ai popolani , simpa- 
tico al clero , non ispregiato dai nobili. Nella carica di 
sindaco fu operosissimo patrocinatore degl' interessi del 
popolo, di cui egli per matura età e per maturo senno era 
T oracolo. Nato da libidine patrizia , Fermo Ponzoni, cam- 
pione del popolo, era destinato a morire per vendette patri- 
zie, dopo aver nobilmente vissuto settantatre anni la vita 
del popolano. Lasciò superstite un figlio ammogliato, erede 
del suo negozio di stivali e di un nome lagrimato nella 
memoria de' suoi concittadini. Se fosse vissuto a Roma ai 
tempi dei tribuni della plebe, Fermo Ponzoni forse avreb- 
be figurato fra gli eroi di quella repubblica. 

Giuseppe Martinelli compiva appena il trentaquattresimo 
anno dell' età sua : Battista Rossi toccava i sessanta : en- 
trambi morendo lasciarono nella desolazione una famiglia 
di otto figliuoli. 

A cbi per avventura ci domandasse quale misfatto con- 
dusse al patibolo questi tre sventurati, risponderemo : nis- 
suno. L'inquisitore Da Mosto avea bisogno di far appiccare 
tre popolani, onde mettere, com'egli diceva, la plebe a do- 
vere: Ponzoni, Rossi e Martinetti gli vennero indicati sic- 
come i più acconci a conseguire il suo fine : li consegnò 
al carnefice per dare una lezione di terrore. Pochi giorni 
dopo il loro supplizio il figlio del podestà Martinengo scri- 
veva da Venezia a suo padre : Piange il senato la morte 
di tre innocenti condannati che non può risuscitare ( l) . Ci 
si permetta però di porre in forse la verità o sincerità di 
queste lagrime senatorie. Gli arislocrati di Venezia non 
erano così dolci di cuore verso la plebe da rammaricarsi 
fino alle lagrime se un inquisitore adoperasse la forca a 

(i) Zi'ccui. Diario. 



— 423 — 
domarla quando si mostrava sediziosa. Teniamo adunque 
l'espressioni della lettera del Martinengo o mendaci, o piut- 
tosto siccome una figura retlorica: o quand'anche si voles- 
sero interpretare nel senso letterale , di quelle lagrime , 
come Shakspcare delle femminili , si potrebbe dire che se 
avessero potuto fecondare la terra avrebbero prodotto dei 
cocodrilli. 

Vero è però che il senato di Venezia scoprì poco appresso 
qual tristo uomo fosse quel Vettore Da Mosto, inviato a 
Crema con amplissimi poteri acciocché vi ricomponesse fra 
i cittadini l'ordine e la concordia. Ciò desumerete dai fatti 
ch'ora racconteremo a compimento di quest'articolo. 

L'inquisitore aveva, come dicemmo, fatti arrestare pa- 
recchi popolani , e fedele al suo sistema di punire severis- 
simamente, quattro n'avea condannati al remo, tre banditi 
dagli Stati Veneti , gli altri si riservava di processare in 
seguito a modo suo. Dei quattro condannali al remo, uno 
fu assolto ad intercessione del provveditore conte Alfonso 
Clavelli : la Cronaca del Zucchi notò questo siccome V u- 
nico atto di pietà cui si piegasse allora il patriziato crema- 
sco verso i travagliati popolani. Correndo il giorno undici 
di luglio, i sindaci del popolo offersero la loro dimissione 
all'inquisitore che l'accettò richiedendo rinunciassero a 
quella carica con formale scrittura. Nello stesso giorno 
cento e più popolani radunaronsi nell'oratorio di S. Giu- 
seppe, chiamati a pronunciare il voto, presente il vice-can- 
celliere dell'Inquisitore, intorno ad una convenzione che 
la città proponeva al popolo per transigere sul modo con 
cui dovevasi in appresso regolare il pubblico mercato. La 
proposta convenzione fu accettata, quantunque con iscar- 
sissima maggioranza di voti. 

Anche questa volta V inquisitore Da Mosto si dimostrò 
in Crema propizio oltremodo agli appaltatori delle gabelle, 
confermando così la già concetta opinione eh' egli se la in- 



— 424 — 
tendesse coi pubblicani , e vendesse loro a caro prezzo le 
concessioni. Aumentò con proclama il dazio sui corami: ne 
riclamarono al podestà due mercanti, ed il Da Mosto li fece 
imprigionare insieme all'avvocato Pezza, loro patrocinatore. 
Fremevano nel segreto dell'animo le classi degli operai, 
mercanti, artigiani, all'iniquo procedere dell'inquisitore, né 
sapevano fin dov'egli avrebbe spinta la libidine del marto- 
riarli : quando s'intese che il senato di Venezia mandava 
a Crema, con supremo comando, sua eccellenza Alvise Pisani, 
generale in Palmanova. Arrivò infatti ai venti di luglio ed 
alloggiò nel convento degli agostiniani. A lui il podestà 
Marlinengo rassegnò le chiavi della città , a lui il Consilio 
Municipale delegò per assistenti il marchese Alessandro 
Obizi, Ferrante Terni, il conte Giulio Premoli, e il conte 
Ettore Benvenuti. Li ventisei dello stesso mese capitò a 
Crema un messo delie Quarantie di Venezia , intimando 
all' inquisitore Da Mosto ed al suo cancelliere di presen- 
tarsi , entro brevissimo termine, innanzi quel tribunale. 
Non è difficile indovinare come ambidue fossero stati posti 
in istato d' accusa ; sul conto loro pendeva a Venezia un 
processo. Partì issofatto per Venezia il cancelliere , partì 
pochi giorni dopo l'inquisitore, pasciuto dell'oro dei pub- 
blicani e del sangue di tre innocenti, fra gli omaggi della 
nobiltà cremasca cui avea servito a meraviglia. Alvise Pi- 
sani era stato inviato a Crema per surrogarvi l'inquisitore 
Da Mosto e con incarico del senato d' usar dolcezza verso 
i popolani, onde mitigare le esacerbazioni prodotte nell'a- 
nimo loro dalla pessima condotta dell'inquisitore. Il general 
Pisani, nell'ufficio commessogli, destreggiossi con molta pru- 
denza, sia per assecondare le intenzioni del senato, sia per 
riconciliare i due partiti ond'era Crema da più di un anno 
travagliata. All'uno ed all'altro fece delle concessioni : con- 
sentì ai nobili la conservazione del pubblico Deposito, ma 
con nuove leggi che ne regolavan meglio l'amministrazione, 



— irò — 

le quali, da lui proposte, furono all'unanimità di voti accet- 
tate dal nobile Consilio municipale. Restrinse a dieci il nu- 
mero dei sindaci del popolo, e questo pure era un assecon- 
dare i voli della nobiltà. Ma d'altro canto, per abbonirsi i 
popolani, liberò dal carcere un Dell'Era, un Rossi, un San- 
gallo, che l'inquisitore aveva condannati al remo: i tre ban- 
diti dalle terre veneziane richiamò. Ciò parve ai nobili un 
eccesso di clemenza e ne mormoravano i*), tanto più che i 
liberati andavano dicendo essere l'ottenuta assoluzione una 
prova della loro innocenza , dell' ingiustizia con cui avea 
proceduto contro di loro l'inquisitore. Queste proposizioni, 
comunque vere , spiaceva al Pisani si dicessero pubblica- 
mente , e paventando fossero seme di novelle discordie, 
bandì un proclama col quale imponeva, che ninno d'ora 
innanzi avesse ardire né foco né molto di discorrere delle 
passate cose, in pena d'essere severamente e criminalmente 
punito (*>. Ai sette di settembre il general Pisani ritornò 
alla sua residenza in Palmanova , informando il senato 
d'aver a Crema ristabilito l'ordine e la quiete. 

Alvise Pisani potè con un proclama inibire al popolo 
cremasco di discorrere delle passate cose, ma non cancel- 
lare la memoria degi' infami processi dell' inquisitore Da 
Mosto , e delle tre infelicissime vittime da lui immolate 
sul patibolo. Talvolta si trafìgge il cuore di una popola- 
zione con ferite così profonde che risanano difficilmente : 
invano si cerca un farmaco efficace ad impedire che gron- 
dino sangue; invano il tempo, scorrendo, le lambisce colle 
sue ali, il tempo che è pur l'unico rimedio nelle grandi af- 
flizioni. Nell'Almanacco Cremasco del 1848 leggiamo: Novan- 
tasei anni non valsero a cancellare in molte famiglie cre- 
masche la memoria dei tre giustiziati *\ Il lagrimevol caso 

(1) Zuccbi. Diario. 

(2) Idem. 

(3) Samaraihj. Neil' articolo intitolato 1 ire giustiziati. 



- 426 — 
della morte loro forse ricordarono nel 1797 alcuni popo- 
lani, quando, invasati dalle idee dei giacobini, ajutarono in 
Crema i partigiani di Francia ad atterrare le insegne di 
S. Marco : forse in quel momento gustavano la voluttà di 
una vendetta, rovesciando il decrepito leone per surrogarvi 
una bandiera su cui era scritto Libertà, Uguaglianza ; 
inebbrianti parole, con le quali un popolo straniero c'inor- 
pellava, largheggiando di fallaci promesse; parole di carità 
e d'amore, ma vera libertà e vera uguaglianza non trove- 
rete mai fino a che i popoli non si sfangheranno dai vizj 
dell'ignoranza e dell'egoismo. 



- 427 



DOCUMENTO. 



ROLLA PONTIFICIA CON CU FU ERETTO IL VESCOVADO DI CREMA. 



Gregorius Episcopus Servus Servorum Dei 
Ad perpetuarli rei memoriam. 



Super universas Orbis Ecclesias Deo disponente, qui cunctis impe- 
rai et cui omnia obediunt, quamvis sine nostris mentis , constituti 
levamus in circuitu agri Dominici oculos nostra? mentis more pervi- 
gilis Pastoris inspecturi quid Provinciarum, et locorum quorumlibet 
statui congruat, ac desuper hoc prwsertim tempore, quo Immani ge- 
neris hostis omni conatu ad ipsarum animarum pemìciem, et fidei 
catholica? eversionem iìicumbit, disponi debeat, unde Divino /ulti 
presidio dignum , quin potius debitum arbitramur in irriguo mili- 
tantis Ecclesia? agro novas Epìscopales sedes, et Ecclesias plantare, 
ut per hujusmodi novas plantationes popularis augeatur devotio, di- 
vinus cultus floreat, et animarum salus subsequatur, ac loca insignìa 
pr&sertim , quorum incoia? benedicente Domino multiplicati noscun- 
tur , dignioribus titulis, et condignis favoribus illustrentur , ipsique 
incolce honoratorum Prccsulum assistenza, regimine, et dottrina suf- 
fulti in via Domini magis magisque in dies proficiant. SanecumNos 
nuper ab Ecclesia Laudensi certo tunc expresso modo Pastoris sola- 
tio destituta, et illius mensa Episcopali eam Laudensis Diozcesis 
partem, qua? in oppido, et territorio Crema? consistebat cum ipsius 
partis Dia?cesis castris , pagis , et vicis, ac eorum territoriis, et ter- 
minis, nec non monasteriis, prioratibus, pra?ceptoriis , collegiatìs, et 
aliis Ecclesiis, ca?terisque omnibus beneficiis Ecclesiastici s cum cura 
et sine cura sa?cularibus , et quorumvis Ordinum regolaribus , ac 
etiam clero et populo universo, juribus quoque, et actionibus , quw 
prò tempore existens Episcopus Laudensis ratione visitationis , et 



— 428 — 
mulctarum quomodocurnque habebat, possidcbat, percipiebat, exigebat, 
et prcetendcbat , per alias nostras litteras diviserimus perpetuo et 
separaverimus , ac sic divisa et separata ah omni jurisdictione , po- 
testate, et subjectione prò tempore existentis Episcopi Laudensis, ac 
etiam a solutione quorumvis jurium ratione subjectionis , et legis 
dicecesanas debitorum etiam perpetuo excmerimus , et liberaverimus , 
illaque nostroz et Apostolica? Sedis disposilioni specialiter , et ex- 
presse reservaverimus , prout in ipsis litteris plenius continetur , et 
reliqua? partes dicti Oppidi, et ejus Territorii in Cremonensi et Pro- 
vincia? Mediolanensis Piacentina Dicecesibus consistant , Oppidum 
vero ipsum cum universo ejus Territorio de temporali dominio diU- 
ctorurn filiorum nobilis Viri Ducis et Reipublica? Venetiarum sit , 
eorumque incoiai diversorum Episcoporum jurisdictioni subjecti , ac 
proinde proprium scepius forum declinantes non facile a propriis 
Episcopis visitari, nec uhi deliquerint , corrigi possint, inter cantera 
autem partium illarum oppida supradictum nobilitate amplitudine, 
ac doctorum virorum copia, Cleri, et populi multitudine , a?dificio- 
rumque ornamento celeberrimum fit , Territorium vero fcecundum , et 
ameenum , ac quinquaginta vicos , et cum minimum sexdecim millia 
incolarum contineat: Nos providi vigilisque Pastoris more conside- 
rantesy quod si dictum oppidum in Civitatem, et Ecclesia B. Maria? 
ejusdem oppidi competenti dignitatum, ac canonicatuum, et prceben- 
darum, aliorumque beneficiorum Ecclesiasticorum numero referta , 
sacra etiam supellectile , et aliis ad Divini cultus usum necessariis 
luculenter instructa existit , et alioquin insignis in Cathedralem Ec- 
clesiam erigeretur , et institueretur , inde profecto Cleri et populi 
salus cum Ecclesia? et populi prozdictorum decore longe magis prove- 
nir 'et. Pr omissis itaque , et aliis rationabilihus causis adducti , ac 
etiam supplicationihus tam Ducis et Reipublica? , quam et dilectorum 
filiorum univ er sitati s, et hominum dicti oppidi nohis scepius porrectis 
inclinati, habita super his cum fratribus nostris matura delibera- 
tione de illorum Consilio et assensu ac de Apostolica? potestatis ple- 
nitudine ah Ecclesiis Cremonensi et Piacentina , earumque Mensis 
Episcopalihus reliquas partes oppidi, et territorii pra?dictorum cum 
suis villis, terris , et terminis , nec non monasteriis , prioratibus , 
pra?posituris , prceceptoriis , ecclesiis, hospitalihus, et piis locis, co3- 
terisque omnibus beneficiis ecclesiasticis cum cura, et sine cura, sce- 
cularibus , et quorumvis Ordinum regularibus , ac etiam clero et po- 
pulo universo , juribus quoque et actionibus , qua? prò tempore exi- 
utentes Episcopi Cremonensis et Placentinus ratione visitationis , et 
mulctarum quomodocurnque hahent, possident, pcrcipiunt , exigunt, 



— 429 — 

et preci cndunt, Apostolica auctoritatc tenore presentimi perpetuo 
dividimus et separamus, ac sic divisa et separata ab omni eorumdem 
Episcoporum Cremoncnsis et Piacentini jurisdictione , potestate et 
mbjectionc, ac etiam a solutionc decimarum, et quorumvis alioncm 
jurium ratione subjectionis et legis diozeesanoz debitorum , ita ut 
postime ipsi Episcopi prò tempore existentes , eorumque procuratores 
et vicarii nullam jurisdictionem , potcstatem, et auctoritatem in po- 
stcriores partes sic divisas et separatas, earumque villas, terras, ter- 
minos, monasteria , prioratus , pnvposituras, prweeptorias, Eccle- 
sias, beneficia, hospitalia , loca, clerum , populum , actiones , et alia 
pra>fata exercere , nec de beneficiis sub hujusmodi divisione compre- 
hensis, quo3 ad eorumdem Episcoporum prò tempore existentium 
collationem, provisionem , et quamvis aliam dispositionem hactenus 
pertinuerunt , disponere, necfructus, redditus, proventus, jura , ob- 
ventiones , et emolumenta ab eis in oppido, territorio, villis , terris , 
et terminis separati s pra?dictis subventionis , procurationis , carita- 
tivi, vel alterius subsidii causa, aut alia ratione percipi solita, per- 
cipere , exigere , et levare, neque causas , pro?terquam eas qua? jam 
coram ipsis instructa? sunt , etiam. de quibus hi eorum jnrisdictione 
consensum fuit cognoscere, aut alias se in illis interponere quoquo- 
modo audeant, decimis tamen, quas prò tempore existentes Cremo- 
nensis et Placentinus Episcopi in dicto territorio hucusque percipere 
consueverunt, Venerabilibus Fratribus nostris modernis Episcopis 
Cremonensi et Piacentino, quamdiu dictis Ecclcsiis Cremonensi et 
Piacentino? pra 'fuer 'hit , dumtaxat remanentibus , auctoritate et te- 
nore prwdictis etiam perpetuo eximimus et Uberamus; insuper oppi- 
dum in givitatem Cremensem nuncupandum , et Ecclesiam B. Maria* 
pro?dictam in Cathedr aleni Ecclesiam sub invocazione ejusdem B. Mu- 
rice Archiepiscopi Mediolanensis prò tempore existentis suffraganeam 
futuram, ac in ea dignitatem sedem, et mensam Episcopalem ctim 
omnibus privilegiis , honoribus , juribus , et insignibus debitis et con- 
suetis prò uno Episcopo Cremensi nuncupando , qui eidem Ecclesia! 
Cremensi prmsit , illamque ad Caihedralis Ecclesia? formam redigat, 
ac jurisdictionem Episcopalem , nec non pra?fatorum sic divisorum 
beneficiorum omnium dispositionem ordinario jure, aliaque omnia, 
qua; ad munus Episcopale pertinent, habeat et exerceat, prwfatoque 
Archiepiscopo jure metropolitico subsit , eisdem auctoritate et tenore 
similiter perpetuo erigimus, et instituimus , ac ipsi Ecclesia? sic in 
Cathedralem erecto? Civitatem Cremensem ejusque incolas et habita- 
tores prò Civitate et Civibus , nec non territorium pro?fatum univer- 
sum sub dominio temporali pro?fato consistens, ac omnes ejus partes 



- 430 — 

nunc et alias dismembratas prwdictas prò ejus Dicecesi, ac etiam 
clerum, et populum civitatis , et diazcesis Cremensis , cui Nos etiam 
hodìe prò parte ejus dotis quam aucjere prope.diem intendimus Eccle- 
siam prwfatam nuncupatam SS. Jacobi et Philippi Cremensis certo 
tunc expresso modo vacantem uniri, annecti, et incorporari conces- 
simi prò clero et populo , ac diche Mensa? Episcopali palatium ad 
universitatem , et homines prwdictos olim pertinentes , proxime vero 
eidem ecclesia; B. Marine, cui propinquum est prò palatio episcopali 
ab eis donatum ad usum et habitationem dicti Episcopi auctoritate 
et tenore praifatis pariter perpetuo assignam?is, decernentes ex nunc 
irritum et inane si secus super his a quoquam quavis auctoritate 
scienter , vel ignoranter contigerit attentari non obstantibus proBmis- 
sis , ac constitutionibus et ordinationibus Apostolicis, nec non dieta- 
rum Ecclesiarum juramento , confirmatione Apostolica, vel quavis 
firmitate alia roboratis statutis, et consuetudinibus , privilegiis quo- 
que indultis , et litteris Apostolicis illis , earumque Pra3sulibus , Ca- 
pitulis , et personis sub quibuscumque tenoribus et formis , ac cum 
quibusvis etiam dcrogatariarum derogatoriis, aliisque efficacioribus, 
et insolitis clausulis nec non irritantibus, et aliis decretis in genere, 
vel in specie, etiam motn proprio , ac scientia, et potestatis plenitu- 
dine similibus etiam consistorialittr , ac alias quomodolibet conces- 
sis , approbatis et innovatis, quibus omnibus etiamsi de illis eorum- 
que totis tenoribus specialis , specifica , expressa, et individua , ac 
de verbo ad verbum , non autem per clausulas generales idem impor- 
tantes mentio, seu qnaivis alia expressio habenda , aut aliqua alia 
exquisita forma ad hoc servanda foret, tenores hujusmodi ac si de 
verbo ad verbum nihil penitus omisso, et forma in illis tradita ob- 
servata inserti forent prossentibus prò sufficienter expressio haben- 
tes illis alias in suo robore permansuris liac vice dumtaxat speciali- 
ter et expresse derogamus , cozterisque contrar'is quibuscumque. Nulli 
ergo omnino hominum liceat liane paginam nostra; divisionis , sepa- 
rationis, exemtionis, liberationis , executionis, institutionis, intentio- 
nis, concessionis , assignationis , decreti, et derogationis ìnfringere , 
vel ei ausu temerario contraire; si quis autem hoc attentare pre- 
sumpserit, indignationem Omnipotentis Dei , ac Beatorum Vetri et 
Pauli Apostolorum ejus se noverit incursurum. 

Datum Romud apud S. Petrum anno Incarnationis Dominica; 1579, 
tertio Idus Aprilis , pontificatus nostri anno octavo. 



— 431 — 



INDICE 



VOLUME SECONDO 

Capitolo XIII. Vicende di Crema e personaggi che la 
illustrarono nei secoli decimoseltimo e 
decimottavo Pag. 5 

» XIV. Uno sguardo sulla condizione politico- 
morale dei Cremasela sotto il dominio 
veneziano » 49 

» XV. Vicende di Crema dall'epoca della rivo- 
luzione francese (ino allo stabilimento 
del dominio austriaco nel 1814 . » 155 
Avvertenza » 217 

» XVI ,219 

APPENDICE 

Articolo I. Giurisdizione spirituale e vescovato di 

Crema . ... v ...... 387 

» li. Serie cronologica dei vescovi di Crema » 292 

» III. Chiese » 294 

» IV. Monasteri » 299 

» V. Stabilimenti di pubblica beneficenza . » 311 
» VI. Cenni sull'origine e sui fasti delle nobili 

famiglie cremasene » 316 

» VII. I tre Giustiziali » 402 



Errata Corrige 

P. 78 lin. 11 Crema può scrivere si può scrivere 

h 102 » 4 un Zurla una Zurla 

» 122 * ult. e i vecchi pregiudizj e vecchi pregiudizj 

» 209 » 8 sulla distrazione sulla distruzione 

n 226 » 8 composto di trenta composto di quaranta persone 

persone 

» 227 » ult. Sol uno vuole e Vob- Sol uno vuole e Vobbedlscon tutti? 

bedUcon tutti. 

» 273 » 1 persisteva caparbia persisteva eaparba 



INDICE 



»«• 


5 


» 


9 


» 


45 


» 


79 



VOLUME PRIMO 

Prefazione 

Capitolo I 

» II. Prima epoca del governo municipale . 

» III. Assedio e distruzione di Crema . . 

» IV. Vicende dei Cremaschi dalla distruzione di 

Crema fino allo scorcio del secolo xn » 105 

» V. Seconda epoca del governo municipale » 147 

» VI. Crema sotto il dominio dei Visconti . » 185 

» VII. II dominio dei Benzoni » 203 

» Vili. Vicende di Crema dal giorno in cui ricadde 
sotto il dominio dei Visconti a quello in 
cui se ne insignorirono i Veneziani » 229 

» IX. Vicende di Crema dal principio del governo 
veneto fino all'epoca della lega di Cam- 
brai » 259 

» X. Crema caduta in potere di Luigi XII re di 

Francia poi riacquistata dai Veneziani » 299 

» XI. Renzo Ceri in Crema, e sua valorosa 

difesa » 355 

» XII. Vicende di Crema e personaggi che la il- 
lustrarono nel secolo decimosesto . » 563 





Errala 


Corrige 


Pag. 7 lin. 31 Canobbio 


Canobio 


» 51 


» 23 (1128) 


(1028) 


» 153 


» 4 prommesse 


promesse 


» 186 


» 9 procuste 


Procuste 


« 187 


» 29 (1) 


(2) Verri. Storia di Milano. 


» 188 


» 24 (2) 


(1) 


n 232 


» 13 Giorgio da Crema 


Giorgio da Cremona 


» 301 


» ult. LilIGH 


Lunigii 


« 340 


» 24 gli si aprono a lui le 
porte 


ne si aprono a lui le porte 


» 368 


» 6 calamatosissimi 


calamitosissimi 


« 371 


» 17 quali per dottrina : 


quali per dottrina, 


» 372 


» 2 cittadinanza crema- 
sca 


cittadinanza cremonese 


» 379 


» 26 famiglia Terni in 
messer Pietro 


famiglia Terni di messer Piet; 


» 394 


» 6 Fracavalli 


Frecavalli 


» 409 


» 11 Dai cinque fratelli 


Dei cinque fratelli 



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Storia di Crema. 



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